Luigi Speranza, "Grice italo: un dizionario d'implicature" A-Z V VA
Luigi Speranza – GRICE ITALO; ossia, Grice e Vacca:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’ala del
silenzio – scuola di Bari – filosofia pugliese -- filosofia italiana – By Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Bari). Abstract. Keywords: solidario.
solidarietà conversazionale. imperativo di solidarietà conversazionale. Filosofo pugliese. Filosofo italiano. Bari,
Puglia. Essential Italian philosopher. Grice: “My favourite of his books is
“L’ala del silenzo” -- great title, from Alighieri about litotes and
understatement. Si laurea in filosofia
del diritto, discutendo una tesi sulla filosofia politica e giuridica di CROCE
(vedasi). Dopo la laurea, collabora come redattore alla casa editrice Laterza,
per dedicarsi in seguito prevalentemente alla ricerca. Ha sempre svolto una
intensa attività politica e di organizzatore di cultura, culminata con
l'impegno dedicato alla casa editrice De Donato. In questa attività si colloca
anche la fondazione dell'Istituto Gramsci pugliese, alla quale V. da
particolare impulso. Libero docente in storia delle dottrine politiche, vince
la cattedra di tale disciplina presso Bari. Frequenta la London School of
Economics, seguendo corsi di Storia economica degli USA e dell'URSS. Fa parte
del Consiglio di Amministrazione della RAI. E' stato deputato nella 9a e 10a
legislatura, eletto nel collegio Bari-Foggia nelle liste del PCI. È stato
direttore della Fondazione Istituto Gramsci di Roma, della quale, da allora, è
presidente. Ha ricoperto anche incarichi di partito in Puglia e a livello
nazionale. Nei primi anni di ricerca V. studia l'idealismo e l'hegelismo
italiano, con attenzione prevalente alla genesi del marxismo in Italia. Ha
rivolto poi i suoi studi alla storia del marxismo contemporaneo. Quindi alla
società italiana e in particolare alla cultura e alla politica del Novecento,
soprattutto l'età repubblicana. Ha approfondito le trasformazioni dell'economia
contemporanea alla luce della rivoluzione telematica, e su tale sfondo ha ri-esaminato
alcuni aspetti fondamentali del caso italiano. Nella Direzione dell'Istituto
Gramsci dedica particolare attenzione ai temi del Novecento. In questo contesto
si collocano la fondazione degli Annali dell'Istituto, della rivista Europa
Europe, prima, e poi del Rapporto annuale sull’integrazione europea, l'impulso
alla ricerca che ha portato alla monumentale Storia dell'Italia Repubblicana
edita da Einaudi, le numerose acquisizioni di nuovi documenti dagli archivi del
Comintern e del Pcus a Mosca, l'acquisizione dell'intero archivio storico del
PCI da parte della Fondazione Istituto Gramsci. Si tratta del più grande
archivio privato sulla storia del Novecento esistente in Italia e di recente
aperto alla consultazione. V. ha svolto e svolge un'intensa collaborazione a
riviste, giornali periodici e quotidiani italiani e stranieri. Scritti suoi
sono tradotti in tutte le principali lingue europee. Anche per la sua vasta
attività di conferenziere, le sue opere e il suo pensiero sono ampiamente noti
in Europa, nelle Americhe, in India e in Giappone. Deputato della Repubblica
Italiana Legislature. Gruppo parlamentare Collegio Bari Partito Comunista
Italiano, Partito Democratico della Sinistra, Partito Democratico Laurea in
giurisprudenza e filosofia del diritto. Docente universitario. Si laurea in
filosofia del diritto discutendo una tesi sulla filosofia politica e giuridica
di CROCE. Svolge una intensa attività di organizzatore di cultura, culminata
con l'impegno dedicato alla casa editrice De Donato. Membro del comitato
centrale del Partito Comunista Italiano è poi stato nella direzione del Partito
Democratico della Sinistra. Libero docente in storia delle dottrine politiche, vince
la cattedra di tale disciplina a Bari. -- è stato nel consiglio di
amministrazione della RAI. Deputato per il PCI nella IX e X Legislatura nella
circoscrizione elettorale Bari-Foggia. In occasione delle elezioni comunali, si
è candidato a sindaco con il sostegno della coalizione di centro-sinistra, ma è
stato sconfitto da Abbrescia. Ha ricoperto incarichi di partito in Puglia e a
livello nazionale. Ha rivolto poi i suoi studi alla storia del marxismo
contemporaneo. Dirige la Fondazione Istituto Gramsci di Roma, diventandone poi
Presidente. Membro del Cda dell’Istituto dell’Enciclopedia italiana presiede la
Commissione scientifica dell’Edizione degli scritti di GRAMSCI. Professore di
Storia delle dottrine politiche a Bari, si è occupato in particolare
dell'idealismo novecentesco e dell'hegelismo italiano nella seconda metà del
XIX secolo, con particolare riferimento alla genesi del marxismo in
Italia. Saggi: “Politica e filosofia in SPAVENTA” (Bari, Laterza); Lukàcs
o Korsch? (Bari, Donato); Marxismo e analisi sociale (Bari, Donato); Scienza,
Stato e critica di classe. VOLPE (vedi) e il marxismo (Bari, Donato); Politica
e teoria nel marxismo italiano, Antologia critica (Bari, Donato); PCI,
Mezzogiorno e intellettuali. Dalle alleanze all'organizzazione, curatela (Bari,
De Donato); Saggio su TOGLIATTI e la tradizione comunista (Bari, Donato); Osservatorio
meridionale. Temi di politica culturale” (Bari, De Donato); Quale democrazia.
Problemi della democrazia di transizione (Bari, Donato); Criticità e
trasformazione. Korsch teorico e politico (Bari, Dedalo); Gl’intellettuali di
sinistra e la crisi, curatela, Roma, Editori Riuniti, Comunicazioni di massa e
democrazia, curatela, Roma, Editori Riuniti, L'informazione Roma, Editori
Riuniti, Il marxismo e gl’intellettuali. Dalla crisi di fine secolo ai Quaderni
del carcere, Roma, Editori Riuniti, Tra compromesso e solidarietà. La politica
del PCI (Roma, Editori Riuniti); Gorbačëv e la sinistra europea, Roma, Editori
Riuniti, Tra Italia e Europa. Politiche e cultura dell'alternativa (Milano,
Angeli); “Gramsci e Togliatti” (Roma, Editori Riuniti); Dal PCI al PDS.
Intervista (Bari, Delphos); Togliatti sconosciuto, Roma, l'Unità, Pensare il
mondo nuovo. Verso la democrazia, Cinisello Balsamo, San Paolo, Per una nuova
Costituente, Milano, PasSaggi Bompiani, Vent'anni dopo. La sinistra fra
mutamenti e revisioni, Torino, Einaudi, Da un secolo all'altro. Mutamenti della
politica nel Novecento, Milano, Bompiani, Appuntamenti con GRAMSCI:
Introduzione allo studio dei Quaderni del carcere, Roma, Carocci, GRAMSCI (Roma, Carocci); Presente futuro. Idee
per lo sviluppo ecosostenibile della Puglia, Bari, Dedalo, X. Riformismo
vecchio e nuovo, Torino, Einaudi, In tempo reale. Cronache del decennio, Bari,
Dedalo, Ritorno in Puglia. Tre anni di volontariato politico, Bari, Palomar, Federalismo,
sviluppo economico e coesione sociale in Puglia, e con Masella, Lecce. Martano,
L'unità dell'Europa. Rapporto sull'integrazione europea, curatela, Bari,
Dedalo, Roma, Nuova iniziativa editoriale, Il dilemma euroatlantico. Rapporto della
Fondazione Istituto Gramsci sull'integrazione europea, curatela, Roma, Nuova
iniziativa editoriale, Dalla Convenzione alla Costituzione. Rapporto della
Fondazione Istituto Gramsci sull'integrazione europea, a cura di, Bari, Dedalo,
I dilemmi dell'integrazione. Il futuro
del modello sociale europeo. Rapporto sull'integrazione europea, e con Sausi (Bologna,
Il mulino); “Il riformismo italiano: dalla fine della guerra fredda alle sfide
future” (Roma, Fazi); “Gramsci tra MUSSOLINI e Stalin” (Roma, Fazi); cura di Gramsci,
Nel mondo grande e terribile. Antologia degli scritti Torino, Einaudi, Studi
gramsciani nel mondo. e con Schirru,
Bologna, Il mulino, Perché l'Europa?
Rapporto sull'integrazione europea, e con Sausi, Bologna, Il mulino, Studi
gramsciani nel mondo. Gli studi culturali, e con Capuzzo e Schirru (Bologna, Il
mulino) Le forme e la storia. Scritti in onore di Giovanni (vedi), e con Montanari
e Papa, Napoli, Bibliopolis, Il Novecento di Garin. Atti del Convegno di studi,
e con Ricci, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana. Studi gramsciani nel
mondo. Gramsci in America, e con Kanoussi e Schirru, Bologna, Il mulino, Vita e
pensieri di Gramsci. Collana Storia,
Torino, Einaudi, Collana ET Storia, Einaudi, Moriremo demo-cristiani? La
questione cattolica nella ri-costruzione della repubblica, Roma, Salerno); “Il
FASCISMO in tempo reale: studi e ricerche di Tasca sulla genesi e l'evoluzione
del REGIME FASCISTA, con Bidussa (Milano, Feltrinelli); Togliatti e Gramsci.
Raffronti, Pisa, Edizioni della Normale, Modernità alternative. Il Novecento di
Gramsci, Torino, Einaudi, Togliatti, La politica nel pensiero e nell'azione,
Scritti e discorsi, V. con Ciliberto, Bompiani, Milano Quel che resta di Marx, Salerno Editore,
Roma, L'Italia contesa. Comunisti e
democristiani nel lungo dopoguerra, Marsilio, Venezia. V., su storia.camera,
Camera dei deputati. Nome compiuto: Giuseppe Vacca. Beppe Vacca. Vacca. Keywords:
solidarietà conversazionale, fascismo. Per H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool
Library, Villa Speranza. Vacca.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vacca: la ragione
conversazionale del deutero-esperanto – filosofia romana – filosofia italiana
-- Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool
Library (Genova). Filosofo
italiano. Genova, Liguria. Abstract. Keywords: Deutero-Esperanto. Nacque,
figlio di Federico e di Ernesta Queirolo. La madre, già vedova di Giulio Cesare
dei marchesi da Passano – da cui non aveva avuto figli –, è genovese. Il padre,
originario di Napoli – dove è segretario di Garibaldi – si era stabilito a
Genova dopo aver ricevuto l’incarico di presidente della corte d’appello.
Cresciuto nel capoluogo ligure, dopo la maturità classica V. si iscrive al
corso di matematica a Genova. Dimostra precoce attitudine alla ricerca. Pubblica
due articoli, uno dedicato alla mineralogia e l’altro alla matematica -- Sopra
un notevole cristallino di vesuvianite, Rivista di mineralogia e
cristallografia italiana; Intorno alla prima dimostrazione di un teorema di
Fermat, Bibliotheca Mathematica. Durante gli anni dell’università si dedica
anche all’impegno politico, assistendo Turati nella fondazione del Partito
socialista italiano -- Petech. Si laurea in matematica con una tesi in
mineralogia. Èper V. un anno importante: appena conseguita la laurea, subì la
condanna al confino fuori da Genova per via della sua attività con il Partito
socialista. Nel mese di agosto, in occasione del primo congresso dei
matematici, tenutosi a Zurigo, conosce inoltre Peano, da cui riceve l’invito a
trasferirsi a Torino come assistente alla cattedra di calcolo infinitesimale.
Colpito dal pensiero del grande logico matematico e costretto a lasciare
Genova, V. ne accettò la proposta. Inizia così la sua attività in seno alla
scuola di Peano. A Torino V. partecipa al
lavoro di preparazione del Formulario di Peano, una vasta enciclopedia delle
idee e dei concetti matematici che riserva ampio spazio alle fonti originali e
alle note storiche e biografiche; è su queste ultime che si concentra in buona
parte il suo contributo. L’interesse per le origini e lo sviluppo del pensiero
logico e matematico lo porta inoltre a pubblicare in quel periodo numerosi
articoli di ambito storico-scientifico, fra i quali: Sui precursori della logica
matematica, Revue de mathématiques; Notizie storiche sulla misura degli angoli
solidi e dei poligoni sferici, Bibliotheca mathematica La storia della
matematica rimase uno dei campi di studio privilegiati di V., che pubblica, fra
gli altri: La previsione delle eclissi lunari presso i Babilonesi, in
Calendario del R. Osservatorio astronomico di Roma; Sul concetto di probabilità
presso i Greci – Grice PROBABILITY – Sul concetto di probabile presso i Greci e
presso Grice -- Giornale dell’Istituto italiano degli attuari; Origini della
scienza. Tre saggi, Roma. V. conduce studi di rilievo sui manoscritti inediti
di Leibniz – citato da Grice come l’inventore del dogma ‘analitico-sintetico’
-- Sui manoscritti inediti di Leibniz, Bollettino di bibliografia e storia
delle scienze matematiche --, ispirando Couturat -- curatore di una raccolta di
inediti leibniziani -- a proseguirne il lavoro -- Carruccio. Lascia il suo
incarico a Torino per divenire assistente di mineralogia a Genova. Nel
capoluogo ligure riprende anche l’attività politica: è difatti consigliere
comunale fin quando torna brevemente a Torino, ancora in qualità di assistente
di Peano. Tuttavia, egli comincia a dedicarsi con energia alla sinologia. È
probabilmente con le ricerche su Leibniz che V. inizia a coltivare il suo
interesse per la Cina. il filosofo e matematico di Lipsia si è infatti
interrogato sull’eventualità che il sistema binario è stato in qualche modo
intuito già nel Libro dei mutamenti -- Yi Jing, noto anche come I Ching --, uno
dei più antichi testi classici cinesi, che la tradizione vuole composto alla
fine del secondo millennio a.C.-- Lioi. Un incontro avuto con due missionari di
ritorno dalla Cina, in occasione di una esposizione di arte sacra a Torino,
contribuì forse ad alimentare ulteriormente la curiosità di V., che tenne al
Congresso di scienze storiche un intervento Sulla storia della numerazione
binaria, nel quale l’idea di Leibniz è ripresa e discussa. Decide di
trasferirsi a Firenze per seguire le lezioni di Puini, docente di storia e
geografia dell’Asia centrale nel R. Istituto di studi superiori, con
l’intenzione di approfondire la conoscenza della lingua e della letteratura
cinesi -- visto che mi riusciva abbastanza, come scrive egli stesso -- lettera
al barone Guido Amedeo Vitale, in Lioi. A testimonianza del corso che intende
dare ai suoi studi, usce il suo articolo Sulla matematica degli antichi cinesi,
in Bollettino di bibliografia e di storia delle scienze matematiche. V, profuse
il suo impegno nel reperire le risorse per un viaggio in Oriente: è sua
convinzione che fosse necessario recarsi sul posto e rimanervi un certo periodo
di tempo per avere una visione più chiara di quale fosse stata la storia del
pensiero matematico in Cina. Non sfuggivano allo scienziato gli altri
potenziali vantaggi che un simile progetto poteva comportare per l’Italia in
generale. Fra gli obiettivi della sua spedizione egli elenca infatti anche lo
studio del commercio in Cina e dell’influenza delle varie nazioni europee e del
Giappone sul paese specialmente dal punto di vista degli interessi italiani -- lettera
al professor Nocentini -- Lioi. Per realizzare il suo progetto, V. intende
soggiornare per non meno di un anno in Cina, preferibilmente nell’interno del paese,
lontano dalle influenze occidentali, convinto che soltanto con una lunga
residenza in un luogo determinato sembra possibile il rendersi conto della vita
del paese e poter raccogliere delle notizie connesse. Dopo aver ricevuto, non
senza alcune difficoltà, l’appoggio economico – fra gli altri – dell’Accademia
dei Lincei, della Società di esplorazioni commerciali di Milano e del ministero
dell’Istruzione, V. salpa da Genova alla volta di Shanghai. Il viaggio in Cina
dura circa un anno e mezzo. Arrivato a Shanghai, V. si sposta presto a Pechino,
dove rimase per qualche mese; da lì si recò a Hankou, oltre 1000 km a sud,
nella provincia di Hubei, poi – risalendo il Fiume Azzurro – a Yichang, 200 km
a ovest, nella stessa provincia. Prosegue il percorso lungo il fiume in giunca,
per oltre 450 km, fino ad arrivare – dopo quaranta giorni di navigazione – a
Chongqing, nel Sichuan, da dove raggiunse finalmente la sua destinazione a
Chengdu, 300 km più a ovest, dopo un viaggio di dodici giorni in portantina. Rimase a Chengdu fino a quando ripartì alla
volta di Xi’an, nella provincia di Shaanxi, dove giunse dopo un mese di
viaggio; proseguì poi verso est fino a Pechino. Salpa per il viaggio di ritorno
da Shanghai. Nonostante avesse pensato di intraprendere altri viaggi, V. non
torna mai più in Cina. Divenne però un sinologo di grandissima importanza per
lo sviluppo della disciplina in Italia. A lui si devono oltre sessanta
pubblicazioni di carattere sinologico e orientalistico, fra cui – oltre al già
citato Origini della scienza – è utile ricordare La scienza nell’estremo
oriente, in Scientia, e L’Asia orientale ed i problemi dell’ora presente, in
Atti della Società italiana per il progresso delle scienze. Della sua esperienza in Oriente, lascia un
diario e numerosi appunti. Una volta tornato in Italia, inoltre, si impegna a
diffondere le conoscenze acquisite per mezzo di numerose conferenze e
relazioni. Dai suoi scritti emerge la lucidità di pensiero di un osservatore
libero da molti di quei preconcetti eurocentrici che affliggevano – è lo stesso
V. a sostenerlo – molti viaggiatori occidentali; la Cina che si vede nei suoi
resoconti è un Paese che attraversa una fase di grande trasformazione, ma ricco
di potenziale e pronto ad aprire un’importante stagione di crescita. Tale sviluppo era del resto auspicato da V.:
«Per noi italiani soprattutto non v’ha dubbio che ci convenga di avere nella
Cina una nazione forte, ricca ed indipendente. Lasciando anche da parte le
considerazioni d’indole sentimentale, come le chiamano è nel nostro interesse
materiale, cioè nell’interesse delle nostre industrie e dei nostri commerci, di
avere un posto a lato delle altre nazioni più forti di noi, e questo posto
possiamo averlo soltanto se la Cina è forte; perché, in caso di una divisione
della Cina, all’Italia non spetterebbe nulla -- Lioi. Più volte si riscontra, negli scritti di V.,
il rammarico per la scarsa presenza italiana in Cina: già in una lettera a
Nocentini, scritta da Hankou – oggi parte della conurbazione di Wuhan –,
osserva che «una sola cosa importante mi pare di aver potuto vedere finora, ed
è cioè la deficienza dell’azione italiana. Qui c’è un piccolo gruppo, ma
attivo, di negozianti che fanno bene, e faranno di più e molto quando saranno
meglio aiutati. Ciò che tutti qui domandano è una linea di navigazione diretta
con l’Italia. Il matematico genovese si mostra particolarmente amareggiato nel
constatare l’insufficienza dell’azione missionaria cattolica, soprattutto
quella condotta dagli italiani, in confronto all’agire dei missionari
protestanti. Mentre questi fanno un’importante opera di diffusione della
cultura europea, quelli fatte le debite eccezioni, non insegnano nulla, hanno
vergogna di essere italiani e non conoscono l’italiano. Ancora molti anni dopo,
V. scrive una lunga relazione al ministro della Pubblica Istruzione, invocando
maggiore attenzione per la sinologia in Italia; fu anche grazie al suo operato
che venne fondato l’Istituto italiano per il Medio ed Estremo Oriente. V. ricevette l’incarico di insegnare storia e
geografia dell’Asia orientale a Roma, dove rimane fino a quando allorché
divenne ordinario del medesimo insegnamento presso Firenze, succedendo a Puini.
Poco dopo fu trasferito nuovamente a Roma, mantenendo la cattedra come
ordinario fino al raggiungimento dei limiti d’età. Sposa Virginia De Bosis,
conosciuta presso la Scuola Orientale di Roma; dal matrimonio nacquero Ernesta e
Roberto. Muore a Roma. Fonti e Bibl.: Gli scritti autografi di V.
sono in parte rimasti ai suoi eredi, ai quali va il merito di averli resi
disponibili (si veda a questo proposito Lioi) mentre in parte sono confluiti in
vari fondi: Città del Vaticano, Biblioteca apostolica Vaticana, Fondo Vaticano
Estremo Oriente; Roma, Accademia dei Lincei, Carteggio G. Vacca-V. Volterra;
Torino, Biblioteca speciale di Matematica, Fondo Peano-Vacca; Cuneo, Biblioteca
civica, Fondo Giuseppe Peano. Il figlio di Giovanni Vacca, Roberto, ha inoltre
raccolto molti materiali sul padre in Memi, libro pubblicato sotto forma di
e-book printandread.com, oggi non più consultabile). L. Campolonghi, Il viaggio di uno studioso
nella Cina, in Secolo, Bertuccioli, Un sinologo scomparso, G. V., in L’Italia
che scrive, Cassina, G. V., in Archives internationales d’histoire des
sciences, V., la vita e le opere, in Rendiconti dell’istituto lombardo di
scienze e lettere - classe di scienze matematiche e naturali, (con bibliografia
degli scritti matematici di V.); Mackenzie - Fantappiè, V., in Responsabilità
del sapere, Petech, G. V., in Rivista degli studi orientali, con bibliografia
dei lavori di Vacca di ambito sinologico-orientalistico); E. Carruccio, V.,
matematico, storico e filosofo della scienza, in Bollettino dell’Unione
matematica italiana, Vailati, Epistolario a cura di G. Lanaro, Torino; Lettere
di Giuseppe Peano a V., a cura di Osimo, Milano; L’archivio storico
dell’Università di Genova, a cura di R. Savelli, Genova; Lettera a G. V., a
cura di P. Nastasi, Palermo; E. Luciano - C.S. Roero, Peano e la sua scuola fra
matematica, logica e interlingua. Atti del Congresso internazionale di studi.
Deputazione subalpina di storia patria, Torino con ampia bibliografia e
informazioni biografiche); E. Luciano, G. V.’s contributions to the
historiography of logic, in L&PS – Logic and philosophy of science, Lioi,
Viaggio in Cina Diario di G. V., Roma (con ampia bibliografia).The phrase ‘Grice
italo’ is meant as provocative. An
Old-World philosopher like Vacca – or indeed Vaccarino -- would never have imagined to be compared to a
tutor at a varsity in one of the British Isles, but there you are! It is meant
as a geo-political reminder, too. Many Italian philosophers have been educated
in a tradition that would make little sense of Vacca as a ‘Grice italo,’ but
there you are. My note is meant as a tribute to both philosophers. Grice has
been deemed an extremely original philosopher, and by Oxford canons he
certainly was. He was the primus inter pares at the Play Group, the epitome of
ordinary-language philosophy throughout most of the twentieth century. His
heritage remains. Vacca’s place in the history of philosophy is other. But
there are connections, and here they are. Filosofo italiano. A differenza del deutero-esperanto di Grice, non usato
ma da Grice, il latino sine flexione è utilizzato anche da altri filosofi come
VACCA (si veda), in Sphoera es solo corpore, qui nos pote vide ut circulo ab
omne puncto externo, LAZZARINI (si veda), in Mensura de circulo iuxta
Leonardo[VINCI (vedasi) Pisano, e PANEBIANCO (vedasi) che discute proprio della
lingua internazionale nell'opuscolo “Adoptione de lingua internationale es
signo que evanesce contentione de classe et bello” (Padova, Boscardini). Vedasi
ALBANI, BUONARROTI. PANEBIANCO (vedasi) è anche un grande appassionato di
Esperanto, tanto che è solito firmarsi "esperantista socialista".
Quest'ultimo, come si evince anche dal titolo della sua opera, vede nella
lingua internazionale un modo per mettere la parola fine ai contrasti
internazionali, e in particolare al capitalismo spietato. Inter-linguista,
quale que es suo opinione politico aut religioso es certo precursore de novo
systema sociale. Isto novo systema, in que homines loque uno solo lingua magis
facile, commune ad illos non pote es actuale systema de "homo homini
lupus", sed es systema sociale in que toto homines fi socio. Per ben
adempiere a un tale compito, la lingua perfetta di PANEBIANCO (si veda) deve
seguire gli stessi principi di quella di P. Es evidente que essendo id sine
grammatica, id es de maximo facilitate et simplicitate. Ergo, es per illo quasi
impossibile ad fac ambiguitate, excepto ad praeposito [“As when the
conversational maxim, ‘avoid ambiguity’ is FLOUTED for the purpose of
bringining in a conversational implicature”]. Etiam es multo plus rapido compone et scribe in isto
lingua que in proprio lingua nationale. Si capisce allora che egli auspica che
il latino sine flexione assurga a lingua di comunicazione non solo
internazionale, ma anche quotidiana, e forse i suoi auspici si spingono sì
avanti che lo vorrebbe elevato a lingua naturale, lingua madre di tutti i
popoli. Nome compiuto: Giovanni Vacca. Vacca. Keywords: Deutero-Esperanto,
implicatura, ragione conversazionale. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Vacca,”
The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vaccarino:
all’isola -- la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’errore
del filosofo – scuola di Pace del Mela – filosofia siciliana -- filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Pace
del Mela). Abstract.
Keywors: costruzione. The phrase ‘Grice italo’ is meant as provocative. An
Old-World philosopher like Vaccarino would never have imagined to be compared
to a tutor at a varsity in one of the British Isles, but there you are! It is
meant as a geo-political reminder, too. Many Italian philosophers have been
educated in a tradition that would make little sense of Vaccaro as a ‘Grice
italo,’ but there you are. My note is meant as a tribute to both philosophers.
Grie has been deemed an extremely original philosopher, and by Oxford canons he
certainly was. He was the primus inter pares at the Play Group, the epitome of
ordinary-language philosophy throughout most of the twentieth century. His
heritage remains. Vaccarino’s place in the history of philosophy is other. But
there are connections, and here they are. Filosofo siciliano. Filosofo italiano. Pace del Mela, Messina,
Sicilia. Essential Italian philosopher. Grice: “I appreciate his metaphor of the ‘chemistry of
the mind,’ la ‘chimica del pensiero,’and the idea that philosophers commit only
ONE mistake (“l’errore dei filosofi”)!” Flosofo Figlio del titolare di un importante saponificio. Laureato a Milano.
Fonda “Sigma” pubblicata a Roma. Fonda “Methodos”, trimestrale di metodologia e
di logica simbolica. Si occupa prevalentemente di logica ed
epistemologia. Pubblica una serie di articoli sulla rivista Archimede su
invito di GEYMONAT. Abilitato alla libera docenza in filosofia della scienza,
ma assorbito dai suoi studi e da altre attività non si dedica all'insegnamento.
Ha incarico di tenere il corso di storia della filosofia antica presso Messina.
Riceve anche quello di filosofia della scienza. Nominato professore associato
di filosofia della scienza, ma non ottenne mai la cattedra di ordinario.
Partecipa a vari congressi. In quello di Amsterdam ha l'occasione di conoscere
Bochenski e incaricarlo di dirigere la sezione di logica simbolica di Methodos.
A quello di Parigi partecipa insieme con CECCATO (vedi), SOMENZI (vedi), e
LANDI (vedi), con i quali era in stretti rapporti di amicizia. Contribusce alla
fondazione della rivista Methodologia nata per iniziativa della Società di cultura
metodologica operativa a Milano, presieduta da Accame. Molto vicino alle vedute
filosofiche dei neo-positivisti, ma in seguito si capì che per dare soluzione
ai problemi posti dalla tradizionale filosofia bisogna anzitutto effettuare
un'indagine sul metodo scientifico onde spiegare perché è l'unico considerabile
come valido. Sviluppa in questo senso sulla “Sigma” una teoria che chiama
della "meta-conoscenza", in quanto ricondotta a una disciplina avente
per oggetto la conoscenza. Successivamente si convince che per procedere in
modo effettivamente scientifico bisogna eliminare ogni a-priorismo effettuando
un'analisi sistematica dei significati di tutte le parole di cui ci avvaliamo e
riconducendoli alle operazioni da cui sono costituiti. Sotto questo profilo i
suoi interessi si incontrarono con quelli di CECCATO e della scuola opperativa.
Ma mantenne una posizione autonoma, ritenendo che la ricerca di base deve
puntare su una semantica e non su una ricerca di tipo cibernetico, come invece
sostene CECCATO. Però accetta e condivide il concetto che bisogna
occuparsi del modo come operiamo a livello mentale per descrivere i
significati. Perciò respinge vedute allora in auge, come quelle della filosofia
analitica, che riconducendo il SIGNIFICATO semplicemente all’USO che se ne fa
parlando, li lascia in analizzati assumendoli implicitamente come prius, in
quanto tali, dogmatici. Si dedica assiduamente a queste ricerche, pervenendo
alla elaborazione di un metodo generale di analisi dei significati. Le sue
ricerche conduce, tra l'altro, all'introduzione di una formulistica idonea alla
definizione delle operazioni mentali, prospettando una sorta di chimica della mente.
La vastità e la complessità delle sue indagini lo costringe a procedere a molti
ripensamenti e revisioni. Pubblica “La chimica della mente” (Carbone,
Messina), in cui espone i principali risultati a cui e pervenuto. Vince il premio
L'Inedito con il racconto “Lo sporco”, pubblicato da Marsilio. Prospetta
ampliamenti e modifiche delle sue teorie nel saggio “Analisi dei significati” (Armando,
Roma). Pubblica “Scienza e semantica costruttivista -- Cooperativa Libraria
Universitaria del Politecnico, Milano -- dedicato a una critica di correnti
vedute professate da filosofi della scienza. I suoi interessi si rivolgeno
anche alla codificazione di una logica contenutistica in grado di fissare i
criteri di compatibilità e incompatibilità tra i significati in riferimento
alle loro operazioni costitutive. In tal modo la logica diviene una filiazione
della semantica. La summa dei suoi lavori di semantica è pubblicata in “Dalle
operazioni mentali alla semantica” (Ciddo, Rimini). Nella prefazione al volume
Introduzione alla semantica edito da Falzea a Reggio Calabria, si lo considera
l'ultimo dei grandi illuministi. Altri saggi: “L'errore dei filosofi” (D'Anna,
Messina); “Introduzione alla semantica” (Falzea, Reggio Calabria); “Scienza e
semantica” (Melquiades, Milano); “Prolegomeni”, “Lo sporco. Il pulito, duepunti
edizioni. Repubblica Semantica Filosofia
della scienza Centro Di Didattica
Operativa onlus, su ciddo. Methodologia on-line, su methodologia. AGON Giordano V.:
UNO STORICO DELLA FILOSOFIA ANOMALO ABSTRACT. V. è un filosofo originale,
collocabile all’interno della scuola operativa italiana. Il lavoro prende in
esame alcuni giudizi di V. sui filosofi
del passato – principalmente Idealisti e Neoidealisti – che permettono,
proprio attraverso il confronto
storiografico, di chiarire meglio le posizioni filosofiche del pensatore
siciliano. ABSTRACT. Giuseppe Vaccarino
was an original philosopher of the “Scuola Operativa Italiana”. The essay analyses how Vaccarino
judged other philosophers – e.g. German
and Italian Idealists. Through an
historiographical comparison, these judgements explain and clarify the positions of the Sicilian philosopher.
V. è stato un punto di riferimento
della Scuola Operativa Italiana, un
filosofo a pieno titolo, con un pensiero ricco di spunti originali1. Ma nella sua attività è capitato si facesse pure
“storico della filosofia”, anche se
certamente in maniera un po’ anomala. Infatti, tutto si può dire di
Vaccarino, ma non che sia uno storico
della filosofia. Eppure, neanche questo è vero.
Due premesse: 1. la storia della filosofia è storia particolare, storia
non di “fatti”, ma di idee; essa non può
essere proposta senza la guida di un “problema
filosofico”; tutti i pensatori originali hanno sentito la necessità di
porre il 1Già questo giustificherebbe
l’interesse storiografico per il suo pensiero; ma questo è stato l’anno della scomparsa di V., e ha segnato
anche il quarantaquattresimo anno
dell’istituzione dell’insegnamento di Filosofia della scienza presso la
Facoltà di Lettere e Filosofia (ora
Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne) dell’Università di Messina; insegnamento voluto dal filosofo crociano
Raffaello Franchini proprio per Giuseppe
Vaccarino, che lo avrebbe tenuto poi fino al pensionamento. proprio
pensiero al banco di prova del passato per segnare la propria innovazione teoretica e illuminarla nel
confronto con i precedenti, in una
versione storiografica dello spinoziano omnis determinatio est
negatio. Vaccarino non si sottrae a
tutto ciò; anzi, la sua originalità filosofica, il suo sforzo di pensiero, emerge ancor più quando
si confronta con i filosofi del passato,
quando si fa, in certa misura, storico della filosofia. Ovviamente, le pagine di Vaccarino in cui il pensatore si
confronta con la storia della filosofia
occidentale non costituiscono, a rigore, vera storiografia filosofica,
sono delle carrellate, dei giudizi
concisi e argomentati, rapidi ancorché puntuali. Piuttosto – si parva licet componere magnis –, come
Husserl nelle pagine della Crisi delle
scienze europee, Vaccarino storico della filosofia guarda il passato
alla luce esclusiva del suo problema e
della sua soluzione. Vaccarino ritiene
la filosofia tradizionale giunta a un punto di non ritorno, incapace di dare risposte valide di carattere
universale; e questo perché è convinto
che il compito della filosofia sia, come la scienza tradizionale, di fornire soluzioni universali e definitive
agli interrogativi che l’uomo pone. Il
cuore del problema è la questione della conoscenza, che va trattata e affrontata alla radice. La scelta di
Vaccarino – che segue in ciò l’orientamento della Scuola Operativa Italiana – è
quella di un nuovo approccio: «Sono
convinto che per uscire dalle difficoltà bisogna sostituire un punto di
vista operazionistico-costruttivistico a
quello che presuppone la ricezione da parte
dell’uomo di entità che sarebbero già per conto loro presenti in un
mondo precostituito»2. L’operazionismo italiano non ha nulla a che
vedere con quello del fisico Percy W.
Bridgman3, per il quale il concetto va “semplicemente” tradotto in operazioni di misura4, in quanto questo
operazionismo non ha interessi per una
semantica fondamentale, per la ricerca cioè della costituzione, dai
fondamenti, della conoscenza.
L’approccio operativo di Vaccarino è invece proprio una semantica che deve occuparsi dell’analisi
delle operazioni mentali costitutive dei
significati: «La semantica, nel senso da me inteso, è la scienza che analizza
le operazioni costitutive dei
significati ed in particolare quelle mentali. Essa perciò ha il compito di occuparsi delle singole
parole e delle loro correlazioni, ma deve
2G. VACCARINO, La nascita della filosofia, Società Stampa Sportiva, Roma
BRIDGMAN, La logica della fisica moderna, introduzione e trad. di V. Somenzi [1965], Boringhieri, Torino
1984. 4Riandando alle vicende del primo
incontro con l’operazionismo di Bridgman e come Silvio Ceccato subito sgombrasse il campo
dall’equivoco di una identità di vedute, Vaccarino ricorda come «l’impegno operazionista, nel
senso della Scuola Italiana, impone, giusto
all’opposto [delle tesi di Bridgman o di quelle del Wittgenstein delle
Ricerche Filosofiche] la ricerca delle
operazioni costitutive di tutti i significati, distinguendo, tra l’altro, i
mentali, dai fisici e dagli psichici V.,
Analisi dei significati, Armando, Roma anche intervenire in specifici campi, ad
esempio quelli della logica, della
matematica, ecc., quando ci si occupa dei cosiddetti “fondamenti”.
Infatti si tratta in tutti i casi di
significati da analizzare con un metodo che deve essere univoco se effettivamente in grado di
descrivere come si svolge l’attività
mentale. Comincia già a intravedersi un distacco netto da tutta la
precedente tradizione filosofica,
segnata dal non avere capito in che cosa deve consistere e di che cosa si deve occupare la ricerca. I
filosofi hanno sbagliato perché non
hanno colto lo scopo delle loro indagini: «Si tratta di analizzare cosa
fa la nostra mente quando costituiamo i
significati corrispondenti ai significanti delle espressioni linguistiche invece di
identificarli con pretesi oggetti o concetti per conto loro presenti nella realtà. In questo
senso parlo d’errore dei filosofi.
Quello che viene qui segnalato è quell’errore dei filosofi – a cui
Vaccarino dedicherà un volumetto sul
quale ci soffermeremo più avanti7 – definito da
Ceccato il raddoppio conoscitivo. In sostanza» – dice V. – si V., Analisi dei significati V., La nascita
della filosofia, V., L’errore dei filosofi, D’Anna, Messina-Firenze CECCATO, Un
tecnico fra i filosofi, Come filosofare: Come non filosofare, Marsilio, Padova. Sull’errore del
“raddoppio conoscitivo” e sul suo pensa che quando si vede, ad esempio, un
foglio posto davanti, i fogli siano due,
l’originale nella “realtà” fisica e una copia nella mente. Avremmo una
diretta cognizione della copia che è
dentro di noi e da essa verremmo a “conoscere”
come è fatto l’originale. La
filosofia tradizionale si è sempre posta nella prospettiva di un conoscere che fosse, con declinazioni diverse, una
adæquatio rei et intellectus.
L’operazionismo, invece, costituisce un punto di vista che si pone «in
netta opposizione con quello di gran
parte della filosofia tradizionale, che già a partire dal mondo greco ha assunto alcuni o tutti i
significati come manifestazione di una
“realtà”, di cui l’uomo sarebbe passivo spettatore. I nomi non appartengono naturaliter alle
cose; «bisogna partire dall’analisi dei
significati per rendersi conto di come sono costituiti e quindi passare da essi alle parole. Il filosofo semanticista,
allora, «deve trovare come costruiamo i
significato oggi, alla luce, ad esempio, di teorie come quelle sui
neuroni-specchio, si veda LEONARDI, Il raddoppio conoscitivo, in
www.mind-consciousness-language.com V., Analisi dei significati V., La nascita
della filosofia, V., Analisi dei significati significati operando mentalmente e
non già considerare come essi possano
provenire da pretese relazioni che li precedano. L’analisi dei significati si pone a un
livello basilare, di costituzione “pura”,
universale, che solo poi avrà concretizzazione in parole; siamo quindi a
un livello unitario al di sopra delle
singole lingue. È per questa via che, secondo
Vaccarino, si può fare una scienza della filosofia, universale e
non condizionata in maniera contingente.
Si tratta, ovviamente, di un “sogno della
ragione”, di una forma sofisticata di riduzionismo (fatto che deve
essere tenuto presente, leggendo poi
certi giudizi sui filosofi del passato). È infatti convinzione di Vaccarino che, «passando da
una lingua all’altra si riscontra che:
a) la maggior parte delle parole hanno un corrispettivo univoco; b)
in generale i termini linguistici hanno
un significato corrispondente passando da
una lingua all’altra; c) di conseguenza risulta inaccettabile l’ipotesi
di Sapir-Whorf secondo la quale ogni
lingua sarebbe caratterizzata da una
metafisica interiore già al livello del significato delle singole parole
e perciò comporterebbe una visione del
mondo peculiare. Egli osserva infatti che, per rendere efficace e concreta la
filosofia, «quel che occorre non è una
“filosofia della scienza”, ma una “scienza della filosofia. AGON L’approccio
operativista di Vaccarino – che ha avuto riconoscimenti anche presso studiosi
non italiani– si colloca quindi in un orizzonte di senso antistoricista16 e, soprattutto, radicalmente
riduzionista. Se è vero, infatti, che il
filosofo di Pace del Mela vuole «fornire un’alternativa costruttivista
al tradizionale realismo, sia esso
fisicalista che ontologico, è anche vero che egli vuole “costruire” uno schema universale e
definitivo delle modalità costitutive
della semantica del conoscere. In
un libro degli anni Novanta del secolo scorso, La nascita della filosofia, V. fa una dichiarazione importante ai fini
del suo rivolgersi alla storia della
filosofia. Scrive: «Avverto di non essere uno storico e che mi occupo ad esempio,
FOERSTER–GLASERSFELD, Come ci si inventa. Storie, buone ragioni ed entusiasmi di due
responsabili dell’eresia costruttivista, trad. di T. Lelgemann, Odradek, Roma V. arriva a
scrivere: «Non considero infatti il passato madre e nutrice del presente, ma ad esso mi rivolgo solo in quanto mi porta
a contatto con autori le cui vedute hanno ancora interesse. Altrimenti non ci sarebbe alcun
motivo per riesumare il loro pensiero» V., La nascita della filosofia Per
un’idea più chiara delle tesi di Vaccarino, oltre ai testi citati, rinvio a: La
mente vista in operazioni, D’Anna,
Messina-Firenze; La chimica della mente, Carbone, Messina; Scienza e semantica costruttivista, Clup,
Milano; Prolegomeni, Società Stampa
Sportiva; Scienza e semantica, Melquiades, Milano. Per l’elenco completo delle opere di Vaccarino
rimando al Supplemento n. 2 a “Illuminazioni compu.unime.it. dell’ermeneutica
degli antichi testi solo alla luce di quanto da essi può essere ricavato alla luce della mia
semantica»19. La prospettiva che si
dischiude è allora quella di una lettura della filosofia passata sulla base esclusiva della
constatazione della sua erroneità rispetto alle
proposte costruttiviste e operazioniste del nostro. Ritorniamo così all’errore dei filosofi, a
cui Vaccarino ha dedicato, come si
diceva, un breve ma denso lavoro. È a questo libro che adesso mi
affiderò, cercando di seguirne
l’argomentazione e analizzarne alcuni passaggi relativi alla filosofia moderna e contemporanea,
segnatamente all’Idealismo tedesco e al
Neoidealismo italiano. Il punto
di partenza è la denuncia, appunto, di un generale “errore filosofico”, cioè «la credenza che in una
metaforica “realtà” si trovi presente
quanto proviene dall’attività mentale costitutiva»20. La storia della
filosofia sarebbe segnata dal
perpetuarsi di questo errore e dall’avvertire il disagio del “raddoppio conoscitivo”, senza peraltro
proporre il giusto rimedio: l’analisi della
semantica costitutiva. Scrive Vaccarino: «La filosofia, in quanto prende
per oggetto di studio l’attività mentale
od un particolare pensiero, si trova V., La nascita della filosofia, V.,
L’errore dei filosofi, ccostantemente nella necessità di dover giustificare od
aggirare l’errore. Ne segue che, se da
una parte la mettiamo sotto accusa, dall’altra dobbiamo riconoscere che è stata l’unica disciplina ad averne
avuto sentore costituendo i precedenti
storici cui collegare l’analisi dell’attività mentale. Non suoni perciò
irriverente la domanda: “I filosofi commisero
un errore?”. Senza le loro geniali ricerche,
oggi non saremmo in grado di proporre una scienza del pensiero»21. La filosofia nasce, dunque, segnata dal
fardello della contraddizione interna
del raddoppio conoscitivo; cioè quella contraddizione che «comporta che
il contenuto del “conoscere” anteceda il
“conoscere” da cui proviene. E il
problema della conoscenza è uno dei primi a sorgere in ambito filosofico
proprio per le difficoltà avvertite a
causa del raddoppio conoscitivo23. Sorgono le
questioni sul significato dei termini (si pensi a “verità” o
“conoscere”), che finiscono per essere
adoperati metaforicamente anziché “operativamente”24; fino Osserva V.: «Ad
esempio, si intese con “verità” l’adeguazione del percepito interno a quello esterno, mentre correntemente questa
parola significa solo che, ripetendo un certo
operare, i risultati ottenuti sono uguali ai precedenti. L’equivoco si
ha già per il termine “conoscere”. Nel
linguaggio corrente esso indica semplicemente che si è in grado di fare
una cosa in quanto già fatta e
ricordata, cioè che la stessa attività si rende ripetibile nel tempo. Si dice in questo senso che si “conosce” il
latino, si “conosce” Parigi, si “conosce” il signor Rossi, ecc. Invece nell’uso filosofico il
“conoscere” venne a designare il contraddittorio ad arrivare, al culmine della
filosofia moderna, ad esempio con Kant, a tentare, per contrastare la contraddittorietà del
“raddoppio”, «di sostituire alla “realtà”
data l’attività della mente o di un suo surrogato. Ci si limitò ad
attaccare la datità del fisico per
sostituirla con qualcosa di mentale, che perciò veniva necessariamente distorto, facendo intervenire
metafore irriducibili. Prima di passare
ai giudizi di Vaccarino sui filosofi Idealisti e Neoidealisti – caso esemplare
che voglio riportare – è opportuno vedere le vesti assunte dall’errore filosofico. Detto in altri
termini, Vaccarino individua le fattispecie
dei fraintendimenti che la filosofia ha compiuto dell’attività mentale
costitutiva (dei significati), mostrando
le erronee posizioni che ne derivano. Le tre forme principali di filosofia frutto dell’“errore”
sono il realismo, lo spiritualismo e
l’ontologismo26, i quali (a seconda che si riconducano alla sfera
fisica, psichica o mentale) generano e
si presentano come: realismo, fisicalismo,
rapporto tra il percepito interno e l’esterno, tra il cognito e
l’incognito. Si parla di “adeguazione”
ma il confronto tra un termine presente e uno assente è ineseguibile. I
filosofi, adoperando la parola
“conoscere”, hanno preteso di approfondire il suo significato corrente, invece l’hanno resa irriducibilmente
metaforica comportamentismo; spiritualismo, antropomorfismo,
psicologismo-empirismo positivismo; ontologismo, idealismo,
fenomenologia27. Sulla base di questo
schema, Vaccarino percorre tutta la storia della filosofia, segnalando, da una parte, il
perdurare dell’errore, ma sottolineando,
dall’altra, i meriti di certi filosofi, come ad esempio Cartesio, che
avrebbe capito che il raddoppio conoscitivo
«non può aversi per il pensiero, perché di esso
siamo “introspettivamente” consapevoli; o Berkeley, che arriverebbe
quasi a eliminare il raddoppio
conoscitivo, ma non riesce a riconoscere l’attività costitutiva del mentale (a prescindere da
come lo chiami)30. Vaccarino – per
tornare o andare finalmente ai giudizi sull’Idealismo tedesco e il Neoidealismo italiano –
asserisce che l’idealismo, come riduzione
del fisico al mentale, ha le sue radici sì in Kant, ma anche nel
razionalismo e Mostra una particolare attenzione, però, al pensiero antico,
forse perché è attraverso l’insegnamento
della filosofia antica che è entrato, tardivamente, nei ranghi universitari, e
alla filosofia antica dedica, come già
ricordato, il volume La nascita della filosofia. Per delle notizie sulle vicende biografiche di
Vaccarino rinvio a C. MENGA, Introduzione a V., Prolegomeni, vol. I, cit., e a
F. ACCAME, Prefazione a G. V., Scienza e
semantica V., L’errore dei filosofi nell’empirismo precedenti, ai suoi
occhi vere e proprie forme di idealismo.
Rileva infatti che, se «in senso etimologico idealismo è ogni soluzione
filosofica che attribuisce la datità
alle “idee”», allora idealismo è «quello che cerca nella mente le “idee”, considerandole innate, cioè
come datità, per così dire “interne”. Si
tratta della strada tentata da Cartesio, Leibniz ecc., che correttamente
si definisce razionalismo». Ma idealismo
è anche «quello che cerca sì le “idee”
nella mente, ma ritiene che si formino in essa in seguito alle
sensazioni. Si tratta dell’empirismo
psicologistico di Locke, Berkeley, Hume ecc..
Kant ha avuto il grande merito di avere compreso che l’attività mentale
può essere analizzata in modo
specifico33, ma «non si libera […] del pregiudizio dell’empirismo che il contenuto della
conoscenza ci venga dato esclusivamente
dai sensi»34. La “cosa in sé” è del resto, in questa prospettiva,
pesante indicatore della presenza di un,
pleonastico, raddoppio conoscitivo. È
qui che si innestano i giudizi sugli Idealisti “classici”. La posizione di Fichte, ad esempio, è quella di «un idealismo
soggettivistico, che si differenzia da
quello di Berkeley in quanto, auspice Kant, attribuisce la priorità al mentale invece
che allo psichico»35. Vaccarino rileva che non importa che Fichte parli di “io” anziché di “mentale”; il suo difetto
sarebbe, piuttosto, di non mostrare
attenzione alle modalità operative dell’estrinsecarsi dell’ “io”36, cioè
di non prendere in considerazione
l’attività costitutiva del mentale nel suo effettivo operare.
Schelling e Hegel, poi, vengono accomunati dal fatto di ritenere che
uno Spirito sia artefice di tutto, in
uno svolgimento dialettico articolato; ma proprio l’attenzione a questo svolgersi farebbe
trascurare loro le operazioni mentali
costitutive. Hegel, secondo
Vaccarino, avverte la necessità di studiare l’attività mentale, ma rimane invischiato nella
metaforicità dello schema dialettico38. Si
rende conto dell’errore del raddoppio conoscitivo, rimasto nel pensiero
di Kant, che separa il soggetto dalle
cose, interponendo il pensiero39. Infatti, con grande acume Hegel rileva che «il carattere
contraddittorio del raddoppio conoscitivo
rimane anche quando, come duplicato, si assume la cosa in sé, destinata
a restare al di là dei contenuti del nostro conoscere»40. È la soluzione che,
per Vaccarino, non funziona; il
ritenere, cioè, che il raddoppio conoscitivo si elimini con il «trasferire nell’in sé uno “spirito”
creatore, attribuendo ad esso la costituzione di tutte le cose. Hegel avrebbe di fatto operato una
ontologizzazione di tutto il mentale42,
considerando lo spirito una “supermente cosmica” che costituisce
tutto43. Agli occhi di Vaccarino,
l’avere Hegel “mentalizzato” la realtà costringe il filosofo a farsi storicista; cioè secondo il Nostro,
«mancando quale oggetto di ricerca il
pensiero come attività, ci si rivolge al pensato, che, in quanto si
riscontra già fatto prima, viene
considerato storico»44. Quello che è sembrato a molti interpreti il merito di Hegel – avere
congiunto ragione e storia – è indice, per
Vaccarino, del fatto che Hegel consegnerebbe la filosofia all’inutilità:
«Se Hegel avesse ragione, la filosofia
si ridurrebbe alla riesumazione di un errore, quello del raddoppio conoscitivo, e perciò
giustamente meriterebbe l’indifferenza, in
cui oggi spesso viene tenuta. Ma se ha torto, come siamo convinti, si
può fare tesoro della consapevolezza di quest’errore, per introdurre finalmente
lo studio scientifico del pensiero. Non
bisogna allora dimenticare che alla storia
appartiene l’irripetibile per i momenti temporali con cui è collegato;
alla scienza il ripetibile, che consente
la riprova e l’univocità delle soluzioni»45.
È l’idea di filosofia che è diversa: per Hegel, essa è la comprensione
per via di ragione di ciò che lo spirito
ha fatto, la filosofia «è il tempo di essa appreso in pensieri»46; per Vaccarino deve farsi
“scienza” (in senso classico) di
acquisizioni universali, statiche e ripetibili. Ecco allora contrapporsi
gli Operazionisti, che vogliono ottenere
un vocabolario e una grammatica per
descrivere le operazioni costitutive della mente, e Hegel, che invece
vuole una enciclopedia che racchiuda
tutti i contenuti secondo la logica dialettica47. Secondo Vaccarino, Hegel ha un merito palese:
quello di volere ricondurre nel
“mentale” categorizzazioni come “spazio”, “tempo”, ecc., che gli empiristi attribuiscono, sulla scia della scienza
galileiana, agli “osservati”48.
Naturalmente, nella prospettiva del filosofo operazionista, del “chimico
della HEGEL, Lineamenti di filosofia del diritto, a cura di G. Marini,
Laterza, Roma-Bari G. V., L’errore dei
filosofi mente”, «che le sue analisi siano sbagliate è un fatto, ma che si
tratti di categorie mentali e non di
risultati di ricerche naturalistiche, è un punto sul quale ha perfettamente ragione»49. Anche nei confronti degli Idealisti tedeschi
Vaccarino procede riconoscendo loro il
merito di avere percepito la presenza dell’“errore dei filosofi”, del raddoppio conoscitivo, ma
accusandoli di avere sempre sbagliato la
soluzione proposta al problema. A conti fatti, agli Idealisti «manca la concezione della mente come attività
costitutiva»50. Il tono non cambia
quando Vaccarino affronta gli Idealisti italiani, Croce e Gentile.
Benedetto Croce si rende conto dei limiti di una dialettica che
fagocita nella razionalità filosofica
tutto il reale, «perciò» – dice Vaccarino –
«ridimensiona le pretese dell’idealismo tedesco, ma contemporaneamente
lo impoverisce»51. Come è noto, Croce sostituisce alla visione
cuspidale hegeliana quella del circolo
dei distinti; egli cioè contrappone all’unità logico-filosofica dello spirito AGON
hegeliano, la complessità articolata di uno spirito che è logica, estetica,
morale e utilità. Questa volta, allora,
l’obiezione di Vaccarino rivela nettamente la sua impostazione, in un certo senso, kantiana,
nel ritenere cioè la mente unitaria e
definita rigidamente nelle sue strutture. Osserva infatti: «Come questa
partizione si possa conciliare con la
personalità unitaria degli uomini non è chiaro»52. In tale prospettiva diventa erroneo collocare
la scienza e i suoi concetti nella sfera
pratica, frutto, secondo Vaccarino, del fatto che il mondo naturalistico era rimasto fuori dall’attività
spirituale, e tuttavia Croce «non vuole
neanche abbandonare completamente la tesi idealista dello “spirito” onnicomprensivo»53. Così Croce finisce con
l’essere, agli occhi di Vaccarino (come
di larga parte della cultura italiana) un antiscientista radicale54. Torniamo, però, alla critica di Croce a
Hegel. Quello che Vaccarino sottolinea,
dal suo punto di vista, è che nel passaggio dai momenti contraddittori 52 Ibidem.
53 Ibidem. 54 La questione del
posto delle scienze nella filosofia crociana è ormai viziata da ondate di luoghi comuni, che hanno scagliato e
continuano a scagliare, per questo tema, “anatemi” sul filosofo napoletano. Vaccarino, con argomenti
propri, si colloca sul versante dei critici di
Croce. Per un quadro storiograficamente fondato e una ricostruzione
intellettualmente onesta del posto delle
scienze nella visione di Croce rinvio al fondamentale studio di GEMBILLO, Filosofia e scienze nel pensiero di Croce.
Genesi di una distinzione, Giannini, Napoli 1984, ma anche a GIORDANO, Ancora sulla
svalutazione crociana delle scienze, in “Diacritica diacritica.it/. di Hegel ai
distinti, se vi è una “correzione” del filosofo tedesco, che faceva sparire la diversità delle forme dello
spirito, vi è però un impoverimento, perché
sembrerebbe scomparire totalmente l’attività costitutiva55: lo spirito
si muoverebbe tra i suoi momenti, ma non
se ne vedrebbe la ragione profonda. Il
raddoppio conoscitivo, poi, rientra in Croce attraverso il suo storicismo. Osserva Vaccarino: «Lo “spirito” di Croce è
caratterizzato anch’esso da
un’interpretazione storicista. Egli attinge oltre che alla tematica
hegeliana anche alla Scienza Nuova di
Vico. La storia, a suo avviso, diviene depositaria della teoresi. Per sfuggire all’inevitabile
antinomia, vuole distinguere la “storia” quale
“realtà” operante, dalla “storiografia” fatta dallo storico. Ma così
cade nel raddoppio conoscitivo,
distinguendo la vera storia da quella degli storici»56. La distinzione tra storia come pensiero e
storia come azione, anziché proporre il
circolo vitale di conoscenza e prassi, metterebbe allora in evidenza ancora una volta la presenza erronea del
raddoppio conoscitivo. La critica si fa
ancora più incalzante e serrata con il motivare la mancanza del mentale (o spirituale) costitutivo in
Croce. Quando il filosofo napoletano
parla di intuizione o concetti che non possono essere non espressi,
mostra V., L’errore dei filosofi, secondo V. – di non distinguere «l’attività
mentale dalla sua semantizzazione»57.
Eppure, in Croce c’è un presentimento dell’attività primaria costitutiva, e risiederebbe nell’idea crociana
di “universale-concreto”, che
sembrerebbe mostrare «l’intuizione che le categorie devono prima
essere ottenute per potere essere
applicate»58. Ovviamente, questo è valido se non cogliamo che “universale-concreto” non è una
unione in scansione di successione
temporale, ma un vincolo reciproco in unità, per dirla con Edgar Morin, una unitas multiplex. Se Croce appariva antiscientista, nel quadro
di Vaccarino Gentile è
anticonoscitivista59. Da Hegel a Gentile l’Idealismo ha chiuso la sua
parabola. Il filosofo siciliano si
avvede della presenza del raddoppio conoscitivo nel postulare un pensiero concreto e un pensato
astratto. È per questo che Gentile
«sostiene che il pensante deve essere ricondotto a semplice “atto”, che
non riporti a sé alcun contenuto, cioè a
un “atto puro” (“attualismo”). Il soggetto può
essere concreto solo nell’atto di porsi, perché altrimenti si avrebbe
la trascendenza del contenuto a cui si
rivolge. In questo senso, a suo avviso, ogni pensato si degrada in astrazioni.
Bisogna decidere, per così dire, se il pensiero
debba essere tutto o nulla. Hegel lo vuole come tutto, artefice oltre
che del mentale anche del fisico.
Gentile, consapevole forse dell’inevitabile naufragio dell’idealismo, se tenta di spiegare i
fenomeni fisici, in quanto non dipendono da
chi li osserva, inclina a considerarlo nulla, cioè un atto puro. Con Gentile finisce la filosofia del
conoscere. E Vaccarino afferma che
«l’idealismo costituisce l’ultimo tentativo della filosofia tradizionale
di esorcizzare il raddoppio conoscitivo,
illudendosi di potere eliminare la cosa in
sé»61. Il grande merito di
Gentile è, allora, avere portato all’estremo l’idealismo, mostrando di fatto che la radice dell’errore
del raddoppio conoscitivo è nel problema
stesso del conoscere, come è stato posto sin dall’inizio della storia della filosofia62. Avere fatto emergere ciò è
anche il segno della possibilità di
prendere la “retta via”, perché – è la conclusione di Vaccarino – «se i
filosofi hanno commesso un errore,
possono però anche correggerlo. Arrivati alla fine del nostro percorso, alcune
brevi considerazioni. Vaccarino è un
pensatore di sconfinate letture, ma non uno storico della filosofia (in senso professionale). Si sarà notato che
i giudizi da lui formulati sono stati
presentati, ma poco o nulla commentati. Questo perché la sua lente
teoretica è molto distorcente e forza la
lettura nella sua specifica direzione. Sarebbe stato inutile discutere i giudizi in chiave
storico-filosofica; mentre è illuminante
leggerli per capire, e contrariis, il suo pensiero. In Vaccarino, in fondo, manca (volutamente)
proprio il senso della prospettiva
storica; ma è presente l’ansia di un ricercatore innovativo che vuole ben marcare la sua pretesa di originalità in
un confronto con il passato. Quella che
emerge è, dunque, la prospettiva teoretica e, come dicevo all’inizio, anche la storia della filosofia,
per avere un senso, deve essere
ricostruita alla luce di una problematizzazione filosofica. Altrimenti
essa non è che una “filastrocca di
opinioni”. Tutto si potrà dire delle pagine in cui Vaccarino ripercorre, dal suo punto di vista,
la storia del pensiero occidentale, ma
non che si tratti di un mero accostamento materiale di “medaglioni”, di
una, appunto, “filastrocca di opinioni”.
Tali pagine sono, piuttosto, un esempio di
filosofia militante che per affermarsi non può non fare, con grande onestà intellettuale, i conti con il passato. Nome compiuto: Giuseppe Vaccarino. Vaccarino.
Keywords: costruzione prammatica. Per il H. P. Grice’s Play-Group, The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza.
Luigi Speranza – GRICE ITALO; ossa, Grice e Vaccaro:
all’isola -- la ragione conversazionale e l’implicatura come eteropia – la
scuola di Palermo – filosofia siciliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza,
pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Palermo). Abstract. Keywords: signification. The phrase ‘Grice
italo’ is meant as provocative. An Old-World philosopher like Valiati would
never have imagined to be compared to a tutor at a varsity in one of the
British Isles, but there you are! It is meant as a geo-political reminder, too.
Many Italian philosophers have been educated in a tradition that would make
little sense of Vaccaro as a ‘Grice italo,’ but there you are. My note is meant
as a tribute to both philosophers. Grie has been deemed an extremely original
philosopher, and by Oxford canons he certainly was. He was the primus inter
pares at the Play Group, the epitome of ordinary-language philosophy throughout
most of the twentieth century. His heritage remains. Valiati’s place in the
history of philosophy is other. But there are connections, and here they are. Filosofo
siciliano. Filosofo italiano. Palermo, Sicilia. Essential Italian philosopher.
Grice: “My favourite of his books is ‘eteropie,’ a pun on homotopos.” Si
laurea a Palermo, inizia l'attività di docenza presso lo stesso ateneo prima
come professore a contratto, poi come ricercatore e come professore associato. Titolare
del corso di filosofia politica e supplente di scienza politica nella facoltà
di scienze della formazione dell'ateneo palermitano. -- è pro-rettore a Palermo
per la politiche di solidarietà sociale e di co-operazione per lo sviluppo. Inoltre
è condirettore della collana “Eterotopie” dell'editore Mimesis di Milano,
membro fondatore della Società italiana di filosofia politica” e del Centro
interdisciplinare in Bio-politica, Bio-economia e Processi di Soggettivazione a
Salerno. Vicepresidente dell'ONG palermitana della Cooperazione Internazionale
Sud-Sud. I suoi ambiti di ricerca si orientano sulla teoria critica
(soprattutto Adorno e Benjamin della Scuola di Francoforte) e sulla
decostruzione post-strutturalista francese (principalmente Foucault e Deleuze)
dai quali ricava strumenti di analisi da mettere alla prova nel campo della
globalizzazione, della governance e dei diritti umani. Saggi: “Decostruzione
di una realtà macchinica”, in Il camaleonte e l'iscrizione, Palermo, Ila Palma);
“Il capitalismo regolato statualmente”, curatela con Riccio e Caruso (Milano,
Angeli); “Oltre la pace” -- saggi di critica al complesso politico militare,
curatela con Magno (Milano, Angeli); “Adorno e Foucault: congiunzione
disgiuntiva” (Palermo, ILA Palma); “Il pensiero (check) anarchico (Verona, Demetra);
“Il secolo deleuziano” (Milano, Mimesis Edizioni); “Il pianeta unico” (Milano,
Elèuthera); “Anarchismo e modernità” (Pisa, BFS); “CruciVerba: lessico per i libertari”
(Milano); “Zero in condotta, Globalizzazione e diritti umani” (Milano,
Mimesis); “Biopolitica e disciplina” (Milano, Mimesis); “Lo sguardo di
Foucault” (Roma, Meltemi); “Governance e democrazia” (Milano, Mimesis). Vaccaro.
Prof. Salvatore delegato alle politiche di solidarietà sociale e di co-operazione
per lo sviluppo, su Università degli Studi di Palermo. Mimesis Edizioni: collane. Archiviato Palermo:
scheda docente., su scienze formazione.unipa. Biblioteca nazionale di Firenze:
catalogo autore., su opac. bncf.firenze..
Foucault: scheda autore., su portail-michel-foucault.org. La sfida
anarchica nel Rojava Santi, V. Come le idee di mio padre hanno aiutato i curdi
a creare una nuova democrazia Debbie Bookchin 2 L’eccedenza anarchica in
Kurdistan Salvo Vaccaro 3 Confederalismo democratico Una pratica di lotta e
organizzazione Raùl Zibechi 4 Visita nel Kurdistan siriano, Zaher Baher 5 La
trincea vergognosa 6 Kurdistan? G.D. & T.L. 7 La democrazia e la Comune: la
prima e la seconda Paul Simons 8 Kurdistan I paradossi della liberazione Janet
Biehl 9 Dilar Dirik e la rivoluzione delle donne curde a cura di Norma Santi 10
Rivoluzionari o pedine dell’Impero? Marcel Cartier 11 Intervista ai/le compagn*
del DAF (Azione rivoluzionaria an- archica) a cura della redazione di «Meydan» Conversazione
con un anarchico volontario delle YPG a cura della redazione del sito Rojavan
Poulesta 99 13 Conversazione con le combattenti YPJ di Kobane a cura di
Eleonora Corace Conversazione con i compagni dell’IRPGF a cura di Enough is
enough Non per il martirio di CrimeThinc All’interno della rivoluzione curda Intervista
con due anarchici Siria, anarchismo e Rojava Intervista con Graeber Come le
idee di mio padre hanno alutato 1 curdi a creare una nuova democrazia Debbie
Bookchin Un mite giorno di primavera, nel Vermont, stavamo chiacchierando con
mio padre, lo storico e filosofo Bookchin, come facevamo quasi quotidianamente.
Si parla di tutto e di tutti: amici, familiari e pensatori da Marx e Polanyi
(che ammira) all’allora presidente Bush (chi non l’ha fatto) e Smiley, il
personaggio immaginario di Carré con cui si identifica e ama. Si fermò, e di
punto in bianco rivelò quello che sembrava una strana notizia:
«Apparentemente», disse, «i curdi hanno letto il mio lavoro e stanno cercando
di mettere in prat- ica le mie idee». Lo disse in modo così casuale e
disinvolto che era come se non ci credesse davvero. Mio padre, all’epoca
ottantatreenne, aveva passato sessant’anni a scrivere centinaia di articoli e
ventiquattro libri articolando una visione anticapitalista di una società
ecologica, democratica ed egualitaria che avrebbe eliminato il dominio
dell'umano da parte dell’umano e avrebbe portato l'umanità in armonia con il
mondo naturale, un corpo di idee che chiamò «ecolo- gia sociale». Sebbene il
suo lavoro fosse ben noto all’interno dei circoli anarchici e della sinistra
libertaria, il suo nome era pressoché familiare. Inaspettatamente, quella
settimana, aveva ricevuto una lettera da un intermediario che scriveva a nome
dell’attivista curdo incarcerato Abdullah Òcalan, capo del Partito dei
lavoratori del Kurdistan (PKK). Come suo co-fondatore, unico teorico e leader
indiscusso, Ocalan aveva una reputazione straordinaria, ma nulla della sua ide-
ologia sembrava in alcun modo assomigliare a quello di mio padre. Fondato nel
1978 come organizzazione marxista-leninista rivoluzionaria, il PKK aveva
combattuto per trent'anni una guerra di rivolta per conto dei circa 15 milioni
di 2COME LE IDEE DI MIO PADRE HANNO AIUTATO ICURDI A CREARE UNA N curdi che
vivevano in Turchia e che hanno subito una lunga storia di violenza. Per
decenni, la Turchia ha proibito ai curdi di parlare la loro lingua, di indos-
sare gli abiti tradizionali, di usare i nomi curdi, di insegnare la lingua
curda nelle scuole o persino di suonare la musica curda. I curdi sono stati
regolar- mente arrestati e torturati per qualsiasi espressione della loro
identità culturale o opposizione all’ideologia della Turchia, un popolo, una
nazione, che ha avuto origine all’inizio del XX secolo, che ha trovato piena
espressione nel kemalismo e ha subito il governo autoritario del presidente
Recep Tayyip Erdogan e il suo partito islamista. Come gli altri movimenti di
liberazione nazionale degli anni ‘70, il PKK fu originariamente fondato per
conquistare uno stato indipendente curdo. Ha cercato di unire i curdi, la cui
patria di cinque millenni, una striscia di terra conosciuta come Kurdistan, era
stata arbitrariamente divisa tra Turchia, Iran, Iraq e Siria all’indomani della
prima guerra mondiale. Nei decenni suc- cessivi, è sembrato spesso come se
questi quattro paesi si fossero distinti per la competizione nell’infliggere
maggiore sofferenza alla sua popolazione curda. La violenza spasmodica, simile
a un pogrom a cui questi “nuovi” stati nazione hanno sottoposto i curdi,
incluse le gassazioni chimiche, i bombardamenti, i trasferi- menti forzati, le
devastazioni ecologiche e la demolizione di interi villaggi. Nei decenni
trascorsi, dal 1984, quando il PKK ha inziato la lotta armata, sono state
uccise circa 40.000 persone, la maggior parte dei quali erano curdi. Per tutti
quegli anni di lotta, Ocalan è stato il leader ideologico e organizzativo del
PKK. Nel 1999, Ocalan fu catturato in Kenya dopo essere stato costretto a
lasciare la Siria, dove aveva vissuto per vent’anni. Trasportato nella remota
isola turca di Imrali, nell’entroterra del Mar di Marmara, Ocalan fu processato
e condannato con l’accusa di tradimento. La sua condanna a morte è stata
commutata in ergastolo perché la Turchia stava cercando di entrare nell’Unione
europea, che si oppone alla pena capitale. Da allora, Òcalan è stato rinchiuso
in una cella di Imrali, sorvegliato da centinaia di guardie, con pochi, se non
nessuno, altri prigionieri sull’isola. Nonostante il suo isolamento — non è
stato visto dal mese di aprile 2016, e dè stato negato l’accesso ai suoi
avvocati — Òcalan è rimasto la chiara guida del movimento di liberazione curdo
in Turchia e Siria e, per i suoi numerosi sostenitori, nella diaspora curda.
L’intermediario di Òcalan, un traduttore tedesco di nome Reimar Heider, scrisse
a mio padre nel 2004 e gli disse che il leader curdo stava leggendo le
traduzioni turche dei libri di mio padre in carcere e si considerava un «bravo
studente» di mio padre. Infatti, Heider continuò: "Ha ricostruito la sua
strategia politica intorno alla visione di una “società democratica-ecologica”
e ha sviluppato un modello per costruire una società civile in Kurdistan e nel
Medio Oriente Ha raccomandato i libri di Bookchin a tutti i sindaci di tutte le
città curde e ha voluto che ognuno li leggesse." Si è scoperto che dopo il
suo arresto, Òcalan ha avuto accesso a centinaia di libri, tra cui traduzioni
turche di numerosi testi storici e filosofici provenienti dall’Occidente. Gli
furono concessi questi libri mentre tentava di escogitare una strategia legale
per la propria difesa durante il processo per tradimento e gli appelli
successivi: mirava a spiegare le sue azioni come rivoluzionario, esami- nando
il conflitto turco-curdo nel XX secolo, all’interno di un’analisi completa
dello sviluppo dello stato-nazione, a partire dall'antica Mesopotamia. Òcalan
ha iniziato a scrivere quella che sarebbe diventata una storia in più volumi,
in cui ha cercato di proporre una soluzione democratica alla “questione curda”
che non solo liberasse il popolo curdo ma stabilisse anche un rapporto
armonioso tra turchi e curdi e, in effetti, tra tutti i popoli del Medio
Oriente. Nel corso di questo lavoro, Òcalan fu influenzato da un certo numero
di pensatori, tra cui Ferdinand Braudel, Immanuel Wallerstein, Maria Mies e
Michel Foucault. Inoltre, Ocalan aveva ascoltato e nutrito le voci di una
generazione di donne curde guidate da Sakine Cansiz, una co-fondatrice del PKK
e una figura leggen- daria sopravvissuta a anni di indicibili torture nelle
carceri turche negli anni °80, incoraggiata da Òcalan a scrivere le sue memorie
(Cansiz è stata assassi- nata da un agente turco a Parigi, insieme ad altre due
donne curde.) Cansiz ha influenzato centinaia di donne curde in prigione e
campi di addestra- mento del PKK, incluso il co-sindaco recentemente arrestato
nella città turca di Diyarbakir, Giiltan Kisanak, che era stato anche torturato
in carcere negli anni ‘80. Impressionata dal sacrificio e dall’indipendenza di
donne come queste, Òcalan aveva già iniziato ad avviare una drammatica
transizione nel PKK da un’organizzazione militante, patriarcale, impegnata a
conquistare il potere statale lungo le linee marxiste-leniniste a
un’organizzazione che metteva l’accento sui valori del femminismo e ha cercato
una forma di socialismo molto diversa da quella associata all’ex Unione
Sovietica. Tuttavia molte delle carat- teristiche che definiscono la filosofia
politica che Òcalan ha iniziato a sposare negli anni 2000 sono fermamente
radicate nell’idea di mio padre di ecologia sociale e della sua pratica
politica: il «municipalismo libertario» o il «comunal- ismo». Mio padre vedeva
i problemi ecologici come problemi intrinsecamente sociali — di gerarchia e
dominio — che dovevano essere risolti in ordine per affrontare la crisi
ambientale. «Forse il fatto reale più convincente che i radicali nella nostra
epoca non hanno affrontato adeguatamente», scrisse, «è il fatto che il
capitalismo oggi è diventato una società, non solo un’economia». Il cambiamento
sociale, ha insistito, avrebbe dovuto affrontare il saccheggio del capitalismo
dello spirito umano e dell’ambiente partendo dallo smantellamento dei rapporti
umani ger- archici e decentralizzando la società in modo che possano prosperare
le forme di organizzazione democratica di base. Questa teoria sociale di
Bookchin, as- sorbita e amplificata da Òcalan sotto il nome di «confederalismo
democratico», sta ora guidando milioni di curdi nella loro ricerca di costruire
una società non gerarchica e una democrazia basata sul consiglio locale. Mentre
la guerra civile siriana entra nel suo ottavo anno, la maggior parte degli
occidentali ha famil- iarità con le immagini degli uomini e delle donne delle
Unità di autodifesa del popolo curdo con in spalla i kalashnikov, conosciuti
rispettivamente come YPG, che è per lo più di sesso maschile, e YPJ, le unità
di sole donne. Queste milizie hanno combattuto e sono morte a migliaia nei
campi di battaglia della Siria come Unità principali delle Forze democratiche
siriane (SDF), la forza mul- tietnica sostenuta dagli Stati Uniti nella
campagna contro l’ISIS. Meno spesso COME LE IDEE DI MIO PADRE HANNO AIUTATO I
CURDI A CREARE UNA N riconosciuto è ciò per cui stanno combattendo: la
possibilità di raggiungere non solo l’autodeterminazione politica, ma anche una
nuova forma di democrazia diretta in cui ogni membro della comunità ha voce in
capitolo nelle assem- blee popolari che affrontano le questioni dei loro
quartieri e città - cioè, una democrazia senza uno stato centrale. A causa
della repressione in Turchia, queste idee sono arrivate al loro pieno com-
pimento nel nord-est della Siria, storicamente curdo. Nel 2012, le truppe del
governo siriano del presidente Bashar al-Assad si sono ritirate da questa
regione per concentrarsi sulla lotta contro gli insorti altrove. I curdi
siriani stavano os- servando i loro fratelli implementare alcune delle idee di
Òcalan in villaggi e città in gran parte curde come Diyarbakir, oltre il
confine nel sud-est della Turchia; e si erano preparati per la loro occasione.
Hanno iniziato a mettere in pratica le stesse idee in tre “cantoni” in Siria,
Cizre, Kobani e Afrin, che ospitano circa 4,6 milioni di persone, inclusi 2
milioni di curdi siriani, oltre a piccole popolazioni di arabi, turkmeni,
Siriaci e altre minoranze etniche. In questi cantoni dominano le assemblee
multietniche di quartiere e l’ethos prevalente evidenzia un’eguale divisione
del potere tra donne e uomini, una prospettiva non gerarchica, non settaria e
chiaramente ecologica, e un’economia cooperativistica costruita su principi
anticapitalisti. La gente di questi cantoni ha fatto queste riforme di fronte a
grandi sfide, che includono il raddoppio della popolazione sotto forma di
rifugiati di guerra da altre parti della Siria, e embarghi su cibo e scorte
dalla Turchia a nord e dal Kurdistan iracheno all’Oriente, dove il leader tribale
curdo Barzani ha supervisionato per più di un decennio uno staterello capi-
talista che dipende dalla Turchia per il commercio. Nel 2014, i tre cantoni
hanno stabilito la propria autonomia come Federazione Democratica della Siria
settentrionale, che è comunemente conosciuta come Ro- java, la parola curda per
“Occidente” (la Siria è la parte più occidentale del Kurdistan più grande).
Sebbene siano ancora noti informalmente come Rojava, i curdi hanno
ufficialmente abbandonato il nome nel 2016, in riconoscimento della natura
multietnica della regione e del loro impegno per la libertà per tutti, non solo
per il popolo curdo. La Federazione democratica (o DFNS) è fondata su un
documento chiamato Carta del contratto sociale, il cui Preambolo dichiara
l'aspirazione a costruire «una società libera da autoritarismo, militarismo,
cen- tralismo e l’intervento dell’autorità religiosa negli affari pubblici».
Inoltre «ri- conosce l’integrità territoriale della Siria e aspira a mantenere
la pace nazionale e internazionale», una rinuncia formale da parte dei curdi
siriani all’idea di uno stato separato per il loro popolo. Invece, prevedono un
sistema federato di co- muni autodeterminate. Nei novantasei articoli che
seguono, il Contratto garantisce a tutte le comunità etniche il diritto di
insegnare e di essere istruito nelle proprie lingue, abolisce la pena di morte
e ratifica la Dichiarazione universale dei Diritti umani e conven- zioni
analoghe. Richiede che le istituzioni pubbliche lavorino verso la completa
eliminazione della discriminazione di genere, e richiede per legge che le donne
costituiscano almeno il 40% di ogni corpo elettorale e che esse, e le minoranze
etniche, fungano da co-presidenti a tutti i livelli dell’amministrazione
pubblica. Il Contratto Sociale promuove anche una filosofia di gestione
ecologica che guida tutte le decisioni sull’urbanistica, l'economia e
l’agricoltura, e gestisce tutti i set- tori, ove possibile, secondo i principi
collettivi. Il documento garantisce anche i diritti politici agli adolescenti. Tra
le molte sfide che la Federazione democrat- ica deve affrontare è che il suo
esperimento si trova in una zona di guerra. La città di Kobane e la zona
circostante sono state pesantemente danneggiate dagli attacchi aerei
statunitensi contro l’ISIS, prima che le YPG e YPJ sconfiggessero la milizia
jihadista lì dopo una battaglia di sei mesi nel 2014. Gli Stati Uniti e i loro
alleati forniscono aiuti militari alla SDF ma nessun aiuto umanitario, e la
ricostruzione di Kobane, e di molte altre parti della Federazione devastate
dalla guerra, è stata molto lenta. Mentre gli aspetti utopici del Rojava hanno
attirato un paio di centinaia di volontari civili internazionali che stanno
lavorando su questioni relative ai ri- fiuti ambientali e piantano 50.000
alberelli nel tentativo di “rendere nuovamente verde il Rojava”, la regione
soffre di una carenza d’acqua inflitta dalla Turchia, che ha costruito enormi
dighe che hanno deliberatamente rallentato il flusso dei fiumi Tigri ed Eufrate
a un rivolo, così come gli insediamenti storici allagati sul lato turco del
confine. Sullo sfondo di un’intera società mobilitata per lo sforzo bellico,
sono state con- testate denunce di bambini soldato, abitanti di villaggi arabi
sradicati e altre violazioni dei diritti umani nelle aree ora controllate dai
curdi. Internamente, c’è la sfida di resistere alla rigidità ideologica che
spesso si scontra con i movimenti, con un portavoce carismatico con le élite
che rivendicano il mantello del capo a scapito delle opinioni dissenzienti. Forse
in modo cruciale, resta da vedere se la Turchia, che ha dichiarato il suo
desiderio di cancellare il progetto Rojava, sarà portata in tilt o dato il via
libera da una combinazione delle tre potenze mondiali — Russia, Iran e Stati
Uniti — in lizza per esercitare il controllo sulla Siria. L'intenzione del
Contratto sociale, tuttavia, è chiara: costruire una soci- età costruita dalla
base, democratica e decentralizzata del tipo che mio padre e Abdullah Òcalan
hanno entrambi immaginato. Nato nel Bronx nel 1921, la prima influenza di
Murray Bookchin fu la nonna Zeitel, una rivoluzionaria russa che emigrò negli
Stati Uniti all’indomani della Rivoluzione del 1905. Come mio padre in seguito
ha descritto le difficoltà di sua nonna e dei suoi compagni: "Sotto queste
bandiere rosse, sognando l'emancipazione umana, avevano l’ideale di una società
senza classi, libera dallo sfruttamento, e questo era il loro mito, la loro
visione e la loro speranza. Vivendo in questo mondo preindustriale in cui le
famiglie erano sostanzialmente famiglie allargate, con reciproco senso di
fiducia, hai avuto un’intensa vita comunitaria segnata dall’aiuto reciproco,
contrasseg- nato da una forte sensibilità culturale, caratterizzata da una
visione culturale radicale." I Bookchins avevano lotte per conto loro. La
madre di mio padre era stata abbandonata dal marito quando Murray era un
ragazzino; dopo la morte della nonna, quando aveva nove anni, vivevano spesso
in povertà. Nello stesso peri- odo, nel 1930, divenne membro dei Young Pioneers
of America, un’organizzazione giovanile comunista. A tredici anni fu
“co-optato” nella Lega dei Giovani comu- nisti. Anche i membri più giovani del
partito “sono stati trattati come adulti”, ha ricordato. Dovevano aver letto il
Manifesto dei comunisti e molti altri testi; furono mandati nelle strade a
vendere il giornale del partito; hanno sostenuto gli sforzi sindacali. La Crisi
del 1929 intensificò la “coscienza di classe” di mio padre e il suo impegno per
il cambiamento sociale: più di una volta, lui e sua madre furono sfrattati dagli
appartamenti nel Bronx. Da giovane radicale, ha affinato le sue abilità
oratorie nel crogiolo di dibattito di Crotona Park. Mio padre in seguito
ricordò quella volta negli anni ’30 come «un periodo profonda- mente
tumultuoso»: "È molto difficile darvi un’idea della misura in cui quasi
ogni giorno si sen- tiva qualcosa di nuovo, che qualcosa di politicamente
eccitante stava accadendo e in un certo senso pericoloso. Ad esempio, abbiamo
avuto continui incontri agli angoli delle strade, passando da un angolo ad un
altro per incontrare i miei am- ici. E alla fine ho iniziato a parlare
effettivamente da quelli che oggi chiamereste palchi. Nel frattempo ho cercato
di guadagnarmi da vivere vendendo giornali e trasportando il gelato sulle
spalle a Crotona Park in un’enorme scatola isolata per mantenere fresco,
inseguito dalla polizia, tra l’altro, perché a quei tempi era illegale vendere
gelati: era il privilegio principalmente di piccoli stand e conces- sioni che
il dipartimento del parco dava alla gente. Così, fin dall’età di tredici e
quattordici anni, come operaio, ho iniziato a guadagnare il mio pane e il mio
formaggio." Pur essendo rigorosamente istruito nei punti più sottili della
teoria marxista dal Partito Comunista, non fu mai vincolato dalle ortodossie;
lasciando il Par- tito Comunista dopo la firma del Patto Hitler-Stalin, prese
una svolta prima come trockista, e poi divenne un anarchico, che è ciò che
rimase per quasi quat- tro decenni tra gli anni ‘60 e ’90. Alla fine, ha messo
da parte quel termine, anche, sostenendo che l’anarchismo finiva troppo
facilmente in una politica che si concentrava sull’esercizio personale della
libertà a spese del duro lavoro nec- essario per costruire istituzioni
politiche capaci di realizzare un cambiamento sociale duraturo. Mio padre non
ha mai frequentato il college e, come autodidatta, forse non si è mai sentito
confinato da nessun particolare percorso di ricerca intellettuale. La sua
lettura variava ampiamente e profondamente, da materie come la biolo- gia e la
fisica alla storia naturale e alla filosofia. La sua esperienza di lavoro
industriale-pendolarismo a Bayonne, nel New Jersey — in una fonderia dove ver-
sava l’acciaio liquido — confermò la sua simpatia per il progetto socialista.
Più tardi, però, il suo incarico come organizzatore sindacale per gli United
Electrical Workers gli insegnò che il proletariato americano, preoccupato
com'era di ques- tioni di pane e burro e riforme frammentarie, era improbabile
che fosse l’agente rivoluzionario che Marx aveva predetto. Cominciò a discutere
con gli altri prin- cipi del marxismo, inclusa la sua enfasi sull’autorità
statale centralizzata e la sua insistenza sulla «inesorabilità delle leggi
sociali». Gli era anche apparso chiaro, dalla fine degli anni ‘40 e dai primi
anni ’50, che lo sviluppo capitalista era in profonda tensione con il mondo
naturale. L’inquinamento atmosferico e idrico, le radiazioni, il problema dei
residui di pesticidi negli alimenti e l’impatto sulle città di incalzanti
progettazioni urbane come richiesto da Robert Moses, sosteneva, una
rivalutazione degli effetti del capitalismo che tenevano conto dell'ambiente
come delle preoccupazioni eco- nomiche. Tra la fine degli anni ’50 e l’inizio
degli anni ‘60, Bookchin parlava della devas- tazione ecologica come un sintomo
di problemi sociali profondamente radicati, idee che elaborò in un saggio del
1964 intitolato Ecology and Revolutionary Thought (Ecologia e pensiero
rivoluzionario), che stabilì l'ecologia come con- cetto politico e lo fece
salvando l’ambiente come parte integrante del progetto di trasformazione
sociale. In contrasto con Marx, che credeva che fosse la scar- sità della
natura a condurre alla sottomissione umana, Bookchin sostenne che la nozione di
dominare la natura era preceduta e derivata dal dominio dell’umano da parte
dell’umano e che solo eliminando le gerarchie sociali - di genere, razza,
orientamento sessuale, età e status, avremmo potuto iniziare a risolvere la
crisi ambientale. Sosteneva, contro Marx, che la vera libertà non sarebbe stata
real izzata semplicemente eliminando la società di classe; comportava
l’eliminazione di tutte le forme di dominio. «Tragicamente», osservò in
seguito, "il marxismo praticamente mise a tacere tutte le precedenti voci
rivoluzionarie per più di un secolo e mantenne la storia stessa nella morsa
gelida di una teo- ria dello sviluppo notevolmente borghese basata sul dominio
della natura e sulla centralizzazione del potere." Mio padre ha iniziato a
elaborare queste idee in una serie di articoli a metà degli anni ‘60 con titoli
come Post-Scarcity Anarchism (L’anarchismo nell’età dell'abbondanza, Milano
1979), Toward a liberatory technology (Verso una tecnologia liberatoria) e
Listen Marxist (Ascolta, marxista!); saggi che hanno guidato una giovane
generazione di attivisti contro la guerra verso una com- prensione più profonda
dei mali sociali che chiedevano un nuovo ordine sociale. Durante questo
periodo, ha discusso con e influenzato molte figure significative a sinistra,
da Eldridge Cleaver e Daniel Cohn-Bendit a Herbert Marcuse e Guy Debord. Ha
spinto i rivoluzionari francesi degli eventi del maggio 1968 a non arrendersi
agli sforzi del Partito comunista per corrompere il movimento stu- dentesco; ha
spinto i leader del Partito della Pantera Nera come Cleaver e Huey Newton ad
abbandonare la loro adesione al dogma maoista che le rivoluzioni sono fatte da
quadri disciplinati guidati da una leadership centralizzata; e in- contrò
Marcuse per esortare il veterano teorico critico marxista ad abbracciare una
più profonda coscienza ecologica. Nel corso degli anni, alcune delle teorie di
Bookchin sui gruppi di affinità, le assemblee popolari, l’eco-femminismo, la
democrazia di base e la necessità di eliminare la gerarchia furono riprese
dalla campagna antinucleare, dagli attivisti antiglobalizzazione e, infine, dal
movimento Occupy. Questi gruppi hanno in- corporato le idee di mio padre -
spesso inconsapevoli della loro origine, forse - perché offrivano modi di agire
e di organizzazione che prefiguravano il cambia- 8CHAPTER 1. COME LE IDEE DI
MIO PADRE HANNO AIUTATO I CURDI A CREARE UNA N mento sociale che cercavano.
Negli anni ’80, il suo lavoro stava influenzando i movimenti verdi in Europa.
Oggi, un movimento «municipalista» basato sulle sue idee sta prendendo piede
nelle città di tutto il mondo. Prima del Rojava, tuttavia, il nome di Murray
Bookchin veniva raramente menzionato nelle notizie mainstream. Mio padre si
trasferì dal Lower East Side di New York al Vermont nel 1971. Aveva
cinquant’anni. Lui e Beatrice, mia madre, avevano divorziato dopo dod- ici anni
di matrimonio, ma continuò a vivere con lei per molti anni e rimase il suo
compagno politico e confidente per il resto della sua vita. Nel Vermont,
divenne attivo nel movimento antinucleare, mentre guidava l'opposizione agli
sforzi dell’allora sindaco di Burlington, Bernie Sanders, per mettere un enorme
sviluppo commerciale sul lungomare di Burlington. Insieme, i miei genitori
hanno iniziato i Burlington Greens, uno dei primi movimenti comunalisti negli
Stati Uniti. Ed è stato nella loro casa di Burlington che ha scritto il suo
magnum opus, The Ecology of Freedom (L’ecologia della libertà, Milano 1986),
pubbli- cato nel 1982 e tradotto in turco dodici anni dopo. In esso, mio padre
ha tracciato il disastro della gerarchia dalla preistoria al pre- sente,
esaminando l’interazione tra ciò che ha definito l’ «eredità del dominio» e
l’«eredità della libertà» nella storia umana. Accanto alla tendenza della
civiltà umana a diventare più socialmente stratificata, che ha creato grandi
disug- uaglianze e ha dato potere indebito agli stati nazionali, ha sostenuto,
che esisteva una ricca tradizione di libertà, dalla sua prima apparizione come
una parola in tavolette cuneiformi sumeriche, al suo utilizzo da filosofi come
Agostino e la sua comparsa nell’anti-statalista, pensiero utopistico radicale
di pensatori come Charles Fourier. Quel lascito di libertà offre una visione
parallela del potenziale sviluppo dell’umanità che sfida la saggezza accettata
da Marx che lo stato e il capitalismo erano «storicamente necessari» per il
progresso della società verso il socialismo. Non solo erano inutili, sosteneva
mio padre, ma la classica cre- denza marxiana nel ruolo storico “progressista”
del capitalismo aveva ostacolato la formazione di una sinistra veramente
libertaria. Ocalan legge The Ecology of Freedom e concorda con la sua analisi.
Nel suo libro In Defense of the People, pubblicato in tedesco nel 2010 (di
prossima pub- blicazione in inglese) ha scritto: "Lo sviluppo
dell’autorità e della gerarchia prima ancora che emergesse la soci- età di
classe è una svolta significativa nella storia. Nessuna legge della natura
richiede che le società naturali si trasformino in società gerarchiche basate
sullo stato. Al massimo potremmo dire che potrebbe esserci una tendenza. La
cre- denza marzista che la società di classe è inevitabile è un grosso
errore." Illustrando gli esempi di egualitarismo e mutuo appoggio che
caratterizzavano le società primitive, mio padre sostenne che il capitalismo
non era l’inevitabile prodotto finale della civiltà umana. Ha suggerito che un
recupero degli impulsi verso la cooperazione, l’aiuto reciproco e la
sostenibilità ecologica potrebbe es- sere raggiunto in una società moderna
costruendo un’economia morale ed ecolog- ica basata sui bisogni umani,
promuovendo tecnologie in grado di decentralizzare le risorse, come l’energia
solare ed eolica, e costruire assemblee democratiche di base che
responsabilizzino le persone a livello locale. L’enfasi di mio padre sulla
gerarchia divenne un aspetto distintivo degli sforzi di Òcalan per ridefinire
il problema curdo. In The Roots of Civilization, il primo volume pubblicato di
scritti carcerari di Òcalan, anche lui ha tracciato la storia delle prime
società comunitarie e la transizione al capitalismo. Come Bookchin, ha
celebrato la formazione delle società primitive in Mesopotamia, la culla della
civiltà e la culla dell’arte, la lingua scritta e l’agricoltura. Ci ha
ricordato che i potenti legami di parentela che restano un elemento fisso della
vita familiare curda — i rapporti tradizionali di famiglie allargate e cultura
popolare — possono fornire le basi per una nuova società etica che fonde i
migliori aspetti dei valori dell’Illuminismo con una comunalista ed ecologica
sensibilità. Ocalan va oltre a Bookchin nel significato che attribuisce al
patriarcato. Mio padre aveva esaminato il modo in cui le gerarchie provenivano
dal bisogno degli anziani nella società di conservare il loro potere mentre
invecchiavano istituzion- alizzando il loro status sotto forma di sciamani e in
seguito di sacerdoti, un pro- cesso che includeva il dominio delle donne da
parte degli uomini. Òcalan, tut- tavia, vede il patriarcato come una
caratteristica distintiva della civiltà umana. «La storia di civiltà di 5.000
anni è essenzialmente la storia della schiavitù della donna», ha scritto in un
opuscolo intitolato Liberating Life: Woman’s Revolu- tion (pubblicato in
inglese nel 2013). «La profondità della schiavitù della donna e il
mascheramento intenzionale di questo fatto sono quindi strettamente colle- gati
all’ascesa all’interno di una società di potere gerarchico e statalista». An-
nullare questi consolidati rapporti istituzionali e psicologici di potere, a
giudizio di Ocalan, richiede una nuova visione di società. E una profonda resa
personale da parte degli uomini. L'interesse di Òcalan per la liberazione delle
donne precedette il suo tempo a Imrali e non fu mai semplicemente una questione
teorica. Alla fine degli anni 80 e all’inizio degli anni ’90, le donne curde
provenienti dalla Siria e dalla Turchia, dove stavano subendo una repressione
particolarmente dura da parte dello stato turco, si stavano unendo al PKK in
numero crescente. Lasciando i loro villaggi e città per recarsi nei campi di
addestramento del PKK nella Valle della Bekaa in Libano e nelle montagne Qandil
dell'Iraq, queste donne hanno contribuito a gonfiare le fila dei combattenti
del PKK a 15.000 entro il 1994, con donne che rappresentano circa un terzo
della forza. In linea con la spinta del PKK sullo studio e l’istruzione, queste
donne, mentre si allenavano come guerrigliere, leggevano anche testi femministi
e altri testi radicali. Ocalan, che stava già rivalutando il problema della
personalità del “maschio dominante” nel PKK, ha sostenuto le loro richieste di
uguali diritti, un’organizzazione separata della milizia e le proprie
istituzioni. Come spiega Meredith Tax nel suo recente libro A Road Unforeseen:
Women Fight the Islamic State, la creazione di unità PKK interamente femminili
è stata fondamentale per «dare alle donne la fidu- cia e l’esperienza di
leadership per fare il salto in un corpo armato femminile completamente
separato». Come Bookchin anni prima, Òcalan si era anche disilluso del
socialismo di stato. «Non guardare l'Unione Sovietica come il Dio del
socialismo e l’ultimo Dio in COME LE IDEE DI MIO PADRE HANNO AIUTATO I CURDI A
CREARE UNA questo», ha detto a un intervistatore nel 1991. «Il sogno di
un’utopia socialista non è solo marxista-leninista. È vecchio come l’umanità».
Sempre più per- suaso che lo stato stesso fosse il problema, iniziò a
riconsiderare l’obiettivo del suo movimento non come una nazione curda ma come
un'entità democratica autonoma e auto-governata all’interno di una federazione
che dava una simile autonomia a tutti i suoi gruppi di soggetti: un tipo di sistema
politico molto diverso da quelli finora esistenti in Medio Oriente o quasi
ovunque. «Lo stato-nazione ci rende meno che umani», ha scritto Bookchin nel
suo saggio del 1985 Ripensare l’etica, la natura e la società. "Ci
tormenta, ci blocca, ci disimpegna, ci beve della nostra sostanza, ci umilia e
spesso ci uccide nelle sue avventure imperialiste [...] Noi siamo le vittime
dello stato-nazione, non i suoi costituenti, non solo fisicamente e
psicologicamente ma anche ideologicamente." Ocalan è venuto a condividere
questo punto di vista; nel 2005, ha emesso una Dichiarazione secondo cui «la
radice politica della soluzione della nazione demo- cratica è il confederalismo
democratico della società civile, che non è lo stato». Piuttosto, deve essere
basato sulla «unità comune», un sistema ecologico, sociale e la costruzione
economica che non «mira a fare profitto», ma piuttosto soddisfa i bisogni
collettivamente determinati delle persone che vivono lì. Il documento è servito
come una visione che sperava sarebbe stata abbracciata da tutto il Kurdistan,
compresi i 6 milioni di curdi in Iran e un numero simile in Iraq. Qui, Ocalan
ha fatto eco al programma di mio padre in The Rise of Urbanization and the
Decline of Citisenship (in seguito intitolato Urbanizzazione senza città [??]),
che Ocalan aveva letto in prigione e raccomandato ai sindaci del Bakur nel
sud-est della Turchia. In questo volume, mio padre ha tracciato la storia della
megalopoli urbana, da Atene alla Comune di Parigi e oltre, nel tentativo di
“riscattare la città, di visualizzarla non come una minaccia per l’ambiente ma
come un uomo unicamente umano, etico, e la comunità ecologica "che
potrebbe essere reclamata come il luogo di una nuova politica di democrazia
dell’assemblea; un’arte in cui ogni cittadino è pienamente consapevole del
fatto che la sua comunità affida il suo destino alla sua probità morale e alla
sua razion- alità." «La città», ha scritto, deve essere "concepita
come un nuovo tipo di unione etica, una forma umanamente ridimen- sionata di
empowerment personale, un sistema partecipativo, anche ecologico di processo
decisionale, e una fonte distintiva di cultura civica." E sosteneva che
praticando una politica radicale basata sulla municipalità, le persone possono,
in effetti, creare una nuova società democratica all’interno del guscio del
vecchio controllo del retroscena dallo stato centrale. Queste idee
«comunaliste» sono state messe in pratica nei villaggi e nelle città della
Federazione democratica della Siria settentrionale. Un elaborato sistema di
democrazia dei consigli comincia a livello della «comune» (insediamenti che 11
comprendono tra le trenta e quattrocento famiglie). La comune invia delegati al
consiglio del quartiere o del villaggio, che a sua volta invia i delegati al
livello del distretto (o città) e infine alle assemblee regionali. I cittadini
fanno parte di comitati per la salute, l’ambiente, la difesa, le donne,
l’economia, la politica, la giustizia e l’ideologia. Tutti hanno il diritto di
dire. E in linea con le idee di Ocalan su questioni relative alle donne, i
consigli delle donne hanno il potere di scavalcare le decisioni prese da altri
consigli quando la questione riguarda specificamente gli interessi delle donne.
Sebbene il PKK rimanga la principale forza di opposizione per la maggior parte
dei curdi che si oppongono alle politiche del presidente Erdogan in Turchia, vi
sono state divisioni all’interno del movimento, in particolare a metà degli
anni 2000, quando Òcalan iniziò ad applicare sul serio il confederalismo demo-
cratico. Eppure è una testimonianza del carattere della sua leadership, che ha
sopportato quasi due decenni di prigionia, e una grande maggioranza del popolo
curdo ha seguito la strada che ha tracciato. Nonostante ciò, il PKK rimane
sulle liste nere terroristiche mantenute dagli Stati Uniti e dall'Unione
Europea, e i media occidentali inspiegabilmente persistono nel chiamare Òcalan
e il «marxista-leninista» del PKK più di un decennio dopo che l’ideologia è
stata formalmente rinunciata, sia in pratica che in migliaia di pagine degli
scritti di Ocalan. Al momento delle elezioni della Turchia del giugno 2015, il
PKK aveva dichiarato un cessate il fuoco unilaterale e le prove del suo impegno
per la democrazia di base erano in piena fioritura nei villaggi e nelle città
curde della Turchia sud- orientale, dove le donne lavoravano come co-sindaci e
prestavano servizio in tutte le aree dell’amministrazione della città. Nelle
elezioni, il partito HDP a guida curda ha vinto il 13% dei voti, diventando
così il terzo partito più grande del parlamento turco. Riassumendo, Erdogan ha
fermato i negoziati di pace iniziati con Ocalan nel 2013 e ha lanciato un
assalto duraturo nella regione curda. La campagna militare e la resistenza del
PKK hanno portato alla morte di centi- naia di persone, con altre migliaia di
detenuti, tra cui Selahattin Demirtas, il leader carismatico dell’HDP, che ora
sta concorrendo per presidente dalla sua cella in prigione nell’elezione
improvvisa chiamata da Erdogan per il 24 giugno. Il 24 maggio, il Tribunale dei
popoli, con sede a Roma, istituito nel 1979 per continuare il lavoro del
Tribunale Russell (che aveva indagato sui crimini di guerra in Vietnam), ha
stabilito che il PKK non era un gruppo terroristico ma combattente in un
«Conflitto armato non internazionale» e ha dichiarato Er- dogan personalmente
colpevole di crimini di guerra contro il popolo curdo per non aver aderito alle
Convenzioni di Ginevra per un periodo di diciotto mesi tra il mese di giugno
2015 ed il gennaio 2017. In una decisione annunciata al Parlamento europeo in
Bruxelles, il tribunale ha anche dichiarato la Turchia colpevole di operatività
sotto falsa bandiera, «assassini mirati, esecuzioni ex- tragiudiziali,
sparizioni forzate», distruggendo le città curde e spostando fino a 300.000
civili, e «negando al popolo curdo il diritto all’autodeterminazione imponendo
l’identità turca e reprimendo la sua partecipazione alla vita politica,
economica e culturale del Paese». Il Tribunale ha sollecitato l’immediata
ripresa dei negoziati di pace con i curdi in Turchia e ha anche invitato la
Turchia a interrompere tutte le operazioni militari contro i curdi in Siria.
L’insistenza della Turchia sul fatto che anche i curdi siriani siano
«terroristi» a causa della loro appartenenza ideologica a Òcalan ha costretto
gli Stati Uniti a camminare su una linea sottile, sostenendo le YPG e YPJ come
parte delle forze democratiche siriane, e negando i loro legami con il PKK, pur
sostenendo che il PKK in Turchia è un gruppo terroristico. Il risultato è stato
che mentre i fun- zionari militari statunitensi supportano i curdi come “i
nostri migliori partner sul terreno” nella lotta contro l’ISIS, in Siria, il
Dipartimento di Stato ha chiuso un occhio sulle inesorabili violazioni dei
diritti umani di Erdogan, riecheggiando la sua retorica che il PKK dev'essere
distrutto, una politica che il popolo curdo dice essere un’approvazione tacita
di una guerra contro tutti i curdi. Questa politica statunitense, insieme al
quasi-silenzio dei leader americani ed europei sull’assalto del governo turco
contro i suoi cittadini curdi tra il 2015 e il 2017, potrebbe aver incoraggiato
Erdogan a inviare le sue forze e le milizie dell’ex esercito libero siriano —
inclusi jihadisti ed ex Combattenti dell’ISIS — nel can- tone di Afrin in Siria
il 20 gennaio. Circa 170.000 persone sono state sfollate da Afrin; molti sono
senzatetto e dormono all’aria aperta. Quello che un tempo era un paradiso di
pace e multiculturalità, un luogo in cui le donne detenevano il 50% degli
uffici pubblici, è ora sotto assedio. Vi sono state segnalazioni di rapimenti di
donne e ragazze, di espulsione di curdi dalle loro case e attività commerciali,
e della parziale imposizione della legge della Sharia. In questo, la Turchia ha
ricevuto il tacito sostegno dagli Stati Uniti, che si sono rifiutati di opporsi
a Erdogan a nome dei suoi alleati curdi. La devastazione che ne deriva è stata
tristemente sottovalutata dai media americani. Mio padre è morto il 30 luglio
2006, all’età di ottantacinque anni, circa due anni dopo che gli intermediari
di Òcalan l’avevano contattato. L’artrite gli aveva reso impossibile di sedersi
davanti a un computer e digitare, quindi la sua corrispon- denza con Ocalan
finiva dopo lo scambio di un paio di lettere da entrambe le parti. Nella sua
ultima lettera, mio padre ha inviato i suoi migliori auguri a Ocalan e ha
scritto: "La mia speranza è che il popolo curdo possa un giorno essere in
grado di creare una società libera e razionale che permetta al loro splendore
ancora una volta di prosperare. Hanno la fortuna di avere un leader del talento
di Ocalan per guidarli." Alla morte di Murray Bookchin, il PKK pubblicò
una dichiarazione di due pagine che lo chiamava «uno dei più grandi scienziati
sociali del ventesimo secolo». «Ci ha introdotto al pensiero dell’ecologia
sociale, e per questo verrà ricordato con gratitudine dall’umanità», hanno
scritto gli autori della dichiarazione. «Ci im- pegniamo a far vivere Bookchin
nella nostra lotta. Metteremo questa promessa in pratica come la prima società
che stabilisce un tangibile confederalismo demo- cratico». Se mio padre fosse
vissuto per vedere le sue idee realizzate in Rojava e nel sud-est della
Turchia, sarebbe stato profondamente commosso nel sapere che il suo spirito
rivoluzionario era rinato tra una generazione del popolo curdo. Avrebbe preso a
cuore il fatto che la Rojava fosse un altro esempio storico del 13 desiderio di
libertà che lui stesso sentiva così profondamente e al quale ha ded- icato la
sua vita. COME LE IDEE DI MIO PADRE HANNO AIUTATO I CURDI A CREARE UNA Chapter
2 L’eccedenza anarchica in Kurdistan Salvo Vaccaro Quando David Graeber, noto
intellettuale anarchico, fine antropologo e at- tivista nei movimenti sociali
americani di Occupy Wall Street, ha presentato su «The Guardian» dell’8 ottobre
2014 [1] l'esperimento rivoluzionario nel Ro- java degno di paragone con la
rivoluzione spagnola del 1936-37, avendone tratto l’insegnamento da suo padre
che vi combatté in condizioni, queste sì, veramente analoghe con la guerra nel
Kurdistan, ci siamo chiesti se si trattava di un ab- baglio da troppa distanza
o da troppa vicinanza simpatetica, e anche se tale appello militante era
all’origine del movimento solidale che ha mosso i corpi e le menti di tanti anarchici
e anarchiche che da ogni parte del mondo si sono recati, e spesso hanno perso
la vita, in Rojava per contribuire non solo e non tanto alla resistenza kurda
contro Daesh prima, e poi contro i turchi, quanto e soprattutto per apportare
il loro sostegno fattivo alla rivoluzione in corso. È fuor di dubbio infatti la
presenza anarchica nel Kurdistan e nel Bakur, seg- nata doppiamente dalla
volontà combattente nelle milizie kurde da un lato, e dall’idea di comprendere
in maniera solidale e partecipata le dinamiche del Confederalismo democratico i
cui processi locali, i cui ideali di trasformazione antiautoritaria della
società sono diventati patrimonio collettivo, a prescindere — si direbbe — dal
reale grado di rottura rivoluzionaria impressa nel corpo vivo dell’esistenza
associata degli uomini e delle donne kurde in Rojava, anche a causa del duro
conflitto che ne ha minato gli sforzi e forse ridimensionato gli esiti, visto
che l’esperimento innovativo si è dispiegato in condizioni non certo
favorevoli, in cui ogni errore poteva essere fatale a costo della vita [2].
Ovviamente qualcosa stride e sollecita una interrogazione critica seppur
solidale. E non si tratta della difficile coniugazione tra sperimentazione
rivoluzionaria e guerra, visto che l'esempio spagnolo a noi molto caro ci
restituisce l’analogia in modo più chiaro e già affrontato in sede critica
nelle innumerevoli inchi- 15 16CHAPTER 2. L’ECCEDENZA ANARCHICA IN
KURDISTANSALVO VACCARO este storiche, nelle ricostruzioni a posteriori condotte
dagli stessi protagonisti di allora. No, quel che stride è il fatto che tanti
anarchici e anarchiche hanno considerato il Confederalismo democratico molto
vicino all’ideale anarchico e libertario, ben prima di una ricognizione sul
campo; e stride ancora il fatto che, a differenza della simpatia con lo
zapatismo a cavallo di millennio in Chiapas oggi la presenza in Rojava è
visibile e numerosa, mentre pochi si sono adden- trati nelle foreste del
meridione messicano per riunirsi e radicarsi tra gli indi- geni, nonostante i
raduni, i convegni e le “tournée” in Chiapas di tanti attivisti di mezzo mondo
negli anni d’oro del sub-comandante Marcos e dei caracoles indigeni [3]. In
effetti, ciò che l’appello di Graeber trascurava nel raffronto più o meno
plausibile tra Spagna ’36 e Rojava ‘14 — ma i confronti storici sono sempre
artifici retorici per motivare l’oggi, più che per leggere il passato — era la
lunga tradizione anarchica e libertaria nella penisola iberica sin dalla
penetrazione della 1 Internazionale sotto il segno dell’influenza bakuniniana
che poi diede luogo alla nascita del potente sindacato della CNT cui si
affiancò il movimento specifico della FAI; solo in tal modo si può capire
l’insurrezione rivoluzionaria del luglio ’36 a Barcelona e dintorni, la resistenza
contro il fascismo locale e il nazi-fascismo europeo, nonché contro lo
stalinismo interno ed esterno, non solo con le armi ma con l’autogestione
operaia, la collettivizzazione delle terre, l'emancipazione femminile, e via
dicendo. Insomma, decenni di penetrazione di idee anarchiche e di pratiche
libertarie confluiscono nella rivoluzione spagnola del 1936-37 che resiste al
golpe e attua un sommovimento nelle vite quotidiane di milioni di spagnoli.
Tutto ciò non è avvertibile nella tradizione kurda, almeno per il livello di
conoscenza che abbiamo dello stile comunitario dei villaggi, né nel percorso
politico delle frange più combattive del popolo kurdo, attorno al PKK del
leader ancora oggi osannato “Apo” Ocalan. Peraltro pesa su tale condizione la
frammentazione della popolazione, della nazione kurda come la si immagi- nava
politicamente per tutto lo scorso secolo, in tanti stati (Siria, Turchia, Iraq,
Tran) all'indomani del primo conflitto mondiale, quando le potenze vincitrici
si sono spartite le spoglie dell’Impero ottomano riconfigurando il dominio
nell’area geopolitica medio-orientale tramite i Mandati coloniali, a eccezione
della Turchia che con Ataturk eredita il cuore dell’impero diventando uno stato
laico nazionale e quindi ostile alla compresenza di altre nazionalità quali i
kurdi. Presi in giro nel 1920 a Sèvres, i kurdi si ritrovano con i Trattati di
Losanna nel 1923 separati e divisi, assoggettati a mandati differenti e, in
prospettiva, con l’indipendenza post-coloniale seguita al secondo conflitto
mondiale, dominati da stati nazion- ali diversi e considerati sempre scomodi,
disomogenei alla nazionalità egemone, pericolosi perché potenzialmente
secessionisti, combattuti in ogni modo negando loro ogni libertà e ogni
diritto: facoltà linguistica, capacità costruttiva di una propria identità,
mezzi di comunicazione comune, forza politica, rappresentanza e voce sia pure
locale [4]. Il nazionalismo kurdo così si ergeva a bandiera dell’emancipazione
della nazione, là dove élites locali non riuscivano a integrarsi trovando un
accomodamento con i leader politici nazionali egemoni, ritagliandosi un minimo
di autonomia ter- ritoriale da tutelare con la forza delle armi e del
compromesso politico, specie 17 in Iraq, in Iran e in Siria, ma affatto in
Turchia, dove la repressione è sempre stata feroce. L'emergenza del PKK sotto
la carismatica leadership di Ocalan e delle forze di guerriglia è avvenuta
all’insegna dei movimenti di liberazione nazionale tipici degli anni 60 e ‘70
del XX secolo, ispirati al socialismo reale della madre-patria esemplare, ossia
l’URSS, che elargiva soldi, armamenti e mezzi di autodifesa, nonché un apparato
ideologico di salvaguardia che fungeva da spina dorsale della rigida
organizzazione marxista-leninista del PKK stesso (con incursioni nel maoismo).
Questo mondo, questa forma di istanza nazionale indipendentista, gravata dal
fallimento reiterato dappertutto e alimentata dalle divisioni în seno alle
forze politiche kurde, ormai fratturate in linea con le frammenfazioni statuali
di rifer- imento (specialmente in Iraq, in Iran e in Turchia), è venuto meno
clamorosa- mente e fragorosamente nel giro di un biennio, dalla caduta del muro
di Berlino nel novembre del 1989 alla scomparsa della bandiera rossa sovietica
a fine dicem- bre 1991. A questo punto Ocalan capisce che è venuto il momento
di mutare strategia, di cercare un dialogo con le autorità turche rinunciando
al sogno della riunificazione nazionale dei kurdi, nonché abbandonando la
guerriglia. Il suo arresto nel 1999 gli è fatale, l’invasione americana in Iraq
nel 2003 acuisce le divisioni tra i peshmerga iracheni e filo-iraniani che
ricevono un simbolico riconoscimento nell’Iraq post-Saddam, mentre il PKK resta
isolato e sempre più represso in Turchia. Ma è soprattutto il collasso ideologico
a preoccupare Ocalan, capendo come senza ideologia (leninista) la ferrea
organizzazione che dirige anche dalla galera sarebbe destinata a collassare. È
in questa acuta congiuntura storica e post-ideologica che Ocalan incontra
Bookchin, o meglio i suoi testi, nel frattempo tradotti in turco per via della
crescente influenza libertaria e anarchica in Turchia, anche veicolata dallo
stesso Bookchin negli anni in cui girava le sedi anarchiche e libertarie
europee negli anni ‘90 dello scorso secolo. La compagna di allora, Janet Biehl,
ci ha narrato i tentativi mediati di contatto tra Ocalan e Bookchin stesso da
vivo, senza al cun successo per via delle precarie condizioni di salute
dell’anziano intellettuale americano, nonché il tributo alla sua morte dato dal
Congresso del PKK nel 2006 [5]. La lettura di Bookchin da parte di Ocalan segna
l’opportunità per il cambio di strategia ideologica e politica del PKK,
impossibilitato ormai ad appoggia- rsi a potenze estere per una tutela peraltro
rivelatasi effimera — mentre altri leader kurdi non esistano a cambiare cavallo
e a legarsi più o meno da vassalli all’egemonia unipolare statunitense — e
bisognoso di trovare un altro collante ideologico per un partito e un’area di
riferimento orfani del marxismo-leninismo. Il municipalismo libertario di
Bookchin si offre così alla riscrittura di Ocalan in termini di Confederalismo
democratico, in termini di autogoverno locale in as- senza di una aspirazione
di indipendenza nazionale, in termini di autogestione della vita collettiva in
senso orizzontale e virtualmente anti-autoritario, in ter- mini di
emancipazione della donna in quanto al ruolo politico da giocare ben al di
fuori dalla liberazione dal focolare domestico e dal paternalismo autoritario
della famiglia tradizionale. Questa conversione di 180 gradi o giù di lì,
dettata dalla galera nell’isola di Imrali in numerosi opuscoli e libri che ben
presto vengono tradotti in inglese e veicolati ben oltre l’isolamento in cui la
questione kurda era relegata a inizio di millennio, viene effettuata e
irradiata dal leader "maximo" sino all’ultimo dei militanti con presa
altrettanto ferrea da parte del carisma di “Apo”, anche se at- tutita dal
progressivo rilascio della forma-partito tipica del marxismo-leninismo e
dall’affermazione di esperienze organizzative locali che innovano la classica
gerarchia di partito per dare spazio a forme orizzontali di attivismo politico
e soprattutto sociale. E il bello è che in tutti gli scritti di Ocalan, il nome
di Bookchin non compare mai, né la definizione originaria di municipalismo
liber- tario (ritradotta appunto con Confederalismo democratico), e men che
meno il lemma di anarchia, di anarchismo [6].... Bisogna allora dedurre che il
libertarismo espresso più o meno solidamente in Rojava è frutto di mero
tatticismo politico da parte del PKK e del suo leader? Sarebbe sufficiente
replicare che a passare per libertari, storicamente, non ci si guadagna granché
o niente... È plausibile, da un lato, che la posizione anarchica o meglio, più
sfumatamente libertaria, rinvenibile non tanto nelle dichiarazioni e negli
scritti di “Apo”, quanto nelle pratiche sociali e politiche nel Kurdistan e nel
Bakur in fiamme, risulti a inizio del XXI secolo come quella proposta po-
litica, di emancipazione sociale, di ideale collettivo, meno usurata dal tempo,
meno contaminata dalla corruzione, più idonea ai tempi attuali, più aperta alle
aspettative diffuse in buona parte del mondo, maggiormente coerente con le
ansie e le speranze di popoli già sin da troppo tempo oppressi e sfruttati, e
pertanto desiderosi di investire le proprie energie in direzione di una libertà
e di una libertà di segno anarchico. Anche senza conoscere nulla di anarchismo
in quanto dottrina politica. Dall’altro, in questi ultimi cinquant’anni, dal
’68 in poi per intenderci, le pratiche libertarie in campo sociale, nella
dimensione organizzativa della politica, nell'immaginario collettivo, nelle
contro-istituzioni (scuola, sanità, urbanizzazione, agricoltura, ecc.),
esprimono quanto di meglio e ulteriormente perfezionabile l’inventività umana
ha saputo rinvenire per rendere coerente i mezzi di liberazione con la voglia
“estrema” di libertà sotto qualunque latitudine e in qualunque contesto di
civiltà in cui essa si declina, anche senza assumere il nome di anarchia. E
quindi anche in Kurdistan oggi, come ieri in Chiapas. Le donne sono spesso
l’agente sociale prioritario per veicolare tali rotture verso tradizioni inveterate,
tanto in campo sociale, quanto nelle forme stereotipate della politica quotidi-
ana. Indubbiamente, l’eguaglianza delle donne non si risolve con l’opportunità
data ad esse di formare il proprio esercito, per così dire, “di genere”,
giacché la militarizzazione mal si declina con la vita, ben al di qua della
parità di genere eventualmente prevista anche ai vertici, consapevoli che
militarismo e patriar- cato condividono una forte genealogia comune [7].
Scontando pure il fatto del culto della personalità di “Apo” ancor oggi
rintrac- ciabile tra i kurdi le cui speranze convergono in quel nome proprio,
occorre considerare la misura e il limite di tale culto nell’affermazione di
pratiche lib- ertarie; è probabile che la guerra incida più del culto, almeno a
breve termine, mentre sarebbe preoccupante se a lungo termine l’egemonia del
leader supremo intacchi le forme orizzontali e decentrate che caratterizzano i
movimenti e gli organismi di base concepiti e attualizzati, tra mille
difficoltà, nel Rojava, per 19 ripristinare una filiera di leadership di
partito. Date le condizioni prossime alla sconfitta del modello sperimentale di
confederalismo democratico da parte delle potenze belliche, non è ingeneroso
sospendere il giudizio, senza attenuare la spia di rilevamento dell’insidia e
senza pre-giudicare aprioristicamente le eventuali evoluzioni della
sperimentazione sociale su scala. A rafforzare tali auspicabili evoluzioni, a
oggi pessimisticamente percepibili, può soccorrere la solidarietà internazionale
verso l’afflato libertario che indi- rettamente si richiama al pensiero e agli
scritti di Murray Bookchin, seppure praticati su un territorio diverso dal New
England americano sul quale riponeva il proprio modello di municipalismo
libertario l’attivista anarchico. È ovvio che quella proposta di Bookchin può
funzionare laddove il decentramento am- ministrativo e politico si salda con
una tradizione di autonomia de facto, se non minimamente de jure, cosa che può
avvenire negli usa in cui la distanza tra la capitale e la periferia si misura
non tanto in migliaia di miglia, quanto in universi sociali e politici, nonché
in termini di relazione politica tra centro e periferia ben diversa dal modello
accentrato europeo, dove, ad esempio, un modello di municipalismo libertario
applicato al contesto italiano (e francese) dovrebbe fare immediatamente i
conti con la figura del prefetto, rappresentante del e controllore per conto
del governo centrale dei limiti di compatibilità di una politica locale
autonoma rispetto al quadro normativo nazionale. Certo, in un contesto di
frantumazione di un ordine politico, in presenza di eventi più o meno
rivoluzionari, o almeno di conflitto acceso e di ribellione sociale, quell’idea
di Bookchin può trovare fertile adattamento anche in contesti diversi e con
forme realizzative appositamente declinate. Indubbiamente questa prima
considerazione gioca un ruolo importante nella scelta compiuta da tanti
compagni e compagne anarchiche e non solo di accor- rere in Rojava a mettere in
gioco la propria esistenza per un ideale, per così dire, spendibile altrove
rispetto al baricentro delle loro vite. Non capita spesso di assistere al
collasso, implosivo o esplosivo secondo i casi, di un ordine politico che si
presta alla costituzione di un campo sociale in tensione su cui investire en-
ergie rivoluzionarie, accanto insieme ad altre forze invece conservatrici e
persino reazionarie. Si apre un immaginario radicale che trova uno spiraglio di
con- cretezza altrove non dato. La provenienza della solidarietà fattiva
internazionale è indicativa in effetti non solo della capacità di attrazione
che il campo kurdo esercita nel momento rivoluzionario e bellico insieme, ma
anche della cupezza dei tempi e delle condizioni sociali e storiche dalle parti
per così dire occiden- tali, in cui l'immaginario sovversivo, pur presente, è
tuttora condannato alla ineffettività, dopo il decennio cosiddetto no-global la
cui onda lunga sembra es- sersi chiusa con i movimenti civici degli Indignados
spagnoli (anteriori alla scelta elettoralistica di Podemos) e di Occupy Wall
Street. In altri termini, il Rojava libertario ci dice di più in relazione al
resto del mondo, all’occlusione neoliberale degli orizzonti di libertà e di
eguaglianza, al ripiegamento neo-individualistico o addirittura solipsistico
che contrassegna non solo l’homo oeconomicus, ma oggi addirittura l’umanità
delle società neoliberali, la biopolitica necrofila che tanto osserviamo nella
cronaca nera degli omicidi-suicidi, dei femminicidi, della vio- lenza giovanile
sotto forma di bullismo, in cui l’arroganza e la brutalità cela una L’ECCEDENZA
ANARCHICA IN KURDISTANSALVO VACCARO fragilità di fondo dettata in buona
sostanza dalla recisione di ogni legame sociale e dalla gettatezza del singolo
di fronte a un percorso accidentato e precario che mina ogni certezza
psicologica individuale, deprivata del sostegno collettivo. Riscoprire il
momento collettivo, recuperare la propria singolarità nell’ambito di una
relazione plurale che è costitutiva del nostro essere al mondo (banalmente,
senza necessità di scomodare Hannah Arendt!), riprendere le sorti della pro-
pria vita in uno spazio pubblico denominato politica, tutt’affatto identificato
e identificabile con la corruzione e la concussione, il malaffare e
l’immoralità per- manente, la conquista del potere e la pratica
dell’emarginazione discriminante dell’avversario, ecco ciò che viene a
valorizzarsi nell'evento rivoluzionario, sia pure in un quadro fortemente
condizionato dalla messa a rischio della vita. Beninteso, la sperimentazione
collettiva che a livello sociale e non solo isti- tuzionale si gioca in Rojava
mal si concilia, come detto, con il culto della per- sonalità di “Apo” che
catalizza le speranze dei kurdi verso quel totem magico che rassicura della
bontà del percorso sperimentale perché sorto non solo per necessità
geopolitiche e per sensibilità verso i tempi che urgono in direzione di
metodologie libertarie e orizzontali, ma anche e soprattutto perché sospinto
dal leader supremo dell’intera popolazione kurda. Anche se l’orizzonte della
nazione sembra ridimensionarsi, almeno tatticamente nel breve e nel medio
periodo. Certo, per qualcuno l’investimento nel Kurdistan e nel Bakur
rappresenta un training personale chissà quando utilizzabile in un futuro che
magari auspica- bilmente non si rinvia a un lontano futuro. Una sorta di palestra
per ulteriori momenti, chissà mai si dovesse replicare in “patria" quanto
sta accadendo fuori patria. E in questa evenienza, si insinua una certa mistica
delle armi e della violenza rigenerativa e “vincente”, insomma quella “giusta”
perché dalla parte giusta della storia, verso la quale l’adrenalina che
indubbiamente scorre quando si mette in gioco in prima persona la propria vita
non ne facilita l'immunità criticamente acquisita negli anni nel corso delle
innumerevoli tappe del conflitto sociale. Ossia il difficile tentativo, teorico
e soprattutto pratico, di considerare l’inevitabilità della violenza nella sua
massima illegittimità, senza legittimarla mai. Ovviamente non è certo in
discussione la difesa tout court dai fondamental- isti dello Stato islamico o
dagli eserciti regolari dello stato turco o siriano o di qualunque altro stato
che usa la potenza militare quale leva da utilizzare, in caso di successo, per
legittimare e legalizzare il proprio operato. Né è in discus- sione l’irruzione
della forza di una società o di una comunità che voglia istituirsi senza farsi
istituire dalla sfera separata della politica statuale, come ci insegna
Castoriadis. È necessario quindi distinguere forza e violenza, potenza statuale
e potenza collettiva e diffusa e pertanto preoccuparsi dell’insidioso
slittamento in una dimensione palingenetica persino di segno rivoluzionario in
cui la narrazione rarefatta della violenza quale levatrice della storia, si
presume benefica, ben si coniuga con i corpi trucidati, le vite spezzate,
qualunque sia il segno sotto cui la qualità della vita dell’umano dovrà
interrompere la lunga catena omicida e genocidiaria che caratterizza la
violenza statuale. Ma si sa, è facile criticare il feticcio del kalashnikov
quando si riflette a migliaia di chilometri, e si sa altret- tanto che laddove
il kalashnikov è stato l’unico strumento di agitazione, libertà 21 ed
uguaglianza non sono mai stati conseguiti. Nel momento in cui stiamo terminando
questo libro, gli eventi rivoluzionari in Rojava e nel Bakur, già travagliati
date le circostanze, si ritrovano rinchiusi nei propri orizzonti, ottenebrati
dalla violenza militare tesa non solo a sconfiggere per l’ennesima volta le
rivendicazioni di libertà e di autonomia dei kurdi, ma anche a sradicare da una
pur minima fetta di terra quei germogli di libertà ed eguaglianza che, se
lasciati sbocciare potrebbero risultare fecondamente conta- giosi per altre
popolazioni, per altre terre, per altre istanze libertarie, appunto ciò che il
dominio statuale, qualunque sia la sua bandiera, non potrà mai toller- are,
temendo giustamente di venire sepolto dallo spirito anarchico. L’ECCEDENZA
ANARCHICA IN KURDISTANSALVO VACCARO Chapter 3 Confederalismo democratico Una
pratica di lotta e organizzazione Raùl Zibechi Quando riceviamo notizie della
resistenza kurda a Kobane e negli altri due can- toni autonomi nella regione
del Rojava, in un angolo della memoria e della coscienza esse ci riportano alla
guerra e alla rivoluzione spagnole. Le comuni egualitarie dell’ Aragona, le
dignitose barricate e l’autogestione a Barcellona, il grido di Buenaventura
Durruti nella difesa di Madrid: «Portiamo dentro di noi un mondo nuovo; e quel
mondo sta crescendo in questo stesso istante». Ritrovo varie similitudini, che
sono il nucleo di molti processi di cambiamento: il popolo in armi, organizzato
in battaglioni popolari; il ruolo di spicco delle donne in tutti gli ambiti e a
tutti i livelli dell’azione collettiva; l’autogoverno con ampia partecipazione;
il fatto che questi cambiamenti emergano durante una guerra, ovvero in una
situazione estremamente critica per la sopravvivenza. Verso luglio-agosto del
2012 nel Rojava, la regione a fianco della Turchia, il regime siriano crolla,
quando la primavera araba, iniziata nel 2011, è duramente repressa dal governo
di Bachar al Assad, originando un conflitto interno con appoggi regionali e
globali. Le grandi potenze sostengono diversi gruppi armati (generalmente
integrati da mercenari) che combattono contro il regime siriano, appoggiato a
sua volta da altre potenze, come l’Iran. Il popolo kurdo è la più grande
nazione del mondo senza stato. I quasi 40 milioni di kurdi vivono in quattro
paesi: Siria, Irak, Iran e Turchia. Occupano un’area di circa 400.000
chilometri quadrati: quasi 200.000 sono nel Kurdistan turco per circa 15
milioni di abitanti, 125.000 chilometri quadrati in Iran per 13 milioni di
abitanti, 60.000 chilometri quadrati in Iraq per otto milioni di abitanti e
circa 12.000 chilometri quadrati in Siria con più di due milioni di abitanti. CONFEDERALISMO
DEMOCRATICOUNA PRATICA DI LOTTA E ORGANIZ I kurdi furono vittime delle potenze
coloniali che all’inizio del xx secolo firmarono un accordo segreto per
dividersi l’Impero Ottomano. Il 16 maggio 1916, nella fase finale della Prima
Guerra mondiale, sir Mark Sykes come rappresentante della Gran Bretagna e
Francoise George-Picot come rappresentante della Fran- cia, si accordarono
sulla divisione del Medio Oriente una volta terminata la guerra. Ciò che oggi è
Siria, Libano e il sud della Turchia restarono sotto il do- minio francese,
mentre quello che ora è Giordania e Iraq fu affidato alla tutela britannica.
Nello stesso periodo, si emanò la Dichiarazione di Balfour (2 novembre 1917)
nella quale il Regno Unito decideva di sostenere la creazione di «un territorio
nazionale ebreo» in Palestina. Si trattò di una lettera del Ministro degli
esteri britannico, Arthur Balfour, al banchiere Lionel Walter Rothschild, un
leader della comunità ebrea in Gran Bretagna, allo scopo di ottenere l'appoggio
della Federazione sionista di Regno Unito e Irlanda. Fino ad oggi le vecchie
potenze, alle quali si unirono, dopo il 1945, gli Stati Uniti e, in minor
misura, l'Unione Sovietica, svolgono un ruolo dominante nel Medio Oriente dove
hanno la prece- denza per intervenire nelle loro antiche colonie. Anche se
l’accordo Sykes-Picot, fallì per quanto riguarda la sua applicazione in
Turchia, dove Kemal Ataturk guidò la guerra d’indipendenza, il resto del trat-
tato si applicò nella forma prevista dagli imperi coloniali, assicurò il
dominio francese e britannico, ma procurò altresì le condizioni degli attuali
conflitti. Lo stato kemalista proibì l’uso del vocabolo Kurdistan, e della sua
lingua. I kurdi si dispersero in tutta la Turchia perché la loro terra fu
espropriata attraverso il Trattato di residenza forzata del 1930. Il popolo
kurdo fu considerato da Ankara come “turchi di montagna”, ossia turchi con
tratti particolari dati dal loro habitat montuoso. Nel nord della Siria,
durante la guerra civile scoppiata nel 2011, si formarono le milizie armate
dette Unità di protezione del popolo (YPG) sotto il comando del Comitato
supremo kurdo per controllare le zone abitate dai kurdi. Nel luglio 2012, le
YPG conquistarono la città di Kobane e una decina di altre città dove il Partito
dell’unione democratica (PYD) e il Consiglio nazionale kurdo (KNC) diedero
avvio a un’amministrazione congiunta, Solo due città importanti a mag- gioranza
kurda, Hasaka e Qamishli, continuarono a essere controllate dal gov- erno di
Damasco. Alcuni mesi dopo, nel gennaio del 2013, i cantoni di Jazira, Kobane e
Efrin proclamano la loro autonomia. Si tratta di tre piccole unità territoriali
alla frontiera con la Turchia, in totale alcune decine di migliaia di abitanti,
dove convivono diversi gruppi etnici e religiosi, circondati dall’esercito
turco e dallo Stato islamico. Sono tre enclave non contigue, separate da centi-
naia di chilometri e da migliaia di uomini armati che vogliono distruggerle. I
movimenti e i partiti di sinistra in Turchia nacquero negli anni Settanta in
risposta ai crimini dello Stato turco contro le sue 30 nazionalità. I turchi
infatti sono una minoranza in Turchia, un paese di 70 milioni di abitanti di
cui circa 15 milioni di kurdi oltre a siriani, greci, armeni, gitani... Ma la
sinistra ancora non aveva una risposta per queste “minoranze". Nel 1978,
si fonda il Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), di orientamento
marxista-leninista, con l’obiettivo di formare un Kurdistan indipendente. La 25
lotta del popolo kurdo stava crescendo dal 1973, e la formazione del Partito fu
la conseguenza di questo lungo processo di autoaffermazione delle comunità del
Kurdistan. Il colpo di stato del 1980 ad Ankara (con l'appoggio della NATO e
degli Stati Uniti, suo alleato strategico che dispone di varie basi militari
contro la Russia) si proponeva di frenare questo processo, di reprimere sia i
kurdi sia le altre “minoranze”, così come di attaccare la sinistra e i nuovi
movimenti. La maggioranza dei dirigenti del PKK si rifugiarono nei campi palestinesi
in Libano, nella valle della Bekaa, e strinsero alleanze con il Fronte popolare
per la liberazione della Palestina diretto da George Habash. Qui ricevettero
adde- stramento militare e parteciparono alla lotta del popolo palestinese
nella quale rimasero vittime più di trecento militanti kurdi, che furono uccisi
o incarcerati. Nel 1984, il PKK lanciò la lotta armata in Kurdistan perché
considerava che sotto la dittatura non ci fosse altra forma possibile di
azione. Il PKK raccoglie la lunga resistenza kurda: tra il 1920 e il 1940 ci
furono ben 27 rivolte contro il potere turco. Con la sconfitta
dell’insurrezione di Dersim, nel 1938, si completò l'occupazione turca del
Kurdistan e iniziò un lungo periodo di assimilazione at- traverso le scuole e
la proibizione di usare la lingua kurda. Durante la guerra, iniziata dal PKK,
ci furono circa 5.000 assassini extrag- iudiziali, varie migliaia di kurdi
furono incarcerati e centinaia di villaggi rurali distrutti. Il partito
guadagnò appoggi molto ampi, non solamente tra i kurdi, bensì anche tra gli
altri popoli colpiti dal potere turco, come gli armeni. La svolta del PKK
cominciò all’inizio degli anni Novanta, quando cadde il so- cialismo reale.
Questo fatto provocò un confronto interno sulle strade da seguire nella nuova
situazione internazionale. E il dibattito interno si radicalizzò nella
preparazione del VI Congresso che portò il PKK a adottare, nel 1998, una nuova
strategia chiamata «Confederalismo democratico», che spinse l’organizzazione ad
abbandonare il marxismo-leninismo e l’obiettivo di creare uno Stato-nazione
kurdo. Per lo Stato turco, gli Stati Uniti e Israele (oltre che per le
burocrazie arabe dominanti) la trasformazione del PKK è una sconfitta inedita.
Fino a quel mo- mento si trattava di una guerriglia nazionalista che si
scontrava con l’esercito in montagne remote. Ma, a partire dall'adozione del
Confederalismo democratico, il PKK inizia ad avere un progetto assai ampio che
coinvolge molteplici attori e riflette i cambiamenti delle società nel Medio
Oriente. All’inizio di questa svolta il Partito cominciò a intrattenere
relazioni con le lotte dei popoli oppressi di tutta la regione. La proposta del
Confederalismo democratico raccoglie, da un lato, icambiamenti demografici
della popolazione kurda. Dei 13 milioni di abitanti di Istambul, 6 milioni sono
kurdi, 4 milioni emigrarono in Europa e ciò fa sì che la maggior parte di kurdi
non vivano in Kurdistan. Pertanto la lotta principale non è più nazionale,
bensì sociale. Numerosi giornalisti e militanti occidentali attribuiscono
l’adozione del Confed- eralismo democratico alla prigionia di Abdullah Ocalan e
all’influenza del pen- satore e militante statunitense, Murray Bookchin,
storico fondatore dell’Ecologia Sociale. Non serve dire che si tratti, in fin
dei conti, di una visione colonialista. Altri ancora parlano della “svolta
libertaria” del PKK. E sono moltissimi coloro 26CHAPTER 3. CONFEDERALISMO
DEMOCRATICOUNA PRATICA DI LOTTA E ORGANIZ che credono che sia in realtà un
trucco del partito stalinista per raccogliere ap- poggi più ampi in Occidente.
Al contrario, la popolazione kurda, come gli indigeni latinoamericani, si
costi- tuisce attorno a comunità contadine che determinano la sua identità e la
sua cultura. Ha difatti una lunga e feconda storia, che è la sua principale
referenza culturale e politica. L’attuale proposta del Confederalismo
Democratico è an- corata al recupero delle tradizioni della Mesopotamia perché
si considera che la civilizzazione non iniziò con i greci, così come la
rivoluzione francese non è il punto di partenza delle lotte per
l'emancipazione. Il nuovo orientamento del PKK provocò la furibonda reazione
degli Stati Uniti e dei suoi alleati che decisero di definirlo come
“terrorista” e di perseguire il suo dirigente, Abdullah Ocalan, che si trovava
in Siria e che fu espulso in Russia per pressioni della Turchia. Nemmeno il
governo russo lo tollerò e lo espulse verso l’Italia. Quando, allontanato anche
dall’Italia, si dirigeva verso il Sudafrica, Ocalan fu sequestrato in Kenia dal
Servizio segreto israeliano (Mossad) e con- segnato alla Turchia. Alla fine
presidente del PKK fu condannato alla pena di morte, poi commutata in ergastolo
ed è tuttora rinchiuso da solo in un'isola nel mar di Marmara. Il PKK
costituisce un problema per l’imperialismo perché ora possiede una pro- posta
per tutti i popoli del Medioriente. Il Confederalismo Democratico esprime
quattro critiche allo Stato-nazione. La prima è che qualsiasi Stato, sia
capitalista che socialista, si fonda sul dominio di una classe minoritaria
sulle classi popo- lari. Inoltre lo Stato-nazione suppone il dominio di un
gruppo etnico religioso sopra gli altri, come d’altronde succede in altra forma
in tutti gli Stati. La terza questione è che tutti gli Stati si appoggiano sul
patriarcato, cioè la dominazione degli uomini sulle donne. In quarto luogo, lo
Stato ha necessità per sostenersi di una società produttivista che distrugga la
madre terra. I kurdi autonomisti affermano che non si può farla finita con il
capitalismo senza eliminare lo Stato e che non possiamo liberarci dello Stato
senza liberarci dal patriarcato. Quando il conflitto tra l’opposizione e il
governo di Damasco si trasformò in guerra aperta, la popolazione kurda non
appoggiò nessuna delle due parti e cercò la propria strada, attraverso
l’autogoverno. In quel momento scoprì che il Confederalismo democratico era la
miglior forma di convivenza in una regione dove 180% sono kurdi e il 20%
appartiene ad altri gruppi etnici. I tre cantoni della zona del Rojava, che si
autodefiniscono delle comunità au- tonome democratiche, e quindi Efrin, Jazira
e Kobane, sono una Confeder- azione di kurdi, arabi, aramaici, turcomanni,
armeni e ceceni. Redassero una Costituzione, diffusa nell’ottobre del 2014,
denominata Carta costituzionale del Rojava. Il preambolo “proclama un nuovo
contratto sociale, basato sulla con- vivenza, l’intesa reciproca e la pace tra
tutti i fili della società. Protegge i diritti umani e le libertà fondamentali,
riafferma il diritto dei popoli alla libera au- todeterminazione”. Le Unità di
protezione del popolo (YPG) sono l’unica forza militare dei tre cantoni e hanno
il compito di proteggere e difendere la sicurezza delle comunità autonome e
delle loro popolazioni. Le YPC formarono il Movimento per una società
democratica (Tevgera civaka demokratik, conosciuto con la sigla Tev- 27 Dem),
che è il vero promotore dei cambiamenti in atto. Tra questi le Unità di
protezione delle donne (YP.J) che dispongono di 10.000 combattenti e svolgono
un ruolo decisivo nella difesa del Rojava. Così come l’Asayish, una forza di
polizia per il controllo delle zone autonome con circa 4.000 agenti, un quarto
dei quali sono donne. Questa “polizia” non vuole essere chiamata così perché
afferma di servire la società e non lo Stato. I capi di quei corpi armati
vengono eletti e, oltre l’uso delle armi e la disci- plina militare, imparano
la storia del Kurdistan, l’etica, la meditazione e la cultura popolare. La
nuova amministrazione (quella precedente crollò nel 2012) è governata dai
comuni o dai municipi sulla base di assemblee rionali aperte e settimanali, che
dispongono di unità proprie di autodifesa, oltre che di consigli dedicati
all'economia, all’educazione, alla salute, ai servizi pubblici, ai giovani e
alle donne. Sono dotate inoltre di un consiglio al quale partecipano i delegati
eletti in ogni rione. La costruzione di questa struttura di potere fu possibile
grazie al lavoro del Tev- Dem, una grande coalizione di entità tra le quali
figurano partiti come il PYD (Partito dell’Unione Democratica), cooperative,
gruppi di giovani e di donne, centri culturali e accademici. In base ai
principi dell’autogoverno, la nuova am- ministrazione espropriò le terre
statali (pianure dedicate alla monoctultura del grano) e le consegnò alle
cooperative già create che stanno tentando di diversi- ficare la produzione di
alimenti. Inoltre continuano a estrarre un po’ di petrolio che raffinano per le
necessità locali. La creazione di comunità autogestite avviene nel pieno della
guerra, creando un certo sconcerto, come si apprende dai reportage pubblicati
in Europa, tra chi si interroga sui seguenti punti: perché non iniziarono un
processo così interes- sante in condizioni normali di pace e lo cominciano
quando vengono assassinati a centinaia da guerriglieri e in particolare dal
genocida Stato islamico? Come succede di solito, la domanda svela il modo di
pensare di chi la formula. La risposta è che non sarebbe potuto succedere in un
altro momento. La storia delle rivoluzioni ci insegna questo. Tutte nacquero
all’interno di una guerra quando la sopravvivenza dell’umanità era a rischio,
quando era necessario or- ganizzarsi assieme ad altri e altre per dar loro una
certa continuità di vita. Le rivoluzioni nascono dalla necessità, non dalle
bibbie (e poco importa se quelle bibbie sono marxiste, anarchiche, cristiane o
socialdemocratiche). La rivoluzione spagnola, quella russa e quella cinese,
oltre alle molte che ci sono state, cioè la creatività umana collettiva che
chiamiamo rivoluzione, non sono scelte filosofiche ma frutto della necessità.
Inoltre c’è un altro dato fondamentale. Se il potere dello Stato siriano non si
fosse collassato nel Rojava, lasciando ampi territori rurali e urbani alla
mercè dei guerriglieri dello Stato islamico (degli eserciti turco e siriano e
delle milizie che guerreggiano tra di loro per appropriarsi del petrolio),
l’autogestione sarebbe stata un sogno da filosofi impegnati. Crollando lo
Stato, il capitalismo e il Pa- triarcato rimasero senza protezione alcuna. Lo
Stato è il difensore armato dello sfruttamento e dell’oppressione che, senza il
suo appoggio, hanno molta diffi- coltà a replicarsi. Non esiste impero, non
esiste quindi determinismo. I kurdi del nord della Siria non incontrarono le
tesi del Confederalismo democratico del PKK per caso. C’è una pratica previa,
molto più importante delle tesi di Ocalan, anche se queste sono di grande
valore, perché ne sono ispirate. Le idee non sono ciò che cambia il mondo,
bensì l’azione umana collettiva spesso pregna di frammenti di quelle idee. Non
dovremmo cadere nella trappola colonialista di credere che il resto e la
parola, come quelle che imposero i coloni spagnoli in America, siano la chiave
di un qualsiasi cambiamento. Al contrario di ciò che ritengono alcuni, le ide-
ologie sono molto meno decisive dell’attività sociale collettiva. Molto prima
dell’esperienza autonomista del Rojava, i militanti del PKK e quelli del Tev-
Dem impresero un’ampia strutturazione conosciuta come Congresso della soci- età
democratica, dove si articolavano più di 500 organizzazioni sociali, sindacati
e partiti. Quando sopraggiungono catastrofi naturali e sociali e la routine
quotidiana si spezza, le persone attingono alla memoria delle loro esperienze
collettive accu- mulate nelle proprie vite, qualcosa che potremmo chiamare come
cultura politica o modi di codificare abitudini e stili di vita. Se conoscono
solamente una cul tura, quella egemonizzante, gerarchica, patriarcale,
golpista, statal/capitalista, non potranno mai uscire dall’eteronomia. Se
invece hanno mantenuto vive le proprie tradizioni comunitarie, autonomiste, non
capitaliste e non patriarcali, per ridotti che siano stati quelli spazi e i
tempi nei quali si praticavano, la storia può cambiare. Per questo,
l’importante nei periodi “normali” non è quanta gente sia coinvolta in queste
modalità di azione che chiamiamo ‘alternative’. Ciò che è decisivo è che
esistano, che un settore attivo e dinamico, anche se minoritario, le pratichi e
le diffonda. Nella nostra società tutti sanno che ci sono forme più sane di
alimentarsi, metodi non allopatici né mercificati di prendersi cura della
salute, spazi non di mercato come lo shopping e i supermercati, modi di vita
diversi e piccole organizzazioni che li sostengono. Quando sopraggiungano
situazioni drammatiche, alcune di quelle esperienze si moltiplicano, com’è
successo tante volte. Rojava è la doppia conseguenza della guerra civile
siriana e dell’esteso lavoro del PKK e di altre organizzazioni kurde. Degno di
nota è il fatto che si tratta di un partito di origine marxista-leninista che è
stato capace di promuovere un distacco da quei valori. Non trovò ispirazione
nelle tesi anarchiche, bensì nelle tradizioni libertarie del popolo kurdo.
Ispirarsi alle tradizioni comunitarie e lib- ertarie, che risiedono in tutti i
popoli, è un buon antidoto contro i dogmatismi di ogni tipo. È evidente che ci
sono delle similitudini tra la rivoluzione zapatista e kurda. Ci sarà stato un
incontro segreto tra Marcos e Ocalan? Tra i comandanti dell’EZLN e quelli del
PKK? Esiste una bibliografia che presenta le cospirazioni come filo conduttore
delle lotte sociali e che ha una forza simile alle letture ideologiche.
Entrambe non comprendono il dato fondamentale: la storia è fatta dai popoli,
con le loro lotte, ma anche il loro accordo. Il conflitto cambia il mondo così
come la conciliazione, anche se la nostra iconografia militante è solita
occuparsi delle azioni eroiche, pure se sono state sporadiche e casuali nella
storia. 29 Penso che di comune tra l’una e l’altra esperienza siano le radici,
ciò che si trova di più profondo nei popoli. Il subcomandante Marcos giunse,
con un piccolo gruppo di militanti guevaristi sconfitti, nella selva Lacandona
e lì non ebbe al- tra scelta che “arrendersi” alla logica delle comunità. Un
noto resoconto spiega che l’impianto della sua teoria politica risultò
ammaccato dal contatto con gli esseri umani reali e che, grazie a queste
ammaccature, poté cominciare a girare per le comunità fino a diventare un
cerchio. O qualcosa di simile. Il punto in comune fra i due processi è
l’impegno nel cambiare il mondo e com- prendere che le modalità ereditate non
sono le più adeguate. La gente sa, e possiamo avere fiducia in lei. Noi non
sappiamo molto e dobbiamo imparare da altri e altre del popolo: loro sono i
nostri maestri. Dobbiamo seguire un'etica dell’umiltà, della disponibilità a
fare insieme e di non imporre ciò che portiamo negli zaini. Non è importante se
in un luogo si chiamino «giunte del buon governo» e in un altro siano «consigli
locali o di cantone». In entrambi i casi si può apprezzare un passaggio del
centro di gravità ai popoli organizzatie la fiducia che questi popoli siano i
soggetti capaci di fare ciò che occorre fare. Ma cosa fare? Quello che i popoli
decidano, in ogni momento, secondo le loro convinzioni. È impossibile conoscere
in anticipo il futuro della rivoluzione kurda. Nel mezzo di una guerra atroce,
nella quale sono implicate grandi potenze, feroci dittature e gruppi
terroristici, sarà molto difficile che la rivoluzione sopravviva a una dis-
truzione così enorme. I recenti attacchi della Turchia e dello Stato Islamico
possono essere degli esempi di ciò che riserva il futuro immediato, In ogni
caso, ciò che hanno fatto finora è sufficiente per provocare il migliore
entusiasmo, la più grande ammirazione, la più ampia solidarietà in ogni angolo
del mondo degli oppressi. I grandi processi storici devono essere considerati
per le intenzioni dei protag- onisti, non per una pragmatica misura dei
risultati. Per questi motivi, Rojava merita tutta la nostra attenzione, tutto
il nostro appoggio e la disposizione d’animo a imparare. È il poco che possiamo
fare alla distanza dove siamo. Sti- amo attraversando una fase particolare
della storia, molto simile a quella delle due guerre mondiali, quando vari
imperi furono distrutti, quando giunsero le grandi rivoluzioni, ma pure la
ripartizione di questi imperi tra le potenze colo- niali. Con lo sguardo
rivolto al passato, Eric Hobsbawn metteva in evidenza l’importanza della
rivoluzione spagnola, diventata un fronte cruciale della battaglia contro il
fascismo. Secondo la sua opinione, fu la causa più nobile del secolo trascorso,
come scrisse nella sua Storia del secolo breve. Egli affermò: «Per molti di coloro
che siamo sopravissuti, la lotta del 1936 è l’unica causa politica che, anche
vista retrospettivamente, ci sembra così pura e convincente». È ciò che di
meglio si possa dire di una rivoluzione. 30CHAPTER 3. CONFEDERALISMO
DEMOCRATICOUNA PRATICA DI LOTTA E ORGANIZ Chapter 4 Visita nel Kurdistan
siriano, maggio 2014 Zaher Baher Ciò che il lettore leggerà è l’esperienza
della mia visita, di un paio di settimane, nel maggio 2014, a nord-est della
Siria o del Kurdistan siriano (Kurdistan oc- cidentale), con un mio caro amico.
Durante la visita abbiamo avuto totale libertà e l’opportunità di vedere e
parlare con chi volevamo, ossia con donne, uomini, giovani e partiti politici.
Esistono più di 20 partiti, da quelli curdi a quelli cristiani, cui alcuni
fanno parte della Democratic Self Administration (DSA) o Democratic Self
Management (DSM) di Al Jazera: una delle tre regioni (o cantoni) del Kurdistan
occidentale. Ab- biamo incontrato anche i partiti politici curdi e cristiani
che non appartengono al DSA o al DSM. Inoltre, abbiamo incontrato i vertici del
DSM, i membri di diversi comitati, gruppi localie comuni, nonché imprenditori,
commercianti, la- voratori, persone al mercato e persone che stavano
semplicemente camminando per la strada. La cornice Il Kurdistan è una terra di
circa 40 milioni di persone che dopo la Prima guerra mondiale fu diviso tra
Iraq, Siria, Iran e Turchia. Storicamente, i curdi hanno patito massacri e
genocidi per mano dei regimi successivi, soprat- tutto in Iraq e in Turchia. Da
allora hanno costantemente sofferto e sono stati oppressi dai governi centrali
dei paesi a cui il Kurdistan fu annesso. Nel Kur- distan iracheno; sotto il
regime di Saddam Hussein, il popolo curdo ha subito attacchi di armi chimiche
durante l'Operazione Anfal. In Turchia, fino a poco tempo fa, i curdi non
avevano nemmeno il diritto fondamentale di parlare nella propria lingua.
Storicamente, sono stati riconosciuti come “i turchi che vivono in montagna”
(un riferimento alla regione del Kurdistan e di come ci siano così tante
montagne). In Siria, la situazione dei curdi era migliore che in Turchia. In
Iran hanno alcuni diritti fondamentali e sono riconosciuti come parte di una
nazione diversa dai persiani, ma non hanno una propria autonomia. Dopo la prima
guerra del Golfo nel 1991, il popolo curdo in Iraq è riuscito a creare il
proprio governo regionale, il Governo Regionale del Kurdistan (KRG). Dopo
l’invasione e l'occupazione dell’Iraq nel 2003, il popolo curdo ha approf-
ittato di questa situazione per rafforzare il proprio potere locale ed è
riuscito a ottenere il diritto ad avere la propria amministrazione, il proprio
bilancio, un proprio parlamento e un proprio esercito. Sono stati tutti
riconosciuti dal gov- erno iracheno e, in una certa misura, sono sostenuti dal
governo centrale. Ciò ha incoraggiato e ha avuto un impatto positivo sulle
altre parti del Kurdistan, in particolare Turchia e in Siria. Nello stesso anno
dell’invasione dell’Traq (2003), il popolo curdo in Siria ha is- tituito il
proprio partito, il Democratic Union Party (PYD), pur in presenza di un certo
numero di altri partiti e organizzazioni curde nella regione. Alcuni di loro
erano così vecchi che risalivano al 1960, ma erano inefficaci rispetto al PYD
che si è sviluppato e diffuso rapidamente tra il popolo curdo. La primavera
araba La primavera araba raggiunse la Siria all’inizio del 2011 e, dopo un
breve pe- riodo di tempo, si diffuse anche nelle regioni del Kurdistan siriano:
Al Jazera, Kobane e Afrin. La protesta del popolo curdo in questi tre cantoni
fu molto forte ed efficace causando, in un certo senso, il ritiro dell’esercito
siriano dai cantoni curdi eccetto che da alcune zone di Al Jazera, di cui vi
parlerò più oltre. Nel frattempo, la popolazione, con il supporto del PYD &
PKK, formò il Tev- Dam, (il Movimento della Società Democratica), che ben
presto diventò molto forte e popolare nella regione. Una volta che l’esercito e
l’amministrazione siri- ana si furono ritirati, la situazione diventò molto
caotica (vi spiegherò perché). Ciò costrinse il Tev-Dam ad attuare propri piani
e programmi senza ulteriori ritardi prima che la situazione si fosse aggravata.
Il programma del Tev-Dam era molto inclusivo coprendo ogni singolo problema
nella società. Furono coinvolte molte persone di diverso ordine e provenienza,
tra cui curdi, arabi, musulmani, cristiani, assiri e Yazidi. Il primo compito
fu quello di stabilire una serie di gruppi, comitati e comuni nelle strade, in
quartieri, villaggi, contee e nelle piccole e grandi città. Il loro ruolo fu
quello di essere coin- volti in tutti i problemi che deve affrontare la
società. I gruppi furono istituiti per esaminare una serie di questioni, tra
cui: il genere, l'economia, l’ambiente, l’istruzione, le questioni sanitarie,
il supporto e la solidarietà, i centri per le famiglie dei martiri, il
commercio e le imprese, le relazioni diplomatiche con i paesi stranieri e tanto
altro. Esistono pure gruppi specifici per conciliare le controversie tra
persone o fazioni diverse cercando di evitare di far finire queste dispute in
tribunale a meno che questi gruppi siano incapaci di risolverle. Questi gruppi
di solito tengono le proprie riunioni ogni settimana per parlare dei problemi
che le persone devono affrontare là dove vivono. Hanno un loro rappresentante
nel gruppo principale dei villaggi o delle città chiamate “Casa del Popolo”. Il
Tev-Dam, a mio parere, è l’organo di maggior successo in quella società e
potrebbe raggiungere tutti gli obiettivi che gli sono stati assegnati. Credo
che 33 le ragioni del suo successo siano: 1. La volontà, la determinazione e il
potere delle persone che credono di poter cambiare le cose. 2. La maggior parte
delle persone crede nel lavoro volontario in tutti i livelli di servizio per
rendere l’evento / esperimento un successo. 3. Essi hanno creato un esercito di
difesa composto da tre parti differenti: le Unità di Difesa Popolare (Peoples
Defence Units, PDU), le Unità di Difesa Fem- minile (Womens Defence Units, WDU)
e la Asaish (una forza mista di uomini e donne presente nelle città e in tutti
i posti di blocco esterni per proteggere i civili da qualsiasi minaccia). Oltre
a queste forze, esiste un’unità speciale per sole donne, per affrontare
questioni di stupro e di violenza domestica. Da ciò che ho visto, il Kurdistan
siriano ha preso una strada diversa (e, a mio parere, unica) dalla “primavera
araba” e le due non possono essere confrontate. Ci sono un paio di importanti
differenze. 1. Ciò che è successo nei paesi che facevano parte della
"primavera araba” sono stati grandi eventi e in molti di essi la tirannia
è stata sconfitta. La “primavera araba”, nel caso dell'Egitto, ha prodotto uno
Stato islamico e poi una dittatura militare. Altri paesi se la sono cavata un
po’ meglio. Questo dimostra che le persone sono forti e possono essere gli eroi
della storia in un momento parti- colare, ma che non sono state in grado di
ottenere ciò che volevano per molto tempo. Questa è una delle principali
differenze tra la “primavera araba” e la “primavera curda” nel Kurdistan
siriano, in cui essa ha potuto ottenere ciò che voleva da lungo tempo, almeno
finora. 2. Nel Kurdistan siriano le persone erano preparate e sapevano quello
che vol evano. Esse credevano che la rivoluzione dovesse partire dal basso
della società e non dalla cima. Doveva essere una rivoluzione sociale,
culturale, educativa e politica. Doveva essere contro lo Stato, il potere e
l’autorità. Dovevano essere le persone nelle comunità ad avere le
responsabilità sulle decisioni finali. Questi sono i quattro principi del
Movimento della Società Democratica (Tev-Dam). Doveva essere dato credito a chi
era dietro a queste grandi idee e agli sforzi compiuti per metterli in pratica,
che si trattasse di Abdulla Ocalan e i suoi compagni o chiunque altro. Inoltre,
le persone nel Kurdistan siriano istituirono numerosi gruppi locali sotto nomi
diversi per far funzionare la rivoluzione. Negli altri paesi della “primavera
araba”, le persone non erano preparate e sapevano solo che volevano sbarazzarsi
del governo attuale, ma non del sistema. Inoltre, la stragrande maggioranza
delle persone pensava che l’unica rivoluzione fosse quella dall’alto.
L’impostazione dei gruppi locali non fu intrapresa se non per una piccola
minoranza di anarchici e libertari. La Democratic Self Administration (DSA)
Dopo molto duro lavoro, dis- cussioni e pensieri, il Tev-Dam giunse alla
conclusione che aveva bisogno di un DSA in tutti e tre i Cantoni del Kurdistan
(Al jazera, Kobane e Afrin). A metà del mese di gennaio 2014, 1’ Assemblea
popolare elesse il proprio DSA, autonoma- mente, per implementare ed eseguire
le decisioni della “Casa del Popolo” (com- 34CHAPTER 4. VISITA NEL KURDISTAN
SIRIANO, MAGGIO 2014ZA HER BAHER missione principale del Tev-Dam) e assumersi
una parte del lavoro dell’amministrazione nelle organizzazioni dell’autorità,
dei comuni, dei dipartimenti dell’istruzione e della sanità, del commercio e
degli affari locali, dei sistemi di difesa e di quello giudiziario, ecc. La DSA
è composta da 22 uomini e donne, ognuna delle quali ha due vice (un uomo e una
donna). Quasi la metà dei rappresentanti sono donne. È organizzata in modo che
possano partecipare tutte le persone di di- versa provenienza, nazionalità,
religione e genere. Questo creò un’atmosfera di pace, fratellanza/sorellanza,
soddisfazione e libertà. In poco tempo, quest’amministrazione fece un sacco di
lavoro ed emanò un con- tratto sociale, delle leggi sui trasporti, sui partiti
e un programma o piano del Tev-Dam. Nel Contratto Sociale, la prima pagina
afferma: "Le aree di democrazia autogestita non accettano i concetti di
nazionalismo statale, militare o di religione o di gestione centralizzata o di
regole centrali, ma sono aperte a forme compatibili con le tradizioni della
democrazia e del plural- ismo, sono aperte a tutti i gruppi sociali e alle
identità culturali della democrazia ateniese e di espressione nazionale
attraverso la loro organizzazione." Ci sono molti decreti nel Contratto
Sociale. Alcuni sono estremamente im- portanti per la società, tra cui: A. La
separazione tra Stato e religione; B. Il divieto dei matrimoni al di sotto dei
18 anni; C. Il riconoscimento, la tutela e l’incremento dei diritti delle donne
e dei bam- bini; D. Il divieto della circoncisione femminile; E. Il divieto
della poligamia; F. La rivoluzione deve avvenire dal basso della società ed
essere sostenibile; G. Libertà, uguaglianza, pari opportunità e non discriminazione;
H. Parità tra uomini e donne; I. Tutte le lingue devono essere riconosciute e
arabo, curdo e siriano sono le lingue ufficiali di Al Jazera; J. Fornire una
vita decente ai prigionieri e rendere il carcere un luogo per la riabilitazione
e il recupero; K. Ogni essere umano ha il diritto di chiedere asilo e rifugio e
non può essere restituito senza il suo consenso. La situazione economica nel
cantone di Al Jazera La popolazione di Jazera è di oltre un milione di persone.
Questa popolazione è costituita da curdi e arabi, cristiani, ceceni, yazidi,
turkmeni, assiri, caldei e armeni. L’80% della popolazione è curda. Ci sono
molti villaggi arabi e yezidi e sino a 43 vil laggi cristiani. La dimensione di
Al Jazera è più grande di Israele e della Palestina uniti. Nel 1960, il regime
siriano ha attuato una politica nella zona curda chiamata “Green- belt” che il
partito Ba’ath ha continuato ad attuare quando salì al potere. Ciò 35 determinò
che le condizioni per i curdi sarebbero state peggiori rispetto a quelle del
popolo siriano per quanto riguarda la vita politica, economica e sociale e
anche per l’educazione. Il punto principale della Greenbelt fu quello di
portare gli arabi di diverse aree a stabilirsi in zone curde e di confiscare le
terre curde per essere poi distribuite tra gli arabi appena giunti. In breve, i
cittadini curdi sotto Assad divennero i terzi, dopo arabi e cristiani. Un altro
criterio fu che Al Jazera dovesse produrre solo grano e petrolio. Ciò
significava che il governo faceva in modo che non ci fossero fabbriche, società
o industrie nella zona. Al Jazera produce il 70% del grano siriano ed è molto
ricca di oli, gas e fosfati. Così la maggior parte delle persone furono coin-
volte nell’agricoltura nelle piccole città e nei villaggi, e come commercianti
e negozianti nelle città più grandi. Inoltre, molte persone vennero impiegate
dal governo nell’istruzione, nella sanità e negli enti locali, nel servizio
militare da soldati e come piccoli imprenditori nei comuni. Dal 2008, la
situazione è peggiorata in quanto il regime di Assad ha emesso un apposito
decreto per vietare la costruzione di grossi edifici, giustificato dalla
situazione derivante dalla guerra (riferendosi alla guerra continua nella
regione), e anche perché la zona è lontana e sul confine. Attualmente, la
situazione è neg- ativa. Ci sono sanzioni imposte sia dalla Turchia sia dal
governo regionale del Kurdistan (KRG) nel Kurdistan iracheno (lo spiegherò più
avanti). La vita ad Al Jazera è molto semplice e standard di vita sono molto
bassi, ma non c’è povertà. La gente, in generale, è felice dando la priorità a
quello che ha ottenuto per avere successo. Alcune delle necessità di cui ogni
società ha bisogno per sopravvivere esistono nel Kurdistan occidentale, almeno
per il momento, per non morire di fame, cam- minare con le proprie gambe e
resistere ai boicotaggi da parte della Turchia e del KRG. Tali esigenze
comprendono avere un sacco di grano per fare il pane e dolci. Di conseguenza,
il prezzo del pane è quasi libero. La seconda cosa è che il petrolio è anche a
buon mercato e, come si dice, “il suo prezzo è come il prezzo dell’acqua”. Le
persone usano petrolio per tutto; in casa, per i veicoli e per fare un po’ di
attrezzatura necessaria per una vasta gamma di industrie. Per facilitare questa
dipendenza dal petrolio, il Tev-Dam ha riaperto alcuni dei pozzi petroliferi e
depositi di raffinazione. Al momento, si sta producendo più petrolio di quanto
la regione ne abbia bisogno in modo da esportare un po’ e anche immagazzinare
un eccesso. L’elettricità è un problema perché la maggior parte è prodotta
nella vicina re- gione sotto il controllo dell’Isis o Stato islamico. Pertanto,
le persone hanno solo energia elettrica per circa 6 ore al giorno. Ma è gratis
e le persone non pagano. Ciò è stato in parte risolto dal Tev-Dam con la
vendita di diesel, a un prezzo molto basso, a chiunque abbia un generatore
privato, a condizione che fornisca energia ai residenti locali a un tasso a
buon mercato. In termini di comunicazione telefonica, tutti i telefoni
cellulari utilizzano la linea KRG o la linea della Turchia; dipende dove siete.
Le linee di terra sono sotto il controllo del Tev-Dam & della DSA e
sembrano funzionare bene... Ancora una volta, è gratuito. I negozi e i mercati
nelle città sono normalmente aperti dalle prime ore del mattino fino alle 11 di
sera. Molte delle merci provenienti dai paesi limitrofi sono di contrabbando
nella regione. Altri beni provengono da altre parti della Siria, ma sono
costosi a causa di pesanti tasse imposte dalle forze siriane o dai gruppi
terroristici che consentono il flusso merci nella regione di Al Jazera. La
situazione politica di Al Jazera Come accennato, la maggior parte dell’esercito
di Assad si è ritirata dalla regione, ma alcune truppe sono rimaste ancora in
un paio di città in Al Jazera. Il regime ha ancora il controllo in più della
metà della principale città (Hassaka), mentre l’altra metà è nelle mani del PDU
( Unità di Difesa Popolare). Le forze governative sono rimaste nella seconda
città della regione (Qamchlo), dove controllano una piccola area al cen- tro.
Tuttavia, nella zona occupata, la stragrande maggioranza delle persone non
utilizza gli uffici e i centri di servizi. Il numero delle forze del regime in
questa città è tra i 6 e i 7000 e hanno solo il controllo dell’aeroporto e dell’ufficio
postale. Entrambe le parti sembrano riconoscere la posizione, il potere e
l’autorità dell’altro e si astengono da scontri o confronti. Chiamo questa
situazione, la politica di “nessuna pace, nessuna guerra”. Ciò non significa
che non ci siano stati scontri ad Hassaka o a Qamchlo. Gli scontri causano la
morte di molte persone da entrambe le parti, ma, finora, il capo delle tribù
arabe rende possibile la co- esistenza di entrambe. Entrambe le parti hanno
approfittato del ritiro dell’esercito siriano, e non com- battere i
manifestanti curdi e le sue forze militari, fa risparmiare un sacco di costi e
di spese. Inoltre, il governo non deve proteggere l’area da altre forze di
opposizione, cosa che le forze curde devono fare. Inoltre, con il ritiro dalle terre
curde, Assad ha liberato forze che possono essere usate altrove contro al- tri
nemici. In secondo luogo, dopo il ritiro delle forze di Assad, il Kurdistan è
protetto e difeso dal popolo curdo. Infatti, le unità che difendono il popolo e
le donne proteggono il proprio popolo da qualsiasi attacco di qualsiasi forza,
compresa la Turchia, molto meglio dell’esercito siriano. Il popolo curdo ne ha
beneficiato nei seguenti modi: 1. Ha smesso di combattere il governo e questo
ha protetto le loro terre e le loro proprietà, salvando molte vite e lasciando
la gente in pace e in libertà. Questo ha creato l’opportunità per tutti di
vivere in pace e senza paura quando si svolge la propria attività. 2. Il
governo paga ancora i salari dei suoi vecchi dipendenti anche se quasi tutti,
al momento, stanno lavorando sotto il controllo della DSA. Ciò aiuta ovvia-
mente la situazione economica. 3. Questa situazione ha permesso alle persone di
gestire la propria vita e pren- dere le proprie decisioni. Ciò significa anche
che le persone possono vivere sotto l’autorità del Tev-Dam e della DSA. Più
dura così e più possibilità hanno di consolidarsi con fermezza e diventare più
forti. 4. Questo dà l’opportunità al People's Defence Units e al Women's
Defence Units di combattere i gruppi terroristici, in particolare Isis / IS,
come e quando è necessario. 37 Ad Al Jazera, ci sono più di venti partiti
politici tra il popolo curdo e cristiani. La maggior parte di loro sono in
contrasto con il PYD, il Tev-Dam e la DSA (tornerò oltre su questo punto), in
quanto non vogliono aderire al Tev-Dam o alla DSA. Tuttavia, essi hanno totale
libertà di svolgere le loro attività senza alcuna restrizione. L’unica cosa che
non possono avere è combattenti o milizie sotto il loro controllo. Le donne e
il ruolo delle donne Non vi è dubbio che le donne e i loro ruoli siano stati
notevolmente accettati e abbiano occupato posizioni alte e basse nel Tev-Dam,
nel PYD e nella DSA. Hanno un sistema chiamato "Joint Leaders" e
"Joint Organizers”. Ciò significa che il vertice di qualsiasi ufficio,
amminis- trazione o sezione militare deve includere le donne. Inoltre, le donne
hanno le proprie forze armate. C'è la parità totale tra donne e uomini. Le
donne sono una forza importante e sono fortemente coinvolte in ogni sezione
della Casa del Popolo, dei comitati, dei gruppi e dei comuni. Le donne nel
Kurdistan occi- dentale non formano solo metà della società, ma sono quella
metà più efficace e importante, nella misura in cui se le donne smettessero di
lavorare o si ritirassero dai tali gruppi, la società curda potrebbe crollare.
Ci sono molte donne pro- fessioniste nella politica e tra i militari del PKK
che sono state sulle montagne per molto tempo. Sono molto dure, molto
determinate, molto attive, molto responsabili ed estremamente coraggiose.
L’importanza della partecipazione paritaria delle donne nella ricostruzione
della società e in tutte le questioni è stata presa sul serio da Abdulla Ocalan
e il resto dei leader del PKK / PYD in modo che le donne nel Kurdistan occiden-
tale (Kurdistan siriano) sono considerate sacre. È di Ocalan l’idea, il sogno e
la convinzione che, se si vuole vedere il meglio della natura umana, allora la
società deve tornare allo stato della società matriarcale, ma, ovviamente, in
una fase avanzata. Anche se questa è la posizione delle donne e anche se hanno
la libertà, l’amore, il sesso e le relazioni tra le donne coinvolte nella lotta
sono estremamente rare. Le donne e gli uomini con cui abbiamo parlato credono
che questi aspetti (amore, sesso, relazioni) non siano appropriati in questa
fase, in quanto sono coinvolte nella rivoluzione e devono dare tutto per il
successo della rivoluzione. Quando ho chiesto cosa succederebbe se due persone
in servizio militare o posizioni sensibili avesse una relazione, mi è stato
detto che, ovviamente, nessuno può impedirlo, ma essi devono essere spostati a
posizioni o sezioni più adatte. Questo può essere difficile da capire per gli
europei. Come si può vivere senza l’amore, il sesso e le relazioni? Ma per me,
è perfettamente comprensibile. Credo che sia la loro scelta e, se le persone
sono libere di scegliere, allora devono essere rispettate. Tuttavia, vi è
un’interessante osservazione che ho fatto, al di là del servizio militare, del
Tev-Dam e di altre fazioni. Non ho visto una sola donna che lavora in un
negozio, in un distributore di benzina, in un market, in un bar o in un
ristorante. Ma, le donne e le questioni femminili nel Kurdistan siriano sono
chilometri avanti al Kurdistan iracheno dove hanno avuto 22 anni di proprie
regole e molte più opportunità. Detto questo, non posso dire ancora che c’è un
movimento speciale o indipendente delle donne nel Kurdistan siriano. Le Comuni
Le Comuni sono le cellule più attive nella Casa del Popolo, e furono create
dappertutto. Tengono la loro riunione periodica settimanale per discutere i
problemi da affrontare. Ogni Comune ha un proprio rappresentante nella Casa del
Popolo e nel quartiere, paese o città in cui si forma. Questa che segue è la
definizione della Comune tratta dal manifesto del Tev-Dam tradotto dall’arabo:
“Le Comuni sono le cellule più piccole della società e le più attive in essa.
Esse si formano in pratica nella società, vi è la libertà delle donne,
l’ecologia e la democrazia diretta. Le Comuni si formano sul principio della
partecipazione diretta delle persone nei villaggi, per le strade, nei quartieri
e per le città. Questi sono i luoghi in cui le persone si organizzano
volontariamente con le loro opinioni, creano il loro libero arbitrio, danno
vita alle loro attività in tutte le aree residenziali e aprono la porta alla
discussione su tutte le questioni e sulle loro soluzioni. Le Comuni lavorano
sullo sviluppo e la promozione dei comitati. Discutono e cercano soluzioni per
le questioni sociali, politiche, per l’istruzione, per la sicurezza e per
l’autodifesa e l’auto-tutela dal proprio potere, non da quello dello Stato. Le
Comuni creano il proprio potere attraverso la costruzione di un’organizzazione
sotto forma di comuni agricole nei villaggi e inoltre di co- muni, cooperative
e associazioni nei quartieri. Formare le Comuni per la strada, i villaggi e le
città con la partecipazione di tutti i residenti. Le Comuni tengono un incontro
ogni settimaha. Nella riunione le Comuni prendono tutte le decisioni
apertamente con persone che sono nella Comune e che sono di età superiore ai 16
anni". Siamo andati a una riunione di una delle Comuni con sede nel
quartiere di Cor- nish nella città di Qamchlo. C’erano 16-17 persone. La
maggior parte di loro erano giovani donne. Abbiamo fatto una profonda
conversazione riguardo le loro attività e le loro mansioni. Ci hanno detto che
nel loro quartiere hanno 10 Comuni e ogni Comune ha 16 persone. Ci hanno detto:
“Noi agiamo nello stesso modo dei lavoratori della comunità con incontri tra individui,
con la partecipazione alle riunioni settimanali, verificando eventuali problemi
nei posti in cui siamo, proteggendo le persone nella comunità e chiarendo i
loro problemi, raccogliendo la spazzatura nella zona, proteggendo l’ambiente e
partecipando alla riunione plenaria per riferire ciò che è successo nell’ultima
settimana". In risposta a una delle mie domande, hanno confermato che
nessuno, nemmeno i partiti politici, interviene nel loro processo decisionale e
che prendono tutte le decisioni collettivamente. Hanno citato un paio di cose
su cui avevano preso recentemente una decisione. Ci hanno detto: "Una
riguardava un grosso pezzo di terra in una zona residenziale che abbiamo voluto
utilizzare per un piccolo parco. Siamo andati dal sindaco della città per
esporgli la nostra decisione e 39 abbiamo chiesto un aiuto finanziario. Il
sindaco ci ha detto che andava bene, ma avevano solo $ 100 da offrirci. Abbiamo
preso i soldi e raccolto altri $ 100 da gente locale per costruire un bel
parco”. Ci hanno mostrato poi il parco: “Molti di noi hanno lavorato
collettivamente per finirlo senza bisogno di ulteriori soldi”. In un altro
esempio, ci hanno detto: “Il Sindaco ha volute avviare un progetto nel
quartiere. Gli abbiamo detto che non potevamo accettarlo fino a quando non
avessimo ottenuto pareri da parte di tutti. Abbiamo avuto un incontro in cui ne
abbiamo discusso. La riunione l’ha respinto all’unanimità. C'erano persone che
non potevano venire all’incontro così siamo andati a trovarli nelle loro case
per ottenere il loro parere. Tutti nella Comune hanno detto di no al progetto”.
Mi hanno chiesto delle Comuni e dei gruppi locali a Londra. Gli ho detto che
abbiamo molti gruppi, ma purtroppo non siamo uniti come loro, uniti, progres-
sisti e impegnati. Gli ho detto che sono miglia davanti a noi. Dai loro volti
ho potuto vedere la loro sorpresa, delusione o frustrazione per la mia
risposta. Posso capire i loro sentimenti, perché pensano come, in un mondo
molto ar- retrato come il loro, possano essere più avanti di noi, mentre noi
viviamo nel paese che ha avuto la Rivoluzione industriale secoli fa!! I partiti
di opposizione curdi e cristiani Prima ho detto che ci sono più di 20 partiti
politici curdi. Alcuni hanno aderito alla DSA, ma altri sedici non l’hanno fatto.
Alcuni si sono ritirati dalla politica, mentre altri si sono uniti per creare
un gruppo più grande. Ora ci sono dodici partiti costituiti sotto il nome
collettivo Assemblea Patriottica del Kurdistan in Siria. Quest’organizzazione
condivide più o meno gli stessi obiettivi e le stesse strategie. La maggioranza
dei partiti sotto questo nome collettivo sono sostenuti da Massoud Barzani, il
Presidente del Governo Regionale del Kurdistan (KRG), che è anche il leader del
Partito Democratico del Kurdistan (KDP) nel Kurdistan iracheno. Una storia
sanguinosa tra il KDP e il PKK risale sin dal 1990. Ci furono pesanti
combattimenti tra i due gruppi nel Kurdistan iracheno che causarono migliaia di
morti da entrambe le parti, una ferita che deve ancora essere rimarginata. Devo
dire che il governo turco diede una mano nei combattimenti al KDP, aiutandoli
nell’attacco al PKK al confine tra Iraq e Turchia. Esiste poi un’altra disputa
tra Barzani e la sua famiglia con l’ex capo del PKK, Abdullah Ocalan, per la
posizione del leader curdo come leader nazionale curdo. Mentre il popolo curdo
in Kurdistan occidentale (Kurdistan siriano) è riuscito a organizzare
collettivamente la società, proteggendola da guerre e creando una propria DSA,
esso non è ancora in buoni rapporti con il KDP. Il PKK e il Demo- cratic Union
Party (PYD) sono stati molto favorevoli ai cambiamenti avvenuti nel Kurdistan
siriano. Ma ciò non è certamente vantaggioso per la Turchia o per il KRG. Nel
frattempo, la Turchia e il KRG rimangono estremamente vicine. Quanto detto
sopra è una spiegazione della ragione per cui il KDP nel Kurdistan iracheno è
scontento di quello che è successo nel Kurdistan occidentale, oppo- nendosi sia
alla DSA che al Tev-Dam. Il KDP guarda a ciò che vi è accaduto come a un grande
business e, tanto se questo business non dovesse funzionare affatto quanto se
avesse successo, il KDP dovrà averne la quota maggiore. Il KDP aiuta ancora
alcuni curdi nel Kurdistan occidentale finanziariamente e con donazioni di
armi, nel tentativo di istituire milizie per alcuni dei partiti politici al
fine di destabilizzare la zona e i suoi piani. L'Assemblea patriottica del Kur-
distan in Siria, istituita con i dodici partiti politici citati prima, è molto
vicina al KDP. Il nostro incontro con i partiti di opposizione è durato per
oltre due ore e vi erano presenti la maggior parte di essi. Abbiamo iniziato
chiedendo loro a che punto sono con il PYD, la DSA e il Tev-Dam. Sono liberi?
Qualcuno dei loro membri o sostenitori sono stati pedinati o arrestati dalla
PDU e WDU? Sono liberi di organizzare persone, dimostrazioni e organizzare
altre attività? Sono state poste molte altre domande. La risposta a ogni
singola domanda è stata positiva. Non sono stati effettuati arresti,
restrizioni alla libertà o alle orga- nizzazioni di dimostrazioni. Ma tutti
loro hanno condiviso il punto che non vogliono partecipare alla DSA. Hanno tre
punti di attrito con il PYD e la DSA. Essi ritengono che il PYD e il Tev-Dam
abbiano tradito il popolo curdo, anche per il fatto che la metà di Hassaka è
sotto il controllo del governo e che le forze del governo sono ancora nella
città di Qamchlo, pur ammettendo che tali forze sono inefficaci e controllano
solo una piccola parte di territorio. Il loro punto di vista è che costituisca
un grosso problema e il PYD e il Tev-Dam siano compro- messi con il regime
siriano. Abbiamo detto loro che devono pensare che il PYD e la politica del
Tev-Dam sono la politica del “Né pace, né guerra” per bilanciare la situazione,
con successo e beneficio per tutti nella regione, compresi tutti i partiti di
opposizione per i motivi già citati in precedenza. Abbiamo anche detto che
dovrebbero sapere meglio di noi che è stato semplice per il PYD cacciare le
milizie di Assad da entrambe le città con il sacrificio di alcuni dei loro
miliziani ma cosa accadrà dopo?!! Abbiamo detto loro che sappiamo che Assad non
vuole rinunciare ad Hassaka e, quindi, la guerra ricomincerà con morti,
persecuzioni, bombarda- menti e distruzione di città e di villaggi. Inoltre,
questo apre una porta per l’Isis / IS e Al-Nusra per lanciare un attacco
contro. Ci sarebbe la possibilità che l’esercito di Assad, l’esercito siriano
libero e il resto delle organizzazioni ter- roristiche si combattano l’un
l’altro nella regione, con la conseguenza di perdere tutto ciò che è stato
raggiunto finora. Non ci hanno dato alcuna risposta. L'opposizione non vuole
unirsi alla DSA e le prossime elezioni di questo corpo si svolgeranno tra pochi
mesi se la situazione rimane la stessa. Le loro ragioni sono, in primo luogo,
l’accusa verso il PYD di cooperare con il regime, anche se non hanno alcuna
prova per dimostrare questa tesi. In secondo luogo, le prossime elezioni non
saranno libere perché il PYD non è un partito democratico, bensì un partito
burocratico. Ma sappiamo che il PYD ha quasi gli stessi numeri e posizioni di
qualsiasi altro partito della DSA, tale affermazione è pertanto scorretta.
Abbiamo detto loro che se credono nel processo elettorale devono partecipare se
vogliono vedere un’amministrazione con più democrazia e meno burocrazia. Hanno
replicato che il PYD si è ritirato dalla Conferenza Nazionale Curda del KRG,
che ha avuto luogo lo scorso anno a Irbil, per discutere la ques- tione curda.
Ma successivamente, quando abbiamo verificato questo fatto con 41 gente del PYD
e del Tev-Dam, ci è stato riferito di un documento scritto che dimostra di
essersi impegnati al patto, ma che l'opposizione non si è impegnata.
L'opposizione vuole creare un proprio esercito, ma non sono autorizzati dal
PYD. Quando abbiamo posto la questione al PYD e al Tev-Dam ci hanno detto che
l'opposizione potrebbe avere i propri combattenti, ma devono essere sotto il
controllo delle unità del People's Defence Units e del Women's Defence Units.
Essendo la situazione molto delicata e tesa, ciò potrebbe provocare un
ulteriore scontro interno, che costituisce una grande preoccupazione non
potendo perme- tterselo. Il PYD ha semplicemente detto che non vuole ripetere
gli stessi falli- menti del Kurdistan occidentale. Con fallimento, si
riferiscono all'esperimento del Kurdistan iracheno nella seconda metà del XX
secolo, che durò fino alla fine del secolo scorso, quando ci furono tanti
scontri tra le diverse organizzazioni curde. Alla fine, il PYD e il Tev-Dam ci
hanno chiesto di tornare dai partiti di opposizione, con il mandato di offrire
loro, a nome del PYD e del Tev-Dam, tutto, tranne il permesso di avere forze
militari sotto il proprio controllo. Pochi giorni dopo abbiamo avuto un altro
incontro durato quasi tre ore a Qam- chlo con i capi dei tre partiti curdi: il
Partito democratico del Kurdistan in Siria (Al Party), il Partito curdo per la
democrazia e l’uguaglianza in Siria e il Partito per la democrazia patriottica
curda in Siria. Nel corso della riunione, hanno più o meno ripetuto i motivi
dei loro colleghi nel corso della riunione precedente, ossia le ragioni per cui
non si integrano nella DSA e nel Tev-Dam per costruire e sviluppare la società
curda. Abbiamo avuto una lunga discussione, cercando di convincerli che, se
volevano risolvere la questione curda, avere una forza potente nel Paese per
evitare la guerra e la distruzione, allora avrebbero dovuto essere indipendenti
dal KRG e dal KDP e non lavorare nell’interesse di nessuno se non del popolo
del Kurdistan occidentale. Il più delle volte sono rimasti silenziosi e non
hanno risposto alle nostre proposte. Pochi giorni dopo abbiamo incontrato anche
rappresentanti di un paio di partiti politici cristiani e l'Organizzazione
Giovanile Cristiana a Qamchlo. Nessuno di questi partiti ha aderito alla DSA o
al Tev-Dam per propri motivi, ma hanno ammesso che si trovano bene con la DSA e
il Tev-Dam concordando con le loro politiche. Hanno apprezzato anche che la
loro sicurezza, e la protezione dall’esercito siriano e dai gruppi terroristici
era dovuto alle forze del Peoples Defence Units o del Women's Defence Units che
hanno sacrificato la loro vita per realizzare tutto ciò che è stato conquistato
per tutti nella regione. Tuttavia, i membri dell’Organizzazione Giovanile
Cristiana a Qamchlo non erano in armo- nia con la DSA e il Tev-Dam. Il problema
era di non avere abbastanza energia elettrica, per cui che cercheranno
un’alternativa alla DSA e al Tev-Dam e, se la situazione rimarrà la stessa,
allora non avranno altra scelta che emigrare in Europa. Il capo di uno dei
partiti politici, presente alla riunione ha risposto loro dicendo: "Di
cosa stai parlando, Figlio? Siamo nel bel mezzo di una guerra, riesci a vedere
cosa è successo nel resto delle principali città della Siria? Riesci a vedere
quante donne, uomini, anziani e bambini vengono uccisi ogni giorno?! L'energia
in questa particolare situazione non è molto importante; possiamo usare altri VISITA
NEL KURDISTAN SIRIANO, MAGGIO 2014ZA HER BAHER mezzi, invece. Ciò che è
importante in questo momento è: sedere a casa senza paura di essere uccisi,
lasciando i nostri figli per le strade a giocare senza paura che vengano rapiti
o uccisi. Possiamo fare funzionare le nostre attività come al solito, nessuno
ci assalta, ci limita o ci insulta... c'è pace. c’è libertà, e c’è giustizia
sociale.“ I membri degli altri partiti politici hanno concordato e ammesso
tutto ciò. Prima di lasciare la regione, abbiamo deciso di parlare con
negozianti, imprenditori, proprietari delle bancarelle e persone al mercato per
ascoltare le loro opinioni, che per noi erano molto importanti. Ognuno sembrava
avere un parere molto positivo della DSA e del Tev-Dam. Erano felici per
l’esistenza della pace, della sicurezza e della libertà e di mandare avanti la
propria attività, senza alcuna interferenza da eventuali fazioni. Chapter 5 La
trincea vergognosa L’anno scorso il governo iracheno e il KRG hanno concordato,
presumibilmente per ragioni di sicurezza, di scavare una trincea lunga 35 km,
profonda oltre due metri e larga circa due metri, sul confine iracheno /
siriano del Kurdistan. La trincea separa Al Jazera nel Kurdistan occidentale
dal Kurdistan iracheno, nel sud. Il fiume Tigri copre cinque chilometri di
questo confine, quindi non c’era bisogno di una trincea. I dodici chilometri
successivi sono stati costruiti dal KRG, e gli ultimi diciotto chilometri
costruiti dal governo iracheno. Sia il KRG che il governo iracheno affermano
che la trincea era una misura necessaria a causa dei timori per la pace e per
la sicurezza nei territori iracheni, tra cui la regione del Kurdistan. Ma si
sollevano tanti interrogativi su tali preoccu- pazioni. Quali timori? Da chi?
Dall Isis / Is? È impossibile per gruppi come l’Isis /Is arrivare in Iraq o nel
KRG attraverso quella parte della Siria che è stata protetta dalle forze del
PDU e del WDU, e inoltre Al Jazera é stata rip- ulita completamente
dall’Isis/Is. Tuttavia, la maggioranza dei curdi sanno che ci sono un paio di
motivi per scavare la trincea. In primo luogo, impedire ai siriani che fuggono
dalla guerra di raggiungere il Kurdistan iracheno. Inoltre, il capo del KRG,
Massoud Barzani come già detto, è preoccupato per il PKK e per il PYD e quindi
lui e il KRG vogliono impedire a loro o chiunque altro della DSA di entrare in
questa parte del Kurdistan. In secondo luogo, la trincea aumenterà l'efficacia
delle sanzioni utilizzate contro il Kurdistan occidentale, nel tentativo di
strangolarlo e di costringerlo a un punto di resa, in modo da cadere nelle
condizioni poste dal KRG. Tuttavia, in caso di scelta tra la resa e la fame per
i curdi nel Kurdistan siriano, sento che sceglierebbero la fame. Questo è il
motivo per cui la maggior parte dei curdi, ovunque vivano, chiama la trincea la
"vergognosa trincea”... Non vi è dubbio che le sanzioni hanno paralizzato
la vita curda ad Al Jazera, le persone hanno bisogno di tutto, medicine, soldi,
medici, infermieri, insegnanti, tecnici ed esperti delle aree industriali,
soprattutto nel settore dei giacimenti petroliferi e di raffinazione per farli
funzionare. Ad Al Jazera, hanno migliaia di tonnellate di grano che essi
sarebbero felici di vendere da $ 200 a $ 250 a tonnellata al governo iracheno,
ma esso preferisce pagare dai $ 600 ai $ 700 per 43 LA TRINCEA VERGOGNOSA ogni
tonnellata di grano acquistato altrove. Ci sono persone nel Kurdistan
occidentale che non capiscono perché il KRG, come governo autonomo curdo, e il
suo presidente, Massoud Barzani, (che si dice essere un grande leader curdo) vogliano
far morire di fame il proprio popolo in un’altra parte del Kurdistan. A
Qamchlo, il Tev-Dam ha chiamato una grande manifestazione pacifica sabato, 9
maggio 2014. Alcune migliaia di persone hanno preso posizione contro chi ha
scavato la trincea vergognosa. Ci sono stati molti discorsi forti da parte di
persone e organizzazioni diverse, tra cui la Casa del Popolo e molti altri
gruppi e comitati. Nessuno dei loro discorsi ha creato tensione. Le persone si
sono concentrate nei loro discorsi principalmente sulla fratellanza, le buone
relazioni e la cooperazione tra i due lati del confine, la riconciliazione tra
tutte le parti in conflitto e la pace e la libertà. Alla fine è diventata una
festa di strada con gente che ballava felicemente e cantava, in particolare
inni. Aspettative e timori È molto difficile sapere quale direzione prenderà il
movimento di massa del Kurdistan occidentale, ma ciò non ci esonera da aspet-
tative e dall’analizzare ciò che può influenzare la direzione di questo
movimento e il suo futuro. Il completo successo o fallimento di questo grande
esperimento che la regione, almeno per un lungo periodo di tempo, non ha mai
registrato, dipende da tanti fattori che possono essere suddivisi in fattori
interni (questioni interne e problemi all’interno del movimento stesso e con il
KRG) e fattori es- terni. Tuttavia, qualunque cosa accada, alla fin fine
dobbiamo affrontarlo, ma ciò che è importante è: la resistenza, la sfida e lo
stimolo, non arrendersi, la fiducia e credere nelle trasformazioni. Rifiutare
il sistema attuale e cogliere le opportunità è più importante, a mio parere,
della vittoria temporanea, perché tutti questi sono i punti chiave necessari
per raggiungere l’obiettivo finale. I fattori esterni La direzione della guerra
e l’equilibrio delle forze all’interno della Siria. Era abbastanza evidente
all’inizio della rivolta popolare in Siria, che essa sarebbe andata a beneficio
del popolo siriano, dopo la fine tanto attesa del regime di Assad e che non
sarebbe durata a lungo una volta che le persone si fossero unite sia
all’interno che all’esterno del paese. Tuttavia, dopo un po’ di tempo, i gruppi
terroristici furono coinvolti e cambiarono la direzione della rivolta del
popolo, come abbiamo visto tutti ancora vediamo attraverso i media. Ciò è
accaduto perché Assad è stato molto abile nella realizzazione di un paio di
politiche che hanno colpito direttamente l’indirizzo della rivolta del popolo
rafforzando il suo regime. In primo luogo, ha ritirato tutte le sue forze dalle
tre regioni curde di Afrin, Kobane e Al Jazera, eccetto poche migliaia nella
regione di Al Jazeera, come già accennato. Ovviamente, una parte del motivo del
ritiro era dovuto alla pressione dei manifestanti curdi. In secondo luogo, ha
aperto il confine con la Siria a organizzazioni terroristiche consentendo loro
di fare quello che volevano. Ormai sappiamo tutti ciò che è accaduto dopo. In
questo modo, 45 Assad è riuscito a indebolire e a isolare i manifestanti contro
il regime e ha anche inviato un messaggio alla cosiddetta “comunità
internazionale” secondo cui non c’era alternativa a lui e al suo regime, tranne
i gruppi terroristici. Vol evano veramente gli Stati Uniti, il Regno Unito, i
paesi occidentali e il resto del mondo tutto ciò? Naturalmente, in una certa
misura, la risposta è no. Tutto dipende dai loro interessi. Queste strategie
politiche hanno funzionato molto bene e hanno completamente cambiato la
direzione della guerra. Quindi, si è aperta la possibilità per Assad di
rimanere al potere, almeno per un breve periodo di tempo dopo aver negoziato
con gli Stati Uniti, le Nazioni Unite, il Regno Unito e i loro agenti sino alle
prossime elezioni. In quel caso, avrebbe potuto imparare una lezione per
cambiare la sua politica nei confronti del popolo curdo, ma alle sue condizioni
e non nel modo in cui avrebbe voluto il popolo curdo. Se Assad venisse
sconfitto nella guerra con i gruppi terroristici con l'appoggio degli Stati
Uniti, Regno Unito, UE e la “comunità Internazionale”, e questi andassero al
potere, di certo non ci sarebbe alcun futuro per la DSA o il Tev-Dam. Se le
forze moderne, come i partiti o le organizzazioni che com- pongono l’Esercito
Libero della Siria (FSA) non sono ancora al potere, allora ci sono ben poche
possibilità per il popolo curdo in quanto non hanno una buona soluzione per la
loro questione, abbandonati qualora salgano al potere. Natu- ralmente, ci sono
altre possibilità di porre fine al potere di Assad, con il suo assassinio o con
un colpo di stato militare... Il ruolo e le influenze dei paesi limitrofi della
regione La gente comune in Siria ha cominciato la rivolta a causa della
repressione, dell’oppressione, della mancanza di libertà e di giustizia
sociale, della corruzione, della discriminazione, della mancanza di diritti
umani, e per alcun diritto per le minoranze etniche quali curdi, turcomanni e
altri. La vita per la maggioranza delle persone era terribile; redditi bassi,
il costo della vita in continuo aumento, senza-tetto e la disoccupazione sono
serviti da ispirazione per la “primavera araba”. Tuttavia, le proteste, le
dimostrazioni e le rivolte dal basso sono state dirottate dai governanti vicini
in una guerra delegata tra l'Arabia Saudita, il Qatar e la Turchia con il
sostegno degli Stati Uniti e dei paesi occidentali da un lato e il regime di
Assad, l’Iran e Hezbollah sull’altro. Il governo iracheno non ha annunciato il
suo sostegno al regime di Assad, ma voleva, e vuole ancora, As- sad al potere a
causa della stretta relazione tra sciiti e alawiti e anche perché l'Iran è il
più stretto alleato dell’Irag, e l’Iran è anche molto vicino alla Siria. Ciò
che resta dei paesi vicini è stato la posizione del KRG verso ciò che accade in
Siria, a causa della vicinanza del KRG, e, soprattutto, del suo presidente,
Massoud Barzani, alla Turchia. Il KRG ha annunciato, sin dall’inizio, il suo
sostegno all’opposizione siriana al regime di Assad. Qui dobbiamo notare la
doppia morale e l’ipocrisia del KRG in quanto, da un lato, è contro Assad pur
sostenendo l’opposizione, ma, d’altra parte, è contro i curdi in Siria e il
loro movimento di massa popolare che rappresenta una delle principali e più
costruttive forze contro Assad. LA TRINCEA VERGOGNOSA Ovviamente ogni Paese ha
un grande impatto in quanto alcuni stanno soste- nendo il regime di Assad
mentre altri sostengono l'opposizione siriana. Ciò che è importante sapere è
che nessuno di questi paesi sono amici o vicini della nazione curda in
qualsiasi parte del Kurdistan, tanto nel Kurdistan siriano, iracheno, iraniano
quanto nel Kurdistan turco. Non hanno mai avuto un giudizio fa- vorevole alla
questione curda e mai, sinceramente, hanno voluto risolvere questo problema,
pur tenendo un giudizio positivo sui partiti politici curdi nazionalisti quando
questi partiti lavoravano e combattevano nei loro interessi. Tl ruolo della
Cina e della Russia Anche se la Russia è diventata molto più piccola e meno
potente di prima, ha ancora peso e potenza, in concorrenza con gli Stati Uniti
e i paesi occidentali. Non è una sorpresa vedere ora che la Russia non riesce a
raggiungere un accordo con l’Occidente sul regime di Assad. Gioca anche il
fatto che la Siria, quando il padre di Assad era al potere, si schierava sempre
con il campo sovietico. A ciò si aggiunge che la Russia è vicino all’Tran,
principale alleato della Siria. Per quanto riguarda la Cina, anche lei ha i
propri interessi nella regione, in par- ticolare in Iran. Pertanto, la Cina cerca
di proteggere tale interesse in quanto non torna a suo vantaggio vedere Assad
cacciato perché sa che il prossimo sarà l’Iran. Così gli interessi della Russia
e della Cina e il loro sostegno alla Siria rendono la guerra più lunga di
quanto ci sì aspettasse. Da quanto detto, pos- siamo vedere come due paesi
potenti dovrebbero affrontare la questione curda in Siria, in particolare con
la DSA e il Tev-Dam. A mio parere, gli affari e i profitti decideranno, alla
fine, se sosterranno o meno il popolo curdo in futuro. Allo stato attuale, non
vi è alcun supporto alla DSA e al Tev-Dam dalla Cina, dalla Russia, dagli Stati
Uniti o dai paesi occidentali, mentre i curdi in Siria sono la principale
opposizione contro le forze terroristiche come l’Isis / IS, gra- zie alle
milizie della PDU e WDU. Queste unità sono costantemente in lotta contro questi
gruppi terroristici nelle regioni curde di Al Jazera e di Kobane. Possiamo
osservare la doppia morale e l’ipocrisia degli Stati Uniti e dei paesi oc-
cidentali. Hanno lanciato una guerra contro il terrorismo, ma mentre il popolo
curdo in Siria è l’unico che combatte seriamente le organizzazioni
terroristiche, questi paesi non li appoggiano. Le principali ragioni, a mio
parere, sono: 1. Non sono seri nella lotta contro i terroristi e il terrorismo
perché essi stessi o i loro alleati li hanno creati e appoggiati. 2. Combattono
le persone che credono nell’Islam, piuttosto che combattere la religione stessa
e il suo libro sacro, il Corano. 3. Possono avere bisogno di questa organizzazione
in futuro. 4. Essi non vogliono cambiare o rivedere la loro politica estera. 5.
Gli Stati Uniti e il Regno Unito supportano, finanziariamente e moralmente,
tutte le fedi reazionarie sotto il nome delle pari opportunità, della libertà e
riconoscendo le diverse culture. Possiamo già contare più di un centinaio di
tribunali della sharia in Gran Bretagna. 6. Il punto principale è che il
movimento democratico di massa nel Kurdis- 47 tan siriano, tra cui la DSA, non
ha creato religioni o un potere nazionalista o liberale. Sanno che in questa
parte del mondo, hanno dato vita al potere del popolo, dimostrando che essi
stessi possono governare attraverso la democrazia diretta senza governo e
sostegno da parte degli Stati Uniti, dei paesi occiden- tali e delle
istituzioni finanziarie internazionali, quali il FMI, la BM e la Banca centrale
europea. I fattori interni Con fattori interni intendo qualunque cosa possa
accadere all’interno del Kurdistan occidentale, tra i quali il seguente
scenario: La guerra civile del popolo curdo. Non intendo solo una guerra tra i
partiti politici all’interno del Kurdistan occidentale, ma la guerra tra il KRG
nel Kur- distan iracheno e le forze della PDU, WDU e PKK. C'è un rapporto molto
stretto tra il PKK e il PYD che sorregge questo esperimento nel Kurdistan siri-
ano con grande aiuto. Ho detto in precedenza che c’è stata una storia di sangue
tra il PKK e il KDP e anche una forte controversia sulla leadership curda. Tut-
tavia, per qualche tempo, Abdullah Ocalan, in recenti libri, testi e messaggi,
ha denunciato e rifiutato lo Stato e l’autorità. Ma fino a ora non ha respinto
la pro- pria autorità e denunciato chi ancora si riferisce a lui come un grande
leader o chi lavora duramente pet dargli una posizione sacra. L'atteggiamento
di Ocalan non può essere corretto se non rifiuta anche la propria autorità e
leadership. Al momento, la situazione sta peggiorando e il rapporto del KRG con
il PYD e PKK sta deteriorando, quindi c’è una possibilità di scontro interno,
special mente dato che il KRG è, giorno dopo giorno, sempre più vicino alla
Turchia. Una volta avviata questa guerra non c’è dubbio che Isis / IS e altri
parteciper- anno al combattimento dalla parte del KRG e della Turchia. L’unico
modo per evitare che ciò accada è con proteste di massa, manifestazioni e
occupazioni di massa nel Kurdistan iracheno e altrove da parte degli amici dei
curdi siriani. Il Tev-Dam si indebolisce Come spiegato in precedenza, è il
Tev-Dam che ha creato questa situazione, con i suoi gruppi, comitati, comuni e
con la Casa del Popolo che è l’anima e la mente del movimento di massa. Il
Tev-Dam è stata la forza principale nella creazione della DSA. In generale, è
il Tev-Dam che fa la differenza nel forzare il risultato di ciò che potrebbe
accadere rap- presentando fonte di ispirazione per il resto della regione. È
difficile per me vedere l’equilibrio tra il potere del Tev-Dam e della DSA in
futuro. Ho avuto l’impressione che nella misura in cui il potere della DSA
accrescerà, la forza del Tev-Dam diminuirà e viceversa. Ho sollevato questo
punto con i compagni del Tev-Dam. Sono in disaccordo e credono che più la DSA
diventerà forte, e più il Tev-Dam diventerà potente. La loro ragione in tal
senso consiste nella considerazione che la DSA è un organo esecutivo, che
esegue e attua le decisioni prese dal Tev-Dam e dai suoi organi. Tuttavia, non
posso essere d’accordo o in disaccordo con loro perché il futuro mostrerà la
direzione che prenderà tutta la società e il movimento. LA TRINCEA VERGOGNOSA
Il PYD e le sue strutture di partito Il PYD, l’United Democratic Party e il PKK
si pongono a sostegno del movimento democratico di massa e sono partiti
politici con tutte le condizioni di cui un partito politico ha bisogno in
quella parte del mondo: l’organizzazione gerarchica, leader per comandare le
persone, e tutti gli ordini e i comandi dei leader arrivano dall’alto in basso
alle parti partito. Non c’è stata molta consultazione con i membri quando si
trattava di prendere una decisione su grandi temi. Sono molto ben disciplinati,
hanno regole e ordini da seguire, segreti e relazioni clandestine con diversi
partiti, in diverse parti del mondo, tanto al governo, quanto non. D’altra
parte, posso considerare il Tev-Dam esattamente il suo contrario. Molti
all’interno di questo movimento non sono stati membri del PKK o del PYD. Essi
credono che la rivoluzione deve partire dal basso della società e non
dall’alto, non credono nei poteri dello Stato e dell’autorità e si riuniscono
in incontri per prendere le proprie decisioni in merito, ciò che vogliono e a
tutto ciò che è nel migliore interesse delle persone. Dopo di che, chiedono
alla DSA di eseguire le loro decisioni. Ci sono molte differenze tra il PYD e
il PKK e il Movimento della Società Democratica, il Tev-Dam. La domanda è: dati
compiti e natura del Tev-Dam e data la struttura del PYD e del PKK, come può
esserci un compromesso? Il Tev-Dam segue il PYD e il PKK o essi seguono il
Tev-Dam, ovvero chi controlla chi? Si tratta di una domanda a cui non posso
rispondere e devo aspettare e vedere. Tuttavia, credo probabilmente che la
risposta sia in un prossimo futuro. La paura dell’Ideologia e degli ideologi
che possono divenire sacri L'ideologia è una visione. Guardare o vedere tutto
dal punto di vista ideologico può essere un disastro in quanto ti dà una
soluzione o una risposta pronta, ma che non si connette con la realtà della
situazione. Per la maggior parte del tempo, gli ideologi cercano una soluzione
nelle parole di vecchi libri che sono stati scritti molto tempo fa, mentre quei
libri non sono rilevanti per il problema o la situazione attuale. Gli ideologi
possono essere pericolosi quando vogliono imporre le loro idee prese da ciò che
è stato scritto in libri vecchi, nella situ- azione attuale. Sono molto gretti,
molto insistenti, bastonano con le loro idee e sono fuori dal mondo. Non hanno
rispetto per chi non condivide la loro stessa opinione, in breve, gli ideologi
credono che l’ideologia, o il pensiero, creano le insurrezioni o le rivoluzioni,
ma per i non-ideologi, come me è vero il contrario. È davvero un peccato aver
scoperto molti ideologi tra il PYD e i membri del Tev-Dam, soprattutto quando
si trattava di discussioni sulle idee di Abdullah Ocalan. Questi individui sono
molto legati ai principi di Ocalan, e fanno riferi mento ai suoi discorsi e
libri nelle nostre discussioni. Hanno fede in lui e, in un certo senso, è
sacro. Se questa è la fede che le persone hanno messo nel loro capo provandone
timore è molto spaventoso e le conseguenze non saranno positive. Per me, nulla
deve essere sacro e tutto può essere criticato e respinto se ce n’è 49 bisogno.
Peggio di così, c’è la Casa dei bambini e i Centri giovanili. Nella Casa dei
Bambini e nei Centri giovanili, ai bambini vengono insegnate nuove idee, tra
cui la rivoluzione e molte altre cose positive che i bambini hanno bisogno di
acquisire per essere membri utili della società. Tuttavia, ai bambini viene
inoltre insegnata l’ideologia e le idee e i principi di Ocalan e la sua
grandezza in quanto leader del popolo curdo. A mio parere, i bambini non
dovrebbero essere portati a credere in un’ideologia. Non dovrebbero avere
lezioni sulla religione, nazionalità, razza o colore. Essi dovrebbero essere
liberi fino a quando diven- teranno adulti e potranno decidere da soli per se
stessi. Il ruolo delle Comuni Nei paragrafi precedenti ho spiegato le Comuni e
i loro ruoli. I compiti delle Comuni devono essere modificati in quanto non
possono semplicemente essere coinvolte nei problemi dei posti dove esistono e
prendere decisioni sulle cose che vi succedono. Le comuni devono accrescere i
loro ruoli, compiti e poteri. È vero che non ci sono fabbriche, né aziende e né
distretti industriali. Ma Al Jazera è un cantone agricolo che coinvolge molte
persone in villaggi e piccole città e il grano è il suo prodotto principale.
Questa regione è anche molto ricca di petrolio, gas e fosfati, anche se molti
giacimenti petroliferi non sono in uso a causa della guerra e della mancanza di
manutenzione, anche da prima della rivolta. Quindi per le Comuni queste sono
ulteriori aree da in- cludere nel loro controllo, nel loro utilizzo e nella
distribuzione di prodotti per le persone secondo le loro libere necessità.
Qualunque cosa rimanga, dopo la dis- tribuzione, i membri della Comuni possono
decidere e accettare di commerciarle, venderle, scambiarle per le esigenze
primarie della popolazione oppure semplice- mente conservarle per dopo quando
sarà utile. Se le Comuni non eseguono tali compiti fermandosi a quanto fanno adesso,
le loro funzioni ovviamente rester- anno incompiute. La conclusione e le mie
parole finali Ci sono così tanti diversi punti di vista e opinioni di destra,
di sinistra; separatisti, trockisti, marxisti, comunisti, socialisti, anarchici
e libertari sul futuro dell’esperimento nel Kurdistan occi- dentale, che, in
realtà, meriterebbero più spazio. Io, da anarchico, non vedo gli eventi in
bianco o nero, non ho una soluzione pronta per loro e inoltre non ritornerò mai
su vecchi libri per trovare le soluzioni agli eventi in corso o per i loro
sbocchi perché credo che la realtà, gli eventi stessi e le situazioni creano le
idee e i pensieri, non il contrario. Li osservo con una mente aperta e li
collego a tanti fattori, e alle ragioni del loro verificarsi. Tuttavia, devo
dire un paio di cose circa ogni rivolta e rivoluzione, perché sono molto
importanti per me. In primo luogo, la rivoluzione non sta esprimendo rabbia,
non viene creata dietro un ordine o un comando, non è qualcosa che può accadere
nel giro di ventiquattro ore e non è un colpo di stato militare, o bolscevico o
la cospirazione di politici. Inoltre non è solo lo smantellamento delle
infrastrutture economiche della società e l’abolizione della classe sociale. 50
CHAPTER 5. LA TRINCEA VERGOGNOSA Ciò che ho appena detto rappresentano tutti i
punti di vista e le opinioni della sinistra, dei marxisti e comunisti e dei
loro partiti. Queste sono le loro definizioni di rivoluzione. Guardano alla
rivoluzione in questo modo perche sono dogmatici e vedono i rapporti di classe
in atto in modo meccanicistico. Per loro, quando accade una rivoluzione e viene
abolita la società di classi, è la fine della storia e il socialismo può
determinarsi. A mio parere, anche se la rivoluzione ha successo, ci saranno
ancora possibilità di un desiderio per l’autorità, nelle famiglie, nelle
fabbriche e nelle aziende, nelle scuole, nelle università e in molti altri
luoghi e is- tituzioni. Aggiungiamo poi le restanti differenze tra uomini e
donne e l’autorità degli uomini sulle donne all’interno del socialismo.
Inoltre, rimarrà una cultura avida ed egoista, e l’uso della violenza insieme a
tante altre cattive abitudini esistenti nella società capitalista. Non possono
scomparire o dissolversi in breve tempo. In realtà, resteranno con noi per un
lungo, lungo tempe e potrebbero minacciare la rivoluzione. Così, cambiando
l’infrastruttura economica della società e raggiungendo la vit- toria sulla
società di classe non si può né offrire alcuna garanzia che la rivoluzione sia
compiuta, né che possa mantenersi per lungo tempo. Quindi, credo che ci debba
essere una rivoluzione nella vita sociale, nella nostra cultura,
nell’istruzione, nella mentalità degli individui e nei comportamenti
individuali e di pensiero. Le rivoluzioni in queste sfere non sono solo
necessarie, ma anzi devon darsi prima o insieme al cambiamento
dell’infrastruttura economica della società. Non credo che sia finita, dopo la
rivoluzione nell’infrastruttura economica della società. Si deve riflettere in
ogni aspetto della vita della società e dei suoi membri. Per me, le persone
risentono del sistema attuale e credono nel cambiamento di esso. Hanno la
tendenza alla ribellione, la coscienza di essere usati e sfruttati e, inoltre,
una propensione di resistenza, cose estremamente importanti per mantenere la
rivoluzione. Come posso collegare queste considerazioni all'esperimento del
popolo del Kurdistan occidentale? In risposta, dico che questo esperimento
esiste da oltre due anni e ci sono generazioni che ne sono testimoni. Sono ribelli
o già hanno la tendenza alla ribellione, vivono in armonia e un’atmosfera
libera e sono abituati a nuove culture: una cultura del vivere insieme in pace
e libertà, una cultura di tolleranza, del dare non solo del prendere, una
cultura dell’essere molto fiduciosi e ribelli, una cultura di fede nel lavorare
volontariamente e per il bene della comunità; una cultura di solidarietà e di
vivere per l’altro e una cultura in cui tu sei il primo e io sono il secondo.
Nel frattempo, è vero che la vita è molto difficile, vi è una mancanza di molte
risorse primarie e neces- sarie e il tenore di vita è basso, ma la gente è
piacevole, felice, e allo stesso momento, sorridente e vigile, molto semplice e
umile, mentre il divario tra ricchi e poveri è minimo. Tutto ciò ha, in primo
luogo, aiutato le persone a superare le difficoltà nella loro vita con i loro
disagi. In secondo luogo, gli eventi, la loro storia personale e l’attuale
ambiente in cui vivono ha insegnato loro che, in futuro, non si sottometteranno
a una dittatura, resisteranno alla repressione e 51 all’oppressione,
cercheranno di mantenere ciò che avevano prima, uno spirito di sfida e
provocazione, senza accettare più che altri prendano decisioni per loro. Per
tutte queste ragioni, il popolo resiste senza arrendersi, sta di nuovo sulle
proprie gambe, lotta per i propri diritti e resiste al ritorno della cultura
prece- dente. La seconda considerazione riguarda quanto alcuni ci dicono:
questo movimento ha alle sue spalle Abdullah Ocalan, il PKK e il PYD, perciò,
se qualcuno cercherà di deviare questo esperimento, esso si concluderà o un
dittatore prenderà il potere. Certo, questo è possibile e può accadere. Ma
anche in questa situ- azione, non credo che il popolo in Siria o nel Kurdistan
occidentale potrà più tollerare una dittatura o un governo di stampo
bolscevico. Credo che siano passati i giorni in cui il governo in Siria poteva
massacrare 30.000 persone nella città di Aleppo, nel giro di pochi giorni.
Anche il mondo è cambiato e non è più come prima. Tutto ciò che resta da dire è
che quanto è successo nel Kurdistan Occidentale non è stata un’idea di Ocalan,
come molti affermano. In realtà questa idea è molto vecchia e Ocalan ha
elaborato queste idee in carcere, familiarizzando con loro attraverso la
lettura di centinaia e centinaia di libri, senza smettere di pensare e
analizzando le esperienze dei governi naizonalisti, comunisti e dei loro
governi nella regione e nel mondo nonché le ragioni per cui essi sono tutti
falliti e non potevano conseguire ciò che essi pur sostenevano. La base di
tutto è che si sia convinto che lo Stato, qualunque sia il suo nome e la sua
forma, è uno Stato e non può sparire quando viene sostituito da un altro Stato.
Per questo, Abdullah Ocalan merita credito. Zaher Baher fa parte dell’Haringey
Solidarity Groupe del Kurdistan Anarchists Forum. Traduzione italiana di
Stefano F. 52 CHAPTER 5. LA TRINCEA VERGOGNOSA Chapter 6 Kurdistan” G.D.&
T.L. Ci sono periodi in cui non si può nulla, salvo non perdere la testa (Louis
Mercier-Véga, La Chevauchée anonyme) Quando i proletari sono costretti a
prendere in mano i loro affari per assicu- rarsi la sopravvivenza, essi aprono
la possibilità di un cambiamento sociale. I curdi sono costretti ad agire nelle
condizioni che trovano e che tentano di crearsi, nel mezzo di una guerra
internazionale poco favorevole all’emancipazione. Non siamo qui per giudicare.
Né per perdere la testa. Auto(difesa) In diverse regioni del mondo, i proletari
sono portati ad un au- todifesa che passa attraverso l’autorganizzazione: «Una
vasta nebulosa di “movimenti" - armati e non, oscillanti tra il banditismo
sociale e la guerriglia organizzata — agisce nelle zone più disgraziate
dell’immondezzaio capitalistico mondiale, presentando tratti simili a quelli
del PKK attuale. Essi, in una maniera o nell’altra, tentano di resistere alla
distruzione di economie di sussistenza ormai residuali, al saccheggio delle
risorse naturali o minerarie locali, oppure all’imposizione della proprietà
fondiaria capitalistica che ne limita o im- pedisce l’accesso e/o l’utilizzo; a
titolo di esempio, possiamo citare alla rinfusa i casi della pirateria nei mari
di Somalia, del MEND in Nigeria, dei Naxaliti in India, dei Mapuche in Cile.
[...] È essenziale cogliere il contenuto che li acco- muna: l’autodifesa. |...]
Ci si auto-organizza sempre sulla base di ciò che si è all’interno del modo di
produzione capitalistico (operaio di questa o quella im- presa, abitante di
questo o quel quartiere, ecc.), mentre l’abbandono del terreno difensivo
(“rivendicativo”) coincide col fatto che tutti questi soggetti si interpen-
etrano reciprocamente e che le distinzioni vengono meno, poiché inizia a venir KURDISTAN?
G.D. & T.L. meno il rapporto che le struttura: il rapporto capitale/lavoro
salariato». [8] Nel Rojava, l’autorganizzazione ha portato (o può portare) da
una necessità di sopravvivenza a un rovesciamento dei rapporti sociali? È
inutile ritornare qui sulla storia del potente movimento indipendentista curdo
in Turchia, Iraq, Siria e Iran. Le rivalità tra questi paesi e la repressione
che vi subiscono, lacerano i curdi da decenni. Dopo l’esplosione dell’Iraq in
tre entità (sunnita, sciita e curda), la guerra civile ha liberato in Siria un
territorio dove l'autonomia curda ha preso una forma nuova. Un’unione popolare
(vale a dire transclassista) si è costituita per gestire questo territorio e
difenderlo contro una minaccia militare: lo Stato Islamico ha funzionato da
elemento di rottura. Nella resistenza si intrecciano antichi legami comunitari
e nuovi movimenti, in parti- colare di donne, attraverso un’alleanza di fatto
tra proletari e classi medie con la «nazione» a fare da collante: dopo un soggiorno
in Rojava alla fine del 2014, Janet Biehl, pur ritenendo che vi si stia
sviluppando una rivoluzione, scrive che "la trasformazione che si attua
nel Rojava riposa in una certa misura su un’identità curda radicale e su una
forte partecipazione delle classi medie che, a dispetto di un discorso
radicale, mantengono sempre un certo interesse alla perpetuazione del capitale
e dello Stato." [9] Una rivoluzione democratica? In politica, molto sta
nelle parole: quando il Rojava elabora la sua costituzione e la chiama
Contratto sociale, si tratta di un’eco dei Lumi del XVIII secolo. Dimenticati
Lenin e Mao, gli attuali dirigenti curdi leggono Rousseau, non Bakunin. Il
Contratto sociale proclama «la coesistenza e la comprensione reciproca e paci-
fica di tutti gli strati sociali» e riconosce «l’integrità territoriale della
Siria»: è ciò che dicono tutte le costituzioni democratiche, e non c’è da
attendersi né l’apologia della lotta di classe, né la rivendicazione
dell’abolizione delle fron- tiere, dunque degli stati [10]. È il discorso di
una rivoluzione democratica. Anche nella Dichiarazione dei diritti dell'Uomo e
del Cittadino del 1789, il diritto di «resistenza all’oppressione»,
esplicitamente previsto, si accompagnava a quello di proprietà. La libertà era
completa ma definita e limitata della legge. Nel Rojava, allo stesso modo, la
«proprietà privata» è un diritto del quadro della legge. Malgrado opti per la
qualificazione di «regione autonoma» il Contratto sociale prevede
un’amministrazione, una polizia, delle prigioni, delle imposte (dunque un
potere centrale che raccoglie denaro). Ma oggi siamo all’inizio del XXI secolo:
il riferimento a «Dio onnipotente» va di pari passo con lo «sviluppo durevole»,
la quasi parità (40 % di donne negli organi rappresentativi]) e «l'uguaglianza
tra i sessi» (sebbene legata alla «famiglia»). Aggiungiamo la separazione dei
poteri, quella tra chiesa e Stato, una magis- 55 tratura indipendente, un
sistema economico che deve assicurare «il benessere generale» e garantire i
diritti dei lavoratori (tra cui quello di sciopero), la limi- tazione del
numero dei mandati politici, ecc.: un programma di sinistra repub- blicana. Se
alcuni in Europa e negli Stati Uniti vedono in tali obiettivi l'annuncio di una
rivoluzione sociale, ciò dipende senza dubbio dal «relativismo culturale». A
Parigi, un simile programma sarebbe motivo di sfottò nel milieu radicale, ma
«laggiù, è già non male...». Chi paragona il Rojava alla rivoluzione spag- nola
deve confrontare il Contratto sociale al programma adottato dalla CNT nel
maggio 1936 (nonché il modo in cui è stato nei fatti tradotto un paio di mesi
dopo). Un nuovo nazionalismo Come ogni movimento politico, un movimento di
liberazione nazionale si dà le ideologie, i mezzi e gli alleati che può, e li
sostitu- isce quando gli conviene. Se l’ideologia [del PKK] è nuova, è perché
riflette un cambiamento d’epoca: Non si può comprendere il divenire attuale
della questione curda, né la trai- ettoria delle sue espressioni politiche —
PKK in primis — senza prendere in considerazione la fine del periodo d’oro dei
“nazionalismi dal basso” — socialisti o “progressisti” — nelle zone periferiche
e semi-periferiche del sistema capitalis- tico, e le sue cause [11]. Il PKK non
ha rinunciato all’obiettivo naturale di ogni movimento di liber- azione
nazionale. Benché eviti ormai di usare una parola che suonerebbe troppo
autoritaria, è alla creazione di un apparato di gestione e decisione politica
su un territorio dato che aspira, oggi come ieri. E non c’è parola migliore di
Stato per designare questa entità. La differenza, al di là alla definizione
amministra- tiva [<regione autonoma»] è che esso sarebbe talmente
democratico, talmente controllato dai suoi cittadini, da non meritare più il
nome di Stato. Questo, per quanto riguarda l’ideologia. In Siria, il movimento
nazionale curdo (sotto l’influenza del PKK) ha dunque sostituito la
rivendicazione di uno Stato a pieno titolo, con un programma più modesto e «di
base»: autonomia, confederalismo democratico, diritti dell’uomo e della donna,
ecc. Al posto dell’ideologia modellata su un socialismo diretto da un partito
operaio-contadino che sviluppa l’industria pesante, al posto dei riferimenti
«di classe» e «marxisti», ciò che viene proposto è l’autogestione, la
cooperativa, la comune, l’ecologia, l’antiproduttivismo e, in primo luogo, il
genere. L'obiettivo di una forte autonomia interna accompagnata da una vita
demo- cratica di base non è assolutamente utopico: diverse regioni del pacifico
vivono in questo modo, dal momento che i governi lasciano ampi margini di auto-
amministrazione a popolazioni delle quali nessuno si interessa (salvo che non
siano in gioco interessi minerari: allora si manda l’esercito). In Africa, il
So- maliland ha tutti gli attributi di uno Stato (polizia, moneta, economia)
tranne KURDISTAN? G.D. & T.L. per il fatto che nessuno lo ha riconosciuto.
Gli abitanti del Chiapas (al quale molti paragonano il Rojava) sopravvivono in
una sorta di semi-autonomia re- gionale che salvaguarda la loro cultura e i
loro valori, senza che siano in molti ad esserne infastiditi. L’insurrezione
zapatista, la prima dell’era altermondialista, non mirava d’altronde a ottenere
un’indipendenza o a trasformare la società, ma a preservare un modo di vita
tradizionale. I curdi, quanto a essi, vivono nel cuore di una regione
petrolifera bramata, lacer- ata da conflitti senza fine e dominata da
dittature. Questo lascia poco margine al Rojava... ma forse, in ogni caso, un
piccolo posto: malgrado la sua vita eco- nomica sia debole, essa non è del
tutto inesistente grazie a una piccola manna petrolifera. L’oro nero ha già
creato Stati fantoccio come il Kuwait, e permette di sopravvivere al mini-Stato
Curdo iracheno. Allo stesso modo, il futuro del Rojava dipende meno dalla
mobilitazione dei suoi abitanti che dal gioco delle potenze dominanti. Se il
rigetto del progetto di stato nazionale da parte del PKK è reale; allora
occorre domandarsi cosa diverrebbe una confederazione di tre o quattro zone
autonome su almeno tre paesi, attraverso i confini, giacché la coesistenza di
diverse autonomie non abolisce la struttura politica centrale che le racchiude.
In Europa, le regioni transfrontaliere (ad esempio, intorno all’Oder-Neisse)
non riducono il potere statuale. Un’altra vita quotidiana Come accade in molti
casi, la solidarietà contro un nemico comune ha provocato una cancellazione
provvisoria delle differenze sociali: gestione dei villaggi da parte di
organismi collettivi, legami tra combat- tenti (uomini e donne) e popolazione,
diffusione del sapere medico (abbozzo di un superamento dei poteri
specialistici), condivisione e gratuità di certe derrate nei momenti peggiori
(i combattimenti), trattamenti innovativi per i disturbi mentali, vita
collettiva praticata dagli studenti e dalle studentesse, giustizia amministrata
da un comitato misto (eletto da ciascun villaggio) che dirime i conflitti e
decide le pene, cercando di reinserire e riabilitare, integrazione delle
minoranze etniche della regione, uscita delle donne dal focolare domestico at-
traverso la loro autorganizzazione [12]. Si tratta di una «democrazia senza
Stato»? Nostra intenzione non è quella di contrapporre una lista delle cose
negative a quella delle cose positive sbandierate dagli entusiasti: bisogna
invece vedere da dove provenga questa auto-amministrazione e come possa
evolvere. Perché non si è ancora visto lo Stato dissolversi nella democrazia
locale. Una struttura sociale immutata Nessuno sostiene che l’insieme «i curdi»
avrebbe il privilegio di essere il solo popolo al mondo che vive da sempre in
armonia. I curdi, allo stesso modo di tutti gli altri popoli, sono divisi in
gruppi definiti da interessi contrapposti, in classi, e se «classe» suona
troppo marxista, divisi in dominanti e dominati. Ora, si legge talvolta che una
«rivoluzione» sarebbe in corso o si starebbe preparando nel Rojava. Sapendo che
le classi 57 dominanti non cedono mai volentieri il loro potere, come e dove
sono state scon- fitte? Quale intensa lotta di classe ha dunque avuto luogo in
Kurdistan per innescare questo processo? Di questo non ci viene detto nulla. Se
gli slogan e i grandi titoli parlano di rivoluzione, gli articoli affermano che
gli abitanti del Rojava combattono lo Stato Islamico, il patriarcato, lo Stato
e il capitalismo... ma, rispetto a quest’ultimo punto, nessuno spiega come e
sotto quali aspetti il PYD-PKK sarebbe anticap- italista... e nessuno sembra
notare questa «assenza». La cosiddetta rivoluzione del luglio 2012 corrisponde
di fatto alla ritirata delle truppe di Assad dal Kurdistan. Essendosi dileguato
il precedente potere ammin- istrativo o securitario, un altro ne ha preso il
posto, e un «auto-amministrazione» definitasi rivoluzionaria ha preso il
controllo della situazione. Ma di quale «auto- » si tratta? Di quale
rivoluzione? Se si parla volentieri di presa del potere da parte della base e
di cambiamenti all’interno della sfera domestica, non è mai questione di
trasformazioni nei rap- porti di scambio e di sfruttamento. Nel migliore dei
casi, ci vengono descritte delle cooperative, senza il minimo indice di un abbozzo
di collettivizzazione. Il nuovo stato curdo ha rimesso in funzione alcuni pozzi
petroliferi e raffinerie e produce elettricità: nulla ci viene detto su chi ci
lavora. Commercio, artigianato, mercati funzionano, il denaro continua a
svolgere la propria funzione. Citiamo Zaher, un osservatore e ammiratore della
«rivoluzione» curda: «Prima di lasciare la regione, abbiamo parlato al mercato
con alcuni com- mercianti, uomini d’affari e altre persone. Tutti avevano
un’opinione piuttosto positiva della DSA [l’auto-amministrazione] e del Tev-Dem
[coalizione di orga- nizzazioni di cui il PYD costituisce il centro di
gravità]. Erano soddisfatti della pace, della sicurezza e della libertà, e
potevano gestire le loro attività senza subire l’ingerenza di un partito o di
un gruppo». [13] Finalmente, un rivoluzione che non fa paura alla borghesia.
Soldatesse Basterebbe cambiare i nomi. Molte delle lodi rivolte oggi al Ro-
java, inclusa la questione di genere, erano rivolte intorno al 1930 ai gruppi
di pionieri sionisti insediatisi in Palestina. Nei primi kibbutz, oltre
l’ideologia spesso progressista e socialista, erano le condizioni materiali
(precarietà e neces- sità di difendersi) che obbligavano a non privarsi della
metà della forza-lavoro: anche le donne dovevano partecipare alle attività
agricole e alla difesa, il che implicava la loro liberazione dai compiti
«femminili», in particolare attraverso l’allevamento collettivo dei bambini.
Nessuna traccia di tutto ciò nel Rojava. L'armamento delle dea non è tutto
(Tsahal insegna). Zaher Baher testimonia: «Ho fatto un’osservazione curiosa:
non ho visto una sola donna lavorare in un negozio, una stazione di servizio,
un mercato, un bar o un ristorante». I campi profughi «autogestiti» in Turchia
sono pieni di donne che si occupano dei bambini, mentre gli uomini vanno alla
ricerca KURDISTAN? G.D. & T.L. di un lavoro. Il carattere sovversivo di un
movimento o di un’organizzazione non si misura attraverso il numero delle donne
in armi. E nemmeno il suo carattere femminista. Sin dagli anni ’60, in tutti i
continenti, la maggior parte dei movi- menti guerriglieri hanno comportato o
comportano l'arruolamento di un gran numero di donne combattenti, ad esempio in
Colombia. Questo è ancor più vero per la guerriglia di ispirazione maoista
(Nepal, Perù, Filippine, ecc.) che applica la strategia della «guerra
popolare»: l’uguaglianza uomo-donna deve contribuire a spezzare le strutture
tradizionali, feudali o tribali (sempre patri- arcali). É proprio nelle origini
maoiste del PKK-PYD che si trova l’origine di ciò che gli specialisti
definiscono «femminismo marziale». Ma perché le combattenti passano da simbolo
di emancipazione? Perché vi si vede facilmente una immagine di libertà, sino a
dimenticare per che cosa com- battono? Se una donna armata di un lancia-razzi
può comparire nella copertina del «Parisien-Magazine» o di un giornale
militante, la ragione è che si tratta di una figura classica. Essendo il
monopolio dell’uso delle armi un tradizionale appannaggio maschile, il suo
ribaltamento deve dimostrare l’eccezionalità e la radicalità di uno scontro o
di una guerra. Da qui le foto delle belle miliziane spagnole. La rivoluzione in
cima al Kalashnikov... impugnato da una donna. A tale visione si aggiunge
talvolta quella, più “femminista” della donna armata e vendicatrice che mette
nel mirino gli stupratori, i trucidi. Va notato che lo Stato islamico e il
regime di Damasco hanno costituito unità militari interamente al femminile. Ma
non mettendo in discussione la distinzione di genere, contrari- amente alle
YPJ-YPG non sembrano impiegarle in prima linea, relegandole a missioni di
supporto o di polizia. Alle armi! Durante le manifestazioni parigine in favore
del Rojava, lo striscione del corteo anarchico unitario richiedeva «armi per la
resistenza curda». Dal mo- mento che il proletario medio non possiede fucili
d’assalto o granate da inviare clandestinamente in Kurdistan, a chi chiedere le
armi? Bisogna fare affidamento sui trafficanti internazionali o sulle
spedizioni di armi della NATO? Queste ul- time sono prudentemente iniziate, ma
gli striscioni anarchici non c'entrano. A parte lo Stato Islamico, nessuno
pensa alla formazione di nuove Brigate Inter- nazionali. Allora, di quale
appoggio armato si parla? Si tratta di chiedere più bombardamenti aerei
occidentali con le conseguenti «vittime collaterali»? Evi- dentemente no. È
dunque un formula vuota, ed è forse questo l’aspetto peggiore di tutta la
faccenda: questa pretesa rivoluzione serve da pretesto a mobilitazioni e slogan
dai quali nessuno si attende seriamente che possano produrre degli ef- fetti.
Siamo nel bel mezzo della politica, come rappresentazione. Ci si stupirà meno
che gente sempre pronta a denunciare il complesso militare- industriale vi
faccia ora appello, se ci ricordiamo come già nel 1999, durante la guerra nel
Kosovo, alcuni libertari abbiano sostenuto i bombardamenti della NATO... per
impedire un «genocidio». 59 Libertari Più che le organizzazioni che hanno
sempre sostenuto i movimenti di liberazione nazionale, ciò che rattrista è che
questa esaltazione tocca un mi- lieu più ampio compagni anarchici, occupanti di
case, femministe o autonomi, e talvolta amici solitamente più lucidi. Se la
politica del male minore penetra questi ambienti, è perché il loro radical ismo
è invertebrato (il che non esclude né l’energia né il coraggio personale). È
tanto più facile entusiasmarsi per il Kurdistan (come ventanni fa per il Chia-
pas) quanto più oggi è Billancourt a far disperare i militanti: «laggiù»,
almeno, non ci sono proletari rassegnati, che sbevazzano, votano Front National
e non sognano altro che di vincere al lotto o di trovare un impiego. «Laggiù»,
ci sono dei contadini (benché la maggioranza dei curdi viva in città), dei
montanari in lotta, pieni di sogni e di speranze... Questo aspetto
rurale-naturale (quindi eco- logico) si mescola ad una volontà di cambiamento
qui ed ora. Finito il tempo delle grandi ideologie e delle promesse di Sol
dell’Avvenire, oggi si costruisce «qualcosa», «si creano legami», malgrado la
povertà dei mezzi, si coltiva un orto o si realizza un piccolo giardino pubblico
(come quello di cui parla Zaher Baher). Tutto ciò fa eco alle ZAD [14] :
rimbocchiamoci le maniche e facciamo qualcosa di concreto, qui, «nel nostro
piccolo». È ciò che fanno «laggiù», AK 47 in spalla. Certi testi anarchici
evocano il Rojava soltanto sotto l’aspetto delle realizzazioni locali e delle
assemblee di quartiere, quasi senza parlare del PYD, del PKK, ecc. Come se si
trattasse semplicemente di azioni spontanee. È un po’ come se, per analizzare
uno sciopero generale, non si parlasse che delle assemblee degli sci- operanti
e dei picchetti, ignorando i sindacati locali, le manovre dei loro vertici, le
trattative con i padroni e lo Stato... La rivoluzione è sempre più considerata
una questione di comportamenti: l’autorganizzazione, l’interesse per il genere,
l’ecologia, la creazione di legami, la discussione, gli af- fetti. Se vi si
aggiunge il disinteresse, l’indifferenza nei confronti dello Stato e del potere
politico, è logico che si possa scorgere realmente nel Rojava una rivoluzione,
o addirittura una «rivoluzione di donne». Dato che si parla sempre meno di
classi, di lotta di classe, cosa importa se queste sono assenti anche dal
discorso del PKK-PYD? Quale critica dello Stato? Se ciò che mette a disagio il
pensiero radicale rispetto alla liberazione nazionale, è l’obiettivo di creare
uno Stato, basterebbe rinunciare a quest’ultimo e considerare che in fondo, la
nazione — purché sia priva di uno Stato — è il popolo: e come essere contro il
popolo? Il popolo dopotutto siamo un po’ noi tutti, o quasi: il 99 %. No?
L’anarchismo ha come caratteristica la sua ostilità di principio verso lo Stato
(è il suo pregio). Ciò detto, e non è poco, la sua debolezza risiede nel fatto
di considerare lo Stato innanzitutto uno strumento di coercizione e senza dubbio
lo è — senza chiedersi come e perché giochi questo ruolo. Di conseguenza, è
suf- ficiente che scompaiano le forme più visibili dello Stato perché alcuni
anarchici (non tutti) ne concludano che la sua estinzione sia avvenuta o sia
comunque 60 CHAPTER 6. KURDISTAN? G.D. & T.L. prossima. Per questa ragione,
il libertario si trova spiazzato di fronte a ciò che assomiglia troppo al suo
programma: essendo sempre stato contro lo Stato ma per la democrazia, il
confederalismo democratico e l’autodeterminazione sociale otten- gono
naturalmente il suo favore. L’ideale anarchico è appunto di sostituire lo Stato
con migliaia di comuni (e di collettivi di lavoro) federati. Su questa base, è
possibile per l’internazionalista sostenere un movimento nazionale, per poco che
questo pratichi l’autogestione generalizzata, sociale e politica, ri-
battezzata oggi «appropriazione del comune». Quando il PKK pretende di non
volere più il potere, ma un sistema in cui tutti condivideranno il potere, è
facile per un anarchico riconoscervisi. Prospettive Il tentativo di rivoluzione
democratica nel Rojava, e le trasfor- mazioni sociali che l’accompagnano, sono
stati possibili solo in ragione di con- dizioni eccezionali: l’implosione degli
stati iracheno e siriano, e l’invasione ji- hadista della regione; minaccia che
ha avuto l’effetto di favorire radicalizzazione. Sembra oggi probabile che,
grazie all’appoggio militare occidentale, il Rojava possa (a immagine del
Kurdistan iracheno) sopravvivere in quanto entità au- tonoma al margini di un
caos siriano persistente ma tenuto a distanza. In tal caso, questo piccolo
Stato, per quanto democratico si voglia, normalizzandosi non lascerà intatte le
conquiste e i progressi sociali. Nella migliore delle ipotesi, sopravviveranno
un po di auto-amministrazione locale, un insegnamento pro- gressista, una
stampa libera (a condizione di non essere blasfema), un Islam tollerante e,
certamente la parità. Nient’altro. Ma comunque abbastanza per- ché coloro che
vogliono credere a una rivoluzione sociale continuino a credervi, desiderando
evidentemente che la democrazia si democratizzi sempre di più. Quanto a sperare
in un conflitto tra le forme di autorganizzazione di base e le strutture che le
controllano, equivale a immaginare che esista nel Rojava una situazione di
«doppio potere», significa dimenticare la potenza del PYD-PKK, che ha dato esso
stesso impulso a questa auto-amministrazione e che conserva il potere reale,
politico e militare. Per tornare al confronto con la Spagna, nel 1936, le
«premesse» di una rivoluzione furono divorate dalla guerra. Nel Rojava, c’è
innanzitutto una guerra e, sfor- tunatamente, niente annuncia che una
rivoluzione «sociale» sia sul punto di nascere. Traduzione italiana a cura
della redazione del blogspot Il Lato Cattivo Chapter 7 La democrazia e la
Comune: la prima e la seconda Paul Simons Democrazia: "un sistema di
governo in cui tutti i cittadini di uno stato o di una comunità politica [...]
sono coinvolti nel prendere decisioni sui propri aftari, in genere votando per
le elezioni di rappresentanti in un parlamento o assemblea simile”; (a)
“governo da parte del popolo; in particolare: a regola della maggio- ranza”;
(b) “un governo in cui il potere supremo è attribuito al popolo e esercitato da
esso direttamente o indirettamente attraverso un sistema di rappresentazione
che solitamente coinvolge elezioni libere periodicamente tenute" (Oxford
English Dictionary). Odio la democrazia. E odio le organizzazioni, specialmente
i comuni. Tut- tavia, io sono a favore dell’organizzazione delle comuni
democratiche. La prima La democrazia è sempre basata sulla mediazione. Se
separa il soggetto dal processo decisionale, separa il soggetto da sé o
funziona come una scusa per la corruzione e la frode. La democrazia si pone di
fronte all’individuo, blocca la comunicazione non mediata imponendo le esigenze
della struttura: un risultato, una decisione. E quando viene raggiunta una
decisione, arriva solita- mente il metodo più banale e spietato mai inventato:
il voto — la tirannia della maggioranza. L’anarchismo ha avuto una storia mista
di critiche riguardo alla democrazia. Étienne de La Boétie nel suo Discorso
esprime una prima linea di indagine chiedendosi perché la gente si è lasciata
governare del tutto; e mentre esplora il problema, egli sottolinea che non
importa se un tiranno viene scelto con la forza delle armi, per successione o
per voto. LA DEMOCRAZIA E LA COMUNE: LA PRIMA E LA SECONDAPAUL SIMONS Poiché
essi arrivano al trono per vie diverse, ma il loro modo di regnare è pressoché
identico. Quelli eletti dal popolo lo trattano come un toro da domare, i
conquistatori come una preda, i successori pensano di farne i propri schiavi
naturali [15]. E a questo si aggiunge che la popolazione soggetta ad un tale
abuso non pone domande né una minima contestazione. Il trattato di de La Boétie
è vera- mente prezioso; scritto (approssimativamente) nel 1553, completato 250
anni prima dell’emergere dello stato-nazione moderno, contempla esattamente il
tipo di guerra sfrenata, di oppressione e di terrore che i governi
democraticamente eletti hanno scatenato sulle popolazioni assoggettate e tra di
loro. Il potere non può esistere in stasi: esso si esercita da risultato di
flussi all’interno e tra le istituzioni e gli individui. I monarchi d’Europa
impararono duramente questa lezione nel corso delle rivolte del 1848 osservando
i rispettivi regimi dis- integrarsi uno dopo l’altro. Con la democrazia è
venuto il calcolo dello scambio — un minimo di potere al cittadino attraverso
il voto — e la concentrazione di una grande quantità di potere nel legislativo,
nell’esecutivo e nel giudiziario. Non sorprende che i sistemi politici avessero
cominciato ad applicare equazioni di potere e di scambio nello stesso momento
in cui nella sfera economica il cap- itale stesse introducendo equazioni simili
per usurpare il tempo di lavoro negli scambi per la sopravvivenza. Inoltre, un
tale scambio lega la popolazione a tutto quanto è più vicino ai governanti.
Vaneigem illustra così il dispositivo: Gli schiavi non vogliono essere schiavi
a lungo se non sono compensati per la loro sottomissione con un briciolo di
potere: ogni sottomissione comporta il diritto a una misura di potere e non
esiste un potere che non incarni un grado di sottomissione [16]. Fu Proudhon ad
avere un rapporto più variegato con la democrazia, tanto teorico quanto
pratico. La sua carriera registra la scrittura a la pubblicazione di testi di
analisi critica che denunciavano la democrazia, poi la candidatura alle
elezioni, quindi la sua appartenenza all’ Assemblea Nazionale durante la
Rivoluzione del 1848 e, infine, il ritorno al suo originale rifiuto del voto e
della rappresentanza. Egli ha invitato di volta in volta i propri lettori ad
astenersi dal voto, poi a votare, poi ad astenersi dal voto (ancora) e, infine,
a mettere nelle urne schede bianche per protestare contro la votazione.
Proudhon ha sciorinato una serie di critiche alla democrazia. I toni critici
che ha usato variano da quelli puramente psicologici a quelli empirici, e gli
obiettivi delle sue battute taglienti hanno spazi- ato dall’intera moltitudine
delle banalità democratiche della sovranità al mito de "Il popolo” sino
alla realpolitik di come funzionano le legislature. La sua analisi critica del
processo decisionale democratico stesso è interessante per il modo in cui
analizza il meccanismo del voto e del suo risultato, in particolare la regola
della maggioranza: La democrazia non è altro che la tirannia delle maggioranze,
più feroce di tutte, perché non si basa sull’autorità di una religione, né su
una nobiltà di sangue, 63 né sulle prerogative della fortuna: ha il numero da
base, e per maschera il nome del popolo [17]. Ma Proudhon non si ferma qui,
denunciando che coloro che sono in minoranza sono costretti dalle circostanze a
seguire la volontà della maggioranza; una situ- azione che trova insostenibile,
non solo per la coercizione esplicita, ma anche perché la minoranza è costretta
ad abbandonare le proprie idee e credenze a favore di coloro che le si
oppongono. Questo, osserva sarcasticamente, ha senso solo quando le opinioni
politiche sono così debolmente tenute dagli individui da non essere degne di
nota. Analizzando lo stesso scenario, William God- win dichiarava che «nulla
può contribuire più direttamente alla privazione della comprensione e della
dignità umana» quanto richiedere alle persone di agire in contrasto con la
propria ragione. Una conclusione sperimentata empiricamente quando si compie
persino l’analisi più banale del governo rappresentativo e dei suoi effetti
sull’umanità nel corso degli ultimi 250 anni. In conclusione: per me, la
democrazia — come sistema di autogoverno, come strumento decisionale, come
ideale — è assolutamente privo di valore emancipa- tivo. Funziona da maschera
della coercizione, rende l’orrore accettabile, produce infinite conseguenze per
l’individuo, per la specie e per il pianeta. Un vicolo cieco. La seconda È a questo
punto che la maggior parte degli anarchici e dei teorici tri rapidamente (come
Bookchin). Storicamente, i teorici hanno offerto una critica aspra della
democrazia per poi regredire immediatamente, affermando che la forma
rappresentativa della democrazia nella forma concepita dalla so- cietà borghese
(o socialista) non è veramente democrazia. La vera democrazia si riflette in
qualche altra forma - per Proudhon, la democrazia delegata, per Bookchin, le
città-stato greche o la Confederazione elvetica. L'argomento che emerge allora
è che la democrazia può (e dovrebbe) essere recuperata dalla sin- istra nella
sua forma efficace [18]. La mia stessa critica si indirizza ferocemente su
questo punto, essendo stato spinto dall’osservazione empirica di una forma
alternativa di pratica democrat- ica. Recentemente sono tornato dalla regione
autonoma curda della Siria set- tentrionale, conosciuta come Rojava, dove ho
avuto l’opportunità di osservare una forma unica di democrazia attuata da un
movimento sociale rivoluzionario libertario. Alcuni contesti teorici: nel 1999,
Abdullah Ocalan, capo della Partiya karkerèn kurdistané (PKK, Partito dei
lavoratori del Kurdistan) è stato catturato dalle forze di sicurezza turche,
con l’assistenza della CIA del Mossad di Israele. Sfio- rando un plotone di
esecuzione, è stato infine condannato all’ergastolo duro; ed è qui che le cose
si fanno interessanti. Invece di fare targhe o di lavorare in lavanderia,
Ocalan ha iniziato il lungo lento viaggio intellettuale dal nonsense marxista-leninista
ad una teoria anarchica più a lungo sostenibile. Alla fine ha LA DEMOCRAZIA E
LA COMUNE: LA PRIMA E LA SECONDAPAUL SIMONS pubblicato le sue idee in diverse
opere tra cui Il Confederalismo Democratico, Guerra e Pace in Kurdistan e un
tomo a più volumi sulla civiltà, in particolare il Medio Oriente e le religioni
abramitiche. Nei suoi scritti, Ocalan fa quello che nessuno nell’attuale
ambiente anarchico nordamericano è persino disposto a pensare: costruisce,
seppure vagamente, un progetto per una società liber- taria. Questo semplice
esercizio, a prescindere dai contenuti, è incredibile. Il suo impegno
assomiglia molto più al progetto socialista utopico dell’inizio del XIX secolo,
di una qualsiasi teoria coniugata con la contestazione sociale, in particolare
il marxismo e l’anarchismo operaio; anzi, il suo silenzio sull’analisi di
classe, la teleologia marxista, il materialismo storico e il sindacalismo è as-
sordante. Ocalan è chiaro nel suo compito quando afferma, in "I principi
del confederalismo democratico", che il Confederalismo Democratico è un
paradigma sociale non statale. Non è con- trollato da uno stato. Allo stesso
tempo, il confederalismo democratico è il progetto culturale organizzativo di
una nazione democratica. [19]. Come sottinteso nel nome, c’è una grande fiducia
nei processi democratici nel sis- tema conosciuto come confederalismo
democratico. Eppure, Ocalan è silenzioso sulla definizione di democrazia — non
ne offre mai una - e sulla sua attuazione: non la discute mai dettagliatamente.
Infatti, la democrazia è presentata come un dato, come un processo decisionale,
come un approccio all’amministrazione e poco altro. Non esiste alcuna
preferenza nei confronti dei modelli fondati sul voto o sul consenso, né
descrive in nessun modo o in alcun livello (comunali, cantonali, regionali) le
forme che prevede per l’affermazione della democrazia. Ad esempio,
Confederalismo democratico «può essere chiamato un’amministrazione politica non
statale o una democrazia senza uno stato. I processi decisionali democratici
non devono essere con- fusi con i tipici processi della pubblica
amministrazione. Gli Stati gestiscono soltanto [sic], mentre le democrazie
governano. Gli Stati si fondano sul potere; le democrazie su un consenso
collettivo.» Ocalan si dilunga su ciò che intende con «processi decisionali» in
"I principi del confederalismo democratico": «Il confederalismo
democratico si basa sulla partecipazione di base. I suoi processi decisionali
sono con le comunità». Bene. Allora come funziona tutto questo in Rojava? In
altre parole, come vengono tradotte le idee di Ocalan in istituzioni
rivoluzionarie? Ho avuto la mia prima visione della democrazia in Rojava su un
piatto di hum- mus e pita nel centro di Kobanî. Ero seduto con Shaiko, un
rappresentante del Tev-Dem (Tevgera civaka demokratik, Movimento per una
società democratica) in un pomeriggio caldo e polveroso, tre giorni dopo aver
partecipato a una ri- unione comunale. In quella riunione, del consiglio della
comune di Sehid Kawa C, Shaiko aveva sollevato la questione dei confini
comunali e da lì forse per pas- sare a richiedere quanta gente stava rientrando
in una Kobane ridotta a sacre macerie. Dopo un po’ di dibattito, Shaiko ha
lasciato la riunione, richiedendo 65 una telefonata per sapere cosa si fosse
deciso. «Allora» ho chiesto a Shaiko «cosa è successo con la comune? Hanno
chiam- ato?». «No, ancora nessuna decisione». «Oh, hanno bisogno di prenderne
una?». «No, decideranno quando saranno pronti. Così funziona». Shaiko mi guardò
sopra i suoi occhiali con un sorriso e poi tornò al piatto di pita e hummus.
Questa è palesemente una visione opposta del processo decisionale democratico,
in cui nessun risultato concreto è una risposta altrettanto valida di un
"sì" o di un “no”. Mentre ho visto questo aggiustamento al processo
decisionale demo- cratico in funzione solo un paio di volte, sembra essere
abbastanza comune, specialmente con le persone del TEV-DEM la cui attività sta
implementando il confederalismo democratico. Si tratta anche di una
"correzione" interessante applicata alla questione dei processi
decisionali. In un certo senso, essa nega il processo democratico a favore del
discorso, dell’argomentazione e dell’impegno, senza la necessità contestuale di
un risultato. La risposta dei rivoluzionari alla tirannia della regola di
maggioranza è stata strutturale piuttosto che direttiva. Ocalan descrive le
proprie opinioni su una società plurale e illustra come intende indebolire o
integrare la regola di maggioranza: «Contrariamente a un concetto centralista e
burocratico dell’amministrazione e dell’esercizio del potere, il confederalismo
pone un tipo di auto-amministrazione politica in cui tutti i gruppi della
società e tutte le identità culturali possono esprimersi in riunioni locali,
convegni e consigli generali [...|. Non abbiamo bisogno di grandi teorie, ciò
che serve è la volontà di dare espressione ai bisogni sociali rafforzando
l’autonomia degli attori sociali in modo strutturale e creando le condizioni
per l’organizzazione della società nel suo complesso. La creazione di un
livello operativo in cui tutti i tipi di gruppi sociali e politici, le comunità
religiose o le tendenze intellettuali possono esprimersi direttamente in tutti
i processi decisionali locali può anche essere chiamata democrazia
partecipativa.» Quindi, per i rivoluzionari, la formazione, la crescita e la
proliferazione di tutti i tipi di "attori sociali" — le comuni, i
consigli, gli organi consultivi, le organiz- zazioni e perfino le milizie —
vanno accolte e incoraggiate. Questo risuona in Rojava in un mosaico di
organizzazioni, interessi, collettivi locali, credenti reli- giosi e...
bandiere. Ad esempio, TEV-DEM, l’organizzazione ombrello incaricata di
implementare un’autonomia democratica, è in realtà un complesso di diverse
organizzazioni più piccole e rappresentanti di partiti politici. Queste diverse
organizzazioni comprendono gruppi che si dedicano allo sport, alla cultura,
alla religione, alle questioni delle donne e altro ancora. Ad esempio, nel
dicembre del 2015 è nata una nuova organizzazione sotto il sistema TEV-DEM;
TEV-CAND Jihn, che si concentra sulle donne e sulla produzione culturale.
Questa nuova organizzazione è parallela alla generica TEV-CAND; che si
concentra sulla so- cietà, in generale, e sulla produzione culturale. Per
evitare i problemi con la regola maggioritaria, i rivoluzionari hanno
introdotto una condizione strutturale che consente agli individui di trovare
un’organizzazione adatta alle loro esigenze, attraverso la quale la loro voce
può essere ascoltata nella società. Si noti che LA DEMOCRAZIA E LA COMUNE: LA
PRIMA E LA SECONDAPAUL SIMONS TEV-DEM e altri organismi non hanno cercato di
illudere sui veri sistemi di funzionamento o di decisione di una comune o di
un’organizzazione. Piuttosto, si è cambiato l’ordine sociale in modo tale che
se un individuo rifiuta di seguire una decisione da parte di un gruppo, una
comune o un consiglio, ha sempre la possibilità di uscire e trovate una
assemblea più congeniale. Queste innovazioni sembrano buoni primi passi per
trasformare la democrazia da un’antichità senza valore in un principio
operabile all’interno della teoria anarchica. Come tali, dovrebbero essere
incoraggiati e studiati. La prima Il mio saggio relativo alla forma
organizzativa e ai suoi vari mo- menti di dominio, The Organization’s New
Clothes, è stato pubblicato per la prima volta nel febbraio del 1989 (e
ripubblicato nel 2015), e non vedo alcun motivo per ritirare alcuna parte di
essi [20]. Quella critica, dunque, risuona per tutta la discussione che segue,
anche se il tempo e lo spazio vietano di usarlo in qualche altro modo se non da
prisma critico. La comune è un termine ambiguo. Le sue origini si trovano nella
più piccola en- tità amministrativa in Francia, il comune, che corrisponde
approssimativamente a un municipio. La parola stessa deriva dal latino
medievale del XII secolo, communia, che significa un gruppo di persone che
vivono una vita comune o condivisa. Questo è un punto di partenza interessante
in quanto, anche allora, il concetto implicava un certo grado di autonomia, sia
politica che economica. Fu comunque la Comune di Parigi durante la Rivoluzione
Francese (1789-1795) che iscrisse il termine in grandi lettere rosse nel libro
della rivoluzione. In quella prima grande esplosione, i/le Comunarde si
distinguevano per la loro intransi- genza e le loro richieste di abolire la
proprietà privata e le classi sociali, alla fine conquistandosi il soprannome
les enragés (“i furiosi”). La comune rivoluzionaria, quindi, ha una natura
sovversiva. È pericolosa. È sempre pericoloso quando gli umani interagiscono
oltre il rerreno del capitale e dello Stato, o in opposizione a essi. Nel XIX
secolo, al di fuori della rete amministrativa della Francia, la parola comune è
stata associata a esperimenti socialisti e comunisti e, in un senso più
evidente, a tutti i tipi di progetti e comunità utopici: Owen, Fourier, Oneida,
Amana, Modern Times. C’è stato un crollo lungo alcuni decenni nella prima parte
del XX secolo, e poi, per confondere ulteriormente le cose, sono arrivati gli
anni ‘60. La definizione della parola «comune» finisce per molti nordamericani
da qualche parte nel 1972, in un turbinio di cattivo acido al mandarino, di
amore libero e della famiglia Manson. Ciò non significa che non ci sono stati
alcuni progetti importanti. Tra i più interessanti, troviamo i Kommune I
(1967-1969) a Berlino Ovest e il contributo dell’utopia Dreamtime Village nel
Winsconsin. Ci sono state migliaia (probabilmente decine di migliaia) di comuni
durante i due secoli passati: comunità intenzionali, collettivi, cooperative,
ognuno con il pro- prio “collante”, ciò che ha riunito le persone e
"attaccato” le une alle altre. Nella maggior parte dei casi, questo
collante è stata un mix di politica, anarchismo, comunismo, utopismo,
sentimenti religiosi (di solito eccentrici), forme di vita, 67 bisogno, droga,
sesso o semplicemente un mero detestare la cultura dominante. Quindi, cosa è
esattamente una comune? Chi diavolo lo sa? Il problema non è la vaghezza con
cui la Comune è compresa; piuttosto, è la mancanza di teoria (e esperienza) che
fornirà sfumature a questa vaghezza. L’idea di comune si è persa o si è diluita
come risultato di un travagliato contesto storico e quindi facilmente
recuperabile nelle forme recentemente assunte. Infine, proprio come la
democrazia, la comune sembra un relitto sbiadito e vetusto nel museo della
teoria anarchica, catalogato sotto la V di vecchiume. La seconda Come sopra,
così sotto. Il mio rapporto con la Comune copre diversi articoli sugli eventi
di Parigi del 1871 e comprende il mio impegno con- tinuo con l’enigma
dell’organizzazione anarchica. Tutte le mie interazioni con il concetto di
organizzazioni che operavano in un contesto rivoluzionario erano avvenute sulla
carta — ossia in teoria — finché non ho attraversato la regione autonoma curda.
Poi le cose sono cambiate. Le riunioni del comune e del consiglio cui ho
partecipato variano ampiamente, a partire da un incontro ad hoc di una squadra
dì miliziani YPG Vicino al confine turco del cantone di Kobanî ad un consiglio
del comune di Sehid Kawa C, a una cerimonia e incontro tra rappresentanti
TEV-DEM nei cantoni di Kobani e Ciziré. In ogni caso, ricordo una serie di
impressioni simili. In primo luogo, ogni incontro è stato caratterizzato da un
senso di obiettivo, di significato. Ai parte- cipanti sembrava chiaro che ciò
in cui erano impegnati, il semplice compito di riunirsi insieme - come un
comune, come un gruppo di combattenti YPG - por- tava dentro di sé un seme, un
futuro possibile, per la Siria settentrionale, forse per il pianeta. Molte
persone hanno commentato in tal senso quando chiedevo loro le opinioni su
queste forme politiche. Una donna che ho incontrato a Pa- rigi in un incontro
HDP ha fatto del suo meglio: «Stiamo qui reinventando la politica, nei fatti il
mondo». Questa percezione, che potrebbe facilmente fa- vorire l’arroganza,
sembrava invece produrre una mentalità di determinazione silenziosa in questi
partecipanti. Queste persone non erano ricche, lavoravano duramente in un’area
dove c’era poco lavoro. I volti degli uomini erano tesi e scavati per le lunghe
ore trascorse sotto il duro sole del Medio Oriente. Le mani delle donne erano
al tempo stesso delicate e ruvide: con calli e ferite, ma anche con lavanda e
profumo. Le voci, i gesti e i volti dei rivoluzionari durante gli incontri
erano intensi, concentrati, seri. C’era gentilezza, abbracci per un giovane
adulto disabile allo sviluppo, un momento trascorso con una madre che aveva,
perso un figlio nell’assedio di Kobanî, e rispetto; come se ognuno parlasse in
occasione del corteo funebre delle silenziose ceneri dei loro coetanei. C’era
anche la speranza, una quantità che la storia ha tanto negato agli anarchici e
che alcuni di noi hanno recuperato — non come eventualità — ma come diritto di
nascita. Questa gente credeva di poter cambiare la propria vita, la pro- pria
comunità; molti credevano che potessero cambiare (e stare per cambiare) il
mondo. Infine, e soprattutto, in ognuno di questi incontri c’era un senso
schiac- ciante dell’ordinario. Quando citavano l’autorità cantonale, queste
persone ne parlavano in modo laconico come anti-governo o anti-regime. Avevano
visto e partecipato a grandi cambiamenti sociali e alla sperimentazione, e nel
corso di questo processo era diventato comune, come un pranzo. Questo non vuol
dire che non ci fosse gioia, tutt'altro. Piuttosto, ciò che era assente
veramente era la paura, e in questo senso si può dire veramente che la
rivoluzione sociale nel Rojava era transitata in una fase di maturità e
stabilità: l’unica condizione a breve termine era la sconfitta di Daesh. Alcuni
teorici avevano sopravanzato l’idea di comune, da direzioni eccentriche,
post-sinistre. Peter Lamborn Wilson in TAZ e Utopie pirate sottolinea le ques-
tioni del tempo e del fallimento/successo in rapporto alla comune, rifiutando
nettamente, come doveroso, il ragionamento tecnocratico secondo il quale più la
comune dura, più avrà successo. In TAZ, offre una formulazione specifica di una
nuova idea di comune, un incontro temporaneo — ore, forse minuti — segnato
dalla gioia e dalla convivialità. Un incontro autonomo perché indipendente e
libero per quanto possibile dai vincoli del capitale e dello stato. È
importante da capire: la comune è conflittuale, non sottomessa, ecco la base
della sua au- tonomia. Invece di delimitare il concetto di comune o di cercare
di ridefinirla, io credo sia una strategia più corretta sfocarne il concetto.
Vorrei dire che non importa se sia un falansterio con tutta la fauna
fourierista al completo oppure un incontro tra amici per rivivere i vecchi
momenti o crearne di nuovi, sempre comune è. Perché delimitare qualcosa, perché
abbellirla se si presenta come un modello praticabile di organizzazione? Priva
di definizione, invece, possiamo avanzare a piccoli passi come un bambino in
direzione di una comprensione del modo in cui funziona e di cosa sia inutile
nel modello di comune. Mi sembra un passo potenzialmente più promettente verso
un impegno di sperimentazione sociale e al contempo di forte contestazione
sociale. Infine, su un macro-livello, può ritornare una teoria del federalismo.
Se il mod- ello di comune ha un qualche significato, allora il federalismo non
è poi così lontano. Ciò riconduce l’anarchismo alle sue radici filosofiche, in
particolare Proudhon, ma anche a Pi y Margall e Bakunin. Il potenziale
insurrezionale del federalismo sembra notevolmente sottovalutato. Il movimento
per dividere la società in unità più piccole e più piccole, la federazione di
queste unità per comune accordo e il potenziale di cooperazione economica e di
autodifesa condi- visa, rendono il federalismo uno strumento potenzialmente
scoraggiante, sebbene piuttosto spuntato. Si noti che l’attuale uso del
federalismo — l’accumulo di potere, ricchezza e sapere da parte dello
Stato-nazione al fine di controllare e dominare le popolazioni sottomesse — è
proprio l’opposto della definizione storica standard del concetto. È stato Pi y
Margall, il nonno non-anarchico dell’anarchismo spagnolo, nel suo lavoro del
1854 La Reaccion y la Revolucion, a dare la parola finale alle potenzialità del
federalismo: «La costituzione di una società senza potere è l’ultima delle mie
aspirazioni rivoluzionarie: dividere e suddividere il potere [per]
distruggerlo». [21] La formazione di comuni sembra anche una strategia vitale
del mondo reale in quanto realizza due funzioni immediate. In primo luogo,
possono agire da supporto, da spina dorsale per il movimento dei militanti da
utilizzare rapida- 69 mente in aree dove potrebbero essere richieste le loro
attività. In questo modo possono funzionare tanto come hanno fatto negli Stati
Uniti le librerie, gli infos- hop e gli spazi alternativi nell'ambiente
anarchico degli ultimi decenni, o come i comuni a Kobani durante l’assedio. Le
loro risorse possono aiutare nella forni- tura di riparo, di cibo, di
assistenza medica e di comfort per i combattenti. Le comuni possono inoltre
fornire un’informazione preziosa sulle condizioni locali, sull’applicazione
delle leggi e contribuire a identificare quegli obiettivi partico- larmente più
pericolosi per la comunità. Detto nell’attuale gergo militare, un tipo di
comune può non essere un’arma, ma può funzionare come piattaforma d’armi per i
dinamici combattenti anarchici. In secondo luogo, le Comuni offrono ai membri
sedentari del giro un laboratorio, un ambiente dove sperimentare nuove idee, nuove
forme, piantando, in forma protoplasmatica, i semi delle istituzioni
rivoluzionarie ancora da venire. Le co- muni sono vivai dove si instaurano le
insurrezioni in erba. Analogamente, ma non meno importante, vi è la possibilità
che le comuni contribuiscano a com- pensare l’attrito che ha afflitto
l’anarchismo fin dalla nascita come movimento politico. Una vita dedicata alla
libertà è difficile da sostenere, e la maggior parte degli anarchici [che
possono] alla fine subiscono la chiamata di Cthulhu di auto nuove, grandi case
e vite sperperate. All’età di 55 anni ho visto migliaia di anarchici che vanno
e vengono; solo i troppo testardi o anti-sociali, come i miei amici e me,
sembrano rimanere. Le comuni possono sopportare questa deriva producendo un ambiente
sociale adeguato alle varie difficoltà del tipo di personalità anarchica e
distribuendo risorse per l’assistenza alle vere questioni planetarie quali
cibo, tetto, parto e allevamento, solitudine, malattia, vecchiaia e morte. La
comune è un verbo. Il comune è una questione. L’altra cosa L’anarchismo è
andato alla deriva sin dalla fine della seconda guerra mondiale. Con poca
comprensione delle sue radici, della storia e delle lotte, la maggior parte di
noi ha fatto il meglio che potevamo con quello che potevamo rintracciare. Non
c'erano organizzazioni da criticare o cui aderire; era abbastanza difficile
trovare anarchici a New York nel 1984. Eravamo orfani. La situazione è
cambiata: ci sono più anarchici, sono più facilmente contattati e l’esplosione
delle informazioni ci ha riportato la nostra storia. Inoltre, le notizie dalla
Grecia, dal Rojava, dall’Europa, insomma da quasi ovunque, sembrano andare
nella nostra direzione. Chi si trova al loro interno ha quindi alcune scelte da
fare su dove riporre energia, dove investire tempo e sforzo, ovvero: che fare?
Ci sono almeno tante possibili risposte a questa domanda poiché ci sono
anarchici ormai vivi. Come mia risposta, suggerisco: Formare le comuni
democratiche. Federarle. Essere pronti. T0CHAPTER 7. LA DEMOCRAZIA E LA COMUNE:
LA PRIMA E LA SECONDAPAUL SIMONS Chapter 8 Kurdistan I paradossi della
liberazione Janet Biehl Dal 2014 attivisti, indipendenti di sinistra e
operatori sanitari hanno attraver- sato il fiume Tigri per conoscere meglio
quello che avveniva nel Rojava, l’enclave multietnica indipendente nella Siria
settentrionale. Là il popolo curdo, le cui as- pirazioni erano state calpestate
da generazioni in tutto il Medio Oriente, stanno costruendo una società con una
struttura istituzionale basata sulla democrazia assembleare/conciliare e un
impegno per la parità di genere. Il fatto più rile- vante è che tutto è
realizzato in uno stato di guerra brutale (la società si difende contro i
jihadisti da Al Nusra al Daesh) e si trova sotto un embargo economico e
politico (da parte della Turchia a nord). Chiunque aspiri a un’utopia sulla
terra è destinato a finire deluso, data la natura degli esseri umani. Ma gli
osservatori arrivati nel Rojava, che ammirano le notevoli conquiste realizzate
in quei luoghi, notano subito qualche aspetto che molti trovano inquietante:
tutti gli spazi interni (con la rilevante eccezione degli edifici
dell’autogoverno) espongono alle pareti un’immagine di Abdullah Ocalan, il
leader in carcere del PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan). Il disagio
nasce dai ricordi dei vari dittatori del secolo scorso — Stalin, Hitler, Mao
Ze- dong — i cui ritratti erano dappertutto nei vari paesi che avevano
tormentato. Soprattutto i visitatori che avevano vissuto di persona una
tirannia sì sono trovati a disagio. Un delegato di origine cubana, nel corso
della mia visita nell’ottobre 2015, disse che quelle immagini gli ricordavano i
ritratti di Castro, mentre i delegati libici avevano in mente le onnipresenti
immagini di Gheddafi. Quel disagio può acuirsi perché gli ospiti lodano spesso
Ocalan. Una dei diri- genti del Tev-Dem (Movimento della società democratica
del Rojava), Aldar Xelil ha dichiarato: «La filosofia della nostra
amministrazione si basa sulle idee e la filosofia del nostro leader Ocalan. I
suoi libri sono un riferimento fonda- mentale per noi». Pamyan Berri,
co-direttore dell’Accademia della letteratura e della lingua curda di Qamishli,
ha detto alla mia recente delegazione: «Ocalan è la personalità più importante.
Noi ricorriamo ai suoi libri per insegnare la storia, la lingua, tutto». I suoi
testi fanno parte del piano di studi di quella e di altre accademie, come
chiamiamo gli istituti scolastici qui (il calendario scolastico in queste
accademie prevede solo poche settimane o pochi mesi di fre- quenza,
insufficienti per una ricerca approfondita, una valutazione o una critica, ma
sufficiente per inculcare un sistema fideistico. Si tratta di istruzione o di
in- dottrinamento? ci si inizia a chiedere). Uno dei delegati continuava a
chiamare le numerose citazioni delle idee di Ocalan «proclami emanati». Un
sistema dal basso creato dall’alto Questa generale riverenza sorprende
soprattutto a causa dell’impegno per l’autogoverno democratico del Rojava. Ma
allora, il padre di quella democrazia dal basso è lo stesso Ocalan che l’ha
con- cepita in carcere e l’ha proposta al movimento curdo, che dopo vari anni
di dibattito l’ha accettata e ha cominciato ad attuarla in Siria come in
Turchia. Si tratta di un sistema di gestione dal basso generato dall’alto: è un
paradosso che finora fa girare la testa agli osservatori. Ma il sincero
idealismo della gente di questa piccola comunità assediata offre al visitatore
anche un momento di pausa. Non si vede nessun segno tangibile di dittatura, di
gulag, anzi, l’ideologia prevalente, quella prescritta da Ocalan, aborre lo
Stato in quanto tale. Al “Vertice del Nuovo Mondo” svoltosi a Derik
nell’ottobre del 2015, la governatrice di Cizire, Hadiya Yousef, ha così sinte-
tizzato per noi l’ideologia dominante: rifiuto della modernità capitalista che
fa prevalere il denaro e il potere sul popolo, poiché la classe dei suoi
padroni schi- avizza la maggioranza e disgrega la comunità con lo sfruttamento
e il dominio. Il suo messaggio è «contro la comunità, per l’individualismo, il
denaro, il sesso e il potere». È il Leviatano, ci ha detto, il mostro. Ha poi
continuato, spiegando come partendo dal fatto che la vita umana è in-
delebilmente sociale, il Rojava cerca di costruire un’alternativa. Contro il
Levi- atano si mobilita il popolo perché si gestisca da solo. Contro
l’individualismo e l’anomia dell'Occidente valorizza la solidarietà comunitaria;
contro il colo- nialismo e il razzismo sostiene l’autodeterminazione dei popoli
e l’inclusività. Contro lo Stato (comprese le repubbliche costituzionali e le
sedicenti “democra- zie’ rappresentative) insegna le pratiche della
deliberazione e della scelta demo- cratica; contro la competizione
capitalistica insegna la cooperazione econom- ica. Contro la «riduzione in
schiavitù» (come l’ha chiamata) capitalistica delle donne, insegna la parità
dei sessi. E in effetti le donne svolgono un ruolo straordinario nella
rivoluzione, in campo sociale, politico e organizzativo; la leadership è sempre
doppia, di un uomo e di una donna, in ogni ruolo, e le assemblee hanno il 40%
di quorum di genere. I centri delle donne nei villaggi e nei centri urbani
mostrano come tutte le donne in questa società non siano soggette al dominio
patriarcale; il sistema (che ha tre lingue ufficiali, curdo, arabo e assiro)
accoglie mussulmani e cristiani, arabi, curdi, siriani e altri. L’altro
governatore del cantone di Cizire, Sheikh Humeydi 73 Denham, che porta in capo
la kefiah bianca e rossa, nel corso del vertice ha dichiarato di accettare le
«diversità culturali e religiose» e che «questa ammin- istrazione è la salvezza
per noi e per tutta la regione». Alle radici di questa gestione emancipatrice
in una società molto circoscritta c’è l’ideologia proposta da Ocalan, che è la
forza motrice della rivoluzione. Dato che il Rojava è completamente tagliato
fuori dal mondo a causa dell’embargo e della guerra, la stessa rivoluzione è un
trionfo della volontà sulle circostanze. È un’attestazione di quello che è
possibile realizzare con la sola forza di volontà. Quello che al Rojava manca
in termini economici viene compensato dalla co- scienza, dalla volontà e
dall’ideologia — o dalla «Filosofia», come la chiama Yousef. L’immagine
dell’ispiratore e la sua Filosofia incarnano l’impegno condiviso della società
nei confronti del nuovo sistema. «I ritratti negli altri paesi non sono come da
noi», spiega Yousef. «Per noi non sono un legame con lui come persona e come
individuo. Sono un legame con la Filosofia, la mentalità per rifondare la
società». Certo, la gente rispetta la lotta personale di Ocalan, ma è stato
anche grazie a lui «che siamo riusciti a far progredire la nostra società e a
difendere noi stessi e la nostra autonomia. È stato possibile solo grazie alle
sue idee». La decisa convinzione ideologica della società, ha osservato di
recente un ricer- catore di Cambridge, Jeff Miley, dà forza alla mobilitazione
militare. Il coman- dante dell Unità di Protezione Popolare (YPG), Hawar Suruc,
afferma che nella difesa di Kobane nel 2014-15 gli attacchi aerei della
coalizione guidata dagli Stati Uniti «sono stati di aiuto, ma |...] la
filosofia e lo spirito del leader Apo (soprannome di Ocalan, ndr) è
l’espressione più alta della resistenza di Kobane. È stata la lealtà dei
martiri verso il movimento e verso Apo» che ha fatto in modo che le forze della
difesa sconfiggessero Daesh. L'efficacia di una rivoluzione etica Dunque la
coscienza è un prerequisito di ogni rivoluzione. Non inevitabile, al contrario,
per generazioni di marxisti: saranno le forze sociali storicamente determinate
a spingere necessariamente in avanti il cambiamento sociale fondamentale,
mentre la gente sta seduta ad as- pettare. «I più importanti sviluppi storici»,
come ha osservato lo stesso Ocalan, «sono il frutto di idee e mentalità
efficaci». La coscienza che rende possibile la rivoluzione del Rojava è per di
più una coscienza etica, che cerca di riformare il modo di pensare e il comportamento
delle persone, in linea con le elevate aspi- razioni sociali e politiche della
Filosofia. La quale è così necessariamente anche una forza morale, come ci ha
detto Yousef, e indica «i criteri in base ai quali si devono decidere tutte le
questioni». In questo riecheggia il pensiero di Ocalan, che nell’edizione
inglese del suo libro dal titolo Roots of Civilization, ha scritto: «Serve una
nuova etica per un nuovo inizio [...]. Si devono riformulare nuovi cri- teri
morali, che vanno istituzionalizzati e fissati per legge» (p. 256). L'aspetto
più interessante è che la Filosofia è una forza morale contro il capitalismo.
Mur- ray Bookchin, il teorico radicale americano che ha influenzato Ocalan, un
tempo aveva auspicato un’«economia morale» contro l’economia di mercato,
identificando etica e socialismo. Ocalan concorda: «Il socialismo va visto come
qualche cosa da applicare nel momento come massimo stile di vita etico e
politico |...]. Il socialismo |...] è l'ideologia di una libertà etica e
collettiva». Per questo a Rojava, come spiega Yousef, «la vita comune e
comunitaria costituisce la base morale della società». Il sistema scolastico»,
ci ha detto, «punta a stabilire uno spirito comunitario». AIl’Accademia curda
di Qamishlo, ho visto un libro di testo per gli otto-nove anni che istilla i
valori comunitari società: l’importanza della considerazione reciproca, per la
natura, per le donne. Ovviamente, per riformare il popolo secondo linee morali,
si deve cominciare dai bambini. Pochi giorni dopo la mia partenza da Rojava,
mentre ero a Londra, ho conosciuto Boris, un giovane della Bielorussia, e gli
ho parlato di quel libro di testo. Boris mi ha detto che nell’ultimo decennio
del secolo scorso era cresciuto con testi sco- lastici di taglio morale come
quello, rimasti così dai tempi dell’Unione Sovietica — e che l’avevano convinto
a essere l’esatto opposto di quello che intendevano. Infatti la natura umana è
intricata e complessa e una volontà consapevole porta facilmente sulla strada
sbagliata. Programmi con le migliori intenzioni di rifor- mare il popolo sono
naufragati, come mi ha ricordato la storia di Boris, contro gli scogli di
conseguenze non volute. In realtà gli ordini sociali costruiti secondo
ideologie politiche si sono per lo più allontanati della visione originale, spesso
trasformandosi nel contrario. Lo attestano i vari esiti tirannici
dell’originale visione emancipatrice del marxismo; lo attesta l’idea
individualista, che era un’idea di liberazione ai tempi di John Locke, e che
oggi prende la forma di un egoismo rapace e amorale; lo attesta l’ideale di
Adam Smith di un libero mer- cato entro limiti morali che ha prodotto un’enorme
baratro tra ricchi e poveri. Quanto a insegnare l’etica, non sembra che sia una
proposta facile. Qualcuno l’accetterà con entusiasmo, da Vero credente,
qualcuno l’avvallerà, qualcuno l’accetterà passivamente, qualche altro non sarà
d’accordo, ma resterà zitto, ma altri esprimeranno apertamente il proprio
dissenso. Perfino in una società utopica ci sarà chi non vuole accettare la
realtà del consenso e secondo me sarà suo diritto dissentire. Per questo
qualsiasi società che si organizzi in base all’ideologia comunitaria deve
affrontare la questione dell’autonomia individuale rispetto alla comunità nel
suo insieme. Come fa una società collettiva a gestire la libera volontà e il
dissenso degli individui? È evidente che società edificate seguendo ideologie
emancipatrici si sono rivelate profondamente illiberali. Un filosofo polacco
del secolo scorso, Leszek Kolakowski, aveva addirittura scritto: «Il diavolo
[...] ha inventato gli Stati ideologici, cioè quelli la cui legittimità si
fonda sul fatto che i loro detentori sono detentori della verità». Infatti, «se
tu ti opponi a uno Stato del genere e al suo sistema, sei un nemico della
verità» (in Modernity on Endless Trial, p. 189). Nel Rojava, se l’ideologia di
Ocalan è considerata la verità, che cosa succede a chi non è d’accordo? Yousef,
per esem- pio, mette la comunità davanti a tutto, presumibilmente prima
dell’autonomia individuale. «Nella vita umana non c’è niente di più importante
della comu- nità», afferma, con un tono che sembra quello dei Veri credenti.
«Rinunciare alla comunità significa rinunciare alla propria umanità». Per lei,
«gli individui aderiscono al comune con la propria libera volontà nella misura
in cui ha un valore morale». Secondo lei libera volontà significa scegliere
liberamente di sot- 15 tomettersi alla comunità. Un dubbio sulla libertà di
stampa Ho avuto un altro momento di dubbio nel corso di una discussione
sull’attività editoriale, che sta appena nascendo nel Rojava. Il nuovo editore
ha pubblicato l’anno scorso un libro di poesia în curdo che non avrebbe mai
visto la luce sotto il regime. Sono in corso di stampa altri due titoli, ci ha
detto la ministra della cultura di Cizire, Berivan Xalid, e qualche altro è in
programma per l’anno prossimo, con tirature di un migliaio di copie ognuno. Ma
leggendo un libro che conteneva le norme recenti (preso nella sede del
consiglio legislativo di Cizire) mi è capitato di leggere una norma sull’editoria,
che dice che tutti gli editori devono avere un’autorizzazione, che una
commissione del ministero della Cultura deve decidere quali libri pubblicare, e
che la commissione deciderà «l’idoneità dei libri alla diffusione e la compati-
bilità alle norme di legge e l’adeguatezza alla morale della società». Che vuol
dire «morale della società»? Me lo chiedo, ricordando che la Filosofia alla
base del Rojava è una filosofia morale. Ero accanto alla ministra Xalid, così
le ho chiesto il significato di quella frase. Mi ha risposto che non si può
pubblicare nessun libro che favorisca il sesso tra adolescenti prima del
matrimonio. «È la nostra cultura», mi ha spiegato. Ma la frase non parla
esplicitamente di sesso tra adolescenti, e così le ho anche domandato se
qualcuno potrebbe pubblicare un libro che sostiene che «lo Stato è buono» o che
«il capitalismo è buono». Mi ha risposto (attraverso l’interprete, ovviamente):
«Noi dobbiamo rispettare le tradizioni della nostra società. Gli adolescenti
non possono andare a letto insieme. Non si promuove il sesso tra minorenni
prima del matrimonio». Las- ciando perdere la questione del sesso tra minori,
io penso che la rivoluzione del Rojava si rafforzerebbe chiarendo il
significato di quella norma oppure eliminan- dola. È potenzialmente una
scappatoia per sopprimere l'autonomia individuale degli scrittori e quindi
quella dei singoli e il dissenso. Secondo me, si dovrebbe lasciare spazio alla
critica. Lasciamo che si pubblichino libri sul capitalismo — come altri libri
che lo criticano. Lasciamo che il dissenso sia ammesso e au- torizzato. Il
paradosso è che la via verso la solidarietà democratica passa dalla
legittimazione del dissenso. Lasciamo che il Rojava accetti il pluralismo e la
di- versità, non solo sul piano etnico, ma a quello minimo dell’individuo. Ma
forse il mio è un giudizio presuntuoso e la mia preoccupazione è esagerata. Lo
Stesso Ocalan quando scriveva in prigione si è dichiarato favorevole
all’individualismo. Nel suo testo citato si lamenta che da tempo immemorabile
le religioni hanno perseguitato e ucciso chi pensava liberamente.
"Rafforzare l’individualità — e così affermare un giusto equilibrio tra
indi- viduo e società — può liberare notevoli energie. Energie che possono
avere un ruolo rivoluzionario e liberatorio in tempi nei quali le società
conservatrici e reazionarie, che soffocano l’individuo, si stanno disgregando.
È questa la po- sizione giustificata dell’individualismo, di progresso nella
storia." KURDISTANI PARADOSSI DELLA LIBERAZIONEJANET BIEHL Nemmeno la
Filosofia di Ocalan è sempre coerente. Negli anni che ha trascorso in prigione,
ha cambiato opinione su molti aspetti. Nel suo libro, per esempio, ha perfino
lodato il capitalismo: «Nonostante queste caratteristiche negative, dobbiamo
ammettere la superiorità della società capitalistica. Il suo contesto
ideologico e materiale ha superato tutti i sistemi del passato» (p. 197).
Inoltre: "Malgrado tutti i suoi vistosi difetti, il capitalismo è stato chiaramente
preferito al socialismo [si intende il socialismo reale] proprio in ragione
della sua atten- zione per i diritti del singolo e per i criteri consolidati di
libertà individuale (p.238)." To penso che la presenza di queste
incongruità nella Filosofia di Ocalan sia vantaggiosa per il Rojava come
società. Un’ideologia che contraddice sé stessa più difficilmente si
trasformerà nel diavolo di Kolakowski, perché vi possono trovare conferma
opinioni differenti e perché entrambe le parti possono citare i suoi scritti,
le persone devono riflettere sulle varie questioni, discuterle e svis- cerare
le proprie differenze come individui autonomi. La diversità politica del Rojava
Non posso fare a meno di osservare che al- cuni importanti esponenti
dell’autogoverno democratico del Rojava non sono del tutto d’accordo con la
Filosofia come la presenta Hadiya Yousef. Nel corso delle mie due visite, ho
sentito due personalità ufficiali parlare di economia in termini che non sono
del tutto anticapitalisti. Nel dicembre 2014 Abdurrahman Hemo, allora
consulente per lo sviluppo economico di Cizire, ha dichiarato alla del-
egazione accademica che i cantoni avevano bisogno di investimenti dall’esterno
per sopravvivere. À norma di legge, ha spiegato, quell’investimento dovrebbe
conformarsi alle norme dell’economia sociale e arrivare alle cooperative. Ma
funzionerebbe in pratica? Ho qualche dubbio. Lo scorso ottobre Akhram Hesso, il
primo ministro di Cizire, ha dichiarato alla delegazione del vertice che il
Rojava ha un’economia «mista», «con attività pri- vate e pubbliche nello stesso
tempo». È come l’economia «sociale di mercato» in Germania, ha detto con un
tono di approvazione, con una parità tra pro- prietari di fabbriche e operai.
Stranamente questa economia ideologicamente anticapitalista ha almeno un
dirigente che non è d’accordo con il programma contro il capitalismo. Che Hesso
faccia parte dell’ENKS (Assemblea nazionale curda della Siria), la coalizione
di opposizione, e non del PYD, in linea con la Filosofia, è un’altra prova
della diversità politica del Rojava. Senza dubbio nei prossimi anni l’economia
del Rojava e molte altre questioni saranno messe in discussione, all’interno e
all’estero. La mia speranza è che la stima della società nei confronti di
Ocalan sia anche la stima per affermazioni come questa: «Uno degli elementi
importanti della democrazia contemporanea è l’individualità — il diritto di
vivere come individuo libero, libero dal dogmatismo e dalle utopie, pur
conoscendone la forza» (p. 260). E spero che la gente del Rojava, come pure chi
visita quei luoghi, consideri le immagini di Ocalan sui muri e ripensi TT al
suo appello per «una discussione aperta sulla contraddizione tra individuo e
società», senza la quale «non è possibile risolvere la crisi in corso della
civiltà», e la sua affermazione della necessità di «trovare un equilibrio tra
questi due poli» (p. 207). Citare Ocalan a favore della libertà individuale al
dissenso: è une dei più sconcertanti paradossi del Rojava. Traduzione italiana
di Guido Lagomarsino per «A, Rivista anarchica» CHAPTER 8. KURDISTANI PARADOSSI
DELLA LIBERAZIONEJANET BIEHL Chapter 9 Dilar Dirik e la rivoluzione delle donne
curde a cura di Norma Santi Nelle prime due settimane di Marzo, la sociologa
curda Dilar Dirik, ha tenuto diverse conferenze presso alcune università
italiane sviluppando alcuni aspetti del movimento di liberazione curdo, con
particolare attenzione al movimento delle donne curde e alla jineologia,
scienza 0 paradigma delle donne. In occa- sione di questo viaggio ho incontrato
— a Roma il 12 marzo 2016 — Dilar che, prima di partire, ha lasciato un suo
contributo poi pubblicato in due puntate su «Umanità nova». Dilar Dirik è
ricercatrice al Dipartimento di Sociologia presso l’Università di Cambridge.
Laureata in Storia e Scienze politiche, seconda laurea in Filosofia, ha scritto
una tesi in Studi internazionali în cui ha confrontato il sistema dello stato
nazione e del confederalismo democratico, dal punto di vista della liber-
azione delle donne, con uno sguardo alle diverse linee politiche in tutto il
Kur- distan e monitorando la rivoluzione in Rojava. Traduzione in italiano a
cura di Irene Sirchia. Quando parliamo di tentare di destabilizzare un sistema
Quando par- liamo di tentare di destabilizzare un sistema, cosa che sarebbe
liberatoria per molte parti della società, è importante rendersi conto che,
prima di ogni al tra cosa, dobbiamo iniziare una rivoluzione mentale poiché
possiamo constatare come il sistema educativo, la meccanicizzazione dei nostri
pensieri e del loro flusso, siano strutturati per generare oppressione,
patriarcato e diverse forme di violenza persino istituzionalizzate nella nostra
mentalità. Violenza e oppressione sono via via diventate naturali,
interiorizzate e normal izzate nelle nostre menti, per questa ragione tutto
questo ha avuto inizio. Pos- siamo constatare che oggi le istituzioni dominanti
contribuiscono a perpetuare forme di oppressione come razzismo, sessismo e
differenza di classe e non sono state concepite per consentire di analizzare
criticamente e invertire il mecca- nismo di oppressione, guerra, povertà, morte
e ingiustizia. In questo senso il movimento delle donne curde crede in
particolar modo che si debba formulare un nuovo paradigma di lotta che non è
solo orientato a essere contro qualcosa, come ad esempio capitalismo e stato,
ma anche a lavorare su costruire e per qualcosa. Qual è l’alternativa che costruiremo
al posto dello stato, del capital- ismo e così via? In tal senso abbiamo
bisogno di qualcosa che abbia lo stesso meccanismo della scienza, ma che sia
contrario a come l’attuale scienza sociale lavora. Deve fon- damentalmente
cambiare il modo in cui noi comprendiamo la società perché non possiamo usare
la stessa epistemologia e le stesse categorizzazioni per costruire un mondo
nuovo che ha bisogno di un processo creativo prima di tutto ed è difficile
immaginarlo specialmente in paesi di tradizione capitalista. La sinistra
fallisce nell’organizzazione perché cè una mancanza di immaginazione di come
potrebbe apparire un mondo nuovo. Prendiamo l’esempio del femminismo, che
nell'Accademia è diventato così astratto, così centrato sulla destrutturazione
che in realtà non fornisce alcun sostegno nella vita di molte donne della
comunità perché persino il linguaggio è inaccessibile e i concetti sono così
astratti e teorici che in pratica non fanno molto per la giustizia sociale come
invece faceva orig- inariamente la lotta femminista. Come possiamo avere dunque
un nuovo tipo di linguaggio e femminismo, che possa essere coinvolgente e avere
impatto sulla vita, ad esempio, di mia nonna, della mia vicina, della donna che
muore di fame per strada o che ha dieci figli? L'Accademia purtroppo è
concepita per tenere sotto controllo i pensieri di sinistra e radicali. L’idea
di democrazia, ad esempio, è stata data in mano a poche persone che sono molto
distaccate dalla società e dalla comunità. A tale proposito, con la Jineologia,
noi vogliamo rendere visibile un nuovo approccio alla scienza, un nuovo
paradigma su come la scienza sociale può funzionare, che può non solo capire la
società ma analizzare veramente la complessità della società stessa e i
meccanismi che la rendono così com'è, pi- uttosto che concentrarsi solo
sull’interpretazione di classe o l’interpretazione di genere. Come possiamo
davvero capire la società e soprattutto come possiamo costruire una nuova
società? Ad esempio il femminismo tende a destrutturare il genere. Ma su quale
modello? Quale potrebbe essere l’alternativa? Questo analizzando i collegamenti
non solo ontologici ma anche jineologici tra gerarchia e stato, democrazia,
concetto di proprietà e il collegamento tra potere e conoscenza e come questo
impatta, soprattutto sulle donne, la Natura, le comunità indigene e i poveri.
Il movimento delle donne curde ha iniziato ad approcciare in maniera diversa
alla scienza con attenzione alla Jineologia. “JiN” in curdo vuol dire donna e
la jineologia non è una nuova scienza ma piuttosto un nuovo paradigma di come
noi pensiamo alla scienza, come lo facciamo, che metodo possiamo usare, quale
può essere la metodologia in un sistema che usa questo stesso metodo per creare
più ingiustizia. Come possiamo decolonizzare il sistema che utilizza l’attuale
scienza sociale, come possiamo dare valore a ogni fonte di conoscenza? Perché
oggi noi vediamo istituzioni come le università, edifici quadrati nei quali 81
la conoscenza può essere venduta, quindi tu vai lì, paghi e ottieni la
conoscenza, ottieni un lavoro e diventi parte del sistema capitalista. Ma noi
pensiamo che un’idea di scienza e conoscenza che può essere venduta e
acquistata sia la prima fonte di problemi. Cos'è la conoscenza, come possiamo
considerare la conoscenza? Per il nostro attuale sistema è soltanto costituita
da fatti che pos- sono essere misurati, che possono essere articolati in
numeri, lettere o formule quindi questa è la verità, questa è la realtà, perché
posso misurarla, uno più uno fa due ma, in realtà, la vera conoscenza è fatta
di saggezza. Faccio ancora l'esempio di mia nonna che vive in un villaggio in
montagna e altre persone che hanno trascorso la loro vita per secoli qui
rendendola via via migliore. Le cose che lei vive e fa e pensa e sente sono
anch’esse fonti di conoscenza ma a queste noi non diamo valore. Vediamo il
folklore come qualcosa che semplice- mente non è serio perché non contribuisce
a questa idea lineare di come la storia dovrebbe funzionare. Ad esempio la
storia delle nazioni è il risultato di una corrente di pensiero che crede che
fondamentalmente la scienza debba essere un percorso lineare e lo stato, la
nazione sia il culmine dell’evoluzione e fine di questo percorso, che lo stato
sia il progresso, la civilizzazione, la fede e la più alta espressione del
progresso umano. Questo è il frutto anche della divisione soggetto e oggetto,
di un dualismo, secondo cui, l’uomo è soggetto e la natura è oggetto. L’uomo
specialmente nell’era moderna, legittimato da pensatori come Francis Bacon e René
Descartes, incrementa questo pensiero dicotomico per cui l’uomo è la mente,
soggetto, e la donna è il corpo, l’oggetto; la mente è il soggetto, l'emozione
è l’oggetto: lo stato è il soggetto e la comunità, la soci- età sono l’oggetto.
Questo genere di dicotomia che implica fondamentalmente una gerarchia, in
pratica, legittima la dominazione e la schiavitù e naturalizza questi concetti
facendo sì che, molti movimenti, incluso il PKK, siano arrivati a pensare che
lo stato significa libertà, che essere uno stato significa progredire,
svilupparsi, significa la fine della nostra oppressione. Questa sorta di
pensiero ha portato a convincerci che siamo oppressi perché non abbiamo uno
stato, quando, in realtà, è lo Stato il problema. Dunque quando sono stati uniti
i concetti di comunità e stato, nazione e stato, libertà e stato, indipendenza
e stato, è nato il primo problema della società. Possiamo dunque constatare
come l’idea che ab- biamo di storia e il modo di pensare il nostro lavoro
sociale siano frutto di questo meccanismo di pensiero. Quindi il nostro
approccio con il progetto di Jineologia è un nuovo modo di pensare, un
esperimento, un nuovo metodo di discussione. Non crediamo di avere una nuova
scienza rivoluzionaria, abbiamo solo un nuovo modo di interpretare la scienza,
di dare valore alla conoscenza, di riarticolarla cercando di sovvertire il
meccanismo gerarchico che le unisce al potere. Cosa possiamo fare in pratica.
Ad esempio noi ascoltiamo tutti, promuoviamo ogni interazione tentando di avere
un linguaggio accessibile che non significa un lin- guaggio povero perché non
ragioniamo in termini di basso e alto, ma vogliamo che persone come mia nonna,
che io amo molto, capiscano cosa diciamo e che vogliamo acquisire conoscenza e
imparare ad queste persone. Quindi cerchiamo di sovvertire la gerarchia di chi
sa qualcosa su chi non la sa, cerchiamo di rendere il flusso di conoscenza più
organico e orizzontale. Vogliamo dare valore a ogni esperienza e a ogni voce
non in un'ottica di relativismo culturale per cui questa 9. DILAR DIRIK E LA RIVOLUZIONE DELLE DONNE
CURDEA CURA DI NOR) è un opinione e questa è un’altra, ma ci basiamo sull’idea
che alcuni principi non debbano essere messi in discussione come ad esempio la
liberazione delle donne, ecologia e razzismo. La nostra scienza è dunque
connessa anche al tipo di società che vorremmo creare. Noi non ci limitiamo a
parlare, categorizzare o analizzare, questo infatti è il problema della scienza
sociale attuale che si limita a spiegare, evidenziare un fenomeno, farci ciò che
vuole, renderlo gradevole e venderlo 0, meglio ancora, metterci sopra un
brevetto. No, noi questo non lo vogliamo. Noi vogliamo venire fuori anche con
delle alternative unendo tutte le nostre esperienze perche pensiamo che si
debbano includere tutte le persone che sono state escluse dal produrre e
riprodurre conoscenza perché la conoscenza è stata loro rubata e poi venduta e
loro, in ogni caso, non hanno mai avuto accesso a essa. Questo approccio più
egalitario alla produzione, riproduzione e allocazione della conoscenza è un
principio fondamentale per una democrazia perché solo se ogni forma di
conoscenza viene valorizzata per la sua unicità pos- siamo costruire una
società basata su ogni indviduo. Se l’esperienza, la vita di una persona
indigena non è valorizzata allo stesso modo di quella di persone all’interno
delle università non possiamo neppure avere un’idea di democrazia perché
abbiamo già escluso dalle decisioni le persone che contano. Crediamo che ogni
tipo di interazione tra esseri umani debba arrivare nell'Accademia perché
vogliamo riappropriarci del mondo. Le accademie non dovrebbero essere luoghi
fissi, accessibili solo a persone che hanno i soldi e il privilegio per
andarci. Noi crediamo che ogni giardino e parco, ogni angolo di strada, ogni
stanza, ogni casa possano essere un luogo per auto-educarci, generare
conoscenza e utilizzarla per creare una nuova società. "Immaginare un
nuovo mondo" Ci sono molte donne nel nord del Kur- distan, così come in
Rojava. Stanno aumentando e attirando molta attenzione che dà alle donne nuova
felicità ed energia. Ci sono ad esempio le donne che vogliono partecipare alle
nuove strutture e alla ricostruzione del Rojava, alle case delle donne, alle
comuni, ai consigli o altro, ma anche combattenti sia uomini che donne che ora
vengono educati anche alla jineologia. Credo sia interessante sapere come le
persone, che combattono contro il sistema del Daesh basato sul fondamentalismo
che utilizza la violenza sessuale e lo stupro come motivo di pro- paganda,
stiano articolando la libertà attraverso donne che riportano la scienza
sociale. Essi vedono in questo il più grande strumento di autodifesa, non le
armi che usano dunque bensì un metodo sociologico. In un area molto
conservatrice come il medioriente, in un contesto di eserciti di stato e non, è
fondamentale la questione della posizione politica, che tipo di pensiero e
metodo si vuole pro- porre nella società che si vuole creare. Per questo anche
gli uomini vengono educati alla jineologia da donne, e il modo in cui è strutturata,
l’educazione, è più una sorta di discussione, di dibattito. C’è generalmente
una persona che facilita il processo, ma è una discussione perché è questa che
dovrebbe es- sere il metodo principale e sostituire il metodo frontale di
trasmissione della conoscenza. Il docente dovrebbe essere anche discente e il
discente può essere 83 docente. Nell’Accademia sociale della Mesopotamia a
Qamishlo in Rojava le persone non si rapportano tra loro come insegnanti e
studenti, ma come amici o compagni, sempre. Questo è importante, a proposito
della gerarchia di chi ha conoscenza e chi la riceve, perché è un processo
orizzontale. Magari oggi io insegno una cosa perché la conosco e tu no. Ad
esempio io non parlo italiano e posso impararlo da una persona che lo parla e
questo non significa che io sia in- feriore, ma che posso condividere cose con
voi e voi potete condividere cose con me. Questo approccio è una questione di
mentalità, di come si percepiscono gli altri, come uguali o meno, di come si
possa usare o meno la propria conoscenza come strumento di potere o di abuso di
potere. Altri strumenti che utilizziamo sono la critica e l’autocritica, alla
fine di ogni lezione, elemento caratterizzante dello spirito della jineologia.
L'insegnante viene criticato dicendo, ad esempio, che un fatto esposto non era
molto calzante e se ne potrebbe utilizzare un altro. Questa critica non va
intesa come qualcosa di negativo, ma di buono e necessario e va accetta non
come motivo di abuso ma di collettività, come se ci vengano offerte soluzioni
per migliorare. Non ci limitiamo a criticare la persona, ma le offriamo uno
strumento per crescere. Facciamo anche autocritica, ed è difficile. Può
sembrare semplice, ma criticare le proprie riflessioni è qualcosa che manca
totalmente, specie nel sistema capitalista. Questi sono meccanismi di un
sistema più democratico. Un altro strumento è il linguaggio. Ho partecipato, ad
esem- pio, a una lezione di ecologia all’accademia delle donne. Erano presenti
donne giovani e anziane, e qui si delinea la questione delle generazioni. Si
parlava di come non si abbia coscienza dell’ecologia perché il popolo non ha
possesso del luogo in cui vive, lo stato si impadronisce di tutto e le persone
non si sentono parte di un ecosistema. Non si curano di una foresta perché lo
stato dice che quella foresta appartiene allo stato e non appartiene al popolo.
È perciò difficile di parlare di ecologia in questo posto, ma trovo
interessante come l’insegnante abbia chiesto cosa noi pensassimo fosse
l’ecologia, cosa significasse per noi. Og- nuno ha detto cosa pensava e questo
ha generato un insieme di opinioni diverse ma con tratti comuni e universali.
Qui la questione delle generazioni diventa im- portante perché la società,
specie capitalista, tende a scartare gli anziani, perché inabili al lavoro, ma
ha anche, allo stesso tempo, una tendenza a sottovalutare le parole dei
giovani. In entrambi i casi c'è una discriminazione ed è interes- sante notare
come al potere ci siano persone appartenenti alla stessa fascia di età. È
necessario democraticizzare l’età perché è naturale che ci siano anziani e
giovani, chiunque è stato giovane e sarà vecchio. L’idea è quella di
valorizzare l’esperienza degli anziani come una fonte di saggezza acquisita con
il passare degli anni e valorizzare i giovani come persone che subiscono
pressioni differ- enti e hanno idee e prospettive differenti. Non si dovrebbe
utilizzare l’età come strumento di potere. Democraticizzare l’età è dunque
importantissimo. Noi tentiamo di integrare anche questo, nel nuovo approccio al
processo educativo, per renderlo accessibile a tutti attraverso il linguaggio e
usando questa nuova relazione con la conoscenza quale fondamento della
democrazia. L'obiettivo fi- nale del progetto implementato in Rojava e Bakur è
quello di creare una società critica che non abbia bisogno di affidarsi a
legge, polizia o stato per rafforzare il concetto di giustizia, ma è essa
stessa che genera concetti e idee su come la giustizia dovrebbe funzionare,
prendendo decisioni basate su valori e morale. Anche il concetto di morale
ormai fa pensare a qualcosa di negativo perché col- legato drettamente allo
stato, alla chiesa o alla famiglia. La parola "morale" è diventata
una parola sporca, ma anche lottare per la giustizia e l'uguaglianza e contro
le discriminazioni sono questioni morali. Questo è l’aspetto etico. AL tro
aspetto importante è l’aspetto politico. L’intento è creare una società che non
sottomette la sua volontà alle elites burocratiche. Andare ogni quattro o
cinque anni alle elezioni pensando sono una persona democratica perché vado a
votare, ho fatto il mio dovere, ho votato significa sottomettere completamente
allo stato la mia volontà e tutto ciò che riguarda la mia vita e la mia
interiorità. Questo conduce a una società lontana dalla politica. L’unico modo
in cui oggi le persone percepiscono la politica è quello di andare a votare, ma
questa non è politica. La politica ha ben altro intento, ossia organizzare una
società giusta e meravigliosa. Dunque unenedo queste due cose, politica ed
etica, possiamo avere una società nuova e rivoluzionaria. Noi non crediamo che
la rivoluzione sia una rottura nella storia imposta un partito o da uno stato
poiché uno stato non può essere fonte di giustizia. La maggior parte delle
forme di oppressione negli ul timi 5000 anni della civiltà moderna sono stati
creati dal concetto di stato, molti meccanismi di sottomissione nascono con
l’emergenza degli stati. Il primo stato come concetto fu in Mesopotamia. I
Sumeri costruirono le ziqgurat, strutturate come una piramide molto gerarchica
e organizzata. In quel momento avvenne un enorme cambiamento, una transizione,
una rottura storica; in quel momento sacerdoti uomini presero il monopolio
della conoscenza si costituì il primo es- ercito, le donne furono cancellate
dalla scena, in quel momento, la proprietà privata iniziò a distruggere la
morale e l’etica del sistema. Possiamo vedere come patriarcato, stato e
concetto di proprietà privata si alimentino a vicenda e chi possedeva la
conoscenza ha giocato un ruolo fondamentale. È interes- sante notare come,
contemporaneamente, 4300 anni fa, si sviluppava la prima parola che ha espresso
il concetto di libertà, amargi. Perché questo concetto di amargi si è
sviluppato proprio quando l’oppressione è diventato un sistema, un’
istituzione? Perché le persone bramano immensamente qualcosa e il desiderio
dell’essere umano di esprimersi in libertà è una meravigliosa lotta così antica
e parte della natura umana e ha molti diversi aspetti. Se guardiamo alla lotta
delle persone in ogni parte del mondo, agli esempi che possiamo aver visto
anche qui in Italia, questi sono connessi a ciò che sta accadendo in Kurdistan.
La lotta ha tanti diversi aspetti, ma possiamo vedere che, andare contro lo
status quo, il sistema attuale, sia la linea comune perché esso è fonte di
povertà, distruzione e guerra che hanno sempre la medesima origine, Ocalan
parla di due forme di civiltà, non riguardo la comunità, il linguaggio, eccetera,
ma riguardo il sistema. Egli dice che con lo stato sumero la civiltà degli
oppressori, quella dominante si è sviluppata, che più o meno è lo stesso
concetto di capitalismo e patriar- cato, basato su gerarchia, dominazione e
abuso di potere. Di contro, però, si è sviluppata una civiltà democratica fatta
da donne, poveri, artisti, esclusi, indi- geni, una civiltà naturale e
comunitaria. Queste persone hanno sviluppato una civiltà alternativa rispetto
alla corrente dominante. La corrente dominante si è stabilizzata e
universalizzata, ma allo stesso modo anche la resistenza è sempre 85 esistita.
Forse si espletava in maniera diversa ma è sempre esistita. Possiamo dunque
dire che la jinealogia è la vendetta della civiltà democratica contro la
tendenza dominante. Questo può essere un modo di guardare alla storia, non in
termini di questa o quella cultura, ma di quali siano i tratti che riguardano
il patriarcato e le relazioni sociali sui quali possiamo lavorare. Credo che
questo sia necessario per mobilizzare la lotta, per vedere nella propria lotta
specchiarsi la lotta di qualcun altro. In tal senso ritenianmo che nella
produzione e ripro- duzione della conoscenza debbano giocare un ruolo
fondamentale le donne per la creazione di una nuova società. Molte donne in
Rojava dicono che la loro vera autodifesa è l’educazione, è la rivoluzione
sociale, forse un intento comune è più efficace di un kalashnikov. Le persone
devono difendersi anche fisicamente, ma il nostro concetto di autodifesa non è
solo fisico, non è solo la pietra che puoi lanciare per sopravvivere
fisicamente, specie in un territorio in cui per Daesh è normale violentare e
stuprare, è autodifesa politica, l'educazione è au- todifesa, avere una società
etica che sa organizzarsi, perché fondamentalmente la libertà deriva
dall’auto-organizzazione. Il problema è che noi colleghiamo
l’autodeterminazione al concetto di stato. Questo è il pensiero che dobbiamo
assolutamente sovvertire, un ordine di idee che dobbiamo abbandonare, perché lo
stato non può essere la soluzione per un problema di libertà che ha una so-
cietà. Perché noi non abbiamo il problema di non avere uno stato, abbiamo un
problema di libertà. Posso dire che la jineologia ha dato molto alle donne in
Kurdistan e anche oltre, e il loro numero sta crescendo. Ho parlato con molte
donne in giro per il mondo di questo argomento e loro danno interpretazioni
diverse a metodologie, reli- gioni, scienze a seconda di dove vivono, del loro
contesto, della loro voce e la jineologia dà moltissimo valore a questo. Le
donne hanno compreso che abbiamo bisogno di un approccio fondamentalmente
diverso dal nostro modo di pensare e di sentire il diritto. Dobbiamo fare
pratica e nella pratica che utilizziamo nel nostro sistema educativo e nel
nostro approccio alla politica dobbiamo includere questo pensiero teoretico, ma
anche il vissuto di ognuno e il nostro concetto di democrazia perché
l’autodifesa non sia solo fisica ma anche sociale e politica. È questo che
molte donne ora affermano che stiamo combattendo questa battaglia contro Daesh,
ma che la nostra autodifesa è soprattutto politica, perché è un dato di fatto
che ora possiamo leggere e scrivere e organizzarci sotto forma delle comuni o
quant’altro e che chi, nella nostra stessa casa, non ci lasciava neppure uscire
deve ora accettarci come uguali e in grado di prendere decisioni. Questo è
fondamentalmente il modo in cui possiamo immaginare e pensare un mondo nuovo. Rivoluzionari
o pedine dell'Impero? Marcel Cartier L’attivista curda Hawzhin Azeez ha
dichiarato: Come ha scritto Becky, questa occidentale femminista
«antimperialista», «le YPJ avrebbero dovuto scegliere una degna decapitazione,
gli stupri di gruppo e i massacri di tutte le donne, dei curdi e dei popoli
della Siria settentrionale piuttosto che accettare le armi degli sporchi
imperialisti per difendersi contro Daesh!!!». Il suo dito insiste a mettere il
punto esclamativo al fine di sotto- lineare la sua opinione, mentre sorseggia
un delicato latte di soia al gusto di fragola e crema Frappuccino prima di
ricominciare a picchiettare con il suo iPad 7. «Così le avrei senza dubbio
sostenute! Ma ora non più!». Scruta con lo sguardo la cameriera messicana che
porta il suo ordine — camembert, cheese- cake mirtillo e mascarpone —
interrompendola nella sua fondamentale analisi politica rivoluzionaria della
Siria. All’esterno, la pioggia scroscia. Becky si siede comodamente in un
angolo del suo caffè Starbucks. Per un attimo ignora il suo iPhone, che
improvvisamente squilla per ricordargli di cambiare l’ora della sua classe di
"hot yoga" in modo che non coincida con l’appuntamento del suo
barboncino al Salone del cane. Infine conclude il suo status, con un sorriso di
auto-soddisfazione, con questa frase: «La schiavitù per le strade di Ragga e
Aleppo, anche sessuale, sarebbe stata meglio delle armi degli imperialisti!
Questo è il genere di femminismo che sostengo, per le donne arabe, musulmane,
nere e indigene del mondo!». Sembra il paradosso dei paradossi. Gli Stati Uniti
e i loro alleati occidentali sono impegnati in una guerra spietata e
implacabile conto il governo siriano di Damasco, proprio questi cosiddetti
difensori della democrazia e della libertà che sostengono una delle più
spregevoli organizzazioni terroristiche e reazionarie mai 87 88CHAPTER 10.
RIVOLUZIONARI O PEDINE DELL’IMPERO? CARTIER viste nella storia recente. Poco
tempo addietro, il presidente Donald Trump, per la prima volta, è intervenuto
militarmente contro le forze governative siriane: una batteria di missili
Cruise il cui effetto è stato quello di aiutare quei gruppi che operano nella
scia ideologica di Al Qaeda, nel nord-ovest, del paese. E questo non è l’ultimo
paradosso. Dopo tutto, il sostegno americano ai gruppi legati o vicini
all’estremismo salafita e wahhabita non ha nulla di nuovo: mai dimenti- care
l’appoggio degli Stati Uniti ai “mujaheidin" in Afghanistan negli anni
’80. Ancor più paradossale è che gli Stati Uniti stiano fornendo supporto
militare a un’organizzazione, nel nord della Siria, che non solo non è
reazionaria, ma sostiene di essere socialista e femminista, pur nutrendo legami
ideologici con il Partito dei lavoratori del Kurdistan, il PKK: quel PKK in
guerra con il secondo esercito della NATO, la Turchia, da oltre tre decenni. Il
fatto che il Partito dell’Unione Democratica (PYD) e la sua componente armata,
le Unità di protezione del popolo e delle donne (YPG e YPJ), con- ducano una
vera rivoluzione sociale nel bel mezzo del caos siriano è fuor di dubbio. Il
mese che ho trascorso in viaggio attraverso le zone sotto il loro con- trollo è
stato più che sufficiente per convincermi dell’unicità di questa esperienza
rivoluzionaria, oltre ogni immaginazione, offrendo una vasta dimensione demo-
cratica e socialista. Sono stato costantemente impressionato da ciò che ho
visto: dalle strutture comunaliste alle cooperative, delle organizzazioni delle
donne alle fiorenti accademie culturali e artistiche. Mi hanno colpito l’onestà
e l’apertura del movimento verso le numerose contraddizioni che si sono
presentate durante un processo di trasformazione radicale della società. Posso
anche dire che per la prima volta nella mia vita, nonostante tutti i viaggi nei
paesi impegnati a vari livelli nella costruzione del socialismo (Venezuela,
Cuba e Corea del Nord ), ho toccato l’esistenza di una società profondamente
vibrante, democratica e popolare, che avevo sempre immaginato potesse — e
dovesse — nascere un giorno. Ma la sensazione di grande contraddizione non mi
ha mai lasciato veramente. Mi ha disturbato. Non sapevo cosa fare con quello
che le YPG/J definivano una “cooperazione militare tattica” con gli Stati
Uniti. Come chiunque abbia raggiunto la maturità politica dopo aver frequentato
le scuole del marxismo e dell’antimperialismo rivoluzionario, avevo imparato a
guardare con la mas- sima diffidenza tutto ciò che proveniva anche minimamente
dal Pentagono o dalla CIA, e per buone ragioni. Gli Stati Uniti, infatti, non
hanno l’abitudine di sostenere le vere rivoluzioni che si svolgono nei quattro
angoli del pianeta. Dopo aver concluso che il progetto portato avanti dalla Rojava
ha effettivamente sus- citato un’autentica rivoluzione sociale — nel quadro di
quel che pensavo fosse un’operazione di cambiamento del regime, sostenuta dagli
Stati Uniti, contro un governo, quello di Damasco, che si era rifiutato di
svolgere le regole del neoliberismo globale — ho disperatamente sentito la
necessità di ottenere dell risposte alle mie domande: sono le YPG/J che usano
gli Stati Uniti? O gli Stati Uniti che utilizzano le YPG/J? Questi curdi non
stanno oggettivamente aiutando l'imperialismo americano, se guardiamo al
contesto più ampio? O, visto lo scenario complesso del con- flitto,
l’imperialismo americano sostiene consapevolmente un processo socialista 89
rivoluzionario? Oppure la verità si trova da qualche parte in mezzo? Ci sono
elementi di risposta in ciascuna delle possibili risposte, o non è possibile
oggi avere un risposta chiara? Ancora meglio, le mie domande sono corrette o
riflet- tono uno status privilegiato e i pregiudizi occidentali? Durante e dopo
Kobane È stato durante la fase finale delle YPG/J a Kobané, all’inizio del
2015, che la coalizione a guida Usa ha accettato — sotto l’enorme pressione
internazionale — di sostenere le forze curde utilizzando at- tacchi aerei per
respingere lo Stato Islamico. Da allora, gli Stati Uniti non hanno mai esitato
a dire quanto grande fosse stato il loro ruolo nella liberazione di Ayn al
Arab, anche se i miei colloqui con le combattenti YPG/J, in quella città, mi ha
permesso di capire che non è andata esattamente così! La loro sensazione gen-
erale? La rabbia contro gli Stati Uniti, che incolpano di non essere
intervenuti prima e di aver chiuso un occhio sulle sofferenze della popolazione
nelle mani di Daesh. Ciò basta per convincerli che il loro intervento era
funzionale solo ai propri obiettivi geostrategici, senza costituire un reale
sostegno per le YPG/J. Le parole dell’attivista e studiosa kurda Dilar Dirik
sono molto illuminanti su questo punto. Recentemente ha scritto un articolo
nelle colonne di ROAR in- titolato Radical Democracy: The Frontline Against
Fascism in cui solleva la questione dell’incapacità di una parte significativa
della sinistra occidentale di sostenere le YPG/J, in particolare a causa del
sostegno aereo statunitense du- rante la seconda battaglia di Kobane:
L’immagine pubblica delle forze armate di Rojava è improvvisamente cambi- ata
agli occhi delle sezioni della sinistra dopo la liberazione di Kobane. Sebbene
innegabilmente una battaglia storica, vinta da una comunità organizzata e dal
potere delle donne libere, la simpatia diffusa di cui avrebbero dovuto godere
sarebbe crollata dal momento che le forze terrestri hanno ricevuto il sostegno
aereo della coalizione sotto il comando americano. Dopo essere stati da lungo
tempo tra le vittime più colpite dell’imperialismo in Medio Oriente, i curdi e
i loro vicini non hanno più bisogno di essere illuminati sui mali dell’impero.
Sono ancora freschi i ricordi dei massacri e dei genocidi subiti con il
supporto delle forze imperialiste. Le visioni dogmatiche del mondo e le
critiche semplicistiche e binarie non offrono alcuna risposta a coloro che
lottano per la vita sul terreno. Ancora più importante, non risparmiano vite.
Sostegno militare, ma non politico È da ormai oltre due anni che i fascisti [di
Daesh] sono stati cacciati da Kobane. Gli Stati Uniti continu- ano a sostenere
le forze curde ed hanno esteso il loro ombrello militare sotto forma delle
Forze Democratiche Siriane (SDF), mentre all’inizio di maggio [2017]
l’amministrazione di Trump ha dato il via libera per l’invio di armi pesanti.
Le Forze Democtatiche Siriane includono milizie arabe che stanno combattendo RIVOLUZIONARI O PEDINE DELL’IMPERO?MARCEL
CARTIER anche per la creazione di strutture democratiche ispirate al successo
delle am- ministrazioni multietniche e delle comuni istituite in Rojava. Gli
Stati Uniti non solo hanno iniziato a fornire l’SDF di armi pesanti: ci sono
quasi 1.000 forze speciali americane che operano al loro fianco sul terreno,
oltre ad un disp- iegamento di marines. Sono queste milizie che combattono
nell’SDF gli agenti controrivoluzionari su cui gli Stati Uniti hanno puntato,
dopo il crollo dei gruppi reazionari dell'Esercito Siriano Libero (FSA) che la
Turchia sembra a tutti i costi voler far rinascere? Non possiamo fornire una
risposta definitiva a questa do- manda, ma è importante segnalare che se gli
Stati Uniti sostengono militarmente l’avanzata dell’SDF a Ragga, la capitale di
Daesh, con l’operazione “Wrath of Euphrates”, Washington ha fatto di tutto per
mantenere il PYD - il braccio politico delle YPG/J - lontano dai negoziati di
pace di Ginevra. Inoltre, il sistema federale messo in atto dal PYD e il
Movimento per una Società Demo- cratica del Rojava (TEV-DEM) non ha ricevuto
alcun sostegno, né uno sguardo di considerazione dagli Stati Uniti che hanno
costantemente sottolineato che “il federalismo ad hoc” non è incoraggiato da
Washington. La Russia si è spesso mossa in opposizione alla posizione
statunitense sul Ro- java. Mentre Mosca è generalmente considerata il braccio
militare del gov- erno Ba’athist [di al-Assad|, questi stessi russi hanno
recentemente proposto l’istituzione di una nuova costituzione per la Siria
fondata, almeno in parte, sul federalismo invocato dal PYD e sul
rispecchiamento del carattere multietnico del paese (suggerendo in questo caso
di cambiare il nome da “Repubblica Siriana Araba” a “Repubblica Siriana”). La
Russia ha anche sostenuto l’inclusione del PYD nel terzo ciclo di colloqui a
Ginevra - una proposta non accolta dagli Stati Uniti. Inoltre, il primo ufficio
del PYD aperto all’estero è stato a Mosca nel febbraio 2016, e lo stato russo
ha facilitato i colloqui tra il governo siriano e il PYD su una soluzione del
conflitto che potrebbe portare alla pace tra le forze coinvolte. più
recentemente, la Russia si è impegnata a lavorare militarmente con YPG/J per
stabilire nella città di Afrin per fine di marzo [2017] una base di
addestramento delle forze curde e dell’SDF, e infine per creare una zona cus-
cinetto che impedisca alle forze turche di attaccarla. Sembra che Mosca abbia
scommesso su di loro, non solo per le ripetute vittorie militari, ma anche per il
successo del progetto politico e la resistenza di Rojava. Nemici ideologici La
necessità elementare e pragmatica di sopravvivenza è più che sufficiente per
spiegare la ricerca da parte delle YPG/J della cooper- azione militare con gli
Stati Uniti, rifiutata da alcuni guerrieri della tastiera occidentale e da
altri attivisti della poltrona per via della formula molto sem- plicistica di
“ballare con il diavolo". Dopo tutto, perché i socialisti rivoluzionari si
dovrebbero congiungere con gli Stati Uniti, a meno che, naturalmente, non siano
rivoluzionari? Le mie osservazioni mi hanno fatto ricredere che queste forze
siano, in realtà, veramente rivoluzionarie. Durante tutto il mio soggiorno,
sono stato ossessionato da individuare opinioni divergenti tra i gruppi delle
YPG o nelle organizzazioni politiche su come affrontare questa cooperazione 91
con gli Stati Uniti definita "Inherent Resolve”, condotta contro Daesh.
Cosa fanno questi radicali delle motivazioni di Washington, con Barack Obama o
con Donald Trump, per lavorare fianco a fianco? Come ho scritto in un
precedente articolo sulle diverse tendenze della politica curda, un comandante
delle YPG, Cihan Kendal, ha affermato all’inizio di quest’anno che «l’ America
vorrebbe che noi fossimo il loro alleato principale, ma sa che non è possibile:
dal lato militare, ci capita di collaborare, ma, ideologicamente, siamo
nemici». È una opinione che Cihan Kendal mi ha ripetuto quando lo incontrai nel
nord della Siria ribadendo di essere "Impegnati in una rivoluzione democratica,
ma questa rivoluzione è guidata da un partito socialista, quindi, ovviamente, è
una rivoluzione socialista. Per- tanto, ovviamente, gli Stati Uniti non la
sosterranno mai." Un altro comandante YPG che ho incontrato a Kobane non
ha dosato le sue parole: "Ci sono coloro che sostengono che, siccome
stiamo lavorando tatticamente con gli Stati Uniti, non si tratta di una vera
rivoluzione. Ma dimmi, come dovremmo sconfiggere Daesh e difendere la nostra
rivoluzione senza armi pesanti? Sappi- amo che ci daranno armi per prendere
Ragga ma, allo stesso tempo, non vogliono che noi governiamo Raqgqa a modo
nostro. Sappiamo che una volta raggiunti i loro obiettivi strategici, ci
abbandoneranno." Pochi giorni dopo sono stato abbastanza fortunato da
incontrare un altro ideol- ogo importante che, con i suoi compagni, ha
dimostrato di avere una conoscenza approfondita della storia dei movimenti
rivoluzionari. Sul muro, alle sue spalle, un ritratto di Abdullah Ocalan,
sotto, un altro di Lenin che arringa le masse di San Pietroburgo nel 1917.
Guardando al poster di Lenin, ha dichiarato: "Ecco un uomo che un secolo
fa ha accettato di ottenere un treno corazzato imperialista tedesco per tornare
in Russia e guidare la rivoluzione bolscevica. Dovremmo oggi considerarlo un
agente dell’imperialismo tedesco?" Capire se tale confronto sia veramente
corretto è già un interrogativo non da poco, ma il punto sollevato dal
comandante ha colpito il bersaglio: «Non siamo pedine o pupazzi degli Stati
Uniti. Siamo innanzitutto e soprattutto rivoluzionari». Opportunisti estremisti
o veri rivoluzionari? La questione di come finirà la cooperazione militare tra
la superpotenza più sanguinaria e i rivoluzionari più radicali del mondo è
lungi dall’essere risolta oggi; sarebbe assurdo pensare che i rivoluzionari del
movimento di liberazione kurda, un movimento forte di quattro decenni di lotta
contro questi stessi imperialisti, improvvisamente dimenticas- sero i loro
vizi. Alcuni nella sinistra occidentale possono respingere le YPG/J come
estremisti di sinistra che si legano alle forze dell’Impero per opportunismo.
Questa analisi non corrisponde alla realtà. È necessario pensare più profonda-
mente sulle parole di Dilar Dirk: "Per le persone le cui famiglie sono
state massacrate dallo Stato Islamico, la facilità con cui la sinistra
occidentale sembra sostenere un rifiuto degli aiuti mil- itari, a favore di
nozioni romantiche quali la purezza rivoluzionaria, è incompren- sibile. A dir
poco. Questa promozione di un anti-imperialismo incondizionato, staccato dalla
reale esistenza umana e dalle realtà concrete, è un lusso che solo chi vive
lontano dal trauma della guerra può permettersi. Pur consapevole del pericolo
di essere manipolati dalle grandi potenze per poi essere abbandonati, ma
stretta tra l’incudine e il martello, ’SDF innanzitutto aveva e ha la priorità
di sopravvivere, e di mettere fine alla maggior parte delle minacce immediate
alla stessa vita per centinaia di migliaia di persone negli ampi territori che
controlla." Di nuovo in Europa, questi testi mi hanno colpito. È
incredibilmente facile - se non vergognoso, in un certo senso — sedersi nel
comfort delle nostre case occidentali e criticare il “tradimento” di un
movimento per via della sua “col- laborazione” con l’imperialismo, quando le
vite di così tante persone è letteral- mente in gioco; non appena ci prendiamo
del tempo per indagare sul campo e vedere cosa stanno affrontando le YPG/J - un
blocco combinato da parte della Turchia, di Daesh e dei nazionalisti del
Partito Democratico Kurdo (KDP) in Iraq — dovrebbe emergere una nuova immagine.
Il rivoluzionarismo e la solida- rietà della poltrona, condizionati in modo
esclusivo dalle nozioni di "purezza", non hanno senso nel mondo
reale. Osservando la ragione - e il mondo - come se non fosse altro che un
gioco di scacchi, si può facilmente arrivare alla politica del "nemico del
mio nemico è mio amico”: una politica profondamente deficitaria e pigra, che
può portare a sostenere movimenti estremamente reazionari e non quelli che
conducono effettivamente il tipo di politica che vorremmo vedere nei nostri
paesi. Le parole del secondo dei comandanti YPG, che ho conosciuto e che hanno
risposto alle mie preoccupazioni sugli Stati Uniti, hanno risuonato in me una
volta tornato a casa. "Certamente, sarebbe utile se Trump ci mandasse due
Humvees, ci serivreb- bero chiaramente nella nostra lotta contro Daesh. Ma
ricorda che uno degli F-16 venduti da Trump in Turchia potrebbe annientare
questi veicoli in un sec- ondo. Sappiamo dove si collocheranno gli Stati Uniti
se dovranno scegliere, e non sarà certo dalla nostra parte." Chapter 11
Intervista ai/le compagn* del DAF (Azione rivoluzionaria anarchica) a cura
della redazione di «Meydan» Da due anni a questa parte le fondamenta della
rivoluzione sociale sono in fase di sviluppo in Rojava, il Kurdistan
occidentale. Sostenendo questo, è difficile igno- rare il fatto che alla base
dell’attacco contro Kobané ci sono gli interessi politici dello Stato Turco e
del capitalismo globale. Abdulmelik Yalcin e Merve Dilber di Azione anarchica
rivoluzionaria, erano nella regione di Suruc, al confine con Kobané, sin dal
primo giorno della resistenza contro i tentativi di oscurare la rivoluzione del
popolo, in solidarietà con il popolo della regione. Noi li abbiamo intervistati
riguardo alla Resistenza di Kobané e alla Rivoluzione della Rojava. Fin dall’inizio
della Resistenza di Kobané, avete organizzato molte proteste e fatto volantini
e manifesti. Avete anche partecipato alla “catena umana di guardia del confine”
che era organizzata nel villaggio di Suruc, vicino al confine con Kobané. Con
quale scopo siete andati laggiù? Potete dirci quello che avete vissuto là?
M.D.: A causa della Rivoluzione della Rojava i confini tra le parti del
Kurdistan che si trovavano all’interno del territorio della Siria e della
Turchia hanno iniziato a dissolversi. Lo Stato Turco ha pure provato a
costruire un muro per distruggere questo effetto della rivoluzione. Nel bel
mezzo della guerra e degli interessi del capitalismo globale e degli stali
nella regione, il popolo curdo in Siria ha fatto un passo lungo il sentiero che
porta alla rivoluzione sociale. Grazie a questo passo è emerso un fronte reale
che porta alla libertà del popolo e, a Kobané, un attacco totale contro la
rivoluzione è iniziato per mano dell’ISIS, l’onda violenta prodotta dal
capitalismo globale. Quando noi, come anarchici rivoluzionari, abbiamo valutato
la situazione a Kobané e nella Rojava, è stato impossibile per noi non essere
direttamente coinvolti in essa. Considerando che i confini tra gli stati sono
stati aboliti, è vitale essere solidali con coloro che resistono a Kobané. Noi
siamo al quindicesimo mese della Rivoluzione della Rojava. In questi quindici
mesi, abbiamo organizzato molte proteste unitarie e abbiamo fatto volantinaggi
e attacchinaggi. Allo stesso modo, durante l’ultima ondata di attacchi contro
la rivoluzione a Kobane, abbiamo fatto molti volantinaggi e attacchinaggi e
abbiamo anche organizzato molte proteste in strada. Dovevamo comunque andare al
confine di Kobané per salutare la lotta del popolo curdo per la libertà, contro
glì attacchi dell’orda dell’ISIS. Nella notte del 24 settembre siamo partiti da
Istanbul per il confine di Kobané. Abbiamo incontrato i nostri compagni che
sono arrivati un poco prima e insieme abbiamo iniziato la nostra catena umana a
guardia del confine nel villaggio di Boydé, a ovest di Kobané. C'erano cetinaia
di volontari come noi che venivano al confine da diverse parti dell'Anatolia e della
Mesopotamia, formando una catena umana lungo i 25 km della linea di confine nei
villaggi di Boyde, Bethé, Etmanké e Dewsan. Uno degli obiettivi della catena
umana era fermare il supporto di uomini, armi e logistica per l’ISIS da parte
dello Stato Turco, il cui appoggio all’ISIS è conosci- uto da tutti. Nei
villaggi di confine la stessa vita si è trasformata in vita comune, nonostante
le condizioni di guerra. Un altro obiettivo della nostra attività di guardia
del confine era intervenire in solidarietà con la popolazione di Kobané, che
era dovuta fuggire dall’attacco contro Kobané, e che era trattenuta al con-
fine per settimane e che veniva pure attaccata dalla polizia militare turca
(jan- darma). Nei primi giorni delle nostre azioni di guardia del confine,
abbiamo tagliato le recinzioni e abbiamo raggiunto Kobané insieme alle persone
venute da Istanbul. Potete dirci cosa è successo dopo che avete attraversato il
confine verso Kobane? A.Y.: Nel momento in cui abbiamo passato il confine,
siamo stati salutati con enorme entusiasmo. Nei villaggi di confine di Kobané,
tutti, giovani e anziani, erano nelle strade. I guerriglieri delle YPG e YPJ
hanno salutato sparando in aria la nostra eliminazione dei confini. Abbiamo
manifestato per le strade di Kobané, Più tardi abbiamo avuto una conversazione
con la popolazione di Kobané e con i guerriglieri delle YPG/YPJ che difendono
la rivoluzione. È molto importante che i confini che gli Stati hanno eretto tra
i popoli siano dis- trutti in questo modo. Questa azione che è avvenuta in
condizioni di guerra mostra una volta di più che le sollevazioni o le
rivoluzioni non possono essere fermate dai confini degli stati. Sono circolate
molte notizie riguardo ad attacchi da parte della polizia militare e di
poliziotti regolari contro le persone che hanno partecipato alla "catena
umana di guardia del confine” e contro la popolazione rurale vicino al confine.
Cosa cerca di ottenere lo Stato Turco con queste prepotenze sul confine? Cosa
pensate di questo? 95 A.VY.: SÌ, è vero che la politica dello Stato Turco è
quella di attaccare tutti coloro che sono coinvolti nella guardia del confine e
che vivono nei villaggi di confine, e tutti coloro che da Kobané provano ad
attraversare confine. Qualche volta gli attacchi accadono frequentemente e a
volte durano per giorni. È ovvio che ogni attacco ha una propria
giustificazione e ha un proprio scopo. Abbi- amo osservato che durante quasi
tutti gli attacchi dei militari (gendarmeria), i camion trasportano qualche
cosa dall’altra parte del confine. Non siamo si- curi dell’esatto contenuto di
questì trasporti verso l’ISIS. Comunque, abbiamo potuto capire dalla potenza
degli attacchi che a volte si trattava di lasciar at- traversare il confine a
persone che volevano unirsi all’ISIS, a volte si trattava di inviare armi e
altre volte ancora di fornire all’ISIS le sue necessità quotidiane. Questi
trasporti spesso sono caricati su veicoli con numeri di targa riconducibili
alle autorità e altre volte da bande che fanno “traffici" protetti dallo
stato. In- oltre queste bande protette dallo stato hanno usurpato le proprietà
delle persone di Kobané che aspettano al confine. La polizia militare d’altra
parte lascia le persone attraversare il confine con una tariffa di commissione
del 30 %. Le politiche dello stato contro la popolazione locale sono rimaste le
stesse negli anni. A causa delle condizioni di guerra, questa politica è
diventata ora molto più visibile. Gli attacchi al confine sono condotti con il
proposito di intimidire le persone che prendono parte alle azioni di guardia
del confine e la popolazione dei villaggi di confine. Nonostante lo Stato Turco
lo neghi, è abbastanza noto il suo supporto all’ISIS. In ogni caso voi dite che
adesso, pure le persone che attraversano il confine per unirsi all’ISIS possono
essere viste facilmente. Quindi in questa regione non è un segreto che lo Stato
Turco supporti l’Isis. Come funziona questo supporto al confine? M.D.: Lo Stato
Turco ha insistentemente negato il suo supporto all’ISIS. Ad ogni modo,
ironicamente, ogni qual volta ha fatto una dichiarazione di smentita, un nuovo
trasporto veniva organizzato al confine. Molti di questi trasporti sono
abbastanza grandi da essere osservati facilmente. Per esempio: diversi veicoli
portano "pacchi di aiuti" al confine. Siamo stati testimoni del fatto
che decine di "veicoli di servizio" con vetri oscurati attraversavano
il confine. Nessuno si domanda seriamente cosa ci sia in questi veicoli. Noi
tutti sappiamo che le ne- cessità dell’ISIS sono soddisfatte attraverso questo
canale. Potresti per favore spiegarci quale sia, sul piano storico come si
quello contem- poraneo, l’importanza per gli anarchici rivoluzionari di
abbracciare la Resistenza di Kobané e la rivoluzione di Rojava, soprattutto în
un periodo come questo? A.Y.: La Resistenza di Kobané e la Rivoluzione della
Rojava non deve essere considerata in modo separato dalla lunga storia della
lotta del popolo Curdo per la libertà. Nella terra in cui viviamo, la lotta del
popolo curdo per la lib- ertà è chiamata “il problema curdo”. Per anni è stato
rappresentato in modo errato come un problema causato dal popolo e non dallo
stato. Noi lo diciamo ancora: questa è la lotta del popolo curdo per la
libertà. L’unico problema qui è lo stato. Il popolo curdo ha combattuto una lotta
di esistenza contro la politica di distruzione e di negazione della Repubblica
Turca per anni, e per centinaia di anni contro altri poteri politici in queste
terre. Questa lotta contro lo stato e il capitalismo è espressa dal potere
organizzato del popolo. Nello slo- gan “il PKK è il popolo, il popolo è qui”, è
chiaro chi sia questo agente politico, che si definisce in ciascuno individuo,
e dunque chi sia questo potere organiz- zato. Da quando abbiamo fondato nella
lotta la nostra analisi, in differenti contesti, la nostra relazione con
individui curdi, la societa e le organizzazioni del popolo curdo, è stata di
solidarietà reciproca. Noi basiamo questa relazione sulla prospettiva della
lotta dei popoli per la libertà. Nella lotta del popolo per la libertà, i
movimenti anarchici sono sempre stati dei catalizzatori. Nell’epoca in cui il
Socialismo non poteva uscire dall’Europa, quando non esistevano teorie sul
“Diritto della nazioni a scegliere il proprio destino”, il movimento anarchico
ha assunto forme diverse in diverse regioni del mondo, come la lotta del popolo
per la libertà. Per capire questo, è sufficiente vedere l’influenza
dell’anarchismo sulle lotte popolari in un’ampia gamma dall’Indonesia al
Messico. Inoltre, né la rivoluzione in Rojava, né la lotta degli Zapatisti in Chiapas
si adatta alla definizione della classica lotta di liberazione nazionale. La
Nazione come ter- mine politico per sua definizione chiaramente comprende lo
stato. Quindi men- tre si considera la lotta popolare per l’autorganizzazione
senza stato, dobbiamo prendere le distanze dal concetto di nazione. D’altra
parte il nostro approc- cio non comprende paragoni e similitudini tra la
Resistenza di Kobané e altri esempi storici. Attualmente differenti gruppi
citano differenti periodi storici e paragonano la Resistenza di Kobané a questi
esempi. Tuttavia, bisogna sapere che la Resistenza di Kobane è la Resistenza di
Kobane stessa, che la Rivoluzione del Rojava è la Rivoluzione della Rojava
stessa. Se qualcuno vuole associare a qualcosa la Rivouzione della Rojava, che
ha creato le basi per la rivoluzione sociale, può studiare la rivoluzione
sociale che venne realizzata in Spagna. Nonostante la resistenza a Kobane stia
avvenendo al di fuori dei confini dello Stato Turco, manifestazioni di
solidarietà hanno luogo in ogni angolo del mondo. Qual'è la vostra valutazione
degli effetti della Resistenza di Kobane - pure della Rivoluzione della Rojava
-in particolare nell’Anatolia ma anche nel Medio Ori- ente e anche a livello
globale? Quali sono le vostre previsioni in relazione a questi effetti? M_.D.:
Gli appelli alla serhildan (parola curda che significa rivolta) hanno trovato
risposta in Anatolia, in particolare in città del Kurdistan. Sin dalla prima
notte (di manifestazioni) tutti nelle strade hanno salutato la Resistenza di
Kobané e la rivoluzione della Rojava contro le bande dell’isis e lo Stato Turco
che le sostiene, specialmente nelle città del Kurdistan, lo stato ha attaccato
la ser- hildan del popolo con la sue forze di polizia e con sicari
paramilitari. Lo stato ha terrorizzato il Kurdistan uccidendo 43 dei nostri
fratelli attraverso i sicari di Hizbulkontra (un gioco di parole che unisce i
termini Hizbullah, orga- nizzazione paramilitare turca sunnita, e Contra, in
riferimento alle tattiche di contro-insorgenza. Quindi se Hizbullah significa
“partito di dio” Hizbulkontra significa "partito del contra”). Questi
massacri stanno indicando quanto lo Stato Turco tema la rivoluzione della
Rojava e la possibilità che tale rivoluzione possa 97 anche generalizzarsi nel suo
territorio. Attaccando con la disperazione generata dalla paura, lo Stato Turco
e il capitalismo globale hanno un’altra paura, che è ovviamente legata alla
regione del Medio Oriente. Nel Medio Oriente, nonos- tante tutti i piani, il
saccheggio e la violenza prodotta: la rivoluzione riesce ancora a emergere.
Questo ha fatto saltare tutti i piani del capitalismo globale e degli stati
della regione. Questo è un cambiamento radicale tale che, nonos- tante tutte le
efferatezze, la rivoluzione sociale potrebbe emergere nella Rojava. Questa
rivoluzione è la risposta a tutti i dubbi riguardo alla possibilità di una
rivoluzione in questa regione e su scala globale. Ha rafforzato la fiducia
nella rivoluzione, in particolare per le persone di questa regione ma anche a
livello globale. Il proposito di tutte le rivoluzioni sociali nella storia è
stato quello di raggiungere una rivoluzione socializzata su scala globale. In
questa prospettiva noi facciamo appello ai gruppi anarchici a livello inter-
nazionale ad agire in solidarietà con la Resistenza di Kobane e la Rivoluzione
della Rojava. Con il nostro appello alla solidarietà anarchici da diverse parti
del mondo in Germania, come ad Atene, a Bruxelles, a Amsterdam, a Parigi e a
New York hanno tenuto manifestazioni. Noi salutiamo ancora una volta ogni
organizzazione anarchica che ha recepito il nostro appello, che ha organizzato
manifestazioni a partire dal nostro appello, e coloro che sono stati qui con
noi nella catena di guardia del confine. Fin dai primi giorni dell’attacco
dell’ISIS, i media sostenuti dallo Stato Turco hanno prodotto un sacco di
notizie che affermavano che Kobane stava per cadere. Comunque, dopo più di un
mese hanno capito questo: Kobane non cadrà! Sì, Kobané non è caduta e non
cadrà. Noi, come giornale Meydan, salutiamo la vostra solidarietà con Kobané.
C'è qualcos'altro che volete aggiungere? M. D.: Noi, come anarchici
rivoluzionari, abbiamo visto, abbiamo vissuto e stiamo ancora vivendo
l’invincibilità della fiducia nella rivoluzione: pure nelle circostanze di
guerra nella nostra regione. Quello che sta accadendo nella Ro- java è una
rivoluzione sociale! Questa rivoluzione sociale, dove i confini sono aboliti,
gli stati vengono resi impotenti, i piani del capitalismo globale sono stati
messi in difficoltà, si generalizzerà anche nella nostra regione. Noi inviti
amo ogni individuo oppresso a vedere le cose dal punto di vista degli oppressi.
Con questa coscienza noi li invitiamo anche a sostenere la lotta organizzata
per la rivoluzione sociale. Questa è la sola strada per rendere fertili i semi
che sono stati piantati nella Rojava e per far vivere la rivoluzione sociale in
più ampie regioni. Viva la Resistenza di Kobané! Viva la Rivoluzione della
Rojava! Articolo pubblicato nel numero 22 (ottobre 2014) del giornale «Meydan».
Fonte:
https://meydangazetesi.org/gundem/2014/10/devrimci-anarsist-faaliyet-ile-kobane-
uzerine-roportaj-dehaklara-karsi-kawayiz/ poi pubblicato su «Umanità nova» del
13 novembre 2014. Traduzione a cura della Commissione relazioni internazionali
della FAI (CRInt- FAI) INTERVISTA AI/LE COMPAGN* DEL DAF (AZIONE RIVOLUZIONARIA
AN Chapter 12 Conversazione con un anarchico volontario delle YPG a cura della
redazione del sito Rojavan Poulesta Cosa ti ha portato a Rojava e ad aderire
alle YPG? Diversi motivi, tutti legati, per me, come per gli altri, alle nostre
radici storiche - in particolare all’antifascismo e all’internazionalismo
rivoluzionario. Sei stato nel battaglione internazionale? Non sono stato in
nessun battaglione internazionale, solo con i battaglioni curdi YPG / YPIJ
principalmente composti da curdi (ma anche da stranieri). C'è anche il
Battaglione Internazionale Libertà, integrato nella struttura YPG / YPJ, in cui
partecipano vari volontari, socialisti o comunisti. Personalmente, non avevo
alcun contatto con loro. Sono principalmente marxisti-leninisti. Quali sono le
posizioni politiche del confederalismo democratico nelle YPG? Ci sono gruppi
molto diversi all’interno delle YPG. I giovani del Rojava, ad es- empio, stanno
portando nuove idee al centro dei recenti progressi, ma non sono ancora molto
consapevoli della politica o di una prospettiva globale: riman- gono
nazionalisti. I curdi del Bakur o di Qandil, d’altra parte, sono già molto
rivoluzionari - la maggior parte di loro mostra un alto livello di consapevolezza
politica e di capacità analitiche. Puoi parlarci della vita quotidiana delle
YPG e della sua struttura di comando? La vita quotidiana delle unità di difesa
kurda è diversa da quella che si può CONVERSAZIONE CON UN ANARCHICO VOLONTARIO
DELLE YPGA CI vedere in altri eserciti. Si arriva anche a dimenticare che è una
guerra gra- zie all’amicizia, alla gioia... e alla danza! La sensazione della
rivoluzione è veramente viva! Le unità attribuiscono grande importanza alle
relazioni comu- nitarie basate sul confederalismo democratico. In questo
modello, l’idea è che la forza di difesa non sia un esercizio, ma una milizia
popolare, una forza guer- rigliera. La struttura dei comandi è una
responsabilità collettiva. Il Komuran (“comandante”) è dunque l’unico rango
esistente. Si dovrebbe piuttosto dire “co- comandante" perché questa
funzione, a un livello superiore a quella del gruppo, è condivisa un uomo e una
donna. Che tu sia il comandante di un gruppo di 5 persone o di un tabur, questo
è concepito come un compito da adempiere tra gli altri. Gli amici seguiranno le
vostre scelte e il vostro consiglio perché esiste un rispetto per la struttura.
Hai questa posizione a causa del consenso e perché hai esperienza; sei
riconosciuto come la persona più capace di svolgere questo compito. Il komutan
è la base, il fondamento della struttura, perché rappresenta il legame,
l’articolazione tra il corpo e il cervello del collettivo. Essere komutan è una
responsabilità enorme, indipendentemente dal numero di amici sotto il tuo
comando. Ciò spiega perché la sua figura è così rispettata e non ha nemmeno
bisogno, in linea di principio, di dare ordini diretti. Non è necessario.
Devono, almeno, dar prova di etica e di disciplina, di intelligenza e di
coraggio nella battaglia. I loro ordini saranno seguiti in combattimento; tutti
partecipano anche al Tekmil, l'assemblea di autocritica militare, per discutere
di tattiche da intraprendere e degli errori commessi. Naturalmente, gli amici-
comandanti sono umani... e possono commettere errori. Questo è il momento di
far cambiare loro posizione o dare loro riposo per studiare l’ideologia e la
strate- gia. Questa organizzazione militare, dalle scuole di guerriglia curda
di Qandil, è la più avanzata nella storia della guerriglia e della rivoluzione
in materia di arte della guerra. Inoltre, non v’è alcuna manifestazione formale
di gerarchia, come le decorazioni o il saluto: il solo uso in vigore è la
parola “amico” prima del nome di ciascuno, perché ci ricorda che noi siamo,
prima di tutto, tutti amici. Ci rispettiamo gli uni con gli altri e risolviamo
i nostri conflitti con l'amicizia. Cosè l'assemblea militare, il Tekmil? È
un’assemblea dedicata alla critica: una critica amichevole e costruttiva al suo
comandante o ad altri nella sua unità. Si può anche praticare la propria
autocrit- ica. Ma, soprattutto, riceviamo critiche, che dobbiamo essere in
grado di capire e di integrare per migliorare. Il ruolo del Tekmil è quello di
esaminare le situazioni problematiche, evitare i conflitti personali o i
piccoli problemi comportamentali che possono degenerare in conflitto. Ho visto
poche punizioni o misure repres- sive. Se c’è un conflitto, dà luogo a molte
discussioni. Naturalmente, questo è un modello. La maggior parte degli amici in
Rojava si confrontano per la prima volta con tutto questo; è il loro primo
contatto con la messa in pratica di idee politiche. Ma possiamo dire ciò che
vogliamo affrontando chiunque vogliamo al Tekmil. Il suo scopo essenziale è
quello di permettere a tutti di proporre il proprio punto di vista al dibattito
e di allontanarsi dal proprio ego. Enun- ciare una critica risulta essere una
grande responsabilità, per sé stessi e per la 101 persona a cui si rivolge. Ciò
comporta la ricerca di una soluzione e quindi la responsabilità. Questo è molto
simile al tipo di critica che si rivolge presso il Tev-Dem, l'assemblea
dell’autogoverno, dove una questione pratica porterà a una discussione
filosofica. È qui che possiamo davvero misurare l'evoluzione del movimento
curdo. Cosa hai pensato quando sei entrato nelle YPG? A quale corso hai
parteci- pato? L'Accademia delle YPG pone un’importanza particolare alla
formazione ideolog- ica, politica e storica. Include anche corsi di filosofia e
di “gineology”, la scienza delle donne. Funziona esattamente come una scuola.
La formazione può essere breve o lunga, dipende. Sono rimasto lì un mese e
mezzo. La formazione fornita all’accademia militare è essenzialmente pratica.
Si concentra sulla vita quotidi- ana: come vivere in un gruppo e lavorare
insieme - quindi sull’autodisciplina - come mantenere le armi. Ci sono anche
accademie specializzate in alcune abilità militari, come sabotaggio o fuoco
d'elite. Hai passato tutto il tempo in unità di combattimento? Hai partecipato
a un aspetto rivoluzionario dell’organizzazione sociale? No. Ma è difficile
collocare il confine tra strutture "civili" e "sociali” in una
situazione rivoluzionaria. Ognuno è sottoposto a un processo di formazione e di
autodifesa per costruire gli strumenti dell’autogoverno. Ogni istituzione ha
una propria autonomia e in alcuni casi perfino degli interessi specifici.
Potrebbe sem- brare un gigantesco caos pieno di contraddizioni: ma grazie al
sistema confed- erale esiste un’autoregolamentazione. La Tev-Dem e l’autodifesa
popolare, HPC (Hèza Parastina Cewheri), sono, a mio avviso, i due aspetti più
rivoluzionari dell’organizzazione: forniscono alla gente gli strumenti per
difendersi, a volte anche contro l’interesse delle YPG, delle istituzioni del
cantone o del suo gov- erno. Hai assistito a una riunione del Tev-Dem? Sì, ma
non ho partecipato. To ero piuttosto coinvolto nelle assemblee del Tekmil, nel
contesto militare. Il modello di autogoverno dell’assemblea è in procinto di dare
una base veramente solida alla Rivoluzione. Come si forma un’assemblea? Quando
si presenta un problema, o un nuovo gruppo sociale o di interesse, si deve
formare un’assemblea. Se viene visualiz- zato un nuovo argomento o un problema,
è possibile creare un’assemblea in seno alla prima. L'assemblea deve anche
rispettare le quote di genere e l’uguaglianza delle donne è presente in tutti
gli aspetti della società. Quando un gruppo so- ciale, una tribù o un villaggio
crea un’assemblea, dipende dal coordinamento del cantone - per esempio per la
gestione di una cooperativa. Devono inoltre convocare un’assemblea delle donne
in modo da tenere conto del loro punto di vista in materia. La persona
responsabile della creazione dell’assemblea non deve essere da sola: era il
ruolo del patriarca prima della Rivoluzione; ora c’è la co-leadership di un
uomo e di una donna. C’è anche una direzione condivisa per i co-delegati, dove
la donna rappresenta il movimento autonomo delle donne locali. Incoraggiare le
persone in un sistema di assemblee per risolvere i propri problemi è il modo
migliore per pensare alla Rivoluzione... E questo li allontana dalla
televisione! Si dice che la costruzione di una società ecologica è una delle
principali questioni della rivoluzione di Rojava. Cosa hai osservato a questo
proposito? Non granché da quello che ho visto. Il popolo delle montagne o il
Bakur sa cosa significa agire ragionevolmente nella conservazione della natura,
non tanto in Rojava, né in Siria in generale. Ho sentito spesso "Rojava è
bello!” mentre si vedono i sacchetti di plastica che bruciano. Qamislo ha un
vero e proprio pro- getto di sovranità alimentare e Kobane diverse proposte e
diverse esigenze. Ma non hanno volontari. Hanno bisogno di persone! Non solo
coloro che vengono a vederli, ma che conducono progetti seri e sviluppano
proposte per costruire una nuova società e nuove infrastrutture. Detto questo,
molte persone del Bakur e Iran si mobilitano per sostenere progetti sociali ed
ecologici a Rojava. E il movimento dell’economia cooperativa? Hai visitato
fattorie cooperative, fabbriche o luoghi di lavoro? Ho notato che i grandi
proprietari di terre erano fuggiti per sfuggire al regime [di al-Assad], allo
Stato islamico o a Barzani [presidente del governo regionale del Kurdistan in
Iraq]. Le loro terre sono state collettivizate dalla YPG/YPI. Ciò include
alcune gigantesche fabbriche di cemento dirette da società straniere turche e
francesi, che impiegavano i lavoratori siriani delle parti occidentali del
paese. Faceva parte del programma di arabizzazione delle regioni curde sotto il
regime siriano. Ci sono anche villaggi vuoti; le organizzazioni curde hanno
invitato i rifugiati a non fuggire in Europa ma a stabilirsi per diventare pro-
prietari cooperativi della propria terra e del proprio lavoro. Ma tutte queste
esperienze sono limitate. Non ci sono abbastanza persone e la guerra scon-
volge tutto;: l'embargo ha interrotto tutti gli investimenti nelle
infrastrutture; manca personale qualificato e dedicato, come tecnici e
ingegneri volontari; il suolo è indebolito da anni di monocoltura intensiva; la
gente stessa è distrutta socialmente e culturalmente... E poi ci sono interessi
divergenti all’interno della realtà "curda". Qualche tempo fa ho
letto un testo su internet, una specie di invito all’azione per aiutare i curdi
a formare, studiare e mettere in pratica di- versi modelli di socializzazione
storica o politica. Non ricordo se provenisse da un'unione socialista o
anarcosindacalista. I movimenti e le strutture “rivoluzionarie” tradizionali
considerano gli avven- imenti in Kurdistan da lontano; non sono pienamente
coinvolti perché è un paradigma di rivoluzione sociale completamente nuovo. Ho
sentito molte critiche dell’economia “mista” in Rojava, del capitalismo e degli
interessi di classe che dovrebbero guidare la Rivoluzione per diventare una
rivoluzione. Ci sono molti socialisti e anarchici di diverse correnti o
tendenze che ne parlano sui forum e nelle riunioni, ma pochissimi vanno a lavorare
con loro per costruire il social- ismo. Anche se le persone di Rojava non hanno
bisogno di socialisti stranieri per insegnare loro cosa fare! Invece, hanno
bisogno di costruire la propria realtà per conto loro. Non esiste più
un’economia socialista in Rojava che la gente che ci 103 vive non voglia - ne
fanno parte le cooperative che funzionano come delle comu- nità socialiste. I
governi cantonali e le organizzazioni armate non sono in grado di imporre la
socializzazione della produzione e dell'economia. Non possono farlo e non
vogliono farlo. Con ciò in mente, possiamo avere un’idea migliore della realtà
in Rojava. Esistono molti regolamenti nell’economia e programmi di
pianificazione sociale; ma se le persone persistono nel desiderare di vivere
relazioni capitalistiche, non ci sono tante altre possibilità se non
l’intervento educativo per cambiare i loro punti di vista. Vi è l'emergere di
un interesse cooperativo e collettivo a cui la Rivoluzione fornisce il
sostegno. Siamo solo all’inizio di un processo di istruzione e di costruzione
di nuovi rapporti sociali. Forse sarà necessario attendere cinquant’anni di
lotte per vedere che questi semi producano frutti. Il movimento curdo dimostra
grande rispetto per i suoi martiri. Cosa ne pensi? Martiri e martirio fanno
parte della vita quotidiana per il popolo curdo e per i rivoluzionari. Anche se
è andato perduto in Europa, in Medio Oriente la con- cezione filosofica che i
martiri non muoiono è viva nello spirito comune. Perché i martiri hanno
sacrificato la loro vita per tutti; si sono sacrificati per la vita e la
libertà di tutti. È sacro ed è spirituale perché va oltre l’interesse materi-
ale dell’individuo. Molti mostrano il loro rispetto per i martiri, mostrando
una loro immagine nelle riunioni e li evocano durante i saluti. So che è
sconvol- gente per le nostre menti individualiste; preferiamo prestare
attenzione ai nostri glutei... La nozione di martire ci sembra coincidere con
il fanatismo. Non è pro- prio la più alta distinzione che una persona può rivendicare,
diciamocelo. Ma è vero che i nostri martiri non muoiono e che il loro sangue
non tocca mai la terra! Ma è davvero così perfetto in Rojava? Hai qualche
critica da fare sul processo rivoluzionario in corso? Oggi, guardando indietro,
sembra l’ideale. Ma possiamo anche osservare una re- altà difficile e fatta di
molte contraddizioni. Talvolta si può avere l’impressione che ci siano più
propaganda e progetti aleatori rispetto ai veri risultati. C'è un processo
alimentato da intenzioni lodevoli, ma che affronta molte difficoltà di fronte
alla realtà. La nostra percezione della realtà è stata scioccata a Rojava.
Siamo arrivati lì con una borsa piena di visioni idealistiche e romantiche
della Rivoluzione: in realtà essa resta da costruire, se questo è ciò che
vogliamo e che a volte implica l’accettazione che tutti intorno a te non hanno
la stessa idea della Rivoluzione - a volte la gente non capisce nemmeno perché
sei venuto a combattere. Siamo impegnati in una rivoluzione democratica, nel
senso che nes- suno intende imporre nulla a nessuno. Ciò va totalmente contro
una concezione di rivoluzione che implica una “dittatura del
proletariato", sicuramente. Questa concezione democratica permette di
lavorare con altre tendenze, spesso con- trarie fortemente alla nostra
concezione della Rivoluzione o che hanno pratiche contrarie alla nostra etica.
Sì, le bande di Stato di Daesh e turche sono persone cattive, tutti sono
d’accordo, ma c’è anche un comportamento razzista nei con- fronti degli arabi.
E ci sono tutte queste “alleanze circostanziali” di un giorno, con gli Stati
Uniti, con la Russia e il regime siriano. E alcuni sono destinati a posizioni
di potere, come ovunque nel mondo... Il confederalismo democratico si oppone al
nazionalismo... ma l’idea nazional- ista resta viva per la maggioranza del
popolo curdo. Ciò non riguarda solo i diritti nazionali dei curdi (che devono
essere rispettati e difesi), ma anche po- sizioni e punti di vista che non
possono essere importati dalle realtà e dalle lotte degli altri. Un’altra
critica è l’uso opportunistico del capitalismo e la cosiddetta “economia
mista”, ma non so quale altro sistema economico sarebbe possibile in questa
situazione. Se voglio citare questa critica, è perché abbiamo compagni che vi
insistono. È anche importante capire che l’organizzazione armata dei curdi,
derivata da una tradizione stalinista, è stata oggetto di un’autocritica
collettiva approfondita. È impegnata in un processo che porta a un'etica lib-
ertaria, grazie all’idea confederale e alla cultura della critica - ma è un
lungo processo. E anche se una gran parte del movimento non è più conforme al
modello stalinista, è ancora presente in alcune pratiche: come il gusto per la
gerarchia o alcune precedenze. Pensi di ritornare? No, ma chi lo sa... La
situazione a Rojava non è confortevole, è una guerra dura. Devi avere le tue
motivazioni per metterti in gioco. Avevo bisogno di andare lì per trovare un
orizzonte e un significato per le nostre lotte e le nostre vite, ma ora è
giunto il momento per gli altri di farlo. Abbiamo bisogno di una generazione
con nuove prospettive poiché i nostri movimenti e le nostre cerchie hanno da tempo
perso tutti gli orizzonti. Molti amici curdi mi hanno detto la stessa cosa, in
situazioni diverse: «Torna alla tua gente e continua la stessa lotta come qui.
Non abbiamo bisogno di martiri occidentali, abbiamo bisogno di una rivoluzione
nei paesi occidentali!». Dunque, ora che ho personalmente benefici- ato
dell’apprendimento e dell’esperienza del Rojava, è tempo di vedere cosa sta
succedendo nei nostri paesi occidentali di fronte alla crescita del razzismo e
del fascismo. Puoi dirci qualcos'altro sui volontari internazionali - c’erano
molte donne tra di loro? Molti stranieri privi di idee politiche, o anche ex
soldati, diventano rivoluzionari. È utile ricordare che la gente può diventare
consapevole di queste idee una volta nel bagno della rivoluzione e che quindi
possono combattere per loro e per dif- fonderla. Alcune donne straniere vengono
a combattere, ma personalmente non ne ho vista nessuna. Ma rispetto a quello
degli uomini, il loro numero è molto piccolo, aneddotico. C’è una donna
internazionalista martire, una marxista afro-europea che ha combattuto nel
battaglione internazionalista. E ci sono cer- tamente molte altre provenienti
da paesi non occidentali: per esempio, turche, arabe o iraniane. Questo è un
punto debole per il femminismo "bianco occiden- tale": non c'è
abbastanza impegno da parte sua nella rivoluzione delle donne, purtroppo...
Cosa pensi della jineologia e del femminismo? La scienza sociale della
jineologia dimostra come l’umanità ha perso a causa 105 delle società gerarchiche
e della rottura con la vita delle comunità — uomini diventati soldati, preti,
operai, ecc. — come gli schiavi, d’altronde, che sono rimasti tuttavia padroni
della loro casa e della loro mogli. La jineologia sp- iega che l’umanità è
stata in grado di recuperare la propria natura attraverso la liberazione delle
donne e della vita della comunità. Tuttavia, è un problema per cui non sono
molto portato. È molto complesso, ma molto interessante da studiare e
discutere. Questa è una nuova idea per l’umanità. Abbiamo conosci- uto la
storia come quella dell’uomo e la sociologia come la scienza sociale di una
società patriarcale. Ma oggi, dopo anni di studio e di dibattito nelle mon-
tagne guidato dall'Unione delle Donne Libere, emerge un nuovo strumento per
comprendere l’evoluzione del potere nella storia, e il ruolo tenuto dalle
donne. La jineologia è uno strumento di liberazione perché la storia è anche la
storia della resistenza delle donne, che dobbiamo conoscere e imparare. La
jineologia è una rottura con la tradizione del femminismo liberale occidentale.
Coloro che sono ispirati dalla jineologia sono in contrasto con il femminismo
occidentale perché, per loro e le altre, la jineologia va molto più in là nella
sua analisi: non è di parte e non ha tendenze, diverse interpretazioni o gruppi
di interesse ma è integrale e universale. Un altro fattore importante è che la
jineologia è praticata da organizzazioni di donne autonome e attraverso la
co-delegazione nella gestione politica e amministrativa delle comunità. È una
vera pratica so- ciale, non la tesi di qualche intellettuale borghese o lo
stile di vita di giovani edonisti. La jineologia e il movimento delle donne
curde in Rojava criticano così il femminismo occidentale perché è stato
costruito all’interno della modernità e del positivismo, perché ha interrotto i
legami con la vita della comunità per diventare individualista. Penso che la
jineologia sia un buon strumento, in grado di provocare una ristrutturazione
del femminismo occidentale — liberale e rad- icale — in particolare perché
nessuna nuova idea è apparsa negli ultimi decenni sulle donne e sulla
rivoluzione. Abbiamo compagne femministe rivoluzionarie, ma il femminismo
stesso non è più rivoluzionario. È la pratica reale che è rivoluzionaria, molto
più che le idee o l’estetica. A questo si deve aggiungere che il Movimento
delle Donne Libere del Kurdistan testimonia una consapev- olezza politica molto
più elevata nell’analisi radicale della civiltà gerarchica e del dominio
maschile, rispetto agli uomini del Movimento. E grazie allo studio della
jineologia e all’esempio della guerriglia guidata da donne curde. Tuttavia, il
movimento delle donne curde deve apprendere meglio il femminismo moderno,
soprattutto per quanto riguarda l’individualità e la liberazione sessuale. C'è
una repressione sociale in questo settore poiché, credo, sia uomini che donne
hanno dovuto costruire un’organizzazione militare rivoluzionaria che doveva
difendersi contro gli interessi individualisti e la dominazione sessuale in
Medio Oriente. Ma in determinate situazioni, a mio parere e con tutto il dovuto
rispetto, essi riproducono dei tabù religiosi del Medio Oriente in termini di
corpo e sesso. Il testo originale è apparso il 8 marzo 2017 sul sito Rojavan
Puolesta, con il titolo Experiences in Rojava. Interview with an anarchist YPG
volunteer, e poi tradotto in francese da Jean Ganesh per www.revue-ballast.fr CONVERSAZIONE
CON UN ANARCHICO VOLONTARIO DELLE YPGA CI Conversazione con le combattenti YPJ
di Kobane a cura di Eleonora Corace Dopo vari giorni di attesa a Kobané,
finalmente, si creano le condizioni per poter incontrare le donne combattenti,
in lotta contro Isis. Entriamo nella loro "casa", nella loro base
operativa, luogo in cui condividono emozioni, organiz- zano le battaglie.
Presenti con noi due traduttori. Veniamo accolti in una piccola sala
riscaldata, allestita con foto di martiri donne e uomini. Chiediamo: “chi è?”,
indicando una gigantografia di un volto femminile combattente. Una YPJ risponde
“È una nostra martire, di qualche anno fa. Di lei mostriamo solo l’immagine”.
Ci sediamo a terra, in cerchio, e iniziamo a parlare. Inizialmente sono
presenti cinque donne. Tre di loro più eloquenti; in due rimarranno fino alla
fine dell’incontro. Questa è la testimonianza scritta e ciò che resta di questo
incontro, sperando che possa rendere, almeno in piccola parte, la potenza di
questa breve ma intensa esperienza. Perché hai fatto questa scelta di entrare nelle
YPJ? Perché le donne sono sofferenti. Vediamo la sofferenza delle donne non
solo qui ma anche nei vostri Paesi. Noi lottiamo per tutte le donne del mondo.
To in particolare sono nata in Germania, sono stata in giro per l’Europa e in
uno di questi Paesi ho fatto giorni di reclusione in prigione per motivi
politici. Poi ho deciso di venire qui in Kurdistan e anche le mie amiche sono
tutte venute qui. Ho letto gli scritti di Ocalan e dopo ciò ho assunto uno
sguardo più globale. Perché sei venuta in Kurdistan? Perché voglio la
rivoluzione. Cosa intendi per rivoluzione e perché pensi che il Kurdistan sia
particolarmente significativo da questo punto di vista? "Conoscete forse
qualche altro movimento nel mondo che chieda la libertà per il popolo curdo?”
La tua famiglia? Come ha accolto questa scelta? To ho 28 anni. Combatto da
sette anni. La mia famiglia è venuta con me quando ho deciso di partire e ora è
qui. To in questo momento non ho nessun contatto con la mia famiglia. Ma quando
ho preso questa decisione loro hanno approvato, perché era una scelta per tutte
le donne e per una umanità sofferente. Ci sono donne non di Kobané nelle YPJ in
questo momento? Tra le combattenti ci sono donne da tutta l’Europa: Germania,
Inghilterra, Italia... Anche dalla Colombia. Ma in questo momento non
combattono a Kobané. Come hai conosciuto le YPJ? Quando è iniziata la
rivoluzione in Rojava ho saputo di questa parte speciale del movimento. Questa
parte presente in tutto il movimento curdo. Anche lì dove ci sono i peshmerga,
nonostante la loro presenza, li è persino più forte il movimento combattente
femminile. Cosa pensi delle relazioni lesbiche? Come vivi il fatto di non avere
relazioni? Se scegli di entrare nelle YPJ scegli di abbandonare le tue
personali relazioni d’amore. Le relazioni lesbiche sono anch'esse relazioni
d’amore. Se ami la per- sona con cui stai puoi anche scegliere di abbandonarla
per amore dell’umanità tutta, per amore delle persone oppresse. Questa è la
parte militare del movi- mento. Se scegli di combattere è impossibile farlo
mentre pensi “Cosa farà la persona che amo se io muoio?”. Per questo stesso
motivo la maggior parte di noi sceglie anche di non avere figli. Secondo voi
perché tra le persone che attualmente combattono in Kurdistan ci sono più YPJ
che YPG? Tra le donne c’è il sentimento materno. Vedere i bambini di tutto il
mondo sof- frire ci rende più forti e coraggiose, a differenza degli uomini che
non possiedono questo specifico istinto. Hai mai avuto dubbi rispetto alla
voglia di essere madre? No. Noi non abbiamo mai perso la voglia di essere
madri, ma questa maternità, questo amore, è per tutti i bambini, per l'umanità.
Non è mai successo che una YP.J cambiasse idea, e avesse voglia di uscire dal
movimento e avere dei figli. Oggi le donne in Kurdistan stanno scrivendo la
storia, è importante fare domande su questo. Cosa pensate quando siete in prima
linea a combattere, insieme agli uomini? Noi in prima linea non combattiamo
solo contro il nemico, ma anche contro il 109 dominio dell’uomo sulle donne e
contro il capitalismo. Dunque siamo insieme agli YPG e se ci sono delle
incomprensioni si risolvono dopo con dei meeting, non appena c’è l’opportunità.
Avete percezione del fatto che ciò che fate è una spinta per il movimento fem-
minile in tutto il mondo? Certamente. Ci sono particolari momenti nella vostra
vita da combattenti in prima linea di cui volete parlare? È difficile spiegare
il nostro spirito quando si è al fronte. Noi non vogliamo uccidere persone. Ma,
mentre combattiamo, sappiamo cosa fanno i daesh; ucci- dono senza motivo. Noi
lottiamo per l’umanità. Sappiamo che se non li uccidi- amo noi ci uccidono loro.
Ma il momento della battaglia non si può descrivere a parole: solo standoci si
può capire veramente cosa si prova. Conoscete il rac- conto delle quattro
farfalle? Quattro farfalle volavano attorno al fuoco, la prima più distante
capì che il fuoco era vita, e tornò dalle altre a riferirlo. La seconda,
incuriosita, si avvicinò attratta dalla luce e scoprì che il fuoco dava luce, e
tornò a riferirlo alle altre. Anche la terza andò verso il fuoco, sempre più
vicino, e scoprì che dava calore; e lo riferì. La quarta voleva comprendere
fino in fondo lo spirito del fuoco: si avvicinò, dunque, talmente tanto che
morì arsa dalle fiamme. È mai i capitato che parlaste col nemico nel momento
combattimento ? No. È capitato che i daesh parlassero attraverso le ricetrasmittenti
per tentare di deprimerci psicologicamente, ad esempio fingendo di avere tra le
mani una nostra compagna e descrivendo gli abusi e le torture su di lei. La
nostra risposta era: "Perderete". Solitamente dopo questo morivano.
Avete visto combattenti daesh visibilmente drogati? Sì, sappiamo che assumono
ecstasy ma sul fronte li abbiamo visti spesso ini- ettarsi in vena nelle
braccia sostanze di cui non sappiamo l’origine. Il loro corpo, una volta morti,
diventava come di plastica. Durante il combattimento è necessario colpirli più
volte alla testa per ucciderli. Solitamente i loro corpi si decompongono molto
più lentamente. Sospendiamo la conversazione: è ora di pranzo e alcune di loro
hanno cuci- nato per tutti. Dunque mangiamo insieme e una volta finito
continuiamo a conversare. Cosa pensi della situazione politica e sociale in
Europa? Pensi che sia pos- sibile un movimento ugualmente forte anche lì?
L’Europa sta attraversando un momento molto complesso. È urgente che an- che lì
sorga un movimento forte, ma non sarà mai uguale a quello curdo. Ogni movimento
ha bisogno di rintracciare e scoprire una propria specifica identità. A questo
punto è una di loro a porre una domanda: “Pensi che in questo mo- 110CHAPTER
13. CONVERSAZIONE CON LE COMBATTENTI YP.J DIKOBANEA CURA DII mento le donne in
Italia o in Europa siano libere?” No. Dunque è urgente e necessario che le
donne si sveglino in tutto il mondo. Il patriarcato storicamente è stato ed è
tutt’ora oppressione degli uomini sulle donne. Questo rafforza il sistema
capitalistico. Dunque un movimento è forte se a risvegliarsi e a lottare inizia
la parte oppressa. Il movimento contro il pa- triarcato è forte se a lottare
sono le donne in prima linea. Ci siamo mai chiesti perché non ci siano state
mai singole donne alla guida di un movimento o di una rivoluzione? Perché ogni
qualvolta questo accadeva il potere le reprimeva. Per questo motivo è
importante studiare e conoscere la storia dell’umanità, e delle donne come, ad
esempio, Rosa Luxemburg... Per rendere un movimento forte e sempre in grado di
migliorarsi, è necessaria la pratica dell’autocritica: criticare e
autocriticarsi è fondamentale per costruire relazioni alla pari e superare i
problemi che si pongono. Ricevere una critica non deve suscitare rabbia. Nel
criticare e autocriticarsi riconosco i miei amici e questo mi aiuta ad essere
una persona sempre migliore. In tutto questo, gli uomini cosa fanno? Se il
movimento è forte ed è in atto una rivoluzione antipatriarcale gli uomini
“supportano”. Non bisogna mai credere nell’esistenza di una rivoluzione solo
perché qualcuno lo dice. Così come non esiste vittoria senza dolore e
sofferenza. Hai mai amato un uomo? Ho avuto varie relazioni quando ero più
piccola ma nessuna rispondeva a quel che sentivo profondamente; fin quando ho
deciso di abbandonare tutto questo e iniziare a combattere. In molti modi il
capitalismo ci allontana dall’essere veramente noi stesse. Anche indossare
accessori o piercing o cambiare il colore dei propri capelli è un modo per
allontanarci da quello che siamo, perché se non ci fossero le fabbriche che
producono i prodotti per il makeup, non sentiremmo questo tipo di esigenza. Ma
talvolta uno stile stano può rappresentare, in certi contesti, una rottura
degli schemi preimpostati, delle forme di immagine dominanti. Sì, siamo
consapevoli di questo. Esistono anche culture ancestrali come quella degli
aborigeni, che usano molto agghindare il proprio corpo con oggetti di vario
tipo, metalli o tatuaggi. Queste culture hanno un fortissimo legame con la
terra e con la natura, vivono in armonia con essa: "con" e non
“contro”. Ma il presidente australiano ha fatto un appello per la salvaguardia
di questa popo- lazione aborigena che è in via di estinzione. Il capitalismo la
sta piano piano distruggendo. Secondo voi è possibile uscire dal sistema
capitalistico restando in un contesto urbano ? No. È necessario ristabilire il
contatto con la natura, dunque bisogna uscire dalla città, per poi anche
tornarci. Ma è necessario recarsi nei luoghi della natura. 18 febbraio 2015
tratto da www.dakobaneanoi.noblogs.org CONVERSAZIONE CON LE COMBATTENTI YP.J
DIKOBANEA CURA DII Chapter 14 Conversazione con 1 compagni dell’IRPGE a cura di
Enough is enough Un paio di giorni fa abbiamo ricevuto la comunicazione della
creazione delle IRPGF. Non è il primo gruppo guerrigliero che opera in Rojava.
Qual è la dif- ferenza tra l'International Antifascist Tabur e le IRPGF? Per
prima cosa, IRPGF è un progetto esplicitamente anarchico che ha una se- rie di
obbiettivi specifici per far progredire la causa dell’anarchismo, non solo in
Rojava ma in tutto il mondo. In tal senso, avere inserito il termine “Inter-
nazionale” nel nostro nome è significativo per due motivi: il primo e più ovvio
è che il nostro battaglione comprende compagni provenienti da varie parti del
mondo; il secondo è che la lotta contro il dominio è una lotta senza confini e
che ci accomuna, e che naturalmente implica le ribellioni (in curdo serhildans)
in ogni quartiere del mondo. Pertanto, IRPGF non è solo un gruppo militante di
anarchici che si sono uniti alla guerra contro Daesh, ma è anche un gruppo che
ha creato delle infrastrutture che permettono agli anarchici e alle anarchiche
di partecipare e imparare come portare avanti la lotta nei propri paesi di
orig- ine una volta tornati a casa. I membri del IRPGF sono consapevoli che una
rivoluzione abbraccia la sfera militante e sociale della vita; per questo
motivo, crediamo che sia cruciale che gli anarchici e le anarchiche vengano in
Rojava ad acquisire esperienza sia nell’ambito combattente che in quello
civile, se lo desiderano, al fine di sviluppare una concezione più completa di
ciò che significa una rivoluzione che parte realmente dal basso. Per questo
motivo ci proponi- amo anche di sviluppare progetti civili a cui gli anarchici
possono partecipare. Queste sono solo due delle principali caratteristiche che
definiscono l’unicità delle IRPGF. Secondo voi, qual'è il ruolo che la
rivoluzione in Rojava gioca nella lotta transnazionale degli anarchici e delle
anarchiche? CONVERSAZIONE CON I COMPAGNI DELL’IRPGFA CURA DIENOUGHI. La
rivoluzione in Rojava è una lotta indigena contro lo stato, il capitale, il
colonialismo e il fascismo. Inoltre, pone la liberazione della donna e la dis-
truzione del patriarcato come obbiettivi prioritari della lotta, perché si è
con- vinti che la dominazione dell’uomo sull’uomo e sulla natura non può essere
fermata se la dominazione sulla donna rimane intatta. Così anche se non è una
rivoluzione anarchica, sicuramente ha in sé molti aspetti libertari e per
questo è una rivoluzione che tutti gli anarchici e le anarchiche dovrebbero
sostenere. Come è naturalmente necessario per gli anarchici e le anarchiche
sostenere le lotte dei più oppressi ovunque si trovino. Il Rojava è importante
per la lotta a transnazionale perché mette in luce come una rivoluzione
potrebbe essere re- alizzata e mantenuta. Dall’organizzare, ad esempio, le
assemblee di quartiere, alla formazione dei gruppi di autodifesa militante che
possono resistere contro i fascisti nelle strade, abbiamo già visto come la
rivoluzione ha ispirato e addirit- tura fornito un modello per gli anarchici e
le anarchiche su come far sviluppare e progredire i movimenti, in particolare
in Occidente. Ribadiamo che il IRPGF vede tutte queste lotte collegate tra loro
e importanti per la rivoluzione in tutto il mondo, noi ci impegniamo per questo
e facciamo un appello affinché tutti gli anarchici e le anarchiche vengano sia
ad aiutare sia a imparare dalla rivoluzione. Nel comunicato è stato scritto che
le IRPGF stanno lavorando “per difendere le rivoluzioni sociali del mondo, per
combattere apertamente contro il capitale e lo stato e far avanzare la causa
dell’anarchismo.” Nei giorni successivi abbiamo letto le vostre dichiarazioni
di solidarietà alla Bielorussia e agli squat in Atene. Le IRPGF stanno
lavorando per il collegamento delle lotte? Noi crediamo che lotte contro la
dominazione e l’autorità siano già collegate semplicemente per loro natura. Ciò
che vogliamo fare è far rivelare e rafforzare tali connessioni at- traverso
atti simbolici e pratici di solidarietà. In più, come si è detto, l’aspetto
internazionale del nostro approccio si sviluppa in due modi, pertanto ci
impegni- amo a sostenere e dare impulso alle lotte internazionali che possono
poi portare a delle vere e proprie rivoluzioni internazionali. Per farlo
abbiamo naturalmente bisogno di mettere in luce e rafforzare le connessioni
esistenti tra tutti e tutte noi nella lotta per la libertà. Nel documento di
posizionamento è stato scritto che "per le IRPGF, i metodi pacifici non
sono în grado di affrontare e distruggere lo stato, il capitalismo e tutte le
forme di potere clericale. Anzi, nei fatti agiscono in modo inverso.” Potete
spiegarci perché a vostro parere î metodi pacifici non possono sconfiggere il
capitalismo? È abbastanza chiaro storicamente che qualsiasi movimento di
resistenza contro il dominio basato strettamente su "metodi pacifici"
solo non riuscirà a favorire un cambiamento significativo ma al contrario
servirà a chi detiene il potere come mezzo per convogliare il legittimo slancio
potenzialmente rivoluzionario in qual- cosa di inefficace, non pericoloso e
stagnante. Considerando il numero di lettori della pubblicazione, non pensiamo
che sia opportuno discutere questo fatto in modo dettagliato; tuttavia,
vogliamo ricordare a tutti la diagnosi di Ward LeRoy Churchill sulla patologia
del pacifismo, considerato delirante, razzista e suicida. 115 L’attivista
politico afferma, inoltre, che “con delle attività che si auto-limitano a una fascia
relativamente stretta di forme rituali, gli attivisti pacifisti sacrifi- cano
automaticamente gran parte della loro (potenziale) flessibilità di fronte allo
Stato. All’interno di questa stretta fascia, le azioni diventano del tutto
preved- ibili piuttosto che valorizzare l’effetto sorpresa. L'equilibrio
nell’uso della forza, che sta alla base di questa concezione, rimane
inevitabilmente ed essenzialmente all’interno della sfera statale, e pertanto
la possibilità di trasformazione sociale liberale si esaurisce, riducendosi a
un livello di non-esistenza. Esempi di questo tipo si possono riscontrare anche
all’interno della storia della guerra civile siri- ana stessa. Omar Aziz era un
anarchico, o almeno così si auto-definiva, che attuava prettamente una
resistenza non-violenta. Questo tipo di impegno ha avuto come solo risultato
l’incapacità del suo movimento di difendersi contro la repressione di stato, i
suoi consigli locali non sono mai riusciti a raggiungere il loro pieno
potenziale e lui stesso è morto in prigione. D'altra parte, YPJ e YPG, che sono
nati dai gruppi di difesa armata che si sono formati in risposta ai tumulti
avvenuti a Qamislo nel 2004, hanno dimostrato di essere l’unica forza sul
terreno capace di resistere al fascismo e all’egemonia dello Stato. I metodi
pacifici hanno come unico effetto il mantenimento dello status quo e/o la morte
di quelli che li utilizzano — quindi, o prendete la pistola e partecipate alla
re- sistenza armata ora o preparatevi a essere in grado di farlo quando arriverà
il momento. Sempre nel documento è scritto “Noi crediamo che la terza guerra
mondiale sia già avviata e che i conflitti in Siria, in Ucraina e in altre
parti del mondo siano solo l’inizio. Il sistema capitalista, avvicinandosi alla
sua fine e dopo aver saccheggiato il mondo spogliandolo delle sue risorse, sta
affrontando una delle sue crisi più acute" Come pensate che si svilupperà
tale situazione? Le IRPGF credono che i conflitti, soprattutto nel sud del
mondo, stiano diven- tando e diventeranno sempre più complessi e contorti, con
la messa in campo di rapporti tra attori statali e non statali che trascendono
i confini ideologici. Questo fatto si può riscontrare già nelle guerre in Siria
e Ucraina. Unito a questo fattore, c’è il fatto che le popolazioni rurali sono
(semi)proletarizzate, si stanno riversando nelle città già sovraffollate, per
esempio in Cina, e la crescente quantità di baraccopoli e favelas porterà a
esplosioni spontanee e insurrezioni da parte di chi viene emarginato o
addirittura escluso dal sistema capitalistico. Vale a dire che il sistema
capitalistico stesso, non essendo in grado di includere ampie fasce della
popolazione, porta a una crisi dovuta al surplus di manodopera e a una sempre
crescente classe operaia informale. Le IRPGF non pensano che una futura
rivoluzione sia una certezza. Infatti, può non accadere o non nei ter- mini che
desideriamo. Tuttavia, si verificheranno insurrezioni contro l’autorità e il
capitale senza precedenti nella storia. Noi saremo lì con la gente per le strade
e nelle montagne per combattere questo sistema di oppressione e perme- ttere ai
quartieri e alle comunità di emergere come entità libera, autonoma e
auto-organizzate. L’anarchismo non è una garanzia per il futuro, né ci consid-
eriamo missionari di una sacra dottrina. Le IRPGF saranno lì a combattere e
operare all’interno delle rivoluzioni sociali, mantenendo alcuni principi che
riteniamo imprescindibili per una vita liberata. Le rivoluzioni e le
insurrezioni sono disordinate, ma noi siamo pronti a sporcarci le mani. E tu? tratto dal sito
itsgoingdown.org Interviews With IRPGF Comrades “The IRPGF Will be There to
Fight and Work Within Social Revolutions Around the World”. Pubblicato su «Umanità nova», 16 aprile 2017.
Chapter 15 Non per il martirio di CrimeThinc Alla fine di marzo 2017 si è
diffusa la notizia che in Rojava si è andato formando una nuova formazione
guerrigliera anarchica, l'International Revolutionary Peo- ples Guerrilla
Forces (IRPGF). Il loro stato di emergenza ha rilanciato le dis- cussioni sulla
partecipazione anarchica alla resistenza curda e alla lotta armata vista per il
cambiamento sociale. È stato difficoltoso comunicare con i compagni in Rojava,
dato che stanno operando in condizioni di guerra e circondati da ne- mici su
ogni lato. Perciò siamo molto emozionati nel presentarvi la discussione più
completa e critica mai apparsa sulle IRPGF, che esplora il contesto com- plesso
della guerra civile Siriana e le relazioni tra lotta armata, militarismo e
trasformazione rivoluzionaria. Gli sviluppi della situazione siriana ci stanno
portando verso un futuro in cui la guerra non sarà più limitata a specifiche
zone geografiche ma diventerà una condizione pervasiva. Gli attori statuali e
non sono stati ineluttabilmente coin- volti nei conflitti, che ora si estendono
ben oltre i confini siriani; oggi in molti paesi che non vedono la guerra sui
propri suoli da oltre 70 anni si è ricominciato a pensare alla guerra civile.
Le guerre su procura, che un tempo erano geografi- camente contenute, si sono
ora diffuse in tutto il mondo, mentre le confessioni religiose, le etnie, le
nazionalità, i generi e le classi economiche divengono esse stesse i mandatari
nei vari conflitti tra le ideologie e le elite. Fino a che il capitalismo
genererà crisi economiche ed ecologiche sempre più pesanti, questi conflitti
saranno inevitabili. Ma mentre ci offrono nuove opportunità di sfidare il capitalismo
e lo stato, difficilmente riescono a focalizzarsi sulle relazioni di
coesistenza pacifica e di mutuo appoggio che gli anarchici desiderano creare. È
possibile per gli anarchici prendere parte a questi conflitti senza abbandonare
i nostri principi e i nostri valori? È possibile coordinarsi con forze che
perseguono agende diverse riuscendo a preservare la nostra integrità e
autonomia? Come dovremmo approcciare queste situazioni senza trasformarci in
una macchina da guerra militarizzata? Dagli osservatori privilegiati di Europa
e Stati Uniti siamo in grado di sviluppare analisi limitate su queste
posizioni, anche se è necessario riuscire a formare il nostro pensiero critico.
Siamo grati per aver avuto la pos- sibilità di conversare con i combattenti in
Rojava e speriamo in futuro di avere altre opportunità simili con chi sta sui
fronti caldi e sulle linee di battaglia in tutto il mondo. Per anni le forze
Kurde hanno chiesto sostegno internazionale per combattere al loro fianco. Come
fa questa chiamata a realizzarsi in pratica? Vi considerate partecipanti equi e
autonomi sia nelle battaglie che nella trasformazione sociale? O ritenete di
essere degli alleati a supporto della loro difesa? Per prima cosa è importante
sottolineare come non tutti i sostenitori inter- nazionali vengano in Rojava, o
comunque più in generale in Kurdistan, per gli stessi motivi. Come di certo
saprete, per decenni c’è stato un grosso flusso di volontari internazionali che
si sono uniti alle fila del Partito kurdo dei lavoratori (PKK). Inoltre il
supporto internazionale è giunto anche dai paesi confinanti e da altri partiti
e gruppi guerriglieri come l’Organizzazione per la liberazione della Palestina
(OLP) e l'Esercito segreto armeno per la liberazione dell’ Armenia (ASALA). In
tempi più recenti comunque, i volontari internazionali sono giunti nella
regione principalmente per la crescita di Daesh (Isis) e dei suoi rapidissimi
attacchi in Iraq e in Siria. Qualche anno fa, quando erano in corso la
battaglia di Kobané e la campagna genocida di Daesh in Rojava e Shengal,
arrivarono a combattere molti individui e gruppi di volontari, per le ragioni
più disparate. Ad esempio, i Leoni del Rojava attrassero coloro i quali avevano
motivazioni ideologiche e prospettive di tipo militarista, destrorso e
religioso. Allo stesso tempo arrivarono anche i militanti delle sinistra turca,
segnatamente del Par- tito comunista marxista-leninista (MLKP) e del Partito
comunista marxista- leninista turco (TKP/ML), che successivamente inclusero le
United Freedom Forces (BOG) che si formarono dopo i fatti di Kobane. Queste
forze hanno aderito alla lotta armata nello sforzo di sostenere le forze Kurde
non solo in Rojava, ma anche a Bakur (Kurdistan del Nord, Turchia) e in
Turchia. Così, durante quei mesi chiave a Kobane, erano presenti
contemporaneamente fonda- mentalisti cristiani, fascisti e islamofobi che si
trovarono a combattere fianco a fianco con comunisti turchi e internazionali,
socialisti e perfino qualche anar- chico. Questo non vuol dire che tutti i
combattenti occidentali erano o fascisti o di sinistra. Al contrario, molti
volontari internazionali si sono semplicemente identificati come antifascisti,
sostenitori delle battaglie Kurde, femministe liber- ali, sostenitori della
democrazia e persone affascinate dal progetto di confederal- ismo democratico
che si stava svolgendo in Rojava. La situazione è cambiata sul terreno e molti
destrorsi e fondamentalisti religiosi non combattono più con le Unità di
protezione del popolo e con le Unità di difesa delle donne (YPJ/YPG}), mentre
c’è sempre un mix eclettico e niente affatto monolitico di volontari in-
ternazionali. In pratica, i sostenitori sono stati piazzati in vare unità
secondo determinati criteri. Ad esempio, il personale con precedente esperienza
militare che arriva può avere accesso alle unità Kurde che non sarebbero
accessibili a chi questa precedente esperienza militare non ce l’ha. Tra queste
persone vi sono ad es- 119 empio cecchini (suikast) e unità di sabotaggio
(sabotaj taburs). Chi giunge qui con motivazioni ideologiche, anarchismo, comunismo
o socialismo, può scegliere di andare in una delle basi dei partiti turchi per
addestrarsi e combattere come membro aggiunto nelle unità di guerriglia. La
maggior parte dei volontari internazionali comunque si unisce a qualche unità
curda interna alla YPJ e alla YPG e combatte insieme a Kurdi, Arabi, Yezidi,
Armeni, Assiri e altri gruppi all’interno delle Forze democratiche siriane
(SDF). La posizione sociale dei volontari internazionali in relazione ai membri
indigeni delle forze militari è per forza di cose complessa. Per gli abitanti
del Rojava, e più in generale per il movimento di liberazione curdo, è un onore
avere dei supporti inter- nazionali che vengono a difenderli quando per almeno
un secolo si sono sentiti abbandonati dalla comunità internazionale nella loro
lotta per l’autonomia e l’autodeterminazione. Tuttavia, attorno a certi
occidentali che vengono qui a combattere si crea un’atmosfera che li rende
quasi delle celebrità, senza contare che alcuni elementi dell’establishment
politico e militare locale contribuiscono a creare attorno a questi volonarl
un’aura paternalistica e a farli diventare dei simboli. Naturalmente queste
cose dipendono anche dalle ragioni per le quali i volontari vengono in Rojava,
Ad esempio, alcuni provano un enorme piacere a mostrare i loro volti, posano
con le armi in pugno e gongolano dei loro suc- cessu. Altri preferiscono
nascondere le loro facce, per motivazioni sia pratiche che politiche. Non c’è
dubbio che alcuni volontari internazionali abbiano us- ato il conflitto in
Rojava come veicolo per farsi pubblicità, che fa un po’ parte della logica
dell’età dei selfie e dei social media. Questo ha permesso ad al cuni di loro
di guadagnare piccole fortune scrivendo libri e usando la rivoluzione per i
loro guadagni personali. Questa è la peggiore forma di avventurismo e di
opportunismo. Sia chiaro che questi rimangono una piccola percentuale dei
combattenti internazionali e non sono in nessun modo rappresentativi delle
motivazioni e delle azioni della maggior parte dei foreign fighters. Mentre c’è
molto apprezzamento per coloro i quali sono riusciti a portare il conflitto e
la rivoluzione all’attenzione di un pubblico più ampio, non va sottovalutato il
fatto che chi combatte qui può, in molti casi, dimenticarsi del conflitto e
poter avere il privilegio di tornare al comfort delle loro vite. Arrivano anche
dei turisti della guerra, che vengono perché attratti dai conflitti e dai
combattimenti. Si compiacciono delle loro esperienze militari, e molti hanno
servito nella Legione straniera francese. Quando vengono interpellati,
esprimono spesso il deside- rio di andare in Ucraina o in Myanmar per
continuare a combattere una volta lasciata l’area. Questo ci porta a una
importante posizione teoretica che ab- biamo assunto come IRPGF. A nostro
avviso, crediamo che la maggior parte dei volontari internazionali, soprattutto
occidentali, riproducano i loro privilegi e le loro posizioni sociali in
Rojava. Vorremmo ora introdurre il concetto di "conflitto sicuro”. Poiché
questa guerra è sostenuta dagli Stati Uniti e dalle potenze occidentali, è
abbastanza sicuro combattere il nemico senza affrontare le ripercussioni di
essere un’organizzazione ideologicamente Apoista (Apo è il nomignolo affettuoso
di Abdullah Ocalan, tra i fondatori del PKK) e legata quindi a
un’organizzazione dichiarata terrorista. Non si hanno vere e proprie sanzioni
se si viene a combattere in Rojava, a meno che non ci si unisca a qualcuno dei
gruppi più radicali. Ad esempio, i cittadini turchi che combattono qui, vengono
dichiarati terror- isti dallo stato turco e perfino i compagni del Partito
marxista-leninista (ri- costruzione comunista) sono stati arrestati e
incarcerati e i loro uffici in Spagna chiusi con l’accusa di avere contatti con
il PKK. A parte questi, che sono casi ec- cezionali, la stragrande maggioranza
dei volontari internazionali che vengono a combattere Daesh e ad aiutare i
Kurdi sono al sicuro dalle azioni penali nei loro paesi. Inoltre, in alcuni
casi, qui viene riprodotto l’esempio di attivisti e intellet- tuali occidentali
pronti ad applaudire un conflitto che si svolge oltre le frontiere dei propri
paesi ma non disposti a sacrificare la loro comodità e i loro privilegi
portandosi le lotte in casa. Alcuni vengono e fanno i rivoluzionari per sei
mesi o un anno, si possono applaudire, si fanno i complimenti a vicenda e
tornare poi alla normale esistenza. Non sono la maggioranza, ma qui sono visti
come un problema. Capiamoci: non vogliamo degradare o ridicolizzare chi viene a
com- battere per qualche mese o un anno, anche perché qualunque volontario
mette a rischio la propria vita semplicemente scegliendo di entrare in una zona
di guerra, D’altro canto però i sostenitori internazionali mentre rischiano la
vita imparano nuove tecniche e si aprono loro nuove prospettive e quando
ritornano a casa potrebbero continuare la lotta in diversi modi. Alcuni
volontari internazionali hanno perfino cambiato le loro posizioni ideologiche.
La maggior parte lo ha fatto positivamente vedendo la liberazione e
l’autodeterminazione delle donne come componenti per una vita più liberata. Una
piccola minoranza ha matu- rato invece delle posizioni negative, dichiarando
che i Kurdi sono combattenti incompetenti, che la rivoluzione sta fallendo o
fallirà presto e che l’esperienza in Rojava non ha fornito loro combattimenti
sfrenati come avrebbero desiderato. Ci domandiamo cosa succederà in
prospettiva? Cosa succederà quando le forze internazionali gireranno le spalle
al progetto in Rojava e non saranno più utili per le forze rivoluzionarie? I
sostenitori internazionali avranno la forza di com- battere contro l’esercito
turco 0, per dire, quello americano? Staremo a vedere. A differenza dei sostenitori
internazionali appena citati, ci sono coloro i quali sono arrivati con analisi
profonde e chiare delle loro ideologie politiche, della geopolitica regionale e
della guerriglia. La miscela, la qualità e la quantità di guerriglieri
comunisti, socialisti e anarchici non ha pari in nessuna parte del mondo.
Questo ci offre nuove opportunita e ci consente di essere innovativi, come
nella creazione della Brigata internazionale per la libertà (IFB) o delle
operazioni di formazione congiunta, ma evoca anche lo spettro della storia che
si ripete. Tirando le fila, crediamo che coloro i quali sono giunti qui per
motivi ideologici o per supportare le genti del Rojava e le loro lotte
partecipino egual mente sia alle battaglie sia al processo di trasformazione
sociale, mentre gli altri, una crescente minoranza, che sono venuti come
esperti militari o come turisti di guerra non hanno questa attitudine, dato che
pretendono di sapere più cose della guerra rispetto alle forze locali sul
terreno. Questo ha comportato anche degli scambi piuttosto duri e talvolta
scontri fisici e intimidazioni. Noi come IRPGF siamo allo stesso tempo
partecipanti autonomi allo scontro e alleati per la difesa popolare. Non li
vediamo come capi separati ed esclusivi. Però in 121 qualche modo la nostra
autonomia è limitata dal fatto di far parte di un fronte ampio di battaglia con
strutture militari, combattiamo sotto le YPG, il che significa essere parte
delle SDF che in questo momento cooperano con le forze militari statunitensi e
di altri passi occidentali che stanno combattendo Daesh. La nostra è una
posizione basata sul pragmatismo, che non ci fa cambiare opin- ione sul fatto
che gli Stati Uniti, come Daesh e come qualsiasi altro stato siano nostri
nemici. Riconosciamo anche che sono state proprio le politiche estere
statunitensi a creare in qualche modo Daesh e quindi ora devono assumersi la
responsabilità di combatterlo. A parte queste complesse alleanze internazion-
ali, questa lotta contiene sia caratteristiche indigene che internazionali che
ne rende più importante la difesa. Ciò su cui ci stiamo ora interrogando e che
sti- amo imparando attraverso l’autocritica, la teoria e la pratica è la
relazione dei rivoluzionari internazionalisti anarchici con una lotta indigena
che vede sé stessa come parte di un movimento rivoluzionario internazionalista
che si diffonderà ben oltre i confini di tale lotta. Siccome la maggior parte
delle nostre energie è incentrata sulla lotta armata, al momento abbiamo
progetti limitati per ciò che concerne la società civile. Attualmente stiamo
lavorando nel supporto di attività anarchiche nella società civile. Anche se la
trasformazione sociale non è l’unico progetto che bisogna affrontare. Ad
esempio, gli abitanti dei villaggi arabi nelle vicinanze della nostra base sono
venuti quotidianamente per darci latte e yogurt che producono, mentre in cambio
noi gli forniamo zucchero o altri beni che loro non avevano in una sorta di
mutuo appoggio. Tutto ciò ha creato legami di solidarietà e di vita collettiva.
Abbiamo anche buone relazioni con un piccolo numero di famiglie armene nella
regione. I soli semplici atti di bere chai insieme o di baciarci sulla guancia
per salutarci sono i primi passi fatti insieme per costruire relazioni che a
lungo termine possono contribuire a porre le basi per dei progetti che portano
alla trasformazione sociale. I combattenti internazionali, segnatamente gli
anarchici e i comunisti, per qualche tempo si sono organizzati separatamente in
Rojava. Come mai? Qual è la vos- tra relazione con le altre strutture kurde?
Come già accennato prima, la maggior parte dei combattenti internazionali anar-
chici, apoisti, socialisti e comunisti, oltre a quelli che più generalmente si
definis- cono antifascisti e antimperialisti, hanno tentato di organizzarsi separatamente.
Fino a qui nulla di nuovo. Per rispondere alla domanda bisognerebbe fornire una
descrizione della situazione storica della sinistra turca e dei numerosi gruppi
armati operanti in zona. Per ciò che concerne la sinistra turca e specialmente
quella parte coinvolta nella lotta armata e che mantiene unità guerrigliere, la
relazione tra vari gruppi è una cosa che è cambiata e si è adattata nel corso
degli anni. Ci fu un tempo in cui i partiti della sinistra turca si vedevano
ne- mici l’un l’altro, molto più di quanto considerassero nemico lo stato turco
o il sistema capitalista. Questo ha portato a violenze interpartitiche e
perfino alla morte di alcuni militanti. Intanto, come la storia ci ha
dimostrato, lo stato turco si è dimostrato molto più forte e resistente di
quanto ci si sarebbe mai immaginati. In precedenza la maggioranza della società
turca non ha promosso la lotta, a differenza dei partiti, in quanto essendo
tradizionalmente marxista-leninista credeva dogmaticamente che tutto si sarebbe
svolto come risultato di una necessità storica. Nei fatti, con l’avvicinarsi
del referendum in Turchia e con Erdogan praticamente sicuro di una vittoria del
sì, i partiti hanno avvertito la necessità di unirsi e di lottare insieme. Ciò
non significa che non lo avessero già fatto in precedenza. Infatti la maggior
parte dei partiti, il più grande dei quali era il PKK, hanno collaborato nei
gruppi di guerriglia nella vasta regione montagnosa della Turchia, condividendo
risorse e adestramento e perfino effet- tuando operazioni congiunte. È solo il
6 Marzo 2016 però che si è fatta la storia, con la formazione del movimento
rivoluzionario unitario del popolo (Halklarin birlesik devrim hareketi). Questo
fronte unitario comprende dieci del maggiori partiti impegnati nella lotta
armata e li lega sotto la stessa struttura e la stessa bandiera nella lotta
contro il governo di Erdogan e lo stato tutco. Bisogna poi guardare più in
generale alla storia del medio oriente per capire in che modo i vari partiti
turchi agivano nei vari paesi e partecipavano ai vari conflitti. Ad esempio il
Partito comunista di turchia/marxista-leninista (TIKKO), ASALA e il PKK
operarono in Libano (nella valle di Begaa) e si addestrarono insieme all’OLP e
ad altri gruppi guerriglieri palestinesi, libanesi e internazionali, conducendo
an- che operazioni congiunte. In Siria il PKK costruì dei quartier generali e
aprì sedi di partito e strutture di formazione in Rojava dagli anni ’80 fino
alla metà degli anni ‘90. Abdullah Ocalan fu libero di operare in tranquillità
con il supporto del regime siriano, che vedeva la Turchia come un nemico. Le
crescenti tensioni turco-siriane e la minaccie di guerra costrinsero Hafiz
Al-Assad a tagliare tutti i ponti con Ocalan e a espellerlo dal territorio
siriano. Il collasso dell’Unione So- vietica costrinse molti gruppi
guerriglieri turchi e internazionali a nascondersi e a limitare mobilità,
risorse, addestramento e operazioni. La guerra civile siriana e la rivoluzione
in Rojava fornirono un’altra occasione ai partiti turchi illegali clandestini e
nascosti sulle montagne a spostarsi in Rojava e creare basi e oper- azioni per
supportare la lotta, organizzarsi e poter comunicare più liberamente ed
efficacemente. Ciò ha portato molti partiti ad aprire dei quartier generali
(karargahs) in Rojava. Quando il conflitto in Rojava si è intensificato e i
partiti hanno avvertito la necessità di condividere risorse, intelligence e
operazioni mili- tari questi, sotto la guida del MLKP, hanno formato la Brigata
Internazionale di Liberazione. Questo esperimento di condivisione di comando e
gestione che ha unificato i vari partiti e gruppi sotto una bandiera per
combattere, fu il primo di questo tipo in Rojava, precedendo la formazione del
movimento rivoluzionario unitario del popolo (HBDH). L'esperimento diede
risultati altalenanti. Ad es- empio, l’IFB era gestito secondo i principi del
centralismo democratico con i quali noi del IRPGF non siamo d’accordo.
Preferiremmo essere completamente orizzontali e rispettare l’uguaglianza per
tutti i gruppi e i membri. Inoltre, la stragrande maggioranza dei gruppi, dei
partiti e dei combattenti all’interno dell’TFB sono turchi, per cui il
carattere prettamente internazionale del gruppo veniva compromesso. Perfino le
forze curde si riferiscono all’IFB chiamandoli cepé turk, sinistra turca. Detto
questo, dobbiamo soostenere che il gruppo ha avuto un valore positivo e
simbolico e ha riscosso diversi successi militari. Ha dimostrato che i vari gruppi
e partiti, incluso l’IRPGF, possono lavorare, ad- destrarsi e combattere
insieme contro un nemico comune, unendo le energie e 123 le forze per
raggiungere e vittoria sia in combattimento che all’interno della società
civile. Sebbene la Brigata Internazionale per la Libertà ricada sotto il
comando della leadership congiunta dei vari gruppi e partiti che afferiscono in
essa, in ultima analisi fa parte dell’YPG e quindi delle SDF. Quindi mentre
siamo autonomi per ciò che concerne strutture militari, organizzazioni di unità
e movimenti individuali, attendiamo ordini e direttive direttamente dall’YPG
circa la nostra posizione e i nostri movimenti sul campo di battaglia, esatta-
mente come il resto della IFB. Questo ci colloca direttamente sotto il comando
dell’YPJ/YPG e quindi anche noi condividiamo alleanze e campi di battaglia con
tutti quelli che conducono le operazioni congiunte. Tuttavia i gruppi e i
partiti mantengono la loro autonomia come entità separate al di fuori dalla
struttura della IFB e possono dissentire con le posizioni delle forze Kurde e
perfino criticare certe politiche e certe decisioni. Allo stesso tempo, in
quanto parte di IFB facciamo molta attenzione a esprimere posizioni, punti di
vista e prospettive quando operiamo col nome e nelle strutture di IFB stessa.
Ultima- mente IFB si è rivelata un laboratorio e un esperimento unico che
attrae persone di estrema sinistra e radicali di tutti i colori e li persuade a
combattere in una stessa unità e sotto un’unica struttura di comando. Considerando
che l'alleanza tra gli eserciti kurdîi e statunitensi non durerà per sempre non
permetterà di creare spazi per progetti radicali in Rojava, come si posizionano
gli anarchici in questo conflitto? Riuscite a mantenere una certa autonomia
nelle decisioni prese da altre parti coinvolte in questa alleanza? Il termine
alleanza può essere molto fuorviante, è una parola forte e assoluta. Gli Stati
Uniti e i loro alleati, per ragioni politiche ed economiche assolu- tamente
indipendenti, hanno messo in piedi un progetto di eliminazione del gruppo
armato di Daesh, dal quale la rivoluzione si deve difendere e che anche le
YP.J/YPG vorrebbero eradicare. Quindi le YPJ/YPG stanno sullo stesso campo di
battaglia degli americani. Data la condivisione di un comune nemico e dato che
l’antagonismo politico, ideologico ed economico tra le due parti è lontano
dall’accendersi per una certa priorità nel combattere ISIS, la cooper- azione
militare non è sorprendente. Non c’è nessuna alleanza politica tra gli Stati
Uniti e i rivoluzionari del Rojava. Infatti noi riteniamo che la cooper- azione
tra i rivoluzionari e gli USA non possa durare. Naturalmente anche qui esistono
forze che vorrebbero costituire uno stato-nazione o che utilizzano sen- timenti
nazionalisti per stimolare il sostegno americano. Appena fuori dalla porta di
casa abbiamo il Governo regionale kurdo (KRG) di Masoud Barzani, che è un
ennesimo pupazzo degli Stati Uniti nella regione. Barzani e il KPD sono visti
da miolti come traditori per essersi alleati con la Turchia a spese dei Kurdi e
degli Yezidi di Shengal. Inoltre il KRG cerca di mescolare le carte, sia
politicamente con gruppi quali il Consiglio nazionale kurdo (ENKS) e il KPD
all’interno del Rojava, sia militarmente con i peshmerga del Rojava. I nemici
di questa rivoluzione sono innumerevoli. È abbastanza noto che pensatori
anarchici come ad esempio Murray Bookchin hanno contribuito in maniera
rilevante alla rivoluzione sociale, con posizioni che hanno portato Abdullah
Ocalan a muoversi dal marxismo-leninismo fino a creare la teoria del
Confederalismo democratico. Indipendentemente dalla precisione di questo dato,
è un fatto che oggi gli anar- chici possano avere un forte impatto sulla
rivoluzione, sia nella lotta armata che nella società civile. Attraverso il
dialogo e i progetti congiunti, oggi possiamo lavorare con le comunità locali e
sviluppare relazioni che possono ulteriormente rafforzare gli utili della
rivoluzione e spingerla in avanti. Con più gli anarchici e la loro filosofia
influenzeranno il dialogo con le persone e le strutture sociali in Rojava, con
più ci sarà la possibilità di costruire insieme qualcosa di nuovo e di
concentrarci sulla trasformazione, non solo in Rojava, ma nel mondo intero. Qui
sta l’importanza di connettere le lotte tra loro, come già facemmo in pas- sato
con Bielorussia, Grecia e Brasile. La battaglia in Rojava è la battaglia di
ogni quartiere oppresso, di ogni comunità. È la battaglia per una vita liberata
ed è qui che gli anarchici possono avere un impatto devastante. Come anar-
chici siamo senza ombra di dubbio contro tutti gli stati e le autorità. Questa
cosa non è negoziabile. Mentre riconosciamo pienamente il ruolo dei vari par-
titi nelle lotte e nelle battaglie per liberare il territorio sia in Rojava che
nella più vasta regione montuosa del Kurdistan, crediamo che la solidarietà
critica ci permetta di lavorare, lottare e anche morire accanto ai partiti, pur
mante- nendo l’autonomia di restare critici verso le loro ideologie, le loro
strutture, le mentalità feudali e molte delle loro politiche. Mantenere
l’autonomia significa che possiamo essere in disaccordo con le loro posizioni o
scegliere di non com- battere se le alleanza delle forze rivoluzionarie vanno
oltre la sopravvivenza e le pragmatiche necessità geostrategiche. In ultima
analisi, se le forze rivoluzionarie dovessero formare alleanze formali con le
potenze statali e facessero diventare il Rojava stessa un’entità statuale,
anche se questo stato fosse socialdemocratico, le IRPGF abbandoneranno la lotta
e sposteranno le loro basi operative ovunque si continui una lotta realmente
rivoluzionaria. I progetti anarchici intrapresi nella società civile sarebbero
comunque in grado di funzionare e continuare fino a che ci sarà la volontà di
portarli avanti, ma è probabile che ai gruppi guer- riglieri anarchici e
comunisti non sarà più consentito di operare in Rojava. Avete avvertito della
tensione tra l'impegno nella lotta armata e lo sviluppo di progetti sociali in
Rojava? In che modo questi due aspetti si compenetrano e si rinforzano l’un
l’altro? E in che modo sono in contraddizione? Il nostro gruppo ha appena
iniziato a sviluppare progetti sociali in Rojava. Per un’unità è difficile
organizzare e portare avanti progetti sociali quando è impegnata nella lotta
armata e manca di risorse in termini di personale e in- frastrutture.
Servirebbero più persone; dobbiamo raggiungere la massa critica necessaria per
sviluppare un progetto che abbia successo. Alcuni nostri com- pagni prima di
venire qui hanno lavorato nella società civile e sono stati attivi nel creare
nuove iniziative che siano al contempo sostenibili e fattibili. Questo ci
consentirà di impegnarci nei nostri rispettivi impegni nella lotta armata e
nella rivoluzione sociale. La guerra in Rojava ha sottoposto altre strutture
sociali ai suoi imperativi? Es- istono degli spazi o delle sfere dell’esistenza
poste sotto il controllo dei gruppi militari, determinando di fatto relazioni
gerarchizzate? In una comunita in 125 guerra, come si prevengono le priorità
militari che determinano chi detiene il potere in quelle situazioni? Sicuramente
la guerra in Rojava e le guerre civili in Siria e Iraq hanno drasti- camente
cambiato le relazioni tra civili e militari. Ciò che ora sta accadendo in
Rojava può essere descritto e caratterizzato come “comunismo di guerra”,
secondo la definizione di alcuni compagni (hevals). La situazione attuale ha
sot- tomesso gran parte dell’economia e della società civile allo sforzo
bellico. Questo non ci sorprende. Il Rojava è circondato da nemici che cercano
di distruggere questo nascente esperimento rivoluzionario. Daesh è un attore
parastatale es- tremamente letale ed efficace, con ingenti risorse finanziarie
e militari e delle forze sul campo che si misurano in decine di migliaia. E
come tale è una delle minacce più brutali e abili per la Rojava. Se non fosse
stato per gli enormi sforzi bellici di grandi segmenti della società, in
particolare della resistenza di Kobane la successiva vittoria che è stata un
punto di svolta fondamentale, Daesh sarebbe uscito vittorioso e avrebbe
continuato la sua rapida espansione. Con la guerra e con Daesh che ora opera in
Iraq e in Siria, la Turchia è entrata nel conflitto cercando di soffocare gli
sforzi di YPJ/YPG per garantire la contigu- ità tra i cantoni di Kobane e
Afrin. Bisogna essere consci del fatto che quasi quotidianamente l’esercito
turco ai confini del Rojava bombarda uccidendo sia civili che militari. Allo
stesso modo a est, in Iraq, il Governo regionale kurdo (Bashur) con la
leadership di Masoud Barzani e il Partito Democratico Kurdo (KPD) continuano a
imporre un embargo virtuale sul Rojava oltre ad attaccare con i Peshmerga le
Forze di difesa popolare (HPG) e le Unità di resistenza di Sinjar (YBS) a
Shengal. Infine Barzani e il KPD colludono con Erdogan e il fascista Partito
per la giustizia e lo sviluppo-Partito del movimento nazionalista (AKP-MPH) e
con lo stato turco condividendo intelligence, risorse e conducendo operazioni
militari congiunte. Senza dubbio la guerra conduce di fatto a relazioni
gerarchizzate e ostacola se- riamente le relazioni orizzontali e il potere
delle comunità. Nei fatti esistono numerosi livelli di relazioni gerarchizzate.
Ci sono gerarchie interne alle strut- ture di partito che permeano le strutture
sociali e si estendono più in generale nella società civile. Possono esser di
diverso tipo, ad esempio riguardano il fatto se un aderente è un qadro o no, da
quanto tempo si è nel movimento, la formazione e le conoscenze ideologiche, la
loro esperienza, i contatti e l’abilità in combattimento. Tutto ciò può essere
percepito come un sistema di rango, privilegio e avanzamento. E in realtà è
così, ma è un qualcosa che opera in contrasto con un partito che è critico su
questo e con un’ideologia che cerca di trascendere queste relazioni nel bel
mezzo di una rivoluzione sociale realmente esistente. Mentre i qadri dei gruppi
militarizzati hanno una posizione sociale più elevata rispetto ad altre persone
della società, questi invece servono le per- sone attraverso la struttura
comune e nel contesto più ampio della Federazione Nord-Siriana. In definitiva,
queste relazioni gerarchiche esistono come necessità militari nel mezzo di una
guerra brutale. Come anarchici le vediamo e capi- amo come mai siano
necessarie, sebbene critichiamo la loro esistenza cercando di sfidare queste
relazioni centralizzate di autorità e di controllo. È possibile criticarle
attraverso il Tekmil (un’assemblea di democrazia diretta per criticare un
comandante o altri gerarchi nelle unità), una pratica vitale di critica, auto-
critica e autodisciplina che trae le proprie origini dal Maoismo. Le relazioni
di potere gerarchiche, sebbene a volte necessarie per esigenze militari e
priorità di combattimento devono esistere come qualcosa che vogliamo e
desideriamo l’un l’altro per permettere a tutti di agire in modo efficace.
Quando è tempo di deliberare, possiamo discutere, criticare, e prendere
decisioni collettive. In com- battimento ci si aspetta una guida immediata,
istruzioni, protezione, certezze e responsabilità dai compagni più esperti e
meglio informati, perché ci sono molte decisioni da prendere e compiti che
ricadono sul gruppo e che non si possono prendere da soli o essere gravati da
tali compiti. Ciò vale anche per le fasi di formazione e reclutamento. Ma
queste relazioni possono avere il potenziale per minare la natura autonoma,
orizzontale e autorganizzata delle comunità se non vengono intese e praticate
secondo altri principi ideologici. Come possiamo noi anarchici e membri
dell’IRPGF prevenire le relazioni gerarchiche in questa serie di contesti
sovrapposti? La complessità di questa domanda rivela inoltre un problema
intrinseco al come viene inquadrata la questione. Vale a dire che in qualche
modo le priorità militari o la difesa della comunità sono faccende sep- arate
dalla comunità stessa: faccende imposte dal di fuori, da qualche attore che non
vive nella comunità. Sebbene sia vero che a volte le priorità militari sono
imposte alla comunità, ad esempio quando si tratta di evacuare dei villaggi che
si vengono a trovare sulla linea del fronte, sotto pericolo di attacchi e con
le abitazioni che temporaneamente vengono utilizzate come avamposti militari, è
vero pure che in Rojava le comunità locali, di quartiere, quelle etno-religiose
sono responsabili della loro stessa difesa. Non è un fatto nuovo. Tornando ai
disordini di Qamishlo del 2004 (una rivolta di Kurdi siriani nel Nord Est),
ricordiamo che si erano venute a creare delle iniziative di difesa comunitaria
che precorrevano quelle che sarebbero diventate le YPG. Per proteggersi con-
tro la più grande struttura difensiva, le YPG appunto, nel caso queste avessero
imposto la propria volontà con un colpo di mano militare che avrebbe tolto il
potere alla comunità, le comunità stesse crearono le loro unità di difesa, le
HPC (Hézén parastina cewherî). Mentre le YPG rappresentano l’esercito popolare
guerrigliero in Rojava, ci sono anche organizzazioni più piccole, ad esempio il
Consiglio militare siriaco, che è formato da cristiani Siriaci e mira a
proteggere quella comunità. La difesa stessa è decentralizzata e confederata ma
allo stesso tempo mantiene la capacità di schierarsi rapidamente, di richiamare
le truppe e perfino di coscrivere, qualora fosse necessario. Crediamo e
riaffermiamo che le comunità in guerra debbano essere responsabili della loro
stessa difesa. Tut- tavia, con grandi stati, attori parastatali e non statuali
che attaccano queste comunità per eliminarle, c’è necessariamente bisogno di
forze militari più in- genti. Ciò può richiedere dei processi che in tempo di
guerra possono ridurre l'autonomia di una comunità. Questa realtà è quella in
cui siamo costretti a vivere. Fondamentalmente c’è una dicotomia e una tensione
palpabile tra le co- munità in guerra e le forze militari che affrontano nemici
molto più numerosi di loro. Noi, per quanto possibile, ci impegniamo a
garantire che le comunità con- servino la loro autonomia nei processi
decisionali mentre contemporaneamente cerchiamo di proteggerli e garantire loro
la sopravvivenza. Ripetiamo che le co- 127 munità doverebbero comunque essere
le responsabili ultime della loro sicurezza; quando ce n’è la necessità, tutte
le comunità dovrebbero unirsi per formare una forza militare più grande per la
loro protezione collettiva. Ciò significa che ogni comunità costituisce una
componente fondamentale della forza il cui compito è la protezione di tutte le
comunità. Insomma, questa tensione tra la comunità e l’apparato militare non è
altro che un altro aspetto della tensione filosofica che intercorre tra il
particolare e l’universale. Il nostro compito è garantire che questo squilibrio
venga ridotto al minimo, per consentire alle comunità di ri- manere autonome e,
in ultima analisi, avere l’ultima parola sulle loro priorità e sulla loro
difesa. Cosa distingue le formazioni e le strategie di lotta armata anarchiche
da altri esempi di lotta armata? Se vi opponete a eserciti permanenti o a
gruppi rivoluzionari calcificati, ma poi asserite che la lotta armata può
essere necessaria fino a che diventerà impossibile imporre istituzioni
gerarchiche a chiunque, qual è la differenza metodologica che possa preservare
sul lungo termine le forze di guerriglia anarchiche dal funzionare allo stesso
modo di un esercito permanente o di un gruppo rivoluzionario calcificato,
concentrando cioè il potere sociale? Una cosa che ci viene spesso chiesta è in
che modo ci differenziamo dagli altri gruppi armati dell’estrema sinistra. E
quali sono i nostri tratti caratteristici. Come formazione di lotta armata
anarchica, come altri gruppi anarchici in tutto il mondo, ci battiamo per la
liberazione individuale e delle comunità che si basi sui principi fondamentali
dell’anarchismo. Non siamo né dogmatici né ortodossi nel concepire
l’anarchismo, ma sempre iconoclasti e innovatori. L’anarchismo è un’ideologia
sempre in movimento e in crescita che è impossibile separare dalla vita stessa.
Mentre altri gruppi di sinistra non anarchici potrebbero volere una sorta di
socialismo o di comunismo; noi ci distinguiamo per il modo in cui inten- diamo
l’autorità, sia all’interno del gruppo che all’esterno. Non abbiamo leader. Non
abbiamo culti della personalità né nostri ritratti appesi ai muri. Prendi- amo
esempio dagli Zapatisti che coprono i loro volti per focalizzarci meglio sul
collettivo e non sull’individuo, perché noi, come collettivo di individui,
rappre- sentiamo identità e posizioni sociali uniche. Prendiamo decisioni per
consenso; quando siamo sul campo di battaglia ci accordiamo affinché uno o più
compagni divengano responsabili dell’operazione. Non esiste una struttura di
comando permanente nelle IRPGF. Le posizioni di responsabilità ruotano, la
nostra log- ica non vuole riprodurre quella dei ranghi militari o delle
strutture di classe tecnocratiche. Le formazioni armate anarchiche non sono una
novità. Ad esem- pio vi sono gruppi anarchici in tutto il mondo, come la
Cospirazione delle Cellule di fuoco, la FAT-IRF (Federazione anarchica
informale - Fronte rivoluzionario in- ternazionale) o Lotta Rivoluzionaria. Non
siamo necessariamente d’accordo con tutte le posizioni dei membri di questi
gruppi. Non cerchiamo di essere elitari o di essere dei guerriglieri di
montagna che escono dal mondo e si concentrano solo sulla guerra popolare,
anche se questo è un aspetto importante della lotta. Cerchiamo di portare le
montagne nelle città e viceversa. È importante cercare di connettere tutte le
battaglie, in quanto esse sono già intimamente interconnesse dalla natura dei
vari sistemi di oppressione e di dominio esistenti. Anche noi "caghiamo su
tutte le avanguardie rivoluzionarie del mondo” come il Subco- mandante Marcos.
Non ci vediamo come avanguardia anarchica. Siamo tutto fuorché quello. Le IRPGF
ritengono necessario stare in mezzo alla gente e capire il carattere sociale
del processo rivoluzionario. Non esiste rivoluzione senza la partecipazione di
comunità, villaggi e vicinato. Non cerchiamo di glorificare le armi che
possediamo, ma piuttosto le vediamo come un veicolo per la liberazione
collettiva. Ma la liberazione non si può ottenere senza una rivoluzione
sociale. Non siamo un ennesimo gruppo di guerriglia urbana che cerca solo di
distruggere senza costruire qualcosa di sociale e comune. Ovviamente possedere
armi e uti- lizzarle in battaglia porta con sé un’enorme responsabilità e un
grande pericolo, non solo per noi stessi, ma per il potere che possediamo.
Concordiamo con quei guerriglieri che ripetono spesso il principio Maoista
secondo il quale non dobbi- amo sottrarre nemmeno uno spillo alle persone.
Siamo rivoluzionari guidati da dei principi, non una gang di ladri mercenari.
Queste sono le basi sulle quali, come IRPGF, cerchiamo di sviluppare un'etica
collettiva e una comprensione della lotta armata. Sapendo bene che le lotte
armate possono durare anni, se non decenni e sapendo anche con il passare del
tempo le strutture divengono sempre più trincerate e rigide, ci preoccupiamo
per la creazione di determinate dinamiche di gruppo che possono portare alla
formazione di gerarchie e a una concentrazione del potere ovunque ci si trovi.
Per minimizzare il rischio, cre- diamo non solo che bisogna essere
rivoluzionari di professione a tempo pieno, ma nel contempo anche membri di una
comunità. Significa che dobbiamo essere parte attiva sia delle lotte locali sia
dei progetti della società civile. Laddove un esercito permanente o un gruppo
rivoluzionario cementificato vedono che il loro compito è un lavoro
professionale o una dedizione alla lotta, allo stesso tempo mantengono le
distanze dalla comunità e dalla vita quotidiana. I gruppi guer- riglieri
anarchici devono rimanere entità orizzontali e resistere alla tentazione della
necessità strutturale di centralizzare e concentrare il potere. Così fecendo
fallirebbero, non sarebbero più né anarchiche né liberatrici secondo noi. Come
IRPGF, capito questo pericolo, sentiamo che la maniera migliore per resistere
alla creazione di gerarchie sociali sia lo sviluppo dei progetti e delle
relazioni con la società civile. È un processo che potrebbe essere pregno di
errori e di con- traddizioni. Eppure è proprio attraverso queste contraddizioni
e queste carenze, accoppiate con i meccanismi di autocritica e a una struttura
autorganizzata orizzontalmente che si combatte la creazione di un gruppo
rivoluzionario ossifi- cato che centralizza la propria autorità e concentra il
potere. Come avete detto, i conflitti in Siria, in Ucraina e in altre parti del
mondo rappresentano solo l’inizio di quello che sarà un periodo di crisi
globale lungo e caotico. Quale pensate che sia la relazione corretta tra lotta
armata e rivoluzione? Credete che gli anarchici debbano cercare di iniziare le
lotte armate entro un pro- cesso rivoluzionario al più presto oppure cercare di
rimandare più che si può? E come possono gli anarchici rimanere fedeli a loro
stessi sul terreno della lotta armata quando molto dipende dal come ottenere le
armi, il che di solito significa stringere accordi con attori statali o
parastatali? 129 Per prima cosa non esiste una formula generale per capire
quanto sia neces- saria la lotta armata per iniziare e far avanzare il processo
rivoluzionario, e nemmeno a che punto dovrebbe iniziare. Come IRPGF
riconosciamo il fatto che ogni gruppo, comunità o quartiere debba decidere in
autonomia quando si debba iniziare la lotta armata, che deve essere contestuale
alla situazione e alla posizione specifica. Ad esempio, mentre lanciare una
molotov contro la polizia è quasi normale a Exarchia ad Atene, farlo negli
Stati Uniti potrebbe costare la vita all’esecutore del gesto. Ogni contesto
locale ha una soglia differente sul livello di violenza ammessa dallo stato.
Questa ovviamente non deve essere una scusa per l’inazione. Crediamo che la
lotta armata sia fondamentale. In defini- tiva le persone devono essere
disposte a sacrificare la propria posizione sociale, i propri privilegi e se
necessario anche le proprie vite. Naturalmente non stiamo chiedendo a nessuno
di lanciarsi in missioni suicide per cui si richiede l’estremo sacrificio. Questa
non è una battaglia per il martirio, ma per la vita. Qui in Rojava e in
Kurdistan, che saranno parte del conflitto armato e del processo rivoluzionario
quando si disvelerà, ci saranno dei martiri. Il conflitto armato non crea
necessariamente le condizioni per la rivoluzione e ad alcune rivoluzioni
potrebbe bastare un conflitto minimo o addirittura nullo. Sia la lotta armata
che la rivoluzione possono essere atti spontanei o pianificati da anni.
Tuttavia le rivoluzioni locali e nazionali, che in alcuni casi sono state
pacifiche, non creano le condizioni né per la rivoluzione mondiale, né
tantomeno sfidano l’egemonia del sistema globale capitalista. Ciò che rimane
della domanda quindi è: quando si dovrebbe iniziare una lotta armata? Per
cominciare, bisogna che ognuno sia in grado di analizzare la situazione e il
contesto locali. La creazione di forze di difesa formate dalle comunità locali
e di quartiere che siano palesemente armate rappresenta un primo passo
importante per assicurare autonomia e autopro- tezione. Questo è un atto
profondamente simbolico che certamente attirerà l’attenzione dello stato e dei
suoi apparati repressivi. L’insurrezione dovrebbe avvenire ovunque e
contemporaneamente, non necessariamente con le armi spi- anate. In ultima analisi,
la lotta armata deve sempre avere una correlazione con la comunità, cosa che
preverrà la formazione e lo sviluppo di avanguardie e di posizioni sociali
gerarchizzate. Le rivoluzioni non sono cene di gala e, cosa ben peggiore, non
siamo noi a scegliere gli ospiti delle cene. Come possiamo noi anarchici
rimanere fedeli ai nostri principi politici quando dovremmo affidarci a enti
statali, parastatali e anche non statali per ottenere armi e altre risorse?
Iniziamo a pensare che non esistono lotte armate o rivoluzioni ideologicamente
pure e intonse. Le nostre armi sono state fabbricate nei paesi ex comunisti e
ci sono state date da partiti politici rhia, usa, irpgf, rivoluzionari. La base
in cui ci troviamo, le vettovaglie e le risorse che riceviamo arrivano direttamente
dai vari partiti attivi in zona e direttamente dalla gente. Chiaramente noi
anarchici non abbiamo liberato il tipo di territorio del quale avremmo bisogno
per operare per conto nostro. Dobbiamo stringere patti. E la questione diventa
la seguente: che principi debbono seguire questi patti? Abbiamo relazioni con
partiti politici rivoluzionari comunisti, socialisti e apoisti. Combattiamo
contro lo stesso ne- mico ora e i nostri sforzi congiunti possono soltanto
favorirci in battaglia. Poi rimane inteso che la nostra alleanza e solidarietà
con loro è sempre di tipo 130 CHAPTER 15. NON PER IL MARTIRIO DI CRIMETHINC
critico. Siamo in disaccordo sulle loro mentalità feudali, le loro posizioni
ideo- logiche dogmatiche e la loro visione di come prendere il potere statale.
Sia noi che loro siamo coscienti del fatto che un giorno potrebbero conquistare
il potere statale, e in tal caso diventeremmo nemici. Ma per ora non siamo solo
alleati, ma compagni di lotta. Questo non significa che abbiamo sacrificato i nostri
principi. Al contrario, abbiamo aperto un dialogo sull’anarchismo e criticato
le loro po- sizioni ideologiche, mentre abbiamo trovato e affermato i principi
e le posizioni teoretiche che abbiamo in comune. Questo dialogo ha trasformato
entrambe le parti, in quello che pare essere stato una sorta di processo
dialettico: la neces- sità sia della teoria che della pratica per fare avanzare
sia la lotta armata che la rivoluzione sociale. Per l’IRPGF, fare accordi con
altri gruppi della sinistra rivoluzionaria per trovare un terreno comune
d’azione è una prassi che viviamo quotidianamente. Però dobbiamo ammettere che
la maggior parte delle strut- ture guerrigliere delle quali facciamo parte
stringe accordi con gli stati. Quindi, mentre riaffermiamo con la forza la
nostra posizione contro tutti gli stati, che non è negoziabile, la nostra
struttura stringe accordi pragmatici proprio con gli stati per cercare di
sopravvivere a un altro giorno di battaglie. Per il momento tutte le nostre
forniture e risorse provengono dai partiti rivoluzionari con i quali siamo
alleati, che a loro volta fanno patti e accordi con enti statali e non statali.
Sappiamo di essere in contraddizione, ma è dura la realtà delle nostre
condizioni attuali. A seconda del contesto e della situazione, gli anarchici
devono scegliere quali tipi di patti possono stringere e con chi. Potrebbero
avere la necessità di essere pragmatici e stringere patti con stati,
associazioni parastatali o non statali per acquistare armi, per tenere il
terreno su cui operano o semplicemente per sopravvivere e un giorno saranno
criticati e attaccati per tutto ciò. Saranno i collettivi e le comunità a
decidere sul come avanzate nel processo rivoluzionario e come usare i vari
attori statali e parastatali a loro vantaggio, con l’obiettivo di non avere più
bisogno di loro e distruggerli. In definitiva, la lotta armata è necessaria per
il processo rivoluzionario e le varie alleanze che stringiamo le riteniamo
necessarie per raggiungere il nostro obiettivo di un mondo liberato. L’IRPGF
crede e afferma il concetto proveniente dalla Grecia secondo il quale le uniche
battaglie perse sono quelle che non si combattono. Prima o dopo ogni
rivoluzione si divide nelle sue parti costitutive che neces- sariamente entrano
in conflitto. Questi conflitti determinano il risultato finale della
rivoluzione. In Rojava è già iniziata questa fase? E se si, come la hanno
affrontata gli anarchici? Se invece ancora non è iniziata, come preparerete i
compagni sparsi în tutto il mondo alla situazione che si verrà creando quando i
conflitti interni alla rivoluzione arriveranno in superficie e sarà necessario
capire le posizioni differenti delle forze in campo? Alcuni compagni al di
fuori del Ro- java non sono certi di comprendere alcune relazioni provenienti
dall’interno, perché nella nostra esperienza vi sono sempre conflitti
intestini, anche nei peri- odi più floridi di rivoluzione sociale e le persone
che parlavano dell’esperimento in Rojava erano molto titubanti nello spiegare
quali erano questi conflitti. Capi- amo bene che dovrebbe essere necessario non
parlare apertamente di questi scon- tri, ma ogni prospettiva che ci potete
offrire, anche in astratto, sarà molto utile 131 per comprendere la situazione.
La risposta più semplice è sì, questi conflitti sono già iniziati in Rojava.
All’interno di una struttura confederale sono emerse le contraddizioni delle
diverse fazioni. Ci sono coloro i quali vorrebbero portare pienamente a
compimento la rivoluzione e altri che sono pronti a scendere a compromessi su
alcuni aspetti della rivoluzione per mettere in sicurezza le conquiste fatte
finora. Ci sono coloro i quali ancora sognano un Kurdistan marxista-leninista e
altri pronti ad aprirsi all’occidente e alle forze democratiche. All’interno
della lotta armata vi sono coloro i quali vorrebbero scatenare una guerra con
tutti gli effettivi, mentre altri sostengono che la fine della lotta armata si
sta avvicinando e che lentamente si debbano cessare le ostilità. All’interno di
questa arena politica caotica, con una serie di acronimi praticamente infiniti,
come ci muoviamo noi dell’IRPGF in queste acque torbide e pericolose? Come
anarchici navighiamo nelle complessità e nelle contraddizioni con l’obiettivo
di cercare di fare guadagnare più terreno possibile all’anarchismo. Ci
allineiamo con quei partiti e quelle fazioni della rivoluzione che sono più
vicini a noi. Le alleanze che forgiamo sono quelle che più ci facilitano e che
meno richiedono assimilazione. Cerchiamo di tenerci lon- tani
dall’assimilazione sia come ideologia che come gruppo. Essere in uno spazio
autonomo che supporta i nostri obiettivi ci offre enormi opportunità. Esiste
uno spazio libero che il partito lascia ai gruppi come il nostro per la
formazione, per sviluppare progetti utili alla sperimentazione rivoluzionaria.
Più anarchici arrivano in Rojava per aiutarci a costruire strutture anarchiche,
più saremo influenti e avremo la possibilità di tramutare i nostri obiettivi in
realtà. Per esempio, i giovani, estremamente critici sul loro passato feudale e
tradizionale, si pongono all’avanguardia di enormi cambiamenti e progressi
sociali. Vogliamo lavorare con i giovani per formare una cooperazione educativa
e, da anarchici, focalizzarci sulle nostre teorie e sulle questioni inerenti il
queer, il gender e la sessualità (LGBTQ+) che qui sono tabù per la maggior
parte delle persone. C’é un vasto spazio per costruire e sperimentare strutture
anarchiche che con- tinueranno a rivoluzionare la società e liberare tutti gli
individui e le comunità. Crediamo che il nostro lavoro di anarchici, sia nella
lotta armata che nella so- cietà civile del Rojava, sarà valido per l’intera
comunità anarchica mondiale. Speriamo di poterne condividere i risultati,
grazie alla solidarietà continua di tutti e agli anarchici che si uniranno a
noi venendo qui. Traduzione di Luca Felisetti NON PER IL MARTIRIO DI CRIMETHINC
Chapter 16 All’interno della rivoluzione curda Intervista con due anarchici a
cura di due membri di una rete anarchica internazionale Il movimento di
resistenza curdo, dal successo della difesa di Kobané contro Daesh nel 2014 —
In particolare ’YPG (la milizia degli uomini) e l'YPJ (la milizia elle donne) —
ha catturato l’attenzione dei media internazionali. Du- rante questo stesso
periodo, la loro esperienza nella costruzione di una società apolidia, nei
cantoni autonomi del Rojava (Kurdistan occidentale), ha affasci- nato gli
anarchici di tutto il mondo. Tuttavia, per comprendere la resistenza curda del
Rojava, è necessario avere una visione più ampia delle lotte per la libertà e
l'autonomia nella regione. Nel rapporto di un’intervista del 2015 in Germania
con due membri di una rete anarchica internazionale, che hanno trascorso del
tempo in Bakur (nel Kurdis- tan settentrionale), permettendo loro di saperne di
più sulle lotte in corso. La loro narrazione inizia con un ricordo storico
dell'emergenza del movimento curdo e del “nuovo modello” adottato dal PKK
nell’ultimo decennio. Poi descrivono come le loro esperienze in Kurdistan hanno
cambiato la loro comprensione delle lotte anarchiche in altre parti del mondo.
Potresti darci il background storico dell’emergenza del movimento curdo e
descri- vere le lotte che si stanno verificando oggi in Bakur (Kurdistan
settentrionale)? Bene, la storia inizia molto tempo fa con persone sedute
attorno al fuoco nell’alta Mesopotamia. Circa quattromilatrecento anni fa, una
nuova struttura sociale cominciò a emergere in Medio Oriente, una forma molto
vigorosa di organiz- zazione sociale che minò le strutture comunitarie già
consolidate: lo stato dei sacerdoti sumeri. Il processo storico che ha portato
alla rivoluzione del Rojava non può essere compreso senza il riconoscimento
della lunga tradizione di re-sistenza e insurrezioni nelle aree curde attorno
alle catene montuose di Zagros e Tauros. Probabilmente è la prima regione a
essere stata colonizzata dal sistema statale poi in formazione, le cui radici
si trovano nella Bassa Mesopotamia (ora nel nord dell’Traq, e che è anche
l’antenato dello stato come lo conosciamo oggi in Occidente). Il PKK e il
movimento curdo fanno parte di questa lunga tradizione di resistenza
anti-governativa e si definiscono la 29a insurrezione curda nella storia. Le
re- gioni curde sono sempre state ai margini di potenti imperi e sono state
attaccate da quasi tutte le strutture imperiali che sono emerse nella regione
per alcune migliaia di anni. Grazie al terreno montagnoso e all’organizzazione
sociale de- centralizzata, adottata dai villaggi dai curdi, queste regioni non
sono mai state totalmente conquistate o assimilate. Di conseguenza, per
millenni hanno dovuto affrontare il peso delle potenze straniere per
conquistare il loro territorio e nom- inare delle élite curde feudali per assicurare
l'obbedienza e prevenire (o almeno isolare) qualsiasi forma di ribellione.
Spostandoci rapidamente nel ventesimo secolo, vediamo che queste dinamiche sono
ancora rilevanti quando è emerso il sistema degli stati nazione. Lo stato turco
fu fondato nel 1923 a seguito del crollo dell’impero ottomano, che aveva
dominato i territori curdi verso est, ma garantiva loro l’indipendenza
culturale e persino politica. Durante la prima guerra mondiale, gli ottomani si
erano alleati con gli im- peri centrali, stabilendo particolari legami politici
e ideologici con la Germa- nia, legami che esistono ancora oggi. Dopo la
sconfitta degli Imperi Centrali e il crollo dell’Impero ottomano, i gruppi
nazionalisti turchi combatterono per il proprio stato. Fin dalla sua
fondazione, l’ideologia di questo nuovo stato era ultranazionalista.
Proclamarono la Turchia come stato per tutti i turchi e definirono la gente che
viveva all’interno dei suoi confini come parte della grande nazione turca,
collegando così lo stato a un senso di superiorità etnica. Di con- seguenza,
tutte le persone che rivendicavano diverse origini o identità etniche, siano
essi Assiri, Armeni, Curdi o altri, sono stati trattati come traditori e ter-
roristi separatisti. Fino agli anni ‘90, il curdo e altre lingue diverse dal
turco erano ufficialmente bandite in Turchia; non solo nell’apparato statale ma
anche nella sfera privata. Ci riferiamo a tutta questa storia perché è
importante comprendere la durezza delle condizioni in base alle quali è stato
fondato il Partiya karkeren kurdistan (PKK), il Partito dei lavoratori del
Kurdistan. Il movimento curdo contem- poraneo è emerso durante la rivolta
giovanile turca del 1968, dove il principio rivoluzionario si è diffuso
attraverso organizzazioni socialiste, studenti radicali, lavoratori e
contadini. Negli anni ’70 un gruppo di amici curdi e turchi si riunì ad Ankara
attorno ad Abdullah Ocalan, Kemal Pir, Haki Karer e al- tri; questi amici
iniziarono a discutere la questione curda attraverso un prisma rivoluzionario.
Una delle loro idee principali era che il Kurdistan era una colonia interna e
doveva essere liberato dall’oppressione coloniale per creare un’utopia
socialista. Il PKK fu fondato nel 1978 e fu organizzato intorno ai precetti
dalla teoria marxista-leninista. Sotto questo "vecchio principio” come lo
chia- mano oggi, il PKK mirava a stabilire un avanzamento politico e iniziare
una 135 guerra rivoluzionaria per liberare i territori curdi e stabilire uno
stato curdo, che sarebbe poi stato usato per stabilire il socialismo. Nel clima
altamente oppressivo della Turchia negli anni ‘70, molti stavano solo
aspettando la possibilità di combattere per una vita migliore, e la strategia e
la convinzione del PKK si diffusero rapidamente. Nel 1984, iniziarono una guer-
riglia che si trasformò in una violenta guerra civile. La guerriglia ha
ottenuto un notevole sostegno all’interno della società e inoltre, in molte
aree non era possi- bile separarla dalla popolazione nel suo complesso. In
risposta, l’esercito turco, la polizia militare e i servizi segreti hanno
organizzato campagne di rappresaglia per combattere i ribelli e intimidire la
popolazione. Sotto l’egida del programma anti-comunista “Gladio” sostenuto
dalla NATO, hanno distrutto quattromila vil- laggi e ucciso più di 40.000
persone. In seguito a questo spargimento di sangue, il movimento di liberazione
curdo ha iniziato un processo di riflessione e autocritica nei primi anni
Novanta. Oltre a doversi confrontare con la repressione violenta da parte dello
stato e dei gruppi paramilitari, i guerriglieri furono minati da problemi
interni, con alcuni leader del PKK che agivano come signori della guerra con
una logica militare basata su una sanguinosa vendetta. Era diventato chiaro che
una semplice lotta militare non avrebbe risolto nulla. Il "vecchio
principio” aveva portato a una guerra im- placabile e non avrebbe mai potuto
rispondere ai problemi sociali nei territori curdi o difendersi efficacemente
dalle minacce esterne. Il PKK ha dichiarato unilateralmente un cessate il fuoco
nel 1993, interrompendo la guerra civile per creare lo spazio affinché il
movimento formulasse un nuovo concetto che avrebbe portato a una trasformazione
sociale. Il movimento curdo ha affrontato molte battute d’arresto e sfide
durante questo processo di riflessione: ci sono stati ripetuti interventi dello
stato turco per provocare situazioni che avrebbero po- tuto condurre a una
nuova guerra civile, il rapimento e l’imprigionamento del leader del PKK
Abdullah Ocalan e l’ascesa di partiti curdi con un modo di fun- zionamento
feudale, come il clan Barzani nel nord dell’Iraq. Nonostante queste sfide, tra
il 1993 e il 2005, il movimento curdo ha sviluppato quello che ora chiamano il
“nuovo principio”, che cambierebbe profondamente la strategia e gli obiettivi
del movimento curdo. Un duro colpo per un processo di cambiamento interno è
venuto dal movimento delle donne curde. Migliaia di donne si unirono alle forze
di guerriglia durante la guerra civile. Spesso si sono trovate in conflitto con
i comandanti ormai sor- passati che hanno cercato di tenerle in ruoli di genere
tradizionali e non furono trattate allo stesso modo. In risposta le donne
curde, hanno stabilito completa- mente dei gruppi autonomi di guerriglia, che
era un atto piuttosto rivoluzionario nel loro contesto culturale, si sono prese
il diritto di combattere in battaglia e si sono organizzate, all’interno del
movimento, ma in modo da prendere le proprie decisioni in modo indipendente.
Come i nostri amici ci hanno detto, cera anche una differenza nel loro modo di
combattere: negli uomini o unità miste, il comportamento competitivo persisteva
come eredità dalle generazioni della società gerarchica, che, fino a oggi, è
rimasto un problema. Le dinamiche delle combattenti erano meno competitive
rispetto ai loro colleghi maschi; in tal senso possiamo vederne le prove nel
numero di caduti combattenti. La maggior parte delle vittime ci sono state
durante le missioni, dove l’atteggiamento di sfrontatezza e l’orgoglio di
vincere tra i combattenti di sesso maschile era molto comune. Tuttavia, nelle
unità delle donne, la cui vigilanza tendeva a essere a lungo termine, le
combattenti hanno dimostrato di essere meno vulnerabili a causa di questo
eccesso di fiducia degli uomini che potenzialmente gli è stato fatale. Oltre
alle unità militari autonome, le donne curde hanno formato comitati sociali e
politici per discutere i problemi dell’oppressione patriarcale. Oggi,
l’organismo principale del movimento delle donne è la Komalen jinen Kurdistan
(JK) la con- federazione delle donne del kurdistan, che fa parte del KCK, la
confederazione generale, ma prende le decisioni in modo indipendente. Inoltre,
il movimento delle donne è in possesso di un diritto di veto sulle decisioni
prese dai gruppi di uomini o le assemblee generali. Sotto la loro influenza, il
movimento curdo ha sfidato i modelli patriarcali e gerarchici insiti nei loro
modelli organizzativi da lungo tempo. Il processo di cambiamento verso un nuovo
paradigma è stato portato avanti da un’ala ideologica nel PKK formata intorno
al loro presidente Abdullah Ocalan, che ha avanzato l’idea di confederalismo
democratico dopo aver intrapreso un’approfondita analisi storica del sistema
gerarchico del mediooriente o anche oltre questo ter- ritorio. Ha sottolineato
che i problemi di potere, oppressione e violenza sono emersi dal processo
storico della civiltà stessa, a partire dagli antichi sacer- doti, che
inizialmente hanno sfidato l’adozione di forme egualitarie precedenti, spesso
matriarcali, di organizzazione sociale. I problemi dell’oppressione, della
guerra e della ricerca del potere sono legati all’istituzionalizzazione delle
re- lazioni patriarcali nelle strutture statali e nel sacerdozio. Il sistema
capitalista, lo stato-nazione e l’industrialismo sono concetti che si sono
evoluti in questi modi gerarchici e sono stati dominati dai modi di pensare
maschili. Ocalan ha anche evidenziato le idee dell’anarchico americano Murray
Bookchin che ha condotto un’analisi del potenziale utopico di confederalismo
democratico che ha sotto- lineato l’importanza di adottare un nuovo paradigma
ecologico, democratico e liberato dai ruoli di genere tradizionali. Centrale
per la progettazione di questo “nuovo paradigma” del PKK era l’idea di
comunalismo, dove ogni settore della società dovrebbe organizzarsi e
raccogliersi in una confederazione comunalista decentrata. Ispirato da questo
nuovo paradigma, il Komalen ciwaken Kurdistan (KCK), la confederazione delle
società del kurdistan, è stata fondata nel 2005. Si ritrova, alla sua base, un
sistema di consigli nei quartieri, villaggi e città, che ha dato impulso al
contro-potere per favorire lo sviluppo dell'autonomia dallo stato- nazione e
dall’economia capitalista. Il KCK costituisce il nucleo del sistema dei
consigli in Kurdistan, compresi i delegati di tutte le regioni curde parte-
cipanti. Essi eleggono un organo esecutivo, incaricato di lavorare su questioni
importanti per tutte le regioni, come la rappresentanza diplomatica globale, le
proposte ideologiche e strategiche e le questioni riguardanti la difesa.
Inoltre amministrano le Forze di difesa popolari (HPG) incluse le ali armate di
tutte le parti del movimento. Nell’ultimo decennio, nonostante le pesanti
condizioni di repressione e di guerra, il movimento nel Kurdistan
settentrionale ha creato 137 strutture per una società democratica ed
ecologica, priva dei tradizionali ruoli di genere. Come il KCK, che comprende
le strutture di autonomia democratica in Kur- distan, il Demokratik toplum
kongresi (DTK), Il Congresso della Società demo- cratica, comprende un sistema
di consigli nella regione del Bakur nel nord del Kurdistan, che rientra nei confini
dello stato nazionale turco. La struttura fed- erata del DTK inizia al livello
più basso del villaggio o del quartiere, cioè il distretto, la città e, infine,
la più grande regione di Bakur. AT livello più alto della federazione,
l’assemblea DTK, si trovano i delegati re- vocabili da più di cinquecento
organizzazioni della società civile, i sindacati e i partiti politici, con una
quota di genere del quaranta per cento, nelle assemblee dei posti sono
riservati alle minoranze religiose, così come un sistema di posti dove uno è
riservato a un uomo e l’altro a una donna. Nel modulo standard di base, i
partecipanti cercano dì risolvere i problemi a livello locale e solo se non
riescono a trovare una soluzione, passano al livello successivo. Le persone non
curde prendono parte ad alcuni dei raggruppamenti, compresi i membri delle
comunità azera e aramaica, Inoltre, i giovani si organizzano, sia all’interno
di queste strutture che in parallelo, con lo slogan "Il capitalismo è un
uomo - siamo un movimento che ha creato poteri unificati di donne e
giovani" e questo sen- timento ha sottolineato l’importanza dei giovani e
l’organizzazione delle donne per superare l’eredità della gerarchia radicata
nella società curda, ma riflette an- che la filosofia che la gioventù non è
davvero una questione di età, ma piuttosto uno stato mentale molto simile allo
slogan zapatista preguntando caminando, ossia, avanzare mentre ci si interroga.
Questa struttura federata di assemblee e di organizzazioni civili è stata cre-
ata per risolvere i problemi comuni e sostenere l’auto-organizzazione
dell’intera popolazione attraverso processi democratici dal basso verso l’alto.
Quindi, anziché essere definito unicamente in termini di etnia o territorio, il
concetto di autonomia democratica propone strutture locali e regionali
attraverso le quali le differenze culturali possono essere liberamente
espresse. Di conseguenza, c’è una varietà colorata di organizzazioni educative,
culturali e sociali e di esperienze con cooperative che si sviluppano intorno
al Kurdistan settentrionale. Vale la pena di mettere in evidenza le commissioni
di mediazione, che mirano a trovare un consenso tra le parti in conflitto e
quindi un accordo a lungo termine, piut- tosto che rinviare il problema
attraverso la punizione. Questo porta spesso a lunghe discussioni, ma riflette
anche un concetto di responsabilità collettiva, in cui gli imputati non
dovrebbero essere esclusi con le sanzioni o la detenzione, ma devono essere
messi nella condizione di venire a conoscenza dell’ingiustizia e del male che
ha causato il suo comportamento. Ciò ha reso i tribunali di stato superflui in
molti campi del movimento di liberazione curdo. Accanto a questi comitati di
mediazione e altre proposte, si possono trovare centri sociali per i giovani e
le donne a tutti i livelli della società, con attività che vanno dai corsi di
lingua curda e seminari politici a gruppi di musica e teatro. È in questo
contesto che dobbiamo capire il successo della rivoluzione in corso in Rojava.
Il movimento curdo può guardare indietro a quaranta anni di lotta radicale, con
fallimenti, riflessioni e progressi. Sebbene la formazione dell’autonomia
democratica nel Kurdistan settentrionale si sia dimostrata molto più caotica,
ingarbugliata con le vecchie strutture statali, lottando per una guerra sociale
ed ecologica piuttosto che militare, è comunque meno rilevante rispetto ai
processi attualmente in corso in Rojava. Una domanda che gli anarchici si
stanno ponendo di questa lotta è di sapere come la recente direzione
antiautoritaria della lotta curda — comprese le strut- ture del confederalismo
democratico, i principi della liberazione delle donne e così via — sia venuto
dall’alto verso il basso, a partire da Abdullah Ocalan, verso la direzione del
PKK. Ci sarebbe un’apparente contraddizione se una rivoluzione antiautoritaria
fosse stata diretta dall’alto! Qual è il tuo punto di vista sulla re- lazione
tra l’ideologia dei leader di queste organizzazioni e la trasformazione delle
relazioni e delle strutture sociali in Kurdistan? Questo è un punto piuttosto
importante su cui abbiamo molto discusso e che, al meno in Germania, è legato
ad alcune paure derivanti da brutte esperienze nelle lotte rivoluzionarie.
Certamente, la questione della leadership e dell’iniziativa è una delle più
difficili quando ci occupiamo di auto-organizzazione ed è anche difficile per
il movimento curdo. Le vere domande sono: come può esserci un cambiamento
radicale rivoluzionario nella società? Chi valuta la necessità? Chi prende le
decisioni sull’orientamento? La risposta deve essere: tutti, per tutto, sempre.
Forse l’evoluzione del movimento curdo e del PKK può offrire un esem- pio
utile, che deve ancora essere pienamente compreso nel mondo occidentale, Ocalan
e il PKK non agisce soltanto da un motivo ideologico o un sistema dog- matico
fisso, come unica vera via del marxismo leninismo asserito dagli ex stati
socialisti. Quando non guardiamo oltre l’immagine e non approfondiamo ulte-
riormente, forse l’immagine del socialismo rivoluzionario - del leader barbuto
e oscuro, del guerrigliero disinteressato — ci inganna. Quello che vediamo oggi
in Kurdistan, sia nel Rojava che nel nord, è un nuovo ap- proccio attraverso il
quale tutta la società è sulla strada per arrivare a un nuovo stato di
coscienza. Se si considera la persistenza dello stato e dell’oppressione
patriarcale come un problema di persone che rimangono incoscienti dalle pos-
sibilità di resistenza, si vede l’importanza di attivare la coscienza della
società. In tutte le parti del Kurdistan, dove è organizzato il movimento di
liberazione, troviamo comitati di formazione che si chiamano accademie.
Un’accademia può assumere molte forme diverse, ma possiamo facilmente
comprenderla come uno spazio collettivo per formare una coscienza comune.
Alcuni potrebbero essere semplici focus group che si riuniscono una volta alla
settimana, ma ci sono an- che quelli più intensivi e a lungo termine, a cui
partecipano tutti gli attivisti (e negli ultimi anni tutti i membri di
collettivi che vogliono partecipare possono aderire). Le accademie sono sempre
collegate ad altre organizzazioni sociali; i gruppi giovanili e il movimento
delle donne hanno le loro accademie, mentre altri gruppi organizzano accademie
generali per tutti. Ciascuno di questi gruppi enfatizza l’autoemancipazione e
in queste istituzioni le proposte avanzate da Ocalan e dal PKK sono intensamente
discusse e criticate. Questi leader non sono gli unici a suggerire proposte:
ogni istituzione, ogni comitato e ogni indi- viduo può propagare le proprie
idee. 139 Questa pratica si è sviluppata sulla base del processo di educazione
politica all’interno dell’ex PKK, in cui lo standard per ogni militante e
combattente della guerriglia doveva ricevere l’addestramento sia militare che
ideologico. Con il nuovo paradigma emergente, divenne chiaro che l’obiettivo
non era solo quello di creare un’avanguardia filosofica ben istruita come nel
vecchio sistema di strut- ture leniniste, ma anche di liberare la coscienza di
ogni persona che prendeva parte al processo di formazione della nuova società.
Coloro che vogliono auto- organizzarsi devono riflettere sulla loro relazione
con il mondo, il che significa un approfondimento della loro esplorazione
filosofica. Un metodo spesso usato in queste accademie è quello che potremmo
chiamare analisi associativa. Nello studio di un certo argomento, ognuno lo
propone alle proprie associazioni; attraverso un processo in cui ogni persona
condivide le proprie impressioni ed esperienze, mentre gli altri ascoltano
attentamente e cer- cano di capire l’argomento. Nessuno, allora potrà formare
un consenso. A livello teorico, questo approccio altera la possibilità di
“oggettività” e crea una forma di soggettività multiple. Quando identificate la
vostra posizione su una deter- minata tesi, includendo sia la vostra volontà di
agire che le paure che sorgono in voi, allora ciò che è necessario diventerà
più chiaro in termini strategici. Oggi, il ruolo e la posizione degli attivisti
del PKK e del PAJK (il partito delle donne) sono cambiati rispetto agli anni 80
e ‘90: la loro immagine di sé è diven- tata più vicina a ciò che può
considerarsi una personalità militante anarchica: lottare per la propria
autodeterminazione e l’aiuto reciproco. Sotto il vecchio paradigma, l’attivista
doveva essere disinteressato e dare prova di abnegazione. Sebbene questa
concezione non sia completamente scomparsa, sta cambiando e le discussioni
all’interno del movimento rigettano tale dicotomia e sostengono, allo stesso
tempo, la lotta per un approccio individuale all’autotrasformazione così come
per la bellezza e la forza collettiva. Quando il disegno del ruolo degli
attivisti è cambiato, hanno respinto l’idea ormai superata di diventare
un’avanguardia. Invece, si limitano a vivere sotto forma di una vita secolare e
ascetica ben organizzata basata sull’idea che combattere per i nostri amici e
per la rivoluzione è il modo migliore per vivere una vita. Quali lezioni hai
imparato dal tuo tempo in Kurdistan per le lotte radicali in Germania e oltre?
In primo luogo, il mio coinvolgimento con il movimento dì liberazione curdo
come una lotta storica e di società in rivolta, mi ha permesso di credere
ancora una volta non solo che questo mondo è assolutamente inaccettabile, ma
anche la possibilità di lottare per un altro mondo. Mi piacerebbe chiamare
questa riconquista il potere dell’immaginazione, che ha innescato un enorme senso
di motivazione ma anche un certo senso di gravità in molti dei nostri amici. È
stupefacente vedere la grande coscienza collettiva nella società curda.
Guardando indietro alla vita metropolitana occidentale, sembra ovvio che il
patriarcato e il capitalismo si siano diffusi in ogni ambito della nostra vita.
Penso che abbiamo fatto enormi passi avanti nella comprensione della nostra
storia e della nostra società, attraverso discussioni con i nostri amici del
movi- mento giovanile curdo. In particolare, l’enfasi sulla filosofia e
l’auto-percezione ALL’INTERNO DELLA RIVOLUZIONE CURDAINTERVISTA CON DUE AN. ha
chiaramente dimostrato quanto noi, anarchici o sinistra radicale, siamo os-
tacolati dal moralismo. Abbiamo imparato a basare le nostre azioni su queste
nozioni di buono/cattivo, vero/falso, e la colpa/pietà e siamo stati
rasserenati attraverso la religione, il mondo accademico e la teoria, piuttosto
che attraverso i nostri attaccamenti veri ed etici comuni, come le nostre
amicizie. Per iniziare il processo di liberazione di noi stessi, dobbiamo superare
la person- alità liberale borghese e il comportamento capitalista e superare lo
stato interno suscitato da questa mentalità. D'altra parte, in Germania e più
ampiamente in Occidente, ci troviamo di fronte all’individualismo e al
liberalismo interiorizzati, non solo nella società in gen- erale, ma anche
nella nostra “scena” politica - una scena con una tendenza generale verso stili
di vita nichilisti e politiche basate sull’identità. Nella mia osservazione, la
maggior parte degli attivisti nella nostra scena po- litica, così come la
maggioranza dei giovani liberali, danno la priorità assoluta alla “libertà”
dell’individuo, semplicemente seguendo le inclinazioni che vengono loro, in un
ambiente in cui tutto è permesso. Allo stesso tempo, c’è una sen- sazione di
sottomissione e quindi di accettazione di un ambiente immutabile
predeterminato. Ciò porta spesso, da una parte, un senso di paralisi,
pessimismo, disperazione e depressione e, in secondo luogo, una ri-radicamento
di colpa la cui identità è alimentata dalle strutture di potere che criticano
(bianco, di classe media, privilegiato) e la immersione in varie forme di forme
di vita commercializzate (punk, hardcore, sinistra radicale, “anarchico”)...
che insieme sono il risultato di questo individualismo dilagante. Penso che
potrebbe essere interessante analizzare l’impatto delle ribellioni gio- vanili
del 1968 perché ha dato un forte impulso a questo sviluppo. Siamo di fronte a
masse di persone intorno a noi che danno la colpa dell’incoscienza alla società,
ai politici, ai poliziotti o fascisti spaventapasseri, ma hanno completa- mente
perso la loro presa sulla realtà e sotto la propria responsabilità e ordine del
giorno. Invece, molti di noi continuano a vivere il mito liberale del successo
economico e della pensione, fuggendo verso studi, lavoro, ricreazione,
attivismo politico privatizzato, vacanze, feste, droghe, consumo, suicidio! La
linea è sottile tra la concezione occidentale dell’anarchismo e del liberal
ismo. Anche se gli anarchici classici come Emma Goldman hanno riconosciuto
l’importanza della libertà positiva, "libertà per" il liberalismo
sottolinea la lib- ertà negativa, o “libertà”, l’idea che le persone sono
libere nella misura in cui non sono vincolati da leggi e regolamenti. Questa
comprensione della libertà scivola facilmente nella filosofia
dell’individualismo, la proprietà privata e il capital ismo, negando
completamente il rapporto dialettico tra l’individuo e la società, e il fatto
che gli esseri umani hanno sempre vissuto in comunità come individui sociali,
vincolati da regole e valori comuni. Noi pensiamo che i valori umani sono
socialmente determinati e che le norme e i regolamenti sociali per la difesa
non rappresentano delle restrizioni a certa libertà preesistente, ma fanno parte
delle condizioni di una vita libera, che devono comprendere le singole e
collettive delle libertà. Come contro-esempio alla “libertà” liberale degli
anarchici in scena della sinistra radicale in Occidente, vale la pena ricordare
che il movimento dei 141 giovani curdo è in lotta seriamente rigorosa contro
l’uso e l’abuso di droghe perché lo stato turco chiaramente sta cercando di
distruggere il movimento non solo con i gas lacrimogeni e arresti, ma anche con
tutti i mezzi disponibili alla contro-insurrezione moderna, incluso il supporto
per il traffico di droga e della prostituzione. Noi crediamo che ci deve essere
una riflessione collettiva su come il consumismo, l’individualismo e altre
forme di agire del liberalismo agiscono come funzioni di contro insurrezione e
di sapere come li abbiamo interiorizzati nella nostra mente e nel nostro
comportamento. Abbiamo bisogno di organizzare un auto-difesa contro gli
attacchi delle ideologie capitaliste che ci riducono a niente di più che dei
consumatori e degli imprendi- tori / lavoratori autonomi, intrappolati. A
differenza di tali illusioni liberali, le nostre esperienze con i compagni del
movimento curdo ci hanno dato una prospettiva sull'importanza di risolvere
questa polarizzazione a Ovest tra l’individuo e la società, concentrandosi sui
valori piuttosto che sui punti di vista politici e identitari. Ispirati
dall’esempio del movimento curdo, penso che dovremmo studiare e ot- tenere la
nostra storia nel processo di sviluppo di auto-consapevolezza per ri- solvere il
dilemma che in occidente abbiamo di fronte. Grazie alla critica della civiltà e
all’analisi del nostro patrimonio comunalista e democratico, possiamo
sviluppare consapevolezza storica e fiducia in ciò che facciamo. Ocalan ha
provato,nei suoi scritti in carcere, di aver scavato abbastanza in pro- fondità
nel contesto storico della lotta dei curdi, in modo da avere la possibil ità di
confrontarlo con le precedenti esperienze di lotta rivoluzionarie. Diversi
membri del PKK sono emersi oggi da quella storia per fare una riflessione crit-
ica sulla loro ideologia e le strategie, l’integrazione nel loro processo di
auto- interrogazione e la creazione della propria filosofia della liberazione,
che è forse una mitologia rivoluzionaria. Allo stesso tempo, non significa
indulgere nella nostalgia. Invece, dobbiamo es- sere ispirati dalla forza
innovatrice della gioventù, che va sempre avanti mentre si mette in
discussione. Non aver paura dell’auto-sviluppo; sii aperto alle critiche e
impara dai tuoi stessi errori e da quelli degli altri. Lascia che il processo
rivoluzionario di cambiamento inizi con te stesso. Forse è anche una buona cosa
per gli anarchici europei ricordare: il processo rivoluzionario non è mai
qualcosa al di fuori di te; deve essere identico al tuo progresso verso la
libertà, così da diventare una parte simbiotica di una società libera. Penso
che ogni attivista anarchico dovrebbe accettare la nostra responsabilità
storica e l'opportunità di raccogliere e organizzare il nostro potere
collettivo per costruire e difendere una società basata sulla creatività, sulla
diversità e sull’autonomia. Ma questo sig- nifica che dobbiamo vivere secondo
il modo in cui pensiamo e parliamo. Quindi, dobbiamo spazzare le nostre idee
liberali nella spazzatura della storia. Solo così potremo andare oltre un
comune accordo teorico e poter “cambiare tutto” come dici tu! Il legame tra
l’anarchico e sinistra radicale e la lotta di liberazione curdo sembra essere
forte in Germania, con molti anarchici attivi negli interventi di solidarietà
che in gran parte guardano al Rojava e altrove in Kurdistan. Puoi parlare della
storia di questi legami di solidarietà? Quali sono le forme concrete che questa
solidarietà potrebbe prendere? All’inizio, i gruppi di solidarietà emersero dal
movimento degli squats in Ger- mania. Dagli anni ’90, i compagni tedeschi si
sono uniti alla lotta di guer- riglia. Alcuni di loro sono morti in guerra,
come Shehid Ronahi (Andrea Wolf). Doveva scomparire perché era perseguitata
dallo stato tedesco per le sue azioni nella Frazione dell’Armata Rossa, era
entrata nel PKK e aveva combattuto come internazionalista. Diversi militanti
tedeschi si sono uniti alla lotta armata curda e quindi ci sono compagni più
anziani che possono condividere le loro esperienze e riflettere sugli errori
commessi in quel momento. Negli anni ’90, c'erano molti problemi, da entrambe
le parti, tra la sinistra tedesca e il movi- mento curdo. Da un lato, il PKK
era ancora radicato nel vecchio paradigma e una forte attenzione sulla lotta in
Kurdistan, con l’esclusione di ogni altra cosa, assicurandosi che era difficile
stabilire un rapporto reale amicizia. D'altra parte, i tedeschi hanno mantenuto
i nostri modelli classici di tenere a bada, crit- icando senza capire e
dimostrando l’arroganza della metropoli. Quando Ocalan fu arrestato e il
movimento lottò per sopravvivere, questa tenue solidarietà si spezzò.
Fortunatamente, quando il nuovo paradigma ha iniziato a emergere, è iniziato un
nuovo processo di apprendimento, anche se si stava delineando molto lentamente
e timidamente per molto tempo. Alcuni compagni tedeschi hanno visitato di nuovo
il Kurdistan e sono stati in contatto con organizzazioni della diaspora, mentre
altri si sono uniti alla lotta di guerriglia. Il PKK si consid- era
internazionalista e considera il fatto che i collegamenti internazionili sono
rinforzati in quanto di grande valore per tutte le parti. È sempre stato
difficile organizzarsi con le comunità curde nella diaspora e, onestamente,
rimane un grosso problema fino a oggi. Sebbene ci siano molti curdi che vivono
in Europa, i legami tra loro e altri radicali europei non sono molto forti. Ci
sono diversi motivi per questo: uno di questi è il fatto che la società tedesca
è molto razzista e che molte comunità di migranti sono organizzate solo tra la
propria gente come una sorta di meccanismo di autodifesa. Inoltre, il
nazionalismo tende a essere più forte tra i curdi della diaspora, e la società
della diaspora è ancora spesso organizzata lungo le linee feudali. Negli anni
’90 c'erano manifestazioni comuni e oggi i tedeschi e i gruppi curdi camminano
di nuovo insieme. D'altra parte, a livello di auto-organizzazione comune, siamo
ancora deboli. Dopo l’attacco dello scorso anno a Shengal e l’assedio di
Kobané, l’attenzione è stata immediatamente ripresa e tutta la scena radicale
della Germania ha reag- ito. Da allora, le cose hanno iniziato a muoversi
lentamente, sempre più persone hanno cercato di tornare al Rojava e alcuni si
sono uniti ai ranghi del YPG / YPI. Quali suggerimenti daresti agli anarchici
altrove su come imparare e mostrare solidarietà alla lotta per la liberazione
curda? Crediamo che gli anarchici debbano considerare la lotta della
liberazione curda come la propria lotta, come una lotta internazionalista.
Trarre beneficio dai compagni del Kurdistan può aiutarci a superare le
illusioni liberali che abbiamo discusso. 143 Ci deve essere riconoscimento,
consapevolezza della responsabilità sul dilemma del Medio Oriente. L’apertura e
la volontà di impegnarsi filosoficamente e teori- camente con l’ideologia del
movimento è importante, in modo che possiamo esprimere queste possibilità in
molte lingue e colori. Ciò richiede di sostenere anche la lotta per i problemi
di comunicazione, che può essere uno dei molti modi per supportare a livello
tecnico. Inoltre, c'è sempre stato un caloroso invito a visitare il Kurdistan
per imparare, criticare e affinare le idee sull’organizzazione locale e
internazionale. Come hanno ripetutamente sottolineato i nostri amici curdi,
sono coloro che vivono nella metropoli occidentale che devono costruite i
propri movimenti rivoluzionari: questo è il più grande supporto che possiamo
dare loro perché è un’opportunità per la difesa reciproca. Da quanto possiamo
sentire, è necessario un aiuto pratico su diversi argomenti: conoscenze
ingegner- istiche, rimedi medici e ogni genere di cose pratiche possono essere
utili. Puoi darci un aggiornamento sulla recente repressione da parte dello
Stato anti- curdo che si svolge in Turchia? In che modo il movimento curdo risponde
a questa violenza? Attualmente siamo in una situazione di escalation. In
risposta alla pesante sconfitta elettorale del suo partito alle elezioni
parlamentari del 7 giugno 2015, il presidente turco, Erdogan ha dichiarato
guerra contro la popolazione curda e così è finito il processo di pace avviato
da Ocalan nel 2013. Dalla strage che ha ucciso 34 giovani dei gruppi curdi e
turchi, nella città di confine di Suruc, sulla strada per Kobané, alla fine del
mese di luglio, ci sono stati migliaia di arresti e bombardamenti sui campi dei
guerriglieri del PKK, sia in Bakur (Nord Kurdistan / Turchia sud-orientale) e
nei territori di Medya difesa Bashur (Sud Kurdistan / Iraq del Nord). Il
conflitto militare è aumentato, con molti militanti e civili uccisi dallo
Stato, mentre gli attacchi, pogrom contro i curdi e gli altri movimenti sociali
hanno avuto luogo per settimane nel nord del Kurdistan e tutta la Turchia. Più
di recente, l’esercito turco ha assediato la città di Cizre per una settimana,
mentre ultranazionalisti turchi hanno attaccato i curdi e gli uffici della HDP
(un partito politico curdo) nel paese. Molti negozi curdi sono stati incendiati
dai sostenitori del AKP, il partito di Erdogan, oltre che da membri di organiz-
zazioni fasciste come i lupi grigi, un’organizzazione giovanile fascista del
Partito del movimento nazionalista. Attacchi simili contro i curdi e altri
oppositori della guerra ha avuto luogo in Europa negli ultimi giorni, mentre il
governo tedesco tace sugli attacchi da parte di nazionalisti turchi, attivisti
curdi sono stati crim- inalizzati e arrestati. Di fronte a questa violenza, il
movimento ha sviluppato un modello chiamato teoria dell’autodifesa o teoria
della rosa. È una metafora basata sull’idea che ogni essere vivente deve difendere
la propria bellezza lottando per sopravvivere. Tutti gli esseri devono creare
metodi dì autodifesa secondo il loro modo di vivere, crescere e legarsi con gli
altri e, dove non si mira a distruggere il proprio nemico, ma piuttosto a
costringerlo a cambiare la sua intenzione di andare all’attacco. I guerriglieri
parlano di questa strategia difensiva in senso militare, ma lavorano anche su
altre scale. In sostanza, possiamo considerarlo come un metodo di ALL’INTERNO
DELLA RIVOLUZIONE CURDAINTERVISTA CON DUE AN. auto-emancipazione. Per molto
tempo i guerriglieri del PKK non fecero nulla, dando per scontato che lo stato
turco avrebbe continuato i negoziati, perché sapevano che non potevano
sconfiggerli militarmente. Se sei abbastanza forte e segui la tua strada, la
violenza non sarà necessaria; diventa semplicemente una questione di
organizzazione. Anche questa comprensione dell’autodifesa fa parte del nuovo
paradigma. Dato il complesso contesto geopolitico della lotta curda tra i
diversi stati ostili e le forze armate, credi che una vera rivoluzione
anti-autoritaria possa davvero radicarsi e diventare l’ultima nella regione?
Bene, come abbiamo imparato dallo studio di altre rivoluzioni nel corso della
storia: l’unica opportunità di durare per una rivoluzione è quella di
diffondere, allargare i propri orizzonti e superare tutte le frontiere
stabilite per per con- tenerlo. Come spiegano i nostri compagni curdi, ci sono
due pilastri della lotta rivoluzionaria. Il primo e più importante è il
processo di costruzione dell’autonomia democratica; si riferisce alla semplice
domanda su come vogliamo vivere, come organizzare la nostra vita quotidiana. Al
momento, è difficile con- centrarsi su questo problema perché l’intera regione
viene incendiata e coinvolta nella guerra. Questo è il motivo per cui il
secondo pilastro è l’autodifesa con tutti i mezzi necessari. Entrambi sono
essenziali e devono essere applicati a diversi livelli. Le esperienze
rivoluzionarie nel corso della storia, in Europa e altrove, dove l’uno o
l’altro di questi pilastri è stato trascurato, sono stati in- evitabilmente
sconfitti. È davvero importante rafforzare la posizione rivoluzionaria in
Kurdistan, non solo militarmente, ma anche sviluppando la comunicazione con i
compagni di tutto il mondo. Mentre il sollevamento rivoluzionario in Turchia e
il sostegno all’interno dell’Occidente sta crescendo, c'è meno spazio per le
altre potenze regionali per attaccare il movimento curdo. Inoltre, per ampliare
la nostra prospettiva, dobbiamo riconoscere l’enorme potenziale che
l’esperienza di questo movimento ci offre. Fin dall’inizio si sono organizzati
in una situazione che era più disperata della nostra e tuttavia hanno avuto
successo. Direi che è, in un certo modo, trattando con un pericolo concreto che
li ha resi così forti. Inoltre, sarebbe molto produttivo scambiare esperienze.
I metodi e gli strumenti dei movimenti anarchici occidentali sono molto
creativi e potrebbero offrire molto supporto su questioni specifiche di
auto-organizzazione. Troviamo nel Medio Oriente, al momento, una strana
situazione di relativo equi- librio di poteri, con il Rojava posizionato
nell’occhio del ciclone. Questa è la grande visione della politica dell’islam
sunnita, spinta principalmente dai gov- erni di Turchia e Arabia Saudita, ci
sono anche stati sciiti dell’Tran, dell’Iraq e dei resti del regime di Assad in
Siria. Infine, c’è la NATO, di cui la Turchia è membro e dove afferma i propri
interessi, nel centro, troveremo anche lo Stato Is- lamico (Daesh), un esercito
di zombie che non può essere controllato da nessuno, anche se è stato
probabilmente creato e sostenuto per schiacciare la resistenza curda e il
regime di Damasco. Quindi, in questa situazione caotica, il Rojava è ancora per
esempio, perché è l’unica opzione locale affidabile che è in grado di
infliggere una sconfitta a Daesh. Quindi sì, il Rojava è in qualche modo bloc-
145 cato tra tutte queste potenze militari. D'altra parte, come abbiamo
imparato in molte rivoluzioni, la guerra non riguarda solo la matematica. E più
legato a un certo modo di combattere e a una questione di coscienza. Dovremmo
imparare da ciò. Ci puoi spiegare cosa si intende per “come combattere”, o
forma specifica di coscienza nella lotta armata, che è il carattere distintivo
della resistenza curda? Lasciatemi condividere una storia che un amico mi ha
detto una volta. Ha preso parte alla guerra nelle montagne Qandil nel 2011. In
quel tempo, c’era un’alleanza pragmatica tra la Turchia e l’Tran e il movimento
curdo temeva che le capacità militari a disposizione del guerriglieri fossero
un problema. Qandil forma l’estremità meridionale della difesa dei territori di
Mediya , le montagne controllate dai guerriglieri nelle regioni di confine
dell’Iran, Iraq e Turchia. Mi ha raccontato di una situazione in cui un
migliaio e mezzo di IRGC, i reggimenti di fanteria dell’Iran, hanno cercato di
prendere d’assalto la collina dove i guer- riglieri si nascondevano. C’erano
solo trenta compagni che difendevano la loro montagna. Ha spiegato che ciò che
l’esercito iraniano ha cercato di usare contro di loro sono state solo le loro
munizioni e la paura della punizione da parte dei loro comandanti. Così le IRGC
corsero alla cieca verso la cima e furono sconfitti. Non avevano convinzione,
nessuna energia, nessuna amicizia tra loro. D'altra parte, mi ha detto, quando
i suoi compagni hanno difeso la loro posizione, non hanno semplicemente usato
le armi. Hanno combattuto per i loro villaggi sac- cheggiati, le loro famiglie
spezzate, tenendo presente i loro amici caduti e di essere consapevoli del
fatto che l’esercito che stava attaccando avrebbe bruciato le montagne e le
foreste dietro di loro e avrebbero distrutto la natura della loro terra. Hanno
combattuto per coloro che erano troppo deboli per stare da soli, per tutti i
membri della società che si sono levati in piedi dietro di loro e li hanno
sostenuti in cambio. Forse è difficile capire se non lo senti da solo. La loro
energia è stata alimentata da una lunga serie di amici, dalla oppressione
stori- camente condivisa, dalla difesa reciproca - amore per la vita e
convinzione di credere in se stessi. Tutte queste cose vengono prima di tutto,
dice, quando ti siedi accanto ai tuoi amici nella posizione di guardia e alzi
le tue armi per difenderti: la tua fiducia nei tuoi compagni, la tua
gratitudine verso coloro che credono in una società libera che vive nelle valli
e coltiva gli orti e vi nutre, la tua tristezza per gli orrori che lo stato ha
inflitto ai tuoi amici e alle tue famiglie. E alla fine, c’è il proiettile che
spari a quelli che arrivano nella tua direzione. Come potrebbero vincere? ha
chiesto con un sorriso. Anche il combattente oggettivamente più debole può
produrre una grande forza, se combatte per il suo bene e per coloro che
possiedono il suo cuore, senza essere spinto in una direzione o da
un’ideologia, o avere fretta di fare qualcosa che non vuole fare. Coloro che
combattono per la loro società e le relazioni simbiotiche che hanno protetto e
nutrito tra loro sconfiggeranno sempre metodi convenzion- ali basati sulla
distruzione o interessi egemoni e strategie basate sull’ostilità. Mi ha
ricordato le parole che amici filosofici in Occidente avevano già detto una ALL’INTERNO
DELLA RIVOLUZIONE CURDAINTERVISTA CON DUE AN. volta: la realtà collegata ai
propri desideri ha un significato rivoluzionario. Se sai veramente per cosa
combatti, se percepisci gli elementi essenziali della situ- azione in cui ti
trovi, puoi metterlo in relazione con la tua volontà dì vivere, che ti darà
bellezza anche oltre la morte. Questa guerriglia mi ha insegnato che si
considerano i guardiani della vita, usando le proprie capacità per proteggere
la vita della loro società. Mi ha impressionato molto. Egli pone anche la
domanda: da dove verrà l’energia rivoluzionaria per l'Occidente? Comprendiamo a
malapena la nostra situazione, spinta da decisioni pragmatiche basate su un
complesso sistema di dipendenze. Forse questa è la lezione che dob- biamo
imparare per noi stessi: qual è la realtà della nostra situazione comune che
dobbiamo prima capire? Questa è la vera ragione per cui nessun altro esercito
al momento può respin- gere le forze di Daesh in Siria. Nel difendere Kobané,
l’YPG/YPJ ha basato la sua difesa su questa stessa coscienza. Nessuno poteva
credere che avrebbero liberato la loro città; va oltre il razionalismo. Si basa
più sulla fede in te stesso e sulla credenza nella tua energia rivoluzionaria,
che si evolve dal tuo desiderio di vivere. È questa cosa che è stata quasi
evacuata da te se fossi cresciuto nel capitalismo occidentale. Un altro amico
ha aggiunto che se vuoi davvero creare una nuova società basata su relazioni
non oppressive, stai cercando di costruire qualcosa che ancora non esiste.
Qualcosa che fa parte di un nuovo mondo, di un altro mondo. Come hai potuto
capire razionalmente dal tuo punto di vista oggi? Non è scritto nei libri.
Dovresti impazzire per rompere lo status quo; devi essere convinto dalla tua
immaginazione e dal tuo desiderio. Questo è il tuo problema in Europa, ha
concluso: hai dimenticato come farlo. Tradotto da: @cetautremoi_mia Fonte: Info
Rojava-Kurdistan Chapter 17 Siria, anarchismo e Rojava Intervista con David
Graeber, 2 luglio 2017 a cura di Real Media David Graeber: Sono stato in Siria
una volta. Sono stato nel sud della Turchia. Sono stato in Iraq. Sono stato in
svariate aree all’interno dei territori curdi che stanno sperimentando la
democrazia diretta. Intervistatore: Puoi parlarmi di che cosa ti ha portato là,
e certamente fin dal vero e proprio inizio? Più che averli trovati io, sono
loro che hanno trovato me. Ci sono persone im- pegnate nel Movimento curdo per
la libertà che ... è cominciato ... è emerso dal PKK, che all’origine è un
gruppo guerrigliero piuttosto convenzionale, marxista- leninista. Ma qualcosa
riguardante [incomprensibile] lo ha portato in questa direzione radicalmente
nuova e molto di questo cambiamento è arrivato da un processo interno di donne
guerrigliere che in un certo qual modo hanno affermato sé stesse, introducendo
il femminismo come un tema forte. Parte di ciò ha avuto a che fare con la
particolare evoluzione intellettuale del loro leader [Ocalan] che è divenuto
questo ... dal suo arresto e detenzione in questa isola-prigione in Turchia, ha
letto molto di Murray Bookchin e molto della teoria femminista e in un certo
modo è arrivato a una posizione più anarchica, fondamentalmente. Hanno deciso
che anziché pretendere uno stato proprio volevano semplicemente rendere
irrilevanti i confini e dissolvere interamente gli stati. Cosa piuttosto
sensata per gente di quella parte del mondo: ricorda che i curdi sono una popo-
lazione divisa tra Iran, Iraq, Siria e Turchia. L’idea che da ciò si
costruiscano un governo pare improbabile. E loro anche fanno piuttosto ... un
punto di cui si sente parlare molto, in realtà; la gente dice: «Beh, sapete, in
questa parte del mondo siamo arrivati a renderci conto che chiedere un paese
proprio è fondamentalmente la stessa cosa che “chiedere il SIRIA, ANARCHISMO E
ROJAVAINTERVISTA CON DAVID GRAEBER, 2 Li diritto di essere torturato da uno
della polizia segreta che parla la mia stessa lin- gua”». Non è granché come
rivendicazione. Così hanno cambiato idea arrivando a quella di una democrazia
diretta dal basso e di una specie di eliminazione dei confini come modo
migliore per poter arrivare a qualcosa di simile a un Kurdis- tan che abbia
senso. Dunque quello è il posto? Posso addirittura dire che il posto è là? C’è
un luogo fisico cui accenni. Kurdistan. Sono stato in Rojava. Il Rojava è — o
il Kurdistan occidentale — è la parte siriana del Kurdistan. È una vasta parte
della Siria settentrionale lungo il confine turco, e circa due milioni di
persone sono impegnate in quello che ritengo considerato uno dei grandi
esperimenti storici. Mio padre ha com- battuto nella guerra civile spagnola,
dunque in un certo senso sono cresciuto in un luogo in cui erano molto vivide
le memorie di ciò che accadde in Spagna nel ’36, 37, ‘38. Dunque un motivo per
cui sono arrivato a essere anarchico è perché, dico sempre, la maggior parte
delle persone non ritiene che l’anarchismo sia una cattiva idea. Pensano sia
una follia. Niente polizia e la gente comincia ad ammazzarsi a vicenda. Nessuno
ha in realtà mai organizzato le cose senza capi. E, di fatto, mio padre era a
Barcellona quando la città era gestita secondo un principio anarchico. Si
liberarono semplicemente dei colletti bianchi e, poco ma sicuro, scoprirono che
si trattava di cazzate, come lavori; che non faceva alcuna differenza se non
esistevano. Dunque, essendo cresciuto così capisco che è possibile, ma da
allora non ci sono stati esperimenti di dimensioni simili a quanto accaduto in
Spagna e nell’area controllata dai Repubblicani, e specialmente nelle aree controllate
dagli anar- chici curdi, perché tutti sono così terrorizzati dal fatto che sia
il popolo a gestire le cose. Non importa tanto che la gente dica «vi odio,
voglio rovesciarvi», quanto che dica «voi ragazzi siete ridicoli e non
necessari». È questo che realmente temono. Dunque i nemici che piacciono sono
quelli che cercano di sostituire i marxisti, fondamentalmente. Quando i
marxisti arrivano, la polizia ci sarà ancora. Prob- abilmente ce ne sarà di
più, vero? Arrivano gli anarchici e l’intera struttura sarà cambiata. Alla
gente sarà detto che è del tutto superflua. Dunque è di quel genere di
esperimento che hanno davvero paura. Tendono a estirparlo prima possibile. Così
questa è la prima volta, penso, dopo la Spagna che si ha una vasta area di
territorio sotto il controllo di persone che cercano di far questo; cercano di
creare una democrazia diretta dal basso senza uno stato. Dove altro è stato
tentato? Voglio dire, è stato tentato dovunque nel mondo per gran parte della
storia umana e ha funzionato bene. Ma nelle condizioni industriali moderne ci
sono stati vari tentativi. Nella storia più rivoluzionaria si parla della
Comune di Pa- rigi, avevano [incomprensibile]; si parla di [incomprensibile] in
Ucraina. Ci sono stati tentativi. Ma solitamente tutti, su ogni schieramento
compresa la sinistra, li attaccano e cercano di sopprimerli. 149 Dunque, quali
sono le cose minime di base che occorre organizzare o che... Amministrano le
città. È un paese di economia reale; è povero e sono sotto embargo. Ma ci sono
automobilisti, c'è un codice stradale, ci sono officine e fabbriche che
producono cose, ci sono fattorie. Fanno tutte le cose che ci sono in una
società normale. Occorre provvedere alla manutenzione delle strade. Ma
essenzialmente quello che hanno fatto è creare ... è molto interessante. Ho
detto... l’ho descritto come una situazione di potere duale, ma questa è la
prima volta nella storia umana, penso, in cui si ha una situazione di potere
duale in cui la stessa persona ha creato entrambe le parti. Così hanno qualcosa
che appare come un governo; hanno un parlamento, hanno ministri; approvano
leggi. Ma hanno anche la struttura dal basso. La struttura dal basso è ciò che
chia- mano «confederalismo democratico». Ogni quartiere ha un’assemblea, e ogni
assemblea ha un gruppo di lavoro. Si tratta di persone che si occupano di
speci- fici problemi; ad esempio problemi sanitari o problemi di sicurezza. E
ciascuno di questi gruppi, ogni assemblea e ogni gruppo di lavoro, ha anche un
gruppo di donne. Devono avere il 40 per cento di donne oppure non avranno un
quorum, ma hanno anche un gruppo interamente di donne con diritto di veto.
Dunque deve essere ... tutto è bilanciato a livello di genere. Tutte le cariche
sono duplici: un uomo e una donna in ogni cosa. Anche l’esercito è così. È per
questo che hanno tutte quelle famose immagini di donne con le armi, ma anche
questo è politico. Lo dicono molto esplicitamente; dicono: «Beh, guardate, noi
siamo anticapital- isti. Siamo sempre stati anticapitalisti. Ma ...» Io penso,
hanno detto, «che la lezione della storia riteniamo sia che non ci si può
liberare dal capitalismo senza liberarsi dallo stato. E non ci si può liberare
dallo stato senza liberarsi dal patriarcato». Bene, come ci si libera del
patriarcato? Beh, assicurandosi che tutte le donne abbiano accesso alle armi
automatiche è un punto da cui partire. Non si pos- sono maltrattare le persone
se sono armate. E hanno anche la loro polizia delle donne ... Così hanno una
democrazia diretta e ciò parte da questi consigli di quartiere e tali consigli
si confederano in consigli regionali e poi municipale e tutti inviano delegati,
non rappresentanti, per prendere decisioni insieme in un sistema vasto ed
elaborato. Ma la chiave è che c’è questo sistema dall’alto e questa struttura
dal basso. Beh, quello che dicono è che questo non è uno stato chiunque abbia
un’arma è tenuto a rispondere alle strutture dal basso e non a quelle
dall’alto. In questo modo quelli che stanno in alto non possono costringere
nessuno a fare qualcosa che non vuole. C’è un’eccezione e si tratta dei diritti
delle donne. Così hanno leggi come l’abolizione dei matrimoni infantili, o roba
simile, e di- cono che alcuni di questi villaggi probabilmente li
ripristinerebbero se fosse loro permesso. Ma ciò è interdetto. E hanno un
meccanismo per far rispettare il divieto, ma si tratta di una polizia
interamente delle donne che fa valere questa regola specificamente relativa
alle donne. Da quanto vanno avanti così? SIRIA, ANARCHISMO E ROJAVAINTERVISTA
CON DAVID GRAEBER, 2 Li Tre o quattro anni ormai. E quale è stata
l’ispirazione? Quel signore che hai citato nel ... Ocalan. Abdullah Ocalan. La
sua immagine è dovunque. È interessante perché, parlando in generale, aggirano
in larga misura il problema del culto della person- alità. In effetti non hanno
mai immagini di nessun vivente, eccetto lui. Hanno immagini di morti, dunque ci
sono immagini di martiri delle guerre dovunque. Ma non mostreranno mai
un’immagine di qualcuno ancora in circolazione per- ché sarebbe antidemocratico
rendere qualcuno un leader carismatico. Lui è l'eccezione, ma è perché è in
carcere per il resto della sua vita, dunque è il leader e tutti lo accettano
come tale. Ma il fatto è che la Turchia stava per giustiziarlo ma voleva anche
entrare nella UE a quel punto; così non ha potuto farlo. E in conformità alla
legge egli ha potuto presentare ogni testimonianza relativa al suo reato, ha
avuto il diritto di scrivere ogni cosa. Così ha deciso che al fine di spiegare
e contestualizzare il suo reato avrebbe dovuto scrivere dodici libri diversi,
compresa una storia del Medio Oriente in tre volumi. E così questo lavoro è
uscito in continuazione ed è utilizzato come una sorta di fondamento per il
dibattito all’interno del movimento curdo. E lui ha fatto tutte quelle
dichiarazioni: «Dobbiamo uscire dal modello della lotta puramente di classe e
capire che l'oppressione delle donne è la cosa più primordiale e immediata con
la quale dobbiamo fare i conti. Dobbiamo capire che l’ecologia è ugualmente
importante per lo sfruttamento.» Così sono diventate questa specie di esercito
ecologico femminista basato su principi di democrazia diretta. Le sue opere
sono disponibili in inglese? Oh sì. Non tutte, ovviamente, ma escono volumi in
continuazione. E, sai, da un punto di vista anarchico, in un certo grado è un
po’ sospetto. Vai là e ci sono tutte quelle immagini del grande leader; sono
arrivato a chiamarlo Zio Eoj, come Zio Joe al contrario [allusione non chiara;
probabilmente allo “zio Joseph” (Stalin)]. Lui è l’opposto perché è come il
leader autoritario che dice a tutti di leggere dell’anarchismo e smettere di
essere autoritari. E mette gli autoritari vecchio stile in un impaccio
terribile perché devono fare tutto ciò che il leader dice. Il motto del leader
recita di pensare con la propria testa. Ovviamente i giovani sono molto
entusiasti. Non sono anarchici ma abbracciano un mucchio di idee anarchiche;
leggono sull’anarchismo. Sono contro lo stato, cosicché il nome che si danno
davvero non conta da un punto di vista anarchico, fintanto che uno è contro lo
stato e contro il capitalismo. Come proteggono il territorio? Credono nel
concetto di autodifesa. Beh, il fatto è che sono i combattenti migliori in
Siria. Qual è la differenza tra lo stato e quello che stanno facendo loro?
Perché hanno un loro territorio e così sicuramente ... Consiste nel proteggere
la società. Loro dicono che ... la tesi che hanno è... Non si tratta comunque
di una differenza semantica? Beh, loro pensano di no, perché quello che
direbbero è che poiché lo stato è un monopolio dell’uso legittimo della forza,
ovviamente, nel territorio, loro non hanno un simile monopolio. È
un’organizzazione democratica dal basso. Non c’è alcuna istituzione che possa
fare ciò, Così allora loro dicono: «Beh, ogni istituzione deve difendersi,
tutto in natura deve difendersi». La difesa è una ... ma si tratta di condurre
guerre aggressive, attaccare [sic] ... Perciò il loro esercito si chiama Unità
di difesa del popolo. Ed è anche democratico; eleggono i loro capi. Ogni sera
discutono le decisioni e le criticano [incomprensibile] le cancellano 0 così è
tutto in larga misura un esperimento di democrazia. E si penserebbe che sia,
tipo, «Splendido. Non appena avranno bisogno di un es- ercito vero, vediamo che
cosa succede». Beh, loro vincono sempre. Sono andati sistematicamente
sconfiggendo l’Isis sul campo e al momento stanno marciando sulla capitale
dell’ISIS. Dunque si tratta di «Ci copriamo le spalle l’un l’altro»? E quella
loro atmos- fera? Quella è la loro idea e hai detto che stanno marciando su ...
Raqga. Gli statunitensi sono nell’ironica posizione di dover appoggiare un
branco di anarchici. Sono le sole persone che sono bravi combattenti militari
nella regione e che cercano realmente di eliminare i fascisti. Ho pensato che
era molto strano; arrivando qui pensavo che avrei potuto fare domande a David
sul project management, considerato il tuo lavoro sulla buro- crazia e î lavori
del cazzo. Ma in un certo modo queste persone esemplificano una specie di buon
project management, vero? Oh sì. La gente fraintende; pensa che si sia contro
... che gli anarchici siano contro tutte le forme di qualsiasi cosa che abbia
appena l’apparenza di una buro- crazia; qualsiasi forma di amministrazione,
qualsiasi forma di gestione; persino qualsiasi forma di organizzazione. Questo
è ... sono sicuro che ci siano persone così. Ma come soleva indicare Malatesta:
«Se dici che gli anarchici sono sem- plicemente dei matti che sono contro
qualsiasi cosa, tutti quelli che sono matti e contro qualsiasi cosa
cominceranno a definirsi anarchici». Ciò non significa davvero molto a
proposito di ciò che diranno altri che si definiscono sempre anarchici.
L’anarchismo non è contro l’organizzazione. Significa che le persone non devono
essere obbligate a organizzarsi. In realtà credono nell’organizzazione più di
chi- unque altro. D'accordo, perché in realtà la cosa su cui mi interrogavo
era: quali sono le 152 SIRIA, ANARCHISMO E ROJAVAINTERVISTA CON DAVID GRAEBER,
2 Li tue ciliegine a proposito di ... le tue dritte riguardo al project
management? Beh, penso che il dovere di rispondere sia la chiave. Se hai un
sistema in cui tutti possono dire quel che vogliono, dovrai emergere e nessuno
può essere obbligato a fare qualcosa. È ovviamente stupido. Dovrai renderlo
buonsenso. Ad esempio il processo del consenso, Tutti ne parlano come se fosse
un insieme complesso di regole, come le Roberts Rules of Order, che si devono
imporre. Ma si sbagliano. L’idea è che nessuno dovrebbe essere costretto a fare
qualcosa cui si oppone violentemente. Se non hai i mezzi per far questo,
qualsiasi cosa tu faccia sarà un consenso perché dovrai ascoltare ciò che
pensano gli altri, e dovrai arrivare a una posizioni che nessuno trovi
violentemente obiettabile, il che è ciò che fondamentalmente è il consenso. Ma
che cosa succede quando viene detto: “Non abbiamo abbastanza tempo per
ascoltare tutti”? Beh, allora dipende dalla situazione. Se qualcosa deve essere
fatto, allora va bene dire: d’accordo, per le prossime tre ore Tizio è a capo.
Non c’è nulla di sbagliato in questo se tutti sono d’accordo. Oppure si
improvvisa. Ma il consenso è la modalità predefinita e tutto ciò in cui credo è
accettare quel principio fondamentale che se non si può costringere le persone
a fare cose che non vogliono o che considerano assolutamente sbagliate o
idiote, allora si dovrà sviluppare una struttura di ascolto delle persone. È la
sola cosa su cui non accetterei compromessi. Tutto il resto riguarda quale sia
il modo più efficace per fare questo. Ad esempio in Kurdistan sono in effetti
venuti fuori con una soluzione molto interessante e creativa a questo. Dicono
che fanno una distinzione tra questioni tecniche e questioni morali o
politiche. E dicono che nelle questioni tecniche si può procedere a
maggioranza. «Ci riuniremo alle quattro o alle cinque?» Si alzano le mani. Se
si tratta di «Dovremmo essere violenti o non violenti?», beh, allora si deve arrivare
all'unanimità. E poi naturalmente la questione è ovviamente chi decide qual è
una questione morale e quale una tecnica. Così qualcuno potrebbe dire: «Beh, la
questione delle quattro o delle cinque pesa sui disabili, ed è una questione
morale». Cosic- ché la cosa diventa un po’ una partita a calcio. Ci sono sempre
cose da discutere e punti di tensione. Ma ciò nonostante si può essere
efficienti quando si deve, ma si è efficienti nel caso di cose in cui
l’efficienza è più importante della posta in gioco. Una volta ti ho chiesto
della burocrazia nei circoli attivisti, se ne avevi mai vista. E mi hai detto
che avresti probabilmente potuto parlarne all’infinito. Ma se potessi giusto
parlarmene ... È esattamente ciò di cui sto parlando. Ora, quelli che non
capiscono che questo è un insieme di regole intorno alle quali si può
improvvisare e trovare ciò che è meglio per un particolare gruppo di persone e
per una particolare cosa che si sta cercando di fare, tenderanno ad agire come
se tutto sia un insieme di regole cui bisogna obbedire. E questo è così
frustrante per me. 153 Spesso nel movimento Occupy ho avuto a che fare con
persone che erano con- vinte che io fossi il tizio che pretendeva che ci fosse
un manuale di regole sul consenso, perché io aborro il consenso. Voglio dire,
io non sono per l’unanimità assoluta, per il consenso modificato. Deve sempre
esserci qualcosa [incompren- sibile] Ci sono sempre una o due persone matte o
irragionevoli o qualcosa del genere. Dunque tutto deve essere nell’ambito della
ragione, compresa la ra- gionevolezza. Ma ciò nonostante ci saranno alcuni che
pensano che io sono il tizio del manuale delle regole e altri che affermano che
sono l’anarchico matto contro tutte le re- gole, e forse questo dimostra che
sto colpendo il punto giusto nel mezzo. Ma sì, c'è una tendenza alla
burocratizzazione strisciante e ci sono diversi motivi per questo ... una delle
cose che mi ha interessato considerare nel libro è perché ciò accade. LA LINGUA
è un grande esempio di questo. Da un lato le lingue cambiano in continuazione.
Non c’è lingua sulla terra che sia la stessa di cent’anni fa. Perché? Beh, alle
persone piace trastullarsi. Tutti quelli che fanno le cose in modo leggermente
diverse, si divertono un po’con questo. E gradualmente le cose non importa che
uno sia in Svezia o in Nuova Guinea o in Ecuador o in qualsiasi altro posto.
Alla gente piace divertirsi. Si trastulla con la lingua. Ma d’altro canto, se
dici alle persone che sbagliano, ti crederanno. Così se prendi un manuale di
regole su com'era la lingua e dici: «Guardate, guardate. Avete corrotto la
lingua», loro diranno: «Oh Dio mio, hai ragione. Insegnaci come parlare bene».
Useranno il gergo e batteranno la fiacca e verranno fuori con nuovi modi
divertenti di parlare e poi ti crederanno se dirai che non dovreb- bero fare
così. E in un certo modo questo è il dilemma fondamentale che rende possibile
la burocrazia. Dunque intendi dire, ad esempio, che il linguaggio è qualcosa
che cambia e se qualcuno si presenta a dire [incomprensibile] ... Ma le regole
cambiano in continuazione. Giusto. Pensi che semplicemente ci piace essere
dominati? Non so se è così. Voglio dire, alcuni ovviamente sì. A volte si
tratta di pigrizia; semplicemente non vogliono avere la responsabilità di dover
decidere in contin- uazione. Uno dei motivi per cui ci piace essere dominati è
perché in quel modo possiamo incolpare qualcun altro quando le cose vanno
storte. C’è un certo peso di responsabilità quando costantemente devo
partecipare a ... la persona che prende la decisione. Voglio dire, gli aspetti
del potere che sono piacevoli sono bilanciati dagli aspetti del potere che
fanno paura e per alcuni decisamente l’idea è che valga il rischio e godono le
parti piacevoli molto più di quanto siano spaventati da quelle pau- rose, e per
altri vale il contrario. E questa è una cosa che consente al potere di
emergere. Voglio dire, sento con grande forza che la partecipazione
obbligatoria alla democrazia diretta sia semplicemente tanto sbagliata quanto
non permettere alle persone SIRIA, ANARCHISMO E ROJAVAINTERVISTA CON GRAEBER, 2
Li di partecipare. In ogni esempio di democrazia riuscita di lungo termine che
conosco alcuni non si presentano. Solitamente, in realtà, il quorum è forse un
terzo delle persone in un kibbutz o qualcosa di simile. Sono i fanatici della
procedura. Sono i politici. Ma agiscono nella consapevolezza che se fanno
qualcosa che non piace alle per- sone, quelle si presenteranno alla riunione
successiva, indipendentemente da quanto siano state pigre in precedenza. Così
in un certo modo devono tenere ... avere presenti gli interessi di tutti perché
non hanno il diritto di rappresentarli. Da ZNetitaly Lo spirito della
resistenza è vivo www.znetitaly.org Fonte:
https://zcomm.org/znetarticle/syria-anarchism-visiting-rojava/ Originale: The
Real Media traduzione di Giuseppe Volpe Chapter 18 Postfazione di Norma Santi
L’abolizione degli eserciti e l’autodifesa, le comuni e i consigli di quartiere
fanno parte del progetto rivoluzionario nel Rojava e, anche non trattandosi di
una rivoluzione anarchica, tuttavia ha in sé gli aspetti di una rivoluzione
sociale at- tualmente basata su una democrazia senza stato che ha costruito una
struttura autogestionaria dal basso comunalista e ecologica e che, soprattutto
non intende diventare rappresentativa come lo è invece, la democrazia creata
secondo il mod- ello statuale e neoliberale. Tutto ciò ha aperto un’altra finestra
sul mondo e ha rilanciato una sfida verso l’utopia per alcune generazioni che,
mettendosi in gioco, stanno cercando di arginare gli effetti catastrofici del
capitale e del patriarcato con la lotta, la soli- darietà, l’azione diretta e
stanno sostenendo il sistema confederato nel Rojava, in una prospettiva
libertaria, nelle regioni del kurdistan come in altre regioni del mondo. Il
Rojava, l'occidente, ha tolto tra l’altro un po’ di granelli di polvere dal
tavolo della memoria, non troppo lontana, dove sono conservati e non archiviati
alcuni racconti orali e scritti della Resistenza difficili da redimere,
nonostante l’impegno revisionista e negazionista di una parte della nostra
popolazione e, ancor di più, questa rivoluzione sociale ha attualizzato il dibattito
italiano aperto e mai con- cluso su cos'è lo stato, il capitale, la nazione, la
guerra di indipendenza nazionale e con un coraggioso volo pindarico sta
attraversando il tema del federalismo lib- ertario arricchito oggi di altri
saperi e accadimenti storici che hanno attraversato gli ultimi due secoli. [23]
La coalizione in alcune aree tra l’esercito usa e i partigiani e le partigiane
delle Unità di autodifesa del popolo e delle donne curde, sono documentate, in
diversi comunicati e interviste, in cui è spiegato che queste alleanze, negli
ultimi anni, sono state di tipo tattico e non strategico e che questa
temporaneità non avrebbe inciso sulla continuità dei principi della rivoluzione
sociale nel Rojava. Di fatto tale coalizione è venuta meno in diverse
situazioni e le Unità di autodifesa sono state le sole a difendere la
popolazione civile. L'osservazione di alcuni dati e le recenti traduzioni del
libro di M. Bookchin e articoli letti in relazione agli scritti di A. Ocalan,
mi hanno fatto inciampare nella semantica del lemma inglese radical una parola
importante, che assume un significato più grande quando parliamo di
rivoluzione, sia essa socialista o comunista libertaria o anarchica, sores, in
curdo. L’attenzione si è posata sul dettaglio che, nel XXI secolo in occidente,
si è con- tinuato a parlare di radicale ma, affinché questa definizione non
sottintenda unicamente, un’interpretazione edonistica liberale o banalmente
progressista di livello marginale e astratta, l'immaginario libertario,
alternativo al sistema at- tuale, è sensibilmente scivolato nella
responsabilità di non escludere le cause che hanno determinato alcuni effetti
indesiderati, apparentemente non sostanziali e a tratti poco raffinate, ma la
cui considerazione aiuta a riflettere e tra queste il fatto che, negli ultimi
decenni, il passaggio a una società ipertecnologica ha reso più facile ad
alcuni esseri umani il superamento della fatica ma, coincidendo tutto ciò con
la diffusione e il controllo della massa attraverso la diffusione di una
cultura conformista e paternalistica, è evidente come la coscienza, per molti e
molte, si stia rivelando a tratti intorpidita e distratta dal regime, dalle
scelte del consumo e della rivalsa sociale. Negli ultimi decenni sono state
molte le iniziative radicali, a livello globale, pro- mosse per arginare o
contrastare la disgregazione sociale e rendere possibile la realizzazione di
una vivibilità alternativa sottratta alla sopraffazione dominante,
all’astrazione o alla temporaneità degli eventi di protesta e al
parrocchialismo, tuttavia è venuta meno la continuità e la creatività nella
lotta vissuta dal basso e realmente nel sociale per una meno spettacolarizzata
prospettiva libertaria per tutte e tutti. La frammentazione sociale in atto è
oltremodo incrementata dalla propaganda emergenziale e di pari passo si va
diffondendo la cultura della guerra di stampo neocoloniale, e nel nostro paese
ne sono un esempio, l’aumento negli ultimi anni, delle spese militari e delle
cosiddette “missioni di pace” in Africa e in altre re- gioni del mondo dove
protagonisti sono unicamente l’esercito e il profitto per i produttori di armi
mentre le fasce di povertà e le diseguaglianze sociali, nel nos- tro
territorio, si sono ampliate sempre di più e le scelte dei governi, che si sono
succedute, si sono rivelate tutt’altro che di ricerca di uguaglianza e
benessere per tutte e tutti. I confini mutevoli degli stati nazioni, resi
variabili dalle guerre, le guerre civili, così come le alleanze bipolari degli
stati, meccanismo bellico del quale anche lo stato italiano è partecipe, sono
stati utili all’accumulazione delle ricchezze solo per alcuni, rendendo la
variabile geografica e demografica dell’emisfero terrestre ancor più
irrispettosa della dignità degli individui e delle comunità che sono mi- grate
per secoli e, mentre le guerre si vanno aggiungendo alle guerre, nel mese di
aprile 2018, anche lo stato francese ha calato la maschera dell’esportatore
“democratico” nascosto dietro le mentite spoglie pacificatrici dell’uguaglianza
e della fraternità e, inseguito al bombardamento e all’utilizzo di armi
chimiche a Douma in territorio siriano, il presidente della repubblica francese
Macron, ha affermato nel suo discorso: «Non abbiamo dichiarato guerra, difesi i
nostri valori». 157 Le dichiarazioni di Macron hanno posto l’accento semantico
sul vecchio lemma guerra, che nonostante il goffo tentativo del presidente di
dividerla in generi, pur considerando le diverse circostanze in cui la guerra
si esplica, sia essa di invasione o civile, interna o esterna, dichiarata o non
dichiarata, purtroppo la realtà concreta ha dimostrato che essa non ha subito
cambiamenti, sia nella forma che nella sostanza, poichè non risultano esistere
guerre “buone” e, a oggi, non risulta ci siano state invenzioni per migliorare
i suoi effetti cruenti contro la popolazione né che esistano nella realtà
eserciti, a qualsiasi genere di stato essi appartengano, che non abbiano
obiettivi di offensiva o di dominio, tantomeno risulta nella realtà che le
industrie delle armi, nelle diverse nazioni, abbiano abbandonato le finalità di
profitto o che gli stati abbiano rinunciato a investire nell’industria bellica.
Insomma la dichiarazione jupiterien di Macron sembra superare di soli quattro
centimetri, considerando de facto la differenza di statura tra i due, le parole
che il guerrafondaio Bonaparte usava per istigare il suo esercito: «C’est
l’argent qui fait la guerre» e monsieur le president sprofonda a piè pari nel
baratro proto- canonico di cui oltremodo è stato anche ufficialmente insignito.
Attualmente le vostre guerre, i nostri morti sono gli unici risultati dettati
dal vecchio gioco costruito sulle alleanze bipolari tra gli stati nazione,
compreso lo stato francese, che stanno continuando a intrecciare accordi e a
perpetuare i massacri in medioriente e lo stato turco secondo questo paradigma,
il 20 gennaio scorso con il suo esercito ha invaso Afrin, enclave curda
(Rojava) in territorio siriano, per un accordo tra la Turchia, la Russia e
l’Tran. L'esercito turco così ha bombardato per settimane Afrin e il 13
febbraio, quando Erdogan è arrivato in Italia, come se nulla stesse accadendo
in Turchia, è stato accolto dal papa in Vaticano, dal presidente della
repubblica Mattarella e dal capo di governo Gentiloni al fine di consolidare i
loro accordi economici e la città di Roma per 48 ore è stata blindata e è stata
dichiarata una green zone con l’interdizione per ogni tipo di manifestazione.
Nonostante il sostegno di Erdogan allo Stato islamico, il petrolio venduto
dalle milizie del terrore allo stato turco e passato poi nelle mani di
imprenditori ital- iani (JETCO “Joint Economic and Trade Commission" e
SACE “Sezione per l'Assicurazione del Credito all’Esportazione”) e europei
(accordo UE-Turchia per i migranti), i suoi programmi di espansione stanno
continuando in accordo con l’alleanza saudita, approvati da usa, Russia e
dall’UE, con gli invii di armi anche italiane con la quale è stata bombardata
Afrin, cercando così di minare il cuore della rivoluzione sociale nel Rojava.
In genere togliere il velo dagli occhi aiuta a vedere meglio, a uscire
dall’indifferenza e con lo sguardo rivolto al presente e al sé, abbracciando
una visione solidaris- tica internazionalista, non si può che accogliere
l’invito e “restare umani”, molto diffuso negli ultimi anni, tuttavia nel fare
proprie queste parole, non si dovrebbe escludere o sottovalutare che, una parte
del genere umano, storicamente, non va sottraendosi dal farsi protagonista, nel
fascismo come in democrazia, dal farsi complice o essere indifferente alle
barbarie, dal farsi schiavo o fautore di strutture e apparati egemonici a
sostegno di una cultura gerarchica di dominio e sopraffazione, anche sulla
natura, e soprattutto non si può non tener conto soprattutto del fatto che,
negli ultimi due secoli, lo sviluppo industriale, non ha messo a disposizione i
mezzi produttivi, organizzativi e comunicativi a rutto il genere umano che vive
sul pianeta così come nei singoli paesi celebrati come “sviluppati”. Infatti,
come alcuni dati sostengono, secondo questo modello, solo lo 0,5% della
popolazione su quasi 8 miliardi sta detenendo la ricchezza globale, 40 milioni
di persone, cioè sta utilizzando più del 50% delle risorse e dei mezzi
produttivi tecnologici e comunicativi mondiali. Tenendo conto che tutto ciò sta
avvenendo sfruttando il resto degli altri esseri umani, la natura e tutte le
sue specie animali e vegetali, c'è da osservare poi che, tra questi 8 miliardi
c’è un’altra percentuale, 800 milioni di persone, che non sono ricche come lo
0,5% ma sono definite comunque privilegiate rispetto al resto e vivono in
Europa, Nord America e in alcuni paesi dell’estremo oriente come il Giappone e
la Corea del sud. Da questi dati si evince che, mentre una consistente parte
del genere umano è stato quasi del tutto privato degli strumenti di conoscenza
e sussistenza pri- maria, un’altra parte del genere umano, definita
privilegiata, possiede solo teori- camente una piccola e media padronanza dei
saperi, dei beni primari e di con- sumo [26]. Escludendo i ricchi che
comprendono solo lo 0,5% ciò significa che, una parte del genere umano,
considerato privilegiato, a livello locale e globale, si accontenta delle
informazioni offerte, in termini di una presunta razionalità e va inoltre mas-
simizzando la sua soddisfazione e utilità, conforme all’efficienza del mercato
e va perseguendo i suoi desideri senza porsi la domanda dell’utilità o
inutilità, che si tratti di pane o escrementi, l’importante è che si acquisti
al prezzo migliore. A tutto ciò si aggiunge che una parte della popolazione non
è più interessata al valore del suo lavoro, cioè non può concedersi di fare la
differenza se si tratta di un’opera effettivamente utile e di cura della
persona, svilita e sottopagata dal sistema come lavoro di merda o se si tratta
di lavori completamente inutili e che non hanno cioè alcun tipo di utilità
pratica per il genere umano, come ad esempio i lavori manageriali o di super
visione, definiti bullshit jobs dal punto di vista antropologico, sulla quale
si basa buona parte del controllo dell’attuale lavoro sfruttato, considerato da
questo modello comunemente di prestigio, elo- giato e ben pagato [27]. Tale
smantellamento della ragione in nome di una presunta rivalsa e “benessere”
sociale si è protratto ed è avvenuto attraverso l’informazione e l'omologazione
di massa, ha rotto gli argini degli schermi, ha inondato gli spazi privati e,
analizzando gli strumenti della comunicazione mediatica di massa, è assai
difficile oggi non comprendere il motore di ricerca Google, una delle più
importanti aziende informatiche a livello globale, i suoi fatturati e come
questi monopolizzino i saperi e chissà che non stiano già influenzando l’agire
e la consapevolezza di alcuni umani, accompagnati per mano nel vicolo cieco
della filosofia del «crescere o morire». Per tutto il Novecento, durante il
fascismo come in democrazia, la classe piccola e media, che era venuta ad
ampliarsi, per certi aspetti si è rivelata, una gran di crescita in termini di
denaro, politico, e sociale aprendosi a un’era di relazioni fondata su un
insieme di nazioni sul modello dello stato nazione europeo e il 159 connesso
controllo demografico delle masse che è andata di pari passo alla mili-
tarizzazione di corpi e luoghi. L’agire di alcuni umani, positivo o negativo
che sia, è stato utilizzato nell’applicazione dell’egemonia esercitata da una
parte della popolazione sull’altra e sull'ambiente e l’organo o apparato
anatomico, tra i più significativi usati dal dominio statuale, è stata la sua
mano militare con cui ha cercato di cancellare da sempre qualsiasi tipo di
dissenso e opposizione sociale e la nazionalizzazione e il nazionalismo; il
centralismo, la globalizzazione e la razializzazione si sono rivelate, anche
oggi, le vecchie terapie adottate per mantenere la nota mentalità del profitto,
dello sfruttamento, della discriminazione, dell’ingiustizia e delle
diseguaglianze sociali e geografiche egemoniche su cui si tiene in piedi la
macchina “capitale”. Parlando della rivoluzione nel Rojava, osservandola in
maniera tridimensionale locale, è pressoché impossibile slegare gli attacchi
contro di essa dal contesto em- bolico del sistema globale e, allo stesso tempo
e in contemporanea, non vedere le relazioni con ciò che accade nelle altre
regioni del Kurdistan, Bashur, Bakur e Rojhelat, o ignorare la sua posizione
nella Mesopotamia nord orientale, che sia la terra tra il Tigri e Eufrate, o il
fatto che questa regione sia abitata in prevalenza dai curdi ma anche da altri
popoli quali gli assiri, gli arabi, i turcomanni, gli armeni, gli azeri, i
ceceni, i circassi e i tartari oppure non far caso e non riuscire a mettere a
fuoco, con i dati in possesso, che il medioriente è stato da sempre un’area
strategica politica e militare importante e accaparrarsene l'egemonia ha
significato, per gli stati nazione, pretenderne il controllo compreso quello
delle risorse energetiche e idriche. Non si può non osservare inoltre che i
curdi sono circa 35 milioni e attualmente è il popolo più grande a vivere senza
stato, e, nel caos della guerra permanente, potrebbe essere utile considerare
la rivoluzione nel Rojava un progetto che si sta difendendo, il cui risultato è
indefinibile ma inequivocabile nella rielaborazione dei contenuti, nella
partecipazione e soprattutto nel tentativo di sviluppare dal basso la
solidarietà internazionalista per autodifendersi e soprattutto prendere atto
che il Rojava come una farfalla, con il battito delle sue ali dal basso, ha
generato una catena di movimenti di altre molecole fino a scatenarne delle
altre più complesse e caotiche, e con la sua modesta variazione di dati in
ingresso sta andando a ripercuotersi evidentemente sulla soluzione, in maniera
esponenziale. La presenza del pensiero anarchico oggi nel Rojava è da
attribuirsi ai gesti e alle rielaborazioni teoriche ma anche alle lotte e alle
risorse libertarie ed è la testimonianza della vitalità di un pensiero che
nelle varie declinazioni si è rivelato storicamente disinteressato alla presa
del potere o alla creazione di un contr-opotere, basti pensare alle esperienze
comunarde e auto-gestionarie nella rivoluzione spagnola, un pensiero che nella
sua ri-elaborazione libertaria non ha abbandonato l’utopia concreta di
un’autorganizzazione sociale dal basso, senza stato, governo, sfruttamento e
gerarchie, di un pensiero senza dogmi ed es- erciti, leaders o guru, un
pensiero ispirato alle esperienze e agli scritti di Bakunin e Malatesta,
Virginia Bolten, Louise Michel ed Emma Goldman, tanto per fare alcuni esempi,
le cui proposte e azioni sono state descritte, condivise, spiegate e giunte
utili alla nostra attualità. Negli anni Ottanta e Novanta la maggior parte
degli attivisti curdi erano ar- 160 CHAPTER 18. restati e le donne hanno svolto
il lavoro di autorganizzazione dal basso, fino alla rielaborazione della loro
autodifesa e questi sono diventati oggi alcuni prin- cipi essenziali per il
Movimento delle donne libere curde attive sulle montagne di Qandil e nel Rojava
dove sono numerose le case delle donne e il loro nome ha ricordato l’esperienza
libertaria delle Mujeres Libres e attualmente stanno applicando il principio
della doppia carica, nelle comuni, nei consigli, nelle com- missioni con la
compresenza di un uomo e una donna e tutto ciò sta avvenendo nella società
civile e politica, dove la presenza delle donne è stata determinante. La filosofia di Ocalan e Cansiz in quegli anni
hanno assunto un ruolo decisivo e i loro metodi, per restituire dignità, alle
donne sono diventati basilari per la costruzione di una nuova società. La
presenza attiva delle donne nell’esperienza rivoluzionaria c’era sempre stata
ma assicurare la loro autorganizzazione ha fatto si che assumessero la
responsabilità delle proprie vite e, diventate capaci di prendere le proprie
decisioni, hanno osservato e teorizzato i modi in cui il sistema patriarcale di
dominazione stava mantenendo il suo potere dividendo e isolando le une dalle
altre, gli uni dagli altri. Nel Rojava è stato abbandonato il progetto di
costruzione di uno stato e è venuta a determinarsi una rielaborazione teorica
di critica radicale al potere, all’egemonia e alla gerarchia allontanandosi
così dall’idea di costruire una nazione e il paradigma denominato
Confederalismo democratico, dove si riconoscono i contributi sostanziali del
pensiero socialista utopista, comunista libertario e an- archico, è basato su
una democrazia diretta di tipo assembleare, a differenza del concetto
occidentale di democrazia rappresentativa, statuale, neoliberale e
neocoloniale. L’analisi del movimento di liberazione curdo si è allontanato
dalla necessità dello stato tenendo conto anche dell’analisi storica,
sociologica e antropologica del suo territorio uscendo dalla centralità del
materialismo storico che aveva le sue radici nell’industrializzazione
sviluppatasi nell'Europa dell’ottocento e quindi quasi del tutto estranea all’organizzazione
economica e sociale che aveva caratterizzato quei popoli e quella regione nel
corso dei secoli. Importante per il movimento di liberazione curdo è stato il
ruolo del partito dei lavoratori del kurdistan, di A. Ocalan e Sakine Cansiz,
un’organizzazione con la struttura gerarchica marxista leninista del partito
che, nei primi anni di costituzione scelse la strada della lotta armata e
dell’avanguardismo, una forma centralizzata legata a forme classiche di
liberazione nazionale, abbandonata in seguito. Le donne curde inoltre hanno
riconfigurato la loro etica ed estetica ridefinendo i loro valori in contrasto
con la cultura patriarcale e riconfigurando la loro arte e cultura e si sono
fatte promotrici di una loro ricerca la Jineologia (Ji in curdo significa
donna), che sta arricchendo di contenuti, dati e riflessioni la scienza dal
punto di vista della schiavitù antiegemonica. I comitati delle donne solidali
alle curde si stanno autorganizzando anche in Italia e nel resto d’Europa per
portare la solidarietà ma anche per condividere forme e contenuti della
rivoluzione in atto nel Rojava in tutto il territorio del kurdistan e nei paesi
vicini, e questo sta influenzando il pensiero femminista 161 ortodosso per le
sue rielaborazioni antigerarchiche e anticapitaliste. Per quanto riguarda
l’economia nel Rojava la chiusura della frontiera dello stato turco ai
commerci, attraverso l’embargo sostenuto dal re e la chiusura al mercato
internazionale, ha permesso alle autoproduzioni locali di svilupparsi
attraverso le cooperative per una economia comunalista integrando le strutture
tradizionali in una nuova e alternativa economia sociale. Tale sistema è nato
dalle analisi dei dibattiti nel Tev dem basato su un sistema partecipativo,
soste- nendo le risorse naturali che ha come obbiettivo la società. Il progetto
di un sistema economico, politico e sociale basato sul comunalismo e
municipalismo ha visto il determinarsi di fatto di un’organizzazione sociale
non più piramidale di tipo gerarchica dove la base è costituita da un sistema
assembleare e fino ai più grandi villaggi l'economia è basata sull’agricoltura
nelle zone pianeggianti e sulla pastorizia nelle colline. Le terre, che erano
dello stato sotto il regime siriano, sono passate alle comuni che le hanno
distribuite alla cooperative agricole. Un sistema di cooperative è stato creato
anche nelle città e quindi la produzione locale è decentralizzata e ci sono
cooperative gestite solo da donne. Il controllo della produzione è affidato
alle comuni, sulle quali si basa il sistema consiliare del MGRK. Il Contratto
sociale insieme alla dichiarazione di autonomia della Federazione Democratica
della Siria del nord, è stato il risul tato di 50 organizzazioni e partiti
radunate insieme che hanno disconosciuto lo stato-nazione e il regime
centralizzato, e riconosciuta l’uguaglianza di genere, l’ecologia sociale e non
hanno attribuito una particolare supremazia ai curdi rispetto agli altri
popoli. Il clamore della resistenza nel Rojava ha raggiunto i paesi vicini e
oltre dunque non solo per l’autodifesa dallo stato islamico ma per la
caparbietà del popolo curdo e dei popoli che vivono in queste regioni a non
sottomettersi alla strategia delle superpotenze neocoloniali e capitaliste
neoliberiste le cui spartizioni hanno legalizzato e sancito un genocidio,
sostenuto e strumentalizzato per tutto il nove- cento, durante e dopo la prima
e seconda guerra mondiale, la guerra fredda, la guerra del golfo e le attuali
guerre neocoloniali. L’antimilitarismo e l’abolizione degli eserciti secondo il
modello statalista è sp- iegato oggi nel Rojava con la teoria della rosa basata
sul concetto di legittima autodifesa. Senza essere militarista, la società si
sta astenendo dall’imitare i concetti statuali di forza, interiorizzando
l’etica dell'amore per la comunità pi- uttosto che fare affidamento, come
stanno facendo gli eserciti statuali, sulle leggi applicate dallo stato
capitalista e dal suo apparato di polizia. Come le rose con le spine hanno
sviluppato i loro sistemi di autodifesa non per attaccare ma per proteggere la
vita così l’autodifesa sta lottando contro il sistema patriarcale militarista
ma anche per creare insieme un sistema alternativo per una vita au-
todeterminata più giusta e più libera per tutte e tutti. I saggi di questa
antologia narrano alcune testimonianze, esperienze maturate, suggestioni e
frammenti di vita di comunità e individualità che hanno dato il loro contributo
al dibattito aperto negli ultimi anni in merito alle scelte sociali e politiche
libertarie attualmente operate in Kurdistan. Uscendo dai confini esclusivamente
teorici e critici dello spettatore domestico gli 162 CHAPTER 18. POSTFAZIONE
autori e autrici di questa antologia si sono confrontati senza dogmi e
pregiudizi con le esperienze rivoluzionarie sociali e radicali dal basso,
scevre dal timore di toccare e mostrare le contraddizioni e i limiti
appartenenti alla vita reale, nel cammino per l’autodeterminazione e
l'emancipazione sociale, politica, econom- ica ed etica. È un’antologia che
include osservazioni, saperi e riflessioni, sudore e bellezza, rabbia e amore.
Il nativo digitale ha superato la soglia della tastiera e ha sciolto la
struttura unicamente nozionistica e riappropriandosi del corpo ha ripreso
vitalità con la responsabilità dei risultati raggiunti e degli errori, delle
vittorie e delle sconfitte, includendo entusiasmo e delusioni e ha usato il
media della tastiera per trasmet- tere la ricerca, per comprendere attraverso
l’approfondimento e la verifica dei dati concreti o delle fonti e, aprendosi
alla realtà, è uscito dallo stato ipnotico dell’indifferenza e dell’illusione
liberale omologativa, attraversando le pareti de- boli e transcalari della
segregazione abitativa. Il libro/oggetto in genere è il prodotto di ricerca e
assemblaggio di fonti recu- perate e vissute da altri, in altre circostanze,
epoche e luoghi. Altro metodo è attraversare l’argomento e portare un
contributo all’analiticità associativa della ricerca e al dibattito dialettico
senza aspettative di conferme identitarie. Nella trama non ci sono tutte le
realtà e le emozioni che hanno accompagnato le cronache e le analisi anarchiche
prodotte fino a oggi, tuttavia gli articoli, le conversazioni e le
testimonianze raccolte in questo libro hanno dipinto un pae- saggio dove la
rivoluzione sociale nel Rojava oggi è un villaggio in memoria del futuro, lo
scrigno beffardo in cui è racchiusa la sfida libertaria disillusa di avere in
tasca le soluzioni per una vittoria. Graeber, Perché il mondo sta ignorando I
rivoluzionari curdi?, trad. it. in Rojava, Una democrazia senza stato, a cura
di D. Dirik et al., Milano, Eleuthera, . Dilar Dirik sottolinea la forza
attrattiva della rivoluzione curda (Rojava: il coraggio di immaginare), mentre
Bill Weinberg evoca ad- dirittura il No pasaran! spagnolo (La rivoluzione
curda: elementi anarchici e sfida solidale, entrambi ivi). Yassin-Kassab, L.
AT-SHAMI, Burning Country. Syrians in Revo- lution and War, London, Pluto
Press, 2016; M. Knapp, A. Flach, E. Ay- boga, Revolution in Rojava, London,
Pluto Press; L. Declich, Siria, la rivoluzione rimossa, Roma, Alegre;
CollettIvo IDRISI, Prima che parli il fucile. Omar Aziz e la rivoluzione
siriana, a cura di Lorenzo Declich e Caterina Pinto, Messina, Mesogea, Levi
Strauss sostiene che Ocalan abbia letto in carcere «gli scritti del
subcomandante Marcos», oltre Bookchin, Foucault, Clastres, Anderson Benjamin,
Walletstein, Braudel e di altri autori (Rojava. Una democrazia senza stato). Mustafa,
Kurdi. Il dramma di un popolo e la comunità internazionale, Pisa, BFS. Biehl, Bookchin, Ocalcan, and
the dialectics of democracy, «New compass». 16 febbraio 2012; Impressions from
Rojava, 15 dicembre 2014; Thoughts on Rojava. An Interview with Janet Biehl, «ROAR Magazine»; Una
giustizia dal basso, in Rojava. Una democrazia senza stato, cit. Un confronto
tra il municipalismo libertario di Bookchin e il confederalismo democratico è
rintracciabile in R. Taylor , Revolucion social en el Kurdistan, «Tierra y
libertad», n. 316, noviembre 2014. Mi sia consentito infine rinviare a S.
Vaccaro, Communalism e la terza rivoluzione , Prefazione a M. Bookchin ,
Democrazia diretta, Milano, Eleuthera; Uno stimolatore di riflessioni, in
Dossier Bookchin, «A rivista anarchica. Il che non impedisca a Peter Lamborn
Wilson di considerare Ocalan «un anti-autoritario fautore della democrazia
diretta radicale» (Abdullah Ocalan, in Rojava. Una democrazia senza stato Cfr.
le ambivalenti considerazioni di Evren Kocabicak nell’intervista con- cessa a
lsyandan.org (Rojava. Una dmeocrazia senza stato). Il lato cattivo, «Questione
curda», Stato Islamico, USA e dintorni, http://illatocattivo.blogspot.it /.
BECKY, A REVOLUTION IN DAILY LIFE, http://peaceinkurdistancampaign.com. Le
citazioni virglettate sono tratte dal Contratto sociale del Rojava. Il Lato
Cattivo, «Questione curda», Stato Islamico, USA e dintorni, cit. Eclissi
relativa delle disparità sociali, poiché i curdi più ricchi si sono dis-
pensati dal partecipare all’auto-amministrazione dei campi rifugiandosi in
paesi dove le condizioni sono più confortevoli. Z. Baher, «Vers l’autogestion au
Rojava?», Ou en est la revolution Rojava?, infokiosques.net /. ZAD (zone a defendre): neologismo militante che
sta ad indicare l’occupazione di un’area (solitamente a cielo aperto) volta ad
impedire la realizzazione di un progetto di devastazione del territorio. In
particolare, si designano in questo modo le occupazioni di terreni presso
Notre-Dame-des- Landes, nei dintorni di Nantes, dove dovrebbe sorgere un nuovo
aeroporto (ndt). E. De La Boétie, Discorso sulla servitù volontaria, Milano,
Chiarelettere, Vanegeim, The revolution of Everyday Life, Rebel Press, London, Proudhon,
Oeyvres completes de P.J. Proudhon, Paris, A. Lacroix, Verboeckhoven & Cle.
Il recupero è un concetto elaborato dai Situazionisti per descrivere il pro-
cesso in cui le idee e strategie che un tempo erano funzionali ad una agenda
rivoluzionaria, sono riappropriate dal capitale e dallo stato per conservare lo
status quo. A.
Ocalan, Democratic Confederalism, Transmedia Publ., Londra-Colonia, Simons, The
Organization’s New Clothes, in Black Eye: Pathogenic and Perverse, Ardent
Press, Berkeley, 2015. F. Pi y Margall, La reacciòn y la revoluciòn: estudios politicos y
sociales, Barcelona, Anthropos, Editorial de l’hombre, 1982, (Reaction and
revolu- tion, in Anarchism. A Documentary History of Libertarian Ideas, vol. 1, Montreal. Black Rose Books Le Robert’s Rules of Order
costituiscono uno schema standard di facil itazione dei processi deliberativi e
decisionali collettivi, che assumono i diritti della maggioranza e della
minoranza, dei singoli individui, nonché degli eventuali assenti, usati prevalentemente
nelle procedure parlamentari americane (NdC). Workers Solidarity Movement,
Turkey, Ankara: report of funeral of Anarcho-syndicalist Alì Kitarci, wsm.ie —
R. Zibechi ha paragonato la rivoluzione nel Rojava al grido di Buenaventura
Durruti nella difesa di Madrid; «Portiamo dentro di noi un mondo nuovo; e quel
mondo sta crescendo in questo stesso istante» (Una pratica di lotta e
organizzazione, «Umanità nova») - DEVRIMCI ANAR- SIST FAALIYET IL KOBANE
UZERINE ROPORTAJ, Dehaklara Karsi Kawayiz, Report di AZIONE ANARCHICA
RIVOLUZIONARIA (DAF) dal titolo Contro le divinità, meydangazetesi.org — ID.,
Siamo tutti Kawa contro Dehak, settembre 2014, pubblicato in ital iano su
«Umanità nova», - D. GRAEBER, No, questa
è un’autentica rivoluzione, in D, Dirik ET AL., Rojava. Una democrazia senza
stato, Milano, Elèuthera, intervistato da Pinar Ogiing, Graeber afferma che
«nel Rojava è un’autentica rivoluzione» — M. Israet, membro dell’TWW di
Sacramento (usa), morto il 24 novembre 2016 in seguito a un attacco aereo turco
nei pressi di Manbij, nel suo profilo facebook afferma che «la lotta del Rojava
è il movi mento rivoluzionario più dinamico e rivoluzionario del nostro tempo» GRAEBER,
Pensando la Resistenza: distruggendo le burocrazie (trad. in italiano dal video,
Università di Amburgo Au- dimax) nella terza conferenza ha affermato che «Ia
rivoluzione nel Rojava è probabilmente la cosa più importante che accade su
questo pianeta dalla Spagna. Questa è una magnifica opportunità e la
rivoluzione nel Rojava è ormai durata più a lungo della rivoluzione spagnola» —
Tev Dem ECONOMIC COMMITTEE, The experience of cooperative Societes in Ro- java,
www.libcom.org, KNAPP, A. Flach, E. Ayboga, Revolution in Rojava, London, Pluto
Press, Lembo, Il feder- alismo libertario e anarchico in Italia: del
Risorgimento alla seconda Guerra Mondiale, Livorno, Sempre avanti, Ocalan, Bir
Halki Savunmak, traduzione in italiano Oltre lo stato, il potere e la violenza.
Scritti dal
carcere, Milano, Punto Rosso, — J.
Biehl, Bookchin, Ocalan, and the Dialectics of Democracy, May 24, 2017,
workshop for international study, critical analysis for collective action —
Id., Bookchin, Ocalan, and the The following speech was delivered at the
“Challenging Capitalist Modernity: Alternative concepts and the Kurdish
Question’ conferenza in Amburgo, V., Non
mi- tizziamo Bookchin, Volontà» Bookchin, Per una società ecologica, Milano,
Elèuthera, Id., La prossima rivoluzione. Dalle assemblee popolari alla democrazia diretta, Pisa, BES, 2018,
«leftists e radicals due termini che non è sempre possibile tradurre in
italiano Varengo La rivoluzione ecologica, Milano, Zero în condotta- Castanò,
Ecologia e potere, Milano, Mimesis, Foucautt, Le parole e le cose:
un’archeologia delle scienze umane, Milano, Rizzoli, «Le lingue, sapere
imperfetto, costituiscono la memoria fedele del suo perfezionarsi» —Id.,
Nascita della biopolitica. Corso al Collège de France, a cura di M. Senellart,
Milano, Feltrinelli, 2005. pp. 47-48. In queste pagine Foucault apre anche una
parentesi a proposito del radicalismo inglese, datandone la nascita tra la fine
del XVII e l’inizio del XVIII secolo. Il termine radicale si riferiva a coloro
che volevano far valere i propri diritti — originari (quelli dei popoli
anglosassoni prima dell’invasione normanna) contro gli abusi di potere reali o
possibili del sovrano. Il filosofo continua dicendo che allo stato attuale la
parola radicale si è caricata di una nuova valenza stando a indicare
l’opposizione alla governamentalità in nome della sua utilità o inutilità.
MILEZ, Le spese militari nella 17 legislatura, milex
org/2018/03/28/spesemilitari=17legislatura . Campagna d’Africa, «Left», maggio
2018. Defense Technical Information Center, RTO Technical report 71, Research
and technology organisation, Urban Operations in the year 2020 (Operations en
zone urbaine en l’an ) - ; è il rapporto finale del gruppo di studio sas-030
nelle operazioni urbane nell’anno 2020. In questo studio vengono fornite
raccomandazioni a RTA e NATO ed esaminato il futuro ambiente urbano,
sottolineando la crescente importanza delle operazioni urbane e le capacità
derivate necessarie a livello operativo per operare con successo in tale
ambiente Nello studio è stata analizzata la struttura concettuale usect
(Understand Shape, Engage, Consolidate, Transition) e sono stati sviluppati e
selezionati concetti operativi futuri e più tradizionali. Sulla base delle
capacità a livello Operativo, sono stati sviluppati nuovi concetti dì sistema e
queste soluzioni materiali sono state analizzate durante un Wargame sul
Seminario Urbano in cui sono state esaminate anche soluzioni non materiali.
Durante lo studio la valutazione estesa è stata utile per determinare i
concetti di sistema più promettenti e altre soluzioni, www.rto.nato.int —
sipri, ‘(Stockholm International peace research institute) Trends in world military
expenditure, 2017, Relazione stilata è affermato che il settore militare
italiano sviluppa un volume di ricavi pari a circa 15 miliardi e impiega almeno
40.000 addetti. Più dell’80% del fatturato viene realizzato da Finmeccanica
S.p.A, holding industriale controllata al 30,2% dallo stato attraverso il
ministero dell'Economia e posizionata nella classifica, all’ottavo posto fra le
più grandi società produttrici di armamenti nel mondo, www.sipri.org — PHILIPS,
Research paper: Isìs-Turkey Links, Columbia University, New York; è un’indagine
svolta alla Columbia University dagli Stati Uniti, dall’Europa e dalla Turchia
dove è descritto nei dettagli come il governo turco ha fornito all’isis:
cooperazione militare, armi, supporto logistico, assistenza finanziaria e
servizi medici. È tratta da www.humanrightscolumbia.org/publications
/research-paper-isis-turkey- links— L. Longo, Come Colpire il petrolio per
fermare l’isis. Secondo questa relazione, pubblicata sul MIT Technology Review,
la voce maggiore del “Prodotto interno lordo” dello stato islamico è stata la
vendita di petrolio che sta passando attraverso i confini con Turchia e
Giordania a prezzi minori di quelli di mercato — “Global action for Kobane on 1
November” — N. Chomsky, Vergognosa l’Europa su Siria e Turchia,
«L’insoddisfazione verso le istituzioni negli usa è estesa. L’unica istituzione
che sembra essere sempre rispettata è quella militare» ha dichiarato Chomsky a Tofani
. Chomsky fu ospite del convegno «Dice2016» organizzato dall'Università di Pisa
e il Comune di Rosi- gnano «Spacetime-Matter- Quantum Mechanics»,
www.ilmanifesto.it, 4 novembre 2018 — Another attack repelled in Afrin, anfenglish.org
— AA. Du Buisson, A geopolitical primer
on the Afrin Crisis, A, theregion.org — Id., A blood-soaked olive: what is the
situation in Afrin today, www.theregion.org Turchia -A Istanbul prima riunione
Jetco, www.esteri.it, Erdogan not welcome), umanitanova,org, ZEROCALCARE,
Questo è un paese dove per farti ascoltare devi farti spaccare la testa in
piazza, novembre 2017, intervista per www.radiocittàdelcapo.it Bologna —
Protest against Turkish invasion of Afrin on Labour Day in Europe,
www.anfenglish.org, Statement IWW - Anna Campbell - Rest in Power Fellow Worker,
Anna Campbell, «O andrò a casa e abbandonerò la vita come rivoluzionaria o mi
manderai ad Afrin. Ma non lascerei mai la rivoluzione, quindi andrò ad Afrin»
aveva detto Anna Campbell quando la Turchia e le forze armate turche hanno
lanciato un assalto alla città di Afrin. Anna trascorse i suoi primi mesi nel
paese combattendo nelle Unità di autodifesa delle donne (YPJ) a Deir ez-Zor,
l’ultima roccaforte dell’isis. Femminista ed ecologista è stata una delle
pricipali organizzatrici del gruppo IWOC dell’TWW, essendo anche coinvolta con
il collettivo Empty Cages, Smash IPP e Bristol ABC, www.iww.org.uk ANSA, Davos:
Oxfam, 1% Paperoni come 99% mondo, www.ansa.it, ISTAT, Documenti con tag:
disuguaglianza, la vita delle donne e degli uomini in europa - Un ritratto
statistico, www.istat.it, ottobre 2018 — Id., La povertà in Italia, giugno
2018; Indagine su reddito e condizioni di vita (EU-SILC), aprile 2018; Con- dizioni
di vita, reddito e carico fiscale delle famiglie; Disuguaglianze ,
distribuzione della ricchezza e delle risorse finanziarie, istat.it - G. Di
Francesco, M. AMENDOLA, S. MT- NEO, low skilled in Italia, Evidenze
dall’indagine Piaac sulle compe- tenze degli adulti, Osservatorio Isfol, Isfol OA, www.isfoloa.isfol.it
/handle/123456789/1262; anche Tullio De Mauro, nel 2011, considerando alcuni
dati pubblicò varie interviste in merito all’analfabetismo di ritorno in Italia
e non solo - D.M, Gotp, Review: Chomsky Focuses on Financial Inequality, in
Requiem for the American Dream, «New York Times; R. ZisecHI, Le nuove frontiere
della società estrattivista, http://comune-info.net /2016/10/lestrattivismo-
come-cultura, Graeber, Bullshit jobs. A theory, Milano, Garzanti, 2018 — S.
Boni, Homo confort. Il superamento tecnologico della fatica e le sue con-
seguenze, Milano, Eléuthera, Galimberti, Nobel per l'economia a Richard Thaler,
studioso delle scelte (da correggere) dei risparmiatori, «Il Sole 24 Ore», 9
ottobre 2017 — M. Lieberman, The Digital-Native debate,
www.insidehighered.com/digital-learning/article/2017/08/09/are- digital-natives-more-tech-savvy-their-older-instructors
— M. PRENSKY, La mente aumentata. Dai nativi digitali alla saggezza digitale,
Trento, Er- ickson, 2013; S. Cansiz, Tutta la mia vita è stata una lotta, Neuss
(D), Mezopotamia Verlag; E. Vega, Pioniere e rivoluzionarie. Donne anar- chiche
in Spagna, Milano, Zero in condotta, 2017 — M. Knapp, A. FLACH, E. AYBOGA,
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july 2015. — Wozrer weav- ing in the future, Conferenza Francoforte — Nadia Mu- rad e Denis Mukvege, Parliamo di
stupri di guerra, Conferenza, Casa in- ternazionale delle donne, Roma, 26
ottobre 2018 A.P. Platonov, Da un villaggio in memoria del futuro, Roma,
Theoria. Nome compiuto: Salvatore Vaccaro. Salvo Vaccaro. Vaccaro. Keywords:
congiunzione e disgiunzione. Luigi Speranza, oer H. P. Grice’s Play-Group, “Grice e Vaccaro,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza.
Luigi Speranza -- GRICE ITALO; ossia Grice e Vailati: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale della semantica filosofica di
Peano– la scuola di Crema – filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Crema). Abstract.
Keywords: formalists and neo-traditionalists. Grice: Why Vailati, in a
typically Italian fashion, does not QUITE fit!” -- The phrase ‘Grice italo’ is
meant as provocative. An Old-World philosopher like Valiati would never have
imagined to be compared to a tutor at a varsity in one of the British Isles,
but there you are! It is meant as a geo-political reminder, too. Many Italian
philosophers have been educated in a tradition that would make little sense of
Valiati as a ‘Grice italo,’ but there you are. My note is meant as a tribute to
both philosophers. Grie has been deemed an extremely original philosopher, and
by Oxford canons he certainly was. He was the primus inter pares at the Play
Group, the epitome of ordinary-language philosophy throughout most of the
twentieth century. His heritage remains. Valiati’s place in the history of
philosophy is other. But there are connections, and here they are. Filosofo lombardo.
Filosofo italiano. Crema, Cremona, Lombardia. Essential Italian philosopher. an
important figure in the history of formal semantics, influenced by PEANO, who
in turn influenced Whitehead and Russell, and thus Grice. V.
è, per certi aspetti, una figura anomala nel panorama della filosofia italiana.
Matematico, allievo di Peano, aderisce a una forma di pragmatismo sovente
caratterizzata come ‘pragmatismo logico’, che si ispira al pensiero del
filosofo Peirce. Pensatore asistematico, V. è stato assimilato a Socrate per la
capacità di dialogare con i principali protagonisti della cultura
internazionale. Fautore di una filosofia che si deve sviluppare in stretto
rapporto con la scienza, ritene essenziale che anche le discipline scientifiche
dovessero tener conto della storia del pensiero scientifico. Dopo avere
studiato a Monza e a Lodi presso Istituti dei padri barnabiti, s’iscrive alla
facoltà di Matematica dell’Università di Torino. Pur laureandosi in ingegneria
e matematica, coltiva una straordinaria quantità d’interessi che vanno dalla
filosofia alla storia della scienza, dalla psicologia alla pedagogia e
all’economia. Su proposta di Peano, diventa assistente di calcolo
infinitesimale presso Torino e viene nominato assistente di geometria
proiettiva e quindi assistente onorario di Volterra. Tiene corsi liberi di
storia della meccanica, poi abbandona l’università per entrare nella scuola
secondaria. Le ragioni di questa scelta sono probabilmente molteplici:
desiderio d’indipendenza, consapevolezza delle difficoltà intrinseche al
conseguimento di un posto di ruolo all’università, ma soprattutto la presa di
coscienza di possedere un temperamento che mal si adatta ad applicarsi
esclusivamente allo studio di un’unica disciplina. Così, sebbene continui a
insegnare matematica nei licei -- prima a Pinerolo e poi a Siracusa -- e negli
istituti tecnici -- a Bari, a Como e, infine, a Firenze --, si applica con
sempre maggiore intensità a coltivare la filosofia, che diverrà ben presto un
interesse totalizzante. Si può dire, infatti, che le sue incursioni in altri
settori della cultura -- per es., economia e psicologia -- hanno tutte
l’impronta di una personale riflessione filosofica. In Sicilia, V. conosce Brentano, con il
quale, in seguito, si mantene in rapporto epistolare, mentre a Firenze incontra
Papini e Prezzolini, allora direttori della rivista «Leonardo», ai quali si
legherà di sincera amicizia. Inizia a collaborare al «Leonardo», e continua a
pubblicare su riviste accademiche dei più svariati settori disciplinari. Il suo
trasferimento all’Istituto tecnico Galileo Galilei di Firenze coincide con un
incarico presso l’Accademia dei Lincei di Roma per curare l’edizione nazionale
delle opere di Torricelli. È nominato membro della Commissione Reale per la
riforma delle scuole medie e ciò lo impegna a trasferirsi a Roma. A un convegno
di psicologia che si tiene a Monaco di Baviera, conosce Calderoni, con il quale
inizia un sodalizio che lo porterà a scrivere insieme i primi due capitoli di
un saggio sul pragmatismo rimasto incompiuto -- con l’aggiunta postuma di un
terzo capitolo portato a termine da Calderoni. Mentre si trova a Firenze, si
ammala. Successivamente, si reca a Roma, dove spera di rimettersi, ma la
malattia si aggrava e lo porta alla morte. Nel corso della sua vita, V.
partecipa a numerosi congressi in Europa, mantenendo rapporti epistolari con
alcuni dei principali filosofi e scienziati del tempo e sviluppando una
corrispondenza di mole ragguardevole -- Epistolario, a cura di Lanaro. Scrive
soltanto saggi e recensioni, che pubblica soprattutto in riviste e che, nella
quasi totalità, sono raccolti in un volume postumo edito a cura di Calderoni,
Ricci e Vacca -- Scritti. La stampa fu resa possibile da una sottoscrizione
internazionale, alla quale aderirono numerose personalità come Brentano, Duhem,
Enriques, James, Mach, Russell, oltre a Croce e Gentile. V. si distacca dalla
maggior parte dei filosofi suoi contemporanei per alcuni tratti peculiari,
primo fra tutti l’uso di una lingua italiana terso ed essenziale, che rifugge
da qualsiasi orpello retorico. Egli ha, inoltre, un’idea estremamente moderna
del lavoro filosofico, inteso come un’attività di analisi concettuale che
attribuisce grande rilievo alla lingua italiana e che si sviluppa in stretto
rapporto con i risultati della ricerca scientifica. La conoscenza come attività costruttiva Una
delle caratteristiche salienti della proposta filosofica di V. consiste
nell’intento di valorizzare le «attività costruttrici e anticipatrici
dell’intelletto umano rispetto a quelle puramente ricettive e, per così dire,
classificatorie -- Scritti. Ciò è in accordo con la prospettiva d’ispirazione
pragmatista, che egli mutua, in gran parte, dai filosofi Peirce e James. Sulla
scorta di Peirce, anche V. riconduce a Berkeley l’idea guida del
pragmatismo: Come è noto, Berkeley mostra,
o cerca di mostrare, che quando noi diciamo, per esempio, “il tale oggetto
esiste” noi non intendiamo dire, né possiamo intendere di dire, in ultima
analisi, se non questo: che, se noi, o degl’esseri simili a noi, si trovassero
in determinate circostanze, essi proverebbero determinate esperienze o
sensazioni. In altre parole, che tanto il termine “realtà”, come gli altri
analoghi “sostanza”, “materia”, ecc., non indicano che determinate “possibilità
di sensazioni” -- Scritti filosofici, a cura di G. Lanaro. In quest’idea di Berkeley, osserva V., a
Peirce sembra di riconoscere l’esemplificazione di un procedimento più
generale, caratterizzabile nei termini seguenti. Il solo mezzo di determinare e
chiarire il senso di una asserzione consiste nell’indicare quali esperienze
particolari si intenda con essa affermare che si produrranno, o si
produrrebbero date certe circostanze. Le
esperienze in questione non devono essere intese nel senso di una dipendenza
attuale dalle nostre azioni. Può trattarsi – Grice, “Negation and privation,”
“Personal identity” -- anche di una dipendenza puramente “virtuale”, atta a
diventare attuale solo nel caso che si verifichino certe condizioni, il cui
verificarsi potrebbe anche non dipendere dalla nostra volontà. L’adesione al principio metodico richiamato
da Peirce implica, secondo V., una revisione del concetto di proprietà. Di
solito, quando ci riferiamo agli ‘oggetti’ che incontriamo nella nostra
esperienza, li pensiamo come qualcosa di statico, determinato da
caratteristiche stabili, che sono chiamate, appunto, proprietà. La parola proprietà,
tuttavia, è soltanto un nome per indicare la nostra aspettativa in base alla
quale l’oggetto, che diciamo possedere una determinata proprietà, si comporta
nella tale o tal altra guisa determinata, allorquando sia assoggettato a date
manipolazioni -- in senso largo. Epistolario. Così, rappresentarsi le proprietà
possedute da un corpo, non equivale a rappresentarsi dei fatti presenti, bensì
dei fatti, che avverranno, o che avverrebbero, se tale corpo venisse posto in
tali o tali altre circostanze -- Scritti.
Questa concezione dinamica della realtà implica un riferimento
essenziale sia alle aspettative del soggetto conoscente sia alla sua capacità
di concepire scenari ideali, capaci di descrivere gl’effetti, sotto determinate
condizioni, delle proprietà delle ‘cose’ e dei fenomeni considerati. A conferma
di ciò, V. osserva che anche in fisica, con il nome di legge non s’intende
tanto riferirsi a quel che avviene effettivamente, quanto piuttosto a quel che
tende ad avvenire, vale a dire a quel che avverrebbe se fossero verificate
certe circostanze che raramente o mai sono suscettibili di trovarsi
perfettamente realizzate. V. interpreta il principio adombrato da Berkeley come
una regola da usare per determinare il significato degli enunciati. L’esser
vero o falso di un dato enunciato dipende, in primo luogo, dal fatto che esso
effettivamente significhi qualcosa oppure no. Il ricorso all’esperienza è
riguardato dai pragmatisti come un mezzo, non soltanto di verificare o provare
una teoria, ma anche di determinare o mettere in evidenza quella parte di essa
che può essere oggetto di proficua discussione.
La questione di determinare che cosa vogliamo dire quando enunciamo una
data proposizione, non solo è una questione affatto distinta da quella di
decidere se essa sia vera o falsa. Essa è una questione che, in un modo o in un
altro, occorre che sia decisa prima che la trattazione dell’altra possa essere
anche soltanto iniziata -- Scritti filosofici. Le riflessioni sul significato
iniziate da V. verranno sviluppate, dopo la morte di questi, dall’allievo e
amico Calderoni, il quale, tenendo conto degli appunti dello stesso V. e delle
discussioni che avevano condotto insieme, mostra di avere ben chiaro quali
siano le condizioni affinché un termine o una proposizione ha un
significato: Ci è molte volte non meno
impossibile di precisare che cosa significhi una intera frase, facendo
astrazione dall’insieme, o dai vari insiemi di frasi di cui fa parte, che di
precisare che cosa significhi una singola parola – Grice, “shaggy” -- o termine
all’infuori della frase o delle frasi in cui il termine stesso figura. Prescindendo, infatti, da un piccolissimo
numero di parole – per esempio quelle che i grammatici chiamano interiezioni –
i vocaboli della nostra lingua italiana -- nomi, aggettivi, verbi ecc. -- non
bastano affatto, enunciati isolatamente, ad esprimere uno stato di animo
determinato od una determinata opinione di chi li pronuncia. Essi non possono
servire a tale scopo se non comparendo raggruppati gli uni insieme agli altri
in modo da dar luogo ad una frase o proposizione – V., Metodo e ricerca, a cura
di Loré. Vero e utile Nei riguardi della verità, V. rifiuta fermamente l’idea
che per un pragmatista sia l’utilità di una proposizione a renderla vera. Egli
distingue, in primo luogo, il fatto che una determinata proposizione ha un
significato dal fatto che ha un significato praticamente importante per noi -- per
un certo gruppo di persone. Affinché una proposizione ha un significato
praticamente importante, si rende necessario che sia capace di indicare cosa
avverrebbe se si verificassero certe condizioni -- vale a dire: si richiede che
ha un significato -- e che, inoltre: sia alla nostra portata la realizzazione
di tali condizioni; le conseguenze implicite in esse dono da noi desiderate o
temute: che cioè il loro verificarsi, o non verificarsi, sia un fine al quale
noi attribuiamo qualche importanza. Se non è questo il caso, la proposizione
potrà bensì avere un significato pratico ma non un’importanza pratica -- Scritti. Analogo discorso si applica alle proposizioni
vere. Alcune sono importanti dal punto di vista pratico, mentre altre non lo
sono, ma la loro verità non dipende dal loro essere utili. Il fatto che una
proposizione vera serva a un dato scopo, per quanto importante, non basta a
renderla vera -- né in fatto né in diritto, cioè né in psicologia né in logica
-- Epistolario. Unica possibile eccezione sono le proposizioni che esprimono
nostre convenzioni sul mondo: Per una
sola classe di affermazioni mi pare si puo concedere che esse sono vere o false
a seconda degli scopi, e queste sono quelle che esprimono delle nostre
convenzioni sul modo di rappresentare ciò che indaghiamo o vogliamo comunicare
agli altri. Riguardo alla parola vero V. osserva che tra gl’aggettivi che
usiamo nella lingua italiana comune se ne possono distinguere due tipi: quelli
che indicano certi effetti che un dato oggetto esercita sui nostri sensi -- per
es. bianco, nero, esplodente; e quelli che indicano certi effetti che un dato
oggetto eserciterebbe sui nostri sensi, date determinate condizioni -- tali
sono, per esempio, buon conduttore del calore, solubile nell’acqua, esplosivo,
ecc.. L’aggettivo ‘vero’, secondo V., appartiene al secondo tipo, non al primo.
Io ritengo cioè che, tanto nel caso dell’aggettivo “vero” applicato ad
un’opinione, come nel caso dell’aggettivo “esplosivo” o “solubile” applicato ad
un corpo, l’unica definizione che possiamo esigere è che ci si indichi qual è
il fatto o l’insieme di fatti il cui aver luogo è da noi -- a ragione o a torto
-- preveduto o aspettato quando diciamo: “La tale opinione è vera”; “Il tale
corpo è esplosivo o “solubile”, etc. Nell’Epistolario, discutendo con
Prezzolini, V. riconosce il carattere puramente formale -- ‘privo di contenuto’
-- della definizione di verità e distingue chiaramente il fatto che una
proposizione è vera, dai metodi impiegati per l’accertamento della sua verità.
In una lettera, per es., replicando a un’osservazione critica del suo
corrispondente, scrive. Se dicendo che il significato che io vorrei attribuire
alla “verità” è contraddittorio, intendi dire che da esso non risulta come si
dovrebbe fare ad accertarsi se una data opinione è vera sì o no, tu dici cosa
che anche a me pare vera. Quel che conta
per V. è il come si accerta la verità, quali siano i metodi cui si ricorre per
render conto della verità di una data proposizione. Di conseguenza, la tradizionale definizione
‘statica’ di verità che troviamo in Aristotele, AQUINO (vedasi) e così via,
intesa come corrispondenza – “with reservations” – H. P. Grice -- di una
proposizione ai fatti che essa descrive, è accettata senza problemi da V. È da
notare inoltre che, col dire che la verità è un adattamento o una
corrispondenza tra le idee – credenze -- e i fatti, non si pre-giudica affatto
la questione dei mezzi coi quali tale adattamento o corrispondenza possono
essere ottenuti o accresciuti, né si esclude menomamente che tra tali mezzi
possa, o debba, aver posto, oltre all’osservazione e alla contemplazione dei
fatti -- spontanei o provocati --, anche l’esercizio di quelle attività
organizzatrici ed elaboratrici dell’esperienza, le quali, pur semplificando,
impoverendo, schematizzando artificialmente la realtà, non hanno tuttavia altro
fine che quello di rendere possibile la rappresentazione e il possesso più
completo di essa -- Scritti. La
concezione tradizionale è dunque compatibile con una visione meramente
strumentale delle teorie scientifiche, vale a dire con l’idea che le teorie
scientifiche non siano tanto descrizioni adeguate, fissate una volta per tutte,
della realtà quale si offre nell’esperienza, quanto piuttosto il risultato di
attività organizzatrici ed elaboratrici, che ci fanno intervenire sulla realtà
medesima, modificandola. Nelle scienze deduttive, quel che conta è il nesso, e
quindi la verità della dipendenza, di determinate conclusioni da premesse date.
E la verità di tale dipendenza è compatibile tanto con la verità come con la
falsità delle premesse o delle conclusioni, e sussiste da qualunque punto la si
consideri. Nel caso delle scienze non deduttive, è l’accordo o il disaccordo
con il ‘dato’ -- presente o futuro -- della coscienza, come la chiama H. P.
Grice, a costituire la verità o falsità delle nostre affermazioni: è la conformità
di queste a ciò che effettivamente la nostra coscienza – come la chiama H. P.
Grice -- ci presenta -- o ci presenterà -- che costituisce quella qualità che noi
intendiamo attribuire loro, quando diciamo che esse sono vere. Epistolario. Ciò
spiega, secondo V., in che senso si possa parlare – impropriamente -- di relatività della verità: a esser relativa
non è la verità, bensì la diversa utilità delle proposizioni che vengono
riconosciute vere. A proposito del relativismo – cf. H. P. Grice, utterer-relative
significance --, V. osserva: La parola
“relativismo” non mi pare abbastanza espressiva delle caratteristiche di esso,
tra cui la principale è quella di considerare le teorie come dei mezzi (per il
raggiungimento di dati fini, non escluso quello della “previsione” pura e
semplice). Le verità nascono e muoiono --
cioè sono rilevate, enunciate, ricordate, trasmesse -- secondo l’importanza e
l’interesse che presentano per dati scopi individuali e collettivi. In questo
senso, vi sono verità che sono riconosciute come utili fino a un certo momento
storico e che poi cessano di esserlo. Poiché la verità, sia nel caso deduttivo
sia in quello di scienze non deduttive, ha sempre un carattere contestuale,
relativamente ai metodi e alle tecniche per accertarla, è evidente che,
all’interno di un determinato contesto, una particolare proposizione, se vera,
non può diventare falsa. A cambiare sono i contesti di riferimento; e i
‘contesti’ vengono determinati in base alla loro utilità ed efficacia pratica.
Gli scienziati, infine, fanno come i bugiardi con le loro invenzioni. Gettano
via le teorie che non servono più, e ne adottano altre appena si accorgono che
sono migliori. Ricordare a uno scienziato una vecchia teoria è come ricordare
ad un bugiardo una sua vecchia menzogna: lo si fa arrossire -- Scritti
filosofici. Grice: “My view, on the other hand, is that in theory-theory, all
rejected theories must be kept – call me a hoarder!” -- Nonostante V. osservi
esplicitamente che non è necessario che s’introduca il più piccolo cambiamento
nella definizione tradizionale di verità, ritiene, tuttavia, che in luogo di
parlare di corrispondenza o di adattamento delle idee ai fatti sia più
opportuno parlare di corrispondenza delle credenze ai fatti, intendendo così
che ci si riferisca non soltanto a fatti anteriori o co-esistenti con le
credenze in questione ma anche, e soprattutto, a fatti futuri, preveduti o
anticipati da esse -- Scritti. La sostituzione del termine ‘idea’ con
‘credenza’ mette ulteriormente in luce il tentativo, da parte di V., di dare
un’immagine attiva della conoscenza: avere una credenza significa avere
un’aspettativa, assumere un atteggiamento ‘aperto verso il mondo’, non
limitarsi a farsene una rappresentazione, a possederne un’immagine inerte. Al
tempo stesso, egli sottolinea fermamente che la verità è indipendente dal fatto
che qualcuno la creda: Dico che la
verità d’una data proposizione sussiste anche se nessuno vi crede, quando la
proposizione è tale che, se fosse creduta da qualcuno, ingenererebbe in lui
delle aspettative che non sarebbero deluse -- Epistolario. V. ritiene infine che, entro certi limiti,
siamo noi stessi a creare la verità alla quale crediamo. Più spesso di quanto
pensiamo, la presenza delle nostre convinzioni è tra le circostanze che
contribuiscono a determinare il fatto di cui esse affermano l’esistenza. Tutte
le nostre azioni volontarie, infatti, sono prodotte dalla nostra previsione
delle loro desiderabili conseguenze o dal fatto di poter essere impedite dalla
nostra previsione che tra tali conseguenze ve ne siano alcune che ci
dispiacciono sufficientemente -- Scritti. Grice:
“Exactly my view! “Intention and uncertainty”, “Probability, and
Desirability”. Carattere
(tendenzialmente) contingente dei principi della conoscenza Un’ulteriore
conseguenza dell’impiego del termine credenza -- o opinione --, invece del più
filosoficamente blasonato idea, nel definire la verità, è quella di suggerire
una prospettiva fondamentalmente soggettiva al problema della conoscenza. Nella
vita quotidiana, come nell’indagine della natura, gli esseri umani si trovano a
gestire un insieme di credenze suscettibili di essere cambiate in qualsiasi
momento, di fronte al tribunale dell’esperienza. In tal senso, V. rifugge
dall’idea critica di Kant dell’esistenza
di concetti e principi a priori della conoscenza validi in ogni tempo e in ogni
situazione storica. V. ha sempre mostrato, nei confronti di Kant e del kantismo
o criticismo -- assai diffuso all’epoca, non solo tra i filosofi ma anche tra
gli scienziati --, un’aperta ostilità. A suo giudizio, Kant scambia, per es.,
come condizioni universali e permanenti di ogni attività mentale quelle che non
sono che limitazioni, o costruzioni, o artifici di rappresentazione, proprii a
un determinato stadio di cultura -- Scritti. La stessa legge di causalità non
sarebbe altro, in accordo con il modello proposto da Hume, che il risultato del
fissarsi di un’abitudine. Anche in questo caso, quel che V. contesta a Kant è
l’avere insistito sulla mera certezza e apriorità della nozione di causa, più
che sulla sua fecondità e capacità di produrre conoscenza. Secondo V. La legge di causalità non è semplicemente
l’espressione di una convinzione salda, o di una generica credenza,
all’esistenza di cause per tutto ciò che avviene e alla regolarità di andamento
di fenomeni naturali. Essa è anche, o anzi soprattutto, la enunciazione di un
modo di procedere che a noi è utile e spesso necessario seguire nell’avanzarci
dal noto verso l’ignoto. Essa cioè è importante, non in quanto asserisce che di
ogni avvenimento o fatto esista una causa, ma in quanto ci spinge a cercarla e
ci indica come una buona via per trovarla, nel caso che esista, il cominciare a
supporre che essa debba esistere e il regolare le nostre indagini sopra questa
supposizione. Con la legge di causalità,
in altre parole, noi non formuliamo un dogma ma caratterizziamo un metodo di
ricerca; un metodo che, semplificando, si potrebbe riassumere dicendo che, «per
accrescere la nostra conoscenza delle leggi naturali, è necessario supporre che
leggi fisse dominino anche là dove noi non siamo ancora riusciti a scorgerle.
La legge di causalità assume in questo modo i connotati di un ideale regolativo
della ricerca, somigliando più a un’idea nel senso kantiano (come quella di
mondo) che non a un concetto appartenente alle condizioni a priori
dell’esperienza. Di nuovo, quel che interessa a Vailati è l’aspetto dinamico,
‘esposto verso il futuro’ dell’indagine scientifica della natura. Nel caso
specifico della legge di causalità, la sua importanza deve essere ricercata più
nella sua fecondità che nella sua certezza.
Rifacendosi all’empirismo classico, prekantiano, Vailati vede
nell’attribuzione di necessità a schemi mentali o a leggi fisiche un prodotto
dell’abitudine: la maggior parte delle
nostre pretese “necessità mentali” (analogamente a molte delle nostre necessità
fisiche) non sono che un prodotto dell’abitudine e […] in tale qualità, non
provano quindi altro che la presenza costante nella nostra esperienza passata
di dati caratteri o aggruppamenti costanti atti a farle sorgere -- Epistolario. Contro Kant, V. difende, come metodo di
ricerca, lo historical plain method proposto dall’amato John Locke: In tutte le direzioni, dalla psichiatria allo
studio delle società animali, dalla storia delle scienze a quella delle religioni,
dalla filologia e dalla semantica alla filosofia del diritto, i metodi che si
son manifestati più fecondi ed efficaci sono quelli basati sulla comparazione,
sul confronto, sulla ricerca delle analogie, delle connessioni genealogiche e
storiche (Scritti, cit., p. 634).
Analogamente, in ambito morale, Vailati sente più affine un
atteggiamento ‘consequenzialista’, ispirato a John Stuart Mill, che non il
rigorismo kantiano: dire, con Kant che un dato modo di comportarsi è morale
quando è tale da poter essere esteso a norma universale per tutti gli uomini
conviventi in una data società, non differisce affatto dal dire che, per
giudicare se una azione è morale o no, ciò a cui conviene badare sono le
conseguenze alle quali porterebbe il fatto che altre azioni simili venissero
ripetute dai singoli componenti la società stessa. È quindi solo apparentemente
che Kant riesce a scartare dal suo sistema di morale la considerazione dei
fini, o della tendenza delle azioni a produrre determinati risultati. V., tuttavia, non approva completamente
l’approccio utilitarista e, tra i fini, egli ritiene di dar maggior rilievo a
quelli connessi alla stabilità e conservazione della convivenza sociale, invece
che a quelli che riguardano i vantaggi e le soddisfazioni individuali dei singoli
consociati. Il rapporto con il marxismo
Tra i molteplici interessi culturali di Vailati, quello per l’economia teorica
e le scienze sociali in generale ha un ruolo importante. Buon conoscitore dei
classici del pensiero economico (i fisiocratici, Smith, Ricardo), V. si schiera
decisamente a favore della teoria marginalista, che aveva preso ad affermarsi
nella seconda metà dell’Ottocento. Egli saluta come un progresso
l’introduzione, nell’analisi economica, del concetto di ‘utilità marginale’: Si potrebbe dire, a questo riguardo, che
l’introduzione del concetto di “utilità marginale” rappresenta nella
trattazione delle teorie economiche un progresso d’indole analoga a quello
rappresentato in meccanica dal concetto matematico di “accelerazione” -- Scritti. Un aspetto sul quale Vailati insiste è che
non bisogna farsi fuorviare dall’espressione utilità marginale: di per sé, dal
punto di vista della teoria economica che su di essa si fonda, non si tratta di
valutare utilità o piaceri (un equivoco all’epoca piuttosto diffuso) «ma di
porre a confronto l’attitudine che una differente quantità di diverse merci può
avere a determinare le scelte da parte di un dato individuo o di date classi di
individui. Del marxismo, V. critica
perciò, prima di tutto, la teoria del valore-lavoro, l’idea che nella società
capitalistica il valore di scambio delle merci sia determinato dalla quantità
di lavoro umano in esse incorporato. Nella teoria dell’utilità marginale egli
vede, in contrapposizione alla concezione di Karl Marx, un potente strumento
unificante; e non è da escludere che Vailati abbia spinto Calderoni a estendere
il concetto di utilità marginale all’ambito della stessa morale. Se cerchiamo un elemento unitario nelle
critiche che Vailati rivolge al marxismo, questo risiede nel rimprovero di
unilateralità. Il marxismo, secondo V., riconduce la spiegazione dei fenomeni
sociali a un’unica causa: l’economia; e indica nel solo conflitto di classe la
vera causa dei mutamenti nella costituzione della società. Il progresso, inoltre,
è inteso dai marxisti unicamente come sviluppo delle forze produttive e non
anche come progresso morale e spirituale. A proposito della concezione
materialistica della storia, V. afferma:
Questa si fa da molti consistere nel riguardare le condizioni economiche
come i soli fattori efficaci dello sviluppo e delle trasformazioni sociali, e
nel qualificare tutte le altre manifestazioni della vita collettiva, e in
particolare le più elevate, come semplici superstrutture o riflessi ideologici
di quelle, prive per se stesse di qualunque efficacia o impulso direttivo -- Scritti
filosofici. Contro i sostenitori di
siffatta teoria, V. osserva che, comunque, ammettere l’influenza preponderante
dei rapporti economici «nella formazione e nello sviluppo delle singole specie
di attività cui dà luogo la convivenza umana, non implica che queste ultime non
possano alla lor volta agire come cause modificatrici della struttura e della
vita stessa economica delle società in cui si manifestano. Anche in questo
caso, però, occorre usare con grande cautela la parola causa: più che di un
rapporto di causa ed effetto, si tratta di un rapporto di mutua
dipendenza. Sensibile all’importanza del
linguaggio e al ruolo delle definizioni in filosofia e nelle argomentazioni in
genere, V. denuncia anche, in certe tesi fondamentali della concezione
marxista, una sostanziale ambiguità tra momento descrittivo e momento
normativo, che sovente risultano sovrapposti e confusi. Così, a proposito della
frase di Marx: «Due merci sono di egual valore quando la loro produzione esige
uno stesso numero di ore normali di lavoro», V. osserva che è intesa qualche
volta come una definizione del valore di scambio, tal altra volta come
un’asserzione relativa alle circostanze dalle quali la ragione di scambio di
due merci dipende, tal altra volta, infine, come l’affermazione d’un criterio
che dovrebbe essere adottato per determinare le proporzioni in cui le merci si
devono scambiare, in una società nella quale ciascun membro abbia diritto al
“prodotto integrale” del suo lavoro. Il
punto di maggior distanza di V., rispetto alle posizioni del marxismo, risiede
nel ruolo attribuito all’individuo e alle scelte individuali nella storia e
nella società. Sebbene fosse ostile alla concezione di un homo oeconomicus
incentrato esclusivamente su se stesso e sui propri bisogni egoistici, Vailati
vede nell’individuo, nelle sue aspettative e credenze, il centro da cui muovere
per svolgere le proprie riflessioni in qualsiasi settore dell’attività umana.
Isolato nel suo tempo e poi pressoché dimenticato, Vailati sarà comunque, nel
secondo dopoguerra, proprio per questo aspetto peculiare del suo pensiero, una
fonte d’ispirazione per Bruno De Finetti, ormai riconosciuto unanimemente come
uno dei pensatori e scienziati italiani più influenti del Novecento (Parrini
2004; Parrini 2011). Opere Scritti, a
cura di M. Calderoni, U. Ricci, G. Vacca, Firenze-Leipzig 1911. Il metodo della filosofia, a cura di F.
Rossi-Landi, Bari 1957. Epistolario
1891-1909, a cura di G. Lanaro, introduzione di M. Dal Pra, con un “Ricordo di
Giovanni Vailati” di L. Einaudi, Torino.
Scritti filosofici, a cura di G. Lanaro, Napoli 1972. Metodo e ricerca, prefazione di M. Calderoni,
nuova ed. a cura di B. Loré, Lanciano 1976.
Bibliografia «Rivista critica di storia della filosofia», 1963, 18,
fasc. 3 dedicato a Vailati, pp. 275-523.
G. Lolli, Le forme della logica: Giovanni Vailati, in Id., Le ragioni
fisiche e le dimostrazioni matematiche, Bologna 1985, pp. 107-32. I mondi di carta di Giovanni Vailati, a cura
di M. De Zan, Milano 2000. P. Parrini,
Dal pragmatismo logico di Vailati al probabilismo radicale di de Finetti, in
Filosofia e scienza nell’Italia del Novecento. Figure, correnti, battaglie, Milano 2004, pp. 33-55. P. Parrini, Pragmatisme logique et
probabilisme radical dans la philosophie italienne du XXe siècle, «Revue de
synthèse», 2011, 132, pp. 191-211.Si laurea a Torino. Insegna a Torino, dopo aver lavorato come
assistente di PEANO e VOLTERRA. Lascia il suo posto universitario e così puo
proseguire i suoi studi in modo indipendente, e si guadagna da vivere
insegnando matematica. Scrive saggi e recensioni che toccano un'ampia gamma di
discipline. La sua opinione nei confronti della filosofia è che essa fornisse
una preparazione e gli strumenti per il lavoro scientifico. Per questa ragione,
e perché la filosofia dove essere neutrale fra opposte convinzioni, concezioni,
e strutture teoriche, il filosofo evita l'uso di un linguaggio tecnico
specialistico, ma usa il linguaggio che la filosofia adotta in quelle aree in
cui è interessata. Ciò non vuol dire che il filosofo debba soltanto accettare
qualunque cosa egli trovi. Un termine del linguaggio ordinario potrebbe essere
problematico, ma la sua carenza e corretta piuttosto che sostituite con qualche
nuovo termine tecnico. La suo filosofia sulla verità e sul significato e
influenzato da filosofi come Peirce e Mach. Con cautela, distinse fra SIGNIFICATO
e verità. La questione di determinare che cosa vogliamo dire quando enunciamo
una data proposizione, non solo è una questione affatto distinta da quella di
decidere se essa sia vera o falsa. Tuttavia, dopo aver deciso cosa si vuole
dire, l'azione di decidere se ciò è vero o falso è cruciale. V. ha una filosofia
positivista moderata. La tattica adottata dai pragmatisti in questa loro guerra
contro l'abuso delle astrazioni e delle unificazioni consiste nel proporre che,
anche nelle questioni filosofiche si esiga, da chiunque avanzi una tesi, che
egli sia in grado di indicare quali siano i fatti che, nel caso che essa fosse
vera, dovrebbero, secondo lui, succedere o esser successi, e in che cosa essi
differiscano dagli altri fatti che, secondo lui, dovrebbero succedere o essere
successi, nel caso che la tesi non fosse vera. Le influenze e i contatti di V. sono
molti e vari, e spesso e etichettato come "l'italiano pragmatista". Deve
molto a Peirce e James – V. è uno dei primi a distinguere i loro pensieri --,
ma subì anche l'influenza di Platone e Berkeley -- che egli vide come
precursori importanti del pragmatism -- Leibniz, V. Welby-Gregory, Moore,
Russell, PEANO e Brentano. V. corrispose con molti dei suoi
contemporanei. La prima parte della sua filosofia comprende scritti sulla logica
matematica. In questi saggi, focalizza l'attenzione sul suo ruolo in filosofia
e distinguendo fra logica, psicologia ed epistemologia. La dottrina recente
pone V. e il suo allievo CALDERONI (vedi) nella categoria storiografica del
pragmatismo analitico italiano. I suoi principali interessi storici
riguardarono la meccanica, la logica e la geometria. Egli da un importante
contributo in molti campi, compreso lo studio della meccanica post-aristotelica,
dei predecessori di GALILEI (vedi), della nozione di definizione e del suo
ruolo nell'opera di Platone e Euclide, delle influenze matematiche sulla logica
e sull'epistemologia, e sulla geometria non-euclidea di SACCHERI. S’interessa particolarmente ai modi in cui quelli che potrebbero essere
visti come gli stessi problemi sono inquadrati e trattati in periodi
differenti. Il suo lavoro di storico della scienza e strettamente connesso con
quello filosofico. Per le due attività, infatti, utilizza gli stessi pensieri e
metodologie di fondo. Vede lo studio storico e lo studio filosofico come
differenti nell'approccio ma non nell'argomento. Crede, inoltre, che dovesse
esserci cooperazione fra filosofi e scienziati nell'approfondimento degli studi
storici. Ritene anche che una storia completa richiedesse che si tenesse in
conto anche il background sociale pertinente. Il superamento delle teorie
scientifiche, grazie a nuovi risultati, non comporta la loro distruzione,
perché la loro importanza aumenta proprio per il fatto di essere superate. Ogni
errore ci indica uno scoglio da evitare mentre non ogni scoperta ci indica una
via da seguire. La posizione di V. sulla storia della scienza ricalca quella di
una serrata critica al positivismo, in un contesto teorico dove il pragmatismo
ammette nuovi strumenti di comprensione e anche di valutazione della scienza,
come mostrano anche le vicende di CALDERONI (Pozzoni, Il pragmatismo analitico
italiano di Calderoni, Roma, IF Press) e di PEANO, il quale vanta certe
affinità con il pensiero filosofico del periodo (Rinzivillo, V., Storia e
metodologia delle scienze in Una epistemologia senza storia, Roma, Nuova
Cultura, e PEANO, Contributi invisibili in Una epistemologia senza storia, Pozzoni,
Il pragmatismo analitico (Villasanta, Liminamentis); PEANO, In Memoriam, Bolletino
di matematica, Pozzoni, Cent'anni di V.”
(Liminamentis, Villasanta); Zan, “La formazione di V.” (Congedo, Galatina); Sava,
La psicologia tra V. e Brentano, in "Il Veltro", Roma, Giordano, V., filosofo
della scienza (Firenze, Le Lettere); Pozzoni, Il pragmatismo analitico italiano
di V., Liminamentis Editore, Villasanta,
Ronchetti, L'archivio in Quaderni di Acme, Bologna, Cisalpino, Scritti
filosofici. Treccani Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana;
Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana; giovanni-vailati.net.
Fondo archivistico e librario conservato presso Milano, Il contributo italiano
alla storia del Pensiero: Filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Couturat e Leau, Histoire de
la langue universelle
Paris, Hachette. Rivista Filosofica.
Non è solo pel fatto di contenere un’esposizione accurata e particolareggiata
dei numerosi progetti di lingua
universale che si sono succeduti a cominciare dai primi di cui si ha notizia
(Urchard, Dalgarno, Wilkins) fino a H. P. Grice che la storia di Couturat e
Leau ha il diritto d’intitolarsi una ‘storia’
della questione della lingua internazionale. Il saggio merita tale titolo anche
in un altro e più importante senso, in
quanto i suoi autori riescono con esso a provare che la serie di tentativi d’essi presi in considerazione, lungi dal presentare
l’aspetto d’una successione di sforzi
indipendenti e incoerenti, lascia trasparire le traccie d’una graduale
evoluzione verso uno schema il cui carattere generale è già fin d’ora
suscettibile d’un’approssimata determinazione, el e cui linee fondamentali
vengono in certo modo a sovrapporsi a quelle segnate dal processo spontaneo che
porta irresistibilmente, per quanto lentamente, le nazioni civili ad aumentare
sempre più il patrimonio di vocaboli e d’espressioni
che possiedono in comune e persone, anche colte, che non hanno avuto occasione
di riflettere sull’argomento non si fanno facilmente un’idea esatta della
quantità di parole nter-naziona1 che esse adoperano, e della parte sempre
crescente che queste vengono ad occupare, non dico nei dizionari compilati dai
letterati o dai puristi ma nel dizionario
reale ed effettivo dell’uso corrente – “the little Oxford dictionary,”
nelle parole di Austin rapportate da Grice --, nella lista cioè dei vocaboli
del CUI significato s’esige e si
presuppone la conoscenza anche in chi non conosca altra lingua che la
propria – cf. Crusoe’s Friday. Così, per esempio, nessun italiano può addurre
la sua ignoranza del gallo o del tedesco, come
giustificazione del suo non
conoscere il SIGNIFICATO (o senso) di parole come le seguenti: òuffet, bureau,
chèque, club, hotel, itufiresario, meeting, menu, metier, bete noire,
restaurant, rdclame, record, reporter revolver, sport toilette, traimvay,
tunnel, etc. Il che vuol dire che, se si prende come criterio dell’italianità o
cruscacita d’una parola il fatto ch’essa è usata e intesa agl’italiani – cf. H.
P. Grice, “native speaker of English,” William James Lecture V -- (e non si
vede quale altro criterio si puo prendere – sta nella Crusca? --, da chi a meno non sia disposto a negare che
siano ITALIANE anche le parole alcool, ze-7itth, ovest, gas pel fatto ch’esse
ci provienneno dallarabo o dall’olandese, i vocaboli sopra riportati hanno ben
più diritto a essere qualificati come ITALIANI
, se non romani, di quanto n’abbiano tanti altri che i dizionari registrano solo
perchè usati da scrittori di qualche secolo fa
-- i don’t give a hoot what the dictionary says – Grice to Austin :
come, per esempio, allotta, arrogi , < gttagnele, millanta, etc. Ne al fatto he alcune delle suddette parole contengono
lettere o sillabe venti valore fonetico
diverso da quello che loro spetterebbe nella nostra ortografia può essere ormai attribuita molta
importanza dal momento che tale circostanza non è più considerata come un
ostacolo alla trascrizione esatta dei nomi proprii stranier, com’Erberto,
di luogo e di persona. Oxford, vade vobis. L’esigenze pratiche s’alleano
ora al senso estetico per trattenerci dallo scrivere Stoccarda o Conisberga
invece di Stuttgart e di Konigsberg. E se a
molti non ripugna ancora lo scrivere Volfango invece di Wolfgang, o
Mabetto invece di Macbeth, a nessuno verrebbe certo ora in mente d’imitare il
obtuso napoletano VICO (si veda) citando Renee Descartes sotto il nome di
Renato delle Carte, quando Chomsky preferisce Cartesio! Un esempio
caratteristico di creazione di nuove parole internazionali mediante un espresso
accordo tra gl’interessati c’è fornito dal sistema di
unita C. G. S. adottato e promulgato dal congresso degl’elettricisti tenuto a Parigi e le cui denominazioni sotto forma
invariabile, volt, ampire, ohm, etc., sono ora adoperate dagli scienziati e
dagl’elettrotecnici di ogni nazione europea, e non solo la Gallia. La gran maggioranza tuttavia delle parole che possono praticamente essere
riguardate come già in effetto
internazionali non è costituita da quelle che figurano nelle varie lingue sotto
forma assolutamente identica, ma bensì da quelle che vi si trovano leggermente
modificate, sopratutto nella desinenza, a seconda dell’indole dei rispettivi
linguaggi, come avviene ad esempio pelle parole: caffè, cioccolata, tabacco,
garanzia, posta, vagone, consolato, oasi, concerto, etc. E in questa categoria che rientrano i numerosi
termini tecnici, di scienze, d’arti, di sostanze chimiche, di strumenti, di
malattie, etc., derivati dal greco, come chirurgo, estetica, ossigeno,
fonografo, emicrania, etc. A projiosito dei quali giova notare come parecchie
radici o prefissi greci. come
—logo, —grafo, z=.geno,
fono—, termozzz, baro=,
archi—, end—, anti—,
i^o —, filo —, geo—, etc., pure
non figurando, sotto qualsiasi forma, come parole isolate, nel dizionario d’alcuna
lingua, tuttavia pel solo fatto di trovarsi ripetutamente adoperati, econ un
senso ben determinato, nella composizione di parole appartenenti a ogni
linguaggio civile, finiscono per essere correttamente interpretate anche da chi
si trovi sprovvisto di qualsiasi conoscenza della lingua dalla quale provengono -- cf. Hare, a good phylostysometre. La stessa
osservazione si può ripetere per quei VOCABOLI LATINI che, pure non potendo
essere qualificati come internazionali nel senso che essi appartengano ad altre
lingue oltre che alle romanze o neo-latine,
lo sono tuttavia nel senso che le lingue romanze o neo-latine non sono le sole
nelle quali esse figurano come elementi
di parole composte. Cosi per esempio le parole romane o latine navts, oculus,
currere, secretum, ovum, pubblicus, annus, etc. non possono essere riguardate
come del tutto estranee a un britannico o a un tedesco dal momento che a sue
lingue appartengono le parole oculist, concurrence, secretary, ovai, Publizist,
Annalen, etc. E specialmente in virtù di questa circostanza che i più
recenti progetti di lingua universale –
il deutero-esperanto di H. P. Grice, o il basic latin di Ogden --, quanto più
deliberatamente si propongono di costruire il dizionario in base al criterio
pratico della massima effettività internazionale delle singole parole o radici,
criterio che viene a essere naturalmente imposto dalla necessità di ridurre al
minimo gli sforzi richiesti dall’apprendimento di parole interamente nuove da parte di chi
conosca già qualcuna delle lingue civib''europee, -- cf. Grice’s and Austin’s
Eskimo implicatdures -- e dalla convenienza di rendere il dizionario della
lingua internazionale quanto più è possibile utile per facilitare l'eventuale
apprendimento delle lingue civili europee da parte di chi non ne conosca alcuna.
tanto più si trovano condotti ad attribuire
una parte preponderante all’elemento LATINO tratto da Peano, sine
flessione! La maggior parte di tali progetti finiscono anzi per differire tra
loro assai meno di quanto possano differire due dialetti – toscano e genovese
-- di una stessa lingua – la toscana -- , e per avvicinarsi anche senza
volerlo, per ciò almeno che riguarda il dizionario, ai progetti avanzad dai
fautori d’un ritorno all’uso internazionale del LATINO, in quanto anche
questi sono costretti ad ammettere i neo-logismi indispensabili per esprimere
cose e concetti moderni, e a rinunciare quindi a qualunque pretesa puristica e
letteraria. Come è naturale, il latino più ricco d’elementi internazionali non
è quello classico di CICERONE (si veda) o di
TACITO (si veda), ma quello usato dagli scolastici come Aquino da
Roccasecca a Parigi, e dagli scienziati del medio evo; non quello, per esempio,
in cui il ministero della pubblica istruzione sarebbe chiamato Summus moderator
studiorum, ma quello in cui verrebbe semplicemente indicato come mnister
publicae instructionis o, anche meglio, de publica instructione. Ma a
rendere difficile un completo accordo tra i fautori d’un latino comunque modernizzato e semplificato – il
SYMBOLO di Austin --, e quelli che propongono la costruzione d’una lingua
affatto artificiale, per quanto costruita con materiali tolti in gran parte dal
latino, si presentano le questioni relative alla grammatica o morfo-SINTATTICA.
Benché gl’uni e gl’altri si trovino
d’accordo nel riconoscere che le difficoltà inerenti all’adozione del
latino come lingua internazionale puo
venir notevolmente diminuite coll’introdurre nella sua grammatica delle
modificazioni semplificatrici d’indole analoga a quelle che si sono
spontaneamente prodotte ne le lingue neo-latine, pure essi non cessano per ciò
di differire grandemente nell’apprezzamento dei criteri da seguire in tale
semplificazione. Vi è chi si contenterebbe di regolarizzare le declinazioni o le coniugazioni, togliendo la
loro inutile molteplicità e permettendo, per esempio, che si dicesse ati t o e
legebo come si dice amabo e monebo, o loqtiivi, currivi invece di locutus S2tm e
di czicurn. Altri abolirebbero
senz’altro ogni declinazione dei nomi indicando invece i vari casi colle
preposizioni come fanno le lingue neo-latine 1 armenti sopprimerebbero le
varie flessioni dei verbi corrispondenti
alle persone, bastando, per distinguere queste, l’impiego dei pronomi. Anche
per indicare i diversi tempi dei verbi v’è chi propone s’abbandoni l’impiego di
speciali desinenze o modificazioni adottando invece l’artificio dei verbi
ausiliari -- Grice, Socrates whatted in Athens?
Drank hemlock -- anche pel futuro. Un
passo piu avanti è fatto da quelli che
propongono si’abolisca la distinzione tra i generi dei nomi e tutte le
regole di concordanza ad essa relative, indicando solo, quando occorra, il
sesso con uno speciale prefisso – aquilo
-- come si fa in inglese: he-goat, she-goat, he-bitch. Ne qui SI arrestano le
proposte di semplificazioni, tra le quali la più radicale è rappresentata dal
Latino sine flexione di PEANO (si veda), riattaccantesi a un ordine di ricerche il cui primo impulso
risale non a Grice ma a Leibniz. Già questi osserva che, allo stesso modo come
l’uso delle proposizioni rende inutili, pei nomi, le flessioni corrispondenti
ai differenti casi, così anche l’uso delle congiunzioni potrebbe sostituire,
per i verbi, le flessioni indicanti i differenti modi, modes, not moods – Grice
– Follesdall – Stanford – Moravsik. Così,
per esempio, la differenza di SIGNIFICATO (O SENSO) tra l’indicativo e
il soggiuntivo è già sufficientemente espressa dalla sola presenza, pel
secondo, delle congiunzioni: ut, quod, “si,”
(if) – cf. H. P. Grice, “Indicative Conditionals” --, etc. La ragione perche Boezio non vuole
parlare di preghiere! Non occorre quasi notare che anche il modo imperativo –il
primo secondo Vico: I, FAC, STA, DA, non ha affatto bisogno di venire indicato d’alcuna
modificazione del verbo, bastando a ciò premettere, o far seguire, a questo
l’indicazione del comando o del desiderio, opto, peto,
quaeso, etc – the door is closed,
please -- Hare., come già del resto si pratica in più d’una lingua (PLEASE – R. M. Hare: “The door is closed,
please” --, bitte, s’il
vous plait, etc.. Un’idea più ardita, suggerita pure da
Leibniz a PEANO (si veda), è quella dell’inutilità di qualsiasi flessione per
indicare il plurale dei nomi -- sheep,
shep -- {videtnr pluralis inutilis in
lingtia rationali – Warnock, Tigers are dangerous – Metaphysics and logic. La
distinzione tra singolare e plurale sembra a PEANO (si veda) puo essere
sufficientemente espressa dal semplice
premettere al nome, quando occorra, un aggettivo numerale – Me Tarzan
You Jane You You DUE Jane, U7tus,
aliqtds, omnis, plurcs, duo, diversi, etc. – Altham, the logic of plurality – aleoethetca,
pleonethica. Geach Occam. A questa stessa conclusione è pure antecedentemente
venuto anche un altro filosofo che s’occupa molto a fondo delle questioni
relative alla grammatica razionale, BELLAVITIS, di Padova, di cui l’importante saggio, portante
il titolo “Pensieri sopra una lingua universale e su alcuni argomcnli analoghi,” Memorie dell’I.
R. Istituto Veneto, è sfuggito, tipico d’un gallo orgoglioso, all’attenzione
di Couturat. Tra l’altre proposte originali e suggestive che il saggio di
BELLAVITIS (si veda) contiene è da notare quella relativa all’adozione di una
speciale preposizione anche per
distinguere il soggetto (“Fido”) dal predicato (“is shaggy” – Grice) –
Strawson Subject and predicate in logic and grammar, Irvine – Grice – d’una
proposizione, d’adoperare, s’intende, solo quando ve ne è bisogno. Tale è il
caso, per esempio, quando si tratti d’una proposizione il cui soggetto (“Fido”)
o attributo (“shaggy”) è rappresentato d’un
pronome relativo, il quale, per ragione di chiarezza [Grice, DESIDERATUM
OF CONVERSATIONAL CLARITY: “Be perspicuous [sic]”. -- non può venire troppo
allontanato dal precedente nome cui si riferisce, e non può quindi
indicare, per mezzo della sua posizione rispetto al verbo, se dove
essere inteso come il suo soggetto o il suo predicato. Quest’osservazione di BELLAVITIS (si veda) non è priva anche d’una
certa importanza filosofica in quanto costituisce in sostanza una critica della
distinzione tra verbi transitivi e intransitivi e di quella tra verbi attivi e
passivi. Essa mira infatti a sottoporre non solo l’accusativo (o CAUSATIVO,
strettamente -- come già avviene in alcune lingue, p. e. nella spaglinola), ma anche il nominativo a norme
analoghe a quelle che reggono gl’altri
casi, sopprimendo l’inutile complicazione della
costruzione [Atti della R.
Accademia di Scienze
di Torino; Leibniz [citato da
Grice – “one of the greats”]. Opusculcs el Fragnicnt inédils publiés par
Couturat. BELLAVITIS (si veda) ha su
questo punto dei precursori fra gli scolastici, in CAMPANELLA e Occam [cf. il
sermone mentale – discusso da Geach e Grice e Leibniz – PARIDE AMA ELENA -- e
Alberto di Sassonia. L’apprezzamento espresso su quest’ultimo da Prantl – lesso
da LAMENTANI (si veda) nella sua Storia
della Logica, precisamente a questo proposito, è da deplorare come
erroneo e ingiusto. COUTURAT E L. LEAU,
HISTOIRE DE LA
LANGUE UNIVEKSELLE] passiva –
Strawson, “The exhibition was visited by the King of France” --, ed emancipando nello stesso tempo la frase d’ogni
restrizione relativa alla collocazione delle sue varie parti rispetto al verbo.
Anche sull’uso dell’articoli e delle
particelle dimostrative l’osservazioni di BELLAVITIS (si veda) apportano
un contributo prezioso alla soluzione delle controversie che ancora si
dibattono tra gl’autori di vari progetti di
GRAMMATICA RAZIONALE, come il Deutero-Esperanto di Grice. Un concetto
dominante sul quale egli ritorna frequentemente è questo che l’adozione di date preposizioni o
congiunzioni o articoli -- “voci
grammaticali,” come egli le chiama -- per indicare date relazioni tra le
parti d’una frase non implica che tali voci devono essere sempre adoperate
per esprimerle. Esse possono e devono invece essere omesse ogni qualvolta
la loro assenza non produce ambiguità – cf. Grice, “Avoid ambiguity” – Me
Tarzan, You Jane. Blake, “Love that never told can be”. Tutte queste semplificazioni,
le quali, del resto, potrebbero applicarsi, come al LATINO, anche a qualsiasi
altra lingua, finisceno, come si vede, per far capo al concetto d’una lingua
suscettibile di venir compresa e
adoperata indipendentemente dalla conoscenza di qualsiasi regola grammaticale –
O. P. Wood, The Rules of Language, The Aristotelian Society, read by Austin and
Grice on a Saturday morning. E in fondo l’ideale che si presenta già alla mente
di CARTESIO – the rules of discourse, Grice -- [vide Grice, “Descartes on Clear
and Distinct Perception”] in quella sua lettera a Mersenne nella quale,
discutendo un progetto d’ignoto filosofo chiamato ERBERTO GRICEUS HARBONIENSIS
che ritiene aver costruito una lingua (“Deutero-Esperanto”)
atta a essere interpretata e scritta col solo aiuto d’un dizionario – Grice:
“The Little Oxford Dictionary? Austin hated it! --
conclude che ce n’est pas mcrvetlle que les esprits vulgaires apprennent
en moins de six heures à composer en
cette langue. – cf. Prince Maurice’s Pirot -- Cartesio, Opere, edit. Tannery e Adam). Ed e questa stessa idea d’una
lingua ARTIFICIALE [Deutero-Esperanto], costruita, per quanto riguarda il
dizionario, con materiali tolti alle lingue viventi e sottoposta invece, per quanto riguarda la grammatica –
strettamente, morfo-SINTASSI --, alla
massima semplificazione razionale – cf.
RULES OF FORMATION OF SYSTEM G-HP di MYRO], che Rcnouvler sembra avere in vista
in quella frase, da Wilkis, quasi profetica, che appunto Couturat riporta a
questo proposito. La langue universelle doti ciré empiriquc par son vocabulairc o LEXICON,
et PHILOSOPHIQUE, logica, ragionata, PAR
SA SINTASSIS, ou grammaire. (ReNOUVlER,
De la question de la langue universelle,
Revue. Non voglio chiudere il presente
cenno senza richiamare l’attenzione su un altro saggio italiano sul soggetto
della lingua universale, del quale pure, ma tipicamente d’un orgoglioso e miope
gallo, non è fatta menzione nel volume di cui parliamo. Esso è pubblicato a
Roma col titolo, “Riflessioni intorno all’istituzione d’una lingua
universale,” -- lettera di Glice Ceresiano a Giotto fllo Eugenio.
L’autore ne è il filosofo SOAVE (della Svizzera, si veda),
il quale si propone in esso d’esaminare un progetto di lingua universale da
Kalmar. Questo è tutto ciò che mi ò riuscito di sapere sul contenuto del detto
opuscolo, che finora non sono stato in grado di rintracciare e che conosco solo dalla menzione che ne è fatta in un’altra opera italiana, pure ignorata, com’e
d’aspettare di un miope orgoglioso gallo come lui e, da Couturat -- FERRARI (si veda), Monoglottica,
Modena. Di quest’ultima V. ha conoscenza per mezzo di MERIGGI (si veda),
appassionato cultore di questi studi e autore lui pure d’un progetto di cui
sono segnate le traccio in un volumetto
pubblicato a Pavia, Frat. Fusi. Como. Grice: “My favourite Vailati is an
essay cited by Peano (I wouldn’t have heard of it otherwise). It is concerned
with the Italian counterparts to “non,” and the ‘congiunctioni’: “e”, “o”, and
“se”. La Grammatica
dell Algebra. iRivisla
di Psicologia Applicata, A Parlare dell’algebra come d’una linguag. In
che senso ^ f Quali sentii corrispondmio tn al~ e
d’una sua speciale J.
Come si presenti in algebra la distin- gcbra ai verbi. Loro carcittere
r . V- l'altra, ad ussa
corrispondente, tra ìionè tra verbi
transiti e verbi Dei verbi
molteplice- nomi (o aggettivi, shaggy) relativi,
e gH^izioni Carattere
grammaticale dei segni mente transitivi, e dell
/ caratteristiche dei segni d’uguaglianza j • fiirtincri e oarlando d’essa
come di uno spe- LParlando d’algebra
a dei attribuire, alla pa- ciale
lingua, devo pregarli d, P ^
essi le
attribuì- rola . lingua >. astrazione d’un scono ordinariamente. di studiano
— i quali tutti hanno per loro
carattere comune ai ^^ttendomi
d’applicare lo stesso nome anche elementi delle parole – L. PARABOLA,
Grice word-meaning P^^ rivolgono ad
altri sensi che non sono ad altri SISTEMI DI SEGNI eh, f„n7inni dei lingue propriamente dette, radilo, adempiono wttavia alle
tCTfpo^J^ e„ „r„SS'e
^.-—nLròne, piò pir"arhVL“rr^ « UpÓ . Ideo^radoo
nel,uall le ooae [11
.ommario e le pari., che,u „„p„ve
..ella Xmsh *'
«to- parentesi quadre, non sono mclus
carte di V., che a lu. serve pella comunicazione
da lu
p • grammalicali e SINTATTICI della
lingua delle Scienze (Firenze)
sotto il ti . Rivista di Scienza algebrico, e che in parte è riprodotto in
una i^Algèbre ati
point de vue Hngui- .,
intitolata: PiiLr it^de de l’Algebre ? ^ stiquei\
ai cui si voleva comunicare
Jos^'dvano il nome
nel Un- scura alcun riferimento ai gruppi d, suoni
che ne lingua parlata rappresentati, di quei rapporti Per indicare il
sussistere, tra g i ogg proposizioni, le scrit- che dalle lingue
parlate sono espressi in principio ad espe-
ture di questa seconda specie dovetter affatto dienti, alterazioni nella
forma, nell ordine g > preposizioni,
analogo a quello che, nella lingua parlata
etc. ai segni di PREDICAZIONE
(“... is shaggy” – GRICE), d
;Jggiare interesse per quei sistemi di
L’esame di tali espedienti presenta panico ^ „,,iea. ve- notazioni ideografiche che,
come cs-
g ordinaria, subiscono in certo nendo impiegati contemporaneamente
alla ^ avrebbero finito per soc
.nodo la cencorreusa di questa,
p.eferibill per 1 partico- combere se qualche speciale
carattere no lari uffici ai quali sono applicati – cf. Grice, ONTOLOGICAL
MARXISM: If they work, they exist d.. dell’algebra, la ragione di Dire che, nel caso che ora c,
Jgg,or brevità e pre- tale preteribilltà stia nclPattltudlne sua a j ancora
rlsob cislone le proposizioni relative a. numer determinare da quali vere la questione.
04 che Importa dipendano: Uno a che circostanze le suddette proprietà
del >”^8, geografiche al posto delle punto cioè esse si
riconnettano f ‘j; ‘7^'®°„gÌ„o .“orso, fatto dall’algebra,;role. e per nurdrpontTltguag parlata, per dare senso
alle Afferenti combinazioni dei esempio
caratteristico sto. non certo nel fatto che le cifre sia P ^,e„e
attribuita
^alrmrrrsrrg^Sa"^ della
posizione che esse occupano in hT
prop™^^ f rrti soprattutto d’attribuire i strumento di ricerca e di dimostra- che
come mezzo di ^a
avere indotto uno dei piu grandi
zione. Tali vantaggi sono rivolgere
modestamente a sè stesso una ^a^
cbe è rivolta da Schiller a un
poeta presuntuoso, in quei noti versi .
pi confronto tra i “cTriuogo'*!’ impiego dei segni derivano dall’impiego delle . q un’altra distinzione importante dell'algebra, si
P""“ ehe occorre fare
tra i sistemi di notazione
^;:.'lomTa;;unT:df’e de,
.'aritmetica, o le note musleaii [AND GRICE WOULD PLAY THE PIANO AT
CLIFTON – la notation della pavanne de Ravel – MEISTERSINGER is for children –
He loved MAHLER, Song of the Earth --,
hanno solo I uf- La grammatica – morfo-sintassi --
DELL’ALGEBRA mnorre nei loro elementi, dati gruppi di sensazioni fido di descrivere, e di decom
^ ^pp^nto il 0 di azioni complesse, e queg,, chimica, si
presentano come capaci caso
dell’algebra o '5'“' ^, in
parole e frasi del definirla o caratterizzarla m modo
f perrtlirco'nicio chiunque abbia coll’algebra una sufficiente
-f;:Ìadiffierenzachesiba-- à^e potr^rcorr 'linana, le proposizioni relative ai numeri e
alle loro proprietà. differenza equivale ad ammettere implicitamente che Il
riconoscere una tale differenz espressione e come strumento la speciale
efficacia ^°^t^ibuire, non tanto all’impiego che in essa di ricerca
e di "arposto^ parole della
lingua or- dintio!
q^a^P^uttostra delle particolarità
d’indole SINTATTICA. meren i
"Esamffiar'e iTche cosa gua
algebrica, ricercare e propriamente dette: que-
riscontrano, in maggiore o minor
grad J . sembrano bene degne di Tra le distinzioni, che si trovano
‘‘I,elle che si riferiscono rittcair;‘:.rc:ot^Una frase
spesso ripetuta dai filosofi della lingua, colla quale essi tentano di
precide ciò che costituisce il tratto caratteristico d’una vera lingua -- cf. COMPOSITIONALITY AND THE ESSENCE OF
LANGUAGE – H. P. Grice, “Meaning Revisited” – open-endeness, finite means,
potentially infinite utterances>, hi
opposizione alle forme meno perfette d’ESPRESSIONE
ISTINTIVA [natural groan – Grice] di stati d amm .
qualf si riscontrano anche negli
stadi inferiori di sviluppo della vita animale – Romolo e i fanciulli.' la «pcriiente
• « la lingua comincia dove l’interiezioni (GROANS AND FROWNS, MOANING
AND MEANING) finiscono. Se noi ci domandiamo, alla nostra volta, in che cosa
differiscano effettivamente l’interiezioni – Grice’s GROAN -- da quelle che i filosofi
della lingua chiamano le altre parti del
discorso, ci accorgiamo subito che esso sono le sole parole che, anche
enun- flTLàtalnte, bastano, per
sé stesse, a esprimere -^^Ye Qualche
opinione, di chi le pronuncia, mentre l’altre specie d . i
nomi eli aggettivi (shaggy), i verbi, etc., non possono, d’ordinario,
servire a a e p se
non comparendo raggruppate [TERZA ARTICOLAZIONE] l’une
insieme all’altre, in modo da dar luogo a una frase o a una
proposizione – GRICE: UTTERER’S MEANING, SENTENCE MEANING, WORD MEANING]. Quando
emettiamo [UTTER – GRICE], per esempio, il suono brr, (ho
freddo) o il suono " • ^ abiamo bisogno d’aggiungere altre parole per
fare intendere a
^Ze che sentiamo del freddo, o che
desideriamo che egli non faccia nimore. SeTnvece pronunciamo, per esempio, il nome d’un
oggetto --a accompagnarlo con qualche
parola o GESTO, che indica cosa vogliamo
dire d’esso - fhe
diefiii cioè: se vogliamo dire che lo vediamo, o che lo desideriamo, o
fotmilmo,; che ne aspettiamo la comparsa etc. aifatto alcuna nostra opinione, o
disposizione d’animo, ma al piu
segnaliamo -- SIGNIFICAMO, SEGNALARE -- che stiamo pensando a quell’oggetto, senza dire
nulla di ciò che ne pen segue --Fido,
... is shaggy -- che l’interiezioni possono qualificarsi come quelle, tra le
parole della nostra lingua, che hanno PIÙ SIGNIFICATO (“more meaning”) di tutte
le akre, e in certo modo, come le sole che n’abbiano, quando sono prese a
se. mentre altre sono soltanto capaci d’acquistarne,
nel caso che siano assunte a far parte
una frase che n’abbia. L’affermazione riferita sopra equivale, dunque, a dire
che la vero lingua comincia colla prima introduzione di parole (shaggy, brr. Ah, ouch -- che, prese
per se stesse NON hanno alcun SIGNIFICATO, e che di tanto una lingua e ° più rilievo hanno in esso le parole –shaggy
-- che si trovano in questo caso, di front litro che, anche enunciate
isolatamente, esprimono qualche opinione d’animo – shaggy, hairy-coated --, di
chi le PRO-NUNCIA. Si ha una conferma di ciò nel fatto che le parole che hanno MENO SENSO delle altre - quelle cioè alle quali è necessario
aggiungere un piu grande numero d’altre parole per ottenere una frase che
voglia sono apppunto quelle che compaiono piu tardi – non da da, ma ma -- , tanto
nello sviluppo storico della lingua che Romolo e Remo sono segnalato
dalla lupa capitolina, quanto nel processo individuale o gemmelli del loro
apprendimento della lingua del Lazio.
Tra tali parole sono da porre, in primo luogo, le pre-posizioni (via va,
Grice, to Roma d’Albalonga) in quanto esse hanno l’ufficio d’indicare le varie
specie di relazioni che possono sussi-
fi) La trovo citata tra gl’altri da ZOPPI (si veda), nella sua Filosofìa
della Grammatica (Veron), che trovato pieno d’osservazioni
suggestive sull’argomento qui trato.] stere tra gl’oggetti di cui si parla.
Esse infatti, appunto per questa ragione, non indicano assolutamente nulla se
non sono accompagnate dalle parole che denotano gl’oggetti tra i quali s’asserisce
aver luogo la relazione che ad esse
corrisponde. Così, quando pronunciamo, per esempio, le parole: accanto, sopra, dopo, etc., -- cf. Grice, ‘betwen’, not aequivocal, and
‘the sense of ‘to’ senseless -- senza
indicare quali siano le cose di cui INTENDIAMO (GRICE M-intending) affermare
che runa è accanto all’altra, sopra l’altra,
etc., -- zu zu Jew -- noi non comunichiamo a chi ci ascolta alcuna
determinata INFORMAZIONE (si veda
FLORIDI) sulle cose di cui parliamo. A considerazioni analoghe si presta il
confronto delle varie specie di verbi e, in particolare, la distinzione
espressa comunemente coll’opporre i verbi transitivi ai verbi intransitivi, col
porre in contrasto, cioè, i verbi che, come per
esempio: desidero, respingo, nascondo,
indico, etc., richiedono che alla
loro enunciazione segua l’indicazione di qualche oggetto al quale si
riferiscono, coi verbi che invece, come per esempio: dormo, cresco, rido,
muoio, etc., non hanno bisogno d’alcuna
ulteriore determinazione o specificazione di tal genere. Qui è tuttavia d’osservare
che la suddetta distinzione, in quanto è stabilita dai grammatici in base al
criterio puramente formale consistente in ciò ch’il verbo esiga, o non esiga,
ciò ch’essi chiamano un complemento
diretto, non coincide esattamente con quella che, pel nostro scopo, è opportuno è posta in
rilievo. A nessuno certo può venire in mente di dar torto ai grammatici quando
essi si preoccupano di distinguere i casi nei quali l’indicazione dell’oggetto,
a cui si riferisce l’azione espressa d’un verbo – il causato o accausato –
accusativo -- avviene per mezzo della
semplice aggiunta del nome di tale oggetto, come quando si dice per esempio:
desidero la tal cosa -- wants to marry
Mary — dai casi nei quali invece è necessario che, tra il verbo e il nome, sia
interposta una preposizione, come quando si dice per esempio, di certi nomi
come quelli che abbia'mo sopra citati, è ordinariamente indicato col
qualificarli come nomi relativi. Della connessione tra i nomi relativi e i verbi transitivi si ha una chiara manifestazione anche nella possibilità, frequentissima, di
tradurre frasi, in cui a un dato oggetto, o persona, è applicato un nome
esprimente una relazione, in altre si, equivalenti, nelle quali figura invece un
verbo transitivo. Non vi è, per esempio,
differenza tra il SIGNIFICATO (O SENSO) – ma si dell’implicatura -- delle frasi, il tale è nemico del tale altro, o il tale oggetto c più alto del tale altro,
e le altre: a tal persona odia la tal
altra, o il tale oggetto supera, o
sopramnza, il tale altro, etc.
Peirce [su cui Grice insegna a Oxford], che più d’ogni altro s’è
occupato dell’analisi e della classificazione delle varie specie di relazioni,
è stato portato dalle sue ricerche a stabilire una distinzione tra i verbi o
nomi ed aggettivi transitivi, a seconda che essi esigano l’aggiunta d’un solo o
di più nomi per acquistare un SIGNIFICATO
(O SENSO) determinato, per diventare cioè capaci d’affermare qualche cosa degl’oggetti
e delle persone a cui vengono ap- LEIBNIZ PARIDE AMA ELENA, Sono, per esempio,
verbi doppiamente transitivi, o bivalenti diadici, come si potrebbero chiamare
con una opportuna immagine tolta dal linguaggio della chimica, comportanti cioè
l’aggiunta di due nomi – he fell on his sword -- i verbi seguenti:
insegnare qualche cosa a qualche
persona, dare qualche cosa a qualche
persona, e i corrispondenti nomi: maestro di qualche cosa a qualcheduno, donatore
– VARRONE derivativo -- di qualche cosa a qualcheduno, etc. Sarebbe forse più proprio chiamarli tri-valenti
o triadici, in quanto anche il soggetto rappresenta una valenza. Sarebbero allora bi-valenti i
verbi semplicemente transitivi,
uni-valenti i verbi intransitivi – it rains, what is ‘it’? --, e nulli-valenti o privi di valenza
gli impersonali come piove,
nevica etc. – “As Srawson once asked me, “it is raining – what is
‘it’?” – Grice. Gl’impersonali
latini come pudet me
piget me mihx
tur etc. sono bi-valenti come i
verbi transitivi. Come esempio di verbi
a quattro valenze tetradici si potrebbe citare il verbo scambiare wife-swap nel senso commerciale -- il tale
scambia colla tal persona, la tal cosa
colla tal altra, o più semplicemente, le tali due persone si scambiano fra loro
le tali due cose – their pairs of socks. Esempi di verbi tri-valenti
capaci cioè, o esigenti, di venire
o comperare, vendo un oggetto A a
una persona B, per un prezzo C, compro un oggetto A d’una persona B, per un prezzo C. Nel caso di
questi verbi pluri-valenti polliadici, o molteplicemente transitivi, si scorge
chiaramente quale sia l’ufficio che hanno le preposizioni, in quanto servono
quasi d’organi connettivi, per applicare a ciascun verbo ordinatamente i rispettivi complementi, pare ordenato. Quanto
più cresce il numero delle valenze tanto
più cresce naturalmente il bisogno di speciali segni o particelle destinate ad
evitare le’ambiguità nell’assegnazione
di diversi complementi a uno stesso verbo. Servono a tale scopo, nel linguaggio
ordinario, le preposizioni o le flessioni corrispondenti ai diversi casi
dei nomi. Finché il verbo, pur essendo a più valenze, è
tale che, come avviene per esempio in quelli
sopra citati, i diversi nomi richiesti per completarne il SIGNIFICATO (O
SENSO) appartengono a categorie cosi distinte da rendere impossibile qualsiasi
equivoco –you gave Mary to the book? -- o confusione tra loro; quando, per
esempio, come nel caso del verbo dare, l’un complemento deve indicare una
persona, e l’altro un oggetto, può parere sempre superfluo l’impiego di qualsiasi
preposizione. Si tende infatti ad abolire queste in tutti quei casi in
cui s’ha particolare interesse a fare ECONOMIA [principle of economy of
rational effort – GRICE] di parole –
avoid prolixity of expression [sic],
come per esempio nei telegrammi, negl’indirizzi, negl’avvisi economici
delle quarte pagine dei giornali. Se si telegrafa, per esempio spedite plico
segretario nessun dubbio può nascere che il plico è la cosa spedita e
il segretario la persona a cui la spedizione è fatta, e non viceversa – give
dog bone send package secretary]. – cf.
PECCAVI – Grice. Ma quando, invece, i diversi complementi d’un verbo
appartengono tutti a una medesima classe, quando sono, per esempio, tutti nomi
di persone, come per esempio nelle frasi, dico male di Tizio a Caio, dico
male a Caio di
Tizio, l’omettere le preposizioni equivarrebbe a togliere ogni mezzo a
chi ascolta di distinguere le diverse relazioni in cui i diversi nomi stanno
col verbo, e a esporsi quindi a esser capiti a rovescio. Se, tenendo presenti
le considerazioni svolte sopra, ci proponiamo di determinare quali siano gli
speciali caratteri grammaticali e SINTATTICI
o mortfosintattici per i quali il linguaggio algebrico si distingue da quello
ORDINARIO, un primo fatto notevole che
ci si presenta è l’assenza, nel
linguaggio algebrico, di qualsiasi specie di verbi, cioè l’eguaglianza
e e oro aree, resta, per ciò solo, precluso il suo simultaneo impiego
per esprimere qualsiasi altra relazione tra figure, come per esempio, quella d’egualanza
propriamente detta o
sovrapponibilità, quella di
similitudine, etc. I inconvenienti ai
quali, in casi di questo genere, potrebbe dare occasione l’impiego d’uno stesso
segno, per indicare relazioni affatto diverse puo essere evitati in
algebra ricorrendo, come, infatti,
qualche volta si fa, all’introduzione di nuovi segni che, accanto a quelli d’eguaglianza
e di diseguaghanza, assumessero l’ufficio che, nel LINGUAGGIO ORDINARIO,
spetta alle diverse specie di verbi transitivi, il tale edificio è eguale
all’altro in altezza ; i tali due cliL si’equivalgono per salubrità, etc. ner T
Preposizìone è, per così dire, accidentale; in greco, cusatir^Tn
questione, posto All’accusativo,
in LATINO s’adopera l’ABLATIVO. Ma v’è anche un altra forma che possono
assumere le proposizioni del tipo suddetto, ed e quella che si presenta nelle
frasi: la statura della tal persona eguale a quella della tale altra, l’altezza del tale edificio e.u^le
a 0 Sull’opportunità di
ricorrere a questo espediente, nel caso delle relazioni tra gl’enti geometrici
considerati nel calcolo vettoriale, s’è
molto discusso recentemente al congresso tenuto a Roma a proposito della
relazione presentata su tale soggetto da FORTI (si veda), dell 'accademia militare
di Torino, e LONGO, di Messina. i
ormo; e aiarcoqtiella del tale altro, la
salubrità del tale clima à eguale a
q^lella del tale
altro, etc. Queste espressioni,
nelle quali figurano al posto del soggetto e del predicato, i nomi, non più
degl’oggetti [GRICE, obble] di cui si parla, ma delle qualità [GRICE, SHAGGY] d’essi
– where is Banbury’s disinterest? -- e dei caratteri rispetto ai quali essi
sono posti a confronto, corrispondono precisamente all’espressioni che
compaiono nel linguaggio algebrico o ARIMMETICO o matematico o FORMALE quando,
per esprimere, per esempio, che due angoli, a e b, hanno uno stesso seno, si
scrive, “sen a = sen b, o quando,
per indicare o significare che i
triangoli ABC e DEF hanno una stessa area, si scrive: “area ABC = area DEF.” I due
esempi citati, quello del seno e quello dell’area, possono servire a
mettere in luce una differenza che è importante segnalare. Mentre dell’affermazione
che un angolo ha un dato seno si può definire perfettamente il SIGNIFICATO (o
SENSO) anche senza considerare alcun altro angolo oltre quello di cui si parla,
per il caso, invece, dell’AREA, il SIGNIFICATO
(O SENSO) della frase o proposizione, ‘La
tal figura ha una data area,’ non può venire determinato se non ricorrendo, o riferendosi, direttamente o
indirettamente, a quell’operazioni di confronto tra l’AREA
di’una figura e l’area d’un’altra
-- la quale altra può anche essere, per esempio, quella che si è scelta
per unità di misura dell’aree -- il
metrodi Witters -- che sono richieste per riconoscere se due date figure hanno,
o non hanno, una stessa area. In altre parole, mentre nel caso del SENO d’un
angolo si può prima dichiarare o definire che cosa esso sia, e poi passare a riconoscere se il seno d’un
dato angolo sia eguale, o maggiore, o minore del seno d’un altro, nel caso
dell’AREA, invece, tali due
procedimenti sono inseparabili, e non
possono neppure essere concepiti indipendentemente l’uno
dall’altro. II modo ordinariamente impiegato per distinguere i casi
dell’una specie dai casi dell’altra consiste nel dire che, mentre, nei casi
analoghi a quello del SENO, si definisce
*ESPLICITAMENTE* un nuovo SEGNO di FUNZIONE. Nei casi invece analoghi a
quello dell’AREA, il SIGNIFICATO (O
SENSO) del nuovo nome introdotto è determinato soltanto, non esplicitamente, ma
IMPLICITAMENTE, o, come anche si dice, per mezzo d’una definizione per astrazione.
Il più antico esempio che di definizione per astrazione ci presenta la storia
del linguaggio matematico è la definizione della parola RAPPORTO (logos), che
si trova posta a base della trattazione sulla PROPORZIONE a:b::c:d nell’Elementi
d’Euclide. Questa definizione, che la tradizione fa risalire ad Eudosso,
consiste infatti soltanto nel determinare esattamente sotto una forma
applicabile anche al caso delle quantità incommensurabili il SIGNIFICATO (O
SENSO) della frase o proposizione, ‘Le tali due grandezze hanno lo stesso RAPPORTO
(logos) delle tali altre due.’ Oppure: il RAPPORTO (logos) tra tali due
quantità è eguale a (=) (o maggiore
(a>b), o minore (a<b) di) quello tra le tali altre due quantità. Per
mezzo d’un tale procedimento, una relazione tra quattro grandezze — la
relazione cioè che s’esprime dicendo che esse
formano la PROPORZIONE a:b::c:d
— viene a poter essere espressa
sotto forma d’una eguaglianza fra due
termini, in ciascuno dei quali figura
uno STESSO nome, o SEGNO, di FUNZIONE
(tra due VARIABILI). Mentre della parola ‘RAPPORTO’ (logos) non è data, e non
occorre c e s, altra definizione oltre
quella che consiste nell’attribuire un determinato alle frasi in cui si parla d’eguaglianza o di diseguaglianza tra rappor quantità. Sui
numerosi esempi che del suddetto genere di definizioni ci presentano ! diversi
rami della matematica e le varie scienze
nelle quali essi trovano apph- C3^ion0
non c oni il Cciso di fcrnicirsi. Si
presenta opportuno invece il domandarsi quali siano le condizioni da cui
dipende l'applicabilità del procedimento descritto sopra; il domandarsi, cioè, in
quali circostanze una definizione per
astrazione è possibile, e in qua casi è lecito,
o conveniente, introdurre un nuovo SEGNO DI FUNZIONE per mezzo di
6SS6 j. Ciò equivale a domandarsi
quali sono le proprietà di cui deve
essere dotata una relazione o una corrispondenza tra oggetti di una data
classe perche il suo sussistere, tra due oggetti e à di tale
classe, può venire espresso per
mezzo d’eguaglianze del
tipo:/«=:/^. ove del SEGNO – o dispositivo formale -- / non e finizione oltre quella che risulta dal SIGNIFICATO (O SENSO) che s’attribuisce
alla forra condizione indispensabile pell’applicazione d’un tale procedimento
è, anzitutto, questa: che la relazione di cui si tratta ha in comune colla relazione
d’eguaglianza la proprietà che, pel caso di quest’ultima, viene espressa d’un
ASSIOMA. Se a è uguale a e -5 è uguale a
r, anche a e ugna e a c. Se infatti
questa condizione non si verifica — se, cioè,
la relazione in questione è tale che, dal suo sussistere tra due oggetti a e -5,
e tra due altri, e et non
derivas senz’altro il suo sussistere tra
a e r -, il servirsi d’una
espressione del tipo; fa—fb, per indicare il fatto che essa si verifica
tra due oggetti a e b, porta alla
conseguenza assurda -- o, ad ogni modo, incompatibile con una proprietà, fondamentale, del segno d’eguaglianza, usato
da Peano e Grice (x=y) che, ^lle
eguaglianze : fa±ifb, e
fb—fc. non si può dedurre l’altra. Per
una ragione analoga, la relazione di cui si parla dove anche godere d’un’*altra*
proprietà. Essa dove cioè essere tale, che, dal suo sussistere tra due oggetti
« e à, si può sempre concludere che essa sussiste pure, all’inverso, tra b ed a. Altrimenti si dove ammettere che, dalla formula
fa =/à, non si può passare all’altra fb—fa,
contrariamente a un’altra delle proprietà caratteristiche dell’eguaglianza.
Soddisfano a questa condizione, per esempio, le relazioni di perpendicolarità e
di parallelismo, mentre non vi soddisfa, per esempio, la relazione di
divisibilità. Dall’essere un numero n1 divisibile
per un altro n2 non deriva certamente ch’il secondo n2 sia divisibile
pel primo n1. Il nome di definizioni per
astrazione è stato introdotto da PEANO –
e usata da Grice nel suo metodo di psicologia razionale alla Ramsey. Il
riconoscimento dell’importanza del procedimento che conduce ad esse, risale a
Grassmann, AUSDEHNUNGslehre. Un notevole contributo alla loro analisi è
apportato da PADOA (si veda), Atti del
sfi Congresso della SOCIETÀ ITALIANA DI FILOSOFIA, Parma. Le relazioni che, pur
soddisfacendo alla prima delle due condizioni sopraccennate – cioè, a quella
che chiamo ‘TRANSITIVITÀ sillogistica’, non soddisfacciano alla seconda,
possono, per ciò solo, venir rappresentate d’uno qualunque dei due segni di DIS-UGUAGLIANZA
(a>b e a<b), poiché tanto pell l’uno
come pell’altro d’essi si
verifica appunto la prima, e non la seconda delle due condizioni suddette. Le due condizioni enunciate sopra,
oltre che necessarie, sono anche sufficienti perchè è lecito il ricorso a una
definizione per astrazione, e all’introduzione, per tal via, d’un nuovo nome o
d’un nuovo SEGNO DI FUNZIONE. La sola obiezione che qui può presentarsi è
quella che consiste nel dire che,
venendo il SEGNO DI FUNZIONE così introdotto a essere definito solamente in
quanto figura in espressioni d’una data forma -- cioè, in espressioni del tipo
fa—fb --, esso rimane privo d’ogni
significato in tutti i casi in cui si voglia adoperarlo isolatamente, o
combinato diversamente con altri segni della stessa o diversa di specie. A
questa obiezione si può rispondere
osservando che, allo stesso modo come s’è attribuito un SIGNIFICATO (O
SENSO) all’espressioni del tipo
fa —fb, così nulla vieta di determinare ulteriormente
anche il SIGNIFICATO (O SENSO) d’altr’espressioni nelle quali, d’un lato, o d’ambedue
i lati, d’un SEGNO D’UGAGLIANZA (Grice: x = y),
figurano, non già dei termini isolati, come fa o fb, maf dei
determinati aggruppamenti d’essi, come
per esempio f a ^ /^, composti
interponendo determinati segni d’operazione. Perchè ciò può farsi occorre, naturalmente,
che la relazione di cui si tratta soddisfisce a un certo numero d’altre
condizioni, in aggiunta a quelle che, come s’è visto, sono richieste perchè il
fatto che essa sussiste tra due oggetti
a e b può venire espresso d’una formula
del tì^o: f a f b. Quali sono
queste condizioni risulta in ogni caso dall’esame delle proprietà che
caratterizzano le diverse operazioni i cui segni figurano nelle formule da
definire. Il caso che si presenta più frequentemente è quello di relazioni tali
che, mediante esse, si può attribuire un SIGNIFICATO (O SENSO), oltre che alle
formule del tipo •
yo! — fb, anche a quelle del tipo: fa
fh + f c, e per conseguenza anche a quelle del tipo;
fa—fb — fc, nonché a quelle del
tipo; fa
— kfb, ove “k” rappresenta un numero – cf. il sufisso di
H. P. Grice, “VACUOUS NAMES”. Si ha un
esempio d’una relazione appartenente a questa categoria, nel linguaggio tecnico
della FISICA, in quella relazione che s’esprime dicendo, di due dati corpi, ch’essi
hanno una stessa massa (‘m’), o due masse che stanno fra loro in un dato
rapporto – cf. Ramsey, Bridgman, The language of physics. Un altro esempio c’è
fornito da tutto un altro ordine di rapporti, da quelli, cioè, riferentisi al valore
di scambio delle merci. Mentre infatti gl’econo- [Posso rimandare il lettore, che desidera
maggiori schiarimenti, a un saggio che recentemente pubblicato su questo
soggetto, nel Nuovo Cimento, ‘Sul miglior modo di DEFINIRE la MASSA nella meccanica – in “Opere” Sul miglior modo di definire la Massa in una
trattazione elementare della meccanica.
Nuovo Cùnento. La via comunemente
seguita, nei testi di Fisica in uso presso le nostre scuole secondarie, per
arrivare al concetto di massa è, com’è
noto, la seguente: Enunciata la
legge d’inerzia, e definite le forze
come le cause che tendono a modificare lo stato di moto o di quiete d’un corpo, s’accenna
anzitutto al modo di confrontarne e misurarne l’intensità per mezzo dei loro
effetti statici. Si passa poi ad enunciare, come ^®®®lerazione volte più Come un fatto sperimentalmente
constatahiio .i- chio,
Mach indica poi anche questombelf
‘'‘PP-®- c se, a un corpo di
massa; rispetto £>te Mechanik
in ihrer Enlwìcke lituo- hi et ,, risc/i.krtlisch dargeslelU.
Leipzig, Brockliaus, SUL MIGLIOR MODO DI DEFINIRE LA MASSA 8oi a
un dato corpo, se ne aggiunge un altro di massa /«', essi, presi insieme, si comportano come un
corpo di massa m + nC . Per ben chiarire la distinzione tra peso e
massa, Mach consiglia poi di ricorrere direttamente alla considerazione delle diverse resistenze
che oppongono, al cambiamento del loro
stato di moto o di quiete, apparecchi nei quali, come, ad esempio, un volante,
o una carrucola da cui pendano eguali pesi dalle due parti, i vari pesi che si
muovono siano disposti in modo da controbilanciare i propri effetti. Le
differenze sostanziali tra la via seguita da Mach, Leitfaden der
Phy- sik, per
stabilire il concetto di massa, e quella che, con qualche differenza di
dettaglio, è seguita in pressoché tutte l’ordinarie trattazioni della meccanica
pelle scuole secondarie, possono quindi ridursi alle due seguenti; Invece di definire la massa d’tm corpo, Mach definisce il rapporto della massa di due
corpi; si limita cioè a precisare il senso delle frasi: Il tal corpo ha massa
doppia, tripla, etc., d’un altro. Tale
definizione è da lui effettuata ricorrendo ad un’esperienza nella quale i due
corpi in questione sono fatti agire l’uno sull’altro; nella quale cioè le forze
uguali, che sono constatate imprimere ad essi accelerazioni diverse, sono
rappresentate dalla tensione d’un filo che li congiuiige l’uno all’altro. E da
notare che questi due caratteri della trattazione di Mach sono affatto indipendenti l’uno dall’altro, nel
senso che si potrebbero immaginare altre trattazioni le quali avessero con essa
comune il primo carattere e non il secondo. Ciò è tanto più interessante a
rilevare in quanto, tra gl’inconvenienti che presenta il metodo ora
ordinariamente impiegato, parecchi, e non dei meno gravi dal punto di vista
didattico, dipendono unicamente dal fatto che in questo, a differenza di quanto si fa da Mach,
si ricorre, pella prima determinazione del concetto di massa, al confronto
delle diverse velocità, o accelerazioni, che un dato corpo assume col variare
delle forze di cui subisce l’azione, invece di ricorrere al confronto tra le
diverse velocità, o accelerazioni, che diversi corpi sono capaci d’assumere
sotto l’azione d’una data forza. Ora è
fuori di dubbio, come è stato osservato
nel corso della discussione da BONETTI, che sono i fatti e le esperienze di
questa seconda specie, e non quelle della prima, che sono particolarmente atte
a dare un contenuto concreto al concetto che si vuol fare acquistare dall’alunno. Che una spinta, data a una barca scarica, la
faccia muovere con più velocita, o la fermi con più facilità, che non la stessa spinta data alla stessa barca quando
sia carica; che, in generale, per citare
letteralmente la proposizione come si trova già enunciata nella Fisica d’Aristotele, una data forza sia
capace di fare acquistare, alla metà d’un corpo, una velocita doppia di quella
che, a parità di condizioni, farebbe acquistare al corpo (M Non mancano però eccezioni. Il
procedimento seguito, ad esempio, nel
testo di PITONI s’avvicina molto a quello che più innanzi propongo. intero; queste e l’altre analoghe
esperienze costituiscono la prima sorgente, o il primo nucleo, attorno al quale
il concetto più preciso e rigoroso di massa può gradatamente formarsi e
organizzarsi nella mente dell’alunno, come si è gradatamente formato e
organizzato nella storia della scienza.
Per convincersi della scarsa
connessione che sussiste, invece, tra l’esperienze relative al diverso modo di
comportarsi d’uno stesso corpo, sotto l’azione di forze differenti, e il
concetto di, basta semplicemente pensare che questo ultimo conserverebbe tutta
la sua importanza teorica e pratica anche in un universo pel quale la legge di proporzionalità tra le forze, STATICAMENTE
misurate, e le accelerazioni d’esse
rispettivamente impresse a un dato corpo, cessasse affatto d’aver vigore,
purché, in tale universo, i rapporti tra l’accelerazioni, che le varie forze,
agendo per un dato tempo, impritnono rispettivamente ai vari corpi, restassero
fìssi (indipendenti cioè, per esempio, dalla direzione e intensità delle forze,
dalle posizioni presentemente e antecedentemente occupate dai corpi, dal tempo pel quale questi sono stati
tenuti in riposo, dalle velocità loro, dalle forze che su essi
contemporaneamente agiscono, etc. Come
giustamente è stato osservato, Clifford,
The Commo7i Sense
of thè cxact
Sciences, London, ciò che dà
importanza alla nostra conoscenza della massa dei corpi è semplicemente questo:
che, d’essa, noi siamo messi in grado d’applicare la nostra eventuale conoscenza degl’effetti
che date circostanze, tensioni, urti, pressioni, etc., producono sul modo di
muoversi anche d’un solo corpo, per determinare gl’effetti che le stesse
circostanze produrrebbero sul movimento di
q7ialu7ique altro corpo. Ma se, pel primo dei sopraindicati due
caratteri, la forma d’esposizione proposta da Mach si presenta, a mio parere,
come preferibile a quella seguita nella
trattazione ordinaria della massa nei testi pelle scuole secondarie, ben
diverso mi sembra il caso pel’altro carattere che resta da considerare, quello
cioè che concerne la scelta degl’apparecchi e dell’esperienze su cui basare
la prÌ77ia co7istatazio7ie del diverso modo d’accelerarsi di corpi
diversi sotto l’azione di forze uguali. Il ricorrere, per questo scopo, ad esperienze in cui le forze uguali
considerate sono rappresentate dall’azioni che due corpi esercitano l’uno
sull’altro, sia che queste vengano provocate per mezzo dell’apparato a forza
centrifuga descritto sopra, sia con
altre disposizioni. per esempio,
come propone Love,
Si ritrova questa stessa proposizione, e sotto questa stessa forma,
anche nei manoscritti di VINCI
(Cfr. l’edizione di Ravaisson-Mollien. Paris.
Cioè, per servirmi d’una
locuzione, opportunamente introdotta d’Enriques, Problemi della Scienza, Bologna, 1’importanza del concetto di massa
non sta solo nel suo designare una data specie di sosliluibililà, o
equivalenza, dei corpi, ma nel fatto d’indicare come differisca il comportarsi,
rispetto alle forze che su essi agiscano, di due corpi meccanicamente noti sostituibili. Come Mach
gentilmente m’informa, egli stesso non è perfettamente soddisfatto di questa
parte del suo procedimento. A ricorrere all’esperienze con quell’apparato a
forza cen- facendo urtare tra loro due
corpi elastici appesi a due fili, e confrontando l’altezze da cui si sono
lasciati cadere con quelle a cui risalgono dopo l’urto, sembra a me
presentare dal lato didattico dei gravi
inconvenienti. L’esperienze, alle quali
in tal modo si viene a fare appello, esigono, per essere interpretate e
riconosciute adeguate allo scopo a cui sono rivolte, una quantità d’ipotesi e
di cognizioni preesistenti, la cui considerazione, anche se non offre speciali
difficoltà, tende però a distrarre l’attenzione dell’alunno, e a rendergli più
difficile il chiaro apprendimento del
principio che si tratta d’illustrare e di
provare. Il condensare e il far quasi coincidere, come vorrebbe Mach, in
un solo enunciato, da provare e verificare con una stessa serie d;esperienze, due principii così diversi, a primo aspetto, come, d’una parte,
quello dell’uguaglianza dell’azione alla
reazione, e, dall’altra parte, quello della costanza del rapporto tra l’accelerazioni
prodotte d’una stessa forza su corpi di diversa massa, se corrisponde a
un’ideale altamente apprezzabile di trattazione teorica, non mi sembra affatto
raccomandabile come espediente
didattico. Ciò di cui ha soprattutto bisogno l’alunno, nella prima fase di
studio della meccanica, è d’avere a propria portata dei tipi d’esperienze che,
anche senza prestarsi a verifiche quantitative rigorose, gl’offrono dell’illustrazioni
immediate e dirette delle singole proposizioni su cui la trattazione si basa.
E, per quanto riguarda la massa, sembra a me che l’esperienze che meglio soddisfano a questa condizione
siano: in primo luogo, quelle in cui si confrontano le velocità ch’assumono dei
corpi mobili (per es. carrelli su guide, galleggianti, etc.) in un piano
orizzontale (naturalmente in condizioni d’eliminare più che sia possibile
l’attrito) sotto l’azione di date spinte o trazioni, rappresentate da dati
urti, o pesi; in secondo luogo, quelle in cui le velocità che si confrontano sono quelle ch’assumono,
su due piani diversamente inclinati, due gravi i cui pesi siano prima stati constatati
esser tali da produrre una stessa tensione su due fili paralleli ai rispettivi
piani, da cui essi prima pendevano; in terzo luogo, l’esperienze colla macchina
d’Atwood, o con altri analoghi apparati
in cui, per esempio, i due gravi, pendenti dalle due parti della carrucola, possano esser fatti muovere lungo
piani diversamente inclinati, etc. Della difficoltà, o impossibilità, di
rimuovere l’influenza perturbatrice degl’attriti, non si dovrebbe qui
preoccuparsi più di quanto si faccia, per esempio, nelle prime esperienze relative alle
condizioni d’equilibrio delle macchine semplici. essere stato indotto dall’obbiezioni
che, al suo modo di far dipendere il concetto CI massa da quello d’azione reciproca tra due
corpi, erano state mosse d’alcuni suoi eg I tra gl’altri Boltzmann, i quali
asserivano che il definire la massa in tal modo implica la considerazione di’azioni
a distanza. dell’inconvenienti didattici, notati nel corso della discussione d’Ascoli,
zamend*^ Prematuro della macchina d’Atwood sono interessanti l’osservazioni e
gli apprez- «w/ "i" rapporto sull’insegnamento
della meccanica elementare, negl’Atti del Jirtixsh Association Meeting, Johannesburg.
Solo in seguito, quando l’alunno abbia bene afferrato il SIGNIFICATO dei
principii fondamentali, potrà esser conveniente guidarlo, per successive
approssimazioni, a tener conto dei vari ordini di cause perturbatrici, e ad
apprezzarne anche quantitativamente
l’influenza. Tenendo presente quest’ultima osservazione si potrebbe
anche procedere ad un altro ordine d’esperienze: quelle cioè che si riferiscono
alla caduta dei corpi in liquidi di diversa densità. Porre l’alunno davanti a
un apparecchio in cui figurino, pendenti dalle due parti d’una carrucola, due
corpi d’ugual forma, i cui diversi pesi siano scelti in modo d’equilibra/ 1 quando l’uno e l’altro dei detti corpi vengano
rispettivamente immersi in^^itic dati liquidi di diversa densità, e invitarlo a
prevedere quale dei due corpi scenderebbe con maggior velocità se ciascuno
fosse lasciato libero nel rispettivo liquido, e a rendersi ragione del fatto
che il più pesante scenderebbe, in tal caso, più lentamente del più leggero,
pare a me costituisca un ottimo mezzo per indurlo a riflettere sul SIGNIFICATO e sulla portata della distinzione tra peso e
massa. E da notare che è appunto per questa via, e attraverso considerazioni di
questa specie, relative cioè a campi di forze in cui gravi si muovono sotto
l’azione d’una parte soltanto della forza rappresentata dal loro peso, che,
nella storia della meccanica, il concetto di massa si è svolto ed elaborato
come distinto da quello di peso. É molto
interessante a questo proposito il seguente brano che trascrivo dalla
prefazione di BALIANI alla sua De motu gravitivi, nel quale la suddetta
distinzione si trova esplicitamente formulata, e applicata al caso della libera
caduta – H. P. GRICE FREE FALL -- dei gravi, con parole poco diverse da quelle
che furono, più tardi, adoperate da Newton, spesso erroneamente citato, a tale riguardo, come il
primo cui si debba un’espressa definizione del concetto di massa. E fui
condotto a pensare che, mentre il peso, gravitas, si comporta com’un agente, la
materia si comporta invece come un paziente, e che quindi i gravi si muovono
secondo la proporzione dei loro pesi alla loro materia, onde se cadono senza
impedimento verticalmente, si devono
muovere tutti colla stessa velocità, poiché quelli che hanno più peso hanno
anche più materia o quantità, di materia, plus materiae, seti materialis
quantitatis. Quando invece vi sia qualche impedimento o resistenza, il moto si
regola secondo l’eccesso della virtù che agisce sulle resistenze e sugl’impedimenti
al moto, secundum excessum virtutis agentis super resistentiam passi, seti impedientia motum; in altre parole,
secondo il valore di quella parte, o componente, del loro peso che può
effettivamente agire, e che è rappresentata dallo sforzo che si dovrebbe
esercitare, in direzione contraria al moto, per trattenere il grave dal
cadere).]. economisti utilitarii – futilitarii citati da Grice -- possono, e
devono, determinare e definire esattamente il SIGNIFICATO (O SENSO) di frasi
come le seguenti. IL VALORE della tal merce è UGUALE al valore della tale altra.IL
VALORE MONETARIO della tal merce è UGUALE alla SOMMA dei valori delle tali due
altre. Etc. Essi non hanno alcun bisogno, e neppure alcuna possibilità, a meno
di cadere in tautologie, di definire isolatamente la parola “VALORE.” E tale
impossibilità non dà luogo, nè qui, nè negli altri casi analoghi, ad alcun
inconveniente o ambiguità. Precisamente, come nessun inconveniente deriva nel LINGUAGGIO ORDINARIO (GRICE, ORDINARY
LANGUAGE PHILOSOPHY) dal fatto che noi NON siamo in grado di dire che cosa significhino
[SIGNIFICA] isolatamente le parole “stregua,” “solluchero,” “josa,” “zonzo,” “acchito,”
“chetichella,” “vanvera,” etc., bastandoci del tutto conoscere il SIGIFICATO (O
SENSO) di tutte le frasi in cui tali parole compaiono – cioè, delle FRASI: “giudicare
a una data STREGUA,” “andare in SOLLUCHERO,” “averne a JOSA,”
“andare a ZONZO,” “di primo ACCHITO,”
etc. – CHETICHELLA. VANVERA. STREGUA – GIUDICARE A UNA DATA STREGUA – SOLLUCHER
–ANDARE IN SOLLUCHERO – JOSA – AVERNE A JOSA – ZONZO – ANDARE A ZONZO – ACCHITO
– DI PRIMO ACCHITO – CHETICHELLA – VANVERA -- [to judge by a given standard, to
go delighted, to have joy, to go for a round, at first glance. -- Il frequente
impiegò che è fatto, nei vari rami della matematica, di locuzioni – the meaning
of ‘and’ or ‘if’--, o segni di funzione, il cui SIGNIFICATO (O SENSO) è
determinato solo per mezzo di definizioni per astrazione, viene a confermare
ciò che già è stato asserito indietro, quando s’assegna come uno dei tratti
caratteristici del linguaggio algebrico – utterer’s meaning, sentence-meaning,
and word-meaning -- di fronte al LINGUAGGIO ORDINARIO [informalists di Grice],
il maggior rilievo e la maggiore
importanza ch’assumono in esso i segni i quali, non avendo, quando siano
considerati isolatamente, alcun SIGNIFICATO (O SENSO) – what is the meaning of
‘of’? Is ‘between’ ambiguous? The meaning vs. The use of ‘if’ -- separatamente
enunciabile, sono capaci di venire definiti solo in modo IMPLICITO – cioè, solo
coll’indicare il SIGNIFICATO (O SENSO) d’intere espressioni (utterer’s meaning)
-- o formule -- in cui il segno da definire compaia associato con altri segni.
Il riconoscere come affatto legittimo l’impiego di segni o parole, che si
trovano in questo caso, e come affatto irragionevole l’esigenza, per essi, d’una
definizione – o analiai in termine di condizioni necessari e sufficienti -- ESPLICITA,
non è privo d'importanza, teorica o pratica, anche fuori del campo delle scienze matematiche. Basta
dare uno sguardo alle prime pagine degl’usuali libri di testo, o ai manuali
elementari di qualsiasi ramo d’insegnamento, dalla grammatica al diritto
costituzionale, dall’elettrotecnica alla
musica, per convincersi del grave danno che deriva alla chiarezza e alla
intelligibilità, e nello stesso tempo anche alla precisione e al rigore, dell’esposizione dalla tendenza dei trattatisti a riguardare
come unico mezzo, pella determinazione del SIGNIFICATO (O SENSO) dei termini
tecnici, il ricorso alle DEFINIZIONE *propriamente dette*. Che il procedimento ordinario di definizione,
quello cioè secondo il quale, prendendo in considerazione la nozione da
definire, isolatamente e indipendentemente dalle frasi nelle quali essa dove
poi essere adoperata per DIRE – dictive
content -- qualche cosa, si mira a
decomporla nei suoi elementi – utterer’s meaning, sentence-meaning,
word-meaning, facendola comparire, in certo modo, come il risultato dell’intersezione
d’altre nozioni più generali
— [il fratendimento di Mrs. Jack sul reduzionismo di H. P. Grice, “to
mean” “to intend”, asymmetricalista -- può essere, in dati casi, utile e anche necessario, non è da
porre in dubbio. Ma, anche senza tener conto del fatto che, anche seguendo tale
procedimento, si dove pure arrivare, presto o tardi, a nozioni che non possono
essere in tal modo ricondotte ad altre più generali – il punto essato di Grice
quando preferisce dare una definizione IMPLICITA di ‘willing’ – cf. ‘shaggy’ x
is shaggy, Fido is shaggy--, anche senza tener conto, dico, di questa
circostanza, ch’espone gl’elementi di qualunque scienza o rama della filosofia –
Grice definition of izzing and hazzing -- non dove mai trascurare di
domandarsi, ogni volta che si tratti d’introdurre un nuovo segno, e di spiegarne il SIGNIFICATO (O
SENSO), se, tra i due modi, visti sopra,
di procedere alla determinazione di questo
- tra quello, cioè, che consiste
nel darne una definizione – o analisi -- propriamente detta, e l’altro invece
che consiste nel precisare semplicemente il senso di determinate frasi – valori
di verita o satisfattoriera -- nelle quali il termine da definire – analysandum
--figura -, sia più conveniente il primo
o il secondo. Se, per esempio – cf. Grice on psychological laws --, quei
concetti (più generali di quello che si
vuol definire – the is and the ought, the legal and the moral), ai quali deve
essere fatto appello quando si proceda nel primo modo, siano poi veramente più
chiari e piu facilmente apprendibili, dagli alunni o dai lettori, di quanto non
sia il concetto stesso (‘mean’) che si vuol definire, e se, ad ogni modo, quest’ultimo non possa
essere più facilmente d’essi acquistato mediante la diretta osservazione dei fatti e delle
relazioni che esso dovrà poi servire ad esprimere. Grice on Squaarel Toby
EATING -- Le discussioni interminabili
sul tempo, sullo spazio, sulla sostanza – izzing hazzing --, sull’infinito, etc„ che occupano tanta parte
in certe trattazioni filosofiche, forniscono numerosi e caratteristici esempi
delle varie specie di questioni fittizie alle quali può dar luogo la pretesa di dare, o di ricevere,
definizioni propriamente dette –cf, Robinson citato da Grice --, in quei casi
in cui le parole o nozioni delle quali si tratta di determinare il SIGNIFICATO
(O SENSO) O ANALYSANS sono di tal natura da non poter essere definite – glory:
a nice knowckodwn argument, impenetrability: let’s change the topic -- se non ricorrendo a procedimenti analoghi
a quelli rappresentati, in algebra, dalle definizioni per astrazione. [Si
è parlato fin qui dei mezzi che l’algebra ha a disposizione per esprimere
proposizioni isolate. Ma quando si discute, o si cerca, o si dimostra, si ha
altresì bisogno di poter collegare le
proposizioni l’une coll’altre. Si ha cioè bisogno di mezzi per esprimere i
rapporti di dipendenza o d’indipendenza che
sussistono, o che si vogliono stabilire, tra esse. A tale scopo servono,
nel LINGUAGGIO ORDINARIO, quelle particelle che i grammatici distinguono col
nome di “congiunzioni”. E piu facile
spiegare ‘p v q’ che il SENSO di ‘o’ – in fatto, suona straneo di questionare
per il SIGNIFICATO O SENSO di “o” o “a” (to) – Grice. L’ufficio di queste, rispetto alle pro-posizioni, si può paragonare a quello ch’adempiono le pre-posizioni
– il ‘to’ di Grice -- rispetto ai nomi. Allo stesso modo come una pre-posizione,
posta tra due nomi, dà luogo a una
locuzione atta a esercitare l’ufficio di un nuovo nome – “Jones e tra Williams
e Smith” – CHE SENSO? FISICO, MORALE? --, così anche una congiunzione – il ‘o’
di Grice --, posta tra due asserzioni, o ordimi-- da luogo a una nuova asserzione o ordine – feed
the creature and she’ll bite you, la cui
verità o falsità – o satisfiattorieta -- può anche essere indipendente dalla
verità o falsità o satisfattorieta -- di
ciascuna di esse. Per una scienza a tipo
deduttivo, come e appunto 1’algebra, le piu importanti congiunzioni sono
naturalmente quelle che servono a indicare che, di due date asserzioni, l’una è
conseguenza dell’altra. Al posto delle molteplici particelle, o perifrasi, che
sono adoperate a tale scopo nel linguaggio ordinario -- “dunque”,
“quindi,” “perciò,” “donde,” “di
qui,” “per cui,” “se,” (Grice,
if); “quando,” “in caso che...,”
“ne deriva,” “ne consegue,” “ne risulta,” etc. -- non si ha bisogno – tonk
plonk -- in algebra che d’avere a disposizione un solo segno, il horseshoe. Altre congiuzioni assolutamente
indispensabili in qualsiasi trattazione algebrica, che non è una semplice
raccolta di formule, sono le seguenti. Una per indicare ch’una proposizione enunciata non è vera,
un segno cioè corrispondente al “non” del
linguaggio ordinario – cf. Grice, “Negation and privation” – “We may do without
‘not’ but we would need to introduce one of the strokes, making our
conversational moves go against the maxims”). Altre due, corrispondenti, rispettivamente, all’ “e”
e all’”o” del linguaggio
ordinario, per indicare che due date
proposizioni sono simultaneamente vere, o che d’esse una, e una sola può
essere vera. L’avere introdotto quattro
speciali segni per indicare i suddetti quattro rapporti tra le proposizioni, e
l’aver riconosciute le curiose analogie
che sussistono tra le proprietà di tali segni e quelle degl’altri segni già
adoperati in algebra, e merito di Leibniz e dei fondatori della cosiddetta
logistica, scelti e costruiti
deliberatamente in vista degli scopi ai quali devono servire, e il cui sviluppo
non è soggetto a leggi o uniformità del genere di quelle che lo studio
comparato permette di riconoscere e di formulare per i linguaggi
“naturali,” non mi pare ha gran peso. Alla distinzione stessa tra lingue
“naturali” e lingue “artificiali” –
formale – formalisti di Grice -- mi sembra difficile che dagli stessi
glottologi può venire attribuito alcun senso preciso e scientifico, quando essi
ammettono che nella formazione e nello sviluppo di qualsiasi linguaggio, per
quanto “naturale” (lay) e non colto (learned, blue-collar), una parte non trascurabile è pur sempre d’attribuire
ai fattori volontari e individuali o idiosincratici che ne determinarono i
successivi adattamenti alla sua funzione di strumento per esprimere e
comunicare determinati sentimenti o idee
– Austin. Grice to
Warnock: How clever language is! For it had done for us distinctions we needed.
And who needs ‘visa’? Influencing
and being influenced by others -- È strano del resto che mentre l’obiezione
dell’ARTIFICIALITÀ NON è considerata valida per escludere dal campo della
glottologia e della SEMASIOLOGIA lo studio dei gerghi propri delle classi più
infime della società – il ploari --, essa dove aver vigore soltanto pel caso
di quelli che, nella peggiore ipotesi, ci contenteremmo di veder
classificati come dei gerghi ideografici
– le parole sonodi CROCE (si veda), propri ai cultori delle più progredite tra
le scienze]. Accenno infine a una
considerazione, d’indole tutto aflfatto pratica e attuale, che mi ha fatto
parere tanto più opportuno richiamare l’attenzione dei filologi sui caratteri,
per così dire, linguistici dell’algebra. Va diventando sempre più un luogo
comune – Grice’s commonplace --, nelle
discussioni sull’ordinamento degli studi nelle nostre scuole secondarie, il
lamento sui danni derivanti, allo studio delle lingue antiche o moderne,
dall’impiego di metodi troppo “grammaticali”
o “filologici”, -- Grice insegna greco a
Rossall per un periodo -- dalla troppa
parte, cioè, che è fatta
ordinariamente, nei primi stadi
dell’insegnamento, all’enumerazione delle regole grammaticali, in confronto
allo scarso tempo e alla minor cura dati invece agl’esercizi d’interpretazione
e di conversazione. A questo che si ritiene comunemente essere un difetto
particolare dell’insegnamento delle
lingue, fanno riscontro, a mio parere, dei difetti, non solo analoghi,
ma addirittura identici in quella parte dell’insegnamento scientifico che ha
per scopo di fare acquistare agl’alunni
la capacità di servirsi delle notazioni dell’algebra. Promuovere un chiaro
riconoscimento di questa specie di solidarietà tra due rami d’insegnamento che
la tradizionale distinzione delle “materie” in letterarie e scientifiche –
Snow’s two cultures -- tende a far riguardare come eterogenei e privi di
qualsiasi rapporto tra loro equivale a render possibile, tra i cultori dei due ordini di disciplina, uno scambio
d’idee che non mancherebbe di riuscir fecondo d’eguali vantaggi per ambedue le
parti. Nome compiuto: Giovanni Vailati, Vailati. Keywords: Peano. Refs.: Luigi
Speranza, "Grice e Vailati: la semantica filosofica," The
Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Valdarnini – scuola di Castiglion Fiorentino – filosofia
toscana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool
Library (Castiglion
Fiorentino). Filosofo
italiano. Bologna. Abstract. Keywords: category. The Play Group worked their
slow and meticulous way through it during the autumn of 1959. Austin, in
particular, was extremely impressed. Grice characterised and perhaps
parodied him as revering Chomsky for his sheer audacity in taking on a subject
even more sacred than phi-losophy: the subject of grammar. Grice's own interest
was focused on theory formation and its philosophical consequences. Chomsky was
taking a new approach to the study of syntax by proposing a general theory
where previously there had been only localised description and analysis. He
claimed, for instance, that ideally 'a formalised theory may automatically
provide solutions for many problems other than those for which it was
explicitly designed'. Grice's aim, it was becoming clear, was to do something
similar for the study of language use. Meanwhile, ordinary language philosophy
itself was in decline. As for any school of thought, it is difficult to
determine an exact endpoint, and some commentators have suggested a date as
late as 1970. However, it is generally accepted that the heyday of ordinary
language philosophy was during the years immediately following the Second World
War. The sense of excitement and adventure that characterised its beginning
began to wane during the 1950s. Despite his professed dislike of disci-pleship,
Austin seems to have become anxious about what he perceived as the lack of a
next generation of like-minded young philosophers at Oxford. It became an open
secret among his colleagues that he was seriously contemplating a move to the
University of California, Berkeley? No final decision was ever made. Austin
died early in 1960 at the age of 48, having succumbed quickly to cancer over
the previous months. Reserved and private to the last, he hid his illness from
even his closest colleagues until he was unable to continue work. His death was
certainly a blow to ordinary language philosophy, but it would be an
exaggeration to say that it was the immediate cause of its demise. Grice, who
seems to have been regarded as Austin's natural deputy, stepped in as convenor
of the Play Group, which met under his leadership for the next seven years.
Individuals such as Strawson, Warnock, Urmson and Grice himself continued to
produce work with recognisably 'ordinary language' leanings throughout the
1960s. Grice's interests at this time were not driven entirely by philosophical
trends in Oxford and America; he was also turning his attention to some very
old logical problems. In particular, he was interested in questions concerning
apparent counterparts to logical constants in natural language. For instance,
in the early 1960s he revisited a theme he hadfirst considered before the war,
when he gave a series of lectures on 'Negation' . In these, he concerns himself
with the analysis of sentences containing 'not', and with the extent to which
this should coincide with a logical analysis of negation. Consideration of a
variety of example sentences leads him to reject the simple equation of 'not'
with the logical operation of switching truth polarity, usually positive to
negative. He argues that 'it might be said that in explaining the force of
"not" in terms of "contradictory" we have oversimplified
the ordinary use of "not"! In another lecture from the series he
suggests that the lack of correspondence between 'not' and contradiction 'might
be explained in terms of pragmatic pressures which govern the use of language
in general'® Grice was hoping to find not just an account of the uses of this
particular expression, but a general theory of language use capable of
extension to other problems in logic. He would have been familiar enough with
such problems. The discussion of some of them dates back as far as Aristotle,
in whose work he was well read even as an undergraduate. In Categoriae, Aristotle
describes not just categories of lexical meaning, but also the types of
relationships holding between words. To the modern logician, the use of terms
in the following passage may be obscure, but the relationship of logical
entailment is easily recognisable. One is prior to two because if there are two
it follows at once that there is one whereas if there is one there are not
necessarily two, so that the implication of the other's existence does not hold
reciprocally from one.' The relationship between 'two' and 'one', or indeed
between any two cardinal numbers where one is greater than the other, is one of
asymmetrical entailment. 'Two' entails 'one', ', but 'one' does not entail
'two' A similar relationship holds between a superordinate and any of its
hyponyms, or between a general and a more specific term. To use Aristotle's
example: 'if there is a fish there is an animal, but if there is an animal
there is not necessarily a fish.'º The asymmetrical nature of this relationship
means that use of the more general term tells us nothing at all about the
applicability of the more specific. Aristotle also considers the relative
acceptability of general and specific terms, and in doing this he goes beyond a
narrowly logical focus. For if one is to say of the primary substance what it
is, it will be more informative and apt to give the species than the genus. For
example,it would be more informative to say of the individual man that he is a
man than that he is an animal (since the one is more distinctive of the
individual man while the other is more general)." Applying the term
'animal' to an individual tells us nothing about whether that individual is a
man or not. Therefore, if the more specific term 'man' applies it is more
'apt', because it gives more information. This same point arises in a
discussion of the applicability of certain descriptions later in Categoriae.
Aristotle suggests that: 'it is not what has not teeth that we call toothless,
or what has not sight blind, but what has not got them at the time when it is
natural for it to have them.'2 A term such as 'toothless' is only applied,
because it is only informative, in those situations when it might be expected
not to apply. Here, again, the discussion of what 'we call' things goes beyond
purely logical meaning to take account of how expressions are generally used.
Logically speaking a stone could appropriately be described as toothless or
blind; in actual practice it is very unlikely to be so described. Grice's
self-imposed task in considering the general 'pragmatic pressures' on language
use was, at least in part, one of extending Aristotle's sensitivity to the
standard uses of certain expressions, and examining how regularities of use can
have distorting effects on intuitions about logical meaning. He was by no means
the first philosopher to consider this. For instance, John Stuart Mill, in his
response to the work of Sir William Hamilton, draws attention to the
distinction between logic and 'the usage of language', 13 He reproaches
Hamilton for not paying sufficient attention to this distinction, and suggests
that this is enough to explain some of Hamilton's mistakes in logic. Mill
glosses Hamilton as maintaining that 'the form "Some A is B" ...
ought in logical propriety to be used and understood in the sense of "some
and some only" ' 14 Hamilton is therefore committed to the claim that
'all' and 'some' are mutually incompatible: that an assertion involving 'some'
has as part of its meaning 'not all'. This is at odds with the observations on
quantity in Categoriae and indeed, as Mill suggests, with 'the practice of all
writers on logic'. Mill explains this mistake as a confusion of logical meaning
with a feature of 'common conversation in its most unprecise form'. In this, he
is drawing on the extra, non-logical but generally understood 'meanings'
associated with particular expressions. In a passage that would not be out of
place in a modern discussion of lin-guistics, Mill suggests that:If I say to
any one, 'I saw some of your children to-day,' he might be justified in
inferring that I did not see them all, not because the words mean it, but
because, if I had seen them all, it is most likely that I should have said so.
15 Mill draws a distinction between what 'words mean' and what we generally infer
from hearing them used. In what can be seen as an extension of Aristotle's
discussion of 'aptness', he argues that it is a mistake to confuse these two
very different types of significance. A more specific word such as 'all' is
more appropriate, if it is applicable, than a more general word such as 'some'.
Therefore, the use of the more general leads to the inference, although it does
not strictly mean, that the more specific does not apply. 'Some' suggests, but
does not actually entail 'not all'. Besides his interest in logical problems
with a venerable pedigree, Grice was also concerned with issues familiar to him
from the work of recent or contemporary philosophers. In both published work
and informal notes he frequently lists these and arranges them in groups. Part
of his achievement in the theory he was developing lay in seeing connections
between an apparently disparate collection of problems and countenancing a
single solution for them all. For instance, in Concept of Mind, Ryle argues
that, although the expressions 'voluntary' and 'involuntary' appear to be
simple opposites, they both require a particular condition for applicability,
namely that the action in question is in some way reprehensible. If they were
simple opposites, it should always be the case that one or other would be
correct in describing an action, yet in the absence of the crucial condition,
to apply either would be to say something 'absurd'. Similarly, although if
someone has performed some action, that person must in a sense have tried to
perform it, it is often extremely odd to say so. In cases where there was no
difficulty or doubt over the outcome, it is inappropriate to say that someone
tried to do something: so much so that some philosophers, such as Wittgenstein,
have claimed that it is simply wrong. Another related problem is familiar from
Austin's work; it is the one summed up in his slogan 'no modification without
aberration'. For the ordinary uses of many verbs, it does not seem appropriate
to apply either a modifying word or phrase or its opposite. Austin was
therefore offering a gen-eralisation that includes, but is not restricted to,
Ryle's claims about 'voluntary' and 'involuntary'. For many everyday action
verbs, the act described must have taken place in some non-standard way for
anymodification appropriately to apply. Austin offers no theory based on this
observation, and indeed Grice was unimpressed by it even as a gen-eralisation;
he claimed in an unpublished paper that it was 'clearly fraudulent'. 'No
"aberration" is needed for the appearance of the adverbial "in a
taxi" within the phrase "he travelled to the airport in a taxi";
aberrations are needed only for modifications which are corrective
qualifications. 16 Grice's general account of language, conceived with the twin
ambitions of refining his philosophy of meaning and of explaining a diverse
range of philosophical problems, gradually developed into his theory of
conversation. Like his project in 'Meaning', this draws on a 'common-sense'
understanding of language: in this case, that what people say and what they
mean are often very different matters. This observation was far from original,
but Grice's response to it was in some crucial ways entirely new in philosophy.
Unlike formal philosophers such as Russell or the logical positivists, he
argued that the differences between literal and speaker meaning are not random
and diverse, and do not make the rigorous study of the latter a futile
exercise. But he also differed from contemporary philosophers of ordinary language,
in arguing that interest in formal or abstract meaning need not be abandoned in
the face of the particularities of individual usage. Rather, the difference
between the two types of meaning could be seen as systematic and explicable,
following from one very general principle of human behaviour, and a number of
specific ways in which this worked out in practice. In effect, the use of
language, like many other aspects of human behaviour, is an end-driven
endeavour. People engage in communication in the expectation of achieving
certain outcomes, and in the pursuit of those outcomes they are prepared to
maintain, and expect others to maintain, certain strategies. This mutual
pursuit of goals results in cooperation between speakers. This manifests itself
in terms of four distinct categories of behaviour, each of which can be
sum-marised by one or more maxims that speakers observe. The categories and
maxims are familiar to every student of pragmatics, although in later
commentaries they are often all subsumed under the title 'maxims' Category of
Quantity Make your contribution as informative as is required (for the current
purposes of the exchange). Do not make your contribution more informative than
is required. Category of Quality Do not say what you believe to be false. Do
not say that for which you lack adequate evidence. Category of Relation Be
relevant. Category of Manner Avoid ambiguity of expression. Avoid ambiguity. Be
brief. Be orderly.!7 Grice uses the simple notion of cooperation, together with
the more elaborate structure of categories, to offer a systematic account of
the many ways in which literal and implied meaning, or 'what is said' and what
is implicated', differ from one another. In effect, the expectation of
cooperation both licenses these differences and explains their usually
successful resolution. Speakers rely on the fact that hearers will be able to
reinterpret the literal content of their utterances, or fill in missing
information, so as to achieve a successful contribution to the conversation in
hand. The noun 'implicature' and verb 'implicate' (as used in relation to that
noun) are now familiar in the discussion of pragmatic meaning, but they were
coined by Grice, and coined fairly late on in the development of his theory. In
early work on conversation he suggested that a 'special kind of implication'
could be used to account for various differences between conventional meaning
and speaker meaning. He ultimately found this formulation inadequate, together
with a host of other words such as 'suggest', 'hint' and even 'mean', precisely
because of their complex pre-existing usage both within and outside philosophy.
H. P. Grice’s Play-Group at Oxford works their slow and meticulous way through
it. Austin, in particular, is extremely impressed. Grice characterises and
perhaps parodies Austin as revering Chomsky for his sheer audacity in taking on
a subject even more sacred than philosophy: the subject of grammar – as in
“grammar school,” a derogativeterm at Oxford. Grice's own interest is focused
on theory formation and its philosophical consequences. Chomsky us allegedly
taking and self-promoting an approach to the study of syntax by proposing a
general theory where previously there had been only localised description and
analysis. Chomsky allegedly claims, for instance, that ideally ‘a formalised
theory may automatically provide solutions for many problems other than those
for which it is explicitly designed'. Grice's aim, it is becoming clear, is to
do something similar for the study of language use. Meanwhile,
ordinary-language philosophy itself is in decline, especially in the eyes of
those who never made it to Oxford! As for any school of thought, it is
difficult to determine an exact end-point, and some commentators have suggested
a date as late as 1970 – “around Christmas” (Mark de Bretton Platts, ‘when
sobre’) However, it is generally accepted that the hey-day – to use Grice’s
cliché -- of ordinary-language philosophy is during the years immediately
following what Flanagan echoing Chamberlain calls “The Phoney War.” The sense
of excitement and adventure that characterised its beginning begins to wane –
“Always the same! Each blooming Saturday morning” – Grice never complaid.
Despite a professed dislike of discipleship, Austin seems to have become
anxious about what he perceives as the lack of a next generation – ‘knock knock
knocking on the door,’ as Grice hummed -- of like-minded philosophers at
Oxford. It becomes an open secret among his colleagues that Austin is seriously
contemplating a move to Berkeley ‘just to prove that ‘westward the empire
strikes its way,’ Grice adds. No final decision is ever made. Austin dies,
succumbing quickly to cancer over two months. Reserved and private to the last,
Austin hides his illness from even his closest colleagues until he is unable to
continue work. Austin’s death is certainly a blow to ordinary-language
philosophy – “if ever there was one” (Grice) --, but it would be an
exaggeration to say that it is the immediate cause of its demise. Grice, who seems
to have been regarded as Austin's natural deputy, steps in as convenor of
Saturday-Morning Play-Group, which meets under his leadership. Grice – now the
senior – and his colleagues, former pupil Strawson, Urmson, and Warnock,
Urmson, to name just a few, continue to produce work with recognisably
'ordinary language' leanings. Grice's interests are not driven entirely by
philosophical trends in Oxford – as he had been (as he SHOULD) as a pupil at
Corpus. Grice is also turning his attention to some very old philosophical
problems. Having taught logic to Strawson for a term, Grice seemed particularly
interested in this or that question concerning this or that apparent or alleged
counterpart to this or that so-called logical ‘constant’ a language like Greek,
Latin, or English – “Not to mention Italian” he would add. He revisited a trick
of an ontological theme that he had first considered before this Phoney war,
when he gives a series of lectures – or classes – in a ‘seminar’ on, just,
'Negation' In these, Grice develops his two example sentences of his previous
essays – “This is not red” – and a variation on an example by Ian Gallie,
“Someone is not hearing a noise” -- concerns himself with the analysis of
sentences containing 'It is not the case that…', and with the extent to which
this should coincide with a conceptual analysis of negation – the Fregean
‘sense’, as he calls it. Consideration of a variety of example sentences, in
his typical manner, slightly out of context, and with a peculiar type of
peculiar addressee of the Oxonian type in mind – a ‘pupil,’ usually -- leads
him to reject the simple and simplistic equation of 'It is not the case that…'
– as Strawson has it in “Introduction” – never an – to Logical Theory -- with
the logical operation of switching truth polarity, usually positive to
negative. Grice in fact argues that 'it might be said that in explaining the
force – OR SENSE -- of "not" in terms of "contradictory" we
have oversimplified the ordinary use – OR IMPLICATA -- of "not"! In
another lecture or class from the series or seminar Grice suggests that the
lack of a strict – ‘sillily Peanonian’ -- correspondence between 'It is not the
case that…' and contradiction 'might be explained in terms of this or that PRAGMATIC
pressure which governs the use of language in general.’ Strawson recalls:
“Grice could feel pressuerised at times – especially by me!” --. Grice is
hoping to find not just an account of the uses of this particular expression,
Strawson’s “It is not the case that…” -- but a general theory of language use
capable of extension to other problems in logic, but more importantly – since
he never saw logic as a part of philosophy but a lower division for
‘blue-collared practitioners’, as he called them. Surely Grice was more than
familiar enough with any such problem! The discussion of some of them dates
back, in the proper Oxonian fashion, not to Kant, or Giambattista Vico, but as
far as Aristotle – whom Ryle had turned into Oxford’s Guardian Angel –
‘Cambridge has Plato,” Ryle said – referring to Cudworth but scorning
Bosanquet, Bradley, Wollaston, Pater – and the GENERATIONS of Hegelians who
would have had Plato any day --. Grice: “Aristotle cannot be understood without
Plato, so that’s a relief!” -- , in whose work he was well read even as an
pupil of Hardie – for all terms but one (The tutor who tutored Grice for that
one term would compalin to Hardie about Grice’s ‘obstinacy to the point of
perversity.’ Grice: “Hardie later explained to me that that was a good example
of two non-substantials packed into one!”. In Categoriae, Aristotle describes
not just categories of lexical signification or meaning – Grice’s ‘way of
words’ to echo Locke’s way of things and way of ideas -- , but also the types
of relationships holding between words, phantasmata, or pragmata. To some
Cantabrian philosopher, Grice notes, the use of terms in the following passage
may be obscure, but the relationship of logical Moore’s ‘entailment’ is easily
recognisable. ‘One’ is prior to ‘two,’ because: if there ARE two, it follows at
once that there is one. Whereas: if there IS one, there are not necessarily two
– think testicles: “My ball itches” --, so that the implication or implicature
of the other's existence does not hold reciprocally from one. Grice: “My pupil
Acrkill translated this for HIS pupils – whereas it should have best left
UN-translated. What’s the use of learning the Ancient Languages, if your tutor
is to offer his gross rendering of this or that passage?” -- The relationship
between 'two' and 'one', or indeed between any two cardinal numbers where one
is greater than the other, is one of what Moore – “‘playing the logician,’
being Irish, for one” – Grice comments -- asymmetrical ‘entailment.’ To use
Moore’s coinage – Grice: “Not really a coinage, since’entail’ entails a long
history in Norman England! --, 'Two' entails 'one', ', but 'one' does NOT
entail – or indeed means (although perhaps it implicates, pace Humpty Dumpty –
One cannot, but perhaps two can -- -- 'two' A similar relationship holds
between a super-ordinate and any of what Aristotle confusingly calls a
hypo-nyms – Grice: “What’s wrong with homo-nym – aequi-vox --?” -- or between a
‘general’ – Grice: “Strawson despises my use of ‘universal’ to mean almost the
universe!” -- and a more specific – Grice: “Or indeed, ‘particular’ versus
‘total’ as Hamilton would have it -- term. To use Aristotle's example: ‘If
there is a fish there is an animal.’ Rendered by Urmson: “If there is an animal
in the backyard, I usually do not mean an ant, or my aunt – but a middle-size
MAMMAL” – “But if there is an animal, there is not necessarily a fish.' Grice
calle this an example of “ichtyological necessity”. The asymmetrical nature of
this predication relationship – Grice: “I will say as much as this: all of
Owen’s existential ARE ultimately predication relations!” -- means that use of
the more general term – what Grice symbolizes as G in “Aristotle on the
multiplicity of being” -- tells us nothing at all about the applicability of
the more specific. – What again Grice symbolizes as S in that same essay.
Aristotle also considers the relative acceptability of general (Grice’s Gs) and
specific (Grice’s Ss) terms – Grice adds the D of DIFFERENTIA, rendering
Wiggins’s DIAPHORON – Wiggins’s essay on Plato --, and in doing this Aristotle
goes beyond a narrow ‘focus’ (Owen: pro-hen). For if one is to say of the
primary substance (prote ousia) WHAT it is – “or IZZES, as I prefer” – Grice
--, it will be more informative and apt – cf. Urmson, “Intensionality,”
Aristotelian Society, the principle of aptness – and Urmson’s Duckworth
Dictionary of Greek Philosophical Terms -- to give the species (Grice’s S) than
the genus (Grice’s G). For example, it would be more informative – Grice:
“Acrkill’s for some obscure Hellenism” -- to say of the individual man that he
is a man than that he is an animal – Grice: “or brute” -- (since the one is
more distinctive of the individual man while the other is rather of a more
general application. That’s logic for you! Oxford logic – as Tweedledum said to
Tweedledee! Applying the term 'animal' to an individual tells us nothing about
whether that individual is a man -- or not. I. e. if it fails to be man. The
Tortoise to Achilles: “Why should I FAIL to be a man?” --. Therefore, if the
more specific (Grice’s S) term 'man' applies, it is more 'apt' – Grice: “Or
‘apter,’ as Ackrill prefers” -- , because it gives you – or thee -- more
information. This same point arises in a discussion of the applicability of
this or that description. Aristotle suggests that: 'it is not what has not
teeth that we call toothless, or what has not sight blind, but what has not got
them at the time when it is natural for it to have them.' Grice: “My point
exactly in my ‘Negation and Privation’ – Cicero needed to distinguish the phenomena
lexically, as did the wise Ancient Greeks!” A term – TERMINVS, horos,
DE-FINITIO -- such as 'toothless' is only applied, because it is only
informative, in those situations when it might be expected NOT to apply. Here,
again, the discussion of what 'we – the few and wise, not the many of the
LEGOMENA -- call' things goes beyond pure ‘signification’ or meaning to take
account of how an expression is generally used. Strictly speaking – Grice: “And
Austin was such a literalist!: -- a stone could appropriately and truthfully be
described as toothless -- or indeed blind. In actual practice, except at Oxford
– the land of Humpty Dumpty -- it is very unlikely to be so described. Grice's
self-imposed task in considering this or that general 'pragmatic pressure' on
language use is, at least in part, one of extending the typically didascalian
Oxonia Aristotle's – not Plato’s – Grice: “Plato couldn’t care less. He was
upper-class enough to know that the Many never learn!” -- sensitivity to the
standard uses of this or that expression, and examining how a regularity of use
may have a distorting effect on what Mrs Julie Jack once described to Grice as
‘her intuitions’ about ‘signification’. Grice was by no means the first Oxford
ordinary-language philosopher member of the Satuday-Morning Play Group of
Post-War Oxford to consider this. For instance, Mill – Grice: “an autodidact –
more Grice to your Mill?” --, in his response to the work of Hamilton, draws
attention to the distinction between ‘signification’ and 'the usage of
language.’ Mill reproaches Hamilton – Grice: “As Aristotle of the Lycaean
dialectic had reproached Plato, of the Academian dialectic” -- for not paying
sufficient attention to the distinction, and suggests that this is enough to
explain some of Hamilton's fatal mistakes in logic. Grice: “They led him to the
grave alright!” .. Mill glosses Hamilton as maintaining that 'the form
"Some A is B" ... ought, in – Varronian, if not Ciceronian --
propriety to be used and understood as "some and some only" – Grice:
“Id est, NOT NOT TOTVM”. Hamilton is therefore committed to the claim that
'all' (x) TOTVM and 'some' (Ex) PARS are mutually incompatible: that an
assertion, or more generally, utterance – as Grice: “What is necessary is
possible” -- featuring 'some' has as part of its ‘signfiication’ 'not all'.
This is at odds with Aristotle’s observations on quantity in Categoriae and
indeed, as Mill suggests, with 'the practice of anyone with a brain'. Mill
explains this mistake as a confusion of ‘signification’ – Grice: “Typical of
Hamilton” -- with a feature of 'common conversation in its most unprecise
form'. In this, Mill – Grice: “You still want more Grice to the Mill?” -- is
drawing on the generally understood 'signification’ – implicitly conveyed --
associated with his or that expression. In a passage that would “not be out of
place at Cambridge even!” -- Grice-- , Mill suggests that: If I say to any one,
'I saw some of your children to-day,' my addressee *might* be justified in
inferring – never implying! -- that I did not see them all, not because the
expression signifies THAT, but because, if I had seen them all, it is most
likely that I should have explicitly conveyed so by way of what Varro has as a
proloquium. Mill, like Humpty Dumpty – vide Sutherland, Language and Lewis
Carroll – Mouton -- draws a distinction between what this or that expression
‘signifies’ and what Humpty-Dumpty and Alice generally – vide “Impenetrability”
-- infer from witnessing an expression proferred. In what may be seen as an extension
of Aristotle's – “And indeed Urmson’s – Grice -- discussion of 'aptness', Mill
is arguing, with Dodgson, that it is a very gross – Grice: “even vulgar, by
implicature” -- mistake to confuse these two very different types of
significance, or ‘signification.’ A more specific, more informative, “Stronger”
(Grice) expression such as 'all' may be more appropriate, if it is applicable,
than a more general, less informative – “LESS STRONG” (Grice) word such as
'some'. Where is your wife? B: In some room. Where are we going? B: To
somewhere in the South of France. He saw a woman? “Yes, his own wife!” --
Therefore, the use of the more general – Grice’s G -- leads to the inference,
although it is not the case that the expression – Grice: “If you’re stuck with
ascribing ‘signification’ to an expression’ ‘signifies’, that the more specific
– Grice’s S -- does not apply. 'Some' suggests, hints, ‘means’ (vaguely) but
does not actually entail or say – as Varro’s proloquim is one’s DICTUM -- 'not
all'. Besides his interest in such crucial problems with a venerable
Graeco-Roman pedigree, Grice is also concerned with issues familiar to him from
the work – Grice: “usually laughable” -- of recent or contemporary philosophers
– Grice: “That I happene to interact with at Oxford – not that I would even
READ their silly essays!” In both published work – notably in that brilliant
list in that LONG Excursus on ‘Implication’ at the Aristotelian symposium with
A.R. White at Cambridge under the patronage of R. Braithwaite -- and informal
notes Grice frequently lists these and arranges them in groups – Grice: “When I
can.” Part of his achievement in the theory Grice develos lies in seeing
connections between an apparently disparate – “to the Cambridge brain,” he adds
-- collection of problems and countenancing a single solution for them all –
“and more!” he adds. For instance, in The Concept of Mind, Ryle argues alla
Austin and Hart-Hamphhire – especially the latter three, since Grice interacted
with them on Saturday mornings -- that, although the expressions 'voluntary'
and 'involuntary' appear to be simple opposites, they both require a particular
condition for applicability – an appropriateness condition, as Grice in
deliberate pompous idiom puts it -- , namely that the action in question is in
some way reprehensible. If they were simple opposites, it should always be the
case that one or other would be correct in describing an action, yet in the
absence of the crucial condition, to apply either would be to say something
'absurd,’ – Grice: “Ryle thought, as Austin, and Hart and Hampshire should have
NOT!” -- Similarly, although if someone has performed some action, that person
must in a sense have tried to perform it – “unless you’re exercising your
muscles against a wall, as Pears often does in the Meadow!” – Grice -- it is
often extremely odd to say so. In cases where there is no difficulty or doubt
over the outcome, it is inappropriate to say that someone tried to do
something: so much so that some philosophers, such as Witters, have claimed
that it is simply wrong – Grice: “if not FALSE – whatever the German Viennese
idiom of his choice would have been!” – Grice. Another related problem is
familiar from Austin's work; it is the one summed up in his slogan 'no
modification without aberration'. For the ordinary uses of many verbs, it does
not seem appropriate to apply either a modifying word or phrase or its
opposite. “I do not believe it is a goldfinch. I KNOW t is!” “I truly know it
is!” --. Austin was therefore offering a generalisation that includes, but is
not restricted to, Ryle's claims about 'voluntary' and 'involuntary'. For many
everyday action verbs, the act described must have taken place in some
non-standard way for any modification – without aberration, the tea party --
appropriately to apply. Austin offers no theory based on this observation, and
indeed Grice was unimpressed by it even as a generalization. Indeed Grice
claims that it is 'clearly fraudulent on Austin’s part.’ 'No
"aberration" is needed for the appearance of the adverbial "in a
taxi" within the phrase "he travelled to the airport in a taxi.’
Aberrations are needed only for modifications which are corrective
qualifications. Grice's general account of language, conceived with the twin
ambitions of refining his philosophical theory and analysis of ‘signification’
or meaning and of explaining a diverse range of philosophical problems,
gradually develops into his theory of conversation. Like his project in
'Meaning', this theory of conversation draws on a 'common-sense' understanding
of language: in this case, that what people say and what they mean are often
very different matters. This observation is far from original, but Grice's
response to it was in some crucial ways entirely new on the Saturday mornings
of the Oxford of his time. Unlike formal philosophers such as Russell or the
logical positivists, Grice argues that the differences between literal
signification – Grice: “Or dictum, as I prefer” -- and speaker ‘signification’
are not random and diverse, and do not make the more or less rigorous – Grice:
“to the extent that a philosopher can be rigorous – philosophy ain’t a science,
nor are my pupils LEARNING it!” -- study of the latter a futile – or
‘futilitarian’ as Grice preferred mocking Bergmann’s accent -- exercise. But
Grice also differs from other members of his Saturday-morning Play Group --
philosophers of ordinary language, in arguing that a more or less moderte
interest in formal or abstract – ‘Aristotelian’ or ‘categorial’ – sgnification
in terms of ‘universalis’ – or meaning need not be abandoned in the face of the
particularities of individual Oxonian usage. Grice: “I met the Warden of a
college who kept referring to his dog as a cat!” -- Rather, the difference
between the two types or ‘categories’ of ‘significatdion’ or meaning may be
seen as eschatologically systematic and explicable, following from one very
general principle of human behaviour – Grice: “Whatever Haugeland thinks of
computers” --, and a number of specific ways in which this works out in
practice. In effect, the use of language, like many other aspects of human
behaviour, is an end-driven endeavour. People engage in communication in the
expectation of achieving certain outcomes, and in the pursuit of those outcomes
they are prepared to maintain, and expect others to maintain, certain
strategies. This mutual pursuit of goals results in cooperation between
speakers. This manifests itself in terms of four distinct categories of
behaviour or experience – Grice: “Oakeshott went overboard!” --, each of which
can be summarised or encapsulated by one or more maxims that convesationalists
are expected to observe --- Grice: “At least in public”. The categories and
maxims are not unfamiliar to every student – Grice: “Always bear in mind that
only the poor learn at Oxford” --, although in later commentaries they are
often all subsumed under the title 'maxims' . Category of Quantity. Make your
contribution as informative as is required (for the current purposes of the
exchange). Do not make your contribution more informative than is required.
Category of Quality Do not say what you believe to be false. Do not say that
for which you lack adequate evidence. Category of Relation Be relevant.
Category of Manner Be perspicuous [sic]. Avoid ambiguity of expression. Avoid
ambiguity. Be brief. Be orderly. “Add: “Frane what you say” and you get the ten
commandments, almost!” Grice: “Or the Conversational Immanuel, as I may call
it1” -- Grice uses the simple notion of cooperation, together with the more
elaborate structure of this or that category – the four Kantian
SUPER-categories: “strictly, the categories are 12 in Kant, geometrical as his
spirt was!” – Grice --, to offer a systematic account of the many ways in which
literal or explicit and implied or implicit ‘sgnification’ or meaning, or 'what
is said' – or dictiveness – Varro’s proloquium -- and what is implicated',
differ from one another. Grice: “I hope Hare is happy that his phrastic and
neustic survived his Oxford examination – where he used ‘dictum’ and ‘dictor’!”
Grice: “In fact, Hare was not, and went on to multiply sub-atomic particles of
logic beyond necessity: the phrastic, the neustic, the tropic, and the clistic!
Once you start! I tol him!” -- In effect, the expectation of cooperation both
licenses these differences and explains their usually successful resolution.
Speakers rely on the fact that hearers will be able to re-interpret the literal
content of their utterances, or fill in missing information, so as to achieve a
successful contribution to the conversation in hand. The noun 'implicature' –
Grice: “I borrow from Sidonius” -- and verb 'implicate,’ as used in relation to
that noun, are now not unfamiliar in the discussion of pragmatic
‘signification’ or meaning – Grice: “I always found ‘semantic signification’ a
pleonasm!” -- , but they were coined by Sidonius – and later borrowed by Grice
– but never returned – Grice: “In fact, Sidonius NEVER coined implicatura: it
is a productive – analogous – exit of ‘implico’, as Varro would have it!” --,
and coined fairly late on in the development of his theory. In early work on
conversation Grice implicated or suggested that a 'special kind of implication'
– Grice: “Sidonius’s implicatura implicates entanglement! –” could be used to
account for this or that difference between conventional ‘signfiication’ or
meaning and ‘signification’ as ascribed to the utterer or speaker meaning.
Grice ultimately found this formulation inadequate, together with a host of
other words such as 'suggest', 'hint' and even 'mean', precisely because of
their complex pre-existing usage both within and outside Oxonian philosophy. Grice: “Witness Humpty-Dumpty!”. Filosofo toscano.
Filosofo italiano. Castiglion Fiorentino, Toscana. Profesore di filosofia, BOLOGNA.
V. di Castiglioni, professore in Bologna di Alpini PERCORSO: Fatti, personaggi,
documenti ed oggetti testimoni di vita e di storia > questa pagina Alpini
ringrazia il geometra Rossano Gallorini che l’offre la possibilità, tramite due
lettere del suo archivio personale, di approfondire un ulteriore aspetto della
famiglia di V. per anni docente di filosofia teoretica a Bologna. V. proviene
d’una modesta famiglia di lavoratori della terra, ma, nonostante ciò riusce a
studiare prima presso gli Scolopi in Castiglion Fiorentino, poi a Pisa dove
consegue la laurea. Dopo aver insegnato in vari licei vince la cattedra presso
la prestigiosa Bologna ove insegna CARDUCCI (vedasi) e PASCOLI (vedasi). V. è
un tenace assertore dell'esistenza obiettiva d’una realtà assoluta e infinita,
dell'anima e di Dio. Il confronto con il positivismo lo conduce ad affermare la
supremazia della metafisica sulla scienza, anche se, secondo V., la metafisica
dove essere critica e positiva ravvivata dal progresso delle scienze
sperimentali e dalle altre discipline. V. ricordato a Castiglion Fiorentino,
dall'associazione Spazio aperto", con l'evento, Il percorso umano e
culturale di V: dall'amata Castiglioni alla dotta Bologna. Narrazione e mostra
documentaria” V. partecipa attivamente alla vita politica della sua città
natale e ne è sindaco nelle file del partito veramente monarchico e veramente
democratico. Nel primo dopoguerra fonda, sulla scia di PASCOLI (si veda) e
CORRADINI (si veda), a Castiglion Fiorentino l'Associazione Nazionale, ma quando
questa, si fuse con il Fascismo troviamo V. segretario del fascio locale. Dal
matrimonio con Vittoria Tocci erano nati ben sette figli. I due maschi, Corrado
e Virgilio, muoroo in modo prematuro. Le figlie: Valeria, Virginia, Clara, Ida
e Giorgina ereditano dal padre un cospicuo patrimonio composto da diversi
poderi, due case in Castiglion Fiorentino ed una villa a Cegliolo in comune di
Cortona e titoli bancari. Valeria, la più grande, vive a Modena ed sposa un
Tavernari. Le altre sorelle viveno a Castiglion Fiorentino. Ida che sposa un
Ferrari è nominalmente la responsabile delle sorelle V. delle quali una aveva
forti problemi di salute. Nel dopoguerra le condizioni economiche sono
peggiorate e non navigano in buone acque, ma, nonostante ciò le sorelle cercano
di mantener fede ai desideri del padre che ha espresso questo desiderio nel suo
testamento di rimanere unite. Probabilmente la sorella che vive a Modena è
quella che se la passa meglio e quindi speravano in un suo aiuto concreto.
Valeria ospita per circa un mese alcune sorelle, ma non poteva lesinava aiuti
concreti. Di ciò se ne duole Ida in una lettera che non abbiamo. Nella risposta
che abbiamo a questa missiva appaiono chiaramente le prime crepe ed i primi
dissapori. Anche il nipote Vittorio che, probabilmente ha un buon stipendio in
quanto dipendente di una Compagnia di Navigazione, nell'inviare dei soldi, fa
pesare il sacrificio che gli costa il farlo e esterna i sacrifici che deve fare
stando lontano da casa per mesi. Oggi vivono a Castiglion Fiorentino solo
parenti lontani che hanno partecipato attivamente al ricordo che l'Associazione
Culturale "Spazio Aperto" ha organizzato con il titolo "V.:
dall'amata Castiglioni alla dotta Bologna. Narrazione e mostra
documentaria". Nell’Istituto Superiore di Magistero ^kmmiwilp: in jlox*
FIRENZE COI TIPI DI M. CULLIMI E C. alla Galileiana Oli esemplari di questo
libro non muniti della firma originale dell’Amore si riterranno falsili a 0 i n
lore procederà contro I ralsiflcnlnn. FILOSOFIA. SULLA TEORICA DELLA DIANA
CONOSCENZA E DELLA MORALE IN RELAZIONE COLLE DOTTRINE DI ARISTOTELE E DI KANT.
Argomento o sua opportunità. Nozione del Vero e del Bene. Loro fondamento
reale. Principali facoltà conoscitive o morali dell'uomo. Leggi razionali e
legge morale. Loro fondamento c valore. Senso, intelletto e ragione pura
speculativa secondo, il Kant, ed ufficio loro. Valore c limiti della ragione
para speculativa. Tre ordini di cognizioni umane. Differenza tra la Ma¬
tematica, la Fisica e la Metafisica, secondo il Kant. Distinzione kantiana del
fenomeno dal noumeno. In qual senso vero può ammettorsi tal distintone. Teorica
della relatività della conoscenza umana. Conno sul Neokantismo. Cenno sul nuovo
Criticismo o Realismo tedesco ed inglese. L’ inconoscibile di Spencer. In qual
senso c dentro quali confini la conoscenza umana si può e si deve ammettere
come relativa, -r- Obbietto o valore della ragiono pratica o morale, secondo il
Kant. Vi li a contraddizione fra la Critica della ragione pui a eia Critica
della ragione pratica? Giudizj opposti di varj filosofi. Due criterj, secondo
noi, per risolvere il quesito. Criterio soggettivo : Secondo 1 intendimento del
Kant vi è contraddizione fra quello due Critiche? Breve raffronto delle tro
Critiche di lui. Criterio oggettivo: Le ideo morali sono assolute ed oggettive
anche pel Kant, oppure sono relative e soggettive? La ragione umana può
scindersi in duo facoltà, in ragione speculativa e in ragione morale, opposte
fra loro? L’intoresse teorico può egli separarsi dall'interesse pratico della
ragione? Le dottrine di Kant sulla conoscenza umana o sulla Morale, considerate
oggettivamente, non isfuggono alla contraddizione. La relatività della
conoscenza umana e dolla scienza, nell'odierno significato, implica logicamente
una Morale affatto relativa. Nostra dottrina sulle relazioni oggettive,
necessario o naturali fra il conoscere o l'operare umano, o però tra il Vero ed
il Bene. Tre fatti notabili ed importanti nell’ordine filosofico e scientifico
e nell’ordine morale mi paro dovrebbero fermare oggidì l’attenzione dello
studioso e del pensatore. Questi fatti sono: La moderna teoria della relatività
della conoscenza umana, il ritorno di parecchie menti, specie in Germania, alla
filosofia speculativa e pratica del Kant; una tendenza quasi generale presso
gli odierni scienziati c filosofi a porre in discussione la Morale ed a
cercarne nuovi fondamenti, considerandola alcuni come reiva instabile ed
evolutiva, altri come assoluta oggettiva, universale ed iucrolkbil» • sistemi
scientifici e filosofici. Di quei tre fatti mi propongo d’esaminare con brevità
nel presente lavoro i primi due segnatamente, e di vedere così qual relazione
logica c naturale corra fra il sapere o il conoscere e l’operare umano, e se il
Kant cadesse o no in contraddizione co’suoi principj teoretici diversi da
quelli morali. Determinato così il campo di queste indagini, non debbo nè
voglio qui esaminare i varj sistemi morali antichi e moderni: i quali ultimi,
come accennai in altro mio lavoro (Studj critici di Filosofia morale e sociale,
Firenze), possono ridursi principalmente alla Morale razionalista ed assoluta,
alla Morale indipendente, alla Morale dei Positivisti e alla Morale
evoluzionista; mentre la Morale spiritualista e la teologica son comuni sì
all’evo antico e sì al moderno. Il Vero ed il Bene sono concettiuniversali.
Universali, perchè gli uomini tutti, anche i meno civili e colti, hanno un certo
sentimento ed una certa nozione della Verità e del Bene, come si ravvisa-
altresì nei loro discorsi e giudizj e nell'azioni loro. Universale il concetto
di Vero, perchè la mente nostra l’applica agli esseri tutti che vengano in
qualche modo in attinenza con lei ; anzi l’applica alle stesse operazioni dello
spirito, e quindi a’sentimenti, a’pensieri, alle cognizioni, a’giudizj, ai
ragionamenti, alla scienza, all’arte, agli stessi atti della libera volontà.
Dunque così al gran mare dell’essere come a tutto l’ordine del conoscere e,
sotto un certo rispetto, all’ordine dell'operare si estende il concetto di
Vero. Universale il concetto di Bene, perchè la mente nostra riconosce c
giudica buone le cose tutte, che siano quello che debbono essere por natura loro,
che sieno amabili o per intrinseche perfezioni, o per Tatile e pel diletto che
ci procurano ; e perche a tutti gli atti umani, in quanto procedono dalla
ragione c dalla volontà libera, e sono conformi alla legge inorale, si applica
dalla mente il concetto di Buono.-Se pertanto il Vero ed il Buono hanno il
carattere dell’universalità, in che troveranno il loro fondamento? Non possono
averlo, quali concetti, nello spiritò umano, anzi in veruna mente finita,
perchè le menti finite sono contingenti e individuali, non necessario ed
universali, c perchè non possono fave a meno di usare, fra gli altri, quei due
concetti. Non possono averlo in alcuna delle cose mondiali, perche
l’individuale e il particolare non può mai scambiarsi coll’universale. Il vero
fondamento del Uro e del Beno non può ravvisarsi che nella natura medesima
degli enti in universale -, e però il ero ct i,i Bene hanno il carattere
dcll’obbiettività. »2"T iemm » « i. nota ad altro * r* ° l0tlavÌ!l 'l ue3t
l esser quindi giudicarla ver, o fll |,, duna . 0Ma > 0 intanto, la cosa in
.a * 3 '’ uona 0 catt ' va 1 ma, v»a o no» vi“1"““'’ T"° C ',e a
!"*» ’ bU0 ” a 0 ”™ ^ona, indipcnden- dell’umana conoscenza e della modale
7 temente dal giudizio è dal volere delle menti finite. V'ha pertanto il Vero
oggettivo universale, come il Bene oggettivo universale, fondati sulla stessa
natura degli enti. Anzi il concetto universale che noi abbiamo del Vero e del
Bene conserva questo carattere di universalità, perchè fondato in una necessità
non formale, nè soggettiva, si materiale od ontologica ed oggettiva. D’altra
parte', il Vero ed il Bene oggettivi possono stare disgiunti da ogni
intelligenza e da ogni volontà? No, perchè' il Vero suppone una mente che lo'
conosca, e il Bone suppone una volontà che l ami e che lo voglia conseguire. Le
cose tutte, vere od intelligibili, o buone od amabili, richiedono pertanto una
relazione naturale coll’Intelligenza e colla Volontà. Inoltre, gli esseri
finiti corno avrebbero in sè stessi, e specie gli enti irragionevoli, il carattere
della verità e della bontà, senza una Monte ed una Volontà infinita che li
abbia appunto creati e veri e buoni? E questa Mente e Volontà assoluta non
potrebbesi concepire se non come essenzialmente vera e buona in sè stessa. Il
Vero ed il Bene, benché fondati sulla natura degli esseri, hanno dunque
attinenza naturale e necessaria coll’Intelletto e colla Volontà. Ora, nell’uomo
esistono diverse facoltà deputate a conoscere il Vero, ad amare ed operare il
Bene. Ogni entità, come ha natura e leggi sue proprie, così ha un fine speciale
; ogni funzione ed atto ha un termine proprio : e io : e però termine, fine,
oggetto immediato- della Intelligenza è il Vero ; termine, fine, oggetto
immediato della Volontà il Bene. Qui non mi fermo- a dimostrare le intime relazioni
da una parte fra il Vero ed il Buono, dall’altra fra il concetto di fine e il
concetto di Bene, avendone discorso a lungo ne’ miei Elementi scientifici di
Etica c Diritto (Roma). Diconsi intellettuali, conoscitive, razionali tutte
quelle facoltà onde l’uomo intende, conosce o scuopre il Vero; diconsi morali
quelle facoltà ond’egli ama, vuole c pratica il Bene. Quattro sono le facoltà
principali dello spirito umano : il Senso, l’Intelletto, la Ragione e la
Volontà. Le prime tre appartengono all’ordine della conoscenza, l’ultima
all’ordine della moralità. Il Senso ha immediata relazione con
gliobbiettisensibili e porge all’intelligenza la materia del conoscimento. L
Intelletto apprende le cose sensibili ed intp.llio-i'hn; dell’umana conoscenza
e della morale !) ha . leggi suo proprio. Ciò. posto, quali sono le leggi
dell’Intelligenza e della Volontà umana, e qual fondamento e valore hanno esse?
Poiché l'Intelligenza e la Volontà sono due facoltà diverse, come diverso è
l’obbictto loro, cioè il Vero ed il Bene, anco le rispettive leggi dovranno
essere differenti. Queste due facoltà umane non potrebbero varcare dalla
potenza all’atto e conseguire il fine loro, senza una regola, una norma, una
legge che le indirizzasse alla vespettiva mèta. Ora, le leggi che governano la
Intelligenza nel conoscimento e nel possesso del Vero diconsi razionali, c ne
tratta di proposito la Logica ; la legge che governa la Volontà nella pratica
del Bene dicesi morale, c ne parla espressamente l’Etica. In queste leggi dello
spirito umano c segnatamente nelle razionali, va distinto l’elemento formale
dall’elemento materiale . L’elemento formale risguarda più direttamente
l’intelligenza, forma del conoscimento ; l’elemento materiale risguarda più
diretta- mente Soggetto, la materia del conoscimento. Dico più direttamente,
non esclusivamente, perchè ogni conoscenza suppone due termini distinti ma
inseparabili, cioè un soggetto intelligente ed un obbietto inteso in atto o
capace di essere inteso. E quindi non può darsi una Logica puramente formale,
come non può darsi una Logica puramente materiale. Imperocché le nozioni, i
concetti, i giudizj, iraziocinj sono atti ed operazioni della mente ; la forma
nel giudizio, nel raziocinio ed' in ogni ragionamento è posta dalla mente
nostra ; i giudizj, i raziocini son governati da leggi proprie : ma intanto, lo
nostre idee, le nozioni, i concetti sono vuoti d'ogni contenuto, non sono
oggettivi, non hanno cioè alcuna rispondenza colla natura degli obbietti?
L’csperien- za e la ragiono dimostrano che vi ha naturale rispondenza ed
armonia fra i concetti nostri, le idee c gli obbietti. Ove non esistesse questa
relazione, potrebbesi domandare: Come c donde la mente nostra formerebbe le
idee, i concetti, .le cognizioni tutte? Ogni giudizio, poi, ed ogni raziocinio
ha la rispettiva materia, oltre la forma; c la varietà dei nostri giud'izj e
raziocini dipende non tanto dalla mente unica clic li forma, quanto
dalladiversità della materia onde risu.l ; tano. Lo leggi logicali ed i
priucipj della ragione hai), no, pertanto, un fondamento reale ed un valore
oggettivo, perchè fondati sulla reale attinenza fra la mente nostra e le cose
intelligibili, è perchè mostrammo già che .1 Vero e oggettivo ed universale.
Può cHi darsi- JW ‘T' C,1,! SÌS ° Mri U " senza la' Z “ lT" eS “ dmi
una qua-, PC “v 60s,anza ? »«. poo formo : .>C d ir caosaiì,a • «• ~ -»
D’altra parte Finteli cd apoditticamente, la C ausr;“ tt0 PU C ° nCC P Ìrc »tto
senza È logicamente imponibile .\ S ° 3tan “’ e vicCT ersa? Je ggi razionali
hanno un fi» i^® 1 P r,nci PJ « le ore oggettivo, C però u„. nda “ 5ato rca le,
un va- Se questa ò la nnt .. * CCI tezza assoluta. !eggi razionai; che diw
taLT* 10 et U Valore de,lc della legge morale ? Come le leggi razion ali non
sono fondate esclusivamente sulla forma della conoscenza o sulla mente nostra,
ma principalmente sull’essenza degli obbietti intelligibili, e però sul Vero
oggettivo ; così la legge morale non ha il suo fondamento sulla volontà umana,
ma sulla natura stessa degli enti amabili e rispettabili, c però sul Bene
oggettivo. E come la natura delle cose intelligibili e il Vero oggettivo
servono all’uomo di criterio c di norma nelle sue cognizioni e ne’suoi giudizj
; così la natura degli enti amabili e rispettabili c il Bene oggettivo gli sono
di criterio e di norma nelle sue libere azioni. Può l’uomo disconoscere il Vero
c non seguire le leggi naturali del pensiero nell'ordine della conoscenza ; può
ribellarsi alla legge morale, non praticare il Bene e giudicare non rettamente
le sue azioni e quelle degli altri : ma restano sempre il Vero ed il Bene
oggettivi, ma non si distruggono per questo le leggi eterne ed immutabili del
pensiero e della volontà. E come gli errori di alcuni uomini, i sofismi e lo
scetticismo di altri uonlianno alterate, non che distrutte, le leggi del
pensiero limano, nè abbattuta la Verità oggettiva ; così le prave azioni di
alcuni e le false dottrine morali di altri non hanno cambiata la legge morale
assoluta, non hanno abbattuto il Bene oggettivo, nèsradicata dal mondo la moralità.
Tuttavia l’errore torna sempre funesto nella speculazione e nella pratica, e
conviene quindi adoperarsi a tutt’uomo a fuggirlo ed a combatterlo. Fermate
tali verità, passo ad esaminare brevemente le dottrine speculative e morali del
Kant in SULLA TEORICA relazione colle teorie moderne delle relativi* delle
conoscenza umane, 1» quel teorie mene log,cernente ad una Morale soggettiva e
relativa. \r Il Kant è generalmente considerato non solo qual fondatore del
Criticismo filosofico, sì anche quale autore della moderna teoria della
relatività della conoscenza umana. E ciò nondimeno, tutti riconoscono che non
v’ha sistema filosofico morale più rigido ed assoluto di quello dol Kant ! Come
si spiega questo fatto? Il Kant non ammise relativa, nell’odierno significato,
la conoscenza umana, oppure nella Morale si contraddisse fondandola su principi
assoluti ed oggettivi ? Ecco il quesito che dobbiamo esaminare, gettando un
rapido sguardo sulla filosofia kantiana. So negli scritti del filosofo di Ivo—
nigsberga la chiarezza della forma e la coerenza logica, in senso formale o
materiale, fossero pari alh novità dei concetti, alla profondità e all'
acutezz; dell ingegno critico c speculativo di cui dette provi l’autore
segnatamente nelle tre Critiche, io pensi che nessun filosofo antico o moderno
potrebbe ugua ! “ Kimt Ma “mnquo vogliasi giudicaro on può negarsi che la
filosofia c la scienza in gc 2“™ Smunte del nuov K il fT,'* 6 *«*»» s P ccu
lczione 4 stata considerata unallndc rl*^ P '" &iandc Introduzione alla
Filosofia pura ed alla Scienza in generale, come dissi altrove (Principio,
intendimento c storia della classificazione delle umane conoscenze secondo
Francesco Bacone. Parte terza, capo XI, 2 a edizione, Firenze, 1880). Come gli
antichi supponevano che il sole e gli astri girassero intorno alla terra, così
il Kant nella Critica della Ragionpura volle far girare gli obbietti intorno
allo spirito umano per ricercare e determinare le leggi dell’umana conoscenza.
Ma se in Àstronorniail sistema Tolemaico fu abbattuto, perchè falso, da quello
di Copernico, potrebbe avere ugual sorte nella Filosofia speculativa il sistema
del Kant? Crediamo di no, benché questo sistema non possa accettarsi, per gli
errori, ond'ò viziato, qual canone certo, inconcusso e definitivo della mente,
e quale sulstratum della Filosofia e della Scienza. Che posso io conoscere e
sapere ? Che devo io fare? Che posso io sperare? Ecco le tre domande che il
Kant rivolse a sè stesso nella Critica della Ragion pura, e nelle quali sta il
germe di tutta, la Filosofia speculativa e pratica di lui. Alla prima domanda
non si poteva rispondere senza esaminare 1 origine e il valore delle nostre
cognizioni, c le attinenze loro con le facoltà del nostro spirito e con gli
obbietti. Nelle nostre cognizioni ravvisa il Kant due elementi : uno formale,
soggettivo, a priori, puro, necessario, permanente; l'altro materiale,
oggettivo, a posteriori, contingente, mutabile. Il primo elemento è fornito
dallo spirito, il secondo dagli obbietti distinti da noi e fuori di noi. Il
tempo o lo spazio, le rapprosentazioni o intuizioni, i concetti puri o le
categoria sono gli elementi a priori, formali, necessarj, universali, della
nostra conoscenza. Ma da chi e in qual modo si conoscono gli obbietti ? Tre
sono pel Kant le principali facoltà umane conoscitive: Senso, Intelletto e
Ragione. Dico principali, perchè egli, dopo aver distinto recisamente il Senso
dalla Intelligenza, suddivide quest’ultima in Intelletto, Giudizio c Ragione.
Il Senso porge all'Intelligenza l'elemento materiale, molteplice c variabile
delle cognizioni sperimentali. L'Intelletto è la facoltà dei concetti puri,
apriori, o categorie, che non hanno per sè alcun . \alore nè reale nè
oggettivo, nelle quali però consiste 1 elemento formale, necessario ed
universale della conoscenza. L Intelletto prende i suoi materiali dal Senso e
li ordina secondo alcuni de'suoi concetti puri che costituiscono la forma di
tutti i giu- d.zj Dcdici, com'è noto, sono i concetti puri, a pluralità! ! ?
atCS ° nc clementar i e sono: unità, L* 11 ’ re>lli ' . ne 8. MÌ0M >
‘imito; sostanza, Quest'’T'r a ’ possiljlllt à, esistenza, necessità. «sto trm
puri ° c * tcsoHc cic - categoric comnles alle c l uattr o grandi *««® c di
modaiS. r nt ; tà> di quaiità; di rcia_ dall’esperienza m ° a e ^ or * e non
derivano qual modo ? sotto nonlT 0 ! re ? dono Possibile. In 1 fenomeni alle
cate e chepcrò tra- gettivo, non ci dà un v Spazi0 ’ non ha valore og- dl cui
parla non li pos J° Sapere ) lacchè gli obbietti fotal b le colonne d’K rc ^ m
°i U “ in essenziali ed uccido t v m Generatesi distinguono L o Valiti.
essenziali foriti’ ° “ c01 ' ;1 " 1 ' io forme o leggi del * ° T® Ìn S °
lo cate S oric > applicare ai fenomeni nSlCr ° ^ blS0 ° na solamente Occorre
appena osservare el,o 1 >c che la prova diretta dell’umana conoscenza e
della MODALE rJ della relatività della conoscenza sarebbe valida solamente
quando fosse dimostrato vero e fondato il Criticismo, clic tutta la realtà vuol
ridurre ad un mero fenomeno, ed i nostri concetti e le leggi del pensiero a
mere forme dello spirito, vuote d’ogni valore oggettivo e reale. La prova indiretta,
poi, risguarda il metodo seguito dal Kant e le conclusioni a cui egli giunse
nella Critica della ragion pura, allorché tolse in esame le tre massime idee
della ragione e tento di conoscere la essenza intima dell’/o, dell Universo e
di Dio, applicandovi le sue categorie! GRICE: “I LIKE THAT!” Aristotle: “To say ‘anima’, when
you mean ‘man’ you are being less informative thn is required. Categoria – da: kata, agorein – against, speaking to
the assembly. Oxonian dialetic, Athenian dialetic – CATEGORY – Kant’s
derivative use of Aristotle’s categories -- I noumeni, le cose in sò medesime,
sono adunque inconoscibili ; e quindi la scienza degl intelligibili o
Metafisica non ha un valore oggettivo, anzi non è possibile. E tuttavia il Kant
colle sue distinzioni tra il fenomeno e il noumeno, fra la intuizione sensibile
c la intuizione intellettuale, fi a le puve idee, le cose di fatto e le coso di
coscienza, fra il sapere teorico e il sapere pratico, e quindi avendo ammesso
come fatto certo e primitivo la legge morale, non rannicchiava tutta la
coscenza umana nel puro sensibile, nel fenomeno ; o almeno, lasciava aperto
qualche sentiero alla ragione pei penetrare nel mondo intelligibile e delle
cose in sè. Beu diversa, e sotto alcuni aspetti assai più ristretta, è la
teorica della relatività della conoscenza nei principali rappresentanti del
nuovo Criticismo e Realismo tedesco ed inglese. Dico sotto alcuni aspetti,
perchè il nuovo Criticismo e Realismo ha dato al fenomeno un valore diverso da
quello kantiano, ma per altri riguardi, e nulla tuona della conoscenza e
soprattutto nella Morale, ò rimastodi gran lunga inferiore al Kant. IX.
Gl’immediati successori del Kant, movendo dalla pura intuizione intellettiva o
trascendentale che permetteva di cogliere il nuomeno e l’assoluto, cercarono di
penetrare l'essenza intima delle cose e di ricostruire così tutta la
Metafisica, oltre dare un valore oggettivo alla Morale ed ai tre postulati
kantiani. Ma il Comte in Francia e l’FTamilton in Ingkiltera si opposero
recisamente all’ Idealismo trascendentale e ad ogni Metafisica, dichiarando
vana la ricerca delle cause prime e finali, e propugnando la relatività della
conoscenza. Visto bensì che il mero Positivismo non dava ragione di tutti gli
elementi della conoscenza, nè valeva a spiegare * datamente l'origine e la
natura de' varj ordini e di* S C r L C Vedut0 COme,e dottri ne di Ilerbart
travano molta Caduto ^egelianismo, incon- e scienziati 1 avore 5 in Smania
alcuni filosofi elative del GH ' alle dottrine S P 0 ' cerearono negli C ° me
1,HeImholtz ' della raoio* - k ntlam anteriori alla Critica ' 80fi -CCall% fil
.r fia n ^;edifilo- ch lari re e consolidare W ra 9 ion P ura P er ela fi
losofia critica. VvÌ ttnna della conoscenza tengono conto dei nr e °l vantia ni
da una parte wi -^p;cr:^,rr“ sperimOT - uct0 sapere umano deriva dal pensiero,
non potendosi concepire il mondo senza il pensiero. Principali rappresentanti
del Neokantismo filosofico in Germania sono il LaDge, il Liebmann e lo Schultze
(1). Secondo il Lange, la coscienza e la sensazione sono il limite d’ogni
cognizione; il mondo non c che una nostra idea. Difatti, la realtà o la cosa ò
un gruppo di fenomeni che noi concepiamo uniti per astrazione di ulteriori
nessi e di mutamenti interni ; la forza è quella proprietà della cosa clic
abbiamo conosciuto per determinati effetti su altre cose ; la materia ò ciò
che, in una cosa, poniamo come base dello forze conosciute e che indi non
possiamo sciogliere in altre forze (2). Dunque materia e forza, egli conclude
coU’Helmholtz, sono astrazioni nostre dal reale. Ma esiste questo reale, ed
abbiamo noi conoscenza della cosa insè? Il fenomeno ci mena per fermo al
concetto d’un che problematico c che dobbiamo ammettere come causa del
fenomeno. Ma intanto la cosa in se, il noumeno, è una mera creazione della
nostra mente, ed ignoriamo se abbia (1) Lange, Gcschichte des Materialismus, 18
74 - Liebmann, Kantvnd die Ejpigonen, 1865. Zar Analysis der Wirhlichlceit, ISSO. - Schultze, Kant
und Darwin, 1S75. Philosophie der Natunoissenschafl,
1881-S2. (2) Vedi G. Cesca, Storia e dottrina del Criticismo, 1884. - Vedi pure
duo pregevoli scritti di Barzellotti : La nuova Scuola del Kant e la Filosofia
scientifica contemporanca in Germania, 1880-, o Le condizioni presentì della
Filosofia c il problema della Morale, un significato fuori della nostra
esperienza ! - Alle medesime conclusioni e venuto il Liebmann. I pi in* cipj a
priori, leggi della ragione, son necessarj (egli dice) per osservare,
sperimentare c pensare. Bensì tutto il nostro mondo è un fenomeno ; più, tutta
la realtà è fenomenica od empirica, dacché noi non possiamo uscire dalla sfera
sensibile delle nostre rappresentazioni. Tempo, spazio, moto, causalità, per
noi sono concetti puramente soggettivi. E però il Liebmann ammette solo una
realtà empirica, non riconosce alcuna realtà assoluta e nega ogni valore alla
cosa in sé. Anche lo Schultze concorda in sostanza con Kant e arriva alle
stesse conclusioni del Lange c del Liebmann. Salvochò lo Schultze nsguarda il
tempo e lo spazio non quali ' concetti ma quali intuizioni a priori, ed ammetto
la causalità quale unica categoria. Ciò posto, tutte le nostre
rappresentazioni, egli dice, hanno un carattere sog- Sciti™, l lerellè " m
Vha rappresentazione senza coscienza, ne questa senza quella. E però noi,ttal *
in 86 ’ raa,] " alc carico e e.seil„zl:: h ;~ Ì0 “;- H °" a ° ouali
fon,..., • r, 1 uca son P 01 la stessa cosa, Idi che? della cosa h, ”oe
possiamo noTreTcsiT™ 0 la . natara ’ ma di cui rebbo la base dM ì 1S enza ' altrimenti
mauebe- Vicn d ^que ammem dallo Scrk 00 ' La ^ ** rispetto alla nostro,
Schultzo come ipotetica, alo,,. ... * D0Stra c °Sn.zione. E però egli non dà
alcUD valore oggettivo* ^otafisica ed ai tre dell’umana conoscenza e della
morale 33 massimi concetti di Dio, dell’Anima e della Materia, perchè non sono
obbietti della nostra intuizione, ma nostri meri concetti. Dal fenomenalismo
de'più recenti Kantiani in Germania diversifica il nuovo Criticismo tedesco ed
inglese, il quale pone e riconosce alcun che di reale nelle nostre cognizioni.
Diamo un cenno, a questo proposito, delle teoriche di Helmholtz, Wundt, Goring
e Riehl, di Spencer e Lewes (1). L'Helmholtz ammette la causalità come una
legge a priori ; ma all’intuizione dello spazio dà un'origine sperimentale,
come pure agli assiomi di Geometria. Quanto alla sensazione e alla percezione,
vi distinguo l’elemento soggettivo dall’oggettivo. La sensazione, nell’aspetto
fisico, è un effetto della qualità esterna sopra uno speciale apparato nervoso
; c riguardo alla nostra rappresentazione, ella fe un segno di riconoscimento
della qualità oggettiva. Le nostre intuizioni o rappresentazioni, poi, sono
l'effetto che gli obbietti percepiti o rappresentati han cagionato sul nostro
sistema nervoso e sulla nostra coscienza, e però sono segni o simboli delle
cose. - Il IlroLiinOLTZ, Pkysiologischc Optile, 18G7. Die Tkatsachen in dcr
Walirnchmung. Wundt, Dogi!:, ISSO. Grundxiigc dcr physiologische Psychologie.
GoRING, Sistcm dcrkritUche Pkilosophic, .IIieul, Derphilosopische Krilictsmus. Spencer,
First Principici. Principici of
Psychology. Lkwes, Problema of life and Mind. Gcschichtc der neucrcn
Philosopkie (trad. tcd.). Wandt
non mena buono al Kant che spazio e tempo siano forme a priori della
sensibilità. Lo spazio,, per lui, oltre non essere a priori, sarebbe un
concetto e non già una intuizione. Vero ed unico principio a priori è il
pensiero logico co’suoi caratteri di spontaneità evidenza ed universalità. Il
pensiero logico, postulato d’ogni nostra esperienza, segue, operando, alcune leggi
che derivano dalla sua stessa natura, quali sono gli assiomi d’identità, di
contraddizione, di ragion sufficiente. Da queste leggi del pensiero provengono
lo categorie di sostanza, db causa e di fine. Le categorie, per la stessa
origine loro, hanno un valore non assoluto ma relativo, perchè si applicano
entro i limiti della nostra esperienza. Così, il concetto di forza c la
causalità supposta inerente alla materia; il concetto di materia- ha un
carattere ipotetico; il concetto di spirito doma da una nostra illusione' TI n-
• i a differenza dei .. TT, 11 Ge gnoseologica.,5* ZZng*** V ual ° ci PJ pari a
priori JclK ' “8"’™"°-1 P"«- essere scoperti dallo cenza non
potendo dogmaticamente quali n' M ’ bÌS ° Sna ammetterli tenta di mostrl-e c '
11 Rio H invece, Kant s’asconde il rca i- 10 10, 11 fonora cnalismo del
cognizione oggettiva C .'° ren“ ooe - II tempo ò la, V, 1 tcm P° 0 lo spazio-
coscienza- lo ^ a ^ re * az ‘ on i colla nostra esterne colli m!/ 210 ° ' a
coes ' ste nza delle relazioni dotto delle nostre^ n ° Stra ’ Dicesi materia 51
F 0 ' o consisto esistenti che oppongono resi- dell' umana conoscenza e della
morale 37 stenza ed occupano lo spazio. Dai concetti di materia, di spazio e di
tempo non può andar separato il moto, il quale è una sintesi dall’esperienze di
forza, di tensione muscolare e cambia continuamente di posizione. Ora si
domanda: Questi concetti e fenomeni, realtà, tempo, spazio, materia, moto,
hanno essi un valore puramente soggettivo, od anche un valore oggettivo? Sono
essi realtà unicamente per noi, o sono realtà in se medesimi? Questi fenomeni,
non essendo un mero prodotto della nostra coscienza, hanno anche per Spencer
una realtà oggettiva. E tuttavia egli tiene fermo più che mai sulla relatività
della conoscenza. Imperocché se Spencer ammette una causa reale assoluta di
tutti questi reali relativi, cioè una realtà, un tempo, uno spazio, una
materia, un moto ed una forza assoluti, compresi tutti nella formula
dell’Assoluto inconoscibile; egli però conclude che le nostre cognizioni non
hanno alcuna attinenza con l’Assoluto inconoscibile, e che indi questa Realtà
assoluta è ignota ed inconoscibile alla mente umana. Segni o manifestazioni di
questa medesima Realtà ignota ed inconoscibile sono pure la Materia e lo
Spirito. - Accennata così la dottrina di SpcDcer, potremmo, fra molte altre
obbiezioni, rivolgergli questa : Se tutto le nostre conoscenze sono relative,
conforme voi ammettete, con qual diritto asserite che in noi e fuori di noi ci
sono certe relazioni assolute? Il realismo di Spencer, fondato sui segni o
simboli delle cose sentite e percepite, e che cerca gg SULLA TEORICA di
comporre il dissidio tra realisti e idealisti, è un realismo trasfigurato. Il
Lewes non va pienamente d'accordo con lo Spencer e fonda il realismo ragionato
(nasonaded Roalistnus). Perche realismo ragionato? Perchè afferma la realtà di
ciò che vien dato in ogni fatto o negli stati di coscienza, e perchè giustifica
quest’affermazione. Il Lewes, pertanto, muove dalla coscienza, che ci rende
certi di due fatti, cioè del me e del non-ms, uniti fra loro. Di- fatti, non
possiamo negare la sensazione e l’esistenza del mondo esterno. La psicogenia
mostra che l’ordine esterno determina l’interno, e non viceversa. Gli
idealisti, per negare la realtà dell’oggetto, son costretti a dividere colla
riflessione il soggetto dal- 1 oggetto •, la qual divisione non accade nò può
farsi nel|a sensazione. Ma la distinzione fra il soggetto e 1 oggetto comincia
nella percezione. Questa, pel Lewes, non è un simbolo dell’azione esterna, ma
una gitante che non altera il reale: il simbolo cS™ ri4 “- La dell» persi 6,7 “
un * «pM°a ma il ;r os T wtra ' ^ «w™. 0 b °uo, r cose come nosco la realtà ■ ■
meutre d Lewes rico- fisima della Combatte uomeno e noum Pnn 1 .’ La dlst,nzi
one tra fe- e Può ammettersi so^am^'t ^ ha valore oggettivo, nazione: i n ta l
caso •. “ 6 Come art ificio di clas- in rel azio ne colla mc'nt» . ’ 1 l>uvo
fenomeno. Errano giqdealist° Ve SÌ, fermin0 al e PWa idea non possi™ W Wtl ’
perche dalla sola Posino varcare alla realtà, o perchè dell'umana CONOSCENZA E
DELLA .MUIIALE la scienza non può fondarsi a priori. Errano i Soggettivisti,
perchè i concetti e le idee hanno attinenza non pure col soggetto intelligente,
si anche e in modo principale con gli obbietti ch'esse ci rappresentano. Errano
quindi i seguaci del puro fenomalismo, perchè il fenomeno stesso, vuoi interno
(stato della coscienza) vuoi esterno, è una realtà, perchè il fenomeno implica
l'esistenza e la natura della cosa in cui esso appare, l’esistenza e la natura
del soggetto senziente ed intellettivo al quale appare. E che tutto non sia
fenomeno venne già dimostrato dallo scienze sperimentali e segnatamente dalla
Geologia, la quale dimostra che un tempo gli esseri sensitivi ed i ragionevoli,
cioè i bruti c l’uomo, non esistevano sulla Terra, eppure questa già esisteva
con le sue qualità, con le sue forze e le sue leggi ! Errano i nuovi Realisti,
perchè, esagerando la parte soggettiva nella sensazione o nella percezione, o
togliendo il suo reale fondamento all’ astrazione, alcuni riducono a mero
simbolo il sentire, il percepire e il concepire, altri dicono non potersi mai e
in vcrun modo conoscere le cose in sè stesse, cioè le naturali e vere loro
qualità. La diversità delle nostre percezioni c sensazioni, dei nostri stati di
coscienza, non che la varietà dei nostri concetti e delle nostre idee, implica
la diversità naturale dogli obbietti sensibili e intelligibili da noi
percepiti, sentiti e intesi, c distinti da noi. Certo, la facoltà di sentire o
di percepire è nostra, come nostre sono le sensazioni e le percezioni ; certo,
chi pone forma nei nostri giudizi e la mente nostia . ma, d’altra parte, le
nostre sensazioni e percezioni, i nostri giudizi mutano col mutarsi degli
obbietti, o dei modi in clic gli obbietti a noi si palesano. E che il Senso e
l’Intelligenza non s’ingannino, nè clic si foggino a loro talento le cose, ne
abbiamo una conferma luminosa e certa, quando l’esperienza ci mostra (per
cagiond’esempio)che le coso reali,gii percepite, conosciute c giudicate da noi,
se poi misurate c pesate, decomposte ed analizzate, corrispondono ora
esattamente, ora approssimativamente ai nostri modi di percepire e sentire, di
conoscere c giudicare. Dunque, materia, spirito, realtà assoluta, sostanza,
cause, forze, leggi, c va dicendo, non sono meri fenomeni, nè mere nostre
astrazioni, ma sono realità in sè stesse e relazioni oggettive d’esse realità
colla natura e con le leggi dello Spirito nostro. Ma dunque, mi sichiederà, la
conoscenza umana è relativa od assoluta? Relativa, rispondo io. Relativa c non
assoluta, perchè limitata, imperfetta, relativa è men f nostra ’ la 1 uale non
avendo create le cose, p o conoscerle in modo perfetto ed assolato, come
“il" * T‘° ‘ nfìllìU 0 Piattissima. Relativa, t Attiva o natalo 't,“r T 8
1““* k* oggettiva. ^^^°rt“ oi r,igìfai ' : ^ rohè fattive dell? mi X f lM1 T
00110 ss, «lai «mo 50 im Mlo ‘ “°™ ««^ien- assorge alla scienza e dii • daUarte
spontanea a pratica, in armonia io dell’umana conoscenza e della morale collo
spirito e colla natura! Relativa, perchè la forma e la materia del conoscere
hanno intima relazione fra loro. Relativa, infine, perchè ha persilo immediato
fondamento la coscienza nostra, non solitaria, ma con tutte, le sue relazioni,
con sò stessa, con gli enti ragionevoli, coll’universo sensibile e con Dio :
relazioni che bisogna riconoscere talquali, perchè poste da natura ed
inseparabili. Fermato ciò, sensazioni, percezioni, idee, giudizi,ragionamenti,
verità, scienza hanno valore oggettivo e reale; materia, anima ed assoluto non
sono mere astrazioni ; e la mente umana può cogliere, entro certi confini, la
natura delle cose valendosi dcH’csperienza e della ragione: quindi è possibile
una scienza degl’intelligibili, la vera Metafisica. XI. Dalla ragione pura
speculativa il Kant distingue la ragione pratica o morale. È noto che nella
Critica della ragione pura egli esaminò le condizioni ed i limiti della ragiono
teoretica, por rispondere alla sua dimanda : (Rie posso io sapore? Invece nella
Critica della ragion pratica e nei Fondamenti della Morale esamina l’obbietto e
il valore della ragione pratica, per rispondere alle altre due dimande : Che
devo io fare ? Che posso io sperare ? Ufficio della ragione pratica non ò
veramente lo speculare, ma l’operare, ed ha per obbietto suo il Bene,
l’attuazione del dovere colla virtù. Il Kant aveva già distinto profondamente
il mondo della Natura dal. mondo della Libertà inorale, per riservare quest’
ultimo alla ragione pratica ed assegnarle un primato sullaragionc speculativa.
Esiste la legge morale, come fatto primitivo, certo ed universale:ecco il punto
dal quale muove tlVO, Certo eU UU1 Versali;.UUUU II («uiu uu-i mnui c il Kant.
La legge morale comanda e obbliga assoluta- mente, è un imperativo categorico
(Katcgorisches Imperati?). Ma a chi comanda essa? Comanda agli enti ragionevoli
che sono fine in sè stessi ccl a sè medesimi. Chi l’effettua ? II Volere buono,
che ha un valore assoluto e supremo. Questo Volcresi determina da sè e per sè,
è autonomo e libero essenzialmcnte.Macomelibero essenzialmente e come autonomo,
e che indi opera solo pel rispetto alla legge o non per altri motivi, il Volere
buono e libero appartiene al mondo sovrasscnsi- bile, non a quello sensibile o
fenomenico. E cosi Ragionepratica pura, Volontà pura, Legge morale sono
inseparabili nel regno dei noumeni c dei fini. Ma uomo aqnal mondo egli
appartiene’Pcl ICant, l’uomo appartiene al mondo sensibile, come fenomeno, e al
mondo intelligibile, come noumeno. Adunque l’uomo nel pnmo rispetto nou è
libero, perehò sottoposto allo •oggi e alla causalità della Natura sensibile ;
nel se- nd„ r, sp0tto 6 libero . Pe r divenire buono ed acqui- doveritLT ^ a
" Ch ' I ’“° m0 «"»P̰ro il lc.ge morale “ pratloare 11 kt " s
por la stima della A PW “ llri Ma intanto l’uomo, modo conseguirla? V^^
falioità ’ In I ™ 1 disinteressalo alla ?| 0Ì! Co1 ris P olt!> do moralmente
sè si ’ 0 ln d I porfezionan- La Boralo cosi con “ al Bene sommo. 51
“"«P’ta, affinché abbia iU„ 0 pieno dell’ umana conoscenza e della morale
47 e vero compimento, esige tre postulati : la libertà, Y immortalità
dell’anima e l'esistenza di Dio. Senza libertà, come il volere potrebbe
uniformarsi alla leggo morale ? Ove lo spirito non fosse immortale, come
attuare il sommo Bene e conseguire nella vita presente la santità o la massima
perfezione morale ? Senza Dio, creatore e Legislatore morale del mondo' e
giusto Giudice, come attuare il Bene sommo e quindi armonizzare la felicità
vera colla virtù ? È chiaro che la Ragiono pratica ha un valore assoluto anche
pel Kant, perchè ella non si contenta del fenomeno, ma parte dal noumeno, cioè
dalla Legge morale assoluta ed universale ; cd esige, qual suo termine e
compimento, il noumeno, cioèitrc postulati morali. “ In questi postulati la
Ragione pratica, vincendo tutti gli ostacoli, ci porge dello affermazioni, alle
quali la Ragione teoretica non poteva autorizzarci; ed infatti coll’asseverare
l’immortalità dell’anima scioglie un problema nel quale laRagiono teoretica non
trovava che paralogismi; coll’ammettere la libertà e il mondo intelligibile al
quale noi, come soggetti liberi, apparteniamo, stabilisce un principio in cui
la Ragione teoretica non trovava che antinomie; c finalmente col porre nc\\’
Ideale della Ragiono (in Dio) la condizione dclsommoBcne, riesce per suo
proprio uso a determinarlo quanto basta, mentre la Ragion pura lo doveva
lasciare affatto indeterminato n (Cantoni, E. Kant, voi. II, p. 191). E qui
sorge un quesito tanto grave quanto difficile : Vi ha non dubbia contraddizione
fra la dottrina speculativa c la dottrina morale del Kant, fra la Critica della
ragion pura e la Critica della ragion pratica? I giudizj d'uomini insigni non
sono concordi su questo punto, anzi gli uni opposti agli altri. I più ammettono
che vi sia contraddizione ; pochi altri affermano il contrario. Per esempio,
Cou- sin, B. Saint-Hilaire, Renouvier, Barni, Conti, Fouil- lée direttamente, e
il Rosmini indirettamente vi ravvisano contraddizione ; il Cantoni e il
Fiorentino (1) vi riscontrano anzi conciliazione ed armonia. Preferiamo di
accennare la difesa e poi diremo l’animo nostro. Il Cantoni più volte nega vi
sia contraddizione ed osserva: u Kant avverte nel modo più esplicito e risolato
che i principj e i concetti morali, riguardanti nella Ragione pratica il mondo
nouraenico, non hanno e non possono avere nessun valore perla Ragione
teoretica, e non valgono in nessun modo ad allargare il **'!■ ™>; ni,
r.403). sto nlnnun 11 • * *' raon ^° intelligibile, rima- “ r “ s,0M Eretica, s
; dischiude alla «toliic, 185G. - R>’vr\irTr, ; ' e / a 'U>ne alla Morale
d’Ari- 1859. -Barxi, Examen, rfc ^ ri tique générale, 18M - ■t'OSTl; Storia
della Pi rUl bene su- l’uomo si pronono n c con dizionc soggettiva onde- filale
consiste il bene mmo è la ^cità, nella «“'e fdicitìi dipoiT m ° «.«io- dsli'armooia
dollVono c„n °®f CÌ ° 6,a v ‘rtù. Ora nu cstp 1 eg S c borale mediante 1 Kt °
dM “Risicai, necessarie por dell’umana conoscenza e della modale ò 3 conseguire
il fine ultimo prescritto dalla legge morale, non le vediamo unite c
armonizzate dalle cause della natura : dunque per la libertà si richiede
un’altra causa, Dio, affinchè la Morale abbia il suo compimento. Quest’armonia
esiste, dunque Dio esiste necessariamente. Ecco il nesso, da una parte, fra la
Critica del giudizio e la Critica della ragion pratica e, dall’altra, fra la
Morale, la Teologia morale o la Religione ; sebbene il Kant si adoperasse di
continuo a voler mantenere autonoma la Morale, cioè indipendente non pure dalla
Religione, sì anche dalla Teologia razionale. XIII. Ora lasciamo i criterj
soggettivi del Kant, gl’in- •tcndimenti suoi, per fermo retti e nobili, e
consideriamo oggettivamentele sue dottrine speculative e morali. Ecco, secondo
me, il vero criterio per risolvere il quesito posto qua sopra. 1 ® I concetti
puri dell’ intelletto vedemmo esser privi, pel Kant, d'ogni valore oggettivo e
reale, ed acquistarlo soltanto applicati, nelle intuizioni sensibili, non alle
cose in sè, ma ai fenomeni : le tre massime ideo della ragione, l’Io, il Mondo,
Dio, non avere alcun valore oggettivo, ma essere solo principj regolativi non
costitutivi della ragione nelle sue speculazioni. Dunque i concetti e le idee
non hanno pel Kant valore oggettivo ; o se pure, ne acquistano uno ristretto e
relativo, applicati al mondo fenomenico. Ciò posto, le idee morali come le
risguarda il Kant? Che SULLA TEORICA valore assegna loro ? Alla legge morale,
ammessa anco da lui come certa, dà un valore oggettivo, assoluto e universale.
Dunque l’idea della legge morale non c un puro concetto, una categoria deH’intelletto
nostro, c ancor meno una forma della.sensibilità ; e quindi è un’idea
oggettiva, assoluta, necessaria anco pel Ivant. L’idea della legge morale
implica le altre di volere puro buono, di sommo bene, e quelle di libertà, di
Dio, d’immortalità, per avere il suo compimento c la sua efficacia. Ora tutte
queste idee morali non sono relative e soggettive, ma hanno caratteriopposti,
non dipendenti dalla nostra intelligenza. 2° Legge morale, libertà pura, fine,
Bene, e va dicendo, sono anche pel Kant noumeni o fenomeni? Sono cose in se,
noumeni, non fenomeni. Ma se la Ragione speculativa non può trascendere il
mondo sensibile e fenomenico, poteva il Kant entrare colla sua ragione nel
mondo intelligibile, dei noumeni, al- meno p er aver l’idea di Legge morale, del
dovere categorico ed assoluto ? calativi"^ V “ l8 ' 111 ' Iisli ” 2Ì0n0
fra la legione spe- P à „ i S T r‘“ : '» —« Ragione *. T m suiie Terit “ moraii
- Tanto i voto elio i| Kan, ” Mrl teorici. speculativa e sì l a • ‘‘ ama pura s
* la Ragione distingue la Filosofia C?- 81 ?' I ^ oltrG . c gli stesso ™ro(i
moral ° s “P e ‘ Morale, Critica della P • ^ meta Mù della corale elementare 0
a '^ l0n P rat ^ ca ) e in Dottrina e - Oia la scienza morale non va eoo-
Òl> fusa coll’aWe, colla pratica della moralità. Quindi il Rosmini osservava
giustamente: u La filosofia è una specie di dottrina, non è azione. Quando si
dice filosofia pratica, non vuole intendersi che la filosofia sia attiva ; ma
solo, clic quella parte di dottrina c ordinata a dirigere l’azione della vita
.,. 4° Del rimanente, si accetti pure la distinzione: ma va notato elio altro è
distinguere, altro separare e contrapporre. Kant non si restringe a distinguere
la Ragione speculativa dalla pratica, ma contrappone l’una all’altra:
imperocché, mentre la prima si ferma al fenomeno, nulla sa di certo intorno al
noumeno e però intorno alla legge morale, alla libertà, all’anima,
all’universo, a Dio ; la seconda, invece, ammette come certa la legge morale,
ed esige il valore oggettivo e reale, sia pure nell’interesse pratico, dcl-
l’idce di libertà, della vita oltremondana e di Dio. Qui, adunque, non v’ò più.
mera distinzione o subordi- nazioue, ma vera contrapposizione di due facoltà,
che sostanzialmente sono identiche formando nell’uomo la stessa e unica Ragione
1 5° Similmente, non può ammettersi la separazione del fine o interesse teorico
da quello pratico dacché questo supponga quello e anzi ne dipenda, secondo
l’aforisrao: Nil volitum qninpraecognitum. E il Ivant stesso diceva, che ogni
interesse della ragiono é finalmente pratico. Nou vale pertanto distinguere il
sapere teorico da quello pratico, dacché la pratica o l’arte riflessa richieda
per necessità la teorica •, c 2 'Jg perchè, ad ogni modo, il sapere pratico non
deve mai trovarsi in opposizione col sapere teorico. Esaminato così il quesito
nei suoi veri aspetti e però con criterj oggettivi, non si può negare che fra
le dottrine speculative del Kant e quelle morali, come risulta dall'esame
comprensivo della Critica della Ragion pura e della Critica della Ragion gnat
ica, non siavi contraddizione. XIV. Poiché il sapere pratico suppone lo
speculativo, e la pratica viene preceduta o illuminata dalla teorica, il
principio della relatività della conoscenza umana, nell odierno significato,
implica per necessità una Molale soggettiva o relativa. Ogni nostra cognizione,
la verità, la scienza sono relative ? Or bene, le idee e le venta morali c la
scienza morale saranno parimente ic ative pei la mente nostra, per la mente di
ciascun omo. e i elativa è la conoscenza, se questa non può ma. coglier» la
natura dell» coso, vice a mncar0 il or, «rio assduto, oggettivo, nulvctsaledd
Vero. Ma non La' e " 0 °86 ctli ™, assoluto del Vero, Mt™ assT!”?,n PPm a
otitoi ° «turale, og- bruivo, assoluto del Bene F ■,, . illuminata e preceduta
dall ^ ? * V ° l0ntà °P era =»"«tti, principj » V*» ■relative non mro • -
J teoricl rel ativi saranno 1 «MfcJ SU cu** “T m0ra,i «uomo, si anello *“
Potranno non aow"''ii° 8 '‘ prItlei P.i morali re 11 cara ttere della relatività
:ì7 dell’ umana conoscenza e della morale •e quindi un carattere soggettivo,
contingento c mutabile. Nè si opponga, per avventura, che i concetti •ed i
principj morali costituiscono il sapere pratico c sono indipendenti dalle
speculazioni della mente e dalle opinioni scientifiche, perchè abbiamo visto
qua sopra non potersi ammettere questa separazione. E volendo anche far tale
concessione, volendo per esempio ammettere col Kant clic l’uomo sia certo a
priori, naturalmente, della legge morale e dei suoi caratteri, resterebbe
sempre la difficoltà di sapere scegliere tra beni e beni conosciuti, di
attenersi a un partito anziché a un altro, di confrontar bene l’azioni colla
legge morale e però di giudicarle rettamente. Inbuonalogica, la relatività
della conoscenza mena dritto dritto alla relatività della Morale. E difatti,
Erberto Spencer nei Dati della Morale non discorre egli d’una morale relativa e
di una morale assoluta? La morale relativa governa la condotta delle presenti
società umane, imperfetto nell’esser loro, e che hanno cognizioni relative ; la
morale assoluta potrà effettuarsi, egli dice, •quando l’uomo e la società
avrauno conseguita, pei legge di evoluzione, la loro perfezione vera : allora
l’Etica assoluta formulerà la condotta ideale dell’uomo e della società. Ma che
significato e valore attribuisce Spencer alla morale assoluta ? La morale
assoluta per lui consiste nell’ideale della condotta che, sotto le condizioni
derivate dall’unione sociale, dev’essere attuata per assicurare a ciascun uomo
ed a tutto il • consorzio civile la massima felicità. Dunque 1 assoluto (dice
il Guyau stesso nella Morale inglese contemporetnea), vagheggiato dall’Etica
evolutiva eli Spencer/ è semplicemente il limite a cui tende l’evoluzione della
vita. Altra conferma l’abbiamo in Kant stesso. Egli ammise la Morale assoluta,
necessaria,universale, non particolare, contingente c relativa: bensì per
fondare questa Morale, non si attenne più a’suoiprincipj speculativi, alla
relatività della conoscenza e al fenomeno, ma partì da un principio morale
certo ed universale, penetrò e rimase nel mondo intelligibile o dei noumeni.
Questa contraddizione logica e metafisica nel sistema del Kant gli salvò la sua
Morale, formalistica o astratta se vuoisi, ma nobile, pura, elevata. Spencer,
invece, propugna una Morale evoluzionista, con- ■orme alla relatività della
conoscenza umana : ma egli pure non evita ogni contraddizione, quando nel-
l^meny le dimenila affatto la EeaL assohUcl Z"«‘ mmCSa Pt!TO P 01 ' meta
Usi le qua,, che, osserva giustamente il Fouiilée (li- nan Z1 al concetto d’uoa
Tto„n-, uce, ai nere indifferente il monisti ! P ° tCSS ° al quesito su\wiócc'°
l j ‘,l | r ’ l0S 'j fo ° '° SM " zia ' gnisioni, e però il divento
modellT' * T"* °°' l'crso^'UomoeDio haun'effi ° 0MeI,irc rUn! -
neHascienza rnotai,, 0 nella^““«lutareopemiciosa La dottrina sulla cono^ * a
pnvata e pubblica. garsi dai Principj morali ^ Umana Q on può segrego c dentro
quali ' ’ Abblam ° Mostrato in qual a conoscenza umana r ’ ^ ° relaliva anche
per noi ““«^iuoènni iirr’ 50 ‘ "*»; U con- * ° l'altro di rda- oO siona,
perchè l’ordine sta nell’armonia di relazioni. Queste relazioni sono reali e
ideali, onde gli enti sono ordinati fra loro, e questi hanno relazione colla
nostra coscienza e colla mente nostra mercè le idee che li rappresentano. La
coscienza non è mero fenomeno, ma realtà sostanziale ; non vive solitaria, ma
in attinenza col mondo c con Dio. Il Vero e il Bene sono oggettivi perchè
fondati sulla natura e sul fine degli enti : le leggi del pensiero e la legge
morale hanno un valore oggettivo, non sono mero creazioni della mente, pure
nostre astrazioni. Fra il senso, l’intelletto e gli obbietti sensibili ed
intelligibili passano naturali e necessarie relazioni, come pure fra la volontà
e la legge morale assoluta. Come dalle particolari nozioni e da’giudizj
dell’uomo va distinta la verità oggettiva, universale; una; cosila legge morale
c il Bene oggettivo ed assoluto vanno distinti da’liberi atti e da’giudizj
morali degli uomini. Negato il valore oggettivo alla Verità c al Bene, tolte le
reali e necessarie attinenze tra le facoltà dello spirito nostro e gli esseri ;
la cognizione, la verità, la scienza, la moralità, la coscienza, l’universo,
Dio, ci parrebbero illusioni o meri fenoneni : sicché avrebbe avuto ragione il Leopardi
quando cantava l ’infinita vanita del tutto ! Ogni linguaggio veramente umano,
clic sia capace di esprimere un certo grado d’incivilimento d’un popolo intero,
ha vocaboli proprj e distinti per signifare oggetti non pii materiali, come
Anima, Spirito, -f, Zo Cesctenca, Pensiero, Dio. E questi vocaboli, pefatonars,
dei linguaggi e eoi progredire deliri ■ornila non 81 cancellano nò dal volgo né
dal dotti óTsSr,:; dclla sc!enM ™.r«;r:r i, ' mMiodivCT “-” ra P iic,e - P°to.
m mono oerto è querfXf°tt b °°“ ^ T ^ le cose più car e l v ‘ 10 fatto
universale, clic avvi una parte • enerato del genere umano sparisco al senso ^
^T 81 ’ C, ' e n ° n ® cor P° e non J a coscienza l'iò ;i C pur esiste e si
sente, vi llere umano ha semnro ^ ° Sp,rito - E come il ge- gando altari e
terjp qUalche divinità, eri- “ ik “-liver:itai'r tMnd0 "» • bigioni, u 'o:
abbia mo infatti la Rei ' CI ” P ® v mirabili pro- coltào, se vuoisi,^stTfatt
POtUt ° T ’ subentrano due altre seienzeTp t UmanÌ ' AU ° rft fisica, per
ricerca™, ? Psicolo G ia e la Meta- di ciò che dimandai !| rminare n ° n ° he
la natura i! fine della Materia ^ raSÌOne stcssa ed 13 lnor e an ma ed
organata. E così GO dalla nozione scientifica della Materia passiamo alla
ricerca della nozione scientifica dell’Àniina umana. Como si è rinnovata
profondamente la Fisica, non può non rinnovarsi la vecchia Psicologia o
l’antica Metafisica, perchè nell’uomo corpo e spirito sono congiunti, perchè
nell’universo ci sono esseri matcrn-vli, sensitivi o ragionevoli, e perchè le
scienze tutto hanno parentela più o meno stretta fra di loro. Abbiamo già detto
in che consisteva l’antico e il moderno Spiritualismo. Conviene ora esaminare
la nuova dottrina scientifica intorno all’Anima umana. La scienza positiva
contemporanea ha un metodo suo proprio, il metodo d’osservazione, analatico ed
oggettivo, opposto al metodo deduttivo, psicologico e soggettivo, tanto caro
allaMctafisica ed alla Psicologia tradizionale. E non si contenta l’odierna
Scienza positiva di osservare ed analizzare il mondo corporeo, ma vuol
descriver fondo a tutti gli esseri mondiali, spiegare le cause, le leggi, lo
attinenze, l’ordine, l’essenza, l’origine ed il fine delle cose tutto ^
insomma, vuole surrogarsi alla vecchia Metafisica, che ritiene orinai non solo
spodestata, si anche morta c seppellita! In qual maniera studia essa latto
l'uomo? Lo studia valendosi dell'osservazione esterna, dell’esperienza
sensibile, c dell’analisi fisica e fisiologica : quasi che nell’uomo non ci sia
altro che una massa di materia organata, un sistema di forze meccaniche c
fisiologiche. di moti meccanici e vitali, di organi c fanzioni, da sottoporsi
direttamente o ai sensi esterni,. o ai nuovi e mirabili strumenti
dell'osservazione c dell’analisi sperimentale, come il dinamometro, il microscopio,
la bilancia chimica, il termometro, il coltello anatomico, e somiglianti !La
nuova Psicologia scientifica o sperimentale crede di spiegar tutti i fatti
dell’uomo, i sensitivi, gl’intellettuali ed i morali, mercè l’osservazione
esterna c l’analisi fisiologica, facendoli tutti generare dal puro nostro
organismo. Vediamolo brevemente. Noi siamo capaci, come gli animali bruti, di
sensazioni e di moto ; ed infatti il corpo nostro ha distinti organi per
sentire e per muoversi. Che anzi, recenti esperienze hanno scoperto organi
della percezione esterna distinti da quelli della sensazione. Così, tagliando i
lobi cerebrali, si perde subito la facoltà di \edeie, mentre il nervo ottico ò
ancora- eccitabile, sensibile la rètina, mobilissima l’iride. Non solamente
alla facoltà di percepire e dì sentire, si an- ff a " e allr .° «Mollo
Olle avrebbero per sede • ° 801150 0 1 istinto anima li cervelletto i cem- CGri
l 1 ' 1 mediani clic riuniscono ’ ° Mf i *.a« 0 va dicendo ili sansa lì La Vita
sociale spirituale, l’immaginazione, il pensiero, la volontà e quindi tutti i
sentimenti morali, tutti gli atti razionali e volitivi, risederebbero nei
centri superiori o nei lobi cerebrali. Quanto alla coscienza, la Fisiologia non
è giunta a scoprirne la causa vera ed efficiente, ma ne può determinare
l’organo e la condizione. Secondo l’Her- tzen, l’attività mentale, di cui è
tipo la coscienza, seguo i cambiamenti della forza nervosa \ cresce o decresce
conformo i cambiamenti d'innervazione o d’enervazione che subisce la temperatura
vitale. La integrazione della forza nervosaòcondizione organica della
coscienza. E già Claudio Bernard aveva dimostrato che ogni fenomeno della vita,
dalla più semplice funzione vitale sino ai fatti più elevati dell’iutelUgenza e
della volontà, ha per causa un lavorìo d’organamento, e per effetto un lavorìo
disgregativo d’elementi fisici e chimici. I progressi ed irisultamenti
analitici della Fisiologia c della Psicologia sperimentale hanno certo giovato
a rischiarare le tenebre da cui era avvolta la vecchia e tradizionale
Psicologia, quando presumeva di spiegare l’unione fra l’anima ed il corpo, e di
stabilire le attinenze fra il morale ed il fisico della vita umana. Ma la nuova
Psicologia è riuscita, almeno finora, a spiegare la natura dell’uomo, le cause
tutte e le leggi del senso, della intelligenza e della volontà? Ha potuto essa
fornirci co’suoi metodi una nozione esatta e scientifica della coscienza e
dello spirito? No, dacché il filosofo e la comune degli uomini non possono
certo appagarsi di queste definizioni : Il pensiero è un moto o una
trasformazione della sostanza cerebrale ; lo spirito è un polipaio d'imagini;
la virtù ed il vizio sono meri prodotti come il vetriolo ; il genio è il
predominio d'una facolta organica sulle altre; l’attività dell’intelligenza è
una danza continua delle cellule cerebrali; il me o la coscienza è un gruppo di
fatti organici. A dimostrare false scientificamente queste definizioni valga
esaminare un sol fatto dello Spirito. Se il pensiero fosse un moto cerebrale, e
quindi se fosse materia per le sue rispettive proprietà, noi saremmo incapaci
di fare qualunque giudizio, e di poterlo analizzare e spiegare, dacché il
confronto di due idee (soggetto e predicato) c il giudizio ricavatone, sono
attributi del pensiero che ripugnano assolutamente con a impcnctiabilità, 1
estensione e la divisibilità e a materia c con le prerogative del moto. Rife-
mm„ gl. argomenti addotti dalli cigno modico 0 no- 2,? «T° fa ' ini fan» con
notrèbb r “ I>1 "' K0 ",ati ™ «idea !>, perché Parimente il
moto |,llla ' lca percezione ? 4d giudizio, si polrobbo PMt,0e !l ra W
>rescntativ0 4ai moti dolio pai-ticoilo A '°7 re,ldor re e dimostrate delle
scienze positive, ha rimesso in onore l’osservazione interna ed ha rinnovato il
metodo psicologico e metafisico. In ogni epoca i grandi pensatori hanno
distinto il scuso intimo dai sensi esterni, l’esperienza sensibile
dall'ospericnza interiore, il metodo induttivo psicologico c storico, dal
metodo induttivo lisico. Per quali ragioni ? Perchè due sono gli ordini dei
fatti che a noi si manifestano, i fatti del mondo esteriore c del corpo nostro,
ed i fatti della coscienza o dello spirito, i quali ultimi non possono essere
spiegati dalla mera osservazione esterna -, perchè due sono gli ordini delle
realità mondiali, la realtà fìsica e la realtà dell’io negli esseri pensanti-,
e infine, perchè nelle cose tutto bisogna distinguere l’elemento sensibile
dall’elemento intelligibile o, pausare la lingua della scuola di Kant, il
fenomeno dal noumeno. L’esperienza interna o la coscienza non pure sente e
indaga gli atti spirituali, ma ne spiega le cause, lo facoltà e le leggi,
distinguendo ciò che spetta all’organismo da ciò che spetta alito, allo
spirito, e coglie finalmente la realtà stessa dell io. Se pci- tanto ha un gran
valore l’esperienza clic indaga i fatti dell’universo materiale, compresivi
quelli del corpo nostro, non ha minor valore positivo lossena- zione interna
che ci fa conoscere quest altro ordino di fatti c ci rivela l’essenza eia
realtà dell io. Che anzi, l’osservazione interiore illumina c perfeziona
l’esperienza esterna, applicando i principj universali di causalità e di
finalità ai fenemeni del mondo sensibile e materiale. Affermando ciò non
intendo ammettere con qualche filosofo esagerato che tutto nel mondo sia
spirito : come falso o il materialismo universale, così falso è l’idealismo e
lo spiritualismo universale. In ogni nostra cognizione vi è l’idea, fatto
dell'intelligenza, ma vi ha la sua parte anche il senso ; nell'universo esiste
la materia sotto mille forme, ma v’è anche lo spirito, che si palesa in noi ed
a noi come senso, come pensiero, come volontà, come amore, come coscienza.
Impcrtanto il nuovo Spiritualismo scientifico, valendosi dei risultamenti e
progressi delle discipline positive, e rimettendo in uso ed onore il
microscopio della coscienza, fa della Psicologia una scienza veramente
induttiva e si travaglia nella soluzione dei grandi problemi metafisici,
riponendo nel- 1 esperienza interiore, come già praticarono Aristotile, san Tommaso,
i più insigni e migliori Cartesiani, il oibnitz cd altri, il principio
fondamentale ed il me- concCn- COmPÌUt0 de " C SUC Ì,UlaSÌ,1Ì 6 dcll ° SU
° unioni* è ^ ; neI1 ’ uomo vi « mei tà. Ecco i risulf 6 1 S ° StaUZe ’ ma vera
e propria un Positiva modem^Ifatr ^ C ° nclusÌ0ni dclla Scienz fenomeni del
covn * ' S P Illtuad ‘ son o congiunti ; dirsi, a tutto rie-nr •* le * azi onc.
E se non pi dell’anima hanno i Tìm^-’ ^ h SÌnsolc faco11 esempio che alla
facoltà d r/sni CerQhrali > 1 5( 1 onda esattamente que la data parte del
cervello, alla facoltà B il cervelletto, alla facoltà C i lobi cerebrali, alla
facoltà D i corpi striati} il fatto si c che da un lato .varie sono le potenze
dell’anima, c dall’altro vediamo nel corpo nostro organi diversi, e che ogni
fatto spirituale viene accompagnato da un fatto fisiologico. Vero ò che la
Psicologia scientifica sperimentale non ammetto nell’uomo facoltà distinte,
quali il senso, la intelligenza, la volontà ; riconosce solamente i fenomeni
psichici, vale a dire le sensazioni, i pensieri, le volizioni. E lo stesso
Hcrbart impugnava la vecchia distinzione e pluralità di potenze originarie
nell’ anima nostra. Eccettoehò si potrebbe osservare che una è certamente
l’essenziale energia dello spirito umano 5 ma la varietà irriducibile de’suoi
atti implica la varietà delle sue potenze, pur non cessando d’essere una nel
fondo suo. Comunque sia, queste correlazioni tra i fatti della coscienza ed i
fenomeni del corpo, questa rispondenza fra lo attività dello spirito c la struttura
del corpo e segnatamente del cervello, questa medesima unità della vita umana,
portano forse scientificamente e logicamente a concludere che materia organata
ed Ànima sono in fondo cosa identica, c che però gli organi cerebrali generano
le facoltà dette spirituali 0, se vuoisi, che i fatti psichici non
diversificano sostanzialmente dai fenomeni fisiologici ed hanno in questi la
loro causa vera, unica cd efficiente ? Ecco quello che, stando pure alla
scienza nei confini dell’osservazione, non può menar buono neanche lo
Spiritualismo scientifico moderno. Il fisiologo osserva le funzioni del corpo
vivente e distingue gli organi rispettivi ; analizza gli clementi della vita,
procede man inano dal semplice al complesso, dalla vita locale alla centrale,
dalla varietà dei fenomeni vitali all’unità apparente delle cause della vita
stessa. Ora, il metodo puramente fisiologico vale come analisi sperimentalo, ma
non può valere come sintesi ove presuma di ricercare e stabilire la causa vera,
il principio di tutti i fatti della coscienza. E, a buon conto, la sintesi
fisiologica vi darà sempre un’unità fìsica, cioè un’unità apparente, non reale,
non vera, ma sempre composta c molteplice, perchè materiale ; vi darà insorama
la risultante di più funzioni organiche e nicnt altro. Con questi metodi non si
può dunque analizzare i fatti veri dello spirito, quali sono le idee, i
pensieri, i sentimenti, gli affetti, le volizioni, e ancor meno si può i
icci'carc c stabilire il principio unifi- utoie di tutti quei fatti, perchè la
coscienza ci attesta la semplicità, l’unità, l’identità, l’attività e la berta
delh o.U q Uestc sono vane par0, 0 destituite ogm valore oggettivo, ma sono
fatti reali, inconcussi, quantunque siano fatti rio . •coi sensi esterni d
potcrsi P ei ’ ce P irc io i temi; Rechiamone alcune prove. |loÌa hanT StarC .
Ch ° nè ]a Flsica > ^ la Fi- ^ della inteUigLta cldl trar ? he ^ ^ M 8 ° n “
effetto di causo o v r ° a Volonta sono un mero che, non può rev ^
^,Ucccanicllc e fisiologi- ?SÌchic o, 8e ^aziontTensie n ro dUb r°- veQ ga e
sia da noi aJL ' V ° llz,one > Perchè av vento spiegato, esige non solamente
la condizione organica, ma un soggetto uno q indivisibile, non materiale, che
senta, pensi, voglia, ed abbia coscienzadei rispettivi sentimenti e pensieri e delle
sue volizioni. Ora, questa unità reale e indivisibile, sensitiva, intelligente
e volitiva, consapevole di se e degli atti suoi, e quindi personale, domandasi
appunto me, io } spirito. Altri la chiami pure Causa o Forza, ma è sempre una
Forza vivente e reale, non astratta c però inerente ad un soggetto \ una Forza
spirituale, cioè sensitiva, intelligente e volitiva, non meccanica nè
fisiologica come le altre forze della Natura o del corpo nostro. 2° Mentre nel
corpo vivente non si dà vera unità, ma unione soltanto, ed i fatti fisiologici
non possono tutti ridursi ad un solo principio ; invece il me unifica, nel
senso stretto della parola, tutti i fatti del sentire, del conoscere e del
volere. Il che dimostra che 1-Jo è davvero uno e impartibile nell’csser suo, e
che si mantiene identico a se stesso in mezzo a tanta varietà di fatti clic
genera ed unisce, c dei quali ha coscienza. 3° Crii atti più elevati e cospicui
dell’animo nostro oltrepassano evidentemente nell’obbietto, nella durata, nel
fine, nel valore, ogni fatto del corpo vi - vento. Certi affetti, certi
sentimenti spirituali, certo idee, certe volizioni possono,.attuate, cambiare
la vita d’un uomo, decidere le sorti d’una nazione, dare impulso ad una nuova
civiltà. Il principio, la causa vera di essi fatti, non può dunque trovarsi nel
corpo nostro e negli obbietti sensibili, ma nel pensiero, nella volontà, nella
coscienza. E di fatti, Keplero, Newton e Faraday non confessarono d’aver dovuto
ad una rivelazione interiore lo loro più mirabili scoperte scientifiche ? Nò va
dimenticato ciò che scrisse Colombo uc’suoi Bicordi: u Quand’io stava a
meditare solitario lungo il mare, la voce delle onde accorda- vasi alla segreta
voce dell’anima mia per parlarmi di questa nuova terra 4° Il principio di
causalità domina tutti gli esseri materiali e sensitivi: nel mondo corporeo
signoreggia il determinismo. Anche gli atti del pensiero e della volontà umana
hanno le rispettive cause e leggi. ma con questa differenza, che ogni essere
della natura obbedisce o ciecamente o istintivamente alle cause ed alle leggi
prefisse e costanti dell’universo ; mentre la ragione e la volontà dell’uomo
ora trasgrediscono, almeno in parte, queste leggi; ora pongono da se certi
motivi diversi da quelli della materia el senso, e si propongono altri fini nei
loro atti ; a».r,loUau°al S e„so ed * mater!, „ sm 1 evento. Ad„„ que il «,
ollre aTW oirasc „, ZZ rrr*,iWo 0 «“onomo,almenoentro 5,j “ a malcna inorganica
ed organata, le cause fin ^ ° i’ lnto ' oomc 'diligenza, comprende
perfezionando sé rii n UmvcmIe del Bene, ignorando e tra’sfor m a T eSSen Umani
P ensanti> sensibile che 1 Dd ° in Parte lo stesso mondo ossi, insieme con
gli *- - utto armonioso e perfettibile in sommo grado. Ecco quello che
riconosce ed ammette lo Spiritualismo scientifico moderno. La scienza positiva
contemporanea non può negare queste verità, che diversamente invaliderebbe i
suoi principj fondamentali e, oso dire, il metodo e la maggior parte delle sue
conclusioni. Il nuovo Realismo scientifico ammette le cose in sè, oltre i
fenomeni. L’esperienza testimonia che ogni realtà è una nella sua varietà,
molteplice nell’unità sua. La scienza positiva ammette il processo evolutivo,
insenso di perfezionamento, delle cose tutte mondiali, crede non
perituralamateria, ma solo trasformabile. Or bene, lo Spiritualismo scientifico
moderno, facendo tesoro della stessa scienza positiva, riconosce lanaturaela
realtà deH’io, oltre distinguere i fatti dello spirito da quelli del corpo
vivente ; mantiene l’unità dell’io pur ammettendo la varietà de’suoi atti;
proclama l’anima umana perfettibile indefinitamente ; non la separa dal corpo e
dal mondo, ma le riconosce proprietà e leggi sue particolari ; la considera
come una forza ed una causa, ma qual forza e causa personale. E seia materia, come
realtà e forza, ò indistruttibile, non avrà diritto anche lo Spiritualismo
scientifico mo— derno, ch’è un progresso della Filosofia perenne, di credere
indistruttibile ed immortale, perchè consape • vole di sè, quest’altra forza e
realtà dell’universo, l ’anima umana ? Il vero Spiritualismo scientifico
moderno non può adunque consentire, in nome della stessa scienza positiva, con
certi insigni cultori dellaPsicologia fisiologica, quali il Taine ed il
Ferrière, che l’anima umana sia una. pura individualità vitale, una risultante
di forze organiche; che l’istinto e la volontà siano il risultato dell’azione
riHessa dei nervi ; che la volontà ecl il pcusicro umano vengano sottoposti
alle cause ed alle leggi fatali, costanti, generali del mondo corporeo; che non
esistano le cause finali nell’Universo ; che Dio sia la pura legge di tutte le
forze cosmiche onde si genera l’armonia universale. Ammessi questi principi)
natura umana c l’universo intero sono inesplicabili, quando si voglia proprio
indagare il midollo c non la sola corteccia delle cose, quando si voglia
ricercare c stabilire le cause, le ragioni, le leggi, l’ordine supremo di tutto
il reale. Vi. ila il nuovo Spiritualismo, oltre essere in ar-, ”',odo 6 Wwi
certi c positivi dell) STt'. 1 * dÌ fa “° ° civili e po- La differenzatrarr...
uu i tì C1 010410 S0(:i età animali a o* «indo, essenziale, fra la vera soci
et; umana, capace di progresso indefinito, e le parziali ed imperfette
associazioni di alcune specie di animali, ci fanno subito arguire una radicale
differenza tra l’uomo ed i bruti. Nò si opponga che questo divario trova la sua
ragione, nell’essere l'uomo il più perfetto degli animali. Sì, l’uomo è il più
perfetto dogli animali, ma non tanto per il suo organismo e per il senso,
quanto per la sua intelligenza e per la sua volontà, che lo fanno consapevole
di se, che lo costituiscono persona, che lo sottraggono in parte alle cause e
leggi fatali dell’universo materiale, che formano insomma il suo spirito. La
vita umana sociale può dirsi non abbia confini, perchè dalla famiglia si
estende a tutta l’umanità consociata, e perchè le presenti società civili sono
figlio delle generazioni e società umane ora spente, come noi prepariamo le
future società civili. La perfezione graduata della vita sociale consta di più
o diversi clementi, quali sono: verità e scienza, linguaggio e letteratura,
economia privata •e politica, moralità, doveri e diritti sociali, consuetudini
morali e giuridiche, istituzioni civili e religiose, arti manuali cd arti
belle, e per ultimo lo Stato. Questi ed altri elementi della vita sociale non
sono dati dal puro organismo e dal senso dell’uomo, ma sono effetto
principalmente della nostra intelligenza e volontà, sono prodotti dello spirito
umano. Il corpo nostro perisce, ma le opere dello spirito sono immortali ;
tramontano le generazioni umane, ma sopravvive sotto mille forme la loro
civiltà; cade la potenza materiale delle nazioni, ma restano in piedi le sane
loro istituzioni civili. Così, la Grecia fa domata eolie anni dar Romaui; ma la
Filosofia, la Letteratura, le Ai ti Belle, produzioni dello spirito greco,
dominarono poi le menti romano. Che resta oggi del Partenone e dell’Acropoli di
Atene ? Poche rovino ; ma la Scienza, la Poesia e l’Arte greca hanno trionfato
sulla matcriae sul tempo. L’impero romano, opera segnatamente delle armi
conquistatrici, non c più da secoli ; ma il Diritto civile romano vive c vivrà
perpetuo. La vita sociale umana è dunque armonia di varj elementi, come armonia
di elementi varj è la civiltà che ne deriva. Questi elementi non possono
affatto segregarsi dal corpo e dal senso, nè possono recarsi ad atto senza
l’aiuto del corpo vivente; ma intanto sono vera opera dellaniraaraziooale,non
delcorponèdel scuso. Inoltre, la eh iltà ed il piogresso umano tengono arcanamente
unite le presenti generazioni colle passate, non tanto per le memorie, gli
affetti, le tradizioni dei nostri cari, quanto per la scienza, la letteratura,
le arti liberali, le istituzioni civili, politiche e religiose, cose tutte che
costituiscono .1 fondo o la parto essenziale della mila presente. Aneto il
mondo raa(erÌ!ll mantiene salde CCCì M S!0V “ ri00rin0 ’ cI ’ e 0 segnatamene 1
°r> ' ‘ UlCCu le Scienze Naturali enctemente k B„ta nicia ^ (0 Orni, ptrij.,
v, l, c Iv 8 nuove piante, precorse Linneo ed altri insigni botanici moderni in
una sistematica e razionale cassazione dei vegetabili, divinò per esperienza e
per ragionamento la grande circolazione del sangue ; e quindi precorse
l’ITarvcy, come in Fisica ed Astronomia Copernico aveva preceduto Galilei, come
questi precorse il Newton, e come nei principii del Diritto internazionale
applicati alla guerra ed alla pace un altro grande Italiano, contemporanco del
Cesalpino, vo’dirc Alberico Gentile, col suo trattato Dejure belli aveva
preceduto Ugonc Grozio. Ma questa, per ordinario, c la sorte dell’ingegno
italiano, novatore per eccellenza ; il quale o resta dimenticato per alcuni
secoli, come avvenne a G. B. Vico, o gli stranieri no usurpano e gli contendono
le sue vere scoperte. Bastona, infatti, c’inscgnachepiù volte gl’italiani
hanno- seminato i più peregrini e fecondi prodotti dell'ingegno ; ed i
forestieri li hanno poi mietuti, vagliati c spacciati come propri ! In secondo
luogo, il Cesalpino non fu un gretto commentatore di Aristotile ed un seguace
servile del- Peripato, ma riusci egli pure novatore nelle Scienze Naturali,
senza l’aiuto del microscopio, inventato 17 anni dopo la sua morte, e privo di
tutti quei mirabili ed efficaci strumenti de’quali dispongono gli scenziati dei
tempi nostri ; e tuttavolta in più rami dello scibile sgombrò la via a’suoi
successori, quali furono Marcello Malpighi, Harvey, Grcw, Tournefort, Linneo,
Pristlcy, Morgagni ed altri. Continuando l’indirizzo positivo che Leonardo-
'.ili Ali da Vinci aveva salpino facevasi •a dato alle Scieuzc sperimentali, il
Ce- isi forte dell’autorità di Aristotile nel metodo induttivo, ma spesso ne
abbandonava le orme dove non poteva seguirlo, come nella Fisica •, e però
coglieva il meglio dei libri logici dello Stagirita ed attingeva largamente
alla Storia dagli animali, lodata assai dal Buffon c dal Cuvier. Non intendo
dire con questo che al nostro fflosofo naturalista non deb- .basi imputare
alcun errore nello studio della Natura inorganica ed organata, e che rispetto
al metodo sperimentale Francesco Bacone c il Galilei non facessero .clic
perfezionare il metodo seguito dal Cesalpino. Intendo solo dire ch’egli cooperò
moltissimo a rimettere in onore l’osservazione e l’esperienza, soffocate dalle
ascetiche idealità del Medio Evo, dalle minute distinzioni e dai sillogismi
della Scolastica \ e quindi richiamò le Scieuze sperimentali al retto loro'
sen- tieio. Il senso e 1 esperienza non debbono essere di- gel, il più ardito
metafisico del secol nostro, seguendo le dottrine fisiche di Platone affermava,
verso la fine dell’agosto 1801, dovervi essere una lacuna tra Marte e Giove :
mentre il nostro Piazzi circa otto mesi prima aveva scoperto Cerere ! Adunque
il Cesalpino, non solo per le sue mirabili scoperte nella Mineralogia, nella
Chimica, nella Botanica e nella Fisiologia, ma ancora pel metodo sperimentale
da lui seguito, per l’uso razionale dell’autorità scientifica e per taluni
concetti nuovi, come dimostreremo più avanti, segua il principio dell’età
moderna. Onde scrisse il Mamiani nel Rinnovamento dell'antica Filosofia
italiana : l£ Se faremo studio profondo nel Cesalpino...., vedremo quanta
sapienza riluce dentro quel senno, e come la Filosofia odierna sperimentale in
Italia si appicca al filo delle opinioni che aristoteliche si addimandarono. „
Il Cesalpino lo chiainamrnoqua sopra novatore e filosofo. È novatore non solo
per le sue stupendo e utili scoperte scientifiche già note, sì anche pel metodo
onde vi giunse : e questa novità di dottrine e di metodi la sente egli stesso e
ne discorre apertamente. Come il Machiavelli nel proemio a’suoi Discorsi
immortali dice d’essereentrato pcruna vianou ancora battuta da alcuno rispetto
alla Scienza politica; come Alberico Gentile fin dal principio del suo famoso
trattato Dejure belli dichiara d’intraprendere un'opera ra e difficile, quella
cioè (li stabilire le leggi alla ... t • _,11 miftefA mnn fi n nuova -- ww
disumana di questo mondo, alla guerra ; così il Cesalpino nella dedica o
prefazione* delle principali sue opere accenna d’essere novatore e
filosofo.-Non panni cosa sterileillibrochesonoperpub- blicare, dopo avere
studiato Filosofia per molti anni, dim in philosophice studiis versor multosjam
annos, egli premette alle Questioni peripatetiche. Ài nostri tempi, scrive
nella prefazione alle Questioni mediche, sono stati ritrovati rimedj nuovi ed
ottimi ( nova qui- dem remedia atque optima ) ignoti agli antichi. Per essere
utile agli studiosi, aggiunge nel proemio al trattato sulle Piante, mi sono
ingolfato in un vasto mare : ingrcssus autem sum gurgitem vastum. Ed ivi
prosegue nel chiarire il fine ed il metododella sua nuova classazione delle
piante, cassazione conforme non pure ai dettamidellasanalogica,sìanchealle
qualità essenziali deivegetabili.“ Ogni scienza, egli dice, consistendo nell’unire
lo cose somiglianti e nel distinguere le dissimili tra loro, mi sono studiato
di fare nella storia universale delle piante una distribuzione di esse per
generi e per classi o specie, secondo lo differenze desunte dalla natura stessa
5 sccundim uxgerentias rei naturavi indicantes. „ Bensì alla partizione
universale delle piante era egb armato mercè l’induzione, ebe ha da precedere a
divisione. Tre, pel filosofo Aretino, sono ! processi peir I ' i “ ellcll °
toccare la divisione P 1 P 1 °gressu.„. perfectionem CESALPINO FILOSOFO attìngimus : inductione scilicet, divisione,
definii ione. Colla induzione vediamo la somiglianza e la convenienza ; colla
divisione, la dissomiglianza e la differenza ; colla definizione, la sostanza
propria di ciascuna cosa. L’induzione va dal singolare all’universale e porge
alla mente ogni materia intelligibile; la divisione trova la differenza degli
universali tendendo a quegli enti che nella specie sono individui; la
definizione poi risolve le specie nei loro principii fino agli elementi,
cominciando dal singolare. Imperocché siapiù facile, a mo’d’csempio, definire
l’uomo che l’animale. E quindi Aristotile insegnò doversi ascendere dal
singolare all’universale; e dove non arrivano i sensi vi supplisca l’analogia
(2). Nè diversamente aveva PÀlighicri concepito l’induzione, quando stabiliva
che la natura delle cose e delle potenze loro non può conoscersi che per gli
effetti : Ogni forma 9ustanzial, che scita È da materia, ed è con lei unita,
Specifica virtude ha in sò colletta, La qual senza operar non è sentita, Nè si
dimostra ina’chc per effetto, Come per verdi frondo in pianta vita (3). Ed
eccoci entrati nel campo vero della Filosofia speculativa del Ccsalpino. (1)
Qincst. pcrip., 1, 1. Appendìx ad Quccst. perip., c. V. (3) Purgatorio in.
S’illuderebbe chi nelle opere del Cesalpino volesse ritrovare un sistema
rigoroso e compiuto di Filosofia razionale. Come le regole logicali del Galilei
vannno desunte dai varj suoi scritti c specialmente dal Saggiatore ; così lo
dottrine filosofiche del Cesal- pino bisogna ricercarle soprattutto nello
Questioni peripatetiche e ne\Y Appendice allo medesime, pubblicata l’anno
stesso della sua morte 1603 e nou facile a trovarsi dovunque. Il metodo, la
filosofia prima e la scienza, gli universali, Dio e le sue relazioni col mondo,
l'uomo e le sue facoltà, non che l’ultima sua destinazione, formano anche pel
Cesalpino il subbietto della Filosofia ; le quali materie mi accingo ad esporre
e ad esaminare brevemente. Stabilito cheilsensoel’intclletto sono le due
facoltà necessarie alla conoscenza umana, e che il corpo non è necessario alle
operazioni del senso e dell’intelletto, perchè le cose sensibili ed
intelligibili ricevonsi nell’anima senza la materia, quantunque gli organi del
senso non possano stare senza materia (1) ; egli fissa \ Chej SeC ° ndo 1 P
recetti di Aristotile negli 1, a . 1C1 P os ^ et ù°ri, deve usare la mento
umana e a ricerca del vero e nella formazione della scienza. •He 0086 Daturali
dobbiamo elevarci al soprassensi. Perip-, c. IV. Appendix ad Quceet. bile per
via naturale (via naturali), che consiste nel muovere eia quello che a noi è
più noto, per quanto all’uomo è dato di sapere. E quali cose a noi sono più
note ? Le cose individuali e sensibili ; queste poi si rendono intelligibili,
astratte le condizioni della materia ; e così abbiamo l'universale che forma
l’obbietto della intelligenza : unde universale consurgit. quod est obiectum
intellectus. L’operazione dell’intelletto, poi, non è quiete, ma un certo moto.
La Filosofia Prima è scienza universale : quod prima philosophia universali sit
scienlia (2). La Filosofia Prima, fondamento di tutte le altre scienze, non si
vale della dimostrazione, nè della definizione: primam philosophiam ncque
demonstradone, ncque definitine uti. Per qual ragione? Perchè si fonda
su’prirai principii o questi sono superiori all’intelletto umano e da esso
indipendenti '.prima principia non in nostra sunl potestate. La Filosofia Prima
tratta del primo genere della sostanza *, dovecchè l’Astro- logia tratta del
corpo sensibile ed eterno : de corpore sensibili et (eterno agii; le
Matematiche hanno per ob- bietto le sostanze incorruttibili ; le Scienze
Naturali riguardano le sostanzo corruttibili (4). E manifesto che il Cesalpino
distingueva le scienze secondo i gene- Appendi® ad Quasi, perip. Quoeat. pcrip.
ri della sostanza, e però mirava ad una classificazione obbiettiva del sapere
umano ; come nell’appendice alle Questioni peripatetiche ammetteva le idee in
senso oggettivo ed universale, aventi cioè un essere proprio [smini esse habent
in se) e quali note od ioiagini delle cose che rappresentano tutti gii obbietti
della stessa natura. E così evitava gli errori del soggettivismo, che mena
facilmente allo scetticismo negando la naturale relazione fra l’intelletto nostro
e le cose intelligibili mercè l’idea, fra la mente e lo cose. Infine, ogni
scienza dipende da principii notissimi, tali sarebbero quelli di sostanza e di
causalità, approvati dall'universale consentimento: oranis enim scien- tia
pendet ex principia notissimis omnium consensu approbalis. Se la sostanza è un
principio, e se la Filosofia Prima tratta del primo genere della sostanza, che
intendeva mai per questa il filosofo Aretino ? Sostanza c ciò che sussiste per
sè, c non aderisce ad altra cosa: Substantia dicitur qua per se subsistit, non
enim inest alteri. Or qui vuoisi notare che le definizioni della sostanza date
posteriormente da Cartesio e da Spinoza non differiscono da quella del
Cesalpino, salvo- e a cu ma, diversa e meno chiara, tale insomma da ingenerare
il sospetto di Panteismo reale. Giusta i pi’incipii del nostro filosofo, la
sostanza si spiega per quello che sia e indi risguarda l'essenza ; mentre gli
accidenti, che non esistono fuori della sostanza, si riferiscono alla quantità,
alla qualità, insomma si riferiscono alle altre nove categorie o predico menti,
secondo ladottrina Aristotelica. Inoltre, la sostanza non riceve il più ed il
meno, perchè è indivisibile ed immateriale : quea sine, maleria est. La
sostanza prende anche il nome di forma, a cui si contrappone la materia. La
forma, secondo Aristotile, veniva prima della materia, perchè l’atto semplice è
prima della potenza: onde l’atto puro ammet- tevasi come principio di tutte le
cose e costituiva la sostanza. La materia poi non era sostanza per sè, ma in
virtù dell’atto § della forma (1). Movendo da questa teorica il Cesalpino
considerava pur la sostanza come fine c come perfezione degli esseri : finis
cnim et perfectio substantia est ; ed aggiungeva sapientemente che il fino di
ciascun ente si conosce dallo sue operazioni (2), come dall’effetto si arguisce
la causa. Dalla sostanza o forma indivisibile, immateriale, una, dipendono le
sostanze finite o, com’ci le chiama, le forme naturali, che sono certe
partecipazioni del sommo Bene, o come tali non sono divisibili la definì : per
subslanliam intellign id, qnod in se est et per se concìpitur. Appendi.* ad
Qucest. perip. I nò materiali ; ma si dividono accidentalmente, in quanto cioè
sono ricevute nella materia, per cui la natura corporea ad esse tutte si rende
necessaiia . solum natura corporea omnibus necessaria est. Adunque, le forme
naturali o sostanze finite vanno a individuarsi, per così dire, nella materia ;
ma questa alla sua volta non può del tutto separarsi dalla forma : quia omnino
Materia separari nequit a Forma. E qui non ti sembra di ravvisare nel Cesalpi-
no il precursore di Spinoza? Io sono propenso a crederlo ; ma con questo
divario : che il filosofo olandese, oltre non aver distinto la sostanza
infinita dalle sostanze finite, e quindi non far cenno aperto della creazione
sostanzialo, libera, ad extra, perchè tutti gli esseri mondiali, così estesi
come pensanti, non erano che modi di due attributi infiniti, dell’estensione e
del pensiero divini : in quel cambio il filosofo di Arezzo non pure distingue
la sostanza o forma dalla materia, e però la sostanza infinita da quelle finite,
ma distingue chiaramente l'Intelletto divino dal- 1 umana intelligenza, che si
moltiplica secondo la mol- ìtudine degli uomini ; oltre il pensiero ammette an-
« • aiurnubbu i che il senso non dorìva+A/Un» • i. ., Avpendix Qmst. per i p.,
c . L seri tutti, e quindi anche la materia, in quanto le cose tutte scorrono
da Lui 5 ed ora sembra che si avvicini aU'Emanatismo spirituale, come quando
afferma che ogni anima ripete la sua prima origine dal cielo, c che il lume,
interiore, cioè l’intelletto onde l’uomo conosce le cose, gli viene partecipato
dalla sostanza immateriale che sola genera la scienza \ ed ora pare si accosti
al Dualismo aristotelico, ammettendo da una parto Dio, intelletto infinito ed
eterno, e dall’altra la Materia prima, non generabile e indeterminata ( 3 );
non bisogna al tempo stesso dimenticare che nella prima del quinto delle
Questioni peripatetiche aveva distinto la successione degli esseri nel tempo
per leggi c cause naturali dalla prima creazione di tutti gli animali c degli
altri esseri per efficienza dcH’Entc primo : cum alia sit prima omnium
animalium et cceterorum entium creatio, guce a primo Ente in principio ejjluxit
; alia eorundem successio. Ed altrove accenna alla conservazione e provvidenza
del mondo per opera dell’Ente uno e supremo : ab Uno igitur sunt omnia et
conservantur. D'altra parte, il Cesalpino dmmise la generazione spontanea degli
esseri organati, in vii tù del Appendix
ad Quaist. perip., c. V. u Nos igitur dicimua primain Materiata ultiranm esse
Bubiectumin quod resolvuntur trasmutabilm quatenus trasmutabilia sunt-, neque
componi amplius actu otpotentia, esset enim generabili n. Qucest. perip., IV.,
V. (4) Appendix ad Quasi, perip., c. I. calore e dell’azione del sole ; disse
che ogni generazione si eflettua nel tempo j che bisogna pai tiie da ciò ch’ò
meno perfetto per avere ciò cli’è più perfetto, anche secondo Aristotile ; che
la prima generazione degli animali perfetti procede dal verme ; e. da ultimo,
asserì non potersi dare altre sostanze fuorché le animate e le parti degli
esseri animati. Laonde a taluni è parso di ravvisare nel Cesalpino il
precursore di Lamarck e di Darwin rispetto alla dottrina dell’Evoluzione o del
trasformismo delle specie. Non può negarsi una certa analogia fra queste
proposizioni dell’insigne nostro Naturalista ed alcuni punti fondamentali della
teorica Darwiniana. Ma, dopo le cose da noi esposte, come sarebbe non conforme
a verità cd a giustizia accusare il Cesalpino d aver negato assolutamente la
creazione dell' Universo, ed accusarlo anche d’ateismo e d’empietà, come
piacque a Taurel cd a Parker, e non
dargli tutto ciò che gli spetta qual fisiologo e filosofo naturalista, nel che
sbagliò lo stesso Puccinotti; così rato n vuole che non si possa a tutto rigore
considerare qua e antesignano dell'odierna teorica dell’EvoIu- zione, perche il
Cesalpino nelle Questioni perita- “ m,so "»» s «'» videniia divina. e le
forme naturali non si fanno nò si corrompono: spe- cies autem et forma neque
fit neque corrumpitur (1); e quindi affermò lespecie essere eterne, e solo
corrompersi in qualche tempo gl’individui (2). E nella prefazione al trattato
sulle Piante aggiunse che la natura non produce nuove forme, nò dà vita a nuove
bellezze delle cose : non quod natura novas edat formas, aut novas rerum
pulchritudines ejjingat. Il qual pronunciato senza dubbio pecca di esagerazione
; ma intanto ò chiaro che si oppone all’odierno trasformismo. Piuttosto
conviene ammettere che il Cesalpino, medico insigne e filosofo ad un tempo,
accennasse qua e là meglio di tutti i suoi predecessori e contemporanei la
stretta relazione tra il corpo vivente, il senso, l’intelletto e il mondo
esteriore, e quindi precorresse l’odierna Psicologia sperimentale, senza però
confondere una cosa coll’altra, e senza cadere nel materialismo e nel sensismo.
Imperocché s'egli errava nel- l’insegnare che tutta l’anima sensitiva risieda
nel cuore, peraltro distingueva gli organi corporali dal senso, dimostrava
tutte le sensazioni esser provate ed unificate dall’anima ; la ragione essere
differente dal senso ed a questo superiore ; l’anima umana essere immortale.
Quanto alla conoscenza, distingueva le sensazioni dalle idee che sono
oggettive, ammet- Quasst. perip., IV, 8. • c °me Carlo Alberto, Maz- Gioberti,
M a miani t0 M O a EUlanUele, ManZOnÌ ’ •«co, nè filosofo della storia* 011 ^ ^
St °” P^ò i diritti del futuro pi *’ ® anC ° r men ° USUr ' del nostro politico
e mn, ® dd futur0 0mei '° •di Mamiani ® d 1 menti filosoficl Questo nome suona
caro e venerato all’animo nostro. Rari in ogni tempo e presso qualunque nazione
sono stati gli uomini che coll’ingegno, coll’ani- mo, coll’operosità, col
carattere, coll’esempio, abbiano saputo e voluto nobilitare l’uomo, il
cittadino, la patria, il mondo delle nazioni, la scienza, la filosofia, la
civiltà umana. Il più grande fra tutti gli elogj d un uomo preclaro è sempre la
verità : ed io pure mi atterrò al vero, sicuro che al Mamiani non potrà venirne
danno nè macchia, a lui che del vero fu sempre amante passionato, e ricercatore
acuto e indefesso. IL L’ingegno, l’animo e la vita del Mamiani furono sempre
dominati o ispirati da due nobili sentimenti, da duo eccelsi ideali, cioè dalla
patria nostra diletta c dalla filosofia. Egli vagheggiava un modello
perfettissimo del cittadino e del sapiente ; onde ricordava con ammirazione
Socrate e Platone, Varrone, Maico Tullio e Boezio, Dante, Michelangelo e
Campanella, c l’antico popolo di Reggio e di Metaponto, popolo di filosofi,
morti por la libertà e per la sapienza. Miserande erano le condizioni politiche
e civili d’Italia, e non liete nè prospere le sorti della Filosofia nazionale
nel primo quarto del secol nostro. La Patria serva e divisa 5 la Religione
cristiana fr&ntesa da molti, che pareva la volessero nemica di libertà -,
laFilosofia speculativa imbevuta del sensismo di Con- diUac. Ora, la potenza 0
la grandezza dell’antica Roma signora di sè ] gli splendori e la libertà dei
nostri Comuni ; l’antica purezza e 1 efficacia moiale del Cristianesimo,
religione divina in se ma essenzialmente umana e civile ne’suoi effetti ; le
glorie della Filosofia italiana dalla scuola Pitagorica fino a G. B. Vico, e
quindi il primato civile e intellettuale d'Italia già venuto meno : queste
rimembranze, al cospetto delle miserie ed umiliazioni italiane dopo i nefandi
trattati del 1815o dopo i moti infelici del 21, dovevano straziare l'animo del
giovine Mamiani, nato a cose grandi. Ma egli non disperò : la Storia gl’in-
segnava che il popolo italiano cadde più volte, ma non perì mai e risorso più
tardi con forze nuovo e gagliarde. E però una fede invitta e perseverante nei
futuri destini della Patria animava l'ingegno c il cuore del nostro giovine
patriota, poeta, letterato, pensatore, filosofo. L Italia è sacra e starà
eterna! Ecco il motto fatidico che ripeteva sovente il Mamiani agli oppressori
e agli oppressi, nella patria sua e fuori durante il lungo esilio. La suamente,
robusta e moltiforme per natura, nudrìtadi studj svariatissimi e profondi,
vagheggiava unaquintaenuovaepocadiciviltà italiana,chetornasso a splendore c
profitto dclfuniverso mondo civile. La nuo\a foima della nostra civiltà doveva
soprattutto essere incarnai ndJa indipendenza e libertà d’Italia; ne a
distinzione dell'Autorità spirituale dalla Potestà i e e P°^| ca * a Loma
stessa.Fin dalla sua gioventù, T ani ? a men ^ cet Ll cuore, il pensiero e il
senti- en o, apoesiaekscienza, il cittadino eilfilosofo cooi- onevano una
stupenda armonia ed unità. E queste doti e qualità diverse sono appunto
necessario a concepire un alto ideale, ad avvisarne i mezzi per attuarlo, a
porsi davvero all’opera per dagli almeno le prime fattezze, lasciando ad altri,
fossero pure gli avvenire, il compimento q la perfezione dell’opera grande.
Napoleone I disse che nel mondo sociale vi sono due forze poderoso ed efficaci,
la spada e lo spirito ; ma soggiunse che lo spirito vince finalmente la spada.
Al risorgimento politico, intellettuale e morale Italia, e però ad iniziare la
nuova epoca di nostra civiltà, il Mamiani reputava esser necessarie quelle due
grandi forze, la spada e lo spirito, le armi o il pensiero. E della necessità
di contcmperarc alle armi gli studj abbiamo esempj antichissimi in casa nostra,
nelle città famose di Metaponto, Crotcme, Taranto, Locri eReggio, famiglie e
collegj di filosofi e di guerrieri. Ma lo spirito, vale a dire la intelligenza
e l’animo, la letteratura, l’arte, la scienza, la filosofia, insomma la
rigenerazione intellettuale e morale degl’italiani dovevano, secondo lui,
precedere edaccompagnare le armi, perchè bene apparecchiata, illuminata,
compiuta e durevole fosse la vittoria di queste, e indi perchè alle imprese
guerresche potesse e dovesse soprastare la opera feconda della civiltà vera. E
qui appare tutta la nobiltà del conte Mamiani, come patriota, cittadino e uomo
di Stato. Già fino dal 1838, assai prima di Cavour, l’esule Mamiani inculcava
ne’suoi scritti doversi abituare « le menti, e sopratutto le giovanili, a
scorgere ed a riverire nell’eccelsa Roma la sola e legittima città capitale
d’Italia E sul cadere del 47 vaticinava prossima e solennemente giurava la
salvezza dell'Italia intera. M Cademmo per le discordie e la corruttela (egli
diceva ai Perugini), e per li soli con- trarj loro noi potremo risorgere.
Inebriamoci, a così dire, della carità cittadina, e un qualche tempo almeno
viviamo dimentichi di noi stessi e ricordevoli unicamente della patria comune :
cd io vel giuro per gli spiriti sacri e immortali dei martiri della libertà,
noi salveremo l’Italia, e tutta la salveremo o per sempre „. E ancor dopo le
italiche vittorie e le sconfitte del 48 e 49, gloriose le une, non umilianti le
altre ; dopo la caduta di Roma e di Venezia c la sconfitta di Novara, egli non
disperò delle sorti d’Italia, e ripeteva in Genova sopra la fredda e venerata
spoglia di Carlo Alberto : L’Italia farà da sè. HI. Ma quali furono gli atti
più cospicui del Mamia- m come patriota e statista, e quali mezzi ravvisava eg
cconcj ed opportuni a rigenerare politicamente «ralente l'Italia ? Nato a
Pesaro il !0 settembre Eom ''7' “ nlara a K> e " a 22 anni ed era
studente a ^ -do avvennero ipr ìmi ffioti UboraU nol _ mtramonr° r n ‘ ltttori
Principali » fileno » fa- tatti d'aver 1 -a ^ pr ' s ‘ oni delio Spielbergo,
rei Sol i no tr! Cra ‘° k Ub “ a dd 'a patria In nostro giovine patrizio non
solo attendeva a larghi studj letterarj, filosofici e storici, ma s’ispirava
insieme alle glorie passate di Roma e d’Italia; e non tardò guari ad esprimere,
in una certa sua poesia, concetti e sentimenti liberali. Onde il padre suo,
conte della Rovere, lo richiamò a Pesaro, dove fioriva in allora la scuola
classica marchigiana del Pcrticari, del Leopardi, del Cassi e di altri minori,
e che fu anche patria del principe dei musicisti italiani, dell’immortale
Rossini. Chi non percorre la nostra bella Italia non può conoscerla nò amarla
degnamente ; clic quanto più si conosce c si pregia una cosa, e tanto più si
ama. Dal 1826 al 30 il Mamiani percorre l’Italia media e la superiore, e
ritorna più volte alla nativa Pesaro. Nel 26 conobbe in Firenze i principali
scrittori dcl- l'Antologia fondata dal Vieusscux, quali erano Gr. Capponi,
Tommaseo, Niccolini, Giordani, Poerio, Collctta : ingegni tutti liberali,
robusti ed eletti, che non potendo in allora e da soli bandire e combattere una
guerra di nazionale indipendenza intendevano col pensiero c colla penna a
rigenerare la Penisola serva e divisa. Più tardi lo vediamo a Torino, dove
insegna per due anni le patrie lettere nell’Accademia militare. Ma il primo
periodo d'intellettuale e civile preparazione pel giovine patriota ò oramai
finito. Mentre il Mamiani attende in Pesaro a dar compimento, degna e classica
forma a’suoi Inni sacri perchè meglio ritraggano i suoi nuovi ideali civili,
politici e religiosi, ne viene distolto dai moti liberali del 31 nelle Romagnc
c nell’Italia media. Risponde lieto c volenteroso all’appello della patria ;
eletto a deputato di Pesaro, siede poi a Bologna ministro dell’Interno c però
membro del Governo 'provvisorio ilelle provincia unita italiane. M’avvicinarsi
delle truppe austriache, solo il Mamiaui corre animoso dal generale Zucchi
scongiurandolo a resistere colle poche milizie cittadine. Ma prevalse londa
straniera invadente e il Governo provvisorio dovè trasferirsi ad Ancona. Dopo
il fatto d’ariuc, non inglorioso, di Rimini, disperando oramai di potere più a
lungo tener fronte alle agguerrite e soverchiane forze straniere, il Governo
provvisorio venne a patti col cardinale Benvenuti, stabilendo di concedere
amnistia generale agli insorti, c di restaurare il Governo pontificio. Ma al
giovine o delicato Mamiani non parve dignitoso quell’atto c rifiutò
sdcgnoeamcntc di firmarlo, anteponendo l’esilio volontario all’amnistia 1 Sul
ponte del vascello che portava lui con altri pri- gonicu italiani a Venezia, il
cugino del Leopardi, pieno di fede nei destini d'Italia, nonostante i fatti
dolorosi e la realtà del presente, concepì l’inno stupendo ai Patriarchi. Dalla
prisca civiltà, dalla storia del popolo italiano sempre risorgente c
dall’eccelsa natu- a c uomo Egli traeva gli auspicj perle sorti non 1 e o
piogressive del genere umano e segnata- nente della stirpe latina: XItalia è
sacra c starà eterna ! Ma ogni fede, c però anche la fede del cittadino ta c
snrrptt^T’if ' ana ’ c l uan ^° non sia accompagnala c sorretta dalle onpm T,’’
• P c. L Mamiani si accinse subito a corroborare la sua fedo di patriota ed a
colorire il suo ideale col pensiero, colla penna, coll'esempio, coll'azione,
colla vita intera. Da Venezia fu condotto a Marsiglia, dove gli fu comunicata
la sua condanna all'esilio perpetuo. Dal 31 al 47 visse dignitosamente a
Parigi, dedicandosi tutto all'avvenire della patria, al culto delle lettere, al
rinnovamento della filosofia in Italia. Considerando tutte le reali condizioni
della nostra penisola e d’Europa non gli sembrava guari fattibile il disegno
ardito c vasto di Mazzini, esule egli pure fino dal 31. E però dopo un breve
carteggio col fervido ed eloquente apostolo dell’italica democrazia, il
Mamiani, pur concorde con lui nel fine supremo, di far cioè libera e
indipendente l’Italia, opinava si dovesse battere altra via. E così di fronte
alla Giovine Italia si costituì un Comitato nazionale presieduto in Parigi dal
Mamiani. Pensiero ed azione; Dio e popolo : ecco il motto assennato e pratico
dell’apostolo civile genovese. Pensiero, concordia ed azione ; rigenerazione
intellettuale e morale degli Italiani; miglioramento economico del popol
minuto, osservanza e fiducia nel medesimo per liberare l’Italia : ecco le
massime fondamentali che dal canto suo predicava e inculcava il Mamiani. E
poiché l’azione dev’essere preceduta e illuminata dal pensiero, così la
letteratura, la poesia, la storia, la filosofia sono principalmente rivolte
dall’esule Pesarese a rivendicare la libertà c indipendenza della patria.
Compone \'Ausonio, c vi canta patrii e civili sentimenti. Scrive il
Rinnovamento dell’antica Filosofia italiana, e (oltre dedicarlo alla sua città
natale) vi pone in maggiore evidenza il pensiero speculativo e insieme pratico
degl Italiani j con esso libro richiama alla mente de’ suoi connazionali e fa
meglio conoscere agli stranieri il nome, le dottrine, il metodo scientifico
d’ingegni nostrani, quali furono il Pomponaccio, il Cremonini, lo Zaba- rella,
il Cardano, il Eizolio, il Telesio, il Della Porta, il Valla, il Bruno, il
Campanella, e Andrea Cesal- pino, ingegno sommo, inventivo e acutissimo non
pure nelle fisiche ma eziandio nelle metafisiche discipline. E così il Mamiani
accennava ad altri la via per fare nuove ed impensate ricerche. Ma non contento
di questo, chiude il suo libro col vivo desiderio ed augurio che sorga presto
nella nostra patria una scaola novella da cui si pigli ad ereditare con franco
animo l’antica sapienza speculativa e le antiche arti metodiche. In progresso
medita i Dialoghi dx Scienza prima, ove distilla il succo nutritivo oave della
sua mente profonda, e vi raccomanda, speme per l’Italia, una filosofia alta e
piena di vita, Um / aCC - lUd M let ? raassime Perfezioni dell’essere 0106 ll -
pens, ’ ero s ùnte, la fede incrollabile . t ZI 6 li offre nel 46 al Popolo
TÌZT maiPerÌtUr °’ ÌQ 8 e S Q0 d ’ a *ore immenso e ui sublime speranza. tesse
avvenire^ ^ nsor81mento politico italiano po- aal a Q escogitarne i mezzi
pratici e morali. Come Dante per ritornare a civile grandezza l’Italia, già
donna di provinole, mirava prima col suo divino poema a rigenerare moralmente
l'uomo e la società civile e religiosa ; cosi il Mamiani credeva necessaria la
rigenerazione delle menti e degli animi italiani perchè indi risorgessero
politicamente. Di qui il suo concetto dell’educazione morale e intellettuale
del popolo, dei modi per attuarla, dei doveri e diritti delle moltitudini: cose
tutte esposte è determinate magistralmente nei Documenti pratici, che seguono
al Parere dello stesso Mamiani sulle cose italiane, e che meritano d’essere
anche ai nostri giorni attentamente considerate. Dalla pubblicazione di quei
pratici Documenti alla proclamazione delle varie Costituzioni italiane nel 48
corse appena un decennio ! Il pensiero e gli studj precedevano dunque le
riforme civili e le armi, e ne assicuravano le prime vittorie. Anche le solenni
riunioni dei dotti italiani nelle più colte e principali città della Penisola
giovarono assai a maturare il risorgimento politico della Nazione. Ora vuoisi
notare che la prima idea dei nostri congressi scientifici si deve al Mamiani,
avendone egli accennata la utilità e convenienza ne’ suoi Documenti pratici.
Del primo congresso di Pisa nel 39 non potè il nostro esule partecipare ; ma
nel 73 convocò sul Campidoglio la XI di queste riunioni e potè bandire al mondo
civile che oramai u libero il pensiero, una la patria, il congresso degli
scenziati italiani scioglieva in Roma l’antico voto n . Ma riprendiamo o
seguiamo rapidamente gli eventi. Per opera di Carlo Alberto, il Mamiani aveva
nel 47 rimesso piede in Italia, ospitato prima a Torino, poi a Genova. Ma ne a
Pc3aro, nè a Roma volle far ritorno se non dopo la promulgazione dello Statuto
pontificio, avendo giurato che sarebbe rientrato in patria solo pa' la povta
dell’onora ! A Genova fonda il giornale politico la Lega italiana, il cui vasto
e nobile programma, mentre era una conferma delle sue idee intorno alla
rigenerazione intellettuale e morale degl’italiani, rivelava le doti eminenti
del pubblicista ed i sani principi sulla vera missione della stampa, detta
oggidì il quarto potere dello Stato ; come pure faceva palese le nobili
aspirazioni del cittadino c del filosofo a ricollocare nel primo seggio la
sapienza civile degl’italiani. E sotto questo ì ispetto 1 opera del Mamiani si
riannodava alle idee dell’autore del Primato o del Rinnovamento civi e d
Italia. Eletto a deputato di Pesaro e poi nominato Ministro dell'Interno,
propone all’Assemblea romana liberali e savie riformo d’ordine politico ed
amministrativo ; parla nobile c franco a Pio IX, mira 6 empre, come deputato e
ministro, col pensiero, colla esilV:f 1 :, att, ',H 1,UnÌV - a ltalia > e s
P osa a ^ e reali della civili et P ° ^ et * tl 1 ficozza e pre- IbnTdf *T r “
"" KC ° vera .iniani Non 1 6 ancora si s P in S e il Ma- Non solo
ammetto la > reaRj^obbietUva u _^lle j- AtX idee, ma pare voglia conciliare
l’esperienza interna ed esterna con {'intuito delle idea, intuizione che non è
più sentimento nè percezione. E dopo aver propugnato che ogni idea universale è
ante rem, mentre ogni nostra cognizione è post rem, conclude reciso : “ O
credete all’idee, ovvero disperate di mai salire a certezza c universalità di
scienza „. Ne’ Dialoghi di Scienza prima scrisse che Dio era conosciuto dalla
mente nostra non quale oggetto immediato d'intuito, ma sotto la relazione
comune dell’essere. Invece nei Principj d’Ontologia non pure fa consistere l a
pietra angolare di tutta la scienza n el reale sussistere dell'Assolu to, ma
propugna che la mente umana intuisce l’Assoluto, cioè il Vero, il Bello, il
Buono, il Santo. Onde quel contatto marginale della nostra mente coll’ Assoluto
e la famosa teorica degl’m- flitssi divini, che vogliamo compendiare colle
stesse parole del Mamiani: “ L’a zione occ ulta dell’Assoluto sull’animo nostro
ha cinque forme originali e diverse, e cioè la creativa, la in telle ttiva, la
estetica, la morale c la re ligio sa. Per la prima aziono l’uomo esiste, per la
seconda egli afferma, per la terza ammira, perla quarta ap prov a, per l’ultima
adora „. Certo,queste dottrine filosofiche sono ardite ed esagerate. Ma chi
potrebbe dire che non abbiano alcun fondamento, clic siano false tutte c di
sana pianta, ove si consideri tutti gli elementi neccssarj a formare la
conoscenza umana, ove scrutiamo a fondo Tesser nostro in sè e nelle suo
relazioni, ne’suoi concetti più elevati e sentimenti più nobili, ove infine si
badi alla natura purissima della scienza clic rispecchia nella mente nostra
finita ed imperfetta, la realtà, la grandezza e la perfezione dell’universo?
Del rimanente, ogni gran pensatore e novatore ha sempre qualcosa di manchevole
e di erroneo accanto ai suoi peregrini concetti ed alle sue verità. Por
esempio, al Vico, creatore della Filosofia della Storia, fu contestata la
teoria dei corsi storici ; al Leibnitz, autore del famoso trattato sulle Monadi
e che avea chiarito da pari suo ed applicato universalmente il concetto di forza,
venne a buon conto rimproverata l’armonia prestabilita. Ma l'ingegno filosofico
del Mamiani spicca alto c sicuro il volo nei Principj di Cosmologia, là ove
segnatamente discorre della vita e del fine nell’Universo, e dove stabilisce e
compie la nuova teorica del Progresso. Tesoreggiando la parte inventiva, sana e
vera delle dottrine del Leibnitz circa l’origine, la natura e l’ordinamento
dell’Universo, o giovandosi dei mirabili progressi delle scienze sperimentali,
due grandi nostri filosofi hanno scrutato a fondo c con novità di concetti
l’essenza intima, la prima origino, le correlazioni supreme, l'armonia e
l’ordine, nonché il fine ultimo dello cose tutte: >1 Mamiani nei detti
Principj di Cosmologia, e più taici il Conti nell Armonia della cose. Io penso
che mora nessuno li abbia superati su questo subbietto capita issirno della
Filosofia, trattato da essi con acume e larghezza di vedute, con sapere
consumassimo e, specie del Mamiani, con analisi fine perciò che risguarda i
principj causali c formativi, le relazioni supreme e finali così della vita
vegetativa ed animale, come della vita umana e razionale. La teorica dell'umano
progresso non è nuova; si deve segnatamente al Turgot, al Condorcet, al-
l’Herder, al Kant e al Fichte. Ma il nostro Mamiani ha dimostrato con novità di
prove razionali c sperimentali la necessità del progresso indefinito non sulla
Terra unicamente, ma nell’Universo intero mercè la vita razionalo c morale
degli esseri .intelligenti e liberi. E quanto al progresso umano sociale, questo
dovrà alla perfine condurre alla massima civiltà, armonizzando le forme
parziali di progresso e d’incivilimento dei varj popoli, che tutte possono
ridursi a sei, cioè l’attività, la scienza, la libertà, l'arte, lo Stato e la
moralità. E poiché il risultamento- finale e durevole del progresso e
perfezionamento di molte nazioni non può esser mai l’opera esclusiva di
ciascuna di esse, come la Storia dimostra ; esso vuol essere attribuito a certo
organismo occulto di tutte, che si svolge e si perfeziona per disegno e lavoro
ma- raviglioso della natura. E così il Mamiani rinnovava e compivalaTeorica del
Progresso, e stabiliva l’Unità organica del mondo delle nazioni. Questa cd
altre dottrine del Mamiani, come la sua teorica della Percezione, hanno davvero
fattezze native e indole schiettamente nazionale, e basterebbero da sole a far
glorioso il nome d'un uomo e a dar vita ad una Scuola filosofica italiana,
teista spiritualista civile e liberale ad un tempo. Il Mamiani credo Valdarninì
9 TERENZIO ATAMANI nc fosse internamente persuaso; onde vi tornava sopra più
volte c sotto diversi aspetti nelle «altre sue opere, c segnatamente nella
Rivista di Filosofia delle scuole Udirne da Ini fondata e diretta per 15 anni.
V. Ma la filosofia del Mamiani fu non meno speculativa e profonda, elio pratica
c civile : a nessuno dei più gravi problemi sociali del nostro secolo rimase
straniera. Tutte le questioni sociali si possono in fondo ridurre a quattro :
religiosa, morale, economica (l), politica. ÀI Mamiani parve ornai risoluto
presso di noi il problema politico, ritenendo egli sufficienti c sicure le
nostre guarentigie costituzionali, e stimandola libertà più c meglio che un
diritto, un dovere. Al problema religioso rivolse egli la mente «no dalla sua
gioventù, mirando ad una religione pura, ottima, universale, conforme alla
natura razionale O religiosa dell'uomo, o olio fosso ad un tempo eminentemente
civile o morale. A questo idealo egli mirò »« vai;, suo, scritti,dagl'/,,,,;
sacri „ W|, r 1" ^•"‘l’oMvae^tua id D 0 .° n ^ cm P 0 > lordine
morale, l’ordine giuiùdico e or me economico ? L’ingegno umano e la scienza,
ani ™ ancora ns P 03t ° a questa formidabile do- * . SC . P Urc Un Scorno
arriveranno il pensa sti nrp* ^ SC ‘ enZa . ad armonizzare quei tre ordini
fiJLT 6 r dÌVCrSÌ elementi sociali, dubitiamo V aVUa prati0a 8i «"* -empre
e do- daiia mmie acuta»! ‘ h “ "r7- KMt ’ cne * ra * e arti umane due sono
le più difficili : l’arte d'educare e quella di governare, gli uomini. Quindi
ogni secolo ha avuto gravi problemi sociali da risolvere. Di questi problemi
alcuni sono di indole generale perchè riguardano il mondo delle nazioni o
l’umanità consociata, tal sarebbe il riconoscimento pratico e giuridico
de’diritti naturali degli uomini ; altri sono particolari, riguardanti cioè una
sola nazione, tal sarebbe il modo di conciliare l'unità c la integrità
dell’impero Austro-Ungarico col principio d’autonomia e di libertà delle varie
schiatte e popolazioni che oggi formano quell’impero. A quattro possiamo
ridurre le principali questioni sociali dei tempi nostri e sono le
infrascritte. 1° La questione morale, non tanto per la varietà e moltiplicità
dei sistemi scientifici morali che oggi più che mai si contendono il campo,
quanto per lo scadimento pressoché universale del senso etico. Quindi convien
ricercare le cagioni tutte di questo fatto, ravvivare e rinvigorire negli
uomini il sentimento morale, e praticare nelle relazioni vuoi private vuoi
pubbliche i sommi principj di moralità e onestà e di equità naturale. 2° La
questione religiosa, non solo pei doveri dell’uomo verso Dio e nell’interesse
della sua destinazione oltremondana, ma per istabilire e mantenere in modo più
sicuro l’unità morale fra gli uomini tutti. Ai nostri tempi, invece, non solo
permane la diversità delle religioni positive che possono dar ésca a divisioni
di popoli e fomentare guerre sterminatrici e da barbari, ma sempre più vivo si
palesa il conflitto fra la ragione e la fede,, tra il domina e l’esperienza
illuminata, fra la scienza c la religione. In qual modo comporre il dissidio
tra i principj della scienza e i diritti della ragione da un lato, fra le
verità di senso comune e le aspirazioni dell'anima umana dall’altro, essendo
l’uomo costituito dalla natura animalo religioso ? La questione politica, la
quale risguarda non tanto la forma di Governo, lo più sicure ed ampie
guarentigie costituzionali, quanto e meglio la libertà civile e politica, che
le democrazie moderne vorrebbero portare col fatto all’ultima sua espressione.
Oia ognun vede che siffatto problema presenta gravissimo difficoltà, ove
specialmente si riconosca cs- • sere la libertà per gli uomini particolari e
per le nazioni, pei governati e per gli stessi governanti, non solo un diritto
ma un dovere. 4° La questione economica, vale a dire la ricchezza d, pochi e la
quasi indigenza dei proletari che cosi,tu,senno i quattro quinti del genere
umano! Il rim to d, proprietà individuale e le condizioni miser- r k > Ìl
Capi ‘ ale e U “"0 «peeial- fii T„ ", ”T° ' 1Uasi in aperto co,, - „
lìr r r p0n '° “«evolute « ™io. alla nel’ itt0 ' d,e tla U«"i » spinto «no
Può il°.e 0 ', 0 ' ° dlntt0 1,1 Possedere c di testare? pili "° S . lro
-P'-omettar.i di risolvere il Ln Z) m (00me il 0 nella »™‘'“»‘a Ma sorbir M
salario e quindi nella reale a compita emancipazione del quarto stato ? Lo
quattro grandi questioni sociali si riducono in sostanza a due : al problema
morale cd a quello economico sociale, che hanno carattere di universalità vera
e propria, riguardando essi il genere umano nell’ampio giro del tempo o dello spazio
sulla Terra. Noi ci occupiamo qui della sola questione economica sociale e del
modo di risolverla praticamente in Italia, secondo le dottrine c gli espedienti
del Mamiani, desumendo lo une c gli altri dai varj scritti di lui. Ma prima
diamo un cenno storico della questione medesima. II. La questione economica non
c nuova nè moderna, ma può dirsi rimonti alle prime società civili. Ogni epoca
e ogni grande Istituzione sociale, come lo Stato c la Chiesa, han tentato di
risolvere o a modo loro o in conformità dei tempi l’arduo c complicato
problema. Ma è stata sempre una soluzione parziale e provvisoria, mai totale,
generale o definitiva, sia per la natura dei mezzi adottati, sia per la stessa
nativa diseguaglianza degli uomini c per le nuove esigenze della civiltà
progrediente. La istituzione delle caste nell’antico Oriente, la divisione
legale fra i liberi e gli schiavi nella Grecia c nel mondo romano, le
corporazioni religiose istituite dalla Chiesa, il sistema feudale nel medio
evo. le stesse corporazioni d’arti e mestieri appo i nostri Comuni c le nostre
Repubbliche, si credettero spc- dieuti efficaci a risolvere la questione
economica so- cialc, e quindi furono adottati per Scongiurare il pericolo. Ma
nè il Paganesimo che negava agli schiavi ed ai servila personalità morale e
giuridica, nè il Cristianesimo che riconosceva nei volghi servili la
personalità umana c l’eguaglianza morale, e predicava ai ricchi la carità, ai
poveri la rassegnazione, nè le istituzioni sociali del medio evo in Italia ed
altrove, riuscirono a risolvere la questione economica, ma ol’aggiornarono
semplicemente, o la indirizzarono per una nuova strada. I nuovi principj del
Cristianesimo neppure nel medio evo valsero ad appagare sempre lo plebi, a
distoglierle dai beni presenti esortandole a restar povere e tranquille. u I
pensieri c gli affètti dell'uomo staccati a forza dalla vita presente,
nondimeno di tratto in tratto vi tornavano, c il sentimento della vita
irrompeva fortemente e violentemente. È questo sentimento che in Italia nel
1035, al tempo della lega dei valvassori minori contro i maggiori, faceva
cospirare anc ie gli uomini di servii condizione contro ipadroni, e darsi
giudici, ragioni e leggi. Parimente nel 1387 vediamo nel Canavcsc, Vercellese e
Vallese, nella mna e Tarantasia e in altre parti, il popolo i nnViT 10 a^ 6
t0lrc 0 ca «)pagna sollevarsi contro mm-P ì tl * vast ‘ mot i dei contadini
misero a ru- di li fn eBta “ Ìa - la ricchezza c la povertà. Col sistema dello
p.ccolc industrie, l’operaio poteva sce- :r c tra ; d,vcrsi P adl '°"i
quello che gli faceva mi- ST COnd ' Z10 "' ; 11 Ch0 «« “'-va di stimolo a
rcn- *«*“» “1 ambita Papera m Si voro V),. 0,- e ’i " n C ° rt ° ei l
ailibrio tr a capitalo e 1»- AtomtVoll b ° n °| ZJ n °" Si 1WSSOno P iil
avcr0 001 « s“ V-'; ° Ì,,dUSl, ' !a - » * 'intedia co- -i caoitalist' asolanti,
PCi-cU alla lega di questi P'tabst, possono contrapporre la propria eoa piti HI
sicura e pronta efficacia. Venendo meno le piccole- industrie e scomparendo
gradatamente il ceto medio, alla perfine il cajiitale e il lavoro si troveranno
l’uno di fronte all altro. JE già il conflitto è cominciato qua e la in più
luoghi e sotto aspetti diversi : vi è un cumulo di odii mal repressi che
anelano la vendetta o almouo la rivincita. Tantoché, ove non si pensi in tempo
ai firnedj, vi è da temere uno sconvolgimento sociale nell’ordine politico ed
economico. Ma quali rimedj adottare e come prevenire un rivolgimento sociale,
clic potrebbe essere il più terribile nella storia del genere umano ? Ecco
l’arduo- problema economico sociale, ecco la sfinge moderna, che preoccupa la
mente del filosofo, del filantropo,, dell’economista e dell’uomo di Stato. Alla
pratica soluzione di questo formidabile problema in Italia il nostro compianto
Mamiani involse per oltre quarant’anni (1S3S-.1SS2) la mente, il cuore, gli
studj suoi ampj e consumati. “ Quella comunanza di uomini (egli scriveva fino
dal 1838) elio non sa- trovar modo, o non vuole, di schermire dalle necessità
estreme della vita gl’indigenti onesti e d’ogni fatica volonterosi, non può
dirsi con proprietà sa- piente e civile, ma sotto apparenze molto contrarie è-
barbara e insipiente tuttavia. Le genti educate ed agiate sono dalla natura e
da Dio costituite madri e tutrici delle infime plebi, e di queste hanno a.
render conto molto severo sì innanzi alle società urnane e sì innanzi a Dio
padre dei poveri „ (1). Fermato ciò, il Mamiani rigettando le strambe utopie
dei Comunisti e dei Socialisti moderni perchè ingiuste e non attuabili, e
scegliendo quelle riforme e quei miglioramenti sociali che erano o che gli
parevano possibili e praticabili in Italia, esule a Parigi segnò ne’ suoi
Documenti pratici intorno alla rigenerazione morale intellettuale ed economica
degli Italiani, alcune linee di quel vasto disegno onde il secol nostro
intendeva e intende a migliorare le condizioni del popol minuto. I mezzi da lui
proposti per soddisfare ai diritti che riguardano la sussistenza sono
gl’infrascritti. 1° Abolire i dazj c le imposte d'ogni natura che gravano più
propriamente sull’infimo popolo. 2° Francarlo dalle viete tasse parrocchiali
assegnato all’ adempimento di certi atti solenni, civili e religiosi. •j°
Moltiplicare e perfezionare gli ospedali, i ìicovcri, i monti di pietà c simili
altri istituti di pubblica beneficenza. Propagare il più che si può tali
istituti anche per i villaggj e le campagne, c imitare da per tutto esempio d
alcuni Comuni rurali, che a loro spese provvedono i contadini di medico e
medicine. ò Rifornì are ed ampliare le leggi e i regolamenti circa ai patti e
alle mutue relazioni tra i fab- Scritti politici, edizione renze, Le Monnicr.
ordinata dall’autore. - Fi e la questione economico- soci a Lubricanti,
capomastri e bottegai da un lato, e gli operai, giornalieri, manuali e
apprendisti dall.’altro, porgendo a tutti i secondi guarentigia e soccorso nei
termini dell equità, e contro l'egoismo e la durezza dei primi. G° Istituire in
ogni città, dove gli operai sovrabbondino, due sorte di lavorerìe pubbliche
permanenti : 1 una pei rozzi braccianti, l'altra per gli operai delle arti
comuni. 7° Tali istituti ordineranno per guisa i rego- menti c le discipline
proprie, c con si fatta misura proporzioneranno le loro mercedi, da non
sopraffare in nulla le industrie de’privati; mentre toglieranno a queste l’arbitrio
di soverchiare gli operai in nessuna cosa. • 8° In tali lavorerìe ed officine
pubbliche non debbono gli operai nè esser costretti a vivere rinchiusi, nè
perdere alcuna porzione di quella indipendenza, di atti c pensieri che la
civile libertà concede ad ogni uomo onesto. I lavori, poi, scelti e ordinati in
quelle saranno volti con provvidenza ed accorgimento alla pubblica utilità, e
segnatamente a quella del popol minuto. 9° L’ammissione a tali opificj sarà
concessa ad ogni operaio il quale darà prova di aver offerto invano l’opera sua
nelle officino privato. E il pericolo della soverchia c non strettamente
necessaria frequenza degli operai in quelle lavorerìe sarà evitato, con fare
strette più dell’uso ordinario le discipline, le quali poi debbono esser pensate
c trovate con ingegnò SÌ fatto da convertirle in buoni e quotidiani metodi
educativi. Tutto ciò richiede che il tesoro arricchisca abbondevolmente per
altre vie. Nuova fonte di ricchezza pubblica può divenire la tassa detta
progressiva, ed una sull’eredità trasversali proporzionata al grado più o meno
stretto di parentela, e il rendere mobili e circolanti i beni immobili c
camerali, o per ultimo il fare sparmio di tutta l’immensa moneta che
inghiottono e scialacquano i grossi eserciti stanziali, i gran favoriti di
corte, i doganieri, e mille altre specie di ufficiali e di salariati o
perniciosi o superflui. 11° Con molto valsente tenuto in. riserbo, si ovvierà a
quegli accidenti imprevisti che turbano a un tratto 1 economie delle industrie
e del lavoro quotidiano. Così gl’italiani, antichi fondatori delle Case di
lavoro, perfezioneranno conforme ai bisogni dell età nostra il pietoso trovato
degli avi loro. 12 Riguardo alle campagne, bisogna in primo luogo riformare ed
ampliare il codice forese od agrario, perchè si tutelino con più efficacia i
patti e le relazioni giornaliere fra i possidenti e i coloni, migliorando le
condizioni di questi ultimi, e mallevatole contro ogni ingiustizia e sopruso.
13 In secondo luogo, bisogna istituire in ogni P noia compagnie di
assicurazione (sovvenute dal mune) contro i danni delle gragnuole, delle
carestie, jpizoozie ed inondazioni, affinchè i contadini si veg- accertato ogni
anno il frutto del loro sudore. E quando il raccolto sarà favorevole ed
abbondante, i contadini concorreranno per la lor quota al pagamento della tassa
di assicurazione. 14° Un Consiglio superiore, aiutato dai succursali delle
provincie, prenda in cura speciale lo studio e la vigilanza degl’interessi del
popol minuto. A questo Consiglio saranno ascritti molti uomini pratici e
versati in dottrine particolari relative ai fini proposti, e tutti splenderanno
di specchiata probità o di zelo grande verso i poveri. 15° Una parte del
Consiglio medesimo prov- vederà specialmente alla vita sana del popolo, promovendo
le società di temperenza felicemente iniziate in America e in Inghilterra, ed
esaminando l’interno delle officine, la materia e la qualità dei lavori, i cibi
quotidiani, gli alloggj, le vesti e simili obbietti. E sarà bene imitare
Leopoldo I di Toscana, il quale a spese dell’erario fece murare in luogo arioso
gran numero di casette decenti ed acconce per l’infimo popolo. Questi
pagherebbe una modica pigione. 16° L’altra parte del Consiglio veglierà gli
andamenti del popolo, la qualità delle sue industrie e de’suoi negozj. Vedrà
pure ilConsiglio quel che sia da ristorare degli antichi Statuti delle arti e
quello che sia da aggiungervi : ad ogni modo, promoverà le congregazioni e
consorterie legali degli operai, dei ca- pomastri e d'ogni specie di artieri,
con l’intento di accrescere ad ognuno i mezzi di produzione, e se- gnatamentelo
spirito di fratellanza e disciplina. Similmente, il Consiglio promoverà con
zelo perseverante le anioni e consorterie dei piccoli proprietarj e dei
fittajoli, compensando per tal guisa i danni e gl’inconvenienti dei poderi
troppo angusti. Veglierà, infine, sulle pubbliche mostre, sui comizj agrarj,
sugl’incoraggiamenti e sui premj da assegnare ; studierà il valore de’ nuovi
ritrovati e degli ultimi perfezionamenti, ed agevolerà ai poveri artieri lo
smaltimento de’ rispettivi lavori, contro il monopolio dei troppo ricchi, cd a
freno degl’ incettatori e rivenditori. Il Consiglio procaccerà di mettere in
buono accordo fra loro gl’ istituti di carità e beneficenza, facendo che si
accostino tutti a certa unità di massime direttrici, e che l'opera dell’ uno v
P rcndo a chiarire e ad inculcar! cono circa la questione sociale. Mentre il
essa Lettera esaminava il Mamiani se la nuova Ke- pubblica francese potesse
fornir lavoro quotidiano agli operai che ne mancassero, tornava a raccomandare
la istituzione di lavorerìe pubbliche, ma con lo infrascritte cautele affinchè
non divenissero perniciose allo Stato c non turbassero 1’ operosità economica
dei privati. 1° Lo pubbliche officine debbono istituirsi universalmente c poco
meno che in qualunque grosso Comune, per evitare una soverchia accumulazione di
popolo in quelle sole città dove fossero pubbliche lavorone. Converrà, inoltre,
cercar compensi nuovi e gagliardi, noll’istituiro officine in tutto lo Stato a
favore dell'agricoltura, affinchè i contadini non siano indotti a lasciar la
villa e ricoverarsi nelle città. 2° Bisogna decretare che nello officine dello
Stato sicno raccolti solamente quegli operai a’quali nessuna privata industria
ha potuto fornir lavoro. Imperocché le lavorerìo pubbliche sono costituite per
supplire e riparare alla insufficenza delle industrie private, dalle quali
ricevono limitazione e misura. 3° Il Governo procaccerà, per non rovinare molte
industrie private, elio i lavori molteplici e svariati da lui condotti siano di
qualità da non potersi dai privati cittadini imprendere con profitto. Il che
importa che le manifatture pubbliche quanto più crescono, e tanto più costino e
siano a maggiore scapito del tesoro. 4° Avviata la generale istituzione degli
opificj •comuni, il prezzo della mano d’opera non potrà sminuire tanto e sì
presto, quanto si vede ne’paesi dove il numero delle braccia soverchia il
bisogno. Però, tutte quelle industrie le quali competono con gli stranieri,
mercè del buon mercato e del potere scemare' fino all’ultimo estremo i salarj,
cesseranno e si annulleranno. Dalla teoria conviene a suo tempo scendere
all’applicazione. E così fece il Mamiani. Divenuto Ministro costituzionale
sotto Pio IX, nel giugno 1848- il Mamiani compilò e sottopose all’Assemblea
romana una proposta di legge per la istituzione di un .Ministero speciale di
pubblica beneficenza . È pregio dell’opera riferire, tralasciando le funzioni
speciali e straordinarie del nuovo Ministero, le sue funzioni generali non
tanto per far conoscere la natura e la. missione di esso Ministero, quanto
perchè ci sembra, che quelle funzioni ed attribuzioni generali possano anche
oggidì servir di lume per la riforma e il riordinamento dello nostre Opere pie.
1 II Ministro di pubblica beneficenza procura in genere la riforma, il
perfezionamento e la moltiplicazione degl’ istituti e delle opere di
beneficenza c ie sono in atto, e la fondaz ione e 1’avviamento detuzionc cd
ogni opera rivolta all’educazione morale e intellettuale delle infime classi.
2° Procura con mezzi mediati o immediati di approssimare le opere tutto di
beneficenza a certa unità e collegamento, affinchè se ne aumenti da ogni lato
l'efficacia, e non ne siano gli effetti o troppo parziali o manchevoli. 3°
Promuove presso i Consigli deliberanti le leggi c gli ordinamenti giovevoli
alle classi indigenti c al popolo minuto. 4° Sopraintende agl’istituti laicali
di beneficenza da lui fondati o dal Governo posseduti, e a qualunque disegno e
impresa *da lui o dal Governo attuata, e la quale intende al sollievo e
all’educazione delle classi inferiori. 5° Sopraintende similmente a quegli
istituti e opere laicali di beneficenza e di educazione popolare, le quali sono
posto dai fondatori sotto il riguar- damento e la cura immediata di chi
governa. G° S’ingerisce, d’accordo coi Municipj o coi Rettori privati, nel
regolamento di quegli istituti ed opere coraunitativc o private, alle quali
viene in soccorso il Governo con il denaro pubblico, o con altra maniera
efficace e ragguardevole di ajuto. Quanto alle fondazioni e congregazioni, o
similmente a qualunque specie ed atto di pubblica beneficenza, dipendenti al
tutto dai Municipj o dalla carità di privati, c che si rimangono esclusi dalle
tre dette categorie, il Ministro ne piglia cognizione esatta e
particolareggiata, ed esige copia autentica degli statuti c dei regolamenti.
Invigila clic non contravvengano in nulla alle leggi universali dello Stato.
Promove e propone in seno de Consessi legislativi quei provvedimenti c quelle
cautele che impediscono alle beneficenze d’istituto municipale o privato di
fuorvia.e c corrompersi. Risponde ai consigli richiesti, e invita per via
officiosa a modificare, migliorare, propagare e in ogni guisa perfezionare
l’opera della beneficenza. Similmente invita e procura la colleganza e
reciprocazione degli ufficj ed aiuti fra l'uno istituto e l’altro, o in genero
favorisce e caldeggia per ogni modo l'azione loro. Occorre appena far notarle
che il Mamiani, mettendo così in pratica le sue nuove dottrine sociali, tentava
di dare all’opera del Governo quell’ampiezza e quell efficacia che si accorda
generalmente con le libei tà co privati, e con ogni trasformazione c progresso
nello spirito di associazione e di civile consorzio. Sulla quale Istituzione
egli ritornò più. tardi nei Saggi di Filosofia civile. Ma è noto che il
Ministero di pubblica beneficenza non ebbe fortuna negli Stati Romani, mentre
alle idee del Mamiani si fece m sostanza buon viso in Toscana, dove al
Ministero ella Istruzione pubblica fu aggiunto l’ufficio di tubare c dirigere
la pubblica beneficenza. lennpir/ il Mamiani fece a tutti manifesto so sociali
D i eC0 6U ° P on ^ crato volume sulle Qucstion ’ ° ° ln mczzo a tante vicende
politiche italiane ed europee dal 48 in poi, in mezzo a’ suoi profondi studj
filosofici cd alle sue occupazioni di statista, non aveva perduto d’occhio i
progressi teorici e le fasi pratiche della questione economica sociale nelle
diverse parti d’Europa. Girando l’occhio della mente nell’essenza profonda e
nelle attinenze della questione sociale, c pur tenendo conto dei suggerimenti
dell'esperienza e della riflessione por oltre quarantanni, nella suddetta opera
Egli esaminò acutamente i due massimi problemi dell’età nostra, fra loro distinti
ina non separati, cioè il problema inorale c quello economico. Intorno al
secondo problema, ecco in breve le dottrine o le proposte che il Mamiaui
professava e additava per risolvere in Europa e segnatamente in Italia la
questione sociale. L’autore delle Questioni sociali ammette legittimo il
diritto della proprietà individuale ; affer- * ma, contro certi Economisti, che
il lavoro non crea, ma presuppone la proprietà ; rigetta le strambe teoriche di
Proudhon e le altre nò giuste nò praticabili dei moderni Comunisti c dei
Socialisti esagerati; reputa non assoluto il diritto al lavoro. Ma, d’altra
parte, egli deplora gli effetti della libera concorrenza che ritiene sia causa
dell’ anarchia economica ; è seriamente preoccupato dal fatto che i quattro
quinti del genere umano formano la classe intera dei pro- letarj : e quindi
pensa e propone un sistema di riforme rivolte ad armonizzare la produzione e il
capitale, gl’interessi e le sorti del proletario, sistema che si compendia
nelle seguenti proposte : Istituire un magistrato speciale col nome di Tribuni
del popolo, eletto dal corpo intero dei lavoranti, il quale tuteli ed invigili
i diritti e gl’interessi del proletario. 3° Abolizione del dazio consumo. 2°
Fondazione di colonie per riparare all’ eccedenza annua della popolazione,
secondo la teorica di Malthus. 4° Favorire e proteggere 1’ emigrazioni
volontarie, quando pure al Governo apparisse nè difficile nò dispendioso il
tragittare i nostri emigranti da una provincia interna ad un' altra, per
esempio in Sardegna, nelle campagne romane, in più parti disabitate ed incolte
della Sicilia c della Puglia. 5° Proteggere ed allargare le Società
cooperative, nelle quali il lavorante, oltre alla sua mercede, divida coi socj
il modesto lucro ricavato dalle pioduzioni, e pelò sia nel tempo stesso
comproprie- taiio. Quanto si dilateranno questo società, tanto più effettuabile
apparirà la Cassa di pensioni per i 1600 i e gl invalidi, alimentata da quoto
versatevi a ogni libera corporazione di artigiani, e da elargizioni del Governo
in proporziono delle somme risparmiate o dai singoli membri o da una intera •
norT A 1 i rtÌerÌ ’ C CU ‘ amm i Q istrazione però °" “ ai i» mano del
Governo. del l a T? com P r °P r ^ario anche il lavoratore del fondo da lui
coltivato. oc ni Gn | are 1° imposte ai contadini proprietari. on are Scuole
governative professionali, lo3 cioè di arti e mestieri, in unione con le
Provincie ed i Comuni quanto alle spese ; nelle quali scuole sarebbero accolti
i figli dei lavoranti, compiuta 1' istruzione elementare. 9° Riformare le
Scuole tecniche, adattandole ai mestieri ordinarj ; e quanto alle grosse
borgate c alla campagna, ammaestrarvi i contadini suburbani negli clemeuti di
agricoltura e di pastorizia. 10° Provvedere ad un Manuale popolare di agraria.
Dove manchi l'insegnamento elementare, supplirvi con le scuole dette ambulanti.
12° Prestazioni al buon colono per ajutarlo a divenire comproprietario ; e dono
degli utensili al giovine proletario, ghà prestatigli quando entrò nelle
officine urbane e noi fondi rustici in possesso ed uso dello Stato. Dall’
attuazione di queste riforme e proposte il Mamiani si riprometteva la graduata
cessazione della servitù del salario e quindi la emancipazione reale a compita
del quarto stato. Ma in qual modo lo Stato avrebbe provveduto a quello nuove ed
incessanti spese ? Con le infrascritte riforme, secondo il Mamiani, oltre al
provento delle consuete imposte. 1° Cancellazione dell’ esercito stanziale. 2°
Imposta prediale e mobiliare temperatamente progressiva. 3° Incameramento dell’
eredità trasversali dal terzo grado in giù. Sbassamento della rendita pubblica
dal quattro al tre e al due e mezzo, secondo luoghi e tempi. 5° Amministrazione
disimplicata e scemamente di ufficiali e di paghe. 6° Ogni legatario pagherà
una volta soltanto il decimo del valsente legatogli.. 7° Monopolio delle
miniere. VII. Non tutte le riforme c le proposte sociali messe innanzi dal
Mamiani sono guari praticabili, nè tutte collimano con la inviolabilità del
diritto naturale di proprietà individuale, oltre accordare un soverchio
ingerimento allo Stato moderno nelle materie economiche. Noi non potremmo
quindi accettare senz’ alcuna restrizione e temperamento tutte e singole le
dottrine economiche e sociali del Mamiani, nè crediamo che si possa mai giungere
a pienamente e stabilmente risolvere il problema conomico sociale, come ci
studiammo dimostrare a suo uogo in due nostri libri, negli Elementi scientifici
di Etica e Diritto o nella Filosofia morale e sociale (1). Ma intanto, nobile,
alto, eminente- ” e -i°iT,le • Gd . Umanitario « il fine a cui rivol- rifnrm
anai ^ n * 1° su La disciplina o educazione ci fa passare dallo stato di
animale a quello d’uomo. Un animale è pel suo istinto medesimo tutto ciò che
può essere ; una ragione a lui superiore ha preso anticipatamente per esso
tutte lo cure necessarie. Ma l’uomo ha bisogno della sua propria ragione.
Costui non ha istinto, c conviene che formi da so stesso il disegno della sua
condotta. Ma, siccome non ne possiede la immediata capacitò, e viene al mondo
nello stato selvaggio, ha bisogno dell’aiuto altrui. La specie umana c
obbligata a cavare a grado a grado da sò stessa colie proprie sue forze tutte
le qualità naturali che appartengono all’umanità. Una generazione educa
l'altra. Se ne può cercare il primo principio in uno stato selvaggio o in uno
stato perfetto di civiltà -, ma, nel secondo caso, bisogna pure ammettere che
l’uomo sia poi ricaduto nello stato selvaggio c nella barbane. La disciplina
impedisce all’uomo di lasciarsi deviare dal suo destino, dall'umanità, pur Io
sue inclinazioni animali. Occorro, por esempio, oh essa lo moderi, perché egli
non si gotti noi porle» o corno no animalo feroce, 0 come uno stordito^ a dina
è puramente negativa, perche si resinose soovliarc l'uomo della sua selvatichezza;
1 istruzione, ^ ° -nèh parte positiva dell’educazione. “ir ™ ioho- coiste nell'
indipondeoza da,, • T a disciplina sottomette 1’ uomo alle r Lvfmou» e lincia a
fargli sentirò la E, l'autorità dolio leggi stesse. Ma ciò dovesse. Valdarnini
la pedagogia di e. kant fatto per tempo. Così, maudansi per tempo i bambini
alla scuola, non perchè vi apprendano qualcosa, ma perchè vi si avvezzino a
restare tranquillamente seduti e ad osservare puntualmente ciò che loro vien
comandato, affinchè in progresso di tempo sappiano cavar subito buon partito da
tutte le idee che verranno loro in mente. Ma l'uomo è così portato naturalmente
alla libertà che, quando vi abbia preso una lunga abitudine, le sacrifica
tutto. Ora questa è la precisa ragione onde conviene per tempo ricorrere alla
disciplina ; chè altrimenti sarebbe troppo difficile di cambiar poi il
carattere di lui, e seguirà allora tutti i suoi capriccj. Parimente, si vede
che i selvaggj non si abituano mai a vivere come gli Europei, quantunque
restino per lungo tempo ai servigj loro. Il che non deriva già in essi, come
opinano Rousseau ed altri, da una nobile tendenza alla libertà, ma da una certa
rozzezza, perchè l'uomo appo essi non si è ancora spogliato in qualche maniera
della natura animale. E però dobbiamo avvezzarci per tempo a sottometterci ai
precetti della ragione. Quando all uomo si è lasciato seguire la piena sua
volontà pei tutta la gioventù c non gli si è mai resistito in nulla, ci
conserva una certa selvatichezza per tutta la vita. Rè alcuna utilità reca ai
giovani un affetto materno esagerato, dacché più tardi si pareranno loro
dinanzi ostacoli da tutte le parti, c troveranno dovunque contrarietà quando
piglieranno parte agli affari del mondo. Un vizio, nel quale ordinariamente si
cade ncl1’educazione dei grandi, e quello di non opporre loro alcuna resistenza
nella loro gioventù, perché son destinati a comandare. Nell’ uomo la tondenza
alla libertà richiedo ch’egli deponga la sua rozzezza : nell’animale bruto, al
contrario, questo non e necessario per l’istinto di lui. L’uomo ha bisogno di
sorveglianza e di cultura. La cultura abbraccia la disciplina e l'istruzione.
Nessun animale, che noi sappiamo, ha bisogno di quest’ultima ; imperocché
veruno di essi apprendo alcun che da’ suoi antenati, salvo quegli uccelli clic
imparano a cantare. Infatti, gli uccelli sono ammaestrati nel canto dai loro
genitori ; ed è mirabil cosa il vedere, come in una scuola, i genitori cantare
con tutte le proprie forze davanti ai loro nati e questi'adoperarsi a cavare gli
stessi suoni dalle loro tenere gole. Se taluno volesse convincersi che gli
uccelli non cantano per istinto, ma clic imparano a cantare, basta ne faccia la
prova ed è questa : levi ai canarini la metà delle uova loro e vi sostituisca
uova di passero ; ed ancora coi piccoli canarini mescoli insieme passeri
giovanissimi. Li metta in una gabbia donde non possano udire i passeri di fuori
; essi impareranno il canto dai canarini e così avremo passeri cantanti. Nò
meno stupendo e il fatto, che ogni specie d’uccelli conserva m tut e le
generazioni un certo canto principale; cosi la tradizione del canto è la più
fedele nel mondo L’ uomo non può diventare vero uomo che per educazione ; egli
e ciò eh essa, lo fu. \ uolsi notai e eh’ egli può riceverò questa educazione soltanto
da altri uomini, che l’abbiano egualmente ricevuta dagli altri. Quindi la
mancanza di disciplina e d’ istruzione in certi uomini li rende assai cattivi
innesti i dei loro allievi. Se un essere di natura superiore si prendesse cura
della nostra educazione, vedrebbesi allora ciò che noi possiamo divenire. Ma
siccome l’educazione, da una parte, insegna qualcosa agli uomini, e,
dall’altra, non fa che svolgere in loro certe qualità, non si può sapere fin
dove portino le nostre disposizioni naturali. Se almeno si facesse una
esperienza coll’ aiuto dèi grandi e col riunire le forze di molti, ciò ne
illuminerebbe sulla questione di sapere fin dove l’uomo può arrivare per questa
via. Ma una cosa tanto degna di osservazione per una mente speculativa quanto triste
per un amico dell’ umanità si è il vedere, clic la più parte dei grandi non
pensano che a se stessi e non pigliano alcuna parte alle interessanti
esperienze sulla educazione, per fare avanzare di qualche altro passo verso la
perfezione la natura umana. 3. - Non vi ha alcuno clic, essendo stato
trascurato nella sua gioventù, siaincapaco di ravvisare nell’età matura in elio
venne trascurato, vuoi nella disciplina, vuoi nella cultura (poiché si può
chiamar cosi la istruzione).Chi non possicdecultura di sorta e bruto pollinoli
Ita disciplina o educazione e selvaggio. La mancanza di disciplina è un male
peggioro della mancanza di cultura, perche a questa si può ancora rimediare più
tardi, mentre non si può più mandar via la selvatichezza e correggere un difetto
di disciplina. Forse l’educazione diverrà sempre migliore, e ciascuna delle
generazioni venture farà un passo di più verso il perfezionamento dell’ umanità
; imperocché il gran segreto della perfezione della natura umana dimora nel
problema stesso dell’educazione. Si può camminare oramai per questa via ;
difatti, oggidì si principia a giudicare esattamente e a vedere in modo chiaro
in clic proprio consiste unabuoua educazione. E reca dolce conforto il pensare
che la natura umana sarà sempre più e meglio dispiegata e migliorata
dall’educazione, e che si può arrivare a darle quella torma che veramente le
conviene. In ciò consiste la prospettiva della felicità avvenire della specie
umana. L’abbozzo d'una teorica dell’educazione è un ideale nobilissimo, c che
non tornerebbe punto nocivo, quando anche non fossimo in grado di effettuarlo.
Non bisogna considerare un’idea come vana e ritenerla come un bel sogno, perchè
certi ostacoli ne impediscono l’effettuazione. Un ideale altro non è ohe il
concetto d una per- lezione che non si ò riscontrato ancora noU'esporicnza :
tal sarebbe, per esempio, l'idea 4 una repubblica perfetta, governata secondo
le regole dell» g.nst.z.a. Si dirà dunque impossibile? Basta,,u pruno nego, Che
la nostra idea non sia falsa; in seconde lungo, ohe non sia impossibile
assolutamente d, vincere luti, „u ostacoli per tradurla in atto. Se, poniamo
cascano mentisse, la veracità sarebbe per questo una chimera ? L’idea eli una
educazione clic dispieghi nell'uomo tutte le sue disposizioni naturali è vera
assolutamente. Con l’educazione presente l'uomo non consegue appieno il fine
della sua esistenza. Imperocché quanta diversità non corre tra gli uomini nel
loro modo di vivere ! Ne tra loro può essere uniformità di vita se non in
quanto essi operino secondo gli stessi principj e questi principj divengano per
loro come una seconda natura. Noi possiamo almeno lavorare intorno al disegno
d’una educazione conforme all’intento che dobbiamo proporci, e lasciare
istruzioni agli avvenire che potranno a grado a grado metterle in pratica.
Osservate, per esempio, i fiori detti orecchi di orso: quando li tiriamo dallo
radici, hanno tutti il medesimo colore •, quando invece se no pianta il seme,
otteniamo colori tutti differenti e svariatissimi. La natura ha dunque riposto
in loro certi germi del colore, e basta, per isvilupparvcli, seminare e
piantare convenientemente questi fiori. Il somigliante accade nell’uomo ! Vi
sono molti germi nell'umanità, e spetta a noi svolgere con debita proporzione
le nostre disposizioni naturali, dare all’umanità tutto il suo dispiegamento, e
adoperarci a conseguire la nostra destinazione. Gli animali compiono il loro
destino spontaneamente e senza conoscerlo. L’uomo, al contrario, e obbligato a
cercar di conseguire il fine suo ; il che non può egli fare se prima non ne ha
un’idea. L’individuo umano non può compiere da se questa destinazione. Se
ainmettesi una prima coppia del genere umano realmente educata, bisogna sapere
altresì com’essa ha educato i suoi figli- I primi genitori danno ai loro figli
un primo esempio ; questi lo imitano, e così dispiegansi alcune disposizioni
naturali. Ma tutti non possono esser educati a questo modo, giacché
ordinariamente gli esernpj si offrono ai bambini secondo l’occasione. In altri
tempi gli uomini non avevano alcuna idea della perfezione onde la natura umana
è capace ; noi stessi non l’abbiamo ancora in tutta la sua purezza. È corto del
pari che tutti gli sforzi individuali, clic hanno per fine la cultura dei
nostri allievi, non potranno mai far sì che costoro giungano a conseguire la
loro destinazione. Questo fine non può esser dunque conseguito dall’uomo
singolo, ma unicamente dalla specie umana. L’educazione c un’arte, la cui
pratica ha bi- sogno d’essere perfezionata ila più generazioni. Ciascuna
generazione, provvedala delle conoscenze dello precedenti generazioni, è sempre
pii in grado di arrivare a una educazione che in una giusta piopoi- zionc c in
conformità Sol loro fine svolga tutte le nostre disposizioni naturali e cosi
guidi tutta la spc- eie umana alla sua destiuazionc. - La Provvidenza ha voluto
ohe l'uomo fosse obbligato a cava™ da se stesso il bene, 0 in qualche modo gli
dice Edia nel mondo. Io ho mosso in te ogni speco d. alt tudin. porilbcno. Ora
a te solospcttasvilupparlcpcr,1 bene; e quindi la tua felicità 0 la tua
infelicità dipende da te ., Cosi il Creatore potrebbe parlare agli nomini !
L'uomo deve innanzi tutto svolgere le sue attitudini per il bene ; la
Provvidenza non lo ha messe in lui bcll’e formate, ma come semplici disposizioni,
c però non vi è ancora distinzione di moralità. Render se stesso migliore,
educare se medesimo, e, s’egli è cattivo, svolgere in sè la moralità, ecco il
dovere dell'uomo. Quando vi si rifletta consideratamente, si vedo quanto ciò
sia difficile. L'educazione, pertanto, c il più grande e il più arduo problema
che ci possa esser proposto. Di fatti le cognizioni dipendono dall’educazione,
e questa dipende alla sua volta da quelle. Onde non potrebbe l'educazione
progredire elio di mano in mano ; e noi possiamo arrivare a farcene un’idea
esatta solo in quanto ciascuna generazione trasmette le sue spe- rienze e le
sue cognizioni alla generazione posteriore clic vi aggiunge qualcòsa di suo c
le tramanda così aumentate aqucllachele succede. Qual cultura e quale sperienza
dunque non suppone questa idea? E però essa non poteva sorgere che tardi, e noi
stessi non 1 abbiamo ancora innalzata al suo più alto grado di purezza. Si
tratta di sapere se l’cducazionc nell’uomo singolo debba imitare la cultura che
l’umanità in gcnciale ricevo dalle suo diverse generazioni. -Lia le umane
scoperte ve ne ha duo difficilissime, e sono l’arte di governare gli uomini e
l’arto di educarli ; c però si disputa ancora su queste idee. Ora, donde
principieremo a svolgere le naturali disposizioni dell’uomo ? Bisogna muovere
dallo stato barbaro o da auo stato già culto ? Non è agevol cosa il concepire
uno svolgimento partendo dalla barbarie (per la difficoltà somma di farci
un’idea del primo uomo) ; e noi vediamo che, ogni qualvolta si sono prese le
mosse da questo stato, 1 uomo è ricaduto nella selvatichezza, e che però sono
stati sempre necessari nuovi sforzi per uscirne. Anche nei popoli assai civili
ritroviamo un avanzo di barbarie, attestato dai più antichi monumenti scritti a
noi tramandati ; e qual grado di cultura non suppone già la scrittura stessa ?
E da questo punto, cioè dalla invenzione della scrittura, si potrebbe anzi far
cominciare il mondo, rispetto alla civiltà. Poiché le nostre disposizioni
naturali non si svolgono da sè stesse, ogni educazione è un’arte. - La natura
non ci ha dato per questo hnc alcun istinto. - L’origine, come il suo relativo
progresso, dell’arte educativa, è o meccanica, senza disegno sottoposta a date
circostanze, o ragiona « L«to •d’educare non risulta meccanicamente dalle caco
. stanze in che apprendiamo per esperienza se una data cosa ci è dannosa od
utile. Ogni arte di questo -onere clic sarebbe puramente meccanica, con i s „
1-ioune perche non seguirebbe f b0 m0lt ' Cn oln-c “ia’nto Che l’arte delMn-
alcnna norma. 0 1 W caziono 0 1» P f*°” io „,J, or,„odo d» con- nata ” 0 d «
linnzion m I genitori, ebe hanno sognuo I. educazione, sono gin 3i
rcgoinnoirr,i.Mn ..or rendere LA PEDAGOGIA DI KANT questi migliori, è
necessario di fare uno studio della Pedagogia ; diversamente nulla se ne può
sperare, e l’educazione viene affidata ad uomini educati non bene. Al
meccanismo nell’arte educativa bisogna sostituire la scienza, altrimenti ella
non sarà clic uno sforzo continuo, cd una generazionepotrebbe distruggere
quanto un’altra avesse edificato. Un principio di Pedagogia, al quale
dovrebbero mirare segnatamente gli uomini che propongono norme di arte
educativa, ò questo : Che non devc- si educare i fanciulli secondo lo stato
presente della specie umana, ma secondo uno stato migliore, possibile
nell’avvenire, cioè secondo l'idea dell’umanità o della sua intera
destinazione. Questo principio 6 d’una importanza tragrande. I genitori educano
per 10 più i loro figli per la società presente, sia puro corrotta. Dovrebbero,
al contrario, dar loro una educazione migliore, perche un miglioro stato ne
possa venir fuori nell’avvenire. Ma qui si parano dinanzi due ostacoli : 1° I
genitori non si curano per ordinario che di una cosa sola, ed è che i figli
loro facciano buona figura nel mondo ; 2° I principi ri- sguaidano i proprj
sudditi oomc strumenti dei loro disegni. I genitori pensano alla casa, i
principi allo Stato, fxli uni e gli altri non si propongono per fine ultimo 11
bene generale e la perfezione a cui è destinata 1 umanità. Le basi fondamentali
d’uu disegno d’educazione fa d uopo che abbiano un carattere mondiale. Ma il
bene generale è un’idea che possa tornar dannosa al nostro bene particolare?
Niente affatto ! Imperocché, quantunque sembri che gli si debba sacrificare
qualcosa, veniamo cosi a lavorar meglio pel bene del nostro stato presente. E
allora quante nobili conseguenze ! Una buona educazione è proprio la sorgente
d’ogni bene nel mondo. I germi che sono riposti nell’uomo debbono svilupparsi
ognor di vantaggio ; imperocché nelle disposizioni naturali dell uomo non v’ha
principio di male. La sola causa del male sta nel non sottoporre a norme la
natura. Nell uomo non vi sono che i germi per il bene. Da chi dee provenire il
miglioramento dello stato sociale? Dai principi o dai sudditi? Conviene clic
questi si migliorino prima da sé stessi, 0 facciano la metà di strada per
andare incontro a go verni buoni ? Se, invece, devo partire dai principi questo
miglioramento, si cominci dunque a riformare la loro educazione; poiché si é
commesso per lungo tempo questo grave sbaglio, di non resistere „vii stessi
principi nella loro gioventù. Un albero°cho rosta isolato in mozzo ad un campo
pei de la sua dirittura nel crescere c stendo lungi . suo. rami ' al contrario,
quello elio cresco nel mezzo una foresta si mantiene diritto, per la reste» a
ohe «li oppongono gli alberi vicini, e cerea al di- olio 0 i opp j A vviene lo
stesso nei ffirn- ^-“rnvale a Meglio siano educati da qua,- ouno dei tafsudditi
che dai loro pari. Non si può attendere il bene doli-alto so prima non vi sava
migliorata l’edncazionel Qui bisogna dunque con- 23G la pedagogia, di i:. kant
tare più sugli sforzi dei privati che sul concorso dei principi, come hanno
giudicato Basedow ed altri ; dacché l’esperienza c’insegna che i principi
nell’educazione badano meno al bene del mondo che a quello del loro Stato, c vi
scorgono solo un mezzo per giungere ai loro fini. Se col denaro soccorrono la
educazione, si riservano il diritto di stabilire le norme che loro convengano.
Lo stesso va detto per tutto ciò che risguarda la cultura dello spirito umano c
l’incremento dello umane conoscenze. Questi due risultamenti non sono procurati
dal potere c dal •denaro, ma solo facilitati ; bensì potrebbero procurarli ove
lo Stato non prelevasse le imposto unicamente nell’interesse del suo erario.
Ncppur le Accademie li hanno dati finora, ed oggi più che mai non si scorge
alcun segno ch’esse comincino a darli. La direzione delle scuole dovrebbe
pertanto dipendere dal senno di persone competenti ed illustri. Ogni cultura
comincia dai privati e da questi poi si diffonde. La natura umana non può
avvicinarsi di mano in mano al suo fine che per gli sforzi di persone dotate di
generosi e grandi sentimenti, le quali s’interessano al bene del mondo sociale
e sono in grado di concepire uno stato migliore, come possibile, nell’avvenire.
Intanto alcuni potenti riguardano il loro popolo come, in certa guisa, una
parte del regno animale, e mirano solamente alla propagazione. Al più
desiderano ch’esso abbia una certa abilità, ma solo a fine di potersi giovare
dei proprj sudditi come di strumenti più acconcj ai loro disegni. I privati
devono certamente badare al fine della natura fisica, ma devono soprattutto
curare lo svolgimento della umanità, e far sì ch’ella diventi non solo più
abile, ma ancora più inorale \ da ultimo, cosa molto più difficile, adoperarsi
a elio i posteri arrivino ad un più alto grado di perfezione. L’educazione, pertanto,
deve : Disciplinare gli uomini. Disciplinarli vuol dire cercar d’impedire clic
la parte animale non soffochi la parte veramente umana, così nell’umano
individuo come nella società. Dunque la disciplina consiste semplicemente nello
spogliar l’uomo dc.la. sua selvatichezza. D evc coltivarli La cultura abbraccia
la istruzione ed i varj insegnamenti &sa fornisce labilità : 0 questa è il
possesso d un attitud,ne sufficiente a tutti i lini elio possiamo proporci.
Lss. dunque non determina da sé alcun tino ma lascia dunque • . costjinzC .
Alcune arti sono utili questa cura comc sarebbero le arti in ogni cinp ^ nitro
non sono buone elio di loggoi l’arte della musica, elio in riSpCt, ° v,H J
itTfe possiede. L'abilità 6 in rende M** ° M molti fini elio certo modo
infinita, et Jovn altresì enrarc che l'uomo divenga „ crrt autorità. Questa
dicesi propriamente civiltà. Essa richiede certi modi cortesi, gentilezza c
quella prudenza onde possiamo giovarci degli altri uomini pei nostri fini ; e
si regola secondo il gusto mutabile di ogni secolo. Così amiamo ancora, dopo
alcuni anni, le cerimonie in società. 4° Deve, finalmente, curare nell’uomo la
moralità. Ed invero, non basta che l’uomo sia capace di ogni sorta di fini ;
occorre altresì clx’ ci sappia farsi una massima di scegliere tra quelli
soltanto i buoni. Diconsi buoni que’ fini clic sono necessariamente approvati
da ognuno e che pouno essere al tempo stesso i fini di ciascuno. 9. - L’uomo
può essere guidato, disciplinato, istruito in modo affatto meccanico, ed illuminato
•veramente. Si guidano i cavalli, i cani, e si può guidare anche gli uomini. Ma
non basta guidare i fanciulli ; preme soprattutto eli’ essi imparino a pausare.
Occorre badare ai principj dai quali derivano tutte le azioni. È dunque
manifesto quante cose richiede una vera educazione! Ma ncH’educazionc privata
la quarta condizione, che è la più importante, viene per lo più assai
trascurata; poiché insegnasi ai fanciulli ciò che stimiamo essenziale, e
intanto si lascia la morale al predicatore. Ma non ò forse importante
d’insegnare ai fanciulli a odiare il vizio, non per la semplice ìagione che Dio
l’ha proibito, ma perchè di natura sua è spregevole ! Altrimenti e’ si lasciauo
indurre nel vizio, pensando che il male potrebbe esser lecito se Dio non l’avcsse
vietato, c clic si può far benissimo una eccezione a favor loro. Dio, ch'e
l’essere sovranamente santo, non vuole se non ciò cb’ò buono. Egli vuole che
noi pratichiamo la virtù per il suo valore intrinseco e non perchè Ei lo esiga.
Noi viviamo in un’epoca di disciplina, di cultura e di civiltà, ma che non è
ancora quella della moralità vera. Nelle presenti condizioni si può dire che la
felicità degli Stati cresce di pari grado colla infelicità degli uomini. E non
si tratta ancora di sapere se noi saremmo piu felici nello stato di bai- barie,
dove non esiste tutta questa nostra cultura, che nello stato presente. Come si
può, difatti, render felici gli uomini, se non li rendiamo morali e savj ? La
quantità del male appo essi non verrà così diminuita. Bisogna fondare scuole
sperimentali prima di poter creare quelle normali. L’educazione e l’istruzione
non debbono essere puramente meccaniche, ma riposare su principj. Tuttavia non
hanno da fondarsi sul puro ragionamento, ma in un certo senso anche sul meccanismo.
L’Austria non ha guari che scuole normali, istituite giusta un disegno contro
il quale si sono a buon diritto sollevate molte obbiezioni, ed al quale si
poteva rimproverare un cieco meccanismo. Tutte le altre scuole dovevano
regolarsi su quelle, e si negava altresì un ufficio pubblico a chi non avesse
frequentato quelle scuole Tali prescrizioni dimostrano quale e quanta parte
abbia in certe cose il Governo ; e non e possie di arrivare a qualcosa di buono
con sbatti ordinamenti. Si crede da’ piu che non sia necessario di fare
spcricnzc in materia di educazione, e che si può giudicare con la sola ragione
se una cosa sara buona o cattiva, ila qui sta un grave errore, c l’esperienza
ne insegna clic i nostri tentativi hanno spesso dato risultamcnti opposti
affatto a quelli che ci attendevamo. È dunque chiaro clic, sondo qui necessaria
l'esperienza, nessuna generazione d uomini può fare un disegno compiuto
d’educazione. La sola scuola sperimentale clic abbia finora incominciato in
qualche modo a battere questa via c stato l’Istituto di Dessau. Nonostante
parecchi difetti che gli potremmo rimproverare, ma che del rimanente si
riscontrano in tutti i primi sperimenti, bisogna concedergli questa gloria,
ch’esso non ha cessato di spronare a nuovi tentativi. In un certo modo esso è
stato l’unica scuola dove i maestri avessero libertà di lavorare secondo i prò*
prj metodi c disegni, e dove fossero uniti fra loro c si mantenessero in
relazione con tutti i dotti della Germania. L’educazione comprende le cura
necessarie ai bambini c la cultura. La cultura c: 1° negativa, come disciplina
clic si restringe ad impedire le colpe ; 2° c positiva, come istruzione c
direziono ( Anfilhrung ), c sotto questo rispetto merita il nome di cultura. La
direziona serve di guida nella pratica di ciò clic si vuole apprendere. Di qui
la differenza tra il precettore, che è semplicemente un maestro, e il
governatore [Hofmeister), che è un direttore. Il primo dà soltnnto l’educazione
della scuola; il secondo, quella della vita. II primo periodo dell’ educazione
è quello in cui l’allievo deve mostrare soggezione ed obbedienza passiva ; il
secondo, quello in cui gli si permette far uso della sua riflessione e della
sua libertà, ma purché sottometta l’una e l’altra a certe leggi. Nel primo
periodo il costringimento è meccanico, nel secondo è morale. L'educazione b
privata o pubblica. Quest’ ultima si riferisce all' insegnamento che può sempre
rimaner pubblico. La pratica dei precetti si lascia all’educazione privata.
Un’educazione pub - blica compiuta è quella che riunisce ad un tempo la
istruzione c la cultura morale. Il suo line consiste nel promuovere una buona
educazione privata. Una scuola dove si pratichi questo si chiama un Istituto di
educazione. Di somiglianti Istituti non può esservi gran copia, né potrebbero
essi ammettere un gran numero di allievi ; imperocché sono costosissimi, e la
semplice istituzione di questi Collegi richiede molte spese. Lo stesso va detto
degli ospedali. Gli edifizj loro necessarj, il trattamento dei direttori, dei sorveglianti
o dei domestici assorbiscono la metà decentrate : ed è oramai provato che se si
distribuisse questo denaro ai poveri nelle ispettive loro case, e’sarebbero
curati assai meglio. - ^difficile ancora di ottenere che i ricchi mandino i
loro figliuoli negl’istituti educativi. Fine di questi Istituti pubblici e il
perfezionamento dell’educazione domestica. Se i genitori o quelli che li
assistono nell’educare i loro figli avessero ricevuto una buona educazione, la
spesa degli Istituti pubblici potrebbe non esser più necessaria. Quindi bisogna
farvi delle prove e formarvi persone adatte, affinchè ci possano dare in
progresso una buona educazione domestica. L’educazione privata è data dai
genitori stessi, o, se per caso non ne abbiano il tempo, la capacità o il
gusto, da altre persone che li aiutano in ciò, mediante una ricompensa. Ma
questa educazione data così da persone ausiliarie ha il gravissimo difetto di
dividere l’autorità fra i genitori ed il precettore. Il fanciullo deve
regolarsi secondo i precetti dei suoi maestri, e deve in pari tempo seguire i
capricci de’suoi genitori. E necessario che in questo genere di educazione i
genitori depougano tutta la loro autorità in mano dei maestri. Ma fin dove
l’educazione privata è preferibile alla educazione pubblica, o questa a quella
? L’ educazione pubblica, in generale, sembra più vantaggiosa dell educazione
domestica, non solamente in rispetto all abilità, si anche in rispetto al vero
carattere di cittadino. L’educazione domestica, oltre non correggere i difetti
appresi in famiglia, li aumenta. Quanto tempo deve durare l’educazione ? Fino a
che la natura ha voluto che l’uomo si governi da se stesso, fino a che si
svilpppi in lui l’istinto del sesso, fino a che egli può divenire padre cd
esser tenuto di educare alla sua volta, ossia fino al- . 1 età di circa 1G
anni. Decorsa quest’età, si può ricoiiere a maestri clic proseguano a
coltivarlo, e sottoporlo ad uua celata disciplina, ma la sua educazione
regolare é finita. La soggezione dell’allievo è positiva o negativa. Positiva,
in quanto ei deve fare ciò che gli viene comandato, non potendo ancora
giudicare da se c non avendo ancora appreso l’arte d’imitare. Negativa, in
quanto l’allievo dee faro ciò che desiderano gli altri, se vuole ch’essi dal
canto loro facciano qualcosa che gli torni piacevole. Nel primo caso egli è
esposto ad essere punito; nel secondo, a non ottenere ciò elio desidera : o
qui, benché possa oramai riflettere, ei dipende dal suo piacere. Uno dei più
grandi problemi dell’educa zione si ò di poter conciliare la sommissione all
autorità legittima coll’uso della libertà, Imperocché l'autorità é necessaria!
àia in qual modo coltivare la libertà per mezzo dell’àutorità ? Bisogna che io
avvezzi il mio allievo a soffrire che la sua libertà venga sottoposta
all’autorità altrui, c che in pati tempo io gl’insegni a far retto uso della
sua libertà. Senza questa condizione, in lui non vi sarebbe che puro meccanismo
; l’uomo sfornito di vera educazione non sa far uso della sua libertà. Fa duopo
ch’egli senta per tempo la resistenza inevitabile della società, perché impari
a conoscere quanto o difficile di bastare a sé stesso, di tollerare le
privazioni c di acquistare quanto basti a rendersi indipendente. \, Cui devesi
por mente alle infrascritte regole. 1» Bisogna lasciar libero il fanciullo fino
dalla sua prima età c in tutti i suoi movimenti (salvo in quelle occasioni in
cui può farsi del male come, per esempio, se prendesse in mano uno strumento
tagliente), a patto bensì di non impedire la libertà altrui, come quando grida,
o manifesta il suo brio in modo troppo l’umoroso e da recar disturbo agli
altri. 2 11 Gli si deve mostrare ch’ei può conseguire i suoi lini, a patto
bensì ch’egli permetta agli altri di conseguire i loro proprj •, ad esempio,
non si farà niente di piacevole per lui s’ei non fa ciò clic desideriamo, come
d’imparare ciò che gli viene insegnato e via dicendo. 3° Bisogna provargli che
l’autorità, il costringimento a cui si sottopone, ha per fine disegnargli ad
usar bene della sua libertà, che lo educhiamo ed istruiamo affinchè possa un
giorno esser libero, cioè fare a meno del soccorso altrui. Questo pensiero
sorge assai tardi nella mente dei fanciulli, poiché non riflettono nei primi
anni che dovranno un giorno provvedere da se stessi al loro mantenimento.
Credono che la cosa andrà sempre come nella casa paterna, cioè ch’essi avranno
da mangiare e da bere senza darsene alcun pensiero. Ora senza questa idea, i
fanciulli, segnatamente quelli dei ricchi ed i figli dei principi, restano per
tutta la vita, come gli abitanti di Otahiti. L’educazione pubblica ha qui
manifestamente i più grandi vantaggj : vi s’impara a conoscere la misura delle
proprie forze ed i limiti che c impone il diritto altrui. Non vn si gode alcun
privilegio,poiché vi sentiamo dovunque la resistenza, e ci eleviamo sopra gli
altri solo per merito proprio. Questa educazione pubblica e la migliore
immagine della vita del cittadino. Resta ancora una difficoltà clic non vuol
essere qui dimenticata, e riguarda la cognizione anticipata del sesso, .a fine
di preservare i giovinetti dal vizio prima dcll’elà matura. Vi ritorneremo
sopra più innanzi. La Pedagogia, o scienza dell’educazione, si’ distingue in
fisica e in pratica. L'educazione fisica c- quella che l'uomo ha comune con gli
animali, c ri- sguarda le cure della vita corporea. L’educaziom pratica o
morale (si chiama pratico tutto quello che si riferisce alla libertà) c quella
che risguarda la cultura dell’uomo, perche costui possa vivere come ente
libero. Quest’ultiraa è l’educazione della persona, 1 educazione d’un ente
libero, che può bastare- a sè stesso e tenere il suo vero posto in società, ma.
che altresì è capace d’avere per sè un valore intrinseco. % Quindi 1 educazione
consiste: 1° nella cultura scolastica o meccanica, che risguarda l’abilità ;
essa pertanto è didattica (e sta nell’opera del maestro) ' r “° ne ^ a ^ura
prammatica, che si riferisce alla prudenza (e sta nell’opera del governatore) ;
3° nella cultura morale, e si riferisco alla moralità. L uomo ha bisogno della
cultura scolastica o ella istruzione, per mettersi in grado di conseguire tutti
i suoi fini. Essa gli dà un valore come in— re che La disciplina non tratti i
fanciulli come schiavi,, e far sì ch’e’sentano sempre la loro libertà, ma in
guisa tale da non ledere quella degli altri: ne segue pertanto che conviene
abituarli alla resistenza. Parecchi genitori ricusano tutto a’ioro figliuoli
per esercitare così la loro pazienza, esigendo da questi più che da se stessi.
Ma è una crudeltà. Dato al bambino quanto gli abbisogna, e poi ditegli : Tu nc
hai abbastanza. Ma è assolutamente necessario che questa sentenza sia
irrevocabile. Non fato alcuna attenzione alle grida dei bambini e non credete
loro, quando credano di ottenere qualcosa per questa via; ma se lo dimandano
con dolcezza, date ai medesimi ciò che loro torna utile. Si avvezzcranno'così
ad essere sinceri; e, come non importuneranno alcuno colle grida, ciascuno
sarà, in compenso, benevolo]con essi. La Provvidenza pare veramente abbia dato
ai fanciulli un aspetto piacevole per incantare lo persone adulte. Nulla v’ha
di più funesto per essi che una disciplina ostinata e servile, intesa a piegare
la loro volontà. Per ordinario si grida ai medesimi: Eh via! non ti vergogni,
questa cosa c indecente ! e somiglianti espressioni, le quali non dovrebbero
mai adoperarsi nella prima educazione. Il bambino non ha ancora idea alcuna di
vergogna e di convenienza ; non ha di che arrossire, non deve arrossire ; e
diventerà solamente più timido. Si troverà impacciato dinanzi agli altri, e
fuggirà volentieri la loro presenza. Quindi nasce in lui una riservatezza male
intesa cd una molesta dissimulazione. Non osa più dimandar dell’educazione
fisica 261 nulla, mentre dovrebbe poter dimandar tutto;nasconde i proprj
sentimenti, e si mostra sempre diverso da quello che è, mentre dovrebbe poter
dire tutto francamente. Invece di star sempre appo i suoi genitori, li evita c
si getta nello braccia dei domestici più compiacenti. Nè meglio di questa
educazione irritante giovano la burla c le continue carezze, d ulto ciò rende
tenace il fanciullo nella sua volontà, lo rende fìnto, •e, manifestandogli una
debolezza ne suoi genitoii, gli toglie il rispetto dovuto ai medesimi. Ma, se
viene educato in modo clic nulla possa ottenere con le grida, egli diverrà
libero senza essere sfacciato, o modesto senza essere timido. Non si può
tollerare un insolente. Certi uomini hanno un aspetto così insolente da far
sempre temere qualche villania ; ve n’ha degli altri, .all’opposto, che al solo
vederli si giudica suino incapaci di dire una villania a qualcuno. Possiamo
sempre mostrarci aperti e franchi, purché vi si unisca una •certa bontà. Si
sente dire spesso che i grandi hanno un aspetto veramente regale; ma questo m
essi al ro non 6 die un certo sguardo insolente, a cu. s, abl- -tuarono da
giovani, non avendo trovato alcuna ics, 5t °° Tutto ciò riguarda solamente
Mutazione negativa. Difatti, molte debolezze delfuomo non prò- vengono da
quanto non gli insegna, ma » q«c tanto che gli comunicane le false «F-, W
d'esempio, lo jmbùoi parlando dei ragni, dei rospi, bambini potrebbero
certamente prendere i ragni,, come pigliano le altre cose. Ma, siccome le
nutrici, veduto un ragno, palesano nella faccia il loro spavento, questo si
comunica al bambino con una certa simpatia. Molti lo conservano per tutta la
vita e, sotto questo rispetto, rimangono sempre fanciulli. Imperocché i ragni
sono certamente dannosi allo mosche, e il loro morso è per esse velenoso, ma
l’uomo non ha di che temerne. In quanto al rospo, è un animale innocuo al pari
di una rana verde- o di qualunque altro animale. 32. - La parte positiva
dell’educazione fisica è la cultura ; per questa l’uomo si distingue dal bruto.
La cultura consiste principalmente nell’esercizio delle facoltà dello spirito.
Quindi i genitori debbono porgerne ai figli occasioni favorevoli. La prima cd
essenziale regola è di fare a meno, per quanto e possibile, d’ogni strumento.
Bisogna dunque abolire 1 uso delle dande e delle girelle, lasciando che il
bambino si trascini per terra finché impari a camminare da sé, giacché a questo
modo camminerà più sicuramente. Gli strumenti riescono dannosi alla abilità
naturale. Così, ci serviamo d’una corda per misurare una certa estensione, ma
si può fare ugualmente colla semplice vista ; ricorriamo ad un oriolo pei
determinare il tempo, ma basterebbe guardare la posizione del sole ; ci
serviamo d'un compasso per conoscere in qual regione é situata una foresta, ma
si può anche sapere osservando il sole se di giorno e le stelle se di notte. Aggiungiamo
che--dell’educazione fisica 263 invece di servirci di una barca per passare
nell'acqua, si può nuotare. Il celebre Franklin si maravigliava che l’esercizio
del nuoto, cosi piacevole ed utile, non fosse appreso da ognuno : e ne indicava
così il modo facile per apprenderlo. Si lasci cadere un uovo in un fiume dove,
stando tu ritto e toccando co’ piedi il fondo, la testa almeno ti rimanga fuori
dell’acqua. Cerca allora quell uovo. Nell’abbassarti, fa risalire i piedi in
alto, e, perche l’acqua non ti entri in bocca, solleva la testa sulla nuca, ed
avrai così la giusta posizione necessaria a nuotare. Allora basta mettere in
moto le mani, e si nuota. — L’essenziale sta nel coltivare 1 abilita naturale.
Il più delle volte basta una semplice indicazione; spesso il fanciullo stesso è
fecondo d’invenzioni, e si crea da se gli strumenti. - Ciò che bisogna
osservare nell’educazione fisica, e però in quella del corpo, si riferisce o
all’uso del moto volontario, o all’uso degli organi e senso. Nel primo caso il
fanciullo deve semprei am- tarai ila sè. Quindi ha bisogno di fora», d, ab.»,
di colorita, di sicurezza. Egli devo. P«' e J • poter traversare luoghi
stretti, sabre su altezze a piceo, donde si scorge l'abisso dinanzi c no, ca^ r
; i, . «:ii„Tifi Se un uomo non può minare su palchi vac.llan . cte far tutto
questo, egli aoi . T) es . potrebbe essere. Pache ['Istituto Mantrop «* sau ne
ha dato l'esempio. imi.b siicu stìtati . genere sono stati fatti co, fa-°"
ndo 00me gli Restiamo assai meravigliati m ie a Svizzeri sino dall’infanzia si
avvezzino a salire sulle montagne e fin dove li spinga la propria agilità, con.
quanta sicurezza traversino i luoghi più stretti e saltino al di là dei
precipizj, dopo aver giudicato con un’occhiata di potervi riuscire senza
pericolo. Sia la più parte degli uomini han paura d’una cadu- tapresentata loro
dalla immaginazione; e questa paura ne paralizza talmente le membra che por
essi ci sarebbe davvero pericolo disaltare oltre. Questa paura cresce
ordinariamente coll’età, c si riscontra in specie negli uomini che hanno molte
occupazioni mentali. Simili sperimenti nei fanciulli in realtà non sono i più
pericolosi. Per l’età loro, il corpo è meno pesante del nostro, cnon cadono
tanto gravemente.Di più, non hanno le ossa nè cosi fragili, nò cosi dure come
sono quelle degli adulti. I fanciulli sperimentano da se stessi le loro forze.
Ad esempio, li vediamo spesso arrampicarsi senza un fino determinato. La corsa
è un moto salutare c clic fortifica il corpo. Saltare, alzar pesi, tirare,
lanciare, gettar sassi verso una mira, lottare, correre, e tutti gli escrcizj
di questo genere sono eccellenti. La danza regolare non pare convenga ancora ai
fanciulli. Il tiro a segno, vuoi per la distanza vuoi per colpii e il
bersaglio, esercita pure i sensi e particolarmente la vista. Il giuoco della
palla è uno dei migliori pei fanciulli, perchè richiede una corsa salutare. In
generale i migliori giuochi sono quelli che, oltio s\ilupparc labilità, sono
ancora esercitazioni pei sensi; ad esempio, quelli clic esercitano la vista nel
giudicare esattamente la distanza, la grandezza e la proporzione, nel trovare
la posizione dei luoghi secondo le regioni, il che si può fare coll'aiuto del
sole, e via dicendo. Tutti questi esercizj sono eccellenti. Assai, vantaggiosa
ò pure la immaginazione locale, ossia l’abilità di rappresentarci tutte le cose
nei rispettivi luoghi dove si sono vedute j ossa da, per esempio, la
soddisfazione di ritrovarci in una foresta, osservando gli alberi vicino ai
quali siamo prima passati. Dicasi lo stesso della memoria locale, onde sappiamo
non solamente in qual libro si è letta una cosa, ma altresì in qual parte del
libro stesso. Così, il musico ha il tasto in mente, onde non ha più bisogno di
cercarlo. È del pari utilissimo di coltivare l’orecchio dei fanciulli, e
d’insegnar loro a discernere se una cosa c lontana o vicina ed in qual
direzione. Il giuoco alla mosca cicco elei fanciulli era già noto appo 1 Greci.
In generale, i giuochi dei fanciulli seno pressoché universali. Quelli noti o
praticati m Germania ritrovansi anche in Inghilterra, in Francia ed altrove.
Hanno lo propria origino da una corto naturaleinclinaaionc dei fanciulli!
ilgiu.coal .mosco cicca, per esemplo, nasce in css, dal i sapore corno
potrebbero aiutarsi so fossero pm.d un senso. La trottola é nn giuoco
particolare ma -,u- sorte di giacchi da bambini foro, seon g— argomento di
riflessimi 1 ultcriouj,so^ ^ esmpilJj casiono d'importanti scopei °, questo
scrisse una dissertazione sulla t.otio, i poi fornì ad un capitano di vascello
inglese 1 ’ occasione d’inventare uno specchio, col quale si può misurare sopra
un vascello l’altezza delle stelle. I fanciulli amano gli strumenti rumorosi,
come le piccole trombette, i piccoli tamburi, e cose simili. Ma questi
strumenti non hanno alcun valore, perchè i bambini stessi li rendono disadatti.
Meglio sarebbe che imparassero da sè medesimi a tagliare una canna, dove
potrebbero soffiare. Anche l'altalena è un buon esercizio ; può giovare alla
salute dei fanciulli e anco delle persone adulte ; ma i fanciulli han qui
bisogno d’essere sorvegliati, perchè il moto che vi cercano può essere molto
rapido. L’aquilone è un giuoco innocentissimo 5 serve a coltivare la destrezza
del corpo, stantecliè il sollevarsi in aria dell’aquilone dipende da una certa
posizione riguardo al vento. Pigliando interesse a questi giuochi il fanciullo
rinunzia ad altri bisogni, e così a grado a grado si avvezza a privarsi di
altro cose di maggiore importanza. Di più, acquista l’abito a star sempre
occupato, ma i suoi giuochi debbono avere anche un fine. Imperocché, più il suo
corpo si fortifica e s’indurisce in questa guisa, più e’ divien sicuro contro
le conseguenze corruttive della mollezza. La ginnastica stessa deve
ristringersi a guidar la natura; non deve procurare grazie forzate. Alla
disciplina, e non alla istruzione, spetta il primo passo. Educando il corpo
deifanciulli, non va però dimenticato che li formiamo per la società. Rousseau
dice : u Non arriverete mai a formare dei savj, se prima non fate dei monelli
„. Ma da un fanciullo svegliato si caverà piuttosto un uomo dabbene, che da un
impertinente un cameriere- discreto. Il fanciullo non ha da essere importuno in
società, ma non deve mostrarsi neppure insinuante. Verso quanti lo chiamano a
se, deve mostrarsi familiare, senza importunità; franco, senza impertinenza.
Per ottenere questo da lui, bisogna non guastarlo in niente, non ispirargli
idee di decoro, che varranno solo a renderlo timido e selvaggio, o che, d’altra
parte, gli suggeriranno il desiderio di farsi valere. In un fanciullo niente
v’ha di più ridicolo che una prudenza senile, od una sciocca presunzione. Nel
secondo caso è nostro dovere di far maggiormente sentire al fanciullo i suoi
difetti, ma procurando insieme di non fargli troppo sentire la nostra
superiorità ed autorità, perchè egli si formi da so stesso, come un uomo che-
dee vivere in società ; perocché se il mondo è abbastanza grande per lui,
dev’essere non meno grande anche per gli altri. _^ Toby, nel Tnstram Shandy,
dice a una mosca] oh» l’avo™ molestato per tango tempo o oh. lasca soapparc
dalla finestra: « Va’, catt.vo ammalo .1- mondo h abbastanza grande per me e
pe. e. „ Ciasouno potrebbe pigliare questo detto per dms . Non dobbiamo
renderei importa», gl. um «gb il mondo è abbastanza glande P ei *, .
34,-SiamoeosU^ta.U^Unrm. tl «a dalla Liberti,. Altra eosa b dar leggi alla
libertà, ed altra coltivar la natura. La natura del corpo e quella dell’anima
si accordano in questo : coltivandole devcsi cercare d'impedir loro che si guastino,
e l’arte aggiunge ancora qualcosa alla natura del corpo ed a quella dell'anima.
Si può dunque, in un certo senso, dimandar fisica la cultura dell’anima quanto
quella del corpo. Ma questa cultura fisica dell’anima si distinguo dalla
cultura morale, poiché 1’ una si riferisce alla ^Natura, l’altra alla Libertà.
Un uomo può essere coltissimo fisicamente; può avere ornatissimo lo spirito, ma
esser privo di cultura morale, ed essere un cattivo uomo. Bisogna distinguere
la cultura jisica dalla cultura pratica, che è prammatica o morale. Quest’ul-
tima si propone di render l’uomo più morale clic colto. Divideremo la cultura
Jisica dello spirito in cul- tuia libera e in scolastica. La cultura liberà si
riduce, sto per dire, ad uno svago; mentre la cultura scolastica è cosa seria.
La prima è quella che ha luogo naturalmente nell’allievo; nella seconda, egli
può essere considerato come soggetto ad un obbligo. Anche nel giuoco possiamo
essere occupati, il clic si chiama occupare i nostri ozj ; ma possiamo essere
obbligati ad occuparci, e questo dicesi lavorare. La cultura scolastica sarà
dunque un lavoro pel fanciullo, c la cultura libera uno svago. Sono stati
proposti varj sistemi di educazione per cercare, cosa davvero lodevolissima, il
miglior metodo educativo. Si è pensato, fra gli altri, di lasciare clic i
fanciulli apprendano tutto come un divertimento. Lichtenberg, in una puntata
del Magazzino di Gottinga, deride l’opinione di quanti vogliono che si tenti di
lasciar fare ogni cosa ai fanciulli come un divertimento, mentre dovrebbero
essere abi tuati per tempo a serie occupazioni, dovendo essi entrare un giorno
nella vita scria del mondo. Quel metodo produce un effetto detestabile. Il
fanciullo devo giuncare, aver le sue ore di ricreazione, ma deve anche apprendere
a lavorare. È bene certamente di esercitare la sua abilità e di coltivare il
suo spirito,, ma a queste due sorte di cultura vogliono esser dedicate ore
diverse. La tendenza alia infingaida 00 ine costituisce per l’uomo una grande
infelicità; e piu egli è abbandonato a questa tendenza, più gli torna poi
difficile di mettersi al lavoro. Nel lavoro l’occupazione non è piacevole per
se stessa, mas’ intraprende per un altio fine. L°c cupazione nello svago è
piacevole in se, nò qumc c’c bisogno di proporsi alcun fine. Se vogliamo
passeggiare, la passeggiata stessa ò fine, c quinci p lunga è la strada fatta,
più ci « Le distrazioni non devono osser mai tollerato, almeno nella senola,
porctó finiscono per degenerare in una certa tendenza, in una corta abitudine.
An che le più bolle qualità dell'ingegno si perdono in un uomo so-ctto alla
distrazione. Quantunque . fan- ossi non i— metà, rispondono in senso contrario,
non sanno quei che leggono, c somiglianti. La memoria devesi coltivare per
tempo, procurando bensì di coltivare insieme anche la intelligenza. Si coltiva
la memoria : 1° facendole ritenere i nomi che trovansi nelle narrazioni ; 2°
merce la lettura e la scritt ura, esercitando i fanciulli a leggere-
attentamente e senza bisogno di compitare ; 3° conio studio delle Lingue, che i
fanciulli debbono capire, avauti di passare a leggerne qualcosa. Quello clic
di- cesi il mondo dipinto (’orbis pictus), quando sia descritto
convenientemente, rende i più grandi scrvigj, e possiamo incominciarlo dalla
Botanica, dalla Mineralogia e dall a Fisica generale. Per descriverne gli
obbietti, fa mestieri d’imparare a disegnare e a modellare, e quindi vi
abbisognano le Matematiche. Lo prime cognizio ni scientifiche debbono
soprattutto aver per obbietto la Geografia così matematica come fisica. I
racconti di viaggj, spiegati per via d’incisioni e di carte, condurranno poi
alla Geografia politica. Dallo- stato presente della superficie della terra si
risalirà, al suo stato primitivo, e si arriverà alla Geografia antica, alla Storia
antica, e via dicendo. Leli istruzione del fanciullo bisogna cercare di •anirc
a grado a grado il sapere e il potere. Fra tutte le scienze la Matematica pare
sia la più adatta a far conseguile questo fine. Inoltre, bisogna unire la-
scienza e la parola (la facilità del dire, l’eleganza eloquenza). Ma occorre
altresì che il fanciullo impari a distinguere perfettamente la scienza dalla mp
ice opinione e dalla credenza. A questo modo ouncià in lui una mente retta, e
un gusto giusto dell’educazione fisica 275 se non /ne o delicato. Il gusto da
coltivarsi sarà prima quello dei sensi, degli ocelli specialmente, e infine
quello delle idee. Vi debbono essere norme per tutto ciò che pu^ coltivare
l’intelletto. È anche utilissimo di astrarle, affinchè l’intelletto non proceda
in modo puramente meccanico, ma abbia coscienza della regola che segue. Riesce
ancora di grande utilità l’esprimere le norme con una certa formula c
tramandarle così alla memoria. Se abbiamo in mente la regola e ne dimentichiamo
l’uso, non si pena molto a ritrovarla. E qui si domanda : Convicn principiare
dallo studio delle regole astratte, o le si devono apprendere dopo averne fatto
uso, oppure conviene far procedere i pad passo lo regole e il rispettive uso?
Quest ultimo è il solo partito conveniente : nell alito caso l’uso rimane
incertissimo finché non stame arrivai, alle regole. Occorre altresì, ove s,
presenti 1 occasione, ordinare per classi le regole; e necessarieHuano unite
fra loro. Dunque, sotto questo diversa dalla cultura P^^'^^gna alcun che
rxtrsrr--— dello spirito. Essa e fisica ^ m ^ S a) Nella cultura/ ^ fano gll 0
non ha bisogno tica c dalla disciplina c ‘ di conoscere alcuna massima. È
cultura passiva pel discepolo, che deve.seguire l’altrui direzione. Altri
pensano per lui. b) La cultura morali si fonda sulle massime, e non sulla
disciplina. Tutto e perduto, quando la si voglia fondare sull'esempio, sulle
minacce, sulla punizione, e via dicendo. Sarebbe allora una pura disciplina.
Bisogna fare in modo che l’allievo operi bene secondo le proprie sue massime e
non p#r abitudine, e che non faccia solamente il bene, ma che lo faccia perchè
è bene in sè. Imperocché tutto il valore morale delle azioni risiede nelle
massime del bene. Tra l’educazione fisica e l’educazione morale corre questo
divario : la prima è passiva per 1 allievo, mentre la seconda è attiva. Fa
d’uopo ch’egli veda sempre il principio fondamentale dell’ azione e il vincolo
che la rannoda all’ idea del dovere. 2° Cxiltura particolare dello facoltà
dello spirito. Questa cultura risguarda l’intelligenza, i sensi, la
imaginazione, la memoria, l’attenzione e lo spirito (Witz) come qualità
peculiare. Abbiamo già parlato della cultura dei sensi, per esempio della
vista. I 11 quanto alla immaginazione, devesinotare una cosa ed è, che i
fanciulli son dotati di una immaginazione potentissima, e però non ha bisogno
d’ essere sviluppata ed estesa con favole e novelle. Piuttosto dev'essere
frenata e sottoposta a regole, senza lasciarla però disoccupata del tutto. Le
carte geografiche sono una grande attrattiva per tutti i fanciulli, anche pei
bambini. Benché stanchi d’ogni altro stadio, essi imparano ancora qualcosa per
mezzo delle carte. Questa pei fanciulli è una distrazione eccellente, dove la
immaginazione, senza divagar troppo, trova da fermarsi su certe ligure. Onde si
potrebbe far loro incominciare gli stu- dj dalla Geografia, cui sarebbero unite
figure di animali, di piante, eccetera, destinate a vivificare la Geografia
stessa. La Storia dovrebbe venire più tardi. Riguardo all’attenzione, vuoisi
notare ch’essaba bisogno et d’essere fortificata in generale. Unire fortemente
i nostri pensieri ad un oggetto meglio che una prerogativa è una debolezza del
nostro senso interiore, il quale si mostra indocile in questo caso e non si lascia
applicare dove noi vogliamo. Nemica d'ogni educazione si c appunto la
distrazione. La memoria suppone l’attenzione. 2S. - Ora passiamo alla cultura
delle facoltà superiori dello spirito, che sono l’intelletto, il giu mio « 1»
ragione. Si può cominciare dal formare in quaò- chemodo passivameli
tel’iiitollotto, chiedendogli esernpj che si applichino all. regola, o al
centrano I. dinon "P 8tel “ oltane certe cose che por ammencì senea
capirle! E fi ‘ PriMÌPÌÌ - bisogna por lente ohe 9 «i si tratta d’una ragione
non ancora diretta o educata. Essa pei tanto non deve sempre voler ragionare,
ma badare di non ragionar troppo su quanto è superiore alle nostre idee. Qui
non si parla ancora della ragione speculativa, ma della riflessione su ciò che
avviene secondo la legge degli effetti e delle cause. V’ha una ragione pratica
sottoposta al suo impero ed alla sua direzione. Il miglior modo di coltivare le
facoltà dello spirito consiste nel far da se tutto quello che si vuol fare; per
esempio, mettere in pratica la regola grammaticale che abbiamo imparata. Si
capisce segnata- mente una carta geografica, quando possiamo eseguirla da noi.
Il miglior mezzo di comprendere è quello di fare. Quello che s’impara e si
ritiene più stabilmente e meglio è appunto ciò che s’impara in qualche maniera
da noi stessi. Ma pochi sono gli uomini che siano in grado di far da maestri a
se medesimi. Questi chiamansi grecamente autodida- scali (a, j~c5'.5icx“oi).
Isella cultura della ragione bisogna praticare il metodo di Socrate. Costui
infatti, che chiamava so stesso 1 ostetricante della intelligenza de’suoi
uditori, ne suoi dialoghi, conservatici in qualche maniera da Platone, ci dà
esempj del come si può guidare anco le persone d’età matura a tirar fuori certe
idee dalla loro propria ragione. Su molti punti non ò necessario che i
fanciulli esercitino la mente loro. Non devono ragionare su tutto. Non hanno
bisogno di conoscere le ragioni di quanto può conferire alla loro educazione ; ma
quando si tratta del dovere, necessita dell’educazione fisica farne loro
conoscere i principj. Tuttavia si deve in generale fare in modo da cavar da
loro stessi le cognizioni razionali, piuttosto che d’introdurvcle. Il metodo
socratico dovrebbe servir di norma al metodo catechetico. Esso è certamente un
po'lungo ; e torna difficile il condurlo in maniera tale da fare imparare agli
altri qualcosa, mentre si cavano le •cognizioni dalla mente d’uno. Il metodo
meccanicamente catechetico giova pure in molte scienze, come nell’insegnamento
della religione rivelata. Nella religione universale, al contrario, devesi
praticale il metodo socratico. Ma per tutto ciò che dev essere insegnato
storicamente, si raccomanda il metodo meccanicamente catechetico. 39. - Dobbiamo
qui trattare anche la cultura del sentimento del piacere o del castigo. Dev
essere negativa; il sentimento non dev’essere effeminato. La inclinazione alla
effeminatezza c pei 1 uomo il più funesto di tutti i mali della vita. Dunque
preme sommamente d’avvezzare per tempo i gio\ani a punto all’ altro, per cada
loro qualcosa di sinistro. Il padre, invece, che li sgrida, che li picchia
quando non sieno stati buoni, li conduce talvolta in campagna, e quivi li
lascia, correre, giuocare c divertirsi a loro posta, conforme alla loro età. Si
crede di esercitare la pazienza de’giovinetti facendo loro attendere una cosa
per lungo tempo. Il che non dovrebbe essere punto necessario. Ma essi
hanbisognodipazienza nellemalattio einaltre contingenze della vita. Di due sorta
è la pazienza: consiste o nel rinunziare ad ogni speranza, o nel prendere nuovo
coraggio. La prima non c necessaria, quando si desideri unicamente il
possibile; e si può aver sempre la seconda, quando non altro si desideri che il
giusto. Ma tanto funesto è il perdere la speranza nelle malattie, quanto è
favorevole il coraggio al ristabilirsi della salute. Chi ò capace di mostrarne
ancora nel suo stato fisico o morale, non rinuncia alla speranza. Non bisogna
render più timidi i fanciulli. Que- sto accade principalmente quando ci
rivolgiamo ad essi con parole ingiuriose e quando si umiliano spesso. Conviene
pertanto biasimare quelle parole che molti genitori indirizzano ai loro figli :
Eh, non ti vergogni ! Non vedesi di che i fanciulli potrebbero vergognarsi,
quando, per esempio, mettono in bocca il loro dito. Si può dir loro che ciò non
sta bene, questo non essendo l’uso: ma dobbiamo dir lo*' 0 che si vergognino
solamente quando mentono. La natura ha dato all’ uomo il rossore della
vergogna, perchè si palesi quand'egli mente. Se dunque i genitori parlassero di
vergogna ai loro figli solamente quando mentono, essi conserverebbero fino alla
morte questo rossore per la menzogna. Ma se li facciamo arrossire di continuo,
si darà loro una timidezza che non li abbandonerà più. Come abbiamo detto qua
sopra, non devesi piegare la volontà dei fanciulli, ma dirigerla per modo- che
ella sappia cedere agli ostacoli naturali. Sulle prime il fanciullo deve
obbedire ciecamente. Non è conforme a natura eh’ egli comandi con le sue grida,
e che il forte obbedisca al debole. Dunque non va mai ceduto alle grida dei
fanciulli c dei bambini stessi, perchè ottengano così ciò che vogliono. Qui i
genitori per lo più &’ ingannano, e credono di poter rimediare al male più
tardi ricusando ai loro figli quanto dimandano. Ma e assuido i negar loro senza
ragiope quello eh’ essi' attenti on dalla bontà dei genitori, coll’unico
intento vogip ie du r T ii"Tr::r la loro volontà ed i un trastullo
ordinariamente sino « o do Jn cui co _ pei genitori segna et ind J enZ a reca
loro minciano a parlare. L’opposizione ai conoscere come debbono governarsi. —
Importante la regola da praticarsi coi bambini è questa : andare a soccorrerli
quando gridano e si teme che non accada loro qualche male, ma lasciarli gridare
quando lo fanno per cattivo umore. E una somigliante condotta bisogna
costantemente tenere più tardi. La resistenza che in questo caso trova il
bambino è affatto naturale e propriamente negativa poiché rifiuta semplicemente
di cedere a lui. Molti figliuoli, invece, ottengono dai loro genitori quello
che desiderano, mercé le preghiere. Ove si lasci ottenere loro ogni cosa con le
grida, essi divengono cattivi ; ma se ottengono tutto con le preghiere,
diventano dolci. Bisogna dunque cedere alla preghiera del fanciullo, salvo che
non ci sia qualche potente ragione in conti ario. Ma quando ci siano queste
ragioni per non cedere, non bisogna lasciarsi più commuovere da molte
preghiere. Ogni rifiuto dev’essere irrevocabile. Ecco un mezzo certo per non ripetere
così di frequente il rifiuto. Supponete che vi sia nel fanciullo (cosa da potei
si ammettere assai di rado) una tendenza naturale alla indocilità; il miglior
partito si è, quando egli non faccia niente per rendersi a noi piacevole, di
non fai niente per lui. — Piegando la sua volontà, t, ispiriamo sentimenti
servili ; la resistenza naturale, al contrario, genera la docilità. 40. La
cultuì a morale vuoisi fondare su certe massime, non sulla disciplina. Questa
impedisce i - 5 1 ucllc formano la maniera di pensare. Bisogna fare in modo che
il fanciullo si avvezzi ad operare secondo le massime, e non secondo certi
motivi. La disciplina non genera che gli abiti, i quali svaniscono con gli
anni. Necessita che il fanciullo impari ad operare secondo certe massime, di
cui veda egli stesso la convenienza. Non occorre dimostrare come sia difficile
di ottenere questo dai bambini, e come la cultura morale richieda molte
cognizioni da parte dei genitori e dei maestri. Quando un fanciullo mente, per
esempio, non si deve punire, ma trattarlo con disprezzo, dirgli che in avvenire
non gli crederemo più, e somi glianti. Ma se lo castighiamo quando fa male, e
Io ricompensiamo quando fa bene, egli a b° ia a * bene per essere ben trattato
; e quanc o piu a entrerà nel mondo dove le cose procedono altnmcn >, dove
cioè egli può fare il bene ed il male senza riceverne ricompensa o castigo, non
penserà mezzi per conseguire il suo fine, e sarà buono o cattivo secondo 1’
utile proprio. Le massime della coadotta amaca vanno "tesante dall' nomo
stesso. Dcvcsi ceicaic p d'inculcare ai fanciulli, mediante 1.• l'idea di ciò
che ò bene o male. S.^-^ dare la moralità, non bisogna punire. ^ ' è qualcosa
di così santo c sn ^appari colla abbassare a questo P»"‘° ° |M „1 C deb-
disciplina. I primi sfora' ., qualo consiste buco tendere a fermare .1^ • ’ imc
. Queste nell’abito d’operare secondo cerio dapprima sono le massime della
scuola e poi quelle dell' umanità. Sul principio il fanciullo obbedisce a certe
leggi. Anche le massime sono leggi, ma personali o soggettive, perchè derivano
dall’ intelligenza stessa dell’uomo. Niuna trasgressione alla legge della
scuola deve restare impunita, ma la pena vuol essere sempre proporzionata alla
colpa. Quando si vuol formare il carattere dei fanciulli preme assai di mostrar
loro in tutte le cose un certo disegno, certe leggi, che essi ponno seguire
fedelmente. Quindi, a ino’ d’esempio, si stabilisce loro un tempo per dormire,
per lavorare, per ricrearsi; questo tempo, stabilito che sia, non devesi più nè
allungare nè abbreviare. Nelle cose indifferenti si può lasciare l’elezione ai
fanciulli, a patto bensì che poi osservino sempre la legge che han fatto a sè
stessi. — Non bisogna tentare, per altro, di dare a un fanciullo il ca- ìatteie
di un cittadino, ma-quello di un fanciullo. Gli uomini che non si sono proposti
certe regole non potrebbero inspirare molta fiducia; spesso ci accade di non
poterli comprendere, nè mai sappiamo da qual verso conviene pigliarli. Vero è
che non di rado si biasima la gente che opera sempre secondo certe i e^olc,
come un tale che ha sempre un'ora cd un tempo stabilito per ogni azione ; ma
sovente questo biasimo è ingiusto, e quella regolarità è una favorevole
disposizione al carattere, benché sembri una tortura. Elemento essenziale del
carattere d’un fanciullo, e segnatamente d'uno scolare, è soprattutto
l'obbedienza. Questa è di due sorte: prima, un’obbedienza alla volontà assoluta
di cbi dirige -, seconda, un’obbedienza ad una volontà riguardata coma
ragionevole c buona. L’obbedienza può venire dal costringimento, dall'autorità,
e allora è assoluta ; o dalla fiducia, c in questo caso è volontaria.
Importantissima è la seconda-, ma anche la prima è assolutamente necessaria,
perchè questa prepara il fanciullo al rispetto delle leggi che dovrà più tardi
osservare come cittadino, quand’anche non gli andassero a genio. Si deve dunque
sottoporre i fanciulli ad una certa legge di necessità. Ma questa legge,
dev’essere universale, e bisogna averla sempre dinanzi al a mente nello scuole.
Il maestro non devo mostrare alcuna predilezione, alcuna preferenza pei un a °
cl tra molti : chè diversamente la legge cessele universale. Quando il tannilo
vedo> d». tu», gli alivi non sono sottoposti alla medesima legge nomo lui,
diviene ostinato. presentata in Si dico sempre che ogni cosa P . clin£lzion e.
modo tale ai fanciulli che la faccl ‘™ P ma pareC chic Il che in molti casi è c
J 0 dove ri. E ciò cose vogliono esser loio p . tutta la vita, in progresso
tornerà loro ^ funz ioni unite Imperocché nei servizj p u > ^ solo pu ò alle
cariche, ed in molti a Ove supponessimo guidarci c non la indinone. ^ sare bbe
che il fanciullo non compien . c d ’ a ltra parte sempre meglio di forniig ienC
f - u ii 0 quantunque egli sa che ha doveri come veda più difficilmente
d’averne come uomo. Se comprendesse ancor questo, il che solo con gli anni è
possibile, l'obbedienza sarebbe ancor più perfetta. Ogni violazione d’un ordine
pel fanciullo è un mancare di obbedienza, che porta seco una punizione. Ma non
è inutile di punire anche una semplice negligenza. La pena è fisica o morale.
La pena è morale quando si attutisce la nostra inclinazione ad essere onorati
cd amati, due aiuti, della moralità, come quando si umilia, o si accoglie
freddamente il fanciullo. Tale inclinazione dev’essere, finche si può,
conservata. Ora questa sorta di pena è la migliore, perchè aiuta la moralità;
per esempio, se un fanciullo ménte, castigo sufficiente ed il migliore per lui
è un’occhiata di disprezzo. La pena fisica consiste o nel ricusai’e al
fanciullo ciò che desidera, o nell’infliggergli una certa punizione. La prima
sorta di pena si avvicina a quella morale, ed è negativa. Le altre pene vanno
adoperate con precauzione, affinchè non generino disposizioni servili (indoles
servilis). Non conviene dar ricompense ai fanciulli, perchè ciò li rende intei
essati e genera in essi disposizioni mercenarie (indoles mercenaria). Inoltre.
1 obbedienza risguarda ora il fanciullo, 01 a il giovinetto. Il mancare
d’obbedienza deve sempio avere la sua pena. Questa punizione, che si merita
l’uomo per la sua condotta, o è affatto naturale, come sarebbe la malattia che
si procura il fanciullo quando mangia troppo ; e questa specie di pena è la
migliore, perchè l’uomo la subisce non solamente nella infanzia, ma per tutta
la vita. 0 la pena è artificiale. Il bisogno di essere stimati ed amati è un
espediente sicuro per rendere i castighi durabili. Le pone fisiche vanno
adoperate solo come rimedio alla insufficienza delle pene morali. Quando il
castigo morale non ha più efficacia e si ricorre alla pena fisica, bisogna
rinunziare per sempre a formare con questo mezzo un buon carattere. Ma sulle
prime la pena fisica serve a riparare la man canza di riflessione nel
fanciullo. Non approdano i castighi inflitti con segni manifesti di collera. I
fanciulli non vi scorgono allora che gli effetti della passione altrui, e
considerano sè stessi come vittime di questa passione. In o ene rale, bisogna
fare in modo che i fanciulli stessi ve dano come il fine vero e ultimo delle
pepe inflitte sia il loro miglioramento. È assurdo pietendere c e : fanciullo
da voi punito vi renda grazie, ^i ac mani, e via dicendo -, sarebbe un volerne
ai schiavo. Quando le pene fisiche sono c i lC fl ripetute, formano caratteri
‘“Egoismo quando i genitori puniscono 1 fig P . „ Lo, non fanno
cberonderlUncorapmcgo ^«n sono sempre i pm cattivi qrxo facilmcntc
intrattabili, ma questi spesso * con le buone maniere. i nuella L'obbodionna
de, giovinetto o -ve- del fanciullo, e sta nel sottomette- », v dovere, l'aro
una eosa per dovere eqn.vale bedirc la ragione. Parlar di dovere ai fanciulli è
fiato sprecato; essi alla fin fine concepiscono il dovere come una cosa da
farsi sotto pena di essere fiustati. Unicamente dai suoi istinti potrebbe esser
guidato il fanciullo ; ma, quando cresce, gli necessita 1 idea del dovere.
Parimente, non dcvesi cercare di mettere innanzi ai fanciulli il sentimento
della vergogua, ma riserbarlo alla età giovanile. .Difatti non può aversi tal
sentimento se prima non siasi radicata la nozione dell’onore. Una seconda
qualità, cui bisogna soprattutto mirare nella formazione del carattere del
fanciullo, è la veracità. Questo infatti è il tratto principale e l’attributo
essenziale del carattere. Un uomo che mónte non ha carattere, c 6e v’ha in lui
qualcosa di buono lo deve al suo temperamento. Molti fanciulli hanno una
tendenza alla menzogna, che spesso deriva unicamente da una talquale vivacità
d’immaginazione. Ù dovere dei padri segnatamente di badare che i figli non
contraggano questo abito, poiché le madri non vi annettono per ordinario che
niuna o poca importanza ; se pure esse non vi trovino una prova lusinghiera
delle attitudini e dello capacità superiori dei loro figli. Qui torna opportuno
di ricorrere al sentimento della vergogna, poiché il fanciullo in questo caso
lo comprende benissimo. In noi si manifesta il rossore della vergogna quando
mentiamo, ma questa non ò sempre una prova di aver mentito o di mentire.
Sovente arrossiamo della impudenza onde altri ci accusa d’una colpa. Non devesi
cercare a ve- mn costo di trai’ di bocca ai fanciulli la verità per via di
punizioni, avesse pure a cagionare qualche danno la loro menzogna : e’saranno
allora puniti per questo danno. La sola pena che ai mendaci convenga è la
perdita della stima. Possiamo dividere le pene ancora in negative o in
positive. Le negative si applicherebbero alla infin- gardia, o alla mancanza di
moralità o almeno di gentilezza, come la menzogna, il dispetto di cortesia, la
insocialità. Le pene positive sono riservate alla malvagità. Preme sommamente
di non tener rancoio verso i fanciulli. Una terza qualità del carattere del
fanciullo c la socialità. Egli deve pur conservare con gli altri relazioni di
amicizia, e non vivere sempre c tutto per sè. Parecchi maestri, c vero, sono
contrarj a questa idea; ma è ingiustissimo. I fanciulli debbono cosi prepararsi
al più dolce di tutti i piaceri della vita. 2 dovesse oggi pagare il suo
creditore, « T\ Itf “suo creditore, farebbe cosa gia- occorre sia libeio eia 0
meritoria ■ ma pa- correndo un povero foJ. mi0 . Si domando- “n'oTtro se l’a
necessiti. ' pud giustificare la tÌloX 'Sdì certo I non si potrebbe concep.re
un solo caso in cui potesse ciò scusarsi, almeno davanti ai fanciulli; clic
altrimenti essi piglierebbero la più lieve cosa por una necessità e si
permetterebbero spesso di mentire. Se ci fosso un libro di questo genere, gli
si potrebbe consacrare con grande utilità un’ora ogni di, per insegnare ai
fanciulli a conoscere ed a pigliare a cuore i diritti degli uomini, che sono '
eccitamento posto da Dio sulla terra. In rispetto all’obbligo di essere
benefici, questo ò un dovere imperfetto. Occorre meno affievolire che eccitare
l’animo dei fanciulli per renderlo sensibile alle sventure altrui. Che il
fanciullo sia tutto penetrato non dal sentimento, ma dall’idea del dovere!
Molte persone son divenute realmente dure di cuore perchè, altre volte
essendosi mostrate compassione- voli, furono di sovente tratto in inganno. E
inutile di voler far sentire a un fanciullo il lato meritorio delle azioni. I
preti commettono assai volte l’errore di presentare gli atti di beneficenza
come qualcosa di meritorio. Anche senza riflettere che, agli occhi di Dio, non
possiamo far mai che il nostro dovere, si può dire che adempiamo semplicemente
1’ obbligo nostro beneficando i poveri. Difatti, la disuguaglianza del
benessere tra gli uomini deriva da mere condizioni accidentali. Dunque, se
posseggo beni di fortuna li debbo a quelle circostanze che han favorito me o
chi mi ha preceduto, c però devo pensaro anco alla società di cui sono membro.
Si eccita l’invidia in un fanciullo avvezzandolo a stimare sè stesso giusta il
valore degli altri. Deve, al contrario, stimar se giusta le ideo della sua
ragiono. Cosi l’umiltà vera e propria è un confronto del nostro valore colla
perfezione morale, La religione cristiana, per esempio, comandando agli uomini
di paragonar sò medesimi al modello sovrano della perfezione, li rendo umili
piuttosto che insegnar loro la umiltà. Far consistere l'umiltà nello stimar se
meno degli altri c assurdo. — Vedi come questo o quel fanciullo si porta bene!
e somiglianti espressioni. Parlar così ai fanciulli non c certo il modo
d’inspirar loro nobili sentimenti. Quando l’uomo stima sè, giusta il valore
degli altri, cerca o di elevarsi sopra loro, o di abbassarli. Il secondo caso c
proprio dell' invidia. Allora non si pensa che a trovar difetti negli altri-,
solo a questa condizione si reggo al confronto, c si riesce superiori. Lo
spirito di emulazione applicato non bene produce l’invidia. Quando volessimo
persuadere alcuno che una cosa 6 fattibile, qui l’emulazione potrebbe giovare :
come, puta caso, quan o esigo da un fanciullo un certo compito e gli mostro che
altri han potuto farlo. A un fanciullo non va permesso di umiliare gli nitri in
qualsiasi modo. Conviene ndoprarsi a soffocare ogni superbia fondata sui
vantaggi na. Ma bisogno fondare m pari tempo a ^ cioè una modesta fiducia in tó
“f*'” 0 . r",:^rro g auro,obestane, non curarsi affatto dc’giudizj altrui.
Tatti i desiderj umani sono o formali (libertà c potere), o materiali (relativi
ad un oggetto,) cioè desiderj d’opinione o di piacere -, o, lilialmente,
riguardano la semplice durata di queste due cose, come clementi della felicita.
Son desiderj della prima specie quelli degli onori, del potere e delle
ricchezze. Appartengono alla seconda specie i desiderj del piacere sessuale
(voluttà), delle cose (benessere materiale) c della società (conversazione).
Sono, infine, desiderj della terza specie l’amore della vita, della salute, delle
comodità (il desiderio d’essere scevro di cure nell’avvenire). I vizj sono
quelli o di malignità, o di bassezza, o di grettezza d’animo. Alla prima specie
appartengono la invidia, la ingratitudine e la gioia per la sventura altrui -,
alla seconda, la ingiustizia, la infedeltà (falsità), il disordine, vuoi nel
dissipare le proprie sostanze, vuoi nel rovinarsi la salute (intemperanza) e la
propria reputazione ; alla terza specie, la durezza di cuore, l'avarizia c la
infingardi (effeminatezza). Le virtù sono o di puro merito, o di obbligò' sione
stretta, o d 'innocenza. La prima classe comprende la magnanimità (che consiste
nel domare se stesso, vuoi nella collera, vuoi nell’amore del benessere
materiale e delle ricchezze), la beneficenza, il dominio sopra sè stesso.
Spettauo alla seconda classe l’onestà, la decenza e la dolcezza’, alla terza
infino, la buona fede, la modestia e la temperanza. Si domanda : l’uomo è
moralmente buono o cattivo per sua natura ? Io rispondo : egli non è moralmente
buono nò cattivo, perchè non ò un essere morale per natura ; ©'diviene morale
quando innalza la sua ragione fino alle idee del dovere e della legge. Si può
dir tuttavia che l’uomo racchiudo in sè tendenze originario per tutti i vizj,
avendo inclinazioni ed istinti che lo spingono da una parte, mentre la sua
ragione l’attira dalla parte opposta. Egli dunque potrebbe divenire moralmente
buono solo in grazia della virtù, ossia d’una forza esercitata sopra se stesso,
quantunque possa rimanere innocente finche non si destano le suo passioni. La
maggio.' parte dei vizj dorivano dallo stato di civiltà quando fa violenza alla
natura; c c.ò nond.- meno la nostra destinazione corno uomini « 4. usci dal
puro stato di natura dove non cor» d.fle.on» tra noi o gli animali bruti.
L'arto perfetta ..teina alla natura. p .i Nell’ educazione tutto dipendo, a . ‘
g[ ò: si stabiliscano dovunque buoni P ri “ W facciano comprender bene od
Questi debbono imparare a sos . uue U d.o 1 ..cedi tutto surdo ; il timore dclh
P P stima di sò degli «“ ini istori.™ JPepini». *«™i; medesimi o la le c la
condotta a. il pregio ìntrinseo a, sentimento ; una moti del cuore, l inre “ *»
devozione mesta, pietà serena odi animo boto a una de cupa e selvaggia- Ma
bisogna anzitutto preservare i giovani dal pericolo di stimar troppo i meriti
della fortuna ( merita fortunaà). Se togliamo ad esame l’educazione dei
fanciulli nella sua attinenza colla Religione, la prima questione da risolvere
c questa : Si può inculcare per tempo ai fanciulli idee religioso? Ecco un punto
di Pedagogia sul quale si è molto disputato. Le idee religiose suppongono
sempre qualche Teologia. Ora, come insegnare una Teologia alla prima gioventù,
che non conosce ancora il mondo, c neppure se stessa ? I fanciulli, che non
hanno ancora la nozione del dovere, come potrebbero capire un dovere immediato
verso Lio ? Ciò che v’ ha di certo si è, che se potesse avvenire che i
fanciulli non fossero mai presenti ad alcun atto di venerazione verso 1 Ente
supremo, e non udissero mai pronunziare il nome di Dio, sarebbe allora conforme
all’ ordine delle cose d attirare prima la loro attenzione sulle cause finali e
su quanto si addice all’ uomo, di esercitarvi il loro giudizio, d’istruirli
sull’ordine e sulla bellezza de’ fini della natura, di aggiungervi poi una cognizione
più estesa e perfetta del sistema dell universo, e di venir così alla idea d’
un Ente upiemo, d un Legislatore. Ma siccome ciò non e possibile nello stato
presente della società, come non 1 o \ietaisi che i fanciulli non odano
pronunziare i nome di Dio e non siano presenti ad atti di de- ìonc veiso di
Imi, se volessimo attendere per insegnar loro qualcosa intorno a Dio, ne
deriverebbe dell’educazione PRATICA nel loro animo o una grande indifferenza
per la divinità, o una idea falsa, come il timore della potenza divina. Ora,
poiché bisogna evitare che questa idea metta radice nella immaginazione dei
fanciulli, devesi cercare per tempo d’inculcar loro idee religiose. Il che, per
altro, non vuol essere un mero esercizio di memoria, nè una pura imitazione
affettata, ma devesi al contrario seguir sempre a via naturale. I fanciulli,
pur non avendo ancora 1 idea astratta del dovevo, dcll'obbligazione, della
condotta buona o cattiva, capiranno esservi una leggo del dovere, o ch'cssa non
consisto noi piacere, nell ut.le o in altri simili considerazioni elle la ma in
qualcosa di generalo che non s. fonda sm • capriccj umani. Bensì il maestro
medesimo d toi p q r;sit;e tutto riferire a Dio nella indura, e attribuire
ancor questa a Lui. lei ]a mostrerà in primo por Lequilibrio loro, ma
ind^rcttameute^ancbe^per 1’ uomo affinchè possa rendersi felice. fin a*
principio un’idea La miglior via pe m .. a o- 0 nare per ana- chiara di Dio
sarcb c que^ ^ m paJre 0, ie logia il concetto di . cosi fclieemento abbia cura
di no,1““^ onere nn,ano corno nna a concepire 1 unita sola famiglia.,
Tfeliffione ? La re- ° b °’ aÌ "T;Sr^2ei, inquanto ligione è la legge che
risied riceve da un legislatore c da un giudice l'autorità che ha su noi ; è la
morale applicata alla cognizione di Dio. Se la religione non si unisce alla
inorale, essa altro non è che una maniera di sollecitare il favore celeste. 1
cantici, lo preghiere, il frequentare lo chiese, tutto ciò deve servire
unicamente a dare all' uomo nuove forze ed un nuovo coraggio per diventare
migliore ; altro non deve essere che la pura espressione di un cuore animato
dall’ idea del dovere ; tutto ciò c preparazione al bene, ina non costituisce
il bene in se. Non possiamo piacere all’Ente supremo se non diventando
migliori. Ai fanciulli conviene anzitutto insegnare la legge che hanno entro di
loro. L’uomo ò dispregevole agli stessi occhi suoi quando cade nel vizio.
Questo disprezzo ha la sua ragione in sò, e non già nella considerazione che
Dio ha proibito il male ] imperocché non è necessario che ogni legislatore sia
nel tempo stesso autore della legge. Così un principe può vietare il furto ne’
suoi Stati, e nondimeno egli potrebbe non essere 1’ autore della proibizione
del furto. Quindi 1 uomo riconosce che la sua buona condotta può solo renderlo
degno della felicità. La legge divina deve nel tempo stesso apparire come una
legge naturale, poiché non c arbitraria. La religione rientra dunque nella
moralità. Ha non bisogna cominciare dalla Teologia. La religione elio sia
fondata semplicemente sulla Teologia, non può contenere alcun che di morale.
Essa non ispirerà altri sentimenti clic il timore da una dell’educazione
pratica 30S parto e la speranza del premio dall'altra ; e quindi produrrà un
culto superstizioso. La Morale deve pertanto venir prima della Teologia. E così
abbiamo la Religione. Dimandasi coscienza la legge considerata in noi. La
coscienza è veramente 1’ applicazione dello nostre azioni a questa legge. I
rimorsi della coscienza resteranno inefficaci, ove non li consideriamo come
rappresentanti di Dio, il cui trono sublime è fuori c sopra di noi, ma che ha
pure stabilito in noi un tii- bunale. D’ altra parte, quando la religione non è
accompagnata dalla coscienza morale resta inefficace. La religione senza la
coscienza morale, come abbiamo detto, è un culto superstizioso. Si pretende
servire Dio con lodarlo, per esempio, col celebrarne la potenza e la sapienza,
senza curarsi di osservare lo leggi divine, senza neppur conoscere e studiare a
sapienza e potenza di Lui. Taluni cercano in quelle lodi una sorta di narcotico
per la loro coscienza, o una sorta di cuscino sul quale sperano riposare tran-
non * i» g-* «.-*» lo idee religiose, me posiamo tuttavia loro alcune ; queste
bensì debbono essere piuttosto negative efaL positive. È inutile d. ar re tare
^ mole ai fanciulli 1 questo non pub dar loro eh u idea falsa della pietà. La
vera sta nell'opera,-e secondo 1» volontà d Ln. . e massimale si devo i^—
terossc loro ed anche nosti, I ^ nome di Dio non sia profanato così spesso.
Invocarlo nei desiderj e negli augurj, sia pure con intendimento pietoso, è una
vera profanazione. Ogni qualvolta gli uomini pronunziano il nome Dio, e’
dovrebbero essere tutti compresi di rispetto ; dovrebbero pertanto farne uso di
rado e mai leggermente. Il fanciullo deve imparare a riverire Dio, prima come
signore della sua vita e dell'universo, poi come protettore o provvidente
deH’uomo, e finalmente come suo giudice. Dicesi che Newton si raccogliesse uu
momento ogni qualvolta pronunziava il nomo di Dio. Unendo e rendendo ciliare
nella mente del fanciullo ad un tempo le nozioni di Dio c del dovere,
gl’insegniamo a rispettar meglio le cure provvidenziali di Dio verso le sue
creature, e lo preserviamo dalla tendenza alla distruzione ed alla crudeltà,
che in tanti modi si compiace di tormentare i piccoli animali. Si dovrebbe
nello stesso tempo istruire la gioventù a scoprire il bene nel male,
mostrandole, per esempio, modelli di nettezza e di operosità negli animali di
rapina e negli insetti. Essi fan ricordare agli uomini cattivi il rispetto
della legge. Gli uccelli che danno la caccia ai vermi, sono i difensori
de’giardini ; c così prosegui. Bisogna pertanto inculcare ai fanciulli certe
nozioni intorno all’Ente supremo, affinchè quand/cssi vedono gli altri pregare,
sappiano a chi o perchè si fanno quelle preghiere. Ma poche hanno da essere
tali nozioni e, come dicemmo qui sopra, puramente negative. Devesi cominciare
ad imprimerle fin dalla dell’educazione pratica 301 prima età neH’animo dei
fanciulli, ma insieme badare ch’essi non istimino gli uomini secondo la pratica
della rispettiva religione ; imperocché, nonostante la diversità dei culti
religiosi, trovasi dovunque unità di Religione. Aggiungeremo, per concludere,
alcune osservazioni, rivolte particolarmente ai fanciulli che entrano
nellagiovinezza.Aquest’età il giovinetto principia a fare certe distinzioni che
non faceva prima. Viene ili luogo la differenza dei sessi. La natura ha in
qualche modo gettato là sopra il velo del segreto, come se la ci fosse qualcosa
di meno decente per l’uomo e che per lui fosse un mero bisogno della vita
animale. Essa ha cercato d unirlo con ogni sorta di moralità possibile. Gli
stessi popoli selvaggi conservano su questo punto una specie di pudore e di
ritegno. I fanciulli curiosi fanno talvolta certe dimando su questa materia
alle porsone adulte, per esempio : Donde nascono i bambini ? Ma possiamo
contentarli facilmente o dando risposte insignificanti, o dicendo loro che ia
dimanda è propi io da barn ini Meccanico è lo svolgimento di questo tendenze
nel giovinetto; e, come in tutti gl'istinti che si dispiegano in lui, non ha
bisoguo di conoscerne prime^ oggetto- È dunque impossibile di mantener qui, g
panetto nella ignoranza e nella innocenza o i compagna. Il silenzio non fa che
aggravalo li male; Dna prova ci è fomitadall'edncaz.ono dei noeta “ 0 nati.
Secondo l'educazione dell'età nostra giustamente che di queste cose bisogna
pollare «, vinetto senz’ambagi, in modo chiaro o preciso. Per fermo si tocca un
tasto delicato, poiché non so ne fa volentieri soggetto di conversazione
pubblica. Ma tutto sarà ben fatto se gli parliamo di ciò in modo serio e
conveniente, e se penetriamo nelle sue inclinazioni. L’età dei 13 o dei 14 anni
è e quella ordinariamente in cui la tendenza per il sesso dispiegasi ne'
giovinetti (se avviene prima, vuol dire che i fanciulli sono stati corrotti e
perduti da cattivi escm- pj). A quell’età il giudizio loro si ò già formato, c
la natura l’ba provvidamente preparato affinchè possiamo allora discorrere di tal
oggetto con essi. Non v’ò cosa che tanto fiacchi lo spirito e il corpo quanto
la specie di voluttà che l’uomo consuma sopra sè stesso ; non occorre diro
ch'essa è contraria alla natura umana. E quindi non si deve più tener celata al
giovinetto. Bisogna mostrargliela in tutto l’orrore suo, e dirgli elio si rende
cosi disadatto alla propagazione della specie, che rovina le sue forze fisiche,
che si prepara una vecchiaia precoce, che consuma il suo spirito, e va dicendo.
Per fuggire le tentazioni di questo genere bisogna stare occupati sempre e non
concedere al letto ed al sonno altre ore che le necessarie. A questo modo il
giovinetto caccerà via dalla mente i pensieri cattivi 5 poiché, sebbene
l'oggetto esista nella pura immaginazione, egli usa ancora la forza vitale.
Quando la inclinazione si porta sull’altro sesso, almeno s’incontra sempre
qualche resistenza; ma quando è rivolta sopra DELL’EDUCAZIONE l'UATlCA
l’individuo stesso, può ad ogui momento essere appagata. Rovinoso ò l’effetto
fisico’, ma le conseguenze morali sono ancor più funeste. Qui si varcano i
confini della natura, e la tendenza non è mai sazia, perchè non trova mai
alcuna soddisfazione reale. Rispetto ai giovani, alcuni precettori han posto la
qui- stione : Può ad un giovane permettersi di formare unione con una persona
di sesso diverso? Sebisognasse scegliere uno di questi duo partiti, il secondo
sarebbe certamente migliore. Nel primo caso il giovane opere- rebbe contro
natura -, ma nel secondo, no. La natura ia destinato a diventare uomo, e quindi
anche a propagare la specie umana, appena è in grado di proteg gere sè stesso;
ma i bisogni, a’quali deve necessariamente sottostare l’uomo nella società
civile non gli consentono di poter ancor» allevare .suor SgU. Qui pertanto egli
va contro l'ordine ernie. U n,^' partito pel giovane, e questo k per In. «ohe u
vere, sta nell'attenderc ohe sia in grado d uni... regolarmente in matrimonio.
P“ ra “ 0 ^ btl on mostrerà non solo uomo dabbene, s. cittadino. tempo a
dimostrare alla Il giovine apprenda pe. ^mp ^ mMÌlMn0 donna tutto il rispetto c
0 ^ j, epararsi così la stima con lodevole operosità, ed a piepa all'onore
d’nna ““ il gi»™* 110 ’ La seconda diff corainc ia a porre e oramai ad entrare
nel dei ceti e ladisu- quella che risguarda la fanciullo, non guaglianza degli
uomini. Finche bisogna fargli notare questa differenza. Non gli si deve
permettere di comandare ai domestici. S’egli osserva che i suoi genitori
comandano ai domestici, gli si può sempre dire : Noi li manteniamo, e però essi
ci obbediscono. I fanciulli ignorano del tutto questa differenza, se i genitori
non ne porgono loro l’idea. Convien dimostrare al giovinetto come la
disuguaglianza degli uomini sia un ordine di cose derivato dai vantaggj onde
certi uomini hanno cercato di distinguersi dagli altri. La coscienza
dell’eguaglianza degli uomini, nonostante la disuguaglianza civile, può
essergli inspirata a poco a poco. 45. - Fa mestieri di avvezzare il giovine a
stimar se giusta il proprio valore, c non secondo il valore altrui. La stima degli
altri, in tutto ciò clic non costituisce affatto il valore dell’uomo, è vanità.
Bisogna, inoltre, insegnare al giovine a fare ogni cosa coscenziosamente, ed a
porre ogni cura non tanto di parere, quanto di essere. Avvezzatelo a far sì che
in ogni contingenza della vita, presa ch’egli abbia la sua risoluzione, questa
non resti vana ; meglio sarebbe di non venire in alcuna deliberazione, e di
lasciar sospesa la cosa. Insegnategli la moderazione ne’suoi rapporti col mondo
e la pazienza nel lavoro : Sustine et abetine ; insegnategli la temperanza nc’
piaceri. Quando l’uomo non desidera unicamente i piaceri, ma sa ancora essere
paziente nel lavoro, diviene un membro utile alla società e si preserva dalla
noia. Conviono pure istruire il giovine a mostrarsi DELL'EDUCAZIONE 1MIAT1CA
festevole e di buon umore. La serenità dcH’anirao deriva naturalmente dalla
coscienza tranquilla. Raccomandatogli pertanto di conservare lo stesso
temperamento. Con l’esercizio egli può arrivare amostrarsi sempre di buon umore
in società. Abituatelo a considerare molto cose come doveri. Un’azione
dev'essere pregevole, non perche si accorda colla mia inclinazione, ma perche
nel farla io compio il mio dovere. Bisogna educare il giovine all’amore verso
gh altri c poi a tutti i sentimenti verso l’umanità. Nell’animo nostro v’ha
qualcosa che vuole c'interessiamo di noi stessi, di coloro coi quali siamo
cresciuti non dio educati, o del bene universale. Va rose fam.liaro questo
interesse ai fanciulli perchè riscaldi le anime loro. Essi debbono gioire del
bene universale, quando anche non torni a vantaggio della patria o d, ‘“ 0d
Conviene abituarli ad nneordare una mediocre stima al godimento de'piaoen ndln
vi• • nirè i, timore puerile Eseguire strare ai giovani che il P ia ciò ohe
promette. loro atten2 ;„ne Bisogna, per ultime, torma a „ U a ii -i* ri!
rpndorsi conto 0 o m o sulla necessita di rende ine de n a vita pos- propria
condotta, perdi • * acq ùistato. sano stimare debitamen Chi esaminasse con occhio
diligente, acuto od imparziale tutte le cagioni e tutti gli umani individui che
in un modo o nell'altro concorrono al progresso ed al perfezionamento della
specie umana, vedrebbe che alla donna spetta non picciola parte di gloria in
questo progresso indefinito. Anzi tutte, come osservò uno storico nostro
contemporaneo, se 1 uomo incontra spesso la morte per la salvezza della patria,
la donna corre pericolo della vita ogni qualvolta mette alla luce una creatura
umana. Onde il Leopardi (Canto notturno di un pastore errante del' l'Asia )
scrive: Nasce l’uomo a fatica, Ed è rischio di morte il nascimento. Dalla cuna
alla tomba, dalle più modeste cure della famiglia a'più alti e gloriosi ufficj
dello Stato, dai primi rudimenti del sapere e del viver civile alle più nobili
manifestazioni del pensiero ed al più squisito incivilimento cui sieno
pervenuti gli umani consorzj, nella prospera e nell’avversa fortuna, in pace
ccl in guerra, nelle arti, nelle scienze e nelle lettere, in ogni tempo e
presso le nazioni tutte, per via più o meno diretta, in modo ora occulto ora
palese, vi scorgi sempre l’opera e l’efficacia della donna ne vaij- suoi ufficj
di sorella, di figlia, di amante, di sposa, di madre, di cittadina, di cultrice
d’ogni arte liberale od ispiratrice de’più nobili sentimenti, d’eroina del
dovcree,seoccorre,di martire del sacrifizio. Senza la donna, oltre non potersi'
conservare o perpetuare il genere umano, l’opera divina della creazione non
sarebbe stata compiuta, non avi ebbe avuto i più bello e vero coronamento. IL
Sollevata dal Creatore ad un grado sì nobile, destinata a sì alto ufficio, la
donna non fu m » tempo c debitamente pregiata dagli uomini, n ellastessa o non
volle sempre corrispondere al a sua missione. Nel paganesimo essa o fu tenu a s
• j o fu considerata del tutto inferiore all’uomo e qual mero strumento di
voluttà. Pei atio un 8V0 iaero basso e misero stato, se ufficio, tutte le sue
facolta e compì umana non mancò affatto nel progresso della -v ^ l’opera di
lei, giacché la natuia s . res trin- di quando in quando i calpes a i invano
prò- le donne si volevano appa ^ Qultara in^ cacciavasi loro una buon
tellettualc, chi nei più aspri pericoli della patria, nelle arti e nelle
lettere faccvasi tuttavia sentire l’impulso animatore della donna greca.
Infatti; dii non ricorda come la giovinetta, la sposa e la madre inspirassero
animo forte alla greca gioventù, che prima della battaglia acconciavasi la
bella persona, quasi .traesse a convito e alla danza? Chi non ricorda come
Socrate rassomigliasse il suo modo di filosofare all’arte della madre sua
Fenarete ? Chi non ricorda le ispirazioni di un'Aspasia, c il valore poetio
dell’infelice Saffo, molti versi della quale possono reggerò al confronto di
quelli più affettuosi d’Anacreonte? E questi non imitò poi la fanciulla di
Lesbo ? - Invano l’antica lloma negava alla donna ogni personalità giu-
'ridica, che ivi pure non mancavano stupendi esempi di amor patrio c di senno.
Chi non ricorda infatti la pacò fra i Romani ed i Sabini, stipulata (checche ne
pensi la critica moderna) per int.crcessiono delle rispettive donne? E, per
tacere dello influsso della ninfa Egeria su Nuraa Pompilio, la storia non ha
essa glorificato l'eroismo di Clelia ; le preghiere, ispirate da vivo amor
patrio, della madre e della sposa di Coriolano ; il sacrifizio di Virginia ; la
rettitudine e l’anuegazione delle madri dei Gracchi e degli Scipioui, esempio
rinnovato ai nostri giorni dall’eroica madre dei fratelli Cairoli ? L’opera
della donna non fu adunque del tutto manchevole od impotente nella civiltà
pagana, e presso le schiatte che abitavano al mezzodì c all’occidente del mondo
antico. Rinobilitata dal Cristianesimo e tenuta in.maggiorc stima appo i
vigorósi popoli del settentrione, La clonna ; ritornò man mano signora di sò,
fu proclamata degna o ■ inseparabile compagna dcH’uomo. Èssa allora comprese
tutta la nobiltà della sua natura, andò via via perfezionandosi, e cooperò
efficacemente a rialzare la stessa dignità umana, e a far progredire la
civiltà. Lasciati gli Dèi falsi c bugiardi, abbracciata la religione di Cristo,
la donna se uc fa la più valida sostenitrice c propagatine©, come ci,testimonia
la madre di Agostino il santo, la imperatrice Eletta madre di Costantino;
Teodolinda regina dei Longobardi, c' molte altre rioordate dall’istoria. Nel
medio evo i più intrepidi c cortesi cavalieri cingono la spada-in difesa della
donna e della fede; un Abelardo,'famoso disputatore nelle più aride c nelle pm
alte questioni di filosofia e teologia in Paii D i ne colo XH, ò attratto dalla
bellezza c dall’ingegno d'Eloisa, nobile creatura (dico il Cousin) che amo come
santa Teresa e scrisse talvolta come eneca " . donna ispira il canto dei
trovatori, e porgo ra alle’ lingue romanze ; Beàtnce si 6 che sia stare
l’ingegno più universal l . a]la vissuto nei tempi di mezzo al Ugnato Papato,
lo richiama a a LA .MISSIONE DELLA DONNA suo vero ufficio. Instigatrice a
nobili imprese, la donna piglia non di rado la lira, ne trae suoni armoniosi e
delicati, come Gaspara Stampa, Veronica Gambara e Vittoria Colonna. Altre
maneggiano con onore il* pennello, come SofonisbaAnqùisciola, Barbara Longhi e
Teodora Danti, pittrice c matematica insigne; e talune maneggiano perfinolo
scalpello, come a'dì nostri la ' egregia e valenteAmaliaDuprè. Moltissime
poiriesco- no eccellenti nella musica. Una Margherita illuminae rende civile la
Scozia ; più tardi Maria Teresa c Caterina II a governano sapientemente due più
temuti Imperi d’Europa. In tempi a noi più vicini la signora di Stiicl
predicava la Comunione intellettuale dei popoli; Albertina-Necker scriveva di
Pedagogia, ed in molte osservazioni sullo sviluppo della intelligenza e degli
affetti del bambino fu più acuta di Emanuele Kant. La signora Swetchino,
oriunda della Russia, onorava gli uomini più illustri della Francia
contemporanea e alla sua volta era da essi meritamente onorata. In Ginevra
tenne cattedra di lettere italiane la nostra Caterina Ferrucci, e poi scriveva
un insigne trattato smW Educazione morale della donna italiana. Taccio poi
gl’illustri nomi dello signore De Spuches Galati, Milli, Fuii Fusinato, Alinda
Brunamonti ed altre, per ricordare quello della perugina marchesa Florenzi, che
a nostri giorni coltivò con onorato successo una delle più difficili e la più
universale delle discipline razionali, vo dire la Filosofia. Ecco ricordati, in
questi pochi csempj, i meriti insigni del gentil sesso. NELLA SOCIETÀ ODIERNA
ni A questi meriti la donna moderna può e deve aggiungerne degli altri,
adempiendo sempre il suo nobile mandato, perfezionando sè stessa, e cooperando
efficacemente ai multiformi aspetti della civiltà e dell’umano progresso.
Poiché la uatura della donna non cambia, e poiché dal Cristianesimo é stata
sollevata al suo più alto c vero grado, ella ha sempre c dovunque il medesimo
fine da conseguire. Ma m gran parte variano i modi per adempiere sì alta
missione, secondo che mutano le condizioni politiche, intellettuali e morali
della società in mezzo alla quale, vive la donna. Questa, inoltre, si é
perfettibile e non perfetta, né può sottrarsi, in mezzo agli sp e della civiltà
nostra, alle leggi che governano il graduato avanzamento del genere umano, osi,
po in oggi la donna ispirare animo al guerr.ero pei la stessa idea e per le
stesse cagioni onde Io ispira tempi di meco ? E le sole doti mota!., da Ima
conveniente cattura intellettuale sainbb no oggidì sufficienti a .cadere, non
diri. spettata la donna, “‘.^““notanefieo o potente congiunture della vita
tatto influsso negli nomini «1» consistere il Vediamo, portante, >n ‘ ^
nelIa 80 „ietà vero e compiuto ufficio d ^ ^ cavat teri odierna, tenendo fermi
da ™ giuste o essenziali, e dall’ altro tenendo con razionali esigenze dei
nostii temp Nel suo librò La dolina e là scienza -1' onorevole
SalvatdreMorelliassegnavaun triplice scopo alla donna, cioè di partorire 1’
uomo, di educarlo, di muoverlo o dirigerlo al bene. E per l’illustre professore
ginevrino, Ernesto Naville, il véro ufficio della donna consiste in opere di
educazione, di pietà e di misericordia (Il Dovere: discorso alle signore di
Ginevra c di Losanna). E sta bene: ma noi'vogliaiio considerare la donna in
modo più esplicito c sotto qualche altro aspetto, vale a dire in tutte le sue
più affet- tuose e più solenni manifestazioni. Cominciamo a riguardare la donna
come sorella. Dopo il rispetto che il figlio deve ai genitori, viene quello
verso la sorella. Ah ! chi può mai comprendere tutta la dolcezza e la soavità
di questo meno ? I più gentili e nobili sentimenti clic poi fanno caro e degno
di stima 1-' uomo in società, egli deve apprenderli ed esercitarli in famiglia
e specie con le sorelle. Queste, per ordinario pazienti, soavi, graziose,
capaci di profondo c puro affetto fraterno, destano rispetto ed amore,
raddolciscono l’animo, fanno più miti le correzioni dei genitori, formano a piu
bella e fida compagnia del fratello. Quando esse lasciano la casa c il nome del
padre per assii- meie quello d un altro uomo, o quando inesorabile morte le
rapisco anzi tempo, la casa paterna pare cnenga un deserto. È la sorella
Paolina che, nel primo caso, inspira al Leopardi uno dei più belli suoi canti.
È la buona Manétta Pellico che rinunzia alle gioie torrone, si ritira in un
chiostro e prega pel fratello Silvio prigioniero allo Spielbergo; e quel- 1'
atto magnanimo ispira versi affettuosi all’ amico di lui, all’intrepido
Maroncelli ! “ La sorella è all’uomo la prima compagna, la prima amica, quella
che all’ uomo fa presentire le dolcezze innocenti del1’amore di donna.
L'ineguaglianza degli anni e la severità de’ modi pone tra genitori e figliuoli
certa distanza che accresce 1 affetto vero rinforzandolo co rispetto, ma clic
richiede come a ristoro altri eser- cizj del cuore. Col fratello ogni cosa
comune: la memoria, le gioie, i patimenti, i piccoli enoii.... n luoghi di
pochi e poveri e sovente divisi, abitanti la famiglia è patria e universo. La
sorella in que ire tenaci infonde qualche parola di amoie . lo sguardo, le
lagrime di donna ritemprano, per fiera che sia, la virile durezza, e a generosi
a spengono. Onde sorella è dolce e poetico nomerò di questo nome si rapilo nel
1874 all'Italia, alle lettere, alla V. a „ annsa la donna ha un Se poi diviene
amante P > opGr0 sità. più vasto campo dove eterei ai ^ . zi È il- forte
adopra o pensa. E voi specialmente, donne italiane, abbiatevi: pure questo
vanto, o sappiate ognor più meritarvelo : a vostro senno molte fiate pensa ed
opera il letterato, l’artista, l’uomo di scienza, e talvolta anche l’uomo di
Stato ! Per citarvi un solo esempio, senza l’impulso, il conforto e
l’approvazione di due egregie- donne, la contessa Balbo e la siguora Pellico
madre di Silvio, questi avrebbe egli scritto e reso di pubblica ragiono Le mie
Prigioni, libro che ha fatto palpitare tanti cuori, che noi da giovinetti
leggevamo piangendo e fremendo, e che ha cooperato, più di molte battaglie,
alla libertà e indipendenza d'Italia?' Sicché la donna, oltre poter da so
coltivare non senza gloria lo lettere ed alcune razionali discipline, e
divenire eccellente nelle arti liberali, può c deve inspirare il letterato c
l'artista, animare lo scienziato, c può altresì correggerlo quando certe suo-
teorie pugnino con i più nobili sentimenti dell’animo e col senso comune, che
il più delle volte lasciando parlar la natura, diceva il Mamiani, fa- la spia
della verità. Infatti, se il Rousseau avesse pensato a sua madre o se avesse
potuto interrogarla, avrebbe egli scritto quel terribile voto, che i figli non
dovessero mai conoscere i loro parenti ?' E se alcuni oggidì, oltre dover
meglio badare alla prova certa e compiuta dei fatti e alle sane regole «ella logica,
pensassero alla nobiltà dell’uomo e interrogassero il cuore profetico della
donna, verrebbero essi a certe conclusioni c teorie che proclamano non punto
dissimilo da quella dei bruti la discendenza di nostra progenie ? Quanto alle
lettere, tanta c l’efficacia della donna, che se ad una letteratura moderna
rimangono estranee le donna, e’vuol dire eh’essa non ha vita. l>en è vero
che la donna, soggiungo quel dottissimo ed acuto ingegno del Bonghi, devo
entrare in una letteratura più come direttrice clic come operaia 5 allora col
suo criterio lino c giusto, con quella sua delicata spontaneità di sentire, con
quella sua attitudine a scovrire le pieghe del cuore,.... con quel suo vivere
nel presente, colla sua inclinazione a non accontentarsi, secondo l’indole, se
non o d un pensiero ben circoscritto 0 d’un affetto infinito 0 col potere tutto
suo di sancire col sorriso e colla grazia il giudizio ch’esprime, ha un
influsso potente ed utile nella letteratura d’un popolo moderno. Oltre di clic,
per il suo posto nella fami glia e nella società, la donna è lo -strnmen 0 pm
adatto e più sicuro della diffusione della^ coltuia 0 por la natura dolio suo
ocoupao.cn, P°^bbe fcr niro il maggior numero do’lcttcr. d'un l.bro (R. Boa 6K
iwS lu Matura italiana non *..• in Italia. Lotterà prima). donna Dieeva
egregia^ diretammt0 dello scoraggiamento. Infelice quell'uomo che, tutto
assorto nelle questioni politiche, non ha poi un conforto nel seno della
famiglia ! E quanto l’aspre e continue battaglie della politica .snervino
l’uomo, noi già lo vedemmo negli ultimi anni e nella fine del compianto
deputato Civinini: l’amorevoli curo della madre c il pensiero dei figli non
furono più capaci a salvarlo da morte immatura! Non vi dirò poi come gli
affetti domestici e la soavità della donna possano informare a pacatezza ed a
maggiore equità l’animo del legislatore e dell'uomo di Stato, poiché la vita
umana dev’essere, tutta un’armonia. Così una saggia economia domestica ottenuta
per cura della donna, può servire di norma, fatte le debite pro- . P orz ‘oni,
a chi deve amministrare il tesoro del Comune, della Provincia, dello Stato. IX.
Ove poi consideriamo la donna come prima educati ice de figli, essa deve
infondere per tempo nell'animo del giovinetto non solo i precetti morali, ma
può eziandio, secondo l’opportunità, fargli conoscere alcuno massime di
prudenza e di saviezza politica. E non si creda che sia questo un mero sogno,
un vano parto della mia fantasia. No, era il Tommaseo stesso che raccomandava
d’iniziare per tempo, ilici cò 1 educazione, i giovinetti alla conoscenza c ‘ a
pratica di quelle norme che si riferiscono al viver civile e politico. Mi sia
concesso, pertanto, di riferire 1’ autorevoli parole di quell’ uomo illustre,
clic non fa alieno dalla vita politica, ma che anzi ebbe tanta parte nel
risorgimento della nostra nazione. u Ed io tengo per vero (scriveva egli nel
trattato sulla Donna) che la politica nostra sia cosi piena di miserie c di
passioni e di pericoli, appunto porche troppo tarda disciplina è a’figliuoli
nostri; appunto perchè primi maestri di politica sono ad essi le tragedie
dell’Alfieri e i giornali di Francia ; appunto perchè il nome di patria suona
loro nella mente innanzi che nel cuore, o suona come figura vettorica Sicché la
donna può e deve giovare all uomo in tutto, non pure nella scienza come abbiamo
accennato, ma talvolta anco nelle dispute filosofiche e religiose. Narra
inflitti S. Agostino che la madie, i lui entrò nella stanza dov’egli con un
amico ragionava di filosofia, c i dialoghi si scrivevano di mano in mano : si
scrissero anche lo d, lo. ; al le Monica mostrando di mcrav.gliarsi, disse j ?
esser olla sapiente: « E peschi, non saro o, * jL italiane oggi non manca,
salvo pocio ®° modo di apprendere siffatta.educazionee^ ^ ^ Nò voglio dire con
c i ueS \ ‘ Uo occupazioni rinunziare, per lo studio, a fi ^ c j ob proprie
della sua indole, de ^Jdrc’di famiglia; s’addicono alla donna di ca, ‘ d bban
fare un nè presumo che le donne m K alunn i di corso di studj, come viene pi
dell’Università: u» Liceo, „ donna in che allora tanto vaueb scenziato, in
ingegnere, in avvocato, in medico, letterato di professione. È noto che il
Boccaccio fu tra i primi col suo libro De clarìs mulieribus ad illustrare 1’
ingegno femminile. Più tardi, uno scrittore del Quattrocento volle dimostrare
la preminenza della donna in tutte le facoltà e in tutte le doti,
nell’intelletto, nella bellezza, nella nobiltà, nel conversare (Vedi E.
Magliani, Storia letteraria delle Donne italiane). Altri hanno sentenziato,
come Francesco Coccio nel libro sulla Nobiltà della Donna, aver la donna
sortito da natura, al pari dell’uomo, forte ragione, mente c favella, e tendere
ad uno stesso fine. Invece il Lamennais, il Cousin ed altri negarono alla donna
prerogative intellettuali. Noi certamente non siamo dello stesso parere •, anzi
manteniamo elio se qualcuna di esse, fornita di non comune ingegno, avrà tempo
agio e voglia di attendere a studj speciali o di coltivare qualche parte
nobilissima dell’umano sapere, ciò non le sarà nè dovrebbe esserle vietato
dagli uomini e dalla società, vuoi per intolleranza, vuoi per invidia. E ne
abbiamo prove luminose nei due recenti Istituti superiori di Magistero
femminile in Roma e Firenze, dove si dà una istruzione quasi universitaria alla
donna e dove parecchie alunne hanno conseguito con felice successo il diploma
supcriore nelle discipline letterarie, storiche, morali e pedagogiche. Ma io
intendeva parlare di quella soda e retta cultura intellettuale e morale, di cui
oggi piu che mai abbisogna non pure la giovinetta delle classi piivilegiatc
dalla fortuna o di nobile linguaggio, sì anche la donna del ceto medio o della
borgbesia, salvo le debite differenze. E per conseguire questo intento, basta
che da un lato si riordini le nostre scuole femminili, segnatamente le Scuole
normali, che per cultura e nel fine pedagogico sono inferiori a quelle
tedesche; dall’altro, chela donna comprenda meglio il suo ufficio, e quindi
sprechi meno tempo e danari nelle mode ricercate, nel lusso c in certe
frivolezze che la fanno apparire più/unwwioc ìe donna. In quanto all’istruzione
media femminile, invece di fare apprendere alle nostre giovinetteuu po di
grammatica c di far loro pronunziarealla meglio qual- che centinaio di vocaboli
francesi ed inglesi, tanto per mostrarsi dotte o brioso in alcune società, non
sarebbe più utile insegnare prima alle medesimo a parlare c scrivere
convenientemente Inaiano? invece di tenerle per lungo tempo rinchiuse fra
quattro mura d'un monastero o d'un Istitutoi no, sempre arioso ed igienico e
tenerlo occ*to per molto ore al pianoforte, ai ricami e a a 11 femminili, non
sarebbe più vantaggioso cond I • respirare le pure auro dell'aperta campagna
del giardino, e cogliere il destro d' insegnar 1™ ^giene menti di scienze
fisiche d, stoua^na^^ Ma domestica, e somiglian M dell’Istoria ritrarrebbe la
donna dal P ^jjjg, ariosamente antica e moderna, piuttos mani? di leggere ogni
— ignoro Io non nego la beata ‘ cs, ere coltivata; ma che l’immaginazione pu p
rome ssi Sposi, i buoni romanzi, a comiuci si contano sulle dita, e
l’immaginazione dev' essere governata dalla ragione, come il cuore dev’essere
illuminato dall’ intelletto. Or bene, dirò io alle donne italiane : Siete voi
disposte a rinunziare ad ogni frivolezza che vi renda meno perfette o meno
degne di stima ? Siete voi disposte ad arricchire, anche a patto di qualche an-
negazione, il vostro intelletto di sode ed utili cognU zioni? In caso
affermativo, come ne ho fiducia piena, voi mostrerete di comprendere l’alto
ufficio che vi spetta nella società odierna, potrete compierlo degnamente, c
sarete stimate dagli uomini probi ed .assennati 5 diversamente, oltre venir meno
alla vostra missione, voi non otterrete che il plauso dell’uomo fiivolo 0 dell
idiota, e troverete chi v’aduli, non mai chi vi stimi e vi ami d’un affetto
sincero e duraturo. L qui voi potreste accusarmi di troppa franchezza, non mai
(lo spero) di poca lealtà e di poco rispetto e interesse per la vostra dignità
e pel vostro avvenne. Ma questa è la sola ricompensa ch’io at- -tendo dalle
gentili mie legatrici c dal cortese lettore. XI. Un altro dovere incombe oggi
alla donna, se uo tutelare la propria dignità, se vuol meglio garantire la sua
indipendenza entro i confini del convenevole, se ama di aver qualche parte
nella pubica vita 0 di concorrere, al pari dell’uomo, ad a ^ CLlnc ^ unz i°ni '
per esempio quelle del 1 ico insegnamento, ed altre simili più confacenti alla
natura di essa. Alla donna insomma, a qualunque ceto appartenga, occorre una
professione. Ed invero, si trova ella in una condizione non pnnto o non molto
agiata ? E ragion vuole che provveda onestamente alla propria sussistenza. La
fortuna le concesse un avito censo ? Ma chi prevede tutti i casi della vita ? E
quindi è prudente consiglio apparecchiarsi per tempo*, onde la comune sentenza:
Impara l'arte a mettila da piarle. Nè alla donna agiata e di non oscuro
liguaggio mancheranno vie, secondo le sue naturali tendenze, dove spiegare la
sua attività : come le lingue, la musica, le lettere, la pittura, 1 piu
delicati c squisiti lavori femminili ; non occorre poi dire che ogni specie di
lavoro onesto ha la sua no biltà, o almeno il suo pregio. • Quanto al proprio
stato, la donna s amaca a- ruomo par formare la famiglia? E m tal caso eli davo
concorrerà colla sua abilità, mossone quand, abbia suadenti beni di fortuna, «
rendere mano non gravi residenze del matrimonio. 0 la donna, sia pei elezione ^
non vuole o non può 1. divenire sp0 sa assumere quello d'un altro uomo 0 “™“ ?„
il 0 madre? E allora si fa “ >“ fa su» bisogno di provvedere on ' s ‘““°“
slrel, a da necessitò sussistenza. 0, senza css i n _ economiche, desidera di
dipendente dall'uomo, e 1 P* ^ ? £, ori d on to clic modo agli uffici dc ”“
moltOT i in grado di oc- in tal caso la donna, cuparo degnamente quei tali
uffici e però di ap- parecchiarvisi con sufficiente istruzione, deve pur anco
esser capace di esercitarli con tutte quelle virtù che sono richieste dalla
vita civile e dalla natura stessa di quel dato ufficio. E qui pure giova
ricordare la grave autorità del Tommaseo, il quale, dopo aver raccomandato che
tutte le donne abbiano alle mani una professione che, occorrendo, possa loro
campare la vita, scrive queste formali parole : lt A taluno dei più facili
esercizj civili si addestrino ; e affrettino il tempo quando la donna potrà
vivere la vita indipendente daU’uomo, potrà seco trattare da pari a pari, e per
amore e per ragione e per dovere gli cederà, non per legge iniqua o per
necessità ferrea 5 quando in molte funzioni della privata e della pubblica vita
la donna potrà tenere le veci dell’uomo, ed essergli aiutatrice ed amica nel
pieno significato del nobilissimo nome ; quando il tempo di fare il bene le
mancherà, non le vie {La Donna). „ XII. E sia questa e non altra, 0 Donne
italiane, la vostra più alta e vera emancqyazìona. Chi di voi andasse in cerca
di altri privilegj, od agognasse uno stato ben diverso da quello destinatovi
dalla natura e nobilitato dal Cristianesimo, e volesse di donna convertirsi in
uomo, verrebbe meno alla sua missione, snaturerebbe se stessa e
comprometterebbe la sua dignità. E quei pochi tra gli uomini che van predicando
1’ assoluta vostra emancipazione o la vostra eguaglianza in tutto e per tutto
coll' uomo, o essi non hanno un giusto concetto della donna, o non sta loro a
cuore la dignità e il vero perfezionamento di lei. Quella donna, infatti, che
presumesse tener le veci dell uomo in ogni disciplina razionale, in tutta
l’interminabile scala degli ufficj civili e politici, e in ogni pubblica
rappresentanza, dovrebbe innanzi tutto abbandonare le pacate care della
famiglio, rinunziare ai più dolo, affetti di madre, e quindi sottoporsi a
lunghi e severi studj, temprare l'animo ed il gracile corpo a duro fatiche,
allo quotidiane ed aspro battaglie della pubblica vita. Oh! se sapeste quanto
ma, costone cari agli uomini-certi onori, certi elog), «rie glorie non sempre
durature; oc sapeste quanta prudenze quanto sapere, quanti sacrifici, quanti
trav gli t chiedono certe incombenze onorevoli e - A » «J* della pubblica vita,
e qual cumulo 1 P, >1 .. nitro chi disconosca od ignori seco ! Non v a, P c
’ yogtra immaginazione quanto possauo esalta, titoli, come certi gradi sociali,
alcune igm £ su premo, di Prefetto, di Magistrato>, d i P di Deputato, di
Sen f*°”' to \ Q difficoltà di ben go- Ma avete ma. °°“ 81 un tumulto, di
prevernare un popolo, innocue tutte " ^ -Si 0 :—^' ti ° politici P Avete
le conseguenze deg agitazioni della di- mai considerato la g» plomazia, le
controv - pu bblica stampa, le d’ una critica smoda a go Vàldarn%n\ la missione
della donna ire dei partiti politici, le difficoltà della tribuna, gli odj
segreti, le basse invidie, la guerra sovente implacabile c sleale di chi vuole
occupare quel posto eminente o lucroso ? E, al postutto, clic mai significa
donna emancipata ? Significa donna francata da ogni giogo, che ha x'igettata
l’obbedienza di figlia, la dolcezza di amante, la dipendenza di sposa, la
nobile servitù di madre •, in una parola l’onore stupendo del sacrifizio ! Una
donna che oltre ripetere uguaglianza di diritti.coll’uomo, vuol con esso
comunanza di ufficj ; una donna insomma che nelle pagine inalterabili dell’
indole sua, che nelja storia della sua gentilezza, che nello specchio del suo
cuore, che nei decreti dell’Archetipo eterno legge assolutamente a rovescio di
quel che sta scritto sulla missione di di lei (A. Alfani : La Donna). Ora, non
è questa l’emancipazione che deve cercare la vera donna, cioè la donna, onesta
ed assennata. Noi pure vogliamo l’emancipazione di lei; vogliamo ch’ella si
emancipi dall’ignoranza, da certi pregiudizj religiosi e sociali, da ogni
frivolezza, dal- l’imitare certe mode o corrompitrici del buon costume o
rovinatrici d’ogni patrimonio, dal ripetere c spesso praticare quella sciocca e
superba sentenza: Oggi si fa cosi! Per amor del cielo, griderò io pure con
Paolo Ferrari, non emancipatevi, gentili Signore! Appena emancipate cessereste
di essere così utili apostoli delle nobili e caritatevoli imprese; perchè
appena emancipate cessereste di comandare. Senza crnan.- cipazione, noi uomini
crediamo di comandare noi ! E voi nel segreto confidente de’vostri amabili ci-
caleggj, ridete pianino pianino della nostra maschia e gloriosa dabbenaggine,
per la quale crediamo di comandare, c si obbedisce ! La vostra potenza morale c
fisiologica sta ncH’osscre donne: se diventaste uomini (s’intende per quella
finzione giuridica che chiamano emancipazione), ogni prestigio vostro
svanirebbe. Ma finche siete e volete esser donno e vi consacrato all’esercizio
delle vostre qualità caratteristiche, la grazia, l’amore, la carità, chi
governa il mondo siete voi. Noi andiamo solennemente a deporro i nostri voti in
un'urna; ci accogliamo c deliberiamo intorno ai destini della patria ;
ordiniamo una guerra, una pace, un'alleanza, o pettoruti decantiamo l’energia
maschile, l’attività del senno dell’uomo! No ; dentro di noi in ognuno di quei
supremi momenti fremeva un pensiero i o un pensiero di amante, di sposa di
figha d «wj* «Ita. .a gio, nel sottoscrivere quel trattato ( conferenze pel
Collegio di Amsu Milano). • della donna deve pertanto La vera 61 ° Q iorr n£ n
te rispettare ed amare consistere nel farsi m oa te dentro i con- dall'uomo,
nel fa '*di sopra, fini e noi modo che » > > 0j se occorro, al reale
progresso. lft aocietà civile, che a salvare o almeno raddrizzare li a il suo
principio e fondamento nella famiglia, di- cui Ja donua è guida e conforto.
Solo per questa via e mediante l’istruzione e l’educazione, ripeterò col brioso
ed arguto scrittore G. Hamilton Cavalletti, le donne potranno rimettersi sul
capo la loro corona di regine, attirando intorno a se il genio, il talento,
l’onestà e il coraggio. Sia la loro amicizia il premio di .ogni nobile
sentimento, sia la loro stima il guiderdone di ogni nobile fatto, sia la loro
intimità il compenso di ogni nobile fatica. Non è adunque sognando
emancipazioni assurde dove non esiste mancipio, non è aspirando alle naturali
preminenze dell’uomo, non è coll'addottorarsi nelle scienze giuridiche,
filosofiche o naturali, che le donne rialzeranno il vero loro stato sociale ;
sì, al contrario, coll’ aumentare il loro valore, col forzarci .ad amarle e
stimarle di più, col rendersi ognor più degne del caro nome di spose, del santo
nome di madri. Ma (prosegue il Cavalletti) finche al pensatore esse
preferiranno un uomo che non ha altro merito che di avere un bravo cavallo da
corsa, ed è spesso un mediocrissimo cavaliere; finche al poeta esse anteporranno
l'uomo clic sa farsi meglio il nodo della cravatta; finche allontaneranno dalla
loro società un uomo che ha il torto di anteporre una forma di cappello ad
un’altra ; finche all’uomo sincero, leale, integro preferiranno un uomo che
sappia fare i daddoli e le moine ; finché i sentimenti piaceranno loro sulla
bocca dell’uomo c non cureranno quelli del cuore ; finchc un uomo volgare con
il nnczzo milione di patrimonio sarà più certo di ottenere le loro grazie che
un cuore nobile, un animo elevato con cinquantamila lire; finché un babbuino
sentimentale riceverà il dolce deposito dello loro confidenze, ed uno schietto
galantuomo avrà appena un cenno di saluto ; finché esse saranno una lotteria
nella quale troppo spesso i vincitori sono gl imbecilli... ; lo stato morale e
sociale della donna non si eleverà certamente: la società si avvierà al
decadimento ; le donne pian piano più non saranno che femmine. Ed ora mi pare
utile di far l'epilogo delle cose •dette fin qui. Abbiamo accennato dapprima la
na- tura e 1’ ufficio della donna, senza la qua P klh creazione non sarebbe
stata compiuta, ne po- trebbesi conservare e FPOt«il^ Poi, esaminando in °
volgarc, abbiamo donna presso i P a S ani c ^ dlC la donna, provato colla .tona
a anche quando, esercito in gran pa • s, cbbe in coato 7 C r Pa "tedila
voluttà; afidi schiava o quale quan t a parte biamo veduto, l’umano progresso
ed in- abbia preso a do . dal Cl . ls tianesimo richiamata civilimcnto, dopoché
ftlt0 ufficio- E quan- cd elevata al suo ' cl ° c^ sia ] a stessa na- tunque in
lei 8 « n P r ° ® abbiana0 detto che i mezzi itura.e lo stesso fino» P per
compiere la sua missione doveauo mutare secondo la civiltà, secondo le
condizioni politiche, intellettuali, religiose e morali. E però, accennato-
l’ufficio che le assegnano il Morelli e il Naville, noi abbiamo considerato la
donna in tutte le sue principali attinenze e nelle sue più nobili
manifestazioni, vale a dire come sorella, come amante e sposa, come madre, come
educatrice ed institutricc, come cittadina, come ispiratrice d’ogni- nobile
sentimento all' artista, all* uomo di scienza o di lettere, non che all’uomo di
Stato. Abbiamo poi dimostrato la necessità d’ una conveniente cultura nella
donna ai tempi nostri, affinchè possa meglio compiere quell’ufficio tanto
nobile e così complesso; ed abbiamo dimostrato eziandio la necessità o la
convenienza nella donna di apprendere in oggi una professione sì per soddisfare
meglio ed in ogni congiuntura all’ esigenze della vita, si per incominciare la
sua più razionale o giusta emancipazione c rendersi, dentro certi confini,
indipendente dall'uomo. Abbiamo combattuto, per altro, l’assoluta e falsa
emancipazione della donna, perchè contraria alla natura e al nobilissimo fine
di lei, non che al bene della società ed al progresso del genere umano. Tanta e
1 efficacia delle donne, che da esse vennero sovente grandi ajuti, o grandi
impedimenti non solo alla libertà d’un popolo, sì anche al bene- od al male
dell' uomo singolo, delle famiglie e dello Stato. La donna è per sua natura la
ispiratrice, o, se vuoisi, la regina dell’uomo e della società. Ma. ili suo
regno, piuttosto che sconfinato ed assolato, vuole essere un regno di pace,
d’ispirazione, di nobili sentimenti; insomma Indonna (siami permessa questa
similitudine) a guisa de’principi costituzionali, deve regnare e non governare.
— Ma Voi, donne italiane, vorrete appunto regnare, non governare ; Voi, come '
foste di grande ajuto al nostro risorgimento politico, sarete altresì di grande
stimolo ed ajuto al nostro risorgimento •intellettuale e morale, che dipende in
parte da Voi. In .peata grata Mieta, non saprò, scegliere più acconce od
autorevoli parole cito qttd c dell'illustre Tommaseo, per chiudere il P 10S0 “
discorso. La donna italiana, d' sapiente dell'ubbidire, 80 P'“" 1 ® ^ “ d
desfas . occorra, c guarentigia a noi di men La creazione di due Istituti
superiori di Magistero femminile inltalia, uno a Roma e l’altro a Firenze, in
virtù della legge 25 giugno 1882, e l’ordinamento delle discipline scientifiche
e letterario che vi sono e vi debbono essere insegnate, secondo il Regolamento
organico 19 novembre 1882, ci porgerebbero materia a molte e svariate
considerazioni non prive d’interesse speculativo e pratico. Qui non intendiamo
di enumeiarle e di svolgerle tutte, ma non possiamo astenerci dall'acccnnarne
le più rilevanti e dal pigliare in esame particolare il come nei due nuovi
Istituti letterarj e scientifici femminili debbono esseie insegnate alcune
materie importantissime, quali sono appunto la Filosofia teoretica, la Morale e
la Pedagogia. I. E prima di tutto dimandiamo : Era necessaria in Italia la
creazione di due Istituti superiori di Magistero femminile, mentre abbiamo non
pure le Scuole normali femminili, ma alle donne stesse non, è vietato dalla
legge Casati sull’istruzione pubblica di frequentare i Ginnasj, i Licei, le
Università, e di addottorarsi in qualunque disciplina ? Posto così il quesito,
non sarebbe giustificata la creazione di quei due Istituti superiori femminili.
Ove però si consideri che la missione della donna nella famiglia e nella civile
società si palesa chiaramente ben diversa, da quella dell’uomo ; che gli studj
femminili debbono esser rivolti essenzialmente alla cultura della donna come
madre di famiglia, com’cducatrice ed istitutrice, e non all’esercizio di
elevate e gravi professioni sociali, come quelle di avvocato, di medico,
d’ingegnere, di capitano, c va discorrendo; che quasi tutto 1 insegnamento
nelle Scuole normali femminili ora viene xm^ tito dagli uomini; ed infine,
cheidue nuovi Istitutimon sono equiparati interamente alle prime Universitari
Regno: la fondazione'loro apparisce »noo«^ tamonte necessaria, certo
conveniente ed joituna. Vero è che alcuno j^dìritti^degli uomini m parte, si
viene a lede e ^ # pcdag0 _ laureati in Lett ° rc . C e d 16 hanno scelto la
car- già, o in altre disciph, _ . u dotto ri piu riera lucrosa dell'insegna
p0sto nelle difficilmente d'ora i^ anzl fcmmin ili, avendo per Scuole normali e
secondario ^ ^ Istltutl competitrici le donne a ‘‘ ^ italian e, della Storia
all’ insegnamento delle Uet Lingue e Geografia, della Pedagogia o ^ tcdesca . E
moderne straniere, franooso, m B un’osservazione eli questo genere non sarebbe
destituita di fondamencnto ; ma starebbe sempre il fatto clic l’uomo, laureato
in qualcuna di esse discipline, ha una più larga ed elevata carriera dinanzi a
se. E poi, come negare alla donna questo diritto in una società liberale e
civile, che non pure vuol rialzata la condizione intellettuale e migliorata la
condizione economica della donna, ma che tende ogni giorno a dilatare una certa
eguaglianza civile e giuridica della donna stessa ? Altri, invece, potrebbe
osservare che le donne in generale o non sono portate a lunghi e severi studj,
o che esse non hanno capacità mentale ed attitudine didattica pari a quelle
dell’uomo. La quale obbiezione certo non reggerebbe dinanzi a fatti storici e
ad esetnpj particolari, e dinanzi al fine stesso di quei due Istituti, il quale
consiste nel compiere e rinvigorire l’istruzione secondaria della donna, e nel
formare abili insegnanti in alcune materie (qui sopra ricordate) per le Scuole
normali e secondarie femminili. Ad ogni modo, la più elementare prudenza
consiglierebbe di attendere nuove prove e nuoA'i risultainenti di questa prima
istituzione italiana. E diciamo nuove prove e nuovi risultamene, perchè quelli
già dati in questi tre anni da ambedue gl’istituti sono favorevolissimi e
confortanti. Le allieve che vi studiarono e vi ottennero il diploma, ora sono
direttrici abili di Educandati e Istituti femminili, o insegnano con valore
nelle Scuole normali femminili, inferiori e superiori. Alcune di esse alunne
mostrarono attitudine anche ai gravi studj filosofici e pedagogici, c si
segnalarono, in specie all’Istituto superiore di Roma, negli esami di Stato pel
diploma in Lettere italiane, m Pedagogia e Morale, e in Storia. In quanto a
noi, che abbiamo sempre avuto un alto concetto della donna c della sua nobile
missione sociale, noi vogliamo anzi riguardare la.fondazione di questi due
Istituti superiori femminili non solo come opportuna c conveniente pei le
accennai - gioni, ma altresì come uno dei tanti mezzi ondo avviarci alla
pratica colazione della »«“*: che da ogni parto minaccia d’irrompere
fimo»",d. sommergere quanto le si pari dinanz,. Imporoe * noi siamo
d’avviso cho la quest,ono somalo va con sidorata sotto vario forme o sotto ir™»
’ Additiamo di volo ipriaeipali. sono probi tive famiglie onde si compone la
nazione P e morigerati, oppure si fanno s ° ostu ™ ‘ ]o ha viva to morale della
questione sociale Un P P c giusto, e quindi amme °° vit j O itrcmonda- una
giustizia soprannatura e mate ria e del na; oppure non va piu. ia ^ ^ caIc0 l 0
e all’utile senso, tutto per lui si J e y a questione- bone inteso ? È l'aspo»»
g oye rao ch’è adat- sociale. Scelta quella forma e morali, ta alle sue
condizioni civi i, ^ forma, esercita una data nazione si contenta senza ne .
saviamente la libertà e 1 V ^ ^ |£ e parlavo de gare i suoi doveri ; opp ul 348
sull’ordinamento degl’ istituti superiori suoi diritti, vorrebbe la libertà
spinta all’eccesso, è desiderosa di novità rendendo instabile ogni reggimento
politico e tutte le altre istituzioni clic ne dipendono ? E l’aspetto politico
della questione sociale. In quella stessa nazione, mantenendosi l'armonia fra i
diversi ordini della cittadinanza e vivo il rispetto del diritto di proprietà
individuale e collettiva, si stabilisce un’equa proporzione di mercede e
d'utilità fra 1' operaio e il capitalista ; e nelle famiglie si •consuma e si
spende in proporzione almeno dell’entrata e del guadagno : oppure, inimicatesi
fra loro le diverse classi sociali, il capitalista non si cura di far lavorare
o non ricompensa equamente il lavoro, svogliato è l’operaio, vede nel
proprietario il suo mortale nemico e ritiene essere una ingiustizia, anzi un
furto la proprietà individuale? E nelle famiglie non abbienti o poco agiate
l'entrata è minore dell’uscita, o non si pensa coi modesti risparinj al dimani
? Ecco l’aspetto economico della quistione sociale. In tale stato di cose, la
donna colla sua spedalo missione nella famiglia e nella civile società, c come
esempio vivente di pace e di rassegnazione, o come educatrice ed istitutrice, e
come massaja e, nel caso nostro, come professionista, può efficacemente con-
tiibuire o a risolvere in parte l’ardua c complicata quistione sociale, o ad
attenuarne gli effetti, quando a lei non fosse dato nè di risolverla
parzialmente, nò di ritardarla o di arrestarla. Ma perchè la donna sia capace
di quest'opera altamente morale civile -ed utilissima, in lei che cosa si
richiede ? Nella vera donna, di cui intendiamo parlare, si richiede moralità a
tutta prova ed in tutta l’estensione del termine, non disgiunta da un puro ed
elevato sentimento religioso; si richiede una soda cultura, in cui entrino
anche lo nozioni elementari circa lo Stato e l’economia; si richiede
un’attitudine speciale, studio molto e singoiar valore nell’insegnamento,
quando voglia o debba esercitare questo nobile ufficio ; si riduce e, infine,
costante dignità o modestia, condito di soavità c di grazia, evitando così ogni
frivolezza nel dire, nel fare e nel vestire, come ogni presunzione e verso
l’uomo o verso lo altro donne forse lei mn non per questo meno degno d.
stima.Tutelò supera le forse naturali della donna inette da sana 0 vigorosa educamene
ed tstrumone da un sentimento c da un elevato conre 0^ ^ dimand ar sioue sulla
terra ai „ e au „„ esiger troppo troppo alla donna. Ano i vodia, e da lei,
purché essa V0 ^,a ^ tC " aCe a ” te del ]’ a o.no in senza ch’ella
presuma di * 1 ^ alcune società e di emanciparsi, tota ’ ÌMm egua- donno
vorrebbero bramando ali ' 1Um » glianza di diritti, non badando esse « “o, dei
diritti implica l’eguagbansa Jet do^ ^ ^ Premesse c chiarite queste co »
Magistero dinamento dei due Istituti sU P conducente al' femminile sia in tutto
c pei fine da noi vagheggi^ 0. IL la uno Stato libero e civile come il nostro,
ogni Istituto educativo e d’istruzione secondaria, sia tecnica sia classica,
deve mirare (secondo me) a tre principalissimi fini inseparabili tra loro, a
voler eh’ esso riesca utile davvero e sia bene ordinato. l°Deve impartire agli
alunni, destinati a diventare .liberi cittadini, una buona cultura generale,
sia pure elementare, tanto letteraria quanto scientifica. 2° Deve preparare
convenientemente agli studj su- riori. 3° Deve poter avviare alle professioni
manuali cd agli impieghi minori quegli alunni che non potessero o non volessero
proseguire gli studj. A questo triplice fine dovrebbero pertanto mirare non
solo gl’ Istituti tecnici, i Licci, e le Scuole normali maschili e femminili,
ma la stessa Scuola tecnica. Le Università e gli altri Istituti superiori in
generale hanno, invece, o debbono avere per fine speculativo .la ricerca del
vero e il progresso della scienza, e per fine pratico le professioni liberali e
le carriere superiori negli ufficj dello Stato. I due Istituti superiori di
Magistero femminile, non essendo equiparati in tutto e per tutto ailc
Università, ed essendo destinati alle donno esclusivamente, dovrebbero mirare
direttamente a compiere c rinvigorire la cultura letteraria o scientifica della
•donna, e a x-enderla capace d’insegnare nelle Scuole normali e secondarie
femminili. E questo, invero, •c stato il duplice fine che ha guidato la mente
del legislatore nel coordinare la quantità e la qualità delle materie di studio
nei due Istituti superiori femminili. A tutte le alunne, pertanto, corre
obbligo di apprendervi Lettere italiane, Geografia e Storia generale, Storia
d’Italia, antica medievale e moderna, Elementi di Logica e Psicologia, Morale e
Pedagogia, Istituzioni d’igiene, Matematica, Elementi di Fisica e di Chimica,
Storia Naturale e Geografia fisica, Lingua e letteratura francese, inglese e
tedesca, Disegno e Lavori femminili. Ciò per la cultura superiore della douna.
le quanto alla professione loro di maestre, le future insegnasi! hanno facoltà
di scegliere ed approfondire nel secondo biennio quegli studj che debbono
metterle in grado di conseguire il diploma d-insegnamento o nello Letttere
italiane, o nella Storia e Geografi*ella Pedagogia e Morale, 0 nelle Lingue mo
niere e sono francese, inglese c te,, Non possiamo ohe lodare . legislatore
da.ve, mantenuti obbligatorj 1 Uvon faccia questi Istituti superiori, pur la
maestra, non ces P . uj a i] a donna guida principale delta pressoché quo-
occorre speciale abilita Digean0 poi, si rende tidiano in siffatti iavon.• don
° neschi pi ù squisiti necessario per gli > stessl vido consiglio di met- e
delicati-, e pero e s a p jf c il 0 studio delle terlo fra le materie obbh ° ‘
to anche alle isti- Scienze sperimentali sl, e oeuza di questa di luzioni
d’igiene, perche la cono 3o2 sull’ordinamento degl’istituti superiori sciplina
nella sua applicazione risguarcla tutti, e segnatamente chi deve attendere alla
famiglia ed alle cure domestiche, e chi deve educare la prima gioventù, come
appunto è la donna; che anzi, l’Igiene fa parte dell’educazione fisica,
quantunque Alessandro Bain opini il contrario. La Matematica, gli Elementi di
Fisica c di Chimica, la Storia Naturale, gli Elementi di Logica e la
Psicologia, parrebbe dovessero alla donna servire di mera cultura superiore, o
di sussidio e di complemento allo studio di certe altre materie. Imperocché,
secondo il Regolamento organico di quei due Istituti, non può l'alunna essere
abilitata legalmente ad insegnare Matematiche, Fisica, Chimica e Storia
naturale. Clic alla donna siasi negato il diploma di magistero in Matematica e
nelle Scienze spcrimeutali, la cosa spiegasi facilmente perchè nei due nuovi
Istituti non si dà ora un corso compiuto e superiore di quelle scienze, e
porche nelle Scuole normali o in quelle superiori femminili l’insegnamento
delle Scienze fisiche e naturali tiene un posto secondario o dcv'esscrvi
impartito in modo elementarissimo. Inoltre, quelle Scienze non riguardano direttamente
la prima e vera missione educatrice della donna, nè sono le più confacenti alle
naturali inclinazioni della donna in generale, segnatamente la Matematica e la
Chimica. Ma qui pure abbiamo notevoli eccezioni, perchè talune allieve hanno
mostrato singolare attitu - dine allo studio delle Matematiche e delle Scienze
fisiche. Il Governo, poi, suole affidare l’insegnamento elementare anche di
queste materie nello Scuole preparatorie o inferiori normali alle giovani che
in uno de’due Istituti superiori conseguirono il Diploma o in Lettere, o in
Storia, o in Pedagogia! Non sarebbe adunque più logico ed opportuno concedere
addirittura il diploma nelle Scienze fisiche e ila- tematiche, ed ampliarne il
relativo insegnamento ? ni. Ci resta da esaminare il modo in che l’insegnamento
delle materie filosofiche propriamente dette e della Pedagogia viene ordinato
cd affidato nei due nuovi Istituti. A tutte le alunno è fatto obbligo di
studiare per un anno nel primo biennio gli elementi di Logica e di Psicologia,
e la Morale nel 2‘ biennio. Più, nel secondo biennio tutte debbono seguire un
corso di Pedagogia. Finalmente, le S*™.. dm amano d'cssorc abilitato « 11
-iosegn.mento. tirila P* dagogia teorica c pratica debbono stod,a,c pe. 00 T°ti
P dftdt F int°rodòt.a anche negl. dell' intelletto. Ma non s »PP‘ a
filosofiche, ossia le ragioni per cui tutte e a Pcdago gia deb- Logica,
Psicologia e Mora e gsbre! q uì l'onorc- bono essere affidate ad un s Q poteva
e può volo Ministro Baccelli, al qua e Oberali e buona negare elevato ingegno,
8 ® atl “ rQZ i 0 ne in Italia, volontà di migliorare la pubblica ist ^non fu
ben corrisposto da chi ebbe il mandato di fare nuo schema di Regolamento
organicopercoordinarvi anche le materie filosofiche e pedagogiche, c di
stabilire il modo in che l’insegnamento di queste discipline doveva essere
affidato c distribuito. E lo dimostriamo brevemente. Il professore di Filosofia
c di Pedagogia sarebbe tenuto a fare non meno di undici lezioni per settimana
nei respettivi corsi ! E noto che i professori •di Filosofia ne’Licei fanno da
sei ad otto lezioni la settimana, e tre lezioni i professori di Università.
Come presumere seriamente clic un Professore dia con zelo ed efficacia non meno
di dodici lezioni per settimana in materie difficili, disparate c soltanto
affini tra loro? Diciamo in materie dispaiale, poiché la Logica e la Psicologia
sono ben differenti dalla Morale e più ancora dalla Pedagogia. Nè si dica, per
avventura, che ivi trattasi di dar nozioni elementari sii quelle scienze ; imperocché,
oltre restare il fatto che le son materie ben diverse, la istituzione
elementare risguarda soltanto la Logica. materia nuova per lo alunne, ma non
risguarda la Psicologia e ancor meno la Pedagogia e la Morale, già studiate
elementarmente dalle giovani o nelle Scuole normali o nelle Scuole secondarie e
preparatorie all’ Istituto superiore femminile. Chi vuole ottenere il diploma
in Pedagogia, deve seguire un corso speciale di Psicologia : ma ognun sa che
questa ultima scienza ai nostri giorni ha fatto progressi notevoli, nè può
essere affatto separata dallo studio delle scienze sperimentali, come per
esempio la Fisiologia. Che anzi, noi troviamo un altro difetto nell’ordine
delle materie obbligatorie per conseguire il diploma in Pedagogia. Ivi ò detto
che 1’ alunna potrà scegliere un corso di Matematica, o di Fisica, o di Storia
Naturale. Non sarebbe stato più razionalo di prescriverle addirittura il corso
speciale di Storia Naturale, in mancanza d’ uno studio a parte su la Biologia e
la Fisiologia ? Ritornando alla Morale ed alla Pedagogia, queste due scienze,
fra loro assai differenti, non possono nò debbono essere insegnate in modo
elementare nei due Istituti femminili superiori. La Morale pura e applicata,
individuale e sociale, e c c 8U PP 0 "® cognizione di altre scienze
affini, quali sono le discipline giuridiche e sociali, ò molto vasta e
complicata, fi i> ità d’ un solo docente. L inse ° n qecon dario, non può
servire.di meio aj ^ cittadino si i Doveri .;i ^“ormali secondarie, perni» studiano
già nelle oc obbligate a le alunne de’due Istituti supei‘ 0 ro hò infine
studiar l’Etica nel secon o » anche ]a Scieu- il diploma di Pedagogia compren
za Morale. i a Morale come So poi si volesse eonsidciare s „ p8 . deile materie
di P uia ragione del- una riore, allora non ragione de,- 336 sull'ordixajiento
degl'istituti superiori l’assoluta dimenticanza d’ogni più elementare
istituzione di Economia sociale e di Diritto. Come ! in un Istituto superiore
d’ educazione e d’istruzione femminile si prescrive’l’insegnamento dell’Igiene
e della Chimica, e non si fa parola de’ primi rudimenti d’Economia e di Diritto
positivo, mentre in uno Stato libero, coni’ e il nostro, si affida legalmente
alla donna il nobile mandato di fornire la prima educazione ed istruzione ai futuri
cittadini d’Italia, di educare ed istruire le future maestre e madri di
famiglia, oltre la missione propria di ciascuna donna, cioè di farsi ella
stessa educatrice dei proprj figli e savia amministratrice dell’ azienda
domestica? Anzi, ritornando al nostro concetto (esposto qua sopra) intorno al
giovamento grande clic può la donna fornire nella soluzione pratica della
complicata e formidabile quistione sociale, anche nell’aspetto fioUtico ed
economico, a noi parrebbe necessario clic nei duo Istituti superiori femminili
dovesse pur trovar luogo l’insegnamento comune delle prime nozioni di Economia
sociale e di Diritto, segnatamente del Diritto civile e privato e del Diritto
costituzionale. Veniamo alla Pedagogia. Le giovani tutte, che amino dedicarsi
all’ insegnamento privato o pubblico, hanno da apprender bene l’arte
difficilissima di educare e d’istruire; e molto più devono attendere a questa
scienza ed a quest’arte le alunne clic vogliono abilitarsi all’ insegnamento
della Pedagogia stessa. Ora, è noto che secondo i più recenti prògramini
governativi. i maestri c le maestre per conseguire la patente elementare di
grado supcriore, i maestri per essere dichiarati idonei all Ispettorato
scolastico, son obbligati a sostenere, fra le altic prove, un esame di
Pedagogia storica, teoretica ed applicata. E questo largo, elevato e compiuto
insegnamento della Scienza pedagogica, teoretica, pratica c storica, viene
oggidì propugnato anche in Italia da valorosi c dotti pedagogisti ; i quali
pensano clic la Pedagogia teoretica, so vuole uscire dal campo delle generalità
e cessare di ridursi ad una metodica astra ta o formalo, non possa fare « mono
d. mollc scienze affini, quali sono la Biologia» fisica, In Psicologia o la
Logica, la Morale h Sociologia c la Filosofia politica. Ma sottoponili US a^u»
tara considerevole questa smnma ; scienze «ffini troppo elevala, o nducendo 1
ms» mento pedagogico nei fino entro più modesti limiti, P » ^,„ torario o monto
elio deve “ 8S ™“| 0 d Minano pur seni- filosofici,e università, tale insomma
pre una sci^ tutto il sapere o tutta da richiedere tutto i "‘o o
l’operosità d’ un solo piofcssoi convcl . 1 . e bbc divi- Pcr queste principali
ragi » sup6 rio- doro, anello «O »^ "^„o delle tre re, l'insog, lamento
della. » posologia, Logica e disciplino pura, non o 1 aUr0 „ duo professori.
Morale, affidando 1 una e 3o8 sull’ordinamento degl’ istituti superiori E
allora si potrebbe anco estendere a tre anni l’insegnamento teorico e pratico
della Pedagogia per le alunne che amassero di prendervi il diploma : ove tale
insegnamento si volesse mantenere per soli due anni, il professore di Pedagogia
dovrebbe insegnare anche la Psicologia applicata alla Scienza pedagogica. Gli
studj superiori di Lettere italiane, di Storia, di Filosofia, di Pedagogia e
della stessa Botanica, a voler che riescano scrj e fecondi, richiedono la
conoscenza della lingua e letteratura latina. E però ameremmo clic presso i due
Istituti superiori femminili fosse istituita una cattedra di Lettere latine,
come pare no abbia intendimento 1’ on. ministro Coppino. Ma altre innovazioni
bisognerebbe fare nei due Istituti, fissando e ripartendo nell’infrascritto
modo le discipline sia per la cultura generale, sia per gli studj speciali in
attinenza co’ varj diplomi di abilitazione. Discipline comuni da studiarsi nel
primo biennio : Lettere italiane, Storia generale, Psicologia e Logica, Fisica
e Chimica, Storia naturale e Geografia fisica,Matematiche, Lingua latina,
Lingue moderne straniere, Disegno, Istituzioni d'igiene, Lavori femminili. I
diplomi speciali dovrebbero essere cinque : 1° Diploma di Lettere italiane 5 2°
di Storia c Geografia; 3° di Pedagogia e Morale; 4° di Lingue stra- DI
.MAGISTERO FEMMINILE nicrc, francese, inglese e tedesco ; 5° di Scienze fisiche
e Matematiche. GT insegnamenti speciali per otteuere ciascuno di questi Diplomi
di abilitazione sarebbero ripartiti nel seguente modo: Pel diploma in Lettera
italiane: Lettere italiane, Letteratura greca e latina comparata coll’italiana;
Storia d’Italia, antica, mediocvale e moderna -, Morale; Pedagogia; Lingua c
letteratura latina; Due lingue e letterature straniere moderne a scelta de -
l’alunna. ... Pel diploma in Storia a Geografia : Le discipline identiche a
quelle pel diploma in Lettere italiane, ad eccezione della Letteratura greca c
latina comparata coll’ italiana, alla quale sarebbero sostituite la Fisica
terrestre e la Etnografia. Pel diploma in Pedagogia e Morale: Pedago teoretica
e pratica; Filosofia morate-. Ps.colog ; Fisiologia umana; Igiene aPP 1 ^ 3, “
nt *J e mo der- Lcttere italiane; Storia i « ‘ > j; n °„j ese e tedesca Le
italiane; Let, età,una “„^i» ««- contpanateoon.aLe»».^-^. iia, antica e
moderna, = „ Pel diploma m j Cosmo grafia ; Fisica; Chimica; Geometria c
Trigonome- Storia Naturale; Al D eb 360 sull’ordlnauento degl'istituti
superiori ecg. (ria; Igiene e Chimica fisiologica; Disegno; Contabilità
domestica; Lettere italiane; Pedagogia; Morale ; Lingua latina. Non occorro
dimostrare che l’attuazione di questo largo disegno di studj femminili superiori
esigerebbe la riforma parziale delle nostre Scuole normali femminili. Come son
ordinate presentemente, massime per ciò che si attiene all’insegnamento
letterario, morale e didattico, le nostre Scuole normali, oltre non essere
coordinate bene con i due Istituti superiori femminili, non corrispondono
adeguatamente al fine loro speciale, c si rimangono inferiori alla Scuola
normale tedesca (Das Lehrerseminar) dove si preparano i veri educatori del
popolo. Koi siamo fermamente persuasi che una riforma e un riordinamento, di
studj, come abbiamo a larghi tratti delineato qui sopra, tornerebbe di grande
utilità e decoro al fine speculativo c pratico dei due Istituti superiori di
Magistero femminile, creazione ancor questa dell’Italia nuova che molto si
ripromette dall opera salutare e benefica della donna. So**»»». - I. E.gta- rf
to. — Ginnasio c Liceo ; buio la teem leoni». Loro somiglianze e rione
secondarie classica e Iconica in 111 >’ J" 6 ìin /ìniii. «àcuolc
secondarie in Geimanit • nata con quella delle - ^ 8trat ‘ v0 Distratti da
questioni P ‘ deraro i problemi finanziarie, non avvezzi a co pedagogici e gli
ordinamenti delle scuole sott’ogni loro aspetto, morale intellettuale ed
economico, gl’italiani in generale poco o punto badano al modo in clic viene
ordinata c impartita la pubblica istruzione. Lo stesso Parlamento non crede
necessario di spendere molto tempo e cure speciali in questo ramo di pubblica
amministrazione ; bensì il Ministro dell’Istruzione pubblica va soggetto egli
pure alle vicende politiche, alle crisi parlamentari e ministeriali ; e non di
rado la politica invado anche il tempio pacifico di Minerva, e fa sentire i
suoi influssi al personale insegnante. Eppure si tratta di formare gl Italiani
stessi \ trattasi del modo in che debba essere educata ed istruita la crescente
generazione ; si tratta del come e quando i novelli cittadini ed i futuri
governanti d’Italia debbano compiere i loro studj ; si tratta di stabilire
quanti anni debbano consumarvi e quanta spesa vi occorra ! La sarebbe dunque
una questione di alto interesso morale ed economico, teorico e pratico, privato
c pubblico. Il Paese, invece, poco opunto vi bada: ed ceco una dello principali
cagioni per cui l’istruzione pubblica incendale, e segnatamente l’istruzione
secondaria classica e tecnica, letteraria e scientifica, non ha avuto ancora
presso di noi un ordinamento stabile e razionale. E poiché ogni Ministro che
sale al potere, come ci ammaestra 1 esperienza di questi ultimi anni, fa o pi
omette innovazioni nel pubblico insegnamento secondario ; c poiché i lamenti
nel pubblico non sono cessati, e gli esami di licenza tecnica c liceale (ma
soprattutto liceale) non sempre corrispondono alla viva espettazione del
Governo e del Paese ; stimo esser cosa utile ed opportuna il ripigliare qucst’ardua
questione di vivo e grande interesse nazionale,dibattuta più volto, sebbene per
altri fini e rispetti, in pregiati periodici e specialmente nella Nuova
Antologia, da uomini insigni quali sono il Villari, il Luzzatti, il Ferri, il
Gabelli, il Barzcllotti, ed altri. Come insegnante, io non parlerò qui della
capacità intellettuale, letteraria scientifica o didattica, dei nostri
professori nelle scuole secondarie, delle norme e cr.terj nelle nomine e
promozioni del corpo delle condizioni economiche fette da o - > Provincie e
dai Comuni ni professor, anched f ut egli nitri pubblici ufficiali ; ne
istituita gu paragone tra i nostri insegnanti e M-tdolla Gc nanfa, dell' Impero
Anstro-Unganeo, do a I ...» o di altre nazioni. Ma facendo tesoro;«£££. lunquc
siasi esperienza da me acqui, gnamento liceale, tecnico o «“P'™. ' onte ordina-
sè Btesso e nei suoi effetti socia i letteraria mento della nostra istruzione
sei} manEcne re tal c scientifica, per vedere so ‘ Q quale, ovvero se debba
essere mod n. • s’ rltslln. le"ge Casati 13 uo È notorio che in vir u 0
secon daria in vcmbre 1859, la istruzione ; n Massica e in . Italia si
distingue indue g iaI ^ nuindi abbiamo tecnica o industriale e professici
quattro sorte d’istituti: GINNASIO E LICEO, Scuola tecnica c Istituto tecnico,
aventi ciascuno un essere proprio, e dai quali istituti gli alunni escono
forniti d’una licenza o diploma. Bensì il Ginnasio serve nel tempo stesso di
fondamento e di preparazione al Liceo, •come la Scuola tecnica agl’istituti tecnici
professionali c industriali. Difatti, nel Ginnasio s’insogna oggigiorno
italiano, latino e greco, storia antica, geografia, matematica, storia naturale
c disegno ; nel Liceo poi lettere italiane, latine c greche, storia e
geografia, matematica, filosofia, storia naturale, fisica e le prime nozioni di
chimica. Ideila Scuola tecnica gli alunni sono ammaestrati in italiano, storia
c geografia, matematiche c contabilità, calligrafia c disegno, francese,
elementi di fisica c di storia naturale, doveri c diritti del cittadino.
Dell’Istituto tecnico, secondo 1’art. 275 della legge Casati, s insegnavano :
letteratura italiana, storia c geogiafia, lingua inglese c tedesca, istituzioni
di diiitto amministrativo c di diritto commerciale, economia pubblica, materia
commerciale, aritmetica sociale, chimica, fisica c meccanica elementare,
algebra, geometria piana e solida, c trigonometria rettilinea, disegno ed
elementi di geometria descrittiva, agronomia e storia naturale. E con 1’ ultimo
Decreto furono stabilite le infrascritte materie, suddivise nelle rispettive
cinque sezioni dell' Istituto : Agraria, Calligrafia, Chimica, Computisteria,
Costruzioni, Diritto civile, commerciale ed amministrativo, Disegno, ELEMENTI
DI LOGICA E D’ETICA, Economia, Estimo, Fisica, Geografia, Lettere italiane,
Lingua francese, inglese e tedesca, Legislazione rurale, Matematica,
Merciologia, Ragioneria, Storia civile, Storia naturale, Statistica e Scienza
finanziaria, Topografia. Ognun vede qual notevole differenza corre fra
gl’istituti classici o letterari e gl’istituti tecnici o- professionali : in
questi prevalgono le scienze positive, in quelli le lettere. I primi servono,
in modo speciale, di gradino nll'Cniversitlt; i secondi avviano 'alle professioni
ed agli uiliej minoiine o . ta o mitre, lo Scuole classiche e le Scuole
tecniche hanno questo di comune: Che sì lo uno corno le altre danno ài giovani
una cultura generale, fondamento degna altro studio, e corrodo necessario ad
ogm vern o. tadino che sia degno di tal nome, che e.o togli» rendersi conto dei
propri doveri socia i et bene i suoi diritti civili e politici. ni. per quello
clic si rifcriacea fonnQ ^ g,. 8tu dj. e al modo in che s’insegna uberalo
vorrebbe Fortunatamente, nessun > • ‘ ^ naz ^ on alità e imitare il sistema
tedesco m ‘ r j amc ntari, quale di franchigie costituziona i e p ^ ^ Bismarck.
viene inteso e praticato e a ^ ^ ^ quintessenza dei Ma quanto agli studj, P aie
metodi educativi e didattici e del sapere umano si ritrovi in Germania, e solo
in Prussia la si possa apprendere : il cervello del mondo prima era Parigi,
oggi è Berlino! Confrontiamo adunque l’istruzione secondaria tedesca con la
nostra, che già conosciamo. In Prussia l’insegnamento secondario viene
impartito in tre specie d’istituti nazionali: ne’Ginnasj, corrispondenti al
nostro Ginnasio e al nostro Liceo riuniti, onde in alcune parti della Germania
il Ginnasio è detto anche Liceo •, nelle Scuole Reali ( Beai- schulen ) di
moderna istituzione, le quali hanno una certa somiglianza colla nostra Scuola
tecnica ed Istituto tecnico uniti*, nei Proginnasj e nelle Scuole borghesi (
Biirgerschulen ), che servono di preparazione quelli al Ginnasio, queste alla
Scuola Reale, o sono strettamente coordinati gli uni a’Ginnasj superiori, le
altre alle Scuole Reali superiori. Le Scuole borghesi della Germania (una
specie delle nostre Scuole tecniche) hanno per fine, considerate in sò stesse,
più una cultura generale inferiore, che un insegnamento pratico o
professionale. Vi si compie generalmente il corso intero in 6ei anni, e in
qualcuna s’insegna anche il latino. Ma le discipline comuni a tutte le Scuole
borghesi tedesche sono le infrascritte: Religione, tedesco, francese, inglese,
geografia, storia, matematiche, fisica, storia naturale, disegno c
•calligrafia. Ora, qual fine educativo e scientifico si propongono i Ginnasj
tedeschi e le Scuole Reali, c quali materie vi sono insegnate? u Fine diretto
del GINNASIO G(dice Pullè nella sua erudita relazione sulla Istruzione
secondaria in Germania) c quello di preparare per lo studio scientifico delle
Università. L’istruzione clic vi viene impartita però, nel suo contenuto c
nella sua forma, c ordinata in modo da rendere la monte atta e fornita dei
mezzi necessari per raggiungere qualunque grado e specie di coltura
intellettuale. Il centi o di gravità degli studj ginnasiali c l’insegnamento
linguistico, e si fonda pei Ginnasj tedeschi sulle tre lingue letterarie che
rappresentano la vita delle tre più grandi famiglie umane, attrici della storia
c della civiltà europea : la greca, la latina e la tedesca. “ Il concetto
informatore del programma deg 1 studi ginnasiali si ò : nella conoscenza dello
lingue, aprire al pensiero lo spirito dell’antmhità e le forme dell’espressione
; abbracciare nella stona 1 con ■ dell’umanità e del progresso civile e nel a s
o tararia formare l'idea nazionale. Nella geogr ^ storia, naturale, nella
fisica e nella «nata» ^ prender le relazioni dell'uomo eolia naturi ^ di quello
colle forze di questa : • ' amca to all’esattezza del ealcoloedeig.^^“ dei
mezzi pratici e delle necessda posavo. _ ^ a contemplare dalla elevatezza .
iuoven( j 0 da un comprendendoli nel loro spiri ° ^ dcl]c CO sc. Colle
■criterio morale, P roCoa ° V ®', ivor8e materie, messe in cognizioni acquistate
0 ' da]la disciplina sco- contatto c collegate dal consapevolmente . letica,
l'intelletto giovanile s, v. abituando e si conquista questo liberalissimo modo
di pensare, che poi applicherà o ai suoi studj futuri o alla pratica della
vita.“ Lo Scuole Reali invece, conforme alla loro origine, hanno un fine più
limitato c più direttamente pratico. Esse sono destinate a fornire una generale
coltura scientifica, come preparazione a quelle professioni, per le quali gli
studj universitari non sono richiesti. La loro principale differenza dai
Ginnasj consiste in ciò, clic l’insegnamento classico scema, e di altrettanto
cresce in suo luogo quello delle materie scientifiche. Il latino vi c
mantenuto, ma ridotto a due terzi dell’orario settimanale nelle classi inferiori,
alla metà incirca in quello superiori. Il greco n’ò escluso del tutto : invece
si dà un posto maggiore alle lingue moderne; il tedesco c il francese hanno un
orario più ricco clic non nei Ginnasj; vi s’insegna l’inglese nello
treclassisuperiori, ed in alcuni casi, facoltativamente, lo spagnolo o
l'italiano. Questo ricco apparato linguistico però non viene trattato, come nei
Ginnasj, da un punto di vista scientifico, ma solamente da quello pratico, per
l’uso moderno e del commercio. E però nel ginnasio tedesco s’insegna: religione,
tedesco, latino, greco, storia e geografia, matematiche, storia naturale,
fisica; e in alcuni ginnasj superiori della Prussia, come nel Ginnasio Federico
Guglielmo, s’aggiunge l’insegnamento del disegno, del francese e dell’inglese.
Le stesse materie s’insegnano nella scuola reale, fuorché il greco che viene
sostituito dal francese, inglese o spagnolo. Ecco pertanto gl’inscgiramenti che
si danno nel Ginnasio e nella Scuola Reale superiori, uniti insieme :
Religione, tedesco, latino, greco, francese, inglese, ebraico, storia c
geografia, aritmetica e matematica, storia naturale, fisica e chimica, disegno
c calligrafia. Più tardi, in alcune città della Germania sorsero scuole
industriali per soddisfare a certi bisogni e tendenze locali 5 coinè tra noi,
per cagione d'esempio, e sorta la Scuola industriale e professionale di Vicenza
che ha surrogato quell’istituto tecnico, perchè più vantaggiosa a coloro che, a
poca distanza, a Schio lavorano nel grandioso e prospero stabilimento
industriale del benemerito seuatorc A. Rossi. Presso la Scuola industriale nel
centro di Berlino s'insegna: Religione, tedesco, francese, inglese, storia e
geografia, aritmetica, materna- tica pura ad applicata, fisica c chimica,
chimica pratica nel laboratorio, storia naturale, calhgia ., disegno a mano libera
c disegno geometrico. Il Ginnasio superiore tedesco, con 1 esame b sturila o di
licenza, schiude le Porte dol^ versità; c le Scuole Reali di l u ‘ m01 J
degl’inge- loro licenziati di passare ai IL/ W” V gneri, di essere ammessi
^^o'di’volontariato, di tare e a godere i benefi ‘ nci Ministeri. E qui gio-
aspirare alla carriera u ‘ . licenziati dai nostri va ricordare che anche a *
;1 benefizio del Licei ed Istituti Aitare, sono am- volontariato quanto ,
i;ce{iU) e a n a facolta di messi all’Università (t sezione fi s i c0 -ma-
matematiebe quelli (tecni .) tematica ; inoltre possono tutti aspirare ai
pubblici uffizj minori, come nelle Poste, nelle strade ferrate, nelle
Prefetture, nelle Intendenze di finanza e nei Ministeri. . Ed orapotrebbesi
domandare: Perchè nei Ginnasi tedeschi non è compresa la filosofia, e nelle
Scuole Reali non s’insegna economica politica, statistica, diritto positivo,
computisteria c ragioneria, estimo ed agraria, che troviamo invece presso i
nostri Istituti tecnici, ne’quali bensì manca il latino ? Nei Ginnasj tedeschi
(eccettuati alcuni pochi dove si studia la logica formalo, o la propedeutica
filosofica) non avvi l’insegnamento della filosofia per due ragioni: 1° perchè,
a differenza d’Italia per il contrasto e la separazione fra la chiesa e lo
stato, là si mantiene vigoroso l’insegnamento della religione, sia cattolica
sia protestante, secondo la confessione religiosa degli alunni; perchè i
giovani, oramai bene apparecchiati c riflessivi, apprendono la filosofia nelle
Università ordinate diversamente dalle nostre: di fatti nelle Università
tedesche la facoltà filosofica comprende altresì quella filologica e storica,
quella fisico-matematica e di storia naturale. Per altro, se ai nostri Istituti
tecnici manca il latino, onde i giovani licenziati (eccetto quelli della
sezione matematica) non sono ammessi all’Università, e in fatto di cultura
letteraria sono generalmente inferiori ai licenziati dal Liceo; le Scuole Reali
tedesche, paragonateagl’Isti- tuti tecnici italiani, hanno il capitale difetto
di non apparecchiare direttamente gli animi alle lotte nobilia feconde della
vita pratica sociale ed agli ufficj amministrativi, perchè non vi si danno le
principali nozioni di scienze morali o sociali, come la morale, l’economia
politica, la statistica, il diritto, la computisteria, e somiglianti. I nostri
G-innasj e Licei non hanno subito notevoli e sostanziali cambiamenti, almeno in
ciò che riguarda la natura e il numero delle materie d’insegnamento. Non così
gl’istituti tecnici, dalla loro creazione: e però giova esaminare i principali
mutamenti introdotti in essi coi programmi. Nei programmi non si provvedeva
sufficientemente alla cultura letteraria e morale de giovani ; non si distingueva
un doppio orine 4. stadi negl'istituti, studj penerai, c teorie, da un, V Mi .
pratici dall'altro; infine la temone fis,=o-ma, ematici era unita a quella
industnalo A que* inconvenienti si procuri di rimodare dal Mistero
d’agricoltura industria e commercio ( pendevano allora “Mastico, grammi al
principio d de p a circolare precedati dalle relative is ruz ^ sanzionat ; con
ministeriale del 17 otto re ’ l’onorevole R. Decreto del 30 marZ °,? 8 '^ iglio
superiore per Domenico Berti, a nome Qtta relazione al l’istruzione tecnica
nella ™ r neva ques te savie Ministro riforme: P Ripartizione della sezione di
meccanica c costruzioni in sczìodc fisico—matematica, c in sezione industriale;
Prolungamento del corso delle sezioni negl’istituti; Ampliamento o miglior
distribuzione della cultura generale c scientifica, c della cultura speciale ;
4 a Riordinamento dei programmi d’insegnamento; 5 a Connessione degl’ Istituti
tecnici con le Scuole superiori, c nonno per l’attuazione del riordinamento
degl’istituti. In ordine a tali riforme, il corso degli studj tecnici da tre fu
portato a quattro anni : gli studj del primo anno comuni a tutte le sezioni,
giusta il Regolamento del 18G5, furono estesi a tutto il primo biennio in
comune e determinati nelle seguenti materie : Lettere italiane, storia c
geografia, lingua francese, inglese o tedesca, matematiche elementari, storia
naturale, fisica, nozioni generali di chimica, c disegno ornamentale. Clic
anzi, per rinforzare la cultura letteraria e morale, alcuni insegnamenti di
cultura generale, come l’italiano, la storia c la geografia, vennero protratti
nelle varie sezioni per tuttala durala del corso tecnico ; agli studj lettcrarj
si volle aggiunto ed unito lo studio della Psicologia c delle principali nozioni
ed applicazioni della Logica, restringendo ilprimoalle facoltà essenziali
dell'anima, alloro svolgimento e al destino immortale di essa, il secondo alla
teorica del giudizio e del raziocinio, e alle norme fondamentali dell’ arte
critica. Imperocché il Consiglio superiore di istruzione tecnica é d’avviso
(diceva 1’ esimio relatore Berti) u clic nulla tanto giovi a restaurare gli
studj letterari e all’ incremento della cultura generale quanto i buoni studj
filosofici. Speriamo clic il tempo ci concederà d’introdurre noi nostri
Istituti un vigoroso insegnamento di morale, che, oltre al servire di
preparazione o di aiuto alle diverse discipline giuridiche ed economiche,
tornerà eziandio di vantaggio all’educazione dell’animo, alla quale si deve
mirare negli Istituti tecnici non meno operosamente clic nelle altro scuole
Finalmente, le sezioni degl' Istituti furono divise in cinque : seziono fismo-
matcmctica, industriale, agronomica, commerciale, c quella di ragioneria ; lo
prime quattro da compiersi ciascuna in quattro anni, 1 ultima in un . dopo aver
conseguita la licenza nella sezione coin mordale., Ma pii. notevoli c piofonde
mno^.on sul» Menzioni sai piograni™ bcllcmc,iti delle Commissione «I ^ jc
larevisione scienze sperimenta, g j u dj Z io e al- dei programmi stessi ’
”,priore distriuione V approvamene del C°™=> ctl n »ovi programmi, tecnica
le opportune n j> Decreto u n0 ~ gVIs,itati farete ai «se riforme, . Ilcco 1
l . paragonate con quelle c c Fu ristretta al solo primo anno la cultura generale,
comune a tutte le Sezioni, facendo prevalere nei tre anni successivi la cultura
speciale- tecnica. 2° A chigavesse ottenuto la licenza ginnasiale o di scuola
tecnica, fu data facoltà di iscriversi al. secondo anno d’istituto, purché
avesse prima superato l'esame nelle materie del primo. Fu ristretto
rinsegnamento delle matematiche per la sezione fisico-matematica 5 ma vi
faaggiunta la trigonometria sferica, che non s’insegna nelle Università^cui
debbono presentarsi gli alunni dell’Istituto col diploma di licenza, anche
senza lo studio del latino, prima d’essere ammessi alle scuole di applicazione.
La sezione agronomica fu distinta in due, con nuova distribuzione di materie c
con indirizzo- più pratico : in sezione di agronomia, destinata a formare gli
amministratori rurali c i direttori di p aziende agrarie ; in sezione di
agrimensura, per co lmo clic si danno alla professione di periti stimatori di
fabbriche, e di periti misuratori di campi. 5° Alla sezione commerciale fu
riunita quella di ragioneria, da compiersi in quattro anni perchè 1 esperienza
fatta in alcuni Istituti aveva già dati buoni risultamenti. G° In quest’ultima
seziono la statistica fu unita all economia politica ajiplicata, avendo sempre
cura di far prevalere nell’Istituto la parte applicata alla teoretica. Bensì
mentre nei programmi del 1871 il diritto amministrativo era obbligatorio nella
sezione di ragioneria, in quelli del 1816 non se ne parla affatto ! 7°
L’economia politica teoretica, qual parte della cultura generale scientifica,
fa estesa a tutte le sezioni. 8 ° Infine, s’introdusse un nuovo insegnamento
comune a tutte le sezioni, e che nell’anno scolastico 1S77-7S fu reso
obbligatorio in tutti gl'istituti tecnici del Regno, cioò gli Elementi
scientifici di Etica civile c Diritto, con doppio intendimento : di prepa- rare
lo menti allo stadio del Dirittoposavo e del- l'economia politica, o di
temperare .1 cara, o de giovani formando non solo « abita profe^—,, ma
cittadini degni per virtù moral. e emù E - il nobile desiderio acconnato lino
da presidente del Consiglio snpenore ca, onorevole Berti, venne urc dal il
ministro Calatabiano irebbe lodo P Consiglio stesso e dai P 1 ’ 0 ^alfeta
grande- gli uomini imparziali . della crescen te mente a cuore l’cducazion
generazione. . v i 1077, ecco per- Secondo i nuovi program*speciali, tanto la
distribuzione delle male ^ Lettere Insegnamenti comuni a a o-QQtrrafiii.,
matemati- italianc, lingua francese, sitera, b ° natur ale ; che, disegno,
fisica, chinu ca » ^^ cnt - scientifici. di economia politica teoietic., dalle
nozioni di etica civile e di diritto, P lC 370 sulla riforma de’ licei
psicologia c di logica. Seguono le materie speciali delle cinque sezioni (oltre
le materie in comune) nel- •J’ordine infrascritto : Sezione fisico-matematica :
Lingua inglese e tedesca. Sezione di agrimensura: Costruzioni, geometria
pratica, agraria, estimo, diritto privato positivo. Sezione agronomica : Costruzioni,
geometria pratica, diritto privato positivo, agraria, estimo, chimica applicata
all’agricoltura. Sezione di commercio c di ragioneria : Diritto privato
positivo, teoria della statistica ed ccouomia politica applicata, computisteria
c ragioneria. Sezione industriale : Teoria della statistica ed economia
politica applicata. Ritornati gl’ Istituti tecnici sotto la dipendenza del
Ministero dell’Istruzione pubblica pel Decreto leale del 26 dicembre 1S77, si
pensò j)iù volte in questi ultimi anni a riordinare la istruzione tecnica di
primo c di secondo grado. Il Ministro Baccelli aveva nominata una Commissione
per la riforma della Scuola tecnica c dell’ Istituto tecnico. L’ on. Ministro
Ceppino ha fatto tesoro delle proposte di netta Commissione ] c quindi abbiamo
la recente riforma degli studj tecnici, approvata con Decreto reale del 21
giugno 1SS5. Alla Scuola tecnica si è conservato il suo duplice line teorico e
pratico, cioè di preparare i giovani all’Istituto e di fornire “ una certa
istruzione reale e pratica ai giovani che volessero darsi al piccolo traffico,
agli umili ufficj pubblici ed alla milizia E però nel terzo ed ultimo anno gli
alunni si dividono in due sezioni, con diverso programma di studj e con metodi
di csercizj convenienti e prò- prj, sccondochè intendono di passare
all’Istituto, o di sottoporsi all'esame di licenza per entrare nella vita
pratica del lavoro utile. Per 1’ ammissione al- V Istituto tecnico si richiede
l’esame m queste materie : Calligrafia, Disegno, Geografia, Lingua francese,
Lingua italiana, Matematica (Aritmetica razionale e Geometria), Storia antica,
orientalo e gioca, Storia d'Italia, Dovari a Diritti dal rioni di Storia
naturala. Por ffr* 1» ““tannica si richiede olirà lo’ io ‘ 8 teria- (salvo la
Storia antica), 1 esame 1, t i Un Escrcizj di Lingua franaata, no. . di
Aritmetica, nelle Lozioni di Mineralogia. . on o conservate Riguardo
all’Istituto toc» co, s “° la sc . le cinque vecchie sezioni, sue l '* .
Commcrc io c zione industriale in due lami, „-. n0c Ragioneria Ragioneria
privata, diAmniinis sezione pubblica. Gli studj dal . tutti gli
Fisico-matematica si sono 1 s tadj speciali alunni dell’Istituto, de terni nn q
. 0 ^ cr ciascuna tecnici e pratici ncl^ sCC ° UC . 1 ° in( | 0 i e s ua
particolare, sezione, secondo il fi nc e . vo n’cbbc a for- Ondo la soriana
Fisino-matamatic marcii Liceo scientifico moderno, e le altre Sezioni
altrettante Scuole professionali. Ecco, pertanto, le materie comuni a tutte lo
sezioni : Chimica generale ed clementi di Chimica organica ; Disegno
ornamentale geometrico c a mano libera; Fisica elementare; Geografia Lettere;
italiane; Lingua francese; Matematica (Algebra e Geometria) ; Storia generale ;
Storia naturale. Materie speciali per le rispettive Sezioni. Sezione
Fisico-matematica : Chimica (esercitazioni) ; Disegno di applicazioni
ornamentali c di architettura ; Elementi di Logica e di Etica ; Fisica
complementare ; Lettere italiane ; Lingua inglese o tedesca ; Matematica
(complementi c Trigonometria) ; Storia complementare. Sezione di Agrimensura :
Agronomia, Agricoltura ed Economia rurale ; Chimica (esercitazioni) ;
Costruzioni e Disegno relativo ; Estimo ; Fisica (Meccanica e Idraulica) ;
Legislazione rurale ; Lettere italiano ; Matematica (Trigonometria ed
esercitazioui, Geometria descrittiva c Disegno relativo) ; Topografia e Disegno
relativo. Sezione di Agronomia : Agronomia, Agricoltura ed Economia rurale ;
Tecnologia rurale e Zootecnia ; Chimica agraria ed esercitazioni ; Elementi di
Topografia e di Costruzioni, e Disegni relativi; Fisica (Meccanica, Idraulica o
Meteorologia) ; Legislazione rurale ; Lettere italiane; Storia naturale
applicata all’Agricoltura. Sezione di Commercio e Ragioneria: Calligrafia ;
Computisteria e Ragioneria (parte generale e speciale); Scienza economica, e
degl’istituti TECNICI IN ITALIA 37S> Economia applicata, Statistica e
Scienza finanziaria; Elementi di Diritto civile, commerciale ed amministrativo
; Merciologia ed esercitazioni ; Lettere italiane; Lingua francese, inglese o
tedesca;Storia complementare (delle colonie o delle industrie c dei com-
merej). Sezione Industriale : Chimica; Disegno 01 - namentale ; Fisica
elementare ; Geografia ; Lettele italiane ; Lingua francese; Matematica; Storia
generale ; Storia naturale. Questa riforma segna certamente un notevole
progresso nell’ordinamento generale dei nostri s u ] Liei di primo e' di
secondo grado. *£» ^ ohe sia una riforma compiuta c e ' pare davvero : ansi
nella Beiamone al He si fa co ^ prendere che dallo stesso Ministero «sente_
desiderio di ulteriori modificamo»! e '‘"Jf della nefica intorno
all’assetto “'S 1 * 01 ® °. n p attuale istruzione tecnica secondaria. > te0
_ Scuola tecnica e bene Cù0Vcl |^ a S cu|Ìc pre nci alle Scuole di arti 6 “ Cb
’ iftndi? La seziono fessionali inferiori, per „i e or dinaria-
Fisico-matematica dell'f 8tlt ^ j vcrH ità, come può mente prepara i 8 * ova
?'^ moderno, so non vi si dirsi un vero Liceo scic ^ ^ noto c he in Ger- studia
affatto la lingua latina. gQ ]ft Scuo i a mania il latino si studia ano ^ ^ i#|
e re- Rcalc. Perchè abolire le no della Logica e stringere l’insegnamento e ^.
o _ roa t e matica? Dcl- dell’Etica alla sola sezione i alcan bisogno la Logica
e delia Morale no» ha»»gli scolari delle altre quattro sezioni, i quali poi
lasciamo affatto gli studj ? Infine, perché abolire gli elementi scientifici
del Diritto razionale, mentre questo è fondamento del Diritto positivo c della
stessa Economia sociale ? Il presente ordinamento della Scuola c dell’ Istituto
tecnico non ha dunque raggiunto il suo ideale. VI. Ma dall’altro lato, si può
egli diro che l’istruzione classica da noi sia perfetta sott’ogni rispetto? I
nostri Ginnasj e Licei sono in piena armonia coll’esigenzc de’buoni metodi,
coll’avanzamento delle lettere c dello scienze, coi bisogni e collo nuove
condizioni della società odierna? E tutte lo nostre Scuole secondarie mirano
esse ad un fine principale, ad infondere nell’animo della gioventù una sana o
vigorosa educazione morale c civile? Ognuno si troverebbe fortemente impacciato
a rispondere a queste domande : il che significa, clic molto ci rosta ancora da
fare per le nostre Scuole secondarie, classiche c tecniche. Vero è che un
compiuto c razionale ordinamento della istruzione secondaria presenta non poche
c serie difficolta per natura sua ; e difficilmente presso qualunque nazione
può essere opera d’un solo periodo di tempo c d un legislatore solo. Quindi non
deve recar meiaviglia so nell’Italia nuova, tenendo conto ancora delle sue
condizioni politiche, intellettuali c morali, il giavissimo problema d’un
compiuto c stabile assetto delle Scuole secondarie non ha avuto fin qui la
migliore ed ultima soluzione. Quattro, secondo me, sono i principali quesiti a
cui deve rispondere un razionale fecondo e stabile ordinamento dei nostri
Istituti se- condarj vuoi lotterarj o classici, vuoi tecnici o professionali :
a) Cultura generale degli alunni. I) Metodi in armonia con lo svolgimento
graduato delle facoltà umane, e in pari tempo con 1 progressi e fini della
scienza. Relazioni fra i Ginnasj, i Licei c le Universi,, fra lo Scuole
tecniche, gl'Mtutì e la Un,ver- sitò, i Politecnici od altro scuole saperlo,,.
Attinenze dello nostre scuole s“™ d ”' c0 ° ' la vita pratica c con gli uffici
minor. «1 “ Statm^ Ed ora esaminiamo brevemente 1 qua ^ per vedere poi quali
rimedj principali oceor.aco . nostre scuole. a; Quali materie si dovranno
tn*&* ciascun istituto secondai io P‘^ ss nell’Istituto? nasio e nel Liceo,
nella Scuo a ec ” . ò e3S3r c La scelta eia quantità di osso matouc,^^
arbitraria, oppure deve cs.cic ^ ^ v ; debbon me, a criterj ben definiti . ^
definiti, i q uab essere certe norme, anzi cn ^ gtcss0 c he si prosi desumono
principalmente a ^ ^ogni sociali pone il legislatore, vero interpre ^
^Hoscuole, nell’istituire o nel riordinare cia finc immediato Ogni istituto ha
due fini esscn cioè di provvedere alla cultura generale della crescente
gioventù studiosa e dei futuri cittadini ; un fine mediato, che sta ora
allappateceliiare le menti a studj superiori, ora nell’abilitare a certe
professioni, o a certi ufficj minori nello Stato, e all’amministrazione delle
proprie sostanze. La cultura generale cambia secondo i progressi dello scibile
umano e secondo le peculiari condizioni della società civile. Trent’ anni fa,
per esempio, dalla classe più numerosa dei veri cittadini, dalla borghesia, in
Italia non si sentiva il bisogno di apprendere certe cognizioni politiche e
scientifiche, perchè allora la borghesia aveva minore importanza sociale di
fronte al clero e all’ aristocrazia, e perchè mancavano al paese istituzioni
liberali, che portan seco nuovi diritti c doveri. A voler compiere ed esercitar
bene questi doveri e diritti sociali, richieggonsi opportune cognizioni c un
più alto grado di cultura intellettualo. Come pure dalle nuove condizioni
sociali è sorta la convenienza di rendere più colta ed istruita la donna, senza
cadere per questo nell’opposto eccesso. Ma la vera c soda cultura d’un popolo
non deve consistere soltanto nell istruzione della mente, si anche e
principalmente nella retta educazione dell’ animo, come richiedono la natura e
il fine dell’ uomo considerato e in sè stesso, e in relazione colla famiglia e
colla società, senza qui entrare nel campo religioso. L’istruzione non è fine a
sè stessa e all’ umana società, ma piuttosto e mezzo all’ educazione morale e
civile. La prima ha per fine diretto la conoscenza del vero -, la seconda mira
alla pratica del bene. Ciò posto, se le materie clic oggidì s’insegnano nelle
nostre scuole secondarie soddisfano in generale ai bisogni della mente e alle
nuove condizioni sociali, per ciò che attiene al sapere, non sono pero le piu
adatte, considerate fra loro c da sole, ad invigorire il scuso morale, a
prodarre mia 0 educazione, che torni vantangiosa alle singole famiglie o all'
intero consorzio civile. He. da°*ogici e scientifici, in buona parte della
stampa a “liberalo, nel Parlamento e ne. paese pressai generali o frequenti
sono le "ri « sècot rizzo educativo delle nostro scucem» darle. AU’
insegnamento. re ìgm mim care c razionalmente impaitito, tare come in nessun
grado delUi— 9Ì ‘ giudicano molti uomini i us ii secondarie voluto o saputo
contrapporre mo ingegnamen to in generale un vigoroso stadj CODS iderati
morale, coordinandovi pu» | . q molta parte della nell’aspetto educativo. d
eleva to sentimento nostra gioventù manca 1 P, no bili, l’affetto del bene,
l’entusiasmo pei e c s j t i retti, il ca- disinteressato, la fermezza n
rattere morale. Vili. n0 arduo ed importante b) Altro quesito non m ^ sapcre
inse di è quello del metodo, non gnaro quanto nel coordinare le materie di
studio: quesito che non si può risolvere convenientemente, ove non si badi al
graduato e armonico svolgimento delle facoltà umane. Con qual ordine si
svolgono le facoltà dell’uomo ? Prima il senso, la fantasia c la mo- moria ; poi
la immaginazioncintellettiva e la ragione, colle sue varie operazioni o facoltà
secondarie, come l’attenzione, la riflessione, l’astrazione, l’analisiclasin-
tesi, la comparazione ; per ultimo, la volontà libera. Ora, queste facoltà non
sono l’una dall’altra separato, come l'esperienza o la ragione ci attcstano ;
ma sono invece strettamente congiunto, perchè tutte dipendono dallo stesso ed
unico principio che in noi sente, intende e vuole. Bensì 1’ una prevale
sull’altre nelle diverse età dell’uomo, e secondo la natura degli obbietti a
cui son rivolte le operazioni intellettive e morali di lui. A questo naturale c
graduato di- spiegarsi delle facoltà umane, a quest’ armonia loro meravigliosa,
deve sempre corrispondere l'ordinamento degli studj e un acconcio metodo
d’insegnamento nelle nostre scuole, dalle prime classi elementari all’
Università. Per chiarire meglio le nostre ideo, gioverà qui fare
un’osservazione’ pratica. In virtù del R. Decreto 22 settembre 187G, la
filosofia s’insegnava in tutti e tre i corsi liceali ; mentre prima
cominciavasi a studiare nel second’anno di Liceo. E nella Relazione che
precedeva quel R. Decreto diccvasi che nel prira’anno liceale l’insegnamento
della filosofia dovesse consistere segnatamente nella lettura e nello studio di
luoghi filosofici Latini, e nella spiegazione della nomenclatura filosofica, di
cui tanta parte si chiarisce colla lingua greca. — Senza disconoscere le
intenzioni più che rette del legislatore, a noi pare (confortati in ciò
dall’esperienza) che sarebbe stato miglior partito ritornare alle vecchie
disposizioni, cioè principiare lo studio della filosofia nel secondo anno di
Liceo, perchè le menti de giovani sono allora più riflessive e mature, ed hanno
acquistato nuove e più sode cognizioni di letteratura, di storia e di
matematica nel primo anno liceale, dalle quali trarranno poi giovamento nello
studio della filosofia stessa. Vediamo infatti che in Austria s insegna la
propedeutica filosofica solo nella classe Vili, od ultimo anno del
Ginnasio-liceo ;, e no Gmnasj di Boltzen o di Klangcnfilrt la logica /orma
studia nello ultimo duo classi, comspondentmdfecondo e terzo anno del nostro
Liceo In Trace . poi, ««ero corso di l'ultimo anno d. Liceo ' ; l nostri otto
ore d'insegnamento P« “ ge . alunni, appena usciti a un ver o insc- ncralmente
ben prepara liceale, sia per gnamento di filosofia sa perficiali la tonerà età,
sia pei aWtuatialla n- cognizioni, sia per no poteva giovare flessione e al
ragionamen o - - m0 co rso liceale gran, fatto spendere tutte » 1 p. oso fica,
che si nell’ insegnar loro la nom p 0 studio delle può di mane in mano
apprendere singolo parti della filosofia elementare 5 e ancor meno avrebbe
giovato spenderlo per intiero nella lettura o nello studio di luoghi filosofici
latini, por esempio nel De OJJiciis e nel Da Leyibus di Cicerone, perchè tali
studj c letture presuppongono un corso ordinato, già compiuto, di filosofia
razionale e morale. Più tardi l’insegnamento liceale filosofico si restrinse a
soli due anni, cominciando lo studio della Psicologia e della Logica nel
secondo, e riservando al terzo la Morale. Ma con P. Decreto del 23 ottobre 1884
l’insegnamento filosofico è stato di nuovo esteso a tutti e tre i corsi
liceali, assegnando al primo lo studio della parte più generale della Logica. -
Per le ragioni suddette, converrebbe tornare al vecchio sistema, cioè
principiai’e addirittura lo studio della filosofia elementare nel secondo corso
liceale, e compierlo in due soli anni. Siffatto ordinamento c siffatto metodo
converrà poi che nelle scuole secondarie si trovi in armonia perfetta con i
progressi della scienza o con i fini dell’ insegnamento. Lo studio della
Filosofia e dello •Scienze naturali, a cagion d’ esempio, deve esser fatto in
modo ben diverso da quello in che facevasi venti anni addietro: e qui siamo già
incamminati per la retta via. LA STORIA ROMANA dovrà essere insegnata nel ginnasio
e nell’istituto tecnico in modo differente, per la diversità del fine di esso
studio nei due istituti; all’insegnamento della chimica non potrà darsi nel liceo
quell’estensione o profondidà che deve avere presso l’istituto tecnico. Governo
e professori debbono pertanto aver di mira questi quattro punti essenzialissimi:
lo svolgimento armonico di tutte le facoltà umane; la cultura generale degli
alunni; il progresso dello scibile; il fine pratico della ccuola. Come le
scuole inferiori od elementari, oltre avere un fine proprio, debbono servire di
fondamento e di preparazione agl’istituti secondarj, così questi vogliono
essere coordinati razionalmente allo scuole superiori e di perfezionamento. E
però i nostri licei ed istituti tecnici, specialmente in alcune seziom, come in
quella fisico-matematica e di a S ron0 “ ia ’debbono avere stretta relazione
col or inam .degli studi nelle Universi.!., «M*-*** Scuole superiori di per la
stessa ragione, i G. J ^ tcomcho ag Ii legati strettamente a U, 1 ha m flM
Istituti professionali, be U rog i on di più speculativo che pratico, S ® . P
ge ins ° mm a à mezzo die di fine, a ' 0S ^ip er il Liceo, parrebbe destinato a
preparale g j s6 avere un fine che anche la Scuola tecnic re p arar e le più
speculativo ch ® ^Jistìtuto tecnico, anziché menti a studj super io fes9 i 0
ni, per quanto presumere di abilitare a ^, ione precoce super umili sieno, e di
dare un * s ^ dimostrato non Sciale inefficace, che 1 es P erI v uon0
risultamento. .condurre da sola a verna pratico e Ma se la Scuola tecnica,
com’era prima ordinata, non corrispondeva nè al suo fine speculativo, cioè di
dare una conveniente cultura generale, o di. preparar bene gli alunni
all’Istituto, nè al fine pratico, ossia di abilitare a’più modesti ufiicj nella
vita privata e pubblica; anche il Ginnasio, il Liceo e l’Istituto, nelle
attinenze loro cogli studj superiori, hanno i loro difetti. Così, nel Ginnasio
si dovrebbe insegnare la lingua francese, materia non solo di cultura generale,
ma eziandio necessaria agli studj successivi nel Liceo e nelle Scuole superiori
; c lasciar da parte la Storia Naturale, che viene ripresa nel Liceo in modo
più esteso e profondo. Inoltre, come studiar bene le Scienze naturali senz’aver
prima studiatola Fisica ? Nel LiRco, poi, hanno troppa estensione alcune
materie, come la matematica, le scienze fisicochimiche ed il greco, dacché
queste materie, spinta oltre i debiti confini, non sono d'interesse generale,,
non danno per se un risultamcnto pratico, si riprendono quasi daccapo nelle
rispettive Facoltà università) ic, richiedono molto tempo nel corso liceale con
grave scapito delle altre materie. Tale inconveniente non ha luogo
negl’istituti classici della Germania. Ecco quello che scriveva in proposito l’egregio
professor Pullè nella citata sua i dazione: “La parte più importante ve l’hanno
l'aritmetica e la matematica ( elementare, come si vede dai piogrammi) per far
vero il principio, che le lingue, classiche e la matematica sono il centro
dello studio ginnasiale. Yicn dopo lamica, quindi la storia natuvale. La
chimica e per sè, o perchè ancora troppo poco è venuta a scientifiche
conclusioni, ed è tuttavia da riguardarsi come in via di sviluppo, non viene,
nei Ginnasj almeno, accettata come materia obbligatoria. Così anche alla storia
naturale non si dà una sostanziale importanza : anzi per regola, dove manchi un
buon maestro per questo insegnamento, nella classo IV c V le due ore vanno
impiegate per l'aritmetica eia geografia. A questo punto va fatta un’
osservazione importante. L’insegnamento delle scienze positive nei Ginnasj o
Licei c ordinato non tanto ad un fine pedagogico, quanto acciò che il .giovane,
che vi compio la sua educazione, ne esca con una generale coltura, sappia qual
posto occupa ciascuna scienza nell’ insieme dello scibile e si avvezzi a
liberamente pensare. Per questo vai tanto m e- gnamento realistico per coloro
che -n d Una ti a professioni giuridiche, alle V ÌnSCSnan,e ^° m“ peTqueste
ultime, quel tanto che scienze esatte Ma per q ^ ^ do, tutt0 se ne apprende nel
L la fisica, lachi- insuffieientc, poiché al rfetfa mat6 . mica, la storia
naturale, e &U ? a n ^ llcipio e ripetute matica, vengon riprese quasi
calzallte è quello quasi alla lettera. L’ esempio P ^ anni ne l della fisica generale,
che appi ‘ ^ bienna le al- Liceo, viene ripresa pei un a, ti tem po eia
l'Università. Or» per Ucw, o lo fatica sono irrornss, talmente p» sono all’
Università. Ad ogni modo, chi volesse approfondirsi nelle matematiche
elementari e nel greco, per indi proseguire i medesimi studj nelle Facoltà di
scienze fisico-matematiche e di lettere, potrebbe frequentare alcune lezioni
facoltative da stabilirsi nell’ ultimo anno dei nostri corsi liceali. Nell’
Istituto tecnico, poi, converrebbe insegnare la lingua latina nella sezione
fisico-matematica, essendo questa direttamente coordinata all’Università. X. d)
Finalmente, un compiuto e razionale ordinamento degli studj liceali e tecnici
deve provvedere non solo alla cultura generale degli alunni e ad apparecchiare
le giovani menti e studj superiori, quando esse vogliano e possano dedicarvisi,
ma deve altresì avere un fine pratico, abilitando i giovani a certi ufficj
minori presso le società private o presso 10 Stato, e fornire tutte quelle
cognizioni che fanno 11 buon cittadino. Non tutti i giovani ch’escono dai
nostri Licei sono in grado, per le condizioni economiche della famiglia o per
altri motivi, di proseguire i loro studj nell’Università e negl’istituti
superiori. Essi pertanto cercano un’occupazione negli Ufficj postali, comunali
e provinciali, nelle Prefetture, nelle Intendenze di finanza, nei Ministeri,
nelle Strade ferrate, nelle Biblioteche, c via dicendo. Coloro poi che
frequentano gl Istituti tecnici si dànno tutti, meno quelli della sezione fisico-matematica
ed altri pochi fortunati acl una professione libera, come i periti agrimensori;
o ad un impiego presso le Amministrazioni private o pubbliche, secondo i lori
studj e la capacità. Inoltre, il diploma di licenza tecnica o liceale,
conferisce loro certi diritti pubblici, non solo il diritto al voto politico,
sì anche 1 altro di essere giurati (a 25 anni) presso la Corte d’Assise. Or
bene, come potranno adempiere convenienteinentesì gravi doveri ed esercitar
bene sì nobili diritti quei giovani, che, secondo l’attuale ordinamento dei
nostri Licei, non vi hanno apprese nè vi apprendono le nozioni piu •elementari
del diritto pubblico interno, e che (potendo anche sedere nei Consigli
amministrativi del Comune e della Provincia) non. sanno mente d. Economia
politica c d’Amministraz.on= ? So pò. cacano un modesto collocamento nello Poa
*®> letture, nelle Intenderne di finanza, nelleStradefer rate, nei
Ministeri, come potranno sostenere, gl, am, j; „nn avendo appreso nel Uinnasiu
senza nuovi studj 1 ^ n *u contabilità c la enei Liceo ne ^ itiv0 ? E quindi, o
computisteria, 1 dovran no sostenere questi nuove spese o fatiche ^
classiclie> od avremo giovani licenziati . f Quanto ag u alunni dei- in
società altri sjjos • diritto
amministra- l’istituto tecnico, le sezioni* 1 come nel tivo vanno estese aim
ento, a tutte le se- furono estesi, con savi I economia teoretica, ziom dell
fstitnto g ^ di etica civile e dii ut SULLA RIFORMA DE’ 1ICEI Ed ora
concludiamo. Quali pronti cd efficaci riraedj vanno recati ai nostri Istituti
secoudarj classici e tecnici? A mio parere, eccoli brevemente : Si metta
obbligatorio lo studio del francese nel Ginnasio, e si tolga la storia
naturale. 2° Si restringa il programma di matematica, di fisica e chimica, e del
greco nel Liceo per quegli alunni, che non si danno poi nell’Università alle
matematiche, alle lettere ed alla filosofia. 3° Nella terza classe liceale si
stabiliscano corsi superiori facoltativi di matematica e di greco pecchi ha
interesse di approfittarne. 4° Vi si insegnino pure le nozioni elementari di
economia politica e di diritto amministrativo. Quanto agli studj tecnici : Si
coordini nettamente e definitivamente la Scuola tecnica all'Istituto tecnico
nel terzo anno. 2° Si renda più. pratica la Scuola tecnica per i licenziandi,
collegandola altresì alle Scuole professionali inferiori o di arti e mestieri.
3 Si metta obbligatorio il latino per conseguile la licenza nella sezione
Fisico-matematica dell Istituto. 4° Si estendano a tutte le sezioni
dell’Istituto gli Elementi di Logica c di Etica. Si icnda obbligatorio lo
studio dell’Economia teoretica sociale a tutte le Sezioni, eccetto a quella
Fisico-matematica. G° Si ristabilisca il corso elementare di Diritto razionale.
Si porti a cinque anni il corso compiuto dell Istituto, quando non si credesse
meglio di stabilirò in quattro anni il corso teorico o pratico della Scuola
tecnica. A questo modo, mi pare che i nostri Licei ed Istituti tecnici possano
davvero rispondere al fine loro speculativo e pratico, alla ragione dei tempi e
alle condizioni del nostro paese, e riuscire superiori o migliori dei Ginnasj
tedeschi, e delle Scuole reali e borghesi della Germania. Comunque sia, in ogni
riforma de’nostri Istituti mezzani e superiori, classici e tecnici, non
dimentichiamo la massima che inculca Mamiani ne'suoi Documenti pratici intorno
alla rigenerazione intellettuale e morale degl’italiani: u Gli studj che mirano
a poco alto fine e versano sopra materie futili ne emano di nudrirsi di scienza
profonda, snervano 1 intelletto e l’animo. GENTILE E IL DIRITTO INTERNAZIONALE.
Allicricus ilio fuit, qucra non Brilannia modo, seti et tota Europa
pracccplorom in Jure suum eolil et agnoscit »• Jl. PrecuiD, Elogio di Scipione
Ganlue. Fra tante e nobili glorie italiane fin qui dimenticate v’era il nome di
un insigne Marchigiano, che. più d'ogni altro meriterebbe di far parte quella
storia, « magnifica e peenhare de,U Ita liani fuori d'Italia, che Cesare Balbo
m fine gin nani jwn* « » . connazl0 nali. vissinri «itti nato a San- Questa
gloria italiana m0 rto ginesio (provincia di Macerata) nel UM esule in
Inghilterra a 19 e t “"j” a metà del Visse dunque ABonc» e la se» secolo
XVI, che fu una dell epoc P ^ religiosa. E questo Q Bran0 e di Cam- Francesco
Bacone, i Elisa betta : epoca famosa, panella, di Filippo II e di JM per grandi
avvenimenti politici e religiosi, per ingegni preclari e fortissimi caratteri.
Matteo Gentile, valente medico, venuto in sospetto d’avere abbracciato la
riforma religiosa, esulò dalla patria conducendo seco il giovine Alberico e
l’altro figlio minore Scipione. Alberico, ebe avea già studiato la scienza del
diritto nell’Università di Perugia ed avea tenuto l’ufficio di magistrato in
Ascoli Piceno, non poteva non essere amato e pregiato nella culta Germania,
dov’erasi rifugiato col fratello e col padre, che fu protomedico in Carniola.
Il duca di Wiirtemberg, l’Elettore Palatino e tutte le Università dei loro
Stati tennero in alto pregio il nostro Alberico per il suo ingegno e per la
molta sua dottrina. Più tardi, Matteo ed Alberico si recarono nella dotta ed
ospitale Inghilterra, mentre Scipione rimase in Germania ; e, stimato egli pure
e di forte ingegno, divenne successivamente professore di Diritto nelle
Università di Heidelberga, di Altorf e di Norimberga, dove morì a 53 anni nel
1016. Matteo fu archiatro della regina Elisabetta, e morì a Londra nel 1602. In
grazia d’un suo eloquente discorso che salvò da morte l’ambasciatore spagnolo
nella corte di Elisa- betta, Alberico Gentile fu eletto dal re di Spagna ad
avvocato della Corona e dei connazionali dimoranti in Inghilterra. Fu inoltre
professore al Collegio di San Giovanni Battista in Oxford, l’Atene
d’Inghilterra, e in appresso fu lettore primario di Giurisprudenza in quella
celebre Università, che in occasione della festa anniversaria fu visitata,
com’è noto, da un altro insigne italiano, da Giordano Bruno. Onde a vcrun
altro, meglio che ai tre Gentili, ma soprattutto ad Alberico s’attagliano
quelle splendide parole clic C. Balbo lasciò scritte nel Sommario delle cose
d’Italia : “ Mirabile ingegno italiano che, chiusagli una via, ne trova altre
ed altre infinite ; che, chiusagli la patria ad operare, opera fuori, corca,
trova campi in tutti i paesi, in tutte lo colture ! „ IL Se non che, somma ed
universale gloria si ac- smistò Gentileper le sue opere e spcoialmente pel suo
famoso trattato Dejwre belli. Non meno d. quaranta sono gli scritti fin qui conosciuti
deU illu- stre Marchigiano. Primeggiano su tutti le ha oji lutato universalmen
ditfeoGrozio, autore Mica dirilto, e quale P" ccurù /pradier-Fodóró ael De
jvre Belli et scrisse che (Grotius et son temjps), a ^ . mcgnasse u leggi
Gentile fu ^ P quello ohe dice su della pace e della guerra . Ecco q tal
proposito Eraerico Amari nella Critica di una scienza delle Legislazioni
comparate (cap. IV, art. ir, in nota), opera non conosciuta degnamente, come
avviene spesso di altri libri italiani : lt Sebi bene il titolo dell’opera di
Gentili sia solamente De jure belli, pure io dico avere fondato la scienza del
diritto della guerra e della pace, sì perchè il libro III di quello tratta
interamente delle paci, come perchè in altri due trattati, l’uno De Legationibus
e l’altro De armis Eomanis in due libri, nel primo dei quali tratta delle
guerre ingiuste, c nel secondo delle giuste dei Komani, copiosamente parla del
gius delle genti della pace ; laonde in queste tre opere tutto il diritto
internazionale è compreso. Lo stesso Grazio, quantunque per debolezza d’amor
proprio d’autore ne abbassi il merito, pure per candore di scienziato confessa
essersene non raramente giovato; e chi confronti le opere di questi due grandi
uomini, vedrà che Grazio non esagerò gli obblighi suoi col nostro Gentili Che
altri ingegni italiani avessero trattato della Guerra e qualcuno di loro avesse
per avventura tentato di applicare la scienza delle leggi all’uso della guerra
prima di Alberico Gentile, ciò non viene impugnato dallo stesso autore del De
jure belli o dal Grazio, e lo attestano il Tiraboschi, £. Amari e P. S.
Mancini. Ma prima di Alberico nessuno e rasi elevato sì alto ; ond’egli stesso
rivendica a sè questo primato fin dal principio del suo trattato famoso :
Magnam atque difficilem rem aggredior. Non baleni libri illi de hoc jure, non
olii vili, qui cxtcnt. Non ti sembra egli che quelle prime parole trovino un
degno raffronto in queste altre, onde il Machiavelli, restauratore della
scienza politica in Italia, palesa c attesta la novità del suo metodo e
dell'opera sua ? lt Ho deliberato entrare per una via la quale, non essendo
stata per ancora da alcuno pesta se la mi arrecherà fastidio c difficulta, mi
poti ebbe ancora arrecare premio, mediante quelli che umanamente di queste mie
fatiche considerassero {Discorsi, I) „• Agl’intelletti novatori non può man-
care la consapevolezza dell’opera loro, come non mancava al grande
contemporaneo del nostro Gentile, all’autore del Nuovo Organo, il quale sapeva
di additare alle scienze sperimentali un metodo veto, ma nuovo e non ancora
praticato fuor, d Italia : • quac via vera est, sed intentata. Mirabile potenza
dell’ingegno italiano, nevato e speculativo e pitico ad un tempo! Cocce .. m PÌ
^ÌTn7^:r S rMe “cono 1 Fimi. P" alla mente enciclopedica. dj^ ^ di rÌ3 a-
taneo del Gen * lle ’ D ° albeggi delle leggi (leges lire alle fonti del 111 ’
trattat ° S Tilla Giustizia um- legum) e di scrivere ^ ^ dovea C om- versale.
Ma delle cinq tratt ò c he della prima, porsi l’opera sua, per aforismi, che
risguarcla la certezza delle leggi nella loro intimazione (1). ni. Ma veniamo
senz’altro a dare un cenno dell opera insigne di Alberico, Dejure belli. Questo
trattato, che fu dall’autore dedicato a Roberto conto d’Es- sex, è diviso in
tre libri. Rei primo, data la nozione della Guerra, si esamina in chi risiede
l'autorità di muover guerra, e per qual fine s’intraprende ; poi si dice quando
la difesa è necessaria, quando utile c quando onesta; infine si esamina le
cause che spingono alla guerra, che vicn fatta ora per necessità, ora per
utilità, ora per cause naturali ed umane-, e si conclude che, dovendosi
anteporre l’onesto all’utile, la guerra vuol esser fatta per una causa onesta.
Il secondo libro tratta del come e quando si dichiari la guerra, dell’inganno e
degli strattagemmi ; e qui l'autore detto clic “ fondamento della giustizia è
la fede vuole con Marco Tullio che il giuramento e la fede sicno rispettati
anello dai combattenti: tueri inter bella fiderà. In progresso tratta delle
regole che vanno osservate verso i belligeranti, verso i parlamentarj, verso i
prigionieri, verso quelli che hanno deposto le armi \ e infine Vedi i nostri
due libri: Bacone e la Classificazione delle scienze. Firenze. Elementi
scientifici di Etica c Diritto, Roma] parla degli assedj, del come vogliono
essere trattati i non combattenti, del rispetto cioè verso i supplichevoli, le
donne e i fanciulli, della facoltà di dar sepoltura ai morti in battaglia, la
violazione del qual diritto da parte dei nemici sarebbe improba ed empia. E
termina questa seconda parte •con fervide parole a Dio, perchè si rimuova dalle
guerre la barbarie, la crudeltà, l’odio inestinguibile; e perchè non le genti
cristiane dai barbari, ma questi da quelle apprendano le leggi ed i modi più
equi ed umani di guerreggiare. Il terzo libro c •tutto consacrato al fine vero
ed ultimo delle guerra, vo'dire alla pace, ai modi più equi nel ristabilirla,
All’amicizia ed alleanza tra Stato e Stato. Questo breve cenno mi pare sia
sufficiente a dimostrare la grave importanza di tale r,Opera : onde ai spiega
facilmente perchè tutti i P m insigni trattatisti moderni del pubblico diritto
ricordino con molte lodi il nome e la dottrina di Gentile. CI se iù quel suo
trattato egli non sempre indaga, ? * metodo rigorosamente scientifico, le a
fondo, e co eminenti del giure ragioni supreme e le le OD 1 universale di gu*»»
^ esemp j 0 con mirabile erudizi,^ . occorre tener autorevoli e n vivesse il
nostro Gentile, e -"In prto» ad « ltore ^ *°. de “ 0 ° fcui ^mirava,
questo il concetto -fine altissimo a cui e nobilissimo pei’ cui il nome di
Alberico va associato ai nostri tempi e vivrà immortale. Non pago di u^ eie stabilite
e di volere applicate le leggi alluso della guerra, non pago di aver
raccomandato clic la guerra sia fatta sempre per cause oneste e giuste, quel
forte e magnanimo intelletto invoca dal Padre del— l’eterna giustizia, clic
voglia rimuovere ogni motivo di contrasto fra i popoli, che cessi ogni guerra,
sia pur mossa da cause giuste :Tu pater justitiae, Deus „ eliam has lolle
causas nobis, tolle bellum omne : eia, Domine, paceni in diabus nostris, da
•pacava (I, e. 25). Nò si creda che Alberico, esule della patria, e che viveva
in un secolo pieno di persecuzioni e tristamente famoso per tante guerre
politiche e religiose, abbia invocato una pace transitoria, la pace solo per
l’età sua e per i suoi contemporanei !No ; egli, am¬ maestrato dalle discordie
e dai gravissimi danni di molto e diverse guerre, dai mali che esso arrecano
•all'umanità, dal ritardo e dagli ostacoli clic ne provengono alla civiltà ed
al progresso dell’umana fami¬ glia, invocava, precorrendo ai magnanimi
tentativi di Leibnitz e di Kant Disegno di pace perpetua fra le nazioni ed allo
aspirazioni di molte anime generose, la pace perpetua ed uni¬ versale, con
quelle memorande parole onde chiudeva il suo trattato : u Deus autem optimus
maximus faciat, principes imponeva bellis omnem Jìnem, et jura pacis ac
foederum colera sanctc. JEtiaiU Deus, etiam impone tu bellis finem : tu nobis
pa- cem effi.ee n . e ir. Diurno internazionale Chi può, adunque, negare la
importanza tra¬ grande di quest’ Opera e la sua opportunità ? Sono ornai
decorsi circa tre secoli da che fu scritto il Da jurahdli, ma le crudeltà della
guerra non sono affatto cessate, ed anche a’nostri giorni ne abbiamo avuto
tristi esempi in conflitti memorabili ; nè ancora tutta Europa sembra disposta
a custodire santamente i diritti della pace e dei popoli. Bensì il Diritto
internazionale, che può dirsi fondato dal grandeMarchi- giano, ha progredito
non poco, e gli ultimi congressi europei ne sono stati la più solenne
testimonianza, e, se non compiuta, certo la più retta ed umana applicazione.
Quanto all’epoca d’una pace universale e perpetua, clic sì ardentemente invocava
il nostro Alberico, se per ora appare assai lontana, giova per altro ricordare
lo splendido e solenne trionfo che
riportò in Ginevra il principio delUròifrafo Muterà la sua indi- omaI,
‘Coiaio, u proclamatasi «tomento pondon» od unita- olto3tM .u dinaosi al di ordine 4. cavdt ^,
cbi primo formuli, mondo mteiolas.it 0 „ acrra c d invocò il diritto dolio
g0"*> la pace universale. Il Romagnosi fu il primo a dire- che l’Italia
doveva rendere ad Alberico la debita giustizia. Questo voto fu accolto
dall’illustre professore P. S. Mancini e dal Municipio di Sanginesio, quando
seppe clic Tommaso Erslcine Holland, pio- fossore di Diritto internazionale
nella celebre Oxford, aveva in un pubblico discorso- rivendicato gl’insigni
meriti del suo immortale pre¬ cessore, Alberico Gentile. Ma la gloria d’aver
dato corpo e vita, per così dire, a questo nobile desiderio, spetta all’operoso
e fervido pubblicista Sbarbaro, mentre insegnava Filosofia del Diritto nell’ateneo
di Macerata. Di fatto, il Consiglio accademico di quella Università, convocato
in adunanza straordinaria, udita una bella relazione dello stesso prof.
Sbarbaro, unanime de¬ liberava di esprimere pubblicamente il voto che si
costituisse, sotto la presidenza dell’ insigne giure-consulto P. S. Mancini, un
Comitato internazionale per erigere in Italia un monumento a Gentile. Questa
nobile iniziativa fu encomiata universalmente. Osiamo dire che forse mai
somiglianti proposte ebbero un successo più splendido. Tutti i più autorevoli
periodici d’Italia vi fecero plauso, o la proposta fu bene accolta anche dalla
stampa estera, specialmente in Inghilterra, Germania, Francia e Belgio.
Parecchie Università e le principali Accademie scientifiche c letterarie del
Jlcgno aderirono alla proposta dell’Ateneo maceratese. I più insigni uomini
(l’Italia in ogni ramo del sapere, illustri statisti e scienziati stranieri,
tra’ quali vanno qui ricordati Bismarck e Gladstone, Holtzendorff, Er- skine
Holland. Laurent e il compianto Laboulaye, o accettarono di far parte del
Comitato Merita d’essere riferita per intiero la seguente lettera, che in
quciroccasiono scrisse al prof. Sbarbaro, segretario del Comitato
internazionale, l’eminente giureconsulto, storico c pubblicista E. Luboulayc.
Mon elici- Profcsseur, a Versailles. L’ idée d' honorcr la mdmoiro à'Alberico
Gonidi est oxcellcntc; jc m* y associerai bica volonticrs. Alberico a ctd le précurseur do
Grotius, et à ec t.tre .1 ménte qu o lo tiro de T ombre où on 1’ a laissd trop
longtemps .i 1 on pouvait donnei: un. boa». ddi.lo» d. »» Jur, MU «J rdunir dea
documenta sur sa vie, et des lett c, esiste, on lui roudrait lo plus parfait
Uommago que puu^ désiror uu bomme de lettrcs apres sa tcmps dori vaine, qui
sommes ravement pensée s dcrèto et cn notre pays,, '°^ av0 " s 01 | ;P ]
U3) n os iddes sewi- qu’un jour, quand nous n j rumnn itd. C’est eetto rout la
cftUSe d ° 1 ’faìt dddftìgncr la fortune, Ics placcs et illusion qui nous fait
dd 6 C3 tdans l’aventi-. tout co que lnfoule cn ' ic ’^ sa tom bc, ne sernit-il
paa Gcr Si Gentili pouvnit sortii: do cc ^ a to «td pour de penso.- qu’on se
aei-ico Ma- gistero f0 “ ” aegii ìstitaH Tecnici Sulla riforma de Licei o b .
in Italia.. Gentile c A.pp© udicC- il Diritto
internazionale. DELLO STESSO AUTORE. Elementi scientifici d’etica e di diritto.
Filosofia morale e sociale. La Teodicea di A. De Margerie, con una Prefazione
di Conti. Principio, intendimento e storia della classificazione dell’umane
conoscenze secondo Bacone. Dottrina dell’Evoluzione e sue conseguenze teoriche
e pratiche. Discorso Accademico. Elogio funebre di Ile Vittorio Emanuele II.
Opuscolo. Esposizione critica del sistema filosofico di Wahltuch. Opuscolo.
Critiche varie. In corso di pubblicazione: Elementi scientifici di Psicologia e
di Logica. Nome compiuto: Angelo Valdarnini. Valdarnini. Keywords: semantica,
semein, significare, io significo, ego significo. Refs.: Luigi Speranza, “Grice
e Valdarnini,” pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library,
Villa Speranza.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Valent: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale della forma della lingua – la scuola di Treviso – filosofia
veneta -- filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, The Swimming-Pool Library (Treviso). Abstract. Keywords. forma. Filosofo veneto. Filosofo italiano.
Treviso, Veneto. “Some like Vitters, but Valent’s my man.”Grice. Grice: “Valent
wrote the only legible introduction to Vitters’s thought!” Essential Italian philosopher. Insegna a Catania e Venezia. Si occupa di ontologia,
logica dialettica, linguaggio, storia e interpretazione delle grandi categorie
della filosofia. Dai primi studi sull'empirismo-scetticismo, sulla filosofia e
sull'analisi del linguaggio (Wittgenstein), è giunto ad indagare attorno alla
teoria della negazione e del divenire in chiave dialettica. Sulla base di tali
premesse, che orientano verso una rilettura dei canoni e dei presupposti del
rapporto ragione-follia, si è impegnato a ri-disegnare, insieme con un gruppo
di psichiatri e psicologi del centro psico-sociale di Orzi nuovi cresciuti nel
solco dell'esperienza critica inaugurata da BASAGLIA, un modello della psiche
adeguato alla comprensione e alla cura della malattia mentale, dando vita a
quello che è stato definito l'approccio dialettico-relazionale. Collabora con
il gruppo teatrale Scena Sintetica nella messa in scena di testi
filosoficamente rilevanti (VELIA, VELINO, Eraclito, Melville, SEVERINO, GALIMBERTI).
Presso Moretti l'edizione delle sue opera. La sua filosofia muove da
un'originale riformulazione di alcune questioni legate alla filosofia di SEVERINO
(vedi), alla tradizione neo-idealistica italiana (GENTILE) ma anche neo-scolastica
(BONTADINI), e dipendenti dalla riconsiderazione speculativa del concetto del
negativo. Descrivendo la sua formazione si define resciuto a una scuola
filosofica di ispirazione ontologica, screziata da un netto disegno dialettico
e pungolata dallo scrupolo fenomenologico. Analizzando le implicazioni
concettuali e pratiche della negazione così com'è stata pensata in uno dei
punti più alti e rilevanti della tradizione dialettica, ovvero nella “Scienza
della logica” di Hegel, critica l'idea intellettualistica della negazione
intesa come esclusione, proponendo al contrario una negazione come inclusione e
una filosofia animata dal principio di ospitalità. Il "no" della
negazione, lungi dal dar vita a una realtà separata, è ciò che innerva il reale
nella sua essenza metamorfica e vitale, nella sua splendida apertura alla
novità, alla trasformazione e al cambiamento di cui il filosofo è appassionato
investigatore. A questo scopo e in evidente autonomia rispetto all'impianto
destinale della filosofia della necessità di SEVERINO, esplora la categoria
modale della possibilità, cercando di mettere in discussione sia l'opposizione
frontale tra realtà e irrealtà, sia la priorità assoluta della positività del
reale nonostante la negatività dell'irreale. L'esserci e non l'essere è, per V.,
che legge Hegel con Wittgenstein, la determinatezza semantica e sintattica, il
plesso grammaticale e vitale che ricongiunge l'esperienza intesa come luogo
dell'emergere della differenza e dell'incalzare degli eventi con la teoria
della razionalità quale analisi del permanere e della necessità. Ecco che di
contro all'ontologia fondamentale di Severino si fa largo l'idea di una micro-ontologia
intesa non come una “ontologia del piccolo”, bensì, piuttosto, nel senso che
non c'è nessun evento che non si disponga per virtù propria in una peculiarità
di significato, nel vigore elementare e insieme metamorfico di un qui. Ma micro-ontologia
anche come ontologia del remoto, dell'avverso-diverso, dell'improbabile,
dell'anonimo, del folle: di tutto ciò che insieme si ritiene minore nella
capacità di realtà. Con la proposta di una micro-ontologia intendeva
sottolineare l'autonomia e la resistenza del diamante della dialettica come
principio di determinazione semantica fondato sulla relazione-negazione
inclusiva e situato nella prospettiva strategica propria dell'esserci, rispetto
al rischio delle ricadute nella mistica dell'essere e di quella totalità
assoluta che, in quanto tale, appare separata e isolata, esercitando la sua
imposizione distruttiva al di fuori della logica della relazione e
dell'inclusione. Di contro all'autentico totalitarismo di questa idea di
totalità assoluta propone la ripresa del detto eracliteo del Panta δια pánton,
ossia di quel tutto attraverso il tutto che è la forma radicale della illacerabile
relazionalità della vita. Solo se ogni differenza tra gli umani è un modo
differente di essere il tutto allora le discriminazioni tra piccolo e grande,
forte e debole, femmina e maschio, nero e bianco, ricco e povero, sano e
malato, non avranno ragione d'essere (se non in quanto differenti
manifestazioni dell'identico, invece che differenze di principio e di valore. Saggi:
“Verità e prassi” (Vannini, Brescia); “La forma del linguaggio: studio sul Tractatus
logico-philosophicus” (Francisci, Abano Terme, Padova), Invito a Wittgenstein,
Mursia, Milano; “Asymmetron, Quaderni de "Il Palazzo della Grande
Utopia", Milano; Dire di no. Filosofia Linguaggio Follia, Teda,
Castrovillari (Cosenza); Dire di no. Scritti teorici, Opere (Moretti, Bergamo);
“Asymmetron: micro-ontologie della relazione. Scritti teorici in Opere di V., a
c. di Tagliapietra, Moretti e Vitali, Bergamo. Panta διαpánton. Scritti teorici
su follia e cura, in Opere di V., a c. di Tagliapietra, Moretti e Vitali,
Bergamo. La forma del linguaggio. Studio sul "Tractatus
logico-philosophicus. Scritti su Wittgenstein, Sophón. Aforismi per l'anima, a.
c. di Valent, con un saggio di Tagliapietra, Moretti e Vitali, Bergamo. Opere. La
filosofia, prima di ogni altra definizione dotta, è amore per la realtà. In
ricordo, in "XÁOS. Giornale di confine", Dire di no. Scritti teorici,
Panta διαpánton. Scritti teorici su follia e cura. Nome compiuto: Italo Valent.
Valent. Keywords: la forma del linguaggio. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Valent”, The Swimming-Pool Library. Valent.
Luigi Speranza –
GRICE ITALO!; ossia, Grice e Valenti
(Roma). Filosofo italiano. Insegnante di filosofia e storia nei licei e artista
italiano. È il creatore della filosofia di strada: lezioni di filosofia nelle
piazze delle città. È stato: creativo pubblicitario nelle maggiori agenzie
pubblicitarie di Milano (DDB, Saatchi&Saatchi, Leo Burnett, Tita), vincendo
vari premi nazionali e internazionali.
Artista visivo, presso la galleria di Lino Baldini con due personali che
hanno suscitato numerose polemiche: “Dog is a palindrome” e “mafia, un altro
mondo”. Mostre collettive in Italia e
all’estero: 5° Biennale di Praga, Factory Art Gallery (Berlino), Festarte
Videoart festival (MACRO, Roma), Farm Cultural Park (Favara, Agrigento),
Famiglia Margini (Milano), Palazzo Farnese (Piacenza). Museo Zauli (Faenza), Fondazione
Bevilacqua La Masa (Venezia). Ha vinto il premio speciale residenza d’artista
al premio internazionale Arte Laguna e il premio Yicca, International Contest
of Contemporary Art, finalista al Festarte Videoart festival, Roma. Studia e
pratica i principali percorsi spirituali e di crescita personale. Nome
compiuto: Davide Valenti.
Luigi Speranza
--- GRICE ITALO!; ossia, Grice e Valentino: la ragione conversazionale a Roma e
l’implicatura conversazionale di Romolo divino -- filosofia italiana – By Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Abstract. Keywords: eschatology. Filosofo italiano. He
moves from elsewhere to Rome where he created a sect called ‘The Valentinians’,
who Valentino described as being the only ones who would save themselves. Grice: “Eschatological!” -- Ippolito di Roma did not
like him. Nome compiuto: Valentino. Keywords: Roma antica, Ippolito. Per H. P. Grice’s
Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Valeri: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale dello spazio tra sè e sè –
l’antropologia filosofica come ricerca dell’inter-soggetivo – la scuola di
Somma Lombardo – filosofia lombarda -- filosofia italiana – By Luigi Speranza,
pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Somma Lombardo). Abstract.
Keywords: il me di Grice, il noi della conversazione. He argues in these lectures
that thinking seriously about context means thinking about conversation; this
is the setting for most examples of speaker meaning. He proposes, therefore, to
compile an account of some of the basic properties common to conversations
generally. His method of limiting his hand was to result in certain highly
artificial simplifications, but he made these simplifications deliberately and
knowingly. For instance, the relevant context was to be assumed to be limited
to what he calls the 'linguistic environment': to the content of the
conversation itself. Conversation was assumed to take place between two people
who alternate as speaker and hearer, and to be concerned simply with the business
of transferring information between them. A number of the lectures
include discussion of the types of behaviour people in general exhibit, and
therefore the types of expectations they might bring to a venture such as a
conversation. Grice suggests that people in general both exhibit and expect a
certain degree of helpfulness from others, usually on the understanding that
such helpfulness does not get in the way of particular goals, and does not
involve undue effort. If two people, even complete strangers, are going through
a gate, the expectation is that the first one through will hold the gate open,
or at least leave it open, for the second. The expectation is such that to do
otherwise without particular reason would be interpreted as deliberately rude.
The type of helpfulness exhibited and expected in conversation is more specific
because of a particular, although not a unique, feature of con-versation; it is
a collaborative venture between the participants. At least in the simplified
version of conversation discussed in these lectures, there is a shared aim or
purpose. However, an account of the particular type of helpfulness expected in
conversation must be capable of extension to any collaborative activity. In his
early notes on the subject, Grice considers 'cooperation' as a label for
the features he was seeking to describe. Does 'helpfulness in something
we are doing together' ', he wonders in a note, equate to
'cooperation'? He seems to have decided that it does; by the later lectures in
the series 'the principle of conversational helpfulness' has been rebranded the
expectation of 'cooperation'. During the Oxford lectures Grice develops
his account of the precise nature of this cooperation. It can be seen as
governed by certain regu-larities, or principles, detailing expected behaviour.
The term 'maxim' to describe these regularities appears relatively late in the
lectures. Grice's initial choices of term are 'objectives', or
'desiderata'; he was interested in detailing the desirable forms of behaviour
for the purpose of achieving the joint goal of the conversation. Initially,
Grice posits two such desiderata: those relating to candour on the one hand,
and clarity on the other. The desideratum of candour contains his general
principle of making the strongest possible statement and, as a limiting factor
on this, the suggestion that speakers should try not to mislead. The
desideratum of clarity concerns the manner of expression for any conversational
contribution. It includes the importance of expectations of relevance to
understanding and also insists that the main import of an utterance be clear
and explicit. These two factors are constantly to be weighed against two
fundamental and sometimes competing demands. Contributions to a conversation
are aimed towards the agreed current purposes by the principle of
Conversational Benevolence. The principle of Conversational Self-Love ensures
the assumption on the part of both participants that neither will go to
unnecessary trouble in framing their contribution. Grice suggests that
many philosophers are guilty of inexactness in their use of expressions such as
'saying', 'meaning' and 'use' ', applying them as if they were
interchangeable, and in effect confusing different ways in which a single
utterance can convey information. For instance, Grice refers back to the
discussion at a previous class he had given jointly with David Pears, when the
exact meaning of the verb 'to try' was discussed. This, of course, was one of
the specific philosophical problems he was interested in accounting for by
means of general principles of use. Stuart Hampshire had apparently claimed
that if someone, X, did something, it is always possible to say that X tried to
do it. This was challenged; in situations when there is no obvious difficulty
or risk of failure involved it is inappropriate to talk of someone's trying to
do something. Grice's answer had been that, while it is always true to say that
X tried to do something, this may sometimes be a misleading way of speaking. If
X succeeded in performing the act, it would be more informative and therefore
more cooperative to say so. Therefore, an utterance of 'X tried to do it' will
imply, but not actually say, that X did not succeed. In his consideration
of the desiderata of conversational participation, Grice initially compiles a
loose assemblage of features. By the later lectures these appear in more or
less their final form under the categories Quantity, Quality, Relation and
Manner (or, sometimes, Mode). Inarranging the desiderata in this way, Grice was
presumably seeking to impose a formal arrangement on a diverse set of
principles. But it seems that he had other motives: semi-seriously to echo the
use of categories in such orthodox philosophies as those of Aristotle and Kant,
and more importantly to draw on their ideas of natural, universal divisions of
experience. The regularities of conversational behaviour were intended to
include aspects of human behaviour and cognition beyond the purely linguistic.
Grice's collaborative work with Strawson had been concerned with Aristotle's
division of experience into 'categories' of substances. Aristotle's
original formulation of the list of such properties allows that they can take
the form of 'either substance or quantity or qualification or a relative or
where or when or being-in-a-position or having or doing or being-affected'.38
He concentrates mainly on the first four, and these received most attention in
subsequent developments of his work. They were the starting-point for Kant's
use of categories to describe types of human experience, and his argument that
these form the basis of all possible human knowledge. In the Critique of Pure
Reason, Kant proposes to divide the pure concepts of understanding into four
main divisions: 'Following Aristotle we will call these concepts
categories, for our aim is basically identical with his although very distinct
from it in execu-tion. '39 These are categories 'Of Quantity', 'Of Quality',
'Of Relation' and 'Of Modality', with various subdivisions ascribed to
each. Kant's claims for both the fundamental and the exhaustive nature of these
categories are explicit: This division is systematically generated from a
common principle, namely the faculty for judging (which is the same as the
faculty for thinking), and has not arisen rhapsodically from a haphazard search
for pure concepts, of the completeness of which one could never be
certain. 40 Kant goes so far as to suggest that his table of
categories, containing all the basic concepts of understanding, could provide
the basis for any philosophical theory. These, therefore, offered Grice
divisions of experience with a sound pedigree and an established claim to be
universals of human cognition. Early in 1967, Grice travelled to Harvard
to deliver that year's William James lectures, the prestigious philosophical
series in which Austin had put forward his theory of speech acts 12 years
earlier. Grice's entitled his lectures 'Logic and conversation'. He was
presenting his current thinking about meaning to an audience beyond that of his
students andimmediate colleagues and was clearly aware of the different
assumptions and prejudices he could expect in an American, as opposed to an
Oxford, audience. 'Some of you may regard some of the examples of the manoeuvre
which I am about to mention as being representative of an out-dated style of
philosophy', he suggests in the introductory lecture, 'I do not think that one
should be too quick to write off such a style.'41 Addressing philosophical
concerns by means of an attention to everyday language was still a highly
respectable, even an orthodox approach in Oxford. In America it was seen by at
least some as belonging to an unsuccessful, and now rather passé, school of
thought. In pleading its cause, Grice argues that it still has much to offer:
in this case, the possibility of developing a theory to discriminate between
utterances that are inappropriate because false, and those that are
inappropriate for some other reason. Despite the difficulties inherent in such
an ambitious scheme, and the well-known problems with the school of thought in
question, he does not give up hope altogether of 'system-atizing the linguistic
phenomena of natural discourse'. Grice's ultimate aim in the lectures is
ambitious and uncompromis-ing; his interest 'will lie in the generation of an
outline of a philosophical theory of language' 4 He argues for a complex
understanding of the significance of any utterance in a particular context; its
meaning is not a unitary phenomenon. Conventional meanin g has a
necessary, but by no means a sufficient role to play. Indeed conventional
meaning is itself not a unitary phenomenon. Some aspects of it involve the
speaker in a commitment to the truth of a certain proposition; this is 'what
is said' on any particular occasion. Other aspects may be associated by
convention with the words used, but not be part of what the speaker is
understood literally to have said. The examples 'She was poor but honest' and
'He is an Englishman; he is, therefore, brave' convey more than just the truth
of the two conjuncts, more than would be conveyed by 'She was poor and honest'
or 'He is an Englishman and he is brave'. '. An idea of contrast is
introduced in the first example and one of consequence in the second. These
ideas are attached to the use of the individual words 'but' and 'therefore',
but do not contribute to the truth-conditions of the sentences. We would not
want to say that the sentences were actually false if both conjuncts were true,
but we did not agree with the idea of contrast or of consequence. We might,
rather, want to say that the speaker was presenting true facts in a misleading
way. These examples demonstrate implicated elements associated with the
conventional meaning of the words used, elements Grice labels
'conventional implicatures'There is another level at which speaker meaning can
differ from what is said, dependent on context or, for Grice, on conversation.
In 'con-versational implicatures' meaning is conveyed not so much by what is said,
but by the fact that it is said. This is where the categories of conversational
cooperation, and their various maxims, play their part. The onus on
participants in a conversation to cooperate towards their common goal, and more
particularly the expectation each participant has of cooperation from the
other, ensures that the understanding of an utterance often goes beyond what is
said. Faced with an apparently uncooperative utterance, or one apparently in
breach of some maxim, a conversationalist will if possible 'rescue' that
utterance by interpreting it as an appropriate contribution. In this way, Grice
offers a more detailed account of the idea he explored in 'Meaning', and in his
notes from that time: that there are three 'levels' of meaning, or three different
degrees to which a speaker may be committed to a proposition. His model now
includes, 'what is said', 'conventional meaning' (including conventional
implicatures) and 'what is conversationally implicated'. The presentation
of the norms of conversational behaviour in the William James lectures is
rather different from Grice's handling of them in his earlier work. The maxims,
or the categories they fall into, are no longer presented as the primary forces
at work. Instead, all are assumed under a general 'Principle of Cooperation'.
The principle appeared late in the development of Grice's theory. It enjoins
speakers to: Make your conversational contribution such as is required, at the
stage at which it occurs, by the accepted purpose or direction of the talk
exchange in which you are engaged.'43 The name 'Cooperative Principle' was even
later; it was added using an omission mark in a manuscript copy of the second
William James lecture. Grice may well have been attempting to give a name, and
an exact formulation, to his previously rather nebulous idea of cooperation or
'helpfulness'. However, the effect was to change what was presented as a series
of 'desiderata', features of conversational behaviour participants might expect
in their exchanges, to something looking like a powerful and general injunction
to correct social behaviour. In the development of his theory of
conversation, Grice was much exercised by the status of the categories as
psychological concepts. He questioned whether the maxims were the result of
entering into a quasi-contract by engaging in conversation, simply inductive
generalisations over what people do in fact do in conversation, or, as he
suggested in one rough note, just 'special cases of what a decent chap should
do'. He remained undecided on this matter throughout the development
ofthe theory, content to concentrate on the effects on meaning of the maxims,
whatever their status. By the time of the William James lectures, however, he
seems to be closer to an answer. He is 'enough of a rationalist' to want to
find an explanation beyond mere empirical generalisation. 4 The following
suggestion results from this impetus: So I would like to be able to show
that observation of the Cooperative Principle and maxims is reasonable
(rational) along the following lines: that anyone who cares about the goals
that are central to conversation/communication (such as giving and receiving
information, influencing and being influenced by others) must be expected to
have an interest, given suitable circumstances, in participation in talk
exchanges that will be profitable only on the assumption that they are
conducted in general accordance with the Cooperative Principle and the
maxims.45 This is a wordy explanation, and also a troublesome one. It
seems to create a loop linking the aim of explaining cooperation to an account
of conversation as dependent on cooperation, a loop from which it does not
successfully escape. The link between reasonableness and cooperation is far
from explicit. Nevertheless, this passage offers Grice's account of his own
preferences in seeking an answer to the question over the status, and hence the
motivation, for the Cooperative Principle. His preference, particularly his
reference to 'rational' behaviour, was to prove important in the subsequent
development of his work. However derived, the maxims operate to produce
conversational implicatures in a number of different ways. In many cases, they
simply 'fill in' the extra information needed to make a contribution
fully coop-erative. A says 'Smith doesn't seem to have a girlfriend these days'
and B replies, 'He has been paying a lot of visits to New York lately'. B's
remark does not, as it stands, appear relevant to the preceding remark.
But it is easy enough to supply the missing belief B must hold for the remark
to be relevant. B conversationally implicates that Smith has, or may have a
girlfriend in New York.46 In other cases the speaker seems to be far less
cooperative, at least at the level of 'what is said'. In order to be rescued as
cooperative contributions to the conversation, such examples need to be not so
much filled out as re-analysed. Because of the strength of the conviction that
the speaker will, other things being equal, provide cooperative contri-butions,
the other participant will put in the work necessary to reach such an
interpretation. In perhaps his most famous example of con-versational
implicature, Grice suggests the case of a letter of reference for a candidate
for a philosophy job that runs as follows: 'Dear Sir, Mr X's command of English
is excellent, and his attendance at tutorials has been regular. Yours, etc! The
information given is grossly inadequate; the writer appears to be seriously in
breach of the first maxim of Quan-tity, enjoining the utterer to give as much
information as is appropri-ate. However, the receiver of the letter is able to
deduce that the writer, as the candidate's tutor, must know more than this
about the candidate. There must be some reason why the writer is reluctant
to offer the extra information that would be helpful. The most obvious reason
is that the writer does not want explicitly to comment on Mr X's philosophical
ability, because it is not possible to do so without writing something socially
unpleasant. The writer is therefore taken conversationally to implicate that Mr
X is no good at philosophy; the letter is cooperative not at the level of what
is literally said, but at the level of what is impli-cated. In examples such as
this a maxim is deliberately and ostentatiously flouted in order to give rise
to a conversational implicature; such examples involve exploitation.
These examples, and others Grice discusses in the second William James lecture,
are all specific to, and entirely dependent on, the individual contexts in
which they occur. Grice labels all such example 'particularised
conversational implicatures'. There are other types of conversational
implicature in which the context is less significant, or at least can operate
only as a 'veto' to implicatures that arise by default unless prevented. These
are implicatures associated with the use of particular words. Unlike
conventional implicatures, they can be cancelled: that is explicitly denied
without contradiction. These 'generalised conversational implicatures' account
for many of the differences between the logical constants and the behaviour of
their natural language counterparts. In effect, Grice claims that there simply
is no difference between, say '', 'n', 'v' and 'not', 'and', 'or' at the level
of what is said. The well-known differences are generalised
conversational implicatures often associated with the use of these expressions,
implicatures determined by the categories and maxims he has established.
Part of Grice's motivation for this proposal was the desire for a
simplification of semantics. The alternative to such an account was to posit a
semantic ambiguity for a wide range of linguistic expressions. Grice argues
against this, proposing a principle he labels 'Modified Occam's Razor', which
would rule against it in decisions of a theoretical nature. The principle
states that 'senses are not to be multiplied beyond neces-sity' 47 Grice's
reference was to William of Occam, or Ockham, thefourteenth-century philosopher
credited with the dictum 'entities are not to be multiplied beyond necessity'.
This is known as 'Occam's razor' although it is not clearly attributable to any
of his writings, and it is not at all uncommon for philosophers to discuss it
in isolation from Occam's actual work. It is taken as a general injunction not
to complicate philosophical theories; the best theory is the simplest theory,
invoking the fewest explanatory categories. The preference for simple
philosophical theories that do not add complex and potentially unnecessary
categories was one with an obvious appeal to philosophers of ordinary language.
Indeed, when Gilbert Ryle published his collected papers in 1971, he commented
on the 'Occamising zeal' particularly apparent in the earlier articles. Another
contemporary philosopher to draw on an Occam-type approach to discussions of
meaning was B. S. Benjamin, whose article 'Remembering' is referred to in
the first William James lecture. He does not draw an explicit comparison to
Occam's razor, but he does pose himself the question of whether the verb
'remember' should be analysed as multivocal or univocal. For Benjamin, a
'universal core of meaning is preserved in its use in different
contexts'.49 Grice himself did not develop the connection between
conversational implicature and the logical constants in any great depth, either
in the William James lectures or elsewhere. This is perhaps surprising, given
that he introduces his theory in terms of the question of the equiva-lence, or
lack of equivalence, between certain logical devices and expressions of natural
language. The implications of this question, together with the specific answers
offered by conversational implicature, are treated in detail by others.5° A. P.
Martinich has suggested that the initial concentration on, and subsequent
abandonment of, the logical particles is a serious flaw in the construction of
the second, and most widely read, of the William James lectures. In a book
aimed at describing and promoting good philosophical writing, Martinich
identifies this as 'one of the greatest articles of the twentieth century', but
argues that the more general theory of 'linguistic communication' ought to have
been made the focus from the outset. He comments that on first reading Grice's
article he was unimpressed by what he saw as an unacceptably complex mechanism
to solve a very particular logical problem: 'Once I realised that the solution
was a minor consequence of his theory I was awed by its elegance and
simplicity.'51 Grice's discussion of logic is mainly restricted to the
fourth William James lecture, which he later labelled 'Indicative conditionals'
after the chief, but not the only, logical constant it discusses. Indicative
condi-tions had been a central theme of some lectures on logical form Grice
delivered at Oxford while working on his theory of conversation. There he had
commented extensively on Peter Strawson's treatment of this topic in his 1952
book Introduction to Logical Theory. Grice does not mention Strawson at all in
this fourth William James lecture. In an Oxford seminar which, for one, he gave
on his own, on ‘Conversation,’ – which had followed one with Strawson on
‘Meaning’ -- Grice argues that thinking seriously about context means thinking
about CONVERSATION. This is the setting for most examples of utterer’s meaning
– when ‘mean’ is ascribed to the utterer, never to the expression. Grice proposes,
therefore, to compile an account of some basic properties common to ‘conversation’
generally. Grice’s method of limiting his hand is to result in certain pretty
artificial – but never to Oxonian ears – simplifications. Grice makes this or
that simplifications deliberately and knowingly. For instance, the relevant CONVERSATIONAL
context – or OF CONVERSATION, if you want to sick with the substantial type --
is to be assumed to be limited to what Grice calls the 'linguistic
environment': to the content of the conversation itself. Conversation is
assumed to take place between TWO people who alternate, as in a board game – in
their roles as utterer and addressee – or recipient --, and to be concerned
simply with the business of INFLUENCING EACH OTHER by transferring information
between them with a view to a shared common goal that was assumed caeteris
paribus – “Why not just leave off otherwise?” A number of Grice’s
lectures include discussion of the types of behaviour people in general
exhibit, and therefore the types of expectations – alla Parsons or Weber --
they might bring to a venture such as a conversation. Grice suggests that
people in general both exhibit and expect a certain degree of helpfulness from the
other co-conversationalist -- usually on the understanding that such
helpfulness does not get in the way of thi or that particular goals that the
person may be wishing to reach, and does not involve undue Samaritan effort. If
two people, even complete strangers, at Oxford, are going through a gate – not
Bishop’Gare in London, where people are so rude --, the expectation is that ‘the
one of the pair that happens to be first one through’ HOLDS the gate open -- or
at least leave the gate open, for the second – unless you are Austin, and it’s
the gate to your front yard! The expectation is such that, to do otherwise, without
a particular reason, would be interpreted, at Oxford – not its suburbs where
Austin lived -- as deliberately rude (“At London, rudeness is caeteris paribus
assumed,” Grice dictates.) This type of helpfulness exhibited -- and
expected to be exhibited -- in conversation is more specific because of a
particular, although not a unique, feature of conversation. It is a
collaborative – etymologically, the co-labour of love “as when we call a Party
the Labour Party,” Grice indoctrinates -- venture between the two participants.
At least in the simplified version of a conversation discussed in the seminar –
or ‘lectures’: as one attendee remembers: “Grice was lecturing about the
maxims! And we were supposed to be TESTED on them!” -- , there is a shared aim
or purpose. However, an account of the particular type of helpfulness expected
in conversation must be capable of extension to any collaborative – again,
etymologically, as in the Co-Labour Party -- activity. Grice considers the
rather pompous noun 'cooperation' – co-operation, or co-operation with an
umlaut -- as a label or tag or keyword for the features he is seeking to
describe. Does 'helpfulness IN something WE – il me di Grice, il noi
della conversazione -- are doing together,’ Grice wonders, equate to
'cooperation,’ co-operation, or co-operation with an umlaut? Grice seems to
have decided that it more or less does – as far as investing on label things
for the sake of one’s pupils at Oxford. By the later lectures in the series belonging
to this seminar – classified by the Oxford syllabus as being on ‘Conversation,’
-- 'the principle of conversational helpfulness' has been rebranded the
expectation of 'cooperation'. During the Oxford lectures, Grice develops
his account of the precise nature of this cooperation. This co-operation can be
seen or conceived as being ‘governed’ by, or displaying, certain obvious regularities,
imperatives, or principles – he would use ‘principle’ in the plural on occasion
--, detailing the expected – by the addressee – behaviour – of the utterer. The
term 'maxim' to describe such a regularity appears relatively late in the
lectures, but it stuck! Grice's initial choices of term is 'objective' – rather
than the more obvious ‘imperative’ --, or 'desideratum'. Grice is interested in detailing the desirable
– indeed DESIRED – he took ‘desideratum’ etymologically -- forms of behaviour
for the purpose of achieving some joint goal of this or that conversation.
Initially, Grice posits two such desiderata: those relating to candour on the
one hand, and clarity on the other. The desideratum of candour contains Grice’s
general principle of making the strongest possible ‘statement,’ or ‘move,’ as
he would often say, and, as a limiting
factor on this, the suggestion that a conversationalist should try not to
mislead – via equivocation, or other. The desideratum of clarity – a pun on
Lewis, Clarity is not enough -- concerns the manner of expression for any
conversational contribution, or, again, move. This desideratum of clarity – ‘Be
perspicuous [sic]’, as his ‘maxim’ ran! -- includes the importance of
expectations of relevance to understanding, and also insists that the main
import – ‘gist,’ as he parodies Winch – ‘not the truth’ -- of an utterance, or
move, be clear and explicit, or ‘explicatory’ – making fun of Byron: “His
explication would require another explication”. These two factors are
constantly to be weighed against two fundamental, yet sometimes competing,
demands. A contribution – or move -- to a conversation is aimed towards the
agreed current purpose by a principle, that Grice ironically pompously, tages
The Principle of Conversational Benevolence. The principle of Conversational
Self-Love, a similarly deliberately pompous tag meant to make fun of Reverend
Butler --ensures the assumption, on the part of EACH of the two participants, that
neither will go to unnecessary trouble – do not let trouble trouble you until
it troubles you -- in framing their contribution. The verb ‘to frame’
re-appears as commandment 10 – frame your response in the most appropriate
manner --. Grice suggests that many philosophers, English and Oxonian, too –
“unlike Benedetto Croce, who is a purist” -- are guilty of inexactness in their
use of expressions such as 'saying' – CICERONE: dictiveness -- , 'meaning' –
Aristotle, semein, translated by BOEZIO as ‘signare’ or ‘significare’ -- and
'use' ', applying them as if they were interchangeable, and in
effect confusing different ways in which conversationalists mutally influence
themelves his addressee by exchanging information – that each ‘conveys’. For
instance, Grice refers back to the discussion at a previous class – lecture in
the seminar – ‘You can call the ‘classes’ -- he had given jointly with Pears,
when the alleged exact meaning of the verb 'to try' is discussed. He was
exercising his muscles, so he pushed the wall, not trying to topple it, of
course. This, of course, is one of the specific philosophical problems Grice is
interested in accounting for by means of general principles of use. Stuart
Hampshire had apparently claimed that if someone, X, did something, it is
always possible to say that X tried to do it. This was challenged; in
situations when there is no obvious difficulty or risk of failure involved it
is inappropriate to talk of someone's trying to do something. Grice's answer
had been that, while it is always true to say – for his pupils about to earn a
degree in PHILOSOPHY – within Lit. Hum. -- that X tried to do something, this
may sometimes be a misleading way of speaking. If X does succeed in performing
the act, it would be more informative and therefore more cooperative – or
helpful -- to just say so. “But of course, when exercising your muscles, you
can hardly succeed unless you are Hercules with the Pillars --. Therefore, by
uttering an utterance of 'X tried to do it', the utterer – unless he is
referring to Hercules at the Pillars -- will imply, or implicate, or hint, or
convey indirectly or implicitly, but not actually say, via dictiveness -- that
X did not succeed. “I won’t say ‘fail to succeed,’ becauseI fail to
understand why silly people use this periphrasis when they haven’t even TRIED!”
In his consideration of the desiderata of conversational participation, Grice
initially compiles a somewhat loose – as most Oxonian pupils prefer – only the
poor learn at Oxford -- assemblage of features. By the later lectures these
appear in more or less their final, ‘if still imperfect’, Grice allows -- form
under the categories Quantity, Quality, Relation and Manner (or, sometimes,
Mode – a big joke on Kant!. “One pupil was especially annoyed by the fact that
Kant was never so mannered!” Inarranging the desiderata in this way, Grice is
presumably seeking to impose a formal, taxonomic, systematic, scholastic, ‘even
Cantabrian, I would go as far as to say’ -- arrangement on a diverse set of
principles – ‘Again: I can use ‘principle’ in the plural, but YOU do not
dare!”. But it seems that Grice had other motives. Semi-seriously: to echo the
use of the idea of a category – indeed a ‘conversational category’ as he
prefers -- in such orthodox philosophies as those of Aristotle and Kant –
especially KANT as he goes on to provide a weak transcendental justification of
the set of maxims in terms of universability – ‘but Aristotle came first!’ --,
and, more importantly, to draw on both Aristotle’s and Kant’s ideas of natural,
universal divisions of experience. The regularities of conversational behaviour
are intended to include aspects of human behaviour and cognition beyond the
purely linguistic. Grice's collaborative work with Strawson had been concerned
with Aristotle's division of experience into 'categories' of
substances. Aristotle's original formulation of the list of such
properties allows that they can take the form of 'either substance or quantity
or qualification or a relative or where or when or being-in-a-position or
having or doing or being-affected'. Aristotle concentrates mainly on the first
four, and these received most attention in subsequent developments of his work.
They were the starting-point for Kant's use of categories to describe types of
human experience, and his argument that these form the basis of all possible
human knowledge. In the Critique of Pure Reason, Kant proposes to divide the
pure concepts of understanding into four main divisions: 'Following
Aristotle we will call each of these concepts a ‘category,’ for our aim is
basically identical with his although very distinct from it in execution.
'These are three categories of judgements of– TOTVM PARS NVLLUM – under 'Of
Quantity'; three categories of judgements of AFFIRMATIO, NEGATIO, INFINTVM -- 'Of
Quality', -- THREE categories of judgements – CONJUNCTIO, DISJUNCTIO,
CONDITIONALITY -- 'Of Relation'; and three categories of judgements –
NEUTRAL NECESSARY POSSIBLE -- 'Of Modality', with systematically THREE subdivisions,
as we have listed ascribed to the four groupings. The categories for Kant are
strictly then TWELVE, with the subdivisions, and FOUR without tem. Kant's
claims for both the fundamental and the exhaustive nature of these categories
are explicit: This division is systematically generated from a common principle
– an ancestor of Grice’s principle of conversational helpfulness, which
deliberately equivocates on Kant’s categoric imperative in the Critique of
Practical Reason – but here in the Critique of PURE reason being, namely the
faculty for judging (which is the same as the faculty for thinking), and has
not arisen rhapsodically from a haphazard search for this or that pure concept,
of the completeness of which one could never be certain. Kant goes so far
as to suggest that his table of four fundamental categories – twelve if the
subdivisions count -- , containing all the basic concepts of understanding,
provides, in Abbott’s translation that Grice used for the entertainment of his
pupils -- the basis for any philosophical theory. These, therefore, offer Grice
a division of experience – conversational experience, now -- with a sound
pedigree and an established claim to be a universal of human
cognition. Grice had been entitlig his lectures – or seminar – ‘class’ is
a term of abuse at Oxford – just ‘Conversation'. Pupils would get from other
pupils that ‘he was the one obsessed with ‘meaning’’--. Grice was presenting
his current thinking about meaning to an audience beyond that of his students
and immediate colleagues and is clearly aware of the different assumptions and
prejudices he could expect in, say, a Sorbonne, as opposed to an Oxford,
audience. 'Some of you may regard some of the examples of the manoeuvre which I
am about to mention as being representative of an out-dated style of
philosophy', Grice suggests in the introductory lecture, 'I do not think that
one should be too quick to write off such a style.' Addressing philosophical
concerns by means of an attention to every-day language is still a highly
respectable, even orthodox, approach at Oxford – not La Sorbonne, or Bologna! Grice
would have been seen by at least some as belonging to an unsuccessful, and now
rather passé, school of thought, to whose tenets they had NO INTEREST in
subscribing! In pleading its cause, Grice argues that Oxonian ordinary-language
philosophy still has much to offer – ‘even if you are not an Englishman at
Oxford’: in this case, the possibility of developing a theory to discriminate
between this or that utterance that is inappropriate because it is is ‘plain false,’
and this or that utterance that is inappropriate for some other, more obscure,
even political, reason. Despite the difficulties inherent in such an ambitious
scheme, and the well-known problems with the school of thought in question, Grice
would hardly give up hope altogether – the obduarate he was -- of 'systematising
the linguistic phenomena of natural discourse'. Grice's ultimate aim in
the lectures is ambitious and uncompromising. His interest “will lie in the
generation of an outline of a philosophical theory of language, of the type of
which Varro and Cicero only dreamed!” Grice argues for a complex understanding
of the ‘significance’ – “as Cicero would have it – I signify, I make signs” --
of an utterer by his uttering this or that utterance in a particular context.
The utterer’s ‘signification’ or meaning is hardly a unitary phenomenon, “even
for the Roman displaying th most grave of gravitas!” Conventional ‘signification’
or meaning has a necessary, but by no means a sufficient role to play. Indeed
conventional ‘signification’ – what the utterer SIGNIFIES -- or meaning is
itself not a unitary phenomenon. Some aspects of so-called ‘conventional’
signification involve the speaker in a commitment to the truth of a certain
proposition – “or as Varro has it, proloquium”. This is 'what is said' –
the DICTVM that Grice Englishes as ‘dictiveness’-- on any particular occasion.
Other aspects of meaning – “Or ‘ways of meaning,’ if you want to use silly
Platts’s silly redundancy!” -- may be associated by this or that convention
with this or that words used – “The Italians are good at this!” --, but not be
part of what the ‘utterer’ or ‘proferrer’ is understood literally to have said:
the dictum he is putting forward. The examples from the Great-War ditty – an
utterer uttering: “'She was poor but she was honest, and her parents were the
same, till she met a city fella, and she lost her honest name' and Jill saying
of Jack having witnessing the cracking of the crown -- 'He is an Englishman; he
is, therefore, I trust brave, or courageous enough' – in these two utterances,
each utterer conveys more than just the truth of the two conjuncts, more than
would be conveyed by 'She was poor AND she was honest' – which still scans -- or
'He is an Englishman, AND he is brave'. An idea of contrast is introduced
in the Great-War ditty – a Tommy tun -- and one of consequence in the second.
These ideas are attached to the use of the individual word -- 'but' or
'therefore' -- but do not contribute to the truth-conditions of each utterance.
We would not want to say that the utterances are actually false if both
conjuncts are true, but the utterer does not agree with the idea of contrast or
of consequence. We might, rather, want to say that the utterer is presenting
true facts in a Oxford-type misleading way. – “At Oxford, you are supposed to
teach your pupil to ARGUE – not to philosophise about freedom! Everyone can do
the latter!” -- These examples demonstrate implicated – or ‘implied’ –
“Implicate” as in ‘She was implicated in the scene of the crime – cf. Sidonius
on implicatura -- elements associated with the conventional meaning of the
words used, elements Grice labels a 'conventional – and therefore
Uninteresting -- implicature’. There is another level at which what the utterer
means or SIGNIFIES (more properly, for a classicist like Grice and his pupils
-- can differ from what is said – the
dictum or dictiveness --, dependent on context or, for Grice, on conversation.
In a 'conversational implicature – “my cup of tea,” Grice said – but his
pupils: “Implicature happens --, meaning is conveyed not so much by what the
utterer says, but by the fact that it is said. “This would have perplexed
Austin!” This is where the categories of conversational cooperation, or
strictly, of CONVERSATIONAL reason -- and their various maxims – as counsels of
prudence, now --, play their part. The onus on a participant in a
conversation of the Griceian – “I like that spelling of my surname!” -- to co-operate towards their common goal, and
more particularly the expectation each participant has of cooperation from the
other, ensures that the understanding of an utterance often goes beyond the
utterer says or EXPLICITLY conveyes. Faced with an apparently uncooperative
utterance, or one apparently in breach of some maxim, a conversationalist will
if possible 'rescue' that utterance by interpreting it as an appropriate
contribution. In this way, Grice offers a more detailed account of the idea he
explored in 'Meaning' – with the appeal to the category of RELATION in the
final paragraph --, and in his notes from that time: that there are at least
THREE 'levels' of meaning upon which an Oxford pupil may be expected to be
tested by Grice --, or three different degrees to which this or that utterer
may be committed to a proposition, or prosloquium “as I may say to echo Varro.”
Grice’s model now includes, 'what is said', 'conventional meaning' (including any
attending conventional implicature) and 'what is conversationally
implicated'. The presentation of the norms of conversational behaviour in
different lectures is typically rather different from Grice's handling of them
in his earlier work. “I have to amuse myself – since there is hardly anyone
else to foot the bill, to echo Wilde.” The maxims, or the categories they fall
into, are no longer presented as the primary forces at work. Instead, all are
assumed under a general 'Principle of Cooperation'. The principle appears late
in the development of Grice's theory. “It was a Thursday afternoon,” a pupil
recalls – “I know because I was taking the late train to London!” -- It enjoins
speakers to: Make your conversational contribution such as is required, at the
stage at which it occurs, by the accepted purpose or direction of the talk
exchange in which you are engaged.' – which echoes of course the ‘Be strong’ of
his “The Causal Theory of Perception.” The name 'Cooperative Principle' is even
later – “even if more grammatically incorrect!” --; it was added using an
omission mark in a manuscript copy of a lecture. Grice may well have been
attempting to give a name, and an exact formulation, to his previously rather
nebulous idea of cooperation or 'helpfulness'. However, the effect is to change
what is presented as a series of 'desiderata', features of conversational
behaviour participants might expect in their exchanges, to something looking
like a powerful and general, ‘authorative, Kantian, and anti-Oxford!” --
injunction to correct social behaviour. In the development of his theory
of conversation, Grice is much exercised by the status of a ‘category’ as a psychological
concepts. Grice questions whether each maxim is the result of entering into a
quasi-contract – the Conversational Immanuel, as he called it -- by engaging in
conversation, simply inductive generalisations “over functional states” -- over
what people do in fact do in conversation, or, as Grice suggests in one rough
note, just 'special cases of what a decent chap at Oxford is expected that he should
do'. Grice remained pretty undecided on this matter throughout the
development of the theory, content as he was, qua representative of The School
of ordinary-language philosophy,’ as he amused himself to describe hisemf -- to
concentrate on the effects on ‘signification,’ or meaning of the maxims,
whatever their ‘friggin’’ one Cockney pupil put it -- status. By the time of
the lectures, however, Grice seems to be closer to an answer. He describes,
after mocking Kant, to feel like being 'enough of a rationalist' to want to
find an explanation beyond mere empirical generalisation. The following
suggestion results from this impetus: So I would like to be able to show
that observation of the Cooperative Principle and maxims is reasonable
(rational) along the following lines: that anyone who cares about the goals
that are central to conversation/communication, such as giving and receiving
information, influencing and being influenced by others, must be expected to
have an interest, given suitable circumstances, in participation in talk
exchanges that will be profitable ONLY ON -- hence the weak transcendental justification
-- the assumption that they are – not
possible, but appropriate – if they are conducted in general accordance with
the Cooperative Principle and the maxims.This may a wordy explanation, if not
by Grice’s and the Griceians’s standards -- and also a troublesome one to some!
It seems to some to create a loop linking the aim of explaining cooperation to
an account of conversation as dependent on cooperation, a loop from which it may
not successfully escape, but of course it does by the canons of what he
describes as ‘metaphysical’ or transcendental argument. The link between
reasonableness and cooperation is far from explicit, when being explicit would
be being boring. Nevertheless, the passage offers Grice's account of his own
preferences in seeking an answer to the question over the status, and hence the
motivation, for the Cooperative Principle. Grice’s preference, particularly his
reference to 'rational' behaviour, is to prove, as it should, pretty important,
if not crucial, in the subsequent development of his work. However
derived, the maxims operate to produce conversational implicatures in a number
of different ways. In many cases, a maxim simply ‘fills in' the extra
information – or gist -- needed to make a contribution fully cooperative – if
‘really cooperative’ sounds a bit of a trouser word. A says 'It does not seem to
be the case that Smith – or Hampshire -- has a girlfriend these days' and B
replies, 'He has been paying a lot of visits to New York lately', or ‘Paris,’
as the case may be. B's remark does not, as it stands, appear relevant to the
preceding remark. But it is easy enough to supply the missing belief B
must hold for the remark to be relevant. B conversationally implicates that
Smith – or Hampshire, as Mrs. Warnock’s rendition goes -- has, or may have a
girlfriend in New York, or Paris. In other cases the conversationalist seems to
be far less cooperative, at least at the level of 'what is said'. In order to
be rescued as cooperative contributions to the conversation, such cases need to
be not so much filled out as re-analysed. Because of the strength of the
conviction that conversationalists will, other things being equal, provide
cooperative contributions, your co-convresationalist will put in the work
necessary to reach such an interpretation. In perhaps Grice’ most famous
example of conversational implicature, ‘He has beautiful handrwiring’ -- Grice
suggests the case of a letter of reference for a candidate for a philosophy job
that runs as follows: 'Dear Sir, Mr X's command of English is excellent, and
his attendance at tutorials has been regular. Yours, etc! The information given
is grossly inadequate; the writer appears to be seriously in breach of the
first maxim of Quantity, enjoining the utterer to give as much information as
is appropriate. However, the receiver of the letter is able to deduce that the
writer, as the candidate's tutor, must know more than this about the
candidate. There must be some reason why the writer is reluctant to offer
the extra information that would be helpful. The most obvious reason is that
the writer does not want explicitly to comment on Mr X's philosophical ability,
because it is not possible to do so without writing something socially
unpleasant. The writer is therefore taken conversationally to implicate that Mr
X is no good at philosophy; the letter is cooperative not at the level of what
is literally said, but at the level of what is implicated. In examples such as
this a maxim is deliberately and ostentatiously flouted in order to give rise
to a conversational implicature. Such examples involve exploitation. These
examples, and others Grice discusses in the lectures, are all specific to, and
entirely dependent on, the individual contexts in which they occur. Grice
labels all such instantiations of a 'particularised conversational implicature'.
There are other types of conversational implicature in which the context is slightly
less significant, or at least can operate only as a 'veto' to implicatures that
arise by default unless prevented. These are implicatures associated with the
use of this or that particular word. Unlike an instantiation of a conventional
implicature, they can be cancelled: that is, explicitly denied without
contradiction. “Implicatures are not factive”. The phenomenon of the 'generalised
conversational implicature' accounts for many of the differences between the
logical constants and the behaviour of their natural-language counterparts. In
effect, Grice claims that there simply is no difference between, say '', 'n',
'v' and 'not', 'and', 'or' at the level of what is said. The well-known
differences are generalised conversational implicatures, often associated with
the use of these expressions, implicatures determined by the categories and
maxims he has established. Part of Grice's motivation for this proposal is
the desire for a simplification of ‘semantics,’ to use Cicero’s rendition of
Aristotle’s ‘signification.’. The alternative to such an account is to posit a ‘semantic’
ambiguity for a wide range of linguistic expressions. Grice argues against
this, proposing a principle he labels 'Modified Occam's Razor', which would
rule against it in decisions of a theoretical nature. The principle states
that 'Fregeian – “as I may call them” -- senses are not to be multiplied beyond
necessity'. Grice's reference is to a village in Surrey, properly Latinised,
whence hailed a failed pupil at Oxford – The Ockham Society is still the name
of a pupils’s organization in the City of the Dreaming Spires -- credited with
the dictum 'entities are not to be multiplied beyond necessity'. This is known
as 'Occam's razor' or navicular -- although it is not clearly attributable to
any of his writings – one in which he speaks of the beard of Plato may be
relevant --, and it is not at all uncommon for philosophers to discuss it in
isolation from Occam's actual work, unless you are Zipf – and cf. Hazell, who
makes the razor Grice’s own. It is taken as a general injunction not to
complicate philosophical theories; the best theory is the simplest theory,
invoking the fewest explanatory categories. The preference for simple
philosophical theories that do not add complex and potentially unnecessary
categories was one with an obvious appeal to some philosophers of ordinary
language, unless you were Austin, Strawson, Hart, of whom Grice liked to make
fun. Indeed, when Gilbert Ryle published his collected papers, he commented on
the 'Occamising zeal' particularly apparent in the earlier articles. Another
contemporary philosopher to draw on an Occam-type approach to discussions of
meaning was a colonial that Grice cared to read, Benjamin, whose article
'Remembering' – only because he quoted Broad that Grice had used in his ‘Personal identity’ -- is referred to in a
lecture. This colonial does not draw an explicit comparison to Occam's razor,
but he does pose himself the question of whether the verb 'remember'
should be analysed as multivocal or univocal, equivocal, plurivocal – “or what
not”. Grice is amused. For Benjamin, a 'universal core of meaning is preserved
in its use in different contexts'. Grice himself did not develop the
connection between conversational implicature and the logical constants in any
great depth, either in the William James lectures or elsewhere. This is perhaps
surprising, given that he introduces his theory in terms of the question of the
equiva-lence, or lack of equivalence, between certain logical devices and
expressions of natural language. The implications of this question, together
with the specific answers offered by conversational implicature, are treated in
detail by others.5° A. P. Martinich has suggested that the initial
concentration on, and subsequent abandonment of, the logical particles is a
serious flaw in the construction of the second, and most widely read, of the
William James lectures. In a book aimed at describing and promoting good
philosophical writing, Martinich identifies this as 'one of the greatest
articles of the twentieth century', but argues that the more general theory of
'linguistic communication' ought to have been made the focus from the outset.
He comments that on first reading Grice's article he was unimpressed by what he
saw as an unacceptably complex mechanism to solve a very particular logical
problem: 'Once I realised that the solution was a minor consequence of his
theory I was awed by its elegance and simplicity.'51 Grice's discussion
of logic is mainly restricted to the fourth William James lecture, which he
later labelled 'Indicative conditionals' after the chief, but not the only,
logical constant it discusses. Indicative condi-tions had been a central theme
of some lectures on logical form Grice delivered at Oxford while working on his
theory of conversation. There he had commented extensively on Peter Strawson's
treatment of this topic in his 1952 book Introduction to Logical Theory. Grice
does not mention Strawson at all in this fourth William James lecture.Filosofo lombardo.
Filosofo italiano. Somma Lombardo, Varese, Lombardia. Essential Italian
philosopher. Grice: “I especially like his idea of anthropology, alla Kant, as
the search for the subject.” “Tra se e se.” Si laurea in filosofia a Pisa, quale allievo
pure della scuola normale superiore, discutendo una tesi sul pensiero di Lévi-Strauss,
con relatore BARONE (vedi), si rivolse agli studi di antropologia, conseguendo
un dottorato di ricerca a Pisa. Le sue ricerche riguardarono molti argomenti,
fra cui, i sistemi politici, la parentela e il matrimonio, la ritualità, così
come l'antropologia sociale ed economica, la storia comparata degli usi e
costumi dei popoli, che condusse lungo la linea di pensiero del suo maestro
Lévi-Strauss. Gl’è stato assegnato per i suoi studi e le sue ricerche di
antropologia culturale, il premio ”Guggenheim Fellowship“ per le scienze
sociali. Fra i molti suoi saggi, cura pure diverse voci antropologiche
per l'Enciclopedia Einaudi. Tra le sue molte saggi, il saggio “Uno spazio
tra sé e sé. L'antropologia come ricerca del soggetto” (Roma) può considerarsi
una sua autobiografia intellettuale. Ghiaroni, "Società, soggetto,
sacrificio. La teoria del sacrificio di V.", in Studi e materiali di
storia delle religioni, Ghiaroni, ”Società, Soggetto, Sacrificio. La teoria del
sacrificio di Valerio Valeri tra Hawaii e Indonesia“, Studi e materiali di
storia delle religioni. Natura e cultura: introduzione alla teoria dello
scambio e della parentela di Levi-Strauss, Pisa. Per notizie biografiche più
esaustive, riferirsi alle xxvii-xix
dell'opera: in merito alla rilevanza di V. come studioso e ricercatore. Nome
compiuto: Valerio Valeri. Valeri. Keywords: antropologia. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Valeri” per H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool
Library, Villa Speranza.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!: ossia, Grice e Valeriis: implicatura,
categoriology – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Venezia).
Abstract. Keywords,
categorie – Definizione escatologia in Grice. Some time ago the idea
occurred to me that there might be two distinguishable disciplines each of
which might have some claim to the title of, or a share of the title of,
Metaphysics. The first of these disciplines I thought of as being categorial in
character, that is to say, I thought of it as operating at or below the level
of categories. Following leads supplied primarily by Aristotle and Kant, I
conceived of it as concerned with the identification of the most general
attributes or classifications, the summa genera, under which the various
specific subject-items and/or predicates (predicate-items, attributes) might
fall, and with the formulation of metaphysical principles governing such
categorial attributes (for example some version of a Principle of Causation, or
some principle regulating the persistence of sub-stances). The second
discipline I thought of as being supracategorial in character; it would bring
together categorially different subject-items beneath single classificatory
characterizations, and perhaps would also specify principles which would have
to be exemplified by items brought together by this kind of supracategorial
assimilation. I hoped that the second discipline, which I was tempted to label
"Phil-osophical Eschatology," might provide for the detection of
affinities between categorially different realities, thus protecting the
principles associated with particular categories from suspicion of
arbitrariness. In response to a possible objection to the effect that if a pair
of items were really categorially different from one another, they could not be
assimilated under a single classificatory head (since they wouldbe incapable of
sharing any attribute), I planned to reply that even should it be impossible
for categorially different items to share a single attribute, this objection
might be inconclusive since assimilation might take the form of ascribing to
the items assimilated not a common attribute but an analogy. Traditionally, in
such disciplines as theology, analogy has been the resort of those who hoped to
find a way of comparing entities so radically diverse from one another as God
and human beings. Such a mode of comparison would of course require careful
examination; such examination I shall for the moment defer, as I shall also
defer mention of certain further ideas which I associated with philosophical
eschatology. For a start, then, I might distinguish three directions as being
ones in which a philosophical eschatologist might be expected to deploy his
energies: The provision of generalized theoretical accounts which unite
specialized metaphysical principles which are separated from one another by
category-barriers. Fulfillment of such an undertaking might involve an adequate
theoretical characterization of a relation of Affinity, which, like the more
familiar relation of similarity, offers a foundation for the generalization of
specialized regularities, but which, unlike similarity, is insensitive, or has
a high degree of insensitivity, to the presence of category-barriers. To
suggest the possibility of such a relation is not, of course, to construct it,
nor even to provide a guarantee that it can be constructed An investigation of
the notion of Analogy, and a delineation of its links with other seemingly
comparable notions, such as Metaphor and Parable. Can this list be expanded? At
this point I turn to a paper by Judith Baker, entitled "Another Self':
Aristotle On Friendship" (as yet unpublished). On the present occasion my
concern is focused on methodological questions; so I propose first to consider
the ideas about methodology, in particular Aristotle's methodology, which find
expression in her paper, and then to inquire whether these ideas suggest any
additions to the prospective subject matter of philosophical eschatology. (1)
Judith Baker suggests that Aristotle's philosophical method, which is partially
characterized in the Nicomachean Ethics itself as well as in other works of
Aristotle, treats the existence of a common consensus of opinion with respect
to a proposition as conferring atleast provisional validity (validity ceteris
paribus) upon the proposition in question; in general, no external
justification of the acceptance of the objects of universal agreement is called
for. This idea has not always been accepted by philosophers; to take just one famous
ex-ample, Moore's attachment to the authority of Common Sense seems to be
attributed by Moore himself to the acceptability of some principle to the
effect that the Common Sense view of the world is in certain fundamental
respects unquestionably correct. Unfortunately Moore does not formulate the
principle in question, nor does he identify the relevant aspects. If my
perception of Moore is correct, he would in Aristotle's view have been looking
for an external justification for the acceptance of the deliverances of Common
Sense where none is required, and so where none exists. (2) Though no external
justification is required for accepting the validity of propositions which are
generally or universally believed, the validity in question is only provisional;
for a common consensus may be undermined in either of two ways. First, there
may be a common consensus that proposition A is true; but there may be two
mutually inconsistent propositions, B, and B, where while there is a common
consensus that either B, or B, is true, there is no common consensus concerning
the truth of B, or the truth of By; there are, so to speak, two schools of
thought, one favoring B, and one favoring B,. Furthermore (we may suppose), the
combination of B, with A will yield C,, whereas the combination of B, with A
will yield Cz; and C, and C, are mutually inconsistent. In such a situation it
becomes a question whether the acceptability of A is left intact; if it is, a
method will have to be devised for deciding between B, and B2. (The preceding
schematic example is constructed by me, not by Aristotle or Judith Baker.)
Second, to cope with problems created by the appearance on the scene of
conflicts or other stumbling blocks the theorist may be expected to systematize
the data which are vouched for by common consensus by himself devising general
propositions which are embedded in his theory. Such generalities will not be
directly attested by a consensus, but their acceptability will depend on the
adequacy of the theory in which they appear to yield propositions which are
directly matters of general agreement. When an impasse (aporia) arises, the aim
of the theorist will be to eliminate the impasse with minimal disturbance to
the material regarded as acceptable before the impasse, including the
theoretical generalities of the theorist. Judith Baker claims that a typical
example of such an impasse is recognizedby Aristotle as arising in connection
with friendship; the threefold proposition that in the good life no good is
lacking, that the good life is self-sufficient, and that the possession of
friends is a good, each element in which is a matter of general agreement. This
seems to validate the inconsistent proposition that the good life both will and
will not involve the possession of friends. It is Judith Baker's suggestion
that Aristotle's characterization of a friend as another self (another me) is a
serious theoretical proposal which is designed to eliminate the impasse with
minimal disturbance. (3) Judith Baker mentions also a certain kind of
criticism, an example of which, leveled at Socrates's treatment of justice in
The Re-public, was produced about twenty years ago by David Sachs. Sachs
complained that in response to a request from Glaucon and Adeiman-tus to show
that the just life is a happy life, Socrates first recharacter-izes the just
life in terms of the conception of a soul in which all elements maximally
fulfill their function and then argues that a life so characterized will be a
happy life. This response on the part of Socrates is guilty of an ignoratio
elenchi; what Glaucon and Adeimantus want Socrates to show to be happy is the
just life as understood to be the life to which the word "just"
applies in its ordinary sense, but what Socrates does is in effect to redefine
the notion of the just life as that life which exemplifies justice where
justice is defined in terms of fulfillment of function. But that the just life
is happy is not what Socrates was asked to show; what is wanted from him is a
demonstration not that the just life is happy but that the just life is happy;
and this he fails to provide. There seems plainly to be something wrong with
this line of criticism; Sachs calls Socrates to task for exhibiting in his
rejoinder just those capacities which have earned him his reputation as an
eminent ethical theorist, which are indeed the very capacities the presence of
which has marked him out as a specially suitable person to respond to the
skepticism of Thrasymachus. Surely he cannot be debarred from using just those
talents which he has been more or less invited to use. There is the further
point that the mode of criticism with which Sachs assailed Socrates could be
adapted for use against any theorist of a certain very general kind, which
could embrace many theorists who have no connection at all with philosophy; in
fact, I suspect that any theorist whose theoretical activity is directed toward
rendering explicit knowledge which is already implicitly present would be
vulnerable to this kind of charge of having "changed the subject." So
it seems to me that a detailed anal-ysis of the illegitimacy of this kind of
criticism would be both desirable and at the same time by no means easy to
attain. The reflections in which I have just been engaged, then, suggest to me
two further items which might be added to a prospective subject matter of
philosophical eschatology, should such a discipline be allowed as legitimate.
One would be a classification of the various kinds of impasse or aporia by
theorists who engaged in the Aristotelian undertaking of attempting to
systematize material with which they are presented by lay inquirers, together
with a classification of the variety of responses which might be effective
against such im-passes. The other would be a thoroughgoing analysis of the
boundary between legitimate and illegitimate imputations to a theorist of the
sin of "having changed the subject." Beyond these additions I have at
the moment only one further suggestion. Sometimes the activities of the
eschatologist might involve the suggestion of certain principles and some of
the material embodied in those principles might contain the potentiality of
independent life, a potentiality which it would be theoretically advantageous
to explore. This further exploration might be regarded as being itself a proper
occupation for the eschatologist. One example might be a further examination of
the theoretical notion of an alter ego, already noted as a notion which might
be needed to surmount an impasse in the philosophical theory of friendship. Another
example might be the kind of abstract development of such notions as movement,
that which moves, and that which is moved, which is prominent in Book 1 of
Aristotle's Metaphysics, which forms a substantial part of what is thought of
as Aristotle's Theology. I shall not, however, at this point attempt to expand
further the shopping list for philosophical eschatology. I shall turn instead
to a different but related topic, namely the possibility that in Plato's
Republic we find a discussion of justice which does as it stands, or would
after a certain kind of reconstruction, serve as an example of an application
of philosophical eschatology. I shall first develop this idea, and then at the
conclusion of my presentation furnish a summary account of its argument. The
idea occurred to H. P. Grice that there might be at least two somewhat
competing distinguishable sub-disciplines, each of which might have some claim
to the title of -- or a share of the title of – what Russell calls Stone-Age
Metaphysics. The first of these two sub-disciplines Grice thinks of as being
‘categorial’ in character – “Most things were categorial in Grice’s life,” his
Oxfor pupil Strawson complained --, that is to say, Grice thinks of this
sub-discipline of CATEGORIALOGY as operating at, or below, the level of any
given category. Following leads supplied primarily by Aristotle and Kant –on
which Grice had a mandate to teach at Oxford, often with his pupil Strawson --,
Grice ends up conceiving of CATEGORIOLOGY as concerned with the identification
of the most general attributes, predicates – like ‘shaggy’ -- or
classifications – where ‘class’ is taken alla Peano --, the summa genera, under
which the various specific subject-items and/or predicates -- predicate-items,
attributes -- might fall, and with the formulation of metaphysical principles
governing such categorial attributes – e. g. some version of a Principle of
Causation, or some other principle regulating the persistence of substances. A
second sub-discipline Grice thinks of as being SUPRA-categorial in character –
by which Grice means that ‘It’s bound to go over Strawson’s head’.
SUPRACATEGORIALOGY would bring together categorially *different* -- C1 and C2
-- subject-items, beneath a single UNIFIED classificatory characterisation, and
perhaps would also specify this or that principle which would have to be
exemplified by those (at least two) items brought together by this kind of
supra-categorial assimilation. Grice hopes that this second sub-discipline,
SUPRA-CATEGORIOLOGY -- which he was tempted – and indeed yielded to the
temptation -- to label philosophical eschatology, would provide for the
detection of this or that affinity between at least two categorially different
realities, thus protecting a principle associated with a particular category
from suspicion of arbitrariness – or rather adhocess. In response to a possible
objection to the effect that if a pair of items ARE categorially different from
one another, they ARE not to be be assimilated under a single classificatory
head. The anti-supra-categorialogist would argue that such two items would be
incapable of sharing any attribute or property, Grice plans to reply that even
should it be impossible for two categorially different items to share a single
attribute or property, this objection is not inconclusive.
SUPRA-CATEGORIOLOGICAL assimilation may take the form of ascribing to the two
items assimilated not a common attribute or property but an ANALOGY. The items
would be ANALOGICALLY united. Traditionally, in such disciplines as theology –
that Grice’s father detested --, analogy has been the last resort of those,
like Vio – whom the Catholic Italians call Saint Cajetan -- who hope to find a
way of comparing entities – like Plotinus, did, too, when it came to ‘life’ and
‘soul’ -- so radically diverse from one another as God – or IL DIVINO, as
Cicero prefers since we don’t know His Gender -- and the class of human beings
– or HUMANS. Such a mode of comparison – as oppose to METAPHOR or SIMILE or
ALLEGORY or PARABLE -- would of course require careful examination. Such
examination temporarily defers, as he also defers mention of certain further
ideas which Grice associates with eschatology. For a start, then, Grice wishes
to distinguish three directions as being ones in which the eschatologist might
be expected to deploy his energies – Grice counts Judith Baker as ‘he’ --. The
provision of a generalised theoretical account which would unite at least two
specialised metaphysical principle which are separated from one another by this
or that category-barriers. Fulfillment of such an undertaking involves an
adequate theoretical characterisation of a relation of ‘affinity’ – as in
“Spots ‘mean’ measles” “His remark meant that he meant that he couldn’t
continue to exist without his spouse” -- which, like a more familiar relation
of *similarity* -- as in SIMILE: She is like the cream in his coffee --, offers
the foundation for the generalisation of such specialised regularities, but
which, *unlike* similarity, is insensitive, or has a high degree of
insensitivity, to the presence of a blunt category-barrier. To suggest the
possibility of such a qualified relation of ‘affinity’ – say between
Rachmanichov and Ravel -- is not, of course, to construct it, nor even to
provide a guarantee that it can be constructed/ Then, there’s the investigation
of the notion of ‘analogy’ itself, and a delineation of its links with other
seemingly comparable notions, such as Metaphor, Simile, Allegory, and Parable –
all good old Ciceronian terms. Can this list be expanded? Sure it can! At this
point Grice turn to JOACHIM on Aristotle on PHILIA, as presenting an aporetic
logically developing series. Grice’s concern is focused on methodological
questions; so he proposes to consider the ideas about methodology, in particular
the methodology of that branch of Athenian dialectic that Grice calls Lyceal
Dialectic – as opposed to Accademic Dialectic, that Aristotle originally
practicsed on the other edge of Athens, until it bored him to tears --, which
find expression in JOACHIM, and then to inquire whether JOACHIM’s ideas suggest
any additions to the prospective subject matter of eschatology. JOACHIM
suggests that Aristotle's philosophical method, which is partially
characterized in the Nicomachean Ethics itself as well as in other works of
Aristotle, treats the existence of a common consensus of opinion (ta legomena)
with respect to a proposition – what Varrone has as a prosloquium -- as
conferring at least provisional validity -- validity caeteris paribus, or
defeasible, weak, not undefeatable strong validity -- upon the proposition in
question. In general, no external justification of the acceptance of the
objects of universal – within the LYCAEUM -- agreement is called for. This idea
has not always been accepted by philosophers who do NOT come from Stagira. To
take just one very infamous example from GRICE’s Other Place, Cambridge:
Moore's attachment to the authority of Common Sense seems to be attributed by
Moore himself – he was Irish -- to the acceptability of some principle to the
effect that the Common Sense view of the world is in certain fundamental
respects unquestionably correct. R. M. Hare has used Irishism to qualify the
exact opposite thesis – “a calm storm”. Unfortunately, Moore, being Irish, does
not formulate the principle in question, nor does he identify its relevant
aspects. If Grice’s perception of Moore is more or less correct – “I have no
blood of Irishness in me, unlike my colleague Warnock, whom I refer to as
‘Irish’!” -- , Moore would, in Aristotle's view, have been looking, in a
congenial Irish sort of way, for an external justification for the acceptance
of the deliverances of Common Sense where none is required, and so where none
exists. Though no external justification is required for accepting the validity
of a proposition which is generally or universally believed, the validity in
question is only provisional. A common consensus may be undermined in either of
two ways. First, there may be a common consensus that proposition A (Peacement
is a good thing – Chamberlain --) is true. But there may be two mutually
inconsistent propositions, B, and B, where while there is a common consensus
that either B, or B, is true, there is no common consensus concerning the truth
of B, or the truth of B2 (Churchill: Apeacement is silly). There are, so to
speak, two schools of thought, one favouring B, and one favouring B2. Grice: “I
know because I suffered it, as I was drafted to the Navy!” – Furthermore, we
may suppose, the combination of B, with A will yield C1, whereas the
combination of B, with A will yield C2; and C1 and C2 are mutually inconsistent
– as Hitler well knew! In such a situation. it becomes a question whether the
acceptability of A is left intact. If it is, a method will have to be devised
for deciding between B1 and B2. The preceding schematic example is constructed
by Grice, not by Aristotle or Joachim, whose thoughts on ‘logically developing
series’ were posthumously published by Rees. Second, to cope with problems
created by the appearance on the scene of conflicts or other stumbling blocks,
the theorist may be expected to systematise the data which are vouched for by
common consensus by *himself* devising a general proposition which is embedded
in his theory. Such a generality – a bit like a third-degree Kneale
generalization, as he attempts in his essay on Induction -- will not be
directly attested by a consensus, but its acceptability will depend on the
adequacy of the theory in which it appears to yield this or that proposition
which is directly matters of general agreement. When an impasse or aporia
arises – as it often happens – at Oxford, where there is such a thing as J. L.
Austin – You don’t like that argument? I’ll give you another! -- , the aim of
the theorist – Grice, or someone who sympathises strong enough with him -- will
be to eliminate the impasse with minimal disturbance to the material regarded
as acceptable before the impasse, including the theoretical generalities of the
theorist. JOACHIM claims that an instance of such an impasse is recognized by
Aristotle as arising in connection with the Greek word ‘philia’: the threefold
proposition that in the GOOD life no good is lacking, that the GOOD life is
self-sufficient, and that the possession of a friend – for GOOD, not pleasure
or utility -- is a GOOD -- each element in which was a matter of more or less
general agreement at the Lycaeum – originally a gym, you know – The Italians
spell it LIZIO. This seems to validate the inconsistent proposition that the
GOOD life both will and will not involve the possession of a friend, philos,
for GOOD. It is Joachim's suggestion that Aristotle's characterization of a
friend AMICVS as another self -- another me, alter ego -- is a serious
theoretical proposal which is designed to eliminate the impasse with minimal
disturbance. Joachim mentions also a certain kind of criticism, an example of
which, leveled, not at Aristotle, for whom ‘just’ or dikaios’ is ANALOGICALLY
unfied – but at Socrates's treatment of justice in The Republic, was produced.
Joachim complained that in response to a request from Glaucon and Adeimantus to
show that the JUST life is a happy life, Socrates first re-characterizes the
JUST life in terms of the conception of a soul ANIMVS ANIMA in which all
elements maximally fulfill their function or metier and then argues that a life
so characterized will be a happy life. This response on the part of Socrates is
guilty of an ignoratio elenchi; what Glaucon and Adeimantus want Socrates to
show to be happy is the JUST life as understood to be the life to which the
word "just" applies in its ordinary use. What Socrates does is in
effect to change the subject and re-define the notion or CONCEPT of the JUST
life as that life which exemplifies the just where the just is now defined in
terms of fulfillment of function or metier. But that the JUST life is happy is
not what Socrates is asked to show. What is wanted from him is a demonstration
not that the JUST-2 life is happy but that the JUST-1 life is happy; and this
he fails to provide. There seems plainly to be something wrong with this line
of criticism. JOACHIM calls Socrates to task – a task not that perfectly
performed by Aristotle either with his relapse to quantity in his qualitative
account of JUST in terms of merit and demerit -- for exhibiting in his
rejoinder just those capacities which have earned Socrates his reputation as an
eminent ethical theorist, which are indeed the very capacities the presence of
which has marked him out as a specially suitable person to respond to the scepticism
of Thrasymachus. Surely Socrates – or Plato, let’s be honest -- cannot be
debarred from using just those talents which he has been more or less invited
to use. There is the further point that the mode of criticism with which
Joachim assails Socrates could be adapted for use against any theorist of a
certain very general kind, which could embrace many theorists who have no
apparent connection at all with philosophy; in fact, Grice suspects that any
theorist whose theoretical activity is directed toward rendering explicit
knowledge which is already implicitly present would be vulnerable to this kind
of charge of having "changed the subject." (Think of The Pope!). So
it seems to Grice that a detailed analysis of the illegitimacy of this kind of
criticism by JOACHIM would be both desirable if at the same time by no means
easy to attain. The reflections in which Grice has just been engaged, then,
suggest to Grice two further items which might be added to a prospective
subject matter of eschatology – or SUPRA-CATEGORIOLOGY _-, should such a
discipline be allowed as legitimate. One would be a classification of the
various kinds of impasse or aporia by theorists who engaged in the Aristotelian
undertaking of attempting to systematize or unify material with which they are
presented by this or that lay inquirer, such as Moore’s ‘ordinary-language
speaker’ endowed caeteris paribus with common sense, together with a
classification of the variety of responses which might be effective against
such impasses. The other would be a thoroughgoing analysis of the boundary
between legitimate and illegitimate imputations to a theorist of the sin of
having “changed the subject." Beyond these additions Girce has one further
suggestion. Sometimes the activities of the eschatologist or
SUPRA-CATEGORIOLOGIST -- might involve the suggestion of a certain principle
and some of the material embodied in that principle might contain the
potentiality of independent life, a potentiality which it would be
theoretically advantageous to explore. This further exploration might be
regarded as being itself a proper occupation for the eschatologist. One example
might be an examination of the theoretical notion of an alter ego, already
noted as a notion which might be needed to surmount an impasse in the
philosophical theory for the explanation of the word ‘philos’. Another example
might be the kind of abstract development of such notions as movement, MOTVS,
that which moves, and that which is moved, MOTVM, which is prominent in
Aristotle's Metaphysics, which forms a substantial part of what is thought of
as Aristotle's theology, or the science of the DIVINE. Grice does not, however,
at this point attempt to expand further the shopping list for philosophical
eschatology. Grice turns instead to a different but related topic, namely the
possibility that in Plato's Republic we find a discussion of justice or THE
JUST which does, as it stands, or would after a certain kind of reconstruction,
serve as an example of an application of eschatology. Grice first develops this
idea, and then at the conclusion of his presentation furnishes a summary
account of its argument. L'immagine
dell'albero delle scienze – e della filosofia come regina scientiarum, nelle
parole di H. P. Grice, non a caso ripresa da Bacone e da Cartesio, è
particolarmente fortunata, ma, soprattutto, agisce a lungo nella filosofia
d’Europa l'aspirazione verso un corpus organico e unitario del sapere, verso
una sistematica classificazione degl’elementi della realtà – H. P. GRICE,
REALIA – Lectures on language and reality, Meaning Revisited: Language,
Thought, and Reality. Non mancano, certo, suggestioni derivanti d’altre fonti e
da altri ambienti di cultura, ma Lefèvre d’Etaples e Bovillus, Gregoire e
l’italiano veneziano V., Alsted e Leibniz fanno preciso riferimento,
affrontando questi problemi, ai testi di Lullo e a quelli del lullismo. A
conclusioni griceane giunge il patrizio veneto V. che, nell’“Opus aureum,”
riprende, modificandolo e integrandolo, il progetto dell'arbor scientiarum – H.
P. Grice on FILOSOFIA REGINA SCIENTIARVM. Nel testo di V. il problema
dell'albero delle scienze viene presentato come strettamente connesso con
quello della formulazione delle regole della combinatoria. V. tratta la
cognizione necessaria al raggiungimento della conoscenza degl’alberi. Sono
gl’alberi dalla cui conoscenza dipende l'intera conoscenza degl’enti e che V.
illustra con esempi. L’arte generale vada ridotta a questa impresa d’insegnare
a moltiplicare i concetti e gl’argomenti all'infinito, mescolando le radici con
le radici, le radici con le forme, gl’alberi con gl’alberi, e le regole con
tutti questi e molti altri modi. L'interpretazione che vienne data delle figure
dell'arte appare fortemente influenzata dal commento d’Agrippa e anche dalle
tesi di BRUNO (si veda) nei suoi saggi mnemo-tecnici. Più che ad Agrippa e a
BRUNO (si veda), V. si richiama tuttavia più volte a Scoto e allo scotismo --
de aliorum dictis non curamus, Scotum praeceptorem sequimur -- introducendo una
dottrina dei PREDICATI (Grice: ‘shaggy’) assoluti e RELATIVI (Grice: “want”).
L'esigenza di un'arte aurea nasce in ogni modo, anche in questo caso, dalla
constatazione del carattere pluralistico e caotico dell'orbe intellettuale,
della povertà delle cognizioni umane, dal bisogno d’un singulare ac mirabile
artificium mediante il quale fosse possibile rendersi conto dell'ordine del
cosmo al di là di una caoticità apparente e dar luogo ad una situazione nella
quale gl’uomini, dopo infinite fatiche, potessero riposare perpetuamente e
sicuramente all'ombra degli alberi della scienza -- Nec sine maximis
incommoditatibus et multis vigiliis id perfecimus ut philosophiae imbuti
valeant se aliquando ab infinitis ambagibus liberare et viri in scientiis
consumati post infinitos labores peracti possint sub felici harum arborum umbra
perpetuo et secure quiescere. Anche per V. le radici degl’alberi coincidevano
con i principi dell'arte, mentre lo stesso ordine di successione dei vari
principi vienne presentato come dipendente dalla natura. Magnitudo vero, quae
est secunda radix, non fortuito primam sequitur, sed maximo naturae consilio. È
proprio la scala naturae che forniva inoltre il criterio cui far ricorso nella
difficile applicazione delle radici o principi dell'arte ai subiecta.
Nell’uniforme applicazione di queste radici ai sudiecta è da impiegare la più
grande diligenza bisogna osservare la scala della natura e tutto ciò che, nel
grado inferiore, denota una perfezione priva di imperfezione, dev'essere
attribuito al grado superiore. L'operazione attribuita alla PIETRA, che occupa
il gradino infimo, dev'essere attribuita anche ai vegetali che occupano il
secondo grado della scala naturale. Ciò che comporta una imperfezione, se
conviene all'inferiore, non è da attribuire ad ogni superiore. Ne deriva che la
contrarietas e la minoritas non devono essere attribuite al divino, anche se
convengono alle cose inferiori. Il divino ordina secondo nove soggetti ed
alberi la scala della natura. Colui che desidera sapere molte cose in ogni
discilina si formi questa scala. Su V. cfr. CarrERAS y ARTAU, La filos.
cristiana. Per la prima edizione dell'opera si veda RocenT Duran, Bibliografia.
La citazione riportata nel testo dall'opus aureun: in quo omnia breviter
explicantur quac Lullus tam in scientiaruni arbore quam arte generali tradit è
ricavata dalla edizione ZETZNER. Orbum aerum. AUREUM SANE OPUS, IN QUO EA OMNIA
BREVITER EXPLICANTUR, QUÆ SCIENTIARVM. V. Ex bibliolhcca majori Coll. Rom.
Societ. Jesu AVREVM SANE OPVS, IN QVO EA OMNIA BREVITER EXPLICANTVR. QVffi
scicnti*arumommuin Parcii«, LvLLVs, cam m fcicntiarum arbore, cp artc Krali
AVTORE V. M, D, AVGVSTA VINDELICO-rum imprimebat Miclutcl ^ Mangcr» Coffl
gratia et Priuilcgio S^CseCMay* ILLVSTRI ET CieN&KOSO BARONl DOMINO Antonio
Fuggcro» Domino Kirchbergx di VVnnTenhoTni, Autorpcri pecuarobfrruaiuix er» g6
de dicai, 7: L.LVSTR . ET GENB- rofc vir, Mccognas perpetuo Iionore colcndc;
quod tempua cranscgi Augufta > libcraliori' bus Citrrcuacionibus dandum
cxi(limaui: quod piicarcm cflc curpifsimum ; G, quac c!a- baturcommendandi
occafioi amc ncgligc^ rccun Ergo Ray mundi Lulli craditioncs ad- huc SchoIii$
brcvibus illuftravi : racus quip- pc, quod rcs, dignifsimam cflc ciufccmodi
lcicquz digna efc cof^nicione fui. i Vaferif. Eu^anex dulcilsimagtona gencis.
Prllege.quod fummz e(l dexcericacis,oput. Ha6Venus in cjrca iacuic caligine
Lullus. in Uicem reuncacquem labor hi(cc novut* Hunc npc|legeris my Reria magna
videbit, Quar nunquamdo^itvifa fucre prius« Addr quod tngenuas gremio
comple(5licur artCi^ i Arcuquz verenomenhaberequeunt» Aucori mericas igicur
perfolvico graces: £(rc Dcimunusnemonegarepocert« i (lNpiLVLLANy£ AR. * tiS R
ARx^ EXPLICA- tioncm Valcri) dc Valc lijs VcninV M^xfma pirs iuhUit* nuva
cm»fcifnt?a Lulli Raymfidi rxf.^^ac: pars quocp magna ncga^ Eccittcfrra ndfsfR,
tradido^martt vlum; V jt Mcndacis ficriDzmonts arrf frtufir* '* Spiritus hos
agirat cundlos c rroris aman'; Qut lovar cf mnunt optima dona facri« Pauca olim
LuUus nobis pnrcf pta rcliquirs Volvlf quarafsidu^do^a catcrva manu: Hancctiam
docuit Bruno lordanusad Albim ^ Irriguum, gratusquimibi doAorfrat» Tradidit at
mctius, mihi crcdc, ValcriusiHc: Itala qucm gcnuit> Tcutona, tcrra. favcr«
Maximushimc vfutdocurtcommittcrcprarfot Quar prodf quf nnc iam tibi doS»
cohort*. Artc ncc c(l vfus Rc gts phlcgcthont is dC aftu ; AuAornon Darmon, (cd
Drutarcitcric» £t liCiC f minf ac nuHut fplf ndor^ dccus^ Rcs tamcn c(l vcrbit
antcfcrcnda bonit* Ert^o non duhica.quinccrca (cicnria rradi Raymundi pofsic:
quaro capc, volvc>IC(;C Lf^(o lcAa placcc, lc ^am rraduciro adv fum* ^dgrauc
ptinciphim; fru^hit amicusciib (> • - 1 AD LECTOREM. NOuiquidem, amice
Lecflor.intereot quofdam eflTc qui fe fapientes cxiftimat, qui verborum
potiu$,eIe^ •\tjam, quam al- Cifsimos fenfus curant« f^uni verb res ipfae
ponderandse potius quam verba fuere* Mo- re etenim fcholafticorum quod vnico
verbo cxplicare potui libentifsime feci^nec verbo' rum concinnitatem curauu Non
fuit ociuoi crrata corrigendi. Candida igitur meor cc ipfe corrige, ac
impreiroht currenti manui Hmul igQofcc^Valc» .M3;iOrD3JUA 1.lii ccl . -TJTrn
m^: . h INTENTIO AVTORIS EXPLICATVR, IXIT ANNIS ABHINC Raym»„. circiter
irtccntii tnpgnii quidam Vir fummx e- Lullus uditionkdc fapientije,nccmi/iorii
(Brfdn) fdn- fepp^ 6htdtis. nomine Raymundui tuUws, qui maxi^ ecqualisfu \ndm
difficulatem in fcientijs quihuscunc^, confti* crit. ^tutam admirdns, dc
edrundem inter fe uarietd^ ♦Duos l\. temcontempldnsyhominis
miferidmdef>lorauit,quod longo tempo bros Lull»
rislhdtioperdeuidfcientiarumerrdndo, uixtandem oh immenfum *c'^'pfif.ad
laboremi non mmus confujdm quam exiguam rerum cognitionem aj- ., fequnetur:
Cupiensq; Uterarum cultores db ooc feruitutls wg) /i» paradas. berdre^ dc breui
temporis curriculo in fummdm omnium fcientiarum Qija re pau noticiam deducere :
nefcio quo diuino dfflatui furorcy inter cxtctd ci ad noti- 9duos Ubros ddomncs
fcientias djjequenddf confcripfit : quoruunum ciam artiu breucmdrtcm,
dlterumucrbgcnerakmdppcUdt, cx quo poileriori "V. priorcm coUcgit.Veriim
ob lon^m cxpcricntiam deindc cognofccns jjjyg^jJJJj* pdUcosddiUdrum cognitiottem
deucnirt, tnm propter fin^Urc dc ^ arboa ddmirabilcdrtificium, quoda>ntincnt
; tiim ctim ob prxceptorum rcm rcien? pducitdtem,quibuiimmenfum fcientiarum
chaos impUcatur, uoUiit tiaruiti clas mclariwi fentcntidm fuam cxpUcare; tdU
amcn modo nc fdCra dpro- rui s _ Lu11i phdnif contdmindripoffent, cr non nifi
fummdlnffniddrcanorum •'■'^'ctu cx penetrdUddeguitdrcnc. Ad quod pcrdgendum
Librum cdidit, quem nominarc uoUtit thrborcm fcientidrum, nec immcrito :
quoniam ea cnciaru no omnid»qu4e db omnibui fcientijs unipoffuntcoprxhcdi,
LihcriUe imeriro ra. qudtuordccim tintum arboribws di^inShts miro modo
confiderat. lis dicicur. Q£icumddmdnusnofiriudeuencrit,curduimui mdiori, quam
fieri Intetio Au poterdtffdciUtAtCteimUbrifenfumdperirc^a-circahoc unumton
«hoiis clr^ noflrd mtctttioHcrfdtur. Qu^ddm cnim inutilid fubtrdximut i aU-
ci^^od > qud ucrb uddcncccjfdrU ddiidunut;[lcutilpdrjim m toto opcre tcr»
QuxprjB^ mpoteflyCt potijiimu in primaetquartx pttrtCy'mquaruprimi,pir^'
cipuein pri ter animJtducrllonesin totoLuRiartificio siimc nccijjaridis
fabricd' mx ct quar ^j-^j^ Catc^rias,ucL,ut uulg» intcUi^t prddicamcn qu£ cnti*
AiK*-'fiiu coucnirc pofjunt, quxcuq-fint iflj fiucrcali4,fiueab iih- addira.
tcUcCht fibricata.fluecrcatd ucl incrcatd.*Adiccimu^ mfupcr in fc Qnibusca- cunda
parte arboriunicuic^proprixs formaSy ea omnia brcuitcrcx* regorixno pUcando^qux
ad arborcmquamcunc^ rcducipotcrant. Intcrtiaut* ftrx conue j-o p^rte cr quarta
proprio lAartemulta dcfumpfimuiy «t i«grnw/2 . cognofcere potcrunt: NecfJne
maximis incommoditatibm cTmultis funHn*ia^ wgrZ/yj id pcrfecimus. ut VUlofophit
imbuti ualcant fe aliquando ab nteaddira*. infinitis ambagibus libcrareya'
Viriin fcicntijs confumati pofl infi* Quarchoc nitoslaborcs pcrxBcs pofsint
fubfclictharumarBorum umbra per» opus Aut: petub CT fccure quicfccre.
Isonrcprthcndant nosEloqucnti£ culto* cdcrcvolu resfirudi Mincrua in fcribcndo
ufi fumuty quoniam fatis trit (ut ar» "j^*, bitramur) fi fub rudi cortice
DoA Eloqucntcs fua ^loqucntid tie* Bonreprx* crgM^?4rf poftrint. Hi>«r
^Morww prxcognitio neccffaria c/? ad confequendam In fccuda,
ftrbortmcognitioncm. infccundapartequatuordtcim arborum n4« turam icclarabimuSy
ex quarum notitia tota entium cognttio depen» In tertia, dct^ I n tcrtia
exemplis iUvftrabimus qu£ tum in prima quam in fet In 4ta.quf
cuniapdrtetraduntur* In quirta uerb ct ultima moiumo^endt^ doccaniur p,^,^^
fpf^ gencralis ars Kaymundi adhoc opus fit rcduecndai cgrcgu, iQcdidoulteriiis
multiplicare fcrme m infinitum conceptui» rfrgir* mnU utt cuiuscunq; dUctiut
gentrk cmf>Uxd tim pro piYtc un4 quimfalpitmifceniordiiccscumridicibui,
ndiccs cunformift dr^ bores cum arboribut CT rcgulM cum hii omtnbus^ CdUjsmuUiS
De primaepartis divifione» PRtm4 pirs in quinq; partcs fubdiuiditur, in quarum
primdrd* Principall». dicum ndturd arborts cuiuscunq; oflcnditur, Infecundd
arbo ^^P^ ^jj rumfDLidnumerdntur,dcdccldrdntur, In tcrtid fvrmdrumcf [tntid
expUcdtur^ In qudrtd qudJUonum uel reguUrum quidiitdi dc et * numcrui (locetuK.
In quinta ucro cr uUimd animaduerfiones qud* ^t* ptc tuor prxccdentium.pdrtium
ponuntur,qu4rumnoticidddLuUio mniu fecretiord intcUigenda c{t neccOfaridf '
" ponuncau ^ lecrcraLul DE R ADICIB VS in Communi» liinucaiga da.
LOquuturi de principijs iUk uniuerfdUoribus qu£ quodUbct cn ti/s gemps circunda
nt dtq; infcnfibilitcr pcnctrant, ncmpe dc Bo^ Enum erai nitdtc,Mdgnitudine,
Duratiofie, Fotc(tdtc, Sdpientid uel cognitione.VoluntdteuiU^petitu, VirtUtCy
Veritdtc» G/orw, D»^-* 5^- rcntidy Concorddntid^Contrdrietdtc, Principioy
McH/o, Fwe, Miff^emid^ Concorddntid dc ContrdrietAtc» cum tribus pnmk rd-
iicibm dbfolutis concordet : quid ficuti BonitM notdt effenlidmy Md"
gnituio perjeBionem rei efjentidlem, cr Durdtio tiusitm rti fxi- S^entidmuel
fubft^entidm, ficper Concoridntidm cr Diffrrtntidm habeturiettrminans cr
ieterminjbilt tx quibu* unAconiunfbsrti cxifientidpeniet dc perfcCho.
Cwttrdrietsiutro Durdtioni reffton» det, quonidm res extrd caufdm fudm
exi^entcs Udrijs paj^ionibui af' ficiuntur,qudrum ratione uarijs quoq;
oppofltionibm funt futie^^*. Stcuniuitriingulws qiti e{lie Principio, Meiio dc
Fiiit cum tribu$ pofttrioribus rdiicibM optime conutmt, quid poffe operari quoi
Foteftdtidifcribitur. Principiumrequirit^ quodeftauthor operdti- onfs. Cum
Medio fsmbolum habet mdximum Sdpientid uel cognitio» O* t conutrfo, quid utluti
Mtdium intcr duos limitts conftitutum tft, itd cr Sapicntid, inttr potentidm
cognofctnttm cr cogmtuw obie» Oummeiiat.Tinlsutrodpprimi Appttitui ucl
Voluntdti propor* tionatur. quia nihiiiefiieraturnifxob aliquem finem. Tertius
cr ul. timus tridn^lu4 ie Sidioritdtt, Atqualitdte cr lAinoritdtt opti'
mdmhabttSymmetridm,cumultimis tnbus raiictbus priork arii* nis. qudmfic
ofieniitnui : Cum Virtute S\diorit4x mdximi conuenire iicitur.quid Virtuf eit
fons ^ ortgomultirumoperdtionum.qu£ iuo maioritatem qudnidm infinudnt: Vcritati
Atqualitds ti^iunfbl cum VeritMfitditqudtioquxidm uclsqudUtMeffentit di fuam i»
iedm. Etdeniq;Gloridueldeleditiocumab ommbu4 non ^qualiter ftt pdrticipdtd,fed
d quibufddm m mdiorigrddu (fifds tftfic bquiy Vdk cr ab alijs in minori, ah
aUquihm proptic CT e&iuisjicuti cr uicifum iUa dc bonitate ^ ^*' (imo
quodUbet dc quolibet cr de omnibut prxdicari dicitur) ideo efl iUis ratio cur
bona. uocentur cr quatenui talia bonum producere pof* fint, Omnes igitur
arbores acearum partes qu£cunq; d Bonitate ge- neraltbonjc
dicuntur^a-ficutibonitas ffneralifefi fui ipfiut picnA^ cr cttenrum partium :
(ic BonitM particulark datur. qut fui ipfi* B oniras q '/^ P^^' ^ aliarum
partium, Tunc ^nerilis Bonitdt cfi fuiipfiut modo fit plcns, protit concernit
bonificatiuum, bonipcare, crbonificabile^ plena fuii- Tunc uero diiirum partium
pleuA exiflit, quanio per mgnituii* pfius. nem r magnA, per Durationem durans,
atq; per cxterat radices td^ Bonitasqii
Hf^i^ffndicaturdcBonitateinparticulari^s. Trunci, Brancharum aijar u m -^yy^
arborum partium. ConfimiUter quoq; dc unaquaq} radi* liulicplea. ^j^^^
j^ncenimfuiipfiuiplena erit, quando potcntiam proximant p proximm iffndi, a^m
dc corrcUtmm connotihit» fcd exterarum partium, quinio 46 dijs earum
limdituiinem fufcipiet^ JEjJent ipfi* ui Boniatis qudmpLurtm^ proprieaxtes
defcribenix.quM Pythd^* rj(y Arijio : t^umeniusPUtonicuf, MercuriusTrime^ftMi
P^' Dialo: fo> cr pUto enumerant, mter qu4s tlercu : Trim : ai Tatium
loquens^ nouem dj^ignAt, quonidm txlium proprietdtum notio plurimum proi deji
pro txornAniis conceptibus dcmeiijsdrgumentorum muenien* iiSy
iequibu/idlidsuerbdfdciemws.VdriM uerb Boniatis iiuifiones tu ipfe ooUigito ex
iiuajd drborum iiflm^one : ii^ poterk obfer* UdreicdUjsrdiicibus» De
Magnftudinc» MAgnituio efl ens rdtione cuius omnes rdiices funt mkgnt dc q^\^
(Jj c£terd entid. Cuiui iefinitionis pdrtes confwiili moiofunt Mzgnhii»
explicdnixyjicuti m Bomafff iefinitione explicdtx funt. do. t(.cf}dt tintum
ofleniere plures mdgnituiinls dcceptiones,quje tres Variz ma- funt nempCy
uirtutky moliSyVoperdtiomim, qud^ LuUm optbneco gnitudinis gnouitium lnquit»
Mdgnituio cfl ambiens omnes extremiates ef. ^cccpiio- ftnii, pcr qux ucrbd
inmit triplex effe^f effcntit cr fpiritudle^ cui conuenit primum mdgnitudinis
grnw icquoabunic dicctur m Cdte* ^rid QUdntititis : aliuiefl efje ccrporeumy
cuimagmtuio molis ac uirtutiscompetit. Tertiumefieffcm d6kperoperdtioncm, cui
re* lj)onietoperdtionummdgnituio. Et h£c ultimd magnitudo multif moiis
uariatur, flcuti cr udrix funtoperdtionum jf>ccics, rcalcs, in Va rix ope^
tentionAles j immanenteSy trdnfeuntes : ndturdlcs^ dcciicntalcs : rationum
proprit, dppropridt£ : re^it, refiexjc : fj>irituales, corporalcs % ^P^cics,
necclfdri£y contmffntes : inftdntdnex, cr in tempore faiit i fj mlt£ diix qut
Philofophis cr Thcologts funt nott, De Duratione, c l^urdtio Daratioqd T^Vrj^io
eftensy per quoi rddices cmnesdcrdiquientUda* (i u I J rdnt: V multiplex efi.
Qu^eddm enim uocdtur timput conttp Multiplex nuum, qud res fuccefiiu^e
dimcfurdntur^ utmotui omnes.Mid duratio» jfQcafur Aeuum, qud fj>iritudles
fubftdntix finita nec non corpore£, absc^ udridtione fuccefiiud conJiderdt£
mefurdntur. Vltimd uerb Ae* ternitds dppeUdtur, qut foU Deo compctit, nec
fucce^ionem dlU qudmuclmutxtioncmflgnificdt. liec eft cenfendum Deum menfurd-
f.li:sntiar. ridurdtionedliqudycummenfurd menfurdtoflt prior digniate uel
i.q.dift: - HAturd :atq; finitis folum conueniens ut mquit Cdpreolus^Et Ucet
dim Quomodo cdtur,€ternitdtemT:>eieffemenfuram,ficdicituryquid Deusa nobk
^ternitas^ 4pprffc««eciefu4 titu aftiuo conferudndd. Ex quibus uerbis pdtet eum
mtcUigerc dc ddiuoi intelligai. quem omnid entidhdbent,quidindliqucm finemtendunt.
£t ndtU' rdUs cft, qui ndturdlcm pr/fupponit cognitionemy qut longe melius
Cognitio Dirigentis cognitio potcft nomindriDci f benediBi omnid, in fuos
Dirigctis. p^^^ perduccntk. Sic homo. m fuum finem tendens^ ndturdUm hdbet
dppetitum, idemdcbrutisdicds, licctddutilidprofcquendd, crno- ciuduitdndd in
hominedcbrutodUus dppetitus uigcdt didusq; fen* In h oiet ret ^n^s cum his, qui
Voluntdjs dicitur eft in eodem homine, quo •ppctitui. ^^p^^ .^p,^ j^^^^ utendK,
cr Htitur f-utndis^ Dc Virtute ANDREIA Vlrtusellori^unionkridicumomnium. Et
orituruirtwthjtc Qu\d Virt» A rciunitxteyqudtcnut dClum proprium rcs
cAdemuirtuose ^ ^ndc o- producit.EtutprobcinteUi^s. tiibiLaliudejl uirtus (qum
intcUismui)qudmfacultdfilld innAtxrei,qu4 eliciuntur operatiof yj^j,^ nes
conformes. Et dilHnguiturdPotejldte optrdtiomm, de qud fuf j^u^j^ ^jj
prdloquutifumuiyquidPotefldsantumdicit non rcpugnjjitidm ai ftinguicur.
operdndum : Virtus uero toUit utiq; rcpugndntidm, cr prxtercd co. notitm
opcrdntehdbiliatemuelproprieatem qudnddm fccundum qudm conjimiUs operdtio
producitur. Nim^J prolixui clfemlimultas
tiirtutkJpeciesdcfcriberem.Tuipfcdifcurre per drbores omnes dc per omnium
drborum pdrtes, v^cudrids diftm^bones.dc mfinitum mmerum proprieatum hdrum^ uel
uirtutum inuenies. Difcrimen timenfdcito mterinnAtds uirtutesdcquifitM, cr
infufds^ Dc Vcritate* VEritd/Sy efl id quoduerum e{l de rddicibuff cr de
omnibus enti» Qutd Vcri. bws. Qtt£ueritdi uclref^icitreiexiftentidm, uel
eiusdem ef^ tai. fentidm. Siextjlemidmy tunchdbetur ueritds cont'mffns:cr Veritas
qe- iftomodo propolifiones de fecundo ddidcente fintuerje cr etidm de
>£»ltciiiiam tertio ddiacente in contivffnti mdterid : fi ii notit
propofttio quod d p p ^ j j, pdrtereifuit ueleft. Si dutcm effentiam ueritds
rejficit, tuncneceffd- ^^^^ xiAeftcumeffcntis ed notet, qux
tjliterfuntuniti.quoiunumline cundo et glio cjfe nonpo^it, V unum
eftdceffentiddlterimcrdmbounum tcnio vcr£* tertium conftituunU Dc Gloria vel
Dckflatione* Lorid eft ipfd deleSkLtioy in qua rddices omnes cr cxterd en-
^.^V* tid duiefcunt, Notxre oportet, quoddc rdtiont Gloric duo S -*
funtJciUcctquodquiefcdt,cr delea&tmem prxbedt, quo» ^tio^gio.
nmdUcrumfiremoutbisGlori^mnoncognofcef.lidm Lapif fur fj, coSdd. C > fmn
und^ G fum detentuf ((uiefcit cettejei non dcle^tur. Hkceli^ quod fton efi
gloriofut* Homines quoe^ muninnif deUdantur^quU tnmeneorum Cloria im -
appetitut non efi fitUTy iieo glorioji non funt^ Clorid boc m looo Droprieco
proprieconliierdturyfcilicct pro qudcunt^ completa, dcle^tiont, hdctzi hic
rciconueniente, feicum quictej quAomnidfruuntur. VropriA autem Gloria pro Gbrid
duplex c/?, qutediam »«cre4ta, qua Deui bedtuicj} fruenio fem pria cft du-
jrfircri uerb crwt» dicitur^ qudtenwt m cretturd recipitur, «b P wcrcdto tmen
Dfo, prmcipdliter in uolunntem proiuih» cr a>/w EpUog* cs r^ totim dnima
rffentidm rdtiomiH credtura. Ef fic hd' orum qux
besnouemdbfolut44rdiices,qu4rumprimatresdrboribufCTedrum diCtk (Unt. pdrtibuf
tribuunt cffentidm, perfe&ionem efjentix, CT Durdtionem Utl
e%ifltntidm,Tres uerohdx immeiidte fequentes, potentidm ope»
rdniiyiuplicioperdniimodoqudUficdam fignificint, uiieUcet ru^ turdli, quiper
Cogtutionem inteUi^tur, c^Libero, qui per dppeti- tuM expiicdtur. Per ultimds
dutemy Gloridm, f cr que edm prace*. iunt, inteUigefinemt
Seidirejpe£hud(rdiices efl ieuemenium,qu£ Arboribm extrirtfecum effe Ur^untur,
z^multum fdciuiH di cognot'^ ftenidm Mturm cuiuscunq; rei, De Differcntia* Quid
DiU T^TCplicdtkdcdteUrdlkdbfohitkrdiicibuf^refidt ul idrtjffe*. fercntia.
f^jSiudrum iecUrdtionem ieuenidmut. ?riu* amen quaidn prrmittere uolumat qut
fumme fluiiofi obfcrudre iebent. \Ha Kota, ter omnid hoc prtcipuum efl^ ne
rdiices iflx fumdntur pro dbfolHtB edrum effe^ dlids mdximd fidtim oriretur
confufio, mter prioret CT hMrdiices,qu£Confuflocdufdr€tur, quoineq;
reindturdexplicdri poffet, necminut m probdnio, iocenio, uel confuttnio iuuenk
fuum Qualitcr confequereturpropofitum. Confidereturigitiir Diffvrentidnonpf
Diffcretia dbfolutoiUo,quo abfoluaresdbdliddiffrrt,fiuehoc
Jf>e&tddiiffi^ fit confidc- rentidmcommunem, propridmyCrjpecificdm
ifedpro reUtione iU U, qu£ m bkfuni4t«r, cr ii(m inteii^tur dt Concorddntid,
Coit* tftm* m ff trdrieate icatijs. Ex quibui pdtim
errormdttiftfiaidppdutliettri- Ettot €iComelij
Agnpp£,quirddicesiUdiUtlpr'mci{>id,fubdbfolutoelfe g''PP»» confiderdt.Vir ijle
do^j^imut.qudndo de Mdgnitudine loquitur,qu€ ^eopdriterwmittAtur dbfolutum
principium iUdm difiinguit, in uirtudlemy m corp&redm ; qu£ dicitur
Mdgnitudo molky cr m iUdm qujt m opcrdtionibui rcperitur.VirtudUs Mdgnitudoiex
D.Augufli li.'^.dcTifc nifententid i nobis m cdp : dt Magnitudine
dUe^a^nibildUud eji,q ♦ perfeBio fffentit^ qud perfrBione dliquod unum db
dlioejfentiiUter diffrtt qu£ dUo nomine fi>ecificd uel DifjircHtid magis
proprid, uo* cdtur, qudm idemmet Agrippd mcdpide Difftrentid fub rdtionet' ddem
quoq;confid(rdt.dum diuidit Dijfrrentidm incommunem,pro* pridm» cr magls
propridm:quod fuperfluum efl CT uitium^cum prx» dicdtihxccr
priordhdbedntoppoflamnuturdmy V eonfequenter oppofltum conftderdndi modum» hoc
etidm contrdintentionem ^ y^. huUi omnino uidetttr, qui dumdeflnitDiffrrentuim,
inquit,Diffr» grippx, eft retidefiid,
rdtioecuiHfBomtM,Mdgnitudoetc;funtrdtiones incon^ contraLui fuf£. SiinteUigeret ipfenonde
reldtione,fed de re dbfobtd,no diceret: lum. Bifjrretid efl
idyrdtioecuiusBonitd/t etc:funtrdtionesincdfuf£f AnU Animad- mdduertendus quo^
efi ordo fuprddfiigndtusycuius cognitionon pd. Tum efl utilfs ddfoluendum
drgumentit Kec minus principid hxcy o* mnibut tX quibufcun^ entibus conueniunt,
qudm dbfolua» li£ccuM dignd fcitu dc necefftrid effedrbitnremur, omittere
nokimu^, ne i- gnordntit uelnegUffnti^e ttotd reSnrdtione nos fludiofl
crimindri foflent, Modo expUcemus Diffcrentidw, Diffrrentid efl idy rdtiont
DifferelU cuius rddices omnes cr cxterd entid funt inconfufd CT diflindi.Quid
quid! fddix ifld efl fummte utilitdtis utter entid omnid^ i qud omnk ornd*
tusdcpulchritudo mdximd, dtpendet: nonpiffbit eius Utifiimdm nd* turdm oflendere,
ut difcrimen omne uel diuerfltdtem inter res omnes ^dre cr perff>icue
cognofcdtur. Totd DiffvrentiiC ndturd dd h£c cd» DtfTeretrx pitd reducitur ^f
dd DiMi/io/iew, DiflinHioncm cr No« identitdtem* ^ ca pica»
Etifidtridflcddinuicmfunt ordindtdy quod fecundumefl fuperiui ^rdo. it Quare
di- y?{„(ffoy ab aUjs duabus pcrfonts, crtamennon elidiuifusabiUis; uiliono fit
quiidiuijiofempcro' in quocunq; reperiatur, notat imperjiBio* in diuinis.
^cctidm in corporcis tantum inucnitur cuiufmodinon efl Deus^ difiindiouerojiperji^ionemdUqudmnon
lignificdt neq; imptrfe^ Noniden
aionem^l\omdentitisuerb,efidddifiin(iioncmfuperior, quid qus liutis rta
funtinttrfedijUnihyparittrfunt^ noneadem:nontamcn ftquitur: tura& in q
f^qu£funtnoneddem,effediflin{bi,qHoniam KonidentitM repcri* b»inueu£. ^^^
pojitiud,uehfjirmdtiud,dutucrdentid, fcde- tim hdbct locum inttrentia, quorum
unum tjlajjlirmdtiuum CT aU* ud nt^tiuum, ut intcr tffe c non cffe : unum
pojitiuum cr aliud pri' udtiuum, ueluti inter uifum CT cxcitdtem ; unum ucrum cr
dliud fi» {btium, jicuti inttrPetrumcChimxrdmiCretim mtercd, quo* rum unum
dChiaUter txijlit, aUerum dutem nequdquam, qucmdd* modum mtcr Pctrum, quinunc
efi, cr Antichriflum creandum, fei D*ninaio hkreperitur, quorum quodlibet
pofitiuum efi, utputd ubi fic. i^'»* ^ftrum tT Paulum. Ef Ucet pro ne^tio
noflro, tam diuifio quam dijiindio, fy nonidentitdf fint neceffdrid : dttdmen
dijimdio mdiorcm exhibet oommodititem, quid de rdroentidne^tiua, imt poj^ibtUd
dd exifiere, cr priudtiud ueniunt confidcrdndd,qut ptr nonidentitdtem poffunt
feiunp, ideode Difimdione cr eiu4 Jpeciea bus loqudmur. Si tamen dUjs partibus
uti erit opiis, earum naturd 4C OCto difli- '/^'"^'^«'^cb/f qu£di(kifunt
manijrfij reUnquitur. Ododiftinaio* ftionu ge- numffnerj,crtotidemidentitdtum,ATheolo^rum
omnium Vrm» nera. cipe fubtiUj^imo Scoto funt exco^tatd: quorum ufus m
fcientijs quii bufcunqx tft udlie necrffnrius pro ueritate inds^nid CTfdlfitdte
co$ gnofcendd. Dediftindiombus ftjtim erit fermo fed de identitatibuf, Primu
ge», in fequentibus, ubitrdMitur dc Concorddntid. Vrimm Diftinfiio» nhffnus t7
tiUffnm uocdtur diHm^ordtionkiqut irdtmAli pottntUori^* ntm ducit, m quantum
tandem rtm ab ilUmet di'iinguity ftcunduni gUum er dlium conftdtrdndimodum.
Ctrtum tft» quod bomo m pro^ pofltiont dUqud confidtrdtus ut fubijciturt ut
prttdicdtur.dfei^ pfodiflm^itur, qutmddmodumcrpricdicdtumJifuhit^h i non rtt
gUdi/lm&ionttquididemAftipfo rtalittr diuidi non pottfl, i^tur fdtiondUy
quonidm tsUf di/lmfbo folum rdtionH bcntfcio tfi mutn* m^Stcundumffnuttlly
diftm(ho txnAturdrei:queinttriUdmuf • mtur,dtquU>us contrddiBorii pr^dicaa
utri prxdicdntur,uel ndti funtpradicdri^nuUomttUt^concurrcnte, qbtorum tiltm
n^tu* rdm,Pcutipottfldici(inquiuntScDtift4tcbtntydt InttUt^ Dti, crVoUintxtt*
inttUt^UiStnimDticumtfftntiddiuinAdd ¥iUj ^nt* IntcIIc£luf rdtiontm concurrit,
cr non uoluntM : cr concurrcrt» cr non wncur* ^* rtrt funt contrddidorid :
inttr inttUe^m igitur cr uoluntdtem, di ^^[J,* pinHio tx ttAturd reioonfurgit.
\dtm dicunt dt ffftntid diuinA cr r« Essetifbci Utionibui perfonAUbut ;
quiddutinA tjjentid tribut diuinis ptrfonk 4 rcUtioiii- tommunit txiftit^ non
duttm rtUtionts ptrfonAUs, erg) tx rti UAtu- but diftiiu. rd iUd db his
dtftinguitur.Ntedtfunt incrtdtk infinitd txtmpU. qu£ ^^0* trtuitdtis gratuomittimut.
Ttrtium grnwcft, diftinSho /ormaUs : 3™' S^" •
CinteriUdeft^quorumunumdliudnonincUidit in primo modo di» ctndi ptr ft, cr
hocmodo fuptrius quodUbttibinfrrioritftdiftinm ibimiCnoni contrd j utl iUa, qut
habtne diutrfxf dtfin> tiones, dt- . fcriptionts, uel uarios conctptus k
parte reiy hac difiin^bont funt dif ftin^.ftcutihomo O" fuarifibiUtis.
Quartum gf/J«4c/^, dtftindio 4111 gen%
modaliSyqu£oriturinttrtlJentUmrtiaUcuiui,Gr fuummodum in* irinftcum: quxdcfaciU
pottft inueniri inter aWedinis cffcntimt CT 'grddus eiuidtm ptrfiSbonaUs:
utlinter effentUm caUditatls,CT fuos grddus : utl inter Dti effentiam cr
infinitatem (fcoc uerum prdfup» ponendo.quodinfinitds fit modm intrinfecw in
Dro, ut omnts fire Scotifiit parioonftnfu affirmdnt) utl inter unum modum
intrinfccum cr dUum, uti inutnitur inttr grddut dWtdinis CT tiut txifttntiam»
Cmintumffnuitft dijlinibo rcdUSfqujcconfurgittxrt cr rt. Rts ^m.gen*. D in proi
tt m propoPto dccipitur pro eo omm, quod poteft corrumpi cr defiru^ alio
remancnte cr ccontrd, ut dlbedot qu£ potefl deflrui fubie^
mdnente,reaUterifubie£hdif}in^itury idem dtcatur de nigredin»
tyalijsaccidentibuiy cr deomnibus fubflantijs primit. lUa quoc^ res nominantury
quorum unum cft ffnerans,cr aliud genitum^ cr hoc li : prim 0 "» tiocdtW.fedinahliritShyUt
nifjvrentU ultimd Vttri» eli VetreitM, if{£ dijlindiones omne genut entis
circundgnt, omnesq; prtter penuUimdm conueniunt (fuo modo) entibut d ratione
fabri ^ ecies confiituit, fgntiz fpci quarum priorrepe^itur intcr fenfudle cr
fcnfudle, quemddmodum LuWo afi> inter Uominem cr Afinum. Secundam confittuit
inter fenfuale cr w« ngn»cH expUcdt£ continentur, qufrftt- tuendum.
Optimatdmeneflintcr 'tnteUc(fuale cr inteUeftudle con* corddntid, ueluti dc
intcUe^bt cr uoUintdte poteft cognofci, qu£ cb eorum lf>iritudlem nAturam
nontdntum in cffcntid conueniunt.fedf tidm in operdtionibu/ty quid quod
uoUintas acceptdtvel refutat, idtm inteUeduscognouit. Hoc femper animdduertendo
: quod frnfudledC» cipitur pro iUd re.qMC fenfu priM cognofcitur, cr inteU edti
pojieri* us : fed per inteUeii Udle id tdntum conpderatur : quod ab inteUedu
^uocUnq; modo cognofcitur. Adhas concorddnridx uel fccundum Lul - lum
dPignAtdSy uelfecundum Scotifldrum fubtiUtdtes, concordanti^ f. omnes
proculdubio reducuntur : uerum fi numerum infinitum hdrum ?rkadiin'/
identHdtumtibicompdrdreuolueris,poterhhoc utH medio', difcur^ finitasidci rendo
uideticet per quvnq; prxdicdbiUdy per decem prtdicdmentd^ dtates« pcr oMecim
prfdicdtd uel rddices Lwlli, cr demum per formds : i« iemobferudrepoterii dd
muUipUcdndum quoicunq; prtdicdtam^ tamdbfolutumqttdmrejpe^liuumyrecurrendoetidm
dd nouem fub* ie^ cr reguUs uel quxftiones, DcContrarictate vcl Oppofitionc^
NOn efl oput muUd expendere in iecldranio quiifit oppofltioi cum A Difjvrentid
uel Di{iin(iione, ic qud fuprd locutifumws, nonmuUumfltiiucrfd^nonmUdtdmcn
diiucemus ut huiui Contrarie- ^i^ ^i fi^^' ^ontrdrietd* fk iefinitun Us quid ?
Zontrsrietd/i f quorunidm mutua reflflentid. Pro cuius iefimtiontt expUcdtione
fcirc opottet : hic non lo^ui nos ie contrdrietdte iUd, proprid^ 1 »3 pTopriiy
qu£intcr qudtuor primM qualitdtts inucnitur : quoniamin de (^ua co- ommbas
cnt^us, nmpc rdtiondlibui dc rcdlibuflocumhdhcrcnon tf*iictate potc{t,nc(^ de
cd inuUigcndum ciitdc qu^Antoniut Andredt loqui* Ij!^
tur:cuifcxproprictdtesconucnirctcit4tur,qudmq;ftridjim oppo^ taph?* Q 6
fitioncm ucl contrdrictdttm uocdt* Scdbic Contrdrictdf confidcrdn^ • *i* • dd
pro qudcunqi oppofitionc, qudtenus unum dlteri opponitur ; fiuc mcdidtc
ucLimmcdidtc : compLcxc uel incomplcxc^ ticc imdgind* ridcbes tdndcm cffercmcum
Dtffcrcntid: quid Diffirtntim confi- "nttio r r ^ n contrarics
dcrdmi'4yUtpcr cdm enttd inconiu^ rcmdncant ; Oppofitioncm jjjj, ^ ^jj^;
autcmutnonfolum rcs dijlingiidntur» fcd ctidm intcr fc qudnddm fcrcntia» pugndm
hdbcdnt, Secus ctenim rdtiondlUdif confidcrdtur ; pro ut db irrdtiondlitdtc
diiiinffiitur ; CT qudtcnm irrdtionalitdti opponitur, quid oppofitio
rcpugndntiam dicit, cr nc^t, id pojje ficri,quod eS' dem rcs fccundum idcm cr
fimul oppofitd in fc habeat ; diilin^io ttc-
rbineodemacjlmulinucniripoteit.lnfuperoppolitio ucra interea cjfe dicitur^ qu
Ex multorum dccidentim com» Inultrq.Ii: munim cognitioncuirtutcintcM uidifcurrentiiydeuenitur
in cot i. PoHc ^nitionm alicuim proprij, quodq; m fu£ caufe notitidm ducit,
dtf» fircntue uidelicet effcntialis, eciem reptjefentdtum, cum tddem potentid
conneBit, Medium dUud dicitur menfurt, de quo R4>: hxcponit exempld, mquiens:
Sicut centrum. quod eft m me» dio loco circuU; cr cdUftcere., quod eii in medio
calefdcientis CT cc* E X citi xt uesdiciturTink nt^tionk : quo iUd
tfu^percorruptionem quomm docunq; confideratdm fuum ejje ptrdunt, finiutttur.
Tertia CT uUit Wd nomindtury priuattonkt quid priudtiofub ratione finis
termtndt» Zthocmododdc£ciatemuifuitermindtur^ Cr dd furditdtem dudi» twtt Hkq;
tribut /peciebuf Fink» uel und dut dudbui^ tntid omnid tetm mindntur, ut
difcurrenti per arbores omnes dc tdrumpdrtesfdtk poteflpdtert. De Maioritate,
VdmuU dUquod unum ens dlio mdiwt dici pofiit^ rdtiont dlh quot prxdicdtorum
abfolutorum^ uclrrfpeiliuorum,dut forp 'marumy ueldeniq^ultimi fubie^ii, fub
quo nouem dccidentif prxdicdmentd continentury tres tdmen Mdioritatk
J)>ecies dfignarc tres Maio- poffumus, ddquas omnes dUjereduci poffunt.
Maioritas quxdam in»' nutisrpes. uenitur mter
fubfiantidmdcfubftantiam.quxdttenditur penes wi- iorem cr minorem effcntix
perfidionem : ty fic Homo t{t Afino mdior. Pdid interfubftdntidmtjdccidens i quemadmodum
ejl intet Hominem dc eiut qudntitdtem. Et qu^dam dlid inter dccidens cr 4C#
cidens ddtur, ficutitxempUficaripoteft de omniquaUtatt per com» pdrdtionem dd
qudntitdtem, cr de omni dccidente /piritudU refpedm MaToritat corporei.
^iecdUudeji Mdioritdt, qulm ratiOy qud dUquo di&crum quid ? modorum unum
ejl aUo maiwt^ ucl pluribm. Et hoc in loco fubflanti4 dccipiturnon tdntum pro
corporea, fed ttidm ^iritudUdc infinits» DeJEqualitate» *ICQttdUtdfin hoc toco
dccipitur^ non ut tfl pafiio qujntitdtk prxdicdmetttdlk, fedqudtenus cum ente
conucrtitur trdnfcen» dtntifiimo: cr in hoc diffirt x Concorddntid : quid A
equdUtds efl eiu4 ^qualitaj finis. AequdUtat inuenitur inter fubflantiam cr
fubflantiam ; ficuti auuir""*'* '«^«•'«4iwe^uis rddicibui omnes
entium f^ecies cir» €uit. In diuinis amen nec Mdioritdi nec^ Minoritds bcum
bdbet,qui4 iftorum uter^ imperfifhonem mdximdm pgnificdt, Hxc dc rddici^ bus tm
dbfoUitis qum rejpe^uis dida fint, DE NOVEM CATEGORIIS transcendencibus -- H.P.
GRICE J L AUSTIN CATEGORIAE -- D^^cUrdtis principijs dbfolutk cr reJpeHiuky qu£
m uha qudq^ drbcMre pro rddicibui funt prmda^ reftdt ut fecundo U>* co de
folijSy qux omnibui drboribuf pro fiuQuum conferudti* cnty dc totiui arboris
oruAmento funt communidy pertrddnnus. Et ^?.^^^J^ Ucet dUqudntulum d
trdmitcLuUidecUnauerimus itt modo trddendo, ciinau quotmcredtis quAm diuinis
drboribus htc omnia. filid oonuenire popint: qu4C dpud Peripdteticos nouem
dccidentis prttdicdment» ho« €Mtur : ignofcdnt t^men nobis LuUimatoreSj quidii
obftrudre «0* Qnire Aii- luimui,ut conceptuum dr^imentOYumlonglor ftticfUi
qudcUn^ thora Lul ntdtcridhabcretur. Hjecetcnim trdnfcendentifiimd confiderarc
n*. lo dcclincc ^^jp, . p^^^ realiquolibet Ente CT rdtiondU prxdicdri
co^dcrari^ poj^wf. qutre/pe^h Entis trdnfcendentipimi mfrriordfunt; fed dt
dcbcat iftx principijsquoq; tdmabfolutis qudmrefpediuls, qux cum Ente iHo
CJitcgo rix. conuertuntury CT dequibut fstis fuprd egimm. Quibut prdmi^^, di
unmcuiuAq^ contempUtioncm ueniendum efl. De Quantitatetranfccnclcntiffima*
Quantita- Vdntitecies ponimus, quarum primd continud nomindturt tjnuactd^i-
dUerd difcrea^ Contimd quidem efl in quintum perfiHio copuUt «• fcreta.
napotentidm proximam, aShimy correUtiuum ;utifl quis homi- Continaa nis
cfJentUlem perfeftionem contempletury de qud efl pr^fens nodrd quid Gc.
conflderdtioyfl fldtim ddaiium reducdtur, potentUm proximdm uo- eamui, eddem
ucro proximd potentU in ddum dedu^bi» dum efl m uiiddbominis produiiionem,
diius uocdtur^ cr ipfum produdutn dppeUdre debemui terminum potentitt» uel
producentis correUti- uum. Qtit trU 4 LkDo iccipiunturmiUe in locis pro 1 VO,
ARE CT Quid fcet BILE ; quorum primum refpondet potentix proximxj fecundum ds
luu, Afc,6c fiui. cr tertium correUtiuo. Difcretx auttm Quantit^ nafcitur d
difftrentUyquteflinterperfrdionemuniusentiscr dUeritn. Cuius n^^^nStll^ rei
ddbimut excmpUimt m his, quibut hiccqudntitss repugnare uide qn]^ (^^. tury ut
LuUifbidiofws tuto pof^U unicuiq; enti appUcare. Diuinuit i»* Exemplu
teUe^uiCTUoUtntdS tiUs funtnaturx, quod fldefiniripofftnt^alUm de difcrct*
fhrmilem inteUe^atrationemhabtrct, cr aUdmuoLuntM : fcd quU Quatitaia
definitione nequcunt d nobU intcUigiy eorum tamen d£tus neceffarij aUud fatii
decUrdnt cr mdnifefldnt ; quorum unu^ tfl Filij generatio, £ 4 quim* duarein- quimttUefiulconuenitidUtruerh,
Spirimfdniii fpintio, qul tcllea* Dei yi„^uolunntidttribuitur :
quitmtniiiutlicproprid determindn^ no ficprin- py^„cipid cum effentid
requirunty ut «nw, nempe, generdre, k di &uSlG^ uoluntdtc,Grdlter
fc:fpirdre, dbinteUeaunonpojiit ejjc. Nec dli' taigeiicra-
dmrdtioncminuenircquispotcrit, niPquiddiuiniintclle{iut cr tto- di.
luntAtisdlid^dlideflrdtiotcrtn hdcdiftindioncdifcretdqudntitM Quantitas
confiftit. \dem dc tribwidiuinu pcrfonis cenlcd^^qux Ucet cd ratto^ diicrcta in
ffg^qu^incffentidconucniuntynonftntdifcrct^ : tdmen in qudntum
dTuinas"" pernotiondlef propricates diftinguuntur. difcrctd qudntitdx
cisco* pericur. P'^*^ • P^** continuidiuifionemcdufdturyjicutipr^dicdmcn-
Latittlao tdUsJedunumquodq; ensndturdlittrfequitur. Ethactfttdntxld* quatiuiis.
titudinis, ut cr qudntitdti ipft prxdicdmcntdU conucnire dicdtur: fed
pr£dicdmentdlis,finitis tdntum a^Umitdtis rebmy de qud kri&l
uidcinprxdicdmentis, De Qualitate» POftQudntitdtisconfidehitionem fequitur
QUdUtdtis conteMi pldtio.quam ftc dcfcribcrc pldcet^ Qu^Utdfcft uniuscuiusi^
" entislecunddridperfraio,fiu€ proprU, fiuc dpproprUtd. U quid huiwi
defcriptionitpdrtesdecldrdtioneeffnt, id fdcercnon pU pbit, Dicitur perfcd.io
fecunddrid^ ut Qudlitdtis CT QUdntitdtit difcrimencognofcdtur Sdtisemmexdidisin
cdpite dc Qudntitdte pdtetj ibi efftntidlm perfrdionem confiderdH : hic dutem
iUdmyqux Diam* inco, fcd pnite crcdttt, drborum rd^ dicibws,ut rddiccs funt
itruncis uero ut potcntid funt brdnch£, rd» mi, foUd, fiores v fiuilus^ Sed dd
Keldtionem fermonem rftr/^m w. R Dc Rclatione^
l£ldtionumcognitiofdtkdifficiUscli\quidoh cdrum debilcm DeRclatTo
cffentiamfunddmenturcquirut,dquohdbentxffciet terminu, f^^nda- quofuumcomplctum
cfjewnfequuntur, quitcrminusinfub "^cco&tcr f Jldntijs 34 jiintijs cr
abfolutk non ejl cotrtUtiuumy fcd abfolufumy In quo cor* rcUtiui reUtio
funddtwr : qu£ dcfdciU non a>gnofcumur, cr ipfnm ReUcionis
yeUtionemqualiobfcurdnt. Scd iaiReUtioadqujtiCunq;reUtioncs dcfiniuo. communii
dejinitur^ ReUtio eftratio, qua unum ad aliud refertur, ut de paternitdteo'
fiUationc oftenditur :hje etenim dux reUtiones faciunty quodfuppojitum uel
perfona um. aliam rej^iciat^ \t abfo* DiuiHo re- pa i ls iJJiud filij per
paternitatemy cr fiUj abfoUitum reiie piratio Patri cr Ftlio in tffeconfii^
tutis (quajiyaducHiens, c:rji>iratiopaj?iua qua Spiritus fanQus i»
effeperfonAUconjiituitur, jujlinendocum D. ihoma Franc* Mayi Scoto, pcrfonof
diuinas reUtiua ZT non abfoUta proprietate in idaS in*^' ^lJ^P^f''*^ Siih reaU
quoq; reUtionc conjidxrantur re> concincli^ idftoncfiH^, quadogici
conjiderant atq; dijiingiiunt m reUtiones p h -^ca ^^c ^* ^'^^ membrum primx
diuijionfs Adaiiqd. iccipiatur, quddam pariter in Deo repcriuntur, dc quibut
fuprx Quare rela memionemjvcimu4, incapitedc Quantitatc ;qux ideo non dicuntur
tiones rois ReUtionesrationif,quiaab mteU€^fabricantur: fcd quia non o-
inDconnt mnes conditiones eis conueniunt, qux ad realem funt requijitx^ Dc
Kclaiion ^"^* matcria,jicupls arcanA cognofarcy Scotijiaf confulc. Qjjxdam
creac«, ^'^^ f**^ creats, qu£ ab inteUc&isa^bi dcpendcnc, ut identitas
imdem adfcipfum ; cr dijlin^o eiusdem afeipjo, prout idcm in pro* pofitionc
Apartc fubieSU vprxiicdti concipitur at^ prxiicatunt Relationii a fubicSh cfl
dijiinChimtBtharumreUtionum cognitio cfl ualde «r# ncfclT^*^ c^fi/rfrWj quia
meriiante KeUtione cr habitudine (quam r^ices cu» itttcunq; arbork habentadtruncum^crtrunciadbranchai,
crbran- ch£ ad ramos ; cr/?c dc ommbus arborum partibw) carundem cjjen» lU
cognofcitur, Df A&oiu^ l i1 De Adionc^ VT didiuin^A crhumdndx optrationtt,
immdnentes ucl trdns- euntes confcendcre pof^k: banc breuem ipfiws aBionis
notato defcriptionem, aHio efi refpeCks operantis di operitum: \Ci\oU de-
nondicimui dffmis 4d pdffum.ite Utijiimui aShonis ^nsin riuulum fcriptio o-
tuaiat. Affns emm cum pafjum rcjj>iciatt cf tn DtonuUumjit paf pJim** fum,
cum imperfvdiotum arguat^ ncc a^ntis ai paffum rejpe^ks 'tffe potefi : cr tamen
funt ibi operationes ac produSbones : operati' 'ones quiiemy prout Deus
effentiam inteUi^t, cr taniem fumme d* Ptdt : proiu&iones uero in quantum
iiem Dews, ut fuppofitum notat, tdlesoperationesproiucit: quxficproiu^l£,aLtera
uocatur filiuSy cr dlterd fi>iritw! fandus. Proiucit quoq; Deu6 ab eeterno
credturax ^ in esse cognito et uoUto, nec tdmen ptffum poffum dici, cum idem
fint tg ^ n o p ro* redliterquodDeus, Etut latiorem differendi campum habeas,
non ducitcrca- tdntum relpcBiueipfam aRionem confidcrare pottris : fed etim ab-
turas. folute,ficuti crnosconfiierauimus, ium ie proiu^lionibus cr ope*
rationibui uerba faceremus^ diflingiicndo de adione immanente cr iranfeunte tXm
in diuinis quam creatis : iUo tamen fublato in buiwt» tnodidHionibut. ut Deo
dttribuuntur, quod imperfvdionm notat : dependentti uideUcet, d^ntis ad aihm cr
e contra ; CT fi quid dUui ejl quod imperfr^ionem notet* Necdiuerfd ddionum
^ncra notabi' mus,utlo^cicrphyficipdndunt : fed tdntum iUui dnimaiuetten' 4um
putduimus : nuUum iari etts,cui ddio dUqud non conutnidt. Nullu da{ l\dteri£
emm prims ddio conuenit, cr aU/s boc ente iebiUortbus.fi ^(k\o nonrealis, faUem
intentionAlis, prout obiciii rationcm hdbet. Et "^? quintum profit huiui
tranfcenientis cognitio breuibus expUcari poffe haui puto,cum d latif^imk iUis
raiicibui, de quibus fupra cm Hionismcdio,pcromnespartescuiuscttnq;arboris
dijfufje, inde ai^ mirabiUsjruihtSj tam creati, quam incrcati, puUuUnt,
DePafsionc» N: ' On erit Uhoriofum, per ed» ^U£ ie A^iont fiint expUcdtd, CT
ruturam pa^ionis mamfrfljire ; cum mutuo a^io cr pajiio fe refpiciant^ de qua
non multa dtihri, fic eam defcribimUs, Pafiionis Va^io elirejpcihis opcrantls
adoperatum ; cr pafiio htc» fifiu efi, defcripuo. ut pdjiio nomincturydiuinis
nonrepugnAt : quia produ^x perfon^ Pafsio p'*f
prodMcentemuelproducentesrefpiciuntjUt fatis notum cfl : fine td^ uinisno
fnendependentiaaliqui. ApudLuRumadio
pcr Aif^E notatur, CT ^ " A^^fo &C ^ Bl LE, per bontficare» botutatis
adio habetur^ CT pet bot. Dafiio a- nificabile magnitudinis^
duritionisueLaUcuiu^aUeriu^radicis habc pud Lullu. magnitudinis cr durationls
pa^io* Uec minoris ejl utilitatis paf» fionis cognitiot quamadionis, cum per
iUam^ res uario modo deter* ninAtas, uel quafi quaUficataSy cognofcere pof^imus
: cr inde muUos conceptut fabricare* QU£ de adione didn funt CT de pafiione pro»
portione quadam poffunt dicitjic crgp tot erunt jpecics ucl pafiiooii f^nerd,
quot ddionis^ De Habim* V^lutireUqud prjedicamentd dd omnidcommunij^imd
conjide^ rauimuiiitdcr habitum conjiderare oportet, Habituser^ non efl habitus
ad habituatum rejpe^lus, ut in Cdte^rijs tn» Habit^qd ? quiunt Logici ;fed
uniuicuiusq; rei proprietas.qua habituatum ordi- ^uk^tAi'^^ n dnffLo CT homini
conueniunt : quonidm uoUtntdx in dffn»
dointeUe^mprtffuppomtyquidmLuoHtumnilicdgnUumy cr mc morid 'mteUe6hmcr
uoluntdtem ; mteUe^my ut potentidm pro* dudiudm» fed uoLuntdtem ut pdrentem cum
prolc copuLdre po^it. 1/1 crtdtis quoq; corporets,mdterid form^prafupponitury
quum nd* Sit» in crc^ turd fdtem priui eft perjrBibUe ipfo perficiente, tT in
C£teris cor^ atisr pore exptrtibut : compofltis tdmen ex dChi cr potentia, ueL
ex grnc* re V differentid^ueLex pofitiuo et priudtiuo,fituf cr ordoreperitur: W
confufto, qudm Hdturd pdti nequity ddmittdtur, Hmc Kijmundo A ni mad-
deuotioptimednimdduertdntyttecumconfullonequdddmy prmcipid, uctfio» uel radices
rtbui applicent j quonidm,ficuti ab t tr ddmirdbiii ordinc funt defcriptdy ut
uLtimum primum pr^efuppondty qudmais unum cum dLio dUquo modo conuertdtur :itd
V ipfl cuftodidnty w quodU* Ut prmcipium fluc dd ^robdndum fiue dd improbdndum,
in- ^ F j dijfhtiuer 5« dtfjrrcnttTdffumdnt.QUdlkdtttcmllt intcr principid iUd
ordo, tx hi/f qu£ ic rddicibws dida funt, fdtis confiAty dtq; in commcntarijs
nofhU m nrtcm brcucm Idtiut dccUrdbimu*. Nec multoi ordinis mO'
doicxplicdrcmodooportcty quii in cnumcrdndis formis, omnibm tntibus
communifiimis, intcr quds ordo numcrdturt idfictt. H DcTempore» » 'i On potefl
fdhc djiignAri tcmput rcdlc quibitscunq; entibtH conucmcns, cum eorum tdntum
fxtmcnfurd, quacontinue in^, P ftdbilitdti funt fubic^y dc corruptioni obnoxid
: intcr qu^ o rcpucnat dnnumcrdri uerc potcfl, mli didboUca mrnj, ip/?j?i* mo
Didbolo nequiory id non minus impie,qudm irrdtiondbiUtcr dc ftuUecogitdret, cm
CT crcdtur^ qtt^ddm in entium ordtne repcri» antur, qu£ tempordncx mutdtioni
mimmc fubiaccnt. AnffU uiitU» cct ac rationalcs animx i corporibus proprijs
exutsc, Quomodo n*- ^ affcqui potcrimui intcntum nofirum^ quiuoluunus ommbus
enti* bus hdf nojirM latifiimds catc^rias conuenire i DicimuSy ipfa expe^
Tcp*omni rientidnobisinjinudnte,fecundummodumnoflrum cognofcendi, dd» b'
couenit ritempwsquoddamommbusentibu* indifjrrens. Et ne impofiibiUd fecundum
uii(amu/t affcrere, de Dco differendo tcmpuA noflrum conuenirc fic m od u n o
oHendimus, Certum efi diijvrentes operationes ad intrd rffcv dtcr» flru m coO-
^j^^j ^^ ji cathoUcus expUcare contendit. fub ratione prxte» derandu ^.^^y^^
p^^^ffj f^^m tempofis, expUcabit ; inquiendo, Dc* ut Dcum^nuitcrffnerdbit. Deus
Antichrillum ab dterno cogno' vit4 Et undc hoc i propter inteUeihs noflri
imbeciUitatemy qui ma« dofuoresdiuittdscognofcityCrnonftcutifunt, Tempus
igiturquoi fccundum modum nofirum concipichdi res (quafi) menfurat : in nu*
merum trdnjcendcntiumponimus^ DeLoco» Kottejl NOri efl ddinoium difficile
oftendcrCf non tdntum credturdi corporcM in loco fjfe, uerum etidm
Jj>iritudlcs fubfldntids tdmfinitdff qudm
infinitd/sJicetdiuerfomodozTUdldetequi- uoce. \mpofiibUe dutem fire putOydUqudm
loci defcriptionem dfiig Qu-^g fQ.» ndre,propterudriosmodos(\Jendi\li: dt
quibwin j\.,Vhyf: Arifl. dcfcribino trdBitfV propter oppofitu modum ejfendi in
locojDeo cr crcdturt pofiiu conueniens ; quum credturd fit in loco^ ut
contineturJi loco. Deut du* tem ut locum continenSfCy conferudns. Sed fdt erit
cognofcerecor^ Corpora^ pordeffcinbcoperfeyUeldimenfurdlitery circumfcriptiue,
occupd ^*"^ tiucy cr repletiue ; qujc omnid idem fignificdnty pdrtesq;
eorum inte- grdntesy cr dccidentid^ per dccidens : pdrtes autem effentidles
dumfunt^a^potentidtdntum funt pjtrteSy dicuntur e(fe per fe in lo» co.
EthocdiciturobdnimdminteUeftudmpdrtem hominis cffentid'
lem,qu£cumccorporemigrdty'dtq;tdntumpotenti4Us pdrs effich tur^ tunc inloco
efi, cr eo modo quo Angeli, quifunt in locOydefini* Angeli sut
tiue.Eteffeinlocotdlipd^hefteffcinloco^O' nonoccupdre /oc«w, inloco dc^ in uno
nuncy quod nonindliotnifidliterdiuinduirtut dijj>enfa- Anitiue. ret : nec
locus femper compdrdtione dd Angelum pro fuperficie fu- mitury cum cr in pun^
pofiit definitiuc exifiere. Deus uero immens o.
liueinomnilocoefi.dtqiomncmlocumv locdtd confcrudt. Sdcrd^ ^° * * tifiimum
dutcm Chrifti fdludtoris noftri corpus cft inhoftidfdcrd' chriflicor
inentdUttr, crfichdbesdiuerfosmoioscffcndiin loco, conuenientes p^quomo-
exiftintibus uelfubfiftenttbus. hd uerd qu£ tdntum rffe effentit uel do (it in
lo5 cognitum hdbenty proprtc non funt in loco : poffunt tdmen dui in ios
co,prout ihdnimdconferudnturyfi funtJffecicsinteUi^biles, dCks '^? inteUigendi
uclhdbitus : p uero uniuerfdUd inteUe{ks operdtionem
a^determindntidydicdXCdiffeininteUe^hobieBiuCy dt inconcduo tf,^ quomo
orbisLun£obcoruminflMitdtcmtdnqumin loco, ubi cr flulto* do fint in rum
cogitdtiones qi^iefitint. Hxc funt qu£ de Cdte^rijs trdnfcent loco, dentifiimis
proponereuoluimuSyUt dptior ftudiofus fteret in dppli- cdtione cuiuscunq^ dd
quoicunc^ : qu£ fi optime contemplabitur, non exigiidm utiUtdtcm confequetur, F
4 Drcii' 4» D tor forma» husentibusconuenirepoffunt : nec inconfuUo id
obferuduimwSy ne^ td, qutfud nAturd fum trdnfcendentijiimd,fierentminws ^nerdUd
; *^P^* unicate» tdte^udet: qut nomin&ripotefi identitdtis unitdi, quid per
ipfdm dttribua omnid, ncc non cr proprictita omnes in dmnAm trdnfeA unt
efjentidnu Dc Pluralitatr», EXft/f qus diSti funt de unitnte facile erit
diiudicdre de ippt plurdUtdte: unumtxntum idobferudre prxcipimu/s, quodplup
YdUtds trdnfcendcns i» rddicibw cr pdrtibus drborum efi femi*- mti, m qudntum
efi fuiipfiui plend^.f cum proximd potentid dd d* ^him fibicomenientem, cumd^
cr fuo correlatiuo : qut nomindn^ turplurificdtiuum,plurificdre cr
plurificdbile, Quot enumerdui* Qug pliira- mmunitdtismodos.tot funtplutdUtdtis.
inDeouero efi pUtraUtds Jitas in Dc- pnfondrum, dc etiam dttributorum^
qutexnatura rti funt dtfiinih. ut optim (UiHcmt Scotifit, 3. D( Sim 5,
DcSimplicitace. j PKout quMet drbor inuifibilm fubjldntidm Ji radicibuf flmt
plicibui\recipit,flmplcxnomiudtury crfecundum fc toam *^£)gqua fitn qudmlibet
fuipdrtem : necioquiintendimwsdeedpmplicitdtet pijcicatc qux opponitur
plurdliati, quid titem plurdliatem hic immedidte ^[QiQf^^jj^f^ fuprd
concefiimut :fed de iUd qu£ non pdtitur compofltioncm exdli* quo potentidU cr
x^dli : dlittrfvrmd hxc drbori diuittdli non con- uenirety qut nuUdm prorfut
hdbet compofltionem. Exquo fequitur^ qu6dcompofltio,qujt pLurium tintum
pofltionem nont^ potefl mter formds hdAce locum hdberc. \n dlijsuero drboributy
qu£ pro crcdtk rebus funt condituttj compofltio ex ddu cr potentid etid
reperitur* 4^ Dc Forma* FCtmno ut perficiens.fedut kt efjerc
tdntumconflituityin qud' pQr,„jo,„. cunq^drborepotejlinueniri, quid nec diuinx
effentis ^«"pM^* nib**arbori ndt, qu£ cum diftindis proprietitibus
reUtiuis, perfonds dif bus conuc- ^finfhs conflitvit. Mdteridm dutem omnino
remouemuxj quid m dr niens fir. bore diuindli inumri non potefl,licet Henrico
non uidedturinconuet M^feria k nien s,Effentidm diuindm cffe qujfl materidm in
diuinis produBioni* ^^' hws, ut fubtilifiimus Scotus recitdt in fecundd q diit
: ^.primifen Suh:\[[ril' Untidrum, m' Scoruf. ' DeAbftracflo* Iii qudlibet
drbore funt dbftrd^, f rjdices : Verum cum ipfje ^^^jj^gj fubftdntidm fudm
tribudnt quibuflibet drboris pdrtibas., dtq; fujuabftra- njturdm iUdrum
indudnt: nec dmpUm bonitds uH mdgnitudo flm {i^^ qj^i,„^> pUciterdicuntur,
fedcumddditione. Vtfuntin trunco, nomindntur ionitdfuelmdgnitudotrunci,cridem
dicdtur ut funt in brdnchis, rdmifj/olijSyfloribuscrfi-uihbuii . G 2 ^.DeCott.
44 6^ DcConcrcto, Q: VU ut di^.um cft fuprd, dum de plurdUtdte dgtbdmut* wuf
qu£q; Tddix in qudmcunq; drboris pdrtm defcendity ut ejl m proxtmd potentid dd
diium^ cum ddu v ]uo correUtiuo, quorum primum cr ultimuminconcreto fumuntur
.f. pro IVO CT . BILE, ideo tdUd concretd per omtusdrborei funt diJPerfd dc
femis c6creta^^n "^"''» dumddexercitumddum uenimutMcendo : omnib*ar
Tntncus e{l bonus,mdgnus CTc; Brdnchtt funt boiue, mdgnx CTc: borib^ pa^ frudus
funt bonijmdgni (jc: fic demedijsdrboris pdrtibus difcut' exerci rendof tum. 7*
DcGcncratione» Qwariterge Enerdtiofeiun^dmutdtione lic conftderdtury qu£
Tddici* neratio co ^J"f>Mf omnibus dttribuitur, ut undconuentdnt dd
uniuSt uei pUt* Bderctur. produikonem:
eo modo, quo produccre poffunti c hoc Suppofitii pUcuit dicere, quid tdntum
fuppofitk produiho proprie conuenit :tm produ?,, ., / ri i • r (Xio coueit*
^""'^ dutcm ueL qu£ dd moium formdrum [e hdbenty m tdttone folu
principij formdUs iobbdnc foUm cdufdm Thcologi non dffirmdre notadedi'
dudent^dttiindmeffcntidm generare ucl Jpirdrej ncq^ gencrari uel uinaefsen-
J^trdri^crqu^efintrdtiones.uidedpudSootuin i,q, ^,di^:primi. tta* Dc
Plcnitudinc* \Lenitudo,utmquitLuUus,el!generdU principium m drbort qudcunq;
femindtumy cr dcriudtur drddictbuSt non tdntumut
rddixundcitfctpfdplend,fcdetidm ut fimiUtudo dUdrum rd» Forma h dicum
pdrtictpdt icrdebis pUnitudinibus totd drbor c/i plend. Sec kphi ralira^ formd
htc efi eddem cum plurdUtdte, quid effentiales pdrtes pUrdU» le dift ing u i f
^ tjntum re/picit ucl integrdntes : hxc uerd cr iUdf, cr dlurum
mmumfimiluudinemt uddUqudrum^ p; ^ DeTotalitatc* TOtsiliUi hic conlidtrdtur, in
qudtttum drboret totdm fudm ndturdm i ffnerdU omnium radicum infiuxu confequuntur,
qudm quidem totsiUtxtem trunci brdnchtSt brdnchx rdmk, CT rdmi/oLifS, floribw
cr fruBibut communicdnt. huius rei txempUim m quaUbet drbore defdcUi potefl
muemri : de drbore txmen diuinds UexempUficabimufyCuiminus totiUtdx conuenire
uidttur. Kddices Excplu de mbdcarbore funtbonitM» mdgnitudo arc: contrdrietxte
excepa, totalicatep C aU£quximptrJr8ionemarguHnt,qu£ m totnmtruncittAturdm
arbore di- Deifcifubfldntiam mfluuntyproutfuntfub mfiniti rationt dc ptr-
"^^*^*» frHione.confidtrdts: non quod rddicts fint ipfo trunco priortSy dc
d^ UquU mrdtioneprincipij m Deiefftntiaminfludnty cum rddicts i- Radices in
ft^tquxmDtojunt perfiSionts, d diuimx puUultnt tffcntid : ftd Oiuina ar- quid
mttUtiiwsnofltrcognofcitDeum cr creaturdm cotmenire m borcqmo- tranfcendentiyratione
bonititis ^mdgnitudinis^ durxtionfs, potefld- y°'^jJJ"*^* tiSy CT dUjs
tranfiendentibusj qut conuenientid uel confhrmitdi non poteflefje ddaUquod
mfrriws, quid dd mfrriordefidiffrrentiaier^ maUquofuperioriytyfuptriu^ femper
infiuentiam babet dUquam,, ddmfvriora : fi cfl fuptriuf m tfjindoy babet
mfiuentidm realem : fi gj^^jQgjjJJ ht pnedicdndo^rationxlemfc: ptrmodum
prjtdicandi. Truncufutro pjj(jicado. branchis fuam totxUtxtem coinmunicdt, cr
brdncbx rdmis, per iden- titdtem fdUem. Ex diSis pdtet non ejje confiderationem
de totxUta,- tt, ut efl rdtio, qud aUquid proprie totum dicatur, fei improprii^
to» DePartialitate*. VAiicit^ Obicdum uero extra di'
citur,quoddBiudpotentidnonrelpicittdnqudm correUtiuum pro» prium, fedextrdneumy
utmdgnitudo, duratio CTc: qu£ d potentid Obie^lu ex dHiud bonitdtk tdntum
extrinflce afpiciuntur. Verum tdmen efi quoi tra (itiira. obie^um
extru^fitobie^umddintrd, quando uirtute potentijt a&i* U£ iUud inproprUm
fui naturdm conuertit dgens, ut in motu gene* Tdtionis cr dugmcnti mdnifcite
dppdret, ip Df A^». ACtusdupUcirdtioneconlidcr4tur:primomodo pro operati' ^Q^^,
^ one, qux i potentia aShud procedit, qui m omnibus arbori ^ bui locum habet :
fed dlio modo pro aih.quo res prius in po* tentii exiftenSj fit m 4c7a, qui
entibws iUis conuenit tantum, qux muationidlicuifubidcent.Perd^impriorem
radicum mfluxuf, d* lidrumqidrborum pdrtium cogiofcuntur : dt per fecundum
formdm Yei uel ejjentidm in credtis inteUi^mus» " io^ DePriontate»
QVidinteromnesformdfVrioritdscrPollerioritds funt prt-^ poncriorfJ cipux,cumdb
ipfis totusrerum ordo pendeat, mdiori egtiu ras.funtp^ mquiptioneMeoplurcsmodos
prioriatk dfiigttAbimus, ut cipux. probccognofcdmfludiofi^quomodo
indpplicatione huius formx fe Nora ufq; debednt ^bernAre; ne impofiibilid Deo dUqudndo
dttribudnt, cr ^J^^^' qu£diuinfsconuemunt,repugttAreopinentur, Quinq;modosprioi
di^^?' rititis Scotiflx in fuis firmdUatibus afiigttAnt,quorum prior eft pri
Prfmus"*' oritdf perfr^onis^ zrfic in quoUbet gpncre entium ddtur unum
pri- mum, quod rdtionem mcnfurx habet, inteUis^ndo de menfurd perfvt. ihonif,
Vt in genere fubfldntix pro menfurd extrinfeca Deus afig^ Dc' eft m ci
mtur:fedpro intrinfecd oonuenientcr dj^ignxre poffcmus Luci(et exaiii rumyquo
ddfudndturdUd.quid in perfiSboneyquamcunqi creatu* 'p
liquidcommumcatur^utaliquidpariterretribuaty quodcunq-, fit iU lud, Et ab his
nAturalibui conditionibui exeuntartificiales, quibm t» mentes C ueadentes, ac
cxtcri quotidie utuntur, 2$* Delntentione* Ibltentio rdtio c/?, per qudm res
operantur ob finem aliquem, ]gt Intetio ^d? nk dando acri fuam caliditatem^ hdc
mtentione ducitur, ut bonu/t cognofcatur, quia fe ipfum diffundit, Volendo
aittcm deftruere aquam, quic imer aerem terrammediatyhocideo factt, ut maio'
rem cum terrx habeat concordantiam ad recipiendum ipfim ficcita- - f rw, quod
non fatk commode fieri potej}, proptcr aqux fripditd* tem^ impedientem. QU£
intentio dupUx efl : primd fc: C7 fecunda. ^* Vrimd eft finis ultimui rei:
Secunda uero, efl finisfub fine, 'Et exrur-^ ^^* turaUbus intentionibMy
artipcialesoriuntur, 29. De Ordinatione* P^ErordinAtionemresfuntinconfuf^cr
diflindie, qux ordita Perordlna tionontdntumrequiritur interdrborumpartes,fed
etiam m- tioncm ter rddices, tTnon folum in effendo, fed m operdndo quoq; . Ex
? ndturdlibut ordindtionibus homines dcceperunt drtificidles,qu£ mo" tes,
operdtioncs cr tdlid ordinant, Plures funtmodi ordmis, qui fub ttomine
prioritdtis fuprd funt expUcdtit. 3 o. De Operatione» EN/w cum nonfint ociofa,
ttdturales fuds hdbent operdtionef, quibm Udrios producunt ejfiCks. Ncc dluui
enti dene^tur o- ptrdtio dUqudfUel reaKs uel mtentiondlis^l Intetiodu- p 5J»
Dclnnucntia» lcrinftuentidm res jlmilituiinemfum rebufdlijscommttmcdttt^ Vnde
rddices in Truncum infiuunty cr Truncu* in Brdncbdt: flc
inducendouiq;ddindmiduainclullue,(lU£in dlid infiuunt, ut direfie feipfd.uel
indireae confcruetu^ ^x. DcRcfluentiaf HAccformdAConditionedifJvrt, Per
conditionem,ut diximut^ dliquid fuo communicdntiy iUe cui fit communiedtio,
""l *yrJ"^ reddit \flue iUudfuidemcum co, quod communicdns
trddi». acoditioc. ^f pf^cnonl fedRefiutntUrell^icitin correUtiiio fuum
reUtiuum, Qdrcrpict ftcundum edm fbrmdm. qudm correldtiuum d reUtiuo dccepit,
C«u« au m exemplum trddere non efl oput, cum hdnc KefiuetUidm quotidic in his
perJpicidmM, qui ntdlum pro mdlo redduntJ;oniiq; pro bono^ 33. DcProdudiione^
Vid perOpcrdtionem nonrequiritur, ut dliquod tertium re» fultet,utpdtetdeimmdnente,fedin
produ^onc requiritur, 'ideointer fe du£ iflx /ormx funt difiin^tx, tdnqudm
mdgis cr Diffcrentis minuicommunes.Diffvrtquo(i;h£cf6rmdAffnerdtione, de qud
di* inrcr Pro ximut, quU efl opuf ndturs, ?roiu£ho dutem eflUtior. Dicimus es
duaioncm sptnV«T« f^n^um produci, non tdmen ^nerdri. Diffvrentidm ct gcneutis
j^n^ ddmodum notdre oportet, ne wu confunddntur^* cr edrum ndturd ignoretur,
Vonit Kdyl LuUui duju formds, fc, Ori' De oricinc
^nemcrExHum,qu£cumpojiiHtdefdciUconfufioncmcjufdre wd- et cxitu. ximdm in
litc9u cuimcuuq;,ob conuementidm qudm hdbent cum his uiielicet Generdtione,
Augmctitdtione, Conditione^ Operdtione, Itifiuentidy t^efluetitU,
VroduiHonecrdlijs, ideo ei^ omittimus* Sei fi fubtdis uolucrit hds quoq;
cognofcere, h£c pducd, fi' Orico qd? bi fufficiint. Ori^ ponitur pro operdtione
iUd, qud fuhU^m E itusad? quodltbet proprUmpdfiionemproducit. ExitM uerb d{hii
dccom» ' moidttir ; qui ib d^ud potentU efl, non compdrdnio ipfum dd term.
mituim^ q; 5r mmmy^luUtunctlfctutlffturdtio, uclproiuiHo, utl tUi^ud aUs
opcrAtiot 34, DeSeparabilitace* Llcct uidcmr, quod ifld formd flt adcm cum
cxterioritdte^udU j^. ^^y^^ jj j detdmcndifjvrunty quiacxtcrioritdf
cfiinteriUd, qu£ aliquo ^ modo intcr fefunt dijlinddy fepirabilitdf ucro tdntum
in hH repcritur, qux fecundum exiftentiam funt dif\in6h^ ut, Pdter, FUi* ut,
tirborcrfru^s.quinoneflindrbore. Et quid flc hdnc fort Hxcforma mdm
confidcrdndo nonomnibM entibu4 potcfl conucnire, quid tdli ^ difiinBioneentu
omnid nonfunt diftiniai,ideo pofjumwdicere, ed tib»conue- cffcf(pardtd,quorum
unum cognitum eflr, aliud non. In homine nircpofsiu quidcmcflbonitdia'
mdgnitudo, quem fl conflderauero ut bonut tdntum, tunc in eo bonitj^ cr
magmtudo crunt fcpdrdts», 3^» De Infeparabilitate* ^p\Er cd, qu£ de fuperiori
immedidtd formddiSh funt^ huim fatif erit notd efjcntid, oppofltum meditdndo^
Et ueluti eam duplicimodo confldcrauimut, realiter fc: CT rdtiondUtcrx
itd^yhancijsdcmmodii contemplar! dcbcmut, \flx dux firmx in homine funt idcm
rcaUtcr fc: Bo/»>quxinmUoent€inuemturjCum ndturam deftrtut^ prd* ter qu4m in
chim^rdi q^m ima^ndtio noftrd ex impofibiltbut ftbricat. Hxc omnia funt
impojitbiUdy uidcUcet : Bonitdt non eft md» gnd : Bonitds non eft in Deo :
Bonitds non eft in credturd, Et per omnes drbores eft ne^tiuc dijperfd* De
Similitudine – GRICE: ANALOGIA, METAFORA, SIMILITUDINE, ALLEGORIA, PARABOLA --.
Secundum Teripdteticorum fententidm, propric ftmiUtudo in qudUtdte funddtur,
non eft tdmen inconueniens, ut Urge pmiUtudinem dccipicndo cr in qudntitdte dc
fubftdntid fit ; quid cr identitdx uel diuerfttOitt qux in fubftdntid proprie
lib:io.Me funddtur,interentidq. *cunq;inueniturJefteArift,quiinquit^ taph :
tcx. mneensomnienticpmpdrdtum, eftidemuel diuerfum. Q|f4fc»Mecietin ffnere
conueni» tntid funt dc flmiUd» V qu^e numero difjvruntyin fj^ecie dj^imiUntur»
39. DcDirsimilitudinc. REsomnes, qu£ diflinSbishdbent ndturdx^ inter fe
dif?imiles nuncupdntur. Ethsc difimiUtudo dttenditur penes quam- cunq^ diffrrentidm,
quemddmodum a" fimiUtudo pcnes omnc conuenientUm uel identitd tem» 40»
DcNatura. NAturd in omni drbore eft neceffxrU, propter Udridt ^nerdti* ones uel
produStiones in iUit repertdx, qu£ fieri minime pof» funt dbsq^
ndtur^beneficio, quid principium eftdUcuius fir* }n£dbfoUtt£» 4 Dc
Pundualitatc» NOriw»««f metipljorUehocin loco dcerpntuf pun^dUtjt,
quimlonfttudo. Utitudo CT profunditds, dc quibus fuprd didumejl. Vimc
efitquodpunChdlitM efl d^s, fub rdtionf 'mdiuifibiUoittt confldcritut,
quimedidtmterrelatiuum dliquod CT correUtiuum fuum, ucluti bonilicdrey quod
mediurc uidcmut inter bonificdntem cr bonificdbile^ Delnftrumcntalitatc* QVdmuk
h£c formd \n unA qudq; drborelocum hdhedt pecuU' drem, utuidcbimut : ftincrt
nccfibirepugn&t, ut etim dlijt drborum pjrtibui fe communicet, quid nihil
dliud efl^ q^m potenttj (ubdShiopcrdndiacccpti;qu£ddinftar 'Ml}ramenti drti»
fcidlitpropinquioreftfuofflT^hti^quim^etredd effvShtm ordinX' tx . Cuiui reifl
exemplum dcfldcrdty fume pottntum uifludm fubdCh fuo, qu£ mflrumcntum dppelUtur
uiflonis, 4j» DcNccefsitate» NOn efftt htc formd omnibui rebuicit operationemM
Diffirt ^oq^ d potentiaa^ua, quia h£c af> iUa fupponitur, nec efl idem cum
Virtute de qua fupra loquutum efl, ^uia ibi uirtws m effe quieto confideratur,
hic autem fub adu. Q» Utijiimdm iUdi rum ttAturdm und alijs omnibui eommunis
r/?, quemadmodum de ri* dicibui fuprd diximMi quodLuUidrtipciu generdUhoc
txpojluUtk p: Dc Qua!ftionc VTRVM. I Er hdnc (jutftionem de rei cffe quxritur,
fccundum omnes f f w pork difftrentids ; cr regidjLtur pcr pof^ibilitatem. Eiut
fpeciei tresfuntjejle LuUo^ in prlncipio quartr pdrtis principalit HzC qu«s
Artis fu£ generaliSy uidelicet DubitdtiOy JKffirmatio CT Nfgafw; flio tres ha
qudrumpriorrcjpe^ueorum ef},qu£ ddutrumltbct dicuntur,ucl qu£ becfpecies*
contingeatU funt. Secunda ucro de his quxrit, qujt neceffarid cognom fcuntur.
Tertii dutem efl de impoj^tbdibus: dd quas rejpondendunt efl per dffirmdtionem
uel ne^tionem^ dut per po^ibilitdtem, contin^ gentidmy impofiibilitdtem uel
neccfitdtem.flcuti mdgis expediens €# Noca« rit: id tdmen obferudndo, ne per
rejponfionem principid deffruantur^ ideligendo quodrdtionon difbit^ Si enim
fidt quxfiioy Nmm knti» chriflus flt credndM i fldtim per priticipid uel
rddices tdm db^olutdi, quim refpeEhuis difcurrere neceffdrium efi, c id
concedere quod tnagis Bonitdti, Mdgnitudini, Diffvrentije, Concordantix CT
dlijt rddicibusconfonat. Toterisquoq^arbores uel fubic^ contempUrif
quibusflnonrepugnabityfubfeidcontineredequo motd eflqutfiiot tunc eligendum
crit, Quid f rg) non inconuenit honitdti dc dlijs rddi* €ibu4 ddbominem
conflituendumy ut unidntur fimul, ideo Anticbri» flw homo, crednduA efi. Diuinx
quoq; ^onitdti, hldgnitudini cr Po* tefidtinondduerfdtur Antichriftum credre,
ut fatis pdteie potefK Ncqf; ArborihumdndUrepugndt hunc fufium producere, cum
ndtu» tdfu4bonusPt,UcetprdU4UoUtntdte fceUJlipimus : ob\id dUqudnda trit.Si
trit. Siuero decie:necminu*perregiiUsueLqu£ftiones dtfcur^ fendOjdUqudpolJunt
mueniri,pcrqu£ Chimtrje dtfinitio oftcndd- tur.Perbdncrepildmdefinitio
mdi^rinonpotellt cum de rci efjfe Quarc pet ^U£r4t^ quod m definitione
(juacunq; fupponitur. y^^^U 'd^e' DcQuxRioncQyiD. ^(1^'"' QV^^io hfCf qu£
per Quidditntem, ^ffentidmt Ndturim dc B^edlitdtem reguldtur^ qudtuor hdbet j^ecies
prmcipdles, fub quibuA plures dlue cotitineri poffunt» Primd Jpecies eft de
defi' Prima fpe^ nitione cr dcfintto, quomodocunq; fumdturdefinUio,fiue fit
quiddit> cics» titiudcrpcr mtrmfecdffiuequietdtiud cr per extrmfecd muentd,
dummodo cum fuo definito aonuertxtur : CT huiusmodi definitiones poterk
multiplicdre, recurrendo dd Topicdm Arifto: Secundum hdnc primdm fpeciem
fumuntur definitiooes rddicum, dum dicimus, Boni» tM eft rdtio qud Mdgnitudo^
Durdtio dc cxtene rddices bonx funt, uel Bcnitds eft, cui competit
bonificdrexfuo modo de quibufcunc^ ent tibu/sdicendumeft. Kecdtfinitionesiftt
ineptx funt, ut inepti qui» ddm opituntur^ quid multx funt,qu£ ffnere cr
diffcrentid cdrent, ex quibui dcftnitia confidtun ueluti funt trdnfcendentid
omnid dc gcnet rdUfimd generd^ qux fi definire uoUteris^ bdc meUorem nunqudm
in- uenieSyqudmLuUus docet. Secunddfpecieseft, qudndo de re Secudatfpt
quxritur, quid hdbedt in fe nAturdUter dc effentidUter : cr rcfpon- Cici»
dendum eft per edyfine quibut res effe non potefty ut puti per IVVM, ARE, cr
BILE. crfic Bonitdx CT dUtrddiceshdbent plurd coeffen» tidUd uelconnAturdUd.
Etmodus ifte definiendi eft Udlde tutMf cum per mtimd reidf^ignetur^ udletq; dd
confbruend^is dcmonftrdtiones ic tdtiones neceffdrinf, InteUiff timen per I VVM,
ARE, cr BILE non l l qudtenm quitenwiiiUidwtt, quU hoc efl per Accidenf t ]cd
uthrc trii indifjvrenter fe habent dd omnid, cr hoc ijfentiale cfi».
Vluribwtdlijs modisaUquid mfeaUud hdbere dicitur, quos rcciart nonexpedit,
acfi^Uitim lUorum unumquemcj; defcrtbere j hoc cxnt tum tibi fatHflt cogMfeerty
entid m feaUquid babere,altquo tfiorum modorumueLpluributtUideUceteminenttr.
uirtualitcr m ejje reaU, Plures mo uirtuaUter m efje cognito, potentiaUter,
aduaUter, identice» uniti' di habcdi. immenjiue, per domimum, per mjiuxum, per
mixtionem,per mot dum U>ci tim communif quam proprijy uel ptr modum
pcrficientk^ fiue fubflantiaUtcr flue dcctdentaUter, uel aU/s modit de quibui
ubit^ Arif}o:dif[erity quosq; defaciU mucntre pottrif,dtfcurrendo per Rtf # Tertii
fpc; dices, Arbores, partesq; lUarum. Per tertiam jfpeaem qu^ritUTf Qvidfit res
in alio { Et uarijs modis ad hanc quxjUonem rej^ondat»
dumefiyquiavdiuerfimodcunacr^adem res potefi cffe m aUquo uel m pluribwt.
Bonitas entm uel i>\agnttudo dtcuntur tn aUquo effe^ quatenus iUud efl
habituatum, ut fecundum BonitAtem ud Magnitun dinem a^t uel patiatur. Hanc
Jpeciem poterls muUtpUcare eo modo, quofecunda f^tciesmuUipUcaa efl,
difcurrcndo ettam per fubteibk omnia, radices, acregulM. OuaUteruerb
definuiones fumend^ fint, n «rta r unicoexemplomanifrfiabitur.cumdereetilis
omnibm tradatum e» ^ rit. Ouarti fpecies efi^qua quxritur, Quidres in
jUohaheatjf cuirc* Jpondendum efi per ea, qut aBionem uel pafiionem flgmftcant
; ut wteUe^ts m obieBc c/?, tUud mteUigendo,atq; in jpecie inteUigibUi^ quia
eam recipiendo patitur Deu^ in tredtis ommbiu ptr faptenti- am^potentiamcT
effentim i^reatA uero in co reperiuntur, quis eonferuantur tj diriguntur. De
Qua?flione DE QVO* Af c qu£flio,per materialem rationem in rehuA impUcatm rc
^Latur, quoniamdehis qutrit, qutad rem aUquam confli'
tiundtimfuntncceffxriA/flueiUa mtranufint ucl extrancA: jCriibetdrtsffecies.
Vrimdpetit unie ueUCTregnuntKegiS4 Huius fj^eciei quxftiones pof* Hxc qnio (unt
muLtipUcari, difcurrendo per omnia, qut refbedum aLiquem q"o»podo
DeQuxftioneaVARB» ^ Hkecqu£ftiOy interro^tderei ejjentia, quatemts ad exiHere
uel operari ordinatur: iieo huiuf qu£fiti du£ funt fpecies» Per exiftere
nonmteUi^mut (ffeextra caufam fuam, aliter pcr cxiftcv dd entia omnia qu^ftio h£c
non effet uniuerfalk, fedmdifjvrenterac' rc quid in>. dpitur pro quocun^
effe,fiue reaU.fiue cognito, Sipcr primam ft[>e$ iclligatui»
tiemieinteUe(luqu£ratur^quareexiftati reff>ondendum eft, quia »'Q>ccics«.
hoc i, proprid pLenitudine habet, nempe ab inteUefhuo^ inteUigere cr
intcUi^bili, tum quia ptrBonitxtemy Magnitudinem ac c£terM radices^ fuum effe
confcquutus e{i. Per operationem uer6eH,utin* ». fpecicf* teUi^t cr cognofcdt
fuum finem^ aliorumqi entium naturam, CT ut per eam,homines uarios fcientiarum
habituf acquirant, Dc Qu2cflionc> cufus rcgula eil QVANTITAS.
SecundumtuUumihmus qu^flionk iu£ funt fhecics gentralet^ P°*, Af* I 4 wMat,
fccundum hanc qut- rendi furmulam^nequdquam quxrere uel dubitiire poffemus
'Xonjidc q qo jj, retur erg) hic temporalitMjpro duratione quacunq;,uel eo
modo,quo j „ tepora» d nobk in Cate^rijsdeclaratum eft j cr tothabet /pecieSy
quot fc lica» hicco cunda, tertidt >w«a, cr decima quxftiones habent. Sub
ijs uerb j^eci*^ lidcrctur. tbui diuijiones fumere poterfs, diuidendo durationes
per /ignd uel m* ftantidy fl aliam diuijlonem nequiuerint admittere,
quemadmodum Aetemitas cr Aeuum, facilefatifeft,peraliarum quxftionum ft>eci'
ts.huiutqutftionis ^eciesquoq; inda^re : exemplum tamen dabi' mus quomodo ftnt
petendx d fecundo quxfltOyUt promptiorftt ftudi' _ '^|^ j ofusadreliqua
mquirenda^Si quxratur per primam ft>ecicm iUius fpccfcbui! quxflti. Qttando
eft homo f tunc effe debemm fateriy quando iUius ef* fentia fubfiftit^ Per
fecundam Jpeciemitunc eft homoy quando fuan partes effentiales habet. ?er
tertiam . f quid ftt In alio ecies,quotaj^ignAuimui,fed mdiffirentcr cr omnit
do loc* (ii busiUismod(t,quihusresunAmaliapoteftef[e,flue fecundum deter
cofidcrad* minAtum quoddam ffnm ucl j^edem» aut fecundum tranfcendens ali» i K
quoi^ Exc U fc exmpUy qudittr perfpeciei aUqu^tyhiteUei^ cundu ua- ^^^fit ln
locoy utlociefjentu magk cognolcatur, qux defcrtbcreuo- liat fpccici luimus,
Pcrprimam Jpecicm fccundLe qtuej}iontfyinteUe{ks efl inubi jiue loco, quia ejl
m fud effentia.* Pcr fecundam ejl in feipfo, JicuH partcs m fuo toto. Per
tcrtiam eji m alio, quia in anima Jiue homU nc. Per quartameft in ilLa
uirtutCyfecundum qium habethabitumfci»^ endi. Per primam Ipeciem terti
biliSyfed per 'mteUie^im cognofcibiUs folum* Perfecundam, fua fifft» ra uijibilif
O" imaginxbiUs cft, non q^o ad effemiam. Per tertiam lo»
CMe{lcoUocatipa}^idcntislocum,licut caUfaChim poj?id(t caUdit%^ ttm, ipjo
habituato caUdLnte Et fubiun^t LuUus^ quod^pcrhas tres- ^ecies attin^tur
ejfendaloci per mteUiftre tanium i ita quodlocm- particularis m fubie^
fuftentato eft diffufus, cr dcriuatur a loca uniuerfaU in fubieSh uniuerfaU
fuftentato» Quilocu4 uaiuerjaUs Iop cat omnia locata^ftcut omnLi caUda funt
caUda, ptr uniuerfalem c^ Uditatem* Per primam Jpeciem nont quxftionis,loci nAtura
cogno» fciturinAmptrhocquodparseft in parte,ftcutignis 'm acre,tttpa^ tet in
elementato, Jorma m materia C7 amnes partes mfuo toto^ ^ e conuerfo, fic unus
locus ed in aUo per accidens, ty omnia loca par^ Ucularia mloco uniuerfaU.
Locus ulteriut a)g*iofcitur per fecundam ln' 4. par: Jpeciemiquiaeft
iiiftrumentttmfhbftdntix,quolocdtpartem in par^ principali. ^ j^ j^ Vbitradit
LuUus, in Arte fuaffneraUi Dc Qujcftionc OyO MODO» cuius icguiacn MODALLTAS.
huii*"''ft"* A ^) innumer£ tmett nis ifit fpc- jfj^P^IP*"^
'B^-> T^^^i^fs omnest dc prddicamenta omnid acm ClQ9^ cidentaUd cum fuis
ffneribut, Jpeciebm^ dc proprietatibuf confideratdfUnamquami^ rcpt faUm crcdtdm
poffunt modificdrt^ ^7 ^teicumeUte m^dificdtioiik, fjfccies huius qujejiti
confurgunt* Sed quxPntiUtquituorJpeciesquMRjjy^tndit* rejlit uiiere. Pnwrf I.
fpccttf» eih, quando de re aUqus qutritur, Quomodo jit in fe f qut [i appU»
ledu qu^rituryCXaofff^^^^o fit in aUoyU- iUud idem in ipfof cui hoc modo
fatisfAciendum efl.f intcUe^um in uoUtntatehabere fuum effe, ipfac^ in eo
exiflere^quatcnus cum memoria animam rationAlem con» ftituunt, Tcrtia petit»
Quomodo intcUe^lus rft in partibus fuiSy par* j> tesq;iniUof
adquamrcjjfondcrepoteriSyhocideo effcy quia per e-
dndcmmetnaturamquaipfcconflatex proprio inteUcBiuo^ inteUi gt biU, cr intcUi^e,
fic cr hrc trid eius partes dicuntur, Qtfarta au- 4, tem inquirit. Qjtomodo inteUe^us
fuam fimiUtudincm ad extrd tranfmitterr pofiU f Et huic dubitationi brcutbus
fatkfacerc quis po» tcrU, fi eundcm inteUe^lum aUquo habitu infDrmatum confidi
rauerit gxtranea inteUiffre, Dc Quxftione C VM QV O, cuiiis Rc gidAcft
lNSTRVMENTALITAS. HAecqu^eflioqutrUdcinflrumcntPs CT medijSy quibus res in
Notioptlf fulsoperationibusutunturyfiueiUa effentiaUa fint. quemad*^^* modum
anima rationalis infirumcntum c^t, quo homo ii:tctti' git, uuU cr memoratur ;
fiuc paj^iones uel proprictatcs, /icutiin jir' roe{i grauit4f, cr in igne
lcuitas ;aut fint accidentia communiay fe» tundum qujt fubflantije operantur,
uclutifunt noucm acciicntis prtt. Mcamenta ; cr deniq; qutflio hxc petit de
omnibus accidentibus mo' raUbuSyft^quibusuirtutcsomncsacuitia contincntur, ac
etijm de iUis corporibus quibus lAccanici in diuerfis eorum artibus utuntur,
B.ay'.autcmquatuor J}>eciesiUlsbaudabfimUts,enum(rat qu£ im^
mcdiateprioriqu£fitofuntappUcat£, ?er primam quxritur. Cum f. fpccies ^uo
inteUcdus c anims^ars t Et rej^onderi dcbet, quod cum Boni K i tMte^ tatCy
TiiffircntU^ ConcorddniU dc omnihus radicihuty contrarieUfe txcepta.
perfecundam^ Cum quo inteUtilus alia a fe inttUi^tf Di- CAtur, quodinteUi^one.
pertertism. Cum quo inteUedus cil uni* niuerfaLis ud particuUris { R ejpondeatur,
quod ratione Ipecttrum, quicji uaiuetlalium funt^ uniutrlalis fit, Ji
particuUrium^ particw Urif, Per quartam, Cum quo inteUc^us extra fe, fuam
mittit fimiU" tudmemt Potellrejponderi,quodcum proprio inteUe^iuo, inteUi»
gibtU,acinteUiffre,cumquibusfacitJpecicscUe inteUe^inSy CT prr j^ nemoriam
recoUbiLesacetijm peruoluntatcm amatiles* Et e£ quf fiiones omnes, intcr fe non
funt tam diucrjx ac dijparatJty quod uns deijs,qu£ad omncs aUas rejponfum fft,
quarcre ucL dubitare non pofiit; imo oh earum maximam ^neralitatem funt tam
connex£^ quod de una quaq; datd rtjponjione, fccundum omnes, homo potefi
ueritdtem inuejli^rc. Modusfumendi Dcfinitionescx QuxHionibus* ^^omiflmus
exemplis odendcre, qualiterrei uniuscuiusq; deftm nitiones quamplurimx,
ualeanrfabricariex qux/}ionibus,quo(i Jlatim obferuarecurabimus, de AngeLo id
manijcjlandot Dixi» ■,Definit|o^ mus,primam quiejlionem non ejje ad propojitum
huius ne^tij, quo» b^'fh ^dl' '*^'*"'*PA^ 'J(7^?"^» dcfinttiontbus fupponitur; ptr lumprz. '
TcliquM igitur intcmum noflrum explicabimus : Ptr primam Jpeci» £x fcc u da.
fecundx qurJ}ionis AngeLus definiri potejl, AngcUs eit tUd creA" turdy
qute magis r DeoJimiLis. Per fecundam. AngeLus e{i, quihd' bet partes fuds
effentUleSj tanqudm conjiitucntes eius tjfe, per tertii dm. quodddfbonem^
AngeUis eit, qui id agit, quod fud uoluntM uulttinteUcdus inteUigit, acmemorU
memordttir, cr hoc jine fuc- cefiionc crfantdfmdte ddiuuante. Quo adpafionem
AngcLus bonat cft » qui A Deo recipit immediate infiuentiM. Angelus uero mdLus
iUe f ft, quidh extrd recipit pdjiiones, qudndonequit homines ad peccdtt'
dmindnctrtfUelquidDcoptT grdtidm dbeJi,fuo fine Jrujlrdtus^ Per^uurtiiMU F
Terqudrtimy Bonuihabctm Deoglorimy in tnferionSui pott* Ex\» ftutem, MdlM ucro
panam^Fer primam fpcciem tertijequx/l. An- gf/w eft A Dto creatuSy non
dcmateria aUqua*. Pcr fccundam,eft de omnibuf radicibui uet prmcipijs^m ejje
/piritualiac compLeto confti» tutui. Pertertiam., tftDei creatura cum bcnedi£bone
cr gloria, fl bonui tft iftmaluieft^ utiq; Deicreatura dicitur, cum
eonlradi£ho' neydoloreacpariA Per primamjpeciemquartx qujrftionky eodem 5x4.
nodo dcbet definirit ficuti deftnitus ed in fecunda jpecie tertix qu^t'
ftionit.Perfecundamucro idco efty ut Deum mteUi&t ac dili^t, prxbendo
obfequia hominibut, Per quinam qux{iionem,Anffluf «n. Ex f ♦ tui efty
quant^funt eius partes tffentiales,fiue dtfcretx jint, uel con* tinux.
Perfextam qutftionem^ quoadqualitates proprias. An^lui Ex tit.cuiui mteUiffrecrueUe
efh efjicacijiimum, uel qui m tcmpore impcrceptibilimaximum tranfxt
fpaciumyUclquinoneft nAtwi uniri corpori. Secundum uerb appropriitax
qualitateSy An^lui eft fecun- diim diuer/os habitui in inteUeiht uel uoluntate
fubiedatoSy logicuty grammaticuiyUel philofophwf iaut fapiens., prudenSy bonuif
humi' lis,fideUi,mitiiy patienSy cr uerax.ft bonus r/f, fl uero maUUy quo ai ta
qu£ ad uoluntatem fpeibt, oppofitum conjiderd*. Per feptimam Ex/»
qu£ftionemyqu£ eft de tempore, AageUa e{l, cuius effe in xuiternita* te
exifttt. perhuiui qu£{iionis jjfecies difcurrere poterk* Ver oAl- Ex8. uam
quxfiionemy AngeLui eft UAtura completa, in loco exiftens, non tamenlocum
occupans» Perprimam fpeciem nonx qurftionts» An Ex 9,
geluieftfubiiamiaqutdamfpiritualif^cuiuitffeeft per fcy cr non cum aUqua re
coniunCium. Per fecundam, Angelwi eft in CaloyUt mo* tor, calumq^ in eo ratione
poteSiatis. Per tertiamy Angelui eft in fuk partibui efJentiaUbut.per propriam
naturam utl tfjentiam, partes^ w eo reperiuntury eadem de eaufa^ per
quartamyAngeluseit^ qui uoluntate fua ac potentia exequutiua, uarijs modis
operatur. Per primamfpeciemqu^ftionisdecimg^ Angeltti eiiyquicum^Bonitateac Ex
10» dUjsradicibu4 exidityContrarietate excUtfa. Perfecundamy AngeUts t&,
cum fuk prmipijs innatis cr naturaUbuft aUx funt buiut qu£* K 5 fliotik dionli
fPecicSy de tjuibut exmpU tion ddducufUur, C[U£ tdmcn quiWt
bctinuemredcfdcilipotcrityli optimc JpccuUbitur, Poffunt quot^; res definiripcr
rddiccs omnes, ac udrijs alijs modiSy quos aliqudnio ttuimcrabimus (Deo
concedente) fcd pro nunc contentut eflo» ANlMADVERSIONES pro - Radkibus.
PKincipdlis prims partk hjec pars quintd critUimd, pdued qui^ dcm continett fcd
admodum neceffdrU fcitUy quonUm in hac explicdmur qu£ db drte LuUi omnem
ambi^titdtcm toUurit, Ani mad- ^ rdiicibm igitur dujpicaturi, hxc crit primd
dnimdduerjio, non rd » uerdo t* dicibwt folum accommoddndd, fcdetidm Cdte^rijs
dcTormls Quod liccth^comnid natura fud fint trdnfcendcntifiimd, tdmcn qudndo
fubfldntijs pdrticuUribuidppUcdntin-per prxdicdtionem, ucl acci* dcntibws, tunc
pdrticuUrU fiuiU; nec dmpUus cdndcm obtinent fa*
cuUdtem,qudtrdnfcendentifiitncconfidcrdtd,ndtd funt frui; ncmpt ut rddix mid
ucl dUquid tdU,dc dUerd in dbftrach prjcdicdri pofiit^ Vndc propofitiones
ifitfdifs funt, donitd^ petriy eft Mdgnitudo Pc- tri» Mdgnitudo Pctri, efi
Durdtio Petri; quid dbihdikm de dbdri^
£kncquxqudmpr£dicdripotefi,nijiqudndodmbofunt infinitd poi fitiue uel
permij^iue, ucl fxUcm dUcrum iUorum ; quod de prxdicatk iUis
ucrificdrinonpotcfl ad Petrum compdrdtis;fecui erit fi incom creto fumdtuur. De
hdc mdtcrid pUrimd omittOy qux pofjunt uidcri In dirt apudiUumindtum
MayMijectdmcnpropofitiouerdeR. Bonitd/sPe» fui Coflat' tri, eih Mdgtiitudo, uel
Mdgnitudo Petri, fft Durdtio ; quid prtedi- tdtum non fumitttr UmUdtc, fed
trdnfcendentifiimc ; CT fecutidum buncmodumoptimedcUmitdtofubieSh prjcdicdri
potefi ; quia Ucct pofitiue formalUer noninfitiitum fit,tdmen pcrmif^iuc,
quonidtn DeopotefidppUcdri>quiJormdUterefiinfinitus4 Nec /r«/?rub
^>fcrimtnintcrriiiias4crtU,iu,i,^r,, rm(M Aai/i;,,. " "i^n». ?«« w
i, Diffi. 7. "iriridicumnituritHrrru^«A, /• ''^oppofl.ofuonon.pp^Zur l^t '
L" ANIMADVERSIONESpro uiickctt itiideliathit Cdte^oriit
/^tcimtrddererddicibus dc firmff, ftcun- dm qudt pojjunt ales nomindri. BonitAS
etenimf Vnitd/s uel 2lurd* UtMylicetfpeciemqudnddmrecipiantAfubiedis iUis
quibws dppli* cdnturf ddbuc tAmennefciturquii determinAte fint, nifi dd Cdtc-
goriM tecurrdtur. Scio quidem undm C edndcm rem plures hdbere Ydtiottes,
fecundum quM diflMe concipipotefl ; quam fi confidcrd* uero bondm ucl mugn^m,
qudteniu eft homo uel bpis, nec ddkuc o» ptimdm iUius boniatis uel mdgnitudinis
noticidm habtbo ; prout tBonitdsconuenireadxqudtedicituriUirei* Si ucro rm
edndem fc' cundum Cdte^riM ordinduero^ tunc per dpplicationcm rjdicum uel
formdrum, in hdnc deuenidmcognitionemfciUcet.dlidmejfe homi- nis uel Upidis
effentidlem boniatem, dliam fecundum qudlitntcm proprixmuel dppropridtim, CT
dlidm fecundum Cdtcgorids reli» quds, diuidendo dc fubdiuideiJo ommbui modis
pofibilibus. Ntc ncs '^muihxc pariter drddicibu^ uelfhrmif jf>ecificiri,
quii dque funi trdnfcendentifiimd. Vicifiim igitur J^ecificdntur, fcd ab ijs
omnibus, drboresKTfubicOn^ Admirdbilemutilitdtemconfequeris^fihtcpridicdmentd
dij^o* u fucrfs eo modo, quo rddices dijponumur,• cd dliqudndo confiderdndo A d
m i rabi* dbfolute,dliqudndorefpeitiue, cr ex iUis quatuor figiirds confiitu-
^** utiHus. €ndo4 Vrimdm, qud omnid hic dbfolute confiderentur, cr unum dc
Noca» 4iUopr£dicetur,imoomniddc uno, Secunidm, m qud Qbdntitxs^
Q^dlitdSyCTHdbitu^ordincnturproprimo tridngulo. A^Ho, Re« IdtiOyCr Pdfiio pro
fecundo. VbiQudndocTSitus pro tertio, mif»- cendounum tridngulum uel dngulum
cum dlio, rc^c, obtiquc, CT irdnfuerfaliter. Tertid fi^rd, unJi hds duM fiourds
connedct, camc» Tds trigmtd fexconfiituendo i c fecundumundm qujmq; cdmtram
duodecim propojitiones elicies dc uiginti qudtuor qujefiiones, uti LuUus hoc de
rddicibuspoffefieridocuit* Inqudrti uer6, poterft primdm,fecunddm CT tertidm
figunt comun^re, dtq; mjximdm tdbuldmoonftruere.qud infinitdsrdtiones ucl
dr^menix conficiet» Qu« onmA itt qmu pdrteprincipdU cUriora fient, per ed quje
de L qudtu&t n qujtuorp.gurk iLuUo hmnlU eicplicAhttntur. jlt dupUcdtm
b4ftbi6 LuUiartem. Bxc proCati^riJs tibt fufficiAnt. ANIMADVERSIONES pro
Formis. i.Anknad Q^Olita fudiitffnij per/f^icdcitate LuUus /Drmas inuenityUt
e^runt uerllo. ^^mediomagis atqimagis m rei cognitionem inttUe^s deuenire
pojbit i cx cteninty cum nibU aUudfint quan rerum proprietatef^
quieareidtffrrehtia uel modo intrinftco emanAntt ipjis cognitis^ V Tci (jjentid
cognofcitur j cr hunc modum cognofcendi ubiq; mon» In li: pofl Ar.
CiModaufcmfcoc/itwcrMm, ttmco exmplo uideamui. Ar#. Metaph: 7 in Ubris
pbificorum^ fubie^ totiui nAturalis phdofopbiirilualt ueUtm Drttw de 'cnbtrty
hxc utiq^ dtfcriptio inanls efjtt, quia An* ^loo" dinmjcrationaUac
Jpccicbut inttUigibiUbut competere pom tefl. Siuerodicam* Dm cfl
necrffariuiomninoimmobilifabomniq^ compofitione fcgrc^tusi htc utiq; defcriptio
bona. exiftimabUuK Dicet aUquis, I Ua fanc defcriptio bona eft, fed unde
habeatuTy nefci^^ ^ ^ Nofti optime qu£ fequuntkry^fcies. Quando aUcuiws
reiignoran' Adhabeda tur paj^iones proprix, ftatim ad iUiui oppofiti naturam
recurren* pafsi^oriu m ' ^*""* P- poliefiorutn in Uli fcdU indi^re
pipionis, et qudf^u^ ccgnitione, tiwi de quo cupis, pcrrejpedus unrios,
pdfiionesco^nolies. Qudrt* do Deum defcripfhficmifuprd pstet, credtunm
contempUtut fum, quje m rdtione diuiiionis entif Deo opponitur, cuiu^ pafliones
prx' xipu£, cum fintcontinffntid, mobilitd^ cr compojitioy oppojivm
Heoconutnireconjidcrduiytdeooptimedefcripji. Plurd pojfem di» tere,fed fubtiles
fubtilid qu^erdut. ANlMADVERSIONES pro Quxnionibut. EKijsqu£ieQU£j}ionibws di6k
funtyfdtk edrum dnimdduer»i, Animad fionesfuntnotx:nonnuUdtdmenmdnijrlldre non
piffbit, dt ucrCo. cum breuioite. frimumdnimdduerteredcbes* QJidndodered' liqud
quxjitum erit ; licet perpropridm quxjlionem rej^onjio fujji»
cienselicietur^huic txmen comunffre potertt rejponjionemy qudm iUd qujeflio
expofiuldt, qutdb hdc originem ducit: mutuo enim fe iebent ddiuudre, ut
ref^onjio cUriorjit, Secundum ejl, utcdueds m j^; . dcfinitionibut d quecict ^
oes inteUigibiUs.uThabit* etiu reaUu; de hoc quoq; in Arbore huanaU tradit
((Kdtione originis temporalisi crftc habetur Arbor (Credto
comjtAdternalis.ubideCloriofiftimdVir^nt Mdridsa |lfl» l iunikm
^bundediffeiitur, [^^^'J [^dtionehypoftatici cffeide quo miro modo traSkt )
inarborc Chriftianalif diuivaU tt humanjU ftmuU [IncrtdtumtAmuidequgArhoTuUim
diuinalis lateo' digitsem^ 7» NOnttcoiilutUt mict tfbis mdnifvfti fi- unt pcr
formis, dc quibm m primd pdrtc di^m cfi, dcctidmdiCcfur.cumHcmcntaUs drbor
cxpUcdbi0 ^cgctdntis J turyplurcs numcrdndo j ucrius amcn pergenerdti^ ctrboris
pdr 1 onem, corruptionem^ priudtioncm cr rcnoudtio^ US, ncm, quim per reUquds
firmdf, FoUd funt mucm dccidentis prtdicdmcntd, Florcshuiusdrborfsfunt
mjlrumcntx qutddm, qutex tribusfuntcon(}itut%.fcx potcntidy obic^ cr OuyUt
fruCbtmgencrdtioncmucl tffe gcnitu, rcj^i0 ciunt, Tru^s funt uegctintid omnid
pdrticuldridy qu£ di qudtuor cldffes poffunt reduci, ficuti cr qudtuoY funt
elcmentd qux in ipfis hdbcnt doniimm^ iuxti fhccicrum udrictdtcm^ DB I DE
ARBORE SENSVALI QV^ecunq; in hdc drhore conflderantury priws ca rdtione quA
fenfudlid funty conftderdri dtbent^ cr demde qudtenm dud* rum prxcedentium
drborum ndturdmpdrticipdnt. 'Kddiccs, e£dem penitm funt, qut \n prioribuf
drhori» bmfuntconftitut£, TruncwSyC^ uniuerfdlechdos, omnid fenfudlid conti»
nens. Brdnchx, funt fex fenfut exteriores .f uifu/S, duditws» td^Sj giiftuiy
odordtws C7 dffutu^t. Arhork Rdmi,funtfenfualismembrd interiord CT exteriord;
fenfudif ^ interiora, ut cor, epar, f^len, cr pulmo ; exteriors partes funt
uero, caput, pedes, crura cc. ¥oUa,funt eadem» dequibm inprioribus diihm eft,
fuh triplicitamen ratione confiderda, F/orcj, funt operationes fenfudlis corporh,
ficuti uidc» re, dudire, ^ftdre CTC. ?Tu6hiS. funt omnid dnimdntia. qudtenuf
fenfuaUd^ we- fftxntiatO^elcmentAtifunt. DE ARBORE IMAGINALI. IK hac arbore
fimiUtudines cr idola eorum omnium qux in drbori» bwi fenfuaU,uefftiU ZT
elementaU cotttinentur, coiifiitrandd ft offrrunt.Etptrimaginatiuam,noneamuntum
potentiam dcci* pere debemu«,qu£ fenfuscommunk/pecics confiruat, fcd potentiat
omnes interiores ; nempefenfum communem, ima^nAtiuam, xftima-
tiuamyUelcogitdtiudmy phantaflam ac fenfualem memoriami qu£ firte,TAtione
diucrfdrum operatioimm dtfiinguuntur, cr non in ef. fentid* M ArboT^ \ r»
'RaiiccSyfuiU e£dem,qux In trihat drhoribm funtcan* pdcrutje, pro ut potentix
alicui mtcriori uel omni» I bui,per Jpeciem reptjefentantem funt prxfentef,,
Truncut^ eftllmilitudo trucicuiutlibet arborls priori^, I alicui potentix
mteriori obbta, Mbork I' \Branch£,funtpmilitudinesbranchdrumdrborumpri*
ma^nAlis { oru,i* ritualtm, ia c pars quxUbet arboris fjwitw, fecunium hanc
dupUcem nxturam confiierania efli corporea dutem quairu*
pUciierationeexaminAnidreimquitury^f quatenws efl elemetalif,
uefftdnSyfenfualiscrimdginAlis* Ex quibuicoUigitur,quaUbet huius arboris
partem, quinqi moiis efjeconpicrdniam, fRdiices iUxmet funt, ie quibu^ fuprd»
quinq; moifs conflicrdtie, TruncuSyefl^ecieshuntdnAuelchdos, m quahomine$ omnes
funt contenti, Erdnchx huiui drborls corporex funt cr prjtcipuc arboris
Ima^nAlis^ folia,funt uouem dccidentid» ex quibus uirtutes funt orndtjc.
FloreSy funtuirtutum mcritHy crmtdtipUcdntur dduir- tutum multiplicationem.
Fr«(ff««. funt mtritorum mercedes^crnt Deui honorc* tur uirtuose^dc
eiferuiitut, M 2 Artor Arhork mordlls uU tes lunt. Arbor Vitiorum»'Kd^ttm
hdcarbore^qu^ddm funt principilioret, qutdd uero minui prmcipdUs ;
prmcipdliores funt, ^\dlitidyStultitid,Fdlfitdi,a' Priudtto finis; qui"
hws ex minus principdUs funt connex^, uidelicet Udgnitudo, DurdtiOy ?ote(id^,
Voluntd^y DeUih^ tio, DiffirentidfConcorddntidy ContrdrietdSyVrm* cipium^
Uiedium, Mdioritds^ Aequdlitds dc Mi/w* ritd4» ' Truncu^yefl confufio
ffnerdlis, in qud funt omniJpdrti^ culdrid uitid contentd*
Brdnch£dlijefuntprincipdUs,dli£dbijs originem fu*' dm trdhentes ; principdUs
funt Guld, Audritid, L«- xurid,SuperbiayAccidid, Inuidid C7 Ird j reliqu^ dutem
funt Iniuridy Indiffretio, Debilitds cordis, lft# temperdntid^ InfideUt^,
Dejj^erdtio, Crudelitds, Trdditio, Homicidium, l^trocinium, Mendacium^
MdUdidio, Impdtientid, inconfldntid, Immundici^t^ fdlfitds, Vigritid,
incuridlitds cr Inobcdientidt \ Rdmid Brdnchk oriridicuntur, c funt iUd quibus
uiti» orum hdbitus ffnerdnttsr, cr oppojitx uirtutet re» ifciuntur*
FoUd,funtdccidentidnouem,quibus uitid funt qudUft* Cdtd» lloreSi funt culpt
iuitijs mdndnteu JeruduSffuntpocn^, oh mtia peccitoribm hfHdf^ DE ARBORE
IMPERIALl •f IKhdcdrboreeaomnUconliderdntur, qutdd regimen unmerfUc
Ipe^redicuntur» qudtenwt tileregimenejltempordleuelfeculd* re. Nfc hoc in
Locoyimperatorid MaieftiU txntum ejl confideritnddy fedetidm cuiuiuis dlteriui
perfonjedominium, inqudntum legibu4 im* perdtorijsfuUiturdc refpedum hdbet dd
Impcrdtorem. Et htc drbor m duM pdrtes diuiditur^ primd quarum rejpondct
prioriparti drbo» ris moraliSy cr fecunda fecundic i hinc eji quodiRdrum duarum
pdrti--^ um debet fieri m omnibm huic drbori dpplicdtio, fecundum uirtuo^ fum
effe aut mtiofum,lmptrdtoris^ 'Kddices,funtiU£,qu£inprioribufdrboribus funt
con- jidtrdtsc. Truncu«,eft commune regimen f£culdre,quodlignificdt communem
perfondm imperdtoris^ Brdnchjtyfuntdecem .f Bdrones, MiliteSy Burffnfer^
ConfiliarifjProcurdtoreSyludices, Aduocdti, Nwi- cijyZonfejfariwi
zilnquifitores^ Arbork\m palts par- ^Kami,funtijdem quilttmoraliarbore funt
conlideratt, tes funt cr pr£ter hos, feptem quoq; dj^ignAntur f luftitia^ Amor^
Timor, SapientUf Poteflasy Honor ac JLi» bertax, ¥olia, funt nouem accidentia,
de quibus fupra^ Tlores, funt Imperatork iudicia ac fuorunt miniflroru. TruChsy
efl pax ffntium, ut ht pace Deum dili^re poft l fint. n $ DEAR* DE ARBORE
APOSTOLICALl EA omnid qutt hominem di Datm ordindnt, hdc m drbore confl*
dcrdmur, ty Ufrfxtur circaperfonds cr res eccUfidfticdx Qu * dd Truncum cr
BranchM,potrfi conjiierari ommbut moin qui hut drbores prxceitntes funt
conjiierdtjey prster Imperidlemy qu£ pdriterpriores omnes continet,fdUem,quo di
Truncum cBrdncbdf^ 'B.diices,funt Virtutes Theologics CT CdriindleSy qud* tenuf
d rdiicibui uniucrfalioribus funt w/ormdtx^ Truncuf.efi perfonA ^neralk, qut
iicitur fummw Po« tifrx, fuccrffor Pe^hnt dd GLORIOSISSIMAM CT SANCTISSLMAM DEI
HOMI» NlSqi MATREM, ViRGINEM MARIAM, qu£ Mund0 feperit h^undi Sdludtorem,
fRddices, funt pnes hominum recredtorumy qudtenui l gencrdlioribuf principijs
[unt injvrmdta dc orndt^, Truncutt eft hdbitut quiddm generdlPSy rdtionc cuiui
VIRGO M ARI A dicitur refugium efje peccdtorii, Brdnch^y funt dux uAturx,
uidelicet diuind arhumdnd, ArhorUmd qu^iUud diuinum fuppofltum conflitucrunt^
cuiut terndtkpdr « VtRGO mdterfuit, Virgine permdnentct Uifutit Kdmiy funt
SpatFietdS^dHocdtiotUumibtdScryirf ginitM^ FlorcSy funt dignitdtum M ATRIS DEI.
TruChsyeflmvscH¥dSTVS,ciiiutcruore, 4' tnortt ^ Uber^tifmmi DEAIU DE ARBORE
CHRISTIANALI. Il^illd.drboreeA conflderdri debcnt, qux dd vncdrndtum diuinum
Vcrbum jpe^bint : cuim drbork du£ fitnt partes prkicipdliores .f. Diuind cr
huntdnd, ficuti cr m Chrifto du£ funt natur£; cr fecurt' dum utrdmq; eft
cxdimittAndd i rdtione bumdniatiSt pdrtes omncs ar» boris funtytlementtilcst
Vcfftdntcs^ Scnfitiux, Imdgindtiut ^dtin onales irdticncuero DeitdtiSf pdrtes
proportione qudddm funtfn* mendjc» fRddices, funtgenerdlii principid
diuindchumdnSt I J Truncus, eftlESVS CUKlSTVS ; qui truncws unitt tfi j rdtione
bypoftdfls, fcd duplex rdtione ndturdrum^ hrdncb£, funt du£, uidclicet ndturd
diuind. cr humdnA. Krboris Rrfwt, funt rcfpe^ks, quos ift£ du£ ndtur£ hdbcnt,
»»- Chriftiddlis ecificdri CT determindri;ideo qudndo confidcrdntur drbori*
"f-Qj^^j^ bus trddcre cffe, neceffmum ejl iUjK confidcrdre dformis prius
udrio modo informdtdt CTptrfr^s : ex qudrum pcrfiBione drborum pdr- tibus inefl
quoq-, pcrfe^o. Berddicibuspducd ddmodum infequenti* bus dicemus, quid
proUxitdlem CT inutiles eiusdcm rei repetitionet uitire intendimus. H/c igitur
qu£ de ijsdiximusobfcrud^C pur^ mente contempUrc» N 3 Dr Truncou J»4 DE TRVNCO.
V, . nr^R««cwfr dutem dcbedt inteUi^y in mixto eUmeutd ejfe ; unicuianriai mumm
terminum ; cr h£c duplex eft f pcrmancnscr fuccefiua ; ^^J,'^"' ^
permdncnsycuius psrtes quxshabet funtjimuli fucccj^iud autem, cu» fucceUiu» ius
pirtes non funtftmul ; quod dcbet in utrdq; qudniitatfs dcfimtiot qu id. ne
intcUigi.noude pjrtibus effentUUb'J4, fed tdntum mltgnnti. fcw orqudnrititiuts
Difcreta cft, cuiui pjirles un.i pcr tirmintm dU 'crefa quem communem
nonconiunguntur, QUic ut cdptafdaUordftnt, \n ^u*'^^»^**» m9dm drborh
dij^ofuimut^ Qudntitdi4 * U4 ^q6 'Lined fjutefl logitudotdnm tmn, Superfiaes,
qu^pr^terlon^ ^Venmnens^ gitudmem habet Utitudmc^ I Corpui. quoiefllongumM' [
tum, profunduwq;. (Continud l f lAotut,cT cjl aOtis etif,qu4> I tenui in
pjtetnid. I \Juccepiud ^TempufyCreflnumeruimoA tm jecundum prius cr pot
fteriut* fOrdtio, (juatenut eiui fyUabx menfurdn» j tur breuitate uel
longitudme» iw pro* Difcretd i mnctando. I (Effentidlit.utdigitui drticu»
(V^ejpefhu^.utpdr^ Accide-i pdnter pdr, pdri' tdlis \ tertmpar^c.
\^QSdlitdtiumcrefi tUe quiimportdt pguriyUt affcret^ fbbi.pararelli.pt' des
crc. Pf op rlu m Qniiuitdtk efl proprium.ut fecundm ipfam res £qudLes uel
mxqud^ Omnls oualitas ry^rqudlitdtemresqudlesdicunturiut per iuflitidm homini
m# nat fubie Xr^''''* Hccqud- du. ct qiia^^ denomindtfubiedum m quo efl, mp in
eo fit utenfd; !ۥ . blttcefi DE dVALITATE. r t4tisfuntqua\ tHor \ tol
hmcefl(juoidqudtepidjne(li edUdd neq; frigidi poteft flmpliciter nomuun i
retiuiri^ur quoicidnt,*uelquodddc6* Propria rc uertentUm de feip/is
prxdicentunquod jint flmui naturd ^i. na- latiuoru, turali inteUigentid j CT
quod uno pofito, dlttrum ponatur» cr *f*>gnani, deflru^, deflruatur^ Non mc
Idtet, mdteriam hdnc effeddmodm dtfficilem, plurai^ expoflulare j hxc tdmen
procompendio fufjiciat^ DE ACTIONE ACfio non dcbet confiderdri pro formd dih,
uel mdteridUter, .. fcdfvrmaliter CT pro rej^eOu ; cr mhil dliud efl quxm
refpe. fi u5- {ks quidam, quo dgens reftrtur ddpdffum.^ropriumefid' fidcrandal
(tionif, ut jit rdtio qu4 pdjiio iiifirdtur. DE PASSIONE EX diihs hic immcdidte
fuprd> fatis crit paj^ionls ndturd manifr^ fid } dejinitur tamenjic, Paj?io
ejl rejpe^ius pdtientis ddagens^ Proprim c{h huiusy ut injirdturdb dSHone^
DEPOSlTIONEudSlTV. POjitiOy efl ordo pdrtium dlicuiustotius ddipfumtotuniy CTdd
^oCulo ab locum-y cr w hoc po(itiodbubidiffhrt,quidubijigndttdntum
"^i^ii^cru rej^eiium ddlocum, pofuio dutem prxtcr hunc^ dlium denotdt,
utpdtet» DE HABITV. HAbitus hoc in /oto, non dccipitur jicuti inprimo
qudlitdtit moio dccipicbatur ; fed pro rejpedu rei dlicuius^ db extrinfe- co
dltcrirciddidcens^ pcrmodum orndtus uel deorndtus: fiu$ totum uel pdrtcs multas
rejpicidt iutrejpe^usintcrulxddeumqui td ejl indutus i fiue minimam pdrtem ; ut
anuU re^eiiusdddigiM. tum, DE VBI ucl LOCO* VBi, tj} rejpeaus lo€' citfdjiigndt
P(trus hy^dnus, qu£ nuUius funt momenti^ O 4 JDEQt^do^ DE QVANDO»
QVdndo^ellrefpeCknemporkddrmtempordUm j ut rtjf>i$ L%s huiu4 bor^j dd rem
tali tempore exHlentem, cuiui operd' tiouelmotui menfuratur. Duplex
quoqipotefttlfe.aaiuutfi Uideliceta-pdj^iuum^licutcrubi, \demde bdbitu dia
poffet. Huiuf dccidcntistresaj^ignAnturproprietdtet, quarum cognitto cum non
ddmodm im6 parum uel fvrfan nihil profit, fcribere non curauimw^ Hjtc de fvlijs
omuibw! corporek rebus conuenienttbM, dida \ufj\ci*^ 4tvt Q^ndo igiturdere
aUqud materiaU traihbitur, poterit luUi Pndtofuipnhtc accidentid edm fdtit
ornare, poteritq; Cate^riat nofirM non folum reijppUcdrcfedetiam cuicunq; horum
dccidentui. DE FLORIBVS. AJ^dmis foUd generantur v fiorts ;de /vlijs di&in
efljed dt fionbm aqmbw frudusdcpendenty rcfiatut nonnuUa uidea* mwi4 F los hic
dccipitur pro re iUd qut fruOui uel efjviiui e(l Flos quali p^^^i„i^^.
mfhrumentum dicitur quo res dcquirit tffe. ?ere4 rcr accipu
defaciUdignolci,quidperi>\f\ru* Dubia Lul
mentumuelfiosueUt;uidcturetenimquodpro mfhumtnto optratij li fenteru
onmdccipiat,^ tamenremabaUomotamquandoq;proeodem ca» defloribusy|4(|.4f. t«
uero brcuiter nobtfcum poterii afjirmare; principaUus Opcratio e ^Hfumentum
operationem cjfe, quia fruCkiuatdeeit proxima: ftcUM. ^*^^
tipdtetdifciirrenttperomnet motuf ff>eciesi remotum ucro iUui mcntum. ^
difpontt, ut mdefequaturfi-u^hisificuti ignifcahr» quid calore combufiibtU uel
caUfj^bile dt)j>onnur» ut formam ignis fufcipiat : dUud remotijiimum datur,
quod motum ab dUo recipit : CT duplex f f nAturale CT drtificidle ; ndturale ut
minui. pesO-c: dr- uficiAeut funttUd qutbus tAechanici CT aUj utuntur.Et
omntbuf ijt tnodis mjirumentHm uelfiospotej} accipi, ftd jecundum LunHnten» tum
(ut m fequentib^4A patebit) uerius optrationef fiorts uel infiru» mtntd
dicuntur, quJim cttera quxnmirauimM. Hoc quoq; fidcmfd. cit,qui4 tit,quU
in(hmenU duobut uUimk modk conjldcrdtA, dut funt qud» litdtes dijj>onenteSy
qux cum elementit cor^iderantHr iUel fuiH tl^ menatA^ qu£ pro jruShbui
dccipiuntur, DE FRVCTIBVS» Flnts cr compUmentum rddicumy Brdncdrumy rdmorvmy
foUo- rum cr deniq; florum,frui^s funt ; qui per eminentiam quant flu^^i^^*^^
damomnesarbbrk pdrtes continenc^nec unquam partes arbo' ° rlf quiete fruuntur,
mji quando fru^is fuumcffeconfequutifunt» pK«(f?wy huiiuarboris funttUmentiL
omnid(feclufiseUmentis com^ pofitiSy qux pro rais funt accepn) quxcuq; fint
iUayfiue perfiet&^ fiue imperfida, de quibu^ in quatuorUbris Meteororum d^U
Philofo' phut. tion eflprxfentis ne^^tij de ifs traShreyfedqujc finc numtrd*
bimui faUemy cr nonnuUd forfan deiUis diccmus. D«o funtmixtorum generayquorum
primumimperfe^rum dtcitun quoniam tefte Ari- flo: in primo Meteororum, fecundum
naturam minus ordinationm Duo mix- fiuntyquJim reUqud corpord ; uel quia fubito
mifcenturac ffnerantur, " gcnc- Etfubhoc mixtorum ffnere meteorica omnis
imprrj?io contmetury " 9"«fint UtUquetuidereex fcquentiarbore. AUcrum
mixtorumpnut perfit ^4"*^» {htm efiyfub quo lUa omnia comprxhenduntur, qux
in terrx uifctri- hut generantunqux fnnt difjicilis mixtionis, ffnerationis, ac
ccrru^ ptionis i de quibtu Ar: traibAt m 4 Ub Mettororum, cr funt Upi^ deSy
metxUayfales cr fimiUa. Ab imperftEhs aujpicaturi ; qu£ cr uu ffnerationis
perjvdiora prxceduntyhanc tmprcj^ionum omniumad' uotduimus diuifionm j
utfdciUus qux fittt, cognofca tur, y P Omnfc OmnkMtte oricd imprcft fo cdufatur
utl flno^UiLSphxrd.utGaUxi^ Sine upore, vfubit^tuf { \n acre, cr tx radiorum
folk refie^ aut [^xiom fiti ut Hnlo, Irif, Pdnhelif^ (Comdt4 fSteUd i Bdrbdti I
Colu^ [cduidti In fupremd dtrlt j nxpyrmidAles» *Sicco cdli' do CT m-* fldmmdto
Vdpore 'Simplici^ I regione,ut fune « lii medid^ ut inmfima,ut CdndeU drdctes
Lance£ ardetes, Titioyquidicituf Afub» 'Cdprt fdltdntes ec'iem ^rit lapidfs
vellutidccodi: qui defcendendocorponquantumuis durd pcrcutit ac eucrtit. Si
uipor cleuatus efl mixtu* fulphtire uelargento uiuo ; tunc ex dccodione v
infiuxu coclefti, -quaodoq; infiuftumfcrriucl chalibls conuertitur. Venti
turbink ong) abaqueanuht; (fl,quite' Deuenio nus contincttcrreflrcm uaporcm i
ex nubis fradione vaporiUc tcn* ^urbinii. dit maximo cum impetu terram uerfus,
crd tcrra repercvlfus^ fecum trahit quxinuenit, DeimprcfsionAus gcmtis no cx
iiaporibus, fed ex reBsxione folis uel Lunxauc ScelUrum. DVm dcr uentorum
impetu non molcflelur, folct aliquando ap^ og Halo- pirere circultu albu4,
circd folem aut lunam ud fteUam ; qui ne, Lorond Ldiinc, cr Udlo grxcc
iiomindtur ; crgencniurflc^ Quando I fi4 Qudndo hmni£ui ttdparfurfum dcudtof
cjl, nec tmtn attigitmtd^ Amaeris regioitm^ ritionerdritatis fuxoptimcluminis
(fi fufctptu- mt» GT migii in medio quim in cxtrcmitatibus,* quii co m loco tft
intcnfion corpuiq; lucidumuaporH ccntrum diamctralitcrradifsfuig
iUuminatiSyhumidiat*mdeftruiti qiut ciccntro rtccdcns ai pcriphf rit partcs conftkgit,
cr bocpu^ fit circuhu j qui cum tUuminetuTt nobis albut apparett quia ntc adhuc
uapor m nubtm denfam cft con» DeTride. ucrfas. \ris gmcratur cx reftexionc
radiorum foLarium uclalicuittt dlttriui ttflny m dupliciroratione cr nube
detifay tx oppoftto foOiS dut altcrim aftri conftitutis ; pcr duplicem
rorationcm mtcUigc im* brcm dupliccm^ fubtiltorcm ./*♦ cr crafsiorcm, Quando
nubcs denfd cr aquofa cum duplici iUd roratione Soli ucl altcri aftro e regione
opponitur>adeo ut radij oblique incidant itt camt nec petietrare ua- Uantt
tunc fitradiorum refttxio^ m qua rtftxxioncy carporisluminoll ima^
(^fedimpcrfrilc) reprcfcntatur: cr quia talif rcprefcntatio fit fecundum
arcuaUm ftgiiram»ideo iris nominAtur^ Colores in Iri- de
caufanturuirij^exuarictxte fubic(ht m quo fubic^bitur. Tcrru prlsenimuapor uel
nubes denftfsima, nigrum colorcm prxbet ifT quanto magis accedit ad
terreftreitatcm cr denfitatem ucLrecedit» tanto magk colot adnigredinem uel
albcdinem dccedcns cdufatut^ Multa effcnt dicendd tam dc pluralitate Iridis
quim cius figurddrcn^ Ofc P:iahe alicrcoloribus, qux omittimuscaufabrcuititis*
ParabcUj, funt Sa« ^i**- lis jimiUtndims, quicaufantutex rtftexione radiorum
folis in nube dquofa ualdc denfa dc rotunda AUtere foUs txiftcme ifi plurcs
con» jimilcs nubes aUtere folis mueninntur» CT plures parabclij caufdtu tur. Ex
tranfitu radioruw Solis in tiube non continud fcd pcrforatdt udin.aUqiubiM
partibtts rarior^ ftib foU tamtn pcrpcndicularitcr rxU [icnte, folent nobis
apparcrc cordt virg^^ diucrfls coloribtM-or» Calaxiaq nat£; cr ij colorcs ex
tranfituradiorum pcr nubem caufantur* Efl modo ge aUerd impref^io qud-tiecm
uaporibut fubiefkitur, neq; ex uapori' ncrctur. conftat, cr eft GaUxia, qurfic
caufatur, 1« o^ua Sph^ra md^ tte funt PeUs^ aUqux uifu notabtUs, cr aUqute non
i qud cwn Uicid^ flnt . Tiiios emittuitty fcd ex minhnd dd inuicm litUdrum
iUdYum di* ftdntix rjdi/rcfnnguntur^circulMq^fummealbuicaufatur, quird* tione
t^ntx glbcdinis ladcus dicitur. Hunccirculum Vulgwt appeUdt uittm fin9i Ucobi^
qud mortuorum dnim£ priusqudmcoclumcoti- fcendjnt, iUuc perueniunt, Dc MenUis
cr reliquiSt ^U£ in terrd uel Urrxuifceribuigenerantur, mt fumus di^ri, ut
Alcbimiflis [obiidiud^ dd firmdfciicntdcni» fd^dU. potentiaU, dd£qudtum.
mddtqudtum^ fixmdU. prxmdrivofu ftcunddrium* [InffiUre* uniuerfiU^
Itntitdtiuui, qwus txtUcdufmfum ttiHii^ txt fperji^onk, I originif, topriotitds
^ndtur€» dignitAtk» ordink, Stcundarioritmi TertioritM» f pcr iuxtipojitioncm
illc dugetur iofl^ tio 1 f Vroprie tdS t,6Vropor> tio 17 Coditio s8 mttntio
I propriiy cr repcritur (KdtionaliSy C tH interiUd qu£ und comuni inttr
qudniUdtcsi menfurd mcnfurdntur^utbicubitum uel tri* cubitum, qu£ cubito
mtnfurantur^ CTina- fn&turdlk» ritbmeticis numeri omnts^ quid comunimc' ^
furd >f unitdtc dimcntiuntur* [drtijicidlif, [irrdtionAlis^c^f^ft intcriUd,
qut und co^ nunimcnfurd ncqudqudm pojfunt mcnftu 'primdrU, rari, mlt^ funt tdm
rdtiondiis qulm ir^ rationaHsqudntitttif JpccicSt qu£ dpui fecmddrid»
UUtbemdticos pojjuiu uidcri. ip Ordiua^ tlf I tcmporis» Ordinxtio\originiS0
\jxcrcitM» (morditer, (bona^ 3 o Opndtio ^ [entitdtiur» I f mordliur* [mdld^
[cntitdtiua fbonl^ f rtdUSf eciesdptitudine :fT gicu cc phi \ Jduplex eft,
phificum c logicum j phiflco ffntrt ^udent que* lic u «^uid ? cunq; ex §aiem
mdteria funt conftitutx, ut corporalia omni^ fic ^ruplex corrupttbilid.
Genuslogiciimduplexeft.f generalifiimum cr fubal» logtcum» ffYtium
;generalij?imum fkpra quod aliudgenui non daturylicet tran^ fcendcns po^it
ddri:fubalternum, quod rcfpeShi fuperiorum eft Jjfti Quare ge^
des,injtriormiter6 genw. Genut logicum eflunumdequinq-pre^ C^^inu^de ^''"
quatcnus de pluribus dijfrrentibut ft>ecie ac numer» bnq- ^5di
prtdicatunfedobbdnc C4ufdm, cr prtterta, quid tdntum parten^ CAblliblll. s
^cnti4ef}>ecichuicotmunicdt:& i /^cie difftirt, ^nU hdc iotm ScotizjU
rJJentUm mdiuiiuis Urgitur^ De Specie Secies est qu£ Jub fe plurd mdiuidud
tdntum continet, ucl ttAtd efi contincre. HMabsci; conliderdtione pofuimus in
hacff^ecicidcfia, Notl» nitione hM p^icaiix, uil wt(a eft contincft,
quidfumquxddm JPecies,cChimi prior m iUk corporibui rcperi* turyquitndjx
funtaeterkcorporibuiUuioribus fupereminere^ pcundd ucro m iUk qu£ grduioribut
utroq^ modo, 13» DcPondcrofitatc uel grauitatc. GKduitdt cfl rdtia, qud corpord
ndtd funt dcorfum tendere j qutdupUx cfiy jimpUcitcr cr per rcjpe^umi primo
modo corpord iUd fum grduid» qux infimum omnium locum ndt4 funt occupdre^
fccundo dutcm modo qu£ fuprd hxc tdntum Locumjibi uendicdnt. i4^DeMotii»
VThreuibui Idnc/Drmdmdcfiniendomeexpedidm, motum td' tioncm tffc dico, qud
crcdtd cundn mouentur. Ldrge motum Accipiendogaitrdtioui cr
corruptioniconuenit, dc quihm /»- &. 5 quuti quuiifumut ; hic tdmen firi^ie
oDn/lderArevoUimui^ Motui (^eclet muUgfuntfUtftdtimtibidemonflrabuur. j
Augmentdtio^ O" efi augmentum qudntitatk» 2
Dimtnutio,creJldecrementumquantitattf, ) Altetdtio, cr efi mutatio de und
qudlitite in dUdm, 4 Loci mutntiOf CT ofitk tribuit, nepUtribut m rdtio* ne
fuperiork fc communictnt. AfsignAntnr diuerfa indiuidu» Qrum f l ' WMgtntrd
iitempe, flgtutUm iniiuiiuum^ ex demoftftrdtiotie, ud* gKf», cr tx hypotbeji.
Qtiod horum jit difcrimetiy Logid trddunt^ ji» Dc
Attrafpeciesobiedcrufuorum4ttrahut, 3 2* De Contingentia» OMne id quod i
cdfuueljortundeuenitthocmodocontingent efl, Sihomo templum uolensddire, d
iapide deorfum cadente ' in capitc Udatur» contingens efl, Si tripoix cadens e
fupremo \ locojfiat aptx fcdcs, contingensefl. Behaccontingentia fub nomine in
2« phi0» cdfut dutjhrtunx mteUiffttda, pr^eclara Mo: tradit. , Dc
Imperfeflionc» Ih^iperfr^o pcrfr^Honk ef} oppofitum, ideo quot perjrBionU
Jj>f« ciesexplicanturuclexpUcaripoffuntttot cr imperfiihonk* Iw* pcrfeBio
e/? rattOy qua aUqtdd non habet effe completum. Sic ho9 mo A ndtiuitdte caccus
aut furiws ucimancuf, imperje^s efi, 34. DeColore* r ^dndis cft colortm uis,
quonidm eorum medio m cognitionem [ qudmplurimarum rerum dcucnitur. Plura
etenim corpora re» I periuntur colore uel lumine affc^y quitn aUjs quaUtatibus
ut f fatis notum reUnquitur de coelo. Cobr igitureflratio,qua mixta funt
colorata ; nota wtxf», quomam elementi quaUtdtibus fecundis carct, 3^,DeSono»
SOnui efl tmiucrfale quoddam ad otnnes fonos^Moc Ln loco fotuim izcipe et
quatcus icorponbus fottatibui proccdit,et ct ut efi qu4- S i Uidii «« Utds
qu£ddm vn derm imprrlJj, ipfumci: ptrcutiens, ie quo eonllde^ Ydtur et^Um m
dtbore fenjudUjed per dccidcns.ubi dc pottntijsfenji» tiuis exterioribut
obie£hstrdditur notitid, FVmdUs eudpordtionts i corporibus odorifiris excuntes^
dcrc^ mouenteseumdUcrdndoyddor^num olfdCks dtueniuntyquoi in dudbut nirium
cdrunculis conjifiity crjlc ptrcipiunturodo» tes* iUcuit breuitcr oRendtre
olfdciendi modum i tu dutem in fe odo» resconflderdf cr ([Udtenus dd potentidm
ordindntur^ .Dc Saporc» _ . 1" Sdpore muUd effent diccnddt brcuitdte tdmen
^udenteSy macen^^" 1 J tangrmus. Saporis mdterid fubU^h, tjl bumidum^ cui
ddmixtum efi flccum terre/lrc i humidd enim tdntum^ non _ . funt fdpiddt quid
nimfs fubtiUd ; neq; flccd tdntum, ut dc finiUo ' ^ bMtM4W0({i fdtif dppdrct. Hocmodoftpor
potefl definirL Sdpor efl humidi pdflio iJUtd iflcco tcmftri, quod a cdUdo
pdtitur i unde perhumidum,receptiuum faporis txpUcdtur ;ptrflccum ttrre»
arepalJum, efficiens propinquum ; pcrcdidum m ficcum dgenSt tffi» ciensremotum.
Sdporlt muUxfunt J^ecies. 1 Dulck, confldt ex cdUditdte cr humiditdte mgroffd
fubfldntidi medidtq; eius compUxio intercdUditdtem G" fiigidudtem^ 2
Suduky ex cdUditdtedchumidUdtemfubtiUfubfldntid; eiutq; com^ plexio efl medid*.
3 Pinguist ex cdUiUdte dc humiiitdte in fubfldntid mediocri ;eflmf
dixcompUxioniSt 4lnflpiduf, exfrigUitdte ; eU quoq; meiix compUxionkt^ f
Sdlfus,excdliditdtevflccUdteinfubfldntidmediocri; compUxi^ tdcdUidt 6 Amdrus»
txcdUiitdte cficcitdtc in^xoff^i i compUxi^ efi tdiem eumprdceienti. 7 AcutMy
ex cdlidiute CT ficcitite In fubtili s complexio efi eddem, t A cetofwsy ex
frigiditate cr jiccitite m fubftamia fubtili ffnetdtur t tomplexio efi frigidd.
5> Stipticui, exfrigidintecrflccitite «t mediocriiedde eflcopUxio^ 1 o Ponticuty
exfrigidiate c^liccitdteingroljd j crefteundem complexionls cum Stiptico
Acetofoq;, Korum fdporum multdt poffcm ajiignAre operdtioncsccdufu opc^
rdtionumf ^udx conJiderundM rclin^uimut Medick» jS^DeScnfu» HAncformdm uult
huUui fub fe ^flum bL^muc contincre, fiy Recitantut
cutiexeiuiuerbiscoUigiLlnquitcnim^SenfuteflfemittAtusm Lulli vec- drbore
elementdli^ qui diJf>ofitui cfl rdtionc fenfUiux mfert£ ba. in elementdtiud
ej ue^tdtiud^ quod ex tUod^s nMurdle dnimdtunt
htd{hmdeducdtperfentire,cdloremdUtfrigiditdtem,fdmem v fi* tim dc tuihtm» Non
effet tamen mconutnientf hdnc fotmdm dccipert fudtenut cuilibet fenfui efl
dpplicdbilis. 3 9. Dc Conceptionc» * PErhdncformdm mteUigendx funt
conceptioaesndturdtefy qu£ Concepti* ddffnerdtioncmfenfitiuiucL uegetdtiui
ordinAntur. Ali^lunt ones naies etidmconceptiones.f mentdlcs, quarum pdrtui
func cxplicdti eimetales* 9ncs qux fcripturd» nutibut dut uerbis fiune.
DcDormitionc4. Dormitio uel fomnut efi dnimdUs perfeib uel impcrfeBi pdf^io;
ficuti ey uigilis^ hhic efl quodcd qu£ fenlibiit cdrent, ijs quoq; cdrere
ncccfje efl. Somnusdtiimdntibudnccefptriut efi dupUdS on* quk" decdufdi
primo ut uirtutes nAturdUs quibut uti nequdquam pofju^ reaniman-
mutfineiUdrumfdti^tionCyinterdumquiefcdnti fecundo ob uirtu^ ccffariui"*
tcs ue^tdtiudty qu£ continuo motu k fuis operdtionibut impediun* turiCT
hocuerum efje ex efftibbut cernitur ; exptrimurenim bomi- ms JludiofoStmultum^
fenfibus utcntes non admodum efje pinguer, S> ) obmA*- 1 M4 ob ntdldm
nutritionem (jux m t:h ft i ex oppojlto ucro quidm kuH uiuntur ignuuit^ ocio,
fomnodediti^quitdmpinguesfunt^quoi Somni gc
nilfuprd.Generdturautemfomnutbocmodo. Obciborumdecodio- neratio* nemyd corde
uapores eleudntur, cerebrumq^ petunt, qui Ji nimid ctre*
brijri^ditdtecondenfantury replentq^ uenM dcmedtun, quibui d cem rebroor^nii
uirtutfenfitiud communicatur j C2r fic ItQ^ntur orQind uel impediuntur ne
pofiint fenjationcs fudf exerctret 4J* De Vjgilia. DE uigilid oppofitum eiuf
quod de fomni ndturd di(km efl, con» jiderandum reimquitun conuenit pariter
uigilid dnimdntibun cr nihil dliud efi, qum folutio fcnfuum ad exteriores d^is,
per cdlork ndturdlis reiicrjlonem ab mterioribuf dd extiriord, *De Somnio*
Definitar T) txplicdturi quid fomnium fit, dicimm effe dppdritiom fomnium.
J^nem quanddm exrecurfulimuUchrorum a phdr^tjfldyptr com* pofittonem ucl
diuifionem uario modoconfiitutamy ad jenfum communem j quibu^ phantafmatibiu
homini dormimific effe ad ex* trd uideturut ipfa mouent, nu Uo cxtrinfeco
agente in ftn [unu per re* prxfentdntk modum : non jine caufa pofuimui hdt
pdrticula^ (per reprxfentantif modum) quonim per modum excUantk exirinfecs
qu^dam ad fomniorum caufationem rcquiruntur. Corpora enim cae» leftta
concurrunt adhoc; cum pbanthajid dccttert mteriorts pote*
ti£materialesfint,dcmdtcrijles obit6hrum ff>ecies retincdnt^ qu4t Coeli &E_
mfiuxuf ccelcflk funt rcccptiute» Elcmentorum quoq; qualitates di lcmentoru
fonmiumefjliciendumopcranturdc conducunt; ndm corpork pdrtes. ad ro'nii*iri
"''^'P^^^W"'^ pariter afficiunt quali» concurrut, ^'^> hinceH
quodfidormicntii manw uel pcdes m aqium fri* Nota. gidam ponatur, ftjtim fe in
dqufedere fomnidbit. Mult£ funt fom* fiiorumfj^eciesqud/srcUnquimmt, ,DeGaudio»
GAuiium fink tft potcnturum fire omnium : dppetit dnimalt timtt, irdfcitur,
proftquituraliquid, CTdliuiuitdttob dcUdi» tioncm CT ^uiium, qudtenut did^s
tttles iire^ie uel indire' Ae fequitur^ucloppolitumeiusuitatur. Efl^tiiium
rdtio qud 4nu tudl ic bono ddepto uel ddipifcendo, dut mdlofugiendo Utdtur»
44^Delra# IKdex concupifccntid oritur, dt4*, 41 Hrfcrogcnritaf. 42 Ingroffdtio,
4 3 liltgMdlrt/ffif. 44 IncoAo. 4 f Imprepibilitdit 4d IncodguLi t(0. 47lffii'
4 7 uil^h^ €p Penetrdth» 4.8 mjiammitio^ 7 o Kemifiio» 4p inquiMtio, 7 r
Rtjpiratio» 5 o InfclubilitM» 7 2 RctfflMaf 5 i U d Putrtdo^ 8 8 VniuerfalitdS,
67 Putrcfd Hio» S ^ VioUnidtio, 6 8 PorrofltdS, p o VflibilitdS» Tlures formdt
fdbricire poterts m undqudq; drbore, fl pjrtes omnes 4rboris conflderduerk dc
indd^ucris edrum partium proprietdtes, ^udtlocoformdrumpoterkhAberei quid Mt dixi
dliqudndo, form^ iooo proprietdtumafiignAntur, qut meliusm reicognitionem
ducunt qudm cetetd txtrinfeci prxdicdOi* Dedimus modum fMcdndimul tis formdSt
Sdt uolmm de /ormis dixiffe, dc de primd drborc. T DEAR. R ^> f ^ DE ARBORE
VEGETALL ris demc^ contempUtiodrbor(sutffalifyquonum fccundum nttur^ or» talis
ad ve- dinempoftlimpUxclfcquoirebwtconuenit.fcquituruiucrt.quo getancem.
melfcncbiUonconftituunturinec altiorcm gndum poffunt corpo» rea cntii unqu4m
coafequi, nifi ue^tans uitj prxfupponatur. Inh^c drborcomnufumconliderandafub
dupUci rationcy uideUcet qudte* nwi habent effetf^enhxtiuum CT uegctitiuum, boc
ettnim lUud prr» fupponit» DE RADICIBVS. AdiceshuiMarborkeiedem penitns funt,
qute pro etementsU arborc funt firiitatXi aquibus omnes arbork Jpartes fuum
effe dccipiunt : nec aUquidradicibtM oonuenity qum arborum par* tibut
fccundario conucnidt. DE TRVNCO, TKuncu/s efi qttoddm uninerfale corpWy m quo
potentiaUttr particularestrunciwntinenturdcreliqua omnia, qu£ iruncu fequuntur.
Nam uirtutenAturaUumaffntium qu£ m eo jun^ potenttaUterada^mdeducuntur* DB
BRANCHIS. BKancl£ funt quatuory fciUcet potentidappetitiudydigejUHd^ retcntiudy
cr expulfiud. Per appetitiudm quodconueniense^ pctitiua uefftantibwfy
defideratur, dc beneficio nAtur£ fruitur^ ?rouid4 uelatcia£li HAturd diuerfls
diMerfat trddidit uirtutes, quibwt conuenientiddttr^ bunturut m effe
conferuentur, Quoniam uero quod dttrd^m e/J, ad attrahentis membra roboranday
qu£ nAturalH calorls ui ac MrtM- te debiUoitA fuere, nunquam efl aptum, nift
membrk nutriendls flmile fiat; ob id opm efl difffiiua^ qua alimentum
concoquaturyac digem. rantnr ea qu£ f^eciem cr formam membrornfufcipere noo
apta funt^ £tioc TEt Idcalimcntum tfuodih extrinfeco ucnit, quii m tcmpdrc
impcr* ^ ccptibilinonpotcjltranfmutdri ac conucrti in aliti fubfldntiiMyoh
mbcciUcmtr>insmutantif aibonemcicpafircfiflcntiam: idco ncccft farid cfl
quicdam rctcntiuafacultast qua nutrimcntum tamdiii rctinc' Reteatiui^ dtury
quoaduiq; nutritio fiat, At propter impuritatcs abifcicndas, qu£mrtutc
digcfliux pottntix, d purioribusfubtilioribwsucfuntfc- g«gifno ; qutdam
inquiunt, effe cor, aOj controuer- neruum^nonnuUic^rne ;cum omnibus idem
pottris afferereiinteUii notadui* 'jgendo cor effe radicale orginum, non ta^us
folum fcd aliarum etiam potentiarum ; neruus uerb efl or^nnm defirens
ff>ecies j caro fufcipi* ens per tnflrumenti moium i caro deniqi ncruofa eft
totale or^num^ Veeius quoqiUniateuelmultiplicititemultx funt lites, qud/t fic
po Oeunitate .Uris fedare. Plnres funt uSus non raiione diuerfarum formarum et
plurali* fubftanlialiumy fedrjtione diuerforum contemperamentorum quali^
tateta£tus« tatum; aliud enim eil contemperamentum faciens ad percipiendam
ealiditxtemcr frigiditatem, aliudreffyedu humiditatis cr ficcitxtit, Affatus
(mquit LuUus) eftiUe fenfus, per quem mMifeftatio fit t» Dc Affatu»
fermone,quieftintraconceptmtCrd4texempU» Sicut homoquilo'
quituriUudquodcogitat, CT 4ttw flmiUter i ficut ttiam ^Uinaqus
tUmatxdfiUosfuos^ DE RAMIS 4 RAmihuius drboris triplicis funt natur^, ut fupra
oftenfiim e^ de qudUbet huius arboris parte ;crfutu membra unimaUum tam
mteriora qulm exteriora, m quibus Ht renouatio perut*, getatiuam potentUm,
compofitit per elementaiem ndturum, com municitio uero idfenfus omesper
fenfitiuam uirtutem^ T 4 DEIO DE FOLIIS, FOlid funt ediem dccidentU qu^CTin
prioribus drhorihus rept* riuntur, sub triplici tdmtn
rjitmeconfiierdtdicrhocrjttioni fubicdi A quo icnomindtionem dliqudm recipiunt
i cum igitvr • gnimdliatriplicis[intitAturx,Pc&dcciientidiniUk
fubie(htdcon^ Jimilif nxtura fiunt. Non ignormus hdnceontemplttioncmfatis effc
impropridm, fei fcquimur Frxceptorem DE FLORIBV8» OVerdtiones omnes qu£ db
dnimdliprouenirepolfunt^qudte' nus hdbct fffe,uiutre vfcntire extrinfccumy
flores iicuntur» Nfc plura ii^bit rdtio ut ie ijs iicamus, can in qudcunq^ /fre
4rbore,optrdtion€sloco florum hdbcdntur. DE FRVCTIBVS Quituora Tn»ai«ffttf funt
dnimdntid omnid fuh qudirupliciratione conflit* nimalium h^r^fi, quorumqutidm
funt igned quid inigneuiuunt^ dliquddk'» rpccics, red^quonism
tdUlocofruuntuT^nonnuUd ttrrcflrid.vqudijm 4qued; ii(iinguunturigiturinqudtuorcUlfef.
No« eltprafcntitne* gocij dnimdUumfpeciesnumerdredc eoruniem proprietdtcs
oflen» dere,Q^iieijsmuUdcognofcerecupit,le^t Ariftot inUbris ie porid, ie
pdrtibus^ CT ie generdtione dnimdUum, DE FORMIS. ItHter formdx dnimantibus
conuenientes ifl£ qud^modoielinidhh muslocumhdbent,qudrumcognitiononpdrum
utilis erit*. Bt ne iiipLex fit Ubor nofler, formds unJi coniungere uvlumus,
qu£ ^nimdUconueniunt, qudtenus e(t exterioribus fenfibus dc intcrmi» bus
fenjitiuum* l Apprxhenfio. ' /^AflutU, 1 n ppetitus fenjltiuus, ^ Auidcid. 5
Alfenfus, 6Affmsd^Ut, 7 AeflimA* Hf tf Atdiittdtios 28 Intdgindri, S Auditiu
diiut» 2p inffnium. 9 0 lrecies in fenfucommuni recipiuntur Uuiut fenfus
ncccjiitM efly ut de fcn fmm exttriorum fft^ ciebui iudicium fucidtiUndm ab
dlid diftinguendo^ dtq; ut fit dUqus potentid que cognofcdtuifum uiderCt
duditum dudire, cr fic de reU^ quiffenlibui;ipftenim ob eorum mdteridUtdtem
nequeunt fuprd fc ipfos uel proprias optrdtiones d^m habere rrflexiuum ; qui
tdmin De im.igii= fcnfuicommuninonrepugtuLt. Imd^nAtiud ftnfum communem ftdtitn
^^^offi^io^ /f ^ Mi>«r, cMiwi pro^nnm f/? cj« db eodim jenfureceptdsconfcr»
^ * uirezrretinereinAm fenfusconmuntis t^ntwn retinet ^ecies exti4 riorum
fenfuum dum m obieiU tendune, inimdgindtiuddutemdM conferudntur^ Aeliimdtiud
hoc hdbet priuilevium ut imdsinAtiudtn ClUlUelCOf^ r r ^ n t • • r gitatiua e
P^q^ ^ttiiiinonidrtturtirumj^tcierutn conferudtricem^qux dh tfiimd* tXHd uel
phdntafid funt fabricdtx» ideodlid potentid ddri necej[drium eji, qu£ dppcUdri
pottfi Mtmorid fenfitiud ; qu£ non ejl eddtm cum De Memo- inieUediud utquiddm
fdtk inefjicdcittr probdnt^ dc txiftimdnt. Et 'ia fcnfici- flccompletus
eflordoudldcddmirdbiUfinttrhdfcepotentidf. Dcrc' minifctntidynihil omnino
dicere uolumm»cum dmemorid non diffvrdtt nifi in qudntum memorit funt proprix
jpecies^ rtminifctnti£ utro dUtn£. Stcundum hdt pottntids td qux in
pritcedentibu* drboribut eontintntUTj confidtrdri pottrunt DE RADICIBVS.
Slmilitudintsrddicumrtdlium drborum pr£ctdtntiumthuiui drt horis funt rjidices,
ut tdlesfimilitudines fbrmdliter ueluirtudlitcr u°? interioribuf potentijs
obie{h ofleniuntt J^diere hds pirticuldf U|*tuau"cc ntceffariumfuit,f.
fvrmdlittr utl uirtudliter, qutd non omnes rddicts^ jcn cat,
propridfbdbtntJpecieseMreprxfentdnttSjfcd uirtutt dlidrum notx fiunt ; ut
pofjumus dt bonitdtty ucritdtt, cr dlijs dicere. Hoc idem de Rclati oncf
quibufddm dlijs inttUiffrepottrlty ntmpt dt reldtiotiibut tdm intrin- qaom od o
fecui dduenientibui qum txtrinfecm i qu£ rdtiont funddmtntorum^' titftum
cognofcuntur. DE TRVNCO A^borlsimsgindistruncufexfuif rdiicibus confiat ; dtq;
tfl fimilitiido coiifufd truncorum reliquarum drbortm ic quibut trdd^iuimas :
in quo funtjimilitudines truncorum pjtrticuU* rium.Quifintilii trunci
ptrhuncrcprxftntdtinon efioput rep^erc^ atm fupn bis falttm hoc minififldium
fit. DB BRANCHIS. R dnchx ifiiM drboris funt fimilitudines brdnchdrum drhorUm,
ie quibu^ fuprd Ohonim ucro nyn omnes iU t brdnchje fuam poffunt
ciufdrclimtUtuiintm, ut p^ttt de potenti^ uiflui, audi- V 2 tiudM B 14^ tiud»
guftdtiud» trd^ud^ cr dlijs in drhort fcnfudli nttmerdtts cr dt0 cUratift dc
etidtn de brdncbis uefftdntisi quid interiores potenti^ obie^ potentidrum
exteriorum cognofcunt, non dutem ipf^s pottn*. tMU,nili per opentiones CT
dCiusiiieodddiiusMlddtdUdiritudUm fecundum ordinem fupe* riui obferudtum
mdnifrlldbimut, oficndendo quds pdrtes flbi conuc* nianf. DE RADICIBVS» HViws
ndtunerddices/ffiritudles funty cumcripfx/lt J}>iritud- Inter hui* Lis ;
intcr quM txmen non efi dnnumerandd ContrartctM, pro* *f borislra- priecontrdrict%tcmdccipicndoy
quid m cdnec qudUoLtesrc* c5crar?crat periuntur, in quibut funidtunSiuero
contrdrietds confideretur pro ouiic^ repugndntid dliquorum iuorum aiiquoi
tertium diuidentium, ibi uti^ ^ repentur, dc m omnibus qu£ fub ente continentur
; cr ueritu in ijs qu£rdtionc difjrrcntidrum V nonmoiorum intrinfecorum ai Wio*
cem pugndnt, DE TRVNCO. TKuncuiefl qu^ddm fubfldntid gencralis CTconfufdy qux
plu* ParticuT» rimat fubHantiat parttcularcs ac Jpirituales, fed corponbus
explicaict ndtasconiun^ ln ratione /vrmx in^rmantiSyiiciturpotentid* definitio-
luer continerc. tion absq; ratione m hdc definitione plures particuU ncm»
€XpUcdtiu£ funt pofitx, ut magis buius trunci adtun cognofcatur, ac difaimen
buiits dtrunco drboris dngeUcalis. DB BRANCHIS. N^turdh^c ff>iritualls
tribus brdnchis confidt, qudrum prior int(Ue^tseft,poftecie inteUigibili. R
huUus dehk tnbus branchis differendo ek applicat formas conuenientes^ quam
proUxitatemuitamuSyCum modum appUcanii formas entibus omnibusttm pcranimaduerfiones
tum per expUcationem traiiit' rimus. DE RAMIS. RAmi iy?iKf natur£ funt concreta
effentiaUa brdncharum . f in- Ra m i cn teUediuumy inteUigerCy cr inteUigibtlc
ipfius inteUe^us ; uot meraQCur, Utiuum uelnoUtiuum, ueUeuelnoUc^
uoUibUeuelnoUibile,uo» tuntdtts; memarue uero memoratiuum, memorariy
memorabile, Su6 iflif expUcatdrum poteniiarum concrctk effentiaUbuSj omnid
entid continentury in rationt obiedcrum, a&u^ potentid propinqitdy CT
remotd, i pprxbenfibiUum. DE FOLIIS. SVomoiondturtiftifoUd, €onueniunt,qu4e
fuptd dlifs drboribus conuenire iocuimus ; uerum tamen eft, quoi absq; labore
uUo o" t meUus cathc^rix a nobis traiitx potcrunt appUcdri^ Siper c4»
the^rias Ariftotelis ie JpirituaU ndtura finitd cr Umitdtd iifferert
volueri/s^qudntitdtem tibi fume difcretam, quaUtxtem innatam uel dcquifitam^
reldtionem dd principium eius produibuum dut con» feruatiuum uel etidm dd
operationes diutrfdf qudm operdtur, dHioi nem pcrmouentis vinformdntk modum,
dutmouentk tdntum; pdf* fhnem qudtenus primi principif recipit inteUe8ionem ;
cr fic dt dUjsfuomodo. Siuero peromnes iUds cdthe^rids nequdqudm pott* rk
difcurrere dd propriM confugito, Kdy: LuUus hdnc drborem ex^ ninando per
cdte^rids omnes, ubi de babitu differit artes mecbdni* CM dcfcientidf enumera^t
i cr rdtioqux mouitipfum dd pertrdfkw dum de ijs hoc in loco, ej non in
cate^ria de quaUtattf r/?, quia fa» V 4 cultdtes o Artes ct U', fuluta iftje
qu4s ftib brcuitdte tdrtffmns in finchuius opnts, plum cuitaKS o.
AdiUiigtndo,quiif Pigrippdinlib. dcVdnitdttfcientiarum cnumerdt, mnci Ju :.i
i^tiruiiuntdrtificidles^quiA ndturaUbus cmdndnt. Holo difcutere pitc !li 1^
fiiij}fn(Yit uel mdle f cr dn eius rdtio udlcdtf ficaisignlt Secundum
udrict4tem hdrum fdcultdtum uel habituum edruiidemip ^prii ob-
proprictdtummultse fDrmxpoterunthuicdrboridfiigndri, qudtcnus iccia^ jiu furd
corpordli dclpirituali confldt. Hdbitus iflifire omnes, homi- ni conuetiiunt
non rdtione dnim£ tdntum, fcd coniun^i^ DE FLORIBVS4 Verdtionesdb dnimd
rdtionaliprodeuntesflbiqi peculidres fT \nonconin^ijfunthMUS4rboTisfiores
quodddlterjm pdrtcrn cotifiderdtx* At operdtiotics qus dmmdconcurrentedccon
porcy funt fiorcs drboris humdndlis ex corpored iyf}>iritudlindturd
€onftitut£, DE FRVCTIBVS. NHcefJe efi hicfiuChisconfiderdre,utdb drbore
hdcexutrd^ ndturd confiitutd proueniuntj quonidm rdtionefj>iritUdlis nd* ma
anima turtfiv^lus nuUi ddri pofjunt in effe fimpliciter produSlu non gcnc-
qni^^tiimddtimdmtiongenerdtnec producit, ob immdteridUtdtem '^^* qud feperpetuo
confcrudre polefi m mdiuiduo, Tiunt etenim m cor# ruptibiUbui generdtiones ut
tdUd in tcuum confiruentUTyfaUem \n 'ff>ede. Generdt tdmcn dnimd fccundum
quid, qudtcnus obit^lum quodpotcntiderdtinteUigibile, diUgibile CT recoUbile,
fit ddu tdle uirtute inteUc^ius, tioluntd tlSy ucl memoride, qudrum uirtiulem
fdUi m imginem gerit, dd mfitr fiuiim refj^edu fut cduft uel drborls. ¥ru* t
Luiii* €endd/fiproUxiatemnonuirxrtmus^ hoctimen fcire decety eleSHo* nem
tintummodo ex oonfequenti prudenti£ conuenirey mqudntum iUHiontm ptr conliUum
diri^t. Oihfunt pdrtes prudentidm 'mtt' Oflo^^tcf
grdntes,qudruvtquinq;fibiconueniuntutell cognofcitiud .f memo. prudctiac f M,
rdtioy inteUe(lu4y dociUtM dc folertid^ tres uero ut prtcipit .f prouidentid»
circumJpeBio^vcautio, dequibu/s trdfkt D. 'ShomM ^^J,/^ m fecundd fecundx,
TortitudofectmdumLuUumeflhdbitu^a' uirtufy per qudm ho» OeFoititO mines funt
fortes contrd uitid, cr nituntur dd Uicrdndum uirtutes» dinc» Hi/ic definitioni
dUudit TuUj defcriptiojnquientir^ Tortitudo efl con» fiderdtd periculorum
fufceptio,KJ Uborum perpefiioMiCc uirtus md^ gts d potefldte perficitur qudm ab
dlijs radicibus, quii prmcipdUor eiwtd^isellimmobiUterjiftere m pericuUt,quod
poteftdtem mdxit ndm dicityunde CT Arifto. uuU quod in fuftmendo triftid
mdximd,ll 3. Ethl. aUquifortcsdicdntur fedminus prmcipdUter; tion omnk
firtitudo tftcardinAlHuirtm.quidfipro fortitudine dccipidtur firmitdx quX' dim
dnimi^ tunc conditio eft qutedam omnium uirtutum qudrum pro» j jg, q, prium eft
firmittr ty immobiUter operdriut inquit D. Tho: 1 2 j, ai: i^. Ver tmperjntidm
repriinuntur conatpifcenti^cTdele^tionef, pcTepcri- non qu£ funt fecundum
rationem, fed qu£ rdtioni dduerfantur, CT
qudtenu^taUsdeUfbitionesfuntcdrnAleSyUndelfidorufdity Tempe Hb. Etym. rantid
eft qudUbido concupifcentidfi;refiendtur, cr Ar: uuU tempet 3» Ethi* Tdntiam
tjje delc6htionem a{his moderdtiudm^ Nw ed qu£ JtD. AHgM. dicunturhis
refia^ntur, quando ait. Temperdntideflmcoer^ j^qj! g^^j.
cendisifsqu£nosduertuntdU?tDei,quonidmibi loquitur de tem* ca. ij^» perdntid,
qut cfl ftnerdlis uirtus cr non JpecUlis. Certum ndmeCiueorumqua eiui
capacitdtem excedun^ ddquietdmenordtHAturi quddam ei quoq; debent conuenire,
quibui Humana ilU pofiit dttinffre» Qjtx humandm excedunt fdcultdtemeft ipjeDem
facultate,^ acbedtitudoy wteUeik cr uoluntdte dttingibtLid,quatenut inteUe»
excedecia. ^utperfidem iv/ormdtur, ut ed qu^e lumine nAturdli percipi ne^
queuntyUerd effe creddt, CT uoluntdf per Jpem m Deum mouedtur, dc Virtutes
percbdritatemeofiudtur. Hdc dicere uoluimus ad oftendendam «ir* •^* od^o Te
theologicdUum fufficientidm,fed quid qudUbetfit modo oftenm excedat 6c '*'*
^^deSyJpes v charitas ideo theologic£ uirtutes dicuntur, quom, non* theologicum
obie^m re/piciunt, nempe Deum fuper omnid be* nedi^umy C hi hoc tmUdm hter fe
hdbent maioritdtem uel minori* tdtem,Uceted ratione qud und
propinqutoreftDeodlid, fecufoplM^ 4undum fit;ndm chdritdf qux dmdto dmans
coniun^t, fidedcjpe perfi8ior eft,cum ift£ quandam diftantiam figntficent, iUd
uero con». iun(bonem, propter quod deipfd dicitur. Qui mdnet m chdritdte, m i,
loan. 4« mdnety cr Deut m ro» LulUi6 n 6 fidcs,ut ait LuUuty eft uirtut qut
compeUit inteUedum dd dffir^ tccipicfide mandum ud ne^ndum pofitUte lUd qu£
uerdfunt. HicLuUuinon pcoprie. confiderdt fidem theologicam, fed indiffcrentem
dd acquifttam cr fttfam i quonidm de omnibw quje uera funt non eft fides mfufdy
fcd dc Deo tdntum, tanquam de obtedo formdU. CT de trdditk m fdcra fcri» pturd
Mt de obiedo mdteridli^ Fidcm igitur U€rdm CT mfufam optimc D. P4lf« i>.
Pdulitfdepnit qudndo hquit, Tiics efi fublldntia ff>erdnddrum AdHeb. f f
rerumy ar^imentum non dpparentium ; ndm ut dit D.ThoXum ddwt »x.q.4»
fideifitcreiereexuoiuntdtisimpcrioy debet fignificdre ordinem dd obieiium
InteUe^ui cr uoluntdtk ; obiedum uoluntdtk efi res ff>erd* tdyfidei ucro non
uifx: qu£ duo obie&a, explicanturycum dicitur: Sub» fidntid .1. primd
Inchodtio rerum fperdnddrum in nobls per afjenfum fideii cr drgumentum non
dpparentium . i, eorum quibiis firmiter affentiendo ddhtremw. Quid uerb ex
frequentdtk ddibui credendiy Fides.rpcf,
/}>erdhdidcdUiff-ndiDeum»hdbitu5'iUis ddibus confvrmes generdn ficcharitai
tur.ideoprjeterinfufMhdfceuirtuteSjdcquifitdsquoq^ in homineeffc *cquifii«.
affirmaredebemits* SpescumexfententidD, Augufi^fltfoUusboniardninondddlium
Enchir. fed aife pertinentH, ideo ad uoluntdtem pertinet, cuius proprium ^^?* ?
' in ente fub ratione bonifcrri ; cr non in quocunq^ ente bonoy fed in ^** iUo
quoi omnem habet bonitatem cr perfe^ij^imo modo.hince^ Spcs quj^j quod LuUu^
fpem definitns, dit. Spes eff uirtu^ qut ait Aut alterius ': quoi perhoc uelit
inteUigere in ratione p nts, fed in ratione excitdntfs, cii- iusmodifunt
dnfflicufloies, cr boni homines^iuelprafupponentfs, quidfiiesprarequiriturfperdntiiundea'
ClolfafuperiUud Math^ j . Abraham^nuitlfaac: inquit.i. Fidesfpem. EtquodRay.
loqud' D. Tho, la tur{dcuerdJpe,patet,quandodit,Adquemuenirecreditplusper po-
»/• iefldtem crc« quam fuam. 7» Chdritat di uoluntxtem quoq- pertinet, cum eius
obiedum flt De* q y^^^ us fub ratione diligibilitdtlSy uel proximum ut in Deo.
Kdnddtum hd* tatc tfcmus i DtoydTt lodn, qui diligitBeum, dili^t fratrem fuum.
Per hanc enim uirtutem utfupra diximus, homo Deo coniungitUTy c ob
iduirtutumomr^iumeflexceUentiflimdy ut ttidmD^ Vdulus teftdtur |, Qqj tiki
inquit, mior horm efl chdtitM, Nfc dUqud uirtus fimpliciter * ' X 4 ueri too
Mrru flne chdritdte tlfcpoteli, ut iicm fdtduteoiem loco dit. U l^t connt-
Ihibuerofyf^CbdritcLtemvc. nihUmilnprodcft.Rdy: LuUus con$ xione vir- neiiit
qudmltbet uirtutem cdrdinAlem cumqualibet cdrdinali dc tht* tutum srh ologicdy
qudtenucunddUdm infDrmdtiquodutmeliuscognofcj^jexc' Lullu vidc quxdam
fubijcerepldcuit. DeluftitidO' Prudentid dit. Frudem excmp 4. ^.^ iijponit
iuftitix obiedd fud,in qudntum inquirit licitd cr iUicitd»
quideftoperdtiointeUe£lus,quiiUdinteUigit* De Tortitudine c lu*
fiitid.Fortituioiuftitidmfortificdtcontrd iniuridm tunccum bomi" nes
fvrtitudine utuntur. Sicut iudex cum tentdtur ut ob pecunidm det fdfum
iudicium, ipfeconfiderdtfDrtituduiem multipUcdtdm ex boni^
tdte,mdgnitudine,fdpientidyUoluntdte, uirtute,ueritdt€ CT gloridB qu£ meliord
funt qudm pecunix, cr tunc contrddicit iniurix cr fortts remdnetijifuoiudicio.
De\u(litid(jlide. Vult iuftitidquodinteUe» Hus feip fum in crcdendo utrd cr
dltd cdptiuet, licet ed non wfcD/gtf * D« luftitid cr fpe. Uftitid prxparat
ffiei fud obie3tk,in quantum iu* flum e{i,quod homines mdtorem Jjjcm bibcdnt in
poteftdte Det,cr in eius bonitdte,mdgnitudine,a' uoluntdte, quim in poteftdte credtd».
Fer horum cognitionem tu ipfe poterk per omnes uirtutes difcurrert conneikndo
qudmlibet cum omnibus. Trdiiat LuUus de quibusddM alijs uirtutibus mordUbus qut
numero funt 1 6 cr dprioribus depetu dent, de quibus breuijlimis uerbls dUqud
dicemus, 1 Sdn^itdf eft iUduirtus, per qudm fdn^i funt innocentes CT 4 ptc»
cdtis mundi» . z ?dtientid eft uirtuSy perqudm homo pdtienteromnid fuftinet^ 5
fibftinentid eft, per quam homo db lUicitk cibH fe dbftinet* 4 WumiUtM eft,
perquam homo propter Deum fc nihil effe reputdt.. 5 ?ietdf eft uirtuSyqud
cordlt bona afjv^io fe extenditdd parentes CT patriam, cuUum eis exhibendo. 6
Caftitds eft uirtuSy per quam concupifcentid 4 rdtione cdfti^tur» • Ldrgitds
uel UberdUtds eft uirtus, qut confiftit in medietdte qudda^ circd pecunids uel
diuitids. 8 Le^Utdx uel jideUtdiS eft uirtus, qu£ id obferudre fdcit quoi promissum
rft« p Prr cotu y Ver conftdntUm.homo pttfcuctit in hom pVopofttol I o pcr
dUi^ntimt ju^ chariatis funt homines qu^ruiU ae pigrU tim peUunt, I I
SumtMhominesti^tchdritAtkumcuto, ut pdtientidm cr hu* miliatem dmple^tiinturt.
1 z ConfcientUt, ntione timork ii cdufttf ut homines hnum fdciint milumq;
uitent* I 3 Timoriifljicit,neDeum dut diipsuoriinAtdlomines ofjvnidt». Conlritio ejl iolor perfeChs ie peccdtk
commifis, cum propoJU to non peccdniidmplimt. 1 5 Vcrecuniidy licet non fit
proprie uirtuf, tnmen ejl pdfio qujtidm Iduidbilis, qud homo turpituiinem
timet, Obeiicntid eftuirtus, qud homo liberfe dlietim uoluntitifubijcit
propterDeum, DE RAMIS. PEr Tdmos dUdrum drborum potefi hdberi cognitio rdmorum
huiuf drboris, fei potij^imum per rdmos drboris imdginAlis^
QuosjiiijlinBiuscognofcere cupls, hdbeds potentidtuirtuti* hustnformdtdf, d
quibus conftrmes prouenidnt operdtioneSytcrmf nenturq; di obieih qu£idm ; crjic
habchis uirtuoft drboris rdmos, qui di uirtutum muUipUcdtionem pdriter
multipUcdri iebent^ DE FOLIIS. FOlidyfuntdeciientidiequibus fuprd muUotics
loqiiuti fumutp conformiter uirtutibus dppUcdtd. Non icbes imagijuLri uirtu»
tcm pofitionem locumq; hdbere propric, cumfit Jpirittidle quoi* ddm dcciicns
ih£c tdmen hdbet eomoio quo in Cdte^rijs trdttft cendentij^imis expUcdtum efi,
DE FLORIBVS FLoresuirtutum funt meritddcquifltd;crdiuirtutum iillin^» oncm
fequiturmeritorum Helfiorum ii(lin^iO ; imo rdtione rdt X dicum. t4» dicum, qu£
udrib modo uirt)tl^s pnpciuHt, flous diutrp pofjuni coUi^idb urtAcadmqi uirtutc
puUuUntcs. DE FRVCTIBVS. DVogenera funt fruCkum huiut arborls, frimum efl
merctt mentorum, qu£ uariatur ad uariationcm uirtutum, fecun» dum eft feruitui
ac honor Deo exhibitus uirtuosc. ARBOR VITIORVM. Itihacarboreconftderantur
uitia utrtutiBu^ oppofita priuatLUe; quorum cognitiononparum proderit ad
uirtutes cognofcendast^ dequibu^aCbmefi: nam oppofuum inoppojiticognitionemaU»
^uam»deducitf DE RADICIBVS. HVitw arborts radices prmcipaliores quatuor funt,
uiielicet malitia qut bonitati opponitur, ftultitia lapientue, faljitas ueritatiypriuatiofiniSifinipoJitiuo;
qu£ tamen ab alijsrd' iicibm exceptk bonitatCi fapientia, ueritatCy cr fine
mfbrmantury ac tas mformant unde non minus uerum eft dicerc. Stultitia
magna>du» rans,appetibil{s,cognofcibtlis,fyc: quam magnitudo {^ulta,falfki
nia[a,acfinepriuata:di(currcndo per radices omnes tamablolutoi quam
ref^eChuax,huic arbori conutnientes. TRuncus ex radicibus fuis conftat,qui
diciturmos confufu/icT generalis fed prauus, m quo particularia uitia funt
potentiali* ter contenta, qu£ perlibtrum affns ad aChim reducuntur, pro Ut
tfoluntas inordinAta id quod deberet refutare» eligit^ DE BR/VNCHIS. PFr ea qu£
de branchk arboris uirtuofe di^ funt.habetittum dentiam fatis cUram, qux de
hHiui arboris brmhis pojjunt di* ci^curm. ti, cum oppofito moio fint
eonfiderdnii. Septem prmipdiores bri» chx dfiign^ntur, uidelicet
GuU.cuiabjlinentix opponitur ikudritii Numerai cuiLiberalitM uelUrgitas
aduerfatur; Luxuria qujt ptr continentiam ^ toUttur j Superbid pcr humiUtatem
deflruitur ; Accidia per diUgenti gj'-^ oppo- «wi ; inuidia percharitatem ;
CTlr^ per manfuetudinem uel fuauitdt tem ; de quibwt omnibui poterk difcurrere
conne6kndo quodUbet ui* tium cum quoUbety quemadmodum de uirtutibm di^him efl.
Ab bis puUulant ac emanant uitia aliay qu£ nominare placetcum fuif oppO' fltkt
Iniuria eficontra iuflitiamy mdifcretio contri prudentiam^ de* biUtix cordi^
contra fortitudinem, intemperantiacontratemperam iidmt mfideUtaf
fideUtatiopponitur, dej^eratiofj^ei^crudeUtan chd* titatiytraditio
defrnlioniyhomicidium diUBioni proximi, Utrocini' m UberaUtdti uel
temperantijey quia per guUm ut plurimum tatrocinium committitur, mendacium
ueritati, maUdiBio charitati^ impatientU patientix, mconflantU prudentix cr
/Drtitudini, im^ tmindicid fxn^litati, pigritU diUgentije, cr mobcdientU
obedientie DE RAMIS, RAmitfunteffentLiUd correUtiud uitiorumy quibut uitid
gentc rantur iflcuti^iU rdmi, funt adiuus mordinAtm appetitu/s comedendi, d^uiy
cr correUtiuum ific crde reUquisuUijs fenticndum efl, DE FOLIIS. FOlU funt
nouemdccidentUyUitijs coouenienter dppUcata ; quo' rumnonnuUd cr uitij naturdm
foUnt dUffre dtq;mutare^t reum ante iudicem uocarty ac etiam punire, iuxa
iudicl/s uel \n:pera0 torts decretum. Tnquifltores ut inquirantt an a miniftrts
utl alijs bferui» d£ conftitutiones^t poftea tim ex parte uendetis qum cmcntis
snmd prxcij pro quatit4te;pro qualitMe^bonitat rtiucdit£ dtq; pecumarUi Yj
proreldA pro reUtione mplor C ueniitory ftc de dlljs lolijf cohpicrdniA
DeFlorib' flores funtiudicixlmperdtoris fuorumq^minijiroruny omnesq; \ms
perdLtoris ddiones dc operdtiones reUt£dd fuipopuU utilintem^ uet
regimentjiores quoq; pojfunt dici, idem cenfedtur deceptio» Diffdmdtio,
Turtum*. iMxurid*. Proditiot Vomicidium, Blafphemid* Inobcdientid* Menddciumt.
Indiffntid, fortuna. Voluntdrium, Ignordntidt^ Obliuio» Libertdt* Seruitut,
Vrtefumptio^ DE ARBORE APOSTOLICALI. QVs indrborei/lu fintconlidcrandd,
mdnifrlla reUnquuntur cx bis i qux in typo arborum ntdmfiftdta funt, DE RADICIB
VS, Trunco, et Ramis» RAdices funtCdrdinAlesuirtutes dc TheologicXt infimtdtxi
rddicibuiunius,bonicxte,f mdgnitudincy CT dlijs omnibut. Supra mdnifrftdtum est
quod eodem modo radices non sunt omnibufdrboribufdpplicdndtfcd secundum
exigentidm ed rumaieo non eft opws repetere. TKVSCVS eft perfond generdlis,
Tdtione /piritudlis poteftdtiSy cr eft fummus Vontijixy ?etri j/wccf jjor C
lefu Cbrifti Vicdrius j wt quo cxttrx dignitdtes eccleftdftict conti- Hentur
potentidUtcryreducunturq; dd d^bim per optimum rddicum ufumfummiPontificlf. Hic
truncus potcft confiderdri qudtenus eft bonus uel mdUu, cui CT conformes
rddices funt appUcandx; non quoi ttdturd fuiunqudm pofiinteflemjlje,fedrdtione
prduiufus.^KAii* CHAE funt CdrdiiidleSy Pdtridrchx, Archiepifcopi, Epifcopi,
Ab» bdteSy PrioreSt Miniftri. CT dlit perfonx communes eccUfidfticx^ quorum
officium eft, curdm torm ffrere qui fibi creditifunt, E/i optimd brancdrum cr
trunciconcorddntid, qua medidnte, inter bxc duo confur^t pcrfi6ho reUqujrum
rddicum^ contrdrietdte exceptj» hocfuppofitoquodconcorddntidfitbond. RAMI funt
qudmplurimi, inter quos etidm funt iUifeptem quos in drbore imperidU expUcaui*
musy proprij uero funt decem prxctptJi decdhgi .f Vnum DeHmco- Prxcepra
lere^Sdbbdtum fdnibficare, Komen Deimuanumnon dffumere» Va dccalogu rentes
uenerdri^Teftimoniumfjlfun non perhiberetNonfurdri,tion occidert.Kon luxurijrit
Non dcfiderdre dUeriwt uxoremy Neq; rent proximi, Worum prxceptorum
fufficientidm optime mdnififtdt Ec ]i. ^.sntiar* cUjix doBcr cr CdrdinaliA D.
Jionduenturd Nrfm cum prxceptd (fu ^ ift ^ 7. q. 1 pUcid fint uidelicet primx
tabulx cr fecundx tabulx i. quxdam re ^"fiiciecia fi>e(lu Dci, CT
nonnuUa rej^eik bominumi omnia adu perficiuntur; j^^i^ Y 4 quid^ui t6t quiA^sfi
er^lifmelltunedHutdicifuroptfk uet orls dut eof^
dls;lioperishdb(!turddordtionispr£ctptum,llork, iUui quo pro* libetur Dciudnd
vmocdtioifidutc cordis, dliui bdbctur ic Sdbbdthi fan(hficdtione. Siuero tdlis
dftus efl f rga homines, dUt tft fecundum inuocentiam dut bcneficid cxhibcnid,fihocmodoypr£ccptum
dc\pd» rcntum reuerentia hAbetunft primo moio, uel eft fecundum diium cordiSy
oris dut opcrisifi tcrtio modo,dut cft pro confcrudtionc pro* ximi» cr tunc
habcturpraccptum de non occidendo, ucl fpccici, ejflc prohibctur luxurid, ucl
dcniq; opcris priccptum eft de bonorum co» fcrudtione dc polfefiionc, ut eft
iUud No« fiirdri } fi oris eft^ iUud habctur, Konfalfum tcftimonium
perhibcbis,* ji iuxtdcordit De prxcep
^^iinuclcftdenonconcupifccndddltcriitfuxoreyuclre, Etflccftcx* tis uctctis
plctu*numcrusdcnariuspr£ceptorum4Aliter Kdy, trddit pr^ccpm lcgif ♦
torumfufficicntiam quam pro nunc omittimus. In uetcrilegc fucrunt ccremonialid
cr iuiitialid prxcepta, qutcpoft Chrifti pafiionent fuc» runt cuacuata,
diucrdmoie tamcn : priord flc,quoinonfolumfunt mortud, fci ctidm obfcrudntibus
mortiftrd, fed poftcriord utiq; mor* tudfuntnontdmcnmortifird,niflfubditiiulfu
Principis iUd obfcrf uarcnt tdnqudm hdbentid uim obfcrudtionis ex uctcris lcgls
inftituth oncy quid tunc etidm mortifird tffent^ In uetcri quoq; teftdmcnto
multd funtfcriptd cr trdiita prxceptd, qu^mordlid uocdntur, qus Deut: 18,
adcddccdlo^rcducunturyflcutiliquetuidcrc in pluribus fcripturs ^ ! /.. i^^jg^
^j^^ funtobferudnda non cxui inftitutionis,ficuti iudicidUd CT ?! * ^ M ^uid
hdbcnt cfficdcidm ex diOA» Exo. . ' ^in^i^^dlisrdtionvs DE FOLIIS. HVius
drhoris folid qu£iam funt proprid crqurddm eommu* nid } proprid funt feptem
EccUfix fxcrdmentd cr regtiU omncs in iure cdnonico fcript£, communid ucro
eadcm funt de quibui in dlijs drboribus diiium cfi, Uon concediturut diutius
Augu». p£ mdne* Ildmdncm, pr6pterimpedimentiqu£d4m quibtu fum agCks iter Quare
aa-* umperc* Dico i^tur quodpropterbteccoaCiusfumbrcuibuf boc o- torin fe- puis
dbfoLuerc, atq; propru uoUtnati morem nongcrere, Si boc aon ^ "cntibus
effcty de Sdcramentn muLn cr quidem digna, tradcrcm, ZT m reUqUH J^jj^
fcntentiamLulLifufiu^explicarem} diutna tamen adiuuante grdtia, brcui tempore
Uiorumdcjideriomeoq; fatHfactamy ubi artem brcucmcxpUcauero, Ecclefix
Idcramenta funt fcptem, qu^ tantum ^ ffominabot v dd quid jint ittjlituOL
ojicndma, Bdptifmu6 ordt^ *'1 MtM efl ad toUendum pcccatum originale^
Confirmdtio in remcdium 5. a m . ifUbiUatk fj^iritualis. hucbanfliacontra
faciUtitcm ad pcccandum^ De Sacra- xPanitentiacontrapeccatumA^hiale. Extrcma
un^o contra peeca» mencii* Jtorum rcUquiaSi Ordo contra dijfoUitionem
muUitudinifi p" l\Atri* momum contra carnaUm conwptfccntiam DE FLORIBVS &Fruiflu.
jT^Lorcs^ funt quatuordceim articklinoflr^e fxdei^ m Symbclodpof Quatuor-
jH^JloLorum explicati, quorum feptem pcrtincnt ad duanitatem, CT dccim arti ^
feptem ad mcarnationts myficrium, Priora funt btc ♦/ de unitx- culi fidei* tt
Df I, de pcrfonarum trinitatCt tribut articulls expUcata, de creatit
pneydcfan^bficatione^ de refurreihone CT ^teruA uia Poficriord uero funt de
Lhrifii conccptione,natiuitate, pajiionCy morte, fepul» tura, de defcenfu ad
mftroSy derefurrcBioneydeafcenjlone CT de adt uentu ad iudicium, Sub uniatecT
omnipotcntia omnia dudnd attrit huta contUtentur. Nr c iticonueniens eji, ut
quampLurima naturali ra* tione cognofcantttr, nt de fapientia, bonitate cr
ali/s notum eft, f^onitd(, Mdgnituda, CT c£ttr*t ContrAtie» «f» TXCfpti, quoniam
catcfiid aorpoYd dlicuiw qudititd con
'ifUptitt£nonfuntfufceptifnUd.Tr«ncmrftqaoddm corput commu^ ni : o ff T .1 >
ndtum dd motum cirenlirm ac ptrpxtuumyntqudqudm corrupth jp .idci(r2^ hordrumy
quo motuc^teriorbes mouentur. Cfcrjr* Firmame M^^^^ ratione perf^icuitdtk dc
trdnfpartnti£ flc dicitur, quci tum. f^Yirmdmentum uero fieUk fixk CT mnumerk
abuodati . quodAflronomiprimummobileuocdnt^ BRANCH^ . IMdgindti funt Afironomt
m coelefii Jf>hardy pr^ter multipUcn circulos edm itqudiiter uct in^qudUter
diuidentes, circulum efje Zudiaci» qucnddmedndtm in pdrtes ^quales diuidentemy
obUqwe tdmen^ cuifolum Idtitudo adfcribifur. Duodtcim efi gru duum, quorum fex
ti Delineae. reUquk difiingtiuntur perUnem qudnddm, qu* ^cUpttcd uocdtwtti
clyptica. quix foie cr Iwid per hdnc moucntibus etUpfis cdufdtur ; uocdtur eti»
muid folk^quonidm nuUut planetdrum i fole, potefl totum fuum motm W
hdcUntdperficere. }flf iiem cinidns lcngitHdinem bdkct iuoictimlignorum^quorum
quodUhet tri^ntd gfiduunt hngituii^ mmpojitict. titc ligm^ nomim fumpftr^
qHorunlim animantium, ctflteUarum muLtarwi uxrim di/politionem.qu^diMltdriUorum
^q^^^\^9 gnimdUum funt m cocLo Appdrentu ; dut rjtione iiutrfarum quaiitd^
nommcn£ tum, quM mhsc mfhiord mjiumt, qujeconlpiciunturbjbcredU' quoi m buimmodidnimintibwtdjminium
Horum fignorum nomirtA slUnimut i qut uero numerum flellarum ex qmbu4
mtcgrdntur, cw fUcognofcerc^dcproprietdtes, mfluxui, cr fimiUd; confuldtbuiu4 m
perttos. Anrr, Tdurm, Gmini, Cdncer, Lro, Virgp, drticd fimt, ^ntun ^uid
contigud fitnt fiolo drtico. Librd^ ScorpiiM, Sdgittdruu» Cdpri- cornut,
Aqudriws, cr Pt/ccf, dntdrticd func, « pob dntdrtico fic U» GtL Q»r omnU jignd
bww drboris fwubrdncb*» k trunco origincm trdbentet. ^ De R AMIS, FoliK
floribus R friK^^ibus. RAmi funt ftptcm piinetx, qui ntione motws quem mllgnk
Dc Satuf- Zoiiaciperficiunty db ilHi tdnquam Jt brdnchk depenieht* "o»
Vrimws omnium efi Sdturnui, qui ndturd fud mdleuolui eft, dc wciuus, cum ficct
dc jrigiitpt compUxionis, m quibu4 uitt priud- j tio con(iitua. efl, Huic
fucceiit lupiter totw heneuolws, cuidifcri* ^unturcdUiitdi cr bumiditis, uit£
conferudtrices, l/?t uerb proximus j^ajtj tfi Mjrj, quiUcetnoxiws fitrdtione
ficcitdtii, cdUiicxte tdmendU iqudntuLum malitidm fuam tempcrjt. inter quos
Ifummo opifice « . diwconfiitvtweft \upuer.,utria^c^; mdUtium temperdns. Mdrti
S6l ° ^ fucceiit, dquotaim fupcriin-csqudmmfirtorespLdnetx fuum hjbent yencrc
Umen ihuic cilor uitdli^tZy^ re^c quiiem,dttribmtur. Veneri uero qux folem
fiucoriente fiue occidente, fempcr comitdtur, conufnire 4icitur humor uitdllt,
in quibui duobus viid conjiflit ; hinc efl quod in Jfoetdrumfdbulnhdbetur.,SoUm
yeneremq; mdijfMiU mdtrimo* nio Deum coniunxiffe.^x quibui proLcs innuml
l\ercuriiU niturd fud nes arborit fchemdtcdiximutyconfiderdrt memnria, I oportct,duodbrdnchxinhdcruturddicuntur
tfje pcrjhicdcio» oC voluufl p. rct audm m hominibttf i duas compdrare poterit
ad Deum, ncl funt bran quantitdtem difcretdm dc contmtu hunianali. am cum
c^teris prxdicdmetUis confidcrabis, Operdtiones utra i brdnchif exeuateSy uel
qudtenits txUs,U£Lpro ut rddicibm pcrficiun* tur.tibifiorestrddunt. i^eUqua
mfchcmdte confiderd, Dcdinius moa. dum formds conficiendi, iUum obfcrua cr
multas inuenies». DE ARBORE ^VITBRNALL Bde hk^ qu£ m huiuf drborft breui
dercriptione diximui, me^ ritA dcquifitd uel demerita, per humdnatis drboris
brdncas mo* ralit cr dn^Ucalls ^numerum radicum complercy ex quibm
tTuncuiconfurgit,qtacft meritorum uel demeritorum duratio pet* petud, qu£
udriarinon poteft, cum nonampiiut deturpanitendif^d- cium.Depdrddifodtq;HifhnonuUutambigit,
cum Deus fit ipfdiu* ftitidy qu£ pro iuftis prxmium uutt, pro irtiuftis poenam
ac tormentd. A bruncd pdudiji tres rdmi exennt, ^uorum prior iufiitue rdm ut
r/l, qui4 ^id Dfi« bonum probono opetdtortddit j cT i^ujtenui mttitu bo, A
branct 'mm reiditqudmcxpofcantmeritAjfecunduibabctMr,quigf^ijc di* P^f^diH q
iitun tertiui improprie pafiionum dicitwTy quu abagentc Deo,ik^ '^*'?'
dondconfvrunturyquibmreUtionemhabetddaffns- AbrancamRr* - m
rdmuiiufhti£exit,icpd)itonum ; crproprie hocm toco accipitwr fgjjjj quj^
pdjhoyUidxLicet pro dobre in eorpore pofi iudicij diem,cr tn animtl
iriflUia.QupniAbedtoruma^s er^Deum funtgloria vUMipo^ tentijs mteUe^halibus
cxeuntesy fecundum aibts ucL operdtiones bo» ndrum rddicum; ideo fiores xuiterndlis
bontt arboris funt; rejpe^lu malorum,oppol{tumdic, Frudui qui afiore procedit,
'm bedtis[efi quies fumma potentUrum ac radicum ; nam ficuti m fummo inteUigi^
hili, dtUgibiUacrecolibiUyquie[cuntmemoria, uoluntd« CTinteUeiius;
ficmfummqbonificdbiUymdgnificdbiUq^iefcunt bonitat CT magnitudo; per reUqu^tt
rddices difcurre, Oppojitumconfiderddefruilu iamnatorum : qui proprio fiiu ob
maUtUm CT reliquM prduds radi^ ces fruflrati,finem dUum ddeptifunt^quo cod^c
perpetuo debentfrui DE ARBORE MATERNALI. POf} primi pdrentis Upfum, mxti
diuin£UoUintdtis xternum de» cretumy¥iUj Dei incarnatio bominum faUtandorum
finis fuit, Cum uero buius fdcratijlimx mcarndtionls medium fuerU G/ori» ofd
Virgp suridy ipfd quoc^ eorundem fink cenfenda efi^ quitdkeh priori
fubordindtur. hic finis licet m fe unicui fit^ amen rdtione eo* rm qui hunc
finem intuentuTymuUipUx efl, quem fidtuo m bdc drbo* ft pro radicibM, quatenuA
kbonitatemagnitudine acalijsmformd* tur. Dt TruncD hi fcbemate fttts habes*
hrtuichx^f diuiiia cr humd* na natura hoc m lococonfiderantury quatenus in uno
fuppofito funt, tui natiuitsx attribuitur ; ndturis enim ndfcinon competit.
SpeSy Pic- AduocdtiOyrdmifuntyfiuein Gbriof(tVirgutecottcipUntur,fiu€ ht
peccdtoribusy quatenm ad edfn confugiunt. HumiUtas uero cr «ir» ginitdt in
Virgine Mdrid rdmifunt; in rdtione exempli. \n fchemdte nrboTUbumnonfuntpofitd
folU (nefcio cuiux mcurU) qtke eaden Z 5 ejfecom- •m tffi conpieTdhlfy ([U£
slijt iriorihm fttnt dtifihtttd. A^lr omneS fd*
dicumAcuUqudrumdtgnitatumdGUriofd Virgine exeunteSy qu^* ttnm Mjtcr efi Dd»
lunt hum drbork floret. DE ARBORE CHRlSTiANALL Atione humdn£ naturt didfunt
Chriffo dttribuenid, VT dlis rdtione diuimetdiuerflmode quo(^ tonflderdtd
Secundum f nV orem confiderdtionem Chriflo omnid conueniunt, eibt et quxda
bedtitudinii dnim^e conuenientis, Ucct dUter fit quo dd /}>em de cor« alix -
forisglorificdtione. Timor quoq; qudtenusignordntiam prdfuppo» D'\utc!lii\ ^^^*
^ CbW/?o remouetur, dc etiam Contritio. Kdtione ^ui ne ndturA td omnid Chriflo
conueniunt, qur in arborts diuiniUs fchemdte diStk fant. Br4«rhe^sdiuinx
naturjeyddhumdnaminChrifioyfy humdU£ dd diui^ tuimi fecundum omnes potentiof dc
uires in humdnd ; cr in diuind quo etdinteUigere uejle,prxdi diflia* mire ad
Spiritum fan£lum : cr intcUigimus de termino ad^quatofj S"*"**
monfomaU i quoniam utriusq^ proiuihonit formalis ttrminus eft
4km,tfftntiauidelicetdiuind. Dealicrum diihs non curamus, Seo* ium ptxccptorem
fcquimur. Tolia funt nt^tiones catr^riarum Af mftotclis, uelnoftrarum
afjirmationes* Floresptnt probationesdiu^- Mdrum produShonum, dtfumptdt
aradicibus, Bonitof enimdiuina ff fUfidum inteUciium CT uoluntatem fe ad itttra
communicat: Sic fk eommunicare eft magnum ; v cum ab £tecies efl, CT ffnuf eius
ignorofi uelad Jpeciem.fi indiuiduum efi; nec erit impojii*
bUebocobferuarerecurrendoadarbores,uelper enth omnem dmi*
lionemulq;ddgenufproximumuel fpeciem defcendendo; fl /f>eciem non
cognouerity recurre ad propriat paj^iones ueladnaturaletrei dOus, qu£ cum a
diffcrentia magts proprid emanenty te w j}>eciei c(h ^tionemdeducent, qu£exffnerecrdiffvrentia
magis propria im tegratur; deinde uer6priorcsnouem radtces .f, abfoUta
prmcipid^ fum,equxcumrei effentiam notem, uel qu£ immediatc eam confe* ^ntur,
priw rei conueniunt; ey per omnia iUaprincipia difcurreru do uariM dcftnitiones
fumes,iuxta. prdcepa in prima parte knoblt obferudta;dum definiebamus rddices;boc
tamen obferuando, netrafm ^edidris naturam generls uel fpeciei, ad qux
fubkihmreduciturt ^uodoptimc poteris obferuare^ quiaut dixmus in traSkitu de
radU tibm ; perbonitatem CT cxtera prtncipia inteUiqit LuUm rei mtrit^ ftcdy
quje non femper eddem funt^fed dd uariattonem fubiefh ipfk quoq; udridntur.
Pofied quodUbet principiumabfolutum,cum quoU^ het abfoWto et refpeihuo, cu
quaUbet formd.dc f^ecie quefiionis cu* iusUbet definiendum efi, quod cr
obfcruari dcbet m definitiont etiam fkbieSifUel rrjpedini prmcipij, aut formje
uel quxflionis alicuittt» Inde recurre ad refpcibua, deinde ad formaSy pofiea
ad accidentia.cf dtwicfi adqurfiiones CT qiuefiionum ff>ecies. Simagis
conceptus muU tipUcare uoUteris, refolutre poterls rc in principid fua, cr
^ibct rt» Uuipirmcipiumut iUius cfiJefinire;peromna radius.formas, acei» dcntia
V quxfiioes difcurrcd; ucl rcfolucre poteris in ea omuia,qit€ - de ipf4 1 dc
ipfa pYddicdtttur, qudtenut futk iim fuhie^, cr quodUBet iUorii omnibM diais
modts muUipUcare. mUipUcabis oonccptus m infini^ tum^flpdrsaUcuiut arbork
omnibui arboribut comparabk, educe/u doconcordantiMUcldiffrrcntiai, aut
maioritAtcs, uel minoriatett
dutomnidflmuLH£cfiobfcrudutrif/mfinitosdcundquaq;re babt^ bit conceptut.
Obfcrud mfupcr dnimaduerflonet noftrat, cr uti diU. ffntU in continud
appUcatione, cr cognofcts td praxk prdfiare, ^£ nobis.impofiibiUa uidcntur. OtAtuUi generalis ars conflftit
in quatuor figurlt, nouem fuh^ leas, ac eorum cognitione. Primam figuram ex
noucm prmci» pt/sdbfoUitlsfabricatyqudfuntpriores nouemradiccs. Swm- dam
conftituit ex nouem rcfl>cault, qu^funtpoftcrioresradiccs^ Tcrtiam a prima
crfccunda dcducit, cr quarcxm ex prima» fccundd» a-tcrtUclicit.UabcsfigurMcx
radicibus. Habcbis fubic^d nouct£ P confldcrabk ea qu£ m
drboremoraU,impcrUU,apoftoUcaU,cr mdternaU, ut taUsfunt; cffc accidcntU qu£dam,
ncmpc rcUtioncsfu» pcrioritatkydignititis,crhonorls,qu£ ad mftrumcnt^tiuam
rcdum cuntur; ucldi homincm; quatenut h£c omnU circahomincm fiunt. AeuitcrnaUt
quoq;arhor adhomincmy ucl ad anfflumrcducitur: o* C hriftUnalit adDeum, qui cft
primumfubieCkm i LuUo ordindtum^ Hk notxtity de figiirit nonnuUa diccre pUcct.
Vrima figiira qu£ abfolutorum eft, noucm hahet cJimcrat : cr cft circuUris, quU
quodUbct abfoUuum rcf^eChi cuimUhct, habct ratioM. nem fubicm cr pr^dicati.
Necfolum huiut figurt prmcipU de fcipfls pr£dicantur, fcd dc omnibut quo^
txtrdneis,qu£cuttq; flnt iUd dum- modo non flnt horum oppofltd. * Secunda
rejpeaiuorum eli, cr totidcm hahet camerat, eodcm mo» do dijj^ofltas.quo
primaicuiomnU coueniHt qux de priori diOnfunt. TertU cx duabm dfiignatit
conftat, cr habct oOuaginta crundm cdmerdXyquarumqu£UbetduatUterdtcontinet, qu£
notxm prmci* piorum abfoLutorum ac rc/peaiuorum naturam, per Uterdi flgnificd*
tiinotantq; uUcriut qu£ftiones UtcrH rc}j?ondcntes, Caufttur cx A4 rcuol»$ L.
9tuolutianecdmerjLrumpfim£p^rf,ful>und fccnndr, fr mnium
fccuniUfubunaprimje. LuUui Umcn tantum trigintd fcx cmcxdx dcccptAt^ut uiiebk
in fcquenti fchcmdte iquoniam propofitiones nt e^uibm idem de feipfo
pr^cdicatur, non faciunt ad nc^cium pro de» monflrationibM, m quihut debent
tffe tres tcrmini diuerft, quod nott poteft effc,P idem ucL Inmaioriuelmminoridefeipfoprtdicetur:
hQcautemaccideretifi omncs camerof acceptaret. Etut cognofcat quibu4 literis
jignentur prmcipia uel quicftioneSt^ fequcns fchemd confiderd» Scheaabrolucoiu.
Schea refpediuoru* Schema qusftionu» C Magnituinj. D Duratiot EPoteftof, F
Sapientid^ GVoluntaxt KQlorid^ BDifjirentia^ C Concordantid. D Oppofitio, E
Frmcipium^ F VLedium^ Gfink^ H Maioritdi. I Aequalitas,. KUi inoritM, Figuia cerCia* B V^rKW. C Quid^ D De quo^
E Quare. fQuantum. CcXEale* KQuando» ivbi^ K Qjiomodo etCuft^,. he be ci ce hh
ch hi ci hk ck de dZ dh di dk eh et ek h fh fi hi hk i% Ex qualibet cdmera
duodecim eliciuntur propofitiones, cr uiginth quatuorquicfiiones. fropofitiones
ftcbabentur. Accipe primam c4* merm *f b crfiic e, 4eb, pncdicetHrquo 4d fua
SIGNIFICATA cr eeontr^: e contrd.cr <juodetidm .h. de feipfo,fccunium dliui
Pgnificdtum^dh iSo pro quo ejl fubiedum.c; jic tres propofitiones hdbebif ;
quid ucc fo UterdquxUbctduohabet Hgnificdtd . f . dbfolutum cr rejpeSUuu^ er
du£ funt Uterx, rrg) qudtuor erut pgnificdU-y qut fi tripUcctuff. refuLtdt
numerm duodendriut. CuiUbet uero propofitioni ji dfiigrtM' uerif qusfliones,
per iUiwi cdmer/e Uterat fignificdtdSy hdbebis Qudrtd figurd ex tribm
dfiigndtis con/idt,qu4ecummdximdm tdbuidm producdty dtq; difficilis
fdtisfit,crlon^ effdtdecUrdtione^ dt ed uerbd fdciemus m expofttionedrtlsbreuis
LuUiiibi^ dd pleimm mnijeftdbimus, qux hic tdntum tetigimut, De fcicnciarum
arcrum^obic6!i'f. NOnpermittitdnffi^idtcmporkyUtfitftus de fcientidrum o5.
iedis txdihmus, dc eorum numero;ideo htc pducdnotdnd^ proponimufAnreUquis
uideHenricum CorneUum AgrippS^ in eo Ubro, qui de udnitdte fcitntidrum
intituUtur. Crdmmdticxobiedumyeft ens rdtionitf quod m ordtiwte pinddttt,
qudtenus congrud eft uelincongrud^ (datum^ B^ethoricx,ens pdriterrdtionis,inordtioneomdtdUel
inorndtd funt^ Vogic£,SyUogifmuiunwerldUterdcceptntt fecundum Scotuminft* cundd
q. uniuerfdUum* philofophix ndturdUSy forpm ndturdU* Kietdphiftc^Ci ens
qudtenus ens*. Theobgije, Deui fub rdtione deitdtk» „^ — Ceometrixt CXUdntitdi
continudi mdterid dhftr^Stu . . V iirtthmetKt,Uumerux a mdterid legreQitm, ^
^lgLW-^^S ^^ KuficeSy Kumerus fonoruA, AftrohgLf, qudntitds cotitinud, qudtenus
mobdisi Ipo PANDIMIGLIO AFR. c t 4 V. Nome compiuto: Valerio de Valeriis.
Valeriis. Keywords: implicatura. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Valeriis,” pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; osia, Grice e Valerio: la ragione conversazionale a Roma e
l’implicatura conversazionale della morale togata – il gentiluomo romano-- filosofia
italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Roma). Abstract. Keywords. Filosofo italiano. A philosopher
of little originality, and a notorious flatterer of TIBERIO (vedi). He is best
known for producing his IX books of memorable doings and sayings – the work is
designed primarily as a resource for moral education by means of examples –
showing how virtue is rewarded and vice punished. It preserves many otherwise
lost snippets taken from a variety of sources – including newspapers. His ‘saggi’
are not much regarded today, but they were bestsellers throughout the dark ages
and the Italian renaissance, “and I do find them incredibly amusing on a lazy
after-noon,” – Grice. Morale pretesto. Ed Shackleton, Loeb. Skidmore,
“Practical ethics for Roman Gentlemen”. DEI DETTI ET FATti
Memorabili. Traiotti di inToscmoiU Ditfl Fiorctino, '.OTPC/ ROMA r. BREVE
DESCRITTIO della vita di V. tradotta in lingua toscana. Nato in Roma
HobilSiUtgue, cr deU^ ordine Patritio consume la maggior parte della sua
giouinezza nelli studij delle let tirecT arti liberali. Quindi prefoU ^Toga
Vinleip diede alia militiajioue tgli(fecondo che p afferma') andatof’ 9^ Di
quelli, che dalla nobiltà del padre hanno degenerai to* cap* r* _Deglihuomini
eccellenti, che nel uefliretrapaffarono il cojlume della citta. Della
confidenza, di f e medepmot Della cojiantia Della moderafione decimammo, Di
quelU^ che diinitnictdiueètarono amici. Della AslinenzacT continenza – H. P.
GRICE AKRASIA --, Della poverta. Della Verecundia. Dell’amore tra moglie e
marito. Dell’amicitia – H. P. Grice on the logically developing series of
philia -- Della liberalità. Dell’umanita. Della gratitudine. Della
ingratitudine. Della pietà. Della pietà verso i frateUL Della pudicitia. Delle
cose che fon fiate dette 0 fatte a la Ubera. Della severita.De i detti e fatti
con guattita. Della giuslitia – H. P. GRICE, justice in Plato’s republic,
Aristotle on ‘just’ as analogical. Della fede publica. Della fede de mogU^
verso i mariti c. A 4- r* 6. 7* iti 177 ij. r A\ Pf?j feJe dei Cervì ucrfoi
padroni. Dique% che mutarono jìa tOj er di qiit ( che^i mutarono di costumi. Di
qn eUi.,ch c d: baffo grad 0 Jonuenutiìn grande jhto etrtputatione.
Dell’acciden:icr mutamen ti uarij di fortuna. Della felicita – H. P. GRICE,
NOTES ON HAPPINESS Acrkill eudaimonia --. Dei detti e fatti saviamenti. Dei
detti e fatti aflutamente. pfi.i Stratagftm. Delle Rep ilfe. Deaaneajfta De
tejhmcntiyckefuron fatti e di poi anu "ati.c.y, De tefUmcn, che furono ap
,puatiper bcfatii.c.S.2^ 2 Veqlli che furono fati bere dì conaFopìone d^ognuo.
Degli iiuominiw fami, che accufap furon P,o ajf aiuti, o condannati,:; perche
cagione. -}4 QvdM tt jìen 0 gran digli effetti dell' arte, 2r> Di certe cose
che l'arte non puo espnmere. che agli' uno s'intende bene dell'arte sua: cr
rendene buon contOè Dellaueuhiezza Della cupidità della Gloriq» - «S* zSo co
Umézo^fyil cognome. Delle prerogatiue(T premi de Ufìmil\enobi c.\
nentiedegltbuoì c A G*^topocta. Della suontuosua CT deVea Ji\ Adriano tura del
vivere. czSó A fframa moglie di Licinio. Della crudeltà. Bruttione. Dell’ira,
et dell’odio.- Qafsilinad ^ Cavalieri Ronta f 0.1 68 Catone maggiore Sj.iou 2^
Catone minore y6» yy* j. 5>f* cfpriotti Ciro %6,2^t ckereiocancetlien cintone t6f ciwW 3*7 cinna , crifippo contd 272 coriolano t^o cadrò K$ / ^^9 Cornelio R'fpilo Cornelio
Scipione Corneliogaflo C omdio mertda ComclioBdbo Cornelù t3t avola 22 2U 1S7
Démodé 292 Dcmocnto ' 292 Dìonijìofiracufttno ?6,2o8 125* "Diomedonte DiJTroijmi
ColÌ4ntÌ4 deUi AmbafcU* Dione firacu fano dori Romani us* CojlumideLicij 5*9 Diogene oìHume antico
dei Roma Dtfilo ni arcagli fpettacoU, fz DripetinadiMitridaie 2tr 16
z6 Cote ouer codro Clodia Clodio Cotta
Curioni Curione D Dafida Damajtppo V4mone loj Di duoi Spartani 104 2rS di una
donna »8^ 299 diuno Ateniefe 22$ 258 di un Vecchio 25* j 2($8 di un condannato
240 29 7 [l’d wor d^un padre uem fo il figliuolo 219 4j dipintore
diunochemeffefuoconel 158 Tempio di diana DdHo 8S,ifj. 1^4.220 donne Romane non beeuo no nino donneindiane donne Aff ricane donne romane * done morte d'alegrezaz^t 1J7
donnapracufana i8> Dandone Deiotaro DeaViriplaca DedmoBruto Decio bruto
Decimo Lelio DemoHene donna milanefe 299
T A V del figliuolo di mxrc’anto* tuo di due pulzelle Sirocofane 9Ì
duoidiArciiU ?7 duoi fratelli 1^5. druf 7 germanico 1 2 o E Ubucia moglie di
menennio Agrippd Efilate »o8 ZgUfamio 42 Bgnatio metéUo 18S pioTuberone ÌE^ pretore 167 Bliomantiu >8; Elia
famiglia 127 Emilia uergine masjtmai 4 Epaminunda 89.103 Epimenidegnopo 260
Epil 260 Equitio 298 Ero panfilo 42 Efchtlo poeta 29^ Efchine 2fr Etiopi 2>
6 Eumene re (Papa 47 Euripide poeta '« 3 f Vabritio O t A Eacritio tuòno 7^ ♦ > 2 1 idiicw
Fo^^om'o 183 Eabiomatpmo 14 ^4.81» jor.»>«4o.i5'»-2o;.2j8 2,-8.276 , Eabio
rutiliano 1 70 Eabio masfimo feruilianot 17S Eabio Gurgite 96.122 Fabio pittore
122*20$- Fabio dorfo Fcrenice 266 Filemone Figliuoldicrefo >64 Ftg/ttt oi di
P. if do * Filippo Re Fileni/r G. Vario
«• 1G^ fimbria . GMeluio china ' G.cofsio
G-T uranio GgaUio G Sempronio Fabritio
126 g,Fefcenino 179 g,V alieno 1S7 g.Vlautio G.Bloftò 124 g,VlotinopUnco 201
gTettio ^ g.SeruiUo 24? g.Licinio ‘ zpz galli T9 gratiiio gneo martio 120 gn.Domitioi ^5* gn, Deciano 259 gnScipione 127 gn Popdio
Untiate gn.Lentulo 18^.297 gn.cornelio Scipione afina 20 5'>-2o> f*
Hippone Homero Horatiococle Horatio Hor4^^o PttpfSfo 297 Hortenfio ^72 lentulo
Spintcr 74 278 2J4 Hortenpo cartione lettorio MS' Hortenpa 243 lelio 272
licinia )88 I licinio fimbria 2>0 licinio detto Ho^omaco UfonePereo 42 247 ^
ìafone licim'o Bruttionc 242
ìunioBru.ìS2 22yt ì66 ucli ìulio Cc/244 M- 1 Pi fané 2J7 M4. Platone. 7. «f. 2
ij 248. 217# petilio 42 PeHilenz7 6 Rmetenzu de i Giouani rem. Publio meuio uerfoiVecdn Tubilo Ventidio Pionudo 22b.8o Tubilo Vdio 2^0
Roma t97>*99 Tubilo Scrudio *^4- Romani *ÌK Q. Ro/c(0 QSatulo }, 2tf5'*R«6rw 271 247 *99 B
r A V SdcerdoteKo^ 216 Saguntini Sar:firc. Satelliti Utollunia» 2S6 Samij. 26 Saturnio
Vetullione» 1 19 Sporta. Spartani, 1^7, Statua di Vulcano d*Atcame . ne* V 2,-(J
Statua di Venere 2f6 StafippoTegeate, Sempronio fofo» »Sp Senato Romano, 17,
J42. 14?.^^ «S'4.. Sergio Galbu, 2^5'* 24Z 5^10 Or4^ ' Scleuco, 24 U7
SeftoPompeio ijp 'htjioTarqidno. 22y SettitU. «. 2^2 ' Sette fauL '
SerpentetnarauigUc{o, 44 SeruiotulUo, 26 9^ ■ i^tempronia, io4 semiramtf. : 228
OLA sfTMo i( ìSiOrc^ Antonio, terno di
Mario, seruodi Plotino, 200 terno di
Panopione i ternìo fulpitio 14 27 GSo Scipione
maggiore. Zi uu Scipione figliuolo
dtimig giare, 97. '27, Sfipioneminore, 60 6^, 6p, 112. U9.97« S2 , i8u
Scipione^ Emiliano % \6, 12), 190 Scipione Ajmco, »>> , Scipione Nafica,
8j, 10^ .id , Hh T ‘Wpione suocero di Pom* Teopompo Terenna(tì cicerone aoS
Terentioue/rone Terentio Culeo 108* Tefeo Tcnj ìSof le Tinwite dipintore» 2^6 . " Tim:ipteo 9U
212 i> .. peto siface [fimonide tOCTAte 192 solone ' 2^» soMe } soldati di
poinpeio ; 466 2S4 soldati di stlU ' soldati d^albino ' tpurini spurio Caff o ■ spurio Melio T . T acquino
fuperbo L Tarquino Pri/co Tolete Taciofubino TerentiaEmilta TertU Erutta
Teramene Tcogene Teodoro IO ti7 iv8 17 in Teosofo C»rcne« i8>- 20
Ttbcriocifarc Tiberio gracco.t q. 22 J t2, nS.1^4. ijf. « 4r Tttogracco 28^
TAubtleo Capuano »8? titinio cenlunone 286 tBarrulp ^ A'ftoSe(!p ^ 2^9 t. Celio ,, iqì t.Eterio 292
t.^ufdio . 9^ t^ublio ruttilo »4
tiVeturio 179 ioìommeo Re tPZgkto ' ^4 270.:^o;274 tolommeo re di c^ril ^9 toscani
tomirircg^na] B U Tmohu f9 Traphuìo»
Traccnp, TrehciioCaUo» Tribuni della^lebe^ Tribù PoUia, TuUoHoftdio, 9J 291
TuUo capuano dcVolfcLiii Turulio, TuUio Hannah» 239 TuUkdiTarquino»
TuUtaVtrgineVeshli. 2? 6 TufcuUni. 2 6 TurU moglie di Lucrctio, . V Valerio
Pubìicola Vatefio» 5'j Valeno cornino» 80» 2^, 2Ó4 VaUriomefsaU» 71* Vj/w'o
fc'Ucco» Ss'» 296 Vendetta d^ApoUo 7 Ventidio Vecchio Ateniefe» » 1 ®
VibioAfCO» 85*, 297 Virgmio» Vo(/crt4»
2,70 VnccrfoRe* 21 3 Vflo cbe fi faceua fratello (POtauia» 299 V«o cfee
J?/4cc«4 figliuolo diSertorioO' un'altro di Gn»Ajsidione» XenocT4ff« Xenofilo
Calcidiefe* 25*9 Xcr/e^ f z
Zeleucotocrenfe» Zenone VELIA VELINO Eleate Zenone» 92 Zt«|i Dipintore^ 102 li
u qualunque altrofplenééfsimo ey omatif" urne oa rro triomfJe. NDÌGaio
PabioDorfo, Bl medesimo tempo cT trauaglideUa republicd^' Cdo fabio
Dorfodiededijeun memorabile efjfempio circa l^offiìuanzadeìla
religionCiimperoche ejfertdo dai franzeii ujfediato il campidoglio , CT uenuto
il di che la famiglia de Fubddoueua fare certo faoificio faH monte
^uirinde^coBui^pernon pretermettere corale cerimonia ueftitotiin habito Gabino^
CT portando in mano CTÌnfn le /palle le cofe necejfarieaì facrifido^paffo pel
mez o del campo de inemicitO' si condujfef alno fuH detto monte^ [hH duale
fatto folennemente le debite cerimonie, cr du poi fatto riuerentia alle
uincitriciatmi dt romulo^ non aU trimenti,chefe e fujfe fiato uincitore,
ritorno falnó in Campidoglio, Di P,CorneUo,iDionifioSiracufano. R fi w ««4
Siracufa,diean JLV hjif^^f degii or rubamenti , che noi trouiamo esfer
Mfftdaki,feglipafsòfempreco face « CT rtdteuUJacendofi beffe della Religione.
Egli più C iit miermente hduendo rubato i l Tempio di Proferpina de. i
Locrenfìjpartitojì dipoi con PamatayCr hauendo fem» preiluentoinpoppa,uoUatojì
ai compagni dijjeriden^ do. Vedete uoi come gli iddìi mandono buon uento a chi
gli ruba. "Et pmilmente nella citta di Anania , hauendù tratto didojfo
alla Statua di Gioue Olimpio nelfuo Tem^ piOyUn Màtelletto (Poro di molto pef
», donatogli da Hie rone Tiranno di Sicilia, qud hebbe da Scipione delle fpo/
glie de Cartaginep , et mejpjgUin cabio di quello un^aliro di panno
lano,dijfe,che quello che era d'oro , la State era grane, CT l'inuerno teneua
freddo , ma che quel di Lana erabuonOyneU'una,vnetCaltrapagione. InEpidana ro
citta PAcaia fece leuar la barba alla datua di Efadam pio che era Poro, dicendo
che e non Pana bene che Apoi lo fuo padre f affé fenza barba , cr egli con la
barba , Togliendo ancora de Tempii, tauole d'oro CT d'argen* to, chep
confagrauono agli iddìi, nellequali, perche f e* condo laufonza de Greci era
fcritto,queUi ejfere beni de gli Iddiiydijfe quiuiapopolo,chep udeua del bene
de gli iddìi: Leuandopmilm^nte di detti Tempii certe pguret» . te d'oro, che
rapprefentauanolaDea Vittoria ,^7 c^te Tazze , CT Corone pur Poro ,chep ufauano
offerire , O’ porre in mano alle HaJtue di quelli Iddii, diffe , che non le
rubaua , mache porgendognene ejft iddii le accettaua, uolendo pgnipcare, che
tenèdole quelli con le maniffor teUnnanzi, gliele porgeuono , cr per tale
argumento affermaua,ejfèr cofada Poltinon prendere quei beni,che afono porti da
coloro,che noi preghiamo,che ce gli dia* no. Et benché Tlionipo non riceueffe
in uita pago con* ' ueniente alle fue fceleratezejio riceue nondimeno doppo . I
. io morti con U miferk cr calamita di Diom^io fuo figliuo* lojl quale , poco
dipoi [cacciato del Regno ,p condujfe doppo molte infelicità a uiuere molto
uituperofamen» te . imperoche L* I R A degli iddìi ,non corre a furià d
uendicarfi , ma ricompenfa Pindugio con lagrauezza dellapena. Di Timafìteo
Principe di Lipari^ Ma Timafìteo Principe de Liparotti, per non incor ' rere
nelfira degli iddìi . con fomma prudèntia prò uide a fe iìeffo , er con utile
effempio a t fuoi Cittadini^ Perchehauendo efsi, andando in corfo^prefe in Mare
certi Ambafciadori R ornarti Se erano mandati a Delfo al Tèpio d" Apollo
ad offerirliuna Tazza (Coro di gran pef 5 , per la decima delle fpoglle de
Veienti , botatcdidé Cammillo nella prefa di Veio,tolfero loro dettaTaz* za,cr
facendofipoi tra la moltitudine molta inftantia, che la preda fi diuideffe^come
Timafìteo intefe che i Rò« mani Vhaueuon o edificata ad ApoHo,lafece f ubilo
re{H* tuire agli Ambafciatori, liberandoli, accio che poteffero andare a
fodisfare il boto» Di Cerere. C Brere MUefìa^effendo la Citta di Mdeto prefa da
Aleffandro,cr entratii Soldati per f orza nelTem pio di quella per
faccheggiarlo , fece apparire un Lampo di Fuoco , che rinuerberato loro negli
occhigli accecò, DePerfi. ICerp^effendo per forza di uenti [pinti neWifola di
Deio con una armata di mille Vlaui, [montarono in terra,ZT uifitando ilT empio
di Apollo^gli donarono piu prejlo Se gli rapijjero cofa alcuna* C iiii , ^ De
gli Atenicfi, GIÀ Ateniefi cacàarouo uia Diagora Vilofofo , per^e che hebbe
ardire difcriuere primieramente che nofi fapeuafe erano gli lddii,appreffo
[egli erano, quali e jìif fero. Condannarono ancora a morte Socrate, paren* do
loro che e uolejfe introdurre una nuoua Religione» I
medejìmi,dicendofidia,chelajlatuadi Minerua ftaua meglio a farla di marmo che
d’auorio,attefo chela bian* ebezzacr il lujhro del marmo ft conferuauapiu lungam
mente,gUpreliarotto orecchi, ma foggiugnendo , perche ancorailmarmo era di
manco jfef a, gli comùdaronoche taceffe» DiDiomedonte. D\omedonte(juno di
queUidieci Capitani, cheinuna medejìma battapia a gli Ateniefi acquiftarono U
uittoria,et a loro fief fi procacciarono la morte per hauet combattuto contro
aUo editto dd Senato") fendo menai» a morire,non dijfe mai cofa dcuna,fe
non che ricordo lo^ rOfChefujfero contentifodisf^e quei boti , che gli haue»
ria fatti par fdute dello efercito» DI qjelli che per EFFET- tuare i lor dif
igni fiferuirono della Refi* gionc» Cap» ni. Vma Pompilio, fecondo Re de Ro^
mani, perche il Popolo Romano ap pUcajfe ben Panano alle cofe diurne, gli daua
ad intendere , che di notte p ritrouaua con la Dea Egeria, cr che per conpglio
di quella , ordinauà PRIMO. 2f quei ficrìficìjyùìe fujfero accetti agli Iddij
immortali^ Di Scipione A ffricano . Non andana mai Scipione A ffricano a far
facendo 0 pubUche 0 priuate^che prima non dimoraffe aU quanto foto nella cella
diGioue capitolino ^fingendo di non far cofa alcuna ,/e non con Vautorita er
configHo di quello . Ef per quefta cagione fi credeua che efuffefigU»
uoldiGioue^ Dii, Siila. LVeio Siila , ogniuolta che eglifi proponeua diuoler
combattere,perinnanimireifuoifoldati,eauauafuo ri una immaginetta di Apollo
tolta già a Delfi , cr quella nel confpetto de fuoi [ oldati imbracciando ,
pregaua che gliacceler^ele^omeffe^comefeda quello glifuffejìa^ to promejfo la
tùttoria . Di Q^Sertorio. Q Vinto Sertorio, porgli afprimonti di Portogallo,
menaua feco una Cerna bianca,dicendo, chimera da ‘quella
auuertito,qualicofefujferodafare, CT quSdaa^enerfene. DE GLI ESTERNI.
DilAinosRediCandu. VSauaMinosKedi Candia entrare ogni none anni foto, dentro
una certa cauema molto profondarci per antica religione confagrata.
Etdimoratotdunpez^ ZO i quafi che ejfo parlaffe con Giove, di cui fi diceua
esser nato,recaua una certa premtnentia er autorità alle leg gi, che egli dona
a quei popoli, come fe da quello Vhaueft [ericeuute* Di Pifijìrato Tiranno d"
Atene. r ìpfirdtOfper ricuperare in Atene la perduta HrannU ^ dCyCojìderato che
Minerua era in quella citta in gran difsima ueneratìone, ueftiin habito di ejfa
Dea una donna quiui non conofciuta^ chiamata ?ta, grande di ftatura, dr nello
afpettouenerandaiCT fattala entrare dentro atU citta in fu un carro cop ornata
,facendolagridare ad alta uoccyche rendejfero a Pipflrato il principato,
crfmgen* do di ejfer da lei condotto nella rocca della città , con quc fio
ingann o ottenne quello che egli depderoua * DiLigurgo» p T Ugurgo^ diede ad
intendere a i Lacedemoni, che ^ le leggi, che gli haueuadate loro cop rigide CT
fe» uere,le haueua compojk col conpglio di Apollo , Di Seleuco, S Elenco ancora
apprejfoi Locrenp di Grecia ,fù tenti to prudenti fimo, come quello che daua
nome di con pgliarp in ogni co fa con la D ea lAin erua, Et FacuUa Sa*
cerdote,con direcPeffeme fiato auuertitoda gli Idd^, tolfe uia Fufanza di
celebrare di notte le fefie di Eacco , riducendole d giorno, auuenga che fujfe
tanto oltre fcor fo con la sfrenata licentia ,che era pericolo non ne feguif*
fe qudche dif ordme » DEGL’AVSPICII. , UH. Di Luttatio, Luttatio , che dette
fine alla prima guerra de Romani cotro a i Cottagi nep ,fu prohibito dd Senato,
Ugo* uemarp fecondo gU aufpicijcT tre* fponp della DeaFortuna de i Prene -
Primo, la flifff, giudickndo che e f uff e bene reggere cr anmmfflrm cr
feliciaufpicijfi haueffe a tranf mutare nel no meVeientano^ey' Vhonore CT lo
splendore di cofi chiara uittoria dello acquijio di Yeio^s'haueffeai ofcurare
cr fommergere tra le rouine (Cuna città guada cf def alata . Et CammillOjche di
fi rara er eccellente opera fu Auto» refiubitando forf e, che di co tanto acqui
fio , gli iddij non hauefferoinuiiiad popolo Romano, alzad gli occhi al cielo
,gli prego , che fe alcun di loro portaua muidiaaìla troppa felicita
deRomani,ifogaffero tutto dmdef opra di lui. Et detto quefloyfi éce^cbe fubito
cadde in terra , il qud fegno cr annutio parue che dipoi in Uà fi uerificajje,
quando fu mandato in Efìlio.Etpero fi éfputauaqud fujfein un tanto huomo
maggiore, 0 la laude di quella uit toria,mediantelaqude fi accrebbe affò, lo
imperio Ro/ man 0, o de pietofifsim i prieghifatti,che il mde ch^opra
fiauaallapatria,nepropr'ij danni fuoi, fi conuertijjcy I DcL. Patio cr Terentidfud pgUuotà Et che
diremo noi di do che atuennc a Ludo Paolo Confalo , tanto degno di memoeia f
Egli hauendo fortito Vefpeditione contro al KePerfa,tornatofene di Senato a
cafa , er baciando una fua pgliuolina chiamata Terentia, la trono tutta mal
contenta^v con le lacbrime fu gli ocà)i , cr domandatogli la cagione perche la
jieffe cop mePa,rifpofe,perche Perfa è morto, éae era il nome iCm fuo cagnolino
, cheg^i era morto ilquale effa tanto haueua caro,che fempre fe lo teneua in
coUo.Prefe adun que Paulo per un buono annuntio le parole dette a cafo da
quella fua figliuola promettendo^ quap al certo fd^bé uere a tornare uittoriof
o da quella imprefa . Di Cecilia moglie di Metello, Ma Cedila Moglie di Metello
Jendo andataamez* za notte in un Tempio , cr poH la Romani Jei mila fatti
prigioni, cr uentimila mefsi in fu* ga,etr il Confalo ancora ui rimafe morto il
corpo del qua le,per comandamento di Hannibale fu fatto cercare per fé pelirlo
, tlqual Conf olo , in quanto à fejhaueua feppelito VimperioRommo, Oppo il
temerario ardire di Gaio Flamminio feguita la oftinatione cr pazzia di Gaio
HoiUlio Manci* nOyilqualeejfendoConfolo, t^douendo andareinlffia* gna ^imprefa
di Numantia,gli occorfe, che uolendofar f acrifido à Lanuuio,i Polli,dal beccar
de quali (ì haueua i prendere Vagurio , canati fuori del poHéo, fuggirono in
una felua quiui uidna,ne per diligentia che uifi ufa[fe,fi po teron mai
ritrouare» Et fendo fi dipoi imbarcato à Monaco, doue à piedi fi eracondotto
,fenti una uocejenza ue* dere ondeVufcijfe, chediffe, Viandno fermati , Egli
aUhora fpauentato, dato uolta indietro, fe ne uenne 4 GenouayCr quiui entrato
in una Scafa uidde apparire in un fublto una Serpe grandifsima, V’inun fubito
ffiar^ uia , cr non hauetido egli tenuto conto alcuno di queU&, Di
GaioHoftilio, D mi che egli dccetutttitio quefii tre prodigi} , gli aeri fico
con d trettante calamita, con hmer perduta la guerra, con haue^ re accordato,
co i Kummtini uituperofamente, CT con h efferp dato a loro difcretione , il che
fu cagione della fu4 morte,auuengacbe il Senato fenzere. Per il che, auuertito
Marcello a non toccare imprefa alcuna teme* raria mente afsicurcUop
nondimeno,per il troppo fuo ar^ dire ondo la notte feguente con pochi caualli,
afpecuìare intorno al campo dei nimìci,CT dato nelle loroinfidie, cr circ
ondato da gran numero di quelli, fu ammazzato» laqual cofa non manco dolore che
danno arr ecco alla pa* tria fua» Di Ottauio Confalo» HEbbeOttauio Qonfolo
grandifsima paura di qud lo che ad ogni modo gli auuenne ♦ Perche effendofì da
per f e f piccato ilcapoallaStatuacPApoUo,zr nel co* [care fittafi in terra
(Uforte,che nonp poteua cauare,fe^ cecomettura,checio non uolejfe altro pgnif
icore, chela fua morte , ritrouandop mafsime aUhora in difcordia , CT uenuto
alVarmi con Cinna fuo compagno nelConfolato» che era Efule . Et coji auuenne
che il f ofpettofn che egli fiaua ,fi chiari col finemiferOyC infelice della
fua uita . Terche entriti 0 Cinnain
Komainpeme con Mario jio mazzoyCT fattoli leuare il capo dal buHo^ lo fece
porre in Ringhiera y crii capo della Statua iP A pollo, che prima non s* era
potuto finuottere dif otterrayitilhora p potette ca uareageuolmente. Di Marco
Crajfo, Arco Crajfoydegno ueramente di ejfer connimera» ÀV Ito, tra quei
cittadmiyche furono digrandtfsimo dan^ noafRomano imperiOynonmilafda tacer di
lui, poi che Iftauentato ùinanziper molti [egni euidentifsimi,non uoU
Icynonàmenoritrarp daHaimprefa, che fu cagione delU rouinafua,cr di quella
della Kepublica . Hauendo addun* que à condurtefercito da Carra,cotro ài Parti,
gli fu data Uuepe,chepf oleua dorerò bianca , ò dtpurpura à tutti gli
lmperadoricrCapitaniycheufciuonoinguerra,(Pun colo re negro crfmorto. l Soldati
ancora, della feconda fcbie* ra,che per ordine antic o, eronf oliti farp
innanzi nella pri* ma baldanzof amente, cr con uoci cr grida dlegr ecciti cr
mePi entrarono nella zuffa. Delle due Aquile che fi por tauano in guerra per
injegna dello eferdto , Puna appena che la p poteffe canore di terra doue Vera
tra/altra,con fa ticagrande cauatane,nellofcuoter delPhaPe,puenne igi^t
rare,cr.riuoltorp indietro.Qrandiueramente furono que Pifegni,ma molto maggior
cofafu,à uedere Pocciponc di tantejìoritij sime legioni, tante infegne tolte da
i nemici, tantoffplendore cr ornamento delk R omana mìlitia ofcn rato cr guaflò
dMacaualleria de barbari, uedere ancora i lacH nop occhi di effo Graffo , nel
conf petto del quale era fiat 0 ammazzato Craffo /ito pgliuolojgiouanetto di
otti* ma e[pettatione.juedere pndmenteil corpo di effo impera I PRIMO. 50
éore^tra i monti de morti dmenuto preda crpaHo de gli uc teìU, cz delle f
duatice fiere . 1 0 uorreij di copftUta ca» Umitàypoter parlarne meno
acerbamente^ ma la uerita mi [brigneà parlamein quefto modo.Cop addunque
indirà* no glilddij cantra quelli che p fan beffe di loro difprez* Xando la
religione,cop fongapigati coloro , cheilor uard conpgli prepongono a quelli
degli ìddij. Di Gneo Vompeio» GNfo Pompeio ancora, era Pato affai manife^amen*
te auuertito dal Sommo Gioue, che non uolefsi far con Cefarein guerra , Vidtima
prona della Fortuna . Ha* uendo effe Gioue con le fue f nette fulminato le
fquadre di quello neWufcir di Durazzo, ofeurando CJ" togliendola uiBa
delle infegne dello ef erato , con gli [dami delle Pec/ chieder con hauere
ripieni gli animi defuoiSoldatidi fubi* tameffitia cr maninconia, mediante la
paura fcr il terrore di piu fegni nello eferdto dinotte apparp , cr pnalrnen*
tehauendo fatto fuggire da gU altari le uittime che egli uoleua facrìfware. Mai
Fati che fono ineuitabili, non lafdarono aPompeio, che in tutte Vdtrecofeera
ffato prudentifsimo , efaminare, CT rettamente conpderare, diche importanza
piffero cotali f egni cr prodigij. Egli addunque per far poca ftima
delPautorita cr grandez^ za di Ce fare , che era uenuta a tanto , che
Pecedeuail gra* do di priuato cittadino , in un folgiorno perde tutto Vho »
note CT larepututione , che pno dagiouanetto p haueua acquijlato,tale che non
fologlibuomni^ma ancora gli id* éj gnenehaueuono inuidia . Ondcc manifeÙodn
alcu* tu Templi ejferptrouate le jìatue de gli \ddij, che da per I LIBRO toro
fi erano riuoUateindietro.Et neUa atta di Antioch'4 cr di Tolmaida , ejfetjì
udito un rumore di Soldati , CT jhrepito d^armiytanto grande ^che quelli della
terra erano corjiaìlemurap difenderle , A Eergamo^efferft [entità^
neluoghifecreti de Templi , un fuono diTamburi^ Età TraUe,nel Tempio deìLt
Vittoriafottola fatua di Cefa* re^ejfernataytrale comettiture delle pietre del
pauimento del detto Tépio una palma uerde cr di buona gràdezz^ Et tutti queìii
fegni apporfero per diuinaprouidenùa^ accio che e fuj]emanifcilo,gli
iddifhaueruolutof onori* re la grandezza di Cefare^ej a Popào dimoiare la fua
fallacia . lo adunque, o Diuo lutto, con quella humilta et riuerenza,ehe fi
ricerca inuerfo ituoi altori,^^ facratisfi* miT empii, ti prego che benigno cr
fauoreuole ,uogli4 degnarti, che gli errori et lerouine di tanti huomini eccd
lenti,fi ricuoprino fatto la ombra del tuo efiemplo» Per* che
noihabbUmointefo,che il gjiorno (nel quale ornato di porpora fopra il feggio
d’oro nel Senato ti rapprefen* taiii,folo per dimolirare,che tu non dijfrezzuui
quello honore cr quel fupremo grado, che dal Senato, con tan^ tof onore ti era
Jiato conceJfo)auanti che comparufi al co Jfetto del popolo, che tanto
defideraua di uederti, attenm dejìi prima al diuin culto, nel quale tu ancora
doueui effe* re adorato cr reuerito . Et fatto ammazzare nel facri* fido un
bellifsimo Toro,cT non trouando nelle interiorct. il cuore, domandato lo
ArufpiceSpurinna, quel che do uolejfefigni ficare, ti rifpofe, nel cuore
confiàerelapru* dentia cr la ulta delThuomo, Onde era necejftrio che tu ti
hauefii cura, cr ti fapefsi bengouernare . Q«/»di poi fucceffelo impetuofo
patriadio di quelli, la cui intentio* PRIMO. fi ne fu di Iettarti del numero
degli huomini , CT tra gli id* dij ti collocarono. Termini adunque ndtuo
effemplo ^ la naratione de proiigij domerà, accio che neluoler pài oltre in
quellicjbndermijo nonfuf li meritamente ripte» f t>, trappaffando contro al
douere , dalle cofe diuine alle human e. Toccherò adunque breuemente de gli
efiernr^ iqualibenche apprejfo deiLuini, non habbino moltocre dito,noémeno p la
uarteta recherano altrui dilettatione, DE GLI ESTERNI. Di una Qaualla che
partorì unaL epre» •p Cofamanifefta.jnelloeferdto di'Xerfe^ che egli con* ^
dujjein Grecia, una Caualla hauer partorito una Le* prejaqual cofa tanto
moftruofa lignifico Vefito di fi gran de preparamento , perche coftui che baueua
ricoperto il Mare di legni , la terra di Soldati, fu conjiretto dalla paura,no
altrimenti che fugace CT timido ammalerà ritor ttarfì nel fuo regno . Al
medefimo ancora, pajfato il mo te Ato acanto a ida, atlantiche e dis facete la
città d^Ate* ne,tr aitando di andare ad affalire Sparta,gU occorfe, me tre che
eglicenaua,un marauigUofo prodigio , che facen* dofi dar bere duino nella fua
tazza, fi conuerti in Sàgue, C3T quefio non foto la prima, ma la feconda, cr
terzauol ta,Onde egli domandato di do d parere de Magi dil?er* fta,come ottimi
hiterpetri et indouini lo auuertirono, che firitracfsi dalla dcfìinataimpre fa
contro a gli Spartani^ Et fe in lui fiftiffe trcuato punto di fenno,o di
prudentia, boria fchifato il danno cr la uergogna grandifiima che eglineriporto,hauendo
medianted ualore di Leonida et de compagni di quello,potuto chiaramente
comprendere ilfucceffo di quellaimpreja* ‘ • r» I . DiMida, Al Rr IAidd,fotto U
cui imperio uenne la frigia ef fendo fanciulto,zT dormendo, furon portate dai
leFormiche alquantegronelladigrano in bocca, tTdom mandato [uo padre glt
indouini,quel chedofìgnificauo^ rifpoftro,Mida douer auanzaredi ricchezze tuttigli
aU tn hu omini, ne fu nano quedo pronoftico, perche ejfo fo' io di ricchezze CT
di danari, aiianzb quajì Vhauerc di tut ti gli aUri Re , CT crebbero in tanto
le [ve f acuita, C7 /« tanta la abbodàtia deWoro CT argento che egliaccumula
che largamente fi uenne a uerifìcare,quel che gli idd^, co tal prodigio,gU
haueuono nella fua pueritia promefjo • Di Platone, P Armi cof a ragioneuole, il
preporre alle Formiche di Midalo Pecchie di Platone , Quejie a Pilone , fendo
infafce CT dormendo, portarono il mele in bocca, ilche fufegno éperpetuacT
eterna feliciti. Quelle,di , cof e fragili
a‘caduche,Etgliinterpetri,diuulgatafi la co fa delle Pecchie,dijfero che della
bocca di Platone ne ufci rebbe una fingulare et fuauifima eloquetia.
Quejie,come , injligatedalleMufe,parechefuecialfero,noifoauietodo riferi fiori
del monte Himeto,ma de colli d^Heliconafiio^ riti d*ogni fortedt dottrina,^
dipoi nel grande o’pro* fondo ingegno di Platone jiiUafiero idolcifsimi liquori
dalla fapientia, DE yOGNI. CAP. Vii Auendo io tocco breuemente delle ricchezze
di Mida, CT della fapien* tiadt Platone,annutiate loro dorme t do, narrerò al
prefente di quante fpetic dij ogni A gli huomini fon o occorp cr uerificatip:
Nc mi pure poter fare principio migliore^che dalla facratifsH ma memoria del
diuo AuguHo . Dirò adunque , come ad Artorio medico di effo AuguHoJUnotte
auanti^ebe pfu/ ceffe il fatto d^ arme tra Augufto cr Marcanto* nio ne campi
Filippici^dormcdojapparfe infogno la Dea Minerua laquale gli comandò che
facejfeintédere a Cefi re che era grauem ente amalato^che per do nò reiiajfe,
di non ptrouare al fatto d*arme , ìlche fendo da Artorio à Cefare referitofi fece
portare nella battagUain letticaxet métre che egli jlaua tutto intento alla
uittoria^ifuci allog giamentifuron prep dallo ef trcUo di Bruto . Che pofsU mo
noi adunque penfare altro, fe non che do fujfe fatto per prouidentk diurna,
aedo che il capo di Cefar e già de* pinato aUaimmortalità,non fentijfela
uiolentia della For tuna, indegna,ueramente di offendere uno fpirito diuinof ,
Ma lo ef empio frefeo di luUo Cefare infegnò ad AguUo Cqu^nque egÙperil naturai
uigore delVanimofuo, an* tiuedejfe fottilméte tutte le cof e) ubbidire al fogno
di Ar torio. Perche gli haueuaudito ére,che Calfurnia moglie di tulio Cefare
fuo padre,in quella notte , chefù l^uhma che egUdimorajfem terra,
haueafognato,Cefure giacerli ingrembo pien o diferite,Gr fpauentatapgrandemtnte
p cop horribdefogno,non huuer mancato di pregarlo, che il di feguente non
uoleffe andare in Senato,Ma che egli p noip^eredircfhreperun fogno
diunadonna,derauo luto andare in ogni mcdo,doue affalito da i congiurati. fu co
molte ferite ammazzato, Certaméte ira tulio Ceja^e et Agufb» fuofigliuolo,nÒ é
lecite far diff^etia o cÒpura* rione dcunahauédoamédui cÒfeguitatoil fórno
grado di Ifefeacl fc fSS. diuM, perche
Vuno di già, con lefue operegloriofe ,/i hmeud aperta laftrada di falire al
Cielo, aWaltro rejhua ancorain terra a fare molte opere egregie cr uirtuofe.
Per lagnai cofa,uollono gli iddij immortali, che lulio Ce fare cognofceffe ,
che ^a era uehutoil tempo di mutarla uita mortale conia gloria immortale. Ma
che Augujio nonfcUmentelocognofcelfe,maancoralodfjferijfe,4C» fioche il cielo
fi godejfe Pano di qaefti duoi ornamenti, CrPaltro infuturo fi promettejfe» Di
P. Decio cr Mallio Torquato. rV ancora affai marauigliof o cr eludente ilfogn
o,che in una medefimanotte fecero Publio Decio cr Tito Mallio Torquato Confoli,
eT Capitani .fendo accampati^ uicinoalmonteVefuuióin quellagucrra contro a
iloti ni tanto importante, pericolo f i. Erojìo,chegli erail crudele cr trijlo
Fato di Sicilia cr di Italia , cr che fcioUo che egli fuffe sfarebbe la rouina
dimolte Citta,dqual fogno il difeguente fu dalei diuulgatojper tutta
Stracufa,cr coft poi che la F ortuna,con traria alla liberta di Siracufa,CT
nemica de i buoni,oppof e allatranquilUta CT pace di quella Cittailf opradetto
Dio* nipOffcioUo delle celcHi Catene cr come un folgore uenu* to in
Terra,fubito , che Himeralo uide entrare nella Citta tra la m oltitudme di
quelli della terra, che lo accompagna^ uano,cr correuono a ucderlo,grido, lui
ejjer quello che et tain fogno haueuauijlo Alche intefo Dionifto , ordinò fé*
gretoììiente ,che la fu ffe ammazzata* Fiufìcuro addunque fu il fogno della
Madre di effo Diompo,laqude portando* lo ancora nel uentre,gli parue hauer
partorito un Satirett^ to,cT ricercato uno interpetre,che tal fogno gli dichiar
af* fe,glifitr€fpoiio^che quello chela partomebb€,farebbed Primo. 57 piufmof
[),er il piu potente buomo ^ GrecùfComefi td» de poi con gli effetti. Di
Amilcare, AMilcare Capitan 0 de Cartagineff,campeggiando S» racufajgli paruein
fogno udóre una uoce che écejjè che egli il difeguente cenerebbein Siracufa ,
rallegratofi dunque^come fe diurnamente gli fu ff e jlata promejfa la uùm tona
, cr mettendo per ciò in ordine lo ef eretto percom* batterla, nacque difeordia
in quello^tra i cartaginejì CT SU cilianLOndeiStracufaniufciti fuori della
Citta cr affalitili in un fubitoyprefero i loro alloggiamenti cr dentro ne me
naron 0 prigione Amilcare, ilquale ingannato piu dalla fua falfa credenza che
dal fogno,cenò prigione inSiracufa,cr non uinatoreycome egUs^erapromeff'o,
DiAJdbiade, ALcibiade anqpr9 Zd piegare ò ritìrarp un paffo^furono
uiSHC^fiorcfr Poi luce prendere h parte de i Romani^ ^udi roppero ddtut to cr
és fecero l'eferato inimico. Slmilmente ynet tempo della guerra contro al Re
Pefy fa^Publio Vatinio Prefetto di Rieti, uenendo di notte . 4Rom4, uideuenirjt
incontro duoigiouarùdi bellifsimo af petto [opra duoi Ùanchi CauallL^qUiiU gli
dettero nuoue comeil didauanti,ilRe Perfaerajìato prefo da Paulo Emì tiojllche
bauendo referito al Senato ,fu meffoin Carcere, I - w 9 » / Per fa in quel di
era flato pref o ,non fedo fu liberato di Caf cere,ma ancora gli fu donato una
poffefsione , cr fu fatto efente da tuttelegrauezzc. E ancora manife^Oyche Ca^o
recT Pollucelìeronouigilantiperfalute dell'imperio Ko manOyollhora che fkdèti
loro,cT i Caualbfurono uijii rin» frefearfi CT bagnarfi infìeme con quelli, nel
Lago di lutur* nOyCT l^ porte del Tempio loro , che e uicmo al fonte del detto
Lago fi làdero per lor medefime ejferfi aperte. Ryf A per dimoHrare, quanto
ancoragli M iddijfujfea 1 Vi rofauoreuoli a quejìa nofhra Otta, dico che
ejfendo élatagia tre annila pejie in effajne uedendop ,ò per jiitdna
mifericordia.oper rimedifhumani^n che maniera fi potè/ fepor fine a tanta, CT
cop lunga calamita, pofto(co« me ne auuertironoi Sacerdoti ) mente a t libri
Sibillini trouarono, chenonpoteuono altrimenti purgare il cor^ Di Publio
Vatinio. Della Pepilentié, LIBRO roto aere tfe e nonfaceuonouenire EfcuUpio da
Epidate ro , Per il che ui mandarono Ambafctadori , prometten* dofì conti f onore
(htale iddio Cpcrladeuotione,chegia di lui per tutto era grandissima') potere
impetrare tal grò tia . Ne/« uatna tale oppinione^uenga che con la mede
pmafedefù loro promejjo CT attenuto il foccorfo , con laquale efsi lo
domandarono . Arriuati adunque che fu* tono i detti Ambafciadori ,
incontinente, dalla città di Epidauro,furono codotti al Tempio di EfcuLpio,
ebbero cinque miglia lontano, Et quiuigUinuitarono humanifsi* mamente a
prendere,^ portar uia a lor piacere del det* to Tempio , tutto do che penf
afferò doiter^ejfere alla lor patria falutif eroda cui prontezza CT
hberalita,fu anco* ra accompagnata dalla benignità dieffo iddio , approuan . ,
do le promcjfe di qucQt con metterle in efeculione, pero eh e, quel
Serpente,che rade uolte era f olito dimofìrarfe . Qafiio adunque ( dt cuinonmà
fi deue par, lare,fenza prima hauerlo chiamato publicopatnciday ri. ^
trouandofi nellaguerra Earfdica,CT combattendo fero^ cifsinupnente , gli parue
uedert ,che Cefare in habito cr, - forma,chehatieuapiu del diurno che deWhumano
,gU «e niffe incontro uefiito diPorporaconuolto minacceuole corredo a tutta
brigUaionde fpauentatofi diede a fuggire 4icettdOychepofs*iofar ffiuije
Vhauerlo mortonon bafio^ j- T et, 41 fXafappio C4^o^cìt€tnnon
ÀìnazTCifUOefare^perchc itett fì può in alcun modo uccidere la diuinita^ ina
hauenm dolo tu offefoy mentfeche egli informa humana era tra . noi , merUmente
, dipoi che gUara fatto iddio , Vbauefl. per crudele inimico, ' DiL,Lentulo, T
^5*0 Lentulo , colieggiando il lito del Mare^ doue . 4-^ co certi pezzi d'una
fcafa rotta p ardèùa il corpo di ^ompeio magno à tradimento fatto morire
dadKeTo torneo, zr uedendo.una pamma talché fapenda.cbe den . tro
uiardeuacofOfdi chela fortunaphoueadauergogna f£^dijfe a iftÙH Soldati.Chifa fe
dentro i quel fuoco ui p i obbruaa il corpo di eneo Pompeio.Le cui parole
diurna*, Wtente mandate fuora,ppojfono ueramente metter nel numero pe miracoli:
ufeirono qu^e di bocca (Punhuo tno,ma queUo che al prefente diremo ufd di
bocad^Apot' lo,ondep conobhelamorte di Appio,fecondo che da ef*i fo erapato
predetto, Coftui nella guerra oiuiU quando[ Gneo Pompeo,confuarouina, et danno
della Kepublica^ p ^oppe con Cefare,depderando di intendere lo euentó éd oop
importante motiuo, perche atPhora eraprepoflo con , hefcrcito alla
Acda,coprinfe per forzala Sacerdotejfa, principale, del tempio
ApoUineDelpco'^chehaueualà^ cura del luogo fccretó delio oraculo, a fetndere
neUa piu profondaparte deljfeco /aerato dtejfo lddio,nelqualeJi. comep dauano i
re&onp piu certi,a chiglidomandaua,cù. pper ejferele dette uergini troppo
ripiene del diuinojfi* nto lepiuttolte ne periuono.Lauergine adunque inpanui
mata di profetico furore con noce horribde , mentre che eUaofcuramentclecofe
future preéceua, manifePò 4Ì t Appio U
fui morteécendoli^Tu nonhii ò Komxno che fare in quejiaguerriyò terrai li Cella
di Euboea. Egli ere deniojì per uolere di AppoHo ejfer*auuertito,che egUfug
gijfe quel pericojoje n'andò in quella regione,che è poflj tra Rannunti^nobile
parte del contado Ateniefe,CT tra Carijio^uicìno al mare dt
Calcidia,chiamataEuboeay nel/ qual luogo amaUndojì m ori iana'izi alla guerra
farfalla caye3‘ cojìhebbe quelluogo per fepoUur4t che da quello Iddio glier~a
Ihato pridetto. Poffonp ancora connumerare tra i tAiracohyche ejfendo arf o U
fagreSHa de Sacerdoti di Marte chiamati Salij,no fi ntrouò alcuna cofa intera
fe no laTromba torta di Romulóy^ ancora effendó arfodTc pio della Èortuna,la
Statua diferuio TuUfonmiftinuioU tayCT finulmentelafiatua diQSiauiwJiqualeera
pofté nello andito del Tempio di M arte ejfendo due uolte quel Tépio arf o,una
nel confai ito di P. N tfica Scipione,cr L; Be^iyValtra di M.Seruilio^ CT L .
Lamia^ rimafe fopra U fuabafoyfenzacjferedalfuocó ojfefa» Di Attilio, . ' D
Ette anchora qualche ammirationeaUanodra Cit tà il corpo d'Attilio AuioU ,
quando fu abruciato fecondo il cojlume anticOydquale giudicato morto da i me
diciyCr fuoi familiari pilette alquanto difpacio dijiefo in terraydipoiprefo ex
pojlo f oprali fuoco come egli fenti il caloreygridò'jthe erauiuo ,chiamandó in
aiuto il fuo pe/ dagogOyilqudequki jolo erarimalio^magiacircundato dàa fiamma
non potette riceuere alcun foccorfoalfim* le fi dice ejfer' accaduto 4 iMcio
Lamia, che era fiato Ere* tore, Degli Esterni. ‘ ^ 1 Duo miracoli fopra djtti,
paiono meno marauigliofi ; per quél che duenune di Ero Panfilio > ilquale
ferme PU tone, che ejfendo [opra molti altri morti'Jn battaglÙL x.giomi ri
mafto come morto^ey duoigiorni doppò , che dùjuiui era Unto leuato poflo [opra
il foco , rifufeitò , CT narrò cof e marauigliofe^che egli hauea in quel tempo
ue* dute.Vnhuomo anchora dottifsimo in Atene hauendo ri* ceuuto unafjjfattanel
capo^ con tanto dif piace* ¥e la doU^z^a di quelli» » DcUa moglie di
iìaufiment,CT di Egle Samio, p lumarauigliofaenondinienolanarratione delcà
fofégue'nie. La moglie di iJaufiméne Ateniefe,ab* batkhdofì a ued&e il
figliuolo con la figliuola camalmen te ufae,offefa neWanimo da cofa fi
uituperofa, CT fuori ét ogni oppinione,perche lanon potejfeaUhora cruedarfe ne,ne
dipoi parlarne diuentò mutola,CT loro fpontanea* mente ammazzandofi pagomo le
pene della commejfa Jceleratezzaietcofi lacrudelFortunaaUamadre tolfeiì parlar
a i figliuoli la uitadaquale a Egle Samiogiuca* tor di lottai mutolo fu
propitia»crfauoreuole, perche ejfendo fiato uincitore in tal giuocQ'^ gli fu
uoluto torre il j^emio^et Vhonore^he eglifihauena acquijiato, et tante F /i . .
tfl't R O fitio [degno ^che egli nè pref z^che e n^dcquijiàla fmelUt Di Gorgid
Epirotcu . . V ancora marmgliofo il nascimento di Gorgia di Epi F rocche fu
dipq\perfo^arara,cr ecceUente^ilquaUu* [ci del uentreddla madre mentre che
Verauina (VmacafOypercheritroUandofi 4 et nain cafa di Scopai» Cranone,cbe e un
Camello di Teffa gtia,glifu detto, che alla porta,erono duigiouani ^ che lo
pregauano,che eifujfecontento uenir [ubilo fino 4 baffo, che glihaueuono da
parkre,egUf abito uenuto alla porta, cr ufeitofuora non ai trouo negano, ma in
queUo inUan Hrouinò kfala»doifecenauano,cr ucOfe Scopa con tuta èo il reBo de
conujhti^ nellaqua leuag'ianoa;jH.gUfaceitonoptrlarepinterpreti,Et do
uoleuonofì offeruajje^nofolo nella deta diRoma,maan cera in Grecia et in Apaper
quelli che e mandauano a go uerno delle Prouincie^accioche la lingua Latina co
piu ho nore cr riputatione per tutto il mondo p dilataffeEtq tr fio uoleuono^no
perche e non fuffero dotti et bine inerti ti nella lingua Greca co me negli
altri Pudijy ma perche pé reua loro che i Greci douejjero effère in ogni conto
infe* rion aiRomanhEtche e fu jfe co fa ì legna et intollerabde che la gràdezza
et riputatatioe del R ornano impiojì def fein preda, et p tafdajfe pigliare
dagli aUetamétiy cr dalla fuauità cr dkcezzei di ql parlare efquiptOyCt
artificiofo, P Di G. Mano, Eriaqual cofaftu,o Gèo Mmo^non debbieffer ri . prefq ne hUjìmato della tuarozezz^t cr
rigidità, U hauendo due uolte trionfato, per la uittoria ottenuta di ìugurta in
Affrica, per quella de Cimbri T euton ici a picdeWalpi , ncn uoleiii , che la
tua uecchiezz^ ornata ìdidoppio Allojrp,ji rendeffepiu calta CT piu ornata «te*
diante la eloquentia di quei Popoli, che da te crono itati f aggiogati? Perf
udomi eh e tu ilfacefsi,accioche nel culti tiare et efercitare lo ingegno al
coftume delle genfiftrane, non parejje che,come ferito fuggitiuo
tifuffialloiitaiudQ da i coflumi cr ordini della tua Patria, Che fu adtinque il
primoyche ne i tempi nofiri, aperfela porta del fenato al la lingua Greca,Onde
bora le orecchie de Senarori i^or/‘ 4ano in udire i fatti occorrenti de i
Greci, Certo non- fii oltricheM olone Apollonio_,maejlro deWarte Oratq>»>
ria sfotto ilquale Cicerone diuennedottifsimq yferchee- ntanifejlo che coflui
fuil primo f or ejiicre chefujfe udito parlare in Senato fenz Je da CauaUoyCome
era debito raprefentandop dauàtiad un Cofolotnon p mojfe.di che accortopil
pgliuolo,glim4 dò f abito 4 co madare per un o Littore che fmotaffe. Fabio
aUbora ubbidiente, f cefo da cauaUo,p apprrfentò d contt fpetto del pgliuolo
dicendoli. Io non ho fatto quePo,per n on rendere alla dignità à co folate il
debito honore, ma peruedere, fe tu fapeui ejfer Cofolo. Et fo bene qual p4 il
debito del figliuolo uerfo il Padre, ma cotd debito et riucrenza no debbe ejfer
àgli ordini publiciantepojia. Della conjìantia di certi Ambafeiado* ri Romani.
DOppo tl laudabile ef empio di Fabio Mafsimo , mi fi ojferifce la
conpontiagrandiftima de gli Ambafciait doriRomani,che furono mandati dalSenato
à Tarento 4 recuperare certe Kaui cariche digrano, che da i Tarenti ni crono
Paté prefe. QuejH ejfendo fiatiin quelluogo mot to ingiuriati cr
uihpepjettraglialtri,e[fendo fiato gettato deU* orina addojfo ad un o di loro,
codotti ( fecodo la ufan Z D' un certo ordine,cbeerainMarfilia* Ma
pèriornarealkOttadiMarplia,dcn(feio n^x ra p'artit&. Non u oglion o i
Marfiliani , che ninna entri nella Terra con arme,ma le fanno lafdare alla por*
ta,doue è deputato chi le riceuei crollo ufcire le rende lo ro,perchefi come e
fono f oliti di rìceuere cortefemente i forejìien^cojì uogHon o effere patri da
loro, D^una certa ufanza de Gdli, V Setto della Citta di Marplia, mi
prapprefenU quella antica ufanzn de GaUi,iquaU Cfecondo che p troua prittoy
ufauano prefiar danari die perfone, per rihauemealcrettantt nelV altro mondò
effendo fatolor perfuafo Camma e jf ere immortale, io gli chiamerei Bolit fe
pitragord òefugreco,non hauuej]e haute la medep* ma oppimone dicoPoro^che erano
Frahzcp» De Cimbri CT Celnberi. La Tìlof ofìa de Galli era fondata foppra
Vaudritia et fopra leufure^ma quella de Cimbri f3‘ de Celtibt^ ri , par che
hauejfe per obietto la baldanza crfoftezXd '' acìTdnhno: perche quando fi
ritroudfuno é combàttertp ty ne i maggior pericoli della »i morto il marito
uègono a contéfa et dipoi a giuditio qual eUloro babbi piu fuifceratamente
amato il Maritoiit quel Id y che piu amoreuole è giudicata sfacendone molta
ìefià onne,che non ha^ neuon modo da maritarfi,nel Tp4 rendo loro coja
conuemente^ebe colui chepritrouainrt gale altezzu,per mantenerp in piu grado cr
riputadone^ debba aHenerp da quelle ufanze, che uolgamente p ufo
tiopnodagliinfimi et plebei, Delladifciplinamilitare, Cap, lì. Erremo bora a
trattare del principila leornamento,etfoPegnodel Romd no imperio che pno ad
oggi confabi teuole perfeueranza de i Romanifi e mantenuto pneero cr inuiolato.
Que Hoeilfeuerocrrigido offeruamen* to degli ordini della militia , nel cuifeno
, O" fotto U cui protettionejì conferua ilferen o cT tranquillo Poto dellé
> beata pace. Di Scipione minore, PVblio Cornelio Scipione,quello alqualefu
commef fa Pukima guerra contro ai Cartaginep « Onde f secondo; 6t eomeVAuolo
ttedcquifto il cognome di Affrìcdno^effenm do ConfolOjCr mandato in Spagna
Capitano dello efer^ cito R ornano, per isbattere cr reprimere gli inf denti
ani mi dei Numàtini,infuperbiti per colpa di quelli, che aum ti a lui cieron
fiati mandati Capitanijubito che egli arriuò in Campo,mandò bandi, che fufierà
leuate uia dello efer cko,tutttle co/enon neceffarie,cT che ui eron fiate con*
dotte per dar piacere ai Soldati; O’ mandò uia tutte le b ocche difutili . Onde
fgombrarono (come è manifefioy di quefio efercito mjìeme con un gran numero
diriuendi* toricr Saccomanni, dumUa Meretrici, Et cofi lo efercito R oman o
purgato cr n etto di cotale brutta cr difutile ge neratione,^ che poco auanti
per afi>rejfa uilta cr codar dia fi era fuergognato,medianteil dishonefio CT
làtupe* rofo accordo fatto co i Humantini , riprefe la fua prifiina uirtu,1
bemgnan i loto antichi nel tempo della gmra Tarentina-cònf (TMtigfi . 6S h
toriófo di dupi de gli inimici y cr ne riportajfe le fpoglie* Eglino
adduuquettrouandop legaticon pdureeT ufpfé conditioni,come che poco
auantifuffero Pati uile et abiet to dono del Re Pirro , gli dùtentarono
crudéipimi inimici . La medepmd ira fulmino d Senato contro é coloro y che ndU
rotta di Canne abbandonarono U RepubUca , perche hauendo il Senato con
afpritpme conditioni y cT piu horribili che la morte conpnatili ih SiciliUy CT
hauendo dipoi riceuuto lettere da lAarm co Marcello c che era pàto mandato in
queWlfola d^- ta efpugnationedi Siracufa) perlequali ricercauadSe^ nato y che
gli dejfe Ucentia di potere in quellaimprefi feruirp de i detti conpnati*
Rifpofe àie e non crono degni di effere accettati nello eferàtoRomanOypure che
èra contento yche e faceffe in ciò tutto quellOy che giu* iticdM Htdeèlty
efpedienteper laRepublica yconqu^ . LI B R O pero j che dafcuno di efii fuffe
del cottrìnouo occupdtp fenz^ mai ftare in otiojn qualche eferdtio^o"
cheenon poteffero riceuere premio o dono alcuno , ne 'tornare in, Italifty
fedai nimicinon fuffe Hata occupata . Tate è aduh que Vodio, che portano i
Forti et ualorop^a i timidi etpof planimiE ancora d4
conjìderare^quantofàgrandeil di* fpiacere^cheil Senato pre/e, hauendo
intefo^che Quinto PetilfoConfoloy mentre che egli ualórofamente coni
tigurUomhatteuOyfuffejlato daifuoiabbcfndpnato , CT hfd^oinpredadeinemidi,che
l'ammazz O. * Degli ordini del Triomfare, Cap, III. Lcuni Capitani
Kontaniydtfidtrand*^ che e fujjcl oro [latuito il Trièfo, per cof e piccole et
leggieri sfatte da loro, furon cagione che il Senato prouide^ per
leggijcheniuni) Capitano poteffè triomfareje m una fola battaglid,nS haueua
morti almeno fei mila de inemiciumperocheino Briantichigiudtcauonoychelo
^lendorefj^^l^ornamento della citta,conlilìef[e,non nella moltitudine de
Triom/?^ ma nella grandezza dello acqmùo.'Et perche a queflaleg ge
copncbilejtion fi potere in alcuna maniera contraffa» re per la troppa cupidità
di triomfare lafortificarono eS lo appoggio d’unalira Itggicjp) cpo/ìa da Ludo
Mario CT Marco catone tribuni della plebe ^perlaquale fi punì» \cono quelli
capitani, che in alcun modo ardif ceno dfp* gnificarealSenato,fa1famente lini
mero dei nemtcìue/ af,cr de cittadini H emani morti , Et uuole che /ubilo, che
e temono in Roma giurino dauanti a i Camarlinghi della citta, di hauere fcritto
al Senato, il uero numero de morti,fi de i ntmici come de ih emani . Doppc
hauer parlato à quefi leggi, non faro fuori di propàfito far mentione in quefo
luogo (Tutta fententia,che fu data fo pra il fatto del triomlare,trattata cr
difa jja tra perfo» ne eccellenti. HauendoLucianoccnfolofy Quinto Va ierto
pretore rotto cr /confitto in Mare una belUsfma ormata de Cétaginep,o’ hauendo
perdo U Senato deter mmatoilTriomfo a Luttatio,et procurando Valerio di
ottenerlo anchoraegli,Luttatiop oppofe,dicèdo che no I (rit t / r èrd conuemhte
, che in cotale honore, il Prétofehdueffe andare ara^udglio del Cónfólo :
etiieituta la cofaingranr difsime contefe , Valerio ójferfea Luttatio di
prouargli^ , che e non poteua domandare il Triomfo, effendo egli Hi to queUo ,
chehaueua rotto tarmata deCartaginepy CT Luttatio accettò offerendoli
diprouargliin contrario,cf“ dWcordo eletto Attilio Calatino^ giudice in
queHaloro' d^erentia : Valeriojl primo parlò , cr ejpofe dauanti al Qmdìce,come
il Cònf olo^quando fi fece lafattionefi trai uaua nel Letto amalato ^Ondea lui
era tocco a fare inte ramète Vtffficio del Capitano, Calatino allhora,prima che
Luttatio comindaffe ad efporre le ragioni fue^ dijf : cofi^ Dimmi VateriOife
tra te et il Conf :>lo fi fujfe confuUato^ [egli era hene combattere o »ò,ef
i pareri tra uoi f afferei fiati diuerfi,qual parere era cagioneu oleiche fuffe
apprò uato^C^ meffo in effecUtione il tuoo quello del C onfolof Rifpofe
Valerio, che non negma che il parere del Confo Io,no« haueffe andare innanzi a
tutti gli altri,Hor dimmi ancora dijfè Calatino ,fe Vuno CT Vdtro di uoi
haueffe prefigli Aufpiàj^etf afferò Hatidiuerp, fecondo quali eroi egli douere,
che uoi piu tójlo ui rif oluefsi, fecondo i tuoi 6 fecondo quelli del Confalo i
Riffof e Valerio, fecondo quelli del Confolo,Hor ifeDio nuaiuti) diffe Cal N D
O, 7* imitale due uolte era flato confola O’utMUoUa^ Dittato* rf,cr in tutte q
te^e degnita p hmeua acquiPato grandif pmarìputationeyfudalui priuato della
dignità Senatoria perche egli hmeua comperato certi uap (Pargento, che pc
fauono dieci libbre parendoli che un tale ejfempiofupè atto a corrompere la
parpmoniacT pmplicita Romana» Pomi uedere che le lettere del no(lro fecolop
riempano di (lupare cr* di marauigliathauendop ad accomodare ad efprimere
efempU tanto rigidi cr feueri , CT che le Piano h dubbio, fe gli e da
cr^dere,che nella citta noPra pano n temenute quelle cofe,chein
fecontengono,che appena c credtbile,che dentro alle medepme mura, lo hauere il
ma do a comperare dieci libbre d^ argento recajf ; altrui carim cOfSr lo ejfer
pouerofuffe per cofa uiUftima reputato, DiM.A«^onlo crL.F/dcco. - ■ MArco
Antonio, O' Lucio F lacco ccnf ori, rimoffe* 1-0 del Senato Duronio , perche
ejfendo Tribuno della PiebeJjaitéua propojio,ehe efujfe annidato la prom uipone
ey l^gg«(t miarfio ‘Éìùf"^ ^1 '>?"■«*' /«io for Vaiolo etPMo
Smpronioin Siti. fpnó oejf ctonie gUpruiarono deauM del Publito ^
P^^P^^^AttHioKtgidoett.Pmo. £S^C2Sesss6 K t I hftueuond4tQ Ufedcdianiirfene
fèco ^'ahhindond* re Italia» TuttiqueUianchorayche neUi medtjima rotta rimajii
prigioni di Hannibale.cr mandati dipoi da ìui am* bafciadorid Senato Romano,
per conto di permutare i prigioni^non hauendo do ottenuto , non ritornarono ad
HannibJe altrimenti,furono da efsi Cenforì feueramen* te puniti cr condannati ,
fi perche al [angue Romano apparteneua mantenere la fede fi anchora perche Mar
co Attilio Regalo molto afpramente procedeua contro a I* mancatori di fede. Era
co^i figUuolo di quello At* tilio Regulo,che uoUe piu tojio morire con
ajprifsimi et crudeliffimitormenti,che mancare a i Cartagineft delU promeffa
fede, C ofi adunque l* autorità de Cenf ori tra* pajfo daUadtta nello
efercitoJUqualenb uoleua,nc com* ’poTtauOycht il nemico fu jfe ne temuto ne
ingannato. Se* guitono duoi efemplifimdi,fopraiqualidarenfinea^è*
&atnateriel medeimo Catone» : \ ^ S Tondo il medefimo a ueder lefejle,
chififaceuonó{ in honore della DealFlordylequaUM.efsio Edile foé è^eua
celebrare Jl Popolo fiuergogno in prefetiÈùt4i Cam tonerà domandare^che
queUe,che talfefta raprefentauom nOyfifpogUdjfero nude fecondo il confueto,
BeUbe fett dpauertito daF.auonio amiàfsimo fuorché glifedeuaalm iato^fi parti
del Tedtropernonimpedire conia fuaprem fenzdyVnfanza di queìùfelia.Et quando il
Popolo uide,^ «. che eglifen^andauOjp leuo tutto a romore, CT facendone molta
fejla cr allegrezzajeguitarono di celebrarti
cbitComeficollumduatdimoJlrandoptaltattOycbeepor/ tauon piu rifpetto ZT
riuerenzaa Catone foloyche a tutti lor altriyche uierono pref mti. Hor
qiudiruchezzctqualì ItnpprijyZr quabTriomji furon mai in tanto pregio ap/
prèjfoil PopolofHaueuaCatonepiccole facultOyeracon tinentijjìmoynon fi cura che
lacafa fuayfpogliataiTogpi ambùioneyfuffe molto frequentatajolo uno tra i fuoi
an tichirìfplendeua,Èranella fronte ouflerOyMa la uirtu fu4> fu compiuta
cTperfettajin tutte le partiy onde f e alcuno- Huol denotare un buomo dabency
CT unuirtuofo Cutadi noybafia cb e egli dicaegli e un Caton e» u . DE G Li*l ESTERNI.
' n . . • Di Harmodio p^ Ariftogitonct * * J ; 5 -. ELbtfopta,chenoiin qu^iU
mdtmifAcdm parte aiuora agli cfierntyAcciocbe trai domejlici mcfco* .
latiporghinoy per tale uarieta^ai leggenti magf^ porMetto.llRe-SQerfc.fuperatdU
citta di Atene ytoU (eie JhauediArmodiocrdtAriftogitoneycbe Mbronm Zo erano ji^e
pojìe loro da gli Ateniefi ,jper la forza dìe ferpnù di liberar la patria dalla
T irantùde,CJ' portare nelfuo Regno.cr moltianni dipoi SeUuco ordì* no che le f
afferò riportate la onde Vertuto jbUe leuate. Et t Rodiottrbauendo tocco Ulor
porto queUi^cbele ripor* tauano^gU inuitarono cr riceuerono in uno aUoggumert
to dal publico ordinato JCT le Hatue. finche quiui dimora*, fònoytennero
tra'queUe de gli iddifEt qual memoria piu febee dt quefia : che rapprefentatain
un poco di bronzo, ^ fndaogtVunohoHUtainfigrandetten^atione, . I DiXenocrotr. ^
yf A quanto ancora fuVbonorefattoin Atene a1^* nocratehuomo cT perfapientia cr
per fantitadi cofbtmi^ raro cr ecceUante i fZofiui effendo citato af
unacertate(bmDmanzAyt!T ^^^(iatofi (fecondo il cojM me) allo AltarcyperdarpnmailgiuramentOytuttiigiuà*^
d unitamente fi leuarono in piedi,gfidando,dìe non giu* ^ raffe,parendo loro
cheaXenocrate perla fua bontà CT > fincentafi doueffe concedere il non
giurarcycofa che non tróntper concedere aloro medefimi , iquali ai^tiy che e
defferolefententie,eronftmilmentetenutiagiurare» DetVapparenz
inuenarttìioutyperAfptrfiiii»»^ Uore.RomuMtiWffimdtikb^
iUlfoprilìinteperi(xlo,cojicomeglier44emito,pgeM nel Teuere,ercertmentegU iddij
rifgUirdindoUmt» trfortezZidMoriUogUfuronofiUoreuoW^^
faimoperiretpercheegUneperVaUezXiddfiitottq
coOitofunepirtigmezzddeaWmmfrintofi,^ morM’icqmingUottito,nefin^entedii^
iiognilmiagU erano linaitt,offe[o,nomdopeoduf
fedwentroUeitt4.Cofiuifoloaduque,ttuolfa^^occhiditìHciudmiRomini,&ditito:numero^din
auelUyCon ilupore cr m4rMÌglU,quettibor4cojittegret li hòucÓ timore
rifguurdUolo.Ueghfoh^ne , coft fituproui^fpertireduoieflercitic^fF^^^^^^
i«Gemippccati, l’unocolreprmerloJuUr^^^ Mo.^gUpndmeHtefu Ji unto SiolumeiùofoH
con il fuo feudo, itti n0Pucitt4,quMtoilreumconUfu4 m ^ben dire.tioiuiiKem
motuttii Ranmi, enmfol Ra minojiamtinoù i ‘ DeUiVerginca^^ ' r ,, L
^irergiwCldir.MHf**P di^enticftre id mio proponmmo,^ràicndmedcfmùtmpo cr
nd 8o medepm o fiume cr contro al n
etnico medejimo ufo gran difsima uirtu cr ardtre, Ejfendo co^ei infieme con
molte ^ dtt't pulzelle R omane^dJta per ijlatici al Re Porf :nnd^ , ufcttafì dì
notte del luogo, doue Veruno tenute in guardia^ cr montata foprajm cauàUo,d
primo che gli diede tra nu nojpacciatamentf co quello pajfo il fiume a rmoto
entro di Roma , ìlche fu cagione non folodi liberar la patria dado affedio,ma i
cittadini ancora ddla paura . Petmna u$ ramente, perlafuauirtudegnrimo,cbeintaliéòdl
timentijp acquiftajje pregio, cr honore, cr Goffo nonfe • ce poco dcqui^o^ che
andò in do imitando le uepigiedi Komulo, Di M, Marcello, A
^giugneremoancoraaquePicop chiari e/cmpH, JiX. quello di Marco
MarceUoJlcmualore CT animo intrepido fu tal e, che glihafto la uifla, con pochi
caualli af [altare fu larwa del Po il Ke de Galli ^ che quiuicon un graffo
efercito fi rùrouauacT quello ammazzato ^ CT (pog'iato,dedico le fpoglte a
Gioue Yeretrio, DiT^MalUoyValerio Coruino,& Sdpione, ' Sarono in quello
modo di combattere la medefì* mauirtu.Tito Mallio Torquato, Valerio Comi* no,CT
Sdpione Emiliano . Cofiorotuttiatre chUmatta combatter e dai capitani dei
nemici, gliucciderono, ma • perche do era occorf o fotta lo aufpido de conf oli
, non conf cerarono le fpoglìe acquiflate,a Gioue Eeretrio, Sci* pione emiliano
pmiknente militando in Spagna fatto Lu cullo capitano dello efercUo,e:^ hauendo
affediata Inter cada terramolto forte,fu il primo, che montajfe [opra la
tnuraglia,ne era in quello tfercito dcuno,che piu di lui dg ueffe conferuarfì
cr rifpiarmarfi,p perla nobiltà cr uir* tu,che ih lui appariuafi ancorap la
fperàza grandifsima^ 'che col tempo di lui fihaueua,ma Sora igiouaniRoma*
ni,quanto piu erano nobili , tanto piu fi affSeauano. , et metteuanfì ne
pericoh,per difendere Upatria^o per am* plìayeVimperio,fiputandòfiauergogna,
efferediuirtu auanzati dàqueHi,che per nobiltagli crono inferiori. Et pero
Emiliano domando al Confolo,quellafattìonc,cbe dagli THRZÒ ■ , . ia gli dtrìeomc
difficile cr pericolcfi era iUtdrecufatd» j" DÌM.T«Ì/Ì0» IN trdgli altri
efempli di fortezza, tnife ne offerim fcewìoÀdco et marduigliofùA Komani
effendoflati rotti cr mefsi infuga^dallo eferdto franzef f,cr forza* tt a
rttrarfì in Campid aglio ,cr nella R occa,er no fendo il luogo per tutti
capace, cofìretti dalla necefsita , pref on per partito dilafciare iuecchi ne
piano della Citta,perche igiouani piu comodamente poteffero flore a difendere,
quel coUe che fola refiaua in poter loro, Ma la citta ancor ehe condotta in
tale miferia CT calamitd,non per ciò fi di* mentico della antica fua uirtu,
peròe quei uecchi che gf4 trono Sati di magiflrato, apertele porte delle lor
cafe^p pofero a f tdere f opra le f ìdie curuU,con le infegne intor nOfCr con
tutti gU ornamenti dei magidrati cr officijfa* eerdotali^che già baueuono
amminiftrato, aedo che hauB do a morire, ritenejferopnoallamorte, la Maie^a cf
lo fplendore,de i loro anni paffati ,cral Popolo cr alla Plebe defsino ardire s
uenireinpoter di quello, procacciatali Poccafìone iillk morte,uenne apurgare
ogniinfamiazr difhonorc.pc// àie egli con la bacchetta da caudeare, mentre che
gli era menato prigionecauo un occhio ad un di quelli Barbari, Uqude pel dolore
s^accefein tanta ira, che con un pugna le paffb i fianchi a Crajfo,zr amazzoUo.
Et cofi neluen dicarfi,uenneinfieme a liberare il capitano Romano dal éfhonore
della perduta mdejia»Et Crajfo per quefio uer fo mofiro dia fortuna quanto
indegnamente ,Vbaueua uoluto offendere,ZT dìjhonorareun tde huomo, cr che con
la fua prudentia (^ fortezza haueua faputo rompe re'iUcci,cbe per farlo
feruotefe gli haueua, alquanto at mantenere ilgrado,o‘ la digttitafua,
ricuperare f e me d^mo già dcjlinato preda di Arifionico, - . j '• Li • * Di Scipione, La medefmafortezzà et ref
olutione^ufoin f e ^jjfo Sdpionejuocero diQneo Pompeio.llquale,uinuti
fuperatiin A^cad Pompeiani in éfefu de quali egli fi n ' trouo^ndàdofene in
ìfpagna.con V armata, et foprag^ to da i Qefariani,come e idde effere prefa da
loro la N4r ue, doueuain pre ^0 U uirtu, uolle ejfere in uerf 0 di te,ey de i
i/^cr da!^ leparolegrato conofeitore ,hauendoti dipriuato « feUto Centurione,
Di L,Sicimo Dentato, PAmi che ìmcìo Sicimo De tato, per quoto s'afpetta d
ualore dei forti cobeUtitori, meritamente debba effer pofto in quefto luogo ^
per Pultimo dei Romani efempije cui eccellenti opere, cTglihonori, (y'premij
quindiriportatine,ppotriagiudicare,chepajf afferò il fe» gno delùueritiffe
damQltifcrittori,degni di fede crfpe dalmenteda Marco Varronenonfufferotejìificati,alfer
mando coPui, cento uenti uolte efferp trouato infatti d^arme,er con tanta
fortezza per conto della Kebellione, cr fendoU intra tanto fiate, prefentate
lettere del Senato , che gli oriinauano , che non douejfe piu oltre procedere
contro a i condannati^ uenne alla prefentia fua Tito lubelio uno de i
condannati . cr con uocepiu chiara CT ifpedita,chegUfu pofnbile,gli dtffe. Foi
fin tu hai o F ululo tanta fete cr auwdita itlfott , . SS Cdptmo , pèrche
indugi 4 farmi tdgUàr U tefìa > con -quella (aire , che di già e macchiata
del [angue de gU diri no^faccioche tu poffagloriartidi hauer fatto morire un
huomo cr piu forte cr piu cofìantedite.Etrifpondendo ii PuIuiOfCheda luinonrejìerebb€,fe
le lettere del Sena* to non glie Phauejfero prohibito.RifpofeTito-Horpor* rat
mente ame^alqude non e fiato comandato cofa dcu* na del SenatOychefaro «n*o
pera grata agli occhi ft#o»,CT maggiore che tu non penfj. Et dette quejie
parole, inconti nente in prefenzadiFuluio ammazzo la moglie eri fi*
gUuoliyòeeronoquiuiprefentiy CT dipoi ammazzo fe fiejfoycon un coltello
medejìmo.tìor che fortezza d*ani mOyCr che coilantia penjìamo noi^chefuffe in
cofiui f il* qude con la morte dei fuoi piu cari, er di [eBejfo,ublè
dimoflrareydihauer piutofìo uoluto fegnare la crudeltà di Fuluio,cbe uderjì
della clementia CT benignità del Seà nato DE GLI ESTERNI* DiDario, HOr
conpderiamo quanto fuffe lo ardore^cy taf or* tezza deir animo di Dario yilqude
mentre chegU era alle mani di liberare i Perfi dalla crudele tiranni de de i
Magi cr hauendo gittata in terra in un certo luogo buio uno di detti
tiranniyey'falitogU [opra cr mfragtten* doloyuenne uno de i congiurati^per
darli con la fpada ma dubitando di non dare aDariOyritenneilbracdo,ZT Drf*
riogUdilfe,enonbifognachepermio rtfpettOyturcjlidi ferirlo an cor che tu ci
paffafsi amendui con la fpada , pur ' ckequedo tiranno muoia preflo, Di Leonidaf*' > - ^ ' l A, £ RAppfefeHtmijì in queftóluogo lo Spartano L
^ta et fuperata Pantiqua gloria della loro dtta,CT /penta c meom ra mediantei
pro/peri fuccefst ,hauutiapprejfo Leuttra cr IJlantineaJia uirtu di quel
popolo, che permpno a tU^ho rauiuitti/simas^eraconferuata allapne papato d^un
alan da, crfentendoft mancar gU/piriti, per VidfondantL t del f angue, ehe gli
u/ciua della feritOydomando afuoi eh e,gU ftauanodatornoaconfortarlo,feil/uo
feudo era /» duo, apprepofei nemici crono rottiinteramente, cr e/jfe/ ido*
gUrifpojio dip/oggitmfe. Questo 0 Soldati, CT con tpa» gnimiei,noncUJme della
mia uita,ma e un prindpio di ui ta migliore cr piu felice,perchehora na/ce il
uojiro Epa mtnunda,morendo egli cop, loueggiolanoPra l^^ebe ePcr fatta capo
della Grecia,per opera et prouidetia mia, cr la atta di sporta tanto forte cr
inuitta,dalle noP re a mi abbattuta. Veggio la Grecialiberata dallaacerba T i*
tanntie de Lacedemone Et fe bene io non bopglè foli, non pero muoio
fenzajafdaado due beUifsime pgln H ‘ 9?
Ito della Piazza fpadaignuda^comando a tutti i Citta dini^che a duoia
duoUombatteffero injìeme , con qucjìo fiicU perditore fu jfe tagliata la
teiìacrgittatoilfuo cor po in quelfuocOyOnde ejjendo in quefia guifa morti
tutti^ alleiamo non rejìando mo altri che lui, da f e ilejfofi ^itto nel fuoco.
' JDelUmogVe 4U Afdruhale. m yf A per raccontare quello ,che o^corfenelU deBrut
,ÌV1 tionediun^'alra dttanon meno inimica d popolo R ornano. Effendoprc fa
Cartagine, cr hauendo Afirua éaleimpetrota graHa deUauita daScipione,fdegnatapU
mogUe,0' rimproueratoU laimpictaufatauerfo àlei,et dei fuoi
fìgliuoUspernonhauereun(o,perlorointercef» fo ,gU ptefe per man tutti a tre, cr
condottolifeco in, un luogo nleuato delUcùta,contenti dimorile inpmecon Idp
precipitarono nel fuoco,cbe ahbruciaua Cartagine» Di due pulzelle Stradi fané.
Aquefto bellifsmo ejfempio di femminile fortezd, n'aggiugnero uh"altro,no
men forte di quello,co,neidetellabiliraccontamenn delle guerre ciuiliybd [landò
hauer tocco foljmen te quefi duoi^cbe cont eng o no te lode di due nobil'fsime
famigUe,cT non cofa alcund dipublicameùitio^affero agli efempli degli Ejiernù \
\ DiPompeio, - it-cr :: T . ‘
DcgliEliernL ’ : **rimr^ CT I piu n oblìi fitnciuUi della citt'a, dfertfirlo,Vn
de 1 QVELLI CHE DI bassa CONDIR tiene fon pervenuti ad Altezza^ c • t Cap. mi.
V i i , DiTuHoHoflilio» ^ \ Acque TuUo Uofiilfo itima Capata cr jìmilmentefu
nella fuagiouinez za Paflore^ dipoiperuenuto alla eU piu matura, gouerno cr
accrebbe V imperio KomanOyCrncUafuauec iruetmedfommo grado di degniti. Ma
quejto Tulio nantunque itfuo accrefcerfiy&‘inalzarfii,fia fiato gran^ p,C2T
marauigliofo,nondwtetto,perche e fu RotnanOjC anco da marauigliarf ene,
DiTarouinoPrtfco, rtKZOl 94- L ATorhmdtoiutulJe Tarquinio PrìfcoìnKomoypef
farlo Rejlquak tanto eralontano da p fatta grani» dezZntll>afu» perdio
Demojlenei PI OyELLI CHE. DALLA NOBILTÀ dii pddrehannò degenerato» Cap» V*
Erutteremo bora Poltra pai^ede^ promejfi no(ird,corrifpondentealle ofcurate
memorie de gUhuomìniim I fìri,pchenoipc(rleremodi(luemqua I li come M oliti
nella nobilta,per le lo ro Brutte et uituperofe opere degent f trono dalla
uirtu de i loro Progenitori Di Scipione figliuolo deWaffrtcano» C» He cofa mai
ejùta piufmilead un mo{tro,cheScteoja r4A gioneuole, che ùoi mi accompagniatein
CampidogUo,4 rend^ ^a tic agli iddii. Le cui parole tanto ejficaci jubito
furoti 0 mandate ad effetto, perche inuiandop lui in uerfo il Campidoglio al
Tempio di Gioue,tutto il fenato. i ^ uaUieri,0‘ le Plebe lo feguitarono ,non
reftaua altro, fe n oh che ejfo Tribun 0, eh e Phau eua chiamato mgiudidOi con
grandifsimo fuo carico rimajìo quiui in piazza fole» dipendejfePaccufa controa
Scipione: ma egli aneborap euttare fi fatta uergognayfe gli auto dietro in
CampidoM glìo.crdoue gliera uenuto per dccufarlo CT uituperarlOi fi condujfe
cogli altri a reuerirlo , CT honorarlo^ Dì Scipione Emiliano.
SCìpioneEmiliano,fucceffore eccellentifiimo delgà nerofo fpintodel fuo
auolo,hauendopo{io Pafje* dio ad una atta fortifma, CT configlkndoio alcuni^
ebe terzo ioa intorno atte mura di queHd.fpargel[e Trìboli diferrOy ef per
tuttiiluoghìfdoue il fiume fi poteua guadare yfaccjje mettere tauolc di Piombo
prenidi chiodi acutifsimi cole punte uolte allo infuyoccio che gUauuerf arii
,non poteffe roaJfaUreilnojiro efercrto dia fprouedutOyRifpofe lo^ rOfChe un
Capitano non poteua nel mcdijìmo injìante iiincere,cj’ hauer paura d el nemico»
Di Scipione trofica, DOuunqueio mi riuolgOy pertrouare e/empi degni di memoria^
ouoglio o no^micouienedardi pet to negli SapiOHi. Et chi potrebbe mai in quejto
luogo tra paffar cofiUntio Scipione Naficatilqualeyohredlo hauer
motìrograndifiima confidentiOydijp ancora una eofa me morabile.Crefcendo
ognidipiulaCoreWamKomayGa io Curatio Tribuno della PÌebe^attiuenirei Confoli
dam uantialpopolo/aceua loro grandi filma infiantiaychee proponejjeroin
Senato,di far prouifione di Granii cr/o pra do deputaffero Commiffariiper
mandar fuora a cotti perarglLAirhoraScipioneNaficayperìmpedtrey che e no fi
introducete tale ujfunzOyCome pemitiofa alla R epubli ' cOyComindoa parlare in
contrano»cJ‘ facendonela Pie beungran remore CT bìsbigUoydijfe, Pernoièra
fe,Ko^ inani &ate cheti^perche io fo meglio di noi, quello chefia il bif
ygno della Kepublica , dia qual uoce congrandifiim ma reuer enza tutti fi r
acchetar onoy hauendo piu rifpet* to alla autorità di cc^ùycbe allafamey dalla
quale crono eppref Ff* De Ltuio Salmatore» \/ GgUamo ancora far mentiont ' del
generofo animo • di Limo Sdinatoreflqualefhaucdo nell' Vmbria dif fattoci
rottolo efferato de A/drubale^ C2T quello de ì . M liti l LIBRO-
Cartiigìnelì^et fendoU refertto^che i GaUt CT i Liguri Jett zu capifdni cr
fcnztt infsgnefe n^andauano alU sfilata ft fi pqtsuono,con pochi foldati
opprimere, rifpofcy chegU era pene perdonarla loro, accio che nere(ì^>jfe
(pualcuno^ cheportajfe.lanuoua della gran rotta, chegU haucuono nceuUto» •' ^
Di P, Furio Filo, - D'ìmoflro iiuio SSiatore \n guerra^ lafua generojt ' ta cr
grandezza d'animo, ma non meno fidimo^ jirogenerofo ^ prejlafite,PubUo Furio
Fdojtìcl Sena* to Impero che egli cofh'hi fe evinto JMeteUo , cr C^uin* sto
PpmpdohuominicofoUriad andar feco per legati in • ìfpagna ja^uale
amminijlratione gUeru tocca in forte^V (juc$ fr ono fu oigrandifsimi inim\ci,ej
ad ognipo* co gh rimprouerauono Vambitione , che gli haueua duna /[rato in
dejiderare quel Gouemo,neUa qual conjidentia, fi dim oRro non f olamentc di
grande animo,ma ancora te merario,ejfendoJì ajficurato di metterfì ut mezt>
cr generofitagit ritraffe da quello oflinato propojìtOycheglibaueua
di^eguitarlo^ Di Marco Scaurp. , . , INteruenne il fimile a Marco
Scauro^elfendogìq confé lui molto vecchio ex robuflp.CT con la medepma grd
dezz^iPanimo.Percbe efjendo accufato dinaìzi^popo' lo cheglihaueua prefo danari
dal Re Mitridate per tradii re la Repùblxafi difef e con quefte parole , N on
par cofa giufla 0 R omani che io habbia a dar conto dcUa mia aita d coloro ,
che non eron nati a- tempo delle mie attieni, pi* gliero nondimeno confidentia
di interrogar uoi, ancor U maggior parte non fi fia potuta trouare ne ejfer
prefente quando io fon {lato in magijìraro,o adoperato, perla Re publica.Vario
Sucronenfedice, che Marco Emilio Scau* ro , corrotto con danari, ha uoluto
tradire URcpublxa, fiLarco Emilio Scaurortfponde-icheenon e uero,tXche non ha
mai fatto tale mancamento , ditemi a chi credete . uoipiu toàoiDaUe cui parole
commojfo il popolo eogrd _ m * t / difshtre^d^ diede falla ucce ayarby^fecionlo
depfr re da quellaimprefa tanto infoiente ej temeraria; Di M.. Antonio, MArco
Antonio,quello eloquentifsipmo ,perU con trario jnon ricujando Vhauerp agiufif
icore appref fo al popolo y dimcPro l\nnocentufua. Egliandando^ ^ejhre
deWApayCr ejfendogia a Brindifì , gli furono prefentate lettereycomegli era
fiato in K orna accufatOytt citato a comparir dauati a hucio Crajfo Prctore,per
adui tirò, da cui rcfidenza.per ejfer quello tanto rìgido cr fe* uerOyCra
chiamata lofcoglioydoue pcoteuono i mah fatto- rb‘et potendo egli far di non
comparire,p uirtu della leg ge M emia,che non u oUuOyche le querele &
accufe pojlè a coloroyche erano ajfentiyper conto della Kepublicafuf fero
accettate, noiimeno tomo in k orna agiujlificarfiyet cop per quefia fua
larghezz tro rimedio, che il promettere di andare a foldo di Pont * pelo genero
di ejfo Scipione fenza temere di cofa dama I rifpofe, IO tiringratio o Scipione
della tua humanita CT « cortefia, ma amenon torna bene accettare la ulta con cà
fi tefiaconditione. Gaio Meido fimdmente Centurione del i Dwo augujlo di
fangueignobile, nelquale fi ritrouaua U n wedefima nobiltà c coSantia (Patiimo,
hauendo piu uoU H te neUa guerra contro a lAarco Antonio fatto di b eUifsi*
mepmoue,aUa fine dato nelle infidie de i nemici, cr cofi f dotto a Marcantonio
in Alefiandria,Et dicendogli Mar* [i tantonio che habbiam noia far de fatti
tuoi, rifpuofefant ì, ini fcannare,perchene col prometter di donarmi la uita, X
ne col minacciar di tormela ,farcih mai , che io lafdafd II ecfore , per te.
Cofiuiadunque quanto p.'u c.:Bantemen* te mofiro di noti curar la uUajtanto piu
ageuolmite la im petro, perché Marco Antonio hauendo rifpetto allauir* o ni . iufuii’ glieli dono . de GLI ÈSTÈRNI.
DiBlaJjo Salapino, ' ^ Skrtbhonci anchoramolttjsimiejfempUidelld Roì manu
CoHantU^ma mi pare che e non Cfa dal infjftidi rei leggenti^cr pero pajfercmo
alle cofe eterne, tralci quali faruil primo Blafw Salapino ,iiquale di fermezzd
cr cojiantia inanimo auanzo ogh’ altro, C oflui depderan dolche Salapia fua
patria, occupata cr guardata dai Car« taginefi,ritorn alfe /otto la
giuriditione de i Komam,prè f e ardire, mojfo piu dallo ardente de fiderio di
condurre tale imprefa,che da/peranz^^che egli ci hauejfe,di tenti re Inanimo di
Dafio, ilquale era molto contrario alla fué oppinionene i c^i della
Kepublica,cr aderiuainteramett te alle parti di Cannibale , ma egli fenza lui
non poteué mandare ad effetto queflo fuo difegno,Grcoft conferitali Ìaco/a,Dapo
incontinente, andò ^ referilÌoadtìanntf> bale,aggiungnendoui molte altre
cofe, per acquiftarfi piti il fauorecr la gratiadi quello,^' metter Val^óin
mag* gior disgratioyfurono adunque amendui citati da Hanni^ baie, l'uno per
prònareVaccu/a, l'altro pergiuftificarp^ Ettrattandofi lacaufadauanti al fuo
Tribunale^crjli do chiunque eraiuiprefente intento a tale efamina,metrif che
per uentura fiattendeuaad un'altro n^ocio di mdg gioreimportantia,BlaJìo cop
chenon pareua fuo fattà^ /■otto noce comincio a perfuadere Dafio,che uoteffej^U
prepo pigliar la parte de i Romani, che quella de iCair tdghiep, Dapo all'bora
comincio ad alzarla.ucce.dicen* do,chc Blapo haùeua anco ardire in pr^entìaài
ejfo . f\ibaleii JtimUarlo a pigliar la piffte^dei Romani, SAap 10^ non Vhduer fentito altrt^che lutane
hduendo U cofd puné to del ueriJìmile,per/uadendoJÌ ogn^un o , che egli Io fct»
tejfe,permaligmta^maUuolcnza,nonfu dato fedeà ^uel che in fatto era ueroyMa
tanta fu la coJìantiaCT per feueranza di Blajìo,chenon molto
dipoifecep^cheetiro Dapo alla uogliafuayCT oparonoinpeme di manieraychc ' cr
lacittadisMpiajOr cinquecento iiumidiycheuiero/ nodentroaguardia,uennero
inpoteredei Romani» Di F odane, Ateniefununa imprefago* uernati contro d fuo
conpgUoyZ^ fuccedendo dipoi lacofaprofperamenteytantofuperfeuerante CT coPan*
te in defenderelafua oppinioneycheparlàdoin publico, dijje che p rallegraua
ddabona Fortnatorójma che qUo chegPhaueua conpgliatOyfarebbe fiato miglior
partito^ f^onuoUegia biapmarequet cheerafuccejfoabeneyper che gli Ateniep peron
gouernati bene in quello,chedtt altri èrano fiati mal conpgliati,affermando
cfce lo efpedii te,cheprefo haueatio era fiatò ptu fortunato, che da bua mini
prudenti, et che quello che haueua egli conpgliato, farebbe fiato partito piu
fauio , auuenga che U piu delle uoltela Fortuna aiutai temeranj, cóme quella
che fenim pre fauorifcepiu i maliconpgli,che t buoni, ey per pò fer e unaltra u
olta m aggiorni en te' nuocer e,aiu fa dtrui dò uee manco f per anza di f
alate, Fu quefio Phociónedind tura molto quieta, benigna, cr liberale,^ nel
pratticare^ modefio,intero,cr trattabile,Et pero fu da tutti i Qut^ dilli
Ateniep giudicato degno di ejfer chiamato ilBuonò Fodoe. Et copia codàtia , che
naturafinete appare afpra € rigida>p ritrouo nel petto dicofiui piaceuole et
màfueta. '‘s , ,' Di Socrate. LO animo
di Socrate,armato di fortezza etiaril té, netdimojirarela fuacoHannafu Alquanto
piueccet lente, perche il popolo Ateniefe traportato daWimpeto cr furore ,
hauendo condannato a morte quelli dieci Crf pitani,cheapprejfodi krginufa haueuono
rotto l^arma* ià dei Lacedemoni,et ritrouandopperuentura Socrate^
nelmagijìratOjche era f òpra V ordine cr approuarelede liberationi della Plebe,
parendoli cofa molto iniqua,che tanti Cittadini, et che fi erono portati tanto
bene per U Republicafolfero atorto dagli inuidi CT maligni codot ti amorte fi
fece feudo con \a fuacoBantia , contro alU incónfideratamoltituéne ne lo
poterono coftringere ne con romori ne con minaccie , che eglimai acconfenteffe
Hi fottofaiuerfi a quel temerario giudicio popolare, et cé fi
laPlebe,opponendofi lui, non potendo perula ordina tia procedere, fi leuo
tumultuariamente contro a ifopra detti et ammazzòiK^^fpauentopunto Socrate
Pejjerfì pofto a pericolo dimetteruilauita, et ejfer tra quelli Pun decimo. Dì
Efilate. LOefempio,ttenuta nella prouinda di ejfo Saìinatore,Ma ep può di* re
che egli ancora triofajfe f enzu queUapompa,il cui trio fo fu ancoro piu
eccellente cr magnifico deWdtro , pche ^ di Salinatore era f diamente lodata la
uittoria , di Nerone era celebrata inpeme la uittoriac^ la modelHa* Deiminore
Ajfricano» il minore Affrcxno uuole , che noi lotrapafsiamo con plentiojlquale
ejfendo Cenfore ,crf accendo U defcrittioneuniuerfale del popolo Romano cr
redtand$ prima i. . / M iiif
f>rìm4Ìlc4ncelliereJecondo era foUto^nel facrifieio alm ’ m ucrfi, feriti
nelle publiche TauoU,nei quali fi pregaua- no glt ìdJii mmortali^che
profperajfero cr agumentajfe l^olecofedei Romantydijje Scipione. Lo flato de i
Ro^ titanieprofperocr ampliato affa, CT pero io prego gli ìddij ychelo
mantenghino nellagrandezzctin cheegli fi truoua^er cojì fece incontinente
racconciare quel uerfo nelle TmioU publiche in quella fententia, laqual modera
tione di Prieghiyufarono dipoi tutti iCenfori. Conobbe prudentemente
Scipione^che aWhora fi haueua a domcrp pofe in animo,qudntunque efuf* fe
Pretore, Gmdice^ec teHimone cantra dilui,trattarlo da amico,non oPante,che e p
uedeffe donanti il tempio della Dea Vepa,dentro alquale depderando colui ,
mediante fi brutta dccufa,rouinarlo et farlo mal capitare., haueua con
dfprifsime cr uenenofe parole parlato contro di luù DiCaninio Gallo, CAninio
Gallo cop nello ejfere accufato , come nel* Vaccufare altri,p porto
marauigliofamente,pàglian do per moglie la figliuola di Antonio,che ejjò haut
ua condannato, CT faccenda Proccuratore delle cofefuc Marco Colonio,dalquale
era dato condannato» . ^ DiCelioKuffo» S' Wl . I come idishonejìicojìumi di
Ciglio Kuffo furono fom marne te dabiifimare,cop la compafsione,chegli heb^ be
inuerf 7 (^nto Pompeio^merita di effere grandemen telodata^ilqualedaluiin co fa
pertinente alla Republica accufato^et fatto mandarein ElUio,glifcrijfeper
trouarfì in tale trauaglio,chefujfe contento di pigliare la fuapro* tettione
contro a Come Ita madre de i Gracchi,crfuaTu tricejaquolchauendoamminiihratole
fue poffefsionino uoleua refiùuirgnene. Celio adunque fece molto caldamé te
quanto daejfo PompeiogU era {lato ferino, cr p muo Mere piu i Giudici a
compafsione di lui lejfe loro una letle^ ra da quello fcrittagli, per laquale
appariua,come egli fi ri trouaua in ejiremanecefsita,cr que^fu cagione di farli
ottenere la hte contro alla infatiabile auaritia di Cornelia, T ale opera
odunqueMnehe lafujfe d'una per fona uitio* fa qual fu Celio, nondimeno merita
di effere commenda^ ia,pche in effafi uene a cognofeere gràdfsima humanité^
DELLA ASTINENTIA, ET Continentia, On grande jludio{y diligenza e da
narrarequanto gli huominiiOuflrili sforzaffero di difcacciare deipetti loro gU
empiti della Auaritia cr del la Libidine fimili ad unfurore,tem* -p . pcrandofi
cr gouernandoficol frem no ej cofiglio della ragioneJSi nel uero,queUecafe,quel
le Citta,quei regni perpetudlmenteficonferuono , doue non può ne P Auaritia ne
la Libidine,perche oue penetro no quefle duepejli
deWhumanageneratione,quiuifignott jreggianole ingiurie cr regna la infamUMeremo
adun detfuo nmico Apatico ytnd egli
haucnio prima giurétol che non p era riconciliato con gli Sàpioni^reàto appref*
fo il decreto fatto da lui in quefto modo,Parmi cofaindem gnacj" molto
aliena dalla Maefta del popolo Romano, che Lucio Cornelio Scipione pa mejfo in
carcere, doue egli trionfando ha fatto metterei Capitani de i nemici con dotti
dauantialfuo carro Trionfale prigioni dentro a que Pa Citta^GT per do non fono
per comportarlo , in modo alcuno, il popolo Romano aWhora hebbe molto caro de
effere rimafo ingannato della fua oppinione^ej con debi te G’ conuenienti
lodemagnifico lagrandezz^C^ mode {Ha deWammo di Tiberio, Di G,Claudio Nerone^
GAìo Claudio Nerone,debbe ancora effere connumea rato tra color o,che hanno
dato effempi digrandifsim mamoderanz EraPato partecipe della gloria é Liui^
Salinatore nello ammazza fAfdtiibale cr rompere lo efercto
Cartaginefe^ondimenouoUe piu topo accom* pugnare con gli altri a cauaUo effo
Uuio Trionfante, che Jederli accatto fopra il carro Trionfale come compa* gno
di tal uittoria ffecondo che dal Senato era Poto oriti* nato.Laqual modejìia
uoUe u fare ^per che tal uittoria p era ottenuta nella prouincia di effo
Salinatore,Kla ep può iti* re che egli ancora triòfaffe fcnzn quetUpompa^l cui
trio fo fu ancoro piu eccellente cr magnifico deWaltro , pche di Sidinatore era
f diamente lodata la uittoria , di No’Offf tra celebrata infume la uittoria cr
la modetiia* Del minore Affricano, • U minore Affreano uuole , che noi lo
trapafsiamo ^ con plentiojlquale effendo Cenf ore , CT f accendo la
defcrittioneunmrfaU del popolo Romano cr recitando prima / 11^ pnmdilcdtttcéUiereJcconio era folito,nel
[acrifieio alm ' ni uerjìjcriti nelle publicheTauoU.nei quali fipregaua. no gli
ìdJii ^tnmortali^che profperajfero cr agumentajfe foleeofedei Komaniydtjje
Scipione. Lo flato de i Ro/^ inani e pr of pero o* anipliato affai, Cf pero io
prego gli ìddij ychelo mantenghino nelUgrundezzain che egli fi truoua^cr cofi
fece incontinente racconciare quel uerfo nelle T juole publiche in quella
fententia^ laqual modera tione di Prieght , ufarono dipoi tutti i Cenfori.
Conobbe prudentemente Scipione^che aWhora fi baueua a domane dare lo
accrefeimento del Romano imperio^quan'do i co fini de i Romani non fi
diflmdeuonopiu^che fette miglia intorno cr come gl: era cofa troppo ingorda cr
ambitio* fa,poffedendo i Roma:n quaft la maggior parte del Ma do^iefiderare d
pojfederepiu oltre, parendogli che lafen licita di quelli fuffe grande
abbafianza ogni laolta, che e non perdeffero dello acquiftatoMofiro ancora la
medefi ma moder anza,mentre che eifaceua far lar^egna cr la modra de i CauallLperd)ehauendo
uiflopafjare Gaio Li mio Sacerdote,che era Boto letto ercitato,diffecbefa*
peua,che ghhaueuagiurato ilfalfo maUùo fornente pero che era per farne
tefiimonanza a qualunche lo uenif fe adaccufare, ma non andando neffuno ad
accuftrlojuol top a Licinio gli diffe,paffa uia col tuo cauaUo,G‘ metdin tonto
d'uuanzi quefìa condannagione,che io non uoglio, che tppoffu dtre,cheSapionefta
fiato contro di te nel me depmo tempo accufatore,tefhmone,Qenfore,ej giudice^
Di Sceuola. La medepma modeBia fu ancora notatain Qww^o Sceuola huomo raro cr
eccellente. Perche chiama^ P 15 1r to àfar tcBimonanzfen zadanariricchifimOyO'
fenzafamiliarhda moltiaccom pagnato:perche lo faceua ricco, ncnU pojf edere
ajfaùma il depderar poco^ Et cop la fua cafa p come Fera uota del SUme dell^
Argento cT deUi Schiaui che i Sanniti gli b4e CL - Uf4n mindato t cop fu ripiena églorÌ40c fui
uedendo chiaramente quanto egliuennea pcjfedere in uita,poi che in morte non fi
trono tanto ,chefi potejfe, far le efequie. Di lAenennio Agnppa. F'Acdmente
poffiamo comprèndere di quanta, au* tonta fujfe Menennio Agrippa nella nojlra
Cita taypoiche egli fu eletto dal Senato, cr dalla Plebe orbi*. ti. I2tf trodcomporrclelorodtf cordie, Qumto
eaddunqueid fiim Bifolchi Di Attilio C (datino, HAuendo il Senato fatto
Capitano deWef ercito, Af# tilio CahainoJ^u trottato da quelli jche f ir on
man* dati a chtamairlo,che e fcmìnaua,ma quelle mani cd tofeercottf limate
dallo AratrOjCr dalla Zappafermo* ronocrIiabiUrono P imperio Roman o,et melerò
in rat ta ilpotentifstmo efercito deinemici,eT le mtàefvme, che poco
auimtihaueuono guidato ilgiogo degli orantiBuoi, rejfero il freno
detcarritrionfalijnep uergognarono,de pojio lo f cetra eburneo, ripigliare il
manicodello Aratro,, Vojfonoi poueri con lo ef empio d* Attilio racconfolarp^
ma molto piu i ricchi deuriano imparare , quantopano di foperchio CT pieni
d*anpetagli acquipi delle ricchezze A ehi brama arricchirpdelUueragloriay cr
omarpd*un4 perpetua laude, ■ Di Attilio Regalo: ATtilioRegulo del medepmo nome
CT del medep* mofangue, gloria della primaguerra contro a i cor tagmepyes’ di
quelli prima dejìruttionejhauendo in Affri ca con molte uittorie abbajfato,cr
indebilito l e inf olentif pme forze de i cartaginep,o‘ intef » come il SenatOy
per tenerp di lui ben f erutto lo baueua rajfermo,perPànofe*
guentejfcriffeaiconfoli}cheilUuoratore, che etenettain unfuopoderetto di fette
lugeri, in Pupinia, eramorto Cera un lugero tanto terreno quanto Uuorauain Un
di, un péodeBuoù ey'cheun^altro, che gUhaueua condotto 4 opereperaaniuto con
D/o,cir portatone certi ferramen ti da uUlajperogli pregauo^che efujfero
contenti màdarli . 127 lofc4mbio,percbe rimanendo (odo Upodere;non haueuà 4i
che fomentare la moglie CT ifiglmolLìlcbe intefo dal Se natOyOrdino fubitOyche
eglifuffe trouatom lattora^ore, crcheafpefeddpublicolamogUe cri figliuoli
fujfero prouiUidiao che giihaueuono dibifognOy tr i ferrameli ti
ricoperati.tiealtro cojio alnoUro Erario L uirtu d^Atm
tdioydel-cuiefempioKomappotragloriarementre , che la fiara in piedi Di Quinto
Cinannatc « NOn furono maggiorii poderi di Lucio Q^ntio cm cinnatOydi quelli di
Attilio yperche egUancora foto fi ritrouaua fette \ugeri di terrenOyde i quah
fu forzuto af fegnarne tre alilo Erario per pagare la cSdànagione
’<>nofecttoffmomuonPidrcuorfoUM P^d,euno ft tfuip grunU er ^iorénurit :
cr Mjgutu parche li n heobtanqueccmo mdi.fu cognominiti li Dotiti. U Senato
ineoa ccmeUbcnlc dudeli Doti éifigliuoi U i, Fibnth Lucino CTiquclli di
Scipione, perche non biueutno iltro che redare de t Pairiloro eccetto il buon
n^ecrUncn gloria. Di H. Sauro. 'J^rUircoSciuro,qu^tifufegrinJeURe
i-/teni,eglillelJoloriferijéenel primo libro chegli a ualj mtedi trctacìnque
mda tiumLEt due* fUf orono lencch^zte con lequéifu nutrito quel chiaro vumo
aduque porci d^uàti agli occhi quefH efempi^etco tfn coJoUrci,not dico^che no
facciamo altro,che ramati* aarà delle piccole f acuita pche bora noi no
ueggiamo nei le caf r il poco argéto.d pie o/o numero de U Schtaui/fette iugert
di ondo terreno,! bifogm delle cafe,i Mortori pza idanortfleFiduUefé^a dotCjpta
uegtatno bnglihonoroioU Conf oliti Je
m^mgliofe Dittature^ ttionfifenzd nmt ro. perche aduque ci i ogliamo noi tutto
dì della noBrapo uertaicomefe niunaltro male magior di quejio fi ritrou^f /f,cr
pure ha quefia pouertd nutrito fedelmente ^f e bene parcamente i Publicoli^U
EmiliiyiFabritii,icurii ,gli Scù pioniygli SicauriyCr tanti altri ualorofi
huomini fimigliait ti a quejlifoUeuiamo /adunque gli animinojlriy cr conti
memoriadi quefliatitichi efempirecreiamogUfpbritiinde ' bili daUe tanto
defiderate ricchezza • Cheiouigiuroper tapìccolacafadiKomulo y peri
bafsiedificii deWantico Campidoglio yC:S‘ per li eterni fuochi della Dea
V^iyche ancora ne i uafi di terra fi conferuonoyóe tutte le ricòez ze del mondo
non fi pojfono agguagliare dUa pouerta dà quejhhuominiecceUentU DELLA VERECVNDIA.
Armi che il pajfare dalla pouerta aUa VerecundkyUenga bora molto a prò
pofitoyconciofiayche queita habbiain fegnato a gli huomini buoni o* giuJH,
deprezzare le f acuita priuateyCr fat togli f oUiciti in accre fiere quelli del
ptt tlico.Degna ueramenteychein fuo honore fieno edificati I TempliyCT conf
aerati gli Altari non dtrimenti,che in ho tiore di efsi iddu, perche ella e
madre d^ogni honejìo confi gh'o, Protettrice dei buoni CT neri officiiyMaejlra
deWin* nocentiaycUa e cara al profsimoyaccetta agli firaniyeUa fi* talmente in
ogniluogo cf tempo fi dimojìraa ciafiuno benigna CT fauoreuole. Del Popolo
Romano* T]J, T peruenire doppo-le lode a gli effetti di quella.Dé .XZi
laedifkationedi Romayfineal Conjolato di Scipio ne . , 129 ne Affricuno^z^
Tiberio longojedeuti il Settàto zxUpo polo jfenzd dama didintione di gradi a
uedergU Spettai coU,non dimeno ninno vUbeop trono md^ che nfaffe di porfi a
federe di f opra a i Senatori, tanto fu la honefta V'il rifpetto del popolo in
uerlo le pcrfone honorate,ll thè ficognobbcpw chiaramente ùi quel. di,nel quale
Lic- cio plàminto p pofea federe neJdmpàno luogo del Tea* trOjj^er ejfere Rato
prinato deWordine Senatorio da Mar co worte cr Lucio Placco cen[ori,zT perche
gli era già Poto confalo,^ era fratello di Tito Plamminio Vincita* ■ re della
Macedonia CJ" del Re ¥ilippo,tuttHo forzaron no a paffàre a federe in quel
lnogo,che era al fuo graia ^ tomcniente. Di Terentio Varrone, '"1^ Erentio
Vairone per il fatto (forme , chcgtiappicco a Canne tanto temerariamete fece
cafear le braccia alla Republica,\lmedepmo poi non uolendo accettare la
Dittatura conferitdi dd S enatq f:;' dal popolo unitamen " te,uenneptd
rifpetio C2T henePa apurgare la colpadelU^ rotta crudcUpima^he gli fu dataiet
copfece^chetdemo ^ dePia fu attribuita alla fua buona natura, cr il danno del ,
la rotta alTira er crudeltà de gliiddij. Onde piu chiaro fia i il fregio della
fua imagine,doue apparirà la rccufota Dit* ' tatura,che qu^o , chef ut ornato
delle prone di quei, che ' V accettarono^ Di G,Sctpione,c;‘ Cicereio
Cancelliere^ H Or paPumo piu oltre aduna opera molto egregia della uerecundiaLa
Eortuna congrandfsimo fuo aarico,nella creatione dd Pretore ,conduffe in capo
Mar rio Gneo Scipione figliuolo del primo Affricano,Cf Cicc reio
Cancelliere,onde ella come troppo infoiente era bia fimata cr lacerata dd
molgo^ che l'baueffe fatto compe K i: I B R o teretdntdnobiltddi
fongucyconunaperfond p ignobile^ non dimeno Cicereio conuerti quel bidjìmo
della fortu* nainloiedi lemciepmo,perchecomeègUuideinqtieUs creationCychegU era
da tutto Hpopolo preferito a Scipio nejcef e a baffo^ CT cauatopUuejle candida,
con la quale fi compariua, comincio nel popolo a procacciar fauorip detto fao
Competitore, parendoli che e fujfe piu conue* niente in tdedegnìta hauer rif
petto dia memoria dello Affricano,che a fe medepmo.Et quantunche Scipione fuf
fè quello, che mediante la cortepa et mode^ di Cicereio hàueua ottenuto quella
degnita , non dimeno il popolo piu ajfdp rallegro con Ocereio che con Scipione»
DiLucio Crajfo, 'pT per non ci partire coptojio di campo Martio , Im* ^cio
Crajfo dejìderando (Ve jfer fatto Con[olo, et ejfen dò forzato nel domUarlo ai
andare a tornoccomepco flumaua'ìcon la uejìe candida indolfo,a pregameli popo
ìo,non p potete mai recare afarp in cotalguifa uedere,d U ptefentia di Quinto
Sceuola fuo fuoeero,huomodi grandifsimofapere CT riputatione, CT pero lo prego,
che fuffeconteiUo partir fi di quid fino a tanto,cheglihaueffe fatto quella
cofi inetta cerimonia, uergognàdo fi piu di far tdcofarifpettoaUadignitaiel
fuocero , che rif petto dU H>abito,colqude fi doueuarappre/entare. Di
Pompeio magno, T Pompeio} Magno entrando in Lariffa il di dipoi e che e fu
uinto da Cefare nel fatto d*arme di Forfè tia,cr effendoli uenuto in contro
tutto il popolo di quella terra, dijfe loro,Andate,CT quejlo honore, che uoi
fate a ne fate lo d Vindtorctlo ardirci di dire,ebePom 6 t jo pdo non era degno di effer mto^fe
Cefarenon fujfejia to egli il Vincitore.Uianel nero Pompeio fi dimojlromo defló
affai in tanta calatnita , perche n on potendo uolerji deUagrandezZf cr dignità
fua,p udlfe della uerecun^ dia^ ■ Di G. tulio Qefare, Q Vanto qaeda uirtufuffe
ancora eceeUenfein Gaio Qefare jì vide molte uolte per ifperìentiay come an
torà chiaramenteapparfeneWuìtimo di della fuauita IW peroche ejfendoPato
affalito da i congiurati, non bebbem roforzauentitre ferite da queUt riceuute,
di farlo fmar rire, che egli mentre,cheil fuo éuinofpiritoeraper fey psrarp dal
mortai corpo , non fi ricordaffe della uerecu dia, auuenga che con Vuna CT
Inoltra mano fi mandaffeU Toga a baffo, aedo chele parte inferiori del corpo
nel cafeare m terra ueniffero ricoperte. No» fongiafoliii gli huomini di morire
in cotdgùifa» ma pbfne gltlddif immortali ditornarfene in Oelo* i l •• DE GLI E5TER«
1 K. ni diSpurina, LOefempio,chefeguitaper effer feguito auantichei Tofeani
fuffero fattiCittaéniKomanilo mettere* mo tra gli Ejierni , In Tof zana , fu un
Giouane (U afpet to bM fiimo chiamato Spurina,ilquale perla fuamara uigliof a
bellezza, molte nobilifiime donne del fuoamo reaccendeua,la onde
accorgendofìlui,che iloro mari ti et paréti ne erano gelop diuenuti , co molte
ferite che egli nel j^lto fi diede, guajlo qUa beUezzd et leggiadria
eheinejfoappariua,eteleffepiuprelio,cheadisformato uoUo facete fede della fua
bota, che e no uoUe.che la [ua • t ;
(>eUezZii4ccendej[cgli altrui dishonelkdppetitL Di m certo uecchiq Ateme f ,
IN Atene ejfenio uno già codòtto alTulUìtt^uecchiez za andato a uederele
feSle,chendTeatro jì cele* hrauanocrnpntd ejfendo alcMnoy chegli facejfe ìuogp
.4 federe, fi condujfe per uentura in (Quella partendone [c deuano
gUAn^afciadori de LacedemoniìquaUmofsidal ia età di queluecchip fi rizzarono tx
fecioii reuerenza a gli anni a fuoi canuti capelli^ cr coj? lo pofero tra lo*
roa federe nel piu honorato luogo.ilcbehauendoilpo* polo conjìderatOnConil
fegno^che fece diaUegrezza,di mcftro efferliliatograto cr accetto il
rifpetto^die bebbe ro__queiforeàleriad un lor cittadino^ Dicefi, che dl*hofa
modi detti Ambafciadori di(fe,AqueJlo modo gli Ate nlejì conofconqil bene,0’
non lo fanno fare, . I? EI.LO AMQRE, T R A moglie cir lAartio, Cap, vi, . j'
[Afferemo bora da unfaffetto d*animo l^ceuole et quieto ad un*altro nome kno
boneflo di quello^ ma alquan^ piu [ardente cr impetuofo ,cr porremo 1
dauantiagli occhi de i leggenti non al itrimenti che certe immagini da fpec»
cbiarui/i dentro con graniifsima uener adone alcuni ef m pidicijlo cr legittimo
amore yUarrando fucàntamente della fede cojiantifsimaofferuata tra moglie eT
marito, cofa neramente difficile ad imitare , ma molto utile a co^
nofcerla^perche colui che legg e cr confiderà le opere ec cellentiffime,cop
degU buomini come delle donneffie aU meno nonfisfQrzain qualcheparte
dtimitarle,conuiene^ ' i^f thturrofàfat^&nonpAfii fenza fuocxrìco CT
ucrgo». ~ gna, I9i T. Gracco^cT Cornelia fua moglie^ IN cafa diTiBerio Gracco
ejfendo flato prefo due Set pe il mafchio cr la femmina^ CT domandati gli Art#
/pici quel che do uolejfe pgnificarejlo aumfarono^cheU fciando andare il
majchiola moglie fua frapoco p morm rebbcyC^ taf dando la femminajtoccherebbe a
lui a mori refende egli^che amauapiula falute della mogfie.che U
propria.comando^chela Serpe femmina fujfelafciataoJt dare^cT il mafchio uccifo.
Etcop nel fare uccidere il mà fchio in prefenza della moglie^uenneinpeme a
dimoftrai^ lische uoleuapiu preflo m orir egli^che f apportare di uea
derleimorire.Ond^ionon fo feio mi debba direte ome Ua ejfere fiata piu felice
per hauer hauuto un marito tan io amoreuolcio piu
mìferaperhauerloincotalguifap& àuto* Di AmetoRedi Teffaglia. Ma tuo Ameto
re di Teffaglia: che rifpondendo Vo racolo d^ Apollo Calquale mandafli per
fapereilfi ne della tuagrauijsima maMd) che allhora fanerejU: che qualcuno per
te alla morte p efponeffejopportafli di per mutare la tua morte con quella deUa
tua moglie, er poi che ella per dare a tela ulta p eleffeuolontaria morte, tt
pati ancor Vanimo diuiuere,zr fé,che prima haueui ten^> tato Vanimo de tuoi
parenti cr de gli amici per far proua fe alcuno diloro per te uoleuamorire,cT
ninno pnalmc te trouaili tanto amoreuole^e tanto fedelein uerfo di te quanto la
tua moglie. Di Gaio Plautio, Gaio Plautio ì^umidaiancorcheefuffe ddV ordine
Senatorio, funon dimeno dimàco riputatione affai R (il ' di Tiberio Gracco,
quanto allo amore in uerfo la ft$4 moglie non meno di Lii amore noie, auuenga
che egli an coradiueniffeuittima della iniqua Fortuna, perche fendo li fiata
pgnificatalà morte della moglie^ fu da tanto do lare afjalito^che non potendo piufofienerlo
fi diede (Ttm coltello nel Petto, ma fopraggiuntodaqueidi cafanon potette dar
fine al fuo proponimento ,iquali lo fecero medicare, ma fubito che
egliuidel'occafione,lhrappatoft^ con le proprie mani le fafce , con lequali
haueua legata laferita,cr con gfrandifiima cofiantia, quella sbranando con
molto pianto ej dolore mando fuorilo fpirito.te* flificando per cefi fatta
morte, che ardore CT quali fiam me fieffero racchiufe dentro al [uo mifero
petto,cbe dd maritale amore accefo Vhaueano* BiM.Plautio. MAreo Plautiocofi
come gli hebbe ilmedefimo co gnome cofi non meno fuifceratamente amola fua
moglie, imperoche effondo luiandato per ordine del fenato a ricondurre in Afia
una armata di feffanta nauide i confederati dei Komani,zT hauendo tocco a TarantOjOrefiilla
fuamoglie , che [eco haueuamenata^ quid ammalondofi fi mori, onde egli fattoli
Vefequie, xy pollo il corpo fuo nel luogo doue e fi haueua ad arde re,mentre
che fecondo il cofiumelaungeuacrbaciaua, pref 0 d pugnale fi ammazzo. Gli amici
airhora,cofi to* gato CT ueHito come gli era,congiunfero il corpo fuo co quello
della moglie O" appicatoil Fuoco infiemegliarde rono,nel qual luogo fu
fatto un fepolcroadambi duci, che ancor oggi ui fi uide, nel quale fu f dritto
in Greco Tonfdonton,cioedi duoi amanti, QndHomi rendo cer Qjr A R r e quello,
che non Vhauefje tenuto c;' [a Vdite quejle pa roUytalefuUaliegrezZt* »
cheinfperatamente prefe gli animi di coloro^che ogn^uno da pnnapio fi tacque,
come fe e nonfufjeueroychegli bauejj'ero udito quel, che udito haueano,ma
replicato appreffo il banditore le parole me* defime,riempierono l^aere,di fi
alte grida cr romori, che fi dice per cofauera,che gli uccelli , cheaUhora
perl^aere uoUuano,cafcoronoaterrasbalorditùSatiaflatacofjpur affai generofa cr
liberale fe a tanto numero d^homini fuf fe flato renduto la liberta,quante
furono aHhora le Citta nobilifsime cr ricchif$ime fatte libere dal popolo R
omae no,AAacuÌNìaiefiaficonuienc iadema,cbeeglibaueuagittatain terra,cr
impojìoU cer te conditioni lo rejìitui nel fuo ftato,parendoli ejfer cofa cofi
honoreuole renderlo fiato ad un Re come torglielo» Et quanto e chiaroloef empio
di Pompeio per cofi fai* ta humanita ufata in uerf o di TigraneiBt quanto fu
mife rabileichegUbauejfe dipoi a defiderareperil fuo fcam* poValtrui humanita
c;' clementiaf perche quello,cbeha ueua ricoperto con la C orona R egale il
capo di Tigrane, uedendofidel fuoleuare tre Corone trionfaUneWulti* me regioni
del mondo fulafciato fenza Sepoltura, et la fua tefia fenza honore cr fenza
ejequie fu mandata dal traditore di Egitto a farne un donoaluincitore,ch€ fu
ancora cofiretto ad haueme compafsione, perche fubi toiche Cefare lo
uide,dìméticatop della inimicitia hauuU conPompriOyComeSuoceropianfe non
foloperfe^ma ancoraperla fua figliuola,p crudele tT fceleratamorte^ freon
infiniti cr pretiofif simi odori fece ardere quella honorata ttftOfCbe fe
Vatimo di queQo Prmpt nonfi^ »47 felldto
tilmedepmOsche non fu mai da huomo det mondo fuperato,ejfendoli forza cedere
alla natura cr aUafortunaschelo oppreffe,quantunche già aggrauato dalla forza
del uelenojn letto p fentijfe mancare ^non dimeno f o Ueuatop ^quanto fuUe
gomita porfe la dePra à tutti queiyche glie la uolfero toccare , cr chi faria
fiato quello, che non Vhaueffeuoluto toccare cr baciare, poi che già uidnaaUa
morte.piu per forzai d^humanita. 14S éìt
per W^OY naturale tanto p mantenne,che la fece con tutti queifche uollono,la
dipartenza^ Di Pipdrato, PPiHeremo dprefente dellihuntanita di PipPrato Tiranno
d* Atene^nellaquale fe bene non apparfe queluigoreiche in quella di
Alepandrojneritanon dime nocche e fe ne faccia mentione.Era Pipftrato moltopj*
molato dalla mogUe^che e face jfe morire un GiouanettOy ilqualeiaccefo
grandemente dello amore della figliuolat nelrifcontrarp Phaueua nel
mezodella^radabaceiata, Cr egli finalmente èffe alla moglie: fe uoiupamo crudel
ta uerf 0 di queUi:che ci portano affettione,chefarè noia queUi^che ci portano
odiof Non metitono parole tanto humanetche e p dicJycheteu/ciffero di bocca di
uoiTira no.Cop adunque f opporlo Pip^ato Vingiuriafatta aUa figliuola^ma con
piu fua laude f opporlo quell ajche in fe proprio riceuette. Perche ependo
molto a/pramente ad un conuitoidi parole ingiuriato Trapppo fuoamicoino fece
pure minimo cenno di fdegnarfene: mati Marco Coriolanos Et per cominciare dalle
cofepubliche.Faccèdo Marm co Cori alano ogni sforzo di opprimere la patria
fua,CT ejfendo uenuto fino [etto le mura di quella con un grande efercito
diVolfci^minacciando tutta uia di dijirug gere cr rouinare ^imperio
Komano.Veturiafua madre, cr Volumna fua moglie andate fuori a trouarlo cygittam
tofegliaipi€yconleloro pietofe preghiere placandolo^ non lafciaronfeguirecofi
crudele cr federata imprefa* Onde il Senato in honorloro lUuflro Verdine delle
Mam trone,CT gentil donne con moltihonori cr priuilegij» P« roche fece una legge,
che gli huomini nel nfcontrgm re le donne dejfero lorolajirada, in tal
modoconfefm fandOylaKepublica eff ere fiata allhorafaluatapiuper epe radeUe
donnesche per uirtu de glihuomini» Et conoejfe / LIBRO toro, eh t oltre
aigioielU et ortutmentiycheper priutle^o dittico leportduano
agUorecchi,portajferoancorainte* fld una nuoud maniera di benda cr
dcconeiatura,accioche le nobili fujf ero daWaltrediffcrentiatCjZT ftmilmenteche
ìepotejfero ueWre diporpora^CT portare collane cr mi niglie d'^Oro.Oltra
diquejio in quel luogojoue CorioU* no era élato placatogli Senato fece
edificare un tempio, co uno altare alla Dea della Fortuna Muliebre,per
tejlificare conqueBaoperareligiofa , la gratitudine del fuo animo uerfo di
quelle,per il beneficio da effericeuuto. Dimoftro ancora la mede firn a
gratitudine al tet^o della fecondi guerra contro a i Cartaginefi, perche
ejjendo loro affedii ti in Capua da Quinto Fuluio, CT ritrouandofi due donne
CapuaneJLequali ritennero fempre ne gli animi loro la he neuolentia uerfo il
popolo romano , Vuna dellequali eri madre di Famiglia chiamata Vedia Oppida ,
laquale ogni éfaceua facrificio per falute del roman o efercito.Valtra
Meretrice,chiamataCluuiaFacula, laquée non manco mai portar da mangiare ai
romani,che eron dentro diCi pua prigioni.il Senato come Capua fu racquijlata
refiitui ìalibertaaduedonneinfieme conilor beni offerendofi ancora aconceder
loro ogn^altragratia, che Pbauefjfero domandato.fu certamente cofanotabile,chei
Senatori He Vallegrezza di fi fatta uittoria,non folamente dimofhraf* f ero
hauer grato il beneficio nceuuto da due femmine uU li cr abiette, ma che ancora
le remuner afferò. Della Giouentu Romana. C^Hifi porto mai tanto
gnUamente,quanto quelligio* •uaniromani,iquali Cai tempo diQjnntio cT tio
Confalo ) per dar aiuto crfoccorfoaiTufculanico» r . ifl trodgUEquicoli, che
haueuonooccupittoi loro conjvd t'offerfero cr con giuramento fi obligarono
fpontanea^ mente di andare a queUaimprefa,perche pochi mefi auoft tifi
Tufculani con molta codantia cr ualore haueuono dU fefo Vimperio RomaneX olì
adun quei che no s^udi mai piu) Ve[erdtoKomano,perdimofir areiche U patria loro
nonmancauaàgratudine, s’ondo a fare fcriuereperft medefimo. DiFahioMafsimo» JN
Fabio Mafsimo fi conobbe chiaramente ^ quanta fujfelagnuitudine del popolo
Komanoypche ejfen^ io Uduenuto amorte doppo cinque conf olatifelicemen^t te cr
con folate della republica da lui amminifirati,fece il popolo agora a portar
danari,accioche le fue efeqme con maggiore cr piu honorata pompa fi
celebrajferoXbinem gheraadunqueipremij della uinUfnon ejfer grandi, confi
derato che i corpi m orti degU huomini uirtuofi fon piu ho norati et hauutiin
pregio fChe no fono i uiui et pufillanimL Di Hinutio M.aeHro de Caualieri FV
ancora ufata non poca gratitudine a Fabio KlafsU mo mentre, che egli
uiueua,imperoche ejfendo fato^ to Dittatore neUaguerra contro ad Hmnibale in
San DÌo,er fendoli dipoi per deliberatione della plebe dato p compagno Minutio
Maefiro de caualteri Ccofa non md p Vaddietro ufatap) fi diuifonointra loro lo
efercito,cr cfit fendo Minutio uenuto die mani con HannibalefCon lafua parte
dello e jer cito, accorge dofi Fabio del trifta fine, che era perfeguire di
quella battaglia,per ejf nrui andato co* luimolto temerariamente,ZT che già
fiauaper andare in rotta,lofoccorfec;‘trajfefduodi quel pencolo» Onde
e^Uriconofcédo il beneficio Jio chiamo padre, et comodo \ oogl LIBRO « tutti i
SolJuti che crono [otto di lutjcheglì faceffero ri « I J LIBRO biuerfo di Hfì
trajje di te{h,cr rizzo/si in pie, O" dtrà U0U4 ancor J uiHolo uenire f
monto da cauaUo^ er diffc in prefenz^Hala Seruilio, Et Mola SeruiliOy che
haueua ucdfo Spurio Vielio Maejìro de cauaUeriiche afpiraua allaTirannide.pa
gole pene dello hauerconferuato in liberta i fuoi crtfj/ dini, con Pejfer
mandato in efilio* Hora fi come noi dobbiamo paffarcela di leggieri a biafimare
il furorcì trPhnpeto del Seaató & del popolo: agitatotcomed Mare da
tempeflofi uenti jcofipojfidmo piu liberamene é'sfogareil hojiro sdegno contro
(dlaingratitudine de » priuati 'y CT dì quelli maffime,che prudenti CT di giu*
dicio reputati, hanno prrpofto la fceleratezzl corfofuo co/lrrt/o . morir, ii.
in carcere in luogo del morto paire.Puo/siaJ»gue glori dreil feliolo d’uno
ecceBiliftimo Capuano, etchcancor eoli era fi jfcéifo-e al medefmogrado.dt
baaer nceuto p reditapaternafolo la pngioneer le efene. D, Anjlide. A RilWe
fimilmenle,che da tutta la Greetaper^jip A lìmo ecelebrato,crtenutoancoraano
fpeccbioiU c5tinenza,fucojlrcttopercomMamentode^^ ni a partirfi della citta et
idarfene tn efilio. febei Athemefi fepriuatilìdicolluipotcrontrouareun altro
cofibuon» cramoreuolecittadino dellapatriafua,Muenga cheinjte me co Ariftidc
partiffe ancora, guanta bota era in Atene, DiTemiftocle, Et
Temiflocle^rarifsimo efempio tra quelli iqualiprom . 1^9 MéTono td
itigratiludine deUd.pdtrid , hduendoU contd mrtufua 4sicuratii,dmplUtd CT
illujlratd,Qr fattola anco r gh hauejferp,fece portare Ufuo corpo uicino
agUalloggiamenti^Gr‘ copertoio d^una prea tiofa uejlelo pofefoprad
R^ogo^dipoiappìccatouiilfuo^ co, incontinente con U medeftmafpada con lacuale
batea ammazz^ito il fratello jì pajf ) da un canto a Pdtroo" git tatofì f
opra il corpo di quello uolle-ardereinpeme co luì, Poteua coftui con lafcufa di
non l^hauer conofciuto,fen^ za fuo carico con feruarp in uita^mAuoUe piu tojio
ufar^ un tale atto di pieta,che { eruirp di una tede feufa , per far compagnia
ancorain morte al fratello, DELLA PIETÀ VER50 LA l^atria, Cap, V L A fatUfatto
fino a quila pietddigra* di piu flretti cr piu propinqui di con fanguinita,rePdihora
afdtisfare aU la patria , alla cui maefta cede ancora la pietà inuerfo il padre
cr la madre, che fi agguagliaa quella, che dobbùu mo hduereuerfo
degltìddij,cedelidncorduolentierikc4 ritd frdterna,e:f certo con
ragionegranéfsima, perche ro uinata una ca/arefla qualche uolta in piedi
laRepublicd, ma la rouina della citta di necefsita fi tira dietro la rouind di
tutte le cafe de i priuatiMa che bif ogna multiplicare in parole fopra queàa
materia,ejJendo la forza della pietà in uerfo la patria tanto grande,che alcuni
con la ulta pro/ priaVhànno dimoflro. Di8ruto,primo Confalo,^ . D Kuto il primo
Conf olo, che fujfe fatto in Roma, co battendo per la patria contro a i
Tarquini Jì affron^ to con Aronte figliuolo di Tdrquinio fuperbo^ crfu fin contro
di forte, che Vuno cr Inoltro mortdmente ferito cdfco in terra morto. Votrebbejì meritamente
dire al pon polo RomanOfChe per la motte dico(lui,gUcofldjfe mol/ to cara la
liberta. Di Curtio» ESf mdo in R orna nel mezo della piazza apertop in un
fkbito il terreno crfattofi una buca molto larga cr profonda^niandarono i
Romani allo Oracolo tPApol lojl^uale houendo dato per rifpojia,cheuolendOyche
la (i tìchiudejjè per euifar quel pericolo^era neceffmogittarui dentro quella
cofa^ che nella Republica Romana era di maggior pregio cr udoretCurtio allhora
di [angue et (ta nimo nobtlifsimogiouanettojbauendofrafejìcjfo penfan losche
qllo in chela nojira citta ualeua piu,et era piu eccel lente erqno Pormi ,
armatofi tutto da capo a pie monto 4 Cauallo,zT [pronatolo^GT correndo a tutta
briglia , ui p getto dentrOji cittadini allhora per honorarlo , a gara gli
gittaronfo^a dimolte biade^cr incontinente la buca p ti dìiu[ f,cr ritorno il
terren 0 nelPeffer dx prima.Seguirono dopo Curtio molti alari huominieccellèti
orhamèti della nopra citta, nodimeno non p legge ef empio piu chiaro di quejlo
de la pietà uerfo la patria,alquale,come quellò,che inqueftafpetiediuìrtu tiene
il principato ^ foggiugnerq unpmile* DiGenì io Cippo Pretore, • AQenitio Cippo
Pretoreatfeendofuor di R ornane* aito cr ornato dacapitano,occorfeun cafo molto
nuouo negtamai udito^llacquero a coflui in un fubito co* me due cornain tefia
ergUfu dato per ri/pofta dallo Ora coloychefe ritornaua detro a la citta n e
diuerrebbeRe.il che accioche non p neri ficaffe, uolontariamente p elejfe
Bplioperpetuo.Opietaimmenfacr inepimabile, degna uermentcdiejfer preferita
quanto alla gloria ai fettere \ di
R0WM.L4 fe/lrf di coib4Ì^perfniafu difcacciata daLettimio Matcntiiiico^^
comeuoghonoalcun*altrida Herafjlrato Medico^ pchc {tondo lui a federe apprejfo
ad Antioco^o" accortofì,che all^entrare di Stratonicam camera^ ilgiouane
arofiuo cf ripigliaua uigore,cr aWufcirfene,impalidiua c^fofpiro^ uojondo con
maggior curo offeruandolo^cr cofiuennea Htr cuore Vorigme del fuo male, perche
prefolopUbrac do ad arte:conobbe,che ne lo entrare di colà in camera,il polfo batteuapiuforte^etnelporttrpqualild
tuttofino* jcondeuoOndeccfìuiincotinétematiifeflo a Seleuco lo co glene di
quellainfirmitd.'El effo intefo la cofo,non bebbe rtfpetto alcuno a cocederlt
Stratonico, quale egìifommo* mente amaua,incolpando la mala forte, r.heil
Giouane dì cotale amore accefo fifuffe, et a la bota et riueréz^ di ql lo
attribuédo,Phauer più tofto eletto di morire, che mani fefiarlo. Hora
ponghiamoci dauÒti agli occhi un Keuee* chio,€thamorato,hauercoceffo in tal
modo la moglie,et potremo conofeere, quoto i Paterni affetti fianopotcti a kìctre
ognidifficulta» Di AnobarzonerediCapadocùu COneeJfe Seleuco alfigliuolola
moglieima Ariobar* zane in prefenzd di Popeio,coceffe al fuo il R egno,
hrafalito Ario barzanefopra il tribunale di Popeio,& inuitato da lui a
federe fopra la fedia Curule,et hauédo ut fio il figliuolo ejferfi polio in
quella parte de lo eferdto, doue eiail CÒcellieryio pitto coueméte al grado
fuo,non potette esportare di uederlo in luogo inferiore a lui, ma fubito fcefo
di fieda fi leuo la Diadema di capo, et lapofe , in capo alfigliuoloiefortàdolo
a porfi a federeionde egli sWa leuato , Vennero giu le lacrime a\
Giouane,uenneli ancora menotrj nel cadetegli cafeo di telala Biada X Itti LIBRO
w C^AjfiO imitando lo ef empio diBruto,perche il fuo fi Jgliuolo, quando era
Tribuno de la Plebe, fu il prL ino, che proponcffela legge Agraria con molti
altri mezzi fi ora ambiti ofamete obligato gli animi delpopo • 17^ lo,finito che gli hebbe il
m4gi(hrato,raguno in cafafua tut ti gli miciu" parenti, cr pref 0 U parere
di ciaf cuna, con* danno il detto fuo figliuolo per hauer^afpirato alla Tirati
tùdeyCr fattolo battere,cr dipoi ammazzare,confagro 4 Cerere luti 0 il fuo
hauere. Di MaUio T orinato» Tito lAallio TorquatOjper molte fue opere ualorom
fe,rarocT ecceUente^O" dotifsimo in leggi ciuili^ cr pontificali fn una
cofa fimigfiante a queUa,non gli par ue già dadomondame il parere ne dei
parenti, ne de gli amici.Peroche hauendo i macedoni mandato Ambaf :ia* dorial
Senato a far molte querele contro a Dedo Stilano fuo figliuolo,che era (lato
agouerno di quella. prouinda, prego il Senato,che non uolejfe deliberare di
cofa alcuna, prima che e nonfujje bene informato della differézdjche era tra i
Macedom,cr il detto fuo figliuolo. Dipoi con co fenfo di queUo,CT de i detti
Amhafciadori,pref 0 a giudi* care la lite jfi fece la refìdenza in cafa^ey folo
duoi diala fila diede udienza a Vuna cr l'altra parteAl terzo di, ha* uendo a
baftanza cr diligentemente ef minato iTeÌHmo niydiede la fententk in quefto
modo.Hanno prouatoiMa cedoni SiUan 0 miofigbuolo hauer pref 0 danari da i cofe
der^^ di lettere ancora ornatojafciatop tirare da i cattiui conpt* gli nella
amicitia di Catiltna cr andando per ciò inconpde ratamente aritroudrlo nel fuo
efercito fopraggiunto dal padre amezoil cammino 'fu da quello ammazzato,dicen
do prima che ciofacejje,che e non Fhaueua generato,per che e uenijfein
compagnia di Catilina contro alla patria, ma perche efuffe defenf ore della
patria contro a Catilina poteua ¥uluio,mentre che duraua quellaguerra
ciuile,con tenerlo rinchiuf 0 , proibirli tale andata , ma [egli hauejfe fatto
copjarebbepato cauto CT prudente, CT non rigido cr f eueroMa accioche Vaf prezza
cr rigidità de i { opra detti p uenga alquanto a temperare con la clementia di
quei padri,ch e furono di natura più dolci et manfuetijog giugneremo alla
rigorofa punitione di [opra narrata , la facilita del perdonare DELLA
TEMPERANZA DE P adri imtrf 0 de i figliuoli. Cap, IX. Di L.GeUio. VClO GELLIO,
chedaCen fore infuori era Pato di tutti gli é* tri Nlagtprati , hauendo
apaimanit* f ePo inditio , il figliuolo hauer ufa • to carnalmente con la
Matrigna, cr cerco ancora di ammazzarci lui, no perciò p moffe cop a furia
agapigaHo , ma confuUatala LIBRO cofa,qu"-e zr lu Dea Minerà ua,chetuttoil
male chedoueua auuenir e f oprati Popolo Komano,lo uolgefferofopra de la cafa
mia,Vanno adun cheUcofe profperamente: perche fendo^ti efaudiHi mieiprieghi,hanno
quelli operato diforte,cheuoiui hauè te piu tojlo a doler mec ode la mia
auuerpta , che io habm biaapiangere de lauof^a.Soggiugnero ancora un^altro
degli effempi domeftM,cr entro dipoine le cofe efiemo DiQ^iiiarioKe, Q vìnto Vidrtio Ke,compdgno nel ConfoUtodelpri
moCdtone^rimafepriuod' un figliuolo molto re*
„„ent'i&‘mormokuerfcmi,nclìudehMm^» difsinM(peranz La libertà del
parlare,che ufo la donna, che apprefiti racconteremo fu non foto di grande
animo, maanco rabebbe molto ddpiaceuoletCojìeicondottap a Vejhre* mode Ufua
uecchiezza CT pregando tutti gli altri di Si* racufagli iddij,che Dionifio
tiranno moriJJe,lt per la cru dele natura fuafi ancora per le grauezze
infopportabili, che egUponeua hrò'yejfa fola ogni mattina al far dd gior no
pregaua lddio,chelocònferuaffe fono cT fatuo» ìlche hauedo là intej o ZT
marattigUatofi de la bencuoleza,dje codei gli portaua la fece chiamare
afe,:iiala punitionCychedi copmfu prefa fare una legge , per Uqiiale p
prouedeuoi che ninno patritio potere habuare ne la Rotea o in Cam
pidogUoyperche quePó Malliohaueuala cafain CumpiV dogUoidoue bora ueggiamo il
Tempio de la Moneta, Di Spurio Cajpo / Slmile fu lo sdegno de i Romani contro a
Spurio Cafsio,alquale nacque piu il fofpetto yche s%eb* he di lui cbc e non
cercajfe di farp Tiranno y che non gligiouarono tre honoratipimtconfoUtiy
ejduoibel* Ufimi trionfi perche il Senato cr il popolo Roma* no non comento à
hauerU toholauitay gli fece anco* rafpianarle Cafe per affliggerlo an.or p:u conia
de* ffruttione de i fuoi idéj famigliari y cr w edifico fo* pra U Tempio della
Dea Tellurcy CT cofì quel luo* go, che era flato prima habùatione di un huomo
tanto grande CT potente y e bora una perpetua memoria ^u* nareUgioja feuetita.
A A ii r • T>ì Spurio Melio. Pmo
nello hiuendo tentato difareil medejìmo Jja milmentefu in tal modo punito
jO" il piano che rima fe de U fuÀ cjfa ronitiAtayatcìoche la f
tueragiujtitia^chc jt erafatcadiluijujfea i Pofleripmmanifejht, fi* chiama* to
Equim dio. Di Fiacco Satumin o. Q Vanto gli antichi portajfero odio intrin fao
a i nemi ^^cidelalibertajlo manifcjUronOyCon Urouinedel* le cafe di quelli,
cf" perdo tagliathche furono a pezzi. Marco Fiacco, CT" Ludo
Saturnino , huomini f editiojìjfi* mi, furono [pianate le lorcafe fino a i
fondamenti, cT ' ejfendoiltcrrenodoue eralacafa di Fiacco fiato un tem pofenz*
efferuijt edificato alcuno edificio, fuaV ultimo ornata da QJZatulo,deUe f
paglie cr Trofei de CimbrL Di Tiberio o‘G.Gracco. LK nohilta CT^lo fplendore di
Tiberio CT Gdo Groc cbfugrandifimo ne la nojlta dtea,cr fi hebbe di lo fo un
tempo ottima fperanza,ma hauendo per ma di fe* dittoni con ogni sforzo tentato
di rouinare lo fiato de la Republica, furono mordi tT i corpi loro laf ciati
fenza fcpòltura,rimaf ero ancora fenzma nonhameno di grafiifa^queU a che fi e
ufata per co feruar e la dignità^ cri buoni ordini de la KepublicaiDet te il
Senato in poter de Corfi Marco Clodio^ per hauer fatto con loro una pace
éihcnorcuole, crnon bauendo quellt uolutolo accettar edo fece morire in
prigione. Hot ateditn quanti m odi il Senato fu feuero uenécatore de U fuàira
contro acofluiiper bauer foto unauoUa offefoU Macfia del imperio Romano, i^on
approuo Raccorda, che gli haueuafatto^tolfegli la hberta,priuoUo delauita, fecelifare
incarcere uitupcrpfa morte , CT poiché e fu morto jlo fece precipitare d terra
de le f cale Cemonianet CT ce) tamente ccjìui ncnnieritaua minor punitipnedd
Senato. I^iCorneìio Scipione, A/t ^ Cornelio iapione figliuolo di Hifpalofu 1
VJ punito dal Senato primaicbe egli lo meritaffeiper* tbe JendoU tocco per
forteil^uerno de la Spagnajfeat ce unpartitoiche e ncnutandaJje^aUegàdo cheenon
tra fufficiente adamminifirarU, Onde Cornelio perla fda inhoneHa uito^ancor che
e non fu jfe andato al gouern o di quella ptcuinciainon dùuenp. fM condannato
comefee A A Hi Vh^ueffe male
amminidrdtayUcetto foto, cheenon heb^ beadarcontodelaammtnijirationc. Di G
Varìcnù, Non manco il Senato di procedere ancora feucrami te contro a Gaio
Vatieno^ilqualepernon ejfercos pretto a trouarp n c la guerra Italica p taglio
le diti de U mano pmlirajil perche conpfeato i /uoiòenijocondari* no a carcere
perpetua,Onde copiò, che non hauea uolu* toin guerra
morirehonoratamenteiconfumoU fuauita ne le catent,xongrandipmo uituptrio cr
dishonore» DiM. curio Confalo, l" A ntedepntafeuerita del Senato ondo
imitando Marcò ^ Curio confolóulquéeeffendo corretto a far gente co grande
celerità contro alKe Pirro, cr non hauendo alcu no de ipVigioiiani ne lo
fcriuerelo ejfercito uoluto dare il nomeime jfe tutti inomidele Tribuinun
uafoaUefor a,CTlapnma,cheufcijfefulaTribu PoUiaiquindi poi co minciato a
ìrarreiufci il primo un Giouanettoiqualefece fubito chia'màre,cr non
rifpondendo,feceuendereifuoi benialo incanto,t3‘ come il Giouane
Vintefe.ricorfefu* hito donanti al Tribunale de C onfoli,a' scappello a i Tri
bum\AWhora Marco Curio diffe, chela Republica noli ueabifognodiquei
cittadiniichenon uoleuano ubbidire, cr cop uende ancora luiaWmcàtopnpemecon
ifuoibea ni. Dii, Vomitio Pretore, Non fu mcn duro cr opinato nel fuo propopto
tu cioOomitioJlquale (jfendo Pretore della Sicilia Cr ejféndoli prefentato un
Cinghiale di fmifiirata granr dei^tUìfece iteuìre a fe il pallore, che lo hauea
ammaz* s t sr o, iss Zàto,f3‘ diìHeOìicitohcon checofahduejfe ocàfoftgran
hejhay cr troudto che e l*haueu4 ammazz,^ "y' Qgliamo eptiquefìi
efempicogiungere ancora qucÈnf dipubUo Sempronio Sofoydqnalerepuào la moglie^
non per altro che, perche VhaHeuahaij^Q. ftr dire di onda re a Ufejte fenzd fitd faputa^ar co fi mentre
che i Romd4 chtt Camerini p poterono rallegrare della rouinaloro^ i quali in
queflo modo uennero come arinaf cere* Quello èie io per infino a qui ho
referito, non fi diftefe oltre a i confiniyCr luobgi conuicìni della citta di R
oma,ma quel* lo èe feguita fi fparfe per tuttoil mondo, Delmedefimo.cr
difabritio T*Ìmocare (PAmbraciap offerta Pabritio confolo di fareauuelenare ri
R e Pirro dal figliuolo,che lo fer* uiua per Coppiere^ llcbe fendo referito al
SenatOyO' ri* cordandofiche effendo la citta di Koma edificata daKo
mulofigltuol di Marteje guerre fi haueuonoafar con Varmtc" non col
Veleno^mando fubito Ambafeiadoria Pirro auucrtendoloychephaueffe diligente
curada fimi* liinpdie cr tradimenti.Hon uoUe giail Senato in ciò no* minar
Timocare, cr cop neWuna cr V altra cofa dimojìró la fua retta cr giufia
intentione , non hauendo uolutone tradire il nemico, ne far male a colui, che
haueua cerco di far lor bene. Di Quattro Tribuni della Plebe, Vìdep ancora nel
medepmo tempo un grandijfimó effetto digiufUtia in Quattro Tribuni de la Plebe,
per che hauendo L.Hortenfio pmilmente Tribuno chia* maio dauantial popoloLudo
Atracino,fottoilquale,ef^ fendo lui capitano de Veferdto R ornano cobra a i
Volfd, epi Tribuni appreffo d lago Perrugineremediarono in* fieme con tutto il
refto de la Caualìeria,che le no/lre gen/ ti chegiacominciauono allegare, non
andaffero in rotta: giurarono dauanti alpopoloiche ereno per ifiar tutti di
mala uoglia,fin che Atradno lor capitano flaua in quel pe ricolo iPeffer
condànato. No» esportarono Giouatp mrtuofi et ecceUetùtrouàdofi tribm,di uedere
entro la dt t tiUcondotto 4 pericolo
deUuit4,coluichein gUefTàhdue , uono col [angue con le ferite difefo CT fuluato
*Ondc tutto ilpopolo comrfiojfo daWe^uitadeUeofa^collrinfe Uortenpo 4 torfi da
quellaimpref ijne dirimenti, fi odo* pero nel caf 0 fegu ente. Di T. Gracco cr
Claudio ^ HPiuendoTiberioGraccoGr G.Claudio Cenfori,per c^afi portati troppo
rigidaméCe in tal magistrato, efafperato,quafituttaUcitta:^arcoPompdioTrtbuno
de la Piebegli chiamo dauantialpopoloagiuJlijicarfi,fen do inqmfitiyCome rebelh
et inimici de la Patria,moffb non f Diamente da hgrauiinglurie che efaceuanoa
lo unìuerm [de^ma ancora da fuo [degno particulare, (perche gli ha ueuono
coÉtretto RutiUo[uo parente arouinare un muro de la[ua ca[a,che toccaua di quel
publicoynel qualgiudi* ciò, perche molte Centurie de la prima Clajfe condannai
t^ono apertamente effo Claudio, pareuacheuniuer[M tnente tutte , accon[enteJf^o
ad ajjoluere Gracco, effo giuro,checfa[cunolo [enei,che[ein quelle co[e doue
glie rainteruenuto in compagnia di Claudio era aggrauato piu Claudio: che
luì,ejJendo la colpa equale,[en^an(hebi in eJUìo infieme con lui. Bt cofi
mediante quejia equità di Gracco uennero amendui liberati da fi urgente motiuo.
Perche il popolo affolue Claudio cr ULPompilionopro cede piu oltre con Vaccu[ar
queWaltro. Del Collegio de Tribuni Riporto ancora gràdifiima laude quella mano
di Tri buniylaquale,non uotendo un di loro,cbe[u L. CoC ta.pagdre chi
haueuabouer da hi, rifiiando(ì,che mentre, Veglierà di quel magiiiraionon
poteuaefierJireUo da I lefcentia cr nel
tempo de lafecondaguerra contro a t Carta ginefi fu molto dedUo a la moUtie er
delicatura, ma fatto Sacerdote da Publio Licinio pontefice maffimo^ perche e fi
hauejfe piu ageuolmentea rtirarre da quella ut ta,applico di modo Panano a la
cura de le facre cerim onie che hauendo U religione per if corta de la
continenza lequali non émeno nonimpedirono , cheenon diuenijfe col tempo il
principd Cittadino de la nojira citta , cr che il fuo nome nonrifplendejfe
CT" appariffe nel piurileuatoluogho del Campici aglio, cr conùfuauirtunon
ifpegnejje laguerra amie uenuia fu con grandijftma rabbia cr furore. Vdo Siila
per fin che e fu fatto Q^efiore fectuna Di QJEabio Maffimo, modicoSluinelafua
uecch ezza. DiQJZatulo, * 104 UÙd molto Idfàud cr lujfuriofd,come quello, che
erdtuU '■ to dedito al uentre cr d libidine, a fejie CT giuochi, doue ferui
ancora d prezzo per H'jìrione. il perche ft dice, che Gao Nlahoieffendo Confolo
hebbe molto per male, che la forte gli haueffe dato d*hauerjì a feruire ne la
imprefa deW Affrica d^ un Quejlore tanto moUecT effemminato, quale era
SiUa.Ldwrtu poi del med^mo édUd,comtfe Vhdueff r rotto i legami cr la prigione
de la nequitezz^t che Vhaueudin preda, prefe prigione tsr meffelt catene a
lugurta,T enne a freno Mitridatejlibero la patria da la ca lamtta de laguerra
Sociale,fpenfe la Tirannide di Cinna, V'cofhnnfealandarinEfìUo Mario in quella
Prouinda, ne laquale da lui era dato dìfprezzato per Quejlorede^ quali cofe
tanto diuerfe. cr tanto contrarie Vuna da VaU tra,fe alcuno le uoglia
diligentem ente conpderare cr an darle f eco fiejfo efaminando,crederainun foto
foggetto efferedato dueperfoneMoeun SiUagiouaneuituperofo, cr un'altro, che
nella età matura ardirei di dire, che e me ritajje d'ejfer cognominato
ualorofoje egli per fe mede fimo non haueffipiu prejìo uoluto Felice
cognominarfi. Di Q.VELLI CHE DI BASSO gyado fon uenutiin grande flato erri
putatione, Cap, X. I come noi habbiamoauuertito quetU che, fon nati nobilmente
, che rauuedu tifi de i lor trijii portamenttihabbino ri guardo alaloro
nobiltà, cojì uoglia* mo bora parlare di queUi,che hanno bauuto ardire di
afpirare a cofe piu al* $e,chenon comportaua lo fiato loro. CC iiii LIBRO
"DiTito Aufidio, t sfendo Tito Aufidiogia uno abbieto rifcotitore
irmdcufd,pri fatto cinquanta Talenti,cr cojt uollela Yortuna^cbeco* luiyche era
V ornamento cr lo fplendore del mondo,den tro ad una Fufta di un Corfalejujfe
coftretto a rifcattarji fi piccola fomma di dannari.Che bifogna adunche rammà
riarp piu deli Fortuna, poi che non pure a gli altri , ma ne anco a coloro la
perdona,che non altrimenti,che quel la fi fia, f on dagli huomini deificatiMa
quel diurno fpi* rito fi uendico de la ingiuria riceuuta,perchefra poco tem po
dipoi Jendoli dato ne le mani quejìi Corf digli fece fu bito portuttiin
croce.Habbiam fatto mentione dele cofe domefiiche con molto affetto
etattendone,entreremo ho rain quelle degli Bfierni,cr conpdu pofato animo
Iettar reremo* , DE GLI ESTERNI» Di PolemoneFilofofo* POlemone Ateniefe fu
giouane molto lafciuto CT lu[furiofo,ne folamente fi dilettaua di fare il male,
mapigliauaancorpiacere,chefi rifapeffecrd^effer infa maio per
àshoneéo.Cofluieffendo jiatoadun contato tutto un é c/ tutta una notte, nel
tornarfene a cafa hauendouifio apertala Scuola di y^enocrate Filofofo, cofi
come glìera caldo ancoYadelVmo,tuttoprofumma to cr pieno di unguenti
odoriferi,con la Ghirlanda in te* fiacT molto fontuo fornente uefiito entrala
dentro,doue fi ritrouaua gran numero di huomini da bene ^diofi, CT '
litterati,negh bailo quefioyche e fi pofe ancora afeder tra loro fenzarifpetto
o riuerenzaalcuna,non per aUro cheperifchernire CT sbeffare con quei fuoimodi
lafdui cr d^ubriacOyìl parlare eloquentiffimo cr igrauiffimi pre celti di quel
Filofofo,Et come che tutti quelli, che erano presenti, come par
cofaragioneuole, fe nefdegnajferau yienocratefolo non fi turbo, ne fi cambio in
uolto in mo do alcuno.Ma laf ciato andare lamateria, /opra lagnale
egUparlaua,comindo a trattare ielaMoiefiia O'de la temperanzaicon tantagrauita
CT facundia,che Polemom ne forzato in un certo modo a tornare infe medefmo^
primieramente trattop di tefia la ghirlanda, lagitto in ter fa , appreso fi
ricoperfccol mantello lebraccia,nemol* to fette, che eglicomincio tutto
acambtarpinuolto,non parendo queUo.chedalconuUo erauenuto.Vindmente de poponon
foloVhabito, ma ancora ognipenpero lafciuo CT dishonefoyCT hauendo con quel
fdurì fero rimedio del parlare di 'Kenocrate racquUlatolafanita,di Putta* niere
uituperofo ZT infame,ne diuenne grandijpmo filo* fofo,Cop,V animo di
co{ìui,comepertranfìto cammino per la uia de le fceleratezz^yCr nonuip fermo *
DiTemifiocle» SAmmimatedi haueread entrare ne lagiouinezzctStftato. M Andando
il Senato Claudi j Verone cr Lucio Saìt natore ConfoU^concro ad Hannibute^cr
ueggendo che come gli crono diuirtu apuli ^cosi crono acerbisfìs mi inimici
luno de VaItro,glinconcil'o ir.sicme , accioche perlelorodifcordiela
Kcpublicanon iu ntj^ca patire in quella ammmiliratione^pcr che quando V
autorità e diui* faintraduoUnon fendo tra loro concordia ,fempre acca deschi
rimo cerca piu digiia[iare i fatti ddraltrOyche dW conciare i fuoi^ma doue
l*odio e ojiinato zj grande Juno e piu inimico aialtro, che luno cr Ultro non
fono inimici allo auuerfario.U Senato ancora per fuo decreto libero luno
laltro(,ejfendo àccufatida Gneo Bebio Tribuno della Plebe dauantialpopolo per
ejfersi portati troppo af ìpramente n ella loro Cenfura") di non haucre a
compa* rire CT tifponderedle accufe Icr fatte, ajfoluendoda
ognipregiudicioguelmagiftratocr quella dignità, che era dialo ordinata, per
riuedere il conto ad altri cr non pcrdar conto dife.Hon meno prudentemente fece
anco rail fenato in quedlo,in punire er far morire Tiberio ■ Gracco Tribuno
della Plebe, perche hatieua hauuto adire di proporre la legge Agrai ia,cr dipoi
per un bel decreto fece che per tre diputati, fecondo quella legge si diuidejfe
quelcontudo al Popolo,C7' cosi nel medesimo tempotol •Je uta CT autore CT la
cagione di quella prjìifera feditio ne. Quanto prudentemente si porto egli
dipoi col Re Mafsiniffe.pcrchehaiiendofelotrouato proniifsimo con tro ai
Cartaginesi, C" conofeendo, che gliera destderofo ^diaccrcfcere CT
agnmentared fuo Regno, fece far una leggi-, per làquale 0) dinaua,che
Mafsiiiijja nonfujfefot 2i2 iopojio in
cofd alcuna al Komano imperio , "Et m guejìo modo Jt mantenne fempre
Vamicitia di coluiyddquaie era fiato benignamente feruito,CT uenne ancora
alenar jt da ' uanti . cr liberarjì dai contmout fajUdij de t^umidi CT :
Mauritani , CT deWaltre genti Barbare CT efferate loro I uicinc,chenon maiyne
fono lapacencfotto altre condii ' tioniyfì quietauonoMancherebbemiiltempofeio
piu dU I morasft rn raccontare efempi dei Romani , perche il no^ I {ho Imperio
fi mantenne ar accrebbe non tanto per for I d^arme^quanto per uirtu cr uigor
d\iimOy Trapajfe* i remo aidunque con tacita ammtrationela maggior para I te
delle co je prudentemente f aite da lorOy per entrare ne I gli efempi ejìerni
[oprala medefima materia. DE GLI ESTERNI. Di Socrate Eilofofo. S Ocrate ^quafi
un trrrefire Oraculo deWhumana fa* pienzaygiudicauanon efferda domandar altro a
gli D'ijfe nonychecidesfmo del bene,perche loro fìnalmena te fapeuono quelche
era util a ciafcuno.ajfermandoyche noi molte uolte domandiam loro quelle
co[e,che farebbe meglio non Phauereimpetrateypche egli diceua. O mete de
mortali in ofcurisjìme tenebre inuoltu,Quanti fon grà dicr manife^Ugli errori
ne iquali tu cieca incórri con le tue doUe preghiere,Tu defideri ricchezza «
lequalifono fiate la rouina di molti^Tu appetifaglih onori, che infini tihanno
condotto alfondo,Tu ud ad ogn'hora riuclge doti per la fantapa R egni cr
principati , il fin dequali fpejfeuoltep uede miferabile,Tu tiintrometti negli
fple didimatrimoniijqualip come alcuna uoltalecaf e iìhìbra no cofi benefpefjo
le diftrugono etinteramete rouinanc^ DD a li f LIBRO Pon fine adiunquc o
jìoltacr infuna, drJeJtdcrare ctuidaa mente
queUecofe,comefeUcisfìine,chepojJono ejferca^ gione della tua infelicità
rimettiti interamente nella diurna prouidenz‘t^pcrche gli iddij, chef oìio per
natura molto facili cr benigniin concedere ilbenejanno ancora moU to meglio
eleggere queRo,che fa al proposto nofìro . il medefimo diceua,che quelli
huomini per uia corta cr ifpe ditaperu€muonoallagloria,chefi sforzauono d’efjere
infatto,quali d'ejfer tenuti in apparenza s'ingegnauano, con le quali parole
manifejiamente ci ammaejìraua , che gli huowini cercajfero piu prejìo di
acquijlarji ej^a uirtu, cbeueHirji deWombra di quella, il medefimo domandato da
ungiouanettoje e lo conjìgliaua a ter ìnoglie,o no,ri^ fpofe,che o pigliandola
o non la pigliando fe ne pentireb be, dicendo, f e tu non lap'gktu
muerai/olo^non haraifi» g\[uoli.fpegnercaUcafatua,rcderaituoi beniuno jiraa no.
Btfetula piglt,liarai in continua anfietajin contmuoi rimbrotti cr rammarichìi
, faratti rimprouerata la dot* ta , i parenti faranno teco in fui grande Jiarai
la feccag* gine dcUa Suocera intorno a gli orecchi , farai in gelo fa di coloro
, chegliuanno da torno . Ne farai per que fo certo à^hauer figliuoli. N on uoUe
Socrate , con ha* uerli ordinatamente prepofodcommodo cr Vmeommo dolche
quelgiouanef rifcluc jje co fi prefo in cofa di tan taimportanza,come dolina
cofapiaceuole .1/ medefmo» hauendologli Atenief,per laloro federata pazzm mi*
quamète condannato a mor/e,er hauendo pref o dimano del Carnefice con uolto
intrepido, cciiante la beuadi del VenenOydai Giudici fatuitali,ey’ gridando cr
pian* genio la fua M.ogUe Santippa , che egli digia s^er apofo ^Bicchiere a bocca con dire che e lo
ammazzarono u tot to^gli dijfe. Aduque tu uorrejìi che io come colpeucle mo
ri/si a ragione? Ograndfjf mia fapienzadi Socrate Jaqiu le non ft potette
dimenticar di lui per injìno al punto de la morte. Di Solone. Vanto era
prudente quel detto dì Solone ? ilqtiale ^giudicaua, ìAiuno^mentre che egli
uiueua , d ouerjì chiamar beato,perche diceuaVhuomo ejferfottopcjìout (ino aW
ultimo di de la fua ulta agli acciden ti uarij cr ftra boccheuoh di fortuna.La
morte adunche e queUayche dir» chiara fe Vhuomo debbe ejfer chiamato felice^ 0
nOyla^ quale chiude il paffo a tutti i mali. 1 1 mede fimo, Uedeudo uno de luci
amici grauementeattrijìarpylo condujfeneU laKoccad’ Atene,Qy di jfeliicbe
guardaci tutti i cafamen ti, che crono dutorno,^ poi che eglil'hebbe fatto,dif^
fe,Penfahora teco medefvno, quanti affanni cr miferie ft ritrouino [otto quejii
tetti, cr quanti giauifcne for» no ritrouatiyCT quanti per Vhauuenircfono
perritrouar fenCyCr fahoramai fine di piangere, come tuoi proprij incomiuodi
communi CTumuerfali . Et con questo modo di confolarlo uoUe dimoftrare, che le
Citta erano alber* ghimiferabdi,de le calamita cr affl'ttioni deglihucmini. il
meiepmo dìceuaje tutti glthuominiragunajfero aafcu noi fuoi maliin
un\medepmoluogo:ne conjeguirebbe, che ciafeuno fe ne uorrebbepiu tofo riportare
^ Juoi a cafa,cheparticiparecon gli altri per rata. Pertiche con-»
Jhiudeua,cheglihuomininondoueuano dolerp degliacct fidenti di Fortuna,come di
cofa dura cr mfopportabile. BCiiB'ante Pneneo. lante,hauendo i nemid ajfdito
lajua Patria Priene^ LIBRO CT tutti quelli jchc hunean potuto euitareiìpe
ricolo de U morte^portandone con loro le cofedimctgs gior pregio CT ualorejendo
dimandito.perche e^U/ug^ gendoliiniìemecongiialtri,nonlportaiu [eco cofaalcu na
de i fuo: betn, rifpofe. Io ancoraìporto tuttii miei beni con cffo mcco,0' ben
dijje il nero , perche i [noi beni gli dortaua dentro J petto,non [opra
lefpaUeiey non fjpo tetton uedere con gli occhicorporali^majì bene con quel li
de U mente fi patena comprendere quali e fi; jfero^per che^coDocati cr racchiup
dentro a Inanimo, non poteuo* no ejferguajh ne rapiti da le mani degli huomini
ne anco rada quelle delli ìddi[z7 p come e fono pròti c ama no di chi ne la fuu
patriddimora^ cop ancora non ab ban donan oiquando l'huomo e corretto di quella
a dipartirp. Di Platone Yilofofo. M otto hrcue cr tif oluta^nia di grandijjima
fujìanzto,di ufarprma con unapublìca Meretrice, ale età prc* ghiere, hauendo il
giouanetto ubbidi^o^ cr hauendo p ciò sfogato queli^impeto cr quello ardore,che
labbrucciaua, ^ . prima con colei,con laqud e a fua pofa poteua ufare,aué ga
che gli andajfe a trouar Paltra,gia [atto crripucco^ poco a poca uenne
afpegnerfi in luiPardentifsimo amore f'kc e\jog!i portaucu , ‘ i ^ 220 I ^ f '• t Di uno che andana con PApno, ^auhjiato
auuertUo AlejfandroKe de Macedoni j dàW^raculo^che nelPu jicir de la porta de
la citta fa i reffe am mazziere il primo^che egli rijconiraua^ peruentu 1 rad
primo ^che egliri/contro,fuuno:cheguidauaun Afi ( tiojcbmando adunche^che
efujfe prefo per ammazz pf dando molto di quel mandato, non giirifpof e cofaal»
> cunà,màmenatolofeco nell’orto con una bacchetta , che : ^thaueuain mano
andana [mozzicando cr gittando d - rtJTd tutti i capi di quei Papaueri,cht
tròno piu alti j che' gli altri, ilche referiló algiouanetto dal mandato ,
n'onp:- toPohebbeintefotalcofa,cheecomprefequel che il pa^
dreuoleuapgnipcare.CT conobbe,che e lo conpgliaua;o a sbandire, 0 a far morire
tutti i principali della terra ^ Ef; copfece,ondehauendofpogliato quella citta
di coloro,^ che erano piu atti a difendcrlaja dette in poter del padre\ poco
mancOfche con le man legate;' ' • 5 ; Df RoTOrf/JÌ . . FV ancora con maturo
conpglio , cr con profpero e^ uento proueduto da i noflri antichi, che haucdo
ifri cefi prefo la citta cr affediata la fortezza del Carnpidom
gm,&'conofcendo,cheloro foto per fame penfauano di efpugharla,uf orno un
tratto aPutispmo,che moilràdó diuolerp tenere ctpfcuerare nel diféierp,da piu
parte de larocafecionogitarpatienelo eferdto de nemiciidella* ! qnahofd Ibipi fottìi nemici^ CT crcdendop ,
che ai noflri aiunzaff ! grdti copia df uettouagliefuro corretti a ueni* re a
gliraecordi.Certamcte^che alhora Gioue hebbecom puipon e deUa uirtu i e i
romxni,iquali rie or f tro p foccor fo allaaliutia^Uedédo^chein quella
firettezz^ cr necetpM ta di uiuere.gittÀuan 0 il pane a i nc wici,cr cop diede
faln tiferò euen to a quél partito Jlquée no fu manco aftuto, che pencolofo.il
medepmo Gioue dipoi fu femprefauo* reuoleagli a^lutiprouedimenti cr auuip de
noUri prePà tifpmi capitani y per che gujjhmdo Hannibale un fianco de la
Italia^ty V altro hauedo A5drubaleaffalito,acctocbe àccozzandop inpeme Vuno cr
Inoltro efercito^non def* fero il tracollo a le forze nofirejequali crono molto
fiac. chejy indeboUte, prolùdono a do Claudio neronecolfuo gnmedere da una
banda cr Uuio Salìnatore delPaltra co lafua rara prudenza, perche Serone
bauendonei Luca* ni ridotto in un luogo jhretto Veferdto di Hannibale , cr
dipoi partitofidt campo con gran celerità cr fecretùpma mente,tdeche Hannibale
p perfuadeua,che efujfe nello efercitoC perche laragion della guerra gh haueuaa
far creder cop") ondo a dar foccor fo al compagno, che era molto lontano
da Imì,0" Salìnatore trouandofi neWVm^ briauicino al fiume Nletauro,^ il
difequente , hauendo ad ejfer alle mani co i nemici con graudispma arte riceuè
dinotte Heronein càpo,hauédo ordinato,che i Tribuni da t tribuni, i centurioni
da i ecturioni , i cauaJli da i Ca* ualli,c^ i Fanti apie da i Fanti a
piefojfero aafeuno fenm ZaPrepito riceuuti,ej quel terreno,doue gli erono atten
dati,che affatica era capace per unfoloef erdto. Henne 4 metterfene un'altro in
corpotonde auuenne,cbe Hafdru* LIBRO hdenon feppe prima di haucr a fare con
duoi p uaìenA Capitanijche egli prono con fno donnola uirtu delTuno cr
deWétro,v cop raftutia Cartaginefe tanto nominata per tutto il Mondo, fu
airhorafcornatadalla prudentia romana,hauendo dato in preda diUerone
HannibaleyCr • Afdrubde,diSahnatore. BiQMetello confalo, u - Emorabile e ancora
lo ef pediente , che prefe quinto ^^metellOyilquale^effendo Vtceconfolo in
ifpagna, guereggjiaua co i Celtiberi,cr non potendo ef pugnare la citta di
Trebia,capo di quelUj>rouincia,penfato cr ripe fato longamentefeco
medepmo,che manieragli hauePe a tenere allapne trono modo di mandare ad ejfetto
ilfuo dif egno, con quepiPratagemLFaceuacoPui marciar l e* ferdto^conducendolo
borain quefio bora in quell altro paefejboraoccupMaquedi monti bora quegli
aUrùOn^ deniunonedelVamicinedelliinimicipoteuadi do penajfo conVe* fercito in
Affrica, per reprimer e la paura con U paura, .
erlauiolenzaconlamolenza^crnonfufenza effetto, perche fmaritip i cartaginep
perlafuauenuta a Vimpro^ uifOfUolcntieri ricomperarono fe medepmi con l iherare
ì nemici,o‘ conuennero,cbe nel mcdtfmoiftante i Sicilia ni fi partijfero d^
Affrica, CT gli Affricani di Sicilia ,Cbe fe Agatoclefuffe fiato fermo in
Siracufaadifenderp,Si* racufa farebbe fiata oppreffa dalla calamita della
guerra, Cr Cartagine fi farebbe goduta in pace CT tranquilita,mà nel muouer
guerra a quelli ebe a lui mojfa Vbaueano , cr nel andare ad offender piu prefio
gli altri , che é fendere femedcpmo,quantoeglipiufaalmenteprifoluealafcia re il
proprio Kegno , tanto piu ficuramente lo uenne 4 ^ ricuperare » DiUannibale»
CHe diro io di Hannibale.Uqude hauendo molto be nefpeculato lo ef eretto de
Romani prima che egli ueniffecon loro alle mania canne ,con molte c^utie CT
lacciuoli inuilupdtilijgli conduffe a quella efirema calami^ tOylmperocbe ejfo
primieramente prefe il uantaggio del Sole, tenendo m odo, che quello, cr la
poluere c che qui' uiingran quótttaperil tirar de iVentie folata dialzarp) FF I
f «cnrjjc 4 dnfnd uif o.aiK ontani ,
appreffo ordino , che parte del fuo efercito quando la zuffa era appiccata , in
pruoua fi meUeffeinfuga,onde partendop. una banda del lo efercito Romano per
dar loro addoffo^gUconduffea dare in una imbofcatOyche quiui uicina haueua
fatta, dalla quale tutti furono ammazati,cr pnalmente mando quat trocento
cauatlijquah.fingendo d'efjerp fuggiti da Ha* nibalcyp rapprefentarono al
confolo R ornano, CT com4 dato loro, che fecondo il coirne defuggitiut ,depoPe
Varmcfieffcro nell’ultimo della battaglia, loro prep cer* ti colteOiychegli
haueuono afcop tra la camicia er la co'* razza andauono tagliando dì dietro
lecoggiunture delle ginocchia a i Romani mentre che e combatteuono , Que He
furono le prodezza C ualenterie de Cartaginep or* mate diinganni,aftutie,cr
tradimentiyìlche e grande fcufa ala uirtu dei Romani d’effere Rati in tal modo
aggirati con inganni, perche nel uero p può dire,che e f afferò piu prePo
ingannati che uinti, .DELLE REPVLSE, Cap, V. L diàìUrare qualpa la natura del
po polo nel dijkibuire i magiRrati , nel campo Martio,fara un preparare gli
animi d coloro,chep danno alla am bùione cT gouerno della Republica
afopportarepatientementefecopfa almente non otterrann o alcunauolta , quello
che gli ha* •ueffero addomandato,perche poPo loro dauonti a gli oe
cUhuominieccellentispmiefferepati recufatic nbattu ti, conofcendo ^ehee non ne
può auuenìr loro maggior ilishonore,ehe a questi fi fia ctuuent4to fi come gli
andran . no piu rattenuti cr piu aiuti nello addimandare^cofi anco ra terranno
in memoria non efferfuor deWhoneflo , che datuttiinfieme fia dinegato adun folo
qutdche cofa, ha* uendo molte uoltegUhuomini priuati giudicato ejfer le*
iitOyche un foto fi opponga aU a uolonta di tutti yfa^en* do ancoraychefi debbe
cercare di ottenere con la patien Z^tqueUOfchenonfiepotuto ottenere con f
onore» Vinto E/ro Tuberone,pregato da Quinto fabio^ (he nel conuito^che
egÙfaceua al popolo R orna* • no per la memoria di Publio Africano fuo zio
uoleffe parareil luogo del conuito,prefe Lettaci alla Cartagine* fe^ej gli
coperfe difopra con pelli di CaurettOyCT in cam bio diVafi d* Argento orno la
Credentiera di uafi di ter* fOyilquale ordine cofi uilecr abbietto dette tanto
nel Nd* /o alla moltitudine,cheejJèndo egli per altro tenuto huo mo fplendido
cr generofoyCT comparendo in capo Mar tio, nello hauerfi a creare il Prctore^a
domandare infieme con alcuni altri tal dignità, fondatofi nello fplendoredi
tucio Paulo fuo Auolocrdipublio Affricano fuo zio materno, fe ne parti fcomato
cr affrontato,percheino* fri antichifficomeglieranoin priuato parchi CT
continen tiycofi in publico teneuongran conto di comparire fplen didicT magnifici.
Onde la citta nofira,non reputando, che foto quel numero de conuitatifuffe
feduto foprale pelli di cauretto ma tutta la citta infieme,fi uendico di quel
la uergogna con lo fcom o,che Vhebbe dipoi a fare in ca po martio a Quinto Elio
Tuberone, Di Q^Elio Tuberone. Di P. Scipione Ncfica» FF a LIBRO PVtflio
Scipione napcahuomo pred Della Citta di R orna» A L tempo, che Gèo Mario cr
Gneo Carbone erano ^Confcli,& tra loro cr Ludo Siila fi combattcua, nel
qual tempo non fi ccrcauaconlauittoria di far acquifto a la Kepublica,ma
effaKepub, era il premio del uincito re,per partito del Senato fi
fonderonotuttiiuafid*Qro cr di Argento,che crono ne templi fiacri, perche non
mà Caffiero le Paghe ai Soldati.i^eluero VunaCT Valtrapar te haueuagiufi a
cagione di/pogUare i Templi dellt Iddij, per poter dipoi. future la fina
auddtaconilcondamiare ' CT torre i bentai lor CutadinuÌ!ion furono adunchei
Senéoriicbe fiironodiftender e quel Decretotmafu [enti t 1 6 to per
cotiMiiamento de U atrocijfmd et crudelijftm ne cejfttiL Del Diuo ìulio, LO
eferàto deldiuo Iulio,cioe lainuittadefìradelo in uitijfimo CapitanoJìMendo con
le fue forze chiufd intorno cr affedUta U citta di Nlunda in ìfpJgna.O"
ntan candoU materia da fare gU Argini er i Badioni^prefe i cor pi morti de
inemicif er podoh Vun (opra V altro gli alzo da terra tanto quanto euoUetcr
mancandoli Pali gagìiar dhper ficcare intorno aidettiripan cr fortificarli a
gui fadijieccatofi feruideVarmiinhada^aU RomanacT4 la Pranzefe. De la cui nuoua
maniera di fortiftcatione la N ecejfitanefu Cap o maefiro, DelDiuo Agudo. Et
perfoggiugnerelaDiuinamemoriadel figliolo a quella delfuo celefie padre
^uedendofì che Phrate re dePartiyfìauatuttauiaperifcorrerecr ajfaliréi Paeftet
le Prouincie /ottopode alnojlro imperio, cr ejj'endo an ‘ cora tutti fottof
opragli altri Paejì a quejle conuicini per haiserpre/entitocoft fubiti tumulti
armouimenti di guer ra^uenne tanta careftia di uettuaglie lancio ftretto hof/o
rano,che iluafodeWolio puendeua feimila danari per ogni Medio di Frumento
fìdauauno Schiauearin» contro , mala diligenza di Agujio\fotto la cui tutelati
Mondo all’hora figouernaua,prouide a quella grandijjì* macarejìU DE GLI
ESTERNI. DeCretenfì» *^f On hebbero quejio foccorfo i Cretenpjqualihaue
doliMeteUoajjmvicrcondottiaPultima necejjf ta,conUloro orinaci con quella de le
Giumente no mi 5 J r tigitròno UfctrMd
per parUr piu correttméteUafpreg giarono cr incruieUrono^perchehauendo paura
dincn elferutnti^fopportaron quello^cheUuincitorenon bareb he fatto lor f
apportare. De Sumantinl, Ifjumantinicircundatidagli Argini CT dagU Steccati à
Scipionejìiumdo coifumato tutte quelle cofe^co lequali fi erano potuti cauar
lafameyalVultimocomirm ciaronoa feruirfi per Cibo deU came'humana:ondefcn
dogiaprefalaCitta^fene trouoron molti co i pezzi in terra di quella maniera .
Ala fu cagione quefto /peetacolOfCbe Leto Tribuno de la Plebe, con tl cenfen»
GG ini LIBRO fo di tutti^cotttitndOychiGalriniofuff'e abolito CT litew
tiatotdcctoche e fujfe effttnpio AgU aUn^che ne te profp^ r ita nò
Jtlafdafjerouinceredalafupfrhia'.O’ neleoMier fìta nò jÌAhbandonajTeroAlche
ancora pcrUnarratione^ che fegiùta parimente fi mamfe^A. Di Appio CUudiQ» Appio
Claudio ,nd qudenon fo qual debba ejfer reputato mag^ior^òil difpreggto , che
egli fece de Ia religione, 0 la perdita,chegb arreco ala Patrunperche quanto a
la religione j difpregmi coftume antìdrjfimo di queHd,qiwito a la patria perde
una bcllijjìma armatale f « j_endp accufato datutniial popolo,cbe ejruforteméte
iae* guato contro diluL,allborA,checiafcuKo penfauA,cbe.eHQ la poteffe
campareyamodo alcano,uenne da cieloin unfit bìtounagrofsaacquatUqudefu
cagionetchee fuf$e kbe ratoipercheànterrottaper aÌihòra,Uc$faì tfPU upUfirp»
poi metterai piu (e mamtcome /epròptiogli iddij gU ha* uefseimptditt. Et cofi
cglui iLqualebttempejia del mare hi ìtcua condotto dauantialpopoloa fentètiarp,
quellàdel eieiolo libero da quel pericolo», • Di Tutta Vergine Vefl^e» j • • »
I «Tvl fimil maniera fu liberata T utiay ' Vólto flauio efjcndo aerato donanti
d popolo . Gaio Valerio Edile tCr condannato da quat ióriiciTtibu.grido che era
fententiato a tortO iélqude Valerio medéjimamettte gridando rifpofe , che a lui
int/ portano poco fee tnonua a torto o a diruto pur che emo jaffe^Lceuicoft
afprecruiUe iie parole gli feton uolt'àe in f onore tutte PaltreTribu.creofi
coiìui bauendoabbat , luto £T sitato in terrailucmcOyUoleiidoU porre il pi^ r.3
iéinfuUgoUjfti cagiont,chc ejjo fi rthebbtyfsr
Vaci^^odtUauittoriarmafeptrdiiorg, DiG.Co/conio. . •pT ancora Gaio cofconio
accufàto per laUggc Seruilia per infiniti CT rui dentisfimi [mi delitti fcnzà
alcun duhiocotpeuoleju difefo dateniutrfi di Valerio Valé tmo,cht
rhaucuaaccufato,iqudli furono recitati dauanti ji igluéci , doue con fintione
poetick fi conteneva effere fiato corrotto da lui un giovanetto cr unauergme
nobili avvenga che ai givdiuparejfe cofamoltoiniqva,attribui telau\ttoria a
colvubenon meritava riportarne Vhono redellldtrvifpogUeyma che altri di Ivi le
ripórtaffe . • F» addunque tpaggiqre la condatmagione di Valerio per effere
fiato ajfolvto Cofconioychenonfv l'affolutioheé CofconÌOycbemeritauad!*effcrcendannato.
Vi Aulo Attilio Calatine, ^ Arler o ancora di coloro, iqvah meritando la m orto
peri loro delitti CT fceleratezze , furono ajjoluH per lo fpleiidore er
chtarezzvdei Parenti.Avlo Attilio calatiho,per haucr tradita la citta di Sera,
accvfato O' ili tupcratogratìdemente,flando per efjere condannatbfu affoluto ,
mediante alcune parole, che furono ufate da quinto fabio masfimo fuo juocero
,ilquale diffe , chefe glihauejfe creduto, che fi fuo generò haueffe copimeffo
■ un fimileecceffo, bar ebbe disfatto f eco il Parentado. Bt cofi il popQlotche
di gita haueua deliberato CT fermo nel Inanimo fuo di condannar lojfiando fene
foloólpareredi '^Quinto, lo afjolue, giudicando cofaindegnanoh darfede a le
parole di colui ,alquale , egli fi ricordava , ne i rnagm gior travagli
dtUaKepvbhca,hauer con faluudi^elU 2jS
còtnmèffoil fuo tftrcùo. Di M. Emiho Scmro, • MArco Etmlio Scauro
ancoraacckfatOyporhauer dato mal conto itila Juaammin^firationcycon fi deboli
et fredde ragioni compari ingiuduio a difender fitchc dicendoli Caccufato're^che
egli poteua produr con* tro cento ueTUitejhmoni fecondo chela legge ordinaua,
et che era contentOjche efujfe ajfolutojc egli ne produ ceuaaltrettantiin fauor
fuorché dice jfero cr ttjbfiiaffe rocche e non haueuarubato cof a alcuna nella
prouinaay non hebbef acuita ne modo di poterfi ualere di quei buon
pattiycheglifaceua Vauucrfatio ,fu nondimeno affoluto per l^antua nobiltà fua^v
per la buona C fitefea me moria del padre. .. Di Cotta, MAyp comelofplcndore
degli huomini eccellenti hebbe grandisfima forza in àfender quelli, che fi trouauano
accufoti per lor difetti cr mancamenti , cefi non hebbe mo Ita autorità nel
fare, che cf afferò gajliga* ti,anzilohauer loro acerbamente proceduto contra
di quelli fu cagione molte volte dtfajitaffoluere,Luao Sci* pooneEmilianoaccufo
cotta daumti al popolo, ^ben* chetale accufafaffe di grandisfima efficacia
contro al De Imquente ( per ejfer èatii portamenti é quello molto fc Aerato cr
che taf afe Hata fette uolte differita CT prò lungatam fuo prcgiudicio ,non
dimeno Pottaua 'uoUa, che compari dauanti ai Giudici fu affoluto, pcr^ che etfi
dubitauano condannandolo ,chce non paref* [e^heeVbauefferofattoa compiacimento
dcU*Aecufa* torepeffercgbpfona di grande autorità, immagmomi LIBRO che esjì
pudici parlafjero netl^animaloro in colai ^uif,fu manfueto giudice, V Sergio
Galba,\ j E sfendo accufato Sergio Gdba cr con pungenti, & efficadpurole
molto aggrauato dauàtial popolo dà Libone tribuno de la Plebe,cbe effendo
Pretore in ifpam giiahaUeUàìnorto. fitto la.fedeun grandiffimo numero, de
Portoghepycbe figli erondati, cr bauendo f opra tal acca fa parlato
Catone,cbeeragiauecchio cr conforma* top con Poppinione de i Tribuni cr qaeUa
approuando, come ^gh nel libro de le [uè origuù affermo, conofeendo Sergio
nenhauer remedio alcuno del tutto abbandona* tofì, piangendo comincio a
raccomandare 'alpopoloifuoi piccioli figlinoli, CT il fi&tuàio di Gaio
Stilpitio Gallo, juo nipotc.cnde mitigc^o d popolo,cT uenuto in. copafu •V ^
flòne dìiuiìftr ejferjì tanto humiliato^Cf' Tàccomandato'^ que^OfChe negli
animi de lo uniuerf ale eradigUfenten ttato a mortetHon trouo quajì alcuno^cbe
no gli fujfe nel rendere il partito fauoreuele. fu adunche in fauor di GaU
banon Iagwftitia,ma la mferuordta^chefu quellatcle lo dtfefe, perche non
potendo ragioneuclmente ejfereaffo» tuto^per ejjtr colpeucle^fu liberato perla
compaffione, che fi hebbe de fuoi figliuoli CT n ipotu Quello che feguità e
molto conforme al fopradetto. Di Aulo Gabmio, AVlo Gabmio accufato da Goto
Memmioper grauif fimi delitti^ty trouandofi a dif erettone del popolo^ iche
Vhaueua a giudicar e,tr a già quafi del tutto difpercUOf perche l*o€cUjh^che
gli era fattacontro ,era fondata fp* fra gagUardifiime cr ualidtff mi ragioni,cr
quelle che ef fo adduceuain fuadefenfione crono molto deboli crint» ferme^tr
quelli che haueuono adare la fententia , aceefi da grande ifdegno centra di
lui,pareualor miPannidi co dannarlo.Haucua aduncheil mifero dauaiuia gliocchijl
Crppo,c7 la Mannata^quando eccola Tot tana fauorem kole^cbeio Ubero in un
lubtto da tutti quefii fofpetti CT pericoli, perche SifennafigÌMolo di ejfo
Gabiniouintù 'dalàpaffionediuedereil padrein pericolo de lauitOyCO* me una cofa
pazza vfuriofa^figittogmocchioni,ai pie diMemmio,pertrcuaruenìacr cempa/sione
perii Pam dri appreffo dicotm^che di tutto d male era fiato cagione, HiaPauuer
fario tutto turbato nel uolto^con tantafuperm bialo nbutto,che ne lo fcuoter de
le maniglt ufd PAnet* lo dt dito,et f DpportOychcil pouero Ciouaneftelfelm grà
' pezze in terra di quella maniera . Ma fu cagione quefto fpettacolOyche lelto
Tribuno de la Plebe, con il confetta G'G fili d: LIBRO fo dituttiycomàndoycht
Gabiniofuffe ajfoluto crtkeM tiiUotdccioche e fujfe cjfempio agli altn^cbe ne
pzofpc rlta noflla/ciajjtro uincere di U fup^rbiaicy ne le a^uer (ita no fi
abbindonajf&o.llche ancora ptrlanarration^^ che feguita parimente fi
ntamfeila. JDi Appio CUudiQ» * A CWio ,ml qiidtnon fo quai debba effer reputato
mag^ior^ó il difpregpo , che egli fece de Urcligione,o la perdita^djegli arreco
a la Patriaiperche quanto a la religione, difpregioii cofiunte anticlrffimo di
queUa,qtWito a la patria perde unahdliffma artnata^ej^ fendo accufato damanti
al popolo^cbe eruf orteméte tae^ guato contro dtlm,r tgUfd^
Vdc^ijìt^dtUauittoriarimafepirditore» * DiG.Co/ccnio, . •pT ancor A Gaio
cofconio accufàto per la legge SeruilÌ4 ' per infiniti & euidentisjìmifuoi
delitti fcnzà alcun dubio colpeuoleju difefoda cfniuerjt di Valerio Valè
tino,Sé rhaueuaaccufatQ,iquali furono recitati dauanti A igluéci , doue con
fintiqne poetick fi conteneva effere , fiato corrotto da luì un gi ouanetto cr
una uergme nobili auucngacbe ai giudici pareffc cof amolto miqua/atribui reta
vittoria a coluUhenon meritava riportarne Vhono redeWaltruifpoglie,ma che altri
di lui le tiportaffe . • F» addutique maggiorejacondannagione di Valerio per
ijfere fiato ajfoluto Cofconioychenonfu l^affolutione di
CofconiOjchemeritouaiPejfcrcendannato, ‘-r w* ViAuloAUiiioCalatino, ' Aria 0
ancora di coloro, iqùali meritando la morto t periloro delitti fceleratezze
^furono ajjoluH per lo fpleudore cr chiarezzadeiParcnU.Aulo Attilio
calatino.per hauer tradita la citta di Sera, accufato CT iti
tupcratograndemenie,tìando per ejjere condannatbfu ajfcluto j mediante alcune
parole, che furono ufate da quinto Pfibio masfimo fuo Juocero,tiqualediffe ,
chefe gli hauejfe creduto , che fi fuo genero hauejfe co^fimeffo unfimile ecce
jfojhar ebbe disfatto f eco il Parentado, Bt cofi il popolesche di gjia haueua
deliberato CT fermo nel Inanimo fuo di condannarlojfiando fene f olo al parere
di '^Quinto, lo afjolue, giudicando cofaindegnanoH darfede a le parole di colui
,alquale , egli fi ricordava , ne i tnag* gior trauaghdtUaKepubhca, hauer con
faluudi^elU r 2jS cdtnmkifoilfuoefercito, DiM.EmìltoScauro» MArco Emilio Scauro
ancora acckfatOy per hautr dato mal conto della Juaammin^fiirationcyCon fi
deboli cr fredde ragioni compariingiuduio a éfender finche dicendoli
Vaccufatore^che egli poteua produr conm troxento uentitejìimoni fecondo chela
legge ordinaua^ Cr che era contento, che efujfe affolutoje egli ne produ celta
altrettannin faaor fuorché dice jfero cr ttjbficajfe rocche enon haueuarubato
cofaalcunanella prouincta, non he bbe facilita n e modo di poterjì ualere di
^uei buon pattt,cheglifaceua Vmuerfano ,fu nondimeno ajfoluto per PanUca
nobiltà [ua^ej per la buona V frefca me mona del padre, DiCotta, MA,P
comelofplendorc degli huomini eccellenti hebbe grandispmaforza m éfender quelli
, che fi trouauano accufati perlor difetti es" mancamenti , cefi non hebbe
molta autorità nel fare, che efujfero gajUgam titanzi lo hauer loro acerbamente
proceduto cantra di quelli fu cagione molte volte dtfarkaffolu€re,lMao Scim
pione Emiliano accufo cotta dauantt er Lucio seftdio. Via 240 VoWoyCT iMdo ScjhUoTrimtdrt\per elfer
eórp tardU ft^gnere il fuoco ,chef\ era appiccato neOa uiafacrJy fm do fiati
citati dauanti al popolo dd Tribuno della ‘ /ubito che e comparirono furono
condannati , » Di Publio Biblio Triunuiro, - ' ^imilmentePublio Bdio uno dei
tre deputati a far U guardie la notte per la citta.accufato da P. Aquilio Tri
buno della Plebey^ dalpopolo condannato, perche era fiato negligente nel far le
Cerche la notte per la citta» Di M.Bmdio Porcina, F V égrandisftma feuerita quet
iùdido del popolò, cheeffendpaccufatò n.Bamlio PorcinadaU Casfto di bauere
edificato nel contado Alfino una cafa in luogo ^oppo rdeuatp , la condanno in
grànditjìma fomma di danari, DiunCondann^iUo, On e da trapajjar con plentio la
condannatone di coluiyilquale amando troppo ardentemente m fuo ragazzOfpregato
da lui in Viila,chefacejfe apparee chiare a cenaun Lamprcdotto di Bue , non fi
f accendo c^eM Bue in uicinàza,nefece ammazzare unó di q/iet U che arauono il
podere, per contentarlo , cr per tal cém gionefu accufato cr con.dawiato,cr ciò
gli auuenne^er effer nato in quei tempi alla antica, che hoggi di^nfe ne
/crebbe tenuto conto alcuno, Di una donna, che ammazzo . o li Madre, -à \
j^t^chorp parlare di queU i,che cafcatiin pena della uU td^on furono
neajjoluti,ne condannati, fuacufiua dì uàzl^ Mirco popilio lennatePretorcuna
certa donna, che co un pezzo dilegne baueua morto la maire,dtìla^ fiV r. ,
is>rB R. o . iófanon fi diede fenHntu ne in prò ne in contnr, perché era
manifedo^che noffitdd dolore de ifi^uoli,che dd* Umdrefua^p^r
cdtv,^eUteneuafeco erano flatiauUc lenatiÌhaueu4MeùMc^o)hmÀ, fceUratezz^i
conMdtral Vuno deiquaUdcìitiifugiudioàto indegno ejjfcrt affolfé tà cf Vétro
d^ejJerpunUaìf^i'ì ‘ ^ ^ P , . . . - • « ^ . -V •V ■ tTj ^ Dimà Dottna^'mmazz^
’ xM .-r. .v.MU-marUo-^ X T^pmdeckfòf^t,cbeDolobelUvicenifòl^^ ' V
VAjtayhauendone n'dtr fententUfietto^é^nto con VanimofofpefchVpa matronadi
Smirnehanea nfor* toiLmmto cr d figfiteold,perbauer ritrotMtOy che da h ro era
flato occifo unfmfiglittóh;gióuane mtnóf cf • dèotfinrsifpparenz^éje
Vbóueuahamto del pròno nta^ rùa^ioptd coJatappOTma dottanti à DolobelU la rime/
fein Atene dgiudùiodcgUArCopagitUpereheegltnon firifobteua diajfoluere
éoiei^khe hmeffecmmlJh duoi homiàdt,ne iadtrahanda punirla, battendone hauutofi
giaflacagione.Dolobella in uefo'coìne Viceconfolo cr Konmo,procedeintdeafò
molto eonfideratamenteo’ tontnmfttetttdine,manemor4fgli Areopagitip gouàra
narono in do manco prudenteniente,iqudi conpierató cr
difcujfodcafOyintpoféroAltré^ era la accu fata,che dì qém a cento
aftnitorhajfero a loro mosfi dd inedefimo affetto,chcDfi i^uHacr V a^a 'parte
trottò maniera diìwnhattère a dare una tdfentén* ìcatT>dobelU conrimetterla
agii AriopogUi Et gli Ario 'pagàkol differirU ^ ^ * - degmiid 24t DE GJVDICII PRIVATI. ' Cdp. II, ‘ ^ Di
CLmdio CenturriAlo, ,) I QiucUcij publici aggtugneremoi prim u Op. III.
DiAmtfia ^ Ataccre non e ancora di quelle Don ne lequM audacemente dauand a i
Magijtrati difefero in perfona le lor ragionici d*altri,non bauen* do ri/petto
ne dVefser Donne, ne al* IhoneBa , che a la StoUa,che in dofio
portauano,fìruercaua- Amefìaaccufata dal Pretore dtf e
felefueragionicongrandifsimo concorfo dipopolo da* uantiai Giuàci, che efso pretore
Ludo Titiodauantial fuo tribunale haueua fatto ragunare^ZT hauendo animo*
famente,cr con grande artificio u/ato tutti igeili ermo di di diretchefi
ncercauano qr importauono alafua dife fa,fuafsolutaalprimo,ne hebbe qfi alcuno
diquei^udi ci in disfauorè. Et pche ella rapprefentaua in habito di Do naVàio
uirileiera chiamata Andtogtne,che uuoldire una DonaMafehia» Di A ffraniamog, di
Liei Bruttionc» G Ma Affranta moglie di Licinio Bruttioe: molto prò taa
littgare,difefe fempre le fu e ragioni perfe me* defimadauàti al pretore, no
perche gli mancajsero Auuo eatiftna perche era molto ardita cr fenza uer gogna,
perdo mettendo ogni giornoa romorei Tribunali,diuc neil fuo nome di maniera
irf^me, che uolendo ancor og gi dire aduna femitM,che L^esfauiita etfenza
uergogna, /egli dK€,Gaia AjframaMoricojietaltempo di Gaio Cc fare la terza
uoitOtCife e fufattoConfolo,ZT da Seruilioz fkefy lafecondOfCbee par molto pm
conuenietUe dar no I 24^ titìd dd tempo^
che mori un jimil M ojko, che del ternm poin che egli nàcque^ Di Hortepa
figlio. di Q^Horté. Et HprtenpafigliuoUdi Quinto Hortenpoxeffendo le gétil
Donne Romane da grandiffune grauezz^ opprejje da i Triunum,ne bauendo ardire
perfona alcu* na di prendere la loro protettione, parlo ej[a in perf ona
donanti a effiTrmuiriindifefafua cr deWaltre molto animofamente^cr con
grandiffma efficacia , perche fen^ dop in lei riconofciuta l^eloquentia del
padreiottennegra tia de la maggior parte de danari.che crono fiati loro im*
pofii. Quinto Hortenpouennea refufcitare in perfona de la iigliuolayCrgli diede
lo fpirito cr le parole, ma la eloquenza degli Hortenpi,termmo inpeme con
Voratio* ne di cofiei. llche non farebbe feguitoife i defcendètid^n tato
Oratorchauejfero uoluto imitare le uejh'gic di qllo' DELLE ESAMINE ET , -
inquiptionù . ^ ; »Tf er parlare apieno di quefia materia 'iudiciaìe,parleremo
di coloro a i quali: lefaminati, no e fiato creduto dai Ciudi jcijCr di qUi
ancora a iquali e fiato creda Ito fenza copderationeJcua.Ad un fer }uo di Mar,
Agrio,Argé,fu oppojto che gli hauia tnprtoAlefferuo di Tito Fmio,etptal cagione
tprmetuato dal Padrone, confejfo cr raffermo cop effer. la ueritOyOnde datolo
in potere diPanniofugiuftittatoi et di quìuiapoco tempo colui,chepenfauano
ejfcre fiato da lui ammazzuto,torno a cafSfti Di P. Craffo, E S fendo pubUo
Graffo andato in Afia capitano, a de* bellare il Re Ari/ionico, fi diede tanto
a la intelligen za de la lingua greca,cheparlandofi quella in cinque mo di in
tutte le m, miere Vapprefe benisfìmojaqual co fa gli acquifio affai di beneuolenza
tra i Confederati del popots lo Romano^perchein quella lingua che e
ueniuonodaud tialfuo Tribunale a domandar ragione, nellamedefima rifpondeua cr
daua ifuoi decreti DiRofciOp uogliamo trar del numero di quefU, ancora R 0*
fcio,f empio chiarisfimo deVarte Scenica,Uquale non mà hcbbe ardire di ufare
ogefìo 0 atto alcuno di perfont in prefenza del popolo, fe egli prima non s'era
pronità in cafa.Onde queSi^arte non nobilito Rofcio,ma effo no* bilito Parte,CT
non f olamente s^acqutdo il fauor del po^ polo,ma ancora Pamicitia de
principali della citta, Que* fiifono ipremij di chi e aUento,foUecÙo,cr
perfeueran* te in talifb*dij,mediante iquah non fora fiata prefuntione che uno
Hifirionepsiameffonelnumero disi fatti huo* mini, T>egliEfiemi.diDemofiene,
j^Rdgioneuole,cbe la induca de Greci per hauer gio* *^uato affai alla
nofira,gu^H ancora il frutto deHelan» ncl€Uer€,Demofien€Ctl cui nomcperuenuto M
orcc* OTTAVO ^8 iictro^deUquide fette poteffe uenire a cdpo^ehe egli et nel
tempo, che fi conueniua,cr conpreHezz Di Appio - - Direi, che lofpatìo de la
uUa (eAppiùfujjeJtatotait to^lianto egliuijfefenzd ejferpnuodeHume de gk
ccchi^ddquale flette priuato una infinita j I ^ : ro profejfionejiqudli nonprefmnmono di fc
medepmì^ cr che di fe parlando moderatamenteyO' quando hanno a parlare d^dtri
lo fanno con rijpetto cr prudentemète. Di Platone fdofofo , : I L mede fimo pUe
tenne PlatonejUqudCy fendo ueniUi * * a configUarpfeco coloro^che haueuonó
prefo afabri careilfacro Altare, del modello^ cr forma di cjfo,éjfe loro,^€
andaffero ad Euclide Geometra,K!T coptienneà cedere alla Scienza anzi a la
profejfione di EucUde, • DeUi Atèniep,^^ difione» D AUegrap Atene ddfito
Arfanée, or meritamente, . ^^perche un tale edipcìo, et per la bellezza CTper
la fpefa,che ui ua dentro, e cofa marauigliofa. Varchìtetto» re del quale
chiamato Pilone p éce,che nel Teatro rende ragione deldifegno di quepafuaopera
con tantagraHaet eloquenzat^he quel popolo, ilquale naturalmente e elom
quente,attribui,non manco laude alafua eloquenza, che aH^arte, Diuncerto
Artepce, 1^ Arauigliofamente ancor arifpofc ApeUe,che foppor ^to patientemente
tPeffer riprefoda un Calzolaio de le Pianelle crfibbie,d^unaimagine, cheglihaueuadipìn*
ta,cr uolcndoil medepmo riprenderete gambe ancora • di ejfa pittura,gli
dijfe,chealui non$*apparteneua parlm piufuychedelefcarpe Della uecchiezza*
Cap,XIIIh A uecehiezza ancora condotta aU^ul* timo fuo termine, p e uifia in
quePa me depma opera tra dquantiefempU di queUi huominiecceUentifp orlando de
lainduPria,trattereme ,non dimeno ancora in quello luogo parttculannen 1^8 ie^acaochee non ffoia,che noi hMUm micato
di far mi éonodi quella part€:allaqualc gli ìddij furono tanto pro^ pitij
crfiuorxuoU cr per darli ancora con lafperanza di potere fempr e utuere piu
qualche anno , come un ba&on cr fojlegno di ejjauecchiezza,ai quali
appoggiandoli^ cr cotfiderando ala felicita de gli antichi uecchi fi um con piu
contento cr aOegrezza.Et per cóh fermare anco ra la tranquilita dein ojirofec
olo^delquale in fin o a qui niu noejlatopiubeatoycon quella fperanzachegUha
cheti n ojiro ottimo principe habbia con [akte de la no^ra CiN talungo tempo
auiuert yprofperando fetnpre dibenein meglio. ^iM.ValerioCormo, MArco Valerio
Cornino fini il centepmo anno cr tra il primo cr il Sejiofuo Confolato uifu
quanti annxjcj' nonfolamente gU baflarono gagliardamente t$ forze delcorpo
intere CT fané ad ammiiujirar le coft piu importane de la Kepublica^ma ancora
a.cultiuare diHgen tijjimamentele fue pojjefsioni; efempio certamente defi»
dcraPiUfC^ quanto a lo ejfer Cittadino cr quanto a lo ef fer padre di famiglia.
• Di Metello. Vlffe il medefimo [patio di tempo , M etello,et quat Uro anni
époi,chegU erajiato Confolo cr Capita uoifeudo (iato creato già molto uecchio
pontefice majfi/ mo^hebbe laCura de le cerimonie cr celebratiohide gli
diuimuciuiduqt anni f mantenendo fempr e la uoce chiara cr e/pedituMe inaigli
tremarono le maiune lo axn tnini^rare Le cofe pertinenti ai [acrifiaj,' QDi
Qjcabio Majfimo, Vnito Fabio Majfimo ef eretto Fuficio Sacerdo* KIC il i • ^
LIBRO tiJedtrU Auguri fejfantaduoi anni hauendo ottenuto tal égnita che
glieragia ne Veta uirile, tale che connumerm do et coput^oinjìeme Vuno
e^Valtrof patio di tempo, uerranno a fommare quajtil numero à Cento anni, ■ ]
Di M, Perpenna, C He. diro io di Marco Perpenna^che foprauiffeatul ti quelli
Senatori^ che al tempo del fuo Conf alato fi crono ntrouati aconfultar [eco ne
lefacende de la Re» puBlica,crdatui erono dati dimandati del lor pareremo’
Setteuide folamente ejjer rejiattuiuidi quelli che furon da
lurclettiSenatoritquandofu Cenforeinpeme con Lum cioFilippo, onde
lafuauitautnnead ejjer piu lunga di quella ditutto il refto degli
altriSenatori,che crono mor ti Di Appio - -- Direi, che lo [patio de la uita
Appio fujfe fiato tan toqiumto egli uijfe fenzd ejfer priuo dellume de gli
ccchijddquale flette priuato una infinita (Pannhfe egìi,an cor che t'fiiffe
condotto in quella calumita^non hauejfe ua toro/amètite retto CT gouemato
quattro figliuoli mafchi CT cinque femmine^zT ungran numero di fuoi partigiani
€T CbientuUfCr la Republica ancora . Pw oltre,trouan* dofigia aggrauato dagli
anni,p fece portarein Lettica nel Senato per dijfuadere lapace uituperofa ,
chealhorà fi trattaua con Pirro Et chifaraqueUo,che chiami Appio Cieco^chefi
dalungeuide queUo,che a la patria era utile cr honefio,etfu cagione
cheefsauiprouedefsallcheper femedepmanonuedeua, ^ Di Liuia móglie di
Kutilio,diTerentia moglie di Ci ^ M cerone, ér di Clodia figliuola (P Aulo,
Olte donne ancora uifsero longo tempo, ma farle roSycioe de la Senettu, doue
afferma , che il Re de Latini uijfe ottocento anni.Et acciocbe e non
pareffe,chefuo pa drefuffe trattato fcar[amente,gliconfegno in [uà parie
fecento anni, DELLA CVPIDITA DELLA Gloria, , Nrfe habbia origine la gtorÌ4,cr
qua U ellapa^o perche ui fi debba acquiti ftarla,a’fegli e fi meglio non ne te*
ner conto , come cofa Ma uirtu non necejfarta , penfinui coloro Jquali co ,
f^^uno il tempo nella fpaculatione ima cofano- a t quali ancora e fiato
conceffo dipotere KK Hit eonelo fi
uentffe a fpegnere, imicàdo lo esèpio di Fi l ia , che nello feudo di minerua
ut comejfe la jua effigie, di maniera,chefcomcttcdoft,fiuem ua a feometere
tutto lo feudo. Degli eflernidi temiiiocle, 1^ A poi che egli fi dilettaua di
andare altrui immitàdo, ^piu prudentemente harebbe fatto ad imitare l^ardoa re
diTemiHocle,ilquale dicono, che agitato cr traua^ to dallo {limolo
deuagloria.Et per do non pofandomd la notte,cr domandato, perche cofi a quell
^horafuffefuo ra di cafa,rifpoje. Perche itriomfi di milciade mi tolgono il f
onno. N on e dubio,che Maratone Artemifia cr Salo* mina,chedoueuano dipoi
ejfereiUuIìrate con fi h onorate uittorie,cr in mare CT in terra tacitamente lo
innanima* nano cr accendeuono.il medefimo andando uerfo tlTed tro,per ueder
celebrare lefefie Sceniche , cr domandato qualuoce di coloro,che haueuono a
recitare, credeuache fu jf t piu per aggraiirli,rifpof eaHhora: Quella che me*
/ / 2(52 gUo cantandoli
fapeffecfprimereVdrte^che io ho tenuta CT la prudenzajche io ho ufata
inguerra,cr nelgouerno dcUaRepublica.Etcojì uenn'e quapyCome cofa lodeuole, a
render gloriofa la dolcezza > che Vhuotno ha della gloria . DìAlelfandro
magno. L* Animo (VAlejJandro magno fu neramente infatÙM bilenche referendoli
Anajjarcofuo compagno^ alle gando V autorità di Democrito fuo maeftro , che ci
erano ancora oltre a quello^che noi ueggiamo un gran numero di mondiJiffe.O
poueroame^cheancora^un foto non tai fon potuto mpgnorire . Parue ad un huomp m
ortale piccola cofapojjeiere un mondarla cui capacita e baHan* te a riceuere
tuttigli iddif immortali. Di Arijiotilc fìlofofo. ^Oggiugneremoallaardentispma
cupidità d^uno,cht ^ era giouane crKeJafete infatiabile,che hebbe Ari* Potile
deWhonorez:rd€llagloria.Haueuacolh4 donato * a T codette fuo iif cepola i libri
da lui compoJU delParte j Or atorUyperche effo gli mandajfefuora in fuonome^dif
prezzare. t>\a in qualtique modo jÌ4 da interpretare la disfmulatone di
quejhtaliyeUa certame te e piu tollerabile yChe la professane dfcolqrOyiqudi pu
rCyche e posfmo ppetuareilnome loro ^ no hàno hauuto rifpetto ad acqmjlarf do
ancora con le fceleratezze Ne/ numero de quali non fo fe paufania tengati
principato^ perche hauendo domandato Hermocle,in che maniera egli potejje in un
fubito acquiliarfì nome^ar rifpondcdo hychefeglianmazzaiia qualche perfona
iUu[he CT ho* norata,che tutta laglonadicoluiuerebbeinltiia tranfc* rirp. andò
incontinente cr ammazzo FilippOy cr ne con feguito quel che egli defìieraua ,
perche quanto Unome di FilfppOymcdiente la fua uirtu era per uiuere illullre
ap^ prejjo deiposleriytanto eraforza^cheper hiuerlo mor* toutuejfe ancora il
nome di pauf anta. Di unoyche per acquijiarp nome uoUe met* • : - ter fuoco nel
tempio di Diana» FV bene facrilega la cupidità della gloria di coM, ilqua le
uolle meter fuoco nel Tcpio di diana efefìa,aàoche mediante lo incédio di un
tèpio tanto celebratOylafuafa* ma p tutto il mondo ji diuolgajfcyp come egli
dipoiyePen do torment:UOyConfejfoMagli efepydepderando , che il nome di cofui
in tutto pfpegneffeyhauean prefo buono ìfpedientefacccdo un DecretOypilquds:
probibiuono ai ogn^uno il farne mètioeyfeTeopopo homo digràdispmo ingegnOyCt
cloquèza no Vhauejfepopo nelle fue hiftorie. \ I ' 26^ delle prerogative et premi- nentie de
gli huomitu eccelUnti.Cap.KVì. Gli animi purgati cr ftnceri, fu fem* pre
digràdtsjìmo piacere yilueder e il* lujkaticr magnificatijecodo t ìor me riti
gli huominiuirtuofi or eccelle ti, p che debbono ejfere jìimatigìi honori pari
a meriti di ejfa Virtu.Et par che naturalmétegU huomini f empire fene
ratlegrinOyaoeyche I uirtuofì cerchino (fejfereyCy fieno honoratiMa quanti
queiofentadmio animo in quefio luogo tutto acce ierji CJT infiàmarfi a
celebrare la cafa di Aguflo , tepio d^ogni honoreet Uberalitayno dimeno
piuapropoftto mi pare d raffrenarloycociofiajehe fe bene in terrai* attribuifca
ho norigridisfimiacoloro,che fi hòno fatto dar luogo in eie io, no dimeno non
fi puoméaggiiugnereai meriti loro, T>ell*Affricano maggiorOyO' del primo
Catone, FV fatto confolo l* Affricano maggiore innanzi al te po dalle leggi
determinatOypcheVefercito Romano pgnfieo alSenato ejfer cofit necejfmo.Ondc e
mal ageu o le agiudicare, qualcofaglirecaffe magi ore bonore,olau tonta de i
padn f enatori,che lo eleffiro , 0 il Gndicio de 1 foldatiychelo
domàdarono,pchelaTogalo creo tapita* no coirà a Cartaginefi, cr Vatmilo
propofero , quelli^ h on ori, che in uitaglifuron 0 f atti gràdisfimi,far ebbe
co* fdlungail raccontarli,p effer. numero infuuto,cr no necef fono al farne
metione,p haueme difopranarratila mag
giorparte.Etperofoggiugneroquellololamete,cheintra tutti gli ètri ancor a oggi
dilui fi celebra come cofa hono reuoUsfima,E po^a lajfuaStacm nella ctlla digme
otti* , Libro no majtmOfCr ogni uolta.che detU Gente ComeKd , o per magillrdto
cr dignità ottenuta o per altra honoreuol cagioeft ha a celebrare qualche
feftaye tolta di quel luogo cr codotta a tale celebratione er a lui folo il
capidoglio ferue in cabio di palazzo fi come ancora laJlatuadiCato ne maggiore
fi trahe dellaCurìaper il medepmo conto. Grato certamente fu ilf enato in uerfo
di Catoncychenol le che quel cittaiinoyche fu tanto utile alla Repubucayrtc co
di tutte le uirtUyCr piu p ifuoi meriti che per beneficio dellafortuna, grande,
GT reputatOydelcontinouofeco ha bitajfe.Dal cui c onfiglio caTtaginefu opprejfa
prtma,chc dalParmidi Scipione. Di Scipione iìafica. -C Ancora Scipione Uaftea
un chiaro fpecchiodihon ore ^percheilfenatof come ^Oracolo d^Apollme pitto
auertito Vhauea,uolle che per le fue mani , non fendo lui^
ancoraftatoQiu^llorefufericeuutalaD^ da pesfmonte, perche dal medefimo Oracolo
s^ramtefo, che Ci eleggeìTe il migliore er il piufatito cittadino di Ro ma per
rieuerlacon quelle cerimpnie,che s^apparteneua no fpiegacrriuolgituttigU
Aniiali,pontidauantugU oc chituttiicarritriomfali,che non trouerrai nelle
preroga tiue di tanti huomini eccellenti alcun oychelo trapaf ri. Di Scipione
Emiliano. Ad ogni poco ci SI rappref entono gli Scipioni , aedo chemtuttiiluoghisia
fatto da noi mentione della lorcuramrtua-eccamz-t. il popolo Romito, do.
mMdjndo SdpioneEimlmo EdiU.lo fece
confolo,0‘dipoiun'dtruuoludomMdondodteiierf4. to Qiie&ore , er bollendo per
competitpre aw»f o mofsim figlmlodelfrdtUoJu à miouo folto confalo. l 2^4 il Senato ancora gl', diede per lo
flraoriùnario l^ammini^ Granone cr gouerno prima dell^A jfrìca^dipoi dellaSpa
gna.^^ ninna di quejie dignitadi ottenne come cupido ciC fadinOyO come
ambitiofofenatoreyft come dimofiro chia ramente non folo il corfo feuenspmo
della fua iòta , ma ancora la morte, che a tradimento CT per inpcke gli fu
data. Di M.. Valerio. FV ancor a Marco Vaia io parimente bonorato da
gUhuominicr dagli iddijcon duoifegni euidentisji mi,gliiddii,mandando
miracolofamente un Coruo,com» battendo ejfo con unfrancefe, chein quel Duello
l^m* tafieconfeguirlauittoriail romani,facendolo confalo di uentUre anniOndein
memoria del fatore,cheallBorari ceue dagli iddìi la cafa antichispma cr nobile
dei Vale»^ rmp fanno, dal cognome di ejfo V(deno,àìiamareiCorM uiniyCr nel
beneficio crfauore riceuuto dal popolarsi re pula a grande
honore,PeJfereinnanzitempo illor Valem rio fatto confolo,zy"Veferejìato il
primo che introdu» eejfe in cafa loro tale degnila. E la gloria ancora di
Qinnto Scéltola ,che hebbe' per compagno nel Coufolato Lucio Crajfo,fupo^ co
illudre cr honorata, ilquale tant fe rouine,ancora la citta di V olf maJEra
abbondati* tisfìma,tra ornata di cojiumi cr di leggi era tenuta il capo della
Tofcana^ma poi che la Jt comincio a dare alle deli* tiecr alùiLujJuriacafco nel
profondo del uituperiocT delle miferie^tale che ella fu tiranne^iatafin
dalliSchia uhde iquali pochisfimo numero prejero ardire^ da princi pio di
occuparci luoghi de Senatori, dipoi occuparono tutta la R epublica uoleuono,che
i T eUamenUftfacejfero a uoglialoro3prohibiuano,aUa nobiltà il ritrouarfì
injiem me a conuiti,o adallre ragunate,pigliauano per moglie le figliuole dei
lor padroniylEmlmente f crono una legge, che efuffe lor lecito fuergognare cr
uiolare cop le Vedo ucycome le maritate fenza pregiudido alcuno, CT che niuna
Vergine nobile n^andajfe a marito , [e prima dadi* cun diloro non erajlata
manqmefia» Di Xerfe, Xlàrfegran Mspmo ostentatore delle factdtaKegaU p
compiacque tanto nella Lujfuria, cr nella Ubim dincycbeaqual puoglia,che
hauejfe ritrouato qualche nuoua maniera di piaceri ,haueua ordinato per publico
bando, che gli fuffe pagato un tanto, ma mentre che egli fi lafcio troppo
trafcorrereinquefiefue delitie , nefegui la rouina di quello imperio^laquale
fopra ad ongn^altra fu grandispma» Di Antioco re di Siria» Amtioco ancoraKe
della Siria don meno incontiné te cr iMfiuriofo di Xerfe, imèando il/uo
efercitp- LIBRO UciecddTÌnfdtutLuffuria di quello Jtà ntdg^or piL, Siila,
VdoSdlaJlqualenonfipuomai abboBanzaloda* ' re 0 uituperare, perche neW^tcqdfìar
l e uittorie rap prefento Sdpione al popolo romano^nel ualerfene rap* prefento
Rannibaleyperche^poi cbegli bebbe egregkme tediffefoleparti della nobiltaffece
crudelmente correre per la citta di roma^cr per tutta la Italia i fiumi del
fan* gue ciuile/ece ammazzare quattro legioni della fottio ne contraria,che
sperono afficurate fottólafede fua^in una cafa,che era del publico in campo
Martio,aUaq^e non ualfe il raccommandarfia quella defira,chebauea mancato
deUa^omeffafedeJccuilamentcuolifiridaper I libro
umercncUetrmMthrecciie4(IUalU,^3Teune SMcofottoilgrMe pe/o
JìeronoJl4tiJime«o/oIopercleer rofi}>aue«^o uno , chegU referma qual fujfno
tutte le ÌuoneBorfe,ondepottjfe cauar danari. Volfeft ancora
monUfuacrudeUacontroaìledonne,non gh parendo l4«er fatto 4ainello DiHannibale,
JL Capitano di cofloro Hannibale, c la uirtu del quale confijleua la maggior^
parte ne la crudeltà^) fatto de 1 eorpiKomani un. ponte foprailFiume Gdoatifece
paf* ' fiffcifuo efercito fOccioéelaicrrafperimentaffe lafse* MM LIBRO ter4t4
paffotd de Io efercito terrejire Cartdgtnefr,p come Hettuno hauea fperimètata
queUa del m^e. li medepmo, hauendo prima {tracco cr affaticato i prigioni
Romani da ipaepyche cponeuono loro addoffo, CT dal cammino , uenen^ doli
édopoUcredione de i Confoli molti atroua o a cafa per dimandargli conpgUoUutti
ne gli mandoidicen doiVoifapete ben dimandare conpglio,ma hon fapde già
eleggere,chiui configli cr prouegga a i fatti uojtru Hebbe quefo detto in
fegrauita ; cr non fu detto f e non a ragione , non dimeno farebbepato
aìquuntomeg che non l'hauejfe detto, I De Patriùj Romani, Mperochechie quello
che giudamente pojfaadia MM iùi libro fàffi colpopolo KotnuftofEt pero non
Tneritono todeUi queUiyche al pre/ente narrcr:mo,bcche quello che
eferonojtancoperto dato fpUndore de la nobiltà loro, équalhperche Gneo Elauio
huomo di bajfa cr utl conditio nehmua ottenuto U Vretura, ìndignatifene gli
traffono dt ditto le Aneila , cr cauorono ancorale briglie a i fuoi CauaHifT le
gettarono nel mezo de laftrada.Etcofinon potendo predominare ale lor
pafftoniyia piagnere in fuo ra,ne ferono ogn^ altra demojiratione. QueltimoiiuiQ
1 ra coft impetuofìjfurono di perf one parliculari, o dipo» chi contro a tutto
il popolo,nta quelli che appreffo narre» remo furono di tutto il popolo contro
a i nobili cr princi pali» Di Giouani Romani, di MaUio Torquato, Fabio Majfmo»
Ritornando MaUio Torquàtoin Roma, crwpor* tondone la uittoria de i Latini,cr de
i Capuani, fa cendofeli incontro tutti j uecchi pieni diaUegrezzatdei Giouani
non gnen^ando incontro alcuno, perche baueua fatto ammazzare il
figliuolo:perh(Mer contro al fuo co mandumeuto combattuto udorofamente coi
nemici, CT riportai one la uittorit Hebbero compaffione queigioua» ni di uno
detta età loro tanto rigorojaméte punito,ne per quejìo affermo, che quello :
che efeceroifujfc ben fatto, ma dim oUro quaU ftano le forze detterà ùquale
hebbe forza di dividere Veta cr’gli ajf ettiinetta medcfima»CUta, La medcjìma
ira hebbe ancora tanto di potere,che ejfen* do tuttala Cauatteriadel po.Ro,
mudata daFabio Con folo et capitano alla coda de i nemici,potcdo qttafaciliné
tc et ficuraméte r5perli,ncordàiojì che il detto fabio era NOMO 37 7
undiquelUychehiUiM impeditola legge Agraria ^no9 uoU e combattere* Di Appio
Claudio* LAmedepmairarendendo odiofo Appio So eferd to per effere (tato il
padre molto acerbo inimico del la plebe,in fauor della nobiltà cr del
SenaiofecCycbe uo ' lontariamenie fi mejfeinfuga per non fot e acquifiare U
ustoria cr d triomfo al fuo capitano* Qu^te uolte adì» dunque uenne ad effer
Vira mncitnce delia uittorialPrima nonlafciandoìGtouani romani andata fi a
rSegrarecon Torquato del triomfo de i Latini cr capuani ,0“ a Fabio togliendo
la piu bella occapone,chegli haue jfe bauuto in uincere U nemicOyCT ad Appio
[accendo uolgere'jn fuga tutto lo efercito* Del popolo Romano, Aquanta
fulauiolenz cr crudeleiuenne fenz Paceua Haunibale profefsione diguerreggiare
contro a i Romanùcr tuffa jtaUa,magouernandop nei modifopradcttt\no uenn'eglì
i(combatterepiutopQcontro ad effa Pede^pigliadop pia» cere delle menzogne cr
dei tradimenti^come un'altro fa tebbe (Tuna bella Sdtnz^ o d^una fingulare mtu
• Onde K O M O ^ ^ ndcque^cU douegU era per Ufciar Hfe lafao in dubio qual
fuffe maggiore , o ùgrandezKn del fuo nomerò la fua trt^ùU cr maluagjta, DELLA
VIOLENZA ET SBDI- tione, Cap. VII, el popolo Roma. A per raccontare le Seditiom
et lào lenti: feguite^ no folamente dentro aBaCitta*ma ancora nello efercUo,
Ludo Equitio Uquale fi focena figlio lo di Gracco , cr dimandano ^ejfer fatto
tribuno mfieme con Ludo Som tuminOf contro a quello, che difponeuano le leggi ,
pofto . iti prigione da Mano:gia la quintauolta Confolo.fu catta iodi prigione
dalpopolo,ilqaale hauendo rotto la carco-. re,neloportouia di pefocon
grandjfimafejia CToRe* grezz4.ll medefimonon uolendo Quinto MeteUo Cen^ ■ fare
pigliare il Cenfo da e ffoicome figliuolo delfopradet to Gracco jcerco di
farlolapidare, perche il detto Metdm lo affermauOfChe Gracco hauea hauutdfolo
tre figliuoli, de qualuuno era alfoldo ì SardignatPaltro a,Preneile a Ba ' lia,
il terzo, doppo la morte dd padre era morto in Rom ma:cr che non era
ragioneuole, che fintili perfone uili KT abiette cercajfero annidiarfi tra
lefamigUenobi!i,auuena^ gacheintraqueflealtercationila incon/ìderota temerità
cr pazzia del popolo fi leuajje contro al C onf jlo,zx ^ tro alCenfore molto
imprudentemente cr con grande audacia,cr non la/dajjè indietro co fa alcuna
arrogante et , profuntuofaiche la non ufajfe contro a i fuoi principali et NN
Hi I LIBRO magpori Fu quejld fediHone deUa Plebe R ornimi [ol(b» mente
temerma^mi quelli che mene ipprejfo fu ancori fanguinofaiperche il popolo
primamente caccio fuor di cafa fui cr dipoi ammazzo lAumio competitore di Satur
nino, hiuendo gii creatinoue Tribuni , arrecandoli foto duoiCompetitori
perildedmo,acciochecon lo ammaz zare un Cittadino tanto buono, fi defsefaculta
ai un tri» fio cr fcelerato di confeg Atare il Tribunato» Di certi creditori,cr
di UCafsio ♦ JL furore cr impeto di certi, che crono Creditori di puf perf one
in un fubito Ituo in capo contro a Sem» pronio AfeUione pretore Vrbano,iÌquale
perche haueua pref 0 la parte de i debitori irritati da Lucio Cafsio Tribù» no
della Plebe, Pandarono atrouare furiofamentein Pia za donanti al Tempio dela
Concordia,doue eghfacripca uOyCr cofirettoloafuggirefuor di Piazzalo perfeguùa
fono fin dentro ad unaBottega, doue egli s* era n^co» fOyCT quiui lo tagliarono
a pezzi- E cofa certamente de^ teiiabilache quel luogo, doue fi tiene giujiina
cr ragione^ fufsefottopojìoa takinconuenknti,mafe noi ciuoltere monile
feditioni dello eferàto molto maggiormente ci perturberemo. De Soldati di
L.SiUa,cr della morte di Gratidto» E Sfendo la Prouincia deWkfia , per la legge
Sulpitia data ingouemo a Gèo Mario aVhora priuato,pfar Vimpref a contro a
Mitridate, cr hauendo fpedito Grati* dio fuolegcUo a Lucio SiHa Confalo per
condurrete le» gioni, fu tagliato a pezzi dai Soldati ^fiegnati d*hauerc
auenirefouo Ì*ubiieìenza i^un priuato^O" leuarfida \ NONO 284 ^ueUd di un
Confolo,Md chifoppùrteramà^che i 5o^ tt bambino a correggere conU morte de i
Mcmdatarij i den creti del popolo fio efercitofece quelli uiolez^t perPbo
fiorccr conferuationedel Confolo,m4 quel che [eguiU fu contro al Confalo. De
Soldati é Gneo Pompeio,cr della mor tedi Quinto Pompeio. PjErche Quinto Pompeio
compagno diSilUnetConm folata ycfsendo mandato dal Senato fuccef sore aUo ef
eretto che comandaua Gneo Pompeio, Uquale piu che non permetteuono gli or
MnideUa Citta z!r contro aUauo^ glia de i Cittadini ne era (lato Capitano ,fu
afsaltato da i SoldatitCorrottidaUelupnghedeUo ambidofo Capitano appunto che
haueua cominciato a facrificarcj cr co/i 4 gmfadi Vittima lo ammazzorono: cr U
SeM^o, che in .quello confefso cedere al furore dello ^eràtó^mi^o di non
accorgere di tanta sceleratezz^ ■ h - *• 1 Come Gaio Carbone fu moro ' ’
todaiSoldatU r * A Ucorafubruttaier federatala molentia di queUé ' A efercito,
ilquale ammazzo Gaio Carbone , fratem lodi quel Carbone^ che era fiata tre uoUe
confolo^eT qfio,p hauer lui uohto ridurli fiotto la difciplina militare
troficorfaper le guerre ciutli,cr raffrenare ancora la lo ro licenàoyUn poco
troppo rigidamente f EtccfiuoUelo efercito piu tojìo macchiarjì con quella fi
grande fceleraa^ tezza f che correggere i fiuoi corrotti ’o" abbomineuoti
coftmLl • NN itti ’ / \ • r, \ /\ DELLA TEMERITÀ Cap, Vili. Ono ancora
gUimpetiicUaTmt^ rita cofi /ubiti, come uehementijd le punture de tquakpercojfe
le méd deglihuominiytion cono/cono ne ì pericoli,loro,ne poffon rettamente
giudicare altrui opere» Del maggiore A jfricano» Q Vanto fu temerario V
Affncano,che diSpjgna con due^ QMnquereme pajjoin Affrica al Re S^ace,ri*
mettendo alla dtferelione di quel Re pieno di fronde , CT diinfidie la fua
falute,€r quella della patria , CT co fi nel metterli a pericolo di effer fatto
prigione o morto da ejfo Siface,mejfe ancora in un medejimo tempo a pericolo
tul io lo Stato della Republica» Di Gaio Cefare» Ma parlando di Gaio Cefare,cT
del pericolo alquà le egli fi meffe,ancorà)e e fujje difefo CT guarda to da i
cel^i lddij,pure io noi pojjo refertre f enza tutto raccapricdarmiiChenon
potendo ajpettar piu lo indugio di quelle genti , che haueuono a pafiar da
Brindifi in Ap* poUoniattnolìrando di fentirfi in dijpo^o fi leuo da tono*
Ìa,CT firaueèitofi agm/a d^un Seruidore monto [oprauna BarcOyCrgiu pel fiume
{^addirizzo alle bocche del mare ’AdriaticOyCr nonoftantecbe
efu/seunagran,tempefta^ comando fubito al Padron della barca, che fi mette/se
in mare.ll perche dato un pezzo aUa dura a coneraftdre co Vonde CT co t
uenti,cede alla fine necefsttato , cr quando e uide non poter far altro» NONO
i8^ T^efoldati di Albino capitano, A incora fu crudele ZT furiofaUtemcrita di
queifoU datìJUqualéfu cagione , che Aulo albino cittadino egregio per
nobilta^per cofiumi, cr per hauer ottenuto nella citta tuttigU honoricT degnita
per uane vfalfe fu fpitionifulfe in campo lapidato dallo efercito , delquale
era capi lan o. Et quel che fu piu crudele dogn' altra cofano che
raccomandandojt lui cr pregando di potere gium ftificarfi^cr direkfue ragioni,
non gli fu mé uoluto concedere. DE GLI ESTERNI* Di nmnibde, O^dedte^o manco mi
maxauigUo che HannibaU fendo di animo feroce cr crudelejnon lafàafie di*
fenierfi,ne ditele fue ragioni ad un gouematore della . fua amata di mare^dìe
fi trouaua innocente. Egli partito fi di petiUa con tarmata per pajfare in
Affrica, cr ariua* to al faro àtAespna,non credendo,cbef Italia CT Usici
liafuffero fpiccate Vuna da ValtrOyammazzo U detto Go uernatore,chiamato
Peloro,per/uadendop^che e Vhauef f e uoluto tradir e.Et dipoi conpderOta meglio
cr con piu dtligenzalaueruadeUacofagli perdono quando non u'e ra piu rimedio,
faluo che farli una bella honoranza.Et co - fi UP^a di quello fopra quel
promontorio di Sici* liaCche di qmfu clamato peloro^uoltainuerfo lo Pret* to,
laquale a quelli , che nautgano innanzi CT indietro ,fi rapprefenta donanti
agli occhinon folo per memoriadi ejjo Peloro,maanchoradelfurorecr beffialita
mbale . Degli Ati nifi, t- i I t I B R Ò Kinésfifnafu ancòraU temerità degli
Ateniepj qudefu cagione, che gU ammazz poteuonoalfùjiondiedcmaivfidodlcuno,4
quelli detm f ìatribupoUla^quandoincampomartiocopariuano adom . , • mandarlo,per
non farehonore rie f onore a coloro > haueuoncerco di torUiatdta,che per
quanto fafpettoua • ad ejfa Tribu,erano ^ati fpogUatì della (dtacr della liher
\ I ta.laqual umdettaper confenfo del Senato^O" di ogn^um I nofuapprouata.
« VcUanendettaderomanì contro ad Adriano, ^ A Drianohauendo mal trattato i
cittadini romantg ' che erano in Vtica,cr per tal cagione ejfcndolU^ to da loro
abbrucciatouiuo, no fene fece in romane quc rclOfiiefegno alcuno di pufUtia,
DegleftcrnideUareginatmof%v*heremce, . L*una cr Valtra regina, timori^ cr
Berenice , honorem . uolmente p uendicarono.Tomiriferuandop della tc fta di
Ciro cilquale epa haueua occifo, in uendetta del firn gUuolo }perbcreìn cambio
di tazza con dirli, S A N*i G V E ptipiytT io difangue t*empio.Ét Berenice j
altrié menti Laodice, per efferp grandemente f degnata, che A fuo figliuolo
Ariarate era^toatradimento morto, per ordine é mitridate fuof rateilo, monio
fopra un carro,ar matOfO'perfeguitando quel Satellite ddre^chiamato par I LIBRO
nome Ceneo.chc er4^perchey efsen* do dipoi per comandamento é detto Mario,
mediante le difeordie CiuiH,cofUretto a morir sintonico la fua Carne ra tutta
di frefoc cr accef oui dipoi un gran fuoco di Cor* boni ui fi rinchiuf e dentro
onde offefodal uaporeeyfu* modi efti in queUahumidita; incontinente fimorù Uebe
fudigrandifsima uerogna a Mario in quel fuo trionfo: che un tale huomo fufse
condotto afurudelenecefsUadi morire. NONO ‘ Di Lucio Cornelio Merula» NEiquali
franagli della Reputlica ludo Comelté Menila, che era flato Confolo cr
Sacerdote di Gio ue,pernon epere il giuoco a- lo fcherzo di fi crudeli er
infoienti uincitori^tagliatojì le uenenel Tempio di Gioun fchfola morte
uitupcrofa^ chedatnemiàgh eraftatuap» parecchiata,cr co fi gli antichi filini
fuochi di quello li* diofuron o imbrattati del f angue del fuo Sacerdote» Di
Hcrcnnio Siciliano» AN cera fu animof o cr forte tifine di Herennio Sicì
liano.delquale Gaio Gracco,come amico ffì era fer Ulto per Arufpice. ìmperoc he
fendo menato in carcere fot to il nome di cotale amicitia , neU^en trar dentro
fi batte il capo di forte ncUo pipite deUa prigione , che fubito cafeo
mortoichcfc gli andana piu oltre un pafso dona nelle mam rt i del Carnefice^che
lo doueua uccidere» Di Gaio L/cimp. TA/c, nclÌ*ammazznprequePoPilein^ardarekfuaperfona:Egli,leua
itti (dintorno tuttiifuoi amici, elefe alla fua guardia huo mmi diferocifsima
natione,er Schmirobudifsimi, tratti delle Cafedeipiunobilidi queUa citta. Et
anchora per paura de i Barbieriinfegno radere aHe/uefigUuole^et pOi Libro cfce
Verone crefeiute^non fidando ancora aloro il ferro in mano,arrouentauaigufci
dinoce,cr delle GhiandCiCt sifaciua con quelli a bronzare i peli della barba^ej
i ca* pelli. He si fido piu delle fig^uoUyche di due mo^ie , che gli haueua una
di Siracufa chiamata Aridomache , Valtra locrenfe,chiamata Doride con lequaUnon
ufo maifepri ma non Vhauea fatte per tutto diUgentemente cercare fe Vhaueuono
armùoUra di quefio fece fare unfojfo molto largo intorno al fuo letto non
altrimenti,che si faccia in^ tomo ad un^efercito accampato,hauendoui fatto
ancora il ponte a leuatoio. tenendo alla porta di fuora le guardie Cr di
dètroferandola di fuo mano molto bene a ftanga* Di quelli che nel uolto CT
fattezze del corpo sifomigliarono, Cap. XV» VeUiyChe fono di piu profonda fden tia
piu fottilmente deputano di colo rocche nei liniamenti del uolto et fot
tezzedel corpo sifomigliarono ; de iquali alcuni fono d^opennione tche
talsimiglionza nafea tra quelli: che fon del medesimo fangue:& hanno la
medesima origine: ptgliandotpernon piccolo argumento: lo effempio degli altri
onimaliuquali nafeon quasifempre simili a chi gli ba generati. Altnniegono do
auuenire per ordineejlegge deUanatura: maloattribuifconoal cefo ZT alla
fortuna, affermando di qui nafeere : che molte uolte si uede iVu^^ b eWhuomo
naf cerne una brutta creaturaicr iunOicheltf ^ ìlKegifiro . • «
abcDefghiklmnopqrstvxyz. Tutti fono Quatemi eccetto pp che duerno» in Vine^a
Del M D L I. I %»> R. S1LVA."E7ZA' RcSTAU^O Zia Val S3 Tal. Qj3.22^ f. Nome
compiuto: Valerio Massimo. Keywords: Roma antica. Per H. P. Grice’s Play-Group,
The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Valerio: la ragione conversazionale alla villa di Roma –
filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Roma). Abstract. Keywords: il filosofo alla villa. Grice:
“Unlike most of us, Austin preferred to spend his weekends alone in his
Oxfordshire villa!” -- Filosofo italiano. He has a statue erected in his honour
in his own villa (‘Ain’t that cute?’). Nome compiuto: Publio
Avianio Valerio. Keywords: Roma antica. Per il H. P. Grice’s Play-Group, The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Vallauri: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale dell’interpretazione giuridica – la scuola di Roma – filosofia
romana – filosofia lazia -- filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo
di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Abstract.
Keywords. Implicatura, IVSTVM. Ross's suggestion about 'good' would, moreover, be at best only a
description of one special case of analogical unification, and would not give
us any general account of such unification. I might add that little
supplementary assistance is derivable from those who study general semantic
concepts; such persons seem to adhere to the principle that silence is golden
when it comes to discussion of such questions as the relation between analogy,
metaphor, simile, allegory and parable. So far as Aristotle himself is
concerned it seems fairly clear to me that tie primary notion behiad the
concept of analogy is that of 'proportion'. This notion is embodied, for
example, in Aristotle's treatment of justice. where one kind of justice is
alleged to consist in a due proportion between return (reward or penalty) and
antecedent desert (merit or demerit) but it remains a mystery how what starts
life as, or as something approximating to, a quantitive relationship gets
converted into a not-quantitive relation of correspondence of allinity. It
looks as if we might be thrown back upon what we might hope to be inspired
conjecture. I take as my first task the provision of an example,
congenial to Aristotle, of the unification by analogy of the application to a
range of objects of some epithet. I shall expect this to involve the detection
of analogical links between the exemplifications of the varicty of universals
which the epithet may be used to signify. My chosen specimen is the verb grow. Filosofo romano. Flosofo lazio. Filosofo italiano. Essential
Italian philosopher. “Italians, especially noble ones, love a long surname, so
this is Luigi Lombardi Vallauri. I say: if he wants to keep the Vallauri,
that’s what he’ll go with by!” Grice: “He favours animal rights, as I do.” Professore
universitario italiano. È
stato Professore di filosofia del diritto a Milano e Firenze. Insegna
all'Università degli Studi dell'Insubria e all'Università degli Studi di
Sassari, dalla quale è stato chiamato per chiara fama. Nipote del
predicatore gesuita Riccardo Lombardi, cugino del direttore della Sala stampa
vaticana Federico Lombardi, nonché nipote di Gabrio Lombardi, si avvia alla
formazione teologica alla Gregoriana di Roma. Si laurea in giurisprudenza col
massimo dei voti a Roma, suo maestro è stato BETTI. Dopo la laurea perfeziona
gli studi giuridici in Germania e vince molto presto il concorso per la libera
docenza. Diviene professore in filosofia del diritto a Firenze, dove ha
insegnato anche argomentazione giuridica e filosofia del diritto. Ottiene la
cattedra in filosofia del diritto a Milano. Dopo il collocamento a riposo
insegna presso le Como e Sassari. Massimo esperto di teoria
dell'interpretazione giuridica, già direttore dell'Istituto per la
documentazione giuridica del CNR e presidente della Società italiana di
filosofia giuridica e politica -- è autore di saggi filosofico-giuridici. Con
il suo Terre: Terra del Nulla, Terra degli uomini, Terra dell'Oltre ha aperto
un nuovo filone della sua ricerca, dedicato alla filosofia della religione e
della spiritualità. Al saggio Nera Luce, V. ha consegnato la sua critica
serrata ai dogmi del cattolicesimo e l'approdo all'apofatismo. I suoi interessi
recenti riguardano la tutela giuridica dei diritti degl’animali. È
vegano. Fonda e conduce, un gruppo di meditazione teso a esplorare le
possibilità di una vita contemplativa all'altezza del sapere moderno. Il suo
libro traduce in scrittura il seguitissimo corso di meditazioni tenuto
dall'autore per Radio Tre Rai, propone una mistica laica, ossia una mistica che
prescinde da rivelazioni soprannaturali coniugando il pensiero scientifico
occidentale con le tecniche di meditazione tipiche delle filosofie
orientali. Allontanamento dall'Università Cattolica. Insegna filosofia
del diritto presso l'Università cattolica di Milano. Tiene una conferenza
a Bari e all'inizio decide di sedersi in terra, giustificandosi presso
l'uditorio con la frase. Del Dio che emoziona non mi sento di parlare seduto su
una sedia, quindi, mentre parlerò di questo Dio, starò seduto in terra». Sospeso
dall'attività didattica a causa del suo insegnamento ritenuto eterodosso
rispetto alla dottrina della chiesa cattolica. Fra i punti problematici
secondo le autorità ecclesiastiche, un giudizio di V. sul dogma dell'inferno,
da lui definito: incostituzionale in quanto nessun atto per quanto grave
può meritare una pena eterna e perché è contraria ai princìpi più avanzati del diritto,
e specificamente del diritto influenzato dal cristianesimo, una pena che in
nessun modo tenda alla rieducazione/riabilitazione del condannato. Il professore
ha affermato in seguito. Quando i giudici ecclesiastici mi hanno cacciato fuori
dall'Università Cattolica non riuscivano a formulare l'accusa ed io ho detto. Ve
la do io, il papa è quasi infallibile nell'errare. Dopo l'esito negativo dei
ricorsi giudiziari interni, si è rivolto alla corte europea dei diritti
dell'uomo. La corte si è pronunciata a favore del ricorrente, ritenendo
che fossero stati lesi i suoi diritti alla libertà di espressione (per il
provvedimento adottato dalla cattolica senza contraddittorio) e a un equo
processo (per il rifiuto a pronunciarsi opposto dagl’organi giurisdizionali
amministrativi), entrambi garantiti, rispettivamente, dagli articoli della convenzione
europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà
fondamentali. Nei suoi corsi e libri V. si è occupato di varie tematiche:
filosofia del diritto, critica dei riduzionismi, filosofia della mente,
misticismo, buddismo, sessualità, meditazione, diritti degli
animali. Riassumeva la situazione storica attuale tramite la seguente
formula: [E = (m+e) + i (ab) + fd + oid] -> [N.O.] -> [(N. e/ax/es)] +
(I.P.)] La prima parte è l’equazione del riduzionismo ontologico. L’essere
è riducibile alla somma di materia, energia e informazione. L’informazione è di
due specie: algoritmica e biologica. Il riduzionismo diventa poi scientismo
tecnologico, con l’aggiunta di un fattore di dominazione, ossia la teoria
baconiana del conoscere per dominare, e dell'organizzazione industriale del
dominio portata dalla rivoluzione industriale. Le conseguenze dello scientismo
sono il nichilismo ontologico, ossia la scomparsa di ogni tipo di spirito (dio
angeli anima), il quale può avere due esiti antitetici: le filosofie del
soggetto assoluto e quelle della morte del soggetto. L’ultima conseguenza del
processo è il nichilismo etico assiologico ed esistenziale, ossia la negazione
di norme e valori oggettivi. Esso genera un vuoto, che nella nostra epoca viene
occupato dall’individualismo possessive, ossia la credenza che gli unici beni
sono ricchezza successo e potere. Occorre dunque articolare una risposta
filosofica al riduzionismo, individuando quali realtà si sottraggano alle sue
pretese. L’oggetto principale che sfugge alla riduzione è la mente. Saggi:
“Saggio sul diritto giurisprudenziale” (Milano); “Amicizia, carità e diritto” (Milano);
Corso di filosofia del diritt (Padova); Cristianesimo, secolarizzazione e
diritto moderno (Milano) Terre: Terra del Nulla, Terra degli uomini, Terra
dell'Oltre, Milano. Il Meritevole di tutela, Milano, Logos dell'essere Logos
della norma, Bari, Nera luce (Firenze); Riduzionismo e oltre: Dispense di
filosofia per il diritto, Padova, Trattato di Bio-diritto. La questione
animale, Milano, Meditare in Occidente.
Corso di mistica laica, Firenze, Scritti
animali. Per l'istituzione di corsi universitari di diritto animale, Gesualdo, Note. Magister, L'inferno? Una vergogna,
L'Espresso. Guadagnucci; Scritti Animali. Per l'istituzione di corsi
universitari di diritto animale, in Visionari, Gesualdo (AV) (Gesualdo,
Guadagnucci); Bosco, Cristo o l'India, Verona, Fede e Cultura, Guadagnucci. Sullo
scarso fondamento dei fondamentalismi, Nuovamente. V., Neuroni, mente, anima,
algoritmo: quattro ontologie, Lettura magistrale al VI congresso della Società
italiana di neuroscienze, Guadagnucci,
Il filosofo degli animali, in Restiamo animali: Vivere vegan è una questione di
giustizia, Milano, Terre di mezzo, Meditare
in occidente Corso di mistica laica, ciclo di trasmissioni radiofoniche su
Radio3 Rai. Meditare in occidente Corso di mistica laica, ciclo di trasmissioni
radiofoniche su Radio3 Rai, Meditare in occidenteL'anima di paesaggio, ciclo di
trasmissioni radio-foniche su Radio3 Rai, edizione. Conferenza/lezione tenuta dal
titolo: Non-violenza e Animali: un tema antico come le montagne e sempre più
ricco di futuro. Evento organizzato da Progetto Vivere Vegan, Interviste
Sì agli interventi che aiutano i nascituri, intervista di Perna, LIBERO,
l'Unità, Firenze, e Rassegna stampa sul "Caso V." I Nuovi
Inquisitori, di Pace, a Repubblica, A dialogo con V., di Pollastri, Phronesis,
Note, di Franza, Officina sedici. Luigi Lombardi Vallauri. Vallauri. Keywords:
implicatura, IVSTVM. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Vallauri” – The
Swimming-Pool Library. Vallauri.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Valle: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale della volutta – la scuola di
Roma – filosofia lazia -- filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di
Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma).
Abstract. Keywords. Cicerone, dialettica, rettorica, la filosofia del
linguaggio ordinario, ordinary Latin language philosophy, ordinary Italian
language philosophy, H. P. Grice, Athenian dialectic, Oxonian dialectic, Roman
dialectic, dialettica atenese, dialettica romana, dialettica fiorentina,
dialettica oxoniensis – boves vedum OX-FORD. Filosofo romano. Filosofo lazio.
Filosofo italiano. Essential Italian philosopher. Umanista. M. Roma. Di
famiglia piacentina, studiò a Roma, dove il padre era avvocato concistoriale.
Nel 1429 lasciò Roma per Pavia: qui insegna eloquenza; due anni dopo, lo
scandalo destato tra i giuristi dello studio dalla sua epistola de insigniis et
armis lo costrinse ad abbandonare la città. Peregrinò allora per diversi
luoghi, finché si stabilì a Napoli,
segretario di re Alfonso di Aragona, che costantemente lo protesse. Deferito
all'Inquisitore in seguito a una sua polemica con frate Antonio di Bitonto
sull'origine del Credo, fu salvato appunto dall'intervento del re. Da varie
accuse si difese presso il papa con l'Apologia adversus calumniatores; tuttavia
solo piu tardi poté stabilirsi definitivamente nell'amata Roma, scrittore e,
sotto Callisto III, segretario apostolico e insegnante di eloquenza a titolo
privato e all'università. ▭
Complessa e significativa figura del Quattrocento italiano, V. esprime la più
matura cultura umanistica per la connessione posta tra le humanae litterae e la
vita civile, per la polemica contro i barbarismi della cultura scolastica, per
l'impegno filologico e storico. Nel suo De voluptate (titolo della prima
redazione, 1431, nuova redazione col titolo De vero bono) egli svolge una
vivace polemica contro l'etica stoica e l'ascetismo cristiano, in difesa della
natura, ministra di Dio; di qui la celebrazione di una morale che è impegno e
gioia di vivere, ricerca di piaceri giustamente equilibrati secondo il loro
minore o maggiore valore. Ma dove più forte appare l'influenza dell'etica
epicurea (V. rifiuta però l'atomismo e la fisica di Epicuro) si inserisce senza
contrasto l'insegnamento etico cristiano: anche questo indirizza al
conseguimento del piacere, del più alto e più puro che si realizza nella vita
futura presso Dio, ma che non è necessariamente in contrasto con il godimento
di beni terreni; questa posizione ispira l'assidua polemica antiascetica e la
celebrazione del piacere sino alla divina voluptas. Nello scritto posteriore De
libero arbitrio, è in primo piano la polemica contro la ragione dialettica e
sofistica, per celebrare il primato della fede, sulla scorta dell'insegnamento
di s. Paolo. Il bersaglio è Aristotele e la teologia scolastica aristotelica,
soprattutto il tomismo. Sulla linea della polemica antiaristotelica si svolgono
anche le Dialecticae disputationes, dove si ribadisce la condanna di Aristotele
per la sua astrattezza, per l'incapacità di offrire insegnamenti validi nella
vita associata, nelle scienze pratiche; ma la polemica si allarga contro il
dogmatismo, contro le futilità della logica, contro un sistema che sostituisce
le parole alle cose. Sullo sfondo della polemica antiscolastica si comprendono
meglio la difesa della lingua come strumento di comunicazione e di conoscenza,
la difesa della grammatica e della retorica come scienza del pensiero e del
linguaggio. Le Elegantiae linguae latinae sono da questo punto di vista un
testo esemplare: la lingua latina offre, nella sua purezza, lo strumento per
conoscere quello che è il patrimonio di cultura più elevato della storia umana
e un mezzo di comunicazione e trasmissione dei valori proprî di quella cultura.
Ma soprattutto in V. lo strumento linguistico si presenta come strumento
critico e storico: di qui l'importanza delle sue Annotazioni sul testo del
Nuovo Testamento (pubbl. da Erasmo) e del De falso credita et ementita
Constantini donatione in cui V. dimostra, con ragioni filologiche e storiche,
la non autenticità (del resto già sostenuta da Niccolò da Cusa) del documento
che avrebbe comprovato la donazione di territorio fatta da Costantino alla
Chiesa, e quindi il diritto dei pontefici al potere temporale. Polemico contro
gli ecclesiastici è il De professione religiosorum. Acuto critico della
tradizione anche storiografica, non fu però egli stesso storiografo eccelso: i
tre libri Historiarum Ferdinandi regis Aragoniae sono, più che una storia del
regno, una biografia aneddotica del re, padre di Alfonso. Tutta l'attività di
V. e le sue aspre polemiche (con Antonio da Rho, con B. Fazio, col Panormita e
soprattutto quella con Poggio Bracciolini) significarono l'affermazione d'un
metodo filologico e storico, in stretta connessione con le esigenze di una
nuova comprensione del mondo latino e della elaborazione di strumenti idonei a
una vita nella città terrena.Nato da genitori di origini piacentine -- il padre
è l'avvocato Luca DELLA V. -- riceve la sua prima educazione a Roma e Firenze,
imparando il greco da Aurispa e Aretino. Lo guida lo zio Scribani, un giurista
funzionario in Curia. Il suo primo saggio e il “De comparatione CICERONIS
Quintilianique” in cui elogia Quintiliano a scapito di CICERONE (vedi), andando
contro all'idea corrente e mostrando già in questo primo saggio il suo gusto
per la provocazione. Quando muore lo zio, spera di ottenere un impiego nella
curia pontificia. Ma i due autorevoli segretari, Loschi e Bracciolini, ferventi
ammiratori di CICERONE, si opponeno all'assunzione. Grazie all'aiuto di
Beccadelli, detto il panormita, e chiamato ad insegnare retorica a Pavia,
succedendo al maestro bergamasco BARZIZZA. Questi anni furono fondamentali per
lo sviluppo della sua filosofia. Pavia e infatti un vivo centro culturale e puo
approfondire le sue conoscenze giuridiche, osservando inoltre l'efficacia del
procedimento di analisi critica dei testi, che lo studio pavese applica con
rigore. Acquire una grande reputazione con il dialogo “Della volutta”, nel
quale si oppone fermamente alla morale del Portico e all'ascetismo, sostenendo
la possibilità di conciliare la morale ricondotto alla sua originarietà,
coll'edonismo dei filosofi dell’orto, recuperando così il senso della filosofia
di LUCREZIO (vedi), che sottolinea come tutta la vita dell'uomo è
fondamentalmente volta alla volutta, intesa non come istinto, ma come calcolo
dei vantaggi e svantaggi conseguenti ad ogni azione – alla GRICE: Morality
cashes in interest. A conclusione del “Della volutta”, sottolinea, però, come
per l'uomo la suprema voluttà e la ricerca spirituale. Si tratta di un saggio
considerevole. Per la prima volta, una tendenza filosofica che è rimasta
confinata nell'ambito della filosofia romana classica e ri-valutata. Le
polemiche che seguirono alla pubblicazione del “Della volutta”, gli costringe a
lasciare Pavia. Da allora passa da un luogo all’altro, accettando brevi
incarichi e tenendo lezioni in diverse città. Fa la conoscenza d’Alfonso V al
cui servizio entra. Il re ne fa il suo segretario, lo difende dagl’attacchi dei
suoi nemici e lo incoraggia ad aprire una scuola a Napoli. Durante il
pontificato di Eugenio IV, pubblica sulla falsa donazione di COSTANTINO, “De
falso credita et ementita Constantini donatione". In esso, con
argomentazioni storiche e filologiche, dimostra la falsità della donazione di
Costantino, documento apocrifo in base al quale i cattolici giustificano la
propria aspirazione al potere temporale. Secondo questo documento, infatti, e
lo stesso COSTANTINO, trasferendo la sede dell'impero a COSANTINO-POLI, a
lasciare al pontifice massimo di ROMA il restante territorio del principato. La
dimostrazione di V. è accettata e lo scritto è datato all'VIII secolo o IX
secolo. “Quid, quod multo est absurdius, capit ne rerum natura, ut quis de
CONSTANTINOPOLI loqueretur tanquam una patriarchalium sedium, que nondum esset,
nec patriarchalis nec sedes, nec urbs nec sic nominata, nec condita nec ad
condendum destinata?” “Quippe
privilegium concessum est triduo, quam CONSTANTINUS esset effectus christianus,
cum Byzantium adhuc erat, non Constantinopolis.” V.
dimostra che anche la lettera ad Abgar V attribuita a Gesù e un falso e,
sollevando dubbi sull'autenticità di altri documenti spuri e ponendo in
discussione l'utilità della vita monastica e mettendone in luce anche
l'ipocrisia nel “De professione religiosorum” suscita l'ira delle alte
gerarchie ecclesiastiche. E obbligato, pertanto, a comparire davanti al
tribunale dell'inquisizione, alle cui accuse riusce a sottrarsi soltanto grazie
all'intervento del re. Visita Roma, dove i suoi avversari sono ancora molti e
potenti. Riusce a salvarsi da morte certa travestendosi e ritornando a Napoli.
Vengono divulgati gli “Elegantiarum libri sex”. Il saggio raccoglie una serie
straordinaria di passi desunti dai più celebri scrittori latini – CICERONE,
LIVIO, VIRGILIO -- dallo studio dei quali occorre codificare i canoni
linguistici, stilistici e retorici della lingua latina. Il saggio costitue la
base scientifica del movimento umanista impegnato a riformare il latino sullo
stile di CICERONE. In le "Emendationes sex librorum Titi LIVII"
discute, col suo modo di scrivere brillante e caustico, correzioni ai libri di
LIVIO in opposizione ad altri due intellettuali della corte napoletana
Panormita e Facio che non avevano il suo stesso spessore filologico. Con la
morte del re, la sua fortuna inizia a volgere in meglio. Recatosi nuovamente a
Roma, e ricevuto da Niccolò V. Assume il ruolo a lui più consono di professore
di retorica, ma non perde nemmeno il suo spirito caustico e inizia a criticare
la Vulgata, facendo confronti con l'originale greco sminuendo il ruolo di
traduttore di GIROLAMO (vedi) e DONATO e giudica spuria la corrispondenza tra
SENECA e Paolo. Sotto Callisto III raggiunse il culmine della carriera,
divenendo segretario apostolico. È quasi impossibile farsi un'idea precisa
della sua vita privata e di suo carattere, essendo i documenti nei quali vi si
fa riferimento sorti in contesti polemici e, pertanto, fonte più di
esagerazioni e calunnie che di testimonianze attendibili. Appare comunque come
persona orgogliosa, invidiosa e irascibile, caratteristiche cui però si
affiancano le qualità di elegante umanista, critico acuto e scrittore pungente
nella sua continua e violenta polemica sul potere temporale dei cattolici. -- è
un personaggio di eccezionale importanza soprattutto quale rappresentante del
più puro umanesimo. Con le sue spietate critiche ai cattolici e un precursore
di LUTERO contro VIO, ma è anche il promotore di molte revisioni di testi. La
sua filosofia si basa su una profonda padronanza della lingua latina e sulla
convinzione che è proprio un'insufficiente conoscenza della lingua latina la
vera causa della lingua ambigua – piena d’implicature -- di molti filosofi. V.
e convinto che lo studio accurato e l'uso corretto della lingua e l'unico mezzo
di acculturazione feconda e comunicazione efficace. La grammatica e un
appropriato modo di esprimersi sono a suo modo di pensare alla base di ogni
enunciato e, prima ancora, della stessa formulazione intellettuale. Da questo
punto di vista, la sua filosofia e tematicamente coerente, in quanto ciascuna
delle parti si sofferma innanzitutto sulla lingua latina, sul suo impiego
rigoroso e sull'individuazione delle applicazioni erronee della grammatica
latina. Il profondo distacco storico ci permette di distinguere la sua
filosofia in due filoni, quello filologico e quello critico. Sebbene sa
mostrare eccezionali doti di storico negli saggi critici, questa capacità non è
però riscontrabile nell'unico saggio definito storico, cioè nella biografia di
Ferdinando d'Aragona, tutto sommato un modesto elenco di aneddoti. Il
principato romano inizia a tramontare, il che si palesa non solo
nell'indebolimento delle forze politiche e militari, ma anche nello sfaldamento
dell'ordinamento interno e soprattutto nell'imbarbarimento della cultura. La
crisi generale e l'accettazione di molte genti non italiche tra i cittadini
romani provocano un lento ma significativo allontanarsi dalla lingua latina
verso forme dialettali e meno eleganti, come l’italiano. Si evidenzia la
necessità di uno sviluppo della lingua latina che presuppone la canonizzazione
della parlata popolare e della sua semplice grammatica. Sono i primi sintomi
della nascita del volgare, che necessita di un millennio per svilupparsi
pienamente. Durante questa lunghissima transizione, in tutta l’Italia ci è
un'enorme incertezza linguistica. Il romano classico cede lentamente il posto
ad una mescolanza di nuovi idiomi che combatteno pella supremazia. Gl’effetti
di questo periodo di passaggio sono ben visibili soprattutto nelle traduzioni
che via via nasceno dal romano verso l'italico, poché la linea di demarcazione
tra il romano e il volgare e fluttuante e nessuno dei traduttori puo dirsi un
vero esperto in materia. E il primo a stabilire un limite alla volgarizzazione,
decidendo che un cambiamento oltre tale limite e già parte del processo di
sviluppo. In questo modo, riusce non solo a salvaguardare la purezza del
romano, ma pone anche le basi pello studio e la comprensione del volgare nato
dal romano. Si pone tra i maggiori esponenti dell'umanesimo non solo per il suo
costante apporto di punti di vista umanistici, bensì anche per la sua annosa
avversione alla cultura scolastica. È indicativa ad esempio la sua tesi in
“Della volutta” sugl’errori de PORTICO praticato dagli asceti che non avrebbero
preso in debita considerazione la legge naturale. La morale consiglia infatti,
a suo avviso, un'esistenza allegra e godereccia che non preclude in alcun modo
l'aspirazione alle gioie del paradiso. Analogamente, nelle “DIALECTICAE
DISPUTATIONES”, confuta il dogmatismo di Aristotele e del LIZIO e la sua arida
logica che non offre insegnamenti o consigli, bensì discute solo di parole
senza raffrontarle con il loro significato nella vita reale. Altrettanto
critico si dimostra nelle “Adnotationes in Novum Testamentum” quando usa la sua
profonda padronanza della lingua latina per provare che sono state le
traduzioni maldestre di alcuni passi del Nuovo Testamento a causare
incomprensioni ed eresie. È a lui dedicata una fondazione che in collaborazione
con Mondadori, pubblica la collana dei romani i in cui vengono proposte
edizioni critiche di testi classici. L'arte della grammatica, Casciano (Milano,
Mondadori); “La falsa donazione del principe Costantino”, Pepe, Firenze, Ponte
alle Grazie, Scritti filosofici e religiosi, Radetti, Firenze, Sansoni, Roma,
Edizioni di Storia e Letteratura, “Repastinatio dialectice et philosophie”
(Padova, Antenore). Treccani enciclopedia, Il Contributo italiano alla storia
del Pensiero: Filosofia) ; Garin, "La letteratura degl’umanisti", in
Cecchi-Sapegno Letteratura italiana (Milano, Garzanti); Basilica Papale SAN
GIOVANNI IN LATERANO, su Vatican. Pubblicate per la prima volta da Erasmo da
Rotterdam. Antonazzi, “V. e la polemica sulla donazione di Costantino, Roma;
Camporeale, Valla. Umanesimo e teologia, Firenze, Istituto Nazionale di Studi
sul Rinascimento, Fink, Laffranchi, “Dialettica e filosofia in V.” Milano, Vita
e Pensiero; Mancini, “Vita di V.”, Firenze, Sansoni; Regoliosi, “V.. La riforma
della lingua latina, della lingua italiana, e della logica, Atti del convegno
del Comitato Nazionale, Prato; Firenze, Polistampa, Donazione di Costantino.
Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Enciclopedia
Italiana, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Rita Pagnoni Sturlese. Su
treccani. in Il contributo italiano alla storia del pensiero Filosofia, Roma,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, La falsa donazione di Costantino, su
classic italiani. La tomba su Penelope uchicago. LAVRENT Ad uetenm denuo
codicum fidem ab loarnie Rtnerio emendata omnia. Kjran i APVD SEB. GRYPHI VM
IVGDVNI, 4 o* STVDIOSO LECTORI S. Hd£« /etfor optime hos elegdntidru libros multo
quum diu tehdcurtqudm prodierint,emdculdtioref,loanis Rtcnerij opc- ' rd,cu/m
nonnullis dnnotdtionibus, tibi hdudpdrum profuturis , ab eodem in mdrgine
ddditis. Veterum dutem dutorum cxem- pld,qu / V d/c lcttor,Rjcnerijqi ld-
’boribus fuere. 1 1 .«jiiJDiO I lOANNI TORTELLI r9. Aretino , cubiculario
Apoflolico,Theologo* nat iUam dignitatem,quam ab ida ornetur. Nec ego minus
ueneror cius uirtutes apud me, quam datas a Deo Apoftolicas claues ,
d(aues,quum pro: fert im [cientia [aerarum literarum.ilauis ud* cetur,ab eodem
Deo tributa,qux apcrit,cr nano claudit: cf ait* dit,cr nemo aperit, Jftuj utraq
manu clauei gcflat,[apientix altera,altera potejhtis. Quare ( ut libere quod
fentio dicam) uel magis mihi lxtnndum,atq; gloriandum erit, fi a taminte * gro,tm
fan (tortam fapienti uiro,quamfid fummo Pontifice, laudabor. Summi enim
Pontifices imlti fuerunt, [e d qualis hic, uix unus,aut alter : quem ab fit ut
emerendi fauons gratia im* penfius iaudauerim, quippe qui fciant er me
improbaturos ho mines, fi mentiar.ej illum talem effe,qui nec feipfum ignoht,'
crteflimonia fuarurn laudum malit in pettoribus efje,quam itt* linguis. Neq;
uelim te hanc ei epiflolam oflendere. I n qua etft laudatur, id tamen non ideo
fit, ut has laudes ipfe, fed ut exteri legant:cr (quod ad nos attinet ) magna
[ane honori tuo , ac meo fiet accefiio ex hac Nicolai pontificis
commemorationes Etenim fi in arcubus triumphalibus ,cr columnis,cxteinsq; id
genus operibus in honorem aliquorum cxtruttis,qu6 fintau * guftiora,cernimus
interdum alicumDci,aut D eo finuhs imaginem [uperpofitamicur ipfe naputem mihi
ficiundu/m,ut huic mex columna (non aufim dicere arcui ) duodecim paffus alta,
quam ego opifex tibi ob fingularem eruditionem, fummarn beneuolentiam,maxima in
me merita dicaui , imaginem ‘ N icolai fummi Pontificis mea manu fcalptam in
cui mine collocem, ut operis decori quadam etiam , ex ipfo prxfidc maieflas
accedat { ita er noflra in illum reuerentia ,ac £ -* religio , cr illius in nos
” fauor , fylendorque ! conflabit. Vale. 4 i LAV £ A PATRI TII ROMAni , er de LINGUA LATINA bene
meriti , in fex Elegantiarum libros elegans , er do= admodum prafutio. WM
fepemecwm noflrorum maiom res gc{l as, aliorum# uel regum , uel populorum con
fidero , uidentur nuhi non modo ditionis noftri homncs,uerum etia lingua:
propagatione exteris omnibus anteceUuifie. N P er fas quide, M edos ,
Afiyrios,Grxcos,aliosq ; permultos lon* ge,late# rerum potitos effe:quofdam
etiam,ut aliquanto infi* nusquam Romanorum fidt,itx multo diuturnius imperium
te nuijfe conflatinuUos tamen ia linguam fuam ampliare, ut no* firi
ficeruntiqui (ut oram illam 1talia: , qua magna olim Gracia dicebaturiut
Siciliam, qua Graea etiam fuitiut omnem I tt* liam aceam ) per totum pene
Occidentem , per Septentrionis , per Aphrica non exiguam partem , breui Jpatio
linguam Ro= manam (qua eademhatina a Latio,ubi RoHia^hdicitur) celebrem,zr
quaji reginam effecerunt,^ (quod adif)fas prouftt , cias attinet ) uclut
optimam quandam frudem moralibusnd fu* ciendam f 'ementem prabuerutiopus
nimirum multo praclariui , multo# Jf>eciofius,quam ipfum imperiti
propagajfe.Qui enim imperium augent, magno illi quidem honore affici folcnt,at
$ imperatores nomindtur.qui autem beneficia aliqua in homines contulerunt ,ij
non humana, fed diuina potius laude celebrantur : quippe qui non fua tantum
urbis amplitudini, ac glori a confulant, fed publica quo# hominwm utiliatl,ac
faluti. lai # noflri maiores rebus bellicis, pluribus# laudibus exteros horni*
nes \ PRAEFATIO, 7 tics fuperaruntjingux uero fu£ ampliatione feipfis
fuptriores fuerunt,tanquam relido in terris imperio,confortium Deorurtt . in
ccclo confcQUti. An uero ( Ceres quod p'umenti,Liber quod * tHniyMinerud quod
olei inuentrix putatur , multify alij ob ali*t quam huiufmodi bencficctiam in
Deos repojiti funt) Unguant Latinam nationibus didribuijfc minus erit , optimdm
frugem, e r uere diuinam , nec corporis, fed animi cibum i H £c cninf. gentes
idos , populos qj omnes omnibus artibus, qu£ liberale i. uocantur,instituit:h£c
optimas leges edocuit:h£c uid ad omne fapientiam muniuit : hxc deniq ; prxft
itit , ne barbari ampliUf - dici pojjent. Quar? quis £quus rerum aftimator non
eos pro* firat,qui facra hterarum colentes,ijs,qui bella horrida geren*
teSydari fuerunt i illos enim regios homines,hos uero diuinqs iuflifiime
dixeris, d quibus non (quemadmodum ab hominibus debet, fit) auftn rcfpublica
ejl,maie;}asq; populi Romani folum,fed (.quemadmodum a dijs ) fallis quoq;
orbis terrarum: eo^quidem magis,qu6d qui imperium noftrum accipiebant, fuum
amitte* re , er (quod acerbius efl) libertate fpoliari fe exidimabanty — nec
fortajfe iniuriaiex fermone autem Latino non fuum immi* nui , fed condiri
quodammodo intelligebant : ut uinirn pofte* riusinuentum,aqu£ ufum non
excufiitmec fcricum,lanam,li* numq; : nec aurim,c£tcra metalla dcpojfcfiione
eiecit, fed re * tiquis bonis accefiionem adiujixit. Et ficu t gemma aureo adi*
gata anulo non deornamento cfl,fe ' . ' Ex quo oftendit cr Mifitw» , cr /rw#u
cffe declinatio * nis, genere aute diffirre.Ego uero reperio ancipite apud Mar*
tialem fcripturd,cr frequentius fic, «t cr ipfe puto feribendu: .Cum dixi
ficos, rides quafi barbara uerba. Et
dici ficus Cacilianciubes. Dicemus ficus,quas fcimus in arbore nafei. Dicemus
ficos Caciliane tuos. Ante omnia,cur ille ridffet Martialem, quod diceret
ficus? An non reperitur ficus,faltem pro arbore,atq ; etiam pro frttttu, in
numero fingularii Non hoc ergo iUe ridebat. Quid
ergo? quod genere abuteretur?ne hoc quidem. Quippe cum dico ficus,quo genere
utar, nono intcUigit. Certe ridebat quod alia declina* tione uteretur,
qumea,qua debebat, ut ex fecundo uerfu, in quo mutata efl declinatio , apparet.
Quod fi igitur Cacilianus de declinatione agebat , non de gencre,debuerat
Martialis ad, declinationem , non ad genus refpondere,ut efl putandum:atq; adeo
neceffe efl eum rcfpondiffe. Siquidem ( ut o flendi) iUe re * prehcnderat,quod
hic ficos diceret , non ficus. Qua reprehen* fio fi ueraefl, ut Prifciano
uidetur,qui uult ficus magis effe quarta , que tandem modehia poeta fuiffet,eum
qui refte ad* moneat, tam execrabili,etiam uero crimine inceffere? ergo con*
iunxit accufationem imperitia cum accufatiotte flagitij per io* cum,cr dicacitatcm,ut
moris fui efl,quod ille adeo flolidus,non folum nequam ejfet,ut negaret ficos
reperiri, quos fetum, femper, cr quidem cum dolore gefhret : quod minime mirum
efl reperiri,quum profruftu , ad cuius fimilitudinem morbus ap* peUatus efl,in
fecunda declinatione, cr ( ut opinor) in genere mafculino non modo apud poetas,
fed apud oratores quoq ; pro* hatifiimos reperiatur.ut Horatius, Pinguibus cr
ficis paflum iecur anferis albi. Et Plinius ad Oflnuiwm Rufum, Qua nunc cum
ficis,cr hole * Lib.i.epi* tis certamen nondum habet. Et Cicero de Sene£lute,Ex
tantulo grano ii.3 Scr. i.faty.J. v* 7 14 Lib.i. Satyra io. grano fici. Quidam grammaticorum
recentium3idefl3imperl U torum,aiunt pro fruttu quarta , pro arbore fecunda
effe decli - nationis3quum pro arbore fit fapius quartaiut idem de Orato * re :
V x orem fuam fujfcndijfe fe de ficu. Seciida autem ut apud luuenalem : -Ad qua
Difcutienda ualent flcrilis mala robora fici. 8atur«}.cx. ip, Macrobius er ipfe
in fecunda declinatione femper fire utitur, er plurimos ueterum oftendit ufos.
Prifrianus uero uult pro fruticer morbo quarta ejfe3cr hoc autor itote
Martialis. Hem . que ego inficior ultimum illum uerfum poffe fic legi , ut
recitot Prifcianus-.fed id ioco magis 3qukm ferio a poeto accipimus effe
dittum.Neq-y enim feipfum3quod ficos dixifjet3fed illius er ne* quitiam3zr
imperitia reprehendere uoluitmon ignorans ficos & Latine 3Fd“uldm potm,qum
fretus cithara, fideculdm dndlogU exigit . De dutoriMc fdtisfecerit Tetius S fe
atraT f °mpeuts,iufcribenst Udes genus cithara,diae,quod ttntm int"Je
chord* *»*?“«■» inter homines fides, concordent. fiSL”S. p£ arr TVT fidi1cuUt™g‘‘*
fides, fleut sedicula ab ahidiius , nat tdesjedteula a fides , cedicula i
cedestnon edeculaSedecula, ** iambos dius mafculina,in eda faminina,in cllu
neutra.Culter cultellus . Liber libellus.Puer puellus . T ener,tenera
tenerum,tcnellus,te* nella,tenettu:mifer,mfera, mtferfrmifeUus, mifeUa.mifeUu
:facer% facra/acrum,facellus/acella}faccllu. unde hoc facellu,pro tem* pio
modico.Hinc fidum eft, utfceminina quoq ; fubjhntiuom eodem modo,quo
adicdiuoru,ficeret diminutiua. Caper,capra, capella. Puer,puera,puella.Liber,
libra,libcUa:licet multo aliud libra,qud liber (ignificct.Hac diminutiua in
cUus, et eda exeut. *> Sunt quada m iUus , illa, interea aute priora
Prifcianus ponit Ala,uultq; ficere diminutiuu afcclla: Cicero tamc inter
pofterio Cic.de Onto* ra. Duo enim mafculina , totideq j foetninina donat hoc
genere ?td* * ■ terminatiois:Palus,paxillus:Talus,taxilliis: M ala maxilla:
Ala, axilla. Sunt tamen cr alia in hanc uocem exeuntia. T T L.k 4U0%
diminutiua, que finiunt in afler, imitationem po * A tius,qum diminutione
fignificant: necfc enim ea ratione di* b citur *t> • citur Oleader,Pinaftcr,Apiadrum,Menthadru,
Siliquadrwntp quod/it parua olca,parua pinus, partium dpirn , parua mttha, '
parua pliquaifcd quod fylueftria,oleam, pinum,dpiu,methdm, ftliquam imitantia :
cr,quo quidam utuntur pliader pro priui* gno,non paruus filius eft, fed
imitatis filiumtcr parafttafter,no Pdruuf paraptus ( aliter enim no diceretur a
Comico, parada* aft*cimVaiu fler paruulus ) fed imitator paraptorumiut apud M.
TuUiu pro Tuu.pro Vjjre yareno,Erucius hic noder Antoniadcr cft.Et ad Atticum
lib. |i. ).>.|us (Sora X I i. Omnino folet effe E uluiadcr .id eft, Antonij,
F uluify imi* f*01^ i.uc au- totor.EthincAMgujhtuu appdlat
pbilofophadrum:non(ut pu* defidtratur, to)paruum philofophum yfed imitatorem
philofophorwm : nifi SeSSScS ^cas iwtotionem effe diminutionem quanddm
perftftiontf * nuib. 7.ciZis\ushUyuri\ pro fuflU gatione. Carnarium non locus ,
ubi caro falfa fuff cuditur , fed caro ipfamifi contentum pro continente
accipiatur . Donaria, Ser.fn illud %. no lacus repofitorius donoru , fed ipfa
donailicet Seruius dicat, ribS8di'^osai ubi dona oblata funt:ficut leftifternia
dicutur,ubi homines fede u ad donaria ye in templo confucucrut. ita in exteris
adbibenda efl in fimiliu &c% nominum fignificatione accuratio.
EijM^ftmmiisTWtinwthi ' n f culina, fcxtmn in a,cr communia,ofjicia
homimm,qualmtcmq. ; fignificant. Caprarius,faltuarius , camparius, horrearius,
clafiia* riusicuflos exercitorue caprarum, faltus,campi , horrei, clafiis.
Sagarius, lintearius, uefliarius : uenditor fagorwm , linteoum, , ucfliu.
Proprietarius, Fruduariits,vfuarius:cuius efl proprietas prxdij, cuius fruftus,
cuius ufusiqux omnia fignificant a&ione, t # . I. « poffcfiionanq;,numero
quidem incomprehenpbilid.Vauca dutc qu£ papiui-
acciptitur:Legdttrius,Comoddarius,Depcptirius, Benepciarius, lideicommiffarius:
qui legatum , commodatum, i ■. depojitum, beneficium , pdeicommiffum accepit ,
e r fiqudfuttt * e tiam nomina quadam re * rum,Calana, Sulphuraria: ubi calx
coquitur, er fidphur fit. Atque hac a nominibus fere proficifcuntur: dia uero
magis 4 uerbis,ucl a tierbabilibus in or, ^msinrta^drium, dftionem
pgnipcantia,accufatorius,pd^ortUs, depnforius,p* deiuflmus,inftitutorius ,
exercitorius , tributorius. N am T rU butarius uenit a tributm,Tributorius a
tributor , peut depop* tmus 4 depojitum , Depop tortus a depoptor. Signipcat
itaque Tributarius, qui foluendo tributo obnoxius ejl: ut Stipendia* rius,qui foluendo
ftpendio-.cr Depoparius,qui reddedo depo* pto: ut Munerarius , qui dat munera
populo , gladiatoribus in arena exhibenda. 1 deofa uas efcariwm dicimus,^ uas
potoriu : quia hoc a nomine uerbali uenit, illud non uenit. P rator, fena*
tor,holitor, littor,no opinor dcfcedere a uerbisifed quia uocem uerbale
obtinet,pcut cenfor,cr qua8or,pc formaucrut fua dea nominatiua pratorius,
fenatorius, holitorius,Uftoriiis,ceforw, C quaftcrius. Holitor autetn , cft qui
horti holeru exercet, que nonnulli hortulamm uocant.Ep er
holus,unaqu£^herba,qua ucfcirmr.Namfhrt^x^iivrii rmhvIftTl^^dyrWrib^ conp ti,cr
uoluptatis gratia comparati: ut horti Salluftiani,Pompes
iani,LUculliani,Claudiani.Lidor, minifter confulis,proconfu *
lis,prinetum,uepretm,fimdia^ : tamen dicimus fenticetu, non fentetum.
DccucntUjiuflTujpcrmKrUjiugwo. c a p . vir, EVentus in fingulari generis
mafculini, er dcclinatiois quot tt eft:cuius plurali M . Tullius fiepifiime in
neutro genere , C r declinatione fecunda utitur:ut de Oratore , Ex aliorum fa* &is,aut
di(tis,aut eventis, l dem de Diuinatione:Si eventu qux * *”£-«*•* rimus, qux
exquiruntur extis .Et ad Luceium : Tabulam reru, euentorumfy mcorum.Et ad
Atticum: Sempcr enim cauf!lh feL, *3 hiffu,er pcrmiffu tuo,quorum pluralia funt
potitu fecunda de* clinationis, injingulari fire nunquam . Necjj cnimdicerc
fole* : ■ pius iuffo tuo,fed iujfu:non permiffo tuo,fed pcrmiffu . Horatius
tomen, V ttr permiffo - id eft, re permijfa , no mrte permifiioemec p1, *•
dixijet permiffo tuo, nec iufiibus , permifiibusq; tuis/ed iufiis, pernufaq;
tuis:ncc iujfm,pcrmiffusqi tuos/cd iuffa,permijfaq; Eclog>g CT in eodem
opere: Na uolucri ferro tindilc uirus inefl. T onfile buxeti, er tofilcs oles
legimus,qu6d tofe funt , er in orbem,ac comam putatce . E t hac nomina in
participium pafiuu rcfoluutur,qua pafiuu habef.qua uero pafiuo carent , in
prafcntis participiu , qualia funt neutra: ut anima uolatihs, quafi uolasicr
quidam uolatilia uolucres uocdt, quia uoldt: ut altilia animalia,qua
alutur.Sefilcs laduca , quafi fcdetes,quod licet a participio non ueniat,tame
eiufde natura efl , cum in fi= gnificatione confentiat,cr d fupino
nafcatur.Vmbratilis uide* twr couenire cum catcris,quafi umbratus:ut uita umbratilis
, er ires umbratiles: id efl, uita, umbra er opaco marcefcens :er res per
inuolucra,er inanitatem,qualis umbra efl,duda,umbrati* les appellantur. V
erfatilis quoq; fcetia uidetur fgnificare,quod uerfaturhuc, er idue, no quod
uerfaaefl:cr axis ucrfatilis,cr gladius angeli uerfatihs,qu6d uerfatur. Quidam
autem uerjilis fccna,cr dudilts dicunt: uerfilis quidem quod quum tota machi
tiis quibufdam conuertebatur, aliam pidura faciem ojlenderet: D udiUs uero,quum
tradis tabulatis hdc,atq; idac,Jpecies pi= dura nudabatur interior . Plicatilis
crijh upupa , quod plica* tur,non quod plicata efl:& nauis plicatilis,qua
plicatur, quuto foda efl cx corijs . Eifilis arbor , fi file lignum , fi file
robur y tum quafi fiffum cuneis , tum quia finditur , quafi fifibile : ut
ap.fi. Plinius libro x v i. H ac maxime fi filia,alia frangi celeriora , quam
findi, idem paulo pofl: NutUsfy fi file rimis hoclignum. Dehac foiutiii id
cfl,fifim . Solutilis etiam nauis dicitur ( qualis nauis in qua pinx&iuu^-
ASnPP,n4 * Nerone filio per infidias pofita , naufragium gio , uide Su«t.
ficit) quafi folubilis , qua facile foluipofjet. Ego uero malint & CoriTaci
folutilem dicere folutm , er non fideliter confutam . E t f 'edi * itb;i4. lc
porrum legimus , non tam fedibile ( quid enim non esi fe* dibilcf J. tj flibileOquam fettum,cr fua /ponte
concifum,cr [eftu intror* fum.¥utiUs,uanus,uel inutilis: uel a futio futo, unde
effutio effu tisiuel 4 fuo futum:uel per apocopen ab alio fupino,quod ab a*
'*Fnioiom fntd I ijs diurnari malo,qum a me profari . Aquatihs}a nonune3uel
u«bi futuo, 4 uerbo3animal in aqua degens. Saxatilis, incola faxorii Pifcis
fluuiatilis , incola fluuij , nonmans , aliarumue aquarum pifcis. Pluuiatilis
aqua, 4 pluo3uel magis a pluuia. Deadie&iuis inbundus. cap. ix. PKifcianus
libro quarto inquit: In &«n Unis fkftmivr pdnis triticeus,hordaceusue, non
exfolo triti* co,bordco'ue copofitus cft,fcd ex aqua quoq;,licct triticeus utri
; ufq; harwm,dc quibus loquor, firmarim uideri pofiit, er magi/i
idius,cuiusfunt creteus, arundinem, er fimlia.Namtriticaceus J icere deberet,
nifi dicimus euphonU caufa,ca,fyUabamcffe fub * latm:quod mihi ita uidctur efje
, quia dijiuntfa eft ftccies eoru, qii£ exeunt in ceus,cr eorum qu£ exeunt in
eus. Huius generis ^"pj^aanto eftuinaceus,quum ejl adicftiuu: ut,uitiaceo
grano legimus que- rciib.^c^.a* damfuffocatum. pro acino uu£.et uinacea
fubjhntiuum plurale pro granis uu£ iam preffie. Dicimus tame mons terrenus
potius, quamtcrreus,aut tcrraceus. Sunt item nomina finita in itius,de *
fcendentia ab habentibus t,in ultima fyllaba: crfid nominibus quidem, fi
gnificant materiam: fi a fupinis uero,pafiionem quan *
dam:ut,Cratitius,Stramcntitius, Lateritius, C & ,Mmor comparatiua funt per
imminutionem. Eft enim Sic. tt in iiiud fcnior non fatis fenex , iunior non
fatis iuuenis , intra iuuenem, Jd«UrefSSat ficut pMpwior intra paupercmihoc
autem dicit varro in libris pefote nocc*. fuisad Ciceronem : quam rem a Vdrrone
trafttum conprmat etid Plinius:Hac Seruius.Si uero hoc varro , e r Plinius ait,
quis non cernit pbijpp repugnare rationemhancfEft enim naturi comparatiui
fuperare in ea qualitate , quam obtinet poptiuus, quafuperatio quoties
incolumis e p,no pofiis tunc dicere fidi effe imminutionem. Ponamus exemplum
huic rei pmilimu/nu. Antiquior te ego fum: id efl, maior te natu fum.
ttem,adolefu* tior tcfumiid caminor natu te fumiita, iunior te fum: id cft,mis
fioris a tatis quam tu}uiJiliuifawWtymtfHpwnlh:quc in modum accipitur illo in
loco Scruij . Ergo no per imminutione, fed proprie. Quare ut in iunior
fallitur, itaet in fcnior falli dicU dus e p :qu£ tamen omniaCut fentio)pro
pofitiun accipi folent. quemadmodum etiam ocyus,pro ocyter.Tftmus pro
non,jempcr'+Z~f ftre accipitur : pequentifime tamen iundm cum pn , aut cum quo,
pro ut. Sin minus,id cfl, p non: Quo minus, id ejhut non: ficut,Quo fecius ,
etiam pro ut non. Quid de hoc comparatiuo minus pei mentionem, aliquid etiam de
ipfo dicam. Placet aute mihi non modo d paruum uenire , fed etiam d parum : ut
parum pecunu habco,no autem paruum pecunU:ergo minus pecuniA dd parum pecunu
potius, quam ad paruum pecunu uideturre PriiUib.jj. ferri. Addam aliquid
econtrario demagis. Ait idem P rifeianus, omnia comparatiua mittere aduerbia
pmilia ueutro generi . Atqui magis, non in us exit more diorum, fed in is: quod
coma paratiuim ejfe er uis ipfa huius uocis indicat, er multo poft ( nefeio
quomodo)fatetur hic autor. Pr* tereo quod a maius nui Ium aliud aduerbiu eji ,
er aliquod ejfe debet. Dicimus enim iu* ftius queror, melius feribo, peius
canto, plus gaudeo, minus do* leo unaius gaudeo non dicimus, fed magis, quod a
magnum po* fitiuo compar atiuum ejfe uelhinc palam efl,quod omnes fic lo*
equimur: magis poterat Pompeius, quam Cte Jar, fed poftea mda jc ime omnium
potuit Cafar. Ex quo apparet eiufdem pofitiui, quod eji magnum, comparatiuum
ejfe magis, cuius fuperlatiuu eji maxime, mutata u in g:er appofita i. Qjqod
quum ita jit, cur per magis er pojitiuum refolui comparatiuum Prifcianus uo*
luit,taccns de ceteris que eundem ufm prejhnt* fortior, plus fbrtis,uebementius
fortis, ualidius fortis , er que funt eiufmodu Opinor quod non putabat hoc ejfe
comparatiuum , ut quod 4 uocc compar at iui recejferat-.aut fi putabat,abfurdum
uidebatur comparatiuum per comparatiuum refolui cum pofitiuo, quum prefertim
ipfum magis , more aliorum comparatiuorum rcfoU uendum fit, quod fieri nequit.
Quod fi refolui nequit, ne' aliud quidem poterit. Quale cfl fi dicam,quod
efliflorum mdius edi* ficium,dut quod ualidius i abftirdum ( ut dixi )
quibufdam uU deri pofiit, fi refoluatur magis magnum , er ualidius ualidum *
Adde quod ficut refoluit comparatiuum per magis , ita debuit refoluere
fuperlatiuum per maxime : forti fimus Grecorm A* chilles,maxime fortis
Grecoru,no aute fuper oes Grecos fortis . hoc modo fuprafe fortis erit, quod
fieri nequit. Item fine appofito,fbrtifiimunon longior, medius.Horatius,0'
maior iuuenum- in cpift.Mcd. ln4M,t : d£* *uos cmw p*fones patrem, filium#
feribebat. OuU ad iaf. * dius in perfona Medea, qua duos' filios habuit , Quum
SJ Qnm minor ex pueris iujfus, Jludiofy
uidendi Conjtitit ad gemin £ limina prima foris. Et Cecfar,fiue alius pro
C£farc,in comentario x i.intejkmen* toPtolemei patris, Haredes erant feripti ex
duobus filijsma* 3 uebcUiua. ior,e? ex duabus ea,qu£ etate antecedebat . ideo
maior A iax, CT ntinor.ille Telamonis,hic Oilei filius. Maior,et minor Atri =
des:iUe Agamemnon , hic M enelaus. M aior Cato , er minor , * JVI aior,*? minor
Scipio, de duobus A pbricanis. Maior Cyrus , er minor.fiue fuperior,*?
pofterior : nam tepus fignificamus, non dignitate maiore,minorcm'uc.De malis
tame non maior, c? minor dicimusiut, Dionyfius fuperior, er Dionyfius infirior*
Qui numerus quu fuperat,non per coparatiuu, fed per pofitU uum,aut per
fuperlatiuu loquinutrut , Magnus A lexader, M a* gnus Pompeius, Fabius Maximus,
Valerius Maximus. E tb tu es doftior fenibus , iuuenum c longe k longe do ftifiimus. Gr.|. poft quafi imprudens
, quod negauerat , conjtjfus ejly prior re- ferri ad unum, primus ad plura (
quod antea Diomedes, Dona* tus,cr Seruius dixerant ) ideoq; illud iungi
ablatiuo more com * paratiuoru , hoc autem genitiuo more fuperlatiuoru. Qua:
non fignijicant melior, & optimus ( quemadmodum ipfe uult) jicut nec
potifiimu,optimum,in Phormione apud Terentium:vbi tu Aft.i/ce,». dubites, quid
fumas potifiimu,fed in his omnibus principalior, c 3. pritt principdlifiimus3zr printipalifiimm. Quod
quum ita fit (ut irt fumma colligdm , cr brcuitcr dicam 3 ut d principio
inftitui ) compar atiuum inter duo cjfe,fupcrlatiuum inter plurd3fi modd tria
funt imparia : ueluti fi in duas parteis duitas diuifa ejl , ut beilo ciuili P
ompcij,er C£faris3rcfte dicas3maior pars Quiri « tiumfequcbatur Pompeiim^minor
C qum fordidetur.Plaut.in Cdptiui duo: Ego qui tuo moerore
macaor,macefco,cofenefco,cr txbefco mi fer.Tro codc pene decipit maceror *er
macefcomifi quod mace * rordd dnimum magis pertinet, quafi affhgor.macefco
magis ad «orpus. Videtur autem ratio dici uelle potius maaefco , ut ni*
fefcOypigrefco,ccgrefco : fcd etiam dici potejl macefcOyUt ace* |co. Crebre fco tamen potius dixerim, quam crebefco.
Verum dd rem. Ediuerfo Vergilius: Gcorg.T. -Maria incipiunt agitati tumefeae.
-Et iterum: Acncid.7. Elutius ubi primo coepit cum albefcere uento * Et iterum:
Georg.3. sin in proceffu coepit crudcfcerc morbus. Vbi quid opus erat
dicere,quod incipiant res twmefcere, albe * fcercycrudcf : er e -quum fatis ,
imo magis proprium fuiffet dicere, quod tumefcebant,albefcebant,audefcebat:id
ejl , quod incipie * bantyfiue inchoabant tumere , albere , flue audere. Quid
ago fignificant uaba inchoatiuaf N empc(ut breuiter finiam) quod uabd compofm a
fioycalefioftigefioyfordcfiojnualefioyccgre* fioyCT arde fio: qu£ ideo in ufu
non funt , quia fupcruacuum cf* . fetyduas nos uoces habae
idcmfignificanteSynec nift ubi altau deficityaltaius prafidio utinutr.
Calefies, pro cdlefiens utimur: cr pdtcfcenSypro patejiens,quanquam utrunq j
reperiatur , pa* tefcoy cr patefio : quoniam ne infimplici quidem fuo reperitur
... fiens,nec quod ab hoc formaretur fiedus.Dicemus itaq cadefces, cr
calefaciendus.Hec defunt qui fiens utantur ,fid in eo,de quo loquor
fignificatomt in pfalmo x x 1. Etfdtitm efl cor meum , tanqua cera liquefies in
medio uentris mei.Quum in alia tranf* latione dicatur liquefiens.Ex quo liquet
eiufde utrunq ; ejje fi* gnificationis.ldiomate quoq ; Italico, atq;
Hifi>ano(quod ex I tx lico oriundu ejl) adfiipuldte , apud quod pene L dtina
uoce h£C uerba pronuncidntur3cr cate in hunc , quem ego dico finfum: quale '•H.
. f. 'ff quale efl hoc,ogni di magrifco.hoc efl,omm die maere fco : per
quod,incrcmentwm afiiduum,atcfc cotinuwm declaratur , no in* choatio. Quod fi
quid inter huiufmodi uerba in fco , er in fio , intererityhoc efje arbitror ,
quod hac in fco pafiionem in fe ha* bentyiUa uero extrinfecus allatam. Vt in
Aegypto Corfar quum C3tt* hoffes fugeret , elata Leua natabat, ne libelli ,
quos tenebat, madefierent : melius , quam madef cerent. E t quum fores ape * riuntur , melius patefiunt dicitur ,
quam patefeunt . At quum quis in balneo fudore irrigatur, er fores fua fpote
aperiuntur, magis ille madefeit, quam madefit : er h£ magis patefeunt, quam
patefiunt. I nchoatiuorum autem dicuntur prateria ea * dem ejfe,qu£
printitiuorum : tamen paucifiimis cur £ eft digno i fcere,quando a primitiuis
funt,quando'ue ab inchoatiuis , quo* rwn multum differt fignificatio , licet
crebrior fit ida inchoa * tiuorim:ut,pinguit, macruit, frixit, caluit : idem
efl quod pin* guis fidus eflfnon autem pinguis fuit : macer fidus e(l,cr fii *
giduSyCr calidus fidus , non autem macer , fiigidus,cr calidus fuit. Nam
pinguet,idem eft quod pinguis efl:macret, friget ,ca* letyidem quod macer eft,
frigidus eft,calidus efl: quorum prate* ritu funt pinguit,macruit,frixit,
caluit : uix unquam in hoc fi* gnificato,pinguis,macer,frigidus , calidus fuit:
fed in illo, pin* guis, macer , frigidus , calidus fidus efl , ut etiam in hoc
aper * tius patebit exemplo : Tam cito macruidi f tam fero pingui * fii f non
id fignifico, quod tam cito macer, aut tam fero pinguis fuifli , quafi nunc
talis non fis,Ced quod pinguis , aut macer fi* dus es , atque etiam talis es ,
fiue tunc eras , fi de alio tempore loquimur. Qg£
prateria quia a prinutiuis non veniunt (.ut fignificatio indicat ) neceffe efl
ueniant a deriuatiuis in fco. Vnde probatur etiam inchoatiua non fignificare
inchoatio * fio». Quare Seruius uiderit,qui his uerbis prateritwm non tri =
Scrufus in Do- buit, quorwm frequentius efl,quam fuorum primitiuorum. Nam ntum‘
quod ait, quia inchoatiua funtjdeo carere proteritis, cafja ratid eft, quum
> E eft,quum hoc ucrbum inchoo etiam prxteritum habeat. V erunt hcc uerba
nec inchoatiua funt, fiue calefit , quafi mcditt.tur.id efi, ut calcat
exercetur. Terent. ».fcc.i. Hunc nide utrum uis argentum accipere , an caufam
meditari tuam ) ea in fo inchoatiua , hotius,aut no ai^ryman".0 men,quum
inquit:$wuhter etiam accujatiuo cafu utimur,quu ad G qu* dic. nolumus abfolutam
jacere elocutionem^ per gerudij modum aliquid dicere : ut. Petendum nubi cjl
cquum,codicem,uinim. Hinc Verg. -Pacem Troiano ab rege pete dum. N am fidixc*
ris, petendus cjl codex,iam non per gerundij modum, fed par * ticipialiter
loqueris. Hoc non aliter participium cjl, fcu nome , quam iUud,pctendum efl
mihi iumctwm,prTfcrnm qudd'geru* ^WTnorc^^ pafriuKfed attiuc, . fatiuo:ut,eo ad falutundun r fi-atrem,ad
fatuandam fororeni,a4 — ' fatuandum fidus,ad fatuandos fratres,ad fatuandas
forore 9, ad fatuanda fidera. Quod elegantius dicitur,quam cwm regi *
nune:ut,eo ad fatuandum fratres, ad falutddum fororcs,ad fa* luandii fidera.P
er alias quoq ; prxpofitioncs jimliter:ut inter, fed raro habet cum gerundio
fubslantiuu , rarius regimen. Li* uiusame lib.i. Etipfc inter Jf otiandum
corpus holiis ueruta pcrcuffus. E t iterumilnter accipiedas de fuis comodis
rogatio * nes. De ante,nuUum ale imprcefentiarum exemplum occurrit . I n
ablatiuo fine pr£pofitione:ut , fit iniuria domino fundi ud defringedo ramo,ud
ligno iticidendo:res eunt ordine lite aut cate ufi* txte dicamuSypro eo quod
eft , cupio filiam meam nuptum ire , er nos fidum ire: cupio filiam meam
nupturum effe, & nos fidurwm effe: quum dicendum fit nupturi effe,erfiduros
effe • dico aliud effe oratum ireter oraturum effe. Ego quidem cce* tiaturus
fumynon tamen eo canatum,uel ad ccenadum. Etfcio te coenaturu effeyfed no
protinus ire cocnatu}uel ad ccenadum . Nam participium futuri cu uabo
fubdantiuo no habet adio * ttem illam,er motwm,quem habet uabum eo. Atqui in
pafiiuo fuerat uaifimilius , fi dixiffet (quo etiam frequenta utuntur autores)
idem effe , damnandum effe er damnatum iri. Nam eodem loco dicae poffumus,aedo
peccatu meum refcifcedu/m effe,er refeitu iri. ItemjnteUigo ,
fcio9uideo,opinor,exidimo pecca .lir ELEGANTIARVM LIB. I. ?f peccatum meum
patefaciendum effe,uelpatcfaftum iri:& ca* ter a uerba huiufmodi. I lia
autem qua ad faturum rejf>iciunt,ut timeo,metuOyUereor,jf>ero,cupio,non
idem faciut, quibus ma* ior difjvrentia ejl cu. pafiiuo participio faturiiut
ucreor peccd* tum meum patefactum iri, magis quam patefaciendum eJfe.Cu* pio
culpam meam celatum iri,potius quam celandam effe. 1 tcm timeo peccatu meum
patefactum iri. Et pro iUo modo per pafa fi uu participiu faturi fubflituimus
huiufmodi : timeo peccatu meum ncpatefidt,uel ut patefiat: quod fieri nequit in
alijs uer * bis. Non enim licet dicer c,fcio peccatum:, ut refcifcatur,fed re*
fcitum iriiuel refcifcendum effe. Denty (ut eo rcuertar , unde egrejfus fum) ut
femcl Prifciano rejponded, non idem effe ora * tum ire,cr oraturum effe,dterum
prafentis temporis e ji,ut ui* deo te accufatum ire mc,id cfl,nunc:alterum
faturi,ut uideo te accufaturum effe mc:zr tamen accufatum iri me abs te uideo ,
accipitur pro eo quod eft,uideo te uel accufatum ire me,ucl ac* cufaturmn ejfe
me,uel abs te accufandum effe me. Dc Supino in tu. ‘ c a p. x x i x. ID em autor
, er in eodem,quod fuprd dixi,opufculo,ita ait : Hoc intercfi inter amando ,er
amatu: quod amddo ejl in ipfo amore,amatu uero pro amatione,uel pro amoreiid
efi,pro ipfa re accipitur. Et hoc manifijht ipfa etiam interpretatio Graea. Sed
an hac difjvrentia uer a fi\t,eftu,quu/m dft icitur: crfiqua funt alia. At homo
fuperbus ditto , er diftis,non di * tiu.Seuus JaClo,e? JaCtis,no jattu:id eft,
quum dicit,non quum dicitur: quum Jacit, non quum jit. R es uerof*uafattu,z?dus fiu,id eft, quum fit,aut
dicitur, non quia Jacit, aut dicit. Scipio clam adminiflratione bellorum
dicitur ,*? adminiftratu beUo* rum,quando eft ablatiuus, id eft,
admini&ratione. Cato dignus ddminiftratione Rcipub.cr adminifiratu, eodem
modo. At Re* Jpub. digna eft adminiftratu,uerbum eftiid eft,ut adminiftrctur,
nip addendo genitiuum Jaciat nomen , adminifiratu Catonis. Quare in illo
vergiliano,quod P rif nanus affert: N ec uifu facilis, nec diftu effabilis
ulli: _ ‘u quandoquide abeft genitiuus,non eft nomen,ut ille uult,pro ui* ^
fwne,cr diftionr.fed uerbum , pro eo , quod eft ad uidendm, Macrobtin6, uel
dicendum. Nec ignoro a multis legi ajfabilis,non effabilis, Ssuw,ap.»« quod
putatur fumptum ex illo ucrfu Accij in P hilo flete: Quem neq; tueri contra,net
jj affari queas. Quod p ita eft , nomen effc* confttebimur,fed tamen nequaquam
fupinum. Multi fcripferuf de cultu agroru,nomen eft:id eft , de cultione,*?
cultura agro* rum.Locus autem faxofus non eft dignus cultu, nempe ut cola *
tur,uel dignus coli. Homo dignus amatu,puer dignus doftufti* ber dignus
leftu:id eft,qui ametur,doceatur,legatur. I deo# quii ex omnibus uerbis
paftiuis liceat uti talibus fupinis, raro tamen . eifde tw cibus utimur loco
norninu. Quis enim dicat,tu es priua v tus amatu meo,exclufus adoftu
ntco,dofluspne leftu meofpro* feflo T *
- — *— fitto nemo. Ex quoapparet,quu in ufu uulgatifiimo fintpr 9
uerbis,ut ille liber ejl dignus leftu,no poffe inter nomina nwmc rari. E d.
tamen qu£ ambiguum ufum habent uerbi, er nominis, dnimaduertendum ejl utram in
partem accipi debeant:ut,tu es dignus gubernatu : fi pro gubernatione, nomen
erit: fi pro eo quod ejicit guberneriSyUel dignus gubernari,uerbum : feino»
mini accommodare folcmus,aut etiam debemus genitiuu:ucrbo nec debemus , nec folemus.
Deniq ; ex duobus fupinis alterum aftiuo uerbo dare popis , alterum pafiuoiut
amatum fit ab amo, amatu ab amor. De Participio praeteriti temporis
fignificante aeftus,ConfiJeratus, D ifer* tus,Cautus,T
utus,ignotus,Argutus,Falfus,Contctus, Tacitus , Profufus , Fluxus, Scitus,cr
quo nonnulli utuntur, Difcretus. Circumjfettus ejl, non qui circumjicitur, que
folemus appeU lare cojicmmff d qui circumjicit ,er in omnem partem more
lanijcftntihoc cjl,prudens,cr fagax. Cbfideratus,inconfide 3 • ratusq;,qui
agenda con fi der at, aut fecus:non qui confideratur, aut non cofideratur.
Difertus,qui probe dijferit, non qui diffe* :> ritur. Cautus,qui
fcit fibi cauere,non cui cauetwr. N onnuquant tamen res cui caueturiut pro
Cecinna Cicero, Quo res mulieri effet cautior. Tutus portus , tua urbs, quod
tueatur alios , non quod ab alijs defindatur. Tamen fepepafiiue in hominibusiut
, tutus fim ab hoftibus , quod munitus , cr fine periculo furit, t>*dun.s,
jgnotus etiam fiepe attiue,ut Quintilianus: Ne quis amen er a ret ignotus, non
eftfilij mei nouerca,fed mater. Ignotus dixit pro ignordns,cr pro hojite,cr
alieno,non pro ignorato. Ar» gutus,qui ejl acutu quadd,cr accuraa folertia,
quafi acute ar* rnAnto.aA.1. &ucn*iGr Mftig4tts,non aute ab altero acute
intetlettus,cr ue* fcc*. * fligatus. Falf ts,qui fallit;ut Taitius;Cenfeny
ullum me uerbum potuijfe 77 ELEGANTIARVM LIB. I. petuiffc proloquti Aut ullam
caufam ineptam faltem,falfdrn,ini* quamt Aliquando etiam pafliur.ut idem ,
Falfits es:id efl, dece* f"c J1* * ptuses,ait Pamphilus C drino. Et SaUuflius: Nec ed res mcfil- fim habuit.
Contentus,qui continet,quod animo fatisfdcit,non qui continetur. Tacitus homo,
tacitum as: qui tacct,non qui ta* cctur. Vergilius tamen pofuit pafiiue: Quis
te magne Cato tacitum,aut te Coffe relinqudtt Rtn.6. Profufus,er fluxus dftiue
apud SaIluftim:Alicni appetensfui lnCadl* profufus.quafl profufor. Namdiuitiaru
, er forma: gloria flu * xa,cr fragilis habetur. Scitus qui fciens eft, er
argutusiunde fcita Platonis interrogationes dicutur,afluta,er uafra,ac cum In
magna arte compoflta.Vt apud Terentium quoq Scitu her* f«.*. cie homine,hic
homines prorfus cx fluitis infanos jacit. N ifi ac* cipere uelimus pafliur.ut
apud eundem , - Scitus puer natus efl f"Tt,tn ** P amphilo.quafi fleite ,
er dofte natus. Difcretus, qui qualitates pcrfonarum,er rerum momenta
difeernit, non qui di) cernitur, Compldcitus autc ab aftiua uoce fleut fluxus
uenit , habetq, fl* gnifledtione nec aftiua planc,ncc pafliuam, fleut fluxus ,
er in* ueteratus,quod er ipfum ab aftiua uoce defcendit,inueterafco C neutralis
enim uerbi,er aftiui una uox cft, fleut pafliui, et de * ponentis, atq;
communis) cui flmile efl iuratus aiuro. luratos enim iudices dicimus , qui
iurarunt : er excretos hocdos apud Grorgo.Mtd- Vergilium,ab excrefco. E t
exoletus ab exolefeo , quod dum efl JJUJUSJJS fubfhntiuim,flgnificat fcortum
mafculum , er pracipue iam «ibus haedo*. adultimidm efl adieftium , fignificat
adultu , fed raro repe = . ritur.ut apud Plautum,Keliqui domi exoletam
uirginem.AduU Prifc tus ab adolefco. Defiftus quoque qui deficit. V t
Martialis: »ib.9. Dulcia defcftfi modulatur carmina lingua Lib* 1 ,,cpt77‘
Cantator cygnus funeris ipfe fui. Quintilianus, Deftftnq-, labore
feneftus,magna pars mortis ni * hil mihi reliquit,ni(i diligentiam. E t hac
quidem flgnificationis aftiua in uoce pafliuatpattciora funt in aftiua
pafliua.Euidens nego .Ii 78 negotium
dicitur,quod uidetur aperte, er inteHigitur.no quoi Dedm! «o* I ndulgentior
Jacies apud Quintilianu pro * pulchra,no qu£ dijs indulgeat,fed cui alij
indulget. Ide in dio trib«4t Theb. loco : Fili indulgentifiime uidi te,nec
femel uidi. Vnde Statius: Pulchrior haud ulli trifte ad diferimen ituro *
Vultus, cr egregie tanta indulgentia jbnne. Pr£terel honorificentifiimos ,
magnificentifiimos, munificent tifiimos ludos quum dicimus , uidemur pafiionem
fignificare in participio prefentis teporis:ab honorifices enim,magnificens,
munificent ueniunt , ubi ficcns pro Jaciens dicitur : uel certe 4
tnagnificus,munificus,honorificus : que a facio componuntur, quod eft attiuuycr
tamen ita accipiuntur,quafi honori fice, mu* mfice,magnifice Jatii,non aute
facietes. Sed caufa efijquod h£C ipfaa Jacio copofitatam atiiue,qumpafiiue
fignifiedt. Siquit dem uocamus homine magnificu,cr opus magnificuiiUum qui *
dem magnanimiter Jacientem , hoc uero magnanimiter futium* Participium
prxfentis temporis pro praeterito poni, Solent autores nonnunqudm pro pr£teriti
participio fubfii* tuere iUud pr£fentis:nec folum Latini,qui carent participia
pr£teriti atiiui,fed Gr£ci quoq^qui non carent. Cicero
in Bru Dedar. Orat» toiQuwm e Sicilia decedens R hodum uenijjem. N on enim quis
lopctoc. difcedens applicat. Multum inter principium uie,cr finem in*
terefi.Vrimiim difcedimus,potiquam uero difcefiimus , nauigd* mus,uel
iterfacimusipotiea quo tendimus,peruenimus. Quoma do ergo dixit decedes e
Sicilia ueni Rhodu! nempe utens pre* fentis participio loco pretcriti,quod
deefi. Quod probatur per diquod uerbum , cui non defit huiufmodi participium :
quale e fi proficifcor . N eque enim dixijjet , quum e Sicilia profici*
fcens,fed profitius.vt idem de Officijs libro tertio:Si exempli caufa uir bonus
Atexandriaprofitius, magnum frumenti nu* merum Rhodum aduexcrit. Nec tamen quis
in omnibus uer a,pr Lconardi Aretiniiquoru alter G race legens doyalter Latine
feribendo ingenium extitxuit meum : ille pra* cephris(unUnim mihi legcbat)hic
emendatoris, uterq f,- paretis apudmclocu obtinens. Ad quos quum feparatim
depropofito dnimi mei rctulifiem,deguJkitionemq; quaedam operis demon* fo-a
f]e)n,uterq>profe,ut pergerem,horutus efl,cr utfeautore edere ,iufiit:ut iam
integru nuhi non ejjet illoru autoritati repu* gnare,ft repugnare uoluijfem.
Sed currente (ut dicitur) incia= runt.0" uiros omni laude dignifiimos. O'
de literis,ac de Utera* tis optime meritos. Non ueremini,nc alii eo,quo
peruenijhs (li* cct perquam arduum fit) perueniant: Jedhortamini,incenditis9 er
quafi de alto manu [candenti porrigitis. Quare quarentU bus,atq; mirantibus
audaciam meam , ito rejfonftm uelim , me fummis uiris fiuadentibus hoc opus er
condidiffe, er edidijje. . ; / Quanquam (quod ad cupiditate meam attinet) qua
tonde fo* cordiytq; ignauiamea extitijfct,fi commififfiemyut alius hanc laude
mihi qualemcuq; prariperett Sunt enim qui nonnulla ho* ru,qua d me
pracipiutur,uel de me,uel de auditoribus meis au* ' dito(nunqudm enim ijh
fupprefii)in opera fiua retulerint,fffti* Jiantq} edere,ut ipfi priores
inuenijje uideatur. Sed res ipfa de * prehedetycuius domini uere fit hac
pojfefiio. Q uoru unius libeU los quofdampro amicitia quum tegendos eo
prafiente cepiffem , deprehedi quadam meater qua me amifijfe nefciebd,furto
nuhi fubUa cognouiPdrco mius nomini, Erat aute locus de per,zr f * quam 94
Prifc.lib.iti Prifc.Ub.i3* Prifc.lib.i7* LAVRENTII VALLAE quam in
compofitione,de qua re proximo libro dijputaui:er de quifq;,quum aiiungitur
fuperlatiuo. N cgligenter ille quidem , CT infeite trafhtuv.ut feires aliunde
deccrptuynon cxfeprola* tum:cr auditumynon excogitatu ejfe. Conturbatum tamen
fum , CT inquam homini: Hanc ego elegantiam agnofeo , er manci * pium meum
affcroytcq; plagiaria lege conuenirepojfum.At ille erubefeens , ioco tamen atq
; urbanitate elufit y qued diccrctyuti rebus amicent licereyut [tus. At
islud,inquam,abuti efl,non uti. N ibit enim mihi reliqui fit , ubi tu huim
rei,in qua ipfe laboret* ui, palmam fauci occupaueris. Tum ille etiam urbaniui
,quod malui parens ej]emyqui filios, quos genuiffem , er educafjemye
contubernio eijcere:ipfe tim mifericordia, tum amicitia noftra. ad fe domum
fuam colligeret , atq; educaret pro fuis. Deftiti in illum
ftomachariyintclligens multo magis nuhi bona mea negli '* gentiyquam illi bona
ab ahjs neglcffa colligenti , uitio dandum ejfe. Quare quis non uidet,non
inhoneflum ejjcyea me mandare literis ex me inuentayqu£ alij ne furto quidem
fublatayturpe fibi ducunt faiptis fuis infcrcre ? Adduttus fum igitur ad hoc
opus componendum non modo magnorum honunum confilio , fed etiam ncccfi itate.
Nunc ad inceptum redeundum eft. De tribus pronominibus, Mei,Tui, Sui. c a p. i*
V L T 1 S in locis P rifeianus tefhtur nihil intereffe , an utamur primitiuo ,
an deriudtiuo in illis pronotninibusymeiytuiycr fui. Quid eft, inquit y meus
eft filius , nifi mei filius t Et alibi: mei ager cfl,zr mei agri inftrmcntu :
crymei agro dedit:crymei agrum colo:pnuliter,mei agriygr mei agro* rum,cr mei
agros dicimusifinuliter tui agrii , er tui agrosifui agrum,?? fui agros: no
ftri agrii,?? noftri agros : ueflriagfu , er ueflri agros. Et alibi: Amat
iUefuwm filiim,?? amat fui fi* lium:benedicitfuo filio,?? benedicit fui
filio:petit a me ut pro * fim fui filio , er projimfuo filio : er in alijs
adhuc locis . Nifi hac 8* ELEGA NTIARVM L I B. II* hacratione,utipfius utar
ucrbis , STtffa tmefypojjcfaio in pof= Sifpfa rtmeiu fetiore faciat
tran(itioncm,non ejl conor uu uti genitiuo primi- &c. Pnfdani tiui pro
poffefaiuo,quta unn habet copojiti Gracuut, Cico-oni ,7 1 i - i * i • r • ecs
omnes mea cdufd,ut me unum expleat f Et plduu quidem idm ft cimus, tres
iubcat,u5 mei. gcnitiuos mci,tui,fui,pajHuc femper poni:mcus,tuus, fuus,ple*
runque poffcfiiue. ldcoq ; cum utendum efl ilhs primitiuorum gcnitiui5,i7uinri
fonumdei, ind. Nunc dliqitd dddcnddfunt de his diftionibus,qu£ legitime
coniunguntur cum huiufmodi pronominum genitiuis:nec enim omnes poffunt. AUU'
fuo fuftinet:ut , fili noli dos mo recedere rcjpeftu mei patris. Quod non txm
pldcuijfe Pri* fcidno reor,qum per imprudentium effc Idpfum , quum dicit ,
Prifc.iib.j’. Mei Prifcidni cges,tui P rifeiuni egeo. Et alibi: Ego Va-gilius,
tu V crgiliuSfiUe Vergilius, mei Vcrgilij,tui Vcrgilij,illiusVer gilij.H£c enim
ordtio declarat mcu Frifcidnu^Vergiliumfa, aut tuuminon me Prif :ianum,V ergilium
'ue,aut te : non aliter quum fi dicas, eges mcipatns,egeo tui domini. Quod
profcfto non ejl primitiuorum, ab eo quod efl ego, er tu : fed deriudti*
uorum,ab eo quod efl meus,cr tuus. Neq; diferime facit, quod hic dppeUdtiuum
nomen ejl,ibi proprium. Vergilius : Si
qua tui Cory donis habet te cura,ucnito. Et alibi: Aenc.c mihi cur/t tui-
Lucanus : A enctcq; mei. Qua a mcus,tuus,non ab e go,tu,ueniunt.Itu$ fic
emendemus Prifcianm,qui quum de lingua Latina compo nit,antiquitxtm
omnmrrs^^^i^^^ml>atine proh qui nefciuitiMei qui fum Prifcianus
cgcs:turtgco,qui Prifcid nus cs:ucl3me P rifeiano egesite Prifciano egeo.Ndm
illud apo ftoli Bdog.7. flen.r* . 11 ftoli ad Corinthios,Salutatio mea manu
Pauli,e Grxeo efl flm* ptum : « omti&fibi tS \fi» x«f* Tertium uero
exemplum , quod idem protulit,illius Prificiani eget , refte dicitur. Non ha*
bent enim extera pronomina ancipitem naturam,ut illa tria, de quibus diximus. A
deoty uerum eft,hos ipfos genitiuos refluere confortiwm fiubjhntiui , ut ne in
poffiejtiuortm quidem firma illud pati uclint. V idimus licere dicere,meam
unius operam,tuu folias Jludium : non trnen dicemus , meum Laurentij Jludium,
futim P rifeiani prxdium : fed meum Jludium , qui fum Lauren* tiusiprxdium
fuum, qui ejl Prifcianus. Ne tamen ob id exclu * do,ft genitiuos hos pafiiue
accipiamus , eo modo quo exempla rgennwurr ponemus. alterum aftiue, alterum
pafitue pofitum uulemus una iungiiut, lnCat.Maio» Quid de P. Licinij
Crafiiiuris er ciuilis , er pontificij fludio loquar' \ta fit in pronomine , ut
idem autor ad Atticum : Mihi fuit er laudis noftrx gratuldtio tua iucunda , er
timoris confio* latio graca.Et iterum : Vehementerq; tua fiui memoria dclcftfc
tur. Quod Ji igitur hxc pronomina , fiue in genitiuo pafiiue , flue mutata in
uocem pojfefiiuorum adiue non admittunt geni* tiuos fubfantiuoi tmjwiquid
ddimmwrimmit Mmtiiwtt* ' No opinor.fied proprie fioloruparticipioru
participialiucp ge* rundioru , cr frequentifiime illorum trium(ut quidam uolunt
) prono>ninu,unius,foliits,ipJius,zr fiqua alia,qux rara fiunt , de quibus
mox dicam. Per genitiuum cum participio : Cicero ai Lentulu, quocunq; tempore
nuhi potejhs prxfientts tui fuerit * P er focmininum , fied cum gerilndio. o
uidius Heroidum: Sit modo placandx copia parua tui . Ep{ accn( ja Per uocem
mutatam in pojfiefliuuiut ad Ciceronem Cato:Liben = udip. ter facio,ut tuam
uirtutcm,innoccntiam, diligentiam cognitam ^a£llb* 'St in maximis rebus domi
togati,armati fons pari induftria admi- nistrare gaudeam. Cicero
de Oratore: L. CraJJum quaji colli * gendifiui caufiafe in T uficulanm
contulijfie. Sed hoc gerundiis g efl. ,3 4 efl.E t ea exempla,qulud caput, ijh
manus,\Jh ciuitastdc tertia, aute perfo* na illud caput,illa manus,i!la duitas.
Cicero in Antoniu:Remo* uc paulijper islos gladios. Et in eodem lib. T u iftis
faucibus, iftti lateribus, ijh gladiatoria totius corporis firmitate tantum
uini in Hippia: nuptijs exhauferas , ut tibi neceffeeffet in con* Jpettu populi
Ro. uomere pojh-idic. H ocefi, iftis tuis faucibus, ifiis tuis latcribis , ijh
tua firmitate. Vnde nafcuntur aduerbia Epl. lo.ii.i.fa. iftic,
iflinc,ijhc,iftuc,iflorfum,i>ld. vt idem ad Valerium iu* rifconfultum : Qui
iflinc huc ucniunt, partim te fuperbum effe dicunt, crc.id e fi, qui ab ijh
prouincia,in qua agis, huc,id eft , 'in Italiam , Romarnty ucniunt. Aliquando
fdmeti tfic accipitur pro hic:ut idem , er in eundem Anto. Cum ifio tempore
fient cum gladijs amati.Et Quintilianus: I uuenis ifie,de quo fumma in rebus
humanis monfira gignuntur. Et iterum: I uuenis ifie patris fui hares folus
inuentuseft.lUcquoq; nonnunquamper dignitatem , aut per eminentiam ponitur ,
indicans ejfe, quod omnes debeant nojfc : ut, Alexander ille Magnus.lUe
Cenforius fce.j. . No» potuijfeituaq; animam hanc effundar dextra! nec Vcrgil.
Ad T erentid aute C icero : Meti e ntiferu in tantas te calamitates mea culpa
incidiffeiEt itera in Bruto:Tum B ru= tus admiratus, tantamne fuiffe obliuionc
iri quit, in fcripto.pr£= fertim,ut ne legem quide fenferit,quantuflagitij
comifijfet! ln bis oibus placet mihi fubintelligiyuere^c ita. efl,me non pojfe
d* uertere Italia rege T eucrorutcr cetera . Plinius J unior ad A- Epi.3.ub.4.
drianim : Homincm'ne Komanu td Grxce loquifid efl,uerc'ne itaejli uel
oportuitne , jiuc oportet! f Terentius in Andria : Seruon 9 fortunas meas
mecommififiefiitilit DeEn} eafu iu gitur.ut ide,Ecce tibi jhtus nojler.Cu a(to
aute no memini me apud ordtores legijfe, fcd ne apud poetas quide. N a iUud
apud T ere t.in Eunucho, Ecce aute altcru nefeio qd de amore loqtur, Alter
feribi dcbet,no alteru,Donato qttoq; probate. Sed demus aliquddo reperiri,ut
fcntcl apud Plaut.in Bacchidibus , Opus ne erit tibi aduocato
trifli,iracudofEcce mc.Eccu,eccd,cccos, cc* (OftelluyeUdyeUos^^ab ecce
copofmfunt, et fecu uidetur ge* rereca* Acn.i. : Aco.»»* rerc cafum,fcd no gerutiqux Prifcidnus ita
refoluit,Ecce eu,ec* ce cam,ecce cos,ccce eas.eccc i'Uu,ccce iUam,ecce illos
,cccc illas . Sergius quo «j; commcntmns Dondtum ait,mbil Jignijicat ellumy
ttiji ccceiium.Pduloqi pofliQuum ago ellum fu cccc illum,cr ellam eccc illam,
nihil pojjiimus dicere, nifi magis dcmoslraiiue. Sed pace Prif ciani,Sergqq;
,cr alioru,hoc nec uerum,nec con= ueniens fignificatuef.Nam inter ecce eum,ej
ccce iHum,quii inter cjk Potius diccdum eratieccum, eccc hunc: eccos,eccc hos ,
de quibus agimus.Tahs erat couenicntior intcrprctatio,fed qu£ nec uera foret.
Refoluuntur enim hxc per aducrbid,no per pro* nomina: cccum,ecce
hic,fubinteiligc uirum , de quo agebamus . eccam,ecce hic,fubintelligc
fxnunam,de qua metio erat.EUum , cilii, eccc illic uiru,fxminam'ue,
fubinteliige, de quo, de quaue agebatur. N am ut de hoqgne,qui ante conjpeftum
nojlru adeft , refte dicas, ccce ille,ucl ccce ego,Jiue ecce illum, uel eccc me
: it% male loquaris, ellum hominem,uel ellum mc:er rurfum de longe, pofito
,eccu. T erit. Eccu Pamcnotic:.ciccro:ia iungetis,ut ncueaftere concurrantjieue
M* Lib.i Mucantur.Lucanus fine compofitionc aliqua: JSec quenquam iam firre
potefi Ccefa/ue priorem, ' Pompeiusuc parem-id efi,non potejl iam aut C nefiar
fiuperiore firrc,aut Pompeius parem . An er ne, coniun6i folentpro an, quod
magis poeticum cfkut apud tcmulos Vergihj, Dic nubi Damoca,cuim pecus, an 'ne
Latinumi illud Cice* roms multi ia legunt : Quo nubi etiam indignius uidetur
ob* trctt&tu ejfe,Gabinio dicd,anne Pompeio, anne ulrityidquod efi
uerius.sinc interrogatione durum uideturiut Vergilius, Gcorg.it -Vrbes'ne
inuifere Cxfiar, An deus intmenfi ucnias maris,ac tua nauMygre. Anne nouwm ardb
fydus te menfibus addasi ‘ ideo dixi durum , quia per interrogationem quiddam
urgen * titis,cr injhntius cjt in hac genunationc an'ne,quam in idafint
pliciate an,quod hic non fit,ut ex alijs compofitts elucebit: Vcrg.cdog.s*
NoMnC feit jatitu trifies Amaryllidis iras,
AtqyfiiperbaparifaSliditinoniiefAcnalcami V«rg. j.cdogt Non'ne ego te uidi D
antoms (pefiime) caprum Excipere infidijst- ^ Y 1 n hac interrogatione non id
agitur , ut rejpondeas neficienti, fed cogaris ajfcntiri fidenti. Nec alia uis
orationis efi, qudmji s • diceres an non, quod magis urget, quam fiolii
nonjicet er hoc fiolum pro Hio compofito accipi f oleat . Alia copofia (fi modo
compofia fiunQhrc funt:lane:crgo'nc:qu£ interrogando re* JJjonfionem non
poficunt, fcdaffenfium extorquent. De Nedum , 3c non folum^Non modo, dC non
tantum, , N Edum , duobus modis periti uti fiolent . V no modo em utranq ;
fiententiam eodem claudimus uerbo : altero,quum fiuum utriq: fiententk uerbm
damus.Primo modo fic : tonde* rem . fij ierem pro te fanguine,nedim
pecuniamSecudo fle: funderem pro te fanguine , nedum pecuniam tibi crederem .er
hoc affirs matiuc.Ncgdtiue fic: Non perdere pro te obolum,nedum fans
guinem.ltem,Non crederem tibi obolm,nedtm pro te fundes rcmfanguinem. A tq; in
affirmando, id quod plui eji , maioriscfc momenti in prima parte eji
ponendum:in negddo , id quod mu iioris.Pluscjt,er magis momentofim, fundere f
anguine , quam pecuniam:er minus efl,er leuius,perdere, aut credere obolum%
quam perdere, aut fundere fanguine.lmperiti uero hanc dittio* nem decipiunt pro
non foliimfflc dicentesiNedwm laborem pro tc fufcipere,fed etiam morte, quod
fic dicedum erat. Morte pro te fufciperem,nedum labore. Aut per non folum ( nam
cotrarm modus efl per no folum, er non modo,ei ir 4 X E DeNifi. c a p. xix.
Nlfi,quoties principium fen tenti* cft3 indicatiuum dcfide* rdt , dius etiam
fubiunftiuum. Cicero pro Milone: Nifi . forte putamus dementem P. Scipionem
Africanum fidffc , qui quum per feditione a C. Carbone interrogaretur,quid de
Ty* berij Gracchi morte fentirct,reft>ondit , iitre fibiaefum uideri. Et
Quintilianus : Nifi forte imperatorem quis idoneum cre* dit in prcelijs quidem
flrcnuum , er fortem , er omnium qua : , pugna pof :it artificem, fcd neq;
dclcttus agerc,nec copidis con* trdbcre,dtq; infirucre , nec pro[J> icere
comeatus , nec locum ca* pere cdftris fcientem.?r£ter principia autem
fentcntidrum,fic: l VdpulabiS,nifi caucs:uel,nifi caneas. In illo
fuperiore,nifi adefl uerbum principale,hic non adefl. De coniunftione Quod. c a
p. x x. aVod feribas gaudeo:cr,quod feribis gaudeo:utrocj; mo* do dicitur. Volo
quod ferib as :non autem , quod feribis. Illius fuperioris haefimdia
funt,credo,opinor,puto,Letor,uo* luptxtem capiOyZT reliqua. Huius pofterioris
hac , mando , iu- beoJmperOjexigo, poftulo,cr reliqua. I n illo tamen fuperiorc
caucndum efi, ne diucrforum modorum uerba copulemustqua = le foret illud T
erentij,qitod nonnulli fic legunt: An quod uidm ignordnt , an quod iterperfirre
nequeant i Cum fit dicendum aut fic: An quod uiam ignoret , an quod iter
perferre nequeantf dut fic,An quod uiam ignorat, an quod iter perferre
nequeunt? Tmat^b Eu- illud aliud efi apud eundem: -Nihil quum efi, nihit fce,*,
V. \ ' defit tmen.quum fit potius legendum defit,non defit, ut bonis autoribus
placet. Et in prooemio Ciceronis ad Hcrennimfic quidam legunt : E tfi negotijs
familiaribus impediti , uix fatis otium ftudio fuppeditare pofiimus,cr idipfum
quod datur otij9 libentius in philofophia confumere confueuimus. quum fit po=
tius legendum poffwmus,ut modi cocordent , quuopula medici coniunguntur:
quanqum crfotw ipfc, utpotc in curfii medio periodi , * II.' it S periodi^ commentior efi in
pojfimus , qudm in pofiimus. E fi etiam diti caufa7cur hoc non liceat,quam modo
fubiungam. DcEtfi,Quanqudn),Quamuis,5^Ltccc. cap. xxi. ET
fi3quanqu4m7quamuis,licet7eiufdcm fignificationis funt9 aliquid in utendo
difcriminis habentia. N dm mdior qu£* dam. dignitas data ejl primis duobus7qu
ii8 rari , ttwn maxime in his
fludijs,qu£ fero admodum expetiti fit hanc duitatem 'e Gracia tranflulcrunt.
idcrn autor opus de Natura deorum pe inchoat , quod quidam deprauare folent,
dicentes pnt , profunt : Cum mult£ res in philofophia nequam quam fatis adhuc
explicata; functum perdifficilis Brute (quod tu minime ignoras) quaftio cft de
natura deorum. Prifcianus quoque uix grammatice locutus eft in prooemio magni
operit, er quidem in prima didione , atque adeo in prima fyUabd, dicens : Cum
omnis eloquentia; doflrinam , er omne fluctio* rum genus fapientia lucc
prxfulgens a Gr£corum fintibui deriuatum, Latinos proprio fermone ihuenio
cclebraffe. CT catera , qu£ tinti funt pr£cedcntia uerbtm principale, ut non
modo Dcmodhenes , qui contenti uoce , er uno fpiritu com* plures uerfus
pronunciabat , aut Hercules, qui flncreffiiratio* ne unum fhdium decurrebat ,
fed nejnouettus quidem Tor * quatus Mediolancnps,qui uno ffiiritu tres uini
congios flccd* bat,poJJet illam fententiam , atq; periodum unauocis conten* tionc
pronunciarc. Tandem uerbum principale fubiungit : Conatus fum pro uiribusrem
arduam quidem, fed officio pro * feflionis non indebitam fupra nominatorum
uirorum pr£ce* -.io,e,n sed quantum ego f mtio , in rebus paribus : ut Quint. N
ec in* dignetur Herodotus £quari flbi T. Liuium , tum iti narran* , do mir£
iucundititis , clariflimiq jjj candoris , tum in concioni * + bus, fupra quam
enarrari potefl , eloquentem , iti dicuntur omnia tum rebus , tum perfonis
accommodati . Taceo de eo ' modo quando accipitur pro aliquando : ut, tum
hoc,tumiI2ud .. dicas : id cfl , aliquando hoc , aliquando ittudiuel , modohoc,
modo illud - dc huius, minas. E t alibi:
-Si hoc celetur, . ak j.fce.4.0”'* in metu : fin patefit , in probro fiem. N
onnunquam fin unum . Inbd.iug. reperitur, fed quod fecundi loci uicem
obtineat.ut Sallullius , lmperat,ut pretio ,ficuti multa
conficerat,infidiatores Mafi* nifia: paret , ac maxime occulte : fin id parum
procedat , quo « uts modo N umidam inter ficiat.id efi , fi potefl,occulte:fin
non potefttUtciwfy Quorudam tamen ufus eft}ut dicant,fin autem , , ■ .. i r / IT. «•it? + " *_■ • • ' v- pro to quod
ejl, fi non, quafi in firt , aut in autem Jit negatio. Mirar er de uulgo,nifi
id dpud quofddm prxftdteis uiros rc * perjre. Qttdle ejl illud in
ApocalypfiiSin aute,uenid tibi cito , CT mouebo cddelabru tuu. Quii prctfertim
paulo pofldi cdtur , Si minus,uenia. Ego uero in utroqi dixijjem fin minusiuct,
fin aliter. Et inEudgelio:Si ibi fuerit filius pacis,requiefcet fu per illu pax
ueftra:fin autc,ad uos reuertetur. Et alibi , Si qui * de ficerit jrudie.fi n
aute,fiuccides illa. In qbus omnibus Grxce negatio adefi. Seruius uult nonunq
fi accipi pro fiquidciut ibi, -Tua fi tibi M xnala curte, quod mihi tninime
placet. Gcorg.x, De Quippe, V epote, Profe&d, V tiq^Ncmpe, Nimis
rum,Sane,Ccrt£ i i. avippe,cr utpote,
prcftfto,er utiq nempe, er nimiru, fane,er certe,uel certo, fimiliorafunt
quidem in fignifis ’ cato , quam illud quod modo dixi (de p quidem loquor) fed
ad hoc ipf m proxime accedunt prtefertim duo, quippe, er utpo* te:qux licet
uulgo accipiantur pro certe, cui non omnino equi* dem repugno,tamen malim
accipere pro caufatiuisiut Quintis lianus,Ealfa enim ejl qucrcla,paucifiimis
hominibus uim percis ub.r.cap.»*' piendi qutc tradantur,ejjc conceffam,plerofq
; uero laborem,dc tempora tarditate ingenij perdere: N am cotra,plures reperias
, ' er faciles in excogitando,er ad difccndum promptos.Quippe id ejl homini
naturale. Ac ficut aues ad uolatu,equi ad curfrn , ad fteuitiam firx
gignuntur.ita propria nobis ejl mentis agitas ] tio,atq i folertia,undc origo
animi coelcfUs creditur. Atq ; licet huiufmodi diftiones eodem tendant , tamen
ufu difiident, er quafi diuerfo itinere ad idem perueniunt.Vt enim pro quippe
hoc in loco rette dicam fiquidem,ucl nam,aut nanq;,uel enim, aliqua difiionc antecedente
, ad hunc modum : ici enim ejl homininaturale : ita rarius per Quoniam ,
qucapiIf in nefirio crimine,& fraude capitali effet ponendum. Quintii, dta
pria. Non autem ut quicquid praecipue neceffitrium ejl , fic ad cfji = ciendum
oratorem maximi protinus erit momenti. E t iterirn: Ne dut prateriti aut
futuri.Pr£teriti pc:Pridic quam intrarem ma* rejux ferena julpt. Futuri pc :
Pridie quam intres patriam , fa» cripcium jacito. id cft,die pr£cedcnti}quo aut
mare intrafli,atxt patriam intrabis. ltem,Poftridie quam pater mortem
obijt}eptt lum fici.Et,Poflridie quam uxorem duxero, nauigandm mihi efl.Vcl
eugenitiuope: Pridie illius dici.CT, poflridie illius diei, quo dut hxc
fvci,uel jaciam. Vel pne quam,cr pne diei,ftc:Ve * nit ad me Chremes poPridie
clamitans, fupple illius diei: quo hjtc gejh funt.Et , Ctwn intraui
urbcm,audiui hominem pridie receptjjc. Dicimus tamen. Quum has Uteros dabam,
erat pridie Calendas Augufti:ucl,poflridie Nonos : er hodie eft pridie lu*
dorum Circenptm: cras erit poflridie nundinarum. Refirtur enim afe teinpus non
ad hodiernum , craftinumq j diem, fed ad alium quendam, ueluti ad eum, quo
hslitene legentur. Jdeoq; errauit,qui ferippt pciQuum R omx domum eius loquendi
grd tia adijfem,orauit me,dicens, Poflridie ad me redeas: Dicendum erat, cras:
aut pc,poRridie ut redirem orauit. Rurfusnon refte dixijfeipcicras ut redirem
orauit, fed poflridie. Atque ut non dicimus nudtuffecundus,ita nec fecundo
Calendos, fecundo No* tios,fecudo' Idus: fed pridie Calendas, pridie
Nonas,pridielctifo Item, ut non dicimus nudiusprimus , ita ne primo quidem
Calpt das,primo Nonas,primo idmfed C alendis, Nonis,ldibus.Pr£x tereaexhis
duobus alterum firmat ex fe denominatiuum,altc* rwfi uero minime. Ex pridie flt
pridianus, ex po&ridie non pt poflridianut, aut in ufu non efl: fed pro.eo
abutimur cra&inus, per quod pgnificatur no modd dies fequens hodiernum, fed
etH quemlibet alium. V ergilius G eorgicorum primo: Sin uero adfolem rapidum,
lunosq ; fequentes Ordine refyicies, nunquam te craft MfiUet Hora, , Horc^neq;
injidijs nodis cupiere ferent. Eodem quoq; modo abutimur hedernus pro
pridianM.Terent. -Ex iure beflerno panem atrum uorent. Cicero: Vide* tn
Eoftaft,/; re uideor alios intrantes , alios exeuntes , quofdam ex uino ua *
fcabeamer,dum culem,in quem cotis ieflus dejvrrctur,compararetur.Terent. Ego tc
memn ejfe dici fnHcautont. txntijfer uolo,Dum quod te dignum ejl, facies.Sunt
tamen qui pro t&ntmodo accipiant. Sunt qui etiam pro interea. Q ater a
quoq; fic a per copofita,ad teporis breuitatem referutur: Parus
per,paulijfer,aliqudtijfer. Sunt
qui per imperitiam hac accis piut pro fuis primitiuis,que funt
paru,paulm,aliquantulm . Dc Fer Temere. c a p. xlix. FEre fignificationem habet
non omnibus notam,niji quan * do fignificat pene, cuius fignificatio efl,paulu
abfuit quin: Ut,pene, fiue fere in manus boftiu incidi, id cfl,paulum abfuit ,
quin in manushoitium incidere. Altera fignificatio efl , qutm fubintelligitur
aliqua uniucrfalitas:ut Qtfint. Ha funt fere eme date loquediyfcribendiq ;
partcs.id efl,jere omnes. Ideoq} fere omnes adiungitur.ut idem,Nam in omnibus
fere minus ualent pracepta,qum experimeta.Similiter de loco,de tepore, fimdis
busq^.utjUtor fere hac ucflc in faciedis facris.id efl,in omni fere I k trnpo
icia,an me fcqui pofiit, fiam, uariant# dicam,subindc refyicio, Cicero autem
diceret identidem. Nam n£urJ* subinde uti no folct,ne aequales quidem
eius,varro,Salluilius, Ccefar.licet iUi utantur nouifiimo pro ultimo,multiqi
alij,qucd Cicero no facit. I tidem, er l tem, fignificant id,quod fimiliter. H
* urinator mirifice natxt,duraiqi fubter dqudm, - 1 De Sicut,lta,lucp,SC Sic. c
a p. lui i. Slcut,habet nonnunquam uenujhtem magnam,dt. » . iit De Iterum,
Antehac3Pofthac5Dcinceps,•« ualeas,mecj; mutuo diligas.hoc cfl,rmhi in amore
refpondeas. De Srilicet,ero,cr opto) non lcgulei,fed iu *
rifeon fulti euadent. Quod ad meum aute hoc opus attinet , non fraudabo iuris
conditores debita laude. Tantum igitur deberi puto huius facultatis libris ,
quantum illis olim qui Capitolium ab armis Gallorum, atq; infidijs defenderunt
: per quos jaftum cftyUt non modo tota urbs non amitteretur, uerum etiam ut to
* ta reditui poffet. Itaque per quotidianam lettionem Digedo* rum,cr femper
aliqua ex parte incolumis , atq ; in honore fuit lingua Romana, er breui fuam
dignitatem , atque amplitudi* nem recuperabit. Sed ad reliqua pergamus. Dc T
anti,• uerfam conuicimus naturam effe : er prater hac unum, cuius, l»b.«, cuia
, cuiwm : quod a ueteribus non inter nomina , fed inter pronomina numerabatur,
ut meus mea meum. N ec Graci relatiuum , unde hoc nomen defeendit inter nomina,
fed in * ... /1 ter articulos codocant: er nos pronomina quadam articularia ^
folemus appedare. i deoq;,ut dicimus, mea eft, tua eft , Jua eft: er mea,
tuafia intereftiita cuia eft, er cuia intereft. P lau* tus in Epidico : Ego
dium conueniam , atque adducam ad te, cuia eft fidicina, Cicero pro MurxnaiEa
cades potiftimum cri * l mini / j. tU ^ , Atini datur ei, cuia interfuit: non
ei, cuid nihil interfuit. Igitur j intcrrogatiiCuius hominis cjl hoc opus i
rejpondcbimusmewn, non mei.Cuius domini hic fundus: tuus3aut fuusmon tui,dutfut
. Rtirfiim, Meurnnc fundum pofidcs,an tuumf rcfpondcbo neu* triusyucl illius.
Interrogamus adhuc, rcfpondcmusq ; pcruanos fdfus:Meum'ne prrdiuefl, an illius:
rcjpondcbofeUi uscerte, non tuum* Similiter de Cuius nominatiui cafus, ad quod
nuqyatn re* , , ' fbondcM per eu dem cafum, nifi in tribus pronominibus deriua*
— tiuisiut, cilium pecusfrejpondcas meum ,-ucl illius. Interrogatur ?. ctfa m
per diuerfos cafusiut, cuium pecusftuum nc,an Meliboei? fcd per talem diftionem
nunquam rcjpondctunnifi dicas,ejt eu* ium ejl:uel,eft cuittm ejfe debet .er fi
quid efl firnlc. C1* f De Tanti, Quanti, MagnijPjruijCum interelt E Adcm
mti,eciemq; non pofuit. Septuageno,ii ejl,feptuaginta coitibusj>er fingulas
nodes. Nam ita h£c nomi* na exponuntur.ut creabantur olim bini confules.id
eft,per fttt* gulos annos duo. vtuntur ergo oratores legitima j ignificatio *
ne horum nominum: binus enim,jiue binqfignificdt fingulis • duo:ternus,fwe
terni,finguhs tres:quaternus,fiue quaterni,fin* ‘gulis quatuor. At poctx non
ita. Septenus enim gurges non ejb fingulis feptem/ed feptem tantu uni flumini
Nilo. Nec in jingt* lari modo flgnificdtione hac abutuntur ,uerumetiam in
plurali ^£eorg.u yt Vergilius: Per duodena regit mundi f )t aureus afbrd.
Prifcjib.». aftr^pro duodecim adra.At hoc fepteno , Prifcianut exponit
feptenario:quod nubi non placet , quum inauditwm fit flutnen aliquod habere
feptenarim alueum , zr fontem edere feptenarium riuum. Siquidem haec nomina
numerum aliarum rerum qu£ non nomindtur,indicant,non multiplicationem fui *^
ipforumiuty lapis centenarius,non quod jit centuplus lapis, fed ' centum
librartm:homo centenarius,non quod fit centum gemi* nus}fcd quod habet centum
annos: grex centenarius , non quod jfint centum gregestfcd grex centum capitum.
Rurfus non dici* mus centenariam libram,fed centuplammec centenarium annu , fed
centuplum annorum.T amen dicimus centenarium,feptena * rium, duodenarium
numerum. Siquidem numerus omnia com* plebitur, flue centenarius, flue
decenarius, fiue alius quiuis nu * merui . U-j fcwriw c£teraru reruf^^aru,
annorumfwulify. ldecq; rctlc dicimus ceimnariu umerum anttoru ingrejjus ejhnon
autem, centenarium ann titfWfjr* 9tulenanum numeru portat pondo: no autem,
nulcndrid pondo. Potuijfict igitur P rifeianus commodiui cxponerc,fcptcno
gurgite, pro feptenarij mmeri gurgite.Qua expofitione utifolnnus in illis
numeralibus, qua ultimu numeri cius fignificant:dccimM,undccimM, cete fimus,
mdcjhnus,id efi, qui ultimus cjl ^ decem, ex undecim,ex centu,ex mile.Aliquan =
do etiam fjc:hoc aruu dttulit centefimum, illud ucrofcxagejhnu, tuum ucro trige
fimum frudumiid ejl,cetenarij numai,fcxage= tiarij, tricenarii fruftum,uel
centuplum, fexagentuplu,triccntu^ plum.vhnitfs lib.x v 1 1 i.Admifcetur
huicfkr,ut mitiget ama- Cap.i6, rjtudinem cius, er tamen fic quoq;
ingratifiimmn cjl uentrv.na = fcitur qualicunq; folo cum centefimo grane:
ipfumq •, pro latx= ' — * — ine.efl.Non ultimum granu/m e centenario numero
intellexit % ’ fcd grana centenarij numeri, fiue granu cetuplum, fiue ccntcnu,
eo modo quo idem autor dixit uiceno.Hac etiam ratione appcl c lata cjl quadrage
fi ma, quod quadraginta dies continet: quo uo * cabulo eloquentifiimi
Cbridianorum utuntur. Quidam etiam quinquagefima, fexagefima, feptuagefima.
Atq; ( ut ad ranxc= deam ) utiniur fuperioribus illis nominibus crebrius in
plurali numero, finguli,bini, terni.Tnnum igitur cum habeat fin gula* — ,y , —
, rem numerum, apparet non efjc natura iftorwm. Quinimo non memini compcrijfe
mc illud in plurali, licet cr fingularc parra * furnfit. , ut trinum nundinum.
Promulgari enim debebat antis quitus rogatio apud Romanos trinonundinoiqubdCut
opinor ) aut tribus in locis uno die , aut tribus diebus uno in loce celebra
batwr.ut trimus triu annorum, ita trinus trium dierum, aut triu locoru.
Prijcianus autem ait trinundinum pro trinundinarum, prffCiijb>7, Ciceronis
ex emplo pro Cornelio : Primo ex promulgatione tri = ^ C} i nundinum dies ad
ferendum potejhsq; ucnijjct. Quod fi ita efi* ^ — /cf,4 tris compofitum
eJJet,non a trinum,ut ait Prijcianus, ficut l 4 trinodium : i6t —fc», trinodium:fcd ferfan per apocopen
dicimus trinundinum, prd Cap.4. trinum nundinum , aut plane trinundinum.
Quintilianus libro ^ fecundo,Siue no trino forte nundino promulgati, /tue non
ido* ~~ neo die,ftue contra inter ccfiionc,uel aujficia, aliud ue quod le*
gibus obdet, dicitur lati ejfc , ucl ferri. T itus Liuiuf libro tertio: oftquam
uero comitia decemuiris creandis in trinundinum in» didafunt.l dem libro
quinto,nife editioni meda inefe,ait:Antei — ^ trina loca cum cotentione fumma
patritios cxj^crc folitos, huc ~~ iam oftoiuzcs ad imperia obtineda ire.
Donatus tamen hoc no* mine utitur, er difcipulus eius, non tamen magiftro
indodior, Hieronymus,cum alibi,tum ad MarceUamiEt Trinam negatio* ne,trina
poftea confefeione deleuit. idefe,triplici. Catcri quotfc eodem nomine Utuntur.
Vnde didi ejl trinius, trium perjona* rum una diuinitis.Seruiusfuper illud
vergilianum, tib.8. AenriV* -fer na arma mouenda:ait,¥igura poctica:Nd trina
debuit di* cerc. Arma enim funt tantum numeri pluralis. Sed hac ratio Ser*
uij,qu'am fit efficax, ipfe uidcrit,qui uult hoc nomen^aptum effe nominibus
numeri pluralis : quod etiam reperimus coniundum eum nominibus fingularem
numerum habentibus. Et quid prae* terea dixiffet,fi apud Vergilium feret quaterna
armat nunquii legendum effet quatrinaf V erum non ejl trinum de numero eo* rum
de quibus dijfeutauimus, quorum fingularem non frequen* tari ab oratoribus
diximus , fcd a poetis , er quidem improprie . Etiam nonnunquam improprie
pluralem, quod aliquando ipft quoque oratores faciunt , fcd nccefiitatc in his
nominibus qua fingulari carent, ut codicilli (licet I uftinianus utatur)ut
liberi, ut pugillares, ut nuptia, ut arma, ut cadra. Aut fi non carent, funtej;
uel diuerfi generis , ut nundinum, er nundinajcli cium, er delicia, ucl
diuerfie fignificationis , ut haejedes , er ha ades: uel diuerfi er generis, er
fignificati, ut epulum, er epu* ie. Neceffarium efl autem dicere binos
codicillos . er ternos > C r quaternos, non duos, tres, quatuor, ratione di
dante. Quid enim . enim fi de diuerfis codicillis dicendum mihi fit , quomodo
di* cam,duos codicillos fcripfit patcr,umm ad me,alterumad uxo remiiUud enim
unim,& illud alterum ad quid referturi ad co * dici'dum,quod non reperitur
i Dicendum efl ergo unos . Quod fi unos,ergo er binos dicendum erit, quod ex
Cicer . exemplo liquebit. Duplices finulitudines effe debent , uiue rerum,
alter« Diruit^dificatymutat quadrata rotunda. Dc Liberi, Pugillares. cap. viii.
I beri profihjs fingularem non agnofeit, cuius natura a fu * /perioribus
dijfentit.Na ut dicam , Lego Titio ternas ades, unas in jvro,altcras in J
atiiculo , tertias in Suburra:ita no dica , ex ternis liberis
meis,unos,alteros,tertios : fed ex tribusliberis meis unum in alienam familiam
dedi yalterum abdicaui , tertium haeredem injlituiXuius rei caufa ejl, quod
quum dico unum,aU tcrum,tcrtium3adiungi folet filium: er tres liberos , quafi
tres filios: quod ita non fit in ades , cr in Uteros , nifi fubintelligas domum
, cr cpifiolam. Sei quid facies in caterisf ut in nuptias , Cr in pugillares i
ab furdum fit dicere,unam nuptiamyunum pu * gillarem.Pugillares aute fignificat
tabellas cereas , jiue ligneas. Apud Mode-
fiue Acrius mater is >in quibus Jtylo feribimus . Liberum tamen ninu dt.de
Pac. pro filio cr apud Quintilianu,cr apud P.Ut>.)6. aempUrU bdbcit
iuodcmpntiolymfuic.llm proximo li« bro: Atque adeo duodequadragenum pedum
l.ucullei marmo* ris i» atrio Scauri collocati. Duodequadragenum
, pro duode * quadragenorum. T. Littius libro primo : Buodequadragcpmo ferwc
anno, ex quo regnare coeperat T arquinius. Dc Domus. c a p. x genitiuos fatos
habet, unum fccund£, alteru quarta \ ) declinationis, domiyCr domus. Sei ptior
fignificat locum , ubi quis manet.poRerior corpus ipfuin,atq ; e,fumm,nc dicam
fceleratm,cr im* pm C otior. &,Vrudens, ne dicam fapienshcmo. N am fipo*
tumui in accufatiuo,perquam abfurdm fvret:fic,Crudclis,ne dicam [celeratum, cr
impium Casicrcm.cr,Prudcns,ne dicam fapietem hominem. In priore enim modo
fubintcUigitur eumz fic, Crudelis Catior, ne dicant eum f 'celeratum , e r
impium. 1 n alijs cafibui non efi hoc nety diuerfm,neq. ; caufa-.ut idem, An
jperajjet hoc uiuo Milone, nc dica Cbfuletuel fic,An fccraffet hoc uiuo,ne
dicam Confule Milonef Illud eiufdcm in libris ad H crinium neq; difiimlchis ,
neq ; ufqiicadeo funde efi : Obfuit plurimum eo tepore Rcip.confulum jiue
malitiam, fiue ftulfitii dicere oportet, fiue potius utrunq;. N ani ubi erit
ftippofitumi certe deefi. illud nanq ; uerbum quod intericftm efi, de nomi *
natiuo mutxuit in accufatiuum.Sed ficut in Luripo,aut Sicilio ) l damtli tfreto
inflata uento ucla,aquaru impetui retroire cogitiia ora * donem lege grammatica
euntem autoritxs ipfa, confuetudofe inhibet,ac repeUit. V erum (ut grdmaticoru
expctfntioni fatis * fidam) fic erit cotiruendumiaut Jlultitia cojulum, aut
malitia, aut potius utriiq; obfuit plurimum eo tepore Reipub. fiue illud fftum
confulum dicere oportet Jlultitiam, fiue malitiam, fiue potius utrunque-.uel
pc,objitit plurimum Reipub. eo tempore confulum fftum , fiue illud malitiam , fiue
Jlultitiam eorum j fiue utrunque dicere oportet. Dc infinitiuo ud incerienu *
mero,er gcnere:ut,Ego illum de fuo regno,iUe me de no * jlraKep. percontatus
eft. Dtio fuppofia funt,ego,cr iUe,quo * ru/m utriqi uerbum accommodatur. Sed
fequenti palam,ante* cedenti per fubinte!ledione:ut Jit,Ego illum de fuo regno
per* conatus t9f tontatus fium,iUe mede
noAra R epub. per cotatus eft. Conuerte
ordinem perfionarum , fimul perfionam uerbimutaueris:fic,lUe me de no Ara R
epub. ego illum de fuo regno percontatu s fwm ♦ genus fic.cgo illam de fuo
regno,illd me de noAra R ep„ percotm eft. Muta numeros ficiego illosjlkiuedefuo
regno, iUi ilhc'ue mede no Ara R epub. percontati, pcrcontat^ue funt: er item
econtrario. fu i.ijjuh fvrmkm llon cadit , quo- tics per
compdrationein}dutyjMilitudincm loquimur,quale ejh Melius ego iAud,quam uos ,
jrftffcnunon autem,quam uos fi* cifictis. Hoc ille ita prudenter,ut
ego,ficijfiet:non autem,ut ego JiciJJem. Hic enim fubinte!Iigitur,Jtc:Hoc ille
ita prudenter,ut '-r-cgofeciyW ipfieficifiet. Melius ego iAud,qum uos
ficiAis,fi* cijfem.Vcrbum enim principale debet efferri, fubinteUigiaute quod
non ejl principale. Vbi collocandum Gc adfaftiuum. c a p. x x v. ADieftiuo,quum
praceditydcbent obfequi fubftantiud,ali* teruitiofum cftiuthoc modo,Nulld uirgo
eft dicenda cor*t~* rupto uel animOyUel corpore. Dic
pro animo mente : jie. Nulla uirgo dicenda eft corrupta uel mente,uel
corporr.autyconuptor* uel corpore,uel mente,non erit Latinum. Q uodeontra jit
aut 90 ffafedente fubJhntiuo,aut reicAo in finem adie£liuo:fic,Nul la uirgo
dicenda efl,uel mente corrupta, uel corpore : aut , uel corpore corrupto,uel
mente. J tem,uel mente , uel corpore cor* ruptoiautyucl corporeyUel mente
corrupta. Similiter in plurali ( uariabo exempla ad euitandum fislidium) Nemo
diues eft, uel ualetudine infirma,uel fenfibus:aut,uelfenfibus infirmis,uel
todetudine. item , nento filix ejl uel conficientia , uel membris
affvAis:autyUel membris, uel conficientia ajfida. Cicero tamen in Philippicis
inquitiOptima fiunt er mente, er uiribus. Ne * fcio an culpa librariorum
fit,qui ita ficripfierunt , pro eo quod cfi , cr mente optima fiunt, zr
uiribusmel,optbna fiunt mente . & uiribus. Qgti o Quid momenti faciat c5iunctio,aducrbium£g
difiunr* Aiuum ex collatione. , EX his qux tradidimus,palm efl,ncquaquam refte
dici,cor rupto uel corpore, uel mcnte.Debet enim adtefiiuum idui ad utrunq;
fubfhntiuum applicari in gencrc,zr numero. N eq; de Vel tantumodo intclligo ,
fcd de exteris quoq j coniunftioni * bus.per Et,ut modo ex CiccrOneattuli ex c
pium : per Nf c,per Siue,per extera huiufmodiuieqi hoc folum ubi adefl fubjhnth
uum cum adiefiiuoffcd etid fine eo,quale hoc efl:Tu nec fice» res,nec ego
permittere. N on efl hic fermo Latinus. Dicendum ndnqi erat,nec tu faceres, nec
ego permitterem: aut fic,Tunec faceres, nec a me facere pcrmitterens.'l on
rflfWOMTto det a prima dittione. I tem,potcs cognofcere partim ex aliom
fermone,partim te docebit ipfe abeUd)‘ius:no ejl Latinum:fed fic, Partim potes
cognofcere ex aliorum fermone,partim ex tx» bellar io. i tem,puto tum ex
fuperioribus literis te omnia inteU ■ lexijfe,tum ex his intelligere potes :
dicendum erdt,tum ex his intelligere pofje. I tem, paratus fis uel pugnare, fi
qui te lacef» funt,uel fi qui no funt,nc recufes facere paceidicedwm erat aut
fine illo,ne recufes: aut fic, uel paratus fis pugnare. Ex his quae dixi,uideor
reprehendere legem illam duodecim tabularumiLi» *■ * > beri parentes in
egefhtc aut alant,aut uinciantur.quafi diccn» dum fuerit,liberi aut parentes in
egefiate alant, aut uincidtur » Sed no efl uetufias illa reuoedda ad hanc
regulam,qux confiat ex ufu eoru,qui more illo uetufio non funt locutiuametfi
haud dubie opinor priimm Aut, a quibufdam adicfttm ,■ legiq ; ia in uetufiifimo
quodam codice Declamationum Senecx:Liberi parentes alant, aut uinciantur.Huius
etiam loci illud efl,nc hoc modo uerba commifceamus diuerfam naturam habentia ,
quale efl, ille mihi nec nocuit unquam , nec adiuuit : ego nec offendi em,nec
profuiidicedunt erat,iUe mihi nec nocuit unquam,nec profiitiaut fic, ille nec
nocuit mihi unqud, necadiuuit:ego nec offendi t9t effindi cum,nec adiuui:aut,ego nec offendi
eu,nec eide profui. De ufu negationis, , TRes aliquando negationes no plus
efficiut quam du fed ne luna quidem ad folcm ferudt Jp lendore fiuu,rette
dicitur . 1 tem hoc modo rcttc:N on modo nulla jlclLc, fed ne luna qui * dem,cr
ca ter a. At quoties diftionibus quadam adefl cotrarie * tas,no pofiis tollere
alteram negatione, ut hoc modo: No modi fteUa no apparent , fed etid luna ad
folcm obfcuratur. Sine ne * ■gatione geminata no rette loquaris. I tem, no modo
no dbfoluo hunc , fed ne leui quidem poena cum eo tra figendum effeputo »
Quidam tume nuper fcripfit:Non modo abfoluedum huncjed nec etiam grauiter
puniedum puto:quum dicere dcbuijJct,non modo no abfoh6‘
tuere,defende,ama,ncrclinque.Hic nos Quintilianus admonet, ne pro illo,ne
feceris,dicamus,non feceris:quia alterum negans, di efl, alterum uetandi. ideoq
; ne cum prima perfona fingula = ris numeri nunquam coniunttum inuenimus , ob
eadem caufiam propter quam imperatiuum caret prima perfona in fi ngulari, quia
nemo fibifoli imperat, aut uetat. Vnde
jrequeter legimus, ne timuaimus,ne timeas, ne timutritis,ne timeant . Nunquam
autem ne timeam,nifi ne pro ut non:fed non timeam,no aufim, non fperem,non
timuerim, non fperaucrim,non crediderim : id efl, timere, audere,
ffeerare,credere,non pojjum: aut non debeo: n ita in t ita in aliis perfonis:ut
idem Quintilianus, Non expcdcs,ut fk* tim prati# agat, qui fanatur inuitus. id
ejl, expedire non de* bes Non enim eo modo hoc dixit, quo dicere folemus,quum
ue* tamus,ne me expedes amplius . Hic enim negatio ejl, nonueta* tio. I a, N on
expedMens,cr ue expefauens, q uorwm alterm praeteriti temporis
ejl,ncgat$:alterm futuri , c r ucat, De lepore Si non,« Nifi.cum aliis uerbis.
HOcattodadbucdc negatione fubijciam,ad[otamclegaiu tim dicendi pertinet: quod
quale /it. fdwlhs ««P“ Dedam... per feapparebit. Quintilianus: Non ejl difia e
ut maritum uxor occtdntjjtno ejl difficili* ut filius patre. tdeM^eo cauf- fm
dimttimus.ut no fit abfoluedus adolefcens, ntjt etta lauda* im. I dnt-.Quare
non pclit,«t tmfertt putetis.mfi er «»“«" V*-'"-'- &crit:non
petit, ut afflidum alleuetis, nijt cr ) lnfiliciorem,qu6d patrem amifit,quam quod
oculos, Serum ... «tuloitiucAt itero malum ejl liberos -«attere. Malum.mfi boej
fptfl*'4- peius fit, Sic Mfcrrc, V pnpdi. Samius: Tamtediotmul in.Catij.
PLt|1|’t p Jc pudicitia, fifimafua,fi dijs,aut honumbus an.) nuam «ili
pepereit. Ignojiite Cethegi adelefcentuinifiltenm patria bellum ficit.
TitatLiate libro trigrjtmoprimo: Nant a»6i «a ea attinet, qua nobis obtecif,m/i
gloria digna jmt, pu teor ea defendi non pofje.0uidius lib. deennotertto
Meantor. Nec omen hac feries in caufam projtt Acbitn, Si «abi eam magno non ejl
communis Achille. Huic finale eji, quale apud eundem, hb. i i.eiufdem operis:
Mentior obfcurum nifi quum nox fecerit orbem, Nuper honoratas fumnto mea
uulnera eoclo videritis ftellas- Et Quintilianum: Mentior.ni/t 4«utn pere»
erinatio mea nos aia«eeref, maluit effe cum matre. Et iterum. Allidere enim,
cibos miniftrare, manum pom gere cjutlibetpo» terat, mentior nifi /udum ejl,
idem uerbumapud Atnbrojmm . Jl'l. t9S fode modo pofitu,tum in libris
Officioru,tum Hexameron,tim in alijs reperies. Et apud Cyprianum ad Donatum :
Mentior , nifi alios qui talis ejl , increpat : turpes turpis infamat. De V ter
V tri,Altep Alteri, Neuter Neutri,36 Quis Cui. VT er utrum accufat Latine
dicitur.ut C icero pro M ilonf, Vter utri infidias ficerit, Vterq; utriq; uix
aufim dicere. Heuter neutri omnino no
dixerim.Teretius in Phormione inqt: A&rJctj' Quia uterq ; utriq ; ejl cordi
. In duodecimo quoque comentario rertt a Cafare gejhru,fiuc ab Hirtio,fiue ab
Oppio ( nam inccr CjeCIib ftngidiyCr tamen per hoc idem compdrdtiuum loquimur.ut
uo * cdui te prior,percufii te potierior,fupple quam tu me.Nonuqua unus hinc
efl, illinc plures:ut , uocdui uos prior , fupple qudm uos me:uocduimus te
priores,fupple quum tu nos. Ide de fuper ldtiuo,ubi mula mcbrafuntiut primi nos
uenimus,uos potierio res, ille ultimus:primus ego intrdui uaUu,tu ferior, iUi
ardifiinu. Dc regimine nominum Criminalium,S£ Poenalium. SI quis furetur rem
fdcrdmde prophano , teneturne fderile* gij,dnfurti,dn utroq;fnon dutem,dn
utriufq; . Qui futiule* rit rem fuam de fdcro,furti'ne tcnetur,dn facrilegij ,
dn neutroi non dutem,dn neutrius. Accuftre hunc potes uel furti,uel facri *
legij,uel de utroque,uel de ambobus : non autem utriufque, aut amborum. C
ondemndrc non licet de utroq; , fed de altero, uel furti, uel fderilegifinon
autejed dltcriui,uel parti, uel facrilegij. Cur itu fit, ut demus uarios cafus
eidem uerbo, prxfertim fiub coniunftionibus,quecide,fed in his etiam qu A»
Cedo, non mitius hominem ipfum,qum ius commune defenfum uelU
tis.Quintilianus:An iitcidijje in fordidum nomen,non eo con « temptum
hominis,quem dedrudum uolebat,auxiffe. C A P* ' L. PropoGtiones, rationes c£
interdum mifcerl o Nam aio NAm ubi
uitici neceffe e ft,ex pedit cedere: (tue plura funt de quibus qujeritur ,
ficilior erit in ca-teris fides : fiue unum , mitior poena f olet irrogari
uerecudi£. M ifcuit hoc loco Quina til. propofitiones,rationcsq;,quum fit
ufitatifiimum fic dicere: Siue plura funtje quibus queeritur, fiue unum. Si
enim plura , ficilior erit in cectens fides: fin umt,mitior poena folet
irrogari tfb.i.capA uerccundU. Atq; iterum : Firmis aute iudicijs,iamqi extra
pe a riculum pofitis,fuaferim er antiquos legere ( ex quibus fi ajfiu* i matur
folida,cr uirilis ingenij tus , deterf o rudis feculi fqualo* re, tum hic
nofter cultus clarius enitefeet ) er nouos, quibus er ipfis multa uirtus adefi.
Alius dixijfet,fuaferim er antiquos,cr nouos -.antiquos quidc,cr c£tera:nouos
uero,zrc. Cic.in Ana Philip.*» toniu : o' te miferu, fiue illa tibi noti no
funt ( nihil enim boni nofli) fiue funt,qui apud tales uiros tam imprudeter
loquare. . De ufu uemifto uerbi V ideor.
c a p. li. NOn uidetur tibi quod bene ficiam: cr,ntihi non uidetur-
quod beneloquaris. Sicut uobis uidetur quod male ficta mus,iti nobis uidetur
quod maleficitis : uidetur tibi quod iUe bene fcribat,ej uidetur mihi quod isli
bene arent. Rufticanus hic fermo eft,er agrestis. Eruditi enim fic loquuntur:^
on uia deor tibi bene ficere : w,tu non uiderismihi bene loqui. Sicut uobis
uidemur male ficere , ita nobis uos uidemini : lUe uidetur tibibene
fcriberacr,ifti mihi uidentur bene arare. De uulgari quodam ufu Mihi3 De h; JIT.
zij De Id quod; cum alio antecedente, c a p. l x i r. Xr I deo te amatorem
fiudiorum , quod me maxime iuuaf.uel, V qua res me maxime iuuat:uel,id quod me
maxime iuuat, amator es fiudiorum.item,uideo teyquod me maxime iuuaf.uel qua
res me maxime iuuatiuel , id quod me maxime iuuat,ama* torem fiudiorumiqua
exempla fibi quifq - conquirat . Dc Aliquis^uifqu^Quifpia^ VIIus. c a p. LXIII,
AUqutstquifquam , quijpiam , ullus idem fignificant , diffi* runt(h d quidam,ut
in alio opere ( quod de dialectica pro* pediem edemus) obtendetur. vUus tamen
quodammodo claudi * cat3nec fere citra negationem,quafi citra baculum ingredi
po * tejl,niji interrogatiue:ut , uocat me udustaut fubiunftiue:ut,fi idlus me
uocat. N unquam plane affirmat iue,jicut ida fuperiora. De eadem perfona
tanquam alia, c a p. lxiiU.^. A/T Eoccuputo adminihratione magiftratus , nudum
tem* A. 1 pusfeponere adjludendum poteram. V el,me o ccupato in adminisbratione
magiftratus , nudum tempus mihi reliquu erat. Rarifiime Latini fic locuti funt,
Graci frcqucter,fed hoc modo potius:Occupatus in adminisbatione magiftratus,
nudum tem * pusfeponere ad ftudia poter am:uel , Occupato in adtmniftra* tione
magiftratus,nudwm mihi tempus ad fludia reliquum erat. Dixi rarifiime,non tme
nunqudminam quidam fic locuti funt* ut Horatius de Arte poetica : Laudator
temporis afti Se puero,cenfor,caftigatorq; minorum. Quintus Cicero ad T yronem
: N on potes effugere huius culpa EpHlpcnuit. poena te patrono, Marcus efi
adhibendus. fubintedige,pro ipfo ,ib-,6*'pi£a* p atronus.Simile quiddam fapit
per,qualeejt apud McTuttium: DeOnto.U,«. Quum cr per meipfum cgijfem,etper
Drufum fiepe tentxffem. illud enim per,fignificare folet mediu quendd,ahuq j
intercefio * re. Ni uc uero quis queat medius effe inter fe er aliufcr tume fic
uulgo loquimr,per meipfum rogaui , per teipfum obtinuifti. o i Auxit Auxilium do,fcroc^:Opem fero cantum, e a p. l
x v. AVxilium do,fero(f; dirimat . Opem do non di cimus, fed fi* ro:unde
Opitulor,quod T uUianuuerbu. cjje Seneca autor eft: quo txmen er Sallufhus
utitur,cr Plautus,^ alij nonnuHL De A\Ex,5cri,cr nifi de uia feffus effet ,
continuo ad nos uenturum fuifje . Quafi de labore uic I Qtjintilianus,
«ledani... Ub.9tcap.i7* xt9 D( In
diem,In diesjn horam,In JjoraSjPropediem, ac Propemodum. c a p. ixvii.i, IN
diem aliud multo efi3qum in dies. lUud plcrunq; cm hoc ucrbo uiuit jungitur, vt
Quintilianus : Non ut fere noluere prafentu modo cibi memores in diem uiuunt,
duratum hyeme reponitur uiftus. Aliquando,fed raro3cum alio iungitur uerbo ; ut
Salluftius3Panem in diem mercari, quafi dicat,prafcntis diei fnlugutt, habere
ratione, nihilfy cogitare $ craftino. 1 n dies idc ejl quod quotidiefed proprie
cum quodam incremento : ideotfc plerunfy cum comparatiuo : ut , Quum in dies
malum arftius premeret . Et, Quum in urbe infinitum malum ferperet , idq ;
manaret in Cic.Phiiip,t. . dies latius.Etiam fine coparatiuo3fed tamen per
uerbum figni* ficans incrementum : ut Liuius , Crefcente in dies multitudine ►
Quod non liceret dicere, concurrente in dies multitudine , fed quotidie:aut in
dies magisiquum tamen liceat fuperiora exepla dicere per quotidie : quum
quotidie malu arftius premeretis, quum in urbe infinitum malum ferperetjdcfc manaret
quotidie latius. Et per in fingulos diesiut Cicero ad Atticum,Quotidie , uel
potius in dies fingulos 3 brcuiores ad te literas mitto, id ejl, non modo
quotidie brcuiores ,[ed etiam in dies.Nam ha quoti * diana Utera funt brcuiores
his3quas antea mittere foleba : qua poterant ejfe omnes pari brcuitate.Atqui ha
quas in diesfingu los,fiue in dies mitto breuior es, tales funt, ut hodierna
fint bre* uiores hefiernis, er craftina hodiernis , er perendina craftU nis: er
ita afiidue. Et peftilentia in dies fit maior , er quotidie fit maior : fic
pojjunt uidcri hac duo differre, quod in hoc pof* funt hodie fupra numerum
hefternum decefiiffe quatuor, quum heri decefferint decem fupra numerum eorum ,
qui deceffe* rant nudiuftertius . Non ita in illo , ubi ultimus qui fque dies
maxime increfcit : ut fi nudiuftcrtius decefferint duodecim, hc* ri
quatuordecim , hodie ncceffe ejl decedant faltem decem er feptem ieras faltem
unus er uiginti, perendie faltem fex er uigintL no E uigintuEandem difjlenentiam habent in
hora,cr in horas,quant Phiiipp.fi in dientyGT in dies. Cicero in
Vhtoppicis:Hgoty,«ocor in Jpem, ingredior in fpemmo tantum fpeifir* '
mitAtefignificat,quatum, colloco in tcjpc,c? repono in te fpe. OeOtaUib.i,
cicero; I n quibus tum fpem maiores natu dignitatis fu£ collos carant. Quin
tilianus:In quo fpem unica fenettutis reponebam. De uerbis ad recordationi per
tinctibus, c a PriStxxifryj- I Umentem uenit mihi, occurrit mihi, fuccvrrit
mihi,fubit -5r mihi , pro eodan accipi folent. Sei hoc ultimum frequentet* quoque
admiferationem. Quin tilianus:N obis uero natura ais uerfus exanimes ingenuit
non folum miserationem ( qu£ cogis tationi noftr* fubit ) fed etiam religionem,
vbi non ita decuifs ftcncid.*. fet,
fuccurrit , occurrit , in mentem uenit.Vergil -Subijt chori genitoris imago.
Aea.*. -Subijt defert a Crcufd. vbi nequaqud decuiffet,in mente uenit mihi dc
choro genitere, er de C reufa deferta. Jungitur etia hoc ' Lib.j. uerbu cum
accufatiuoiut Curtius , Sera pcenitetia fubijt regem. Dc uerbis ad uifionem
pertinentibus, c a p.lxxxiii. VI deas,uiderc licet,licet cernere : apud quofdam
etiam cers nere efl,pro eodem decipiuntur. V t, ltaq; uideos iuftos ins • iufHs
rebus maxime dolere , imbecillibus fortes , moderatos ims • modeflis. Licet
uidere nonnullos tanta ftultitio,ut uix differant, d natura brutorum. Licet ora
cernere iratorum3uti mutentur. Offl.*. Ciceronis hcquus,uchiculu,Jignificdt
potius id quod uehitur, qui ejl homo. CiceroiTame er fummi gubernatores in
magnis tepcjkb 6. ue^orj(fUf admoneri folet. Quintii. Sic in nauimfilij mei
male permutatus ueftor imponor. Non tamen ueftorc accipias pro nauta.Hinc efe
quod inuenimus nonunqud diftu , nautas er ueftores. Sunt enim ueftores , qui
pretio in aliena naui uehutur, lde Quintii. Cur infeanatis equis ueftor infedetf
N onunqudnt pro ei qui uehit,ut Seneca in Hercule infano: Tyria per undas
ueftor Europa nitet, lde in Hippolyto: Pro fua ueftor timidus rapina. Q uu
deeode tauro,eadeq $ Europa loqueretur. N a ca * tera fere qua d fupitns
ueniunt, tm aftiue, quam pafiiue accipi folet.ut accufatio Marci
TulUj,aftiuc:accufatio v erris,pafiiue: donatio mariti,aftiue:donatio uero
bonoru,pafiiuc: er catera. De Bene 3C Male, cum
uerbis. g a. p. lxxxvii.. Ale iuiico, male cenfeo , male pronuncio , male
opinor male fer, t io , male exislimo , hoc male ad meipfum re * in Cato .M
aio. fertur ,erroremq; meum declarat. Male cogito, ad alterum re * fertur,
fignificatq ; perniciem , non erroremiut CiceroiCartha* ginimale iam diu
cogitanti bellum inferatur, multo ante de* nuncio, de qua non ante ucreri
defenam,quam excifam cogno «* uero. M ale cogitantem , uidelicet mala in
alterum, perniciemq ; cogitantem , non autem feipfam fwdentem. J tem male dico
tibi , male opto , male precor tibi , male, imprecor. Hw nonnihil fe* irulia
funt , male de tefentio , male tu deme exiftimas , mede de iUo Mi *• H | illo
iudicamus.Non error hic fientientis,exiflimanti>,iudicatiscfc innuitur,fied
uitium dc quo indicamus , ex iHimamus ,fientimus. Male quocfr audio , id ejt ,
infamor crinuna mea audiens , cum contrarium efi,male dico.Sallufiius in
Ciceronem: R effiondebo tibiyUt fi quam male dicendo uoluptatcm cepifti , eam
male au * die do amittas . Bene quoq ; maxima ex parte huic finule ejl: ut, de
te bene fientio,bene tibi precor, bene de te mereor . Dc Loco patris, dC In
locum patris,& fimilibus. LOco patrn,loco fratris , loco filij te habeo ,
non ita accipU tur,quod ubi illa antea erant , ibi tu nunc apud me fis , fed
quod in ea ckariatc qua idi , aut fuerunt , aut funt , aut effient, aut efifie
debent: ut Chry fis Pamphilo apud Terentium loquU tur:Si te in germani fratris
dilexi loco, Cicero in Verrem : In parentum loco quafloribus fiuis pratores
effie oportere. lUaau» tem fiententia in locum potius , quam in loco, requirit
tale alia quod uerbwmyquoie ejl apud QuintiL N am quomodo pugnant ineuntibus
tot fimul metus laborum, dolorum, postremo mortis ipfim e xciderut, nifi in
eorum loeu pietas, er fortitudo ,er ho= nefti prsfiens imago JuccejfierinttEt f
alibi: Non perdidit filium quifquis occiditxxplicat a dolore patre, quod fibi
uidetur freifi Je re maximam, er iuuenis in loeu amifii , fiubfiituit de
uanitate folatium.Ergo ita dicitur ,ubi aliud erat, aliud fiuccefiit. quee die
uerfia afiupcriori fiententia ejl . Loco uoluptatis mihi cfl,loco tur
pitudinis,loco honoris:id efl,uoluptuofiim,turpey honorificum ~ Illud autem hac
in patre competit,ut dicamus,non recordari me an ufiqud repererim genus illud
fiermonis , quo Ecclefiaflici pafie fim utuntur : Ego habeo te in patrem : tu
es mihi in filium:ace cipio te in fratrem. Dicunt fnim ucteres, habeo te loco
patris, tu es mihi loco filij, accipio te loco fratris:uel,habeo te pro pae
tre, tu es mihi pro filio, accipio te pro fratre.cr nonnullis alijs
modis.Atqucbic uidetur aliquid non uti$ tale effie, fied perinde p * 4JZ
**? cjfc, ac fi tale foret.ldeocfs
expofi dones noftrx locum habet, ubi loam 19. ale aliquid non ejl, ut dixi,ficd
pro tali habctur.ut in illo, Ex iU U hora accepit eam dificipulus tn fiuam.
quod liceret dicere, ac* cepit eam loco matris, ucl pro matre,fiucpro fua:non
autem in in illo,quod pro uero accipi debet: Ego ero illi in patre er ipfe erit
mihi in filium. 1 icuijfit ergo dicere, id cfl,dixijjcnt ueteret, ego ero illi
pater,ipfe trit mihi filitis:fied more Grxconm, unde hxc fimpa fiunt , noflris
ccclefiafiias ia loqui placuit. Ude ue* teres qui illo modo locuti no fiunt,
fic amc loquebatur: reuertor in patrem,tibi redij in amicum: fiedhic uerbumejl
fignificans motum.Quintilianiis:Et pojl exitum anuci reuertor in patrem .
QuintilCurdus lib. v. igitur rex arci Babyloni t Agadcen in "... .
prxfidemefifieiufiit. CAP, txxxix. De uerbis ad autoricatem pertinentibus. MOre
maioru. comparatu ejl, legibus ia coparattm efijegi bui itxconfiitutu eft,ia
natura comparatum efi,ia natu * ra confiitutm ejl , ia natura prxficriptum. Hoc
nobis ipfia na* tura prxficribit, nobis natura datum ejl, ut periclinntes
aUcue* mus.liocrado ipfia pr- De Memoria,& Memor iter,cuin alqs uerbis. .
MEmorid teneo, non memoriteriprotiuntio memcriter,non ntemoria.de. Memoria
teneo bello Marfico cum Quin* Dc Amfci to Otfauio. idem: Quintus Mutius
AugurSciuola mula nor = prfnc# rare de C.Latio focero fuo memoriter cr iucude
folebat.Rcpeto memoria, & memoriter. Quintii. Si logior coplcttcnda mano *
tto.t , c3p ,t, na fuerit oratio, proderit p partes cdifccre. dc. Copleflebatur
' memoriter , diuidebat acute. Quintii. Mcmoriarepeto couiftos Lib.i.cap. to. d
me , qui reprehendere erant attfi. , quod hoc uerbo pepigi ufus effem. Terent.-
Cognofcitne i C. ac memoriter. Aliud amen efl ille ablatiuus,qudm illud
aduerbim. M emoria enim quid flgnu fcne.^un0 aA,f* ficat,apparet. Memoriter
uero efl , quod literdtorcs noftri im= periti dicunt,corde tenus,mente tenus.
Apud Vliniim amen ad Ep&ti- Kb.*. Romanum tego : Tu facilime iudicabis, qui
am manoriter te* nes,ut ern hac conferre popis, fi rette fieferiptum efl,
redefle dici iudicabo. De Fado tibi iniuriam:&,Afficio teinitiria. FAcio
tibi iniuriam:cr,ficio tibi contumeliam. A fjkio te in * + iuria : cr, afficio
te contu/melia. Rado tibi molestiam, non p i ia «,o ia libenter dixerim ut,
afficio te moletiia. De ucrbo Impono. c a p„ x c v. IM pono tibi hoc
onerts,notu efl quid fignificet.lmpono tibiy ide quod decipio tc. Quintilianum:
Quid quod hocipfum tm placide, am quieti ficit, qua fi captet imponeref
Etalibr.Fcftl* lit te ingenitu* honejhs animis glori a amor, f es tibi perpetua
laudis impofuit.vnde impotiores dicuntur,qui alios uerbis ma* gna pollicentibus
, incantatio nibusq; feducut,ac decipiunt. Pau* l mitem aleatores, er uinarios
non contineri editto, quofdam yejpondijfe Pomponius aitiqucmadmodwm nec gulofos
, nec im* potiores , aut mendaces , aut litigiofos. vlpianur: Non tamen fi
incantauit , fi imprecatus efl, fi ( ut uulgari ucrbo impotioris utar )
exorctzauit ,jton funt ifh medicina genera, txmetfi fint qui hos fibi profuiffe
cum pradicationc affirment. De uerbo Speftac. c a p. x c v i. AD me Jpetfnt.id
efl, ad me pertinet. Admortem fefint. ii ejt, ad mortem quafi reficiendo
tendit. Cicero Officiorum libro tertio : Ad extremm fi ad perniciem patria res
feftte pedam. i/. bit, patria falutem anteponet faluti patris. Quinti* ;
lianusin Paupere amatore :Et quod ad pcf* fimum feflnt euentum , miferabilis
fis oportet , ut amator effe uidearis. i i?¥ Z \ ‘ , • \ • • • * '• *r -V *« .
-• • . . ‘ i ,1 E IN C^VARTVM L 1= B' R V M E L £ GAN* TIARVM PRAEFATIO» C I O
ego nonnullos, eorum prxfertim qui fibi [aniliores , er religio (iores uidentur
, aufuros meum infiitutumboc,laborem $ reprehendere , ut indignum chrisliano
homine , ubi adhortor exteros ad librorum fecularium lettionci quo * ?um,quod
Jhdiofior cjfet Hieronymus , cxfumfe flagellis ad tri bunal Dei fuijje
confitctur,accufatimq; quod Ciceronianus fb* tione correpti fuijjcnt. N eque enim una omnibus medicina con * uenit,vr
alios aliud decet. N eque femper, er ubique idem aut permittitur, aut uctatur :
neque ille hoc alijs uetare aufus efl ne. ficerenticontraq; plurimos laudauit
tum fupcriorum,tum fuo » rm temporm eloquentes, verum quid /mitis agimusiQuii
Hieronymo ipfo cloquentiusiquid magis oratorium i quid ( li > cet iUefxpc
difiirmlare uelit)bcne dicendi folicitius,fiudio(ius,- obferuantiusfQuidiquod
ne difii/mlabat quidem {nam obijei * ente fibi hoc fomnium Rufino , hominem
deridet ) planeq ; fi» tetur fe lettitarc opera gentilium , er leftitarc
debere, l dq; cum in alijs multis locis ( quanquam etiam fine confifiione pa *
lam efi) tm uero. cpiflola illa ad magnm Oratorem. I
nunc, C r uerere,ne aliena accufatio tibi obfit,quum illi non obfuerit fua:cr
non audeas jacere , quod ille refeiffa pattiotic facere na timuit. Tametfi non
defunt, qui credant em puerili xtate illa percepijje,femperqi poflea memoria
tenuijje. O' ridiculos horni nes. . xtf ties, & omnis dottrin # imperitos ,
qui opinentur em tantam rerm copiam,ac [cientiam,qua nulli chrijiianorum cedit
, aut, tam cito potuiffe di[cere,aut tandiu non potuiffe dedifcere3 quu er
rarifinu reperiantur , qui centefimam partem [cienti# illius affequi popint3cr
non nunore labore (ut antiquitus dUtu efl), h#c facultas retineatur ,qudm
paretur.Et tamen quantulum in* terejl inter furdri, & furtum non rcdderef
Quid prodeft alijs, fiirtwm prohibere,ne furentur, fi tu furto tuo palam potiris!
Si non debemus difcere eloquentiam, nec uti certe, fi didicimus Quid quod
libros gentilium [#pe in teflimpniu afimit! quos > fi no licet legere,minus
profitto legedos exhibere:^ fi nos de*, hortaretur d lettione gentiliu(quod non
facit ) magis intuendi i. putarem,quid ipfe ageret ^quam quid agendm ahjs
diceretiue* runtamen femper ipfe idem dixit , er ficit. Nam poftqudm te * neram
iUam #tatem faluberrimo [aerarum [cripturarm alimen to pauit,ac in ea quam
dcfpcdm habuerat, [cientia fibi uires ficit, iamq; extra periculm pofitus, ad
leftionem gentilium rcdijt,fiue ut illinc eloquetiam mutuaretur, fiue ut illorm
bene difln probans,male diftn reprehenderetiquod exteri omnes ha* tini,Gr#ciq ;
ficerunt,HildrM,Ambrofi,us,Auguftinus,Ldtfan*. tius,Bafilius,Gregorius,(jhry[oflomus,alijq
; plurinti,qui inom ni #tate pretio fas illas diuini eloquij gemmas, auro
argento ^ eloquenti# uejlierunt, neq; alteram propter alteram [dentiam
reliquerunt. Ac mea quidem fententia,fi quis ad [cribendum in theologia
accedat,parui refirt an aliquam aliam facultatem afjt rat an non:nihil enim
fire extera confirunt:At qui ignarus elo * quetix efl,huc indignu prorfus qui
de theologia loquatur, exi * fiimo.Et certe [oli eloquetes , quales ii quos
enumeraui, colunx ecclefix [unt, etiam ut ab apofloUs ufq j repetas , inter
quos mi* hi Paulus nulla alia re enunere,qu 'am eloquentia uidetur. Vides
igitur ut in contrarium res ipja recidit. Non modo non re* prehendendum ejl
fiudere eloquenti#, utrum etiam reprehen * dendu. zj6 dendwm,non fiudere.Etego
ftc ago, unquam eloquenti* cotrd c almniantes patrocinium prteflem , quod efi
maius propofito meo. Non enim de hac , fed de elegantia lingu £ Latina: feribi*
mus,ex qua omen gradu* fit ad ipfam eloquentia, v erum fi. quis eloquens non
fit, ita demum no erit caftigandu*,fi talis non po* tuit euaderc,no fi hunc
laborem effugit. Qui uero elegater lo* qui ncfcityZr cogitationes fuis literis
madat, in theologia pr** fcrtim,impudentifimi* efi, er fi id confulto jacere
feait , infx* ttifiimusiquanquam nemo efi qui nolit eleganter ,er facunde di *
cere:quod quum ipfis no contingit,uidcri uolunt ( ut funt pera, uerfi ) nolle,
aut certe non debere fic dicere . 1 deoq; aiunt gena tiles hoc modo locutos
effe, non decere eodem loqui C hristia* nos:quafi illi,quos nomnaui,more
iftorim locuti fint , er non more Ciceronis,c*terorumq ; gentilium : qui
qualiter loquatur nec cognitum ifii,nec expertum habentmon lingua gentilium,,
non grammatica , non rhetorica , non dialeftica , c*tcr*g4mi«, cuius libertusi
non autem cuius libertinus. Rcftodeturfyejl
libertus meus,aut tuus,aut iU lius,aut Catonis taut nullius. Atque libertus
fine patrono, patro* naue non e fl, liber tinus effepoteft, quamuis necejfe eft
eum ali* quando habuijje : quo fdftm ejl , ut dicamus colliberti , collis
berteqi,quemagri ad arandum idonei. Idem in eifdem: Quid poffefliones
datas3quid ereptas proferam, i I dem de Oratore : Tot locis jefi Lfb.t, fiones
gymnajiorum. id efl,tot fedilia.Ea tamen,qu£ funt in us, pro perfoms accipi
folent. Conttentus non efl couentioyfed ho= mines, qui unum inlocum
conuencrunt. Confeffus non efl con* fefiioyfed homines uno inloco confidentes.
Obferuatio,&Ob(eruanria. c a p. 1 1 1. OBferuatio,cr obferuantia fimdi
quodam modo , ut accef* fittygr acceflio differunt. Obferuo nanqueduo
fignificat: unum efl quod cu&odio aliquid oculis,animoq ; in modum Ibe *
culatoris,ne nos fllentio,tacitoq; pr£tercat:ut obferua tranfe* untes. Obferua
filium,quid agat, quid cum illo conjilij captet . quafi cuftodiyCr adnota. Et
hinc jit obferuatio , quafi annota* Tct&.inAnfc tio, cr animaduerfio. item
obferuo non Jpeculantts modo, fed aA•I•rce•,• ‘ ddmirantiSyUcneranttsq-y c r id
tantum in homines , non in res, quoties quem ucluirtutc,uel dignitate
fufcicimus, cr colimus: unde fit obferudtia,qu£ efl ueneratio qu£dam, cr
honoris ex* bibitio. Quare melius obferuadonem, quam obferuantiam hi, qui
nominantur fi atres,fuum inflitutum nominarent . *
Potus,3£Porio. c A P. I Ii i. POtu* , er potio non differunt nipob huiufmodi
caufam. Potus enim uini,aqu£ flnuliumq ; dicitur. Potio uero d me. * dicis
datur £grotanti,quod Gr£ce dicitur fxf/uzHsp. N onnun* quam tome potio,pro
potus accipitur. Seneca de tranquillitatr. Aliquando uefatio , iterq ; , er
mutata regio uigorem dabunt, conuittusfycr liberalior potio, Cicer.in Tufculan.
Quid quod 4 ne - ^ • »*9 cj]e, ac fi ale
foret, ideoy cxpofitiones noBra locum habet,uhi loan* is. ale aliquid non eft,
ut dixi/cd pro ali babctur.ut in ilio, Ex iU U hora accepit eam difcipulut in
fuam. quod liceret dicere , ac* cepit eam loco matris, uel pro
matre,fiucprofua:non autem ia in tio,quod pro uero accipi debet : Ego ero illi
in patre er ipfe erit ) rabi in filium . 1 icuiftfct ergo dicar, id
cfi,dixijfent ueteres , ego ero illi pater,ipfe irit mihi filius: fed more
Grxcorm, unde bsc fmpafunt , noBris ecclefiafiias ia loqui placuit, lide ue*
teres qui illo modo locuti no funt,fic amc loquebatur : reuertor in patrem,tibi
redij in amem: fed hic uerbum eft fignificans tnotum.Quintilianus:Et poft exitm
amci reuertor in patrem. Quintii Curtius lib. v. igitur rex arci Babyloni x
Agaticen in prxfidemeffeiufiit, De uerbis ad autoricatem pertinentibus. MO re
maioru comparatu eft, legibus ia coparatm eft, tegi bus iaconftitutu eft,ia
natura comparatum eft,ia natu * ra conftitutm eft > natura prxfcriptm. Hoe
nobis ipfa na* tura prxfcribit, nobis natura datum eft , ut periclitantes
alleue* mus.Hoc ratio ipfa preftu,ficut per patroniLldeccfr libertinus
adieftiuu efi, ficut ingenuus ajS E
ingcnuus:eoY inoa- Et hinc fit obferuatio , quaflnnnot^ Tna.fafa* tio,cr
ammaduerfio. i tem obferuo non fteculantis modo fed adnurams9ucnerantisqi9 er
id tantum in homines , non in res quoties quem ucl uirtute9uel dignitate fu ft
icimus, er colimu s: unde fit obferudtia,qu£ efl ueneratio qwedam, er honoris
ex- hibitio. Quare melius obferuationan, quam obferuantiam hi qui nominantur
fratres, fuwm inflitutum nominarent. Potus,& Potio. , p Otus , er potio non
differunt nifiob huiufmodi caufant. MT Fotus enim uim,aqu£ finuliumq; dicitur.
Potio uero d mea dias datur £grotanti,quod Grace dicitur N onnun* quam tme
potio9pro potus accipitur. Seneca de tranquillitate- Aliquando ucfatio 9 iterq;
, er mutata regio uigorem dabunt \ tonuittusfycr liberalior potio. Cicer. in
Tufculan. Quid quod q ne Ut ne mente
quidem rette uti pofJumus,multo cibo,cr potione re* In Cato Ma. plctifEt alibi:
Tantum cibi, cr potionis adhibcndum,ut refi* ciantur uircs,non opprimantur.
Senes, Veter es3& Antiqui. c a p. v. SE «a uocantur, quantum ad priuatzm
ipforum uit&m, qubi ufq; ad fenilem anatem uixerunt. V cteres , quantum ad
pu* blicum tempus,qucd alia dcfote uixerunt, etiamfi ad fcniu/m non
pcruenerunt.vnde quidam iuniores fiicrunt fcniores ueteribus . Antiqui utriq ;
dicuntur,fed magis ucteres,qu.mfenes. Defeftus,Culpa,e lucri : cuius ft>ei
caufa plcriquc ludunt, ideoq; ludum talarium dicimus, non lu* fum: er ludum
ale.*. quum inquit: Hoc in ludo non
pracipitur , fociles enim caufe ad pueros deferuntur. Et Jhtim pojl:Hac ejl in
ludo cauftrum fore formula. Nam,ut inquit Quintilianus,Rbetores [uas pars
Lib.i.cap.»* tes omiferuntyC? grammatid alienas occupauerunt. Siquidem
grammatici Latini , rhetoricam etiam docent , quod indicant ipjius quoque
Ciceronis uerba , quum pueros,non iuuenes nos nunat. Ejl cr ludus armorum, qui
idem (ut[entio) gladiato* rius dicitur, ubi difeunt gladiatores : ut apud
Quintilianum, Quod me diu pirata in carcere retentum , quia diuitemiUius promiferam
patrem,in ludum uendiderunt , tanquam decepti. Et iterum: Et inter debita noxa
mancipia contcptifiimus tyro gladiator, ut nouifiime perderem calamitatis mea
innocentiam, difccbam quotidie [celus. Ludos tamen gladiatorios frequetius ,
qudm ludum dicimus,quotics unum , pluraue paria gladiato • rim ad fpeftnculum
pugnatura producuntur. Qua res , mu * nus gladiatorium appeUatur,quia populo
tanquam munus do* natur. Et qui donat , munerarius : er qui fomliam gladiato *
rum habet , gladiatoresq • domi in difciplina , er (ut dixi) in ludo exercet ,
ac postea uendit, L anifta. V ocantur autem Ludi gladiatorij , jicut Ludi
Apollinares , Ludi Circenfos , Ludi q 1 focu * 4 ZSO V Ait AE feculares. N am fficft&cula publica
utique in honorem Deorum ludos antiqui uocabant : ut non abfurdum fit
folenniatan in natali die fanttorum,pr£fcrtim cum apparatu illo, cr pompa,
ludos uocari. Nam quo alio nomine uocemus illam fcefta culi exhibitione, qualis
fit in multis I talia: ciuitxtibus,cr ( ut audio ) in multis alijs prouincijs f
Hutxre,que ple * runq; fiillax efi, er in primis ( nifi fideli fundamento
nitatur') friuoLa.vicinia autem non tm homines , qui eundem incolunt uicu/m ,
fignificat,quam qui prope domum tuam habiant.Vi * cinitas autem no homines,
fied propinquiatem:proprie quidem uicinorwm,abufiuc uero etiam ceteraru rerum. Nonnunquam eotinens pro cotento:ut,laudanda,uel potius amanda uieinitts.
Commentarium. c a p. x x i. C Ommentari] nemen quid fignificet,tertio
Declamationum libro Seneca declarat,quum dicit: Sine commentario nun* quam
dixit, fied commentario contentus erat , in quo nuche res ponuntur. E t Cicero
in Bruto: Non efi oratio,fied capita reru , cr orationis comentxrium paulo
plenius. Et Quintii. Pleruncfc gjfctoaap, autem mula agentibus accidit, ut maxime
neceffaria , er utiq; initia t}4 initid
fcribant:c£tera qux domo affirunt,cogitatione comple '* fantur, fubitis ex
tempore occurranf.quod ficiffe M. Tullium fuis commentaris apparet. Sed
feruntur er aliorum quoty, & inuenti forte,ut eos difturus quifq ;
compofuerat, er in libros digerar caufaru,qu£ funt afa a Seruio Sulpitio,cuius
tres orationes extant. Sed hi,de quibus loquor, commentarij, ita funt, exadi,ut
ab ipfo mihi in memoriam pofteritatis uideantur effe compofiti. Per hac
Quintiliani uerba colligitur , non modo id quod dicebam, fimulq; in plurali hoc
nomen effe generis ma* f 'culini,quwmin fingulari fit neutri, de quo mox etiam
dicam : Herum etiam commentarios idem effe quod libros iquod Cicero
confirmat,tum tertio libro de ¥ inibus , dicens : Tuipfe quum tantum libroru
habeas,quos hic tandan requiris comcnttriost quofdam inquam Ariito teli cos.
tum fecundo de Oratore : Tres patris Bruti de iure ciuili libellos tribus
legedos dedit, ex libro primo forte eucnit,ejc. Ac jhtim pofhvbi funt hi fundi
B ru* te,quos tibi pater publicis commentarijs confignatos reliquitf quod ttifi
pubere te iam haberet, quartum librum copofuiffet, er fe in balneis locutum cum
filio feriptum reliquifiet : E cce eandem rem tribus uocabults Cicero
declarauit , libeUis,libris, commentarijs. Quare ia fentio, omnes comentarlos
libros effe, ' ^ fed non continuo libros comentarios. Nanq; ubi res funt late,
difjfufeqi explicata, er non breuius,quam potexant,trafatx , libri tantum
funt,non comcn tarij. Vnde Ca faris commentarij, in quibus ad exequendam
kiftoriam alijs uidetur fubieciffe ma* teriairr.quifi fuerint
finguli,commentarim,uel commentarius, uel liber dicitur. Liuius lib.x l v i i
i. Quari iufiit ab eo, quem de his rebus comentarium a patre acccpifiet. Quum
re * ffondiffet accepiffe fe, nihil prius,nec potius uif m effe, quam regis
ipfius de fingulis rejfonfa accipercjibrum popofcerunL Si plures,primus,cr
fecudus comentarius,non primu , er fecit* 4m comcnt&imiut Hirtius, fine
Oppius, quiacccfiionc adie * cit . i/J c it Ccfaris
comrnentarijs,ait:Proximus,alter'ue commentarius, tiunqum commentarium. 1 ta
nuhi in magnis autoribus uideor annotaffe. Quidam tamen aliter faciunt,utique
in alia flgnifu cationc,qu£ eft (ut fentio) expofltio ,er interpretatio autoru,
titroq; genere pronufcue utctesiutAul GeUius,Efl adeo Probi grammatici
commentarius fotis curiose faftus.Et it erum: Non* nulli grammatici,qui
commentaria in Vergilium compofuerut. Iterum quoque: No fler Scaurus in primo
commentariorum , quos in Gorgiam Platonis compofuit, feriptum reliquit . Boe*
thius:Quod in his commentarijs diligentius expediuimus , qui a nobis in eiufdcm
Ciceronis Topica feripti funt. Et iterum: Quo autem modo de his diale dicis
locis djft>utetur,in his com* mentarijs , quos in Ariflotehs Topica d nobis
translata con* fcripfimusycxpeditum eft. Quidam etiam talia huiufmodi ope * ra
commentum uocauerunt.ut Nigidius , Donatus,Prifcianus , edijqi nonnulli.
Seruius commentarium , commentarios $ pro rniiiud.Defeift homine accipere
uidetur,quum inquit in v i uAeneid. Dicit Htfperiam,& quidam
commentarius,conueft& legendum.Etin Georgicorum primum: Superfluo mouent
qweflionem commentari].' Fu aiud.prf* Coenaculum,# Carnario. Cenaculum locus ad
coenadum in loco fuperioti:ccendtio ««mm, _ locus ad cocnandiMyfed in imo
potius, luuen. . tem rapiat cocnatio folem. Veruntmen coenaculum non tam ***
pro loco cccnandi,qum pro parte domus fuperiore accipitur , qu£ frequenter
hoftitibus ad habitandum locari folet , qui to * tam domum conducere non
pojjunttcr parte inferiore, flue illa taberna, flue officina fl t,non habent
opus. Cuius rei proferrem exempla,nifl abunde Varro fufficeret,dicens : vbi
ccenabant Ub.de coenaculum uocitabant. Poftqttam in fuperiore parte cocnitarc
^s* €ccperut,fluperions domus uniucrfa cotnacula difia,pdfl quam ubi coe
nabant, plura facere coeperunt* EpuL*JEpulum,# Dapes, cap, x x i i i. EP uU
[unt cibi minifterio hominum , er in noftrum ufum comparati. Epulum ,
folenniores quadam epula , er pro * prie publicum cbuiuium in propatulo
uniuerjis ciuibus exhi * Miww, fiue in dedicatione templi alicuius, fiue in
honore De o* rum,uel in magnificentia; oftenationem , fiuc in funere magni
alicuius uiri. Cui fimde eft,quod hoc tepore fit , quum publice pafeimus
pauperes ,ut in mortibus propinquoru.Quod idem efl pene quod paretare,fi
Hieronymo credimus,qui ita tertio libro in Hicremiam inquit: Mos aute
lugentibus,frrre cibos,& pro:* parare couiuiu,qu£ Graci ntfu /lama uocat,CT
dmoftris uulgo appellantur parentalia,eo quod a parentibus ijh celebrantur
Dapes uolunt effe uel Deoru,uel noflras in facrificijs Deoru . Sementis, &
Melsis. . S Ementis efl fatioy(iue (ut fic dicam ) f rminatio. L iuius: C am
pani [ementem facere poffent. Miror quare quum in alijs locis apud Hieronymum
plurimis, tum in Genefeos principio [ementis pro femine pofitu efl. Mefiis tum
ipfa mefiio efl, tum LDm. [eges iam matura. Cicero de Oratore : vt [ementem f
iceris , in metes. Seges,& Fruges. c a p. x x v. _cs efl eorum [cminum9ex
quibus coficitur pamsynodtm • demeffa. Nonunquam cotcntum pro cotinente
ufurpantes, ipfam humu ad accipieda [emina fubaflnm , fegetem uo camus,
Gcorg.i. ut Vergilius: I Ua [eges demum uotis refpondet auari AgricoLe,bis qua:
[olem,bis frigora fenfit „■ F ruges uero quicquid ex firuftu terne in alimoniam
uertimus. Liuius:Eam gentem tradit fama dulcedine frugu,maxime uini, noua tamen
uoluptate captam, idem: Non arbore frugifera, i. tf>c*p.u non -n jpm
ydiftif' Plinia titulum dedit de naturis ar * borum frugiferarum. Malleolus,
& Sarmentum, c a p» x x v i. MalUo CE ges &deme\ Mi tfj ' AUeolus a fomento fic dijht,ut pars a
toto. E fl enim md Jeolus(ut placet Colimcllx ) in modum mallei roftrd ha=
Ubixapt, bens,aptus plantationi Quando autem arefitfo farmenta funt . cum
malleolis igni referuata , indifferenter uocantur. Nam er ^ Annibalemjegimus farment&cornibus boum
alligajje , eaq; in * ccndiflhyUt koftes fideret. Et nonnullis ciuibus Romanis,
qubd$^?t0 domos haberent plenas malleorum , ad Capitollj , uel urbis in- riu
J,emint* cendia,fraudi fuit. Arbor 3C Frutex. cap. x x v i r. (0~mk R hor a
frutice itn differt,ut frutex ab herba. E fi enim fu* tex,qui ad iuflrn
magnitudinem arboris non ajfurgit , cr flatura flmdis efl multis herbis, fcd
non demoritur , neq; arefeit ut herba, fed perenis efl. I nter frutices
eflfoboles quoq- illa ars borum,zr plantula.Ab hac fruticari uerbutn,quap
futicem res nafei ex arbore. Marcus Tullius Ad Atticum : E xcifa efl enim
arbor,non euulfc.itxq; quam fruticetur uides. Nam illud, quod fepe legimus
fruticari pilum,translatum efl. Acinus , Bacca t Pomum , 8C Nux. . X Cinos inter er baccas hoc intereffe puto,
quod acini inb J\fruttus minutiores arborum , fruticumuc.denflus nafcuns
turibaccr uero dijperflus,?? rarius. Inter acinos enim numera* . tur grana
uu£,grana hederr, grana fambuci, grana cbuli,grd* na mali punici,addo etiam
moru, «- nitjylueftris enim,?? pallio porcorum efl . Cafhnea in nuces
fimafylua/v* reflrtmunde Verg . Cajhneasq • nuces - peut pinus,corylus, gjjj*
flue a loco aucllana,amygdalus, iuglans,cr fi qua funt his pmi r lia, non Z)I
lid,non poma dicuntur,fid nuces. Nonnunquam acini,CT boo* C£ indifferenter
ponunturiut Vergilius , E4qb-1?* Sanguinas ebuli bacas, minio q; rubentem . c a
p. xxix. Crepitus,S crepicus3Fremitus,xw. I ugulus anterioryunde uoxyhdlitusq;
procedit. Collum omnes partes infolidu coplettitur.Et quonia nerui, qui corpua
erettuyrigidumq ; faciutyin ceruice funt collocatiydicimus horni * nc durx
ceruiasyquafi indomdbilcymore ferocium bou.ucl quod qui ceruice erettay%r
rigida cttycotmaciam quandayzr rigore mentis pr Hunquid dij erant comites
Troianorum , atque Aeneae , an duces i certe dij penates comites erant ,
confcfiione tum Aenea , tum ipforum quoque deorum . Nam libro primo Aeneas ait:
- Raptos qui ex hode penates Claffeueho mcctm . Et in tertio dij aiunt: N os te,Dardania incenfa,tuaq ;
amafecuti : Nos tumidum fub te permenfi clafiibus aquor. Sub te,id eft,te duce
: er te fecuti fumus : id efl,tui comites fui* \ , mus . j dem quoq ; de Gracis
dicendum efl , er de eorum deis . Idem etiam de Sibylla , er de Aenea, quanqudm
modo hic,mo* do illa dux erat,aut comes : tamen quiafequebatur Aenea uo*
tuntate Sibylla,cr quafi miniflrd fe prabcbat,comes erat. Quid uero ducebat
pramondrds iter, e? declaras ca qua ignorabat, dux • -* e£fatio:ut,o''
Jpeftnculum ntifcrm, atfy acerbum . gt»- Vttr( . [em
promontorijs. I dem x l v. Adiunftaq; infula Euboea, er excurrente in altum,
uelut promontorium, Attica terra fit*. Officina, 8C Taberna. Officina,ejl ubi
opera fiunt. Taberna ubi opera ipfa, cate* raq; merces uenditantur.officina ejl
Jhtuarij, fuforis,fla * toris,calatoris,excuforis,uitrearij, f ut om, fibri :
qui multiplex ejl,li gnarius, er hic no unius generis ".ferrarius, nec hic
fimplex: lapidarius , qui cr ipfc in multas diuiditur jpecics. Taberna uo catur
uinanajanaria, olearia , er mille huiufmodi:unde opifi* ces,cr tabcrnaAj
uocantur.Cicero pro Lucio flacco: Opifices, er tabernarios,atqi omnem illant
ficem ciuitatu,quid ejl negotii concitare: Nec negauerim aliquando unum ,
eundemqj loeu of * ficinam,cr tabernam effe, ut futrina,in qua calcei c? fiunt,
er uenduntur. Quadam igitur artificia ( quanqudm fola artificia funt opificum)
catera quaftus,zr opera dicuntur : fed quadam huiufmodi femper habent fuum
nomen , ut hac ipfa futrina fu* toris,cy lignari j proprie fibrica,aurificis
aurificina, cauponis caupona-.tamen er eam, qua uinum uenditat , cauponam uoca*
mus. Quidam malunt dicere cauponam , pro loco. Argentarij argentaria,quod nomen
quidam,pro artificio ,cr argentarium , pro artificelqui idem ejl
aunfixjaccipiunt : atq; ita ejl in Hir * remia.Titus autem L iuius, C icero,
Quintilianus,cateraq; omnis antiquitas pro his accipit, qui campfores uulgo
dicuntur , non illos dico minutos, qui nummularij , er menfarij a nobis, xs-
Ac&s-ai d Gracis dicuntur,qui ijdem trapezita uocari poffent. Nam colybisla
trapezas habent. Sed Elautus in Curculione tret peditam, er argentarium pro
eodem accipit, Auis,ertilionem,qui utroque caret , quatuor enim pedes ha*
bet,zr (emimus ejl. Volucris ejl quacunque uolat, nec auis fo* lim,fed illa
bestiola quoque minutiores, ut apes , uejfia, culex , tabanus xyx Dedam. >}•
laCato.Maio. tib.3. Ub.i.decad.1. Ub.j. Lib.i.decad.3. f tabanus , locujh,mufca,cicada.Siquidem
Quintilianus apes uo* lucres uocat. Et Plinius non femcl hoc Jignat, undecr
Cupido uolucer dicitur. Indoles. c a- p. x l v i. IN doles ejl nonfolum in
pueris, er adolefcetibus jignificdtio futura uirtutis: ut apud Quintilianum ,
ln prinus annis lau* daretur indoles. Cicero : Vtenim adolefcentibus bona
indole praditis fapientes fenes delebantur. Et Valerius titulum de in* dole
jecit ynon tantum puerorum, ddolefcentiumcfc exemplarepe tens, fed etiam in
uiris , er quidem prafentis uirtutvs ,ut idem Cicero deOjficijsiln quibus ejl
uirtutis indoles, commouentur . idem pro Calio:Si quis iudices hoc robore animi
, atefc hac in* dole uirtutis, cr continentia: juit. Liuius de Lauinia iam
matre , er pojl mortem Aenea res adminijlrantc inquit : Tanta in ea uirtutis
indoles juit . Lucanus: indole fi dignum Latia,) i [anguine prifeo Robur inejt
animis- lndolc quafi generojiate quadam uirtutti,dtq; dnimi.liuius ai malam
quoq; partcm,cr ad muta, atq; inanimata transfert, lo* quens de Annibdle,fic:
Cum hac indole uirtutum, cr uitiorum trienio fub Hafdrubale imperatore meruit.
Et alibi: Sicut in jru gibus , pccudibusq ; non tantum femina ad feritandam
indolem ualent, quantum terrae proprietas, ccclity fub quo alutur : gene*
rojius in fua quicquid fed re unam legem, fed ab infiniti* interpretibus legum
, infinitus leges effe iudicantes. Etiam titulum de uerborwm fignificatio* ne
non legem imo leges appellant: quo quid abfurdiusi AccruuSjStrueSjStrages, 8C
Sarcina, cap, xlix. Ceruus minutarum proprie rerum congeries efl, ut firu*.
.menti,cr leguminis, ut [alus, interdum aliquanto etiam Vetgii. Aen.s_.
maiorum,ut aceruus fcutorum apud Vergilium :er fire gene* JnilaVadem rdlc ad
omnia efl. Strues aute proprie lignorum. Strages uero r seft pauper ue,aut
inter hos medius.Ego fim pofitus in hac coditio * ne:id eft, fortuna, ac forte.
CicerorO' miferd conditione admini* ftradi cofulatus. Huic figni ficato illud
pene par eft,quwm inter plura eligeda fortis eft oblati eleftio:ut apud M ar.
Fabiu, O b* lati eft 'aiuuenibus tyranno coditio , ut dimitteret alteru ad ui*
fendam matrcm3ad diem praftitutum reuerfurumfiti ut nifi ac*, cur 14 curriffct ad diem , de eo , qui rejlitcrat ,
poena f 'umeretur . Dici* mus igitur offvro conditionem, uelfiro , ud pono
conditionem. Hunquam fere per aliud uerbum. Q ue conditio dum placuit , u etiam
fere femper dicimus,accipio conditionem. Vb apud Te* rentiu/m , amatores C hry
fidis tulerunt muluri conditionem,ft uellet cis more gerere, fe daturos iUi
pretium , liberalem $ mer* cedem. I pfa itero accepit conditionem.boc
efl,paftioni,promif* fioniq; ajJenfit.Ab illo jignificdto non longe
abfunt,offi:ro cie* dio n an, do optione. H ac time folent efje inter
plura,illud uerd in uno frcquentius:ut,ojjiro elettione utru uelis eligedi:
ej,do optionem,quod udis potifiimum optandi:dcinde tu aut digere te dicis,aut
optare.Ofjvro conditionem Chryfidi,unam fcilicet. Frondes, 8C Folia. cap. lxviii. FR ondes arborum funt
tantum. Folia autem er arborum , er herbdrum,cr florum quoque. Excubiae,#
Vigiliae. cap. l x i x. EXcubie diurne , er noftume. vigilie tantummodo no*
fturrit c. Suffragia. cap. l x x. OiVffragid funt ( ut fic dicam) uoces , qua
dicebantur ad co * & mitia, in tabeHa'uc feribebantur , quibus fuam quifq ;
decla* raret uoluntatem de aliquo eligendo in mdgidratum: qualis cjl hoc
tempore cie ftio fummi pontificis, er eius quem Cefdrem Augudum chridiani non
crubefcunt appellare,a damnatis no* minibus tyrannorum,qui nonmodo oppreffere
Rempublicam, ut nemo iam pofiit uocari rex Romanorumjed fub eorum gle* dio, rex
uerus cocli , er terre occifus eft. E t pedea idi infa* ni,CT nodre religionis
immemores, uocant diuum Augufhm, diuum Claudium,diuum Traianum,quafi uulgus,
atque horni* nes pofiint principes referre in deos. Sed hec omittamus , hoc
tantum dicentes, Romanos non agnefeere regem aliquem. Et quum cetere gentes in
libertate fc ajferuerint , hoc multo megis nobis licere, Suffragia igitur(ut
dicebam ) funt uoces in ele* dionibusiquod fufiragium,quia cuiprjejhmus ,
nimirum eidem gratum facimus,hinc fddu ejl,ut fuffragium pro auxilio fepe
ponamus : er fuffr agor, pro auxilium fero. Refragor
repugno, proprie quidem in didisjed nonnunquam er in fidis.
Catulus,Pullus,Hinnulus,5C Foetus, . CA tuli funt feraru fiue immitium,fiue
mitium. Nam er ca* tulos murium legimus. Pulli uero pecudum. Foetus auium, er
pifcium:quanquam er hoc generalius nomen eJl.V nde foe* tificare , pro panre:
er fcetura pro partu , ad omnia animalia muti pertinet. C eruor um hinnulos
dicimus,capreolorum quo * quc3caprearum,damarum9leporum,jhndiumqi. Catulos quoq; f'erpentum,ut Vergilius de colubro:
-Catulos tedis,atq; oua relinquens. Immaniumq, pifcium,qui
Geore>i» non edunt oua.Propric tamen catuli funt filioli canum . Vergi* £ . lius: Sic canibus catulos finules- 8,4 C
icero de Diuin. Erat autem mortuus catellus eo nomine, Lfl>. u Lucs,&
Peftis, c a p. ixxn, LVtf,cr pefiis hoc differunt , quo genus , er ffecies. Nam
' quum in urbe,aut in agro fibrisyaliud'ue genus morbi fie* uit,fiue folos
homineSyfiuefola pecora,fiue utrofq ; corripiens, lues dicitur: interdum etiam
fi arbores , ac fati. Pedis uero aut cito occiditydut cito abit ab co,qucm
inuafit3quer hominem corpulentum potius,quam (ut aliqui loqutin * tur) carnofum.
Quintilianus in fexto : Corpulento litigatori, cuius aducrftrius item puer
circa iudices erat , ab aduocato la* t tus,quid faciami te ego baiularc no
pojfum.ltem in primo:Offa detegunt: qux ut effe er aflringi nems fuis debent,
fic corpore o perien * - zt6 t * o perienda funt.ldem in
quinto,Neruis^illis,quibus caufa eoius tinetur,adijciunt,indufti fuper corporis
frecietn. Et alibiiHf* ret aftrifta nudatis ofiibus cutis , er in fame fua
homine cofum *= BpHLt7.iib.7. pto iam membra fine corporc.Cicero ad Gallunr.Ego
hic cogi* to commorari , quoad me reficiam. N am er uires , er corpus
anufi.Sedfi morbum depulero , facile (utfrero) illa reuocabo • Qjjod etiam
fignificauit M artiahs , 7«adCcf. Viucbant laceri membris jlillantibus artus, V
'inqi omni nufquam corpore corpus erat. » Videlicet
quod in corpore illius non erat caro, * Lamina, 8c Braftea. . LAminam tum farream , aream, plumbeam , fhnneam,
quam auream,argenteam,eleftream,orichalceamdicimus:Brafte* am potius ex his
poflcrioribus. Aut certe braftea tenuis efl,cr fua fronte plicabilisiL arnina
ucro crafiior,ex qua armatura co* ficitur,er qua incenfa olim homines
torquebanturmec erepi * tat, ut braftea pr,«# proprie, afjvftum dicimus, illa
igitur (ut ego quidem fentio ) af* ap,u feftio Grace dicitur, quam noRrates
philofophi in Lati * num uertentes appellant dijpofitionem. Aliquibus tamen
uide* ri pojjet definitio illa Ciceronis hunc quoq; fignificatim , qui efl
arao©- complefti. Quibus, quia ad rem non imltu/m attinet, non fune repugno:
cum pr£fertim omnes fere iurifconfulti, os mnesq • ecclefiaftici feriptores
ajjvttione pro affcdu accipiant . Efl autc affvttus pars illa anim£
qualitatis,qu£ e regione ratio* nis efl, Quicquid enim in anima, pr£ter parte
illam memori*, ratio non efl, affvdus efl : er rurfus , quicquid non ejl
affvftus, ratio. Ab hoc fit affvdo,quo etiam Cicero ipfefepe utitur in li* bris
ad Herennium : Non tam affectanda, quam ill£ fuperiores, L}Jj fed tamen
adhibenda nonunquam.Apud eundem nunquam(nifi me incuriafefederit,aut memoria
fidat ) legi afje£hitionem,fre * quenter apud Quintilianum ,er c£teros,ut ibi :
Nihil odiofius dffe&ttione,id efl,afjvRu, conatuq; £tmlandi alterius
uirtute , quam ajfequi nequeas refragante naturaiuel nimio afjvftu, ni * mioq \
conatu alterius uirtutem amulandiiitt ut turpe fit,ac de * forne, fic auide
£muldri. Latebrar,& Latibula, . LA tebr£, hominum
proprie dicuntur : Latibula , ferarum. Quintilianus ; Et quamuis odio euerforis
noRri euocatus Dedam.», t i latebris x9o
E U.i.de offif, c latebris fuis populusjubfellia non implet . Cicero:
Videant, ne quxratur latebra periurio.id ej},excufatio periurij.LatibuU no ^
nunquam hominunr.Latcbrx etiam fer arum. Liuiuslib. xlyii. Jnter uepres in
latebris ferarum nodem unam delituit. De Luce,& tcnebris:Die,ac nofte, *♦ LV cc,er tcncbns,pro die,ac node accipere
folemus. Differt tamen prima luce, d prima dic. Nam ibi intelligitur prima pars
diei, er quafi diluculumihic autem prima dies. Ita primis tenebra, er prima
node, ibi de prima parte noda loquimur 9 hic de node ipfd. ldcoq; ante lucem
melius dicimus quam ante diem,fi diluculum figmfecumtu, Nam ante diem, pro ante
tem * pus, dici foletipratcrquam fe de certo dic loquamur.ut , ante dii flerim
um:ucltar.te fextm calendarum Noucmbriu:idcfi9fcxto die ante calendas Noucmbm.
1 n quo loco praecptum Pauli in* ferere non inutile fuerit, qui ait: Ante diem
decimum cakndaru* C 7 pojl diem decimum calcndarum,£quc utroq ; fermonc unde*
cima dies fegnifecatur. Verum non quemadmodum ante lucem tndius,quam ante diem,
pro diluculo dicimus: fic ante tenebra^ quam ante nodc,pro crepufculo.fcd
cdiuerfo potius. Keperitur autc luci pro luce } ut uefyeri pro uefe>cre,cr
ruri pro rure. C ice Philip. « »;eros,crp qua funtpmilia. vtrunq ; tamen
aliquan do recipit exceptioncm.Nam er non fcmel legimus projpcram alicuius ud
letudinem:ut Suetonius de C affare, Tuiffccum prcftcrdualetu* g £♦£ dine.id
eftybond,cr quapplici.Et de T yberio,ualctudinc pro* fi>errima ufum eum effe
ait. Salluflius : Sed pofi quam res ciui= jn catiL bus,mwris,agris fdtis
aufolyfdtisqy proftera uifa efi. Rurfus V er gilius:Sis ftlix,noflrum^
leucs,quacun% laborcm.Vro eo quod Aca.u efl,ps profl>era,cr benigna .
Saluber }& Sanus, c a p. txy vitt. SAluber, pue ( quod ufitatius cft )
falubris, dicitur der, cibus, potus,locusymulaq ; huiufmodiiidcm fire quod
falutiprypue falutaris.Sanus homo dicit ur,c£t er aty animalia.Res falubris
prat bet fanit*tcmyhomo uero recipit : qui poteft er praberc , tunc#
faluber,quap falutifer dici. Sed in utroque etiam aliqua reperis tur exceptio.
Siquidem fanum aere, fanum cibu/m , fanum tocum t 4 uocamui i »JJ x9('
lavrentii vallae uocamus,quaji falubrem ,er praebentem fanitotem. Contra
flaltt* lalugurth* bns profano. Salluflius:Gcnusbcminufalubri corpore, uelox ,
patiens laboru,plerosq; feneftus dijfloluit.Liuius : Grauiore tem pore anni iam
circimafto , dcfunflfo. morbis corpora falubriori cjfe coepere. Martialis dm
deferibit uitom beatm,inquit: Lt10.cpig.46. ^ jj nunquam,tom rara, mens quieta.
Vires ingenu£,jalubre corpus. p rudens pmplicitos,pares amici. Hi tres quos
produxi loci, idem nomen habent coniunflm cum corpore. Quare non auflm
dicerc,ut dixit Boethius in transla* tionibus fuis. Aeger an faluber.Nam de
aequali fuo Cafiiodoro , qui apud nonnullos in pretio e fl , nunquam ideo jacio
mentio * nem , quia cum regibus fuis Theodorico , c r A larico, quorum feriba
Juit,Gotthicum fonat,zr barbarum. Iucundusi& Gratus. c a p. lxxxix,
IVaiduSjCr gratus pc differunt, quod iucudus proprie in pro * fteris. Gratus in
aduerps. lucundu uoco no qui Utus efl, fed qui Utitije efl alteriiut projfer,ac
falubcr.vfqueadeo potefl qs trishs,mocflusq; effle, er tamc iucudus: ueluti quu
hofhs meus in dolore efl,tucnuhi iucudus efl: er ego gaudens, fu/m idi minimt
EpilW.ii.4. fc. q uarc n3 locutus efl,q ait , I ucudos nos jaciat fu quod bonum
honestum, fed idem quod benignitas, a' primo fit bonus uir,bo* nus feruusybonus
iudexiid ejl,iujlus, er exequens offici j fui de* bitum : ab hoc bonus pater ,
bonus dominus , bonus deus,bonus Acncai:hoc ejl,bcnignus,cr clemens , qua
altera infliti£ parte cjfc conslituuiu,uocantcs eandem beneficentiam . Nam
iuslitia partiuntur in duas partes:lusUtiam,quargo humi flores: CT flcrno
lettum p allio :pro eo quod efl, flerno pallium lefto, Acqualis, libidinemq j
decla* rantytum iniurUmmam er proterud, petulantemq, ; eodem loco dc inhonejh
focmina apud Ciceronem legimus pro Calio:Si uU diu libere yproterua
petulanterydiues ejfusc,libidinofa meretrU cio more uiucrct.Proterudm minore
gradu, quam petulante fi * gnifecauit.PetulanSypro libidinofojdfciuoq j accipi
notu ejl:ut, -P etulansq; iuuenta. E t O uidius: Quinetiam ut peffem uerbis
petulantius uti. Non fcmel ebrietas efl fvmlatx nubi. Id ejlylafciuius , er
licentius . Procaces quoq; meretrices legi * mus, qualis Bacchis Terentiana ,
catera:# impudica: mulieres, quae pudori fuo(qu£ una dos fpeminarm eft)ite
uerbis quidem mordacibiiSyfbml er turpibus parcunt, dfeipfis ,fuccq; condi*
tionis [amittis capientes principium.ProteruiaJeuior quxdam contumelia ,
Procacitas maior. Petulantia maxima. Cicero in Sadu&iwm-.Nein idem incidam
uitium procacitatis , quod huic obijeio. Et iterum : Non enim procacitate
lingua ,uita fordes eluuntur. Atq; iterunr.Nam quod ijh inufitata rabie
pctuldntcr in uxorem, filiam# meam inudfifti,Et iterum in eadem : D efine bonos
petulantifiima itifcftari lingua : define morbo procacia* tis itio uti.
SaUuJliusin Ciceronem:Grauiter,cr iniquo animo malcdiftn tua paterer Marce
Tulli , fi te f cirem iudicio animi magts,qum morbo, petulantiaijh uti. Et
iterum:Bibulu/m pe= k***» tulantifiimus uerbis Udis. Hac eadem nomina in fittis
quoque nonnunquam reperiunturutfi quis ambulans per impotentiam mentus,obuium
cubito .feriat , aut cum contumelia fibi cedere cogat , hunc proteruum dicimus.
E t Vergilius Aufiros proca* Verg.t.Aea,
ces uocat. Et ab eodem : -Har diq; petulci floribus infultent - diftum efi,quod
hoedi foleant iniuriam facere , per animo fio* procacibus au- tem quandam
tranfeendendo fepes,zr in alia loca penetrando: Seorg.*, qua iniuria petulantia
ejl. Orbus, dc Coelebs. c a p. cvr, ORbus,eJl quicunq; aliqua re chara
priuatuseft. Proprie autem parens amifiis liberis , quafi anujja luce oculorum
. V nde illud frequens, Parens liberorwm,4n orbus fit , plurimum difht. Et hinc
orbitus, qua ejl illa qualitas patrum pofl amifios liberos , ut uxoris uiduitas
poft amiffum nutritum. Quintilia * Qs*n‘»'UJb.r. nus de patribus, in ipfos
loquens pro uxoribus,ait : Non habet cap*,0• orbitas ueftra lacrymas fuper
ardentes rogos , tenetis incon* cuffam , rigidamq ; faciem. Contrarium huic
ejl, quum dicitur crbus,quafi orphanus,ut apud Teretium: Orba,qui fint gene*
inPhorm. a& re proximi , H is nubant .- E t hinc orbitas apud Marcum Tui *
*•&on furum inuaferunt.Vr ucl ab* fente patrc,ucl mortuo, filia (ut qua
eamte^atq^ adeo ea me* te Jit) prostet. Sufficiant igitur huic operi quatuor
fuperiord Uolumma,quintuml £ hoc de uerbis , accedente [exto de notis autorum.
Quod fi etiam plura feribendi facultas, tepusep, fup* peteretynefeio an
jaciendum putarem : ciim fciam , ea qua uel optima3atqi pulcherrima funt,niji
compendij gratia iuuentur, ut pontificales olim cccn£3 longitudinis futtidio
laborare : fi* mulqi huius, de qua loquor, materia, neminem (de prudentibus
loquor ) uniuerfim corpus aggredi effe aufum,fuam fibi unuf* quififc particulam
ad feribedum delegit,fiue ne longiore opere legentibus faftidium mouerct (quod
enim uocabuhm no fuam habet in fignificando elegantiam r) fiuc immenfitatem ,
in fini* tatemq, uoluminum ucritus. Quibus rebus me quoq • motu fuiffc
futeor,cum mea Jponte,tum illorum exemplo maxime,ne [em* per imperfc{hm,ne
femper inclufum habere,ne femper efflagi * tantibus opus negare uideamur:ne'ue
quibus obfequi,crd qui * bus laudim fujjragia nancifci cupimus , cifdem iufta
querela , iuslaq j uituperationi/s materia pr abeamus. T um eo quod in fi *
diatores , er fures re expertus (ut fecundo libro dixi ) cauerc debeo,quos nunc
multo plures effc,ac fore amici oflendut:quai caufa P rifeiano (ut ipfc
testatur) fuit,ut ftftinantius opus iU ru, ^ P lud de arte grammatica ederet.
Hac eadem nos caufa,c? cate* rif, quas enumer animus , fumus adatti non modo ut
fiftinan* IS tmlibros noSlros,uerwmetiam
ut pauciores ederemus. Et illi tentum xmulorum infidit nocebant , mihi etiam
prxter extera fii(crum,atq; amatium ftudia nocent. Tradatur ergo aliqua * do
uiro puella, contenta hac (quantulacunfy) dote. N on enim fdrmofam effe
credibile eft,qux maritum,nifi magnitudine do* tis conciliant e^non
inuenerit,uirgo prxfertim. Maritum autem puellx catum literatorwm
intelligimus,a quo fanftitatem uxo * ris,pudorem'q j CT custoditum effe cupimus,??
cuStodiri debe* re tcftamur. Sed ai promifiam uerborm diffutationem ( cuius hoc
libro locutu tt eft) defeendamus. C /
DiicoJEdifco,Dediico,Dedoceo,5c Inftruo* I SCO, er edifeo maniftSte differunt.
Nam difccre eft,ut inteUigas: edifeere uero , ut me * moriter coplcdaris.
ldcoq; caput apud tilianum , quod inferibitur de edifccndo , i incipit: illud
ex cofuetudine mutandum fus exiStimo in his,de quibus nuc differimus
xtatibus,ne ot qux fcripferint edifcant,e? certa,ut moris eft, die dicant .
difco,quod didici,obliuifcor. Dedoceo te,oStendo fulfum effe, quod doftus
eSydocens quod uerum eji : ut apud eundem in fe* cundo,Et quidem dedocendi
grauius,ac prius , quam docendi lllud,quo quidam utuntur, InStruo ( quale eft ,
inStruam te in uia hac,qua gradieris ) nobis apud idoneos autores incomper **
tum eft . Dicimus enim InStruo clafiem, inStruo aciem , inStruo caufam, inStruo
militem : non autem difcipulum , aut mentem alicuius,nifi eo modo,quo
inStruimus ea,qux dixi. Excogito , Reperio , Inuenio , Offendo. Naftusfum. c
Excogitare, eft per cogitationem inuenire , idefc tum incorporeas pertinet:ut ,
excogitauit argumenta , tiones. 3t* tiones,figuras,cdufas. E flergo excogitare,^
inuenire , con * Ub. «.Metam, flUjireperire uero fortuna. VndcOuid. -Tu non
inuenta,re* perta es. Sed iam ufus
obtinuit,ut idem fit reperio , quod in * uenio. E fl dutan inuenire ucl
confilio,uel cdfu , fiue corporea, fiue incorporea repcrire.offvndo fere
quodrcperio,nefy folurit reuertendoicrad jbtum rerum publicarum, uel priuataru
per * Oc.in Som. tinet:ut,offrndes republicdm perturbatam cofilijs nepotis mei:
p* Verumetid fine his,ut idem CiceroiSed tme. nemine tm mate ficum offendi ,
qui illum negaret A ntonij dignu fenatu. N dftuf fum etid pro inueni , feu
reperi frequeter accipitur.Vt idem in - PdradoxisiEum tu homine terreto , fi
que eris ndftus,iftis mor* iis, aut exilij minis.Et de Senefiutr. Vitis quidem,
qua natura caduca efl,cr nifi fulta efl, fertur dd terrdm,eadem ut fe erigat,
clauicuhs quafi manibus,quicquid efl na£h,complettitur. Defipio,Defipifco,#
Refipifco. c a p. ur. . D Efl pio , fiue defipifeo fignificat,uel quod aliquid
a com* muni fenfu, f apientia $ minus habeo,uel quod d meo f en * fu deftituor.
Quod fere uitiim aut ex aetate uenit,dut ex mor* bo,auttimore,autamore,dut
finuli aliquo affvttu. Cuius con* trarium efl refipifcerc:cr fenes quidem iam
demetes nunquam refipifcuntycateri autem refipifeere, id efl,dd priorem mentis
Jhtum,uel ad meliorem mentem redire folent. Terentius : fnHeaoto*. - Multo
omnium nunc me fortunatifiimum Faftum putoeffe gnate,quum te intelligo R
efipiffe. Prohibeo,# Inhibeo. ; - T3 Ro^,^co uel Zenerqu£fcilicet peti
debentmon aute de appetendi s: ex quo deriuatur appetitusyqui irmcnfa, cr
immoderata cupis ditas dicitur. Quare qui dixit , Omnia bottrn quoddam appe *
tere uidenturymiUem dixifjet expetere. Vendico,li - E ode modo dicimus , tulit
filium,ut fuftulit.Suctonius in Domitiani uia:Deinde uxorem Domitia * ni, ex
qua in fecundo confulatu fuo filium tulerat ,repudiauit. Alia duo fignificatx
notiora funt,quorum alterum efi,fmr.mo= uijfe,ut Vergilius: -lubetcr fublatt
reponi Pocula. - Alte* Acn-8» ru,in altu, tuliffe: ut idem:-Et fublatum alte
cofurgit in enfem. Qu£ duo declarantur ex illo in Neronem epigrammate r Su«o.in
Nero Quis neget Aenea magna de ftirpe Neronemf cap. j>. ' Suftulit hic
matrem,fu8ulit ille patrem. # Hic fuflulit matre, quia occidit, cr de medio
abjlulit. lUe fufiu* Iit patre.id efl,fupra humeros fumpfit, er ab incendio
eripuit . Prouoco,3£ Laccflo. . -J PRouoco,in mala partem
dicitur ,er in bona. De mala notii cfi.Debona uero,Cicero adBrut . Tuisliteris
amatifiimis fum prouocatusXaceffo plerunq ; in malum:ut idem , Sed iufti= om*h
tia primu munus ejl , ne cui quis noceat, nifi lacefiitus iniuria. Sed
nonunquam in bonuiut idem quinto Tufcul.Tuis me ama * tifiimis libris
lacefiifii.Et ad Atticum lib. xm. Cum ipfe ho* mo nunquam me lacefiiffet.id
efl,nunqudmme libris fuis prouo cajfet ad refrondendum.E fi autem prouocare,cr
lacejfere,tcn* tureadpugnam,er ad concertationem . HHiOjHifco,& Dehifco. c
a p. x v. lare ejl aliquid fua fronte, er externa aliqua ui diffinde * ' * j
re,ut S x6 re , ut tellus uel in
comparatione fui.Et alibi:Pr£ fe utilitatem gerit. E t alU biiTamen iniuriam a
te in me fittmjcmper ante me duxL cap, xviii. r Rationem habeo, & Ratio
condat. RAtionem habeo , idem eft quod rejfteftum habeo , fed tan* ttmmodo in
bonum:ut, habenda eji ratio falutis, ratio ho* nom,ratio rei f miliaris : non
autem infirmitatis , turpitudinis , incommodorum , ut quofdam annotaui
feribentes . er, tu ficis contra rationem ualetudinis. id eft , non habes
reffieftum uale * .tudinisfanitatis inquamtnon aegritudinis : qu£ duo , hoc fi
gn i* ficat nomen. Q u£ exempla , quia pafiim inueniuntur , omit* toXicero ad
Marium inquit inufitatius : Pudori tamen malui , Epift.j.iib.6* fimteq j
cedere, quam falutis mea: rationem ducere . Et in fecun* ^«P** do Officiorum :
Siue ratio conJhnti in 3jo in animo Ciceronem ad Cs forem mittere.lUud uero,eft
delcShtf, Dc Amic. (ypUcet.Vt idemiUaque non tm me ijh fapientis,quam modo Fan
nius commemorauit , fima deleftat, jalfa prafertim ,quam quod ffero amicitis noftrs
memoria fempiterna foreiidq ; mihi eo magis e fi cordi , quod ex omnibus fecuLs
uix tria , aut qua* tuor numerantur paria amicoru.Quo in genere fferare uideor
in And aft. * Scipionis amicitiam er LsHj,nota>n pofteriati fire.id eft , eo
ice... * *’ magis me dele£ht,cr placet. Terentius: Aut tibi nuptis hsfunt
ai" 1 fcfc™* C0Y^ E f uter(b utriciue eft cor^ > l ,4a cunds
funttibiyCT uterq; alterum amat. Inuerco, creditoribus uendebdtur.De quibus
magna apudLiuiu fit men* tio.Et Addiftus mort^dcilinatus dicitur. CICERONE
(vedasi) de Off.lib.uu Et is, qui morti addiftus ejfct, paucos fibi dies
commendandoru fuoru cauftpoflulaffct3udS faftus efi diter. Aliquado (ine aufti*
- one fit licitatioiut apud Curtiu de Dor io, qui pollicebatur pre * Lib*^ tium
pro capite A lexddri, fi quis eu. dolo occidi(fet, ita inquit: Et quum habeatis
arma, licitamini hoftim capita. Si quid tome inter liceri3cr licitari differt ,
id efi, quod liceri uidetur aut fine reffeftu effe diorum emere uolentium3aut
tantum fcmcl deferre pretium» 354 lavrentii vallae pretium. Licitari ucro cum
mitis, er fepius augere pretium» ut emere uolentes deterreas ab emendo. Audio
,5^ Exaudio:Oro,• exaudita deorum Vota precesq; me Ingredior. c. INgrcdior
componitur quidem exintfed diucrfa ratione: nunc ad locu/m,ut ingredior fbrwm ,
ucl in forum. Qui mo^^ dus loquendi nenuni ignotus eft. Nunc in loco,quod eft
ambu * to,cr incedo. Vergilius: Georg.j. Continuo pecoris generop pullus
inaruis Altius ingreditur,^ mollia crura, reponit. Cicero libro quinto ad
Atticu : Si dormis,expergifcerr.p fhs9 EptfUj.Ub.f ingredere : p ingrederis,
curre : p curris, aduola. idem eft ergo ingrederis hoc loco,quod graderistquod
eft ambulas. y 4 Con 144 Confulo te,SC ribi.ConfuIco,Confulcor,ConfuU tus,&
Inconfultus. c a p. xu COnfulo te,confilium peto k te,uel interrogo , er
inquiro « QuintiL Quid per fidem facere uultis i luuenem quem de parricidio
confuluit pater iile feruatus,miror hercule (non di* Ubto.cap.i. xiffe uolui )
fum ueneficus , /ion parricida. 1 dem:Ergo primum e)i,ut quod imitaturum
eft,quifq ; intettigat,cr quare boriu. fit, fciat:tum in fufcipiedo onere
cofiulat fuas uires.Et iterum:Ego aures cofiulens meas. Confulo tibi , cofilium
do tibi,uel proui* deo tibi:fed hoc frequetius,et magis proprie in
rebus:ut,cofule uit£ tu£,cofule ualetudiniycofulc dignitati, cofule
[aluti,cbfiule rebus tuis:adeo frequetifiime,ut quii dicitur cofiulere uolo
mihi, er liberis meis,intelligatur potius de corpore ,er de rebus ex* ‘ ,
tcrnis,qukm de animo. In plurali aute numero interdum repe* ritut,finc appofito
tame:ut,confiulunt fenatoresiquod ficque* tius dicimus,cbfultant.id
eft,deliberant. N ifi enim ddfit qui co* filium petat, er qui confilium det,non
ait deliberatio, fiue co* fultatio. Atq; ut confidunt dicimus,pro
confiuhant,hoc efi,quod altaa pars petit, altaa dat confilium : ita econtrario
nonnun* quam confultare efi unius,non plurium partium, fed ita fi apud fe duas
partes fuftinet, fecumq; delibaat.Hinc duo nomina na fcuntur,confultor,zr
confultus.Confultor fire pro eo,qui aliti confiulit,dccipi foletinonunquam
tamen pro eo,qui alij cofulit. SaUuftius in lugurthaiSimul ab eo petiuit, uti
fautor, conful * . . . torq; fibi ddfit. Etiterum:lta cupidine,atq ; ira,pefiimis
cbfut* toribus,grdffari,neq; j afto,neq -, ditto abftinere. Con fultus , efi ■ homo prudens, ac [ciens,
dignusq, ; a quo confilium petas. C£* terum non occurrit mihi ubi
repererim,nifi aut participium:ut ,B ^Oufntn* Mi, Con fulti medici dixerunt
eundem efje languoran. Aut no* nten pro iurifconfiulto,ut Horatius lib.u Serm.
Saty. i. uif "S,u° -Em 'M“' moJf mles> , reddere iut«. Mercator,tu
eonfultus,modo rufticut- Quintilianus in feptimo: Scripti , er uoluntxtis
frequenti fima inter co fultos quajlio efl L iuius tme libro primo , ait de Nma
Pomplio: Con fulti fimus uir,ut iUaquifqua £txte ejfe poterat, omnis diuini ,
atq; humani iuris.Et in decimo: Cadidos, filer* tesq; iuris,atq; eloquetia
confultos. Horatius primo C arminu: Parcus deorum cultor, cr infrequens, I nf
tnientts dum fapientu Confultus erro- . t I n compojitione frequens efr,fed
ddiettiuuiut apud Quintii. o' **’ incon fultam tmliebre femper amcntiam.id efl,
imprudenti, in* €onfideratm,cr nudius confrlij. Alterum quoti; compofrtum,p
compojitu efl , iurifconfultus,quod etiam dici [olet iureco fultus. Honnunquam in fimplicirut Quidius primo de Arte amandi: Sit tibi
credibilis fermo,confultaq; uerba. '
Ago gratias. Habeo, Refero, ac Recido gra* . furnum £que,atq; faciendo. P Uncus
dd C icer.oncm : I mmortates t9‘ dgo tibi gratus, agamq^dum uiudm: ndm
relaturum mc, affar* mare non poffim. Tantis enim tuis officijs non uideor
ituhi re * Jpondcrc poffe. E ccc refpondcrc officijs , cr fatis facere bene fi*
cijs,eft gratias referre. Catcrum fa-cquentius ejl refiro gratiam , quam habeo
gratia, item frequentius habeo gratiam, quam ago * gratiam. V ix enim audiuimus
ago gratiam,fcd gratias. E t raro refiro gratias, fed gratiam. Cuius rei
tefiimoniu ejl illud in libro x l v i. Titi Liuij:Satiatusqi tandem complexu
filij, Renucia* te,inquit,gratias regi mc agere, refirre gratia aliam nunc non
poffe,quam ut fuadeam,non an.te in aciem defeendat, quam ut incaflra me redijffe
audierit. Dicimus item ago grates, fcd fe* pius apud pocas,qui necefiitate
uerfus,ago gratias dicere noti In Somnio Sd- poffunt. Nonnuquam etiam apud
oratorcs,ut Ciceronem: Ali* pionis. quantoq; pofi fu jf ex it ad codum,cr,
Grates tibi , inquit,ago fumme Sol, uobisqi reliqui calitcs. N ifi legendum ejl
gratias* CT non grates,pro eode fignificato , fiue pro eo quod cjl,reddo ,
grates.Seneca in tragoedia, qu£ inferibitur Agamcmnon,dixit i Reddunt grates
tibi grandceui,Lafii fenes compote uoto. . Reddunt grates , id e fi (ut ego
interpretor') agunt gratias . Quis enim refirre pofiit gratiam Deot quod etiam
fando nun* quam cognitum ejl,praterquam apud quofdam recentes,nihil tiifi
barbare loqui fcicntcsifcd gratias agimusjarb etiam.Grd* tiam dijs habere
dicimur,quoties agnofeimus, apud q; nofipfos AA 4*fcc*4« fatcrmr ^ Mis
beneficium accepi} fc , citra fpem gratiam refi* rendi:ut in Andria Terentius:
-D ijs pol habeo gratias, Cum in p oriundo aliquot afj uerunt libera \
Gratulor,# Grator. c a p. x l i t. GRatulariJfi uerbo tejkri te gaudere
fortuna,dc filicitxte alterius apud eum ipfum , qui affaftus ejl filicitatc.
Non^ it unqud apud teipfm ob tuam filiciatem^ldeo % firc poflulat dati .
iatiuum:ut gratulor tibi ob tuam praturam adeptam: gratulor manibus meis,quibus
ut te contingerent, datum efl. Quintilia = nws:Non efficiet tamen infandum
prafentis reatus,indignumq; difcrimcyUt mifcra puella non gratuletur jibi ,
quod ipfam pau* peraccufarc iampotefl. Poeta nonnunquam pratcreunt dati*
uum,utiq; quum fuerit pronomen , qua fuit caufd , ut quidam exiftimarcnt,quorwm
eflApuleiusJjocuerbum idem fgnifca* re, quod gaudeo . Ouidius in Heroidibus :
Gratulor Oechaliam titulis accedere noeris. Gratulor inquam tibi,ucl mihi,uelno
* bis. Idem tertio de Arte amandi: Prifca iuuent alios , ego me nunedeniq;
natum.Gratulor - GratulorfubinteUige , rmhi. Et interdum etiam oratores.
Quintilianus in P afto cadauere:Gra* tulemur iam,quod nulla duitas fame laboret.fubintellige
nobis. Verba autem Apuleij hac funt in apologia , de magia : Eo in tempore,quo
me non negabunt in Getulia mediterraneis mon * tibus fuifje , ubi pifces per
Deucalionis diluuia reperiantur. Quod ego gratulor nefeire i&os,lcgifJe me,
ere. Pratermifit datiuum:aut gratulor,pro gaudeo accepit. Quod tantum abejt Ut
approbem,ut pofit gratulari quis, quum minime gaudeat , atq; adeo doleat: quod
frequenter ufu uenit, utique inter falfos amicos, quum alter inuidus,atqs
atmlus tacite quidem dolens , quod alter honoribus auttus fit,tamen ili
gratulatur. Torte er Apuleius fubinteUexit mihi. I n eadem fgnifcatione
accipitur grator,fcd poeticum, hifloricumq; efl. Vergilius: 1 nueni germana
uiam,gratarc f irori. Titus Littius libro v i i.Twam fequeptes currum,louti
optimi maximi templum gratantes,ouantesq ; adire. Dicimus ahquado gratulari pro
eo quod efl,gratias agere: fed no fere nifi dijs im* mor talibus, ldcoq;
proprie idc efl, quod fupplicarc. Siquide tri* umphantes in Capitolium
afeendebant, I oui optimo maximo , ca tcrisqs dijs gratulatum.Eiufdcm quoque
jignificationis for * tufis ejl grator,quod fgnificatLiuius lib . x. dices:
Itxcfe prator extern Dedam, i;» Epift.Dcian* adHcrcul. Dcclam.ui 4. Aeneii. extemplo edixit ,uti aditui At in rebus incorporeis frequentius, ut
crefcant. Quintilianum Sed alere
fdcundiam,uires augere eloquentia pofiit. Perinde ac fi dixiffet, Augere
facundiam , augere uires eloquentia pofiit . Cic. Sed nec illa extinttt t funt
, aluntur jk potius , er augentur cogitatione ,er memoria.Coniunxit er tpfe h ^uoh,uel
ad illius, qui eligitur dignitatem. De* . v legit fibi
fpararc e& antea parare pbi,qur utilia funt,autfbre credit . Appara* re}ad
dignitatem quandam,ac uerius pompam, ideofy oratores pr£parant,quibus obtinere
caufam pofint . At proatmum ap » paratum reprehenditur , quod plus pomp£, atq j
odcncationis, quam utilitatis habere uideatur. Cicero Officiorum primo:? aci*
le totius curfum uit£ uidet , ad eannj; degendam praeparat res neccf) ariat, ut
pajlum,ut latibula, ac alia generis eiufdem.ldcm de Oratore tertio : illa qu£
in apparatu ffiri appellantur inp * gnia. Quanquam apparatus uidetur interdii
pgnificarc utru ut apparatus belli,quap praeparatio . Sed ut dicimus naues non
modo indrudas,fed etiam ornatas , quod quo res inflrudiorcs ad bcUu/m,eb pulchriores
funt,itt apparatum belli uocamus,ubi inftrumenta bellica etiam adornata funt.
Praefum,# Praelideo. cap. lxv. PRccfim er prspdeo dipvrut.Ab hoc pt prtfcs,pcut
a de* p deo defes,d repdeo rcfes.Ab illo uero prtefens , quod afuo uerbo
inpgnipcato recedit : de quo ante diximus. P rateffie, eft preepoptu epe rei
cuipiam gcrend£,atqiie adminiPrandtf.Vra pdcrc,cp ad opem prafiwdam
prcceffe,quam proprie prtjhnt .. homines iniuriam quidc patientibus,aut in
diferimen addudis: dij uero benepeentiam puoremcp, inuocantibus.Aliquddo tame
Cap,6‘ indijfirenter.Suctonius de T yberio:Vr£fcdit er Adiaas ludis, quap
dixiffiet,pr£piit.Cic.pro Sylla: Noli animos eorum ordi * num,qui pr£funt
iudicijs,oj]r;ndere.ldem pro eodem:Quam ob rem uos dij,cr patri] pendtes,qui
huic urbi,atque imperio prae* pdctis.ldcm pro Milone : Vos inuidi , er in ciuis
inuidi peri * culo centuriones, ateu milites ,uobis non modo infoctkintibus, fc
ante tabernam fcilicet , uel ante cum locum, in quo negociatio exercetur, non
in loco remoto ,fed euidenti : literis Groccis,an hatinistputo fecundum
conditione, ne quis caufari popit igno rantiam Uterorum. E t alibi: Caufari
tempeflatem,ac uim flumi* num.vbi liceat dicere,excufare ignorantiam
literarum,ej ex* cufaretempcPatem,ac uim fluminum. Mando,Praedpio,Iubeo,
Impero, Edko,em,mctum'ue tibi oftendo,ut foliata* re plebem: uel inquicto,cr
tibi curam inijeio. Gratum facio,& Gratificor, cap. l x x v r. G Ratum
facio, .ij.epig.»f I pfe ego,quem dixi, quid dentem dente iuuabit Rodere! carne
opus ejl,fi fatur ejfe uelis . Ne perdas operam,qui fe mirantur, in illos V
irus habe,nos hac nouimus effe nihil. Se mirantur dixit , quafi fibi placent,
uel de fe magnifice ' fentiunt. ' •
• A i Moror Sr 57* Moror te,6C Manco te. cap,. xcin. MOror te,er maneo te, a
quibufdam exponuntUr,pro ex* pedo. Sed mea tamen fententia
, magis poetice , qudrm Anu io. oratorie . Verg. Et tua progenies moralia
demoror arnuf. Terentius: Quem hic manes i Oratores potius accipiunt, mo* ror
te, pro retineo te,cr in mora teneo. I dcocfc hac duo uerbd fapeiunguntur,ut
apud Quintii. Quid me adhuc pater deti» ttestquid moram abeuntemi Manco pro
eo,quodeJi, futurum Awu6* efi,ut ipfe accipio,apud ipfos interdum etiam poetas.
Ve rg. Te quoq? magna manent regms penetralia noftris. Philip... ldejiytibi futura
funt.Cicero:Cuiws quidem tefatu,ficut C.C u rione manet.hoceft,cuius fatu tibi
futuru cft,ficut fuit Curioni . cap. x c 1 1 1 1. r Conflaui, Contraxi, &
Diflolui aes alienum. COnflaui hoc eiufdem fit exemplum: N on imprecamur
debili* totes,naufragiajnorbos:paupcr fit,cr amet quueunq ; meretri * cem,cr
amare no def nat. Quod crebrius accipitur in malum. Habeo orarionem^Fario
termonem.- c a h>. xcvii. HAbui orationem, non feci orationem. Feci
fermonentpo * tius,quam habui,nonunquam etiam habui.Cic.de Seneft. Cyrus quidem
in eo fcrmone,quem moriens habuit,quum ad* modum fenex efflet, negat fe unquam
fcnfiffle feneftutem fuant imbecilliorem ju£fam,quam in adolefcentia fuiffet.
PolliccriJConuenirc,r ^ te>eft diquid in te cofvro : fi bcncficif quidem,
lyibene mereri de te dicor.Jtn autem ofjvnfoms,male de te '• mereri. . |Sr
matri, N onnunquam utrunq ; reticemus , fed in ambiguum fen fum:ut,quid dc te
fu/m meritusi N onnunquam per negatione: fic,honunes nihil de me meriti. id
eft, qui nihil in me beneficij , aut officij contulcrunt.Quibus exemplis omnes
AI. Tullij libri fcatent. Demereor quoq; pro bene de aliquo mereor , accipi*
tur,fed cumaccufatiuoiut Ouidius Heroid. Dic nuhi,quid fecLnifi nonfapienter
amauii *" Ph>-1- Crwune te potui demeruijfc meo. Et Quintilianus: simul
ut pleniore obfequio demererer ama-, in proom.ii.i tifiimos mei. E mereor,idcm
pene eft quod mereor , prxteritum Ll^t* eius emeritus.vnde emeriti ftipcdia,qui
militia perjuntti funt , nominantur. Et in fignificatione pafiiua , ftipendia
emerita . ut idem,Emeritis huic bello Jlipcndijs.Et per translatione a Ver *
gilio emeriti boues dicuntur , er qu£dam alia : Emeriti autem fenesfolent
habere eos , qui pro fe laborent , qui dicuntur pro alio opus agere. Quintii,
de apibus inquit: Habebam qui pro Deciam, fj. me opus agerent. Refero,S£Fcro. c
a p. c. RE tulit Pompeius ad Senatunuid eft , confuluh. I n eadem tamen
fententia Pompeius ad populum tulit. Ex illo fit Senxtufco fultum, ex hltem,pr£
clare tecum agitur, optime cum iUts agitur :melius cum hominibus ageretur , p
pdruo contenti ej[ent.ia,male DeAmic. necum agitur,®* peius, incommodius'ue ,
er pefiime. C icero: Cum illo uero quis neget attum ejfe praclare , mecum
inconus modius? Nonunquam aftiue.valerius Max.libro quinto:Bcne egijfent
Athenienfes cum Miltiade , p cum poft trecenta milia Perfarum in Marathone
deuifta,in exilium protinus mipjfenf, ac non in carcerc ,er uincuks mori
cocgiffent.Attum eft,fem* per in malam partem accipitur:ut,Aftm efa
deRepublica,id efl,rejpublicd ex tinfld,dcjpcraa, cr perdia efl. Salio,# Salto.
c a p. . c 1 1 1. SAlio,undc [altus, pro eo,quodep [altum facio. Salto, tripli*
dio:unde [datio. interdii [alio pro [alto.Verg. 1 1. Georg. Mollibus in pratis unttos faliere per utres . Quid
aute diftet [altus,et [dlatio,notu eft. Saltus enim eft qua* lis
cerufiri4,leporuq;:fdlatio uero,itla hominu id6buio,qua uuU go tripudiu
uocat.Et licet f ‘alio pro [alto accipiatur,no amen [altus pro f alatio ,
[dlatus'ue, qua eiufde pgnipedtionis funt. Lflj»i,abutb. i_iU Ycrrc,dc per urbe
ire cum tripudijsjolenniq ; falatu iufiit. Abdico, & Exhsercdo. c a p. c 1
1 1 1. Bdicare,efl expellere d bonis plim,dum uiuit patcr.Ex* .haredare
uero,pofi morte. Sed abdicare efl grauius,quod etiam
in [e exheredationem continet . aVIMTI LIBRI. JIJ IN ELBGANTIARVH lingua Latina
Librim fextwm , qui de Notis autorum infcribitur , prooemium . VLPITIVS ille
Seruiusyeuius quanti in iure ciuili fuerit autoritasyplurimorum monu * menti
tcftantur , fiue aliorum exemplo, fiue priuato conplio fretusynon exiftimauit
turpe fibi ad famam fbre,ut librum de N otis Scauo * a confcriberet,non modo
antiftitis in ea /ncultate,ati £ omniti principis 3uerum etiam praceptoris fui.
Cogitabat enim neq;ii poffe fibiuitio dari , quod publica utilitatis caufa
fufciperet, neq; iniuriam illi fieri, qui reprehenderetur yp modo rite repre *
bendatur,quod infe frijfet ipfe fkdurus , p errata fua animal * uertijfct.
Probe iaq, Sulpitius,cr ingenue , ac uere Romane. Quin ipfe quoq ; populus
prudenter,cr grato inuicem animo, qui fidum huius non reprchenpone, fed laude
dignu e r gloria putauit. Nec minore uolumen hoc,quam catera , honore pro*
fecutuscft . Nam pracepta aliqua dodrina tradere , cuilibet mediocribus faltem
literis imbutoypromptum efr. Errores ma * ximorum uirorum deprehenderejd uero
cum dodifrimibomi • nis eftytum opus utilipimum ,er quo nullum dici pofiit
utilius. Quis enim dubitet,non minus agere3qui aurum 3argentum3ca • teracfc
metalla expurgatyquam qui illa ejfoditfqui triticu mun* datyquam qui metittqui
pinus}amygdaiaycaterss(p nuces feli * gityquam qui eafdcm legit 1 1 ta emyqui
emedat ( nip paucifii * mafuntyqua emedat) no inferiorem existimare debemus,
quint ipfum iUum inuentorem , nec minorem ab iUo , quam ab hoc percipi frudum.
Infuperq ; non modo huic ex idius castigatio* ne nudum damnum affrrri, atfy
iaduram»uerum etiam pretw, aedi ac digniatem}pcrinde atq; auro,dc C£teris,qu£
modo comme* moraui,qudtum corpori purgatio ipfa detrahit,antum rejiduo pretij C
ut dixi ) cr dignitate accrefcit. Adeo plui utilitatis in parte ejl , qU£
fuperat , quam qu£ fuerat in f 'olido . Quare fi quis apud inferos Sc£uoU de
Sulpitij fatto fcnfus fuit (qu£ eratiUi £quias,cr iufliti£ amor) aufim
affirmare fuiffegaui * fum, fecumq ; pr£clare aftwm effe dixiffe,quod fudrum
libroru aurum ab omni fcoria efferae fece copurgatum : nihilq ; foreir per quod
conciucs fui per eius f cripta ) illi poffent. N eq; irrne* Bpifl.ij.iib.3.
ritb Plinius I unior ad amicu ia feribit : I a enim magis credam c£terd tibi
placere, fi quxdam dijflicuiffe cognouero. Quomo do igitur non fit beneficium
id offtrre,quod folet beneficij lo * co populari i Quod fi hoc non praftatur
aut iam defunttis}dut tale beneficium rejfuetibus,profift6 his pricijs,charo
datus ibat alumno . Dure nimis (ne dicam inerudite ) uirfane eruditus expofuit9
quafi nefeiamus non domini mortem a feruo,ucl comite Vergi * lium freiffe
deplorari, fed quod ejl plustquam fi ucl E nuder ip * fe fuiJfet occifuSydc
multo trijlius ab altore , fiue nutritio morte eius quem aluerat , cr quem loco
filij habebat : qualis Phoenix ille Homericus in Achillem fuit , quem quoniam
educajfct , fU B lium 2Hr* 58 6 lium femper appellaturo alumno .Et certe
armigeri mdgttorX principum femper cr ipfi magni uiri fuerunt. Siquidem (ut eu
ceamde Phoenice qui bonx parti Myrnudonm imperabat) Patroclus auriga Achillis ,
princeps erat : er Sthelenus Cdpa* nei regis filius auriga Diomedis : er
Meriones inter primos duces Crctenjium auriga llionei : er Hettori aliquis
fratrum fere aurigabatur currum. T ahs fuerat Acctes Euandro . Ergo non
eratfcruus,aut feruo f inulis apud Euandrum , multo minus apud fHiutn,fcd patri
findis , cr pro patre , prxfertim iUo ab» fente. Duo autem hjec nomina , qu£ ab
eadem litera incipiunt , armiger,?? aujpicium, qu£ apud Vergilium modo legimus,
no nota omnibus etiam explicemus. Armiger cft,qui in pr nequaqua cotra hoc, quod
prxeipio jacit. Na fwrno fupplidu,fmo poena, na in me, B | fd „o fed a me,in
alium infligi inteUigitur . I deotfc adiungitur abld* tiuiu cum prapofitione
dc.Cicero : De iUo paulo pcjl fiuppliciu In argum fimitur. Quintilianus:V t
nifi occurriffiet ad diem,de eo qui re* drim u,I# abunde tantum foli , ut
releuare caput , reficere oculos , reptare per limitem, unam femitam terere,
omnesq ; uiticulas fuas nofje, • er numerare arbufculas pofiint. idem:
Frcquentior currentis bus,quam reptantibus lapfus efi. T erentius in Adelphis:
P«r= reptaui ufq; omne oppidum, ad portam, ad lacwtfi,Qup noni - Ln eundem,de
Carpere. c a p. v r. Arpere,inquit,pro attenuare,?? aperire. Verg. Georg.w
\*-JNecnofturna quidem carpentes penfa puelle. . . HocnepueUdC quidem ipf£ dicerent.
Nam ut carpimus linum virens ex humo,quum udlimus:ita puelle fmiftra manitdc
colo penfum trahentes, fenfimq; u edentes carpunt. Et ut decerpimus rofam
primis digitis,fic puelle primis er ipfe digitis decerpunt particulatim linum,
lanam ue. Iterum carpere, celeriter pretes rire. Vt Verg.- Et acri Georg.j»
Carpere prata fuga. Et in eodem: Carpere mox gyrum incipiat. Quafi in primo non
celeritas ida magis intedigatur per hoc , quod dixit fuga , qui efl celer
curfus,quam per idud , carpere. Et in fecundo fignificetur ues lociter
preterire. Aliud nanque efl ire in gyrum , aliud pr!cc minus in- icrcabarbas.in
canaij? menta. Saty.s.libro »♦ Sermo. Cap. 13. Georg.3- Gcorg. accufando. Quid
autem dcincufandof Certe fi illud non efide maiore in minorem , neefc hoc erit
de minore in maiore : er alio « qui nullo unquam in indicio auditum e fi nomen
incufationis: quid porro extra iudiciumf V ergilius inquit: Quem non incuf tui amens
hominum'ue,detm 'uci . Dij quidem maiores Aenea funt,bonuncs uero Troiani duntu
Xdt minores. At ejl apud Terentium pater ad filium loquens: -Quid me incufas
Clitiphof Hoc enim ifli exemplum ponunt, ceterorum exempla onuttunt,que contra
eos Jaciunt, que fiunt infinianut Cefar Commentario primo , H ec quum
animaducr* tijfct Cefiar,conuocato confilio,omniumq [j ordinum ad id con*
filium adhibitis centurionibus, uchemcnter eos incufauit. Sed (ne multis morer)
accufarc,efi uel apud iudices uel apud alium quemis,etiam apud illum
ipfium,quem accufcs , fignificare, at* queofiendere aliquem peccajfc-.lncufiare
uero reprehendere mo res alterius, cr pleni impexis induruit horrida barbis,
magis dc hominibus didum ejl,qum de hircis. E t illud: Nec minus interea barbas,
incanaqi menta Cyniphij tondent hirci.- ad multos hircos refirtur , perinde ac
fi diceremus caudas, quum tmen fingule fingults hircis jint, 1 ita cr % i« er
barba.Sunt etiam er barba alioru quam quadrupedum: ut Plinius in x x x.q uum
Genunos tranfit fol,cri£Us)Cr auri* Cap.n. busyGT unguibus gallinaceorum. Si
luna , rafis barbis eorum . In eundem, de Nuntius,# Nuntium. c a p. x/v!
NVntius, inquit idem,eft qui nuntiatiquod autem nutiatur9 licet neutro dicatur
, tamen inuenitur er mafculino. Mi* ror cur ita dixerit. Ego quidem nufquam hoc
nuntium legi : at tte ip[equidem}ut opinor ^quum EeUus Pompeius uetuSHor eo
autorjtx fcribat: Nuntius er res ipfd,er perfona dicitur. In eundem, de Arceo,
Abigo, Abigeus , AbaAor, Abigeatus. . A R cere idem ait ejfe prohibere. Sed
mihiuidetur potius effe hm r\uetare,ne accedant hi , qui ueniunt. 1 unofeptem
tantum ESfrSS' annos arcuit Troianos ab 1 talia,quam ubi contigerunLno ar-
'ffiprohtbebit.Tnnsfirtur (ut pfoap de corporeis ad incorporea. Cic.in
Paradoxis • nU£ Tum«w. m enim ejl,qu£ magis arceat homines ab improbitate r
fy,ui,/*u/f- fenferint nullum in deliais cjfe difcrimentCotrariwm huicueL " bo 4 ibtgerejuod ftgmjtat i loco
fugire.itq, expdlcre.ut, tbtgamfcss i ficte meifcrtbcntis-.ibige cane, i popim
tui- dngcfiumosfonitu i uinei.Quintil.lbo inlittmrnifcr,pUn. (hbiUiuesibtgim.De
pecoribus uero idem, quod de citeris inimMusueapteim efkquafi nobis oiiofifunt,
ibigimus. ousx“Pr«4*os,ib bortisfi uinctis , i futu. Qsqjfi ta non fit, fed furto
toSUmus, utiq; oretstim abigere ibudfigmficitfid e fi, furto tollere , iut
etism litroci. nto-Mt ipud eundem. Adhuc (folii trinfcuntium.o- ibidi pe- corum
greges fub hoc titulo defindebintur.Vnde ibidore, mcsnturpecuirtoru immitium
fitres,Utrunculi'ue. Hos qui . dsm ibtgeostiocit. V Ipiinus iutem inquit :
Abigei proprii hi bibentur, qut pecori ex pifcuis,ttel ex irmentis fubtr ibunt
er quodimtutb depndintur.v ibigedifludiu qttifi irte exer = C ccnt. 40 &
cent,equos de armcntis,uel oucs de gregibus abducentes. C Archimedes ille
geomctricus,globum ad fmlitudinem coeli fi * bricatus cjl,in quo effigies coeli
aderat, magnitudo non aderat . * I dem fit de tibula illa depifh ad
finvlitudinc orbis ter)'dru,qud noaufm dicere depifhm itiftar orbis terraru.
Ncg- alia mula huiuf nodi:ut,insbar Antonij ambulas, in flar patris fcribis,m -
jhr languidi fedes:fed ad fimlitudincm , uel in fimilitudinem, uel in modum,ucl
in morem,uel ficuti,zr fimilia. In flar potius jignificat ad *quiparatione,uel
ad mefurd : ut apud Vergiliu, Argolici clypei,aut Vhceb** lampadis inflor.
Cicero : Hc= Acnrfd.,. xamctroru injhr uerfuit . N am illud apud eofdcm : I
njhr mor- n nfr ... tis putant:cr ,turbinis Marifignificat ecquiparatione
doloris Vcrg. a™. in morte, impetus ex turbine. Quod siquando reperiatur
h°lat-a1!irar# proxime accedere ad fignificationem pmilitndinis , admoniti ’
funus, ut nimiam utedi licentiam deuitemus. Nrfjw ego fic auderem uix uti,ut
Seruij fimiliarifimus M acr obius a:mfquiim generaliter.Hocenim
fignificat,omnia fimul , quxfub genere funt,amplcftendo:illud uero pcrfingula
genera, feu maghper fingulas ftecics. Siquide frccies genera uacamus:ut,quot
fiunt Georg.*. genera arbor um,uitiu, potius, quam quot funt jfecies. V erg.
-Genaatim difeite cultus. Varro: Non in uolucribus gener atim feruatur
analogia. Non ex aquilis aquiU,neq; ex turdis procreantur turdi. Sic ex reli*
quis fui quifty genens. An alita hoc fit,quam in acre,quam in aqua: non hic
conch£ inta fc genaatim innumerabili numao finules.Ecdem modo,ut genaatim
perfingula genaa dicimus , ita fummatim pa fingulas fummas: aliquando dicimus
fimma * tim,cr genaatim,non pa fingulas fummas,genaaq; , fed pa
unam,untim'uc:ut,dic4 dc hac re fummatim. Cicaodc Oratore lib. 1 1. 1 n finitum
mihi uidetur id dicae , in quo aliquid gene* ratim quxritur,hoc modo:cxpetedane
effiet eloquctiafexpete S di'nc honores i Caterum quomodo differat ab illis
adfummam , infumma3po§tca reddam.v iritim3pcr jingula capita uirorum:
utyGracchus diuidebat uiritint fex modios frmenti.T amcn de uno ahquado
dicimusiut apud Curtii i , Si quis uiritim dimicare Ub.7, - ueUet,prouocauit.Nomnatim,per
nomina fingulorum:ut3afii* gnati funt coiurati nominatim cuftodi carceris.Et de
uno etid: utyAlte extollens M. Brutus cruentum pugionem3nominatim phiiipp.i,
Ciceronem clamauit. Membratim,per membra. c,3«cap.4« Lib. 10» c .»9* » VU 407
TA tidcm idem disponi non necefiititis , fed ornatus caufd, s fte&tbit id
folwm , ad quod accingitur. E t alibi: 1 acebat haec infomnis,inquicta,quum
diceret, iam jhtimappas rebit,iam Jhxtim ueniet,nunquam tamen tardius uenit.
Mifcram me fili, proxima node iam ucncras.Ecce iam medios fidera tes nent
curfus,indignor,irafcor.lta mihi demu fatisfufies, fi apud tib.io.c.»4* patre
fuifti. ideo autem dixit folum,(iue omnino, quod Plinius uidetur accipere pro
omnino de hirudine dicens: Ea demu foU auiu,no nifi uolatu depafeitur. Q uidd
uolut ab is er demu cos Omd.Eicg.Rue pom' Quid.pro demu,pofuit deniq;,libro
tertio fine titulo : gu°‘! ‘3‘ *" Si qua metu dempto cafta e fl,ea denty
coda ejl. . . r . I» 40f • . VI. In Macrobium,de Stella,& Sidus, cap, x x i
i. QlTeflacr fidus differunt, fi Macrobio aedimus,ita fcribenti: O N
tmcuideamus,qu£ fint duo h Neqfte I. 4» N-eque folum deprecari cjl uocc , fed
etiam per ea , qua injfar uoas obtinere folcnt,uultum, geflumq-. Etenim
Bucephalum, qui prata unum Alexandrum omnem alium recufabat fefio* rem,non
inepte dixeris deprecari alios fefiores prata regem. Denique deprecor magis
fignificat uel difto , uel fafto recufo , quam illa qua Aulus G ellius attigit
. In Pri(cianum,de Situs. cap. x x v. Situs (Frifcianus inquit) dicitur pro
negligentia,ut Vergil P^drcafln» Acneid.j. Sed te uitfn fitu,ueriq ; effoca
fenettus. Sed non ia efi,potiusq ; fordes illa , er illuuies , qualis nafeitur
inter opaca domus , qua diu non repurgatur. V nde inquit M. Lib.i,cap.3.
Fabius, E xcianda mens , er attollenda femper eft, qua in hu* yiufmodi feaetis
aut languefcit,cr quendd uelut in opaco fitum ducitiaut contra,tumefcit inani
perfiuafione. Huiufmodi igitur quidam fitus fedet in uultu,capite , tototy
corpore uetularm, er habitUyprafertim inopum , qualem illum Vergilius inteUi *
^ 6 git,cr Lucanus de malefica anu ait: Foeda fitu macies - Quod ' 4 • etiam
padorem poffumus appellare:ut idem Lucanus , Lib.». -Longusq; in carcerc pador
. Et Cicero in Tufculanis: P adores muliebres. Et iterum: Barba padorc horrida.
Miror Prifcianum hoc in loco eciale uero neftus effe.Cic.in Rhetor icis,cr
libris ad Hercnn.cr alibi fepe ait: Veneno necatus. Quintii in m r. Hinc
adulter loris ctcfus efl,fkme necatus. Nec unqua neftus di * citur,fine certo
genere mortisiut, E neftus fiti Tantalus. Nec td mortuus,q propemodwm
mortuus:ficut exanimatus pro eo, qui jinuhs efl mortuo:ut fime, fiti enefti.
qu£ plurima funt exepld. DeNaejSS Nc. c a p. x x i x. VT Ae pro ualde idem
dixit, nec tume [olus. Terentius in An= I N dria: N£ illa iUum haud nouit. -
Mihi uidetur idem apud nos fignificare, quod apud Gr n«ifOK?it xsaap» ajftxo
Sttioidlp. Cicero ad Atticum indicatiuo huius uerbi ufus efl, dices: E i faU
ucbis a meo Cicerone.Vlautus in Truculento in prima pofitio * ne utitur:Salue.
fatis efl mihi tua: falutis , nihil moror , non faU ■ - HfO* . 4tj Ueo.
Martialis etiam dixit,ualebis: Quum pinguis mihi turtur er it, lactuca ualebis,
Llb . 1 1 » epig. Et cochleas tibi habc,pcrdcre nolo famem. C tctcrum (ut ad
inflitutum redeam ) qui, ualeant, pro exeera* tione acceperunt , forfian hoc
argumento indutti funt, quod nonnunquam hoc uerbum languorem fignificat : ut
idem de Cratorc,Sicut medico diligenti prius , quam conetur agro ad= ub.t.
hibere mcdicinam,non folum morbi cius , cui mederi uolet , fed etiam confuetudo
ualcnttf,zr natura corporis cognofcenda efi. V nde ualetudo pro languore
frequetifime accipitur: er tejles iialetudinarij nominantur, idem ad Terentiam
: Valetudinem tuam cura diligenter.hoc cJl,languorem,cr infirmitatem. Alibi pro
fanitate:Sed nunc ualetudini tribuamus aliquid.Frcquenter tamen apponimus
adieftiuum,uel fiujlum,uel infhuflum,ad dU fiinguendum Jhtum corporis: fi
quidem indifferenter fignificat more fui primitiui. Dicimus enim,ut uales *
quomodo uduijli* . 5 : qualiter ualet filius* Sic,qua ualetudine es i’ qua
ualetudine ejl filius: Refpott debis,infirma,aduetf t, mala ualetudineiuel con*
tra,bona,incolumi,optima. In V arronem,dc Vas ,8C Obfcs. c a p. x x x r. Lib f
4 _ VAs,inquit V arro, appellatus ejl , qui pro altero uadimoniu Latini * *'
promittebat. Confuetudo erat , quu reus pa.ru effet idoneus inceptis rebus, ut
pro fc alteru daret. V ideturV arro (ignificare vadem eum effe,que fidciuficre
uocamusicr uadimonium,fide* iufiionem. N os hoc negare ita e jjequi poffumus,
cum varro omnium cofenfu jit Romanoru eruditifimus,cr lingua Latina periti
fimus* qui Latinas liter as fecit cr Latiniores , er Utera* tiores * Qua quam
multi funt, qui cum quibufda in locis repre * henddt:qu£ jaculas praecipue
difcipulis Quintii adeffetjonge Varrone doftioris, atque eloquentioris. Verum
ego non aufittt reprehendere, fed antiim affirmare , me non legiffe (dunaxat
quatm aut recoriorfaut intelligo) uade cm effe^ui uadimo* * tiim 4itf niumpro altero dat (fi
uadimonimfignificatfideiufiionem ) fed eum , qui Jfconfor efl alterius in
capitii periculo , fiue idem fupplicium fubiturus,fiue pecuniam foluturusiut
apud Quin» tiliarium in Declamatione , qu£ infcribitur , A truci uades . Et
apud Ciceronem libro quinto Tufculanarm Queeflionm de Pythagorea amicaiquorum
alteri quum tyrannus diem mortis dixijjet , alter pro anuco ad uifendam matrem
ituro uas fk&ut Lib.i.ab urbe efl.Et apud LIVIO (vedasi) de Ca fone capitis
reo, ita dicentem: condio. j n uifjculj conijci uetant.Sifli rem , pecuniamq ;
(nifi fijhtur) populo promitti placere pronunciant,fummam pecunia: quan» tam de
-r\Ecuriones,inquit idem,primi fingularum decuriarm di* Ung.Lat. JJ qUQ(}
profrat Temperamus ille apud Titm hiuim9 quod 'S 4T7 quod & ipfe approbat fehus. idcmq; ait
: Decuriones appeU lantur , qui denis equitibus prafunt. Ejl ergo di diu
decurio 4 decem , ut centurio a ceu im. N am(ut aitPadianus)dccuria funt
nobUiorum,ccnturia inferiorum. Quidam uolunt ( quorum ejl fronto ) decurionan
pracffe turma, qua conjht ex duobus CT triginta equitibus. Ncq; belli folum ,
fed domi quocp decurio dU eitur,nome quoddam prapoptura pgnificansiut
Suctcnitis in Domitiani uita,Saturius decurio cubiculariorum.!: t hoc quidem
CaP*r» apud R omanosiin municipijs autem ( ut mihi quidem uidetur ) idem ejl
decurio,qui Roma fenator. N am qui in Senatu,zr co * filijs reipublic £
municipalis interejje poterant. Decuriones erant. C icero pro Sextio : Qua de
caufa e? tum conuentus iUe Capua huic P. Sextio apud mc maximas gratias egit ,
er hoc tempore beneficium, fidemq; hominis teflimonio declarant, pe* s riculum
deprecantur fuo decreto. Recita quafo , P .Sexti, quid decreuerunt Capua
decuriones. Quod autem diffzrant decurio Romanus, c r decurio municipalis, ex
epiflola quadam P linij p ** 1 unioris e primo libro declaratur,dicentis:Effe
autem tibi centu milium cenfum fatis indicat,quod apud nos decurio es. Igitur
ut te no decurione foliim , uerum etid equite R omano perfruamur , offero tibi*
ad implendas equitis Romani facultates, trecenta mi* tia nummum. Non dicitur
itaque decurio, aut quod decem pra* pt militibus ( ut quidam uolunt ) quem
Graci uocant, ? quum decurio pt maior equite, eques ecnturione,eenturio de *
carcho, ut ex ftipendioru magnitudine datur in multis libris in telligi:aut in
municipijs , qui decem equitibus praefi, quum pt equite duntaxat Romano minor.
An quia decem prafit equitU hus municipalibusfaut hoc erit dicendum, aut P
omponij J urif* confulti opinio fequenda , dicentis -.Decuriones quidem di flos
diunt eo,quod in initio quum colonia deduceretur,dccima pars eorum, qui
deducerentur,conplij publici gratia confcribi fclita pt* Quare eum , quem nunc
militem appellamus, aut falfa dU D gnatione 4 uidetur band.e, aut orndnd£ cdufd
, qu£ pgnipcdtio nota cfi omnibus . Vndc pars probationis uocatur ab exemplis ,
er in elocutione omifif iu hoc cxanplum inter ornamenta numeratur. «c^ariu^i-
In Bocthium,dc Perfona. c a p. xxxiiii, dum efl: Bcrt- -ryz.rfona eft ( inquit
Boethius ) incommutabilis natur£,in* meem alteram, J "fdiuidua fubjhntia:
existimans fe argumentatione colle* gijfe, quare non pt qualitas , nec aliud
prwdicamentum uUm , fcd fubfhntia. Sed huic homini Romano oftedam Romane lo*
qui ncfcire.Verfona ndnfy non eft in D eo magis,quam in bruto, peut humanitas,
peut alia plura. Sed demus, ut in deo etiajnpt perfonatquxro, quamobrem ea non
pt qualitas, pue de homine toquimw,pue de deo f Nam in homine quidem perfona
pgnift* cat qualitatem,qua alius ab alio differimus , tum in animo, twm in corpore,
twm in extra poptis , qu£ a rhetoricis enumerantur in attributis
pfon£.Animi:'ut quo ftudio fe exerceat, medicinx, an iuris ciuilis,an militU.Et
qua mcteiiracudus, an moderatus : auarus,an
Uberalis.Corporis:iuuenis,anfenex:pulcher,an defir mis:firtis,an
imbeciUis:mas,anfamina.Extra poptorm: diues , an pauper:darus,an
obfcurus:maritus,an coelebs : parens libe * rorum,an orbus:*? his pmilia.ldeoq
i pgur£, er pgilla qu£dd, qu£ roflris , aut alia corporis parte aquam fontanam
emittunt , quia repratfcntant uarios hominum uultu s , er gcHus,
pcrfonrtis,diuitis,nobilis, er interdum contraria. Nam ad fors
tifiimm,pulcherrimm,ditifiimm,nonfumfortis,nec pulcher, nec diuesfcd
imbecillis,defbrmis,pauper. Alia ituq; ad huc per * fonafm, quam ad em cui in
his omnibus dntccello.Et ad P ria mum fum perfona filij , ad AftyanaCb perfona
patris ,adAn * dromacham perfona uiri,ad Varidem perfona fratris, ad Sarpe *
donem perfona amici,ad Achillem perfona inimici. Quo fit, ut adfitmihi
multiplex perfona ac diuerfa,fed una tantum fub* fkintia.ln deo autem perfonam
ponimus,uel quod nullum aliud uocabulum quadrat : non natura , quo ueteres
utebantur : non fubjhntia,quo Graci utuntur : uel quod uere in deo triplex efl
qualitas. Atqui hic mihi os comprimet Boethius , neq, uocem prodire permittet ,
dicens qualitatem eam effe , qua: pofiit etiam abejfelpmer fubietti
corruptionem. Hanc ego definitionem (ut Grceculam , er ineptam ) derideo:Dico
lucem,uibrationem, calorem infoleeffe qualitates , er hoc dico Latine omnibus, qui
unquam Latine locuti funt, confentientibus , quanquam de hac re fuo loco in
no&ro opere de dialectice dijferuimus. Tales qualitates fhtuo in deo , er
has dico effe perfonas , qux ab eo abeffe non poffunt,ej qualitatem fignificare
, nonfubflantiam, ut Boethius uoluit, qui nos barbare loqui docuit. Hinc enim
fbrfitan adduttum uulgus,utfic loquatur , tres perfon cim exirent antea in
mcn,ut ueflimenycalccamcnjnunU nten, lenimen ,
nutrimen,fiiramcn,medicamcnyuelameny quibus adieftn tum, fit mummentum,lcnimenttmynutrimentm,Jptra*
mcntumymedicamentmyuefiimcntumyuclamcntm,calceamcn* tumiitt tejhmen addita
fyllaba tum, fit tejhmcntum.Qupd fi 4 mente defeenderet tefimentm, tefimetia
diceremus, quernadm modum dementia,cr amentia. Nihil habet magis ridiculu hac,
de qua loquimur fcictia,quam ctymologiam,in qua ipfe quo$ Varro er lufit?cr
lufus efi. In Donatu,de Syncerum. cap, . Qyncerum (Donatus inquit) quasi fine
cera, mel simplex , Cf O purum , er fine fico, l mo cum cera potius. Syncerum a
componitur non a fineyqua nunquam compositionem admittit, quod ipsa etiam
feriptio declarat, qua y, habet , non i. E fi enim ex duobus Graecis compofitm,
ex ovp er cera,qua ab illis dici * turxHfh , uel d oVvxKf©- conuertimus. Quo
magis uenujh, at$ apta huius auroris etymologia efifindicatur etymologia
pleruck fiUaccm ejje: quia figmficatio hac non ita abfoluta, er uera efi. Quid
uenufiius atefi aptius dici potefiyqudm fide ideo uocatm, quia fiat quod
dicitur i Quam etymologia fallace effe declarat, quod hoc nomen chordam
infirwmetimufici fignificat.Et tamc licet dicere fyncerum , quali cum cera mei
, quod integrum efi, C r fclidum,cr nulla fui parte fi audat\m:ut fi diuidere
frudum communium alueariorum cum focio uclim , partemq ; tantim t mellis
afiignem» nimirum non ago fyncere , quod fine cera meU la dedi. In
Iurifconfulcosjde Mulier, v r i u
Mvlitru appellatione (Laius inquit) etiam uirgo uiripo» tens continetur ;
vlpianus autem quodam loco ita ait: Quod Quod fi ego me uirginem emere
puarem,quu effet mulierem* ptio non ualebit.Hic mulierem appeUat,qu£ uirgo non
cfl : ille etid qua uirgo cfl.Et vlpiani qmde locutio reda, ejl, CICERONE
(vedasi) Qst^1*1**6* tcftimonio,qui obiurgantibus , quod fcxagcnorius Popilia
uir* ginemduxiJjet,Cras mulier erit,inquit. Sed Caij quoty defini* tio locu
habet aliquando:ut fi quis uidens decem focminas,qua* rm aliqua uirgo fit, £
tate tamen qua mulier ejfe pofiit , dicat, uidi decem mulieres . Quo modo etiam
in Euangelio dicitur : Quid mihi9er tibi eft mulieri Sed ex Gr£Co fumptum ejl
uel 6S\vitquo fignificatur uel foemindyuel mulier , 1 dem quoq ; Vlpianus
inquit: Mulierem ia axftamjut mulier fieri no pofiit , fana no uideri conjhxt.
E ande dixit er muliurem,CT no mulic* remiprimm pro ea,qu£ eftfixmina: fecundum
pro corrupta, lneofdem,de Munu$,5cDonu. , Mvnus^Paulus inquit)tribus modis
dicitur. Vno donu,cr inde munera dici dari,mittu:e. Altero onus, quod quii re *
nuttitur9uocationem militi£,muneriS(fc pr£jht: inde immunita tem appellari.
Tertio dicitur officium , unde munera miliaria, C r quofiam milites munificos
uocari . I gitur municipes dici, quod munera ciuilia capiant. Idem alibi:
Municipes intelligen* di funt er ij9qui in eodem municipio nati funt.vlpianus:
Mu* nicipes quidem proprie appellantur muneris participes9recepti inciuiatem ut
munera nobifeum facerent. Sed
nuncabufiue municipes dicimus fu£ cuiufq ; ciuiatis dues, utputa Cdpanos,
Puteolanos. Pomponius ia ait:M unus publicwm,efl officiu pri* uati hominis, ex
quo commodwm ad fingulos,uniuerfosq j ciucs, remq; eorum imperio magiftratus
extra ordine peruenit. Mar* cusautem fir.Munus proprie eft,quod necejfario
fubimus,tege, more, imperio ue eius,qui iubendi habet potefhtem. Dona autc
proprie funt,qu£ nulla necefiiate, aut iuris officio ,fed fronte pr£jhntur:qu£
fi non praftentur, nulla reprehenfio ejl, cr fi prxftentur, plerum £ laus ejl.
Sed in hoc uentwm ejl , ut non D f quod f 4ii quodcunfy munus fidcmfy donu, decipiatur. At
quod donu fbf* rit,id retre mutiut decipiatur . Quomodo hi iurifconfulti inter
fe conucnidnt , cr dn aliquid defit alicui horum , Accurfiut cu/nt B artholo, B
aldoq; confultct,dumq; mihi ( ut more ipforim lo* quamur)ambo,tres'uc
rejfondeant, afjirmentcp, quod Marcum ait , donum ejfe Jjeciem,rmnus ucro
genus. Idemq ; contrarium, ejfe lierbis V Ipiani dicentis:! nter donu,ej munus
hoc intereft , quod inter genus, e* ifantim , fient facrilegium rerum facrarm .
Inde depeculor , quod quidam ad facrilegium etiam transferunt. In
eofdc,de,Fudus,Ager,V iUa,Praediu. cap.xli, Fvndus,Vlpianut ita finit,Locus
eflno fundusfed portio fun di aliqua.Fundus autem aliquid integru efi.Plerunq;
fundu fine uiUa accipimus. I dem alibi: Ager efl locus , qui fine uiUa e fi .
lAodejlinus uero fic.Quaftio effindat d pojfefiione,ueldgro, ucl praedio quid
diftet. Fundus efl omne quicquid folo contine* tur. Ager eflfiecies fundi , qu£
ad_ ufirn hominis paratur . P ojfefiio ab agro iuris proprietate difht .
Quicquid enim apprehendimus , cuius proprietas ad nos non pertinet , aut ne*
quit pertinere , hoc poffefiionem appellamus. P ojfefiio ergo ufus , ager
proprietas loci efl. Nam c r ager
, er poffefiio huius appellationis ftccies funt . Florentinus:
Fundi appellatione omne aedificium , er omnis ager continetur . Sed in ufu urba
* na itia, horrea in urbe.Cicero in Philip . Poffeftiones notabat er urbanas
,er rufticas . Puto non tantum pradia , fed er c£teta , qua immobilia uulgo
appellantur . Addamus ad hac aliquid de hoc fundum, quod an a fundo fundas , an
potius fiindo afundu, fiue a fundus ueniat ambigi poteft. Quidam fundus a funda
dici uolunt.Cic.in quodam ioculari libello: Eundum varro uocat, quem poftit
mittere funda, Ni Id elegantiarvm LIB. VI. 4JX N i lapis exciderit, qud caua
funda patet. Hifi hac fentcntid fit, tam paruum illum fuifjc fundum , utjun *
da prehendi,® in morem lapidis iaci pojfet.Fundum igitur efl ima pars
rei,proprie aliquid liquoris intra fe continens, aut ai continendum fudi ut
dolium,ut nauis,ut alueus , uel fluminis , uel lacus, uel jhgni,uel maris. Na
fundit turris( ut quidam feri* pferut)ipfe no dicerc.Fundametu(ut omnibus
liquet ) aliud efl, quam funndum : ® tamen fundare magis ad fundamentum, quam
ad fundum pertinet. Fundamus enim domwminon naucm aut doliim:ut Verg. 1 Ue
urbem Argyripam patria cognomine gentis, Aea. i V iftor Gargani fundabat 1
apygis aruis. Nam fundamentxre non reperiturmec fundare quidem efl fane
frequens,nifi per translationem. Quintii . in Gladiatore : Hoc Ded3m‘9t
fundatam paternis,auitisq j opibus domum exhaurit . E fl enim flequentius
iacere fundamenta,etiam per translationemiut idem libro primo , N am inde er
contemptus operis innafeitur , er p • • fundamenta iaciuntur impudenti*,®-
(quod efl ubiq-, pernicio = fiflimum)prauenit uires flducia.Et Ciceroil n quo
templo(qud * twm in me fuit) ieci fundamenta pacis .Sine translatione , Sue *
tonius de uitx C aij: ln arce Capitolina noua domus funda* menta iecit.Caterim
hoc differunt fundare , er fundamenta ia* cere,quod fundare efl ualidis
fundamentis fulcire . Fundamenti iacere, quafi qualiacunq} fundamenti facere,
er quodammodo dare rei principium . N eq; ucro fleut reperitur fundus,® fun *
dwm,ia reperitur punttus, er pun dum . Errant q; philofopbi, quujpundus,® linea
dicunt. Nam de pundu,quod efl breuif* fmu ^ pus, nulla lis efh ut T cretius in
Phormione, Tu teporis mihi pun dum Ad hanc rem efl- Pro eo aute fenfu in que
utun = tur philofophi,Cicero pro Vlancio:Nd quod queftus es, plures te tedes
habere de Velina, quam quot in ea tribu pundi tule * ris. Quidam momentu prometitus
fit, qti£ ad libri fcripturam fiujficerent : ut puti quum haberet Homerii totum
in uno uolumine,non quadraginaofto libros compuabimus,fed hoc unum Homeri
uolumen pro libro accipiendum eft. vlpianus Homeri opus nunc unum librum , nunc
quadraginttofto libros nominat. N ec tamen ait librum duo fignificarc,ipfum
opus,cr ceram operis partem. Pratcrcd opus,fiue opera Homeri librum appeUat,ZT
uolumen, quorum utrunque inauditum e fi. Vergilij Aeneis, non liber efi,fed
duo* decimlibri. Georgica, non fiunt itemliber ,fcdlibri quatuor. Bucolica,
unus fiber efi,idemq; unum uolumen. Georgica,qua* tuor uolumina:
Aeneis,duodecim. Ouidius: DcTrn n Sunt quoq ; muat£ ter quinq ; uolumina firme.
*lcs' 3’ Sed quid exemplis agimus,quum nufqua plura afferri pofiint i At
vlpianus puat etiam fi omnia opera Didymi, quo nano plura fcripfit,in unum
codicem conglutinarentur , tinum tan* tum debere uolumen appellari,quod nemo
neepoffet euoluere, nec firre uellet.Efi enim uolumen uel a uolo, quod in
libris uo * lunas apparet,uel ( quod magis fcquerer ) a uoluo,quod uolui * .
tur, quales libros hodie Hebra;i quofdam habent , qualesq; in ueteri,cr nouo
tejhmento leftiamus fiiffe. Et Romani,qui in libris arborim,id eft,corticibus
fcribcbant-.quod libellos illos , quo firrent commodius,complicabant,uolumina
firte appella* uerut.laq; uolumina libellis fimiliora fucre,qtum libris.Qtiod
ex eo quoq; loco apparet, ubi Plinius de libris auunctili loqitcs, Epiftjjftj
ait: Studiofi (fcilicet libri) tres in fex uolumina propter am * plitudinem
diuifi.quafi dicat in fex minores libros, ut fintuo * lumina aliquanto
mnora,qum libri. Quod etymologia quoq ; nonnihil probat, ut oftcndi.Vndc adhuc
durat uerbum euoluere libros , pro eo quod efi aperire libros leftiandi gratia
, quafi rem complicaam explicare: quemadmo du reuelare,eft rem uela* tam
detegere. Ni fi dicamus euolui libros propter numeru pa* ginaru. Accipitur
autem nunc euoluere libros, fiue autores,pro E eo Subdi titia runt e0
quo,ingerut probra, £gre abilinent quin ca * fira oppugnent. Q u£ duo nomina
tanqud fimilia eode loco Ci* cero coiunxit in Catone Maiore: Mihi uero,ej
flacco neuti * quam probari potuit tam fiagitiofa , cr tam perdita libido,qu£
cum probro priuato coniungeret imperij dedecus. P r£tered nc jinulc quidem efi
fane probru opprobrio. Non enim Latine di * Scijfet C icerc:qu£ cum opprobrio
priuato coniungeret imperij deiccas:qucmxdmodm in Sallufiium dixit: Itaq;
timens ne fa* cinoracius clam nobis ejjcnt, quum omnibus matribus familias
ueflris opprobrio ejfet3confijfiis efi uobis audientibus adulteriu 4i$ Ejl
autem opprobrium aliquando fallo, fed frequentius uerbo . Ham Sallufiius (
utuult Cicero) uel exeo quod quibus cum fenum s habuiffet ufum,erat notum : uel
quod ipfe illis uulgo impudicitiam obqcieb at, opprobrio erat. Horatius:
Satyra,»; Sic teneros animos aliena opprobria fepe 6crm* Abfierrent uitijs—
Quintilianus: toodo maledittis , opprobrijsq} uulgi , modo crebra riualium
D(dam contentione pulfatus,abigi tmcn,compefci$ non pojfet . Op= probrijs
dixit,quafi exprobrationibus,atqi conuitijs. Et alibi: Solebat indignatio
uefira , conuitia noftra frrre non pojfe: er D*dajB‘I* matronalis indignatio
dicere uidebatur, Non parcis erga me marite uerbis , nullam habet nodri tuus
fcrmo reuerentiam,fii* cile prorumpis in opprobria , facile quodlibet obijcis.
Pro eo* dem fere pofuit opprobria ,cr conuitia. Nec inficias eo , non* nunquam
hoc modo accipi probrum, ut Liuij proximum exem* plum,cr Ciceronis ad
Atticum:EpiRoUs mihi legerunt plenas Ep™ omnium in me probrorii Sed de hoc fignificato
vlpianus non P ‘ intellexit. A' probro unum uerbum componitur , quod e fi ex*
probro,quod fignificat tum qualemcunq; culpam impropeto9 ut apud Ouidium libro
x u i.Metomorphofeos: Scit bene Tytides,qui nomine fepe uo catum C
orripuit,trepidoq; jugam exprobrauit amico . Tum ingratitudinis, ut Terentius
in Andria. -Nrfw ihhac commemoratio Quafi exprobratio efiimmemoris
beneficij.Sed pro hoc fignificato frequenter nos uitij alieni nomen apponi*
mus: frequenter etiam nomen no fori meriti CICERONE (vedasi) de Amicitia:
Quorum plerique aut queruntur femper aliquid,aut etiam ex* probrant,eo$ magis
fi habere fe putant,quod officiose,et ami* ce,cr cum labore aliquo fuo fattum
queant dicere. Odiofim fane genus hominum officia exprobrantium. Exprobrare
ergo beneficia fua,eft immemore beneficij accepti inculpare. Impu* ttte ucro
frequenter ad fignificationem exprobratis acccdit,fed E * citra V V ' _.^'v " -Sr v'"'- SJsS®55 - / 4l6 lavrentii vallae
citri rcprehenfionemiquod an apud Ciceronem fit , nefcio. I n Dedam.».
posterioribus ucro creberrimum ejliut Quintilianus, Neutatio,ad ea quae
euidenter falfa funt,perducatur.Hoec duo s bus in locis vfpianus. C. autem
inquit: Si calwmnietur,ej mo* retur, er frujlretur. Inde calumniatores
appellati funt,qui per fraudem , e r frufkationem alios uex arent litibus. Inde er cau uillatio didb ejl. Caius nullam fecit
mentionem de euiden* ter uens,dut euidenter falfis , nec de breuitate. Nec puto
faci * endam fuijje , quum plerunque cauillatio jit tcftn, cr infrdio»
fa,multisq;,dc longis frequenter ambagibus utens , er quae uix db acutis
deprehendatur. Quare cauillatio ejl fubdola ratio, quam nos confcij nobis
mendacij , uincendi tamen caufa pro*, ferimus. I n hunc fenfum femper iurifco
fulti ufi funt,cr Quin * Siliani frre feculum. Cicero autem pro genere quodam
jace* tiarim , er hunc imitatus Aulus Gellius : Titus Liuius utroque modo. mode.
I pfe quoq; CICERONE (vedasi) definit libro fecundo de Ordtore,din cens:Etenim
quum duo Jint genera facctiarum,a\terim aquae liter in omni fermone
falfum,alterum perdeutum er breueifue perior cauillatio, altera dicacitas
nominata ef. Catarum C dius uidetur fentire,idem
effe cdlimnidri er cauiUari. Quod no feri tit Mdrtianus,tantum dccufdtori
tribuens calumniariiquii ait, Cdlimnidri ejfefdlfa crimind intendere : quod per
legem iUdm decldrdtur x 1 1. tibuUrum:Cdlmnidtor idem patiatur,quod reus, fi
conuittus effet. In cofdem5de Pr aeuaricator,T ergiuerfator,,er translatiue
munere accufandi defungitur, eo quod proprias quidem probationes difiimularct,
falfas uero excufationes ad * mitteret. Quod nos quidem ueru fatemur
ejfe,legemq; antiqui * tus de prxuaricatoru poena fuiffe,ut Cic.Philipp.lib. i
i.Vfreor Patres Cdfcripti,ne ( quod turpifiimu ejl) prxuaricatorc mihi
eppofuijfe uidear. Catcrum (ut prxtered,quod Cicero idem in U i Parti Partitionibus ait,pr£uaricatione definiri nunc
ab accufatore » nunc a reo corruptelam effe iudicip reperio nonunquam pr£*
tutricatore ex parte rei quofyneq; perfidia tantum,ac malitia, fed imprudentia
etiam ,er negligentia peccdtem. Quintilianus infeptimo:Vtin prxuaricationum
criminibus , ut abfoluatur reus, aut innocentia ipfius fit,aut interueniente
aliqua potefta* te,aut ui,aut corrupto iudicio,aut difficultate probatioms,aut
prxuaricatione.nocentcm fiijfe confiteris,nulla poteAas obfi* fiit, nulla utiicorruptwm
iudicium non querem,mdla probddi difficultas fuit.Quid fupcrejt , nifi ut
praruaricatio fuerit ? Hic pro perfidia accufatoris accipit, alibi ticro
aliter. Sed dcuiu caufa loqui fuperuacuum ejl. Ego in uniuerfm neq j oratorii
puto cjje unquam prtuaricarimccfc litem intclligo,m qua pars utraqi idemuelit.
ldeoq. ; praruaricatcrcm appellamus,quicil(fc 4 prarferipto officij fui
deflexerit, atq; aberrauerit. Phn.libro . x v 1 1 1. Arator nifi
incumts,pr£tiaricatur.Tlinius lunicr ai flpiftao.iibw, comelim Tacitum: Alioqui
prauaricatio efitranflre diceda. Prtuaricatio ejl etiam brcuiter,cr cttrflm
attingerc,qti£ funt inculcanda, infigenda,repetenda. Et Adam praiutricatu
fuiffc dicimus. T ergiuerfari uero non ejl (quantm ego intclligo) ab
accufdtione defi flere. Illi uidentur ex hoc trahere fignificatio « nem, quod
qui terga uertunt,d pugna defiflunt. Verutimen no protinus,qui terga uertunt,d pugna dejiflunt,utPmhi. Itacfc quiuertentes
terga,adhuc tamen pugnant, nec rationibus uo* utnt fcuiftos agnof fignificat
idemyquod inuitoyno obtiatyquum a fuo quoq $ finu» plici,qucd eft
uitoyinfignificatione magis ditietyqudm conuU tium d fuoyfiue illud fit uito ,
fiue uitium. Ipfa quoq ; con pra* pofitio in bonamycr malam rem accipi folet ,
ut conficio , pro perficiOyCr pro eoyquod eft confauciando trucido, inde coft*
tiores ftrarum. Conuitium igitur , d uitiim , uel potius d uito defcendityut
uitupero:txjnetfi no omnino repugne feribi per c, ut quibufdam placet9non per
t. Et hoc quidem de etymologia, qua fi pro Labeoneyvlpianoq;ynon pro me
fdceretytmen dea finitioni repugnare audercm3nufqu non licet . ldeoq; femper
difiinifa hac duo repcrimus,cr femper addi ait erum (de uejlitu loquor)quia
alterum,quod efl uiftus,hoc etiam fignifi* catum no compleftitur.alioqui na
diceretur uittus,er uefiitus. Significat etiam uittus genus uita, quantum ad
mores , ut qui * buscrn quis uiuat, er a quibus infiituatur,er quibus moribus. At neq ; de penu lurifconfultis affentior , multa
qu« dixijfe etiam faneris. Nec tamen, ut ei credamus , exemplo pro* bauit.Quid
quod ex frigus fHgoris fit refrigero i quid quod ex tempus temporis fit tempero
f ex littus littoris fit oblittero f ex penus penoris (ut fentio ) fit penctroi
additu t , quafi ad locum * F * penoris ■y 41* penoris intro.Tam enim penus,
quam penetro breui primd fyU laba ejl.Aut mihi quidc propria, & aera
pignoris ftgnificdtio effe ei uidctwr , unde ucrbd deriuantur . N ihil enim
illi alij /i* gni ficato cum his uerbis : e rfilij ( ut fentio ) non alia ratione
appellati funt pignora,nifi quod pignus quoddam inter coniu* ges funt, tum
uinculi , ne aliter forte diuortium fieret, tum cha * ritatis. Cuius rei
argumentum efi , quod legimus fepe pignord Cap.7. fUioru , ut apud Suetoniu in
Tyberij uita:Comuni$ filij pigno * fo Augu(U.»i ra.Etiterum:Tdmmarium,quam
faminarum pignora. In eo(clem,de Ferrumino* c l v i i i. F'Erruminatio,Caius
apud Paulum ait , per eandan materia facit confufionemipUmbaturd non
cfficit.lde fentire uide « tur Pomponius,dicerts:Si tuum fcyphum alieno plumbo
pium * baueris^lienouc argento fbruminaucris,non dubitatur fcypku c tuum effe,ej
a te refte uedicarLScyphu enim argenteu intolle* '1p‘n* xit.Cum ijs pleriq; no
fentiunt,quoru efl Plinius, qui libro de * cimo 4ir:Nd(T; furculo fuper bina
oua impofito,ac ferruminato alui glutino,j ub dita ceruice medio, aqua utrinq;
libra, depor* txnt alio.Ferruminato dixit,quafi agglutinato materia illa. 1 de .
x i.E t medulla ex eodem uidetur in iuuenta rubens,in fenedute albefccsinon
nift cauis hac opibus, nec cruribus iumentoru, aut cammiquare fradn non
ferruminatur . Quaft non glutinatur , . nec codlcfcit,cr colligatur.] dem x x x
1. Carrhis Arabia op* pido,rmros,domos(p,
mafiis falis faciunt aqua ferruminantes . Cip,,y* quaft glutindtes.lde x x x v.
Calas quoq; ufum bitume pra * Cap.tj. buit,ita ferruminatis Babylonis muris.
Ide x x x v i.E amaxU me caufa,quod fulto calcis fine ferrumine fuo camcta
coponun* Cap.t6. tur.Quafi dicat glutino. er in eodetvitrum fulphuri concodu
ferruminatur in lapides, quaft conglutinatur in forma lapidis. . ide x x x v 1
1. Infefhntur plurimis uitijs , fcabro ferrumine, maculofa nube,occulta aliqua
uomica,praduro, fragiliq j cetro. quaft glutino,*? comiffura, fiuc iundura,ftue
ligatura . Ergo ferruminatio ferruminatio non ubiq; per cande materiam facit
confufionenty fed interdii quoque per alid.Plumbatura per folu plumbu efju cit
confufione,ut ipfm indicat nome , fi bxc cofufio diceda efl. In eofdem,de
Vcterator,S£ Nouitius. cap, lix. SEruus,ut cft apud v enuleiu/m,tzsn ueterator
, quam nouitius dicipotefhfed ueteratorem no ffiatio feruicditfcd gcnere,GT
caufa effe utxre,ubi infinita fuppediant . Dixi A turba fieri turbo , cuius
genitiuu grammatici quidam uolunt effc pro ludicro iUo infir umento, turboms ,
quod uel ex hoc fiU fm effi, documentum efi, quod firmam acumine fiftigiato uo
* camus turbinatam, ad fimilitudinem ligni illius.Falluntur igitur gramatici in
turbo turbonis, quomodo in cardo cardonis, quod nec ipfum inuenitur. In
eofdem,de Exautoro. c a p. lxh. IGnominiofa autem mifiio ( fi luliano credimus
) toties efi, quoties is qui mittit , adijeit nominarim ignominia fe caufa
ntittere.fempcr enim debet imperator addere, cur miles mittatur . Sed fi em
exautoraueritfinter infimes efficit , licet non addi* F 4 dijfet x . V 4S6 J
dijfet ignominia caufa eum exautoraJfe.Pace tam en J uliani,ex* autorare,cJl
ducem ab imperio fuo dimittere , uel rniffum milite Dedam. 3. ficcre,illumq;
donare mifiionc militia plerunq ut apud Quin * tilianuin Milite M ariano, Pater
huic cmerius bello flipendijs, tum,cum totafubnixum Numidia fregimus lugurtham
, exau * foratas armis manus, agrefli labori fubegit. Titus Liuius ab ur* be
condita Ub. xx x v. Volonum quoqx exercitus , qui uiuo Graccho fumnta fide
fhpcdia fecerat , uelut exautoratus morte duas a /ignis difcefit.Et in x x i
x.vbi hoc modo exautoratu equite cu gratia Imperatoris uiderut, fe quifq;
excufare,ej ui* cariu accipere.Et in l x i i. vbi is uenijfet,omnes nulites ex
* autorati domum dimitterentur,prater quinq; milia focium bis9 quos obtineri
circa Ariminum prouinciam fatis ejfc. ) dem lib. xxxv. Fosi ero die cocione
aduocata de rebus a fegcslis , er de iniuria Tribuni bello alieno fc illigatis
, ut fua uirtoriafrw * rtu fe fraudar et, quum defer uijfet nulitcs,exautcratos
dimifit. In eoOcir^de Depectus. c a p. lxiii. DEpertus(fi vlpidno credimus)
dicitur turpiter partus.Mi hi aute pro JimpUci potius accipi uidetur id,quod in
muU tis fit,ut,demiror,deambulo,defumo,dcmonJlro,dcofculor, de *
pingo,dcpofco,dcuito,dcguflo,di moror, deprecor , demulceo. Quod jt quando
reperiatur pro turpiter partus(quodnon me* nuni legijfe mc)id fit no magis ui
prapofitionis, qua hoc uerbu cdponitur,qudm ui ipfius uerbi,quod citra
compofitionem no* nunquam turpem partione fgnificat.Cic.in Paradoxis: Si quo
tidie fraudas, decipis, pofeis, pacifceris, aufers, eripis, fi focios
ffolias,arariu expilas,fi tejhmetx amicoru expertas, ac ne ex* pertas
quidc,atqi ipfe fupponts: hac utru abudantis, an egetis figna funttExcmplu
uero,quod depertus no fignificat turpiter , partus, fed tantum partus,apud T
eren.in Phormione: ltamcdij bene amct,ut mhi liceat txndiu, quod amo, frui ,1
am dcpecifci A A. ijtct^morte cupio,- T alc efl hoc T erentianu, quale efl
illud Vergilij , Vi Vf$tm$ uolunt pro laude pacifici. iRud quocj; apud M.T
udium,ficcundo Rhetoricorum: Quidam cum circunfedcretur,neq; effugere ullo modo
pojfiet,depetius ejl cum hotiibut,ut arma,w impedimenta rclinquerct,nulites edu
* ceret, lttfy ficif.armis, cr impedimentis amifiis,prxter ]}cm mU lites
confieruauit. Non eft accipiendu pro turpiter pdttusabdu tore ejfe pofitu.
Quippe qui caufdm narrat, de qua controuer* fia eft,an ille turpiter patius fit
: non autem fatim hominis da* mnatio' aliquoties futium hoc,paulo pofi
pdtiionem uocat.Et in libris ad Herennium hanc eandem rem gejhm ia exponitiut
quod erat fui officij nefy accufiet,ne $ excufct, fed antwmmodo patium inter
Pompilium , er Gallos ia fuijfie fignificet: hanc# controuer fia ab accufatore
, atq; ab reo declamddam proponat . In eofdem,de Gemma, Sc Lapillus. cap. l x
ii i i. GEmmas,lapidosq; vlpianus fic dijlinguit, dicens: Gemma: funt perlucida
materia : quas ( ut refert Sabinus ad V itcU lium ) Seruius 'a lapidis fic
ditiinguebat,ed quod gemma effient perlucida materia,ucluti Smaragdi,
ChryfioUti,AmcthyfU: la* piUi contraria fiuperioribus tidtura,ut
Abfidni,Neuctani.Mdr* garias autem nec gemmis, nec lapidis contineri fiatis
confiitiffie idem Sabinus ait:quia concha apud rubrum mare er crefcit,zr
coaleficit. Murrhina autem uafia in gemmis non efific Cafiius fieri bit.Hoc
falfium ejfe, pace horum quatuor lurificofifiultorwm,cum omnes autores probant,
quoru titulum Plinius degemms non translueetibus ficit,cr murrhina in gemmis
numerat ,er omnes lapides precicfios,prater Margaritam ( cui unio nomen , quod
tantum lingua Latina habet ) gemmas appedar.tum ipfia ratio. N am quis non
uidct,lapidus,quod generale nomen ejt omnium paruorum lapidu,fied
fiubintedetiione pretiofius,idem efific quod gemmula: Nam gemmas etiam accipimus
multorum cubitorum inueniri:quas ut uere lapides, non lapidos appedarc pofiumus
, ita quum mlnuU fuerint , lapidos appellare debemus. Quod fi F i lapides 411
Acndd.jt Ub.j7* Plin.U.9.c.3f« Jr* 4it LAVR. ELEG. LI B. VL Upides tam grandes
translucidi non fuerint , fiue perlucidi,queritis,oratoribus,quatiim deniq ;
omnibus fermone utetibus conducit rerum, uerborumq; interpretxtio,quod proprium
e fi eloquentia i Certe hoc, cuius uim, iusq; interpretamur, tanti Jaciendum
ejl inter extera uo- cabula,quanti Pluton inter reliqua numina triwm maximorum
deorum er unus,er frater tertius.Kides uicifiim comparationis hyperbolen. T u
uero uel per me licet rideas, tccum etiam rifu* Ub.Semui. rum,quum(ut inquit
Horatius)ridetcm dicere ucrum Nil uetxt. Rideas inquam, non derideas. Nam er
propius ad ueritate ac* cedet mea fuperlatio ridicula, quam tua cum detraftionc
deri* fio. Nec nihil bella, nec inconcinna, nec inepta fane
comparatio erit. Siquidem quemadmodum tres filij Saturni(fi uetujhti crc*
dimus)omnia inter fe diuifereiut J upiter calum„Ncptunus ma* ria,Pluton infrros
fortiretur. ita tria pronomina er inter fe ger mana,cr inter teteras uoces
primaria,tum omnem perfonarum numerum complebuntur ( Ego finule loui,cuius
prima ejl dU gnitas:Tu finule Neptuno,cuiusfecuda:Sui finulePlutoni,cuiui
tertianum omnia dcriuatiua per totidem cafus fingula fibi uen dicant. Nam quid
efr,quod non meum,auttuum, aut fuum dici que at i er licet fui non contineat
tertiam omnino perfonam, ta* men illius ueluti fons ejl, perq ; ipfum ea tota
nuncupatur , ditius nimirum ac locupletius utroq ; aliorwm: quoniam plures
uoces po fidet tertia perfona,qukm reliqu£. Et hinc quoq; Plutoni co
parandum,qui Dis k diuitijs,cr eadem caufa Grtce Pluton ap* pellatur. Et eo
quidem magis, quod ficut Pluton defrbum lucis fentit,eiusq ; imperium omne ex
alieno pefidet orbe, quod hinc iUuc aninu defcendunt,finc quibus non exifterct
illius regnum: DE RECIPROC. SVI ET SVVS. ia SHf,er defcttim nominatiui habet ,
er ttiji regime cius aliun de pendcat, nequit fubfiftereizr ( quod ad rem
maxime facit) qucadmodum Plutone prae fide bene , maleq; fittoru iudicia ex *
erccntur,(ic in ufu diftioms,huius bene , maleq; loquentes prx* cipue
iudicantur: ut qui ex hoc iudicio abfoluti difcefferint, ij optimo iure anquam
ad Elyjiim eant , cu/mq; Vergiliano An * chifa dicant : Quifq; fuos patimur
mancsiexinde peramplum Mittimur Elyfium, er pauci Lea arua tenemus. Quare fi
pronomen ijlud anto Deo comparari potefl, cur eius trachtio perexigua, perq;
exilia exiflimeturf Libuit iocariloan nes , dum no flram materiam (munus
uidelicet in te meum) non effe antoperc contemnendam oflcndere uoluimus.
Sedidipfa trachtio planum fkciet,me'q; non modo potuijJeiUam Labyrin tho
coparare,fed forafiis etiam intus Minoaurtm,id efl, dejpe* rationem habenti.De
cuius natura,zr ufu cum alij ueteres grd* matici nonnulla,tum Pnfcianus(cui
inter caeteros ftre tribuitur pa\ma)permula pr£cipit , er haud fcio an ulla de
re diligetius , ut nurcr liclapfam loquendi confuetudinem defluxijfe de uia.
Noy huiufmodi erroris caufas (ut aberrantes reducamus in uia) quoad facultas
fbrct,diligentius tradere conabimur. In quo dident Sui, I temq; pro his duobus
apud cofdem aliud pronomen , id c% wmi, oii^,o&o70f» , ufurpari: quod
proprie eji ipfius ipfi ipfu/m ipfo:uel ex utrofy compofitum , Wn>5 , e rc.
Et licet nonnihil difjerant,tamen crebro illud pro hoc poni , ut uixfcias, quid
in * ter ipfa interfit. Neq± me fugit dd figndndam differentiam illud afpirare
folere , quum pro hoc ponitur : fed nefcio dn omnes id fcriptores obferudrint.
Certe nec omnes editiones feruatu/m habent, c r qux habent,uix ubiq;: er fi
ubify haberent , non fit* mem in totum lingu£ Latin £ refponderet. Pneterea hoc
ipfunt compofitum prims, fecumUq; perfon £ accommodari , non fo= tum tertU , ut
xfo/txfy wlpSoujTvii, apud nos ( fi uerbum fit e uerbo ) abfurdif.imwm ,
attendite nobis fibi, fiuc nobis fibijpfis: cum tantundem fignificet
nobifipfis.Poftremo apud Homerum, er fi qui funt alij,fexcentn in locis
reperiri oS.oi.l, hoc efl, fui , ftbi,fe:pro eius,ei,eum,eo:fiue pro
illiui,illi, illum, illo:cuius au= toritatcm imitatum noftrum inuenio
ncminem.Uacrfuam natu = ram interdum deferit hoc pronomen , er in locum fuum
aliud fuccedere pdtitur.Quod nobis adeo denegatum efl,ut ficuti mei er meus ,
tui er tuus:ia fui er fuus nequeant alterum pro aU tero poni, quum non Ldtina
jit , fed barbara oratio , ego amo amicum mci,uel tui, hic amat filium fui,pro
meum, tuum, fuum: cr,hc me credit omnia facere amore meo , odio tuo , inuidia
fua, pro mei, tui, fui, qu£ apud Gr£cos non efl differentia. Si* quidem ( ut
alibi probduimus ) fui,ut mei,tui,noftri, er ueftri, pafiiue femper
dccipitur.Suus u ero, ut meus, tuus, noftrum, ue* fbrwm, nosler, uefler, pofiefiiue,
uel dftiuc.quod Prifcianu igno * raffe ob Grxcam fbrfitan imitationem quam
mirum , tam ueruM eft.Quum ergo tot fint quibus d Gr£ca noftrd diffentit
oratio, non quidflli dixerint efl intuendum,ne in eundem in quem no*
nulliificut olendam ) errorem incidamus: fed quid noftri,quo * rurn autoritatem
imitamur : Non t DE RECIPROC. SVI ET SWS. 463 Non efle tria genera construAionis
praediftorum pronominum, sed reciprocationem sufficere, c a p. ii. HAec prafutus,ad rem ipfam uenio, cuius Prifcianus
triage* ner a facit. Vnum , quod, uocdt reciprocum , quum pronos men in feipfum
refleftitur.ut , Cato amdt fe. Alterum quod uo* cat tranjitionem,quum per
deriudtiuum eius loquimur: ut,Cd* to amat fuum filium , fiue Catonem amat fuus
filius. Tertium, quod uocat retrdnfitionem , quum accedit alterum uerbum : uel
in primitiuo, fic:Cato precatur me, ut fui nuferear.Vel in deris uatiuo,fic: CATONE
(vedasi) precatur me,ut fuifilij mifcrear.Sed optimum fuerit eius ad literam
fubijccrc uerba , cdq; aliquanto longius repetita ( quoniam non in unius tantum
quajlionis ufum repes tentur ) quahaefunt: Poffefiiua uero modis
con&ruuntur tribus, quum uerba uel a poffefiore in pojfefiionem , uel a
pojfefiione in poffefiorem, uel extrinfecus trans firuntur. A' poffefiore in
poffefiioneiut, doceo meum filium,doces tuum difcipulum,docct Ulc fuum
auditorem. A' pojfefiione uero in poffefforemiut paret mihi meus filius, pa* ret
tibi tuus cliens , paret Uli fuus feruus. Extrinfecus : ut doces tu, uel ille
meum filium,doceo ego , uel ille tuum filium , doceo ego,uel tu fuum, uel
illius filium. Sed melius hoc per tranfitio * nem:ut,rogat ille me,ut doceam
fuum filiwm.Quum enim fuum jitrelatiuum , exigit, ut prius cognofcatur perfona
poffeffom fui,ad quam referatur. Et fciendu quod omnia poJfefiiua,poffef» fons
quidem perfonam fecundu primitiuu fignificant. P offefiio uero ipfa tertia ejl
perfona,utmeus,tuus,fuus,quomodo er nos tnina quibus iunguntur:ut,mcus
pater,tuus filiusiexcepto uoca * tiuo,qui folus in prima perfona poffcfiiuis
inuenitur, quum f ex- eunda copulatur perfonaiut , mi pater, 6 mea Tullia , 6
noficr Chremes. Omnia tamen poffefiiua in genitiuos primitiuorum, non [olm
nominibus 3fcd etiam uerba tranfitm fociata, pof* I 4 64 funt rcfolui:ut,amicwm
meum moneo,pro amicu mei: er E Udtts drium filium Turnui interjecit , pro
Eudndri filium : er Ddu* nius filius ab Aened uiftus eji , pro Dduni filius.
Hoc dutcm in * terefl inter poffefiiuum pronomen , ut meus,tuus,fuus,cr primi *
tiuwm mei, tui,fui,quod uoce poffefiiui genus, er cdfus, er nu* merus ipfius
poffefiionis obtenditur , er fubjhntiud quide uerbd poffefiiuis coiunttUdd
poffefores refiruntur. ut, tuus fim filius , C r mei« pdter es,ej fuus efl
illius feruus. Et aliquanto poflc* rius.Nos uero primitiuis quidem , id eft,fui
, fibi, fe,a fe, uel per rcciprocdtionemiut, fui potitur,(ibi indulget : uel
perretranfis tionem utimur: ut, hortatur me iUe, ut fui potidr.ro gat te iUe,ut
fibi indulgeds. Poffefiiuis uero quum in ed poffefiiuorum fidt trdnfitio:ut,
fui ferui miferetur , er fuo feruo prodeft , er fuum feruum diligit. Nec dliter
tamen poteft fupradiflum poffefiiuum tertis perfons con&rui cum alijs
extrinfecus perfonis , ni fi per trdnfitionem(quomodo er primitiuum eius ) id
efl, nifi prius a poffeffore eius proficifcdtur in dlidm uerbi perfondm: er fic
db iild rurfus dd pofiefiione tertis , ficut er dd fe:ut,rogdt me idc, ut fuus
feruus miniflret mihi uel tibi : precatur me ut fui patris ntifercdr.petit te
ut fuo profis filio:obfecrat Cicero Vdrronem, ut fuum erudiat gnatum. Et
notandum quod quum a tertia in tertiam fit tranfitio perfondm ,in dubium venit
, poffcfiio di quam pertineat earum:ut , rogat ifle iUum ne fuo noceat filio,
ambiguum, cuius filio fuo,iftius,dn illius: id efl,an rogantis , an eius qui
rogatur : quomodo er apud Grscos, srofansTv? ita«- tcov« Ae/so[tAHjci»« Tfljv
WtoU ondijfct,etidm:crgo,inqudm, etiam ueslro testimonio dici debet
Aristoteles, non AriSlotiles,ut fieri pofiit Ariftotelicus. jn deriuatiuo autem
quod cofequens eft,quum hoc fit eiufdem natur£,quodilli tamquam genitori,ucl
domino , ucl duci non licet yid huic uel filio,uel feruo,uel militi non licere.
Prima caufa,cur Sui,# Suus abutamur pro Eius, ucl Ipfius,ucl Illius, c a p. v.
V Erum hic quijpiam,neq; hac mea ratione contentus,neefi p rifeiano fatis fidei
habens, aget nobifem autoritatibus. DE RECIPROC. SVI ET SVVS. opponetq; V ergilianum iUud: Reaeid.i»
Tumbreuitcr Barcen nutricem affata Sichxi , Nrfiftft fuam patria antiqua cinis
ater habebat. Quod haud dubie iUi fitmlt eft,Seruus fuusminiBrat mihi:fiue,
feruu fuum uidi,cr extera qux protuli paulo ante per omnes cafus exempla.
vbi,etfi abefi ad quod referatur fuus , id tamen fubauditur.nemo enim dicit
fuus,nifi de eo, cuius habita jit me * tioiut fi roganti,ubi efl Titus f
rejf>ondeos,nefcio , feruusfuus efl hic,uel feruu fuum nidi. I n quo fi folcecifmus eft,cr in uer* fu Vergiliano fit neceffe eft. Sin
in hoc non erit, falso ait P ri* fcianus in illo effe. Q uid igitur ad hoc
dicemus f Si Vergilium damnamus,tantuuirtm,er poetarum Latinorum longe prin*
cipem,quis ferat fer non eius autoritatem qualibet ratione po* tiorem
exiftimetfSin Prifcianum,iam omnis huius rei ars fub * uerteretur,nullamq;,aut
fuperuacud maximorum autoru juiffe dicamus obferuationem oportet.Ego etfi uideo
Prifcianum (fi modo animaduertit) hoc difiimulaffe,tamen ipfe nondifiimu*
labo,aut iam non difiirmlaui potius : quippe qui fuperioribus exemplis fimile
effe confiffus fum. Seduel poeticam licentiam excufandam reor,uel operis
imperfittionem. Etenim credere libet Vergilium,quum talem quendam uerfum
faceret, Nanq; fuam patria liquerat tellure fepultam, impeditum prima fyUaba
uerbi longa,mutaffe formam dicedi: atqj ita in foloccifmum ( fi diftu fas efl )
incidiffe. An non illud huic ex fuperiore libro,etfi non perfimile , tamen non
difiinule prorfus ejlf V iuite filices, quibus efl fortuna perafta I am fua-
Arndd, j. Pro ueftra,pofitum efl fua. Quod fi quis dicat pofitum effe pro
propria,refteq; hoc dici:ut id refte diceretur, V iuite filices, quibus efl
fortuna perafin I am propria , hic nihil dicit , quum fuum etiam pro proprio
acceptum naturam tertix perfonx no mutet , nemoq; fic loquatur : efl mihi , aut
efl tibi fuus feri * bendi mos, qum tamen dicamus , efl tnihi, aut efl tibi
pro* G z prius r-4*» I JUndd.6. i EpiftPendop. adVljf. Acadd.7» JUneid.». prius fcribcndi mos. N am in illo huius
eiufdem poeta uerfu : Quifq; fuds patimur manes : non refertur id fuosad primam
perfonam,quia jic refoluenda cfl oratio : nos patimur manes , fed quifii
noslrum fuos. Eiufmodi pafiim reperiuntur exenu pla:ut,quum in bibliotheca nos
ad fuum quifq; ftudium libros euolueremus. Non ejl autem huic V ergiliano,de
quo dijfuta- mus,Ouidianum illud finule: Refficc Laerten,ut iam fua lumi * na
condasivbi nonnihil rationn eft,quod utrunq j uerbum cis dem fuppojito [eruit.
Hac igitur Vergilij autorit&s (er fi qu4 funt eiufmodi apud alios
loca,quorum nonnulla pofterius at * tingam ) prima extitit caufa (ut iam caufts
enumerare inci» piam) uulgaris erroris. Secunda eiufdem caufa. c a p. vi. AL
tera,quod nonnulli* in locis fiue hominum , fiuc tempo* rum culpd,libri
corrupti funt: ut apud Ciceronem in SaU lucium. Quod fiiftius uia memoriam
uiccrit , aliam V utres Confcripti,non ex oratione, fed ex moribus futi
fteftttre de* betis. Quem locum (nifi emendetur) non confido me expofi * turum.
At qui fe exponere poffe confidunt,ut in toafententia, fic in uerbo fuis,quid
ratio pofcat , non rejficiunt. N cc folum communis ejl huiufmodi menda librorum
, fed etiam priuaa in fuis cuiufq ; codicibus. Nec aliunde /ittum ejl, ut
refiram hac omnia fuis locis,ac temporibus,non eorum. Caufa cur Eius> Ipfius, Illius, abutamur pro Suus.
c a p. IX. A T que ex ijs quidem qua: comrnemoraui,non modo fi&um a\eft,ut
multi pro eius, fiue ipfius, fiue illius , uterentur fuus: uerum etiam ut
econtrario pro hoc illis abuterentur ( de quo foloccifmo nullam facit Prif
cianus mentionem) qualia fiunt mea proxima exempla:ut,uideo columbam triftem in
periculo puU G i lorum Ioni eius,uel
columba luget pullos eius,cr quale Donati gram* matici (ut grammaticos potifimu
fua artis admoneam, fi moda Donati grammatici libellus cjl dc uita Vergilij,in
quo alterius quoq; genens uitia reprehendas)ait enim loquens de V ergilioz
Voluit etiam eius offa Neapolim trans fvrri,ubi diu er fuauifii* me uixerat. Ac
paulo pcfi: Translata igitur iuffu Augufii eius offa (prout Jhtuerat) Ne
apolim, fuere fepula uia Puteolana intra lapidem fecundum,fuoq; fepulchro id
diftiebon, quod fe* cerat,infcriptum e]}. Et iterum: J tem rogauit , quo patio
quis alam, feli cemq ; eius fortuna [eruar e poj] et. Superius uerc:Quod quum
magi»ler Jhbuli A ugujlo reciaj)'et,duplicari fibi in mer* cedent panes iuftit.
Et alibi aliquoties fibi , uel fuo pro eius,cr eius pro fuo,
uel fibi. Verum e Graea quoq ; figura non mini* mum caufc accefit huic
crrori,id quod me pollicitus fum ofte* furum. Nam quum pro uno oir liceat
dicere tum fuus,tum eius, tum ipfius,tum illius ( non tamen quodlibet femper)
tardus,aut indiligens interpres quando hoc,cr quado illud competat, non
difpicit. Quo uitio in interpretatione quidem ecclejiaflicorum librorum omneis
interpretes decepit lingua peregrina. Sed nos indigni reprehenfione , qui
maioribus aedimus : illi uero digni , qui maioribus fas credere noluerunt. Quo
magis exijs pro* cipue uitiofadme funt exempla proferenda , ut errorem no*
flrum,ubi fontem eius agnoucrimus,dcuitemus : quum tamen ex hoc nec contum clia
ulla fiat libris ccclefiaflicis,H ebraa tantum, aut Graea lingua loquentibus (nefeio
an honor potius habea* tur)ncc magna eorum traductoribus: fi modo dignitatis
horum ratio habenda eft, qui uel incerti funt , uel ignoti , uel inter fc di
fident es. Hoc mihi difi/nulandum non fiat, uel ob id,ne quis nubi iCtorum
obijeeret autoritatem. lnpfulmis igitur (quos Hieronymus certe non tranflulit )
ubi pleraq; huiufmodi refte translata funt, illud non refte : A' gloria eorum
expulfi funt: pro a gloria fua. Et
iterum : Qui exacuerunt ut gladium lin* gUM DE RECIPROC. SVI ET SVVS. 47* gi
las eorum: pro linguas fuas. Et iterum:Sdturdti funt filijs,zr dimiferunt
reliquias paruuhs eorum:pro fuis.Et iterum: Peric* runt propter iniquitatem
eorum:pro fudm . Neque uero me Id* tet,in quibufdam codicibus refte legi,fua ,
fuas , fuis,fuam. fed ego rcm,non hominem noto.Nccnon ibi:E t abjlulit jicut
oues populum eius:quod melius alibi legitur fuum: Jicut ibi quoque : Sicut
locutus ejl per os fanttoru fuorum,qui a feculo funt,pro* phetarum cius: alibi
melius , Per os fandoru prophetarum fuo* rum,qui a feculo funt. In his omnibus
Gr£ce ejl genitiuus «««£, cuunsiOujT&p, ille pluralis ,hic Jingularis .
Aliquando etfi eiusfeu ipfius,feu illius tolerari potefl,tamcn Latinius ejl
fuus:ut in eif* dem pfdlmis, N eq; defcendctcim eo glorid eius, pro fud:tametji
aliqui non legunt eius.Et itcru:Defidcrium cordis cius tribuifti > et, er
uoluntate labiorum eius nonjraudajli em : pro fui , er fuorm.Et iterum:Brachium
eoru non faluauit eos , pro fuum . Et itenm:Benedicite domino omnes dngeli
eius,benedicite do* ntino omnes uirtutes eius,b en edicite domino omnia opera
eius t pro fui, fu£,fua: quale ejl illud in Apocalypji: Opera enim iUo= rum
fequuntur illos: quod ego citius dixijfem , opera enim fua. Huius tamen genens
non ejl,ji interuenit ucrbum,ad hunc mo * dm:Quod pater non amarit te , Jiuc
patre non amaffe te,pro* bat ipfius tejhmentu, potius quam fuum:ut ejl apud
Quintilia* num libro primo. Quomodo er ipfum er Vergilium quoque fcripjijfe
manus eorum docent. Nam in itio apud pfalm. Omnia a teexpcdztnt,ut des illis cibum
in tempore, dante te illis colli * gent : illis pro fibi pojitum ejl:de
fecundo,illis , magis loquor , quod fibi quoq; translatum inuenio.Suo autem pro
cius ( quod fuperioris generis uitium ejl) illic: Ad nihilum deduftus ejl in
conjpedu fuo malignus.Et itent: Si autem dereliquerint filij fui legem
meam.quanquamlego in quibufdam editionibus utrobi * que eius. Et iterum : Anima
autem mea exultabit in domino, er deleftnbitur fuper falutari fuo: nam id fuo ?
ad dominum refirtur,non ad animam: quemadmodum Gwc owr. At ibi nec fcias an
uarieate gauifus interpres Jit , an conjilio uutaueritz Quoniam fecundum
altitudinem coeli d terra corroborauit mi » fericordiam fuam fuper timentes fe.
Quomodo mferetur pater filiorum,mifertus e jl dominus
timentibus fe. Et in eodem pfaU mo paulo pcfliMifericordia domini ab xterno,cr
ufifcin xter * num fuper timentes /e: er iujlitia illius fuper filios filiorum,
his qui feruant tejhmentum eius.Et: Memores funt mandato* rum ipjlus.Pro his
quinque noflris, fuam , fe, cius3ipfius,illius, unum e Jl pronomen Grxce
cfav,ofoity,o2uni. idem, quod modo dixi,quod nunc ajpiretur necne, non attinet
dicere , ut aceam raris in codicibus pj almorum reperiri hanc diligentiam .
NdWf exterorum ecclejiafiicorum librorum in nullis adhuc reperi , nec eam (
iudicio meo) fatis exa£hm.V ter tamen fermo melior , fuper timentes fe,an fuper
timentes eum, lucis dunaxat gratia, fuper timentes eum,uel ipfius interpretis
teflimonio, qui prio* rem quodammodo pofteriore correxit : nifi uarieatts
gratia ii frcit.Huius genens ille quoq ; locus efh Stabunt iujli in magna
conjhntia aduerfus eos, qui fe anguftiauerunt : quod fi dixijfet aduerfus eos,
qui ipfos angufiiauerunt,obfcuriatem deuiajfet. Ut taceam quod magis ad uerbum
etiam tranfiulijfet. Quomodo uidecur amphibolia in Sui, 8C Suus. c a p. x.
ENimu quomodo manus er DE RECIPROC. $V! ET SVVSi 4*S ipfius er Vergili) docent
cos fcripfiffe. Sed hoc tranfeo,cr c 4.85 Aleator , Aleare , Alea ludere 1.6
Aliquantifrcr ».48 Aliquanto m* Aliquis i.6.cr 3*1* Alius x.itf.crj.5^ Aliter
tii6 A Ueuo 5*8i Allocutio prmatura 4.107 Alludere 4.16 Alo 1.46 Alter alterum
accufat 3.30 Alter 3-59 Alfi/tf i.s Aluearim 1,6 Alumnus 6.1 Amamus nos inuieem
, mutuo , er parifer 3.74 Amator 7.37 Amatorium 1.6 Ambitio, AmbitUS 4.19
Ambitiojits ibidem Ambulo ' 7.79 Amicus, Amica 5.17 Amiculum 1.5 Amo • 5.37 D
fc X. Amor 4.^8 Amorem conciliare 5.5 » Amoueomanm 5.9° An,Anne 1.17 Anacreon
poeta 1,11 Andromeda . 5.* AnguiUalubrica 4.101 Animaduerto $.69 Animofus i.xc.
Anniuerfarius 4.108 Anniculus 1.5 Annona 4.35 Annuatim 6.60 Ante uim habet
comparatiui 1.16 Antecedetis a relatiuo difeor * dantia uenujh 3.19 Anfe dic
ucnire,adej[e 4.80 A n tebae, ante illud x.76 Antiqui 4.5 Aper 4.4*
Apertm,Apcrtile r.8 Apes non apis dicendum ».5 Apparatus belli 7.64 Apparo
ibidem Appellationis uerba 3.9» Appendo 5.8* AppetitutyAppeto '5.7 Apud te -
6.14 Aquatilis r.8 Antf io 4.» H 5 Artor . I N E » E X. Arbor 4.*7 At «ero
1*14. Arceo 6.16 A uttio,Autliondri 4.3* . ArcejJo,cr Accerfo T.Zi Audis ibidem
Architriclinus 4-34 Audiens fm tibi 3.4*. Ardi mulier 6.38 Audio te, er tibi
7**9 . Area 4.33.z?6.4i Audiui a patre , de patre , er Argentarius 4.4*.cr 44
ex pdfre 3.0* Argutus 1^30 Audire habeo 3.9* Armamentmm , Armarium Auditorim
J.6 J.6 Autor 4.3*.er 5.3® Armenta,Armentarm 4.4* Autoramentm , Autorare
Armiger 6.1 4.3* Arra, Arrabo 0.77 Autoritas 3. 8 8. er 4.3* Artificia. 4.44
Auerfor • 3. 80 J • --•«y Arum 4.77.er0.4i Aucrfus,Auerto . 7.90 Afcijco . 7.80
Aue 4.3P Afcribo 347 Auis \ _:;(4f47-. Afcriptitius X,K Aula 4.34 AjfcdAri 5.77
Auricula,Auris Attentor 6.66 Aufculto 3.4* Affeuero 3*7
Aufficdri,Auff>ex,Aufbicim AfiidcOjAfiido 3* 6. 1 / .v; . 1 Ajinus 4.4* Aut
x.xi Afylm' 6. 19 Autem, Autem non iy*4 - Ajl *.i7 Auxilium do,cr fero 3.0*
Ajier,Aftrm 6.z.i b Ajfmo 0.3 pA«i( *.*8 Affurgo - 3. 1* X3b^4,B4T^ 0.14
AtyAttaiuen i.*7 Beatitudo,Beatus » • 4.04 Atej; *.78 Bd Im 4.04 Atramentarium
f.4 Bene *.7*.CT3*87 * * » Bene I N D 'E X. Bene cenfeo3Benc precor3Be*
Calmniator,Cii Capio Jpem de te 5.81 Bimus ».7 Capio,Cdpior oculis «3 B
inoftiiM *.33 Capitalis 4.109 Binm}Bini codicilli 3.7 Captus *.3 Bis centum,Bis
nulle 3.4 Cardo : 6.61 Blandior 7.$* Car eo 7.87 B ombarda *. 3 4
Caritas,Charitas 4.4* Bona corporalia,!? incorpo = Carnarium x.tf ralut 4.98
Carnofus,Caro 4.73 Bonrt Decrcui3Decretm efi i.*4 D ecuru 6.Ji Decurio ,
Decurio municipa * lisDccurio Romanus ibide Decus3Decoro 4.’ti Dedecus3Dedecoro
ibidem Dedere nox£ &}} Dcdititius I.II DedifcoyDedoceo ** Deduco •5.77
De)aiigatus3Defkiigor 4-99 Defeftio3Deficere 4> Defedus x.}o:& 4*
Defendo 6.i4 Defero 7.44 D eftffut 1 4.5»? Deficio ' > , 4* £ De/ore rrt6
Defimgor3DeJunftus 2.7. 4 er 44 Dehifco Deinceps ±.)6 Delabor 1-19 Deliber aui
2.*4 a e x. V- - * Deliberatum ejl mihi ibidem Diligo3Deleftm agere 1.60
Dementia 3.36 Demereor 2-9? Demigro 7-9* pemwm cu compofuis 6.ZZ Denic/i t -
ibidem Deorfum ' *-77 Depeftus 6.63 Depeculor 6.40 DepofitiriiM , D epofitoriut
r A Deprecor 4.t4 De repetundis pecunijs i.x-4 Defcendo 7.J* Defcifco 2.$*
DefcSyDefideo 762 Defideratiuauerba 7.*3 Definetmcter quo cu coparatiao t .n er
s. 66 Epitiola j.6 Exanimatus 6.t$ Epulum 4.z} Exaudio i.z9 Epula: ibidem E
xautoro 4.6 z Eques 6.jz Excandefio 6. ix Ev renibus 1.19 Excedo 7.97 Ergo z.4i
Excogito l.i.er 10 Ergo'nc x.17 Excretus 1.30 Eripio 1. 83 Excubite 4.69
Errabundus 1.9 Excw/o 7,^7 E/c4 4.75 Exemplar,Exmplum 6. 53 Ejfi cordi, er in
animo i,zz Exemplarium ibidem I Exequor INDEX. Exequor iujft *.6s Ex
ufuyUtilitite ibidem Ex £quo 3- 1 9 F Exhanredo 5.104 T^kbrica 4.44 Exhibeo
negotium 5-88 17 Fdccfio T.ZJ.CT5.88 Exhorreo 5.101 Facies 4.rj Exigo 5.* 4
Facile i.xS Eximius 3. i ) Facio certiorcm,iafturd3cre. Exiflimo J.zo 3.6)
Existimatio 3.8 6 Facio dele fi; um 3.60 ExiftityExto 3.3 i Facio gradum *.**
ExitialiSyExitidbilis 6.i s Facio gratum 3.76 Exoletus t.jo Facio copiam 4.63 E
xfomnis i.zo Facio potefhtem ibidem Ex, cr inter cum interroga* Facio inuidiam
r.zt tione i. iz Facio paria 5.74 Exoro 3.2.9 Facio tibi iniuriam 3.94 Expedit
3.49 Facio iter,cruiam , *** Expendo j.8z Facio negotium 3.88 Expeto 3.7 Facio
potejhtem 4.18 Explicit 3.4r Facio fermonem 5-97 Explodo 3.9 Facio ftipendia
4.1*0 Exploratum ejl mihi , Expio* F acio ut *.*7 raui 3.t4 Fafiio 4.6i
Exploratores ibidem F ador 4.3*- E xpoStulo 3.3 S Fdl/itf I. 30 Exprobro 6.44
Fallit me 3.80 Expugno 3.62. Fama 4.7 Ex fententia habere 3.70 Fama mea^zT mei
z.t Ex tempore3ExteporaUs ). *9 Famofus}FamoJa mulier r.zi Exturbo 3.89 Fafces
4.84 Ex uinculis 3,19 Fdftidiofus V I.. I N fafiidium mem,cr mei x. i fatigatu*
4.99 fatuus 4.1x3 febris annua ,cr quotidiana 4.108 felix 4.87.0“ tt4 felicitas
4.«4 Femen, Ff»K>w,Frfflor4 4.77 femoraliOjfeminalia ibidem fex 6.61 ferx
4.41 Fere x.49 Fero, Fero f/M acceptu/m 7.100 Fero conditionem 4.61 fero
auxilium,zr opem 3.67 ferox,ferus 4.97 ferre fententiam , cr legem 7.48 Ferri
4. 71 ferruminatio , Tenit/mino 6. 78 ferrumen ibidem fejfus 4 .99 fejh
Scptimontdia 4.43 fcjliuuSyfeJlus 4.ji’ finitius, fiditis ficus,ficulnus 1.4
fides pro tormentis 1.7 fides 7.30 fides non fidis, fidicula x.7 D E X. Fiw*
no» tiicifwr r.i* filiafier ».7 filius 3.70 finis,et propofiti uerba 3-87
finitionis uerba 3.78 fihgo Fio'; 7.43 I.XX Fio tibi obuius 3.77 fifiihs 1.8
flageUayflageUare «.47 flagitiwm 4.78 flagito 7.78 fleo 7.7X fluuiatilis 1.8
fluxus 1.30 f ceneratitius i.ir Fanero,Faneror f oenus fcctificare^foetura foetuofus
fatus fatura, Fatifi> 4.71 care folia F ore,et Ejf/e cu copo/itis t.z6
Formidolofus Ut frago nauim,cr finulia 3-77 fremitus 4.3-9 frequens, Frequentia
4.96 frondes 4.68 . fruges 4.3 7 fruor 77 I x frumen f N D E X. frumenti
pramtaturd 4.107 Gejh 4.9 frumenti copia 4-7> Geflus,Geflio 4.Z frutex,Fruticari
Glans 4.^ fuga . i Gladiatorium munus 4.1* fundus, Fundum Gloriofus *.» X. 4**
fundare , Fundanis tum ibidem Gradum Jacio er iacio 3.** fungor 3.} Grammatici
audaces er fu* fustigare 6.47 percilioji z.x futilis 1.8 Gratiam ago , refero ,
habeo , futurum comunttiui, quo di- er reddo 3-4* fcct a proterito ciufdcm mor
Gratiam ineo non dici 1.U di 3.18 Gratificor 3.7* futurum participij Grator,Grdtulor 3.4i . G Gratum Jacio 2.7* 5.6
Gratus Gaudeo,Gaudiim 6.it GrauiSfGrduidus Gemma 6.6 4 Gregatim Gemo Greges Gena
Gremium Generatim, Generaliter Tuvi 4.38
Genitworwm SIGNIFICATIO z.i H Genitiui er ablatiui affinitas t tA beo ad uo tum
5.70 > 3.17 llHd&eo 4 patre 1 manda* Genitor, Genitrix 3.70 tum 1.1I
Genuinus dens 4.?i Habeo cum gerundiis 1.1* Genuino rodere ibidem Habeo copias
omnium rerum Gerundiorum Jignificdtio er 4.05 ufui Habeo audire er't>7 Habeo
conuenire ibidem Gertmculum Habeo dclettum 3.60 Habeo Habeo fident 5.60 Homo
manfuet a er betue con Habeo gratiam 5.4 1 ditionis 4.67 Habeo in animo *.*5
Homo maturus , er primatu* Habeo iter rusmlitu Habeo orationem Hortus t .«.er Habeo rationem 7.18 HcJpcs,HoJpitim 4. Si
Habeo polliceri Hofpiales ibidem Habeo fermonem Huc *57 Habeo te excufatum 7.67 Huc ades, pro
adjis 55* H abeo te loco patris, er fimi* Hypotheca 0.37 lia 3.88 1 Haud
aufyicato 4.1 T Actre fundamenta, 4.4* Hei X. 11 llacHre gradum 5-*5 Hem x.r5
laculariyldculm 6.5 Heri,Heflernwt X.ii lamtlanuam Herba 4.17 lamdiu i. 35 He fler no dic 4. 8r
lamdudum ibidem Heu X.II lamuero x.x4.er47 Hic *5 lamolim 35 Hic nubi
gloriaturae. 3.5* Iampridem x.34 Hic non ejl cum illo compa* lam ueniet , er wm
pr I N D Igitur x.43 Ignominio fa tnifiio 6.62. Ignorans,! gnoranter Ignotus ilis
terminata nomina 1.8 lUaborotim *.*9 lUe x.4 Ittuc x.7 7 1 mago mea €T mei x.r
Immigro 7-9* immunias 4.39 lmpendens,lmpendeo *.4X impendo 3.4*.CT2.sx
lmperiofus . r.xi Impero 7. 48 lmperatiuo deejt pnma per* fona J.xS
Imperfonaliwm quorudam re* gimennouim 3.44 Impertio *«33 Impertior pafiium er
depo * nens ibidem Impleo 3.33 Imploro Imponoylmpoftor 3*9* Imprecor 2.96 er
4.x 4 Improbare 4.44 Imprudens 4.94 Imprudenter non dici 3 fed per
imprudetiamjiue per igno* E X. rantiam 1 ibidem Impugno *.4x Imputo 4.44
Mycumuerbis 3.37 lnagendo,lnccena 3.?* I n animo ejt *.xx mannos 4.40 In auro,
in tes 3.t* Incedo *.79 lncefio 1.4* Inceflus 4.4* Inchoatiuauerba I.XX
lncidoin(Cs,uelin(erc 3.1* I ncifim 4,io Incola 4»*4 Inconfideratus I.JO
Inconfultus *.40 Incorporeus 4.9* Increpare 4.2-9 Incumbo 3.44 Incuria r.xf I
ncufo 4.IJ Indico, Indiftum *.68 indiem 3.48 Indoles 4.44 Indulgens pafiiuc
fumptum 1.30 I ndulgentia,Indulgeo 4.1* I nduftrius i.xt lnclaboratm *** Ineo
Ineo gratum lnefl rei er in rc lnfrnfus,lnfiftus lnfijhre Inficiatis fhtus I
nfeiens,! nfeienter jeci 4.94 2. 32 t.zo 6.18 4.1* 6.44 }.*4 2-t 6.3.0 6.4 i.ij
39* 3.42 Infigitis 4.m Infomnis ibidem lnfhr 6.9 I n&itutt,! nftitutiones 1
nfi cias ire, I nficidtor ibidem I nftrattm 1 njidus 4. 1 0 3 I nftruft* ndues
I n finit iuorm effc er fore dif= I nslruo firentid 1.3.6 lnfummd lnfinitiuum
interiettum , uel lntendo,lntcntio posipofitum 3. zi Infer Infinitiuo ubi
utendum 1.3.3 Inter aftionem l nfinitiuus loco fuppofiti ibid. Inter dgendrn,
Inter ccendn * lnfrd 1.2 3 dum ibidem Ingenium pratcox 4.107 Intercedit 3-73
Ingenuus 4.1 Intercludo 2.69 I ngredior 3. 19 Interdico 3.39 Ingredior in ffiem
3.81 interim i. 49 Ingurgito 3.33 lnterefi cum fuppofito x.r Inhibeo 3. 4
lnterrogdtio cr refbonfio in lnhoram,In horas 3.68 diuerfis cdfibus *.2<>
lnitim,lniens 3.34 Interrogo 2.61 In loco, In locum 3.88 Interfepio 2.6 9 ln
mdnibus 2.3 4 Interunto 2.*3 In mentem uenit 3. s z Intimus *. r.17 ln morem 4.
n lntrd lnnocuus,lnnoxius 6.17
lntrocludo ln primis 3.71 Intueor te,cr
in te 3.29 inquilinus 4.24 lnuenio 2.* inremprtefentem 4,n* lnucrto 2.i2 Inue I
4 T /“ I N D inueftigo J.4J inucteratus r.30 Inuicem 2-.J9.cr 3.74 I nuidia, I
nuidiofus j. x 1 I ocufylocdriy I ocularia 4.1* Ipfe x.i 15 x.J Is demunt o.xr
I#e ow» dduerb. iftic er dlijs x.4 Itu comparatum fcuconjlitu* tumcjl 3.89 I tt
ciwn fupcrldtiuo 1. 1 j Ittrejponfiuum x.jo Itaproualde x. J4 Ifcwie i.17 x.J4
J ter ficere,zr hdbere 5.7* Item>ltidem x.jo Iterum x.jo Iterum conful 3.J9
luteo J.68 Jubendi uerbd j.xs Jucundus 4.89 ludicij uerbd 3.9X Iugtrum 1.7
lugulus,iugulum petere 4.3 * lugum 4.43 Iunftus 1.30 Iu**, luris naturalis
fpecies 4.48 E X. Iurifconfultus ibidem lurijperitus nemo nifi Utera* rum
peritus 3 .inpraf. 1 uri fcon fultus J.40 lurijperitus 4.48 I m* ndturdle , Iu*
ciuile ibidem lujfus 1.7 luftitium J.* luudt 3.4* luucntA,luuentus 4.4o L
LkbdfcOyhdbo J.J9 L dbor9eris. Labor , orts ibidem L deertofus Ldccjfo Lalifio
L dmentor Lamina Ldnijkt Lapidare Lapillus LdpfuS Ldjfus LdtebrSyLatibula 4.79
Lauo,eius (fc deriuatiua r.x Luxus 4.99 L egutio pr amatura 4.107 Lege* 4.48
Legibus comparatum feucott Jlitutum ejl 3. Lego i.xt X.X3.CT J.i4 4.4X J.J*
4.74 4.1^ . er J.J9 4.99 index: Lego,cr pertego j.SO Lucrum j.i * Lenticula 1.6
Lufluofus I.*C Ldeabundus 1.9 Luflus 4.60 Ltctor,L£tUS 6. i* Lucus 4.7* Leues
6.8 Ludere 4.16 Leuo ?.8l Ludibundus Liberari 6. 43 Ludicrum 'i.* Libere loqui
4.17 Ludus 4.16 Liberi 3.8 Lues 4.7* Litor i ingenui 4.110 Lupus 4.4* Libera
4.1 LufiOyLufus 4.16 Liberas 4.17 M Libertinitas 4.1 A yr Aeetium 4.1S
Libertinus,Libertus ibidem i.* X Maceror, Macef. I.i* Libra pro pondo 3 .1}
Magis I.I* Licentia 4.17.CT 18 Magi fler, Mdgiflra 4.38 Liceor,Licitor 7.X8
Magiflratus officium 4.10 Licet Z.1T Magna autoriate uir 3**7 Liflor, Li
florius . , Lintearius Magnificens 1. 30 i .6 Magni intercfl 33
Literd,Liter£,arum 3 .6 Mdgniloquens,cr fud compd Loco patris 3.8S ratiud,z?
fuperlatiua : r.io Locorum quorundam nomina Maior, Maius i.ii 4.87
Minor,Mdximus ibidem Locus celebris et jr eques 4.96 Maiores 6. 77 L ombardia
4.87 Mala Longe M7. CT 18 Male i.4i.CT3.Lotium X.i Malcdiflum Lubricus 4-tor
Malcdicentiffimus T.IO Luculentus 4.91 Malleolus 4.»-6 Luce, Luci 4.80 Malum
6.41 I 7 Mando I N D Mdtldo Maneo te 3.93 Mango 4.no.c T6$9 Manipulatim 6.x o
Marinus, Maritimus 4.9 i Margariti 6.64 Mater j.7o.eT4.38 Materia 4-3S.c T6.3z
Materies 4.38 Matuta dea 4.107 Maturi' er P rxmaturc ibide M aturef :o, M at
uro ibidem Maturrimus, Maturus ibidem Maxilla 4.;x- M ea x.i.er i.x Me cum
infinitiuo er accufa * tiuo z.14 Meditatiua uerba r,x4 Meiytui, fui, pronomina
x.r Membrum 6. 10 Membratim 6. ro. er x o Membranee Vergamen Mone x.x Memini Memoria
mea er mei x.r MemoridyMemoriter ■ 3. $>3 Menda 4.6 Moenia 4.8 Meno,Mcntio
3,2$ Men; , Mentu/m , Mentior, Menti ibidem Menfarius Mentula Meo dormientis Meoiure
Meo nomine Me occupato, er fimilia Mereor
Merere 4. no M er itor ius puer, M eretrix0.4 th Mefiis 3.14 Metuo 3.X7 M cww
er mei differunt x. r Meam folius ibidem Migro $ Mihi 3.3Z Miles r.T4.er
<>.}x Miles frequens Jfcflntor prolintidm ».3* N«fo 7.84 Olus 3.4 Omni Omnium
rerrn copias habeo o uis 4.6$ P Onager 4.4* ”r\A bulum Opcmfiro JT Pacatus fum. Pacificatus
Opcra,ne,Opencpretiu 4.7 6 fum 3.7 5 Opcrofus i.xi P’ 4.3* Vefiime i.7*.
Pocmtet 3.4^.CT4.i8 PeftilentidyPeftri m4.7* Polliceri habeo Petere iuguhrn
4.36 Poma cruda 4.ii4 Peto 7.78 Pomtf pra cocta , prmaturOy Petulans 4.107
zrferotina 4.107 Petulantia ibidem Pomarium i.4 QxfUciYSp 4.4 Pomeridiamm
ibidem Philomela 6.x 0 Pomum 4.X8 Pompa t I Pompa Pondo Pono conditionem
Populabundus Populnus Populus faequens Porcus Porro Fora Forari Portitor,
Portorium Pofco Pojjcfio Pojfet te pigere N D E X. 4.J9 Prduum Prae,in
compofitione P roecepa, praeceptiones Praecipio Procclarus,Prxclare Praecoquus
Praecox Praeditus Praedium P raegnans Praelium Praematurus F rae me fero F
racparo 6.40 J.Jt 4.» 7.68 4.9* 4.I07.CT 7.J* 6.40 M* 4.64 4.107 7.17 7.64
Ppjfcfiiua nominum quorundd Pracpofitiones accufatiuo , er locorum 4.67 abUtiuo
iunftac i.ty Poti,uim habet comparatiui Praeripio Praefcribit ratio s.69 6.77
Prae fe fcrt,Prac fe ducit 7.17 ibidem Prae jxrt,Prae fe gerit ibidem 3.31
Praefens .CT 4.11X' i.76 Proefenaneum 4.11*. x.xo.cr 33 Praefes, Prae fi deo 7
.67 4.107 Praefidcs hoies,Praefidiu 7 .66 7.78 Praejhns 4.111 z.i P rtjhre 6.16
4.4 Praetiofum Pracful, Praefum,Pro:. x? Praeterquam 3.74 x.x Prtffor,Pr.*7
Prudens fici Pudor Pueri catamiti Pueri meritorij Pugillares Pugna PuUaftra
Pullus Pulfare,Pulfatio ibidem .^4 i.7 4.^7* /i» PUrt « Punftum Punftim Punio
Pupillus Q. aV adringeni Quadrin genti, Quadragefi nui 37 Quadrimus t.f
Quadrinoftio a.jj Qualitas *.J4 Quam pro quantum Quam, ubi deceat 3.74 Quam
pridem , Qum dudum - ^.34 QM4m cum gradibus 1.1-7. er is Quammfub diftione,
tamen, fubintelligi i.40 Q«4m ut, quam qui, quam pro 1.17 Quamobrem 3.43
Quamuis Quando, Quandoquidem Quando utimur nominatiuo pro uocatiuo Qua pietate
es Qjtanqudm x#iI Qy^4Qttid interejl inter prateri* tum er futurum coniuntti*
uimodi , r8 r.,7 K x Qki ' Qyiddm J.I6.CT zi QjiiihQuinetUm 4. 4 5 Quippe
a'*1'7 Quippidm il6 quis quis er i/i in parcnthcji 5.84 Quis cui proponendum
3-i° Quifquts,Quicun^ i.rf Quijpiam,Quiplum 3.65 Quifq; x*14 q uifque cm uerbo
, dut par* ticipio 3.60 Qiiodypro quo res 3 QU0,O~cb i.i5.CTi.37 Quod autem ,
Quod uero 4.55 Quod comitio *. 40. er 39 Quod feribis gaudeo , et quod fer ibas
gdudeo 2..10 Quodeunefc 3>l6 Quodq ; *•*! quo mnM,Qup fecius 1.14 Qjtomodo
4.5 4 Quoniam 4.47 Quoquo 3* 16 Quoquo uerfus 4.8 Quoqj dblatiuus ».*4 Q tjpq;
4.5S E X. q uorundam locorum nomi,* nd, 4.8* Quotannis 6.60 Quotidiana febris
4.108 Quotidianus ibidem Quoties 4. 49 Quot modis iubemus 3. 4* QUOtUS 1-14
Qwwn M* R RApio J.8j RdptMI 6.ZO Rdjlltf R dtio Rationemhdbere , Rdfto coris
jht,Rationem ducere Rationum, er propojitiontm inculcatio Re Recompofta Recaludsler
Recerfo Receptor – H. P. Grice: “I like ‘receptor,’ but I use ‘addressee’! -- Reciprocatio
Recludo Reconcilio Recordationis verba R ccrudefco 4."* R eddo,pro do Reddo
gratias 3.41 "R ^ /fm 'Redeo zj6 Reputo Reditui parenthefes 3.11 Refcifco
6.1 3 Reduco R cfyojtdeo 3.45 Refero ad Senatum ?.roo Rcjpondeo fubaudittm Referogratias
?.4r Refes,Refideo i.6f Refero tibiycr ad te 3.38 Refipifco 7.5 Refert cwm
fuppofeto x.i Refegno,retego,retcxo iM Refertio, Refertu* 3.33 Rewrrfor Refigo
j.6} RbeginenfeSyRhegini 4.87 Refi-agor 4.70 Rfcftor 4.81 Regimen nominum
crimina = t«w»,er poenalium Regimen uerboru cwm diuerfa eorum fegnifecatione
3.4* Regionatim <>.10 Relatiui cwm antecedente di * f cor dia elegans 3*9
Religiofws Mr Remaneo 2*3 Remigro 2*2 Reperio 7. i Repeto 2**3 Repetundarum ,
Repetundis M4 Repignero *.27 RepOjRepto *2 Reporto *.2r Repofco 7.63 Repono
intejfeem 3.?r Repofitoriwm Repurgo 2-31 Riditulus i.f Rixa 6.61 Rogatione s
4.43 Rogatos uelim r.2.7 Roma urbs Septicollis Rofarium,Rofctum 1.6 Rumor 4,7
R«rt , 4.S0 Rurfus xj6 S SAccIluiJaJum r.$ Sacrarium x.6 Sacrilegum Salto ,
Sit/ttfio , Salto J.IOf Saltus ibidem ,cr 4.7* SalubcTybris 4.33 Salue3Saluebis
*.3o SaluctOySaluco, Salutare ibide Salutifer 4.88 K j Saltem Saltem}Sane z.17
Sedicula t.7 Sanus 4.98 Seditio 4.63 Sarcina , Sarcinam compone* Seges 4.*f
re9uel colligere 4.49 S eget es promatur Sarmentum 4 ,16 Semel rf.10 Satio
uerbum, Saturo j.78 Sementis 4. »4 Saxatilis Scmindrim Scala SemifomnusScaturio
Sentfor Sciens fici 4.94 Senatorius i.j.er Scilicet Scifcitor 7.6r Senatus
frequens 4.9* Scitus S cnatufconfultum 7.100 Scomma ?.io SeneSkjSenedus 4.40
Scribo 5.30 Senes 4.7 Sculptile 1.8 Senilis otas matura Scurra 4.ji Senium Secunda
uiceconful Senpbilis9Senplis Secius j.it Sentina 6.61 Sedile i.s Separatim 6.ZO
Sedor j.t Sepulchra Secundm propoptio z. Septicollis urbs Roma Secundus Septingem
Septingetem Secus uim habet comparatiui Septimonmajejh Series Triumphale Vbi
primum Triumphdtor vbify Triuiahs
feientid 4.16 ve x.17 TudyTudinterejl 3,2, veflntio,Veflor 3.8* Tui i.i
vefligal 4.59 Tum z.zz vel z.17 Tum uero z.z 4 VelutyV eluti ViUd 6.4*
Vindico,vindiftA 2.S Vir 3.70 Vir mdgnx, purus, mediocris conditionis Virgo Viritim
6.10 Virtuofus non dicitur MI Virtutis,?? uitij indolei 4 .46 Vifo • • I.A|
Viabundus Vitium 4.*. er 2.8 Vitium
cdpiale Viuarium 1.6 Vitro citrocu A. J 7 VUus 3*3 E X. Vmbr utilis r.8 Vnu
A.Jl vnio 6.64 Vnus 3-*7 Vnusaut alter Vnufquifquc - 1.14 vocaiiui in nommatium
mu tatio 3.1A Vocare in inuidiam r.ir Vocaui te a uti, e uti, , de uti 3 Vociferor
2.2 a Vocor in fecm Volatilis X.8 V olitxre,Volatus Volo Volucris 4.42 Volumen Vcluptuofus
1.1* Vrbani uiri 4.AO VrbsRoma ibidem Vrbs, frequens 4.9* Vrbs Septicollis Roma
4.43 vfquam - 6.19 Vfy a. e.& • 4.11A vfqueadeo A. 44 vfqucco ibidem vfurpo
220 vfus 2.2 Vfus nominatiui, pro uoedtis uo,z? contra 3.ai index. V fus
pluralis, pro jingulari 3.ii Vfus nominatiui , pro accufa= tiuo 3.4} Vfus
negationis 3.47 Vtc£tcros 3. xi Vtc£tcri ididem Vt, cum facio,?? committo i. 33
Vffr, er Q uis}cum interroga tione 1. r 3 Vter Kfraw accufit 1.30 Vtcrque cum
uerbo,uel partU cipio 3.60 V f,er I ftt,cu fuperlatiuo 1 1 5 Vti *.36 Vtileeft
3.4 9 x.x7 Vtpote ibidem Vtor i.i Vt primum j.tj Vt , pro quam, ucl quantum
ibidem Vt?pro quippe , feu utpote z, 18.36.cr ^4 Vtquia *. 3 7 Viqttod ibidem
Vtroq^ uerfus x.s Vfrum i.ij V t,fuperlatiuo iunttum i.ij Vt tamen, abijeitur
ab oratio = «e z. 40 Vuaceus i.it Vu£ pr£coces, er ferotime 4.107 Vftlftw 4.13
Z Zf«gm4 3.44 FINIS. t 'il SEBASTIANV GRYPHIVS GERMANVS EX CV* D H B A T L V= *
GDVNI, annl m4 d4 . Nome compiuto: Laurentius Vallensis. Lorenzo Valla. Valla.
Keywords: Cicerone, Virgilio, Quintiliano, Livio, rinascimento, grammatica,
dialettica e rettorica, elegantia linguae latina. Refs.: Luigi Speranza, “Grice
e Valle” – Luigi Speranza, “Valle e Grice,”per la Fondazione Lorenzo Valla, The
Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Valletta: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale dei liberali, libertari e libertinisti – la scuola di Napoli –
filosofia napoletana – filosofia campanese -- filosofia italiana – By Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Napoli). Abstract. Keywords: storia
della filosofia classica, Cicerone, Bruto, Cassio, L’Orto, Il Portico. Filosofo
napoletano. Filosofo campanese. Filosofo italiano. Napoli, Campania. Eessential
Italian philosopher. Grice:
“He was a libertine from Naples. I like him. His oeuvre published in Firenze. Studia
dapprima letteratura presso i gesuiti per poi dedicarsi al diritto. Insieme a
Andrea, e fra i fondatori degl’investiganti, che da impulso al grande
rinnovamento culturale che prende grande avvio. Nelle accese polemiche
filosofico-scientifiche tra progressisti e conservatori, insieme a CORNELIO, ANDREA,
CAPUA e agl’altri investiganti appoggia attivamente i progressisti. Istituì a
sue spese la cattedra di lingua greca a Napoli, affidando l'incarico di
insegnamento al suo maestro ed amico MESSERE (vedi), illustre filosofo. Cura
l'edizione napoletana delle opere e del Bacco in Toscana dello scienziato
toscano REDI. Grande appassionato e conoscitore di libri, meritandosi
l'appellativo di Helluo librorum et Secli Peireskius alter. Grazie
all'interessamento di VICO, il fondo librario confluì nella biblioteca dei
girolamini. Saggi: “Lettera in difesa della moderna filosofia e de' coltivatori
di essa”, “Historia filosofica”. Lombardi, Storia della letteratura italiana,
Tipografia camerale. Nicolini, V., in Enciclopedia Italiana, Roma, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Gl’Investiganti Andrea, Redi, V.,, nipote di V.
Breve scheda biografica, Redi. Scienziato e poeta alla corte dei Medici. Lettera
di V., napoletano in difessa della filosofia, e de’coltivatori di essa,
INDIRIZZATA ALLA SANTITÀ DI CLEMENTE XL Aggiuntavi in fine un'ojf umazioni
sopra la medesima. IN ROVERETO Nella Stamperia di Pierantonio Berno Libr. ALL’
XLWSTRISS. SIC. AB. ’f FRANCESCO PARTINI * è ;DE N AJOF, • f + • Nobile
Provinciale del Tirolo, ec.ec,, l Olto tempo è, Jlluflriffmo Signor Abate, che
per darvi qualche piccio- lo contraffegno della divoZioa mia verso di voi, io
vado tra me ftejjo meditando, qual co/ a, non del tut- to di] pregevole, e di .
voi indegna, do - vejft offerirvi . Ed ora ufcendo da’ miei * 5 tor- .4 . p t *
•# . è ..- j» % T“ » 'f '' i*' -ì r .! *orri &; la prima volta una dotta *
ed erudita Opera del Sig. Giufeppe V., la quale manofcritta lungamen- te era
andata per le mani de* virtuofi; quefta appunto ho . difegnato d' indiriz- zare
a voi, sì 5 per darvi un picciolo faggio del de fiderio ardentìjfimo > eh'
io bo d' incontrare con e fio voi ferviti, sì ancora per fare un pubblico
attediato al mondo della /lima grande, ch'io con- fervo della voftra
ragguardevole Perfo- ra . E nel vero fé, com * a tutt' altri è in ufo di fare,
io voleffi raccoglier qui le glorie de * trapaffati, teffendo un lunoo catalogo
di tanti e tanti glorio fi Antenati della vofira nobile Famiglia, i quali e
nell' armi, e nelle lettere rifplendendo, non meno il vofiro Ceppo, che tutta
cotejìa Patria ili ufi r areno ; certo de non; uno > ma ben mille moti- osi
io avrei per indurmi a ciò fare. Concioffiachè allora egli . mi fi farebbe .
tofto innanzi la fingolar perizia nell' ar- mi di PIETRO, illu (Ire, e .antico
ger- irne della vofira onorati fiima prosapia, il quale da Galeazzo Vìfconte
Duca di Milano meritò d* ejsere fatto Condot tiere delle fue. armi > Mi . fi
prefent crebbe fitto gli occhi il valore di quell* altro PIET RO d' età ma ?
non di merito inferiore, a cui i eccellenza nel mefiier te ftmil mente della
guerra, acqutfiò l* uffizio d) Capitano dell*. Imperador Maj • fimifiano J. i,
e di ALESSANDRO altresì, che in qualità pur di Capita • no fi morì in Ungheria.
Ma molti, e molti ì anche fiudiof amente, trapalan- do y come potrebbe . poi
.fuggirmi dalla vijìa la, decantata dottrina ., fingolar- mente nell* arte
Medica > e la probità 9 e integrità de' cofiumi di FRANCESCO PARTINI, il
quale in quel feli- ce fecola del cinquecento cotanto s* avan- zò > e ft
difiinfe, che meritò le lodi, e gli applaufi d'uno de' maggiori letterati di
quell'età, che fu Mattioli • e d'ef- Nell* Epiftola dedicatoria de 1 Di/cor fi
/opra Diofcoride al Principe Ferdinando d* A u Aria . Venezia. E negli fte/fi
Difcorfi /opra il libro 4- di Diofcoride. e d' e ([ere fatto Prot omedico dì
due Ce- fali, cioè Ferdinando I ., e - Maffimilia- no li.'? Cèrto che i pregi
di co fiat, i quali di molto accrebbero lo fplendore del- la vofira Stirpe -,
io non potrei per mo- do alcuno non Jommamente celebrare: e tanto meno que' di
MELCHIORE fuo figlio i il quale dalla matura pru- denza pur di Maffimiliano li.
Impera - dorè » di cui era ' Configliero, > fu' (celta a far efeguire
^Imperiai comandamento di por giù /’ armi, fattola'- judditì del Finale in
Italia '.(*) Ma io non ne verrei sì toflo a' capo, : quando 'a’ me- riti degli
Avi'-vojìrì i.'com' -bó det- to piuttofiò chea voi mede fimo va- le jft
riguardare . I pregj degli ante- nati' apportano più (limolo >3 -che lode a'
(uccefiori \, ed è molto ' mifer, abile la condizione di colui -, ' il quale
noti po((a in altro . mod o diftinguerft, che col! aprire i (epolcri de’ fuoi
maggio- ri » \ • r t • r i n* •* a Rofeo Storie del Mondo. a io4« ri, e temendo
nn lungo panegirico del- le loro gloriofe azioni, far fi corona al capo di
meriti non fuoi.Per la qual cofa, ponendo da /’ • un de' lati quelle lodi, le
quali non fono sì proprie dì voi, che comuni non fieno an- cora a tutta la
Famìglia, ed alle fole voftre t in cui gli altri non v* hanno parte alcuna
rifiringendomi ; dico > che quello, che principalmente rn ha invogliato a
procacciarmi luogo nel no- vero de' vofìri fervidori t e che non pojfo fe non
grandemente ammirare, fi è quella incredibile gentilezza, e foavità di
coftumi.y e di maniere, per mezzo della quale ben fate chia- ramente apparire
da qual . forgente traete t origine, e i natali . h non fo per cagion di quefla
con qual fronte poffano riguardare in voi cer- te anime t le quali non
riflettendo > che • /’ e (fere nate nobili è fiato un accidente, cui altro
loro non appor- ta, che impegno di ben imitare gli antecejfori ; di tanta
rufiicìtà, e fai - V3&7' falvatkhe^za ripiene comparirono folamente nell *
afpre, ed altiere fembr ano .avere ripofia la loro gloria . Poi fiete
certamente di un amaro rim- provero a tutti cofioro % e C umanità vofìra,
quando attentamente vi riguar- da Q ero, non potrebbe che riufcir loro di jomma
vergogna, e confo fione . Ma fic- come y nè alterigia, o di / prezzo altrùi la
nobiltà della Famìglia, per chiara, eh' ella fi fa, è fiata giammai baftan- te
ad infpirarvi, . Così nè al fafio y o al- la. libertà le •comodità » e gli agj
> che dalla fortuna avete : nè .alla vanagloria o alla prefunzione le nobili
qualità. dell’ animo voflro, hanno giammai potuto aprirvi la firada, Tanti rari
pregi- finalmente, tutti infieme uniti, non fono -fiati valevoli a feemar punto
di quella vofira naturale affabilità, e dolcezza di tratto, la quale quanto in
altri è più rara > altrettanto in voi ab- bondantemente appari fee t e
campeggia . Qttefta vi eccita la maraviglia di tut- ti coloro, che di voi hanno
alcuna co. no- • >. . 't d - 'V. •4 ami. difienpì guefia concilia ì* amore,
e ^uCfi^nera^iòni de- vojìri Concito adì* . niy^ 0?quefia finalmente induce,
anzi con una dolce violenta quaft rapi* ffce, e sforzai cìafcbeduno a farvi un
volontario tributo de* fuoi affetti, e del fuo cuore . Ma che dirò di quel - i*
bontà j ingoiare, con cui prendete a protteggere qualche perfona ingiù •
fiamente oppreffa, e oltraggiata > fa- cendo vedere, non altrimenti effervi
fenfibili- i torti > che fi fanno alla ragione, e alla gtufiìzia, che fe a
voi me de fimo f off ero fatti ? Voi con quel rincrefcimento fiete folito
fentìre i colpi t che la fortuna vibra con - tra /’ onefie infelici perfine
> col qua- le gli fentirefie, fi contra voi me- ' de (imo foffero fcagltati
; e con queir occhio riguardate gl’infortuni » e mi- ferie altrui, con cui
riguarderefie quel- le de* vojìri più cari congiunti . Di qui è y che e col
configlio, e con /’ opera non mai vi mofìrate fianco di fivvenire > e
beneficare coloro i quali per la loro innocenza fi ren- dono meritevoli della
vofira protezio- ne ; ; ed avendo avvertito, che il ve- ro carattere degli
animi nobili, an- zi quello, che piu .all' Al tifiimo ld- dio viene ad
accodarci, è * il f allevamento delle per fine \o dalla malignità degl’uomini,
>o dall' .avver- ata della fortuna inìquamente fir ac-' date ; voi perciò,
avete creduto im - prefa degna di voi lo fendere a que- > fie benignamente
il braccio, acciò la Patria vofira potefse andare altiera ; e dar fi vanto -,
d'. avere d mercè di voi maifempre aperto un a filo all ' innocenza, re
.fempremai pronta una fpada cantra la malvagità, e la co* lunnia . Con tal-
mezzo voi rifiorate - i danni, che la me de [una '.per /’ immatura morte dì
MELCHIOR PAR- TINI vofiro . degnifsìmo, Fratello ha que fi* anni addietro,
fifferti # e quello ~ fplendore le ritornate,%che allora per efser ella refiata
priva -d'-uno de'-fuoi più cofpicui, e qualificati Cittadini, ave- aveva
pèrduto l ; A che fero molto t molto contriluifcono ancora gli altri due vofìri
meritevoli (fimi Fratelli, dico PARTINI Abate della Reai Badìa di San Pietro di
Loreto nell’Abruzzo, e il Padre CARLO PARTINI, Definitor Perpetuo Carmelita- no
t la prudenza, e pietà di cui è così nota, e pale/e in quefìa Cit- tà. .y che.
inut il cofa farebbe il farne per me qui parole . Ma troppo chiaro io m’aveggio
d’avere già foverchiamente la modejìia vofira offefa, non ri- flettendo f che
una delle maggiori lo- di > che vi fi debbono, è appunto il franco rifiuto,
anzi difpregio, che voi fate delle medefime, Solo mi re- fia adunque di
fupplicare il generofo animo voflro a ricevere in buon grado ia piccolezza del
dono, che umilmen- te vi offro, non alla qualità di ejfo, ma al de fiderio dei
donatore riguardan- do \ e pregandovi in fine a non difdirmi la fofpirata
grazia d’effere anch' io allogato tra i voflri ~ fso v • y i,,, • Di V.S . f .
i l Rovereto; V *'> 1 ^ «a ^ V . o V ^ / «' • 1 t i t • V « • 1 J VmìUfs. Devotìfs. ObbUgatìfs.
Servo Pierantonio Berno. lo Digitized by Google LO STAMPATORE A CHI LEGGE. NON
poco tempo e (Tendo, che va per le mani degli ftudiofi una Lettera manoferitta
di V., letterato napoletano, in difesa della filofofia, e d’ alquanti Tuoi
concittadini profeflori della medefima, dirtela: ed avendo rav. v ifato,
com’ella è molto avidamente ricercata, e letta dagl’intendenti ; ho (limato di
far colà grata al pubblico, ed alle per* Ione letterate, dandola fuori per
mezzo delle (lampe, sì per renderla più comune, e sì ancora per levare la briga
a chi deli* dera averla, di farla tralcrivere.* (concia co*, là parendomi, che
un così utile lavoro ve* nirte tuttavia contaminato, e guado dalla
trafeuraggine, e fonnolenza de’copifti. Io a» vrei per verità molto caro avuto
di abbattermi (e non all’ Originai medelimo dell’Autore, almeno a qualche copia
elàtta, e fedele; il che per diligenza ufata non m* è venuta pienamente fatto
di conlèguire. Spero però,' che mercè 1’ afliftenza da perlbne delle buo- ne
lettere amanti predatami > le quali lì fono validamente adoperate in
correggerla, rive- dendo poco men che tutti i palli nel proprio fonte, e
togliendovi que* moiri, e quali in- finiti errori incorfivi nelle copie ; il
cottele Lettore non avrà molto che deliberare . V* ho in fine aggiunta
un’Offervazione fopra la medefi ma, affai tortele mente dal Sig. Gir ola- 7 ino
Tartarotti Róveretano comunicatami, la quale fono più che certo, o Lettore, che
non t’ increfcerà d’aver Ietta. Vivi felice, e - favorirci col tuo aggradimento
la buona incli- nazione,- ch’io ho d’adoperarmi a tuo van- taggio . La fegùente
notizia, polla per più contezza dell* Autore dell’Opera, è tratta dal Leffico
degli Eruditi del Sig. Burcardo Men. thenio . Giureconfulto Italiano, na. Io in
Napoli . fece la pratica nella sua patria, e ranno una copio, ftffimd libreria,
injìeme con un gabinetto prezio fo di monete antiche, in frizioni ecì
Corrifponde . va co ’ più infigni Letterati d’ Europa . Traduf- fe alcuni libri
dall ’ Inglefe in Italiano . Scriffe un libro della necejjìtà della [olita pratica
in ma- teria di religione, come pure un ’ opera toccante V impresone di monete
move. BEAT1SSIMO PADRE. f * » 4 %# * • * t • f f • f l,i * ; r r* « * I. s. »4
I Ntichìflìmo coftumefu Beatissimo Pad re,o dir il vogliamo naturai genio,
ovvero inclina- zione, o qual egli fi .fia avvenimento degli uomini, i quali
a’pofteri hanno avuto in penfiero di lafciar qualche memoria per mezzo delle
lettere, di muoversi a tal opra da picciola e lieve oc- cafione, ed. alle voi
ce incominciare da balle, e aHai deboli fondamenta, ed indi poi pian piano p a
dare più olcre fin- ché al defiato fine fi aggiunga ; e quali Tempre digiuni, e
non mai fazj di di- vorare fulle carte il tempo, e l’ore. Quindi è, che
veggiamo, che una fatica, la quale fui principio fu ftimara opra di pochi
fogli, tratto tratto li avanzi » e fi accresca in tanta gran- dezza, e mole,
che a gran pena fe ftelfa comprenda . Lo ftelfo eflere av- ' venuto a me io già
divido; ma non fo com’egli avvenuto fia . Perocché avendo già per foddisfare al
gènio de* Deputati » incominciato a fcrivere una lette- ra indirizzata alla
Santità' Vostr a intorno al procedimento del Santo Uf- fìzio nella noftra città
di Napoli ; certo è, che io non ebbi altra intenzione che di raccorre breve e
femplicemente le ragioni) ch’ella ne tiene. ..Indi po>i crefcendo da giorno
in giorno, o ciò folfe per l’ampiezza della materia > o per la moltitudine
delle ragioni, e va» rietà degli argumenti, e delle autorità che fi recavano in
prova; s’ è tant’ol- . tre la fcrittura avanzata., eh* è -per comporre un
volume intero. Così io mentre pensava d’avere già compita tutta la fatica,
volli ancora inveftigare la cagione, el’origine de’movimenti e tumulti della nostra
città, acca» » duti per tal procedimento nel tribunale del Santo Uffizio ;
quand’ecco che io conobbi-, Ae vidi chiaramente, che la cagione-di tai tumulti
altro non fia fra- ta c che una tal gelofia, per così dire, di Scuole coll*
occafione d' una . certa filosofia, nomata comunemente moderna, avvegnaché dia
fia anct» chiffima, e profetata dagli uomini mi- gliori, e più fa vj della noli
r a città. £ perchè la cofa o non è pur ben intefa, ovvero fe intefa, per
ambizione, por aftio, o per altra cofa, è contrafiata a campo aperto, fono
forzato, come av« vifai nella fuddetta altra fcrittura > con quell* altra
lettera, indirizzata pari- A 2 racn- f i mente alla santità vostra, dimoi
Ararne apertiflinumente la verità. ( per ordine ancora datomi da’ medefimi De-
putati ) acciocché niente li taccia per quello, che convenevolmente appar-
tiene alla difefa così della vita » come della fama de’nostri cittadini; e
difendere un lungo ragionamento per far palefe una volta e più chiara teliimonianzaal
mondo dell’empietà della Filofolia Ariftotelica dell’innocenza di quell’altra
che chiaman moderna; al di cui manifeflamento ben poteano dare opera gli altri,
e non ftarfene sì lentamente a ripofo in una causa pubblica, e di tanta,
importanza, pella quale ne lìamo malignamente tacciati, echi per eretico – H.
P. Grice: “This New-Jersey philosopher, G. P. Baker, had the CHEEK to call me a
‘heretic’!” -- e chi per Ateo» secondo
il livore e l’ignoranza di quelli banditori del peripato; mentre vene sono pur
molti intendentilììmi di quella filosofia, che meglio di me» e più
profondamente l’appararono» il che loro eforco a fare ugualmente, per non
cadere almeno nel bialìmo» che CICERONE da a coloro, che appretto di
fefolirengon na 'corti i tefori delle lettere!,, senza farne partecipi gli
altri; così dicendo nell’orazione a favore di Archia . Pudeat, ft qui ita fe
litteris abdiderunt, ut nibil po fjìnt ex bis, neque ad communem adferre
fruSìum, ncque in : adfpeSìum, lucemque proferì re . Ma non con animo, che
pubbli- candoli quella fcrittura » vi lìa taluno, che fcrivcndo full’ifteffa
materia, del- le medelìme co fe li avvagha, facen- done un’ altro edificio, in
cui non vi ila di nuovo che una deferente figu- ra, e dimenfione. Laonde
tralafciando la parte difpu- tabile, dalla quale fempremai la veri- tà fugge, e
ne va lontana, opponen- doli ragioni a ragioni, . argomenti ad argomenri, e
fpette volte iofifmi co* fofifini pugnando » con aliai delibera- to conliglio
ho, fcelta la-parte idonea, in qua ponete, argumenta licei, non argument ari .,
La quale ettendo màe- fira della vita, e de’ tempi, e de’co- A 3 ftu- fiumi
allo ferì vere di Cicerone fteflò j potrà affai bene acconciamente com- parire
più fchietta, e più finceramen- te difenderli avanti la Santità Vostra la caufa
oneftilfima, e il diritto di quella Filofofia iniquilfimamente oltraggiata
dalla turba de’peripatetici. Così furon degni di grandiffima loda tanti
fcrittori, e Greci, e Latini; i quali all* i fioria fi appigliarono, ponendo
perpetuo silenzio alle dispute, tormento degl* ingegni delle Scuole
licenziofiflime delle feienze: così ancora fu degnilfimamente commendato anche
dagli eretici fiefii il dottilfimo Baronio, il quale dovendo scrivere delle
cose appartenenti alla nostra chiefa cattolica lasciando a’chiostri le
controversie, e le questioni, eresie con assai maturo, e più fano avvedimento
la parte ifiorica per trarne le confeguenze- più vere, e reali . Plus enim
Annate s Baranti > quam Controverfue Bellàrmini bar etici s necuerunt . • .£
qui io avrei già finito, nè bifb. gnerebbe più dilungarmi: ma perchè 1* origine
di tutto ciò è. d’ uopo che Ha palefe, prima di paflare più oltre, e
affine,,-cbe niente fi taccia per quello, che appartiene alla difeia, così
della vita, come della fama de’noftri cittadini; egli è neceflario far noto
ancora alla Santità' Vostra, che 1 * origine di quelli nuovi rigori dell'
Inquifizio- ne ella è data, che vedendoli pur trop- po fuora de’chioftri
dilattate le lette-, re, e propagata nella noQra patria la Filofofia, la quale
o fia. propria fata- lità / portando fempremai feco defla difagj, e fyenture,
come dice Boe- zio, Atque boe ipfo affine s fuiffe vtde- mur maleficio, quod
tua imbuti dìfcU pìtnis o Pbìlofopbia :o-fia per propria- gelosìa delle fcuole
degli altri Filofo-, fanti ; perchè Nibil volunt inter borni' nes credi jmlius,
quam quod ipfi te w, nent / ha cagionato a’ medefimi fai movimenti,. che fi fon
lafciati a dire, .che quella fpffe di pregiudizio aliano* Ara fede, perchè da’
principi d’ A-ri-, A4. fio- . /•» Itotele lontana fia, come per la tanta autorità
data ad Arinotele, diede motivo a taluno di dire fcherzando: Se»* %a Ariftotele
noi mancavamo di molti articoli dì fede : come fe quelli fossero (tati cavati
dalla dottrina d' Ari- notele, e non dalla facra Scrittura, e da altro ; che
tanto dir non fi po- trebbe di S. Paolo, quanto alcuni han detto d’ un autore
gentile, quando, come fcrifle un altro autore, e con fenno : Sanila fanliorum
non babet _ bete Pbilofopbia . Ma prima di venire allo fcioglinaen- to di
quelle vaniflìme oppofizioni, egli è di bifogno ricordare alla Santità* Vostra,
quanto fia (tata commenda, ta la Filofofia non meno da' Gentili, che da’santi
padri medesimi. Ecco quel che se diffe Tullio CICERONE. Philosophia am vita
parentem, et hoc parricidio fe quifquam inquinare audet y et tam impie ingratus
esse, ut e am accufct, quam vereri de ber et etiamfi minus percipere potuijfet
? Giuftino così : Philosophia est revfrà maximum lonutn t et poffeffio i et
apud Deum verter abili fi qua" ducit ad eum > et fi flit fola et fanti
i, beatique Htì, qui mentem et donane. E più oltre: Nemo fine Pbilofopbia reti
am rationem intelligit; quare omnes homines pbilofopbari % et barre pracipuam
fanti ione m ducere (de. San Clemente 1* Aleflandrino n* avvifa lo fteflò, e
Sant* Agortino parimente co- sì : Qui Pbilofopbiam fugiendam putat % nibil vult
aliud, quarti noi non amara fapientiam . E 1’ A portolo quando dif» fe, Videte
ne quii vos decipìat per Pbi- lofopbiam t egli intefe di quella Filofo- fia, la
quale con folli argomenti da Sofirti > e fecondo lemalfime del mondo 6
produce; il che chiarirtimo fi feor- ge dalle parole che feguono, a ut ina •
nem fallati am % fecundum traditionem bomìnum, fecundum dementa mundi . 11 che
vien dichiarato da Sant’Agoftk no medefimo, detto luogo fpiegando: Et quia
ipfum nomen Pbiiofopbia ft con- fiderete rem magnam, totoque animo appetendam
ffgnifieat fiquìdem Pbiìoì fophia e fi amof yfiudìumque fapienti, . cautifftme
Apcfialus h ne ab amore fapie a*, ti* deterrere videretur, fubjeeit fecun - d*m
dementa bujus mundi . . Egli è dunque affai ben chiaro, che nè Satv Paolo, nè
Sant* Agoftino, o niun altro fanto Padre, Greco, o La- tino, abbia giammai
pretefo, che quel» la apparare non fi doveffe ; anzi che leggiamo tutto il
contrario, come s’è detto. Al che aggiugner u può - l’avvertimento di S.
Clemente l’ Aleffandrino fopral lodato; Pbilofopbiam ante Domini adventùm,
Crucis ad jufiitiam fui (fé neeeffariami nunc autem ad pei caltum t et pietatem
utilem effe (*j La m* * » i j C|tt3e l • ...(*) Quello non fi vuol in terpefrar
In modo, che S* Clemente Aimafle, che I Greci fi giufti6catfe- ro per mezzo
della Filofofia .» Egli credeva, che la Filofofia remotamente gli difndnetfe
alla cogni- zione di Crifio, dando lor notizia del vero Dio, c fomminiftrando
loro i mezzi per isfuggire gli er- rori . Per altro fenza la Divina grazia, la
fede, la carità &c. non credette, che uom fi giuftificaf- • fe. Vedi Naral
Alefiàndro Dijfert. Vllh in Hijior ., E cc kf. f*c. IL Digltlzed by Google qual
co fa ugualmente avverti il Cardi* nal Palla vicino : La Fibfofia nelle dot-
trine Teologiche è utile come i foldati frante ri negli eferciti; cioè in
maniera che fervano > ma non comandino. Imperocché a tutti fi permette la
liber- tà di fìlofofare. Bona mene ( dice Se- neca ) omnibat patet, omnes
admittit, omnes ad hoc fumus nobile r, nec rejicit quemquam Pbilofopbia, nec
digit > omni- bus lue et . Tanto maggiormente che la natuta invidiofà per
così dire a li- vellare i fuoi Segreti avarifiimaraen- te permette, che ora una
cola, ora un* altra fi fveli, come s’ è finora fperimentato per tante
ofiervazioni fatte e che fi fanno in molte cele- bri Accademie dell* Europa,
(copren- doli fempremai novelli arcani » non che nuove, e plausibili opinioni
nel- le Filosofie . Jn Pbilofopbia ( lafciò fcritto Seneca fcefio ) re maxima,
et involai iffima, cum etìam multum atìum fuerit, omnis tamen atas, quod agat,
inveniet . Quindi Atenagora, che det- tò k* tè un’ Apologia . a prò
de’Criftiani agl* Imperatori Antonino, e Commodo ambeduo filofofi, dille :
Nulìum in Pbilofopbia rcdundat Crimea .. £ più oltre così : Profeto autem bac
crimine vacat . Tutto ciò però intender fi dee per la cognizione di quelle cole
> che dipendono da caufe naturali, non altri menti foprannaturali. Il che fu
con- fiderà to dal medefimo Seneca, ancorch* ei fofle gentile . Perfeveras ire
ad bo~ nam mentem, quam fiultum ejì opta - re, cum pojfis a te impetrare. Non
fune ad Ccelum eleva» da marnisi &c. £ pri- ma di lui avvisò Simplicio, Eos
folum de cauffis naturalihus pbilofopbari fiata « ifie: nequaquam autem de Ut ^
qua fa « fra naturam exifiebant . r : Ora fia lecito d* efaminare più efpref-
famente, fela Filofofia, che chiama» Moderna fia d* alcun pregiudicio alla
noftra fede cattolica. Primieramente è neceflario, ch'io rinnovi alla mente
della Santità* Vo- stra quei tempi più frefchi, in cui sì felicemente apparò le
feienze tut- te, e con ciò : io rinnovèlli, e rallegri infìeme . 1* idee della
prima fua età ; perchè non v'è co fa (come ditte Bentivoglio ) che maggior-
mente I’ animo ricrei, che la memo- ria degli anni fcolarefchi, perchè ciò egli
non è altro, che un tornare a vi- vere quella vita innocente, e piò lieta dell’
uomo. Si ricorderà dunque Vostra Santità», che malamente quefta Filofofìa fia
nomata moder- na, perocch* ella è più antica, anzi la primiera d’ Bardefane, ed
altri difenfori della Religione, furono tutti Platonici • Ed a chi non è palefe
l’A- leffandrina fcuola in Oriente, ripiena di tanti fanti Padri, e tutti
Platonici? Origene, Clemente, Cirillo, Eraclio, Dionifio, Atanafio, ed altri,
io modo che Aleflandria, non meno per lofplen» dorè della difciplina
Ecclefiaftica, che della domina, fu dimata un’altra Ro- i ma, e la feconda
fedia Patriarcale do» po quella di S. Pietro . Sant’Agoftino nel libro delle
Confefttoni di fe fteffo, e \ d* altri rettifica eflere flati Platonici, quando
e’ narra la vilìta, che fece a Si m> pliciano > maeftro dì Sant’
Ambrogio, raccontandogli i libri eh' egli aveva letto de’ Platonici, da'
Vittorino Ora- tore Romano tradotti in Latino, che morì poco dopo d’elferfi
fatto Criftia- no . Sopra la qual cofa fè palefe anco- ra il piacere, che
ricevette Simplicia- no in fentire, che non era caduto nel- la lezione d'altri
libri di Filofofia, pie- ni di menzogne, e d* inganni; ma lo- lamente in quei
de' Platonici, che in* fegnavàno la conofcenza di 'Dìo, e del Verbo Divino, le
di cui parole fono qu ette: Gratulatiti eft ntìbi, quod non in aliorum
Pbilofopborum f cripta incidi f- fem, piena faltaciarum, et deceptionum,
fecundum dementa bujus mundi : in illh autem omnibus in ftn aari Deum ' % et
ejus Verbum . Indi Agostino ileflo poi gli 1 chiamò i Filofofi di Dìo amatori ;
ed Eufebio nel libro XI. della Demolirà- zione Evangelica, narra, commendan- do
tanto le contemplazioui di Plato- ne, averle tratte da’facri libri degli Ebrei,
cioè dell’Ente primiero ndelPI- dee, deli*, immortalità dell’ Anima, della
produzione dell’ Univerfo,;del bruciamento del Mondo, del R i forgi - mento de’
morti, della Terra cele (le* e del Giudicio'. ultimo : il cbe vieti ri- portato
ancora da Teofilo Galeo in di- fefa della Filofofia Platonica; ed Eu- febio.
(lefib la difugualianza tra la Fi- lofofia Platonica,.e T Ariftotelica in
quella maniera divisò : Mofes, Hebra't- que Pro.pheta beate Divendi finem tn P
r ih mòdo • che fecondo la jua dottrina il Mondo * non è già - una monarchia,
ma poliarchia y o piuttòflo anarchia p. ciò che -San 'Gregorio Na%i. anzeno ha'
affai ben condannato . * II, Platone chiama 'Dio nofìro sovrano Padre:
Arinotele non conosce ver fin Dio per padre . 1 * «4 u«>v > -.-v. ->
Platone nella sua Repubblica – H. P. Grice, “Plato’s Republic and Philosophical
Eschatology” -- affìcura, che Dio fia > una fo fianca (empiici fftma : •
Arinotele ah duo- decimo della fua 'Me taf (tea, lo pone nelC ordine degli
animali > e dell' effe n^e compone. B 3 IV- il Platone nel [e fio della fua
Repubblica, che Dio fta nofro fommo be- ne : Arinotele al duodecimo, della fua
Metafiftca, che' Dio fta un bene, che conviene folamente al primo Cielo >
del quale egli è Motore. >, Platone nella sua Repubblica – H. P. GRICE,
PHILOSOPHICAL ESCHATOLOGY AND PLATO’S REPUBLIC -- y che Dìo fta la fovraha Sapienza:
. Arinotele y che. fta un' intelligenza, che conofcendo le cofe un he rf ali »
non, f appi a le. particolari. Platone nel Timeo y che il divino sta
onnipotente. Il Lizio nell opere sue, che, non abbia altra potenza che di far
muovere il cielo. L’ACCADEMIA nel.Filebo, nel Sofista e nel Parmenide di VELIA
% thè . il divino crea le sostanze incorporee: il LIZIO che tati . ? X;
Piatone, che il Mondo offendo' un corpo, abbia . una potenza finita: Ari-, (tot
eie, che il Cielo, e il Mondo abbia- no una potenza infinita dì muover fi .
Platone y che il Cielo, e il Mondo come corporei ftano corruttìbili Atintotele
incorruttibili « - = XII. Platone, che- Dìo [taf opra ogn\ e fiere, J opra ogni
foftaitzai Arifioteic-y. cbe’fìa falò foftanza . X /. . Platone che hi fogna
pregare D.io .a fiacche ci ' faccia buoni.: Anfiote - le,, che Dio. -non
.poffa- fentire, le no fi re preghiere, non conofcendo le cofe parti» eoi ari .
XXllvP laton* i/ebe p uomo di buo- na vita. i:. fta gradevole' a Dio: Art fia-
te le, che non .io gradifc4-\ t % 'non cono» fcendolò\ «'Vi (. ^ viv, Platone,
che dopo morte, 7* anime de * malfattori fatto gafligate : ' A- ri flot eie-,
ube /’ anime e fendo corrotte Col corpo i non -patif canti- più altro . XX^fV.-
Piatone y^ thè, i' morti rifer- gerantio' 1 Arijìotele, che dalla privanti*
otte all'abito non vi fia "rif òr pimento . Piatone, che V anirne derub-
ili faratino collocate in luogo y dove fa- ranno molto' felici i' Arinotele non
cono- fce alcun- luogo di quefia fori a . Quindi il Sidonio-difle, Explicatut
Plato, ìmpiicat ut Ari fot elei, 'e il Pei trarca del difcorfo dell* ignoranza
di fe ftefloy e d’altri, attéfta, che Pia* toner» Divinum, Ari fot e lem Damo»
iuta Grati nuncupabant ; e però nel Trioni» fo della Fama, così di lui.
degnamene te canto: A • • t I n it . V'olfimi dà man manca, e vidi . Plato, Cfo
n quella fcbiera andò più prefr, . fo al fegno, . s «* 4 / ?«*/ aggiunge, a chi
dal cielo ^ dat o • .. E finalmente tutti concordano, che la filofofia
dell’ACCADEMIA fia fiata la più favorevole > ed acconcia, e quella d*
«Ariftotele la più contraria, e pregiu- diciale alla dottrina della nofira
Chie- fa cattolica, E Sant* Agoftino attefla. Platonica f amili* Pbilofopbos
facillìme omnium, paucifque mutatiti r fieri poffe Cbrifiianos, Anzi un Autore,
che fé* ce una Diftertazione del modo di ftudiare la Teologia, impreca
coll’altre di Ugone Grozio De Jìudiis inflit uendis, vituperando aifatto la
Filofofia Ari» fio te lica, e ragionando egli degli anti- chi Filofofi
Crifiiani, così dice \ \Qm quis effet Arifiot elicti s, eo minus • Còri-
flianum fuiffe E, de’ Padri foggiunge : Olir» multi viri pii, (S doElì %
Origene: t Clemens Alexandrinut, Jufiinus, Augu - jlinu !, et alit y ex Plafoni
s fcbola ad £c- clefiam Cbriftianamtranfierunt : f ed nul- li y aut certe
pattei ex fcbola Ariftotelis, qui metaphyftcis ejus fpeculationibtn, et arguti
is inferii erant . E il medefimo autore dice f che Pietro – NOT STRAWSON –
GRICE -- £amo erafi d’opinione, che fi dovefle bandire da T tutte le scuole, ed
Accademie la Me-t tafifica d’ Ariftoteleu Petrus Ramasi I ( fono parole dello
fleflò Autore ) stiri do fi us, et perfpicacis in Philofopbia ju- dici't ( luet
Ariftotelici contra fentiant ) Tbeologiam illam, quam ? Arinotele s in
Metapbyjica docet » impietatem omnium impie tatum maxime execrabìlem, et
de-> tefiabilem effe confirmat, adeoque ex A- cadem'ùs exterminanàam, ut a
multi s fa- flit atum efi . Avendo egli ancora propo- fto> fecondò l'ufo
dell’ Uni ver (Ita di Pa* rigi, primach’ ei fofle creato Maeftro, e primachè
caduto fofle nell’erefla, pub* bliche Conclufioni,per le quali foftenne,
Qutecumque ab Ari jlot eie dì fi a funt^falfa 4 et commentiti a effer, e perciò
ifuoi fcrit- ti in Francia in grandiflimo pregio fono tenuti . £ di Guftavolte
di Svezia rap* porta il medeflmo Autore > che Omnes Metapbyficas a regno fuo
expulit t et exfu- Idrejuffit . Come primamente Antonino Caracalla, conofcendo
ancor egli quefra verità, vietò affatto l’ Accademie de’Peripatetici, 'facendo
bruciare ancora tutti i Iibrrd’ Arinotele . E Pietro Poi- ret nel libro de Deo,
le diede più. che bando dalle fcuole con quella ’ defini- zione: Pbilofopbia e
fi contemplatiti, vel cotnpages nugarum Scbolafìicarum ) Ari - fiotelicarutii t
vel fimiVtum, ad oblivi] ce n- dum Dettm, mentemque tumidi s tenebri! t et
inquieta - pet ulani ta implendam ; In modo che da’ mèdefimi Eretici fi con-
feda edere la Filosofia Ariftotelica dan- nofilfima al Criftianefitrio. : £ chi
potrà giammai dubitare, che la Fftofofia Ariftotelica- fia Hata l’uni- ca e fola
cagione, anzi l’origine ftefta di tutte 1* creile, eflendo ciò mani fe- llo per
l’autorità di tutti gl’lftorici, e di tutti i fanti Padri, ' che in quei tempi
fiorirono, i quali erano predenti alle difpute, e ne’ Concili ftefti per
confutarle ? Aezio Vefcovo d* Antiochia ne’ primi tempi appunto della no- ftra
Chiefa, non fu egli Eretico, e poi foprannomato Ateo: Astìus Atbe- usì non
peraltro, fe non perchè troppo addetto alle Categorie d* Arinote- le egli era,
come nota Svida; ed Epi- fanio, e Gregorio Nifi'eno lo ftefio afr fermano.. De
Chrijìo magis Academico t quant Eccleftaftico more f ape differebat. E fattoli
pertai fofifmi Eretico, e poi Ateo, coro’ è detto,; fu. privato della Chiefa, e
la fua fetta,,ch’è la ftefla, che l’Eunomiana, detta da Eunomio fuo, difcepolo,
e compagno nell’erefia; fu fino alla morte perieguitata dagl* Imperadori Onorio
„ è Arcadio ; e Te- miftio Ariftotelico, come nota Svida ftefio, chefcriffe
fopra il trattato del- la Fifica ». dell*. Animai» e d’altri libri d’ Arinotele,
fu Eretico, come Gio- vanni Filopono. ; N ice foro così d’eflb loro dicendo :
Johannes ifte Philopone - us Alexandrìnus, . ita ut diximus T rithei- tarum i
hdereticorum pr afe Bus fuit, prò- inde atque olim Tbemiftius Pbilofopbut jub
.Valènte Agnoetarum feft et, qua conventi» lucis ad Be- Hai? £ S. Gregorio
Nazianzeno ugual- mente ne fa molta doglianza, dicendo : In Ecclefiam
irrepftffe captiones fopbiflicas, ac pravum art if cium Arinotele# artìs, et
bujus generis alia, veìut ALgyptiacas quafdam piagar . E altrove così . Abjice
Ariflotelis minutiloquium, Jagacitatem, et art ifi cium: abjice mortale s illos
fuper Anima fermones,& human a illa dogmata. Ed in altro luogo deteftando
in tutto e per tutto Ariftotele il chiama Struggit »• re della provi de n^a
Divina . Ireneo in in quefto modo ne parla: Minutiloquium, et fubtilitatem
circa quajìiones, cum ftt Ariflotelicum, fidei inferre conantur : Lattanzio
così ; Arijlotelem de Deo ìpfum fecum dtfftdere, et repugnantia di- cere t et
Jentire immo Deum nec colu- ti, % nec curavit « San Girolamo ad Eu- ftochio
feri vendo : Attende et tu fa - tuorum fapientum princeps Ariftoteles . In
altro luogo . Omnium b*reticorum do- ppiata fedem fthi et requiem inter Art -
fiotelif, 0 Cbryfippi [pineta reponunt, et Ut fub diem cunfia concludam fer mo-
ne, de illis fontibus univerfa dogmata argumentationum fuarum rivulis . trabunt
. E femprcmai.con aperto vocabolo Gi- rolamo fteflb verfutiet chiama gli ar-
gomenti di lui. Origene ne* libri ch’ha fatto contro Celfo, grida in più luo-
ghi contro d’ A ri Itotele come nocivo al Criftianefimo > e la maggior parte
degli altri fanti Padri fono del mede- limo fentimento, come Sàn Giuftino nel
Dialogo per la verità della religio- ne Criftiana- con Trifone Giudeo : S.
Clemente PAleflandrino nelfuo avver- timento, . che fa a’ Gentili ; Eufebio in
più luoghi delle fue Opere: Sant’Ata- nalio contra Macedonia no : San Gre-
Digitized by Google gorio Ni fieno eontra Cunomio : San Gregorio Nazianzeno più
voice nelle fue Orazioni ; Sant* Epifanio ne* libri contro l’ercfie :
Sant’Ambrogio di nuo- vo ne* libri degli Uffizi : S Gio. Grifo- ftomo fall*
Epistola a* Romani ; e fo- pra tutto, quel» che ne feri fie Tertul» liano in
più d’un luogo nel libro delle Prefcrìzioni, e dichiarando egli quel di San Paolo,
Ne quii tot decipiat per Pbilofopbiam, intende egli quella d’A« riftorele vana,
e fallace per fentenza di tutti. Quindi Cirillo l’ A leflandrU no gridava.*
Heeretici- nìbil aìiud, quarti Arifiotelem ruSlant . E Sant’ Ambrogio con ugual
fentimento, e colle lagrime agli occhi dicea, Reliquerunt Apofiolunt »
fequuntur Arifiotelem . E fra Moderni Melchior Cano così ; Habent Arifiote- lem
prò Cbrtfto, Averroem prò Retro, et Alexandrum prò Paulo . E tant' ab tri, i
quali l'hanno riprovato, e con* futato, foto per timore, che non s’irn-
primefle al Criftiano un carattere deb fa fua dialettica » per efler tutta con»
*• C tratraria alla femplicità della fede > la qua» le altro non richiede,
che una umile fommiffione» e totale credenza, fenza veruno ragionamento, e
difcorfo uma- no . E finalmente lafciar non fi dee ciò, che ne fcrifle S.
Vincenzo Ferre-- rio » che fremeva contro un tanto abu- fo nelle Scuole . Quel
Predicatore io dico tanto zelante, che introduce la vigilanza dell’
Inquifizione .per man- tenere la purità della fede, non appel- la egli queft-a
dottrina d’ Arinotele, e quella d‘ Averroe fuo feguace, Pbia ìas ir che nell’
anno MCCIV. fotto Filip- po ;1* Augufto, per pubblico confi- gli©,' come
dannevoli alla noftra fe- de i libri della Metafilica, che al- lora folamente
veduti s’erano, e tut- ti gli altri ancorché, non veduti, e foflcro per
^comparire, fu ordinato > che fi ì mandafiero alle fiamme . Ec- co le :
parole ., dell’ Iflorico riporta- .te dal medefimo Padre Petavio > in diebus
.uillis .legebantur, Parifiis. li- belli quidam ab Arinotele > ut dice ? » C
i ban- bamur, compo fiti t luì aocebdnt Meta - pbyftcatn, éf 4 Graco in Latinum
translati; qui quoniam non folum pre- dilla bareft fententiis (ubtitibus
occafto * **0» prabebant, ò»/»o 6 * 4/»/ sondane investii pr abere poter ant,
jufi funt 0- mnes comburi t et fub paena excommuni- eationis cautum eft in
eodem Concilio, ne quìi de cetero eoi fcribere, legere fra fumerete vel
quocumque modo b abe- re. Esfei anni dopo che fu condanna- ta ia Metafilica dei
medeiimo, il Car- dinal di S. Stefano mandato in Fran- cia da Innocenzio III.
in qualità di Le- gato, proibì a* Profeffori dell* Oniver- fità di Parigi d’
infegnare più la Fifica del medefimo Arifrotele, il che fu con- fermato poi per
una Bolla di Gregorio IX. come ancor prima per lo Concilio •Tu rose fe fotto
Aleflandro IIL fu pa- rimente vietato leggerli più la Fifica a’Religiofi ;
quindi dall* Università del- la Facultà Teologica di Parigi, c da Francefco
primo fu fcabilito > Che s* r infognale la f 'anta Scrittura, i fanti Canoni
> i fanti Padri, la Teologia an- tica con tutta la purità e femplicità
pofjtbile, e che fe ne sbandi (fero tutte le vane fattigliele, come riferifce
coll* autorità di molti, M. Baillet . Alma* rico ( narra il medefimo Ifrorico,
ri* portato dal P. Petavio (tetto ) non fu egli eretico, come feguace de*
princi* pj d* Arifrotele? Simone de Turne ce* iebre Profettòre di Teologia
della me- defima Univerfità di Parigi, e David Dedinant, poco tempo dopo, non
fu- rono acculati per eretici, come trop- po attaccati, a* fentimcnti d*
Arinote- le ? Gli Abailardi t i Lombardi, i Poi- * tierfi, i Porretatii» come
Iettatori del medefimo, non furon eglino eretici ? Quefte fono le parole del
prologo del libro contro le fentenze de* medefimi condannate « Quii quii hoc
legerit, non dubitabit quatuor labyrintbos Francia, id efl Abaelardum, et
Lombardata, Pe- trum PìEìavìnum, et Cilbertum Porre* tanum uno fpiritu
Arijìotelico affiatos, C j dum 3 * . dum ineffabtìia Trmitatis, et Incarna-
tionìs fcholaflica levitate t raffi arcnt, multai barefet olim vomuiffe, et
adbuc errore s pullulare. I Luteri, i Calvini, iMelantoni, i Buceri, i Zuinglj,
e ' gli altri loro feguaci, ancorché apparen- temente fi dimoftraflfero nemici.
d’Ari- ftotele, gettarono, e coltivarono i loro velenofi Temi, non con altri
^principi fe non 'con quelli d’Ariftotele ftefio . I Pomponazj, i Porzj, ed
altri traligna- rono da’ veri fentimenti deirimmorta- lità dell’anima, non con
altro errore, fe non con quello d* Ariftotele medefi- mo . I Serveti, i Socini,
i Poftelli, non con altra direzione che di lui ftefio divulgarono que’ loro
pefiimi ritrovati ; e fceleratifiìme innovazioni alla noftra Religione . 11
Macchiavellifmo, ch’è lo ftefio che l’Ateifmo Exiit ( dice il Campanella, col
fentimento ancora di Melchior Cano, dottifiimo Spagnuolo, ed uno de’ più
facondi Scola dici del Tuo tempo, ed il maggior ornamento della famiglia
Domenicana, degnifiimo Vescovo nell* Ifole Canariè, e fu eziandio uno de'Padri,
che intervennero ahCon- cilio di Trento) exiìt t torno a dire,, ex peripateticifmo
Il quale aggiunge ancora: Ex Arinotele nata sunt IN ITALIA pe* fiifera illa
dogmata de mori alitate animi, et divina circa res bumanat improvi dea- tia. £
Seneca ancorché del portico, perchè la filofofia del portico del cristo li agguaglia,'
come dice Girolamo il Santo nelle Aie Epistole non fu valevole ar cancellare
dal cuore di NERONE (vedasi) Aio discepolo que peftilènriflìmi. sentimenti, che
imprefli. gl'avea. Alèssandro d\Egea Aio primiero maeftra f efilofófo peripatetico.
Come peripatetico è ancor Sergio, il maeftrcnperfidilfimodi Maumety il che vien
riferitò da PICO (vedasi); avendo ancoi egli -- Aridotele io dico -- d’una
maniera- insegnato la sua filosofìa ad Alessandro, e d’um altra in Atene, quasi
che varia, ediverse la.l natural filosofìa insegnar si dovesse ad un principe
ciré al popolo; del che molto-de me. querelò Alessandro cor» 4 ®. Arinotele fteflb, il quale è ambiziofó
nel dominio delle lettere, come fa di più mondi . £ il Carpentario, ancorché
eretico, nel principio del libro della fua filosofìa libera, non dice libera
mente così tjQuis enim ita server si genti e si, qui mecum nitro non fateatur.,
philosophorum principi – d’Arinotele, non di H. P. Grice ei parla -- ut bomini
multa falja » et erronea ; : ut etbnico, et pagano mul* ta impia, et profana ;
ut primo in* fìauratori multa . manca, et $mperfe * fi a excictife». £ il Padre
Petavio ftef- fo, torno a dire, il genio veramente della Teologia * e delle
feienze, il qua- le degnamente appellare fi dee il fior degl’ ingegni, e ’1
primiero letterato tra i Padri Gefui ti, allegando l’auto* rità. d’Anaftafio
Sinai ra, non dice egli così ?, Anaftaftus Sinaita . in eo libro quem Via:
Ducem nominavif, tefiit e fi, ha* reticos omnet, qui vel contra Incarna* tionit
dogma nefarium movere belìum, ex ilio Ari fìat elico fonte fuxiffe . Indi egli
è, che 1\ Autore fiefib della filosofia volgare re fatata ; così contro i
fetrarj del medefimo grida : Et adbuà Arifiotelem leghi s t interpretamini, de-
fenditi !, et exornatis. Quindi egli è, che da’fan ti filmi Pa- dri medefnni, e
da molti favillimi, e dotti (fimi Autori è (lato ancora nota- to di gravifiimi
errori . S Giuftino fcrif- fe tutto un Trattato contro i dogmi a e le fentcnze d*
Arifiotele, nel princi- pio del quale così ragiona : It nibil dà rebus, quas
definiendas ftbi commentationibus fui f ftatuit . San Cirillo nel li- bro
contro a Giuliano fra i Filofofi » eh’ hanno errato, principalmente ri- pone
Arinotele . E' perciò molto deri- fo da Bafilio, e particolarmente per quello,
eh’ egliafierì intorno alla Ma- teria prima, e che la materia abbia una
limpatia naturale d* unirli i e per- fezionarti colla forma - Eufebio nel li-
ti ro della Preparazione dell’ Evangelio* e in quello contro i Filofofi detefia
non (blamente la vita» i cofiumi, la Filo- fofia morale > e naturale ; ma la
fua Metafifica, come una pelle delle Re- pubbliche. Lattanzio Firmiano il dan-
na come Sofilla ., ed a fe fteflo contra- rio . Ambrolio ugualmente come va-
rio, e incollante.- Come menzognero, efavolofoil riprendono Ago (lino, Teo-,
doreto, S. Bernardo, e il .Beato Sera- fino da Fermo . San Tommafo allegane do
Agoftino medefimo coll’autorità del Gcllio, prova, che fia un impoflore >
come rapporta il Campanella.. Scoio, e Francefco Mairone, come un igno- rante
affatto della Metafifica, e che le cofe tra effo loro repugnanti a-yefle ap-
provato . Gio. Pico della 'Mirandola, e Francefco Patrizio il riprendono nel-
la Geografia, e nell’ Agronomia, nel- le Meteore, nejl’jftorie degl’ animali; e
eh* egli abbia ! malamente creduto, che la terra fia più elevata verfo il
Settentrione, che altrove.* che’l Danubio prenda l’origine da’ Pirenei . Pie-
tro Gaflcndp lo biafima nell’errore in- torno alla Galaflìa, all’ origine'
delle Vene, c jje* nervi del cuore t c in molte s V N te altre fimili cofe .
Telefio, Duran- do, Baccone, Baffone,. l’ Harveo >• Cherneo, Galilei,
Maurneo, e Pie- tro Alliacenfe, e Niccola di Cufa Car-, dinali, ed ultimamente
il P. Valeria- no Magno, piiffimo, e dottiamo au- tore Cappuccino, che fu
Miffionario al Nord, il confutano» l’ acculano, e lo tacciano di molte altre
limili fcioc- chezze . La fomma, e la foffanza fia, dice il medefimo
Gaffendo,che non v’è per fona, che fenza roffore diffen- der lo poffa, nè fenza
tema, e nota ef- preffa d’infamia, e di vituperio, che l'eguire lo voglia nell’
impoffibilità del- la creazione per lo ftabilimento del fuo principio, che noii
fi faccia niente dal niente: che il Mondo fia eterno» e l’a- nima mortale : che
la previdenza di Dio fia talmente limitata nelle cofe ce- letti, che non fi
eftenda più di queir lo, ch’è fopra la Luna, negando an- corai’ idee, e
confeguentemente il Ver- bo di Dio, non che Dio fteffo auto- re di tutte le
cofe : l’efiftenza degl’Angeli, de* Diavoli!, l’Inferno, eia gloria beata,, e
con ciò le pene adat- tivi, e i premj a ’ buoni . Inferni, et Supere s, effe
fabulas Legislatori! e' dif- fe nel libro II. e XII. della fua Meta- filica. £
tutto ciò o fia propria difav- vedutezza, o fi a perchè fi ano fiate trafilate,
e guade le fue opere, co- llie vogliono alcuni, perocché egli fa uno de’
maggiori Filofofi della Grecia» di cui molto n* hanno celebrata la fa- ma, e la
dottrina, come dice Macro- bio : Nibil tantus vir ignorare potuit. Certo egli è
nondimeno, che leggia- mo predo Diogene Laerzio, antichif- fimo autore, che
Cleante Stoico fin da’fuoi tempi dir folea, Peripateticit idem uccidere, quod
litteris, qua cum bene fonent, fé ipfas tamen non nudiunt * £ che il medefimo
Arifiotele fof. fe fiato chiamato in giudicio a pena capitale dagli Ateniefi,
per non poter (offrire anche nella loro politica, e falfa religione quei
bugiardi, e corrot- ti principi d’ Arifiotele, diruttori per così Digitized by
Google così dire dell* uomo, e di Dio freffo } la qual pena egli fchifò colla
fuga . Per la qual cofa in quella maniera fcla- mò il Campanella di fdpra
lodato; Et nos Cbrtfiiarìt retinebimus tanquam ma - gijlrum, ne àum tontra
Patres > et Con- cilia / aera jubentia, quod jubebant A *> tbenienfes ;
et quod jus : naturar damnat in illis, fciolonm au£lori%abit in nobisì Abfit
Cosi il fuo difeorfo conchiu* dendo. O Ecelefia prudente r paftores, et o
prudente s priucipes, vefirum eft banc domenicani perni eiem agnofeert » et
prodigate . : i . £ quel, che maggiormente reca maraviglia egli è, che quei
medefimi, che 1* hanno comentato, difendono Platone, dove Aratotele lo danna, e
quei > che 1* hanno feguifato in molte cofe, non folamente 1* hanno contrad*
detto y ma 1* hanno quali infamato . Alberto Magno l’arguifce, Quod ani- mai
Coeli mot or e m facit . San Tomma* fo lo beffa, Quod bine Mundi eterni- tatem
adferuit > illine animarum immor • 4 « t alitatevi fili contradixerit .
Scoto il fot- tiliffimo Io. fchernifce, Quod tam in - conflanter de anima
fenferit . E quel, che fommamente notar fi dee egli è, che il mentovato Alberto
Magno, tan- to feguace d’ A ri (lo te le, per lo dubbio, ch’egli aveva» fe
bene, o male avef- fe ragionato, in quello modo prote- •ftandofi ne’ Tuoi
comentarj, conchiu- fe : In bis nibil.dixi fecundum opimo- nem me am propriam ;
fed juxta pofitio - nes Peripateticorum ; et ideo illos l.au- det, vel
reprebendat, non me. Quindi AQUINO (vedasi) stesso, discepolo d’Alberto Magno, si
avvalfe nella fua teologia di quella filosofìa, e di quella morale d’Ariftotele,
che più. purgatamente è difcefa in compendio ! da S- Gio. Damafceno, avendo da
ef- •et * % «, v - ^ * W fo prefo un modo, più particolare, e (incero ; e il
Campanella afferma, che S. Tommafo . Nullo palio putandum efl Ariftotelizaffe ;
fed tantum Arifìote- lem expofuiffe, ut occurreret malis per I Arifìotelem
illatis. E S. Tommafo medefìmé^iì lamentò molto con altri Filosofi più
giudiciofi del fuo tempo, che gli Arabi, e i Mori colà nell' Àfri- ca avevan
contaminata laFilofofia, e T Opere tutte d’ Ariftotele, per non faper eglino
molto bene di Greco; per la quai cofa Giovanni Lomejero nel fuo libro della
Biblioteca n* avvisò ; Qtiod fi Graca exemplaria corrupta fuerunt, quid de bis
putandum e fi, qua in Lattnum.converfa funt ? Sed melius cum eo a Slum efi,
qtsam cum aliis, . quorum opera funditus perierunt, et ipfe c auffa cxtitit cur
multa per irent, qui aliar um gloriam adfetraxit .. Indi Monfignor Ciampoli
chiamolla Filo- fofia Morefca t Monfignor Minturno Barbarica, e tutti Pagana-.
E benché in «tempo poi dello /cadimento dell’imperio, e dell; Imperatore Pa-
leologo > venuti alla noftra Italia i Greci filosofanti, e, fcienziati,
forte ri- fiorita; la nobiltà dell’ idioma Greco 9 delle filofofie, e delhaltrd
Scienze, ap- prettano! già eStinte e tamraerfc coll’innondatone de* Barberi ;
eglino parò fi manifeftarono gagliardi difenfori della Filosofia Platonica e
particolarmente il Cardinal BeiTarione Arcivefcovo di Nicea, e il più dotto tra
elfi fai merito di cui tolfe il Papato laru* fiicità dell’arcivefcovo Perotti
Tuo famigliare » e concia viftaj dicendo in primo luogo contro i Peripatetici,
eh* eglino .malamente . Conantur Ariftote • lem ex gentili) et infitteli
Apoflolum f& sere. Quoniamfides nojlr Religionis cum Feripatcticorum
dottrina no» convenite Ne formò molte E pi (loie ; il quale fu poi feguitato
da' maggiori ingegni Italiani» cioè da Marfilio Ficino, Gio. Pico della
Mirandola, e da altri cat- tolici, e particolarmente da Niccola di Cufa, e da
Pietro Bembo ambe* due Cardinali ; il quale contro d* Ari* itatele così fclamò:
Fovemus ferpentem inter vifeera noftra . Di maniera che vedeli per lo più
Tempre ofiervata là Platonica t la Democritica, e 1' Epi- curea Filofofia « e
(fendo che fono tutte uniformi in concedendo, che gli Ato- mi foflero i primi
principi di tutte le co fé corporee, e che il fovrano bene del piacere non
confìtta ne’ diletti in- degni, e brutali ; ma (blamente nell» animo, e nella
vitaonetta, e tranquil- la della virtù : non come altrimenti voleva Arittotele,
conti* è detto. Fu notato bensì L’ORTO per così dire plagiario > avendo
pubblicati per fuoi i libri degli Atomi di Democrito, «dannata in lui l'
opinione della mortalità dell’anima. Gii altri fuoi fentimenti, per la fua
moderazione, e moralità, fembrarono così giutti, e ragionevoli a Girolamo il Santo,
che propofe a’Crittiani di fuo tempo la lezione de’fuoi libri ; e da molti
fanti Padri eì fu commendato . E San Gregorio Naziao- zeno, così ne ragiona:
jQuis crederete Mode rat us, et cafìus dum vixit fuìt fi- le, dogma moribui
probans. E Sant’Am-. brogio ancorché più fevero d'ognaltro fanto Padre, e nelle
Filofofie più ri- gido» pur egli ftimò effere più cpmpatìbili gli orti
d’Epicuro, che d’ Arinotele i portici, come affatto dannevoli non che
pericolofì ; perocché ne* libri degli uffizj al Cri diano apparte- nenti » così
n’ avvisò ; Epicuri Hortot tolcrabiliorcs effe Lyceo Arinoteli. Il che rien
confettato ancora da Lattanzio e da Origene contra Cello . Ari* Jlotelem effe
deteriorerà Epicurei / . Que- lla Filofofia adunque d’ Epicuro, o fe altrimenti
chiamar fi voglia Democri. tica » vien molto largamente di vi fata, e
comprovata dall* incomparabile Pier Gattendi > Canonico, e poi Propoflo
nella Chiefa di Digne fua patria, Teo- logo, e profeffore delle Matematiche
feienze in Parigi» il quale fu di pura e cadiflìma vita, e uno de* più illuftri
ornamenti della Francia» o quali l’ora- colo detto delle lettere del fecol no-
Uro» di cui giudamente dir li potrebbe, eh’egli intorno alle cofe filofofi- che
» e feienze Matematiche ne diede il giudicio cóme Pittagora, e fpiegolle come
Platone. Indi il volere qui ripetere, anche in menoma parte quel* 10, eh* egli
medefimo n’ ha fcritto, farebbe un ridire miferamente ciò » eh’ egli
felicemente ne diffe ; e tanto mag- giormente, quantochè noi richiede la
prefente fcrittura, per edere il tutto notiflìmo alla Santità' Vostra. An- zi
in qualunque altra occalione che fofle, farebbe un cimentar la propria ftima,
ed acquetarli certamente la rota di temerario, e d’arrogante. Ma da lecito
farne qualche parola, e dir folo > che Galìendi avendo apprefo nelle, fcuole
la Filofofia d’ Ariftotcle, e da eflo poi tutti i varj fiftemi degli antichi
Filofofanti, per quanto gli fu permeilo dalla condizione umana » e dal fuo
proprio intendimento » e abi- lità ; volle dopo feguitare, e perfezionare
quella d’ Epicuro, come piti acconcia, e proporzionata Filofofia d’ognaltra,
ammettendo gli Atomi principi di tutte le cole corporee ; come fende di fe
Giacomo) Colonna 11 Vefcovo a Petrarca: Da Se 5 Se le parti del corpo mio
diflrutte, E ritornate in atomi > e faville. Softenendo però, che Dio gli
abbia creati, e che Dio averte lor dato il movimento) e il dirtendimeato, e la
figura. E che il corpo umano, fia di minu- ti ffime particelle coni porto,
leggefine* libri del diritto Civile, e propriamen- te nel Titolo de judiciis,
nella Lege ' Proponebatur, così dicendo A1fono Varrò, gran Filofofo, e gran
Giurcconfulto, e console di Roma, Quod fi quis pittar et, partibut commutati s,
aliam rem feri: f ore, ut ex ejus ratione nos ipfi non idem eflemus, qui abbine
anno fuiffemur, fropterea quod, ut pbilofopbi dicerent, ex quibus particul'ti
mìnimts confliteremus, bue quoti die ex noflro corpore dee e dere nt, aliaque
extrinfecus in earum locum acce* derent. Ouapropter, cujus rei Jpecies e a- dem
confifieret, rem quoque eandem ef- fe exifìimari &c. Quelta Filofofia è
(lata feguitata / v in io molte i e quali innumerabili carte- dre dell’ Europa,
e ballerebbe fol di- re, eh* ella non è altrimenti proibita da verun Pontefice
voftro predeceflb- ; re; anziché quali in tutti i luoghi cat- tolici
pubblicamente s’infegna, ù. ap- para, e li profèta . Sia ancor lecito
aggiungere a tante dottrine che li ad- ducono dal mede fimo G a flcndi, e da
altri, per corroboramento di tal filosofia, un’ altra autorità di S. Gregorio Vefcovo
di Nilfa, la primiera «fé-: dia della Cappadocia, il quale viveva nel quarto
fecolo, fecondiamo di tan- ti e tanti fanti Padri, e Dottori della noftra
Chiefa, fratello di S. Balilio il grande, e di S» Pietro Vefcovo di Se perocché
egli diffe: Fuit fuhita, urgebat, nova rei fui fa - bat aures. £ finalmente
foggiunfe, Che Veritas placet, et vincit. Cartesius bene intelleflut, nibsl
cont'met ma- li . Onde ravvedutili gli altri, fi di- chiararono ugualmente
Cartefiani. Soggiungendo ancora altriTeologi, che fentimenti di Renato intorno
all’efi» ftenza di Dio fi conformavano con quei medefimi di Sant* Agostino,
diftefi nel librò X. della Trinità > e -propriamente nel capitolo X. Ed un
dotti f- fiimo Padre, di cui ne lafcia il no- me lo fcrittore della vita di
Rena- to, vi aggiunfe molte altre limili dot- trine > eh’ egli aveva
ritrovato in pro- va delle opinioni di Cartesio; in mo- do che ciò fu di gran
gioja.a Renato fteflò, in fentire, che i fuoi penile- ri erano uniformi con
quei di Sant’Agoftino, e di Sant'Anfelmo nel libro, detto Profologio, e d’altri
fanti Padri. E per li fentimenti dell' anima io vi aggiungo Glaudiano Mamerto,
uno de’ più celebri fonti Padri, . che fiori nel quarto fecolo ftefiò della
noli ra Chiefa, che compofc un divinilfimo Trattato dell’anima t in confutando
quell’ enormilfimo errore di Faufto, Ve f covo di Rems nella Francia, che tenea
quella falfiffima opinione >xhe nelle creature non vi fia niente d’ in-
corporeo; ma Solamente in Dio . Quello Trattato fu dedicato. a Sidonio
Apollinare, amiciflimo di Mamerto; .ed egli è molto elegantemente, e con foni-
fommo giudicio, e finimmo • ingegno dirtelo, in cui trattanfi le queftioni
metafifi che con ogni chiarezza, e fa- cilità poflibile in prova dell’immorta-
lità dell’ anima in modo che non vi è fiato chi migliore, di lui ciò abbia
comprovato . Fondando egli con ro« bufiifiitne ragioni, che l’anima operi tutta
intera ne’ Tuoi movimenti: che non fi mova nè verfo l’alto, .-nè verfo il
baffo, o altrove ; eh* ella non fia nè lunga» nè, larga, nè più alta r eh’ ella
non abbia parti interne, nè efierne ; e eh* ella penfi, ella fenta, ella
immagini, e penetri tutta in tutte le fofianze : eh* ella fia tutta
intendimento, tutta fentimento, tut- ta immaginazione, tutta di. qualità» e non
altrimenti di quantità; e final- mente, che fia immagine di Dio » e
confeguentemente incorporea, e im- mortale. Et quia imago Dei efi, non e fi
corpus . E che però cerchi Tempre Dio, e defideri conofcerlo, non con al- tra
immagine di Divinità, chedelia /ua 6o propria ; e che fola mente il corpo fi
tnifuri per lo fuo di (tendi mento in lunghezza» larghezza, e profondità, e con
altri fomiglianti principi, de* quali fe la maggior parte fi veggono nelle
Meditazioni, e negli altri libri di Renato » dir fi potrebbe, o che Renato gli
abbia stolti da Mamerto, ò ch’egli abbia avuto un ingegno geo» metrico » giudo
» e uguale a quello di Mamerto . Da tutto ciò adunque fi vede » che quelli
principi di Renato fiano gl’ ideili d* un Tanto Padre, che fu Mamerto » gran
Filofofo, e gr.and* Oratore, il quale fu giudicato uno de’migliori, e favillimi
Padri del- la Chiefa: che meritò la dima d’ effere tenuto dotto, quanto
Girolamo; dedruttore degli errori, quanto Lat- tanzio ; provatore della verità
» quan- to Agodino; e che fia levato in alto t quanto Uario ; che abbia ancora
fa- vellato, come Grifodomo ; riprefo, come Bafilio ; confortato» come Gre-
gorio/ e che fia dato fertile » come Orofio; robufto, come Ruffino; nar-
ratore, come Eufebio; dettatore, come Eucherio ; declamatore, come Paolino ; e
foavitfimo, come Ambrogio. Quella adunque nuova Filofofia, o rinnovellata per
dir meglio Filofofia di Renato, è fiata feguitata, e dife- fa dalle migliori
Uniycrfità, e proviti- eie dell'Europa, ed infegnata pubbli- camente nelle
cattedre più rinomate del Mondo ; e i cattolici fieffi ne fo- no difenfori, non
che gli autori, e fer- rar] ancora, così attefiando il dottif- fimo Sorel ne’
Tuoi libri della Scienza universale . La dottrina di Momìt Defi cartes
oggigiorno è feguitata in molte, Accademie, e conferenze . V* ha de* Prof e
(fori di Filofofia, che /* infegnano. Molti fe ri appagano piu, che del - la
Filofofia antica . La quale vien con- fermata con pubbliche (lampe da mol- ti
Religiofi, che n’han divifato tanti e tanti libri che nulla più, approvati da’
loro Superiori, e fpeciali/fimamente ne fono Seguaci nelle cofe più prin-
cipali i dottiifimi Padri Merfenni, e Detei, e Niceron Minimi . Maignani, e
Barde : T incomparabi- le P. Nicolle, e Malebranche, che nel fuo libro de
inquirenda Verità - te vi pofe tutti i principi, e tutti le parti della fua
Filofofia Opera, che fi potrebbe appellare ' 1’ ultimo sforzo dell’ ingegno
umano ; ed altri Padri dell* Oratorio di Parigi, i quali furo- no ancora
amiciffimi di Renato, e fo- pra ognaltro affezionati (fimo, e mol- to
famigliare di lui, e della fua JFilo- rf * fofa feguace, Arnaldo uno de»
maggiori Teologi della Sorbona, e che M per la fublimità del fuo ingegno, ed
eccellenza della fua dottrina, fi può - £ /giustamente chiamare l’Aquila degl*
ingegni, lo Splendore dell’età noftra, e il più gagliardo foftenitore della fe-
‘uWw^r^de Contro il Calvinifmo ; il quale col fuo libro della perpetuità della
fede, in cui con robufte ragioni, e con eloquenza veramente Grifciana –
GRICIANA – GRICEIANA --ha fondata 1* eli* J e fi (lenza reale di Cri (lo nella
santissima Eucaristia, e poi con altri volu- mi, autorizzando colle fentenze
de’ santi Padri e Greci, e Latini di feco- lo in fecolo, e della Chiefa
Orientale ancora, che fervirono di ri fpofta al li- bro di Monsù Claudio,
Minirtro di Charenton, approvati da tutti gli Arci vefcovi, Vefcovi * e Curati
della Francia > e da altri Teologi, e Dotto- ri della Sorbona ; ha dato tal
confu- sone a'Calvinirti, colla lezione di quel* lo, che molti d’elfi illuminati,
fi fo- no uniti alla nortra Chiefa, come il Vefcovo della Roccella, uno degli
ap- provatoti fuddetti l’attefta: e per tan- ti altri libri, che quali ogn’
anno di fua vita ha dato alle (lampe, fe ne va carco di gloria, e d* anni con
quella folitudine, propria d* un let- terato in Olanda, dove gran tem- po menò
la fua vita ugualmente Renato, con rifiuto magnanimo delle cofe del Mondo .
Parimen- te furono di Renato amorevoli il Cardinal de Bagne, e il Cardinal di
Ecrè, e il Cardinal Berul, e il Car- dinal Barberino* quando ei fu Lega» to
alla Francia il quale tanto fu a- mantiflìmo delle cofe dell’anima > che non
per altro . pare * eh* egli avelie trasportato dall’ idioma Greco al no* Uro
Italiano la vita di Marco Aure* lio Antonino Imperadore, eh* ei defcrifle di fe
fteflb a fa fteffo * fé non per dedicarlo all’ anima fua, come Specchio
veramente, e dottrina, quel libro* delle cofe morali * che ponde- rar fi
debbono dall’uomo ; perciocché tutte le cofe di quaggiù, anche in ai- tiamo
grado confiderate * fvampano in nulla . Fu protetta » e difefa anco* ra quefta
Filofofia da tutti i Principi* e potentati ftelfi d* Europa } e particolarmente
dal Re di Francia* che grati- ficò di due penfioni Renato* e dalla Re- gina di
Svezia in cafa di cui egli mo- ri * ed ella in grembo della Chiefa ; coftà
venuta, e fatta cattolica per o- pera fola d’un folo Renato com’ ella fteffa
afferma in fua lettera, che fi legge nella vira del medefimo; l’auto- re della
quale narra ancora, che la iua maniera di parlare della Religione fece
convertire alla noftra. Chiefa il Marefciallo di Torrena, un Ateo, e due
Proiettanti; e dalla Principcfla Ehfabetta r fu nomato il refugio de’ cattolici
di Olanda, ed al medefimo furono celebrati i funerali con aflìften- za di molti
Prelati, e delì’Ambafcia. tore di Francia -, e d* altri perfonaggi illuftri t
ed Ecclefiattici, e fu compian- to con funeftiffime Orazioni, e lugu- bri
apparati dalle migliori Accademie, a cui ugualmente furono rizzati più e.
pitafj e maufolei, ed impreffe medaglie in memoria della fua pietà, e dottrina.
Ed ancorché i Padri Gefuiti, i quali poffono dar norma, ed efemplo per la loro
dottrina, e - fantità di coftumi, abbiano, particolare infti- tuto, e regola di
feguitare affolu- tamente .la . Filofofia d’ Ariftotele ; il che vien riferito
ancora da uno E fcrit- 66 fcrittore, così dicendo : Apud Jefuitas ie gibus
fauci curii e fi, neminem in Pbilo - fopbia prater Ariftotehm [equi, qua caufja
e(ì, cur rnjtltt Ortbodoxi non alia de c auffa Pbilofopbiam rimentur, quam qmd
abfque ea non poffe cum Jefuitis rette difputari ; nulladimeno vedefi, che
molti d’ elfi di celebre .fama, e d’ una vita efemplare, non fedamente la
FUofofia.Ariftotelica hanno trala. fciata, ma quella novella forma difi-
lofofare hanno abbracciata, come sono Fabbri, Casati, Grimaldi, PLana, Pardies
e Bartoli . La qual cofa li olTerva per lo modo di filofofare, fpiegando gli
effetti della natura per mezzo delle particelle, eh’ eglino -han tenu- to ne’
loro libri già pubblicati alle (lampe, le quali non altrimenti permettonli fe
non coll’ approvazioni d’altri Padri,, a ciò deflinati dal medefitno lor P.
Generale, o Provinciale . Il P. Char- let, ugualmente Gefuita, che fu affi-
ttente Francefe del P. Generale della Compagnia, e milfionario nell’Attjefica,
non fu egli amico, protettoref^é direttore di Renato? 1} rJ*>j Dinet
^Provinciale nella Francia,:^* conf flore di Lodovico XIII. e di Lodovico XI V.
non fu affezionato di Re-- nato raedefimo ? Ilr:P.: Braudin firnil-j mente
Gefuita, benché una volta, gli? avelie contraddetto » e riprovate lo,
Meditazioni, non fu egli medefimo £> che ravvedutoli, fi riconciliò con Re»
nato IfelTo per mezzo del medefimo P.; Dinet ? Kircher preoccupato una volta
dall’odio contro Renato, non procacciò poi la fua amici» zia, e corrifpondenza
èri! P. Miland ugualmente Gefuita, non fu feguace della Filofofia. di Cartesio,
riducendo; in compendio le di lui Meditazioni, ed in metodo Scolallico per
infegnarle a’ fuoi difcepoli ? Anzi quello medefimo Padre prima di partire per
1* America, volle oflequiofamente, e con particó* lar fentimento dar. 1* ultimo
addio: a Renato fuo amiciflìmc, quali che in £ 2 tal 68 ' tal dipartenza non
fendile altro cor- doglio, che di lafciar Renato, non già i Tuoi compagni, i
parenti, e la patria fteffa. Il P. Stefano' Noe! non fu egli parziali (fimo di
Renato, e fat- to Rettore del Collegio di Chiaramonte a Parigi, non dedicò i
due fuoi li- bri di Filìca a Renato, conformandoli co’ fentimenti del medefimo
? Pren- dendo ancor egli la difefa contro Paf- cale per l’opinione toccante il
Vacuo. IlP.Vatier, parimente Gefuita, non fu egli fettario di Renato, ed appro-
vante delle maniere di fpiegare il fa- crofanto mifterio della Santilfima
Eucariftia, fecondo i fuoi principi, e ra- gioni? Grandamy gli fu finalmen- te
amiciflirao i II P. Francò, il P# Fournier furono tanto amici di lui, che gli
dedicarono i loro libri-. Fonseca, benché Portoghefe, e il P. Ciermans
Fiamingo, ma ugualmente Gefuiti, fecero un elogio alla Metafi- lica del medefimo
. In fomma tutti i ' Padri-Gefuiti de’Collegi della Francia furonoapprovatori,
e fettatori della filofòfia di Renato, co’ quali egli ebbe una continua
corrifpondenza, e vicen- devoi commercio di lettere ; e della Tua vita ne' due
libri ultimamente pubbli- cati. Ed ancorché pochi anni fono ilP. Rapini,
Umilmente Gefuita fi fia al- quanto allontanato da’fentimenti di Renato,
dicendo egli molte cofe contra lui, ie quali quanto fian meritevoli di rifpo-
ila lo dican gli altri, noi comportando la prefente Scrittura ; nulladimeno il
xnedefimoP Rapini, parlando egli pri- 3 fiieramente di Digby, essersi egli troppo
attratto nel suo trattato dell’immortalità dell'anima, così di Cartesio favella:
Le meditazioni metafisiche di Cartesio hanno avuto della refutazione j
perch'egli s'interna più che al - .trinci midollo di queste materie. Soggiungendo
a queste parole l’autor della vita di Cartesio. Senza eccettuarne t Suarez, e
Fonseca, de’quali prima egli parla, e che p affano per i migliori, e più
profondi metafisici delle scuole. Aggiungendoli ancora, che vedendo le universìtà
protettami di Basilea e d’Olanda esser pur troppo pregiudiziale la filofofia di
Cartesio al Calviniimo, Il concitarono tanto contro Cartesio, che non contenti
di fori vere con- tro la fua dottrinargli ordirono anco- ra contro la per fona
molte calunnie, in modo che GisbertoVoezio Miniftro d* Utrecht, per avergli
oppofto con malignità il Ir r» V t t ì t .ì r tìamo le vivande fenza penfarci,
dice il dottiffimo Boezio, noi refpiriamo dormendo fenza ciò considerare, e
tan- to meno faper fi, pofTono 1* altre cofe naturali, e celefti . Jacent ( ne
laSciò fcritto Cicerone ) ita omnia crajjts oc» calta, et circumfufa tenebris,
ut nul- la acies bumani ingenti tanta fit, qua penetrare . in coelum, et terram
intrare pofjit i Corpora noftra non novimus, qui fit fitus partium, quam vim
unaquaque pars, babeat ignoramus . L’Angelo del- le Scuole manifestandone la
ragione nella fua Somma, così favella : Quia ratio bumana in rebus bumani s ejl
multum defciens, cujus fignum ejl, quia Pbilo/o- pbi de rebus bumanis naturali
invejìi- gatione perfcrutantes in multis errave • runt, et / ibi ipftt
contraria \fenferunt .. Il che Similmente avea detto Crifo. Homo ; Hi ipji, qui
ad omnem pom- pam de Pbilofopbia gloriantur, multos, et plurimos de eifdem
cauffts fcribentes libros, non modo fimpliciter difcepta- rmt t fed ttiam ftbi
contraria pleraque ' di » X 1S dixerunt . Quindi Sant’ Agoflino fteflb, delle
cole Metafifiche ragionando, con* figliò : Noli qu^rere quid fit Veritas %
fiatim entra fé' oppone nt calìgine! imagi • num corporalium, et " nubila
pban t af- ta at a, et pertutbabunt ferenitatem t qua primo iftu diluxit tìbi,
ut dìcerem Veritas. Non perchè quella non vi lìa ; ma perchè di quella capaci
non fu- mo, dille il medelimo ! Cicerone . Ve- ri effe al'tquìd non negamut,
pertipi pof- fe negamus : E altrove : Non enim fu- mar ii, quibus nihil verum
effe videtur ; fed qui omnibus veris fai fa quidam a- djunSla effe dicamus
tanta fimilitudi - ne y ut nulla inftt certa judicandi, et difcernendi nota . £
quella è la cagio- ne, per ria- quale tanto fi lamentava A gofiinò medelimo
dell* ignoranza u- •mana. QUomodo hoc fcio, quando quid fit tempus nefcioì-An
forte ne feto que- madmodum- die am quod fcio ? Hei mi- bi, qui nefcio faltem
'-quod nefeiam ! Come Plinio parimente compaifionan* do tutto l’uomo, ftimollo
in ciò piò mi* L 9 f 1 $ i an incredibili celeritate vol- vatur : quanta fit
terra crajjitudo, aut qtitbus fundamentis librata > et ( ufpen - fit . £'
volere ciò difputare, e con- ghietturare Lattanzio il medefimo dice, non e (Ter
altro, che difeorrere, e giudicare di cofe fatte in remotifiime parti non mai
da noi vedute, o fapute . Quindi il medefimo Lattanzio, così ragionando, il fuo
difcorfo con- chiude : Si nobis in ea re feientiam vendicemus, qua non potejl
feirì, non- ne infanire videamur, qui id affirmare audeamus, *» quo revinci
po/Jimus ? Quanto, magis, qui natura Ha, qua jet* ri ab bomine non poQunt,
/city />«-, furìofi, dementefque funt ju di- cati di ? £ A rnobio così ;
X?*»*/ incerta r fuf- penfa ; magìfque omnia verifimilia, quam vera, Minuzio
Felice dille, Indi il Poeta .j Incerta bac ft tu poflules Battone certa facere
nihilo plus 1 agas > Quam ft des operata, ut cum ratione infantai . £d in
confermamento di ciò, fs noi riguardar vogliamo a quel, che n’han giudicato i
medelimi, e i primi fetta- tori delle Filofofie, ritroveremo, eh’ eglino fteffi
han detto > aver fondato il filofofare fu i principi dell’ ignoran- za
medefima, comen’avvifà Arnobio fteflo . Ipft denique principe t et feti a- rum
patres, nonne ipfa e a, qua dicunt, fuit eredita fufpicionibus dicunt* Zeno-
ne, e tutti gli Stoici negarono 1’ opi- nazioni ftefle .• Opinar i entra, te
feire, quod nefeias, non ejl fapientis, fed te- mer a rii potius, ac fluiti .
Socrate, Quod neque feiri quicquam poteft, nec opinati oportet. Adunque Tota
Pbilo- fophia fublata efl, difle Lattanzio. Ariftotele fteffo ne’ libri della
Metafi- sica così ; De bis- enìm omnibus non modo invenire veritatem difficile
ejl, verune ncque bene ratione dubitare facile ejl . Gli Accademici contro a’
Filici, Nul- la m effe fcientiam, ed ogni cola probabile . Democrito, che la
verità delle fcienze ftia nell’- abiflò nafcolta . Arce- fila ( narra Epifanio
) nomato il mae- ftro dell’ignoranza da Lattanzio ftef- fo, niente doverli
affermare di certo, negando all’ uomo la fcienza, riponen- dola lolo in Dio, e
Dio ftelfo Non nifi ignorando fcire pojftmus Là onde Cice- rone così tutto il
fuo detto fiabililce : Arcefilas ftbì otnne certamen inftituit, non pertinacia,
aut fludìo vincendi, ut mihì quidem videtur, fed earum tettine ohfcuritate, qtu
ad confejjionem ignora- tionif adduxerant Socra tem, et velutì a- mantes
Socratem, Democrìtum, Anaxa- goram, Empedoclem, orane s pane vele- rei ; qui
nìbil cognofci, nihil per dpi, ni- hil fciri pofje dixerunt : angttjlos fenfus,
imbecillos animoiy brevia curricula vita t et y ut Democritus, in profundo
verita- tem effe demerfam; opinicnibus, et injìitutìs ornata teneri : . nìhil
ventati reità* qui : deinceps omnia tenebri! circttmf ti- fa effe dixerunt . £
della varietà di tan- te opinioni, dell* incertezza delle faenze y e della
moltitudine di tanti Fi- losofi giudiciofiffi ma pirico così ne ragiona : Ita
etiam in' hunc mundum, velati in quamdamma - i gnam domum, accefjìt multitudo
Pbi - lofophorum t ad quarendam veritatem, quam qui acceperit e fi veriftmile e
am non credere, quod reEìe conjecerit . li quidem certe non dicit ejse
\aliquid, quod judicetur verità!, propterea quod 4 in eorum,r qua funt natura,
nìhil pef- ftt comprebendi . Il che vien confermato ancora da Galeno, così
dicendo: Scien- tiam neque apud Pbilofophoi, prafertim dum rerum naturam
perfcrutantur, in- ventai . Ammonio tanto fettario d’ A- riftotele fteffo
n’allega la ragione: Quia diverfitate opinionum, diverfo modo rei ef- fe verni
velf alfa! : quoniam autem opinio- ne ihominum varine funt,& incerta, ideo
fcientiat quoque e] se variai, et incerta!, ac F l proinde nuìlam effe rerum
eertam f, eie ». tiam, et veritatem. Avendo ciafcuno il fuo fenfo, e la fua
fantafia a parte, perchè, come fi dice, quanti uomini, tanti pareri: m Mille
homìnum fpecies, et rerum difcolor ufus. Per la qual cofa è egli moltd
virifimi- le, che ognuno dipenda dalle fue fan- tafìe, ed opinioni, Cum fit
ftngulis o- pinio affluxus diffe Empirico fletto; di qui viene, che Eraclito
nominava Opìnìonem facrum morbum . Quella è quella, dalla quale fìam tocchi, e
non dalle co fe medefìme, la quale dipende dalle prevenzioni, ed anticipazioni
della mente, Sua cuique cum (tt animi cogitatio, colorque prior . Come ancora
per la flima fuperiore al meri- to, eh’ ognuno fa di fe flefTo * cagio- natagli
dall’ amor proprio, eh’ è il più cieco, ed il più violento d’ognalero,, a niuno
ceder volendo : Pbilautia enim ejl omnium amorum violentiffìmus, cete- ToJ- i
*7 rofque fuperat ; vien fempremai a darli cieco, ed imperfetto il giudicio.
Amor, ftcut odium, ventati! judicium nefcit, ditte Bernardo il Santo. E 1* uomo
non ha altro di proprio, che il mentire, e *1 peccare . Nemo enìmba v
het de fuo y nifi mendacium, et pecca - tum . Per la qual cola, torno a dire con
Lattanzio fteffo: dov’eglièla Fi- lofofia? O coll'autore de’ cinque Dialoghi,
della Filofofia fletta parlando : Non e fi enìm de terminisi fed de tota
profefftone coment io . Cioè, che non vi fia affatto certa, e determinata
filosofia, anche Propter natuv alerti borninum ad difjentiendum facilitatem.
DELLE CARTE medesimo per primo principio nelle fue Meditazioni non pone egli 1’averli
Tempre a dubitare nelle cofe filofofiche? In modo eh’ e’ con mo* deftiflima
protefiazione la Tua Filo- fotta dirtele, confettando egli . dì fe fletto nella
IV. Meditazione così . Cum enìm jam feiam naturam me am effe vai - di tnfirmam,
et limitatam . Ed essendogli (lato una volta aspra, ed acerbamente jfcritto
contro da un Padre Gesuita, di cui virtuofameate non volle palefare il nome
alle (lampe, fé ne la- mentò benignamente in una lettera, che fcriffe al P.
Dinet Tuo amico, ri- chiedendogli, ch’ei tro valle il modo, acciò gli fi
notificaflero gli errori, per emendargli, così dicendo-; Nibil enim inibì
cptatius efl, cjuam vel opinionum mearum certitudinem experiri, fi forte a
magni! viris ex aminata nulla ex parte falfa rsperiantur, vel faltem errorum
admoneri, ut ìpfos emendem . Come di (e (teffo Agoftioo il Santo : Si ahquid
vel incautius, vel tndoSìius a me pofitum, ab aliis merito reprebenderetur,
necm't- randum e fi, nec dolendum ; fed pottus ì- gnofcendum, atque
gratulandum, non quia errai um eft ; fed quia improbatum. E pure quello Padre
non aveva lette, nè vedute l’opere di Renato ; così egli fcrivendo nella medefi
ma lettera: Etfi enim mibi valde indignum videretur, hominem Rtligìofum, cum
quo nulla n mibt unquam inìmìcitia, nee quidem notitia intercejjerat, tam .
publice t tam aperte, tam infolenter de me ma • le dixìfje, nibilque aìiud
balere excu « f atlanti, . quota quod diceret, fe Dif* fertationem meam de
Metbodo non le gip-- \ • £ tutto quello perchè ben Sapeva non eflervi certo
filtema di Filofofia, che l’uomo Scuramente Seguitar do* vede ; elfendo ella in
tante fette di- vifa j che Varrone fin da* Suoi tem- pi ducento ottantotto ne
conta, e Temiftio trecento: onde Sant’Ambro- gio gridò: lnter bas diffenfiones,
qu& veri potejl effe affina t io ? £ Lattanzio ugualmente così : In qua
ponimus veritatem ? In omnibus certe non potejl Or che direbbero Ambrogio, e
Lat- tanzio Hello fe foffero a* tempi noftri, ; vedendoli in maggior numero
Sopraggiunte, ecrelciute ? E quella fra Religiofi (ledi, dalla Chiefa non con-
traddetta, quella io dico sì fiera, e da non mai rappattumarli, e quietarli tra
AQUINIO AQUINISTI e Scotisti, nominali, realisti, ed altri, e tutti del LIZIO,
a sembianza degl’arabi, de’greci, e latini, i quali eran discordi in seguire,
ed interpetrare 1’opinioni del medesimo LIZIO, come rapporta PICO. Per la qual
cosa Teodoreto fin da’suoi tempi sciama: In litibus omne fiuditim, ornai s nibiì
denique de quo universi una mente, ac voce confentiant . £ San Basilio di quei,
che furon tenuti i primi savj della Grecia, dice non efiervi nè anche una sola
ragione ferma, e collante. Nee sola quidem ratio, apud Gr ita ut eos refellere
nibil fit negotii, cum illi propria dogmatibus evertendo fujficiant. E
Teodoreto (ledo in quella maniera favella: Et Ht fiorici, et philosophi, et
Poetà tum de anima, tum de corpore, tum de bominis genitura, et confiit ut ione
inter se litem exercent, dum olii qttidem bac » alti vero illa pr a ferunt,
alti rurfus et bis et illis contrariam opinionem adducunt, neque enim veritàtìs
dicentes studio, et desiderio tenebantur; sed inani gloriola et ambitioni
fervientes, ex quo fané faBum efi, ut in errores multo: inciderint. Per la qual
cosa in quella maniera n’avvisa Minuzzo Felice: Itaque indignandum omnibus y
indoloscendumque efi, audere quofdam certum aliquid de summa rerum, ac
majeftate decernere de qua ab omnibus faculis feftarum plurimarum ufque adbuc
ipsa philosophia deliberat Ed i t Ed allora che le filofofie de’greci
incominciarono a comparire al cielo romano, i romani stessi non s’appigliarono
a veruna d’esse, foggi ungendo CICERONE, perchè non eran sì balli gl’ ingegni
romani, che avelfero a foggia cere alle altrui discipline; perocché Roma t che
trionfa nel’armi, non comporta farli servile alle lettere: anzi i romani stessi
non si manifefìarono giammai fettatori d’alcuna filosofia, ed i nobili li
guardavano, come da una pelle, di non esser tenuti tali; perchè certi, che avevano
professato la setta del PORTICO, come BRUTO, e CASSIO; ARULENO, e Sorano;
Seneca, e Trasea, ed altri erano tutti mal capitati, come macchinatori di
congiure quantunque Seneca flelTo avelie altrimente prote flato in una delle
fue .Epi Itole, dicendo : Non me cu'tquam mancipavi, nttllius nomen fero,
multum magnorum ingenio virorum tribuo, aliquid et fi meo vindico . Onde lubito
che alcuno attendeva alla Filofofia, cadeva nell* ifteflo fofpetto, come di (Te
TACITO d’AGRICOLA suo socero. E a 'tempi notòri dal re di Francia con un fuo
arrefio delli d’Ottobre 1668. fu proibito a tutti i fuoi fudditi di chia- marli
l’un l’ altro fettario > e fpecial* mente Gianfenitòa. I fanti Padri me-
defimi avvertirono non dover elfere fettario 1 * uomo, e fra gli altri Cle-
mente 1’ Aleffandrino > così dicendo: Praterea non particularìs fefia efi
eli- genda, [ed quidquìd omnes reile dixe - runt Stoici, Platonici, Epicurei
> Ariflo- telici . Hoc totum [eie Slum dico Pbilofo- pbiam. E Sant’Agoftino
nel libro deh le Confezioni, diffe, Non iftam, a ut illam feti am, [ed ipfam,
quacumque ef- jet, fapientiam diligebam > q vare barn, et ampie Sì ebar,
Quindi San Tommalo ne’ fuoi Opufcoli infegnò con Agotòino medefimo, Non effe
adfentiendum alieni Pbilofopbo in fcbola Cbriftiana, [ed ex omnibus
decerpendum^quodreiìe dixerint. E fra moderni filofofanti Pietro Petito afferma
nelle dissertazioni, che fa incorno alla filofofia ftelfa di Cartesiò, doverli
notare d’arroganza colui, che* preflumcr voglia d’ alfentire più ad u- na
fetta, che ad un’altra, la ragione egli rendendo : Ne uni precipue inba-
rentes, in alias fotte me Hot e s, iniqui, et contumeliofi viderentur . Ed
ancora quell’ altra» perchè non puote perfo- na veruna, benché a tutt’ uomo vi
s* applicale, apparare, e farli capace di tutte; conciolfiecofachè non potreb-
be darne retto giudicio, lodando più una, che un’ altra Filofofia . Omnium (
die’ egli ) fetta rum fieri perfette pe- ritum, humanum piane captum excedit .
E a fen lenza d’ Euripide .* Unus non omnia vìdet . E Galeno così : Dif- ficile
effe, ut qui homo fit, non in multis peccet, quadam videlìcet peni- tus
ignorando, quadam vero male in- dicando, et quadam tandem negligen- tius
fcriptis tradendo . E quando vo- glia alcuno vantarli di fapere, appet- to di
quel, che non fa, egli è nul- la, dille Temiltio . Ea, qua novimuty portione
minima contìnentur, fi .colla* ta, et comparata bis fuerint, qua igne* ramus. E
Paganino Gaudenzio Teolo- go, e Protonotario A poftolico nel Li- bro degli
errori delle Sette, parlando egli delle Scuole di Zenone) di Platone, di
Democrito, e d’ Arinotele, così n* avvisò : Illusi quoque colligendum, in iis,
in quibus nobis Cbnfiianis diffi- derà licet > non effe exploratam verità *
tem. Magna nobis fas e fi uti liberiate extra illa, qua arcem Re ligio ni s non
refpidunt, ut defendamus, quod nobis probabilius videretur., Ora egli è vero,
com’ è verinimo, che quei medesimi tanto seguaci d’ Arinotele fono gli autori,
oppu- re gli approvatoti neflì dell* opinione probabile nelle cofe Morali,
ammet- tendola per lo parere di due, ed an- che alle volte d’un folo Teologo,
dot- to, e dabbene ; perchè nella Èilofofia non ammettono ugualmente la proba-
bilità per tanti, e tanti gravifiimi au- - tori, e Teologi, e fanti Padri
medesimi, dove ancora vi è la libertà di file* fofare, fecondo Ariftotele
fteffo ? Per- chè concedere la probabilità nelle co- fe Morali, e poi nelle
Fifiche negarla? Perchè amettere la probabilità in quel- le co fe, che
riguardano i precetti del Decalogo, e di Cri Ilo, e poi contrad- dirla nelle
Filofofie, così incerte, e dubbiofe? Perchè approvar, per co- sì dire, la
libertà di teologare, e poi oppugnare la libertà nel filofofare ? In- trodurre
il probabile nelle cofe fpiri- tuali, l’improbabile nelle feienze uma- ne :
magnifiche opinioni nel mefiiere dell’ anima, Gretti cancelli nell* ope-
razioni dell’intelletto, argomenti nel- la Morale, freno agl’ingegni : fetenza
nelle confcienze, confidenza nelle fet- enze : ed in un motto, Accademici nella
^Teologia, Dogmatici nelle Filo- fofie : Filofofi nella Teologia, e nella
Filosofia Teologi? Di qui neceffariamente nefegueper forza de’ loro argomenti
medefimi, o che neghino affatto la probabilità nelle co fé Morali, o
feguitandola, la con- fe(fino .lunga certamente s’ in- gannerebbe, perocché
eflendo.fi dopo tante fette fcòvérro, -nuove' delle, nuo- vi pianeti, ed altri
fenomeni,: e tane* altre cofe, e quali :un nuovo Mondo * par eh’ egli era
d’uopo di nuova Filo- fofia per inveli igarle, non badando 1* antiche, per le
quali torno 3 dire con Seneca dedo, Multum adhuc re fìat 0- - perii, multumque
refìabit ; nec ulti noi to pofl mille facula pracludetur oc c a fio aliquid
adbuc adjiciendi . E altrove c Veniet tempus i quo po/leri nojìri tam a+ perta
noi nefcìffe mirentur . Plotino predo Teodoreto così : Multa, qua nobis 'ohm
latebant, ipfa die i invenie tJ Ed il Poeta: • v . Multa dies 9 tabilii avi f 4
k • • Rettulit in melius 0 t t E
noi fopravanzando in due mila anni d’ efperienza, fiam piuttofto fuperiori . .
Indi Cicerone tteflò fin da* Tuoi tempi vantava d* efferfi la fua etàl.u-
gualmente fatta fuperiore nell’ arti, e nelle» feienze, perchè più finamente
refe migliori, e perfette, come ugual- mente de’fuoi tempi affermò Tacito .•
Nec omnia apud priores meliora, fed nojira quoque atas multa laudit > . et
art tu m imìtanda pofleris . £ che i Mo- derni abbiano trapaflato, e fopraftat-
to gli Antichi > egli è chiaro per tanti G 3 fpevariufque lai or ma- I
sperimenti, e. nuovi inftrumenti per elfi fatti nelle celebri Accademie di
Firenze, della Fraocia, della Germa- nia, dell’Inghilterra, di Lipfia, ed al-
trove ; come ancora per molti libri ciò fi comprova,• e particolarmente per
quelli delPerhault nel paragone tragli Antichi, e i Moderni; e di Rapini nella
comparazione de’ medefimi %, i « V * dottilfimi in vero, ed eloquenti Ili mi
fcrittori . Quelle fono le parole del me* defimo P’ Malebranche : Si quis Ari-
jìoteiem, et Platonem taf allibite s fui ([e crederet, tum ih folis dumtaxat
intei « ligendis merito • forte incumberet, [ed quii id credat, cui faltem mens
jana fuerit ? quin ratio noe monet ìpfos no- vi s Pbilofopbis inferiore s effe,
quippe bis mille annorum, quo tempori s fpatio silos Pbilofophos fuperamus,
experien- ti a nos efficere debuit pe/tticres . E più nobilmente da Renato
{ledo in quella maniera : Non eft quod anti- quis multum. tribuamus propter
antiqui- tatem, (ed nos potius jis antìquiores dicendi ; jam en'rn fenior e fi
mundus t quatti tutte » major emque babemus rerum experientiam . Il che fu
detto fi foll- mente prima da Poflevini dottillimo, ed eruditismo Gefuita -
\Quamobrem fi diutius vtxijjet Anftotekt, vel fi jam revwifceret pofl tot
fxcttla » quibtts ali £ res innumera t ac propemodum alter orbis emerfit, mul-
ta effet correSìurus, quia contraria not experimur . Ed anche fulle feene dal
latiniStno Comico . • r- I Res y tetas, ufus » aliqtiid adportet novi y Aliquid
admoneat, ut qu quos varia de parte Ventai éff anditi- non cernant,
propte>ea quod uni fefe Arinoteli non dediderunt fnodo y fed adeo
devoverunt, ut fi fue - rit opus, prò dogmatibus ejus tuendit in fierrum,
fiammamque ruaUt;' in cu - jus Pbilofopbia fi quafdam opinione s pra- va! conce
perù ut $ ut iffum, fi furgeret e a defiomacbaturum putem &c. -E vicn
confermato ancora dal medesimo So- rel, così dicendo .* Noi ci' prete jìia- mo
di voler men male ad Arinote- le, che agli 'Arifiot elici . ; JZjfi fono
guelfi, che ofiinatamente #* oppongono a cofe > ch’egli, fe vive (fé
riceverebbe con piacere, per far profitto de' nuovi lumi, che ai .Mondo
comparir vedreb- be. Lamentandoli ancora il medesimo Malebranche, che li ut
piar imam, qui adverfus quafdam Pbilofopbia veri - ’tates : ree e ns ‘
compertas pertinacia s ob- firepunt, quibufdam innovatìonibus in Tbeologia
detefiandis, pertinacia! a db at- tere 1 et indulgere videntur-. Quando i fe-
Digltized by Google iò 5 i feguaci fteflì d” Ariftotel®, Ammonio dico e
Simplicio: antichissimi autori, avvertirono non dover effere gl» Interpetri
^cogì attaccati a’fentimenti delmedefimò» cornei ex tripode pro- nunziati, e
tanto meno, come fetta- rj fcguirgti . Ammonio così: Horum . vero explanatcr
debet ; neque per bene - volentiam afiruere conari ea, qua per - per am funt
ditta, ac velati a tripode ea recipere t fed fuum ìpftus adferre dicium .
Simplicio in quell’ altra ma- niera : Dignum autem Ariftotelicorum fcriptorum
expofetorem oportet, non ef- fe vacuum undequaque magnitudine il- lius mentis .
Oportet quoque judicium babere fwcerum^ jut neque ea, que re- tte ditta funt,
malo more fufcipiendo, invalida ofiendat, neque ft quid ani- madverftone
indigeat, omni contentane inculpabilia moneret, velati in Pbilofo- pbi fettam
fe fe infcripfe/tt • Anzi infra i Giureconfulti ancora, i quali a guifa di
Filofofanti fi divife- ro ugualmente in fette, chiamandole Tul- v ioS Tullio
Famtlias diffentìentet ; legge fi, ch’eglino non erano cosi pertinaci in
feguire le loro fette, che liberamen- te non dicefiero i loro proprj lenti-
menti, ed alle volte a quei della con- traria fcuola non aderifiero, come fi
vede praticato tra Capitone, e La- beone > i quali furono i primi fetta-
tori affatto contrari fotto Auguflo,* e fotto Vefpafiano, ancorché vi folle
quella de' Proculejani, e Pegafiani, e l’altra de’Sabiniani, e Caffiani, af-
fai più contrarie fra efiò loro, perchè quei 1’ Aritmetica proporzione, e quc-
fti la Geometrica feguitavano, gli uni Stoici, e gli altri Accademici elfendo;
nulladimeno fu riguardevole la loro modeflia in non aderire tanto fervil-
jnente alle loro famiglie, che volle la loro modejflia avellerò apportato freno
alla libertà delle loro opinioni. Matiifejia futi, et confpicua vtterum
Jurifconfultorum mode fi a y quod non ita nec certa alicujus feSìa opinionibus,
nec futi quoque peculiaribus fententiis inh il quale ragionando di Cello;
contrario alla fetta di Jabo* leno, fotto Adriano e Antonino Pio f così
loggiunge : Et fané videtur bh Celfus non adeo partium fiudiis addiSlut fuiffe
; • quintino Uberrima voluntate in utraque verfatut barefi, et qua ( ibi ad
palatum fuere, nullo babito feSìa fua refpetlu [elegiffe . E in ritornando al
medefimo Arinotele, leggeli nell’ O- pere di effo lui, ch’egli non prelume- va
tanto di fe, che altri onninamen- tefeguitar lo doveffe. Nec alìud ( dif- fe un
autore ) noi docet Arìftoteles * quam quod etiam docuerat Plato : ni» mirum fe
ipfum refutare. Dicendo dife quello medelimo autore. Omne equidem genus
Pbilofopbia peragravi, nulli acqui e f- co, et quamvis ex pr : mis fludkrum
rudimen- ti!, Peripatetici, Stoici, aut Ac aderitici audivimus, pofiremotamen
fapientijjimum quem- IO? f uemque Scepticam faSlum, tanquam ffanum aliquem in
fetenti* campii in - gredientem video . E chi fece la nota al libro del
fuddetto autore, foggiun- fe : Plato docuit Veritatem omnibus re* bus effe
anteponendam . Male ergo fibi confulunt, qui veterum, a ut Arijlote - ìis placitis
ita ob finate inbarent, ut tnalint cum illis . Uro Lionardo da Capua ne’ Tuoi
Pare * r», e nelle Mofetc, e di Redi . Il nobilissimo ritrovamento dell*
argento vivo ne* cannelli per la prova del vuoto del Torricelli, efaminata alla
lunga dal P. Bartoli Gefuita : de* Vortici del gran Renato ; e di tanti, e
tant* altri ritrovati del Verulamio, del Sorelli, del Keplero, del Gil- berto,
dello Steiliola, del Campanel- la, del Digby, del GaSTendi, del Boy- le, ed’
altri. Neil’ Algebra il Cardi- nal Slulio, che non ha rinvenuto col fuo libro
Mefolabium, e Ricci in quello De maximis, et mini- mii ? Nell’ Agronomia che
non hanno fcoverto i moderni ? dimostrando i Cieli edere fluidi, e non più orbi
So- lidi, come vollero gli antichi : i pia- neti Stimati prima fare i loro giri
in- ili >» torno alla terra, muoverli intorno al Sole; Venere mutar le lue
fall, o figure a gutfa di Luna : Mercurio, e Marte ancora far lo' Hello: Giove
« t edere circondato da quattro delle, chiamate Medicee, e Saturno da cin- que
altre, come ditte il Cattini .* ef- fer la Lunà un corpo di fùperficie di-
fuguale, e montuofa : ritrovarli nel-- la faccia del Sole molte macchie di'
difuguale grandezza, e di varia dura* zione, agli antichi affatto ignote; eia
qualità, e difpolizione delle Comete» e d’altri corpi celelti non intefe da A-
riftotele, ed ; inveftigàte da Ticone ; e da Galilei: la Zòna torrida ere- duta
inabitabile, etter abitabile, Antì- pode!, qui imaginarìì dicelantur, nunc rt-
vera effe t et alia f excent a, ditte il noftro Luca Tozzi nella fua Lezione: e
final- mente l’agghiacciamento de* liquori non etter condenfazione.ma
rarefazione contra Ariftotele:ne’gravi cadenti accelerar- fi il moto fecondo i
numeri fpari, ed ef- fer il tempo radice quadrata dello fpazio de- r I « ì * Jt
# Ir I t IM ' '#1 J ij V I 1:i r 11. ' avverandófi quello, che dagli antichi
(ledi fu pre- detto, e fi confeda da Cicerone anc'o^ ra : O pintori um commenta
delet dies 't natura judicia confrmat . E però egli è vero, che quella
Filofofia d’ Ari- notele dagli Àriftotelici (ledi non è altrimenti commendata,
così dicendo 1 il ; medefimo P. • Podevini i' Deiride monjìrandum ( id quod
etiam tritura ejì apud omnet Ariflotelicos ) nidiata- e!}e in Arifìotelis
libris fcientificam de- fnonftrationem qua ' perfedìiffma fit y et omnibus
numeris abfoluta' it agite nàti effe ipfius doSlrinam inconcuffam . La quale ha
avuto- tanta varietà, ed incodanza di fortuna, óra 5 abbrac- ciandofi, ora
rifiutandoli > che nul- la più, dome fi può- leggere Irt quel libro di
Giovanni Launoi ^ quin- di in fimil calo ebbe a dire un au- tore Francefe : In
effetto fi vede 1 '; che la fortuna ugualmente efercita il fuo capricciofo
impero . fopra 1‘ opinio- ni, che jopr a /’ altre coje umane ; . H ma ma. non
già fopra ìe mentì purìffime, e tétte de’ Tanti Padri, da* quali lem* pre è
(lata bìafi mata, come nociva al* la noftra religione, e proibita da’ Sommi
Pontefici, e da* Concili ltefli, com* è detto, e da quello Lateran eTe nella
Seflìone ottava affatto vietato da infegnarfi piu nelle Scuole, come rap- porta
il Campanella, e Neri nel libro, detto Setta Pbilo - fopbica, dicendo quefti ;
Pracepit Con- ciliarti Scbolajiìcìs in Pbilojopbia drijlo- telila non immorari,
quoniam babet ra- dica infetta!. ' J i ., Ma Te, come poco dianzi io dilli, fra
tanti Filofofì, i prìncipi di Rena* to fono piìi conformi alla nollra reli-
gione, chi non dirà, che colf ui, più che Ariftoteie .feguìr li debba ?
Perocché chiunque hlofofar voleffe fra noi Cri- lliani co* medelimi principi di
Renato, li uniformerebbe Co’ fentimenti d’A- goftino il. Santo, da cui o
avvertito Renato, o Renato col proprio fpirito cristiano, e filofofico
meditandogli, US gli ha pubblicati, e dirteli. Parole del Santo, nella Città di
Dio, fecondo i documenti -del quale compofe il fuo Cftema Renato : Quìcumque
igitur Pbi- lofophi de -Dea fummo > et vero ifìa jen- jerunt y quod et rerum
creatarum fit ejfefior y et lumen cognofcendarum, et borni m agendarum » quod
ab ilio nobis ftt et princtpium'- natura meritar doZìrin# * et felicita s
vitee, five Pla- tonici accomoda tius numupentur ? fi ve quodlibet aliud fu a
feti a. nomea impo * nani ; five itant ammodo J onici generiti- qui in eit
precipui -fuerunt, ifìa jenfe - rinty ficut idem Plato, et qui eum be- ne
intellexerunt : five etiam Italici prò- pter Pytbagoram, &• Pytbagoreos, et
fi qui -forte alii: ejufdem Pententi# in ìd idem fuerunt : -.five -. aliar um
quoque gen- tium, qui f apiente t y vel Pbilojopbi ba li, Hi f pani., alìique
reperiuntur, qui boQ viderint., ac docuerint ; eos amnes. ceterii' anteponimi
•;» eofque nobis . prò -tV* H 2 fin - x 1 6 pìnquiores fatemsir . Chi filofofa
f vo- lt fle co’principj diRenatofi unifor- merebbe con S. Gregorio Nifleno,
di- cendo egli nella narrazione della vira di Moisè : Si immortalerà effe
animarti Pbilofopbus perbibet tic, et Deum effe non negat, - creatoremque
omnium, d quo curiti a depende nt, et vere adfeve - rat, ac rationibus quantum
fieri potè fi, demonftrat ; propìtius nobis Dei angelus fiet. Quella adunque è
la Filofofia ve- ramente Criftiana, e non altrimente Pagana, come quella d’
.Arinotele Quella è la '. Filofofia veramente cat- ' tolica, fecondo gli
avvertimenti de’santi Padri. Quella è quella Filofofia di Rena- to, il quale
fdegnando di vedere piò- involte, e deturpate le fcuole Criftia- ne nelle
Filofofiede’ gentili, meditò, e diltefe una Filofofia affatto lontana dal
Paganefimo, conformandola, alla, noffra fanta religione, alla quale pa- reagli,
che folo mancafle,* per laper • egli molto bene, che Definitisi! erat - - i Pia
- » r «7 Plato J et Arinotele }, po/l mortem Cbri - fii, et eo rum I afte atta
in Ecclefta pro> nibilo' babetur, come il dottiflìmo Re- my l’Arcirefcovo di
Lione, re l’ avea infegnato colla fentenza fuddetta; de- liri dimando le
Filosofie d’ ambedue il piiflimo. Prudenzio, in quella ma-: niera dicendo .,t
Confale barbati delir amenta Pia - >tonis .« Confale » et birce fot Cynicos
> quos • fomniat, Ó* quos Texit Arijloteles torta vertigine, -nv- nervotv •
Quella .è quella Filofofìa di Renato il quale confederando, che tutta la
Filofofìa Agoflino il Santo diftinfe in due foli principi, che fo- no 1*
immortalità dell’anima, accioc- ché noi ftelfi riconofciamo ; e 1’ efi- lienza
diDio» acciocché riconofciamo la noftra origine . Pbilojopbi# duplex guaflio e
fi, una de Anima > altera de Deo . Prima ejficit y ut'nofmet ipfot nove
rimas : altera originerà noflram ; H 3 fon- ri8 fondò i principi dei fuo
fi'lofo/are fu quefte eterne,. ed infallibili verità., v ; Quella è; quella
Filofofia di Rena-, to, la quale non folo, come didi, fu > lodata da tanti e
tanti Relig'tofi, ed uomini di fantiffima vira,. -ma fpecial- mente dal P.
Merfcnni, intendentifli- xno delle Matematiche, e 'Teologiche fcienze, così
dicendo in un' Epiflola : Son refiato forprefo, che .un -uomo, il quale non ha
fluitato in Teologia, ab - ha rifpofio sì fondatamente / opra punti import
antijfimi della noftra religione . lo l'ho trovato così uniforme- collo,
fpirito, e dottrina dì Sant' Ago fino., che. offerì vo quaft le cofe.. medeftme
negli .ferii ti dell'uno, e dell altro . E più oltre così : Lo . fpirito di
Monsu Defcartes infptra Soavemente l' amor di Dio, di modo che non pojfo
perfuadermi, che la Filofofia di lui non fta, per Aornare in bene, e in
ornamento dell a.. ver a re - ligione . Ed in un’ altra Lettera., che fi legge
registrata nel primo Tomo della Geometria . del medefimo P. Merferini, cosi
feri ve à Retiatd fteffiò:' Quibus omnibus, cum a udì am Pbyfii cam illam 'ab
eruditi: viri: adeo exo- ptatam, prope dieta edìturum, qud longe perfeSfius cum
dofir# fdei myftfr riis conveniat > omnium catbolicoriim nomine iibì
maxima:,qua: poffum, gratids b’abtó > qui non folum Pbilofp- pbicis » fed'
edam Tbeologicìf verltatV bus tam feliciter patrocinarli V ’ ', . Quella è
quella Fflofófia di Ruba- to, alla quale diedeiJtìtolo Moiìsù Parlier Antiqua'
fide:, Tbeologia no? va perchè Vincenzo Lirinefe dicea, Ecclefiam non dovere
nova, fed nove \ Sòltenendó egli, che i principi di Renato sono più acconci
> ed oppdrtuni di quelli, onde fi fervono' volgarmén- te gli altri, in
ifpiegando ì mifteij della nolfra religióne -, ‘ e :che non "vi fia cofa
nella fua Filófofià > che non s’accord» co* principi della hofira Chie- fa
cattolica, così il detto Parlier at- teftando ; Ma egli ba fatto altresì ve-
dere t non avervi altra Filo fifa,~che d H 4 me- 1 t V !, .1 b* H*’ •h »• .t no
meglio della fu a j* accordi co’.prinìcpj della fede della Cbiefa: .Quella è
quella Filofofia di Renato, della quale il profondo, ed acu- tilfimo ingegno 4*
Monfignor Caramu* .cle ne diede il giudizio ., e prefagio infieme, dicendo.,
che 1' opinioni di Renato faranno un giorno comuni . ed univerfalmente
ricevuta, toltene però alcune pochiflìme cofe, copie ri* ferifle llaut I pj;e G
della vita del medefi- mo . • Monfignor \ Caramuele ba predetto, che l opinioni
del • DejcarW,. diverrei » « Li V. • • »
»* A'i . botto un.', giorno affatto comuni t e fareb» fono univer/aìmente
ricevute ., rr»r alcune poche . E con ciò verificandoli 1* altro prefagio
d’Alefiandro Taf- fone, intorno ad Arinotele Iteflò, di- cendo cosi; i L‘
opinioni d* ziri fot ile, le quali innanzi (e vittorie di Siila non erano
introdotte, nè conofciute in Italia, potrebbe venir tempo, che non oftante /’
ofiin anione degl ’ idolatri di quel Filofofo, fi vedranno f cartate, * . / r Quella
è quella Filofofia di Renato la V ' Cattolica religioni* profefftone
perfeverans y me prafente, et exbortante, mortem cum vita commu- tanti, Cbrifti
Salvator» redemtionem petit ur us . In ipforum fidem coram Dee tejìimonium
perbibens, prafentem Aflum fubftgnavi in Conventu SanEìi Augufli - ni de Urbe r
Rom* t die nona Ma ìì . Que- o pur per geiofia di gloria» da cui vien tócca, e
facilmente turbata la Repubblica de’ Letterati . E fe in alcune cofc la Tan- ta
.Sede-ha voluto, che refii donec cpYrigatur, potrebbe alla fine la San- tità'
Vostra purgandola, fedare tan- te liti, e difpute, ancorché il contra-, rio
malamente pretenda, e con danna- bile temerità la famiglia d’ alcuni Re.
ligiofi, Solo per mantenere odi nata- mente le loro opinioni nelle loro Filo-
fofie, come vien riferito dal P. Gre- gorio di Valenza, dal Vefcovo Fra
Melchior Cano, e da altri . Ma refiino pur nelle, fcuole que- lli, e sì fatti
argomenti, e ragioni intorno alla varietà delle Filofofie, e Vostra Santità* a
cui s’appartie- ne di fiabilirne la verità./ perocché non **$ non ceffan mai
tali contefe ; concor. dandoci piuttofto, come Seneca ditte» la divertirà degli
orologi ne’ momenti» che de’filofofànti le fcuole,e partico- larmente tanto più
fiere, quantochè fono d’ ingegno ; ond’ ebbe a dire uni certo autore: Citiut in
gratiam, pojt mutuai cladei ingerita redeunt 'regei- »' quam partium fìudio
infiammati pkilo- fopbi . Vnaqueque enim feda ( Lattanzio ditte-) omnei aitai-
evertit, ut fe j fitaque confrmet, nec ulti - alteri fapere conce dit, ne fe
dèfipere fateatur . Ita ut ( foggiunfe Eufebio non lingua, et calamo foltim,
verum etiam manibui pralium -geratur . E sì fiottili ? e facili in rifutando
beifando 1* una 1’ altra, com’; egli’ è più agevole il riprendere, .che 1*
insegnare; il convincere la bugia, che ritrovare la verità E. in vero che ha
che fare la Filofofia u— mana colla - ' celefte, eh’ è • la reli- gione, così
appellandola Crifnftomo in più luoghi ? Religio Cbrijìiana vera » et caelejlìs
Pbilofopbia eft . Che hi che fare la Filofofia umana > o fia l’an- tica, o fia
la moderna colla fede, quan- do non v,’è altra Filofofia più vera, che la
dottrina della Chiefa ?• Hanc ipfam folata comperi efse ver am, atque utilem
Pbilofopbiam .» di/Te Giudino . C fe al- cuna cofa di vero avellerò detto i Fi-
Iqfofi, come ingiudi pofleflòri di quel- la-rgli riprende Agodino . Si qua Pbi-
lofopbi vera dix/rqnt, ab eis effe tan- quam injufiis poffefforibus vindicanda
. E però 1* Apodolo delle genti, fopra ognaltra cofa efprelfamente comandò:
Captare intelleRum in obfequium jidei noe debere qua rat ione demon - firari
nequeunt . Conciolfiecofachè la nodra fede derivi da principi altiflìmi, e
fopraqnaturali . Che ha che fare la ragione umana colla Teologia ftelfa ?
Qjtemadmodum enim ( dice il Ver u la- mio ) Tbeologiam in Pbilofopbia qua* rere
per inde e fi, ac fi viver quarat inter mortuos, ita contra Pbilofopbiam in
Tbeologia quarert aliud non e fi V quarti mortuos quarere inter v'tvos .
Oltreché la Filofofia egli è ancella, e ferva della Teologia medefìma la quale,
come regina, delle fcienze, tragge dietro di fe incatenate tutte 1* altre
facoltà > e difcipline umane ; la. qual cofa in piìi luoghi vien detta da S.
Gio Grifo domo. Ex Pbilofopbia res divinar intelligere velie, e fi candent.
ferrant i, non forcipe yf ed digito contee Slare . Lo fteffo in quelF altro
modo. Nihil commune habet humana ratio collata in divinis; ideoque blasphemia I
1 '4 *# fu' condannata per comune parere de’ mede li mi Arillotelici, • a
tellimonianza del, !*. PolTevini di fopra lodato ; ardirono di dire quella
eflere la vera -, quella elTere la più certa, quando mon effer- vi niente di
vero, e di certo nelle Fi* lofofie, Porfirio dilTe : Nulium effe in Pbilofopbia
locum non dubitabìlem . Lo Hello altrove : De rebus Pbilofopbia multa diSla
effe a Gradi, veruni ex conjeSìura . Quindi è, che.Adexerci- t attorie m
ingenti Pbilofopbias > effe inven- tar,-Seneca manifellò . £d altrove co- sì
: Pbilofopbias ft elegantias, et argu- tias dixero, reSìe cenfeam appella fj e
. Anzi dalle ciance, e favole de’ Poeti } efler quelle originate arrelìa
PlutarcOi Omnes videlicet P biìofopborum feSlas ab fìomero originerà fumfiffe .
lpfeque Art - fioteles fatetur Pbilefopbos natura Pbi - lotnytbos, hoc efi
fabularum fludtojos --J li* effe. De’ quali per li loro fogni, e fe- gni dati
alle delle, diffe Manilio Fit totum fabula Coslum. Vuole però Macrobio che Nec
omni- bus f abititi Pb lo jopbia repugnai, nec o- mnibus acquìi'fcit . E San r
’ Epifanio fpezialmenre chiamò' la Filofofia d’AriItocele quoddam fabulamentum
. Leg- gendoli preìfo Varrone' ancora : Porre- mo nemo agrotus quidquam
(orrtniat tam ìnfandum, quod non alìquis dìcat Pbi - Jofopbus . E predo
Cicerone lo (ledo: Nefcto quomedo nibil tam abfurdi dici potelì, quod non
dicatur ab aliquo Pbi - lofopbo . E parlando della barbarica Filofofìa Clemente
1’Aledandrino cosi ne lafciò fcrirto: Quod hi novi Pbilo • fopbi apud Gr
fecondo il Paflavanti, diconfot- tigliezze, e noviradi, e varie Filofo- fie con
parole miftiche, e figurate, che nulla conchiudono, come di Por. firio
l’Ariftotelico, tanto nemico de* Crittiani, e della Criftiana dottrina cantò il
Petrarca: Pot firio y .cbe d'acuti, fillogifmi Empiè la dialettica faretra,
Facendo contea s / vero arme i fo- fifmi. Dicendo fimilmente il Petito, eh’ e-
glino (ledi non intendono quello, che dicono, e tantomeno gli uditori. Non ìntellìgunt
neque, qua loquuntur, ne- que de quibus affirmant . Il,he fece dire al Verularmo : Habet
hoc ìnge - nìum bumanum, ut cum ad folida non fuffeccrìt, in futihbus atteratur
. Po- co o nulla badando, quando fentono altrimeore parlare nella Teologia
dell' Evangelio, de’ Padri, de’ Concilj Aedi, come n’avvifa il P. Malebran- che
. Nejcio tamen qua mentis per- turbatione nonnulli eferantur, fi ali- ter quam
Arijìoteles, pbilofopbari a si- de as, dum parum curant, an in re- bus T beolcgicis
ab Evangelio Patribus t et Concilìis non difeedas . Il che fu detto primamente
da Monlignor Ciam- poli, chiamandogli in primo luogo ambizioni di parere più
Peripateti- ci, che Cattolici, poi fclamò; Che perversione di gìudicio è
quefia, volere f .Il f f ! i fk •,j t| Sì Ir introdurre una religione più
fedele ad Arijlotele, che a Dio ? E quel eh’ è di maraviglia, proccurano
coltoro ('dice l’autore de’ cinque Dialoghi ) Di jof- fogare tutte l' altre
fette nella maniera dagli Ottomani ujata, i quali non la- j ciano vivere alcuno
de’ fuoi fratelli, per ijlabilire sì magi fralmente i loro do- gmi in tutte le
fctiole Crìfiane . Come riferifee d’ Arinotele fteflo il Verula- mio.
Arifìoteles more Otbomanorum re- gnare jebaud tutopoffe putaret, nifi fra - tres
fuos omnes trucidaret . Credendo ancora di ritrovar in quello loro mae* Aro la
falute, e di Ilare con elfo lui sì llrettamente attaccati, come ad un fallo, ad
uno fccglio, qualìchè foffe- ro buttati da una tempella per fuggi, re il
naufragio . E così appiccati, ed ubbidienti, dice un altro autore alla
Filofofia del medefimo, che fembra lor commettere un delitto di fellonia il
partirli un menomo punto da lui, in modo che non dicefi Peripatetico chiunque
in tutto non s’ abbandona a’ fen. feriti menti del medefimo. Eaàem mente dice
il medefimo Malebranche in un altro luogo Philosophia ista discenda eji, qua
leguntur bì fiori ; fi enìm eo licentia deveniat ut ratióne et mente tua Utaris
> ..nonefi quoà fpe- res te evafurum effe in magnum Philo- fopbum : oportet
enim difcipulum ere. dere > £ il giudiciofiflìmo Sorel di fo- pra lodato, in
quell’ altra maniera .* Jntantb quefii ciechi volontari ar di) co- no di
pubblicare, che non bi fogna Sof- frire alcuna innovazione nè' riformazione
nelle .fetenze ; benché quefio fi a il. filo piezzo per. renderle perfette . •
Ma. a chi creder affi; piuttofio, a degli f chiavi, e mercenari* che non. fanno
jemplicemente, che. difiribuire per gli feriti i t e per le loro lezioni la
dottrina, ch'eglino hanno tro- fvata negli,.fcr itti degli altri} E pi fi oltre
il medefimo Sorel così : Ci fino delle perfine così f empiici, che credono, che
non fi debba ; rivocar pili in dubbio quello, eh' è in Arjfiotele, che quello »
eh' è nell' Evangelio. Non mancandovi ancora degli altri, ì quali per difendere
cotefta lor Filo-, fofia fi danno alle maldicenze, ed alle fatire, poco
avvertendo non ef- fervi fatira maggiore > che quella della ragione llefla,
la quale rende bugiardo, ed ignorante colui, che vien convinto da fbrtifiimi
argomenti, facendo ingiuria ancora a tanti uomi- ni dabbene, e a tanti
Religiofi, co- me fono i Padri de’ Minimi, e i Padri dell’ Oratorio, ed i
migliori Gefuiti, eh han feguitato la Filo- fofia moderna, e foraftieri, e Ita-
liani, e in Bologna particolarmente, dov* è Campata la Filofofia moder- na,
fotto nome Burgundi a, infegna- ta pubblicamente a tempo, che Vostra Santità’
era ivi Legaro . E perciò coftui in quella maniera vien riprefo da Sant*
Agoftino : Illius [cri- pta fumma funt, et au fioritale dignif- ftma, qui nuìlum
verbum, quod revo- care deber et omifit . Hoc quifquis non efi adjequutus
fecundas babeat partes modeftU, quia primas non potuti ba- lere Capti nti et
catbedrar primas ambiente s ; in quello modo con in- crepazione favella : A deo
nimirum altercando • non modo verità f arnitti- tur, jed caritas exjìinguitur,
et dif- pntandi modum majorum exemplo tan- tum agreffos, nulla modeftia repagu-
la cohibent ; ; Onde Luca Holftenio eruditilfimo Bibliotecario, -dolendoli
della difunione della Chiefa Orien- tale, ed Occidentale ebbe a- di- re :
LuEluofum fcbtfma Orienti!, et Occidenti s Ecclefias divìdens induxit dijput
aridi pruritus, omnia in quafito- nem, et controverfiam > • poftb abita
cantate, adducens ; nulla venta » ' tis cura, fed uno vincendi ftudio ; .e a
confuet udine, vel opinione aliis legern fr^jcribens » et quod • mife- ra, * 3
$ ra j ó* afflìtta fortuna duri (firn atto ha- hjet, é? iniquijfmum efi, qttod
ir, fugati- ti um ludibriis impune pateat -, Dicendo un altro autore : Jd nec
Pbìkfophum, multo minus Cbrijlianum decuiffe videtur. Nè qui termina la loro
baldanza, ar- rogandoli, ]a medelìma poteftà della SENTITA'- Vostra in
condannare quel- lo., che non mai ha condannato nè Vostra Santità’, nè altro
Pontefi- ce, dico, 1’, opinare nelle Filofofie, for- zando gl’ ingegni umani a
feguir folo ifentimenti d’un gentile. Peripatetico, e con noyp giogo privarli
di quella li- bertà, ch’.abbiamo per diritto di na- tura, e per legge d’ Iddio,
che ci ha Jafciato il liberamente penfarc e medi- tare :> il che è quali l’
unica, e fola ra. gione, colla quale provali, che l’uo- mo lia ragionevole, e
l’anima immor- tale . Quindi è, che prefe giufta oc- cafione Tommafo Moro (
alle di cui lodi ogni penna è ..vile per elTer egli chiari (fimo non meno nelle
lettere, che nella pietà Criftiana, per la quale *39 facrifìcò fa vita, c i
beni, e la fami- glia della ) di formare appodatamen- te una DilTertazione
intorno a que* Teologi di fuo tempo » dandole que- llo titolo : Differtatio
Epiftolica de a- lìquot fui tempori s Tbeologaftrorum ine • pt'jis ; non per
altro, fe non perchè quedi co* principi d’ Aridotele difen- dere voleano, o
piuttodo offen- dere la Teologia, • in quella ma- niera fgridandogli :
Quamobrem piane non video qu qui in fuo fterquilinio fuperbit > ac. extra
illa fepta fi panilo producatur longius » illico ignota rerum omnium facies,
tene- bras > ac vertiginem offundit . E più ol- tre il fuo dilcorfo feguendo
: Et mi- rum in modum verfa rerum vice contin- gity ut qui prius omnes fapie
ntia numeros in argumentoja loquacitate pofuerat > jam I fenex infantijfimus
omnibus rifui foret ~ nifi fluititi^ fu* fuperciliofum fuentium t fapientia
loco pratexeret ; imo potute hoc ipfo ridìculus, quod qui fuerat Stentore 'damo
fior, taciturnior pj[ce reddatur, et inter loquentes fedeat, v" * ' % Per
fon* muta > truncoque ftmìlli- tnus Herma. E Umilmente Gio. Gerfone il gran
Cancelliere della Chiefa, e dell’U* niverfità di Parigi, non potè atte- nerli
di non- querelarli ancor egli de* Teologi di fuo tempo, in que- lla maniera dicendo
: Cur appellati- tur Tbeologi nofìri tempori s fopbifl*, ut verbofi, imo et
pbantafiici, nifi quia r elidi is utilibus, intelligibilibus prò auditorum
qualìtate > transferunt fe ad nudam Logicam, vel Metaphy • ficam, etz/nw
Mathematica™ > ubi t et, quando non oportet, i». ten fionc formarum, nunc de
div'tfione continui, nunc detegendo fopbifmata Theologicis termini s adumbrata,
prioritates quafdam. in Divini!, mensuraf % ' durationes, injìantias SIGNA
natura, éf similia in medium adducentes, vera r et soli da essent, sicut non sunt,
ad subversiotiem tamen magie audientium, vel irriftonem, quam re Sì am fidei
adipe ationem proficiunt. Come eziandio de’filofofanti diiuO tempo il
giudiciofiflimo Niccola Leonico, {limato il più dotto delia sua età, nel dialogo,
a cui da il titolo di peripatetico, così lascia scritto: An non ego decem
integros annos, borum auditori a, ne die am ìufira, ad fidu a contrivi opera ?
om - nesque illorum ineptiat, et futile s co- ptionum tricas, ficcis, ut ajunt,
an* ribus ebibi ? anxie femper quteritans fi quid inde excerpere poffem, ne va-
cui s, quod dicunt, manibus et ofei- tans domum rtdirem . Verum, Dii immortale
s, quam rerum inanità - tem apud silos, quantam ? u ? r I y i r4.it: mìb't
magis fapere vifus fum, f »» quod cum Ulti de fi pere aliquando de (li- ti ; »
così egli' ragiona ? Quofdàm pbilofopbantium avibus fimiles vide ri, qui
levitate quadam, et ambi- tione ingenti e lati, alta petunt, et Phiftca fcrutantur
tantum : aliot cani- bit t, qui laniare, et vellicare avidi * foli Logica
adbarefcunt ut pelli, et in ea rixantur, et mentem ad ulteriora non mittunt.
Indi leggiamo predo Laerzio, che da Euclide fofle fiata no- mata la Logica
Rabiem difputandi : e leggiamo ancora che Arifione antichif- firno Filofofò
quelli tali Cum iis compa - rabat, quicancros comedunt . Nam prò- pter
exiguum alimentum circa crujìas, et teftat diu occupantur. Quindi Mario Nizolio, che fece un
Trattato de' veri principi, e del vero modo di filofofare, fi lamentò non po-
co di Leonico parimente, e di Pico, com’ eglino s’aveflero folamente rifen-
tiro degl’ Intepetri e non d' Arino- tele, origine, e caufadi tutti. i mali*
così dicendo: Hac quoque Jo Pieus Mi- randola co» tra barbato* Ariflotelis
Inter- prete conqueritur, et vere Me quidem t Jed quemadmodum Leonicus, non
cami- no jujìe, quia pratermittit eum, qui tan- forum illis errorym. c auffa
fuerat, boa eji Arijìo telem . Sed o Bice non re Sì e faci*, cum de foli s Ini
erpretibus Arifto- teli $ quereris, ipfum autem Ariflotelem, qui omnium malorum
cauffq, et origo f it- iti. » omittis ; dìcen* te perdidiffe meliores anno*,
tantafque vigilia apud Interprete Arinoteli, et nollens illud dicere quod erat
verius, eadem illa omnia te multo ante perdidiffe apud Ariftot.elem ; Per la
qual cofa pareagli, che miglio- re d’ ognaltro avefle fatto il Valla, che
lafciando gl’ Interpetri fi prele la briga in dar la colpa ad Ariftotele, co-
me vero autore, e primo fonte di tan- ti errori, e fallita, riprendendolo a-
pertilfimamente dov* egli andò errato. Maravigliandoli grandemente il mede-
fimo Nizolio ancora della barbarie del, lor favellare, Qui 5 e fi enim in
fcbolit ijiorum pbilofopbaflrorum tam parum ver* fatti s, qui non centies
audierit, potentia - Ut atei, quidditates . entitates, ecceitates,
univerfalitates, formalitates, materiali - tates, et alia Jexcenta hujufmodi
verbo - rum monfira, qua qui pattilo frequentiut ufurpant, ufquc adeo l^duntur,
et per • vert untar, ut neceffe ftt eos, non folum valde falli, et errare in
pbilojophando, fed etiam in loquendo, et fcrìbendo ve - hementer fadari, et
confpurcari . Come ugualmente molto fé ne querelò Apulejo per alcune novità di
parole a fuo tempo introdotte, le quali difle egli non fervire che all’ofcurità
delle cole. Datar venia novitati ve ri or um, rerum obfcuritatibus fervientibm
. E fi- nalmente cosi il medefimo Nizolio tutto il fuo difcorfo conchiufe:
Quibus ita monftratìs, ut tandem aliquando et Caput hoc pofìremum, et totum
bttnc Librum abfolvamus, ita concludi - K mus, X4$ tnuf, ut reììnquamus duo
memoria man» danda, et adfidtte diligenter cogitanda omnibus, r^iìte
pbilofopbari cupiunt, quorum unum e fi, Ubicumque, et quot» Cumque dialettici, metaphyscique
sunt, ibidem, et totidem effe capitales . veri i latti bofìes : alterum vero
Quandiu in fcboiii pbilofopborum regnabit, Ari fio - rrtex 7/te Dialetticus, Ó*
Metapbyftcus, fonditi in eis et falfitatem et barbari - fi» „ fi non lingua et
orit, at perocché la Pitagorica > nomavafi Italiana } ila Platonica per
efler egualmente Pitta* gorica non potea (limarli, anzi piut- tolto dottrina, e
Capienza > tche •Filo* fofia, come dipendente da quella de* gl’ebrei. Il portico
poi, il giardino, o (ìa Democritica riguarda più la Mo* tale, e il regolamento
de’coltumi .che altro. E quella d* Arinotele io 'fon per dire edere la medeiima
con quella d* A ree fila, (limata la più enorme ; per- chè quelli malamente (i
ferviva della Platonica, infegnatagli da Crantore Platonico t imbrattandola co*
(odimi di Diodorot (ottilifiuno dialettico, e col mutabile» e fuggitivo di
Pirrone acutiflìmo fillogilta. Indi egli è » che dicealì di lui » come narra
Plato > 'ex pojìerioribus Pyrrbo * ex mediti Diodo • rui ; E (eguitando
Eufebio (ledo » cosi parla di lui : H/c autem fubtìlìtch tibus-. Diodori, qui
actttui dìalefttcus erat, . et Pirrbonis ratiocinationibus Pia* tonte am
eloquentiam feedavit, et modo K a toc y «I * qua ! pria ! aflruxerat, confutare
. Erat igitur Hydra capita fap proprio enfe amputanti nec aliquìd habem utile
», nifi quod libenter > et audiretur, et videretur . E dell’ of- curità, e
ftrepiro di parole, di cui fon pieni i libri d’ Arinotele con ter- mini vaghi,
e generali, in modo che appena rinvenire fi poflan due, an- corché fuoi
feguaci, e Tettar j, che convenir fappiano in un medefimo sentimento; ecco
Malebranche come ne fa chiari/lima testimonianza: Quamvii cairn
Pbilofopbiipftus do Sì ria am fc docere adfeverent et autument, vìx tamen duo reperientur,
qui circa ejat fententiam inter fe conjentiant ; quanti, am revera /iriflotelis
libri adeo objcurl funt, totque fcatent termini t vagit et generalibui, ut
eorum opinione s, qunC ipft maxime adverfantut non fine verift- milìtudine
pojfìnt ipft trtbuì . In non- nulla illìus operibus quidlibet ipft adfcri- bere
lìcet, quia in ijs ntbil pene dicìt t quamvts multa magno (Irepitu deblate- ret
: quemadmodum pueri campwnas fo- ndu fuo quidlibet dicere fingunt, quia campana
ingentem edunt fonum, nec quicquam dicunt . ' \ Quindi non fenza roSTóre de’
me- desimi Ariftotelici Gio. Sculero nell’Orazione per cosi dire inaugurale,
eh’ ei fece intorno al riftauramer- to della Filofofia con quel principio-: i
diffe : Quid magli noxiura Cbrijlìanre }uventuti Cógitarì fot e fi, a tenerti
audire ? Quid periculoftus quarti tene* riniti eofum animiti > qui ad majo »
ra defìinantut, et qu bui > juo tempore > fine ReìpubVtca » fitte
Eoclefue ad L tninìfiratio committenda, talia, in fi ahi» lire, aperte Tbeologis
Cbriftian qui ex prafcripto propri t inftitu- tì \ five ex adfeSlu erga
praceptores. certi! opinionibui adharent, omnia fe- cundum illos dtjudicanl,
quacumque auEìor ìtale y et demonflratione po fi b abi- ta, ad eafdem trahentes
quidqutd au- diunt i qmdquid ìegunt . Il che fo al- mamente difpiacque ancora a
Rodol- fo Agricola, uno de’ primi - letterati del fecolo pattato, (*) che di
tanti FU lofofi 'dell’ antica età era folamente 4 ri- m 1, -»«,Cioè del fecolo
fedicefimo, mentre V. srive la sua lettera in punto: ma veramente Agricola non
tocca plinto il decin*ofefto secolo, pbiché nacque Tan- no *44 x.e mori, come
notò il Trite- mio • * v Ci u ir tì ì 1 f y v»A' r i I t I 'I Jil f :n ; -ib,
pra coftui muore T ultimo Audio de*, vecchi . ... Ecco le Aie parole ? Quid de
Ari ftotele die am ? hic gnìm prope* modum [ohi omnium prife a alati! Pbi-
ìojopborum permanfit in manibui : hunc [ohm, -, qui \ Pbilojopbite,
defìinantur, attìngunt : hunc .primum pueri difeunt buie ultimum jenum jl uditi
m immori - tur : hunc artet omnei, omnia fiu* diorum genera terunt, trahunt,,
dif* cerptmt . Ma non già dopo che il Cartello aprì, il vero fentiero al mi-
gliore, e più certo modo di filofo* fare;, che ad un Criftiano convenga*. Come
ugualmente tutto ciò fu con» fiderato dal dottilfimo Vanhelmon- zio, dicendo ;
Jndignor et merito » quod ScboU •• Pbilofopbia ethnica ado » lefcentet male
ìmbuant . Lamentan- doli egli fra 1* altre cofe, non ben convenire la
definizione pi che Ari* Itotele diede all* uomo chiamando- lo Animai ' Rat
tonale ; non avendo egli conofciuto la Tua creazione > nè T effetto d’ ella
; e perciò 1, dice il fud« detto autore malamente fervirfène le fcuole
Criftiane Vituperai am ìtaqttc definitìonem exìfiimo t qua homo Ani * mal rat
tonale, vel e a effenti ee defcrì- ptione depìngitur . Siquidem ex ulti • mato
fine dejìinationum . proprietatibus in creando - dejiniendut erat, fi .finii
fit cauffarum prima ex Arinotele . Qua- propter nec hominii de fini fio e fonte
Pagani f mi mendicanda erat ì qui ere* ationem, ejufque fines piane ignora*
vit, Così egli defìniendolo ; Homo ergo eft creatura vivent in corpore • per. a
rum am immortalem oh honorem Dei * fecundum lumen » &: ad tmaginem Ver- bi
. Quando Arinotele -diede una definizione all* uomo che nulla va-» le » - non
'Vedendoli in quella nè crea* tura di Dio, nè immortalità dell’anima, da ‘esso
lui affatto negata come Cerna verun dubbio l’ affettano Ciucino nella
Parerteli, Teodoreto nel Libro della natura dell* uomo, Gregorio Nifleno nel
Libro dell* Ani- ma Origene in più luoghi delle Tue Opere, Gregorio Nazianzeno
nella dif- puta contro Eunomio, il Cardinal Gaetano nel Trattato deli’ Anima,
Plutarco y Galeno, ed infiniti altri fcrittori profani . Per lo che non fen* za
ragione chia mai Io Tertu]]iano«?//é- to f dicendo nel Libro delle Ptefcrizio-
ni Miferum Arijlotelem ; foggiung; ndo, J Qui illis Diale Che am inHituit,
artifi - eem (Intendi, et defiruendi verfipellem t in fententiìs co a Cium, in
conjeCìurit nec t allietate Panos -, oec ar* tibusGracos, nec denique hoc ipfo
bu - jus' sentii, et terra domenica > . nativo • que - fenftt Jtalos iffoi
> et Latìnot $ fed pktate, ac religione, atque naiionel ’ que [uperavìmus .
• :i E finalmente eonofeendofi ancora dagli Ebrei, la Filofofia d’Arinotele ef-
li • è 1 f r f Ì-1 h È i l - i Ir À, • I f .» t •1 a # • i li I t5* eflere in
pregiu diciò della religione, fa. pubblicato decreto nel Sinedrio de- gli
Afrnonei ( come fi legge nell* irto- ria de’ loro tempi ) così dicendo .• Ma-
le diti us qui docet filium fuum Pbtlofo- pbiam G rac am . : Il che vien
riferito ancora da Arrigo Enefiio nel fuo Li- bro Vir fapiens . Quindi, non fia
ma- raviglia, quando leggiamo preffoCle- mente 1’ Aleflandrino, Grata itaque •
Pbilofopbia, ut alti volunt, a Diabo- lo mota e fi i Anzi i Giudei dopo la
venuta del noftro Salvatore, ancorché * empj, pur dannarono la Filofofìa d’A-
riftotele ; perocché avendo pubblicato il Re Moisè un Libro» a cui diede il
titolo 1 Mereh Nevekim, fu acculato, dagli altri Dottori d’aver corrotta la
loro religione » per aver in effo pur troppo mefcolata la Metafilica d’ Ari-
flotele, come narra il P. Si mone nel fupplemcnto al Libro delle cerimonie/ e
de’coftumi de’ Giudei di Leone Mo- dena .. Ed io in finendo dirò di lui con il
gran Pico della Mirandola ; Mali prtnctpiì finis masut . Da turco ciò, che fi è
fin qui rap* portato, potrà la Santità 1 V ostra pienamente avvifare quànto
fian da ri- prenderti co fi oro, ì quali ardi (cono di biafimare quefta
Filofofia, che mala- mente chiaman moderna, e nuova, e dannarla come
fcandalofa, e mala - r quando finora nè la Santità’ Vostra* nè gli altri
fantiflìmi Pontefici antecefi» fori hannola giammai penfiata con- dannare .
Anzi il contrario leggiamo riabilito dalla Santità d’Innocenzio XI» in una Bolla
; ciò egli è * che niuna. cola tra filofofanti, ed altri, che fico-
lafiicamente fi contende, giammai fi' danni o in difiputando* o fcrivendo, o in
pubblicando, che pria dalla Santa Romana Chiefia condannata non fia ; Ma quando
anche ciò non fofie, qual furore, o fpinto dii zelo ijpinge tant’oltre, cofioro
ad incagionar coma- rea e mala una Filofofia che ha per autori uomini
cattolici, dabbene, e di integrifiìma vita ; avendo per lo con* x$8 trario la
lor Filofofia per autori fio. mini gentili, e tra gentili i più per- vertì, e
federati ? Qual ila (iato già il lor Padre Arinotele, e di che coftumi
l’iftorie de* Greci, e de’Latini ne fan piena, ed affai- ampia tedimonianza ;
Quai fentimenti, e quanto perniziofi sì alle Repubbliche, sì alla j religione,
che a’Tuoi tempi lì tenea tra Greci, egli lanciato abbia a’ poderi la San-
tità' Vostra, rivolgendo l’occhio a quello, che per 1* autorità d’ infiniti
fanti Padri, e di molti altri autori pro- fani fi è riportato, porrà
benignamen- te giudicarlo., Non evvi Tanto Padre, che per otto e più - fecoli
riprefo -, e biafimato non l’abbia, nè mai leggia- mo, che alcuno l’abbia
feguito, o fia dato così dettamente legato alla di lui dottrina, come tuttavia
fon codo- ro. Dottrina veramente tre volte per- niziofiflìma, madre, e fonte di
tante e tante erefie + che per tanto tempo didurbarono. ed affliflero la
Chiefa, e di Crido la vede lacerarono. E fe: rifor- riforgefle il gran Bafilio,
quanti equa-' li de’ noftri tempi riprenderebbe più fortemente, che non fece ad
Eunomio^ ed agli Eunomiani- de’Tuoi tempi j t - quali giuravano Tulle parole
d’Arinotele, come full’Evangelo > e pofero in ifcompigtio la Chiefa d’
Oriente? Che diremo degli Atanasj, e degli A leffa n* dri Vefcovi d\
Aleffandria ? . Quanti Crilìiani taccierebbono d’ Arianifmo, yeggendogli così
attaccati ad Arinotele, onde Tempio Ario prefe Tarmi, e le faettc contro del
Verbo ? Non farei per mai finirla, fe voleffi addurre par* titamente tutte
Terefie, • che da’fegua* ci d’ Arinotele fono fiate indotte nell» Romana Chiefa
per tanti fecoli, e di giorno. in giorno van riforgendo. Baffi fol dire, che da
fei, o più. fecoli tutti gli errori fian venuti da oriondi per così dire, e
figliuoli del grande Aridetele ... i ' « Ma fliafì pur colla fua pace
Aridotele, con quella pace, che nel più cu- po dell’ Inferno, ov’egli
fea.giace, dar > fi può i6o fi può- Siali ' flato Arinotele non tan- to
federato ; anzi dirò più, fiati (tato uomo dabbene, avvegnaché gentile ei lì
(offe . Sianli Santi tutti gli Arifto- telici, i quali hanno avuto, ed hanno il
nome di Criltiano . Siali la lor dot- trina ottima-, e di niun pregiudicio j
non però avrà che far nulla colla no- Itra l’anta' religione nè di buono, nè di
malo . Siali io dico, e ridico la lor dottrina profittevole in ifpiegare gli
ar- cani della natura, la natura delle pian- te » degli animali, e che lo io ;
non dovran perciò biafimare tutte 1’ altre Filofofie, eh’ eglino non
profèlTano, quando quelle niuna cola infegnano, che contraria lia a’ buoni
collumi, alle leggi naturali, ed alle leggi del cristo, e della chiesa. Coloro,
che rin- novate l’hanno tutti fon già morti cat- tolici, ed in feno della
Chiefa, lenza veruno fofpetto, quantunque minimo d’erefia. E conceduto, che in
qual- che Libro d’ alcun Filofofo Criltiano vi folle qualche opinione »
chiaramente con- rii 'contraria alla verità della religione, fenza dubbio
'veruno toccherebbe alla Chiefa di condannarla . Potrebbe!! pe- rò ( parlo
pieno di rifpetto, e di zelo, con quella riverenza ed ubbidienza, che lì dee
alla Santità* Vostra, ed alla Santa Chiefa ) dìdimamente con- dannare quella
opinione eretica, ovvero fcandalofa > come fece per molte dichiarazioni
AlelTandro VII. ed altri Pontefici ; e non ributtarli tutto il cor- po d’un
libro, il quale lì compone d* infinite, e varie opinioni, delle quali la maggior
parte niuno attaccamento ha, ovvero dipendenza colla verità della fede. Così
leggiamo Origene, e Tertulliano lìcuramente, avvegnaché ambedue in molte co fe
lian traviati, come poco ollervanti della nollra reli. gione . Così leggiamo
ancora ' San Ci-' priano Martire, quantunque folle fia- to d'opinione, che i
battezzati dagli eretici lì doveflero ribattezzare ; laqua- le poi fu dannata
dalla Santa Chiefa' per mezzo d’ un Concilio come ancora tanti altri errori di
Lattanzio d’Arnobio e d’altri. Or fe ciò fia lecir- to nelle cofe di tanta
importanza » cioè nella Teologia, potrà ancora efler Tecito nelle Filosofie, le
quali van decorrendo femplicemente degli arcani della natura. Il filosofare,
Beatissimo Padre, fu Tempre mai, conforme s’è dimoftrato, libero, e permefiò a
chi che fia, purché contrario egli non fia alla religione > alle leggi umane
> ed a’ buo- ni coftumi. Non han cofa gli uomini» che fia più lontana e men
foggetta al- le poteftà terrene, che il loro Spirito. Nè v’ è cofa più
intollerabile, cl}e quando fi veggono rapire la libertà de* loro penfieri ;
perocché tanto è toglie- re la libertà del filosofare, quanto è togliere la
libertà dell’ opinare ftefTo, non effendo altro le filosofie che opi- nazioni
Quindi è, che coloro, i qua- li per dura legge delle genti fono schiavi delle
altrui volontà pur fi riman- gono liberi nelle loro opinioni, ed i lor padroni
> i quali han poteftà della lor vita, non poflòno difporre de’ loro li* beri
fentimenti . Solamente lo fpirita dell’ uomo a Dio è tenuto renderli avvinto,
elfendo egli folo la prima veri- tà per elfenza, la quale non può giam- mai nè
ingannarli, nè ingannare ; ed iòdi poi ancora la fua Chiefa > la quale ci
favella da fua parte, toccando a lei d’interpetrare gli oracoli, ed arca- ni di
Dio . Indi quella ubbidienza del- la nollra ragione libera all* autorità Divina
fu fempre giudicata da tutti la prima, e più grata vittima, che noi dobbiamo
offerire a Dio. Il facrifizio certamente non è egli fanguinofo, è ben però il
più pregiato, e caro ; perocché conduce gli fpiriti nollri, na- turalmente di
ripofo impazienti a sì felice fervi tù, principio » e mezzo d’ogni nollro bene,
e falute. Perchè li dee in ciò ufare grandilfima diligenza, nè legare sì
llrettamente quello nollro libero arbitrio in cofe, le quali poco, o nulla
montano ; perocché potreb- Lz beli befi temere di qualche rivolgimento, o per
così dire temerità dal vederli sì ftretto, e incatenato . Oltreché po- trebbeli
da ciò dar luogo di penfar malamente, che la noftra fede dipcn- deffe da’
principi delle Filofofie, e che la noftra religione » ed Arinotele fot fero sì
Erettamente uniti, e me (cola- ti, che 1' una fenza l’altro non polla da noi
crederli. Sarebbe ben tre volte incollante la noftra fede, fe ftabilita folle
fopra così balle, e poco (labili fondamenta, ed andalfe dietro a’fogni, ed alle
frafche de’ Filofofanti . La verità vien ricercata si dalla Filofofia,• ed è
Hata ricercata già per migliaia d’anni ; ma non giammai però è Hata ella
ritrovata ; perocché Iddio ha vo- luto lafciare il Mondo all’efercizio in-
nocente delle Filofolie, ed all’incerto inveftigamento delle cole naturali, e
però alle difpute . Mundum tradidit difputation'tbus eorum. Conforme anco- ra
va dimoftrando San Gregorio Nazianzeno in un difeorfo, ch’egli detta delle
dìfpute. La Teologia fola ha ri- trovata la verità, perch’ella fola s’ ag- gira
intorno alla vera luce, e prima 1 ferità, eh’ è Iddio, principio d’ ogni j
noftro fapere; onde gloriavafi 1’Apoflolo di non fapere altra cofe, che Critto
crocifitto. Quefla verità ritrovata nella teologia altri non poffede, che 1 la
noftra fanta religione, la quale quan- tunque contrattata, ed afflitta da tan- ti
e tanti tiranni, pur fempre mai vìttoriofa per tanti » e tanti fecoli ha
trionferò, e trionferà per fempre più gloriofa . Veritatem ( ditte un autore )
Pbilofopbia quper ciò fare ha volu- to fervirfi ; perocché verfando quefte
intorno ad una caufa, la quale al prefente fi può dir prelfochè comune, di
comune, ed univerlal difefa ancora elleno pedono molto acconciamente fervire.
Recando adunque le molte parole fue m una, quella nella foftanza fembra edere
fia- ta T idea di lui . Egli ha come in due parti divifa tutta la Lettera, in
una delle quali s* è ingegnato di biafimare, e deprimere il pia che ha potuto
Ariftotile; e nell’altra lodare, e portare alle ftelle Renato Defeartes. Egli
ha depredo Ariftotile, comparandolo prima- mente con Platone, e inoltrando, che
il principato tra i filolòfi è di quello fecondo; L 4 che da tutti i fanti
Padri molto è flato cele* brato: che la fua filofofìa è la più favorevo- le, ed
acconcia alla Chiefà cattolica ; e che quella d’ Ariftotile è la più contraria,
e pre- giudiziale . S’ e poi ingegnato di inoltrare, che Ariftotile è flato
1’origine di tutte l’eresie. eh’ è flato biafimato da tutti i fanti Pa- dri, e
finalmente tutto quello ha raccolto, che può fèrvire di biafimo, e di vitupero
di quello filolofo • Di qui è pallato a glorifica- re il Defcartes . Ha
mcftrato da quanti e quali uomini e fiata la lita filofofìa appro- vata, e
ricevuta : com’ ella s’ uniforma a’fen- timenti de’ fanti Padri : come ferve
molto per difi reggere l’erefie, e così fatte altre cofe af- fai. Onde porta
l’incertezza di tutte le filo- fofie per cagione del corto intendimento u*
mano, e porta Umilmente la libertà di giu- dicare, eh’ hanno gl’ intelletti
nelle materie fìlofcfiche y ha concitilo, ellère molto da riprovare Tattaccarfi
fidamente ad Ariftotile. C jntra il quale molte colè di nuovo adducendo, e
moltiflime altresì a favore di Renato, della filofofìa di cui teffe un lungo
panegiri- co ; finalmente conclude, effere forte da ri- prendere coloro, che
ardifeono biafimare la filofofìa moderna, la quale non fido al paro coll’
Ariftotelica può andare; ma in oltre ad erta dee ellère antiporta, come quella,
che dalla Platonica fi deriva, e per più altre lodi, ch’egli affai minutamente,
e a lungo ya numerando. Ora volendo (opra cosi fatta argomentazio- ne col
medefimo fine dell’autor fuo, cioè a prò della moderna filofòfia, alcuna colà
offervare; dico in prima, non effere molto da commendare Io ftabilire la difefa
di effe mo- derna filofòfia fopra la depreffione d’Ariftotile, e fopra la
deificazione, per dir così, di Renato delle Carte. Quantunque volte un
eccellente fcrittore ha occupato un poftocon- fiderabile nella repubblica delle
lettere, non manca mai la fazione di quelli, che Pefàltano, e di coloro, che lo
deprimono fuori del dovere . Vero è, che ci fono ancora difcreti eftimatori
delle cole, i quali il buono dal reo feparando, quel prudente mezzo eleggono
nel dar giudicio, che fecondo dirittura di ra* gione fi vuol tenere. Molti
efèmpj io potrei addurre per confermazione di ciò: ma perchè fopra Ariflotile
procede ilnoftro ragionamen- to, volentieri io non mi partirò da eflo. Per
efempio adunque de’ glorificatori affettati di quello filofofo fia Averroe, il
quale in que- llo modo lafciò fcritto di lui : j4riflotelir do Urina efl Stimma
Veritas, quoniam ejus inteilelhts fuit finis bumani intclleftus ; quare bene
dicitur de ilio, quod ipfe fnit creatus, et da tus nobis divina providentia, ut
non ignori mus Doffibilia feiri . E nella Prefazione alla Fisica; Complevii (
Ix>gicam, Ethicam -, óc Metaphyficam ) quia nullus eorum, qui fecu * ti funt
eum ufque ad hoc tcmpus, quod efl mille et . quingentorum annorum, quidquam
addidit, nec invenies in ejus verbi s errorem alicujus quantitatis, # ta/ew £//
per quan- to egli raedefimo ne dice, venti anni interi fpefi avendo iti
Squadernare i libri d’Ariflotile, anzi oracolo, che giudicio è da repu- tarli .
Così adunque egli fcrive nel Prolago al libro JY. del fuo Examen vanitati*
dottrir Tue gentium : Multa apud Ariflotelem erudì . f > tio, multa eleganti
a fcribendi, inulta etiam, fcrtajfe verità: fed certe non parva vanita - JLo
fcrutinio fin qui da noi fatto di varj, c oppofti giudicj intorno al medefimo
fog- getto formati, può fervir di regola nel giudi- 1 care di. tutti gli
eccellenti fcrittori. Noq bifir gna nè alla bellezza della virtù, nè alia brut-
tezza de’vizj lafciarfi cosi rollo ingannare, nè fafcinare in modo la vi (la,
che fi travegga e fi finarrilca quel fenderò dì mezzo, per cui Tempre colla
(corta della ragione dobbiamo proccurare d* incamminarci . Ma egli fi ritro-
vano uomini d’ immaginazione tanto gagliar- da e forte, che poiché hanno fidato
la men- te nella qualità d’ un oggetto, non (anno tanto o quanto fidarla per
dominarne le al- tre - Conoro confederano ' le colè (blamente per quel verfo, a
cui dal moto de* (oro fpi- riti fono portati, e di qui è, che o il bene folo, o
il male precifamente contemplano » Quello predominio dell’ immaginazione in
nelfun’ altra opera per mio avvilo meglio fi fcorge, quanto in quella de veris
principiis, et vera ratione pbilofopbaudi di Mario Nizo- iio. Quello fcrietore
avendo al principio con- ceputo della (lima verfo Cicerone, e vdeldifi credito
per • Ari dotile,‘a poco a poco s* è lafeiato condurre a tale, che nuli*- altro
che il lodevole in quello, e in quello nuli* altro che il biafimevole egli
vedeva . Gli è fi- nalmente» paruto, eh’ ogni cofa, anche 1’ imperfezioni del
primo roderò divinità, e le cole anche buone del fecondo fodero vizj, e magagne
. Di qui è, che negli accennati li- bri, egli conculca ogni opinione, e
lèntenzia d’ Arillotile, e glorifica ogni detto di CICERONE (si veda); per
qualunque definizione anche de- bole, e imperfetta del quale, egli s’ ingegna
di ritrovare principi, da cui fi deduce com* ella è giuftiflima, e vera. Quella
lòrta di li- bri può efler utile per quelli, che all* oppo- fla parte fono
dalla palfione portati / perchè fcorgendo nella lettura di elfi il rovescio,
co- me fi dice, della medaglia, può avvenire, che s’inducano a dubitare di
quello, che fi- no allora aveano tenuto per fermo . Per al- tro e l’uno e 1*
altro di quelli eflremi merita grandilfimo biafimo, nè v’ha colà,che più i
retti giudici impedifca quanto quello fv la- mento della ragione, a cui la
fantafia ha tolto la briglia di mano,. Intanto la vanità, e lafu- perbia dell’
uomo fi palce molto di così fat- to cibo, perchè o colla deificazione, o colla
deprelfione altrui o coll’uno e l’altro inlìeme, fi fpera di potere llabilire
la propria fama « Egli avviene nonpertanto, che la colà il più delle volte va
tutt’all’ oppollo . Nulla è che minor imprelfione faccia nelle menti de- gli
uomini, e che più agevolmente dimentichino, quanto quelli sforzi violenti :
degl’ intelletti da troppo gagliarda immaginazione trafportati : non altrimenti
appunto, che 1* azioni llravaganti, e inufitate de’ pazzi, ap- pena s’oflèrvano
. E chi è egli, che fìlolò- fando fi Ila giammai attenuto a’ principj di- Mario
Nizolio? lo non ritrovo appena regi- flrato il filo nome tra i nemici
d’Àrillotile. Ma ritornando in via, dico, che l’autore di quella Lettera fembra
effere (lato alquanto tocco dal prurito y di cui abbiamo fin qui favellato,
mentre con tutto lo sforzo dello fpirito s y è ingegnato di raccogliere il
polfibL. le con tra Ariftotile, e dall* altro canto por- tare fino alle ftelle
il Delcartes ; ogni prova facendo > e nulla intentato lalciando per ap-
pannare, e far violenza agl’intelletti de’luoi leggitori . Per contraflegno
della fila palilo ne, anche dentro a cancelli di puro raccoglitore degli altrui
giudicj, offervifi il modo, eh’egli tiene in iftorcere vio- lentemente contra
Aristoeile alcune parole del P. Petavio, dette ad altro intendimento, anzi in
propofito tutto conti ario. Quello Pa- dre nel capitolo III. numero V. dei
Prolago alla fua Opera de* Dogmi Teologici, dopo avere addotto un lungo palio
di S. Bafiiio, nel quale lèmbra, eh* e* rigetti in tutto la filolòfia
Ariftotelica, foggiunge al fine cobi: Ceterum iifdem in verbi * videtur
Bafìlius in totum abdicale, ac rejecijje ab fidei, Theo* hgiécque conjortio
univerfam Ariflotelis philofo* phiam tanquam Cbriflo irrvifam, et inimicami
atque ab bofle illius Diabolo proferì am . Quam uonmllorum opinionem refellit
Clemens Ale*an- drinus in primo Stromateon > ut alibi memini - mus . Sed ab
bujufmodi Jufpicione Bafilium paullo pofl purgabimus . Ora il nollro autore
prende da quello palio quelle lòie parole ; Ari m Ari flotti is
j>hilofophiam tanquam Chriflo invi, fam, et inimicam i atque ab hofle
illitis Dia. bolo profeti am ; e le porta come un detto del P. Petavio contra
la fìlolòfia d’ Ariftotile. E chi non vede però che il prurito di conculcare
quello filofofo ha fuggerito all’autore della let- tera una sì aperta, e
abominevole ftorpiatura? E pure y fe per 1* altro verfo vogliamo ri- guardare e
Arillotile, e il Delcartes, non ci mancherà motivo, nè fcrittori, i quali ci a-
prirànno la ftrada a deificare il primo, ed a deprimere, e conculcare ancora il
fecondo, lènza nè pure aver bifogno di ricorrere a tali artificj . Ogni volta
che uno fcrittore s’ha a. cquiftato un gran nome nella repubblica del- le
lettere, e mafTìme per lungo tratto di tem- po, ’è pazzia l’immaginarli, che
tutte le co- fe lue pollano eflère tee . Il buono làrà mi- fto col men buono,
come di tutte l’ umane cofe, che perfette giammai non li videro j fiiole
avvenire ; e però quelli, eh’ amano dì cogliere negli eftremi, troveranno in
amen. - due le parti da làttollarli. Il punto Uà, che non lì lufinghino
d’innalzare una fabbrica, che non polla eflère da alcun altro colle ilei* fe
forze diftrutta, per non ritrovarli contra la loro efpettazione ingannati. Un
altro, che riguardi lo fteflò oggetto dal lato oppofto a quello, che 1’ hanno
riguardato efli, ritro- verà tolto gli liromenti da dilhuggere in quella fletta
fucina dov’eglinò gli avevano ri. trovati per fabbricare - Di quella difputa d’
Ugone da Siena, al tempo del Concilio, che fi cominciò in Ferrara, riferita dall*
autor della Letteta, come cola inftituitaperefalta- re Platone, e deprimere
Ariftotile, così nel., la fua Cronaca lafciò fcritto Filippo da Ber- gamo :
Cumque Nicolaus Marchio, et multi in Synodo congregati pbilofophi excellentes
ad - venijfent, cuniios in medium philofophia jocos adduxit (Ugo) de quibus
inter fe Plato ± Arifloteles fuis in Operibus contendere, ac magnopere
dijfentire videntur, cdocens eamfe partem defenfurum y quamGraci oppugnandam
ducer ent, five Platone m y fi ve alium je fequen - dum arbitrarentur . Lo
fletto atteftano Enea Silvio nel capitolo LI I. della Dedizione delF Europa, e
Andrea. Tiraquello nel de Nobilitate. Ecco pertanto, che il fine d’ Ugone non
fu V efaltazion di Platone, e Pabbaflàmento d* Ariftotile, come vien fuppofta :
ma fi profefsò di voler difputare problematicamente, che vai a dire, difendere
la parte impugnata, e per confe- guenza difendere o l’uno, o l’altro di quelli
due fUofofì . Cosi il Concilio Lateranefe V. a torto vien portato alla
facciuola 114. come difàpprovatore, e condannatore della filofo- fia
Peripatetica nella Scffione Vili. Bafta fo- to leggere P accennato luogo per
chiarirli, che quello Concilio non condannò nè Anda- tile, nè Platone, nè alcun
altro filofofo in particolare : ma generalmente della filofòfia ragionando,
proibì primamente I* abufo a que’ tempi introdotto di difendere nelle pub-
bliche Tefi, che circa lo dello punto, quel- lo era da dire fecondo la
filofofia, e quefto fecondo la verità : ovvero tal colà fecondo la filosofia e
r a vera, che fecondo la fede erafal- fa . In fecondo luogo ordinò a tutti i
Lettori pubblici delle Univerfità, chefpiegando i fìlofòfi, avvertilfero la gioventù
degli errori loro, alla fede noftra contrari, -confutando* gli, e riprovandogli
. E finalmente (labili, che niunCherico doveffe dopo io ftudio della Grammatica
appigliarli a quelloodeilaPoefia, o della Filolòfia, lènza ftudiareinfieme
Teolo- gia, e Canoni, acciocché, foggiugne, In bis Janlìif, et utilibus
profijfionibus Sacerdotes Domini inveniant, unde infili a s Pbilofopbia, et Poe
fi s r adice s purgare, et fanare valeant. E tanto è lontano, che i Padri di
quefto Concilio abbiano avuto in animo d’oltraggia- re Ariftotile, eh’ anzi
lette le poco fa accen- nate cofe, e ricercato, fe alcuno avelTè pun- to che
dire in contrario, fi levò fufo Niccolò Lippomano Vefcovo di Bergamo, e sì
difle^ Quod non pìacebat fìbi, quod Tbeoìogi impo - nerent Pbilofopbis difputantibus
de veritate in - ielle fi us tanquam de materia po/ita de mente M LIZIO y quam
[ibi imponti Averroes: lieti fecundum verità rem tali opimo e fi fai fa.
Similmente di queir Aezio Vescovo che dall’autor dell’epistola è rapportato
come uno che per troppo starsi attaccato alle categorie del Lizio, cadesse in
eresia e diventaflTe ateifta, Socrate nella sua storia ecclesiastica cosi
ragiona. Hoc aiitem facit categorii s LIZIO sic liber iU le e fi ir. scriptus
fidem habens ex quibus disputando ac se ipsum fallendo y non int clienti y
ncque a feientibus didicìty quis fìt LIZIO feopus. Ille namque
propter fopbifias philosoph'ue lum illudentes id genus exerctiii conscripsit y
et Di al etite en per sophismata novis fopbiflis dicavti. Itaque academici qui ACCADEMIA y ac
Plotini scripta e L 9 immaginazioni belle piut- rollo ad udirli, che
fiifliftenti e fode, le quali sono fparfe per tutto il corpo della fua
filolofia y e che tinta di fanatifmo T hanno fatta comparire. I vortici, che da
fonti torbidi italiani, come sono quelli di Bruno, ha prefi il. Descartes – H.
P. Grice, DESCARTES ON CLEAR AND DISTINCT PERCEPTION -- per far girare la fila
triplice materia; sono colori, che possono servire a fare un ritratto di lui
tutto diverso da quello, che ha fatto l’autor della lettera Malebranche mede,
fimo l’uno de’più acerrimi difensori, e approvatori della dottrina di Renato,
così lascia scritto nel libro ili. patte L della ricerca della verità. Mortsù
Descartes è anch'egli uomo y soggetto all’errore, e all’illusione, come gli
altri . Non v 9 ha alcuna delle sue opere y non eccettuando nè pure la sua
geometria y in cui non sia qualche segno della debolezza dello spirito umano.
Non bisogna adunque fiare alla sua parola; ma leggerlo cautamente, com 9 egli
ftejfo ci avvertijfe. Non sono anche mancati uomini dotti, i quali hanno fatto
vedere, che la sua filosofia è di pregiudicio alla fede, i8i ed è contraria a
molti dogmi cattolici AIcuno ha pretefo, eh ella rinnovi l’eresie di Pelagio, e
di Neftorio: ed altri, eh’ella sia la firada allo spinosismo, e all’ateismo Io
sò, eh’è slato risposto a questi tali, e che vi si risponderà: ma quello
appunto è quello, che il di sopra da noi detto conferma, e che mostra quanto
agevol colà sia o, ecceder nella lode, o ecceder nel biafimo, quando non s 9
ami di fidar l’occhio che o ne’sòli vizj, o nelle sole virtù. Non sembra
adunque, com’ho detto, degno di molta lode il disegno di stabilire la difesa
della filosofia sopra le lodi, ell’esaltazione di Descartes, e sopra i biafimi,
e depreflione del LIZIO, ficoome sopra un fondamento, che si può distruggere
con quella stessa facilità, con cui s è innalzato: e per mezzo del quale, fermo
e inconcuflò renando, si verrebbe a slabilire quello, che l’autor filo medesimo
in alcun luogo con molte parole s 9 e ingegnato di diftruggere, cioè il farli
seguace indivisibile d’alcun filosofo particolare come H. P. Grice. Ora diciamo
alcuna cosa della principal ragione, sopra cui l’autor della Lettera ha piantato
la difesa della filofofia; la quale si è, che derivando ella dal fonte
dell’ACCADEMIA, fìlosofo superiore al LIZIO, approvato dagli antichi padri, e
riconosciuto come molto vicino a’dogmi cattolici; ella non vuol eflere
riprovata, massimamente in confronto del LIZIO, la quale, secondo lui, è J }a*
fa l’unica, e sola cagione, anzi l y orìgine JìcJfa di tutte l’eresie. E quanto
al primo, cioè quanto al principato, tra l’ACCADEMIA e il LIZIO; molto
difficile, molto dibattuta, e da niiino per anche decite quistione ha preso a
diterminare il nostro autore, augnandolo al primo. La difficoltà di tal
decisione procede, che molti essendo i pregj delfinio e dell’altro filosofo,
amendue ancora hanno le loro imperfezioni. Secondcchè pertanto si vogliono
riguardare sì nell’uno, che nell’altro più quelli, che queste, si ha campo
ancora di antiporre, o pote porre l’uno all’altro. Ma per quello, che riguarda
il secondo y cioè quanto al far uso dell’uno, o dell’altro nella teologia, e
nelle cose della religione, non sono pure ben d’accordo tra loro gli uomini
dotti qual sia da preferirli. Se per L’ACCADEMIA sta l’uso, che mostrano averne
fatto i primi padri della chiesa: nè anche il LIZIO va privo in tutto di fimi!
pregio, mentre al riferire d’Eusebio nella storia ecclesiastica, in
Alessandria, anche al tempo, che i dottori apostolici rifpJea« plendevano, il
LIZIO (cuoia fioriva. Clemente Alessandrino Stromatam, riferita, che Ariltobolo
con molti libri prova, la filosofia del LIZIO dalla legge di Mosè – IL DECALOGO
H. P. GRICE THE 10 COMM --, e dagli altri profeti derivarli. E Gioleffo nel
lib. I. contva Appìonem, insieme col mentovato Eusebio nel de preparatane
evangelica, recano un luogo di Clearco, ditapoIo d’Annotile, da cui si scorge,
come quello filosofo, eliendo m Asia, tenne lunghi, e sciendfici ragionamenti
con un dotto, e savio ebreo, da cui apparo molte belle, ed eccellenti cose
ne’divini libri contenute. Anzi fu opinione d’alcuni, che lo «elfo filosofo,
avendo avuti per mezzo d’Alessandro i libri di Salomone, molte cose da quelli
raccoglielTe, e trasportalfene’ fuoi. Ne mancarono fra moderni lasciando per
ora da parteltare i libri de vietate il LIZIO, de f alate Anflotchs, ed altri
limili dati fuori chi comparazioni tra la scrittura sacra, ed il LIZIO facendo,
s insegnarono a tutta lor polla di mostrare, eh ealino pattano d’accordo, come
Trapezonzio, Zeifoldo, Steuco, ed altri. Sopra così fatta lite pertanto a muno,
s’io non vado errato, dispiacerà il prudente giudicio di Cano, stimato
meritamente dall’autor del la lettera il maggior ornamento della famiglia
domenicana. Divo Augusli, wofdice quell’ autore nel de loets Tbeologicis Pialo
summus est: Divo Gazeo, di Teofìlo Patriarca d’Antiochia, di Lattanzio
Firmiano, d’Eusebio Cefàrienfe, d’Epifanio, di Gregorio Nazianzeno, di
Girolamo, di Crisostomo, e di Teodoreto, ne’quali, tutti concordemente
biafimano, e {gridano l’ACCADEMIA, e la sua fìlosofia, come quella, ch’è fiata
l’origine, ed da palcolo e fomento ad infiniti errori ed eresie. Ecco adunque
che IL LIZIO non è fiata la sola pietra dello scandalo. Ecco ch’egli non è
l’unica cagione di tutte l’eresie. Ma L’ACCADEMIA senz’alcun dubbio, in quella
parte lo supera, ed è stato guardato di malocchio da padri; e l’accollarli,
ch’egli fa in qualche modo più a noi, è ridondato in nollro maggior
pregiudicio. Di qui fu però, che negìi ultimi tempi, quando Gemillo, il
cardinal BelTarione, Gufano, e FICINO (si veda) illullrarono, e fecero
rifiorire la ACCADEMIA limola, quali tutti non pertanto stimarono miglior
avviso, o almeno minor pericolo, attenerli tuttavia al LIZIO. Sen. tali lòpra
ciò 1’ avvedutiflìmo Giovan Fran- celco PICO (siveda) Mirandolano, il quale nel
libro 1 V. capitolo IL del fuo Ex amen vanìtatis dotivi, ttee gentium, in
quello modo lafciò Icritto. Alti nihilominus, Platone poflhabito, haferunt
Arifloteli, exiflimantes illum noflr et exatìe, fed in comuni defumta ) prxbere
aditum faci - lius po/fit, quam Arifloteles, qui rationibus, non fide, foleat
plurìmum et fere femper inni - ti . Ma il talento di avvallare Ariflotile, e
cacciamelo del mondo, e della memoria degli uomini; non ha lalciato Icorgere
all’ au- tor della Lettera, non dico le lodi fue ; ma nè pure i biafimi,
«Squali i medefimi Padri ne’medefimi luoghi, in cui nello ripigliano, » anche
il fuo maedro fogliono non punto di- verfamente trattare . Per cagion d y
efempio nel capitolo XJ. del Libro intitolato Regala Monacharum, a Girolamo già
attribuito, fi leggono quelle parole ; Attende, et tu fatuorum fapientum
princeps Arifloteles . Elleno però fono Hate tolto notate dal nodro auto, re, e
nella lettera aliai avidamente inferite: ma queir altre: Verum non fine labore
didicu ) fii tuam Japientiam fatuam Plato y folamente due verfi lontane, e
quelle ancora aliai vicine; Non banv fatuitatem doéìijjimam Athenis Plato
didicit, non Arifloteles y non Anaxagoras > non cete - rorum fiultorum mundi
fapientum turba percepita non fono Hate avvertite da lui, nè notate, non
altrimenti, che feo non iforitte, o rafe, e cancellate Hate li fodero. Ma che
diremo, che dopo quel detto da lui in difcredito d’Afrillotilc recato,
immediatamente al medefimo . filofofo quedo elogio è teduto, o leurato fi mil-
mente, non fo come, c tolto agli occhi del nollro autore? Et fi fueris abfque
dubitano, ne prfdigium, grandeque miraculum in tota na+ tura y cui pene videtur
infufum, quicquid naturai iter efl capax humanum genus, 43c. Le quali parole
anzi della foiocca abbjezione, e viltà del Chiofatore Arabo, che del- la
gravità Geronimiana tenere mi sembrano r no Vero è però, che da tutti i Critici
efl fendo coiai opera da quelle di Girolamo fe parata, e come lavoro di più
baili tempi, non fu Averroe nella Prefazione alla Fifica 4 parlando d’
Afiftotile difTe : Talem ejfe virtutem in indi- viduo uno tniraculofum et extra
neum exifiit . A che pare, che corrifpondano qtìeft e parole : Si fuerir ab -
fque dubitation e prodigi um 3 grand eque mìraculurn in tota natura . Averroe
ancora fopra il libro JL della generazione degli animali, così lafciò fcrirto :
Lau* demur Deum, qui feparavit lune virum ab a li ir in perfezione 5
appropriavitque ei vltimam dignità tem bumanam ò quam non omnis homo pottft in
quacumque £tote attingere . Alle quali parole s } accofta- no ùmilmente quell*
altre : Cui pene videtur infu - fum, quicquid naturaliter efl capax bumanutn
gsnut . Di qui fi può formar conghiettura, che cotal Libro non fia flato feri
ero, in cui fiorì Averroe. Oltre a moire voci de 9 tempi baffi, e parecchj
veftigj di fcolaftico, e Parigino idioma, che vi s* incontrano y e che pofTono
fervire per confermazione di quello 3 maggiormente ancora tutto ciò fi ftabilifce
dalle parole, che fi leggo* Do nel Ut quafi quorundam pbilofo - pborum
videretur in eis verificavi opinio, qui unam ponunt in bominibur univerfir
animar» folam . La qual è opinione venuta fu ne* tempi baffi,dai rappor- tato
Averroe mefTa fuori e difefa, impugni 3 da S. Tommafo,e finalmente condannata
nel V. Con- cilio Lateranefe alla Seffione Vili. Ma perchè per . altra parte
dell* accennata opera fi fa menzione del pranfodo- po nona ne’ dì di digiuno ;
il qua! ufo s’è nella chiesa confervato fin verfo il fine del XIV. fecole 5
perciò potrebbe argomentarli 3 che il Libro non fof9i fna giudicata non era da
farfi arma fuor di ragione contra lo Stajprita del nome d’un tanto Padre . Ben
piu vantag- giofo e per V autore della Lettera, e per la verità flato farebbe,
eh’ egli nelle vere ope- re i veri '(entimemi di sì gran Santo intorno a ciò
rintracciato, e quafi fpigolato avefle, mentre in quella guifa il perfeguitato
Arifto- tile dal glorificato Platone non mai guari lon- tano ritrovato avrebbe
- Come (opra il capi- tolo X. v. XV. deir Ecclefiade. Lege Platone m:
Arifloìdis revolve verfutias y et probabis verum esse quod dicitar : labor
flaltoram affliget eos . Sopra il Salmo v. Vi. al- tresì. Nane ipji hareticì
licet per Arìftotelern y et Platonem videantar fimplicitatern Ecdefi e fin dove
fi debba fèguitargli • Poflòno è vero accodarli f chi piu, e chi meno a* dogmi
della noftra re- ligione, fecondo i fonti da* quali attinie* ro le loro
cognizioni ; ' ma non è però giammai da fperare, che ferifcano il fe. gno,
perchè le tenebre, nelle quali viveano, loro non permettevano d y arrivare
tant* alto . Altro dunque non fi può in /quella parte, che com piagnere la
mifèria, e infelicità loro : per altro il biafimo, e la lode non ha
propriamente luogo fòpra elfi,?fe non quando fi confiderano • da fe, come puri
filofòfi, e fèparatamente da* do- gmi de* Criftiani. T Ora palliamo a
dilcorrere brevemente dell* idea generale, che P amore della prefènte Lettera
ha avuto ; il quale ha divifato > che la difefà di Defcartes fia la difefa
della filofofia moderna, e la condannagione d’Ariftotiie fia la con. dannagione
cella volgare. Incorno a ciò è da avvertire, che la mo- derna filcfòfia non è
in modoconftituita dalla filofofia del Defcartes, che Cartellano, e N Mo'
Moderno fìa la medefitrià cofa. E 1 ben vero, che non fi può eflère Cartellano
lènza eflère ancora Moderno; ma non è vero, che non fi pofla eflère Moderno
fenza eflère Cartefiano, Per la qual cofa la filolòfia Cartefiana fi ha alla
Moderna, come la fpezie al genere. Ancora è da notare, che avvegnacchè la
volgare fiJtfofia abbia voluto unicamente ac. taccarfi ad Ariftotile, tuttavia
eflèndofi ella lèrvira per intenderlo dell* ioterpetrazioni de- gli Arabi, i
quali per l’ignoranza delle lirt^ gue, e per mancanza d’erudizione, peflima-
mente 1’ hanno iotefo: nè lette avendo gli Scolaflici quefte interpetrazioni
nell’idioma, in cui da’ loro autori erano fiate fcritte; ma dall’Arabico
trafportate in LATINO, o come alcun dice, in Ebreo dall’Arabico, e po. fcia
dall’Ebreo in LATINO trafvafate ; può et fere per ciò aflai facilmente
avvenuto, che la mente d’ AriflotiJe per lo diritto intendi- mento prefo, fia
del. tutto oppofta a quella degli Scolaflici, e cosi la mente degli Scola.
Ilici a quella d’Ariflotele. Ora di qui ne fégue, che come vituperandoli, e
condannan- doli i modei ni, per avventura nè fi vitupe- rerebbe, .nè fi
condannerebbe il Defcartes; ' così per l’oppoflo lodandoli, e difendendoli il
Defcartes, può eflère, che nè fi lodino, nè fi difendano i moderni . Similmente
fi ccome vituperandoli, e condannandoli gli Sco- la- lattici, è facil cotti,
che nè fi vituperi, nè fi condanni Arittotile • cosi potrebbe dare il calo, che
vituperandoli, e condannandoli Ariftotele, nè fi vituperaflèro, nè li con-
dannaflèro gli Scolatici, eh’ è quanto dire la filolòfia volgare. E* ben vero
però, che quell’ ultima . eiTendo colà dilEcilittima, e preffochè imponibile ;
perchè non è da cre- dere, eh’ elfi Scolatoci perverlàmente intendendo
Arittotile 1’ abbiano migliorato : ma piuttotto piggiorato affai ; cosi il
vituperare, e il condannare Arittotile pare, che provi molto quanto al
vituperare, e condannare la filolòfia volgare . Ma per 1’ oppofta {ra- gione il
lodare, e il difendere Renato Dett cartes non pare, che provi tanto per quello^
che fpetta al lodare, e difendere la filcfofia moderna; Perbene adunque, e
acconcia diente difen- dere, e lodare quella filofofia, {ómbra di me* ftieri
cercare il fuo verocottitutivo, dalla bon- tà ^.o difetto del quale, la lode, e
il bia* fimo ad eflà Umilmente fe ne derivi. Ora quello, che fembra la
filofofìa moderna conttituire, e alla volgare degli Scolali ici immediatamente
oppofta; renderla, fi è lo lcotimento del giogo Peripatetico, e di qualunque
altro particolar filolòfo ; e la pura ricerca della verità. dove, e in qua-
lunque luogo ella fi fia . La ichiavitù nel. N * la la quale, feguendo gli
Arabi, gente d f ani* ino baffo, e fervile, avevano pollo il loro intelletto
gli Scolaftici, per ellere dapper- tutto fparfi, e difufi, s’era ancora dapper^
tutto difufa, e inoltrata, ed avevano cbbligato tutto il mondo a non filofofare
con altra mente, che con quella ' d’Ariflotile. Avvegnaché fopra infinite
quiflioni di filo- lofi a 7 col là pere* la mente di quello filofo- fo, non fi
fappia per anche nulla y tuttavia eglino s* erano immaginati di làper tutto.
Nequc erìnn- Philofophum ; ( cóme dice Giovan Francesco PICO (si veda) ) fed
Pbìlofopbi* legem pkrique omnès arbitrobantur . Quella però è la cagione, che
fi fono veduti fopra tal qui. ftionepiù libri, deflinati ad eliminar la men- te
d’ Ariflotile,' che a ricercare la lidia veri, tà della colà . Molti hanno
incominciato a riflettere, che quello era un travaglio molto penofò, e che il
frutto non -iftance era aliai tenue. Hanno offervato, che per quella via, al
più non fi’ poteva venire in cognizione che di quanto fapeva Ariflotile, che
vuol dire di pochiflìme cofe, rifpetto a quelle, che s* avrebbono potute
fcoprire . Dove 1’altre ar- ti al tempo de* primi ritrovatori • fono Tempre
comparlè rozze tempi d’ A ri Rotile >' di Piatone, di Demo- erito, e d’
Ippocrate, molto fi làpeva per squelPctà, allo ’ncontrocol tratto del tempo era
venuto anzi perdendo che no, e le fet- enze s* erano piuttolìo abballate, e o
Taira te, ^he illuflrate, e innalzateli, com’era di ra- gione - Conchifero
adunque, che quello modo di filofofare degli Scolatici èra irragione- vole, e
barbaro, e non tendeva ad altro, che a coprire tutto il mondo d’ una miferabile
ignoranza, mentre, come avvertì anche Sene» .Qui aitimi fequtiur tiibil
inventi, imo ne* que quarti.. Valla Romano fu il pri-, che a’ adpprò a trarre
la filofofia del mi. fero fervaggio, in cui li giaceva, inoltrando èllere
lecito fentire diverfo da Ariftotile co* duci tre Libri Diale Elie arum
difputatwmm, che fcriflfe a ^quello fine . Anche .Giovati Francei- co Pico
Mirandolano ne’ tre .ultimi Libri del fuo E* amen vanitati s dottrina gentium,
molte colè difputò contra lo lìdio filofofo ; e mol- te altresì ; Lodovico
iVives ne* fuoi Libri de cauffts corrupanrm artium, per non dir nulla
delTelefio, del Patrizio i e d’altri fomiglian. ti,ii quali pure tennero la
ll'eflà via . Dietro le velìigie di coltoro BONAIUTI (si veda) in Italia, e
Barcone, in Inghilterra inftituirono Un modo di frlólòfare libero, e del tutto
oppolto, all’ antico. Scola Iti co, e gittarono le prime fondamenta di quella
ft- r«o n ? • io. lotcfia che fi chiama Moderna/ non perchè fidamente ora Ì
fuoi principi fieno /tari po. Iti in ufo; che Tempre, e in tutti i fiecoli gli
uomini ragionevoli altra via non hanno mai tenuto ne! tilofcfare; ma perché
dopo ? in. fezione orribile, e univerfale degii Scolaftick iqtiali amava n
meglio di fcioccheggiare coti Ariftotile, che con altri tàggiameme'iditcop*
rere, come alcun diffe j q netti ottimi pria, eipj fono fiati felicemente
richiamati, e pa. fti in ufo da moderni . Aperta cosi Ja fi rada da queftì due
nobili, e valorófi ingegni . primo de’quali fu il primo ancora, che chia. mo in
ajuto della filofofia le Matematiche, e che con profpero avvenimento Je v’
intro- dufie; comparvero ben tofloCartefio, e Gali, do ?r, r £ na . altri ec.
celienti filofofì, i quali t a n te ^ e sì diverte ecfe e in cielo *, e in
terra difcóprirono, e cosi fatto utile recarono a tutte I» altre arti, e
fpecialmente alla Medicina, che ben fece, ro conofcere cogli effetti, quanto
infelice, e miterevole fia la condizione di qpefti aridi, f d, g' 1 ™ d*
Ariftotifc; e quanta fia la necetfita di battere altra via per ben fìioi
babugemus in Italia Galil quotiefeumque ipfi permittitur libere quo* cumque
vagari. Verumenimvcro nec argumenta in oppofitum defunty pracipue quantum ad
pbilofopbiam. ^Ecce quanam plus minufve . /. Ouod nonHdeo rerum fcìentia
aequiritur y fla- tim ac auttpfis innotefeit opimo 5 quacumque aliter
fentiendi, aut fcribendi pr aclu fa facuh tate . Ih Qupd fape fapius temporis
multum fruflra tranfigitur, germanum vefligando prò* prii auttoris fenfum >
fpeciatim in aliquibus con- troverfiis y quas ipfe fubobfcure refolvit. Hinc ea
penitus non declinari y qua timentur abfitrda, hoc efl circa opinandi
libcrtatem ; Magifler enim nonnibil acutuSy auttorem quem- piam ad proprhtm
fenfum jugiter potè fi expo - . i ntn - tot tendo trabere, ita ut in eunlfis
fihi patroci. nari videatur. IV. Quod in pbilcfapbicis libe . rum unieuique
effe debeat fuopte nutu de re. .rum natura fentire, et quod fcrutanda veri,
tati plurimum obefl ita jur are in verba dolio, rum, ut borum auHoritatì,
baudquaquam li. eeat refragari.V-, Quod iflopotifftmum loco Divi Atfguftinì
norma m fequi cportet, adferen. tis, quantavis auiloritate, ac fanlìitate
fulge. fit aliquis aulior, ipfi tamen indubitatum, fir. tnumque affenfum co
folum effe prabendum, ? to rationes ejus illum a nobis extorqent . VI. andem
Deum onice. effe, cujus auHoritati, nipote maino infallibili, fit tace fidendum.
4 t 1 » i INE. 0 •* • :t \ ; u M s i Delle cofe notabili, contenute nella
preferite Lettera, . e -nell’; ; ; Offervazione. M si pone in Dio. 84. gran
fbfifta. AriflptplicìJ Vedi Perl pitici . Tjf J AriflotUe rfòvetchia autorità
dataglida alcuni 8 . * 1 ?4- condanna Platone, e n*è riprefo. 1 j.fiioi * :
ièguaeV eretici . . pròBaMJifti venerato còme idolo. . i59.bia/tmatoda >
fanti Padri ..da altri . . fuoi libri condannati . . notato di gravi errori da’
Padri, ed r, altri. 41. 4Z. .,'fu uno de 9 maggiori filo- . lòfi delia Grècia
44. fu chiamato in giu- *5 ^icio . . fuoi principi bugiardi . .; infa- mato da
1 fuoi feguaci lteffi ., 45-46. fe ve- nifle ora al mondo fi difdirebbe. c
noniftimò di dover eflère norma univerfà- le . . e 1 origine di tutti gli
errori de interpetri. i^.fwacrfcurità. . è li ìóJò tra tanti filofofi,(:he fia
ftudiatq, fxid ila V n izio ne deIL*iTOii\c> biajtj ma|? --
immortaJi^delranima.. fua Logica T fofìftica . . lodato affettatamente .
flrabocchevolmente biafimato> giudici retti fopra il medefimo . . non •%• •
C Ano ( Melchior ) ; Tuo elogio •: . giu- ì dicio del medefimo intorno a
Piatone e jAnilotile Capitone : fct raggiante i, ; Caramuele ( Gio. ) : ilio
prelag io intorno al-, la filofofìa Cartefiana. . {, 120 Cartefto ( Renato ):
lii che fondamenti pian- « tane il fuo fiftema - .. fiioi principi giu* ili y e
buoni. . fuoi fèguaci. «‘ fo*! fuoi protettori converte la Regina di Svezia e
altri lupi fentimenti fi conformano v «> n que, de y Padri. n8. chiamato il
refu gio de J cartoli- onori fattigli. . calunniato dalle univerfità Protettami
. . fuoi nemici - fiioi difenlòri . pone per primo principio il dubitare .
87-fua prote- it azione, $7. a ma d’effère corretto. . per- chè fine meditate
una nuova, fflofofìa. lodato dal P. .Merlènni . . s’uniforma fo’ftntimenti di
Platone. 121. fuoi coltami. iiz. giudicio fòpra il medefi. ino del Malebranche
. . fua filofofia -difefa dalle migliori univerfità d’Europa. . ù »Ojr . fi dee
antiporte a quella d* Ariftolile.. è veramente Criltiana lodata. prefagio del
Caramuele intorno al* la medefima- . è tratta dalla Genefi perchè contraddetta
da alcuni ha dato motivo a molti di dar in pazzie . ed empietà. 179. fuoi
difetti U ha alla Moderna come la fpecie al genere Cartellano, e Moderno non è
lo fteflq. P. C a fati: abbraccia la fìlolòfia Moderna. Caffi ni: fila
oflervazione . ili Celfo: contrario a J a bolero. CeJ alpini ( Andrea ) .* fua.
(coperta. Charlet : amico del Cartello Cbiefa: fua dottrina è la vera fìlolòfia
. è interpetre degli arcani Divini . 163. Ve- di Teologia . P. Cbirchero (
Atanafio ): proccura 1’ amici- zia del Cartello Clemente ( AlefTandrino ): non
iftimò, che i Greci fi giuftificafièro per mezzo della fìlo- lòfia. Cicerone (
M. Tullio ) .* divinizzato dal Nizo- Ito. Cielo : (ita grandezza, materia, e
moti ignoti. • '>'••• ' Cipriano Martire: fao errore . P.Ciermans : loda il
Cartello. Concilio Latermefe V. : filo luogo alla Seflìone Tie 8. fplegato . D
Daniel ( Niccola ) : impugna Cartebracciata fua opinione intorno alla i . P-
Detei: Cartellano . Defcartes . Vedi Carte fio. Digiuno : fin quanto abbia
durato nella Chie- *'• là il pranlò dopo Nona. p. Di net ( Giacomo )ì amico del
Cartello . > Dio: è la prima verità. Difpute : la verità fogge da eflè . 5.
fono un tormento degl’ingegni . 6 . hanno diftrut. * to la filolofìa . altro
lor pelfi- mo effètto. 137. Vedi Filofofi i Perìpate. E Berardo Gio. difende il
Cartello.Epicuro : plagiario. - commendato da’ Padri. fua filofofìa
abbracciata. anche da’ Padri meri. •• tò della medesima . . illultrata dal
tiri) Sette. E Gal' v ; G^irenaiv T " - ; ' ° Erbe : non fi fa la loro
virtù Ereboore : ( Adriano ) : Cartellano. 7 O Euclide: fuo detto ’ ; \ r \ * :
f ’ Eunomiam: giurano 4 filile parole d’Ariftotile. .,Etintìniicr: compagno d’
Aezio nell’erefia . ^ fi vanta di conofcer Dio r . : è riprefo da’
Bafilio.'’" : i ! ', * Eurìpo : fuoi vortici non fi fa donde derivi- ' •1
no*. «, • .op * u:- t \ r r *jLvì r r f r *• » /i # ' »IA «4 • al *,1 *l*v* • 1
I • # Fabbri i abbraccia la fìlofofia Moderna. p. Farvagtie : difertfore del
Cartefio. • 5^ Fede : 'richiede fommiffiorie. 34. Vedi Chic. *'/», ‘ : v>- !
v . Ecmrib( S. Vincenzo ) : introduttore dell In. '• cfuifizione Fìlopono X
Giovanni ) .* eretico .Filosofare : è permeilo à tutti . -ir. liberta di •' éffo
.. die fine deb- : bà avere.' • ^ ^ Filofofi'r contrari a fe medefimi .' 74.
ton- ’ dano i principi del fi lofofare foli’ igno. •' -L 'i. a_ . 1 14 fri- • I
• t “ «•. ?» tii.t 22.'fonó amanti delle favole . • i-! o *J°» 1 ZIO dicono le
maggiori pazzie. *3 1. fé. ne - può trar bene, e male per la religione, 19^ non
poflòno eflère biafimati di queftó • non bilbgna fperare, che parlino da
Cristìiani biasimo 1 e lode quando abbia, luogo lopra euì. ' Filofopa:
commendata’ da’ Gentili ) $ da^Pa- dii. . io. 11. ip. non è fapienza..rV7^ :
non è altro che opi nazione non . ve n'ha al mondo. divife in mille fette ..
fua incertezza . . non abborrifce Je novità . fogget- ta a nuove (coperte. .
ancella della Teologia. . è (tata ritrovata per efercitazion dell’ ingegno Jia
avuto t. origine dajle fàvole de’ Poeti . non è . contraria a tutte le. favole.
131.nan.haan. cor trovato la verità. .,-y '^ Filofofia Antica : fua / debolezza
. j Hj-è up • giuoco fanciulldco Vedi Àrtjlotùc ~ y . 'Peripatetici t
Scelffiiai • Fihfofià, ' Moderna : malamente n; ’4 • v - ." j; - :l ;;;;i
51 Gtfitttr:' hanno partkolar irtftituto di feguita* c re Ariftotile. 65. molti
hanno abbracciato la fìlofofìa Moderna*. Gianfenifla : titolo proibito in
Francia. G indie io : norma .da tenerli
nel. dar gfridició. .cr . noti bifògna dar negli cftremi Giureconsulti : non
fono così pertinaci, come v : i iPcripa tctìdl*;! f: >\ fi j . vui !;; .
Giuflino ( Martire ) : convertito per mezzo -ideila fìlofofìa Platonica i \ :U
iV *7 f. Grandamy : amico del Cartello . O 2 Grandini: non fi fa cóme s’ingenerino. 8r
S, 'Gregorio ( Nifleno ) fuo elogio. 53. Epi- _ laureo. . .. 53- 54 P. Grimaldi
: abbraccia la filofofia Moderna. • L ^' t \ * ;, M • -\ • «•..*# t 4 ( / 1 »»
M « ^ 1 f » V • * ' i »»•' #..*•> « y i » • f . r II Gnoranz* ì et uo
panegirico. 1 -- : % V« % ’ Incendy: ne* monti, non fi fa come fi i-ì facciano.
. • :,. ' \ r . »... » ir f-.' % » “ 1 . «ili i • » r - • r » M ' • « 1 » t : i
Lampi : non n fa come s’ ingenerino. . ci. ; P. Lupi : fi fa Cartellano. 56.
perchè. , ? . S . • Stoici : negano 1’opinarionì lofpetti ap- po i Romani. T
Affitti - f Alefiàndro ^ : fuO prefagio in- torno ad Ariftotilc verificato a
Temiflio: eretico. ’ *9 Teologi: loro> difetti- • • 1 ^ - * ° Teologia : le
novità in eflà fimo pericolofe . 98 ammeflè dagli Scolali ici. . è regina delle
fcienze. 127. non ha che fare colla fi-, lofofia.. . ha ritrovato la verità.
165 Icolallica non fi dee riprovareperchè fa ufo . • d* Arittotile Terremoti :
non fi là come fi facciano Terra : ignoto fu qual baie fi libri, e quanto Ila
grande. "8* Tejt pubbliche : loro abufo al tempo del V. Concilio Lateranelè
. Ticcùne: file {coperte: • Aquino: come, e a che fine iludiafle Ariftotile .
46. fuo lamento . » • •,, - ' • - iZlO Tmricdli : .dio ritrovamento . . ' jio
De Turne ( Simon ) : perchè acculato d* ere- fia., ... 22 f • f V ' “ f*** j »'
i I V ' Alla ( Lorenzo .) r Tuo penfiero approvato da Nizolio. Fu il primo a
li. re: nega Topinazioni. sua setta sospetta appo i Romani. Nome compiuto: Giuseppe
Valletta. Valletta. Keywords: storia della filosofia classica, Cicerone, Bruto,
Cassio, L’Orto, Il Portico, Accademia, Lizio, Filosofi italiani, Pico. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Valletta” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.
Luigi Speranza -- Grice e Valore: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’inventario del
mondo – la scuola di Milano – filosofia milanese – filosofia lombarda -- filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Milano). Abstract. Keywords. Pegasus is Pegasus. H. P. Grice,
Aristotle on the multiplicity of being. The ‘is’ of identity is reducible to
the ‘is’ of ‘exists’ and ultimately to the ‘is’ of the copulative predication. Pegasus =
Pegasus iff Pegasus exists. Filosofo milanese. Filosofo Lombardo. Filosofo italiano.
Milano,
Lombardia. Essential Italian philosopher. Grice: “Having philosophsided on what
Italians call ‘valore,’ I admire Valore!” Si occupa di metafisica, di ontologia generale e
delle implicazioni ontologiche delle teorie formali. Si interessa anche dei
progetti di linguaggi artificiali e di lingue ausiliarie. Si laurea in filosofia
a Milano, vi ha conseguito il dottorato di ricerca con uno studio su riferimento,
rappresentazione e realta. Ricerca a Milano, dove insegna storia della
filosofia. La sua prima produzione è stata dedicata principalmente a studi
sulla filosofia dell'Ottocento e del Novecento e alla riabilitazione di una prospettiva
trascendentalista soprattutto in metafisica. Partecipa al gruppo fondatore
della rivista Problemata. Quaderni di Filosofia, di cui è stato
caporedattore. Quando la Facoltà di ingegneria industriale del poli-tecnico
di Milano gli ha affidato un corso di "Verità e teoria della
corrispondenza", la sua ricerca si è spostata su tematiche sempre più
teoriche, collegate alla filosofia analitica, alla metafisica e all'ontologia
analitica. Organizza e cura il progetto. Diviene quindi professore aggregato di
storia della metafisica a Milano, di filosofia teoretica al poli-tecnico con
corsi dedicati all'ontologia formale e di filosofia degl’oggetti sociali
(ontologia sociale) a Milano. Fonda In Koj. Interlingvistikaj Kajeroj,
rivista di studio e discussione accademica sulle tematiche dei linguaggi
artificiali. È stato membro del gruppo di ricerca European collaborative research
finanziato dall'European science foundation e è il responsabile del
progetto per il programma Euro Scholars
USA European Under-graduates Research Opportunities. Lavora su un suo progetto
di ricerca di ontologia formale per il quale ha vinto una sponsorizzazione
Fulbright nella categoria Fulbright Visiting Scholar. Collabora con la Rivista
di storia della filosofia, è nel comitato scientifico delle riviste Materiali
di estetica, Rivista Italiana di Filosofia Analitica Junior e Multi-linguismo e
società ed è direttore delle collane di filosofia Biblioteca di Problemata
(editore LED di Milano) e Ratio. Studi e testi di filosofia contemporanea
(editore Polimetrica di Monza). Saggi: “Trascendentale e idea di ragione.
Studio sulla fenomenologia di BANFI” (Firenze, Nuova Italia); “Rappresentazione,
riferimento e realtà” (Torino, Thélème); “L'inventario del mondo. Guida allo
studio dell'ontologia” (Torino, Pomba); “La sentenza di Isacco: come dire la
verità senza essere realisti” (Milano-Udine, Mimesis); Curatele BANFI, Platone.
Lezioni, (Valore), Milano, Unicopli, Forma
dat esse rei. Studi su razionalità e ontologia, Milano, Led, Paolo Va Ars
experientiam recte intelligendi. Saggi filosofici, Monza, Polimetrica, Da un
punto di vista logico. Saggi logico-filosofici (Milano, Cortina); Materiali per
lo studio dei linguaggi artificiali (Milano, Cuem); “Questioni di metafisica” (Milano,
Il Castoro); Quine (Milano, Angeli). Monaco di iera, Grin Verlag,. Pubblicato
anche come “Inter-linguistica e filosofia dei linguaggi artificiali”, come
numero monografico per la prima uscita del giornale accademico multilingue
InKoj. Interlingvistikaj Kajeroj. Pisa, E di studio, Dispense universitarie La
categoria di sostanza in Aristotele, Milano, Cuem, Introduzione al dibattito
sulla distinzione tra analitico e sintetico (Milano. Cuem); Questioni di
ontologia (Milano, Cusl); La struttura logico-analitica dell'ontologia di
HERBART (Milano, Cusl); Laboratorio di ontologia analitica (Milano, Cusl); Verità
e teoria della corrispondenza (Milano, Cusl); Philosophy of Social Objects
(Milano, Bocconi); Bibliografie ragionate Ontologia, Milano, Unicopli, Verità,
Milano, Unicopli, Saggi e articoli Acme, "Idealizzazione della verità e
coerentismo. Due perplessità sul realismo della 'seconda ingenuità'", in
Iride. Filosofia e discussione pubblica, "La 'posizione' esistenziale e il
giudizio ipotetico nell'ontologia di HERBART: il caso degl’oggetti
inesistenti", in POGGI, Natura umana e individualità psichica. Scienza,
filosofia e religione in Italia (Milano, Unicopli); “Sull'idea di una logica
trascendentale", in Chora. Laboratorio di attualità, scrittura e cultura
filosofica, "Alcune note sull'attualità dell'ontologia nella filosofia
contemporanea più recente", in V.,
Forma dat esse rei..., "L'interpretazione semantica del trascendentale e
l'ontologia del mondo reale in PRETI", in V., Forma dat esse rei..., "Il mestiere antico e nuovo del
filosofo", in la Repubblica, (Milano). "Fisica e geometria come modelli di
lavoro per l'ontologia. Un'interpretazione del metodo delle relazioni”, Dall'epistolario
di PRETI a BANFI", Ad BANFI cinquant'anni dopo, Milano, Unicopli, "Due
tipi di parsimonia. Alcune considerazioni sul costruttivismo e il nominalismo
ontologico", in La filosofia e i linguaggi, Macerata, Quodlibet. "Cosa
c'è che non va nell'idea di una lingua cosmica. Il caso del LINCOS di
Freudenthal", in Multilingusimo e Società, "Nothing is part of everything", in
Giornale di filosofia, Ontologie, Milano, Volume recensito da Utri sulla
rivista Iride. Filosofia e discussione pubblica, Secretum on line. Scienze,
saperi, forme di cultura, e da Marazzi
sulla Rivista di filosofia neoscolastica, Volume recensito da Gesner sulla
rivista Belfagor. Rassegna di varia umanità, Volume recensito da Bianchetti, Chora.
Laboratorio di attualità, scrittura e cultura filosofica, Volume recensito da Giardino sulla Rivista di
filosofia, nell'articolo "Tra i cavalli alati e la realtà" – cf. H.
P. Grice, “Pegasus is Pegasus” Nomi vacui, su Il manifesto, Armezzani su SWIF Volume
recensito da Corsetti su “L'esperanto. Revuo de itala esperanto-federacio”, recensito
da sulla rivista web Secretum. Scienze, saperi, forme di cultura Si tratta di
un Book accessibile con password. Si tratta di una replica critica all'articolo
di Valduga "Filosofi all'anagrafe", pubblicato su la Repubblica,
sezione Milano. Profilo accademico su immagini della mente. Elenco completo
delle pubblicazioni sul sito universitario academia.edu. Nome compiuto: Paolo
Valore. Valore. Keywords: Pegasus is Pegasus. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Valore” – per il H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa
Speranza.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Vanghetti: implicature di Deutero-Esperanto – la scuola
di Greve in Chianti – la scuola di Firenze – filosofia fioretina – filosofia
toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza (Greve in Chianti). Abstract. Keywords:
Deutero-Esperanto. Filosofo fiorentino. Filosofo toscano. Filosofo italiano. Greve
in Chianti, Firenze, Toscana. Medico, laureato a BOLOGNA, esercita la medicina
a Empoli. Durante la guerra mondiale è volontario assimilato della C. R. I. È
l'ideatore dell'amputazione cinematica per prostesi cinematica, cioè del motore
plastico (v. amputazioni; cineplastica). Per tale idea, del tutto nuova e
originale, gli fu conferita la medaglia d'oro della C.R.I. Egli ha chiamato
cinematizzazione ogni operazione basata su questo principio: "In
un'amputazione o disarticolazione attuale o pregressa, il tendine o il muscolo
provvisto della necessaria protezione fisiologica (pelle, vasi, nervi, ecc.)
potrà in generale servire alla prostesi cinematica, qualora con esso possa
formarsi un punto d'attacco artificiale sottoposto alle medesime condizioni di
protezione". Il miglioramento della tecnica prostetica ha contribuito e
più contribuirà in avvenire a dimostrare l'utilità del motore plastico nella
massima parte delle amputazioni. Ha scritto: Plastica e prostesi cinematiche,
Milano, e in Arch. di ortopedia; Vitalizzazione e prostesi cinematiche,
relazione alla III conierenza interalleata per lo Studio delle questioni
riguardanti gl'invalidi di guerra; Arcimeccanica e cineprostesi, in Scritti
biologici); congresso Soc. ital. ortop., Pellegrini, Cinematizzazioni: primo
trentennio della teoria vanghettiana, Bologna 1929.I progetti e l'influsso del
Latino sine flexione di PEANO (si veda), interessante. Nonostante la fama
inferiore rispetto ad altre LAI, è innegabile che, in seguito alla
pubblicazione dei lavori di PEANO (si veda), si assisté a una proliferazione
dei progetti di inter-lingua di base latina, ispirati proprio a quella del
matematico piemontese. I numerosi tentativi sono testimoni del fatto che molti
esponenti della comunità dei filosofi italiani condivide il pensiero che la
lingua latina, opportunamente modificata, puo divenire il mezzo perfetto
per la comunicazione. Per i primi tentativi d’emulazione si devono aspettare a quando
il filosofo italiano Vanghetti, esperto di lingue moderne e internazionali,
pubblica le sue proposte di carattere esperantido, il Latin-Ido e il
Latin-Esperanto. Con il termine “Esperantido” si intendono quelle lingue
inventate ad uso internazionale che presentano un certo numero di
caratteri tipici dell'Esperanto – cf. H. P. Grice, “Deutero-Esperanto in One
Easy Lesson” -- entrambe si configurano come commistione delle idee di PEANO
(si veda) e di altri sistemi, presentando un vocabolario di base ispirato al
Latino sine flexione accostato rispettivamente alla struttura grammaticale
dell'IDO (cf. Grice, Studies in the Way of IDO” -- e dell'Esperanto. A Empoli, mentre è membro
della commissione, nominata dalla Società Italiana per il Progresso delle
Scienze, che dove occuparsi della promozione dell'uso e dello studio delle
lingue internazionali, commissione di cui fa parte anche lo stesso PEANO (si
veda) - pubblica nella rivista “Riforma” anche un saggio intitolato «Questione
de lingua auxiliario internationale in Italia» a riprova del suo
particolare interesse per la materia. Giuliano Vanghetti Voce Discussione Leggi Modifica Modifica
wikitesto Cronologia Strumenti V. V. M. Empoli
-- è stato un medico ortopedico italiano, famoso per aver condotto innovative
sperimentazioni di protesi per arti amputati, in particolare quelli superiori.
Di un certo rilievo fu anche il suo interesse alla linguistica: conoscitore di
molte lingue, si occupò della promozione degli studi sulle lingue ausiliarie
internazionali: l'interlingua e il latino sine flexione di PEANO (vedasi). Dopo
i primi studi a Greve in Chianti, dove il padre Dario si era trasferito da
Empoli per svolgere l'incarico di pretore, conseguì la maturità a Siena e si
iscrisse poi all'Università di Bologna. Qui frequentò ben tre facoltà - fisica,
matematica e medicina - prima di optare per quest'ultima, in cui si laurea con
un modesto 80/110. Iniziò la professione come assistente alla Clinica
Dermosifilopatica di Parma ma, quando il padre si ritirò in pensione, rientrò
con lui a Empoli accettando supplenze come medico condotto nei paesi
circostanti. L'esigenza di mantenere la
famiglia che si era intanto formato (la moglie e i due figli Dario e Flora) e
il desiderio di viaggiare e "conoscere il mondo", evadendo in qualche
modo dalla dimessa routine della sua vita, lo spinsero allora a imbarcarsi come
medico di bordo su navi in genere di emigranti italiani. Compì in quegli anni
numerose e lunghe traversate soprattutto alla volta di Australia, Stati Uniti,
Argentina e Brasile, imparando così l'inglese, il tedesco, il francese, lo
spagnolo e interessandosi anche ai primi studi sull'interlingua. Protesi "cinematiche" Come un po'
tutti gli italiani, anche Vanghetti si crucciò alla notizia della disfatta di
Adua, ma rimase pure angosciato nell'apprendere della doppia mutilazione (mano
destra e piede sinistro) inflitta a un migliaio di àscari fatti prigionieri
dagli abissini, ai quali poi il governo italiano aveva fornito degli inerti
"pezzi di legno" in sostituzione degli arti mancanti. Riflettendo sul
come dare "movimento" a tali protesi, in particolare a quelle della
mano, il "dottorino" toscano giunse alla semplice e geniale
conclusione che esse dovevano essere collegate proprio a quei muscoli e tendini
che erano stati recisi dall'amputazione: era il principio delle protesi
"cinematiche" (talora definita anche "cineplastica"). Lasciate quindi navi e piroscafi, rientrò a
Empoli per rintanarsi nella casa paterna in frazione Villanova, suddividendo il
proprio tempo fra il pollaio e il laboratorio da lui improvvisato accanto allo
studio del primo piano, in cui sperimentò le sue teorie testandole su delle
galline alle quali aveva amputato una zampa e applicato delle protesi
"mobili" in legno. Vanghetti e la sua domestica, promossa assistente,
le visitavano ogni giorno con la soddisfazione di vederle tornare a camminare
dopo qualche mese. Nell'aprile 1898 pubblicò a sue spese Amputazioni,
Disarticolazioni e Protesi, breve memoria illustrativa del suo metodo che tuttavia
non ebbe alcuna eco nel mondo medico e scientifico. Nel 1900 riuscì a compiere il passaggio
decisivo dalla teoria e dalla sperimentazione sugli animali alla pratica
chirurgica sull'uomo presentando direttamente le sue idee al professor Antonio
Ceci, direttore della Clinica chirurgica di Pisa, che le applicò in un
intervento di amputazione all'avambraccio destro utilizzando una protesi
realizzata dal rinomato ortopedico pisano Giuseppe Redini. L'operazione e il
paziente furono presentati a Pisa, al congresso italiano di chirurgia,
suscitando i primi timidi interessi per la "cinematizzazione" dei
monconi d'amputazione (oltre allo stesso Ceci, i chirurghi Roberto Alessandri
di Roma, Galeazzi di Milano e pochi altri). Dal canto suo, V. cercò di dare
forma organica alle proprie concezioni in varie pubblicazioni, soprattutto nel
saggio Plastica e protesi cinematiche, che ottenne un premio d'incoraggiamento
dall'Accademia Nazionale dei Lincei.
Solo dieci anni dopo, con lo scoppio della prima guerra mondiale,
tornarono di tragica attualità il problema della funzionalità delle protesi e
quello connesso della reintegrazione sociale dei mutilati. Augusto Pellegrini,
primario di chirurgia all'ospedale Melino Mellini di Chiari, prese allora Vanghetti
con sé e, con il grado di maggiore della Croce Rossa, lo incaricò di
organizzare e dirigervi un Centro per mutilati. Del resto, le necessità
belliche incrementarono rapidamente e in tutta Europa i progressi della
tecnologia e dell'efficacia protesica e molti chirurghi tradussero in pratica i
principi di Vanghetti pur senza riconoscergliene pubblicamente la paternità
(non così il celebre Ernst Ferdinand Sauerbruch, che attribuì al medico
empolese la primogenitura dell'idea). Allo stesso modo, anche i dispositivi
ortopedici da lui elaborati vennero utilizzati e brevettati da altri per
produrre protesi funzionali; è il caso ad esempio della "mano
Marelli", di fabbricazione italiana, in cui, in base ai principi di
Vanghetti, due tiranti consentivano i piegamenti delle dita e la chiusura del
pollice sul palmo. I riconoscimenti e
gli ultimi anni Alla fine arrivarono anche i riconoscimenti, seppur pochi e
tardivi: dall'Accademia Nazionale dei Lincei, come detto, dall'Accademia di
Medicina di Torino con l'assegnazione del premio Alessandro Riberi, e dalla
Croce Rossa Italiana, che gli conferì un diploma di benemerenza e la medaglia
d'oro. La Società Ortopedica Italiana lo accolse come socio onorario in
occasione del congresso nazionale, tenutosi a Milano sotto la direzione di
Riccardo Galeazzi e con tema "Sull'amputazione cinematica. Patologia e
cura dei monconi d'amputazione". Nello stesso anno gli giunse
particolarmente gradito l'invito a visitare l'Istituto Ortopedico Rizzoli di
Bologna, dove il chirurgo Codivilla era passato dall'iniziale diffidenza a un
convinto sostegno per le protesi cinematiche, così come il suo successore,
Putti. Dopo la parentesi bellica,
comunque, V. torna a isolarsi nella campagna empolese occupandosi da un lato
del figlio Dario, immobilizzato da una grave malattia, e dall'altro di disegnare
e costruire nuovi apparecchi meccanici (fra cui un corsetto correttivo della
scoliosi). Usciva di casa raramente, in genere il giovedì per recarsi in città
al mercato e poi dal farmacista, dal meccanico e dal falegname: per
l'abbigliamento un po' trasandato e per queste sue abitudini poco socievoli,
che gli facevano preferire i polli agli uomini, passava per un eccentrico, uno
strambo, un "matto" inoffensivo.
Dopo la morte fu sepolto nella cappella di fronte alla sua vecchia casa,
sul cui portone d'ingresso il municipio di Empoli fece affiggere, nel secondo
anniversario della sua scomparsa, una lapide: «In questa casa degli avi suoi,
schivo di onori, sdegnoso di lucro, ricreò lo spirito curioso d'ogni cultura, V.,
riformatore della tecnica delle amputazioni, ideatore geniale della
vitalizzazione delle membra artificiali, il cui nome l'Italia e il mondo hanno
meritamente iscritto nell'albo dei grandi benefattori dell'umanità». Successivamente,
l'officina-laboratorio-studio di Vanghetti è stata ricostruita in due ampi
locali nel sottotetto della Biblioteca Comunale "Renato Fucini" di
Empoli. Contiene tutti oggetti originali dell'epoca, donati dalla figlia Flora,
come attrezzi, libri, calendari e protesi funzionanti. Greve in Chianti, suo
paese natale, ha intitolato a V. un viale.
Empoli, sua città avita e di adozione, gli ha dedicato una via, prossima
al centro e, una delle scuole secondarie di I grado, in Via Liguria. Sulla
rivista scientifica Neurology è apparso un articolo che presenta Vanghetti come
il pioniere della neuroprotesica. La copertina dello stesso numero è a lui
dedicata. Se ne occuperà soprattutto negli anni precedenti e in quelli
successivi alla prima guerra mondiale, entrando anche a far parte del consiglio
direttivo dell'Academia pro Interlingua di Giuseppe Peano, votata alla
promozione delle lingue ausiliarie internazionali e, in particolare, del latino
sine flexione di Peano. ^ cineplastica, in Treccani.it – Vocabolario Treccani
on line, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. ^ cinematizzazione, in
Treccani.it – Enciclopedie on line, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
Vanghetti, in Treccani.it – Enciclopedie on line, Roma, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. ^ «L'animale più indicato per questi studi sarebbe
la scimmia, ma il prezzo d'essa, l'indisciplina e l'ingombro sono tali da
renderlo impossibile ad esperimentatori di mezzi limitatissimi. I polli, dal
pulcino al tacchino, sono gli animali che meglio si prestano per la loro
docilità, per il prezzo svariato e per avere i tendini del tarso facilmente accessibili
all'operatore.» Riportato da
Nunzio Spina, Porro e Lorusso, Pellegrini. Contributions to surgery and
prosthetic orthopaedics", in Journal of Medical Biography, Journal of the
American Medical Association. Tuttavia,
secondo Antonio Conti e Donatella Lippi, "La formazione sanitaria ad
Empoli da Chiarugi ad oggi", in Ciampolini (a cura di), L'innovazione per
lo sviluppo locale. L'università per il territorio (atti del convegno di studi,
Empoli), Firenze, Firenze , «Il chirurgo tedesco Sauerbruch, dopo aver letto
gli scritti di Vanghetti, se ne impossessò, iniziando ad applicare a tappeto la
sua cura. Forte della sua fama e delle evidenze raccolte da V., rivendicò a sé
la paternità di queste scoperte.» ^ Francesco Mattogno, Loredana Chiapparelli,
Roberto Pellegrini e Marco Borzi, Manuale dispositivi ortopedici e
classificazione ISO, ITOP - Officine Ortopediche, consultabile Archiviato Internet Archive.). Sul cosiddetto
"Museo V." si possono vedere: Rasetti, "Il Museo Vanghetti nella
biblioteca cittadina di Empoli", in La Restitutio ad Integrum. Da Giuliano
Vanghetti al Corso di laurea in fisioterapia, seminario di studi, Empoli
(consultabile on line Archiviato in Internet Archive.); Ilenia Castaldi,
"Il genio sperimentale del 'dottor' V.", sul quotidiano on line
gonews Archiviato Internet Archive. il sito della scuola Internet Archive. Tropea,
Alberto Mazzoni, Silvestro Micera, Massimo Corbo, Giuliano Vanghetti and the
innovation of “cineplastic operations”, in Neurology, vCover Neurology, su
neurology.org. Bibliografia Giuliano Vanghetti, Amputazioni, Disarticolazioni e
Protesi, stampato in proprio, V., Plastica e protesi cinematiche. Nuova teoria
sulle amputazioni e sulla protesi, Empoli, Traversari, Franceschini, La
ricostruzione delle membra mutilate, Milano, Sonzogno, Pellegrini, "Come
Vanghetti preconizzava le trazioni sullo scheletro mediante filo", in La
chirurgia degli organi in movimento, Pellegrini, "Traitement des fractures
des membres par l'archet de forgeron et les tractions sur le squelette par fil
métallique selon la méthode de V.", in Bulletins et mémoires de la Société
nationale de chirurgie,Maccaroni, "Vanghetti", in La riforma medica.
Città di Empoli, Le onoranze a V. nell’anniversario della morte, Firenze,
Noccioli, Landi, Mario Mannini e Pier Luigi Niccolai (a cura di), V.. Mostra
documentaria, Empoli, Comune. Vannozzi, "I 'ferri del mestiere' di
Vanghetti: possibilità di una indagine storica", in Giuliano Vanghetti:
nascita, sviluppi e tendenze della chirurgia protesica dei mutilati (atti del
convegno di studio, Empoli), Empoli. Antonia Francesca Franchini, "Empoli
per V.: l'importante convegno di studio sulla nascita, sviluppi e tendenze
della chirurgia protesica dei mutilati", in Oris medicina, Spina,
"Giuliano Vanghetti e le mutilazioni degli ascari: quando compassione e
sensibilità scatenarono l'ingegno", in GIOT Giornale Italiano di Ortopedia
e Traumatologia Tropea, Alberto Mazzoni, Silvestro Micera, Massimo Corbo, V.
and the innovation of “cineplastic operations”, in Neurology, V. su Treccani.it
– Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Portale
Biografie Portale Linguistica Portale Medicina Categorie: Medici italiani Medici
Medici Italiani Italiani Nati a Greve in Chianti Morti a Empoli [altre] Il
Latino sine flexione di PEANO (si veda) ed altri, cioè l'Inter-Latino, o
latino internazionale, è già in uso vantaggiosamente in altre discipline,
anche in forma ufficiale (v. per es. le circolari dell'osservatorio di
Cracovia). Il soggetto è trattato in modo conciso, ma completo, dallo
stesso O. sulla Riforma Medica, in latino internazionale
perfettamente intelligibile a prima lettura da ogni persona colta di
qualunque paese anche se conosce bene solo l'inglese od una lingua
neo-latina più specialmente ad un medico, ed a chi ha studiato il
latino. Lo scrivere in latino internazionale costa poca fatica, senza
necessità di studiare una grammatica e senza possibilità d’errori. Del
resto esi stono già dizionari appositi (BASSO (si veda), PEANO (si veda),
CANESI (si veda), Pinth) che lascian solo da applicare s al plurale o
poco più. L'Esperanto richiede studio di grammatica e di vocabolario.
Questo ultimo è in via di esser LATINIZZATO per più facile comprensione.
Ma la grammatica, per quanto ridotta rispetto alle lingue naturali, è
sempre un po'complicata rispetto all'inter-latino che non ne ha affatto
per il lettore, e quasi nessuna per lo scrittore, e ad ogni modo non è
obbligatoria. Anche astrazion fatta da ragioni politiche *contro*
l'esperanto, non è ammissibile l'obbligatorietà dello studio di esso
nelle pubbliche scuole, come neppure quello di alcun altra delle lingue
artificiali, nessuna delle quali è ancora perfettissima. La Società delle
Nazioni, respinse alla quasi unanimità detta pretesa; e pur rimandando la
questione generale allo studio dell’Intesa Intellettuale, mostra
propensione alla base inter-latina. Intanto, oltre che a scopo di
corrispondenza scientifica praticamente già constatata facile e
vantaggiosa, è nell'interesse della scienza italiana della sua
lingua spesso ignorata e spogliata per scarsa diffusione anche in
quanto riguarda l'ortopedia, che gl’articoli originali dei nostri
periodici scientifici portassero un sommario in latino internazionale. La
società internazionale per lo studio del problema è attualmente in Italia, e
presieduta da PEANO, via Barbaroux, Torino, insegnante di calcolo in quella R.
U. Nome compiuto: Giuliano Vanghetti. Vanghetti. Keywords: Deutero-Esperanto.
Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Vanghetti,” pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice,
The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!: ossia, Grice e Vanini: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale dei peripatetici del lizio – la
scuola di Taurisano – filosofia leccese – filosofia pugliese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Taurisano). Abatract. Keywords:
Filosofo pugliese. Filosofo italiano. Taurisano, Lecce, Puglia. Essential
Italian philosopher. “If you
speak Italian, you should never confuse Vanini with Vannini” -- Grice. – H. P.
Grice: “When this American philosopher, G. P. Baker, of New Jersey, called me a
‘heretic,’ I don’t know what he was _meaning_!” -- V. Spirito inquieto, che si
sente investito del compito civile di un profondo rinnovamento
politico-culturale dell’uomo e della società, Giulio Cesare Vanini conduce agli
albori dell’età moderna una sistematica demolizione del sapere teologico
medievale e rinascimentale nell’ottica di un razionalismo radicale, quasi
preilluministico, e apre la strada a una rifondazione del sapere sulla base
dell’autonomia della ragione e della natura, con esiti spesso eversivi dei
valori etici e culturali della tradizione cristiana. Nato da Giovan Battista e da Beatrice López
de Noguera, V. prende i voti con il nome di fra Gabriele nel convento
napoletano del Carmine Maggiore e, qualche anno più tardi, consegue la laurea
in utroque iure presso il Collegio dei dottori, annesso allo Studio partenopeo.
Si trasferì a Padova nell’intento di seguire i corsi accademici in teologia o
forse in artibus, ma le sue aspettative sono bruscamente interrotte da un grave
provvedimento disciplinare del generale dell’ordine carmelitano, Silvio, che
mirava a relegarlo in un oscuro convento del Cilento. Associatosi al
confratello Ginocchio, V. preferì tentare la fuga in Inghilterra, dove forse
spera di affermarsi come filosofo-teologo, critico dei principi del Concilio
tridentino. La via della fuga fu accuratamente preparata dall’ambasciatore
inglese a Venezia, Dudley Carleton, che lo affida alle cure dell’amico
Chamberlain e lo pone sotto la protezione del potente primate d’Inghilterra, Abbot,
arcivescovo di Canterbury, il quale lo ospitò a Lambeth Palace fin dall’arrivo
a Londra. V. pronuncia nella Mercers’ Chapel l’abiura del cattolicesimo. Il
difficile rapporto con Abbot induce V, a riprendere i contatti con il mondo
cattolico attraverso l’ambasciatore spagnolo a Londra, Diego Sarmiento de
Acuña, e il nunzio di Francia, Ubaldini. Egli fa pervenire a Paolo V un
memoriale, purtroppo andato perduto, il cui contenuto ci è reso noto da un
verbale della Congregazione del Sant’Uffizio (Archivio della Congregazione per
la dottrina della fede, S. O., Decreta). Sappiamo così che, insieme al
confratello Ginocchio, chiese al papa l’assoluzione in foro fori, la
liberazione dai voti della religione del Carmelo e la possibilità di vivere in
abito secolare o sacerdotale. Le sue proposte furono esaminate dal Sant’Uffizio
nelle sedute (Decreta), in cui il
pontefice concesse il perdono previa comparizione spontanea e formale abiura
della religione anglicana. Venuto a conoscenza del suo tentativo di lasciare
l’Inghilterra, Abbot pone V. agli arresti, dapprima in Lambeth Palace e in
seguito nella Gatehouse. Lo fece processare davanti alla High commission. Dal
verbale della second examination (Archives of the Archdiocese of Westminster)
sappiamo che egli fu sospettato di aver avuto contatti con i cattolici
imprigionati a Newgate, di aver tacciato di antitrinitarismo e di arianesimo il
calvinismo e il puritanesimo britannico e di essere miscredente per aver
lasciato nella sua cella i libri di Niccolò Machiavelli e di Pietro Aretino
«super institutiones» (con evidente riferimento al Principe del primo e al
Ragionamento delle corti del secondo).
Fuggito dalla Gatehouse con l’appoggio dell’ambasciatore spagnolo e con
il sotterraneo consenso dello stesso Giacomo I d’Inghilterra, Vanini si recò da
Ubaldini, chiedendo di pubblicare con licenza della Congregazione del
Sant’Uffizio un’Apologia pro Concilio Tridentino, in 18 libri, purtroppo
perduta. Ma le autorità ecclesiastiche si dimostrarono interessate, più che a
esaminare il testo, a riportare a Roma l’ex transfuga per processarlo nel
tribunale del Sant’Uffizio. Tale fu, infatti, il suggerimento del nunzio
apostolico -- lettera all’inquisitore romano, Millini -- e tale fu anche la
proposta del pontefice (decreto del Sant’Uffizio, Archivio della Congregazione
per la dottrina della fede, S. O., Decreta). Ma Vanini si guardò bene dal
raggiungere Roma e si fermò a Genova, dove strinse amicizia con Scipione Doria
che gli affidò l’incarico di insegnare la filosofia al figlio Giacomo. A seguito
dell’arresto di Ginocchio per ordine dell’inquisitore genovese, intuì di essere
nel mirino del Sant’Uffizio. Si affrettò a lasciare la Repubblica e si recò a
Lione, dove diede alle stampe l’Amphitheatrum.
Dopo un ulteriore incontro con l’Ubaldini nel luglio del 1615, ruppe
definitivamente il legame con il nunzio e cercò protezione e successo negli
ambienti di corte e nei circoli libertini che proliferavano nella capitale
francese. Parigi gli aprì le porte dell’agognato successo e gli offrì la protezione
di personalità di primo piano, quali Arthur d’Épinay de Saint-Luc, François de
Bassompierre, Nicolas Brûlart, Adrien de Monluc conte di Cramail e, infine,
Henri II duca di Montmorency. All’interno di tale milieu culturale Vanini poté
respirare quel clima di libertà intellettuale che lo indusse a dare alle stampe
il De admirandis naturae reginae deaeque mortalium arcanis, stampato da Perier.
Il libro ha un immediato succès de scandale ma, ad appena un mese di distanza
dalla pubblicazione, la facoltà teologica della Sorbonne intervenne con una
sentenza di condanna -- Archives Nationales de France, Reg. MM. Costretto a
cercare un rifugio più sicuro, Vanini si trasferì nella cattolicissima Tolosa
sotto la protezione del Cramail. Quando
ormai la politica di normalizzazione di Luigi XIII non poteva più tollerare le
punte estreme del radicalismo di Vanini, Tolosa gli riservò la tragica fine del
rogo. Arrestato dai capitouls Paul Virazel e Jean d’Olivier e deferito alla Cour de Parlement, fu
condannato sotto le vesti di Pomponio Usciglio, forse perché la corte si
convinse che il nome Giulio Cesare fosse stato adottato dal filosofo per
erigersi a novello Cesare, conquistatore delle Gallie al verbo dell’ateismo. In
quello stesso giorno nella Place du Salin il boia eseguì scrupolosamente la
sentenza: strappò al condannato la lingua con le tenaglie, lo appese alla
forca, lo gettò sul rogo e, infine, sparse al vento le sue ceneri mortali. L’ateismo vaniniano tra critica della
tradizione e impegno civile Le pagine introduttive dell’Amphitheatrum e del De
admirandis ci fanno intuire che il filosofo maturò il proprio pensiero in
stretta correlazione con il proprio tempo storico. L’esperienza del soggiorno
londinese, a contatto con l’intransigenza e il rigorismo dell’ala più estrema
del puritanesimo inglese, e quella del soggiorno parigino, caduto negli anni
più tragici della reggenza della regina madre Maria de’ Medici, che non esitò a
scatenare un sanguinoso conflitto civile, pongono il Salentino di fronte alla
grave crisi morale, politica e religiosa che attanaglia l’Europa del primo
Seicento. Egli individua le radici di
tale crisi europea nella tradizione culturale cristiano-teologica medievale e
rinascimentale, la quale, sottoposta a un’indagine critica, gli appare
intessuta di menzogne e falsità, di frodi e di inganni, di imposture e di
superstizioni. A differenza di altri spiriti del tempo che aderiscono a
generiche formule deistiche (per es., i libertini) o irenistiche, che restavano
comunque all’interno di quella tradizione, Vanini approda a un ateismo teorico,
inteso come filosofia liberatoria ed emancipatrice capace di chiudere un
processo storico e di inaugurare una nuova tavola di valori per l’età moderna.
Perciò egli si presenta come un innovatore, portatore di una nuova filosofia
che segna una discontinuità e una netta frattura rispetto al passato. Egli è convinto che la battaglia per la
liberazione e per l’emancipazione dell’uomo non può non assumere la funzione
antistorica di demolizione del patrimonio ideologico-culturale dell’Occidente
cristiano. In tale atteggiamento, che si potrebbe definire preilluministico,
trova la sua più profonda motivazione quella dimensione critica, distruttiva,
demolitrice del suo pensiero, spesso segnalata dai suoi interpreti. L’eredità
medievale e umanistico-rinascimentale ne esce a pezzi: egli demolisce il mito
dell’antropocentrismo, scardina i principi del platonismo cristianizzato, fa
scricchiolare i pilastri dell’aristotelismo concordistico, smantella la
costruzione di un universo compatto, finito, armonizzato, avente al suo vertice
Dio e la schiera delle Intelligenze angeliche, stronca ogni forma di
teleologismo, sfata il mito del primato dell’uomo nella scala degli esseri
viventi, manda in frantumi i più consolidati principi dell’etica cristiana,
smaschera le illusioni della magia e dell’astrologia. La messa fuori gioco dei cardini del
cristianesimo si accompagna a un ritorno all’antico per almeno due ragioni fondamentali.
La prima è che Vanini sente il bisogno di riallacciare l’ateismo moderno a
quello antico («veteres philosophi ut qui illorum praesidio innituntur moderni
athei», Amphitheatrum). Non a caso egli registra nell’album atheorum
soprattutto pensatori come CICERONE (vedasi), Protagora, Diagora, Diodoro
Siculo, Luciano, PLINIO (vedasi) e, tra i moderni, MACHIAVELLI (vedasi) e CARDANO
(vedasi). La seconda è che la filosofia antica è il terreno su cui è possibile
operare un recupero della ragione naturale, che Vanini identifica con la ratio
aristotelica precristiana, non ancora imbrigliata entro le pastoie delle
categorie religiose. Ne consegue che il suo pensiero assume una curvatura
razionalistica e radicale perché non sottrae al vaglio critico della ragione
naturale alcun dominio o oggetto privilegiato. Esclusa ogni dimensione
sovrannaturale o metafisica, l’ateismo moderno coincide per Vanini con la
costruzione di un nuovo sapere, fondato sui due pilastri dell’autonomia della
ragione e dell’autonomia della natura. In tale prospettiva egli assegna a sé e
al nuovo secolo emergente una funzione eversiva di emancipazione civile e
intellettuale. Le pagine introduttive
dell’Amphitheatrum e del De admirandis insistono su un netto capovolgimento di
valori: l’età dei conflitti ideologici conseguenti alla proliferazione dei
settarismi e delle eresie sortite dal crogiolo della Riforma è definitivamente
chiusa. Il nuovo che avanza è una secretior philosophia, che coincide con
l’ateismo, rappresentato con la metafora di una lussureggiante vegetazione che
si espande e invade tutto l’orbe europeo. Il termine secretior non deve trarre
in inganno: esso non ha nulla a che fare con il misticismo teosofico
platonizzante o neoplatonizzante. La terminologia di matrice platonica ha nei
testi vaniniani una mera funzione di copertura. L’ateismo è per Vanini
l’antidoto al misticismo. Esso è secretior perché, per sottrarsi all’occhiuta
censura degli inquisitori, si maschera nel chiaroscuro di una tecnica
compositiva del testo in cui l’ambiguità e l’ironia si alternano al gioco
mimetico della simulazione e della dissimulazione. In ogni caso, la chiave di
lettura che Vanini ha del mondo moderno è abbastanza trasparente: all’età del
predominio ideologico della religione, egli vede susseguirsi un radicale
processo di laicizzazione dei valori politico-sociali. È significativo che
nella nuncupatoria al Bassompierre egli presenti il suo ingegno come un
arboscello che, cresciuto nel terreno sterile della filosofia tradizionale,
rischiava di non dar frutti significativi, ma, rinvigorito sotto l’azione del
seme turgido e vigoroso («protuberante, turgenteque semine») dell’ateismo, gli
ha permesso di oltrepassare le mete degli antichi filosofi e di superare le
difficoltà dei moderni («veterum philosophorum metas transiliens et recentiorum
obstacula superans», De admirandis. Ma ancor più pregnanti sono le pagine del
Dialogo I, ove la nuova filosofia (l’ateismo) è presentata come una luce
improvvisa che ferisce la vista di chi a lungo è vissuto nelle tenebre («fit
laesio repentina, illata luce ijs, qui diu in tenebris commorati sunt», De
admirandis). Anche qui la terminologia risente di reminiscenze platoniche, ma
ha in Vanini connotazioni di segno opposto, perché fuor di metafora le tenebre
sono il sapere tradizionale e il tema dell’illuminazione improvvisa suggerisce
l’idea di una svolta filosofica destinata a modificare profondamente la
sensibilità dell’uomo moderno. La metafora della luce allude cioè a una
renovatio che però non ha più coloriture di carattere religioso ma coincide con
la liberazione dalle menzogne e dalle frodi della tradizione cristiana
(«fraudes detegere», «figmenta patefacere», De admirandis). E il compito
storico, morale e civile del filosofo è quello di trasmettere almeno una goccia
(«gutta») del proprio rinnovato sapere alle giovani generazioni. L’ateismo
vaniniano si delinea così sulla base di una nuova concezione dell’uomo e del
mondo. L’universo vaniniano è autonomo nella sua composizione materiale e nei
suoi principi costitutivi di moto e di quiete. Vanini ha in mente un modello
meccanicistico; il mondo è lucrezianamente inteso come una machina, che ha al
suo interno e nella struttura dei suoi ingranaggi, non dissimili da quelli di
un orologio prodotto dagli artigiani tedeschi, leggi certe e stabili che
rinviano a un interno principio di movimento. Altrettanto meccanicistico e
materialistico è il modello che serve a spiegare il funzionamento degli
organismi viventi, compreso l’uomo. La vita fisica e psichica dell’uomo è in un
rapporto simbiotico con l’ambiente naturale e umano. I caratteri psichici
dipendono dal cibo, dalle abitudini, dai costumi sociali, dalla trasmissione
del seme. La vita fisica e psichica dell’uomo è tutta interna alla natura e
alla società non solo nel senso che ne è un prodotto, ma anche nel senso più
radicale che la natura e la società sono l’unico orizzonte entro cui si
sviluppa e si dissolve la vita umana con esclusione di ogni altra dimensione
extranaturale. Le ragioni che concludono a favore della mortalità dell’anima
sono più consistenti e più forti di quelle a sostegno dell’immortalità. La vita
dello spirito ha le sue radici nella materialità del corpo e nel moto
meccanicistico degli spiriti vitali e naturali. L’anima stessa non è che uno
spiritus che coincide con l’aër perché spiritus deriva da spirare che è l’atto
materiale del respirare (De admirandis).
L’autonomia della ragione e della natura non è veramente tale se non è
autonomia dal soprannaturale. V. recide alla radice il rapporto tra Dio e la
natura: non solo egli nega l’atto creativo, ma esclude altresì l’attività
assistenziale, provvidenzialistica e finalistica di un’intelligenza
sovraceleste. Dio non è il fine ultimo dell’ordine universale. In quanto
autonomo, il cosmo è eterno, non ha né inizio né fine; non è perfetto, ma è,
secondo il celebre paradosso empedocleo, perfettibile proprio in forza della
sua imperfezione. L’Amphitheatrum è il testo in cui è condotta la più radicale
confutazione dell’idea di provvidenza: in esso ogni sorta di teleologismo è
respinto; non ci sono interventi straordinari della divinità nel mondo; la
distribuzione del bene e del male è del tutto casuale; i miracoli o sono
riconducibili alle causae naturales o risultano essere frodi di sacerdoti e di
politici; nell’ordine naturale non v’è traccia di un’intelligenza o di una
volontà organizzatrice, come provano le deformità studiate dalla teratologia.
Tutto si riduce a materia vivente e vivificatrice, senza gerarchizzazioni e
gradi di realtà, poiché unica è la materia di cui sono composti i corpi celesti
e quelli terreni fino ai più umili come lo scarabeo. La vita è l’effetto
casuale della generazione spontanea. L’uomo non fa eccezione; rigorosamente
radicato nel regno animale, è anch’esso una produzione casuale e spontanea
della materia: il suo passato è a quattro zampe e nella sua anima non v’è
traccia di un’impronta divina. Se non è
fine ultimo, Dio non è neppure causa prima, né nel senso di una causalità
libera e contingente, né nel senso di una causalità necessaria. Vanini esclude,
da un lato, il volontarismo e il contingentismo scotiano e, dall’altro, il
necessitarismo tomistico. Se fosse causa libera, ovvero se fosse volontà
assoluta o potenza infinita che non ha limiti o ostacoli al proprio potere, Dio
comprometterebbe l’ordine della natura, e, viceversa, se l’ordine della natura
si conserva nella propria rigida regolarità, la potenza libera e assoluta di
Dio resta, di fatto, inattiva e priva di effetti. D’altra parte la causalità
libera coincide con l’agire in modo contingente. Ma se Dio può agire e non
agire, se può determinarsi ora in un modo ora nell’altro, vuol dire che Egli è,
di volta in volta, ora indeterminato ora determinato, e che in Lui c’è, come in
noi, il passaggio dalla indeterminazione alla determinazione oppure il
passaggio da una determinazione a un’altra. Ma tutto ciò implica imperfezione e
non è compatibile con l’essenza immutabile di Dio. Né è possibile che Dio sia
causalità necessaria, perché altrimenti il mondo sarebbe stato creato
necessariamente fin dall’eternità e sarebbe coeterno a Dio, con l’ulteriore
conseguenza che la causalità necessaria escluderebbe il libero arbitrio
umano. L’ulteriore passo di Vanini è lo
smantellamento delle tradizionali prove dell’esistenza di Dio, da quelle
cosmologico-a posteriori a quelle ontologico-a priori. La confutazione della
prova ontologica non è diretta solo contro Anselmo, ma anche contro la
scolastica suareziana che alla vecchia questione dell’an sit Deus? aveva
sostituito quella del quid sit Deus? Vanini collega strettamente i due
interrogativi del teologo, e mostra come la risposta al secondo costituisca
implicitamente una risposta al primo: definire il quid dell’essenza divina
significa evidenziarne l’intima contraddizione e quindi l’impossibilità
dell’esistenza. Stessa sorte ovviamente tocca alle prove cosmologiche. Nulle
sono le prove ex motu o e pulchritudine universi. Tutte si scontrano con
l’impossibilità che l’ente eterno e immutabile sia compatibile con il moto o
con la novità della creazione.
Naturalmente l’athéisme de théorie non manca di accompagnarsi a punte di
carattere dissacratorio che fanno della filosofia vaniniana una filosofia dello
smascheramento: portare allo scoperto le frodi e le menzogne è il suo tratto
più eversivo. Il bersaglio privilegiato sono le religioni che, originatesi dal
timore («primos in orbe deos fecit timor», De admirandis), appartengono al
mondo della favola. E l’arma di V. è la derisione, fino ai limiti del sarcasmo,
l’ironia sottile, il proposito di smitizzare e desacralizzare ogni cosa. Non si
salva neppure il testo biblico, equiparato alle favole di Esopo; anzi, si fa
notare, non senza un malizioso compiacimento, che non se ne è mai trovato
l’originale. I versetti salomonici, lungi dall’essere rivelativi di una
sapienza divina, sono lascivi, ineleganti, privi di qualsiasi valore razionale
e zeppi solo di proverbiucoli popolari. Il racconto mosaico della creazione del
mondo è degno di spugna e di carbone; le resurrezioni bibliche sono storielle
abbellite fuco sanctitatis oppure sono riconducibili a fenomeni di morte
apparente. Conoscenza umana e conoscenza divina: l’impianto antimetafisico
L’orizzonte filosofico vaniniano non è solo antiteologico, ma è altresì
antimetafisico. Ciò significa che egli esclude non solo l’esistenza di un
volere libero e intelligente, ma anche il complesso apparato delle essenze
eterne e necessarie della metafisica classica. Il banco di prova della
battaglia antimetafisica è quello della gnoseologia, o meglio della
contrapposizione tra la conoscenza umana e quella divina. Gli strumenti della
conoscenza umana sono la ratio e l’experimentum, ossia la ragione e il senso.
La ragione è, come si è già detto, la ratio naturalis, che è autonoma,
antidogmatica, critica, non ha origine divina, né è assoluta e astratta, ma è
uno strumento flessibile e malleabile, capace di cogliere la multiforme varietà
della natura nel suo stesso divenire. Calata interamente entro l’orizzonte
umano e mondano, la ragione non è più contrapposta alla sensibilità e agli
appetiti animali. Nulla è più estraneo
al pensiero vaniniano di un’attività speculativa e contemplativa, pura e
impassibile. Se la mente umana fosse di origine divina – egli scrive – dovrebbe
pensare sempre verità divine o quanto meno umane («si divina mens nostra est
divina semper vel humana saltem vera cogitaret», De admirandis). Per V., al
contrario, la razionalità umana è concreta; si risolve nelle stesse procedure e
tecniche argomentative e raziocinative le quali richiedono a loro volta
strumenti materiali («materialia instrumenta ad ratiocinandum requiruntur). Per
evitare fughe verso la metafisica V. precisa che la razionalità è insita nella
materialità del corpo ed è in linea di continuità con l’istinto animale.
Capovolgendo la filosofia stoica, che traccia una netta linea di demarcazione
tra l’umano e l’animale, egli riconduce la ragione all’istinto. Ciò che in noi
è chiamato ragione – scrive – coincide con ciò che negli animali definiamo
istinto di natura («quod in nobis vocatur ratio, in brutis naturae instinctus a
nobis dicitur). Il che è quanto dire che la ratio appartiene all’ambito della
realtà naturale e animale. Se l’istinto è la guida della vita animale, la
ragione è la guida della vita umana. La sola differenza è che il primo
determina nei bruti un comportamento univoco e ripetitivo e la seconda
garantisce all’uomo una più ampia gamma di scelte. Ma in entrambi i casi si
tratta di comportamenti che hanno come unico referente l’ambiente, puramente
fisico per l’animale, fisico e culturale per l’uomo. In quanto naturale, la razionalità umana è
nel tempo perché è nel divenire stesso della natura; a essa sono precluse le
verità eterne e assolute. Vanini respinge la concezione aristotelica della
duplicità dell’intelletto, attivo e passivo. La conoscenza umana non dipende da
un intelletto che coglie intuitivamente gli intelligibili, ma dipende da un
diretto contatto con l’ordine contingente della natura. L’intuizione
intellettuale delle essenze eterne è respinta perché non ha alcuna ricaduta sul
sapere scientifico. Le verità scientifiche sono per Vanini una faticosa
conquista, perché le nostre facoltà teoretiche sono discorsive e sono scandite
da componenti soggettive come l’assensus o il dissensus, la credulitas, la
fides e le consuetudines. Ne consegue che è messa fuori gioco la scientia dei,
la quale da un lato non può avere accesso alla varietas del mondo naturale e
dall’altro non può essere causa delle cose, perché nell’uno e nell’altro caso
essa è incompatibile con il divenire naturale. Se la mente divina conoscesse le
cose singole, mutevoli e contingenti, sarebbe, come quella umana, soggetta al
mutamento e all’errore; e viceversa, se non ne ha conoscenza, il sapere e il
potere divino subiscono una limitazione incompatibile con la natura della
divinità. Il principio logico, di
derivazione aristotelica, da cui muove V. è che la natura della scienza dipende
da quella degli oggetti conosciuti. L’oggetto della scienza – egli osserva
sulla scorta della posterioristica aristotelica – non può essere di natura
diversa da quella della facoltà conoscitiva. Non è possibile che si dia una
scienza certa di ciò che è di per sé incerto. Vanini utilizza tale principio
per tracciare una sorta di linea di demarcazione tra la scienza divina e la
scienza umana. La teologia non ha fatto altro che trasferire nella mente divina
le essenze e gli intelligibili di matrice aristotelica. La scienza divina è
certa perché ha a oggetto essenze necessarie e universali, ma ha come
contropartita l’impossibilità di inglobare come propri oggetti gli enti singoli
e particolari che sono sottoposti al divenire e al mutamento. Non a caso
Aristotele aveva affermato che se Dio ne avesse conoscenza, ne sarebbe
degradato. Con una punta di radicalismo Vanini ne deduce che Dio non ha
conoscenza di tutte le cose; anzi, quanto ai singoli, non ha neppure la
conoscenza che ne hanno i bruti (Amphitheatrum, cit., p. 243). Con la teologia cade, dunque, anche l’ideale
epistemico dell’aristotelismo che ha il suo fondamento nella scienza
dell’universale. A che serve – osserva Vanini – sapere che Socrate, Platone e
Aristotele sono ‘uomini’ se poi ignoriamo le specifiche individualità per le
quali ciascuno si differenzia dall’altro? La metafisica essenzialistica è
inadeguata a costruire un sapere scientifico. I parametri della scienza vanno
ridefiniti a partire dalle reali condizioni entro cui si produce la conoscenza
umana. Per V. la nostra facoltà intellettiva è operativa ed è in perenne
movimento e in continuo divenire, come tutti gli altri enti naturali. Ciò
significa che la sua gnoseologia assume una curvatura in senso soggettivistico:
il nostro intelletto non ha a oggetto verità eterne che precedono l’esperienza:
noi – scrive il filosofo – siamo circoscritti entro i limiti del tempo e dello
spazio; la nostra conoscenza muta con il mutare delle cose, non ha la stabilità
della conoscenza divina, ma passa dall’assenso al dissenso, dalla verità
all’errore o viceversa. Vanini non
spinge la sua analisi fino a sconfinare nel fenomenismo o, peggio ancora, nello
scetticismo. A differenza dei libertini, egli si mostra fiducioso nella
scienza. L’intelletto umano è sì inchiodato entro le maglie del tempo, ma è
altresì una facoltà congetturale e operativa che, agendo sul materiale fornito
dai sensi, accresce indefinitamente il proprio sapere, proprio come accade nei
processi di indottrinamento (Amphitheatrum), in cui si produce un’organica
accumulazione delle conoscenze. Ma il problema di fondo è quello di stabilire
quali sono i presupposti della certezza della conoscenza umana. E in proposito
egli ha in mente un mutamento del modello epistemologico di scienza, non più
ancorato alla necessità delle essenze universali, ma alla necessità intrinseca
al rapporto causale. La dimensione della certezza non è preclusa alla
conoscenza umana perché l’ordine naturale coincide con la serie causale che
lega gli eventi e le cose. La stessa facoltà congetturale consiste nel
prevedere possibili effetti a partire da cause presenti o da cause passate. In
breve la necessità intrinseca al nesso causale è garanzia dell’ordine e della
conoscibilità delle cose e perciò anche della certezza della scienza umana.
Alla luce di questo mutamento di prospettiva si spiega la continua insistenza
del Salentino sulle cause naturali che tolgono alle cose o agli eventi lo
smalto dell’arcanum e dell’admirandum. Sottratta alla natura divina, la causalità,
come connessione necessaria e intrinseca alle cose, è calata nel mondo fisico,
ne è anzi una sorta di legge interna o di regola su cui si fonda la certezza
del sapere umano. Il mondo naturale non è più soggetto al capriccio o al volere
o al potere di un agente esterno, ma è un ordinamento autosufficiente,
governato da propri principi.
Sfortunatamente Vanini compie un passo verso la fondazione della scienza
moderna solo nell’ottica di una cornice meramente teorica, dalla quale è
assente la matematica che ne è, invece, lo strumento principe. Men che mai egli
è attrezzato sul piano della ricerca sperimentale, poiché il suo concetto di
esperienza è per lo più equivalente alla semplice osservazione empirica. Ne
consegue che l’individuazione delle cause prossime è da lui condotta con una
buona dose di approssimazione. Ciò fa sì che la sua ricerca scientifica resti
per molti versi di tipo congetturale; gran parte dei suoi risultati sono
caduchi; spesso, in mancanza di una puntuale individuazione delle cause prossime,
egli si perde in una farraginosa ridda di ipotesi talvolta infelici, talvolta
persino elementari e semplicistiche, talvolta forse troppo condizionate da
propositi dissacratori o eversivi. Si salvano talune sue brillanti intuizioni
nel campo della biologia, che a qualche studioso sono apparse addirittura
precorritrici del darwinismo e che forse meglio sarebbe ricondurre nell’alveo
di un ingenuo o primordiale trasformismo biologico. La politica e lo smascheramento del potere:
l’etica laicizzata Il filo conduttore del pensiero politico di Vanini è dato da
un machiavellismo ampiamente contaminato dalla teoria dell’impostura di origine
lucianesca e da una forte contestazione del potere delle corti di matrice
aretiniana. Di conseguenza, nelle mani del Salentino il machiavellismo si
traduce in una sorta di strumento utile a smascherare il nesso tra potere
religioso e potere politico. Il compito del filosofo è quello di denunciare
l’assoluta arbitrarietà dell’uno e dell’altro; anzi, è più precisamente quello
di svelarne l’intimo intreccio per cui il primo appare essere il supporto
ideologico del secondo; entrambi si reggono su un sistema di menzogne che
condizionano le libertà civili e intellettuali le quali sono vitali per la
libera espressione dell’arte e della scienza.
Ciò spiega la natura eversiva del pensiero vaniniano, che non è
evidentemente interessato alla salvaguardia o alla conservazione dell’ordine
politico-sociale, ma alla sua demolizione attraverso la demolizione delle
Leges. Se i libertins érudits sono allineati sulle posizioni ideologiche della
borghesia conservatrice e se il libertinismo dei poeti che si muovono
nell’entourage di Théophile de Viau si alimenta del ribellismo delle classi
aristocratiche e sconfina in forme di empietà e miscredenza per lo più gratuite
e prive di consistenza teoretica, Vanini teorizza una legge di natura che ha
una duplice valenza, etica e politica, ed è alternativa alla religione e al
diritto storico-positivo. Tutto ciò che
si allontana dalla legge di natura è arbitrio, è violenza perpetrata sugli
uomini. Lo smascheramento del potere passa attraverso un serrato confronto tra
governo divino e governo terreno che sono speculari l’uno all’altro ed entrambi
arbitrari. L’accento cade spesso sul tema della vendetta. Tanto la giustizia
divina quanto quella umana si configurano più come vendetta che come equità. Il
dio del sacro codice (si noti la sostituzione della terminologia giuridica a
quella religiosa) è vendicatore dei delitti; i giudici terreni sono i suoi
ministri. In quanto fa derivare il suo potere da un’origine divina, il sovrano
legittima la propria potestà di amministrare la giustizia. Gli interventi
punitivi del principe terreno hanno effetto immediato, quelli della giustizia
divina rinviano i premi e i castighi a una favolosa vita futura, in modo che
l’inganno politico-religioso non sia facilmente smascherabile («ne fraus detegi
possit», De admirandis) e contribuisca a perpetuare lo stato di schiavitù e di
soggezione psicologica del popolo (Amphitheatrum; De admirandis). Togliere al
potere del principe il fondamento materiale e spirituale significa per Vanini
svelarne il carattere arbitrario. Qualunque potere, sia esso divino o terreno,
non è che arbitrio, non vincolato da nessuna legge, poiché la legge non è altro
che la stessa volontà di Dio o del principe terreno. Ciò significa che per il
potere, divino o umano, tutto è lecito: se Dio ci rende tutti peccatori, non
agisce in violazione di alcuna norma, semplicemente perché agisce in conformità
del suo volere (Amphitheatrum). Lo stesso vale per il principe terreno. Ma se
il potere è arbitrio, vuol dire che non è più di origine divina ed è di
conseguenza contestabile. Ciò che trattiene il popolo dalla ribellione non è il
timore della punizione divina, ma quello della reazione violenta e persecutoria
del principe terreno. Gli stessi filosofi hanno dovuto piegare la testa e si
sono rifugiati nel silenzio, incalzati dal timore del pubblico potere.
L’esempio di Socrate è stato per tutti un ammonimento. Aristotele abbandonò Atene
per evitare che si commettesse un nuovo delitto contro la filosofia. La libera
espressione delle idee è sempre avversata dal potere religioso e i libri di
Protagora furono bruciati nella pubblica piazza, in un clima di intolleranza
non diverso da quello dell’età controriformistica (De admirandis, cit., p. 367;
Amphitheatrum). Tanto il potere politico
quanto quello religioso si fondano sull’astuzia, sulla finzione e sull’inganno.
Non ne è esente neppure il cristianesimo. La figura del Cristo è disegnata da
Vanini secondo i parametri dell’astuzia volpina di stampo machiavelliano:
fingendo di conservare o di portare a compimento la religione giudaica, Cristo
la sovverte dalle fondamenta e istituisce al suo posto la religione cristiana.
Poi, per preservarla dal rischio dell’inevitabile corruzione, mette in
circolazione la profezia dell’anticristo. Il nuovo profeta cioè si comporta
alla stessa stregua del principe novello: per consolidare il proprio potere,
che nella fase iniziale è più debole, impiega l’astuzia o le armi. Cristo
scelse di fondare la legge cristiana, immolandosi ed esponendosi a una morte
ignominiosa, in modo che il suo esempio non fosse appetibile da parte di altri
sedicenti messia; Mosè procedette sempre armato e seminò stragi e sangue sul
suo cammino. Le religioni, mosaica e cristiana, ebbero vita lunga perché si
sposarono con il potere dominante; Apollonio di Tiana fondò una religione di
breve durata perché predicò la povertà ed entrò in conflitto con gli interessi
costituiti (De admirandis). Ma non basta
denunciare che le religioni sono fondate fin dalle origini sull’inganno e sulla
menzogna. L’obiettivo di Vanini è di evidenziare che esse esercitano anche una
tirannia psicologica. L’inganno – egli osserva – per essere duraturo deve
incidere sui bisogni fondamentali dell’uomo, deve far presa sulle sue speranze
e sulle sue paure: solo queste esercitano sui credenti una tirannia
psicologica, intellettuale e sociale. Si spiega perciò come l’azione del principe
o del profeta sul popolo sia di seduzione e di plagio (De admirandis). Lo
stratagemma cui comunemente essi fanno ricorso è quello di far credere al
popolo di avere un rapporto diretto e privilegiato con la divinità, in modo
tale che l’opposizione al loro potere sia immediatamente percepita come una
violazione del volere divino. Tutti gli atti del profeta mirano a consolidare
tale credenza. Il dominio politico e quello sacerdotale, per perpetuarsi nel
tempo, si costituiscono in modo da non essere suscettibili di contestazione.
Per perpetuare la religione da lui fondata, il novello profeta mira a
esercitare un dominio culturale che si estenda oltre la sua morte. A ciò è
funzionale lo stratagemma della resurrezione o dell’assunzione in cielo. Mosè
si gettò in un abisso in modo che il popolo lo credesse risuscitato. Lo stesso fecero
Empedocle e il profeta Elia. E il sottinteso, neppure tanto velato, è che lo
stesso fece Cristo per consolidare la neonata ‘servitù cristiana’ (De
admirandis). Nessuna religione positiva,
nessuna civiltà storica ha una durata infinita: Vanini ha un forte senso della
storicità delle istituzioni civili e religiose: le città, i regni, le religioni
sono soggetti alla ferrea legge del divenire naturale. Egli tende a porre un
forte accento sulla legge naturale della generazione e della corruzione di
tutte le cose: omnia orta occidunt – tutto ciò che nasce è destinato a perire.
Nulla dura in eterno: i valori, i costumi, le tradizioni, i modi di pensare, le
credenze, le norme etiche, le organizzazioni civili e religiose: tutto è
travolto dalla legge del divenire. Cosa c’era di più santo e di più nobile del
nome di Giove secondo la fede dei gentili? E cosa è più vile e più esecrando di
esso nella fede cristiana. I regni e le religioni sono prodotti storici:
nascono, crescono, raggiungono l’apice della loro vitalità, ma poi iniziano il
loro inesorabile processo di senescenza e di esaurimento. Nella fase della
nascita della nuova religione i miracoli sovrabbondano, perché il profeta vuole
apparire come figlio di Dio o come un suo inviato; poi lentamente vanno
scemando, fino a scomparire del tutto. Infine a una religione se ne sostituisce
un’altra. E poiché il mondo è eterno, i riti ritornano periodicamente: quelli
oggi in vigore sono stati attivati migliaia di volte e torneranno di nuovo in
vigore, non però secondo l’individuo, ma secondo la specie, cioè non nella
forma della loro individualità, ma in quella della loro essenza specifica (De
admirandis). Radicale e deteologizzata è
altresì l’etica vaniniana, che ha una forte vocazione naturalistica fin quasi
ad appiattirsi in un’indagine medico-scientifica o fisiologica delle passioni e
delle affezioni umane, ricondotte per lo più a un meccanicistico moto di
spiriti vitali. Il dato più rilevante è che si tratta di un’etica autonoma sia
da considerazioni metafisiche, sia da presupposti teologici o da valutazioni
religiose. Come nel pensiero politico è assente il parametro di uno Stato
ideale, così nel pensiero etico sono assenti le dimensioni dell’assoluto; la
condotta morale è vista solo in chiave relativistica in rapporto alla struttura
composita del soggetto agente. Naturalmente si tratta di un’etica
spregiudicata, nel doppio senso che è priva di pregiudizi condizionanti ed
estranei alla morale, e insieme è sforzo, tensione e lotta contro ogni gratuito
pregiudizio che mortifichi la vita naturale dell’uomo. È dunque in primo luogo
un’etica liberata ed emancipata dalla connotazione del peccato, ricca di venature
epicuree, fortemente tesa alla rivalutazione del piacere. Nella riflessione etica vaniniana il piacere
sessuale occupa un ruolo centrale, se non altro perché è ciò che presiede e
garantisce la perpetuazione della specie. La stessa vita sulla Terra correrebbe
il rischio di andare in rovina se la natura non ci avesse dotati dell’istinto
all’accoppiamento. Perciò la sessualità è liberata da ogni connotazione
negativa: gli organi sessuali non meritano il nome di pudenda, perché sono gli
artefici e i maestri della riproduzione («procreationis magistrae et opifices»,
De admirandis). Il Dialogo è una piena e radicale rivalutazione del piacere
sessuale, proposto come sesto senso e come cosa dolcissima (dulcissima res) per
essere in funzione della riproduzione. L’edonismo etico vaniniano è ben lontano
dall’assumere venature spiritualistiche: il piacere non è concepito come
un’affezione dell’anima, ma del composto, cioè del sinolo, aristotelicamente
inteso come unione di anima e di corpo. Il piacere perciò non può non avere una
componente corporea e materiale. Ciò
significa che la felicitas non consiste né nella copulazione averroistica né in
una visione-contemplazione della divinità trascendente, ma è una felicitas
tutta terrena, che Vanini per prudenza proietta nella sfera rarefatta di una
Respublica celeste in una sorta di utopia politico-sociale rovesciata, in cui i
disvalori del modello sociale esistente sono capovolti: «Una repubblica in cui
la partecipazione è senza invidia, tutti vogliono che agli altri sia
partecipato quello che c’è […] poiché chi vuole vuole che gli altri vogliano le
stesse cose e fa sì che noi pure vogliamo ciò che egli vuole» (Amphitheatrum;
trad. it. Anfiteatro dell’eterna provvidenza, a cura di F.P. Raimondi, L. Crudo). Ed è proprio sul tema della felicità o
beatitudine, intesa come fruizione del sommo bene, che franano le pretese di
un’etica di matrice religiosa. Vanini, infatti, insiste sull’impossibilità di
un’unificazione di finito e infinito. Solo Dio infinito può identificarsi con
sé stesso come ente infinito. Dunque solo Dio può essere beato. Ancora più
radicale è l’osservazione che l’agire può avere un fine a condizione che il
fine non superi la facoltà dell’operatore. Detto in altri termini: la finalità
in generale non può eccedere le condizioni materiali di colui che agisce. Come
la carrozza, che è termine finale dell’operazione, non oltrepassa le
potenzialità del carpentiere, così il fine della volontà non può trascenderne
le potenzialità. La volontà umana non desidera immediatamente il bene sommo,
perché è presa dal desiderio dell’essere. Perciò se il bene è l’ente, la nostra
volontà desidera l’essere non in quanto ne è priva, ma in quanto lo possiede.
Noi cioè non desideriamo l’essere che già siamo, ma desideriamo la sua
conservazione. Imboccata questa strada, viene meno qualsiasi finalità
soprannaturale. Noi, infatti, non desideriamo l’essere di Dio, perché coloro
che desiderano, desiderano la propria perfezione. Se desiderassimo l’essere di
Dio, desidereremmo la nostra corruzione e la nostra distruzione -- Amphitheatrum. Opere Amphitheatrum aeternae providentiae
divino-magicum, christiano-physicum, nec non astrologo-catholicum. Adversus
veteres philosophos, atheos, epicureos, peripateticos et stoicos, Lugduni, apud
viduam Antonii de Harsy; rist. fotomeccanica Galatina (trad. it. Anfiteatro
dell’eterna provvidenza, a cura di Raimondi, L. Crudo, Galatina). De admirandis naturae reginae deaeque
mortalium arcanis libri quatuor, Lutetiae, apud Adrianum Perier; rist.
fotomeccanica Galatina (trad. it. I
meravigliosi segreti della natura, regina e dea dei mortali, a cura di F.P.
Raimondi, Galatina). Opere, a cura di G.
Papuli, F.P. Raimondi, Galatina, Tutte le opere, a cura di F.P. Raimondi, M.
Carparelli, Milano. Corsano, Per la storia del pensiero del tardo Rinascimento,
II, V., «Giornale critico della filosofia italiana. Namer, L’æuvre de V.: une
anthropologie philosophique, in Studi in onore di Antonio Corsano, Manduria, trad.
it. Un’antropologia filosofica, in Le interpretazioni di G.C. Vanini, a cura di
G. Populi, Galatina). A. Nowicki,
Centralne kategorie filozofii Vaniniego, Warszawa (trad. it. parziale Le
categorie centrali della filosofia di Vanini, in Le interpretazioni di V., a
cura di G. Papuli, Galatina). G. Papuli,
introduzione a V., Opere, a cura di G. Papuli, F.P. Raimondi, Galatina, Marcialis,
Natura e uomo in Giulio Cesare Vanini, «Giornale critico della filosofia
italiana. V. e il libertinismo – H. P. Grice, “Humpty-Dumpty e il libertinismo”,
Atti del Convegno di studi, Taurisano, a cura di F.P. Raimondi, Galatina. Cavaillé, V.: la langue arrachée, in Id.,
Dis/simulations: Jules-César Vanini, François La Mothe Le Vayer, Gabriel Naudé,
Louis Machon et Torquato Accetto. Religion, morale et
politique au XVIe siècle, Paris V.: dal tardo Rinascimento al libertinisme
érudit, Atti del Convegno di studi, Lecce-Taurisano, a cura di F.P. Raimondi,
Galatina, Raimondi, V. nell’Europa del Seicento: con una appendice
documentaria, Pisa-Roma Raimondi, Monografia introduttiva, in V., Tutte le
opere, a cura di F.P. Raimondi, M. Carpanelli, Milano. Si veda inoltre: Istituto per il lessico intellettuale europeo
e storia delle idee, Filosofi del Rinascimento, archivi storico-documentari:
Giulio Cesare Vanini, iliesi.cnr.it/Vanini/. Fra i primi esponenti di rilievo del libertinismo erudito. Nasce
al casale di Terra d'Otranto, nella famiglia che il padre, uomo d'affari
originario di Tresana in Toscana, costitusce sposando una Lopez de Noguera,
appartenente a una famiglia appaltatrice delle regie dogane della Terra di
Bari, della Terra d'Otranto, della Capitanata e della Basilicata. Anche un
successivo documento scoperto nell'srchivio segreto vaticano, lo qualifica
pugliese, confermando il luogo di nascita ch'egli si attribuisce nelle sue
opere. Nel censimento ufficiale della popolazione del casale di Taurisano figurano
solo i nomi di Giovan Battista Vanini, del figlio legittimo Alessandro, e del
figlio naturale Giovan Francesco. Nessun cenno della moglie e dell'altro figlio
legittimo Giulio Cesare. Si ha motivo di ritenere che il padre sia ri-entrato a
Napoli. Sistemata ogni pendenza economica, entra nell'ordine carmelitano
assume il nome di Gabriele e si trasfere a Padova per intraprendere gli studi. Giunge
nelle terre della repubblica di Venezia quando le polemiche provocate due anni
prima dall'interdetto di Paolo V sono ancora vivacissime. Durante il soggiorno
padovano entra in contatto con il gruppo capeggiato da SARPI che, con
l'appoggio dell'ambasciata inglese a Venezia, alimenta la polemica anti-papale. Consegue
a Napoli il titolo di dottore in utroque iure, superando l'esame che gli
consente di esercitare la professione di dottore nella legge civile e canonica.
Come verrà descritto in documenti posteriori, assimila una grande cultura. Parla
assai bene il latino e con una grande facilità, è alto di taglia e un po'
magro, ha i capelli castani, il naso aquilino, gl’occhi vivi e fisionomia gradevole
ed ingegnosa. Divenuto maggiorenne, si fa riconoscere da un tribunale della
capitale erede di Giovan Battista. Con una serie di rogiti e procure notarili
redatte a Napoli, inizia a sistemare ogni pendenza economica conseguente alla
morte del padre. Vende una casa di sua proprietà sita in Ugento, a pochi
chilometri dal suo paese d'origine. Dà mandato a uno zio di assolvere incarichi
dello stesso tipo, incarica l'amico Scarciglia di recuperagli una somma e gli
vende alcuni beni rimasti a Taurisano e tenuti in custodia dai due
fratelli. Partecipa alle prediche quaresimali, attirandosi i sospetti
delle autorità religiose. In conseguenza dei suoi atteggiamenti anti-papali,
e allontanato dal convento di Padova e rinviato, in attesa di ulteriori
sanzioni disciplinari, al provinciale di Terra di Lavoro con sentenza del
generale dell'Ordine carmelitano, SILVIO, ma fugge in Inghilterra, insieme con
il confratello genovese GENOCCHI. Nel viaggio, toccano Bologna, Milano, i grigioni
svizzeri e discendono il corso del Reno sino alla costa del mare del nord,
attraversando la Germania, i paesi bassi, il canale della Manica e giungendo
infine a Londra e a Lambeth -- sede arcivescovile del Primato d'Inghilterra.
Qui i due frati rimarranno per quasi II anni, nascondendo la loro reale
identità perfino ai loro ospiti inglesi, poiché è provato che lo stesso
arcivescovo di Canterbury, ABBOT, li conosceva sotto un nome diverso da quello
reale. Nella chiesa londinese detta dei MERCIAI o degl’italiani, alla
presenza di un folto auditorio e di Bacone, V. e il suo compagno fanno una
pubblica sconfessione della loro fede cattolica, abbracciando la religione
anglicana. In realtà i due frati non hanno tagliato i ponti con i loro ambienti
di provenienza: infatti nel GENOCCHI viene raggiunto da una lettera molto
amichevole di un amico e confratello genovese, SPINOLA. A loro volta, le
autorità cattoliche vengono subito informate di questo caso. -- è il nunzio a
Parigi ad avvertire la segreteria di stato vaticana che due frati veneziani non
meglio identificati sono fuggiti in Inghilterra e si sono fatti ugonotti, che
un vescovo italiano sta per seguirli e che lo stesso SARPI, morto il doge e
privato della sua protezione, per non cadere in mano dei suoi nemici, è sul
punto di fuggire in Palatinato tra i protestanti. Analoga notizia, arricchita
di altri particolari, viene inoltrata dal nunzio in Fiandra al cardinale BORGHESE
a Roma, che risponde mostrandosi già al corrente dei fatti e dell'esatta
identità dei due frati. Sa che la fuga di V., di GENNOCHI, di SARPI, e di un
non ancora identificato vescovo italiano potrebbe portare alla ricostituzione
in terra protestante del gruppo di opposizione al papato già operante nella repubblica
veneta al tempo dell'interdetto. Il nunzio UBALDINI da Parigi continua a
inviare a Roma dettagli sulla condotta dei due frati rifugiati in Inghilterra,
sulle loro predicazioni, su come sono stati accolti a corte e dalle autorità
religiose, su come si continui a parlare dell'arrivo del vescovo italiano. La segreteria
di stato vaticana esorta il nunzio in Francia ad attivare i suoi confidenti in
Inghilterra al fine di scoprire l'identità del vescovo intenzionato a
rifugiarvisi. Il cardinale UBALDINI da Parigi assicura alla segreteria di stato
tutto il suo impegno in merito all'argomento dei due frati. Nello stesso
dispaccio afferma che non mancherà di informare di ogni dettaglio anche il
cardinale ARROGONI, che gli ha scritto in merito per conto del papa e della congregazione
del sant’uffizio. Evidentemente a quella data la condotta veneziana e la
successiva fuga dei due frati era già diventata argomento di discussione dell'inquisizione
romana. Un'altra lettera del cardinale BORGHESE invita il nunzio in
Francia ad essere vigile sulla faccenda della fuga del vescovo in Inghilterra
e, nel caso egli passi per il suolo francese, a far di tutto per «farlo
ritenere», come suggerisce il Papa e «come sarebbe molto a proposito». In
dicembre il Nunzio UBALDINI invia da Parigi al cardinale BORGHESE notizie
dettagliate e di tenore molto diverso rispetto alle precedenti sui due frati,
attestando la buona reputazione di cui essi godono in Inghilterra e la fiducia
che possano presto essere recuperati alla chiesa di Roma. Questa lettera viene
poi trasmessa al tribunale dell'inquisizione romana che nei primi giorni del
gennaio successivo inizia di fatto a istruire il processo contro V.. Nei
mesi successivi si hanno varie notizie di un gran traffico di suppliche e
lettere dei due frati a Roma, specialmente tramite l'ambasciatore spagnolo a
Londra, per ottenere il perdono del papa e il ri-entro nel cattolicesimo. Le
autorità religiose inglesi ne vengono segretamente informate e dispongono
un'attenta sorveglianza nei confronti dei due frati. Tra la fine dele
l'inizio del V. si reca in visita a Cambridge e poi ad OXFORD (cf. H. P.
GRICE). A OXFORD, V. confida ad alcuni conoscenti la sua ormai imminente fuga
dall'Inghilterra, cosicché in gennaio i due frati vengono arrestati dalla
guardie dell'arcivescovo dopo una funzione religiosa nella chiesa degli
Italiani e rinchiusi in case di alcuni servi dell'arcivescovo. Scoppia un
grande scandalo e dell'episodio vengono informati il re e le massime autorità
dello stato, in quanto nelle operazioni di recupero appaiono chiaramente
coinvolti agenti di nazioni straniere accreditati nelle ambasciate a Londra.
Altissime personalità cattoliche da Roma seguono la vicenda e la favoriscono
con grande calore. GENOCCHI, eludendo la sorveglianza e con l'aiuto di
agenti stranieri, fugge dalla prigione e dall'Inghilterra. In conseguenza di ciò,
viene trasferito in luogo più sicuro e rinchiuso nella carzel publica, ovvero
nella gate-house adiacente all'abbazia di Westminster. Dilaga lo scandalo. Volano
le accuse di leggerezza nei confronti dei fautori della fuga dei due frati
dall'Italia, mentre cominciano a circolare apertamente i nomi del cappellano
dell'ambasciatore veneto a Londra, MORAVO, e dell'ambasciatore spagnolo quali
autori del clamoroso recupero. Dalla curia romana si continua a seguire la
vicenda e a favorirla in ogni modo. A Londra viene intanto istruito il
processo a V. Il frate rischia una severa punizione, non il rogo come i martiri
della fede -- come il carmelitano scrive con enfasi poi nelle sue opera --, ma
una lunga deportazione in desolate colonie lontane, come l'arcivescovo ABBOT
suggerisce al re. Anche V. riesce a evadere di prigione e a fuggire
dall'Inghilterra, sempre grazie all'aiuto degli agenti dell'ambasciatore
spagnolo a Londra, incoraggiato da alte personalità romane e del cappellano
dell'ambasciata della repubblica veneta, che si avvale anche dell'opera di
alcuni servi dell'ambasciatore stesso, ma all'insaputa di questi. II anni
dopo, durante il processo della repubblica veneta contro l'ambasciatore FOSCARINI
per spionaggio e per aver consentito ad ABBOT di sottoporre ad interrogatorio
il personale dell'ambasciata, vengono alla luce anche dettagli sulla complicità
della fuga di V. da Londra. V. e GENOCCHI arrivano a Bruxelles e si
presentano al nunzio di Fiandra, BENTIVOGLIO, che li attende da tempo. Vengono
iniziate le prime pratiche per la concessione del perdono per la fuga in
Inghilterra e per l'apostasia e viene loro accordato di tornare in Italia e di
vivervi in abito di prete secolare, senza più indossare l'abito religioso, ma
con il vincolo dell'obbedienza al loro superiore. Forti di tali concessioni,
alla fine di maggio i due frati vengono posti sulla via per Parigi, dove devono
presentarsi al nunzio di quella città, UBALDINI. All'incirca nello stesso
periodo giunge a Parigi anche l'ultimo frate recuperato dall'Inghilterra, MARCHETTI.
Altri due frati, invece, non ottengono il perdono dalle autorità
cattoliche. A Parigi, durante la permanenza presso la sede del nunzio UBALDINI,
V. si inserisce nella polemica relativa all'accettazione dei principi del concilio
di Trento in Francia, che tarda ad arrivare a causa del rifiuto di parte del
clero gallicano. Per orientare gl’animi nella direzione voluta dalla santa sede,
scrive i Commentari in difesa del concilio di Trento, di cui egli poi intende
avvalersi, come scrive UBALDINI ai suoi superiori in Roma, per dimostrare la
sincerità del suo ritorno nella fede cattolica. Riprende quindi la strada
per l'Italia, dirigendosi a Roma, dove deve affrontare le difficili fasi finali
del processo presso il tribunale dell'inquisizione. Dimora per qualche mese a
Genova, dove ritrova l'amico GENOCCHI e si guadagna da vivere insegnando
filosofia ai figli di DORIA. Nonostante le assicurazioni ricevute, il
ritorno dei frati non è del tutto tranquillo. GENOCCHI viene inaspettatamente
arrestato dall'inquisitore di Genova. A Ferrara accade lo stesso all'altro
frate "recuperato", MARCHETTI. V. teme che gli accada la stessa
sorte, fugge nuovamente in Francia e si dirige a Lione. Gl’esiti finali delle
esperienze capitate al frate genovese e a quello ferrareseche vennero
rilasciati dopo un breve periodo di detenzione e restituiti alla normale vita
religiosasembrano indicare che forse V. esagera il pericolo insito in queste
operazioni di polizia dell'inquisizione. A Lione, pubblica l' “Amphitheatrum”,
che egli intende esibire in sua difesa alle autorità romane, come si legge in
un dispaccio di UBALDINI alle autorità romane. Esso è dedicato a CASTRO, ambasciatore
spagnolo presso la santa sede, già collegato con la famiglia V., da cui il
frate fuggiasco s'aspetta un aiuto nell'operazione della concessione del
perdono da parte delle autorità romane. Poco tempo dopo, grazie anche agli
appoggi acquisiti presso certi ambienti cattolici con la pubblicazione della
sua opera, V. ritorna a Parigi e si ripresenta al nunzio UBALDINI, chiedendogli
di intervenire in suo favore presso le autorità di Roma. Il prelato scrive al
cardinale BORGHESE, chiedendo chiare indicazioni sulla sorte
dell'ex-carmelitano. Non si conosce la risposta del segretario di stato. V.,
comunque, non ritorna più in Italia e riesce invece a trovare la strada e i
mezzi per entrare in ambienti molto prestigiosi della nobiltà francese. V.
completa un'altro suo saggio, il “De Admirandis Naturae Reginae Deaeque
Mortalium Arcanis” ed l'affida a due filosofi della Sorbona perché ne
autorizzino la pubblicazione, secondo le norme del tempo vigenti in Francia. Il
saggio è pubblicato in settembre a Parigi. Esso è dedicato a BASSOMPIERRE, uomo
potente alla corte di Maria de' MEDICI, ma è stampata da Perier, tipografo
notoriamente PROTESTANTE. Il saggio vede la luce in un ambiente ricco di
pubblicazioni che vengono guardate con sospetto e che provocano pesanti
condanne. L'opera del V. ottiene un immediato successo presso certi ambienti
della nobiltà, popolati di spiriti che guardano con interesse alle innovazioni
culturali e scientifiche che vengono dall'Italia. In questo senso il “De
Admirandis” costituisce una summa, esposta in modo vivace e brillante, del
nuovo sapere. Dà una risposta alle esigenze del momento di questo settore della
nobiltà. Diviene una specie di manifesto culturale di questi esprits forts e
rappresenta per V. una possibilità di stabile permanenza negli ambienti vicini
alla corte di Parigi. Tuttavia, pochi giorni dopo la pubblicazione del saggio,
i due teologi della Sorbona che espressano la loro approvazione alla
pubblicazione si presentano ai membri della facoltà di teologia in seduta
ufficiale e li informano di aver letto, a loro tempo, certi dialoghi scritti da
V. Di non avervi trovato allora niente che contrastasse con il cattolicismo; di
averli restituiti muniti della loro approvazione alla stampa e con la
condizione che il manoscritto da essi controfirmato fosse depositato presso di
essi a pubblicazione avvenuta, a testimonianza della fedeltà del testo
pubblicato a quello da loro approvato; che ciò non era avvenuto e che circola
invece un testo dell'opera diverso da quello approvato e contenente alcuni
errori contro la comune fede di tutti, per cui i due dottori avanzano la
supplica che il saggio non circoli più con la loro approvazione e che tale
richiesta venga trascritta nel libro delle conclusioni della facoltà stessa. La
Sorbona accoglie tale richiesta che costituì di fatto un DIVIETO di
circolazione del testo. La Sorbona, però, sembra non occuparsi più del
saggio di V., non prenderne più in esame l'opera, non elencarne o denunciarne,
come da prassi, gl’errori da emendare, né mai condanna il suo contenuto o il
suo autore. Comunque, una condanna espressa dal vicario episcopale di Tolosa, RUDÈLE,
a sottoscritta anche dall'inquisitore BILLY. Inoltre anche la congregazione
dell'indice pronuncia una condanna con la quale il “De admirandis” e condannato
con la formula del “donec corrigatur” -- in base alla quale il SOTOMAIOR colloca
V. nella prima classe degli autori proibiti nel suo indice. La collectio judiciorum
de novis erroribus qui ab initio duodecimi seculi post Incarnationem Verbi, in
Ecclesia proscripti sunt et notati, di ARGENTRÉ, dottore della Sorbona e
vescovo, edita a Parigi, esamina le censure e le conclusioni espresse dalla facoltà
che aveva condannato l'Amphitheatrum Aeternae Sapientiae di KHUNRATH e la “De
Republica Ecclesiastica” di DOMINIS) non menziona invece provvedimenti contro V..
Tutto questo porterebbe a ritenere che non vi siano stati atti ufficiali
specifici di persecuzione contro V. da parte delle autorità parigine, né
religiose né civili, né in questo periodo né negli anni seguenti. Ma solo
proteste e minacce nei suoi confronti da parte di alcuni settori. Una condanna
del saggio di V. non avrebbe trovato fondate giustificazioni, né sul piano
giuridico né su quello culturale, in quanto gran parte delle teorie esposte da
V. non costituivano una novità. Fuggito da pochi mesi dall'Inghilterra,
impossibilitato a ri-entrare in Italia, minacciato da alcuni settori cattolici
francesi, V. vede restringersi intorno gli spazi di movimento e ridursi le
possibilità di trovare stabile sistemazione nella società francese. Ha paura
che venga aperto un processo contro di lui anche a Parigi, per cui fugge dalla
capitale e si nasconde in Bretagna, in una delle cui abbazie, quella di Redon,
è abate commendatario il suo amico e protettore, SAINT-LUC. Ma intervengono
anche altri fattori di preoccupazione. Viene ucciso a Parigi CONCINI, favorito
di Maria de MEDICI, uomo potentissimo e molto odiato in Francia. L'episodio,
seguito poco dopo dall'allontanamento della regina dalla capitale con il suo
odiato seguito di italiani, crea notevole turbolenza politica e suscita un
vasto movimento di ostilità nei confronti degl’italiani residenti a
corte. Altre cronache del tempo segnalano la presenza di un misterioso
italiano, con un nome strano, in possesso di una grande cultura ma dall'incerto
passato, ancora più a sud, in alcune città della Guienna e poi della Linguadoca
ed infine a Tolosa. Nella particolare suddivisione politica della Francia, il duca
di MONTMORENCY, protettore degli esprits forts del tempo, sposato con la
duchessa italiana ORSINI, è governatore di questa regione e sembra poter
accordare protezione al fuggiasco, che continua comunque a tenersi
prudentemente nascosto. La presenza a Tolosa di questo misterioso personaggio,
di cui si ignora la provenienza e la formazione culturale, ma che fa mostra di
grande sapienza, di grande vivacità dialettica specialmente e di affermazioni
non sempre allineate con la morale del tempo, non passa inosservata ed attira i
sospetti delle autorità, che cominciano a sorvegliarlo. Dopo averlo ricercato
per un mese, le autorità tolosane lo fanno arrestare e chiudere in prigione. Lo
sottopongono ad interrogatorio, cercano di scoprire chi egli sia, quali siano
le sue idee in materia di di morale, perché fosse arrivato fin in quel lontano
angolo della Francia meridionale. Vengono convocati testimoni contro di lui, ma
non riescono ad accertare nulla, né a farlo tradire. Il misterioso
personaggio viene improvvisamente riconosciuto colpevole e condannato al rogo.
Ormai isolato, braccato, impossibilitato a chiamare a sua difesa un passato
travagliatissimo e ricco di nodi mai sciolti, abbandonato dai pochi amici
rimastigli fedeli perché impotenti ad organizzare una chiara strategia in sua
difesa, muore di morte atroce. Il Parlamento di Tolosa lo riconosce colpevole
del reato di ateismo e di bestemmie contro il nome di Dio, condannandolo, sulla
base della normativa del tempo prevista per i bestemmiatori, alla stessa pena
cui erano andati incontro, in luoghi diversi ma in circostanze analoghe, certi FREMOND
e FONTANIER. Gli viene tagliata la lingua, poi è strangolato e infine
arso. Subito dopo l'esecuzione furono pubblicati due anonimi che fanno
esplicitamente il nome del V. e quindi nel misterioso italiano giustiziato
viene riconosciuto V., l'autore del “De Admirandis” che suscita i sospetti di
alcuni settori cattolici parigini. Comparvero le Histoires memorables di ROSSET,
che, con la quinta Histoire, divulga con poche modifiche il secondo dei due
citati canards. RUDELE, teologo e vicario generale dell'arcivescovado di
Tolosa, avverte pubblicamente di aver esaminato le due saggi di V. insieme con BILLY
e di averle trovate contrarie al culto e all'accettazione del vero Dio e
assertrici dell'ateismo, emettendo ufficiale ordinanza di condanna e
proibendone la stampa e la vendita nella diocesi di Tolosa, territorio posto
sotto la sua giurisdizione. In precedenza, La Sorbona non ha comunicato di aver
adottato analogo provvedimento. Saggi: “Amphitheatrum Æternæ Providentiæ
divino-magicum, christiano-physicum, necnon astrologo-catholicum adversus
veteres philosophos, atheos, epicureos, peripateticos et stoicos” (Lione). Il
saggio si compone di esercitazioni, che mirano a dimostrare l'esistenza di Dio,
a definirne l'essenza, a descriverne la provvidenza, a vagliare o confutare le
opinioni di Pitagora, Protagora, CICERONE (vedi), BOEZIO (vedi), AQUINO (vedi),
l’orto, Aristotele, Averroè, CARDANO, i peripatetici dei LIZIO, il PORTICO,
ecc., su questo argomento. “De Admirandis Naturæ Reginæ Deæque Mortalium
Arcanis libri quattuor” (Parigi, Périer). Il saggio si divide in IV
libri: un Liber I de Cœlo et Aëre; un Liber II de Aqua et Terra; un Liber
III de Animalia Generatione et Affectibus Quibusdam; un Liber IV de Religione Ethnicorum;
in forma di dialogo -- che avvengono tra lui, nelle vesti di divulgatore del
sapere, e un immaginario Alessandro, che si presta ad un gioco sottile e
divertente nel corso del quale, con un atteggiamento compiacente e un po'
complice, tra espressioni di meraviglia e ammirazione per la vastità del sapere
di cui l'amico fa mostra, sollecita il suo interlocutore ad elencare e spiegare
gli arcani della natura regina e dea che esistono intorno e all'interno
dell'uomo. Così, in un misto di rilettura in nuova chiave critica del
pensiero degli filosofi antichi e di divulgazione di nuove teorie scientifiche
e religiose, il protagonista del lavoro discetta sulla materia, figura, colore,
forma, motore ed eternità del cielo; sul moto, centro e poli dei cieli; sul
sole, sulla luna, sugli astri; sul fuoco; sulla cometa e sull'arcobaleno; sulla
folgore, la neve e la pioggia; sul moto e la quiete dei proiettili nell'aria;
sull'impulsione delle bombarde e delle balestre; sull'aria soffiata e
ventilata; sull'aria corrotta; sull'elemento dell'acqua; sulla nascita dei
fiumi; sull'incremento del Nilo; sull'eternità e la salsedine del mare; sul
fragore e sul moto delle acque; sul moto dei proiettili; sulla generazione
delle isole e dei monti, nonché della causa dei terremoti; sulla genesi, radice
e colore delle gemme, nonché delle macchie delle pietre; sulla vita, l'alimento
e la morte delle pietre; sulla forza del magnete di attrarre il ferro e sulla
sua direzione verso i poli terrestri; sulle piante; sulla spiegazione da dare
ad alcuni fenomeni della vita di tutti i giorni – SUL SEME GENITALE -- sulla
generazione, la natura, la respirazione e la nutrizione dei pesci; sulla
generazione degli uccelli; sulla generazione delle api; sulla prima generazione
dell'uomo; sulle macchie contratte dai bambini nell'utero; sulla generazione
del MASCHIO e della femmina; sui parti di mostri; sulla faccia dei bambini
coperta da una larva; sulla crescita dell'uomo; sulla lunghezza della vita
umana; sulla vista; sull'udito; sull'odorato; sul gusto; sul tatto e solletico;
sugli affetti dell'uomo; su Dio; sulle apparizioni nell'aria; sugli oracoli;
sulle sibille; sugli indemoniati; sulle sacre immagini dei pagani; sugli
àuguri; sulla guarigione delle malattie capitata miracolosamente ad alcuni al
tempo della religione pagana; sulla resurrezione dei morti; sulla stregoneria;
sui sogni. Empio osarono dirti e d'anatemi oppressero il tuo cuore e ti
legarono e alle fiamme ti diedero. O uomo sacro! perché non discendesti in
fiamme dal cielo, il capo a colpire ai blasfemi e la tempesta tu non invocasti
che spazzasse le ceneri dei barbari dalla patria lontano e dalla terra! Ma pur
colei che tu già vivo amasti, sacra Natura te morente accolse, del loro agire
dimentica i nemici con te raccolse nell'antica pace. Hölderlin. L'interpretazione
naturalistica dei fenomeni soprannaturali che POMPONAZZI (vedi) chiamato da V.
magister meus, divinus praeceptor meus, nostri speculi philosophorum princeps
da nel “De incantationibus” “aureum opusculum”, è ripresa nel De admirandis
naturae, dove, con una prosa semplice ed elegante,fa riferimento anche a
CARDANO, a BORDONI e ad altri cinquecentisti. Dio agisce sugli esseri sub-lunari
(cioè sugli esseri umani) servendosi dei cieli come strumento. Di qui l'origine
naturale e la spiegazione razionale dei pretesi fenomeni sopra-naturali, dal
momento che anche l'astrologia è considerata una scienza. L’esere supremo,
quando incombono pericoli, dà avvertimenti agli uomini e specialmente ai
sovrani, agli esempi dei quali il mondo si conforma. Ma i reali fondamenti dei
presunti fenomeni sovrannaturali sono soprattutto la fantasia umana, capace a
volte di modificare l'apparenza della realtà esterna, i fondatori delle
religioni rivelate, Mosè, Gesù, Maometto e gli ecclesiastici impostori che
impongono false credenze per ottenere ricchezze e potere, e i regnanti,
interessati al mantenimento di credenze religiose per meglio dominare la plebe,
come insegna già MACHIAVELLI, il principe degli atei per il quale tutte le cose
religiose sono false e sono finte dai principi per istruire l'ingenua plebe
affinché, dove non può giungere la ragione, almeno conduca la religione. Seguendo
ancora POMPONAZZI e PORZIO nella loro interpretazione dei testi aristotelici,
mutuata dai commenti di Alessandro di Afrodisia, nega l'immortalità dell'anima.
Anche il cosmo aristotelico-scolastico subisce il suo attacco distruttivo. Analogamente
a BRUNO, nega la differenza peripatetica tra un mondo sub-lunare e un mondo
celeste, affermando che entrambi sono composti della stessa materia
corruttibile. Scardina nell'ambito fisico e biologico il finalismo e la
dottrina ile-morfica aristotelica, e, ricollegandosi a l’orto di LUCREZIO,
elabora una nuova descrizione dell'universo d'impianto meccanicistico-materialistico.
Gl’organismi sono parago orology. E concepisce una prima forma di trasformismo
universale delle specie viventi. Concorda con gl’aristotelici del LIZIO sull'eternità
del mondo, considerando in particolare l'aspetto temporale. Ma, contro di essi,
afferma il moto di rotazione terrestre e appare respingere la tesi tolemaica in
favore di quella eliocentrica copernicana. Se il primo curator CORVAGLIA e
lo storico RUGGIERO, ingiustamente, considerarono la sua filosofia
semplicemente un centone privo di originalità e di serietà scientifica, Garasse,
ben più preoccupato delle conseguenze della diffusione della sua filosofia, li giudica
la filosofia più perniciosa che in fatto di ateismo fosse mai uscita negli
ultimi cento anni. E stato ampiamente ri-considerato e ri-valutato dalla
critica, mettendo in mostra l'originalità e le intuizioni metafisiche, fisiche,
biologiche, talvolta precorritrici nei tempi, dei suoi saggi. Visto che
nasconde la sua filosofia, secondo un tipico espediente della cultura del suo
tempo, per evitare seri conflitti con le autorità religiose e politiche
costituite, conflitti che, come paradossalmente e sfortunatamente avvenne,
nonostante le cautele, lo condussero infine alla morte), l'interpretazione del
suo pensiero si offre a diversi piani di lettura. Tuttavia, nella storia della
filosofia, resta di lui acquisita un'immagine di miscredente e persino di ateo
(il che non era). E questo perché avversario di ogni superstizione e di fede
costituita (meglio un proto-agnostico), tanto da essere considerato uno dei
padri del libertinismo, malgrado avesse scritto persino un'apologia del concilio
di Trento. Per una sintesi della sua filosofia si deve guardare da un lato al
retroterra culturale, che è quello abbastanza tipico del Rinascimento, con
prevalenza di elementi dell'aristotelismo ma con forti elementi di misticismo
platonico. Dall'altro lato egli trae dal Cusano dei tipici elementi
panteistici, simili a quelli che si ritrovano anche in Bruno, ma più
materialistici. La sua visione del mondo si basa sull'eternità della materia,
sulla omogeneità sostanziale cosmica, su un Dio dentro la natura come forza che
la forma, la ordina e la dirige. Tutte le forme del vivente hanno avuto origine
spontanea dalla terra stessa come loro creatrice. Considerato ateo, nel
titolo del suo saggio pubblicato a Lione nel Amphitheatrum aeternae
providentiae divino-magicum, christiano-physicum, nec non astrologo-catholicum
adversus veteres philosophos, atheos, epicureos, Peripateticos et Stoicos
dimostra di non esserlo. Come precursore del libertinismo vi sono invece molti
elementi che lo avvicinano al pensiero dell'ignoto autore del trattato dei tre
impostori anch'egli panteista. Pensa infatti che i creatori delle tre religioni
monoteiste, Mosè, Gesù Cristo e Maometto, non siano altro che degl’impostori. In
“De admirandis Naturae Reginae Deaeque mortalium arcanis libri quatuor” stampato
a Parigi nelvengono riprese le tesi dell' “Amphiteatrum” con precisazioni e
sviluppi che ne fanno il suo capolavoro e la sintesi della sua filosofia. Viene
negata la creazione dal nulla e l'immortalità dell'anima, Dio è nella natura
come sua forza propulsiva e vitale. Entrambi sono eterni. Gl’astri del cielo
sono una specie di intermediari tra dio e la natura che sta nel mondo sub-lunare
e di cui noi facciamo parte. La religione vera è perciò una religione della
natura che non nega Dio ma lo considera un suo spirito-forza. La sua filosofia
è abbastanza frammentaria e riflette anche la complessità della sua formazione.
E un filosofo, un naturalista, un religioso, ma anche un medico e un po' un
mago. Ciò che ne caratterizza è la veemenza anti-clericale. Tra le cose
originali della sua filosofia c'è una specie di anticipazione della teoria
dell’evoluzione, perché, dopo un primo tempo in cui sostiene che le specie
animali nascano per generazione spontanea dalla terra, in un secondo tempo -- lo
pensa anche CARDANO -- pare convinto che esse possano trasformarsi le une nelle
altre e che l'uomo derivia d’animali affini all'uomo come la bertuca, il
macacho e la scimmia in genere. Appaiono due saggi che consacrano il mito del V.
ateo: La doctrine curieuse des beaux esprits de ce temps, di GARASSE e le
Quaestiones celeberrimae in Genesim cum accurata explicatione, di MERSENNE. I
due saggi, però, anziché spegnere la voce del filosofo, la amplificano in un
ambiente che evidentemente e pronto a ricevere, discutere e riconoscerne la
validità delle affermazioni. Il nome di V. viene nuovamente proiettato
all'attenzione della filosofia in occasione del clamoroso processo che viene
celebrato contro VIAU. Il progetto di interrogatorio che il procuratore
generale del re, Molé, predispone con ben articolati capi d'accusa su cui interrogare
VIAU, contiene impressionanti analogie colla filosofia vaniniana, cui vien
fatto esplicito riferimento mentre MERSENNE torna a martellare su V.,
analizzandone alcune affermazioni nel suo “L'Impiétè des Déistes, Athées et
Libertins de ce temps, combatuë, et renversee de point en point par raisons
tirées de la Philosophie, et de la Theologie”, nel quale porta il suo giudizio
concernente CARDANO e BRUNO. Anche Leibniz, oppositore al pari di Mersenne del
libertinismo, si esprime duramente contro V., considerandolo un empio, un pazzo
e un ciarlatano. Je n'ai pas encore vu l'apologie de V., je ne pense pas qu'elle mérite fort
d'être lue. La philosophie de ce personnage e bien peu de chose. Mais un
imbécille comme lui, ou pour mieux dire, un fou ne méritoit pas d'être brûlé. On
étoit seulement en droit de l'enfermer, afin qu'il ne séduisît personne -- Epist.
ad Kortholtum in Opera omnia, Genève. Ancora la leggenda nera creata intorno alla figura di V. sopravvive al
passare del tempo, si espande ed affascina molti studiosi, che si avvicinano
alla sua filosofia e ne tentano dei profili biografici. Così anche la cultura
inglese mostra interesse per il filosofo di Taurisano ed è soprattutto con BLOUNT
che V.entra nella filosofia inglese ed acquista una dimensione che non
abbandona mai più, quando diviene un elemento cardine del libertinismo e deismo.
Un manoscritto inedito della biblioteca municipale di Avignone custodisce delle
Observations sur Lucilio V. redatte da Velleron, ma fornisce solo delle incerte
notizie sul filosofo, in gran parte rettificate dagli ultimi studi. Viene
effettuata una copia manoscritta dell'Amphitheatrum, su commissione di Uriot,
il quale la trasferisce poi nella biblioteca ducale del duca di Württemberg. Attualmente
essa si trova nella Württembergische Landesbibliothek di Stoccarda. Un'altra
copia manoscritta del saggio si trova nella Staats und Universitätbibliothek di
Amburgo, a testimonianza del perdurante interesse per V. Viene data alle stampe
a Londra una biografia vaniniana con un estratto delle sue opere, dal titolo
“The life of ‘Lucilio’, alias V., burnt for atheism at Toulouse, with an abstract
of his writings. Il saggio, pur ricollegandosi alla consueta storiografia
vaniniana e quindi con i soliti errori d'origine, sottopone ad un dibattito
ponderato la figura ed il pensiero del filosofo italiano, a cui riconosce
qualche merito. Ma la strada per una collocazione europea di V. e del suo
pensiero è ormai aperta. Saggi: “Amphitheatrum aeternae providentiae
divino-magicum, christiano-physicum, nec non astrologo-catholicum adversus
veteres philosophos, Atheos, Epicureos, Peripateticos et Stoicos, Auctore Iulio
Caesare Vanino, Philosopho, Theologo et Iuris utriusque Doctore, Lugduni, Apud
Viduam Antonii de Harsy, ad insigne Scuti Coloniensis” (Galatina). “Iulii
Caesaris Vanini, Neapoletani Theologi, Philosophi et Iuris utriusque Doctoris,
De admirandis Naturae Reginae Deaeque mortalium arcanis libri quatuor, LPombaiae,
Apud Adrianum Perier, via Iacobaea” (Galatina). Le opere di V. e le loro fonti,
Milano (Galatina,); “Opere” (Porzio, Lecce); “Anfiteatro dell'eterna
Provvidenza” Galatina; “I meravigliosi segreti della natura, regina e dea dei
mortali” Galatina); “Opere (Galatina); “Confutazione delle religioni “Anna
Vasta, Catania, De Martinis et C.); “Opere” (Milano, Bompiani). Bucciantini,
Lutero in Campo dei Fiori, in Il Sole 24 ORE Terzapagina. Filosofia ed ecologia
per il "compleanno" di V., Una lettera dell'ambasciatore inglese a
Venezia, Carleton, fa risalire l'episodio a nove anni prima. Raimondi, “V. e il
libertinismo” Atti del Convegno di Studi, Taurisano (Galatina, Raimondi, “Dal tardo Rinascimento al
Libertinismo erudite” Atti del Convegno di Studi, Lecce-Taurisano Galatina, Spini,
“Vaniniana” in «Rinascimento», Paola, “Il primo seicento anglo-veneto”
Cutrofiano; Paola, “V. da Taurisano filosofo europeo, Fasano); Paola,
“Documenti per una lettura di V., in «Bruniana et Campanelliana», Raimondi,
Documenti vaniniani nell'archivio segreto vaticano, in «Bollettino di Storia
della Filosofia dell'Università degli Studi di Lecce», Raimondi, Il soggiorno
vaniniano in Inghilterra alla luce di nuovi documenti spagnoli e londinesi, in
«Bollettino di Storia della Filosofia dell'Università degli Studi di Lecce», Raimondi,
“La Santa Inquisizione, Taurisano, Raimondi, “L'Europa del Seicento. con una
appendice documentaria, Pisa Roma. L'appendice contiene la più completa
documentazione sulla biografia vaniniana: documenti dalla nascita al rogo. Fasano,
Fazio, V. nella cultura filosofica (Galatina); Marcialis, “Natura e uomo in V.”
in «Giornale Critico della Filosofia Italiana»; Marcialis, V. nell'Europa del
Seicento, in "Rivista di Storia della Filosofia", Paganini, Le
Theophrastus redivivus et V., in «Kairos», Papuli, Le interpretazioni di V., Galatina, Perrino,
"V. nel Theophrastus redivivus", in «Bollettino di Storia della
Filosofia dell'Università degli Studi di Lecce», Raimondi, V. e il "De
tribus impostoribus", in «Ethos e Cultura», Padova, G. Spini, Ricerca dei
libertini. La teoria dell'impostura delle religioni nel Seicento italiano,
Roma, Firenze); Teofilato, V. nel III Centenario del suo martirio, Milano, Tip.
Ed. La Stampa d'Avanguardia. Teofilato, V., in The Connecticut Magazine,
articles in English and Italian, New Britain, Conn, C. Teofilato, Vaniniana, in
La puglia letteraria, mensile di storia, Roma; V., Riflessioni sul problema V.,
in Bertelli, Il libertinismo in Europa, Milano-Napoli, Vasoli, V. e il suo
processo per ateismo, in Niewohner e Pluta, Atheismus im Mittelalter und in der
Renaissance, Wiesbaden); V. in Inghilterra. La seguente è una lista di alcuni
documenti in cui è possibile trovare riferimenti alla presenza del frate carmelitano
a Lambeth a Londra. Trascrizioni complete, riassunti e contesto di questi
documenti sono disponibili. "V. e il primo seicento anglo-veneto" e
in "V. da Taurisano filosofo europeo", Schena Editore, Brindisi.
Documenti: London Public Record Office State Papers Venice Notizie sulla
Mercers' Chapel a Londra, dove V. sconfesso la sua fede cattolica e tenne vari
sermoni. London Public Record Office State Papers Petizione di due Carmelitani,
V. e Genocchi, a Carleton, ambasciatore inglese a Venezia, per essere accettati
in Inghilterra. Venezia. London Public Record Office State Papers Lettera di
Carleton a Salisbury. Da Venezia, Carleton informa Salisbury che due frati gli
hanno chiesto permesso di rifugiarsi in Inghilterra per evitare persecuzioni
dai loro superiori. London
Public Record Office State Papers. V. a Carleton. Da Lambeth. V. manda a Carleton informazioni riguardanti
alla sua ricezione a Lambeth e la buona stima di cui gode lì. London Historical Manuscripts
Commission De L'Isle and Dudley Manuscripts, Sir John Throckmorton al visconte
Lisle. Flushing. Corrispondenza
tra i due statisti riguardo ad una missione segreta di Florio, che forse
accompagnò V. e il suo compagno a Londra. London, Manuscripts of the Marquess of Downshire
preserved at Easthampstead Park Berk. Papers of Trumbull. Albery a Trumbull. Londra. Albery, un mercante inglese
e corrispondente di Trumbull, agente inglese a Bruxelles, manda informazioni
sull'arrivo di V. e le sue esperienze a Venezia. London Historical Manuscripts Commission Report
on the Manuscripts of the Marquess of Downshire, Trumbull Papers. Albery a Trumbull. Londra. Una copia della
lettera da una fonte diversa. London Public Record Office State Papers Da
Spinola a Ginocchio. Genova London Public Record Office State Papers Wake a Carleton.
Londra London Public
Record OfficeState Papers Wake a Carleton. Londra London Manuscripts of the
Marquess of Downshire preserved at Easthamstead Park Berk. Papers of William
Trumbull the Elder Alfonse de S. Victors a William Trumbull Da Middolborg
(Middelburg) London Historical Manuscripts Commission Report on the Manuscripts
of the Marquess of Downshire, Trumbull Papers, Alfonse de St. Victor a William
Trumbull. Middelborg. London Public Record Office State Papers Domestic Series
Jac. Chamberlain a Carleton. Londra, London Public Record Office State Papers
Carleton a Lake. Da Venezia London Public Record OfficeState PapersDomestic
Series, Biondi a Carleton. Da Londra LondonPublic Record Office State Papers, Carleton
a Chamberlain. Da Venezia London Manuscripts of the Marquess of Downshire
preserved at Easthampstead Park Berks. Papers of William Trumbull the Elder. George
Abbot a William Trumbull. Da Lambeth. London Historical Manuscripts Commission Report
of the Manuscripts of the Marquess of Downshire, Trumbull Papers, Abbot a Trumbull. Lambeth London Public Record OfficeState Papers Carleton
a Chamberlain. Venezia, London Public Record Office State Papers Carleton a
Giovan Francesco Biondi. Venezia, London Public Record Office State Papers
Domestic Series, Abbot a Carleton. Lambeth London Public Record Office State
Papers Sarpi a Carleton. Venezia London Record Office State Sarpi a Carleton.
Venezia, London Public Record OfficeState Papers Paolo Sarpi a Sir Dudley
Carleton. Venezia, giugno. London Historical Manuscripts Commission Report
Hastings, Notes of speeches and
proceedings in the House of Lords. London Historical Manuscripts Commission Hastings,
Notes of speeches and proceedings in the House of Lords London Public Record
Office State Papers Carleton a Sua Signoria l'Arcivescovo di Canterbur. Venezia
London Manuscripts of the Marquess of Downshire preserved at Easthampstead Park
Berks. Papers of William Trumbull the Elder Abbot a Trumbull. Lambeth London Historical
Manuscripts Commission Report of the Manuscripts of the Marquess of Downshire, IV, Trumbull Papers George Abbot, Arcivescovo
di Canterbury, a William Trumbull. Lambeth
Archivio di Stato di VeneziaInquisitori di Stato, Istruzioni degli Inquisitori
di Stato all'ambasciatore in Inghilterra. LondonCalendar of State Papers on English Affairs in
the Archives of Venice and other Libraries of North Italy Inquisitori di Stato,
busta Venetian Archives. Gli Inquisitori di Stato a Gregorio Barbarigo, London Calendar of State Papers on English
Affairs in the Archives of Venice and other Libraries of North Italy Inquisitori
di Stato, Venetian Archives. Examinations
for Foscarini. Archivio di Stato di Venezia Inquisitori di Stato, Londra, Interrogatorio
di Lunardo Michelini sulle modalità della fuga di V. da Lambeth. Archivio di
Stato di Venezia Inquisitori di Stato, Interrogatorio di Alessandro di Giulio
Forti da Volterra sulle modalità della fuga di Vanini da Lambeth. Archivio
General de Simancas fondo Inglaterra Legajo foglio privo di indicazioni.
Bentivoglio a Sarmiento. Bruxelles. Il nunzio apostolico a Bruxelles informa
l'abasciatore di Spagna che Vanini e il suo compare sono arrivati sani e salvi
dopo la loro fuga da Londra. Archivio General de Simancas Bentivoglio a Sarmiento.
Bruxelles. Il nunzio apostolico a Bruxelles informa l'abasciatore di Spagna che
Vanini e il suo compare sono partiti verso l'Italia, come era stato concordato
a Roma. Documenti inclusi nell'opera di Namer La seguente è la lista dei
documenti inglesi inclusi nel lavoro Documents sur la vie de V. de Taurisano di
Ėmile Namer, che può essere considerato come un utile punto di partenza per la
delineazione di una biografia di Vanini, e di cui la nuova documentazione deve
essere considerata un completamento. London Foreign State Papers. Venice. Carleton ad Abbot.
LondonForeign State Papers. Venice.Abbot a Carleton LondonState Papers Domestic.
James I. Carleton a Chamberlain.
Venezia, London Foreign State Papers. Venice. Sir D. Carleton all'Arcivescovo di Canterbury. London State
Papers Domestic. James I. Chamberlain a Carleton. Londra, London State Papers
Domestic. James I. 7 Chamberlain a
Carleton. London Foreign State Papers. Venice Abbot a Carleton. London State Papers Domestic.
James I. Carleton a Chamberlain. London State
Papers Domestic. James I. l'Arcivescovo
di York al conte di Suffolk. London State Papers Domestic. James I. V. a Dudley
Carleton. Da Lambeth, iLondonState Papers Domestic. James I. Giulio Cesare Vanini a Sir Isaac Wake. Da
Lambeth iLondon State Papers Domestic. James I.
John Chamberlain a Carleton. da Londra. London State Papers Domestic.
James I. Abbot a Carleton. Lambeth London State Papers Domestic. James I. John Chamberlain a Dudley
Carleton. Da Londra London State Papers Domestic. James I. Biondi a Carleton. Da Londra London Foreign State
Papers. Venice. Carleton a Abbot. London
State Papers Domestic. James I. John Chamberlain a Dudley Carleton. Da Londra London State Papers Domestic. James I. Abbot al vescovo di Bath Da Lambeth. London State Papers Domestic.
James I. Lake a Carleton. Dalla corte a
Royston, London State Papers Domestic. James I.
John Chamberlain a Sir Dudley Carleton. Da Londra London Foreign State
Papers. Venice Carleton a Abbot London Foreign State Papers. Venice. Carleton a
Sir Thomas Lake. London State Papers Domestic. James I. Abbot a Carleton a Venezia. Lambeth, London State
Papers Domestic. James I. John
Chamberlain a Dudley Carleton. Londra, LondonForeign State Papers. Venice.
Carleton a Abbot. Archivio de Simancas, Estado, Cardinale Millino a Alonso de Velasco,
ambasciatore spagnolo a Londra. Roma, Archivio de Simancas, Estado, Cardinal Millino a Diego Sarmiento de Acuña,
ambasciatore spagnolo a Londra. Roma, Archivio de Simancas, Estado, Cardinal Bentivoglio a Diego Sarmiento de
Acuña, ambasciatore spagnolo a Londra. Bruxelles, Archivio de Simancas,
Estado, Bentivoglio a Diego Sarmiento de
Acuña, ambasciatore spagnolo a Londra. Bruxelles,V. e l'Inquisizione di Roma
Elenco di alcuni documenti presenti nella corrispondenza tra alcuni Nunzi
apostolici in Europa e le autorità vaticane, dove è possibile trovare
informazioni relative alla fuga, permanenza e rientro segreto dall'Inghilterra
del frate carmelitano. Le trascrizioni complete, i sommari e le
contestualizzazioni di questi documenti sono disponibili per studiosi e lettori
in V. da Taurisano filosofo europeo, Schena Editore, Fasano (Brindisi), Il
pontefice Paolo V e l'Inquisizione in Roma furono informati continuamente della
vicenda di V. con dispacci dei Nunzi apostolici in Venezia, Francia e Fiandra e
con missive dell'ambasciatore di Spagna a Londra, a cominciare dalla sua fuga
da Venezia sino al suo desiderio di rientrare nel mondo cattolico.
RomaArchivio Segreto VaticanoSegreteria di StatoNunziatura di Francia, Ubaldini, Nunzio papale in Francia, al Borghese,
Segretario di Stato di Paolo V, de Parigi. RomaA. S. Vaticano Segreteria
di Stato Nunziature diverse, Fiandra, il Nuntio alla Segreteria, Bentivoglio, Nunzio
papale in Fiandra, al Card. Borghese. (Bruxelles) Roma A. S. Vaticano Segreteria
di StatoNunziature diverse, Francia, lettere scritte al Nuntio in Francia Borghese
a Ubaldini. Di Roma li Roma A. S. Vaticano Segreteria di Stato Nunziatura di
Francia, Ubaldini da Parigi a Borghese Roma A. S. Vaticano Segreteria di
StatoNunziature diverse, Francia, lettere scritte al Nuntio in Francia Borghese
a Ubaldini. Di Roma Roma A. S. Vaticano Segreteria di Stato Nunziatura di
Francia, Ubaldini a Borghese Rom aA. S.
Vaticano Segreteria di StatoNunziature diverse, Francia, lettere scritte al
Nuntio in Franci Il card. Borghese a Ubaldini. Di Roma Roma A. S. Vaticano Segreteria
di Stato Nunziatura di Francia Registro Ubaldini a Borghese Londra, British
Museum, Lettere di Ubaldini, nella sua Nunziatura di Francia, Ubaldini a
Borghese Roma A. S. Vaticano Segreteria di Stato Nunziatura di Francia, Ubaldini
a Mellini, membro del Sant'Uffizio, il Tribunale dell'Inquisizione di Roma. Roma
A. S. Vaticano Segreteria di Stato Nunziature diverse, Francia, lettere scritte
al Nuntio in Francia da Borghese, Borghese a Ubaldini. Roma A. S. Vaticano Segreteria
di Stato Nunziatura di Francia, Registro
di Lettere della Segreteria di Stato di Paolo V al Vescovo di Montepulciano
Nuntio in Francia Il Segretario Porfirio Feliciani vescovo di Foligno al Nuntio
in Francia. Roma, RomaA. S. Vaticano Segreteria di Stato Nunziatura di Francia,
Ubaldini al Mellini Roma A. S. Vaticano Segreteria di StatoNunziatura di Francia,
Ubaldini a Mellini RomaA. S. Vaticano Segreteria di Stato Nunziatura di Francia
Registro Ubaldini a Borghese. Di Parigi RomaA. S. Vaticano Segreteria di Stato Nunziatura
di Francia Registro Ubaldini a Millini Roma A. S. Vaticano Segreteria di Stato Nunziature
diverse, Francia, lettere scritte al
Nuntio in Francia dal Card. Borghese, Il card. Borghese a Ubaldini. Di Roma Roma
A. S. Vaticano Segreteria di Stato Nunziatura di Francia Ubaldini a Borghese Di
Parigi. RomaA. S. Vaticano Segreteria di Stato Nunziatura di Francia Registro
Ubaldini a Millini Roma A. S. Vaticano Segreteria
di Stato Nunziatura di Francia Registro Ubaldini a Borghese Londra, British
Museum, Lettere del Card. Ubaldini, nella sua nunziatura di Francia, Card.
Ubaldini a Borghese Parigi, Bibliothèque nationale de FranceDepartement des
Manuscrits, Italien Registro di Lettere della Nunziatura di Francia di Ubaldini
dell'anno lettera, Ubaldini a Borghese Parigi) Roma A. S. VaticanoSegreteria di
Stato Nunziature diverse, Francia, Lettere
del Sir. Card.le Ubaldini nella sua Nunciatura di Francia Ubaldini a Borghese Treccani
Enciclopedie Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Enciclopedia Italiana,
Amphitheatrum e De admiandis. Raimondi Il contributo italiano alla storia del
Pensiero: Filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Giulio Cesare Vanini.
Vanini. Keywords: Vanini, Oxford. Refs.: Luigi Speranza, “Vanini e Grice,”
Villa Grice, Luigi Speranza, “La statua all’aperto di Vanini,” Luigi Speranza,
“Il medaglione di Vanini a Roma.” Vanini.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Vanni: la ragione conversazionale dell’azione e l’implicatura
conversazionale dell’inter-azione conversazionale – la scuola di Città della
Pieve – filosofia perugin – filosofia umbra -- filosofia italiana – Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Città della Pieve). Abstract.
Keywords. aiuta, etologia, aiuta conversazionale, imperativo d’aiuta
conversazionale. Filosofo perugino. Filosofo umbro. Filosofo italiano. Città
della Pieve, Perugia, Umria. Essential Italian philosopher. Filosofo italiano. Filosofo
e giurista. M. Roma. Laureato a Perugia, è nominato professore di storia del
diritto nella stessa università; passa a insegnare la filosofia del diritto a
Pavia e quindi a Parma; è chiamato a BOLOGNA e a Roma. Nella filosofia in
genere, e in quella giuridica in specie, segue piuttosto il corrente indirizzo
positivista, ma non ciecamente e con metodo empirico, ché anzi egli è uno dei
più strenui propugnatori del metodo critico. Tra le sue molte opere ricordiamo:
Sulla consuetudine – cf. H. P. Grice, costume – sitte -- -- Perugia --; Lo
studio comparativo delle razze nella sociologia -- Perugia; I giurisii della
scuola storica di Germania nella storia della sociologia e della filosofia
positiva, Rivista di filosofia scientifica; Saggi critici sulla teoria
sociologica della popolazione, Annali dell'università di Perugia; Prime linee
di un programma critico di sociologia, Perugia; Gli studii di Maine e le
dottrine della filosofia del diritto, Verona; Il sistema etico-giuridico di
Spencer -- prefazione alla traduzione di Spencer, La Giustizia, Città di Castello;
La funzione pratica della filosofia dei diritto, Prelezione, BOLOGNA; Il
diritto nella totalità dei suoi rapporti, Prelezione, Rivista italiana di
sociologia; La teoria della conoscenza come induzione sociologica, e l'esigenza
critica del positivismo; Lezioni di filosofia del diritto, Bologna,
riproduzione del corso tenuto a Roma. Inizia la carriera a Perugia e
successivamente insegna a Parma, Bologna, e Roma. Tra i fondatori del positivismo soziale, la
sua filosofia si ispira a Kant e agli principali filosofi del positivismo. A lui
si deve anche una originale lettura positivista della dottrina storicistica di VICO.
Il suo è stato definito un positivismo critico, che vuole distinguere cioè tra
la scienza dell’uomo dalla filosofia’ dell’uomo, contestando e rifiutando
l'assimilazione positivista di quest'ultima con la morale e la sociologia,
dottrina nata nell'ambito del positivismo, verso la quale V. ha un interesse
particolare cercando di teorizzarne il carattere scientifico differenziandola
però sia dall'evoluzionismo che dalla biologia. V. considera essenziale
l'autonomia teorica del ‘ius’ o devere dai rapporti con gli aspetti
storici-etnografici delle istituzioni giuridiche. V. è convinto che la filosofia,
come analisi concettuale, del diritto ha la funzione pratica di definire il ‘fine’
(métier) della inter-azione umana. In questo modo, V. ribade l'impostazione
criticista kantiana che acquista un tono metafisico criticato dai positivisti
ortodossi che lo accusano di eclettismo. Saggi: “Della consuetudine nei suoi
rapporti col dritto e con la legislazione” (Perugia); “Saggi critici sulla
teoria socio-logica della popolazione” (Città di Castello); “Prime linee di un
programma critico di sociologia” (Perugia); “Il problema della filosofia del
diritto nella filosofia, nella scienza e nella vita ai tempi nostril” (Verona);
“La filosofia del diritto” (Verona); “La funzione della filosofia considerata
in sé ed in rapporto al socialismo” (Bologna); “La filosofia del diritto e la ricerca
positivista” (Torino); “Il dritto nella totalità dei suoi rapporti e la ricerca
oggettiva” (Roma); “La teoria della conoscenza come induzione socio-logica e
l'esigenza critica del positivismo” (Roma); “Filosofia del diritto” (Bologna);
“Filosofia sociale e filosofia giuridica” (Bologna). Biografia in Scuola normale
superiore, Pisa, su picus.unica. Marino, Positivismo e giurisprudenza, Napoli, Cuculo,
La sociologia positivista di V., in A. Millefiorini, Fenomenologia del
disordine. Prospettive sull'irrazionale nella riflessione sociologica italiana
(Nuova Cultura, Roma); Amelio, Positivismo, storicismo, materialismo storico in
I. Vanni, «Quaderni fiorentini per la storia del pensiero giuridico moderno», Pusceddu,
La sociologia positivista in Italia (Roma). siusa. archivi.beniculturali,
Sistema Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche. Opere u open MLOL, Horizons Unlimited
srl. Opere. yh ^ t j5^5Xu ^ Voi.. II. BIBLIOTECA QIIJIÌIDICA MATOALL ICILiu VANNI IL PROBLEMA
DlU.tA FILOSOFIA DEL DIRITTO NELLA iiLUiUi^JA, NELLA SCIENZA E NELU VITA AI
l'EMPl NOSTKI VERONA TEDESCHI. % 4^f^^4k ALTRL SCRITTI DI FILOSOFIA SOCIALE
DELLO STESSO AUTORE Lo studio delle razze nella sociologia contemporanea
Perugia, Santucci. / Giuristi della scuola storica di Germania nella storia
della sociologia e della filosofia positiva, WXdSiQ'Tonrio, Dumolard Estratto
dalla Rivista di Filosofia scientifica. Saggi critici sulla teoria sociologica
della- popolazione. Città di Castello, Lapi, 1886 (L Teoria biologica e teoria
sociologica della popolazione — IL Questioni malthusiane in Germania ed il
momento etico della teoria della popolazione).. Prime linee di un programma
critico di sociologia, Perugia, Santucci, 1888. 0*+ ICILIO VANNI Professore
ordinario di Filosofia del Diritto nella R. Università di Parma ^,' ^ e IL
PROBLEMA DELLA FILOSOFIA DEL DIRITTO mU FEOSOFIA. NELLA SCIENZA E NELLA VITA AI
TEMPI NOSTRI VERONA TEDESCHI. / r ^*»;AS^iN-- •• ' WI*«L'*»W - ' -aWSr »
,jp-«»_ . , Verona, — Stab. Tip. di Civelli.
PRELEZIONE LETTA NELLA R. UNIVERSITÀ DI PARMA AVVERTENZA In uno scritto
precedente^ tracciando le prime linee ^di un programma critico di sociologia,
l'Autore ha lungamente insi- stito sulla nééessità di sottoporre ad un processo
di revisione critica, di sistemazione e di organizzazione le scienze sociali, e
dette anche le ragioni teoriche e pratiche, che inducono a rite- nere come
indifferibile tede impresa per talune fra esse, e piìc specialmente per la
morale e per la filosofia^ del diritto. È na- turale quindi che, iniziando un
corso di quest'ultima disciplina, egli dovesse restare fedele al suo programma
ed affrontare senz altro il problema. Ma i limiti di una prelezione consenti-
vano appena sfiorare un tema che esigerebbe ampia trattazione e gli svolgimenti
propri di un libro. Perchè l'esame critico di una scienza, come la filosofia
del diritto, potesse dirsi compiuto, occorrerebbe rannodare^ il suo stato
presente allo svifuppo cJte; ha avuto nel passato, esaminarne gli indirizzi e i
sistemi piti recenti, discutere ad uno ad uno i piti importanti tentativi che
si sono fatti per adattarla alle esigenze della ricerca positiva, vedere se - é
- ò fin dove questi sien9' riusciti allo scopo y e, nel caso che nofi lo sieno
lo sieno solo in parte^ porre le. basi di una ricostru- zione, la quale potrà
sembrare inopportuna o superflua soltanto a chi non abbia coscienza, o si senta
soddisfatto del momento gravissimo che la filosofia del diritto attraversa. Ma
per quanto si sia cercato riassumere e condensare il proprio pensiero, e si
sieno aggiunti nelle note alcuni sviluppi e schiarimenti, che pa- rtivano
indispensabili, nello spazio di poche pagine non fu pos- sibile che accennare i
punti principali di così vasto e difficile argomento. Quindi F Autore ben
conscio di ciò non pretende certo di far^passare questa sua prelezi(Me come l’adempimento
di una promessa, che fa parte integrale del programma propostosi , mira
semplicemente a portarvi, ispirandosi allo stesso indirizzo e agli stessi
criteri, un primo quanto modesto contributo. ^Parma. Se nell’assumere l’insegnamento
di una disciplina si dica di avere piena coscienza della gravità del proprio
compito e di sentire a questo sproporzionate le forze, si corre rischio di non
essere creduti, perchè la generale consuetudine di tale ^chiarazione la fa
apparire più come un luogo comune ed un opportuno espediente di arte oratoria,
che come l'espressione di un sincero convincimento. Senonchè potrebbe essere
che, anche posta da parte qualunque considerazione personale, la natura della
scienza professata e le condizioni in cui essa versa fossero tali, non solo da
imporre quella dichiarazione, ma da attribuirle un valore ed un significato
affatto* speciali. Finché si tratta di una scienza la cui legittimità nessuno
pone in dubbio, e la cui individualità è rigorosamente- definita, di una
scienza sicura di sé, già costituita e sistemata nella fissazione dell'og-
getto suo proprio, del campo delle sue ricerche, dei principi fondamentali
direttivi di queste, si potrà fare soltanto questione della sua maggiore o
minore difficoltà. Ma ben altrove il caso di una scienza, per la quale —
diciamolo subito senza ambagi* e senza mezzi termini — si agita il problema
dell' essere o non — è — essere. La crisi gravissima, e tanto più grave se,
come d'or- dinario avviene, non la si avverta o non ce se ne preoccupi, che
travaglia tutte le scienze* relative alla convivenza sociale, più d' ogni altra
ha colpito proprio quelle che, come la morale e il diritto, riguardando la
condotta e le norme onde ha da essere regolata, sono le più importanti al punto
di vista delle esigenze pratiche, e per le quali sarebbero quindi necessarie le
basi più solide e sicure. È un vero processo di intima disorganizzazione che in
esse si viene operando, ed arrivato ora a tal grado di acutezza, che per taluna
fra loro, come appunto per la filosofia del diritto, non solo v'è ragione di
chiedersi che cosa più essa sia e in che veramente consista, ma di fironte alle
recise denegazioni degli uni, alle incertezze e ai dubbi degli altri, di fronte
all'ambiente di scetticismo e di diffidenza: formatosi a suo riguardo, ^ la sua
stessa esi- stenza, la sua possibilità e legittimità scientifica che è posta in
questione. Se non sono molti quelli che senz'altro la con- siderano come
destituita di ogni ragione d'essere e arrivano fino a pretendere che non se ne
abbia più nemmeno a par- lare, tendono invece a prevalere opinioni e indirizzi,
pei quali essa avrebbe a trasformarsi radicalmente non solo nell'oggetto e nel
contenuto, ma financo nel nome, o, perdendo la propria individualità distinta,
verrebbe sostituita da una nuova più ampia disciplina; e in questa assorbita e
confusa. Persino in alcuni di coloro, che pur ne mantengono fermo in sostanza
il concetto tradizionale, si osserva^talvolta l' influenza della nuova corrente
di idee, tanto che l'amalgama del vecchio col nuovo accresce Y incertezza, e
rende sempre più vacillante il terreno. Se dopo ciò la filosofia del diritto
accenna a perdere della sua importanza nell'ordinamento degli studi, se se ne
vagheggia • o dimanda o anche se ne tenta l'abolizione, se il pensiero di
surrogarla coli' insegnamento della sociologia, dapprima impli- cito e
sottinteso in certi indirizzi, si afferma ora in proposte concrete, come quella
fatta dal Saint-Marc per le facoltà giu- ridiche della Francia, non ve certo da
far' le meraviglie (0. I. Né meraviglia può suscitare il fatto stesso della
crisi, come d'altra parte rivelerebbe mancanza di senso storico il ritenerla
prodotta da cause meramente accidentali e transitorie, effetto di esagerazioni
ipercritiche, di tendenze innovatrici, di dissen- sioni eterodosse. Chi invece
senza preconcetti riprenda in esame la storia della filosofia del diritto,
osservi le fasi per le quali è passata, e il suo organismo di scienza, quale
risulta dall'in- sieme del suo sviluppo, ponga a raffronto coli' indirizzo del
pensiero contemporaneo, coi criteri e metodi che lo caratte- rizzano, cogli
abiti mentali che ha introdotto e fatto prevalere, coi profondi rivolgimenti
che ha generato in tutti i rami del sapere, non può non venire nella
persuasione che il moto era di lunga mano preparato, e che per ineluttabile
necessità si doveva riuscire alla crisi. Cosi si possono scoprire ed asse-
gnare le vere ed intime ragioni di questa. E innanzi tutto fa d'uopo
considerare l'opposizione mossa alla filosofia del diritto come conseguenza,
come applicazione ad un caso particolare; di ciò che fu detto contro la
filosofia in generale. Una volta dichiarata superflua o impossibile questa, non
poteva logicamente non ripetersi lo stesso di quella, che ne era una parte. La
fine della filosofia pareva dovere essere il risultato inevitabile del processo
di formazione storica delle :v.. 1 •^ to — Scienze. Queste si sono costituite
come studio indipendente di parti distinte della realtà fenomenica,
distaccandosi progressi- vamente dalla filosofia, che si era affermata dottrina
dell'es- sere, quindi scienza universale, e mirava a spiegare, movendo dalle
sue astrazioni, ogni particolare entità. La filosofia veniva cosi a poco a
poco, uno dopo l'altro, spogliata dei suoi do- mini, e colle scienze, postesi
ormai per la propria via e fatte sicure dei loro progressi pel diverso metodo
che adoperavano, si trovò in aperto, profondo, apparentemente insuperabile dis-
sidio. Onde non solo le si contestò ogni valore, ma, con pre- cipitazione pari
alla superficialità dell' indagine, si concluse che, mancandole un campo
speciale di ricerche, non le rimaneva più ragiona alcuna di essere. Ultime a
distaccarsi e ad assu- mere autonoma individualità, ultime ad abbandonare la
via infeconda della vuota speculazione e a rinnovarsi mediante la ricerca
positiva, sono state le così dette scienze morali e po- lìtiche. La
costituzione della sociologia per opera del Comte mirò appunto e, diciamolo
pure perchè in ciò è riposto uno dei maggiori e meno contestabili meriti di
lui, riuscì a strap- pare alla metafisica il dominio più lungamente e più
gelosa- mente custodito. Quindi anche la morale e il diritto, riguar- dando
fatti e rapporti della civile convivenza, dovevano ne- cessariaménte essere
attratti nell'orbita delle scienze sociali. È il processo che si matura e sì
compie sotto gli occhi nostri ; ed è dà questo processo che è venuto il primo
impulso e motivo a dubitare, se ci possa essere più posto in una orga-
nizzazione positiva delle scienze per una dottrina filosofica del diritto. E il
dubbio rimane, come rimane il problema, nono- stante che ora la filosofia,
rinnovandosi su basi scientifiche e critiche, riabiliti sé stessa, e affermi
altamente non solo la sua risurrezione, ma anche la sua perennità. A tenere
vivo il pro- blema concorrono altre ragioni. • ---fi - Si può dire che la
filosofia del diritto . abbia dovuto vìa via trasformarsi, cambiare nome e
programma, restringere" le sue pretese, quanto più progrediva e si
diffondeva lo spirito della ricerca positiva e della^ critica. Le fasi del
diritto natu- rale, del diritto razionale, del diritto dedotto dall'essenza,
ri- tenuta invariabile, della natura umana- ed opposto alle forme imperfette e
caduche del diritto vigente ; le fasi delle costruzioni a priori^ della
speculazione a^ratta, dei filosofemi dommatici sono state superate, e lo si può
sperare, per sempre. Le teorie dei principi di giustizia assoluti, eterni,
universalmente valevoli, nelle quali i prodotti di un convincimento soggettivo
o tutto al più gli ideali etico-giuridici di un certo momento storico erano
trasformati in categorie logiche, 'e sollevati fino ad archetipi ti-
ranpeggianti il passato come il presente e l'avvenire della storia umana, hanno
dovuto inevitabilmente piegare di .fronte alle più legittime tendenze ed alle
più sicure conquiste del pensiero con- temporaneo. Da una parte le dottrine
critiche dimostravano, in- fondato, illegittimo,. destituito di valore
scientifico ogni processo mentale che trascenda i limiti dell'esperienza, che
pretenda giun- gere a, nozioni assolute, e penetrare nella regione
inaccessibile dell'essenza delle cose. D'altra parte, preparata per vie diverse
e molteplici, in rami i più disparati e lontani di studi, quindi in modo
affatto indipendente e senza la tirannia di un sistema preconcetto, si veniva a
poco a poco* formando una nuova spiegazione dèi mondo. Come correnti che dopo
avere per- corso ciascuna il proprio cammino convergano jn un punto, e quivi sì
unifichino in una grande fiumana, così i. risultati, con- cordi di tante
ricerche si congiungeyario in uno stesso con- cetto fondamentale; Il modo di
considerare le cose §i spostava completamente; alla rappresentazione di forme
fisse,. di essenze quiescenfi, di entità ideali, e schematiche si sostituiva
una in- terpretazione dinamica, genetica e storica della natura; sull’antica e
profondamente radicata credenza delle creazioni ex niliiloy dei tipi
preformati, dei disegni prestabiliti prendeva il sopravvento Tidea che tutto
nellunivèrso è formazione e svi- luppo, che tutto per leggi naturali si fa e
diviene. E notisi poi che a disporre e ad abituare le menti a questa concezione
contribuirono con gravidissima efficacia le scienze storiche e sociali, che
essa si affermava prima d'ogni altro solennemente per opera -^ella scuola
storica -dei giuristi tedeschi proprio nel campo del diritto, e in aperta
opposizione ai principi del di- ritto filosofico. Che il diritto sia uà fatto
sociale, un prodotto della cultura, urta realtà concreta della vita ;*che esso
nasca e si tPGsformi con processo organico di sviluppo nel corso della storie ;
che a determinarlo ed a foggiarlo variamente nello spazio e nel tempo
concorrano il carattere nazionale e il complesso di condizioni, di elementi e
di fprze, onde risulta lo stato generale di una società in un dato momento
storico; tuttociò è un patrimonio acquisito che dobbiamo a quella scuola ed
alla sua efficacia rinnovatrice degli intelletti. Le ricerche posteriori non
hanno potuto, per quanto almeno riguarda il concetto dinamico ed evolutivo del
diritto, se» non confermare, avvalorare ed allargare 1§ sue induzioni,
comprendendole nella più vasta sintesi di un sistema filosofico. Di fronte
all'evidenza di queste la filosofia del diritto, seb- bene mantenesse
d'ordinario — r non essendo mancate tendenze realistiche di alcuni sistemi — il
suo carattere speculativo, seb- bene mirasse pj»jr sempre ad una spiegazione
astratta del •prin- cipio fondamentale d^l diritto, non potè però più
trascurare il momento storico dì questo, dovè modificare le sue dottrine e
cercare di. comprendervi 1§ spiegazione di ciò che si muove, si sviluppa e si
attua nella realtà. Fu tentato anche trovare, e non già sotto un aspetto
puramente formale ed esteriore, sib- bene nell'intrinseca ed organica unità di
un processo dialettico, V ' • li punto di congiunzione e di accordo dell'idea
col fatto, del razionale col reale, dell'assoluto col relativo. Per quanto però
ingegnosi i .tentativi,* per quanto grande la metamorfosi che il vecchio jus
naturae aveva subito, tuttavia rimaneva se;jnpre il suo vizio originario ;
rimaneva X idea del diritto che tra- scende e precede i fatti, che non è un
fatto essa stessa, ma un puro prodotto del pensiero. Era poi naturale che, come
nelle dottrine più generali, così nelle applicazioni particolari si rivelasse
il dissidio della filosofia del diritto coi sistemi po- sitivi e critici.
Talvolta anzi vi appariva anche più manifesto e più acuto, perchè intanto sotto
l'impulso o in armonia di quei sistemi si erano istituite ricerche su alcuni
speciali argo- menti, le quali, come, j)er ricordare un esempio caratteristico,
le ricerche sull'origine, sulle forme e variazioni storiche della proprietà,
riuscivano a porre in contradiziòne coi fatti le ca- tegorie assolute e le
giustificazioni apriqristiche della filosofia del diritto. Dato tuttociò, si
comprende come dovesse nascere necessariamente il quesito, se sia compatìbile
la sua esistenza, o come eventualmente lo possa essere, coli' odierno indirizzo
filosofico e scientifico. Ad accrescere le incertezze si aggiunse la
sociologia. Ho detto già che l'prigine di questa si collega nel pensiero del
suo fondatore col proposito di estendere alle scienze morali e sociali lo
spirito e i metodi della ricerca positiva ;* ed ho fatto anche intendere che ci
si deve vedere un grande prò» gresso. Però l' innovazione racchiudeva un
pericolo, che cioè rimanesse vago e indeterminato sia il contenuto specifico
della sociologia, sia il suo rapporto colle scienze sociali particolari, e con
ciò si aprisse l'adito a farne una designazione generica di queste, o, che è
peggio; all'assurda pretesa di costituirla unica legittima scienza sociale
surrogante tutte le altre fuse in una enciclopedica e caotica unità. È quello
che poi § avvenuto. Incerta di sé e delFessere suo, preoccupata più di esten- *
dere i suoi confini che- di determinarli, vera nebulosa vagante nello spazio
scientifico, la sociologia ha voluto, comprendere anche il diritto, farsi
sociologia giuridica, togliere alla vecchia filosofia del diritto nome,
contenuto,. autononiia(3). IL Tale, riassunto a larghi tratti e ricondotto alle
sue cause prossime e remote, lo stato della crisi ; la quale, come si vede,
oltreché colpisce la parte formale e la struttura esteriore del- l'organismo
scientifico, penetra addentro e sconvolge i principi fondamentali. La crisi
della filosofia del diritto si risolve in sostanza nella crisi del diritto,
parallela ed in parte legata da Un rapporto di dipendenza a quella che fu
designata ed ener- gicamente descritta come la crisi della morale. È il diritto
stesso che é posto in questione ; è intorno al suo concetto, alla sua natura,
alle sue basi, al suo scopo, alla sua ragione di essere nella vita sociale, che
il pensiero contemporaneo si dimostra mal sicuro, oscillante, pontradittorio.
Io non starò qui a ripetere cose abbastanza note e già poste in rilievo
efficacemente da altri (4). A me preme richiamare l'attenzione sopra un punto,
che riguarda più da vicino il problema pro- postomi. È un fatto sicuro, perché
concordemente dimostrato dalla psicologia e dalla storia, che nella coscienza *
umana, quanto più alta e sviluppata, tanto più il sentimento del di- ritto si è
differenziato e reso indipendente dal sentimento di mero rispetto per le prescrizioni
legali dell'autorità ; tanto più si è consolidata l'idea che a fondamento e
giustificazione di quelle prescrizioni vi sia o abbia ad esservi una ragione
su- periore all'autorità stessa, un motivo intrinseco ed oggettivo. Ed è tale
idea* che, come vedremo, ha dato origine e im- pulso alle ricerche filosofiche
intorno al diritto. Ora in questi ultimi tempi, riabilitando e ringiovanendo
antiche dottrine in nome di un malinteso naturalismo, si tende invece a far
pas- sare come un suo corollario che nel diritto si debba soltanto vedere un
fatto d'opinione, e non gli si possa riconoscere altro fondamento se non
l'autorità di chi lo costituisce e lo crea (5). Del pari, mentre nella
coscienza collettiva si è formata ri- guardo a certe norme giuridiche una vera
e propria ovifiio necessitatisi tantoché le ripugnerebbe come contrario a giu-
stìzia che esse non esistessero o fossero diverse, vale a dire che rimanessero
senza protezione e garentia certe forme di attività e certi scopi della vita,
alcune teorie filosofiche attri- buiscono invece al diritto il. valore di una
pura forma, e lo rassomigliano ad una veste che può coprire qualunque conte-
nuto, rimanendo il contenuto stesso affatto indifferente pel diritto (^). Cosi
si è arrivati a creare un dissidio profondo tra la scienza e la coscienza
etico-giuridica dei popoli civili ; la scienza si trova ridotta o a trascurare
questa, vale a dire a non tenere conto, perchè incomodo, di un fatto
psicologico e storico di tanta importanza, o a dichiararla senz'altro una
grande illusione. E non basta. Contro la metafisica, che aveva creduto trovare
il diritto nella natura, fu agevole al positivismo dimostrare che esso non
apparisce se non nel pensiero umano. Non restava quindi che interrogare questo,
e osservarne 1 prodotti accumulati nel corso della storia, per potere legitti-
mamente affermare il diritto come una realtà d' esperienza. Invece si è visto
uno scrittore, il quale pure tenta con sforzi ingegnosi ricostruire una
dottrina etica conciliabile col natu- ralismo, concedere a questo che il
diritto e la libertà non sono %tti verificabili, e non saper trovare altro modo
di man- tenerne il concetto, se non relegandolo in un mondo ideale ^7). Quando
il Fouillée ci dice* che il diritto ribn è una realtà, sibbene una pura idea,
che tende ad attuarsi pel fatto di essere concepita, e quindi, come tuttociò
che è virtuale, più che il passato riguarda Tavvenire, e ne deduce che pratica-
mente i diritti delfuomo derivano soltanto dall'avere esso Fidea del diritto,
si potrebbe chiedere con qualche ragione se il sentimento comune non sia in
grado, meglio che le teorie dei filosofi, di illuminarci intorno alla nozione
del diritto. ni Senonchè la crisi non esiste nella scienza soltanto, ma anche
nelle coscienze; non solo agita la scuola, ma travaglia e turba la vita. Né
potrebbe essere diversamente in un tempo come il nostro, che propriamente
appartiene a quei periodi detti dai filosofi della storia periodi critici e di
transizione, nei quali la struttura sociale si trasforma, ed un profondo rivol-
gimento si opera nei sentimenti e nelle idee, negli abiti men- tali, nel modo
di intendere la vita. Chi guardi bene addentro nelle varie manifestazioni dello
spirito pubblico degli ultimi anni^ riesce a colpire una tendenza che si viene
sempre più accentuando. Usciti dal momento storico della rivoluzione, du- rante
il quale si combattè una lunga e gloriosa lotta pel di- ritto, e ad alte
idealità sociali si assicurò il trionfo e la consa- crazione del riconoscimento
giuridico, è venuto dopo a poco a poco sbollendo l'entusiasmo e diminuendo la fede,
che aveva determinato e accompagnato quel moto. Gli ideali, già così
■/.;.^^^^;a.^A^*- VIVI ed efficaci nelle
menti, hanno molto perduto della loro attrattiva e del loro valore; una
corrente di scetticismo ha incominciato a serpeggiare negli animi, minacciando
di affievo- lirvi il sentimento giuridico. Si potrà anche ritenere che tale
mutamento implichi per certi riguardi un progresso, risolven- dosi in un
trionfo del senso critico e positivo, del senso del reale e del limite, e
contrassegnando una reazione salutare di fronte al carattere assoluto, inflessibile,
dommatico da prima attribuito a certi principi, specialmente per opera delle
teorie scfentifiche dominanti, comprese quelle della filosofia del di-' ritto
non ancora uscita dallo stadio metafisico. Ma sarebbe d'altra parte* errore
gravissimo disconoscere* che la reazione si è spinta troppo oltre, e chiudere
gli occhi dinanzi al peri- colo che un tale stato di cose minaccia alla società
moderna. Ed è questo stato di cose che ci riconduce novamente per altra via al
problema della filosofia del diritto. Una ra- gione pratica si aggiunge a
quella scientifica per dimostrare la necessità di sottoporre la nostra
disciplina ad una rigorosa revisione critica, in cui essa, riprendendo in esame
sé stessa, discuta la sua possibilità e legittimità, il suo valore teorico e le
condizioni che si richiedono per assumere il carattere di ri- cerca positiva ;
e cosi riesca a determinare in modo non equì- voco il suo oggetto, il suo
contenuto, il suo scopo, ed a cal- colare nel tempo stesso il suo valore
pratico e l'efficacia sulla vita e sulla società. Come si vede, è una questione
pregiudi- ziale che fa d'uopo risolvere ; e sono così gravi, così decisive del
suo avvenire le condizioni nelle quali la filosofia del di- ritto nel momento
presente si trova, che non si saprebbe com- prendere come ce ne potesse essere
altra più importante. La possibilità della filosofia del diritto altro non
significa se non la possibilità di considerare il diritto filosoficamente. Ciò
implica che siasi prima stabilito che 'sabbia ad intendere per filosofia, di
quali condizioni e caratteri particolari abbisogni il sapere per assumere quel
nome, e distinguersi così dagli altri gradi del conoscere. Dissi già come venga
operandosi sotto gli occhi nostri un vero rinnovamento filosofico. Mentre s era
creduto — e non manca chi tuttora lo crede — che la scienza emancipata dalla
filosofia e in ogni sua parte co- stituita sulla base dell'esperienza l'avrebbe
interamente sur- rogata, è accaduto invece l'opposto. Quanto più le scienze
progredivano, tanto più facevano capo a problemi, la solu- zione dei quali
trascendeva le loro forze ; tanto più si ren- deva indispensabile una ricerca
ulteriore,, in cui avrebbero do- vuto trovare il loro compimento. Così è stata
la scienza stessa che ha dato occasione ed impulso, fornito elementi e
materiali per una nuova filosofia, rendendo possibile comporre l'antico
dissidio e stringere fra loro saldo e fecondo connubio. Donde una filosofia che
è scientifica, sia perchè posa sul medesimo terreno e segue i medesimi
procedimenti, metodi e criteri della scienza, sia perchè emana dalle viscere di
questa e ne elabora i risultati, pur sollevandosi là dove le scienze parti-
colari non possono giungere ; una filosofia positiva in quanto fondata suU'
esperienza, ma ad un tempo critica in quanto sottopone ad esame il fatto stesso
dell'esperienza ; una filosofia in cui GOif^ergpno, si uniscono e fondono
spogliati di ciò che - 19 - hanno di sistematico ed unilaterale, mantenuti in
tuttociò che vi è di vero e legittimo, corretti e completati l'uno collaltro i
due grandi indirizzi del pensiero contemporaneo, positivismo e criticismo. Per
quanto si sposti il punto di vista da cui considerarlo, e mutino gli strumenti
e le vie onde si tenta risolverlo, ri- mane il problema che affatica e tormenta
da secoli l'intelletto umano, e al quale questo è condotto dalla legge
fondamen- tale della sua costituzione, legge di integrazione progressiva, per
cui l'attività conoscitiva npn s'arresta e non s' acquieta se non giunta all'
ultimo grado di generalità e di unità ; rimane il problema dell'essere e del
sapere, dell'universo e della co- noscenza che ne abbiamo. Mentre le singole
scienze ci danno solo una interpetrazione frammentaria e limitata della realtà
fenomenica, senza farci colpire gli intimi nessi onde le parti si ricongiungono
l' una all' altra e formano una inscindibile unità, vi deve essere una scientìa
altìor qhe spieghi il reale nella sua interezza, e possa veramente dirsi una
teoria cosmica unificatrice del sapere. Questo in primo luogo il compito della
filosofia ; un compito, come si vede, esclusivamente suo. E sotto tale aspetto
ha nome e valore di filosofia sintetica, non già, quale la voleva Comte,
limitata a coordinare e a riassu- mere in un corpo di dottrine omogenee l'
insieme delle cogni- zioni fornite dalle scienze, ma intenta a fonderle, ad integrarle
e ad organizzare logicamente le loro sintesi parziali in un prin- cipio unico,
che rappresenti le ultime generalità, che com- prenda in sé e domini e spieghi
tutti i fenomeni particolari. Sollevando a sistema le induzioni, alle quali,
come già accennai, uniformemente riescono le moderne ricerche sia nel campo
della natura sia in quello della storia, la filosofia ha formulato fino da ora
una dottrina, che è. senza dubbio un'ipotesi, ma ipotesi legittima, avvalorata
ogni giorno più da prove dì fatto, e ad Ogni modo l’unica non contradicente ai
dati dell’esperienza. Ricondotta la totalità dei fenomeni ai loro ultimi
fattori, materia e movimento, il modo, onde questi si ridistribuiscono, dà
luogo ad una ritmica vicenda di evoluzioni e dissoluzioni. Dobbiamo quindi
rappresentarci l’universo ed ogni particolare esistenza sensibile come una
formazione naturale prodotta dall’energia inerente alla sostanza cosmica, e
questo sistema solare, di cui facciamo parte, come una evoluzione unica che
procede continua, senza salti e senza interruzioni, e si eleva di forma in
forma, di grado in grado, mantenendo sempre la nativa medesimezza, ma ad un
tempo differenziandosi qualitativamente, in quanto presenta in ciascuna forma e
grado ca- ratteri nuovi e specifiche modalità. Che se di {ale grandioso
processo evolutivo si cerchi la ragione che lo spieghi e lo dimostri
necessario, fa d'uopo cercarla in un primo principio sperimentalmente
dimostrabile, il principio della conservazione e trasformazione dell'energia.
Ma che cosa in fondo noi conosciamo e possiamo conoscere deir universo? Ecco la
seconda ricerca che deve istituire la filosofia. È la ricerca critica iniziata
da Locke, sviluppata da HuME, divenuta per opera di Kant fondamento della più
grande rinnovazione che conti la storia del pensiero filosofico ; ed ora
proseguita, allargata, corretta, anzi radicalmente tra- sformata e resa
rigorosamente scientifica dal nuovo criticismo inglese e tedesco. Oltre i fatti
datici dall'esperienza, v'è un altro fatto da chiarii-e, l'esperienza ; occorre
cioè vedere come essa sia possibile, che valore abbia, quali leggi la
governino, dentro quali limiti si circoscriva. Se le scienze particolari si
rivelano impotenti a compiere quella che può dirsi l' opera- zione finale,
ossia la sintesi dei loro risultati, non lo sono meno, perchè anche qui si
tratta di un problema a tutte co- mune e a tutte superiore, a darci una teoria
preliminare che concerne la scienza stessa, le origini e il fondamento del
sapere, le condizioni oijde è reso legittimo. Anche qui dunque un oggetto
esclusivamente proprio della filosofia. Ed essa in questa sua parte è in grado
di fornirci insegnamenti preziosi e sicuri. Condizione assoluta del conoscere
l'esperienza, ma, contraria- mente a ciò che vorrebbe il puro empirismo,
inseparabile ad un tempo da essa il concorso dell' attività mentale del sog-
getto. Relativa la cognizione, vale a dire limitata ai fenomeni, alle cose come
appariscono a noi, a quello che è dato nella nostra coscienza. Quindi
l'impossibilità invincibile, dovunque si spingano i progi'essi del sapere, di
penetrare al di là, e colpire, come pretende il dommatismo e vecchio e nuovo,
razionalista o positivista che sia, ciò che non si trova con noi in relazione,
la cosa in sé. Per quanto però questa resti inconoscibile e formi l'eterno
insolubile\mistero dell'universo, costituisce pur sempre la base del mondo
fenomenico, ed il fattore i)ggettivo della sensibilità ; e come tale 1' analisi
critica ne afferma, e contr^*iI fenomenismo, l'idealismo e lo scetti- cismo ne
dimostra la reale esistenza. ^ Ma la filosofia non si limita a spiegare il
fatto del co- noscere ; oltreché gnoseologia essa vuol essere una teoria ge-
nerale delle scienze. Lswsua funzione centrale si dispiega qui sotto un altro
aspetto. Come nella sua ope»a di generalizza- zione mira a cogliere la
connessione delle cose e a ricostruire r unità dei fenomeni^ così procedendo a
classificare le scienze» a sistemarle, a porre in rilievo i rapporti onde si
legano X una all'altra e mutuamente dipendono, si propone integrare il la- voro
diviso del sapere in un organismo ideale, che riproduca e rispecchi la realtà.
Nel tempo stesso, e sempre in forza di questa sua funzione centrale, assumendo
di fronte alle scienze speciali il carattere di scienza direttrice e, come
dicono i te- deschi, normativa, iniprime loro il movimento, le ispira e con-
•?4 ''v^.vJ.^^v■w:,5;■r^;■^y;--i*^:^J«Jvr^>,:'^-♦^T:•:■ - • , 7~ "^nfg^.^^x^^
f2 -- trolla, assegna le condizioni di loro positività, le pone in grado di
aiutarsi scambievolmente, ne coordina gli sforzi verso una meta comune. Determinato
l'oggetto della filosofia, rimane ad aggiun- gere che i risultati delle due
ricerche, sintetica da una parte e critica dall'altra, vanno messi in relazione
fi*a loro, in modo che, completandosi reciprocamente, ne scaturiscano nuovi
prin- cipi fondamentali. Ed anzitutto, se la sintesi unificatrice della
filosofia, scientifica non è un sistema fondato, come lo sono quelli
metafisici, sopra un supremo principio che la mente abbia posto a priori, e dal
quale si deducano poi le verità partico- lari in esso virtualmente contenute,
ma un sistema derivato dai dati deir esperienza e dal generalizzare i risultati
delle scienze ; segue che, come queste e quella sono senza limiti progressive,
così progressiva deve pur essere la lord integrazione filosofica. Quindi si
dimostra recisamente anticritico e schiettamente dom- matico qualunque
tentativo di sintesi definitive, che yogliano esaurire il sapere e
circoscrivere nel eJjwolo chiuso di formole sistematiche, assolute, immutabili
la spiegazione del mondo. In secondo luogo, se relativa è la conoscenza, non si
potrà, ed anche qui per un' esigenza critica, attribuire alla legge di
evoluzione^ altro che un significato ecj^n valore relAivo ; legge dei fenomeni,
noa già delle cose in sé ; legge delle manife- stazioni dell'essere, non
dell'essere stesso, come pur si pretende da chi, negando la fondamentale
distinzione e riponendo nel fenomeno tutta l'essenza del reale, riesce a
convertire il rela- tivo in assoluto, e ci riconduce così senza volerlo in nome
del monismo in piena metafisica. In fine dal momento che tutto è formazione,
anche il fatto della conoscenza deve necessaria- mente rientrare nel processo
generale. Non è più una pro- prietà originaria ed immutabile che s' ha da
sottoporre all'ana- lisi, accettandola qu^le è; ma si tratta di sapere donde
prò- t ^c'S^ -di- viene, sorprenderne la genesi^ seguirne gli sviluppi,
determi- narne i fattori. Mutano anche qui i termini del problema, la dottrina
dell'evoluzione rinnova quella dell’intendimento, la ricerca critica sì
converte in una ricerca psicogenetìca e storica, V. S€ Innesta è Y idea che ci
delibiamo formare della filo- sofia, sono posti i fondamenti e Ì criteri per
determinare che cosa possa essere la filosofia di una scienza speciale. Anche
l'ordine delle cognizioni, come quello della realtà, procede per gradi ; non si
passa tutto ad un tratto dalla scienza alla fi- losofia, ma attraversando un
territorio mediano che non ap- partiene air una più che all' altra, partecipa
di entrambe, e serve a congiungerle. È ÌI campo delle filosofie particolari,
intorno alle quali fa d' uopo dire qualche parola, perchè i dubbi e le
questioni insorte a loro riguardo contriMiscono non poco ad -©scurare il
concetto della filosofia del diritto. Nella discus- sione che ci occupa non va
mai perduto di mira un criterio fondamentale. Allorché nel processo
intellettuale, salendo ja scala di progressive integrazioni, arriviamo a certi
concetti che si vede non essere propri di una scienza piuttostochè di un'altra,
ma a tutte comuni, possiamo stare sicuri di trovarci sul ter- reno della filosofia.
Del pari in ogni gruppo di scienze vi sono concetti per quel dato gruppo ultimi
e generali, vi sono pro- blemi che nessuna di quelle scienze potrebbe di per sé
stessa indagare, se non oltrepassando i propri confini e Iq proprie forze ; e
allora anche qui il segno è sicuro, quel concetto e quel problema sono
filosofici. È la filosofia dì un gruppo di -J^-^ji^A,*. ■• scienze. Finalmente anche in una scienza
singola ha luogo la stessa gradazione ; riducendo il molteplice ad unità si
sale sempre più alto, e si giunge a principi che sono i più generali possibili
in quel dato ordine di fatti. La coordinazione m'etodica di questi principi,
vere idee madri di una scienza, costituisce la sua filosofia. Ed è per essi che
le scienze si ricongiungono alla filosofia prima, fornendole i dati necessari
per la sintesi finale, in modo che quella sopra designata come filosofia scien-
tifica altro non è in sostanza, se non la generalizzazione su- prema delle
filosofie particolari. Così, se la sintesi si fa consistere nella dottrina
dell' e- voluzione, perchè- l'ipotesi possa convertirsi in tesi, l'evoluzione
ha da essere provata in tutte le molteplici sue forme ; le sue leggi debbono
venire j^^ccolte da ogni ordine di fenomeni cosmici, dai siderei ai sociali,
per aver diritto a chiamarsi universali. Ed ecco allora il compito e il
contenuto delle filo- sofie particolari ; determinare la legge di evoluzione
come ciascuna 1' ha trovata esplicarsi nell' àmbito suo proprio, vale a dire
colle note e gli elementi comuni a tutte le forme, e ad un tempo SSìle note e
gli elementi che, essendo specifi- • camente propri di una forma, la
distinguono da ogni altra. Dissi già che il processo evolutivo, piJr mantenendo
la sostan- ziale medesimezza ed unità, è sempre un processo di diffe-
renziazione e di qualificazione. Quindi si cadrebbe in equivoci assurdi e,
specialmente trattandosi di fatti umani e sociali, in aberrazioni pericolose,
se non si tenesse conto di ciò che di nuovo e diverso presentano i singoli
gruppi di fenomeni nelle lóro condizioni oggettive, e per conseguenza anche
delle mo- dalità assunte in ciascuno di essi dalle leggi universali. Le *
differenze nell' unità : questo è il vero e compiuto concetto dell' evoluzione
cosmica, al quale però non si potrebbe giun- gere senza l'opera delle filosofie
particolari, 4 # ^ 2i -^ Senonchè, mentre dai seguaci dei più opposti sistemi e
dai positivisti quasi concordemente esse vengono ammesse, mentre di parecchie
scienze si è fatta o tentata la filosofia, ed alcune posseggono già a questo
riguardo ' una ricca ed anche famosa letteratura, mentre tutte le scienze si
mostrano ora animate da spirito filosofico ed agitano problemi filosofici, non
manca chi contesta qualunque legittimità alle filosofie par- ticolari, e ne
dichiara perfino erroneo il concetto. Di filosofie, si è detto, non ce ne può
essere che una, quella che unifica il sapere. La filosofia di una scienza non
solo manca di un oggetto suo proprio, ma è termine contradittorio, perchè la
filosofia implica l'universale e la scienza ÌI particolare» La più alta verità,
a cui una scienza possa riuscire, riguarda sempre un ordine parziale di «fatti
; quindi è scienza, non filosofia. Così nel sistema evoluzionista, T evoluzione
essendo una ed universale, il formularla e determinarne la legge non può
spettare altro che alla filosofia, la quale, scendendo a dimo- strarne
l'applicazione a tutte le specie di fenomeni, potfà anche suddividersi in parti
e assumere, se si vuole^ varie denomina* zioni, ma resta sempre vera e propria
filosofia* In sostanza questo è pure il pensiero dello Spencer. Anche egli
esclude recisamente che vi sia filosofia al dì fuori del sapere unificato^ se
parla di una filosofia speciale distinta dalla generale e la sviluppa poi, come
è noto, nelle appli<5azioni alla biologia, alla psicologia ed alla sociologia,
la intende appunto nel senso accennato, che cioè movendo da verità universali
già stabilite interpetri mediante esse le verità particolari!'^). Senza dubbio
l'obbiezione è grave, e a prima giunta si presenta anche come ragionevole.
Perchè però realmente lo fosse, farebbe d'uopo che fra la scienza e la
filosofia esistesse una separazione così recisa ed assoluta, da doverle
considerare come due modi di conoscenza di natura affatto diversa. Invece ^«i— 2^
Tunità fondamentale che presenta il processo intellettivo dalla più semplice
esperienza fino alla più alta speculazione, non consente si parli di differenze
di natura,, ma solo di grado. n sapere, le dissi già, è come una scala per cui
progressi- vamente ascendendo ci eleviamo a vedute sempre più vaste e
comprensive. Quindi non si può, perdendo di mira gli stadi intermedi,
contrapporre senz'altro il primo all'ultimo, l'uni- versale al particolare; ma
va tenuto conto del valore gerar- chico che ogni generalizzazione superiore
assume di fronte a quella inferiore. La giustificazione delle filosofie
particolari sta tutta qui, I primi prirtcipì della filosofia, dice lo Spencer,
hanno colle più ampie verità scientifiche lo stesso rapporto che queste hanno
colle verità scientifiche più ristrette. Ma se il rapporto è lo stesso, come
non dovrebbe esseriio anche il nome? Per- che non s'avrebbe a chiamare
filosofica quella parte di una scienza che ne formula le più generali dottrine
? Per una filo- sofia che proclama sé stessa scientifica, è questione di logica
; non si ^uò dimenticare che secondo essa la filosofia non è qualche cosa* di
aggiunto e di sovrapjposto alla scienza, ma ne costituisce- parte integratìte,
la pervade tutta, vive per dir così nel suo medesimo seno. Né giova opporre
l'unità deH'e- voluzìone, che anzi deriva proprio da essa l'esigenza delle
filosofie particolari. La quale esigenza -non si soddisfa certo applicando in
via deduttiva le leggi universali ai vari ordini di fenomeni ; metodo falso e
pericoloso che costituisce uno dei più gravi difetti del sistema spenceriano,
non a torto accusato di invertire così i termini del problema, di dare per
dimostrato ciò che s*ha da dimostrare, di cercare nei fatti non già una prova,
ma una conferma di idee prestabilite. E v'ha di più. Dal momento che l'evoluzione
presenta in ogni sua forma pro- prietà tanto diverse, l'estensione analogica
indistinta delle leggi universali è illegittima, perchè trascura le differenze.
Solo col processo induttivo si può salire fino ad una generalizzazione, che
fissi i caratteri specifici dell' evoluzione in una certa sua forma. Ed è
appunto questo il momento in cui la^ scienza assume veste filosofica (").
Ma Tassume anche in un altro momento, poiché oltre la funzione già assegnata ne
spetta pure alle filosofie particolari una seconda, analoga a quella compiuta
dalla critica nella filo- sofia generale. La parte di una scienza (e dicasi lo
stesso per un gruppo di scienze) che ne costituisce la teoria propedeu- tica,
che indaga la possibilità, le condizioni ed i limiti del conoscere in quel dato
ramo del sapere, che s occupa della sua sistemazione ed organizzazione,
fissandone Toggetto, lo scopo, il campo proprio, i rapporti con altre
discipline, distin- guendone le parti, e risolvendo quello che parve a Kant il
problema capitale di ogni scienza, il metodo, deve ritenersi come una parte
essenzialmente filosofica. Così supponenao trattarsi di scienze sociali, sul
limitare stesso ci troviamo di fronte a questioni gravissime. Quale è la natura
dei fenomeni sociali, per quali caratteri differenziali si distinguono da tutti
gli altri ? Sono essi regolati da rapporti costanti di coesistenza e di
successione, in modo da poter costituire oggetto di scienza ? E se esistono
vere e proprie leggi sociologiche, presentano nulla di specifico? La previsione,
ad esempio, vale a dire la determinazione del corso futuro del fenomeno è mai
possibile, o almeno dentro quali limiti ? A tali domande e a tante altre
congeneri^ che si potrebbero aggiungere, jè incompetente a ri- spondere Tuna
piuttostochè Taltra delle scienze sociali; fa d*uopo che intervenga la loro
filosofia. Certo esse formano già oggetto della critica generale, e proprio di
quella sua parte che in aggiunta alle due kantiane il Dilthey ha designato come
la critica della ragione storica, cioè della possibilità che ha Tuomo di
conoscere sé stesso e la società e la storia create da lui('^), i -Ma il
problema si ripresenta in modo più immediato e in forma più concreta nella
trattazione speciale. VI. Senonchè il concetto delle filosofie particolari qui
breve- mente delineato è giusto finché si riferisce alle scienze teo- retiche,
a quelle cioè che studiano i fenomeni e i loro rap- porti causali, che spiegano
le cose come sono, le loro pro- prietà, i modi, le condizioni, le teggi del
loro prodursi. Sarebbe però affatto insufficiente quando si avesse invece da
fare la filosofia delle scienze pratiche, più propriamente destinate ad
applicare le cognizioni teoriche al conseguimento dei fini umani, a dare norme^
principi direttivi, precetti per la condotta vuoi individuale, vuoi collettiva.
La quale riserva va pur fatta nel caso che una stessa scienza presenti il
duplice aspetto teore- tico e pratico ad un tempo, e debba, come appunto accade
alla morale e al diritto, da una parte considerare il fenomeno storicamente
sviluppatosi, dall'altra formulare in modo impe-. rativo regole dell'agire
umano. Comunque i due aspetti si de- nominino, si riservi anche al primo
soltanto l'appellativo di scienza, si dica arte il secondo ; quello che importa
è tenere ferma la classica distinzione che il pensiero greco ha raccolto dalla
realtà oggettiva delle cose, che non ha perduto e non può perdere del suo
valore, perchè le filosofie passano, ma quella realtà resta ; resta la
differenza fra il conoscere e Y ope- rare, alla sua volta fondata sullo
specificarsi dell'attività psichica nelle due ben diverse funzioni dell'intelletto
e della volontà ('3), Ed è nellaver messo da parte tale distinzione,
dichiarandola o supponendola vieta e infondata, che va riposta uria delle cause
principali delle incertezze, delle confusioni e degli equivoci do- minanti ora
nelle scienze relative all'uomo e alla società; la causa decisiva per cui,
restringendo l'attenzione ad un lato solo delle cose, si è riusciti a non
intendere più la vera natura della morale e della filosofia del diritto, e, se
non nel nome, almeno in fatto ad eliminarle. Nonostante che i grandi maestri
del positivismo insegnino ben diversamente, nonostante che uno di essi, lo
Stuart Mill, abbia formulato colla solita pro- fondità la teoria logica delle
scienze pratiche e di quelle etico- sociali dimostrata perentoriamente la
necessità, si crede invece da molti essere una conseguenza del positivismo
stesso che, anche trattandosi di rapporti morali, giuridici, politici,
estetici^ nessuna ricerca possa aver luogo diversa da quella praticata riguardo
ad ogni altra formazione naturale. Fenomeni e leggi di fenomeni, induzioni che
comprendano tutta la storia di una particolare entità, il suo passato, le forme
presenti, le preve- dibili modificazioni avvenire; ecco la scienza. Ma
trascurando 1 rapporti normativi non meno reali dei rapporti causali, la
scienza resta mutilata, ed il positivismo avviatosi per questo indirizzo ha
finito col fare dell'arbitraria restrizione la sua de- bolezza, il suo
pregiudizio, il suo massimo errore^ e finché non riuscirà a spezzare il cerchio
dì ferro in cui si è chiuso, rimarrà in contradizione colla coscienza etica,
incapace a sod- disfare le più imperiose esigenze della società umana, impo-
tente a governare la vita f '4), Tuttavia che esso sia giunto a queste
dottrine, fino ad un certo punto si comprende e si spiega, perchè ha voluto
reagire contro gli eccessi dei sistemi speculativi, e le reazioni difficilmente
si mantengono dentro i limiti dovuti. Più difficilmente invece s'intende che
anche nel- l'opposto campo dell'idealismo vi sia chi, per un ordine affatto
diverso di considerazioni, escluda, come ad esempio ha fatto / 4 ' il Lasson,
la funzione pratica della scienza e della filosofia t^sì. Da qualunque parte
però esso provenga, Terrore è sempre il medesimo. Allorché si tratta di
fenomeni relativi*alla condotta", a meno che non si voglia assumere T
atteggiamento di un ìn- ^ differente quietismo, e disconoscere che un essere
intelligente può bene porre a se stesso il quesito di ciò che vi sia da fare di
meglio, lo studio del fenomeno non basta, rendersi conto di 'quello che, esiste
non costitiiisce l'ultimo termine» e nemmeno lo scopo più importante della
ricerca scientifica. Resta a sapere' qual valore abbia il fenomeno, se vi sieno
» ragioni che inducano a volerne e a favorirne la continuazione, o additino al
contrario la necessità di modificare, perfezionare, innovare. In altre parole
resta in tutta la sua interezza e nella sua formidabile gravità la ricerca del
dover essere. Dal mo- mento che razione è diretta dall'uomo verso un fine
coscien- temente voluto, è il fine stesso che fa d'uopo prendere in esame,
determinando in base ad un principio scientifico quali fini sieno da desiderare
e da recare in atto, quali i mezzi a •'^- ciò più* idonei, quale l'ideale a cui
tener fisso, come a meta deir esistenza, lo sguardo e dirigere gli sforzi
operosi. È dun- que una norina che alla scienza domanda la vita; le induzioni
storiche^ etnologiche e statistiche a ben poco servirebbero, se non se ne
traessero ammaestramenti per migliorare le condi- zioni, del genere umano. Data
tale natura e funzione delle scienze pratiche, è fa- cile vedere in che debba
consistere la loro filosofia. Si limiti questa ad una sola fra esse, o si
allarghi fino ad abbracciare tutto il gruppo, e nel secondo caso la si
consideri come filo- sofia particolare, o se ne faccia, col nome di etica preso
nel senso più largo, una parte integrante della filosofia generale, la nozione,
salve le differenze di grado, è sempre la stessa. Va richiamato anche qui
Tinsegnamento del Mill» secondo il ? • "T- quale, come vi sono i primi
principi della conoscenza, cosi debbono esservi ì ' primi principi della
condotta, una philoso- pìtia prima riconducente tutte Iq norme particolari
della con- dotta stessa ad un principio unico, che fornisca la misura per giudicare
il valore dei fini desiderabili* Ma il pensiero del grande scrittore ha bisogno
di molti complementi. Ed anzitutto, perchè tanto le regole fornite dalle
scienze pratiche' quanto il primo principio in cui le assomma la loro filosofia
posino su basi po- sitive, e resti escluso qualunque elemento soggettivo ed
arbi- trario, hanno da consistere in una applicazione rigorosa di leggi
naturali antecedentemente accertate. I fini deiresistenza sono già contenuti
nelle condizioni dell'esistenza stessa, considerate sia riguardo agli
individui, sia riguardo al tutto di cui fanno parte. Dalle leggi che governano
Tuomo e gli organismi sociali è stabilito un rapporto invariabile fra le azioni
e gli effetti da esse prodotti» Quindi da queste leggi e da quelle condizioni
si può dedurre a mo' di corollario quale abbia ad essere la norma da seguire.
Il fine, che si doveva assegnare come desi- derabile, si rivela allora come
necessario, necessaria lazione diretta a conseguirlo, necessaria la norma che
la prescrive \ e sempre una necessità intrinseca, perchè esprime un rapporto di
causalità naturale. In secondo luogo i primi principi della filosofia pratica
debbono porsi in relazione coi risultati otte- nuti dallo studio del fatto
storico correlativo. Non va mai dimenticato il duplice aspetto della ricerca in
tuttociò che attiene alla condotta umana. Se da una parte si formula il dover
essere come ideale, dall'altra abbiamo una realtà feno- menica, la cui
osservazione conduce alla legge di ciò che è. Trovare laccordo fra questo e
quello, e fondere cosi i risul- tati delle due ricerche in un principio comune
costituisce il grande problema, di fronte al quale gli sforzi più ingegnosi
della speculazione astratta si sono rivelati impotenti. Essa cerca nel pensiero
quello che solo può esser dato dalla realtà delle cose. È nel corso
dell'evoluzione, è nella vasta circola- zione della storia che V essere e il
dover essere tendono a ricongiungersi come momenti di uno stesso processo. La
con- dotta e tutte le formazioni psico-sociali ad essa relative, prese nella
totalità del loro sviluppo, realizzano appunto quell'adat- tamentp progressivo
alle condizioni di esistenza, che costituisce il primo principio della
filosofia pratica ; quindi le norme di questa rappresentano ciò che si è in
parte attuato e prose- guirà ad attuarsi nel tempo^ T'ideale designa un
risultato cui si dovrà giungere, anticipa un fatto che è nel suo divenire. Per
questa stessa via si giunge ad ottenere che le scienze pratiche e la loro filosofia
soddisfino anche un' altra esigenza. Esse non avrebbero valore di sorta,
qualora non armonizzas- sero coi risultati della filosofia generale e non si
ispirassero sia ai principi posti dalla teorica della conoscenza, sia al
concetto dell'universo e della vita rivelato dalla sintesi cosmica. L'or- dine
pratico deve riposare sulla stessa base dell'ordine teorico ; nessuna
cocitradizione deve esistere fra la legge del sapere e quella dell' operare ;
dal fondo medesimo della spiegazione positiva del reale deve rampollare un
ideale conforme. Potrà dunque dirsi veramente scientifica la dottrina della
condotta solo quando sì mantenga nei limiti imposti al conoscere, non trascenda
V esperienza, e. sia progressiva quanto lo è il fatto che ne costituisce l'oggetto.
Sarà filosofico il suo supremo principio se comprenda l'esistenza umana come
parte integrante deirordine cosmico, e si risolva in un' applicazione
particolare della legge di questo. E tale è appunto il principio che pro- pone
l'adattamento qual fine della vita, e designa come ideale lo sviluppo
perfettivo. Esso si fonda e trova la sua ultima ragione nel processo di
evoluzione universale, la cui forma più alta r uomo è chiamato ad attuare in
modo cosciente e riflesso; rappresenta,
convertita in norma imperativa della condotta, la legge stessa della causalità
naturale. Onde ad esprimerlo con una formola sintetica può ancora valere, ma riripreso
in un senso positivo, concreto ed anco eticamente più elevato il precetto del
portico: ó/ioXoyov/xénog xfj (pvaec. Cosi è aperta e tracciata ad un tempo la
via per decidere se conservi ancora la sua ragione d'essere, e in che debba
consistere la filosofia del diritto. In tutto quello che sono, venuto dicendo è
già compresa la risposta recisamente affermativa al primo quesito. Farmi anzi
ne emerga luniinosa la prova della sua necessità, e se ne possa trarre ragione
di credere che essa non solo sia in grado di superare la crisi, ma, come è.
proprio dei forti organismi, di uscirne ringagliar- dita e rinnovata. Una
concezione filosofica del jjiritto è tanto una esigenza indeclinabile del
processo conoscitivo, quanto lo è la filosofia in generale. La legge
fondamentale dell* intelligenza che rende necessaria in ogni altro ramo dèi
sapercela coor- dinazione, l'unificazione, la sintesi delle cognizioni
particolari in un primo principio, non subisce certo un' eccezione allorché si
tratta del sapere giuridico. Né le molteplici e varie disci- pline sia
storiche, sia sistematiche, delle quali questo si corri' pone, differiscono
dagli altri gruppi di scienze per il doppio privilegio di trovarsi in grado di
risolvere ognuna per suo xonto i problemi più generali e comuni, e di potere da
loro stesse, spontaneamente, comporsi ad unità. ^Sarebbe poi contradittorio
ammettere la legittimità della ricerca filosofica in genere, e negare nel tempo
stesso che ÌI diritto possa essere considerato sotto tale rispetto. Una volta
che la filosofia ci abbia fatto conoscere le ragioni del sapere, e data una
spie- gazione deir universo, della vita, deir uomo, del posto che esso occupa
nella natura, come potrebbe tuttociò non riflettersi nel modo di concepire il
diritto? Sarebbe forse il diritto qualche cosa di estraneo al mondo e alla vita
? Se i fini di questa restano incomprensibili qualora si astragga dalla* sua
indisso- lubile connessione coli* intero ordine cosmico, qual significato, qua!
valore avrebbe mai nel caso che non vi fosse pur essa ricongiunta, la norma
diretta a garantire quei fini? Intanto la ^oria ci avverte che, qualunque sia
stata, non dico la teoria, *ma r idea, anche la più rudimentale, cheluomosi è
formato delle cose, egli Tha estesa sempre a spiegare l'ordine giuri* dico.
Anche il selvaggio, che nelle norme e consuetudini ob- bligatorie vede un comando
dell'antenato, e, associando l'au- torità di quelle *al culto di questo, trova
un freno alla sua condotta ìlei -sentimento pauroso in lui provocato dall'
imagine del morto, si rappresenta il diritto in una forma adattata al complesso
delle altre sue rappresentazioni. Dalle intuizioni spi- ritiste dell'uomo
primitivo fino ai più elevati prodotti della speculazione filosofica, il
parallelismo non si è mai smentito; e basterebbe esso solo per autorizzarci a
credere serenamente nella perennità della filosofia del diritto. Perchè però la
sua giustificazione sìa compiuta, è d' uopo stabilire in modo più concreto
sotto quali aspetti il diritto esiga una trattazione filosofica, E r indagine
va fatta^ oltreché direttamente, anche e prima di ogni altro, benché qui solo,
con brevissimi cenni, per via indiretta, esaminando cioè i tentativi che sono
stati fatti in questi ultimi tempi per trasformare in senso positiva e
realistico la scienza nostra. Ebbi già a rilevare come si tenda a farne un
tutt' uno colla sociologìa. Su questo punto, che è decisivo, bisogna spie-
garsi subito e chiaramente. K affatto infondata T opinione in cui convengono
tanto avversari della sociologia quanto alcuni dei suoi più ardenti
sostenitori, che cioè, una volta accordato diritto di cittadinanza alla nuova
scienza, non si possa più logicamente riconoscere la legittimità dell'
esistenza autonoma della filosofia del diritto, anzi nemmeno la legittimità di
questa denominazione C^^). Le due discipline debbono invece ritenersi come
perfettamente compatibili, entrambe hanno ragione di essere, V una non può
ridursi ali* altra, perchè la sociologia non è un termine generico da impiegare
qual denominatore comune di un gruppo di scienze, tanto meno poi è la scienza
unica dei fenomeni sociali. 'Impossìbile rifare qui una dimostrazione che ha
formato il costante obbiettivo dei mìei studia 7), Sol questo dirò : la
sociologia si risolverebbe sempUcemente in un bar- barismo inutile di più,
qualora non la sì intendesse come dot- trina generale della società, la quale,
coordinando e integrando i risultati di tutte le sìngole scienze della vita
sociale, mira a spiegare questa nella sua interezza, nella sua organica unità.
Una scienza dunque sintetica e filosofica. Mentre poi ad essa fanno capo le
scienze sociali particolari, come raggi luminosi convergenti in un fuoco
centrale^ da questo riflessa torna e si diffonde su loro una luce più viva.
Tutte concorrono a pre- parare 1 materiali necessari a spiegare Y insieme ;
tutte traggono da tale spiegazione nuova forza, per cui s'accrescono e si per-
fezionano* È la sociologia che loro dischiude nuovi orizzonti, addita nuove
vìe, e prescrive ad un tempo dì uniformarsi ai criteri della ricerca positiva,
assegnando come i più essenziali fra questi il riconoscimento della naturalità
del fenomeno so- ciale, e la necessità di non perdere mai di mira i rapporti di
quel particolare fenomeno, che ciascuna studia, con tutti gli i — 3«5- altri,
dal momento che essi coesistono in una così intima so- lidarietà organica, e
tutti dipendono e sono spiegati dallo stato generale della società. Sotto
questi rispetti è giusto che si parli del rinnovamento della filosofia del
diritto per opera della sociologia, se ne cerchino le strettissime attinenze,
si affermi anzi la loro inseparabile connessione ; sotto questi rispetti hanno
molta parte di vero i tentativi di trasformazione, ai quali al* ludeva testé. Non
è facile, sia a causa della varietà dei sistemi e delle dottrine, sia perchè
non di rado vi si riscontra qualche cosa d' incerto e di vago, poter designare
con caratteri ben definiti e con termini precisi i recenti indirizzi, tanto più
poi che fa d'uopo non trascurarne alcuni, i quali, sebbene contengano implicita
una concezione filosofica del diritto e concorrano quindi a determinare la
nuova fase della filosofia* giuridica, tuttavia non si propongono come scopo
diretto od esclusivo la riforma di questa disciplina, e talvolta nemmeno sono
stati ad essa espressamente applicati. S' afferma però ad ogni modo decisa e
prevalente nel tempo nostro la tendenza a conside- rare il diritto come una
realtà fenomenica, della quale o prin- cipalmente s* investiga il processo di
formazione, o più spe- cialmente si pone in rilievo il fondamento, il
significato, la funzione sociale. Il primo, come si vede, è un punto di vista
genetico- evolutivo, quindi filosofico per le ragioni dette grà, connesso colla
dottrina dell' evoluzione cosmica, o ad essa, anche quando -ig- nori lo si
annunci per tale, facilmente riducibile. Che poi ad una scienza ispirata a
questo concetto vengfa conservato, come pur fanno alcuni, T antico nome di
filosofia del diritto^ o che invece la si converta, per quanto secondo me
illegittimamente, in un ramo della sociologia, designandola col termine non
molto proprio di storia naturale del diritto^ o addirittura con quello ibrido
ed equivoco di sociologia giuridica, la cosa ri- mane sempre la stessa ('^).
Colpire, mediante lo studia delle sue forme più semplici e rudimentali, la
genesi del diritto, e, seguendone le fasi successive nella continuità della
storia, de- "terminare le leggi che ne regolano Y intero processo
evolutivo, fino a potere spingere lo sguardo nel lontano avvenire, e dalla
previsione di più alti gradi di sviluppo indurre la nozione dei suoi ideali \
ecco il concetto sostanziale in cui s' accordano sistemi^ che pure si
ramificano in varie direzioni. Né da essi r evoluzione giuridica viene studiata
in modo indipendente ed isolandola, sibbene ricongiunta con tutti gli altri
aspetti, ele- menti e forze della vita sociale. Penetrando anzi nelle più re-
condite fibre di questa, si mira a comprendere il diritto nel suo fondamento
psicologico, vale a dire come manifestazione del carattere nazionale, come
risultato di un latente, intimo e condnuo lavorio spirituale della coscienza
collettiva, come un prodotto di idealità sociali, la cui formazione naturale un
no- stro pensatore, rARoiGÒ, assegna appunto qua! contenuto della filosofia
positiva del diritto f '9). Ad una così vasta elaborazione sintetica forniscono
poi ì materiali tutte quelle scienze particolari, che col magistero di pazienti
ricerche vengono ora ricostruendo il passato della specie umana \ V
antropologia, V etnologia, la storia della civiltà, la psicologia dei popoli, e
più specialmente la storia univer- sale delle istituzioni giuridiche, ed una
disciplina anche più recente, la quale, conscia dei risultati onde è stato
fecondo il » - SUO metodo nello studio di^ altri fenomeni sociali e in quello
delle forme organiche, si annuncia, e non a torto, colle più larghe promesse.
Alludo alla così detta giurisprudenza com- parativa, o giurisprudenza
etnologica. Iniziata nei lavori im- Hìortali del Sumner Maine col carattere
prevalente di archeo- logia giuridica e nelle comparazioni ristretta a certi
gruppi ^etnici soltanto (^°\ si è allargata a poco a poco allo studio degli
istituti di tutti i popoli, di tutte le razze della terra, in tutti i gradi del
loro sviluppo storico* Un pensiero largo ed eminentemente filosofico la muove
le dirige. Mentre la vecchia filosofia giuridica veniva costruita
generalizzando i dati di pò-' chissimi diritti storici e principalmente quelli
del diritto romano, processo tanto assurdo quanto lo sarebbe per la scienza del
linguaggio fondarsi sull'esame di una o due lingue e non più; mentre alle
intuizioni puramente soggettive, alle rivelazioni della coscienza giuridica
individuale, agli ideali etico-giuridici di un certo tempo e paese si
pretendeva accordare un valore assoluto ed universale, la nuova scuola esige
invece che nella sua interezza sia ricostruita la coscienza giuridica umana,
os- servando ad uno ad uno, senza limitazioni o preferenze, e ponendo fra loro
a raffronto tutti gli istituti, nei quali essa ha preso forma oggettiva e
concretammo. Certo questo conte- nuto filosofico essa non se Fé proposto subito
come scopo, né tutti i suoi seguaci V intendono allo stesso modo. Cosi nelle '
ricerche del Bastian, che hanno carattere puramente etnolo- gico, non se ne
rinvengono traccieC^^); ma comincia ad aflfer^ marsi nel programma intorno al
quale Bernhoft, Cohn e KoHLER hanno raccolto una legione di valorosi C^3) ^ e
si solleva alle altezze di sistema per opera del Post, che va- gheggia
confidente la meta di una filosofia del diritto speri- mentale, indotta dai
dati della sociologia etnica, e integrata nell'unità della sintesi universale
mediante il rilievo della dipendenza del fenomeno giuridico da tutti gli altri,
che lo pré* cedono nella serie cosmica C^^). Con proposito anche più im-
mediato e diretto mira il Dahn alla filosofia del diritto , Mentre però nella
comparazione storica ed etnografica vede l'unico mezzo, perchè quella, cessando
di essere una raccolta di frasi ^ divenga scienza vera, pure, ispirato a
tendenze ecclettiche 5 conciliatrici dell'elemento storico collo speculativo,
la vuole diretta, sempre però mediante la comparazione, a scoprire un* intima necessità
ideale di ragione, che secondo lui ji rea- lizza sempre nelle istituzioni
giuridiche positive C^5), Quindi non sarebbero più le leggi di uno sviluppo
storico il vero e pro- prio obbiettivo dell' indagine; come non lo sono nemmeno
per coloro, fra gli altri il Bekker, che si propongono solo racco- gliere,
astraendolo dalla totalità dei fatti osservati, quello che chiamano, senza però
definirlo con sufficiente precisione, il principio del diritto {Rechisbegriff)
(=^X Ad ogni modo quali che sieno le particolari vedute, onde si cerca
completare o correggere un indirizzo in fondo comune, sta in fatto che questo
si estende e consolida ogni giorno più, che raccoglie adesioni perfino là dove
meno si sarebbe aspettato ; e basti ricordare che un insigne romanista,
Alphonse Rivier, lo designava pochi anni or sono in una occasione solenne come
la vera filosofia del diritto destinata a trionfare nell* avvenire C^7), Né ad
arrestare il moto così vigorosamente iniziato hanno valso o varranno certo le
obbiezioni, colle quali un campione della filosofia sperimentale e critica, lo
Schuppe, ha creduto dimostrarlo secondo i criteri di questa erroneo nel suo
fonda- mento. Egli esclude, che X oggetto e i problemi della filosofia
giuridica sieno di quelli che comportano il metodo storico e comparativo; e
d'altra parte afferma che nelle molteplici for- me particolari assunte dal
diritto nella storia vi sia sempre un elemento comune, identico, universale,
vale a dire il principio i del diritto stesso, a rilevare il quale non la
comparazione^ sib- bene V osservazione psicologica della natura umana e
ranalisi delle idee hanno da essere impiegate (=*). Come possa dirsi filosofia
empirica questa che ammette la storicità del diritto, e pretende nel tempo
stesso indurne la nozione per una via diversa dalF esame oggettivo dei fatti,
nei quali esso rivelasi, non si riesce davvero a comprendere. Se Y universale è
con- tenuto è vive nei particolari, il buon metodo esige che lo si astragga da
questi e non viceversa ^ se vi ^ono idee da ana- lizzare, esse sono- appunto
idee storiche 5 se il principio del diritto va posto in rapporto colla natura
dell' uomo, anche qui non è con una astrazione ma con uno sviluppo che abbiamo
da fare. Al metodo oppugnato lo Schuppe ne sostituisce un altro che, senza
volerlo e nonostante le sue proteste, ci ricon- durrebbe direttamente alle
teoriche dei sistemi trascendentali. Oltreché l' indirizzo genetico-evolutivo,
o filosofico-storico che voglia dirsi, ne accennai un secondo. Veramente questo
non si distingue il più delle volte dal primo, anzi con esso^ sotto certi
aspetti sì compenetra e fonde. Infatri mi fu d'uopo avvertire che la
spiegazione adeguata sia dell'origine sia dello sviluppo del diritto viene
ricercata in tutto il complesso di azioni 'e reazioni, onde risulta la vita di
una società. Tuttavia si può e giova discorrerne a parte, in quanto in certi
sistemi contem- poranei il diritto viene di preferenza considerato sotto
l'aspetto sociale, e si tende, sebbene per vìe diverse, ad elaborare quella che
è stata giustamente designata come la teoria sociale del ^ 4i - diritto stesso,
e che si potrebbe anche dire la sua fisiologia, se fosse più opportuno
adoperare termini analogici dopo il tanto abuso che se ne è fatto. Ed è vera
fisiologia perchè riconduce il diritto alle forze che lo determinano e
producono ; ricerca gli scopi, i bisogni, gli interessi che neU' ordine reale e
concreto della vita si offrono come sua base, condizione e ragione \ sottopone
ad analisi i rapporti che esso è desti- nato a regolare, le molteplici forriìe
di attività umana che rev clamano il suo intervento protettore, ,i vari ordini
di cultura dei quali assicura lo sviluppo. È Vera fisiologia perchè da tutto -
ciò induce quale funzione"* esercita il diritto neirt>rganismo so-
ciale. In altre parole oggetto vero dell* indagine diventa qui il contenuto del
diritto, vale a dire che 1* indagine è traspor- tata in un campo che non è più
propriamente il diritto, ma il soUosuolo^ se posso cosi esprimermi, dal quale
il diritto ram- polla* Mentre rimanendo alla superficie se ne veggono solo le
forme esteriori, per sapere che cosa veramente esso sia, si vuole scendere neir
interno^ e scrutare i più riposti e profondi meati di un mondo finora ignorato,
in cui vivono e s' agitano e si combinano i suoi elementi generatori (^9), È
facile scorgere 1! alto significato filosofico di questa dot- trina e dì questo
metodo- Certo non è una nuova filosofia giuridica che mirano a costituire la
maggior parte almeno di coloro che se ne fanno banditori ; anzi più
specialmente e più direttamente il programma riguarda la vera e propria giuris-
prudenza, e si propone riformare in modo radicale le singole discipline
sistematiche onde essa risulta. Ma se per questa via si giunge a determinare la
natura e il fondamento del diritto, non implica forse tale determit^zione un'
idea filosofica ? Idea geniale e feconda, che -la scienza nostra può, anzi deve
far sua^ sviluppandola con piena indipendenza. Né costituisce osta* colo il
fatto che, ad esempio, lo Stein, al quale si deve la i ^ 42 " più
originale, la più profonda, la più sistematica teoria del nuovo indirizzo^ sia
stato impedito dalla logica delle sue dot- trine di applicarlo alla filosofia
del diritto. Se egli relega questa nel mondo metafisico di un diritto assoluto,
eternamente uguale, fondato suW essenza di una personalità vuota, astratta,
quie- scente ; resta sempre da utilizzare, per quanto con molte ri- serve e
correzioni, l'altra parte del suo sistema che riguarda la vita effettiva della
persohalità, che spiega i mutamenti e il divenire del diritto, e t^ova la
ragione ultima di questo nel complesso delle condizioni economiche e sociali,
dal grande pensatore riassunte nelF unity*delIo flato f^o). Del pari si può
trarre un contributo prezioso dalle dottrine che neir economia ripongono la
base vera del diritto, e lo interpretano, per dirlo con linguaggio matematico^
in funzione di quella, La con- siderazione della enorme complessità del
fenomeno non per- metterà di consentire col Marx, cól De Greef, col Loria e con
gli altri che, sollevandosi arditamente alle altezze di una vasta sintesi
sociologica, fanno r-ampollare le molteplici mani- festazioni deir attività
sociale, comprese quindi le giuridiche^ dalla forma di organizzazione economica
dominante in un certo periodo storico, e le' riguardano come^ una
superstruttura ed un riflesso, del fatto economico; fatto, secondo loro, il più
ge- nerale di tutti, su tutti preeminente, di tutd supremo genera- tore f32).
Ma, una volta spogliato di ciò che vi può essere di unilaterale o dì esclusivo
e ridotto alle sue vere proporzioni, abbiamo anche qui un elemento
indispensabile per la soluzione del problema. Più direttamente collegati colla
trattazione filo- sofica del diritto sono invece i sistemi di Jhering e di
Schaffle. In quello il principio sostanziale del diritto ricondotto agli in-
teressi e scopi della vita, e l' idea di orna meccanica sociale, che più
esattamente però dovrebbe dirsi una statica, dove le condizioni di esistenza
della società, costituenti appunto un ^ 4Ì ^ sistema di scopi, trovano la loro
garanzia nel diritto, il quale concorre così con altre forze a tenere in freno
gli interessi divergenti e cozzanti, e a produrre come ultimo effetto V equi-
librio (33), Nel secondo prevalente, come è noto, il punto di vista dinamico ed
evoluzionìstico, il diritto compreso organi- camente nella fisiologia del corpo
sociale, e, al pari della mo- rale, riguardato qual norma ordinatrice e
regolatrice delle lotte sociali per la vita, diretta a promuovere l'adattamento
utile e ad assicurare la conservazione collettiva (34), Così a poco a poco e di
progresso in progresso la nozione del diritto, già cristaUizzata nella forma
astratta di una categoria assoluta, rientra nella via regia della realtà
fenomenica, e s'integra nel- r unità dì tutto il sistema sociale. Senonchè
tutte queste nuove vedute da me ricordate sono esse di per sé sole sufficienti a
darci una filosofia giuridica veramente^ compiuta ? Certo, prendendole in
coaaplesso, si vede subito che le anima con forza rinnovatrice lo spirito della
ri- cenca positiva. Ed è del pari incontestabile per molte quel carattere e
valore filosofico che ho via via rilevato ; soprat- tutto in quanto mirano a
dimostrare la naturalità del diritto e la sua dipendenza dalle forze cosmiche,
in quanto si pro- pongono come ultimo scopo risalire alle cause e leggi della
sua formazione, e queste sussumono nella Sintesi delle leggi universali. Ma,
oltreché in alcune prevale o domina esclusiva- mente r elemento storico o T
elemento tecnico-sociale, tutte presentano i difetti e le lacune che sopra
lamentai come pro- prie del positivismo di fronte alle esigenze delle scienze
pra- tiche e della loro filosofia. Fenomeni e rapporti fra essi di coesistenza
e successione, di somiglianza e di differenza; fatti e leggi storiche ; cause e
condizioni sociali, ma non altro. Non ci si dice^ nulla se nella costituzione
stessa delle cose vi sia . qualche ragione intrinseca che giustifichi il fatto,
o additi un / compito air attività modificatrice e miglioratrice dell*
individuo e dello stato. Gli scopi, gli interessi, le condizioni di esistenza
vengono riguardati solo come cause e motivi determinanti di quello che è, ma
non se ne ricava una teoria di fini deside- rabili e di norme necessarie (35),
Quindi, pur facendo tesoro dei nuovi indirizzi, occorre che si proceda a
correggerli e in- tegrarli, e, abbracciando tutti i Iati di un problema assai
com- plesso, si tenti una dottrina la quale armonÌ2:zi coi pripcipi della
filosofia positiva e critica, e ad un tempo risponda ai bisogni della vita e
della società. X. Perchè la filosofia giuridica concordi colla filosofia gene-
rale e nel campo suo proprio ne riproduca V organismo ^ i caratteri^ è
anzitutto un problema critico che le fa d'uopo affrontare. Che cosa possiamo
noi sapere riguardo al diritto ? Quale è l'origine, il fondamento, il valore
dell'idea che ne | abbiamo ? Dentro quali limiti dovrà mantenersi, per poterla
dire legittima, un'S, teoria che ne voglia definire la naturai'». J Tutte
questioni, come ognuno vede, che esigono di essere decise, e in modo ben
sicuro, prima di fare un passo sqjo in avanti nella ricerca scientifica» Per
una duplice via la filosofia del diritto può giungere ad una identica soluzione.
Trattasi in primo luogo di applicare ad un caso particolare I risultati delle
indagini gnoseologiche, che dimostrano, come si disse, la re- lati vita del
conoscere, V impossibilità di trascendere T esperienza, r impenetrabilità dell'
essenza delle cose. Per ciò ^lo resta eliminata come dommatica e destituita di
ogni valore oggettivo i qualunque dottrina intorno al diritto^ la quale parta
da principi CL prioriy si fondi su presupposti teologici o metafisici, affermi
più di quanto è contenuto nei dati dell' esperienza scientifica- mente
determinabili. Inammissibile quindi che il diritto possa sussistere al dì
fiiori del pensiero umano e dei suoi prodotti 5 inammissibile quelV idea
assoluta del diritto per cui gli onto- logi, convertendo in realtà effettiva un
concetto astratto, harfno fatto del giusto in sé una vera entità ipostatica. Ma
per quanto •smagliante T aureola, onde è stata da Platone in poi circon- data,
non regge alla prova dell' analisi critica. E dì vero og- getto del diritto è
il bene umano considerato in certi speciali rapporti. Ora il bene è sempre
necessariamente qualche cosa di relativo alla nostra coscienza, perchè, appunto
per poterlo dire un bene, è la nostra coscienza che deve averlo giudicato cosi,
E non solo relativo a noi che lo pensiamo, ma relativo anche a qualche cosa,
perchè bene altro non significa se non la proprietà di ciò che adatto al
raggiungimento di un certo fine. Se dunque esso implica una doppia relazione,
la nozione di un bene assoluto si risolve in una contradizione in termini ; un
bene ed un male, un giusto ed un ingiusto indipendente- mente^da questo nostro
mondo, dair umanità e dalle sue con- dizioni di esistenza, al di fuori di ogni
rapporto di spazio e di tempo» sono semplicemente una cosa impensabile. Ripeto
una 'dimostrazione che è stata fatta le mille volte. j n riconoscimento della
relatività della conoscenza e della T scienza deve essere dunque un caposaldo
anche pei: Is^ filosofia del diritto. Con questo però sono ben lontano dal dire
che vi si possa fondare sopra una teoria Jntorno al principio del diritto
stesso, come ha preteso di fare il Foucllèe, Traducendo il concetto della
relatività dal campo speculativo in quello pratico^ egli se ne vale a spiegare
1* ordine etico-giuridico tutto quanto. Secondo luì, poiché la nostra
conoscenza dell' uomp non è nemmeno essa
assoluta, e, mentre conosciamo il me e le altre coscienze, non si riesce a
comprendere che cosa sia la 'coscienza in sé stessa, la persuasione di questo
elemento inconoscibile deve esercitare un' efficacia sulla condotta ; T ir-
razionalità del domniatìsmo teorico implica V irrazionalità di ! un dommatismo
pratico, che consisterebbe nel fare di sé un assoluto di fronte agli altri ;
dai limiti dell' intelletto deriva necessariamente quella limitazione reciproca
della libertà^ *che costituisce la giustizia. Così, partendo da una premessa
t:riticaf si arriva ad una nuova metafisica del diritto fondata sul dubbio e
sul mistero, e più di ogni altra contrastante con quello che gli uomini pensano
ed hanno sempre pensato intorno alla giu- stizia come esigenza della vita
civile. Ma la premessa ha un valore puramente gnoseologico, e non si può senza
contradi- zione trasportarla in un campo diverso. In qualunque modo si
stabilisca, sia pure in un senso limitativo, un rapporto del sentire, del volere,
dell' operare umano colla nozione delFìn co- noscibile, il rapporto è già per
se stesso una determinazione, per cui quello cessa subito di essere tale. Tutto
che trascende r esperienza non serve a spiegare una realtà d'esperienza; ed il
diritto appartiene all'ordine della realtà. Però il Fo%n.LÈE, come ebbi già a
notare, ciò non ammette e da qui tutti g]ì errori del suo pure ingegnosissimo
sistema (37X Ma oltre questa accennata v* è un' altra ricerca critica da fare
intorno al diritto ; sottoporne cioè ad analisi Tidea quale 31 manifesta nella
coscienza individuale e collettiva, giovandosi dei dati della psicologìa,
soprattutto comparata, e di quelli forniti dalle diverse discipline che
studiano il diritto sotto l'a- spetto storico ed etnico* Anche qui, come
sempre, si riesce a constatare una formazione naturale, e la ricerca diventa essen-*
zialmente Dsicogenetica e storica. Quell'idea del diritto che si era creduta^ e
voluta far passare per innata e primitiva, conie I ' ~ se da una forza invisibile fosse stata
impressa nella mente dell'uomo, al pari delle altre deve la sua origine alle
espe' rienze accumulate, organizzate e trasmesse di generazione in generazione
nel corso del tempo ] al pari delle altre riassume il lento e faticoso acquisto
della razza ; al pari delle altre rac- chiude in sé stessa la sacra eredità
psichica e storica dei padri nostri. L*idea del diritto è dunque, come la
designava Vico con una parola che rivela la sua geniale intuizione e riepiloga
la sua grande scoperta, un* idea umana, un' zdea storica ; quindi
necessariamente relati va^ necessariamente diversa nello spazio e nel tempo,
proporzionata alle condizioni particolari che de- terminano tutta la vita di un
popolo, al grado della sua men- talità, alla forma della sua organizzazione
sociale. Oggettivata negli istituti giuridici e nelle norme positive che li
disciplinano, essa ci si offre come una realtà di esperienza, come un fatto
tanto verificabile, quanto lo sono in generale i fatti della storia. Ma se è
così, il problema critico anche sotto questo aspetto è risoluto, e trova nuova
conferma la dottrina dei limiti per altra via assegnati al* sapere riguardo al
diritto* Nel tempo stesso rimane dimostrata V impossibilità che esista un
diritto diverso da quello fenomenico e storico, un diritto superiore e
trascendente. Anzi il vizio logico inerente al processo mentale di chi per
tanto tempo lo è andato fantasticando, è posto in , piena evidenza come un'
illusione metafisica, consistente nel co- struire il diritto mediante il
pensiero e neir oggettivare poi il concetto soggettivo in una legge giuridica
naturale, creduta ed affermata esistere realmente e dover valere, solo perchè
tale, come diritto. Arrivata a questo punto la ricerca critica necessariamente
si allarga all'esame dei diversi sistemi filoso- fico-giuridici, che sono tanta
parte delF umano pensiero. Per accertarsi della loro validità essa" non ha
che giudicarli alla stregua dei suoi principi fondamentali ; e, non perdendo
mai di mira questi, sarà facile alla mente orientarsi in mezzo a varie ed
opposte dottrine. Le quali poi dovranno ritenersi tanto più infondate e
contrastanti alle esigenze del criticismo, quanto più pretendono darci un
sistema chiuso, immobile, definitivo. Se Tidea del diritto è un'idea storica e
progressiva, se rappre- senta un fatto in movimento e una integrazione
graduale, segue inevitabilmente che la scienza relativa ed anche la sua
filosofia abbiano a svolgersi parallelamente a quel moto, rispecchiarlo, e via
via pur esse progressivamente integrarsi. Una filosofia del diritto, che s
intenda fatta una volta per sempre, non è né scienza, ne filosofia^ è domma.
Tutto ciò costituisce, come si vede, una teoria critica della scienza
giuridica. Né fa bisogno, poiché s intende facìU mente da sé, fermarsi a
rilevare quanta luce e che indispen- sabile sussidio ne debbano trarre le
singole discipline. Del pari sarebbe superfluo stabilire la posizione della
filosofia del diritto di fronte ad esse, non potendosi fare altro che ripetere quanto
si è detto della funzione centrale, sistematrice, direttrice e coor- dinatrice
a proposito della filosofia in' genere e delle filosofie particolari. Aggiungo
solo che, non potendo spettare alle sìn- gole discipline giuridiche né quella
funzione né T indagine cri- tica, rimane dimostrata sotto un primo aspetto la
legittimità e ad un tempo V indeclinabile necessità della filosofia del di-
ritto. Senonchè, oppongono alcuni, a compiere l'ufficio che si attribuisce alla
ricerca filosofica bastano le scienze stesse prese nel loro congiungimento
naturale. Non esiste, dice il Dilthey cri ti cista eminente, una speciale
disciplina filosofica del diritto; quello che v*era di legittimo nel problema,
che essa si pro- poneva, rientra e può essere chiarito nella connessione (Zu-
sammenhang) delle scienze pesitive dello spirito, fondata su basi filosofiche e
sulla teorica della conoscenza OS). Ma la connes- sione non si effettua in modo
naturale e spontaneo ; an^l» quanto maggiore è il progresso scientifico^ quanto
più speda* lizzato è il sapere, tanto più vengono perduti di mira i rap- porti.
La connessione non può essere che lopera di una ricerca superiore, distinta
dalle ricerche particolari, quindi rispetto a queste filosofica. XI. Con questo
però è tutt' altro che esaurito il compito della scienza nostra. Al pari della
filosofia generale e delle altre filosofie particolari, deve pur darci una
spiegazione sintetica, unificando in un primo principio le idee madri e
fondamentali di tutte le scienze giuridiche speciali e storiche e sistematiche.
Oltreché una crìtica, essa è dunque una scienza dei primi principi del diritto*
Ma dobbiamo rammentarci che il suo og- getto, mentre appartiene alla realtà
fenomenica, costituisce an- che una norma dell* agire umano coordinata ad un
sistema di scopi, e come tale ha bisogno di essere non più soltanto spie- gato,
ma altresì giustificato (39), E sappiamo pure che le due ricerche hanno da
procedere così armòniche da convergere in un sol punto, e quivi unificarsi,
entrambe poi debbono con- cordare coi dati della filosofia generale. In quanto
la filosofia del diritto prende a considerare il fenomeno, è ad una teoria
evolutiva che essa deve riuscire, perchè trattasi di una formazione naturale,
parte integrante di un processo più vasto e regolata dalle medesime leggi.
Sotto questo aspetto non sì può non aderire alla nuova dottrina, di cui sopra
ho discorso. E dì vero, il diritto è un fatto storico- sociale^ ma
decomponendolo e rintracciandone la fonte prima i donde scaturisce, si risale
all' attività fisio-psichica della quale i fenomeni tutti della vita comune non
sono che un prodotto. L* attività fisio-psichica alla sua volta, per la legge
della tra- sformazione ed equivalenza delle forze, dipende ed è determi- nata
dagli altri fatri antecedenti della serie cosmica; quindi il diritto per il
tramite di quella pur esso vi si ricongiunge^ ri- vela la sua naturalità, si
afferma come una delle ultime e più alte manifestazioni di quelFunica forza,
che, affaticando di moto in moto r universo, arriva per un processo di
differenziazioni e integrazioni progressive fino ai prodotti ideali della
cultura umana. Così il concetto del diritto è in armonia col concetto del
mondo, la sua spiegazione è quella stessa di tutte le cose \ concetto unitario,
spiegazione dinamica* Ma non è soltanto la verificazione induttiva delle leggi
generali dell' evoluziojie che spetta, come si disse, alla filosofia di una
scienza- è il carattere, il significato, il valore partico- lare che quelle leggi
assumono, qualificandosi in un dato or- dine dì fenomeni, che fa d* uopo porre
principalmente in ri- lievo f^o). Generalizzando il materiale empiricg fornito
dalle scienze storiche^ la filosofia del diritto ha da essere una vera e
propria filosofia della storia del diritto, e proporsi la ricerca delle leggi
deirevoluzione giuridica colla loro impronta speci- fica. Non si può scindere
la legge dai fatti ; essa rispecchia fedelmente le condizioni oggettive che li
caratterizzano. Ora le note differenziali del fatto sociale umano si assommano
nella evolubilità storica o storiciià, intesa in un senso largo e stret-
tamente tecnico, vale a dire come continuità intellettuale che rannoda le une
alle altre le generazioni^ ed assicura in modo la conservazione 'e la
trasmissione dei prodotti materiaU e im- materiali accumulati, da rendere
possibile che questi divengano alla loro volta impulso, causa, strumento dello
sviluppo ulte- riore* f40 Partecipando naturalmente anghe il diritto di tale —
SI — carattere, segue che le leggi della sua formaxione sono leggi storiche,
storico il primo principio a cui esse ci conducono. Questo primo principio
altro quindi non può essere se non queir elemento comune e costante, che pure
si riesce a colpire nel flusso dell* evoluzione storica, astraendo dalle va-
rietà particolari. Qualunque forma assuma il fatto giuridico, in qualunque
tempo e luogo lo si osservi, lo si trova sempre con- sìstere in una norma
obbligatoria della condotta, norma che è il prodotto di una elaborazione psichica
collettiva, e^mira a ga- rantire le condizioni di esistenza, ad assicurare la
conservazione e lo sviluppo dell'aggregato sociale e delle unità che lo com-
pongono. Da ciò solo risulta che ne la coscienza collettiva nella formazione di
quelle idealità che esprimono i suoi con- vincimenti intorno a ciò che è
giusto, né T autorità^traducen- dole in legali prescrizioni, non hanno fatto e
non fanno opera capricciosa, arbitraria, accidentale, cui si debba attribuire
un valore puramente soggettivo. Sarebbe questo un assurdo psico- logico e
storico ad un tempo, A base della formazione stanno invece le esperienze di
utilità parte immediate^ proprie cìoè^i una generazione vivente in un dato
momento, parte accumu- late nel tempo e apprese per tradizione. Alla loro volta
poi le esperienze di utilità hanno un fatlore" oggettivo, riflettono un
ordine reale di rapporti, vengono determinate appunto da quelle condizioni di
esistenza, oke, generando per Y individuo e per la società un sistema di
bisogni, di interessi, di scopi, reclamano anche la loro garentia, È dunque un'
esigenza vi- tale dell'organismo sociale che ha prodotto questa funzione re-
golatrice della condotta; è per rendere possibileil fatto stesso della
cooperazione che la norma si è stabilita come legge di proporzione, di armonia,
di equilibrio. Donde lalfo ufficio eser- citato dal diritto nel corso
dellevoluzlone stoiica, e la ragione di annoverarlo tra i primi e più efficaci
fattori delrincivilìmentpt - Questa stessa necessità intrinseca, che dà origine
agli istituti giuridici, concorre a spiegarne la diversità delle forme ed i
can- giamenti che ne costitubcono la storia. Dico concorre, perchè^ se da una
parte bisogna tenere conto di tutte le circostanze e di tutti i fattori interni
ed esterni, originari e derivati, na- turali e sociali che determinano in
generale Tevoluzione storica, se quelle circostanze e quei fattori danno
ragione del modo onde un popolo ha considerato la vita, le condizioni e gli scopi
di questa, quindi anche della particolare impronta della sua coscienza etico
-giuridica, conviene altresì non trascurare, come d'ordinario accade, un altro
capitale elemento^ le condizioni di esistenza C4^\ Alcune di esse infatti hanno
un carattere di uni- formità e costanza, rappresentano ciò che è più
strettamente e generalmente necessario alla conservazione ed alla prospe- rità
sì degli individui che dei gruppi -, e vi corrisponde appunto quella parte del
diritto che meno è sottoposta a mutamenti e meno diversifica da popolo a
popolo; una parte anzi che viene considerevolmente aumentando, e per più di una
ragione, col progredire della civiltà. Per altre invece non può dirsi cosi\
Sebbene si conformino ad una legge imperante nell'ordine so- ciologico come in
quello biologico, in virtù della quale gli ele- menti più essertziali Sond
anche i più stabili e più lente le loro variazioni, certe condizioni di
esistenza differiscono nello spazio e nel tempo ; e le loro differenze sono
sempre correlative alla forma tipica dellorganizzazione sociale e al grado di
sviluppo. Nello stesso modo e per le stesse ragioni hanno dovuto va- riare e
variano e varieranno ancora le norme dirette a tute- larle. Un popolo giunto a
ordinarsi a stato in confronto del^ Torda primitiva, un popolo stanziato sopra
una terra che ha messo a cultura in confronto di quando errava nomade cac-
ciatore, un popQlo pacificamente industre in confronto di un • altro bellicoso
"e in continua lotta coi suoi vicini, rappresen- -ai- tano tipi sociali diversi,
pei quali, come è diverso il grado di vita, così diverse sono le necessità che
questa impone. Tutto- ciò dimostra all' evidenza qual bisogno vi sia, per
intendere adeguatamente il signify^ato^ la natura e Tuffi ciò degli istituti
giuridici, di ricercarne T intima ragione nel multiforme e com- plesso
intreccio di azioni e di reazioni onde risulta lo stato generale di una
società, e, per assorgere alle leggi di loro va- riazione, di ricondurle alle
leggi più vaste della dinamica so- ciale. E poiché né queste né quello possono
abbracciarsi nella loro interezza se non dalla sociologia intesa nel senso
legittitno, segue che già sotto questo aspetto la filosofia del diritto ha da
trovare in essa ìl suo vero fondamento. Così, scrutata nei suoi elementi sostanziali
e in quel fondo comune che presenta, Y evoluzione giuridica ci si rivela come
una formazione storica determinata da esperienze di utilità e diretta a
produrre un risultato utile, rendendo possibile me- diante la garentia Y
adattamento degli individui e dei gruppi alle condizioni di loro esistenza.
Considerata poi quell'evolu- zione nell'insieme del suo moto storico, troviamo
che riproduce pienamente i caratteri generali che distìnguono lo sviluppo so-
ciale j voglio dire la prevalenza progressiva dei fattori storici sui naturali,
Y efficacia via via crescente delle energie ideali accumulate nel corso del
tempo, la parte sempre più grande che vi prendono la riflessione e la volontà.
Quindi a mano a mano che si eleva il grado deirintelligenza e della cultura, la
coscienza collettiva elaboratrice del diritto viene acquistando un'idea sempre
più chiara, più ampia e soprattutto più riflessa delle condizioni di esistenza,
e degli scopi da queste determi- nati. Tale processo graduale della coscienza
giuridica esclude già per sé stesso che nel valutarne i prodotti sì possano ap-
plicare criteri, che costituirebbero una specie di ottimismo storico^ e si
voglia far credere essere stata sempre quella coscienza interpetre fedele delle
esigenze della vita in comuae, e infallibile produttrice di utilità. Errori,
pregiudizi, interessi di ogni specie possono averla offuscata e deviata ; potrà
anche dimostrarsi che in certi casi la norma ^giuridica non fu o non è adatta
a** raggiungere lo scopo, che sia perfino riuscita ad ostacolare, in luogo di
favorire, la conservazione e lo sviluppo individuale e sociale- Né può nemmeno
disconoscersi la parte che nella formazione del diritto hanno avuto gli
interessi par- ticolari delle classi sociali dominanti, circostanza questa che
per divèrse vie e in -forma diversa 4o Stein eJo Jhering hanno sollevato fino a
principio generale, ed il Gumplowicz esagerato per farne puntello al suo
sistematico pessimismo sociologico f43i. Ma che monta tuttociòP In primo luogo,
per quanto T impulso muova da false o interessate vedute, non per questo si
crede meno di assicurare o promuovere colla norma- il benessere della
convivenza. Si mira all' urilità sociale tanto vietando la stipu- lazione
dell'interesse nel prestito della Ihoneta pel motivo della naturale sterilità
dì questa, quanto proclamandone la libertà per il riconoscimento della sua vera
funzione economica, D' altra parte quando negli ordinamenti giuridici si voglia
sempre ve- dere un mero strumento di dominio, e da tale generalizzazione molto
discutibile si tragga motivo per negare che essi abbiano giovato a tutta la
comunanza, non solo si arrida ad una illa- zione che oltrepassa la premessa,
perchè T effetto potrebbe benìssimo essersi prodotto anche indipendentemente
dall* inten- zione degli autori di quegli ordinamenti, ma si cade nel fa- cile
errore di fermarsi alla superficie dei grandi processi della storia.
Considerando invece questi in ciò che nascondono di più profondo e nei loro
ultimi risulta ti ^ non è raro il caso di constatare che istituzioni, nelle
quali a prima giunta apparisce solo r interesse della classe prevalente, per lo
stato della so- detà in quel dato momento, corrispondono altresì air interesse
- 55 - comune, o finiscono a lungo andare col favorirlo* Ad ogni modo poi gli
errori, i pregiudizi, gli interessi di classe ed altre cose simili non solo non
escludono, ma confermano la legge generale, ne forniscono anzi una prova
ulteriore. La corrispon- denza della norma giuridica alle* condizioni di
esistenza si viene appunto stabilendo a poco a poco mediante un processo inte-
grativo, lento e graduale. Se non fosse così, in che mai con- sisterebbero r
evoluzione e il progresso ? Una ' corrispondenza pienamente e razionalmente
effettuata non può essere un fatto compiuto, mentre dipende da uno sviluppo che
si fa; non può essere un risultato acquisito, mentre designa una meta altis-
sima ma lontana da raggiungere. Tale e non altra e sempre la stessa la storia e
la legge della specie umana; e ne ve- dremo a momenti le conseguenze. Intanto
se la fenomenologia giuridica, colpita in quello che ha di più generale, rivela
un rapporto indissolubile fra essa e il processo adattativo degli individui e
delle società; se il di- ritto in tutta la sua storia esercita un alto ufficio
di tutela, mediante il quale si preservano, si accrescono^ si perfezionano le
attività della vita; se per il concorso indispensabile di una forza organatrice
e regolatrice, quale è la forza del diritto, la vita vissuta in comune si
solleva dalle forme più basse fino agli stadi più elevati deirincivilimento \
tuttociò vuol dire che r evoluzione giuridica, anche considerata nel suo
aspetto spe- cifico, ha sempre un significato ed un valore cosmico, fa parte integrante
dell'evoluzione universale arrivata alla forma cosciente di sé. Ed ecco
novamente ricongiunta la sintesi della filosofia del diritto colla dottrina
generale del mondo. - s*- xn. Non resta che T ultima parte del problema, ma già
seno poste le basi per la sua soluzione; la ricerca filosofico -storica
prepararla via a quella filosofico-pratica, e designa il punto centrale della
loro convergenza e del loro intimo accordo* L'in* duzione storica ci ha
mostrato anteriori alla norma giuridica le idealità sociali, che, se non sono^
come vuole TArdigò, di per se stesse il diritto» tuttavia costituiscono una
esigenza etica del diritto medesimo sorta nella coscienza collettiva, ad ogni
modo poi Io preparano e lo determinano, Donde il fatto fi-e- quentissimo di una
sproporzione e di contrasti fi"a il diritto vigente e le idealità sociali
giunte ad un più alto grado di intuizione etica, e reclamanti la riforma di
quello. Però — ed anche qui sì chiarisce incompleta la dottrina del filosofo
italiano, che ripone la giustificazione e l'autorevolezza intrinseca della
legge nella semplice corrispondenza colle idealità sociali — r induzione
storica ci mostra pure che queste non sono un fatto d' opinione o di
convenzione arbitraria, ma riflettono reali esigenze e condizioni, quale che
sia stata l'attitudine a interpretarle, Così l'analisi stessa della formazione
del fatto giuridico, smentendo 1 vecchi ora rinnovati sofismi, vale già a
spiegare e a soddisfare la coscienza etico-giuridica, la quale come dissi, in
un certo stadio della cultura sociale, e con forza proporzionata al grado di
questa, sente che l'autorità del diritto dipende da ragioni superiori all'
autorità del potere poibblico, e afferma e protesta che il diritto non lo crea
il potere . ma trae da ben altra sorgente origine, fondamento e motivo I
risultati di queir analisi ci conducono anche più là; ci rivelano Telemento di
vero che pur giace in fondo alle teorie della vecchia filosofia del diritto.
Movendo in sostanza dallo stesso concetto a cui s'ispira la coscienza sociale
progredita, essa si era posta alla ricerca di principi di diritto che aves-
sero un valore intrinseco ; credè averiì trovati mediante la ra* gione nella
natura dell' udmo^ e li contrappose come diritto superiore e tipicamente ideale
al diritto vigente. Tale in mezzo alla varietà dei sistemi la sua tendenza
costante. L'antitesi tra la <pi&atg ed^il vófiog, tra ciò che è giusto
od ingiusto per natura e ciò che lo è per legge positiva, pel costume, per la
tradizione, per V ethos sociale, si afferma spiccatissima fino dagli albori del
pensiero greco, ispira la speculazione e dà motivi air arte, genera una
controversia, colla quale ha vera- mente principio la filosofia del diritto. Al
grido tragico dell’Antigone sofoclea che oppone fieramente gli àyQajtta tfew
vó- fu^a al tiranno divieto di seppellire Y ucciso fi-atello^ fa eco la
dottrina di Ippia di Elide, detto a ragione il Grozio del- Tantichità, che
formula nettamente V idea di una legge di natura, opera divina C46). Da allora
in poi quella intuizione pri- mitiva ha costituito sempre gran parte del
pensiero filosofico, fino a rivivere, pur tanto trasformata, anche nella teoria
eti- co-giuridica dello stesso maestro della filosofia evoluzionista, con molta
meraviglia degli avversari e con grave scandalo dei seguaci. Ora, per quanto
erroneo il concetto di un diritto tra- scendente la realtà storica, non è meno
assurdo il disprezzo con cui da qualcuno se ne parla; non è meno
antiscientifico ignorare o trascurare queir anima dì verità, che può trovarsi
anche nelle dottrine più false, D* altra parte poi sarebbe uno strano modo di
interpetrare 1 fatti psicologici e sociali, se si facesse risolvere in mera
illusione un sentimento, come quello dei diritti personali, a poco a p6co
cresciuto fino a formare — sé - parte della nostra costituzione mentale ^ a
commuovere poten- temente l'animo degli individui e di popoli interi, a determìnare
grandi avvenimenti storici; se non si riconoscesse valore di sorta ad una
opinione cosi profondamente radicata nella coscienza del mondo civile, maturata
anzi dall' incivilimento come uno dei suoi prodotti più alti^ divenuta sistema
nel pen- siero dei più forti intelletti. Ma non manca, io dissi, un elemento di
vero ; ed è quello stesso sostrato oggettivo che si trova in fondo
all'evoluzione giuridica ; è la tendenza costante, e nella sua totalità
progres- siva, del diritto, a produrre un effetto utile ; l'effetto cioè che
deve derivare dalla tutela accordata alla realizzazione degli scopi della vita,
da cui dipende Y adattamento alle condizioni di questa, L' induzione storica
ricavata dal passato la filosofia del diritto deve sollevarla a primo principio
direttivo del pre- sente e delFavvenire, determinando la ragione per cui gli
scopi sono non solo desiderabili, ma anche necessari, necessairia quindi la
norma di loro garentia. Essa è chiamata così a sta- bilire, ma per una
via-scientifica e positiva, non più metafisica ed astratta, quel fondamento
intrinseco ed oggettivo del di- ritto cui ha sempre mirato. E tale fondamento
risiede nelle leggi della vita individuale e della vita sociale, trovate dalle
scienze respettive mediante losservazione dei fatti, vale a dire dalle scienze
antropologiche, intese nel senso più largo, e dalle scienze sociali. Ha qui
piena applicazione ciò che dissi intorno alla filosofia pratica e all'etica in
generale. Date cioè quelle leggi, data una certa costituzione delle cose, per
un rapporto di causalità naturale dalle azioni umane derivano inevitabil- mente
certi effetti. Data resistenza, sono poste anche le sue condizioni ; perchè
essa possa conservarsi ed evolversi, le con- dizioni hanno da essere
rispettate, air attività diretta a rag- giungere gli scopi da quelle-
dipendenti non debbono opporsi Ostacoli, il rapporto naturale fra Tazione e i
suoi effetti esìge la più rigorosa osservanza, iData la vita in comune .e le
re- lazioni, che ne derivano, una limitazione reciproca nelle sfere di attività
diventa inevitabile, e la giustizia non è soltanto, come rha definita TArdigò,
la forza specifica dell' organismo sociale nel senso che ne coatituìsce la
formazione caratteristica rrià è anche la condizione specifica a cui è legato
Tessere suo. Se la società è un aggregato, al pari di tutti gli aggregati deve
avere la sua statica; e questa implica che i rapporti fra i membri della
comunanza, cofhe pure fra le parti e il tutto, sieno di tal natura da ottenersi
l'equilibrio indispen- sabile per una armonica cooperazioné (48)^ Ed allora una
legge di proporzione e di garentia che renda obbligatoria V osser- vanza dì
certe forme della condotta, relative alle condizioni . più strettamente
necessarie della vita in comune, è da queste che ripete la sua intrinseca
giustificazione. Chi^ credendo svi- luppare le conseguenze pratiche del
naturalismo^ ha detto che nella costituzione personale dell'uomo non e* è nulla
che possa fondare il diritto di vivere ^^^\ ha dimenticato una cosa sola : la
vita. Cosi lo stesso pensiero che, partendo da esperienze ac- cumulate di
utilità, è* venuto poi assumendo storicamente una forma sempre più definita,
chiara e riflessa nella coscienza giuridica e nella legislazione^ si compone a
sistema scientifico e filosofico. È il sistema dell' utilitarismo* razionale.
Questo tra- sportando nell'ordine pratico V idea della costante relazione tra i
fenomeni, su cui riposa ogni altra verità scientifica, fa sca- turire dalla
natura delle cose la necessità dei risultati \ sottrae così alFempirismo le
norme dell'operare, non facer^dole più di- pendere da calcoli di utilità
incerti, variabili, soggettivi \ addita r utilità non più come un fine prossimo
e immediato, ma me- diato e remoto che si raggiunge solo ottemperando alle
leggi della vita; pone la stessa causazione naturale a fondamento e
giustificazione razionale di ogni comando e divieto legislativo; ricongiunge in
un comune principio^ pure distinguendoli, il di- ritto e la morale; mette in
piena luce il contenuto essenzial- mente etico del diritto medesimo. La
considerazione degli ef- fetti intrinseci ; questa ha da afifiwmarsi come
criterio supremo, criterio che^ mentre è disconosciuto o non compreso adegua-
tamente nei diversi sistemi etico-giuridici, costituisce il pregio maggiore,
per quanto il meno avvertito, e la parte non ca- duca di quello di ^^erbert
Spencer. A luL si accosta sotto questo riguardo e Io precorre Romagnosi nostro,
con quella sua veramente geniale dottrina del diritto fondata sulla connes-
sione delle cause e degli effetti, sui rapporti reali e necessari della natura,
ai quali fa d'uopo conformarsi per ottenere il meglio ed evitare il peggio Cs^X
Senonchè lo Spencer dalla tesi individualista, clie tanto Io preoccupa, è
condotto ad erronee deduzioni ; egli ritorna^ con insistente compiacenza al
vieto con- cetto di un diritto, che ci viene da natura ed esiste pel solo fatto
che le cose sono costituite in un certo modo, il grande filosofo non vede che,
se la natura dà le condizioni di esi- stenza, i finì, quindi anche la necessità
del diritto, non può mai dare il diritto, al quale perchè abbia realtà, oggetto
di esperienza, è indispensabile il fatto storico e sociale. Ad esclu- dere
quella possibilità 'bastava la logica di tutto il suo sistema filosofico. Ma
non e bastata ad impedire nemmeno un* altra incoerenza. Nel tempo stesso che
egli fonda una filosofia, la cfti idea madre è il cangiamento di tutte le cose
; mentre pone così luminosamente in rilievo l'elemento relativo del T etica e
ne addita I^ ragioni perentorie, attribuisce poi alle condizioni di esistenza
un carattere cosi deciso di uniformità e costanza, da risultarne una legge
invariabile, assoluta, universale, e da dovere necessariamente designare questa
solo come legge d; I \ - ^I ^ una», società ideale e dell' uomo arrivato al più
alto grado di adattamento. Apparisce qui evidente un ultimo inconscio re* siduo
di quelV Idea Divina, nella cui realizzazione aveva 'già riposto il primo
principio della morale e del diritto ^5'), E un residuo però inconciliabile
colle dottrine della filosofia scienti- fica. Sta bene che si risalga alla
costituzione delle cose, al fondamento che natura pone; ma quella non è già
Tessenza quie- scente, la specie stabile supposta dalla metafisica, sibbene la
natura quale si rivela e sì attua nel mt)to e neir evoluzione. Le condizioni di
esistenza non concernono esistenze astratte ed isolate dal mezzo in cui vivono,
ma esseri reali, concreti, determinati da molteplici circostanze di tempo e di
luogo. E allora non è possibile considerare Tuomo al di fuori della vita in
comune, che fa di lui un ente storico ; non è legittimo par- lare di condizioni
e di leggi, che non seguano le vicende di una formazione storica, quale è la
formazione sociale. Spencer ha sempre di mira Tuomo quale è dato dalla biologia
; non esiste per lui Tuomo della storia, vale a dire il vero uomo» Certo
necessario ed assoluto è il principio della cau- salità naturale; ma esso
implica appunto che a cause diverse rispondano effetti diversi. Nonostante la
costanza di alcune, variano, come già dimostrai, le condizioni dì esistenza ;
quindi è razionale che muti anche la norma giuridica, dovendo ad esse
conformarsi. Di immutabile e di assoluto non c'è che lesjgenza di questa conformazione.
Per stabilire come tale esi- genza nei casi particolari abbia ad essere
soddisfatta, subentra il criterio della relatività storica, desunto cioè
dall'esame og- gettivo di tutte le contingenze di fatto. Siccome però la filo-
sofia del diritto non può accingersi a farlo da sé, cosi le è d' uopo novamente
ricorrere a quelle scienze, che le forni- scono i dati per le sue deduzioni, e
Soprattutto alla sociologia. Dissi Soprattutto la sociologia, perchè soltantcf
dallo studio complessivo deir organizzazione sociale si apprende quali sì©«o i
caratteri, e quindi anche le necessità specificamente proprie delle singole sue
forme e dei singoli gradi del suo sviluppo ; solo le leggi generali dell'
evoluzione storica possono fornirci almeno gli indizi dei cangiamenti ulteriori
che sì preparano, e degli stadi più alti ai quali essa tende \ solo la
conoscenza piena, profonda, sicura della società considerata in tutti i suoi
aspetti, in tutte le sue forze, in tutti i suoi prodotti, designa chiaramente
gli scopi* sui quali deve spiegarsi la funzione giu- ridica tutelatrice. Mentre
si nega che la sociologia abbia a sostituire la filosofia del diritto, si
riesce però per una duplice via e per un duplice intenta a riconoscere che
questa non avrebbe valore scientifico alcuno» se non fosse basata su quella,
Rimane cosi dimostrata la legittimità della filosofia del diritto anche come
filosofia pratica, dimostrata pure la con- cordanza del suo principio
fondamentale colle induzioni della ricerca filosofico-storica* Da una parte un
processo graduale, per cui nelle idee sociali intorno alla giustizia e negli
istituti giuridici si attua sempre rìù adeguatamente, e in modo sempre più
consapevole e riflesso, la loro corrispondenza con ciò che impongono la natura
delle cose, le leggi della vita e dello sviluppo. Dall'altra una dimostrazione
scientifica della necessità razionale che questa corrispondenza non solo
continui, ma si faccia via via maggiore e si .compia. L’accordo non potrebbe
essere 'più completo. Né minore è l'accordo colla teoria filo- sofico-critica
del diritto e colle dottrine della "filosofia generale. E di vero il
fondamento assegnato al diritto resta nei limiti dell'esperienza e della più
rigorosa positività, procedendosi per via di deduzione da leggi
scientificamente accertate. La filo- sofia del diritto cosi intesa, lungi dall'
essere qualche cosa di immobile e chiuso, si aff<?rma eminentemente
progressiva, in quanto riflette la' realtà della^ vita sociale nel suo storico
divanire. In fine il supremo principio da essa formulato è lo stesso principio
di evoluzione; la razionalità che si esige nel ^diritto non è altro che T
applicazione delle leggi dell'ordine universale* S' era creduto e s* era detto
che la filosofia del di- ritto sarebbe rimasta per sempre sepolta sotto le
rovine della metafisica abbattuta dalla filosofia positiva trionfante ; ed ecco
invece che questa, rigenerandola nello stesso suo seno, la fa risorgere a vita
novella, e la designa come il suo necessario compimento. Ma, intesa nel modo
che si è detto, qual valore potrà avere la filosofia del diritto per la vita,
quale funzione sociale gqtrà esercitare ? Giova ripeterlo : essa non si propone
più né di trovare, né di foggiare un diritto diverso da quello vigente : sa ed
afferma anzi che il diritto non può essere il prodotto del puro pensiero. Il
compito suo, come di tutte le scienze pratiche, è quello di una mentalità che
illumina, promuove, dirige. Ed anzitutto essa è in grado di cooperare con gran-
dissima efficacia affinchè prosegua e si compia il processo sto- rico già
spontaneamente e da tempo iniziatosi, vale a dire affinchè nella coscienza
sociale si formi la chiara e piena per- suasione della ragione oggettiva della
norma giuridica, e il sentimento di ciò che è giusto od ingiusto si leghi
definitiva- mente alla considerazione degli- effetti intrinseci delle azioni,
alla esigenza etica di uniformarsi alle leggi della vita, e di osservare le
condizioni di una armonica cooperazione. Che se, - 64 — come prevede lo Spencei^,
quella persuasione e questa senti- mento costituiranno un tratto caratteristico
del tipo sociale più avanzato, verso cui siamo diretti, possiamo consolarci del
poco.- credito in cui al presente da molti è tenuta la filosofia del diritto,
pensando che è destinata a trionfare nel futuro come una teoria dominante della
pubblica opinione C5^>., Ma non basta. Dal momento che, come abbiamo visto,
il moto progressivo del diritto consiste nell' assumere questo forme
effettivamente corrispondenti alle condizioni deiresistenza umana; dal momento
che nel corso dell'evoluzione sociale tali condizioni si modificano, sì
rinnovano, si fanno più complesse e più alte ; segue che la filosofia del
diritto, spingendo lon- tano lo sguardo, è chiamata a designare V ideale di una
ulte- riore e più perfetta corrispondenza, e a dirìgere verso questa meta Y
evoluzione giuridica. Con ciò essa rivela il suo carat- tere eminentemente
etico, compie la funzione di vera scienza etica^ che non può consistere solo
nello scoprire le leggi se- condo le quali si producono i fatti, ma,
trattandosi di fatti umani e sociali, deve prefiggersi di cooperare alla loro
trasfor; mazìone e al loro progresso. Ed anche qui si resta nei limiti dell*
esperienza e della ricerca positiva. L'ideale vagheggiato dalla filosofia del
diritto non è un ideale astratto, che la mente ricavi da sé stessa e voglia
imporre alla vita, quindi arbitrario e senza valore oggettivo ; ma un ideale
che erompe dalle vi- scere stesse del reale, dalF esperienza del passato, da tutto
il moto della storia; un ideale progressivo quanto lo è lo svi- luppo sociale
in cui deve attuarsi ; un ideale necessario, per- chè rappresenta ciò che
avverrà e simboleggia cosi la più alta realtà dell* evoluzione. Non tragga
dunque in inganno la somi- glianza delle parole, mentre tanto diverso ne è il
significato* La metafisica abituata a trasformare il soggettivo in oggettivo
poteva bene dare valore dì diritto ^Ue sue concezioni^ e par I ~ 65 - lare di
un diritto ideale;, ma la filosofia positiva non vede dinanzi a sé altro che
una formazione storica, e addita F ideale soltanto come un grado più elevato di
questa formazione. La metafisica proponeva ai legislatori un modello tipico di
norme giuridiche, valevole per tutti e sempre \ la filosofia positiva non aspira
che ad imprimere una direzione scientifica alla forma- zione delle idealità
sociali, dalle quali dovrà erompere il di- ritto dell'avvenire, , Come poi sia
possibile attribuire tale funzione alla scienza nostra di fronte al moto dell'
evoluzione sociale, che pure si compie necessariamente^ spinto da una forza
intrinseca e se- guendo sua legge ^ si spiega benissimo richiamando quello che
dissi costituire il carattere differenziale ài. detta evoluzione, la storicità.
Sappiamo infatti che in conseguenza di questa sulla nativa ed inconscia
spontaneità prende a poco a poco il so- pravvento la riflessione ; i
cangiamenti sempre più si effettuano in vista di uno scopo coscientemente
proposto e voluto, e spesso in seguito di grandi sforzi e di lotte lungamente com-
battute ; si accresce T efficacia motrice e direttrice dei cosi detti fattori
storici, quindi delle idee, della cultura, della scienza, deir azione dello
stato. L'incivilimento, che per eccesso di rea- zione al razionalismo
ricostruttore e riformatore della società si volle e si vuole far passare da
alcune scuole positive come un processo fatale, non dissimile da quello della
pianta che cresce per la sua forza vegetativa, considerato più attentamente e
più serenamente alla stregua dei fatti, si rivela invece come un laborioso
risultato di quelle energie intellettuali e morali, che viene via via
accumulando^ tanto da essere autorizzati a sperare che esso finisca col
divenire in tutto e per tutto lopera di un pensiero che attua sé stesso*
Naturalmente ciò trova piena applicazione anche nel campo del diritto ; e
allora si può dire a ragione che la sua filosofia rinunziando e per sempre 5 L air
assurda pretesa di produrre il diritto, vuol essere solo uno dei principali
fattori dell' evoluzione giuridica. Né sarà certo questo un fatto nuovo nella
storia. Forse nessun' altra disciplina può vantare, come la filosofia del
diritto e la filosofia polìtica, tanta influenza spiegata sugli spiriti e sugli
avvenimenti. Qual rapporto vi sia fra le teorie astratte della scuola del
diritto naturale e le applicazioni concrete del periodo rivoluzionario, è
troppo^ noto, costituisce un esempio classico e tipico. In generale poi si
osserva questo : nel mo- mento in cui si preparano grandi trasformazioni
sociali, nei tempi procellosi e difficili dai quali escono nuovi periodi sto-
rici, allorché s' incomincia a sentire V imperfezione degli ordi- namenti
vìgenti, e n^iove idee di giustizia, per quanto ancora vaghe, germogliano negli
animi, le dottrine filosofiche intorno al diritto e allo stato si fanno
coscienza pubblica ^ e in qualche caso la speculazione solitaria esplode in
moto collettivo. Se r efficacia, specie neir esempio ricordato, sia stata
razionale e benefica, qui non occorre indagare; come non occorre sog- giungere
che la filosofia del diritto invocata e augurata diret- trice del progresso
giuridico, è una filosofia scientifica, una filosofia legata intimamente alla
storia, quindi non ignara che le condizioni della relatività e l'ordine
naturale di successione storica non sono state mai impunemente violate dagli
uomini. Sotto questo riguardo il principio stesso che costituisce Tes- J senza
del positivismo, è già per sé solo una garanzia \ si deve al positivismo la
dimostrazione delle fatali conseguenze, alle quali inevitabilmente conducono
gli errori di metodo della teoria applicati al governo della società umana. Ciò
dimostra che alla funzione pratica della scienza nostra è associata una grande
responsabilità. E adesso forse più che mai* Noi ci tro- viamo appunto in uno di
quei momenti difficili che accennava testé* Problemi nuovi» gravi, paurosi
agitano la società con- mmm - 67 - temporanea^ e chiedono anche al diritto la
loro soluzione. E tutto V odierno organamento sociale che è posto in
discussione ; non v' ha istituto contro il quale non diriga gli attacchi la
critica demolitrice. La filosofia del diritto non può certo rima- nere
indifferente ; quei problemi essa deve affrontarli senza esitanza e senza
preconcetti, serenamente, con piena coscienza della responsabilità che le
spetta. Così il problema, che io mi era proposto, è stato preso in esame sotto
tutti gli aspetti; descritto lo stato presente della filosofia del diritto,
dimostratane la legittimità, ricercato quale abbia ad esseme il contenuto, lo
scopo, la funzione so- ciale. E dopo ciò io confido avervi persuaso, o Signori,
che, se sul principio io dichiarava formidabile il compito di chi la coltiva e
la insegna, esprimeva un profondo convincimento. Come vedete, quella
dichiarazione sintetizza tutto quello che io penso di essa, contiene una
professione di fede filosofica, un sistema scientifico, un programma didattico.
Ma insieme alle difficoltà intrinseche, desunte dall'indole propria e dallo
stato presente della scienza, io non mi nascondo quelle che dipendono da cause
estrinseche, e soprattutto dall' essere 10 chiamato a professarla qui^ in
questa Università, dove la filo* sofia del diritto ha tradizioni gloriose, dove
chiunque salga questa cattedra deve sentirsi T animo commosso e trepidante pel
ricordo di un nome immortale. Ma non è soltanto a fine di mostrarvi ciò che io
provi in questo momento, che evoco il nome dì Romagnosi. Chi parla dalla
cattedra sua meno d\ .1 —Ogni altro può dimenticare che molte dottrine di quel
sovran o \ intelletto, lungi dall'essere invecchiate e dall' appartenere solo
alla storia, spirano ancora una freschezza tutta . moderna, e contengono germi
preziosi da svolgere e fecondare. E voi lo sapete, voi che ne udiste pochi anni
or sono una magistrale dimostrazione dal forte pensatore, cui sono fiero di
succedere, e alla cui memoria mando un riverente saluto, a nome mio e vostro, a
nome di quanti in Italia e fuori rimpiangono an- cora la sua fine immatura. Da
queste memorie io traggo gli auspici, per quanto esse rendano anche più grave
l'impresa, cui non mi sono accinto se non dopo lunga esitanza. E a vincerla mi
ha confortato solo il pensiero che la filosofia sociale attraversa tale
momento, da imporre gravi doveri anche a me, l'ultimo dei suoi cultori. Bt g^i
» J » W i » 5g^fe*yyìfaigga^HBÉ ■*•■ •^La crisi della filosofìa del diritto è
stata avvertita da parecchi scrittori. Ricordo fra gli altri : G. Carle, La
vita dal diritto nei suoi rap- Jfarti coila vita sociale^ Torino, — A* Prins,
La Philo- sùphie du droit tt técaie historiquE^ Bruxelles, Pachmann, Ubir die
gegenwàriige Bewegung in dtr Rechiswissemchaft^ BerliDj i88z § I- — F. Dahn,
Rechtsphilosophi$che Studien {Bamttine^ Band IV, Berlin), — C. Nani, Vecchi e
nuovi prùhhmi del diritto, Torino, 18S6, — É. Beaussire, Les principes du
droit, Paris, 1888, Préface, — R. Wallaschek, Studien zur Rechtsphilosopkie,
Leipzig, 1889, dal quale si pilo apprendere corae uno dei più espliciti e
risoluti a contestare la legittimità della filosofia del diritto sia lo Steudel
{Zum Pro- blem einer MecHtsphiios&phie) affermante senz'altro che « die
Aufstellung einer Kechts philo Sophie ein purer Schwindel sei 1 e che « von
einer philo- sophischen Rechtslehre oder einer Rechtsphilosophie ferner nicht
mthr die Ride sein solite ^, In uno scritto, che nel titolo prometteva un'ampia
discus- sione dell'argomento, J. Bahnsen {Ist eim Réchtspkilosophìe ilherhaupt
m'oglick und unter welchen Btdingungen^ resp. Einschrànkungen^ nella
Ziitschrift fur verghickende Rechfswissenschafi^ Dritter Band, p, 219-231) né
ha visto il problema in tutta la sua complessità, né è ritiscito per alcun
verso a chia- rirìo. Seguace delle idee dello Schopenhauer egli crede salvare
la filosofia del diritto col ricondurre il diritto alla metafisica della
volontà che lo ge- nera e, nella sua dialettica reale comprendendo in sé le
forme storiche più varie ed opposte^ ne spiega tutte le contradizioni, "Ma
se non le restasse altra base che questa, bisognerebbe affatto disperare
dell'avvenire della filosofia del diritto. Per quanto concerne la posizione
della nostra disciplina neir insegna- mento, non si può disconoscere che esiste
già e tende sempre più ad in- — to — grossare una corrente ad essa sfavorevole
; tutti poi ricordano che cosa st tentasse farne in Italia coi Regolamenti del
1875, Recentemente anche la, vecchia cattedra di diritto naturale al Collegio
di Francia fu trasformata in quella di psicologia sperimentale e comparata.
Benanche un critico noxa. sospetto, P. Janet {Une chaire de psychologie
expérimentale et comparée c^s^ ColUge de France nella Revue des Deux Mondes,
i*"^ Avril 1888) ne a-v- verte che s*interpetrerebbe falsamente il fatto
se gli si desse il significato di una proscrizione. La vorrebbe invece
sostituita coli' insegnamento delLa sociologia H. Saint-Marc {Droit et
Sociologie nella Revue Critique de Le- gislation et de Jurisprudence, Janvier
1888), dicendo che è questa la vera, filosofia del diritto e costituirebbe il
miglior corso di diritto naturale. Ad evitare qualunque malinteso intomo
all'apprezzamento della scuola storica, richiamo ciò che altrove cercai
dimostrare rettificando e com- pletando le conclusioni del Bruci (7 Romanisti
della scuola storica e la sociologia contemporanea, Palermo Non si può certo
dire che essa abbia precorso la filosofia positiva e nemmeno che abbia
applicato al diritto r idea di evoluzione quale s' intende oggi ; ma
eminentemente positivo fa lo spirito che l'animava, e per essere informate ad
un concetto dinamico del diritto e della società le sue dottrine, come pure
quelle della stessa scuola in altri campi di ricerche (economia, lingua, miti,
religioni etc), ebbero un significato filosofico, e concorsero anphe esse a
preparare il terreno alla teoria dell'evoluzione. Cfr. I. Vanni, I Giuristi
della scuola storica di Ger- mania nella storia della sociologia e della
filosofia positiva, Milano-Torino. Le idee da me sostenute ebbero poi
un'autorevole conferma nello scritto di G. Barzellotti {Il concetto delle
scienze storiche e la filosofia moderna nella Rivista di Filosofia Scientifica),
il quale anzi si spinge secondo me troppo oltre nel rilevare il contributo
delle scienze storiche e sociali di fronte a quello delle scienze naturali. La
giustificazione. di quello che dico qui della sociologia trovasi nel mio libro,
Prime linee di un programma critico di sociologia, Perugia. Vi si parla anche
(Gap. Vili) della trasformazione che in nome della nuova scienza si vorrebbe
fare della filosofia del diritto, rilevando che perfino scrittori, i quali pur
non aderiscono al così detto indirizzo sociologico ed alle idee filosofiche da
esso presupposte, riconoscono e ammettono in so- stanza quella trasformazione.
' H Filomusi Guelfi ad esempio {La codifica- zione civile e le idee moderne che
ad essa si riferiscono, Roma considera la sociologia come un nome nuovo dato
alla filosofia del diritto. Oltre gli scritti sopra ricordati del Pachmann, del
Nani e del Beaussire veggansi: O. Gierke, Naturrecht und, deutsches Recht,
Frank- furt, FouiLLÉE, r idée moderne du
droit, Paris. Della — yt ^ Crisi della morde parla quest'ultimo Bell'altra
opera, CrìHqm da syttìfàsi é^e morale cùnfemparains^ Paris, 1883, Préface; e
più largamente il Beaus- SIRE nei Principe s de la morale Paris, , In trod
action, Four les naturalistes, le droit est consécutif à T action sociale, il
est unfait d^ opinion. 11 n'y a dans la constìtiition perso nelle de Thomme rien
qui puisse l'ondar le dioit de vivre^ de se notirrir, de posseder etc. La
socìété De se borne pas à definir et à sauvégarder le droit; elle le canstitue^
puisque le droit n'est pas autre cìwse que la valeur aitrihuée à la personne
bumaine dans un pays donne ^, Così A, Espinas, Études socio- i^giques en Francc
nelle Revue PhihsQphique, ; e si potreb- "bero moltiplicare le citazioni. Come sarà detto più ipnanii, questa
dottrina contiene un elemento incontestabile di veritài che cioè il diritto sia
un fatto sociale e non possa concepirsi al di fuori e senza di esso ; ma
trascura del tutto l'elemento oggettivo che nella formazione delle idealità
sociali deter- mina il convincimento di una intrinseca necessi^ della norma
giuridica. Insiste ripetutamente su questa idea P, Cogltolo, Saggi sopra r
evoluzione del diritto privato^ Torino, 1885, Cap* IV; Filosofia del diritto
privato, Firenze^ 1S8S, passim. Eppure egli aggiunge che certe norme non
possono divenire oggetto del diritto, sebbene talvolta per ignoranza o per
nequizia si sia rivestita questa parte incoercibile di veste giuridica. Ma per
quale ragione la si dice incoercibile, una volta che il contenuto è
indifferente?^ Cfn
A. FouiLLÉE, L^idée moderne du droit^ Liv. IV. ^ (8) Sarebbe impossibile chiarire
punto per punto la dottrina filosofica qui fugacemente delineata. Il lettore
versato in questi studi comprenderà subito quale sia il modo di vedere
dell'autore nelle questioni fondamentali che dividono gli stessi seguaci della
filosofia scientìfica. A scanso di facili equivoci aggiungo solo che la
distinzione tra fenomeno e cosa in sé, da molti di loro, specialmente in
Italia, respinta come teoria dualistica, è da me mantenuta in un senso
strettamente ed esclusivamente gnoseologico. Se non la si ammette, tutto
Tedificio di quella filosofia crolla, perchè la cono- scenza non sarebbe più
relativa. Ma appunto perciò la distinzione ha un valore incontestabile, nota
giustamente il WuNnx {Ùher die Anfgahe dar Philosophie in der Gtgenwart,
Leipzig, 1874, p* 11 e s.), finché si rimane sul terreno della teoria della
conoscenza, fuori di questo, vale a dire se presa a fondamento della
spiegazione del reale, nesyoo. Se, come fa lo Spencer, si trasformi la cosa i^
sé in un assoluto inconoscibile e la si rappresenti quale un potere che sì
manifesta nei fenomeni, allora si sono' superati i limiti dell'esperienza, ed è
giustificata Taccusa di dualismo. Del pari e per la medesima ragione T ipotesi
monistica è legittima finché concerne e mira a ricondurre ad unità i fenomeni,
le loro forze e leggi; ma, se è traspor- tata a significare V unità dell'
esserej implica la possibilità di conoscere fl fondo delle cose e diviene
subito un'ipotesi metempirica» Sulla
teoria veramente fondamentale del momento qualitativo nel- r evoluzione ho
insistito a lungo nel Programma di Sociologia^ E v' insisteva
contemporaneamente, approfondendola e chiarendola in t\itd i suoi aspetti, A,
Angiulle nello stupendo libro La Jthsffia e la scuoia (Napoli), che è stato pur
troppo il testamento scientifico di quel gagliardo intelletto. Veggansi anche
le pro- fonde osservazioni del Lewes nei Frohkmcs of Life and Mind, 1, 96 e ss.
(io) H. Spencer, First Prìncipies, §§ 37 e 38. Anche nel modo come questi le intende
la ragione d'essere delle filosofie speciah è negata dal mo espositore G»
Cesca, L'evoluzionismo di Erherto Spencer, Verona-Padova. La questfone è stata
ora ravvivata, e a proposito della filosofia del diritto, da V. Wautrain
Cavagnari, La filosofia dd diritto secando i^ scisma vwderna, Bologna i e z^ il
quale la risolve conformemente alla dottrina spenceriana per dimostrare che
quella disciplina non può con- sistere^ come vorrebbero alcuni, in una ricerca
delle leggi deirevoluzione giuridica. Fra i molti che accettano e giustificano, per
quanto per ragioni diverse, la nozione delle filosofìe particolari ricordo: E,
De Robert y. La Sùciologie; Essai de philùsophit socioiogique, Paris SCHIATTARELLA,
/ presupposti del diritto scientifico e questioni affini di filosofia
contemporanea^ Palermo. Cogliolo, Filosofia dd diritto privato Angiulli^ La filosofia e la scuola. Più
specialmente la illustra H, Girard, La phiiosophie sdsn- tifique,
Paris-Eruxelles, che dalla filosofia ultima o cen- trale distingue la filosofia
di un gruppo di scienze e la filosofia di una scienza, assegnando come
contenuto costante della ricerca filosofica da una parte la sintesi, dall'altra
la determinazione del r entità scientifica od obbiet- tivo e del metodo. Ma
meglio delle giustificazioni astratte giovano le appli- cazioni concrete, e di
queste è ricchissima la letteratura scientifica contem- poranea. E che cosa è
in fondo la grande opera dì A, Comtè, se non una coordinazione delle filosofie
delle scienze fondamentali ? Né si creda che sieno i soli positivisti che le
ammettono. Pochi ne hanno formulato così esplicitamente e cosi precisanaente la
teoria come lo Schopenauer, « Hat jede Wissenschaftj egli scrive, noch ihre
specielie Phjosophie..» Hierunter ist nicbts Anderes zu verstehen, aìs die
Hauptresultate jeder Wissenschaft selbst vom hòchsten, d. h, allgemeinsten
Standpunkt aus, der innerhalb derselben mòghch ist, betrachtet und
ausammengefasst, .. Diese
Specialphi' losophien stehen vermittelnd zwischen ìhren spedellen
Wissenschaften und <i^r eigentlichin
Philosophie etc. ». (Cfr. Die We/i ah Wilk und Vcrsttl- lT€^zg^ Leipzig, 1873,
Zweiter Band, Kap. la). Anche
il AVuNDT nel suo recente Syst€m der Philosophie^ Leipzig, Einleitung,
dividendo e s\iddivìdendo la filosofia in varie parti, riesce da. nltimo a
filosofie speciali che riguardano singoli gruppi dì fenomeni vuoi della natura,
vnoi dello spirito, compreso fra i secondi pure il diritto. Ho insistito su
questi richiami perchè a qualcuno è sembrato che il parlare della filosofia di
una scienza fosse quasi nna strana novità.. DiLTHEV, Einhitung in dit
Geìsicswissensckaftm: Versuck einer 4^undUgung fur das Studium dir Gesellsckaft
und der Geukichte, Leipzig. {\'^''Emmriii'ìqq d^^a}gì}ttHÌjg fJÀv yàg téXog
àkTJéetmf TZQaHstxìjc d'EQyov. Aristotelis, Metaphysica. La stessa distinzione
in Platone, Poli- iìcus^ 25S, e, (14) Sarebbe superfluo ricordare come tanto il
Comte quanto lo Spencer tengano fermo il concetto tradizionale delle scienze
pratiche^ giu- stificato da J* Stuart Mill nel System oj Logic rattocinative
and inductive, Book VI, ph* XII, Più specialmente per V etica è da tener conto
della nozione che come scienza normativa ne dà il Wundt, Ethik: Bine Unter-
zuchung der Thatsachen der sittUchen Lehens, Stuttgart, Eìnleitung, p, 1-14, e
della profonda dimostrazione delVANGiULtr^ La filosofia e la scuola, p. 16 e
ss-^ 80 e ss., 347 e ss,, il quale l'allarga fino a farne la filosofia pratica
universale. A, Lasson, System der
Rtehtsphilosophie, Berlin und Leipzig Egli si riferisce appunto all' etica ed
alla filosofia del diritto, che dovrebbero essere reine Theorie von dem was
istj nicht eine Anweisyng za dem was sein solite. v (16) Così per A. Fkanck
[Les prtmipes du droit nel Journal des Savants) se la sociologia fosse una vera
scienza, cosa secondo lui impossibile fino a concepirsi, la filosofia del
diritto, o meglio il diritto naturale, sarebbe necessariamente in essa
assorbito. Ne ha' voluto invece dimostrare la compatibilità H, Joly {Le droit
naturd et la science sociale Bella Nouvelle Revue); ma non può dirsi una
conciliazione riuscita perchè non sono stati esattamente posti i termini della
questione^ e le cose da conciliare intese in un senso che non è vero. Si vegga
il citato Programma di sociologia Cosi lo SCHiATTARELLA, uuo dei più decisi
sostenitori del con- cetto evolutivo, nei citati Presupposti del diritto
scientifico, p. 1 e s., 134 e ss,, Goerentemente alla definizione delle
filosofie particolari in gfenere, mantiene la denominazione tradizionale. Fra j
molti che ne faupo invece un^ parte della sociologia ricordo: P, Alex, Du droit
et du positivhmsy Paris; Tu. G, Masaryk, Vcrsuch eintr concrtUn Logik (C/^s-
sificaiion und Organisatiùn dcr Wissenschafien}^ Wien ; e<J É, Dltrkiheim,
C&urs de science sociale^ Le fon d ouverture^ Paris, iBSS, p. s 3^, il
quale anzi, dimenticando i precedenti che pure contano i sistemi più roo -
derni, afferma il diritto sollevarsi da pura arte a dignità di scienza, soltanto
mediante rapplicazione recentissimamente tentata dei principi e dei metodi
sociologici. La trattazione più sistematica e più schiettamente filosofica eli
e sia stata fatta in questo senso, per quanto se ne debba dissentire su molti
punti fondamentali, è quella di R. Ardegò, Movendo dalla considerazione che la
form^ione jiaturale della giustizia costituisce il fatto caratteristico
dell'organismo sociale, egli riduce la sociologia ad una vera e propria
filosofia del diritto. Cfr: la sua Morale dei Positivisti^ Padova e la
Sociologìa, Padova, 1886, passim. Dovendo limitarmi ad accennare soltanto ciò
che vi è di più saliente e comune nei nuovi sistemi, duolnaì non potere q^ui,
come pur vorrei, distinguerli e classificarli metodicamente, ricordare ad uno
ad uno i principali almeno dei loro autori o^sostenitorì, e porre in rilievo
speciale quello che si è fatto e si viene facendo in Italia- GH studi odierni
intorno al momento psicologico del diritto e i loro precedenti si trovano ora
riassunti nel libro di G. Vadala Papale, Dati psicologici nella dottrina
giuridica € sociale di G . B. Vico^ Roma, 18S9. (ao) H Maine stesso ha
delineato magistralmente lo scopo e Timpor* tanza della ricostruzicyie delle
idee giuridiche primitive n^XY^Ancìeni Lmx^^ Ch. V, e 1 vantaggi del metodo
comparativo nelle Villagt-Communities in the East and ìVesl, Lecture I. Cfr.
pure ivi a p. 203 e ss, (Ed, London^ 188 1) Tàe ^ects ùf observation of India
on modem earopean thought. (21) Isolata e affatto priva di fondamento è a questo
riguardo Topì- nìone sostenuta d^ Cogliolo nei Saggi sopra l'evoluzione del
diritto pri- vato, Cap. VI, e nella Filosofia del diritto privato, § i. Mentre
vuole in- dotte mediante *la comparazione le leggi generali del fenomeno
giurìdico, dichiara poi né fattibile né utile lo studio del fenomeno stesso
presso tutti i popoli e tempi ; e insegna doversi prendere ad esame — cosa
secondo lui permessa e consigliata dalla logica positiva — i fenomeni tipici^
bastando per r induzione anche un solo diritto storico che abbia, come il
romano, completezza di sviluppo, o sia passato, come il germanico in materia di
proprietà, per tutte le fasi evolutive possibili. Coslj aggiunge, fanno le
scienze naturali, cosi fa la mineralogia che sceglie il cristallo più puro e
più perfetto, SenoncHfe l'esempio non solo non è a proposito, ma prova tutto
l'opposto, perchè tra i fatti naturali ed ì sodali, insegna davvero la — 75 —
logica positiva, corre una differenza grandissima riguardo al valore tìpico; e
appunto al fatto del trovani questo in tnininao grado nei secondi — tantoché il
Rumelin ha potuto dire essere tifica l'unità nella natura e in- dividuale nel
mondo umano — è dovuta la necessità assoluta della più larga comparazione
possibile, sia storica, sia statistica. Né vale il dire, come fa il CoGLiOLOj
che diventa superfluo ripetere più volte una uguale osser- vazione, quando si
sa che nelle stesse condizioni sociali non può a meno di sorgere una stessa
regola di diritto* Lo si sa però perchè ce lo dice r indagine comparativa, e
non già in forza del principio astratto di analogia. Se r analogia si potesse
applicare in questo modo nelle scienze storiche, sarebbe davvero un sistema
comodo ; conosciuta la storia di un popolo, sì farebbe presto a conoscere
quella di tutti gli altri ; invece di studiare i fatti, basterebbe dire: deve
essere accaduto così. Mala somiglianza delle condizioni sociali, sulla quale si
fonda tutto il ragionamento analogico, è precisamente ciò che deve essere prima
constatato e dimostrato. Del resto non la mineralogia, ma la linguistica, la
mitologia comparata e la scienza delle religioni possono ofirirci il modello di
ciò che occorre fare nel campo del diritto. Una comparazione ristretta a pochi
fatti, peggio poi ad un fatto solo, è contradizione ed ironia ad un tempo ; una
filosofia giuridica fondata sui pretesi diritti tipici non significa altro che
il ritorno a quelle vedute ristrette ed esclusive, che per tanto tempo hanno
reso impossibile una filosofia degna di questo nome, e dalle quali il metodo
comparativo ci ha liberato. Quali sieno i caratteri, Festensione e gli intenti
delle ricerche com- parate nel campo dei fenomeni sociali, puè vedersi nel mio
s«wlto. Lo studio comparativo dei le raz^e inferiori nella sociologia
contemporanea^ Perugia, 1884. Per quanto però riguarda la ricostruzione delle
origini dell'incivilimento ricavata in via indiretta ed analogica ^dalla-
osservazione dei popoli selvaggi, c'è bisogno, come ho detto nel Programma di
sociologia^ Gap, XIX, di sottoporre sifiatto metodo ad una ulteriore revisione
critica, circondarlo di maggiori cautele, circoscriverlo dentro limiti più
rigorosi. Non v'è da spe- rare di giungere a risultati soddisfacenti nella
soluzione dei gravissimi pro- blemi dell'origine del diritto e delle
istituzioni primitive, se prima non si sia ben sicuri e concordi sul valore che
si può legittimamente attribuire ai dati etnografici, e sul rapporto che corre fra
le razze inferiori e Tuomo deUa preistoria. (22) A. Bastian, Die
Hechtsverhàiinisse bei verschiedenen V'élkern der Mrdti Ein Beitrag sur
virgleichenden Eihnologie^ Berlin Alludo alla Zeitsckrift filr vtrghichenden
Recktswissenschaft che sotto la direzione dei tre ricordati scrittori sf
pubblica a Stuttgart ^no. Neirartìcolo che ne costituisce il programma, Ubtr
Zweck und Mittd i dcr vcrgkkhemUn Rechi swisstnsihajt (Erster Bandr p. i'3S)j e
ne 11' altro Vhtr die Grundlagtn der RcehUentwkheìung bd den indagermanische^
V^i* kern (Ivi, Zw. B,), il BERNHorx assegna appunto come ultima meta della
nuova disciplina trovare la legge generale dell' evoluzione giu- rìdica e dare
un fondamento scientiiÌGO alla filosofia del diritto» II programrna della
scuola è riassunto anche da J. Kohler, Rechisgeschkhte und I^ec/its-
iniwkkeiungy Ivi, Ftinf. B. — Da^R^ccht ah Kiditurerschciriu^^* Einieitung in
die vergkichende Rechfswissenschaft^ Wii^^bu^g, iSSg. L'applicazione dei dati
dell' etnologia ueOa filosofia del diritto Tton è però senza precedenti.
Sebbene precoce per difetto di materiale empirico, tuttavia rimane sempre cooie
il tentativo più notevole quello di K. F. Voll- CRATF^, StautS'Und
Rechtsphilosùphit auf Grundlage eimr wisstnschaftiichen Menscìun und
Vólktrkunde (Cfr. Neue Ausgabe v. J. Held, Frankfurt, Se poi si prescinde dalla
più larga base del metodo etnologico, non va di- menticato che il nostro E.
Amari {Critica di una sciettza delie kgisiazìani tomparak^ Genova) sì fondava
sulla comparazione per assorgere ad una sintesi potente di filosofia della
storia del diritto* Ma dei precedenti ve ne ha uno che a ratti sovrasta, tutti
meravigliosamente li anticipa. QueUe die oggi si chiamano scoperte^ induzioni,
ricostruzioni, dovute a lunghe e faticose ricerche, erano divinazioni pel genio
di VICO (vedasi) L' intento filosofico
-giuri dico che Post si è proposto e prosegue da molti anni con infaticabile
costanza, \ ha designato egli stesso più volte. Cfr. Bausteine filr einc
aiigemeine Rechiswissenschaft auf verghi- chtnd-ethn&Iagiiicher Basis,
OldenUurg Die Grundla- gen des Rechts und die Grundziige seiner
Enhmckelungsge$chichte : Leitge- danken filr den Aufbau einer allgemeinen Rechi
swissensckaft auf saciologischer Basis, Oldenburg Einleitung in das Studium der
€ihnologischen Jurtsprudtnz^ Oldenburg, 1886, passim, (25) F, Dahn, Die
Vernunft im Rechi^ Grundlagm der RechtspMlo- Sophie, Berlin Vam Wesen und Wer
den des Rechis ntìla. Zeit. filr vergi, Rechtsw.j Zw. B., p, i-io, Drit, B.j Rechisphilotophischt
Siudien sopra citati. Pure riconoscendo le grandi benemerenze del Dahn per la
fondazione di una filosofia scientifica dei diritto, non si può dissi- mulare
che egli rischia di comprometterne gravemente la positività, intro- ducendo un
elemento che in modo troppo chiaro tradisce la sua origine razionalista. Voler
trovarela radice ideale del diritto in un bisogno teo- retico e logico che ha
la ragione di sussumere il parricolaie nel generale^ e quella dello stato nella
tendenza della ragione stessa all'uno, al neces- sario, all' universale,
significa partire da una premessa, la quale non è un dato forbitoci né dair
osservazione psicologica, né da quella storica. I bi- sogni e le tendenze del
pensiero generano la riflessione scientifica, non già il diritto e !e
istituzioni polìtiche; \ ùpinla mcessitafìs che si afferma nella coscienza
giuridica e sulla quale il Dahn fonda Itutto il suo ragionamento, altro non è
se non un riflesso ideale delle necessità della vita sociale. Per vederci qualche
cosa dì più fa d'uopo arrivare all'assurdo di supporre negli uomini delle
società primitive la mentalità di un filosofo. (a 6) Cfr. E. J. Bekker, Uòer din
Mtchtsifegriff n^là. Zeitsch, f, vergL J^echtsw. RtviER,
Discours de prorectarat ch^ ^teztò.^YIntr&du€H(m hìstorique au droit
romaiuy Bruxelles, 1881, p- 69-77. (38) W. ScHUPPE, Die Methoden der
RechtspkUosùphu nella Zdtsch. f. vergi, Rechtsw. Fiinf. B,. In un* altra sua opera,
Grundmgi dir Ethik und RickUphiiùSQphie^ Breslau, 1, trovasi applicato il metodo e sviluppato il
sistema, che egli contrappone a quello comparativo. È in questo trasferimento dello studio del
diritto al suo conte- nuto che propriamente risiede la novità della cosa. Ma
non è ana novità la considerazione dell' elemento sociale e dei rapporti reali
della vita nem- meno nella trattazione filosofica del diritto. Anzi nella
storia di questa si rivela nel seno stesso della scuola metafisica come
reazione alF astrazione razionalista^ che Kant e Fichte avevano portato al
grado più alto. Possono quindi trovarsene i precedenti in Schelling, in Hegel, in
Stahl, in Trend elemburc, più specialmente ed ampiamente in Krausk e Dell'
Ahrens, Pel lettore ITALIANO c'è appena bisogno d’aggiungere il nome di ROMAGNOSI
(vedasi), sommo maestro anche in ciò, soprattutto nel rilevare la connessione
dell'elemento giuridico coll’economico – cf. H. P. Grice, “The Principle of
Economy of Rational Effort”. La tendenza a considerare la filosofia del diritto
colla larghezza di vedute, che deriva dal porre mente ai rapporti, è
caratteristica nei nostri scrittori. H FfLOMUSi Guelfi [Enciclopedia i
filosofia del diritto Roma) ha delineato un programma dì filosofia del diritto
e dello stato, in cui è fatta larga parte alla scienza sociale. Da questa trae Gabba
nelle sue confcrenzi nuova e viva luce pella soluzione di problemi giuridici.
Più direttamente sottopone ■ CARLE (vedasi) ad un profondo studio la viia del
diritto nei utoi rapporti colla vita sociale. CAVAGNARI (vedasi) insiste nel
porre in rilievo la necessità di stabilire gl’intimi nessi del diritto colla
totalità di questa e con tutto l’organismo della civiltà, deducendola dalla
considerazione dell'eie* mento storico di quello {Corso di filosofia del
diritto Padova). MIRAGLIA (vedasi) vuole
che la filosofia del diritto è anche cognizione dei supremi principi
dell'organismo sociale -- Filosofia del diritto, Napoli -- ^ la ricongiuiJle
all*economia e rileva acutamente l'aspetto economico dei sin- goli istitud. Il
Liov^ allorché tratta dell'oggetto del diritto, vi comprende, i analizzandoli
ad uno ad tino, i vari ordini di cultura {Della filosofia ,^e£ di- ritto^ Firenze).
E si potrebbero moltiplicare ie citazioni ricordando i più giovani, come lo
Sc*attarella, il Puglia, il Rava, TAgnetta Gen- tile, il Vadala Papale, il
Wautrain Cavagnari, I'Abate Longo, il Mar- LETTAj il Bonelu, il MiCELf etc, che
aderiscono o più s'avvicinano al po- sitivismo e alla sociologia. Cfr, L. V, Stein, System der
Staatswissenschafl^ Zweiter Band, Die Gesellsehaftsiehre, Stuttgart und
Augsburg, G^egen- wart und Zukunft der Rtchts-und Staaiswissensckaft
Dtutschlands^ Stutt- gart, 1S76, passim j dove la dottrina è largamente
sviluppata e applicata. Quali che sieno le riserve da fare riguardo al suo
sistema filosofico e so- ciologico, nonostante il grave difetto di separare
artificialmente la perso- nalità da tuttocià in cui realmente si manifesta, e
così sottrarla al flusso deir evoluzione, nonostante le arbitrarie e
sistematiche ricostruzioni storiche, lo Stein ci offre un modello stupendo di quello
che valga a rinnovare in un senso largo, comprensivo e veramente organico la
concezione del diriEÉO il porre a suo fondamento la scienza sociale. Uno dei principali sostenitori di questo
indirizzo è il Dankwardt, Nationalókonofuie und Jurisprudenz^ Ro stock, — National'ókùnomisch- civilistische Studim,
Leipzig, Applicandolo ad un caso speciale ha studiato la struttura economico
-tecnica del diritto K v,. Bòhm-Bawerk, Rexhte und Verhdltnissc vom Siandpunkte
der volkswirihschaftlichen Gilier- lehre, Innsbruck, , Cfr. specialmente il §
IL Marx – cf. H. P. Grice, “Ontological
marxism” -- , Zur Kritik der poUtischen Oekommù^ Berlin, , Vorrede G. De Gre£F,
Introducti$n à la sociologie, Prem. Part., Bru- xelles-PariSj. Con maggiore
larghezza, e de ducendo ne tutte le conseguenze colla coerenza logica propria
della sua mente pode- rosa, ha sviluppato questa idea il nostro Loria. La legge
della dinamica sociale fondata sull'economia, obbiettivo costante di tutti i
suoi scritti, è ora da lui riassunta e formulata -néM Analisi della proprietà
capitalistica, Torino, 1889. Il rapporto fra Pnomo e la terra, alla sua volta
generato dall'incremento della popolazione, determina il rapporto economico fra
uomo ed uomo, e col variare di questo variano corrispondentemente le molte-
plici forme della vita e del pensiero, i rapporti domestici, giuridici e po-
litici, le idee religiose e filosofiche, il modo di concepire la moralità e la
giustizia. Cfr Voi. II, p. 465 e ss. Riassumo e non discuto, sperando di
potere, quando che sia, giustificare i dutbi che su queste costruzioni sin-
tetiche ho sollevato nel Programma di Sociologia, Gap. V. Un egregio sociologo,
alla cui benevolenza sento il debito di professarmi piftblicamente grato, N. CoLAjANNf,
La sociologia criminale, Catania, imi appunta di non ammettere la pjeeminenza
del fenomeno economico, riaentre pure riconosco che esso preesiste ed è
condizione perchè tutti gli a.ltrl si producano. Ma io aveva espressamente
detto che m quAto senso la preeminenza è un dato di fatto incontestabile,
restringendo le mie obbie- :&ionì all'altro ben diverso significato che le
si vuol dare da chi colla sola economia spiega Y intera vita sociale. Può bene
una cosa essere condizione airesistenza ed allo sviluppo di un*altra, ma ciò
non implica menomamente che ne sia nel tempo stesso anche la causa
determinante» R. JherinGj Der Zmeck ini
Recht^ Zw. Aufl-, Leipzig. Si confrontino specialmente i Kap. VII e Vili, e per
seguire il processo del suo pensiero si tenga conto del concetto del diritto
che aveva già formu- lato in senso realistico nel Gdst des r Omise hen Rechis
auf den verschudenm Stufen sdner Entwickdung^ A, E. F. SCHAFFLE, Bau uftd Zcèen dcs sociaien
Korpcrs. Anche Pachmann nello scritto
già ricordato, t/òer die gegen- wàrtìge Bewegiwg in der RechisTjuissenschafi, §
I^ mette benìssimo in rilievo V insufficienza del nuovo indirizzo riguardo alla
filosofia del diritto, che vuol mantenuta distinta. Non si riesce però ad
intendere in che egh la faccia consistere, assegnandole troppo vagamente lo
scopo di generalizzare le idee giuridiche fondamentali continue e comuni a
tutta \ umanità. Mill – H. P.
Grice:”More Grice to the Mill” --, On Utiiitarianism, Spencer, The Data of
Ethics. — G. v. GrzYCKT, Maralphilvsùphie ge- meinversiàndiich dar g€ steli t,
Leipzig, iSSS^ Erst. Abschn'.,
. — G. Cèsca, La morali della filosofia scientifica^ Verona -Padova A*FourLLÉE,
Critique des sysilmes de mar aie cùntemporains, Conclus. E idée moderne du
droit^ Liv, IV, § S ^ ConcL Per le stesse ragioni deve ritenersi infondata l'
accusa di incoerenza che ripetutamente egli muove allo Spencer, per aver
lasciato il suo inconoscibile nel! inerzia e privo di rife- rimento alla
moralità. Sebbene il filosofo inglese faccia illegittimamente del- l'
inconoscibile una realtà assoluta, pure non poteva nemmeno lui determi- narlo
più oltre senza con tradirsi, Dilthey, Einleitung in die Geisieswissenschafien^
ai e, p. . Va tenuto conto dell'opinione di questo scrittore che si è accinto —
e già ce ne ha dato un saggio che è una grande promessa — alla vasta impresa di
sistemare su basi critiche quelle che molti continuano a chia- mare le scienze
dello spirito. Del resto egli non esclude che la divisione del lavoro e le
esigenze didattiche possano consigliare di mantenere ancora distinta la
filosofia del diritto. WuNDT {Logia:
Eine Unttrsuckung der Principien der Erkent- niss und der Methoden
wissensckaftlicher Eorschung, Zw. B., Stuttgart. , i — èo — ) mentre dimostra
non potersi il diritto sottrarre alla conside- razione filosofica, anche egli
la distingue in due parti. Tona storica che rientra nJa filosofia della storia,
T altra etica che si collega all' etica gene- rale e mira a valutare le forme giuridiche
reali alla stregua delle norme etiche, e a trame induzioni per T ulteriore
sviluppo etico del diritto* Si vegga anche quello che dice m^ Ethik s. e*, p,
484 e ss. Giustamente insiste COGLIOLO
(vedasi) sulla necessità di ricercare questo elemento specifico, ricavandolo
dalla storia intima degh istituti giuridici - Evoluzione del diritto privato^ ;
Filosofia del diritto^ Questa teoria
secondo me fondamentale della storicità trovasi largamente esposta nel mio
Programma di sociologia^ , e posta in rapporto colle leggi del progresso
sociale nei miei Saggi critici sulla teoria^ sociologica della popolazione.
Città di Castello. A questi rimando il lettore anche per l'applicazione
concreta, per quanto circoscritta ad un caso speciale, della teoria
etico-giuridica qui sostenuta, (42) Non sarà inutile, per eliminare il pericolo
di false interpetrazioni, avvertire che le condizioni di esistenza ^ono una
cosa ben diversa dalle condizioni di fatto^ onde risulta lo stato generale di
una società. Erronea- mente vengono confuse spesse volte le une colle altre.
Giusta il significato proprio della parola, le condizioni alle quali è
sottoposto un essere vivente designano dò che ad esso è necessario perchè la
sua vita possa preservarsi ed espandersi, La teoria sopra accennata con cui io Stein
spiega il diritto con- siste appunto nel riferirlo alla composizione organica
della società e al modo onde la forza sociale si distribuisce fra i vari ordini
e classi- Cfr, Die Ge- selhchaftshhrt s. e, passim e in specie p. 56-73 ;
Gegenwart und Zu- kunft dtr Rechts^und Staaiswissenschaft^ s, e, II, 4 e IH. Lo
Jher[ng {J^er Zweck im Eecht) & derivare il diritto dal prepotere dei più
forti, che per proprio vantaggio, per saggia e interessata politica pon- gono
essi stessi delle limitazioni alla forza» Pel Gumplowicz poi dall' urto di
gruppi sociali eterogenei e dalla signoria dei più forti sui piii deboli
assoggettai nascono ad un parto lo stato e il diritto, che necessariamente
significano servitù e disuguaglianza. La sociologia pessimista ritorna così
alle idee di Trasimaco. Gfr. Grundriss der Sociologie, Wien. Fra i sostenitori
di questo sistema va annoverato anche VACCARO (vedasi), che lo ha sviluppato di
recente nel libro Genesi e funzione delle kggi penali ; Ricerche sociologiche^
Roma, i88g. (44) Ho accennato alle dottrine deirARtucò, ma un apprezzamento
critico non può farsene senaa sottoporre ad ampia discussione tutto il suo
sistema etico-giuridico. Mi limito quindi ad una sola osservazione. Egli V
tiistixigue il diritto positivo, opera del potere costituito e funzionante
nella società, da quello che clfl^i^' diritto naturalt o potenziale, dal
diritto cioè corrispondente alle idealità sdtiali assolutamente vere e giuste,
quindi as- saitito come la natura onde emerge. Ma se si intende il diritto
naturale nel senso attribuito dal positivismo alla parola naturalità, perchè
non do- vretbe dirsi tale anche il diritto positivo, che pure, secondo T
Aroigò, è «ieterminato e prodptto dalle idealità sociali? Non è diritto
naturale, egli aggiunge, anzi non è diritto vero se non Rutilo fondato sulla
natura del* /* z^omo che vuole Uberamente secondo i dettami della ragione. Ciò
fa dubitare c"h€ la parola sia presa in un doppio significato, 1' uno
proprio della filo- sofia naturalistica, l'altro mutuato al linguaggio del
vecchio diritto di na- tura. Perchè il potere da cui emanano le prescrizioni è
un potere violento e tirannico, esse non sono meno una naturalità. Se invece si
vuol trovare nella natura una ragione giustificatrice, allora fa d'uopo che lo
sia non solo rispetto al diritto positivo, sibbene anche rispetto alle stesse
idealità sociali. Al fondamento intrinseco di queste sembra alludere I'Aruigò
nella Fska- iogia come scienza posiiiva (Mantova, 1883, Parte ST, § i), dove
dice che la loro formazione non ha un valore semplicemente soggettivo, perchè
il lavoro dell'individuo e della società nel produrle ha la sua ragione nella
stessa statura per la quale agiscono, come la forma che assume il seroe
germogliando. < E come la forma assunta dal seme per la germogliazione, pili
che sé stessa, rappresenta quell'ordine di cose, che ha determinato la
formazione della specie vegetale a cui appartiene, cosi Fidea di un uomo, pili
che r operazione accidentale, soggettiva, variabilissima di esso, rappre-
renta, secondo che dicono giustamente gli ontofogisti, quell'ordine assoluto e
immutabile, almeno qiianto la natura, nel quale è la ragione oggettiva del
fatto »* Ma, se questa può essere una spiegazione psicologica della for-
mazione deiridea, siamo ancora ben lontani dal concetto di una esigenza ^
naturale a cui risponda la formazione storica del diritto, e che serva di base
ad una teoria razionale di esso. Le idee dell^ Ardigò qui discusse pos- sono
vedersi principalmente nella Morale dei positivisti s. c-, ", % Gap. i, e
-aéìsi Sociologia s. e, SopHOCLis,
Antigone, vv, 449-455. (46) Si vegga la magistrale ricostruzione storico
-critica di ChiapPELLI, Sulle teorie sociali dei Sofisti Grecia Napoli, Ardigò
(vedasi), Sociologia. Pel concetto della statica sociale e per le deduzioni che
da questa debbono trarre l'etica, il diritto, la politica, veggasi il mio
Programma di Sociologia È il pensiero dell' Espjnas riferito nella nota 5. * Lo
studio fortunatamente ora nnas(|eote delle opere .del Roma- gnosi dispensa
dall' addurre citazioni. Basti Vicordare V Assunto prima iieila scienza del
diritto naturale^ passim, e soprattallo il § 3. Una certa affinità colla teoria
spenceriana ha pure quella di Jhering, pel quale il diritto as- sicura le
condizioni di esistenza {Lebensòedingungen) della società, M^a, oltreché egli
non tiene conto che della società sola e riesce a fare di questa il soggetto
finale del diritto, mira più ad una spiegazione storica che ad una ricerca
razionale del fondamento del diritto stesso ; non pone in rilievo il momento
della causazione necessaria ; non dà, delle condizioni di esi- stenza un* idea
compiuta ed esatta ; ne esagera la relatività, e finisce col farle apparire
come qualche cosa dì soggettivo* Cfr. Der Zwtck im Rec/zf^ Kap. Vm. Ad ogni
modo però il suo sistema così vigorosamente pensato, cosi ricco dì idee larghe
e feconde^ segna sempre un avvenimento importante nella storia della filosofìa
del diritto. Chi poi sfa addentro nella 'storia dei sistemi etico-giuridici
f%cilmente potrà da sé rilevare che le condizioni di esistenza^ come le intende
la filo- sofia positiva^ non hanno affinità di sorta, nonostante V apparente
somiglianza dei vocaboli, con quelle alle quali riporta la nozione del diritto
la scuola dì Krause» e dì vero per questa scuola, il cui pensiero è lucidamente
ia* terpetrato dall' Ah re NS {Nafurrechi oder Phihsùphie des Eechts und des
Staates^ §§ 17-20), le condizioni di esistenza stanno a designare quei rap- ,
porti dì reciproca determinazione e dì mutua dipendenza^ che neir ordine
sociale legano le une alle altre le varie sfere di persone e di beni. Cosa ben
diversa da vere e proprie leggi che rappresentano le esigenze della vita in
comune. Data una cosi sostanziale differenza, rimane esclusa la pos- sibilità
che si ripetano riguardo al concetto del diritto, come è stato qui delineato,
le obbiezioni mosse comunemente alla cosi detta teorìa della con- dizionalità* La
teoria di Spencer intorno al diritto è abbastanza nota, ma non lo è altrettanto
la prima fase per la quale è passata. 11 punto di par- tenza per la
ricostruzione del suo pensiero va cercato nella Social Statics ; or the
conditions esscntial to human happiness specified, London, 1850 (New- York,
1877, alla quale edizione bisogna riferirsi, perchè arricchita di ag- giunte e
di importanti dichiarazioni dell'Autore intorno al valore che ora accorda alle
sue dottrine di un tempo). Questa in sostanza e principal- mente costituisce
una vera e propria filosofia del diritto, una teorìa delPeqna costituzione
della società e delle giuste relazioni fra gli uomini {system of equitf). Dopo
avere combattuto l'utilitarismo {the doctrine of txpcdicncy) e la opinione di
coloro che da Archelao in giù ripetono non esservi un giusto per natura, ma
solo per legge, lo Spencer assegna qual fondameDto della morale ^ del diritto T
attuazione delFIdea Divina. Dio vuole la felicità del- l' uomo, e questa si
raggiunge solo coir uniformarsi alle leggi deiresistenza, le quali sono
assolute ed inflessibili, e, determinando una connessione in^ dissolubile tra
le cause e gli effetti, tra la condotta e i rtsultadp determi- nano anche ciò
che è necessariamente bene o male, giusto od ingiusto. Se al benessere umano è
indispensabile T esercizio delle facoltii, ne conseguono il dovere delP
esercizio da una parte e dall' altra il diritto, cioè la libertà uguale per
tutti, entrambi del pari voluti da Dio, Un sistema etico cosi assoluto non può
tenere conto delle imperfezioni attuali, quindi rappre- senta la hgge deir
umanità ideale. Eliminato il concetto teologico e teleo- logico, Videa
fondamentale del sistema, tanto nella parte che è vera e legittima, quanto in
quella affatto insostenibile, nonostante le grandi meta- morfosi subite, rimane
anche nelle dottrine posteriori del filosofo inglese. (Per quel che riguarda il
diritto si confrontino Frison Eikia negli Mssays — Frindples of Psychohgy^ §
5^4 — Tìic Data &f Ethics, passim, e più specialmente — Principks of Socwiogy, F, Politicai
ìnstihdians, Tht Man versus ihe Siate).
Rimane la ragione intrinseca della morale e del diritto desunta dalle
condizioni di esistenza; rimane, anzi s'accentua via via fino ad incontrarsi
colla scuola del diritto naturale, T idea che il diritto non è creato dallo
stato, ma de- riva dai rapporti stabiliti dalla natura. Ma anche l' elemento
teologico Don è sparito secondo me del tutto ; e questo serve a spiegare, come
ho ac- cennato nel testo, quello che v' è di meno accettabile tìel sistema.
Parlando della costituzione necessaria delle cose, lo Spencer pare ancora
animato da quel sentimento mìstico, che nasce dalla rappresentazione di una
volontà soprannaturale. Le idee di un pensatore (e qual pensatore I) non si
inten- dono, se non si rifa, per cosi dire, la storia della sua mente. È per
questo che mi sono trattenuto a richiamarne i precedenti. (52) Cfr. H, Spencer,
Principies 0/ Socioi&gy^ V^ FùHHcal Insiitutiims^ § 534- (53) Giuseppe Levi
inaugurava il suo corso colla splendida prolusione: Dti caratteri megiio
determinante la filosofia di G. D. Romagnosi, veduto specialmente nella
dottrina filosofica dei diritto^ Parma, . I t i A OPERE DI GIURISPRUDENZA
PUBBLICATI DALLA CASi EDIXHICE DONATO TEDESCHI & FIGLIO VERONA . IL IMO
CODICE DI COHERCII ' ILLUSTRATO dagli Avvocati Ascoli Prospero — Borafflo
Le&ne, Prof, d di' Università di Parma — Cafuci Eugenio — Cuiinì Emanuc re,
Direttore deUa Gazzella Ledale — Vi vanto Cesarei Prof. deirUniverailà di
Bologna — Supino Davide, Prof, dell' Un ivefsìlà di Pisa — Moriara Lodovico,
Prof, dell' UDlversità di Pisa — Marghìeri Alberto^ Prof, deir Università di
fiapoli, ' n presente commentario è diviso in otto volumi e così distribuito :
Voh L — Titoli I a Vili del libro I commentati dairAw, Leone Bolaffio. IL —
Titolo IX dal Prof. Alberto Marghieri (completo). IIL — Titolo X dal Prof.
Davide Supino (completo). Titoli XI a XIII dairAw. Eugenio Caluci (com- pkto),
, V, — Titoli XIV a XVI da VIVANTE (vedasi) (com- pleto). — Libro II dairAvv. Prospero
Ascoli (completo)'. Libro III dairAvv, Emanuele Cuzzeri. » Libro IV dairAvv.
Lodovico Mortara (completo). CONDIZIONI DI ASSOCIAZIONE » L L'opera consterà di
circa 50 fascicoli in-S a due co- lonne di pag. 80 al prezzo di L. 1.50
ciascuno. Terona ~ Donato Tedeschi e Figlio Terona. n. n pagamento dei fascicoli si effettuerà ad
ogni quattro anticipatamente mediante invio di Vaglia di L. 6 alla Casa.
Editrice in Verona. in. L'associazione importa elezione di domicilio in Verona*
IV. Compiuta Ik pubblicazione dell* opera, se ne aumen- terà il prezzo.
JPtfòòMeafe Atmpen^e 49* Sotto i to^^ehit dimpewèum , . È oramai troppo nota la
grande importanza di quest'o- pera: è il più completo commento sul Codice di
Commercio, e senza perderci in maggiori parole su questa nostra impor- tante
.pubblicazione, ci è cosa grata riferire quanto scriveva YBco di Giurisprudenza
Commerciale: € Sono infatti completi i volumi III, V e VI ed è pros- simo ad
esserlo anche il IV, Il volume IH, dovuto al- l'egregio Prof. DAvroE Supino,
contiene il commento del Titolo X, libro I del Codice di Commercio, ossia
tratta delle cambiali e dell'assegno cambiario- Il volume V con- tiene il
commento ai Titoli XIV a XVI ed è particolar- mente dedicato all'importante
materia delle assicurazioni, nella quale è competentissimo il Prof. Vivante,
che ne è l'autore. Il volume VI, opera dell'illustre Aw. Prospero Ascoli è
dedicato al Diritto 'marittimo. € Non è nostro intendimento ragionare qui dei
pregi di ciascuno di questi volumi ; possiamo però assicurare i nostri
associati che nessuno di essi smentisce la bella fama che nel campo della
scienza giuridica commerciale hanno già acquistato i rispettivi autori. E F
ottima riuscita di questi tre volumi, non che il nome di quegli egregi, cui è
affidato il compimento degli altri, assicurano all'opera intrapresa dai
diligenti editori Donato Tedeschi e Figlio, il primato sopra ogni altro
commento finora pubblicato intorno al nuovo Co- dice di Commercio >. Terona
— Donato Tedeschi e Figlio — Terona - -
IL CODICE ITALIANO DI PROCEDURA CIVILE ILLUSTRATO DALL'AVV. CAV. gUZZERI e
aximeaUla, ttonteneule la raccolta della ginrlspmdfflata a tutto 11 ISSI e
completata ùòW Annuario della Ftvcedura Oivìle. mm : Tol I L.ÌO - Yol II e III
L 6 cìascniKi - Tol. IV L. 10, Tolnme V sotto i torcliu m Di quest' opera così
scrive recentemente nel Bibliofiio (anno V, n* i) T illustre comm, Carlo Lezzi,
presidente alla Corte di appello di Bologna: € Il Cuzzeri è un procedurista di
primo ordine; la prima edizione del suo Commento da tutti lodato fu ben tosto
esaurita. Questa non è una ristampa, ma opera da capo a fondo rifatta, in cui
colle più studiose e intelligenti cure si è tenuto conto di tutto ciò che può
interessare la pra- tica del Foro, e si è fatta una sintesi veramente
magistrale delle dottrine, e una critica arguta sì di queste come della
giurisprudenza, oltre a copiosi e continui raffronti. Co- scienziosamente
consigliamo di provvedersi di quest'opera chiunque non sia in grado di formarsi
o non abbia tempo di consultare per ogni questione una intera raccolta di libri
di procedura cfvile ». Alla pubblicazione del Voi. IV or , ora uscito cosi si
esprime la Rivista Italiana pelle scienze Giuridiche di Roma ; € Non è per
raccomandare questo magistrale commento del codice di procedura, che annunciamo
la recente pubbli- cazione di un altro volume della seconda edizione ; poiché
Teroaa — Donata led^scM e Figlia — Verona i -- - • * il lavoro det Cuzzeri da gran tempo
ormai non ha bisogno di raccomandazioni. Il volume testé venuto in luce, il
quarto interessa in particolare maniera gli studiosi del diritto giudi- ziario
per la imporl;^nza degli argomentF che vi sono com- presi. Ne indichiamo i
principali: Querela di falso; Peren- zione d'istanza; Contumacia; Azioni
possessorie. Anche questa volta il valente autore ci presenta un vero e
completo rifa- cimento della sua opera già accolta con tanto e meritato favore.
Ed il rifacimento attesta il molto e fine ingegno» il grande amore e lo studio
costante. Tutto quanto è stato scritto neir ultimo decennio sulle materie
trattate nel presente volume, è conos<3uto dallesimio procedurista: tutte le
nuove controversie che si sono agitate nel foro hanno fornito tema alla di lui
meditazione ^ e codesta copia di materiali arricchisce la illustrazione dei
•singoli articoli del codice, già così egre- giamente fatta nella prima
edizione. E in tutte le questioni nuove e vecchie, il Cùzzeri reca la nota
originale del suo pensiero acuto ed illuitiinato, dove enunciando opinio'nì sue
proprie, dove corroborando con nuovi ed efficaci argomenti quelle a cui
aderisce, dove esercitando una critica serena e temperata che vince quasi
sempre le dottrine combattute. Nel felice avvivamento degli studi sul diritto
giudiziario in Italia non poca è stata la parte del Cuzzeri fin da quando
iniziò la pubblicazione del suo commento, il quale se non ebbe da principio le
forme e lo sviluppo di un lavoro scientifico, fu però guida ed ausilio prezioso
anche ai più valenti fra coloro che trattarono poi della procedura in forma
dottrinale. La nuova edizione pone l'autore in un posto eminente anco fra 1
teorici, non pochi dei quali possono invidiargli la 'completa erudizione, la
pronta intelligenza di tutti i problemi, il retto criterio che lo conduce alla
ricerca delle soluzioni *. Terana — Donato Teseseli 1 e Figlio — Terona - -
mWim DELLA PROCEDURA CIVILE Diretto dairAvv. Cav, CUZZERl ÀEDeaiice alla mmk
^Mm m ConiiÉElo al Coaice il ProcaSiira CMe Hello stesso autore Preiio (fogni
voìmma L %0^ , i a die vaiunÈt pubblicaii li* 70. L* Annuario contiene tutte le
sentenze e gli scritti pub- blicati nei diversi periodici di giurisprudenza e
moltissimi arti- coli originali estesi dai più chiari scrittori d* Italia,
relativamente alla procedura civile ed alFor din amento giudiziario, nonché un
commento alle leggi ed un cenno sulle opere uscite nell'anno che a queste
materie si riferiscono. Il primo volume racchiude la giurisprudenza, e l'ultimo
volume quella del 1885 e perciò T Annuario completa il Commento, di guisa che
coloro i quali possederanno r uno e r altro, senza ricorrere ad . altre opere e
giornali, avranno quanto loro potrà abbisognare per la soluzione di qualsiasi
questione concernente il rito civile, Deir Annuario se ne pubblicarono sette
volumi, di circa pagine 700 ciascuno. Sotto stampa il primo fascicolo del
volume Vili (1890)^ V abbonamento pelC intera annata costa L. 10. Terona —
Donato Tedeschi Figlio — Terona AMft ^*Aioario cito ili Mwàm Mmià COMPILATO DAI
PEOPESSOEI ERCOLE TIDABI e LEONE BOLIFFIO Anno VI (18SS) Anno II. HI, IV, V, L.
• « Questo Aaniiario che vede la luce da
cinque anni raccoglie tutte le deci— «ioni uscite durante ognìftfho
sulif^riuova legislazione commerciate e le illu- stra risalendo ai phncipiì
fondamentali della materia. È dunque la collezione più completa di
giurisprudenza pratica 3ul nuovo Codice di Commercio. E perciò che la Ditta
editrice ritenne di farne qui un'Appendice al proprio Commento al Codice di
Commercio. E perché l'opera riuscisse per quanto è possibile perfetta ottenne
che vi collaborassero, non solo gli egregi redattori prof. Vidari e Bolafflo,
ma sì ancora gli altri giuristi che attendono al Com- mento delle singole partì
del Codice. In tal modo il Commento è sempre messo al corrente della
giurisprudenza, e ^Annuario diventa un indispensabile com- plemento deiropera
dottrinale con tanto farore aceolta dagli studiosi italiani, CONDIZIONI DI
ASSOCIAZIONE L'opera consterà di 5 dispense circa di fogli 6 di stampa a tutta
pa^na nello stesso formato del nostro Commento al Codice di Comm^ercio, al prezzo
di L, 1.50 cadauna. Si è pubblicalo il primo, ftecondo^ terzo e quarto
fascicolo dell'anno VI (ISSO). ^ Il quinto &. sotto i torchi. Riportiamo
quanto scrive nel sao giornale l'egregio signor L» Sampolo ; E. ViDARi; L.
BOLAFFEO — ^rm^^'ario critico della Giurisprudenza commer- ciale, — D. Tedeschi e Figlio, Verona — . Alla prima
è succeduta a breve intervallo la seconda dispensa, la quale ha principio con
la parola Cambiale, seguita da queste: Capitano; Check; Commerciante;
Commissione, e finisce con la parola Competenza. Vi si trat- tano importanti
questioni di diritto cambiario, tra le quali notiamo le se- guenti: La girata e
l'avallo devono sempre e necessariamente contenere it nome e cognome di colui
che si *sottoscrive ? Per conservare l'azione cam- biaria contro r avallante,
il protesto deve farsi anclie al domicilio a danno deiravallante? II difetto di
una cambiale stesa originariamente in bollo in- sufflciente è difetto radica^p,
o può sanarsi col regolarizzare il titolo, nei riguardi del bollo prima di
presentarlo in giudizio? Di quale natura debbono essere le eccDzioni personali
che il debitore cambiario può opporre per la sospensione della condanna al
pagamento ? Le osservazioni sono tutte Armate dal chiarissimo prof, Leone
Bolafdo- L, SAMPOLO- Terona — Donato Tedeschi e Figlio — Verona Biblioteca
Siuridica Nazionale -*o*p^o-o-sp- Inauguriamo la nostra BIBLIOTECA GIURIDICA
NA- [RIONALE coti l'opera: ] iiffl 1 il ■ M mi DI L. TARTUFARI I VoL di pag.
416 circa in 8 grande — L. T. opera che ottenne il* premio Romagnosi, istituito
presso la R- Università di Parma, — È lavoro che, per la novità della tesi, per
il modo originale con coi è svolta, e per la lar- ghezza delle ricerche^
troverà indubbiamente accoglienza fe- stosa presso i cultori delle scienze
legali. La nostra BIBLIOTECA GIURIDICA NAZIONALE, cosi inaugurata, vuole
distinguersi dalle altre che si pubbli* cano in Italia» Essa è specialmente
diretta a far conoscere gli ingegni più promettenti e più colti dei giovani
usciti dalle nostre Università, i quali ottennero, pei lavori compiuti, il
plauso dei loro maestri od un posto di perfezionamento al- l' interno o
allestero. Terona — Donato Tedeaclii e Figlio — Terona Noi aprìamo così un
nuovo arringo airattività scientifica dei giovani, i quali sentono come la
dignità della patria si consolida e sì eleva, sopra tutto^ col prestìgio delle
scienze e delle lettere* Nella nostra opera siamo sorretti dal consiglio
autorevole di alcuni 'professori delle Università italiane. I quali non hanno
il compito di vagliare in sede d appello il giudizio già favore- volmente emesso
dai loro colleghi. Questo compito, né essi avrebbero accettato, ne noi avremmo
loro offerto* Bensì di affidarci sul carattere speciale che deve avere un*
opera per rispondere alle esigenze della pubblicità. Una ricerca storica^ la
conciliazione di leggi romane, possono avere, ad esempio^ una importanza
scientifica eccezionale \ senza che per questo la loro illustrazione interessi
la maggioranza dei lettori. Ciò non significa — è opportuno intenderci — che
il- criterio pratico sia sovrano nella nostra Collezione. Anzi di- ciamo subito
che in essa non figureranno né com mentì, né compilazioni, né volgarizzamenti
di legge o di giurisprudenza^ La BIBLIOTECA GIURIDICA NAZIONALE è campo riser-
vato alla scienza. Ma a quella scienza , che non astrae dalla realtà; che si
svincola dalF empirismo, dalla casuistica, senza però dimenticare la vita in
cui il diritto fimziona^ e per cui soltanto funziona. La BIBLIOTECA
rappresenterà queir illumi* nato connubio dell' elemento teorico e del pratico^
che solo può creare una letteratura giuridica rigogliosa, solidamente basata
sopra la sapienza dei nostri maggiori, ma continuamente vivificata dall'
esperienza. Terona — Donato TedescM e Figlio — Terona ^//r/^ ECONOMIA E DIRITTO
LE OPEEAllI DI CREDI LE CARTELLE AGRARIE ' DELI.' A VV. ERRiqpA Prof, titolare nei II. Istituto
Tecnica e Prof, incancctto nella fi. Università di l^apoli * SOHMAHLO ; Testo
delle Leggi e del Regolamenti sul Credilo Agrario - Decreti h Girtolarij
Moduli, Formnltì — Regolamenti ÌDternì per 1* esercìzio d&l Credito Agrario
— GoDsiderazlo&i eco- nomiche © giuridiche — Norme pratiche -^ Manuale per
i prostitl e i conti correnti agrari, per i mutui ipotecari, per lo emissioni
delle cartello da 100 e da 200 lire - Leglalaaione comparata — Statistica —
Bibliografia. • f YoL di pag. S20 circa in-8 grande — L. 5- L' importanza di
questa ^pera risalta non soltanto dalla indiscutibile competenza dell'esimio
autore e dalla cura messa dallo stesso nel farla, ma anche dair argomento che è
palpitante d'attualità. Per gli uomini di affari giova couoscere l'indole di
queste cartella da loo e 200 lire che saranno emesse per parecchi milioni ; i
proprietari, gli agricoltori vorranno sapere come possono ottenere prestiti
agrari, conti correnti agrari, mutui ipotecari con le nuove leggi, pubblicate
nel 1887 e 88 e non ancora bene cono- sciute. Gli avvocati, i notai, gli
impiegati agli ufììci di registro, i consiglieri comunali e provinciali, i
professori di diritto negli Istituti tecnici e nelle Università, gli uomini
politici non hanno ancora un hbro che si occupi, completamente, del nuovo
privilegio agrario, delle innovazioni fatte al Co- dice civile, del nuovo
registro che dovrà essere tenuto presso l' ufficio delle ipoteche, delle
differenze giuiidiche fra credito fondiario e agrario, secondo le leggi ed i
regolamenti, che, quest'anno, avranno una pratica attuazione. Quest'opera
inoltre è un manuale indispensabile per tutti gli Istituti di Credito
ordinario, agrario e fondiario. Eanche popolari, Casse di risp*- mio. I Sindaci
ed i Prefetti avranno fii ^ssa, per la prima volta, una rac- colta delle
circolari, dei moduli, ^deUe istruzioni date dal Governo. Avendo Fautore unita
alla parte prettamente scientifica, un largo cor- redo di nozioni pratiche, di
documenti, di statuti, di statistiche, il suo trattato troverà favorevole
accoglienza presso il pubblico. Terona — Donato Tedeschi e Figlio — Verona 4
Togliamo da! Orrkre di Napoli, N. 234: n Banco ed il Credito agrario, Napoli ha
avuto il meriEo di iniziare il credito agrìcolo per me^zo dell' on. conte
Giusso; ora imo degli insegnanti deir Università napoletana pubblica la prima
opera completa sulle nuove leggi e sul regolamento in proposito. Il libro del
prof Alberto Errerà € Zi ùperazioni di crediiù ava- ria e k cartelle agrarie
(Verona, Tedeschi) > tratta la questione economica, giuridica e statistica:
analizza il credito agrario ili Italia e all'estero; è il vade mecum dei
proprietari, delle banche popolari, degli avvocati e dei depìitati che si
occuperanno di ciò» Inoltre, sarà utile consultarlo per le questioni generali
sulle imposte e sulla legislazione fon- diaria, ' ^ Raccomandiamo l'opera a
quanti desiderano di avere cognizioni teo- riche e pratiche in proposito; essa
è poi indispensabile nelle librerie ^i ogni uomo còlto, che vuole conoscere il
problema più grave che s' agiti in Italia, cioè del credito, dell'agricoltura.
Alla iniziativa del conte Girolamo Giusso fa riscontro questo risveglio di
opere del Capuano, del Mortara e sopratutto di Alberto Errerà. Togliamo 'dal
Corriere di Napoli del 27-28 Agosto \%%^t N*^ 238: Un libro utile. Negli ozi
campestri la questione del benacsere dei contadini, dei pìc- coli e grandi
proprietari, ritoma alla mente « al cuore degli italiani. L'editore Tedeschi di
Verona ha ora data alla luce un'opera di un nostro economista, il prof. Alberto
Errerà, che si intitola : Operazioni di credito agrario^ e che sì può leggere
cosi dai dotti come dai profani, Mentre il pubblico avrà fra breve la gradita
sorpresa di cartelle emesse dal Banco di T^apoli a vantaggio degli agricoltori,
in tutta Italia questo libro dell' Errerà le presenta a noi tutti, dicendo come
sono fatte, a che valgono e in quale modo si può acquistarne. Fatta la
presentazione di un titolo^ che non è di speculazione, ma di vero benefìcio
all' agricoltura V Errerà prende occasione per descrivere le condizioni
agricole dell'Italia, confron- tandole con quelle degli altri paesi. Nulla gli
sfugge: il contadino e T u- suraio : i processi recenti per le rivoluzioni
rurali : la crisi e le imposte : le riforme fatte e da fare. In molte cose
l'Erfera si dichiara dell'opinione che il Corriere ha sempre sostenuta: in
altre fa proposte proprie che do- vrebbero essere accolte dai proprietari e dal
Parlamento. * Il libro è quasi di occasione, malgrado il metodo scientifico, e
sarà di buona compagnia nella villeggiatura per quelli che si raccolgono nel
silenzio per operare cose utili alla patria, all' Italia^ che è e sarà agricola
per quanto noi abitanti della città talvolta sembriamo dimenticarcelo. Terona —
Danaio Tedeschi e Figlia — Terona - 9S - CODICE PENALE ITALIANO COMMENTATO -
dairiTT. LUIGI MAJNO COI lavori preparatori, con la dottrina e con la
giurisprudenza. La imminente attuazione del nuovo codice, che deve unificare la
'legislazione penale del nostro paese, ci ha fatto pensare alla opportunità di
un Commento che possa pronta- mente valere come sussidio per la pratica
applicazione. E ne abbiamo affidato T incarico air^rt^* M^èmìì/Ì MMaJwèa dli
btMnaii ,, e M*è-af. di Di^in& IRe^ui^ uitU-' MÌve;»*3Ìttk fif M*ntyÌ€M e
già noto ai cultori delle crimi- nali discipline per varie monografie e per la
ultimazione del- l'opera di Borsani e Casorati sulla procedura penale. Il
commento sarà fatto secondo lo stesso programma con cui gli illustri giuristi
Ascoli, Bolaffi o, Caluci, Cuzzeri, Marghierì, Mortara, Supino e Vivante
impresero il commento ad codice di commercio, edito da noi e tutt'ora in corso
di pubblicazione. Sarà quindi fatto sulla scorta della dottrina e dei lavori
preparatori in quanto utili ad illustrare le disposi- zioni del codice, avendo
pure riguardo alla giurisprudenza siccome pratica guida per la risoluzione
delle questioni con- troverse. Il Commento al nuovo codice penale consterà di
circa 8 fascicoli, ciascuno di 5 fogli di stampa, di formato e tipi iden- tici
a quelli del surricordato Commento al Codice di Com- mercio. Si è pubblicato il
primo e secondo fascicolo, e i succes- sivi seguiranno, a intervalli non
maggiori di tre mesi. Il prezzo d'associazione è fissato in L, 1.50 per ogni
fascicolo pagabili ali* atto della consegna. Finita Tassociazione e quindi
completata Topera il prezzo dei fascicoli sarà portato a L. 2.00. Teraiia —
Donato Tedeschi e Figlio — Terona i PEREQUAZIONE FONDIARIA Testo àelia legge t
mi^ im t Mi « Eegolanififlto 3 Afflato 1887 t 4871 con ircrmm^nfo deUa légg^
tavole di eonù^onto col re^olamettto e note per elascnn capo di «questo M'an.
pL UOSE EMENO //. £tfie< f vof, in ^, (fi ^00 pag* circa — predio L. 6»
ALTRE OPERE DI PROPRIA EDIZIONE BellaTite L. Della respanaabililà dello Stato
pei danùl aventi attinenza cnufiaU dìrMla ed indiretla con esso, 1 opuacolo
in-8, — V^7Àoné Pnoliam. t voi. irv-8 Bibìfofpca Giuridica teorica-pratìt^a
pubbl per cura deiravv. G. Teiìescbì: /. Trallatì dì Giun3pruden7,a storica dì
F, C. Savìg-ny, 2 voi. in- 12. IL InslitQzioni di Gajus^ iii-12 IfL Le Fonti
del Diritto CìvÌIr, in-t2 /K Introduzione al Manuale delle Pandette Boia filo
prnt avv. tu — Nozioni elementari di Diritto Civile patrio ad uso degli
Istituti tecnici. Le principali Riforme del nuovo Codice di Commercio, 1 voi.
in-S Boslo dott. C* — Deìla proprietà delle acque e della necessità dì
rettificare la pratica vigente nel Veneto circa alla distinzione dì quelle in
pubbliche e private. Cenni con raggiunta dei lesti di legge. 1 op, di pag. i3,
in-8- Oaran! G« — Manuale di Contabilita Comunale, contenente tutte te Legi^i,
Regolamenti, Massime di Giurisprudenza sulle Imposte e Sovraìmposte Co munalij
ecc. ecc. 1 voi. in 8 di pag. G80 . , , . Codice dì Commi^rcio (il nuovo) del
Regno d'Italia con le dìsposiziouì tran sitorìe. 1 voi ìn-32 >,.,,-., Regolamento
per l'attuazione del Codice dì Commercio del Regno d'Italia, i voi. in-32 —
Disposiz. transitorie del Codice dì Coram. del Regno dltalia, 1 voi. in-312, —
Disposizioni transitorie e Regolamento per l'attuazione del Codice dì com-
mercio del Regno d' Italia. 1 voi in-3'2 . . • . - Codice Penale Itàl, — Testo
con le disposizioni pell'attuazione. 1 voi. ìn^32 Fagioli avv. i* —
Dell'impotenza virile al malrinsonio secondo il diritto e la medicina legale. 1
voL in42j Lebrecht dott. G. — Il
risparmio e la educazione del popolo. Studio sullo Casse dì Risparmio italiane
ed estere. 1 voi. iu-12 di pag. iSS < Legge S sulle tasse e depositi gìudiziaril col
Regola- mento, approvato col R. Decreto 10 dicembre 1882 n. 1103 per la ese-
cuzione aella Legge. 1 opuscolo ìn-8 , , , LeYÌ Li La questione monetaria
durante il Congresso dì Parigi del 1889. Morpnrgo E* — Roma e la Sapienza.
Compendio di notizie storiche sulla Università Romana. 1 voi. in-S Monselice
avv. Ugo, — Legge e Regolamento sulle Tasse e Depositi giù- diziafii, annotate.
1 opuscolo Stoppato A- — Infanticidio e
procumto aborto. Studio di Giurisprudenza penale. 1 voi. in-12 Sopliio D. —
Cambiale ed assegno bancario. Commento al titolo X del libro I del nuovo Codice
dì Commercio. 1 gr. voi. in-8 , ToiìMo Gè — Sulla distribuzione della
Ricchezza, 1 voi. in- 12 1 30] 3 801 2 — 1 1 tSOj 6 — ! i 2» - 1 m ì — a 90 - 7»i 2 - t m 3 ^ 10 - 3 -^^SS^- Teraiia —
Domito Tedeschi e Figlio — Terona RUUVO CODICE DI COMMERCIO ILLUSTRATO - '' '
-..io — Cusserf Ihannuci i^ '^, Prof. fk'irL'(iIr.-.-.,.n il i- "■ M
11,,.,. j, • i'ir,p - «arali i«rt Alberto. Prof. a«jmii»itrejj4 Il prosUHJ©
Cotnmwiujj (i! e mvi-vo iu uiiu volumi ■striboilo : 'il' Vr.ì l - TiirtU r a
Vra del LiJbiu 1 cammotiiati Uall'Avv. Lwae JJolaflio, " jj: — 1'"olo
rx fJa) Prof. Alberto Mar?ìlti<«ri (comftff^in> 1 m. — Tjiojp X tìiU
Prof. CI.. " IV. — Titoli XI 4 XJil <Jul!.;. .. i.Ui:vlHU > ,-> »
V. - Titoli XrV a XVI ihì \>n>r. C-nm \ . .i) • VII. — Libro ni
.-li"", r .j Condizioni di Associasloae : L L'opera cnmùivh di circa
5i» fìtsoicoli Ij^^ u dite u-Utum) di pag. 80 ui pi-eznu di !>. l.BO
cùiiicoriy. IL II pajT^nentQ dei fastìlcnli si efTetUiwli ad ouni quailro n,,. "^
njediiinto Invio fl£ Vn^Iia di L. 6 altii Cai» Haìlrìcm UI : luu ira[X)rti»
sfoaìone di <loraii5ÌlÌo in VeroniL uouipiuta lii publ>licaj|,me
fkU'opei-a, -}« ne «qaiwtera il PubbttMlo rtiManic 42, — Botte I torciti:
«tpeitn M-44. A^MAfiio \)]\\\ viummiiK rrvii.R ilm» iuUn SNNÙ VII - Vrm^ dui
vt^ìmm i. Il», l/AiìnuaiJo tunlit'Hf^ luW.^ Ir' ^^^uìvu/a' e izìì imiti
l'tiì/titìrall ufl tlrVcfii ni 4U ili' pi. rie. iiiiii <ii «Irc8 pgino 700
eroseti Sotto «ttuiDpa 11 I'* fiieitncol» ileiranoate Vili* 18ÙM, i-uiui
iAKiuFARI DEI CONTRATTI A PAYOKE BI TERZI CODICE PENALE ITALIANO con affqluntq
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formato tn^cabìle ìd*^4* ottida KiIIzIoub U I.StK CODICE PENALE ITALIAN
COMWCNTATO DALL' AVV. LUIGI MAJNO CJl \mn prepsTìlorl, cui l^i M II
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HARVARD LAW LIBRARY FROM THE LIBRARY OF RAMON DE DALMAU Y DE OLIVART MARQUÉS DE
OLIVART Received December 31, 191 1 IL SISTEMA
ETICO-GIURIDICO DI SPENCER. Come dice H. P. Grice, un sistema filosofico non
può dirsi compiuto se non comprende anche una teoria etico-giuridica. È la
natura stessa della filosofia che lo esige; è la logica delle sue dottrine che
ve la conduce. Dal momento che la filosofia mira a spiegare l'universo e la
conoscenza che ne abbiamo, il posto dell’uomo nella natura, la vità e i suoi
scopi, non può a meno. i di mettere in rapporto con questa spiegazione tutto ot
ciò che attiene all’operare umano. Tale esigenza viene anzi sentita tanto più
vivamente, quanto più profonda è la persuasione che la scienza sia fa ta. per
la vita; onde è avvenuto riguardo ad alcuni si-_ stemi filosofici che la
soluzione del problema etic giuridico è stata considerata dai loro autori come
È. meta finale, a cui tutto il resto doveva servire di preparazione, e a cui
tutto doveva convergere. Qi NE sto appunto è il caso dello SpENCER il quale,
inau- «2A gurata la sua attività di scrittore nel campo della Do filosofia
pratica, ebbe poi ad elaborare tutto il eran- 3 dioso sistema di filosofia
sintetica per ritornare là. rs donde era partito, avendo sempre, como egli
stessc ; ne avverte, a scopo ultimo dell’opera sua trovare una base scientifica
per i principî regolatori. della condotta. L'etica e più specialmente quella
parte di essa che riguarda l’equa costituzione della società, la giustizia,
considerata come la prima delle cond >. zioni essenziali della felicità
umana, fu l’arsomento della Statica Sociale pubblicata nel 1850. Ed a ques e
sta fa d’uopo risalire per ricostruire la storia de lin pensiero
etico-giuridico dello SPENCER, per c prenderne le trasformazioni successive, e
soprattut per colpire certe idee madri le quali, mentre dann a quel pensiero
l'impronta caratteristica e ne d terminano l’intrinseco valore, ne
costituiscono anche il fondo rimasto costante, per quanto via via corretto
integrato con altri elementi, e ricongiunto al siste ma filosofico generale nel
frattempo elaborato dal l'Autore. Prendendo le mosse dalla Statica Social : sì
può seguire passo passo lo sviluppo che viene fa- "ag cendo nella mente di
lui la teoria della giustizia e di del diritto. Liberata dal presupposto
teologico e se fondata già su hase rigorosamente scientifica, Veli Si vir teoria fin dal 1860 riapparisce nelle sue
linee gene-. Veda E; rali e viene applicata alla penalità nel saggio sul-
V'Etica della Prigione; è avvalorata nei Primi Prin- È 200 cipî, in quanto
implica un alto ideale da raggiungere, dalla previsione che l'ideale sarà
effettivamente rea- lizzato in quello stato ultimo di equilibrio, verso cui
tende l’evoluzione progressiva dell'umanità; si arricchisce dal lato
psicologico di complementi no- tevoli mediante l’analisi del sentimento e
dell’idea della giustizia, che fa parte dei Principî di Psicolo- 4 gia; trova
nuove conferme nelle induzioni ricavate nei Principî di Sociologia da quegli
aspetti della fe- nomenologia sociale che più da vicino vi si riferi scono;
riceve una formulazione più rigorosa e di- MG viene parte integrante di una
teoria più generale, allorchè nei Dati dell’Etica vengono poste le basi di
tutto il sistema dei principî concernenti la condotta; {°° nell’ Individuo
contro lo Stato è riaffermata energica- | È mente per dedurne la soluzione del
primo e più A grave dei problemi etico-politici; finalmente prende i le più
vaste proporzioni di una trattazione speciale e sistematica esclusivamente
dedicata alla Giustizia, di cui il saggio sull’Etica Politica assoluta
costituisce una specie di programma. Il libro della Giustizia è dunque l’ultima
e più : compiuta espressione del pensiero dello SpPENOER su questo argomento.
Ma è naturale che, volendo approfondirlo ed apprezzarlo adeguatamente, non sì
possa prescindere dagli altri scritti precedenti e dal rapporto con tutto il
rimanente della dottrina dI sofica di lui, al di fuori della quale, come accade
— ogniqualvolta si tratta di un grande pensatore, sa- rebbo inesplicabile. È
appunto dal fondo dî quella | dottrina che scaturiscono le idee ul Fontamioa So
Ù È tali e caratteristiche del sistema,
alle quali feci lusione e che mi propongo qui di porre in rilievo, di rilevarle
c'è grande bisogno, perchè in esse è ripos l’importanza vera del sistema
stesso; sono esse che racchiudono l'elemento vitale, che Tappresentano acquisto
durevole, che costituiscono un progresso ve-_ ro; sono esse che hanno
contribuito e potranno vie più contribuire, purchè si voglia e si sappia
giovarsene! al rinnovamento scientifico sia dell’etica in generale, della
filosofia del diritto. Quindi vanno sceverat distinte da altre che non hanno
uguale valore, t: tochè non raccolsero e non possono raccogliere l’ad sione di
chi, professandosi indipendente seguace delli SPENCER, vuole restare
rigidamente fedele alle pre- messe critiche e sperimentali del suo evoluzionis
e da quelle stesse premesse deduce la necessità di. correzioni e complementi,
soprattutto nel campo de applicazioni sociologiche ed etiche. A. quali e quanti
discussioni queste abbiano dato luogo, e come nel seno stesso della scuola si
sieno manifestati profondi | dissensi, lo dice tutta una letteratura che conta
chi anni ed è già abbastanza copiosa. Da essa si può raccogliere come alcuni
seguaci della filosofia 2 scientifica, giudicando non conformi ai principî d:
questa certe dottrine dell’etica spenceriana, sie affrettati a respingerla
tutta quanta e posti per conto loro a tentare altre vie, facendo interamente o
pres sochè interamente astrazione da quella. Non hanno avvertito che bisognava
invece sottoporla a rigor ‘revisione critica, prima di stabilire fin dove
s'avesse a dichiararla inaccettabile ; non hanno compreso co- n me quelle
stesse dottrine, che loro ripugnano, non. IL cho essi professano. E se ciò è
accaduto per l'etica in genere, tanto più avrebbe dovuto verifica la teoria
giuridica; anzi rsi per questa per alcuni rispetti e addirittura meraviglia ed
‘he scandalo in certi evoluzionisti. è stata fatta sufficiente avrebbe dovuto
destar an Ma non vi attenzione, nonostante che qualche avveritmento non sia
mancato intorno al vero carattere della dottrina giuridica spenceriana!, Ora
che questa apparisce nella veste di una tratta- sione compiuta e speciale,
diverrà oggetto di stadi più profondi; e i dissensi, se ne può essere certi,
sa- ranno vivissimi, alte le meraviglie, fiera le prote- Ma si avrebbe gran
torto anche qui di non distinguere ciò che è conforme ai principî del eri-
ticismo e del positivismo da ciò che non lo è, Vele- mento essenziale,
legittimo e vitale dall’elemento accidentale, arbitrario \e caduco. È di quello
che va tenuto conto; è su quello che bisogna insistere, procedendo anche, se è
necessario; a rettificarlo ed a compierlo, come lo esige per sua natura la
filo- sofia scientifica, che non è circolo chiuso di formule assolute e
definitive, ma progressiva integrazione di verità. 1 Fin dal 18S8 nel Programma
critico di sociologia (Cap. VIII, e poi con maggiori sviluppi nel Problema
della filosofia del ni- itto ($ XII), io abbi a rilevare il rapporto della
dottrina dello Srrxcer colla scuola del diritto naturale, e, pure adilitando la
necessità di rettifiche e di complementi, insistetti nel mostrarne le piena
legittimità e l’alto valore, in quanto mira a stabilire il fondamento
intrinseco e ln giustificazione razionale della” morale e del diritto. Mi
permetto questo ricordo personale an, che perchè mi fornisco occasione ad
avvertire, una yolta per sempre, che in quei due miei scritti e nell'altro più
recente, Gli studi di H. Sumner Maiîne è le dottrine della filosofia del
diritto; il lottore potrà trovare la conferma ed una dimostrazione più ampia,
sia sotto l'aspotto della oritica, sin sotto l'aspetto della ricostruzione,
delle cose dette qui. de Di accingersi a
tale lavoro, sia pure nei limiti angusti di una prefazione, v'ha anche una
ragione di opportunità. Non è improbabile che qualche av- versario della
filosofia scientifica, facendosi forte di quelle parti della teoria
etico-giuridica dello Spen- CER che rientrano, o gli sembrano rientrare,
nell’or- dine d'idee da lui vagheggiato, trascurando le altre, e soprattutto
dimenticando gli indissolubili rapporti ; con tutto il resto del sistema, cada
nell’equivoco dî È ritenere e pretenda poi far passare la Giustizia per
l'opposto di ciò che è in sostanza. Può essere an- che che ci accada di vedere
esaltato il caposcuola dell’evoluzionismo, come se avesse cessato di esserlo #9
solo perchè parla di diritto naturale, di etica ASSO luta, di principî a
priori. Data siffatta ipotesi, sarà fica bene fino da ora mostrare a questi
avversari la 1 o= a cessità di andare molto cauti, di non fidarsi troppo ai
dell’insperato soccorso, e in particolar modo di non perder di vista il fondo
della dottrina, perchè in fondo c'è appunto quella filosofia che essi combat-
tono e disprezzano. L'accettazione anche parziale, — che facessero della
teoria, potrebbe essere per loro A e = molto pericolosa, oltrechè sarebbe
sempre una vera | Su ingenuità. ‘Per lo meno dovrebbe agitarli il sospetto che
turbava l'animo di Margherita, allorchè Faust or le parlava di Dio: quelle cose
all'incirca le diceva | anche il parroco; ma le diceva in un modo diverso! i II
pas É palo 1° 00 Se non si sapesse quante ragioni possono con- | correre ad
impedire l’adeguata comprensione den pensiero altrui, potrebbe sembrare strano
essersi di solito avvertito ed apprezzato mono nel sistema e v em ci renzia,
non ‘solo pel nome ma per E, di da altri sistemi nei quali, eccettuatone eri
tip gli & si avvicina; quell’ idea o fa inte me) il carattere della
necessità. Si tratta di sap un'azione sia ‘ed abbia ad essere. riputa cattiva,
giusta od ingiusta. Vece tormenta la coscienza umana, eacui sia mai riusciti a
comporre il lor Alla volontà di un potere s RISO di questo, fa ricorso la Gan
lazioni intime della coscienza, r ed infallibile, si affida l’intuizionismo
della ragione ed alle leggi del pens dell’ethos, risale l’ idealismo; dall’os
effetti utili o dannosi corivindi RD sere MG empirico ricava lo SRO lu cerca
etica alla constatazione. in fatto, senza preoccuparsi d pagano dell'autorità
che alla. dallo stesso processo d S convincimenti della coscion: a sa zioni di.
un pone impera : N: Ar xIÎ spiegazioni di necessità intrinseca o non v'ha
ATAOS] cia, o non è abbastanza giustificata, o non scaturi- sce da
dimostrazione scientifica. La vera necessità intrinseca, risponde invece lo
SPENCER, è quella che si fonda su rapporti di causalità naturale. ‘Pol modo
stesso onde le cose sono costituite, esiste un Tapporto uniforme e costante fra
causa ed effetto, fra l’azione e i suoi risultati. Certi modi di condotta
produco- no conseguenze vantaggiose, certi altri producono conseguenze funeste
; a le producono necessariamente, Quindi ciò che è bene o male, giusto od
ingiusto, lo è in forza di questa necessità; esiste una ragione intrinseca per
dichiararlo tale, e por subordinare la condotta a norme corrispondenti. E
poiché la na- tura delle cose, che determina il rapporto necessa- rio fra
l’azione ed i risultati, si rivela nelle leggi della vita e nelle condizioni
del suo completo svi- luppo nello stato sociale, segue che da quelle leggi e da
queste condizioni si debbono dedurre le norme etiche tutte quante. Così l'etica
diventa veramente scientifica assu- mendo a base quello stesso rapporto causale
tra fe- nomeni, su cui riposa ogni altra cognizione sciontifica; 0 sodisfa le
esigenze proprie di una ricerca oggettiva procedendo per deduzione rigorosa da
leggi naturali antecedentemente accertate. E non basta, Una dot- trina della
condotta che mira a ricondurre tutto le norme particolari di questa ad un
principio unico, vuol essere ed è essenzialmente filosofica, Sotti questo
aspetto il suo valore è misurato dal rapporto. che la lega colla dottrina della
conoscenza o colla nozione sintetica dell’universo; fa d'uopo cioè che ‘6888
formi con queste un tutto coerente ed armonico in modo che l'ordine pratico
coincida coll’ordine te II Pensiero e ) 0 SPENCER sodisfa anche questa i di : È
» Hdi vero, la spiegazione ultima che, procedendo di generalizzazione in
generalizza- zione, la filosofia scientifica ci dà dell’ordine rico, Videale
della vita colla RA, 7 € LI ; si dello coso. Ora l esposta teoria, sebbene] non
l'abbia messo m evidenza, seconda condizione. ie SEA 2 cosmico, si assomma nel
principio di causalità. D'altra dae te questo è anche supremo principio
gnoseologico, condizione fondamentale di ogni conoscenza, legge dol pensiero
implicata nella stessa nostra costituzio- ne mentale. Quindi, se alla causalità
naturale risale la dottrina della condotta come ultimo suo fonda mento, segue
che non solo convergono, ma s'imme- desimano e si unificano, la legge del
sapere, la legge dell'essere, la logge dell’operare. | Wîha poi fra Pe tica e
la concezione dell'universo un rapporto anche più immediato, quello che lo
SPeNoER stesso ha tenuto a rilevare quale conseguenza del suo sistema
filosofico. Da una parte l’universo è spiegato come una formazione naturale,
come evoluzione; dall'altra l'etica, mostrando la necessità di uniformarsi alle
condizioni di esistenza e valutando la condotta dal grado più o meno alto di
questa corrispondenza, riesco a designare nell'adattamento la norma diret- trice
della vita e nello sviluppo perfettivo il suo ideale: Così la vita è compresa
qual parte integran- te dell'ordine cosmico, e la legge dell’operare umano sì
risolve in una applicazione della legge dell'evo-. luzione universale;
un’applicazione che concerne la forma più alta dell'evoluzione stessa, perchè
conver- tita in idealità ed attuata in modo cosciente, riflesso, volontario,
Quale è ora il nome di questo sistema che ripone la ragione della morale e del
diritto nella causazione necessaria? Spencer l’ha chiamato utilitarismo
razionale. Nella Statica Sociale non aveva ancora questa designazione, e non
poteva averla perchè il concetto fondamentale del sistema era combinato con 3
elementi teologici e teleologici, rappresentandovisi la ; costituzione delle
cose come un ordinamento divino, e l’uniformarsi alle condizioni di esistenza
como at- tuazione dell’Ylea Divina. Sostituita più tardi l'in- terpetrazione
scientifica, venne anche il nome diretto a significare, ein modo non equivoco,
la differenza. dall’utilitarismo empirico. C°è appena bisogno di avvertire che
l’appellativo di razionale è preso qui in un senso affatto diverso da quello
proprio della. ne: scuola razionalista, la quale faceva della morale e del
diritto un prodotto del pensiero. Denota invece in questa, come in altre
scienze, quel grado mag- n giore di perfezione che raggiungono quando, supe- i
rato lo stadio induttivo, riescono a spiegare dedut- tivamente i fenomeni come
conseguenze necessarie di una legge generalissima. La trasformazione quin- di
dell’utilitarismo da empirico in razionale costi- tuisce un momento della
massima importanza nella Storia dell’etica. L’utilitarismo empirico non va al
di là delle generalizzazioni raccolto osservando gli effetti derivanti dalla
condotta, ed è condannato a smarrirsi nel labirinto di calcoli incerti,
soggettivi, variabili; non riesce a spiegare perchè quegli effetti
necessariamente arrivino, e nemmeno quindi a ren- dere ragione della necessità
della norma. L'utilità è un mero risultato, e il raggiungerlo dipende dal “U
conformarsi alle condizioni di. esistenza, Ora, se si ripone nell’utilità il
fondamento dell’ordine etico- giuridico e lo scopo immediato della condotta, si
vie-. ne a fare del risultato un principio regolatore o del | consecutivum un constitutivum. Vero rismo
empirico difende vigorosame zione; ma se un suo eminente I Sip@WICK, muove con
successo gli a: iti co lati deboli del sistema spenceriano, no a scuotere la
superiorità che a qu l’idea dei rapporti di causazione nece todo di dedurre
dalla conoscenza dei rapp regole della condotta 1. IZ Aa i E o nell'avonisna
quell idea con rigore sistematico facendoi saldo della teoria; ma, enunciata
par incidentalmente, la si riscontra già in denti, compreso l’utilitario. Ve nh
accennai, strettamente affine con quelli e certo a lui sconosciuto. Ki il
sistemi nostro. Anche per RoMAGNOSI vo e il sapere pratico fanno capo al cipio,
il concatenamento delle cause ed la necessità che erompe dai rapp ti rea tura.
Tali rapporti costituiscono una leg antecedente, ossia un ordine necessario, (
mali, in vista del quale certe cause producono benefici effetti e certe altre €
Per conseguire i beni ed evitare î mali allora che gli uomini nella loro condo
22 0 x st “RITO 1 H, Sipawicx, Mr. Spencer's Ethica! The methods of Ethics,
Third Edit., London, Noa 4, Quanto sia profonda la differ a dichiarazione di
Stuart Miti riguardo alla cer. Questa vuole che “si bra modi di azione tendono
necessaria? IBID quali il contrario,. Eglisi ad eccezione della parola “ Ch.
V). In questa riserva c'è to Miun, sn # ATe da bili XVI quell’ordine, e sia posto modo e regola alle
relazioni sociali. Donde un ordine di diritti e di doveri, o legge naturale
conseguente, che va dedotta dai rap- porti reali e necessari della natura. Così
dalla na- cd tura sono poste le condizioni pel raggiungimento 2 dell'utilità;
la vera utilità razionale, che consiste £ nella più felice conservazione
accompagnata al più rapido e completo perfezionamento, dipende dall’at-
tuazione della giustizia. Quindi l’utilità, per quanto formi un carattere
perpetuo ed essenziale di qualun- que diritto e dovere, è sempre un effetto; e
ne deriva teoricamente l’esicenza di risalire ai rapporti reali —— /{_° della
natura e alle sue loggi indeclinabili, che FOTO la sorgente del bene e del male
e determinano quel- l’effetto! Non fa bisogno di commenti per dimo- strare una
affinità che si pone in'ilievo da sè e nel modo più evidente; come d’altra
parte è superfluo aggiungere che sarebbe assurdo spingere il parallelo più
oltre. Nel modo d’intendere i rapporti della | natura cominciano subito, e
sostanziali, le differenze. Il concetto della causalità, la considerazione
degli effetti intrinseci delle azioni, il processo di deduzio- ne da leggi
naturali, questo c'è di comune; 0 questo È basta perchè, parlando di una
corrente di pensiero — dalla quale, purchè congiunta con altre, potrà uscire il
rinnovamento della filosofia morale e giuridica, si. possa e si debba associare
il nome de? due grandi filosofi. } ue 1 G. D. Roxaaxosr, Assunto primo della
scienza del diritto na- E turale, 68 1, 2, A, 17; Introduzione allo studio del
diritto pubblico universale, 870; Genesi del diritto penate, 88 994-1009;
Zstituzioni A Cito soltantoi civile Mosofia ossia Giurisprudenza teorica, 8
1408, passi più salienti, TODI Senonchè
la geniale e feconda dottrina dell’uti- litarismo razionale perde molto del suo
valore pel modo onde lo SPENCER intende le condizioni di esì- stenza, e quindi
i caratteri dell’etica. Egli, l'autore di una filosofia per cui tutto
perennemente sì tra- sforma, considera, ed ha sempre considerato, come uniformi
e permanenti le condizioni di esistenza, le condizioni, secondo lui, necessarie
per una vita com- pleta nello stato di associazione. Da queste deduce una legge
oetico-giuridica invariabile, universale, as- soluta, la quale per conseguenza
non può essere altro che la legge propria di quello stato ideale, verso cui
l’evoluzione no Sospingerebbe; propria cioè di un’umanità perfetta, di uomini
completamente adattati alla vita sociale. Donde la concezione di un giusto in
sè, a cui corrisponderà, come è detto nei Principî di Psicologia, la formazione
di sentimenti fissi ed universali !; donde la distinzione fra l’etica assoluta
© l'etica relativa. La prima, seguendo un pro- cesso metodico che è quello
stesso della meccanica astratta, a cui viene con signiticantissimo paragone
rassomigliata, stabilisce quali sieno le eque relazioni fra individui perfetti
in una società ideale, o per ciò non può tenere conto alcuno, come fa la
seconda, delle circostanze e delle esigenze proprie di forme di associazione
puramente transitorie. Così, per un esempio caratteristico, la subordinazione
dell’indi- viduo e il suo eventuale sacrificio al bene comune, nel caso di
guerra difensiva, sono giustificati dal- l'etica relativa, e quindi finchè dura
il conflitto dei gruppi, non già dall’otica assoluta che è l’etica dello 1 Cfr,
s 624, Stato permanentemente pacifico, e, come tale, incon- L dizionatamente
afferma la legge dell’uguale libertà, dalla quale non possono essere
riconosciute per le- gittime altro che le limitazioni reclamate dalle ne-
cessità della coesistenza. i Ora è stato appunto tale carattere assegnato al-
l’etica e alle sue leggi una delle cause che più ha contribuito a procurare
oppositori alla teoria, e ad impedire che se ne vedessero i pregi. Obbiezioni
gravissime furono sollevate, nè lo SPENCER è riu- scito, rispondendovi, a
rimuoverle; anzi colle appli-. cazioni concrete e particolari, fatte adesso
dell’idea | sua nella Giustizia, le ha giustificato più che mai, Lt 3 Si
prescinda pure dalla legittimità dell'ipotesi di uno stato di completo
adattamento, e dalla possi- bilità di prevedere in modo definito quali ne
sareb-. bero la natura e le condizioni. Resta sempre, ed implica contradizione,
che la legge dell’uguale li- | bertà, affermata come propria di condizioni
sociali | F: ideali e perciò affatto diverse dalle nostre, venga poi in realtà
assunta, e largamente, a regola anche di queste, tantochè non sì sa dove
finisca l’etica re- lativa e dove cominci l’assoluta, e nessun criterio Ù viene
assegnato per decidere se sia bene, o per lo meno dentro quali limiti lo sia, seguirne
fino da or. n i dettami. Tranne le limitazioni reclamate dalle ne- cessità
della difesa, i diritti particolari, dei quali nolla Giustizia si stabilisce il
fondamento, derivano dall’etica assoluta; eppure si afferma, ed a ragione, |
che abbiano ad essere riconosciuti fino da adesso, anzi si constata che lo sono
di già nei paesi civili. AS ! Fra i tanti che mossero le criticlio basterà
ricordare: H Spawick, Op, @ loc, ci t.@F. W. MarrrawD, Hr. H. Spencer*8 Theo-.
ty 0f Society, I, The ideal state (Mind, VIN), atei ga ig i DI HERBERT SPENCER
XIX Ma, se è così, essi rispondono non già alle esigenze di una remotissima
ideale umanità, sibbene proprio Simo stato. 0% poi tradizione nel ritenere come
propria di una società ideale la legge dell’uguale libertà. Questa implica
limitazioni reciproche; ma în tin mondo composto di uomini, costituiti
psicologicamente in modo che il mantenimento fra loro di equi rapporti si
effet- tuerebbe colla spontaneità di un’ abitudine organica, e sarebbe dovuto
agli impulsi di irresistibile sim- patia, come si può più parlare di
restrizioni e di Ji- miti, e quindi della giustizia, se non in un senso
puramente nominale ? E tuttavia queste ed altre obbiezioni dello stesso genere,
che possono muoversi, non hanno che un va- lore secondario in confronto di ciò
che deve essere opposto in nome dei principî fondamentali della filo- sofia
scientifica. ‘Per poterle dire conformi a tali principî, le teorie hanno da
adeguare i fatti, rispec- chiarne la natura, comprenderli nella loro interezza.
Se trattasi quindi di una cosa che si fa, di una cosa che è in movimento 6
sviluppo, la scienza che la studia deve seguirla passo passo, spiegarla non già
solo in un particolare momento main tutti, e rimanere sempre aperta in modo da
integrare nell’avvenire le sue spiegazioni. Ciò vale naturalmente anche per le
scienze Dratiche, perchè, deducendo esse le norme della condotta da rapporti
reali, dovranno pure te- ner conto delle modificazioni che avvenissero în que-
sti rapporti. Ma a tale esigenza contradice la no- zione di etica assoluta. Lo
SPENCER fonda il suo Sistema etico-giuridico sulla natura delle cose, e que-
Sto ne determina il grandissimo valore. Ma chi meglio di lui ha dimostrato che
la natura delle cose, ben lungi dal costituire l'essenza quiescente supposta
dalla metafisica, si viene invece facendo a poco a poco ed ha per conseguenza
carattere evolutivo e dina- mico? Le leggi della condotta, egli aggiunge, van-
N no dedotte dalle condizioni di esistenza; e senza dub- bio è questa la vera
via. Ma le condizioni, di cui si parla, non concernono esistenze astratte,
sibbene esseri reali, concreti, determinati da molteplici cir- costanze di
tempo e di luogo; e quindi non possono ritenersi come immutabili ed universali.
Vero è pu- re che quelle condizioni alla loro volta dipendono. da leggi
naturali, le leggi della vita individuale e le leggi della vita in comune. Ma
non si evolvono forse la vita e la società? Si evolve la vita, e per
conseguenza le sue leggi assumono caratteri, signi-. ficato e valore
corrispondenti alla natura propria Ghio nn processo evolutivo; dal grado stesso
di sviluppo, dall'ambiente diverso in cui la vita si svolge, dall’in- tervento
di nuovi fattori ed elementi, derivano nuove condizioni ed esigenze e rapporti
nuovi. Si evolve la Sa à società passando per forme molteplici e varie, ognuna
sa È dello quali, come presenta caratteri specifici, così ha A A le sue
condizioni e le sue leggi. Soprattutto poi va tenuto conto che l'evoluzione
sociale è una formazione. essenzialmente storica, e che l’uomo, di cui s'ha; Ci
considerare la natura per derivarne le norme di con- “a dotta, è un ente
storico, e non può quindi venire compreso nella realtà sua al di fuori della
storia. mu Donde la necessità che nel determinare le condizio- È ni di
esistenza, lungi dal procedere per via di astra- LA zione, si ricerchi quali
effettivamente esse siono in un dato momento storico. Certo sarebbe ‘esagera
zione dire che variano tutto e sempre e incessan SEDE SLIERIZE I TT OT DI SPENCER
Alcune hanno il carattere di una certa uniformità e costanza, rap- presentano
ciò che vi è di più generale e comune nelle esigenze della conservazione e
della prosperi- tà individuale e collettiva, quali che sieno le parti- colari
circostanze di tempo e di luogo. ì progredire dell'incivilimento, che co a
attenua le differenze e accresce le somiglianze, ten- de a stabilirsi sotto
questo riguardo una sempre maggiore uniformità fra le varie aggregazioni uma-
ne. Certe altre condizioni di esistenza, invece, sono soggette a variazioni,
alla loro volta determinate dallo sviluppo fisio-psichico degli individui e
dalle trasformazioni dell’organizzazione sociale. Ed è na- tarale che sia così.
Se il grado di vita si fa più elevato, se il tipo sociale diventa più complesso,
più elevate e complesse condizioni si debbono cor- relativamente produrre.
mente le condizioni di esistenza. Ora se variano, almeno in parte e dentro
certi limiti, le condizioni di esistenza, segue necessariamente che debba pure
variare, nelle stesse proporzioni e negli stessi limiti, la norma
etico-giuridica derivata da quelle. ‘E segue pure che una norma corrispondente
in tutto e per tutto alle esigenze proprie di un certo grado di sviluppo
individuale e di una certa forma di organizzazione sociale, o quindi la meglio
adatta ad assicurare il benessere dei singoli e del gruppo, s'ha da ritenere,
finchè durano tali esigenze, tanto razionale e tanto necessaria quanto la norma
corrispondente ad altre condizioni. Perchè dovrebbe ossore riservato il pri- vilegio
della giustificazione intrinseca alla leggo dello stato ideale? Soltanto sì
potrà fare questione di maggiore o minore perfezione, non già desumen- dola,
come l’idealismo pretende, dal rapporto con X XII IL SISTEMA ETICO-GIURIDICO un
archetipo astratto, sibbene misurandola dal grado piò o meno alto, più o meno
progredito, di vita 6 di svi- luppo, a cui una data norma 0 istituzione
risponde. Come è facile vedere, colla correzione reclamata da una più positiva
considerazione delle cose, non è che varî il principio; variano solo le sue
applica- zioni. Il supremo principio etico-giuridico resta sem- pre lo stesso,
l'adattamento degli individui e delle società alle condizioni di loro
esistenza. Ma nelle applicazioni esso va subordinato al criterio della re-
latività storica, deducendo cioè la norma dalla con- creta realtà dei rapporti,
da quelle particolari con- dizioni ed esigenze alle quali l’uomo e la società
in È un dato momento storico sono sottoposti. Affinchè i non nascano equivoci,
sarà bene esemplificare. Do- vunque e in qualunque forma esista una organizza-
zione politica, essa implica un rapporto di autori- no tà e di subordinazione.
L'esigenza di questa, lungi dall’appartenere ad uno stato transitorio
secondochè vuole lo SPENCER, appartiene appunto alla catego- Mi ria delle
condizioni che abbiamo detto uniformi e È costanti. Ma il grado di
subordinazione necessaria non è sempre lo stesso, varia col variare del tipo
sociale. Una società organizzata giusta il tipo mi- * litare più puro, vivento
in uno stato di continua ostilità con altre, esige, come condizione assoluta
della sua preservazione, una tale integrazione da subordinare in grave misura
gl’interessi e gli scopi di: degli individui a quelli della comunità. Im conse-
guenza di uno sviluppo progressivo, alcune società | hanno invece raggiunto una
forma di organizzazio- ne più elevata, che non solo consente, ma esige, anche
quale condizione dell’ulteriore progresso suo, È il riconoscimento di una
maggiore autonomia individuale. Nell’uno come nell’altro caso la norma che
determina doveri e diritti, ha una ragione di intrinseca necessità; ma nel
secondo caso, come più olevata l’organizzazione, così più perfetta deve ri-
tonersi la norma. E si consideri pure una società cui le nature indisciplinate
e ribelli difficilmente si piegano alle esigenze comune, e solo le raffrena la
forza del costume che, ritenuto sacro ed inviolabile, incute un senso di
pauroso rispetto. primitiva, in degli uomini della vita in Chi è che non vede essere
allora il rigido impero della “santa, consuetu- dine e della tradizione non
discussa una condizione essenziale di sopravvivenza ? La libera critica agi-
rebbe come forza dissolvente. D'altra parte lo svi- luppo psichico è ancora
così limitato, che la libertà di esame non è divenuta una condizione della vita
individuale; e infatti manca quello che sì può chia- mare l’indice psicologico
delle condizioni di esisten- za, voglio dire il bisogno. Che cosa invece debba
farsi in una società la quale abbia superato questo stadio, è inutile
aggiungere. E si potrebbero mol- tiplicare gli esempi, Lo osservazioni fatte
fin qui portano a conelu- dere che l’utilitarismo, pure restando razionale, ha
da essere combinato col principio dell'evoluzione ed informato al criterio
della melatività storica, Nè la sostanziale modificazione, che si deve
apportar- gli, implica contradizione di sorta col principio di causalità,
fondamento del sistema. Anzi ne è una 1 L'afformazione del Wuxpr (Ethik, Zw.
Absoh,, Kap, III, 4, c) che il sistema spencoriano, implicando la variabilità
delle condizioni di esistenza, finisce coll’essere un relativismo utili= tario,
da quanto si è detto risulta affatto ingiustificabile. Egli non tiene conto
dell'etica assoluta, [ehe in sostanza è per lo Sennorr la vera etica, AR ente
LI i conseguenza, un'applicazione ed una
conforma nol à tempo stesso. Se mutano le condizioni di esistenza, : mutano
anche i rapporti causali; cause diverse, od operanti in circostanze diverse,
producono effetti diversi. E ben lo comprese Romagnosi che, domi- nato sempre
da un senso profondo della realtà, in- segnò una teoria sotto questo riguardo
ben più po- sitiva di quella dello Serworr. Dalla varietà dei | rapporti egli
appunto deduceva non poter rimanere sempre la stessa la norma della condotta,
ogni po- sizione dovere avere il suo ordine proprio di ragione, e il diritto
naturale, che non costituisce una formula algebrica, essero tanto esteso,
pieghevole o OE i forme quanto lo sono le necessità naturali. * IV. Così,
nonostante l'elemento relativo e storico con. D cui va completata, la dottrina
dell’utilitarismo ra- ) zionale mantione la sua piena validità, in quanto
assegna alla morale e al diritto un fondamento in- trinseco ed una ragione
oggettiva nella natura stessa. — delle cose. Fa d’'uopo ora vedere quale ne.
sia da vera portata e quali ulteriori conseguenze ne deri vino, considerandola
più specialmente in rapporto al -# diritto. Essa trovasi, come accennai già, in
aperto contrasto coll’idea di coloro che nel diritto non ve- dono nulla al di
lì del fatto, al di là della norma positiva, leggo o costume che sia, lo
dichiarano un | fatto d'opinione e ne ripongono la giustificazione
nell’autorità di chi lo costituisce e lo sanziona. Ka | TÒ Bluziov nal td
alokpiv ob qploer Add vbjup. Non 1 Sì vogga più spociaImonto l'Assunt Ta
sdlèRaa del diritto naturale, 88 5, 26, 27. SRI Dara dalla natura ma dalla
loggo derivano il giusto e lin- giusto. E la vecchia idea ospressa la prima
volta appunto în questi termini da AROHELAO, ripetuta via via tante volte e
sotto forme diverse, ravvivata ai tompì nostri, integrandola però con nuovi
elementi, dallo storicismo, o ritenuta ora da molti l'unica com- patibile con
una teoria positiva e naturalistica del’ diritto, Ciò che lo storicismo v*ha
aggiunto di nuovo è stato, oltre la formulazione più rigorosa, una com-
prensione più larga del fatto ricavata dalla sua spie- gazione storica; ed in
forza dì questa il diritto viene inteso come il prodotto di una elaborazione
psichica collettiva, come un'idealiîtà sociale formatasi nella coscienza
popolare, onde la giustificazione vera della norma vigente la sì fa consistere
nella sua effettiva corrispondenza coll’idealità sociale che la prepara e la
determina. Il progresso che con ciò ha fatto la teoria è certo notevolissimo,
ma îl difetto sostanziale rimano. Sebbene trasferito dal volere «del legisla-
tore ai convincimenti della coscienza collettiva, il fondamento del diritto
resta pur sempre estrinsaco. Risorgo e ricove nuova applicazione l’obbiezione
del- lo SPENOER che sì disconosce la causalità naturale. Se a giustificare il
diritto bastano l'opinione e la volontà o di uno o di molti o anche di tutti, e
non interviene la necessità che esclude l’arbitrio, vuol diro che nel mondo
umano e sociale tutto è inde- terminato, o che una leggo può indifferentemente
ritonersi buona quanto ùn’altra. Ma se esistono * rapporti causali, se tutto è
reciprocità, allora esiste anche una ragione per cuì una legge agisce sugli
uomini associati più beneficamente di un'altra. Se gli atti cho la leggo
preserive producono effbtti be- neficì, © gli atti cho la legge divieta producono
effetti dannosi, non si potrà certo dire che l’effetto deriva dalla legge;
dunque non dalla legge ma dal- l’effetto che naturalmente produce dipende il
valore dell'atto, e non dall'autorità che l'emana ma dalla natura delle cose è
giustificata la legge. E ciò im- plica che oltre 0 prima del fatto c'è la sua
necessità; idica non può non essere od essere Due la norma giuri diversa. Il
suo contenuto è già dato. Data la vita, sono date anche le condizioni perchè
essa si conservi e sviluppi; data la società, sono dato le condizioni perchè
possa raggiungersi una cooperazione armonica, efficiente, progressiva. Ed ecco
allora il fondamento naturale del diritto. £ ‘Raffermandolo, lo SPENOER
riprende, ravviva e rafforza con dimostrazione strettamente scientifica i una
tradizione costante del pensiero filosofico-giuri- | | dico, che ha sempre
mirato @ ricercare quel fonda- È mento. Ricerca legittima, che per un vero
pregiu- de dizio s'è voluta condannare in nome del positivi. Ca smo;
disconoscendo così la natura e la funzione pro. pria di una scienza etica,
quindi chiamata, stabilendo P ciò che deve essere, a governare la vita. Ma non
fa d’uopo insistere su tale legittimità. Piuttosto in- teressa rilevare come la
dottrina spenceriana intorno alla ragione intrinseca della norma giuridica, o
tutta la secolare tradizione a cui essa si rannoda, sodisfino un bisogno della
coscienza umana, 6 trovino una giu- — bi stificazione ulteriore in un processo
psicologico il quale s'è compiuto nel corso dell’incivilimento, ri- sponde ad un
aspetto essenziale di questo, ne costi- tuisco anzi uno dei più alti prodotti.
Il processo ha consistito nella differenziazione dell'idea di giusti- zia da
quella di legalità. Osservando i gruppi sociali — effettivamente progrediti o
giunti ad uno stadio ab Xxvn pastanza
avanzato di cultura, si trova che l’idea della giustizia, associata da prima
con quella di autorità o divina od umana, a poco a poco se ne distacca, e
finisce col rendersene affatto indipendente. In Se guito di questa.
differenziazione, nella coscienza, quanto più è sviluppata, la ragione
giustificatrice delle norme giuridiche viene riposta, o per lo meno ricercata,
in qualche cosa che sta al disopra del- l'autorità del potere sociale, in
qualche cosa d'in- trinseco ed oggettivo, tantochè ripugnerebbe come contrario
® giustizia che non ci fossero certe norme di condotta 0 fossero diverse, e in
aleuni casi si ar- riva a trovare le norme vigenti în contradizione con ciò che
si ritiene dovrebbero essere, le sì procla- mano ingiuste, o se ne domanda la
riforma. Se que- sta differenziazione non fosse avvenuta, di progresso non si
potrebbe parlare, e irrigidite in una immo- bilità orientale sarebbero rimaste
anche le società nostre. Essa infatti presuppone che gli animi sì affrancassero
dalla tirannia della tradizione e della leggo immutabili, che s’iniziasse colla
discussione o colla critica quell’era della liberazione a cuì in- noggia
GOETHE, © che così fosse resa possibile la rinnovazione cosciente e deliberata
degli istituti so- ciali. A questo moto di emancipazione si ricongiun- go
l'origine di una dottrina che ricercava al di là dol costume e della logge il
principio del diritta; anzi si deve vedere in essa la manifestazione riflessa
di ciò che intanto era avvenuto nella coscienza di tutti, Ma l'evoluzione
psichica differenziatrice del- l’idea di giustizia da quella di legalità non
solo spie- ga l'origine di quella dottrina, ne fa comprendere altresì
l'importanza storica che ha avuto, @ designa. la funzione sociale che può
compiere ancora. il sentimento comune che ne fa un'esigenza. Se in- fatti la
scienza non desse al diritto altro fonda- mento che l'autorità del potere,
acuto e invincibile sarebbe il dissidio fra la scienza e la coscienza dei i
popoli civili, e per eliminarlo bisognerebbe ricorrere È all’assurdo di
ammettere che i più alti prodotti di questa si risolvono in una grande
illusione. È Ta giustificazione psicologica del suo sistema etico-giuridico è
stata fatta anche dallo SPENGER, ma per una via diversa e sotto un aspetto affine
sì ma distinto. Già nella Statica Sociale egli si era valso, come di una
riprova, delle rivelazioni del senso mo- rale, e trovando che la coscienza dei
diritti perso- nali, oltre di essere un fatto costante, si afferma in modo
sempre più vivo ed energico, ne induceva do. ver essa corrispondere a qualche
elemento essenziale della nostra costituzione morale. Applicando ora le sue
teorie di psicologia evolutiva, considera il principio della giustizia, ossia
la legge dell’uguale libertà, come un dato a priori della coscienza nel senso
dell’innatismo ereditario, nel senso cioè che. l’intuizione dell'individuo
deriva dalle accumulate ed organizzate esperienze della razza. E siccome fo la
legge fondamentale dell’intelletto implica l'adat- tamento delle relazioni interne
alle esterne, così le Si m esperienze dovettero essere determinate dalle neces-
sognerebbe esaminare se veramente l'intuizione eti- co-giuridica assume quella
forma così specificamente definita 6 distinta che lo SPENCER afferma, ed OLD (o
tenuto proprio quella legge di uguale
libertà in cui egli fa consistere tutta la giustizia. Ma ad gra modo deve
ammettersi che intuizioni relative vo erti principî fondamentali di giustizia
fanno parte della costituzione mentale dell’uomo civile, accom- yagnati ©
avvalorati dalla persuasione della loro in- \rinseca necessità. Ora questa
persuasione, questa opinio necessitatis, presuppone che l’idea di giustizia si
sia differenziata dall’idea di ciò che è prescritto, presuppona compiuto il
processo del quale abbiamo discorso. Dunque nella natura delle così il vero
fondamento del diritto. Ma con ciò si vuole forse dire che esi- ste un diritto
naturale? Ecco un altro punto in cui è necessario dissentire profondamente
dallo SPENGER. Egli afferma che esiste; dalla Statica Sociale in giù lo ha
sempre affermato, e con calorosa insistenza. Anzi il suo pensiero prende in ciò
un atteggiamento che ricorda molto da vicino la scuola del diritto na- turale,
non già, s'intende, nelle fantastiche ipotesi di uno stato primitivo di natura
e di un diritto pro- prio di questo stato, ma in ciò che ne costituiva la
sostanza vera, vale a dire in quanto riteneva dalla natura provenive il
diritto, un diritto diverso dal diritto positivo e ad esso superiore. E non
solo nelle dottrine, nelle applicazioni, talvolta perfino nel lin- guaggio, sì
riscontra una stretta affinità, ma anche o soprattutto negli intenti pratici.
La scuola. del diritto naturale fu, considerata nelle sue tendenze per col più
comuni, l’espressione teorica di nu moto di eman- — cipaziono politica e
religiosa, nacque dalle lotte della vita, lottò anche essa e cooperò
efficacemer rivendicazione dei diritti indivuali. Per Ra UNO v to, e nel “diritto divino ,, dei parlamenti,
per la difesa della libertà compromessa dall’ingerenza dello stato che viene
preparando la “futura schiavitù ,, combatte lo SPENCER, 0 da quasi mezzo
secolo, con ardore di apostolo. Se si fosse tenuto conto dell’ idea
ultraindividualistica che ispira tutta la sua filosofia sociale, non sarebbe
dovuto sembrare strano il ri- torno alla teoria del diritto naturale. Ciò che
invece è strano, è che nella storia di questa non si sia mai pensato di
assegnare alla Statica Sociale il posto di onore che le è dovuto, e non si sia
compreso che proprio in essa la logica della teoria era spinta ine-
sorabilmente alle ultime sue conseguenze, comprese le conseguenze
rivoluzionarie ed. anarchiche, com- preso il riconoscimento nel cittadino del
diritto di ignorare lo stato !. Ma in questo ravvicinamento sarebbe affatto
inutile insistere qui, tanto più che accanto alle somiglianze dovrebbero essere
rilevate le differenze. Differenze profonde e sostanziali, per- ché, non lo si
dimentichi, la natura, di cui parla lo SPENCER) è sempre la natura quale egli
se la rap- presenta in forza di una interpetrazione scientifica dell'universo.
Su questo nessuno si deve fare illu- sioni, e a questo bisogna badare per dare
alle idee di lui il loro vero significato. per Fatta tale riserva, resta però
sempre fuori di dubbio che egli ammette un vero e proprio diritto dato dalla
natura, Le leggi della vita nello stato di associazione si convertono, secondo
lui, in una legge giuridica naturalo, da cui la legge positiva, qualora — s ga
1 i 1 Cfr. Part III, Ch. XIX. Questo capitolo non lo si trova — più nella
recento edizione (Social Statics abridged and revised, | London, 1892).
L’'averlo tolto conferma quello che risulta dal- l'intero raffronto della Statico
colla Giustizia, essersi ciod lo idee dell'Autore venute a poco a poco
notevolmente temperando, niformi, trae ogni sua autorità; e quindi pri-
jconoscimento legislativo, e indipendente- anzi prima ancora che si sia formato
vi si U ma del © ‘o da 0850; monto (o a CS co È organo regolatore,
gl’individui, come tali, hanno g RA pel solo fatto di essere OE in un certo
modo 5 di possedere certo facoltà. Lo cla parecchio tempo che siffatta
concezione del diritto è stata dimostrata illegittima, ® in modo definitivo. Nè
la dimostra- zione è venuta soltanto dalla scuola benthamiana, dallo storicismo
dal positivismo. Anche nei suoi indirizzi puramente metafisici, tutta la
filosofia giu- ridica, dopo TANT © Fronte, da prima si è rivolta a correggere ®
integrare la nozione del diritto natu- rale, poi ha palesato una tendenza
sempre più de- cisa, che ormai si può dire prevalente, a non am- mettere
l’esistenza del diritto altro che come diritto positivo, pur volendolo
subordinato ad esigenze ra- zionali o ideali. La dottrina dello SerNoER appar
tieno dunque ad una fase del ponsiero filosofico-giu- ridico di già superata.
Non v'è allora ragione di opporre ad essa argomenti tante volte ripetuti. Ma
v'è un’altra cosa da fare e che non è stata fatta, valu- tare cioò l’idea del
diritto naturale alla stregua di quei principî del criticismo, ai quali lo
SPENCER non può nogare il suo assenso. E tanto più è necessario far- lo, in
quanto l’affermare con lui un fondamento na- turale del diritto e negare contro
di lui l’esistenza î del diritto naturale, può sembrare a chi guardì le | cose
alla superficie come una contradizione, o per lo | meno una questione di
parole. lì invece questione di rispettare o no le leggi della conoscenza cho il
criticisimo ci ha rivelato. Ammettere un fondamento intrinseco della norina
giuridica, significa riconoscere un'esigenza che la norma stessa nella sua
formazione, non fatale ma cosciente e volontaria, deve sodi sfare; e ciò è
legittimo ed è scientifico; laddove af- fermare l’esistenza di un diritto, che
non sia quello positivo e prodottosi storicamente, equivale ad affer- mare una
non entità, ad assumere come reale ciò che non è dato dall'esperienza, vale a
dire a ricadere nel dommatismo metempirico. E di vero, il diritto si offre a
noi come realtà d’esperienza solo in quanto è un fenomeno psico-sociale, ossia
un'idea umana che si concreta e si oggettiva in una norma di condotta, norma
obbligatoria e, nello stadio della sua forma- zione compiuta, fatta valere
dall’autorità dello stato. Sempre e dapertutto una norma vigente, un diritto
positivo e, come sua origine, un’idealità umana e sociale; ecco quello che ci dà
la realtà storica, niente altro. Il diritto invece che si fa derivare dalla na-
tura non è una realtà. La natura dà l’esistenza, i suoi bisogni, i suoi scopi,
e con questo dà anche il contenuto e la materia del diritto; la natura dà le
condizioni alle quali è legata l'esistenza, e quindi. anche la necessità di una
norma garantitrice; ma la natura non dà la norma, per la quale occorre una
mente, anzi più menti associate, che la pensino e la vogliano; non dà la
garantia che presuppone, supe- rati gli stadi primitivi e imperfetti della
difesa di sé, la costituzione dello stato e la sua autorità. Da qui si scorge
come la nozione del diritto naturale sia nata e si mantenga per la confusione
di duo coso affatto distinte. La leggo, in quanto esprime rap- porti causali di
fenomeni, è confusa colla leggo nel senso di norma della condotta; anzi la
logge fonome- nica viono senz'altro convertita in legge otico-giuri- dica, e
sotto il nome di legge di natura viene com- presa tanto l’una quanto l’altra;
si applicano alla seconda i caratteri della prima, e ci si aggira così in un
equivoco che è tutto riassunto nella tanto ce- lebrata definizione di
MoNTESQUIET: “log lois sont les rapports nécessaires qui dérivent de la nature.
des choses,. Mai rapporti ne me, stabiliscono solo ciò che 1 e alla coscienza
sociale, che 1 deale da tradurre in realtà. cessari non sono nor- a norma deve
essere, elabora, additano l’i- Vi Sorge allora spontaneo il quesito, in quali
rap- porti effettivamente si trovino il reale e l'ideale nel corso dell’evoluzione
giuridica. Per quanto non se lo presenti in questa forma, tuttavia al quesito
ri- sponde lo SPENOER; e risponde in modo da arrecare, purchè lo si rettifichi
e completi, un altro contributo prezioso alla costituzione di un sistema
otico-giuri- dico scientifico. Nell'ultima parto del suo primo lavoro,
sollevandosi a considerazioni sintetiche di dinamica sociale, mostrava la
coincidenza della legge dell’incivilimento col supremo principio etico. L'u-
manità progredisce verso 1° individuazione, la quale consiste nello sviluppo il
più completo dell’indivi- dualità di ciascuno salva l’uguale individualità di
tutti gli altri, ed implica quindi il riconoscimento dei diritti personali.
Questa la legge dello sviluppo progressivo; questo il fatto della Storia. E
questo vuole puro la legge etica dell’ugnale lib tà, che è la lesge dell’
individuazione perfetta, | Più tardi l’idea di tale coincidenza sì combina,
anzi addirit- tura s'immedesima, coll’ ipotesi dell'evoluzione, 6, trasformata,
diventa l’idea dominante del sistema. La leggo dell’etica assoluta, la legge
dell’uomo ideale bh }4 ti “ A nella società ideale, designa precisamente il
limito al quale tende l'evoluzione della condotta, l’ultimo stadio di
quell’adattamento che s'è venuto e si viene facendo. Infine nella teoria della
giustizia la coin- cidenza ricove nuova applicazione, e in forma più conereta,
più definita, più suscettiva di essere con- fortata da prove di fatto. Quella
teoria, infatti, è fondata dallo SPeNOER sui risultati concordi di un processo
deduttivo e di un processo induttivo. Da una parte, come si è visto, la deduzione
dalle leggi della vita nello stato sociale; dall’altra l’induzione in cui,
sulla base di dati etnografici e storici, gene- ralizza le esperienze
dell'umanità registrate nella legislazione progressiva. Da queste raccoglie
come, nel corso dell'evoluzione sociale e dell’evoluzione mentale che l’ha
accompagnata, i sentimenti e le idee, le consuetudini e le leggi si sieno
venute sem- pre più conformando al principio della giustizia, la legge
dell’uguale libertà, tantochòè il principio in genere ed i singoli diritti
personali, che ne derivano quali corollari, hanno ricevuto via via progressiva-
mente riconoscimento e sanzione. ; È evidente che il rapporto stabilito dallo
SPENcER tra il fatto e la legge etica dipende ed è inse- parabile dal carattere
e dal contenuto a quella as- segnati. ‘Posta la legge come assoluta, ne deriva
necessariamente un tipo anch’esso assoluto, quindi invariabile ed universale,
verso il quale progredirebbe il diritto positivo. ‘Posto il principio
dell’uguale li- bertà come supremo, unico e incondizionato, il moto. storico
del diritto, pur così ampio e così multiforme, viene racchiuso nello rigido
maglie di quella for- mula, e tutto il progresso, o già avvenuto o che av-
verrà, fatto esclusivamente consistere nel riconosci- iti iii st DI HERBERT
SPENOER mento della libertà individu da parte per ora l’unilater prescinda
ancora una volta ipotesi dell? adattamento com s'avanza verso la terra promessa
dello stato idea- le. L'essenziale è ristabilire, in conformità di ciò che
sopra si disse, che il progresso del diritto va riferito a condizioni ed
esigenze variabili, e quindi misurato secondo una stregua che varia, si Sposta,
s'innalza con queste. Ed una volta rie via di un'indagine più (una via che le
difficoltà zazioni storiche impon la necessità di consid un aspetto wiiversale,
e lineare, ma in rapporto ai vari XXxV ale. Ma si lasci pure alità del
principio, e si da ogni questione sulle pleto e dell'umanità che gruppi
sociali, in o arbitrariamente del pro- gresso continuo dell’umanità, si parlî
più modesta- mente, ma legittimamente, di società progredite e di momenti
storici progressivi, distinti da società e da momenti che non si dimostrano
tali. Ciò implica che si debba dare all’induzione una base ben più ampia che
non faccia lo SPENCER, il quale sì limita a mettere insieme, scegliendo qua e
là nell’etnogra- fia e nella Storia, alcuni fatti, o Ji adduce più che altro ad
illustrazione e conferma di ciò che ha tro- vato in via deduttiva.
Insufficienti sono i materiali, non sistematico il processo, non sempre
legittime le induzioni. Hi invoce tutta la storia del diritto che va posta a
contributo, giovandosi specialmente dei ri- sultati dello odierne ricerche comparative;
è l’intera evoluzione giuridica che va colpita in quello che presenta di comune
e di costante per poterne pages gnare i caratteri e trovare lo leggi. Le cose,
sì disse, vanno comprese nella loro interezza e spie- gate in tutti i loro
momenti; perciò l'indagine filo- sofico-storica, lungi dall’essere un elemento
secon- dario e quasi avventizio della teoria filosofica del dliritto, ne forma
invece una parte principalissima e integrante. Da quell’indagine si può
ricavare fino da ora un risultato che, mentre conferma ciò che v'ha di più
essenziale nell’idea dello SPENCER, la restringe però dentro certi limiti
rendendola schiettamente posi- tiva. È, come vedemmo, un’esigenza razionale che
la norma giuridica rispecchi l’ordine naturale delle cose; e dal conformarvisi
dipende la possibilità di riuscire per opera sua ad ottenere l’effetto utile di
as- sicurare la conservazione e lo sviluppo progressivo degli aggregati sociali
e delle loro unità. Ora que- sto fondamento naturale non solo non è stato
estra- neo alla formazione storica del diritto, ma în una certa misura ha
costantemente concorso a determi- narla come suo fattore oggettivo. Considerata
in- fatti l'evoluzione giuridica nel suo fondo sostanziale, la si trova
indissolubilmente legata col processo adat- tivo degli individui e dei gruppi
alle condizioni di loro esistenza. La coscienza sociale nella conce- zione
delle idealità, che esprimono i suoi convinci- menti intorno a ciò che è
giusto, per una legge psi- cologica confermata dall’analisi storica, è determi-
nata da precedenti esperienze di utilità. Vengono cioè sperimentati gli effetti
derivanti dalla condotta, o allora nasce l’idea che per evitare effetti dannosi
e per ottenere il benessere comune, si debba pre- scrivere obbligatoriamente
alla condotta stesi: servanza di certe norme. Alla loro volta poi le espe-
rienze di utilità riflettono quell’ordine oggettivo di rapporti, di bisogni e
di scopi, che nasce dalle con- dizioni della vita in comune. Naturalmente la
co- scienza sociale comprende tali condizioni per quanto può e sa, le
interpetra secondo il grado d’intelligenza e di cultura, e sotto l'impulso
delle idee, dei senti- menti, degli interessi dominanti. Quindi non pos- siamo
aspettarci che i motivi di utilità abbiano sem- pre pienamente corrisposto
all’utilità vera, e la nor- ma giuridica a ciò che effettivamente esige la
natura delle cose. Lo stabilirsi di tale corrispondenza è l’opera lenta del
tempo e della civiltà, presuppone lo sviluppo psichico che. faccia acquistare
un'idea più chiara, adeguata e riflessa delle condizioni di esi- stenza,
implica quel concorso di circostanze favorevoli da cui dipende che una società
S'avanzi o s’arresti, Crescendo la corrispondenza, l’evoluzione giuridica sì
rivela progressiva; e tanto più progressiva se, in- nalzandosi nel caso di una
società sviluppata il grado di vita e delle sue esigenze, il diritto si
trasforma in modo da garantire le condizioni inerenti a que- Sto più alto grado
di sviluppo umano. Donde lu- minosa e feconda, applicando lo stesso criterio
alle trasformazioni future, scaturisce la nozione del suo ideale. L’induzione,
dunque, conferma la deduzione: en- trambe convergono allo stesso risultato. Giò
che questa stabilisce come un'esigenza a cui il diritto positivo ha da
conformarsi, quella dimostra essere un fatto che si Viene compiendo lentamente
e per gradi nel corso dell'evoluzione, se progressiva. Ciò che ci
rappresentiamo come il momento ideale del diritto, | è la realtà stessa dol suo
divenire storico in quanto raggiunge forme più elevate. So è così, possiamo
dirci avviati verso la soluzione positiva del formidabile problema che ha tanto
affaticato il pensiero filosofico; voglio dire l'accordo e l'unificazione del
reale e dell'ideale. La metafisica, specialmente per opera di HEGEL e della
scuola sua, feco uno sforzo poderoso per ricongiungerli nell'unità di un
processo dialettico, in forza del quale l’idea del diritto si svi- lupperebbe e
si attuerebbe per gradi nella storia. Il tentativo fu geniale, ma segnò
l'estremo limite della speculazione che trascende l’esperienza. Non sola- mente
si trasformò il soggettivo in oggettivo, e del- l’idea, cioè di un prodotto del
pensiero, si fece una vera e propria entità, ma la si convertì in una forza
capace di determinare e produrre la realtà. La dot- trina evoluzionista invece,
intesa nel modo che si è detto, rimane nei limiti rigorosi dell’esperienza. Non
si parla più di un diritto razionale o ideale che si tra- duce in diritto
positivo; si parla soltanto di diritto positivo che nelle società progredite si
viene uni- formando sempre più adeguatamente a ciò che im- pongono le
condizioni della vita, in modo che per opera dell’incivilimento l’essere e il
dover essere si ricongiungono nella vasta circolazione della storia. VI. Tutto
ciò che s'è detto fin qui riguarda più che altro le basi del sistema etico e
giuridico spence- riano. ‘Resta a parlare del contenuto di quest'ulti- mo,
contenuto che si riassume nella formula della giustizia. Trattandosi di adulti,
ciascuno dove es- sere soggetto alle conseguenze della propria natura e della
propria condotta, ricevendo i boneficî in pro- porzione dei meriti. Questa è
l’espressione otica della legge suprema che, avendo per risultato la s0- avvivenza
del più adatto, ha presieduto all’evolu- La Jella vita in tutte le sue forme.
Perchè sia ora e: il rapporto normale fra la condotta e le e; Dea e quindi
assicurata la responsbilità, è Y e, negli individui la piena libertà di eser-
citare le attività occorrenti alla conservazione @ allo sviluppo della vita. La
libertà costituisce l'elemento 23 positivo della giustizia, il quale deriva
così dalle leggi È: della vita. Trattandosi però di creature viventi nello
stato di associazione, perchè sia possibile una coo- perazione armonica ed
efficiente, bisogna che inter- venga una limitazione reciproca, che cioè
l’attività di ciascuno sia coercitivamente limitata quanto è reso nocessario
dalla simultanea attività degli altri, e s'impedisca fra loro ogni aggressione
compiuta o di- Sa rettamente o indirettamente violando il contratto. RE La
limitazione alla sua volta costituisce l'elemento Di negativo della giustizia,
e questo deriva dalle condi zioni proprie dell’organizzazione sociale. I due
ele- to menti si raccolgono nella formula della libertà di cia- ì seuno
limitata solo dall’uguale libertà di tutti gli altri; principio generale da cui
poi discendono le varie forme di libertà, i diritti particolari che sono
altret- -G tante condizioni, senza le quali i fini della vita non possono
essere raggiunti. Oltre quella resa neces- saria dal fatto stesso della vita in
comune, la legge etica fondamentale del rapporto fra la condotta e le
conseguenze subisce due altre modificazioni o limi- (Sd tazioni; l’una che provvede
alla conservazione della specie, onde ai generati, finchè sono immaturi, deve
essere in proporzione della loro incapacità prestato aiuto dai generanti; e
l’altra che subordina la vita e la libertà dell'individuo alle esigenze della
difesa comune. Ma tali ulteriori limitazioni non fanno ve- RR E RS TE 1 RIE, Pn
XL IL SISTEMA ETICO-GIURIDICO ramento parte della giustizia; non la prima
perchè Spetta all’etica della famiglia in cui, a differonza dell'etica
politica, vige il principio, non della giu- Stizia, ma della gonorosità; o
nemmeno la seconda la cui giustificazione etica, come si video, è soltanto
relativa e transitoria. Questo il contenuto della teoria giuridica dello
SpeNoER. Sottoponendola ad analisi, si trova che tro elementi hanno
principalmente concorso a determi- narla. Uno anzitutto che si distingue per
l’origi- nalità e la novità, cioò la spiogaziono biologica del fatto etico. In
secondo luogo l’idea individualistica del diritto o dello stato, per la quale
lo SPENCER si ricongiunge alla scuola del diritto naturale e più specialmente
alla dottrina Kantiana, sobbone vi sia giunto, come attesta egli stesso, in
modo affatto in- dipendente. V’ha concorso infine la teleologia otti- mista
propria della scuola economica dello armo- nie naturali, che dalla fede in un
ordino benefico - di natura deduceva dover bastare il riconoscimento della
libertà per rimuovere gli ostacoli all’attuazione di quest'ordine, e per far
regnare nel mondo la giu- stizia, la prosperità, il progresso. L'ispirazione è
evidente nella Statica Sociale dove la teleologia predo- mina, e perdura nogli
scritti posteriori nei quali la teleologia è attenuata di molto, non tanto però
da scomparire del tutto, nonostante lo ripetute dichia- razioni dirette a
sconfessarla, Questi tro elementi, dirò così, generatori si combinano poi
insieme, in modo che l’uno servo di base o di complemento o di conferma
all’altro, e si fondono in una teoria mira- bile per Semplicità, armonia, o
rigore logico, Se- nonchè la storia più recente delle scienze morali 6
politicho è là a dimostrare como l’idea individualistica del diritto e dello
stato e l'ottimismo econo- mico abbiano doynto cedere il campo di fronte ad una
vigorosa e salutare reazione. Alla sua volta l'applicazione delle leggi
biologiche alla società e all'etica tende ora a rientrare per opera della cri-
tica nei suoi logittimi confini. Riflettendo & ciò, sì comprende come la
teoria spenceriana della giusti- zia abbia già dovuto e debba sempre più dar
luogo a dissensi ed opposizioni vivissime. Sarebbe però, lo ripetiamo, un grave
errore se, preoccupandosi sol di quello che non paro accettabile, non si
vedesse e non sì mettesse a contributo la parte vera, legitti- ma, feconda. Il
pregio grandissimo, singolare anzi, del sistema perdura sempre; si procede cioè
per una via che è quella propria della ricerca Scientifica, della ricerca
oggettiva. La promessa donde si muove non è qui, come nei sistemi metafisici,
un primo principio che îl ponsiero ricava dal suo proprio fondo o dal quale
viene svolgendo le verità particolari, ma una leggo naturale già data da altre
scienze, la biologia e la sociologia. È il metodo della dedu- zione positiva.
Il difetto sta nell’essere le promesse assunte in modo incompleto ed esclusivo,
con un si- gnificato e un’estensiono non in tutto legittime. Ma la via è aperta
per ristabilirlo nella loro integrità, per assegnarno il giusto valore e i
limiti rigorosi; ed è aperta appunto perchè si tratta di un sistema
scientifico, che porta în sò stesso gli elementi vitali del suo perfezionamento
progrossivo. Dalla breve osposiziono fattano risulta che lo SPENCER deduco
tutta la sua teoria dalla legge fon- damentalo che determina, mediante la
sopravvivenza del più adatto, tutta l'evoluzione organica. Ora il principio
dell’otica e quindi della giustizia non può esser dato dalla pura biologia.
Senza dubbio il prin- cipio è quello dell'adattamento alle condizioni di esi-
stenza; ed è pur vero che, trattandosi di esseri vi- venti, non si può mai
prescindere in tutto ciò che li riguarda dalle leggi della vita. Ma poichè
condizione principalissima di esistenza è per l’uomo la socie- volezza, così
l’etica esige 6 pone come vero srande ideale umano l'adattamento dell’individuo
alla so- cietà. Quindi la legge di adattamento, in quanto diventa norma di
condotta, non è più pura legge biologica, ma assume fattezze, condizioni e
determi- nazioni essenzialmente sociologiche; l'individuo del- l'etica non è
già l'individuo quale viene dato dalla biologia e fatto dalla natura, il che
equivarrebbe ad una vera astrazione, ma l’uomo come ce lo dà la sociologia e
l’ha fatto la storia. Lo SPENCER stesso, rispondendo alle critiche del
LaveLEYE,! energica mente rileva che il processo, o meglio uno dei pro- cessi,
onde la sopravvivenza del più adatto risulta, la lotta cioè o concorrenza vitale,
ha da rimanere sottoposto nell’ambiente sociale a due limiti rigorosi stabiliti
dall’etica, la giustizia e la beneficenza. Ma 80 l’etica, e come morale e come
diritto, assegna lo condizioni e i limiti entro i quali deve operare la legge
biologica, segue che non può essere principio supremo dell’etica quello, che
l’etica ha invece da modificare. E anche prescindendo dai limiti etici, sta in
fatto che la legge biologica della sopravvivenza del più adatto trova di fronte
a sè nell’ambiente so- ciale tali e tante forze perturbatrici, da restarne pro-
profondamente alterata l’azione. Lo SPENOER, con- (1) Si confronti la polemica
snll’Individuo e lo Stato fra lo Spencer 6 il LaveLeve, ripubblicata in
appendice al Socialisme contemporain di quest’ultimo, siderando astrattamente
l’uomo nelle sue proprietà biologiche, assume che le doti intrinseche 6 la con-
dotta degli individui ne determinano la sorte, pur- chè vi sia in tutti uguale
libertà, la quale basta per conseguenza da sola, secondo l'ipotesi ottimista, a
fare ottenere la retribuzione secondo i meriti che costituisce la giustizia, ad
assicurare il trionfo dei superiori, la scomparsa degli inferiori, il progresso
della razza. Ma più volte e giustamente è stato os- servato in quali condizioni
infinitamente diverse si effettui la lotta nel mondo sociale in confronto del
mondo organico, e come per un complesso di circo- stanze sociali e storiche,
ossia per ragioni puramente estrinseche che conferiscono vantaggi artificiali,
sia avvenuto e possa sempre avvenire che i peggiori trionfino. Fra la libertà e
la retribuzione secondo i meriti non c'è quel vincolo necessario che la teoria
gratuitamente presuppone; e ritenendo, come lo SPEN- cvR esplicitamente
dichiara! che la giustizia è so- disfatta quando nessuno ha patito aggressione
e quin- di tutti hanno avuto uguale libertà di agire, anche se si trattasse di
una libertà affatto nominale, si ri- cade nel vecchio formalismo della libertà
che è fine a sè stessa. Sia dunque per le modificazioni che deve ricevere, sia
per quelle che dì fatto riceve, la legge biologica non può essere supremo
principio etico e contenere la formula della giustizia. Per quanto S'abbia a
tenere conto delle esigenze dell'individuo, come tale, e risalire alla sorgente
biologica donde derivano, va invece tenuto fermo che l’olemento co- stitutivo
dell'etica risiede, secondo il vecchio ma LT notevole a questo rignardo ciò che
dice, rispondendo al Mrans, noi Data of Ethics, Appendix, replies to
oriticisms. sempre vero concetto aristotelico, nella vita in co- mune, nella
cooperazione sociale. ARI E 5 Il difetto che si riscontra nella premessa natu-
% ralmente si estende alle deduzioni ricavatene, e le va è spiega; donde le
critiche che furono fatte alla no- al zione del diritto data dallo SeENoER, ©
lo altro cho | possono aggiungersi! Esaminiamole brevemente. Partendo dalle
leggi della vita che implica essen- : zialmente l’individualità, la logica del
sistema con- duce a riporre esclusivamente nell’individuo la ra- gione, il
fondamento, l’esigenza del diritto. Essen- do il diritto una condizione per
conseguire i fini della vita, l’uomo ne è rivestito solo pel fatto che ha esso
è una individualità, non in quanto si trova in un ordine concreto di rapporti,
che lo legano alle pe altre individualità e all’aggregato sociale di cui fa “
parte. Dei fini propri di questo non si tiene alcun — conto, il fattore sociale
non interviene se non per de- Dr terminare l’elemento negativo del diritto, la
limita zione reciproca delle libertà. Vero è (sebbene i suoi N° critici non
l'abbiano avvertito) che in un certo sen- so lo SPENOER fa scaturire anche
l’elemento positivo 1 Basti ricordare fra i tanti, senza però intendere con
que- Sto di aderire pienamente alle loro conclusioni: Marr- ss LanD, Mr. H.
Spencers's Theory of Society, LI, The law ofequalli. | berty
(Mind, VIII) — F. 0. Moxrague, Limits to individual liberty, à Trad. OrLaxpo nella Biblioteca di Scienze
Potitiche, Vol. V, Cap. k 1,2,4,6,7 — È. De Lavrevers, Op. e loo. cit. — G.
BrLor, Ju- Pi stice eb socialisme (Revue Philosophique, Fèy.) —ANZILOTTI, j La
scuola del diritto naturale nella filosofia giuridica contemporanea v @
proposito del libro di H, Spencer “Justice, Firenze, — G. La- M i, Viosa nell’acuta recensione
fat'a della Justice nella Rivista italia- na per le Scienze Giuridiche (Vol,
XII, pag. 872-881). È poi notevole, non per valore intrinseco, ma come esempio
caratteristico e sin- tomatico della contrapposizione dell'idon socialastica
del diritto L all'idea individualistica, il libro di G. Laoy, Liberty and Law:
È being an attempt at the refutation of the individualism of Mr, H. ; Spencer,
London, , 1 diritto dalle leggi della cooperazione sociale, in del di anto
questa esige, come una condizione sua, il man- È o del rapporto normale fra gli
sforzi e i di la libertà. Ma poichè la vita della cietà non ò per lui altro che
la somma delle vite singoli, e le proprietà dell’aggregato a DE, determinate da
quelle delle sue unità, così il criterio individualistico riprende
ilsopravyento, nella vita individuale il diritto finisce sempre per trovare il
suo vero fondamento, ® dalla sola tutela dei di- ritti individuali vien fatto
dipendere il benessere della società. La dottrina giuridica rispecchia così
pienamente quella sociologica, e ne riproduce il di- fetto capitale. Là come
qua, non è riconosciuto nel- l'organismo sociale ciò che appunto lo distingue
da un’aggregazione atomistica diindividui, vale a dire il prodursi in forza
della combinazione organica proprietà e condizioni nuove, che non si trovano
negli elemen- ti singolarmente presi. Ponendo attenzione a questo sd che è
decisivo, si comprende perchè al diritto venga € data una base così esclusiva.
Si comprende perchè la teoria non solo non ricerchi nelle stesse neces- sità
organiche della socievolezza la ragione anche di. quelle norme che più sembrano
dirette a garantire il singolo, ma non ne vegga altresì scaturire un con-
tenuto ulteriore del diritto, determinato da scopi col- lettivi, distinti dagli
scopi individuali e non meno di questi bisognosi di garantia. E sì comprende
pure come, ammettendo soltanto diritti dei singoli, non si — vogga nello stato
altro che un istrumento per la loro. preservazione; di vero o proprio diritto
pubblico non qu tonimento de ponoficî e quin so dei titti li 1 Più che nella
Giustizia, questa idea trovasi svilu da prima nella Statica, poi neì Dati dell
Etica 0 nell’ Ln contro lo Stato. (a a ,
È RSA di si parlî nemmeno, anzi si affermi che quanto v'è nel l'ordinamento
politico da potersi chiamare diritto, merita tal nome solo in vista
dell’efficacia sua a tu- Viene bensi riconosciuto che questi telare i diritti.
ca abbiano asubirele limitazioni indispensabili per la difesa collettiva, e la
proprietà privata paghi co- l'imposta le spese della tutela giuridica; ma
trattasi di esigenze transitorie e non contemplate dalla pura giustizia, che
fissa gli sguardi in quello stato ideale in cui non si avranno più a temere
aggressori nè ester- ni né interni. Decisamente la teoria giuridica e poli-
tica dell’individualismo, trovata nella biologia la base scientifica, arriva
alle ultime sue conseguenze. Con- seguenze tanto unilaterali quanto lo è la
premessa, Eppure, diciamolo di passaggio, anche questa affer- mazione così
esclusiva e rigida del principio indi- viduale, considerata come reazione, non
è senza im- portanza nel difficile momento storico che attra- versiamo. Mentre
nelle dottrine e nelle tendenze pratiche l’opposto principio della socialità
pretende di erigersi esso a regola unica e assoluta della vita; mentre accenna
a illanguidirsi la coscienza dei di- ritti individuali, e qualcuno arriva fino
a riguardarli come un comodo ritrovato del predominio borghese; mentre si
dichiarano antagonistiche la libertà o la giustizia, e di questa separata da
quella si fa un nuovo ideale; in un momento siffatto la reazione è salutare,
equivale ad una battaglia in difesa della civiltà di cui il socialismo minaccia
le più preziose conquiste, Ma proseguiamo a rilevare lo conseguenze ulte- riori
della premessa individualistica, Questa doveva necessariamente condurre lo
SPENOER a riassumere la giustizia nella legge dell’uguale libertà, 6 quindi a
intendere – H. P. Grice: IO SIGNIFICO, IO INTENDO -- il diritto come mero
principio di coesi- stenza, per assicurare la quale è sufficiente la limi-
tazione reciproca, il mantenersi ciascuna attività nella sfera sua, il non
invadere le altre, dalle aggressioni. incerte init l’astenersi Dunque una
nozione negativa, l’essenza del diritto riposta nel non fare, regola suprema il
neminem laedere. Ma questo è un ritorno, si è detto e abbiamo detto anche noi,
alla vecchia filosofia del diritto e a KANT in particolare. Sì, è un ritorno,
se consideriamo le conclusioni. Quanta distanza però nella via per cui vi si
giunge, e quanto progresso! Là il principio della coesistenza meta- fisicamente
affermato come una necessità logica, qua dedotto scientificamente dalle leggi
dell'equilibrio sociale. Tutta la dottrina della Statica, mantenuta e anche
meglio spiegata negli scritti posteriori, ! sì appunta nell’idea centrale
dell'equilibrio. Come in un aggregato qualunque v'è equilibrio allorchè le sue
unità agiscono e reagiscono le une sulle altre con forze uguali, così nell’aggregato
sociale la con- dizione principale dell’equilibrio, indispensabile per
un’armonica cooperazione, consiste nel bilanciamento delle forze, in modo che
ciascuno si mantenga nella propria sfera d’azione e non invada quella degli al-
tri, vale a dire che sì rispetti la legge dell’uguale libertà. Ora, se la
coesistenza non può legittima- mente pretendere di essere l’unico principio del
di- 7 ritto, certo è ad ogni modo che ne costituisce un momento essenziale,
Quindi l’averlo rigorosamente dimostrato, facendolo derivare dalle leggi e
dalle esigenze della cooperazione, è pregio grande e du- revolo del sistema
spenceriano. Il
difetto suo, è 1 Reasons for dissenting from the Philosophy of M. Comte, o he
Data of Ethics, sempre l’unilateralità. Quello esigenze infatti non riguardano la coesistenza
soltanto; la funzione del diritto non sta tutta nel risolvere un problema di
meccanica mediante un sistema di forze difensive che si facciano equilibrio;
non basta garantire alle sfere d’azione individuali una libertà uguale perchè
la giustizia sia sodisfatta, e perchè possano dirsi realizzate le condizioni
alle quali è legata l’organiz- zazione sociale. Appunto perchè questa è
coopera- zione attiva, solidarietà, integrazione reciproca, coor- dinazione delle
parti fra loro e col tutto organico da esse formato, fa d’uopo che il diritto
valga come principio, legge e forza di organamento, prescrivendo non già sole
limitazioni negative, ma anche quel contributo positivo di prestazioni
indispensabile alla conservazione e allo sviluppo dell'organismo. La giustizia,
secondo il suo classico concetto mantenuto dallo SPENCER, è proporzione; quindi
vuole che a ciascuno, sia individuo sia collettività, venga dato ciò che gli
spetta, il suum necessarium, E allora, ol- tre a garantire la libertà e ad
assicurare così l’equi- librio, l’armonia, la coesistenza, il diritto deve pure
da una parte regolare l’attività dei singoli in modo che resti sempre
coordinata e, nei limiti di stretta necessità, subordinata alle esigenze e agli
scopi del tutto sociale, e dall’altra nei casi e nei limiti di Stretta
necessità, giusta Ja formola romagnosiana, imporre atti positivi di soccorso.
Invece lo SPENCER riesco ad escludere addirittura dal dominio della giustizia
la coordinazione e subordinazione degli in- dividui alla comunanza; 6 per ciò
che riguarda la seconda esigenza, la formula che ciascuno debba rac- cogliere i
vantaggi oi danni della sua natura e della sua condotta, espressa così
rigidamente e senza limitazioni di sorta, conduce inesorabilmente alla con- tO
sacrazione giuridica del puro egoismo. V?è si lali- mitazione relativa al
soccorso da prestare alla prole, ma deriva dall’etica della famiglia,
dall’etica che prescrive la generosità; non appartiene alla giusti- zia. Tanto
non v'appartiene, che, siccome bisogna pure rendere obbligatoria la prestazione
allo scopo di tutelare i fanciulli, così per la logica della teoria È si
ricorre all’espediente di dichiarare i loro diritti sostanzialmente differenti da
quelli degli adulti, e di distinguerli col nome di legittime pretese (rightful
claims). Un espediente che contradice non solo, come è stato acutamente
osservato, ! alla coscienza comune, ma a tutta la storia del diritto domestico
in cui quella coscienza concordamente sì rivela. E basterebbe da sola tale
esclusione dei diritti dei fan- ciulli a dimostrare non poter essere il vero
principio del diritto e della giustizia una formula, che non comprende in sè
stessa (e non lo potrebbe senza di- struggersi) una così larga parte di
umanità, Quale è allora la conclusione da trarre dall’ana- lisi che abbiam
fatto? Quella che dicemmo già. So la teoria del diritto ha da far capo alle
leggi che regolano l’uomo e la società, se questo è il metodo seguito dallo
SPENCER, e tutto ciò cho vha di difet- toso dipende da un punto di vista
unilaterale nello stabilire lo premesse, segue che si tratta di com- piere, non
di rifare, di proseguire per la via ampia e sicura, che egli, il grando
pensatore, ha tracciato, non d’imprenderne un'altra. E soprattutto sì tratta di
determinare il rapporto in cui sì trovano l'ele- $ mento individuale e
l’olemento sociale nel diritto e la parte che bisogna faro ad entrambi,
muovendo da 1 Dal Laviosa nolla citata recensiono, RR e sAletcà ci ri lol: iva realtà delle una premessa che
rispecchi l’offottiy i x gli individui e il tutto or- cose. Ora questa ci dà g
ostituito. Da una parte dunque ab- L ganico da ess © i SN biamo la vita colle
sue leggi e condizioni, 10 proprietà e attività, coni suoi bisogni e scopi; ab-
biamo una individualità fisio-psichica, alla quale, facendo parte di una
comunanza, è necessario; per- chè possa conservarsi e svilupparsi, di essere.
ga: rantita nella sua esistenza e nella sua attività, ri- conosciuta come
autonoma, elevata a persona giuri= dica. Così in una esigenza fisio-psichica,
determinata e regolata dalla leggo di individuazione, risiede già il fondamento
del diritto. Dall’altra parte abbiamo un aggregato che, sebbene per caratteri
suoi propri si differenzi essenzialmente dagli organismi indivi- duali, pure è
anche esso un organismo, e raggiunge coll’ordinamento a stato quel grado di
integrazione e quell’unità di volere e di azione, che lo rendono analogo, non
identico, alle individualità vere e pro- prie. Donde un nuovo ordine di bisogni
e di scopi, una nuova e più ampia sfera di attività, ed' un com- plesso di
condizioni dalle quali dipende l’esistenza, la prosperità, lo sviluppo
dell’aggregato. Donde una ulteriore esigenza, l’esigenza sociale, determinata e
regolata dalla logge di organizzazione. È evidente quindi che il principio del
diritto non può risiedere nè esclusivamente nell’individuo, nè esclusivamente
nella società, ma va trovato nella congiunzione dei due momenti, inseparabili
l'uno dall'altro. In qual modo poi e in quale misura abbiano ad essere com-
binati, lo si raccoglie dai caratteri e dalle condi- zioni proprie
dell'organismo sociale, che è un orga- nismo etico di formazione storica, Etico
per la natura delle suo individualità costituenti altrettante indi- a na ai
PERA I le ui cool rt DI SPENOER LI
vidualità autonome, per il vincolo che: lo associa, per il rapporto di scopo e
mezzo reciproco interce- dente fra esse e il tutto; di formazione storica, per-
chè l’organizzazione non è stabile e a tipo definito, ma si fa, si rinnova, si
evolve nella storia, ed evol- vendosi in senso progressivo sviluppa, rafforza,
ac- cresce i suoi caratteri etici. Segue da ciò che quanto più la società nel
corso della storia diventa orga- nismo etico, tanto più intimo si stabilisce un
rap- porto di reciprocità fra l’individuazione delle parti e l’organizzazione
del tutto, in modo da essere la prima causa e condizione della seconda, e
viceversa, E allora l’accordo delle due esigenze, l’equilibrio delle due forze,
il contemperamento dell'autonomia individuale colla solidariétà sociale,
rappresentano l'ideale del diritto; idealo che le società progressive ‘ vengono
attuando nel corso dell’incivilimento. An- che qui dunque un'esigenza che segue
il moto del- l’evoluzione, e resta soggetta al criterio della rela- tività
storica, Come si vede, tutte queste formano una serie di deduzioni tratte da
principî di biologia e di sociolo- gia, È sempre il metodo di cui lo SPENCER
forni- sce il modello. Così non solo per ciò che riguarda le basi, ma anche per
ciò che riguarda il contenuto, il suo sistema si rivela focondo d'insegnamenti,
i quali, se da soli non bastano, sono però indispensa- bili, anzi fra i più
essenziali, alla rinnovazione scien- tifica dell’etica o della filosofia del
diritto. Tutti quelli allora che vogliono tale rinnovazione, tutti gli aderenti
al programma della ricerca sperimentale e oggettiva, non possono non tenerne
conto, o preten- dere di ricominciare, essi, da capo. Bisognerebbe prima
provare che i principî di quella ricerca non Se dalle dimostrazioni di una cri-
tica rigorosa risulta che una parte del sistema non vi è a questa che deve
limitarsi il dissenso. Ed è poi la parte destinata necessariamente a passare,
Ciò che non passa è proprio la parte alla quale in- È vece avversari e seguaci
generalmente fanno meno attenzione, e che quindi premeva rilevare. Ciò che non
passa è la spiegazione della condotta ricongiunta all'interpetrazione
scientifica della natura; è l’etica fondata su quello che costituisce il primo
principio di tutte le cose e di tutte le nostre conoscenze, la causa- lità; è
la ragione intrinseca assegnata alla morale e al diritto nelle condizioni di
esistenza; è il metodo di deduzione da leggi biologiche e sociologiche; è la
con- forma induttiva di ciò che deve essere ricavata dal- l'osservazione di ciò
che in fatto diviene. Giò che uel concetto profondamente filosofico furono
rispettati. corrisponde, non passa è q {i È della vita, per cui all’operaro
umano, individuale e i collettivo, viene additata colla calma serena del vero $
sapiente la necessità di conformarsi alle leggi della natura. La filosofia
morale e la filosofia giuridica potranno, dovranno anzi, superare quello che lo
i Spenonr ha fatto per il loro progresso; ma non ; sid dei E RA A fr possono,
non debbono prescindere dall’opera di lui, Al di là di questa, ma non senza di
questa; prose- guirla e compierla: ecco il segreto del loro avye- nire. Parma,
Tornio VANNI [X-Info] V. Della consuetudine – cf. H. P. Grice on Kant on
costume -- nei suoi rapporti col diritto e colla legislazione. (V. Santucci)
(page images at HathiTrust) [X-Info] V.: Filosofía del derecho (Librería
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nella storia della socialogia e della filosofia positiva. (Dumolard) (page
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(Perugia, (page images at HathiTrust)
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Università di Roma l'xi gennaio MDCCCC ... (Rivista italiana di sociologia, )
(page images at HathiTrust) [X-Info] V. Il problema della filosofia del diritto
: nella filosofia, nella scienza e nella vita ai tempi nostri. (D. Tedeschi)
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del diritto, considerata in sè ed in rapporto al socialismo contemporaneo.
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Lezioni di filosofia del diritto ... (N. Zanichelli, 1904) (page images at
HathiTrust) [X-Info] V. : Prime linee di un programma critico di sociologia.
(Tip. di V. Santucci) (page images at HathiTrust) [X-Info] V. Saggi critici
sulla teoria sociologica della popolazione ... (S. Lapi) (page images at
HathiTrust) [X-Info] V.: Saggi di filosofia sociale e giuridica. (N. Zanichelli),
also by Marabelli (page images at HathiTrust) [X-Info] V. Saggi di filosofia
sociale e giuridica (N. Zanichelli) (page images at HathiTrust). Nome compiuto:
Icilio Vanni. I. Vanni. Vanni. Keywords: action, interaction, azione,
interazione, Vico, positivismo, positivismo critico, etologia, ethology -- Refs.:
The H. P. Grice Papers, Bancroft MS, -- Luigi Speranza,, “Grice e Vanni: azione
ed inter-azione” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Vannini: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale del mistico – scuola di mistica -- di ‘Vitters’ – la scuola di
Sa Piero a Sieve – la scuola di Firenze – filosofia fiorentina – filosofia
toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, The Swimming-Pool Library (San Piero a Sieve). Abstract. Keywords: mistic. Witters. Filosofo
Fiorentino. Filosofo toscano. Filosofo italiano. San Piero a Sieve, Firenze,
Toscana. Essential Italian philosopher.
“Never to be confused with the vain Vanini!” -- Grice. Dopo gli studi al ginnasio Michelangiolo di Firenze,
si laurea in filosofia a Firenze, discutendo una tesi su “‘Vitters’: metafisico
e mistico”! Ha vissuto nel convento agostiniano di S. Spirito a Firenze, ospite
di Ciolini. Ha compiuto viaggi e soggiorni di studio in Europa. Insegna filosofia
nei licei. Per un triennio storia della filosofia a Firenze e storia della mistica
all'Istituto di scienze religiose a Trento. Ha tenuto seminari e
conferenze in università ed accademie italiane e straniere: Genova, Trento,
Ancona, Perugia, Urbino, Pavia, Pisa, Macerata, Napoli, Fermo, Parma, Arezzo,
Chieti, Roma, Avila, Strasburgo, Berlino. Considerato il maggior studioso
di mistica o anche il più importante studioso italiano di Eckhart e della
mistica cristiana, ha curato l'edizione italiana delle opera latine di Eckhart,
nonché quelle di altri autori spirituali, come AGOSTINO, Gerson, Fénelon,
Porete, Taulero, Anonimo Francofortese, Lutero, SILESIO, Czepko, Franck, Weigel,
ecc. Lungo un percorso ormai di quasi mezzo secolo, è stato traduttore e
curatore di importanti testi della mistica; critico della fenomenologia, da un
punto di vista teoretico e storico; filosofo della religione, soprattutto nei
suoi rapporti con la ragione e con la fede. V. legge il fenomeno mistico in
maniera innovativa ma, soprattutto, pone lo stesso a fondamento di ogni forma
ed esperienza religiosa. Tale presupposto impone come fuori da un'esperienza
diretta di questo tipo sia pressoché impossibile cogliere il senso, le modalità
e le finalità delle varie dottrine e pratiche religiose. Per V., la
mistica è un sapere spirituale, inoggettivabile ma, soprattutto, un sapere che
è un essere: è l'identità mistica il vero e proprio criterio per discernere il
vero dal falso. Tale ermeneutica costituisce una propedeutica all'inverarsi in
senso mistico della religione cristiana. La filosofia di V. si basa su
una esperienza spirituale, unitiva e teo-morfica. Centrali appaiono pertanto
concetti appartenenti alla sfera semantica della divinizzazione, dell’homoiosis
theo, quali vuoto, fondo dell'anima, generazione del logos, complementarità tra
distacco ed amore. Tale esperienza risulta comprensibile solo quando si è
fatto il vuoto nell'anima attraverso il distacco, diventando in tal modo
recettivi alla luce proveniente dall'alto, tali da rendere il soggetto esso stesso
luce eterna. Al vuoto in cui si perviene nel distacco corrisponde una pienezza,
una traboccante ricchezza ed energia, una gioia sconfinata ed
inesauribile. Il rapporto tra il divino e uomo non è quindi statico, di
mutua esclusione, ma “dialettico” o dinamico, di reciproca compenetrazione. La
“salvezza” viene letta nei parametri teologici di una escatologia realizzata
nel presente, come immanente esperienza dello spirito. Essenziale diventa
perciò il recupero della antropologia classica corpo, anima, spirito ove l'uomo
è un corpo, piccola parte dell'universo; una psiche, fluttuazione infinita di
pensieri, sentimenti, volizioni, soggetta al determinismo del tempo, dello
spazio, delle circostanze. Ma soprattutto uno spirito universale, eterno,
libero, uno nell'uno. L'attualità e l'originalità della posizione di V. ha
suscitato e continua a suscitare un acceso dibattito in seno al panorama
culturale italiano, filosofico e teologico: nei confronti dell'autore vari
infatti sono stati i commenti, le recensioni, i contributi e gli interventi
critici da parte di personalità quali (in ordine alfabetico) BOZZO, BALDINI, BIANCHI,
CACCIARI, MONTICELLI, ESPOSITO, FORTE, GIVONE, MANCUSO, MUCCI, RAVASI, REALE, TORNO,
VATTIMO, e VOLPI. La particolare
rilevanza della filosofia di V. può trasparire anche, ad esempio, dalle
seguenti affermazioni in meritocitate in ordine sparsodi alcuni dei suddetti
illustri filosofi. GIVONE: “A V., cui siamo debitori d'un lavoro filosofico
estremamente prezioso, rivolgiamo questa domanda. A V. dobbiamo non soltanto
edizioni impeccabili delle opere di Eckhart, Porete, Silesius, Gerson; ma anche
il pensiero vigoroso e chiaro, qualunque cosa gli si posa obiettare, che la
mistica è da un lato il cuore e la radice viva di ogni religione, ma dall'altro
“la filosofia nel suo senso più reale e profondo”, la conoscenza e la pratica
dell'essere e “la gioia dell'essere”. CACCIARI: “È un grosso debito quello che
la filosofia e la teologia hanno accumulato in questi anni nei confronti di V..
Grazie al suo instancabile lavoro o sotto la sua direzione il nostro paese può
oggi contare su impeccabili edizioni di Gerson, Silesius, Porete ed Eckhart.
MUCCI: “In questi tempi di declino dell'ontologia, V. è certamente, in Italia,
fuori dell'ambito ecclesiastico, il più illustre studioso di mistica.” REALE: “L'esperienza
mistica è comunque per sua natura connessa con il religioso, come viene mostrato
nella filosofia di V.i “La mistica delle religioni (Le Lettere) in questi
giorni in libreria. V., uno dei massimi esperti in materia a livello nazionale
e internazionale, analizza in modo dettagliato questa esperienza spirituale
nell'induismo, nel buddismo, nell'ebraismo, nell'islamismo e nel
cristianesimo.” TORNO: “Segnalare un livre de chevet, vale a dire una di quelle
opere maneggevoli che mai dovrebbero allontanarsi dal capezzale, è diventato
difficile oltre che inattuale. Eppure qualcosa circola, come prova l'ultimo
delizioso saggio di V. sulla grazia». FORTE: “L'ultimo bel libro di V. su “Mistica
e filosofia” rivela ancora una volta la sua straordinaria competenza di storico
e interprete della mistica.” Al pensiero di V. è stato dedicato “Mistica e
filosofia in V.” Saggi: “Lontano dal SEGNO. Saggio sul cristianesimo” (La
Nuova Italia, Firenze); “Esame della certezza” (Cenacolo, Firenze); “Eckhart.
Opere” (Nuova Italia, Firenze); “Dialettica della fede” (Marietti, Casale
Monferrato -- Le Lettere, Firenze); “L'esperienza dello spirito” (Augustinus,
Palermo); “Mistica e filosofia” (Piemme, Casale Monferrato -- prefazione di CACCIARI
-- Le Lettere, Firenze); “Il volto del Dio nascosto: l'esperienza mistica
dall'Iliade a Weil” (Mondadori, Milano); “Storia della mistica occidentale” (Mondadori,
Milano; Lettere, Firenze); “Introduzione alla mistica” (Morcelliana, Brescia);
“La morte dell'anima: dalla mistica alla psicologia” (Lettere, Firenze); “La
mistica delle grandi religioni” (Mondadori, Milano; Lettere, Firenze); Tesi per
una riforma religiosa (Lettere, Firenze); La religione della ragione” (Mondadori,
Milano); “Sulla grazia” (Lettere, Firenze); “Prego Dio che mi liberi da Dio: la
religione come verità e come menzogna” (Bompiani, Milano); “Lessico mistico: le
parole della saggezza” (Le Lettere, Firenze) – under M, ‘scuola di mistica
fascista’; “Il santo spirito fra religione e mistica” (Morcelliana Brescia); “Oltre
il cristianesimo: da Eckhart a Le Saux” (Bompiani, Milano); “Inchiesta su Maria:
la storia vera della fanciulla che divenne mito” (Rizzoli, Milano); “Indagine
sulla vita eterna” (Mondadori, Milano); “Introduzione a Eckhart -- profilo e
testi” (Lettere, Firenze); “L'Anti-Cristo: storia e mito” (Mondadori, Milano);
“All'ultimo papa: lettere sull'amore, la grazia, la libertà” (Saggiatore,
Milano); “VIO contro Lutero e il falso evangelo” (de' Medici, Firenze); “Il
muro del paradisoL dialoghi sulla religione” (Medici, Firenze); “Mistica,
psicologia, teologia” (Lettere, Firenze); liceo ginnasio Michelangiolo, Firenze.
Mancuso, Lutero è vivo e lotta con noi, s.a., in: <Panorama> Azzarà, su
Materialismo Storico Bio- Givone, Luce mistica dei moderni in: «Il ManifestoAlias»,
in il manifesto Alias, V., Mistica e filosofia, Prefazione, Firenze, Le
Lettere, Mucci, Il pensiero di V., in «La Civiltà Cattolica»; Reale, Il
misticismo vive in tutte le culture. Il testo di V., le «Upanishad» riedite, su
corriere. Torno, Alla ricerca della grazia nel segno di Eckhart, «Corriere
della Sera», Cultura, Forte, Mistica, l’enigma dell’altro, in «Avvenire», Schiavolin,
Mistica e filosofia in V. (Nerbini, Firenze). Mistica Misticismo cristiano
Mistica renana Meister Eckhart Hadot Henri Le Saux. Marco Vannini. Vannini. Keywords:
the mystic, das mystische, la scuola di mistica fascista. Refs.: The H. P.
Grice Papers, Bancroft MS – Luigi Speranza, “Vannini e Grice: il mistico di
‘Vitters’ – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria.
Luigi Speranza –
GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vannucchi: la ragione conversazionale – filosofia
italiana – Luigi Speranza (Caltanissetta).
Filosofo italiano. Caltanissetta. M. Roma -- è stato un filosofo ed attore
italiano. È il padre dell'attrice Sabina V. Onorato e V. in una scena di
Uomini e topi V. nei panni di Don Rodrigo e Girotti in una scena de I
promessi sposi V. nacque in una famiglia colta e agiata. Molto presto la
famiglia si trasferì in Cirenaica per motivi di lavoro, e dopo tre anni torna
in Italia per stabilirsi a Roma, dove V. trascorse l'infanzia. Durante la
guerra il padre accetta di lavorare a Modena all'ufficio del Catasto. Qui V.
frequenta brillantemente il liceo classico e si interessa alla letteratura e
alla poesia. Alla fine del liceo, contro il parere dei genitori, decide
d'iscriversi all'accademia nazionale d'arte drammatica di Roma, diplomandosi assieme
ad attori del calibro di Mauri, Graziosi, Sperlì e all'allora allievo regista Camilleri;
già durante i corsi ha modo di segnalarsi come attore promettente in occasione
dei saggi di fine anno. Prima ancora di diplomarsi, i suoi docenti Amico e Costa
lo fanno debuttare nella parte di Cristo nel lavoro teatrale Donna del
Paradiso. Studia contemporaneamente filosofia -- entra a far parte della
compagnia Gassman-Squarzina, e ottenne successo con rappresentazioni classiche:
affianca Gassman in Amleto, interpretando la parte di Laerte, poi interpretò
Tieste, I Persiani, Antigone e Prometeo. Passa alla compagnia del Teatro Nuovo
di Bosio con diversi spettacoli, tra cui la trasposizione teatrale di Buio a
mezzogiorno di Köstler. Ardenzi lo coinvolse in una tournée nell'America del
Sud - Brasile, Argentina, Uruguay - organizzata con l'appoggio del Ministero
dello Spettacolo. Fra i partecipanti attori del calibro di Anna Proclemer,
Giorgio Albertazzi, Renzo Ricci, Eva Magni, Tino Buazzelli, Glauco Mauri,
Davide Montemurri, Franca Nuti e Bianca Toccafondi. A parte il Re Lear di
Shakespeare, che vedeva riuniti nello stesso spettacolo tutti gli attori
principali della compagnia, il repertorio era tutto italiano: Corruzione al
Palazzo di giustizia di Ugo Betti, Beatrice Cenci di Alberto Moravia in prima
mondiale, Il seduttore di Diego Fabbri. Luigi Vannucchi in una
scena del film I giorni della violenza Luigi Vannucchi in una scena de Il
cappello del prete. cominciò la collaborazione con Memo Benassi nella compagnia
del Teatro Regionale Emiliano, con gli spettacoli Inquisizione di Diego Fabbri
e Hedda Gabler di Ibsen. fu scritturato dal Piccolo Teatro di Milano per la
parte di Saint Just ne I Giacobini[6] di Federico Zardi con la regia di Giorgio
Strehler e nella parte di Florindo nell'Arlecchino servitore di due padroni.
Negli anni sessanta diventò protagonista televisivo delle più grandi produzioni
Rai, raggiungendo una grande popolarità e recitando in più di trenta
sceneggiati, quali Tutto da rifare pover'uomo, Una tragedia americana, Delitto
e castigo, lo storico I promessi sposi nel ruolo di Don Rodrigo, e in quello di
Guido Cavalcanti in Vita di Dante, a fianco di Giorgio Albertazzi.
All'inizio degli anni settanta Vannucchi entrò nella compagnia Gli Associati
con Fortunato, Sbragia, Garrani, Fantoni, Ciangottini, Mannoni ed altri. Alla
base di questo sodalizio c'era la volontà di emanciparsi dai teatri stabili, in
cui spesso gli attori dovevano sottostare a contratti discutibili e a
limitazioni della propria libertà e creatività. Con Gli Associati Vannucchi
partecipò a spettacoli di grande successo: Strano interludio, Otello, Inferni,
e tanti altri. Uno degli allestimenti più importanti di questa Compagnia fu la
rappresentazione de Il vizio assurdo di Lajolo-Fabbri, sulla vita di Pavese di
cui V. era protagonista. A questa intensa attività V, affiancò il cinema, la
televisione, la radio, il doppiaggio e altre attività. Televisione La
carriera televisiva lo rese molto popolare al grande pubblico. Oltre ad
apparire come attore in spettacoli teatrali trasmessi dalla televisione,
partecipò come ospite a trasmissioni di intrattenimento, ma soprattutto
continuò ad essere protagonista di sceneggiati televisivi di grande successo: I
demoni e Il cappello del prete, con la regia di Sandro Bolchi, A come
Andromeda, Giocando a golf una mattina. Radio In radio fu il
conduttore per due volte di "Voi ed Io" lo storico programma
d'intrattenimento radiofonico del mattino tutti i giorni dal lunedì al sabato
dalle 9,15 alle 11,30 sul Programma
Nazionale Radiorai. Per quanto riguarda il cinema, non sono moltissimi i
film girati da Vannucchi, e non tutti di grande successo. Tra questi, La tenda
rossa di Mikhail Kalatozishvili,
L'assassinio di Trotsky di Joseph Losey
e Anno uno di Roberto Rossellini, in cui
interpretò il ruolo di Alcide De Gasperi. Luigi Vannucchi in una
scena di Johnny Yuma Morte Nel pieno della maturità artistica, morì suicida
ingerendo una forte dose di barbiturici mista ad alcolici nella sua casa di
Roma, ma il cadavere fu trovato dalla domestica solo la mattina dopo. È sepolto
nella tomba di famiglia, nel cimitero della Certosa di Bologna.
Filmografia Il vetturale del Moncenisio, regia di Guido Brignone Il conte Aquila, regia di Guido Salvini I fratelli corsi, regia di Anton Giulio Majano
Su è giù, regia di Mino Guerrini (1965)
L'arcidiavolo, regia di Ettore Scola Boris Godunov, regia di Giuliana Berlinguer Le piacevoli notti, regia di Armando Crispino
e Luciano Lucignani Johnny Yuma, regia
di Romolo Girolami I giorni della
violenza, regia di Alfonso Brescia Domani non siamo più qui, regia di Brunello
Rondi Tiffany memorandum, regia di
Sergio Grieco Il tigre, regia di Dino Risi La tenda rossa (Krasnaya palatka),
regia di Mikheil Kalatozishvili L'assassinio di Trotsky (The Assassination of
Trotsky), regia di Joseph Losey Anno
uno, regia di Roberto Rossellini Il mio
uomo è un selvaggio (Le Sauvage), regia di Jean-Paul Rappeneau Teatro La guerra di Troia non si farà di Jean
Giraudoux, regia dell'allievo Mario Ferrero, Teatro Quirino di Roma, Saggio
accademico Il Poverello di Jacques Copeau, regia di Orazio Costa, Festa del
Teatro a San Miniato Piccolo Teatro
della Città di Roma. Parte: Nel Coro Drammatico Donna del Paradiso, mistero
medievale tratto da laudi dei secoli XIII e XIV a cura di Silvio D'Amico, regia
di Orazio Costa, personaggio: Cristo, Teatro Eliseo di Roma. Un cappello di
paglia di Firenze di Eugene Labiche e Marc Michel, regia dell'allievo Francesco
Savio, personaggio: Achille di Rosalba, Teatro Eliseo di Roma, . Saggio
accademico Dialoghi delle Carmelitane (L'ultima al patibolo) di Georges
Bernanos, regia di Orazio Costa, personaggio: Il Cavaliere, Festival di San
Miniato Amleto di William Shakespeare,
regia di Vittorio Gassman e Luigi Squarzina, Teatro D'Arte Italiano,
personaggio: Laerte, Milano e tournée Tieste di Seneca, regia di Luigi
Squarzina, Teatro d'Arte Italiano Tre
quarti di luna di Luigi Squarzina, regia di Luigi Squarzina, Teatro d'Arte
Italiano Agamennone di Eschilo, regia di
Orazio Costa, Festival di Ostia antica La fuggitiva di Ugo Betti, regia di Luigi
Squarzina, personaggio: Veniero, Teatro La Fenice di Venezia, e breve tournée I Persiani di Eschilo, regia di Luigi
Squarzina, parte: Coro, Roma e tournée Leonora di F. Troiani, regia di Luigi
Squarzina, Roma e tournée Antigone di
Sofocle, regia di Guido Salvini, personaggio: Messo, Vicenza Prometeo di Eschilo, regia di Luigi Squarzina,
aiuto regia di Luigi Vannucchi, Siracusa Romeo e Giulietta di William Shakespeare,
regia di Guido Salvini, parti: Coro e Paride, Verona e tournée Anche le donne hanno perso la guerra di Curzio
Malaparte, regia di Guido Salvini, personaggio: Hans, Biennale di Venezia, XIII
festival internazionale del teatro La
vedova di G. B. Cini, regia di Guido Salvini, Vicenza Corte marziale per l'ammutinamento del Caine
di H. Wouk, regia di Luigi Squarzina, personaggio: Tenente di vascello Thomas
Keefer, Roma e tournée Il sacro
esperimento di Hachwalder, regia di Gianfranco De Bosio, personaggio: Don
Esteban Arago, capitano. Roma e tournée (Registrato anche per la televisione) Buio a
mezzogiorno di Arthur Koestler, regia di Gianfranco De Bosio, Roma e tournée Re
Lear di Shakespeare, regia di Franco Enriquez, personaggio: Edmondo, tournée in
Sud America (Santos, S. Paulo, Montevideo, Buenos Aires), compagnia
Ricci-Magni-Proclemer-Albertazzi Corruzione al Palazzo di giustizia di Ugo
Betti, regia di Gianfranco De Bosio, tournée in Sud America Beatrice Cenci di
Alberto Moravia, regia di F. Enriquez, tournée in Sud America Il pellicano
ribelle di Bassano, regia di Renzo Ricci, tournée in Sud America Sei personaggi
in cerca d'autore di Luigi Pirandello, regia di Renzo Ricci, tournée in Sud
America Monsieur de Pourcegnac di Molière, regia di Sandro Bolchi, compagnia
del Teatro Regionale Emiliano, impresario Cappelli, Emilia-Romagna, Torino,
Sanremo, Genova Inquisizione di Diego
Fabbri, regia di Memo Benassi, compagnia del Teatro Regionale Emiliano,
Emilia-Romagna, Torino, Sanremo, Genova Medea di Robinson, regia di Gianfranco De
Bosio, compagnia del Teatro Regionale Emiliano. Emilia-Romagna, Torino,
Sanremo, Genova Enrico IV di Luigi Pirandello, regia di Gianfranco De Bosio,
personaggio: Il Marchese Dinolli, compagnia del Teatro Regionale Emiliano,
Emilia-Romagna, Torino, Sanremo, Genova Hedda Gabler di H. Ibsen, regia di Sandro
Bolchi, compagnia del Teatro Regionale Emiliano. Emilia-Romagna, Torino,
Sanremo, Genova La Giostra di M. Dursi,
regia di C. Di Stefano, compagnia del Teatro Regionale Emiliano,
Emilia-Romagna, Torino, Sanremo, Genova Tragico contro voglia di Anton Čechov, regia
di Memo Benassi, compagnia del Teatro Regionale Emiliano, Modena I Giacobini di Federico Zardi, regia di
Giorgio Strehler, personaggio: Saint Just, Piccolo Teatro di Milano La Vena
d'oro di A. Zorzi, regia di Sandro Bolchi, compagnia del Teatro Regionale
Emiliano, con Terrieri e Grassilli, Teatro Duse di Bologna Bertoldo a corte di M. Dursi, regia di
Gianfranco De Bosio, personaggio: Il Re, compagnia del Teatro Stabile di Torino
Ore disperate di J.J. Hayes, regia di
Gianfranco De Bosio, personaggio: Hank Griffin, fratello di Glenn, compagnia
del Teatro Stabile di Torino I nostri
sogni di Ugo Betti Uomini e topi di John
Steinbeck, regia di E. Ferrieri, personaggio: George, Teatro del Convegno,
Milano Arlecchino servitore di due
padroni di Carlo Goldoni, regia di Giorgio Strehler, personaggio: Florindo,
Germania (anche TV), Belgio, Polonia, Cecoslovacchia, Regno Unito (Londra) - seconda tournée: Paesi Bassi, Stratford,
Marocco, Algeria, Tunisia Angelica di L. Ferrero, regia di Gianfranco De Bosio,
personaggio: Orlando, compagnia del Teatro Stabile di Torino, Venezia, Torino Processo a Oreste, spettacolo con Vittorio
Gassman, per l'Estate a Taormina I sette
a Tebe di Eschilo, regia di Mario Landi, personaggio: Messaggero, tournée
estiva in Sicilia (Taormina, Palazzolo, Gela, Selinunte, Agrigento, Palermo) La figlia di Iorio di Gabriele D'Annunzio,
regia di M. Ferrero, personaggio: Aligi, Pescara Il castello in Svezia di F. Sagan, regia di M.
Ferrero, personaggio: Sebastiano, compagnia Fantoni-Occhini-Vannucchi, tournée Acque turbate di Ugo Betti, regia di M.
Ferrero, personaggio: Gabriele, compagnia Fantoni-Cechini-Vannucchi, tournée Anfitrione di Plauto, regia di Silverio Blasi,
personaggio: Mercurio, tournée estiva (Pompei, Ostia) Il primogenito di C. Fry, regia di Orazio
Costa, personaggio: Mosè, Festival di San Miniato (anche Sassari e TV) Il diavolo e il buon Dio di Jean-Paul Sartre,
regia di Luigi Squarzina, personaggio: Heinrich, Teatro Stabile di Genova,
tournée in Italia e Russia Ciascuno a
suo modo di Luigi Pirandello, regia di Luigi Squarzina, personaggio: Michele
Rocca, Teatro Stabile di Genova, tournée in Italia e Russia Riunione di famiglia di T. S. Eliot, regia di
M. Ferrero, personaggio: Harry, Festival di San Miniato (anche TV) Troilo e Cressida di William
Shakespeare, regia di Luigi Squarzina, personaggio: Troilo, Teatro Stabile di
Genova, Genova, Torino, Milano Zio Vanja di Anton Cechov, regia di Edmo
Fenoglio, personaggio: Astrov, con Turi Ferro, Teatro Stabile di Catania Serata al Club S. Alessio, Teatro privato in
casa di Vittorio Gassman, Letture da Flaiano, Arbasino, Soldati Otello di
William Shakespeare, regia di B. Menegatti, personaggio: Otello, Teatro Stabile
di Trieste Jean Paul Sartre, a cura di Gerardo Guerrieri, regia di Edmo
Fenoglio, spettacolo del Teatro Club, serata unica, Teatro Valle di Roma, 26
aprile 1966. Rose rosse per me di Sean O'Casey, regia di Alessandro Fersen, con
Ileana Ghione, Teatro Valle. Moravia, per esempio..., a cura di Giuseppe
D'Avino e Gerardo Guerrieri, regia di Edmo Fenoglio, spettacolo del Teatro
Club, unica serata, Teatro Eliseo di Roma, 15 giugno 1967. La dodicesima notte
di William Shakespeare, regia di F. Torriero, personaggio: Malvolio, tournée
estiva, Portovenere, Marina di Grosseto, Roccasecca La Gioconda di Annunzio, regia di F. Piccoli,
personaggio: Lucio. Vittoriale di Pescara Trieste con tanto amore, recital Trieste,
ottobre 1968. Oreste di Euripide, regia di M. Stilo, personaggio: Oreste,
compagnia Vannucchi-Cavo-Bosic, tournée estiva, Tindari, Taormina Persefone di R. Lupi, regia di G. Chanalet,
parte: Voce recitante, Firenze Oedipus
rex di Igor' Fëdorovič Stravinskij, regia di Luigi Squarzina, parte: Voce
recitante, Firenze Poesia all'Olimpico,
serata presentata e condotta da Giancarlo Sbragia, Teatro Olimpico di Vicenza.
Otello di William Shakespeare, regia di Virginio Puecher, personaggio: Jago,
compagnia degli Associati, Verona e tournée estiva e invernale Strano interludio di Eugene O'Neill, regia di
Giancarlo Sbragia, personaggio: Sam, compagnia degli Associati, debutto a
Padova e tournée La figlia di Iorio di
Gabriele D'Annunzio, regia di Paolo Giuranna, personaggio: Aligi, Pescara,
Torino Antonio e Cleopatra di William
Shakespeare, regia di Luigi Vannucchi, personaggio: Pompeo, compagnia degli
Associati, Verona e tournée Inferni,
spettacolo comprendente Canicola di Pier Maria Rosso di San Secondo e Porte
chiuse di J. P. Sartre, regia di Giancarlo Sbragia, compagnia degli Associati,
tournée, Roma Il vizio assurdo di
Lajolo-Fabbri, regia di Giancarlo Sbragia, personaggio: Cesare, compagnia degli
Associati, tournée, Padova, Roma -
seconda tournée: Milano, Torino, terza tournée: Prato, Sardegna, Sicilia, ecc…,
anche registrazione TV) La nuova colonia di Luigi Pirandello, regia di Virginio
Puecher, personaggio: Currao, Teatro Quirino di Roma, 21 marzo 1975. Misura per
misura di William Shakespeare, regia di Luigi Squarzina, personaggio: Il
Duca,Teatro Argentina di Roma, Il
Mercante di Venezia di William Shakespeare, Regia di G. Cobelli, personaggio:
Shylock, estate teatrale veronese Prosa televisiva Luigi Vannucchi nei
panni di Laerte e Memo Benassi in una scena di Amleto II sacro esperimento di Hochwalder, regia di
Silverio Blasi Kean di Dumas - Sartre,
regia di Franco Enriquez Edipo re di
Sofocle, regia di Franco Enriquez Amleto
di William Shakespeare, regia di Vittorio Gassman, regia televisiva di Claudio
Fino Ventiquattr'ore felici di Cesare
Meano, regia di Claudio Fino I nostri
sogni di Ugo Betti, regia di Gianfranco de Bosio Arlecchino servitore di due
padroni di Carlo Goldoni, regia di Giorgio Strehler II Tricheco, commedia di R. G. Bosswell, regia
di Alberto Gagliardelli, trasmessa Ragazza mia di W. Saroyan, regia di Mario
Landi, Roma, romanzo Il fu Mattia Pascal
di Luigi Pirandello, regia di Daniele D'Anza Tre giorni a Roma, regia di Giancarlo Zagni Tutto da rifare pover'uomo di H. Fallada,
regia di Eros Macchi – sceneggiato Un
ispettore in casa Birling di J. B. Priestley Francillon di A. Dumas, personaggio: Enrico de
Symeux (1960) Letture natalizie, regia di Edmo Fenoglio, con Anna Maria
Guarnieri, Roma Italia d'oggi, letture,
Roma All'uscita di Luigi Pirandello,
regia di F. Fulchignani, Roma Ritratto
di Donna, regia di Edmo Fenoglio, Milano Essi arrivano in città di J. Priestley, regia
di Anton Giulio Majano, Milano Chiamami bugiardo, regia di Anton Giulio Majano,
Milano – sceneggiato Il più forte di
Giocosa, regia di Edmo Fenoglio, Roma (1961) Lettura telescuola, regia di Edmo
Fenoglio, Roma Lettura per bambini,
Milano Errore giudiziario di G. P.
Calegari, regia di G.P. Calegari, Milano Il giro del mondo di C. G. Viola, regia di
Anton Giulio Majano Una tragedia
americana di T. Dreiser, regia Anton Giulio Majano Un braccio di meno di C. Bernari, regia di
Anton Giulio Majano, Napoli La grana di
Dersi, regia di Silverio Blasi, Napoli I
diritti dell'anima di Giacosa, regia di Carlo Di Stefano, Milano Delitto e castigo di Dostoevskij, regia di
Anton Giulio Majano (1963) Prima di cena di Rostov, regia di Anton Giulio
Majano, Roma La Maschera e la grazia di Giacosa, regia di Anton Giulio Majano,
Roma Smash – ospite (1963) II Potere e
la Gloria di G. Greene, regia di Mario Ferrero, Roma - La donna di fiori di Casacci Ciambricco,
regia di Anton Giulio Majano, Roma, romanzo, personaggio: Ronald Fuller –
sceneggiato Vita di Dante di G.
Prosperi, regia di Vittorio Cottafavi, Roma, tre puntate, personaggio: Guido
Cavalcanti Un mondo sconosciuto,
commedia di Henry Denker, regia di Mario Ferrero, trasmessa . L'Ammiraglio di
M. Tobino, regia di Anton Giulio Majano Giulio Cesare di William Shakespeare, regia di
Sandro Bolchi Notte con Ospiti Nascita di Cristo I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, regia
di Sandro Bolchi - L'Approdo, regia di
Vito Molinari – sei presentazioni (voce fuori campo in Lanterna, Lezione sul
Boccaccio, Lezione su Pascal, Attualità di Gramsci) Milano – ospite Venezia città di sogno – voce fuori campo Ritorno a Firenze Un grande Europeo, un grande uomo (Adenauer) In trappola di Pierre Caillol, regia di
Flaminio Bollini, traduzione di Roberto Cortese Non cantare, spara di Leo Chiosso, regia di
Daniele D'Anza Almanacco (Napoleone),
Roma – voce fuori campo Un mondo
sconosciuto di H. Denker, regia di Mario Ferrero Il processo Slansky, regia di
Leandro Castellani Cristoforo Colombo,
regia di Vittorio Cottafavi – voce fuori campo Un volto una storia – voce fuori campo Giocando a golf una mattina di Francis
Durbridge, regia di Daniele D'Anza Il cappello del prete, dal romanzo di Emilio
De Marchi, regia di Sandro Bolchi Settevoci – ospite Quel giorno: fatti e testimonianze degli anni
'60 Cinema '70: Taccuino di viaggio di
Luchino Visconti – voce fuori campo Incontri musicali: incontro con Fifth
dimension, Roma, Incontri musicali: Incontro con Odette, Roma, A come Andromeda
di Fred Hoyle e John Elliot, regia Vittorio Cottafavi I demoni, dal romanzo
omonimo di F. Dostoevskij, regia di Sandro Bolchi, trasmesso. La Giostra di
Massimo Dursi, regia di Sandro Bolchi Ieri e oggi, regia di Lino Procacci –
partecipazione Qui squadra mobile, regia
di Anton Giulio Majano, Roma – sceneggiato Chi?, regia di Giancarlo Nicotra, Milano –
ospite Il vizio assurdo di Davide Lajolo
e Diego Fabbri, regia di Giancarlo Sbragia, regia televisiva: Lino Procacci La
scuola dei geni di M. Hubay, regia di Andrea Camilleri, Roma, monologo per la
serie "Attore solista" (album di monologhi a cura di E. Mauri) Storie della camorra, regia di Paolo Gazzara –
sceneggiato Misura per misura di W.
Shakespeare, regia di Luigi Squarzina, Prosa radiofonica Rai Angelica, dramma
satirico di Leo Ferrero, regia di Gianfranco de Bosio, trasmessa. Elettra,
tragedia di Hugo von Hofmannsthal, regia di Mario Ferrero, trasmessa .
Doppiaggio Tony Musante in Metti, una sera a cena, Il caso Pisciotta Richard
Widmark in Rollercoaster - Il grande brivido Jean Desailly in La calda amante
James Coburn in La battaglia di Midway Dean Martin in Bandolero! Clint Eastwood
in L'uomo dalla cravatta di cuoio Roy Scheider in Il maratoneta Philippe Noiret
in Il deserto dei Tartari Robert Duvall in Quinto potere Clark Gable in Via col
vento (ed. Dirk Bogarde in La caduta
degli dei Norman Alden in Tora! Tora! Tora! William Devane in Complotto di
famiglia Peter Graves in La donna del West Andrew Duggan in A noi piace Flint
Cameron Mitchell in Hombre Edward Mulhare in Caprice - La cenere che scotta
Charles Cioffi in Una squillo per l'ispettore Klute Michael Brill in Il
mostruoso uomo delle nevi Discografia (parziale) L'uomo Carducci - 33 giri - Istituto Internazionale del disco Poesie
ispano-americane - 33 giri - Istituto
Internazionale del disco Rainer Maria Rilke - poesie - 33 giri - Istituto Internazionale del disco A. Joszef
- poesie - 33 giri - Istituto Internazionale del disco La ballata di Porta Pia
- 33 giri, documento sonoro per celebrare i cento anni di Roma capitale -
Discografica Editrice Tirrena (DET) Mettiti uno specchio nell'anima - 45 giri - Warner Bros., distribuito da Dischi Ricordi
S.p.A. Altre attività Nel 1976 fu testimonial della casa produttrice di Grappa
Piave, per Carosello, il contenitore pubblicitario della Rai, e per i manifesti
murali della stessa campagna. Note ^ Sabina V. su Mymovies
http://www.mymovies.it/biografia/?a=23096 ^ articolo a pag.7 de
"L'Unità" archivio.unita.it. Tesi di laurea su V. tesionline.it/default/tesi.asp?idt=29661
Appendice al libro di Maurizio Giammusso, La fabbrica degli attori,
pubblicazione della Presidenza del
Consiglio ^ Sito ufficiale di Anna Proclemer Copia archiviata, su
annaproclemer.it. . Archivio del Piccolo Teatro di Milano archivio. piccoloteatro.org/foto/index.php?attore=Luigi+Vannucchi
^ Gli Associati su sergiofantoni.it sergiofantoni.it/index.php?route=imprese/Gli+Associati
^ Il vizio assurdo di Diego Fabbri e Davide Lajolo, Ed. La Nuova Cultura, Bruzzone,
Piccolo grande schermo. Dalla televisione alla telematica, Bari, Dedalo, . ^
Foto del Film ANNO UNO – V. - ROSSELLINI - Archivio del Cinema, su
photocinema.it. "L'estremo saluto a Luigi Vannucchi", articolo a
pag.7 de "L'Unità" del 2 settembre 1978 Copia archiviata, su
archivio.unita.it. Estate Teatrale Veronese estateteatraleveronese.it/ nqcontent.cfm?a_id=13056&tt=estateTeatrale
Repertorio del Piccolo Teatro di Milano Tesi di laurea di Sara Ridolfo: Tre
maschere di un attore. Per un ritratto di Luigi Vannucchi - Università degli
studi di Catania - Il vizio assurdo, di Diego Fabbri e Davide Lajolo, Ed. Nuova
Cultura, Roma Dizionario del cinema italiano: Gli artisti. Gli attori - di
Enrico Lancia e Poppi, - ed. Gremese EAN
Gli attori, di E.Lancia e R.Poppi, Gremese editore - Roma Piccolo grande
schermo. Dalla televisione alla telematica, di Mariagrazia Bruzzone. Ed. Dedalo
- Bari 1984 La fabbrica degli attori, di Maurizio Giammusso, pubblicazione
della Presidenza del Consiglio - Roma 1989 Altri progetti Collabora a Wikimedia
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Collegamenti esterni V come Vannucchi A come Attore (canale), su YouTube. V.,
su Discogs, Zink Media. Luigi V., su MusicBrainz, MetaBrainz Foundation. V., su
MYmovies.it, Mo-Net Srl. Modifica su Wikidata Luigi Vannucchi, su Il mondo dei
doppiatori, AntonioGenna.net. Vannucchi, su IMDb, IMDb.com. Modifica su
Wikidata (EN) Luigi Vannucchi, su AllMovie, All Media Network. Luigi Vannucchi,
su AFI Catalog of Feature Films, American Film Institute. Portale
Biografie Portale Cinema Portale Teatro
Portale Televisione Categorie: Attori italiani Nati a Caltanissetta Morti
a Roma Attori teatrali italiani Morti
per suicidio Sepolti nel cimitero monumentale della Certosa di Bologna Attori
televisivi italiani Attori cinematografici italiani Attori radiofonici
italiani[altre]. Nome compiuto: Luigi Vannucchi. Refs.: Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Vannucchi,” The Swimming-Pool Library,
Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza –
GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vannucci: la ragione conversationale (Pistoia). Filosofo italiano. Pistoia. M. Bagno
a Ripoli -- è stato un filosofo, presbitero e teologo italiano dell'Ordine dei
Servi di Maria. Ordinato sacerdote, ottenne la Licenza in Teologia presso
l'Ateneo Pontificio "Angelicum". Insegna esegesi, ebraico e
greco biblico negli istituti dei Servi di Maria. Si associò per un anno,
con alcuni confratelli, alla comunità di Nomadelfia, animata da Saltini. Con
Turoldo, organizza iniziative sociali, come la “Messa della carità”, nella
città di Firenze. Da vita a una nuova comunità – dedita al lavoro,
all'accoglienza e alla preghiera – all'Eremo di San Pietro a Le Stinche, nel
Chianti. Da allora lascia l'Eremo solo per tenere incontri ed esercizi
spirituali, oltre che corsi di Storia delle religioni presso la Pontificia
Facoltà Teologica "Marianum". Le sue attività e i suoi
insegnamenti sono di particolare ispirazione per Ronchi. Opere Il libro
della preghiera universale, Libreria Editrice Fiorentina, 1978. Invito alla
preghiera, Libreria Editrice Fiorentina, La vita senza fine, CENS, 1985;
Servitium, Ogni uomo è una zolla di terra, Edizioni Borla, Il passo di Dio.
Meditazioni per l'Avvento, Edizioni Paoline, con Maria di Campello) Il canto
dell'allodola. Lettere scelte, Qiqajon, Alchimia e liturgia, Lorenzo de' Medici
Press, Camici, Uomo di luce: mistagogia e vita spirituale in Giovanni Vannucci,
Il Segno dei Gabrielli, Roberto Taioli, La preghiera cosmica di Giovanni
Vannucci, su gianfrancobertagni.it. Portale Biografie Portale
Cattolicesimo Categorie: Presbiteri italiani Teologi italiani Nati a Pistoia Morti a Bagno a Ripoli Serviti
italiani [altre]. Nome compiuto: Giovanni Vannucci.
Luigi Speranza –
GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vantaggiato: la ragione converszionale: occidente
ed oriente (Roma). Filosofo italiano. Professore a
contratto Dipartimento di Storia Culture
Civiltà Dipartimento di Interpretazione
e Traduzione Curriculum vitae. Laureato
in Lingua e Letteratura cinese presso l'Università Ca'Foscari di Venezia. Cnsegue
il dottorato di ricerca nel medesimo ateneo con una tesi sul manoscritto Xìng
zì mìng chū. Durante questo periodo ho trascorso due anni nella Repubblica
Popolare Cinese, dapprima a Wǔhàn (Húběi) e successivamente a Dàlián
(Liáoníng). Negli ultimi cinque anni ha affiancato le attività di docenza e di
ricerca a quelle di interprete giudiziario per la Procura della Repubblica
presso il Tribunale di Ascoli Piceno, la Procura della Repubblica presso il
Tribunale di Bari e inteprete di Conferenza a Pechino presso l'Istituto
Confucio dell'Università di Macerata. Nome compiuto: Luca Vantaggiato.
Luigi Speranza –
GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vanzina: la ragione conversazionale (Roma). Filosofo italiano. Alla Cerimonia di
presentazione dei candidati ai Premi David di Donatello per l’anno 2023 David
di Donatello David di Donatello alla carriera 2023 Enrico Vanzina (Roma, 26
marzo 1949) è uno sceneggiatore, produttore cinematografico, scrittore e
regista italiano. Biografia Leone d'Oro per meriti letterari ad
Enrico Vanzina nella prestigiosa sala Zuccari del Senato della Repubblica
Primogenito del regista e sceneggiatore Steno, al secolo Stefano Vanzina, e di
Maria Teresa Nati, nonché fratello del regista e produttore Carlo Vanzina, vive
sin dalla nascita a stretto contatto con il mondo del cinema: oltre al padre
regista, suoi amici in adolescenza sono Claudio e Marco Risi, figli del regista
Dino Risi. Ottiene il Baccalaureat francese al Lycée Chateaubriand di Roma nel
1966[1] e si laurea nel 1970 in Scienze politiche all'Università degli Studi di
Roma "La Sapienza". Nei primi anni settanta il padre lo vuole al suo
fianco come aiuto regista per le riprese di L'uccello migratore con Lando
Buzzanca, La poliziotta con Mariangela Melato e Piedone a Hong Kong con Bud
Spencer; tuttavia capisce presto che la regia non lo interessa e preferisce
diventare uno sceneggiatore. In quarant'anni nel cinema, è stato autore
di oltre cento sceneggiature. La prima è quella di Luna di miele in tre del
1976, seguita nello stesso anno da Febbre da cavallo, che molti considerano il
suo capolavoro. Ma è assieme al fratello regista Carlo che scrive sceneggiature
di film come Sapore di mare, Il pranzo della domenica, Eccezzziunale...
veramente, Vacanze di Natale, Yuppies - I giovani di successo, Le finte bionde,
Sotto il vestito niente, Via Montenapoleone, Il cielo in una stanza, Ex - Amici
come prima!, Mai Stati Uniti e Non si ruba a casa dei ladri. Nel 1986
fonda la casa di produzione Video 80, che finanzierà sia prodotti per il cinema
che fiction televisive. Ha inoltre prodotto molti programmi televisivi,
tra cui le serie I ragazzi della 3ª C, Amori, Anni '50 , Anni '60 e Un ciclone in famiglia. collabora con
la Penta Film di Mario e Vittorio Cecchi Gori come consulente generale e capo
della produzione. Autore anche di commedie teatrali tra le quali Bambini
cattivi, messa in scena da Giuseppe Patroni Griffi, e Febbre da cavallo musical
ispirato al celebre film, ha pubblicato pure i romanzi Colazione da Bulgari
(Salerno Editrice), La vita è buffa (Gremese editore), Le finte bionde, La sera
a Roma, Una famiglia italiana (Mondadori), Commedia all'italiana, Il gigante
sfregiato, Premio Internazionale di Narrativa Città di Penne, Il mistero del
rubino birmano e La donna dagli occhi d'oro (Newton Compton). vince il Premio
Fiuggi sezione Epistolari e Memorie con il suo libro "Diario Diurno"
(HarperCollins). -- è iscritto come giornalista pubblicista all'Ordine dei
Giornalisti del Lazio. Dopo aver collaborato per sette anni al Corriere della
Sera, cura una rubrica settimanale di costume per Il Messaggero. Oggi è
considerato uno dei massimi esponenti della commedia all'italiana, autore di
film di enorme successo di pubblico. Enrico Vanzina ha dichiarato in più
occasioni di essere liberale[4], come il padre Steno (che collaborò anche come
giornalista al Giornale di Montanelli), e di fede cattolica. debutta alla
regia con Lockdown all'italiana, cui segue due anni dopo Tre sorelle.
Il Presidente Sergio Mattarella saluta Enrico Vanzina, vincitore del
David speciale riceve il David di Donatello alla carriera. riceve il
Leone d'Oro per Meriti Letterari al Senato della Repubblica da parte del Gran
Premio Internazionale di Venezia, con nomination del Vice Presidente Avv.
Pasquale Auricchio e il Patron del Leone d'Oro Dott. Sileno
Candelaresi[7]. approda su Cine34 con la rubrica Vi Racconto[8]. è
sposato con Federica Burger. Filmografia Sceneggiatore Oh, Serafina!,
regia di Alberto Lattuada Febbre da
cavallo, regia di Steno Luna di miele in
tre, regia di Carlo Vanzina Von
Buttiglione Sturmtruppenführer, regia di Mino Guerrini Tre tigri contro tre tigri, regia di Sergio
Corbucci e Steno Per vivere meglio divertitevi con noi, regia di Flavio
Mogherini La patata bollente, regia di Steno Figlio delle stelle, regia di Carlo V. Arrivano i gatti, regia di Carlo V. Il lupo e l'agnello, regia di Francesco
Massaro Fico d'India, regia di Steno Una vacanza bestiale, regia di Carlo Vanzina Il tango della gelosia, regia di Steno
Miracoloni, regia di Francesco Massaro I
fichissimi, regia di Carlo Vanzina Eccezzziunale... veramente, regia di Carlo V. Sballato, gasato, completamente fuso, regia di
Steno Sesso e volentieri, regia di Dino
Risi Viuuulentemente mia, regia di Carlo
V. Dio li fa poi li accoppia, regia di
Steno Vado a vivere da solo, regia di
Marco Risi Sapore di mare, regia di
Carlo Vanzina Al bar dello sport, regia
di Francesco Massaro Il ras del
quartiere, regia di Carlo V. Mani di
fata, regia di Steno Mystère, regia di
Carlo V. Sapore di mare 2 - Un anno
dopo, regia di Bruno Cortini Vacanze di
Natale, regia di Carlo V. Un ragazzo e
una ragazza, regia di Marco Risi Amarsi
un po'..., regia di Carlo Vanzina Domani
mi sposo, regia di Francesco Massaro Vacanze in America, regia di Carlo Vanzina Mi faccia causa, regia di Steno Sotto il vestito niente, regia di Carlo
Vanzina Yuppies - I giovani di successo,
regia di Carlo V. Italian Fast Food,
regia di Lodovico Gasparini Il commissario Lo Gatto, regia di Dino Risi Via Montenapoleone, regia di Carlo Vanzina I miei primi 40 anni, regia di Carlo Vanzina Montecarlo Gran Casinò, regia di Carlo V. Cronaca nera – film TV Animali metropolitani,
regia di Steno Ti presento un'amica,
regia di Massaro La partita, regia di
Carlo V. Big Man – serie TV, 2 episodi Le finte bionde, regia di Carlo Vanzina La più bella del reame, regia di Cesare
Ferrario Fratelli d'Italia, regia di
Neri Parenti Tre colonne in cronaca,
regia di Carlo V. Miliardi, regia di
Carlo Vanzina Piedipiatti, regia di
Carlo V. Sognando la California, regia di Carlo Vanzina Piccolo grande amore, regia di Carlo V. I mitici - Colpo gobbo a Milano, regia di
Carlo Vanzina S.P.Q.R. - 2000 e ½ anni
fa, regia di Carlo Vanzina Uomini uomini
uomini, regia di Christian De Sica Io no
spik inglish, regia di Carlo V. Vacanze di Natale '95, regia di Neri Parenti (
Selvaggi, regia di Carlo Vanzina Squillo, regia di Carlo Vanzina A spasso nel tempo, regia di Carlo Vanzina Fratelli coltelli, regia di Maurizio Ponzi A spasso nel tempo - L'avventura continua,
regia di Carlo Vanzina Banzai, regia di
Carlo V. Simpatici & antipatici,
regia di Christian De Sica Cucciolo,
regia di Neri Parenti Anni '50 –
miniserie TV, 4 episodi Il cielo in una
stanza, regia di Carlo Vanzina Tifosi,
regia di Neri Parenti Anni '60 –
miniserie TV, 4 episodi Vacanze di Natale 2000, regia di Carlo Vanzina Quello che le ragazze non dicono, regia di
Carlo V. E adesso sesso, regia di Carlo
Vanzina South Kensington, regia di Carlo
V. Un maresciallo in gondola – film TV Febbre da cavallo - La mandrakata, regia di
Carlo Vanzina Il pranzo della domenica,
regia di Carlo Vanzina Le barzellette,
regia di Carlo Vanzina In questo mondo
di ladri, regia di Carlo V. Il ritorno
del Monnezza, regia di Carlo Vanzina Eccezzziunale veramente - Capitolo secondo...
me, regia di Carlo V. Olé, regia di
Carlo V. Piper – film TV - Un anno
eccezionale, regia di Carlo Vanzina Matrimonio alle Bahamas, regia di Risi Un ciclone in famiglia – miniserie TV, 22
episodi Un'estate al mare, regia di
Carlo Vanzina Vip – film TV Piper - La
serie – serie TV, 2 episodi Un'estate ai
Caraibi, regia di Carlo V. La vita è una
cosa meravigliosa, regia di Carlo V. Ti
presento un amico, regia di Carlo Vanzina Sotto il vestito niente - L'ultima sfilata,
regia di Carlo V. Ex - Amici come
prima!, regia di Carlo V. Vacanze di
Natale a Cortina, regia di Neri Parenti Buona giornata, regia di Carlo V. Area
Paradiso, regia di Diego Abatantuono Mai
Stati Uniti, regia di Carlo Vanzina Sapore di te, regia di Carlo V. Un matrimonio
da favola, regia di Carlo Vanzina Ma tu
di che segno 6?, regia di Neri Parenti Torno indietro e cambio vita, regia di Carlo
Vanzina Miami Beach, regia di Carlo V. Non si ruba a casa dei ladri, regia di Carlo V.
(2016) Caccia al tesoro, regia di Carlo V. Una festa esagerata, regia di
Vincenzo Salemme Natale a 5 stelle,
regia di Marco Risi Sotto il sole di
Riccione, regia degli YouNuts! Lockdown
all'italiana, regia di Enrico V. Tre sorelle, regia di Enrico Vanzina Sotto il sole di Amalfi, regia di Martina
Pastori La canzone romana, regia di
Enrico Vanzina e Elena Bonelli Produttore Italian Fast Food, regia di Lodovico
Gasparini Cronaca nera – film TV Il vizio di vivere – film TV Il decimo clandestino – film TV Mano rubata – film TV Cinema – film TV La moglie ingenua e il marito
malato – film TV Gioco di società – film
TV Vita coi figli – film TV Maximum Exposure – miniserie TV, 4 episodi I mitici - Colpo gobbo a Milano, regia di
Carlo Vanzina Io no spik inglish, regia
di Carlo Vanzina Selvaggi, regia di
Carlo Vanzina Fratelli coltelli, regia
di Maurizio Ponzi Buona giornata, regia
di Carlo V. Miami Beach, regia di Carlo
Vanzina Non si ruba a casa dei ladri,
non accreditato, regia di Carlo Vanzina Natale a 5 stelle, regia di Marco Risi Sotto il sole di Riccione, regia degli
YouNuts! Lockdown all'italiana, regia di
Enrico Vanzina Tre sorelle, regia di
Enrico Vanzina La canzone romana, regia
di Enrico Vanzina e Elena Bonelli Regista Lockdown all'italiana Tre sorelle Attore L'ultimo gattopardo - Ritratto di
Goffredo Lombardo, regia di Giuseppe Tornatore Titanus 1904, regia di Giuseppe Rossi Libri Le
finte bionde, Sotto il Colosseo niente,
Colazione da Bulgari, La vita è buffa, Vacanze di Natale Il mio mondo Commedia
all'italiana: ritratto di un paese che non cambia, 2008 Una famiglia italiana, Il gigante sfregiato Il mistero del rubino
birmano, La donna dagli occhi d'oro, La sera a Roma, Mio fratello Carlo, 2019 Una giornata di
nebbia a Milano, Diario diurno, Il cadavere del Canal Grande, Noblesse oblige, Riconoscimenti Grolla d'oro
Premio De Sica Premio Flaiano Nastro d'argento Premio Charlot Telegatto Premio
America della Fondazione Italia USA Premio Agnes per il giornalismo Special
Award del Premio Alessandro Cicognini Premio Anna Magnani, la VII edizione
Premio Sette Colli David di Donatello
Premio Villa Bertelli Leone d'Oro per
meriti letterari al Senato della Repubblica Gran Trofeo del Premio Letterario
Internazionale Casinò di Sanremo Antonio Semeria. Note ^ Fonte: MYmovies.
Enrico Vanzina biografia | MYmovies.it. Vedi anche un suo intervento sul
Corriere della Sera del 2 ottobre 1993. Archivio Corriere della Sera ^ Enrico
Vanzina | Aqua Film Festival, su aquafilmfestival.org, . ^ Albo Nazionale dei
Giornalisti -, su odg.it.. ^ Come, in diverse occasioni, sulla sua rubrica su
Il Messaggero ^ Come ha dichiarato nel libro Mio fratello Carlo Annarita
Borelli, Venerdi' 24 settembre. Sala Zuccari Senato della Repubblica. Gran
Premio Internazionale di Venezia. Conferenza sulla Pace e consegna dei Leoni
D'Oro., su Obiettivo Notizie. ^ Contatti e Organigramma, su Leone doro. URL . ^
Vi Racconto: la nuova rubrica di Enrico Vanzina su Cine34, su Magazine tivù 3.
^ Chi è Federica Burger, la moglie di Enrico Vanzina, su donnaglamour.it. ^
Copia archiviata, su cityrumors.it. Premio Anna Magnani, la VII edizione, su
terzapagina.it. ^ David di Donatello 68ª edizione, David Speciale a Enrico
Vanzina, su rainews.it. ^ Premio Villa Bertelli 2023, su villabertelli.it. ^ Il
Leone d'oro va al pronipote di Enrico Mattei » Pensalibero.it, su
Pensalibero.it, Informazione laica on line Altri progetti Registrazioni di
Enrico Vanzina, su RadioRadicale.it, Radio Radicale. Modifica su Wikidata
Enrico Vanzina, su MYmovies.it, Mo-Net Srl. Enrico V., su IMDb, IMDb.com. Enrico V, su
AllMovie, All Media Network. Enrico V., su filmportal.de. V · D · M Vincitori
del Premio Internazionale di narrativa "Città di Penne" Portale
Biografie Portale Cinema Categorie: Sceneggiatori italiani del XX
secoloSceneggiatori italiani del XXI secoloProduttori cinematografici
italianiScrittori italiani del XX secoloScrittori italiani del XXI
secoloProduttori cinematografici Produttori cinematografici Nati a
RomaSceneggiatori figli d'arteStudenti della Sapienza - Università di
RomaVincitori del Premio Flaiano di cinematografia David di Donatello alla
carriera [altre] Sceneggiatore e produttore cinematografico italiano (n. Roma).
Cresciuto a stretto contatto con il mondo del cinema (è figlio del regista S.
Vanzina, noto come Steno), negli anni Settanta ha cominciato la sua lunga
carriera di sceneggiatore (con Luna di miele in tre), che lo ha portato a
scrivere per importanti nomi del cinema italiano. Insieme con il fratello C.
Vanzina, nel 1984 ha fondato la casa di produzione International Video 80.
Grazie alle sue commedie (prime fra tutte quelle del ciclo “di Natale” degli anni
Ottanta e Novanta), autore tra i più amati dal pubblico italiano (è del 2011
Ex: amici come prima!, del 2012 Buona giornata Mai Stati Uniti, del 2014 Sapore
di te e del 2016 Miami Beach e Non si ruba a casa dei ladri), ha esordito nella
scrittura con il romanzo Il gigante sfregiato, a cui hanno fatto seguito Il
mistero del rubino birmano (2014), La sera a Roma, il testo autobiografico Mio
fratello Carlo e Una giornata di nebbia a Milano. ha diretto e sceneggiato la
pellicola cinematografica Lockdown all'italiana e nel 2023 è stato insignito
del David di Donatello Speciale.Nome compiuto: Enrico Vanzina.
Luigi Speranza –
Grice italo!; ossia, Grice e Vanzon: la ragione conversazionale – filosofia
italiana – (Istria). Filosofo italiano. He was an Istrian by birth,
in a location within Istria. He moved to Venice, where he completed his
classical studies. While his dictionary works were published in several Italian
cities, including Livorno and Palermo, his origin is cited as Istrian. A tiny
portion of the Istrian peninsula is still part of Italy – speciafically, the
area around the town of MUGGIA. The Italian section consists of the communes of
MUGGIA and SAN DORLIGO DELLA VALLE, located just south of the city of Trieste.
Muggia is the only Italian port town that lies within the historical and
geographical bounds of the Istrian peninsula. The current borders where
finalized by the Treaty of Osimo, which formalized the de facto division of the
former free territory of Trieste. Padova, Veneto. Venezia, Veneto. Livorno,
Toscana. V. is the author of the Dizionario universale della lingua italiana,
ed insieme di geografia antica e moderna, mitologia, storia sacra, politica, ed
ecclesiastica, published in Livorno . His more famous work, Grammatica ragionata della
lingua italiana, is an exposition that served as the extensive grammatical
introductin to his larger dictionary. GRAMMATICA
RAGIONATA DELLA LINGUA ITALIANA Riveduta dall’ autore, e da Iti accresciuta di
due elaboratissimi trattati, uno di Ortologia, 1’ altro di ()rtografia; di sei
copiose raccolte di modi di dire usitatissimi co’verbi essere, Aocere, andare, dare,
stare e fare; di molti eserpj famigliari dell'uso comune – H. P. Grice: “What
Austin, but not I, would call ‘ordinary language’ – meaning AIN’T use! --; e di
un gran numero di paragrafi nel corso de’capitoli, contenenti precetti ed
osservazioni. Grammaticorum, sine ratione, testimoniisque auctoritas nulla est.
Sanctius, in Minerva. LIVORNO Dai ToncHi pr Lurci ANGELONI t ù 4 x 126% .38% n
f NC LETTERA DELL’ ILLUSTRISSIMO Zannoni (vedasi) SEGRETARIO DELL' ASSCADBNIA
DELLA CRUSCA ALL' AUTORE DELLA PRESENTE OPERA. Firenze. ORNATISSIMO SIGNORE l’accademia
presentata d'un esemplare della di lei grammatica ragionata della lingua italiana,
mi ordina renderle le debite grazie. Le opere che î veri dotti scrivono sulla
dolce nostra favella, cura continua dell’accademia, in molto pregio tenute sono
da essa, che del patrio decoro unicamente sollecita, e non’signoreggiata d’invidia
o gelosia, pronta è a trar profitto dagli studj altrut per la sua impresa del
correggere e aumentare il vocabolario. Dee ciò accerlar lei della soddisfazione
con che ha il corpo accademico ricevuto il suo libro. Esso non le ne da alcun
parere, perchè è sua massima di non giudicare che degli scritti inviati a’concorsi.
Non è però vietato darlo separatamente a ciascuno degl’accademici. Laonde io
francamente le fo noto il mio. È ottimo il suo divisamento di comporre una
gramimatica dt nostra lingua in che s’ha per iscopo il far riflettere l'alunno
su ciò che sa, anzi che insegnargli la propria lingua; e al divisamento ben
corrisponde l'esecuzione. Ragionata è la sua grammatica nella disposizione
delle parti, e nel particolare sviluppamento di esse. Tuito è chiaro, e tutto
conosciuto intimamente, e con molta sagacità; cosicchè ne sembri chiusa la
strada a chiunque s’augurasse, nel ere poter oggi far meglio. Le ne fo pertanto
le più sincere congralulazioni; e con istima ed ossequio, ho l'onore di
dichiararmi Di Let ornatissimo Signore Dev.m° Obbl.m° Serv. ZANNONI. Avvegnachè
valenti maestri abbiano in var) tempi fatto dono all’Italia di trattati
elaboratissimi sulla lingua, e si vada perciò da: molti dicendo esservene a
dovizia da soddisfare a’ propr) bisogni, pure a me sembra che scarsa copia
siavi di’quelli che, per natura loro, e senza l' altrui opera, adattarsi
possano‘al sistema d'istruzione in uso a°* dì nostri. IL’ ideologia, giunta
oggimai-a grado sì eminente, riducendo, mercè le dotte ed industriose ricerche
dei suoi'coltivatori, lo studio delle lingue ad un sistema analitico, vorrebbe
eziandio che i principj grammaticali avesser per iscopo il far riflettere
l’alunno su’ciò che sa, anzichè insegnargli la propria lingua; e che, contro la
fin qui avutane opinione, si dove la grammatica considerare, non già qual via
che ad altre e più sublimi scienze conduce, ma bensì quasi fosse meta del
cammino, come perfezionamento di queste; non altro essendo la scienza
grammaticale che un SISTEMA di parole, RAPPRESENTANTE – H. P. Grice: words are
not signs, but they represent! -- quello delle nostre idee, nel nostro spirito,
allorquando comunicar le vogliamo nell’ordine, e co'rapporti, che tra loro
scorgiamo. Il riguardare la grammatica sotto un tal punto di vista, è omai
comune appo le nazioni più colte dell’Europa; imperocchè scrittori del più
sagace discernimento, già da più d’un secolo, si son fatto uno studio onde
ovunque venisse l'ideologia, come parte della pubblica istruzione, introdotta.
Ma un così plausibil cambiamento a stento trovò qualche’seguace in ITALIA,
mentre di tanti egregj italiani, che scriveno intorno alla favella loro, uno
solo fuvvi, il più moderno, egli è vero, che, imitando felicemente i più
celebri ‘ideologi francesi, fa vedere agl’italiani quanto sino allora avean mal
camminato nel seguire servilmente il RANCIDO METODO LATINO, dal quale, prima di
lui, par che avessero scrupolo i più sapienti grammatici italiani d’allontanarsi
nella benchè minima cosa, quasi che le loro opere ad altro non dovesser
tendere, che ad insegnare la italiana favella a coloro che già nell’ idioma latino
sono ammaestrati; e se difettoso‘si volesse’ trovare quel dottissimo autore in
alcune parti della sua grammatica ragionata, sarebbe per ‘avventura l’essersi
egli di soverchio esteso con ragionare di cose di pochissimo momento, e
l’avere, all'opposto, ommesse affatto altre che valevan bene il pregio a
parlarne. Oltracciò gli s’appone da taluni troppa profondità in molti de’suoì
ragionamenti in guisa che sovente le sue dottrine riescono oscure, e non a
tutti del pari intelligibili: difetto, per altro, che pregio può dirsi appetto
a quello del comune de’grammatici suoi antecessori, i quali, copiandosi l'un
l’altro, e limitandosi allo stabilire precetti superficiali, fondati sull’uso
de'classici autori, non s'immaginaron nè pure che la lingua si puo meta-fisicamente
trattare. Troppo manifesto è l'inconveniente che gl’antichi metodi racchiudono,
perchè gl'istruttori ragionevoli d’oggidi nol veggan chiaro, e l'utile che
da’nuovi risulta, è omai troppo sperimentato, perchè il possano ignorare; ma,
ciò nonostante, noi non veggiamo peranche, nè i primi affatto tolti di mezzo,
nè i secondi del tutto in vigore, lo che forse ad altro ascriver non deesi che
a’ pregiudizj scolastici, che tuttora presiedono agli ammaestramenti di molti,
e forse an- cora al passaggio repentino e immediato dalla per sì lungo tempo
usata superficialità degli antichi al pensar profondo de’ moderni, le cui opere
filosofiche, adottate come guide nel nuovo sistema d' istruzione, offrono
sentieri, quantunque brevi, troppo spinosi per un gran numero di ammaestratori,
poco avvezzi a pensare. Tali considerazioni crearono in me il pensiero che non
sarebbe per riuscir disutile una grammatica ragionata, che, quasi medio
cammino, dall' uno estremo e dall' altro egual- mente si dilungasse, e che,
distruggendo parte delle preoc-. cupazioni degli scolastici, e parte accettando
delle filosofiche dottrine, rendesse quelli meno schivi di queste, e li condu-
cesse quasi insensibilmente alle già incominciate riforme. _ Ecco i motivi per
cui divisai di scrivere la grammatica che offro al Pubblico, e stimerommi
felice, se il fine del- l' opera risponderà a quello, che nell’ impresa mi
proposi. . Ma se nell’ esporre i precetti di lingua, ho creduto do- vermi, per
le allegate ragioni, discostare dall’ antico metodo, 1 precetti stessi non sono
perciò men quelli del Buommattel, del Cinonio, del Salviati, del Corticelli,
del Pistolesi, del Mastrofini, e d' altri accreditati grammatici; sì come, in
s0- stegno di essi precetti, mi son fatto un obbligo ( senza por l'uso in
dimenticanza) di attenermi all’ autorità de Padri del- la lingua, voglio dire
de' primarj classici del decimo quarto —or—€ _@ | VII secolo; citando ancora,
in mancanza di quelli, o quando, pet altra ragione, è caduto in acconcio,
qualcuno degli approvati cmquecentisti, e poeti, e prosatori. Lungi dal volere
io far l'apologia della mia grammatica, ne lascio il giudizio all’ imparziale
filologo, che spero porrà mente all' infinite difficoltà che incontra chi
imprende a per- fezionare, semplicizzando , simili opere; e al precettore, che,
sposando opinione più favorevole per quel che porta l'im- pronta di novità,
saprammi grado di avere ad esso allegge- rito il peso dell’ ammaestrare, e
abbreviato, di gran tratto, il cammino al suo discepolo, per giungere al segno
che que- sti, cominciando, proponevasi. UNA PAROLA SU QUESTA SECONDA EDIZIONE.
La prima destinazione di quest’ opera, allorchè presi a comporla, fu di
servire, col titolo di Esposizione Gramma- ticale, quasi come d’ aggiunta al
mio Dizionario Universale; per la qual cosa, onde non ingrossar di troppo il
primo volu- me di esso dizionario, mi fu forza restringere i limiti della
grammatica, e lasciarla mancante di molte cose, se non ne- cessarie, per lo
meno assai rilevanti; nè la potei cor- redare di cosa alcuna riguardo a quelle
due somme par- ti della nostra favella, voglio parlare dell’Ortologia e
dell’'Or- tografa, riserbandomi per miglior tempo il perfezionarla e
pubblicarla separatamente. Ad onta di ciò, per quanto imperfetta l’ opera
paresse agli occhi miei, fui indotto dal consiglio di molti a farne stampare
500 copie fuori di quelle attaccate al Dizionario, cambiandone il titolo in
quest'altro di Grammatica ragionata della lingua ttaliana. Pubblicato il libro,
oltre ogni mia aspettativa, ottenni il compatimento, per non dire il plauso,
dell'intelligente pubblico: e l'Accademia stessa della Crusca, in una lettera
scrittamìi allora dal Cav. Zannoni segretario di lei, mi fe’ conoscere la sua
va- levole approvazione; ma quel che d' allora in poi, mi è stato di maggior
conforto, si è che la mia Grammatica ha servito di modello e di guida per la
compilazione di altre gramma- ticali dottrine. Il breve tempo in cui quella
edizione è stata esaurita mi ha finalmente persuaso a farne un' altra, che è la
presen- te. Regna in questa lo stesso metodo praticato nella prima, VIII
siccome quello, a parer mio, più agevole allo studioso, e più istruttivo, cioè
evvi la sinfassi esposta insieme con la eti- mologia, in guisa che ogni regola
di questa abbia, in una sottoposta. annotazione, la sua sintassi. n . Di tali
annotazioni, circa un centinajo di più che nella precedente edizione, si trova
sparso in questa, la quale in oltre dall’ altra distinguesi per l'aggiunta di
due elaboratissimi trat- tati, uno di Ortologia, l' altro di Ortografia; di sei
copiose raccolte di Modi di dire usitatissimi co’ verbi essere, avere, andare,
dare, stare, e fare; di molti esempj famigliari dell'uso comune, e di un gran
numero di nuovi paragrafi nel corso de’ Capitoli, contenenti importanti
precetti ed osservazioni altrove ommesse. Oso sperare che se la prima edizione,
im- perfetta com'era, è stata benignamente compatita, anzi encomia- ta, i
citati miglioramenti e accrescimenti faranno sì che questa wenga più gustata da
chi ne sa apprezzare il valore. Tm _— suo: » ti
—111_+_7+7=<Ò—_—rFmÀkÉLlÉ_._w---—rr-_PPP——_——__—__————————— _— ——t1nìîìm
o ]: © pR> Eee Ne, ee n | |—|_*e—1—rr|L-IL-®x[ JE EL TAVOLA —. DOSLii
dAs538BBVIATUBB DEI NOMI DEGLI AUTORI E DELLE OPERE CHE SI CITANO IN QUESTA
GRAMMATICA. 2} 3 IIS {nn A Pa (RA Panda. Agnolo Pandolfini. diam. Eleg. Coll.
Alamanni (Luigi). Elegie.—Coltivazione. Albert. Volg. Tral. Albertano Giu- dice
da Brescia. Volgarizzamento de’ tre Trattati. Aldòtr. Aldobrandino (Maestro) da
Siena. Volgarizzamento di un trat- tato di medicina. A. Trag. Alfieri.
Tragedie. Alf. Pazz. Rini. Burl. Alfonso de’ Paz- zi. lime burlesche. Ambr.
Cof. Bern. Ambra (France- sco d' ). La Cofanaria.—I Ber- rardi, commedie. Amet.
V. Bocc. sn: Ant. Ammaestramenti anti» chi. Ar. Fur. Sat. 5 c. Supp. Len.
Ariosto (Lodovico). L’ Orlando fu- rioso.—Le Satire. —1 cinque canti. x
Supposili, e la Lena; comme» ie. | Arrigh. Arrighetto. Volgarizzamento d’ un
trattato dell’ avversità della fortuna di Arrigo da Settimello. B Bel. Man.
Rim. Ant. Rime antiche di Giusto de’ Conti da Valmonto- ne, intitolate Bella
Mano. Bemb. Asol. Lelt. Pros. Stor. Bem- bo (Cardinal Pietro). Asolani.—
Lettere volgari. — Prose intorno alla volgar lingua. — Volgarizzamento della
Storia latina di Venezia. Beno. Cell. Oref. Vit. Benvenuto * Cellini. Due
Trattati della Orefi- ceria, e della scultura.—Vita sua, scritta da sè
medesimo. Berni rim. Orl. Berni (Francesco). Rime Dburlesche.—Orlando inna-
merato. Bocc. Proem.Inirod.Gior.Noo.Canz. Conclus. Amet. Amor. Vis. Com. D.
lL'ium. Filoc. Filostr.
Luber. Lett. Ninf. Fies. Teseid. Test. Vil. .D. Alizg. Boccaccio (Giovanni). Il Decamerone, cioe il Proemio.
L’ Introduzione. Giornata. Novelie. Canzoni.
Conclusione. Ameto. Amorosa visione. — Co- mento sopra i sedici Capitoli
dell’ Inferno di Dante.— Fiammetta. — Filocolo.—Filostrato, MS. — Labe- rinto
d’ Amore.—Lettere.—Ninfale fiesolano, MS.—Teseide, MS.—Te- stamento.—Vita di
Dante Alighieri. Boez. Farch. V. Varch. Borg. Orig. Fir. Arm. Borghini (Mor-
signor Vincenzio). L’Origine della città di Firenze.—-Delle Armi delle Famiglie
fiorentine. . Borg. rip. Borghini (Raffaello). Il Riposo. Brun. Tesor. Brunetto
Latini (Ser). Tesoro. Buon. Fier. Tanc. Buonarroti (Mi- chelangelo il giovine).
Commedie : cioè la Fiera, e la Tancia. Burch. Son. Burchiello Sonetti. but.
Com. luf. Par. Pur. Buti (Fran- . cesco). Commento, o Lettura sopra Din. Comp.
Dic. il poema di Dante, MS. C Capit. della Comp. dell’ Imp. Capi- toli della
Compagnia della Madon- na dell’ Impruneta. Car. lett. Matt. Son. Caro (Annibal
Commendatore). Lettere famigliari. — Sonetti burleschi, chiamati Mat- taccini.
Cas. Galat. Lett. Casa (Monsignor Giovanni della). Il Galateo.—Let- tere.
Casligl. Cortig. V. Cortis. Castigl. Cavale. P’ungil. Specch. Cr. F. rtl. Ling.
Cavalca (Fra Domenico). Pungilingua.—Specchio della Cro- ce.— Trattato
de’frutti della Lingua. Cecch. Dot. Mogl. Sliav. Cecchi (Gio- vammaria).
Commedie, cioè: La Dote, la Moglie, la Sliava. Comm. {. Commentatore di Daute,
MS. Cortig. Castigl. Il Cortigiano, del con- te Baldassare Castiglione. Cr.
Crescenzi (Pietro de’). Trattato dell’ agricoltura, MS. Crescimb.. Ctescimbeni
(Canonico Gio. Mario). Storia della volgare poesia. Cron. Morell. Morelli
(Giovanni). Cronica. Cron. Vell. Cronica di Velluti (Do- nato). D D. Inf. Purg.
Par. Rim. Conv. Canz. , Pante Alighieri. Commedia divisa in tre parti: Inferno,
Purgatorio, pa — Rime. — Convivio. — Canzoni. D. da Majan. R. A. Dante da Ma-
jane. Rime antiche. Daov. Tac. Ann. Scism. Davanza- .ti (Bernardo). Volgarizz.
delle ope- re di Cornelio Tacito.—Annotazio- ni.-—Scisma d’ Inghilterra. Dep.
Decam. Annotazioni, c Discor- st sul Decamerone, fatti da’ Depu- tali. Dial. S.
Greg. M. Volgarizzamento de' Dialoghi di S. Gregorio Magno. È Storia di Dino
Compagni.—Diceria, MS. Dittam. Dittamondo. Poema di Fa- zio degli Uberti, MS. E
Ercol. Monsignor Ercolani. Poesie. F Fao. Esop. Volgarizzamento delle Favole d'
Esopo, MS. Fiamm. Filoc. V. Bocce. ‘il. Vill. Filippo Villani. fatta alla
Storia. Fior. d' Ital. Fiorità d’ Italia, MS. "or. S. Franc. Fioretti di
S. Fran- cesco. Fir. As. Disc.
Anim. Nov. Luc. Trin. Dial. Bell. Don. Firenzuola (Agno-
lo).Opere, cioè: 'Traduzio ne dell'A- sino d’oro d’ Apulejo.— Discorsi degli
Animali. —Novelle 8.—Com- medie, cioe: Lucidi, e Trinuzia.— Dialogo delle
bellezze delle donne. Fra Giord. Preda. Fra Giordano. Prediche, MS. Fra Guitt.
V. Guilt. Fra Jacop. da T. P. Fra Jacopo da Todi. Poesie. I’ran. Barb. P.
Francesco da Bar- berino. Poesie. Fr. Sacch. Nov. Op. Dio. Franco Sacchetti.
Novelle. —Opere diverse, MS. Aggiunta G Galat. V. Cas. Galat. Gal. Lelt. Sist.
Galileo Galilei. Let- tere.—Dialoghi sopra i sistemi del Mondo. set Sport.
Gelli. La Sporta , comme- ia. Gio. Vill. Giovanni Villani. Storia. Grad. S.
Gir. Volgarizzamento de’ Gradi di S. Girolamo. Guar. Rim. Past. Fid. Guarini (
Bat- tista). Rime. — Pastor Fido, tra- gicommedia pastorale. Guid. Giud. Guido
Giudice. Volga- rizzamento della Storia della guer- ra trojana, MS. — Rime. »
Guitt. Leti. Rim. Ant. Fra Guitto- vid ne d’ Arezzo. Lettere, MS. — Rime
Antiche. ; Imit. Vit. Crist. Imitazione della Vi- ta di Cristo, MS. Intr. Vir.
Introduzione alle Vir- tù, MS. J Jac. Most. Pis. R. A. Rime anti- che, di
Jacopo Mostacci da Pisa. L Lasc. Gelos. S:bil. Spirit. Streg. Pinz. Parent.
Lasca (Anton Francesco Grazzini detto il). Commedie 6, cioè : La Gelosia, la
Sibilla, la Spi- ritata, la Strega, la Pinzochera, i Parentadi. Lib. di
Similit. Libro di similitudi- ni, MS. Lib. Son: Libro di sonetti, o Rac- colta
di 146 sonetti di Messer Matteo Franco, e Luigi Pulci, MS. Lio. Dec. MS.
Volgarizzamento del la prima e terza Deca di Tito Li- vio, MS, Lib. Mot, Libro
de’ Motti, MS. Lor. Med. Nenc. Canz. Ball. Loven- zo de’ Medici. Stanze alla
conla- dinesca in lode della Nencia. — Canzoni a Bailo. Luis. Pulc. Morg. Luigi
Pulci. Il Morgante maggiore, poema. M Machiav. Comm. Mandr. e Cliz. Ar. della
Guer. Disc. Machiavelli ( Se- gretario Fiorentino). Commedie, ciot : La
Mandragola e la Clizia.— Arte della Guerra. — Discorsi so- pra la prima Deca di
Tito Livio. Maff. Merop. Maffei. La Mevope. Mutesp. Stor. Fior. Malespini (Ri-
cordano). Storia fiorentina. Malmunt. Malmantile riacquistato, poema di Lorenzo
Lippi. Matt. Vil. Slor. Matteo Storia. Menz. Rim. Sat. Menzini ( Benedet- to ).
Rime. — Satire, MS. Villani. XI Mess. Cin. Rim. ant. Son. Messer Cino. Rime
antiche. — Sonetti. Metas. Metastasio (Abate Pietro). Opere drammatiche. Moral.
S. Greg. Volgarizzamento de’ Morali di S. Gregorio Magno, di Zanobi da Strata.
Morell. Cron. V. Cron. Morell. Morg. V. Luigi Pulc. N: Ninf. Fies. V. Bocc.
Nov. Ant. ll Novellino, ossia Cento Novelle Antiche. O Omel. S. Gio. Gris. Volgarizzamento
dell’ Omelia di S. Giovanni Gri- sostomo. P Pallad. Volgarizzamento di Palla-
dio, MS. Passav. Passavanti (Frate Jacopo). Specchio di vera penitenza. Past.
Fid. Y. Guar. Pecor. Nov. Novelle di Ser Giovanni Fiorentino, intitolate ll
Peco- rone. Petr. Son. Canz. Cap. Frot. Lett. Lett. Sinisc. Pist. Uom. illus.
Petrarca ( Messer Francesco ). So- netti. — Canzoniere. — Capitoli, ovvero
Trionfi. — Frottola. — Let- tera, MS. — Lettera al Gran Sini- scalco Acciajoli,
MS.— Pistole vol- garizzate, MS. — Vite degli Uo- mini illustri, volgarizzate,
MS, Pros. Fior. Prose fiorentine, Provo. Com. Fir. Provvisioni del €o0- mune di
Firenze, MS. Q Quist. Filos. Quistioni filosofiche, MS. R Red. Esp. Nat. Cons.
Rim. Redi (Francesco ). Esperienze intor- no a diverse cose naturali. — Con-
sulti medici. — Rime. XT Rim. Ant. Rime Antiche, o sta Rac- colta di Sonetti,
Canzoni, ed altre rime di diversi antichi poeti to- scani. Rim. Ant. M. Cin. V. Mess.
Cin. S Sag. Nat. Esp. T. Saggi di Naturali esperienze,
pubblicate dal Tar- gioni. Salo. Avvert. Oraz. Salviati (Cava- lier Leonardo).
Avvertimenti della lingua sopra il Decamerone.—Ora- zioni. Salo. Pros. Tosc.
Salvini (Abate Antommaria). Prose toscane. San. Girol. V. Grad. Sannaz. Arc.
Sannazzaro (Jacopo). Arcadia. S. Cauler. Lett. Santa Caterina da Siena.
Lettere. Sign. Pred. Mann. Segneri (Paolo). Prediche. — Manra dell'anima. Segn.
Stor. Vit. Nic. Capp. Segni (bernardo). Storia fiorentina. — Vita di Niccolò
Capponi. Segr. Fior. V. Machiuo. Scn. Pit. Volgarizzamento delle Pi- stole di
Sencca. Serd. Sior. Storia di Serdonato. Serm. S. Agost. Volgarizzamento ‘ de’
Sermoni attribuiti a S. Agosli- no, fatto da Frate Agostino da Scar- peria.
Stor. Ajolf. La Storia d’ Ajolfo, MS. Stor. Barl. Giosaf. Volgarizzamento della
Soria di Barlaam e Giosa- fat, MS. Slor. Pist. Storie pistolesi. Stor. Semif.
Storia della guerra di Semifonte, di Messer Pace. È T Tac. Dao. PV. Dao. Tae.
Tass. Ger. Amin. Lett. Rim. Tase so (Torquanto). Gerusalemme li- berata. —
Aminta, favola bosche, reccia. — Lettere. — Rime. Tesor. Brun. V. Brun. Tesor. Teseid. V.
Bocc. Tes. Brun. V. Brun. Tesor.
U + Urb. Urbano. Opera erroneamente attribuita al Boccaccio, V Varch. Stor.
Erc. Sen. Ben. Boez. Varchi (Messer Benedetto). Storia fiorentina. — Ercolano.
— Tradu- zione de’ libri de’ benefiz) di Se- neca. — Traduzione della consola-
zione filosofica di Boezio. Vinc. Mar. Rin. Lett. Vincenzio Marteili. Rime. —
Lettere. Vit. Beno. Cell. V. Beno. Cell. Vil. S. Gio. Batt.Vita di S. Giovanni
Battista, MS. Vit. S. Girol. Vita di S. Girolamo, MS. Vit. S. Mar. Mad. Vita«di
Santa Maria Maddalena. Vil. SS. PP. Vo!garizzamento delle vite de’ Santi Padri.
Z Zibald. Andr. Zibaldone, o sia Lî- bro di varie cose, MS. di Andrea Andreini.
SI Li “{ ‘ _r—OrTOLOGIA. Dell’Alfabeto, delle Vocali, de’Dittonghi, Trittonghi,
e Quattrittonghi Delle Consonanii Delle Sillabe Dell’ Accento ORTOGRAFIA Della
Sillabazione Del Raddoppiamento Re5 le consonanti. Dell'Accrescimento delle
parole Dell’ Apostrofo Del Troncamento
delle parole in fine Delle Interpunzioni » ETIMOLOGIA E SINTASSI Delle Parti
del di- scorso in generale Definizioni delle otto parti del discorso. Delle
Parti variabili e invariabili Del Nome Divisioni del nome Nome comune – H. P.
Grice, Fido e irsuto -- Nome proprio Nomi astralli horseness H. P. Grice Nomi
figurativi Nomi caratteristici Nomi verbali Accidenti del nome Varietà di
genere Osservaz. su i due generi Genere de’ nomi proprj. de’nomi in a. de’nomi
in e. de’ nomi in 3. de’nomi ino. de’nomi in u. Nomi eterocliti ; Gen. de’nomi
caratteristici. Del Numero Regole sul plurale de’'nomi Nomi eterocliti nel
plur. Varietà di grandezza, e di valore de’nomi. Degli Accrescilivi De’
Peggiorativi Dei Diminutivi Varietà di rapporti Rapporti del nome con un verbo
De’ Casi Rapporto di un ‘nome con aliro nome Varietà d’ estensione de’ nomi, e
degli articoli. Articolo determinante Articolo composto Sull’Uso dell'articolo Articolo
indeterminato – H. P. Grice: “Someone is not hearing a noise” -- Articolo
partilivo Del Pronome Pronomi personali Pron. person. primilivi Pron. person.
relativi. Osserv. su i pron. sè, si. » — su i pron. il, Vo, li, gli. » Sull'Uso
de’ propormi personali . : » Osserv. su i pron. ne, ci, vi. » 60 ivi 62 ivi 63
65 66 ivi Dell’Accozzamento di due pron. pers. pag. CAP. IV. pron. person.
dimo- strativi . . » Pron. person. indetermi- nali. . . v SEZ. QUARTA. Dell’
bito Cap. I. Degli Add. in generale. » 1 GAP. 1I. Add. qualificativi. » 11
Sulla Concordanza degli ad- diettivi . : ; » Accrescilivi , peggiorativi, e
diminutivi degli add. » Sul Posto dell'add, nel di- scorso . » Cap. MI. Gradi
di | compara: ‘ zione . Grado eguale — maggiore e' minore. Superlativo relativo
. Superlativo assoluto . Cap. \V. Add. pronominali. » Li 108 124 ivi 126 129
131 133 Add. pronomin. possessivi.» ivi CAP.V.Add. pron. congiuntivi. » 138
CAP. VI. Add. DIOROEN DIET: butivi. Cap. VII, Add. pron. ‘indefiniti. » CAP.
VIII. Add. dimostrativi. >» Cap. IX. Add. determinativi. » Add.
quantitativi. » Add. numerali . » Numeri primitivi. è » Numeri composti. - »
Numeri ordinativi » Numeri collettivi. » SEZ. QuInTA. Del Verbo. Cap. I. Del
Verbo in generale. » Cap. I. Del Modo . » Cap.Ill. Del Tempo, della Perso- na,
e del Numero. 3 » Tavola de’ tempi. È » CAP. IV. Della Conjugazione. » De’ Verbi
ausiliari essere, ed avere - Conjug. del verbo Essere. Modi di dire con Essere.
Conjug. del verbo ddere. Modi di dire con Avere. Cap. V.De’ Verbi principali.
Prima conjugaz. in are. Seconda conjug. in cre. © Uve Ù vu » 147 148 154 156
159 161 ivi 162 163 164 165 169 371 r72 175 ivi 179 183 185 1880 190 193 198 .
CAP.JX.Verhi della 3za.conjug. CAP. V. Terza conjug. in'ire, ima, classe - -
pag. Terza conjug. in ze, 2da. classe . » Conjug.de’verbi i irreg. in are. »
Modi di dire col verbo dn- dare » — — col verbo Dare. » — — col verbo S/are. »
— — col verbo Fare. » Prosodia de’ verbi in are. » Cap. VI. Osserv. gener. su i
verbi della 2da. _conjug. Verbi regol. in ere. CAP. VII. Verbi in ere irregol.
Verbi in ere in parte irreg. -Verbi in ere interam. irreg. Cap.VII.Verbi in ere
difettivi. — della 1ma. classe. — della 2da. classe. Verbi irreg. in ire. Sez.
SESTA. Sull’ Uso de’ modi e de’ tempi. Cap. I. Del Modo infinito. » Cap. ll.
Del Participio oltre e del gerundio . » Sx us Uu << uu xÌuer Cap.
III. Del Modo soggiuntivo, » ag5 Cap. IV.Sull’Uso de’tempi, ec. » 300 CAP. V.
De Verbi passivi, neu- tri, e neutri passivi Del participio passato Delle
Quattro parti invariabili. Cap.I. Dell’Avverbio —. » 325 Cap. II. Della
Preposizione. » 336 Della Prep. DA . . » 337 Della Prep. A _. A » 340 CAP. III.
Della Prep. pi . » 344 CaP.IV. Delle Prep. con,ir, per. » 350 CAP. V. Delle
Prep. senza, so- pra, ec. Delle altre Preposizioni Della Congiunzione Dell’
interiezione Della Costruzione Dell’ Accento oratorio Delle fig. Grammaticali INDICE
alfabetico ragionato. » 38% NU.| i LÌ GRAMMATICA RAGIONATA DELLA LINGUA ITALLANA.
Per lingua, favella, idioma, intendesi l’esposizione delle nostre idee e
de’nostri pensieri per mezzo della VOCE ARTICOLATA, facoltà particolare, e dopo
quella della ragione, più preziosa dell’uomo, imperciocchè visibilmente dal
bruto il distingue. La lingua altro non è che un immenso AGGREGATO – o sistema
-- di SEGNI, pace H. P. Grice—H. P. Grice: “I allow words to ‘signify,’ even if
they themselves are NOT signs!” --, detti parole, vocaboli o termini, inventati
per mutua comunicazione delle nostre idee; e siccome nascono queste in noi dagl’obbietti
che ci si presentano a’sensi, egli è necessario che ogni idioma tanti segni
contenga, quanti sono gl’obbietti esistenti, e quanti ne abbisognano, onde
esattamente e con chiarezza possiam rendere tutti.i nostri pensamenti.
L'esporre le nostre idee mediante la voce artico- lata, o, che è lo stesso, il
parlare, è antico quanto l'origine dell’uman genere, e per lungo tempo non fu
che un mero bisogno dell'uomo; ma a misura che progrediva lo spirito umano
verso la perfezione, i linguaggi divennero essi pure un obbietto di studio; e
la chiarezza , l'esattezza, l'ordine e l'armonia nelle espressioni, nacquero
negli uomini dal de- siderio di piacere e d' insinuarsi nell'animo l'uno dell’
altro. S. IV. È opinione generale che i Greci i primi furono che a leggi
sottoponessero il linguaggio loro , prescrivendo regole e precetti per la retta
espressione delle idee, ed in fine un’ arte ne formassero, che GRAMMATICA
chiamarono (I), nome che poscia in tutti gl'idiomi venne adottato onde indi-
care la stessa cosa per cui il destinarono i Greci. (:) Grammatica, voce greca,
da gramma yeàmua lettera, perché le Jet- dere, come poi si vedrà, sono gli
elementi del linguaggio, e questo il sub- bietto intorno a cui sé occupa la
grammatica. Gramm. Ital. 2 b | ‘ $. V.
Per Grammatica adunque s'interide l'artè di espii- “mere correttamente i
pensieri, sì con parole che in iscritto, e chiamasi con lo stesso nome il libro
che contiene una colle- zione di precetti grammaticali. S. VI. I precetti di
grammatica sono, o universali, in quan- to che possono a tutte le lingue
applicarsi; o particolari, al- lorchè solo si estendono a princip) di tale o
tal altro idioma, insegnando il modo con cui, persone bene allevate, parlare e
scrivere debbono l’idioma loro. S. VII. Una grammatica, perchè interamente al
pro- osto scopo corrisponda, debbe in quattro parti esser divisa, e quali con
le greche voci Ortologia, Ortografia , Etimolo- gia, e Sintassi chiamansi. | $.
VII. L' Ortologia (2), ossia Retfa pronunzia, è l'arte ‘di conoscere il valore
delle lettere, e di {4 loro il suono e I’ articolazione, secondo la convenuta
maniera di pronunziare. L' Ortografia (3), ossia Retta scrittura, è l'arte ‘di
conoscere la quantità e la qualità di lettere che entrano in una sillaba , ed
il numero di sillabe, richiesto per la for- mazione delle differenti parole di
un idioma. | i $. X. L'Eumologia (4), ossia Zero discorso, tra le quat- tro
parti la più essenziale, ha per oggetto le parole signi- ‘ficative, dessa
essendo l'arte di conoscere il vero significato ‘de’ vocaboli secondo ta loro
natura, vale a dire isolati ed ‘Indipendenti; di scoprirne, analizzandoli,
l'origine e la derivazione; d’indicarne le variazioni; ed in fine di ben
distinguerne le stabi- lite modificazioni, per cui viene il sentimento loro
diversificato. (© $. XI La Sintassi (5), ossia Costruzione, 0 Disposi- ‘ zione,
tratta le parole non più isolate, ma fra di loro corre- ‘lative, costruendone
le forme , e additandone le posizioni , secondo che l’ esigono i mutui loro
rapporti. S. XII. L' Ortologia e l'Ortografia sogliono regolarsi se- - condo
l’idioma di questa o quella nazione, per lo che estra- nee sono alla grammatica
universale. Della prima non occor- (2) Ortologia, voce greca c6S0X6y/a da 06996
retto, e Adyse discorso. (3) Ortografia, voce greca 0'9%ezpap/e da de9òs retto,
e ypeperr scri- .vere. i (4) Etimologia, voce greca erumedoyia da drupog Vero, e
A0y06 parola, senso, ragione, discorso. Etimologia cerrisponde al latino
Zero/loguium voce usata da Cicerone. (5) Sintassi, voce greca euvrat:s da eur
con, e rat: ordine, da rdersr ordinare disporre ; vale propriamenie: Ordinata
disposizione e connessione di più cose qualsivogliano. Come termine
grammaticale significa Collega- zienc, disposizione, ed ordine delle parole. |
| INTRODUZIONE 5 i rerebbe punto ragionare nella presente opera, se lo scopo di
questa sol tendesse ad ammaestrare }a gioventù italiana + ma mirando noi, nel
pubblicarla, che anche gli stranieri attin- gervi possano quanto può esser loro
giovevole per appren- der bene la nostra favella, così, quel che saremo per
dire dell’ortologia italiana, sarà più agli stranieri perchè acqui- stino una
buona pronunzia, che agl'Italiani stessi diretto. L’Ortografia poi, scienza
assai necessaria, ma sovente pur troppo negletta da’ più de’ giovanetti o per
propria trascurag- gine o per difetto d'ammaestramento, ci studieremo di
esporla e schiarirla con precetti facili, che, a dovere osservati, abilite-
ranno ognuno, e Italiano, e Straniero, a scriver bene la lingua. L’Etimologia
verrà da noi tutta percorsa e. spiegata. In quanto alla Sintassi, anzichè
formarne una parte se- parata, ci è paruto ben fatto di esporla in una
coll'Etimologia, vale a dire far sì che ogni regola di questa, occorrendo; sia
seguita in una sottoposta annotazione dalla sua sintassi ; metodo; al parer
nostro, più agevole allo studioso, € più istruttivo. % - PARTE PRIMA ORPOLORIA
- o SEZIONE PRIMA. o DELL'ALFABETO E DELLE VOCALI. 8. I. Essendo la voce umana
sviscettiva di ‘molte più ar= ticolazioni , che non ci fa mestieri per la
comunicazione delle nostre idee , si cominciò, perchè lungi fosse ta nostra
mente: dal confondersi, a limitarne le variazioni a tanto numero , quanto per
la occorrenza del linguaggio fosse necessario, ed a prescriverne gli elementi,
i quali Zeffere 0 Caratteri si chiamano. ‘ — $. II. Le Lettere adunque sono i
primi materiali delle lingue; ma da ciò non segue che il numero di esse in
tutti i linguaggi debba essere eguale; avvi idiomi che ne contano ven-
ticinque, altri ventisei, ed altri ancora ventotto. L'italiano ne ha ventidue
(4), che sono: È A. B. C. D. E. F. G. H. T, J. L. M. N. O. P. Q. R. $. T. Ù. V.
Li. | ° . (+) Non è ancara gran tempo che generalmente senza JT, e senza V,
cioè con sole venti lettere s’insegnava l’alfebcto italiano, confondendosi im-
propriamente queste due lettere, l’una coll’ I,l'altra coll’U, invece di dar
loro il posto nell’ alfabeto cui, pel carattere loro distinto, ben meritano;
imperocchè egli è ovvio oramai ad ognuno, che J è talvolta conso- nante,
segnatamente in principio di parola, quando è immediatamente se- guito da a, e,
0, odu, non esigendo mai innanzi a sé l’elisione di alcuna vocale, come all’
opposto la vocale I spesso 1’ esige; e talvolta co- me lettera doppia prendesi
in fine de’ nomi, î quali in segno del plura- le, due % domanderebbero. Più
chiara ancora si presenta la distinzione del V dall’ U, non venendo la prima di
queste due lettere mai altrimen- ti, nell’ italiana lingua, che come consonante
/udizle riguardata ed adope- rata, così În principio come in mezzo di parola:
quindi sarebbe pur de- siderabile che si cessasse una volia di mescolare ne’
dizionarj lo J_col- l'I, ed il V coll’U nel progresso alfabetico delle voci che
da queste lettere cominciano, il che, se altro non producesse, gran comodo per
lo mena lecherebbe a quelli che apesso nella necessità sono di avere tali libri
per re mani. si. tro ell o ‘at so rt A 0 ce RE: TE.
—@«<&€—66m—TmT—m—m———@6@—6<@666mr_-rr__r_r_—___-_--=——ttt—}@è-ÉÌ/|E...-i/@l@i@GGSZSSG<<<
4 D _ ORTOLOGIA | È S. ITI. Cinque delle lettere anzidette, cioè A. E. I. O. U.
si dicono vocali, perchè di per sè forman suono. Nell’ alfa- beto latino evvi
una sesta vocale, cioè l'Y (l' epsilon dei Greci), quantunque una tal vocale
non fosse a'Latini più ne- cessaria di quello che lo è agl'Italiani, i quali in
vece di essa ado- perano l'I, che par loro sufficiente; perocchè sembra certo
che anco presso 1 Latini il suono dell'Y fosse lo stesso che quello dell'I, e
ch' eglino solo l’adoperassero per seguire esatta- mente l'ortografia greca,
nelle voci dalla greca lingua prove- menti. | | S. IV. La prima, la terza, e la
quinta delle vocali non vanno soggette ad alcuna sensibile variazione di
pronunzia : il suono loro è unico e costantemente lo stesso. Ma evvi due
varietà notabilissime nel. suono dell’ E ed in quello del- l'0, cioè il suono
chiuso, ed il suono aperto; e dipende în gran parte, non v' ha dubbio, il
pronunziare o rettamente, o difettosamente le parole italiane, dal dare o non
dare a queste due vocali il vero suono o chiuso o aperto, che lor compete. S.
V. Trattasi ora di sapere quando la È e l'O dovranno esprimersi con suono chiuso
o aperto. (Nota Bene. Per maggior chiarezza delle seguenti spiega- uoni, le
vocali E ed O negli esempj saranno segnate d' ac- centi o acuto (‘) o grave (),
secondo che dovranno pro- nunziarsi o chiuse, o aperte.) | } VI. E, si
proflerisce chiusa : °, Nelle voci monosillabe, come fe (per fede o fece), re,
tre, me, te, se, (2) ce, ve, ne, che (per poichè). (3) 2, In fine di parola,
ancorchè non sia monosillaba, ogni volta che è accentuata come in merce)
perche’, poiche’, ed in tutti gli altri composti di che; ma in cioé, e ne’
voca- li stranieri come /acché , aloè , Noè, Moisè, Giosuè, ec., ‘€ finale
pronunziasi aperta. 5°. Nelle terminazioni emo (4), ete, della prima e se-
conda persona plur. del pres. indic. della seconda Conjugazio- ne, come godemo,
leggemo , godette , leggete. ._ 4°. Nelle terminazioni eco, evi, eva, dell’
imperfetto lndicativo della 2da conjugazione , come leggevo , godevo , legevi ,
godevi, leggeva , godeva. d9. felle terminazioni ei, estî, e, emmo, este,
erono, (2) Così pure ne' composti di questi pronomi méco, féco, séco. (3)
Traane è, terza persona singolare del verbo Essere, mè per me- glo, dè’ per
deve, d'è per diede, piè per piede. (4) Terminazione poetica ‘per iano, come
godiamo, leggiamo, ec. PARTE PRIMA nel passato definito indicativo della
seconda conjugazione ; come crede, godet, credesti, godesti, crede, gode,
credemmo, godemmo, credesie , godeste , crederono. (3) | 6°. Nelle terminazioni
remo , rete, del futuro di tutte le conjugazioni; come altresì nelle
terminazioni restz, remmo, reste, del condizionale, come: ameremo, goderemo,
finirema; amerele, goderete, finirete; ameresti, goderesti, finiresti;
ameremmo, goderemmo, finiremmo; amereste, godereste, fini- reste. (6) ‘+ ‘©.
Nelle terminazioni ena , eno , era, ero, ete, eto, “ove non sia immediatamente
preceduta da 7, come:im cena, pena, rena , lena , balena, catena , seno, meno,
sereno, cera, sera, pero , vero, mero (salvochè in alcune voci tri- sillabe,
come in sevéro , sincero , allero , ec), rete, abete, aceto , pometo , albereto
, €. Lit. rie an. —_—$. Nelle terminazioni eggio , egno, egola, esco , evole,
ezza, come in passeggio, corleggio , soslegno , condegno ,. tegola , pegola,
lupesco , canesco , agevole , piacevole, ami- oh altezza, contenlezza , cc. 9°,
Nelle terminazioni mente (negli avverbj) , e mento (nei nomi verbali), come
altamente, lietamente, andamento, pensamento , ec. «40. Nelle terminazioni
e7t0, eta, ne diminutivi sì de'so- stantivi che degli addiettivi, come
Zibretto, ragazzetto, agreito,; soletto, donneita chiavetta , ec. . VII La E
avrà il suono aperto: o. Ne' principj e ne' mezzi delle parole , semprechè da
due consonanti sia seguita, salvo ne’ casi esposti a'numeri 8,9,c 10, del $.
precedente, come in senso, certo, pezzo , bello , uccello , arrésio , conténto
, senténza , affétio , effetto , ec. | . 2°. Nelle terminazioni esima , esimo,
come in cresima, millesimo, centésimo, ventesimo, ec. Tranne battesimo, qua-
resima, in cui la e è chiusa, =—__ ; 3°. Nel dittongo se, innanzi a
tpualsivoglia consonante , come fiéle , ciélo , micle , fieno , schiéna , téena
, fiéena, al- uéra , pensiero, britee., allitvo , quieto , lieto, ec. 4°. Nella
terminazione ea non dittongo, come in Dea , (5) Nella terminazione è4/ero, come
credettero, godettero, ec. l'e è aperta. (6) Nelle terminazioni del
condizionale rei, (prima pers. sing.), rebbe (terza pers. sing.), e rebdero,
(terza pers. plur.), la e è aperta, come cre- derèi, crederebbe, crederèbbero;
goderti, goderìbbe, goderèbbero. | | _ _ORTOLOGIA 7 idea, assemblea, Européa,
Cesaréa, epopéa, Andréa, Dorotta, ec. (7 HI) Nelle voci dette sdrucciole,
aventi l’ accento tonico nell'antipenultima sillaba, come in Pélago, medico,
décimo, Venere, sécolo , Pergamo , termine , zéffiro, Genova, e si- , mili ;
fuorchè Zina, in cui l’ e è chiusa.. -- cr S.. VIII Per tutti gli altri casi
non evvi che l’ uso che possa servir di maestro. Noteremo soltanto che in
moltissime parole egli è assa1 malagevole all’ orecchio il distinguere se l'e o
tra le chiuse o tra le aperte debbasi classare ; e cre- diamo che non anderebbe
molto errato chi s' avvisasse di stabilire una terza varietà nel suono dell’ e
che tenesse il mezzo tra l’ aperto e ”1 chiuso. Una tale varietà troverebbesi
nella pronunzia delle nella penultima sillaba, non accentuata delle voci dette
sdrucciole , come in àlbero , burbero, con- > tra, lbero , leggere,
mòvere, ed altre simili; come altresì nell’ e finale non accentuata di
qualsivoglia vocabolo , come m Frode, grànde , felice, mùre, cc. S. IX. S'
incontrano non di rado nella lingua italiana due voci, che sebbene sieno della
medesima ortografia , al t ide biano un significato differente , il quale solo
dai due suoni dell'e si distingue. La maggior parte di tali voci, che Equ?
voche chiamansi, si troveranno nella qui sottoposta lista. LISTA ALFABETICA DI
VOCI EQUIVOCHE PER LA DIVERSA PRUNUNZIA CHIUSA O APERTA DELL’ E. E chiusa. E
aperta. Accétta — strumento di ferro. Accétta--verbo , e add. f. Affetta —
taglia a fette. Affetta — passione d’ animo. Aléga, e léga — parlando di denti.
Allega -- adduce in testimonio. Ammézza — imputridisce. Ammezza -- divide per
mezzo. Bei — per bevi. Pei —- per belli. Berla — per beverla. Berla — erba.
Capéllo — pelo. Cappello -- coperta del capo. Cencio — straccio. Cencio -- dim.
di Vincenzo. Cera — lavoro delle api. Cera — volto (si dirà meglio (Cera).
Cétera — strumento musicale. Cetera -- abbreviazione. Colletto— piccolo colle.
Colletto — raccolta. Ché-- particella soggiuntiva. Ch' e -- che è. orreggia —
cintura. Corrîggia -- per corregga (poct). (7) Non è compresa in questa regola
la e negl’ imperfetti accorciati, come: Facéa, vedia, credéa, avéa, ec. in vece
di L'acéva, vedéva, credèva, aviva, in cui le è chiusa. Créta-- terra. | Crèta —- isola di Candia. ni
De-per dei delli. Dèi — plur. di Dio , e per devi. Déa--per debba o deva (in
rima). Dea — diva. Déssi — per essi stessi. Dessi -—- per devesi. Detti —da
dire. Detti — per diedi. È —per ei, egli. . È — lerza persona del verbo essere.
Elle — esse. Èlle — lettera consonante L. Esca — nutrimento. Esca — verbo da
uscire. Ésse — elleno. | Esse — lettera consonante S. ssi — eglino. Essi — si
è. —- Este — queste. Este — nome di famiglia. Feéllo — lo fece. Fello —
perfido. Féro — fecero. Fèro — per fiero , feroce. Feste — faceste. Fèste — giorni
festivi. Léga — accordo. —’ Lèga — distanza di 3 miglia. Légge — decreto. Legge
— verbo da leggere. Léssi — bolliti. Lessi — verbo da leggere. Mé — pronome
personale. . Me’ — per meglio. ° Méle — pomi. Méle — miele. Meénalo
—fconducilo. Mènalo — nome proprio di monte € 1 città. Ménola — io la meno.
Mènola — sorta di pesce. Mesce — verbo da mescere. M' èsce — mi esce. Messe —
plur. di messa. Messe — il ricolto. Meta —- sterco. Meta-- scopo, termine.
Mézzo-fracido, o assai maturo. Mezzo — metà. Péra — frutto. Pera -- perisca.
Pésca — pescagione. Pesca— frutto. Pésta—add. femm. Pèsta—nome di città.
Péste—-add. pl. fem. da pestare. Peste-- pestilensia. Péto — tratto. Petto —
parte del corpo animale. Préso--da prendere. | Presso — vicino. Sé -- avo. e
pronome. Se—sei e siei. Stélle — astri. Stelle— le stette. Stémmi — mi stiede.
Stemmi — armi gentilizie. Té pronome. Tè tieni ed erba. Télo—una larghezza di
panno. Telo dardo. Téma—timore e verbo da temere. —Tèma—argomento di discorso»
Témi-—dal verbo temere. . Temi —Temide. Veggia — per vegga. Veggia — botte.
Veéglio — verbo per vegghio. Veglio — per vecchio. Velle — vedile. Velle —
svelte. Véllo — vedilo. Vello — pelle lanosa. Véna — arteria. Vena — avena.
Venti — due volte dieci. Venti — plur. di vento. Vergola -- piccola verga.
Vergola — barca. Véschi — plur. di veschio. Veschi — nome di famiglia. (e PARTE
PRIMA o __ 9 REGOLE INTORNO ALL’ O CHIUSO, ED APERTO. | Dell O chiuso. S. X.
1°. L'O non accentuato è sempre chiuso, tanto nei principj, e ne' mezzi, quanto
ne'finali delle parole, come in odorifero, eccetto ne’ casi esposti nel numero
4, del $. XI. 2°. È chiuso nelle terminazioni 0j0 od oso, ogna, ognò, ore, ore,
osa, oso, in voci trisillabe , e polisillabe, come in avo/- 10/0, deg ,
strettojo, menzogna', vergogna, carogna, sogno, lisoeno uffone, affannone ,
donnone , onore, fercdre, am- ministratore, Certosa, Vallombrosa, famoso,
amoroso, come pure ne femminini e ne' plurali di questi addiettivi. 5°. Nelle
voci derivanti dal latino , in cuì l’ O è sosti- tuto all U latino, come in
colpa, moglie, molto, mosca, volpe , siollo , ec. | | 4°, È pur chiuso in
quelle voci derivate; ove nel la- ino pronunziasi aperto, come in’ mostro,
ascoso, toso, Al- onso, ec., imperciocchè in latino . mònstrum , abscònditus ,
ionsus, Alphònsus, profferisconsi. 5°. Ne pronomi noi, vot. 6°. Ne verbi in
orrere come, ‘Accorrere, concorrere, soc- correre ; percorrere , ec, € ne loro
derivati , come accorso, CONCOFSO , SOCCONSO , percorso ; i0 corro , concorro ,
soccorro , percorro, ec. | 7°. Nell’ antipenultima sillaba nelle voci dette
Sdrucciole, come in folgore , forfora, brontola , logoro , tortora, ec.; ma
questa regola soffre molte eccezioni, come in cronaca, fomite , tròttola ,
arròtola , ed altre. Dell' O aperto. 7 XI. L'O ha il suono aperto: | , 1°.
Nelle voci monosillabe come in dò, stò, sò, tò, Pò, mo, nò , CIÒ , può $ oh.
2°.. In tutte le parole bisillabe , trisillabe , e polisillabe, uscenti in O
accentuato, come in Amò, considerò , parlerò, Niccolò , ec. 5°, Nel dittongo vo
come in cuòre, suòno, giuòco, buò- . no, ec. Gramm. Ital. 3 , 10 ORTOLOGIA 4°.
In tutte le bisillabe, ove si trovi nella prima sillaba, come in mòdo , nòdo,
tòro, gòdo, mòro ; eccetto in coda, foce , roda , ora. (8) Ho. Nelle voci
bisillabe e trisillabe, in cui sia susseguito da una delle liquide 7, o r, come
in fola, tòfa, mòlle, colle , vòlli , Apòllo, òro, pòro , pòrto, òrco , vòrtice
, conforto. (9) 6°. Nella maggior parte delle voci in cui sia preceduto da r
come in pròvo, tròeo, tròito, fròllo, ec. tranne Tromba, e tronco. | 7°. Nella
sillaba gz0, nelle voci bisillabe, come in g10]a, Giòve, Giòna , eccetto giogo
, in cui l'o è chiuso. 8°. Nella terza persona sing. del passato definito de'
verbi regolari in are, e nella prima persona del futuro di tutti 1 verbi, nelle
quali raddoppiasi la consonante dell’affisso, quando che uno ne ricevano; come:
amò//o, parlònne, daròtti, ameròvsi, ec. 9°. Nelle desinenze oglio , oglia ,
oglie , ogli, come in dòglio , vòoglia , accòglie , toglie , ec. 40°. Allorchè
precede ad una sillaba composta di due vocali ; come in memòria, glòria, storia
, fandònie , folio , avòrio , òzio , ec. 41°. Allorchè precede ad una
consonante composta {vedi la seguente Seziorie, S. VI.) di due o tre lettere,
di cui la prima sia la S, come in ròspo, òstro, vostro, chiò- stro, ec. ciole ,
come in arròtola , tròltola. | S. XII Oltre agli anzi esposte regole, che esse
pure, per quanto generali sembrino essere , forse patiscano eccezion ,
Finalmente 12°. nell’antipenultima delle voci dette Sdruc- i nulla di più
puossi stabilire di certo su i due suoni dell'O; saranno leggi T uso, e I
orecchio ove manca il dettame dei precetti. S. XIII. Sovente la differenza di
significato tra due voci della medesima , 0 quasi medesima ortografia, emerge
dalla sola pronunzia o chiusa, o aperta dell'O, sì come si è ve- duto che lo
stesso accade pel doppio suono dell'e. Di tali voci evvi copia nella nostra
lingua, e la susseguente tavola ne contiene una raccolta. (8) Avvertasì che, in
generale, nelle voci derivate, in cui VO corri- sponde all’ au de’ latini,
quest O debbasi pronunziare aperto, come în òro(aurum), moro (maurus), ròro
(raucus), /oro*(taurus), fesòro (thesaurus). (9) Eccetto in f6rma, érno, forno,
forse, pòrre, 6rma, sérgo, sorcio, ingérdo, gilfo, sélfo, 0 26lfo. - LISTA
ALFABETICA DI VOCI EQUIVOCHE PER LA PRONUNZIA DELL’ O CHIUSO O APERTO. O
chiuso. Accérre — da accorrere. Accérsi—da accorrere. ida accortare. oppia —
raddoppiare. Addéito-- da dota Miéga—da affogare. Apporti -- per apponerti.
Allora— avo. Arréto — giunto. Létte--vaso di legno da vino. Cogli con gli.
Cigno — cugno. Cla --da colare. C6l—per con il. Colla--per con la. Célico—verdo
da colcare. lle-per con le. Cillo—per con lo. Coléro— verbo da”colorare. Colto—
coltivato. Cippa— parte del collo. rre-da correre. Corsi — da correre. Corti
—p1. di corte,e dell'add. corta. Césta — per consta. Dézlio— vaso di terra
cotta. O aperto. Accòrre—per accogliere. ‘Accòrsi—da accorgere. Accòrto —
avveduto. Adòp;ia —alloppia. Adòtto—da adottare. Affoca—da affocare. Appòrti—da
apportare. Allora — sorta di pera. Arròto — per arruoto. Botte--plur. di botta,
percossa. Cogli — da cogliere. Cogno—congio , misura. Còla- abbreo. di Niccola.
Còl--abbreo. di colle. Còlla — bitume. Colco-- nome di regno antico. Colle—
collina. Collo-- parte del corpo fra la testa e le spalle. Coloro — quegli.
Còlto—add. da cogliere. Coppa — tazza. Corre — per cogliere. Corsi--nativi
della Corsica. Còorti—per coglierti. Costa — costola, e riva. Dòglio—verdo da
dolersi. Déno — (nome) regalo, e (verbo) da Dònno—signore. Onare. Dippio—due
volte tanto. Félla—calca, moltitudine. Folle plur. di folla. dra— pertugia. dro
-- pertugîo. Fésse— da? verbo essere. Chiozzo — pezzetto. mito— gombolo,
cubito, Gotta — podagra. Gétto — per goccia. Mpértì -- imponerti. nedél!o —
inculto. éttlo —[]da induyre. lngélla — ingoja. - articolo determinante. —
pron. ‘pers. e possess. = fango. D’ òppio—di oppio. Fòlla—io la fo. Folle--
matto, pazzo. Fòra — per sarebbe. Foro-- piazza. Fòsse--pl. di fossa. Ghiòzzo —
pesciolino. ax Gòmito—pcr comiîto di galea. ha Golia — per gota. e. Gotto —
bicchiere. Importi — verdo da importare. Incòlto — da incogliere. Indòtto —
ignorante. Incòlla — attacca con colla. L'ho — verbo lo ho, TL’ òro — metalio.
13 ORTOLOGIA Mosco = muffa verde. Mozzo (zz asp.) — tagliato. — Noce — frutto.
dra -- nome, € avo. 6rno — verbo da ornare. 6ve — avo. dove. Pollo — gallina.
Pimmi — ponimi. Poppa —}a parte deretana d’ un naviglio. Porci — metterci.
Porre — ponere, Porsi — mettersi. Pose — verbo mise. Posta — part. f. da porre.
Ricorre — verbo da ricorrere. Riporti — rimettere. Ritérne — (poet.) per
ritorni. Rocca — arnese da filare. Rodano — verbo da radere, Rodi — verbo da
radere. Rogo — sterpo , rovo. Rosa — rosicata. Réso — rosicato. Rozza —
rustica. Scdéla — verbo da scolare. Scépo — verdo da scopare. Scérsi — verbo da
scorrere. Scdérta — verbo per accorcia. Séle — astro , e plur. di sola. Sélla —
non soda. Sélo — add. non accompagnata. Sémma — computo. Sémmi — altissimi.
Séno — ia sono , da essere. Séria — part. f. da sorgere. Stdlto — pazzo. St6ppa
— nome. T6cca — verbo da toccare. Témo — tombolo. Térme — plur. sciami ,
squadre, Tdrne -- (paet.) per torni. Torre — alto edifizio. Torta — sorta di-
pasticcio. Térvi — add. plur. foschi. Tésco -- Toscano. Volgo — plebe. Volto —
faccia. Voto -- promessa sacra; desiderio, Mosco — (poet.) per moscovita. Mozzo
(zz dol.) — pezzo di Jegno, parte della ruota. Nòce — per nuocere. òra —
(poet.) per .aura. òrno — albero. òvo--uovo. Pòlo — punta estrema del globo.
Puòmmi — mi può. Pòppa — mammella. Pòrci — plur. di porco. Porri — erbe. Pòrsi
-- prel. da porgere. Pose — plur. di posa , pausa. Pòsta — nome. Ricòrre — per
ricogliere. Riporti — 2da pers. da riportare. Ritòrne — per ritoglierne. Rocca
— castello. Rodano — fiume. Rodi — isola. Roògo — pira, catasta da bruciare.
Rosa — fiore. Ròso — pianta. Rozza — cavallaccia. Scola — scuola. Scòpo — fine,
meta. Scòrsi — verbo da scorgere. Scòrta — per guida. Sòle — (poet.) per suole.
Solla — la so. Sòlo — (poet.) per suolo. Somma — monte. Sòommì — mì so, da
sapere, e mi sono , da essere. Sòno— per suono — io suono, da so- nare, e
coloro sono, da essere. Sòrta — specie. Stòlto — distolto. Stoppa — da
stoppare. Tocca — fascia di'cete. Tomo — volume (parl. di libri). Tormi— torre a
me. Tòrne — per toglierne. Torre — verdo togliere. Torta — part. f. da torcere.
Torvi — per togliervi. Tosco — tossico. — Vòlgo — verbo da volgere. Volto —
part. da volgere. Voto -- vuoto. PARTE PRIMA 13 S. XIV. Nulla evvi a dire delle
vocali A, I, ed U, 1l cui suono non è soggetto ad alcuna variazione. Crediamo
per altro dovere avvertire che il suono dell' U è molto più rapi- do, e come
sfuggitivo, allorchè si trova dopo il g ed il 9g, come in guardia, guerra,
guisa, quando, questo, equità, ec. —L'U ha lo stesso suono rapido quando che
innanzi al- lO trovisi, e con essa faccia dittongo, come in wvomo, cuore,
buono, figliuòdlo, ec. DITTONGHI, TRITTONGHI, e QUADRITTONGHI S. XV. Due vocali
unite nella stessa sillaba, e pronun- ziate ognuna col suo suono, ma in una
sola emissione dì vo- ce, chiamasi Dillòngo, voce greca che significa Doppio
suono. La lingua Italiana ha quindici dittonghi, che sono: AE, Al, AU , EA (ove
l’e non sia accentuata), EI, FEO, EU, IA, IE, IO, IU, OI, UA, UK, UI, come:
«ere, aerifòrme, airòne, mai, càusa, aurora, dàrea, medìcea, dei, ebrei,
cesareo , Mediterrùneo , euròpa , néutro , mischia , piòggia, schiena, fiero,
biògrafo, vario, chiùnque, diùrno, noi, voi, guardia, quando, guerra,
questiòne, guida, ruìna. . XVI. L’unione di tre vocali in una sillaba, e pro-
nunziate ognuna col suo suono, ma in una sola emissione di voce, dicesi
Zri{òngo, vocabolo che vale Triplice suono, come in miei, vuoi, puoi, fagiuòli,
figliuòli, ec. l S. XVII. Incontrasi talvolta anche il Quadrittongo, cioè un composto
di quattro vocali in una sillaba, come: /ac- ciuò!, figliudî , ec. SEZIONE
SECONDA. DELLE CONSONANTI. S. I. Levate dall’alfabeto le cinque vocali,e lo J,
le rima- nenti sedici lettere sono Consonànti (quasi dica Sonanti con vo-
cale), così dette perchè se non sono congiunte ad una delle cinque vocali, non
hanno suono. . S. IT. Le consonanti si pronunziano toscanamente così (1): BI,
CI, DI, EFFE, GI, ACCA, ELLE, EMME, ENNE, Pi, CU, ERRE, ESSE, TI, VU, ZETA. (1)
Nel modo di pronunziare le consonanti È, e, d, &, P, I, i Toscani
differiscono dagli altri Italiani, i quali le pronunziano coll’ e dicendo co-
14 ORTOLOGIA S. III Soglion dividersi le consonanti in mute, in se- mivocali,
in liquide, in dentali, in gutturali , ed in labbiate. Mute si dicono B, C, D,
G, P, T, Z, perchè in profie- rendo i loro nomi, prima la consonante, e poi la
vocale sì sente. Le Semicocali sono F, L, M, N, R, S, così dette per- chè i
loro nomi cominciano da vocale. Di queste sei semi- vocali, quattro, cioè L, M,
N, R, si chiamano Ziquide per- chè hanno nella loro articolazione quasi come
qualche cosa di fluido, e di corrente, onde volentieri ad alcune altre conso-
nanti s' uniscono. | Le consonanti C (innanzi e ed /), D, & (innanzi e
ed 7), S, T, Z, diconsi dentali perchè coll’ajuto dei denti si prot- feriscono.
Gutturàli, si chiamano C e G allorchè alle vocali A, O, U, alla H, ed alle
consonanti L, e R_ s' uniscono, perchè la loro articolazione emana
pafticolarmente dalla gola. Finalmente le /2b5bià/ sono B, F, M, P, V, perchè
Ta forza della loro vibrazione consiste nelle labbra, battendo al labbro
superiore all’ inferiore. S. IV. Avanti di ragionare sulla natura e sul valore
di ogni consonante in particolare, è mestieri che si conoscano le consonanti
doppie, e le consonanti composte o insepara- bili, l'intelligenza delle quali
ci solleverà di molte ripetizioni che senza di. lei ne' $$. seguenti saremmo
costretti a fare. S. V. Ogni consonante dalla 4 in fuori, può, nella com-
posizione di una parola, ovunque di ciò fare siavi mestie- re, accoppiarsi con
altra consonante della stessa natura, e dello stesso valore, in guisa da
potersi separare nella sillaba- zione, come BB, CC, DD, FF, GG, ec. (2), tali
unioni Consonanti doppie si chiamano. $. VI. Siccome due e più vocali di differente
natura e valore spesso s'uniscono nella medesima sillaba (vedi $$ XV, XVI,
XVII, della Sez. preced.), così del pari due o tre con- sonanti tra loro, sì
per natura che per valore differenti, con- giungonsi per formare sillaba con
qualche precedente o sus- seguente vocale o dittongo. Le consonanti così unite,
chiamarsî possono Consonanti composte, o inseparabili. Le consonanti me i
Latini usavano, be, ce, de, ge, pe, te. Le altre consonanti si profferi- scono
da tutti gl’Italiani nello stesso modo. | (2) Il Q non sì raddoppia se non che
ne’tre vocaboli sogguadraàre, sogquadràalo, soqquadro; per tutt’ altrove
scrivesi cgj (vedi $. ALX. dì questa Sez.) Ì — o e erge i a ‘sirio ——rT— o. +
15 composte di dué lettere sono nella nostr& favella ventisette , co:
BL, BR, CH, CL, CR, DR, FL, FR, GH, GL, GN, PL, PR, SB, SG, SD, SF, SG, SL, SM,
SN, SP, SQ, SR, ST, SV, TR. — Avvertasi di non confondere le consonanti
composte di due lettere, colle consonanti doppie (vedi S. preced.), peroc- chè
queste separansi nel sillabare quelle rimangono inseparabili. Le consonanti
composte di tre lettere sono dieci, SBR, SDR, SCH, SCR, SGH, SFR, SGR, SPL,
SPR, STR. $. VIL Fra le consonanti, alcune ve ne sono che vanno soggette a
notabile diversità di pronunzia. Noi ci accingiamo di parlare di ognuna delle
diciassette in particolare , sì iso- lita che pe suoi rapporti con le vocali ,
o colle altre conso- Nant, a cui nelle composizioni delle parole, s' unisca. $.
VIII. Il B (3), consonante labbiale, si pronunzia in Toscana d7; in Roma, in
Lombardia de Ci — Essa si avvicina al p ed al v, dicendosi molte voci coll’ una
e col- Paltra, come dalco e palco ,, banca e panca, nerbo e nervo, boce
(antiquato) e voce, ec. — Il B forma conso- nante composta con la L, e con la
R, ma vi perde alquanto di suono, come in blanda , obbligo , braccio, ombra,
ec. —In mezzo di parola consente avanti di sè, ma în ‘diversa sillaba, le
consonanti /, m, r, s (quest'ultima in poche voci e per lo più dopo la prep.
dis), come in a/bòme, lembo, erba , usber- 80, disbòrso, ec. — Più
frequentemente è preceduto da $ nei principj di parole, come sbattere, sbaglio,
ec. — Ne' mezzi delle parole il B puossi raddoppiare quando occorra, come m
labbro, nebbia, nibbio, gobba, bubbòne, ec. (3) .$. IX. Il € da Toscani pronunziasi
ci, ma dagli altri. Italiani ce. — Questa consonante, sì come il G, a cui molto
sssomiglia, ha due suoni fra loro affatto differenti; l' uno &utturale
dicesi, avendo per solo strumento la go'a; l'altro 8 chiama dentale , perchè ha
i denti per organo principale. Le si dà il primo, che è un suono muto e rotondo
quando è posta innanzi alle vocali a, 0, u, ed alle consonanti / ed r, come în
caro, costa, cubo, classe, croce, ec.; prof- (3) Tuite le consonanti mute,
tranne la Z, sono di genere mascclino. (4) Gli Egizj ne’ loro geroglifici,
esprimevano il B con la figura di Una pecora, forse a cagione della
rassomiglianza che vi ha tra il belamento ! questo animale ed il suono del B,
pronunziato be. (5) Presso i Greci il B valeva anche il numero 2, e aggiungendovi
un'ac- cento al disotto valeva 200. Appo gli antichi Romani questa consonante
era pure tera numerale e valeva 300, e appostavi sopra una linea orizzontale
Valeva 3o00, 16 OR TOLOGIA l feriscesi poi col secondo suono più sonante e più
aspirato» ‘del primo (la cui emissione fassi quasi come se innanzi al e vi
fosse un /, pronunziandosi #e, #é), quando trovasi innanzi alle vocali e ed 7
senza la mediazione dell'A, come in cena, celeste, cibo, citàre. — Il suono
dentale del C è di due sorte, l'uno più forte e aspirato quando essa consonante
si trova sola innanzi al'e vocali e ed 7 come negli esempj pre- citati; l’aliro
più dolce e meno aspirato, quando ad essa, nella medesima sillaba, precede la
S, come scemo, scel- leràto , scimunìto , scissùra, ec. (6) — La mezza lettera
h posta tra il Ce le vocali e ed 7, fa che il primo prenda il suo suono
gutturale, che senza di lei, dentale sarebbe , come in chérico , cheto , chino,
chimico, ec. (7) | S. X. Il C forma consonante composta inseparabile con la Z e
con la r come in clava, clausùra, cleménte, con- clùso , crespo, crino, croce,
accréscere. — Esso ammette avanti di sè in diversa sillaba, le consonanti
liquide 7, n, r, come in palco, mancàre , barca , ec. — Una sola conso- nante
avvi fra tutte, cioè la s, che, nella stessa sillaba, vo- lentieri al C
preceda, e con esso s' unisca, tanto ne' principj che ne’ mezzi delle parole,
formante con esso consonante com- posta, come scoperta, fiasco, tosco, ec. — Il
C precede a 9 ogni volta che quest ultima lettera si dovrebbe raddop- piare,
-come in acqua, acquisio , nacqui, nocqui, ec. (vedi $. XXIII di questa Sez.) -
8. XI. Il C raddoppiasi nel mezzo della parola, ovunque sia necessario, sì col
suono gutturale, che col dentale, come im sacco, becco, attàcco, accettàre,
ecceziòne, faccia, ec- cidio. Avvertasi per altro che nel raddoppiare il G, nel
suono dentale, il primo si pronunzia quasi come un f, dicendosi a4- cettàre ,
eiceziòne , falcia , elcidio , ec. (6) Notisi che i soli Toscani,
irregolarmente sì, ma per maggior dol- cezza, profferiscono il C pressochè in
quest’ ultima manicra ancora che non ci vada unita la s, ogni volta che esso è
posto fra due vocali, la seconda delle quali sia e od i come in brace, croce,
fece, bruciare, macina, ec. (7) Il CH posto davanti a’ dittonghi ia, ie, f0,
iu, ottiene unsuono gutturale sì, ma più schiacciato che non ha quando è
seguito dall’; sem- plice, come in chiave, chiesa, chiodo, chiùdere, macchie,
buc- chie , occhio, ec. nelle quali parole, e simili, l’articolazioni del- le
sillabe chia, chie, chio, e chiu, è notabilmente diversa da quella della
sillaba chi seguita da consonante, come per esempio in chimico, chilo, chino,
ec. 1} medesimo suono schiacciato sentesi in pronunziando la sillaba chi ne’
plurali orècchi, picchi, occhi, mucchi, ec. quantunque appo i poeti cotal suono
non impedisca la rima coll’ al- tro rotondo de’ plurali sfeechi, chicchi,
tocchi, stucchz, ec. a =. — PARTE PRIMA © 17 ‘ $ XII Per la parentela che il C
ha col G_ scambiarono sovente i nostri antichi, in non poche parole, l'uno per
l'altro, scrivendo indifferentemente acùfo e aguto , castigàre e ga- sligare,
acro @ agro, secreto e segreto, sacro è sagro; ec. lo che in oggi pure, sebbene
meno, praticasi. — Il CT dei latini si è convertito da noi, ove in #, come in
patto , fatto, tatto, (pactum, factum, tactus), ove in z, come in azione ,
perfezione , (actio , perfectio). (8) 6. xIL Il D, consonante dentale,
pronunziasi di da To- sani, e de da'Romani, e Longobardi. Ha stretta parentela
col T, e perciò molti vocaboli latini, nel farsi nostrali, hanno mu- tato 11 T
in D come più dolce di suono; onde da 4Zitus, poker, ec., diciamo lido , padre,
ed altri vocaboli or con d or con # si scrivono, come potestà e podestà,
imperatòre e imperadore, armatùra e armadura ec. — Il D forma con- sonante
composta con la s avanti, e con la r dopo di sè; co- me: sdegno, sdolcinàto ,
sdurre, drago, drudo, quadro, mandra, ec. (9) $. XIV. La F, che si pronunzia
effe, è una delle lab- ali, ed è assai simile al v per l'aspirazione’ con cui
ambo profferisconsi. (10) — Essa fa consonante composta con le li- qude 7 ed 7,
come in /làuto, fresco, ec. Ammette le stesse consonanti 7 ed r avanti di sè,
ma in diversa sillaba, come in a/fiére, forfora, ec. — Riceve più sovente
avanti sé nel principio di parola la $ come in sfera, sfioràre, sfratto, sforzo
, ec. (11) . $ XV. I G (19) , pronunziasi da’ Toscani gi, e dal mmanente degl
Italiani ge. Questa consonante ha, come 1l c, ue suoni diversi ,.-l'uno dentale
(che fassi quasi come fosse preceduta da 4, pronunziandosi dge, dgi), allorchè
posto (8) Il C è lettera numerale romana è vale cento ; raddoppiato 200 ,
triplicato 300, ec.; e montato da una sola lineetta orizzontale, dinotava
presso gli antichi Romani centomila, da due duecentomila, ec. (9) Il D è
lettera numerale romana e vale 500. (10) La F tiene, appo noi, luogo del pà
usato da’Latini, come Phe- bus ) pharetra , phulosophus, ec. che da noi si
scrivono, Febo, farèira, fi- ofo. (11) La lettera F è nome di una delle chiavi
della musica ; e, posta solto le note musicali, segna l’abbrevazione della
parola forfe, e ff quella lla parola fortissimo. (12) Vuolsi che avanti la
prima guerra punica, i Romani non cono- xessero il G, e che in vece di questa
lettera usassero il c, e ciò vedesi nella colonna rostrale eretta da Cajo
Duilio sopra la quale évvi sempre un ‘ Invece d'un g; supponesi ancheche fosse
Carvilio il primo a distinguere que- Se due lettere, e che inventasse la figura
del g. Gramm. Ttal. | 4 13 ORTOLOGIA innanzi ‘e ed i, senta l'intervenzione
della A, come in gente ; giro , ec.— Questo suono soffre una variazione
notabile, di- ventando più dolce, quando il G è preceduto da s, come in
Pelasgio, ec. — L' altro suono è gutturale rotondo, avanti a, 0, ed u, come în
gallo, gota, gusto. Ha pure il suono gutturale innanzi e ed 7, allorchè tra
queste vocali ed il g, in- terponesi la 4, come in ghetto, ghindana, ec. il
qual suono gutturale sarà per altro più sottile e schiacciato nelle sillabe
ghia, ghie, come in ghianda, ghiera, ec ll G profferiscesi con suono liquido e
schiacciato nelle sillabe g/5 ; glia, glie, glio, gliu, come in egli, vegliàre,
maglietta, maglio, fogliùto ; salvochè in negligénza, negligente ,_ ne-
gligenteménte , negligentissimo , negligere, ed im alcuni vo- caboli e nomi
proprj da altri idiomi nel nostro intredotti, come glicònio , glisciàre ,
glifoglicera, glicina , roglifero , anglicano, ec., nelle quali parole il G
conserva il suo suo- no gutturale rotondo. — Aggiunnto alla n perde gran parte
di quel suono, che diventa quasi nasale, come in ragna , agnello, Agi , pegno,
cagnùccio, ec. (13) $. XVI. Il G nel mezzo della parola, e in diversa silla-
ba, consente avanti di sè le consonanti /, n, r, s, come in svolgo, vanga,
verga, disgràzia, ec. — Non ricusa nè pure l'essere preceduto nella stessa
sillaba, ma solo in principio di parola, dalla s, che con esso costituisce
consonante composta, € vi si pronunzia col suo suono rimesso e sottile come
sgarbo , vii 7 sghignàre , sgom’nio, sgridàre, sguscio, ec. — Il raddoppiasi sovente
ed în ispecie avanti all’ 7, come oggi , spiaggia, poggio, ec. ove il primo g
pronunziasi quasi com& un d dicendosi odgt, spiadgia, podgio, ec. (14)
S. XVII. La ti ; che nell’ alfabeto pronuziasi acca, può chiamarsi mezza
lettera, perchè da sè non ha vibrazione alcuna. Essa, di vin uso tanto
frequente nella lingua latina, lo è di poco nella nostra, dove in alcune
parole, non serve che di contrassegno; ed ignoriamo persino con qual suono i
Latini la pronunziassero (15). Questa lettera da noi s' usa solamente: (13) Il
G era anticamente lettera numerale, e significava 400, e postavi sopra una
lineetta indicava 40,000. (14) Nella musica la lettera G è il quinto suono
della scala diatonica, detto. nell'antico solfeggio gsol re, g solre ul, e nel
nuovo sol. Dal suono G prende il nome la chiave di violino. — Presso î medici
greci antichi il G éra il segno d’ un’ oncia. (15) 1l Buommattei prova che i
Latini aspiravano la H, da quell’epi- gramma di Catullo intitolato De Ario
Aspirante, che comincia così: — Chom- moda dicebul si quando ‘commòda vellet —
Dkere , et Hinsidias | Arius = dù A : ‘
19 f°. Nelle quattro qui appresso voci ok, hai, ha, hanno, onde non
confonderle, la prima con @ (congiunzione), la se- conda con ai (articolo
composto), la terza con 4 (preposizio- ne), e la quarta con anno (nome); eppure
in quelle voci avean già taluni cominciato a sopprimerla, sostituendovi un
accento, posto sopra la susseguente vocale, scrivendo ò, di, è, ànno; ma tale
innovazione pochi seguaci trovò. 2°. Nelle seguenti interiezioni ahime, oh,
ohi, ohimé ; deh, doh, eh, uh, sebbene errore non sarebbe lo scrivere le prime.
quattro senza l’%, così aimé, 0, oi, oime. 3°. Finalmente servizio maggiore ne
presta la H colla frequente sua unione al C ed al G, innanzi alle vocali e ed ,
dando l'articolazione gutturale a queste due consonanti (veggasi $$. IX. e XV).
+ XVII. Lo J pronunziasi come z. Quando questa let- tera è iniziale, o
frammezzo a due vocali, ella è consonante di valore, come in /attànza, noja,
abbajàre, ec.; quando poi in fine di parole trovasi per indicare la contrazione
di due sz, allora è vocale come in principj , esempj , varj; per principzi,
esempii, varii, ec. 6 Xx La L, una delle quattro liquide , si pronunzia elle.
Essa si raddoppia, dov'è necessario, in mezzo alle parole, come in dallo,
anéllo , stilla, collo, frullo, ec. — Non ammette mai dopo di sè, nella stessa
sillaba, altra lettera fuor- chè le cinque vocali 4, e, #, 0, u; ma in diversa
sillaba, e dopo di sè, tutte le consonanti, dalla r in fuori, possono se- gurla
facendole perdere alquanto di suono, come in du/bo , talco, caldo, solfo, alza,
melma, salnìtro, talpa, alquanto , bolso, alto, alzare, ec.—Essa forma rare i
consonante composta di due lettere con le consonanti è, c, Sf. & P, s,
come in blanda, òbblizo, clava, conclùdere, flato, conflitto, gloria ,
agglutinàre , pIacido , esemplàre, slacciàre, ec. — Più di rado la precede il
#, e solo im qualche voce forestie- Ta, non divenuta ancor nostra affatto, come
in afléta, atlànie. — Ammette innanzi a sè la r, ma in diversa sillaba, come
ghirlànda , orlo, merlétto. — Dopo il g la L, allorchè è se- guta da 7, ha un
suono sottile e schiacciato (vedi $. XV. della presente Sez.) — Notisi che
qualunque consonante, con che la L si accoppj, sì dopo che avanti di sè, le fa
perdere al- quanto del suo snono primitivo, salvochè la r avanti, ela s dopo,
glielo lasciano mantenere intero. (16) (16) La L è Jettera numerale, e vale 50;
con una linea ‘orizzontale Postavi al di sopra vale 50,000; anticamente un I
posto innanzi alla L , ORTOLOGIA — i - $ XX. La M, seconda delle liquide, sì
pronunzia emrze. Riceve innanzi di sè, e in diversa sillaba, le consonanti /,
r, s, come in alma, ‘orma, risma. — Forma consonante com- posta, nel principio
della parola con la s, che in tal caso profferiscesi col suono sottile, come
smania, smarrito, smil- zo , ec. (17) ì S. XXI. La N, terza consonante liquida,
sì pronunzia enne. Dopo di sè, e in'diversa sillaba, riceve le consonanti c, d,
f, g, s, t,v, 2, ed allora si pronunzia con suono al- quanto rimesso, come in
danco, banda, enfiàto, van- gelo, mensa, vento, convito, stanza, ec.— Ammette
avan- ti di sè, in mezzo di parola, e in diversa sillaba la r, come in ernia,
scérnere. — La s non le si trova mai innanzi n mezzo di parola se non che ne'
verbi composti colla particella dz, come in disnebbiàre, ma nel principio più
spesso, formando con essa consonante composta, come snaluràto, snello, sno-
dàre, ec..— La N posta dopo il G perde una gran parte del. suo suono primitivo,
ed essa stessa ne toglie al G, come n da- nàre, agnéllo, insignire, bagno, ec.
(18). — Sì come e altre consonanti, la N si raddoppia ovunque faccia d'uopo,
come in panno, cenno, Sponno: ec. (19) S. XXII. Il P, una delle labbiali, è da'
Toscani profferita pi, e dagli altri Italiani pe. È prossimo affine del B (vedi
. VIII. di questa Sez.), e del V, onde indifferentemente si ice coperta e
coverta, sopra € sovra, soprano € sovrano, sopèrchio e soverchio, ec. — Forma
consonante composta con le consonanti / e r, sebbene rade volte con la prima si
‘trovi, come in placàre, plico , pralo, presto , pen one: capro, ec. — Nel
mezzo della la: ma in diversa sillaba , ammette avanti di sè /, 72, r, come in
a/péstre, temporàle , corpo, ec.—Al P s'aggiunge volentieri la s onde formare in-
sieme con essa consonante composta, come spada, spinta, specchio, aspettàre,
ec. @ in questi casi la s ha il suono gagliardo, mentre il p perde alquanto del
suo. S. XXIII. Il Q nou è considerato, al par della #, che | toglieva a questa
una diecina del suo valore, onde IL valeva quaranta: oggidi per altro per
segnare quaranta, si scrive XL. (17) La M è lettera numerale, e vale mille; e
presso gli antichi, al- lorche si poneva sopr’essa una lineelta orizzontale,
acquistava un valore mille volte mafgiore , cioè un milione. (18) IP union»
del'e due consonanti g e 7, trovasi anche, ma di rado in principio di vec.bolo,
come in graffe, gnau, gnocco, gnomòne, ec. (19) Appo gli antichi la N era
lettera numerale per significare no- vanta, € sorinonta:a da una lineetta
novantamila. a 21 come mezza lettera.
Esso, senza l'accompagnamento dell' u, non ha vibrazione che possa rilevare
elemento, come im quat iro, quello, quinto , quotidiàno, ec. — Il Q in vece di
rad- doppiarsi, ammette avanti di sè il c, come in acqua, acquisto; salvochè in
queste tre voci sogguàdro, sogqquadràre , s0q- uadràto. S. XXIV. La R, quarta
delle liquide, è lettera di suono aspro e veemente, e nell'alfabeto pronunziasi
erre. Essa forma consonante composta inseparabile con le consonanti è, c, d, f.
g. p, t, ©, ricevendole dopo di sè, sì ne' principj che nei mezzi delle parole,
come in draccio, ambra, crudo, in- crespàto , drago, andròne, a , refrigério,
gralo , aggradìre , prato , rappresàglia, trave, intrecciato , s0- vruno,
ec.—Fa altresì consonante composta con la s, avanti di sè come sradicàre ,
sregolàùto, ec. — Nel mezzo della parola ammette dopo di sè, ma in diversa
sillaba, tutte le con- sonanti, come morbo, parca, lardo, forfora , òrgano ,
iorlo, arme, ornàre, scarpa, serqua, verso, corle, nervo, ar- silla, ec. — La R
raddoppiata accresce maggiore asprezza nel pronunziare, come in carro, borròne,
ec. (20) . XXV. La S (21), consonante dentale, pronunziasi nel- l'alfabeto
esse. Questa lettera concorre a formare ogni sorta di consonanti composte non
che di due, ma anche di tre lettere. Per quelle di due lettere, a tutte le
consonanti, dalla h e z in fuori, uniscesi, come: sbuttere , scala, sdegno,
sfoglia , sgomento , sloggiàre, smania , snodùre, spurio , squartàre ,
sregolàto, studio, svi'àre. — Per la formazione delle consonanti composte di
tre lettere, essa congiungesi alle composte br, ch, cr, wi gh, gr, pl, pr, ir,
come: strac- ciàre, schiera, scrupolo, sdrùcciolo , sfratto, sgherro, sgranàre,
splendido , spremere , strada , ec. ; e così pure nel mezzo delle parole.
(Veggasi Sez. II. $. IV.) Nota bene. La S unita ad altre consonanti, nel modo
di sopra espesto, chiamasi $S' impura. $. XXVI. La S ha nella nostra lingua due
var) suoni, uno gagliardo, l’altro sottile, entrambi estesissimi, ma più il
primo, che è anche a noi più famigliare del secondo. Cosa utilissima sarebbe
almeno pe’ non Toscani (conciossiachè i Toscani rarissime volte, (20) La R era
anticamente usata come lettera numerale per dinotare 80, e sormontata da una
linceita 80,000. (21) Questa lettera, posta in composizione con un vocabolo
primiti- vo ha forza ora di privativo, come calzare scalzàre, montare smontare,
ec. ora d'accrescilivo come porco sporco, munito smunio, ora di frequen- talivo
, come buttere sbattere ; ed ora non opera nulla valendo lo stesso come campòre
scampare, bandire sbandwe , befare sbefage, cc 29 ORTOLOGIA I per non dir mai,
rimangono esitanti nell'applicazione de'due suoni anzi nominati), e per gli
stranieri; se con regole si po- tesse determinare quando. la $ col primo o col
secondo suono debbasi profferire; sfortunatamente siamo costretti a riconoscere
non esser ciò fattibile, e in ispecie allorchè essa consonante tra due vocali è
posta, non essedovi che l' uso e l’ orecchio che servir possano di maestri e
guide. Ciò nondimeno, volendo noi con quanto è in poter nostro porgere una mano
soccor- revole allo studioso straniero, onde condurlo per tutte le pur trop- po
spinose vie per cui passar debbe chiunque, non essendo T'o- scano, pretenda
giungere al puro e pretto parlare la lingua di Dante, ci studieremo di ajuiarlo
anche in questa importantis- sima parte della pronunzia italiana, stabilendo
alcune poche sì, ma generalissime regole ; quindi, siccome la S gagliarda è di
gran lunga più estesa che non è la sottile, daremo una lista alfabetica della
maggior parte de’ vocaboli in cui essa consonante col suono sottile suole esser
pronunziata. S. XXVII. La S ha il suono gagliardo: 1°. Ne'principj delle parole
innanzi a qualsivoglia vocale e in congiunzione colle consonanti c, f, p, 9, 1,
come savzo, servo, sino, sopra, superiore; scala, sforzo, spirito, squa- dra,
stare, ec. | 2o, Quando è raddoppiata, e in tal caso entrambe han- no il suono
gagliardo, come basso, Lar ec. 3°. Ne' mezzi delle parole quando è preceduta
dalle con- sonanti Z, n, r; e notisi che ove la precedente consonante sia n, il
suono della S è tanto gagliardo che molto si avvi- cina a quello della z (vedi
$. XXXI e seg. della pres. Sez.), come in falso, bolso, mensa, compénso ,
sospensione , arso , borsa , ec. | 4°. Negli addiettivi uscenti in oso, osà,
052, ose, come amoròso , virtuoso, gloriòsî, invidiòsa , ec. be. Nella
terminazione eso degli addiettivi provenienti da' verbi in endere, come preso
da préndere, inteso da intén- dere, sorpréso da sorpréndere; e così anche nelle
terminazio- in plur. e femm. degli stessi addiettivi esi, esa, ese. 6°. Ne'
superlativi e negli avverbj derivati dagli addietti—- vi menzionati ne' due
numeri precedenti come glorzosissimo, virluosissimo, amorosaménk , estesìssimo,
intesamente, intes- sìissimamente, ec. 7°. Nella terminazione ese, de nomi di
nazione, come: Inglese, Svedese, Pistojese, ec. eccetto in Francese, Lucchese.
8°. In tutte quello voci che non si trovano tra quelle 1n — 23 ei la S ha il suono sottile, e che sono
comprese nelle re- gole susseguenti e nella sottoposta lista. . XXVIII. La S ha
11 suone sottile: °. Nelle consonanti composte sb, sd, sg, sà, sm, sn, sr, so,
come in sbaglio, sdegno, sguardo, slegàre, smania, snello, sradicare, svenire,
ec. o, Nelle desinenze aszone, esione, istone, osione, usione, come in
persuasiòne, lesione, adesiòne, divisione, esplosione , confusione, ec. 3°.
Nelle terminazioni asivo, esivo, istvo, usivo, degli addiet- tivi provenienti
da’ verbi in adere, edere, idere, udere, come im Persuasìvo, lesivo, decislvo,
conclusìvo, ec. 4°. Nelle terminazioni aso, eso, is0, uso, degli addietti- vi
provenienti da’ verbi in adere, edere, idere, udere, come in invàso , leso,
diviso, acclùso; eccetto chiuso , e conchiùso , da verbi chiùdere, conchiùdere.
5°. Nelle terminaziozi esima, esimo, come in crésima, battesimo , paganèsimo,
cristianésimo, e in tutti ì numerali in esimo co’ loro plurali e femminini,
come vizesumo, cen- tesimo, millesimo, ec. 6°. Nella particella iniziale dis,
allorchè la seconda parte della composizione cominci da vocale, o da una delle
conso- nanti liquide 7, mn ,n,r, come in disabitàre, disamàre, . diseredàre,
disinteresse, disonòre, disuguàle, disleàle, dismi- | sura, disnaturàle,
disradicàre, ec. (22) | 7°. Nelle terminazioni asta, esìa, isìa, osìa, usia,
ne' ter- mini di scienze ed arti, come in mefonomasìa, fantasia, ere- sia,
idropisia, galattoposìa, alusìa, ec. come pure nelle ter- minazioni asi, esi,
osî, usi, parimente in termini scientifici, come in peràfrasi, pràtasi,
anàspasi, pòstasi, estasi , pa- rentest, sintesi, sinderesi, sinéresi,
anafònesi, ipòtest, tisi, cri- si, ptist (tisichezza), sìnfisi, anastròmosi,
sineuròsi, sinartrò- st, jatréusi, ec. come altresì ne’ nomi propr)j
geografici, come n Mesta, Mista, Frisia, Austrasia, Prusta, ec. __ 80. In tutte
le sillabe iniziali esa, ese, esì, eso, esu, come m esaminàre, esùrca,
eseguire, esémpio, esìgere, esìlio, ésito, esofago, esorbitànte, esuberànte,
isulima ec. 90. Nella particella tras, nella composizione di alcuni vo- caboli,
ogni volta che la seconda parte della composizione co- (22) Notisi però che,
ove in vece della particella dis si scriva di, a motivo che la seconda parte
delle parole componenti comincia da .$, que- sta deve avere il suono gagliardo
come in Di-sacràre, di-sigillàre, di-sotter- Tare, ec. dA iu ORTOLOGIA minci da
vocale, o da una di queste consonahti £ ,l,m, n, r, o, come in frasamàre,
trasandùre, trasordinàre, trasgre- dire, traslatàre, trasmutàre, trasnéllo,
trasricchìre , trasviàre , ec. LISTA ALFABETICA DI VOCABOLI IN CUI LA S
PRONUNZIASI N. B. conservando la S ne'vocaboli derivati lo stesso suono che ha
nei . NEL SUONO SOTTILE. (24) primitivi, questi soli saranno registrati nella
qui appresso raccolta e saran- no regole per quelli. Abuso. Accluso. Accusa.
Acquisizione. . Acrisia. Acrisio. Adasio per Adagio. Addisiare. Affisare. A
josa (a00.) A isonne (avv.) Alliso. Allusingare. Ambrosia. Ammisurare.
Anisocicli. Anciso. Aposivpesi. Apposito. Appresentare. : Archibuso. Arfasatlo.
Arrisicare. Arrosare. Asciso. Asecuzione. Aselliano (T. anat.)Basina. Asempro.
Asequio. Pe. Asercitare. Basoffia. Asia. Basoso. Asiarca. Biasimdre. Asilo.
Bisaccia. Asima. Bisante. Asio. Bisanto. Astruso. Bisarcavolo. Asuliere.
Bisavo. Asuro (verme). Bisavolo. Ausilio. Bisbetico. Auso. Bisbigliare.
Ausonia. Bisdosso. Avvisaglia. Bisestare. | Avviso. Bisestile. Basa, base.
Bisesto. Basilischio , basi- Bislacco. lisco. Bisleale. Basalte. Bislessare.
Basaltina. ‘ Bislungo. Basamento. Bismalva. Baseo. Bismuto. Basetta. Bisnipote.
Basilare(T.anat.) Bisnonno. Basilica. Bisognare. Basimento. Bisunto. Brasile.
Basioglosso ( T. Busecchia. anal.) Busilli. Busino. Busna. Buso. Casacca.
Casimir. Caso. Casuro. Causa. Cesale. Cesare. Cesarie. Cesatura. Cesello.
Cesenese. Cesio. Ceso. Cesoje. Cesone. Cesura. Chiesa. Cisma. Clausola.
Clausura. Clesia. Commisurare. Commiserare. Compositivo. (23) Ma quando la
seconda parte della composizione cominci da S, in vece di #ras si scriverà fra
"e la susseguente S_ dovrà pronunziarsi col suono gagliardo , come in
fra-sàvio, tra-sudàre , tra-soàve , tra-so- gndre, ec. (24) Ne vocaboli in cui
si ritrovassero più esse in diverse sillabe, quella che dovrà pronunziarsi col
suono gagliardo, sarà impressa con carattere Cor- sIvo. pe sms LÀ ° Cipparosa.
Cortese. Cosacco. Cosimo. Crasi. Creso. Crisalide. Crisantemo. Crise, crisi.
Crisma. Crisoberillo. Crisocolla. Crisocome. - Crisòlito. Crisomela.
Crisopazzo. Crisopéa. Culiseo. Cusella. Cusòffiola. Cusoliere. Deserto.
Desertore. Desinare. Desinenza. Desio. Desmologia. ‘ Desolare. Diesis.
Diocesano. Diocesi. Disuso. . Dose. Druse. Ecclesia. Efeso. Elemosina. Eleusi.
Eliseo. Visir. Hisirvite. Eliso, elisio. Episodio. Fresia. Eresiarca. Ermesino.
Frisipelatòso. Esistere. Esoso. Esostosi. Esplosione. Esquisito. : Fase.
Fiesole. Filosofia. Filosomia. Fisica. - Fisicare. Fisima. Fisiologia.
Fisionomia. Fisitero. Fiso. Fisonomia. Francioso. Frapposizione. Frase.
Frisato. Frosone. Fuso (25). Gasòmetro. Gènesi. Gesù. Gerusalemme. Ginnasio.
Giosaffatte. Giosuè. Giuseppe. Gi NR Glosa. Grisatojo. Grisello (T. mar.)
Grisetta. Grisetto. Grisola. Grisolampo. Grisolita. Grisòlogo. Grisostomo.
Guisa. Icosaèdro. Jdrosarca. Imbasamento. Imbisacciare. Imbisognato.
Imbusecchiare. Immisurabile. Impersuasibile. Impositore. Imposizione.
Improvviso. Incrisalidare. Indisia. Indosia. 25 Indiscare. Mesolabio.
Indisposizione: —‘Meson. Indisusata. Mesopicini. Inesatto. Mesotipa.
Inesauribile. Mesopotàmia. Inesausto. - Misagio. Ineseguibile. Misalta ,
misaltare. Inesercitabile. Misantropia. Inesicabile. Misavvedutamente.
Inesigibile. Misavvenire. Inesione. Misavventura. Inesorabile. Misdire.
Inquisire. Miselio. Insoso, insuso. Miserabile. Inusato. Miseria. Inusitato.
Misericordfa. Invasellare. Misero. Invaso. Mislea. 3 Invisibile. Misleale. Tosa
, josa. Misura. Isapo. Mosa, mosella. . Isenterico. ‘Mose, Moisé. Isiaco. Musa.
Iside. Musacchino. Isleale. Musaico. Isocrono. Musare. Isola. Museo. Isomeri.
Museruola. Isonne: Musetio. Isoperimetro. Musica. Isopico. Muso. Isopo.
Musoliera. Isoscele. Musonare. Lasagna. Musone. Laserpizio. Musorno. Lesina.
Narciso. Lesura. Nausa, nausea. Limosina. Nemesi. Lisimàchia. Occasione.
Lisirvite. Occaso. Liso. Occisio. Lusinga. Odrisio. Marchese. Oppòsito. Maso
per Tommaso.Osalida. Mausoleo. © Osanna. Medesimo. . Osare. Melarosa. Osiride.
Mesenterio. Oituso. Meseraîco. Paese. Mesocolon. Palese. Mesocoro. Paracentesi.
Mesodos. Paradiso. (25) Da fondere; non già fuso, quell’ arnese su cui
s'avvolge il filo. Gramm. Ital. 26 ORTOLOGIA Paràfrasi. ’ ‘Pasigno. Rosola.
Tisico. . Pausa. Pusillanime. Rosolare. Tommasella. Pegaseo. Pusillo. Rosolio.
Tommaso. Pelusio. Quaggiuso. Sbasoffiare. Tosa. Pesello. Quasi. Sbisacciare.
Tosare. Peso (26). Quesito. Shusare. Tosello. Pesolo. Ragusa. Scasimodèo.
Tosetta, tosetto. Pisello. Rappresentare. iSchisa. Toso. Pisolito. Rasente. ‘
—«Scortese. Tosone. Piusore. Refuso.(T.disiam-Scusa. Trasoriere. Poesia.
perìa.) Segnacaso. Travasare. Polesine. Requisito. Sesamo. Travisare.
Polinesia. Resia. Simposiaco. Trisavole. Posilipo. Resecare. Sisamo. Usignuole.
Positivo. Revisore. Sisaro. n. prop. Usitato. Posoliera. Ribisognare. Sisimbo.
Uso. Posolino. Ricesellare. Smisurato. Usoliere. Prtesistere. Ricisa.
Soppositorio. Usufrutto. Presentare. Ricusa. . Soso. Usura. Presepio. Ripositario»
Spasimo. Usurpare. Presio. Risicare. Sposo, sposa. Vaso, vase. Presontuoso.
Risigallo. Squasimodeo. Vesuvio. Presopopea. Ri.ipola. Squisito. Visibile.
Proposito. Ritosare. Stafisagra. (pianta)Visibilio. Prosa. Ritropisia. Susina.
Visiera. Prosapia. a. Suso. Visionario. Proselito. Rosario. Tarabuso. Visire.
Prosentico. Rosecchiare. Tesauro. Visita. Prosodìa. Rosicare. Tesoro. Viso.
Prosutto. Rosolia. Testo. Visorio. Pròtasi. Rosignuolo. Tisana. Visuale.
Provvisare. Roso. Tisica. s XXIX. Il T pronunziasi da' Toscani #, e dagli altri
poli d' Italia fe. La sua articolazione è quasi simile a quel- a del D, e molte
voci or coll’uno or coll’ altro si scrivono, come etàte etade, potere podere,
potestà podestà, lito lido, ec. — ta consonante perde alquanto di suono
allorchè riceve dopo di sè lar come in trace, atrabile, scaltro, ec. — Consente
tal- volta anche dopo di sè la 7, ma malagevolmente perchè una tal congiunzione
non è suono italiano, nè sì adopera, se non in voci, le quali non sono
interamente nostrali, come in atlante, atleta, ec.—- In mezzo di parola riceve
avanti di sè, ma in diversa sillaba, le consonanti /, n, r, s, come in alto,
punto, orto, distendere. —1l 'T forma consonante composta di due lettere con la
s avanti, e la r dopo, come state, stoviglie, tremare, truppa; e di tre lettere
con la s avanti e la r dopo, (26) Peso per Pisello — Peso per gravezza ha la S
gagliarda. PERA pae en Le REI ar gi arr ‘ © 27 come strada, strépito, stridòre,
astro, ec. — Raddoppiasi nel mezzo della parola egualmente all’ altre
consonanti. (27) $. XXX. Il V, consonante labbiale, pronunziasi vu. Que- sta
lettera è assai differente dall'U; ed a noi pare che, ove essa abbia avuto
sempre la stessa vibrazione che ha appo noî, non sia mai stata altro che
consonante; checchè ne dican taluni, i 1 s’ostinano ad insegaare essere ella
ialora vocale (con- fondendola erroneamente coll’ u) e talora consonante
(vegga- si la nota (f) della pres. Sez.). — Per essere il V molto si- mile al 5
ed al p, parecchie voci or coll’ uno or coll'altro, indifferentemente si dicono
come ne'$$. VIII, e XII, parlan- do del B e del P, abbiam detto. — Il V riceve
avanti di sè, nel mezzo della parola, le consonanti 4, n, r, s, come in mal va,
convito, serva, disviàto, misvenire, ec. — Forma consonante composta con la r
dopo, e la s avanti di sè, e in amendue i casi con molta perdizione di suono,
come in avrei, dovreste, sovràno, svariàre, svenire, svinàre, ec. —Il V si
raddoppia, co- me le altre consonanti, nel mezzo della parola, come in 0v050,
ravvòlito, ec. | S. XXXI. La Z, lettera dentale, sì pronunzia zeta, ed è assai
in uso appo gl'Italiani. Essa dopo di sè non ammette nissun'altra consonante,
nè in principio nè in mezzo della pa- rola, e non riceve avanti di sè, che la
7, n, r, e solo in : diversa sillaba, come in dalzo , Zenza, scherzo, ec. —- La
Z si raddoppia sempre ogni volta che si trova tra due vocali, salvochè alla Z
seguiti uno de' dittonghi 52, se, #0. . XXXII. La Z ha tre suoni diversi cioè
l'aspro o’ ga- gliardo , il dolce, e il sottile. Il primo fassi sentre come se
alla Z precedesse il £, come in zappa, pezzo, sitto, zòccolo, zucca, ec. che
pronunziasi fzappa , petzo , fsitto , tsùccolo , lzucca. L'altro , detto anche
rozzo , sì fa quasi che innanzi alla Z vi fosse un d, come in sanzòra, gazza,
brezza, azzùrro, zòtico , che si pronunziano dzandzara , gadza, bred:a, adzurro
, dzotico. In quanto al terzo suono, detto sottile, tiene questo il mezzo tra
l’aspro e "l dolce, ed è assegnato alla Z scempia, semprechè sia seguita
dai dittonghi #2, ze, #0, come in grazia, Lizia, paziénte, spezie, aziòne,
precipìzio, ec. Questa regola è generalissima. a (27) Il T, come nota numerale,
indicava presso gli antichi 160 , e con una lineetta orizzontale sovr' esso,
valeva 160,000. i 28 O'RTOLOGIA La quasi insuperabile difficoltà cui offre il
distinguere le due prime diversità di pronunzia della Z, farebbe desiderare o
che carattere differente fosse assegnato ad ognuna, o che almeno con regole si
potesse indicare la via alla conoscenza di entrambe; ma non essendosi fatto l'
uno, che si sarebbe potuto fare, e l’altro essendo infattibile , lo studioso è
ridotto ad affidarsi in ciò, del pari che nella pronunzia della $, alla sola
guida dell'uso e dell'orecchio. Per altro vogliamo . dal canto nostro: condurlo
anche noi per un buon tratte di cammino , coll’ esporgli alcune regole quasi
generali, sul quando la Z. abbia il primo suono , quindi gli daremo una
«compiuta: raccolta di vocaboli in cui questa consonante pro- munziasi col
secondo suono, che è di gran lunga meno nu- . ameroso del primo, talchè quelle
voci che in essa raccolta mon saranno registrate, potranno tenersi come aventi
la Z. aspra. sE La Z.sì pronunzia col suo suono aspro: 4°. In principio di
parola di que’ vocaboli , che, comio- cianti con Z, non sitrovano registrati
nella qui sottoposta rac- colta della z dolee. ù | 20, Ne'verbi uscenti in
azzare, ezzare, izzare, ozzare, uz zare, ed intuttii derivati da tali verbi,
sian participj, addiettivi 0 uomi verbali, come ammazzàre, carezzàre ,
indirizzàre, | sbozzàre, puzzòre; ammazzamento, carezzànie, shozzòto, ec. d°.
Nelle voci in azzo, azza, ezio, ezza, Izzo, 1220, 0zz0, 0gza, uzzo, uzza, siano
sostantivi o addiettivi, ‘e ne’lore : derivati, come #u224, piazza, grandézza ,
pezza, attrézzo, > vezzo, rizza, pòlizza, pizzo, stizzo, carròzza,
tavolozza, ba- è «iòzza, pozzo, melùzza, viùzza, lavarùzzo, puzzo, merlùzzo, e
« 4°. Nelle terminazioni anza, ed enza ne’ nomi astrati come In zsonorànza,
costànza, prudénza, eloquenza, ec. 5°. Quando :è preceduta, in diversa sillaba,
dalle conso- nanti 7, n,-r, come in a/zàre, calza, balzo, smilzo, pénzolo,
pinza, punzòne, marzo, ‘sferzàre, forza, sforzo, ec. Le poche eccezioni che
patiscono queste cinque regole, si troveranno ella sottoposta lista della Z
dolce, | LISTA ALFABETICA DI VOLI IN CUI LA Z SI PRONUNZIA COL SUONO DOLCE. N.
B. Farciamo avvertito lo studioso che in questa raccolta non si tro- vano
registrati che i vocaboli semplici e primitivi, dovendo essi servir di norma pe
loro composti suono. - Abbrezzare.. Benzoino. Abbronzare. Bizza. Adorezzare.
Bizzarria. Agonizzare. Bizzeffe. Aguzzino. Bonzo. Amazzone. Bozzima. Ammezzare
(28). Brezza. Ammortizzart. Bronzo. Analizzare. Buzzo. Anatomizzare.
Calenzuolo. Armonizzare. Canonizzare. Aromatizzare. Carbonizzare Arrozzire.
Catazzo. Arzente. Catechizzare. Arzigogolo. Cauterizzare. Arzinga. Chimerizzare
Assozzarsi. Chiozzo. Autorizzare. Cicatrizzare. Azoto. Civilizzare. Azzimella,
azzimo.Cristallizzare. Azzimare. Czar. Azzollare. Czarina. Azzurreggiare.
—Dassezzo. Azzurro. Dimezzare. Barzelletta. Dirozzare. Battezzare.
Disorganizzare. Bazza. Donzellare. Bazzana. Dozzina. Bazzarrare. | Epizoozia.
Bazzecole. Famigliarizzarsi. BazzoUto. Frizzare. Belzebù. Fronzolo (29).
Belzuar, Fronzuto. Ganza, e ganzo. Garzare. Garzone. Garzuolo. Gazetta. (sorta
di vaso). Gazofilàcio, . Gazza. Gazzarra. Gazzella. Gazzera. Gazzetta.
Generalizzare. Ghiozzo. Ghiribizzo. Gonzo. Imbizzarrire. Imbizzocchire.
Imbozzimare. Imbuzzire. Indennizzare. Ingarzullito. Insozzare. Intirizzire.
Intvamezzare. Intronizzare. Inzavardare. Inzibettato. Inzotichire.. Jozzo.
Lapislazzoli. Lazeggiare. Lazzeretto. e derivati, in cui la Z si pronunzia
collo stesso Lazzero. Lazzerone. Lazzeruolo. Lazzo (nome) (30). Legalizzare.
Lezzo. Magazzino. Manzo. Marmorizzare. Martirizzare. Marzocco. Mezzajuolo.
Mezzalana. Mezzaluna. Mezzano. Mezzelto. Mezzina. Mezzo (metà) (31). Mezzodi.
Mezzogiorno. Mezzuùle. Mortalizzare. Mozzo (pezzo) (32). Notomizzare. Olezzare.
Orezza. Organizzare. Orizzonte. Urza. Urzajuolo. Orzata. Orzese. Orzo. (28) Nel
significato di Divider per mezzo; — in Ammezzare, per. divenir mezzo, esser più
che maiuro, }e due £z sono aspre. cato di ornamento; (29) Nel signifi £ è
aspra. (io) n Luzso addiettivo , le due z2"sono aspre. "os —in
Fronzolo, specie di castagna , 31) In Mezzo froppo maluro, fracido, le due 12
sono aspre. (32) In Mozzo servo che fa le verno Mogzare, le due 42 sono aspre.
faccende più vili, e in Mérzo add. dal 30 Urzuolo. Uzena. Ozzino. Paralizzare.
Patrizzare. Polverizzare. nso. Prodigalizzare. Profetizzare. Rammanzina.
Rammanzo. Rammezzare. ORTOLOGIA Scorzare. $corzone. Scozzonera. Secolarizzare.
Sezzo, e sezo. Sfronzare. Sgargarizzare. Sillogizzare. Simpatizzare.
Singolarizzare. Sinonimizzare. Siza. Razza (pesce) (33) Soavizzare. Razzare (risplende-Solecizzare.
re) (34). Razzente. Razzese. Razzimato. Razzo. Razzuolo. Rezzo. Rezzola.
Rinfronzire. Rinverzicare. Rinverzire. Romanto. Reonzare. Ronzino. Rozzo.
Ruzzo. Satirizzare. Sbizzarrire. Sbonzolare. Scandalizzare. Scanonizzare.
Scarzo. Schiribizzo. Scommezzare. Scorza. $. XXXIII. Nell' alfabeto latino, ed
in quello eziandio di molti altri idiomi, trovansi due consonanti, che
straniere sono alla favella italiana, K ed X. La prima, greca, d' origine, non
è a noi necessaria, avendo il C, e 'l CH che ne fanno le veci; e neppure i
Latini se ne servivano, se non qua e là în alcune voci dal greco provenienti.
Alla X sostituiscesi da noi la $, in alcune voci scempia, in altre raddoppiata,
secon- do che in latino questa ‘consonante profferivasi o con. molta forza, o
leggermente, come: Axrioma, Alexander, exercitus, Solennizzare. Sottilizzare.
Sozzare. Spiritualizzare. Spolverizzare. Spulezzare. Staza. Strafizzeca.
Suzzacchera. Suzzare. Suzzo. Sverza. Sverzare. Tartarizzare. Teologizzare.
Tesaurizzare. Toscanizzare. Tramezzare. Tramezzo. Utilizzare. Verzella.
Verzicare. Verzicola. Verzino. Verzotto. Verzume. Verzura. Volatilizzare.
Volgarizzare. Zafferano. Zaffetica. Zaffiro. ‘ZLagaglia. Zaimo. Zaino.
Zamberlucco. Zambra. Zambracca. Zanca. Zancato. Zanco,. © Zangola. Zangoni.
Zannire. Zanzara. Zanzariere. Zara. Zerbino. Zero. Zeta. Zeugma. Zerzolo.
Zibaldone. Zibellino. Zibctto. Zibibbo. Zienda. Zimarra. Zimino. Zimatecnia.
Zinginare. Zingo. Zizzania. Zizzita. Zizzito. Zizzolo. Zodiaco. Zofito. Zoilo. Zolla
Zollata. Zona. Zonzare. Zoofito. — Zoofourico. ZLoografia. Zoolatria. Zoolito.
Zoologia. Zootomia. Zopiosa. Zotico. Zurigo. Zarlace. . Zurlo. Zurro. — (33) In
Razza sé&rpe, schiatta, le due zz sono aspre. (34) In Razzare per
rassolare del cavallo colle sampe davanb, le due 25 sono aspre. A È. e PARTE.
PRIMA si eristere; ec.; Assioma, Alessandro, esercito, esistere, ec. Con-
servasi però questa lettera anche nell' idioma italiano in al cuni latinismi,
posti avverbialmente, e composti dalla prepo- sizione latina er, come:
er-abrupto, ex-professo, ertempore, e., e così pure nel nome proprio Xeno, onde
non conton- derlo con Santo. DELLE SILLABE. S. I. Ogni vocale o di per sè sola
o unita ad una o più consonanti, forma quel che comunemente sì chiama sillaba.
I dittonghi, trittonghi e quadrittonghi (veggasi Sez. I. $$. XV, XVI, XVII), o
soli o uniti ad una o più consonant, fanno parimente sillaba. Ù II. Dall’umione
di più sillabe si costruiscono le voci articolate significative, quantunque una
sola sillaba possa ezian- dio formare voce -significativa, detta monosi/laba.
(4 Le altre parole dal numero delle sillabe loro s1 chiamano bisillabe, quando
di due; trisi/labe quando di tre ; quadrisik ] i labe quando di quattro , e
polisillabe quando di più fino a undici sillabe sono composte, come : VOCABOLI
BISILLABI. A-la, e-bro, t-dra, o-ro, u-no, fiu-me, oc-chio, squa-dra, nac-qui,
ac-qua, gon-z0, frul-lo. TRISILLABI. , A-mò-re, ai-rò-ne, Eu-rò-pa, cré-de-re,
me-di-ceo, prin-cì- pio, a-ziò-ne, ta-glià-re, scan-dà-glio, ga-gliòf-fo,
oc-chiél-lo, scu-dì-scio, na-t-0, càn-di-do, O-tran-t0, còr-re-re, tàr-ta-ro,
chie-che-ra, ac-quì-sto, quàc-que-ro. | (1) Il numero delle voci monosillabe
nella lingua italiana, alle poche *fuenti si restringe: a, ad, ah, ahi, ai, al,
ce, che, ci, chi, ciò, col, con, da?, dai, dal, deh, dei, del, di, dì, do, doh,
è, e, ed, ch, ei, fa, fai, fo, fu, fui, gli, giò, 84, gru, guai, ha, haî, ho,
i, il, in, la, le, lei, li, lo, lui, ma, me, mi, miei, ne, nè, nel, nei, no,
noi, non, 0, od, oh, oi, pel, pei, per, più, Po, poi, puh, qua, quel, fù, re,
sa, sai, se, sei, sO, si, sì, s0, sta, stai, sto, su, suoî, te, thè, ti, toh,
vu, fuoi, va, vai, vi, vo, voi, vuoi. Sonovi poi molte parole che diven- ‘ano
monosillabe per avere la vocale finale, o anche l’intiera sillaba finale, |
troncata, di modochè tali voci non possono riguardarsi come monosillabe, i ‘ome
sarebbero: ur, pur, fin, ben, fe’, più, vo’, ec. invece di uno, pure, fino,
bene, tale, fede, piede, vogli, ec. 32 ORTOLOGIA QUADRISILLABI. | . A-rò-ma-t0,
ma-nè-vo-le, Me-ne-là-0; cur-pen-tiò-re, am° mai-nà-re, cru-de-li-tà,
fi-noc-chiét-t0, so-prac-c}-glio, di-ve-gle- re, ac-qui-stà-to,
rag-gua-glià-re, spia-cè-vo-le, squàc-que-ra-n0, chias-sa-juò-lo, ar-ma-juò-lo,
schia-maz-zì-0, schia-vac-cià-re, schic-che-rà-t0, sme-mo-ràn-te,
mi-nac-ciò-so. POLISILLABE — DI CINQUE SILLABE. Al-ci-bì-a-de, im-bro-do-lù-re,
fran-gi-bi-li-tà, qua-dri-là- | le-ro, a-mo-ro-set-to, chiac-chie-ra-tò-re,
fra-sta-glia-tù-ra, am- mi-ni-co-lo, e-stin-guì-bi-le. DI SEI SILLABE. o e CÒ i
; ® LI i Im-mi-nen-te-mén-te, con-si-de-rà-bi-le, mi-se-ri-cor-diò- so,
for-ti-fi-ca-ziò-ne , si-gno-reg-gia-tò-re ; in-tro-du-swn- | ce > (9 È
DI SETTE SILLABE. Ap-pas-sio-na-tìs-si-mo, stra-or-di-na-ria-mén-te, in-con-
si-de-rà-bi-le, i-per-bo-leg-gia-tò-re, so-pra-e-sal-ta-ztò-ne. DI OTTO
SILLABE. For-sen-na-tis-si-ma-ménte, ir-ra-gio-ne-vo-lis-st-m0, n.
com-pren-st-bi-li-tà-de, co-stan-ti-n0-po-li-tà-n0. DI NOVE SILLABE. 5 = _
Vi-tu-pe-ro-sis-si-ma-mén-le, im-mi-se-ri-cor-dio-sa-mén-tt DI DIECI SILLABE.
In-con-so-la-bi-lis-si-ma-mén-te, vi-tu-pe-re-vo-lis-st-ma- mén-te. | DI UNDICI
SILLABE. Im-mi-se-ri-cor-dio-sis-si-ma-mén-te, pre-ci-pi-te-vo-lis-s |
me-vol-mén-te. Pa rea © - DELL’ ACCENTO, OSSIA DELLE SILLABE LUNGHE E BREVI. $.
I Per accento intendesi quella posa che si fa coù- la voce, nel profferire la
parola, più in su d'una sillaba, che in sull'altre ; e, nel pronunziare un
discorso, più su d’ una fra- se che su d’ un’altra. Nel primo caso l’ accento è
sopranno- minato fonzco, nel seconda oratorio. Nel nostro presente as- sunto
non ci occorre parlare che dell’accento fonico, spettando l'accento oratorio,
a’ precetti di rettorica. S. II. Quella tra le sillabe su cui fa posa la voce,
è det- ta lunga, le altre brevi. | Nel sapere quando le sillabe componenti una
parola deb- bansi pronunziare lunghe, e quando brevi, consiste quella par- te
di grammatica chiamata PROSODIA. Accento dicesi anche al segno, consistente in
una piccio- la linea (") con cui sovente viene contrassegnata la vocale della
sillaba in sulla quale si fa la posa. 8. III. Appo i Greci, l’ accento
significava alzamento o abbassamento di voce, e perciò essi avevan tre distinti
accen- ti, cioè l acuto (‘), il grave (°), e "1 circonflesso (*) (1). Non
avendo l’ accento presso di noi la forza che aveva presso i Greci, non servendo
esso che ad accennar la sillaba su cui si deve posar la voce, un solo segno ne
sarebbe bastevole, pur- chè fosse legge gencrale di linguaggio che in tutte le
parole trisillabe, quadrisillabe, e polisillabe, le sillabe lunghe andas- sero
segnate d’ accento. « Un tale uso » dice un celebre no- stro grammatico «
riuscirebbe d' un grandissimo comodo per « gli stranieri, i quali durano molta
pena ad imparare quale delle nostre parole si abbia a pronunziar breve, e quale
lunga; d' un grandissimo comodo pe' fanciulli che comin- « ciano a leggere ; e
d’ un comodo non picciolo anche per noi, massimamente per determinare la
pronunzia o breve o lunga de’ nomi proprj, molti de’ quali per la mancanza «
appunto d’ un segno che li distingua, restano affatto inde- «terminati. »
Quest’ osservazione è giustissima, ed i nostri vo- ù non sono meno ferventi per
un miglioramento in questa sì 2 2 z k_| (1) Di quest’ ultimo accento si è da
taluni tentato d' introdur | uso nella lingua itaiiana scrivendo 6, di, d, daro
, volo, core, séno, léno, in vece di Ro, hui, hanno, vuoio, cuore, suono,
luono, ec. Graumm. Tal. l 6 od ORTOLOGIA importante parte del linguaggio a
favore degli stranieri, e de- gli inesperti fanciulli italiani. Per altro fa d’
uopo considerare che la Prosodia italiana, non essendo tanto ingombra di pre-
cetti quanto la greca e la latina, agevolmente con poche re- gole può essere
schiarita anche agli stranieri; ed 1 fanciulli italiani divenuti adulti,
potranno, per norma loro, le medesi- tbe regole seguire. . IV. Il sovrapporre
l’ accento alle vocali, non è uso obbligatorio nel nostro linguaggio, se non
che in sulla vaca- le finale, ogni volta che su di essa si appoggia la voce, il
che ha luogo: P « 4°, Ne' monosillabi contenenti un dittongo come in gzà, ciò,
può, giù, piè, più, ec. tranne qua, e qui che sì scrivo- no senz' accento. Qo,
Nelle parole tronche, uscenti in vocale, come in cz4- tà, bontà, mercè, appiè,
virtù, servitù (2); di cui le voci in- tere sono ci/ltade, bontade, mercede,
appiede, virtude, servi- tude. 3°. Nella terza persona sing. del passato
perfetto indica- tivo, di que’ verbi in cui questo tempo non è anomalo, co- me
parlò, lodò , credè, temè, pentì, finì, ec. (3) ' 4o, Nella Ama, e 5a, persona
sing. del tempo futuro di tutti i verbi, come parlerò, parlerà, crederò,
crederà, sentirò, sentirà , finirò, finirà, vorrò, vorrà, ec. (4) Bo. Nella 3.
pers. sing. del tempo pres. indicativo dei tempi composti di fare, e sfere,
come assuefà, confà, con- traffa, disfà , liquefà, misfà, rifà, soddisfà,
sopraffà, stu- LU DI pefà; distà, instà, ristà, soprastà, ec. (2) Come pure
nelle seguenti voci: falpalà, sofà, costà, taffettà, taunà (sorta di lavoro
d’intaglio); «imè, canapè, cioè, dorè, lacchè, madiè, oimè, to- lè, vicerè,
ventitrè, trentatrè, ec. ; abbicci, chermisi, chicchiricchì, così, altresì,
bensi, madesì, oggidè, luttodì, lunedì, martedì, mercoledì, giovedì, venerdì,
così; acciò , perciò, però, imperò, oibò, falò, landò, lolò, madenò, madiò;
ingiù , laggiù , colaggiù, quaggiù, insù, lassù, colassù, quassù, Belzebù,
Corfù, Perù, meù, Gesù. (3) Notisi che, ove tali voci ricevano uno degli
affissi (V. Parte ter- za, Sez. III., Cap. II.), l'accento si ommette,
raddoppiandosi la consonante dell’affisso, come parlòommi, lodòtti, sentinne,
finìllo, ec. checchè ne dican taluni che pretendono doversi ciò non ostante
segnare d’ accento la voca- le che precede alla consonante raddoppiata; ciò per
lo meno sarebbe su- perfluo, imperocchè ì verbi, unitivi in tal guisa gli
affissi, sono compresi mella regola ga noi data nel $. VII num. 5 della
presente Sez. (4) La nota precedente è applicabile eziandio a questa regola ,
come. parlerommi, crederàvovi, finirolla, ec. | i PARTE PRIMA at Go. Nelle voci
composte della congiunzione che, come perché, pit dacché, imperocchée,
conciossiachè, ec. (5 8. V. Avvi nella lingua italiana certi monosillabi di due
diversi significati, per distinguere i quali, ad uno sovrapponesi l'accento,
nell'altro si omette, come: é (verbo), e (congiun- zone) ; dà (verbo), da
(prep.); dî (nome, in signific. di giorno, e imperativo del verbo dire), di
(prep.); /à, e 2 (avv. di luogo), Za e li (articoli, e pronomi); né (congiunz.
nega- tiva), ze (pronome); sé (pronome), «e (congiunz.); sì (inter- posto affermativo,
e nel signific. di così), sé (pronome). Da questi casi di doppia significazione
in fuori, è errore il segnare d’ accento qualunque altro monosillaba: errore in
cui cadono tuttodì i meno esperti, scrivendo , a cagion d' esempio, do, fo. fò,
fà,nò, stà, stò , rè, ed altri simili, che senz'accento debbonsi scrivere,
perchè non hanno che un solo significato. Da molti l’ accento suolsi imporre
eziandìo a' vocaboli di senso equivoco, ancorachè non siano monosillabi ,
il.che , quan- tunque non sia da alcun precetto comandato, pure il repu- tiamo
cosa ottima per l' utile che ciò reca a’ poco istruiti leg- gitori. Intanto
daremo una lista della maggior parte di tali voci equivoche: abitino — verba da
abitare. agala — pietra preziosa. àncora — nome. Bàcino — verbo da baciare.
Balia — nutrice. Bellico — guerresco. Bùchino — verbo da bucare. Camice —
ornamento sacerdotale. Canone — regola. Canova — luogo dî rivendita. Cantino —
verbo da cantare. Capitano — verdo da capitare. Compito — lavoro assegnato.
Condito — fatto. Cupido — add. avido. Destino — verbo da destare. Lùstrino —
verdo da lustrare. Maledico — add. Malvagia — add. fem. . Mandola — Zo szessa
che mandoria. Martire — n. car. Martora — animale quadrupede. Moria — nome di
monte. Abitino — susl. dim. Agata — colpo d' ago. Ancòra — avo. Bacino — nome.
Balìa — podestà, autorità. Bellico — ombellico. Buchino — piccol buco. Camice —
plur. di camicia. Canòne — cane granile. Canòva — nome di celebre scultore,
Cantino — corda di violino. Capitàno — nome. Compito — add. perfetto. Condito —
confettato. Cupido — Dio d'amore. Destine — nome. Lustrino —.specîc di drappo.
Maledico — cerdo da maledire. Malvagia — sorta di vino. Mandola — strumento
musicale. Martire — par Martirio. Martòra — tormente. Moria — mortalità. (5) La
congiunzione che, è ella stessa da taluni odierni scrittori se- gnata d’
accento, semprechè porti il significato dì perchè, poichè, giacchéz € questa
un’ innovazione da nissun plausibile motivo appoggiata. ‘56 . ORTOLOGIA Ntttare
— nome di vino. Nettare — pulire. Nòcciolo — osso interno de’ frutti. Nocciòlo
— avellano. Omero — spalla. Omero — nome di poeta greco. òntano — verbo da
ontare. Ontàno — albero. Pagano — verbo da pagare. Pagano — della religione
idolatra. Panico — add. | Panico — specie di grano. Petttine — (2ome) arnese da
pettinare.Pettine — parte del vestito. Pistola — lettera. Pistola — arme da
fuoco. Preterito — add. passato. Preterito — par. pass. di pretcrire.
Principino — verbo da principiare. Principino — giovine principe. Pùntino —
verbo da puntare. Puntino — dim. di punto. Rassegnati — verbo da rassegnarsi.
Rassegnàti — add. plur. Renano — verbo da renare, Renano — del Reno. Rubino —
verbo de rubare. Rubino — gemma. Sàssone — nome di naz. * Sassòne — sasso
grande. Seguito — continuazione. Seguito — add. del verbo seguire. Spartano —
verbo da spartire, Spartàno — nome di naz. Tèmperino — verbo da temperare.
Temperino — nome. Volàno — nome di giuoco. Vòlano — verbo. Niòlina — verbo da
violare. ‘ Violino — strumento musicale. Il sovrapporre l'accento all'e ed ;
Tungo nelle termina- zioni ea, ta ed 0, scrivendo idéa, platea, Medéa, Astrea,
Crimea; abbazia , codardìa , armonìa, anatomìa, epilessia, tintinnio , lavorlo,
mormorio , è un arbitrio, al parer nostro non biasimevole , che taluni si
prendono. $. VI. Dapa quel che si è esposto ne’ due $$. preceden- ti, e al che
si limita quanto si può dire sul quando le sillabe lunghe, o per legge debbono
o per consiglio possono esser segnate d’ accento, ci rimane da parlare delle
sillabe lunghe senza che sieno da alcun segno contraddistinte ; e comincere- mo
con istabilire due regole generali. | PRIMA REG. Nelle parole bisillabe (non
comprese quelle | di cui si è parlato nel $. IV), la prima è lunga, vale a dire
su di essa la voce s' appoggia più che sulla seconda. SECONDA REG. Nelle parale
polisillabe, l' accento cade, a sulla penuliuna, come in finàle, amoroso,
preparativo, fal- sificatore, cansideratamente, ec., 0 sull''autipenultima, e
iù tal caso le parole si ‘dicano sdrucciole (6), come: zéffiro, màrto- co
foigore Venere, màrtire, spléndido, ridicolo, fantùstico, apò- €erifo, ec, .
(6) Le sale parole in cui nella lingua italiana 1’ accento toico cada sulla
quartultima sillaba, sono le terze persone plur. del tempo presen le
indicativo, imperativo, e soggiuniivo di que'verbi in are che all'infinito sono
quadrisillabi,onde da darbicàre, peltinàre, operàre, fabbricare, spigo- lare,
ricocrère, consideràre, imbrodolàre, cc. vengono bdarbicano, borbichino ;
pèttinano, pelli nno ; operano, operino; fàbbricano, fabbrichino s spigola= no,
spigolino; ricoverano, ricòverino; considerano, consìderina; imbròdo= dr i
‘PARTE PRIMA n SI S. VII. Lo scoglio insuperabile sta appunto nel saper
discernere quali voci abbiano la penultima, e quali l' antipe- nultima, lunga;
e non avvi maniera alcuna d’ insegnarlo con precetti, essendo grandissimo il
numero di entrambi i casi, senza che d' alcun segno sieno contra:ldistinti.
Laonde dovrà lo studioso rimaner pago del poco che saremo per dire su tale
materia. O 1°. Nelle parole che escono in due vocali facenti ditton- go, l°
accentotonico cade sulla sillaba che precede tale dittongo, come: Danao,
Pasìfae, cesùreo, cerùleo, medìceo, invìdia, prin- cipio, esimio, ec. \ . 2°.
Quando le due voeali finali ‘non forman dittongo , l'accento cade sulla prima
di esse, come Archelùo, Menelùo, avea, facea , assemblea , filosofia ,
codardìa, natio, mormo- rio, ec. 3°. Nelle parole che hanno un dittongo
frammezzo, l’ac- cento tonico cade ora sulla seconda delle due vocali, come în
diùfano, didit‘ica, viòla, naziòne;: cd ora sopra una delle sil- labe che
trovansi dopo il dittongo, come in compiacénte , fiu- micello, figlivolino, ec.
4°. Allorchè le due vocali nel mezzo delle parole non forman dittongo, l’
accento tonico cade in sulla prima di esse: aricle, Alcibiade, sferdide,
argonàuta, Briséide, ec. 5°. Nelle parole polisillabe, in cui la consonante
dell ul- tima sillaba è preceduta da altra consonante, sia dello stesso valore,
sia di valore diverso, l’ accento tonico dovrà cadere su quella vocale che
immediatamente precede alla prima del- le due consonanti, come in Piacénzea,
cappello, affànno, za- vorra , Apòllo, fondamento, prudentemente, fanciulletto,
ec. ; tranne drzsta, pòlizza, òtranto, Turànto , Lepunto. Patisce questa regola
un’ alira eccezione, cioè nelle terze persone plur. di tutti i tempi de'verbi,
allorchè hanno l’affisso, come amansti, vidersi, amàronvi, pregàronti,
dimostràronvi, ed altri simili. | l 6°. Ne' nomi polisillabi uscenti in zre,
l'accento tonico cade sopra l’ antepenultima, come in argine, termine, cèrcine,
fiècine, veri)gine, abitudine, piantaggine, sbadatùggine, consue- udine, ec.
7°. Hanno parimente l' antipenultima lunga i nomi in lano, imkròdolino ;
ritenendo |’ accento sulla sillaba stessa su cui posa nelle radicali bérba,
pèttire, opera, fabbrica, spiga, ricbvero, broda, ec, lali terze persone da
taluni vengon chiamate voci bdisdrucciode. » 38 ORTOLOGIA esima, ed esimo,
come: quarisima, battesimo, paganesimo , ducentesimo, cristianesimo, ec. 8°. Lo
stesso dicasi degli addiettivi in «adzle ed evole , come: consolàbile,
desideràbile, giovevole, manevole, arrende vole, precipitevole, ec. | o. L'
accento tonico cade egualmente sull’ antepenulti- ma negli addiettivi in
zssi4m20, come: amorevolisstmo, negligen- iìssimo, ec. I 10°. I verbi della
seconda conjugazione in ee breve, han- no tutti. l' antepenultima lunga, come
in ardere, rompere, in- sislere, cospàrgere, comprimere, sottintendere, ec.
14°. In quanto alle cinquanta differenti voci di ogm ver- bo si consultino i
modelli di conjugazione esposti nella pre- sente grammatica (Parte terza, Sez.
V), e in cui ogm voce ha la sua sillaba lunga segnata d'un accento, onde ciò
possa servire di norma per tutti i verbi della stessa desinenza. Si consultino
altresì le mostre osservazioni sulla prosodìa de' verbi in @re (Parte terza,
Sez. V, Cap. V, $. II). 12°. Molti erroneainente, pronunziano coll’
antipenulti- ma lunga, ce la penultima breve, le prime persone plurali de- -gl'
imperfetti indicativi de' verbi, dicendo amavamo, credéva- mo, finìvamo,
facìvamo, ec. il che è contrario alla maniera di pronunziare degli scrittori
del buon secolo, ed anche dei moderni Toscani, come da' poeti veder si può. Già
monta- vàm su Li gli scaglion santi. D. Purg. 12. — E quel baron che sì di ramo
in ramo Esaminàndo giù tratto m'avèa, Che a l'ùltime fronde appressavàmo. Id.
Pur. 24. Pronunziasi adunque «mavàmo, credevàmo, finivàmo, facevamo, ec. DELL* DRTOGBATIA — en Serwi come si pronunzia
, e non iscriwver più di quello che sì pronunzia, è questa la unica regola
fondamentale dell’ or- tografia italiana, dettata dal genio naturale della
lingua. | Consiste l' ortografia, in tutti gl' idiomi, nel sapere e- ‘ sporre
correttamente in iscritto le parole; una tale facoltà, nel . mostro, non è per
natura che una immediata conseguenza di Sta stra quell’ altra cioè di
pronunziar bene ec puramente, laonde chiun- que non sia toscano, o che abbia
l'orecchio guasto dalle. imperfezioni di alcun dialetto, non può possederla
senza un | previo studio de’ precetti da' varj nostri grammatici, antichi “©
moderni, dettati. DELLA SILLABAZIONE. . 8. I. Nella Sezione IMI della
precedente Parte, i è ve- . duto potere il numero delle sillabe, componenti le
parole, ‘ascendere fino a undici; ora trattasi della maniera di dividere le
parole in sillabe, il che chiamasi SILLABARE, SILLABAZIO- NE, e su di ciò
s'osservino 1 seguenti precetti. La sillaba può consistere: 1°. In una sola
vocale, come a-/a, e-co, i-m’no, 0-s0, u- no, ec. 2°. In un solo dittongo, come
a/-rò-ne, au-rò-ra, ei-mè, Ewrò-pa, oi-bò, uo-mo, ec. | 3°. In una vocale
semplice, o in un dittongo con una consonante semplice avanti di sè, come
na-tU-ra, cau-sa, a- zo-ne, feu-do, buo-no, ec. 4°, In una vocale scempia
avente dopo di sè una con- sonante scempia da essa appoggiata, come : ar-fe,
el-la, in-on- da-ziò-ne, ur-t0, ec. 5°. In una vocale con due consonanti
semplici, una avan; 40 DELL'ORTOGRAFIA ti e l'altra dopo di sè: dis-o-nò-re,
ber-rét-ta, fur-bac-chiòt- fo, tin-iin-ni0, ec. l Go. In una vocale o dittongo
preceduto da una delle con- sonanti composte di due lettere (veggasi Parte
prina, Scz. Il $. VI), come: Ble-so, dra-go, flò-ri-do. fra-te, ghi-ro,
glo-ria, bru-ma, con-clù-dere, gra-zia, fo-glio, glù-li-ne, a- gnì-no, gra-no,
di-plò-ma, pri-mo, sbu-v.-re , scu-lo, sde- bi-t-re, sfo-glia, sgo-mén-to,
sle-gà-re, sma-nta, sno-dà-re, spu-rio, squa-dra , sre-go-lù-t0, stu-dto ,
set-tà-re, ira-ma. 7°. In una vocale, o dittongo preceduto da una de.le
consonanti composte di tre lettere, come: sbra-co-re, sclhe-da , schia-màz-z0,
scrò-fo-la, sdra-jà-re, sfre-nù-re, sghi-gnà-re , sgra-di-re, sple-né-t-co,
spro-ne, stra-da. 8°. In una vocale, o dittongo preceduto da una delle
consonanti composte sia di due sia di tre lettere, e seguita da , una
consonante semplice; eccone alcuni esempj, dlen-du, brac- co, sbar-ra,
spun-tà-re , prin-ci-pe, spran-ga, splén-di-do, sgraf- . »P Des Spratt=g: o
fio, spruz-zà-re, strìn-ge-re, schiat-ta, schiop-po, ec. S. IL Nella lingua
italiana la sillaba per lo più non ol- trepassa il numero di sei leitere, delle
quali o due otre vocali (1). Il maggior numero di consonanti che possa entrare
in una sillaba è di quattro cioè, una delle composte di tre let- tere avanti la
vocale, e una seinplice dupo, come nelle vuci , spran-ga, spl’n-di-do, ec. $.
IIL Dalle quattro monosillabe con, in, non, per, iu fuora (2), non evvi parola
nella lingua italiana la cui sil'aba finaie, uon iermini in vocale (3). Bh (1)
Come eccezioni a questa regola potrebbersi addurre le pochissime voci, in cui
poeticamente si fa entrare il quadriltongo /uoi, come in fi- gliuot, ma-gliuoi,
ec. siacopi di fi-gliuo-lî, ma-gliuo-li, ec. (2) Avverto, che chi vuol parlare
e scrivere pretto toscano, debba - con diligenza evitare, come producente
asprezza e ‘difiicoltà nel pronun- , ziave, l’incontro delle suddette
particelle cor, in, non, per, con una sus- seguente S impura (così chiamasi la
S seguita da altra consonante in ca- po di parola) e premettere piuitosto a
questa un’ 7, dicendo, e scrivendo ‘ a cagion d'esempio con ischerzo, in
ischerzo, per ischerzo jio non isclierzo, © anziché con scherzo, in scherzo,
per scherzo, io non scherzo. (3) Potrebbersi, volendo, eccettnare le particelle
2, del, al, col, rel, quel, san, un, che finiscono anch’ esse in consonante, ma
non di ne- cessità, imperocche il può cangiarsi in /o sempreché un miglior
suono il : richieda; le altre sono voci tronche di dello, allo, colo, nello,
quello, santo, uno. In quanto alle altre parole, che in tanta copia in
consemnan- | te finale trovansi si in prosa che in verso, queste , come tutte
le altre pa- role italiane, hanno le loro desinenze in vocali, fe quali però,
per pro- rietAà di linguaggio ossono a richiesta troncarsi come altrove verra.
» P Spicgalo. ‘ 3 S. IV. Quando una
parola non capisce tutta intera in fn di verso, conviene dividerla tra sillaba
e sillaba, in modo che tutte le lettere, appartenenti alla stessa sillaba, si
trovino în « fne del verso, e che il susseguente verso cominci con un' al- tra
sillaba. Per saper ciò fare, fa d’ uopo osservare: f°. Che una sola consonante
posta tra due vocali, fa sem- pre sillaba colla seconda vocale, alla quale deve
rimanere u- nita nella divisione delle sillabe, come a-mo, e-ra, a-mò-re,
uniì-to, ec. — Questa regola patisce un' eccezione nelle parole. composte di
qualche particella che ne cangi il significato , nel- le quali la consonante
finale della particella resta unita alla propria antecedente vocale, non già
alla susseguente ; come in. dis-o-nò-re, dis-u-nì-re, mal-a-ge-vo-le ,
in-on-dà-re, in-e- sti-mà-bi-le, tal-ù-n0, qual-ò-ra, ec. o. Che niuna sillaba
dee cominciare da due medesime consonanti, e che, ove in mezzo delle parole sì
trovino unite due consonanti dello stesso valore la prima appartiene alla
sillaba precedente, e la seconda alla susseguente, come; ab5-b0z-z0,
chià-cchie-re, ad-dur-re, sof-fit-to, sog-già-ce , ag-guan-tà-re, cap-pel-lo,
am-man-nà-re, ec. 5°. Che due consonanti, di diverso valore purchè non for-
mino consonante composta, egualmente si dividono, così che la prima termini una
sillaba e la seconda incominci l’altra, come: dar-do , fal-so, im-bù-to ,
pru-dén-za , in-ten-dén-te , sfor- zà-re , ec. 4°, Che le consonanti composte,
o di due lettera o di tre, non possono mai separarsi; e, ove faccian parte di
una delle sillabe medie della parola, dividendo questa per sillabe, esse sono
sempre capo di sillaba , e la vocale o consonante che ad esse” segue’,
appartiene alla sillaba anteriore, come: ab-bràc-cio, di-plò-ma, scu-di-s-cio ,
sciò-glie-re, con-trà-sto, so- gnà-re , que-stiò-ne , a-sper-ge-re, a-spréz-za,
co-stru-i-re, ec. Giova osservare che nelle voci composte con le particelle dis
e mis, le quali rovesciano il significato della voce pri- Mitiva a cui vanno
unite, la s delle due particelle non forma consonante composta colla consonante
iniziale della primitiva: onde da essa si separa nella divisione delle sillabe
, come : dis-pia-cè-re , dis-grà-zia, dis-gè-lo, mis-cre-dénza , mis-fài- lo,
ec. ; S. V. Si è già detto altrove che il gq rarissime volte si raddoppia, e
che in vece ad esso uniscesi il c; di un tale accozzamento vorrebbesi da taluni
fare una consonante com- Gramm. Ital. uan 42... DELL’ ORTOGRAFIA posta ,
inseparabile nella sillabazione , scrivendo ac-gu4, na- ui, a-cquìsto, ec. A
noi parendo che il c, ne’ casì anzi- nani debbasi riguardare come un 9g, e non
potendo una sil- laba cominciare da due medesime consonanti, crediamo poter
avvertire che nella divisione della parola per sillabe, il c e "1 9 debbon
separarsi, rimanendo il primo attaccato alla vocale anteriore , e cominciando
l’altro la susseguente vocale. Scri- Vasi adunque ac-qua , nac-qui , piac-que,
ac-quisto, ec. DEL RADDOPPIAMENTO DELLE CONSONANTI. S. I. Non evvi idioma che
più dell'italiano sia irregolare nel raddoppiamento delle consonanti; i
grammatici non man- cano di darne de’ precetti chi più chi meno , 1 quali per
co- piosi che sieno lasciano un numero maggiore d' eccezioni ; sfogliandosi poi
il vocabolario, si trovano migliaja di voci abbandonate all’arbitrio di
raddoppiarvi o no, la consonante. La miglior regola, a parer nostro, in questo
particolare , sì come in tutta l'ortografia italiana, è una pura pronunzia. Chi
pronunzia bene, di rado, per non dir mai, scriverà con con- sonante scempia
quel che con doppia dee scriversi, e vice versa : laonde quel che siamo per
dirne non è che per gli stranieri, pe’ fanciulli, e per coloro eziandio la cui
pronunzia non fosse abbastanza felice. Ì II. Nelle parole radicali, la
pronunzia facilmente fa intendere dove la consonante debba essere scempia, e
dove doppia, così per esempio in pane e panno. Non così facilmen- te sì può
questo comprendere nelle derivate che sogliono essere più lunghe. La regola che
si può tenere per queste si è di scriver le derivate come le loro radicaii,
così da PANE provengono panéllo, pantere, ec., € da PANNO, pannello, pan-
niére, ec. e così degh altri. S. III. Le consonanti d, c, g, e p per lo più si
raddop- piano innanzi a’ dittonghi 2, #0, come abbia, gabbia, stab- dia,
nibbio; caccia, goccia, laccio, staccio, riccio, figliòccio ; reggia, uggia,
moggio, raggio; coppia seppia, doppio, oppio, ec. Sono eccettuati astrolabio,
Zebia, olibio, bacio, audùcia, fallocia, efficacia, ferdcia, (ed altri simili
nomi astratti) pa- dùgio, naufragio, regio, prosàpia, copia, inòpia. Il G non
si raddoppia mai innanzi le sillabe zona, done, ioni, iono, ionu, come
rajgionùre, ragiùne, prigioni.re, cagio-: nòso, cagionizza, cc. (2% S. IV. Moltissimi vocaboli si compongono.
nella nostra avella, del pari che in altre lingue, con l'ajuto delle particel-
le ossian preposizioni inseparabili @, co, de, di, e, i, 0, pre, pro, ra, re,
rt, so, su, le quali, sebbene di per sè nulla signi- fchino , pure o
rinforzano, o scemano, o in farle mutano, o in- leramente rovesciano il
significato della voce radicale. — Ot- to di queste particelle, cioè 4, co, e,
i, 0, ra, so, su, richie- dono il radduppiamento della consonante inizia'e
(purchè non sa una delle composte comincianti da s) della voce a cui sì
uniscono, Come : Abbracciùre, accòrrere, addùrre, afamòre, aggua- A gluire, allestire
ammeétiere, avnodare, apppòrre , arrogàre , assumere , altribuire , avvezzure ,
az- zannàre, ec. . Collegàre, collateràle, commutàre, commuòcere; CO (
connettere, corrispondere, corroboràre. ec. (1) Ebbene, eccòdere, ecceziòne,
effemminàre, efferve- E ( scenza, ec. I (IUudere, immòrgere, immòbile,
irrevocàbile, ec. ( 2) | Obblizire, obbròbrio, occòrrere, accìdere, offerire,
0} - si = mere off:ndere, ommélttere, oppòrre, opprìmere; osser- vare, ec. ue:
Rabbreviàre, rabbujàre, raccattàre, racchetàre, rac- LI LI . LI x cozzàre,
raddobbàre, raddrizzàre, raffermìre; RA raffreddàre, raggomitolire,
ragguagliàre , rallen- tire, rammarginàre , rammorbidìre, rannicchiàre,
rappezzare, rappiccà"e, rassodùre, rattentre , rat- | trappùre, ravvedere,
ravvisàre, ec. i . LV o x DI Sobbissàre, soccorrere, soddisfare, soffermàre ,
sog- SO giogàre, sollevare, somméèttere, sopporre, sopprì- S ° LI i) mere,
sorreggere, sossopra, sottacqua, sottana, sovvenire, sovvertire, ec. 9 . e N
Subbollire, succedere, suddiàcono, suddividere, suf- fragàneo, suffumìgio,
suggerire, sullogàre, sum- SU ministràre, supplica, suppòrre, surrogàre, sussì-
dio, sussìstere, ec. ne (1) La particella co, che altro non è se non che uo’
abbreviazione della preposizione cor, s' adopra così abbreviato solamente
innanzi alle consonanti 2, m, r, le quali si raddoppiano; iù ogni altro caso,
la pre- Po ione con si scrive intera, eccetto innanzi alla s impura come in co-
slante, costrutre, cospicuo, ec. i (2) Questo 7 è l’ accorciamento della
preposizione în, e s’ usa solo in quelle composizioni di cui la seconda parola
componente cominci per 2 » m, r; le altre consonanti ammettono avanti di sè la
particella ir intera. 8. V. Dopo le
particelle de, pre, pro, re, la consonante non si raddoppia, come in derìdere,
premettere, preferìre, ara pòrre, relegàre, ec. tranne provvedere ed i suol
derivati , ed al cune altre voci composte di pro, in cui la f può raddoppiarsi
o rimanere scerwpia, come in profilo e proffilo, projilàre e proffilare,
proferìre e jrofferire, e così pure ne’ loro derivati. La particella di nor fa
raddoppiare la consonante, onde dicesi dibattere, dilapidùre, sgh , ec.; salvo
la f e la s, . LZ come in differìre, differenza, difficile; dissimile,
disserràre , - dissetàre eî.; in difendere e difetto, e ne' loro derivati, la f
rimane scempia. — Quando la seconda delle parole componen- ti comincia per
vocale, il di si cambia in dis, come disùgio, sn disonòre, disuniòne, ec. a
particella r7, vuole il raddoppiamento della n ne' verbi rinnalzàre, rinnaffiàre
, rinnegàre, rinnestàre, rinnovàre, ed in tutti 1 loro derivati. — Di tutte le
altre consonanti questa par- ticella non ne fa mai raddoppiare nessuna, perciò
sl scrive ribùttere, rifàre, rimettere, cc. S. VI. Nelle parole composte, in
cui la prima delle com- . ponenti sia 2, la n sarà naturalmente doppia,
semprechè la . seconda cominci pure da questa consonante, come inndàso,
innarràre, innavigàbile, innestàre, innocente, ec. Allorchè la seconda delle
componenti comincia da vocale, . per una irregolare proprietà di linguaggio, la
n della stessa . particella #2, raddoppiasi ne' seguenti soli vocaboli, e ne’
loro : derivati: snnabbissàre , tnnacerbàre, innacquàre, innalzàre,.
innamoràre, innanellàre, innanimàre, innanimire, innaspàre, innanzi,
innarridire, innarràre, innasprire, innebriàre, snnol- tràre, ec. Cominciando
la seconda delle parole componenti per è, m, p, la n della particella gn,
cangiasi in m, come: imbarcà- re, imbelle, imboccàre, immergere, immòbile,
impennàre, im- piùstro, impicciùre, ec. (3) $. VIL La Z non si raddoppia mai
innanzi ad ?, fuorchè in dazzica, bazzicùre, pazzia, e in tutti i plurali de'
bisillabi In zz0, come: mazzi, vezzi, schizzi, pozzi, ec. S$. VIII. Nelle
parole composte di contra e sopra, sì rad- doppia la consonante iniziale della
seconda parola componente, come: contrabbàndo, contraccambiàre, contraccìfra,
contrad- (3) È regola generale che la n non si trovi mai innanzi al è, alla m,
e al p; onde nel fare i composti di due nomi proprj di cui il primo termini in
7, e l'altro cominci con una delle tre consonanti anzidette, sì cangerà la a in
rm, dicendosi Giambalista, Aniommarìa, Giampièro, ec. PA LA 23 distinguere, contraddire, contraff ùre,
contraff rie, contrammon- dire, contrammàrca, contramminàre, contrannaturàle ,
con- rappàsso , contrappélo , contrappéso, contrappòrre, contappùn- lo,
contrassegno , contravcenire, ec.; soprubbuòno, sopraccà- po, sopraccàrico,
sopracciglio , sopraccopérta, sopraddire , so- praddòte, pre àre , sai ine,
sopraggìtto , soprauggiùngere, sopraggrànde , soprallodùre, soprummàno ,
soprammòdo , so- prannaturàle , soprannome 3 soprapprendere s soprarracònio,
soprarrivare 3 soprassedere 3 soprassegno ; sopraitetto, soprat- lenere ,
soprattutto , sopravcenire, sopraveivere , ec. S.IX. Quando la prima delle due
voci componenti termina per vocale accentuata, la consonante iniziale della
seconda voce sempre raddoppiasi, il che ha luogo nelle voci composte di così,
colà, ciò, però, ec. come: cosicché, ciocchè , imperocché, colaggiù, colassù,
perocchè, conciossia, ec. Per la stessa ragione raddoppiansi Je consonanti de’
pro- nomi mz, ci, ti, vi, st, lo, la, li, le, ne, allorchè sono uniti come
affissi a quei verbi la cui vocale finale è accentuata, come domandòmmi ,
daràcci , parleròtti, vedròvoi , chiamòssi , udìl- lo, menerùllo , mangiònne ,
ec. ! Finalmente le consonanti si raddoppiano nelle qui seguenti parole
composte: abbdiccì, dubbene, ebbene, sebbine, dacché , checché, sicchè, acciò,
oltracciò, sopracciò, laddòve, daddovè- ro, affe, laggiù, quaggiù, allàto,
dello, allo, collo, sullo, nello, giammài, sennonché (0 se non che), appiè,
eppùre , lassù, quassù, ogriissànti, ed altre sì fatte, DELL’ ACCRESCIMENTO
DELLE PAROLE. È proprietà della lingua italiana d’accrescere in alcuni casi le
parole di una vocale, o di una consonante, ora in principio ora in fine; sia
per togliere l’ asprezza di pronun- ma che nasce dall’ incontro di due
consonanti, sta per riem- piere l' iato che risulta dal concorso di due vocal.
S. II. Nel primo di questi due casì, che ha luogo in principio di parola,
incontrandosi la consonante finale dei quattro monosillabi con, 2, non, per,
con la s impura (veg- gasi Sez. I $. III , nota 2), si premette un: alla s,
dicendosi, a cagion d' esempio: con isténto, con ischérzo, in isràda, in
Ispàgna; egli non istùdia, non ismarrìrti; per isbà- I glio, per iscòpo, ec. in vece di con
stento, în strada, non studia, per sbaglio. (i S. III. Nel secondo caso, cioè
in fine di parola allorchè due vocali concorrono, s' accresce di un d la vocale
anterio- re, il che suol farsi nella preposizione @, e nelle congiunzio- ni e,
0, come: Ed svi a presso corriva un fiumicel ec. Bocc. nov. 27. — Senza far
motto ad amìco, od a parènte fuor- 4 chè ad un suo compàgno. Id. nov. 73. —
Essìndo freddi grandìssimi, ed ogni cosa piena di neve. Id. nov. 95. — Non pare
indégno ad uomo d' intellétto. D. Inf. 2.— Qual che tu sit, od ombra od uomo,
certo. Id. Inf. 1. Notisi per altro che tal uso non è obbligatorio, se non che
nell’ incontro di due medesime vocali, cioè dell'a coli'a, dell'e colle e
dell'o coll'o; pel rimanente si consulti sempre l'orecchio. - S. IV. Solevano
gli antichi accrescere di un d i monosil- labi che, né, e se, scrivendo e
dicendo ched, ned, sed, ogni volta che queste particelle s'incontravano con una
susseguente parola cominciante per e, e innanzi al pronome so. Quando un nuvol
vada Sovr essa sì ched ella incòniro penda. D.Inf. 54. — Sappi ched zo f amo
ec. Nov. ant. 100. — Ned ella a me per tutto Il suo disdégno Torrà ec. Petr.
son. 158. — Ordinò, che a lui non venìsse persòna, sed egli non man- dàsse per
lui. Cronichett. D. Amar. 40%. — Ecco sed io me n° andàssi allo ‘nferno. Vit.
S. M. Madd. 15. Oggi tali ac crescimenti non sono più in uso dati $- V. Per
isfuggire l’ iato proveniente dall’ incontro dell’ # della preposizione su con
quello delle particelle un, una, tro vasi sovente quella accresciuta d' un r
come sur un cavàllo ; sur un carro, sur una piazza, ec.; per altro a nol pare
che sia meglio e più regolare il togliere un tale iato col frap- porre tra le
due particelle, ta preposizione di ,. dicendo 54 d'un cavàllo, su d' una
piazza, ec. | $. VI. Per render più sonoro il verso, e talvolta anche per
guadagnare una sillaba, i poeti si fanno sovente lecito ll accrescere d'un 0, o
di une quelle terze persone s1N80 lari del passato definito indicativo, che
hanno la vocale fina- le accentuata, dicendo frocde, mandòe, battéo, perdeo,
feo, umo, morìo, uscìo, in vece di frovò, mandò, batt, perd?, fe, UM» morì,
uscì, ec. Trovasi anche poeticamente fae, foe, fue, 1% die, sìe, in vece di fa,
fo, fu, tu, dì, sì. o . I fe (1) A' poeti soli è lecito di trascurare questa
regola. Perch’ 10 3 diri Non sbigottir, ch’? vincerò la pruoca. D. I»f. 8. —
Ricòrdali i fece il peccàr nostro Prènder Dio, per scàmpàrne Umana carne ©
Petr» canz. 4q. | —— -- e — S$. VII.
Possono annoverarsi eziandio tra gli accrescimenti di paro!a gli affissi m, ti,
cé, vi, ne, lo, la, li, le;veggasi la Sez. an- tecedente $. IX, e Parte III
Sez. IIl Cap. II $$. VII, IX, X. DELL''APOSTROFO E DEL TRONCAMENTO. DELLE
PAROLE. S. L' Apostrofo è un contrassegno di mancamento di vo- cale, troncata
infine o in principio di parola , per l’ incontro di altra susseguente o
antecedente vocale. Il segno dell’ apo- strofo (€) si pone in cima alla
consonante, dal lato dove è stata troncata la vocale. S.II. Rimandiamo lo
studioso alla Parte TII, Sez. II, Cap. IV, per quel che concerne | apostrofo
negli articoli, e alla Sez. III, Cap. II, per quello ne' pronomi mi, ci, #, vi,
si. In quanto all’ uso dell’ apostrofo in altre parole, non evvi alcu- na
regola che il determini. Solo avvertiamo che le vocali fi- nali accentuate non
posson mai elidersi, perchè |’ accento indica che già vi ha avuto luogo il
troncamento di qualche vocale. Eccezioni di questa regola sono i composti di
che, cone: perché, benchè, ec. laonde puossi benissimo scrivere: per- ch' egli
non volle; bench' io nol dissi; ancorch' ella l abbia, ec. S. III L’apostrofo
indica talvolta il mancamento d’ una vorale e di una o più consonanti comein
de’ per dene o delli, fe per fece, me' per meglio o mezzo, vo’ per voglio, vuo’
per vuole, ve per vedi , e' per egli o eglino, ma' per mali, te per eni, to°
per togli, po' per poco, qua' per quali, que per que Îli, ec. S IV. I poeti
troncan sovente l o dal pronome 0, so- stinendovi un aposirofo. I’ non so den
ridîr, com'è v'enirài. D. Inf.A.--E maledìco’! di ch'i vidi il sole. Petr.
canz. 3. S. V. Elidesi l' « della particella una e di tutte le voci che con
questa si--compungono come alcuna , nessùna , verìina . ec., semprechè il
susseguente vocabolo cominci da vocale; onde scrivesi un’ asta, un’ elza,
un'isola, un'ombra , un’ uniòne , alcun’ erba, ec. Questa vocale può elidersi
eziandio in fine di altre parole, come senz’ altro, Sovr esso , mezz ora , rob
unta, ec. S. VI. La e finale, seguìta da parola cominciante per la medesima
vocale, troncasi, e vi sì sostituisce l'apostrofo nelle parole che, ne, onde,
come, oltre; come : dopo ch’ebbe finìto; 0 n' ero consapérole ; com’ egli, ond
è; oltr essere stato, ec. 48, DELL' ORTOGRAFIA S$. VII. L'; di necessità si
tronca, ove la seguente voce cominci con la medesima vocale, nelle particelle
di, mi, i, li, vi, si, come: sorta d' insetto; egli m' orrita; c' ingànna; fu t
immàgini ; v' illudòte ; s' invòla; ec. Rimane poi nel l'arbitrio di chi
scrive, e secondo che, consultato l'orecchio, gli parrà di miglior suono il
troncare o no l' 7 nelle parti- celle suaccennate, quando la vocale iniziale
della seguente voce è differente dall’ /; onde si può scrivere: d' altra cosa,
o di altra cosa; d éssere, o di essere; m'abbracciò, o mi, abbracciò ; vonòra,
o vi onora ; s' ùpplica, o si applica, ec. — Eccetto gli (articolo e pronome)
che. si tronca. innanzi all’7, e scriversi debbe disteso innanzi alle altre
vocali, come g7 insetti ; gl insegnò ; gli effetti , gli offerì , ec.— Le
particelle ai, das, ed, dei, coi, nei, e pei, seguendo . alcun vocabolo che
cominci da consonante , che non sia $ , impura, possono pure ad arbitrio
scriversi distese , o tron- carne l’/, sostituendovi l'apostrofo, come: a:
signore 0 4 st gnori, dai fratèlli o da' fratelli, ei vuole o e' vuole, du
prìncipi o de principi, coi maésiri o co’ maestri, nei posmi o ne oemi , pet
miei O pé mier, ec. S. È talvolta un’ eleganza di clidere, mediante
l'apostrofo, l'i della particella #/ sia articolo, sia pronome , precedendo una
voce che termini per vocale, come tra ’/ sì e ’/ no, 7, padre e "1 figlio,
chi "1 disse? ella "1 vuole. S. IX. Gli antichi in vece di elidere le
vocali 4 ed N | degli articoli Za e /o, spesso troncavano l'i iniziale della
susseguente parola cominciante per le sillabe 2772 ed mm, di- “ ’ LI N ’ LI
cendo e scrivendo: lo ‘mperatòre, lo ’ngànno, la mperadrice; la "ntenziòne
sm vece di [ imperatòre i Pi ingànno / [ ampe” | ratrìce , l' intenziòne. Notisi
però che ove le consonanii ed n fossero seguite da vocale , o da altra
consonante simile , a sè, una tale elisione, cui oggi è meglio schivare
affatto, non si faceva mai. DEL TRONCAMENTO DELLE PAROLE IN FINE SENZA
APOSTROFO. | S. L Le parole italiane spesso troncansi in fine gu . = 7 x l'
intervento dell’ apostrofo , non già per necessità, ma po I vezzo di lingua
sulla qual cosa s'osservino le seguenti rego” S. IL Innanzi alla S impura, l'
antecedente vocale no" si tronca mai; onde non si dice un spirito, un bel
specct0» it dovein sérivere, ec. tna uno
spirito, un hello specchio, dovere arivere, ec. . ; | S&S. III Le
parole uscenti in dittongo noti si possono tron- care, quantunque si trovino
demòn, testimòn, Antòn, per de- mònio, testimonio, Antònio. sro S. IV. Non
possono troncarsi mai le parole che termi-. . nano un periodo, a un membro di
periodo, o una frase in- cidente, nè quando è separata dalla parola
susseguente, me-. diante qualsivoglia: interpunzione, | ur S. V. Le parole
cadenti in 4, innanzi a susseguente cone sonante, debbon sempre dirsi e
seriversi distese, onde : non. potrebbesi dire Za buon condòtta, una fier
novella, una sol donna, ec. in vece di la duona condotta , una fiera novella ,.
una sola donna, ed è pur errore il dire una sol volta, ma-. do che tuttodì
odesi ‘profferir ‘(da molti. Sono etcettuati da questa regola le voci ora,
gualòra, talora, ancòra , fuòra ,-e: suòra, imperocchè si dice benissimo or
bene, qualor, venisse,, ancor meglio, fuor di casa, suor Maria, ec. "LR S.
VI. Possona le ‘vocali e ed 0 delle sillabe finali Ze, lo, ne,-re, ro,
troncarsi senza ' intervento dell apostrofo, innanzi. a voce che cominci da
consonante che non sia s impura;.: onde si può scrivere qual libro, tal cosa,
ciel seréno, ciò vuol dire, val meglio, egli vien per te, suol venìre, pan
bian-. co, spron battito, buon cuore, cuor benèfico, guerrier valoròsa, ec. —
L’o degli addiettivi chzaro, néro, duro, strano, oscu-. ro, ed alcuni altri
simili; non si tronca mai per isfuggire il suono troppo aspro che ne
risulterebbe. "Gi S. VII. Può parimente troncarsi l o delle finali
mo.eno,. nelle prime e terze persone plurali ne' tempi presente ed imper-
fetto, e nelle prime persone plurali del tempo futuro; onde amzàr, crediàm,
pàrlan, sìnton, finìscon; lodavùm, temevàm, cercà- van, sentivan; parlerèm,
scriverìém, sentirìm, ec. per amiàmo crediàmo, pàrlanò, ‘séntono, finìscono,
lodavàmo, temevàmo , cercavano , sentivano; parlerîmo , scriverèémo , sentiremo
, ec. Può farsi lo: stesso «con la terza persona plurale del passato defi- nito
(non ‘già con la prima plurale di questo, temp?), del pre-.. sente
dell’imperfetto soggiuntivo , e del’ condizionale, come:. lodàron, credìîron,
amàsser, scrivesser, vol?sser, parlerebber 0. parler:bbon, finirèbber , o
finirebbon, ec. in vece di lodàrano, cre-. derono, sentirono, amùssero,
scrivìssero, volessero , parlerèbbero o parler:bbone, finirébbero ‘o
finirebbono, ec.—Nella terza per- sona plurale del futuro, si può troncare
tutta la sillaba finale n0, cèòme parleràn, crederàn, vorràn, trarràn, per
parlerùnno, crede», Gramm. Ital... a i 8 UE DELL'ORTOGRAFIA | rànnò, vorrànna,
frarrànna, ec. — Nel verbo ‘essere, è lecito. ‘troncare l'o della prima persona
sing. del presente indicativo, di> ‘ cendosi son per sono, il che non
può farsi m sono terza pers.’ plur. del medesimo tempo, dovendosi questa
scriver distesa.—La ‘ prima persona singolare del presente indicativo e
soggiunitivo, avente l'accento tonico sulla penultima sillaba, non può mai
troncarsi, ed in ciò peccò il Tasso dicendo: Amico, hai cinto, zo ti perdòn,
perdòna. i MENA Lt S. VIII L'e finale degl'infinitidi tutti i verbi, può
troncarsi - ovunque ‘un miglior suono il richieda, come parlàr, creder , è
sent, finìr, per parlare, credere, sentire, finire. Gl'infiniti ca- denti in
arre, orre, ‘urre, accorciansi sovente dell' intera silla- ba finale re, come
trar, por, condùr, per trarre, porre, condur- re, cc. | de ‘8. TX. Troncansi
sovente le sillabe finali /o e no: la pri- ma nelle parole finienti in //o
scrivendo quel, del, caval, uccél, gonna FESTE, agnel. fratel, fanciul, ec. per
quello, bello, cavallo, uccéllo, agnello È fratéllo, fanciùllo, ec. (1); ma
secondo il Buommatiei un tal. troncamento non può aver luogo in cristàllo,
bollo, corùllo, * ‘callo, fallo, snello. La seconda ne' verbi danno, fanno, han
no, stanno, vanno, dicendosi dan, fan, han, stan, van. — Dell le parole grande
e santo e talvolta anche verso, seguendo una voce cominciante da consonante, si
troncan le finali de, to, e.so, come gran it'òre, gran capitàno, San Pietro,
San Pao- lo, ver me, ver Dio, ec. ; — & X. Le voci tronche mel, cel,
tel, vel, sel, nol, per me lo, ce lo, te lo, ve lo, se lo, non lo, sono più
della poesia che. della prosa. dì APPENDICE, 4 dl DELLE INTERPUNZIONI. Essendo
la scrittura, l immagine sensibile della pronun- zia, essa debbe corrisponderle
non solo nell' esposizione del- le parole, ma anche nella chiarezza del senso.
Per ‘conseguir ciò furono inventati e nella scrittura introdotti, certi segni
che servissero a dividere i periodi e le frasi, in modo che bene se ne
distinguessero i sensi. Tali segni sono: f°. Punto fer- mo (.), o finale, che
si mette dopo avere scritto un senso compiuto, e dimostra la sentenza esser
giunta al suo termine; . La pausa che ne risulta è quanto il contar quattro.
(1) Trovasi anche fru/ei per fratelli, capei per cupelli, augei per a gel, ed
a'tri simili; ma son più del verso che della prosa. i Si 2°. Il-cofon, o due punti (:). indicano
una ‘metta pausa, e ervono a dividere una parte dall altra del periodo, il che
si fa specialmente quando ad un senso compiuto se ne ag- gunge un altro che vi
ha connessione. Sogliono i due punti mettersi anche quando si vuole indicare
che il susseguente di- sorso contiene le precise parole da altrui profferite.
La pau- sa del colon è quanto il contar tre. i 3°. Il semicolon, o punto e
virgola (;), che distingue gl’in- csi d'un periodo non molto lungo, ed anche
due interi mem- rà del periodo: la pausa che ne risulta è quanto il contar ue.
4°. Il comma, o la virgola (,) divide le parti minori del periodo, e spesso le
parole d' una stessa parte collegate da congiunzioni. La pausa n' è come uno.
5°. Il punto interrogativo (?) ponesi in fine d' una sen- tenza, per indicare
ch’ essa contiene una interrogazione. 6°. Il punto ammiratico (!) che accenna
ammirazione. Il segno più frequente nella scrittura è la virgole, e qua- lunque
parola, o unione di parole, o proposizione si trovi in un periodo, e che alla
costruzione di esso non appartenga, si | mette tra due virgole. Per altro l'
uso della virgola è oggi assai meno esteso di quel che fu un dì; imperocchè era
legge presso gli antichi di porla innanzi alle congiunzioni e, 0, né e al
pronome relati- vo che, e il quale, anche quando non facevano che congiun- gere
una o più qualificazioni ad un medesimo subbietto, co- me a cagion d'esempio:
egli è pittore, € scultore; vedo il pa- dre, e] figlio; oggi, o domani; né voi,
né lui; il libro, che leggesti, ec. Un tal uso è oggi da molti ‘trascurato, per
esser cosa affatto superflua, e così anche a noi pare che sia; nul- ladimeno
ognun faccia secondo che gli sembra tornar più | comodo. - BIIMOLOGIA B SINTASSI . I sl - ig | : “a DELLE PARTI DEL DISCORSO IN
GENERALE. — »'. — it» Ml na ‘ ì | . =». | 8. I Chiamasi DISCORSO, ORAZIONE,
FRA.SE, 0 SENTENZA un’ unione di parole collu quale, componendo e dividendo k
ne , stre idee (1), manifestiamo i diversi concetti (2) dell'animo , nostro. Le
parole comprese in tale unione si dicono per , del discorso (9) SI È | «de 4
«Otto sono le parti del discorso, alle quali dassi l' ordme , seguente : i ;}
NOME o SOSTANTIVO, PRONOME, ADDIETTIVO, VERBO," | ‘AVVERBIO, PREPOSIZIONE,
CONGIUNZIONE, e INTERIEZIONE. Traggono queste otto specie di parole dalla
natura stess . l' origine loro, sovra di esse fondasi tutta la grammatica, mm,
i a L 4 perocchè non puossi parola alcuna articolare, che all' una, 0, all'
altra non appartenga. | .» . - (1) Per idea s’ intende |’ immagine di una cosa
che resta come scol- + pita nella mente. | (2) Concetto è un giudizio che fa la
mente sulle relazioni delle idee ; che se le appresentano. Non confondasi
concetto con nozione, impercioceh* , questa significa un’ idea che, non avendo
unito in st il concetto di ester. sione , non offre per st stessa veruna
immagine: tale è l’idea di piacere | di dolore, di vizio, di virtù, di verità,
di falsità, ec. | si (3) Questa definizione, che parmi adequatissima , è presa
dal Corticelli.. i PARTE TERZA 33 NOME o SOSTANTIVO. S. II. Gli obbietti che
innanzi a tutto fissano il pénsier dell'uomo al primo aprirglisi la mente, sono
quelli che real- mente esistono , per concepire i quali d'altro soccorso non
gli fa d'uopo, che di vederli esistere in un cogli attributi, e colle qualità
ad essi appartenenti, e le cui immagini, pre- sentatesi ai suoi sensi, gli rimangono
impresse nella memoria: quindi i segni, o le parole, che nel linguaggio le
prime ven- nero adottate come significative delle nostre idee, furon, det» te
sostantivi, cioè nomi di sostanze. Si può adunque il nome nel seguente modo
definire: Parola significativa di persona, di cosa, di qualsivoglia sostanza,
animata o inanimata , della quale ci è nota T esistenza, reale 0 immaginaria
(V. Sez. II, Cap. I S. III.) che nel discorso sola sostiensi, sen- | 3a la
concorrenza di altre parole. Onde i vocaboli: Animale, pianta, metallo, uomo,
leone, uccello, pesce, fiore, oro, ar- genio, pietra, pan: casa, popolo, e
mille, e mille altri sono No- Mi, o siano stanuvi. i PRONOME. $. III. La
moltiplice ripetizione de' nomi di sostanze, ove nel discorso avvenga di nominare
gli stessi obbietti più volte, riuscirebbe nojosa ed offenderebbe l orecchio ;
fu d' uopo a- dunque altri segni cercare che le veci de’ nomi prendessero, tali
segni dalla funzione loro nel discorso furono chiamati pronomi (dalle voci
latine pro, e ROMENO sono: To, noi, tu, voi, egli, colui, costui, questi,
quegli, ella, essa, colei, costei, etc. (Y. Sez. terza, Cap: I e seg.) i »
ADDIETTIVO. 8. IV. Quello per cui qualsivoglia sostanza da altre di- singuesi,
sono gli attributi suoi, e le sue qualità o naturali, o accidentali, cui fa
mestieri di conoscere quanto le sostanze me- desime, onde avere di queste
chiara @ distinta idea; a tale ef- fetto venne nel linguaggio introdotta quella
classe di parole conosciuta sotto la denominazione di addiettivi, dal verbo la+
tino adjicere, che vale aggiungere, perchè gli addiettivi si ag- fungono ai
nomi di sostanze per indicare quegli attributi.e.. quelle proprietà date dalla
natura o dal-caso ad esse sostanze, perchè dalle altre si distinguano; come:
Czelo PIETOSO, terra FERTILE, mare TEMPESTOSO, animale FEROCE, militare VA-
LoRoso, uomo SAVIO (Y. Sez. quarta, Cap. I e seg.). 84 ETIMOLOGIA E SINTASSI
VER BO.. _ $. V.I mutui nostri rapporti, le nostre azioni e passioni,
l’esistenza degli obbietti che ci attorniano, l'influenza che su di essi hanno
le operazioni nostre, l’ impressione che dalle ‘ loro noi riceviamo, non
potevano seuza l' intervento di altri segni esprimersi : quindi l'origine de'
verbi, o sien vocaboli che dinotano l'esistenza, le azioni, le passioni, e le
condizioni degli esseri in un tempo determinato, o indeterminato, come *
mangiare, bere, leggere, fare, ec. (V. Sez. quinta e sesta). AVVERBIO. S. VI.
Appena ebbe il linguaggio conseguito un certo grado di perfezione, si cominciò
a scoprire che l'esistenza, le. qualità e le azioni delle cose, come altresì le
loro differenze relatives erano suscettive d'innumerabili modificazioni; e
allora * si pensò di arricchire il linguaggio di certi segni chiamati i. 1
quali uniti a' verbi ed agli addiettivi, servono a modificare le ‘ azioni, a
specificare, aumentare, o diminuire le qualità delle ‘ sostanze, cioè: Mangiar
FESTEVOLMENTE, rispondere CORTE- - SEMENTE , andar PIANO , venire SPESSO,
SMISURATAMENTE ambizioso, ec. (Y. Sez. ottava, Cap. I.) PREPOSIZIONE. S. VII. È
questa la denominazione grammaticale (dalle © voci latine pre e posilus) di
certe particelle, la cui funzione nè! - discorso si è il dinotare i rapporti
che hanno le cose fra di ‘ loro , ed il fissare l'idca dell'una per quella
dell'altra ; esse precedono i nomi, o i pronomi, de'quali annunziano. le mu- »
tue relazioni, e sono: Di, a, con, in, per, dopo, sopra, sotto, ’ entro,
dietro, contro, ec. Vi è un giardino dietro alla casa. DietRO indica il
rapporto che ha la casa col GIARDINO, e vice | versa (7. Sez. ottava, Cap.
II-VI.) I CONGIUNZIONE. Occorre non di rado nel discorso, per rettifica- | re
l'idea di alcune sostanze, di qua!che sua qualità, condizio- ne od operazione,
doversi queste porre in contatto con altre sostanze, qualità, condizioni, od
operazioni, il che per essere le une spesse volte infinitamente dalle altre
diverse, assai ma- lagevole sarebbe senza che a tal effetto certi segni nel
linguaggio fossero introdotti, i quali, come che sieno di molte specie diffe-
renti, perchè molte e differenti sono le occorrenze in cui possano a + ni er -
|- ino ‘65 bisognare, pure da’
gramn.atici genericamente sono chiamati congiunzioni, e le definiscono come se
l'unica loro funzione fosse nel discorso, di Congeungere due rurole, o due
proposizioni ; 0, co- me altri dicono, e hs, stesso,di wnzre insieme le parti
dell'ora- zione (2). Congiunzioni adunque sono le seguenti parole: e, o, né,
ma, che, se, così, come, pure, dunque, ancora, perciò, eziandio, anche, perché,
oiché, ancorche, apnee acciocche, anziche; comeche, ih? e molte altre, che
tutte verranno a suo luogo spiegate e distinte (7. Sez. ottava. Cap. VII.).
INTERIEZIONE. . 8 IX Con questa denominazione s' intendono le naturali
sgmfcative grida dell'uomo, esprimenti Li: dolore, timore, muraciglia,
avversione, e molti altri affetti, e moti subitanei dell'’anuro. Ma tali
espressioni furono di tempo in tempo, all'arte accresciute di altre parole, o
unioni di parole, per ludicare gli stessi affetti, o anche aggiunte alle
medesime nuo- ve sillabe, per meglio intenderne il significato. Le seguenti ne
sono le più usitate: 44! ahi! ahi lasso! ahimé! deh! doh! eh! chimé! eja! ho!
ocibò! cimé! olà! animo! bravo! ec. (V. Sez. ottava, Cap. VIII.). $. X. Nelle
successive sezioni verrà fatto menzione di quan- to spetta ad oguuna delle
classi di parole già nominate, delle e è. o. . O è . o. °° . . sue divisioni,
modificazioni, ed altri caugiamenti, a’ quali la sottopongono 1 precetti della
italiana favella; solo è forza qui osservare, che il Nome, Pronome, Addiettivo,
e Verbo sono variabili, cioè cangiano le desinenze loro (3), secondo 1 di-
versi rapporti dell’ uno coll’ altro, ma che invariabili riman- gono le
rimanenti quattro parti, le quali non cangian mai le loro primitive desinenze,
in qualsivoglia posizione si tro» ino (4). . (a) È difficil cosa il dare di
questa parte del discorso più chiare no- Zoni, senza dividerla in tante classi,
quanti sono gli uffizj che spettano nel discorso ad ognuna di esse;
conciossiacht estesissimo è il numero delle Particelle, che in grammatica
congiunzioni si chiamano, sebbene avvene tolo sei, o sette, che in tutta la
forza del termire sono tali: e però se l'epostone di sopra parrà insufficente
allo scopo (come io stesso credo ‘ P P DIE) . . i P LAO) the sia) sarà sempre
più spiezativo, e al vero più conforme, che non Ù ‘ pT P P te) , P , t la
definizione datane da’ grammatici, la quale, tolto per le poche vere
fongiunzioni , per tutte le altre particelle, che passano sotto tale deno-
minazione , è impropria e falsa. . (3) L ultima sillaba, e sovente anche la
vocale finale di una parola, lamasi desinenza , 0 terminazione. | (4) Non sono
i moderni grammatici d’ accordo sul numero delle parti DIVISIONI DEL NOME. Al
primo sviluppo delle sue idee, l'uomo attenta: mente considera 1 var) obbietti
che il circondano; cerca e scuo- pre in éssi qualità ed attributi, che in
taluni differiscono, si assonrigliano in altri: concepisce un’ idea generale di
quelle so- stanze, la proprietà delle quali gli pajono uguali, e mentalmente le
unisce sotto ad una stessa denominazione, dalla natura del loro attributi ad
esse destinata; discerne poi degl’ individui nella massa, i quali, come che
agli altri sieno simili in quanto alle proprietà principali, pure dal rimanente
della specie di- stinguonsi per qualche attributo particolare, sia naturale,
sia ac- cidentale. Quindi nacque in grammatica la prima divisione del | nome in
comune o generico, ed in proprio o individuale. -$. IL Il nome dicesi comune o
generico, quando è ap. . plicabile ad una specie intera, cioè quando a tutti
gl’indivi- . dui della medesima specie conviene. Se per taluno questa
definizione d' uopo avesse d' ulte- riore e più chiara spiegazione, ove mai
potrebbesi questa me: glio rinvenire, che nella natura stessa delle cose? Il
vocabolo corpo è la denominazione universalissima appl- cabile a tutte le cose
esistenti, animate, o inanimate, che cadono, 0 del discorso. Alcuni lo portano
a dieci , annoverandovi anche l'articolo ed il participio, i quali per altro, a
mio parere, non v’ appartengono, ii come a suo luogo spero poter dimostrare;
altri dal novero di dette parti , escludono l' addiettivo, dividendo il nome in
sostantivo, ed in addietti- . vo: quantunque tale divisione in nulla diminuisca
l’ importante carattere degli addicttivi nel linguaggio, pure sembrami, che per
maggior chiarezza, e perchè con essi esprimesi la seconda classe generale de’
nostri pensieri, . convenga distinguerli più particolarmente, classificandoli
tralle parti del discorso ; altri non v’ ammettono i pronomi, insegnando, che
parte di es si altro non sono che nomi (nomi personali ), e parte meri
addiettivi; altri finalmente restringono a tre il numero delle parti del
discorso, cioè Nome, verbo, e particelle, unendo sotto quest’ ultima
denominazione gl! avverbj, le preposizioni, le congiunzioni e le interiezioni;
anzi ve n'ha che vanno persino a non volervi ammettere che il nome ed il verbo:
sole parti, dicono, di Bi ir ed assoluta necessità per comunicare qualsivoglia
nostro pensiero. Vero è, che il nome ed il verbo le chiavi sono di qua- lunque
idioma, e che da essi soli, divisi, e suddivisi che sono, retla € chiara idea
può formarsi delle altre parti, Je quali, in rigore non ne sono che
abbreviazioni; ma è per altro non men vevo, che le rimanenti s@! parti, sebbene
non ugualmente necessarie, sono nulladimeno di grandissi; «ma utilità, e
servono a render meno complicato lo studio delle lingue. n 57 pissono cadere sotto ai nostri sensi,
sieno esse dalla natura pro- dote o dall’ arte ; imperciocchè tutte hanno
comune l' attri- buto di essere visibili, e tangibili. Dai corpi, tre
estesissime divisioni formansi, dai naturalisti dette i tre regni della naiu-
ra: il rerno animale, 1 regno vegetabile, ed il regno minerale. Tutti gl’
individui d'ognuno di questi tre regni, fino comuni tra loro delle proprietà,
che estranee sono a quei degli altri due. G/é animali, vivono, vedono, sentono,
si muovono da sé, ec. I vegetabili sorgono dalla terra d'onde prendono nu-
trimento, germogliano e crescono; ma non -hanno vita sensi- tiva come gli
animali. I minerali produconsi nel seno della terra, ma non hanno vita come i
primi, nè germogliano co- me 1 secondi. Il regno animale dividesi in genere
ragionevo- k o sia umano, ed in brutale; e questo in quadrupedi, vola- bili,
acquatici, insetti, e rettili; i quali nuovamente in dira- mazioni innumerabili
sì estendono , tutte soggette ad altre più o meno estese divisioni e
suddivisioni. Lo stesso dicasi de' regni vegetabili e :minerali, che amendue si
partono in di- verse specie subalterne: il primo, in a/deri, in fiori, in erbe,
in dia- ° de ec.; il secondo, in pietre ed in metalli; e questi in oro, in o L
Di t ria in rame, in ferro, ec. Procedono del pari le cose, che dall'arte,
dall’ industria, o anche dal caso prodotte e destina- te vengono a diversi usi
‘nella società; come: città, fiume, mon- tigna, palùzzo, chiesa, giardìno, ec.
prìncipe, virtù, scienza, ec. che tutti sono nomi comuni, quando, nominandoli,
s'in- tende indicare tutta la specie. I nomi sono propr), quando applicabili
sono ad uno so- lo, o ad alcuni, non già a tutti gl’ individui della medesima |
specie (1). Così sono nomi propri] quelli di uomini, come: Giove, } P t k
Marte, Romolo, Ciceròne, Cesare Virgìlio, Oméro, Andréa, ietro, Lodovico,
Giùlio, ec.; quelli di donna, come: MM: nérva , Venere, Anna, Berenice ,
Didòne, Marta, Eleonora, Giu- la, Margherìta, Caterina, ec.; quelli di regni e
provincie, co- me: Grecia, Persia, Itàlia, Toscona, Lombardìa, Francia,
laghiliera, Turchìa, ec.; quelli di città: Atene, Costantinò- poi, Roma,
Firenze, Milùno, Parìgi, Londra, Vienna, ec., quelli di fiumi: Nilo, Tevere,
Po, Reno, Danùbio, Elba, Tamìgi, ec.; quelli di montagne, come: A/pi,
Appennino, ucaso, Etna, Vesùvio, ec. $. HI. I nomi comuni si dividono: (1) Ogni
nome comune può divenire nome proprio per l’aggiunta di qualche addiettivo, che
qualifichi il significato, onde distinguerlo dagli al- tri della medesima
specie. Grumm. Ital. 1°, In SOSTANTIVI
propriamente detti, cioè significa tivi di obbietti o sostanze veramente
esistenti. (Vedi Cap. pre- ced. $. II. | o, 1 ASTRATTI, o siano nomi d'obbietti
immagina, solo esistenti nella nostra mente, per cui vuolsi esprimere la
qualità astratta, cioè separata dalla sua sostanza. Dalla de- finizione
generale del nome (Vedi Cap. preced. $. Il) sì è potuto rilevare che vi sono
nomi di sostanze immaginare, vale a dire, che noi ci formiamo un'idea di
diverse sostanze, le quali in realtà non esistono. Tali idee nascono in noi dal
considerar prima gli obbietti che cadono sotto a' nostri sensi, în un colle
qualità e gli attributi, per cui quelli distinguons; ed i segni de’ quali, cioè
le voci, che nelle lingue adope- ransi per esprimere le qualità unite alle
sostanze, da' filosofi vengono denominati nomi concreti, come : Iddio giusto,
Uomo ricco, ec.; poscia prescindendo dalla sostanza, e non contem- plando che
l'attributo , o la qualità che la distingue, ci for- amiamo di questa una
sostanza ideale, per l’intendimento della «quale ci è d' uopo impiegare tutta
la forza del nostro inter letto, perchè non può esser l' obbietto di alcuno de'
nostri sen- -si: ed è appunto perciò che tali nomi, grammaticalmente, si
chiamano nomi astratti, in opposizione a' nomi concreti 0 ad: diettivi da'
quali derivano. Tal sorta di nomi nella nostra kn gua, per lo più terminano in
anza, enza, ezza, ia, isla, izia, ione, ità, tà, ura, come: da ignorante, viene
igneran- za; da prudente, prudénza; da bello, bellezza; da audòe, audùcia; da
altéro, alterìgia; da giusto, giustizia ; da erudito, erudizione; da generòso,
generosità; da buono, bontà; da bra- vo, .bravùra, ec. Sonovi per altro de'
nomi astratti, che da’ ver- bi provengono, e perciò chiamati sono verdali (vedi
la sesta divisione del nome). î s- ‘5°. In FIGURATIVI (2), i quali, nè sostanze
reali st- - {2) Supplico il lettore, una volta per sempre, di non volere
ascrivere a vana spirito d' innovazione, nè a desiderio d’ ingrossare
inutilmente il ‘volume, se qua e là in questo mio quasi abbozzo di grammatica,
alcuni ‘pincip) si trovano alquanto più estesamente spiegati, di quel che forse
non seno altrove; al che solo m'indusse la brama i; essere ulile a coloro i
qua- li, non avende mai attinto dalle primitive fonti delle due lingue, avolae
madre dell’italiana, sono forse ignari affatto di molti termini da quelle a no!
tramandati. Le due mie nuove divisioni de' nomi in Figurativi ed in Ca-
raileristici, che saranno a prima vista da taluni per avventura corhe 1n- truse
riguardate, verranno da molti, non ne dubito, in grazia della verità che
contengono, apprezzate come utili a chi studia o il proprio, o qualche
straniero idioma, per poco che gli caglia di conoscere ogni cosa che ser- vir
possa a dilucidare Je sue nozioni sui principj di lingua , si universali che
particolari. Sue Fo i =" è i — A E pi nn _“— è’ e 6@qQ rta ! _f°“ Lal e Az
PARTE TERZA 39 puficano, nè possono riguardarsi come nomi astratti, ma fu- rono
nelle lingue introdotti per esprimere certe nostre idee, le quali, sebbene
indipendenti da qualunque altra, di per sè deinirsi non possono , tali sono:
Virtù, fortùna, tempo, ripò- 50 , notte, ora, sonno, vita, secolo, età, cenno ,
e mille altri (3). £ Tn CARATTERISTICI (4), che di per sè soli non sono nomi di
sostanze , ma come tali vengono considerati , nguardo ad altri nomi , 0 comuni,
o proprj, significando #- tolo, ufficio, parentela, o altre qualità che servono
di carat- tere distintivo alle persone , o alle cose. Tali sono : Padre, madre,
amìco, re, regìina, principe , sacerdòte, véscovo, merca- dante, maéstro, ec.
(V. nota 2.) Bo. In COLLETTIVI, ch’ esprimono una moltitudine , o unione d'
individui della medesima specie come sarebbero: Popolo, naziòne, gioventù,
senàto, truppa, ec. (3). 6°. In VERBALI, o siano nomi direttamente derivati da
verbi, ed avvene due specie, cioè: VERBALI CARATTERISTICI, quelli cioè che esprimono
il subbietto dell’azione, vale a dire, l'agente : questi per lo più hanno
desinenza in tore : come: Parlatòre, leggitòre, scrittore, bevitore, ec. (V.
nota 4), e VERBALI ASTRATTI, che l' effetto dell’ azione esprimo- no, e talora
anche l’ azione medesima, e che hanno desinen- 1a I igi0, igione, izione,
mento, tura, come: Servìgio, guari- gione, ammirazione, parlaménto, lettùra,
scrittura, ec. (Q). .. (3) Tali nomi inventati per convenzione, ad oggetto di
esprimere idee, non già di sostanze (come i nomi sostantivi propriamente detti)
né di qualità di sostanze, come gli astratti, ma d'immagini, o dì figure che ci
formiamo dello stato di essere delle cose, dei modi onde queste esistono, e
de'termini cui tendono ec., e perciò meri segni figurativi possono lamarsi. | .
(4) Avvegnachè i nomi caratteristici ne' dizionar) come sostantivi figu- Nino ,
essi sono nondimeno puri addiettivi; differiscono però dal comune degli
addiettivi ; 1. Per essere i medesimi significativi di qualità acciden- lali,
che non a tutti i nomi di sostanze, sebbene della medesima specie, si addicong
; onde que’ nomi che posseggono tali qualità, quasî nomi propr) diventano: 2.
Perchè più degli altri addiettivi si avvicinano al- l'identità de’ nomi stessi
di sostanze, in modo che questi si possono co- noscere, abbenchè non gli
accompagnino, nè antecedentemente sieno espressi. (5) A questa classe di nomi
appartengono pure molti di quelli in ame tl in ume , come: Bestiàme, ossàme ,
cordàme, acidume, saloaggiùme , unlume, sucidume, ec. ed alcuni in aglia, come:
Ciurmaglia, canaglia , Plboglia. (6) Sono queste ‘le più comuni desinenze dei
nomi propriamente detti astratti verbali ; molti nomi pcrò sonovi in 4a, in 0,
ed anche in Ira desinenza, i quali, comechè generalmente quai verbali si conside-
\ - $. IV. Sogliono i nomi andar
soggetti a sei modificazio- ni, o cangiamenti, che anche aecidenti del nome da
taluni sì no, cloòr di genere, Du «di numero,.. . Per la varietà di grandezza,
e di valore, de' mutui rapporti, di estensione. VARIETA’ DI GENERE. ‘I Pel
termine grammaticale Genere , intendesi la dif- ferenza di sesso nel
significato de’ Nomi. La classificazione dei nomi per genere ebbe, non v'ha
dubbio, origine dalla disun- zione dei due sessi negli esseri animati ; ma .è
non pertanto chiaro ancora che tale distinzione procedeva da altra ante.
cedente ragionevole non meno che naturale diyisione degli obbietti in esseri.
animati , ed in non animati. i S, II. Alla voce genere, che in grammatica vale
sesso , . umiscesi uno dei due aggiunti mascolino , o femminino ; lune pel
sessa maschile, pel femminino ]' altro : e natura vorreb- he che ai soli esseri
animati fossero essi applicabili, non aven- do , nè potendg avere gl inanimati
sesso alcuna, lo che è ben robabile che in origine si praticasse coll'aggiunto
neutro (nè Tano nè l'altro) e che con questo la molto più numerosa classe
degl'inanimati esclusivamente venisse indicata. Se nelle lingue l uso di tal
metodo fosse rimasto co- stante, la classificazione de’ nomi per genere per
null'altro entrerebbe nel sistema di alcuno idioma, se non che per la
concordanza degli addiettivi, e della maggior parte de' nomi ‘ caratteristici
cg' nomi di sostanze, come pure per que nomi primitivi di obbietti animati, i
quali l’ opposto sesso in altra maniera indicare non possono, che per qualche
conyenuto cangiamento nella loro forma. I legislatori delle lingue greca e
latina, v' introdussero , egli è vero, co’ generi mascolino e femminino, anche
il ge- nere neutro; ma con ciò non intendevano ovviare all abuso che de’ due
primi faceyasi con dare segni dell’ uno, o del ‘rino, pure fali non sono,
imperocchè i verbi, piuttosto da quei nomi derivano , anzichè questi da’ verbi;
e perciò altro non sono che nomi fi- gurativi , come: dAccusa , abborninio,
accorda, ec, ho | | GI l'altro sesso a
nomi di cose che non ne possono avere alcu- n0, più avendo a cuore l’ armonia
delle espressioni che l' or- dine naturale delle cose, imperciocchè è fuor di
dubbio che un ta- k andamento più d' ogni altro era acconcio a fayorire ed a sorreggere
11 bello e mirabile sistema desinenziale (4) delle sum- mentovate lingue, vale
a dire le molte e differenti desinenze de nomi, delle quali tante quasi ve ne
sono , quante sonovi lettere nell'alfabeto: cosicchè dirsi potrebbe esser la
classifica- | Mione per genere stata piultosto inventata pel sostegno delle
desinenze de’ nomi, anzichè queste per indicare il sesso a cui Il significato
de' nomi appartiene. . La linguaitaliana in parte batte le orme della madre sua
la- tina, nella stessa maniera abusando de’ termini mascolino e femminino, ed
in parte se ne allontana progredendo più oltre con rigettare affatto il genere
neutro, che a moltissimi nomi dal Latini viene applicato (2). SII Due soli
generi adumque si conoscono nella lingna Italiana, il maschile, ed il
femminile, i quali in molti nomi dallo stesso significato si rendono manifesti;
ma ogni nome porta pur seco il segno del suo genere, consistente in una del- le
cinque vocali dell’ alfabeto A, E, I, O, U, che sono le , (1) Mi son fatto
lecito di adoperare questo termine che, per dir vero, € Inusitato , non sapendo
qual altro epiteto meglio potesse, senza circon- locuzione, esprimere la
caratteristica di quel sistema. (2) Cosa può rispondere il maestro al suo
alunno, quando questi gli Manda perchè il Palazzo, lo studio sono tenuti come
maschili, e /a casa , la scienza come femminili ? Gli risponderà , che quelli
terminano 9, questi in a, che gli uni sono preceduti dall’ articolo #2, o /o,
gli altri dall'articolo Za ; o più breve, perchè così il vuole l'uso, quel ti-
Fanno , cui invano la sana ragione sforzerebbesi di distruggere. ‘Tralle «ni A
terna lingue: moderne una sola evvi, quella cioè degl’ Inglesi, in cui all’ ar-
monia ed al bello irragionevole siasi sempre la semplice natura delle cosc Preferita
: in essa non evvi verun sistema, salvo per lo plurale de'nomi Sostantivi e
caratteristici , non conoscendovisi , in quanto al genere, altra stinzione, se
non che la vera differenza di sesso , esistente nel signifi- ‘ato stesso del
nome. Non avvi neppur legge alcuna di concordanza, nè ' genere, nè di numero
per gli addiettivi: perchè sono le sostanze , vi , N dice, non già le loro
qualità , che sono mascoline o femminine. Ciò ‘sendo, non recherà sorpresa che
una delle più grandi difficoltà che quegli stranieri trovino nello studio e
nella pratica della lingua italiana, Sta nel distinguere jl genere de’ nomi, e
nel fare accordare con essi i "speltivi articoli e addiettivi nel medesimo
genere mediante le apposite Sinenze; mentre nella lingua loro l’unica
distinzione regolante sta della differenza reale di sesso, che esiste nell’
obbietto indicato dal no- me. Egli è vero per altro, e gl’ Inglesi stessi il
debbon confessare, che è semplicità adottata nell’ idioma loro , priva questo
di quell’ armonia che dà l'opposto sistema alla lingua italiana, e a tutte le
altre prove- Rienti dalla latina. 62. ETIMOLOGIA E SINTASSI desinenze esclusive
de' nomi italiani, e che a noi in .questo ; capitolo serviranno di norma per la
conoscenza di cotesti due , generi, premesse che avremo le seguenti regole
generali. . 1°. * Maschili, sono i nomi proprj di uomini; e femmi- ,, nili
quelli di donna, in qualsivoglia delle cinque vocali fini- , scano; laonde
mascolini sono: Andréa, Silla, Epaminònda, ; Socrate, Cesare, Simòne, Luigi,
Giovànni, Dionigi, Marco, Teséo, Pietro, ec.; femminini: Anna, Aspàsia, Sofia,
Berenice, , Didòne, Rachéle, Clori, Fullide, Amariìlli, Saffo, Ero Erato, .
Aletto. 2o, Maschili sono i nomi di mesi e de’ giorni, tranne De- menica. 3°.
Maschili sono i nomi degli alberi, fuorchè querciat . palma, ma sono femminini
quelli de' frutti degli stessi albe- . ri, eccetto cedro, cedràlo, fico e pomo,
che, significando albe- | ro e frutto, sono mascolini. i) ì 4°, Maschili sono i
nomi de’ metalli fuorchè /atta. Bo. Maschili sono gl'infiniti de’ verbi, «e gli
addiettivi, in | significato di nomi astratti, come : 5 mangiàre, il bere, il
dor- «mire, il bello, il grande, ec. . Go. In quanto a’ nomi delle lettere
dell’ alfabeto dassi per lo più il genere femminino alle vocali A ed E, e
"1 mascolino . alle vocali I, 0 Si U. Tra le consonanti quelle il cui
nome, comincia da vocale, tengonsi d’ordinario per femminili, onde $ Jar, la L,
la M, la N, la R, la S; e per maschili quelle, che i nell’ articolazione loro
fanno sentire prima la consonante, poi la «vocale, perciò si dice il B, il c,
il D, il G, il p, il Q, 17° 41 v; tranne z che è femminile. Sembra per altro a
noi che, ,; riflettendo che le lettere di per sè non portan marchio di ge- .
nere, se non in quanto sì riferiscono ad alcun termine gene - "rale
sottinteso, ad ognuno sia lecito il considerarle in quel modo ‘ che più gli
piace, attribuendo loro indistintamente o il gene- . .re maschile o il genere
femminile, secondo le rapporta o 4 carattere, o a letiera. *. | S. IV. I nomi
finienti in 4; sono femminini, tranne: J°. I nomi caratteristici significativi
di dignità, professio- : ne, o d'altre qualità proprie ad uomini, come: ! .
DIGNITADI; Papa, monàrca, patriàrca, podestà, ba scià, agà, cc. | |
PROFESSIONI. Legista, oculista, poéta, anacoreta, ere ‘mita, gesuita, ebanìsta,
geòmetra, scriba, ec. * Nota. Per comodo degli stranieri gli esempj trisillabi
e polisillabi del presente e seguenti capiloli avranno accentuata la vocale ,
in su la quale debbe cadere la posa della voce. È 63 SETTE, Erestàrca, deìsta, conformìsta,
calvinìsta, gian- misla, anabattìsta, ec. (4) Altre qualità d’ uomini:
Apòsiata, ateìsta, deicida, fratricìda, regicida, regalìsta, mlagonista,
monopolista, cantafàvola , ec. (3), 2°. I nomi provenienti dal greco iu amma,
come: degnma (6), anagràmma, epigràmma , progràmma, ec. ; eli seguenti pure
d'origine greca: Anàiemma (T. matem.), anilema , assiòma, apotìgma (acuta
sentenza), apostéma, aroma (T. chir. specie di tumore), auiòma , bòrea, clima,
diadima, dogma o domma, embléma, enìgma o enìmma, enimema (T. logico, argomento
filosofico), entòmata, pl. (7), | fintàsma (8), fìsima (fantasia fisicosa,
capriccio), dida , idibta, ipòerita, piané‘a (astro), poema, prisma, problema,
réuma, sciloma (ragionamento lungo), scisma (9), sofìsma, sofista, sisma,
stemma, strattagémma , sperma , tema (10), teo- rema (prova evidente), #miùma
(profumo). | S. V. Più malagevol cosa è il far conoscere il genere ‘ dnomi in
e; imperocchè avvene tanti dell’ uno e dell'altro genere, che quasi all’
infinito andrebbesi volendo intiera- mente indicarli con regole, e queste
ancora dalle molte ec- cenoni imperfette resterebbero. Ecco quello che di più
certo ‘ abbiamo potuto raccogliere. Mascolini sono (14) quasi tutti i nomi
finienti: - i ST tali Reni lar“ da ber TO pen (4) Questi e simili nomi, non
meno che i seguenti, anzichè di ge- , Nere maschile potrebbersi qualificare
piuttosto di genere comune ; impe- tocchi possono applicarsi egualmente a donna
che ad uomo senza punto Variare terminazione. (5) Sonovi diversi altri nomi in
a di genere mascolino, pe’ quali ! però niuna regola puossi stabilire , come
sarebbero i seguenti ed altri: : Allavèla (sorta di pesce), baccalà ,
cornucopia , pascibiètola (insipido, ciocco), sanfinfizza (ipocrita), scipa
(ignorante), Serrabozza (T. marine- co), liralèsta (istrumento chirurgico), ec.
(6) Sorta di componimento teatrale, ma nel significato di peso è tmminino. (7)
Termine di storia naturale, voce generica d' insetti bacherozzoli, ) (081
terrestri, come aerei. Dicesi anche Enfomati. (8) O fantàsima: ambedue trovansi
qualche volta anche in femminino. (9) Questa voce trovasi anche in femminino. 3
| (10) Questa voce è mascolina quando significa soggetto, argomento , ‘ sbbene
talora, ma di rado, trovasi pure di genere femminino. LA TEMA bacgue alla lieta
brigàta. Bocc. g. 9 fin. 4. — E seguìr oltre alla mia « ‘îga TEMA. Dittam. 1,
15. Ma fema coll’é stretta (timore) è sempre Minino. (11) Per quanto difficile
sia il determinare il genere de’ nomi in e secondo le loro desinenze, cioè
secondo le consonanti, che precedono la € timale, il Biagiuoli nella sua
grammatica ne ha preso l’ assunto, e vi è ‘ nella maggior parte assai bene
riuscito; io qui ne trascrivo quelle, regole, % h sr | f°. In ge, 0 in gge con una vocale innanzi
al g, fuorchè lecge, brage. 90. In Ze con vocale innanzi alla 7, tranne dile,
indole, iperbole, pelle, prole, sigale, sistole (T. med. moto del cuo- re),
valle. | 3°. fn me, fuorchè arme, fame, speme. 4°, lu re, tranne febbre,
pòlvere, scure, torre. Bo. Iu ente, eccettuati corréate, gente, lente, mente,
se- minte, sorgente. Go. In one, non compresi però quelli in gione, sione, e
zione; neppure i seguenti, Cunzòne, comuniòne, obbliviòne, opiniòne,.
questiòne, ribelliòne, uniòne. 7°. Gl' infiniti dei verbi presi come nomi, s/
mangiùre , sl bere, sl dormìre; il camminùre, ec.; come pure gli addiet- tivi
nel significato di nomi astratti, come: 7 Utile, 4 dolce, ec. S. VI. Femminini
sono : 4.° quasi tutti i nomi terminanti in ce, tranne ; alce (specie di
cervo), anice, antràce, (carbon- chio), calice, camice, calce, cece, codice,
déntice, embrice ( sor- ta di tegolo), friztice (arbusto), ìstrice
(porcospino), lince, màn- dice , panace (specie di pianta), pesce, salce o
sùlice, spinà- ce, noce poco): vertice, vortice. 2°. In de, toltine àspide,
jàspide , piede, spiede, stecàde (sorta di pianta aromatica). | | 5°. In ine,
non compresivi ducine, cardine, confine, car- cine, termine, crine, cùlmine,
disòrdine, fiòcine (buccia del- l'acino dell'uva), g/tine, ordine (42),
pettine, turbine, vérmine, vimine. 4°, In ge, con unavocale, o r innanzi al #,
fuorchè: ce- spite, fomile, latte, limite, tràmite, stìpite, vate. Ciò è tutto
quello che si può dire di certo sul genere de' nomi in e; solo debbo ancora far
osservare, che avveneal- cuni, i quali dagli autori usati sono, or nell’ uno,
or nell’ al- tro genere, e perciò vengono considerati come aventi due ge- che
parute mi sono le più generali e le più certe, aggiungendovi qualche eccezione
ommesse da quel grammaltico. (12) Questa voce ne’ due significati di
Disposizione, e di Congregazia- ne religiosa, trovasi usata dagli antichi così
nel genere maschile, come nel femminile. ZL? invidiosa ORDINE, delle cose
avventuràle nimìca, sempre nega di esser lungamènfe nella somma altèzza. Guid.
Guid. — Presa TonDINE Zra loro, il trallàto fue rivelato _al Duca. Sor. Pistol.
171.—.4/ temuo del detto Papa Innocenzo si comincio la santa ORDINE de’ frati
mi- nori. Gio. Vill. 5, 24» | Tr SR on PARTE TERZA È‘ 65 : nen, tali sono: dere,
àrbore, càrcere (13), cenere (14), fine, Frenze, folgore, fonte, fronte, fune,
gregge (13) , trave. | $ VIL Altri sono mascolini, o femminini, secondo quel
‘che significano, cioè: | Fante (soldato, servo), masc. Fante (serva), femm.
Dimane (il giorno seguente), masce. Dimane (la prima parte del giorno), femm.
" Noce (albero), masc. Noce (frutto), femm. Oste (albergatore), masc. Oste
(esercito) masc. e femm (16). i Màrgine (estremità) masc. e femm. Margine
(cicatrice) i femm. si $. VIII De nomi in 7, sono mascolini: : I°. I nomi
caratteristici di uomini, come: Bal, muftì, ; part, ec. . | 2°. I nomi composti
di un verbo e di un nome in plu- . rale, come: guardasigilli, guardabòschi,
cavadinti, stuzzi- ; cadenti, storci; gi, guastamesti ri, li ae 3 vammazzaduòli,
leccapiàiti, scacciapensieri, altri simili. : 35° Dì) ed i suoi composti
mezzodì, lunedì, ec.; come «ancora abbiccè , ambàssi , appigiònasi,
barbagiànni, brìndisi, oremisi, soprattiéni , zanni. | ;. Trimanenti in 7, non
essendo che grecismi, sono tutti femminini, fuorchè@: àlcali, diisis (T.
musicale), eclissi 0 e- chisse (AT). '. Genesi (nome del primo libro del
Pentateuco), è usato Mn amendue i generi. . (19) Questa voce è sempre femminina
nel plurale, nel qual numero pe- {M non è tanto usata quanto nel singolare
d'amendue i generi. La quale li (ARCER fenebrosa , e scura islà per te, e tu
lasso nolcredi. Bocce. Ninf. .hes. 143.— Se per questo cieco CARCERE cai per
allèzza d'’ ingàgno. D. lol. 1o. — Il comùne fece offerta di lutti è prigioni,
che èrano nella CAR- CRE. Gio. Vill. cap. 82, 2. (14) Nel numero plurale questa
voce è sempre femminina3 nel singolare, _ dove è quasi poetica , si usa tanto
nell’ unn, quanto nell’ altro genere. | È ruppe fede al cENER di Sichèo. D.
Inf. 5. — Or vo piangèndo il suo ‘NERE sparso. Petr. son. 275. — Gli racconta
come ella covàva la GENE- JE, sedèendosi in sulle calcaàgna. Cas. Galati. g- ‘
(15) Questo vocabolo non è usato al mascolino , se non nel singolare, ! solo in
senso metaforico. Raunato così bello e devoto GREGGE. Fior. S. ‘Tanc. cap. 18.
Sebbene talvolta si trovi anche in senso proprio. La | Wal di necessità convièn
che si faccia da coloro, che il GREGGE sèguitano. Ntsc. Cap. 79- .. (16) Così
avoènne nel nostro bene avventuroso OSTE. Gio. Vill. 11, . 35 4— Preslamènte
congregò una bella , e grande, e poderòsa OSTE. ; di nov. 17. Ma presso i
moderni scrittori, osfe usasi per lo più in ma- olino. + (tm) I nomi proprj di
città in 7, si fanno mascolini, o femminini differentemente : 72 del Napoli, la
bella Napoli. Gramm. Ital. 10 IX.I nomi
in O sono tutti mascolini, tranne: Mano, eco (18), Dido, cl i voràgo (19). $.
X.I nomi in 1 , de' quali sel soli sono di proprietà e . CIN . . o o e7 x br AT
Italiana, cioè: Gioventù, gru, servitù, schiavitù, tribù, virtu, che sono
femminini (20). | I nomi stranieri in v sono mascolinì, come: Fissù, 0 fe sci
(specie di fazzoletto di velo o simile), meù (sorta di erba), rasù, Corfù,
Perù, ec. DEI NOMI ETEROCLITI. S. XI. Intendesi per nomi eterocliti quelli, che
possono : avere due uscite, o desinenze. La lingua italiana abbonda di : tali
nomi. Quelli che possono uscire in @, o in e sono di ge nere femminino, ‘come:
ala 0 ale (21), arma o arme, basa : o base, canzòna o canzòne, coltra o coltre,
doia 0 dote, fronda È e fronde, froda o frode, loda o lode, màcina o màcine,
ridina : o rédiîne, scura 0 scure, tossa 0 tosse, vesta © veste, ténebra 0 *
tenebre ec.; éiera o élere. è mascolino (22). Quelli che possono finire in e ed
in 0 sono mascolini: . . C) . . hd ® ii u, e di tali evvene gran copia in sere
ed in zero, come: cavaliè . re e cavaliéro , candelière e candelitro ,
destrière e destriéro, : giustiziere e giustiziéro , guerriîre e guerriîro ,
gonfaloniere € gonfaloniéro , mestitre e mestiéro , mulaititre e mulattitro,
prigioniere e prigioniero , pensitre e pensitro, ec. (25) (18) In vece di Eco,
può dirsi pure Ecco, che è mascolino ; quindi p?- re che usando Eco parimente
mascolino, non sarebbe grand’errore; ciò che è certo si è che, Eco, T. mitol.
nome di una ninfa, non può essere che femminino. (19) Dido, immàgo, Cartàgo,
tesiùdo, coràgo, ed altri vocaboli fem- minini in O, sono voci tronche, e
permesse solo nella poesia; il. prosa bisogna dar loro le desinenze ad esse
proprie, dicendo, e uo x Didone , immagine , Cartàgine, testùdine , voragine,
ec. 1 nomi propr) &. città in O si fanno mascolini, o femminini
indifferentemente: 7! vasto M- lano, la vasta Milano. (20) Altri nomi in Z7 non
vi sono nella lingua italiana, che Gesù tribu, gru, e tu; le rimanenti quattro,
gioventù, servitù, schiavilu, © virtù, sono voci tronche di gioventùde ,
gioveniùte, gioventùdine; servitùde, servilule , servitùdine ; schiavitùdine;
viriùde , virtùte. (21) Trovasi anche Alia , ma è poco usato. Ù U s di (22)
Ala, arme, canzòna, dote, frode, fronda, lode, màcina, rèdine, , scure,
iènebre, tosse, veste, sono più usati che ale, arma, canzone, dota, | froda ,
fronde , loda , màcine, rèdina , scura, tènebra, tossa, vesta. (23) Oltre le
desinenze sere ed iero, hanno questi e simili nomi una. terza uscita in zeri,
ma è questa da schivarsi non essendo che un idio- tismo fiorentino , come:
bicchieri, cavalièri, destrièri , giustizièri, mulat- liéeri, ec. Fenèndogli
alle mani quel BiccHIERI col velèno , mescolàlo: ec. Pecor. gior. 23, nov. 2. —
Come fa il CAVALIERI quando combdlie. PARTE TERZA 67 im Ghaltri sono: abete e
abéto, àspide e àspido o aspe (poet.), | iglesse e calesso, cànape e cànapo
(per filo 0 corda), cònso- pi ke consolo , confine e confino , fomite e fòmito
, interesse im ©Mhleresso, muntice è manbco , otre e otro , pesce e pesci , i
nbelle e ribello , salce e salcio , selce e selcio, scolùre e sco- d liro,
serménle e sermento , sterpe e sterpo , stile e stilo , vase pi € vaso , verme
e verino, vòmere e vomero, ec. Altri nomi sonovi che hanno doppia uscita in 4
ed iu 0, e sono secondo queste o femininini o mascolini, come: Barùffa e
barùffo ; balestra e baléstro ; briciola e briciolo ; +4 bada e biado (ant.);
caccia e caccio; canéstra e canîstro; cer- ui chia e cerbhio; cesta e cesto;
contràsta (ant.) e contràsto; con- |: {gna (ant.) e contégno; cruna e cruno
(aut.); dimòra e dimò- k. 10; domanda e dormàndo (ant.); falla (aut.) e fallo;
favìlla fo fuvillo; frutta e frutto; gerinoglia e gerinòglio; gesta e ge- rh
500; ghiuccia (ant.) e ghiaccio; gintpra (ant.) e ginépro; grol- | fa egrotto;
guadàgna (aut.) e guadugno; îdola (ant.) e ìdolo ; — Inbppa (ant.) e intòbppo;
macigna (ant.) e macìgno; merla e ak merlo; midòlla e midòllo; minàccia e
minàccio (ant.); minù- ni $eminùgio; nicola e nilvolo; oblia (ant.) e oblìo;
orécchia x e orecchio; pastura e pastùro (ant.); rama (ant) e ramo; e "0
(ant.) e riso; scampa (aut) e scampo; scherna (ant.) e {i Schemo ; spera e
spero (ant.); timbra e timbro (sorta d'erba), pi Pampa e vampo. — . FORMAZIONE
DEL FEMMININO NE'NOMI LI CARATTERISTICI. i: «| —$ XII Im quattro maniere
formasi il genere femminino .J nenomi caratteristici ( 7. Cap. 1 ). pl ‘ si 1°
Cangiando la finale o ina (24), come: Masstro maéstra, «cugino cugina, figlio
figlia, servo serva, ec. (25). “. 2° Cangiando la desinenza fore in #rice,
come: re © | bore imperatrice, eleitòre elettrice, parlutòre parlatrìce, ec.
(26). (4 q But Inf. 29.—I7 dolore, quasi come carnèfice e GIUSTIZIERI, percuota
e la- gi Cavale. Fratt. ling. 323.— Alqguale il MULATTIERI rispose. Bocce. nov.
89. (24) Molti nomi sostantivi d’ animali seguono la medesima regola, co- me:
asino asina, cacàllo cavalla, lupo lupa, merlo merla , pàssero pàs- ii. Sera,
ec. Uomo fa donna, bue fa vacca, 0 buèssa, verro fa troja, cane » “(cagna , gallo
fa gallina , leone fa leonessa. ll. (25) Eroe fa eroina, pastore fa pastorèlla,
padròne fa padrona, affan- ;r Moie fa affannona, e forse alcuni altri, ma
sonovi pochissimi nomi in one sd che al femminino facciano ona. me (26) Presso
gli antichi i caratteristici in lore, trovansi qualche volta 4: I genere
comune, cioè applicati anche al sessofemminile. Lasciò la regina ha Giwuuna
ricca di grande lesòro, € GOVERNATORE del reame, Matt. Vill. Lib. I. è N
fi 30 Cangiando la finale del mascolino
in essa, come: prìncipe principessa, duca duchéssa, conte contèssa, fattore
fattoréssa, oste (27) ostéssa, poéta poetéssa, cc. 4 Cangiando l'intiero nome
mascolino in altro femmi- nino come: Lie $ marito moglie, padre madre, fratello
i J sorella, maschio femmina, ec. (28). . DEL NUMERO. S. I. Il termine NUMERO,
preso grammaticalmente, : indica la differenza tra uno e più (4). . d Il numero
di ur0 chiamasi singolare, il numero del più : plurale. Un nome dicesi essere
del numero singolare, quan- è do esprime un solo individuo; e nel numero
plurale, quan » do esprime più di un individuo. | ; Il plurale dal singolare
deriva mediante un qualche can- . giarnento nella desinenza del nome, il che
nell’idioma italia . no ha luogo sostituendosi altra vocale finale a quella con
cu . già finisce il nome nel singolare. Indi le seguenti : REGOLE GENERALI: $.
II. La finale @ dei nomi mascolini cangiasi in 7, c0- | me: papa papi, drumma
drammi, pianéta piunéti, ec. Cap. 9. Ella sola (Madonna Cia) rimase GUIDATORE
della guerra, e c0° pituna de’ soldati. 1d. Lib. 7. Cap. 64.—Era molto
bellissima PARLATORE. — Vita di S. Mad. pag. 3. Oggi simili licenze sarebbero
intollerabili. a (27) Trovasi qua e là presso gli antichi osfe anche al
femminino n vece di ostessa. Io ho mangiàto , serberoòlla, e daròlla all’ oste
mia. Nov. ant. 58. (28) I Greci davano l'epiteto Epiceri (da sei sopra, e
xorvog comune, cioè Più che coinune), a’ nomi che sotto un sol genere
comprendevano il ma- schio e la femmina. Di tali nomi evvi pure gran copia
nella nostra favella, | nella quale molti ve ne sono che altra desinenza non
hanno se non che quella del maschile pe’due generi,come: il corvo, il luccio,
il topo, ec. ; altri, che son0 + in maggior numero, escono come i femminini per
indicare il maschio e la femmina, come : l'aquila, Panguilla, la vipera, la
pantèra, la Ugre, è la volpe, lu lepre, la serpe (dicesi anche d1 serpe), ec.
(1) Dico: preso grammaticalmente, perchè in aritmetica sarebbe UM . paradosso
jl dire numero di uno, o numero singolare, conciossiachè un? . unità non
costiluisce numero, termine usato per indicare un’unione ©! più unità. Credo
per altro che per significare l’unità individuale degli ob- bietti sia assai
più adatto il termine numzero singolare, che nol sia que. l'altro numero del
meno, che vale lo stesso che numero minore. Ogn: numero è minore relativamente
ad altro maggiore: Due è minore di trò, tre di quattro, quattro di cinque, e va
discorrendo. Laonde per numero del meno , in ogni sorta di calcolo,
s’intenderebbe , non già un'unità » Nei
nomi femminini la finale 4 cangiasi in e, come: rina regine, principéssa
principésse, colòmba colòmbe , por- la porle, ec. | i Le finali e ed o sia il
nome di qualsivoglia genere, can- gasi sempre in 2, come: Principe prìncipi,
leziòne leziòni, scolaro scolàri, cavàllo cavàlli, mano mani, ec. Osservazioni.
a $. II. 1.0 Rimangono invariabili al plurale i nomi tron- chi, cioè quelli che
in sull'ultima sillaba portano l'accento , come: Carità, città, polestà, piè,
mercé, virtù, ec., che nel numero del più si dicono /e carità, le città, i
potestà, t pie, le mercè, le virtù, ec. Ma quando tali nomi scrivonsi e
pronunziansi interi, co- me: carilide o carttite , ciltàde o ciltàte, potestàde
o polte- state, piéde, mercéde, virtùde o virtùle, ec., l'e finale si can- gia in
2. Restano parimente inalterabili i nomi che nel singolare escono in 2 onde si
dice: Zeclîs.i e gli eclissi, lae le tesi, la e le crisi, il e è barbagianni,
il e i balì, lei dì, il ei lunedì, ec. Dicasi lo stesso de’ seguenti: Barbàrie
, ef- figie , requie, specie, superficie, série, progénie, tempéèrie, ed alire
simili, come pure di Canapé, caffe, lacchè, e dei due monosillabi te, gru. . 2°
Nelle desinenze cia, gia, ove le due vocali faccia- no insieme una sola
sillaba, l'/ sopprimesi nel plurale, can- giandosi l'a in e, come: traccia ,
freccia, bòccia, spiùggia, luncla , fràngia, ciriégia, ec. che fanno tracce,
frecce , bocce , spiagge, lance, frunge, ciriége, ec. (2). | Quando però nella
di desinenza le due vocali za ognuna da sè forma sillaba, 1°, che allora porta
l'accento, non può sopprimersi; come in Bugla, magia, elegia , gen- gia ec. ;
pluraie Bugie, magie, elegie, gengie. 5.° Nelle desinenze cio, chio, gio ,
glio, la sola sop- pressione dell'o finale del singolare serve, per formarne il
Ma qualsisia numero minore, rispetto ad un altro maggiore, laddove in
grammatica per singolare non s'intende altro che un’unità individuale. . (2)Nel
singolare di questi e simili nomi, come pure di quelli deli’osserva- lione 3za
qui appresso, la vocale non si pronunzia distintamente, e sem- bra trovarvisi
solo pel mantenimento dell’articolazione dentale delle conso- Nanti c, e g, le
quali altrimenti sarebbero gutturali; mentre al numero el più la posizione
dell’; è affatto inutile, imperocchè le suddette conso- Manti conservano il
suono loro primitivo mediante il cangiamento del- cme. 70 plurale, come in dàcio, stràccio, lancio,
òcchio , mùcchio, àgio, fregio, sbaglio, figlio, ec.: baci, stracci, lanci ,
occhi , mucchi, agi, fregi, sbagli, figli, ec. (3). 4.° La desinenza zo
dittongo, cioè due vocali formanti una sola sillaba, cangiasi nel numero del
più in /, come: tempio , 7 size , principio; plurale #empj, proverbi, princip
(4). | Ma quando la medesima desinenza zo, forma due sillabe coll’accento
sull‘, la finale o cangiasi in 2, in modo che i due :/ distmtamente si
profferiscano, come: mormorio , cal- pestio, zio, rio, ec. plurale, mormorìiî,
calpestìi, zil, rii ec. 5.° I nomi terminanti in 470 € 070, 0 (come taluni
voglio no che debbansi scrivere) 4/0 e oso, troncatane la finale 0, hanno al
plurale aj e 07, 0 ai oî, come: fornàjo o fornà- i0, calzolàjo o calzolàio,
calamàjo o calamùio, scrittòjo 0 scrittoio , avoltòjo o avoltdio; plurale
fornàj o fornùi, cal- zolàj 0 calzolài, calamàj o calamùi, scrittòj o scritidi,
avol- t0j 0 avoltòi, ec. 6.° Le desinenze ca e ga de'nomi femminini, si
cangiano in che e ghe, come: amìca amìche, stanga stanghe; ma ca nei nomi
caratteristici mascolini diventa ché, come: monàrca monàrchi, patriàrca
patriàrchi, ec. 7° Le terminazioni co e go, diventano chi e ghi al plurale; ma
questa regola è solo generale pe’ bisillabi, come: parco parchi, fico fichi,
fuòco fuòchi, giudco: giuòchi, luògo luoghi, spago spaghi, rogo roghi, fungo
funghi, ec. tranne: Greco, porco, mago, che fanno Greci, porci, magi. i In
quanto ai trisillabi, e polisillabi delle suddette desi- nenze, difficil cosa è
il determinare quali escano in ché e ghi, e quali di c; e gi si contentino ;
ecco quel che per approssima- zione al vero se ne potrebbe stabilire. Escono in
chi e ghi (3) La nota precedente è pure applicabile a' nomi in cio, gio, e
glio, solo giova osservare che avvi un certo numero di nomi trisillabi , €
anche polisillabi in cio e gio, che indifferentemente si posson far termina- re
in z/i0, come: servigio, sereìzio ; giudìcio, giudizio; beneficio, benefiu0,
ec.; in questi, 0 simili vocaboli , profferendovisi l’ i alquanto più distin-
tamente , il plurale fassi, cangiando zo in /: scrivasi dunque, Servig/,
giudicj , beneficj, uffici, ec. (V. osservazione Kta.) (4) Non è questa regola
universalmente praticata. Talunì non per- suasi, che j possa aver forza di due
#, cangiano l’o in ©, scrivendo prooèrbii, tèmpi?, palù, combii, principiî, ec.
Altri, in maggior numero , essendo di contrario parere intovno alla forza dell’
j, sostituiscono questa lettera al dittongo fo per formare il plurale di quei
nomi. Onde, siccome nc’ moderni autori e dell'una e dell’ altra maniera
trovansi abbondanti escmp) , ognuno la propria opinione segua. i. PARTE TERZA
71 quelli, in cui le finali co e go immediatamente precedute so- no da
consonante, come in a/manàcco , albérgo, arìngo, ca- filo, cosàcco, obelisco,
ec.; plurale, a/manàcchi, alberghi, aringhi, catafàfichi, cosàcchi, obelischi,
ec. Ma se alle finali suddette precede vocale, le desinenze plurali saranno ci
e gi, come in amico, aspàrago, canònico, domestico, eretico , teòlogo, ec.
plurale, amici, aspàra- gi, ec. Questa regola soffre però l'eccezioni seguenti:
àbbaco , antico, aprìco, beccafico, càrico, castigo, drago, catàlogo, fondaco,
impiego, intrìgo, mànico, monòlogo, obbligo, opà- ‘o, parroco, pedagògo,
presàgo , pudico, rammàùrico, ripiego, sacrilego, stomaco, iràffico, ubbriàco,
che tutti nel plurale fmiscono in chi e chi. Ve ne sono che indifferentemente
nell'uno, o nell'altro modo escono, come: analogo, astrologo, diàlogo,
dittongo, mendìco, pratico, salvàtico, ec. plurale, anàloghi o anàlogi, mendì-
chi o mendìci, ec. | 8. Dio, uòmo, bue, mille, fanno al plurale, Dei o Dili,
uomini, budi, mila (5). sea . 9° Mane (mattina), miele, progénie, prole,
stirpe, non sù usano nel plurale. All'opposto sonovi de’ nomi che al plurale
solo sono usati, tali sono: andiriviéeni, annàli , calzòni, esequie, fasti,
forbici, lari, molle o molli, nozze, rostri, spezie 0 Spézj (droghe), canni (poetico
per ali ). DEI NOMI ETEROCLITI NEL NUMERO DEL PIÙ. $. IV. Sonovi un certo
numero di nomi mascolini ter- mmnanti nel singolare in 0, che nel numero del
più due de- snenze diverse prender possono, / od 4; e per quest'uliuma uscita
da mascolini che sono nel singolare, femminini nel Plurale diventano. Eccone i
più usitati (6). (5) Dio, sole, luna, e fenìce, sebbene significano cose
uniche, pos-. sno però usarsi in plurale. Dio fa Dei, cioè quei falsi del
paganesimo ,. el'uso n'è comunissimo. Sole fa soli. Vissi più soLi (anni) in
molla miseria. Amet. 55. — Poi guando’1 verno l’aer si rinfrèsca, Tèpidi SOLI
giochi, e cibi ed ozio cc. Petr. Tr. d’ Am. cap. 4. —M'avèa mosiràlo per lo suo
foràme Più LUNE (mesi) già, quand' io feci*1 mal sonno. D. nf. 33. — Le sìmili
a quelle, che dette abliàmo , sono più rade che le FENICI. Bocc. Laber. 157.
. Presso gli antichi si trovano..molti
altri nomi, i quali, masco- lini al singolare , non solo sono fatti femminini
al plurale, ma ancora 792 ETIMOLOGIA E SINTASSI Anéllo ; gli Anélli le Anella.
(7) Bisogno * 1 Bisogni. le Bisogna Bràccio i Bracci le, Braccia. Budèllo i
Budelli le Budella. Calcàgno i Calcàgni le Cattagna. Carro i Carri, . le Carra.
Castello i Castelli —. le Castella. Ciglio i Cigli le Ciglia. Cervello ì Cervelli
le Cervèlla. Cogno” i Cogni le Cogna. Coltello i Coltelli le Coltella.
Comandamento" i Comandamenti le Comandaminta, Confino * i Confini o le
Confina. Corno i Corni le Corna. Cuojo i Cuoi le Cuoja, Demònio * i Demònj le
Demòpia. Dito i Diti le Dita. Fastillo * ‘i Fastelli le Fastèlla. Fato i Fati .
le Fata. , Filo i Fili le Fila. Fondaménto î Fondaménti —. le Fondamenta. (8)
Foro * i Fori a le Fora. . Fosso i Fossì lc Fossa. Fuso i Fusì . le Fusa.
Frutto i Frutti le Frutta. (9) coll’ accrescimento di una sillaba: tali sono i
seguenti e molti altri: àgora per aghi, borgora per borghi, càntora per canti,
corpora per corpi, donora per doni, àrcora per archi, càmpora per campi,
frùttora per frutti, logora per laghi, làtora per lati, nèrbora per nerbi, nodora
per nodi , nomora per nomi, ortora ‘per orti, pàlcora per palchi, piaànora per
piani, ràmora per rami, suònora per suoni, tèmpora per tempi, tèltora per
detti, tinora per tini, ec. Due sole di queste voci, con quelle desinenze
antiquate del plurale, sono rimaste in uso, ma con restrizione di sigaificato,
esono donora e ièmpora : la prima, che presso gli antichi significava dormi in
generale, significa oggi quel corredo, che si dà oltre la dote ad una sposa
quando ella sen va a casa del marito. Dorastimela liberamènte, e adèss0 la
ricuoi colle poNoRA. Fir. Luc. 4, 3. — Quattromila contanti senza le gioje e le
DONORA, che io vo’ presentàr loro. Lasc. Sibill. 510, L'altra è tempora , che,
detta dagli antichi per #empî, è da noi usata per signifi- care i digiuni,
detti le gualtro tempora, che si fanno in tutte le stagioni dell’anno. dr, di
(7) Le voci segnate d' un desinenza mascolina. ; i (8) Questa voce è eteroclita
solamente nel suo significato proprio di Muramento sotterraneo, sopra del quale
posano gli edifizj: ma nel sen- so figurato, cioè quando significa Motivo,
cagione, ragione determinante; ciò su cui altra cosa posa e si fonda, non s'usa
che nella terminazione mascolina , dicendosi solo 7 fondamenti. (9) Dicesi
anche al singolare fré/ta, nome femm., significante il parto degli alberi, e di
alcune erbe; il suo plurale è allora fruffe, che comu- nemente usasi per
indicare 7 pospasto di un pranzo, o di una cena Fruili, in senso proprio e
figurato, significa le produzioni di una qual che terra, le readite di qualche
possessione’, 0 di una somma di danaro, o anche il guadagno di alcun lavoro o
industria. i si usano oggi più ‘comunemente con la - PARTE TERZA 73 Gesto ì
Gesti le Gesta (10). Ginocchio 1 Ginòcchi le Ginòcchia. Gomito * i Gomiti le
Gòomita. Grano (peso) * ì Grani le Grana. Grant lio ì Granclli le Granella.
Grido i Gridi le Grida. Guscio i Guscì le Guscia. Labbro i Labbri le Labbra o
Labbia (11). Legno i Legni le Legna (12). . Lenzuòlo i Lenzuòli le Lenzuòla.
Letto ° i Letti le Letta. Membro i Membri le Membra (13). Mulino * i Mulini le
Mulina. Mantello * i Mantelli le Mantéèlla, Muro , i Muri le Mura (14). 0sso
gli Ossi le Ossa. Peccàlo i Peccàti le Peccàta. Piacimento * i Piacimenti le
Piacimènta. Pomo i Pomi | le Poma. Prato i Prati le -Prata. Pugno i Pugni le
Pugna Quadréllo i Quadrelli le Quadrella. Riso (moto della bocca) i Risi le
Risa. Sacco © i Sacchi le Sacca. Sacramento * i Sacramitnti le Sacraminta.
Sasso ” i Sassi le Sassa. Solco * i Solchi le Solca. Strido gli Stridi. le
Strida. Suolo ‘ i Suoli le Suola, Talènto * i Talenti le 'Talenta. Telàjo © i
Telai le Telaja. Tino * i Tini le Tina. Vestigio (15) i Vestigi le Vestigia.
Vestimento 1 Vestimeènti le Vestimetnta. I seguenti mascolini in 0, prendono
solamente @& nel plurale, e diventano femmimini: Il Centinàjo le
Centinaja. Il Migliàjo le Migliàja- (10) Gesto, in senso di Alta impresa, o
fatto glorioso, può cangiarsi in gesta anche al singolare, il cui plurale sarà
geste. (11) Labbia è più del verso che della prosa. — (12) Nel significato di
Legname da bruciare può .dirsi nel singolare /a legna e le legne. Ma nel
siguificato di Quella materia solida e compatta de- gli alberi, o in quello di
naviglio, si usa sempre /egro, e nel plurale Zegna (13) Membro, ha il suo
plurale membra, quando si parla delle parti esteriori del corpo; ma volendo
indicare con questa voce gl’indi- vidui di una società, assemblea, accademia,
ec. non si può dire altrimenti che membri. | (14) Mura, usasi solamente per
indicare i Recinti di sasso, che circon- dano le città. I lati di una casa, o
di altro edifizio, diconsi più volentie- ri muri. ù . (15) In luogo di vestigio
dicesi anche vestigia nome fem., il cui plurale e veslige. Gramm. Ital. RI È 2
714 ll Miglio (misura di luogo) le
Miglia. Il Moggio ' le Moggia. Il Pajo le Paja. Lo Stajo le Staja. L’Uovo le
Uova. DELLA VARIETA’ DI GRANDEZZA, E DI VALORE DE' NOMI. S. IL L'idea del
maggiore o minor volume delle sostan- ze, o l’espressione del più o meno di
buone, o cattive qua- è lità che si trovano in esse, forma la terza varietà, o
modifi- cazione a cui vanno soggetti i nomi; quindi la classificazione - di
questi in ACCRESCITIVI, in PEGGIORATIVI o AV- VILITIVI, le quali tre classi
nell’italiana favella per l'aggiuo- > ta di una, o piùsillabe al nome
primitivo si distinguono (1). SEGNI DEGLI ACCRESCITIVI (2). . II. Tre sono le
desinenze accrescitive. | °. One, per esprimere maggior volume, o grandezza,
come: Nasòne, da naso; 0220 da cappello; cassone, da cassa; poriòne, da porta (
(1) Non andrebbe di molto errato dal vero, chi asserisse esser tal , | pratica
di assoluta proprietà della lingua italiana ; conciossiaché dessa è l' unica
fra tutte le lingue, sì antiche, che moderne ( dalla spagauola in fuori ), non
eccettuatene nè pure la greca e la latina, in cuì tanto si estenda, e con tante
variazioni, e a tanto vantaggio dell’ idioma ado- prisi il sistema
desinenziale, per la formazione degli accrescitivi, peggi0- | Parri RETTA
rativi, dimiautivi, e vezzeggiativi, de’ nomi non solo, ma eziandio de gli
addiettivi, e persino de' verbi e degli avverbj. 1 Greci ed i Latini non
avevano nè accrescitivi, nè peggiorativi , per supplire a' quali face va
mestieri ricorrere a certi avverbj, che preponevansi a’ nomi ; ed 2. pochi
riducevasi pure il numero de’ loro diminutivi , formati con app0 sita
desinenza. Le lingue francese e inglese, senza far conto di circa una dozzina
di diminutivi che ha la prima, posson dirsi affatto prive, € di questi , e
degli accrescitivi e peggioralivi , i quali nè tampoco conosconsi nella lingua
alemanna;, che abbonda però di nomi sostantivi diminutivi. La sola lingua
spagnuola gareggia coll’italiana nel possesso e nell’ uso di tutte e tre quelle
sì importanti varietà del nome, le quali per ambedue — le lingue sono come
fonti perenni di dovizie., d' energia e di vaghezze. (2) Quel che nel presente
capitolo si espone degli accrescitivi, peg . giorativi, diminutivi e
vezzeggiativi , ha da intendersi solo de’ nomi di tutte le classi ( 7. cap. 1):
nelle rispettive sezioni si tratterà delle me- desime varietà negli addiettivi,
ne’ verbi e negli avverb). (3) Ciocchè debbe recar maraviglia agli stranieri,
ed io qui ne li fo avvertiti , si è che la desinenza accrescitiva one, rende
sempre mascolino il nome al quale s’ affissa, quantunque questo nello stato suo
semplice sia femminino: onde da donna fem. viene donnone masc.; da casa fem.
casòne masc.; da sirada fem. siradòne masc. ec. , ed è errore il dire la
donnona , la siradona, ec. come sovenie odesi dal volgo. —_—_ 4 PARTE TERZA 75
do, Otto, 3°. Ozzo, co' loro femminini in a, per espri- mere forza, robustezza,
e vigore, come: giovinòtto, giovinòt- ta, da giòvine; vecchiòtto, vecchiòlia,
da vecchio; bacidzzo, da bacio; foresòzza, da forese (contadma). SEGNI DEI
PEGGIORATIVI. Le desinenze accio, accia, azzo, azza, astro, astra, aglia, ame,
ume, rappresentano la persona, o la cosa significata, come cattiva, laida, ©,
per qualsivoglia altra cagione, degna di disprezzo, come: omàccio, donniiccia ,
popolàzzo, femmi- nazza, poetàzzo, filosofàstro, giovinàstra, gentàglia, plebà-
glia, gentàme, curnàme, sudictume, vecchiùme, ec. (4) Uni- sconsi sovente ad un
sol nome ambe le desinenze, accresci- tiva e peggiorativa, come: Rebal/do,
ribaldòne, ribaldonùcecio; uomo, omùuccio 0 uomàaccio, omacciòne, ec. SEGNI DE'
DIMINUTIVI. S. IV. In maggior numero si trovano le desinenze dimi- nutive, le
quali sono: 1°. Cello, cino, icello, ticino, 0 tecino, coiloro femmini- ni in
a, esprimono la seinplice piccolezza della cosa, aggiu- gnendosi le due prime
ai nomi terminanti in ne, e le due ultine ad altri nomi di qualsivoglia
terminazione, troncatane però sempre la vocale finale, come: boccone ,
Bocconcello ; giovine, giovincéllo; porziòne, porzioncella; passiòne, passion
cella; padrone, padroncino; canzòne, canzoncina ; campo, canpicello ; porta,
porticlla; valle, vallicella; lume, lumici- no; volpe, volpicino; libro,
libriccino ; ec. 2o. Ino, ina, esprimeno la piccolezza, ta leggiadria, la
graziosità delle cose, come: fanciullino , amorino, canestrino, visino,
sorell'na, manina, ec. 5°. Ello, ella, eito, etta, uccio, uccia, uzzo, uzza,
oltre la piccolezza, e la graziosità, possono anche esprimere il di- sprezzo, ©
la poca stima che altri per certe cose sente, come : campanello , vo ,
fememinélla , libretto, ruscellètto , caprelliccio , boccuccia, occhiùzzo,
stradizza, ec. (3) (4) Le uscite anze, ed ume, cltre il disprezzo, indicano una
Quantità oun numero di cose prese collettivamente. Avveriasi per altro che non
tut- ti i nomi in amc ed ume sovo peggioralivi; imperocchè avvene parec- chi
che sono semplicemente colleltivi, cioè indicanti solamente una certa quantità
o numero in:leterminato di cose della stessa specie, come deslia- ne, cordame,
salouggiume, cc. (5) Le desimenze 220, elfo, ed it femminino in «e, sono non di
O vezzeggiative, anzichè avvilitive , e però non è sempre facil cosa il 76 *° 4°. Erello, o arello, erella, o arella
esprimono la pic- colezza e la leggerezza, e talvolta ancora una qualche
affezio- ne, o tenerezza, come da pazzo, pazzarello, pazzarella; da vecchio,
vecchiarello, vecchiarella ; L cosa , cosarélla; da ghiot- to, ghiotterello,
ghiotterella. 5°. Uolo, icciuolo , icciatto, ictattolo, esprimono il disprez-
‘10, o mancanza di stima, come: mercantuòlo, filosofuòlo, omicciuòlo,
donnicciuòdla, omicciàltto, omictàtiolo, ec. La desi- nenza wolo, non indica
talvolta altro, se non che la piccolez- za della cosa, come, da raggio,
raggiuòlo; da danàjo, dana- juòlo; da bestia, bestiuòla. 6.° Sonovi molte
desinenze diminutive, delle quali altra cagione non si può dare, se non che di
essere state introdot- . te dall'uso, e poi adottate come legittime, onde si fa
da : acqua, acquerùgiola e acquolina (pioggia minuta o minutissima); . nre iN
ra da bacio , buciwucchio ; da casa, casupola, o casìpola; da cervo, :.
cerbiàtto ; da corpo, corpùscolo; da fossa, fossatila; da medico, - medicònzolo
(medico ignorante); da note, nòtola; da lepre, Jepràtto; da orso, orsàcchio,
orsacchiòtto; da paglia pagliuòla; da prete, pretazzuòlo (prete ignorante), ed
altri ancora. er . V. Alla desinenza diminutiva, aggiugnesi talvolta altra .
desinenza, che oltre l'idea di piccolezza già espressa dalla | prima desinenza,
vi aggiugne quella di graziosità, di leggia- | dria, come da cassa, cassétta,
cassettino; da vecchio, vecchie réllo, vecchierellino; da campàna, campanello,
e t Alla desinenza diminutiva, puossi unire anche- un’altra accre- scitiva, o
avvilitiva, come: sfanza, stanzùccia, slanzucciàca; campana, campanella,
campanellòtta, ec. Finalmente, possono gl istessi nomi accrescitivi ricevere
modificazione da qualche desinenza diminutiva, come da le. dro, ladròne,
ladroncéllo; da cassa, cassone, cassoncello,' ec. (6) | discernere , leggendo
gli autori, in qual senso sicno adoperate, ove non ' vadano accompagnate da
qualche addiettivo, che ne indichi la qualità. Albergò una notte in una casètta
d’ una FEMMINELLA ce. (avvilit.). Nov. ant. 36. — Zil FEMMINELLA in Puglia il
prende e lega. Petr. Tr; d’ Am. cap. 3. — Una FEMMINETTA (vezzeg.) della
contràda, la qual Bru- nètta era chiamàta. Bocc. nov. 54. — Una gentil piacèvol
GIOVINELLA Adorna vien d’ angelica viriùde. Mess. Cino. Rim. ant. (6) I nomi
sostantivi propriamente detti (7. cap. 1), e di genere . femminino, divenendo
diminutivi, possono rimanersi nel genere lor pro- prio, mediante le desinenze
ella, ella, ina , uccia, ec., oppure divenit mascotini, prendendo le desinenze
ello, elto, ino, uccio, ec.; quindi per modo d' esempio, da campana può
formarsi campanella o campa- nello; da strada, stradèlla o stradèllo; da casa,
casina e casettina, 0 DELLA VARIETA' DE' RAPPORTI DEL NOME. S. I Quattro sono
le relazioni, 0 i rapporti che può avere un nome nel discorso: tre con un
verbo, ed uno con altro nome. . ‘Con un verbo: 1.0 Come subdbietto,
rappresentante l'agente, cioè quello che fa, o sl suppone fare l’azione. 2.0
Come obbietto diretto, indicante la persona o la cosa operata dal subbietto,
mediante il verbo, vale a dire la co- sa su cui cade l'immediato effetto
dell'azione. | .° Come obbietto indiretto, esprimente una delle molte
accidentali e variabili circostanze che possono accompagnare, e caratterizzare
l'azione espressa dal verbo, e le quali per la diversa loro natura vengono nel
discorso indicate con diffe- renti segni (preposizioni), che al nome
prepongousi (7. $. V). Il rapporto che possono avere due nomi tra di loro si è
quello di altenenza, di proprietà, o di possessione, espri- mente che le due
persone o cose, dai medesimi significate, reciprocamente sì appartengono, e
quasi si posseggono, in mo- do che l'uno dei due nomi indichi il possessore,
l'altro la persona o cosa posseduta: quindi a quello dei due nomi dino- tante
il possessore, verrà da noi dato l’aggiunto di possessivo. S. II. Nelle lingue
greca e latina i suddetti rapporti per le desinenze stesse de’ nomi si
distinguono , dividendosi que- st in più classi, ognuna delle quali dè a' nomi
in essa com- presi, onde far conoscere i loro rapporti, cinque o sei desi-
nenze, dalla primitiva affatto differeati, le quali si chiamano Cast. L'
italiana lingua, comechè la primogenita sia della latina, pure nulla con questa
ha di comune in quanto al modo d'indicare 1 diversi rapporti del nome: essa non
conosce nè cast, nè declinazioni: quindi debbono questi due termini riguardarsi
come stranieri ed intrusi nella grammatica italiana, non meno che in quella di
qualunque idioma, che non segua il sistema latino. Una breve spiegazione di
questo sistema, tasino e casettino, ec. Sonovi nulladimeno molti nomi
femminini, i qua- li diventando diminutivi, accettan più volentieri la
desinenza mascoli- na, che la femminina, o almeno nell’ uso preferiscesi
adoperarli masco- lini, sebbene in amendue i generi si trovino registrati nci
dizionarj, € lergansi negli autori; onde più usati sono; derre/lino , bocchino,
spadino , lavolino , volpicino , ec. che bderrettina , bocchina , spadina,
lavolina, ec. 78 | farà chiaro vedere
quanto è fondato quel che m'avanzo a dire, e potrà nell'istesso tempo giovare a
migliore intelligenza, non solo di quanto nel presente capitolo s’ espone, ma
anco- ra di una gran parte di ciò che verrà trattato ne' susseguenti. S. IH. Le
relazioni, o rapporti, che un nome può ave- re nel discorso, sono nella lingua
latina sommariamente calcolati esser sei in numero, e sei eziandìo le
denominazioni, che prende il nome per indicarli, e che tengono l'ordine
seguente: NOMINATIVO, GENITIVO, DATIVO, ACCUSATIVO, Vocativo ed ABLATIVO. Per
ognuna di queste denomina. zioni il nome riceve due desinenze (una pel sing. e
l'altra pel plur.) chiamate Casus, cioè cadenze, perchè sono qua- si come se,
cangiandosi l'una nell'altra, dalla prima desinen- za cadessero. | | ‘Se le sci
anzidefte denominazioni in tutti i nomi ogni na invariabilmente ritenesse la
stessa cadenza, il sistema latt- no de’ casi sarebbe semplicissimo; ma non in
tutti i nomi 1 dodici casi sono della. medesima forma, abbenchè in tutti le sei
denominazioni l’istesse rimangano: per la qual cosa ven- gono i nomi latini
distribuiti in cinque classi, dette declina zioni, ognuna delle quali dà alle
summentovate sei denomi- nazioni dodici casi, 0 cadenze proprie, ma differenti
da que le che le altre quattro danno a' nomi loro rispettivi, sebbe- ne siavi
in ogni declinazione qualche cadenza, che rassomi- gli nella forma: a
qualcheduna delle altre classi, o declinazio- ni, ciocchè qui non occorre
spiegare, spettando tali partico- larità alla grammatica Jatina: bastami aver
fatto vedere cosa per caso e declinazione debbesi intendere, e con ciò aver
dimostrato esser questi termini improprj, e affatto inutili tra ? precetti
grammaticali dell’idioma italiano. Una cosa sola rimanemi a far osservare, ed
è, che l'or- dine tenuto nel novero de’ casi latini, è mero artificiale, v2- le
a dire, che sonò disposti non già secondo l’importanza del loro significato,
cioè , de’ legami che ha il nome nel discor- so, o con un verbo, o con altro
nome; ma parte secondo la derivazione delle desinenze, le quali tutte dal
genitivo di- scendono, e parte perchè forse di mano in mano fino a nol così
furon copiati, dietro quello che il primo sulla lingua la- lina scrisse, e che,
per avventura , a capriccio nella suddet- ta maniera ordinolli: mentre in vece
esserlo dovrebbero nella maniera seguente, che è l'ordine delle nostre idee:
pia? n - — 19 NOMINATIVO per indicare IL SUBBIETTO. ACCUSATIVO 0» L'’OBBIETTO
DIRETTO. DATIVO ED ABLATIVO . | » GLIOBBIETTI INDIRETTI. GENITIVO » \ .IL
POSSESSIVO (1). . IV. I nome subbdietto ed il nome obdbietto direito ,
tra-quali mediante il verbo esiste strettissima relazione, non han- no nella
forma loro, differenza alcuna (2); il posto che occu- pano nel discorso l'uno
dall’ altro li distingue, imperocchè per lo più il subbretto, almeno giusta il
dettame semplice e naturale de’nostri pensieri, premettesi al verbo, cui segue
poi l'obbietto diretto , come: Subbietto _F erbo Obbietio diretio. Alessàndro
vimse | Dàrio. Boccàccio (3) scrisse cento novelle. Quest'ordine è certamente
quello del nostro primitivo pen- | sare; ma non di rado, a cagione d’armonia,
sì in prosa, che in verso, trovasi inversione fatta nella posizione dei due
nomi, e segna- ‘tamente del sudbietto , che spessissime volte dopo il verbo
vedesi collocato. | | TESTI. verbo. —. , sub, Sedéeva appresso Filòstrato
Laurétta. Bocc. nov. 8.— Così verbo, obb.dir. 8 ubb. fu re ilbuonPipinoachetodi
Franciaec.Fr.Sacch.rim:42. verbo dir.obb. subb. | —Giùnse con la legiòne
séitima , di cui era tribùno Vipsànio. (3) In quanto al vocativo, che è la.
denominazione del nome, quan- do chiama 0 invoca alcuno, è questo anche in
latino, e per desinenza, € per significato, un caso di pochissimo rilievo ,
essendo la sua desinen- ta (fuorchè nei nomi in ws della seconda declinazione)
sempre eguale a quella del nominativo ,.dal quale neppur gran fatto differisce
in signifi- cato; imperocchè esso altro non è che il nominativo di qualche
verbo sottinteso nel modo imperativo ; e come tale pure debb'esser riguardato
nelle lingue moderne. ) da, (2) Dal fin qui esposto si rileva esser di prima
necessità per la retta ntelligenza di qualsivoglia proposizione, la conoscenza
del sudbielto e dell’ obbietto direlto, che insieme col verbo le basi sono di
ogni discorso. Osservisi inoltre, che solo nei nomi devesi intendere indicarsi
questi due Tapporli senza alcuna differenza nella forma, imperocchè ne’ pronomi
personali (#4. Sez. 1ii) la forma del secondo notabilmente da quella del Primo
differisce , come a. suo luogo vedremo. (3) Talvolta un verbo in un col suo
obbielto direito, fa le veci di subbictto, e talora anche una intiera
proposizione, come: WYmdana cosa $ AVER COMPASSIONE degli offiiti. Focc. proem.
— Che tu con noi rimanga per quesia sera, n’'È cano. Id. nov. 43. 80 ETIMOLOGIA
E SINTASSI verbo, obb dir. subb. Dav. stor. lib. 3.— Prése-miî allòr la mia
scorta per mano. D. obb. dir. verbo, | subb. Inf. 13.(4)— Messér Tebàldo a loro
ogni suo bene lasciò.Bocc. subb. obb.dir. verbo. | nov.13.— Zre volte il
cavalierladonna stringe.Tasso,Ger. 12,57. : obb. dir. verbo. subb. : —Quivi
superbo st mostra il pavòne. Morg. 14. (9) S. V. Il nome obdbietto indiretto,
che esprime le circo stanze caratteristiche dell'azione, come già sì è detto, va
sem- pre da qualche preposizione preceduto ; e siccome molte pos- sono essere
tali circostanze, molte parimente sono le proposizioni. destinate ad indicarle,
precedendo al nome. a 1 Le nostre tre preposizioni di, a, da vengono comune-
mente indicate come segni caratteristici, facenti le veci di tre de' casi
obliqui latini, cioè del genitivo, dativo ed ablativo, e perciò dassi loro la
denominazione di séegnacasi. Che la prep. a, preposta a nome o pronome, e
indicante concessione, al * fribuzione o tendenza, corrisponda esclusivamente
al dativo latino, .nissuno può obbiettarvi cosa alcuna; ma chi volesse, -
ragionando, esaminare alquanto filosoficamente il genio delle © due lingue
nell'uso che l'una fa de'casi genziivo e ablativo e l’altra delle proposizioni
di e da, molte cose troverebbe | che dire contra la esclusiva prerogativa di
queste due particelle. | Egli è vero, che l'istituzione originale del genitivo
latino, era per esprimere il rapporto tra due nomi, come tra il produ : tore e
la produzione, tra il possessore ed il possesso, tra ll . contenente ed il
contenuto, ec. come del pari esprime, ed indica la nostra particella dif; ma
quante volte non trovai 11 genitivo latino, dove di tutt'altro trattasi fuorchè
de’ rap. “porti summentovati? E quante volte non s'impiega in italiano! Il dî
dove in latino l' accusativo, e l' ablativo userebbesi? — ’ Molto meno sembrerà
convenire il titolo esclusivo di’ segnacaso dell’ ablativo alla preposizione
du, se si consideri . che i Latini non conoscevan quasi limite nell'uso del
loro abloti- eo, dandolo per reggimento a molte altre preposizioni, che in ‘
nulla corrispondono col nostro da, e moltissime volte ancora (4) E cosa
comunissima il posporre il subbietto al verbo quando . questo sta nel gerundio
, ed è quasi mancare d’eleganza il non farlo. Vo. LENDO Perotlo rivestire il
conte, per niùna manièra il sofferse. Bocc. nov. 18. — EsseNDO Ve porte.
serràie, e'i ponti levati, enirar non vi potè dentro: Id. nov. 12. i (5) Il
subbietto , consistente in uno de’ pronomi personali, sovente sottintendesi (7.
Sez. IM. Cap. 1). : i 81 savano il caso
ablativo senza preposizone affatto, arizi che restri- gnerlo al solo rapporto
di separazione, discendenza, o partenza, che col da italiano suolsi unicamente
indicare. Risulta dunque da queste osservazioni che proprio sarebbe, o il daré
a tutte le pre- posizioni il titolo di segracaso, o molto. meglio, e più con-
forme al genio della nostra lingua, a nissuna; stabilendo per principio che
ogni nome esprimente un obdbeetto indiretto, o qual- che circostanza
accidentale dell’ azione , dovesse esser precedu- to da una delle molte
preposizioni esistenti nella lingua, se- condo la natura della circonstanza che
esprime. Eccone le più ovvie: | E A, 0 ad; accanto, 0 accanto a; allàto a; a
pet'o a; appo , apprésso; altorno a; avîinti, 0 avanti a; con; di; dén- ro a;
dietro a; dinànzi a; dintòrno a; dòpo, 0 dopo di; ecchito; fino a; a fronte a;
0 a fronte di; fuòri, o Suda, O fuòri di; giùsta, o giùsto; în; innànzi a; in
sino, o in si- no a, 0 da; invérso a; lùngi da; lungo; malgràdo ; mediàn- te;
per; presso di, o presso a; prima di; senza ; secondo ; sino a; sopra di, o
sopra a; sotto a, 0 sotto di; tra; ver- so; vicino a, ec. TESTI. Marìne conche
coN un coltéllo DALLE pietre spiccàndo. Bocc. nov. 46. — Come D' asse si trae
chiòdo CON chiòdo. Petr. cap. 3. — Z/ Tirànno , GIUSTO il costume de’ tirànni,
vi presiò l'orecchio. Matt. Vill. 10, 24.—In questo consiste la palma degli
scrittori ECCETTO i didasec lic. Casa , lett. 75. — Duino Castéllo, ACCANTO il
mare posto, st rendé. Bembo, stor. 7.— Sedîva APPRESSO Filòstrato Laur?tta.
Bocc. nov. &. — E portàva 1N sua arme il campo verde, e gli aguglini AD
oro. Gio. Vill. 7, 80. — Zidi A FRONTE ALLA mia cà- mera 1N un' altra ‘dimoràre
due donne. Bocc. filoc. 3. — Aggiugnindo che coN sua licinza iniend’va secONDO
la no- stra legge di sposàrla. 14. nov. 42. — Ed alzava’! mio stile SOPRA DI sé
ec. Petr. canz. 41.— Présala, soPRA la barca la mìsero e andàr via. Bocc. 46.—
Quel filo A cui s attièn la mia sperànza. E quel che SENZA questa donna t0
possa. D. rim. 22. — Fece stimàre tutte le rìndite, e beni de prelùti, e
cherici che érano SOTTO sua tirannìa. Matt. Vill. 9. 110. — E iNNANZI l'alba
Puòmmi arricchìr dal tramontàr del sole. Petr. canz. 3. — Acciocchè PRIMA della
sua partìnza, fosse finita la mia trista sorte. Boce. Tescid. 3. — E siccome il
lrapàsso giorno aceàn fatto, così fécero il presénte ; PER lo Gramm. Ital. 1a
82 fresco svéindo mangiàto DOPO alcun
ballo, s' andàrono a ripo- sàre. Bocc. g. £. introd. — È così ho fatto INSINO A
ii e: intìndo di fare imsino alla morte. Matt. Vill. — Quando in- contràmmo
d'ànime una ‘schiera LUNGO l'àrgine. D. Inf. 15. : — Lo tuo Cellière dee èsser
CONTRO a seltentriòne, freddo, ‘ e scuro , e lungi da bagno, e DA stalla, e DA
forno. Brun. . Tesor. 3.— Ed io, DA che comincia la bell'alba A scuoter pai
Tombra 1iNTORNO DELLA terra: Petr. Canz. 3.—E mille lac- ciuòli COL mostràr d'
amàrii # avèva tesi INTORNO a’ piedi. | Bocc. nov. 77.— Iddìo mandò our
giudicio MEDIANTE il: corso del Cielo. Gio. Vill. 11, . CC. È S. VI. Il
rapporto di possesso, di proprietà e di a'fenen- . za, esprimesi
particolarmente colla preposizione di posta tra il nome del possessore, e
quello della persona, o cosa pos seduta; esempj: Carlo figlio di Lodovìco. — L'
oste del re di Frància.—La rocca di Cesena.—Le porte della città di Ro- ma.--Un
oriuòlo d'oro. — Una stàiua di marmo.— Un fa sco di vino. — Un mazzo di fiori.
DELLA VARIETA' DI ESTENSIONE DEI NOMI OSSIA DEGLI ARTICOLI. S. I. Nel primo .capitolo
della presente sezione si è veduto che il nome, detto comune o generico, è
applicabile ad un'intera specie di cose, 0, che è lo stesso, a tutti gl'in-
dividui della medesima specie., Ma siccome possono circostan: . ze accidentali
avvenire per cuì uno solo, o alcuni individui . acquistino qualche qualità, che
dagli altri della medesima specie li distingua, naturalmente ne segue che sotto
la deno- minazione di tale o tal altro obbietto, s' intende ora l'intiera |
specie, cioè tutti gl'individui in essa compresi; ora uno o alcuni individui
indeterminati, cioè senza specificare quale, o quali. della massa sieno gli
obbietti che vuolsi denominare; ed ora. nuovamente uno od un certo numero
d’individui della stessa , specie, ma da una qualche distintiva qualità
determinati. Non avendo il nome in sè distintivo alcuno per culo si possa
ovviare l'ambiguità, che dal gran numero di obbiet- ti della medesima specie
nascer potrebbe nella reciproca co- . municazione ‘delle nostre idee, egli è
manifesto che de' segn fuori del nome abbisognano, onde modificare l’
estensione del significato di questo, vale a dire, far conoscere quando ? suo
significato a tutti gl individui della specie, quando ad — 85 uno, o ad alcuni determinati, e quando ad
uno, o ad alecu- in indeterminati estendesi. Di tali segni ve ne sono due nella
lingua italiana, come in tutte le lingue moderne, i quali si premettono al nome
, ed articoli si chiamano 1). S. IL. Il primo articolo, detto il DETERMINATIVO,
o il DETERMINANTE, consiste nelle tre particelle LO, IL (2), LA, le quali nel
numero del più cangiansi in GLI, 1, LE Coi ed il suo plurale GLI o LI,
premettonsi a' nomi mascolini, la cui lettera iniziale è, o vocale qualunque, o
S seguita da altra consonante, o Z. Avvertasi però che innanzi a vocale l’o
dell'articolo, per lo più s'elide, ed in sua vece mettesi l'apostrofo (4), così
pure l’7 del plurale gl, ma so- lo quando coll’istessa lettera vocale il
seguente nome co- ‘ mincia; esempj: (3) Alcuni moderni grammatici sonosi
avvisati di porre l’ articolo nel novero delle parti del discorso, il che è
tanto assurdo quanto se tra le stesse parti si volesse dar posto alle vocali a,
e, i, come segni, la prima del genere femminino, le altre del plurale. Le parti
del discorso sono tante classi di parole, ma di parole significative, vale a
dire, ognu- na delle quali ha un significato indipendente, o assoluto ed
espresso , come le quattro prime parti, o composto e sottinteso, come le ultime
quattro, L'articolo nulla di per sè significa; egli è un mero segno, non me- no
che le vocali a, e, i nelle loro funzioni anzidette , colla sola differen- za,
che queste sono pospositive, quello prepositivo. Un altro, non meno assurdo
principio, ponesi da alcuni pedanteschi ammaestratori di lingua latina, cioè,
che gli articoli delle lingue moderne suppliscono a’ casi de’ Latini: quindi |’
idea erronea, e la poco retta intelligenza che gli alunni per lungo tratto di
tempo continuano ad avere degli uni e degli altri, finchè, divenuti capaci .di
giudicare di per sè, essi veggano e co- noscano, se veramente lor cale di
conoscere la differenza nel genio del- le due lingue, quanto poco fondato era
il principio insegnato loro. A lutto questo polrebbesi facilmente ovviare, con
dare ad essi per tempo giuste nozioni delle funzioni, e dell’ uso de’ nostri
articoli, e de’ casi latini, i quali, come si è potuto vedere nel precedente
capitolo , non hanno. cosa alcuna di comune fra loro. (2) EL per IL trovasi
usato da qualche autore. Tulle EL den loro. Guitt. lett. 1. — Che è di
Zaccheria e della mia suora Elisabetta ? e EL fanciullo risponde. Vit. S. Gio.
Batt. E al plurale e’ per i. A cui s’ af- fuitan tutti ©’ minòri vostri. Guitt.
lett. 13. — Egli lavò E' piedi a’ discè- poli suoi. Grad. S. Gir. 13. — Sappi
ch’ E’ tuoi fulli a paròle mi possono poco far danna. Fav. Esop. 105. | so (3)
Le 6 particelle formanti l’articolo determinativo, sano prese da quelle che si
usano come pronomi personali (7. Scz. IH. cap. 1), ma ciò per nulla influisce
sull’ essere delle prime, le quali non per cià non cessano di essere meri
segni, ed a cui, essendo di gran frequenza nel discorso è si è cercato dare de’
termini poca voluminosi , e di sottile profferenza, come appunto son quelli de’
pronomi. 3 ; fa i (4) Presso gli antichi trovasi molte volte Lo, innanzi a iutt
1 nomi mascolini, seoza veruna distinzione, come: Lo ubafe , lo re, lo papa, la
84 ETIMOLOGIA E SINTASSI L'albero, gli alberi. "——’— L'erròre, gli ervòri.
L'’infànte (5), glinfànti. L'onòre, ’ gli onòri. L'uccèllo, gli uccélli. Lo
sbàglio, gli sbagli. Lo zio, gli zii. Lo ztffiro. - gli séfliri.. S. INIT. IL,
ed il suo plurale I, usasi innanzi a' nom mascolini comincianti da qualsivoglia
consonante, tranne s seguita da altra consonante, e z. Y. $ precedente; esemp):
1l papa, 4 papi. | Îl piantta, i piantti. Il mare, i mari. Il re, ‘ire. I
libro, i libri. Il campo, ‘ i campi (6). S. IV. LA, ed il suo plurale LE,
premettonsi a’nomi femminini; si noti però, che se l'iniziale del nome è a, l'a
dell'articolo debbesi necessariamente elidere ; ma se principia il nome con una
delle rimanenti quattro vocali, altri è libe- ro di sopprimere o no l’a
dell'articolo. La e del plurale Je | non si elide altrimenti, se non quando
questa vocale trovasi esser l'iniziale del nome; esemp) : La donna, le donne.
La città, le città. L'anima, | le ànime. L’àncora, —. le àncore. Leda 0} Fee.
FASO) reg L'imposta, 0 su L’isola, o ua La impòsta (3 SSUPABOSLE La isola,
>. (REGSOlO le ombre L'ombra, o anzi } le uniòni. L'unione, 0 La ombra
La uniòne, DELL'ARTICOLO DETERMINANTE COMPOSTO. S. V. L' Articolo determinante
dicesi Composto, quando . giudice ; lo nostro signore, lo sol, ec. Dopo la
prep. Per i più regolati scrit- | tori adoperano Lo, in vece di i/; e nel
plurale Zi in vece di 7, come Per LO quale. Bocc. nov. 41. — Per LO giardin.Id.
nov. 36.— Per LI no, stri pietòsi prièéghi. Id. concl. 1.— Per LO balzo . D.
Purg. 9g. — Per LO cor-' po. Id. Par. a. — Per Li duo’ sette regni. Id. Purg:
1.— L’ dcque Per LO mar avèan pace, e per Li fiùmi. Petr. Canz. 44. (Y. Nota
11.) (5) Ne’ nomi comincianti dalla sillaba #72:0 in seguita da qualunque
consonante, purchè non fosse altra n, 0 n, ironcavano gli antichi piut- tosto
l’/ iniziale, sostituendovi l'apostrofo, anzichè l'o dell’ articolo; 00. me:
Messer Lo "mperalòre Federìgo avea due grandìssimi saoj. Nov. ant 24. —
Gli spiccò dallo 'mbùsto la testa. Bocc. 35. — Lo ’ngannalore rie màne a piè
dello ’ngannàto. Id. nov. 19. ; de h 2 L (6) L'; dell'articolo 77, può elidersi
colla vocale precedente, vale a dire, può troncarsi sostituendovi l'apostrofo ,
quando la parola preceden- te termina con vocale, come: Zidi’L maèstro di.
color che sanno. Inf. 4. Chi ’1 saprà P Bocc. nov. 5.— Fra ’L sì e’L no. Id.
Amet- Una donna più bella assài che ’L sole. Petr. canz. 24. ec. (7) La nota 5
è pure applicabile a questo articolo. Tresorièr di Ma dama LA *mperatrice di
Costantinopoli. Bocc, nov. go. le PARTE TERZA 835 preceduto va da una delle
altrove già menzionate preposi- zioni, indicanti l’obbietto indiretto del verbo
(7. Cap. V, $ V). Sette delle quali cioè @, con, da, di, in, o ne (8), per, su,
sogliono al medesimo articolo in una sola parola umrsi, e ciò nella maniera
seguente: Invece di si scrive e sì profferisce A lo, a gli, Allo, agli. il,al,
Al, ai, 0 a’. A la) a le, Alla, alle. Con lo, con gli, i Collo, cogli (9). Con
il, con i, , Col, coi, 0 co’ (9). Con la, con le, Colla, colle. Da lo, da gli,
Dallo, dagli. Da il, da i, Dal, dai, 0 da’. Da la, da le, Dalla, dalle. Di lo,
di gli, Dello, degli. Di il, di i, Del, dei, o de. Di la, di le, — Della, delle.
In il, ini, Nel, nei, o ne’. In, 0 ne lo; in, o ne gli, Nello, negli, o nelli
(10). in, o ne la; in, o ne le, — Nella, nelle. Fer il, per i, | Pel, pei, o
pe’ (11). Su lo, su gli, Sullo, sugli. Su il, su i, Sul, sui, o su’. Su la, su
le, — Sulla, sulle. DELL' USO DELL’ ARTICOLO DETERMINANTE. $. I. Se quel che si
è detto in principio del precedente capitolo si è bene inteso, poco ci resta a
dire sul quando debbasi usare l'articolo determinante, imperocchè chiaramente
ognuno comprenderà che di rigore s' adopera quando, nomi- (8) Ne, è
preposizione antica in vece di in; ma oggi non si usa sé non che unita agli
articoli determinanti #7, /o, /a, i, gli, le. (3) Non perciò debbonsi rigettare
cor lo, con gli, con la, con le; anzi vedesi non di rado questa maniera
preferita a collo, cogli, ec. Ma con i, e con i regolarmente non si adoperano,
sebbene qua e là qualclie tsempio se ne trovi appresso gli antichi. AZlora # re
di Castèllo fece pa- ‘ te co mori e CON IL loro novello re. Matt. Vill. 10, 72.
— Zncontanènte CON IL cor rubèllo contra questa si turba. Bocc. vi. 32. —
Compiùto l’ uf- fio con 1 sudi frati, ec. Vit. SS. PP. (10) In alcuni antichi
scrittori trovasi talvolta la preposizione ir sparata dall'articolo. Ma ben ti
prego, che’n la terza sfera Guitton sa- luti. Petr. son. 246. — Dipìnto iN GLI
occhi vaghi, che m’han morto. Giust. Cont. Bella man. 10. — E fornossi a dietro
IN LE sue terre. Pecor. 8:25, n. 2. — Cade iN LA seloa, e non l’è parle scella.
D. Inf. 13.— Drizzami 1N LA cia della salùte. Vit. SS. PP. 2, 304. (11) Vedi
nota 4 del presente cap.Inoltre osservisi, che dopo per, meglio adoprasi 4 che
gli. AI femminino poi debbesi adoperare per la, € per le non già pella e
pelle. nando un obbietto , s'intende
nominare tutto il genere o tutta la specie; esempj: L'uòmo é mortàle.-1 meiùlli
dalla terra si tràggono.—GLI uccélli vòlano.—I pesci nuòtano.— 1 filosofi
debbono esser pazienti. | Dietro la medesima regola sono preceduti dall’
articolo determinante i nomi astratti, quelli de’ metalli, de’ liquidi, e delle
grasce, presi in sentimento generico; esempj: LA giu- siìzia, LA prudénza, LA
filosofia, 1L vizio, L'ignorànza, L'oro, L'argénto , L’ùcqua, LA carne ILpane,
IL grano, ec. | N II. Dal contemplare le cose in genere, noi sovente scendiamo
a considerarne una classe sola, a cagione di una qualche qualità. per cui
questa dal rimanente distinguesi, espri- . mendola con lo stesso nome, di cui
ci serviamo ad esprimere il genere intero, unendovi però oltre l'addiettivo
indicante la qualità, anche l’articolo determinante ; esempj: L'uòmo vr. tuòso.
—GLI uòmini virtuòsi.—L'uccéllo marìno. —GLI uccelli marini. | S. III. A più
forte ragione usasi l'articolo determinante innanzi a' nomi significativi di
uno, o più individui di un genere, o di una specie determinati da qualche
aggiunto espres- so, o sottinteso; esempj: IL Zibro che leggo.— LA donna che
tanto vi piace.—IL cavàllo sdrucciolò, e il fece cadere. Acc tò IL pane, ma
ricusò IL rimanénte. In questi esempj Zibro e donna. sono espressamente de-
terminati ; e carallo , e pane, lo sono per ellissi, volendo | significare: Z/
cavallo suo, o che egli moniùàva. — Il part che gli venne ojferto. | I ne S.
1V. I nomi proprj di paesi, di regni, di provincie, di montagne: sono
dall'articolo determinante preceduti, quando . di tutta l'estensione loro si
parla; esempj: Ho scorso L'Î. talia, LA Francia, L' Inghilterra. — L' Itùlia è
siluùla tra due mari. — lr Po èé tiòrbido, l' Itùlia è bella, LA Spagna è
spopolùta. —L'àcqua DELL' Arno è fangòsa— IL Tevere bagna gran parte dello
stato pontificio. — GLI Ap pennìni sono coperti dî neve, ec. (1) È I nomi
propr) ne' citati esemp), sono determinati dai no- (1) Diciamo per altro: 7
popolt dell’Asia o d’Asia; Le città dello Francia o di Francia, secondo che
facciamo attenzione all'estensione del paese, di cui si tratta, Usansi talvolta
i nomi proprj di paesi, anche sca-. za l'articolo, quantunque vogliasi dinotare
tutta la loro estensione, e st gnatamente allorchè sono preceduti
dall’addiettivo zufto. Colui, che col consìglio e con la mano A TUTTA ITALIA
giunse al maggior uopo. Petr. Tr. DL F. cap. 1.—E quel, che solo Conira TUTTA
Toscana fernne il panto d. ibid, . PARTÈ TERZA 87 mi, paése, regno, fiùme,
monte ec. che per ellissi vi sono sottintesi, ma essi ricusano l’ articolo,
quando sono usati come qualificativi , indicando solo a'cuma parte
indeterminata del paese, del fiume, ec. come: Vengo DI FRANCIA, D'ITALIA,
D'INGHILTERRA; £ caduto IN ARNO; Mi dissetài con acqua DI SENNA; Fice IN
ITALIA; £ nato IN GERMANIA (2); Z/ Danùbio, fiume D'EUROPA. | | . V. Essendo i
nomi propr} di città, e di persone, già di per sè abbastanza determinati, egli
è inutile il farli pre- cedere dall'articolo determinante, perciò diciamo:
Genova è reca , Firenze è bella, Licòrno è popolàto (3); Dario fu vinto da
Alessandro, Césare e Pompeo èruno nemìci; l E- neide di Virgilio, le
metamòrfosi d' Ovidio, ec. (4). Ma i nomi propr) di persone accettano
volentieri l'articolo determinante quando preceduti sono da qualche addiettivo
qualificativo, co- me: Z/ prode Ettore, il valoroso Achìlle, l'artificiòso
Ulisse, il vecchio Nestore, | infelice Priamo, ec. (5) (2) I nomi Cielo, terra,
e mare sono parimente preceduti, o no, dall'articolo determinante, secondo la
medesima differenza di significato, cioè, o di una parte, di un sol punto
indeterminato, o dell’intiera esten- sione, onde diciamo: Visse santo in terra,
ed ora è in cielo.—Non si ve- dea che cielo e mare.—Il gillàrono in mare. Acqua
di mare.— Pesce di ‘mare ec. ma sì dirà # cièlo italico, @ dell’ Ialia, il
pesce del mar Toscàno, ec. (3) Alcuni pochi eccettuati, a cui l’uso vuol dare
l’articolo, come: Il Cairo, PAja, la Miràndola, e forse qualchedun altro.
Preceduti da qualche addiettivo qualificativo tutti i nomi propr) di città
prendono l’ar- ticolo, come: La bella Firènze o il bel Firenze, la ricca
Gènova, il po- polàato Lioòrno o la popolàta Livorno, ec. Si prepone parimente
1’ articolo a’ nomi proprj di città, quando vengon considerati in un confronto
di circostanze diverse, dicendosi a cagion d'esempio: L’ Atene moderna non
offre alcun’ vestisio della grandezza e dello splendore dell’ Alene de? tempi
di Pericle. 1 nomi proprj di montagne accettano l’articolo , perchè vi si
sottinteade mon/e, come: Il Vesuvio, PEtna, il Velino, il S. Bernardo, ec. cioè
7 monte Vesuvio, ec. In quanto a' nomi propri] d' isole, essi seguono la stessa
regola che quelli di regni e stati, onde diciamo /a Sicilia, la Sar- digna, la
Corsica,ec. Avvene per altro alcuni nomi d’ isole che rigettano l'articolo ;
tali sono: Cipro, Crela, Candia, Corfù, lschia, Lipari, Majorca, Malta,
Minorca, Mililòne, Negroponte, Rodi, Scio, Samos, Procida, e for- se alcuni
altri. o (4) I nomi proprj di donne possono sempre esser preceduti dalParti-
cdlo determinante particolarmente in istile familiare, o quando di donne della
classe comune parlasi, come: La Fiammèita, la Ninètta, la Mad- dalena, la
Mariànna ec. ° (5) Ricevono parimente i nomi proprj di persone l’articolo
determi- nante, quando ad oggetti particolari si applicano, cioè quando
restringon- si ad un solo individuo, essendo appoggiati da qualche altra
espressione, che li particolarizzi, o li distingua, come: 72 Giove di Fidia, la
Venere di Prassilele, I Apollo di Belvedere, ?° Ercole de’ Greci, ? Orlando
del- 88 ° Possono esser preceduti dall’articolo i cognomi, o nomi di famiglia,
e ciò perchè o vi si sottintende qualche nome caratteristico, o vuolsi dar loro
maggiore determina zione; così dictamo: #/ Petràrca, il Tasso, I Ariòsto, il
Boc- :: càccio, il Bembo, il Maffei, I Alfieri, il Cesaròtti, ec: Bi sogna
eccettuare i cognomi, quando sono’ preceduti dal ne- © me proprio della
persona, che allora rigettano l'articolo; co- me: Zodovico Ariòsto, Vittorio
Alfieri, Antonio Canòva, e. In prova di quel che si è detto in questo $
alleghiamo la - seguente stanza dell’ Ariosto : Là BERNARDO CAPEL, /à veggo
PIETRO. BeMBO che 'l puro e dolce idé ma nostro Lecàto fuor del volgàr uso
tetro Qual esser dee, ci ha col suo esempio mostro I CASPAR OBizi è quel che li
vien dietro Ch ammìra e osserva il sì ben speso inchiòstro Io veggo il
FRACASTORO , il BEVAZZANO TRiron GABRIEL, e 5 Tasso più lontàno. (6). Ù Canto
46. I nomi caratteristici, siano assoluti, o stano seguiti da un ) nome
proprio, vogliono l'articolo, come: #/ papa (7), ire, | l'abàte, il conte ec.;
l imperaiòr Federìgo, U re Lodovico, conte Ottavio, ec. (8). I I Ariosto, P
Aminila del Tasso, la Mèrope del Maffi, il Temistocle del Metastàsio, ec. Diamo
loro pure l'articolo, quando per similitudine ves , gono introdotti nel
discorso, onde per esprimere nel più alto grado il v?” lore di un qualche
principe, o di un capitano, l’eloquenza di un oralorè, o la saviezza di un
legislatore, suol dirsi: Egli è V Alessandro, il Cicero — ne, i Licurgo del suo
tempo, del suo secolo, del suo paese. L'articolo tr0- , vasi talvolta posto tra
il nome proprio e 1° addiettivo, come spesso nel} Bocc. leggesi i E talora
ancora vedesi l’ articolo preposto all’addiettivo, e questo seguito dalla prep.
di, indi dal nome proprio, come: 77 cattivèllo di Andreuccio , © lippo il
Bornio, Isotta la bionda, Ginèora la bella, © . (6) Evvi una maniera di
esprimersi , usata spesso dal Boccaccio , €, consacrata dall'uso, cioè di
mettere l'articolo al plurale tra il nome pr® prio ed il cognome, o nome di
famiglia , cosicchè diciamo per esempio: — Uberto de’ Favellini, Anselmo de’
Mannùcci ec. che vagliano Uterlo del la famiglia Favellini ec. Se la famiglia è
titolata, si premette al cognom® , il nome caratteristico in plurale, come:
Ubaldo de’ Duchi Malagram Alessandro de’principi Faviàni, Riccardo dei Marchèsi
Arringluèri, ec (7) PAPA, seguito dal nome proprio, rigetta l'articolo come:
Papa Gi | vànni, Papa Bonifàzio y di Pupa Benedètio, a Papa Clemènte, ec RE
riceve sempre l'articolo, non ostanie un esempio dell’ Ariosto, Fur. cant. 1.
st. 1. Di vendicàr la morte di Trojàno sopra RE Carlo Imperal romano. La qual
maniera di dire, non è che una licenza poetica. . _. (8) Dio o IDDIO, posto
assolutainente, rion riceve l'articolo , come: Do sa . PARTE TERZA 89 S. VII.
SIGNORE e SIGNORA vogliono sempre l' articolo determinante, quando seguiti sono
da altro nome, sia pro- prio, sia cognome, sia caratteristico , del quale essi
sono quasi come addiettivi qualificativi, onde diciamo: Il signor Domenico (9),
la signòra Gelirùde, il signòr Mercantìni (10), 22 signòr marchese , la signòra
contéssa (i 11). Ponesi l'articolo innanzi agli addiettivi presi come nomi
astratti: Z7 grande, il sublime, Ll'eccellìnte, il dolce, l'utile, ec. che
valgono: Za grandezza, la sublimità, l'eccellenza, la dolcezza, l'utilità. S.
VIII. Gl’infiniti dei verbi facendo funzione di nomi, sono preceduti
dall'articolo determinante, onde si,dice: Z/ mangiùre, il bere, il dormìre, il
leggere, ec. come: E faticòso 10 studiàr sempre.— Dimenlicùi 1L diri che cc.
TESTI. La Reina a Filomena voltatasi le impose 1L SEGUITARE. Bocce. nov. 25. —
E IL dire le paròle, e L' aprirsi, e ’l dar del ciòito nel calcogno a
Calandrìno fu tutt uno. Id. nov. 73. il sa, Dio lo vede, ec. neppure quando
dopo di st ha qualche addiettivo , come: Ippio giusto riguardator degli alirii
mèriti aliramente dispose. Bocc. nov. 18. Ma vuole l’articolo allorchè in vece
di esser seguito , va prece- duto da un addiettivo, come: 72 buon Dio, l
onnipotènie Iddio, ec. Pari- mente quando è seguito da qualche nome che ne
limiti il significato per qualche attributo che gli si da, come: JI! Dio di
pace, il Dio degli esèrciti ec. Dietro la stessa regola dassi l'articolo al
nome Dio nel senso di qualche falsa deità de’ gentili, onde diciamo: il dio
Marte, il dio Apollo, il dio del mare ec. (9) SIGNORE e SIGNORA, usati come
vocativi, non ricevon ]’ articolo, co- me: Stenore, la prego di scusàrmi— Mi
dica signora, come le piace quesito sonèt- lo? e neppure quando sonoseguiti da
qualche nome proprio, cognome, o carat- teristico di titolo, come: Signor
Rodero, ascoltate, Signor Conte, che ne dite? Le due voci Signore e Signora, in
significato di Padrone e Padrona, talora ricevono l'articolo, e talora lo
rigettano, come in questi due esempj: Yo sono qui il signòore.—Io sono signore
di ciò fare; nel primo esempio vuol- si indicare, che è il padrone di questa
casa, palazzo od altro; nel secon- do che ha il potere, che è padrone di fare,
o non fare quella tal cosa. (10) San, o sant’, santa, suora 0 suor, frale o
fra, © maèsiro, se- guiti da nome proprio, o cognome, non ricevono l'articolo
come: San Francèsco, Sant' Antonio, Santa Giùlia, suora o suor Orsola, Fra Ber-
nardo, Fraie Santori, Maèstro Brunèlli cc. (11) Gli antichi dissero Messèr lo
Papa, Monsignòr lo re, Madàma la reina, Madonna la ’mperatrice, ec. di questi
titoli non ci sono rima- i che Monsignore e madama: il primo, seguito dal nome.
caratleristico, ° dal cognome, dassi a’soli vescovi, e prelati, ma senza
l’aggiunta dell’ar- licolo, dicendosi : Monsignor vescovo Cardellini, ec. Madama
all'antica “gia, preponesi ancora a’nomi caralterisiici con in mezzo l’articolo
de- terminante , dicendosi: Madama la regina, madkma la contèssa, modi di dire
che per altro, da molti, come gallicismi sono riguardati. Gramm. Ital. 13 900,
ETIMOLOGIA E SINTASSI — La Donna veggéndo che 11 pregàr non le valeva, nicòrse
AL minacciàre. fi . nov. 64. —IL nascer grande è caso e non virtù. Metas.
Artaserse. — D' altra parte non è sprezzàbil ri- schio L'avvicinàrsi quella
fùria. Maffei, Merope. —Se fu colpa : IL lasciàrti, ecco lammeéndo Past. Fid.
at. 1. (42). Lo stesso dicasi degli avverbj che possono esser prece- 4, duti
dall'articolo, quando fanno le veci di nomi, onde so- :. vente negli antichi e
ne' moderni autori leggiamo: / dose, il come, il quando , il sì, il no, il
maiec. Sari contento » di sapére 1. quanno. Petr. son. 305.— Come potrémo noi?
IL COME Vo io ben vedùto. Bocc. nov. 76.— DEL COME nor * ti coaglia, 1L rERcHE
ti dirò. Id. filoc. lib. 6.— Son certa DEL : sì. Id. nov. 67. S. 1X. Sonovi
molti nomi, che, trovandosi co’ verbi avere, dare, fare, prestìre, prìndere,
procàre, ec. per proprietà di lin- > guaggio non ricevono l'articolo,
come: aver fame, sele, sonno : rin x \ teo. ec; aver voglia, compassiùne,
coràggio , intenziòne, ec.; dar - nuova, notizia, ragguàglio; dar apito ec.;
far risposta: las Ore, 1 stàr fede , sercìzio ; prender parle , interèsse ;
provàr dolore è . SE gr “ 4 i vergogna, ec. Altri co’ verbi essere, andare,
avere, stare, vent re, menàre, ec. sono preceduti da qualche preposizione,
come: , Andare a casa, in chiésa, in città, a corte, a palizzo, in giare |:
dìno, a nozze,in piùzza, a mercàto,a dipòrto,ec. Essere in caso, a letto, ec.
Avére in mano, avére in capo, ec. Stare in piùzza, in casa, in istràda, in via,
ec. Entràre in città, in casa, n comera , ec. Inconiràre per via, ec. Venire a
paròle, ec. Me nàre a spasso , ec. Mettere in bocca , ec. Uscìr di casa , di
contàdo, ec. — S. X. In quanto al replicare l'articolo, allorchè due 0 | più
npmi si succedono, consiglio lo studioso di ripeterlo sem- pre ad ognuno di
essi. Nulladimeno, succedendosi due o più nomi di egual genere, e, o tutti nel
numero singolare, o tutti nel plurale, avvegnachè di miglior uso sia il
replicar l'articolo, ; LL] Priano pure quello che precede al primo nome può
bastare anche per | gli altri; onde può dirsi 2/ padre e figlio è fre e campi;
le cok- Dine, calli e pianure ec. Ma la ripetizione dell'articolo è necessa ria
ogni volta che i succedentisi nomi sono di genere o di nu- . mero diverso,
imperocchè ognuno di essi deve avere 1l suo pro- prio articolo; laonde non si
può dire 2) padre, madre e figli, ma (12) Dovendo far ritorno a quest’
argomento quando er officio ragionerò de verbi, mi riserbo per allora il far
vedere cuando debbano e «quando possano gl’ infiniti de' verbi esscr preceduti
dall'articolo, o dalla prep. di; imperocchè non è indifferente cosa l’' usare o
l’ uno o l’ altro. | PARTE TERZA 91 bensì #7 padre, la madre ed i figli; nè
vale a distruggere questo precetto un esempio del Guicciardini: Zn questa
sospensione ed ansietà grandìssima dell'animo, sopraocèénnero 1 cONFORTI ED
OFFERTE de Veneziàni; NE quest'altro del Machiavello: Deliberò vedere se coL
NOME SUO E RIPUTAZIONE del padre, ritornàre ne- gli stati suoi di Perùgia
pot?va. La ommissione dell’ articolo le innanzi ad offerte nel prinno esempio,
e quella dell’ artico'o la innanzi a rivutazione nel secondo, sono errori
manifesti contro le regole di concordanza grammaticale (13). Si dirà un'altra
parola su questo proposito, allorchè si tratterà della concordanza dell’
addiettivo. (Veggasi Sez IV, Cap. IK. $S IV.) $. XI. Altro in questo capitolo a
dire non mi rimane, se non che poche parole del secondo articolo (7. $ II del
pre- sente cap.). È questo destinato .a presentare l’idea non già di una specie
intera, nè di una classe della specie, nè di qual- che determinato individuo di
essa, ma bensì di un individuo qualunque, indeterminatamente preso tra quelli
compresi sotto ad un nome universale, o di qualche indeterminata parte di
sostanza, di cui il nome, che l’esprime , non è che il segno qualificativo,
indicandone ancora in certo modo, sebbene va-. gamente, la quantità. Questo
articolo, che da molti erronea- mente zndeterminato vien detto, ma che noi con
termine più adequato chiameremo partitivo , nelle seguenti particelle con-
siste: ‘Per individui |. Per parti di sostanza. Si (ee Uno, un, Dello, dei,
dell. 5° | Fem. Una, un. © Della, dell’. Blur 6 Masce. Alcuni. — Degli, dei,
de'. | Fem. Alcune. Delle. ESEMPI. UN re è morto. | IL re di... è morto.
Incontrài un uòmo,che mi disse. Incontrài L'uòbmo da voi invià- tomi. I Egli mi
dimandò DEL pane. Dopo d' aver mangiàto IL pane. (13) Nè giova voler
giustificare tali ommissioni con far credere, sic- come taluni
inconsideratamente pretendono , che esse sian lecite quando idue nomi
presentano un tutto quasi indivisibile, o quando il secondo nome serve
piuttosto a rischiarare |’ idea contenuta nel primo, che a ais gnifcarae una
che sia affatio diversa. Ohe jum salis est? LI 92 ETIMOLOGIA E SINTASSI Cominciò
a fare DELLE canzò- LE canzòne,ed 1 sonetti che il Pe- ne e DE' sonétti (14).
tràrca fece, sono degni d'am- mirazione. | Tant'ovvia è la differenza nel
significato de’ nomi re, uo- mo, pane, canzòne, e sonéiti, i quali veggonsi
negli um, e negli altri de' citati esempj, che non occorre certo spiegare,
come; dall'una parte, mediante l'articolo partitivo, essi sono presi in-
determinatamente, e come dall'altra dirimpetto, preceduti dal- l'articolo
determinante, il significato loro è particolarizzato. Ho già detto, e si è
potuto vedere dagli esempj dati, e . simili, che oltre l’idea di qualità degli
obbietti nominati, le par- . ticelle un, del, dei, delle, ec. presentano in
certo modo an- che quella di quantità; imperocchè uno , esprime l’idea di
un'uni- . tà; del, di una parte, di una porzione; degli, dei, delle, di un —
certo numero, potendosi in vece loro adoperare a/coni, alcine. Ma quando
prescindendo interamente anche dalla quantità, uni- camente l'idea generale
della qualità vuolsi presentare, espri- mendo il nome come un mero segno
Lialiicano della cosa, allora muno articolo adoprasi (15). TESTI. Qual che tu
sei, od ombra, oduoMO cérto, Rispòsemi, non | TOM, Uomo gzà fui. D. Int. c. 1.—
Tanto socra ogni stato UMIL- } TATE esaltàr sempre gli piacque. Petr. son. 4.—
Ch' i l'ho negli * occhi,evederseco parmi, DONNE e DONZELLE, e sono ABETI e
FAGGI ec. Petr. son. 143.—SUONI, CANTI, VESTIR, GIUOCHI, VIVANDE, Quanto può
COR pensàr, può chieder BOCCA. Ar. Fur. c. 4.5. 4 <2.—Quivi SOSPIRI,
PIANTI, ed altri guai, Risuonàvan per . È aer senza stelle. D). inf. c. 3.—
ORSI, LUPI, LEONI, AQUILE, » CS 4 e SERPI, ec. Fanno noja sovénte, edasè danno.
Petr. canz. 11. | giojelli. — Avè vano da lui DI buone merènde. nov: 79. —Io so
DI molte bel- (14) Quando il nome in plurale, nel suo significato
indeterminato, è — preceduto da un qualche addiettivo, può a questo premettersi
la prep. dh | o sola, o unita .all'arlicolo; così leggesi nel Boccaccio: Zo ho
DI bell le cose, e DI delle canzonette. ibid. — Egli ci sono DI ben leggiadri
che mi. àmano, e voglionmi bene. id. nov. 62. ° (15) Sonovi alcune particolari
occorrenze, dove il nome, nel'suo signi . ficalo indeterminato, è quasi sempre
semplicemente qualificativo, e 00 |. ha perciò uopo di alcun articolo. 1.0
Quando è preceduto dal verbo e$- sere. Erano VOMINI e FEMMINE di grosso
îngègno. Bocc. introd. — Tu che . se’ UOMO dovrè:ti sapère delle cose del
mondo. id. nov. 62. 2.0 Nelle com- parazioni d' eguaglianza, quando il nome è
preceduto dalla particella com- . . parativa come. Parèa che ruggisse COME
LEONE, € bdbelasse COME PECORA; £ . ragliàsse COME ASINO. Dial. S. Gveg.— Non
COME UOMINI, mau COME BESTIE moricana. Bocc. intr. 3.0 Quando è preceduto da
una delle preposizioni 4; DEL PRONOME. . Seconda parte del discorso. Dalla
prima sezione già sappiamo, che per evitare la ri- petizione dei nomi, certi
segni nel discorso furono introdotti ad oggetto di richiamarsi alla mente
l’idea degli esseri, e del- le sostanze da quelli antecedentemente
rappresentati: tali segni, che dalla funzione loro pronomi si chiamano, facendo
pura- mente la vece de’ nomi, non solo al par di questi da sè nel discorso si
sostengono, ma pure vanno soggetti ad alcune del- le medesime variazioni;
ragione per cui noi li chiameremo PRONOMI SOSTANTIVI, onde distinguerli dagli
addiettivi © pronominali, dei quali nella 4ta. sezione verrà trattato. vere sf
EA dela » a - ‘ Di tre specie sono i. pronomi sostantivi: PERSONALI, DIMOSTRA
TIVI, e INDETERMINATI. DEI PRONOMI PERSONALI. S. I. Nella reciproca comunicazione
delle nostre idee, due soggetti. necessariamente vi concorrono : 1.° Quello che
e- sprime la sua idea, o, che è lo stesso, quello che parla in pro- prio nome.
20 Quello che ascolta, o a cui si parla; inoltre Può avervi gran parte un terzo
soggetto da’ primi differente, cio, Quello di cui si parla. # In grammatica
questi tre soggetti chiamansi persone, cioè: la prima persona, la seconda
persona, la terza persona. I pronomi della prima e seconda persona, diconsi
przm:- ivi o assoluti, perchè da nessun antecedente dipendono, e perciò alcuni
grammatici li chiamano rom: personali (4). — Quelli della terza persona posson
dirsi relativi, perchè 8 riferiscono a cosa già nominata, colla quale in genere
ed n numero debbono: concordare. da, di,con, in, per, come: Egli si nulrìsce DI
PANE e D' ACQUA. —PER ORO e PER ARGENTO. — CON FANTI e CAVALLI, — Usciron
FUOCHI di sollerra, che si Opprèesero A CAMPI, VILLE, CASALI, ec. — CON BUONE
PAROLE, e CON MOLTI EEMPLI. Bocc. nov. 23.— Fuori di Roma, INLUOGHI AMENI. Tac.
Dav. Ann. — Non alirimènti fan Di STATE i cani, Or col ceffo or co’ piè quando
son morsi O DA PULCI, 0 DA MOSCHE, 0 DA TAFANI. D. Inf. 17. —CON DIPOR- TI
Iècili se CON VIRTU' non potèssero. Dav. Ann. (1) I pronomi personali da molli
grammatici moderni vengono appel- lati nomi personali dietro la mossa a ciò
data dal celebre Condillac, il 94 Delle varietà o modificazioni, alle quali già
dicem- : mo essere i nomi sottoposti (7. Sez. 11. Cap. IV.), due soli *
applica!'nli sono alle due prime persone del pronome perso- nale, cioè le due
varietà di numero, e di rapporto (caso); la terza persona poi va di più
sottoposta alla varietà di ge- nere (2). Ma la forma di queste tre
modificazioni nei pro- nomi personali intieramente allontanasi da quella pe’
nomi stabilita (7. cap. tt, 111, e v. della Sez. prec.); imperocchè , le voci
del femminino, e del plurale, sono affatto da quelle del mascolino e del
singolare differenti. In quanto poi alla varietà di rapporto, puossi in parte
questa con ragione 2/45! © dei Latini paragonare (7. cap. v.), esprimente
l'obbietto ora diretto, ora indiretto, con voci del tutto diverse da quelle del
subbietto, come dalla seguente tabella potrassi rilevare. * PRONOMI PERSONALI
PRIMITIVI. Sub. Obb. dir. . Obb. indîr. Possessivo Prima Sing. lo (3). Mi, me.
Me, mi. Di me. persona. Plur. Noi (4). Ci, noì, ne. Noi, ci, ne. Di noì. quale
insegnò le particelle 10, TU, NOI, VOr, SÈ, non esser pronomi, Ma ‘| veri nomi,
distinguendole dagli altri nomi per l'aggiunto personale (no mi personali). Per
valida che possa essere l'autorità di tanto maestro qua fu il Condillac, essa
non ha mai potuto farmi riguardare le particelle suddette in altro modo che
come meri pronomi, e come tali le espongo» attenendomi in ciò a’ principj
posati da grammatici più antichi del citato autore, distinguendole, com’ essi
pure le distinsero, per l’aggiunto prim” fivo, dalle particelle della terza
persona, le quali, per la datane ragion, verranno da me chiamate pronomi
personali relativi. ; (2) La distinzione di genere non è necessaria a’ pronomi
personali primitivi, imperocchè rappresentano la persona che parla, e quella a
e si parla, le quali essendo presenti, o supposte esser presenti, il genere
loro è manifesto. Non è così della terza persona, cioè quella di cul 8 | parla,
la quale essendo per lo più assente, anzi non di rado incognita;* >.
mestieri farne conoscere il genere icon qualche segno nel pronome, ch. la
rappresenta. iti (3) È lecito a’ poeti di elidere 1’ 0 del pronome io,
sostituendovi l'apo- strofo innanzi a qualsivoglia lettera, ogni volta che ciò
meglio conveng? al metro: fecero i nostri poeti classici frequentissimo uso di
questa licenza». e più degli altri il Dante ed il Petrarca. Ma por-h’ è’ vide
ch? V non mM partiva. D. Inf. 3.—1’ mi ristrìnsi alla fida compigna. Id. Purg.
3.— Per cui sola dal mondo V son diviso. Petr. son. 15. — Udèndo : 1° no son
forse chi tu credi. ld. canz. 4.— Gentil mia donna, V vèggio Nel mover de'
vostr' occhi un dolce lume. Id. canz. 19. IA (4) In favor della rima dicono i
poeti Nuî e Zui, invece di Not ® Voi. Mi rispo:e, che di NUui Faccia ’1 cammino
alcun, per quale i0 vado | D. Inf. 9.— Ju questo stato son, donna, per vUI.
Petr. son. 104- - Pit ES vr eni ETIMOLOGIA E SINTASSI 95 Sonda { Sing. Tu (5).
i, te. Te, ti. Di te. persona Plur. Voi (4). Vi, voi. Voi, vi. Di vol. |
PRONOMI PERSONALI RELATIVI. Subb. Ob. dir. Obb. indir. Possessico. : Egli. Sì,
se. Se, si (6). Di sè. PER Sing. ie} ‘esso. Lo, il, lui. Lui, gli, li. Di lui.
tai { Eglino,. Gli, li, loro. Loro, loro.’ Di loro. Plur. egli, essi. © i i ’ ù
Subb. Otb. dir. Obb. indir. Possessivo. Si (la Si, se. Se, si, Di se. Fi; IN
(Essa. La, lei. Lei, le. Di lei. SRESE: Elleno, Le, loro. Loro, loro. Di loro.
Plur. Lelle, esse. i | OSSERVAZIONI SU’ PRONOMI EGLI, EI, ELIA, ESSO, ESSA. S.
III In oggi Egli, ed Eglino, sono i pronomi di terza persona maschile, più
usitati; il primo nel singolare l'altro nel plurale, entranibi per indicar solo
il rapporto di subbiet- “to, ossia nominativo. Presso gli antichi però trovansi
so- vente £//, Ello, per egli, Elli cd Ellino, per eglino. — Ed ELLI stava
molto pensòso. Nov. ant. 7. — ELLO pas- sò per isola di Lenno ec. D. Inf. 18.—
Posch'eLLO gli + tolse sotto Jdanza. Petr. uom. ill. — ELLI givan dinànzi, ed
t0 solitto Dirtiro ec. D. Purg. 22.— Ma +LLINO per loro grande ardìre e viriù
pur vincono la pigna per forza d'arme. Gio. Vill. 7. 6.— £' cecgio ben quant
ELLI a schivo m' hanno, Petr. son. 140. | Ello, ed Elli trovansi anche usati
come obb. indir. in- vece di Zuz e loro: Fu condòtto a Firenze prigione, e CON
ELLO alcùni della sua corte. Stor. Semif. — Che t la gurùta morte, guàrdati ben
va eLLO. Fr. Jacop. Lib. 2, liud. 15. — Che alcùna gloria i ret avrébber
D'ELLI. D. Inf. 3.— El trovasi talvolta usato in vece d’ Egli. Se così ha
dispòsto Iddìo ec... ed EL mì piùce. Bocce nov. 7i.—Quan- do la Reina a Panfilo
wvoltatasi, sorridendo, gl’ inipòse ch'EL seguitàsse. idem. nov. 72. — Ch' EL
sia di sua gran- d'zza in basso messo. D. Purg. 17.— Egli fu chiumùto, ed
ancora SEL vive Arrighétto Capéce. Bocc. nov. + 6. (5) Tue per Tu dicevano
sovente gli antichi, specialmente quando st questo pronome cadeva l'accento
oratorio. Or figliuolo mio, perchè ti rammàrichi TUE, perchè io mi parta da le?
Nov. ant. 71.— O TUE folle , anima perdùla, per quale cagione hai tu cambidia
la gloria, ec. Stor.l'arl.3. (6) I pronomi «è e si rimangono invariabili in
ambi i generi e numeri, ed in ciò differiscono in parte da quelli di prima e
seconda persona, che cangian di forma nel numero del più. 96 PARTE TERZA | °
Eglipresso qualche anticosiè usato comeobb.indir.—Gudr- dati DA EGLI, che
sòglion esser fegli. Fr. Barber. p. 255. È se i tu se' CON EGLI, Non seguitàr
tu quegli. id. p. 5041; mali « mitarlo in ciò sarebbe oggidì licenza
insopportabile. 4 Egli per églino è quasi comune : Se cosa appàre onde EGLI ;;
àbbian paùra. D. Purg. 2.—Com' EGLI hanno tre soldi, vò- : gliono le figliuòle
di gentiluòmini per moglie. Bocce. nov. 63. |, S. IV. Per proprietà di
linguaggio usasi spesso Egli co- ;s me particella riempitiva, come: Egli é vero;
egli non è così; ‘i egli è cosa strana; egli fa caldo ec. E s'EGLI è ver, che
tua ri potenza sia Nel Ciel sì grande, come si ragiona. Petr. . Canz. 41.—EGLI
non sono ancòra molti anni passàti che in «| Firenze fu una giovane. Bocc. nov.
77. io È Due soli esempj troviamo l'uno nell' Ariosto, e l' altro ; nel ‘Berni,
ne' quali in principio di periodo, in vece d' Egh 4 leggesi gi :—GLI1 è teco
cortesìa l'èsser villàno, Disse il Ur | càsso pien d' ira e di sdegno. Av. Fur.
c. 27. st. 77.-GU |, é ben fornìto ed ha la sella buona. Berni. Orl. 4, 3. Non
>, bastano per altro questi due esempj per giustificar l' uso, che , il
volgo spesso fa di simil cambio, ma che è affatto fuor .; della regola comune.
i sud $. V. E? par che sia un accorciamento di Egk, e scerives {| “ancora E *:
—Ma poich' È vide ch' ©' non mi partiva, Dist. |; ec. D. Inf. 3. i | l . Ei per
eglino è del verso: Ond' EI si gittàr tult 8%, la piaggia. D. Purg. 2.—-Del a
giù ch'EI giùnsero in sul, colle pae esso not ec. Id. Inf. 23. A Ei, come obb.
dir. in vece di Zz, trovasi. nel Dante: ;, E tu allòr gli prega Per
quell''amor, ch' Ex mena; e qui., verranno. Inf. 5. | |» $. VI. EMa, elle ed
elleno sono i pronomi di terza per-*; sona femminile, il primo del singolare,
il seeondo e tert0 », del plurale, usati tutti e- tre nel rapporto di
subbietto. Que| sti tre pronomi derivano dall'antico e/lo. (Vedi $ II.) t
Presso i poeti antichi trovansi elle ed e//e usati anche, come obbietto
indiretto. E sosterréi quando ‘l ciel ne rappèlla, ì Gìrmen CON ELLA in sul
carro D'Elia. Petr. canz. 54. — I. | nuòve erbéite della pièira uscìte, Per
caro cibo porgo innanu, ad ELLE. Amet. 52.—Vide, che luomo assuefàito a quelle
, Bellezze, mai più non volgéva 1n ELLE Stiipido il guòrdo. Red. rim. a. Ed
alcune volte anche nella prosa incontrasi nella stes ; guisa:—Hai perdùto con
ELLA quella ch' io {' avréi data.Vi. SS. PP. ec. ETIMOLOGIA E SINTASSI | . VIL
Esso, essa, essi, esse, che taluni pretendono dover- » sisolo usare per le cose
inanimate, trovansi però ne' classici, sì in verso, che in prosa, al par di
Egli ed Eglino, detti di persone.—Non a quella chiesa, che ESSO «avea anzi la
mor- le dispòsto, ma ec. Bocc. Introd.—EssI ancòra vi rèbano, do- ve dagli
attempàti v'è donòto. Bocc. nov. 77. A uso di questi pronomi come obb. indir. è
assai comu- ne, sì in prosa che in verso. Per proprietà di lingua usansi | |
pure sovente come ripieno, e per aggiugner forza, ed anche grazia al
parlare.-Zo Sommo Ben, che solo ESSO a sè piace, Fece l uom buòno a bene ec. D.
Purg. 28.— Non potesse | essere eletto ad 3) strong: senza eleziòne di questi
sette prìn- cipt, quali sono Costoro Essi. Gio.- Vill. 4, 2, 54.—Qual Esso fu
Zo mal cristiàno, che mi furò la grasta. Bocc. nov. 55 Za quale ESSA lei, che
forte dormiva, chiamò molte Mal oca e Vea: volte. Id. nov. 42.0 oe Poste
innanzi ad un nome, queste particelle pronomina- li fanno il significato di
quello, quella, quelli, quelle, come: Concenne alla pecora vender la sua lana
per pagàre ESSO (quel) debito. Fav. EÉs.— Gaudeére non può uom di ESSI (quelli)
beni. Guitt. lett. 1, 4.—Z7d' io in ESSA (quella) /uce altre lu- cerne. D. Par.
28. | È Parimente per proprietà di lingua, la particella esso non di rado
uniscesi a' pronomi /uz, dei, Zoro, senza che cangi nè di genere nè di numero,
il che segnatamente accade allorchè . è preceduto dalla preposizione con,
potendosi dire a cagione d'esempio: Èbbero un abboccaménto GON sso LUL;—Egli |
trovasi ora CON ESSO LEI;—Si pose a conversàre CON ESSO LoRO, ec. Può dirsi
anche: Con esso meco, con esso teco, con ess0 seco, in vece di con me, con te,
con lui. Di vero tu cene- rài CON ESSO MECO. Bocc. nov. 15.—Fuggeénte alle
calde in- teribra della terra lo ndturàl calòre dell''arbore, e traînte CON
ESSO SECO Tumore. Cresce. 2, 22, 12.000 ; Esso sì aggiugne talvolta alle
preposizioni /ungo, sovra, | facendo con queste una sola parola, come
/unghésso, sovrésso. — Passàndo LuvnGHESSO la càomera dove la figlia gri- diva,
ec. Boc. nov. 47. — NoI eravàm LUNGHESSO ’/. mare ancora, Come gente, che pensa
a suo cammino. D. Purg. 3, —SovrEsso ’/ mezzo di ciascùna spalla. 14. Inf. 24.
OSSERVAZIONI SU' PRONOMI SÉ, SI. S. VIII. Non verrà, spero, dagl' intelligenti
biasimato que- sto mio deviamento dal metodo fin ora tenuto da’ grammatci,
Gramm. Ital. 14 98 | i quali
soglion‘dare ai pronomi sÈ e SI un posto separato dagli altri personali
primitivi, senza. poi darne ragione sufficiente che possa giustificare tale
distinzione, | Ecco come gh espongono. DECLINAZIONE DEL PRONOME PRIMITIVO SÉ. -
Nom.— Gen. di sè. Dat. a sè, sì. Acc. sè, si. Abl da sè, Indi ‘dopo d'aver
detto seccamente esser questo pronome privo — di nominativo, più non ne fanno
menzione. Mi sia permesso di far conoscere alquanto più da vicino questo
pronome sì, ed il suo derivato SI, e di rettificare, se riescemi, l’idea
erronea, che taluni ne hanno forse avuta finora. I a »—Primieramente: nego la
premizia del pronome sì, im- perocchè, quel che è relativo a cosa antecedente
non può esser primitivo, ed è indubitabile che il pronome sÈ è relativo ad una
terza persona agente, espressa o sottintesa. Posato questo principio, ne segue
che l'anzidetto pronome ha il suo sub- - bietto ,, 0 nominativo, consistente in
una qualunque terza per- sona agente del verbo, espressa o sottintesa, alla
quale è re- lativa; ed in ciò il SÈ va del pari colle particelle ME, MI, CI,
TE, TI, vi, che hanno per subbietto i respettivi lor pronom .. 10, NOI, TU,
VOI; ne differisce però che il medesimo nou può avere per obbietto se nonl’
identica sua persona, rappre- sentata da qualche nome o pronome di terza
persona, ove le altre preaccennate particelle possono aver per subbietto o le
identiche loro persone 10, TU, NOI, VOI, o qualunque terza persona diversa da
loro, tome: Zo mz vesto, noi ci vestiàmo, PE da fu ti vesti, voi vi vestite,
egli si veste, églino si vestono, e così . puossi dire: Egli mi veste, ella Hi
veste, ec.; ma non mai 10 5! vesto, no? sì vesitàmo ec. ‘Dicesi poi nelle
grammatiche, che il pronome sì indie |, che 1’ effetto dell’ azione rziverdera
o ritorna sull’ agente stesso . del verbo. Ciò. è verissimo, ed -è naturale
conseguenza delli dentità di persona, rappresentata dal sè e dal st come obb.
dir. e indir., con quella rappresentata dal nome o pronome subbietto dell’
azione; ma ciò non prova alcun merito parti ‘colare nel pronome sì, imperocchè
la stessa ragione milita per le particelle ME, MI, CI, TE, TI, VI, le quali
avendo per subbietto dell'azione i loro respettivi pronomi 10, NOI, TU, vOI,
indicano, al pari de’pronomi SÈ e si, l’ identità dell'ob- bietto col
subbietto. o Le particelle sÈ, e st adunque debbonsi riguardare com? * meri
pronomi personali, rappresentanti una terza persona n# |, rosi obliqui (paranco latinamente ) identica
con quella rappresentata dal nome o pronome nel caso retto o nomina- lwo,
espresso, o sottinteso. Si dirà, forse, che questi pronomi meritano bene di
essere dagli altri distinti, e considerati come primitivi, perchè occorre
frequentissime volte farne uso nel discorso in senso generale ed indeterminato,
senza che men- zione sia fatta di alcun precedente subbietto (7). Rispondo, che
tal particolarità de’ pronomi sÈ e sI, la quale certo, per la natura delle cose
non può essere la proprietà : di alcuno degli altri pronomi, nuHa aggiugne alla
qualità de' primi, i quali sono e rimangono pronomi identici, e relativi ad un
sub- bietto sottinteso in significato generale ed indeterminato. OSSERVAZIONI
SU' PRONOMI ZO, IZ, ZI, GLI. $. IX. Danno i grammatici ‘come regola, per l’uso
di LO e di IL, quella stessa già stabilita per le medesime par- ticelle,
adoperate come articoli determinanti (Y. Sez. ZI, Cap. VI). Aggiungasi che, ove
la lettera iniziale del verbo non sia vocale, nè S' seguita da altra
consonante, -puossi indifferente- mente-adoperare Lo, o IL, e in fatti tal
regola è appoggiata all’uso che delle due particelle fecero i migliori autori;
onde può dirsi: #/ vide, #1 chiamò, il condusse; o lo vide, lo chia- mò, lo
condùsse, ec., ma è mestieri adoperare esclusivamente LO ogni volta che il
verbo comincia da $S impura, come: lo spense, lo scongiurò, lo sforzài, ec., o
da qualsivoglia vocale, e in tal caso l’ 0 del pronome può elidersi e
sostituirvisi l'apo- strofo, come: do ama, lo edìfica, lo istruisce, lo
offende, lo uccise; oppure 7 ama, l'edìfica, l'istruìsce, l'offènde, l'uccìse,
ec. TESTI. ul Se d'una cosa sola non LO avesse la fortùna fatto do- lente.
Bocc. nov. 41.— Amo Guiscàrdo e quanto viverà L'amerò. Id. nov. 354.— Tanto
l'affliziòn di figliudì LO strinse, che ec. 1d. nov. 63. — Ed ella O LO
sprezza, 0 nol vede, o non s' avvéde. Tas. Ger. c. 2', st. 16. — Quando la
donna 11 vide così il riconòbbe. Bocc. nov. 56. — Ella 1L piùnse assài, ed
assàt volte invàno 11 chiamò. Id. ibid. — Il che come voi IL sesate voi 1L vi
sapevate. Id. nov. 20. Notisi per altro, che quantunque in oggi l'uso di IL non
(7) Osservisi per altro, che la particella si sovente si trova nel di- sorso
per esprimere reciprocazione dell'effetto del verbo, come: Amàrsi, ediàrsi,
stimàrsi, ec.; cioè a vicenda, reciprocamente, l'un coll’ altro, xDosi per
naiuràle amore la moglie «ol morito. Fav. Esop. 147. i —, sia del tutto bandito, anzi talvolta con
leggiadria venga usato, ure LO prevale universalmente innanzi a qualsivoglia
lettera iniziale del verbo, solendosi solamente apostrofarne l'o (e ciò neppur
sempre) innanzi a vocale. Osservisi in oltre che l'/ di Ir può elidersi, ove la
precedente voce termini con vocale. Fat' ei saper che' L fei ec. D. Inf. 10. —
Di qui a poco tem- po tu ’L saprài. Petr. Tr. d'Am. cap. 1.— Donna dacche Dio
ci ha fatto ben, sì'L ci togliàmo. Nov. ant. 65.0 IL, trovasi qualche volta
anche come obb. indiretto nel rapporto d’attribuzione o tendenza, in vece di
GLI, o LI. É se voi IL porréte ben mente nel viso,egli è ancora mezzo ebbro.
Bocc. nov. 68. “e RE S. X. La regola precedente esiste pure ‘per le particelle
pronominali GLI e LI, l'una il plurale di LO, l'altra di IL; ma tanto
indistintamente esse trovansi da' migliori autori usate, ‘che non saprei
decidere se più conveniente sia il tenersi ri- gorosamente alla regola, o il
prevaricarla. I Trovàrono chi per vaghézza di così ampia eredità GLI | uccìse.
Bocc. nov. 17.— Sì che per due fiùte GLI dispersi. D. Inf. 10. —VedéndoGLi col
prete GLI chiamò e disse. Bocc. nov. 76.— Così bagnati ancòr LI veggo
sfavillàre. Pet. Canz. 28.—O LI condànni a sempiterno pinto. Id. son. 214.—
Vecchia fama nel mondo 11 chiùma orbi. D. Inf. 15, | SULL'USO. DEI PRONOMI
PERSONALI. SUBBIETTO. . I. I pronomi personali come subbietti per lo più in- .
nanzi ai verbi loro si sottintendono , avendo questi per ogni persona desinenze
proprie, onde quasi inutile rendesi l’espres- !: sione de’ pronomi; sovente
però, acciocchè più piena riesca . la frase, egli è eleganza l'esprimerli, e
talvolta anche è ne- Marin , F i cessario, per. la migliore intelligenza del
discorso. In quanto © al posto di essi, tante volte, per proprietà di lingua ,
negli autori si. trovano, or premessi, or posposti al ‘verbo, che sa- rebbe
perdere e tempo, e fatica, il volere stabilire come re- | gola l' ordine
naturale delle nostre idee, il quale esigerebbe, che immediatamente al verbo
anteposti fossero : quindi ognu- no sì attenga all'armonia piuttosto che
all'ordine, e se com- binarsi possono, amendue li segua, - | OBBIETTO DIRETTO.
e: S. II. I pronomi di questo rapporto sono di due forme. Sing. Plur. Sing..
Plur.' ima. persona. Mi, ‘ cì, ne. Me, «noi. ada. pers. Ti, vi. Te, voi. za.
pers. m. Lo, il, gli, li. Lui (1), . loro. za, pers. f. La (2), le. Lei (3),
loro. za. pers. identica. Si. Se. | $. IMI. Abbenchè in quanto al significato
non siavi tra le particelle dell’ una e dell'altra colonna differenza alcuna,
pure nel discorso non sempre lo stesso sentimento portano, (1) Odesi in Roma,
ed in alcune altre città d’Italia, ed anche in ta- lune di Toscana, usare
comunemente ne’ discorsi familiari i pronomi lui, lei, loro, come subbietto del
verbo, in vece di egli, ella, ec., il che è errore manifesto di lingua, non
potendosi tali particelle adoperare se non che come obbietto o diretto, o
indiretto (casi obbliqui). Potreb- bersi però a questa regola apporre tre
eccezioni; 1ma. dopo la voce sic- come o come. Costoro che dall’ alira parte
èrano siccome LUI, maliziosi. . Bocc. nov. 4; ada. Dopo il verbo èssere, quando
questo significa tra- smutazione d’ uno nell'altro. Maravigliossi forte
Tebaldo, che alcuno in lanto il somigliàsse, che fosse credùto Luvi. Id. nov.
27; 3za. Quando i suddetti pronomi son0 accompagnati da un addiettivo in senso
esclama- livo, esprimente ‘contentezza, o miseria. Bedfo LUI che casio a morte
corse. Alam. lib. 1, eleg. 10. Notisi che in queste eccezioni sono pure
compresi i pronomi me, le. Credendo esso ch'io fossi TE, mi ha con un baslone
tuito ‘rotto. Bocc. nov.-87. — Misero ME! che volli, Quando ec. Petr. cauz.9. —
Misera ME! t' ho più che la mia vita amàto. Bocc. nov. 26. (2) Secondo la
regola comune non devesi questo pronome adoperare che come obbie:to diretto
(accusativo). Ciò non ostante da’ Toscani, e segnatamente da'’Fiorentini,
‘odesi usar familiarmente /a come subbietto, în vece di ella 0 essa.Quest'uso,
da’ più riputato come errore, non è privo d'appoggio presso d' alcuni approvati
.scrittori: LA mi ha sconcio, in modo, e governato Che più non posso maneggiàr
marrone. Lor. Med. Nenc. 10.— Gli chiedèca sempre qualche cosellina come LA
sapèva che egli andàsse a città. Fir. nov. 4. — O perìglio fora stala Vl gr E
ai Periglio LA si fosse e di morte, ec. Car. En. lib. 4, v. 927. Fra Bartoli ha
voluto stabilire un precetto per l’' uso di /2 in vece di ella. Egli dice
doversi adoperare il primo ogni volta che qualche antecedente particella
termini da e, come sarebbe se, che, perchè, ec., e dire per esempio: Se | la
viene, mi fara piucère.— Desidero che LA mi scriva: in vece di se ella viene,
che ella mi scriva. Noi crediamo non doversi far caso alcuno di questa pretesa
regola, essendovi un mezzo più regolare di togliere l lato, elidendo la E delle
particelle summentovate e simili, e sostituendovi 1’ a- postrofo. Si dica
adunque: S'ELLA viene mi farà piacère,—Desìdero CH' EL- lA mi scriva, ec. si
(3) Zui, lei, loro, quando precedono ad uno de' relativi che, il gua- le, la
quale, i quali, ec. diventano pronomi personali dimostrativi, e vagliono coli,
colèi, colòro.—Morie biasmàle, anzi luudàte LUI, Che lega e scioglie, e’n un
punto apre e serra.Petr. son. 234. — Invoco LEI, che ben sempre rispose, Chi la
chiamò confede. 1d. canz. 4g.—E LORO li quali amore vivi non avèva potùto
congiugnere, la morte congiunse. Bocc.nov.38. 102 PARTE TERZA usandosi di
preferenza quelle della seconda, quando trattasi d'indicare la persona più
particolarmente, quasi: con esclusio- ne di qualunque altra: tale differenza
fassi anche sentire nella pronunzia della frase, conciossiachè l' accento
‘oratorio cade o sul verbo o sul pronome, secondo che si usano le particelle
della prima o della seconda colonna; esempj: Ella tI ama, 0 Vama. Ella ama TE, 0 TE ama (te solo).
Egli cu manda. «Egli manda No (nonaln) Miràtent. | Mira
ME, o MEmzràle (nonlui). LasciàteMi dire. «_—’—’Lasciàte dire ME (e tacete
vol). Io LA (4) voglio. Io vòglio LEI (nessun'altra). . Egli SI propone. ——
Egli propòne SÈ, o SÈ proponi. TESTI. do Io ho deliberàto di volére TE avànti
che aleunaliroe.. Bocce. nov. 13.— LUI ho preso, e LUI vòglio. Bocc. ivi. — Or
come Conòsci ME, ch'io TE non riconòsca? Petr. Tr. d'Am. cap. I. — Diràgli che
to amo molto più LUI ch' egli | non ama ME. Bocc. nov. 77.— Za sperànza la
quale mi. muòve che io vecchio ami vor ec. Bocc. nov. 10.— Quelk medésime
bellezze che présero, e vìnser TE, hanno di pa, preso e.vinto ME.. Tesor. Brun.
— Soddisféce alla sua do | mànda, e SÈ ad ogni suo servìgio ec: ata Bocc. nov.
13.— Ferir ME di saetta in quello stato, stràr pur l arco. Petr. Son. 3. E a
vOI armàla non mo-| Ognuno di leggieri vedrà, che le particelle me, noi, le;
voi, lui, lei, sé, negli esempj suddetti, hanno molto ma8- gior forza di
sentimento, che non avrebbero mi, ci, w»f lo, la, si, ec. | OBBIETTO INDIRETTO.
._ &. IV. Sembrami superfluo il ripetere qui cosa debbit} intendere per
odbzetio indiretto, essendo stato sufficientemente | spiegato (Cap. V, Sez.
preced.), che il nome può avere 0 . verbo delle relazioni secondarie di molte
‘specie diverse, ! - quali nel discorso è'esprimono con qualcuna delle numerose
già. accennate preposizioni, le quali ai nomi si premettono., ’ I pronomi,
facendo le veci dei nomi, hanno co' ve gli stessi rapporti indiretti, e nella
stessa maniera questi, 0006 , (4) Per proprietà di linguaggio il pronome la
trovasi in molti modi di dire relativo al vocabolo cosa, come: Non LA so
capire. — Ei se . gode. — GlieLA do vinta. — Iddio LA mandi buana. — Egli se LA
passa be. ne.— Voi me LA pagherete. — Non ve LA perdonerò mai ec. n mediante
una delle preposizioni, si fanno conoscere (5), fiorchè nel rapporto d'
atfribuzione o tendenza (dativo), che nel pronome personale non abbisogna di
preposizione, essen- dovi nell'italiana favella delle particelle pronominali
perfetta- mente corrispondenti ai dativi de' Latini mihi, bi, sibi, no- bis,
vobis. Sì prendano adunque in considerazione le seguenti due colonne. |
Rapporto indir. qualunque. Rapporto d’attribuzione ec. Sing. Plur. Sing. Plur.
IMma. persona Me, noi. Mi, ci, ne. ada. persona Te, voi. Ti, vi. 3za. pers. m.
Lui, loro. Gli (6), I loro (7). dra. Agg. f. . Lei, loro. Le (8), loro. za.
pets. identica. Se. - Sì. . — $. V. Dal di sopra esposto non ne segue appunto
che il rapporto d' attribuzione o di tendenza, non possa esprimersi : con una
delle particelle della prima colonna, preceduta dalla preposizione 4, usata per
lo stesso rapporto nei nomi; ‘anzi sovente adoprasi queste di preferenza,
segnatamente quando indicare vuolsi persona particolare con esclusione di ogni
altra dicendo: A ME, A NOI, A TE, A VOI, A LUI, A LEI, A LORO, esemp): — Badàte
A_ME; prestùte fede A LUI; il darò A LEI; a A VOI mi rendo; lascia la cura A
ME; ec. (5) Possiamo dire e scrivere -meco, seco, seco, facendo contrazione
della preposizione CON colle particelle me, fe, sè, come solevan pratica- re i
Latini, in vece di con me, con te, con sè. I nostri antichi usavano la stessa
contrazione co’ pronomi noi, e voi, dicendo e scrivendo nosco e vosco, in vece
di con noi, con voi; ciò che oggi però solo nel verso sarebbe lecito. Tu d’
Anfrìiso pastore a parlar nosco Non ti grave il vernìr. Alam. Colt. 2, 34. —
Eurìpide 0 è nosco e Anacreònie. D. Purg. 22. — Gite sicuri omài ch’ amòr ven
vosco. Petr. son. 120. . (6) Non si confonda questo gli, che indica il rapporto
di attribuzione o tendenza (dativo), coll’ altro gl plurale di 70, usato come
obb. diretto (accusativo). ì (7) Gli, nel medesimo rapporto in vece del plurale
Zoro; quantunque . oasi tutto dì nel parlar familiare, e sen trovi pur qualche
esempio ne- gli autori,. pure è riputato modo di dire scorretto. Y Saracìni
riprèsero Jerusalèmme e quasi tutto ’l1 paese che ’1 Sultàno GLI avèa rendùto.
Gio. Vill 6, 185. — De’ buòni spiriti che son stati attivi, Perchè onòre e fama
GLI succèda. D. Par. 6. — I Fiorentini per queste due terre non si mòs- sero,
benchè grave GLI fosse l’oliràggio de’ Pisàni. Matt. Vill. 3, 12.— I quali (i
figli) facèvano stupire chi gli conosceva , e la madre facèndoGLI da buoni
maèstri insegnàre, GLI fece imparàre tuile le buone arti. Pecor. gior. to, D.
1. (8) E altresì creduto fuori della regola comune l’uso di gli, invece di le
femminino, che pur non di rado sentesi nella bocca del volgo, e di cui neppure
mancano esempj ne’ classici autori: vedi Bocc. nov. 45, D. Par. a9, Matt. Vill.
a, 24. 104 = PARTE TERZA us TESTI” | Signòr mio se A vor aggràda, voi potéie;
A_VOL lid andissimo onòre ed A ME, che pòvero sono, grande utilità. occ. nov.
16.— Non vo' dir pérder lei, ché non la perderò dàndola A TE. Id. nov. 98.—
Dire A LUI quelmedìsimo che | zo ho detto A TE. Machiav. comm. I OSSERVAZIONI
SULLE PARTICELLE PRONOMINALI NE, CI, VI S. VI. La particella ne trovasi
sovente, sì in verso che : in prosa, invece di ci, nel signif. di noî, nou solo
come ob- | bietto diretto, ma anche come obb. indir. nel rapporto d'at-
tribuzione, o di tendenza. di TESTI. . Sole în tanta affliziòne N' hanno
lasciate. Bocc. Introd— © IL mandorlo fuòri di casa nostra così infermo NE
sarébbe : gran biùsimo. 1d. nov. 1. — Perché crudo Destìno NE disu- nìsci tu, S
Amòr NE strigne E tu perchè NE strigni, Se NE parte il destin, perfido Amòre?
Guar. Past. fido, At IM, sc. IV.— Che tu con noi ti rimànga per questa sera, Nt
- caro. Bocc. nov. 43.— La donna che colùî, ch’ a te NE ‘noia. | Petr: son.
8.—E sì come la vita Fugge; e la morte N' è sovro le spalle. Id. canz. 29.—
Scòstati tu, che all'àbito NE sembri I Esser alcùn di nostra terra prava. D.
Inf. 16. . S. VII. Non si confonda però il suddetto ne, il quale, ù come si è veduto
è pronome di prima persona plurale come . obb. or diretto, or indiretto, coll’
altro ne parimente pronome ma di terza persona, e solo come obb. indiretto,
facendo le - veci di qualche nome, sì di persona che di cosa, € ella
preposizione di, o da (9); esempj: ZJo NE parlo, cioè Parlo i di lui, di lei,
di loro, di questa, di quella cosa. — NE ne | grandi favòri, cioè Riceve grandi
favori da luz, da lei, da bro ec:— N’ ebbe paùra, cioè Ebbe paura di ciò, di
tale, 0 tal altra cosa.—NE conòsco il valòre, cioè Conosco il valore - di lui,
di ciò ec.— Dio è giusto, io NE vénero 1 decréti NE sono contìnto.— Me NE
rallégro. — NE sono sorpreso, NE. sento -piacére, NE ho bisògno, ec. » uesto
pronome è sovente partitivo, stando in vece di una” (9) Ne è sovente riempitivo
per vaga proprietà di linguaggio. La Donne - ec. se NE cenne e del buòn uòmo
domandò che NE fosse. Bocce. nov. 12-77 E con buòn vento tosto infìno nella
foce della Magra N° andàrono, montàle alle lor castèlla NE salirono. Id. nov,
16. e ec pirte della cosa di cui si parla, come: Avéte voi de' libri? Non Ne
ho; ma NE avrò; NE comprerò. — Conòsci tu, i miei figli? s, NE conòsco alcuni.
— Le donne mi dàvan sì poco sa- limo, che io non NE poteva appéna pagàre i
calzori. Bocc. nov. 24.— Troppi NE avrei, s' io NE volessi. Id. nov. 52.
—Poichè ve NE trovò che avessero sentimento. Id. nov. 17. ec. La particella ne
è parimente pronome di luogo, stando m vece dell'antecedentemente espresso nome
del luogo, donde si fa o si è fatta partenza, e della preposizione da, come:
Quando andòte a palàzzo? NE vengo ora.—Ma l altro corpo tato ed immòto,
Dimòstra ben che N' è lo spìrito uscìto. Tass. Ger. C. 12, st. 753. - ; $.
VIII. Le particelle ci e 07, che di sopra abbiam vedute figurare.come pronorhi
personali primitivi, di prima e seconda persona plurale, sono sovente pronomi
di luogo, facendo le . veci non solo del nome del luogo in cui si è, dove si
va, e per dove si passa, ma ancora delle prep. a e in, come: Andàte vi a Roma?
Si, VI vado. Quando ci tornerète? (cioè qui) Nol so per ora, ma quando VI sarò
arrinùto (a Roma) vi farò sapere, per una mia leéitera, quando mi CI (qui) do-
rele aspettàre. Da questo esempio si vede che usasi CI quando Illuogo è vicino
a quello che parla,e vi quando n'è lontano (40). TESTI. Non dùbito punto che
tornàndo în Sicilia io non VI i ) Ù N ‘ LI essi ancora grandissimo luògo. Bocc.
nov. 46.— Il che non | a se: facindo m'è di questa noja cugiòne, e con questo
mi ci mena, e con questo mi CI tiéne. Id. Lab. 10.— Costoro mi cI fanno enfràre
per ingannàrmi. Id. nov. 15.—Madònna, questi è un pover ubmo mùlolo, e sordo,
il quale un di questi dì cr venne per limòsina. 14. nov. 24.—Io non ci ho a far
nulla, anzi CI era venùto per ammonìrgli. 1d. nov. 1.—Sì tardi VI giùnse, che
essendo le porte serràte, e i ponti levàti entràr non VI poté dentro. Id. nov.
12.—Io co’ in Olànda Tornùàre, e voi meco a tornàrVi invito. Ar. Fur. 9, st.
93. 7, (19) Abbenchè questa regola sia generale,pure in grazia dell'armonia
egli t lecito allontanarsene, allorchè due particelle pronominali di suono
eguale, l'una di persona, l’ altra di luogo, nella stessa frase si trovano,
Maendosi la particella di luogo lontano in vece di quella di luogo vicino. er
esempio il dire: Zo vi vi condurrò; Voi ci ci conducèste, offenderebbe l'orecchio,
e però dicasi piuttosto: Jo ci ci condurro; Voi vi ci conducèste, 0 Voi ci
conducèste in quel luogo. Adoprasi parimente cò per indicare stanza in luogo,
come: Di dì, e di nolle ci silavora, e ballecisi la lana. Bocce. nov. 20. Zi
indica moto di luogo, come: Per ogni colta che passar VI solea, credo, che
poscia VI sia passato sette ec. Bocc. nov. 47. Gram. Ilal. 15 106 | CI e vi talvolta sono anche pronomi di terza
persona come obb. indir. nel rapporto d’attribuzione, o di tendenza, come :
Pensàrci, crederci, badàrci, ec. cioè: Pensare a tal cosa, credere a tal
persona o cosa ec. S. IX. Le particelle pronominali mz, ci, #7, vi, sz, ne,
gli, lo, la, indifferentemente , o sciolte al ‘verbo premettonsi; 0 in fine a
questo s'affiggono, in modo che col medesimo formino una sola parola, esempj:
Mi piùce , o piùcemi ; ci disse, 0 disseci; ti dico, 0 dìcoti; vi reco, 0
récovi; si trova, o trò- vasi; ne aveva, 0 avévane; gli pere, o fecegli; lo
amàva, 0 amùvalo ; la tengo, o téngola ; li vide, o videli ec. (11) — i PRETI
S. X. Il pronome IL, troncatone l'I, trovasi qua e Èì . nel Boccaccio, affisso
al gerundio ed all’imperativo; in ogg - però è più del verso che della prosa
(12). LoRo non s' af‘ figge mai, ma usasi sempre sciolto, o avanti o dopo il
verbo, — in qualsisia modo o tempo questo stia; perciò dicasi /or disse, o
disse loro. S. XI. Le dieci particelle suddette, di necessità si affiggono al
verbo, quando questo sta nell'infinito nell’imperativo,o nel gerun- ‘dio (45),
come: Amàrmi, ùmami, amàndomi ; vedèrci (14), è . (11) Nella terza persona
plurale si tronca per lo più l’ o finale del | verbo, sostituendovi l’affisso,
come: Parlaronmi, salùtanci, cèrcanti, amò vansi, furonvi, dièdergli, ec.
Possiamo per miglior suono cangiare la mì n innanzi all’ affisso ci nella prima
persona plurale, e scrivere amidna voglianci, in vece di amiàmci, vogliàmci.
VOGLIANCENE noi andàre ancòro' Bocc. nov. 84. (12) Più sovente s'incontra
contrazione fatta del pronome 3/ coll’ av- verbio negativo ron troncata la n di
questo, e la vocale i del pronome, . ‘ OS : cosicchè ne venga mol, come: Nol
so, nol posso, nol niègo, nol fece, ec in luogo di ron lo so, non lo posso, ec.
(13) Non ostante questa regola, numerosi esempj sì trovano di appro ria vati
autori, in cui le suddette particelle precedono all’ infinito, all'im-
perativo, e al gerundio. Fammi rilornàre alla prigione, e quivi quanto TI piace
MI fa affligsere. Bocc. nov. 16. — Fa conto non MI acèr ffocalo e fa da TE.
Cecch. Dole.— Ed io a lui: Con piàngere e con lutto, Spirio maledèlito, Ti
rimani. D.Inf. 8. — Andàlte voi e Siro a irevar Callimaco e GLI dite che la
cosa è precedùta bene. Machiav. Comm. — Pòrlamelo, © n . Zi odi "i ee si
guarda a non LO versare. Id. ivi. E potrebbesi quasi stabilire come ecce zione
alla regola che i pronomi non s’affiggono a’ tre modi suddetti, M ad essi
sciolti premettonsi ogni volta che la proposizione è negalivà ponendoli allora
tra Ja particella r0r o nè e ’1 verbo, come: Egli r8'im- pose di non Lo
pine.—Non MI VEDÈNDO giùngere in tempo, se ne ritorno, benchè mi avèsse
promèsso di non S' ALLONTANARE fino al mio arrivo? Non LE DATE reila, NÈ più LA
FREQUENTATE. | i (14) troncasi la e finale dell'infinito, e nei verbi in rre si
scema il verbo della sillaba re, sostituendovi l’ affisso, come: Condùrmi,
porlo, tro'- ne, da condurre, porre, trarre. Se }' infinito è preceduto da
altro verbo all’ imperativo le particelle più volentieri a questo si affiggono,
che 2 quello, come: FuleLO venire, venìtleci a vedère, la:ciunelo provére, du, vedendoci; dirgli, ditegli, dicéndogli;
partirsi, partendo- s; consolarlo, consolàtelo, consolàndolo ; averne, ùbbine,
avén- done ec. (15) i ‘Le medesime particelle (fuorchè g7) raddoppiano le lo-
Fo consonanti ogni volta che s' affiggono ad un verbo, la cui rocale finale
porti l'accento, cioè nella terza persona singola- re del tempo passato
perfetto, e la prima e terza, pure singo- lre, del tempo futuro; e però
scrivasi: amòmmi, morròmmi, mostròcci (16), diròtti, daràvvi, partìssi,
riconciliòssi, andòn- ne, manderàllo (AT), inghiottilla;in vece di m'amò, mi
mor- | rò, ci mostrò, ti dirò, vi darà, si partì, ec. (18) Essendo l'infinito
preceduto da un verbo in qualunque altro modo, o tem- po, che non sia
l'imperativo, puossi, volendo, come nel parlar famigliare per lo più usasi,
affiggere le particelle all’ infinito, o con più vaghezza, | Premetterle
sciolte al primo verbo, segnatamente ove questo sia uno di questi: dovère,
potere, volère, venìre, solèére, come quasi ad ogni pagina del Boccaccio
incontrasi: Atfèndi quello che io TI voglio dire. nov. 13. — Ella repostogli,
IL comineiò a guatàre. Id. nov. 85. — Come nol chiàmi tu che Tl verga ad
ajutàre. ld. nov. 77. — Niuna cosa più liela LE poteva av- | ventre. Id. nov.
47.— Lq cominciò a soccorrere. Id. nov. 50. In vece di: voglio dirti; cominciò
d' guatàrlo; che venga ad ajutàrti; polèva av- venirle; ec. 7 (15) Lo stesso ha
luogo dopo il participio passato, sottintendendovi Il gerundio, o qualche altro
tempo di uno de’verbi ausiliari avere od ès- sere. La donna GUARDATOLO disse,
che avèsle Anichìno ? ( cioè avendolo guardato). Rocc. nov. 67.— E da’ piè
LEVATIGLISI, se n' andò ad udir la messa (cioè essendosi levata). Id.nov. 65.—
M’hacon un bastone iutlo rotto, © DETTAMI Za meaggior villania (cioè mi ha
detta). Id. nov. 67. Affiggonsi | Rello stesso modo tutte le anzidette
particelle pronominali (fuorchè si) , all’'avverbio ecco; dicendosi èccomi,
èccoti, èccoci, èccovi, èccone, èccolo, , eccola, èccoli. (16) Nel medesimo
modo raddoppiasi la consonante degli affissi, quan- . da si uniscono a’ verbi
monosillabi ho, ha, è, fu, sa, come: Hommi, | hotli, hollo, havvî, evvî, ènne,
fuvvi, funne, sallo, in vece di mi ho, ti ho, SS ho, vi ha, vi è, n'è, vi fu,
ne fu, ec. Similmente agl’ imperativi mono- sillibi da, fa, sta, va, dì, come
dammi, fatti, stacci, vanne, dille, ec. (17) Apponendosi |)’ affisso alla
seconda persona singolare del futuro, a consonante non si raddoppia, ma
troncasi l’ 7 del dittongo finale ai, e bonesi invece il segnaccento sull'a. Ya
leggi il cornucopia, e TROVERALO. Fir.trin. a, 4 — FARANE questa sera un
soffiòone alla tua servènte, col quale ella accènda it fuoco. Bocc. nov. 31.—Io
vi li porrò chetamènlte una collricella, e DORMIRAVITI. Id. nov. 13. —DIRAGLI,
qualora egli li par- la, più che ec. Id. nov. 77. l i (18) Fo avvertito il
lettore, che per tal raddoppiare di ‘consonante, sendo divenuto superfluo il
segnaccento, che suolsi porre sulla vocale dl verbo quando la particella
pronominale precede, egli è regola di or- ‘grafia il non apporvelo. DELL’
ACCOZZAMENTO DI DUE PARTICELLE PRONOMINALI. Sovente due pronomi personali,
l'uno come. obbict- to diretto, l’altro come obbietto indiretto, nel rapporto
d'’at- tribuzione o di tendenza mel discorso s' accoppiano, ed è ciò che
l'accozzamento de pronomi dicesi, cioè: 4°. I pronomi personali primitivi tra
di loro. 2°, Uno de primitivi coll’ identico si. 5°. Uno de primitivi colle due
particelle cz, vi, come pronome di luogo. 4.0 Uno de primitivi 727, ci, ti, vi,
o l'identico s7, con uno dei relativi 7/, /o, Zu, Zi, gli (1), le, e questiin
due ma- niere accoppiarsi possono, o, come gli antichi per lo più pra-
ticavano, e che anche qua e là con eleganza da’ moderni usast, cioè di
anteporre i relativi a’ primitivi, e all’identico, come: Il mi, lo mi, la mi,
le mi, il ci, lo ci, la.ci, le ci, U &, lo ti, la ti, le ti, il vi, lo
vi, la vi, le vi, il si, lo si, la si, le si, gli st (2); 0, com'è più comune
fra i moderni, di pre- mettere i primitivi, cangiatone l’7 in e, a'relativi,
scrivendo e dicendo me lo, me gli, me li, me la, me le, ce lo, ce gli, ce li,
ce la, ce le, te lo, te gli, te li, te la, te le, ve lo, vela, ve le, se le,
segli, se li, se la, se le. Tutti questi pronomi nell'una o nell’ altra maniera
accor- zati, o si premettono sciolti innanzi al verbo o al medesimo af-
figgonsi, esempj:— 4cànti che tu MI TI avvicini. —MI VI con viene dire una
novelléita, ec. TESTI. Ella mi si presentò dinàùnzi. Bocc. nov. 10.—Nè negort
IL MI puoi se 10 il desideràssi. 1d. nov. 77.— A costui s doleva quasi come
davànti IL si vedésse. Filoc. 6. — Ilaro (1) Non confondasi questo gli, che è
il plurale di /o, coll’altro nel rapporto di attribuzione, o tendenza. , (2)
Notisi però che, il mi, il ci, il ti, il vi, non si trovano mai affissi, se non
che talvolta al gerundio, ed all’ imperativo troncato |’ i del pro- nome il,
come; Dandolmi, dicèndolti, porgèendolvi, mandialelmi, difela €C- Questo
pronome, troncatone l’î, accozzasi pure colle particelle 7726, 66, le, ve,ne,
se, come: Quèsta maltlìina MEL fe sapère una povera fèmmina. Bocc. nov. 15. —
Quello che noi vorrèmo a te, tu TEL vedrai nel tempo avv nire. 1d. nov. 97. — E
ch’ egli ci chiùmi , chiaramènte ceL dimostra Né procerbi di Salonione. Vass.
13.— Il che quando avveniva, costùi in gro" dissima grazia sEL ripuloca.
Pocc. nov. 22. Come pure colla particella gli aggiugnendo a questa un’e,
formando insieme gliel. Non GLIEL celdi, DA Jutto GLIEL' apersi. D. Inf. 10.
(lE ascoltò con maravìglia le paròle di Filòcolo, e più volte RTERARLESI fece.
Filoc. 7. — Salabattto mio dolce 0 N TI raccomàndo. Bocc. nov. 80.—In fino a
tanto che io di qusta cosa ec. te ne avrò fatto quello onòre che TI SI
conviene. ll nov. 64.—Se tu fossi stato un di quegli che il pòsero in roce,
avendo la contriziòne, SI TI perdonerebbe egli. Id. nov. 1. —E fàttala sopra un
palafréno montàre, onorevolmente a ca- sa LA st menò. Id. nov. 100.—Dinànzi a
noi tal, quale un fuoco acceso, Ci si fe l der sotto è verdi rami. D. Purg. 29.
—Vi si vedéa nel mezzo un seggio altéro, Ove sola sedéa la | bella donna. Petr.
Canz. 44.— Poiché tu così promeiti, ‘o sta- È a” rò,mapensa di OSSERVARLOMI.
Bocc. nov.47.—RACCOMANDA- LEMI e fatti con Dio. Id. nov. 77.—VENISTEVI tu vago
della : ma vila, perché SENTENDOLATI domandàre, prestamènte deli- <
berùt di DARLATI. Id. nov. 89.—Non so a che mi tengo che non ti ficco le muni
negli occhi, e TRAGGOGLITI. Id. nov. 26.— : FATTALESI venìr dinanzi in presénza
di mille, le disse. 1d. nov. 100. (3) d.° Accozzasi uno de' primitivi ed anche
l identico si, | cangiatone l’Z in e, col pronome partitivo ne (4); il che, per
lo più; si fa in una delle seguenti mauiere; Me ne, ce ne, te | ne, ve ne, se
ne, o mene, cene, tene, vene, sene (3), 0 men, cen, | ten, ven, sen. TESTI. To
non ME NE maracviglio, né TE NE so ripigliàre. Bocc. (3) Talora si trovano tre
particelle accozzate, che vanno sciolte in- ‘ nanzi al verbo. Del mio servir
non veo Che gioja Mi SE NE accrèsca. rim. { ant. Enzo re. — Avèndo forse avùio
per male ch'io MI vE NE sia dolùta. Bocc. nov. 23. — oi colla buòna ventùra SI
VE NE andàle il più tosto che” voi potete. Id. nov. 20. | (4) Queste particelle
così accozzate s' affiggono anche a' verbi, e spe- cialmente all’ infinito, al
gerundio, all’imperativo, ed al participio passato, (ome: andarmene, dàndocene,
liberalosene, valtene, parlàndovene, ec. (5) Ne spesso preponesi a’ pronomi /o,
Za, le, gli, e co’ medesimi tal- volta s' affigge, come leggesi molte volte nel
Boccaccio ed altrove. Tu fa- resti quello che far dovèvi di MANDARNELO come
facèsti. nov. 23. — Pregò taramènie Chichìbio che NE LE desse una coscia. nov.
54. — Là tornàti ton una iavola, su v acconciàrono la fanle, ed alla casa NE LA
portàa- fono. nov. 77.—É avèndo alcun denàjo ed il Canigiàno AVENDONEGLI al-
quanti prestàti, fece molle balle ec. nov. 80. — L'imperatore , ottenùla acenna,
tolse due colonne, le quali èrano nella chiesa di S. Vitale e MANDOSSENE rzel
suo regno. Petr. uom. ill. Talora alle stesse particelle si Pospone, ed anche
alla particella i. Dopo alguànto tempo la contèssa cor- lesemènte LO NE rimandò
in suo paese. Fil. Vill. 11, 78. — E perciò con vostra licenzia io voglio
andòre al bosco, e FARLENE venire. Bocc. nov. 4. —Io ti consiglierei che lu 1L
NE cacciàssi fuori prima che ec. Id. nov. 47. *» 110 nov. 23. — Tu non CE NE potresti far più. Id.
nov. 86.— Ch' io dica il vero, questa prova VE NE posso dare.Id. nov. 41.—
Bernabò dopo alcùn tempo SE NE tornò a Genova. Id. nov. 10 — ANDIANCENE zn
camera e da una finestrella guar- dimo. Id. nov. 77.—Io prego voi se non VEN
sete accorta. D. rim. 17.—L'una gente SEN va, l' altra SEN viene. D. Purg. 25.
Ed ancòr non MEN pento Che di dolce veleno il cor tra- bòcchi. Petr. Canz. 33.
6.° Finalmente il pronome personale relativo gli, nel rap- porto di
attribuzione e di tendenza, frappostavi Ta vocale e, s'accozza colla particella
Ze, nel rapporto di obb. dir. masc. e femm., sing. c plurale (6). TESTI. A41
Catalàno il domandò, e quegli, ancòra che grave gli parèsse, GLILLA lasciò.
Bocc. nov. 19.— Portò dg ni pellegrini al soldàno, e GLIELE presentò. Id. ivi.—
vendo io giù rendùta indietro la borsa alla femminétta che recata l'avéa, che
GLIELE riportàsse. Id. nov. 25. Nella medesima guisa, cioè indeclinabilmente e
frappo- stavi la vocale e accoppiasi il relativo #7, col partitivo ne, co- me:—
Giunto Ipòcras trovando la n. morta; GLIENE dol se duramente. Nov. ant. 59.—
Sotto la mazza d' Ércole, che forse GLIENE di? cento, e non sentì le diéce. D.
Int. 3. Per gli occhi che di sempre piùnger vaghi, Cercan dì e not fe pur che
GLIENE appùghi. Petr. canz. 8.—Nedindo l'uòmo la, semplicità del fancyillo
GLIENE cenne pictà. Matt. Vill. 10. S. AL. Per proprietà e vaghezza di
lmguaggio innumerè- bili volte qualcuna delle particelle mi, ci, 17, 07, si,
ne, s08 o accozzata, sciolta o affissa, trovasi usata nel discorso, set za che
della sua funzione alcun’altra ragione possa darsi, € non che vi sia per solo
ripieno, 0, come i grammatica s0- glion chiamarla, accompagnaverbo; imperocchè
intiero sareb anche senza di essa il senso della frase. TESTI. To Mi credo che
le suòre sien tutte a dormire. Bocc. nov. 21. (6) Siccome in questi esemp)
vedesi, gliele, dagli antichi, e segnala- mente dal Loccaccio, è usato
indeclinabilmente, cioè senza por mente né al genere, ne al numero della
persona, o della cosa, alla quale potrebbe esser relativo. I moderni più
volentieri ne cangiano la vocale finale, s€- condo che dicesi di qualche nome
mascolino, o femminino, singoiare ° plurale: scrivendo e dicendo glièlo,
glieli, gliela, gliéle. ETIMOLOGIA E SINTASSI 111 -Ne so quant'io MI viva in
questo stato. Petr. Canz. 8.— limi son giovinetta e volentieri M° allegro e
canto. Bocc. Can. 9.— Lo MI so ben ciò che avreste fatto. Dicer. Div. — Ia
donna e Pirro dic'vano noi Ci seggiàmo. Bocce. nov. 69. - Con tuo danno ti
ricorderàt sempre, che tu CI viverài del nome mio. Id. nov. $4.— Io non so se
tu T hai posto men- le come noi siùmo tenùte strette. Id. nov, 45. — Se tu TI
con- nti di lasciùre apprésso di me questa tua figlioletta. 1d. nov. 18. — Zo
non so se vot VI conosceste Talùno di Molese. - Id. nov. 87.— Voi VE NE potreste
scendere al luògo dove è vostri panni avete lusciùti, e rivestîrci e tornàrVENE
a casa. ld nov. 77.— Ed ella st sed'a Umile in tanta gloria. Petr. Canz. 27.—
Fece vista di BÈRSELA. Fir. Disc. d. anim. — Per più letizia sì mi St nascòse
Den:ro al suo raggio la fi- , gura santa. D. Par. 8. — Quando furo matîri (1
fichi) SI ghîne portò una soma. Nov. ant. 57.—I Ghibell:i facendo | laglùre
dappiè la detta torre, SI la fecero appuntellire. Gio. Vill. 6, 34, 10. ._ $
HILL I rapporto possessivo, vale a dire quello di posses- sione, 0
d'appartenenza, ne' pronomi personali (7. Cap. V della prec. Sez.) si esprime
come ne’ nomi medesimi, cioè mediante la preposizione di, posta innanzi alle
particelle me, ‘na le, vor, luz, lei, loro; ma siccome a questi frequentemente
sosttuisconsi gli addiettivi pronominali possessivi m%0, nostro, | tuo, vostro,
suo, loro, qui non ne faremo menzione, riserban- doci di dirne quel poco che
per tal rapporto spetta loro, quan- . do ci toccherà di dover trattare di
quelli. DE'° PRONOMI PERSONALI DIMOSTRATIVI. $. I. Così chiamansi quelle voci
che han posto nel discor- “ $0 per accennare, dimostrare, e quasi additare le
persone ter- e, cioè quelle nelle quali si parla (1). Comunemente nell’idioma
italiano, come dimostrativi ri- Conosciamo le voci, che qui colle loro
variazioni di genere € di numero seguono. (1) Ovvia è la differenza tra que:ti
pronomi di terza persona, e i ai de’ quali ne’ due capitoli precedenti si è
tanto diffusamente ragio- ato ; e che a persone e cose riferirsi possono,
mentre .queste non mai ‘ Cose ma a sole persone son relative, come nel corso
del presente capi- + dolo sì vedrà chiaro. 112. PARTE TERZA Mascolini.
Femminini. Sing. Plur. Sing Plur. Questi, cotèsti. ...:... E ME Quegli, quei.
si ala gra fe e, Costùi, colùi, Costoro, coloro. Costti, colti, Costòro,
colòro. Cotestùi, Cotestòro. Cotestèi, Cotestòro. Desso. Dessi. Dessa, Desse.
S. IL Questi, cotésti, quegli non si usano che per addi- tare persona mascolina
singolare, e solo nel rapporto di sub- bietto del verbo d): Il primo indica un
uomo vicino alla per- sona che parla; il secondo, accenna una persona prossima
4 chi ascolta; il terzo, dicesi di uno lontano, e da chi parla, e‘ da chi
ascolta (3), come: QUESTI è un duòn uòmo, ma C0- - TESTI é assùi migliòre.—QUESTI
venne premiàto, e QUEGLI go- stigato.—QUESTI fu felice e QUEGLI sforiunàto ec.
i TESTI Tu de saper ch'io fui *! Conte Ugolino, E ques. T Arcivescovo Ruggièri.
D. Inf. 53.—QuESTI è il mio st. ghòre, QUESTI veraménte, è Messer Torèllo
Bocce. 11, 90. — Questi in sua prima età fu dato all'arte Da vender pa- ;
roletie,anzi menzògne. Petr. Canz. 48.—COTESTI, ch'ancòr vw, | *e non si noma.
D. Purg. 14.—QueGLI allòra mi domandò che peccùto quel fusse. Bocc. nov.
70.—QuEGLI (4) é Cao, | Che sotto 'l sasso di monte Aventino ec. D. Inf. 25. i
(2) Contro a questa regola trovansi alcuni esempj in cui Questi € quegli: . non
riferisconsi ad uomo.— Ma non sì che paùra non mi desse La vista,cht |.
m’appàroe d' un leòne. QUESTI parèa che contra me venèsse. D. lof. 1 Dall’una
parte mi trae l’amore ec. dall’alira mi irae giustissimo sdegno — ec. QUEGLI
vuòle che io li perdoni, e QUESTI vudle chè conlro a mia nolu- ra in le
incrudelisca. Bocc. nov. 31; ma non sono da imitarsi. so (3) Numerosi esempj
sonovi si ne’ prosatori che ne’ poeti in cui que? que’ in luogo di quegli s'
incontrano. E quale è QuEI, che volente acquista. D. Inf. 1. — O qudli io vidi
QuEI, che son disfalli Per lor & perbia! ec. Id. Par. 16.—QUE’ rispose
io sono caduto in una fosso. Nov. ant. 36. | (4) Pure contro la regola leggonsi
in Dante, ed anche in qualche 28° tico prosatore, quegli e quei come obb. dir.
e indir. Che non soccorri QUEI ! che l’amò tanto. D. Inf. a.— Sin mi giùnse al
rotto Di QUEI che si piange va con la zànca. Id. ibid. 19.—Io mi rendèi
Piangèndo a QuEI, che volen= tièer perdona. ld. Purg. 3.—Si dice che se la
radice sua, s’ appìcchi al collo di QuEGLI che ha le scrofole, che gli vale ec.
Cresc. 6, 13. — Per 9. quale altri si rappresènta per lo comandamènto della
chiesa a QUEGLI che vicàrio di Cristo è nella chiesa. Passav. g1.— Nè mancano
esempi) 1". cui quello e quel sono usati in vece di guegli e quei come
subbietto € Di: feriti ad uomo. QuEL fu lun de’ sette regi, Ch’ assiser Tebe.
D. Inf. hai — QuEL ch’infinìta provvidènza ed arte Mostrò nel suo nmirdlil
magistero. Petr. son. 4. — Maggiormente è da amare lo ladro, che QUELLO che $
colidiana:mìnle in bugie. Albert. Cap. 2. ETIMOLOGIA E SINTASSI 113 $. IIL
Costui, costéi, costòro si adoprano ognuno nel suo genere e numero per accennare
uomo o .donna, uomini o donne prossimi a chi parla; e differiscono dal
dimostrativo Questi in ciò che essi possono in tutti i rapporti del nome col
verbo adoprarsi, essendo, in quello d'obb. indir., da una delle già altra volta
nominate preposizioni preceduti (5). TESTI. Dicean: chi è COSTUI che senza
morte, Va per lo regno I della morta gente? D. Inf. 8.— Quando è vidi COSTUI
nel | gran disérto. I. Inf. 1. — Che farèm noi, dicèva l'uno all al- fro, dé
COSTUI? Bocc. nov. 1.— Noi confessiàmo COSTUI, cioé Dio, essere dignissimamente
eccellentìssimo. Bocc. Consol. Fi- losof. pag. 79, — Dio è signòre, e vede
quanto fai ec. Saggio è chi ama e séguita COSTUI. Fr. Barb. 113, 9 (6). — Ma
che sua parte abbia COSTEI del fuòco. Petr. son. 50. — Tòfano : udéndo cOSTE1 si
tenne scornàto. Bocc. nov.64.— Così COSTEI ch'è tra le donne un sole. Petr.
son. 19 (7), —0 graziòso Apòllo, Deh ferma il guardo a rimiràr cosToRO. Bocc.
Ame- l0-Da costoR non mi può tempo né luogo Divider mai. - Petr. son. 140.
Colùi, coléi, colòro vagliono Quegli, e adopransi per “ @CCennare vormo 0
donna, uomini o donne lontani, e da chi parla, e da chi ascolta. Del rimanente
sono nell'uso loro in lutto uguali a’ tre dimostrativi del $. preced. (8). (5)
Rare volte Coszùi e Costèi come subbictto trovansi; bene spesso Però
s'incontrano negli altri rapporti, cioè di obb. dir. , obb. indir. e nel
Possessivo. Questi pronomi pure di cose inanimate furon detti da alcuni. Io ho
meco questo anèllo. La virtù di COSTUI credo, che ’l1 mio perili- lànte legno
ee. ajutàsse. Filoc. 6o.— O Albèrio tedèsco ch’ abbandoni co- STEI (1° Italia)
ch’ è fatta indomita, e seloàggia. D. Purg. 6. . ,_.(6) Da quest'esempio e dal
precedente puossi rilevare quanto sia falsa l'opinione di taluni, che credono
esser segno di disprezzo l’uso di questo pronome, imperocchè approvati autori
l’adoprarono, riferendolo anche a Dio. (7) Adopransi talvolta con vaghezza i
pronomi costisi, costèi, cosioro nel rapporto possessivo, ponendoli tra l’
articolo cd il nome senza la pre- sizione DI. La COSTUI professiòne era d’
amare santamenle e con in- redibil costanza tutti i giovani fioreriini, i quali
fossero buoni o nobili. arc. stor. 10. — 42 COSTUI fempo Leone Papa quarto fece
rifàre la chiesa di Santo Pieiro e di Santo Pàolg. Gio. Vill. 2, 16, a. —
Salabaètio, lilo ec. 5° uscì di casa COSTEI. Bocc. nov. 80. —JIn Cipri ei in
Rodi fu- ‘ono i romòri e’ iurbamènti grandi, e lungo tempo per le costoRO
dpere. ‘ nov. 41. Cioè, La professione di costui, Al tempo di costui, Dicasa di
coslei, Per le opere di costoro. ‘- (8) Questi pronomi riferisconsi anche a
cose inanimate. Nel fempo , Me COLUI, che ’l1 mondo schiara }La faccia sua a
noi tien meno ascòsa. D. Inf. 26. — Io son COLEI, (parl. della morte) che sì
imporiùna, e fèra Gram. Ilial. 16 114
TESTI. Io ho assài con una colpa offesi gl Iddii uccidindo co- LUI :/
quale ec. Bocc. nov. 98.— Tu dicevi, che eri con, il quale questa notie avevi
ucciso l'uomo? Id. ivi. — Vedîr pensàro il viso di corer, Ch' avànza tutte l'
altre maraviglie. Petr. canz. 28.— Questa è COLEI, che tanto è posta in croce
Pur da coror, che le dovrian dar lode. D. Inf. 7. Cotestùi, colestéi, e
cotestòoro vagliono Cotésii; impe- rocchè accennano uomo, donna, uomini e donne
vicini a chi ascolta, ed usansi, riguardo a’ loro rapporti col verbo, nella
stessa guisa che Costi, Coster, Costòro, ec. TESTI. Di coTESTUI non dico nulla.
Passav. pag. 89.— Perch battéte voi corestoRo? Nov. ant. 45. — Egli, ed ella
ec. E COTESTUI e COTESTEI di cotàl contrassegno di lettera maji- scola non
hanno di mestieri. Salviati, Avvert. 4, 3.— COTE- STUI, che voléte per genero,
ha preso un' alira mòglie. Au- br. Cof. 5, 1. *. IV. Desso, Dessi, Dessa,
Desse, hanno più forza del . precedenti; imperocchè oltre il mostrare la
persona, quasi m'asseriscono l'identità (9); ma in altro rapporto che in quello
di subb. non si trovano presso alcun autore, ed usansi per lo più co'verbi
essere e parere, come: To son DESS0;—dl, Si è DESSO; — Tu non mi pari DESSO;
—Sono DESSI ec. (10) Chiamata son da voi, e sorda, e cieca. Petr. Tr. della
morte, cap! E nella stessa guisa che Costi, costèi, costoro, possono anche per
m6- gior leggiadria usarsi nel rapporto possessivo, frapponendosi tra
l'articolo, o la preposizione e il nome senza la particella DI. Acciocchè il
polbsst mètlere alle forche in CoLvI scambio. Nov. ant. 56. — Sùbila speràn:0
prendèndo di dovèr polère ancora nello stato reàl ritornàre per lo COLMI
consiglio. Bocc. nov. 17.— Se le giovani serve al COLEI grido da ogni parle non
fossono corse. 1d. Fiamm. 5, 116. Cioè, In iscambio di colui, Perlo consiglio
di coli, Al grido di colèi. (9) Chiamati perciò da’grammatici pronomi
asseverativi, che vogliono dire Quello stesso, quel proprio, quella stessa,
quella propria, ec. (10) Talora si dicono ancora di cose. Che quello di che dubilacàmo
non fosse DeSSO. Bocc. nov. 18. — La voglio pure scrivere, e questa € prssa.
Vit. S. Gio. Bat. 250. Talora vagliono colui, colei, ec. To temo che i parènti
suoî non la dìieno prestamènie ad un altro, il quale forse non sardi DESSO fu.
Bocc. nov. 98. — 7? dico io di lei cotànto, che se mai! ne trovai alcuna di
queste sciocchèzze schifa , ella è DESSA. Id. DOP "i | Le Qualche volta
per pleonasmo queste particelle vanno precedute dall a0 diettivo pronominale
quel, quella, come: E n° ho sì gran terròr, che ©0 confèsso, Che mai più de’
miei di saro QUEL DESSO. Malmant. 11, 2. TESTI. Parîndomi voi pur DESSO, m' è
venùto staséra cento vol- L voglia d'abbraccibrvi. Bocce. nov. 12. — Hai tu
sentìto sta- nòlte cosa nitna? Tu non mi par DESSO. Bocc. nov. 98. — Ch' ©
erido: ell' è ben DESSA; ancòr è in cita. Petr. son. 290. — Gridàndo: Questi è
DESSO e non favella. D. Inf. 28. DE' PRONOMI PERSONALI INDETERMINATI ALTRI,
ALTRUI (41). 8. V. Queste due voci debbono anch'esse come pronomi personali di
terza persona considerarsi, essendo a persone, mai a cose, applicabili. | Altri
(12) trovasi sempre nel numero singolare, nel genere maschile, e nel rapporto
di subbietto, sebben talora, ma ra- rissime volte, incontrisi preceduto dalle
preposizioni di, ad, e da, come: ALTRI /o faccia se vuòle—Se ALTRI mel dicés-
se, nol crederéi.—Nè voi, né ALTRI con ragione mi potrà più dire, ch' io non l
abbi veduto (13). TESTI. Ne vor, né ALYRI con ragiòne mi potrà più dire, che io
non l'abbia veduta. Bocc. nov. 8.— Ond' avovén, ch' ella more, ALTRI sz: dole.
Petr. son. 110.— Come avviene a' pupilli, ALTRI spende, e logora, e consùma,
e’! pupìllo paga. Mo- relli, Cron. p. 254.— Dinàndal disse, ancòr se più disìi
Sapér da lui, prima ch'ALTRI ‘/ disfàccia. D. Inf. 22. — Si vestieno i giòvani
una cotia, ovvero gonnella corta, e stret- ta, che non si potta vestire senza
ajuto d' ALTRI. Gio. Vill. 12, 4.— Sentendo la Reina, ch Emilia della sua
novélla sera diliberàta, e che ad ALTRI non restàva a dire, che a (11) Detti da
qualche grammatico pronami di diversità, perchè dino- tano diversità dî una
cosa dall’ altra. o = (12) Non confondasi questo A/zrî col plur. dell'
addiettivo pronominale Altro, altri, altra, altre. V. Sez. IV, Cap. VIII. (13)
Altri nel significato di uno o a/cùno. Egli si vuole inacquòre, quando ALTRI il
bee. Bocc. nov. 64. Ma ciò che sorprende si è, che que- slo pronome trovasi
talora adoperata in vece del pronome personale pri- mitivo 70 col verbo in
terza persona. Zoî potrèste dir vero: ma tullavia non sappièndo chi questo si
sia, ALTRI non rivolgerèbbe così di legsièro. Bocc. nov. 3a. — Zo ve lo dico a
fin di bene, perchè ALTRI non vorrèbbe poi avèr cagione di adiràrsi. Deput.
decam. p. 105. In questi esemp), dice il | vocabolario, ALTRI sta per i0, ed il
verbo, per proprietà di linguaggio, in terza persona, in vece che dovrebbe
essere in prima persona. 116 PARTE TERZA lei. Bocc. nov. 59.— Von potendo da
ALTRI ésser veduto, le st gettò dinànzi ginocchiòne. Id. nov. 52 (14). S. VI.
Altrui del precedente è più indeterminato, e come esso solo- adoprasi nel
numero singolare e nel genere maschi- le, e non rappresenta mai altro che
l’obbietto, ora diretto, ora indiretto, essendo riputato errore l’ usarlo qual
subbietto (caso retto), come: Za sciocchezza trae altrùz. di felice stato. —
Far male' altrùi.—Non ho detto male d'altrùi.— Gli fece n- spondere da
alirti.—L’ alirùi bene.— L'aliràùt capriccio — le alirùi case ec. (Vedi la Nota
16.) (15). TESTI Che mena dritto ALTRUI per ogni calle. D. Inf 1.- Egli s'
ingegnàva di cacciùre ALTRUI. Bocc. nov. 27.— Ma sì ch' io ho detto male d'
ALTRLI. Id. nov. 1. E se s0 l'aves- si, piuttòsto ad ALTRUI Je presteréi, ch'
io per me l'adopròssi. Id. gior. 4 proem.— Che io da ALTRUI, che da lei, udito
non sia. Id. nov. 23.— In ALTRUI figuràndo quello che di se, e di lui intendeva
di dire. Id. nov. 7. — Per ag quello | / da casa risparmiàre, si dispòse di
giltàrsi a voler logoràr dello ALTRUI. Id. nov. 40. Giova osservare che innanzi
ad a/irài, nel rapporto d'attr- buzione e di tendenza (dativo), ed in quello
possessivo, l preposiz. ad e di possono con eleganza sottintendersi (10) TESTI.
a strada, to mn To estimo, che egli sia gran senno a pigliàrsi del bene, quan
do Domeneddio ne manda ALTRUI. Bocc. nov. 4.— Uscime | mai alcùno, 0 per suo
merto, O per ALTRUI ec. D. Inf. $ (14) Avvi de'modi di dire in cui «2tri
replicato, significa d'uno e Pa , N N * peso) tro, come : ALTRI (l'uno ) volèoa
venire, ALTRI (l'altro ) restàre.— ALI (1° uno ) lo usserìsce, ALTRI (l’ altro)
Zo niega.— Tanto sa ALTRI (1° uno) 1 quanlo ALTRI (l’altro). (15) Non mancan
però esempj ove questo pronome come subbicttò leggasi. E d’ altrui colpa,
ALTRUI bdbidszzo s’ acquista. Petr. son. 634 perdonano ec. î mortàli, i quali
ALTRUY avèsse dimenticati. Passav. 203.7 > Aovegnachè ALTRUI lerga, che
ella ec. Fiamm. 7, 8. (16) L'articolo determinante, o semplice o composto, che
spesse volte precede a questo pronome, non è sun, ma bensi del susseguente Dome
, espresso 0 sottinteso. Ciò per 2 ALTRUI case facendo. Bocc.Introd.— Penso , con
gli ALTRUI danni ruffreddàre il suo fervènte amore. ld. nov. 21. 7 > La
forza dello ALTRUI ingègro. ld. nov. 25. — Nell’ ALTRUI sangue gil ba- gnàalo e
linlo. Petr. son. 29. — Con le voci umili, e munsuòle nel doma dar l ALTRUI.
Bocc. nov. 32. Abbandonarono le proprie case ec. e Ci carono ALTRUI. Id.
inlrod. — Egli si troverà aver messo l usiguuolo nello sua, e non nell’ALTRUI.
Id. nov. E kiénebre nostre ALTRUI fann' alba. Petr. canz. 3. — Acerbo frutto,
che le piùghe ALTRUI, Gustàndo, afflig- ge più, che non conforta. Id. son. 6. I
DELL’ ADDIETTIVO TERZA PARTE DEL DISCORSO. Mer DEGLI ADDIETTIVI IN GENERALE.
Gli addiettivi, siccome nella prima sezione di que- sta Parte ($. IV) si è
potuto rilevare, acceunano gli attribu- ti, o le qualità naturali o accidentali
de’ nomi. Possono gli addiettivi dividersi in /sicz, in metafisici, in attvi,
ed in passivi. Le due prime divisioni si fondano sul doversi le qualità de’
nomi, cioè delle cose da’ nomi rappre- : sentate, sotto due aspetti
considerare, come fisiche o reali, e “ come metafisiche o casuali. . $ IL Per
addiettivi fisicz s' intedon quelli che negli ob- } Detti accennano qualche
attributo intrinseco, sviluppando l' i- : dea espressa dal nome, con
aggiungervi quella d' una qualsi- ‘i Voglia qualità esistente nell’ obbietto,
‘e che vi si suppone esi- stere, perchè esiste nella nostra mente; di tali
addiettivi, sono: bianco, nero, dolce, amàro, grande, pìccolo, buòno, cattìvo,
e mille altri. : Addiettivi metafisici diconsi quelli ch’ esprimono certe |j
modificazioni, o qualità accessorie, le quali, prodotte da circo- Stanze
casuali, ed indipendenti dalla natura degli obbietti, distin- guono il nome
solamente in quanto stia in relazione con altri nomi; tali qualità sono: di
possessione, di appartenenza, di fota- lità, di diversità, di numero,
ec.(veggasi Cap.IV e seg.della pres. Sez.). Le altre due divisioni degli
addiettivi, in a4//v7 ed in pas- sii, riferisconsi alle modificazioni di
a/izvità e di passività, cioè alla capacità che riconosciamo negli obbietti di
esistere, agendo o sofferendo, vale a dire, che distinguiamo gl’ individui per
l'azione ch’ essi fanno sovr' altri individui, o per l' azio- ._ he ch'essi
ricevono da altri individui. Tali sono quegli ad- ;; diettivi su’ quali in
appresso più a lungo ragioneremo sotto a denominazione di particip) attivi e
passivi (vedi Sez. V. Cap. I, e Sez. VI Cap. 111%, come: Amante, scrivente,
leggen- le, corrénte; amàlo, odiùlo, slimito, scritto, letto, cc. sg “a
118 S. IIT. Risulta dalla precedente
esposizione, che gli ad- diettivi fisicé soli hanno la proprietà di qualificare
i nomi, perchè essi soli all’ idea principale, espressa dal nome, aggiun- gono
quella di qualche qualità, che I° obbietto , rappresentato come segno
caratteristico, in sè tiene: ove i metafisici lascia- no al nome l'originale
suo significato, senz' alcuna cosa mu- tarvi, e senza aggiugnervi alcun nuovo
sviluppo, esprimendo semplicemente l’ azione della mente, dalla quale |’
ebbietto sotto particolare aspetto è riguardato. Ma per quanto sia giusta e ben
ragionata la suddetta divisio- ne, pure sembrami non poter la medesima esser di
uguale chiarezza a tutti gl’ intelletti; in oltre la seconda parte (? me-
tafisici) avendo mestieri di molte suddivisioni, e perciò dive- nendo
complicatissima, confonde piuttosto i meno sagaci, an- zichè servir ‘oro di
schiarimento. Più intelligibile adunque credo dover essere la divisione degli
addiettivi in Qualificativi, Pronominali, Dimostraiwi, Determinativi,
Quantitativi e Numerah. DEGLI ADDIETTIVI QUALIFICATIVI. CS S. I. Gli addiettivi
gualifica‘ivi gli stessi sono, che gli al- diettivi fisici. Segue dall’ uffizio
dell’addiettivo intorno al no- me, che nel discorso, ove trattisi di conoscere
la qualità di questo, per lo più l'uno accompagna l’altro; sovente però il nome
sottintendesi, o per dir meglio, l’ addiettivo riferisces ad un nome mentovato
antecedentemente. Ma sì nell' uno che nell’ aliro caso l’ addiettivo dee sempre
col suo none, espresso o sottinteso, in genere cd in numero, concordare; vè le
a dire, la desinenza dell’ addiettivo deve, ed in genere in numero, conformarsi
a quella del nome. | Gli addicttivi qualificativi per una figura chiamata
Enallage sogliono frequentemente porsi in vece de' loro nomi astratti (vedi
Sez. II, Cap. I, $. IV), nella stessa guisa che per la me- desima figura ponesi
sovente l’ infinito del verbo in vece del nome astratto verbale: quindi
possiamo dire 7 alto (4), il del (1) Ma allora perdono affatto l'attributo di
addiettivi, e prendon quello di nome, ed in ciò differiscono da quelli i quali,
avvegnachè soli si trovino, e preceduti sieno dall'articolo determinante, od
altra parli” cella d'appoggio, pure rimangon meri addiettivi, che a qualche
nome ° antecedentemente éspresso, o intieramente sottinteso, come sarebbe uomo,
oggèlto, cosa ec. sì riferiscono; così quando dico: L’avaRO nor si con- tenla
mai; — Il BELLO è sempre bello; —L’ONESTO dee preferirsi all'U- STILE, intendo
dire: L'uomo avaro, l’oggetto bello, la cosa onesta, $ h, il giusto, il grande,
ec. per ? altezza, la bellézzà, la giu- slizia, la grandezza ec.; e ne’
vocabolarj tali voci si trovano segnale suslantici. (2) | E parimente per l’
anzidetta figura che gli addiettivi possono divenire avverbj, come: alto,
forte, chiaro, dolce, ec. per altamente, fortemente, chiaramente. — Ora, tutto
AvVER- TO (apertamente ) #i dico, che io per niùna cosa lascerèi di cristiàno
farmi. Bocc. nov. 2. — Ahi lassa me che assài CHIARO conòsco , come io it sia
poco cara. Id. nov. 15. —Chi non sa come DOLCE ella sospìra, E come POLCE par-
la, DOLCE ride. Petr. son. 126. . $. Il. L’ addiettivo varia di genere e di
numero cangian- do la sua desinenza. Due sono le desinenze degli addiettivi
ilaliani : e ed 0 (3). La prima per amendue i generi, cangian- dosi nel plur.
in 2. La seconda è pel solo maschile sing.; essa diventa a nel fem. sing., 7
nel plur. masc., ed e nel plur. fem.; esempj: Servo fedele e attìco, Serva
fedile e attica. — Paese grande e popolàto, Città grande e popolàta.— Servi
fedeli e attivi, Serve fedéli e attive.—Paési grandi e popolàti Ciò grandi, e
popolùte. OSSERVAZIONI SULLA CONCORDANZA DEGLI ADDIETTIVI. td . $ IV. Quando
nella frase vi sono due nomi del mede- Simo genere, uniti mediante la
congiunzione copulativa €, ‘addiettivo accorderassi con tutti e due, cioè nel
plurale, e nel genere di ognuno di essi, come : Piétro e Giovànni sono
POVERI.—Maria e Lucìa sono RICCHE. 2° Quando i due o più nomi sono di genere
differente, l'addiettivo si accorderà in numero con amendue, ma in ge- Nere col
maschio, come: Z/ padre e la madre sono CONTEN- TI-Le figliuòle e i figliuòli
sono MORIGERATI. ‘osa ulile.Laonde credo che nulla siavi di più erroneo,che
questa espressione: addiettioi presi sosfantivamente,che spesso incontrasi
nelle grammatict e; quasi Ica: addiettiviche fanno le veci di sostantivi. Love
maila qualità può sostituirsi alla sostanza ? e non potendosi ciò, l’addicttivo
esprimente la qualità, "on può certo prendersi sostantivamente, cioè in
vece del nome espri- Mente Ja sostanza. I (2) Secondo il metodo comune fino ad
ora seguito di così denomi- Nre tutti i nomi di qualunque specie essi sieno.
Nel mio Dizionario Uni- versale della lirgua italiana, ec. tali voci sono
contrassegnate come z0- mi astraili, siccome tutti gli altri nomi vi sono
indicati secondo la qua- lità loro, e a tenore della divisione del nome da me
esposta in questa grammatica (Parte terza, Sez. Il. Cap. 1). .(3) Sonovi
addiettivi di doppia desinerza, come Fire e fino, ec. Ta- luni ne hanno tre,
come Leggiére, !cggiîri, leggiéro. 120 PARTE TERZA 3.° Nell occorrenza di due o
più nomi di differente nu- mero, o di differente genere, uniti non già dalla
congiunzione e, ma dalla preposizione con, l' addiettivo puossi liberamente o
coll’ uno o coll’ altro accordare, come: Essendosi Dionto CoN gli altri giòvani
messo a giucàre a tavole. Bocce. gior. 6. fin — Il re cO' suoi compàgni
Rimontato & cavàllo al reò- le ostiére se ne tornàrono. Id. nov. 96.—
Esséndosi la don- na col giovane POSTI a tavola per cenàre, ed ecco ec. Id.
nov.50. 4° Occorrendo nella stessa sentenza due o più nomi di seguito, di
genere o di numero diverso, senza che alcuna particella gli unisca, l’
addiettivo si accorderà coll’ ultimo no- ininato perchè si suppone che lo
stesso addiettivo sia sottn- teso per ognuno de' nomi antecedenti, come: Z/
vino, l'acqua . il fuòco è BUONO.— Un tizzo, un carbòne, una favìlla € ATTA dpr
fuoco. ste 2 Quando due, o più nomi di cose inanimate $1 S© guono, uniti dalla
congiunzione copulativa e, l' addietuvo # accordì pure.-coll’ ultimo, ogni
volta che questo non n parato mediante qualche voce del verbo essere, come : d
è se» un, ch’ avéa T una e l'altra man Morza. D. Inf. 28 (4).- | Ne la
soprabbondùnte pietà et allegrézza MATERNA lo per misero. Bocc. nov. 16 (3).
(4) Contro questa regola potrebbesi allegare il seguente esempio del Boccaccio.
Se così gridato avèste, ella (la gru) avrèbbe sosì l'allra coscia) ; id + DN È
e l'aliro piè fuòr MANDATA. (5) Trovandosi con un nome di maschio un soprannome
femmini®®, | I addicttivo si accorda piuttosto con quello che con questo. Gli pr
ieghi non giocavano alcùna cosa, perchè quella bèstia (cioè Tofano) era pi
DISPOSTO @ volère, che ec. Bocc. nov. 64. Voglion taluni che, esse! uc vi nella
frase la voce femminina persona, relativa a nome masco” î l'addiettivo debba
accordarsi con questo anzicht con quella: Za RIE quando è TRIBOLATO, e hae
molla falica , si dice e pensa che Iddio!" olmo» : in odio. Fr. Giord.
Pred. p. 133. — E/ è un hello uomo, e par person _ a molto da bene e costuMaTO.
Bocc. nov. 12. Non sembra per altro quest ® kg . . LI “i u- n regola sia
generale, imperocchè e nello stesso Boccaccio ed in altri au. ° Ù . . . . . Ul
ce tori trovasi moltissime volte l'addiettivo accordato in genere colla Y°
persona. i | ° U . . . . ‘ é Gli addiettivi Mezzo in senso di metà, e Salvo nel
senso di ecce o. . . ” . . se fo, non s’accordan mai col none femminino, o
plurale, col quale po” . . O C) ogo . RX N ci ser trovarsi, ma rimangono
invariabili come avverbj); esempi: Once cun e MEZZO per libbra. Gio. Vill. 12,
g6. — La moneta di ventitre € de | caràli. Id. 8, 53.— Una libbra e MEZZO di
castròne. Burch. son. Rendel” 3,5. gli la signoràa di Lombardìa, saLvo la Marca
Trivigiàna. Gio. Vill. SAL- — Fècero ordine, e decrèto che ciascùno potèsse
uscire dal bando, vo quelli delle case ecettuàte per Ghibellini. Td. 9g, 317.
Il Corticelli, allegando gli avvertimenti del Salviati, vol. 1, € 3, P. a
insegna doversi parimente rimanere invariabile ‘1° addiettivo Tullo, pre ceduto
dalla particella per, e doversi dire: Soro séalo per TUTTO Roma ilud- . we gi è
n i è. V. Tutte le regole già stabilite
per la formazione del plur. dei nomi (7. Sez. II, Cap. III, $. IL e seg.) sono
pa- rimente agli addiettivi applicabili; solo ripeterò, che le finali co e go
în addiettivi bisillabi cangiansi in ch: e ghi, come: Ricco, ricchi; largo,
larghi, ec.; ma gli addiettivi di più di due sillabe’ cangiano semplicemente
l'o in 7 senza aggiun- gervi è, come: Faenàtico, fanàtici ; politico, polìtict;
scolà- sco, scolàstici: tranne antico , solingo, ramìngo, guardìngo, | che fanno
antichi, solinghi, ec. (17). Sonovi alcuni addiettivi in co e go, che
indifferentemente ‘ cangiano queste finali in ch ed in cz, m ghi ed in gi, come
r sarebbero - pubblico, pràtico, sofistico, salvàlico, stìtico, CI x 0 è. x . .
e mendico, anàlogo, ec., che fanno pùbblici, e pùbblichi; prà- ua, e pràtichi;
anàlogi, e anàloghi, ec. Ù VI. I cangiamenti di genere e di numero non sono e
sole variazioni, alle quali vanno soggetti gli addiettivi qua- hificativi: essi
hanno al pari de nomi 1 loro accrescalzri, peg gioralivi e diminutivi,
indicanti aumento o diminuzione nella *. 0 © è . © 0. . . qualità, per cui i
nomi distinguonsi; e le desinenze, che a tale effetto sì aggiungono agli
addiettivi, sono quasi le stesse che quelle usate pe’ nomi, cioè per gli accrescitivi
one, otto, occio, L\ LV DI q 0220, come: dellòne, bravòne, grandòne, superbòne,
grassòtto, ellbecio, frescòzzo, ec.; per li peggiorativi acco e azzo, come:
grandùccio , poverùccio; cagnàzzo (brutto), brunàzzo, ec.; pei diminutivi ello,
erello, elto, icello, astro, ino, olino, iccio, igno, ognolo, uccio, uzzo,
come: cattivèllo , teneréllo, vecchieréllo, h L) 0 \ N . LN x . bianchétto,
grandicèllo, rossàstro, biancàstro, magrìno, picco- È . 67 CU) . q C) LI ino,
biancolino, gialliccio, stracchiccio, verdigno, o verdògno, q È . e x
amarognolo ( alquanto amaro ), carùccio, umidùzzo, ec. che al femminino
cangiano l’o finale in 4 (8). Ho guardalo per TUTTO la strada. Il cerco per
TUTTO la casa, ec. in ve- ce di Per tutta Roma, per tuila la strada, ec. Ogni
cosa equivalente dll'omne de’ Latini trovasi talvolta in senso neutro, come:
Feggéndo OGNI USA così disorrèvole, e così disparùto cominciò a rìdere. Bocc.
55.; nov. € alora in senso femminino, come: OGNI cosa di fiori piena e di
giunchi suncala. Id. introd. ua n (7) Le sillabe finali ca e ga negli
addiettivi femminini si cangiano sempre in che e ghe, come: Ricca ricche,
bianca bianche, vagha vaghe, larga larghe, ec. (8) Sonovi addiettivi, che
possono indistintamente prendere due o tre delle suddette desinenze diminutive,
e conservare quasi lo stesso signifi- Calo, come: A/l0, alièito, alierèllo;
umido, umidètto, umiduzzo; giùllo, gial- letto, giallino , giullùccio; poco,
pocolino, pochetto, pocùccio ; bianco, bian- chètto, bianchìno, biancùccio, ec.
Talora due ed anche tre delle già dette Sinenze trovansi insieme in un solo
addiettivo, come: Rosso, rossetto, Fossellino ; bianco, biancastro,
biancastròne, biancastronàccio. Per èssere Gram. Ilal. 17 + 123 . . TESTI. Tu per questo la cosa mi lodàvi,
Ch' ella era sì GRAX- DONA, e rigogliòsa. Buon. Tanc. 4, 1. — Accertitevi che
invi porlo un BENONE GRANDONE, poichè oltre all' ésser buon compàgno, pizzicate
ancòra dî poéta. Caro, lett. fam. par. 1, pag. 124.— Gli altri due giòvani,
corsi a dove era quel Ric- CONE, forzàvano ec. Fir. Asin. — Per Dio non vidi
mai uò- mint più BELLONI, né più rugiadòsi di questi. Caro, lett. par. .2, pag.
137.— Ha in casa una Jura di queste stiùe, tant alta BELLONA. Cecch. stiav. 4,
tarchiùta, giulìva, FRESCOCCIA e grassa. Lor. de' Med. Nenc. — L' altro era un
fanciùl PIccOLINO, che ancòra non avtva un anno. Bocc. nov. 86.—Fu finìto il
processo di Messer lo tùdice sopma la morte di Pasquìno catTIVELLO. Id. nov. 1.
Quel Pietro fu che con la POVERELLA Offerse a san- ta chiesa il suo tesòro. D.
Par. 10.—Io una è aggiugne rò, da yna SEMPLICETTA donna adoperàta. Bocc. nov.
64. o — Ma se due dì del consuéto strame I POVERACCI ma rimàngon privi, ec.
Malm. 4, 2.— Con una potentissima w- ha e CALDUCCIA. come la mattina Allo
spedùl si ; vànda Be dà la medicìna. Red. Cons. 1, 14.— Il gufo si ponga n
terra, în luògo un poco ALTERELLO, sicché sta dagli uccelli veduto meglio.
Cresc. 10, 25. — Tòrcon quelle BoccuCCE, Fan quei visi AMAROGNOLI. Buon. Fier.
g. 4, at. 5, sc. 16.— Vide nuove ragiòni d' uve, al suo intendimento e dove
bian- 3.T— Ella è GROSSOCCIA - che di ragione VERDIGNA. Fr. Sacch. nov. 177.—/o
non vorrei che noi pigliàssimo un anchio ch’ e fosse ualche vecchio debole, e
inreRMmICCIO. Machiav. mandr. at. 4, sc.9. S. VII In quanto al posto che
l'addiettivo tiene nella c0- struzione della frase, su di ciò v' è poco da
ragionare. Gu- |. sta la costruzione diretta, o sia semplice, che è anche
quella | ‘ che segue l’ ordine naturale delle nostre idee, l’ addiettivo sem- —
pre dovrebbesi posporre al suo nome. Uòmo MAFERIALE € © rosso senza modo. Bocc.
nov. 28. Ma nel'a costruzione indiretta o figurata, per una figura detta
Iperbàto, di cuì tan- t uso fassi nella italiana lingua, gli addiettivi si
possono a' n0- mi loro premettere (9). O guàrnie MEMORABILI schiatte, quan
questo Menicùccio un cerlo BIANCASTRONACCIO senza froppa barba. Firo nov. 7. sa
| (9) Talora leggesi il nome posto in mezzo a due addiettivi; costr” zione
molto usata dal Boccaccio. I quali (i due cavrioli) Ze parèvano lo più DOLCE
cosa del mondo, e la più VEZZOSA. nov. 16. — Un uomo di AMPLISSIME eredità,
quante FAMOSE ricchezze, ec. Bocc, lutrod.— Madònna, io non so come PIACEVOLE
relna noi wreno di vor. Id. gior. 8. fin. — Quantànque fosse TONDO e GROSso
uomo. Id. nov. 253. — Giùnto m'ha amòr fra BELLE e CRUDE braccia. Petr. son.
158 Ea S. VIII. Ragionando sull'uso dell'articolo determinante Sez. Il Cap.
VII, si è dimostrato ($. X) quando si può e quan- do si debbe replicare
l'articolo innanzi a ciascuno de’ nomi ove due o più di questi si succedono. Ma
le regole ivi esposte abbisognano d'uno sviluppo maggiore per applicarle ‘
anomi preceduti da un addiettivo. Quando al primo de' nomi succedentisi,
precede un addiet- tivo che si riferisca anche agli altri, l'articolo
determinante non si deve replicare, ove non si voglia replicare parimente
l'addiettivo, altrimenti questo parrà riferirsi solo al primo no- . me Dicasi
dunque: Ze delizidse valli e pianùre; oppure, de deliziose valli e le deliziòse
pianùre, non già Ve deliziose valli e le pianùre. i $. IX Quando ad un solo
nome s’ uniscono due addiet- tivi, farà d'uopo esaminare se entrambe le qualità
nello stesso soggetto si possono addire; nel qual caso l'articolo che prece- de
al primo addiettivo non si ripete, come: Y saggi e zelànti cittadini; i buòni e
fedéli sùdditi; gli empj e perversi nemìci, ce: o se ognuna delle due qualità,
per natura fra loro oppo- ste, ad un soggetto diverso debbasi riferire, ed
allora la replica dell'articolo è necessaria, come: I buoni ed i cattivi uòmini;
iveri ed i falsi amìci; è filosofi antichi ed i modérni, ec.: se in questi e
simili esempj si volesse tacere il secondo articolo, ne risulterebbe un error
manifesto, imperocchè la congiunzione copulativa e riunendo ne' rispettivi nomi
i due addiettivi, pre- senterebbe l’idea contraddittoria di due qualità opposte
nello stesso soggetto. SELLERATA cifa e CORROTTA, il quale ec. Id. nov. 32.—-A
piè di una BELLISSIMA fontana e curana. Id. ibid. i la (10) Gli addiettivi per
lo più si premettono a’ nomi proprj sì di per- sone che di paesi e città; onde
dicesi: IZ valoroso Achille; I arlificioso Ulisse; il divîn Ariosto; la bella
Amìinia; Vl inarricàbil Corrèggio ; la ric- ‘a Inghilterra; la popolata
Francia; la deliziosa Itàlia, ec. Hannovi alcuni addiettivi che variano di
significato secondo che so-. no posti o avanti o dopo il nome, come: galanti’
uòmo (uomo da bene, Onorato), uomo galante (gentile, manieroso); gendi! uomo
(nobile), uomo ° gendile (garbato); un grand’ uòmo (assai meritevole), un uomo
grande Gilto); un solo uomo (unico), un uòmo solo ( senza famiglia); una gran
‘084 (cosa maravigliosa), una cosa grande (estesa); una cerla. nolìzia (non ben
saputa), una notizia certa (indubitata); un doppio amico (due | amici), n em}co
doppio (falso); un semplice coniadìno (un solo), un con- ladino semplize
(inesperto, soro). DE' GRADI DI COMPARAZIONE. S. I. Uno degli accidenti
dell’addiettivo, è il grado di comparazione. Possono due obbietti, sieno essi
della stessa o di diversa natura, la medesima qualità possedere, il che, atte-
so la necessità in cui siamo, di trovare delle differenze negli obbietti onde
distinguere gli uni dagli altri, c' induce a cercar- ne nelle qualità loro,
comparando queste per gradi, vale a di- re, cercando se i due obbietti abbiano
la stessa qualità in grado uguale, o se questa nell' uno trovisi in maggiore 0
minor grado che nell'altro; e sono queste tre differenze che in grammatica,
Gradi di comparazione si chiamano, cioè Gra- do x per grado maggiore, grado
minore, grado massimo, grado minimo, i | | bi; II. Per cagione delle anzidette
comparazioni gli addiet- tivi dividonsi grammaticalmente in posilivi, che
indicano sem- plicemente la qualità del nome senza compararla con quella d'un
altro (1); in comparativi, che comparano la qualità d'un nome con quella d'un
altro, in grado eguale, o in gra do maggiore, o in grado minore ; in
superlativi, che portano la qualità al più alto, o al più basso grado, e si
suddividono in superlativi relativi, ed in assoluti, gli uni e gli altri indi-
cando il grado eminente della qualità, ma questi ciò fanno po- sitivamente
senza comparazione, quelli comparando la quali tà del nome con quella di altro
nome. n S. IU I gradi di comparazione vengono nel discorso m- dicati ognuno da
due particelle, una delle quali è la compa rativa, e all'addiettivo premettesi,
l’altra è la corre/aliva, e qui congiunzione s'interpone tra l’addiettivo ed il
nome o pre nome dell’obbietto comparato. I COMPARATIVI IN GRADO EGUALE.
Forrnasi la comparazione in grado eguale, con una delle. seguenti particelle:
così, sì, tanto, altrettànio ; che hanno pî correlativa una di queste, come,
quanto. Come, è la correla- tiva di così e sì. Quanto, di tanto (2), esempj:
Una pera 008 (1) Sonovi certi addiettivi incapaci di ricevere comparazione alcuna,
perchè le qualità da’ medesimi indicate, sono superiori a tutto quello che si
volesse da noi oppor loro in confronto; tali ‘sono: Divino, etèrno, pe renne,
mortale, immortale, ed altri simili. (2) Tanto, alirettànio e quanio non sono
qui che avverb) tudine, e conseguentemente non sono sottoposti ad;alcuna legge
di conce” danza, nè di genere, nè di numero; possono per altro le medesime
parl!” di simili. dle 0 sì dolce come lo zucchero. — Questa tela è Si bianca
COME la neve.— Génova non era COSì potente COME Venézia.— Egli fu TANTO modesto
QUANTO dotto.— Uno spettàcolo AL- TRETTANTO grande QUANTO terr)bile.— TANTO
caloròso QUAN- To Cesare. — Egli è ALTRETTANTO diligente QUANTO suo fra- lello
è trascuràto ec. ‘#. . TESTI. (3) Delle femmine era COSì vago COME sono i cani
de’ bastòni. Bocce. nov. 1.— Se io avessi così bella cotta COME ella, sarèi
oliresi guardàta com’ ella. Nov. ant. 25.— Veramente è questi | 00Sì magnifico
COME uòm dice. Bocc. nov. 7. — Altri foriu- EI nali avvenimenti si vedrànno,
così ne' modérni tempi avve- nuti COME negli antìchi. Id. proem. — Pàreele così
bello COME il re l’avéa detto. Id. nov. 97.— TANTO le faccia Iddio trista
QUANTO 20 voglio esser lieto, ma COSÌ foss to sano, COME #0 non sono. Bocc,
nov. 83. — ComE agl infermi del corpo e | Così a quelli dell’ ànima dee l'uòmo
aver pietà. Cavalc. pun- gi. 45.— Se io potùto avèssi onestamènte per altra
parte me- nare a quello che io desìdero, che per COSì aspro sentiéro Co- ME fia
questo. Bocce. Introd. f. IV. La comparazione in grado eguale può pure aver
luogo tra due qualità diverse nella stessa persona o cosa: £ però quella...
Volta ver me sì lieta come bella. D. Par. 2. Fassi talvolta la comparazione tra
due nomi sostantivi (4) : omo di piacevolìissimo ingégno ec. COME dimòstrano i
suoi bellissimi e dotti componiménti COSì in prosa COME in versi. Varchi stor.
Ed anche tra due verbi: Gli spaveniàit COSì òdo- no la vanità del pòpolo come i
consìgli de' savj. Dav. stor celle essere addiettivi comparativi di quantità e
di numero, de’ quali si parlerà altrove. | (3) Puossi elegantemente uma delle
due particelle, o la comparativa, o la correlativa, per elissi sottintendersi;
onde si può dire: Un oratore tloquènte quanto Cicerone ; un fruito dolce come
lo zùcchero, sopprimen- do nel primo esempio così, e nel secondo tanto. Ivi,
com’ ora, che nel fuòco ofina, Mi rappresènio (così mi rappresento) carco di
dolòre. Petr. canz. W8.—Un vestimènto di lino sottilissimo e bianco (così
bianco) COME neve. cc. nov. 96.—Niuna cosa fu mai del fuòco degna (così degna)
come sarti io. Id. nov. 23.—Quella inièndo io di guardòre e di servàre QUAN- 10
la mia vita durerà (cioè tanto quanto). Id. nov. 18. (4) In vece della
particella correlativa come, ripetesi talora la com- Farativa sì, specialmente
nella comparazione tra due nomi, o pronomi. Questo re Rubèrio fu il più savio
re che fosse tra’ cristiàni, sì di senno naturale, Sì di scienza (in vece di
come di scienza). Gio. Vill. 19. 9.— Uh quanto m’ era ciò caro ad udìre, Sì per
colùi che "1 diceva, Sì per que' che ciò ascoltàcano! Bocc. Fiamm. 4. — Chi il commendò.mai TANTO QUANTO #u ?
Bocce. nov. 5. — Ma COME noi veggiùmo assùi sovente avvenìre ec. COSì di questo
pòvero palafrenièro avvenìia. Bocc. nov. 22 (5). COMPARATIVI IN GRADO MAGGIORE
E MINORE. S. V. Le due particelle più e meno premettonsi all ad- diettivo per
indicare la prima, il grado maggiore, l'altra il grado minore, di comparazione,
come: Più ricco, meno ricco; ed amendue hanno per correlativa una di queste: di
(6), che. Ma non in tutte le comparazioni di grado maggiore, € minore si
possono indifferentemente l'una, o l'altra delle due mentovate correlative
adoperare, e perciò buone saranno le seguenti osservazioni. 4.2 Usasi
necessariamente la prep. di, quando la seconda parte della comparazione è uno
de’pronomi personali nel rap- ‘porto di obbietto indiretto, cioè me, noi, te,
voi, lui, lei, loro, come: Più lieto di me. — Meno ne avèa di lui. — Più conve-
névole di te.— Più poderòsi di noi ec. sE NI 2.2 Adoprasi parimente il di
innanzi a'pronomi dimostrativi (5) Quando il secondo termine della comparazione
trovasi essere uno de' pronomi personali, o primitivi, o relativi, bisogna
vedere se tal pro- nome è il subbictto, 0 l'obbietto diretto del verbo che in
tutte le compa- razioni d’ eguaglianza sottintendesi: se n'è il subbietto, si
adoprera una di queste particelle: Zo, r0î, fu, voi, egli, èglino, ella èlleno
; se all’ opposto n° è l' ebbietto diretto, dovrassi usare una delle seguenti:
Me, zoî, fe, 00h lui, lei, loro. Fa forza che tale differenza conoscasi da
chiunque desidera di scrivere, e parlare purgatamente la lingua, e schivare le
viziose espres” sioni, che tutto di odonsi dal volgo e da’ meno esperti
profferire. Impe- rocch: nulla intendesi più comunemente che le seguenti, o
simili dizion! : Egli lo sa come me. Io farò come te. Ella è ricca quanio lui,
ec. Per veder chiaro gli errori, che racchiudono tali frasi, si aggiunga ad
ognu- na delle suddette il verbo, che in forza della comparazione vi si
sottinteo” de: Egli lo sa, come lo so me. Io farò, come fai te. Ella è ricca,
quan. to lo è lui; non sono questi solecismi intollerabili? Dicasi adunque :
25° lo sa come io, 6 come lo so io. To farò come iu, 0 come fai iu. Ella è
ricca quanto egli, o quanto lo è egli. Se tu vedessi Com’ 10 (vedo) la cal tà
che tra noi arde. D. Par. 22.—.Se io avessi così bella colta come ELLA (ha).
Nov. ant. 25.—Chi il commendò muitanto quanto TU? (il commen- dasti). Bocce.
nov. 31.— Tanto i faccia Dio sano delle reni quanto 10 (so- no). ld. nov. a1.
Ma quando il secondo termine della comparazione VIE nce ad essere l'obb.
diretto del verbo sottinteso, egli è necessario che s €- sprima per me, fe,
lui, ec., onde diciamo bene: Zo # amo come ME. Nov. ant. 33 (cioè come amo me).
(6) L'uso della particella di nella nostra favella come correlativa de- gli
avverbj più e meno, ha luogo in forza delle parole @ paragone, % comparazione,
in confronto o simili, che per ellissi vi sì sottintendono, co- me: Federico è
più assiduo (in confronto) di Carlo.— Egli è più ricco (a comparazione) di mio
fratello e di me.—Noi siamo meno infelici (a para gone) di lu. —— ETIMOLOGIA E
SINTASSI . 127 colui, colei, colòro, costui, costei ec., ed innanzi a que momi
che non possono esser preceduti dall’ articolo determinante, come: Più
scelleràto di colùi.— Meno débole di tutti — Più antica di Roma ec. 3. Quando
la seconda parte della comparazione è un nome capace di esser preceduto dall’
articolo determinante, questo alla prep. 4; uniscesi, formando insieme le
particelle del, dello, della, dei, deeli, delle, come: Più lucénte del Sole—
Men doito dello scolàro.—Più bianco della neve ec.(7) 42 La particella
correlativa che debbe necessariamente adoprarsi quando la comparazione fassi
tra due qualità diffe- renti, che allora la seconda parte viene naturalmente ad
esse- re un addiettivo, come: Più ricco CHE savio. — Men viriuòsa cHE bella,
ec. (8) 5. Usasi parimente il che quando la seconda parte della comparazione
trovasi essere un verbo o un avverbio, come: Egli legge più che non iscrìve-—
Parla più che non agìsce. — Più dotto che non si crede.— Più ricco ‘che mai.—
Più oggi che Jeri, ec. (9) | TESTI. (40) — Nessùn visse giammài Di me PIU
LIETO. Petr. canz. 46. —Non so cui io mi possa lasciàre a riscuòtere il mio da
(7) Trovansi però moltissimi esempj negli autori, costrutti con la cor- ;
relativa che sola, o seguita dall'articolo determinante, ancorchè la secon- da
parte della comparazione sia un nome. Che in fre maltine ri: olverà ohi cosa, e
rimarrài più sano CHE pesce. Bocc. nov. 83.— Egli è una siovane quaggiù, che è
più bella cHe una làmmia. \d. nov. 85.— Una donna più bella assài cHE ’l sole E
più lucènie ec. Petr. canz. 24. (8) Usasi talora per seconda parte della
comparazione, l’addiettivo Pronominale quello, quel, preceduto dalla particella
di, e seguito dal che, . chiudendosi poi la frase o con lo stesso verbo della
prima parte, espres- _ Pv % 0 sottinteso, © con qualche altro verbo differente
dal primo. Ord’ ella ‘ssi Lucènte PIU assai DI QUEL CH' ell’era. D.Par.5.—
Oscuri sempre Sono 0564 PIV gli oràcoli DI QUELLO, CH’ altri sì crede. Guar.
Past. fido, at. 1, X. V.-Ma le promìse, e la sua fè le diîde che farìa PIU DI
QUEL CH'ella i chiede. Ar. Fur. c. g. 57. ; (9) Terminandosi la seconda parte
della comparazione con un verho, ‘ questo lo stesso che quello della prima
parte ripetuto, sia altro verbo "ferente dal primo, la correlativa che va
sovente seguita dalla negativa i ti Accèso d' altìssimo e nobile amore, forse
riv assdicHE alla mia bas- ° condizione NON parrèbbe ec. Bocc. proem. — Molto
PIU belle e PIU care : ( si . . * ME noî non siamo. Id. Introd.— 4ffligge PIU
CHE NON corforta. Peir. son. 6. tire (10) Facendosi la comparazione tra due
rcrri sostantivi, le due Jar- li e meno ‘sono censiderate come addiettivi,
stando esse in vece et o mincr numcro, 0 quantità. Sccrgîcasi in questo parlire
di U pempa CHE lecltà. Dov. enn. l'b 1.— Pariondclo con quella fenerèzza CH'
ella potèva. Fir. As. 120.— Più e PIU Sossi cingen li ca- loro, PIU conventvole DI te. Bocc. nov. 1.—
Chi è PIU mì- sero di colùi che i benefizj dimentica? Varchi stor. — Quanto
ciascuna è MEN bella di lei, Tanto cresce il desto, che m' innamòra. Petr.
son12.— Deh, se non hai del viso il cor MEN dello, Non impedtr ec. Ar. Fur. c.
4. st. 355. — La moglie, e’ figliudlo non mi sono PIU del padre e della re-
pubblica a cuòre. Dav. ann. lib. 1.— Ayputianci nor MEN care che tutte le
altre? o crediàm la nostra vita con PIU forte caténa èsser legàta al nostro
corpo, cuE quella degli al- tri sia? Bocc. Introd.— Egli è una giòvane quaggiù
che è PIU delle cHe una lammia. Bocc. nov. 85.— Come colùi, che era PIU che una
donna pauròso. Bocce. nov.79.—Tu hai sapi- lo PIU ch'io t'insegnài. Nov. ant.
76. $. VI. Sonovi alcuni addiettivi ne' quali i gradi di com- parazione
d’eccesso, e di difetto irregolarmente si formano; tali sono: grande, p’ccolo,
buòno, cattivo, i quali, alla foggia latina, cangiansi in altre voci affatto
differenti imperciocchè in - vece di più grande, più pìccolo, più buòno, più
cattìvo, dicia- mo maggiore, minòre, migliòre, peggiòre, che sono addieitvi
comparativi latini, passati a noi con poco travestimento (11). TESTI. To non
potrei irattàre per la salùte de' na con |. o di quello , che to ho trattàto.
Cas. Lett. 21.— State certo che io n'ho MAG , GIORE voglia di voi. Machiav.
com. — Del suo lume fa'l cielo. MAGGIOR affeziòn d ànimo né con MIGLIOR mo
sempre quieto, Nel qual si volge quel c'ha MAGGIOR fretta D. Par. 1.— Bene è
miGLIORE 2 suo Iddio che il two. Nov. ant. 78.— E molto MIGLIOR maestro che to
non st no. Bocc. nov. 50.— Onde discéende Dagli altissimi monti . MAGGIOR
/ombra. Petr. canz. 9.— Onde nel cerchio MINORE, ov'è '1 punto Dell'univèrso.
D. Int. 14.— Mentr' è di qua, la donna di Brabànte, Sì che però non sia di
PEGGIOR grég- > gia. Id. Purg. 6 (12). sièlli. D. Inf. 18.— Lo buòno
pastore che avèa cento pècore, quando $ ,, ne frovò MENO una. Stor. Barl. 36. —
Facciasi con PIU onestàie e con Pil | cortesta CHE fare si puole. Nov. ant.
proem. (11) Alle particelle più e mero, e agli addiettivi maggiore, minore STI
migliore, peggiore aggiugnesi talvolta uno de’ seguenti avverb): Assai, molto,
. vie {roppo, di gran lunga, a gran lunga, che hanno forza d’ accrescere !
grado di comparazione. TROPPO PIU bellu gli parve che stimolo non arto , bocc.
nov. 67. — Poco dinanzi a lei vedi Sansone Vie PIU forte, che 508 gio, ec.
Petr. Tr. d’ Am. cap. 3. — Il profàlio, il qual voi trarrète sof? maggiore A
GRAN LUNGA della fatica. Segn. Man. Introd. (12) Gli avverbj dere, e male,
fanno i loro comparativi cangiandost ella STO ee pm ca ETIMOLOGIA .R SINTASSI |
. 129 SUPERZLATIVER. S. VII. I superlativi relativi, cioè i gradi massimo e mi-
himo di comparazione, si formano colle medesime particelle piu e meno,
precedute dall'articolo determinante #/, Za, è, k, come: il più ricto, la più
bella, i più dotti, le più vir fuse, ec. | Per correlativo de’ gradi massimo, è
minimo, adoprasi una delle seguenti particelle 42 (sola o unita all'articolo
de- terminante), tra, fra, che (13); esempj: Il PIU ricco DI tut- ta la
città.—La PIU della donna DEL suo tempo.—Il meNO diligénte TRA tutti i miei
scolàri.— Il PIU eloquinte TRA i i greci oratòri.—Il MENO esperto DI noi. — Il
PIU perfetto ca- | piùno cHe È aniìca Roma abbia proditio. —_ - TESTI Subito
scorse il buon giudìcio intîro, FRA tanti e sì bei volti IL PIU perfetto. Petr.
son. 201. — ME farài IL PIU leto ubmo del mondo. Bocc. nov. T7.— Raccòntano
ancòra che tra loro fu Ercole 1L PIU forte di tutti gli uòmini. Tac. Dav.
Germ.— Era IL PIU piacevole ed IL PIU sollazzivole umo del mondo. Bocc. nov.
59. — Sarà IL PIU felìce e con- tinto ubmo che si trovi sotto le stelle. Mach.
Com. Lo stesso dicasi de’ quattro comparativi maggiòre, minòre, migliore,
peggiòre, e degli avverbj comparativi meglio , e Peggio, i quali. preceduti
dall’ articolo determinante; hanno pure forza di superlativo relativo. i TESTI.
Dirò dì noi e prima del macciIORE, Che così vita e li» erià ne spoglia. Petr.
'Tr. d'am. cap. 1.— Ciascùn sarìa color vinto, Come dal suo MAGGIOR è vinto il
meno. D. Purg. 7.— Sentìa il MAGGIOR piacér, la MAGGIOR festa, e sentir possa
alcùn felice amànte. Ar. tur. c. 8, st. 81.— Tra belle donne, a guisa di una
rosa Tra miNoR fior né in meglio e peggio, amendue derivati dagli addiettivi
migliore e peggiore. suoi compàgni racconia ciò che sanno MEGLIO di lui. Bocc.
nov. 73. —Picolètto di persona, bruito e barbucìno, parèa MEGLIO Greco che
francesco. Gio.'Vill. 12, 8. — Se” savio, e*niendi MF’, ch' io non RAGIONO. +
Inf. a. — Che, lutto che stia mal, meria star PEGGIO. Ar. Sat. ., (13) I
superlativi relativi altro non sono che comparativi alquanto più estesi; e
spesse volte, sopprimendo l’articolo, che precede alla par- licella
comparativa, il superlativo diventa comparativo ; onde: Crasso era IL PIU ricco
DI tutti i Romàéni; è lo stesso che, Crasso era più ricco che egni allro
Romàno, ec. Gram. Iial. o 18 130. PARTE TERZA lieta, né dogliòsa. Petr. son.
244.— Jo sarò il MIGLIOR ma- ‘ rito del mondo. Bocc. nov. 28. — I) MIGLIOR
tempo del mon- do prendéndo de modi di Calandrìno. Id. nov. 89.— Che col
PEGGIORE spirto di Romàgna Trovàì un tal di voi, che per su’ opra ec. D. Inf.
335.— £eli era il PEGGIOR uòmo che . forse mai nascésse. Bocc. nov. T1.—J/ mal
mi preme, e mi spavénta il PEGGIO. Petr. son. 206. — E veggio ! meglio , ed al
PEGGIOR m' appiglio. Id. canz. 39.— 0 quante volte avvénne, Che si ricorda un
savio detto antico, Che l' uòmo ha solo il mEGLIO per nimîco. Morg. 26. S.
VIII. Sovente le particelle più, e meno, indicano i gradi massimo o minimo di
comparazione, anche senza essere dall’ articolo determinante precedute, e
segnatamente quando , o l’addiettivo precede, in vece di seguire il nome, o la
seconda parte della comparazione è un verbo. TESTI. Quello ne’ miei parlàri
biasimàndo , che nell'ànimo m'era PIU càro ec. Bocce. Fiamm. 1.—J nemici PIU
furiòsi con loro ate persòne, e lunghe aste feriscono da .discòsto. Da- vanz.
stor. lib. 5.— Z/ tuo padre ti manda quesio per con- solàrti di quella cosa che
tu PIU ami, come tu hai lui con- solàto di ciò che egli PIU amòdva. Bocce. nov.
54. — Or mira A qual di quesi PIU si rassomìglia L'uòm' di cui parli. Guar.
Past. fid. at. 5, sc. D. | S. IX. I gradi maggiore, e minore possono essì
stessi di nuovo esser comparativi in grado uguale; per la qual com- parazione
noi adopriamo Tanto più, tanto meno , tanto mag- giore, tanto minòre, e che
hanno per correlativo Quarto più, quanto meno, o solamente guanto o cotànto
(14). TANTO PIU dalla natùra conosciùto, QUANTO essi hanno PIU riconosciménto
che i giòvani. Bocc. nov. 10.— Ridùrle ad una quiete ch'abbia ad ésser TANTO
PIU durévole, QUANTO sarà PIU onorécole. Bent. Lett. 16.— TANTO parce loro PIU
bella che il dì passàto QUANTO lora del di era PIU alla (14) Tanto più ha
talora per correlativo Quanto meno, come in questo esempio del Bocc. nov. 65:
Essa TANTO PIU impazientemènie sositenèoa questa noja, QUANTO MENO si sentiva
nocènfe: E talora ha solo Pit per correlativo. QUANTO PIU m' avvicìno al giorno
estrèmo ec. PIU veggio "1 tem- po andar veloce e leve. Petr. son. bellezza
di quella conforme. Bocc. nov. 61.—Ah che TANTO PIU czeco Son 10 di le, QUANTO
PIU sono amante! Past. fid. at. 3. sc. II.—QUANTO € PIU sublime /a foriùna,
TANTO i disàstri sono Più gravi. Maff. Merope, at. D.—E TANTO QUANTO /u sez PIU
sciocco, e PIU bdestiàle, COTANTO ne divie- ne la mia gloria MINORE. Bocc. nov.
65.—TANTO PIU an- cora QUANTO egli mi pare che niuna. persòna altri che noi ci
sia rimàsa. ld. Introd. — Y° è TANTO MINORE i/ dispiacere , QUANTO vi sono: PIU,
che nella Città, rade le case e gli abi- tànti. 1d. lbid.—Ma come noi veggiàmo
assài sovénie avve- nìre TANTO /' amòr MAGGIORE farsi, QUANTO la sperànza
diventa MINORE. Id. nov. 22. SUPERLATIVO ASSOLUTO. S. X. Il superlativo
assoluto; il cui ufficio è di dimostrar la qualità di un oggetto nel grado più
eminente senza com- pararla con quella d’ altro oggetto (45), non formasi già
co- me il superlativo relativo, mediante qualche antecedente par- ticella
comparativa, ma col cangiare la vocale finale dell’ ad- diettivo in zssimo,
issima, issimi, issime, come: bello, bel- lissimo, @, è, e; caldo, caldìssimo,
a, i, e, ec. (16) I quattro addiettivi acre, celebre, integro e salùbre for-
mano questo superlativo alla foggia latina, cangiando le silla- be finali re e
ro in errimo; quindi dicesi: acérrimo, celebèr- rimo, inltegerrimo,
saluberrimo, in vece di acrìssimo, celebris- simo, integrissimo, salubrìssimo.
Quantunque contra questa regola leggesi nel Bocc. Fiamm. 6, 65: Colù: che fu
del no- (15) Ciò non ostante può questo superlativo, ad imitazione del latino,
aver talora relazione comparativa con altre cose dello stesso genere; ma în
vece che i Latini usavano in tale combinazione il geritivo, noi adopria- mo ]e
particelle dî, #ra, oltre a, ec. La nulùura umana è perfellissima DI /uite le
alire natùre. Dante.—O soeniuràlo TRA iulli gli altri svenlura- lissimo! Fiv.
Lucidi. —Nella egrègia città di Fiorènze OLTRE AD ogni attra ilolica
bellissima. Bocc. Introd.—.St come Vl uòmo, quando è perfetto, è ollimo ‘DI lutti
gli animàli. Amm. ant. 256. . (16) Gli addiettivi in co e go ricevono un’ A tra
il c o il-ge le fi nali issimo, ec., come ricco, ricchissimo j stanco,
slanchìssimo ; lungo, lun- ghissimo ; vago, vaghissimo ec. Negli addieltivi
posilivi in 70 dittongo, nell’ aggiungere le terminazioni sssimo, ssima, ec.
puossi volendo, troncare o Yo finale solamente, o l’intero dittongo io, e dire
seviissimo 0 savissimo da savio; caparbiissimo o capartissimo da caparbio. Ma
l’i del dittongo o dcesi troncare unitamente allo nelle desinenze cio, chio,
glio, e gio onde si scriverà guercissimo da guercio ; cecchissimo da vecchio;
vermi glissimo da vermiglio; malcagissimo da malcdgio. Allapposto l'i deve ri-
manere, ove io non formi dittongo, ma bensì duc sillabe distinte, come in yi0
che colle desinenze del superlativo farà y'lssizzo. * 152 stro peccato cagiòne, colùì di quello è stato
ACRISSIMO pur- gatòre; e in una delle lettere del Galileo: Senza ricecere e
dure compila satisfaziòne e giustificaziòne delle verità 1INTE- GRISSIME di
quanto ho scoperto, osservàto e scritta Questi due esemp], di. pajono esser
soli, non danno abbastanza au- torità per imitarli. S. XI. Gli, addiettivi
Suono, malo, grande, piccolo, hanno due maniere di formare il superlativo
assoluto, l'una regolare, come bonìssimo, malissimo, grandissimo, piccolissimo;
V al- tra irregolare alla latina, cioè dllimo, pessimo, màssimo, mì- nimo (17).
Le volte piene di OTTIMI vini. Bocce. gior. 3. prin. — Essendo stato un PESSIMO
uòmo in cita, în morte è ripu- tàto per santo. Id. nov. 1.—Za MASSIMA attività
de' raggi solùri. Sag. nat. esp. 4.—Zo MINIMO gent.r di sua delizia. D. Par.
31. (18). i (17) Ottimo e pèssimo possoro ancora aumentar di grado, ricevendo
1’ uno la finale issimo, cioè otlimissimo, ed essendo l’altro preceduto dalla
particella più. Questa locuzione è non solamente assai buona, ma ezian- dio
mollo òliima, cioè OTTIMISSIMA. Varchi Ercol. 16$.—E già sopra Fa- lèrno
copèrlo di vigne portànle vino OTTIMISSIMO ec. Amet. 70. — Colui ch’ è PIU
PESSIMO e crudèle di tulli gli uonzini. S. Gio. Cris. opusc. (18) Un addiettivo
positivo ha talora forza di superlativo per essere © preceduto, o seguito da
qualche dizione esprimente il supremo grado, come sarebbe: sopra ogni aliro j
senza modo ; fuor di misura; senza fine, ec. Come stimava il prence SOPRA OGNI
ALTRO felice. Bocc. nov. 17. — Uomo materiale e grosso senza MODO. Id. nov.
28.— Dolènle FUOR DI MI- SURA ec. Id. nov. 17. Gli avverbj eslremamente,
superiormente, singolar- mènle, infinitamènie e simili, posti innanzi ad un
addiettivo positivo forman di questo un superlativo, come: estremamente avaro,
superior- mente buono, singolarmente dotto, ec. Formasi parimente una specie di
superlativo per la ripetizione dell’ addietlivo positivo; onde diciamo : du- ro
duro per durìssimo; freddo freddo per freddissimo; buono buono per .bonissimo ;
piccìn piccìno per piccolissimo; allàto allàto per vicinissimo, .ec. Finalmente
si possono alcuni addiettivi positivi convertire in superlativi, contraendosi
in una sola parola colle particelle arci, fra, stra, tome: ar- cibuono,
arcidùuro, arcivèro, arcisicuro, arcisquisìto, ec. per bonìssimo, du- rissimo,
verìssimo, sicurissimo, squisitissimo ; tragrànde o stragrande per erandìssimo;
trapiccolo 0 strapìccolo per piccolissimo; trarìcco 0 straricca per
ricchissimo, ec. DEGL’ADDIETTIVI PRONOMINALI. Gl’addiettivi chiamansi
pronominali quando porta- no due caratteri, e d’ addiettivo, e di pronome;
indicando, co- me addiettivi, qualche rapporto accidentale e variabile di un
nome qualunque che con essi trovisi, o al quale sieno relativi; e prendendo, in
qualità di pronomi, le veci dell’ istesso no- me, sì di persona, come di cosa.
Sonovi quattro sorte di addiettivi pronominali, cioè Pos- sessivi, Congiuntivi,
Destributivi, ed Indefiniti. ADDIETTIVI PRONOMINALI POSSESSIVI. I pronominali possessivi considerati come
addiettivi, denotano la proprietà o l' appartenenza di una persona all’altra, o
di una cosa all’alira, esprimendo il rapporto di chi possiede colla cosa
posseduta, concordando in genere, e in numero con quest ultima; come pronomi
poi, essi rappresentano il nome del possessore. | Gli addiettivi pronominali
possessivi derivano da’ prono- mi personali me, noz, te, voi, sé, loro: e come
questi in tre persone si distinguono. . TAVOLA DEGLI ADDIETTIVI PRONOMINALI
POSSESSIVI. masc. em. Mio, mia. (1) ; i Prima persona Miei, mie, cioè di me,
Nostro . mostra. sea ge ri Nostri, nostre. cioè di noi. Tuo tua. i ; ona Tuoi,
(2) tue. cioè di te. Vibo al Vostro, Vostra. cioè di voî. Vostri, vostre. (1)
Mia, per miei, e mie, è modo di dire plebeo e vizioso. i (2) Tui per tuoi si
disse forse a cagione della rima. Mi domando : chi fur li maggior Tui? D. Inf.
10. Mandami solo un degli àngeli Tui. org. 1, I. 134 Suo, sua. (3) : i Teresa persona Suoi, Suo',
sue. (4) i cioè Ai st. Loro, loro. (5) cioè di loro S. III. Tutte queste
particelle accompagnate dal nome rappresentante la persona o cosa posseduta,
hanno per lo più innanzi a sè l'articolo determinante 2/, Za, 2, Ze (0). (3)
Per iscansare qualunque anfibologia, in vece di suo e sua adopra- si di lui, dj
lei ad imitazione del latino ove in tal caso usasi E/us in ve- ce di Suus, a,
um, ogni volta che la persona, o cosa posseduta appartie- ne a persona diversa
da quella del subbietto del verbo. Quando dico, per cagion d' esempio : Il
padre scrisse a Pietro ed A svo figlio. —Il principe vide la confèssa con SUA
nipote : fo intendere che il figlioèt del padre subbietto del verbo scrisse, e
che la r2ipole è del principe, subbietto de! verbo vide ; ma se il figlio è di
Pietro, e la nipole della contèssa, egli fa di mestieri dire; Il padre scrisse
a Pielro ed al figlio DI LuI.—Il principe vide la contèssa colla #ipole DI LEI.
Di lui e di lei, dice il vocabolario della Crusca: in ‘questo senso possessico
, posti tra l’ articolo ed il nome a cui si riferiscono, forse ‘ non mai usati
nel buon secolo, sono schivali da’buoni autori, —In le rico- noscèndo LA DI LvI
inmdàgine. Pecor. gior. 23, nov. 2.—LA DI LUI sole udine. Fir. Asin.—Una DELLE
DI LEI sorgènti. Id. ibid. 138. Lei trovasi pure talvolta tra l’articolo cd il
nome, ommessa la preposizione di.— Sin gegnàva di lenèr pasciùto di parole IL
LEI desidèrio. Pecor. gior. 25, nov. 2.—E questa fu LA LEI forma. ld. ibid. Ma
tutti questi modi di dire s0- no, secondo il savio avviso del vocabolario, da
fuggirsi. (4) Sui per suoi è poetico. Du quel ciel che ha minòr li cerchi SU.
D. Inf. 2. Sua, per suci e sue, è modo volgare ed erroneo, quantunque leggasi
presso qualche antico. Vide li servi e suddili SUA mollo ordinàli. ît. Sacch.
nov. 2.—Z7 farà salvi se osserverèle le comundamènta sua. Vil S. Gio. B.— Diede
fede alle sua parole. Bocc. nov. 18. 11 vocabolario della Crusca cita due
esempj, l’uno del Boccaccio, l'al- *ro del Villani, in cui suo trovasi per sua;
ma ciò che più sorprende si &, che lo stesso vocabolario dice esser ciò
per proprietà di linguaggio € pf )' armonia. Lei sempre come suo sposa, e
moglie onoràndo; l'amo. Bet nov. 29.—/ènere nel Leòne gradi olto, faccia di
Salùrno , e contrade alla SUO triplictà. Gio. Vill. 12, 8. L'ultima edizione
del vocabolario, fa ta a Bologna, porta per altro, in seguito de’ due e:cmpj
suddetti, la disaP provazione del Monti, il quale asserisce, che ne’ buoni
testi leggesi sU È questa improprielà di parlare e sconcordanza, soggiugne
quest’ uomo sommo, non può divenlare eleganza per l' autorilà di un copistu,o
di uno <«tampalore. i (5) In vece dì Zoro, .trovansi non di rado nei più
approvati scrittori, suo, suoi, sua, suc; come: Non «or Yimàse acèrle nè mature
Le mem bra mie di lì, ma son qui meco, Col sangue sto. D. Purg. 26.— Che po
iràn dir li Persi @’ costri regi, Con è vedrànno quel volume aperto Ne qual sì
serìvon tullti suor dispregi? Id. Par. 19.—Efànii sono in terre grandissimi
cnimoli cc. e delle ossa SUE è l’acoliv. Put. comm. Inf. 3i. (6) L'articolo è
superfluo, e si ommette ogni volta che qualche altra particella determinante
precede a’ pronomirali possessivi, onde servir l0- ro d'appoggio, come sarebbe:
guesfo, certo, ogni, ec. Se tu di contenti © lasciàre apprèsso di me QUESTA TUA
figliuolètta. Yocc. nov. 13.— QUESTA deilezza MIA sarà mercède Del ironcator
dell’ esecràbil testa. Tass. Ger. t F PIERI da TESTI. . Per quanto hai tu caro
1L MIO amòre. Bocc. nov. 44.— Una DELLE SUE più care gioje del mondo gli mandò.
Id. nov. 54. —1 MIEI sospiri che addolcìscon I àura. Petr. canz: 58.— LA MIA
Poflria mi ha nutricàlo saviaménte, e che poss’ to ec. Ammaest. ant. 2, 6. —
Meritino el Iddìi sì alta fatica a te graziòso, il quale sì accellécole IL TUO
ver- so hai posto ne’ NOSTRI orécchi. Bocc. Amet. 23.—1o vi voglio dire ciocchè
1L vostro amico mi fece stamàne. Bocc. nov. 235. — Non son rimùse acérbe nè
matùre Le membra MIE di là, ma son qui meco Col sangue suo e con LE SUE
giuniure. D. Purg. 26.— Ed érano GLI occhi SUOI di quel colore che lo grifone.
Buti, com. Inf. 4. (7) — Alle lor grida IL MIO dottor st aitése, Volse il viso
ver me ec. D. Inf 16. (8) © ; S. IV. In generale si fa precedere il pronome
possessivo dall articolo determinante, quando vuolsi il nome della cosa, della
persona determinatamente prendere, cioè in tutta l’esten- sione, o restrignerlo
ad una certa classe, o ad un certo nu- mero d’ individui, o anco ad un sol
individuo, come si è potuto vedere ne’ di sopra citati testi (9). Ma
all'opposto sop- primesi l'articolo, come di niun uso, quando prendesi il si-
gnificato del nome in senso generale, senza determinarne c. 16. st. 66.—To non
posso più soffrìre QUESTI TUOI modi. Bocc. nov. 64. —0 molto amàlo cuore, OGNI
MIO ufficio verso te è fornito. 1d. nov. 31. —Gli venne un messo da CERTI svOI
grandissimi amici. Id. nov. 5o.. (7) Quando non v' ha luogo d' ambiguità,
ommettesi sovente il pro- nominale possessivo per la figura chiamata ellissî e
segnatamente innanzi a nomi di parentela, e innanzi a quelli indicanti qualche
parte integrale, d'un intiero, come per esempio qualche membro del corpo. LA
MOGLIE e "L FIGLIVOLO mi son più del padre e della repùbblica a cuore.
Dav. Ann. lib. 1.—Era usalo Tancrèdi di venìrsene alcuna volta iultto solo
nella cà- mera DELLA FIGLIUVOLA. Bocc. nov. 31. — Che forài tu 6’ ella IL dire
A” FRA- TELLI? Id. nov. 43.— E’l nome, che NEL corRmi scrisse amore. Petr. son.
5.—Aprite li sepolerivoi ricchi e giovani, che andàle COL PETTO eso. Serm. S.
Agost.—Già f° ho vedùto co’ CAPELLI asciùtti. D. Inf. 18. Non di rado è maniera
vaga di usare i pronomi personali mi, ci, ti, vi, si, gli, le, in vece di r250,
tuo, suo, ec. come ne’seguenti, e simili modi di dire: Me Zo prendo in braccio.
Mi si sirugge il cuore. Egli le si gellò a’ piedi, ec. (8) Si può, secondo che
l’armonia o la forza del discorso lo richie- ) premettersi il pronominale
possessivo al nome, o questo a quello, o anche porre il primo in mezzo all’
addiettivo ed al nome; di tutte queste maniere incontransi mille e mille esempj
negli autori, si antichi come moderni. (9) Non è peraltro questa regola
generale, imperocchè non mancano esemp), in cui, avvegnacht il senso sia
generico, pure l'articolo non as- 156 PARTE TERZA n l' estensiofie, o fue
quando vuolsi indicare ùno o alcuni in! dividui indetermipatamente tra molti
(10). TESTI. In luogo dî quello che morto era, il sostituì e fecelo suo
maliscalco. Bocc. nov. 18.— Ordinò ad Annio sto tri bùno militàre che gli
recàsse quel capo venerivole imman- tinénte. Notti Romane. — Cimòne così detto,
tacitamente al- quànii nòbili giòvani richiesti, che SUOI amici érano. Bocc.
nov. 41. — Mostràndo ch' ella fosse in casa de' SUOI parenl. Bocc. nov. 85.—
Cesare scrisse al senàto, che în particolire a qualìnque si lamentàsse de' suor
liberti, si facésse ra- gione. Tac. Dav. Ann. — Quando fia TUO, come NOSTRO
signòre. Petr. Trion. d'Am. cap. 4. (11) In questi esempj maliscàlco, tribùno,
umìci, paréni, libérti, signòre, sono presi in senso partitivo, e portano il
significato di un suo tribùno, o uno de’ suoi tribùni; un suo maliscàlco;
alcùni dei suo? parenti, ec. S. V. Pare da gran numero di esempj ne? classici,
che debbasi sopprimere parimente l'articolo determinante innanu al pronome
possessivo, quando il susseguente nome è quello compagna il pronome. possessivo.
Com’ e’ vedrànno quel volume apèrio, Nel qual si serivon tutti suor disprègi?
D. Par. 19. — Di questaira di Do £ NOSTRA correzione mandàta sopra i mortàli.
Bocc. Introd. — Qui cid osTRA gente avèr per duce Varròne. Petr. Tr. della F.
cap. 3. — Pàssar , VOSTRI #riònfi, e vostRE pompe. Petr. Tr. del Tempo. — Se
Germàni € Galli vi condurrànno alle mura di Roma vostra patria, combatlerèkele
voi ?. Dav. Tac. stor. cap. 3. (10) Sonovi inoltre numerasi modi di dire, in
cui per proprietà di * linguaggio, da’ pronominali suddetti si toglie via ogni
appoggio d'articolo — o d' altra particella come: A mia posta, a mio cennò, di
mia testa, 0 luo gusio, a nostro talenio, per mio conto, in tua balia, in sua
vect,0 suo riguardo; a. mio, a tuo, a suo dispetto; a mio, a tuo, a suo potere;
gua presènza, contro sua voglia; mio, tuo, suo malgràdo ec. To non Be so far
caldo e freddo a MIA posta. Bocc. nov. 44. — Questi sgrida în SU0 © mome il
troppo ardìre, E incontinènie il ritornàr impone. Tasso, Ger. €. da st. 53 — Ed
io contra SUA voglia; altrònde ’1 meno. Petr. son. 39» (11) Usasi anche la
particella un nel sing. e alcuni nel pi. innanzi . al pron. poss. in vece
dell'articolo, quando indicar vuolsi un certo DU mero tra molti, e qualche
volta anche per sola proprietà di lingua, onde > dar più forza e grazia
all’ espressione. Passando egli da una. possessione i Si ad un’ alira con un
SVO bastone in collo. Bocc.nov.j1.— Avevano una lor ; sorella chiamata
Lisabètta. Id. nov. 85.— Trocollo con alcuni SUOI vene Id. nov. 88. Non puossi
negare’ che sovente la presenza dell’ articolo i9- nanzi al pron. possess.
diversifichi il senso della frase; chi non vede la dille- renza tra queste due
espressioni? Yo sono voslro amìico,e io sono il vostro amìco. Non è egli
chiaro, che il primo modo mi dice essere uno dei 00 siri amìci, e il secondo il
primo o il solo vero amìco che abbiàle? = 2 o — ETIMOLOGIA E SINTASSI 157 di
qualche stretta parentela, come: padre, madre, fratéllo , sorella, mario,
moglie, ec., o di afta dignità. come: maestà, altezza, eccellenza, ec. Così nel
Boccaccio (12): Io il dirò A MIO FRATELLO. — Egli ha TUA SORELLA per moglie.—Io
voglio che tu ti vada, e. meni teco TUA MUGLIE, e TUO pic- ciolo FIGLIVOLO. —
Signòre voi dalla povertà di MIO PADRE togliendomi ec. — Se il conte ama MIA
FIGLICOLA nol so, ma eglh ec.— Mio FIGLIO dov'è, e perchè non è teco? D. Inf.
10.—S'? °/ dissi, unqua non véggian gli occhi miei Sol chiùro, e SUA SORELLA
(la luna). Petr. canz. 34. — L’ an- no MDXAXAXV che sua maEsTA' fu in Firenze.
Varchi, Stor. 9. — Ma ebbi più ch'a lui, rispétto al loco, E riverén- zia,
& VOSTRA MAESTADE. Ar. Fur. c. 17, st. 125. — Noi due, secondo che a me
pare, stiamo assùi bene con SUA ALTEZZA. Fir. disc. an. 14. Pare altresì che
quando il pronome possess. al nome è posposto, 0 quando tra esso ed il nome
trovasi qualche ad- diettivo qualificativo, l'articolo non si possa omettere,
come: i padre mio, la madre mia, la sorèlla mia, l'altézza vo- stra, iL vostro
buon cognàto , il mio dispietàto padre, ec. (13) 8. VI Ama il pronominale
possessivo restare senza ar- licolo, e senza alcuna altra particella
d'appoggio, quando va congiunto con qualche voce del verbo ESSERE. TESTI. Fu la
divina grazia sì favorèvole, che infra pochi di, la mia perdùta libertà
riacquistài, e come io mi soleva così sono M10. Bocc. Laber. — Son dispòsta,
posciaché vi piaccio, a voler ésser VOSTRA. Bocc. nov. 74. — Né mi offerir di
dar (12) Eppure ne’ Classici leggesi qua e là qualche esempio in cui l'articolo
accompagna il pronome possess. anche innanzi a’ nomi di pa- fentela o di
digaità. Che dirèsle signora se io vi facèssi IL vOSTRO figliuò- lo maggiore
riavère? Bocc. nov. 16.—Ecco IL TUO figlio. Past. fid. at. 1.— ÀLLA SUA altèzza
Divènni-*servidor con somma cura. Pocc. Teseid. 85. — Avendo riguardo ALLA
vOSTRA Eccellenza. Id. nov. 49. Del rimanente quan- ‘ do il nome di parentela o
dignità sta nel plurale, l'articolo sempre esprimesi. i l (13) Stranissima è la
costruzione che qua e là nel Boccaccio, in Dan- te, ed in qualche altro antico,
vedesi fatta delle particelle mio, mia, suo, sua, mutate in m0, ma, so, sa, ed
affisse ad altre voci. MOGLIAMA no? mi crederà. Bocc. nov. 76. — Godiàmci i
danàri et a MOGLIATA di che li sia stalo imbolàto. Id. Ibid. — Leggiermènte
sarèi sentita da FRATELMO. Id. nov. 77.— E non vidi giammài menòre siregghia A
ragàzzo aspettà- to da siaxorso. D. Inf. 29. — Allora disse la SUORSA alla
reina, vuoi 1u ch'io meni tua sorèlla ? Fior. d' Ital. 0 Gram. Ital. 19 lo scudo in'dono, O quel destriér, che MIEI,
non più TUOI sono. Ar. Fur. c. 4, st. 34 — Ma se iu negàssi, tulla la colpa
sarà tuo. Mach. Com. i VII. Mio, tuo, suo, nostro, vostro, loro, così n°
singolare, senza l'accompagnamento del nome , ma preceduti ‘dall'articolo
determinante, significano l'avere, le sostanze, sot- tintendendovisi per
e//issi il nome bene, 0 avere. TESTI. — Vedi a cui io do mangiàre 1L MO. Boce.
nov. T-Lo ‘vecchia disse a colùi allora: vieni e domànda 1L TUO. Nov. ant.
74.—Se io vi vidi, io vi vidi sur vostro. Boce. nov. 69. - — E la cagiòne fu
ch' églino avieno messo IL LORO € l'alinn nel Re Odoàrdo d' Inghilterra. Gio.
Vill. 12, 54. | Miei, tuoi, suoi, nostri, vostri, così in plurale, preceduti
dall’ articolo, senza nome, si adoprano per significare parenb, amìci,
compàgni, seguàci, soldàti o guerrieri, servi 0 famigha- (] ® e . . | ri, nomi
che per e/lissi vi si sottintendono. i TESTI. a e - Dimmi, perchè quel pòpolo è
sì empio Incontr a MIEI |: in ciascùna sua legge? D. Inf. 10.—Per non vedèr ne
TU | quel ch'a te spiacque. Petr. son. 264. — Con tutti i SUOI e / trò in
cammino. Bocce. nov. 17.—Vidi verso la fine il sara, cìno, Che fece a' NOSTRI
assòi vergògna e danno. Petr. Tr della F. cap. 2.—Mentre ragiòna ai SUOI, non
lunge scor I Un Patata stuòlo addùr rùstiche prede. Tasso, Ger. © d, « st. a '
() È E) DE' PRONOMINALI CONGIUNTIVI. — “a S. I Servono questi a congiungere i
diversi rapporti di, un nome antecedente, e primario nella proposizione, con Ul
. verbo incidente e secondario, e perciò Congiuntivi si chia? no (1). Le voci
che nella nostra lingua fanno la funzione di pronominali congiuntivi, cinque
sono: che, quale, chi, cul, , onde. Le tre prime sono talora congiuntive
positive, e tao"? » congiuntive interrogative. il (1) Chiamansi anche
relativi, perchè hanno relazione col nome an cedente, ma ciò che noi abbiamo
riferito fa ben vedere, non relalla, DI»; congiuntici esser la denominazione
che lor si conviene. i CHE, CONGIUNTIVO. POSITIVO. S. II Dicesi di persona e di
cosa; rimane invariabile, cioè si riferisce, senza variar desinenza, ad amendue
i generi e numeri, e può indicare, secondo il senso, il rapporto di subbietto,
di: ob- bietto diretto, e di obbietto indiretto (2), come: Z' uòmo, CHE vi
parlò. I fanciùlli caE giocano. La donne, CHE amàste. Il drappo, ca£ comprài.
Gli autòri, CRE leggete. L'affare di cnE ragionàmmo insieme. A cHE egli
rispòse. In CHE io differisco da voi. Con CHE si diede fine alla lite, ec.
Ne'primi duè esem- p] che indica il rapporto di subbietto; ne'tre susseguenti
quello di obbietto diretto, e negli altri quello di obbietto indiretto, TESTI.
Potranno conòscere quello, cHE sia da fuggire, e cue sia similmente da
seguitàre. Bocc. Proem.— Quella, CH' io cerco e non ritròvo in terra. Petr.
son. 161.—Qual fosse la cagiòne, perchè le cose, CHE apprésso si leggerànno
avvenisse- ro. Bocc. Introd.—E ’! dubbio passo, DI CHE "{ mondo tre- ma.
Petr. Tr. della M.— Questo è il diàvolo DI CHE s0 ti ho parlàto. Bocc. nov.
40.— Gli occhi Di ch' io parlài sì calda-. | mènte. Petr. son. 2541.—
Trapassiàmo in quelle cosè, IN CHE ‘ gli accidénti ci ménano. Amm.
ant.—Confortàndolo a meri- tirle, DAL cHE Messér Neri per più non poter st
scusò. Bocc. nov. 96 (3). | S. III Che, è di genere neutro, e va preceduto
dall’ ar- ticolo determinante #/, quando è relativo ad una cosa, ad un’ a-
zione o ad una frase intiera, stando allora in vece di /a qual cosa, come: Il
cuE mi consòla. Del cHE i genttòri erano mol- to doloròsi. Al car in fine s'
appigliò. Dal CHE non fu pos- sibile il distòrlo, ec. i (2) Che, tanto come
pronome relativo, quanto come congiunzione, soleva dagli antichi ricevere la
giunta della lettera. d, formandosi .ched, allora che, percuotendosi in alcuna
vocale, si voleva non isbattere la e, ma pronunziarla e crescere, 0 per miglior
suono o per comodo del verso, la sillaba; simile a quel che in oggi
sovente.suol farsi, sì in verso che in prosa, colle congiunzioni e, o,
cangiandole in ed, ud. Questa leggiàdi a donna CHED io perdo. Rim. ant. M. Cin.
49.— Sappi, CHED s0 # amo sc- pra tutte le persone del mondo. Nov. ant. 100.— Quegli
ec. che delle co- se, CHED egli ha non gli dà parte. Gr. S. Gir. 3. ner 3) Che,
in vece di quale, © di quanto, talora incontrasi negli autori. Dio sa cne
dolore io sento (cioè quanto dolore). Bocc. nov. 60. — Odi gli osti nostri, che
hanno non so cue paròle insièéme (cioè quali parole). ld. nov. TESTI. Avevan
sentito perchè la Nina presa fosse, IL CAL forse dispiàcque loro. Bocc. nov.
33. — Io vi farei go- dr di quello, senza il CHE per certo niùna festa compiuta
ménte è lieta. Bocc. g. 6, finale.—Gli pregò che alcuno di loro insìno al
castéllo I accompagnàsse, il cuE due di loro ficero. Id. nov. 43.— Del cuk
avvedùtosi Marcello si mosse come per andirsene, e disse ec. Tac. Dav. Stor.
lib. 4.4! cHe si va malto adùgio in sìmili casi. Id. ibid. lib. 3 (4).
—Portàvasi ciascùno alcùna cosa, dal CHE mangiàre. Vit. SS. PP. 1 (5). CHE,
CONGIUNTIVO INTERROGATIVO. S. IV. CHE pronominale interrogativo, corrispondente
al quid dei Latini, vale quale? cosa? che cosa? come: Che ce? , che uomo è
costui ? Che brami? A che pensi? Di che puro. |: (0) TESTI CUE è tanto greve A
lor, che lamentàr li fa sì fore? D. Inf. 3. —CHE ha coléi più di me? Bocc. nov.
26.— Or CHE avésti che fai cotàl viso? Id. nov. 69. — CHE cosa è questi che voi
mi avéte fatto mangiàre? Id. ibid. — E se non piangi, di cue piànger suòli? D
Inf. 355.— A cHE sarebbe detta la paròla di Cristo agli apòstoli? Passav. pag.
92 (7). (4) In questo senso, che si pone talora senza l’arlicolo. Di CHE Ales
sandro si maravisliò forte. Bocc. nov. 13. Come pure nel senso di 9 che e ciò
che quando trovasi quasi stesse tra parentesi. L’ un fratello I aliro
abbandonàca, ec. e, CHE maggior cosa è, i padri; e le madri if- gliuoli. Bocc.
Introd. — Se fu'vudi sapere cHE (ciò che) Ro frocdto, apri è grembo. Seneca,
pist. 20. Domandò quanto ec. a CHE gli fu risposto che ec. Bocc. nov. 7.
Ommettesi anche la preposizione, che per ellissi vi $ sottintende, come: In
quel medesimo appelila cadde, CHE cadile èrano ec. (cioè nel quale) 1d. nov.
31.— Questa vila lerrèna è quasi un pro!» Cune *! serpènte tra’fiori, e P erba
giace (cioè in cuî). Petr. son. 78.— io son un di quei, CHE ’l piànger giova
(cioè a’ quali). Petr. canz. 8. (5) Che alle valte incontrasi ceme sostantivo
in vece di cosa, come: Mi parèca un bel CHE l’èsserne fuòra (cioè una bella
‘cosa). Bera, rim. 1, 71.— Più per un certo CHE di reputazione ec. Stor. Eur.
7, 160» (6) La 1° cosa ora vi è sottintesa per ellissî, ora si esprime I
compagnia di che, ed ora questo s’omette, interrogandosi con cosa solamente,
come: che voltie ? che cosa volète P cosa volète P Spesse volte, facendosi l’
interrogazione tacitamente, che solo si usa, rimanendo la voce cosa 30!" .
tiutesa, ed il susseguente verbo ponesi nel modo soggiuntivo, come: apprèsso
entrò in pensiero cHE questo volèsse dire. Bocc. nov. 5. — È del buon uòmo
domando cHE ne fosse. Id. nov. 12. (7) Che interrogativo è pur qualche volta
seguito dal nome, € 5! eees©€e Che serve parimente a dar più forza
all’esclamazioni , nel qual significato è sinonimo di quale, aumentando la
qualità di una persona o cosa come: CHE grand uòmo! CHE bella seràta! Pazzi CHE
noi siamo! Dio sa CHE dolore io sento! O cHE del morir era oggi è terz' anno.
Petr. son. 237.— 0 CHE grave cordòglio! Id. canz. 42.— Ah! cHE vedùta amòra e
lrista! Tas. Ger. c. 19, st. 103. QUALE, CONGIUNTIVO POSITIVO. S. V. Questo
pronominale congiuntivo riferiscesi a per- sona ed a cosa; è invariabile nel
genere, ma cangia la sua finale in z nel numero del più; è atto ad esprimere
non solo i rap- porti di subbietto e di obbietto diretto, ma anche quello di
obbietto indiretto; ed è preceduto dall’ articolo determinante il, la, î, le
(8). L'uòmo iL QUALE. La donna LA QUALE. Il libro 1L QUALE. Gli uòmini 1 QUALI.
Ze donne LE QUA- | Li.Quegli, IL QUALE nonsi rispàrmia fa presto a divenìr vec-
chio. L'amico DEL QUALE vi ho parlùto. Il giardino per LO QUALE ho tanto
dispeso. Il ragàzzo AL QUALE dà la preferèn- za. La lettera DALLA QUALE avete
rilevato, ec. (9) TESTI. Lo scolàre, IL QUALE in sul fare della notte col suo
fante presso della torretta nascòso era. Bocc. nov. 77. — Ch'ei fu dell'alma
Roma, e di sua impero ..... LA QUALE, e’L QUA- LE (a voler dir lo vero) Fur
stabiliti per lo loco santo. D.. Inf 2. — Ritràrmi accoriamentie dallo stràzio
; DEL QUAL: oggi vorrebbe, e non può aitàrme. Petr. son. 2. — Una mon- lagna
aspra ed erta, presso ALLA QUALE un bellissimo pia- LI in vece di quale. CHE
uòmo è costùi, il quale, nè vecchièzza nè infermi- tà, ec. Bocc. nov. 1.—Dissi:
maèstro, CHE è quel ch’? odo, E cHE gent’è CHE par nel duòl sì cinta ? D. Inf.
3. (8) Qualche volta trovasi anche coll’ articolo /o, così in prosa come in
verso. Numa Pompìlio di me s’ innamora LO QUAL del mio piacèr fanto fu degno.
Dittam. 1, 18.— Che vendètia è di lui, ch'a ciò ne mena; Lo QuaL ir forza
altrùi presso all’ estrèéme ec. Petr. son. 8. — Non solamèn- le il felice fine
per LO QUALE a ragionàre incominciàmo ma ec. Bocc. nov. 47- (9) È regola che
guale, in questo senso debbe esser sempre preceduto dall'articolo determinante,
sebbene in verso non manchino esempj, in cni senza articolo incontrisi. O diva
luce QUALE in tre persone Ed una es- senza il ciel governi e ’l1 mondo. Amet.
98. — E quei: di rado Incontra, D Lian che di nui Faccia'l1 cammìno alcùn, per
QUAL io vado. - Inf. 9. (10) Sì in prosa che in verso puossi, secondo
l'armonia, elidere l’ e finale scrivendo e dicendo i! qual, la qual; ma è solo
licenza poetica 142 © — no e dileltécole sia ripòsto. Bocc. Introd. (10) —
Selle giò- vani donne, i nomi DELLE QUALI i0 in propria forma rac- conteréi.
Id. Ibid. S. VI. Quale o qual, in vece di colli che, 0 di ciò che, non vuole
l'articolo (411). TESTI. Vidi cose che ridìre Nè sa né può QuAr di lassù di-
scénde. D. Par. 1.— Folle è QUAL créde che per suoi consì- gli Rimuòver possa
l'òrdine del cielo. Dittam. 1, 16. — QUAL più gente possède, Colùi è più da'
suoi nemìci avvòlto. Per. canz. 29:— Or ti consìglia, Senz' aliro indùgio, e
QUAL più vudi ti piglia. Tasso, Ger. c. 2, st. 89. S. VII. Quale, soventi volte
trovasi come rassomigliativo di due nomi, avendo per correlativa la particella
#ale, espres- sa, o sottintesa. TESTI. Videsi di tal monéta pagàto, QUALI érano
state le der- ràte vendite. Bocc. nov. SO desdi dee bastàre a ciascuno se QUALE
asino dù in parete tal riceve. Id. nov. 78. — Tole QUAL tu l'hai cotàle la di.
14. Gior. 3, fin. — Vivéstt QUAL guerrièr cristiùno e santo, E come TAL sei
morto ec. Tasso, Ger. c. 3, st. 68.— Piàcemi almén, ch'i miei sospìr sen quaLi
Spera") Tevero e l' Arno. Petr. canz. QI. —Divenulo n° viso QUALE è la
molto secca terra, 0 la scolorìta cénere. Filoc. lib. 3 (12). i} sopprimere la
2 del plurale, scrivendo quai in vece di quali, e più a0- cora qua’. De’ Quai
cadèva al petlo doppia lista. D. Purg. ‘1. — Denkro alle Qua’ peregrinàndo
ulbèrga Un signàr valoròso, accàrto e suggio. Petr. canz. 11. SCR S (11)
Trovasi alle volte lo stesso quale come indicante la qualità ola naiura di una
persona o cosa, come: Narn so QUAL sia. Vedrai s' io sono QUALE iu mi credi.
Sarò QUAL mi volèie. QUAL visse tale mori. Talvolta serve a determinare il significato
del precedente nome o pronome, e°° Egli, quaL maèsiro dee saperlo. Questo
scrillore, QUALE storico, è ass veriliero. Une stranièro, QUAL ambasciatore, è
persòna sacra, ec. È talvolta è una particella dubitativa, cioè quando,
preceduto da qualche particella negativa, o da altra voce esprimente dubbio,
serve a qualificare H nomè che segue, d’ incerto o di dubbioso. La donna
comprendèndo QUAL fosse l ànima di lei, lasciò stàre le parole. Bocc. nov. 18.
— Non so QUALE Iddio dentro mi stimola ed infèsia a davèrti il mio peccalo
confessare» Id. nov. 88. — Spirto beàlo, QUALE Se’, quando altrùi fai tale ?
Petr. canz. 26. i | (12) Quale, serve anche ad indicare uno o alcuni di un dato
numero, come: Nella vostra elezione sta di torre QUAL più ci piace delle due, 0
56 volete amenduce. Bocce. nov. 63. come - QUALE, CONGIUNTIVO INTERROGATIVO.
Quale, pronominale interrogativo, non varia dal precedente, se non che questo
rigetta l'articolo determinan- te (13). Esso in tal senso è talora dal suo nome
accompagnato, e talora questo è sottinteso, come: QUAL opinione è la vostra?
Ecco due cappelli, QUALE volete? QUALI sa; questi libri sono i miei? DA QUAL
mercadùnte avéte ricevùto questo drappo? A QUALE daréste la preferenza? |
TESTI. | i pia una grazia da chi così mi fa stare. Ruggieri domandò QUALE?
Bocc. nov. 46.— State saldo e ci è rime- dio..... QUALE? Machiav. Com. — QUALI
leggi, QUALI mi- nàcce, QUAL paùra? Bocc. nov. 98.— QUAL ceradlla vedésti mai
senza coda? Id. nov. 90. Lo stesso guale usasi parimente nelle esclamazioni,
seguito da un nome, come: Qual ricchezza! Qual folla! Con qua- le ferezza! Con
qual fasto il disse!—0 figliuòl mio, QUAL per te fiamma è accesa! Petr. Tr. di
Am. cap. 1. — Oh quaL per l'aria stesa Pòlvere î veggio ! oh come par che
splnda! Tasso, Ger. c. 3, st. 10.” CHI. $. IX. Questo pronominale significa
Colui che; equivale ad un nome, preso indeterminatamente, mascolino, o femmi-
mino, singolare o plurale, e può indicare così il subbietto e l'obbietto
diretto, come l'obbietto indiretto, esempj: CHI è con- lento del suo, non può
dirsi pòvero. Non teme il,male CHI è vriubso. CHI mòdera i suoi desìi è sempre
ricco. È pazzo CHI presime di oppòrsi a CHI è più forte... TESTI. A niùna
persòna fa ingiùria cHI usa la sua ragiòne. Bocce. Introd.—CRI i/ fece nol
faccia mai più. Id. nov. 2%. —dvèva in costùme di domandàr cHI con lui era, CHI
fosse qualingue uòmo cedùto avésse per via passàre. Id. nov. 79. —Deh! sàtiro
gentìl non far più strazio Di CHI tf adòra. . Fid. — Ch'egli è usùto di pòrgere
a CHI troppo non si i (13) Che il pronominale interrogativo non può esser
preceduto dall’ar- telo, è una conseguenza naturale dell’ ufficio dell’articolo
stesso nel di- : scorso, il quale è di determinare è particolarizzare il
significato del no- Me, € però non può trovarsi con una particella che indichi
dell’ incertez- {2 Intorno al subbictto od obbietto dell’azione. mette ne suoi più cupi pélaghi navigando.
Bocc. proem.— A cui Dio vuol malk, toglie il senno. Pecor. gior. 28, nov. 2.
(14) — Ze quali DA CHI non le conòsce sarébbono, e son tenùte grandi ed
onestissime donne. Bocc. novi 80 (15). S. X. Chi, frequentissime volte usasi
per interrogare, ma sempre di persona dicesi, non mai di cosa, come: CHI entra?
Cui è quel signore? CHI cercàte?. Di cui parlàte? A CHI seri véte? Da cHI lo
sapéte? Per CHI mi avéie preso? ec. CHI sitle ‘ voì, che contra’l cieco fiume,
Fi ug; tto avete la prigione eter- na?D. Purg. 4. CHI vi ha guititi ? o CHI oz
fu lucerna? Id. ibid. — CHI è questi che così starnutìsce. Bocc. nov. dÎ. - CU
I. S. XI. E questo un altro pronominale congiuntivo; s- gnifica lo stesso che
quale, che, chi; dicesi di persona, € di cosa; serve ad amendue i generi e
numeri; ma per propo suo bisogno, non è mai preceduto dall’ articolo
determmank, e non indica che l'obbietto diretto, e l’ obbietto indiretto, non
potendo esso mai usarsi per esprimere il subbietto dell’azione; come : I}
giòvane CUI ricercàte. Le donne Cui salutàùmmo. La batiàglia CUI vinse. La
persòna Di CUI ci parlài. L amico . DA CUI aspélto soccorso. La porta PER CUI
sono entràto. la casa IN CUI dimòro, ec. TESTI. Così la‘donna non guardàndo cui
motteggiàsse, credén do vincere, fu vinta. Bocc. nov. 10. — Coléi marttàndo GU
ella amàva. Id. nov. 96.— D'un pìccol ramo, CUI gran fo scio piega. Petr. son. 266.—
Vidi Solòn, di cui fu! ib pianta . ... Con gli altri sei, pi CUI Grecia si
vanta. Pet. Tr. della Fama cap. 3.— Macchie apparìvano a molti, £ Wi (14)
Incontrasi alle volte questo pronominale colla preposizione 2 cn pena: i + PT
soltintesa. Fùronoi «forlunatamènie sconfilli; e così avoviène CHI è in vol» la
di fortuna. Gio. Vill. 12, 76. (15) Chi talora ha forza di se alcuno. Come
pienamènie si legge PT Lucàno poèta cHI le storie vorrà cercare. Gio. Vill. 1,
ag. — Quindi s 00 > CHI vuole andàr per pace. D. Purg. 24. Talora sta
per alcuno che. Non credi tu irovàr qui cHI il Baltèsimo ti dea ? Bocc. nov. a.
— Quwi non © cHI ragioni Di Cristo, nè CHI legga nè cHI serva. D. Par. 1g. — Nè
S0M2 cHi m’ ascolti, o mi difèenda ? Guar. Past. fido. Trovasi anche in forza
di chiùnque. Parli cai vuole in contràrio. Bocc. Introd. Talora incontra! varie
volte ripetuto nella medesima frase, come: CHI dicèa che fu Cimo- bùe, cHi
Stèfano, cui Bufalmàcco, cui Bernardo, e CAI uno e CHI UNO altro. Fr. Sacch.
nov. 136. — Guanciàli CHI di vellùto, cHI di raso. Fire* As. 256. LA grandi é
rade, e A CUI minùie e spesse. Bocc. Introd. SO —Molti son gli animòli, a cui
s'ammòglia. D: Inf. Come essi, DA CUI egli credono sono un Bocce. nov.-71. — Ed
è sì spento ogni benìgno lume Del ciel, PER «vI s' in- forma umàna vita: Petr.
son. T.— Qual cella è di memòria IN CUI s'accòglia, Quanta vede viriù quanta
beltàde. Id. canz. 6.— Incontanénte conòbbe là dove stata era, e CON CUI. Bocc.
nov. 25. ( 1) $. XII. Dissi nel $. precedente, CUI non esser mai pre- ceduto
dall’ articolo determinante per proprio suo bisogno, perchè questo pronominale
congiuntivo nel rapporto pos- sessivo (genitivo) ( 7. Sez. II, Cap. II, SS. V,e
VI), do quando rappresenta il nome del possessore, che pre- cede, colla preposizione
di, segno di tale rapporto , per ellissi sottintesa, può ben esser preceduto
dall'articolo deter- | iminante, il quale per altro non è suo, ma bensì del
nome che immediatamente segue, e che, come significativo della ‘ Persona 0 cosa
posseduta, appartiene al nome antecedente, Tappresentato da cuz; onde, per modo
d'esempio, le seguen- tesimili dizioni. Z/ figliuòlo pi cui, la figlia DI CUI,
; figli DI CUI, le figlie DI CUI, possono e con eleganza volgersi in lt cui
figlio, LA cuI figlia, 1 cut figli, LE CUI figlie. Quan- ° poi il susseguente
nome, oltre l’.esser suo in rapporto pos- sessivo coll’antecedente nome, è di
più l'obbietto indiretto di darne verbo, si premetterà all’ articolo quella
preposizione che ll senso richiede, e si dirà de/ cui, della cui, de' cui,
delle cui, . dl cui, alla cui ec., dal cui, dalla cui ec., nel cui, nella Cu,
ec. (18) TESTI. | Gli venne a memòria uno ricco Giudéèo, 1. CUI nome era (16)
Per proprietà di lingua, sottintendesi sovente la preposizione a Innanzi a
questo pronominale. Quivi sia ‘lo Iddìo regnatore,, CUI iutte | 3Wgidce ed
ubbidìsce. Dav. Tac. Germ.— Voi, CUI fortuna ha posto in ma- no i freno Delle
belle contràde. Petr. canz. 29. In simil guisa ommettesi lalvolta la
preposizione di indicante il rapporto possessivo anche fuori casi mentovati
nella nota precedente, sebbene l’incontro non n'è tanto ‘‘quente, come in
quest’ esempio del Boccaccio : Il Buon uòmo, in cusa SI morto era (in vece di
in casa di cui). Nov. 38. (17) Cui trovasi anche nel senso interrogativo in
vece di chi. Sio tesi dire una mia novella, a cui la dico per lo piu savio di
noi? Nov. int 37.— Con cui di credi tu èssere stato ? Bocc. nov. 26. (18) Debbo
inoltre avvertire che è costruzione, se non viziosa, almen ; contraria al buon
uso, e però da schivarsi scrupolosamente, il dire e lo scrivere dl di cui, la
di cui, i dicui, le di cui, come da non pochi si sen- | le profferire, ed anche
in qualche moderno autore si trova scritto. Gram. Ital. 20 * 146 PARTE PRIMA
Melchisedéch. Bocc. nov. 3.— Amòre, LA CUI natùra è tale che piuttòsto per se
medesimo consumàr st può ec. Bocc. nov. 57.— Altri so, che n'arà più di me
doglia; LA CUI salùte dal mio vìver pende. Petr. Tr. della morte cap. 1. — La
Fiammétta, 1 CUI capelli érano crespi, lunghi, e d'oro. Bocc. nov. 5. — Mio
padre mi lasciò ricco uòbmo, DEL CUI avére come egli fu morto diediî ec. Bocc.
nov. 1.— Narciso, DELLE CUI male paròle con Agrippina dissi di sopra. Dav. Ann.
A non desor uesta famòsa spada, AL CUI valòre ogni vittoria è certa. tasso, Ger.
c. 2, st. 69. — Una botta è maravigliòsa grandèìzza DAL CUI venenìfero fiato
avvisà- rono quella salvia ésser velendsa divenùta. Bocc. nov. 37. — E come che
questo a suoi niuna consolazione sta, pure a me, NELLE CUI braccia è morto sarà
un piacere. Id. nov. 56. ONDE. $ XIII. Questa particella, che di per sè non è
che un avverbio di luogo, e vale di che luogo, da che luogo, da qual luogo, è
non di rado usata nella nostra lingua come addiettivo pronominale congiuntivo
in vece de’ quattro già spiegati che, quale, chi, cui; ma solo come obbietto
indiretto, valendo uno de' suddetti pronominali insieme eon una delle |
seguenti preposizioni d/, da, per, con, come: Un riso, ONDE io mi rallégro.
Que’ begli occhi, OND' éscono saéttie. Lo sdegno, ONDE tutti erano animùti.
Uscit per la porta, OND egli era eniràto, ec. (19) | ati TESTI. Alli casi
infelici, OND' io con ragiòne piango, con lagri- mevole stile seguirò. Bocc.
Fiam. Prol__F 01, ch' ascoltàte in rime sparse, i suono Di quei sospiri, OND'
20 nodriva il core. Peir. son. 1.— Per la natùra lieta, ONDE deriva La virtù
mista per lo corpo luce ec. D. Par.2.—-Lasso ! ben veggio, in che stato son
queste Vane sperànze, OND' io viver solia. Petr. son. 151. —Di lor progénie
discese il buono e cortese re Artù, ONDE è romanzi bretoni fanno menziòne. Gio.
Vill. Lib. 1, cap. 24. —Ch' i aggio in odio la speme, e i desìri. Ed ogni
laccio, (19) L’ avverbio di luogo Oce ha pure tal volta forza di pronominale
congiuntivo nel rapporto di obbietto indiretto, sottintesavi una qualche preposizione,
come: Quanto ingànno sotto sè quella pietà nascondèea, la quale partitasi dal
cuore, OVE mai più non ritornò. Fiamm. lib. 1 — Co- me m° ha concio’l foco Di
questa viva pelra OV'io mi appoggio. Petr. cans. 9. Z' erba ovE sarà la brina,
gènera loro infermitàde. Cresc. 9, 68. »
ONDE '/ imio cor è avvìinio. Petr. son. 75.— Per quelo usciuò- lo OND'
era entràto, il mise fuori. Bocce. nov. 12.— Verso quel- la parte ONDE zl dì
aveva la fanticella seguita. Id. nov. 13. DEGLI ADDIETTIVI PRONOMINALI DISTRIBUTIVI.
S. I. Ognùno, ciascùno (4), ciaschedùno, qualcùno, qual- chedùno, ap ' Sono
questi chiamati individuali. perchè non indicano che un solo individuo preso
distributivamente mascolino o femminino, e perciò non sono relativi che ad un
nome nel singolare sottinteso (2), accordandosi con questo.in genere ; esempj:
OGNUNO 52 crede ricco. OGNUNA vuole esser più bella. CIASCUN paese ha le sue
usùnze. CiAscuNO baili a' fatti sot. Incoraggiò CIASCHEDUN soldàto con la sua
voce. Se v'ha QUALCUNO che senta pietà, mi soccòrra. Gli si mandi QUAL- CHEDUNO
con la risposta. n Ognùno vale ogni uno. Con grandissima ammirazione d' oGNUNO.
Bocc. nov. 41.— OGNUNO éra pennuto d'ali. D. Purg. 29.— OGNUNO portiàmo qualche
cosa da not segnàta. Salvin. Pros. Tosc. 2, 169. — OGNUNA in gi0 tenta volta la
faccia. D. Inf. 32. "n | Ciascùno ‘e ciaschedùno sono sinonimi del
precedente, colla differenza, che questi vanno talora in compagnia del no- ie a
cui sono relativi: Vedrà? gli antìchi spiriti dolenti che la seconda morte
ciascun grida. D. Inf. 1.— Quanto CIASCUNA è men bella di lei. Petr. son. 12.—
Come a CIASCUN le sue stelle ordinàro. Id. canz. 48.—Comandò a CIASCHEDUN SOL-
DATO che portàsse seco del pane per due gior.1.Varch. stor. 11. CrascHEDUNA
cosa la quale l uòmo fa ec. Bocc. nov. 1. (1) Gli antichiì in vece di ciascuno
dicevano cadùno e catùno. CADU- NA acèa uno mazzero sotto. Nov. ant.
39.—Zedèndo, che GATUNO il volta, mandò per un fine oràfo. Ibid. 72. —D’ogni
condizione, di CATUNA età, e sesso. Matt. Vill. 1, 2. In quanto a cadaîino l’
ultima edizione del vo- cabolario registra questa voce, tratta dal dizionario
universale dell’ Alber- ti, il quale l’ammette dietro un” osservazione del
Bottari, che questa voce, quantunque non si trovi presso niun antico o moderno
autore, che abbia scrilto purgatamente, pure, venendo usata da moltî moderni
dottì ed eru- ditissimi valentuomini, si dirà un giorno, ad onta dello
spiacente suo suono. si - i i (2) Avvegnachè nel comun uso ciascuno e
ciaschedùno non abbian che il singolare, pure presso alcuni antichi autori si
trovano usati anche al plu- rale. Che desti il nome al loco , ove CIASCUNE
sfrane nazioni vollon’ono- rarlo. Fr. Sacch. rim. 47. — Tegnèndo CIASCUNE cose
migliori. Boez.—CIA- SCHEDUNI infermi si dèono dipartire dalla compagnìa de’
rei. Amm ant. 21, 3. i 148 __$. IL
Qualeàno, qualchedàno e alcàno determinano m individuo qualunque. i due primi
sono per lo più relativi a nome singolare sottinteso, con cui s' accordano in
genere, nè sogliono usarsi in plurale. Qualcàno per altro trovasi ‘anche o in
compagnia del proprio suo nome individuato, o seguito dal nome della specie,
preceduto dalla particella di. Ma se pietà ancòr serba L'arco tuo e QUALCUNA
saétta, Fa di te, e di me, signòr, vendétta. Petr. canz. 28.—S' èsser non può,
QUALCUNA d'este-notii, Chtuda omài queste due fonti di pan- to. ld. canz. 46.—
Colùi, che ve lo dice, è QUALCUNO, #6 mi vuol male. Pecor. g. 7. nov. 2. | | S.
III, A/cùno, da' due precedenti differisce in ciò chel medesimo con. il suo
nome (espresso o sottinteso) s' accorda in genere ed in numero, come: alcùn
uòmo e alcùna donna; alcùni uòbmini e alcùne donne; e così pure quando il nome
è sottinteso. (3) — DE' PRONOMINALI INDEFINITI E GENÉRALI. S. I. Tali
addiettivi sono parte affermativi e parte negativi. . Gli affermativi
sono.ognz, chiùnque, chi che sia o chu- chessìia, qualùnque, che che o checchè,
qualsisìa, qualsivoglia, che tutti possono da una qualunque preposizione esser
prece- duti, ma rimangono invariabili in ambedue i generi e numeri. Ogni (4), significa
lo stesso che ognùno, ma non si usa mai se non che in compagnia di un qualche
nome, sia mascoli- no sia femminino, sempre però in singolare (2), dicasi adun-
(3) Alcùno, accompagnato da particella negativa vale lo stesso che nessuna e
niùno ; ma in questo significato non si usa che in singolare Lo stesso dicasi
quando ha seco la particella senza. Per Ze quali cose 10 dubito forle, se noi
ALCUNA altra guida non prendiàmo che la nostra, te. Bocc. Introd. — E senza la
provvedènza d’ ALCUN uòmo si sappiano rego lare. Id. ìbid. E talora al plurale
ha forza di vceruno. E fu Claudio mena la fanciùlla dove li piace, e non temere
da ALCUNI. Pecor. gior. 20 , nov. 2. — Mi veggio morìre nelle braccia di quelle
due persone, le quali io più amo che ALCUNE altre. Bocc. nov. 17. (1) Gli
antichi dissero anche ogre in vece di ogni. 0GNE àarimo infermo, il quale per
biasimo si dibassa. Amm. Ant. 39, 4. E per la rima Fran- cesco Barberino disse
anche ogna. : (2) Ogrni presso gli antichi trovasi talora in compagnia di nome
plu- rale. Compensàla OGNI cosa degli alirùi afànni, ll € mici quelli ogni alin
lrapassàre di gran lunga desideri. Bocc. Fiamm. lib. 7,. num. 4. Infino alle
lastre del detto, e OGNI vili cose non si potèvano saziare nè raffre- nàre di
rubare. Gio. Vill. 12, 20 (in alcuni testi però si legge Ogni elle cosa). —Non
tanto solo dannifichiàùmo questi detti peccati, ma ancora OGNI aliri peccati
mortàli. Capit. della comp. dell’ Imp. 5. — Feci piantare fruth que ogni uòmo ,
‘ogni cosa, ogni luogo, ogni virlù, esempj: Con OGNI sollecitùdine. M'
interrùppe ad OGNI tratto. Sono pronto ad OGNI vostro cenno. Egli ci scrive due
volte OGNI mese. Il popolo accorse da OGNI banda, ec. (3) Ogni cosa (4) spesso
trovasi per ogni dove, che vale ogni luògo.— Domandò ? oste là dov' esso
potésse dormìre , al quale l'oste rispòse: in verità io non so, tu vedi, che
OGNI cosa è pieno. Bocc. nov. 13.— Che pieno esséendo OGNI COSA di guerra,
Voléano gir, più che potéano, occùlti. Ar. Fur. 24,95. S. IL. Chianque oe
trisillabg) (Bb), e chicchessia 0 chi che sta, solamente di persone diconsi
(6). CHIUNQUE altrimén- i fa pecca. Bocc. nov. 1.— Dio la faccia trista
CAIUNQUE e/-' la è. Id. nov. 853.—In CHIUNQUE dimòra ànima sì vana. Id. Amor.
vis. cant. 42.— Quand’ io ci tornàssi, ci sarébbe CHI CHE SIA, che
c'impaccerébbe. Bocc. nov. 72.— Ricòrdati, che iu hai a confinàre con CHI CHE
sia. Fir. As. 279. (7) $. IM Qualunque (8), che vale ciascùno , o ciascuno che,
può esser relativo e a persona e a cosa, ed usasi o as- solutamente o accompagnato
dal nome della persona o della cosa a cui riferisce, ed in ciò è diverso da
chiùnque, che so- lo di persona si dice, ed usasi sempre assolutamente, A QUA-
d’ oGNI maniere. Lib. di similit. Usasi tuttora OGNI innanzi agli addiet- tivi
numerali col seguente nome al plurale, come: Ogni due giorni, ogni c'mue anni,
ec. Apparìsce dai medèsimi libri, che è priori si multàvano | OGNI DUE MESI.
Segr. fior. | (3) Delle due voci ogni santi si è formato un sol vocabolo,
ogrissan- li, usato dal Boccaccio,.e da qualche altro antico scrittore per
significare il giorno della solennità di tutti i Santi. — Sen/èrndo lui il dì
d' OGNISSAN- TI in Rossiglione dovèr fare una gran festa. Bocc. nov. 29.— Entrò
il giorno di OGNISSANTI col gonfalonière, Francèsco Carducci, la nuova Signo-
ria. Varch. stor. 10, 304. Questa voce usasi tuttora a Firenze per indica- re,
o la festa suddetta, o la chiesa de’ Minori osservanti di detta città. (4)
Ogni, talora si trova accoppiato colla voce qualunque con ila con- giunzione
copulativa e, in mezzo, e anche senza, come: OGNI QUALUNQUE, O OGNI E
QUALUNQUE. Matt. Vill. 11, 6, e rt, 41. (5) Trovasi anche scritto chiùnchey ma
oggidi ‘è poco usato. CHIUN- CHE vuol profondamènte ilvero Cercàr, nè fuor di
strada uscìr giammài, ec. Boez. Varch. 3, 11. — Sosfenèndo sopra il calcamento
di CHIUNCHE passa. Comm. Inf. 23. i (6) Evvi un solo esempio, in cui chiunque
riferiscesi a cosa. Lo ce- dro si puote tutto l’anno serbàre in sull’àrbore, ma
meglio se nel chiude con CHIUNQUE cvusèllo. Palladio, Marzo, 19- (7) "Tra
chi che e sia si può mettere qualsivoglia nome o pronome, © altro vocabolo,
come: Con altèinto ànimo son da ricogliere, CHI CHE di esse SIA il dicitore.
Bocc. nov. 9g (8) Qualunque par che sia una contrazione delle due voci quale e
unque. Qualunche trovasi qua e là presso gli antichi; ora per altro poco usasi.
è LUNQUE della propòsta matèria, che
quinci innanzi novelle. rà, converrà che ‘in fra questi t°rmint dica. Bocc.
nov. A Ed è mestièr, ch' è senta QUALUNQUE passa, com' ei pesa pria. D. Inf.
23.—E da che diùvol ec. se' tu più che Qua- LUNQUE altra dolorosétta fante.
Bocc. nov. 717. rat ing trovasi sovente seguito dal suo nome al plu- |: rale sì
mascolino che femminino. QUALUNQUE ajfare, QUALUN- QUE altre cagiòni, costà
trovàsti, già déono èsser finìte. Fiamm. * 4, 48.-—O0 QUALUNQUE cavali ràte.
Filoc. 6, 267. ec. 40 | , S. IV. Che che o checchè vale qualùngue, o qualinge
‘cosa.—CHE CHE egli oda o vegga, niuna novella, altro ch’ lieta ci rechi di
Viale Bocc. introd.— Piùcciavi di ristar qu meco alquànio, f) “ nov. 198.—Non
già giusto contùrba in caECCRÈ divégna di lui. Guitt. lett. 3, 18. S. V.
Qualsisìia e qualsivoglia vagliono Qualinque, € si compongono dell addiettivo
pronominale quale, del prono me personale relativo identico sz, e delle voci
s3@ 0 cogha, una parte del verbo éssere, e Y' altra del verbo volére, entra be
nel modo soggiuntivo. Che non pòssono ésser rotle € eri, che intòrno a' mìseri
dimo- CHX CHE SIA di lei nori mi celùte. D. rm. |. 6.—Sì che to ti priego
curaménte (CHE CHE partìto tu tt pren- |- da) che di ciò ec., non se ne dica
alcùna cosa. Fr. Sacch. | oe: Parc da QUALSISIA ferro, e da QUALSISIA colpo di
pistola Redesp.‘ nat. 15.—Avére apprèsso di sè uòmini valenti e cirtuòst e ID.
QUALSIVOGLIA esercizio eccellenti. Fir. disc. an. 23 8. VI. I pronominali
indefiniti negativi sono: Messùno 0 . N e DÒ nissùéno, neùno o niùno, verùno,
nullo. 1 quattro primi, composti dì né e di uno, sono perfettamente 1 sinonimi,
e vagliono né pur uno, corrispondente al nemo de La- — tini (9). Si dicono di
persona e di cosa, e si usano 0 in (08° ‘ ‘pagnia del nome, o anche
assolutamente, cioè col nome st , tinteso; col quale però, sia espresso, sia
sottinteso, debbono sel . pre accordare in genere, ma non mai possono esser
relativi i a nome in plurale, come: Nessuna cosa. Nzuna Toria. In | nessùn
luogo. To non conòsco nissùno. Non È ho detto amis. (9) Presso qualche antico
scrittore trovasi mimo in vece di nessuno ec. Sono contràrj fra loro, che non
ponno stare ed uno punto în NINO loro. Guitt. lett. 37.— Questi Romagnuoli non
sanno onoràre NIMO co" parole. Buti, Comm. Inf. 33.— Se NIMO fi accùsa io
non fi condanner® Albertani, cap. 44. — Ove trovando il passo, e porto franco,
IR dentro e non vi scorge NIMO. Malm. 7 89. Questa voce è tuttora 5 da’
contadini. , sùno. Nonl'ama niuno. Niuno lo conòsce in questa città. A nissuno
conviene di farlo. Senza che niuno lo veda. (10) Tra mille e mille esempj di
approvatissimi autori, che , sì possono citare per l'uso di questi pronominali,
molti se ne trovano in cui nessuno, niùno, ec., come che già’ di per sè assai
nieghino , ‘pure s' accompagnano eol segno negativo non, ammessovi quasi come
per rinforzo del ne- . gare; 1n altri senza altra negazione usansi ; dalle
quali difle- . renti costruzioni, i grammatici. deducono come regola, dover» sì
1 suddetti pronominali accompagnare ‘con la negazione non, o adoprarli senza
negazione, secondo che essi pospongansi o antepongonsi al verbo (11). (10) Ciò
non ostante niùno e nessùno da qualche antico, furono usa- *. ti in plurale.
NIUNE maflìe èsser possono, vieni, e usa ec. Pecor. 9, 18, nov. 2. — E i frutti
di lali arbori, 0 sono NESSUNI per la freddùra, 0 se- | no sconvenèvoli e non
matùri. Cresc. 2, 16, 7.— Crèdere si dee, che le ‘ guise delle loro scriliùre
migliori sieno, che NIUNE altre. Bemb. pros. a, 54. (11) Di questa pratica un
celebre grammatico moderno dà la seguen- te giudiziosissima e molto fondata
ragione: vuole 1° uso (così appresso a poco s' esprime) nella lingua ilaliana
ed in altre lingue della slessa ari- gine, che nelle proposizioni negative,
contrario all’ ordine naiurale delle nostre idee (a), il segno della negazione
pongasi innanzi alla voce indican- le l'azione, acciocchè questa, la quale
sempre, e di per sè è affermati ca (Vedi Sez. V. Cap. 1), presentandosi la
prima all’animo di chi ascolta o legge, non vi produca uno spiacevole contrasto
tra ’° idea affermativa dell' esistenza dell’ azione, rappresentata dal verbo,
coll’ idea negati- ca, o di non esistenza, che gli fa concepire il segno negalivo
NON. Quindi è facile il comprendere perchè nessùno, niùno ec. s' accompagna- no
da altra negazione ogni volta che per proprietà di linguaggio pospon- | gonsi.
al verbo, non già che questi pronominali non sieno di per sé ab- ‘ bastanza
negativi, ma perchè con ciò fare si segue l’ uso, per cùi gl I- taliani
abituati a sentir prima il segno che niega l’azione, indi quello che n’ indica
l’esistenza, conseguiscono in ciò interamente il loro in- tento, quando le voci
nessùno , niuno ec. al verbo si antepongono, e sarebbe perciò superfluo ilfarle
precedere da altra negazione; pratica, che d’altronde è totalmente contraria al
ben conosciuto precetto della grammatica latina, e, dicasi anche, della
grammatica universale , cioè che due negative fanno un’ affermativa ; massima
che scrupolosamente os- servasi anche negl’ idiomi moderni discendenti dall’
antica lingua teutonica, come sarebbe il tedesco , e dietro questo le altre
lingue dell’ Europa set- tentrionale, come 1’ inglese, l'olandese, lo svedese
ec. in cui senz’ aver riguardo all’ impressione che possa fare il contrasto
delle due idee affer- mativa e negativa, posponesi quasi sempre la particella
negativa al verbo, in modo che, a cagion d'esempio, le frasi: io non sono, io
non vedo nessuno, io non fo niente , vì sì traducono Ich bin nicht, I am not,
Ich sche niemanden , I see nobody , Ich thue nichis, I do nothing, letieral-
mente: jo sono non, io vedo nessùno, io fo niente, ec. (a) Mi riserbo alla
sezione de’ verbi Cap. +1 di soiluppare, e render più intelligibile questo
principio universale e filosofico del linguaggio , che | siccome qui viene
addotto solo in ikpiegazione di altro principio , dubito non a iutli i miei
lettori egualmente chiaro apparisca. ; ‘
î ° TESTI. Nessun (412) di servità giammòò si, dolse, Né di more, quant io di
libertàte. Petr. Tr. della Mor. cap. 1. — Non con- traddice a ciò NESSUNA
legge. Cron. Morel. 365. — Lo mae- stro fece ® aneélla così appùnto, che
NISSUNO conoscéa il fine altro che ’! padre. Nov. ant. 72, 2.— NIuNA gloria è
ad” un'àquila aver vinta una colòmba. Bocc..nov. 77. Egli nen ve n° è NIUNO sì
cattivo, che non vi parésse uno imperaiore Id. nov. 79.— Non si può cosa
NESSUNA fare a lor modo. . Id. nev. 21. “neo ”, S. Illustrissima, che si
persuùda - due cose, I una, che Nruno desidera più di me di servirla, T altra,
che NIUNO conòsce più di me la nutùra delle però, ne ec. Casa, lett. 21.—NEUNO
ebbe mai gli Dei sì facoreo , li che nel fo gli potesse obbligàre. Fiamm. 3,
84. (19) 8. VIL. zione, sono sovente affermativi, e vagliono alcuno. TESTI. I di miei, pic leggièr che NESSUN
cervo, Fuggir com' om- |. 78.— Quando s' accompano in Nessuno luo- | bra. Petr.
son. go per cagiòne di guerra. Buti Purg. 7.— Come dunque NEV- No uomo è sì
ardìto, ch' egli usi di pregàre Iddìo per lo dan- no del suo nemìco. Gr. S.
Gir. 28. e: Ma si usano le stesse voci in significato di a/cono, a lorchè per
modo di dubitare , o d’ interrogare si. adoprano. Aerei io in' bocca dente
NIUNO guasto ? Bocce. nov. 69. — Trovòssi in Melàno NIUNO che contradiàsse alla
potestùde’ Ì LS (12) Tutti e quattro questi pronominali essendo composti di
uno, al par di questo soffrono volentieri lo stroncamento della finale o
innanzi a’ nomi che cominciano da vocale, o da consonante che non sia s seguilà
da altra consonante. La qual regola per altro non è obbligatoria. (13) Meritano
osservazione le seguenti curiose costruzioni del pro ‘ nominale niuno. Infiniti
sassî sono in Roma serbàti dal tempo infino 0 questi dì scritli con latìne
voci, e alquanii con greche ;: ma con volgiri Nessuno, niuno non accompagnati
da altra nega- |.. Sa, NON NIUNO. Bemb. pros. 1, 11. —Il Calmèlta quale autore
ci recherà pel. ‘ dimostràrci che ec.P? sicuramènie NON Niuno. Id. ibid. 3a.—
Certo men & » manifesterà la loro indegnitàde , se di NiunI onòri
chiarìscano. Boet. + è — Oggi poche , 0 NON NIUNA donna rimàsa ci è, la qual ne
sappia NA, tempi opportuni dire ulcitno. Bocc. nov. 51. (14) Anche quando
nessuno, niuno, ec. sono preceduti dalla ne?” .. zione ron o da senza, vagliono
talora alcuno; ma non posso persi? di dermi che in tal significato abbiano il
senso affermativo, come vuolsi da . alcuni grammatici. Nor ci è ragione NESSUNA
per. la quale e’ debba e . tràre in un {al delerminato grado di velocità.
Galil. sist. Nov. ant. 21.—Se NIUN
conosciménto o sentiménto dopo la pulita di quella (l'anima) rimàne a'corpi.
Bocc. nov. 38. (13) $. VIII Zerùno, verùna (”. nota 12), vagliono lo stes- so
che niuno , niuna, o nessùna, cioè né pur uno.—Quanda venne il tempo, che
quella mìsera cenne per parlorire per VE- RUN modo po:éva ec. Vit. SS. PP. 2,
2%. o Veriùno, del pàri che nessùno, nino, vale talvolta a/cà- no, segnatamente
quando va accompagnato da particella nega- tiva, o, da senza. Quivi Éolo vERUNA
potînzia non ha, ed ‘ogni fronda si ripòsa mùtola. Filoc. 5, 238.— Faréste
darmo ‘ anoi senza fare a voi pro veRUNO. Bocce. nov. 79. Talora veràno, perde
la forza negativa, e vale A/càno, o qual: che— Allbra guardo inforno, se veRUNO
Vede la pena mita, | chem' ha conquìso. Rim. ant. Guitt. 96.— Per le tentaziòni
si prua D uòmo se egli ha bontàde vur.una. Pass. 60.— Se veRUNO diméstico vi
vuòle impedìre, dite a loro ardita- mente ec. S. Cater. T. 2, lett. 8. l $. IX.
Zullo, vale pure niuno ec. e usasi o in compa- gnia di un nome, o solo,
riferendosi a nome sottinteso, o po- stoingenere neutro nel significato di
niuna, 9 nessùna cosa, cone: NULLO sa se viverà ancòra domuni. È conosciùto da
Nutro ec. Ne/lo significa anche di niun valore, senza virtù, i come: Questo
contràito è NULLO. Le stipulàte condiziòni sono orandi NULLE. TESTI. NuLLo martìrio, fuorchè la tua ràbbia,
Sarebbe al i dolor compito. D. Inf. 14.—E mai pot non fe NULLO lnpe- radòr d'
Ltàlia. Gio. Vill. 3, 8,3.—E "lie qual è, se NULLA nube il cela. Petr.
canz. 42. E si era del tutto trasmutàto, Che NuLLo 7 avrìa mai raffiguràto.
Bocc. Tes. 4, 28.—-NuL- ‘ Lo parla volentieri al mùtolo e al sordo uditòre.
Passav. 249. —Onde felice dicono èsser colùi che non gli manca NULLO 4 su
dilélto. Fr. Giord. 20. (47) (15) In questo significato trovasi talora usata la
voce persòna in com- Ragnia di qualche particella negativa in vece di Nessuno ,
niuno, o non alùno, come: Se n° entràrono in una casèita anfica, e quasi tulla
ca- dia , nella quale PERSONA NON dimoràva. Bocc. nov. 46. — Nelle quali
"ade volle, 0 NON MAI andova PERSONA. ‘Id. nov. 30.— Quindi veggèndomi :
Pervenire, NÈ PERSONA conoscèndomi. ld. nov. 63. (16) Trovasi in alcun antico
scrittore Nu/ accorciato da nullo. Che NL di noi è forie a sofferire. Franc.
Barb. 372, 14.— Amàr senza NUL ; Pro ec. D. da Majan. rim. ant. 86. (17) Nullo
fa usato anche per Talùno, alcuno. Ma se forse NULLO si Movesse e dicesse,
perchè ec. Vit. SS. PP. 1, 44. Gramm. Ital. =" 154 : ‘—— & X. Non
confondasi il suddetto nullo colla particella negativa invariabile nu//a, che
vale nzente, non punto, e che pure usasi come pronome, posponendosi, o
anteponendosi al verbo, secondo che conduce seco, o no alcun’ altra particella
negativa, come: Ed altriménti mai non ne farò NULLA. Bocc. nov. 2.— Chi in
alcùna cosa può speràre, di NULLA si di- speri. Bocc. Fiamm. 5, 85.—Dia molto,
riceva poco, è NULLA dimindi, Amm. ant. 416, 1. i . XI. Nulla ha senso
affermativo, e vale Qualche cosa, quan o è usato per via di domandare, di
ricercare, o i dubitare, come: Potrébb' egli ésser ch' io avessi NUL- LA ?
disse Buffalmàcco. Bocc. nov. 85. — E se NULLA di noi pietà ti muòve, A
vergognàrii vitn della tua fama. D. Purg. 6.—E sono al tuo piacér, se tu vudi
NULLA. Lib. son. 95. (18) DEGLI ADDIETTIVI DIMOSTRATIVI. —_—$&.L
Sonoaddiettivi dimostrativi (1) quelli che determinano un nome qualunque, sia
di persona, sia di cosa, dimostrandolo, quasi additandolo, od esprimendo la
vicinanza o la lontananza o ci luogo o di tempo in cui esiste l’obbietto
significato dal nomé; avvene quattro: ve (18) Quanto si è detto di Nulla
applichisi pure a Niente (gli antichi dissero neente). Questa voce che è
sinonimo di Nulla, denotando- priva- zione e negazione, si' usa accompagnata
con negativa, e senza, anteponen- dosi più comunemente al verbo, quando
adoprasi senza la negativa, e posponendosi quando n’ è corredata, come: NIENTE
sarà capàce di sepa- ràrmi da voi. NIENTE dura quaggiù. NIENTE è difficile a
chi vuole. NON so NIENTE diquest’affàre. NON ne comprendo NIENTE.—E se iu fai
convito, 0 corrèédo bandito, Fal provvedutamènie, Che NON falli NIENTE. Br.
Tesor. — Se l’ uomo magnànimo desse ogni cosa per amore, NON gli parrèbbe acèr
dato NIENTE. Cavalc. specch. cr. —M'’infiàamma sì, che obblio, NIENTE apprèzza
ma dicènta etèrno. Petr. canz. 28. — Non. è per mio mèrilo fatto questo, ch' io
per me non sono NIENTE. Vit. SS. PP. 2, 203. Talvolta nulla. e niente sono
usati in forza di nomi, come: Questo ragàzzo non si ricorda dî NIENTE. La
quanlilà è quasi ridotta al NIENTE. Tullo ciò che si riduce «a NULLA. Chi in
alcuna cosa può speràre, di NULLA si dispèri. Come pure in senso affermativo
nel significato di qualche cosa, al- ‘quànlo, usasi nelle frasi interrogative e
dubitative. Colla mano sùbilto ‘corsi a cercarmi il lato se NIENTE o acvèssi.
Bocc. nov. 36.— Senza del suo cruccio NIENTE mosiràre (cioè alcun segno) alla
giovine ec. Id. nov. 4. — Come ellu vede un.giovinètto di forma NIENTE (cioè
alquanto ,. alcun poco) riguardècole, ella s' uccènde delle sue bellèzze. Fiv.
Asin. 40. (1) Avverto di non confondere gli addiettivi dimostrativi co’ prono-
‘mi personali dimostrativi, dei quali altrove si è parlato (Sez. 111 Cap.
Il). Questo, Cotesto, Quello, Ciò. I tre
primi al nome premettonsi (2), e con esso in ge- nere ed in numero debbono
concordare, seguendo per tali cangiamenti le regole già date (Cap. I, della
presente Sezio- ne); non sono mai preceduti dall’ articolo determinante; pos-
sono bensì, quando occorre, avere innanzi a sè qualsivoglia pre- posizione. +»
| | -_$. HL Siccome si è già altrove spiegato (Sez. III, Cap. I) ogni discorso
ha naturalmente tre persone, espresse o sottin- tese, l’ una che parla, l'
altra cui si parla, ed una terza di cui si parla: indi l' obbietto da
indicarsi, può, riguardo a queste tre persone, trovarsi in tre differenti
posizioni di luogo, cioè, o più vicino alla prima che non è alla seconda, o
viceversa, o egualmente distante da améndue, ma più vicino alla terza, cioè a
quella di cui parlasi, e secondo tali posizioni dell ob- bietto che vuolsi
dimostrare, usasi: Questo,.a, e, t, (3) per dimostrare persona o cosa, pros-
sima alla persona parlante (4). Cotesto, a, e, t, per indicare cosa, o persona
prossima a colui cui si parla. at, a Quello o quel, quella, quelli o quei o
que, quelle, per indicare persona, o cosa distante egualmente, e da chi parla,
e da chi ascolta (5). : (2) Esto, col suo femminino in a, e plurale in i, e,
dall’iste de’ Lati- ni deriva, € trovasi qualche volta. ne’ classici in vece di
questo, questa ec. Oggi però è inlieramente poetico. Perchè dunque bel dolce
amìco ESTI terreni beni desideràte? Fra Guitt. Sett. — Voi credète Forse che
siamo sperti d’ EsTO loco. D. Purg. 2.— Novèlla d' ESTA vita che ‘ m' addoglia.
Petr. canz. 6. Da EsTo deriva la particella sta che qualche volta premet- tesi
ancora oggidi ad alcuni nomi di tempo, come: Sfamàne, stamallìna, stasera
stanòlie ec.—0O diss’io lui per entro in luoghi tristi Venni stAMA- xE. D.
Purg. 8. —Di questo di STAMATTINA sarò io lenùto a voi. Bocc. nov. 99- —
Ubriaco fastidioso, tu non c’ entrerai STANOTTE. ld. nov. 64. —E converrà che
stasera iu smoccoli, Morg. 19, 77. ì (3) Questo in vece di Ciò vale questa
cosa, e usasi in senso neutro, cioè senza variar niai la sua desinenza
primitiva. Gran ftempo fu in grande tribulazione di resta la Chiesa, e con
QuESsTO molia guerra e dis- senziòne ebbe. Gio. Vil. 3, 5. — Assài degli altri
ho già fatti, li quali a QUESTO condolto mi hanno. Bocc. nov. ‘27. —IN QUESTO
(questa cosa) io non vi piacerò già, credèndomi far bene. Id. nov. 18. (4)
Questo preceduto dalla preposizione ir, indica spesso il tempo pre- sente, o
supposto presente sottintendendovisi momèn/o, stanle, menire, ec. come nel
Bocc. nov. 77. IN Questo /a fante di lei sopravoènne; cioè in questo momènio,
in quesito mentre ec. (5) Lo stesso ordine mantiensi per indicare qualunque
cosa che sup- ponesi ‘esistere nelle tre persone del discorso, cioè per cosa
esistente nella prima persona guesfo ; nella seconda eofèsto; nella terza
quello; onde di- a 456 o. TESTI. QuESTO
garzoncello s' incominciò a dimesticàare con QUE- STO Federìgo. Boce. nov. 49.
— Che perno meco omài QUE- sti sospiri, Che nascèan di dolòre. Petr. canz. 53.—
È tu, che se' cost) ànima viva, Pàrtiti da COTESTI, che son morti. D. Inf. 3. —
Oimé, Sisnòre, vo mi paréte uom di Dio, come dite voi COTESTE paròle. Bocc. nov.
1. — Il meglio del mondo spero di far QUELLO che m'imporrài. Id. nov. 17. —
QuELL' al- >; tro è Derofònie, e QUELLA è Fille: QueLr'è Giasòn, e QUEL-
in L'altra è Medéa, ec. Petr. Trion. d' Amore cap. I.—QUE' duo » pien di paùra
e di sospétio, L'un è Dionisio, e l'altro è Afes- ». sàndro. Petr. ivi. i S.
III Ciò, addiettivo pronominale dimostrativo neutro invariabile, vale Questa,
cotésta o quella cosa, e però per gli altri tre, questo cotésto , quello
indifferentemente puossi adoprare, e riferiscesi al sing. e al piur., al masc.
e al femm., come: Ciò si sente meglio che non si dice. Ciò era da consideràr
bene. Ciò vi fa onòre. Ciò dipende da lui ec. (6) E tutii quasi ad un fine
tiràvano assùi crudele; CIÒ era di schifàre, e di fuggire gl infermi ec. Bocce.
Introd. — Ma tor- nando a ciò che cominciàto avza ec. 1d. nov. 8.— Otto cose
sono , che danno mattria a QUESTO peccoto; CIÒ sono ec. Comm. Inf. 5. (7) ec. |
| CAPITOLO IX 00° L DEGLI ADDIETTIVI DETERMINATIVI. . I. Gli addiettivi
determinativi sono: | o ale, cotàle, altrettàle, altro, stesso, medesimo. O
rassi: QUESTO mio 0 nostro difèllo , COTESTO fuo 0 vostro difètio, QUEL .. suo,
© loro difetto. ln quanto poi al tempo usasi questo per indicare il tempo
presente, e quello o quel pel passato, come questo di, questa state, . quel
giorno ec. | pe . (6) Questo pronominale può esser preceduto da qualsivoglia
preposi- zione, ma non mai dall’ articolo , come : di ciò, a ciò; da ciò jin
ciò, con cio, ec. x ; (7) Ciò, nella medesima sua posizione invariabile, si
trova anche re- lativo a persona. St fuggirono dall’ altra parle de’ Sanèsi, e
ciò fùrano degli Abàti, di Que’ della Pressa; e più altri Gio. Vill. 6, 80. —
Fùrono elètti quatiro Capitàni, ec. e ciò furo ec. ld. 7, 5a. — Ciò leggesi
talora nel senso di yualunque, qualsivoglia , checchè , ec. seguito dal nome:
Ciò uccèlli che oolano j ciò pesci che nuotano ; Ciò fere che discorrono sono
seppellite nel nostro ventre. Amm. ant. 24. SR: , Cîo trovasi per. solo
riempitivo. Se ciò non fosse ch'a menzòria m’ ebbe Pier Petlizàgno in sue sante
orazioni. D. Purg. 13. | ‘ 4 hi Î y bo Tale s accorda col suo nome espresso è
sottinteso, iu mimero solamente, e può essere da qualsisia preposizione
preceduto. e talora gli si dà anche l'articolo, dicendo: il fade, la tale, ì
tali ec. e significa colùi, colei, colòro ; e sovente eziandio ha un
significato indeterminatissimo, riferendosi al nome generico zomo. Ecco degli
esempj del vario uso di questo addiettivo: Egli abita nella TAL casa. Il TALE o
la TALE me lo disse. Egli va ora dal TALE, or dalla TALE. Co- nòsco un TALE che
nol farebbe. TAL minàccia spesso che ha para. TAL ride che poscia piange. TAL
ti ride in bocca che dictro fe l'accòcta. A TALE to son venùto (cioè a tale
stato, punto, segno, termine ec.): Sono ridètto a TALE che non posso far né
molto nè poco. (1) , Tale ha per lo più come correlativo quale, sì come ab-
biamo già fatto osservare (Cap. V, S. VII, della presente Sezione) (2). Pensa
che TALI sono là i Prelàti, QUALI tu gli hai qui potùti ved‘re. Bocc. nov. ®.—
TAL QUAL di ramo in ramo si raccòglie. D. Purg. 28.— TAL QUAL or mi vedéte
giovinetta, Quivi accompùgno Ambre. Bocc. Am. vis. 6, 16. (3) S. IL Cotàle ha
fo stesso significato che /a/e. Preceduto | dalla particella un significa
certo; ma preceduto da questo o + quel vale guesto'o quel medésimo: l (1) Un
tale vale lo stesso che un cerfo, come: UN TAL mèdico, UN TAL piltore, UNA TAL
nazione ec. Tale e tale vale questo e quello. — Si pro- mélle cerla quantità di
pecùnia a chi prima saglie in sul muro e in su TALE E TALE forfèzza della ierra
assediata. Cavalc. Espos. simb. 1, 69. Tale vale qualche volta questo. — E ?
oracolo è TALE. Caro, En. 7, 137. Tale, replicato, ha un significato
distributivo, valendo questi, quegli, o l'uno, l altro, come: TaL risponde TAL
ammutolìsce. TALE è troppo ardilo TALE è troppo ùmido. 'TALE lo dice, TALE lo
niega ec. (2) Tale , può aver due particelle correlative. TAL QUALE fu ? hai,
COTALE la di. Bocc. gior. 3, fin. E qualche volta non ha alcuna corri-
spondenza espressa , essendo relativo a nome antecedente. La casa del- l’uomo
infermo stalo, o morto di TALE infermità ec. (cioè della pesti- lenza già
descritta). Id. Introd. La correlativa di fale può essere come 0 che, in vece
di guale. TAL perdono troverà ciascuno ir verso Dio COM' egli farà agli altri.
Gr. S. Gir. 23. — Potrèbbe èsser TAL femmina , e figliuola di TALE uomo , ch’
egli non le vorrèbbe avèr falla quella vergogna. Bocc. Dov. /. Tale ha qualche
volta forza di alcuno. E TALI furono clie per dilètto di quelle sopra alcùna
tavola ne ponìeno. Bocc. introd.—Li loro cani ab- bajivano forte, e TALE
pigliàvano per lo lembo, or Vl uno or ’’ aliro. r. Sacch. nov. 140. E talora,
aggiunto a signore e signora , serve in luogo del nome proprio. Si volse alla
compagna e disse: madonna TALE, Guardàle quanio è bello questo grano. Fr.
Sacch. nov. 179. (3) Tale e cotàle pur sovente hanno forza di avverbj, come: E
don- na mi chismò corlèse e bella 'TAL che di comandare è la richièsi. D. Inf.
2. — Tar, ch’incomìncio a disperàr del Porto. Petr. son. 156. — id io lo
minotàuro far coraLe. D. Inf. 12. o 158
TESTI. Da uN coTAL fanciullésco appetìto mossa. Bocc.nov. 30. '— Per UNA
COTAL mezzanità e per contentùre il pòpolo eles- sono due cavalitri frati
Godènti ec. Gio. Vill. 7, 15.— £ QUESTO COTALE del luogo o del modo nel quale a
vivere ab- biàmo ec. Bocc. Introd.— Ma ancòra il toccàre è panni ec. paréca
seco quella COTALE infermità nel toccatòr irasportàr. Bocc. Introd. (4) a
Altrettàle, quest'addiettivo, che vale @/tro tale, non 8 trova usato che nel
plurale. I cotà/: son morti, e gli ALTRET- TALI son per morire. Bocc. Introd.
S. III. Altro è addiettivo determinativo di diversità, e va- le divérso, cioè
che non è lo stesso, che è differente in qual- sivoglia maniera da quelle cose
di cui si parla. Esso s' accor- da sempre col suo nome in genere ed in numero.
Quest ad- diettivo però trovasi sovente in senso neutro, corrispondente all’
aliud de' Latini, e significa altra cosa (5). © TESTI. Teméndo non fosse ALTRO,
così al bujo levàtasi, com'era, se n’andò là.Bocc. nov.86.—Sembiànie facendo di
rider d'Ab- TRO. Id. nov. 63.—0 ALTRO hai tu fatto? Id. nov. 1.—/0 via tu non
sei da ALTRO, che da lavàre scodelle. Id. laber. 208. — Che mi confòrte ad
ALTRO, ch'a ‘trar guai. Per. canz. 8. (6) S. IV. Stesso, e medesimo (T) sono
addiettivi determi- nativi assevérativi, che solo si usano in compagnia d' un
n0- (4) Notisi però che spesse volte queste due particelle pajono al prim®
sguardo avverb), mentre sono addiettivi, aventi il nome per ellissi sottt- teso.
Io gli darèi TALE (colpo) di questo. ciolto nelle calcagna ch' egli € Bocce.
nov. 73. — A TAL son giunto amore (cioè a tale stato). Petr. canz. 31. — Tra
gli ladròn trovài cinque coTALI (uomini) Tuoî cittadini. D. Inf. 98 — Io son
de’ TALI, e de' COTALI (ciot parenti). Varc. Sen. Ben. (5) Altro talora leggesi
nel significato di altrùi. Niuna cosa è mia 0 d' aLTRO Za .quale si può
togliere, o perdere. Amm. ant. 41. Come pure nel signif. di altra persona.
Ansèlmo che non vede ALTRO, da cui Posso sapéèr di chi la casa sia. Av. Fur.
43, 136. (6) Per altro, vale nelle altre cose, quanto al rimanènte.— Rico €
savio, e avvedùlo PER ALTRO, ma avarìssimo. Bocc. nov. 5a. — Lumi del ciel, per
li quali io ringrazio La vita, che PER ALTRO non m'è a grado Petr. canz. 18. |
(7) Medèsmo per medesimo è del verso non mai della prosa. Di me MEDESMO meco mi
vergogno. Petr. son. 1. — Essi MEDESMI elle m' aveon pregàlo. D. Puig. 26.
Medèsimo usasi tajora per ripieno colle voci me ETIMOLOGIA E SINTASSI 159 me 0
d’ un pronome, al quale aggiungono forza, e co' quali faccordano in genere ed
in numero, come: (8) Zo stesso o sfes- sa, me stesso O stessa, tu slesso ©
stessa, noi stessi O stesse ec (9). | Li LEA DEGLI ADDIETTIVI QUANTITATIVI. $.
I. Sono addiettivi quantitativi i seguenti: molto, poco, assai, tanto, cotànto,
altrettànto, quanio, alquanto, tutto. Tut- ti questi addiettivi possono anche
esser avverbj, ma allora ri- mangono invariabili. ASSAI non varia mai
terminazione nep- pur come addiettivo: Zn ASSAI cose per tema di 10. Bocc. nov.
17.—Ma sendo a far questo impedìto dalle ASSAI fosse che attraversavano îl
paîse. Machiav. nov.— Con autorità gran- dissima, e con ASSAI provvisiòne di
gente e di danùri. Sega. . Stor. 14, 379. $ II. Si è già parlato altrove delle
particelle tanto, quan- lo, a R plfligio podi SII dI Tag a n° BO o pin nd
trettàanto, come avverbj di comparazione (Cap. Ill della presente Sezione), ora
conviene trattarli come addiettivi, che co nomi loro si accordano in genere ed
in numero. Zanfo ecotànto nel sing. indicano grandezza, nel plur. moltitudine
(4). Lo stesso dicasi di quanto , che è il costante correlativo espresso o
sottinteso, di tanto e cotànto (2). Il maéstro diede %, co, seco, potendosi
anche riferire a femmina senza cangiare la desi- nenza del maschile. Za qual
cosa la donna udèndo ec. la grandèzza dell’ànimo suo molto seco MEDESIMO
commendò. Bocc. nov. 4g. — Certo veder nol dei, nè credo chel vuogli, se savia
leco MEDESIMO di consiglt. Fiamm. 1,56. — Medèsimo posto co’ pronomi questo,
quello, ‘rimane pure invariabile , ancorchè sia relativo a nomè femm. o plur.
Chi # assicura Che quell’ dpere fosser quel meDESIMO? D. Par. 24. ni (8) Stesso
sovente usasi in forza di nome sottintendendovi il nome — Neutro cosa, come:
Tutto è lo sTtESSO. Lo sTESSO gli ho detto anch'io. Mi accadde lo STESSO in
Roma ec. Stesso e medèsimo sono talvolta avverbj, valendo fino , per fino,
come: Lo stesso Dante . Lo stesso Pelràrca. In Firenze medèsimo, ec. (9) Stessi
nel singolare in vece di sfesso leggesi presso qualche anti- | S scrittore,
come: Egli stessi, me stessi.— Siccome il Sol che si cela egli MESSI. D. Par.
-5.—Ur perchè mi lodi tu a me stessi. Cavale. Pungil. 144. — Fa nel capo tu
sTESSI un nodo scorritòjo. Fr. Sacch. nov. 166. Ma tal modo di dire è
disapprovato dal vocabolario, come fuor d'uso; € così | Inre STESSO nel plurale
in vece di STESSI. Soro molti che per èssere fenùli | Umili e giùsti spesse
volte èglino STESSO si biàsimano. Passav. 162. (1) Tanti e cotànti, preceduti
da qualche addiettivo numerale, e così le tanfi o colànii, ire tanti 0 cotànii
ec. vagliono il doppio più, e : tre volte più ec. Cento volle tànio, 0 cotànio,
vale eèniuplo. i (2) Tanto e cotànio spessissime volte nsansi pure senza la
corrispon- denza di quanto. Nel cospeèllo di TANTO giidice. Bocc. nov. 1,
prin.—Da ‘ TANTA fede alle paròle di Bruno QUANTA si sarîa convenù- fa di
qualùnque verità. Bocc. nov. 79.—E forse in TANTO (tempo) QUANTO un quadrel
posa E vola ec. D. Par. 2. TANTE volle QUANT’ ella nella memòria mi viene ec.
Filoc. 3, 101.—/o-ci priego per COTANTO amòre, quanto è quello che to vi porto
Bocc. nov. 18. (3) S. ITÉ Altrettànto vale altro e tanto, e dinota uguaglian-
za di numero, di peso o di misura, come: AL'YRETTANTO pane arrostìto. Bocc.
nov. 92.— Cinquànta paternòsiri, e AL- TRETTANTE avemmarie. Bocc. nov. 24. —
Una donna più bel- la assai che ’l Sole, E più lucènte, e d' ALTRETTANTA etàde.
’ Petr. canz. 24.— Altrettànto vusasi anche avverbialmente, e * come tale mille
esempj se ne trovano ne’ classici autori. S. IV. Alquànto, a, i, e, nel
singolare vale un poco, € nel plur. a/cèni, come: Dopo ALQUANTO spazio cominciò
a dire. Bocc. nov. 38,-- Con ALQUANTA gente. Gio. Vill.-7, 114 — ALQUANTI
uòmini. Petr. canz. 10. — ALQUANTE lògrime. Bocc. nov. 23. $. V. Alquànto
trovasi pure come nome astratto. Ch È: ALQUANTO non prende di tempo avànli ec.
Bocc. gior. 1, fin. — In lui ritornò lo smarrito colòre, e ALQUANTE delle per-
dùte forze. Idem, nov. 14. s. VI. Tutto, a, i, e, richiede tra sè e’1 suo nome
l'ar- ticolo definito (4), come: tutto il tempo, iutti gli uòmini, tut ta la
notte, tutte le cose ec. (5); ma l'articolo può ommettersì indi in qua COTANTE
carte aspèrgo, Di pensièri, di làgrime e d’ inchiostro Petr. Tr. d'Am. cap. 3.
Così pure guarito senza il suo antecedente fanlo o colànto.—Nt vi poirèi dire
QUANTA sia la cera che vi s' arse a queste cene. Bocc. nov. 79.—QUANTI felici
son già morti in fasce! QUANTI mise riin ultima vecchiezza ! Petr. Tr. del T.
(3) Tanto e quanto sono talora nomi astratti, e come tali posson0 no, andare
accompagnati dall'articolo o da altra particella come appoggi» Quel TANTO, a
me, non più del vìver giova. Petr. canz. 18. — E spalan càndo poi TANTO di
gola, Urla, bestemmia, ec. Malm. 7, 85.— Che pa- +. gherèste voi? ditemi il
QuaNnTO Dicèa Rinàldo. Morg. 18.—La spera otlo- va ci mostrerà molli Lumi, li
quali e nel quale, e nel «Quanto: Noter sì posson di divèrsi volti. D. Par. 2.
(4) Presso gli antichi era proprietà di linguaggio ed eleganza, di porre tutto
tra il pronominale congiuntivo quale, o il dimostrativo questo, 0. il
determinativo alfro, e il nome. Delle QUALI TUTTE cose Antonio facèn- dosì
beffe. Vit. SS. PP. 1, 18. — Le QUALI TUTTE cose sono da èsser dili genlemènie
consideràie. Cresc. 12, a. — Per QUESTE TOTTE edadi questa nobiltà di cui si
parla ec. D. Conviv. 195.— Così gli ALTRI TUTTI fiori € frutli al loro tempo
èscono ec. Vit. SS. PP. 2, 257. In oggi però più propriamente direbbesi: Le
quali cose iutle. Per tutte queste etàdi. Così :. tutti gli altri fiori ec. -
(5) Tutio, posto innanzi ad un addiettivo, quantunque propriamente Ò non sia
che un avverbio nel significato di interamente, è però conside tome superfluo
quando il nome ha senso. indetermiriato o ge- nerico, cioè quando non è che un
qualificativo (V. Sez. II, Cap. VII). Ricòrdivi che noi siam TUTTE femmine.
Bocc. In- trod. — La gente ch' avéa bontàde veniva a lui da TUTTE parli. Nov.
ant. 20.— Colùi, che col consìglio, e con la mano A TUTTA Italia giunse al
maggiòr uopo. Petr. "Tr. della F. cap. I. — E quel, che solo Contra YrurrA
Toscàna tenne il ponte. Id. Ibid. — Riverìto, onoràto, careggiàto da TUTTA
gente. Passav. 48. S. VII. Tutto usato come nome di geriere neutro coll’ ar-
ticolo, ed anche senza, vale ogni cosa (6). E quel savio gent], . che TUTTO
seppe, Disse per confortàrmi ec. D. Inf. 7. — 6; nel volto di lui che TUTTO
vede Vedi 'l1 mio amòre ec. Petr. son. 3035. — Làida è ogni parte che al suo
TUTTO non si conviè- ne. Amm. ant. | Tutto pigliasi sovente in significato
collettivo, come: Cre- di tu vero TUTTO ciò ch' egli mi narràva? Egli TUTTO
seppe. Il TUTTO mi è noto. TUTTI sopra la verde erba si pòsero in cer- chio a
sedère ec. Talvolta vale lo stesso che ogni, ciascùno, come: tutto giorno, o
tutto dì; lutta città. Tulto usasi anche avverbialmente, come: 4 tutta corso; a
tutta possa; tutto solo; tutto sbigolilto ec. | | DEGLI ADDIETTIVI NUMERALI. S.
I. Gli addiettivi numerali sono quelli che indicano la qualità di numero nelle
cose, cioè stabiliscono un determinato numero di oggetti fra molti, e sono di
due specie, primetivi e ordinalivi | Dc 6. II I primitivi, che anche cardinali
Gb si dicono, sono o semplici, o composti, o derivati. I semplici sono da uno
rato come addiettivo, e accordasi col suo nome espresso o sottinteso. Loro
TUTTO rotto e TUTTO pesto il iràssero dalle mani. Bocc. nov. 11.— TUTTA ?icida
e rotta nel viso. Id. nov. 73.—Qui TUTTA Umile, e qui la vidi altèra. Petr.
son. 89. (6) Tutto quanio vale Tutto intièro. Vedi D. Par. 28, e Inf. 31. —
Bocc. nov. 85. — E vale anche Tuzto quello che. Tuti' uno vale Una co- sa
stessa. Il dir le paròle, e l’ aprirsi e ! dar del ciollo nel calcagno a
Calandrìno fu TUTT’ uno. Bocc. nov. 73. — Congiùnto con tanto legàme d'
amistàde, che N ànima di amendùe era TUTT’ uno. Guid. Giud. — Cor- tesia ed
onestàte è TUTT uno. D. Conviv. (1) L’addiettivo cardinale , derivante da
cardine, come aggiunto di numero , vale principale , che regge, che sostiene,
quasi sieno i numerì primitivi come cardini su cui s' aggirano tutte le altre
specie. di numeri. Gram. Ilal. gs 22 162 PARTE TERZA sino a dieci
inclusivamente: Uno (2), due (3), tre, quatiro, cinque, sel, sette, otto, nove,
dieci o diece. A’ quali possono aggiungersi venti, cento, mille. Della voce
dieci, insieme con una delle nove antecedenti, si formano nove altri addiettivi
numerali, che per ciò a 1 sti si chiamano. Undici, dòdici, trédici,
quattordici, quindia, sédici, diciassétte, dicidito, diciannòve. i Seguono
altre voci, le quali quantunque sieno semplici, pure dalle anzidette (cioè, fre
sino a nove) derivano, e perciò numerali derivativi s' appellano, tali sono:
Trenta, quaranta, cinquanta, sessànta, settànta, ottànta, novània. S. IIL Da
questi derivativi, come pure da venti, cento € .. (2) Uno s'accorda in genere
col suo nome, espresso o sottinteso. Quantunque uno, che come add. di quantità,
indica un’unità determinata, sia per sè stesso senza plurale, pure in
correlazione coll’ addiettivo Altro, riferendo due cose già mentovate, non solo
ammette il plurale, ma rice- ve anche l’ articolo determinante. Tanto l età 1°
uno e 7 ALTRO da quello ch’ èsser solècano gli acèa trasformàti. Bocc. nov.
16.— Qu è’ 8 bel ciglio, e P UNA e D'ALTRA stella, Ch'al corso del mio vìver
lume denno? Pete son. 258. — Siccome fecero î Suguntìni, e gli Abidèi, gli uni
temènti An nìbale cartuginèse, e gli ALTRI Filippo macedònico. Fiamm. 5, 93. —
Spe rava Î UNE cresciute, e l’ ALTRE dovèr irovàr scemale. lbid. 3, 22% Uno
usasi talora in senso distributivo in vece di Ciascuno, come: Cenlo Scudi per
uno. Un tanto per uNO ec. Uno ed una talora vagliono medesimo, medesima. O
fiero voto, Che'1 padre, el figlio ad UNA morte ogferse! Petr. Tr. della F.
cap. 1. — La nostra città di Fiorènza eh' era UN co” Romàni ec. Malesp. Stor.
Fior. p. 43. — Amor e’ cor geniìl sono UN cosa. D. rim. In uno e in una
vagliono insième. Ed amor solo con dèbila contem- plaziòne seguitàre 1N UNA ho
raccolto le sparse cure. Amet. 3.—E 1N UNO con esso lui salùula il venerabile
Pucciandone. Guitt. lett. (3) Due è in oggi dell’ uso comune, quantunque il
dire e scriver Dw non sarebbe errore, trovandosi ne’ migliori classici usato al
pari di quello: Si si starèbbe un agno in tra DUO brame Di fieri lupi. D. Par.
4. — Una fiera m' appàrve Cacciùta da DUO veliri, un nero, un bianco. Petr.
cani. l2. — Domandolli dieci marchi in prestànza, ed ojfèrseline DUO march |
guadaguo. Nov. ant. 25. — Dirànno piccola cosa èssere ad un re l' aetr muridile
DUO giovinetle. Bocc. nov. 96. Dua, che dal volgo fiorentino tuito di odesi, è
riputato errore, se bene non è senz? esempio presso qualche antico. In drecve dato
!° ordine, che niuno il sapèsse, che noi DUA. Cron. vell.— Nacque nel DUA diqua
del centinàjo. Bern. rim. 1, 69. . Dui trovasi, da qualche poeta, usato perla
rima. Che dal tempo d' 0r- lùndo în qua, più DVI Posson, ch? un, che non abbia
ajùto altrui. Bern. Grl. 1, 24, 2. Incontrasi anche qua e là in prosa.
Proferìto s'era DUA MOR di servire la repùbblica. Bemb. stor. —.Se altri DUI sì
forle amore lega; che de' DUI corifa uno, sponsa con ispònso, che DUi sono in
uno corpo ec. Guilt- lett. 10, 27. ] 1 Duo prendesi sovente come nome, termine
musicale, e significa Canto a due voci insieme, o alternate, e chiamasi pure
così la musica com posta per gli strumenti che accompagnano due voci: in vece
di Du dicesi anche Dueslo. | IR ETIMOLOGIA E SINTASSI 165 mille, atri numerali
composti si formano, cioè ventàno 0 cen- f uno (4), ventidùe, ventitré,
ventiquàtiro, venticìnque, ec., tren- fùno, trentadue ec., quarantùno,
quarantadte, ec. cinquantùno, cc. centùno (5), ec. ducénto o duecénto o
dugénto, cinquecénto, mille (0) , milione. | | Nell uso i numerali, sì semplici
che composti, e derivati, adopransi anche come nomi, ricevendo essi non solo
l'appog-. gio dell'articolo determinante, ma ammettendo eziandio il se- gno del
plurale, onde diciamo: 77 due, il tre, il quattro, due du, tre cinqui, quattro
setti cc. (7) | ORDINATIVI. Gli addiettivi numerali ordinativi accennano |’
ordi- ne delle cose riguardo al numero: essi s' accordano co’ loro nomi in
genere, ed in numero, e sono ugualmente che i nu- merali primitivi, da' quali
quasi tutti derivano, o semplici o composti. i SEMPLICI. Primo, secòndo, terzo,
quarto, quinto, sesto, séttimo, ottà- vo, nono, decimo. | COMPOSTI. Decimoprìmo
o undicèsimo o undècimo. Dectmosecòndo o dodicesimo o duodécimo o dodécimo.
Decimoterzo o tredicesimo © terzodécimo o tredécimo. Decimoguàrio o
quattordicésimo o quartodécimo o quattro- décimo. Decimoquìnto o quindicesimo o
quintodècimo o quindécimo. Decimoséèsto o sedicèsimo o sestodécimo o sedécimo.
Decimoséttimo o diciassettesimo o settimodécimo. (4) Fentùno, trentuno,
quarantùno , ec. non variano mai termina- zione; non sarebbe però errare il
farli accordare con un ‘seguente nome in femminino, come: Poî per la medèsima
via per distèndere alire no- VANTUNA rofa e poco più. D. Conv. p. 116. Notisi
inoltre, che quando il nome vien, dopo i numerali suddetti, egli rimane nel
singolare, ma si fa plurale quando a’medesimi precede, onde dicesi verzun
saldo, qua- rantun anno, o anni quarantùno ec. (5) Di Certo troncasi talora la
seconda sillaba unendosi Ja prima ad altro numerale, come: cenquattordicî,
cenquìndiei, cenquarània , cencin- quania , censessania, censellània,
cennocanita. sn (6) Mille fa al plurale mila. | i (7) I numerali sono sovente
preceduti dall’addiettivo plur. suzdi, tulle, e dalla congiunzione copulativa
e, come: #uflî o futte e due, tuiti o tulle e ire, iulti o tulle e quatiro,
ec.; e se a numerali segue un nome, que-. sto va per lo più preceduto
dall’articolo determinante, come: Futl? can- t
Decimottàvo o décimo ottàvo o diciottesimo o ottodécimo. Decimonòno 0
diciannovesimo o nonodecimo. si Ventesimo 0 vigésimo ; ventesimoprìmo o
ventunésimo; venti duesimo o ventesimo secòndo ; ventesimoterzo, ec. Trentésimo
o trigésimo. Quarantésimo o quadragesimo. Cinquantésimo o quinquagésimo o
quingentésimo. —. Sessantésimo o sessagisimo. Seltantésimo o settuagésimo.
Ottantésimo o ottagésimo. Novantésimo. Centèsimo. Millesimo. Milionesimo. NOMI
NUMERALI COLLETTIVI. . $. V. Dagli addiettivi numerali derivano i nomi numerali
collettivi, cioè quelli, che sotto una sola denominazione espri- mono un
aggregato di più numeri, tali sono: Ambo, ambi, ambe (8), che vagliono ulti e
due, tutle e due. Terno (9), quartina (40), cinquìna, sestìna (11), sett cocàre
TUTTI-E DUE li pacificali popoli, ec. Filoc. 7, 330.—Ne’quali TUTTI E CINQUE
presentemènle non si scorge allro che ec. Red. In vece della con- giunzione e
vi si pone anche in mezzo la particella a. Com TUTTE A TR le cocche (sorta di
navi) si dirizzàrono contro l’armata de' Genovèsi. Matt. Vill. 3, 79. | ? (8)
Ambo, ambi, ambe, vagliono tutti e due, l'uno e l’altro didue. Ambo è di genere
comune cioè riferiscesi al mascolino ed al femmimno Al fin AMBO conovèrsi al
giusto seggio. Petr. canz. 48. — I° son colui che tenni ambo le chiàvi Del cuòr
di Federìgo. D. Inf. 12. Ambi è di genere masc. plur. Anfornio Natàle, e
Scevino, AMBI anima e corpo di C. Pisone. — Tac. Dav. Ann. 15, 220.—Questi
amarànti Ti diè pur dianzi il luo viin Filèno. E queste rose che lu porti in
seno Da Tirsi avèsti, AMBI novéli amanti. Vinc. Mant. rim. 4. Ambe al solo
femminino plur. riferiscesi : Allora stese al legno AMBE le mani. D. Inf. 8.— E
sien nel cuor punile AMBE le luci. Petr. canz. 8. Ambi, e Ambe sovente si
compongono coll ad- diettivo numerale Due o Duo. Così feriti AMBIDUO siete, oh
piaghe fortunate e care. Past. fid. 4, 9.—L’uno e I° aliro savio dicèa vero ,
pl ciò ad AMBIDUE donde. Nov. ant. 23, 2.—E temo che un sepolcro AMBE DUE
chiuda. Petr. canz. 3o.— Allora AMBEDUE entràro nella fossa. Nov. ant. 35. i
(9) Terno è per lo più Termine del giuoco de' dadi, quando ambedue i dadi
scuoprono tre punti ; ed è pure usato nel giuoco del lotto per si- gnificare la
combinazione di tre numeri. Ne’ componimenti poetici in terza rima usansi le
voci Terzèllo , iernàrio o ierzina, e così pure in qua- Junque poesia compresa
in tre versi; Terzèito è anche termine di mus. € significa Canto a tre voci. ,
(10) Quartìina , che anche dicesi Quadernàrio, è termine di poesia, e indica
strofa di quattro versi ; nella musica dicesi Quartèfto per signi- ficare il
canto a quattro voci. (11) Anche sesfina è termine di poesia usato per
significare una can- zona composta di sei stanze, e di sei versi di undici
sillabe per ogni stanza, le ultime parole de’ quali sono in ciascheduna stanza
le medesime, col ritornello o coda di soli tre.versi, che tutte le sei parole
finali com- prendono; cd ogni primo verso di ciascheduna stanza termina colla
me- desima parola colla quale termina l’ ultimo verso della stanza antecedente
Re Sn sr ETIMOLOGIA E SINTASSI 165 no (12), decina o diecìna, dodicìna o
dozzina, ventina, tren- ina, quarantina, cinquantina, ec., centinàjo, migliàjo.
(13) ‘ NOMI NUMERAZLZI DI PROPORZIONE MUZLTIPLICE. S. VI. Questi parimente
dagli addiettivi numerali deriva- no, e chiamansi nomi di proporzione
multiplice, perchè in- dicano la moltiplicazione degli ‘oggetti di cotante
volte, quante ‘ In sè contengono i numerali primitivi da’ quali sono compo-
sti; tali sono: doppio, triplo, quadruplo, quintuplo, séstuplo, sét- tuplo,
dttuplo, nonuplo, décuplo, céntuplo, millécuplo. DEL VERBO QUARTA PARTE DEL
DISCORSO. DEL VERBO IN GENERALE. Prima che m' inoltri a ragionare su questa
impor- | tantissima parte del linguaggio, invito lo studioso, acciocchè n
comprenda quel che ne son per dire, di riassumere la let- . tura del primo
Capitolo della IV Sezione, e di acquistarsi se- | goatamente perfetta
intelligenza delle quattro specie d' addiet- ‘ tivi colà esposte. Quel che in
origine ha dato motivo all'invenzione di quel- - la classe di parole chiamata
Verbi, par che abbastanza chiaro à noi siasi fatto conoscere per la definizione
datane nella , Prima Sezione $. V di questa Parte; e, avvegnachè ivi trovisi
verbo indicato come quarta classe generale delle nostre idee, | Purequal terza
convien riguardarlo, essendo la classe de'prono- Iiquasi che solo una
continuazione di quella deinomi: e in Att dall'invenzione de'segni di sostanze
(nomi), e di pel degli | attributi (addiettivi), de' quali gli uni e gli altri
da sè non ; offrono che idee isolate o sconnesse, nacque naturalmente immediata
necessità d’ un altro segno, atto ad indicare l' u- (12) Nell'uso dicesi anche
offavario, e novèna; il primo per denota- ’ P P . Itgli otto giorni che seguono
ad una qualche festa solenne nella Chiesa, nale i quali tutte le preci sono
relative a quella festa, come sarebbe . i OHavario di Pasqua, l’ottavario
de’morti, ec. Il secondo per significare . 2 Spazio di nove giorni consecutivi
in cui si pratica qualche particolare " divozione. (13) Centinajo e
migliàjo diventan femminini al plurale, e diconsi ninàja, migliàja. MINNIE Na mione dell’ attributo alla sostanza, vale
a dire, ad affermare che quello in questa esiste, e tal segno fu il verbo
Esser, per cui altro non deesi intendere, se non che un segno affer- mativo
della supposta (4) esistenza di alcun attributo in qual- sisia subbietto. (2)
‘. $. IL Posto quest’ incontrastabile principio, non evvi che un solo verbo,
propriamente detto, ‘cioè Essere, che è segno necessario, senza del quale non
può avervi proposizione al- cuna perchè non v' è connessione tra le idee, e
però nessun retto giudizio puossi formare, ma è pure segno sufficiente, perchè
esso solo afferma ciò che noi giudichiamo esistere negli obbietti, cioè,
esprime che esiste nella nostra mente l' + dea di qualche obbietto, unita a
quella di qualche attributo, sia questo fisico, metafisico, attivo o passivo
(vedi Sez. IV, Cap. I). Così, a modo d' esempj, il verbo unico éssere affer- ma
l’esistenza degli attributi dolce, amàro, bianco, verde, ar- dénte, vivénte,
amànie, amàto, vendùto, negli obbietti o sostanze, zucchero, fiéle, neve, erba,
fuuco, animàle, uomo, donna, cavàl- lo ec. dicendosi lo zùcchero è dolce, il
fiele è amùro (3), ls neve è bianca, T erba è verde, il fuoco è ardénte, l'
animile é vivente, ll uomo è amànte, la donna è amùta, tl cavùllo € vendùto
(4). da ‘S. III. Ignorasi per quanto tempo il verbo éssere si man- tenesse in
quella sua forma primitiva per ̰ affermazione di (1) Dico .supposta imperocchè
l’ esistenza dei così detti attributi negli obbiettt non è che intellettuale,
vale a dire la nostra mente giudica che tali vi esistano, perchè esistono in
essa mediante i nostri sensi; onde il verbo èssere, affermando la esistenza
degli attributi, esprime l' atto della nosira mente , che giudica, cioè esprime
un'idea intellettuale, che fuor! della mente non ha alcuna consistenza: ed è
questa la differenza tra il verbo èssere ed il verbo esislere , il primo
esprime l’esistenza astratta € puramente intellettuale ; l’altro V esistenza
positiva e reale; onde vede! quanio vanno èrrati quei che senza. restrizione
alcuna spacciano l'uno sinonimo dell’ altro. Essere , egli è vera, può ben
divenire sinonimo di esistere nel significato di èssere esistènie, come quando
diciamo; Id dio è , vi è un uomo, tali cose sono ec. întendiamo dire.Zddio
esisle } un uomo esìste; talé cose esistono; che vagliono: Iddio è esistènle, W
uomo è esisitènie, dali cose sono esisiènti ec. (vedi nota 6). . ha (2) In
logica il verbo èssere è appellato Copula, quasi che leghi l'at- îributo al subbietto
, onde dicesi che una proposizione consiste in su bièllo , copula e attribùlo.
1 , (3) Non portano opposizione allo. stabilito principio: le seguenti € 5-
mili espressioni: Zo zucchero dolce, ? fuoco ardènie, bianco come la ne ec.
poichò s'intende dire: Zo zùcchero che è dolce, il fuoco che è ardènie, bianca
cam’ è la neve ec. | (4) Non bisogna già confondere l’ affermazione espressa
dal verbo» con quella della intera proposizione , di cui è parte integrante il
verbo; una proposizione può essere affermativa o negaliva, dicendosi negati? ii
tulle Je quattro specie d’ attributi; certo si è che colle rifor- me, a cul
soggiacque il linguaggio naturale nato coll’ uomo, questo verbo pure degenerò
dalla forma sua semplice che eb- be in origine; anzi la proprietà esclusiva di
verbo in quella voce, divenne col tempo un principio mero filosofico, e con-
servatale soltanto per affermare, o indicare | esistenza degli attributi fisici
e metafisici negli «obbietti. In quanto alle qualità atve e passive, furono per
l' affermazione di queste, onde abbreviare i] discorso, inventate migliaja di
voci, attead esprime- re l'idea dell'attributo, in un coll’ affermazione della
sua esi- stenza negli obbietti; cosicchè da esser amànie,ièsser credènte, ès-
ser liménfe, èsser senziénie ec. nacquero amàre, temere, crèdere, sentire ec.
(d); e.sono queste e mille e mille simili voci, che propriamente chiamansi
verdi, ed a cui suolsi dare l' aggiunto di addiettivi per distinguerli dal
primitivo verbo éssere, il qua- le per eccellenza vien detto verdo sostantivo
(6). Sono adua- que 1 verdi addiettivi che fa d’ uopo insegnare a conoscere,
che m' accingo a fare nella presente Sezione. S. IV. Il nome o pronome
rappresentante Pl obbietto, sia persona, o cosa, in cui il verbo afferma l
esistenza di qualche attributo o qualità, chiamasi subbietto. . $& V.
Dalle due specie d’ attributi o qualità attive o pas- sive, da affermarsi negli
obbietti, due classi di verbi addiettivi | Tisultano, cioè verdi attivi, e
verbi passivi: gli uni e gli altri : © vanne accompagnati dal loro subbietto
(nominativo), 0 sono relativi ad un subbietto antecedentemente espresso. I
verbi . attivi esprimono che il subbietto agisce, opera, cioè fa l’ azio- Ne: i
passivi esprimono che il subbietto soffre, cioè riceve Ì a- zione: ne’ primi
adunque il subbietto chiamasi l' Agente, ne se- condi il Paziente, come: quella
il cui verbo è accompagnato colla particella mon, ma il verbo da i a .® . . » .
* sempre afferma ancorachè la proposizione sia negativa, come: L' ah bero è allo,
è proposizione affermativa , L’ albero non è allo , è propo- | Szione negativa,
ma in entrambe il verbo afferma: nella prima, che l'attributo esiste nel
subbietto ; nella seconda, che non vi esiste. | .. (5) Nelle Tingue antiche una
tale riduzione estendesi anche alle qua- lità passive, dicendovisi verbi
passivi quelle voci che racchiudono e il verbo èssere, e l'attributo o la
qualità passiva. Come, a cagion di esempi, Sono ì verbi latini Laudari, vederi,
legî, pumri ec. esser lodato, veduto, | Sono corrisposti nella lingua italiana.
I Ù fto, punito. Noi a suo lgogo faremo conoscere come tali verbi latini (6) Da
taluni il verbo èssere nella primitiva sua funzione è chiamato ? verbo asfralio
, e conseguentemente verbi concrèti si dicono tutti gli altri * Verbi, perchè
il primo esprime l’atio della mente che giudica, cioè un’i- ta meramente
intellettuale , che fuori della mente non ha nessuna esi- Senza. Altri, con
nomi più veraci e più chiavi per l' intelligenza di tutti, ap- Pietro scrive (è scrivente), Za léttera si
scrive (viene scritta). . VI. I verbiattivi sono parimente di due specie, tran-
sitivi ed intransitivi. Transitivi sono quelli il cui subbietto agisce, e l'
effetto della sua azione estendesi su di qualche per- sona o cosa differente da
lui, la qual persona o cosa obbietto diretto, o reggimento del verbo
(accusativo) chiamasi, come: Pietro scrive una lettera. Il Nilo fecònda l
Egiito. © Intransitici sono quelli il cui subbietto agisce, ma l' ef- fetto
della sua azione rimane in esso senza estendersi sopra alcun' altra cosa
differente ida lui, come: Pietro corre, Giovànni nuota, l uccello vola. (1) —
Ogni verbo attivo transilivo può divenir passivo, cambia: dosi il suo subbietto
in obbietto indiretto (vedi Sez. II, Cap. V, S. V), e il suo obbietto diretto
in subbietto, come: att. Pie- tro scrive la léttera: pass. La léitera si
scrive, è scritta, 0 v4- |. ne scritta da Pietro. . 8 VIL Evvi una terza classe
di verbi, che affermano nel lo- : ro subbietto uno stato di essere,
presentandolo quasi dicasi ll | uno stato di riposo, nè agente nè paziente, e
che perciò ven gon detti verdi neutri (nè l' uno nè l’ altro) (8), come: |
Piètro vive, Giovànni muore, Carlo siede, Pàolo dorme. (9) pellano l’ uno verbo
semplice, gli altri verbi composti. Ma qualunque #6" {: giunto vogliasi
dare al verbo primitivo èssere o sostantivo, 0 astrallo; 0 |, semplice, esso,
divenendo sinonimo del verbo esìsfere, e come tale riceven , do un carattere
affatto opposto a quello espresso dai tre anzidetti aggili* , ti, dovrà chiamarsi
verbo addiettivo, concreto, o composto. (V. nota 1) (7) Sonovi de’ verbi, i
quali di natura loro atztici intransilioi, poss *. divenire fransilivi
prendendo un obbietto diretto ; onde diciamo Corre posta, còrrere il palio,
correr le strade ec. Passeggiàr un caodllo, pos giar la cosla ec. n (8) La
grammatica latina divide i verbi neutri in neutri assolulb 19 neulri aitivi ed
in neutri passivi, divisione la quale, avvegnache incon patibile sia col
significato del termine neutro, pure spiega sufficientemente |. la differenza
tra i verbi, il cui subbietto agisce, e quelli il cui subbietto trovasi in uno
slalo di essere o di riposo. 1 grammatici della lingua Y9” gare (così un tempo
chiamavasi la lingua italiana) volendo seguire "© . tracce della grammatica
latina, introdussero nella loro de’ verbi neulri 0 o. . LI . . . LI passivi;
noi a suo luogo disamineremo se una tal denominazione 2 verbi — così detti
convenga o no. Ciò che per altro ci sembra affatto erroneo, € contrario alla
natura delle cose, si è il metodo della maggior parte 0 grammatici moderni, di
dividere i verbi in aftici o frensitici, in passi ed in neuiri o inlransilivi,
confondendo sotto quest’ ultima denominaz108°; e i veri infransilici, come noi
gli abbiamo dimostrati, e que’verbi da nol |. indicati come neutri (vedi il
testo}: cosicchè dietro gli ammaestramet!! |. loro, la natura de’ verbi correre
e fuggire, a cagion d’ esempio, è la stes sa che quella de’ verbi Stare e
sedere. (9) Talvolta i verbi neutri si usano in significato di allivi tro - I,
L'idea d' affermazione espressa dal verbo seco . porta cinque altre idee,
accessorie sì, ma di. somma necessità, cioè quelle di modo, di tempo, di
persòna, di nùmero e di conjugaziòne, che sono come tante modificazioni o
accidenti a' quali il verbo -suole andar soggetto. DEL MODO. S. I. Per
caratterizzare il significato del verbo, ovvero per modificare L’INTENZIONE DI
CHI PROFERISCE [H. P. Grice – “Utterer’ meaning” -- il verbo, sonosi nella lingua
introdotte varie maniere con cui un verbo può enunciarsi, le quali
da’grammatici chiamansi modi, dal termi- ne latino modus. (4 a 3 II. Cinque
modi ha il verbo italiano. .° Il modo infinito, per cui l' azione, la passione,
o lo stato di essere, esponesi in una maniera generale e indetermi- nata senza
far menzione del subbietto. 2.0 Il modo indicativo, o dimostrativo, così detto
perchè esprime il significato del verbo (2) in maniera semplice, po- sitiva, e
assoluta. (3 | 35° Il modo condizionale, è quella maniera con cui s' es- prime
il significato del verbo sotto qualche condizione, vale a dire, che l’azione,
la passione o lo stato di essere, avrebbe luogo o non avrebbe luogo, se tale o
tal altra cosa succedesse o non succedesse. (4) . | . silici , prendendo come
obbietto diretto l' istesso nome astratto da essi verbi derivato, come: Questa
VITA, che noi VIVIAMO, di fatiche innumeràbili piena. Bembo, Asol. 2. — Osano
anch’ elle Per la difèsa delle patrie. mura, Gir le prime a MORIR MORTE
ornorufa. Cav En. lib. 11. — Dormi- to hai, bella donna, un BREVE sonno. Petr.
son. 284.— Si SOGNÒ un grace e maraoiglioso soGNO. Nov. ant. 100. (1) Pel
termine grammaticale modo non intendesi già la maniera, colla quale }’ azione
affermata dal verbo eseguiscesi per parte del subbiet- to, ma bensì quella con
cui l’azione :s’ esprime per parte di chi parla, siane egli medesimo il
subbietto, o un altro: la grammatica si occupa solo de’ segni esprimenti le
nostre idee: la maniera di eseguir queste è fuori della sua sfera. a (2) Per
significato del verbo, parlandosi dei verbi in generale, s’ in- tenderanno d’
ora innanzi i tre attributi affermati dal verbb: 1 azione; la passione, e lo
stato di essere. (3) Taluni vogliono denominare questo modo per eccellenza ,
affer- malivo; perche l’ affermazione, che esprime il verbo, dell’esistenza
dell’ attributo nel subbietto, vi si fa senz’ alcuna condizione, nè di-
pendenza. i o (4) La maniera di esprimere ]’ azione ec. condizionalmente è un
puro modo, non già un fempo, come taluni la credono essere, e come tale la no-
verano tra’ tempi del verbo. | Gram. Ital. | 23 170 4.0 Il modo imperativo è la maniera. colla
quale sì co- manda, si proibisce, si consiglia, si esorta, o sì prega altri di
agire, di soffrire, o di essere. (5) So Il modo soggiuntivo, 0 congiuntivo, che
è una ma- niera colla quale il verbo enunciasi relativamente ad un altro verbo
precedente o susseguente, a cui va unito o subordina- to mediante qualche
particella congiuntiva, espressa 0 sottn- tesa. (0) De S. III. La più parte de’
verbi, previa qualche variazione nella loro desinenza, e senza che perdano
alcuno de' loro re- quisiti verbali, possono ritornare alla forma loro
primitiva di addiettivi, esprimenti la qualità alia o passiva, aituale 0
passata del subbietto, per la qual doppia loro proprietà dass loro da'
grammatici la denominazione di Participro, perchè partecipano e del verbo, e
dell’addiettivo. Due sono i partiaip) il presente o attivo, e il passato 0
passivo. (T) i S. IV. Con altra variazione nella sua desinenza il verbo prende
la denominazione latina di gerundio dal verbo ge (portare), perchè in quella
lingua porta le veci dell’ imtnito. Nella lingua italiana il gerundio non è che
una specie di par- ticipio attivo invariabile, esprimente un' -azione
passeggiera, che eseguiscesi ‘dal. medesimo subbietto, e nel medesimo tempo è
un’ altra azione, della quale la prima può dirsi essere ques come la
circostanza caratteristica. | (5) Quantunque questo modo prenda la sua
denominazione (impera fivo) dell’ intimazione di comando, tuttavia s’ impiega
nelle più umili pre; ghiere e suppliche d’ un inferiore al suo superiore. (6)
Sono questi cinque modi necessar), ma sono pur sufficienti per. tutte le
rappresentanze del verbo italiano, quantunque molti grammalit, in ogni cosa
ligj alla grammatica latina, in vece d’ introdurre nella nostra lingua l’
importantissimo modo condizionale, che dicono non essere © È un tempo del
soggiuntivo, v’ammettono un modo, che, destinato pe esprimere il desiderio,
o/lalivo da loro si chiama, ma che è tanto ipu- tile nella lingua italiana
quanto lo è nella latina , che preselo dalla gre- ca lingua, in cui questo modo
ha le sue proprie desinenze differenti quelle degli altri modi, mentre, sì in
latino come in italiapo 9% varia il così detto modo ottativo nella benchè
minima cosa del 50° giuntivo. | ‘ (7) Il participio appartenendo alla classe
degli addiettivi ed a quella . de’ verbi, non costituisce parte separata e
distinta del discorso (veggaS! Sez. I, nota 4). In grammatica il participio
viene spiegato in un col ver- bo, e non coll’ addiettivo, perchè tien più di
quello, che di questo; non indicando come addiettivo che una qualche qualità
attiva 6 passiva de Ufy subbietto, mentre come verbo, oltre le altre sue
attribuzioni verbali, | come sarebbero le nozioni di tempo, ed altro, ha pure
un obbietto diret- to o indiretto; onde fuor di proposito non sarebbe il
noverarlo tra” me >. di del verbo. L'uso vario de’ cinque modi suddetti,
de’ participj, e del gerundio formerà il soggetto de’ primi due capitoli della
VI Sezione. “e DEL TEMPO, DELLA PERSONA, E DEL NUMERO. $. I. La nozione di
tempo è la seconda circostanza acces- soria da osservarsi nel verbo. L’ azione,
la passione, e lo sta- lo di essere, formanti il significato delle tre specie
di verbi alrove mentovate, o hanno luogo ora, cioè, nel tempo stesso in cui si
parla (4), o hanno avuto luogo in un tempo ante- more, o avranno luogo in un
tempo posteriore. Quindi ogni verbo ha tre tempi: i Il Presente, il Passato, e
il Futuro. , $ IL Nell'ordine della natura, non avvi se non che que- sti tre
tempi, 1 quali, quantunque di per sè sufficienti sieno per la generale
espressione di qualsisia nostra idea di azione, Avvegnachè altra definizione
che questa da nessun grammatico diasi, né propriamente possa darsi del tempo
presente considerata |’ istan- laneilà, che filosoficamelle vi si deve
supporre, pure riguardo al verbo, essa è in parte inesatta, e viene spesso
smentita dall’ uso frequente che nel discorso fassi di questo tempo, dove la
cosa significata dal verbo non a luogo appunto nel tempo della parola, cioè in
cui proferiscesi il verbo, se- Gnatamente trattandosi di azioni che in diversi
tempi ripetonsi, o che soglionsi fare per abitudine o per costume, come, a
cagion d’ esempio , m queste e simili dizioni. To /o VEGGO spesso ritornare
dalla caccia. Noi ANDIAMO ogni giorno a passeggiàre. Egli vENDE del panno. Chi
Dice una bugia non sa quanto grande sia la parte che IMPRENDE a fare, concios-
Sachè DEBBE irnventàrne venti altre per sostenèr quella. Tutti i verbi di
questi esempj stanno nel tempo presente senza che alcuno ve ne sia il cui
significato ‘abbia luogo nell’ istesso tempo della parola: onde per con-
cordare il tempo presente grammaticale, coll’ idea precisa e adequata, che
osoficamente si ha di tal tempo, ragion vorrebbe che si dividesse il lempo
presente, come in fatti in alcuna lingua tralle moderne (l’ inglese) Più
precisa a questo riguardo, come lo è in molte altre cose, si divide n abituale,
ed in attuale. Dimandate ad un Inglese come è solito passa- "€ il suo
tempo, egli vi risponderà per esempio: I wrile; I read, I play Cl. Scrivo,
leggo, giuoco; ma se, nel tempo che è occupato a scrivere, a ‘gere, o a
giuocare, gli si dimandi cosa faccia, egli dirà: Zam writing, I am 'tading, Iam
playing, letteralmente: Sono scricènte, 0 scrivèndo, leggènle o èndo, giuocànie
0 giuocàndo. Ciò che per altro al primo sguardo parrà Ul paradosso, ma che
realmente non è tale, si è che il tempo passato anderebbe nella medesima
maniera diviso, non già ‘per sè stesso , nè per spetto a colui che parla, 0 a
cui si parla, imperocchè ciò che è passato Non può essere .attuale; ma come
esprimente un’ azione che attualmente Passata, si rappresenta come essere stata
presente e simultanea con un’al- tra azione parimente passata. ( Vedi nota
3.) di passione, © di stato di essere,
pure procedendosi nel raf- finamento del primitivo linguaggio, troppo distanti
l'uno’ all’altro furon creduti, e troppo vaghi per la precisione che ognor più
procuravasi di dare alle nostre idee, quindi si pensò di trovare de' mezzi di
approssimazione -tra di loro, introdu- cendo nel linguaggio certi tempi medj e
subordinati, che per le differenti loro relazioni. co' tre tempi primitivi,
come divi- sioni e suddivisioni di quelli dovessero considerarsi: ma il numero
di tali tempi, non formando esso principio universale di grammatica, non è
eguale in tutti gli idiomi : la lingua greca più ricca era di tempi che la
latina, e tra le lingue moderne talune hanno qualche tempo, che i Latini
ignoravano; altre all'opposto ne hagno qualcuno meno. Otto sono i tempi dell’
i- dioma italiano, i quali tutti nel modo indicativo trovansi rion avendone i
rimanenti quattro modi, come pure il participio ed il gerundio se non che, gli
uni due, gli altri tre, ed al- tri quattro, come dal qui appresso elenco
potrassi rilevare; in nu che i tempi del verbo italiano, presi collettivamente,
ascendono a ventiquattro, tredici de’ quali sono semplici, per- chè di una sola
voce si compongono; undici composti, perchè alla loro formazione due voci
concorrono, cioè una delle vo- ci de'due verbi ausiliari (vedi Cap. seg)
&d il participio pas- sato del verbo principale. | ‘TAVOLA DE’ TEMPI.
MODO INFINITIVO | PARTICIPIO GERUNDIO Tre tempì | -—_ Tre tempi N Due tempi
Semplice Presente. Semplici Presente. . Semplice Presente. | . (Passato. EMP".
| Passato 0 Passivo. Composto Passato. Composti dt Futuro. Composto Futuro. |
(2) Poco s’ accordano i grammatici moderni su delle denominazioni e definizioni
dei tempi. I nomi da me adoprati, tratti quasi.tutti dal la- tino, sono appunto
quelli usati dalla maggior parte de’ più accreditati gram- malici antichi
italiani. ser ù ETIMOLOGIA E SINTASSI © 173 MODO INDICATIVO Olto tempi i ?
Presente. Passato imperfetto o Pendente (3). Semplici Passato perfetto o
Definito (4). Futuro (5). | di; Passato indeterminato (6). Composti Più che
perfetto o Trapassato (7). - Passato anteriore (8). Futuro Passato o Anteriore
(9). . (9) Chiamasi così perchè indica una cosa passata, ma non com- piuta,
pendente tra il presente ed il passato quasi che con esso si tra- sporli il pensiero
in un tempo passato, considerando ciò che allora era presente, ed è perciò che
da taluni questo tempo vien detto Passato pendenie. Altri, non impropriamente,
il chiamano Passato simultaneo, perchè in fatti con questo tempo esprimesi per
lo più un’ azione passata, ma che era, o che supponesi sia stata presente e
simultanea con un’ altra azione, come: Zo scriveva quand’ egli entro, vale a
dire l’ azione mia di scrivere era presente net tempo del suo ingresso. Jeri a
quest’ ora ERA- VAMO a tavola, cioè la nostra situazione presènie a quest ora
di jeri, era di èssere a làvola éc. (4) Detto così perchè denota non solo il
significato del verbo come affatto finito, ma anche il tempo dell’azione come
intieramente passato senz'alcuna pendenza verso il tempo di qualche altra
azione, e di cui nessuna parte rimane più da passare, come: Jeri scRISSI una
lettera. Tre mesi fa vi FU un incèndio. Colombo PARTI per la scopèria del nuovo
mon- do ’anno 1492. Dietro la presente esposizione della vera natura di que-
sto tempo, chiaro si vede quanto erroneamente esso da molti vien detto
indeterminato, aggiunto che affatto il contrario indica di quel che sotto l
accennato tempo debbesi intendere (vedi nota 6.). Con più verità altri gli
danno 1’ aggiunto di remoto perche denota un'azione ch’ ebbe luogo in un tempo
intieramente passato e remoto da quello della parola, cioè in cuì proferiscesi
il verbo. o (5) Col tempo futuro esprimesi che il significato del verbo avrà
luo- go in un tempo avvenire. (6) Questo tempo viene impropriamente dai
grammatici detto defler- minalo imperocchè la sua’ funzione è d’indicare: 1.°
Un’ azione passata senza determinazione di tempo, e più volte reiterata, come:
Egli HA mol- fo VIAGGIATO. Y greci si SONO TROVATI spesse volle alle prese co'
Persià- ni. 2.0 Un azione che, sebbene passata nel momento in cui si
profferisce il verbo, ha avuto luogo in un periodo di tempo, molto vicino al
tempo presente, di cui anzi una parte continua ancora ad esser presente, come
sarebbe: Oggi, quest'anno, il presènie sècolo, come: Oggi HO VEDUTO. Un
avvenimento strepilòso È ACCADUTO quest’ anno. Molle ùtili scopèrle sONO- SI
FATTE nel presènie sècolo ec. Per quest’ ultima sua funzione questo tem- po
dicesi anche.da taluni passato prossimo. | (7) Questo tempo marca doppiamente
il passato, vale a dire, esprime una cosa non solo come passata in sè, ma anche
rispetto ad un’altra Cosa parimente passata, come: Zo n° ERA gia STATO
avvertito, quand’ egli gunse ad annunziàrmelo. i (8) Chiamasi questo tempo
passàto anteriore perchè esprime una co- Sa già passata avanti che un'altra
cosa passasse, come: Dopo che ebbi ri- cevuto la sua lèllera m’ INCAMMINAL ad
incontrarlo. (9) Questo tempo denota un'azione passata rispetto ad un’ altra
azio- 174 ® MODO SOGGIUNTIVO. Qualtro lempi ... f Presente (10). Semplici |
Passato imperfetto (1 1). Passato perfetto (12). mposti Composti Trapassato
(13). MODO CONDIZIONALE MODO IMPERATIVO Due tempi Due tempi (14) Semplice .
Presente. Semplici Presente. Composto Passato. P30 % Futuro. S.III. Per persona
del verbo intendesi il subbietto, cioè l'a- gente dell’azione, espresso dal
nome o pronome personale (vedi Sez. III, cap. I e II). Ogni verbo ha tre
persone (19), ne avvenire, cioè esprime una cosa che sarà passata, rispetto
adun'altra cosa che abbia a venir dopo, come: Quando l' AVRÒ COPIATO ve lo mo
sirero. Io AVRÒ già FINITO quando arriverànno ec. e (10) Essendo che il modo
soggiuntivo come già si è veduto, dipende da altro precedente o susseguente
verbo che lo regge, tutti i suoi temp! prendono parimente diverse inflessioni,
secondo quello del verho che ad essi precede. Il tempo presente di questo modo
non è che: un presente immaginario, conciossiachè marca: di natura sua un’idea
di futuro e s'im- piega quando il ‘precedente verbo trovasi o nel presente o
nel futuro del modo indicativo, come: BISOGNA che me mne VADA} BISOGNERA' che M
ne VADA. Egli VUOLE ch’ io lo FACCIA; egli VORRA' ch’ io lo FACCIA ec. (11) L’
imperfetto del soggiuntivo porta l’ idea d’un passato, 0 d'un futuro
indeterminato, ed usasi allorchè il verbo, reggente il soggiuntivo, trovasi o
nell’imperfetto dell’ indicativo, o nel presente del condizionali, come: Jeri
VOLEVA che me n’ANDASSI. Oggi VORREBBE che RIMANESSI. (12) Questo tempo, che è
composto del presente soggiuntivo di uno de’ due ausiliari (vedi Cap. seg.) e
del participio passato, esprime un: cosa passata innanzi al tempo presente del
precedente verbo, come: Sup- pongo: che ABBIA RICEVUTO.—Dubito che ABBIA AVUTO
fanta prudeno7 Egli pretènde che ciò mì SIA STATO vantaggioso ec. dé Il trapassato del soggiuntivo, formato dall'
imperfetto dello st&- so modo: de’ due ansiliari suaccennati, e dal
participio passato, esprim* l’idea di una cosa intieramente passata e compiuta
sempre però relativa” mente al precedente verbo, il quale devesi ‘trovare o nel
trapassato dell'in- dicalivo, o ‘nel passato condizionale, come: Egli AVEVA
SUPPOSTO che 10 # fossi stato benignamènte accollo ec. (14) Abbenchè l’
imperativo per sua natura porti un significato futu- ro, imperocchè
comandandosi una cosa (vedi nota 5 del capitolo pre ced.), questa sempre si
suppone che sia ancora da farsi, pure i nos grammatici, ad- imitazione de’
Latini, e per avventura in considerazione che l'adempimento della cosa
comandata spesso segua subito dopo la Y°” ce del comando, hanno creduto ben
fatto il dare a questo modo due tem- pi, il presente ed il futuro, sebbene
quest’ ultimo altro non sia che quello stesso del modo indicativo, dal quale
forse solo si distingue per una ma” niera aljuanto più forte di profferirsi. i
(15) Il singolare del modo imperativo non ha che due persone, man / ' È ‘ e
siccome il subbietto può essere uno o più, così ogni per- sona ha due numeri,
il singolare ed il plurale. L'esposizione di un verbo con tutte le sue varietà,
‘, e Xx . C) . e è. . .. ° " cioè 11 passarlo, a voce o in iscritto, per
tutti i suoi accidenti creep e pw di modi, tempi, persone e numeri, chiamasi
conjugare, o CONJUGAZIONE, vocaboli che vagliono metter sotto lo stesso giogo,
dalle voci latine “jugum,” giogo, e “cum,” con. Il conjugare un verbo adunque
altro non è.se non che assoggettarlo e ridurlo alle medesime forme o desinenze,
destinate nel linguaggio a caratterizzare i diversi modi, tempi, persone e
numeri degli alri verbi della medesima classe. I verbi, rispetto alla conju-
gazione, si dividono in eusiliari ed in principali, e questi in regolari, in
irregolari o siano anomali, ed in difettivi. 6. II. Sonovi in tutte le lingue
moderne certi verbi chia- mati ausiliari (1) perchè con l’ajuto loro compiesi
la conju- gazione degli altri verbi; imperocchè con essi i var) tempi passati,
detti perciò composti, si formano. L'italiano idioma ha due verbi ausiliari,
éssere ed avere. ._ $. IMI. Sul carattere primitivo del verbo éssere nulla ci
rimane ad esporre dopo quel che ne abbiamo detto nel primo capitolo della
presente Sezione. Il verbo avére, nell’ originale suo significato, esprime
possedimento di cosa, e debbe perciò riguardarsi qual verbo principale, avendo
esso il suo reggimen- to od obbietto diretto: Zo ho un libro, vale posséggo un
libro. Libro è adunque l’ obbietto diretto del verbo ho. | S. IV. Come
ausiliari i due verbi Éssere ed Avére con- corrono entrambi al compimento della
conjugazione de' verbi principali; col primo, in compagnia del participio
passato o passivo, formansi i dieci tempi passati composti di tutti i ver-
cando ad esso la prima; e se si volesse giudicare dalla natura di questo modo,
gli si potrebbe negare, sì nel singolare che nel plurale, ogni altra persona
fuorchè la seconda, imperocchè a questa sola il comando, il con- siglio, o la
preghiera dirigesi; al più la prima persona del plurale dirsi Potrebbe non
ostare alla naturale funzione del modo imperativo, perchè în essa è pur
compresa la seconda. In quanio alle due terze persone, queste propriamente appartengono
al presente del soggiuntivo , sollinten- dendovisi il verbo voglio, come per
esempio: venga innànzi, che vale c0- glio che venga innànzi ec. (1) La lingua
latina non ha che il verbo esse per ausiliare, il quale serve a formare il
preterito perfetto , il più che perfetto, ed il futuro pas- salto de’ verbi
passivi e dei deponenti. | . A bi attivi
transitivi, e di alcuni intransitivi e neutri; il secondo; accompagnato col
medesimo participio, concorre a formare, f.° il tempo futuro del modo infinito;
2.0 i tempi passati compo- sti della più parte de’ verbi intransitivi e neutri
(2); 3 tutti 1 tempi de’ verbi passivi. i S. V. Torniamo ora alle conjugazioni
de’ verbi principali, per la retta intelligenza delle quali pongasi mente alle
seguenti osservazioni. | | 1. Le varietà tutte di un verbo, ascendenti al
numero di cinquantuna, non compresi i tempi passati composti, per al- trettanti
cangiamenti di terminazioni si distinguono, avendo : ogni tempo semplice, ogni
persona, ed ogni numero, la pro- pria sua desinenza. | a Sg |. La forma del
modo infinito, o infinitivo, tal quale tro- vasi ne’ vocabolarj, è la radice di
tutta la conjugazione, mpe- rocchè da essa, qual desinenza radicale, le altre
cinquanta for- me o desinenze si partono e prendon norma. n. 5. Ogni forma
radicale di verbo costituisce una conjuga- zione, cioè una maniera propria e
particolare di distinguere tutti gli accidenti de’ verbi il cui infinito ha la
medesima des nenza. | | —’ 4. Dalla precedente osservazione facilmente deducesi
do- versì trovare in un idioma tante conjugazioni quante vi s0D0 forme
radicali, ed esser perciò indispensabile che in 089 grammatica abbiavi l’
esposizione di un verbo intero per 080 forma radicale, che serva di modello a
tutti i verbi della me- desima radice. o e a i 5. Chiamansi verbi regolari
quelli che, dall'infimito sm0 all'ultima persona dell’imperativo, seguono in
tutto Ja manie ra di conjugare stabilita pe’ verbi della stessa forma radicale.
Irregolari si dicono quelli che nella forma di alcun modo, ten- po ec. dalla
maniera stabilita s' allontanano. Quelli poi, che conjugandosi, non possono
passare per tutte le varietà comu ni a’ verbi della stessa radice mancando loro
o questo 0 quel Imodo, o tempo o numero o persona, che l’ uso non ammet ta, o
che nessuno de’ classici autori della lingua abbia adoperato, difettivi si
chiamano. ‘_ $. VI Premesse le antecedenti osservazioni, si può stà bilire
esservi nell’ idioma italiano, tre sole conjugazioni, non avendovi i verbi che
tre forme o desinenze radicali, cioè ABI, (2) Veggansi, alla Sez. VI, cap. III,
le osservazioni sul vario pra di questi due verbi, e Te indicazioni de’ verbi
intransitivi e neutri, e si conjugano anzi coll'uno che con l' altro e
viceversa. 0 zi ne O ETIMOLO@IA E SINTASSI HIT xe (3), RE. La prima
conjugazione in ARE, la quale rac- chude dieci. volte tanti verbi, che le
altre. due prese insieme, non ha che quattro verbi irregolari. semplici e
diciannove composti. Là seconda in ERE è estesissima anch' essa , ma il numero
degl'irregolari supera d°’ assai quello de’ regolari: i verbi della terza în
TRE possono dividersi in due classi gene- rali, ognuna delle quali avendo una
maniera particolare di conjugarsi (vedi Cap. V, $. IV). — | n $. VII.
L'importante :figara che fanno nel. linguaggio i verbi essere e avere rende una
previa conoscenza della loro conjugazione sommamente necessaria; essi passano
per tutti gli accidenti già mentovati ne’ capitoli precedenti; ma sono
irregolarission, vale ‘a dire, la forma che prendono nel corso della loro conjugazione
è affatto diversa da quella usata ne’ ver- bi principali. $. VIII. Ma prima
gioverà dire una parola del metodo che mi è paruto dovere adottare
nell’esporre, tanto essi verbi ausiliari , . quanto i verbi principali
regolari. Egli è quello, il quale, co- minciato dal Pistolesi, ampliato poi ed
illustrato di molte e dottissime annotazioni dal Mastrofini, e di recente dal
cav. Gius. Compagnoni renduto a. miglior lezione, e corredato di | previe e
ristrette dichiarazioni, toltene le interminabili note e citazioni di que due
valentuomini, e portatevi alcune poche | variazioni, dovrà certamente ‘un
giorno ritornare in tanto be- | Re pel retto ed universale conoscimento della
lingua, quanto | Santaggio fino ad ora è risultato dalle poco atte, e confuse
maniere d' insegnare dalla più parte de’ grammatici praticate : — solo
m'incresce al sommo, che la necessità di esser breve mi VA E Rn edi costringe
di applicarlo solo agli ausiliari, a’ quattro modelli de verbi regolari, e ad
alcupi de’ più anomali, anzichè per- mettermi di estenderlo a tutti i verbi ad
uno ad uno, che abbian bisogno di maggiore o minore schiarimento, nel far che,
i primi due prelodati autori, sonosi resi tanto meritevoli. (3) La prima e
della desinenza radicale ere pronunziasi lunga in al- cuni pochi verbi, e breve
negli altri; ma non perciò quattro conjugazioni lanno i verbi italiani, come
vuolsi da taluni , stabilendo due conjugazioni In ERE, onde, sia a ragione, sia
a torto, non distaccarsi nella benchè Minima cosa dal latino. Che i verbi latini
abbian quattro conjugazioni , Nulla è più vero e più ragionevole, imperocchè le
due desinenze radi- tali ere formano due conjugazioni, affatto diverse tra
loro, mon già per la sola differenza di suono nelle radici, ma per le
SORIIgAzIonI stesse, le quali nella forma degli accidenti loro intieramente
differiscono 1’ una allaltra. Non così in italiano, ove il suono Iungo o breve
della e nella desinenza radicale ere non porta variazione alcuna nel resto
della conju- Bazione. Gram. Ital. I 24 178
| | 8. IX. La lingua italiana, siccome altrove già osservai, sotto tre
aspetti diversi debbesi contemplare, cioè come moderna o co- mune, come antica,
e come poetica; e «questa sua triplice fac- cia in nessuna delle sue parti
mostrasi tanto chiara, quanto in quella, fra tutte la più difficile e
imbrogliata, dei verbi, va- le a dire, delle forme da darsi alle voci ch’
esprimono i di- versi accidenti de’ verbi. Le voci comuni o moderne sono quelle
il cui uso, approvato da antichi e da moderni autori,è universalmente:
riconosciuto buono, così in verso come in prosa; sono antiquate quelle che,
usate da’ primi scrittori della Îin- | gua, sono, per questa o quella ragione,
divenute disusate, ma delle quali giova aver conoscenza , onde potere intendere
le opere degli antichi; per voci poetiche s' intendon quelle le quali,
differenti dalle comuni per qualche varietà nella loro conformazione, diventan
più atte al verso che alla prosa, € perciò a' poeti solo è permesso l’ usarle.
Evvi poi un quarto lato dal quale puossi guardare i verbi, cioè l'’erroneo, che
comprende quelle voci, le quali, di errata struttura, fuori d' 0- gni regola, e
contraria all’ uso degli autori, padri della lingua, non s' adoprano che dal
volgo, e da persone idiote, onde an- che idiotismi sì dicono. de . Consiste
‘adunque il di sopra accennato metodo esporre i verbi in quattro maniere
secondo la quadrupi- ce forma che prender possono, cioè comune, antiquale,
poetica, ed ‘erronea: e in tal modo, almeno i parte € quanto il propostoci
limite ci ha permesso di estenderci, a biamo anche noi cercato di rendere
agevole la conoscenza de’ verbi italiani ne' quattro loro aspetti, ed abbiamo
nell ‘. stesso tempo profittato della più importante variazione por? ta dal
cav. Compagnoni al metodo del Pistolesi, che è di con- trassegnare : 7.0 quelle
voci fra le antiquate, che (dice qu chiarissimo autore) per peculiare loro
suono, o per altro buon effetto di loro conformazione ci sembrano atte ad
essere con certa accortezza poste di nuovo in corso . . . . Noi abbiamo tra queste
distinte quelle le quali possono convenir alla pro- sa (4) e quelle che possono
convenire al verso (5). 2.° Quel le, tra le voci poetiche, atte a servire anche
alla prosa (0), (4) Tali saranno contrassegnate con asterisco”. (5) Queste
abbiam creduto dover lasciare senza alcuna distivizione, onde. non recar
confusione per la moltiplicità di segni. (6) Queste si vedranno impresse con
carattere corsivo. CONJUGAZIONE DEL VERBO AUSILIARE © ESSERE – cf. H. P. Grice,
“Aristotle on the multiplicity of ‘being’”. COMUNE | ANTIQUATO POETICO .
ERRONEO = MODO INFINITIVO | . Tempo Pres. Essere ® 0.0 0 00 0 0 0. 0. e. 0.0
0.0 0. Tempo Pass. |Éssere stato Res Tempo Fut. Essere per essere: 0 . Avèread
èssere (1) e o e 0 ò e 0 00 o. PARTICIPI I Pres. o Attivojl...... (a) |Essènte
di Pass. 0 Passivo|Stato __|Essùto, issùto (3) Suto (3) Fuluro Essèndo per
èssere| + - + 0..... dea GERUNDIO È | Tempo Pres. |Essèndo . _{" Sendo (4)
Siàndo Tempo Pass. |Essèndo stato o O (1) Non saprei trovare fondata ragione
perchè da taluni aggiungasi come tempo futuro dell’ infinito del verbo èssere
l’addiettivo futuro, che però da nessuno scrittore è stato mai adoperato se non
che come puro addiettivo: sarebbe forse il desiderio di dare un corrispondente
al futu- rum esse de’ Latini? Tocca agl’imparziali conoscitori di ambe le
lingue a giudicare se questo nostro addiettivo, fuluro abbia altro di comune
col ulurum latino fuorché la sola derivazione. , | | (2) Il verbo èssere par
che non abbia participio in ente; il Pistolesi gli dà a dirittura Essènfe, che,
per dire 'l vero, sarebbe il suo participio presente naturale, e l’usò il Buti:
ESSENTE / anno del princhpio del mon- do 6636. Comm. Par. 6; ma questa voce non
si è mai resa comune, e nell'uso vi si sostituisce il gerundio essèrndo. i (3)
Giusta l' analogia del verbo èssere, il participio passato di questo verbo
dovrebbe essere essito 0 issùto, che in fatti qua e là da’ più anti- i
scrittori furono adoperati. Za qual porta era ESSUTA cominciata nel 1284. Gio.
Vill. 8, 31, 1.— Benchè i Pisani fùssero ESSUTI contènii a ©“ non aorebbe
volisto ec. Id. 9, 93, 1.— Spesse volte lo dire de’ buoni kilòri è ESSUTO Zoro
grande ajuto. Amm. ant. 11, 1, 10.—Chi credèa che Sossero IssutI alcuni uomini,
ch’ èrano passdàli. Fr. Giord. pred. — Sopra Quesle cose ch’ èrano ISSUTE, e
che dovèvano èssere. Vil. S. Gio. Bat. cc. a questi particip), che anche allora
erano poco in uso, mne sono oggi afatto banditi, ed in lor vece stato (
participio passato del verho s/are) ‘oramai fatto proprio del verbo èssere. In
quanto a suto, che da’ gramma - icì riputasi erroneo, trovasi però usato dal
Boccaccio, e da qualche al- fo accreditato autore. Tu mi dì che se? SUTO
mercalante. Bocc. nov. 1. E 8’ io avèssi credùto, che concedùto mi dovèsse
èsser SUTO , lungo tempo È che ec. Id. nov. 16.— La sua virtù è SUTA
grandissima e dismisuràta. Sallust. Giug. ec. i | (4) Non comprendo come il
Pistolesi e il Mastrofini pongono sendo lra le voci antiquate, dopo averci
detto il primo, che si “rova spesso in 580. - PARTE TERZA' _ rr rtttt-tt_tm_—_x@__—_——©—t@m—___m@—@—@—@t—@
COMUNE ANTIQUATO POETICO | ERRONEO MODO =——edee“"aaoni==—_s INDICATIVO |
Tempo Pre- {lo sono (5) So, s0e Lasa sente Tu sei Se, * se’ si aa Egli è (6)
Ene (7), eve, tel... 00.|00000. . (8), este Noi siamo Semo, siemo (9)] + « +
00] reo Voi siete Sete, se’ e 0000 Siate lino sono Enno, en(10), s0°f
......]e0000 prosa e in verso; e l’ altro, che SENDO per ESSENDO occorre non di
ro- ro in verso e in prosa tra gli antichi e tra i moderni anche a' di nosin, e
dopo aver entrambi provato il ler detto con numerose citazioni d'au- tori. Petr. son. 200,,—ld. Vit. de’
Pont. — M..Vill. 5, 41, e 6, 2. — Tac. Dav. Vit. Agric. 41. ec. Il Compagnoni lo segna con asterisco,
ed io l’i- mito, quantunque sia persuaso che questa voce non istarebbe male tri
le comuni accanto a essèrido. (5) Veggasi Sez. MI, Cap. II, S. IT. 6) Notisi
che la voce è non di rado trovasi composta, ed in uo sol vocabolo, cogli
affissi ri, ci, #, vi, si, ne, raddoppiata la consonante questi scrivendosi
emmi, ecci, eiti, eovì, essi, enne, in luogo di mi è, di è, Yi è, vi è, si è,
ne è. EMMI tolta da gente che deseroài mai. Gio. Vill. 7, 39 — Ecci di questi
miacìgni sì gran quantità. Bocc. nov. 63.— Ed ETTI gre- ve il coslassù ignuda
dimoràre, ld. nov. 77.— Ora EVVI così tosto dolla memòria cadùto. Id. nov. 96.—
Un aliro ESSI accasàto con la tal donne Segn. pred. 13.—ENNE incolpato il terzo
amante. Bocc. nov. 33. (7) Im Firenze, dice il Corticelli, odesi talvolta ene
per è, singolar- mente quando altri tarda a rispondere ad interrogazione
fattagli, che allora si replica la terza persona suddetta , dicendo ere per
istrascico, € riposo di pronunzia. Trovasi però anche nei più antichi poeti.
Per # agguagliare Non porìa mai Vl onòre nè lo bene, Che per voi fatto mESE
Guit. rim. 9», — Che già virtù non ENE, Se di quella non TENE. Fra Barb. 133.
(8) Ee invece di è leggesi in Dante, Dentro ÈE Pf una già se le a rabbiàte
Ombre che vanno intorno, dicon vero. Inf. 30. (9) Semo, sele, che tanto odonsi
tutto di nella bocca del volgo Pt siamo e siete, sono, secondo alcuni filologi,
voci originali italiane; nella nascita della lingua si sostituirono alle voci
latine sumus, eshs © | furono per lungo tratto di tempo usate esclusivamente;
indi comincio a cangiarle in siamo, sigle, che prevalsero, non però tanto che
accredita” tissimi scrittori non continuassero ad adoperarle sovente. V/omiri
fummo; ed or SEM fatti sterpi. D. Inf, 13.—E quando noiì a lei cenùti SEMO. Id.
Ibid. 17.—D' Olanda si partì donde noi sEMO. Ar, Fur. 21, 13.—Ma dd! mìsero stato,
ove noi SEMO. Petr. son. 8. — Che sì tosto cessàle, e SETE stanche. 'Tas. Ger.
11, 6r.— SETE voi quella donna che gli dovèle venùr 7 a parlare P Bocc. nov.
26.—0 estmpj antichi, se oggi fortùna e arlu 6 abbandonano, ove SETE coi? Tac.
Dav. stor. 8. (10) Enno, € per accorciamento en, per sono, era usitatissimo
pre” so gli antichi, ma oggi più non nsasi che in alcuni luoghi di conta@®.
RITI ullo | tata .- cd Li —=. ETIMOLOGIA E SINTASSI 181 COMUNE ANTIQUATO
‘POETICO errors tr_mr_kr® MODO INDICATIVO Imperfetto o Pendenie Era, ero (11).
....... Eri ; e è © cc ce «0 o e è. oe e e e e o © e ec è è©o0 oo o ì ù Era |
RE SPRSEI aaa è Eravamo Eramo, savà- Eravàssimo i mo (13) Fravàte Eràte, savàte
Eri Erano | vare cera aa e Passato perfet- i loo definito. |Fui Fu anali -
Fosti ; Fusti l) fostù e 00 0 0 0 è (13) Fu Fue «+ < . + (mo Fummo — sa
Fùssimo, fòssi- Foste * Fuste - è + + è 0 » |Fosti, fusti Fùrono Fauno Furo,
fur, fur-|Fuoro i no, foro Pass. Indeter- i | minato Sono stato, CCI i è as 0 0
0 0 0 0 è 0 0 0 0 0 0 0 Piùcheperf. o| (14) | Trapassato Fra stato, ec. e o oe
0 è e o e o oe o o e è e e 0 © è òd e Passato An- leriore Fui stato, Cee. e è 0
0 0 0 0 Emo dannàti i peccatòr carnàli, Che la ragion sommettono al talènio. D.
Inf. 3. — Fèrono indebolìr le sante membra, Ch'EN di celèsie onòr, non di mal
degne. Lor. Med. rim. i | (11) Veggasi la nota 5 della conjugazione del verbo
Lodare. — (12) Saoamo e savdle, per eravamo è eracàte, si leggono presso qual-
che antico. E quella cupidità, che noi apparàmmo quando noi SAVAMO lîneri, è
radicàla e cresciuta. Sen. pist.— Noi SAVAMO confìnuo, tra uò- miri, donne,
fanciùlle e balie ec. più di venti in famiglia. Cron. Mor.— E siccome voi
SAVATE partito. Tav. Rit. Del rimanente queste due voci ed altre di simile stravagante
forma, come saràbbo e saraggio, per sarò; siindo per essèndo ; hei e haei per
ebbi ec. e così pure ne’ verbi ‘principali come: Amerdegio, ameràbbo per amerò;
crèo, crìo, crèggio, erèjo, cre’ per tredo ; crederàbbo per crederò, ed altre
consimili, che nessuno di buon senso in oggi può supporsi voler adoperare, ben
meriterebbero, a parer Mio, esser collocate tra gl’ idiotismi o erronei,
anzichè tra le antiquate. (13) Ognuno di leggieri comprenderà che questo fostù
altro non è e una contrazione del verbo fosti col suo pronome subbietto #u, che
così uniti furono talvolta detti è scritti dagli antichi in vece di #u fosti. i
nen YOSTU nudrila in piume al rezzo.. Petr. son. 105. . (14) Stato s' accorda
in genere ed in numero col subbietto del. verbo. 182 . PARTE TERZA. n — —--
———————+@——+_r———Tr________———r——rT_———_—T xy ___—_—_——r _ —f, o o —-- COMUNE
ANTIQUATO POETICO ERRONEO — MODO di INDICATIVO l Fuluro Sarò Saràggio , sa-[Fia
(15 Saràjo . i ràbbo, serò | | | Sarài Serài, ec. RESOR RE Sarà "ia, fie
(15) 0 0 0 0 0 0 è ° 0 00000 Sarèmo 0000 0000 È 000000 |Fiemo Sartte Sertte - e
0 o 0 e os è e o e 0000 Sarànno + è 0 0 0 + » Fiano, fieno] | + 0 --- Futuro
pas- | (15) E salo anteriore Sarò stato, ec. e 00 0 0 0 0 ° 0 0 0 0 0 è °
000000 MODO SOGGIUNTIVO Tempo Pre-| senile Sia e 0 00 0 0 0 e 0 0 0 0 0 0 0
000000 Sii, o tu siafSie iu o Siamo CONTI SET Siate RAR ERE N, Siano + 0000 0
|Steno Siino Pena. oImper-|Fossi ° Fussi ETA SE fetto Fossi *Fussi, fostù | ...
001... Fosse “Fusse, fossi | . ...... soli Fòssimo |" Fùssimo ‘ae Foste °
Fuste 0 0 0 0 0 + » IFusti, fosti Fòssero *Fussero, ‘ fos-[Foòssino - {Fuùsseno
f0ss0- ne sono ro Passato Per- |Sia stato, €C.1 ....000 1.000 00% dari fetlo
Trapassato {Fossi stato,ec. ica i de 0 00000? (15) È opinione comune, che le voci
fia, fe, fiano, fieno sian fi avanzi di un antichissimo verbo equivalente al
verbo èssere, ma ora per duto in tutte le altre sue parti. A mio credere però
mal non s'appone! Mastrofini, dicendo che tali particelle sien formole spiccate
dal verba passivo latino fio, e sostituite alle voci fiam,fies,fiet, fient,
quattro persone del futuro di quel verbo ; comunque ciò sia, le voci suddette
si pi fe- licemente nel verso, e alle volte si trovano anche nella prosa per le
vol sarà e sarànno. Vostro, donna,’ l peccàlo, e mio FIA ’ldanno. Petr. son.
188. — E rieti manifèsto L’ error de’ ciechi, che si fanno duci. D. Purg. 18.
Quai rign Ultime, lasso, e qua’ YiEN prime ? Petr. canz. 28.— Fian per 19 più
senza cigòr, senz’ arte. Tas. Ger. c. 20 st. 16, — Yo ognora che a grado fi
FIA, te ne posso rènder molte per quella una. Bocc. nov. 77. — La qua- 2 A
sempre in'V, Ecc. IWlustrissima, e a me ria di consolazane. 8, ett. 10, | ì ca
e = i ANTIQUATO ÉRRONEO e — OI === MODO CONDIZIONALE] Tempo Presente|Sarèi - è
+ + + è. [Fora,saria(16)[Sare' Saresti e 0 0 0 è0 0 0. 0 0 e 0 0 dè e e 000 0 0
Sarebbe Seria, sare {Sarìa, fora ÎSare Sarèmmo SORA Sarebbamo, sa- "I
riamo Sarèste cale Sertsti Sartbbero ° Sartbbono Tempo Passalo Sarti stato,ec.
giace dee, MODO IMPERATIVO | TempoPresente Sii tu Sie tu RIA .{Sia egli sn erat
cale Siamo noi sie ai aaa Siale voi seu Le neRa Siano tglino | ....... 000000
Futuro Sarài tu, ec.f ......, aaa Sarete voi, ec.| ....0., RACCOLTA DI MODI DI
DIRE COL VERBO ZEJSSERZ. Essere a fare, a Restare a farsi, a |Essere all’ànimo,
Piacere. dire, ec. dirsi. Essere all’ olio Infermo che è de- Essere a’ Confitè-
Infermo la cui | santo, siiluito da’ medici. mini, guarigione è di- {Essere a
mercàto, Gonirattar del sperala. prezso delle mer- Essere alla candè- Essere
alla fine, ci. la, 0 essere al esservicino a spi- |Esserea questiòne,
Questionare. lumicino, rare. Essere assài ad ‘Bastare. sere alla prova,
Sperimeniare,pro- | alcùno, vare. Essere a uno, Essere servo di uno. Fssere
all’insalàta, Esser al fine d’una [Essere a uno, o Andare, irovar- cosa. da
uno, visi. (16) Sarìa per sarèi è proprietà de’ poeti, quantunque l’ usasse l’
Ario- sto nella sua commedia La Lena, Atto 5, sc. 1. Ma di serìa, sarìano e ‘
sarieno per sarèbbe, sarèbbero, trovansi numerosi esemp) ne’Classici così poe-
U come prosatori. Fora e forano (coll’o largo) per sarèi, sarèbbero sono voci
del verso, provenienti dalle latine forem , foret, forent. St mi parlava Un
d'essi, ed io mi FORA Già manifèsto. D. Purg. 6.—Mìsero esìlio! avve- Sach io
non FORA D' abitàr degno, ec. Petr. son. 37.— Men solitàrie Por- me FoRan de’
mici piè lassi. Id. canz. 26.— Ben rora la pietà premio Maggiore. Tas. Am.
Atto. 1, sc. 2. E non ne manca qualche esempio an- che in prosa: Fr. Guitt,
lett. 5. Fir. As. d’oro. — Borgh. Ripos. Esser bene d' una Slarne dene, av cosa
° A verne pro. Essere beneomale Essergli amico 0 di uno, ' nemico. Esser buono
alla Nor.esser buono a festa de’ magi, nulla. Esser col corpo Esser nell’
ultimo alla gola, mese della gra- | vidanza. Essere con uno, Esser del suo par-
o. Essere con uno, Abboccarsi con uno. Esser d’ ànimo, Deliberare. Essere di
setteme- Esser fenero, deli- ì calo. si, Esser d’un pezzo, Essere tale , oeri-
liero. Essere fatto il Essere aggirato , messtre, menato pelnaso. Esser fatto
fare, Esser fiori, ebac- Esser sano , lieto celli, e contento. Essere fuor dei
Acer perduto è gàngheri, cervello. Esser fuor di do- Non aver più do- lore,
lore. Essere grande con Essere in grazia uno. d' alcuno. Esser grasso di ec.
Abbondare, avere gran copia. Essere in alcuno, Appartenere. Essere in amòre
Essere amato da d' uno, uno. Essere in essere, Esisiere. Essere in càusa,
Essercincaso pra- tico. Essere infame, se- Patir fame ec. te I, ec, Essere
aggirato , ‘ beffato. TERZA Essere in fiore, Esser sul buono; sul bello. Essere
innànzi del Essere atfempalo. tempo, ” Essere innànzi in Aoerla condolta a una
cosa, buon iermine. Essere in odio, Essere odiato. Essere in ogni Adattarsialle
cr- lato, costanse. Essere ‘in pratica Zsserein frailalo. di ec. i Essere in
sé, Esser sano dimen- le. Essere in su’ con- Aver capilale in tànti, danaro.
Essere in su una «fpplicaroisi, sl cosa; diarla bene. Essere in uno,
Esserenelsuo slo fo, ne'suoi piedi. CO LI be Essere in via d’u- Esser vicino,
accon- na cosa; cio, e in prossima disposizione dic. Essere nell’altro Essere
astraéio al mondo, pensiero. Essere nel suo ar- Esser libero € po b:trio, dron
di sè. Essere oltre, Essere altempolo. Esser per sè, Non tenere da n na parle.
. Essere per uno, Ajutarlo facorito. Esser più là, Aoer vantaggo alcuna cosa
sopra un aliro. Essere tra bajànte Andare ira corsoli e ferrànte, e corsale.
Essere tutto ac- Esser fino, solile. ciajo, E Essere tutto un Rassomigliarh
cotale, CONJUGAZIONE DEL VERBO AUSILIARE AVERE. "i -_ COMUNE ANTIQUATO
POETICO ERRONEO MODO _————t____T——_c|__rr_e INFINITIVO Tempo Pres. |Avère SR i
I OI Tempo Pass. [Avere avuto |... -... Tempo Fut. Essere per avé- re, 0° Avere
ad avere Prin piuma . PARTICIPI — Pres. o Attivo |Avènte (1) |Abbiente |.....
Ra Pass.o Passivo |Avùto Abbiùto — {| ..... Aùto Futuro Essendo per a-|
...--...|..... ; vere GERUNDIO i Tempo Pres, Avendo Abbiendo —{|{..... >
Poesdl Tempo Pass. |Avendo avùto! ....... RE i MODO INDICATIVO |. | Tempo
Presenteilo ho (2) Abbo , aggio,|..... De (3), ajo, hoe, ; hone Tu hai SER TE
du [Egli ha (4) |Hae, hane JlAve (5) sot (1) Quantunque avènle sia il vero
participio presente del verbo avè- re: pure nell'uso è molto negletto,
imperocchè poco si adopera, e ad esso preferiscesi il gerundio avèndo. (2)
Veggasi Sez. III, Cap. II, È; I. | (3) Abbo e aggio sono due verbi antichi
difettivi: dal primo vengono le voci antiche abbiente, abbiùuto, abbièndo,
abbiavate ec. e le voci mo- derne de' modi imperativo e soggiuntivo. Di Aggio
altre voci non si tro- vano se non che la prima singolare del modo soggiuntivo.
E quan?’ io P ABBO in grado mentr'io vivo, Convièn che ec. D. Inf. 15. — Mentre
ch? e» ri esiliàlo, noi ABBIAVAMO fribolazione. Vit. Plut. Strad. — El ABBIUTI
i ri- spèlti A suo grado e valère Porrài del iuo acère. Fr. da Barb.—ABBIEN- Do
raunàla grande oste in Toscàna si partì di Francia. Gio. Vill. 7, 101, 1. —V°
aGGIO profferio il cor; ma a voinon piace Mirar sì basso. Petr. son. 19.
—Maltèria ond'AGGIA il vostro nome a scherno. Menz. T. 1, lib.3, canz. 1. —Però
signòr mio caro AGGIATE cura. Petr. son. 82. 3 (4) Quel che si è detto nella
nota 7 del verbo èssere dicasi pure del- la voce Ha, dicendosi hammi, hacci,
havvi, hassi, in vece di mi ha, ti ha, viha, si ha. È gita al Cie!o; ed RAMMI a
tal condùtto. Petr. son. 247.— Hacci date le corporàli forze leggiàre. Boct.
nov. 89.—Hassi a potàre le vili, si osserva la luna. Segn. pred. 46. Notisi che
coll’ affisso vi in significato di vi è, e vi sonosi scrive per lo più senza la
& cioè avoi. Ed AVVI lelli, the vi parrèbber più belli che quelli del
doge di Vinègia. Bocc. nòv. 79. (5) Questa voce è meno poetica. Mill anni, non
vedrìan la mindr Gram. Ital. 25 . COMUNE ANTIQUATO POETICO ERRONEO
—————@€<ot6@@ tr MODO ; i INDICATIVO a Luo aLia Tempo Pre- |Noi abbiàmo
[|Avèmo (6), a-|....... Ahbitmo: at- senle . viàmo mo. Voi avite nei &
leale è Eglino hanno] ......, {000000 fe... (7) ” l Tmperfetlo o |Aveva,
avevo|Ave Ava (9) Avàva Pendente (8) | Avevi Avèi ele duga * Aveva ‘0000.
|doèa, avia Avie Avevàmo Aveàmo, ab-].....- ‘» |Avavàmo biavàmo ci Avevàte
Aveàte {....... Avavàle, avevi Avevano = |...... ‘., |Avieno,avèano:Avàvano,
ave- vono Passato per-|Ebbi TEi, hei, ahti { - . .. . +. |Avèi, avetti fello o
defi-|Avesti [orale pane la sua nilo Ebbe RETE 0000 + ++ Ave, avette Avèmmo
Ebbimo — |....... Ebbamo Aveste 1...... Ri TETTE A vésti Ebbero — Fbbono,
avet-{ |. . . ... - {Ehbbano tono, tbbeno Pass. indeler-|Ho avùto, ec. {.......
fee. Leo minalo | Piu che perfet-|Aveva avùto ,] ....... {00000 roipwra too
ÎIrapas-| ec. | salo Passato anfte-|Ebbiavùto,ec.f ....... |{00.0.. fe riore i
° f parte Della beltà, che m’ AVE.il cor conquìso. Petr. son. 57. — Quando! Ù
sol gira amòr più caro pegno, Donna di voî non AVE. Id. canz. È. "è | (6)
Acèmo, del pari che Serzo (vedi nota 9 del verbo èssere) vuoi che sia voce
originale italiana, ed il Pistolesi assicura non esser la me- , desima da
rigettarsi nè pur a’di nostri, almeno da’ poeti, essendo stata dagli antichi
usata in verso ed in prosa. Serm. S. Agost. 7.—Petr. son. 8. —ld. Tr. del Tem.
— Guid. Giud. 55.—Bocc. nov. 18. e nov. 17. (7) Gli antichi scrivevano tutte le
voci del verbo avère coll’; ch’ essa avesse nella pronunzia alcuna forza.
Veggasi nota 2 dell’ intr (8) Veggasi la nota 5 del verbo /odore. . (9) Acta e
avèano per avra e avèvano non sono voci esclusivamen” te poetiche, imperocchè
ne faceano gli antichi un uso frequente ancora in prosa, e così fanno i
moderni. Dicasi lo stesso della medesima desinen- za nella più parte de’ verbi
della ada. Conjug. (Veggasi S. IX, e nota 24 del cap. VI della presente Sez.)
*h,. senta I "I ETIMOLOGIA E SINTASSI COMUNE "MODO INDICATIVO Fuluro
Futuro passato|Avrò avùto,ec. anleriore ì MUDO SOGGIUN'TIVO |[Abhia Abbia
Abbiàmo JAbbiàté Abbiano Pendente o Irn-|Avèssi perfetto Avessì Avesse Avessimo
Aveste Avéssero Passato perfetlo|Abbia avùto, ec. ! Trapassato Avèssi avùto, t
. @C. MODO CONDIZIONALE Tempo Presente Avrèi Avréèsti . Avrebbe Avrimmo
Avreste. Avrèbbero Tempo Preserte\Abbia, o abbi 187 _——_+€_{}# __ "— — _ €
- - - 0-0 —— — T —+-- ANTIQUATO ‘POETICO ERRONEO ‘* Averò , arò ‘Averài, arài
‘Averà, arà l'Averèmo: art- mo “Avertte: artte ‘Averànno: a- rànno o è. . e _ e
»0 e °° oè.0 è è 0 00 oe e e. 0. 008 È è 0 0 0 60 è e 0 o 0 sa 0. SS É ss e os0
e e o. e e 0 0 s0 so i e .s0 ec eso se a 0 è 0.0 00 è o o 0 so e °° È oo o e *0
® è. È è e 0 0. 0.0 e. . o e s0 e e èea° ff e e s0 o e a È o. è è os è dad a o
*® e è è oc è. “ Averti, ave-[Avria © rìa,aréi,aria e 0 0 è a osiio' o'
‘Avertbbe, a-{Aorta . veria, aria e _ è. da € è 0 a o 0 ès0 e e è0 o. 0 e ec 0
«<< e e ÉÈ a è.o0 a èe è a «e 0 e eo s 0 0a, È 0 s «e a 0 0s0 » “
Averebbero ,|Avriano , artbbero, a-1 vrieno rieno, © a- vreébbono 0 è e è. è.0
se ss 188 PARTÈ TERZA COMUNE ANTIQUATO POETICO ERRONEO _——m——_____c MODO — CONDIZIONALE
Tempo Passato|Avrèiavuto,eci . . LL... |... eee a MODO IMPERATIVO Tempo
Presente|Abbi tu Aggi, abbia tu,| .......f 0. abbie Abbia egli Aggia, aja
|...... Sl gig paia Abbiamo noi ® 0 0 0 0 cs e 0 0 e 0 s0 60 0. nale re Abbiàte
voi |Aggiàte IE AL Abbianotglino|.1ggiano e. + + |Abbino Fuluro Avrài tu, ec.
|'Averài RITRO CE Avrete voi, ec. e. 0.0 e 0 è. MP O VC RACCOLTA DI MODI DI
DIRE COL VERBO AVERE. Avere a capitale: Far capitale o|Avere ardire: Ardire.
stima. Avere a schifo: Avere a vile, schi- Avere accòrdo con alcùno: Essere]
fare. i in pace, in concordia. Avere a schifo: Nauseare. Avere a cura: Avere in
pregio. Avere a scorno: Disprezzare, ob Avere a dispiacere: Avere a noja, dis-|
borrire. piacere. Avere a sdegno: Sdegnare. Avere agio: Tener comodità. Avere a
sì; Chiamare a sè. Avere a governo,: Governare. Avere a sospetto: Aver
diffidenza. Avere a grado, e avere in grado:/Avere aschio o astio: Astiare..
Gradire. R Avere a stomaco: Avere a schifo. Avere al certo: Tener per corto.
|Avere a vile: Tenere in disprego. Avere alcuna casa in sulla punta della|Aver
balia: Tenere autorità. lingua: Essere sul ricordarsene ,|Aver bisogno:
Abbisognare. ma nan l'avere così tosto injAver buona presa: Aver buona 08°
pronto. © i gione. Avere allegrèzza: Rallegrarsi. ———|Aver buon mercato, Avere
a buon Avere al salc: Posseder benistabili.| mercato: Aver checchessia con PO”
Avere a male: dAoer per male, pro-| co costo. vare dispiacere. Aver buono in
mana: Acer sicuriò di Avere a mano : Avere in pronlo. checchè ne sia. Avere a
memòria: Rammemorarsi, Aver eapriccio : Aver vaglia. Avere a mente:
rammentarsi. Aver caro: Gradire. i Avere amòre: Amare, portare affe-\Aver
certezza: Esser certo. | zione. Aver cervello: Esser uomo savio Avere a niente:
Stimar nulla. Aver che fare: Essere in faccende: Avere a noja: Odiare. i |
{Aver colpa: Essere in colpa. — * Avere appetito: Desiderare, appetire, Aver
commissione: Temere ordine. acer voglia, Aver compassione: Gompadire. Avere
appetito: 4ver fame. Aver considerazione: Considerare ì { 1 su Aver contràsto:
Conzrastare. Aver corso: Che si spaccia in molta guaniità alcuna cosa , aver
ef- fetto. Aver corta vista: Zeder corlo. Aver credito: Essere in istima, in
riputazione. Aver cuore: Tener vigore, animo. Aver cura: Curare, pracurare.
Aver cura: Attendere. Aver dal suo: Aver dal suoparilo. Aver di certo: Tener
per certo. Aver di checchessia: Parteciparne. Aver dilettto : Dilettarsi. Aver
dilungàto : Tener lontano. Aver discrezione : Procedere con di- screlezza. Aver
divoziòne in alcuno: Esser di- volo, credergli. Aver il suo dovere: Aver iutlo
ciò che gli si spella. Aver dubbio: Dubilare. Aver faccia: Tenere apparenza.
Aver faccia: Aver ? ardire, aver la sfacciataggine. Aver fantasia: Pensare,
desiderare. Aver fiato: Aver forza. Aver fidanza: Fidarsì, confidare. Aver
fine: Finire, consumare. Aver fretta: Affrellarsi. Aver grado: Aver obbligo.
Aver grazia con alcùno: F'arsiamare. Aver guerra: Guerreggiare, ed esser
guerreggialo. Aver il capo a far checchessia: Aver volonta. Avere il destro:
Aver comodità. Aver il giudizio : Esser giudice, loc- care il giudicare. ù
Avere il torto: Contrario di Aver ra- one. Avere in balia: Aver in suo palin:
Avere in considerazione : Averne slima. Avere in costume: Costumare. Aver in
consuetùdine: Usare, esser solito. | Avere in cura: Aver in custodia. Avere in
disprègio: Dispregiare. Avere in grado: Gradire. Avere in grazia: Conservare in
gra- zia. Avere gno. in iva: Porfar odio, avere sde- Avere in mano: Possedere,
avere in balia. 189 abbor-. Avere in odio: Odiare. Avere in orròre :
Znorridirsi, rire. Avere in petto: Tenere, conservare nella menle. ù Avere in
petto: Tener celata alcuna cosa. Avere in pregio: Pregiare. Avere in pronto:
Tenere a sua di- sposizione. : Avere in pugno: Tenere colla ma- no chiusa. : Averein
riverenza: Riverire, onora- re. Avere in sulla lingua quel che è nel cuore:
Essere schietto. Avere in vezzo: «doere in uso. Avere invidia: Inoidiare. Aver
la caccia: Essere rincorso. Averla con uno: Essere ardito con lui. Aver la
lingua in balia: Cicalare so- verchiamente. Aver la lingua lunga: Essere maldi-
cente. Aver la mente a checchessia: Averne idea, fantasia. Aver l’amore di uno:
Conseguire l'a- more d’ uno. Aver l’ ànimo ad alcuna cosa: Allen- dere ad essa.
Aver la paròla: Aver licenza. Aver la ragione: Aver diritto. Aver
l'assoluzione. Essere assoluto. Aver la stretta : Essere asirello 0 strello.
Aver le fatiche: Slenfare, penare. Aver l'occhio: Riguardare «attenta: menle.
Aver l'occhio: Considerare. Aver l’ onòre di alcùna cosa: Vin- cere, rimaner
superiore. Averlume: Aver cognizione, conlezza. Aver luogo: Esser necessario ,
tener posto. Aver mal fiele contro alcuno: Odiarlo. Aver mal talento: Tener
cattiva in- tenzione. | Aver meno alcùna cosa: Mancare, î averne difello. Aver
mente a checchessia: S/uroi af- lento, farvi considerazione. Aver misericordia:
User misericor- dia. Aver necessàrio: Aver bisogno. Aver nella speranza, o in
isperanza: Spera nzare. 190 PARTE Aver obbligo: Essere obbliguto. Avere onore:
Essere onorato. Averozio: Aver fempo. Aver pace : Aver pazienza. Aver pace: Non
aver guerra. Aver paura: Aver timore, lemere. Aver pazienza: Sopportare. Aver
pegno: Avere in pegno, tener . sicurlu. Aver pensiero: Dbonsare: Aver
pentimento : Pendirsi. Aver per andàto: Aver per morto. Aver per costante: Aver
ferma opi- nione. Aver per grazia : Ottenere per grazia. Aver per impossibile:
Stimure che sia impossibile. Aver pev istabile o per fermo : St mare che sia
rato e fermo. Aver per le mani alcuno: Fur di segno sopra alcuno. Aver per
male: Aver dispiacere. Aver per nulla : Non istimar nulla, disprezzare. Aver
piacere : Compiucersi. Aver pietà : Usar piclà. Àver posta d'uno: Appostarlo,
sa- per dov' è. TERZA Aver potere o podere: Potere. Aver ragione: Zssere
assistito dalla ragione. Y Aver riverenza: Ornorare. Aver riguàrdo: Riguardare,
conside- rare. Aver rispetto: Aver riguardo. Avere scorno: Riportare disonoee.
Aver sembiaànte: Aver faccia, vile. Aver soccorso: Esser soccorso. Aver soldo :
Tirar la paga. Aver sospetto : Sospellare. Aver spavènto: Spaventarsi. Avere
sperànza : Sperare. Avere spia d'una cosa: Esserne ae- visalo. Aver sulle
corna: Odiare. Aver termine: Terminare. Aver vita: Zivere. . Aver voce: Correr
fama, essere opi nione. Aver voce în capitolo: Avere aulo- rità. Aver voglia: Aver
volontà, desiderio, desiderare. Dalle nozioni date nel preced. cap. ai $$. Il,
Ill, IV dell'uffizio de' due ausiliari essere ed avre, e dopo avere
attentamente scorse le loro conjugazioni, ognuno di leggien giugnerà a
comprendere la maniera di formare i tempi ps sull composti di un qualsivoglia VERBO
PPRINCIPALE, conosciuto che avrà la forma del participio passato o passivo di
quest ul timo; cosicchè superfluo credo il riprodurre i medesimi tem- pi
composti nelle quattro conjugazioni, che. or orà esporrò. Ove per altro nel mal
pratico straniero, o nel poco istruito italiano del dubbio ancora rimanesse
quale de' tempi degli 2v- siliari applicarsi debba alla formazione de’
suaccennati temp! composti dei verbi principali, il seguente prospetto di
corrispon. denza rimioverà ogni incertezza, con indicare i tempi semplici degli
ausiliari, aventi dirimpetto ognuno il composto, che da esso componesi. ” — È i
VERBI AUSILIARI. | VERBO PRINCIPALE. MODO INFINITIVO. Dal TEMPO PRESENTE
formasi IL TEMPO PASSATO. MODO INDICATIVO. « TEMPO PRESENTE formasi IL PASSATO
INDFFINITO. « IMPERFETTO, O PENDENTE « IL PIU CHE PERFETTO,0 TRA PASSATO. «
PASSATO PERFETTO, O DE- « IL TRAPASSATO ANTERIORE, FINITO « FUTURO | « IL
FUTURO PASSATO, O ANTERIORE. MODO SOGGIUNTIVO. « TEMPO PRESENTE fermasi IL
TEMPO PASSATO PERFETTO. « IMPERFETTO, O PENDENTE « IL TRAPASSATO. HODO
CONDIZIONALE. « TEMPO PRESENTE formasi IL TEMPO PASSATO. GERUNDIO. « PRESENTE
formasi IL PASSATO. . Prendasi in oltre per norma generale, che il modo infini-
tivo di ogni verbo principale, siccome quello degli ausiliari essere ed acére
ha il suo ‘tempo futufo, formato mediante gli Sessi ausiliari in guisa come
segue: Avére a, o ésser per lo- dare, cedere, dormire, impedìre ec. e così in
tutti gli altri ver- ! (1). Lo stesso dicasi del participio, il cui futuro è
Awvin- a, o essendo per lodùre, cedere, dormìre, impedire (2). (1) Non bisogna'
confondere queste maniere di dire, esprimenti il fu- luro dell'infinito, con
quelle in cui il verbo avre, posto avanti all’ in- nilo del medesimo verbo
colla particella «, vale Esser creditore, docèr eoere; e si noti, che alla
particella a volentieri sostituiscesi da, per fuggire l'incontro di due vocali,
come: Avéère a, 0 da avere; lio a, è avère; lu avèvi a, 0 da avere ec.
W)sservisi in oltre che Avère, posto ivanti all'infinito di qualsisia verbo
principale colle particelle a, da, che, orma certe frasi esprimenti lo stato,
la disposizione, la volontà, in cui altri si trova rispetto alla significazione
di quell’infinito che gli vien dopo, ‘tme: Avère a serìvere, a lèggere ec.
vale. Dovère scrivere, lèggere, €c. Arr da scrivere, da lèggere, da mangiùre, o
Avèr che scrìvere, che lèg- sere, che mangiare, vagliono Avèr cosa da scrìvere,
da lèggere cc. Avèr soere, da mantenèrsi ec. vagliono Aoèr con che oivere, con
che man- nersi, e così dicasi d'ogni alira simile locuzione. | ho (2) Anche il
verbo docére, congiunto colla voce radicale d'altro ver- ù come docèr lodare,
crèdere ec. dovèrndo lodare, crèdere ec., ponesi da d'uno qual ausiliare indicante
il futuro dell’ infinito e del participio de’ ver- ‘ principali. Noi ci
riserbiamo ad altro luogo di far conoscere la natura el verbo dovère e le sue
relazioni cogli altri verbi. Veggasi la nota 6 del Seltimo capitolo della
presente Sez. 192 PARTE TERZA | Giusta il metodo de’nostri grammatici, la
conjugazione in IRE è la quarta in ordine, e le si dì comunemente per mo- dello
il verbo sentìre dietro il quale si regolano non più che 45, o 50 verbi, la
più. parte de'quali sono in oltre o irrego- lari o in qualche parte difettivi
(l’'istesso verbo sendìre è di- fettivo, imperocchè è privo di participio
presente). Dato il prospetto del verbo sentìre, che conta così pochi seguaci, 2
mala pena menzione fassi de’ verbi detti /n sco, che tanto accrescono la ricchezza
della lingua italiana, e tanta bellezza le compartono, se non in termini
generali, e come di verbi irregolari della così chiamata quarta conjugazzone,
ove, tanto nel lor numero, eccedente ben dieci volte quello de' verbi det- ti
/n 0, quanto per la regolarità del loro andamento, ragion vorrebbe che un verbo
preso dal loro numero servisse di nor- ma a tutti i verbi della terza
conjugazione, o se così vuoki della quarta, e che senfîre, co’ pochi suoi
seguaci, fosser te nuti in conto di anomali. | Fedele al prefissomi scopo di
semplicizzare quel che nello studio della lingua offerir si possa di
complicato, e non volendo sovvertire intieramente il fin qui da altri praticato
metodo, pe isconcio che sia (3), mi è paruto poter dissipare in gran part il
bujo che in quello regna con dividere in due classi i verdi in IRE; spero
peraltro che nessuno voglia da questa divisione congetturare che stabilire io
intenda esservi nell’ idioma ital no quattro conjugazioni, quantunque io sia
certo che se talu- no in me supponesse una tale pretensione, assai più ragioni
vole reputerebbela che non è quella di coloro che a dirittura insegnano avere i
verbi italiani, siccome i latini, quattro (08° jugazioni, attribuendone due a’
verbi in ERE; le quali pero, meno la quantità lunga o breve della prima e
componente desinenza radicale, come sarebbe ne’ verbi femere e creo (3) Si; è
pur forza il dirlo, l'irregolarità, e la confusione nel modo d’ esporre e
d’insegnare le parti più importanti della grammatica italiana, e segnatamente
quella in questione, la quale di per sè è intralciatissit)» i sono la cagione
che gli stranieri e gl’ Italiani stessi, non trovando gui . sicura nel loro
studio, continuano a corroborare con l’ esempio loro la comune e pur troppo
veridica opinione, che non evvi nazione come taliana, fra cui i poco istruiti
parlino e scrivano più contro i precetti grammalicali, ed in ispecial modo
contro lo stabilito andamento de va: hi; prova ne sia quel che ne abbiam fatto
osservare nel cap. IV, ed è questo il malaugurato effetto del voler sempre, ed
in tutto m re i precetti della propria lingua su quelli d’ un’ altra, colla
quale la pr . la o [A a ma non ha per avventura altra corrispondenza, che le
sola derivazion delle parole. Le grammatiche italiane pajono a bello studio scritte
Pi , solo sieno intese da chi già è versato nel latino, e rimangano inintellig!
bili per chi t affatto ignaro de’precetti di quella lingua. I- i odella- i Fa
i persino nella minima parte del loro
andamento si trovano l' u- na perfettamente “ul all’ altra. Non potrebbesi già
dir lo stesso de’ verbi in IRE se a qualcuno venisse nell’ animo di firne due
conjugazioni separate, imperocchè i verbi in sco, nella formazione de'tre tempi
presenti, indicativo, soggiuntivo ed imperativo, da quelli in o notabilmente
differiscono. CONJUGAZIONE IN ARE. COMUNE ANTIQUATO POETICO ERRONEO
c—TT_TrFTTT<TT= | «ce MODO INFINITIVO |Lod-àre | ..... depone PARTICIPJ
Pres. o Attivo —ànte |..... cd Per er tie i Pass.o Passivo —àto ff... e EEE
GERUNDIO =a0do° ‘Puos ut det ae Paleari Soa sa MUDO INDICATIVO | Tempo Presente
—o (1) EER INA II: —i (2) tarde i REI PI —a (3) . e » “ o 06 è è è 0 è e è (1)
Ne’ verbi giocare, sonàre, tonàre, e forse in alcuni altri consi- mili, la
vocale o cambiasi in wo dittongo, ogni volta che l’accento tonico cada in sulla
prima sillaba, lo che ha luogo in tutte le persone sing. e nella terza plur.
de’ presenti indic., sogg. e imperat., come suono, suoni, suona, suonano }
suoni, suoni, suoni, suonilro; suona, suoni, suoninò : così iure giuoco ec.,
luona ec. , (2) Ne’ verbi che escono in ciare, chiare, giare, gliare, questa
persona, come pure le persone singolari del presente soggiuntivo , si formano
tron- cando semplicemente la desinenza radicale are, come da baciare, mac-
chiàre j mangiàre, fagliàre, si fanno baci, macchi, mangi, tagliec. Fac- ciasi
lo stesso negli altri verbi in are la cui prima persona del presente indicativo
termini in i0 di una sillaba, come a cagion d’ esempio cam- biare che fa
cambio, cambi, e così gli altri. Ma ne’ verbi in iare, la cui desinenza io
faccia due sillabe, le persone suddette formansi ricevendo un i agginato a
quello che lor rimane dalla voce radicale, come da inviàre, obbliàre, spiare
ec. si formano io invio, obblio, spio; iu inci, obblii, spiù, ec. Terminano parimente
in doppio i le persone anzidette de’ verbi «//e- erkre, cariàre, odiare,
scrivendosi aMlèvii, vari, odii, per distinguerle dalle stesse persone de’
verbi allevare, varàre, udùre. (3) '[ralle numerose libertà, che fuori d' ogni
regola grammaticale, i nostri poeti s' arrogano, o per favoriv la rima, o per
tale o tal aliro co- modo di verso, si è certamente una delle più notabili
quella di cangiare in e le desinenze a edi, luna della seconda, l’altra della
terza persona. singolare del presente indicativo. De ch’ io ‘ntèsi quell’ anime
offènse, C%/iinài’1 viso e tanto'l lenni basso, Fin ehe ’1 poèta mi disse che
pense ? Gram. Ital. 26 194
r———22—________É____—_—rT—T__—m—_—r_21T_ COMUNE AKTIQUATO POETICO
ERRONKO MODO =—— ee _————_—@ INDICATIVO Tempo Presenie|Lod—iamo (4) —àmo ire
sboala giga —ale ea 000 00 os 000 e 00000» -—-àN0 sine ce ele. ee 0 0 o 0 ec c
è. +—— Ono Imperfetto 0 —aàva, —àvo L, 0 0 e 0 0 è. e e è o 0 0 © o 0 ec e cs 0
o Pendente (5) — Àvi . e ec ec e e e o»0 0 oso o e 0s0 e è e è.» o 0.0 ss 0 o
—àva e e 0 o oo oso o. e e s a 0 èe.°. © e eo ® oc os0 o D. Inf. 5.—E quel
frustàto celàr si credètie Bassàndo *l viso, ma poco .. gli valse; Ch'io dissi:
tu, che Y occhio a terra GETTE ec. ld. Ibid. 18.— , Ma quell’ aliro volèr, di
ch'? son pieno, Quanti press’ a lui nàscon par ch' aDUGGE: E parle il tempo
fugge ec. Petr. canz. 3g.—Già polrèste sen- Îir, come RiMBOMBE L' allo rumor
nelle propinque ville D' urli, e di cor- ni, e rusticàne trombe. Ar. Fur. 24.
8.—Quando seguire il mio piacère v AGGRADE: Faroi pagàni, e per lo nosiro regno
Conira l' empio Buglion mover le spade. Tas. Ger. C. so, st. 69. (4) Ne' verbi,
che escono in care ed in gare aggiugnesi una A alle desinenze che cominciano
con i o con e, cioè, a quelle della seconda per- sona singolare e della prima
plurale del presente indicativo: di tutte le persone del futuro, del presente
soggiuntivo e del condizionale: della terza persona singolare, e della prima e
terza plurale del modo imperativo, come. —+&6—_—€€- ee cenni INFINITO PRES.
INDIC. FUTURO PRES. SOGG. CONDIZION. Peccàre Tu pecchi Peccherò | Pecchi ,
|Peccherti ci ._|Peccherài ’ {Pecchi Pecchertsti : Peccherà — —|Pecchi
Pecchertbbe | Noi pecchiàmo|Peccheremo {Pecchiamo —|Pecchertimmo 4 Pecchertte è
|Pecchiàte Pecchertste di - |Peccherànno |Pècchino Pecchertbbero ‘. | i Pagàre
Tu paghi Pagherò Paghi Pagherti A i Pagberài Paghi Pagherèsti x Pagherà Paghi
Pagherébbe i Noi paghiàmo[Pagheremo Paghiàmo Pagherèmmo | | Pagherete .
|Paghiàte Paghereste Pagherànno |Pàghino Paghertbbero Non è ciò che un mero
cangiamento ortografico, pralico per non togliere alle consonanti c € g
l’articolazione gutturale che hanno nella voce ra- dicale del verbo. n. (5)
Discordi son® i grammatici intorno alla legittimità delle desinen- ze avo, evo,
ivo: chi, avendole per intruse, come idiotismi ed errori, le rigetta, non senza
convenire però che le medesime si son fatte comuni mel parlare e scrivere
famigliarmente; altri a dirittura Je riconoscono come legittime al pari delle
desinenze ava, eca, iva, perchè molti, e COMUNE ANTIQUAT®O POETICO ERRONEO
—eces “co enetagg e | Copper MODO INDICATIVO ImperfettooPen-|Lod—avàmo a urne
eroi i dente —avàte LL o i —àvi —àvano RENEE EEE ME —àvono Passaloperfetto,|
—ài AES EA ‘0 definito de trecentisti e de’ cinquecentisti autori liberamente
usavanle, credendo che dovesse arrecar vantaggio alla lingua una più regolata
distinzione della prima persona dalla terza, e che con ciò ogni luogo dî
equivoco venisse tolto; altri infine, tra i due estremi adottano una via di
mezzo, tenendo come più regolare l’uso delle desinenze ava, eva, iva, delle
quali riconoscesi esser mai sempre stata costante la pratica perchè ad esse
con- formi sono i testi de' più accreditati scrittori, e collocando tra le
anti- quate le desinenze avo, evo, ivo, le quali, come che non siano da riget»
tarsi affatto, pure, perchè di rado veggonsi usate dagli scrittori del buon
secolo, non possono considerarsi egualmente autorizzate che le tre prime
terminazioni, | Ognuno, che con cogaizione di causa disamini imparzialmente
queste tre opinioni, convenir dovrà che olire il gran numero d' e- sempj di
accreditatissimi scrittori’ cinquecentisti, e 'l1 frequente uso nel parlar
famigliare, la ragione, il buon senso, e’! vantaggio della chiarezza seno dalla
parte della seconda opinione, alla quale i fautori della, pri- ma, lor
malgrado, e senza saperlo, in parte si appigliano, in confessan- 0 le desinenze
avo, evo, ivo, essersi fatte comuni. Obbiettasi per lo più foniro a queste
terminazioni, il molto maggior uso che fecero i padri della lingua dell’
opposte desinenze in a, al quale argomento, il più fot- le che sappiano portare
i nemici delle prime, si può rispondere, che quei Padri, anzichè studiare il
carattere che andava sviluppando la nascente Iigua volgare, e procurare a
questa tutti i vantaggi e comodì de’ quali *$Sa , secondo quel suo carattere,
era suscettiva, troppo aveano l’ animo Fivolto ancora verso la moribonda
latina, reputando quasi eresia tutto Cio che nella prima non coincidesse in
certo modo coll’ altra; quindi , *ppunto perchè ne’ verbi latini la vocale @
trovasi in tutte e tre le desi- lenze singolari dell’ imperfetto indicativo
(bam, bas, dal, le quali per altro a hastanza l'una dall’ altra distinguonsi
per le tre diverse conso- Banti finali, da von lasciar luogo a temere di
equivoco .nel discorso) la _ Bessa vocale x, dovevasi pur trovare nella prima e
terza persona singo- are del medesimo tempo ne’ verbi italiani (non è poco che
abbian con- ISceso a dare un 7 alla seconda persona ) mettendo in non cale |’ equi-
Yoco che può nascere dall’ indistinzione tra la prima e. terza persona, le
quali soventi volle non si ravvisano se non che, o dal contesto, o dalla
Presenza de’ pronomi personali i0 ed egli. | Del rimanente, comunque abbian
fatto i padri delle lingua o benc o male, Xguendo anche in questo narticolare
come in tante altre cose Je tracce della “agua latina, noi, aderendo a tutte le
ragioni addotte da quei della seconda Opinione, siamo persnasi le tre uscite in
0, esser buone egualmente che quelle Ma, accanto alle quali le abbiam poste
nella colonna delle comuni, lascian- al criterio dell’ intelligente .il far
uso, o delle une @ delle altre, se- . PARTE TERZA “ 196 : : = - -_— COMUNE , |
ANTIQUATO POETICO ERRONEO MODO INDICATIV J 1 Passato perfello| Lod —àsti °
0.000. o definilo —ò ri ves —àmmo —aàssimo —àste —aàsti —àatrono —oònno, —
òorono, —àra- no, —òrno, — arno Fuluro —erò (7) —arò, — errò —erài toni È —era
—arà , — errà — eremo —arèmo — erèle —artte —eranno —arànno condo che più lo
convincano le nostre ragioni, o quelle degli avversarj, le quali, siam certi,
non molti proseliti faranno se tutte sono così poco persuasive, e concludenti
com’ è quella del Cav. Compagnoni « E chi non vede, domanda egli, che se AMAVO,
LEGGEVO, SENTIVO, e simili, fossero voci regoluri, non sarebbevi difficoltà
aleuna onde nel plurale non si aves- se AMAVONO, LEGGEVONO, SENTIvONO? ()r io
pure domando: chi non vede che, ove «a causa delle desinenze ava, eva, iva, non
abbia d'altronde già il patrocinio di molti, l’ allegata ragione, come
conseguenza dell’ uso contrario, più male che bene le dee recare, fosse anche
solo per la sua inconsistenza, e per l'assurdità della supposiziotte? Cosa
risponderebbesi a chi, partendo dalla forma della prima pers. sing. del pres.
indic. amo, leggo, sento, € simili, avesse per irregolari le voci amidmo,
leggiàmo, sentiàmo, e supponesse doversi in vece dire e scrivere, amzi)mo,
leggiomo, senliomo? (6) E questa ùna contrazione di /oddsfi, e del pronome #u,
maniera talora praticata dagli antichi se non forse in questo verbo, almeno in
altri della prima conjugazione. 42 tempo del diluvio alcùna setta. Perchè
LASSASTU’ rell'arca ec. Anton. da Fer. R. Ant. (7) I vetbi in ciare e giare,
perdono la i in tutte le persone del fu- turo e del condizionale, per la
medesima ragione che già si è data, discor- rendo della formazione del plurale
de’ nomi in cia e gia, cio e gio (vedi la nota 1 del Cap.-HI. Sez. IT). Onde
scriviamo dacerò , bacerèi ec. ; co- mincero, comincerèi ec. ; lascerò,
lascerèi ec.; alloggerò, alloggerèi ec. ; man- gerò , mangerti ec.; da Baciùre,
cominciare, lasciare , alloggiàre, man- giure cc. I A = » x —=rr_——— rr MODO
SOGGIUNTIVO Tempo Presente|Lod—i Pendente o Im- perfetto MODO CONDIZIONALE]
Tempo Presente MODO - IMPERATIVO Tempo Presenie Futuro — 1 V —i —iàmo —iàte
—ino —àssi —àssi —àsse —àssimo — àste —àssero Ve — erti ‘ n — eresti — ertbbe —
erèommo — eresle — ertbbero — erétte —eranno “* —assono , àssino | ANTIQUATO
"| SNO ST SE " —erebbono POETICO —eriuno , —erleno (8) 197 ERRONEO
—arài —arà e * è ss. é —artte —arànno (8) La desinenza erìa per erèi, cioè di
prima pers. sing., bisogna lasciar- la a' poeti , i quali nè pure ne fanno
frequente uso; ma la medesima desinen- za per erèbbe, come purè ertano e erieno
per erèbbero , non solo in verso, stor. 3.—Segn. pred. 32.—Castig]. Cortig. 9.
ec. (9) Rendo avvertito lo studioso, e sia detto anche pe «ma anche in prosa
sono usitatissime. Vedi Bocc. nov. 7,e 94.—Tac. Dav, ’ verbi ausiliari
CONJUGAZIONE IN ZA5. rr ——r——_T_TT_T_@—n COMUNE ANTIQUATO POETICO ERRONEO
—-rrr_o__ee | ——- MODO INFINITIVO |Ceéd—ere RR Leila nasa . PARICIPJ Pres. o
Ailivo —tnte Lego ae e Pass. o Passivo —uto o 0 è 0 0 0 | Cesso (1) TAZZA:
GERUNDIO — ndo e 0 0 0 0 0 0. 0 0 0 0 0 o. a è è 0 00060 MODO INDICATIVO Tempo
Presente} —o (2) va eee ea ae —_] o ss o 0 o oso o» . 3 è è è oe o. e d 0 0 è 0
» — @ o_o. s0 os» . o . o eo * e e eo » o e eo s q 0» . LI — làmo —tmo o 0.0 0
e 0 e e 0 0 0 < 0 00 — tle ° e << 0 © o o» e 0 0 e 0 0.0 .
e 0.0 0 0 0 0 +—"Ono € e 0 0 e € o» 0 0 0 eo e e ,0 —2aN0 2ssere ed avère
e per tutti gli altri verbi regolari o irregolari, che, ove i comando, il
consiglio, îl prego ec. fosse in senso negativo, e perciò richie- « desse l'
accompagnamento della particella non, egli è una delle più rimar- cabili
proprietà Sella lingua italiana di esprimere questa seconda persona singolare
del modo imperativo colla voce dell’ infinitivo preceduta dalla particella non,
onde diciamo: Non avere paùra; non èssere così ostinàlo; non lodàre ; non
credere la ial cosa; non mi toccare, non far cio, non pèrdere îl tuo tempo
inutilmente ec. in vece di Non abbi, non sù, non hdi, non credi, ren mi tocchi,
non fa ciò, non perdi ec. (1) Vedi nota 6 della pres. conjugazione. (2) Occorre
avvertire, che nel prospetto dei quattro verbi regolari, eccetto in quello
della prima conjugazione, la sola prima colonna, quella cioè delle voci comuni,
debbasi ‘considerare come generale a tutti i verbi della stessa desinenza
radicale, non già le altre tre, le quali ne' verbi noi dati come modelli della
gecouda e terza conjugazione, possono bea contenere moltissime voci antiquate,
poetiche ed erronee, e le stesse c0- lonne degli altri verbi averne pochissime
o non averne punte, e inversa mente. Sia di ciò prova il verbo Credere, che fu
dal Mastrofini, e dietro lui dal Compagnoni scelto come norma degli altri verbi
della seconda con- Jugazione, e le cui colonne sono zeppe di voci antiquate,
poctiche, ed erronce di si strana conformazione, che sarebbe esser privo di
ogni senso, il volerle adattare agli altri verbi della stessa cadenza; e pure
non sà- rebbe già cosa sorprendente che uno straniero, leggendo le voci
antiquale del verbo Crèdere, datogli come regola, creo, crio, creggio, cre’ e
simili altre anticaglie di questo verbo, volesse far derivare le stesse
storpiature dal verbo Cèdere, per esempio, o da altro verbo in ere, formandosi
ceo. cio, ceggio, ce’ ec. Ed è appunto in contemplazione di ciò, che mi son
fat- to lecito di scegliere, qual modello, un altro verbo, più regolare anche
nel- le suc voci antiquate e poetiche, riserbandomi di parlare altrove del vere
bo Credere, e delle antiche sue anomalie. n COMUNE ANTIQUATO POETICO ERRONEO 1
MODO : INDICATIVO Imperfetto o {Ced—tva,-tvol ....... —èa dle Pendente (3) —tvi
sfera lago ti —tva Posa —ta (4) dana —evàmo 00008004 a a RARA — evàte È Na -
000000 evi —èvano —ieno —èano .=revono Pessaloperfello,| —ti, —tttij .......
|Cessi (6) Ei o definito (5) — sti sunt |nella a te, —tlte | ....... —to,
Cessìt ......, — timmo - 0000000600, Cossamo,— tttamo, —ts- simo — éste ie Rea
RS —trono, —| —tttono —tro, Ces-! —èrno, — ettero sero ènno ‘Fuluro —erò
—eràbbo, |... 0.100 eràggio, —erde| —rò — erài e cede 0 60 0 0 0 8 0 0 0 6 è 0
0 0» — erà “era; ràl's deu pil variano sereno il'uuicia d ai RSaa —ertte — errète
pata aaa ei bi —eranno —ranno . e 00 0 0 0 eh e 00000600 (3) Veggasi la nota 5
del verbo Lodàre. i . (4) Riguardo a questa desinenza veggasi la nbta 16 nella
conjuga> none dell’ ausiliare Avere. (5) Puossi l’ una o l’altra di
queste due desinenze, cioè ei o elti, è 0 elle, erono 0 etero sì in prosa che
in verso indifferentemente adope- fare. Sonovi per altro non pochi verbi, e a
suo luogo li farem conoscere, ' quali per 1° asprezza di suono, che darebbe
loro la seconda desinenza, ton ricevon maî se non che la prima. (6) Cessi e
cesse in vece di cedèi e cedè, e cesso in vece di cedùlo, tono voci da
lasciarsi a’ poeti, e appena a questi accordano i grammatici uso di cesso; per
la sua omonimia col nome di cesso ( per timore di uzza, dice il cav. Compagnoni
). Alfin con gli altri insieme ei si ristrìnse entro ai ripari, e la vittoria
CESSE. Tas. Ger. 7, 121.— Come pariènda affitto tàuro suole, Che la giovènca al
vincitàr cèsso abbia. Ar. Fur. 27, 111. la i suoi composti alcuni ve ne sono
che qua e là presso gli antichi tro- ‘ansi nel passato definito colle desinenze
essi, esse, èssero, e nel partici- Pio passato colla desinenza esso, come
concesso, concèssi, concèsse, concès- Mero; successo, succèssi, successe,
sucessero ec. Sempre però procederà me- glio e più sicuro, chi si tiene alla
regola. - - POETICO ERRONEO. MODO ì SOGGIUNTIVO ° Tempo Presente|Ced—a DARI I
—iamo . —làle è dhe o isa a dr eni e eye a —ano ansia rp —ino Pendente o lm- —
essi VE IRE PENNINI, (PP RR perfetlo —èssi Ri n'e 000] —è$80 — è sse MEP, Re e
— èssimo è è 0. e . da dilata —tste. PURO MESE — esti, — ssi, —Ussivo MODO —
ètssero "— essono sasa 9004 CONDIZIONALE —èsseno — Tempo Presente — certi
I” ; —eria —ercbbi —ertsti Lasi RI CETTE —er:bbe "RR I er n —ertmmo | ...
, diro ana — ertbbamo —ertsle EEE DIO — ertsli — ercssi MODO —ertbbero|
“—cerebbono,| —eriano — erthbano IMPERATIVO —eriono perno robeniai-< «o.
si Llano ona Lx BPEP » —itu (8) rei be E braa EI —a x e . ° e "BRORa —
iaàmo a SI è è; > od- —éte PRO AREE: OR NE: —ano PE : > — ino
Futuro SANTE DI PER O Duo Er >; INZONO! COOP LO E O SO i — erà a TE EE à
(7) Sono pur pomi di eterna discordia tra i grammatici le due dest- nenze a e
î, di questa seconda persona singolare. Chi la seconda desinen- za riconosce
come la sola buona e comune, segnando ]' altra tra le erro- nee, chi è d’
opinione affatto contraria; chi ambedue le ammette, volendo però che nell’ uso
la seconda desinenza preferiscasi alla prima, perchè Più regolare, ponendo essa
un divario tra la seconda, e le altre due persone |. del singolare. Io credo
che dietro a’ molti esempj, i quali dell'una € del- È. l altra desinenza
trovansi ne' classici autori, si possa tenere entrambe per. buone, e lasciave
al criterio di chi intende |’ adoprare, secondo che meglio © all’ orecchio gli
suoni, o l’ una o l’altra. Per l’ uso della desinenza a, ved! Bocc. nov. 1.—1d.
nov. 49. — Casa Galat. c. 27. — Ar.-Fur. 32, 45.7 Benv. Cell. 284. ec. Per l°
uso della desinenza :, vedi Amm. aut. 4» Albert. c. 25. — D. Inf. 12.—Id. Purg.
33. — Petr. canz. 8. ec. questa regola a tutti i verbi della seconda
conjugazione. (8) Veggasi la nota g del verbo Zodàre. Ie Estendesi ETIMOLOGIA E
SINTASSI 201 cs Ttet111t_—1241mÀ1__Tr_____r___ COMU NE ANTIQUATO POETICO
ERRONEO î ? _—ntzzh121112A.A.—ccr_rcr"r—==" —puo MODO IMPERATIVO
47-75. SQMMADIO A POOR RE CI IVI ARI RON, NET ai Ged-céra: Luini ai al ieo —
erànno 0 0° 0.0 è . è » e 0° * a. è è. e 0 0 0° 0 è _# ———r—r——eorr-r-e£rec:
EF... -.!- TERZA CONJUGAZIONE IN IRE PRIMA CLASSE (1). COMUNE ANTIQUATO POETICO
ERRONEO i ARRIVO: ils duo Parker ea A qù N | PARTICIPJ Pres., o Attivo RE EE TO
; male, | bagarre Lisa IP raleaà i Fanco Pool Ao boia aaa pasa ". GERUNDIO
so Pons Pep |» MODO INDICATIVO Tempo Presente —o |....... Mr ci iii 1 MO DC
VETTE: PE == NNO TOTO RT OT —iàmo "=>. :.:(1 NNO! (C'E SE SO MI sl
| Biba isa e RT «Ue RIS Posa —ano Imperfetto o alii Nar PTO RE ET Me VASO STTTI
Pendente —ivi vo sd sE ia li lo © ana | n ae “=DNand Tocai danni A PREV (rione
Pena —ivi —ivano . —ieno —ivono | Pass. perfetto, 0 © definito —li —i È seu
‘dIievrsaslasbtaba i è Sie Bri È —ì —ìe —itte f —ìmmo CTTERTSTTO PERE —issimo “
sull (Frs Cee vai — isti =1rond dica ia —iro,—ir —inno, — ; ìrno (1) Vedi Cap.
VIII della pres. Sez. Gram. Ital. 27 . MODO INDICATIVO d’uluro MODO SOGGIUNTIVO
Tempo Presenlie Imperfetto , o Pendente MODO CONDIZIONALE Tempo Presente MODO:
IMPERATIVO Tempo Presente Fulure — irtte ‘ COMUNE ANTIQUATO POETICO ERRONEO
crceNg scene eo TE Dorm—irò «essi —irài ica ala —irà du —irèmo PR —irtte RARITÀ
—irànno Ét.....600 {oesveosoo Loss, ——à 0 A 2 GC LÀ —«i FT. 0 he 4000 —a —i
—Jàmo vt —iàte da ai —ano —ino —issi — ss — ssi dual —isse vlad DES (3:11!
(INNO GI RT RN AT —iste —isti, —issi —ssero ET — irei sa — irésti La —irtbbe .
@ è. 008° — irtimmo —irtbba- mo, — iriamo, — irtssimo —iréste —irtgli,— irtssi
‘ —irtbbero ) j —1otuo= |<. 6 60000 oe 00000 00 —a } —iàmo — |...
1000000 et alle eriadan —ano —irài tu T.60.0600. fede 0 0 ef — irà i . e e 0
00‘ —.irànno 0 e 006000‘ i i 4 i CONJUGAZIONE IN IRE. SECONDA CLASSE (1).
COMUNE ANTIQUATO POETICO ERRONEO ————nn | ——Oq | »__ &— MODO \ figa e
en INFINITIVO Imped—ire SEE RO SE LR: sie PARTICIPI Pres., o Aitivo Mat (a)
Dini 4 , Pass., 0 Passivo| -—ìito ua srata è RE E GERUNDIO —èndo coreane d'a i
ue MODO INDICATIVO | Tempo Presente| --isco IF arnA4R bLarianicali ese, —ìsci e
‘e dann da ea © a e è e —isce TRE N A) SEE di a —iàmo —imo - ++ 0 + + «|
—ischiàmo — e © Loti SRO (EI SMEG Lui Lapidi sù —iscano Imperfetto o —iva,
—ivof ....... —ia PRi Pendente —Ivi sù RIGORE IE —iva EE E PEER —la ns. —ivàmo
dala è) LA ep —ivàte GERE RIE —ivi —ivano AA d dev —ivono Passato per- —li —le
lu Gabetti fetto, o defi- —ìsti PRE cas a da Ra nito —) LP — lo ILICICITE —immo
l.....,. SA RP SEITE —issimo —iste APR SPACASI RI. RAPIRE Re . .| —ìsti —irono
PRODI —ìro, —lr —inno Fuluro . —irò n DIL a —irài cogne i Te coke sa —irà —iràe
RETI SAEICOO —-irtmo li... + ENT a E EE — irtte POS Ri a o e. è; dal der 6 e ce
ee té ®. —irànno eee fee pr (1) Vedi Cap. VIII. della pres. Sez. (2) Occorre
avvertire che tra i verbi di questa seconda classe, ve ne sono molti che hanno
il loro participio presente in erzfe in vece di lente, tali sono: Abborrire,
appetìre, assorbìre, attribuire, contribuire, costituire, costruire, differire,
digerìre, distribuìre, fallire, fruìre, proibìre, putìre, re- iIrbure,
ruggìire, scolpire, suggerìre, e forse alcuni altri. 204 . MODO SOGGIUNTIVO
COMUNE Tempo Presente|Imped—isca sca isca iàmo iàte ANTIQUATO POETICO ERRONEO
ischiàmo isciàmo ischiate iscano SE ener lati ischino ssi e 0006 0 00 e 0 0 a 0
0 —issì e e e e s 0 s e 0.0 e 0. è. —15s€ dirai i a La ua —issimo LD dea) See
—iste Dogali gie dea fr —issero “—issono,—| ...... Issino Imperfetto , ©
Pendente o 0 o s 0.0 @ —issi —isli MODO CONDIZIONALE Tempo Presentel —irti ai
—irla TE —irésti ene Level —irtbbe Va a —.iremmo 0 0 e es s 0 * ® o». . 0) so
è. — irtbbamo, — iressimo — irésti,— n irtssi i so XX “a ita iriano, e irleno
ls MODO . IMPERATIVO x Tempo Presente! 000. Lei... . —isci tu iaia PIPIERESA
ale —isca . EER La A —iàmo —ischiamo © —ite € 0 0. 6 0 è. 0 è . o e 0600 È i i
—iscano e 0.0.0 0 0 0 e 0.0 0 0.0 0 è —ischino — irtste e e e s 0 0 0 * 0. 0 0
0.0 1. *—.irtbbono —irtbbero .F'utura o 0 0.0 0.0 0 0 0. e 0. 0 0 0.0 0. € 0 0
« 0 » oe i — iràl tu o 0% 0 0 0 0 e sc —irà e 06. e 0 0 £ e e 0 è e 0.0 » e 0 e
0 0 0. e 0600 — iréte © 0 0. 0 0. 0 0. e di vd 0000 —irànno e è 6.0 0 è 0.0 e.
è. 0 0 0.0 . e St A . CONJUGAZIONE DE’ QUATTRO VERBI IRREGOLARI IN ARE CIO
ANDARE, DARE, STARE, FARE. s MODO INFINITIVO (1) |Andàre (2) [Dare (3) Stare
(4) Fare (5) (1) In questi quattro verbi anomali della 1ma. Conjugazione, come
pure in tutti i susseguenti della 2a. e 3a. Conjugazione, nell’ esporre i
quali, | ilbisogno di esser breve non mi permette di continuare lo stesso
metodo, * da me tenuto nella esposizione dei due ausiliari, e de’ quattro
modelli de verbi regolari, quelle voci che debbono riguardarsi come antiquate
sì, ma non tanto fuor d’ uso da non potersi qualche volta adoperare, saran- no
segnate con asterisco; quelle che, quantunque sieno più del verso che della
prosa, pure, anche in questa, ove |’ uso loro cade in acconcio, pos- sonsi
tollerare, saranno impresse con carattere corsivo ; finalmente avran- no
amendue i segni suddetti quelle, 1’ uso delle quali non è permesso che a'peeti.
In quanto alle altre anomalie antiche veggasi la nota 26 del Cap. VI. (2)
Questo verbo considerato di per sè non è punto irregolare, im- perocchè tutte
le sue ‘voci che dalla radice lor propria andare, discendo- no, toltane la
sincopatura del futuro e del condizionale, hanno le loro desinenze come il
verbo Lodare. 11 despota delle lingue però, l’ uso ca- priccioso e
irragionevole, rendè, ab antico già, questo verbo difettivo, ri- gettandone
quattro voci de’ presenti indicativo e soggiuntivo e tre dell’imperativo, per
supplire alle quali, conciossiachè è il verbo andòre, uno di quelli che nel
consorzio umano ad ogni ora occorreci avere in sul- le labbra, vollesi, anzichè
usare le voci proprie e naturali del verbo @7- $ dare, aver ricorso ad un verbo
straniero, del medesimo significato, che è 5: 1 verbo latino cadere. Apparisce
per altro da diversi esempj degli anti- x chi, che non sempre il verbo andare
sia stato difettivo, o almeno, che siasi fatto uso talora di qualcuna delle
voci, proprie di questo verbo ne’su ac- cennati tempi. I! Cielo si abbandona E
per terra si ANDA. B, Jacop. Lib. 6, c. 5. — Or vo? che sappi innànzi che più
ANDI. D. Int. 4. — Besso quando ANDI alla città sanèse, saluta per mia parte
ciascun Besso. Burch. 2, . — AnpaLo ad impendere. Nov. ant. 83. In quanto ai
due composti di anda- re, cioè riandàre, e trasandàre, pare che il primo nel
significato di An- dar di nuovo, abbia |’ andamento suo eguale a quello del suo
semplice, ma nel significato di Rim.è/ter nella memoria, esaminàre, consideràre
di nuo- co, abbia tutte le desinenze del verbo Lodare, dietro il quale si
conjuga parimente l’ allro composto frasandàre. Alcuni grammatici, come pure il
Pistolesi, confondono colle voci del verbo andare, quelle de’ verbi difettivi
gire, e ire; ma il Mastrofini riguarda questi come verbi affatto distinti :
pensa pur così il Compagnoni, e noi non crediam far male di esser della stessa
opinione, e però al lor luogo ne parleremo separatamente. (3) Come il verbo
Dare procedono colle stesse anomalie addàrsi, e ridare. (4) Procedono come
sfare, i seguenti composti del medesimo verbo ristàre, instàre, ristàre,
soprastàre, conirastàre, ma quest’ ultimo solo nel significato di star contro,
cioè di resistere, opporsi, contrariàre , im- perocchè in quello di Gareggiare,
o di Negare altrui con conililto , sia con parole, sia con atti, una cosa, egli
conjugasi regolarmente come .Lo- dàre. Uslare ha sempre un andamento regolare.
(5) Questo verbo, che è uno de’ più irregolari che abbia la lingua Ci PARTICIPI Pres., o Attivo|Andànte Dante
Stante Facènte (6) Pass., o PassivolAndàto Dato Stato Fatto GERUNDIO |Andàndo
Dando Stando Factndo, fac- cendo MODO INDICATIVO Tempo PresenielVo, vado Do Sto
Fo, faccio Vai Dai Stai Fai, faci Va Dà Sta (7) Fa (7), foce Andiàmo Diamo
Stiamo Facciàmo Andate Date State Fate Vanno; van (8)| Danno Stanno
Fanno,fan(9) Tempo Imper- fetto,o lPendenielAndàva, andà-|Dava, o da-iStava,
stavo Factva, fact- > vo (10) vo (10) (10) vo (10),fe : cèa a Andàvi
Davi Stavi Facèvi » Andàva Dava Stava Factva,faco |, | "fea Andavàmo
Davàmo . [Stavàmo Facevàmo(11) italiana, non è altro che una sincopatura dell’
antico verbo fécere, il qu {. le, giusta la sua desinenza, era della seconda
‘conjugazione. I composti di 1° suefàre, confàrsi, contraffàre, disfare,
liquefàre, misfàre, rifare, sfore soddisfare, sopraffare, slupefàre, procedono
nella stessa maniera. (6) Gli antichi dissero sovente faccèrnte. I servi sono
come i loro # no: gli fanno fare e ubbidiènti e FACCENTI. Agn. Pand. 66.—Ed è
un'at ra manièra d’ uve ec. FACCENTE nobile vino. Cresc. 4, 45. — Con so
lilissimo velo e purpùreo FACCENTE al chiaro viso graziosa ombra. Box. Amet.
ar. (7) Debbo avvertire che nelle voci bisillabe formanti la 3a. person? sing.
del pres. indicativo de’ verbi composti Dare, fare e stare, sì 3pp0* il
segnaccento in sull’ & finale acciò non nasca alcun equivoco con alle
voci anonime, come : Ridà , rifà, confà, disfà, rislà, contrasta € Ta- luni il
mettono pure in sull’ o finale di ridò onde non confondere questa voce con la
1a. persona sing. del verbo ridere, rido: proteriscesi peî° soddisfà e soddisfa
, e da queste due maniere di pronunziare dicesi anche soddisfànno e soddisfano.
| (8) Dante usò vonzo per vanno. Quegli altri amòr che diniorno gli . vonnmo.
Par. 28. (9) 11 tempo presente del verbo fare ha in oltre le seguenti voci ab”
tiquate, oggimai bandite per lo meno dalla prosa, non potendosi certa mente
prescrivere al poeta il non adoperarle: facio, foe, per fo; f904 per fai; fae
per fa; faciàmo , facèmo, facciàno per facciàme; per fale ; fàceno , fàciono ,
fàcciono, fano per fanno. (10) Veggasi la nota 5 a pag. 194 Ha pure questo tempo del verbo fare alcune
anticaglie da 02 rsi, come facèi per facèoi; facìa per facèva; facciavàmo,
faccevamo per faceoàmo; facciavàle per facevàte ; sono poi errori del volgo,
/#9 Lo ti "y A i a ; sl _—
1r—rrr—<— u jiwWwW.I«J_—te—@@gceec MODO INDICATIVO Tempo Imper-{Andavìte
Davàte Stavàte Facevàte fetto, o Pendenie|Andàvano Dàvano Stàvano Factvano, fa-
cèano," fèe- ano, * facì- eno Tempo Perfetto |Andài (12) |Detti,
diedi(13)[Stetti,stei(14)|Feci, fec’ io o Definito |Andàsti Desti Stesti
Facesti, festi (15) Andò Dette, diede, [Stette, sfe |Fece, fec’ egli, diè fe'
per facèoa (1a. pers. sing.); facèmio, faceàmo per facevàmo; facèvi, fa- ceale
per facevàie ; facèvono per facèvano. (12) Molti sono gl’ idiotismi di questo
tempo del verbo andare da sfuggirsi come fuor d’ogni regola, cioè: andièdi e
andèiti per andài; an- dèsti per andàsti; undiède e andètte per andò ; andèmmo
, andièdemo, andòommo, andèitlamo, e andàssimo per andàmmo ; andàsti per andà-
» ste; andòrono, andàrano, andonno ; aundièdero, andètiero, andèttone per
andàrono. (13) Attribuisce il Mastrofini al verbo dare oltre le duc maniere co-
muri di uscire nel passato definito , cioè detti ec. e diedi ec. una terza
maniera cioè , dii, diè , dièrono, alle quali voci pare anche che voglia
concedere la primazia sopra le altre, collocandole in primo luogo. Ma in una
sua nota, dopo aver fatto l’apologia del diei come voce naturale del : verbo
dare ;, che per questo anticamente si disse daere , della seconda conjugazione,
siccome credèi è di crèdere , cedèi di cèdere, temèi di te- mere ec. finisce
con dire, esser rarissimo l’ uso di dieci, e da non con- cedersi che
sobriamente al degno poeta: e così pare in fatti. Diè e diéroro per diède e
dièdero sono della prosa e del verso. D. Inf. 25. — Tas. Ger. c. 14, st. 16. — Pocc. Teseid.
lib. 22. — Petr. canz. 25. — Bocc. nov. 73. —id. nov.80.—id. vit. Dant.
19.—Tac. Dav. ann. 13.—Segner. pred. 4.— Gio. Vill. 10, 59. Dièr e dièro sono sincopi di dièrono.
Dammo, dètiamo, diedamo e dèssimo per demmo ; dèlleno, dèltano, dièdano per
dètiero o dièédero sono iutie espressioni volgari e viziose. : L’unica differenza tra l’ andamento di dare,
e quello di sfare, si è che il primo ha due maniere comuni di uscire nel tempo
passato definito, mentre il secondo non ne ha che una; onde bisogna ben guar-
darsi dal dire o scrivere stiedi, sliede, stièdero, 0 stièédono, che erronea-
mente in alcuni paesi d’ Italia usansi dal volgo. lei, e sie’ per sdelli e
slelle sono omai vuci mero poetiche. E STEI fir.ch' ella rise in quell’ errò-
re. Fir. Rim. 10.—Rimoniò sul desirièro, e STE’ gran pezio A riguardàr che
"1 Saracìn tornàsse. Ar. Fur. 23, 96. Lo stesso dicasi di sfèrono, stero,
€ ster in luogo di s/è/fero, sebbene la prima voce trovisi anche in buona
prosa. Li quali moliie più giorni in Firènze stÉRONO. Stor. Semif. 53. —
Stérono Roma e Sparia molti sècoli armàie, e libere. Machiav. prin. 12. —Quel
dì solamènie STÈRONO in ordinànza, e scarcmucciàrono legger- mente. Sardon.
stor. 4, 14, 1. (15) Festi, femmo, e feste voci sincopate di facèsti ,
facèàmmo, e fa- <èsie sono pur poetiche. D. Inf. 17. — Tescid. lib. 2. —
Ar. Fur. 40, r- Fe' in luogo di fece, quantunque qual voce poetica stia segnata
, trovasi 208. PARTE TERZA MODO INDICATIVO Tempo Perfelto Andìmmo Detmmo Stemmo
Factmmo, o Definito femmo Andaste Deste Steste Faceste, feste Andarono,
an-|Dtttero, dièéde- Stettero,"stet-|Fecero ferono daro, andar|
ro,"dèltono,| tono,stèro- "dièédono,diè-| no rono, dièr,
“dienno,"den- no Tempo Futuro |Andrò , ande- [Darò (17) Starò [Farò (17) rò (16) Andrài, ande-'Darài Starài
Farài rài Andrà, a Starà Farà Andrèmo, an-'Darèemo Staremo Faremo dertmo
Andrete, an-'Dartte Starète Fartte dertte Andraànno, an- Darànno Starànno
Farànno derànno MODO SOGGIUNTIVO Tempo Presente Vada Dia Stia (18) Faccia
nulladimeno frequentemente usata da antichi e moderni prosatori. È seco al
fuoco familiarmente il FE' sedere. Bocc. nov. 12.—Partorì due figliul maschi, e
quegli YE? diligentemènie nudrìre. id. nov. ag.—E rE' edificare Linte badìe.
Gio. Vill. 2, 13. — Se ne FE' dogliànza al Papa. Grov Morel. 318.— Di questo
dire ellu non FE' capitàle. Tac. Dav. ann. 10. pocti, ma i poeti soli, usano anche
feo, in vece di fece o fe’, come: Con nobil pompa accompagnàarla reo. Tas. Ger.
11, 95.—Zn pìcciol lempo gran dottor si Feo. D. Par. 12. — In oggi fècero
prevale a fèciono, quae tunque quest’ultima voce, pure usatissima, fos:e presso
gli antichi classiCh in modo che l’una, e l altra per egualmente buone, e
comuni teneans Fr. Sacch. nov. 196.—Fior. S. Fran. 82.—Gio. Vill. 7, 48.—Bocc.
nov. 4 Fen, fenno, fer, ferno, fèrono per fecero sono tutte del verso. D. Inf. 3. — id. ibid. 31.—
id. Purg. 26. — Petr. canz. 4. — Ar. Fur. 42, n3. . (16) Quantunque andrò, andrài ec. così sincopate
sieno le più comuni voci del futuro del verbo andare, pure credo poter metter
loro accanlo le voci intere anderò, anderdi, ec., tanto è frequente nel parlar
famiglia- re l'uso di queste, che in oltre non di rado trovansi anche presso
gli 29 tichi in prosa e in verso. S'ANDERA' ornàndo d’ arme, di lètiere, di
c0r- fesìe. Bomb. asol. lib. 2.— Se egli ANDERA’ per entro la sua sloria Spa”
gîendo alcuna bugiuzza. Cas. Galat.— Noi ANDERÈEMO con questo giorno N nanzi.
D. Purg. 6. (17) Vesgasi la nota 26 del Cap. VI. (18) Ti Peiravca usò sf
troncando la finale a della voce sta (12. pers.) per la concorrenza d’ altra
simile vocale. Pregàndo umilmènte, che i) dì MODO SOGGIUNTIVO O Tempo Presenie|Vada,
vadi(19){Dia, dii [Stia, Stii | Faccia,
facci Vada Dia Stia
Faccia Andiàmo Diàmo Stiàmo Facciàmo Andiate Diàte Stiàte Facciàte
Vàdano Diano , dieno|/Stiano, stieno| Fàcciano 20 Pendente, o Im-|Andàssi Dessi
(21) Stessi Facèssi perfetto Andàssi
Dessi Stessi Factssì Andàasse Desse Stesse Factsse Andàssimo Dessimo Stessimo
Factssimo Andàste Deste Steste | Faceste Andassero , |Dèssero Stèssero
Facèssero , " andassono * facéssono MODO CONDIZIONALE Tempo
Presenie|Andrei, ande-|Darti Starti (23) | Farti rei Andrèsti, an-|Darésti
Staresti Farèsti deresti Andrebbe, an-|Dartbbe, da-IStartbbe,sfa-] Farebbe, fa-
derebbe, an-| ria ria ria dria Andrèmmo, ec.|Darèmmo È {Staremmo Farémmo
Andreste, ec. |Daréste Stareste Fareste Andrébbero , |Dartbbero , |Starebbero
,| Fartbbero , ec. “andrtb-| “darèbbono, | ‘ startbbo-{ * farètbbo- bono , an-|
dariano , no, staria-| no,’ farìa- driano * an-] * * darteno no, starie-|
no,°farìe- drieno no no consenta, Ch? î° sTIa vedère e Vl’ uno e ?’ altro
volto. Petr. son. 3r0. IT Pi- stolesi dice che in simili concorrenze egli è
ottima cosa l'imitare in ciò il Petrarca. (19) Veggasi la nota 7 della
conjugazione del verbo Cèdere Dea, e dèano per dia, e diano , 0 dieno si
usarono talora da buoni Prosatori. Bocc. nov. 1.—id. nov. a.—id. nov. 12.—Sen. pist.
10.—Tac. Dav. ann. 4. ec. Di slea e sièano in
luogo di stia € stiano trovansi pure non pochi esempj nel Boccaccio, nel
Davanzati, e in Dante. (21) Sono errori manifesti Dasse, dassi, dosse, dàssimo,
daste, dàssero che frequentemente odonsi, principalmente tra'Romani, per dessi
ec. Sono Parimente erronei déssino e dèsseno per dessero. (22) Fessi e fesse
cc. sono mere sincopi di facèssi, facèsse ec. ma sono più proprietà de’ poeti
che de’ prosatori. E quei pensando ch' io ‘1 FESSI per voglia. D. Inf. 33.— O
mìsera Ravènna, 1 era meglio, Ch? al vincitor non FESSI resistènza. Ar. Fur.
14, 9.—Che non feci e non dissi ? e quai non porsi Preghiere al re che resse
aprìr le porte? Tasso Ger. € 12, st. 102. Occorre però avvertire che non si
confondano quelle due voci fessi coll’ altra che vale si fe’. Se tu ripènsi
Come l umana carne FESSI allora ec. D. Par. 7. Veggasi la nota 26 del Cap. VI.
Gram. Ital. MODO IMPERATIVO Tempo Presente|Va (24) Dà (24) Fa (24) Vada Dia
Faccia Andiàmo Diàmo Facciàmo Andàte Date Fate Vadano Diano, dieno {Stiano,
stieno|] Fàcciano Fuluro Andrài, ande-[Darài ec. Staràì ec. Farài ec. rài ec.
Andrtte, ande-|Dartte ec. Startte ec. | Faréète ec. rtte ec. RACCOLTA DI MODI
DI DIRE COL VERBO AND.fRE. Andare a babboriveggoli: Andare a riveder babbo;
morire. Andare a bastonàre i pesci: Andare a remare. Andave a battùta: Canlare
a lem- po di balluta. Andare a bell’ agio: Andare con co- modita. Andare a
bell’ agio: Andare con circospezione. Andare a bene: Riuscir prospera- menle.
Andare a bisogno: Abbisognare. Andare a briglia sciolta: Andare con ogni
possibile celerità. Andare a bue: Andare alla peggio. Andare a buon viàggio:
Andare fe- licemente. Andare a capriccio: Far checchè sia senza giusti motivi.
Andare a caso, o a casìccio: Far checchè sia senza considerazione. Andare a
chius’ occhi: Andare cogli occhi serrati. Andare a chius’ occhi: Andare con
fiducia. Andare a civetta: Andare a caccia colla civella. Andare a comùne:
Apparienere ugualmenle a iutti gl'inleressali. Andare a concorso: Sodtoporsi
all’ e- same in concorrenza d'’ altri, per ottenere checchè sia. Andare a
corda: Essere in dirillu- ra per appunto. Andare a croscio: Andar cadente,
andar piombante. Andare a dar beccare a’ polli al pre te: Morire. Andare addòsso:
Investire. Andare a falcone: Andare a cacca col falcone. Andare a fare i fatti
suoi: Par firsi. i Andare a ferro e fuoco: Esser dr strutto pér violenza di
ferro e È fuoco. Andare affilàto : Andare a diriliuro. Andare a filo: Segur le
favole St condo il segno fatto col filo into. Andare a frugnuòlo: Andare
fo" la caccia. Andare a fuoco: Esser incendio. Andare a furia: Andare con
vee cità. Andare a gambe levàte: Andare 0 basso calle gambe all’ insu. Andare a
giròne, o andar gironi: Andare a zonzo. —. Andare a gitto : Andare
dirillamente. Andare a grembo apèrto : Procedere con lurghezza. (24) 1 quattro
imperativi monosillabi va, dà, fa, sfa (i quali, chee- chè ne dica il
Pistolesi, non ricevon mai l’apostrofo ) prendendo uno d& gli affissi
mai, ci, #, vi, si, lo, la, le, ne, la consonante di questi si rad- doppia,
dicendosi e scrivendosi: Wacci, canne, vùliene, dammi , dalle, Jallo, stacci,
ec. LE | È n) dite RT E po i sE fs
Andare ajàto: } Andare alforno per- Andare ajòne: ) dendo il tempo.
Andare a isònne: Far checchessia senza spesa. Andare al barlùme: Andar fra’)
giorno e la nolite. Andare al cassone: Morire. Andare al consiglio: Seguire il
con- siglio. Andare a legnàja: Esser bastonato. Andare al fonte: Andare
all'origine delle cose. Andare a lira e soldo: Concorrere a pagamentlo. Andare
alla banda: Andare le navi sull'acqua, non col lor corpo di- rillo, ma
pendente. Andare alla buona: Operare con ingenuilàe Andare alla carlòna:
scuralamendie. Andare alla china: Andare all’ in- giu, Audare alla giustizia,
oa giustizia : Andare a’ tribunali ad effello di fare ammiraistrare la
giustizia. Andare alla libera : Andare libera- menle. Andare all’ altare:
Andare il sa- cerdote all’ altare, ad oggetto di celebrarvci la messa. Andare
alla mazza: Essere condotio con inganno a far ciò che è svan- lageioso. e all’
animo, andare a cuore, andare a genio, andare a sangue: Far volentieri, di
buona voglia. Andare alla seconda, o alle seconde: Seguilare altrui per
iscoprire i suoi andamenti. Andare alla sfilata, e andare alla spicciolàta:
Andar pochi per vol- la e non in ordinanza. Andare alle stelle: Sollevarsi
assa- Issimo. Andare all’incànto: via dell’ incanto. Andare al sigoòre: Morire.
Andare al vento: Andare in vano. Andare a marito: Marilursi. Audare a mensa:
Porsi a tavola per desinare 0 cenare. Andare a monte: Non continuare il giuoco,
ma risominciurlo du capo. Andare tra- Vendersi per 241 Andare a mostra :
Mostrarsi ad efet- to di esser considerato. Andare ancajòne: Andare con aggra-
varsi più sur un’anca che sull’ al- tra. Andare a onde: Non andare diritta-
mente. Andare a orècchio: Secondare ? al- trui canlo non seguilando arte, ma
nalura. Andare a orza: Prendere il vento per parte, onde la nave pende. Andare
a oste: Andare a campo, guerreggiare. Andare a padròne: Accomodarsi in servizio
d' altrui. Andare a patti: Mar pali. Andare a pericolo: Correr pericolo. Andare
a piè zoppo: Andare zoppi- cando. Andare a posta: Andare per quel so- lo
effello. Andare a proda: Approdare. Andare a prova: Sodloporsi al ci- mento di
esser provalo. Andare a riltnte, o andare a rilènto: Andarecon caulela, con
riguardo. Andare a repentàglio: Andare a ri- schio, a pericolo. Andare a
ripòrsi: Non poler più comparire. Andare a Roma per Mugello: Fare una strada
del lutto contraria. Andare a romòre: Sol/evarsi. Andare a ruba, Esser
saccheggiato. Andare a ruba, o andar via a ruba: Spacciare checchessia a gran
con- corso. Andare a sacco: Esser saccheggiato. Andare a salvamento : Andare
con felice esito. Andare a scavezzacòllo: Andare pre- ciritosamente. Audare a
sella: Andare a cacare. Andare a senno: Operar con giudizio. Andare a spasso:
Far gita a solo oggello di spassarsi. Andare a spinte: Non andare egual- menle
ma per forza di spinte. Andare a spron battuto: Andare con ogni possibile
celerità. Andare a tastòne, aadare a lentòne, e andare lentòne o tentòni:
.4nda- re tenlando fra le tenebre con la mano, a fine di irovare la via che 212
conduce ad un divisalo luogo, evilando gl’ inciampi. — Andare ri- tenutamenie,
adagio , con gran riguardo. Andare a tàvola apparecchiàta: Es- ser nudriti a
spese d' altri. Andare a veglia: 4udare a casa al- trui a passare ivi le prime
ore del- la notile. Andare a verso, andare a’ versi: Se- condare. Andare a ufo:
Andare senza spesa. Andare a volo: ZYolare. Andare a voto: Andare in vano.
Andare a zambra: Andare a sella. Andare a zonzo : Andar vagando in qua e n là.
Andar bel bello: mente. Andare brancolòni: Brancolare. Andar carpòne, e andar
carponi : Camminare colle mani per terra, a guisa d’ animal quadrupede. Andare
col calzar del piombo: Pro- cedere con maturilà e cautela. Andar col capo alto:
Andare con portamento fastoso. Andar col cuore in mano: Procede- re con
ingenuilà. Andar colla corrènte: Scgur 2? opi- nione, la Moda. Andar colla
piena: Esser fraporta- to dalla mollititdine.— Per metaf. Seguire D opin'one
de’ più. Andar colle buone: Trattare al- triu con buona maniera. Andare colle
spingàrde: Operare con Andar piana- difficoltà. Andare colle trombe nel sacco :
Partirsi senza conclusione, senza aver dalo effetto al negozio, di che si
traltava. Andare col peggio, o andare colle peggio: Rinancre al di sotto, an-
dare a capo rollo. Andare con Dio: Modo di licenziare aliru.— Partire. Andare
con frottole: Parlare per baja. Andare contr’ acqua: Andare con- tro alla
corrente dell'acqua.— Fa- re checchessia contro all’ uso. Andare contr’ a pelo:
Operare con- frariamentle. Andare del corpo: Cacare. » È PARTE TERZA Andare
destro: Prosedere con de- slrezza. Andare di brigata: Andare in com- pagnia,
Andare di buone, o male gambe: Fare checchessia di buona 0 mala vogiia, .
Andare di forza: Far checchessia con tutta la forza. Andare di male in peggio:
Aggra- vare nelle disgrazie, aggiungere male a male. Andare d’ intorno:
Raggirersi, 0 esser d’ intorno a checchessia. Andare di pari, o del pari: Cam
minare con uguaglianza. Andare di portante: Ambiare. Andare di punto in bianco:
dn dare di subilo. Andare di rondòne: Succeder bene checchessia, senza averne
brisa. Andare di sotto in su: Andare dalla parle inferiore verso la superiore.
Andar di trapasso: E una parlico lare andalura de’ cavalli. Andar d’oggi in
domani: Andare passando da un giorno in un al- tro. Andare dove se ne vende:
Ricorrere a’ [ribunali per oltener giustizia. Andare errato: Errare. Andar
finto: Procedere con finzione. Audar forte: Contrario d'Andar piano. Andare fra
bajànte e ferrànte: E sere di forze uguali. Andar freddo ad una cosa: Andar vi
di mala voglia. Andar giò giò: Andar con pa lento. Andar giusto: Andar con.
inlera esallezza. Andar grido: Andar voce, esser fa- ma. Andar grosso: Non
capacitarsi. Andare il bando: Pubblicarsi con pulblico bando legge, o decreto
di checchessia. Andare il mondo in carbonàta : 4- dure il mondo sottosopra.
Andare il sangue a catinelle: Esse- re in grado disperato , aver biso gno di
prossimo soccorso. Andare in bando: Andare esule. ETIMOLOGIA E SINTASSI ;
Andare în berlina: Esser condotto in luogo ignominioso per pena di + delitti
commessi. Andare in bestia: Andare in colle- s Ta, imbestialire. Andare in
bilància : Stare in equi- librio. « Andare in bilico: Andare in ‘peri- colo di
cadere. Andare in bocca: Andare in preda, reslare in polere. Andare in bocca al
lupo: Andare in polere del nemico. : Andare in broda: Disfarsi, ligue- i farsi.
Andare in buon’ ora: Andare con , @uguri di prosperità. Andare in husca:
Cercare. Andare in canzòna: Esser messo in . Tidicolo. . Andare in carovàna:
Andare in com- ;. Pagnia. Andare in cenere: Incenerirsi. Andare in conquàsso:
Andare in rovina. ; Andare in cielo : Esser esaltato grandemenle. Andare in
corso : Corsessiare. -. Andare in dileguo: Dilesuarsi. .. Andare in èstasi:
Esser rapilo in estasi, « Andare in fascio: Andare in con- ' li quasso. È
Andare in fisima: Andare in col- | lera. Andare in forma: Andare i le forme
dovute. | Andare in fovse: Dubilare. Andare in frodo: Esser confiscalo, I a
cagion di fraude nel pagamen- lo di gabella. Andare in fumo: Sparire,
dileguarsi. Andare in furia: Andare fretltolosa- mente ; infuriarsi. Andare in
gogna: Andare în berlina. ndare in infinito: Crescere smisu- ralamente. ndare
in isquàdra: Essere in una dirillura di linea, che faccia con altro angolo
retlo. îdare in lista: Esser descritto nella lista. Andare in malòra, o andare
colla malora: drndare con augurj di disgrazia. secondo 213 Andare in mazzo:
Essere unilo, es- ser poslo in massa cogli aliri. Andare in òpera: Essere
adoperalo. Andare in ordinànza: Marciare or- dinatamente. Andare in òrdine:
Andare apparec- chialo per quello che si ha fra mano. Andare in ovinci: Andare
in lonta- nissime parli. Andarsene in pàmpani : Crescere sen- za portar frullo.
Andare in perdizione, o a perdizio- ne: Perdersi, capitar male. Andare in
poppa: Succedere felice- menle. Andare in romeàggio: Andar pelle- grino. Andare
in rotta: disordine. Andare in rovina, e andare a rovì- na: Rovinarsi, esser
messo in ro- cina. Andare in santo: Andar le donne, dopo che sono uscite dal
parto, la prima volta alla chiesa per ricevere la benedizione. Andare in serbo:
Entrare le fan- ciulle ne’ monasteri. Andare in sul fatto: Governarsi se- condo
quello che è slato fatio al- tre volle. Andare in tasca : Andare a iracer- so,
andar male. Andare in vano: Andare senza sor- tire il fine per cui si andava.
Andare in visibilio: Dileguarsi, per- dersì. Andare in'visita: Andare i
superiori ecclesiastici, o secolari visitando i luoghi della loro
giurisdizione. Andare in volta: Andar atiorno. Andare in zazzera: Portar la
zaz- era. Andare in zoccoli: Camminar cogli zoccoli. Andar largo: Camminar
colle gambe allargate. Andar lindo: Andare attillato. Andar matto: Diverir
malto. Andar meglio: Essere in migliore slalo. Andar molto: Indugiare. Andar
nella pace di Dio: Andar con Dio, andare in pace. Esser messo in 214 PARTE
Andar netto: Restare esente, restar libero, vestire con lindura. Andar ornato:
Andare adornala- mente. Andar passo passo: Andar con len- to passo. Andar
pazzo, cotto, ec. di checches- sla: Esserne invaghito strabocche- volmente.
Andare pe’ fatti suoi: Andar facen- do i fatti suoi. Andar per disperato: Andar
per disperazione, alla disperata. Andar per filo e per segno: Andare con inlera
esallezza. Andare per la fantasia: Andare a cuore. Andar per la mala, e andar
per la mala via, andar per le fralte: Andare in conquasso, andare in rovina.
Andar per lo cuore: Passar per ll’ a- nimo, girar per la mente. Andar per lo
mondo: Viaggiare. Andar per òpera: Andare a luvo- rare ad altrui per prezzo.
Andar per terra: Andare {toccando con tulla la vila per terra. Andar per una
cosa: Andare a pi- gliaria. Andar per uno, o andare da uno: Andarlo a chiamare,
andurlo a trovare. Andare pe’ suoi piedi: Dicesi delle cose, che vadano secondo
l'or- dine della giustizia. Andar piano: Andare con passi lenti. TERZA Andar
ramingo: Andare per lo mo: - do errando. Andar rastnte: Ruseniare, andar su
l'orlo. Andar ratto: Andar con presiezza. Andar saltellòne o saltellòni: Anda-
re sallando. Andar sano e salvo: Andare senza offesa della persona. Andare
scalzo: Andare co' piè nudi. Andare scarso: Usare scarsezia in fare
checchessìa. Andare schiavo: Esser fatto schiaw. Andare schietto, aptrto:
Procedere con ingenuilà. Andare scollacciàto: Andare col col- lo scoperto.
Andare sghembo: Andare obbliqu colla persona. Andare sotto: Trumoniare del st.
le, e de’ pianeli. Andare stretto: Andare unilo, e | costo. Gre È Andare terra
terra: Andare rasen le alla lerra. Andar tiràto: Andare dirillamenk i senza far
molto ad alcuno. Andare tra que’ più: Morire. Andar via: Parlirsi, andarsene.
Andar voce: Parlarsi, esser famo. Andar zoppo : Camminare fuori de | la
nalurale positura. Andarsene con alcuno: Essere dello medesima opirione.
Andarsene in checchessia: Passare il tempo in fare checchessia. Andarsene pel
buco dell’ acqualo: Perdersi, dileguarsi. RACCOLTA DI MODI DI DIRE COL VERBO
DARE. Dare a bàlia: Dare altrui ifigliuoli ad | Dare a credere: Persuadere per
o allattare. Dare a baràtto: Baratlare. Dare a bere: Dar bere. — Dare a
credere. Dare a buon mercàto: Vendere a prezzo vile. Dare a cambio: Dare per
riavere, oltre la somma, anche l' interesse guadagnato col cambio. Dare accùsa
: Accusare. Dare a conòscere: Mostrare, far cor noscere. i Dare acqua:
dnnaffiare. più il falso. Dare ad affitto, e a fitto: A/fillare. Dare addòsso:
Zrvestire, allaccare. Dare ad intendere: Persuadere, di mostrare. Darsi a
discrezione: Rendersi le pa: | ze, 0 le soldatesche ec., alla disert- zione del
vincitore, senza altri puth, e capilok. Dare àdito: Fare apertura , po” gere
opportunità. Dare a divedère: Mostrare, far 60 noscere. Sg Dare ad opera :
Impiegare in alcuna opera. Dare afa: Arrecare altrui fastidio. Dare affanno:
Travagliare. Dare afilizione: Affliggere. . Dare a filare: Dare altrui lino, o
simili perchè lo fili. : Dare a gambe, e darla a gambe: Fug- gire. | Dare agio:
Porgere opportunità. + Dare a godere: Concedere alirui checchessia, perchè lo
goda sino al lempo determinalo. Dare a guardia: A4ffidare alla ceu- slodia 0
guardia. Dare a gustamènto e preda: Lascaar che si guasti e depredi. Dare
ajàto: Ajuzare. Dare albergo: A/bergare. + Dare a livello: Concedere a licello.
Dare alla cieca: Dare senza con- i Siderazione. Dare alla cintola, dare alle
ginòc- ;» chia, e dare alla gola, o a gola: Arnoare fino alla cintola , alle
gi- i“ nocchia, alla gola, ec. ? ;. Dare alia radice: Levare ogni occa- 1 sione
di proseguire alcun negozio. «‘ Dare all'arme: Dare il segno per "venire a
comballimento. :s Dare all'erta: Andare alla volla del- . la sommità de’monti.
Dare alle secche, o in secco: Inoe- slire in uno scanno, o seccagna. . Dare
all’uccello: Colpirlo. , Dare al mondo: Pertorire. lare allo: Accennare, o andare,
0 percuolere verso la parle superio- re. | Dare al vento: Spiegare, spargere |
al vento. Dare a macca: Dare in abbondanza. Dare a man salva: Dare altrui colpi
| 0 simili, senzachè esso abbia mo- do di difendersi, o di offendere. le a
misùra: Dar misuralamente. are a mostra: Mostrare, dare per- chè si consideri.
. fare animo: Esorlare, invogliare. ++ Dare a nolo: Accordare per un Prezzo
convenuto il servizio di un bastimento per trasporto di effetti, 0 mercanzie. ;
Dare a patti: Concedere con condi- uone. ——_. -- 215 Dare appàlto: Appaltare.
Dare appicco: Dere speranza, far sì che altri possa sperare. Dare appòggio:
Sosfenere, ajulare. Dare apprensione: Medllere in ap- prensione. Dare arbitrio:
Conceder facoltà. Dare ardire: Rincuorare. Dare argomento: Somministrare cae
ione. Dare a rimpedulàre le cervella: Zscir di sè slesso. Dare a sacco, ea
ruba: Accordare, permettere a’ soldati di dare è Sacco. Dare assalto :
Assalfare, assalire. Dare asstito: Accomodare. Dare a terra: Cadere, rovinare.
Dare attàcco: Somministrar cagione. Dare a vedtre: Persuadere, far cre- dere.
Dare a ufo: Dare senza riceverne ricompensa. Dare a un morio: Perder la fatica,
i tempo. Dare a usùra: Dare per ricevere, olire la sorle dala, anche l' usu-
ra. Dare avviamento : Dare occasione. Dar baggiàne: Dare a credere men- zogne.
Dar baldànza: dire. Dar balia: Conceder autorità. Dar bando: Esiliare. Dar
beccàre: Dare mangiare ugli uccelli. Dar bere: Porgere da dere. Dar biàsimo:
Biasimare. Dar braccio: Porgere il braccio in a]uto. Dar briga: Infaslidire,
molesiare. Dar calùnnia : Calunniare. Dar campo: Dar di vantaggio ad altrui
alcuno spazio di via nel camminare, nel correre. Dar caréna : Acconciar la
carena. Dar carico : Incaricare, accusare. Dar cenno: Accennare. Dare censo:
Pagar censo. Dar che dire: Dare occ.isione, ca- gione di dire. Dar che fare:
Appreslare, sommi nislrare occasione di operare. Dar chiartzza: Render chiaro.
Porgere animo, ar- 4 216 Dar ciance: Dar parole. Dar colòre: Fare, avere appa-
renza. Dare colpa: Incolpare. Dar colpo: Colpire, percuolere con colpo. Dare
come in terra: Pèrcuolere sen- za discrezione. Dar comiato : Licerziare. Dar
comodo: Concedere opporiunità. Dare compagnia: Assegnar persona che accompagni.
Dare compimento: Condurre a fine. Dare compito: Assegnare allrui qual- sisia
somma di lavorìo delermina- lamendie. Dar conforto: Conforlare. Dar confusione:
Confondere. Dar congedo: Licenziare. Dare consolazione: Consolare, con-
forlure. Dar contèzza : Significare, far noto. Dar conto: Sigrificare, notificare.
Dare contrassegno: Dar segno, reca- re indizio. Dar contro: Contraddire. Dar
copia: Concedere. Dare corpo: Dar sodezza, 0 sostanza. Dar credenza: Credere.
Dar credito: Credere, fidarsi. Dar crollo: Crollare. Dar cuore: Animare ,
incoraggiare. Dare il cuore: Basfar l’ animo, aver coraggio. Dar cura:
Ordinare, commettere , raccomandare. Dar da fare: Occupare, tenere im- piegato
per lo piu con affaticare. Dar danàri sopra checchessia: Pre- stare ec. col
pegno. Dare danno: Dannegriare. Dare da dire, o da parlàre di sè: Dare
occasione che si parli. Dare da ridere, o che ridere, o di che ridere: Dare
occasione al riso. Dare da scdtre: Dare alirui como- dilà di sedere. Dar
debito: Descrivere 0 scrivere debito. Dare del bastone, del coltéllo: Per-
cuolere col bastone, ferire di col- lello. Dare del ceffo: Baftere il ceffo,
ca- dere. Dar del culo in terra: Cadere, ca- scare. Darsi del dito nell'occhio
: Opera- re a proprio sovaniaggio. Dare delle calcàgna: Fuggire. Dare delle
coltella: Ferire. Dare delle grida, e dar grida: Gri- dare, rampognare. Dar
dentro: Assultare ; investire. Dar de’ piè in terra: Battere ù lac- cone,
parlirsi in frella. i Dare de’remi in acqua: Cominaare a remare. : Dare de’
:ergozzòni: Offendere con sergozzoni; percuolere con pusni. Dare desinàre, o
dare da desinare: Apprestare il desinare , convilare. Dar di becco: Mordere.
Dar di berrètta: Trarsi la berrello. Dare di bianco: Tignere di col bianco. —
Cancellare. Dar di bocca: Mangiare. Dar di ciuffo : Ciuffare. Dar di collo:
Dare ajulto. Dar dicozzo: Cozzare in checchessio. Dare dietro: Seguilare. i Dav
difesa: Concedere allrui che 9 difenda. Dar dilètto, e darsi dilètto : Die
lare, dileltarsi. Dar di naso: Z'oler vedere, e fi tare ogni cosa. Dar di
penna: cancellare , 00 sare. Dare di petto: Uriare. Dar di piatto : Percuotere
colla po” le pialta dell’arme, non col lo: glio, nè colla punia. a Dar di pit:
Percuolere co’ più scacciar col piede. Dar di piglio: Pigliar slezza. Dar di
pinta: Ur/are, spingere. Dare di punta: Ferir colla punto. Dar diritto: Dare
per duillura; cogliere per l appunto il berso- glio. Dare disàgio: Arrecare
incemodo. Bere disciplina: DisapZnare, addol- trinare. Dare di spugna:
Cancellare. Dare di taglio : Ferir col taglio. Dare divitto: Dar impedimento
circo il risedere ne’ pubblici magistr ah. Dare di voi, o Dare del voi: Par
lare alirui in seconda persona. Dar di zanna: Azzannare. — Dar d'occhio:
4ffissare, rimrore con pre j Dar dono, e
in-dono: Donare. Dar dote: Dotare. Dar dottrìna: Insegnare. Dar dove gli duòle
: Promuovere un discorso sopra materia, in cui altri abbia passione. Dar d'
urto: Urfare. Dare ecceziòne: Opporre eccezioni. Dare effetto : Effettuare.
Dare erba trastùlla: Lusingare con isperanze, ma senza venire a con- clusione.
Dar faccenda: Dar da fare, dar da lavorare. i Dar facoltà, o la facoltà:
Permet- lre, o dare ad altrui alcuna potenza ch’ e? non abbia. Dar fama: Render famoso. Dar
fantasia: Dar retta. Dar fastidio: Arrecar molestia. Dar fatica: Affalicare , travagliare. Dar fatto che
che sia, o Dar per fatto che che sia: Avere quella tal cosa per fatta, supporla
per lerminata , ec. Dar favole : Dare ad iniendere menzogne, 0 vane cose. Dar
favore: Favorire, favorare. Dar fede: Dar credenza, prestar fede, credere
altrui. Dar festa: Far feste pubbliche al Popolo, dare spasso. Dar fiato:
Soffiare. Dar fine: Finire, terminare. Dar fondo : Fermarsi. Dar fondo :
Consumare. Dar forma: Formare, aggiunger fi Or- ma ordinata a cosa che non
l'ab- hiu. Dar forza: Rinforzare. Dar fra le mani: Dar nelle mani. Dar freno:
Raffrenare. ar fune: Lasciar correr la fune. ar fuoco: Ardere, abbruciare. Dar
fuora, o fuori: Mandar fuora. Dar garbo, brio: Adornar vaga- menle. Dar
gastigo: Gastigare, ar gelosia: Indurre apprensione. Dar giù: Zenire a basso,
calare. Dar giù del capo: Ammalare. ar giusto: Percuolere per appunto nel luogo
delerminalo. r gloria: Onorare. Dar gola: Indur desiderio. Gram. Ital. Dar gratis: Dare senza ricompensa. Dar
grazia: Conferir beneficio. Dar grido: Render rinomato. Dar guadàgno: Far
guadagnare. Dar guasto o il guasto: Devasfare. Dar guerra: Porfar guerra. Dar
gusto: Arrecar gusto. Dare i dossi: Fuggire. Dare il batttsimo : Bazlezzare.
Dare il ben guarito : Rullegrarsi con alcuno della ricuperala sanità. Dare il
ben tornàto : Rallegrarsi del- l’ alirui felice ritorno. Dare il benvenùto:
Rallegrarsi del- VP alirui arrivo. Dare il buon anno: A4ugurare e con- ferire
felicità in quell’ anno. Dare il buon pro: Rallegrarsi con alirui d’ alcun suo
prospero av- venimenlo. Dare il buon viaggio: Augurare fe- licità nel viaggio.
Dare il cencio: Licenziare altrui, mandarlo via. Dare il concio : Concimare.
Dare il conto suo : Hare altrui quel- lo che gli si conviene. Dare il cuore:
Disporsi, volger l’a- nimo. . . Dare il frizzànte: Aggiugner la qua- lità del
frizzante. Dare il gambttto: Attraversare alle altrui gambe improovisamente un
piede. Dare il gànghero, o un gànghero: Dare volta addietro, tornare in-
dietro. Dare il governo: Concedere l’ am- minisirazione. Dare il malànno: Modo
d' impreca- zione ed è augurar male. Dare il mal di: Trattar male. Dare il mi
dispiàce: Condolersi del- ’ allrui disavventure. Dare il mi rallèégro:
Rallegrarsi del- V altrui avventura. Dare il pane colla balestra: Fare che il
benefizio sia di disgusto per chi lo riceve. Dare il partito: Darla vinta. Dare
il pepe: TUecellare o sbefare alcuno. : Dare il pieno: Dare quel che s'ap-
partiene. Dare il puléggio: Mandar via. 29 218 Dare il resto: Finr di fare ciò
che si desidera a compimento del de- siderio. Dare il suo, e dare del suo: Dare
le cose proprie. Dare il taglio: Aguzzare. Dare il locco: Dare il cenno. Dare
il tracollo: Tracollare, rovi nare. Dare il tratto: Far muovere. Dare il tuffo:
Tuffare. Dare il vino, o dare del vino: Con- cedere il ber del vino. Dare il
viso: Dirigerlo verso chec- chessia. Dare impàccio: Apportar briga. Dare
impedimento: Impedire. Dare impresa : Commellere. Dare in arbitrio d' altvi :
Lasciare alla volontà altrui. Dare in baràtto o a baràtto: Ba- rallare. Dare in
brocco, nel brocco, o in brocca : Dare nel segno. Dare in budella: Non
corrispondere all’aspeltazione. Dare in cattiva sanità : Cominciare a non
godere buona sanità. Dare in ceci, dare in cenci: Dare in. ciampanelle. Dare
incenso, e dar l’ incenso: In- censare. Dare in alcuna cosa: Imballersi in
essa. Dare in ciampanetlle: Dare in bdu- della. Dare indietro: Retrocedere.
Dare indizio: Indicare. Dare indùgio: Indugiare. Dare in fallo: Non colpire
dove si . disegna. Dare infamia: Znfamare. Dare in frenesia: /mpazzare. Dare in
malattia, o in male: Am- malarsi. Dare innànzi: Pendere verso la par- le
anteriore. Dare in parite: Percuotere nella | parele. Dare in preda: Concedere
ad esser predalo. Dare inquisizione: Inquisire. Dare ia sorte: Concedere. |
Dare in sulla testa , dare sulla testa,
e dare in testa: Percuotere la le- sta. — Uccidere. Dare in terra:
Percuofere in terra. Dar la baja: ccellare, motleggiare. Dar la benedìca:
Rinunziar chec- chessìa. Dar la berta: Zccellare, molleg- giare. Dar la briglia:
Allentare la briglia. Dar la buona pasqua: Portare al trui augurj di felicità
perla Pasqua. Dar la buona sera: Modo di salu tare alirui nel tempo della sera.
Dar la burla: Burlare. Dar la collàta : Percuotere i coll colla spada al
novello cavaliere Dar l’ addio: Licenziare. Dar la fede: Batlezzare. Dar la freccia:
Chiedere alirui n presto danari. Dare la mala notte: Far patire l nolle. Dar:
la mala ventùra: Cagionar allrui male. Dare l’ ambio: Licenziare. Dar l'andare
: Lasciare andare. Dar l’anèllo: .Sposare colla for- malità del dar lo sposo l'
anello allu sposa. Dar la prima, e la seconda pelle: Dare il primoo il secondo
intona a qualche cosa. Dare la stretta: Sérignere. Dare la suzzàcchera: Fare 0
dart alcun dispiacere. Dar lato: Far luogo. Dare le carte: Dispensare le carl
a’ giuocalori. i Dar legge: Zmporre legge. Dar le mosse: Dare il segno 000°
valli. Dar lena: AWenare. Dar le pesche, e dar pesche: Pe cuolere, e più
propriamente MN pugna. sd Dar le prese: Conceder l'arbilito dello scegliere. aa
Dar le quelle: Burlare altru. , Dar l' erba cassia: Cassare, privo” di carica.
| Dar l’ esca: Vecidere i pesa 00 maleria avvelenala. Par le spalle: Voltare le
spalle. Dar le trombe: Zar checchessto Da © ia ton ogni maggiore sforzo e uppa-
renza. Dar le vele a’'venti: Cominciare a navigare. Dar libéllo, o un libello:
Porgere al giudice la domanda. Dar licenza, o lictnzia: Permettere che altri
faccia. Dar lieta faccia: Accorre con liela faccia. Dar lingua: Avvisare ,
significare. Dar laude, o lode, o loda: Lodare. Dar l'oro: Zrdorare. Dar luogo
0 loco: Conceder luogo , far luogo. Dare mallevadòre: Assicurare con
mallevudore. Dar mangiare, è dare da mangià- re: Porgere il cibo ad alirui per-
chè mangi. Dar mano: Dar principio, dar ope- ra. Dar maraviglia: Apportare
mara- viglia. Dar marito: Maritare. Dar martello: Dar dolore) trava- glo. —Dar
occasione di gelosia. : Dar matèria : Porgere occasione o le- ma, Dar mattàna :
Molestare, travagliare. Dar mazzate da ciechi: Percuotere con mazza gravemente.
ar memoria: ‘Lasciar ricordo. Dar mezzo: Concedere il mezzo A , ° e l modo per
arrivare al fine de- sideralo. Dar modo," dare il modo, o dare un modo:
Porgere i mezzi, sommini- sStrare }’ opportunilà. Dar molèstia: Molestare. lar
morso , e dar di morso: Mor- dere. Dar morte, e dare a morte: Zcci- dere, . Dar
mostra: Mostrare. a’ movimento: Far muovere. ar nausea : Nauseare. Dar negli
occhi, o nell’ occhio: Presentarsi alla vista. ar nel bue: Non intendere o
osti- narsi nell’ ignoranza. ar nel cuore: Addolorare , dar cordoglio. ar nel
laccio: Esser preso al laccio. ar nella costa: Investire in lerra 219 o per
forza del catlivo tempo, o per ischivare di esser preso dal ne- mico. Dar nella
ragna, e dar nella rete: Rimaner preso alla ragna o alla rele. i Dar nella
tràppola: Rimaner preso, ingannalo. Dar nelle furie: Infuriarsi. Dar nelle
girélle: Impazzare. Dar nelle smanie: Infuriarsi , sma- niarsi. Dar nelle
vecchie: Mancar di virtù. Dar nel matto: Far cose da mailo. Dar nel mezzo:
Investire nella par- le del mezzo. Dar nel naso: Percuolere nel naso. Dar nel
pedànte: Fare o dir cose da pedante. Dar nel punto in bianco: Colpire per
appunto. Dar nel quattrino: Colpire per ap- punito nello scopo. Dar nel tisico
o in tisico: Cormia- ciare ad intisichire. Dar nel vivo: Colpire nella parte
più sensiliva. Dar ne’ lumi: Infuriarsi, adirarsi. Dar noja: Nojare. Dare
occhiàta: Guardare alla sfug- gila. Dare odòre : Rendere o esalare odore. Dave
ombra: Dar gelosia. Dare òpera, opra: Operare, accu- dire. Dare ostàggio, o per
o:tàggio: Cor- segnare persone in sicurezza. Dar pace e dar la pace: Quietare,
‘pacificare. i Dar panzane: Ficcar carote. Dar parola o dar la pavòla: Pro-
mellere con sicurezza di osser= vare. Dar parte: Dare avviso. Dar passione:
Molestare. Dar paùra: Atterrire.! Dar pe’ chiassi, e darla pe’ chiassi :
Nascosumente fuggire, o fuggire uscendo dalle vie maestre. Dar pegno, e dare in
pegno: Assi- curare allrui con meltler pegno in sua mario. Dar pena: ARecare
afflizione. Dar pensiero: ZIndur lu mente in apprensione, Dar per Dio, e dare per l'amore di Dio: Far
limosina, dare in limo- sina. Dar perfeziòne : Perfezionare. Dar per giunta:
Dare in luogo di giunia. Dar per prigione: Consegnare altrui come prigwone. Dar
polso: Animare, dar vita, Dar poppa: A4/latlare. Dar posa: Conceder riposo. Dar
potere: Conceder balìa. Dar principio: Principiare. Dar pruova o prova:
Dimostrare, pruoeare. Dar pugna: Percuofere con pugna. Dar punizione:
Gasligare, punire. Dar querela: Querelare, Dar ragguaglio : Ragguagliare. Dar
ragione: Approvare. Dav rasente: (Co/pire eicina allo sco/)a. i Dar regola:
Prescriver la regola. Dar retta: Dare orecchio. Dav ricàpito: Ricapitare. Dar
ricttto : Ricettare. Dar ripàro: Riparare. Dar ripùlsa, o darela ripulsa: Ri-
gellare, Regare. Dar ristoro: Ristorare. Dar rossore: Recar vergogna. Dar sacco
, e dare il sacco: Sac- cheggiare. Dare scolo, e dar lo scolo : Accomo- dave in
forma che l’acqua 0 si mili scoli. Dare sconfitta : Sconfiggere. Dar
seccàggine: Infastidire, inqute- tare, Dar sentenza, o la sentètnza: Ser
tenziare. Dar sepoltura: Seppellire. Dar sesto: Ordinare. Dar sicurèzza ,
sicurtà, o la sicur- tà: Assicurare. Dar signoria, o la signoria: Con- cedere
il comando supremo d’ u- na terra. Dar singhiozzi: Singhiozzare. Dar Dar sonno
: Conciliare il sonno. Dar sosta: Dar riposo. Dar sotto, o di sotto: Colpire
nella parle o sulla parle inferiore. Dare spaccio: Spacciare, condurre a fine
l'impresa. — Vendere o dar estto a checchessia. Dare spalla: Dare ajulo a
portare. Dare spasso: Apportar piacere. Dare spavento: Spaventare. Dare spesa:
Apportare dispendio. Dare sprone, dar di sprone, e dar degli sproni: Spronare.
| Dare stroppio: Impedire, porre im- pedimento. Dare sturbo: Dare impedimento.
Dar sulla bocca: Colpire nella bocca. Dar sulla voce: Interrempere la trui
discorso. Dar suòno: Render suono. Dar taglia: Mettere imposizione. Dar tempo:
Conceder tempo, indu giare, Dar termine: Zmpor termine. Dar testimoniàanza :
Far testimo nianza. Dar tormento: Tormentare. Dar tracollo: Tracollare. Dare un
pîantòne: Andarsene senso far motto. Dare up pugno in cielo: Tendare cose
impossibile a farsi. Dare uscita o l’ uscita: Dar lugo onde si possa uscire.
Dare utile: Apporfare utile. Dar vanto: Attribuir pregio. — Dar vendita, e dare
in vendita : Vendere. ‘ Dar via o dar la via: Dar luogo passare. Dar vinto:
Conceder vittoria. Dar voce: Far correr fama. Dare volta, o la volta: Yolfare-T
Far tornure indietro. RACCOLTA DI MODI DI DIRE COL VERBO S7.fRE. Stare a bocca
aptrta: Ascollare con allenzione. Stare a bottega: Eserecilare gli arte- fici
qualche mestici@a nelle lutte- ghe. Stare a brace: Sar senza conside razione. i
Stare a campo: Essere accampato. Stare a canna badata: Stare (0% tutta l'
applicazione passibile. soldo: Dar la paga a’ soldali. Stare a cappello: Esser
per l' appun- | . go interamente luminoso, nè del «lo, nè più, nè meno. tutto
al bujo. Stare a capriccio: Vivere non usan- | Stare al leggio: Leggere davanti
al do la ragione, o senza considera- leggio. : | zione. Stare al fianco
d'alcùno: Stargli Slare a caso: Vivere senza conside- allalo, assistergli. , .
razione. Stare a lira e soldo: Concorrere ai . Sipre a cavàllo: Cavalcare,
essere | conti per rata. ‘al di sopra. Stare a livello: Essere a? pari. | Stare
accorto: Aovertire, badare. Stare alla bada: .Sfare a speranza, | Stare a
chius’ occhi: Zivere senza | . 0 in aspellatica. + usare la dovuta atlenzione,
e il Stare alla bilància: Stare del parì, convenienti riguardi. andare del
pari. Stare a competenza: Compelere. Stave alla brocca: Stare gli uccelli di
Stare a conto: .So/loporsi al conto rapina imbroccati. da farsi. Stare alla
carlòona: Zivere spensie- Stare a corda: Essere nello stesso ralamente,
trascuralamente. , _ lello, essere a di;iltura. Stare alla difesa: Difendere. '
Stare ad assèdio: Assediure, tenere | Stare alla grande: Traltarsi con ma- ._
assedialo, dimorare all’ assedio. gnificenza. Stare addittro: Dimorare
addietro, | Stare alla larga: Tralltarsi larga- lenersì addieiro, cedere.
mente, o comodamente. Stare addittro : Premere, posare so- | Stare alla
lontàna: Trattarsi in lon- pra checches sia. lananza. tare a denti secchi: Sfar
senza | Stare alla pancàccia: Sedere in luo- gg Pangiare. ghi pubblici a
ragionare in conver- ‘Stare a detta: Seguire il dello degli sazione. Ì alri,
quietarsi all'opinione altrui. | Stave alla persona: Assistere. tare a dieta:
Cibarsi parcamente. | Stare alla. piana: Zivere dozzinal- Mare a diporto:
Diportarsi. menie, trattarsi ‘ordinariamente , Stare a disagio : Disugiarsi,
patir di- e senza lusso. sagio. Stare alla posta: Sfar fermo al po- Stare a
discrezione : Essere sotlo l'ar- slo opporiuno pel fine desiderato. bilrio
altrui. Stare alla prova: Sfar saldo, reggere Stare a dovere: Stare secondo il
do- all’ esperienza, venire all’ espe- cere, secondo la convenienza, giu-
rienza. stamenle. Stare alla riprova: Sozfoporsi ad Stare a dozzina: Vivere con
gli altri] ogni più rigoroso esame. a tavola comune, pagando la pai- | Stare
all’ arte della lana, seta, ec.: luita mercede. Esercilarsi nel iroffico della
la- o Stare a fidanza d’alcùno: Fidarsi di | na, ec. : lui. Stare alla sentenza
d’ alcuno: Di- Slare a galla : Sosfenersi sull’ acqua, pendere da alcuno,
essere in suo galleggiare. potere, in suo arbitrio, in sua lare a grattarsi la
pancia: Essere balia. in ozio vile. Stare alla staffa: Seguìre a piede Stare a
grembo apèrto: Sfare appa- colui, che cavalca. lecchialo e desideroso. Stare
alla strada: Assassinare. lare a guadigno: Esser frutlifero. | Stare alla
vedttta, o alla veletta: Stare a guardia : Esser custodito, es- Stare allenio
per osservare. ser in cuslodia. Stare alla vita: Incalzare, pressare. Mare a
guardia: Guardarsi. Stare alle grida : Creder quello, che Stare aiàto: Slarsene
senza appli- comunemente si dice da aliri, carsi.a cosa ceruna. senza ricercar
di vanlaggio. l Stare al barlume: Nor essere in luo- | Stare alle mosse:
Trattenersi i ca- pi 4 pi E 229 valli alle mosse, cioè al luogo, donde
principia la ‘carriera, per correre i palio. Stare alle mosse: Aver pazienza.
Stare all’ erta: Andar cauto nel par- lare, o nell’ operare, per non in-
correre in pregiudizj, o non essere grunio. | Stare. all’impazzàta: Vivere da
paz- z0, 0 inconsideralamente. Stare all’ ordine: Essere in punto, preparato, 0
acconciato. Stare al macchiòne: Essere nascoso nella macchia, procacciarsi di
mnascoso con caulela, e sicurezza avvanlaggi. Stare al pane altrùi: Stare alle
spe- ‘se altrui. Stare al paragòne: Sozloporsi al pa- ragone, non cedere,
contendere di bontà. Stare al rischio: Sodloporsi al ri- schio. Stare al
sicùro: Non correr rischio. Stare alto: Esser in parte sollevata, alla. Stare
al tormento: Star saldo alla torlura. i Stare al vento: Essere in luogo, do- 0€
Spiri vendo. . Stare a man giunte: Stare in allo unzile, e supplichevole. Stare
a mano manca: Acer il secon- do luogo, o il luogo irferigre. Stare ammalàto :
Esser infermo. Stare a modo: Esser conforme al modo dovuto. . Stare a modo
altrùi : Esser secondo la volontà, e desiderio altrui. Stare a occhi aptrii:
Slar con som- ma vigilanza. Stare a occhio teso, o call’ occhio teso: Usare
atlenzione. Stare a once: Slure a slecchetlo. Stare a ordine: Essere în pronio.
Stare a orecchi levati: Slare inlen- lissimo per sentire. Stare a oste:
Osteggiare. Stare a pane, e acqua: Cibarsi di solo pune e acqua, sfeniare.
Stare a paragone, e al paragone: Soltoporsi ul paragone, non ce- dere,
contendere di bonià. Stare a parte: Essere @ parte, par- lecipure. PARTE TERZA
Stare a’ patti o al patto: Mantenere la dala parola. Stare a pelo: Essere per
appunio, corrispondere esallamendte. Stare a perìcolo: Pericolare , correr
pericolo. Stare a petto: Slare a fronle per comballtere. Stare a piè pari o
co'piè pari: Siar con ogni comodità, e sicu rezza. Stare a pigiòne: Abitare in
una casa pagandone al padrone Ì prezzo palltuito per abilarvi.. Stare a piuolo:
Aspellare più, ch altri non vorrebbe, o ch'e’ noncon- verrebbe. Stare a proda:
Essere verso È esire- mila. Stare a propòsito: Essere in accon cio, tornar
bene. Stare a ragione: Esser secondelure gione, e le convenienze. Stare a
rigola: Osservar la regola. Stare a rilènte: Andar con riguardo in far checchessia,
non se ne rr solvere. 4 Stare a ripentàglio: Correr rischi, esser în pericolo,
cimentarsi. — Stare a rischio: Essere in rischio, correr pericolo, esser
sottoposto a pericolo. Stare a ritroso: Esser posto al con- trario. Stare al
segno o a segno: Sfar c08 rispetto, con timore. Stare a sindacàto: Esser
sottoposto al sindacalo, render conto alir@ delle proprie operazioni. Stare a
soldo d’alcuno: MiWitare pr lui. Stare a stecchttto: Zivere con istrel- lezza.
Stare a stento: SlerzZare, ciwere con istenia. Stare a studio: Tratienersi in
alt na università a effelto di studiare. Stare a tavola: Trallenersi a menso
per mangiare. Stare a tavola apparecchiàta: 40 la mensa senza briga d’ ordi-
narla. i Stare a tedio: Tediarsi. ; Stare a tinèllo.: Cibarsi nelle corb EC w-
Stare dubbio, o dubbiòso: alle mense comuni cogli altri cor- ligiani, e
servidori, Stare attento : Usare altenzione $ badare. Sare attorno a
checchessia: Aflen- dere a checchessia, usarvi diligen- za, alltenzione. Stare
a tu per tu: Non cedere a cosa veruna. Stare a vantaggio: Esser al di so- pra.
Stare a vedere: Zedere, osseroare, mirare, riguardare. Stare a veglia:
Vegliare. Stare avvertito: Usare avoerlenza. Stare bandito: Essere in bando.
Star boccone: Giacere colla faccia volia verso la parte inferiore. Star caldo :
Tenersi la persona calda. Star carpòne, e carpòni: Star colle braccia, e
co’piedi in terra a guisa d’ animal quadrupede. Star certo: Accertarsi, esser
sicuro. Star cheto: Non parlare, non re- plicare, acquielarsi. Star col cuore nel
zucchero : Ziver contento. Star coll’ arco teso: Badare, at- tendere, usar
diligenza. Star colle mani in mano: ozioso |, senza far nulla. Star comodo:
Zivere agiatamenle , o colle dovule comodità. Star con altri: persona
mercenariamente. Star confùso : Aver confusione, es- sere in confusione. Star
consolàto: Essere in consola- zione, viver consolalo. Star d’accòrdo: Vivere in
concordia, concordare. Star da parte: Essere separato, non esser partecipe.
Stare di buon cuore : nimo contento. Star digiuno: Esser digiuno , giunare.
Stare di mala voglia: Essere frava- gliato d’ animo, o di corpo. Star di male
gambe: Nom essere nel proporzionalo vigore del corpo. Star di mezzo: Non »’
interessare ne da una parte, nè dall’ alira, de nersi neulrale. Stare Star coll’
a- di- Servire alirui colla €93 Non sa- per risolversi , 0 délerminartsi. Star
duro: Persislere nella sua 0- pinione, nè da quella rimuoversi. Star fermo: Non
si muocere, fer- marsi. Star forte: rendere , proposito. Non piegare, non s’ar-
esser costanle nel suo Star fra due: Non si risolvere, es- sere in dubbiezza.
Star fra due soldi e ventiquattro | danari: Non avanzarsi punito, non
guadagnare. Stare fra il sì, e il no: Non si ri solvere, non aver certezza.
Stare fra l’ incùdine e ’1 martello : Esser di mezzo tra due contrarie forze
pressanti. Star giusto: Tornare per appunto, esser secondo la proporzione, e
convenienza. Stare grosso con chicchessia: Aver con lui principio di sdegno,
essere in mala- «soddisfazione di lui. Stare il dovere: Così convenire, es- ser
di ragione. Stare in apòlline: Mangiar lauta- menle. Stare in apprensione:
Apprendere, sospellare, dubitare. Stare in arbitrio d’ alcuno: Acere esso la
facoltà di risolvere, o far checchessia. Stare in ascolto: Porsi ad ascoltare
con altenzione. | Stare in bilico: Essere in atto di prossima cudula , non
posare con sicurezza , stare in allo di muo- versi. Stare in cagnesco: Guardare
con mal occhio , far viso arcigno. Stare in camicia : Non avere altra vesle in
dosso , che la camicia. Stare in capitàle: Non guadegnure; e non perdere. Stare
in capo al mondo: Abitare in parte lontana. Stare in cervello: Non si smarrire,
non ismagare ; stare all’ erla. Stare incognito : Tratlenersi senza far la
figura dovuta. Stare in comàndo : Esser coman- dante, comandare. : Stare in
concòrdia: Esser concorde. Stare in
contegno: Usar gravilà , aver fusto. i Stare in contemplaziòne: Contem- plare,
tener la mente fissa. Stare in contraddittòrio: Quistionare insieme coll’
avversario davanti al e. Stare in corda: Esser feso. Stare in corte: Esser
cortigiano, servire nel palazzo del principe. Stare in danno di alcuna cosa:
Non averla , perderla. Stare indarno : Stare ozioso. Stare in deposito: Essere
depositato. Stare in dispàrte: Trattenersi in luogo alquanto separato. Stare in
dubbio: Dubitare. Stare in erròre: Essere in errore, errare. Stare in tstasi:
Essere in estasi, sollevarsi a contemplar cose, che acanzano la condizione
umana, uscire de’ sensi. Stare in festa: Vivere allegramente. Stare in forse:
Dubilare. Stare infra due: Non si risolvere. Stare in governo : Governare
città, popoli, ec.; averne il governo. Stare in guardia: Guardarsi. Stare in
mano d’ alcuno: Esser in suo potere. Stare in occhi: Acversi guardia. Stare in’
oraziòne: Orare. Stare in orecchio: Tener 1’ orecchio . allento per udire.
Stare in ozio: Vivere oziosamente. Stare in pace: Badare a sè, star- sene
pacificamente. Stare in parlàre, o in paròle: Sof- fermarsi a parlare. ‘Stare
in pedùli: Esser senza scarpe. Stare in pegno: Essere la cosa ; 0 la persona di
che si tratta ) per sicurla. Stare in pena: Acer pena, penare. Stare in
pensitro: Essere in pensiero, avere apprensione. Stare in pericolo: Non piegar
più da una banda , che dall’ altra, fare equilibrio , rivolgersi sempre in
equilibrio. Stare in piedi: Esser rillo, non se- dere, non giacere. Stare in
poppa: Essere nelle navi . dalla parte della poppa. Stare in preda: Essere esposio ad esser
predalo, divenir preda. Stare in proda: Esser wicino all e- stremità , o sull’
estremità. Stare in punta di piedi: Regpersi sulle punite de’ piedi,
sollevandone da terra il rimanente. Stare in reputazione: Sostenersi, non
cedere y non calare dalle prelen- sioni più alle. | Stare in sè: Non si
accomunare con gli altri, star sulle sue, esser s0- litario. | Stare in sella:
Essere accomodelo nella sella. Stare in sentore: Sfare aspellando con
altenzione qualunque notiua. Stare in sospiri : Sospirare, essere in guai.
Stare in sull’altrui: Rubare. Stare in sulla nostra: Essere inlw- i< go
esposto al pubblico, ad efell d’ esser veduto. Stare in sulla negativa: Negare.
Stare in sulla persona: Star dini colla iesla alla. Stare in sulla règola:
Andar pi sollile, per appundo. Starein sulle generàli: Non venir e0l | discorso
ad espressioni particolan. Stare in sulle stoccate: Stare asl | tamente, e con
sottigliezza | su’ suoi vantaggi. Stare in sulle sue: Andar cauto n ‘i arlare ,
per non esser giuro. L) Stare in sul sagrato: Rilirars 0 * stare in chiesa,
cimiterio, 0 db > tro luogo sacro , o sagralo. — Stare in sul saldo: Non
partiti dal sicuro. Stare in timòre: Temere. Stare in tormento: Senti tormenti
< esser travagliato. Stare in transito: Essere in sul né è rire. Stare
in trattato: Acer frallalo, essere in negozio, trallare. Stare in travàglio:
Acer iravaglo ; vo esser travagliato. Stare in tuono: Non uscir del tuo o no,
accordare. Stare in zucca: Essere u capo 800° | perio. | Stare in zurlo:
Tratfenersi n alle: | gria, divertirsi. Star lesto: Badare attentamente. Star
mallevadòre: Esser malleva- dore. Star nel cuore: Aver presente nel pensiero.
Star nella fede: Mantener la fede. Star nel mezzo: Essere nella parle
ugualmente lontana dagli estremi. Stare ne’ suoi cenci, o ne’ suoi pan- ni: Non
s' intrisare con persona di riga superiore, non avere desiderj ) olire alla
propria sfera. Siare ne’ lirmini: Non uscir del con- venevole,
iIrallenersidentro a’ ler- qrini dovuli. Stare palise: Essere palese, dimo- ‘
rar palesemente. Stare pe’ fatti d' alcùno: Operare per li suor interessi. Star
pegno: Essere sicurtà. Star per le spese: Servire senza altra mercede, che del
villo. Stare per opera: Lavorare con pat- tuila mercede dell’ opera che si
faccia. Stare per pegno: Essere la cosa 0 la persona, di che si traltla, per
sicurià. Star presente : Esser presente. Slar provveduto, o provvisto: Esser
proovedulo, essere in pronio. Star quieto: Acquelarsi. Star ramingo : patria, e
casa palerna, senza aver luogo fermo, nè assegnamento fisso. Stor rasinte :
Esser fanto vicino, che quasi si tocchi la cosa che è allalo, esser
vicinissimo. Star vritenoùto : Esser riguardato, usare avverlenza, o
rilenulezza. Star saldo: Star fermo. Star sano : Goder sanità. Stare
scollacciàto: Porfare il collo, e parle del petto scoperto. Esser fuori della
225 Star sodo: Star duro. Star sospeso : Essere in dubbio, esse- re in
pensiero. Stare sottosòpra: Essere colla parte superiore di sotto, e colla
inferio- re di sopra. Star su due piedi: Essere in tstalo sicuro. Star sul
cuore: Aver pensiero gran- dissimo. Star sul grande, o in sul grande: Usar
fasto, vivere con allerigia. Star sul grave o in sul grave: Usar porlamenti, e
maniere graoi, vive- re con gravità. Star sull’ ali, o in sull’ ali: Volare.
Star sull’ ali o desto in sull’ ale: Es- sere in desiderio, o risoluzione di
muoversi; stare in punto per par- dirsi. Star fede. Star sulla regola: gola.
Star sulla sua: Tener suo grado, star sul grande. Star sull’ avviso: Procurar
d?’ esse- re avvisalo, far diligenza per aver notizie. Star sulle spese: Zivere
con ispesa? vivere fuori della . propria casa con dispendio. Star sull’ orlo di
checchessia.: Esser prossimo a fare, o a oitener chec- chessia. Star sul.
taglio 0 in sul taglio: Vendere panni 0 drappi a mi- nuto. se Stàr sul
vantàggio: Procurare in- dustriosamente i proprj vantaggi. Star terra terra:
Essere in basso slalo. Star vestito: Aver Ze vesti in dosso Stare zitto:
Tacere, non parlare. sulla paròla: Maniener la Osseroare la re- RACCOLTA DI
MODI DI DIRE COL VERBO FARE. Fare àbilo, o l'abito: Assuefarsi. Fare abuso:
Abusare. Fare a'capèlli: Acciuffarsi per li ca- pelli contrastando. Fare
accalteria: Accatltare. Fare acciàcco: Danneggiare rhessia. Gram. Lal. come+-
Fare accorto: Informare s rendere avvisalo. Fare a comune: Parzecipare ad al-
cuno le propriè cose. . Fare a credere: Dare ad intendere. Fare a’ cozzi:
Cozzare. 30 226 PARTE Fare acqua: Passar l' acqua per le fessure della
nave.—Pisciare. Fare afa: Venire a noja. Fare a fanciùllo: Non istare nel
concerlalo come fanno i fanciulli. Fare a far peggio: Fare alla peg- gio. Fare
affàto: Operare senza distin- zione. Fare a fidànza: curlà. Fare a gara:
Compelere. Fare agio: Compiacere. Fare a giova giova: Ajutarsi ?° un ? altro.
Fare ala: Allargarsi dando luogo a | chi passa. Fare al fatto: Importare. Fare
alla carlòna: Operare frascu- ralamenle. Fare alla grappa di qualche cosa:
Gareggiare a portarsela via. Fare alle braccia: Fare alla lolita. Fare
allegrezza: Rallegrarsi. Fare alla pugna: Percuofersi ovicen- devolmente colle
pugna. Fare altàr contro altàre: autorità conlro autorità. Fare alto: Fermarsi.
: Fare a miccino: Consumare a poco per volla. Fare ammenda, o l’ammènda, o
eménda : Risarcire il danno. Fare a modo: Operar bene. Fare a’ morsi e a’
calci: Fare una . fiera contesa. Fare andar per filo: Costrignere ad
accomodarsi all’ altrui volontà. Fare ànimo : Rincuorare, animare. Fare aperto:
Far manifesto. . Fare a posta: Operare a bello stu- dio. Fare a propòsito :
materia. Fare a rovescio, e arrovescio: Ope- rare al contrario. Fare arte:
ZEsercitare arle. Fare a’ sassi: Percuolersi co’ sassi. Fare aspro piglio: Mare
mal piglio. Fare assàggio: Assaggiare, far prova. Fare a stento: Operare con
leniezza. Fare atto : Gesteggiare, far gesto. Fare avànzo: Far guadagno ,
acqui- slo. Fare avvisàto: dar nolizia. Trattare con si- Opporre Tornar bene
alla Rendere avvisato, Far bachi:
Generar bachi, Far baldoria: Accender fuoco. — Dare indizio o segno d’
ullegrezza. — Consumar lutto il suo acere, dandosi buon lenpo. Far bambine o
una bambina: Com- meltere errori, leggerezze. Far banchètto: Apprestar
banchello. Far banco: Esercitar l arle del ban- chiere. Far baratteria:
Ingannare. Far batosta: Contendere con pa- role. Far beffa: Burlare, ingannare.
Far bica: Ammassare, ammu- chiare. Far bisògna , o le bisògne: Fare i fatti o
le faccende. Far bocca da ridere: Dar sregno d voler ridere. Fare bottega :
Esercitar bollega, e ser bollegaio. Fare bravàte: Braoare. Far breccia: Aprire
le muroaglie, + i terrapieni, colle arliglierie 0 colle mine. Far brigàta: Far
conversazione d buon tempo. Far buona o mala cera: Cibarsi bene, o male. Far
buona vita: Mangiar bene, low tamente. Far callo, o il callo: Diveni co loso,
incallire. Far cammìno, il cammìno: Cam minare. Far canzòne: Cantare, compor
con Zoni. Far capitàle, o il capitàle: Penso di valersi di alcuna cosa. Fare
capolino: -Affacciarsi di 50 piallo. Far cappòtto: Rocesciarsi del basti mento,
sicchè rest la chiglia s0- pr’ acqua. Far carestia, e a carestia : Adoprar con
riseroo 6 a miccino. Far carne: Ammazzare,, predare. Far carrièra, o la
carriera : Correre. Far caso: Stimare , importare. , Far castelli in aria: Mare
disegni vano.—Pensar cose vune € impos sibili. Far càuto : Assicurare , dar
sicurtò. Far cedobonis: Far cessione a' ere ditori di tutti ì beni. n N. Far
ceffo: Far muso, mostrare d'a- ‘ vere per male una cosa. Far cenere:
Incenerire. Far cenno, o un cenno: efccen- nare. Far cerca: Cercare. Far
cerchio : Piegare. Far certo: Certificare. Far chiaro: Chiarire, certificare.
Far chiasso : Romoreggiare , stre- piulare. Far chiosa, o la chiosa: Chiosare.
Far ciancia : Cianciare. Far coda: Andar dietro altrui per corteggiarlo. Far
coleziòne : Cibarsi da mattina avanti di desinare. Far colònna: Dare appoggio.
Far colpo: Colpire. — Conseguire queslo che si desidera. Fare come i colòmbi
del rimbussàto: Siar musorno. sa Fare come il podestà di Sinigaglia : Comandare
e far da sè. Fare come i pìfferi di montagna: Andar per dare, e toccarne. Fare
come la putta al lavatòjo: Vale cinguetlare. Fare come l’ asin del pentolàjo:
Fermarsi ad ogni Iratto. Far comènto, o il comtnto: In- lerpetrare , esporre. |
Fare come va falto: Far bene, far perfettamendle. Far comparsa : Comparire. Far
complimento : Complire , dir parole di cerimonie. Far composizione: Convenire,
com- porsi. Far concttto: Immaginarsi, pro- porre. Far concilio, o il concìlio:
Adunare concilio. Far ‘concistoro: Adunar concistoro. Far consapevole :
Aovisare , infor- mare. Far consùlta: Consultare. Far conto , a il conto :
Eslimare, re- putare. Far contratto: Stipulare strumento, o scrittura pubblica.
Far convito: Conoitare. Far coròna: Circondare. Far corno: Mettere in massa.
Far corrotto: Piangere , far pianto. Far
cotenna , 0 buona cotènna: Ingrassare. Far credere: Persuadere. Far creditore
uno: Scrivere alla partita de’ debiti il danaro rice- ovulo. Far crepatura :
Crepare, aprirsi in iscrepoli. Far croce: Arrecarsi le braccia al pelto, a
guisa di croce, in alto di preghiera. Far daddovero: mentle. Far dall’ a alla
zeta: Far fullo. Far da vero : Operar risolutamente. Far del ben bellèzza: Far
bene as- sai; ma si dice più per ironia, e allora vale Spendere, scialacqu are
quanto uno ha. Far del grosso: Sfare in contegno. Fare della necessità virtù:
Fare per necessità una cosa y che per altro non si farebbe. Far delle paròle
fango: Mancar di parola. Far del magno: Ostentare magni- ficenza. Far del
resto: Giuocare di tutto quel denaro che uno ha davanti. Fare derràta grande:
Dare per poco prezzo. Far diàvolo, fare il diavolo: Usare ogni sforzo. Far di
chino: Piegarsi, dichinarsi. Fare di fatti: Operar senza far parole. Far digestione:
Digerire. Far di mano: ZLavorar di mano. Far di meno: Far senza , o fare Operar
risolula- altrimenti. Far di mestitri: Fur di bisogno, bisognare. Far dimora, o
dimorànza: Dimo- rare. Far di quel che non si vorrebbe: Far cose che non si
ovorrebbero fare. Far di quelle: Fure delle cose stravaganti. Far diritto:
Amministrare giustizia. Far dirittura : Operar rettamente. Far discorso :
Discorrere , ragionare. Fare diségno, o un distgno : Pen- sere, disegnare. Far distéso, 0 un distéso: Disten- dere o
mettere in iscrillo. Far divitto: Proibire. Far divizia: Regsalare largamente.
Far di voglia: Far volentieri. Far doglia: Recar dolore. Far dogliànza:
Dolersi, rammari- carsi. Far dono: Donure, concedere. Far dovere, o il dovere:
Operare secondo la converienza. Far dura: Durare, resistere. Fare ecctito:
Eccelluare. Fare effitto : Operare. Fare eletta: Scerre, scegliere. Fare erba,
o l’erba: Scegar ? erba, raccor Î' erbo. Fare esecuzione: Eseguire. Fare
estrcito: Radunare, a;nmas- sare. Far faccende: Operare assai. Far faccia, fav
faccia tosta: Esser sfacciato , ardilo. Far fagotto: Affardellare. Far fallo:
Far errore, o torto, Errare. Fare falò: Far baldoria. Far fatto: Operare. Far
favore: Favorire. Far fazione: Unirsi in fazione. Far fede: Testimoniare. Far
fedeltà, o la fedeltà, Giurare fedeltà. Far feria, o feriàto: Asfenersi dal
luvorare. Far festa, o la festa: Fesdeggiare. Far fidecommitsso, 0 fidecommisso
: Assicurare , 0 vincolare una cosa in forma , che ella non si alieni dal
possessore. Far fine: Firire. Far finta: Fingere. Far foce: Sbaccare. Far forte
: Forlificare. - Far forlùna: Guadagnare ;, arric- chire. Far frvacàsso : Far
romore. Far franco: Francare. Far frutto: Frutlificare. Far fuoco: Accender
fuoco. Far furto: Rubare. Far gala: Usar magnificenza, Far gara: Indurre
confusione. Far garbiglio : Indurre confusione. Far gente: Assoldar milizia.
Far ghiotto: Indurre avidità. Far giornàta : Consumars il giorno. Far giostra:
Giostrare. Far gita: Camminare, fare eser- cIziO. Far giudizio: Giudicare. Far giuoco:
Fare scherzo. Far glosa: G/osare , ghiosare. Far gola: Indur desiderio. Far
gomito: Si dice de’ muri quan do escono dalla loro dirillura. Far govèrno di
checchessia : Dispor- re di quella tal cosa. Far grande,: Zugrandire, aggran-
dire. Far grido : Gridaré. Far groppo: Aggroppure. Far guadagno : Guadagnare.
Far guardia : Guardare, cuslo dire. Far guasto: Deoastare, guaslare Far guazzo
: Bagnare eccedente mente. Far guerra : Guerregsgiare. Fare i convenèvoli: Nar
le cirimo nie. Fare il becco all’ oca: Terminare D impresa felicemendle. Fare
il conto senza l'oste: Pro mellersi troppo , per non aer provvedulo ogni cosa.
i Fare il covo: Fare il nido. — Di morare , stanziare. , Fare il fatto suo:
Fare i suo teresse. Fare il galàote: Amoreggiare.. Fare il nanni: Zirgersi
semplice. Fare il suo partre: Fare a SU modo. Fare il pazzo: Diportarsi da pa»
Fare il pianto: Abbandonar chee- chessia, non vi pensar più. | Fare il ponte
d'argento: Fare 08 buon parlilo ad altri, perchè st ne vada. . Fare il potere,
o il suo pottre : Fare il possibile. Fare il ricco: Osfentare ricchezza. Fare
il santo: Affettar sanità. Fare il tenòre: Candare in chiave di tenore. : Fare
il voltre d'alcùno: Compia- cer’'o, far la sua voglia. Fare imbroglio:
Imbrogliare. Fare impeto: Spignere, e so PT po 2° iù ‘“ Fare imposta: Imporre
gravezza. Fare impresa: ZImprendere. Fare inceita: Zncellure. Fare inceitta di
chicchessia: Cer- carne. Fare incontro , o incontra : Incon- trare. Farsi
innànzi: Accostarsi, appros- simarsi. Fare inquisizione: Diligenlemente ri-
cercare, inquisire. Fare intltso: Rendere allenio. Fare inventàrio:
Zrnoentariare. Fare invito : Incilare. Fare iva: Concilare ira. Fare i volti:
Conzrafare la faccia d’ alcuno. Far la civetta: Dicesi delle donne che iroppo
vanamente amoreg- giano. Far la gatta morta, o la gatta di Nasino: Fingersi
rimesso e ad- dormenlalo. Fav la guardia: Guardare, cusio- dire. Far la luna:
Rinnovarsi la luna. Fare lamentànza: Lamentarsi. Fare Ja ninna nanna: Usere una
canlilena propria per addormen- ture i bamlinzi, nel cullarii. Far la paràta:
Medlersi in ordinunza di parata per ricevere o fare onore o qualcuno. Far la
pera: Apporlare alirui di nasco:0 , e maliziosamente alcun pregiudizio grande.
Far lappe lappe: Si dice quando al- cuno desidera ardentemente al- cuna cosa.
Fare larghizza: Usare Nberalità. Far la ronda: Mare la guardia. Far la serpe
tra l’angaille: Essere accorto , e fraltar co) semplici. Far laude: Operar
laudecolmente. Far la zuppa nel panitre: Mur cosa mulile, 0 che non può
riuscire. Far lega: Collegar.i. Far legge: Costituir per legge. Far legne:
Tgliar legne. Far le màschere: Andare in ma- schera. Far le none: Prevenir
colle porole colui, che sì crede voler richieder di checchessia, con dir di non
averla. | Far 29 Far lesso : Lessare. Far le stimite , e le stimate: Alzar le
mani per la maraviglia. Far letto: Acconciar sostegno, 4 checchessia a guisa di
lello. Far leva: Levar soldatesca. Far levàta: Lecare, alzare. Far libbra, o la
libbra: Mandare imposta. Fare le voci: Contraffare la voce di alcuno. Fare
lieta ricevùta: Far liela acco- glienza. Far lieto: Rallegrare. Far limòsina:
Dar limosina. Far l’ indovino: Conghietlurare, in- dovinare. Far loco: Cedere
alirui il passo. lar lo spivituàle: Fingere di essere devolo o simile. Far
luce: Far lume. Far lungi: AW/ontanare. Far luogo: Conceder luogo. far lustro:
Render lustro. Far macello: Xure strage ; dere. Far magazzino: Adunare insieme.
mal d’ occhio: dffascinare, ammaliare. Far maleficio: Commetter delitto. Far
mal giuoco ad alcùno: Far- gli offesa grave. Far malia: Usare arti diaboliche.
Far mal piglio: Fare atto col vollo, con che st esprime naturalmente
dispiacere. Far mal volto: Guardar di mal oc- chio. Far marav'glia: Cagionare
ammi- Tazio. Far martirio: Dar martòr/. Far masserizia: Usar parcamente di
checchessia. Far matitzza: Operar scioccamente. Far memòria: Ricordare, rammen-
lare. Far menziòne: Mentovare. Far mercàto: Mercaniare, conirat- lare. Far
mercè: Dar guiderdone, con- ceder premio. Fare mestitre, o mestitro: Professa- re
arte, far bottega. Far mestitri, o mestitro: Bisognare. Far miràcolo: Operar
miracolo. ucci- 250 Far mischia: Venire a questione, a rissa. Fare misericordia
: Usar misericor- dia. Far moine: Far carezze. Far monte: Mellere in monile,
am- montare. Far mossa: Muoversi, dare segno di muoversi. Far mostra, o la
mostra: Mostrare. Far motto: Parlare. Far nimico o nemico: mico. Fare noja:
Nojare. Farsi nome: Acquistarsi nome 0 fama. Far notorio: Render noto, b pub-
blico. Far nozze, o le nozze: matrimonio. Fare obbligo: Obbligarsi. Fare
occhio, o d’ occhio: Accenna- re, dar d’ occhio. Fare occhiolino: Dar d’ occhio
col chiuderlo. Fare oltràggio: Oltraggiare. Fare ombra: Jiender ombra.— Dare,
prendere sospello. Fare oraziòne o |’ orazione: Orare. Fare orecchie: Dare
orecchio. Fare oste: Guerreggiare. Fave osteria: Tener l osteria, dar mangiare
e bere a prezzo. Far palese: Palesare. Far pancàccia: Adunarsi o fermar- st a
discorrere in luogo esposlo al pubblico. Far pane, o il pane: Impastar la
farina. Far parentàdo: Imparentarsi. Far pari: Pareggiare. Far parlàta:
Parlare, ragionare. Far paròla: Parlare. Far parte: Far separazione. Fare
partita: Partire. Far partito : Concludere un negozio. Far pastùra: Far
maneggio per ade- scarej porgere alletlamenti. Far patto, o il patto:
Patleggiare. Far pazzia o le pazzie: Operar pazzamente Far pecca: Fullire. Far
pedùccio : Ajulare , o sostene- re altrui colle parole. Render ni- Conirarre
PARTE TERZA Far pellegrinaggio: Andare in pel- legrinaggio a visitare Ù luoghi
santi, Far penitenza: Soddisfare penal- mente pe’ falli commessi. Far pensiero:
Pensare, far conto, far ragione. Far perdono o perdonànza: Conce- der perdono.
Far pianto: Piangere. Fav piazza: Spianar le case per ri- dur quel sito in
forma di piazza. Far pietanza : Dar da mangiare. Far pilastro, o pergola: Star
fer- mo, senza operare. Far polvere: Far sollevare la pol- vere. Far popolo:
Adunarsi pubblicamen- le, o metlere insieme gente. Far posa: fermarsi. Fav
pràtica: Praticare, acqui:tar pratica. Fare pregio: Render pregevole: Fare
presa: A4laccarsi, appigliarsi assodare. Fare presa, o la presa: Rappigliarsi,
assodare. Far pressa: Importunare, incalzare. Far presso: Accostare, apressare.
Far prigione: Catturare. Far pro, o prode: Apportar utile. Far procaccio:
Procacciare. Far prodtzze: Operar con calore. Far propòsito: Proporre in sè
slesso, con risoluzione d' eseguire. Fav prova o pruova: lare esperienza. Fare
pubblico: Pubblicare. Fave pugna: Combattere, pugnare. Fare pulito: Far bene, e
netla- menle checchessia. Far punto: Fermare di parlare. Far querimònia:
Dolersî, ramma- PICUTMSI. Far quistione: Muover dubbio. Far radice: Radicare.
Far razza: Generare. Far resto, o fare resto e saldo: Fi- nire, terminare,
saldare. Far vetta: Mar resistenza. Far vicevùta: Far accoglienza. Far'ricòlta,
6 raccòlta, o la ricò!- a: Raccogliere. Far ricordo: Mur menzione. Far ricorso
: RiLorrere, Far ripàro: Riparare. w& . *- TIMOLOGIAE Far riso: Ridere,
Far ritiràta o ritràtta: Rilirarsi, ri- cogliersi. Far romòre: Romoreggiare.
Far rosta: Fermarsi più persone in giro, per impedire checchessia. Fare sacco :
Adunarsi, e fermarsi le materie in alcuna parte. Far sacramento : Giurare. Far
salita: Salire. Far sangue: ZVccidere. Far sano: Rimetlere in sanità. Far
scala: Fermarsi în alcun luogo. Far scalpore : Far rumore, stre- pito. Fare
scàndolo: Scandalizzare. Fare scemo: Si dice di chi non può riscuotere l'
intero credito. Fare scempio: Fare strage, uccide- re crudelmente. Fare
schermo: Schermirsi. Fare scherna, o scherno: Schernire. Fare schiavo: Ridurre
in ischiavitù. . Fare schiera: Schierarsi ° Fare scommèssa: Scommellere. . Fare
sconfitta: Sconfiggere. ‘ Farsi scorgere: Farsi conoscere. — Farsi burlare. ‘
Fare scorla: Scorfare. ‘ Fare scritta: Ridurre în iscrittura, contrallo, accordo
o simili. ‘ Fare scrùpolo: Meter dubbio. Fare scudo: Far riparo, far difesa.
‘Fare scusa o la scusa: Scusarsi. Far segnàle: Far segno. Far segno: Dar cenno,
dar dimostra- zione. Far sembiànte o sembiànza : Far se- gno, dimosirazione.
Far senno: Operare con senno, giudiziosamendle. Far sentore: Far romore. Fare
serenàta: Andar con canti e suoni, avunti la casa della dama per lo sereno
della notte. ar sermone: Parlare, sermonare. Far serra: Zncalzare, opporsi con
tutte le forze. Far sessione: Znirsi a consuliare sopra alcun affare. Farsi
sete ad alcuno: Venirgli sele. Far setta: Unirsi per alcun fine particolare.
Fare sforzo: Sforzarsi. Far siepe: Chiudere, circondare. Fare soggiorno: $Soggiornare, dimo- rare.
Fare somma: Mettere insfeme più cose. Fare spalla: Dare appoggio. | Fare
spallùcce, o Di spallùccia: Raccomandarsi. Fare spariziòne: Sparire. Fare
spervimento: Sperimentare. Fare spettàcolo: Rappresentare, re- cilare. Fare
stanza: Dimorare, trattenersi. Fare stare: Tenere a dovere. Fare stenio': Patire.
Fare stilica: Generare stitichezza. Fare stomaco: Commooere, pertur- bare lo
stomaco. Fare strada, o la strada: Andare avanii mostrando la via. Fare
strazio: Sraziare. Fare strida: Stridere. Far taccio, o un taccio: Non con-
teggiare minutamente , ma con- cordare i conti così alla grossa per finirgli.
Far taglia: Mer lega. Far tavola: Tener convito. Far tempòne: Stare in
allegria. Far tenzone: Combattere, tenzo- nare. Far tesoro: Tesaurizzare. Far
testa: Opporsi, resislere, di- fendersi. Far trasporto: Trasportare. Far
tregua, o triegua: Sospender l offese, sospender l' armi. Fare tribunale:
Ammunistrar giusti- zia. Far tumùlio : Tumultuare. Fare vantàggio: Zantaggiare.
Far vedere: Operar ch’ altri vegga. Far veduta, o veduto: Far sem- bianza , far
vista. Far vela: Disfender le vele, e an- dar via. Far velo: Velare, coprire.
Far vergogna: Apportar disonore. Far vezzi: Vezzeggiare. Far via: Aprir la via.
Far vigilia: Digiunare il dì che pre- cede alla festa. Far vile: Render vile,
aovilire: Far villania: Offendere, usare scor-: lesia. \ Far visita:
Yisitare. i Far vista, viste, o le
viste: Zin- | Fare usanza: Usare. gere, simulare. Fare uùtile: U4lizzare. Fare
vizio: Operare oiziosamente. | Fare zitto: Fare piccolissimo ro- Fare una cosa
fatta: Giudicurla per more. i Salta. Fare zuffa : Combatlere, assuffarsi Far
voglia: Indur desiderio. Fare zuppa: Zazuppare. Fare uopo: Fare di bisogno.
OSSERVAZIONI SULLA PROSODIA DE' VERBI IN ARE. S. IL L' accento tonico della
voce dell’ infinito trovasi sempre sulla prima vocale della desinenza radicale
are. Nelle altre voci della conjugazione, (eccetto nelle 3 per- sone singolari
e nella terza plur. del te:npo presente de' moli indicativo, soggiuntivo e
imperativo), l'accento suddetto si f parimeate seatire sopra una delle vocali
componenti la det nenza derivativa, sebbene non in tutte sulla prima, come: pr.
pres. ante; par. pass. dlo; ger. àndo. INDICATIVO VRES. -2.1/m0,-ale. Tempo
imperf.-èv2,0 -àvo,-àvi,-ùva,-avàmo,-avàle -.i00 no. Pass. def.
-az,-àsti,-ò,-ammo,-àste.-àrono. Futuro -erò,-eràl,-era,-erémno,-eréte,-erànno.
SOGG. Pres. -/amo,-iùle. i Imperf. -dssi,-àsst,-asse,-Gssimo,-ùste,-àssero. uni
CONDIZION. pres. -eréi,-erésti -ertbbe s-eremmo yeres erebbero, o -erìîbbono
(28). Sono queste regole universali senz'alcuna eccezione; I quel che
generalmente cagiona non piccola perplessità, ser tamente agli stranieri, si è
il sapere in su quale delle sillabe si debba far sentire l' accento tonico
nelle tre persone sig € . nella terza plur. del tempo pres. de’ modi indicat. soggua
e imperat.; conciossiachè la desinenza, che in esse sostituiscett alla
radicale, non consistendo che in una sola vocale, l° accento deb5besi far
sentire sopra una delle antecedenti vocali: 00! maggior male si è, che è cosa
difficilissima, anzi quasi IM possibile, il guidarli in questo particolare con
sicurezza, muli > essendovi nell’ idioma italiano di più irregolare ed
incerto. Ciò (25) La più parte de’ Toscani, contrario alla regola, fanno per lo
più i sentire l' arcento tonico sulla prima vocale delle desinenze avamo,
acat*; | evamo, evàle, ivàmo , ivàale, pronunziando essi amdoamo, credecamo»
dormìivamo;amàvale, credèvate cc., e si\ha da molti per una pronun?!! affettata
il dire amavàamo, credevamo, dormivamo; amovate, eredevale, i sentivale ec. e:
(26) Queste regole sono comuni a’ verbi di tutte le conjugazioni. non ostante,
puossi chiarir la cosa stabilendo alcune regole, le quali, comechè sieno ben
lungi dall’ esser generali e ‘co- santi, pure sarà util cosa il prenderle per
norma; perocchè val meglio un sol raggio di luce che un intero bujo. Si os-
servino adunque le seguenti quattro regole. S. II. Prima regola. I verbi, che
nell’ infinito sono di tre e di quattro sillabe, ricevono l'accento tonico,
nelle per- sone suddette, in sulla prima sillaba, come (27): AMARE, amo, ami,
ama, àmano, ami, amino. OPERARE, òpero, òperi, opera, operano, òperi, operino.
CARICARE, carico, càrichi, carica, cùricano, cùrichi, càri- chino. | Cee e;
BRONTOLARE, bròntolo, bròntioli, bròntola, bròntolano, bròn- toli, bròntolino,
ec. Scconda reg. I verbi che nell'infinito hanno cinque o più sillabe, ricevono
l'accento sull’antipenultima sillaba, come: DISSIMULARE, dissimulo, dissimuli,
dissimula, dissimula- no ec. | DIMENTICARE, dineéntico, dimentichi, diménitca,
diménti- cano ec. | AMMORBIEDARE, ammòrbido, ammòrbidi, ammorbida, am-
morbidano ec. | | DesipEnARE, desidero, desideri, desìdera, des>derano
ec. PREGIUDICARE, pregiùdico, pregiùdichi, pregiùdica , pregiù- dicano ec. 0
INTITOLARE, intilolo, intitoli, inttola, inttolano ec. Terza reg. Ne verbi, di
quante sillabe essi sieno nell’ in: finito, in cui la desinenza radicale are
sia immediantemente preceduta da due consonanti, separabili uel sillabare,
l'accento si fa sentire in sulla penultima si;laba, come: . , (27) Questa
regola debbesi intendere solo pe' verbi semplici, imperoc- ch ne' composti,
cresciuti di una sillaba mediaute qualcuna delle particelle iniziali ad, af,
ap, as, co, con, dis, in, ri, ec, che ricevono, l’ accento debbe cadere sulla
stessa sillaba che quella de’ loro semplici, divenuta la seconda a cagione
dell’accrescimento, come: Adombràare, adòmbro ec. Affer- mare, affermo ec.
Appigliàre, appiglio ec. Assaltàare, assalto ec. Cooperàre, toopero ec.
Conservare, consèroo ec. Induràre, indùro ec. Insalàre, insà- lo ec. Riamàre,
riàmo ec. Soffre poi questa regola alcune altre eccezioni, ome: Onorare, onoro
ec. Consolare, consolo ec. Anneràare, unnèro ec. lalicàre, fatico ec. Abdicàre,
abdico ec., e forse alcuni altri. Sonovi poi dei verbi che ricevono l’ accento
indifferentemente o in sulla prima o in sulla seconda sillaba, come in
Miglioràre, mìglioro o migliorò, cc. Pèggioràre, Pèggioro, 0 peggioro, ec.
Disputàre disputo o dispùto ec. Reputàre, reputo, 0 reputo, ec. Impetràre
tmpetro, o impètro ec. Gram. Ital. 31 lati 254 PARTE TERZA ASSENTARE, assénto,
assénii, assénta, asséntano, assenti assentino ec. (28 ANNULLARE, annùllo,
annùlli, annùlla, annùllano ec. ATTERRARE, aftérro, atterri, attérra, attérrano
ec. AVVEZZARE, avvézzo, avvézzi, avvèzza, avvézzano, awézzi, | avvéezzino ec.
CONTEMPLARE, contémplo, contémpli, contempla, contémpla- | no, contempli,
contemplino ec. “cl DIsTILLARE, distìllo, distilli, distilla, disùllano,
disùll, distillino ec. Pi uarta reg. Ricevon pure l' accento in sull’ antepenuli-
| ma sillaba i verbi finienti in TARE, come: \ CALUNNIARE, calùnnio, calùnni,
calùnnia, calùnniano, &. | INSIDIARE, insìdio, insìdii, insìdia,
insìdiano , ec. ; RISPARMIARE, rispàrmio, rispàrmi, rispàrmia, rispàrmw | no
ec. UMILIARE, umilio, umìlit, umilia, umiliano ec. (29). S. IV. Il participio
passato de’ verbi della prima con ‘gazione non ha che una sola cadenza, cioè
ATO, la quale se condo la variazione di genere e di numero cambiasi in ala,
ati, ate; e notisi che nella lingua italiana molte sonovi voci che al primo
sguardo pajon semplici addiettivi, ma che realtà sono sincopi de'rispeltivi
participj passati (levatone l ‘due lettere 4 e #) e spesse volte per proprietà
di lingua si trovano come tali usate presso i classici autori. Eccone alcune: at
in» ri Accòncio per Acconciàto | Adorno | » = Adornòìto di Avvèzzo » AvVvezzàto
; Cerco » Cercàto n) Compro, o còompero » Comprìto, o comperilo * Concio »
Conciàto i Casso » Cassàto . Crespo » Crespàto È Desto » Destàto A “ Domo »
Domìto n Fràcido ». Fracidìto i Guasto » Guastàto (28) Ma quando le due
consonanti sono inseparabili nel sillabare, l'ac- cento cade in sulla prima
sillaba ne verbi semplici, e in sulla secon ne’ verbi composti, a cagione dell’
accrescimento. Celebrare, cèlebro & | Calcilràre, càlcitro ec.
{nlegràre, ìniegro ec. Reinlegrare, reintegro cc. |. (29) 1 verbi Aoviàre,
deviàre, inviàre, ovviare, travire, desiare, esp | àre, ricevono l’ accento in
sull’ i che precede alla desinenza radicale 074 | come; Avvio, acvii, avvia, avviano
cc. Decio cc. Invio ec. Uvoerio € Tiavie ec. Desio ec. Espio cc. Ingombro ,
ingòmbero per Ingombrìto, ingomberàto . Làcero » © Laceràto Lasso ” Lassàto
Lièvito » Lievitàto Màcero » Maceràto Mostro » Mostràto Mozzo » Mozzàto Netto »
Nettàto Pago » Pagàto Pesto » Pestàto Privo » Privàto Salvo » Salvàto Sazio »
Saziàto Scemo ” Scemìto Sgòmbero » Sgomberàto Scalzo » Scalzàto Tocco »
Toccìàto ‘ Tronco » Troncìto Trovo » Trovàto Volto » Voltàto ec. CAPITOLO VI.
OSSERVAZIONI GENERALI SU' VERBI DELLA SECONDA CUNJUGAZIONE. 8. I. Quanto
facile, sicura, e breve offresi a chiunque la via dell'apprendimento de’ verbi
in are, sì per l’ uniformità del proceder loro, comune a tutti i verbi della
stessa desi- nenza (1), sì pel ristrettissimo numero di quelli che dalla Tegola
comune, o intieramente, o in parte s' allontanano , tanto più ma'agevole, e
lungo, è 11 cammino che solo con- uce ad un'intera e perfetta conoscenza de'
verbi della 2a. e Fa. ‘ Conjugazione; imperocchè in primo luogo pochi sonovi di
quelli stessi, tenuti in conto di regolari, il numero de' quali è pur piccolo,
che non soffrano in questa o in quella voce qualche eccezione, o che non sieno
in qualche parte difettivi : indi presentasi un interminabile numero di verbi
irregolaris- smi, molti dall’ infinito in giù quasi per tutto il corso della
Conjugazione; altri ne’ tre principali loro modi; altri nel tempo (1) Non
debbonsi già noverare.tra le anomalie della prima -conjuga- Zione, nè tenere
come infrazioni all’ uniformità del suo andamento, quel- le variazioni ortografiche
che già indicammo doversi praticare ne’ verbi In care, gare, e iare (veggansi
le note 2, 4 e 8, della conjugazione di Lodare), variazioni che basate sulle
leggi della pronunzia, sono esse stes- se uniformi, giacchè sempre, e solo
dalle stesse concorrenze dipendono. 256 PARTE TERZA | : passato definito, e nel
participio passivo ; altri, sebbene re: golari, sono difettivi; altri
finalmente sono e irregolari, e di- fettivi; e se a tutto ciò s'aggiungano le
anomalie antiche, e quelle meramente poetiche, in molti verbi irregolari
affatto differenti dalle voci comuni, come mai non ismarrirsi in un così
tortuoso laberinto? Certo, se pretende condursi lo studioso attenendosi al
filo, portogli dal comune delle grammatiche, dopo lunghi e penosi giri, egli
dovrà alla fine esclamare col poeta: Nel luberinto enirùi, nè veggio ond'esca;
nè può ne garsi esser non meno arduo l'assunto di chi imprenda di servirgli di
guida, e condurnelo fuori per le più brevi e meno scabrose vie. Se seguir
dovessi la strada, aperta già dal Pistolesi, al largata dal Mastrofini, e resa
poi più piana dal Compagnom, per bella ed instruttiva ch'essa sia, ingrosserei
di soverchio i volume della presente esposizione grammaticale, senza, forse,
con ciò fare, renderne questa essenzial parte gran fatto più chiara; imperocchè
anche le dottissime opere de’ prelodati av tori, pe'sapienti più che per quei
che non sanno, pajono scritte. Proverommi adunque nelle seguenti pochissime
pagine, se mi riesce, di unire alla concisione la chiarezza, e far sì, che leg.
gendo poco, molto s' impari, e che così allo studioso straniero, come
all'italiano, nulla rimanga a desklerare di quel che per la perfetta sua
instruzione giovigli sapere. , $. H. Comealtrovegià accennai, i verbi anomali
della secon- da conjugazione eccedon d’assai in numero i regolari. Comm cerò
pertanto con dare un elenco di questi ultimi, tra'quali pè vecchi trovansi, 1
quali, comechè in tutto il rimanente sieno regolari, portano nondimeno in
alcune loro parti delle vane- tà, per le quali in rigore essi pure
meriterebbero esser chs sificati tra gli anomali. Ma quel che prima d'ogni cosa
occor- re notare, si è che, non compresovi il verbo avere (2), novi, circa
sessanta verbi, tra semplici e composti, della sud- detta seconda conjugazione,
ne’ quali la prima e, componente la desinenza radicale ere, pronunziasi lunga,
e sono: 1 B-îre, imb-ère, rib-ére, strab-ère. Cad-ère, accad-ére, &- |
cad-ére, ricad-ère, scad-ére. Cap-ére. Cal-ére. Dol-ere, condo I-ersi. Dov-ére.
Giac-ére. God-ére,
rigod-ère. Par-ère, appare re. Persuad-ere, dissuad-ère. Pent-cre, ripent-ère.
Piac-ére. com- piac-ere, dispiac-ere, et "Po'!-ére. Riman-ére, Sap-ert,
risap-ère. Sed-ère, rised-ère, possed-ére, presed-ère, soprassed‘- re. Sal-ere.
Tac-ère. Tem-ére. Ten-ére, apparien-ére, asten-ert, (2) ] verbi acère ed èssere
sano essi pure della 2a. conjugaziona |. È
nell’ uno la prima e della desinenza ere è lunga, nell'altro è breve.
allen-ére, conten-ére, diten-ère, manien-cre, otten-ére, perten-ére, rallen-re,
riten-ére, sosten-ére, tratten-ére, intratten-ere. Val-ere, inval-ere,
precal-ère, rival-èrsi. Ved-ére, antived-ére, avved-ére, dwed-ére, provved-ére,
preved-ére, ravved-ére, siraved-ére, ira- vd-ere. Vol-ère, disvol-ére,
rivol-ére, stravol-ere. In tutti gli altri verbi terminanti in ere, la e
suddetta profferiscesi breve, cioè l'accento tonico cade sull’ antepenul- tina
sillaba del verbo. S. ILL Altra non meno importante cosa gioverà osser- vare,
ed è, che tra' verbi regolari della seconda conjugazione, il cui numero non
ascende che a 92, e de' quali quattro so- li hanno lunga la prima e della
desinenza ere, cioè capére, godere, rigodére, temére; taluni trovansi in cui la
prima e ter- za pers. sing. e la terza plur. del. tempo pass. defin. posso- no
in due differenti maniere uscire, cioè in é/ 0 etti, è o élle, erono 0 etero;
in altri le accennate persone non possono ca- dere se non che nelle prime delle
desinenze suddette, cioè in ei, è, erono. i VERBI REGOLARI IN ElRZ£ CHE HANNO
NEL PASSATO DEFINITO DOPPIA DESINENZA ÈI, ÈTTI; È, ÈTTE; ÈRONO, ETTETO. $. IV.
Ced-ere, accèd-ere, concèd-ere, ecc°d-ere, intercèdere, precd-ere,
procéd-ere,succèd-ere.Crìd-ere (3),discréd-ere, miscred- «ere, riscréd-ere,
scrèd-ere. Frèm-ere (4).
Gem-ere. Godère, rizod- ere. Pend-ere, dipénd-ere, impènd-ere (3), propend-ere.
Pent-ére, (3) Veggasi la nota 2 alla
conjugazione del verbo Cèdere. Si pongono come voci antiquate del verbo
credere: Cro, crejo e creggio per credo, le quali, rare volte usate anche dagli
antichi, ina oggi nè pure i poeti si rermetterebbero d' usare; più soffvibile
sarebbe , almeno nel verso , l’uso I cre’ così accorciato e apostrofato per
credi e crede. Come cRE' che Fabbrizio Si faccia lieto udèndo la novèlla ?
Petr. canz. 11. — E den si CRE che non ne fosser gaari. Bocc. Tes. lib. 7, 19.
11 Montemagni usò cre’ an- che per credo. LE i sospir ch’ io nol CRE’ se mai n'
usciro. Monlem. Rime, Teso per credulo, e cresi e crese per credèi e credè ,.
sono voci da schi- vari come voci erronee usate dal volgo romano. In quanto a
Credèmo per crediamo j crèdeno per credono , credro cc.; credrèi ec. per
crederò ec. e crederèi ec. veggasi la nota 26 del pres. Capitolo. (4) Questo
verho, come pure il susseguente gèmere, uscivano anli- famente io de, e
regolavano l’ andamento loro dietro la terza conjuga- “one 2a. classe. Ode è
queruli uccèlli FREMIRE con dolci canli. Bocc. lam. 4.— Chi non possènle
raffrenàr lira, rugge e FREMISCE per la slizza, si creda avèr animo di lione.
Boez, Varch. 4, 3.— Allora quel frale gli disse: perchè ti turbi e rReMiIScI.
Vit. SS. PP. 12. — La colomba St ha nove virtùdi , ella GEMISCE e sceglie lo più
bello grano. G. S. Gir. 6. (5) Il par. pass. del verbo impèndere, trovasi
talvolta essere i/mpèso. Menaio in carro, lecàndogli le vive carni da dosso, fu
YMPÈSA e fatto Morire, Gio, Vill. 12; 51. 258 PARTE TERZA i ripent-ére (6),
Perd-ere (1), disperd-ere, spèrd-ere. Prém-ere, sprem-ere , riprém-ere. Ricev-ere. Spànd-ere
(8), espànd-ere- pe risplend-ere. Tem-ère.
Vénd-ere, rivénd-ere, soprav- vend-ere. Ù VERBI REGOLARI IN ZE2Z A’ QUALI L’
USO MODERNO NON DA CHE LE DESINENZE ( ° ). . ÈI, È, ÈRONO. S. V. Assìst-ere,
consìst-ere, desìst-ere, esìst-ere, per- ° q LN LI L‘ ° sisiere, preesist-ere,
resìst-ere, sussisi-ere. Bàtit-ere, abbàtt-ere, (6) Penière, e ripenière sono
verbi antiquati, ma usatissimi presso gli antichi, in luogo de’ quali però si
sono in oggi resi più comuni Per dire , e ripentire, che sono della 3a.
conjugazione 1a. classe. Questa cosa non saprà mai persona, e se egli pur si
dovesse risapère, si è egli me- glio faure e PENTÈRE, che starsi e PENTÈRSI.
bocc. nov. 25. —Ma dopo cosa mula pensdta , e peggio fatta, invano è il
PENTERE. Gio. Vill. 7, 15. — Nè PENTÈRE e volère insieme puossi. D. Inf. 27. —
E PENTÈSSI (si pentt) d’ averlo menàto a Firènze. Bocc. nov. 34. — Adàm lrovò
in Dio mer- cede perocchè egli sì PENTEO, e si conobbe che egli era sotto a
Dio. Tes. » Br. 1, 12.— Chi andasse a Roma confèsso e PENTUTO de’ suoi peccàti.
Gio. Vill. 12, 10. — Quasi PENTUTA dal non avere alle lusinghe di Peri cone
assenlilo. Bocc. nov. 17. (7) Perso, in vece di perduto $ persi, perse,
pèrsero, in vece di perdèi o perdèiti, perdè o perdètte, perdèrono o perdèllero
, comecht vengano considerate come voci poetiche, pure trovansi non di rado an-
che in prosa, ove per altro si farà sempre meglio di preferire a’ queste voci
le regolari. Perdo Za vita , ed ho PERSO l'onore. Berni, Orl. lib. 1, c. 10,
st. 65. — Signor, l’ alta' beltàde, Vedi che ho PERSO in lutto. Mens. T. 1,
lib. 5, canz. 8, st. 6. — Quando egli è siato assai sotto le armi, e che egli
ha PERSO quel primo ardore col quale venne. Machiav. Ar. della guer.— Nè mai di
vista Montenèro io PERSI. Menz. lib. 10, son. 17. — Là dove il PERSE, e di
trovarlo spera. D. Purg. 8. — PERSI tanto, che io non ispèro mai racquislarlo.
Ar. Comm. supp. At. 5. sc. 5.— Tra brece tempo PiRSONO ogni aulorilà. Segn.
Stor. Disperdùto par. pass. del com- posto disperdere , di rado incontrasi ; si
farà adunque uso migliore di dis- perso , par. pass. del verbo dispèrgere. (8)
Presso qualche antico ( Bocc. Teseid.) leggonsi spasi, spase, spà- sero, in
vece di spandèi o spandèiti ec.; siccome spaso e spanto, in luo- go di
spandùlto ; oggi queste voci sono considerate come molto antiquate, e però da
schivarsi. Spansi in luogo di spundèi ec. è usato dai poeti. (°) Dico, / uso
moderno; perchè pochi sono i verbi, tanto regolari che irregolari, a cui gli
antichi nelle tre persone suddette del passato de- finito, non dessero colle
desinenze èi, è, èromo, anche le altre tre, è/éi, ètte, èliero, che in oggi in
alcuni verbi sonosi conservate, e in altri, a cagione del mal suono, o d’
altro, più non si tollerano. (9) Assistere, ed i suei consimili, hanno nel par.
pass. assistito, con- sistilo, desistilo , esisiilo, insistito, persistilo,
preesistito , resislilo , sus- sistito. Dall’ aver generalmente i verbi della
3a. conjugazione, mon già della 2a., il loro par. pass. in fo, v'è luogo da
pensare, che è mentovati parlicipj assistito ec. ab origine sieno stati le
proprietà di verbi in ire, e che, andati in disuso, e poi perduti affatto i
verbi assistire, cornsìstire, ec. il participio loro in ito siasi dato a’ verbi
assistere, consistere ec. combatt-ere, dibàtt-ere, rabàtt-ere, ribàti-ere,
sbàti-ere, strabàtt- ere. Cap-ère (40). Cern-ere (411), scèrn-ere, concérn-ere,
discèr- n-ere. Compi-ere, ricòmpi-ere. Èmpi-ere, adémpi-ere (12), riém- pi-ere.
Esìg-ere (13).
Esìm-ere (14), redim-ere, derìm-ere. Ferv- ere (15). Fied-ere (16).Fònd-ere
(17). Mésc-ere, rinésc-ere (18). della 2a.
conjugazione, onde supplire con esso al participio in fo che lor mancava.
Quel'che però debbe parere strano si è, che nessuno de’ sud- delti participj,
sanzionati e consecrati da lungo e universale uso, trovasi nel vocabolario
della Crusca; e più strano ancora sembra il non essersi avvisati i compilatori
della recente edizione di Bologna d’ inserirvi 1’ usi- tatissimo verbo esistere,
se non che, e quasi per grazia speciale, in una appendice aggiunta a quel
dizionario, lo che tanto più sorprende, in quanto che nel corpo siesso dell’
opera si legge registrato il verbo preesi- stere, la definizione del quale vi
si dà mediante il suo semplice esìsfere, ciot: Esistere avanti, preventivamente
esistere. (10) Non veggo ragione perchè taluni si maravigliano che nell’ uso
confondasi questo verbo con capire, adoprandosi l’ uno per }' altro. Non è egli
la Crusca stessa che li ‘confonde, dando ad amendue il significato di Aver
luogo sufficiente , ertrare? e non li leggiamo nello stesso signi- ficato usati
tutti e due l’ uno per l’ altro da’ migliori scrittori? E in fat- li, eccetto
che capire solo vale sovente comprendere coll’ intelletto, questo verbo è
sinonimo di capère, tanto in senso proprio, che in senso figura- to ( veggasi
la nota 17, sul verbo capire, Cap. VIII della pres. sez. ): cosicchè la sola
differenza tra questi due verbi si è , che l’uno è della 2a. conjugazione e
l’altro della 3za, 2da. classe. Capère è intieramente regolare, e procede come
cèdere, solo nel pres. soggiuntivo leggesi talora cappia in luogo di capa:
Locc. nov. 1.—Fr. Sacch. nov. 156.— Berni, Orl. lib. 2, canz. 2, st. 43. Ma la
forma regolare e la più usata è migliore. Caffo per Capùto è errore manifesto,
im- perocchè il primo significa preso, pigliato dal latino capius fatto
cattivo, participio passato del verbo Capère prendere, pigliare. Yeggio in
dlogna entràr lo fiordaliso, E nel vicario suo Cristo èsser catTO. D.Purg. 20.—
Tan- li ne furo allora morti, e CATTI. Dittam. 1, 25. (11) Secondo la regola,
l’uscita del par. pass. di questi quattro verbi è in ufo, ma non si trova nè
scernùlo, nè concernùto. Cèrnere, che par sia il primitivo degli altri ire, e
scèrzzere anticamente anche cernìre e scernìre si dissero, irovandosi tuttora
il par. pass. del primo cerrifo. Scer- si e scerse in vece di scernèi e scernè,
sono vocì usate da’ pocti. Que! pietoso pensièr, ch' altri non scERSE. Petr.
son. 98.—Che il triorfàr del ciel Ja morte SCERSE. Alam. lib. 4, Eleg. 4. °
(12) Compiere ed i suoi seguaci sono intieramente regolari, ma han- no in oltre
la desinenza radicale ire dicendog ancora Compire, adempìre, empire, ec. che
allora procedono dietro la 3a. conjugazione 2a. classe. (13) Esìgere, ha nel
par. pass. esatto, che deesi ben distinguere dal- l' addiettivo esàtio. (14) Il
par. pass. di esimere è esènio; dirimere n° è affatto privo. In quanto a
redimere, vedi Cap. VIl alla nota 45. Questo verbo è difettivo in alcuni suoi tempi,
veggasi $. Il del ‘Cap. VIII della pres. sezione. (16) Fièdere, che vale
Ferìre, è diftlivo, mancandogli amendue i particip) e diversi altri tempi. Vedi
$. Il del Capitolo VIII. (17) Fondere ha doppia uscita nel pass, def. e nel
par. pass. 1° una. regolare e l’altra irregolare cioè fusi, fuse, Shise-orfavo.
(18) Il par. pass. del verbo méscere è mesciub e misto; di entrambi so piosi
esempj occorrono negli autori. Mescio, meschi mieschid mo, mesuo . Mict-ere.
Pùsc-ere, rìpàsc-ere (19). Prescind-ere (20), discìnd- ere, rescìnd-ere.
Réc-ere. Riflett-ere, circonflétt-ere (24). Ripet- ere, compèt-ere. Sòlv-ere
(22). Strìd-ere (23). Succomb-ere, in- comb-ere. Sùgg-ere (24). Tess-ere (25),
intess-ere, contess-ere, riless-ere. i VI. Occorre osservare, e sia detto una
volta per sempre, che in tutti i verbi, di qualsivoglia, conjugazione, € per
irregolari che possano essere nel rimante del lor proce- dere, fuorchè ne’
verbi éssere, dare, fare, stare e dire, sowo- vi alcuni tempi, i quali, o
interi, o solamente alcune persone di essi, regolarmente si formano, se non
sempre dalla desinenza radicale, almeno da qualcuna delle derivative : tali
tempi sono: {.° L' imperfetto o pendente dell’ indicativo. 2° L'im perfetto o
pendente del soggiuntivo, che entrambi discendono da'la seconda persona plurale
del presente indicativo, cambi dosi le terminazioni di questa, ale, ele, ite,
per l’ uno in av, no, meschi, mèscino , mèschino sono errori del volgo ,
bisogna diret scrivere: esco, mesce, mesciàmo, mèscono, mesca, mescano. (19)
Pascere e ripascere sono anomali nel par. pass. dove fanno po- {. sciùlo è
ripasciùto , riceveado un i, che non hanno nell’ infinito. Posh | leggesi in
Dante: Poi che hu pasciùto la cicogna i figli, E come quel ch'è 1° . PASTO la
rimira. D. Pav. 19.—Ecco una pelle e due cerbialli mascoli PASTI È di timo e d’
acetòsa luggiola. Sannaz. Arcad. Egl. 9. (20) Il verbo semplice di prescindere,
rescindere ec. par che sia st | dere , il quale presso nessun autore si legge
nel passazo definito colle de- sinenze regolari ei, è, èrono ; trovansi però
scissi, scisse ec., € nel sl par. pass. scisso in luogo di scinduto. Scisso da
remi e du stridenli rostri, Lacero si vedèa spumoso ‘e gonfio. Caro, En. lib.
8. Prescìndert ha prescindùulo, ma poco volentieri si sentircbbe discindulo, €
rescindulo, in vece de’ quali si farà meglio adoprare il par. pass. di qualche
verbo sinonimo di quelli. | (21) Doppio è il par. pass. del verbo riffe4/ere,
secondo il doppio; gnificato di questo , cioè di Considerare diligentemente ,
ponderare © Lai di Ribaullere , ripercuotere come fanno i raggi della luce :
nel primo n gnificato ha riflettuto , nell'altro riflesso. 1 verbi
Circonffellere , genufet- tere, inflèttere, non hanno che una sola maniera di
terminare il parti: cipio sudd. cioè circonffèsso , genuflèsso , inflesso , non
mai circonflellulo 1 genuflettulo , infletlùlo. l (22) Questo verbo ha Ber par.
pass. Solùlo. SoLUTO hai figlo den a quesito lume. D. Par. 15. — SoLutosi
Subilamènte nell’ dere un gropp° di vento. Bocc. nov. 14. (23) Questo verbo è
privo di participio passato. (24) Suggere valg lo stesso che Succhiare. 11
Varchi in uno de’ suoi | fe0 ° . » . que ® . hd ì 5 a | sonelli usò sussi per
suggèi, ma non ha imitatori : Ambrosia e netlar > ol invìdio a Giove. Da
rose e perle mai non viste altrove, SUSSI con DET, e sì caldo desio. lu vece
del par. pass. di questo verbo, che non ne 121 usasi quello del verbo
Succhiare. tà (25) Testo per fessùfo, e usato, ma di rado, da qualche poeta, Ù
Ger. 18, 8. Più sen:-’Eleggonsi inlèsto e conleslo per inlessulo € i È sùto,
che per altro seno a queili preferibili. Bemb. rim. 101.7 ci rim. 101. — Tass.
Ger. 9, 82. e, LI o | tra (26), iva ec.,
0 avo, evo, ivo, ec. e per l' altro in assi, es- si, issi ec. fuorchè ne' verbi
éssere, dare, fare, stare, e dire. 3.° La seconda persona sing. e la prima e
seconda plura- le del tempo passato definito, si formano pure regolarmente in
tutt 1 verbi (eccetto ne'cinque summentovati), derivando dalla preaccennata
seconda persona plur. del pres. indic. con cangiare le tre desinenze ale, ete,
ile, in asti, ammo, aste; esti, em- mo, este; isti, immo, iste. . 4.0 Il
presente condizionale, che scende, senz’ alcuna eccezione, dal futuro,
trasmutandosi le terminazioni ro, rai, rà, remo, rele, ranno, in rei, resti,
rebbe, o ria, remmo, reste, rebbero, o rébbono, o rìano, o rìeno (27). | S. VII
Inducendoci, la necessità di esser brevi, a non esporre de’ verbi anomali de’
quali ci accingiamo a ragionare, se non che appunto quelle parti in cui dalla
regola comune s allontanano, passando sopra tutte le altre in cui essi rego-
larmente, cioè secondo i dati modelli de’ regolari, procedono; e proibendoci lo
stesso motivo di tornare ogni volta a di- scorrere nelle sottoposte note delle
maniere, o antiquate, o poetiche, o erronee proprie a questo o a quell’ altro
verbo, non sarà, noi crediamo, cosa inutile il fare una previa gene- rale
rivista di tutte le desinenze le più ovvie che non sono comuni, onde vegga lo
studioso di quali egli o pogsa talora e con accorgimento valersi, per essere
esse, sebbene antiqua- te, da buoni autori adoperate, o debba affatto
astenersene, per essere idiotismi, o errori del volgo. . Ixpic. pres. Le
desinenze emo, e imo, che reputate sono primitive, ma coll’ andar del tempo
degenerate in /àmo, si leggono in copia presso gli antichi classici autori, e
tuttora da’ poeti vantaggiosamente possono adoprarsi, come credémo, sentìmo,
impedìmo, ec. in vece di crediàmo , sentiamo, im- pediàmo ec. Nella terza pers.
plur. ano per ono, è errore, come pure ne’ verbi in zre seconda classe,
ischiàmo o isciàmo per :îmo; iscano per ìscono. ; ” e (26) Già il dissi, e qui
ripeto, che le desinenze ca, ed caro, ia, € fa- ro 3a. pers. sing. e plur.
dell’imperf. indicativo de’ verbi della 2a. e 3a. tonjugazione in vece di eva,
evaro, iva e ivano usitatissime sone in ver- so, e non figuran male nella
prosa, ove in fatti copiosi esempj de’ migliori classici autori se ne
potrebbero citare. Dicasi lo stesso della desinenza ìe- Ro per èrano, che è per
altro più del verso. (27) Ria, riano, e rìeno, comechè desinenze poetiche, pure
ne fanno frequente uso anche i prosatori, segnatamente delle due prime; ma rie
Per rei (1a. pers. sing.), sebbene alcune volte incontrisi in prosa, non perciò
puossi tener per lecita mentre appena i poeti se la permettono, Gram. Ital. 3a
249 | PARTE TERZA 1 Pass. imperf. Le desinenze avàmo, avàte, per evamo, evàfe;
ei per evi (2.3 pers. sing.), ev, svi, évono, ivono, per evàte, ivàte, évano,
îvano : emio (usato dal volgo romano) per evaàmo; sono tutte fuori di regola, e
perciò viziose, e da sfug- girsi (vedi la nota 26 del pres. Cap.). Pass. defin.
Le desinenze éo, e Jo per è e ?; ero e iro per érono e îrono, sono usitatissime
presso i poeti, e non ne mancano esempj anche in prosa; amo, éitamo, e essimo per
éemmo (41. pers. plur. 2.à conjug.); érno, e éitano per erono e ettero; ite per
}; issimo per ]mmo; isti per iste; îrno e inno per îrono; sono desinenze
erronee, ma molto usate tra "l popolo, e tra le persone idiote. | Futuro.
Le desinenze di ‘questo tempo ne' verbi della prima conjugazione erano
anticamente arò, arài, arà, armo; arte, arànno. Arbor sacro del sol, ch'io amài
tanto, Ed amot AMARÒ mentre ch' to viva. Varchi, son. par. 1. In appreso vi si
cangiò l’a in e facendosi erò, era ec. , è così in oggi ce munemente si
scrivono rigettandosi la prima maniera; mula zione, per cui, come bene osserva
il Mastrofini, si è forse provveduto al miglior suono, ma si è introdotta deil'
oscurità nel linguaggio, mentre così non si discerne il futuro dell rima conjugazione
da quello della seconda. È errore omai il raddoppiare la r delle desinenze ro,
rai, ec. come dagli antichi sovente praticavasi: fanno però eccezione a questa
re- gola i futuri sincopati de' verbi in arre, orre, urre, come pure 1 futuri
de’ verbi parere, tenere, valere, volère, e quelli poeta de' verbi cogliere,
scégliere, tògliere. Le antichissime desinenze, in oggi disusate, in eràggio,
eràbbo, erde, sono, secondo la spiegazione che ne dà iP Mastrofini, coutrazioni
del verbo principale con gli antichi verbi aggio e abdo (io ho); one da am-àre,
créd-ere ec. facevasi amar-àegio -Qbbo; quasi 00 me sì dicesse aggio o abbo ad
amàre, aggio 0 abbo a credert; modi di dire indicanti il futuro. Nel progresso
di tempo degen?- rando aggio, e abbo in ho, cangiossi pure il faturo de’ verdi
e ne vennero amer-hò, creder-hò ec. e più tardi, toJtane la È, in vece ‘di
questa vi si aggiunse un'e finale, scrivendos amer-de, creder-de ec. che ben
presto dovetter cedere il po sto all'altra maniera in oggi unicamente usata amer-ò,
et der-ò ec. SCGG. pres. Nei verbi in cere, gere, e gliere, si scansino co- ine
idiotismi le desinenze nel pres. INDIC e SOGG. clizamo, chiate, chino, ghiamo,
ghiate, ghino (28). In quanto a que (28) Nella 2a. persona sing. del pres.
sogg. di consimili verbi le de- ETIMOLOGIA E SINTASSI 245 sie desinenze ne’
verbi denére, e cenìre (veggansi questi verbi), gno, e non #10, è la desinenza
della 3.2 pers. plur. di questo tempo della 2.2 e 3.2 conjugaz., perciò sì dica
e sì scriva non già, céedino, séntino, impedìschino; ma cédano, séniano, impe-
discuno. Ne' così detti verbi in zsco, guardisi ognuno che de+ sderi parlar
pretto, dalle desinenze ischiàmo o isciàmo, is- chiale, e ìschino, che tanto
spesso. dal volgo odonsi proffe- rire. SocG. smperf. Le desinenze essono e
issono per éssera e issero, leggonsi frequentemente presso gli antichi, e però
non potrebbe dirsi errare, chi se ne servisse; éssino, e issino per essero e
issero, sono del verso, e non istarebber bene in prosa. Ma abbiasi a schifo
quel dare ad una persona la de- sinenza che spetta ad un’ altra, lo che tutto
di odesi fare dal volgo, cioè: esse e zZsse per essi e zss7, o queste per
quelle, CONDIZION. pres. La desinenza rébbdono per rébbero, è qua- si comune,
tanto frequente uso ne fecero 1 classici, e fassene tut ora, e negli scritti
e.nel conversar famigliare; ma erebbi per eréi; eréebbamo, e eré-simo per
eremmo ; eresti, eressi, per ereste; erébbano per erébbero , sono errori che
commettonsi tutto di, e da' Toscani, e da' Romani nel parlare, ed anche nello
scrivere. i DE' VERBI ANOMALI DI QUESTA CONJUGAZIONE. Passiamo ora a’ verbi
anomali, e diam principio con quelli che nel participio passato o passivo, e
nella prima e terza pers. sing. e nella terza plur. del tempo pass. defin.
hanno una delle seguenti irregolarissime desinenze, cioè nel participio so,
sso,- fo, tto; e nel pass. defin. bi, be, bero,- di, de, dero,- pi, pe, pero,-
qui, que, quero,- si, se, sero. Se queste desinenze si unissero alla voce dell’
infinito in cambio della desinenza radicale ere, come suol praticarsi colle
desinenze ei, etti; è, elle; érono, ettero, nel verbo cedere, e neghi altri
verbi regolari, ognuno di leggieri e da sè capace sarebbe di formare il
participio e il pass. def,, basterebbe solo conoscere i verbi soggetti a tali
anomalie in ‘un colla desinenza che es- si prendono. S. JI. Ma in costruendo
irregolarmente quelle due par- ti del verbo, la caratteristica principale dell’
anomalia loro sinenze chi, e ghi, sono buone e pregiate al pari di ca, e go;
quantun- que il Compagnoni metta le prime tra le antiquate.. } 244 PARTE TERZA
tn non istà solo nella qualità delle summentovate desinenze ir- regolari, ma
nel doversi, adoprandole insieme colla radicale ere, troncar pure una o più
lettere, sien vocali o consonanti, che a quella precedono, e che poi di
necessità rientrano nel verbo per la costruzione degli altri tempi, formati
mediante le desinenze regolari, le quali alla troncata radice ere si
sostituiscono. . S. III La difficoltà adunque consiste nel sapere quale, o
quali lettere componenti il verbo, oltre la desinenza ere deb- bansi troncare;
ed erami forza meditar molto, prima che fos- si meco d' accordo sul come più
intelligibilmente esporre e dimostrare un’ anomalia in tal guisa intralciata, e
che, quan- tunque a due soli tempi s' estenda, pure spinosissima offresi allo
studioso. Finalmente, siccome un certo numero, maggio- re o minore di verbi,
vanno soggetti alla stessa anomalia, vale a dire prendono nel participio e nel
tempo pass. defin. le stesse desinenze colla soppressione delle medesime
lettere, mi è paruto poter giugnere allo sperato scopo, con registrare di ogni
numero di verbi uno solo che serva di norma agli altri, aventi la stessa
anomalìa, onde ognuno possa più spe- ditamente rinvenir quello, il cui
irregolare andamento desi- deri conoscere. Ho creduto in oltre acconcio i}
disporli con ordine alfabetico, non già seguendo le lettere iniziali de’ verbi,
ma bensì, le consonanti che precedono alla desinenza radica- le ere prendendo
per basi le seguenti terminazioni, cere, dere, ere, lere, mere, pere, rere,
tere, vere. Del rimanente tutte le ettere da sopprimersi verranno nella voce
dell'infinito impres- se con cCaraltere corsivo, e separate, insieme colla
termina- zione ere, dal rimanente del verbo mediante il solito segno (—), come,
a cagion d’ esempio, in Ascè—ndere. Avverto che del tempo pass: defin. de’
verbi compresi nella susseguente lista non si trovano che la prima e terza ers.
sing. e la terza plur.; imperocchè la 2.8 pers. sing., e a 1a e 22 plur. si
formano regolarmente (4), e nel modo da noi fatto conoscere nel $. VII dell’
antecedente Cap., co- sicchè ognuno, seguendo la regola datane, potrà da sè
trovar- ne la conformazione. (1) Leggendo la dotta e bene elaborata opera,
Teorica dei verbi ita- liani, del Cav. Compagnoni, nessuno potrà non
maravigliarsi delle poco concludenti conseguenze che trae l’ autore dalla
regolarità delle tre per- .sone suddette, onde comprovare che in alcuni verbi
errore non sarebbe il dare alla 1a. e 3a. pers. sing. e alla 3a. plur. le
desinenze regolari ei, etti, è, etle; èrono, ètlero, in vece delle irregolari
consecrate dall’ uso co- mune. Del verbo Distìnguere, a cagione d’ esempio, per
nominare uno tra (nr ra LISTA DE’ VERBI CHE SONO ANOMALI NEL PARTICIPIO PASSATO
E NEL PASSATO | DEFINITO (2). ZII EMESSO OZZERO RO INFINITO. PAR, PASS. PASS.
DEF. INFINITO. PAR. PASS. PASS. DEF. l —si (3) —òcqui (5) Vin—cere —to —se
N-—uocere ——ociùto? —òcque — sero — òcquero —ossì (4) C-uòcere —dtto ( 055°
—ÒsSsero, “—òssono molti il prelodato autore dice: E ciò che anche più
evidentemente prova che codeste terminazioni (le regolari) non posson dirsi nè
incerle, nè erronee , stè che si sono conserocale: DISTINGUÈSTI, DISTINGUÈMMO,
DI- STINGUESTE, che vengono da DISTINGUÈI. Noi possiamo ben convenire col Cav.
Compagnoni, che non andrebbe per avventura gran fatto errato chi nel verbo
distinguere ed in alcuni altri verbi, de’ quali egli ragiona sullo stesso
tenore, adoperasse le desinenze regolari, ma non c’ induce a ciò credere la
strana, per non dire assurda ragione alle- gata dall’ autore, la quale se
valesse, inferirebbe che non in distinguere ed in altri, ma in tutti i verbi
della 2a. conjugazione, uno nè pure ec- cettuato, si potesse in vece delle
stabilite terminazioni irregolari, le régo- lari adoperare; imperocchè non avvi
alcun verbo, fuorchè èssere , in cui non siensi le desinenze esfi, emmo, este,
conservate, ed esclusivamente in uso rimaste. Non è già questa la prima volta
che il Cav. Compagnoni nella citata sua opera, per corroborare qualche
opinione, adduca delle ragioni che nulla provano. Vedi la nostra nota 5 nella
conjugazione del verbo Lodare, a. pag. 194. (2) Le desinenze segnate con
asterisco sono antiquate, ma non tanto da non potersi talora con precauzione
adoprare. (3) Vanno come vincere i suoi composti Aovìncere, convincere, rivin-
eere, sopravvincere. (4) 1 verbi ricuocere, e concuocere hanno la stessa
anomalia. Osser-. visi che il dittongo vo dell’ infinito mantiensi solo in
tutte le persone sing. e nella terza plur. de’ presenti indic., sogg. e
imperat., onde dicesi: Cwo- co, cuociî, cuoce, cuòocono; cuoca, cuochi,
cuocano. Abbiansi poi a schifo come idiotismi viziosi cuocio, cochiàmo, cuocia,
cuochiàmo, cuochiale, cuò- ciano, o cochino. (5) Quel che si è osservato del
dittongo uo nel verbo cuocere inten- desi pure di quello nel verbo nuocere, ed
è questa la regola comune, seb- bene sovente sia trasgredita da’ poeti, e
talora anche da’ prosatori: Co- m’ uom ch’ a NOCER, luogo e tempo aspetta.
Petr. son. 2. — E s’ egli è cer, che nulla a virtù NOCE. Tass. Ger. 10, 37. —
Non ischivàndo nè pru- ni, mè cosa, Che lor potèsse NOCERE. Sannaz. Arcad. 23.
— Talora ancora èsser pùbblico nocE. Gastig. Cortig. 16. Il Mastrofini pone
mnoccio, moc- tiàmo, nòcciono, e nel pres. sogg. noccia, nocciàmo, nocciano
nella colon- na delle voci comuni, accanto a nuoco, nociàmo, nuocono; nuoca,
nocià- mo, nuocano. ll Compagnoni le pone in quella delle antiquate, segnate
246 PARTE TERZA ; . Tòr—-cere «to =. (6) e } _scitto{hie (8) BRENTA re —scere
zia ai _di 0) —cquero | — dero erò con asterisco, che vale quasi lo stesso che
comuni; vedi Cap. IV, . VII della pres. sez. Agli amici così dovèmo far prode
che a noi ron NocciaMO. Albert. Cap. 2. — Memo NoccIONO i mali, quando sono
pred fi. Amm. ant. 139.— Si odgliono guardare le barbe verdi e novelle, perchè
nocciono /oro. Pallad. Febb. 28. — Disse, per conforiàrmi, non ti Noci La
paùra. D. Inf. 7.— Che più a le non Nocciano, che a coloro non gt vano. Albert.
1, Cap. 15. Sono però erronee le voci mudchino e noccni per nuòcano o nocciano.
Le terminazioni regolari ei, elli; è, elle; erom, ètiero, sebbene in oggi non
s’ userebbero così di leggieri, si leggono pero frequentemente in alcuni
classici autori. Machiav. disc. c.
17. — Und. 8. Gio. Gris. — Segn. Vit. cap. 20. ec. | | (6) Hanno lo stesso andamento i verbi azforcere,
conforcere, distor: cere, estorcere, rilorcere, rallòrcere, slorcere. i (7)
Procedono nell’ istessa guisa rinascere, soprannascere. Leggonsi nascèrono e
nascènno per nacquero. Rislorò ne' leoni, che tre maschi ni masciRono. Matt.
Vill. g, 25.—Quovi NASCENNO e funno nutricàti. Dian lib. 3, cap. 20.—Nasciùlo
per nato.—Non meno ancòr, poichè NASCIUTO ae il coni geni il giorno, Brama
vedère il ciel di stelle adòrno. Ar. Fur. 32, 13.— St. pe che le era stato
rapìlo il figliuòlo ultimamente NAScIUTO. Zibald. Andr. (8) Dietro conoscere e
crèscere vanno pure i composti loro, precon& scere, riconòscere,
sconoscere; accrèscere, decrèscere, dicrèscere, incrèscert, ricrèscere,
riaccrèscere, rincrèscere, scrèscere. Le desinenze regolari ci, li, è, elle,
èrono, èllero ne’ verbi conoscere, crèscere ec. si trovano usate presso gli
antichi. Tra Ze altre, che io prima conoscèi. Bocc. Am. Vis. ! — Come Santo
Francèsco conoscì li difetti de' frati suoî. Fior. S. Fr. © 31. — Tullî
conoscERONO che questu era operazione di Dio. Vit. S. Giro. gl. — La maestà
nascosa conoscETTE. Tescid. lib. 2, 36.— ACCRESCEI gra? bellèzza al suo bel
viso. Vit. Ben. Cell. 35.—CRESCÈTTE il popolo d' Isroîle in Egitto, e molliplicò
molto. Caval. At. Ap. 42. ec. Creove per crebbe losò Fra Guitt. lett. 18. E
nell'ufficio CREVvE la fama vosira. Pel rimaneate vedi $. VII del preced.
Capitolo. i ". (9) TI vocabolario della Crusca registra un verbo Caggere
(cadere) di I cui son rimase, dic’ egli, e si usano solamente alcune
lerminazioni cerli tempi, adoperale in particolare , e con vaghezzu da’ poeli,
comuni pure agli scrittori di prosa , eziandio del secolo migliore. Fin qui la
Crusca V?’ è però chi niega l’esistenza del verbo caggere (in fatti il
preaccennato , vocabalario non cita alcun esempio di questo verbo nell’
infinito) teueu- dolo per immaginario , inventato perchè non sapevasi quale
origine dare alle voci cagsènie, caggèndo , caggio , caggi, cagse , caggiamo,
caggiùle, caggiano , che tante volte dagli antichi e prosatori, e poeti
sostituivans! a cadènte, cadèndo, cado, cadi, cade, cadono; cada, cadiamo,
& diale, cadano. Que che dicono non esservi mai stato .un verbo
cdggere» Eouw\hRò|ò=eTTTTTTTTITIà ' Tr_ È... E: LOEONE INFINITO. PAR. PASS.
PASS. DEF. INFINITO. PAR. PASS. PASS. DEF. —sìi i —si (10) Invà — dere s —se
Chie—dere —sto | —se Li-dere Ì — sero — sero si come non v'è mai stato un verbo
dèggere, quantunque si dica deggia, deggiàmo, dèggiono ec., asseriscono le
suddette voci caggio, caggi ec. non esser che antiche anomalie del verbo
cadère, introdotte dagli antichi poeti, e ado- prate in seguito da’prosatori,
portati al sommo gli uni e gli altri adardolcezza alle parole. Or mi sollèvo,
or cAGGIO. Petr. son. 191.— Ecco che noi CAGGIA- Mo in Zroppi falli e
disdicècoli errori. Salv. Oraz.— Le quali maledizioni non CAGGIONO in terra.
Cavalc. Med. Cuor. 60.— Che le tue parole non gli piacerànno, se non di quello
che CAGGIA nell’'ànimo suo. Fior. Virt. 16. — Forse, siccome ’1 Nil d'alto
caccièrnpo Col gran suono i vicin d' intorno as- sorda. Petr. son. 40.— Di sua
nolilità convièn che caccia. D. Par. 7. . Perdo gli occhi offalicàli per
veggliore e caccinti nell’ opera. Alberian. 55. Il tempo futuro ed il
condizionale del verbo cadère si forma come nel : verbo cèdere, cioè caderò,
caderdi, ec. caderèi, caderèsti cc.; non bisogna però considerare come licenza
poctica le voci cadrò, cudrai ec., cadréi, ‘ cadrèsli ec, quantunque queste
voci, così sincopate, trovinsi anche usate în prosa, e nell'uso frequenti. Ed
io per questa volta non cADRÒ dalla < ragiòine mia. Bembo, Lett. 2.—
Perciocchè egli maî non CADRA' d' ànimo, : Mai non s' arrenderà. Sen. ben.
Varch. 5, 2. E, se non ch? al desìo | cresce la speme, 1’ CADRÈI moro, ove più
viver bramo. Petr. son. 64.— ie : Se noi non farèmo penitènza capRimO nelle
mani di Dio. Scgner. Pred. 33. ‘ te. Accadère, decadère, discadère, ricadère,
scadère yrocedono come il loro primitivo cadère, eccetto che di essi non si
trovano le desinenze anomale in aggio, aggia cc. ; se non che accagciano ne’
Saggi de nal. esp., “ € Discaggiono nel .Zes. Br. 7. Leggonsi pure in alcuni
autori il verbo ca- . dre ed alcuni de’ suoi composti colle desinenze regolari
ei, elli, è, etle, èrono, èttero. Varch. son. — Caro En. lib. 5. — B. Jacop. od. 28. —
Tass. er. c. 8, st. 25, e c. 12, st. 10.—Ar. Fur. c. 32, st. 70.—Gio. Vill. 107. —Segner. Pred. 29, e Pred. 3o. (10) In
tutti gli altri tempi questo verbo procede regolarmente, e co- pure i suoi
composti richiedere , dischièdere, inchièdere. Avvi però di lutti questi verbi
un’ anomalia antiquata non indifferente, usata più in Verso, egli è vero, ma
pur anche in prosa da accreditatissimi scrittori ; antichi e moderni. Consiste
questa segnatamente nella mutazione del 4 ia gg (introdotta probabilmente per
più dolcezza di suono) nel par. ° Pres., nel gerundio, e nella più parte delle
persone de’ pres. ind., sogg. t imperat.: onde frequentemente in vece di chiedo
, chiediàmo, chièdono, chieda, chiediamo, chiediale, chièdano troviamo chieggo
e chieggio, chicg- stamo, chièggiono 0 chieggono, chieggia 0 chicgga ,
chieggiomo, chieggiùte, chieggiano o chièggano. Voci che in oggi pure, anzichè
esser affatto riget- late, sono da’ poeti per la loro dolcezza predilette. Non
abbiasi lo stesso foncelto di chieggènie , e chieggèrndo, le quali per
intieramente antiquate ebbonsi riguardare. Nel quale io vivo arcòra, e più non
cueGGo. D. Inf. 15. 9 io dormo 0 vedo,o seggio, Altro giammai non CHIEGG10.
Petr. canz. 8. —I bisogni che stanno sempre a bocca apèria e sempre cHIÈGGIONO
aleù- Ra cosa. Boez. Varch. 3.—0 meneròlii prigionièr con questa Ultrice ma-
no; ove prigion tu" CHIEGGIA. Tass, Ger. 19, st. 71.—Nè può grazia negàr
ti 248 PARTE TERZA nr—_121=<_=—m_m<A<\»=A=+=--———__trm=WwW
INFINITO. PAR. PASS. PASS. DEF. INFINITO. PAR. PASS. PASS. DEF. Divi—dere È —si
(11) —ùsi (13) Assì—dere —se Conf—ondereT—ùso — ùse Ri—dere PS -sero,-sono —
ùsero Ucci—dere —si (12)] Ascò-ndere ‘ (—si (14) Accè—ndere —s0 —se Nascò-ndere
—sto —se —sero Rispò-ndere — sero che tu gli cHiEGGA. Alem. Colt. 1, 10.—Quanto
le parrà che RicHIÈsG la gloria, esaltazione e servigio di S. M.
cristianìssima. Cas. lett. 64. Trovasi chèdere e richèdere in vece di chièdere
e richièédere, e così senza i per tutta la conjugazione, ed eziandio colla
mutazione del d in gg: Onde non già CHEDERE dea ’! valènie uomo. Guitt. lett.
a7.—S° io trovassi pielon:a In carnàta figura, Mercè le caEGGERIA. Rim. Ant. Re
Enz.—M' ha fell RICHÈDERE per una comparigione del parentòorio. Bocc. nov, 72.
— Adun que gli nostri peccàli RIcHEGGIONO che ec. Gio. Vill. 11, 3. — Tromband,
e drappellàndo, e RICHEGGENDOLO di batioglia. 1d. 9g, 305. E antichisi- |
mamente, ciot nell’ infanzia della lingua, si fece dal latino querere wu verbo
chèrere, del quale però non furono usate che la voce dell’ infinito e quattro
del presente indicativo, cioè le tre sing. e la 3a. plur. Merd li CHERO dolce
mio signore. Bocc. nov. 97-— Che quel si CHIERE, € di que Ù sl ringràzia. D.
Par. 3.—Il vulgo, a me nemico ed odiòso (Chi *] pensì ‘i mai?) per mio refùgio
cuERO. Petr. son. 198.—Se zi falla cui iu amòo, CHIERI cui fu anti. Amm.
Ant.—Chi sa come difènde e come fere Souor so ai suoi perìgli aliro non cHeRE.
Tass. Ger. c. 2, st. 85. Leggesi pur qual che volta, ma di rado, il verbo
chièdere colle desinenze regolari ci, elli e Tra sospiri, Tra marlìri, Sì
cureDÈI qualche conforto. Chiabr. lib. 2, 72-- Agamènnone più volle per suoi
messi RICHEDETTE lo re Priamo. Guid. Giul (11) Procedono nella stessa guisa
arridere , ancìderey circoncidert, conquidere, decidere, derìdere, elidere,
incìdere, intercidere, intridere, pre è cidere, recìdere, ridioidere,
suddividere, sollodicidere. (12) Come accèndere si conjugano tutti i verbi
cadenti in end6 e sono: appèndere, apprèndere, anliprèndere, ascèndere, altre,
comprèndere, condiscèndere, contèndere, disapprèndere, difèndere, disttn- dere,
discèndere, dispèndere, disinièndere, estèndere, incèndere, impre re,
intraprèndere, intèndere, offendere, pretèndere, prosièndere, protende- re,
raccèndere, riaccèndere, riprèndere, rispèndere, sorprèndere, sospendere,
stèndere, scèndere, scoscèndere , spèndere, sopraspèndere, solliniendert
sopranièndere, tèndere, vilipèndere ec.— Vèndere, rivendere, sopraovendere,
.pèndere, dipendere, impèndere, procedono come cèdere. De’ verbi fender»
prèndere, rèndere, arrèndere, e tèndere, si parlerà altrove avendo e due uscite
nel pass. def. l’ una regolare e l’altra irregolare. Notisi ché fl Petrarca usò
accènse, per accèse, e accènso per acceso, forse per favori la rima: Ma fui ben
fiamma ch' un bel guardo ACCÈNSE. canz. 4 lerrompèndo quegli spirti ACCÈNSI A
me ritorni e di me sesso P cante. 18. (13) Hanno le stesse desinenze irregolari
diffondere, infondere, profon dere, rifòondere, sconfondere, irasfondere ; il
loro primitivo fondere ® ‘ doppia desinenza l' una regolare, l’altra
irregolare. Vedi pag. 64 (14) Come questi procedono corrispondere,
contrarrispondere. 1° * "» Ti) Serg Ti En | ansi. | Osser- + rr _—_——__@——_1__T_mmtremrruueEe”ccooav:
INFINITO. PAR. PASS. PASS. DEF. INFINITO. PAR. PASS. PASS. DEF; Ro—dere =
—si,-ssi(18) o —s0 —se Fi—gere si —se, —sse Corrò—dere as: Fi ggere - } s0
ietoia ssero Ar—dere Î 3119) | 3°. —s0' —se —ssi (19) SOAGE fr Afli—ggera sso [_
| — ssero Chiù—dere —si (16) Illù—dere- ? —so —se —ssì (20) Intrà—dere —sero,
Strù—ggere —tto. <—sse “—sono —ssero . Er—)gere v a —ssì (17) "2: |
— essi pi see i. —tto - {--sse. Pb dna —ttto —esse 68 — ssero Pio dil ere | —
tssero visi che in vece di ascoslo e nascosto dicesi anche ascoso e nascòso. 1
.; suoi panni sotto un cespùglio NASCOSI, selle volte con la immégine el .
Sagnò. Bocc. nov. 77.-Lo duca ed io per quel cammino ascoso Entràm- « mo ec. D.
Inf. 34.—Cui non potèa mia ocra èssere Ascosa. ld. Par. a. Ma sarebbe errore il
dire risposo e rispuòso ; si seansino pure rispuòsi, ri- $puòse , rispuòsero ,
e rispuòsono per rispòsi, rispose, risposero. (15) Riàrdere e rimordere
vogliono le stesse desinenze. | , (16) Procedono nella stessa guisa
corchiùdere, dischiùdere, escludere, indudere, racchiùdere, rinchiudere,
schiùdere, socchiùdere, alludere, elude- re, deludere, illudere, esitrùdere,
inirùdere. Anche ne’ verbi chiudere, con. chiudere, rirnchiùdere ec. trovasi
presso gli antichi, sì come in cadère e chiedere, la mutazione del @ in gg in alcune
persone de’ presenti inditàt. € soggiunt. E eran mercè ch’ io non mangio più
nulla, E non cHaIvao nè occhio nè orècchio. Berni, rim.-—- Onde GONCHIUGGONO
ec. arroganfe tre esser colui ec. Salv. Avvert. 1, a.—-0 qual ni s' apre terra,
Che «co mi. ricèva e mi RINCHIUGGA. Caro, En. lib. 11. In oggi però tgptesta
anomalia pochi trova che vogliano praticarla. . (17) agi l'andamento di /èggere
i seguenti: elèggere, preelèggere, — eleggere, rilèggere, corrèggere, règgere,
ricorrèggere, erèggere, scorrèggere, , Prolèggere. I seguenti vanno come
friggere, rifriggere, soffriggere, affiggere, confiegere, sconfiggere,
infliggere. È (18) Questi due verbi hanno il medesimo significato: il primo,
per- chè con un. solo g si scrivono il suo infinito e gli altri suoi tempi
rego- li, non prende che un’ s nel par. pass. e nel pass. def. facendo fi-s6,
-8t, fi-se ec.; V’altro, avente due gg, riceve due ss; onde dicesi fisso, fis-
% ec. Osservisi in oltre che fi-gere hon ha che una sola maniera nel par. |
Ba58. ove figgeere ne ha due, e così pure i due verbi infiggere e trafiggere -
che hanno inffisso e infitto ; trafisso e trafilio. (19) Come affiggere si
formano crocifiggere e prefiggere. (ao) I vexrbi struggere e distruggere hanno
le medesime desinenze. i €50 ——
—P_.__———tt—t_____——_—_—2t1————l12%#_——————ttt_—_—É_zì@ì@ INFINITO. PAR. PASS.
PASS. DEF. INFINITO. PAR. PASS. ‘PASS. DEL. Vol—gere = nu (21) Spàr—gere )_ A
dii (20) Indùl—gere = Ter—gere } : — sera — scro Piàn—gere —si (22) Pòr—gere
—si (27) Cin—gere —t0 —se Scor—gere ) — to: mee Giun—gere —sero (23) Sòr—gere
sero, = sono —$l (24) Svil—=] --si (28) Distin—guere —to —è—se 23 }eto se È Sta
Divel=-lere. —$0r0 i —sì (25) i — ùlsi kr—gere tito | —se Esp—èllere —ùlso
J-ulse . ; î — sero (— ilsero (21) Procedono come cd/gere i seguenti suoi
composti: avvolgere, (0 | . vÒlgere, inoòlgere, rioòlgere, sconcoòlgere,
stravolgere, svolgere, travolgere ‘Veggasi $. VII del Cap. antecedente. (22) I
seguaci di questi verbi sono: compiangere, ripiàrgere, Foprott | piàngere,
fràngere, infrangere, rifràngere, pìngere, dipingere, ridipigit ‘ripingere,
retropingere, spingere, risplugere, sospìngere, cingere, araunge i re ,
discìngere, incìngere, scingere, fingere, infu.gere , tingere, attinge |
intingere, rilingere, siingere, aggiungere, congiungere, disgiungere, ingr re,
raggiungere, rigiùngere, ricongiungere , soggiungere, mungere, smur gere,
uùngere, riùngere, pungere, ripùngere, compungere. Vedi la nola di «di questo
Cap. (23) Stringére, astrìngere, costringere, dislrìngere, ristringere ego. no
il verbo cingere, nel pass. def. dicendosi sfrimsi, strinse, sirinseroi
“astrìnsi, astrinse, astrinsero;ristrinsi, ristrinse, rietrinsero, ec. ma se 00
8” Aentanano nel par. pass. ove fanno strelio, astrèilo, costrèito, dilrilla
ristrèllo. i Li i 5 *ù#/) Come questo verbo vanno parimente estinguere,
ridisfingttà 6tinguere. | MARS (25) Questo verbo vale lo stesso che erigere, al
quale si. conforma . mel participio passato, ma se ne allontana nel passato
definito. i (26) Si conjughino nella medesima guisa i verbi cospargere, sot -
Spàrgere, asièrgere, spèrgere, aspèrgere, cospèrgere, dispèrgere, rispere”
mèrgere, immergere, emérgere, dimergere, sommèrgere. I i (27) Procedono come
questi: riporgere, sporgere, accorgersi, risorgati v însorgere, sùrgere,
risùrgere, consùrgere, insùrgere. (28) Soèllere e divèllere, oltre |’ andamento
loro irregolare nel pi”: | pass. e nel pass. def., vanno soggetti a varietà
molto importanti. la PI ‘mo luogo essi hanno tre desinenze, differenti nell’
istesso loro infinito cio: Soè-llere, divè-Mere, soè-gliere, dioè-gliere,
sver-re, divè-rre: indi nel corsì |, della conjugazione seguono la prima delle
tre desinenze, dovendosi 080% |. mo ben ghardare dal dire sveglio, divèglio ec.
0 soerro, divèrro ec. che gr |. selani ‘errori sarebbero. Avvertasi però che la
1a. pers. sing. € la da È plur. del pres. indicat., come pure tulle e tre le
persone singolari € la da i tale: - ‘ 51 RD TO INFINITO. . PAR. PASS. PASS.
‘DEF. INFINITO.. PAR. PASS. .PASS. DEF. é Pià —gner i I | —essi (29) AI —nsì
(31) Oppr—imere —tss0 — esse. Ci —gnere =nto. - <—nse © o Li —tssero
Giù— griere —nsero i —nsi (30) o —uppi (32) . A:sù=-mere. —nto —nse R—ompere
—òtta ©: d—uppe, e ‘— {-nsero ‘ — ùppero rlur. del pres. sogg'unt., e
finalmente le due terze persone sing. e plur. dell'‘imperat.: banao doppia
uscita, l'una regolare, cioè svello €. divello, . svellono e divèliono ; svella
e. divella, soèllano e divèllano ; l' altra irrego= lare cambiandosi la seconda
7 in g. come: svelgo e divèlga, svèlgono e di- eeigono svelga e divelga,
soèlgano, e divèlgano. (29) Così pure comprimere, deprimere, esprimere,
imprimere, reprà mere, sopprimere, supprimere, sprìmere. lì primitivo di tutti
questi verbi ‘ premere cangiatane la prima e in i, il quale siccome sprèmere e
riprè» mere forma il suo par. pass. e pass. def. colle desinenze regolari.
ulo,. ci, elli, è, elle, èrono, èilero. (50) Riassùumere, desumere, e
presumere, hanno le stesse anomalie; in quanto a consùumere, che è verbo
difettivo, Vedî Cap. VIIl della pres. sezione. . (31) I tre. verbi
pidgnere,cìgnere, e giùugnere gli stessi sono che piangere, (ingere e
giizragere, già esposti di sopra, ma che ho creduto dover riprodur- , Fe con
ortografia diversa, onde far vedere, a chi ne dubitasse, che il par. ; Fas. ed
il pass. def. non varian ‘punto, ad onta della variazione ortogra= fica
praticata nelle altre voci, la quale consiste nell’ inversione delle lette ; Ir
eg posponendosi, per maggior dolcezza, la prima alla seconda; e.in quanio a ciò
avvertasi che una tale inversione non può aver luogo se | Ron quando ta
susseguente vocale viene ad essere e od i, e che anche: in tal | fascessa non è
punto obbligatoria, potendo ognuno praticaria 0 no, secone o il dettame
dell’‘orecchio suo. Dicasi e scrivasi adunque, per modo di tempio: pidgnere o
piùngere, pingnènle o piangènie, piagne o piange, j . . ‘ Ceo . è Ù * . } 9 sh!
CA Piugneva 0 piangèva , piugni o piangi ec. Facciasi lo stesso co’ verbi ci-
;; B2ere © cingere, giugnere 0 giùngere, e con tluiti î verbi di simile uscita,
che noi abbiamo avuta l'avvertenza di registrare nella nota 22. Osservi- #t che
la suaccendata iriversione di ‘lettere par poco gradita mel verbo Îràngere,
quantunque gli antichi poeti l’ abbian talora praticata. forse. in favor della
rima: Grazie e pacì di sì magne, Nulla pena maîle FRAGNE, non sente cure 0
lagne. Fra Jac. da Tod. 5, 35. E l’Ariosto, anche (stendo la susseguente vocale
un’ a: Nè alle guance, nè al pello si per- na, Che l uno e l° altro nan
percuòta e rRAGNA. Fur. c. 24, st. 86. ‘opposto ‘la trasposizione suddetta è
preferita ne’ verbi spègnere e ri- ‘pegriere (de quali nè pur gl’ infiniti
spèngere e rispèngere più trovansi ) impre però ove la susseguente vocale sia e
od i, dovendosi anche in questi verbi premettere la 7 al g nelle voci terminanti
in 0, ‘oro, a, ano, co- e spengo, spèngono, spenga, spèngana: La 1a. pers.
plur. del pres. sogg. Può scriversi spesniamo o spegnomo, la qual persona .ne’
verbi piùngere | Opiùgnere, cingere o cignere, giungere O giugnere, e consimili
debhesi seri- vere piangiàmo, cingiàmo, giungiamo ec. n. , va ‘» (82). Questo
verbo ha per composti corrompere, dirompere., inlerròm- Bere, proràmpere, che
tutti seguono l’ andamento del loro semplice. SR | . |
————@@—t—t——6——6———_tt____—mm——m—m_m— ——T——T—T———_— INFINITO. PAR. PASS. PASS. DEF. INFINITO. -‘PAR. PASS. -PASS.
‘“DEY. si (33) —ist (35) Correre —so —se M_—ètiere - —tsso Èd—ise,"—tsse
—$@r0 \ —isero Controver— mu Rin, tere }_so a Scrivere —tto ]755° | — sero
—ssero, "— ssono ai — dsse sa ha — 881 (97 bc uatere +—-òsso — òssero,
Vicuse = o DT SSe — òssono — 550 —ssero, “— ssono (33) Questo verbo ha per
seguaci tutti i numerosi suoi composti : ae- eorrere, concorrere, decorrere,
discòrrere, incorrere, occòrrere, percorrere, precarrere, ricorrere,
ridiscòrrere, riscòrrere, scorrere , soccorrere, stracòr- rere, trascorrere. |
(34) In questo verbo, siccome già facemmo osservare ne’ verbi cuoò- cere e
nuòcere, il dittongo wo conservasi solamente nelle tre persone sing. e nella
3a. plur. de’presenti indicat., soggiunt. e imperat., dicendosi scwo- to,
scuoti, scuote, scublono; scuota, scuòlano; scuoti, scuola, scubolano; e così
pure ne’ suoì seguaci riscuolere, percuòlere, ripercuòlere, i quali sof- frono
le stesse anomalie nel par. pass. e nel pass. def. che scuozere; in tuttì gli
altrì tempi 1’ u del dittongo wo sì elide come scoliàmo, scofèle, scotèva ec.
scolero ec. scoliàmo, scotiàte, scolèòssi ec. scolerèi ec. scolènie, scotèndo.
Facciasi lo stesso ne’ verbi percuotere, ripercuòlere, riscuotere. Scusse, e
percùsse in luogo di scosse e percosse leggonsi in alcuni poeti, probabilmente
per la necessità della rîma: Ar. Fur. 22, 71.—id. 23, 71.— Petr. Tr. della F.
cap. 1.—Cirif. Calv. Epiîst. 12. ec. Percuziènie in vece dî percotènte usasi
per lo più in argomenti di fisica: Il suono adunche viene in certo modo dalla
cosa PERCUZIENTE. Segn. anim. 2, gr.—/n cò. ci dimostra Iddio, che chi è
segnàio del segno della croce non è tocco dall’ angelo PERCUZIENTE. Cavalc.
specch. cr. 147. Leggesi anche percus- sènte: Fra, Giord. pred. ‘ (35) I
seguenti verbi, tuttì composti dì mèzfere, hanno le stesse anomalie che questo:
ammèttere, comméllere, compromètiere, dimèllere, dismellere, frammètiere,
îinframmètiere, intrameltere, intrombltere, permèitere , pro- mètiere,
rimètlere, ripromètiere, scommèltere, spromèltere. Misc per messo fa usato da
alcunî poeti per agevolare la rima. D. Inf. 26.—Boce. Teseid.. lib. 8.; usollo
il Bocc. anche in prosa: Guai allissimi MISI da una don- na. nov. 48. Mettiti,
mettè, mettèrono, sebbene qualche esempio qua e là se ne trovì presso gli
antichi’, sono omai riputate voci viziose. Messi per misi; misono, missono, e
mèssero, per misero sono antiquati assai, e ap-. pena oggidiì lecità al poeta.
. (36) Procedono come serivere i seguentì suoi composti: ascricere, cir-
coscrivere, coscrìvere , conlrascricere, descrìvere, înfrascrivere, inscricere,
prescrioere, proscrivere, riscrivere, soscrioere, soprascrivere, solloscrìoere,
frascericere. | | | | (37) Conoìvere, rivivere, soroivere, sopravvivere sono
composti -di vì- INFINITO. PAR. PASS. ‘PASS. : DEF. INFINITO. PAR. PASS, PASS.
DEF. a —ssi ‘ — ossi (39) o —sso = ‘d—sse rio —0ss0 Y—òsse ENSSLE —ssero TRON a
—òssero, » ‘— ossono Volvere to TN 089) —sero .LISTA DI VERBI CHE NEL PAR.
PASS. E NEL PASS. DEF. HANNO DOPPIA DESINENZA , L'UNA REGOLARE L’ ALTRA
IRREGOLARE. rceo_o _qaeeeti{a_adq0, &@«<«< 9 ooo co cei
Connè—ffere P. P. —ttùto,—sso P. D. —ttti, —ttè, —tttrono;—ssi, —ss€ —sser®
(41). Fe—-ndere » » —ndùto,—sso» » —ndti, —ndè, —ndtrono; —ssi,— sse, —ssero.
Persu-adtre » »..... —àso» » —adti, —adè, —adérono;—àsi,-àse, —àsero. F—6ndere
» »—onduta,—ùso» » —ondti, —ondèî, —ondtrono;—ùsi, | — use, —ùsero (42).
Piòv—ere » » —Ulo.....» » —ti, —è, —èrono; —vi, —ve,— vero (43). vere, e
procedono com’ esso. Zioùfo è preferibile a Wissùto. Visso è poe- tico: Sarò
qual fui: vierò, com’ io son visso. Petr. son. 113. Le voci del futuro e del
condizionale possono scriversi o intere o isincopate cioè: «vero, O vivrò ec;
viverei, O vivrei ec. (33) Zolvere vale lo stesso che Yolgere: i suoi composti
sono deool- vere, involvere, rivolvere, svolvere, iruvolvere. (39) Come
muovere, si conjugano anche commubòvere, dismubvere, promuocere, rimuovere,
smuovere, e dehbesi a tuiti questi verbi applica- re le stesse osservazioni da
noi ‘fatte sopra i verbi cuocere, nuocere; e scuotere riguardo al dittongo uo.
Gli antichi poeti usavan talora mo/o e rimòlo per mosso e rimosso: D. Par. a. —
id. ibid. 24. — Franc. Barb. 73, ec. È pure lécito al. poeta, ove ciò meglio
gli convenga, di sincopare le voci del futuro e del condizionale de’ verbi
suddetti, scrivendo movrò per mogerò ec., movrèi per moverti ec. ve ai (40) Non
credo necessario di avvertire che ne’ verbi della presente lista, le lettere
impresse con carattere corsivo si troncano solo ove si faccia uso delle
desinenze irregolari. (41) Seguono lo stesso andamento annettere e sconnèitere,
i quali però nel par. pass. hanno solo annèsso, sconnèsso, non già annetiùto,
sconnellùlo. l (42) Confondere , diffondere, infondere, rifondere, sconfondere,
tra- sfondere non hanno che le uscite irregolari, dicendosi solo confusi, con-
du confùsero ec. ‘.(43) Questo verbo è uno di quelli che in grammatica
chiamansi im- 254 << PARTE TERZA Prì-ndere: » ».....-s0 » »
—ndti,—ndè,—ndtrono;—si, —se; —sero (44). Ridere - » ».....-s0 » » —déei, —dé,
—derono;—si, —se, — i Ì sero. 3 Red--imere » »....—énto » » —imti, —imè,
—imtrono;—ènsi, — t ense,—énsero (45). Rè—-ndere » » —nduùto,—so » » —ndti,
—ndi, —ndèrono; —ndetti, —nditte,—ndiilero ;—si, —se, -. >= sero . -—----. jenali, perchè solamente în
terza persona sing. sî usano (di tali ver- bi parlecsno altrove ). ll verbo
pidvere però , in senso metaforico, trovasi mon solo in 3a. pers. plur. ma
anche in 1a. pers. sing. PIOVONMI amàre lagrime dal viso Con un vento
angoscioso di sospiri. Petr. son. 15. — Astrò- toghi eccèl.t d' cgui parte
Piovono a dive delle stelle il corso. Fr. Sacch. ren. . Quando sua venùla, s’
inièse, el intimi, i soldafi ec. PIOVEVA- xo al porto di Brindi.iec. ‘Tac. Dav.
ann. 3, 33. — E PIOVVERO in #nfer- 26 En fuoco sempilèerno. Brun. Lat. Tesor. —
Zo Piovvi di Toscana. D. Inf. 24. — Rispose: quand' io PIOVVI în questo groppo.
id. ibid. 30. Pig- vellî, piovelle, piovèttero sono voci dell'uso, ma prive di
autorevoli esempi. Piobbi, piobbe, piobbero sano del verso. Pidvvono per
piovvero leggesi so- vente tanto în verso, che in prosa. Quanti ne PIOVVONO
riai dal ciel nel centro. Morg. 2, 3t. — Piovvono grandissima quantità di
vèrmini. Gia, VilL 12, 83. Rijidcere procede nella stessa maniera che piòvere.
(44) L' uscita irregolare del pass. def. nel verbo prèndere, almeno ‘ sell uso
odierno, prevale di gran lunga alla regolare, e pare che questa: meppure presso
gli antichi sia stata in gran pregio, eccetto la 3a. pers. piur. che più delle altre
due desinenze regolari si legge. Vit. SS. PP. 2, - 212.— Gio; Vill. 10, 152. —
Borgh. rip. lib. 3. ec. Leggonsi pure, ma di rado, le desinenze edli, elle,
èllero. Sesù ti ricevetti, Del tuo sapòr PREN- | DETTI, Tanti n’ ebbi dilèlti.
B. Jacop. poes. spir. lib. 6. — De’ qua’ ire melo più franchi vRENDETTE. Ant.
Pucci, centilo]. c. 77. Quel che è cer- - to sì è, che il pass. def. de’ verbi
composti di nre dere, cio apprèndere, anfivrèndere, comprè dere, disapprèndere,
îÎmprèndere, intraprèndere, ri-. preudere, soprapprèrdere, sorprè dere, debbesi
contentare colle sole dssi- nenze irregolari. JÎ frequeatissimo uso che fecero
i più accreditati scrit- tori antichi di prèsono in luogo dî pràsero, fa
presumere che non pecche- rebbe chi in oggi |’ adonerasse. PRESONO #2n/0 ardire
che fèciono éèrdin e leggi che dura saribbe suto (stato): di rimuòverle. Din.
Comp. 1, 5.— E dundiri PRESONO luogo in altri seroigi. M. Vill. 9, 72. — I
Sannìli mon- idrono in sul poggin e PRESONO i passi per modo ec. Cronich. d’
Amar. 55. . Ei Fenezzini e li Fiorentini pRESONO. di parlamentare con li
signori di Lombardia. Stor. Pist. 22. (45) Questo verbo, che rare volle usasi,
viene dal latino emzere (come pràre ), e vale riscallare. Per noi saloàrme
morte riceoèsle, Ci REDIMESTI,. Gest, vita mia. Fra Jacop. — Come sarà che ei
offenda (l'amico) se il | posponghiatmo a chi ci ha creati, a chi ci ha
REDENTI? Segn. Pred. a. fin. E per similitudine vale Ziberare. Presa Dio, che
te mandi qualcuno che fa RiDIMA di questa crudeltà. Machiav. prin. cap. 16. Ia
quanto a’ verbi essmere e dirimere, vedi Cap. VI, $. V, alla nota 14. . (46)
Procede nello stesso modo Arrèndere. Rendrò ec. in vece di rendero ec. leggesi
alcune volte in poesia. Bemb. son. 123.— Varchi, son. par. 1.— Bocce. Teseid.
lib. 5. »d ssa cs n . - i i FR, : - ni
di 2» i . : LI î . Rilà— cere ®» Od... » —Cti, Cè, —Cèrono;—ssì, —se,— ep ssero
(47). NA Risolvere » » —ùlo, —to » » —vei, —vè, —verono; — villi, — vilte,
—veltero; —si, —se, —. sero (48). Di. PROSPETTO DI VERBI DI QUESTA CONIUGAZIONE
QUASI INTIERAMENTE IRREGOLARI. eee cet etto ne OI E E E ERA RESI IA CA
{INDIC.PRES.|PASS. DEF. FUTURO |SOGG. PRES.| IMPERAT. INFINITIVO Addurre, o
addùrladdùco —laddussi addurrò |adduùca aa (50) addùci dducèsti |addurrài
faddica, adduci —adduchi | a Tadduùce addusse addurrà |adduca adduca. ‘ (47)
Questo verbo ha per seguaci prelùcere, fralùcere, i quali com° £s- s0 sono
privi di participio passalo. (43) dssolvere e dissolvere vanno come rivolvere ,
ma in essi la 3a. uscita del pass. def., cioè in si, se, sero, è più del verso
che della prosa; e avvertasi che in vece di dissolcere usasi meglio
disciogliere che è seguace di sciogliere. Nella prosa si adattan meglio
riro/u/o e assoluto che risolte € ussollo; ma non mai dicasi dissollo, ma bensi
disciolto, 0 dissolutaz;: quest’ ultimo però è più addieltivo che participio.
Zr@e la reverènda: au- dorità delte leggi ec. quasi cadula e DISSOLUTA 4ulla
per li ministri. Booc, Introd. i \ a (49) Nel presente prospetto non trovasi nè
l imperfetto dell'.indica- tivo, né quello del soggiuntivo, i quali ognuno
facilmente da st potrassi formare dietro la regola datane al $. VI del prece.
Cap., e nella solle- posta nola. wa (50) L’ andamento di addurre è pur quello
di condurre, dedurre, in- dire, intredùrre , perdùrre , predùrre ) ridurre,
ricondùrre, riprodurre, sdùrre, sedurre, soddurre, tadiure. Tutti questi verbi
non sono che sin- copi de' verbi antichi e troppo latini adducere, conducere,
indùcere,.£c.., la cui anomalia nel par. pass. e nel pass. def. si è mantenuta
ne' verbi siacopati, ì quali per tutto il rimanenie della conjugazione loro,
toliene il futuro: e ’1 condizionale, che soli partecipano della. stessa
sincope .-del- l' infinito , procedono come se |’ uscita radicale fosse cere,
con la qual de- sinenza i summentovati verbi più volte si leggono negli ‘autori
del buon secolo, tanto nell’ infinito, quanto nel futuro e nel condizionale.
Dato e non concedùlo che questa ragione si polèsse ADDUCERE. Borgh. rip. 20. —
‘Diede loro a CONDUCERE la prima schiera. Guid. Giud. — Dell? dillo scen- de
virtù che m' ajuta, CONDUCERLO a vederti e a udirii. D. Purg. 1.1 -Fuggire ogni
ragione, la quale , cd altrimènti fare il potesse COY- DUCERE. Bocc. nov. 13. —
Per SEDUCERE i sèmplici a fidarsi in loro. Fav. Esop. 74.— Il melagràno
PRODUCERA' moltitudine di pormi. Pallad. Marz. 18. — Ld egli vi CONDUCERA' sn
parie, doce voi albergherèle assai convenevel- mènle. Bocc. nov. g9-— Se ciò
non fosse, il ciel che tu cammìne, PRODUCERÈR-
PARTICIPI INDIC.PRES.[PASS. DEF.| FUTURO [SOGG.PRES.| IMPERAT. Pres.
Adducente [adduciàmo| addùcem- [addurrèmo|adduciàmo|adduciàmo si i | Pass.
Addòtto ladducete |adductste [addurrtte [adduciàte [adducète GER. Adductndo
|laddùcono |addùssero laddurràn- [addùcano |addùcano no INFINITIVO Bèvere, bere
(5:)[bevo, beo [bevvîi, be-[beverò, be-[beva, bea { . .... vei,bevtttil rò
PARTICIPJ bevi, bei {bevesti,be-|beverài,be-[beva, bea, [bevi, bei èsti rài
bevi, bei Pres. Bevènte, |beve, bee [bevve,beve!{beverà, be-|beva , bea |beva,
bea beènte bevette rà Pass. Bevito beviamo, [|bevèmmo, |bevertmo ,|beviàamo ,
{beviamo , beiàmo betmmo | berèmo | beiàamo | beiàmo een. Bevèndo ,
[bevtte,bet-|beveste, ibevertte, [beviate,be-|bevtte,bei betndo te beèste
bertte iàte te bevono, |bevvero,be-]beveranno,|btvano , |bèevano , btono
verono, berànno | btano. btano ° | bevette- z ro,bevet- tono , bevvono un sì
gli suoi effètli, ec. D. Purg. 8. Quantunque i participj passati addotto,
condotto , dedotto , indòilo ec. sieno in oggi i più comuni e pregiati, non
perciò meritano esser rigeltali come viziosi adduilo, condùtlo, indùtto,
sedùilo ec. usati frequentemente dagli antichi in prosa e in verso. A//uo- mo
errànie ec. è ADDUTTO il testimonio di coloro, che son fuori della legge. Mor.
S. Greg.— Dove re Carlo rolto e mal conputto Colle relìiguie sue s' era
RIDUTTO. Ar. Fur. 2, 24.—Quello sciaguràto doorà per rovinàr- melo affatto,
avèrlo or CONDUTTO in qualche baratterìa. Cecch. Dissim.2, 3. — Contro colùi
che l' uomo ha SEDUTTO a darsi fede. Buti, comm. Inf. 32. Sono erronee le
desinenze èi, è, èrono, e sfuggansi parimente come idioti- smi viziosi
adduchiàmo, adduchiàte, addùchino } conduchiàmo, conduchià- te, candùchino ec.
Vedi Cap. VI. $. VII. (51) Bere è sincope di dèoere, il quale così intiero di
rado usasi nel conversar famigliare. Quasi tutte le persone di questo verbo
hanno dop- pia desinenza, l'una proveniente dal verbo sincopato bere, l’altra
dal -verbo intero dèvere, amendue legittime e comuni, quantunque nell’ uso una
preferiscasi forse all’ altra, che in ricompensa è prediletta a’ poeti. ‘Sono
pure voci poetiche debbi, debbe, bèbbero , per deovi, beove, bèovero. Bibo e
Livo per deco e beo; beùto per bevùto, sono voci disusate; bejo, Beje, bejàmo,
bejeie, bèjono, per devo 0 beo, beve 0 bee, beciàmo a beià- mo ec. sono voci
plebee. Quanto alle voci poetiche e antiquate dell’ im- perfetto indic. e del
condizionale V. Cap. VI, $. VI, alle note 26 e 27. * v—_ Nn 3 ETIMOLOGIA E
SINTASSI 257, r—_m—m__TÉ_____T_——____e +É_Ét._P__yÈ INFINITIVO
INDIC.PRES.{PASS. DEF.I FUTURO ÎSOGG. PRES. IMPERAT. Cogliere, e corre|colgo ,
co-|colsi coglierò , |colga, co-[..... (52) glio corrò glia PARTICIPI cogli
cogliesti [coglierài , [colga , col-|coglì corrài ghi, coglia Pres. Cogliente
{coglie colse coglierà , |colga, co-|colga , co- corrà glia glia Pass. Colto
cogliamo |coglitmmolcoglieremo,|cogliamo cogliamo ; corremo, GER. Coglitndo
|coglitte Icoglieste {cogliertie, |cogliate |coglitte corre Le colgono ,
|còlsero coglieràn- |còlgano , |còlgano , cògliono| " colsono | no, cor-|
còglianof cògliano INFINITIVO rànpo Dire, e antic. Di-{dico dissi dirò dica
PERE: cere (53) i; (52) Nella stessa maniera procedono accogliere o accorre,
incogliere 0 incorre , raccogliere o raccorre, ricogliere o ricorre. Non credo
aver biso- gno di spiegare che corre è sinrope di cogliere, la qual sincopatura
non si estende che alla voce dell’ infinito, a quelle del futuro, e
consequentemen- te anche del condizionale, ma che in Firenze è preferita alle
voci intiere. Per cogli leggesi talora coi, e nell’ imperat. co’, che perde l’
apostrofo quan- do vi si unisce l’ affisso. E co’la rosa, e lascia star la
spina. Prov. fiorent.— Za coTELA iu (còglitela). Fr. Sacch. nov. 86.— Dimandal
tu che più gli i’ avvicìni E dolcemènte sì che parli accoLo (accòglilo). D.
Purg. 14. Coglièi, e cogliè, che dai Fiorentini talora odonsì profferire, so-
no errori; sono pure idiotismi fiorentini da scansarsi, colghiàmo, colghiate e
colghino. Coggo, cogghiàmo, cogghiète, coggono, per colgo o coglio, coglià- mo,
coglièle, cogliono, o colgono; cogghièva per cogliéoa ; cogghiùmmo ec. per
cogliimmo, coglièste, còlsero; cogga, cogghi, cogghino, per colga, colghi,
colgano, o cogliano, sono tutte voci contadinesche. (53) Errano quei grammatici
che pongono il verbo dire, tra quelli della 3a. conjugazione, perchè esce in
ire: esso altro nonè che una sin- cope dell’ antico e latino verbo dicere, il
quale, ora affatto disusato in rosa, vedesi tuttora, sebben di rado, figurare
nel verso, ma che presta tutte e sue voci al verbo dire, che è divenuto perciò
uno de’ più anomali del- la 2a. conjugazione, e il cui procedere è pur quello
di benedìre, conlrad- dire, disdire, indire o indicere, maledire 0 maladìire,
misdìre, predire, ridire, sdire, soprabbenedìre, sopraddìre. Parleremo più
particolarmente nel seguente cap. de’ verbi benedire e maledìre, i quali
toltene alcune he voci hanno doppio andamento, l’ uno della 2a. conjugazione,
l’altro lla 3a., 2a. classe. 1 due tempi passati imperfetti, 1’ uno dell’
indicat., l’ altro del soggiunt. non si forman già dalla 2a. pers. plur. pres.
indic. (veggasi cap. preced. $. VI) ma bensì dalla aa. pers. sing. del medesimo
tempo, cambiandosi l'; finale di diciin eva 0 e00, eci, con ec. e in essi;
essi, esse ec.; onde dicèca 0 dicèvo ec. e dhkèssi ec. Dito per detto è voce del
contado, e l’ usaron pure alcuni poeti antichi per la rima: Tula ciò, ch’ è
DITTO Polràl frocàre scritto. Franc. Barb. Dicèmo per diciàmo è Gram. Ital. 34
Sg Ì INDIC.PRES.| PASS. DEF. FUTURO
PARTICIPJI dici, di’ Idicésti dirài dice disse dirà Pres. Dicente diciamo
|dicemmo |dirémo Puss. Delto dite dictste dirtte GER. Dicèndo dicono dissero
dirànno INFINITIVO Dolère (54) dolgo, do-{dolsi dorrò glio duoli dolesti dorrài
duole, dole|dolse dorrà PARTICIPJ Pres. Dolènte dogliàamo |dolemmo |dorrèmo
Pass. Dolùto dolète dolèste dorrtte GER. Doltndo dolgono, |dolsero,
|dorrànno" dògliono| “dòlsono idiotismo romano, sebbene Dante pure l’ usò
nel suo Convito: E gque- sto unire è quello che noi picÈMO amore. D. conv. 40.
Dicète per dile, usollo B. Jacop. ode 17. DICÈTELMI che Dio vi dia baldànza ; e
D. Par. g. Su sono specchi, voî DICÈTE froni.—Dicestù per dicèsti tu, è modo di
dire boccaccesco: Come disse il geloso, non DICESTU così ? Bocc. nov. 65. Di-
cerò ec., e dicerèi ec., per dirò e dirèi ec. sono anticaglie, che usansi an-
cora da’ Napolitani. Finalmente abbiansi per idiotismi tutte le voci di que-
sto verbo, scritte o profferite colla & ( eccetto la 2a. pers. sing.
del pres. soggiunt.), come dichiàmo, dichiàte, dichino ec. Dichi per dici,
leggesi nel Boccaccio: Pampinèa per Dio guarda ciò che tu DICHI. Bocc. Introd.
Gli affissi mi, ci, lo, la, le, contraendosi coll’ imperat. monosillabo d?’,
raddoppiano le consonanti loro, scrivendosi dimmi, dicci, dillo, dilla, dille,
dillomi o dimmelo, dimmela o dìllami, dìiccelo 0 dilloci. (54) Condoleère,
ridolère, e indolère, procedono come dolère. Trovansi di questo verbo molte
voci adoperate dagli antichi, la più parte delle qua- li in oggi nè pure a’
poeti sarebber permesse, tali sono dogliente, doglien- do per dolènle, dolèndo;
doggo per dolgo; dogli e duoi, per duoli; dog- ghiàmo e dolghiàmo per dogliàmo;
doggono e dolono per déòlgono; da- lèi e dolfi per dolsi; dolè e dolfe per
dolse; dogga, dogghiàmo e dolghiò- mo, dogghiàle e dolghiàte , dogghino, ‘
dolghino e dolano , in vece di do- glia 0 dolga, dogliàmo, dogliàle, dolgano.—
Dole per duole, è poetico. Peir. son. 23. Dolve per dolse, leggesi in Dante:
Nel primo punto che dite mi DOLVE. Inf. 2. 11 Poliziano adoperò dolto per
dolùto: E quanto Apollo, s' è già meco DOLTO, Ch’ io tengo il lor poèta in
tanto scherno. lib. 7, st. 2. ‘Osservisi che il verbo dolère per lo più trovasi
cogli affissi mi, li, sì, ci, vi, come: dolèrsi, mi dolgo o dolgomi, ti duoli 0
duolti, si duole o duolsi, ec. n n "a BIZZARRO INFINITIVO INDIC.PRES.{PASS,
DEF.| FUTURO I[SOGG.PRES.| iMPERAT. Dovere, e antic.{devo, deb-{dovti,
do-|dovrò, do- |[debba, de- Devere (55) bo,deggio| vetti verò va, deggia devi,
dei,[dovesti dovrài; do-|debbi, deh- de’ verài ba, deggia PARTICIPI deve,
deb-idovè, do-|dovrà, do-{debba, de- be vette verà va, deggia À Pres. Dovente
|dobbiàmo,{dovèemmo {dovremo ,|dobbiàmo, Gi deggiamo, doverèemo| deggiàmo E
Pass. Dovùto debbiàmo ” | dovete doveste dovrete ,. |dobbiate, GER. Dovendo
dovertte| deggiate devono , |dovèrono ,|dovrànno , {debbano , debbono,|
dovette- | doveràn-| dèvano , INFINITIVO dèéggiono] ro, "do-| no diggiano
vèttono Partre (56) pajo parvi parrò paja e (55) Dall’ antico verbo decère,
prende il moderno dovere la più par- te delle sue desinenze, noa comprese
quelle voci che con due gg si scri- vono. Le molte voci di questo verbo in oggi
non più usate, ma che spes- se volte negli antichi classici s' incontrano, sono
le seguenti: dobbièndo per dovèéndo 5 deo per debbo, o devo; dovèmo, devèmo,
deviàmo, dovidmo, per dobbiàmo (pres., indic.); dèbbeno, dèono, denno e dèggono
per dèbbo- no, 0 décono; devèva, devevaàmo per dovè va, dovevàmo; devieno, per.
wvèrano; devèi, devè per dovèi, dovè; debbia, dea, per debba o deva; deg- 6 per
debbi (2a. pers. sing. sogg.); debbiàmo per dobbiamo (pers. sogg. pin.)
debbiàte per dobbiàle, dèano per dèbbano; devèsse per dovèsse ec. Otisi però
che quantunque tutte queste voci sieno antichissime, non per- CIO possono dirsi
erronee, anzi avvene parecchie, le quali per la loro fevità talvolta preferite
sono dal poeta, come sarebbero: deo, dèono, de- temo, denno, devìeno, dèano ec.
In quanto a debbi, il Buommaitei ed il Inonio, e dietro a questi il Corticelli
e qualche altro grammaltico, segna- H0 questa voce per 2a. pers. sing. non solo
del pres. sogg. insieme con deva e debba, ma eziandio del pres. indic. accanto
a devi e dei. Il Pisto- esi ed il Mastrofini pretendono che debbi, al solo
pres. sogg. convenga * che P abbiano i prelodati grammatici senz’ alcun
fondamento anche al Pres. indic. assegnato; asserisce però il Mastrofini che
debbi, un tempo ‘peltava anche al pres. indic. Finalmente il Compagnoni pone
debbi per Pres. indic. nella colonna degli erronei, e pel pres. sogg. în quella
degli auliquati insieme con deva e deggia. Noi ci appigliamo all’ opinione del
Istolesi, corroborata dall’ autorità di quasi tutti i classici, ommettendo bi
nel pres. indic. anteponendolo però nel sogg. al #u debba, che lo stesso autore
ben dice non essere che voce dell'uso. Si scansino i seguenti idiotismi : Deio
per devo ; dècano per dèvono ; dobbiavaàmo , dobbiavale Per dovevamo, dovevàte;
dovèllamo per docèmnto; dovrèbbi per dovrei ec. V. Cap. VI 8. VII. ._ (56) Da
questo verbo hanno origine Apparère (ora mutato in appa- "ire ) e
disparère, come pure i verbi della 3a. conjugazione, comparire, disparàre ,
rapparìre , riapparire, sparire, irapparire, trasparere ( vedi INDIC.PRES. PASS. DEF. FUTURO' [SOGG. PRES.|
IMPERAT. PARTICIPI pari paresti parrài paja pari pare, par {parve parrà paja
paja Pres. .....- |pariamo, |parèmmo {parrèmo |pariàmo, pariàmo ; pajaàmo
pajàmo pajàmo Pass. Parùto , {partte pareste parrète |pariàte,pa-|partte parso
jate GER. Parèéndo pàjono, pà-[pàrvero |parrànno |pàjano pà)ano INFINITIVO LODO
Ò Piacère (57) piaccio piacqui piacerò piaccia PALLE piaci piacèsti piaceràî
|piaccia piaci PARTICIPI piace piacque piacerà piaccia piaccia Pres. Piacèénte
|piacciàmo |[piacèmmo |piacerèmo |piacciàmo |piacciàmo | Pass. Piaciùto
|piactte piacèste |piacerete |piacciàte |piacéte SE piàcciono |piàcquero ,|piaceràn-
f{piàcciano |piàcciano GER. Piacindo “piacquo-] no no cap. seguente). Vuolsi
che il verbo parère non abbia particip. pres. per l’ equivoco che nascer
potrebbe col nome parènie. Dante, ed il Varchi usa- rono alcune volte paroènie.
Non per color, ma per lume PARVERTE. D. Par. 10.— Lo ciel che sol diluiprima
s’' accènde, Subitamènie si rifà PAR- VENTE. id. ibid. 20. — Sarà la luce, la
quale ogni colore di lor sentènza Sarà PARVENTE. id. convit. a. — Volèan
costòor che nell umane menti, Qua- si în puliti spegli, Le spezie de' sensibili
PARVENTI S° imprimèssero ec. Boez. Varch. rim. 4. La sincope alla quale vanno
soggette le voci del futuro e del condizionale, fu introdotta, onde togliere
ogni ambiguità tra esse e quelle de’ medesimi tempi del verbo parare, e però
convien riguardar co- me ‘antiquate, ove ancora s’ incontrino, le voci parero
ec., parerèi ec. Nel par. pass. parso, e nel pass. def. parsi, parse, pàrsero,
quantunque sieno voci poetiche, non di ràdo si leggono eziandio in prosa, e
segnatamente parso .per parùto, che usarono, dal Boccaccio in fuori, i migliori
prosa- tori. Machiav. arte della guerra. — Casa, lett. — Stor. eur. lib. 3, 56.
— Salviat. oraz. 6. — Galil. lett. — Vit. Ben. cellin. ec.; oltracciò nel
parlar famigliare odesi in Toscana più parso che parùto : ad onta di tutte ciò
il Pistolesi ed altri, pongon questa voce tra gli errori plebei. Sono disu-
sati pai in vece di pari, e paji in vece di pàja; pòàjino, e pàrino per pajano.
Abbiansi poi per errori paro e parto: per pajo; pafano, parno. per pàjono;
parèmio, parèvi, parècono per parevàmo , parecvà le, parèoa- no ; parèi,
parèlti per parvi; parè, parèlte per parve; pàrsamo, parès- simo per parèémmo;
paràve per parrèbbe ; parrèbbamo, parrèssimo per parrèmmo ; parerèbbano per
parrèbbero. (57) In pari modo procedono compiacère , dispiacère , spiacère ,
ripia- cère. Piucciùto, piacèi, piacètti, piacè, piacètie, piacèrono,
piacèttero, sono maniere antiche ed ora disusate. Piàcguamo , piacètiamo,
piàcqueno per piacèmmo, piacquero; sono idiotismi da non imitarsi, tonni INFINI
TIVO. INDIC.PRES.|PASS. DEF.| FUTURO ISOGG. PRES.| IMPERAT. Porre
(58),ponere|pongo posi porrò ponga TREE PARTICIP] |poni ponésti |porrài ponga
poni pone pose | [porrà ponga ponga Pres. Ponîénte [poniamo |pontmmo |porreémo
|poniàamo |poniàmo Pass. Posto pontte ponèste |porrète |poniàle |pontte GER.
Ponendo pòngono |posero porrànno |pòngano |pòngano INFINITIVO Potere (59) posso
potti, “po-|potrò possa tetti i PARTICIPJI puoi, puo’|potesti potrài
possa,possi d . può, puote|pole , “po-|potrà possa sà Pres. Potènte , tette È
possente possiamo |pottmmo |potrèémo |possiàmo Pass. Potùto potete poteste
potrete possiàte possono , |polérono ,|potrànno |pòssano GER. Pottndo ponno |
poteltero, potèro (58) Sono soggetti alle stesse anomalie i seguenti:
Anfeporre, appoòr- re, comporre, contrapporre, deporre, disporre, esporre,
frapporre, imporre, inlerpòrre, oppòrre, pospòrre, prepòrre,. proporre,
presupporre, ricomporre, nporre, riproporre, scomporre, sopporre, soprapporre )
solloporre, sporre, supporre, trappòrre, traspòorre.— Porre, sincope
dell’antico e latino verbo ponere, procede nella maggior parte della sua
conjugazione colle desinen- ze di quest’ wllimo, e non ha altre voci soggette
alla stessa sincope se non quelle del futuro e del condizionale, essendo ponerò
ec., ponerèi ec., ma- niere in oggi bandite. Altre voci non poche del presente
verbo leggonsi presso gli antichi, che in oggi sono, o affatto rigettate, o a’
poeti solo si permettono, tali sono: Pogneènte, pognendo per ponènie, ponendo ;
posilo Per posto ; pono, ponono per pongo, pongono; ponèmo per poniùmo, 0
Pognaàmo ; ponieno per ponèvano; pogni per ponghi o ponga (2a. pers. sing. del
pres. sogg.); pona, e pogna per porga (1a. e 3a. pers. sing. del pres, sogg.).-
Meno anliquate pajono puose per pose; puosero, e può- sono per posero, posono. Bocc. Introd. — id. nov. 4. —
Nov. ant. 61. — Gio. Vill. 6, 37. — id. 10, 153. — S. Agost. C_D. 8, 3.— Vit. SS. PP. 4, 398. ec. Pollo e impollo,
in vece di ponilo, e imponilo, o ponlo e imponlo, leg- gfonsi nel Boccaccio.
Leva quello spillèetto che m’ hai sopra le orècchie Poslo, e POLLO più là un
poco. Bocc. laber. — E percio quello, che a te pare che per me s’ abbia a fare,
IMPOLLOMI e vederàli cc. id. nov. 5. Simil maniera per altro sarebbe oggidì
poco gradita. Ma sono errori ma- nifesti porùfo per posto ; ponghiàmo,
ponghiàte, pòonghino, per poniàmo, Poniàle, pòngano ; o pogniàmo, pogniale per
pognàmo, pognàie; pongi, Ponè per posi, pose; posàmo per ponèmmo ; posano e
pòseno per posero. Vedi cap. VI S. VII. (59) Molte sono le anomalie antiche di
questo irregolarissimo verbo: Possufo per potùlo, è voce usitalissima tra ’|]
popolo toscano, ma non se Nè trovano esempj abbastanza presso i classici per
dichiararla valida. Mor: è POSSUTO a questo ancor venìre. Fr. Barb. 193, 11.—
Acèndo già lungo I INFINITIVO
INDIC.PRES.|PASS. DEF.| FUTURO |SOGG. PRÉS.| IMPERAT. Rimantre (60) |rimàngo
|rimàsi rimarrò {rimanga |...... D) . . . i} e . sé. . . . ‘ DI rimantsti |r
rài |rimànga, olrimani PARTICIPI rimani imantst imar I ga, rimanghi Pres.
Rimanéntelrimàne rimàse rimarrà rimànga |rimànga Pass. Rimasto,
|rimaniàmo|rimantm- |rimarrtmo|rimaniàmo]rimaniamo rimàso mo GER. Rimanendo
|rimantte |rimanèste |rimarrtte |rimaniàte |rimantte rimangono {rimasero
|rimarràn- |rimàngano]|rimangano INFINITIVO : no Sapere (61) . Iso seppi saprò
. [sappia ie tempo desideràlo il regno d' Itùlia, e non POSSUTO mai
conseguìrlo. Stor. eur. 4, 83. Possèndo per potèndo; Gio. Vill. g, 182.—e Bocc.
nov. gt. Puole, pole, poliàmo 0 possèmo, possèle, puonno per puoi, può, possiù-
mio, polète, possono; possèa, polavàmo 0 possevàmo, potavate, polieno, per
potèva, polevàmo , polevàte, poltèvano; possètti, possetie, possetlono o
polètiono per polèi, potè, potèrono; polerò, poterài ec. per potro, pe trai
ec.jpolerèi, polerèsti ec. per potrèi, potrèsti ec.; potiàmo per possiamo ec.
Potestù per polèsti tu si trova frequentemente nel Boccaccio. Potéro, © potèr
per poterono è puro poetico. Non POTÉR quei fuggirsi tanto chiu- si. D. Inf. 5;
ma leggesi anche in qualche prosa antica: El on dàro là ove PoTERO. Tesor. Br.
8. Pofènno per poltèrono è voce del contado toscano, e Dante |’ usò pure: St
che vedèr si POTEN fulli quan ti. Inf. 4. Potrìa e porìa, potrìano, potrìeno, e
porìano per potrebbe è potrèbbero, sono del verso e della prosa, e gli esempj
ne sono molti; ma porìa per potrèî non si usa se non che in verso. To mon PORIA
le sacre benedètte Vergini, ch? ivi fur, chiùder in rima. Petr. Tr. della cast.
— H io come giammdi PORIA soffrire. Bocc. Tes. lib. 8, g. Sono pur molte le
voci erronee, o idiotismi di questo verbo, dall’ usare î quali ognuno deb- besi
ben guardare, e sono: possère per polère ; puoli, puole per puoi, pù; potèmio
per polevàmo ; potèvi e polavete per polevàle ; potèvono per pe tèvano j
polièdi, poliéde per potèi, potè; potètiamo per potèmmo ; polb- dero, potèrno,
polièro, pottèro per potèrono; porò, porèi ec. per potro, potrèi ec. ;
polrèbbi, porèsti, potrèbbamo, porèste, potrèbbano per port polresli ec.;
possi, poliàmo, poliàle, pòssino per possa, possiàmo, posso” le, possano. . nr
(60) L’ antico verbo manère, del quale pochissime voci superstiti sono, è il
primitivo de’ verbi rimanère e premanère, il quale procede nella stessa
maniera. Rimagnènie per rimanènie, è voce antiquata, 00" me pure rimdgno,
rimàgna , rimagnàmo per rimàngo , rimànga, mme niàmo, rimanerò, per rimarrò ;
rimàgna per rimànga (2a.- pers. sing. s0gg.); rimanèi, rimanè y rimanèrono per
rimàsi, rimàse, rimàsero ec. I seguenti sono idiotismi: rimànse, e rimanètie
per rimàse; rimàsamo per rime nèmmo ; rimàsano, rimanèltero per rimasero ;
rimanghiàmo, rimanghia- te, rimanghino per rimaniàmo, rimaniàte, rimàngano.
deren: (6:) Il verbo sapère, che presso gli antichi talora anche savére 5!
disse, è uno de’ verbi più irregolari che abbia la linfgua italiana, ©
singolarissimo per le molte e strane sue anomalie antiche; esso è priv? di par.
pres. e non può supplirvi nt sapièrie, Cresc. 4, 18, è saccente, ETIMOLOGIA E
SINTASSI 2635 Tr——_——111111—__r____.o INDIC.PRES.{PASS. DEF.f FUTURO |SOGG.
PRES.| IMPERAT. PARTICIPI sal, sa’ Isaptsti saprài sappia , |sappi sappi Pres.
..... sa seppe . Isaprà sappia sappia Pass. Sapùto sappiàmo Î|saptmmo jsaprèémo
|sappiàmo |sappiàmo GER. Sapendo sapete sapeste saprete sappiate |saptte
INFINITIVO = |S2DDO seppero |saprànno |sàppiano _ |sappiano Sctgliere o scer-
re, e sciogliere o eciorre , proce- dono come coglie- re (62). Sedtre (63)
siedo, seg-|sedti, se-|sederò frieda seg-| < .... go detti ga Tesor Br.
4, essendo amendue queste voci meri addiettivi. Sacciufo per sapùlo, come par.
pass., è un idiotismo. Sappièndo per sapèndo ; saccio € sapo per so; sapèmo,
savèmo, sacciàmo per sappiàmo; sàcciono per sanno; sapavàmo, sapavàle, sapìieno
v savieno per sapevamo, sapevàle, sapèvano j sèppono per sèppero; saperà ec.
per saprò ec.; saperèi ec. per saprèi ec.; sàcciu, sacciàmo , sacciàle,
sàcciano per sappia, sappiàmo, sappiàle , sàppiano, sono tutte voci che si
leggono qua e là presso qual- cuno de’ classici più o meno antico. SAPPIÈNDO che
il re Guglièlmo suo avolo dala avèa la sicurià ec. Bocc. nov. 37.—Mandbò il
cavaliero all’al- bèrgo della corona SAPPIÈNDO se era suo famìglio. Fr. Sacch.
nov. 221.— ‘Temo morire e già non sAcciO l' ora. Bocc. nov. 9g7.—Non SACCIO
vero consìglio alcuno che il vostro. Guitt. lett. 19.—Questo è mio giuoco, € ad
altro giuocàre non sapo. Id. lett. 34. — Falla più grande di sè slessa uscio, E
che si lesse rimembràr non sape. D. Par. 23. — Foi iremavàate come verga e non
SAPAVATE dove voi vi foste. Bocc. nov. 97.—Nè cosa alira gradita Alla vostra
beltà Manca donna SACCIATE, Che pietà. D. Majan. Rim. ant. 84. Sono da
schivarsi come errori popolari: sappo, sapo- no per so, sanno; sapèmio per
sapevamo ; sapèvono per sapèvano; sa- pèi o sapèlli, sapè o sapètle, per seppi,
seppe; sèppamo, sapèrono 0 sa- pèttero, per sapèìmmo, sèpperoj; sappi per
sùppia ; sàppino per sappiano ec. Sa’ così apostrofato per sai è usitatissimo
nel verso. D. Inf. 20.— Petr. canz. 29. (62) Questi due verbi ed i loro
composti riscègliere 0 riscèrre , pre- scèghere o prescèrre, trascègliere o
trascèrre , disciogliere o discior- ‘re , prosciògliere o prosciòrre, procedono
come cogliere. (Veggasi que- ‘sto verbo. (63) Procedono nello stesso modo
risedère, possedère , presedère, so- ‘prassedère. Alcune delle voci del verbo
sedere , hanno doppia desinenza, Y una propria, l’altra proveniente dall’
antico, e ora disusato verbo sèg- gere. Trovansi in oltre le seguenti voci
antiquate: seggènie per sedènie; seggèendo per sedèndo; seggio, e sèggiono per seggo,
sèéggono ; siè per side; sedie, sedieno, per sedèva, sedèvano; sedièro per
sedèrono ; sedrò ec. (po- ctico) per sedero ec.; sèggia, seggi, sèggiano per
segga sègghi , stggano. Nella casa di Manlio, la quale era SEGGENTE su allo
nella rocca. Liv. DI .— Disse'l1 maèstro, che sEGGENDO in piùma , In fama nonsi
vien, nè INDIC.PRES.|PASS. DEF.| FUTURO |SOGG. PRES.| IMPERAT. PARTICIPI siedi
sedèsti sederài sieda, siedi, [siedi segghi siede sedè , se-|sederà sieda,
seg-|sieda, seg- dette ga ga Pres. Sedtnte sediamo , |sedîmmo |sederèmo
|sediàmo, sediamo, 4: Pass. Seduto seggiàmo | seggiàmo| seggiamo sedette
sedeste sedertte Isediàte , |sedete GER. Sedetndo seggiàte sitdono , |sederono
,|sederànno |sièdano , . sitdano , | INFINITIVO. séggono | sedettero seggano' |
stggat@ “i. Solere (64) Soglio soglia ì Suoli, suo’ sogli,soglia L PARTICIPI
Suole,suol, soglia sole Pres. Solente sogliàmo s 9 sogliàmo 5 Pass. Solito
soltte E @ sogliàte Hi een. Salendo —Isògliono È 8 |sòogliano E INFINITIVO
Tacétre ‘ Questo verbo pro-] cede come pia- cère (65) sotto coltre. D. Inf.
a.—S' io vado, dormo, o sÉGGI10. Petr. canz. 8.-Cost ©. com' ella siè tra ”l
piano e'l monte. D. Inf. 27. Vedèasi un bel marmo - e quel SEDIESI sovra la
verd’ erbètta ec. Bocc. Amm. vis. cant. 38.— SEGGIO come abbandonàla; ispèsso
ricèrco il letto, che ci tenta amend& ‘ ni. Ovid. Pist. 44.—E più di
cento spirti entro SEDIERO. D. Purg. 272 se ciò è vèro che l'acqua SEGGIA sulla
terra, dunque è ella più alla che Za terra. Tesor. Br. 2. ec. Sono poi voci popolari
e viziose siedano 058" > ‘ gano per sièdono, sèggono; sedèmio,
sedavàmo per sedevamo ; sedba Pl > sedevàle; sedèoono per sedèvano ;
sedèllamo per sedèémmo; segghi, sedo “ per segga, sieda (1a. pers. pres.
sogg.); segghi&mo, segghiale, segghino O | sèédano per sediàmo 0
seggiàmo, sediàale, sièdano o sèggano ec. Notist «; che il verbo sedère,
significando l’ azione di porsi a sedere, va accompa » gnato colle particelle
pronominali mi, ci, fi, vi, si. i (64) Solère, che ben di rado usasi nell’
infinito, è pur difettivo nel pass. def., nel futuro e nell’imperativo; a’ due
primi supplisce il parbici* pio solito con una delle respettive voci del verbo
èssere. Esistono di ess0 | ‘alcune voci di forma antiquata, ed altre che i
poeti soli si permettono di adoperare, come; suogli, suoi, per suoli: sole per
suole. È 00, che È SUOGLI Desideràr maggiore. Franc. Barb.201, g.—Che per
naitùra SOLE Bollir le noili. Petr. canz. 31. Solèmo per sogliàmo. D. Purg. 22.
Solia per s0lè- | ‘va 0 solta/(1a. e 3a. pers.): Vane sperànze, ond'io viver
sotia. Petr.son.19"- i ‘ — Ardomi e siruggo ancòr, com' io sotia. Id. son.
89.— Pur la scongiuro < siòne onde soLia Comandòre a' demoni avèoa a
mente. Ar. fur. c. 2% | st. 128. (Pel rimanente vedi la nota 26, del prec.
Cap.) | (65) Evvi per altro nel verbo facère qualche differenza ortogr di afica
da ; ’@1‘e—@————tt@@@@@us(sss INFINITIVO
INDIC.PRES.|PASS. DEF. ‘FUTURO SOGG. PRES. IMPERAT, Tenere (66) tengo,"
te-{tenni terrò tenga 2004 gno tieni tenèsti terrài tenga, ten-Itieni, * te’
ghi PARTICIPI tiene tenne terrà tenga, “ te-[tenga, ° te- gna gna teniàmo ,
|tenemmo jterréemo iteniàmo, {teniamo , Pres. Tentnte tegnàmo, tegnàmo,|
tegnàmo tenghià- tenghià- Pass. Tenùto mo | mo tenète tenèste terrtte tenète
tenéte GER. Tenendo, {ttngono, {tennero , {terranno jtèngano, [tengano 4 "
tegnendo "tégnonof ‘tennono ièegnano | tegnano osservarsi, che consiste in
non dovere alcune voci di esso scriversi con due cc, come si pralica ne’ verbi
piacère, giacère, e nci composti loro, ma con un c, onde non confonderle colle
stesse voci del verbo facciàre: seri- vasi adunque Zacio, taciàùmo ; tacia,
laciàmo (s0gg.), tacià te: ma non po- tendo aver luogo l’ equivoco suddetto
nelle due terze pers. plurali ( pres. indic. e sogg- ), esse posson pure
scriversi /àcciono e tàcciano , imperoc- chì le medesime pers. del verbo
facciàre, cadono |’ una in ano, |’ altra in ino. Riguardo poi a’ poeti, i quali
nè pure il rischio di confondere il significato di due verbi, può far iscendere
nella benchè minima cosa da’ mol- U privilegj conceduti loro, essi, secondo
meglio lor convenga, possono . Scrivere tutte le anzidette voci del verbo
#acère, o con iscempia, 0 con doppia c. Le voci facèi, facètti, tacè, lacètte ,
tacèrono, lacèllero e ta- cellono, in vece di facqui, ‘tacque, làcquero sono
antiquate, che oggidì così di leggieri non s’userebbero come fecero gli
antichi. Nov. ant. 92. — Cavale. Pungil. 15. — Moral. S. Greg. lib. 3, $. 4.—
Vit. SS. PP. a, 4.— Bocce. nov. 50.—Tac. Dav. ann. 1:67. ec. «Pertanto, dice il
Mastrofini, lo scrillor savio, dove gli cada in acconcio, potrà valersi anche
oggi, ma pParcamenle, di queste voci». Tàcquamo e ftacèttamo per tacèmmo; e
tàc- quano e lacèltano per tàcquero, sono idiolismi da fuggirsi. (66) La
conjugazione del verbo /erère, serve di norma a tutti i com- posti di questo,
veggasi $. II, del VI. cap. Per fenènfe e lenèndo, taluni dissero qualche volla
fegnènie e tegnèndo, che ora meritamente come ran- cidumi sì rigettano. Tiengo
per fengo, è idiotismo romano, e odesi non di rado anche nel contado toscano.
Tegro fu dagli anl. usato, e in verso, è in prosa. A lo qual dice, vegno,
Questa gentìl per cui sola mi TEGNO. Franc. Barb. a15.— Ed io: buon duca, non
TEGNO nascosto ec. D. Inf. 10. —lo non so a che io mi TEGNO che io non vegna
laggiù Bocc. nov. 15. oggi però appena in verso si tollera, quantunque sovente
odasi nelle provincie settentrionali d’ Italia. A//èégno, e sostèégno per
alièngo e soslèn- 80, leggonsi in Petr. son. 10, e canz. 6. Tenghi per dieni è
errore. In Dante leggesi fegri, probabilmente per farne la rima con regni e
degni, urg. 1. Tene per liene è voce poelica usala frequentemente dal Petrarca.
suo seggio maggior nel mio cor TENE. Petr. canz. 109.—L' alira mi TEN quaggiù
conira mia voglia. Id. canz. 43.—E’1l cor sottràgge A quel dolce pensier, che’n
vita il TENE, ld. son. 189. Tegnamo, e tègnono, 1a. e 3a. Gram. Ital.
INFINITIVO INDIC.PRES.|PASS. DEF.Î FUTURO {SOGG. PRES.| IMPERAT. Togliere o
torre, procede come cogliere A scè- gliere, € sci0- gliere (67). pers. plur. di
legno, debbonsi al par di questo come antiquati riguardare. in quanto a
fenghiàmo il Buommattei, e dietro lui il Corticelli , e forse alcuni altri,
pongono erroneamente questa voce come l' unica della 1a. pers. plur. del pres.
indic., sogg. e imper. senza far motto della naturale e buona voce ferriémo. ll
Pistolesi, tollerando #enghiàmo, stante l'uso comune, ha per migliore fenià mo
; il Mastrofini, non ostante l’ uso chesì fa della prima, la rigetta come
sregolata, e raccomanda di scansarla. Noi, appunto perchè nell'uso fenghiàmo
par che più gradito sia anche in To- scana che feriàmo, li poniamo ambedue,
dando il primo posto a- questo ultimo. ln luogo di fèrnero, leggesi fènnono nel
Bocc. gior. 4, prin, * ieénneno nel Petr. vit, de’ Pontet.: ambedue queste voci
sono pochissimo usate. Te ’così accorciato per fieri imperat., fu usato in
prosa € in verso. TE'fa compiutamente quello che ’1 tuo, e mio signore t'ha
imposto. Bocc. nuov. 100.—TE' questio ferro ficcal qui. 'Tac. Dav. ann. a, —TE'
questo scel- tro: a te Emirèn commètto. Tas. Ger. 17, 38. Apponesi non di rado
l'af- fisso alla voce dieri troncatone l'i, come: lienmi, tienti, tienlo, ec.
PÈ liénimi, tièniti, tiènilo ec. D. Inf. 31.—Rocc. nov. 60; e talora troncasent
ancora la n, nella cui vece raddoppiasi la mm degli affissi mi, lo, e la,
scrivendosi liemmi, tiello, diella. | (67) Come pure i suoi composti
distogliere © distòrre , ritògliere om iòrre. Tutte le osservazioni fatte alla
nota 52 sul verbo cogliere, debbon- si pure a dogliere, ed a’ suoi composti
applicare; e aggiungo che nelle nobili scritture degli antichi leggesi più
spesso la sincope forre che la voce intera, tanto nell’ infinito che nel
futucvo e nel condizionale. Toi tr0v28 alcune volte usato per dogli. Dunque TOI
fu ricordànza al Sere? Bocc. nov. 72.—Se non spegni la sele e TOI la fame,
Alam. Colt. lib. 1. É nell’imperat. fo’ per togli. Quel vago, dolce, caro,
onèsto sguardo Di p®. rèa: TO’ di me quel, che tu puoi. Petr. son. 286.—Or TO’
quello di che 50 degno corpo mio. Vit. SS. PP. 3, 21. E unito all’ affisso
senz’ apostrolo: TotI dal pianto se ’1 luo figliuolo è morto. Nov. ant. ro. —
TOMNMI la vita, giovane, per Dio. Ar. Fur. 4, 28. — TOLO di grazia € mènale- lo
via. Berni, Orl. lib. 1, 25, 28. Leggonsi pure oe e Zo per toglie: T ha tolto
dei che TOL sempre il migliore. Varchi, son. par. 1. — Per le parole e alle
persuasiòni altrùi se ne TOE giù. id. Ercol. — Quel che gli To lo piaga, amòr
gli cresce. Bera. Or. lib. 1, 11. — Ch' entra e sale (la mor te) e TO la vita.
B. Jacop. poes. spir. cant. 2. — Ella Hiene lullo D ante mo, e TOCCI (ci
toglie) il desidèrio di tutle le altre cose. Sen. Pistol. 74 Tozzo, tòggono, e
togga, tiggano. per foglio, iòlgono e lolga, tòolgano s0D0 voci contadinesche e
plebee; folghi per Zogli, e lolghiàmo, lolghiate p®! fogliàmo, togliàte sono
altresì idiotismi fuori di ogni autorità, sebbene ! Buommattei Je ammetta come
voci buone, anzi uniche. €
—__——m——__ÉT_rr———mÉÉtmÈ@“@—€@t@@@@iJrrt@et©@s@e@_@@_rm@([1t29@ INFINITIVO
INDIC.PRES.{ PASS. DEF.| FUTURO |SOGG.PRES.|] IMPERAT. Trarre, e antic.|traggo
trassi Itrarrò lragga Pea aa Tràere (68) trai,traggi, |tratsti trarrài tragga »
|trai,traggi, tra’ 3, tragghi tra” PARTICIPJ trae,fraggeltrasse travrà — lragga
tragga traiàmo , {traemmo jtrarrèémo jtraiàmo , {irziamo , Pres. Tratnte
traggiàmo traggiàmo | traggiàmo Pass. Tratto tratte traèste | |trarrtte
|traiàte , |tratle | traggiate GER. Traèndo tràggono |tràssero , |trarrànno
|tràggano tràggano “tràssono INFINITIVO Valère (69) valgo, va-|valsi varrò, va-lvalga,
va-l..... glio lerò glia vali valèsti varrài, ec.{valga, va-|vali PARTICIPI
glia,valghi vale, val |valse varrà, ec. |valga, va-|valga , va- glia glia Pres.
Valente valiàmo |valemmo |varrèemo ; |valiamo |valiamo Pass. Valùto valerèemo
valtte valeéste | varrete, ec.|valiàte valète GER, Valenda vàlgono , Ivàlsero ,
fvarrànno ,{vaàlgano ; fvàlgano , vagliono| ‘’vàlsona] ec. vagliano| vàgliano
(68) Dall’ antico verbo #ralre di Fra Guîttone formossi in appresso fràere, e
da questo nacque poi #rarre, che è oggidi pregiato e comune, ma le cui voci,
toltene quelle del futuro e del condizionale, parte discen- dono dal suddetto
firaere, e parte dal più antico verbo fràggere, l' infi- nito del quale
adoperato da Dante Inf. 13, e dal Petr. son. 52, è ora disu- sato del parì che
#raere e tràre. Come frarre procedon pure i suoi com- posti astràrre, altrarre,
contràrre, detràrre, dislràrre, estràrre, pertràr- re, protràrre, rattràrre,
rilràrre, sottràrre. Trào per traggo , tràono per tràggono sono erronei. Di trai
e frae si possono troncare le vocali finali sostituendovî un apostrofo, e anche
senza l’ apostrofo, specialmente quan- do si congiungono con qualcheduno degli
affissi, e sovente anche si rad- doppia la consonante dell’ affisso come
frammiî per mi frai o mì trae, frallo 0, iràelo, per lo trae; iranne per ne
trae, irassi, tràesi per si trae. Trano per traggono è del verso. Tragghiàmo ,
e tragshiàle per traiàmo o fraggiàmo, traiàfe 0 traggiàle, sono voci di grand’
uso, ma non perciò meno erronee. ra in vece di frai, riceve per lo più, unito
uno degli af- fissi: Aprila e TRANE il seme. Cresc. lib. 6, cap. 20. — TRAMI di
questa prigione, e mènami con teco. Stor. Giosaf. 54. Ò (69) Disvalère,
prevalère, rivalère, equivalère, hanno lo stesso anda- mento che valère.
Valènie è l' unico par. pres. comune del verbo valère ; cagliente è antiquato,
e valsènie è un nome che vale prezzo. Zalsùfo per calùto leggesi nel Buti. Dal
qual (cielo) discènde la inffuènzia della virtù nella quale è VALSUTO. Comm.
Purg. 28. — Si dice che sarèbbe fallito, se non si fosse VALSUTO di scudi
trentamila del pubblico. Segoi, stor. fior. 72. Valse è poetico. Caro En. lib.
7. INFINITIVO INDIC.PRES.|[PASS. DEF. FUTURO |SOGG. PRES.| IMPERAT. Vedere (70)
vedo, veg-|vidi, vid’io[vedrò veda, veg-| ..... go,veggio ga,veggia PARTICIPI
vedi, ve’ |vedesti vedrài veda, veg-|vedi, ve ga,veggia Pres. Veggente [vede
vide vedrà veda, veg-|veda, veg- Pass. Vedùto , ga,veggia] ga,veggia visto
vediamo, |vedémmo |vedrèémo vediamo, |vediàmo, GER. Vedendo, | veggiàmo
veggiàmo| veggiàmo veggendo vedete vedeste vedrète |vediate , |vedele |
veggiate vedono , |videro, vi-|vedrànno |vèédano , |vedano, veggono, | der
vèggano,| veggano, veggiono veggiano| veggiano “ (70) Per antico e disusato che
sia il verbo vèggere, molte voci di es so sono rimaste in pregio, e servono a
moltiplicare quelle proprie de verbo moderno vedère, come viene dimostrato nel
prospetto di quest’ ul- timo, che ha per seguaci andivedere $ approvvedère,
avvedèrsi, convedre, divedère, malvedère, prevedère, provvedère, ravvedèrsi,
riprovoedère, rit dère, stravedère , transvedère (ingannarsi), fravedère. Wiso
per veduto è antiquato: Fra Guitt. lett. 26.—1D. Par. 7. Zeggh' io e egg io per
veggoio e veggio io leggonsi in Dante e nel Petrarca. Tempo vEGGH' F0 non mollo
dopo ancoi ec. D. Purg. 20.—Or va dis’ ei, che quei che più n’ ha colpa VEG
G'I0 a coda d' una bestia tratto ec. 1d. ibid. 24.— Ben veGG’I0 di lontàno 4
dolce lume. Petr. son. 130. Vegg'o’ per veggio trovasi pure ne’due poeti
suddet- ti: D. Par. 7. — Petr. son. 1. Yeo , vejo e vio, sono voci antiquate da
non più usarsi. Ze' per vedi è poetico: D. Purg. 5. — Petr. Tr. d’ Am. cap. 5.
Vegghiàmo per veggiàmo 0 vediàmo, è un idiolismo comune a’ Toscani, come pure
vele per vedète, che tutto di odesi dal volgo fiorentino. Veddi vedde, vèddero,
che il Pistolesi, seguendo il Buommaltei, pone nella co- Jonna delle voci buone
e comuni, accanto a vidi, vide, o:dero, sono voi non già scorrette, e dell'
infima plebe, come taluni le tengono, ma bensi antiquate e oramai in disuso,
sebbene alcuni accreditati classici antichi copiosamente se ne servirono. Ma se
le suddette tre voci non han più pregio, n° hanno molto meno viddi , vidde,
viddero, che da quelle nacque- ro, e sono poco meglio che erronee. Sono
parimente in disuso come 20- tiquate le desinenze regolari di questo tempo,
cioè: vedèi e oedbtli, cede e vedèlle, vedèrono e vedettero; quantunque alcune
di esse sien correda- te di autorevoli esempj. Quando l’ uomo VENÈ venire
quella bestia, ch'o- vèva nome Unicòorno, incominciò a fuggire. Stor. Giosaf.
37.— Dico che si VEDÉRONO apparire Nel ciel tre lumi ec. Dittam. lib, 1.— Ma
non istelte guari ch’ io VEDÈTTI Lui ritornàr con dodici donzelle. Bocc.
rim.—Ma quanto più potè similmènie Bella tenùta da chi la vEDÈTTE. id. Teseid.
lib. 6. edéo è mero poetico. L' ufffitta Emìlia apprèsso si venko. Teseid. lib.
g. Yedestu per vedesti tu leggesi nel Bocc. Qual cavalla VEDESTU' mai senza
coda ‘ nov. 90.; € nel Petr. Come non VEDESTU' negli occhi suoi? son. 286. 7èd-
damo, vèddimo, vedèssima, vìddemo , vidimo per vedèmmo; oèddano € videno per
videro, sono errori del volgo. Le voci del futuro, così since- pate, sono deil’
uso comune, ma non perciò mancano esempj sì in verso tn “i SEE III TESE TETI
ISEE RI ISEE CE SITA INFINITIVO INDIC.PRES.|PASS, DEF.1 FUTURO |SOGG. PRES.]
IMPERAT. Volere (71) voglio , vo’ |volli vorrò voglia Padre vuoi, vuo’ |
volesti vorrài voglia, vo-|vogli PARTICIPI gli vuole, vuol|volle vorrà voglia
voglia Pres. Volente {vogliamo |volemmo vorremo |vogliàmo |vogliàmo Pass.
Volùto volète voleste vorreéte |vogliàte vogliate GER. Volendo vogliono
|vòllero vorrànno |vògliano |vògliano che in prosa, in cui esse si trovino
intere. Stor. Giosaf. 14.—Bocc. nov. 41.— Franc. Barb. 216.—D. Inf. 14.—Petr.
"Tr. della divin.—E così pure nel condizionale vederèi, vederèsti ec.
Guid. Giud. pag. 33.—Stor. Giosaf. 121. —Bocc. nov. 76, ec.; Yegghiàmo e
veggàmo per veggiàmo ec. ; vegghiàle e veggàle per veggiàle ec. vèdino,
vègghino, e vèggino per vèggano, sono tutte voci sregolate del volgo, e perciò
da scansarsi. L’ apostrofo di ve’ si ommette quando questa voce, scorciata di
vedi, congiungesi cogli af- fissi /o, la, li, le, siccome in istile burlesco
talora si trova, cioè vello, | vella, velli, velle, in vece di vèdilo, vedila,
ec. Lasca Gelos.—Fir. rim. — - +Burchiel. part. 1, son. 1. (71) La conjugazione
di volère è pur quella di disvolère, rivolère, stra- volere. Vogliendo per
volèndo leggesi più volte nel Bocc. e in alcuni al- tri prosatori antichi;
volsufo per volùfo, sebbene fuor di regola, è voce usa- tissima in Toscana;
owoli per vuoi, quantunque ora più non si tollerì, non potrebbe però dirsi
errare chi se ne servisse, essendo questa voce stata adoperata da D. Inf. 9g, —
dal Bocc. nov. 27 , e Teseid. lib. 4, — dal Passav., — da Fran. Barb. 11, e se
ne leggono esempj anche in al- tri autori. Yole per vuole, fu usato da alcuni
poeti antichi. Quattro cose chi voLe Guardàr a punto. Franc. Barb. 46. — Che.
quello stesso ch’ or per me si voLE, Sempre si volse ec. Petr. son. 288. — La
lasci se non voLE onòre. Bocc. Teseid. 64. Voli per vuoi, e voliano per
vogliano sono errori; corno per vogliono è idiotismo romano e napolitano; e
pure il gran tragico moderno Vittorio Alfieri 1’ usò varie volle, ed anche
scor- ciollo talora scrivendo von. Natura e il ciel me vonno Tra voi giùdice
sola ec. Polin. at. 2, sc. 2. —... Il mal di iutti Vonno pria che con noi godèr
divisa La dolce libertàde ec. Virgin. at. 1, sc. 3. — Torre or ci vON sì rara
figlia, a eniràmbi I genitòor solo conforto e speme ? Mirra, at. 1, sc. a.
Volsi, volse, volsero per volli, volle, vollero, non più si tollerano se non
che talora in verso per timore d’ equivoco colle stesse voci del verbo volgere:
ad onta di ciò più queste che quelle adoperansi in Roma ed anche in Firenze dal
volgo, e se ne trovano numerosi esemp) presso gli antichi e poeti, e prosatori.
D. Inf. 22. — id.
Purg. 8. Ar. Fur. 34, 42. , —Fra Guitt. lett. 3. — Vit. SS. PP. 3, 39.— Machiav. prin. cap. 3. — Dav. scism. cap. 26 ec.
Vollono per vollero si legge nel Vill. (Gio. ) 6, 56, e nel Bocc. nov. 76, e in
altri autori ancora; ma il triplice o che in es- sa voce trovasi , l’ ha resa
dispiacevole e disusata del pari che vollero; vòlsanio per volèemmo ; e volsano
0 volsono per vollero sono errori; vo- gli per voglia (1a. e 3a. pers. sing. ),
e voglina per vogliano sono voci vi- ziose. Leggasi $. VII del precedente
capitolo. OSSERVAZIONI SU DI ALCUNI VERBI DIFETTIVI DELLA SECONDA CONIUGAZIONE.
S. I. ALGERE, verbo latino, è usato dai poeti nel signi ficato di Agghiacciare,
intieramente raffreddarsi; ma non se ne trova che il par. pres. a/génte , e la
prima e terza pers sing. alsi, e alse. Signòr tu sai che per lo ALGENTE freddo,
L acqua divénta cristallina pietra. D. rim. 34. — ALSI ed ar st gran tempo.
Varchi, rim. 3.— L' alma, ch' arse per li sì spesso, ed ALSE. Petr. son. 289.
ANGERE (Affliggere). Di questo verbo latino si legge pre so 1 poeti la voce
Ange. Tanta paùra e duol l
alma ins ; ANGE. Petr. son. 255. ARROGERE
(Aggiugnere). Di questo verbo trovansi È seguenti voci; par. pass. Arròto; ger.
Arrogendo. ladic. pre; «frròoge, arrogiàùmo, arrògono. Imperfetto, Arrogéva è
arrazia Pass. def. Arròsi, arròse, arròsero, arròsono. Sogg. Imperfetto
Arrogeésse; e nalla più. $- II. CALERE, che vale curarsi, premere, esser a
cuott, oltre esser difettivo, è per lo più impersonale, imperocchè di esso non
si trovano usate che le terze persone singolari di tutti 1 tempi, fuorchè del
futuro, e ciò nel modo come st gue-(1): = — Asi e e e — os n toe È DE i 22 i 4
2. Bata r INFN. Calere (2); ger. Caléndo; par. pass. Calùto. In I dic. pres.
Cale o cal; imperf. o pend. caléva, o caléa. Pel def. Calse. Sogg. pres.
Caglia. Imperf. Calésse. Condiz. pres. Calerebbe, o carrébbe; Imperat. pres.
Caglia (3). (1) II Cav. Compagnoni dà ad alcuni tempi di questo verbo ancel Sa.
pers. plur. come calèvano 0 calèano; calsero, calèssero, ma non 8 prei dire
dove quest’ autore le abbia pescate. i (2) La voce dell’infin. non s' usa se
non in questo modo di dire: Avère, 0 mèliere in calère, o in non calère ; che
vagliono Curarsent * | non curarsene, e che anche diconsi Avère, o mèllere in
non cale: Lt lle e l’onòr del comùne, niente hanno in caLéne. M. Vill. g, 6.—
Vostre ricchèzze factano a voi molte cose mèltere in non caLkre. Tes. Br. 8. Or
sono a iutli în ira ed in non care. D. rim. 45. (3) Il verbo Calère va sempre
accompagnato con due nomi, 0 Pî° | nomi , l'uno, nel rapporto d' afribuzione ,
0 tendenza (dativo), che consiste o in un nome preceduto dalla preposizione a,
o in una di que ste particelle mi, ci, fi, vi, gli, le, loro ( vedi Sez. II
cap. V. $. vV, ei sez. III cap. II 8. IV); l’altro nel rapporto di appartenenza
, s'espri* |, con un nome, o pronome preceduto dalla prep. di, o colla
particella 7° che fa le veci e del nome e della preposizione ( vedi Sez. III
cap. Ed ETIMOLOGIA E SINTASSI 271 CorERE. Verbo latino che vale venerare, e del
quale non trovasi che il par. pass. colto (coll’ o stretto) e la 13 e 33 pers.
sing. del pres. indic. colo, e cole (coll’ o largo). Il cur tempio ec. anticaménte
edificùrono e con tutta pietà sempre coLto / hanno. Bemb. Stor. 8, 122.— Che
per te consecrà- io onòre, e COLO. Petr. son. 280.— Sparsa in minùti regni
apnea pave Tutta al suo nome el remòto Indo i core. ass. Ger. 17, 8. ConsumerE.
Verbo antico, che vale lo stesso che Con- sumare, edel quale altre voci non
cirestano che quella del par. pass. Consùnto, e le tre voci irregolari del
passato definito consùnsi , consùnse, consùnsero. CONVELLERE (latinismo) che
vale stirare, rilzrare, stor- cere; ma non ne abbiamo che il par. pres.
Convel/énte, il par. pass. Convùlso, 11 Ger. Concellendo, e le terze persone
sing. e plur. de’ seguenti tempi: Indic. pres. convélle, convellono; Imperf. o
Pend. Concvelleva, convellevano; fut. Convellerà, convellerànno. Sogg. pres.
Convélla, convellano. Imperf. Con- vellesse, convelléssero. | EBERE, ( verbo aa
che vale, Indebolirst, ventr me- no; ma può solamente tollerarsi nella poesia,
dove non se ne trova che la 3? pers. sing. del pres. indic., cioè EBE. La da di
Medòro anco non eBE, Ma si sdegna ferir l’ ignò- il plebe. Ar.Fur. 18.— Za
propria luce Nelle tenebre va dove EBE, e muore. Boez. Varch. 1, 2. ESTOLLERE;
vedi più basso TOLLERE. S. II. FERVERE, che vale Bollire, esser cocente, esser
veemente, è difettivo nel par. pass. come pure nella 1? pers. sing. e nella 1?
e 2a plur. dell’ Imperat., e mi pare che se- S.VII). Me se colànio or più, che
per lo passàto del luo onòr ti care. Bocc. nov. 77.—Ma Gianni al quale più che
ad alcuno daliro ne CALFA. Id. nov. 46.— Madonna siccome poco v'è CALUTO di
costùi che tanto mostra- vàte d' amare, così vi CARRÈBBE «cviemèno di me. Nov.
ant. 56.—Come dìcesi a Dio, D' altro non caLmE (mi cale). D. Purg. 8.—Ma perchè
mia fè vera e l ombre false Stimài di tuo battèsmo a me non caLse. Tass. Ger.
c. 12. st. 37.—Come che peràliro non ti cALÉSSE di lei. Nov. ant. 56. Qual- che
volta, ma di rado, il verbo Calère non è impersonale, avendo seco an nome come
subbietto (nominativo). CALENDOGLI vie più la salùte pro- pria, che gl’
inlerèssi de’ Semifonièsi ec. Sior. Semif. 36. Sovente questo werbo è seguito
da altro verbo nell’ infinito colla particella di, o anche nel sogg. colla
congiunzione che. Se di saper ch'io sia li cAL O colan- fo. D. Inf. 19.—
Siccome poco ci CALE che oddicèrga della barba poi che ella è rasa, così
all''’ànimo non CALLE, perchè è divino, che avvèerga del suo abitacolo, quand'
e’ ne dee uscire. Sen. Pist. 92. (4) Pare peraliro che siavi pure rimasta la
3a. pers. sing. del pres. fisadic. consùme ove ne’ seguenti csemp)j questa vece
non stia per con- condo la natura delle
cose esso dovrebbe esserlo in tulte le pers. del modo suddetto, imperocchè non
si può comandare altrui che ferva, cioè che bolla, che sia veemente. FIEDERE,
che vale Zerìre, è intieramente poetico, quan- tunque gli antichi l' usassero
anche in prosa: esso manca di ambedue i particip) attivo e passivo, della 12 e
2? pers. plur. Fres. indic., di tutti i tempi passati composti, di tutte le
pers. del futuro, di tutte le pers. dell’ imperat., della 2à pers. sing, e della
12 e 2a plur. del pres. sogg., e di tutte le pers. del condizionale. Nel
rimanente della sua conjugazione procede come CEDERE (5). S. IV. LECERE, e
LICERE (il secondo è voce latina) che entrambi vagliono Esser convenevole, e
de’ quali abbiamo 1 par. pass. Zecito, e Dicito (il primo è più usato), e la 3?
pers. sing. pres. indicat. /ece, e Zice; voci più del verso, che dell prosa. D. Par. 15 — Petr. son. 76.— id.
Tr. dell''Am. cap. 5. — Tass. Ger. 5, 52.— id. Amint. at. 1, coro. —Ar. Fur. 35, 44.— Bern. Orl. 2,
5, 14. ec. $. V. MOLCERE, verbo, che vale Addolcire, ma del qua- le non si
trova ne’ classici che la sola 5* pers. sing. del pres. indic. cioè Molce.
Petr. son. 542. — Varchi, rim. 12.— Men. fi rim. 4, 240. Il Cesarotti nel suo
Ossian usò anche mobi: Ma tu siedi o cantòre e le nostre alme MOLCI col canto
Wo ec. Tomo 1, Canto 5. | $. VI. RIÈDERE, verbo poetico, che vale Ritornare, ma
: del quale altre voci non si trovano se non che : Indic. pres. ‘. Riédo,
riédi, riéde , riédono. Sogg. pres. Riéda, riédano. Iw- perat. pres. Riedi. D. Inf. 34. — Petr.
canz. 4, st. B.— T38. c. 7, st. 2.— Alfieri,
Rosm. at. 3, sc. 4. e Ottav. at. 4,.50 f. $. VII. SERPERE, che vale Andar torto
a guisa di serps; usasi più in verso che in prosa, ove meglio adoprasi sep‘
sùma nella 1a. conjugazione cangiatane l’a in e, come talora 0 glion
permettersi di fare i poeti in favor della rima. Non come fiam- ma, che per
forza è spenta, Ma che per sè medèsma si CONSE ec. Petr. Tr. della morte, cap.
I.—Or dunque come io stirpo le su piume. . . .Così di tempo in tempo si
consume. Bel. Man. G. de’ C. g7.-É la voràce fiamma arde e CONSUME Le navi e le
galèe poco difese. Ar. Fur.c. 4o, 6. (5) Trovasi ancora qua e là presso
accreditatissimi scrittori qualche voce dell’ antico verbo fèggere, che pare
valesse quanto fièdere. I dardi che sono prevedùti, meno FÉGGONO. Amm. Ant. 12,
33.— Coloro che tardi ènirano in cammìno, che FiGGONO degli sproni e stùdiansi
tanto quanto È possono. Sen. Pist.—O figliuòl, disse, qual di questa greggia S
arrèslo | punto, giace poi cent’ anni Sanza arrosiàrsi quando ?1 foco il
FEGGIA. D. Inf. 15. Queste voci però, e tutte le altre che possano ancora
esistere ll questo verho, sono oggi del tutto disusate. giore. Le voci che di
questo verbo si leggono, riduconsi alle seguenti: Par. pres. Sérpente. Gerund.
Serpéndo. Indicat. pres. Serpo, serpi, serpe, sérpono. Imperf. o pend. Serpéva,
serpevi, serpéva © serpéa ; serpévano o serpéano. Sogg. pres. Dna. serpa O
serpi, serpa, serpiàmo, sérpano, e nulla più. Caro, En. hb. 4.—id. lib, 12 —
Berr. son. È17.-— Tass. Ger. 12, 45; e in prosa. —Sen. ben. Varchi, 5, 19.—
Varchi, Boez. lib. 2. ec. SOFFOLCERE e SOFFOLGERE, verbi antichi, che vagliono
«Appoggiare, sostentare, sostenere, è derivativo da folcìre, che è parimente
antico, e significa Puntellàre, réggere ec. Di soffòl- cere, non leggiamo che
soffòlce, soffòlge, pers. sing. del pres. indic. Soffòlse 3a pers. sing. del
pass. defin., e soffolto, par. pass. Oh guanto è l ubertà che si sorroLce! D.
Par. Bi. — Perchè la vistu tua pur si SOFFOLGE Laggiù tra l om- bre triste
smozzicàte? id. Inf. 29.— La sella su quattr’ aste gli soFroLse. Ar. fur. 27,
84. $. VIIL TOLLERE, verbo latino, che usavasi unicamente prima che ne nascesse
fògliere. Ora altre voci non ce ne resta- no che golli, tolle, e nel sogg.
tolla. Che dona e TOLLE ogni altro ben fortùna. Ar. fur. 3, 37. Da tò/lere evvi
un compo- sto estòllere, pure verbo latino, che vale a/zàre, innalzàre, e del
quale trovansi estòlle, ed estòlla. Chi non gela e non su- da, e non si ESTOLLE
dalle vie del piacer, ec. Tass. Ger, 17, 61.— Germe non sorgerà del seme d
Ilio, Più di questo gra- dito, nè che tanto De' latìni avi suoi la speme
ESTOLLA. Ca- ro, En, lib. 6 TORBPERE (verbo latino), vale quanto Zntorpidire,
che in vece di quello usasi. Torpénte, torpo, torpe, e torpa, sono le sole voci
che di fòrpere trovansi presso i classici. Né prima quasi TORPENTE sz giacque.
D. Par. 29. — Di che pensàndo, ancòr m' agghiàccio e TORPO. Petr. son. 289. —
A' Greci Il favellàr non ToRPE infra le labbra. Buon. Fier. 2, 5, 3. — Ne 2a
ch' egli TORPA in vil ripòso. Tass. Ger. 14, 24. VANGERE (Garbo latino), usasi
dai poeti nel senso figu- rato di foccàre, ma solo nella 3è pers. sing. del
pres. indicat. tange: Io son fatta da Dio, sua mercè, tale Che la vostra
miseria non mi TANGE. D. Inf. 2. S. IX. URGERE (spignere): di questo verbo
latino non trovasi che urgénie, urge, urgéva, urgécano, urgesse: Che l' u- na
parte, e l alira tira ed URGE Tin tin sonàndo con sì dol .ce nola. D.-Par. 10.
Gram. Ilal. 36. 274 ‘- —OSSERVAZIONI SU’ VERBI DI QUESTA CONJUGAZIONE, , S. I.
Con aver noi divisi i verbi della terza conjugazione in due classi regolari,
crediamo, per le ragioni già esposte nel cap. V della presente sezione, aver
fatto servigio noa piccolo allo studioso dell’ italiana lingua. E ‘Or ci rimane
a compier l’opera con render del pari agevole la maniera di distinguere e
ravvisare quelli dell’ una, da quei dell altra classe, per far che, mon
avendola voce dell’ infinito niun segno in sè che faccia conoscere a quale delle
due classi un verbo appartenga, ( imperocchè se ciò fosse non già due classi,
ma due conjugazioni separà te si sarebber potute stabilire), è forza adunque
aver ricorso allo stesso metodo praticato da noi nell’ esposizione de' verbi
della 22 conjugazione, cioè darne de’ registri alfabetici, indi cando nelle
sottoposte note quel che questo o quel verbo possa aver di particolare sopra
gli altri nella formazione de’ suoi accidenti. S. II. Si è già detto che la
seconda classe contiene die ci e più volte tanti verbi che la prima; avvertasi
in olue, che tra’ verbi in ire, ve ne son molti che possono egualmen- te, e
dietro il modello della prima classe, e dietro quellodella ‘’ seconda
conjugarsi, e sono ambe le maniere usate comune- | mente tanto in prosa quanto
in verso; altri non pochiavvent che sono più usati, e segnatamente nella prosa
, colle term nazioni della 2 classe, ma che è poeti si permettono talora di
adoprare con le uscite della prima. . Noi adunque esporremo i verbi della 3»
conjugazione In quattro serie, contenenti: I La prima: Quelli, i quali non
altrimenti si conjuganeo, the come dormire, vedi pag. 201.. La seconda: Quelli,
che unicamente come Zmpedire po cedono, vedi pag. 205. | La terza: Quelli, 1
quali in quelle persone, che nel ver- bo ‘mpedìre differiscono dal verbo
Dormire, hanno due usci te egualmente buone e pregiate una del primo, |’ altra
d secondo de’ verbi ‘suddetti. | Finalmente la quarta: Quelli che, sebbene con
ambe È ‘uscite .si trovino, più usati sono oggidì coll’ una, che coll’ at tra,
la quale essendo, o antiquata, 0 mero. poetica, avremo noi l avvertenza di
porre in secondo luogo, contrassegnando- la, o con asterisco O con carattere
corsivo. ETIMOLOGIA E SINTASSI 275 - . In quanto alle voci antiquate e poetiche
de’ verbi della 3? conjugazione, veggasi cap. VI, $. VII, e le sottopostevi
note . | | VERBI IN ZRE DI QUESTA CLASSE, —TT—rrr—___Ému Aprire (1) .
|Ribollire Soprabbollire |Ricoprire (3) [Ricoprire Riaprire ‘{Sbollire Coprire
, cuo-|Discoprire., |Cucire (4) Bollire (2) |Sobbollire prire,covrìre |Scoprire
Ricucìre (1) Aprire, ha nel par. pres, Aprènie e Aperiènie, nel par. pass.
Apèrto e nel pass. def. oltre le maniere regolari, apri, aprì aprirono, anche
quest’altre irregolari, egualmente pregiate, Apèrsi, apèrse, apèrsero, “
apèrsono. Aprìo per aprì, e apriro o aprir per aprirono sono voci usi-
tatissime nel verso. Aprìmo per apriàmo è voce antiquata, che odesi an» cora
profferire dai Romani. Ma sfuggasi la maniera viziosa di cambiare il piu o,
dicendo o scrivendo avro, avri per apro, apri, ec. (2) Bollire, è tutto
regolare. Siccome per altro vi può essere equivo- co di alcune sue voci con
quelle del verbo dollare, come: Bollo, bolli, bolliàmo, bolliàte, i moderni
hanno creduto dovere introdurre Boglio, dogli, bogliàmo, bogliaàte; ma se
queste voci son buone per levare un tal equi- voco, boglia e bogliano per bolla
e bollano, sono affatto inutili, imperoc- che non può avervi confusione alcuna
nel senso di quest’ ultime voci, e quelle delle stesse persone del verbo
Bollare, cioè Bolli, bollino. Il chiaris- simo Cav. Compagnoni desiderando
veder tolte di mezzo le sconce voci Boglio, bogli, boglie, bogliano, propone
come mezzo più naturale di distin- guere il senso de’ due verbi boZ/àre, e
bollire, il dare a quest’ ultimo nel tempo pres. deî modi indic. sogg. e
?mperat. oltre le terminazioni del verbo Dormìre, anche quelle del verbo
Impedìre cioè Bollo, e bollisco ec. Ottimo sarebbe questo divîsato metodo, se
ovviare potesse'l’equivoco che sì teme tra î due verbi Bollàre e dolltre, anche
nella 1a. pers: plur. del pres. indic. e nella ‘ra. e aa. plur. del pres. sogg.
senza la necessità di scrivere bogliàmo e bogliàle; ma ciò non essendo, e
mancando l’ autorità de’ clas- sici, e perle uscite in zsco, #scî, îsce ec.
(fuorchè nel verbo Ebo/lîre del quale si legge. una sola volta ebollisce. La
bocca delle stolto EBOLLISCE stoltizia. Cavalc. Pungil. 254), e per le voci con
g7, eccetto bogliènie, che incontrasi sovente negli autorî. Ovid. Metam. — Gio.
Vill. 7, 142.—D. Purg. 27.—Passav. 12.—Filoc. 1, 37.—Sen. Pist. ec., a noì pare
potersi il verbo bollire usare dietro la 1a. classe de’ verbî în ire, come,
l’usavano gli antichi senza tema di confonderne il senso con quello del verbo
d02- lare , che in fatti dal contesto facilmente si rileva. n (3) Coprìre edi
suoi composti hanno nel par. pass. Copèrto, e nel pass. def. Copri o copèrsi;
coprì o copèrse ; coprèrono © copèrsero. Il vo- cabolario registra cuoprìre,
discuoprìre e ricuoprire, senza dare alcun esem- pio de’ due primi nell’infin.,
ed uno solo del terzo. Ti giustifichi dicèndo male di alirùî per potère
RICUOPRIRE i fuoî difetti. Vit. SS. PP. 2, 119. Si riguardino adunque questi
tre verbi come antiquati, e si scrivano in vece Coprìre, discoprìre, ricoprire,
scoprìre. Avvertasi però che tutte. le persone singolari, e la terza plur. del
pres. indîc. sogg. e imper. ri- cevono un w dopo îl c dicendosi Cuopro, cuopri,
cuopre, cuoprono, cuopra, cuòprano, discuopro ec. ricuòpro ec. è che copro,
copri ec. sono più del verso che della prosa. Abbiansi per anlîquati Coorìre ,
discoorìre, ricovrire, scovrìîre, e così pure tutte le voci discendenti da
questi verbi, e scritte ‘col è. . : | ve (4) Cucire, ed i suoi derivativi s'
allontanano dal modello Dormire, rr —m
@mmmmmtm@mlrlREiiu.ZI=:53 Scucìre , © {Sfaggire Pentirsi , ri-|Consentire
Sortire (uscìre) scuscire Offrire (5) pentirsi Dissentìire 'Tossìre Dormire
Partire ( an-Sdrucìre , o|Risentìre Vestire Addormìre darsene) (6)| sdruscìre
(7)|Sconsentìre |Investire Indormìre Ripartire (ri-]Segulre (8) Servire
Rivestire Fuggire tornàrsene) {Sentire (9) |Diservire Travestire Rifuggire
Assenlire Soffrìre (10) |Stravestire LISTA DI VERBI IN IRE DI QUESTA CLASSE,
Abbellìire Abbrostolire {Accalorire Addolcìre Affralire - Abbonire Abbrunire
Accanire Adempire (11)|Aggentilire Abborrìre Abbruttìire Accalorìre Aderire
Aggradire i I Abbronzire |Abolire Accudire Affievolire Aggrandire ;°
Abbrostìire Abortire Acelire Affortìre Agguerrire |!" nel pres. indic.,
nel pres. sogg. e nell’ imperat.; nel primo ha cucio, cu ci, cuce, cuciàmo,
cucìle, cùciono; nel secondo cucia , cucia (non cuchi) cucia, cuciàmo, cuciàle,
cuciano ; e nell’ imperat. cuci , cucia, cuciàmo, cucile, cùciano, i (5)
Offrire e soffrire, i quali nel pres. indic. sogg. e imperat. proce- dono
esclusivamente come dormìre , si conjugano in tutto il rimianente come offerire
e sofferire, de’ quali non sono che sincopi, e che apparien- gono alla 3a.
serie, vedi pag. 274. (6) Partìre e ripartire, nel senso di Dividere, sono
della 3a. serie. | poeti poi si permettono talora di dare a questi le desinenze
isco, sci ec. anche nel senso neutro, cioè di Andarsene, e rilornàrsene. (7)
Questi verbi procedono come Cucìre. (8) Di questo verbo debbesi osservare la
doppia maniera, ambedue buone in tutte le persone singolari, e nella 3a. plur.
del pres. indio, sogg. e imperat. cioè seguo, segui, segue, sèguono } segua,
sèguano, 0 sit guo, siegui, siegue, sieguono; siegua, sieéguano. Le desinenze
isco, isci 04»; che dagli antichi non di rado davasi a questo verbo, come : Ovid.
Pist, 13. — Stor. Giosaf. pag. 5. — Cavalc. Esp. Simb. lib. 1. — Albert.
Consol. 13. ;. — Br. Tesor. 26. — Bocc. nov. 3a, si riguardano in oggi come
antiquale, ma si mantengono ne composti eseguire, conseguìre, inseguìre,
proseguì re, i quali perciò sì noverano tra quelli della 2a. classe. ll
Petrarca, prè- babilmente ad imitazione di qualche altro poeta più antico di
lui, usò in. rima sego per seguo:.. Ond' ci mi mena, Talòr in parie, ov io per
for | za il SEGO. son. 202. Seguètte, usato qualche volta dagli antichi in
luogo di seguì, non troverebbe certo in oggi chi volesse adoprarlo. D. Par. 9, e Inf. 25. — Matt.
Vill. 8, 47. — Bocc. Laber. — Bemb. pros. cap. 193. Se guio per segui, è poetico, sebbene il Boccaccio l’
usasse anche in prosa. Oltre a quesio ne SEGUIO la morte di quelli, che per
avventura campòli sarieno. Introd. (9) Il particip. pres. naturale del verbo
Sentire è Seniènie. Bocce. È. Amet. 43, e 58; ma tal voce, per la sua durezza,
non s'.usa. Senziènte è un mero addiettivo, non già il par. pres. del verbo
senfìre, i due com | posti del quale, consentire e dissentire, fanno
consenziènie, dissenzienti. |. (10) Veggasi la nota 5 di questo capitolo. (11)
Vedi la nota 19 di questo capitolo.
Alleggerire Ammannìre f{Ammorbidire |Annerìre Appetìre Allenìre
Ammansire |Ammortìre Amnichilire |Appiccinìire Allestire Ammattire Ammutìre
Annobilire Appigrire Amariìre Ammollire (12)|/Ammutolìre |Apparìre
|Applaudire(14) Ambiìre Ammonire Anneghittire |Appassìre Ardìre (15) (12) Il
primitivo di Armmollire e riammollìre è mollìre, verbo più del verso che della
prosa: Aspetterò che lu pietà MoLLISCA Quel duro gelo che ec. 'Tas. Am. prol.
L’ Ariosto usò molli, nella 2a. pers. sing. del pres. sogg. in vece di
MoWìschi: Se la durèzza iua prima non MOLLI. Orl. Fur. 21, 31. Ha questo verbo mestieri di schiarimenti più
particolari per la singolarità del suo andamento: esso edi suoi consimili
comparire, e ira- sparire, che tutti anticamente apparère, comparère e
irasparère si dis- sero, hanno per primitivo parère, che è della 2a.
conjugazione, e alcune cadenze del quale si conservan tuttora ne’ suddetti suoi
derivati in un con quelle della 3a. conjugazione. Appariìre ha per par. pres.
solo uppa- rènie, non già appariscènie, che è mero addiettivo, usatissimo nel
Boc- caccio ed in altri buoni prosatori: Temèfte di non dovèrvi èssere
ricevùto, perciocchè, iroppo era giovane e APPARISCENTE. Bocc. nov. 21. —
Essere de- stro, acccorio ec., orrèvole, APPARISCENTE, e adorno. Passav. 216.
Nel par. pass. ha apparito e apparso: quest’ ultimo che dal Pistolesi è
dichiarato errore, leggesi in accreditatissimi autori. Come fece lo Angelo
APPARSO a Muria. Fr. Giord. pred. —A noi narràndo come il marìlo le fosse in
so- gno APPARSO. Fir. Asin. 299.—Gran bellezza a niun aliro nel mondo era
APPARSA. Segn. pred. 35. Nel pres. indic. ha Apparisco (non appàio, per
iscansare l'equivoco colla prima pcrsona del verbo appaiàre), apparìsci,
apparisce, e appàre, appurite, appariscono, e appàiono. Nel pass. def. ha
apparii e appàrvi, appari e appàrve, apparìrono e appàrvero, 0° appàr- cono.
Sono poi voci più del verso che della prosa. Appàrsi, apparse, appàr- sero e
apparsono: D. Purg. 27.—Petr. son. 26.—Tass. Ger. 3,21. Nel pres.. sogg. ha
Apparisca 0 appàia, apparìschi, apparisca 0 appaia, apparià- mo, appariàle ,
appariscano o appaiano. In tutto il rimanente questo werbo procede come
Impedìre. (14) Questo verbo è della 2a. e della 3a. conjugazione, trovandosi
-Applàudere e Applaudìire, e conseguentemente ha doppia cadenza quasi in tutte
le voci che compongono la sua conjugazione, cioè: par. pres. Ap- plaudènie ;
par. pass. Applaudìto (non applauso); ger. Applaudèndo ; andic. pres.
Applaudisco e applàudo ec. Imperf, Applaudica e applaudèva ec. Futuro,
Applaudirò e applauderò ec. Sogg. pres. Applaudisca e ap- plàuda ec. Imperf.
Applaudissi e applaudèssi. Nel pass. def. si osservino le seguenti variazioni:
Applaudìi (non applaudèi, nè applausi), appla- uidisti e applaudèsii, applaudì
e upplàuse, applaudimmo, applaudìisle e «spplaudèste, applaudirono e applàusero,
o ‘applàusono. In quanto alle voci antiquate e poetiche di questo verbo, sì
dell’ una che dell’ altra co- mjugazione, veggansi le osservazioni generali
Cap. VI, $. VII. (15) Per non confondere il significato delle due voci Ardiàmo,
ar- diàte, del verbo ardìre, con quello delle identiche voci del verbo ardere,
si suole in vece di quelle valersi delle voci di altro verbo di egual signi-
fficato, come sarebbe, osiàmo, osiàfe, o del verbo avere col nome ardire, «ome
abbiamo ardire, abbiule ardire. = 278 - PARTE TERZA - Arguire Assoggettire
|Avvizzire {Capire (17) |Concepire(20) Avricchire- {Assorbire Balbutire Carpire
Condire Arrossìre Assordìre |Bandire Chiarire {Conferìre Arrostìre Assortìre
Benedire (16) {Circulre Conseguire . Arrozzire Atterrire Bianchire Colorire
Construìre(21y Arrugginìre |Attribuire Blandire Colpìre Contribuire Assalire
Attristire Brandiìre Comparire (18)|Contrirsi Asserire Attutire . [Brunìre
Compartire |Costituìre ‘ Assélire Avvilìre Candire Compiìre (19) }Costruire
(16) Vedi la nota 24 del pres. capitolo. i (17) Usasi in oggi ‘per lo più
questo verbo nel significato di Com- prendere coll’ intelletto; ma il medesimo
è pure sinonimo del verbo ce- père (vedi la nota 10 del cap. VI) nel senso di
Aver luogo sufficiente; entrare: E lascioovi pure lanta finèstra che vi polèsse
CAPIRE lo pane. Vit. SS. PP. 1, 273.—La genle a pena, ch’ era iulla a piede,
lotta &- PIR nella compàgna aperta. Ar. Fur. 38, 2$.—Non pensài mai che
lu i Ala stalla fusse tanto largo, che io vi fossi CAPITO pote. Fir. As, d'or.
(18) Comparìre, segue le tracce di apparire (vedi la nota 13), colla differenza
che nel par. pass. comparso è più pregiato che comparito; € che nel pass. def.
ha solo due maniere d' uscire comaparvi e comparsi, comparve e compàrse, compàrvero
e compàrsero. a (19) Compire, altre la desinenza radicale in ire procedendo
come Im pedire, trovasi pure, ed è anzi più usato colla desinenza ere,
conjugando* si intieramente dietro il modello delia 2a. conjugazione, cioè
Compiere; compiuto e compito, compio e compisco ec. ; compìva, e compitva
&.i compiti e compit ec.; compierò e compiro ec. } compia e compisca
ec.; com pierèi e compirèi ec. Dicasi lo stesso dei verbi Adèmpiere e adempie;
empiere ed empire friempiere e riempìre ec. Trovansi pure compiétie, com
piettero ; udempiètle , riempièlle per compiè, compièrono ; adempiè, rem piè ;
ma sono voci in oggi disusate: E Zutlo l' acconciò e COMPIETTE dlle sue spese.
Fior. S. Franc. cap. 5.—Così COMPIETTERO &a lègrer la lellera. Vit. S.
Gio. B. — Sollectamènte ADEMPIETTE il suo priègo. Fior. S. Fra cap. 7. Compito
per com-; compièr per compièrono ; compio per 0 pi; comipiro e compir per
compirono sono tutte voci da usarsi nel verso (20) Nacquero concepire e
percepire dagli antiquati verbi concépere © percèpere della 2a. conjugazione, i
quali, pregiati dagli antichi, sono 06* gidi rigeltati, come pure tutte le voci
che dalle cadenze loro derivano» Concepìire e percepire sono in tutto regolari;
il primo fa nel par. pa Concepito e cancepùito; il secondo percepito e
percepùto. In quanto è Concèlto par. pass. irregolare dell’ antiquato verbo
Corncèpere, dal latino conceptus, leggesì nel Bucc. Proem., e nov. 5, e nov.
8a.—Tass. Ger. 1, —Machiav. Stor. lib. 5. Guid. Giud. 23. ec. Concepètii,
concepètle, cor cepèttero, dal verba concèpere, sono, sîccome il loro infinito,
voci anti quate. Gio. Vill. 8, 35.—Matt. Vill. 6, a.—Segn. Stor. 12. (21)
Constrùire o costruìre, insiruìre o istruìre sono regolari ; han® bensì nel
par. pass. due maniere, cioè construto e constrùtlo, instrulo € instrùlto: Ma
perchè si fa forza a tre persone, In ire gironi è distinto e costRUTTO. D. Inf.
11.— Ruggièr quel mirto ringraziò del tutto, Pa da lui si parlì dotto ed
INsTRUTTO. Ar. Fur. 6, 56. — anna. huona 0 ria sé bene INSTRUTTA al nuoto ec.
Tac. Dav. stor. 4, 333. e. pre A "è. 6 ha ETIMOLOGIA .E SINTASSI Custedìre
Ferìire (22) Imbastire Imporrire Incivilire Deferire Finire Imbellìire
Impostemire ]Incivittire Definìre Fiorìre Imbestialire {Impoverìre {Incodardìre
Demolìre Fluìre Imbianchire jImprosperìre {Incollorìire Dichiarìre Forbìre
Imbiondire |Imputridire {Incrudelìre Differìre Fornìre Imbizzarrìire
]Imputtaniìve {Incrudive Diffinìre Fruìre Imbolsìre Impuzzolire {Indebokre
Digerìre Garantire {Imboniìre Inacerbìre Indocilire Diminuìre Gestire Imbottìre
Inacetìre Indolcìre Disasprire Ghermiìre Imbozzacchire | Inacutìire ndolentire
Diseppellire |Gioìre (23) |lmbricconìre {Inalidire Indelenzire Disfavorìre
Gradìre Imbrunìre Inamarire Indredire Disfinire Granpcire Imbruschìre {Inanimìre
Indurire Disfornìre Granìre Imbruttire {Inaridire Inerine Disghiottire {Gremire
Immagrire Inasinire Infarcìire Disgradìre Grugnire Immalinconìre{Inasprire
Infastidìre Disimpedìire ]Guaire Immalsanire |Inavariìre Infellonire
Disruvidire |Gualcìre Immalvagire |Incagnire Infemminire Distribuìre Guarantìre
Immarcìre Incallìre {Inferire Disubbidire {Guarìre, e gue-|Immattìre Incalvìre
Inferocìre _ Disunìre rire Impadronire {Incancherìre |Infervorìire ‘
Disvigorire |Guarnire Impallidire |Incanutire — {Infiacchire ‘’. Frudire
Illaidire Impaurire Incaparbire .'‘Infievolire Esaudìre Ilanguidire
|Impazientire |Incapocchire |Infingardìre * Esaurìre {Hlascivìre Impazzire
Incaponìre -|Infistolìre - Eseguire . ‘|llliquidire Impediìre Incapriccire
\Influìre (24) Esibire Imbaldanzire |]mpervertìre |Incatarrire |Infollìre
Esinanire Imbaldire Impiccolire |Incatorzolire |Infortire Espedìre Imbandire
Impidocchìre |Incattivire Infracidine Fallre Imbarberìre |]Impietrìre
Incenerìre Infralire Fastidire JImbarbogire |]Impigrire |Incerconire
|Infrigidire Favorire Imbastardire |lmpolironire |Inciprignire |Ingagliardìire
. (22) I poeti in vece di ferìsco, ferìsci, ferìsce, feriscono, ferisca, fe-
rîscano, amano sovente adoperare le voci dell’ antiquato verbo fèrere, | cieè:
fero, feri, fere, fèrono, fera, fèrano. Pocc. Ninf. 183. Ar. Fur. 8, 49, e 42,
55.— Tass. Ger. a, 85. — AMfier. Congiur. de’ Paz. at. 5, sc. ult.; e Mer. at.
4, sc. 3. Leggonsi pure presso gli antichi non solo în verso, ma anche in
prosa: fiere o fier, e fièerono, voci provenienti dall’ antico ver- bo fièérere
: Inconianènte che amore con gli occhi di alcùna Lella donna primieramènie ci
FIERE dèstasi l’ dnima nostra. Bemb. Asol. lib. 2. — Esce- no spirti d' amore
infianmmdati, Che FiERON gli occhi ec. D. rim. 5.— Dolce m? è sol senz? arme
èsser stato ivi, Dove armàio FiER Marie, e non ac- cènna. Petr. son. 144.
Bisogna però esser ben cauto nell’ uso di fier, che facilmente si confonde
coll’ addiettivo fier scorcio di fiero. (23) Il Buommattei, e con esso lui tutti
ì grammatici € filologi, non sì sa perché, interdicono l’' uso della 1a. pers.
plur. del pres. indic., € della 1a. e 2a. plur. del pres. sogg. e raccomandano
di adoperare in ve- ee di giciòmo, gioidle, le voci di altro verho dello stesso
significato. Que- sto verbo è pur privo di par.',pres. e nel gerundio fa
comunemente gio- tendo, e non gioèndo. {24) Questo verba trovasi anche
latinamente colla desinenza radicale 280 Ingelosire Instituìre Inzotichire
|Preterire Ricondire Ingentilire Instruire Irretire Progredire {Ricostituìre
Ingerire Instupidire Irricchire Proibire Riempire (28) Ingerirsi Insuperbire
|Irrigidire Proseguire Riferire Inghiottonìve |Intenebrire |Irritrosire Pulire
Rifinive Ingiallire Intenerire Irrugginire |Punire Rifiorire Ingiovanire {Intiepidire
Istiture . Rabbellire Rimbambire Ingrandire |Intignosire {lstruire Rabbonire
Rinfronzire Inlividire Intimidire Lambire Raddolcire —{Ringentilire Ionacerbìre
|Intimorìre Largìre Raggentilire |Ringioire Innagrestire |Intirannire
|Lascivire Rammollire [Ringiovamre Innanimire {Intivizzire Lenìre Rammorbidiìre
| Ringiovialre Innaridire Intisichire Maledire,o ma-|Rapire Ringrandire
Innasprire Intorbidire ladire (25) |Rappariìre (27) |Rinsavire Innuzzolire
f[Intormentire |Marcire Rattiepidire |Rinseremre Inorgoglire |Intorpidire
|Minuire Ravvilire Rinsignorire Inorrid.re Intristire Mollire Ravvincidive
|Rintenerire Inquisire Inumidire Muggire Redarguìre Rintiepidire Insalvatichire
|Inuzzolire Munire Referire Rinverdire Insanire Invaghire Nitrìre Restituire Rinverzire
Inschiavire Invanire Obbedire Reverire Rinvigoriré Inserire Inveire Olire
Riahbellire Rinvilire Insignire Invelenire Ostruire (26) |Riagire Ripartorire
Insignorire |Inverminìre |Partorire Riammollire |Ripulire Insipidire Invigorire
Pattuire Riapparire Risarcire Insolentire Invilire Percepire Riarricchire
|Rishaldire Insollìive Invincidire |Piatire Ribadire Risquittire Insordìre
Inviperire Polire Ribandire Ristecchire Insospettire |lnviscidire Poltrire
Richiarire - ‘[Ristitwre Insozzire Invizzire Preferire Ricolorire Ritribuire
Insterilire Involpire Presagire Riconcepire |Ritrosire .-. ere, cioè Inflùere,
che è della aa. conjugazione, ma Inffuìre, e tutte le voci .da questo
provenienti in oggi prevalgono all’ altro, del quale il par. p?** Influsso, ed
il pass. def. Inflùssi, influsse, inflùssero, sono le sole voci che ‘ancora s’
userebbero. | 3 (25) Maledìre e Benedìre, procedono’ nella più parte delle loro
1°" in due maniere, cioè: 1a. come il verbo Dire, del quale essi sono C00°
posti; 2a. come il modello regolare Impedìre. Si osservino poi quelle P°!"
sone di essi, le quali unicamente dietro il verbo Dire si formano. 12"
pres. Maledicènie , benedicènie; par. pass. Maledetto, benedètio ; ge ch Cn n
fe ledicèndo, benedicèndo ; indic. pres. Malediciàmo, benediciàmo; pas. © | ,
Maledicèmmo, maledicèste, benedicèemmo, benedicèsie ; sogg. pres. Male- diciamo
, malediciàte, benediciàmo, benediciàte ; sogg. imperf. Maleduts® maledicèsse,
maledicèssimo, maledicèste, maledicessèro; benedicèssi €. 10 tutte le altre
persone questi due verbi hanno due uscite. Vedi la con)! gazione del verbo
Dire. pag. 257. (26) Il par. pass. di questo verbo è Ostirùtio. (27) Rapparìre
procede come Apparìre. Vedi la nota 13 del pre capitolo. (28) Questo verbo ha
due uscite cioè Riempire, e rièmpiere, e pro >. de come Compìre e
compiere. Vedi la nota 19, pag. 278. ETIMOLOGIA E SINTASSI 281 Riunire
Scipidire Smaltire Starnutire Svaniìre Rugginìre Scipìre Smarrire. Statoire
Svelenire Sbaldanzire |Scolorire Smentìre Stecchire vilire Sbalordìre Scolpire
Sminunre Sterilìire Tradire Sbandire Scomparire |Smunìre Stizzire Traferìre
Sbigottire Semenziìre Snighittirsi IStordìre Tramortire Sbizzarrire [Seppellire
Sopire Stormire . Traughiottire Scalfire Sfallire Sorbire Strabilire Trasferire
Scaltrìre Sfavorire Sostituire Stramortire |Trasgredìre Scarnire Sfiorire
Sparire Stremenzire {|Trasperire Scaturire Sfornire Spauriìre Strugginire
|Trasricchire Schermire Sgarire Spedire. Stupidire Ubbidire Schiarìre Sghermire
Spervertire [Slupire Unire Schiattire Sgomentire Spessire Suggerire Usucapire
Schiencire Sgradire Squittire Superbìre Vagire i Sciapidire Smagrire Stabilire
Supplìre VERBI IN /RF, CHE NEL PRES. INDIC. SOGG. E IMPERAT, INDIFFERENTEMENTE
COME DORMIRE, 0 COME IMPEDIRE PROCEDONO. n, Abborr—ire, —o, —Isco Dispart—)re ,
—o0, —isco Assorb—ire, —on, —isco (29) Divert—ire, —o0, —isco (30). Avvert—ìre,
—o, —isco (30) Ispart—ìre, —0, —isco Compart—ire, —o, —isco Ment—ire, —o0,;,
—isco Convert—ire, —o, —isco (30) Nutr—ìre, —o0, —isco Uffer—ire, —o, —isco
(31) Soffer—ìre, —o0, —isco (29) Assorbìre fa nel par. pass. assorbito e
assòorio , ma quest’ ulti- mo è più del verso, e potrebbe far nascere l’
equivoco coll’ assorfo par. pass. del verbo Assorgere. Mè peregrìno errànies e
fra gli scogli, E fra V onde agilàlo, e quasi assorto. Tas. Ger. 1, 4. Leggesi
anche absorto ma rare volte. (30) Dagli antiquati verbi Aovèriere, convèriere,
divèriere, perveriere, sovvèrtere nacquero ben presto Avverfìre , convertìre ,
divertire ec. che nella stessa maniera procedono. Convertire ha nel par. pass.
convertito e convèrso; il primo è regolare, il secondo proviene dall’ antiquato
Con- vèrtere. A mio danno ti sarài tullo converso. Ar. Supp. at. 5, sc. 9.
Converso 2 salce, in fera, in acqua, in foco. Tass. Am. at. 1, sc. a. — Perchè
CONVERSO in pioggia d' oro a lei non penetràsse Giove. Salvin. disc. 45. Così
pure Sovvertire fa nel par. pass. sovoertilo e sovoerso ; nel pass. def.
convertire e sovvertire, oltre alla maniera regolare Converti, sovverti ec.,
hanno eziandio la maniera irregolare convèrsi, converse, con- oèrsero }
sovvèrsi, socvèrse sovoèrsero. (31) Offrire e sofferìre, che anticamente
Offerère è sofferère si dissero, e che in oggi più volentieri usansi sincopati
Offrire e soffrire (vedi pag. 382 alla nota 5), sono irregolari nel par. pass.
dove fanno offerto, soffer- to; procedono nel pass. def. in due maniere, cioè
regolarmente facendo offerti, sofferìii ec., e irregolarmente facendo eziandio
offersi, offerse , offer- sero, soffersi, sofferse, soffèrsero. Offerrò ec.,
offerrèi ec., sono sincopi in oggi disusate di offeriro. ec. sofferirò ec. Del
rimanente questi due verhi procedono regolarmente come Dormire o come Impedìre,
e vi si applichi- Gram. Ital. 37 282 ‘ —»’ = Part—ire, —o0, —isco (32)
Sort—ire, 0, —i$co Pervert—ire , —o, —isco (30) Spart—ire, — 0, —isco
£roffer—ire | —ì —o0, —i 0 ire, —0, —isco (33) Sovvert ire, o, —isco (30)
Profer—ire , Scompart—ire , —o, —isco Nei seguenti verbì l’ uscita in isco è
preferita in prosa, potendo i poeti a beneplacito dar loro o questa, o quella
in o; tali sono: Fer—ire, —isco, —0 Per—ire, —isco, —0 Forb—ire, —isco, —0
Put—ire, . —isco, —0 (34) Garr—ire , —isco, —0 Rinverd—ire, —isco, —D
Inghiott—ire, —isco, —0 Rugg—ire, —isco, —0 Inverd—ire, —isco, —0 Schern—ire, —
sco, —0 Langu—ire, —isco, —0 Tranghiott—ire, —isco, —0 Mugg—iré, —isco, —0
Trad—ire, —isco, —0 i VERBI ANOMALI DELLA TERZA CONIUGAZIONE. CEI RIZZA ZIE III
ZIONI IRIS E E -_——m——tm_—_—___—_—m—__ mm ___ rm mr Òebm@@m6@occ@’ csi
INFINITIVO INDIC.PRES.|PASS. DEF.] FUTURO |SOGG. PRES.| IMPERAT. Morire (35)
Muoro,mo-|morii morrò,mo-|muora,mo-| . . - ro, mMuo- rirò ra, muo- jo, mojo ja,
m20ja no le stesse osservazioni già fatte sulle voci antiquate e poetiche di
que sti ultimi. (32) Questo verbo nel significato di divìdere è della 2a.
classe, N in quello di andarsene esso procede dietro il modello della 1a.
classe 50 a quantunque sia lecito a’ poeti di allontanarsi talora dalla regol?
ata. (33) Gli antichi dissero profferére, e talora anche profferare; del primo
il moderno proferire o profferìre conserva tutte le forme insitmé colle sue
proprie in isco ec. Nel par. pass. ha profferilo o proferìto, e pry fèrio 0
profèrto; nel pass. det. proferti, proferì, proferirono, profèrsi p"0
fèrse, profèrsero, e così pure con due f. (34) Pute e pùtono ec. leggonsi anche
in prosa. Dove ogn’ uomo PUTÉ la puzza d' uso si sente meno. Cavalc. Pungil.
10.— Sentite di grazia 0 me questo PUTE. Cas. Galat. E non PUTONO niènie (i
pesci) sì foslo com’ egli sono fuori dell’ acqua tratti. Aldobr. 3, 7. (35)
Morso per morto è errore. Dicasi lo slesso di morse, morsero pî morì e
morirono, quantunque presso alcuni autori tali voci leggansi . MoR- SE lo ricco
e fu sepolto nell' inferno. Cavalc. Espos. Simb. 456. — Così no» ‘ MORSE che si
vide avanti Morto il fraièllo. An. Car. En. lib. g. Dicasi lo stesso di morètie
e morìlie, per mori; e moritiero per morirono, sebbe- ne non sieno tanto fuori
di regola quanto morse e mérsero. Quando el- la MORÈTTE cogli amìci
bamboleggiò. Dav. Scis. 82. — Subilamente MORI TE pièno di molti peccàti.
Cavalc. Esp. Simb. 1, 97. — Egli con loro 4° RITTERO di mala morte. id. ivi,
145. . di LE ma ETIMOLOGIA È SINTASSI 285 re @—ll14#—Z@—@#—._P_F_F+—_É_— TT
PARTICIPI INDIC.PRES.| PASS. DEF. FUTURO |SOGG.PRES.| IMPERAT. Pres. Morente
,|muori,mo-|moristi morrai , |muora,mo-|muori,mo- moritate ri morirài | ra,
muo-| ri | ja, moja Pass. Morto muore,mo-|morì,
m20-|morrà,mo-|muora,mo-|muora,mo- re, muor| rio rirà ra,muoja,| ra,muoja, moja
moja cen. Mortndo |moriàmo ,|morimmo |morremo ,|jmoriàmo ,|moriàmo , muoiàmo,
moriremo| muojàmo,| muojàmo, moiamo mojàmo | mojàmo. morite moriste morréte »
|moriàte , |morite morirete] muojate,|. mojàte muòrono ,|morirono, |morrànno,
{muòrano ',|muòrano , mòrono | miorìro | moriràn-| mòrano ,| mòrano , muòjono ,
no | muòjano,| muòjano, mòjono mojano | mòojano IN FINITIVO Salire (36) Salgo,
sali-|salii salirò salga, sali-| ..... sco, "saglio sca, saglia PARTICIPJ
sali,salisci,|salìsti saliràì salga, sali-|sali si * sagli sca, salghi Pres. Salente,
sa-{sale,salisce sali salirà salga, sali-|salga, sa- gliènte * saglie sca,
saglia| lisca Pass. Salito saliamo , |salimmo {salirèémo saliamo , {saliamo ,
sagliàmo sagliàmo| sagliàmo GrR. Salendo salite salìste salirtète saliàte, sa-
[salite gliàte salgono,sa-|salirono {salirànno sàlgano , |sàlgano ; liscono ,
saliscano,! saliscano, "sagliono "sagliano | sàgliano (36) Gli
antìchi scrissero Saglìre, del quale molte voci tuttora ci ri- mangono, e s’
usano confuse con quelle di salire. Saglièénte è pregiato egualmente che
salèrnze, ma non saglièéndo egualmente che salèrndo, sebbe- ne l’ usasse il
Boccaccio. SAGLIENDO #uziacia il Sol più allo. nov. 76. Sa- giti, sugli,
saglirono per salìi ec. sono antiquati, e più non sì ammettono, come neppure
saliti, salitte, e molto meno salèiti, salèile ; di salsi, sal- se, sàlsero,
trovansi copiosi esempj presso î classici in verso ed in prosa: Sopra un àrbore
i SALSI, e te su l' erba. Tass. Ger. 12, 30. — Ella con Crislo SALSE in su la
croce. D. Par. 11.— A forza di braccia la SALSI in- fino in cima del muro. Vit.
Benv. Cell. 155. — Però SALSE Roma a tanta eccessiva potènza. Machiav. Disc.
lib. 2. Saglirò, saglirài ec., e saglirèi, sagliresti ec. sono pur voci
discendenti da Saglìire, e leggonsi non di ra- do presso gli antichi, e fra gli
altri nel Boccaccio: Sopra /a quale SAGLI- nÒ, e quivi il Reeglio del nvondo
spero di fare quello che m' imporrài. Trovasi nov. 77. eziandio sarrò sarrài
ec., e sarrèi ec. per saliro ec. e selirèi ec. come in Bocc. nov. 59.—D. Purg.
7.—Cavalc. Pungil. 8. Ma sali voci sono in oggi abbandonate intieramente.
Avverto che, ove sì pos- ga » preferiscansi sagliàmo e sagliàfe, a saliàmo e
saliàle, onde scansar 1» equivoco di questi colle identiche voci del verbo
Salare. Assalìre, risa- Fire, soprassalire, procedono come il loro semplice
Salire. 284 LI INFINITIVO INDIC.PRES.'PASS. DEF. FUTURO |SOGG.PRES.| IMPERAT,
Udire (37) odo udìi udirò , u-|oda a drò PARTICIPI odi udisti udirài , u-|oda
odi drài Pres. Udtnte ode udì udirà, u-|oda oda drà Pass. Udito udiamo |udimmo
|udirè mo ,|udiàmo {udiamo udrèmo GER. Udèndo udite udiste udiréte , |udiàte
udite udrèle òdono udirono |udiranno ,|òdano òdano INFINITIVO udrànno Uscire
(33) esco uscii uscirò esca sa PARTICIPI esci uscisti uscirài esca esci Pres.
Uscente esce uscì uscirà esca esca Pass. Uscito usciamo |uscimmo |uscirèémo
|usciàmo |usciàmo uscite usciste uscirete usciate uscite GER. Uscendo escono
uscirono |uscirànno |escano èscano . INFINITIVO | Venire (39) vengo venni verrò
venga 2000 PARTICIPI vieni venisti verrài venga,ven-|vieni ghi i Pres. Ventnte,
|viene, vien|venne verrà venga venga vegnente Pass. Venùto veniàmo ,|venimmo
|verrèémo |veniàmo, {veniamo, vegnàmo vegnàmo| vegnamo GER. Ventndo |venite
veniste verrète veniàte [venite vengono |vènnero, |verràanno |vèngano |vengano
“vennono (37) Avanti che dal latino verbo Audìre si troncasse l'a, per formar-
ne udìre: il primo rimase per qualche tempo in uso nell’ originale su forma.
Fr. Guitt. 9a.—D. da Majan. rim. ant. 140.—Fran. Barb. 50; 17 —Fr. Jacop. da
Tod. 5, 23. Le sincopi udrò, udrài ec., udrèi, udrish ec., per udirà ec. ,
udirèi ec., sono voci poetiche: Queste selve oggi 1060 nar d' amore S'UDRANNO
in nuova guisa. Tass. Am. Prolog.— Upu' È mondo presènie, UDRA' il futùro. Id.
Ger. 1, 28. Come udire, vanno Di- sudìre, riudire, traudire; ma esaudìre
pracede come impedìre. (38) Dall’ Exìre de’ Latini si ebbe originalmente
ZEscire, che non tal dò molta a cangiarsi in wscire; in alcune persone però di
quest’ ullimo la e di escire si è conservata. Usci’ per uscli l’ usò il
Boccaccio: Allore che io con voi poco fa me ne vscv fuora. Introd. — , e Dante:
Si, part giando i miei co' passi fidi Del mio maèstro usci’ fuor di tal nube.
Purg. 17. Uscìo per uscì; uscìro e uscìr per uscirono sano voci poetiche. Dante
disse uscìnne pev ne uscì. USCiNNE mai alcuno, o per suo merlo O per altr che
poi fosse beàta ? Inf. 4. Riuscire procede nella stessa maniera che uscire,
(39) Il prospetto del verbo YVerire, serva di norma pe verbi compo- sti:
Addivenìre, addovenìre, antivenìre, avvenìre, contravoenìire,conventte,
disconvenìre, divenire, intervenìre, iniragvenire, invenìre, mispenìre, pe” A “
ETIMOLOGIA E SINTASSI 269 CONJSUGAZIONE DEI DUE VERBI DIFETTIVI IN IRE.
INFINIT. | IND.PRES.| IMPERF. {PASS.DEF.| FUTURO {SOG.PRES.| IMPERF., |
IMPERAT. GIRE |...... {giva, gi-[gii girò -.0... |gissi IIS vo . PARTIC.
|...-.- |givi gisti girài ‘0... |gissì SROEI* Pres. ...|. .....|giva, glalgi,
gio |girà - ++... |gisse cada Pass.Gi-|giàmo |sivamo |gimmo |girtmo iamo issimo
|giàmo 3 5 5 $ 8 $ to ì GER.....|gite givàte giste girète giate giste gite 0
ese 0 o © givano 9 girono , giranno e o e e . gissero 0 0 © € o. © giano |
giro, gir INFINIT. | IRE |...... |iva, ivo|...... |irò Relatore lea PARTIC.
|...... |ivi isti irài ronson dia Pres. ...|.0.0... iva ‘0000 [rd 000 |isse
data Pass.Itol......|ivamo |...... |irtemo CO, RETE: (e: GER. ....1......
|ivate liste ircte 000. [iste ite +++... |ivano |irono, ir|iràanno |......
|issero lara S. III. Oltre 1 due verbi difettivi precedenti evvi pure i ver- bi
Oltre (gettare, o rendere odore), e Orìre (nascere); del pri- mo altro non sì
trova che 'a seconda pers. sing. del pres. in- dic. iu oli; e le tre persone
sing. e la terza plur. del pass. imperf Oliva, olivi, oliva, olivano: Che ben
se eloriòsa, Tanto d'amòr tu ott. Fr. Jac. da T. 1, 5.— Prendéndo la campàgna
lento lento Su per lo suol, che d'ogni parte OLIVA. D. Purg. 28. —Mescolàto
insieme con quello di molte altre cose che per lo tardino OLIVANO. Bocc. gior.
3, prin. Del secondo non si a che il par. pass. cioè Orto: £ Zà rimàse, chi lut
è OR- TO. Fr. Sacch. rim, 42. Siccome vi sono alcuni verbi l'infinito de'quali
esce in ere ed in zre, così ve ne sono parimente, ma in molto maggior venire,
prevenire, provenire, rinvenìre, risovvenìre , rivenire, sconvenìire,
sopraovenire, sooveniìre, svenire. Dassi a questo verbo un participio futuro,
cioè venturo, e in fatti questa voce fu da alcuni antichi usata nel senso del
venturus de’ Latini: Da questa parte ec. sono assisi Quei che credèt- tero in
Cri to veNTURO. D. Par. 32. — Nigilàle d’ ogni tempo sicchè siate degni di
fuggire l° ira VENTURA. Cavalc. Frutt. ling. — £ lieti casi, spiràndo dal petto
De' sommi vati, ne disse VENTURI. Bocc. Amet. 93. Ma in oggi, venturo non usasi
che come addiettivo. Zegnèndo per venendo è antiquato e fuor d’ uso. Zegro per
vengo è del verso : D. Inf. 8. — Tass. Ger. 16, 138. Viengo è voce plebea. ene
per viene leggesi in Petrarca: Talòr armato nella fronte VENE. son. 109.
Venghiàmo, benchè fuor di regola, è usitatissimo nel conversar famigliare.
Yègnono per vègnono leggesi in D. Purg. 27. Veniro per Fènnero, l usò l’
Ariosto: Così Ruggiero e Marfisa vENIRA Orl. Fur. 27, 24. 235 PARTE TERZA
numero, che hanno doppia desinenza ralicale are cd ze e secondo queste sono, o
della prima coajugazione, o della terza 2a classe. Eccone la più parte : I
Abbell—àre, —ire Avvelen—àre, —ire (44) Abbrun—àre, —ire Avvil—àre, —1re (45)
Accan—àre, —ire Avvizz—are, —ire Accarn—àre, —ire Balbuzz—àre, dre Affam—àre,
—ir: (40) Bianc—àre, . — hire Afiin—are, —ire (41) Chiar—are, —ire (46)
Affral—are, —ire Color—àre, —ire Aggrad—àre, —ire Dichiar—are, —ire
Aggrinz—àre, —ire Gran—àre, —ire Allind—àre, —ire Grugn—are, —ire (47)
Ammann—àre, —ire Imbianc—Are, — hire Ammans—àre, —ire Imbiond—àre, —ire Ammelm—àre,
—ire Imbrun—àAre, —ire Ammezz—àre, —ire (42) Impazz—àre, —ire Ammoll—àre, —ire
__ Impaur—are, —ire Ammorbid—Are, —ire Impidocch—iàre, —ire Ammutol—are, —ire
Inacerb—àre, _, —ire Annichil—are, —ire Inacet—àre , —ire Annull—àre, —ire
Inagr—àre —ire Annuvol—àre, —ire Inanim—are, —ire Appass—àre, —ire (43)
Inarid—Are, —ire Appiccol—àre, —ire Inaspe—àre, —ire apprefond—àre, —ìre
Incancher—àre, —ire Arross—àre, —ire - Incapricc—iàre, —ìre Assord—àre, —ire
Incatarr—àre, —ire Attrist—àre, —ire Incener—1re, —ire (48) Attut—àre, —ire
Indur—àre, —ire (49) (40) Afamàre è verbo attivo, e vale Indùr fame, far patìr
fame, far venìr voglia e appetito di mangiàre. Afamìre è neutro, e vale 4ver
fame. (41) Il primo è attivo, e vale Ridùr fino, sottile; l' altro è neutro e vale
Divenir fino. (42) Ambedue questi si proferiscono coll’ e stretta e colle zz
aspre: Y uno e l’altro sono neutri, e vagliono Divenir mezzo. (43) Appassàre
usasi nel significato attivo, ciot Far divertr viz:o, cl eziandio in neutro
passivo Diveniìr passo, vizzo; Appassìire non s’'adopr? che in quest ultimo
significato. O (44) Aovelenàre vale Dare il celèno, altossicàre; Avvelenìre
vale Ren der velenòso. (45) Il secondo è più usitato che il primo, il quale è
antiquato. (46) Chiaràre e chiarire, amendue vagliono Cacàr di dubbio, for
chiaro, o manifèsto; ma chiarire usasi in oltre nel significato neu- tro
passivo di Uscìr di dubbio, cerlificàrsi; e in significato neutro ass0- luto
risplèndere. (47) Grugnàre è antiquato. (48) Inceneràre è verbo attivo, e vale
Far divenir cenere, ridurre in cenere; Incenerìre è neutro e vale Divenir
cenere. (49) Induràre usasi in senso att.e neutro nel significato di Far duro e
divenir duro, sodo. Indurìre non adoprasi in senso attivo, ma. bensì in neutro,
e neutro passivo. i Q ETIMOLOGIA E SINTASSI 287 Infastid—iàre, . —are (50)
invermin—àre, —ire - Infervor—àre, —ire Inviet—àre, —ire Infior—àre, —ire
Inviper—àre, —ire Infracid—àre, —ire Rammoll—àre , —ire Infrigid—are, —ire (51)
Rammorbid—àre, — re Ingiall—àre, —ire Rattiepid—are, —ire Inmalincon—àre, —ire
Ricolor—àre , —ire Inmalirconic—are, —hìre Riptiepid—àre, —ire Inorgogli—àre,
—ire Schiar—àre , —ire Insalvatic—àre, — hire Scherm—àre, —ire Insoll—àre, —ire
Scolor—àre, —ire Insozz—àre, —ire Sfior—àre , —ire Insuperb—àre, —ire (52)
Sgar—are , —ire (53) Intenebr—àre, —ire Sgoment—àre, —ire (54) Intiepid—àre,
—ìire Smagr—àre, —ire Iniirizz—àre, —ive Spaur—àre, —ire Iniorbid—àre , —ire
Spess—are, —ire (55) Inirist—àre, —ire Starnut—àre, —ire Invag—are, — bìire
Stizz—are , | —irc SULL’USO DE' MODI E DE’TEMPI. DEL MODO INFINITIVO. Nella
lingua italiana, siccome in tutte le lingue, sonovi alcuni verbi che quarido
entrano nel discorso sono necessariamente, e senza lo intervento di alcuna
particella, se- Questi due vagliono
entrambi Avere in fasildio , venìre a noja, recàrsi a noja ; ma il secondo vale
anche Recar fastidio, 0 noja. (51) Il primo usasi solo attivamente nel senso di
Render frigido , far divenìr frìgido, indurre frigidità ; V' altro adoprasi
ialora nello stesso si- gnificato, ma più sovente in quello di Divenìre freddo.
(52) Insuperbàre, verbo antiquato, si usò in senso neutro passivo cioè
insuperbàrsi ; insupertiàre è parimente antiquato, e trovasi in senso meutro :
Il quale per suo proprio movimènito INSUPERBIÒ contro di me. So- lil. S. Agost.
Zusuperbire è ora il più stimato, e usasi in sentimento atti- vo, cioè Rènder
superbo; neutro, divenir superlo, e neuiro passivo insu- erbirsi. i (53) Questi
due vrrbi vagliono Zincer la gara, rimanere al di sopra s2ella conlesa; del
primo però sembra essersi failto più frequente uso da- gli Autori che del
secondo. (54) Sgomentre è verbo antiquato, e non si trova che in significato
attivo, mentre sgomentàre è comune, e usasi in significato attivo, neutro, €
neutro passivo. (55) Spessàre e spessìire, verbi neutri, e neviri passivi,
vagliono Farsi «denso, e diconsi per lo più de’ liquori, allora che nel
bollire, o per al- Ara cagione acquistano corpo, cioè. divèéngono densi. guìti da altro verbo nell’ infinito, espresso
o sottinteso, il qua- le è quasi come l’ obbietto diretto di essi verbi; tali
sono: ‘Dovere, potere, volére (1), lasciàre, solére ec.; onde diciamo Debbo
agire, posso soffrire, voglio préndere, lascio dire, soglio fare cc. (2). | S.
II. Per proprietà di linguaggio adoprasi sovente nella nostra lingua la voce
dell’ infinito in vece di quella della ter- za persona singolare, o del
presente, o del passato imperfet- to, o anche del passato composto de’ modi
indicativo o s0g- giuntivo, dipendenti da altro precedente verbo mediante la
congiunzione che, la quale allora sopprimesi: edè una tal co- struzione, della
quale son piene le opere de’ primarj nostri prosatori classici, imitata dal
latino, nella qual lingua essa è comunissima, cambiandovisi il subbietto
(nominativo) del se- condo verbo in obbietto diretto (accusativo) del primo.
TESTI. Si pensò il detto Messèr Musciàito costùi DOVERE ESSEN tale, quale la
malvagità de' Borgognòni il richiedta. Bucc. nov. f.— Nè guari di tempo passò
che udéndo il re d'In- è ghiltérra il maliscàlco ESSER morto. Bocc. nov. Ejl s'
accòrse, l'abùte AVER MANGIATO fase secche. Id. nov. 9- Ti converrà sempre aver
nella memòria Iddio ESSERE STA TO creatòr del cielo e della terra. IA. nov.
24.— Disse ch vivesse con franco cuore, nè mai si dimenticàsse, né troppo si
ricordàsse Ottone, ÈSSERE STATO suo zio. Tac. Dav. stor. (1) Negl’idiomi,
alemanno ed inglese, i tre verhi dooère, potère, e 0 Ière non sono considerati
che come segni verbali, o al più come ee ausiliari, e costituiscono ognuno un
modo diverso nel verbo che accoll- pagnano, e paco, credo, ci vorrebbe per
farli accettare come tali in Ul — te le lingue, seguendo i principj di
grammatica universale, perocchè al. tro non fanno che caratterizzare l'azione
secondo l’ intenzione di ©! profferisce il verbo; e pare che il Buommattei
fosse anch’ egli persva50 di questo principio, soprannominando tali verbi
Namulatorj, cioè quel- li che mai non vanno da loro, ma necessariamente
accompagnan? © prestan servigio all’ infinito d'un altro verbo espresso o tacito:
00 sì nelle espressioni debbo partìre, posso partìre, voglio partire» la forza
significativa delle voci debbo, posso, e voglio è relativa UN camente al verbo
principale partire ;. nel primo esempio sono obbli- gato di partire, nel
secondo ho la capacità, la libertà , la permissi” ne di partire; nel terzo ho
la volontà di partire. Del rimanente dovére ° di fatto ausiliare anche nella
lingua italiana, indicando esso, seguito © verbo principale, il tempo futuro
del modo infinilivo siccome noi 6g! esplicammo nella Sezione V, Capitolo V,
alla nota 2. (2) I verbi indicanti l’ azione de'nostri sensi, come: Zedère,
senbire, udìre ec., voglion pure spessissime volte esser seguiti da un altro
ver nell'infinito, come: veggo venire, sento parlàre, odo profferire ec. + PHI Se egli crede la repùbblica AVER bisògno
che i senatòri pàr- ; v ‘, i 1 ì ” lino libero, perchè entra egli in cose sì
deboli? Id. ibid. Tutti questi esempj si sarebber potuti costruire co' rispet-
tivi modi definiti, mediante la congiunzione che: Che costùi dovesse esser tale
ec.- Che il maliscàlco era morto. - Che’ l'_ a- bate avea mangiàto ec.- Che
Iddio è stato creator del cielo ec.- Che la repùbblica abbia bisogno ec.; e
quel che mag- giormente prova esser Ja costruzione suddetta della stessa natura
che quella de’ Latini, cioè che vi si cambia parimen- te il subbietto dell’ un
verbo in obbietto diretto dell’ altro, si è che, ove il discorso richieda che,
per esprimere il subbietto in vece del nome, s’ adoperi per uno de’ pronomi
personali, questo dev'esser Zu, o ez, o l'identico sé, anzichè egli o ella.
(Vedi Sezione III, Cap. 1.) TESTI. Niuna laude da te data gli lia che io LUI
OPERARLA ...... non vedessi. Bocc. nov. 541.— Credéndo LUI ÈSsER tornàto dal
bosco avvisò di riprénderlo. Id... nov. 4.— Ella che médica non era senz’ alcùn
fallo LUI credette ESsER morto. Id. nov. bO. — Si ricordò LEI DOVERE AVERE una
màrgine, a guisa d' una crocéita, dope T orecchia sinistra. Id. nov. 16. — Per
tutto dicendo, SÈ il palafréno e panni AVER vinto all’'Angu- Liéri. Id. nov.
84. (3) | S. III. Altra proprietà di lingua italiana si è l'adoperare infinito
in vece del soggiuntivo dopo le particelle chz,. che, ove, dove, donde. ui LE
TESTI. Qui è quesia cena, e non saria CHI MANGIARLA. Bocc. nov. 12.— Di
Guiscàrdo ho to già meco preso partito CRE FARNE, ma di te sallo Iddio, che Îîo
non so CHE FARMI. Id. nov. 5d.— CHE /a mia cita acerba Lagrimàndo trovàsse OVE
ACQUIETARSI. Petr. canz. 15.— E vo cogliendo queste erbe, acciocché de’ liquòri
di esse ec.....io abbia DONDE VIVERE. Filoc. lib. 5, 58. ‘ S. IV. Il più delle
volie la voce dell’ infinito è preceduta (3) Alcune volte però l’infinitoè
seguito dal pronome personale terza per- sona, e talora anche prima persona,
nel rapporto di subbietto: Si vedèva della sua sperànza privare, nella quale
poriàva , che se Ormìsda nonla prendèsse ,fermamènie dovèrla AVERE EGLI.
Bocc.nov.41.—Adiràta, non del non VOLÈRE EGLI andàre a Parigi, ma ec. Id. nov.
28.— Signor mia, IL VOLÈR 10 /e mie poche forze sottoporre a gravissimi pesi, m'
è di questa infernutà sitata cagione. Id. nov. 27. ERA Gram. Ital. 38 290 PARTE
TERZA UM da una di queste preposizioni @, di, da, con, in, perte; de' quali
-modi di dire faremo menzione ragionando delle pre- posizioni. Ò S. V. Rimaneci
ancora a parlare dell’ infinito, tenente luogo di nome. Noi toccammo già questo
particolare, discor- rendo dell’ articolo determinante; ora ci torniamo con far
conoscere, che è una delle più caratteristiche proprietà della lingua italiana
l usare la voce dell’ infinito a modo di nome astratto verbale mascolino, sì
nel rapporto di subbietto che di obbietto diretto e indiretto, solo, o
accompagnato da qual- che addiettivo, o da qualcuna di quelle particelle, sia
artico- lo, sia preposizione, o qualsivoglia altra, che suolsi adopera- re onde
serva d' appoggio al nome; leggansi gli esemp) della ,. Sez. IL Cap. VII, $.
VIII, ed i seguenti TESTI. Le leogi, nelle sollecitàdini delle quali è 1L BEN
VIVERE d' ogni mortàle. Bocc. Introd. — Ed è vera virtùte IL SAPER st astenér
da quel che piace, Se quel che piace offénde. Past |, fid. at. 5, sc. 5.— Per
assàùi cortese modo il riprése DELL'IN TENDERE, e DEL GUARDARE, ch' egli
credéca ec. Bocce. nov. 33, — Il conuùne FAVELLARE degli uòmini usa dire ec.
Boe. | Varch. 4, 7. — EL SUO PARLARE, e ’/ del viso e le chione, Mi piùcquen sì
ec. Petr. canz. 7.— Perchè ’n fino al mori |. si vegghi e dorma. D. Par. 3.—
Questo PENTERE non avtn-. do luogo, vi sarebbe di maggiòr noja cagiòne. Bocc.
nov. dò. — Quel vago IMPALLIDIR, che'/ dolce riso D'un'amoròsa neb- bia
ricopérse. Petr. son. 98. — Che la donna, NEL DESIAR è ben di noi più frale; Ma
NEL CELAR du desìo, più scala. Past. fid. at. 1, sc. 2. (4) ne S. VI. Gl
infiniti, usati a modo di nomi, sono come ® . La . . . ° ; questi soggetti alla
variazione di numero ponendosi. ess N plurale, onde diciamo 7 parlòri, i
favellàri, î mangiòri, 1 s0- peri, i baciùri, gli abbracciàri ec. | I TESTI. |
Li sozzi PARLARI corròmpon li buoni costùmi. Albert cap. #0. — Ma le mescolùte
e bastàrde, che non hanno pa ròle nè FAVELLARI proprj, non sono lingue. Varchi,
Ercol. 929. | (4) Non di rado l’ infinito, adoperato come nome, leggesi senza e
ser appaggiato ad alcuna particella : E perciocchè AMARE mèrile piuttosto
dilèlto che afffizione al lungo andore ec. Bocc, nov. 42.—Apprèsso MAN 3 GIARE
secondo la sua ùsànza nella càmera n' andò della figliudia. Id. ò Dov. 31. ene
nin aid n o 291 — La diversità de’
giudìzj nasce dalla diversità de' SAPERI. Id. bid. 18.— In quella Alessàndria sono
le rughe ove stanno i Saracìni, i quali hanno i MANGIARI a véndere. Nov. ant.
8. — E veggendo le tenere logrime, gli ABBRACCIARI e gli one- sti baci. Bocc.
nov. 15.— O eletti dî Dio gli cui SOFFRIRI È giustizia e sperànza fan men duri,
Drizzùte noi verso gli alti sALIRI. D. Purg. f9. | DEL PARTICIPIO PRESENTE, E
DEL GERUNDIO. $. I. Queste due parti del verbo, essendo ambedue voci infinite,
vengono considerate come appartenenti al modo in- finitivo. Il participio
presente, o attivo, il quale si avrà sosti- tuendosi alle desinenze radicali del
verbo are, ere, ire le parti ante, ed ente, altro non è in fatti, siccome noi
già dimostram- mo (Sez. IV, Cap. I, e Sez. V, Cap. I, $. I, II, HI), se non che
un addiettivo qualificativo, contenente e//iss? del ver- bo astratto essere,
perocchè amante, credènte, dormiènte, im- pediénte ec. vagliono Che ama, o che
amùàva; che crede, o che credeva; che dorme, o che dormiva; che impedìsce a che
zrripediva oppure: che è, o era amànte; che è, o era credén- fe ec. | 1 | Il
participio presente come addiettivo segue la stessa re- gola di concordanza
degli addiettivi, essendo esso soggetto alla variazione di numero, in cui s'
accorda col suo sub- bietto (1). TESTE PRESENTE agli occhi suoi leî GRIDANTE
mercé e ajùto svenàrono. Bocc. nov. 34.— A lui, DIMORANTE in Fiandra, venne
voglia di sentàreec. Id. nov. 18.— S'appresenti alla tur- ba TRIONFANTE, Che
lieta vien per questio èlera tondu. D. (1) Questa regola non saffre eccezioni ,
vale a dire il participio pre- sente non si accorda mai con altro che col suo
subbietto, mediante |’ el- lissi del pronominale congiuntivo @ relativo che, i
guale, ec. : quindi scovgesi facilmente quanto male s’ esprimano la più parle
de’ nostri gram- matici, dicendo che il participio presente s” accorda sovente
con gli ob- bietti diretto o indiretto, oppure (come dicono nel linguaggio loro
per molti inintelligibile), co” casi obliqui, e citando come esempj: Porhè al-
quanlo di tempa ebbe posto in dovèr LEI PIAGNENTE racconsolare. Bocc. nov. 41.4
LUI, dimorante in Irlànda, venne voglia di sentire ec. Id. nov. 18; ne'quali
esemp], egli è vero, lerè l’obbietto diretto del verbo raccon- solàre , e lui è
l’obbietto indiretto di venir voglia, ma piagnènie e di morànle s' accordano
con le voci sottîntese Za quale, c il quale, cioè la quale piagnèoa , il quale
dimoràea. Veggasi il seguente $. Par.
22. — Una nave PORTANTE uòmini TEMPESTANTI, PE- RICOLANTI, SOGGIACENTI a fanti
maròsi, e tante tempeste. Gio. Vill. 11, 3.— DICENTE Santo Agostìno nel sermone
del bassaménto della città di Roma. Id. ivi. — Apòllo TENEN- TE del cielo
quella parte, che ora trascòrre, più i lavòri ab- belliva. Amet. 44.—I rivi del
sangue la NASCENTE fiamma spegnevano. Liv. Dec. 3.— Di qua e di là in due
pendisoh ciocchette scendéndo e dolceménie ONDEGGIANTI per le gote. Bemb. Asol.
2. — Felici e foriunàti ed in ogni tempo GODEN- TI de’ loro amòri. Id. ivi. .
II. Per proprietà di linguaggio, e ad imitazione del- l' ablativo assolùto de’
Latini, trovasi spesse volte presso gli ; antichi, un participio presente col
suo nome o pronome it- | dipendente dal resto della sentenza, e posto tra due
virgole, È quasi come tra parentesi. TESTI. In un libro ch' io intendo di fare,
DIO CONCEDENTE, di volgàre eloquinza. T. Conv. 6f.— Questi cinque triònf in
terra giusa Avèm vedùti, ed alla fine il sesto, Dio PER METTENTE, vederem
lassùso. Petr. Tr. della. Divin. — Avven- ne, DURANTE LA GUERRA, che la reina
di Francia infermò | gravemente. Bocce. nov. 25. — Quando, SOPRAVVEGNENTE IA |:
NOTTE, con essa insieme surse un tempo fierìissimo e tempe stòso. Id. nov. 41.—
Mi paréva che, ME RENITENTE, usci .: do del mio seno, vaga fralle prime erbe
col mio spinto» | partìsse. Fiamm. lib. 1, num. 6.— Cesare parlò bello e asset
falaménte, UDENTI NOI, della vita e della morte, quando dis ec. Tes. Br. 8, 34.
i Questo è quanto ci è paruto dover dire del participio presente, il quale di
gran lunga non è di tanto frequente w0 quanto il gerundio, che spesse fiate in
vece di quello pù volentieri usasi. S. IIL Il Gerundio non è che un'altra
specie di participio presente attivo, differente da quello già spiegato, in ciò
che esso rimane invariabile, formandosi con sostituire alle desinen- ze
radicali are, ere, dre, le parti ando, ed endo, ove l' altro, siccome abbiamo
esposto, 8’ accorda col suo ' subbietto 1n numero. b | Si è altrove già detto
(Sez. V. Cap. II, $. IV), che il termine gerundio sorte l' origin sua dal verbo
latino gerere ( portare), perchè presso i Latini esso teneva le veci dell'in-
finito, e che nella nostra lingua il verbo nel gerundio, esprime per lo più
un'azione passeggiera, che si eseguisce dal medesimo subbietto e nel medesimo
tempo di un'altra azione, alla quale la primaserve quasi di circostanza
caratteristica, come: disse sorridendo ; enirò cantando ; cammina saltellando
ec. TESTI. 2 Call Non vede un simil par d'amànti il Sole, Dicéa RIDÈN- DO, €
SOSPIRANDO insieme ; E sTRINGENDO ambedue, colgéasi attòrno. Petr. son. 207.—Di
che egli PIANGENDO, come co- lù: che chiaro vedéa la sua disavventura, cominciò
a dire. Bocc. nov. £5.—Non VOGANDO ma VOLANDO, quasi in sul dì del seguente
giorno ad Egìna pervénnero. Id. nov. 17. — Qui poscia RITORNANDOLO, portàle Con
esso vor per sucrifizio novo Nov acqua, novo vino, e novo foco. Past. fid. at.
d, sc. 4. — Gli dette (gli ambasciadori ) 4 guardia a’ suoi soldùti, CO-
MANDANDO /oro, che per nissùuna città li lasciàssino entràre. Petr. uom. ill.
113.—SAPENDO Za volùbil cente che ella è a’ pericoli tarda, e veDENDO il dello,
traditora. Tac. Dav. ann. 14. (2) 0 S. IV. Non senza vaghezza preponesi talora
al gerundio la particella in, dicendosi in amando, in facéndo, in dando ec.
Ella l'accese e se l ardòr fallàce Durò mol’ anni 1N ASPETTANDO un giorno Che
ec. Petr. canz. 39. (3) S. V. Leggesi sovente nel Boccaccio il gerundio accom-
pagnato col suo subbietto, espresso da uno de’ pronomi per- sonali: Egli se n'
andò VEGGÈNDOLO 10 consumàre, come si fa la neve al sole. Bocc. nov. 27.—
Essendo Talàno in con- taàdo, DORMENDO EGLI, gli parve in sogno di vedere ec.
Id. nov. 27.--Con licénza di fui arla alla sua donna, ed ella TACENDO, egli in
persòna di li st rispònde. Id. nov. 25. In altri autori trovasi talora anche
co’ pronomi /uz e /ez, come in Dante Inf. 52: LATRANDO LUI cogli occhi in giù
raccòl- ti: e nel Petrarca canz. 17: Men gli occhi ad ognòr molli ARDENDO LEI,
che come un ghiaccio stassi. (2) Talora trovasi il gerundio nel puro
significato del participio pre- sente, come: Trovato Ruggieri DORMENDO (cioè
dormente , 0 che dormiva) lo incominciò a tentàre ec. Bocc. nov. 52.—Quivi
Irocàrono i giovani GIU- CANDO {cioè giocanti, o che giocavano) dove lasciati
gli avieno. ld. Gior. 6, fin. | (3) Il gerundio fu pure usato colla
preposizione con : La quale se voi, CON alcùna cosa DANDOGLI, donde egli possa
secondo lo slalo suo vivere ec. Bacc. nov. 92.—Con DICENDO egli, che ella
serviva sollecitamènte lui, mostra la grata e dolce naiùra della damigella.
Dep. Decam. 46. — E con DANDO nuove leggi e riformàndo le vecchie rendè ec.
Borgh. Orig. Fir. 137; ma tali modi di dire più non piacciono. RS TE $. VI. In vece della voce dell’ infinito
usasi spesse volte i gerundio dopo i verbi andàre e venire, per significare
fre- quenza, o proseguimento d' azione, come andar leggendo, andor cantondo,
venìr facendo ec. ' | TESTI. (4) A me medîsimo incrésce ANDARMI fanto tra tante
misere RAVVOLGENDO. Bocc. Introd.—Son poche sere che egli non 3Î VADA
INEBRIANDO per Ze taverne. IA. nov. 68.—La mise- rélla con amàre làgrime
tutto'! vegnénte giorno 5° ANDO' COY- sumanDO. Fir. Asin. 13.— Se non restò di
rinfacciàrlo, di vantàrsene, d ANDARLO DICENDO per tuito. Sen. ben. Var- ch. 6,
4.—I vo PENSANDO. e nel pensàr m' assàle ec. Petr. . canz. 29.— Cominciò ec. a
far sembiànte di distèndere l'uno der ditt, e apprésso la mano, e poi il
braccio, e così tutto a VENIRSI DISTENDENDO. Bocc. nov. 17.—VENNI FUGGENDO la
fermpésta el vento. Petr. son 99.— Quello che io le mando a dire ec. si VERRA
CONDUCENDO ad effetto. Cas. lett. 20. S. VII. Ha forza e singnificato di
gerundio la voce del- Y infinito preceduta dalle preposizioni in e con, sole o
unt te all'articolo determinante /o o i. | | TESTI. S ajutiva CON RACCOMANDARSI
(raccomandandosi) cor- fsinovamente alla guardia dì Dio. Vit. S.. Gir. 4141.—
Tull il rimanénte di quella mattina consumò 1N CERCARLI (cer- candoli). Bocc.
nov. 73.—Io spendo il mio 1N METTER tor: fa ed IN ONORARE è miei ciltadìni
(cioè in mettendo ec. ed in onorando ec.). Id. nov. 89.—NEL VEDERTI (in
vedendo- u) ripiglia il lagrimàr l usàta via. Maffei, Mer. att, 2.-Tu eredesit
salvàrio COL NEGAR (negando) d' èsser padre € È hat perdùto. Past. fid. at. 5,
sc. B.—Z soldàti Cot Gu DARE E PICCHIARE (cioè gridando e.picchiando) non lese
vano dir luz né altri. Dav. Stor. lib. 3. (5) (4) Trovasi eziandio il gerundio
in vece dell’ infinito e la preposi- zione @ dopo il verbo mandare: MANDÒ
SIGNIFICANDO ciò che fare inien- deva. Bocc. nov. 34.—Madénna Francèsca ti
maNDA DicèNDO che cc. ld. nov. 82.—E incontanènie per lèliera gli MANDÒ
COMANDANDO che ec. Matt. Vi}l.3, 51.—Che Madonna mi MANDI & sè
CHIAMANDO. Petr. son. 3oì: cioè mandò a significàre; manda a dire; mandò a
comandàre ec. (5) Talvolta , ma ben di rado, l'infinito, facendo le veci del
gerun- dio , leggesi preceduto dalla preposizione a, come: A'TRARGLI /' osso po
rebbe guarire. Bocc. nov. 4o. La voce dell’ infinito preceduta da Senza può
anche dirsi avere in certo modo forza di gerundio in senso negativo: E fermo
lui entrò : che non fa scienza SENZA LO RITENERE, avère inteso (cioè non
ritenendolo). D. Par. 5.—SENZA maî AVERLA veduta , di subilo ferventemènie la
cominciò ad amàre (cioè avendola mai). Bocc. nov. ù ETIMOLOGIA E SINTASSI 295
CAPITOLO III. DEL MODO SOGGIUNTIVO. (1) S. I.Si è veduto nella Sezione
precedente per quali desi nenze il modo soggiuntivo dagli altri modi del verbo
si di- stingue; e si è eziandio potuto vedere dall’ esposizione che . ne abbiam
fatta, che l essere un verbo nel modo soggiuntivo, vale io stesso che essere il
significato di esso (2) dipenden- te, quasi subalterno e sottoposto a quello d’
altro verbo an- tecedentemente espresso nel modo indicativo, che afferma sem-
plicemente l’ azione. Ora lo scopo del presenie capitolo è il dimostrare quali
sieno i verbi che per la natura loro possan tenere in dipendenza un altro
verbo, o, per parlar più chia- ro, l’ indicare quando un verbo debba esprimersi
nel modo soggiuntivo : ed è questa, non vw ha dubbio, una delle più malagevoli
parti della sintassi italiana, imperocchè è presa, od imitata per lo più da’
Latini, per la qual cosa essa è difterca- te assai, e molto più estesa, che non
è nelle altre lingue viventi. S. II. La principale dipendenza delle nostre
azioni, con- siste in esser le medesime sottoposte all’ altrui volontà: quin-
di, quando si dice che un verbo dipende da un altro, s' in- tende il più delle
volte che quest’ altro verbo esprima un’ + dea di volontà, o positiva , o
negativa. La volontà positiva , può consistere in un comando, una preghiera, un
desiderio, una permissione , un consenso ec. ne segue che 1 verbi colére,
comandare, pregàre, desideràre, permettere, consentre, proibire, impedire,
dispiacere ed altri sinonimi 0 equivalenti di quesu , vogliono il verbo che da
essi dipende nel modo soggiuntivo, onde diciamo : i | I (1) Essendosi nel
precedente Capitolo ragionato del participio presente e del gerundio, l’ ordine
vorrebbe che immediatamente dopa, si desser de’ precetti sull’ uso del
participio passato, ma siccome in ogni modo farà d' unpo ritornare a questa
parte del verbo allorchè si tratterà de’ verbi passivi, e neutri passivi, ci è
sembrato più convenevole al nostro biso- gno di esser brevi, l’ allontanarci
dall’ ordine suddetto ed il serbare per allora quanto crederemo a proposito di
dire sul suaccennato partici;.io.. (2) Si ricordi il lettore che per
significato del verbo roi iniendiam dire 7 azione , la passione, e lo stalo d’
essere; tre cose, per esprimer le quali furono unicamenie introdotti nel
discorso que’ segnì chiamati verbi, i quali a tal effetto sommariamente si
dividono in adiwi, in passivi ed in neutri. Vedi Sez. V, Cap. I. 296 PARTE
TERZA Voglio, comàndo, intendo, im-\ pòngo, prego, sùpplico (3), desi-]che si
dica, si faccia, st va- dero, bramo, permetto, sòffero,\Ja ec., non già che si
dice, consento, chiedo, amo, proibì-\che si fa, che si va ec. ‘sco, impedìsco,
mi dispiùce i S. III. Oltre a' verbi di volontà, quelli che esprimono un' idea
di dubbio, di timore, di sorpresa, ed i loro equiva- lenti, mandano parimente
il susseguente verbo al soggiuntivo; come: | Dùbito, temo, mi maravìglio,} Lasi
“iii | Ica, sz la ec. sono sorpréso, non credo ec. che si dica, st facc Lo
stesso dicasi de’ verbi detti impersonali, esprimenti l’idea di necessità, o di
convenienza, come sarebbe 5isognà- re, bastàre, convenire, giovàre ec. onde si
dice: i ‘ Bisògna, basta, . i DI P andi si ec. conviéne, giova ec. NE che si
mandi, si prenda Vuol pure il soggiuntivo dopo di sè il verbo essere, in terza
persona, seguito da uno de’ seguenti addiettivi /àcz/e, dif- ficile, possibile,
impossibile, giusto, ingiùsto, decente, indecénk, sorprendente, necessàrio,
probàbile, o da’ nomi tempo ed ora, o dall’ avverbio dere, come:— È cile, 0
difficile che lo FAC CcIA.—Era possibile, 0: impossibile, o probabile CHE
'vENISSI, CHE MANDASSI ec. — Sarà necessàrio, decénte, giusto CHE COM- PARISCA,
CHE PARLI ec. —È ora, 0 è tempo che ciò SUcck- DA, che gli PARLIAMO ec. —Sarà
bene che tu te ne VADA ec. S. IV. Per proprietà di linguaggio il verbo ponesi
nél soggiuntivo ogni qual volta col precedente verbo si voglia esprimere l’
ignoranza, o l’ incertezza in ‘cui altri trovasi, mr torno al significato del
susseguente verbo: ed in generale ciò ha luogo dopo i verbi crédere, domandàre,
suppòrre, giudicàre, ed altri simili. , | | | È TESTI. (4) , «Si cREDERA ec.
che da alcùn suo nemico SIA stato uc- ciso. Bocc. nov. 40.—Si CREDE che SIA il
più ricco prelàto (3) Pregire e supplicare sono spesse volte seguìti dall’
infinito, pre- ceduto dalla particella a, come: La PREGARDNO A DIRE chi ella
fosse, € che quivi facesse. Bocc. nov. 6.—SUPPLICO vostra Maestà A DEGNARSI di
permèllere ec. Bentivoglio, lett. 49. | (4) Dopo il grado di comparazione superlativa,
seguita dalla congiun- zione che , il verbo formante la seconda parte della
comparazione ponesi el soggiuntivo, onde diciamo: Sono il più felice uomo, CHE
si TROVI nel | ' che abbia (3) la-
Chiesa di Dio. Id. nov. 7.—CREDI tu che io, se ui ben gli volessi che tu temi,
soFFERISSI che egli stesse laggiùso ad agghiacciàre. Id. nov. '77.— Gli DomANDO
se FOSSE vero, ciocche contro di lui era stato detto. ld. nov. 6.— Che tu. ne
FACCI quello che l'animo ti GIUDICA, che ben siA fatto. Id. nov. ®I.—-Si, ch'io
mi CREDO omài, che monti, e piagge, E fiumi, e selve SAPPIAN di che tempre Sia
la mia vita, ch' è celàta altrùi. Petr. son. 28.—Zo non so chi tu SIE, né per
che modo Venùto se' quaggiù. D. Inf. 33. —SupPONGASI però che Jùppiter SIA a
modo loro ùnimo di questo modo. S. Agost. C. Di S. V. Dalla regola precedente
facilmente deducesi delle altre, cioè di porre il verbo nel modo soggiuntivo:
1.0 dopo la particella condizionale e dubitativa se, come: Grazie ri- orterò di
te a lei Se d' ésser mentovàto laggiù DEGNI. D. urg. 1.— Zo son del tutto, SE
tu VUOGLI che io faccia : quello di che ec., dispòsto ad andùrei. Bocc. nov.
2.— Ora st parrébbe, SE così paso valent' uomo come si diceva, e SE . cotànto
l' amùsse quanto ec. Id. nov. 34. (8) 2.° Dopo guando, nel significato di se o
purché, come: QUANDO vo: vogliàte, to vi porterò gran parte della via, che ad
andùre abbiàmo a cavàllo. Bocc. nov. bBI.— Pensòssi co- | stùi avìre da potèrlo
servire QUANDO VOLESSE. Id. ‘nov. 13. .—Molte volte io mi dolea QquanDo la mia
memòria mo- . WESSE la fantasia ad immaginàre quale amòre mi facéa. D. Vit.
nuova 16. Il quando va talora accompagnato con la congiunzione che, seguita
parimente dal verbo nel soggiunti- vo, come: Ma la storia di Rinàldo di
Montalbàno QUAN- DO CHE si venisse nel volgàr nostro ec. non par già ella di
più antìca lingua che ec. Salv. Avvert. 1, 2, 12. (7) mondo.—E il più legeiàdro
cavaliere, CHE trovar si possa. —Fece fare un de’ più belli e de’ maggiori
palàgi, CHE mai fossero stati vedùli ec. (5) Dopo i verbi parère è mostrare,
adoperati nella 3a. pers. sing. si pone il susseguente verbo nel soggiuntivo:—A
ui, e a futto il regno ne PARÈA male, che TRASCORRÈSSE il tempo sensa sperànza
d' avère suc- cessore. Matt. Vill. 10, 12.—.Si fu nno il quale PAREVA che iulti
i miei peccàli SAPESSE a menfe. Bocc. nov. 70.— E così MOSTRA che Roma si
REGGESSE a signoria di re 154 anni. Gio. Vill. 129.— Non è perciò così da
correre come MOSTRA che voi VOGLIATE fare. Bocc. Introd. l (6) Se, non di rado
leggesi anche col suo verbo nell’indicativo: Anzi la voce al suo nome
rischiàri, SE gli occhi suoi ti FUR dolci, nè cari. Petr. . canz: 4o.—S' io
DISSI falso, e lu FALLASTI il conio. D. Inf. 30. — Non so SE a voi quello SE ne
PARRA” che a me ne parrèbbe. Bocc. Introd. (7) Si notino questi due modi di
dire avverbiali: Quando che sia, che vale In alcun tempo, a qualche tempo , una
volta; e Quando che Gram. Ilal. W 39 | 298 PARTE TERZA - 3.° Dopo quale,
addiettivo pronominale dubitativo. /o non so QUALE i0 mi dica, che s0 faccia
più 0 il mio piace re, 0 il tuo. Bocc. nov. 8.—Dicèéndoli QUALE volesse, 0
subi- to restituire il suo porco, 0 che egli andàsse al rettore. Fr. Sacch.
146.—Ivi fa che'l tuo vero (QUAL 10 MI SIA) per la mia lingua s' oda. Petr.
canz. 29. ; 4.0 Dopo la particella chz, nel significato di alcuno che. Non
credi tu trovàr qui cHI il baité«imo ti DEA. Bocc. nov. 2. —Quivi non era CHI
con acqua fredda, o con altro argomin- to le smarrite forze RIvOCcASsE. Id.
nov. 16.— Ove sia CHI per prova intenda amòre, Spero trovàr pietà. non che
perdò | no. Petr. son. 1. (8). Come pure nel significato di qual. |.
\Piacéendogli molto i modi del fanciùllo domandò CHI egli | FOSSE. Bocc. nov.
18. 5.° Dopo dove e ove, nel significato di quando: se, dar |; ché, casoché
(9). E DOVE e' non rosse d' accòrdo co' Vin: | ziùni, e coléa gli promettésse
renderli la tenùta libera. Cron Morell. 327.—E DOVE /u non VOGLI così fare
raccomàndi |, a Dio l ànima tua. Bocc. nov. 44. — Che che di me sw végna, OVE
fu non ABBI cerla novèlla della mia vita ec. ll. |. nov. 99.—OVE voi mi
voGLIATE di speziàl grazia fa ec. .... 0 lo farà qui in vostra ed în loro
presenza venire. |: Id. nov. 19. (10) x . si fosse, cioè in alcun tempa
passato.—Speràndo che QUANDO CHE SI fi * | potrebbe mutàr la foriùna. Bocc. nov.
16. — I miei sospiri a me perché, non folti QuanDO CHE SIA? perchè no ’l grave
giogo? Petr. canz. g.-Qu! |. ‘ che è oggi è forza che, QUANDO CHE SI FOSSE,
aoèsse principio. Borgh. 4 Arm. fam. 16. (8) Chi, in questo significato, porta
talora l’infinito in vece del sog“ q 8 po : giuntivo. E se ci fosse CHI FARLI
(cioè chi li facesse) per tutto dolorvi pianti udirèmmo. Bocc. Introd. — Qui è
questa cena, e non sario & MANGIARLA (ciot chi la mangiasse). Bocc.
nov. 12. _ ‘. (9) Dove, e ove, anche come avverbj di luogo vogliono il 51
seguente verbo nel soggiuntivo, purchè il precedente verbo porti st dubbio n
incertezza. Yommene in guisa d’ orbo senza luce, Che non 80» ‘ OVE sÎ VADA, €
pur si parle. Petr. son. 16. — Eccoli tutti fuori; io non 50 DOVE io mi FUGGA,
DOVE io mi NASCONDA. Machiav. com. In questi © simili esempj in vece del
soggiuntivo può adoperarsi anche l'infinito, siccome abbiamo già fatto vedere
nel Cap. precedente $. 1I1. Ma anche allora vi si sottintende talvolta il
soggiuntivo per la figura chiamata & li:sî, cioè debba, dovèsse, possa,
polèsse , came in queste e simili loca |: zioni: Non sa dove nascònderlo , cioè
non sa doce possa o debba Na |: '‘ sconderlo ec. (10) Portano parimente al
soggiuntivo i modi avverbiali Dove che, e Ove che, che vagliono in qualunque
luogo, a qualùnque luogo dosi | que.—Dove cHÈ egli VADA, onde che egli torni,
checchè egli oda 0 vego. Bocce. Introd. — Or ecco, ànima graziosa , OVE CHE TU
SH, ralligroh, che io mM? arparécchio di seguitàrti. Filoc. a, 129. EVIMOLOGIA
E SINTASSI 299 ‘6.0 Finalmente dopo i seguenti avverbj, e modi avver- biali,
impropriamente da taluni detti congiunzioni, abbenché, acciocchè, affinchè o
affinechè, a menochè, ancorché, avve- gnache, benchè, casochéè o in caso che,
comeché, comunque, conciosiaché , conciofossechè, conciossiacosachè,
conviofosseco- saché, datochè, nonostanteché, perchè (nel significato di
accioc- ché), purché, quantànque, sebbene, tuttochè e orse alcuni altri. TESTI
Perocché Amòr l' aveva già ferìta, ABBENCHÈ le PARÈS- se ésser ‘tradita. Ninf.
Fies. — ABBENCHÈ sirettaménte le di- spaccia. Guit. rim. (11).— Anzi pur viva,
ed or fatta im- mmortàle, AccioccHÈ "I mondo la conoscA ed ame. Petr. son.
287. — ACCIOCCHÈ più avànti non POTESSE il prenze eenìre. Bocc. nov. 17.— Egli
conoscendo la necessità, AFFI- NECHÉ / acquisto fatto per lui VIGLIASSE più
fermézza, ac- consenti. Matt. Vill. 7, 56.— A/essàndro, ANCORCHÈ gran paùra
avésse, stette pur cheto. Bocc. nov. 84. — E che diffe renza ha tra quelle è l
altre (visioni) AVVEGNACHÈ ; dottò- ri ne pàrlino, non lo scrivo qui. Passav.
363. — Misero esì- lio! AVVEGNACH' io non fora D' ABITAR DEGNO, ove voi sola
siete. Petr. son. 37. (12).— Può farlo, CASO CH' E' ci VEGGA attacco. Casa,
lett. — Per salvàr, dico, IN cASO ch' altramén- te Facendo, biasmo ed ignomìni:
fora. Ar. Fur. 38, 3.— COMECHÈ varie cose gli ANDASSER per lo pensiero di
doversi fare, pur vedîndo il re ec. Bocc. nov. 22. — Dico, che co- MUNQUE sz
SIA, egli ha tante ore la notte, quante il dì. Tes. Br. 2, 44.— Chi puòte avere
in questa cita alcùna cosa du- ricbile, CONCIOSSIACOSACHÈ {utie le cose sieno
trapassévoli? Albert. 65. — Zo non ti concederò quello che séguita, PER- CHÉ
DATOCHÈ nos ce li diamo, non perciò restiàmo debitòri. Sen. ben. Varch. 5, 9. —
NONOSTANTECHE FUSSE presàto da tutti è ciltadìni che gli dovesse perdonàre ec.
Zibald. Andr. 3, 3. — Onde paròle, e opre Escon di me sì fatte allòr ch’ È
spero Farmi immortàl, PeRcHÈ la carne muoja. Petr. canz. 18. (11) Non essendo
abdenchè del miglior uso, nè trovandosi molto ado- perato dagli autori, io
consiglio di scansare questa voce e usare piuttosto in luogo di essa benchè, o
sebbène. —. N i (12) Aovvègna, sì potrebbe, volendo, separare dal che e
interporvi qualche altra voce, o un’ intiera frase, come in questi esempj:
AVVEGNA come io ti dissì CHE non si hanno tultli no, ma solo uno per volla. Fr.
Giord. 44.—AVVEGNA cerlo CHE da nostra polestàde sentenzievolmènte non Fosse
uccìso. Lett. com. Fir. Dicasi lo stesso di cormechè. E COME queste paròle CHE
specialmente dette steno ec. Mor. S. Greg. 1. 300 PARTE TERZA | — Ond'egli a
me: PERCHÈ tu mi dischiòmi Ns ti dirò ch'io sia, né mostreròlii. D. Inf. 32.—
La medicìna da guarìrlo so 0 troppo ben fare, PURCHÈ a voi dea il cuore di
segreto te- nére ciò che ec. Bocc. nov. 28. — Niuno altro, per QUANTUN- QUE
AVESSE aguto Î avvedimento, potrebbe chi io mi fossi conòscere. Fiamm. 4, num.
92.— Abbiasi ancòr cura, che e non abbia rimetiiticci su pel tronco d' altri
tralci, e avin- dogli làscinsi siare SEBBEN FosskRO rigogliòsi oltra modo.
Soder. Colt. 25.— TUTTOCHÈ questa gente maladétta In vera perfeziòn giammài non
VADA. D. Inf. 6. (13) Sonovi inoltre alcuni modi di dire proprje molto
frequenti in cui il verbo sta nel soggiuntivo per esservi l'e//zss7, e del
verbo principale, che mandi a questo modo, e nella particella congiun- tiva
che. Eccone alcuni: Voglia il cielo, o il cielo voglia; volesse Dio; che
piacesse a Dio; non piaccia a Dio; li fa cl il cielo; possa to ec.; possa tu
ec.; Dio il ti perdòni,; Dio ti benedica; benedétto str tu da Dio; Dio t'
assista; il cielo ce la mandi buona; il diàvolo ti porti; maladetta sia ? ora
che ec.; él faccia chi voglia, e altri simili. OSSERVAZIONI SULL'USO DE' TEMPI,
DELLE PERSONE, E DE' NUMERI. Intorno a’tempi del verbo poco ci rimane a dire,
aven- do noi già trattato altrove (Sez. V, Cap. III) copiosamente a bastanza e
della conformazione e della natura di essi tempi, e della maggiore o minore
relazione dell’ uno coll’altro, perchè non di sia più mestieri di farne
nuovamente menzione. Altro adunque noi non crediamo aver bisogno di esporre, se
non che, per una figura detta enallage, trovasi spesse volte un tempo adopera
to in vece di un altro, cioè: . i 1 Il passato definito in vece del presente:
Anichìno gillò un grandìssimo sospiro. La donna, guardàtolo, disse: ch (13) Tra
questi avverbj avvene alcuni che talvolta trovansi coll’ in- dicativo, cioè
Ancorchè. —E tu sacra Diana e Citerèa Delli cui coril n& mero minòre
Far mi conciène; ANCORCH' io non volta. Bocc. Teseid. 12. Benchè : — BENCHEÈ a
me non PARVE mai, che voi giùdice foste. Id. nov. 20. Comechè :— La qualeil
giovane focosamènte ama comEcHÈ ella non sent ACCORGE per quello ch'io vegga.
Id. nov. 18. Avvegnachè : — Erano lui pariìli da’ campi per lo caldo ,
AVVEGNACHÈ quel dì niùno ivi apprèsso ERA andòlo a lavoràre.
ld.nov.77.Conciossiacosachè :— CONCIOSSIACOSACBÈ molti sono, che lascerèbbono
innanzi la confessione, che si confessassero da’ proprj preti. Passav. 130.
Sebbèene:—SEBBENE l'odore e la mesiuro di questo succhio OFFENDE, non perciò
ancìde la cite. Soder. colt. 30: AVESTI
Anichìno? (cioè: che hai) Bocc. nov. 67.— Or che AVESTI, che fai cotàl viso ?
ld. nov. 69, Il passato definito in vece del passato indeterminato . Ove FOSTU
(fosti tu) stamàne, poco avànti al giorno? (in vece di se' stato) Rispòse il
valente uòmo: non so io ove io mi FUI (cioè ove io sono stato). Bocc. nov. 23.—
Non mi DICE- STI TU, che qui non lice Sacrificàr d' uomo strantéro il san- gue?
DissiLo , e Dissi quel che ’l ciel comànda. Past. fid. at. Db, sc. © (in vece
di mi has detto, e l'ho detto) (1). Il passato anteriore in vece del passato
definito. Zo an- dava per grande bisògno in servigio della mia donna, il re FU
GIUNTO e disse ec. (in vece di i/.re giunse). Nov. ant. 35. — Alzàto alquànto
la lanterna EBBER VEDUTO 2/ cattivél d' Andreùccio ec. (in vece di videro).
Bocc. nov. 15. L' imperfetto del soggiuntivo in vece del trapassato dello |
stesso modo: 4/zò questo la spada, e ferito l avrebbe, se non FOSSE (stato) uno
che stava rillo innànzi. Nov. ant. 94. Il presente in vece del futuro. Che
farài tu se ella il DI- CE a' fratelli (cioè il dirà). Bocc. nov. 23.— Se io
infra otto giorni non vi GUERISCO futemi bruciàre ( cioè guerirò ). Id. nov.
29.— Disse a lui: se tu ti CALI (calerai), Io non tr verrò dietro di galòppo.
D. Inf. 22. — O casa male a me felice, rimàni eterna, e la mia cadùta fa
manifesta all'amante, se egli TORNA (tornerà). Fiamm. lib. d. S. II. Adoprasi
il condizionale ogni qualvolta il verbo è dipendente da altro verbo che sia
retto nell’ imperfetto sog- giuntivo dalla particella condizionale se. Za donna
piagnèndo rispòse, che SE il maggiòre de' suoi due che avùli avéa FOSSE VIVO,
così st CHIAMEREBBE. Bocc. nov. 16. — 4: quali SE tu quello AVESSI FATTO, che a
me facésti, vituperosamenie ti AVREBBER FATTO morire. Îd. ivi. S. III. Le
persone del verbo sono naturalmente tre, cioè : sing. z0, tu, egli, o e'la;
plur. noi, voi, églino, o élleno. Furono queste particelle inventate per
indicare l’' identità della per- sona che parla, a cui si parla, e di cui si
parla; ed in que- sto loro senso puro s' usavano fino a che la favella rimase
mella sua semplicità primitiva, del pari che i popoli che la (1) Veggansi le
note 4 e 6 del Cap. III, della Sez. V, ove le varietà de' tempi passati,
definito e indeterminato, sono esposte con tanta chia- rezza, che ognuno di
leggieri vedrà che, secondo la regola datane, nei succitati esempj, il secondo.
tempo anzichè il primo andrebbe adoperato : e fo avvertito che la sostituzione
dell’ uno all’ altro è usitatissima nelle opere drammatiche. © parlavano; ma progredendo questi nella
civiltà, nàcque la dis: uguaglianza di condizioni; e a tanto giunse l'
alterigia del- Y uomo incivilito, forte e ricco, che questi volle esser distinto
persino nel linguaggio, con cui il debole e povero gli parla» va, anche a costo
di alterare il senso delle parole. Il potente, parlando di sè, credè inspirare
più rispetto o timore, con moltiplicarsi in idea, e cominciò ad usare moz in
vece di 10, esigendo che altri, parlandogli, usasse voz; cosicchè il bello ed
energico fu più non si leggeva che nelle sublimi scritture, e non sentivasi che
nell’ arrogante linguaggio del forte al de- bole, e ne' rozzi discorsi degl’
idioti, e ne’ famigliari collogu tra parenti, o amici. 4 cui # re disse: dunque
voltie voi che NOI (2) cegniàmo meno di nostra fede, la qual NOI, per n- avér
sanità, donàmmo alla damig?lla. Bocc. nov. 29.— Sr gnòr mio, se a VOI azgràda,
VOI potéte ad una ora a VO far grandissiro onòre, ed a me, che pòvero sono per
VO, grande utilità. Id. nov. 417. vee, | Dal titolo signòre, che in segno di
riverenza davasi a' su- periori, fu dalla bassezza e dall’ adulazione creato un
altro te tolo in astratto, cioè Signoria dicendosi Zostra signoria (V. S.), sua
signorìa, loro signorie. —VOoSTRA SIGNORIA buona in sua fidelità permàgna.
Guitt. lett. 26. — Come V. M. Cn- stianìss. potrà ve‘lére per léttere di LOR
SIGNORIE. Cas.lett. 16. Ma la voce Sienorìa essendo troppo lunga, e, in virtù
dell sua funzione, di troppa frequenza nel discorso, vi si è sost tuito il
pronome personale di terza persona fem:mninina el pel subbietto, /e/ e Ze pe'
subbietti diretto, e indiretto; onde diciamo: Ella dice, cioè vostra signorìla
dice; Îo LE mando, o mando a lei, cioè mando a vostra signorîa; Io la Stino, o
stimo lei, cioè stimo vostra signoria; in vece di voi dl, vi mando, o mando a
vot; io vi simo, o stimo vot. S. IV. Il verbo dee accordare col suo subbietto
in per- sona ed in numero, la qual concordanza è semplicissima quan- do il
subbietto consiste in un sol nome, o ia un sol pronone, come: z0 canto,tu
canti, egli canta, Pietro canta, noi cantiamo, voi cantàle , églino càntano, i
soldàti contano, ec. Allorché però più nomi, o più pronomi, o nomi e pronomi di
perso ne diverse come subbietti dello stesso verbo, si seguono, 1 regola di
concordanza è alquanto più complicata; nulladime (2) Il pronome noi trovasi
talora accompagnato da un nome, 0 pro rio o caralteristico in singolare, come
in quest’ esempio di Gio. Vill. OI AUTORI di questa :òpera , tutto che a NOI
non si confacèsse ec. fume mo del detto collegio e numero. l. 11, c. 129. "è niù facile che il s: I le di essi il
no non vè cosa più facile che il sapere con quale dî e verbo debba concordare;
solo fa d'uopo osservare, che per quanti sieno i differenti nomi o pronomi
esprimenti i subbiet- ti. evvi sempre sottinteso uno de’ pronomi personali 705,
#08, ezlino, che recapitola in sè tutti 1 precedenti nomi, o pronomi, e col
quale il verbo concorda in persona ed in numero, core: Tu ed io 2 Tu e tu s
Egli 2 Il padre ed io È tu e il servo s îl padre,]£ Tu, egli, ella, ) S $ siamo
tu, ella, ed i) S ‘3 andrite la madre, S.S vennero ed io A, fratelli 2 3 il
figlio(*= de È o ed il pre-) g (3) V De la cettore / TESTI. Lo duca ed t0 per
quel cammìno ascòso ENTRAMMO. D. Inf. 34.(3)—Dipot ci TRAVESTIREMO voi,
Ligùrio, Siro ed 10, ed ANDREMOCENE ec. Machiav. Mandrag. at. 2, sc. 6.— Tu
dall'un lato, e Stecchi dall’ altro mi veuRETE sostenendo. Bocc. nov.
f1.—Ca/landrìîno, Bruno e Buffalmàcco VANNO cer- cando ec. Id. nov. 75.—Se
Virgilio ed Oméro AVESSER ci- sto. Petr. canz. 40.— Consiglio e ragiòne
coNDUCONO la vit- toria. Tac. Dav. Stor. (4). | $. V. Allorchè più nomi si
seguono come subbietti dello stesso verbo, e che l'azione può dirsi aver luogo
successiva- mente o alternatamente, cioè potendo essere attribuita ad ognuno
ne’ subbietti separatamente, il verbo dovrà concorda- re coll’ultimo nominato,
come: Mon CINNA, non SILLA sSI- GNOREGGIO' lungamente. "Tac. Dav.
Stor—Vòùttene innànzi: 2° tuo corso non FRENA ÎVé STANCHEZZA né SONNO. Petr.
son. 175.—Z! cominciò qual fortina o destino Anzi l'ùlti- mo di quaggiù ti
meNA? D. Inf. 15. Ma quando tutti i no- mi espressi come subbietti, sono
simultaneamente necessarj per fare l’ azione, il verbo debbe concordare col
proname re- capitolante églino: MuOVvASI Za CAPRAJA e la GORGONA E FACCIAN
szépe ad Arno in su la foce. D. Inf 55, cioù Muo- vasi la Capraja, e muovasi la
Gorgona, onde amendue iusie- me faccian siepe ec. | (3) Contrario a questa
regola lo stesso Dante scrisse: Tosfo che il duca ed to nel legna rur. Inf. 8.
È altrove: De’ quai nè ia, nè il duca mio 8° ACCORSE ; ma queste sono licenze
poetiche in favor della rima. (4) Talvolta il verbo concorda con un nome in
singolare , che gli precede come recapitolante degli altri antecedenti
subbietti, come: Nè voi nè ALTRI con ragione mi POTRA’ più dire ch' io ec.
Bocc. nov. 8.—Nè piog- gia caduta, nè acqua gillàla, nè ALTRO UMIDORE gli
SPRGNEVA. fac. Dav. Ann. i | n » «04 PARTE TERZA SVI. Ogni qual volta il
subbietto del verbo trovasi es- sere un qualche nome partitivo, come parle,
partita, nùmero, infinità o simili, dipendente da altro nome plurale, del qua-
le forma come una specie di frazione, il verbo spesse volte concorda in numero
con quest'ultimo, espresso o sottinteso: Poi come gru, ch' alle montàgne Rife
VOLASSER PARTE ec. D. Purg 26.—Ciascùna di noi sa che de' suoi SONO la mag-
gior PARTE morti. Bocc. Iatroduz.— Za maggior PARTITA FURON morti, e tagliàti,
e parte presi. Gio. Vill. 7, 19.— UNA INFINITA’ di stroménti da di martòrio
furono prepa- ruti. Firenz. As. 74. i $. VII. Quando il subbietto è un nome
collettivo, cioè, un nome che esprime una. moltitudine, o una unione d' in-
dividui della medesima specie, come sarebber frolla, gente, gioventù, pòpolo
ec., voglion taluni che indifferentemente si possa far concordare il verbo in
plurale, cioè col significato del nome; e così in fatti talvolta leggesi in
alcuni ‘ibi acC- creditatissimi: Comandò allora Fociòne a una FRONTA d'o- ste
che DOVESSONO zre e ricoceràre ec. Plut. Vit.—Zo non lo’ntesi, né quaggiù si
canta L' inno, che quella GENTE al- for cantARO. D. Purg. 32.— MOLTA GIOVENTU’,
che non passiva l adolescenza, si TROVARONO nelli ufficj per proci ro de padri
loro ec. Fil. Vill. 11, 65.—ZPotéle vedere come il comune POPOLO ERANO
IGNORANTI del vero Iddio. Gu. Vill. 1, 26. Salvo l'autorità di questi esempj,
consiglierei ad ognuno di astenersi dall'imitarli, essendo essi contro la rege-
la generale della concordanza, imperocchè i suddetti e simili nomi, comechè
indichino ognuno un insieme composto di molti individui, pure presentano alla
mente l' idea d' unilà, che mal confassi coll'idea del plurale, espressa dal
verbo; oltre a ciò debbono i citati esemp), ed altri simili, ana per eccezioni
aversi che per norma d’uso, giacchè cogli stessi sub- bietti il verbo molto più
sovente in singolare, che in plurale leggesi (3). Poi VENIA maggiòr FROTTA di
Romàùni. È". Sacch. rim.—Da man sinìsira m' APPARI una GENTE D' (- nime.
D. Purg. 5.—Dimmi perché quel POPOLO È sì empio! Id. lof. 10. (5) A più forte
ragione credo dover avvertire di non imitare il st- guente esempio del
Boccaccio: Come OGNI vOoMO desinàlo EBBERO fanli uomini e tante femmine
concòrsono nel castello, nov. fo. Nè quest’ altro delle Novelle antiche: La SUA
FAMIGLIA AVEVANO un di preso un pento làjo per malleverìa ec. Nov. ant. 83.
Sono questi esem.pj fuori d' ogni re gola, e non comprendo con qual veduta
alcuni grammatici li pro;0ng:99 per norma d'uso nella costruzione. Allorchè il
subbietto è rappresentato dal pro- nominale congiuntivo che, il verbo debbe
concordare in per- sona con quello espresso dal nome, ov pronome personale, che
precede al che. TESTI. Ma 10 CHE dea SONO, della quale neùna è più potîn'e di
me nel mondo. Arrigh. 26.— Di ‘ME CHE per altri Te OBLIAR non posso ec. Bocce.
canz.3.—Zo cominciùr: FOETA (6) cHe mi GUIDI, Guarda la mia virtù, s' ell è
pessénte. D. Inf. 2. — Amnòr, CRE VEDI ogni pensiero aperto. Petr. son. 150. —
O frati, dissi, ca& per cento milia Perìgli siete giunti al- l
occidénte. D. Inf. 26. — Se tu fossi stato uno di quegli, CAL il POSERO èn
croce. Bocce. nov. 1. — Dicéndo: quel fu l'un de’ sette regi, Cu' asSISER Tebe
ec. D. Inf. 14. (7) S. TX..E proprietà della lingua italiana, di far concordare
il verbo, avente per subbietto il pronominale che, coll’ ante- cedente pronome
personale di prima o seconda persona, im- immediatamente seguito da un nome
proprio; ma quel che al primo sguardo debbe parer contrario alla scienza
grammati- cale si è, che, ad imitazione de’ Latini, lo stesso accordo ha luogo
anche quando il che sia preceduto da uno de’ pronomi dimostrativi, espresso o
sottinteso, colizz, colei, quegli, quello, quella ec., tuttochè questi di lor
natura indichino terza per- sona; cesserà per altro ogm sorpresa, quando si
consideri che non è già il meccanismo, nè del nome, nè del pronome, che qui
deobe valere, ma bensi | idea che il nome 0 pronome esprime, e questa è
certamente della prima o della seconda persona. (8) > (6) È facile il
rilevare che nel presente esempio e ne'due susseguenti, si sottintendono i
rispettivi pronomi personali, cioè ne’ due primi Tu, come: poèta tu che ec.
amor iu che ec., e nel-terzo voi, come: O frati dissi voi che ec. . . i (7) Non
s’imitino adunque î seguenti modi (di dire del Boccaccio : Era una delle più belle
creature, CHE mai dalla nalitra FOSSE STATA FORMATA. — Fece in piccolo spazio
di teinpo fare uno de’ più belli, e de’ maggiori palàgi, CHE mai FOSSE STATO
VEDUTO. Questi due esempj sono contrar) alla stabilita legge di concordanza per
cui vi si dovrebbe in ve- ce dire: che mai dalla natùra fossero stàte formate;
e che mai fosse- ro stati vedùli, come da molti altri esempj del medesimo
Boccaccio chia- ramente sì rileva. D' una gentildòonna s' innamorò ne’ suoi
tempi tenuta «delle più belle, e delle più legsiàdre, CHE in Firènze rossero.
Nov. 49. - (8) Ad oanta però di un tale uso trovasi qua e là qualche esempio,
di rado sì, ove in simili coagiunture il verbo leggesi in terza persona, co-
me: Corìsca son ben 10; nia non già QUELLA, Sàliro mio gentil, cA' agli Gram.
al. 4o TESTI. T son Bratr)ce, cRR fi
FACCIO andàre. D. Inf. 2. — Sì vedrài ch' to son l ombra di Capòcchio, CHE
FALSAI li me- tàlli con alchìmia ld. ivi, 29. — Io son ceramente colùi CAR
QUELL' uomo Uccisi sfamàne in sul dì. Bocc. nov. 98. — T son COLEI, CHE # DIE’
fanta guerra, E COMPIE mia gior- nàia innànzi sera. Petr. son. 2641. — Ben è
vero, perché tu se’ QUEGLI CHE vi ci fai stare. Nov. ant. 77 ge se’ lu QUELLA
Corìsca sì famòsa ed eccellente Maestra di menzò- gne, che mentìte Parolétte e
sperànze e finti sguàrdi VENDI a sì caro prezzo? che tradito M° RA in tanti
modi ec. Past. fid. at. 2, sc. 6. CAPITOLO V. DE' VERBI PASSIVI, NEUTRI, E
NEUTRI PASSIVI. S. I. Fu da noi già detto (Sez. V, Cap. I, S. VI) che ogni
verbo attivo transitivo, trasmutando il suo subbietto (no- minativo) in
obbietto indiretto (ablativo), e 'l suo obbietto di- retto (accusativo) in
subbietto, può divenir verbo passivo. | Mancano le lingue moderne di verbi
propriamente pas- sivi come ne hanno la greca e la latina, nelle quali lingue
tali verbi variano dagli attivi con aver ne' tempi semplici delle desinenze del
tutto diverse, cominciando daila voce radicale dell’ infinito; dal che esse
lingue sortisconho una bellezza e un’ energia inimitabile nelle lingue da
quelle discendenti, in cuì il senso passivo esprimesi con adoperare un verbo
ausi- liare, accompagnato con una parte del rispettivo verbo at- tivo. S. II.
L’ ausiliare usato nella lingua italiana per esprime- re il senso passivo è
essere, al quale si unisce il participio passato (che perciò appunto vien detto
da talunì participio passivo ) del verbo attivo, come: Esser lodàto, essìendo
lodà- to, sono lodàto, ero lodàto, fut lodàto, sono stato lodùto, sarò lodàto,
sia lodùto, saréi lodato ec., e così col partici- pio passato di qualsisia
verbo attivo. (1) occhi tuoi Un tempo FU sì cara. Past. fid. at. 2, sc. VI.—Or
se’ tu quel Virgilio e quella fonie, CHE SPANDE di pariàr sì largo fiume ? D.
Inf. 1. (1) Usasi ancora per lo stesso motivo il verbo venire in vece dell’au-
siliare èssere, dicendosi : Vengo lodàlo, cenni ricompensàto, verrò riceoùlo
‘ec. in vece di sono Zoddlo, fui ricompensàto, sarò ricevuto.—Io vi scongiù-
ro, se voî mai VENITE CHIAMATO a medicàr quest oste nostro ec. Berni, rim. 1,
8.— Tale è la forza, e virtù che dalla velocità del molo vIEN CONFERITA a)
mobile che la ricève. Gal. Gal. 227. ETIMOLOGIA E SINTASSI — 307 TESTI. Per
certo chi non v ama, e da voi non desìdera d' xS- SERE AMATO ec. Bocc. gior. 4.
proem. — Quegli, che DOMAN- DATO ERA, rispòse non ricordarsi d' averlo mai
veduto. Id. nov. 46. — Vìdesi di tal monéta pagàto, quali ERANO STA- TE /e
derràte veNDUTE. Id. nuov. 53. — FU FATTO ad Otiòne sepòlero piccolo, ma du
duràre. Dav. stor. 4. — Fa le tue fac- cende con persòne, e che àbbiano buona
fama e siENO cRE- DUTI. Cron. Morell. i S. IIL Per proprietà di linguaggio i
verbi italiani in terza persona smg. e plur., hanno spesse volte il senso
passivo da per sè senza l' ajuto d' alcun ausiliare, essendo solo preceduti
dall''accompagnaverbo s4. | TESTI. Propòse che st RENDESSERO gli onòri a Galba,
che anche SI CELEBRASSE /a memoria di Pisòne. Tac. Dav. stor. lib. 4. E tutte
le altre cose, delle quali tutta la città piena Sl VEDE. Bocc. gior. 4. proem.—
£ di molte dimandùva il padre che fossero, e come SI CHIAMASSERO. Id. ivi.—Due
maniére di pie- tre vi SI TROVANO di grandissima virtà. Id. nov. 73.— 0
sventuràta che St DIRA' da' luot fratelli, da'parénti ec. quan- do SI SAPRA”
che tu sti qui trovata. Td. nov. T7.—-Vi SI VE- DEA nel mezzo un seggio altéro Petr.
canz. 44. (2) I tempi composti di questi e simili verbi, costruisconsi coll’
ausiliare essere, come: Che da molti anni in qua non SE VEDUTO Fuor della sacra
cella. Past. Fid. at. D, sc. 6. —INon S' ERANO VISTI rimettere insieme. Dav.
vit. Agr. 8. IV. Esprimonsi sovente nel senso passivo, mediante la medesima
particella indeterminata sé, 1 verbi faure, dire, parlàre, crédere, suppòrre,
raccontàre, vedère, sentìre, chièdere, prometlere ec. dicendosi: si fa, st dice
(3), si parla, si cre- de, si suppòne, si raccònta, si vede, si senle , si
chiede, si (2) Onde veder chiaro il sentimento passivo ne’ verbi în questi
esempj, si costruiscano coll’ ausiliare èssere accompagnato dal participio
passato , e si avrà: Proposero che fossero resi ec. Che fosse celebrata la
memoria ec. Tuita la città piena, è veduta ec. Come fosser chiamàte ec. Due
manière di pietre sono trovaie ec. Che sarà delto da' iuoi fratètli ec. Quando
sarà sapùlo ec. \ (3) Nello stesso sensa questo si usasi anche come affisso,
cioè: Sassi, . dicesi, pàrlasi, crèdesi, suppanesi, raccàniasi, vedesi,
sèntesi, chièdesi, pros mellesi cc. - i INI ‘ —PABTE TERZA proinétia ec. (4),
le quali espressioni tanto comuni sono nel parlar famigliare, e tanto copiosi
se ne leggono esemp]) negli autori, che inutile saria il citarne. (5) VERBI
NEUTRI. S. V. Il verbo sostantivo essere (6) , può dirsi il primo de' verbi
neutri, indicarido l' esistenza delle cose. (7) (4) Solo notisì che quel si s’
accozza sovente co’ pronomi mi, ci, fi, vi, gli, come: Mi si fa, ci si dice, ti
si promèlle, oi si parla, gli sichide; ed anche colla particella pronominale
ne, come: se ne vede, se ne vedo no; e talora accazzasi il si col ne, anche
quando vi si trova insieme uno de’ pronomi summentovali mi, ci, fi, vi, gli,
come: mi se ne, gli se neo se ne gli.— E' sE NE GLI DAREBBE sì falla
gastigatoja, che gli putirtbbe. Bocc. nov. 68.—Quanle cose GLI SI PROMETTONO
Zullo 7 dì, che non SE NE GLI ATTIENE ziuna. Id. nov. ar. Notisi in oltre che i
modi di dire già citati, e simili, possono anche costruirsi coll’ausiliare è ed
il participio pas- sato ; onde in vece di mi si dice, li si parla, gli si
chiede, gli se ne do, ci se ne scrisse ec. dicesi benissimo mi è dello, ti è
parlato, gli è chiesto, gliene è dalo, ce ne fu scritto ec. Puossi anche in
luogo dell’ ausiliare essere adoprare il verbo venire, come mi vien dello, le
ne viene scrilla ci venne chiesto, gliene verrà parlòto ec. V. la nota 1 del
presente Capitolo. (5) Notisi che alla particella indeterminata si
sostiluiscesi talora uo- mo o altri col verbo in singolare e nel senso attivo,
cioè, 2077 dice, uom crede, uom pensa, ec. (che propriamente corrispondono al
francese on dit, on croit, on pense ec.,) 0 altri vuole, altri farèbbe ec.—lo
mi credo che noi n' avrèmmo buon servigio ec. e POTRÀBBENE L’ UOM fare ciò che
v0- lesse. Bocc. nov. ar.—Messo è che viene ad incitàr ch’ voM SsAGLIA. D.
Purg. 15.—-U immaginativa che ne rube Taloòlita sì di fuor ch’ UoM non s'
AccoRGE. Id. ivi, 17.—Ond'’ avvèn, ch’ ella more, ALTRI SI DOLE. Petr. son. t10.—-Dimàndal,
dissi, ancor se più disìi Sapèr da lui prima ch'M- TRI ’L DisFaccia. D. inf.
29.—Qui si sta sempre più che ALTRI NON CRE- ‘DE. Nov. ant. agg. 3. i (6)
Notisi che talora si trova il verbo essere nel singolare, avente per subbietto
un nome di tempo nel plurale, come: E non È ancore QUINDICI Dì che ec. Bocc.
nov. 32.—PocHE VOLTE È mai ch'io mi lievi la notte. }d. nov. 39.—
Conciossiachè. il vostra libro, già È MOLTI ANNI, n08 sia valuto neènie.
Passav. 20. | (7) Qui parmi a proposito d’ osservare, che nella lingua italian?
tisasi sovente alla foggia francese il verbo avère in luogo di éssere, come: Ad
una guerra, non HA (è) ancor lungo tempo, iniervènne. Bocc. nov. 23. — Qui non
Ha (è) altro da dire, se non che questo è stato troppo grande ardire. ld. nov.
24. — Una delle più vaghe giovani di quella ciltà, comechè poche ve n’ABBIANO
(sieno). Id. nov. 2°. -— Si fece conoscere per più valoroso di quanti giovani
vi AVEVANO dell’elò sua. Plut. Vit. Mario.—E portò seco del vino, il quale
dagli ollramonigni non era usalo, nè conosciuto per bere, perocchè di là non
AVEA MU AVUTO (era mai stato) vino nè vigna. Gio. Vill. 1, 44.— Tutti furo bal-
tuli colle verghe nel mezzo della piazza, ed EBBONO lagliàta la lesla (fu loro
tagliata la testa). Tito Livio. — Notisi inoltre, che in simili sostituzioni
dell’ avere all’ èssere , leggesi talora il primo di questi verbi, ad imita-
gione de’ Francesi, adoperato in singolare, ancorchè il subbictto, espres:? ®
sottinteso; sia in plurale. HAVVI (sonovi) lelli che. vi parrèbber più
bell <« _ GO0 ! S. VI. Ragionando
de’ verbi in generale (Sez. V, Cap. 1.) | noi dimostrammo la differenza tra i
verbi allivi intransitivi, ed i verbi propriamente detti net, i quali dalla più
parte de' grammatici si confondono con quelli, di modo che verdo infransitivo,
e verbo neutro sono, secondo essi una medesima cosa. Comunque siasi di fatto,
noi vogliamo considerare qui queste due sorte di verbi sotto un solo aspetto,
appellandoli e gli uni e gli altri verdi neutri, stabilendo esser tali, 4.0
quelli che esprimono un’ azione, il cui effetto rimane nel subbiet- to; 2.0
quelli che non esprimono azione, ma solo uno stato di essere. Veggasi $. VII,
della Sez. V, Cap. I. ($) S. VII. La conjugazione de' verbi neutri, eccetto
ne'tempi composti, non differisce punto da quella de' verbi attivi; in quinto
a' tempi composti, questi formansi per lo più coll'au- siliare éssere unito al
participio passato (9). Del rima- nente, avvegnachè molti de’ verbi neutri
richiederebbero una qualche maggiore o minore dilucidazione intorno all’ uso
pro- prio de' medesimi, pure il bisogno di por fine a quest’ opera
costringendomi ad esser breve, contenterommi solo di nomi- narne qui alcuni de’
più usitati, quelli cioè, che di lor natura sono neutri, e de' quali avvene
ancora che, non di rado in senso attivo s' adoperano. i che quello del doge di
Viègia. Bocc. nov. 79. — o miglia CI HA? (ci sono?) HACCENE (ce ne sono) più di
millània. 14. rov. 73.— Con quanti ‘sensàli AVEVA (erano) in Firènze tenèa
mercàto. Id. 84.—EBBEVI (furonvi) di quelli che intènder vollono alla milanese.
ld. gior. 3. fin. (8) Ciò nonostante alcuni verbi neutri prendono talvolta un
obbiet- to divetto e diventano, per così dire, attivi; eccone alcuni: Dormire.
DorMiITO hai, della donna, un breve sonno. Petr. son. 284. — Sc io avèssi
DornmiR volùlo tutti i miei sonni. Bemb. lett. RINUNZIARE. 7a Lulti gli altri
dèbiti e ufizj RINUNZIATO. Sen. ben. Varch. 7.—Ddàndoli tèrmine tre mesi, ch'
egli dovèsse avère RINUNZIATA la sua lezione dell’ impèrio. Gio. Vill. 9g, . .
| SOGNARE. Il villàno SOGNA l’ ardiro, e' buoi, e’! marrone | e la van- ga.
Passav. 262. Questo verbo è talvolta neutro passivo . Si SoGNÒ un grace e
maruoviglioso sogno. Nov. ant. 100.—.Sicchè laggiù non dormendo SI s0- GNA. D.
Par. 29. . SOSPIRARE. 400° improvviso morirono quegli infermi, che SOSPIRARONO
Î CARNAGGI d' Egitlo. Segn. pred. 15. — In quel del viso, ch’ è SOSPIRO, e
bramo. Petr. son. 219. UBBIDIRE. Ma2 ti se’ porlàlo, male hai i tuoi maestri
UBBIDITI. Rocc. nov. 80.—Nè volle UBBIDIRE i comandamènti del Papa, parèndogli
avèr giusta causa. Gio. Vill. 7. VIVERE. QUESTA VITA, che noi VIVIAMO, di
fatiche innumerdbili è piera. Bemb. Asol. 2. (9) Questa regola è ben lungi
dall’ esser generale , perocchè evvi anzi grandi;simo numero di verbi neutri, i
cui tempi composti, costruisconsi coll au: iiiare avere, come: pensare,
pranzàre, cenàre, dormìre, soffiàre, sospirare , tossire, siarnutire, e
moltissimi altri che troppi sono per qui
Accadère, accòrrers, andùre (10), avparàrs, arrivàre (11), avvenire,
balenùre, bastùre, belàre, bisognàre, brillàre, cadere, cenùre (412), cessùre
(15), comparìre, concòrrere, convenire, còrrere (14), créscere (15), decadere,
desinàre, digiunàre, dt denumerarli tutti. S' osservi solamente, che taluni ve
ne sono, che ia un senso vogliono gcère, e nell’ altro èssere. Veggansi le note
10, 11 e se gueati del presente Cap. (10: 11 verbo andare, seguito da altro
verbo nell’ infinito, mediante la particella a, significa muoversi per fare
tale o tal’ altra operazione, come: andare a leggere, andàre a studiàre, andàre
a dormìre ec.-(o- mando che ciascuno infino al di seguente a suo piacère s'
ANDASSE A RI- Posare. Bocc. gior. 1, fin. Andare, seguito da altro verbo nel
gerundio, indica una cerla frequenza o il proseguimento dell’ azione, espressa
da questo verbo, come: andar dicendo, andàr cantando, andàr cogliendo, andar
domandàndo ec.—Son poche sere che egli non si VADA INEBRIANDO per le taverne.
Bocc. nov. 63.—La miserèlla con amàre lagrime tutto "I vegnènte giorno 8°
ANDÒ CONSUMANDO. Fir. As. 130.—Se non restò di rin facciàrlo, di vanlàrsene, d'
ANDARLO DICENDO per fullo. Sen. hen. Varch 6, 4.— Dove mai non VAI tu ceRcANDO
oenòra i motìci d' afanno? Mafkei, Mer. at. 2. Andare, seguito dal participio
passato d’ altro verbo, vale Essere.—D'ira e di cruccio fremèndo , ANDAVA
disposlo di fargli viluperi samènte morire. Bocc. nov. 16. Nell'uso adoprasi
sovente il verbo andare, seguito dal participio passato d’ altro verbo in vece
di dovère, come: questa cosa non va della, non andàva falta, e simili, che
vagliono questa cosa non si deve dire, non si dovèca fare ec. (11) Arrivare è
verbo neutro nel significato di Pervenire al luogo, dopo avèr fintlo il
cammino; ma è attivo in quello di Condurre, 0 0 costire checchè sia alla riva.—E
quella sozza immàgine di froda Sen venne e ARRIVÒ la festa e ’l busto ec. D.
Inf. 17. E nel significato di uggu gliàre , pareggiàre.—E vedrai quanto ti
resta per ARRIVARLI nella staluro, e anche per assomigliàrli. Segn. Mann. Ag.
26. ° Cenare e d..sinàre, preadonsi
anche in attivo significato, CENARONO un poco di carne salàta. Bocce. nov. 61.—
Ti danno (alcuni animali) ogni d frutto,e quando all'ùltimo Non ne dan più,lute
LI CENI e DESINI.Ar.Negr.2, 2 (13) Cessare, verbo att., vale sfuggire ,
schifàre , allonlanare, muòvere.—E dieci passi femmo in sull estrèmo Per ben
cESsAR l' arèno € la fiammètta. D. Inf. 17.—Ed in quella via avèsse uno scoglio
ed egli è vedesse e nol GESSASSE e nol volesse schencìire. Fr. Giord. pred.
—Chichibo cessò la malaveniùra. Bocce. nov. 57. Talora cessare , prendesi in
signifi cato neutro passivo e vale Asfenèrsi. — E non MI SONO CESSATO da fa
ogni utilità. Cavalc. Att. ap. 124.— Alcùna volla Si CESSA dalle cose dwint in
alcuna chiesa per la *ngiùria ec. Maestruz. 2, 56. (14) Questo verho oltre il
suo significato neutro ha moltissimi altri | significati attivi, ne’ quali i
suoi tempi passati composti si costruiscon? 4, coll’ ausiliare aoère.—E legno
vidi già dritto e veloce CORRER LO MAR P! }. tutto suo cammino. D). Par. 13.—Egli
si ricordò di tutti i pericoli, CHE AVB |. CORSI, e immaginò quelli che CORRER
dovèa. Filoc. 59.—Che già non @'0 al capilàno occùllo, Ch’ essi intorno CORREAN
LE REGIONI. 'Tass. Ger. 9; vi —Il Soldano di Babbilònia con suo esèrcito di
Saracini CORSE, e guess quasi iulta l Erminia. Gio. Vill. 7, 18. Nel
significato neutro questo verbo si serve dell’ ausiliare èssere, ma talora
trovasi anche con avere. Ce n de n — a 4 5 Ù ? nu come: AVENDO CORSO dietro
all'amante suo. Bocc. nov. 68. — E 60 pid: | Ho cOnso alle imquiladi. Vit. S.
Gir. 47. LI . e. % ei (15) Crescere è anche verbo att. e vale Accréscere ,
aumentare, $ Li 41 magrare, dimoràre,
dicenìre, dicentàre, disparire, dispiacere, : dormìre, duràre (16), entràre,
fuggìre (AT), gelàre, giacere, : giovare (18), godere (49), grandinàre, gridàre
(20), indu- giàre (24), invecchiùre, lampeggiàre, mancare (22), morìre, vendosi
ne’passati composti dell’ausiliare uvère.—E cREBBONO assài la città di Pisa.
Gio. Vill. 1. 48.—E che più volte v’ HA cRESCIUTO doglia. D. Inf. 9. — Si m'
ascors' io che ’1 mio giràre intorno Col cielo 'nsitme AVEA CRESCIU- , TO ?’
arco. Id. Par. 18.—I cittadini, lieli per doppia cagione, aggiunsero sacrifici
al loro Dio, e cREBBERO il numero de’ sacerdoli. Bocc. Anet. 89. (16) Duràre,
nel senso di sostenere , sofferire, è verbo attiva. —Neè credèoa che più si
potèsse DURAR di male di quello che io DURAVA. Fiamm. 5, num. 4.—I Sanèsi non
polèndo più DuRAR la guerra co’ Fiorentini, richiè- | sero pace. Gio. Vill, 5,
34.— Alla fine si partiron senza combéadlitere, per- , chè quel di Bavièra non
polèoa DURAR Ja spesa. ld. g, 125. I (17) Fuggire è verbo attivo nel senso di
scansare, schicare.— Accioc- chè io FUGGA quesio male e peggio. D. Inf. 1.—Si
ragiona di chi con pronia risposta 0 avvedimènio FUGGÌ perdita, 0 pericolo, 0
scorno. Becc. gior. &, titolo. Ed anche in senso di frasfugàre.—- Chi
acèa cose rare, o mercataa- zie le FUGGIA in chiesa e in lucghi di religiosi
sicuri. Gio. Vill. 12, 19. (18) Giovare è verbo neutro nel senso di Essere Ulile.
— Ed îo son un di quei, che 71 pianger GIOVA. Petr. canz. 8. — Ma poichè vide
le làg'inve niente GIOVARE. Bocc. nov. 16. Come pure in significato di
Dilellàre, pia- cèere.—(Quel tanto a mie non più del viver GIOVA. Petr. canz.
18.— Sicchrè avèndo imparàlo ciò mi GIOVERA' di morire. Libald. Andr. 15. Ma è
ver- bo att. nel significato di Dare, porgere, o recàre ùtile.— Essi non hanno
a- micìzie, essi hànno compagni nè sono GIOVANI dagli altri, nè risi GIOVANO
altrui. Eemb. Asol. a. — GIOVAR di voglio d’ alcùna monèita. Ditam. 1,5. (19)
Godère leggesi talora in signiticato di neutro passivo colle par- ticelle mi,
fi, si, ci, cvi.— Lungamènie GODUTA MI SON del mio desio. Bocce. nov. 31.—Deh
come iu se'grosso, cèndilo e GODIAMCI i daràri. Id. nov. 76. — Poichè si era
GODUTO sei anni, e non più quella grandèzza. Seg. Vit. Capp. 8. Questo verbo
poi è att. nel senso di Avère, possedère.—GonEno” ‘almèno l’ onore di acèr
contràlta servitù con un personàggio ec. Red. lett. 1.—Ed allor GODE la
fortuna, e sguazza. Bern. Orl. 1, 12. E talora si legge colle particelle. mi,
ec. n (20) Gridare, per Manifestàre, pubblicare, bandire, è verbo attivo, come
: La doglia mia, la qual tacèndo i’ GRIDO. Petr. canz. 18.—GR1- DANDO per
Iiutio, il fallo da lor commèsso. Bocc. nov. 46.—La fama, che la vostra casa
onòra, GRIDA i signori e GRIDA la contròda. D. Purg. 8. - 1 (21) Questo verbo
non è neutro se non che nel senso d’Infertenérsi, mèltlere indugio, mèlter
tempo in mezzo.—Non sì volle più INDUGIARE di ventre a far vendètla. Gio. Vil).
12, 106. Esso è talora anche neutro pas- sivo.— E voi, che Amore avvàmpa, Non o
INDUGIATE sù ?’ esirèmo ardore. Petr. son. 67. Ma spesse volte prendesi in
significato att. per Rifardàre, man- dar in lungo , differire. Piàccigoi di
tanto INDUGIARE /a ESECUZIONE che ec. Boce. nov. 47.—Quando l' uomo più INDUGIA
la penitènza, più pecca. Passav. 22. (22) Mancàre, nel significato di Sccmàre,
diminuìre, è verbo att.— Trovando che avèa consumoto senza acquìsto grarde
iesòro, colèrdolo rifàre senza MANCARE LA SUA CFNERALE ENTRATA ec. Gio. Vill.
2, 51. Venèndo in grandissima quanlità, la resira festa mulliplicésle, î0 vi
vo- lio pregare che parièndovi non LA NAYCHIATE. Filoc. 5, 78. 542 i PARTE
TERZA mugghiàre, nàscere, nevicàre, nuotàre, parére, pattre, passà- re (25),
passeggiàre (24) , pensàre, perire, penetràre, pervenire, piacere, piòcere,
pranzàre , prosperare ( 8), rimanere, rincréscere, ricorrere, riuscìre,
sbadigliàre, scadere, sedere, soffiàre (29), stare (30), starnutàre o
starnutire, tos- (23) I tempi composti del verbo passare, nel suo significato
neutro assoluto, si costruiscono sempre coll’ ausiliare èssere ; ma ogni volta
che questo verbo abbia seco un qualche obbietto diretto esso è considerato come
attivo, c si serve del verbo avère, come: passàre uno, 0 una co- sa; passare il
tempo, passar gli anni, passare il fiume, passare il pon le, passare un
comandamènio ec.—Menire così PASSANAMO il tempo, 05- servcàmmo ec. Red. Inset.
102.—Delle quali niuna il ‘ventotitèsimo anno PASSATO ucea. Bocc. Intr.— "n
fiume , ch? AVÈA PASSATO era mollo cre- sciuto per una grande pioggia, ch' era
stala. Nov. ant. 3o.—Tu Hal Pas SATO il mio comandaménto ec. Sen. Declam. E
nello stesso modo quando s' adopra per rafiggere, trapassàre ec.—Quivi con un
colièllo ferito è prenze per le reni infino all'alira parte il Passò. Bocc. nov
17. (24) Passeggiare, con un obbietto diretto espresso, è verbo att. Ben si
poria con lei tornàre in giuso, E PASSEGGIAR LA COSTA intorno er- rando. D.
Purg. 7.— Senza più dir PASSEGGIAVAM LA Via Sempre di retro, - onde si leva il
sole: Dittam. 5, 12. (25) Perire, è verbo att. nel senso di Far perîre: Or non
suribk questi mailto, che va a PEMRE Za nave ? Fr. Giord. pred. i (26) Anche
penetràre prendesi talora attivamente. Z'eggio miràndola la vaga luce Che
PENETRA valor nella mia mente. Fr. Sacch. rim. 19. (27) Questo verbo è uno di
quelli che comunemente si dicono imprr- sonali, perchè non hanno nè subbietto
nè obbieito espresso, e che so . nella terza persona singolare s’ usano. Gli
altri sono Zuondre, nevicàre, gelàare, grandinàre, balenàre, lampeggiàre,
folgoràre, ec. Nulla di meso avvene che trovansi talora con un subbiettò; ed il
verbo piòoere in par: ticolare, specialmente in senso figurato , ha sovente un
obbietto direlto espresso, e leggesi pur anche in plurale. Per rinfrescàr 1
ASPRE salle 4» Giove : IL QUAL or TONA, or NÉVICA, ed or PIOVE. Petr. son. 33.—
Da'be- gli occhi un piacèr sì caldo Piove, Ch' i? non curo allro ben, nè bramo
altr” esca. ld. son. 132.— Che’ n quella croce LAMPEGGIAVA Cristo. D. Purg.
14.—Innànzi la batlàglia cominciàsse , PIOVVE UNA PICCOLA ACQUA Gio. Vill. 11,
66.—Provonmi amàre lagrime dal ciso. Petr. son. 15. due montàgne da lato
PIOVEVANO gente saracìina. Sor. Aiolfo. (28) Prosperàre, in significato neutro,
vale Acanzarsi in felicita, 08° linuàre felicemente , andar di bene in meglio.
—Vìdesi sempre PROSPERAÌ ; nelle sue opere intque. Mor. S. Greg. Ma questo
verbo leggesi anche mo. senso attivo, e vale secondure, felicilire, come: O
fortissimo prinapt, di duca delle battaglie, ec. PROSPERA I PASSI NOSTRI. Amet.
83.—Za che gl'l@- | du ognora meglio ti PROSPERINO. Filoc. 2. (29) Soffiàre, in
attivo significato, leggesi non di rado presso buon! autori. Si SOFFI cotàl
polvere negli occhi al cavallo due volle per giorno |; Cresc. 9, 26.—Disse, chi
fosti) che per tante punte SoFFI col sangue do- loroso sermo? D. Inf. 13.—
Queste e altre simili parole SOFFIANDO nes |. orecchi di Venere laceràva quel
gàrrulo eci Fir. As. 153. Trovasi anche come neutro passivo, come Soffiàrsi it
naso.—SOFFIATO che tu ti saro! naso. ec. Galat. 9. è a (30) Stare è sovente
sinonimo di èssere, come: STANDO in questi # mini la nostra ciità, d' abilatòri
quasi vota adivènne ec. Boce. Introd. NT }* Di si sìre, ubbidire, urtàre, uscìre, vegliàre 0
vegghiàre (34), veni- ‘ è ré (32), vivere, ec. | I DE’ COSÌ DETTI NEUTRI
PASSIVI (33). S$. VII. Il subbietto di un verbo può egli stesso esser l’
obbietto diretto del medesimo verbo, trasferendosi |’ effetto Se così STA come
voi dile, non può èssere al mondo migliore. Id. nov. 79. «Stare, cogl’ infiniti
de’ verbi, mediante la particella @ o ad, non aggiu-. gue nè muta la
significazione, come: s/o a lèggere, sto a parlàre; stava ‘a dormire, sletti a
sedère, ec. che vagliono quanto semplicemente leggo, parlo, dormiva sedèi
ec.—Falto quesito andàrono agli anziàni, e STETTO- . NO A SEDERE cor loro.
Cron. Morell. 336. Pare per altro che con alcuni verbi, come sarebbero
ascoltàre, udire, vedère ec., stare aggiunga alquan- to più di forza che non
farebbero i soli verbi suddetti e simili, e che vi sì sottintenda allènto o
attentamente. Ella non mi STAREBBE mai ad ASCOLTARE. Bocc. nov. 45.—O buona
gente, che STATE AD UDIRE Sturdfle- . 0 gli orècchi della testa. Bern. rim. 1,
35.—-To STO A VEDERE se voi dile pur davvero. Checc. la Moglie. Stare, co’
gerundj de’ verbi, significa il presente attuale dell’ azione, come: sto
mangiando, sto scrivendo, sio leggendo, che vagliono mangio, scrivo, leggo
attualmente. Stare usasi anche nel senso neutro passivo. Vedi la nota 35. | (31)
Zegliàre è talora verbo attivo, ma nel senso di guardare, custo-
dire.—VEGLIANDOLA faranno la guardiu tanto ch'io torni. Lasc. gelos. 3, 10.
—-Gli spirili angèlici a VEGLIARE LE AZIONI ec. fedelmènie ci assìstono.
Salvin. disc. 1, 89. Nell'espressione vegghiàr la notte, vi si sottintende la
preposizione durant:, 0 per. —ÉE VEGGHIAR ni facèa, tutte le notti. Petr. .
canz. 46.—E quando alla cavèrna, al bosco, al fonte Facèndomi VEGGRIAR ° LE
FREDDE NOTTI ec. Past. Fid. at. 2, sc. 6. (32) Zenìre, sì come il verbo andare,
uniscasi sovente a’ gerundj di altri verbi, per indicare, che l’azione espressa
da questi si faccia pro- ‘ gressivamente, come: venir camminàndo, corrèndo,
facéndo ec.-La Luca lulta affannàia e timoròsa mi VENNE DICENDO. Fir. As.
81.—VENNI FUG- GENDO la fempèsta, e’l cento. Petr. son. 9g0.— Cominciò a far.
sembiànte di distèndere l' uno de’ diti e apprèsso la mano e poi il braccio e.
cost a VENIRSI TUTTO DISTENDENDO. Bocc. nov. 11. Venire, cogl*' infiniti de’
ver- bi mediante la particella a, non muta il significato de’ medesimi verbi,
onde venire a fare una cosa vale lo stesso che farla.—Ilì che, quando VENNI a
prènder moglie gran paùra ebbi che non m' intervenìsse. ec. Bocc. nov. 100.
Zenìre col verbo dire e la particella «, vale Sigrificàre. — Quello che egli
avèa risposto non VENIVA A DIR NULLA (cioè, non significava nulla). Id. nov.
59. In quanto al verbo venire, co’ participj passati degli altri verbi; veggasi
la nota 1, del pres. cap. Talvolta però significa ac- | cadère o succèdere di, onde
venìr fatto , venir detto, venìr veduto ec., vagliono accadère o succèdere di
fare, di dire, di vedère, ec.—Al quale era VENUTO DETTO un di ad una sua
brigàla se avere un vino st buono "ec. Boct. nav. 6.—E° mi VENNE VEDUTO un
orféò assài amèno. Fir. As. 89- Ma venìr fatto, vale propriamente Riuscire.—Io
non so quando e'mi vEN- ‘ GA COSI' BEN FATTO come ora. Bocc. 72.—Il che gli
VERRA' FATTO Se egli adoprerà i colori più chiari. Borgh. Rip. 144. — Ma io
spero che mi vERNA” ‘ FATTO d'accertàrmene in qualche parle. Cas. lett. 1. i
(33) I Latini denominavano neutri passivi que’ verbi, i quali, neutri di lor
natura, avevano però le desinenze de' passivi, come mozior, na- Gram. Ital. 1A,
4 . dell’ azione nella persona operante.
I verbi, .il cui subbietto od operante è in tal modo una e l’ identica persona
che |’ ob- bietto diretto o il paziente, sono quelli appunto che vengon da'
grammatici impropriamente chiamati neutri passivi (34), e che noi pure così
appelleremo, onde non diseostarci troppo dalle orme calcate da altri,
quantunque tali verbi altro non sieno che meri cerbi attivi. . L'obbietto
diretto de’ verbi neutri passivi deve necessa- riamente esprimersi per uno di
questi pronomi m7, ci, ll, ©4, si, rappresentante l’identica persona del
subbietto (veggasi Sez. HI, Cap. 11, S. III), come: . Attristàre verbo att.
Attristàrsi neut. pass. Jo mi attristo, die Hi attrìstt, egli si attrìsta, noi
ci attristtàmo, coi ci al tristàte, églino si attrìstano; che vagliono: Zo
attrìsto me sl È so, tu atiristi fe slesso €c. I tempi passati composti de'
verbi neutri passivi, costru |. isconsi coll’ausiliare éssere, come: | To mi
sono o sònomi attristàto, tu ti sei attristàto, tl . e . ‘ e o e ' . “ ste
aliristalo, nor cr siamo altrisiati églino si sono altristàti ec. Oltre a’
verbi attivi, che cangiar si possono in neutri pas | sivi, come si è detto di
sopra, sonovi pur molti verbi scor, fungor ec., ed era una tale denominazione
fondata sulla differen | ‘di sistema nel conjugare gli attivi da quello de’
passivi, siccome diceva ... vano deponènti a’ verbi, i quali, tuttochè avessero
significato attivo, st guivano la conjugazione passiva. Ma chi non è imbevuto
della massima, cioè, che non possono nè insegnarsi, nè sapersi le lingue
moderne sent l’ ajato di tutti i termini grammaticali latini, applicativi come
per forza, eda costo anche della chiarezza, rendendosi così le cose oscure ed
inintelligibi- i li, deve, non v’ha dubbio, ridersi della pedantesca
denominazione di neul | passivi, la quale, perchè tra’ verbi latini ve n’erano,
che con fondata 1? gione così chiamavansi, fu da’ nostri antichi grammatici
introdotta, : - a’ moderni mantenuta ne’
verbi italiani, col sistema de’ quali essa dal fatto inconsistente, e
smentiscesi dalla definizione stessa che comunemen te dassi di tali verbi;
imperocchè, volete sapere quali verbi si dicano neutri passivi? i grammatici ed
il vocabolario vi rispondono: Quelli che . , vol vi siete alirisiah\
trasferiscono la passione nella persona operante. Chi intende giudichi st è
questa definizione è adequata alla denominazione. (34) Se non mi disanimasse la
taccia d’ innovatore (se innovatore può dirsi a chi cerca di togliere gli
abusi), ben volontieri. io tali verbi chiamerei riverberanti, siccome i
grammatici ‘francesi giustamente Li chia” mano Zerbesrésfiéchis, perchè infatti
l’ azione riflette, riverbera, o ribat te, 0 ritorna nella persona stessa che
la fa. (35) Alcunî verbi neutri passivi significano cosa affatto diversa d: .
quella significata da' primitivi loro attivi, come:. 0 ‘‘’ DIsERTARSI, vale
Andare in rovina.—Se spacciàr volle le cose su gliele convènne gillàr sin,
laònde egli fu vicine al DISERTARSI. Boe. | nov. 18.0 "o sa | A |
RTIMOLOGIA E SINTASSI . 5I6 che, o di lor natura sono neutri passivi, o come
tali, anzichè altrimenti, s' usano; eccone alquanti: (36) I Abboccarsi,
accontàrsi, accordàrsi, accòrgersi, addùrsi (ac- corgersi), ‘affaticàrsi,
aggiràrsi, affàrsi, ammalàrsi, arrènder- st, arrischiàrsi, appigliarsi,
apprestàrsi, assentàrsi, astenérsi, dttenersi, altentàrsi (arrischiarsi),
avvedersi, avvezzàrsi. Bef- farsi, brigàrsi (ingegnarsi). Confidàrsi,
confessàrsi, contàrsi, ‘ convertìrsi, coricàrse. Dimenticàrsi, dimesticàrsi,
diportàrsi ( ri- crearsi), divertirsi, dolérsi. Frummèttersi. Gloriàrsi.
Imparen- Î ni ci t ESEnCITARSI, vale Spasseggiàre .— Lo scolàre andàndo per la
corte si ; RSERCITAVA per riscaldàrsi. Id. nov. 77. RECARSI, per Pigliarsi un’
offesa come fatla a sè.—E RECARONSI else | gli Aretìni avèsson loro rotta la
pace. Gio. Vill. 6, 68. »——_’TENERSI, per d4rrestarsi.— Di Firènze uscìli, non
si TENNERO, sì fùrone in Inghilterra. Bocc. nov. 13. i : AVVISARSI, per
Accorgersi.—Genilluòmo AVVISITI TU di nessùno, che ec. Fr. Sacch. nov. 78. so
BRIGARSI, per Zrgegnàrsi.— Davrèbbe ciascheduno BRIGARSI di sapère ben. | parlare.
Tes. Br. 1, 4. RICHIAMARSI, per Dolèrsi, far querèla di torto ‘ricegùto.--Con
gran duolo SE NE RichiaMò a Carlo suo marito. Gio. Vill. 6, g1. RICREDERSI, per
Penlìirsi, mulàrparère, sgannàrsi. — Innanzi che Puna | parte e l' alira sì
FOSSE RICREDUTA. Livio. | «'. Rirarsi, per Acquistàre, farsi più bello.-La
Amarètia tua, che pur quando ella ride, se ne RIFA'. Fir. Dial. 3, 73. de.
Conoscersi, vale Inièndersi, avèr pràtica.—S’ io mi CONOSCESSI così di pietre
preziose, come io fa d' uomini, sarèi buon giojellière. Lib. di Motteg.
AVVENIRSI, per Convenire.—Oh come S' AVVENNE al savio uomo d'èsser sàuto. Guid.
Giud. 271. ABBATTERSI, per Zrconlràrsi. E come dura vita sia quella di colùi
che a donna, non hene a sè conveniènle, SABBATTE. Bocc. nov. 100. Vale an- che
accadèr per caso. —ABBATTESI in dirne alcuna vera; benchè non lo sap- pia per
cerlo. Passav. 329. e RiposarsI, per Cessare.—RiIPoSOSSI il romore, e que'
ch'avevano caval salo si lornàrono a Firènze molto scornàti. Gio. Vill. 9g,
270. E talora prendesi per Astenèrsi.—Se dirillamènte non òfferi, e
dirittamènie non di- parti, peccato hai falto, e RIPOSATENE. Gr. S. Ger. 65.
(36) Riînvengonsi non di rado de’verbi adoperati come neutri assolu- ti, î
quali di fatto sono neutri passivi co’ pronomì mi, ci) li, vi, si sottin- tesi;
eccone alcuni: Affogàre, affondàre, agghiacciàre, aggravàre, amma- làre,
ammutolìre, annegàre, arricchìre, incrudelire, impazzire, impoverì- re,
sbigotiìre, ec.—E più galèe delle sue AFFONDARONO ( s'affondarono ) în zaare
con le genti. Gio. Vill. 9, 61. — Mi fuggio ’1 sonno, e diventài smor-' to Come
fa l'uom che spaveniàio AGGHIACCIA ( s' agghiaccia ). D. Purg. 9g. = Niùno cì
vedrà, e così potrèmo ARRICCHIRE (arricchivci ) subilumènie. Focc. nov. 73. —
Aveènne che "1 dello patriàrca AMMALÒ (s' ammalò ) 0° morte. Gio. Vill. 5,
14.— Ond’ io s° i" v0' parlàre Dì fe, AMMUTOLISCO” ( ma° ammutolisco ).
Fr. Jac. da Todi. — Ma pure per giudicio di Dio, yizanio più gli dava più
IMPOVERIVA (s'impoveriva). Vit. SS. PP. a, 78. — Ya donna senza SBIGOTTIRE
(sbigottirsi) punto, con vace assdi piacè- vote rispose. Bocc. nov. 37. dc
> va 316. . . . tàrsi,
ingegnàrsi, innamoràrsi, internàrsi. Maravigliàrsi. Ops pòrsi. Pentîrsi.
Rallegròrsi, riavèrsi, ribellùrsi, riconciliarsi, ricordàrsi, ricreàrsi,
riposàrsi, ri entìrsi, risolversi, riliràrsi,.0 ritràrsi, riserbàrsi.
Sbrigàrsì, scontràrsi, spacciàrsi, spicciàrsi, starsi (37). Per PIOBIEO di
linguaggio, e per la figura detta P/eo- nasmo, alcuni verbi neutri
s'accompagnano co’ pronomi mz, ci, ti, vi, si, senza che perciò essi sì
riguardino come neutri b_ . LI CI LI e o L) C) passivi, come: andàrsi, 0
andùrsene, dormìrsi, fuggirsi, mo- rìrsi, partìrsi, uscìrsi, rimanersi (58),
venìrsi: A me medìsimo incrésce ANDARMI fanto ira tanie mi- série ravvolgìndo.
Bocc. Introd. — SEN' ANDÒ sn pace l ànima conténta. Petr. Tr. della M. cap. 1.—
Zo vi & porrò cheta- meénte una coltricétta, e DORMIRAVITI. Bocc. nov.
13. (39). — Fanno lo schermo perchè °l mar si FUGGIA. D. Inf. £d. — Eccoli
tutti fuori; io non so dove to MI FUGGA, dove io mi nasconda. Maghiav. Comm.—
Ella già sente MORIRSI, e ' piè le manca egro e languénte. Tass. Ger. 12, 64. —
Certo MI SAREI MORTO di sele. Sen. ben. Varch. 5, 24 — Ma certo. il mio Simòn fu in Paradìso, Onde
questa gentil dònna st PARTE. Petr. son. 5B7.— Tu TE N'ANDASTI; e SI RIMASE
seco. Id. son. 204. — Statti e RIMANTI con noi se ti piace. Vir. SS. PP. 2,
347. — Confessàta per la rossézza del viso la sua vergòsna, S' Uscì di camera
tutto dolente. Boez. Varch. pros. 1.— Che domattina, in sull ora di terza, egli
| Il verbo sfare è neutro passiva nel significato di asfenèrsi, ri. tenèrsi,
riposàrsi, cessàre.— Disse (la donna) a’ fratèlli: Io volentieri, quando vi
piacèsst, MI STAREI (cioè mi asterrei dal rimaritarmi). Bocc. nov. 4o.--La qual
cosa se di far TI STARAI senza pericola di morte non puoi campàre. Pecor. gior,
18. nov. a.—STANNOSI (i Giudei) ogni sètlimo dì, perchè iri quello finìrono lor
fatiche. Tac. Dav. stor. 4. Come pure nel significato di acquetàrsi,
conientarsi.—Alle lor seniènze si STESSE come fossero date da’ magistràti di
Roma. Tac. Dav. ann. 12.—Lo vide Monna Làura Che 'l vide sola, e noi altre
STIAMOCI Al deito suo.‘Ambr. Cof. 4, 5. (38) Rimanèrsi, vale anche Cessote.—Per
la qual cosa ed il fare il sepòlcro , ed il porci li mandàti versi si RimASE.
Bocc. Vit. Dante. — RI- MANTI adùnque Dal più dolàrti , e con le tue querèle Nè
te, nè me più ceonturbàre. Car. En. lib. 4. (39) Dormire, così accompagnato con
Je particelle mi, ci, #, vi, st si serve dell’ausiliare èssere per la
costruzione de’ suoi tempi composti. Alessandro leoàiosi senza saptre alcuno
que la nolle DORMITO SI FOSSE, rienirò in cammino. Bocc. nov. 13. (40) Morìre
leggesi anche in significato attivo per Ammazzàre , ma solo nel par. pass.
accompagnato da uno degli ausiliari acère o èssere. Che questo è ’l colpo di
che Amàr mi HA MORTO, Petr. canz. 20, — Qnde — ie in fo Lo srcemazzabiti ir
! I SITO fruovi qualche cagiòne di
partìrsi da me, e VENIBSENE qus. Bocc. nov. 86. È REI . na DEL PARTICIPIO
PASSATO. Fra gli elementi più importanti della lingua italiana, il participio
passato non è certamente l' ultimo; nulladimeno egli è quello la cui sintassi,
quantunque difficilissima, è, ciò non ostante, da tutti i grammatici la più
trasandata. Nella quinta sezione noi ci siamo a bello studio allargati forse
più di. quel che la propostaci brevità compativa, per ista-. bilire con
precisione, ed espor chiaro ed esattamente le molte e tanto variate cadenze di
questa parte del verbo. Ma da quanto, ivi esponemmo altro non resulta che le
forme ‘di esso parti- cipio; rimaneci a farne conoscere l' uso, la posizione
nel di- scorso, e la concordanza. | $- II. Il participio passato ha doppio
carattere, cioè di. addiettivo e di verbo, i quali due caratteri, che trovansi
pure nel participio presente, sì come altrove dimostrammo, non in- fluiscono
già con la loro - differenza su d' ambi-i participj in egual modo, imperocchè
il participio presente, sotto qualsi- voglia aspeito si consideri,
costantemente col subbietto del verbo concorda in numero, rimanendo, in forza
della sua de- smenza, invariabile in quanto al genere; mentre il participio
passato, secondo che è addiettivo, o verbo, s' accorda in ge- nere ed in numero
o col subbietto, o coll obbietto diretto del verbo, o rimane invariabile. Sono
adunque questi tre mo- di d' adoperare il participio passato, che nel presente
capitolo con pochi detti procureremo di schiarire. Il participio passato va
accompagnato o dall’ ausiliare Es- sere, o dall' ausiliare Avere. Unito col
primo di questi verbi esso è sempre mero addiettivo esprimente lo stato di
passività dell’ obbietto diretto del verbo, e talvolta è parte integrante del
verbo principale, non indicando che uno de’ tempi passati subordinati. o DEL
PARTICIPIO PASSATO COL VERBO ESSERE. S. IIT. Il participio passato, esprimente
lo stato passivo o del subbietto, o dell’ obbietto diretto dell’ azione, va
unito col- molti di loro FURON MORTI e presi. Gio. Vill. 34, a. Il Caro usò
Mortre attivamente nel proprio suo significato, dandogli un obbietto diretto.
Osano anch’ elle , Per la difèsa delle pairie mura, Gir le prime a MORIR, MORTE
ONORATA. En. lib. 11. | l’ ausiliare
essere, quando, prescindendo dall' agente, © vero subbietto del verbo, prendesi
l’ obbietto diretto per subbietto,- o, come volgarmente si suol dire, quando il
verbo cambiasi da attivo in passivo; in tal caso il participio passato sempre
concorda in genere ed in numero con quel subbietto, il quale altro non è che
l'obbietto diretto dell’ azione, ridotto allo stato passivo, come: Scipiòne
vinse Annìbale; Annìbale fu vinto da Scipiòne; Cèsare conquistò le Gallie; Le
Gallie fu- ron conquistate da Cesare. Rai TESTI. Legno è più su, che fu morso
da Eva. D. Purg. 24. — Essi éran tutti di frondi di quercia INGHIBLANDATI. Bocc
nov. 84.—La mia pelle è ABBRUNITA sopra di me, e le mi ossa per lo caldo sono
DiSECcATE. Morg. S. Greg. — È bene appàrve che quella fonte fosse da Dio
PRODOTTA miracolosa ménte. Fior. S. Franc. 106.— Né erano le falte de' Vitellio
ni PUNITE, ma ben PAGATE dall altra parte. Tac. Dav. St lib. 3, 519. S. IV. 1
tempi passati subalterni di un grandissimo nume-: ro di verbi neutri
compongonsi dal verbo Essere (4) unito al participio passato, che in simili
casi s' accorda parimente col subbietto dell’ azione (2). Le TESTI Per ogni
volta che passàr si volèva, credo che poscia visa (1) Il participio passato di
qualche verbo neutro, preso in sentimen- to attivo, trovasi talvolta
accompagnato col verbo avere, e concordante in genere e numero coll’ obbietto
diretto. Perchè ricalciltràle a quella 00- glia , A cui non puote 'l fin mai
èsser mozzo, E che più volte v'HA CRi- sciUTA DpogLIA? D. Inf. g.— Egli si
ricordò di lulti i PERICOLI che AVE corsi. Bocc. Filoc. 6, 59. All’opposto il
participio di un verbo neutro ri- mane talvolta, ma di rado, invariabile ancora
che sia unito col ver èssere , e ciò -può accadere quando il verbo è preso
impersonalmente. Allo quale parècchi anni a guisa di sorda e mùlola ERA
CONVENUTO VIVERE Bocc. nov. 17.—Nè perciò cosa del mondo più, nè meno me n° è
INTER VENUTO. Id. nov. 36. (2) Per proprietà di linguaggio i participj passati
potùto, sapillo, volùto de’ verbi potère, sapère, volère, i quali di lor natura
amano di accompagnarsi col verbo avère, unisconsi” nulladimeno con èssere, ogni
volta che son seguiti dall’infinito di un verbo neutro, il cui parli- cipio
passato non può mai combinarsi, altrimenti che col medesimo ve èssere, e
s'accordano in genere ed in numero col subbietto della propo sizione. Quello
che sianòlie non È POTUTO ESSERE , sarà un’ altra nolle. Bocc. nov. 77.—-Il
Saladino condbbe costùi ollimamènte ESSER SAPUTO uscire dal laccio. 1d. nov.
3.— Se io dalla verità del fatto mi rossi SCOSTAM voLuta. Id. nov. 85.— Ella
non ERA ancora POTUTA VENIRE. Nov. ant. gf- PASSATO sette. Bocc: nov. 23.—Io
non ci SARO' oggi venù- ta incàno. Bocc. nov. 77.— Donna chente 0° è PARUTA
que- sia vivàanda? Monsignòre, in. buona fé ella m'è PIACIUTA molto. Id. nov.
100. — Però ricominciài: tutti quei morsi...... Alla mia caritàte SON concorsi.
D. Par. 26. — Se i danàri miei FOSSER VALUTI, dirài iu, e SAREBBERO VALUTI
anche nel bene. Sen. Ben. Varch.— Za qual cosa ERA soprummò- do DISPACIUTA.
Varch. stor. 11, 544. | S. V. Ne' così detti verbi neutri passivi, il
participio pas- sato s' accorda colle particelle m2, cz, /, vi, st, che
sogliono accompagnare tali verbi, e che, rappresentanti l’ identica per- sona
del subbietto, esprimono l’ obbietto diretto dell’ azione. S egli non SI fosse
bene atienùto, egli sarebbe infin nel fon- do cadùto. Bocc. nov. 45.— Già s'
era ribellàta l armàta Misena. Tac. Dav: stor. 5. Quando le particelie MI, CI,
TI, VI, SI non sono l'obbietto diretto dell’ azione, ma in vece I° obbietto
indiretto, nel rapporto di attribuzione o tendenza (V. Sez. Il, Cap. V, $. V, e
Sez. III, Cap. II, S. IV) il par- ticipio deve accordarsi col nome che segue il
verbo, e che n’ è il vero obbietto diretto; onde diciamo : Zo mi SON LAVA- TE
Ze MANI; Zl/a non si è FATTO ALCUN MALE; Egli si è CAVATA LA BERRETTA (5); £ssi
s: sono FICCATA QUESTA PAZZIA in capo; Voi vi SIETE ROTTA UNA COSCIA; /Voz cs
SIAMO APERTA LA VIA ec. DEL PARTICIPIO PASSATO COL VERBO AVERE. Fra la
moltiudine di grammatici, che, da Buommattei in poi, banno scritto intorno alla
lingua italiana, non avvi neppur uno che siasi avvisato di cercar la ragione
per- chè il participio passato, retto dal verbo acere, or con I\ob- bietto
diretto s° accordi, or discerdi da esso: tutii, dopo aver parlato del'o stesso
participio unito col verbo essere, termina- no con questo falso principio: Zn
quanto al participio pas- sato, retto dal verbo avere, è cosa indifferente T
accordarilo, 0 "7 non accordarlo. A ciò aggiungon ia'uni una specie di
con- dizione, falsa essa pure, cioè, che se 1l participio è precedu- to dal
nome a cui riferiscesi, devesi accordare con esso. l] Soave, I unico finora fra
tanti grammatici italiani che siasi studiato (3) Giova osservare che il
Boccaccio adoperò sovente il verbo avère, in vece del verbo èssere, facendo per
altro il participio accordare con 1’ obbietto diretto. Poichè la donna S’ EBBE
assài FATTA pregare. nov. 80. — Messèr lo geloso S' AVEVA MESSE ALCUNE PETRUZZE
i bocca. nov. 65. — Tu che dalla gelosia tua T' HAI LASCIATO accecàre. nov.
55.— Di le stessa wergognàndoli, per non polèrii vedère, T'AVRESTI CAVATI gli
occhi. nov. 77. N ‘di analizzare la
parte metafisica delle lingue, per esser trop- po oscuro, dice meno ancorà
degli altri, quantunque par che abbia voluto spiegare perchè il participio in
quistione s' accor- di coll’ obbietto, senza entrar nella ragione, perchè tante
vol- te si trovi discordante da esso obbietto, lasciando le due dif- ferenti
maniere all’ arbitrio di chi scrive o parla. Ecco come ‘questo autore s'
esprime: 4/7 opposto ne’ verbi transilivi, che a’ lor passati si costruiscono
col verbo AVERE, l' attribu- .fo della proposizione è il participio AVENTE; e
il participio passato del verbo proprio, non fa che modificare FA suo ha
getto.— In falti 10 AVEVA AMATO PIETRO e /o stesso che, IO ERA AVENTE PIETRO
AMATO; per questo coll oggetto ei deve accordarsi, e quando ciò non si voglia,
si deve dargli la terminazione del maschile, accordandolo col nome untver- sale
OGGETTO, che si sottintende. Soave Gramm. rag. Parte IV, Cap. I, Art. I. | Or
tocca a noi il dimostrare, che non è nell'arbitrio di chi scrive o parla il
dare al participio passato , unito al verbo avere , il genere ed il numero
dell’ obbietto diretto: lo che speriatno poter fare previe alcune osservazioni
sulla «doppia funzione nel discorso dell'elemento avere, e delle voci
conosciute come participj passati. S. VIL. Debbe omai esser noto, e noi
abbastanza ne par- lammo discorrendo de’ verbi in generale, che il significato
del verbo avere, come verbo proprio o principale, è possedere, fenere ec., e
che allora il nome della cosa posseduta è l'ob- | bietto diretto di esso verbo.
Debb' esser parimente noto, che Jo stesso avere, non che nella nostra lingua,
ma, quasi come per convenzione, in tutte le lingue moderne, viene impie- ‘ gato
come ausiliare di tempo negli altri verbi principali, af- fimchè, unito al
participio passato di tale o tal altro verbo principale, indichi i tempi
passati subordinati, o, come vol- garmente soglion chiamarsi, tempi composti,
esprimendosi con due termini, quel che, alla foggia latina, dirsi potrebbe con
uno, come, a cagion d'esempio: Ho comperàto, ho vendùto, ‘ ho spedìto ec. in
vece di Comperài, vendèi, spediti ec. Da ‘ tutto ciò facilmente deducesi, che
il verbo avere, senza l'ac- compagnatura di qualche participio passato, non può
mai far le funzioni d' ausiliare; ma non ne resulta già che il mede- . stino
verbo avere sia ausiliare, ogni volta che abbia seco wa ‘ participio passato ,
anzi in tal congiuntura , il verbo avere il | più delle volte conserva
intrinsecamente l'originale suo signi- . ficato di possedere, tenere ec., non
già materialmente, ma im- PA ETIMOLOGIA E SINTASSI 521 maginariamente, cioè, di
aver nella mente una cosa (il nome della quale forma l' obbietto ureto) che è
stata ridotta allo stato di passività, vale a dire, che ha ricevuto, o sofferto
l'ef- fetto dell’azione indicata da quel verbo proprio, il cui par- licipio
passato accompagna il verbo avere, per esprimere lo stato passivo di quella tal
cosa; conciossiachè il dire: aver fatta, letta , scritta una cosa, vale avere
una cosa in tale o tal altra maniera, cioè fatta, letta, scrilta ec. A questo
prin: cipio par che coincida pure l’ analisi che fa il Soave dell’ e- sempio da
lui adotto (7. di sopra, $. VI), e nella quale vuol dimostrare che Pietro è l'
obbietto diretto del verbo ‘avere, e che amato, participio passato del verbo
proprio, non fa che indicare lo stato passivo, a cui è ridotto l° obbietto
Pretro. Nella stessa guisa s' analizzino î due seguenti: Ho letta una ‘
lettera, cioè Sono avente 0 possedénte una lettiera letta. Aveva compràti due
cavalli, cioè Era avente due cavàlli compràti ec. S$. VIII. Dietro queste
nostre dimostrazioni, le quali non solo sulla ragione, ma ancora sopra un
immenso numero di esemp) de’ classici autori. sono fondate , noi crediamo
potere — stabilire le due seguenti regole: 12. Quando il verbo avere è
impiegato come ausiliare, ° LI . i) ® e cioè quando va unito con un participio
passato , per rappre- | sentare insieme l’ idea d' un tempo passato, che
esprimer po- trebbesi con una sola forma, indicante di sua natura il tempo passato
, il participio come parte integrante del verbo a cui appartiene , rimarrà
sempre nella sua forma primitiva, cioè con la sua desinenza mascolina ,
imperciocché l’obbietto di- retto, di qualsivoglia genere o numero, è, non già
del verbo avere, ma del participio, o, per dir meglio , del verbo a cui tal
participio appartiene. | | 2a. All’ opposto, laddove l’obbietto dell’azione è
del solo verbo avere, il participio, considerato come mero addiettivo
qualificativo passivo, dovrassi accordare in genere ed in nu- mero con esso
obbietto, del quale esprime la passività, e lo stato passivo. | mi | S. IX.
Osservisi inoltre che sull’accordarsi, o 'l non ac- cordarsi del participio,
non influisce per cosa alcuna l'essere il medesimo participio posto nel discorso
o avanti, o dopo il nome , facente l’ obbietto diretto ; imperciocchè una tale
in- versione non è che una delle libertà più pregiate dell'italiano scrittore,
cioè di potere a beneplacito porre i particip), sì come tutti gli altri
addhettivi, innanzi a’ nomi, o questi innan- 4 Gram. Ital. 42 322 °° — PARTE
TERZA si zi a quelli, secondo che l'animo suo è più occupato con l’idea’ o
dell’ obbietto, o della qualità. I TESTI DELLA PRIMA REGOLA. Tu sai quale sia
la ingiùria LA QUALE fu m' HAI FAT- To nella mia figliuòla. Bocce. nov. 16.—
Come to AvRÒ loro ogni cosa DATO. Id. nov. 135. — Chi altri che tu RA queste
cose MANIFESTATO a/ maéstro. Id. nov. 78. — CERCATO HO sempre SOLITARIA
VIA....PER FUGGIR quest ingégni sordi é loschi. Petr. son. 222.— Domeneddìo m'
HA DIMOSTRATO la cagiòne del tuo male. Bocc. nov. 44. — Maestro to BO VE- DUTO
UNA COSA che mi dispiàce, è ingiùria D anima mia molto. Nov. ant. 66.— LA
COMMESSIONE che 0 gli. HO DA- TO di riferire al re. Cas. lett. 7. | | TESTI
DELLA REGOLA. Ee Lor paròle, che rendéro a queste, CHE DETTE AVEA colùi cu' io
seguìva. D. Purg. 11.— Superbia, invidia e ava- rizia sono Le tre favìlle ©
HANNO I CUORI ACCESI. Id. Inf. 6. — Un altro che FORATA AVEA LA GOLA. ld. ivi.
28. — Ed Un, ch’ avéa l una e l altra MAN MOZZA (sincope di moz- ‘zata). Id.
ivi. — Zo non HO QUESTE COSE SAPUTE da’ vicini, ella medèsima, forte di te
dolendosi, ME LE HA DETTE. Bocce. nov. 23.— Quanti versi ho già SPARTI al mio
tempo. Petr. canz. 58. (4) — Avéva la luna, essendo nel mezzo del cielo, (4)
Confessiamo che a prima vista, quest’ esempio del Petrarca, ed il susseguente
del Boccaccio paion contraddittor) all'analisi fatta da noi della combinazione
del verbo avere col participio, e li citiamo a bello studio, acciò ne rechino
occasione di rilevare 'l’ obbiezione che contro l’ esposto principio potrebbesi
fare da que’, che per avventura, vorranno trovarlo inconsistente, opponendogli
i due precitati esempj, e tutti quelli che portin participj passali, i quali,
siccome sparto, e perdùlo, cioè smar- rito, dispèrso, cendùto, dato ,.ec.
indicano la separazione dell’ obbietto dal subbietto. Come, dimanderanno,
puossi avere una cosa e nello stesso dempo averla perduta, smarrita, dispersa,
vendula, data P e ciò non po- dendosi, e se son cere le.ragioni addotte nel
presente capilolo, come fon- damentiî del dovere il participio passato,
combinaio col verbo avere, con- cordare o discordare coll’ obbietto diretto,
non avrebbe il Petrarca dovuto dire: Quanti versi ho già SPARTO al mio tempo; e
il Boccaccio: Avèa la luna PERDUTO i suoi raggi, anzichè SPARTI, e PERDUTI? Se
non si consideri che il materiale della proposizione, certo, il ripetiamo, la
contraddizione par manifesta: ma per poro che il leggitore s’ interni nello
spirito delle ragioni allegate, e voglia, dietro quelle, cercare di distinguere
il senso di ho sparto da quello di ho sparti, e di avea perduio da quello di
avea PERDUTI I RAGGI suoz. Bocc. nov. giorn. 6, in princ.— Las- sai quel, ch' È
più bramo: ed uo sì AVVEZZA (sincope di avvezzata ) LA MENTE « contemplàr sola
costei ec, Petr. son, 95. — Che intorno al collo ebbe la CORDA AVVINTA. Id.
son. 22.— Che ciascùna di -loro' dovésse AVERE TAGLIATA LA DIRITTA MAMMELLA per
portàre lo scudo alle battaglie. Tes. Br. 1, 5.— Benché églino AVESSERO già le
spade 1ISGUA- INATE e MENATE. Amm. ant. 11, 1, 12. o S. X. Allorchèil verbo
avere va preceduto da uno de' pro- nomi .mi, cz, ti, vi, lo, 0 il, li, o gli,
la, le, ne, rappresen- tanti l' obbietto diretto, il. participio passato deve
accordarsi in genere ed .in numero con essi pronomi (3), onde diciamo: Egli mi
ha vedito, 0 veduta; voi ci avéte battùti, o baltùte; te hanno mandòùto, o
mandàta; l aveva comperàto, o com- peràta; quando li, o gli ebbe uccìsi; se le
avesse ricevùte; ne hanno vendùti, o vendùte ec: Questa regola, della quale
mille e mille esempj negli autori antichi é moderni si trovano, non solfre
eccezione alcuna. i VR 8. XI. Il participio passato rimane invariabile quando
ad esso segue un verbo nell’ infinito modo, di qualsivoglia genere o numero sia
l’obbietto diretto di questo verbo (6), come: perduti, ei troverà i due esempj
del Petrarca, e del Boccaccio, ed altri simili, perfettamente conformi allo
stabilito principio, giusta il quale le ‘espressioni Ro sparto, e avea perduto
non possono esser sinonimi di que- ste ho. sparti e avea perduti, imperciocchè
due forme che presentansi sotto due aspetti diversi ,, non possono esprimere
una stessa idea. Noi crediamo avere abbastanza dimostrato nei $$. VII, VIII e
IX, la differenza ‘che’ esiste tra l' idca rappresentata dal participio, ‘comè
supplimento di una forma, esprimente un tempo passato, e quella che esprime lo
stesso participio come addiettivo qualificativo passivo di un obbietto diretto
del ver- dò avere, il qual verbo, nella sua combinazione col participio
passato, signi- fica pur Possedère, non già materialmente, ma immaginariamente,
ed il participio, come addiettivo, qualifica la maniera come-la cosa è possedu-
Ya; imperocchè si può avere una cosa nell’ immaginazione in molte dif- ferenti
maniere; come letta; scritta, falla, guastàta, bruciàta, rotta ec., e in simil
senso il Petrarca disse: Quanti versi ho, come? spari; e il Boccaccio: La Luna
avèa i suoi raggi, come? perdùti. (5) Notisi per altro che solo allora ha luogo
1’ accordo del participio con le nominate particelle, quando rappresentano l’
obbietto diretto ; del che rendiamo avvertito il lettore con tanto più di
premura, quanto facile sarebbe 1’ ingannarsi ; imperciocchè le medesime
particelle toltene, /o, la, possono rappresentare eziandio l’ ohbietto
indiretto nel rapporto di a4/r;- buzione o lendenza, come: Le ho dato un hbro,
ec. (6) Nulladimeno leggesi alle volte nel Boccaccio il participio passato
fatto accordandosi con l' obbietto diretto del seguente verbo all’ infinito.
AVENDO FATTI SERRARE TUTTI GLI USCcI. nov. 65.—FATTA dere ORNARE LA CAMERA.
nov. $0o.—Io non potti stamàne farne venire tulte le legne LE LE COSE che giù AVRA UDITO dire, che di noth
èrano inter- venùte. Bocc, nov. 81.— Rimàsero conténii di AVERE con impè- 0
SAPUTO SCHERNIRE L'AVARIZIA di Calandrìno. Id. nov. .—Ho FATTO VENDERE LA
MAGGIOR PARTE delle mie posses- siòni. Id. nov.80. — Si partirà, che non l'
avrete offeso, Quan- do TUTTI d' AVRA’ FATTO morire ?_ Ar. Fur. C. 17. st 8. $.
XII. Per altro quando al verbo avére precede una delle sopra nominate
particelle pronominali come -obbietto diretto (V. S. X del pres. Cap.), il
participio s' accorderà con essa, ancora che sia seguito da un verbo all'
infinito; onde dicesì: Egli ci ha mandùti, o mandùte a cercàre; Io li, o gli ho
fatti fare, o le ho fatte fare; Li abbiàmo intési, o l abbià- mo intese cantàre
ec. ’ | Lo stesso ha luogo co' participj potùfo , sapùto , volùto, come: Z
prelàti quali tu GLI hai POTUTI vedére. Bocc. nov. 2. — Un altro GLI avrébbe
VOLUTI FAR martoriàre. Id. nov. 23.(17) S. XIII. Terminiamo questo capitolo con
avvertire che quando il participio passato è posto assolutamente, vale a dire
quando vi si sottintende uno de' due gerundj esséndo , o avéndo, esso s'accorda
costantemente o col subbietto, quando il sop- presso gerundio è essendo, o con
l'obbietto diretto quando il gerundio sottinteso è avendo, come: Né prima nella
cà- mera entrò, che 'l battimento del polso ritornò al giòvane, e LEI PARTITA
(cioè essendo partita), cessò. Bocc. nov. 18. — GIUNTO adùunque il famigliàre a
Genova, e DATE de lettere, & FATTA / ambasciàta fu dalla donna con gran
festa rice- eùto. Id. nov. 19, cioè Essendo giunto.... avendo date .... gvendo
fatta. | QUALI î0 AVEVA FATTE FARE. nov. £.--Calandrino che allré volle la bris
gàia AVEA FATTA RIDERE. nov. 8b. (7) Ma i tre participj polùto, volùlo, €
sapùto rimangono invariabili ndo la particella pronominale è affissa all’
infinito, onde dicesi: Non ko POTUTO farli: hai VOLUTO vederle ; egli non ha
SAPUTO dirla ec. ‘ scetti | sistenza, significata dal verbo unico essere (YZ.
Sez. V, Cap. 1), | puo trovarsi nel subbietto in una o in un'altra maniera, in
uno o in un altro tempo, in uno o in unaltro luogo, e che DELLE QUATTRO PARTI
INVARIABILI i DEL DISCORSO |L’AVVERBIO, LA PREPOSIZIONE, LA CONGIUNZIONE, E
L’INTERJEZIONE. DELL'AVVERBIO QUARTA PARTE DEL DISCORSO. È la lingua già
pervenuta ad un certo grado di perfezione; è si regolato già il come esprimere,
giusta il natural procedere delle nostre idee, gli’ obbietti stessi, la loro
esistenza, ed i loro attributi, quando si giunse ad accorgersi esser queste due
primarie distinzioni degli esseri, tuttavia su- ive di numerosissime
modificazioni, vale a dire che l’e- rd gli attributi, cioè le operazioni , le
proprietà, e le relazioni ‘ espresse dagli addiettivi, possono esser diverse o
riguardo alla quantità, o riguardo alla qualità. Cominciossi poi ad esprimere
tali modificazioni con più parti del discorso unite, cioè con un nome ed un
addiettivo, preceduti da una qualche prepo- : SIZIONE, dicendosi, a cagion d'’
esempio, per le modificazioni A riferibili alla maniera, Cantàr CON TUONO DOLCE
; #rattàre CON MODO CRUDELE; scrivere IN ISTILE ELEGANTE. Per le modificazioni
di luogo: Venire IN QUESTO LUOGO; per quelle di tempo: partir NEL GIORNO DI
DOMANI, éc. ; . SIL Tra le cose a cui s'appigliarono i legislatori del
linguaggio, onde render questo energico ed insieme armonico | € vago, vi fu
quella di semplicizzare i segni stabiliti per co- Mmunicare, scrivendo e
parlando, le nostre idee, col ridurre Il significato di più termini a potersi
esprimere con uno solo. Così ebbero origine i verbi (7. Sez. V, Cap. I), e così
pure nacquero i così detti avverbj, o sian parole che esprimono diverse
modificazioni a cui possono andar soggette l’ esi- stenza, le qualità, e le
operazioni degli obbietti, e per indi- car le quali, in vece di un nome,
addiettivo e preposizione, un solo addiettivo, o un solo nome, o anche qualche
parti- cella sola adoperasi; onde in vece di dire con tuono dolce , con modo crudele,
în istile elegante, dicesì, dolceménte, cru- delinénte, elegantemente; alle
parole in guesto luogo sostitui- | scesi la sola particella Qui o gua; e per
esprimere il signifi cato delle quattro voci nel giorno di domani non’
adoperssi che l’ ultima. A :-$. HI. Siccome la più parte delle modificazioni
occorro- no nell’ esistenza degli obbietti, significata dal verbo, sì è da- to
il nome generico di avverbio, che vale aggzunto a verbo, a tutti i termini
indicanti una qualche modificazione, non so- | lo nell’ esistenza ma anche
nelle qualità ‘espresse dall’ addiet- tivo, e nelle modificazioni stesse
indicate da qualche avverbio, | imperocchè una modificazione talvolta abbisogna
d’ altra mo- _ dificazione. Quindi gli avverbj possono accompagnare nel di-
scorso non che i verbi e gli addiettivi, ma anche gli ali avverb). I | S. IV. I
grammatici distinguono varie classi d' avverb), secondo le diverse specie di
modificazioni, .che essi sono de- | stinati ad esprimere, cioè f° di tempo, 2°
di luogo, 3° di | affermazione, 4° di negazione, 5° di modo, 6° di qualità, 7°
{ di preferenza, $°- di similitudine, 9° di quantità, e di nume ro, 10° di
dubbio, o di probabilità. | Ognuna di queste classi ha le sue voci proprie per
espri- | ‘mere la modificazione ‘indicata; ma oltre a tali voci, sonori | nella
lingua quasi tanti avverbj quanti vi sono addiettivi, ! ‘quali unendosi in una
sola parola, e a foggia di desinenza ‘col nome mente, diventano avverbj. Questo
nome è lo stesso | che il latino mens gen. mentis nel significato di maniera, €
| che i Latini non di rado usavano in modo avverbiale nel ca- {' ‘so ablativo,
facendolo precedere da un addiettivo con eso ‘accordantesi, oude dicevano forti
mente, clara mente, devolo mente; modi avverbiali, imitati ne' primi tempi dagl’
Itala, i quali pure dicevano con mente forte, con mente chiara, ‘con menie
divòta ec., ma che poscia, sopprimendo la prepo sizione, e posponendo il nome
all’addiettivo, andavano a mamo { ‘a mano di questi due formando una sola voce.
Ecco d'onde { cì vengono i tanti e tanti moderni avverbj finienti in menk, e,
avvegnachè questa desinenza, per la sua . unione coll'a4- diettivo, non sia più
stata considerata come nome, pure Si ha sempre avuto riguardo all’antico suo
genere femmino, K imperocchè se l’addiettivo, dal quale derivi tale o tal altro
avverbio in mente, cade in 0, questa vocale convertesi In 4 $ ‘e da caldo fassi
caldamente, da amàro , amaramente, ®4 matùro, maturaménie ec., il qual
cambiamento non ha luog0 ‘negli addiettivi cadenti in-e, desinenza comune ad
ambo 18° Leni Pa PA ” ETIMOLOGIA E SINTASSI 527 neri; onde da dolce componesi
dolcemente, da grande, gran- deménte, da cortèse, corteseménte ec. Notisi per
altro che quando l’ addiettivo termina in /e o in re, la e finale, per miglior
SUONO , troncasi; perciò da crudele viene crudelménte, da fedele, fedelmente
(4), da superiòre, superiormente, da anteriòre, an- tertorménte, da maggiore,
maggiormente ec. È siccome non evvi addiettivo che non possa divemre avverbio
mediante la summentovata desinenza mente , così la più parte delle dieci
classi, in cui con gli altri grammatici abbiamo anche noi di- visi gli avverbj,
hanno ognuna, chi più chi meno, i suoi av- verb), formati dalla desinenza
menze, unita ad un, addiettivo; eccone alcuni: | Di MANIERA. Fortemente,
diligentemeénie, ottimamente , piacevolmente, avcedutaménte ec. Di oRDINE.
Gradataménte, successivamente, primiera- mérie, ultimamente, alternativamente ,
vicendevolmente, scam- | bievolménte, ultimaménte, finalmènte ec. Di TEMPO.
Presentemente, attualmente , continuamente, . recenteménte, anticamènie,
annualménte ec. DI QUANTITA’. Abbondanteménte, sufficientemente, scar- + ‘
saménie, grandeménte, soverchiamènte, infinitamente ec. AVVERBJ DI TEMPO
ESPRESSI CON TERMINI PROPRI. La classe degli avverbj di tempo , la quale rac-
chiudi molti termini proprj, si suddivide in avverb), che esprimono: 1°. Il
tempo pres. Oggi (3), oggidi, adesso, ora. Zo. Il tempo passato : Tri , diànzi,
anzi, innànzi a in prima, poco lE poc anzi, or ora, testé , per l'additiro, per
lo passàto (4). (1) In quanto agli addiettivi cadenti in Ze sembraci che questa
regola non sia sempre stata generalmente osservata, trovandosi in molti esempj
degli antichi la e finale degli addiettivi conservata negli avverb). Disse :
venite qui son prèsso i gradi, Ed AGEVOLEMENTE omdi si sale. D). Purg. 12. —Io
la rivèggio starsi UMILEMENTE. Petr. son. a11.— Cosa rade volte usala per lo
comùne, ma UTILEMENTE fatta. Matt. Vill. 9, 28. (2) Gli antichi, allorchè due
avverbj con la desinenza in mente si seguivano, ommettevano spesso nell’
avverbio antecedente la desinenza suddetta. Vedèle quanto PRUDENTE e
GIUDIZIOSAMENTE n’ ammaestrò Ari- siòfele. Varch. Ercol.— Più AGEVOLE ed
UTILMENTE fogli le radici dell’ uli- vo. Pall. Febbr. 18.—Giovanni, peccò mai
nè MORTALE, nè VENIALMENTE. Fr. Sacch. nov. 220. | (3) Oggi, dimàni, ieri, di
per se non sono avverbj, ma bensì nomi della classe de’ figurativi; usandoli
come avverbj vi si sottintende la pre- posizione in. Giova osservare che non
sono propriamente avverb) se non n | 5°.
Il tempo futuro: Dimàni, o domani, in avvenire; per l avvenìre, fra poco, fra
non molto, in breve, da qui in- nànzi, di qua in avànit. 4°. Che una cosa dura
anche al presente: Tutfòra, tut- favìa (3), ancòra, purànco, sempre. 5°, Che
una cosa è durata fino al presente: Finòra, fi- no ad ora, infino ad ora. 6°.
La successione di una cosa ad un'altra, o di un tem- po ad un altro: Dopo; poi,
dappòi, dipòi, poscia, appresso, indi, quindi, quinci, indi a poco, d' allòra
in poi. o, L' avvenimento di due, o più cose nel medesimo tempo: Intànto,
frattànto, mentre, în quel mentre. 8°. In un tempo indeterminato, o in
qualunque tempo: Quando, qualòra, ogni qualvolia. se 9°. La frequenza, e durata
di tempo: Sempre, mai sem- pre, sempremài, ognòra, ogni volta, spesso spesse
volte, soven- te, soventi volte, assài volte, più volte, per b più, i più del-
le volte, raro, di raro, rado, di rado, rare volte, alle volte, talvòlia,
talòra, qualche volta, mai, non mai (6), giammùi, quelli consistenti in una sola
voce; imperciocchè quelli composti di due © più voci, chiamansi piuttosto modi
avverbiali, che sono alcune maniere di dire in cui è espressa la preposizione
ed il nome; o la preposizione, l’ articolo e il nome. Nulladimeno, per non
perderci di soverchio in di- visioni, noi non abbiam creduto necessario il
parlarne separatamente; ma prescindendo dal loro materiale , e considerandone
solo il significa- to, gli. abbiamo nominati insieme cogli avverbj propriamente
detti, dai quali sarà facil cosa ad ognuno il distinguerli. i (5) Tuttavia,
vale anche nondimeno, con iutto ciò ed è sinonimo di Tultavolla, corrispondenti
entrambi agli avverb) latini amen, altamen, nililominus. Ma TUTTAVIA fi vogliàm
ricordàre che per queste contrade ec., vanno di male brigàle assai. Bocc. nov.
43. TUTTAVIA questo impri- ma ci conviène tenère fedelmènie. Vit. SS. PP. 1.
(6) Mai, di per sè vale Jr alcun tempo; e accompagnato dalla nega- tiva non,
vale In nissùun tempo. Io inièndo che da quinci innànzi sien più-che MAI. Bocc.
nov. 26. — Quai barbare fur MAI quai Saracine! D. Purg. 23.—E giurogli di maI
NON dirlo. Bocc. nov. 26.— Non sperar di cedèrmi in lerra MAI. Petr. son. 212.
Quando mai precede alla negaliva, ì grammatici vogliono che si antepongono
amendue al verbo. Popolo ignù- do paventòso e lento, Che ferro MAI NON sfringe.
Petr. canz. 5.— Perchè mi vinci tu P che se iu digiùni, io NON mangio MAI; se
lu vegghi io MAI NON dormo. Passav. 269. All'incontro quando precede la
negativa al mai, quest’ avverbio per lo più si pone al verbo. E in questo mezzo
farti e la mercanzia NON istèller MAI peggio in Firenze. Giov. Vill. 9, 12, 1
Quantunque vi abbiano esempj in cuî' mai precede al verbo. Nè lagrime sì belle
Di sì begli occhi uscìr MAI vide il Sole. Petr. son. 125.—Che i parènii insiome
rade volie 0 NON MAI si visitàssero. Bocc. Introd. Mai, talora nega senza la
negazione. Ti priego che MAI ad alcuna persona di chi d' cvèrmi veduta. Bocce.
nov. 17.—7 perugini per loro allerigia MAI il | | unqua , unquemòi , unquànco
(1), omài , ormài , oggimài. 100. Prontezza e celerità di tempo: Sùbzto, tosto,
tantòsto, i presto, ratto, immantinénte, incontinénte. LI x 41°. ‘Tardanza e
lentezza di tempo: Tardi, o tardo, adà- gio, a bell’ agio, piano, pian piano,
passo passo, a poco a oc. le au i 420. Un tempo. limitato, e il termine del
tempo. Finché, infinché finattantochè , o fino a tanto che, infine, per èl-
timo, in ùltimo. 00° 5 | $. VI. Gli avverbj di luogo non son tanto numerosi
quanto quelli di tempo, e si riducono a’ seguenti: QUI, QUA (8), che entrambi
vagliono in questo Zuogo , cioè nel luogo dov'è la persona che parla. Sembra
per altro che il primo voglia accennare un luogo più circosctitto e par-
ticolarizzato, come sfanza, casa, città; e che l'altro indichi un luogo più
esteso, indeterminato, o non chiaramente de- scritto ,. come: paese, contràda
ec.-Qui fui con Panfilo, e così QUI mi disse, e così QUI facemmo. Fiamm. 4.—Qui
non palàzzi, non teàtro, o loggia. Petr. son. 10. — Non ti dare malinconia,
figliuòla, no; egli si fa bene anche QUA. Bocc. nov. 50.— Anime sono a destra
QUA remòte, Se mi consénti, #0 ti merrò ad esse. D. Purg. 7. Di Qui, vale Da
questo luogo.—Io sono per ritiràrmi DI QuI. Bocc. nov. 1 | PER Qui, vale Per
questo luogo. —Colùi ch' attende là PER QUI mz mena. D. Inf. 10. Di QUA, vale
Da questa parte.—Volgiànci in dietro che DI QUA dichina Questa pianùra a suor
termini bassi. D. Purg. 1. Talvolta usasi im opposizione a Di /a.— Fatl'avea di
là mane, e DI QUA sera. D. Par. 4. Vale anche A questo luogo.—Le quali cose
tutte to DI QUA meco divotaménte recùi. Bocc. nov. 60. Talora vale Zn questa
vita, in questo mondo. — Perchè mai vedèr lei Di QUA non spero, E l'aspettàr
m'è noja. Petr. canz. 40. | | si collono dichinàre ad alcùno accordo. Matt.
Vill. 8, 39. Mai, vale talvol- ta Sempre. Così è oggi bello il cielo come fu
MAI. Bocc. nov. 60. (7) Unqua, unque, unquemài, unguanche, unguanco (dal latino
un- quam), vagliono tutti e cinque mai; ma più nel verso: si usano che nella
prosa. | di | (8) I poeti usanò talvolta qui per allora. —Per cotàl prego dello
mi fu: prega Matèlda, che'l ti dica; e Qui rispose ec. D. Purg. 33.—Qui disse
il vecchio Anchìse: E forse questa quella Carìddi. Car. En. 3. Talo- ra usasi
per. In questo stalo, in tal contingenza, a questo termine. — Can- zorn, QUI
sono, ed ho il cor vie più freddo Della paùra che gelàta neve. Gramm. Ital. 43
- 350 PARTÈ TERZA ©. .__ IN Qua, vale Verso quesia parte.—Volgi IN QUA gli oc-
chi al gran padre schernìto. Petr, Tr. d'Am, cap. 3. Quici, che vale lo stesso
che qguz;. è più del verso che della prosa. S/ venne deducéndo insino a Quici.
D. Par. 8. — Illuminàto e Agostin son QUICI. Id. ivi 12.’ Ivi, e QUIVI (9),
vagliono In quel luogo, cioè di cui si favella, ma dove non è chi favella. Era
la mia viriùte al cor ristrétta, Per far 1vi, e negli occhi sue difese. Petr.
son. 2. | — Quantunque QUIVI così mubòjano i lavoratori, come qui fanno i
cittadini. Bocc. Introd. Vagliono anche A quel luogo. —Dove è l'amòre, e
"I piacere, 1vI va l'occhio. Passav. 270, —QuIVI venimmo, e quindi giù nel
fosso Fidi gente attuf- folta in uno sterco. D. Inf. 18. | i 0 .. LA’ e LT,
vaglion lo stesso che do; e quioz, cioè in quel luogo.—Vedi che non pur io, ma
questa gente Tutta rimìra LA' dove ’! sol veli. D. Purg. 25.— Tòrna tu in LA',
ch' to d' èsser sol m’ appàgo. Petr. son. 204. — Quel dolce erròr; Pur 1°
medésmo assìdo Me freddo, ec. Petr. canz.. 30.— Ne LI guari lontàno fuor di via
Un suo bel velo lasciàva fuggendo. Bocc. vis. Am. 20. | I | LA', talvolta ha
corrispondenza cogli avverbj qua e qui, posponendosi, dice la Crusca, al primo,
e preponendosi al secondo. Tu diventeràî molto migliore , e più costumàto, €
più da bene LA", che Qui non faresti. Bacc. nov. 77. — Tal era to in
quella turba spessa, Volgéndo a loro e qua e LA la faccia. D. Purg. 6.— Di LA',
siguifica talora Nell al tro mondo.—Di questo tl dovevi lu avvedeére mentre eri
DI LA', ed ummendàriene. Bocc. nov. 28. Quinci, vale Di qui, e di qua, cioè da
questo luogo. — Se 10 QUINCI esco vivo. Borc. nov. 17.— Ch'arài QUINCI ‘7
‘Petr. canz. 39. Qui, vale anche 7 quesito caso, in questa materia, intor- no a
ciò. — Or Qui non resla a dire al presènte altro. Bocce. nov. 25. Qualche volta
valeora.— Talòr di vidi tali sproni al fianco, Ch'î dissi: QUI convièn più duro
morso. Petr. Tr. d. M. cap. 2. Qua, accompagnato con qualche verbo di moto,
vale 4 questo luogo.—Che non mi facci dell’attèn- der niego, Finchè la fiamma
cornùta Qua vegna. D. Inf. 26.— Trarrèievi i cappiscci, e QUA divolamènte v°
appresserète ec. Booc. nov. 60. Fu usato anche per in questa cosa, a questo
fatto. —Quivi Callafino disse: QUA non .bisognano paròle ec. Pecor. Gior. 16.
nov. 2. | {9) lvi, QuiviI, LA’ e Li”, sono non di rado avverb) di tempo. Poi
IVI a parècchi dì la donna ec. Bocc. nov. 43.—Da IVI a pochi giorni venne un
Borghèse ec. Nov. ant. 25.—No' fummo .già tutti per forza morti B peccatori
infino all’ ullim' ora; Quivi lume del ciel ne fece accorti. D. Purg. 5.—La'
ver l’auròra che sì dolce l'aura, Al tempo novo suol mooer .t fiori. Petr.
canz. 38.—Infino a LI non fu aelcùna cosa Che mi legàsse ec. D. Par. 14. | dn |
— RTIMOLOGIA E SINTASSI __ 551 piè mosso a mòcver tardo. Petr. son. 288. Vale
anche' Per questo luogo.—Ma tu chi se'che QuINCI si soletto vai. Filoc. d;
149.—QuINCI: non passa mai ànima buòna. D. Inf. 5. E tal- volta vale Di qui, di
questo luogo.—Fiésole il cui poggio pas- stàmo QUINCI vedere. Bocc. nov. 74.0.
00 INDI e QUINDI, vagliono lo stesso che D'ivi e di quivi, cioè di quel luogo,
o da quel luogo. —Comandòlle che INDI non uscisse oo a tanto che egli che È
aveva. rinchiùsa ; . non l'aprìsse. Passav. 78.— Or può sicuramente INDI
passàrsi. D. Purg. 16.—Zo scolàre della torre uscìto comandò al fante suo che
QUINDI non st partìsse. Bocc. nov. 77.— QUINDI poi se n'andò a Bològna, dove
poco stato n'andò a Pàdova, e QUINDI da capo st ritornò a Veròna. Vit. D. 254.
(10) Siccome /4, suol corrispondere con qua e qui, così quinci corrisponde con
guzndi.— Che QUINCI, e QUINDI le fòsser per guida. D. Par. 1f.—Or QuINCI, or
QUINDI com’ Amòr m'in- forma. Petr. canz. 20. 0 cu E . Costì, COsTA', vagliono
Zn cotesto luogo, cioè in luogo distante dove non è la persona che parla : il
primo accenna un luogo circoscritto e preciso; il secondo un luogo più in-
determinato. Innanzichè cotesto ladroncéllo che v' è costì da lato, vada
altròve. Bocc. nov. 73.— E tu, che se' COST), ànima viva, Pàrtiti da cotésti
che son morti. D. Inf. 35.—Veggéndo fante belle giòoani che cOSTA' sono. Bocc.
Filoc, 2, 301.— Se vot mi metterete COSTA’ entro. Id. nov. 21. | CostAssUu', e
COSTAGGIU', avverb) composti di costà e di su e di giù, vagliono In cotesto
luogo: il primo denota emi- nenza e altezza; l’altro bassezza e profondità. —Ed
etti gra- ve il COSTASSU' dimoràre. Bocc. nov. 77.— O miseri, qual dolòre avéte
di trovàrvi ora COSTAGGIU' in fanti tormenti ? Fr. Giord. Pred. | CostiNci,
vale Di cosiì, di cotesto luogo.—Ditel COSTINCI, se non l'arco tiro. D. Inf.
12.—.Se vuogli uscìr COSTINCI, con- cederòiti un gheròne, ovvero un guazzeròne
del mio vestiménto Passav. 653. (10) INDI, QuINCI, e QUINDI sono talvolta
avverbj di tempo. INDI s’uscò- se, ed io invèr l' antico Poèla volsi i passi.
D. Inf. 10. —Da QuiINcI in- nàanzi simili novelle noi non sentiamo più. Bocc.
nov. 68.—-Una sua so- rèlla giovinèlta chiamata Fulvia, gli diè per moglie, e
QUINDI gli disse. Id. nov. 98. Quindi , equivale allora al latino propferea,
indicante cagione, e vale Da questo, per questa cagione. Matt. Vill. 9, 98.—D.
Inf. 34.—-Id. Purg. 25.—Albert. 2, 29; ec. E talvolta è adoperato per indicare
l'origine, la patria e simili. Delle parti dell'Etruria, e della più nobil
città di quella vengo e QUINDI sono. Bocc. Fiamm. È. | ù L) od | PARTE TERZA .
- Coca”, vale In quel Juogo.— Vuolsi così COLA", dove si puote Ciò, che si
vuole ec. D. Inf. 5. — Za buòna femmina tornò per la cassa, e COLA’ la riportò.
Bocc. nov. 19. SU, SUSO, GIU’, GIUSO: i due primi dinotano Juogo su- periore, i
due ultimi Zuogo inferiore. Suso , e giuso sono in oggi più del verso che della
prosa. G/i uccelli SU per li verdi rami eantàndo piacécoli versi. Bocc. gior.
2. prin.—Giltowi SUSO n pannàccio d'un saccòne, che fatto avea il dì volare.
Id. nov. 50.— Così discési del cerchio primàjo GIU nel secondo ec. D. Inf.
5.—Se T'alto monte scende G1uso ad imo. Id. Par. 1. — Cioè miràndo il cerchio
per mezzo -di ritta linea di suin GIUSO, e di GIU in suso. Tes. Br. 2. QUASSU',
QUASSUSO , composti di qua e di su e suso, I vagliono in questo luogo ad alto,
e sono opposti a QUAGGIV e quaggiuso che denotano in questo luogo basso.—
Perché ti prego per solo Iddio che quassu' salghi. Bocce. nov, 77. — Ed io:
ciò, che appar Quassu' diverso, Credo chel fanno è corpi rari, e densi. D. Par.
2.— E non vedîèmo noi salire niuno di loro quassuso. Cavalc. Spec. cr. —Znfin
QuaGeo venné a scusàr sé ed a confortàr me. Bocc. nov. 77.— Guardo quaGGiUso
alla nostra procella. D. Par. Si. QUAGGIV, vale anche Zn questo mondo.—Mentre
quaGGIU' fu nelle membro mortàli. Bocc. Lab. 152.— Così QUAGGIU', st gode, E la
stra da del ciel si trova aperta. Petr. canz. 29. È a LASSU', LASSUSO, sono
avverbj composti di Zà, e di si, e denotano iri quel luogo alto ; cioè
Superiore al luogo dor è la persona che parla. I loro ‘contrarj sono LAGGIU' e
LAGGIUSO che accennano Luogo basso. Mandò a Guccio Imbràtta, che rASSU' colle
campanélle venisse. Boce. nov. 60.—Zo penso, st Lassuso ec. Son .Z'altr' opre
sì belle, Aprast la prigione, ov io son chiuso. Petr. canz. 19.— Re, di che #'
hanno offîs0 i due giovani, li quali LAGGIÙ nella piazza hai comandato, che
arsi steno ? Bocc. nov. 46.—Ma ditemi, che son li segni bui Di queslo corpo,
che LAGGIUSO in terrà Fan di Cain fa | voleggiùre alirùi ? D. Par. 2. |
COLASSU', 0 COLASSUSO, COLAGGIU', 0 COLAGGIUSO, avver- | bj composti di /è,
colà, e di su e di giù, e vagliono lo stes- | so che colà: i due primi
accennano Altezza di luogo, i due | ultimi Bassezza di luogo. Fate, che noi ce
ne meniàmo una COLASSU' di queste papere. Bocc. nov. 83.—Ma COLAGGIUSO | gli
disse: meménto. Patafi. 7. — SERA Ove, DOVE, vagliono Nel qual luogo, o in quel
luogo, nel quale, e puossi usare l’ uno o l’ altro secondo che tornì — i pi mir
23 rane SALE ne x e 4 Uri ae a 3 si. - == cpl ses us Roaiio goin -_1————___
——___ lr i i € si a fi ÉTIMOLOGIA E SINTASSI 553 meglio (11). Ove fustù stamane
poco avànti al giorno? Bocc. nov. 23 -—Za quale, DOvE meno era di forza ec.,
quivi più avàra fu di sostigno. Id. gior. 8, prin.—Vegno di loco, OVE tornàr
disio. D. Inf. 2.—Ditene DOVE la montàgna giace. Id. Purg. 3.—Mostràndo alirùi
la via, DOVE sovénte Fosti smar- rito, ed or se'più che mai. Petr. son. 78. . |
- ALTROVE, vale In altro luogo. Non sappiendo perciò, che "] suo fante là,
0 ALTROVE, si fosse fuggìto. Bocc. nov. 12. —Parme ’l veder quando-si volge
ALTROVE. Petr. canz. 28. —Folgi in ALTROVE gli occhi tuoi, che non véggano la
va- nitàde. Albert. 11. Ei » __ ONDE, DONDE, vagliono Del qual luogo , dal qual
luogo, o #l luogo dal quale (12).— Colà la riportò, ONDE levàta l'a-. eéa.
Bocc. nov. 19.—Nel labirìnio intrài, nè veggio OND' esca. Petr. son. 176.—
Cominciò piacevolménte a ragionàre, e do- mandò chi fosse, DONDE venisse, dove
andàsse. Bocc. nov, 13. — Ch' io me ne ritorni a DONDE io m'era partìto (colà
donde). ‘© Fir. As. d'or. 269. ONDE, e DONDE significano talvolta mofo . per
luogo.—Per mezz’ i boschi inòspiti e selvàggi, ONDE van- ‘ no a gran rischio
uòmini, ed arme. Petr. son. 143.—-E per una falsa porta, DONDE egli entràto era
, tràttala ec. entrò in cammino. Bocc. nov. 11. ONDE, qualche volta. significa
moto a luogo. ONDE sono ora fuggiti è verdi prati, ne'quali ec. Bocc. Filoc.
2.. — - | ALTRONDE, vale Da altro luogo. — Facéndo sembiànte di venire
ALTRONDE, se ne salì in casa sua. Bocc. nov. 65. DOVUNQUE, OVUNQUE, DOVECHÈ ,
OVECHÈ., DOVE CHE SIA, OVE CHE SIA, vagliono In qualunque luogo, a qualun- ue
luogo. Bocc. lntrod.—Id. nov. 15.—Id. Teseid. 4.—Id. inf. Fies. 71.—Petr. son.
192.—Id. Tr. d'Am. cap. 2. — Bemb. rim. 126. DE pe | I ONDECHÈ, DONDECHÈ,
vagliono Di qualunque luogo. Bocce. Introd.—Id. Lab. 85.—Matt. Vill. 5, 19. tl
ENTRO, DENTRO, ADDENTRO, INDENTRO, INENTRO, PER ENTRO , vagliono Zn quel luogo
, ‘nel luogo interiòre. Bocce, (11);In vece di Ove, leggesi talvolta 7” coll’
apostrofo, ma è proprio del verso. U’ sono i versi, v’ son giunte le rime.
Petr. canz. 46.— Ritornò Ferraù verso la fonte, U' nell'erba giacèa l’elmo del
Conte. Ar. Fur. 12, 59. Quantunque anche in prosa se ne trovi qua e là qualche
esempio. Là, U” non è carità, non v ha nulla, Gr. S. Gir. 8. Dove, trovasi
talvolta usato come nome, e vale Luogo.— E questo cielo non ha altro DOVE, ec.
D. Par. a27.—-Chiaro mi fu allor, com’ ogni Dove In cielo è paradiso. D. Par.
3. ° ri | I (12) Onde, è talora addiettivo pronominale ralativo (7. Sez. IV,
Cap. VIS. XII). PRO ps II 3554 . | PARTE TERZA — | ‘ nov. 78.—-Nov. ant.
83.—Filoc. £.— Petr. son. 9.—Passar. 308. —Cresc. 1, 2, 8.—D. Inf. 35.—Id.
Purg. 27. ec. VICINO, PRESSO, APPRESSO, ACCOSTO, vagliono Luogo poco distante.
Bocc. nov. 43.—Gio. Vill. 2,13, 4. LUNGI, LONTANO, DIscosTo, accennano Un luogo
lon- tàno. Boccs nov. 19.—Cresc. 8, 10.—Dav. colt. 176. PER TUTTO, DA PER
TUTTO, vagliono lo stesso che Ovunque, dovùnque. } VII. Seguono gli avverb) che
accennano : 4°. AFFERMAZIONE: Sì, certo, di certo, per certo, in ve- ro, ig
difàtti, appùnto, per l appùnto ec. a «| o. NEGAZIONE: Non, no (13), nulla,
niente, nienle of- fatto, per niente, non mica, non punto. | | o. Mono: A
senno, a capriccio, a talénto, ad onta, 4 dispetto, mercé, a bello studio, a
posta, di nascòsto, dì sop- piàtto, volentieri, mal volentiéri, di buon grado,
di buona voglia, di mala voglia, a mal grado ec. 0 N: do, QUALITA: Bene,
meglio, ottimamente, male, peggio éssimo, ec. 1 | Be. PREFERENZA: Piuttòsto,
prima, anzi, innònzi, avan gl, CC. ì Re (13) No e NoN, vaglion lo stesso, ma l’
uso di esse particelle nel discorso, è ben differente. La prima si usa
assolutamente , o in compagnia TTT nnt i Cas di un nome, o d’ un addiettivo; la
seconda non va mai se non in com- © pagnia d’ un verbo. No, ha talora la
corrispondenza di sì, espressa e la- 5a) ora sottintesa. Folle no, ma
innamorato si. Filoc. è, 68.—Pdllida N, ma più che neve bianca. Petr. Tr. della
M. cap. 1. Trovasi talvolta in vece d' una intiera proposizione negativa onde
evitare la ri petizione dello ‘stesso verbo. Zo vi dirò quello che io avrò
fatto, e quel che No. Bore mov. 11. Usasi qualche volta per ripieno, onde dar
maggior forza ad doa espressione già negativa mediante il mon. Disse allora
Pirro NON s0N farnètico no Madonna. Bocc. nov. 69.—I dié’ in guardia a san
Pielro, or NON più NO. Petr. canz. 22. No, si usa talvolta a maniera di nom*,
con l’ articolo avanti e anche senza l' articolo. Tanto vale IL MIO N quanto il
suo sì. Cecch. esalt. cr. a, 3.—Che sì e NO nel capo mi lens” na. D. Inf. 8.
Dir di no vale Negare. Bocc. nov. 72.—Galat. 23.404 | che no, vale Più tosto
che altro. Bocc. nov. 20.—Id. gior. 6. pr. Non usasi talvolta a modo di ripieno
dopo i verbi dubitàre, temere, sospetta: re, e simili, così il Boccaccio: Yo
femo. forte «che Lidia con consiglo € colère di lui questio NON faccia ; e
altrove: La giovane, udèndo la fasella latina, dubitò altro vento NON }° avesse
a Lipari riportàla; e altrove: Suspico, costùi in alcùn atto NON V avèsse
raffigurato ec. Se più cose 8 negano innanzi al verbo, si può a ciascuna di
esse aggiugnere la pari” cella non. Perchè NON pioggia, NON grando, NoN neve,
NON rugiada, NO brina più su cade. D. Purg. 21. Non, sovente s' incontra col
pronome troncato da questo li, facendosi no? (7. Sez. III, Cap. 11, $- X, 90 ta
11), JVon, posto interrogativamente, non niega, ma-sta.come se no! vi fosse.
Non o’ accorgèle voi che noi siam vermi? D. Purg. 10.—NoN disse il tuo padròne,
se io bene intèsi, che noi portàssimo a casa queste c08, e le cocàssimo quici?
Gelli Sport. 4, s. » } Biel ETIMOLOGIA ® SINTASSI 555 6°. SIMILITUDINE:
Siccome, come, .cusì, c0sì fattaménte, a modo di, a guisa di, a maniéra di, al
paro, similmente, medesimaménte, pariménte. |. “ed s 7°. QUANTITA’ e NUMERO :
Molto, di molto, guari (14), assi, d' assài, ad assài, di gran lunga,
sovérchio, vonpo i quanto, tanto, cotànto, alquànto, poco, alcun poco, qualche
poco, più, di più, per lo più, per la più parte, per la mag- gior parte, meno,
manco, alméno, per lo meno, solo, soltàn- to, abbastinza, appièno, affatto,
totalmente, del tutto, ec. A questa classe par che appartengano Anche, ancòra,
eziandìo, pure, insieme, neànche, ,neppùre.nemméèno, nemmànco. 8°.
PROBABILITA’, DUBBIO, e INCERTEZZA: Forse, per aveniùra, circa, în circa, all’
inòrca, presso a, a un di pres 50, presso a poco, quasi, quasiché, pressoché,
ec. lo 9°. DIVERSITA’, e CONTRARIETA': Altriménti o altra- mente, diversamente,.
al contràrio, per lo contràrio, all’ oppò- sto, con luilo ciò, non per tanto,
nondiméno, tutlavìa, ec. $. VIII. Una sola osservazione rimaneci ancora a fare,
ed è, che per proprietà di linguaggio molti addiettivi adoperansi |
avverbialmente, o, per dir meglio, come meri avverbj, senza che prendano Ja
solita desinenza menle, e senza che cambino la loro terminazione mascolina
singolare, onde Alto, basso, | aperto, chiaro, dolce, forte, piano, presto,
sano, sodo, tardo, tosto, ed altri simili, vaglion talora Altaménte,
bassaménie, apertamente, chiaraménte. dolcemente ec. Gridàre ALTO. D. Iof. 9. —
Zevàre ALTO. Bocc. nov. 73. — Miràr BASSO. Petr. son. 19. — Or ALTO or BASSO il
mio cor lasso mena. ld. son. 145. — Vedére APERTO. Bocc. Fiamm. 2. — Dire
APERTO. Id. nov. 2. — Conòscer cHIARO. Id. nov. 15.— Assài la vo- ce lor cnIARO
abbàja. D. Inf 7.— Parlàùr DOLCE, rider DOLCE. Petr. son. 126.— Piacér FORTE.
Bocc. nov. 49. — Parlàr PIANO. Id. nov. 64. — Rispòse: andiàmo in là che er
véengon PIANO. D. Purg. 3. — Venìr PRESTO. Fil. Vill. 14, 90. — Rimandèr
PRESTO. Cas. lett. 6.— Star sANO. ld. lett. 73. (14) Quet' avverbio vale Mollo,
e va sempre accompagnato da non, © da altra particella negativa. .M' hanno alla
memoria tornàia una no- vélla, NON GUARI meno di perìcoli in sè conlenènie, che
la narràia da Laurèita. Bocc. nov. 15.—Non ov andò GUARI che Tiberio mandò
Druso im Illiria per milizia apprèndere. Tac. Davi ann. a, 44. Guari è talora
addietlivo. Dopo NON GUARI SPAZIO passò della presènie vita. Bocc. nov. 36. — E
còrsonla iutta senza uccìdere GUARI GENTE. Giov. Vill. 4, 5, 3. E tal- volta È
usato come nome. E quivi NON GUARI DI TEMPO dimoràrono. Bocce. nov.
1y.—Calandrino KON fu GUARI via andàlo, che egli il seno se n'ebbe pie; 50. Id.
nov, 73. . e a i 556 | PARTE TERZA © — Dormìr sono. Bern. rim. 1,87.— FarTOSTO.
Bocc. nov. 83 | — Che menàr gli anni miei sì TOSTO a riva. Petr. canz. 7, — La
spada di quassù non taglia in fretta Né TARDA ma ec. D. Par. 22.— A/ma real,
dignìssima d' impèro, Se non fossi tra not scesa sì TARDO. Petr. son. DELLA
PREPOSIZIONE QUINTA PARTE DEL DISCORSO. (Vedi Sez. I, $. VIL) ** $.I Le
moltissime volte che già ci è stato mestieri di far menzione di quelle
particelle dette preposizioni nel tra- tare, in questa nostra opera, le partì
variabili del discorso, chiaro dimostrano di quanta importanza esse sieno nel
lin- Quaggio. Nulla più diremo del perchè, e del quando furono in- wentate le
preposizioni; nè più intertenere vogliamo lo stu- dioso con ispiegargli la loro
funzione nel discorso, concios- siachè debbegli bastare quel che da noi se ne
espose nell Sez. II, $. VII; nella sez. II, cap. V, e nella sez. III, cap. Il,
8. IV, e V. | S. II. Gioverà nulladimeno di aggiugnere a quel che già ne
dicemmo altrove, che le preposizioni talora esse stesse espri- mono la
relazione tra due o più obbietti, e talora non fanno che indicare la relazione
già espressa da altro termine, sia 24- i diettivo sia verbo: nel primo casole
preposizioni posson chià- |' marsi significative; nel secondo indicative. Noi ci
prendere mo la briga di rilevare in esse queste due differenti funzion, ogni
volta che giudicheremo utile il farle conoscere. Le preposizioni si dividono
.in semplici, cioè in’ quell a « - Nulla ma ‘consistenti in una sola
particella; ed in composte, quelle cioè |. che in due particelle consistono.
Cominceremo con le prepo: | sizioni semplici Da, &, di, con, in, per,
che per eccellenza s0- no dette primitive, | di 8. II. Risvegliatasi in noi l’
idea delle cose, siamo natu- {: ralmente inclinati a ricercare il loro
principio, 1’ origin loro, che è lo stesso ehe dire : desideriamo di conoscere
quegli ob (I "li bietti da’ quali altri, che già conosciamo, derivano, 0
s0n° |. prodotti: quindi fu creduto necessario un segno che espfi | messe nel
linguaggio la relazione d' origine; il qual segoo © la preposizione primitiva
Da, che sola, o incorporata coll' ar It OLII ETIMOLOGIA BE SINTASSI SIT ticolo
determinante, ponesi innanzi al nome della cosa ‘dalla quale, o propriamente, o
figuratamente, qualsivoglia altra cosa od operazione prende principio ,
proviene, deriva, se@turisce, dipende, ec. ca l tal - TESTL Lo mio fermo desìr
vien DALLE stelle. Petr. canz. 3. — DA Dio wvéngono le grazie. Bocc. nov. 735.
— Tu derivi DAL ciELO Crudo garzòn ? né di celéste seme Ti cred' io, nè d'u-
màno. Past. fido. at. 1, sc. 1.— Abbondànti lagrime DA SUOI OCCHI, come DA DUE
FONTANE, cominciàrono a scaturire. Fiamm. 2.—-O fratélli, DA vor dipénde l
ànima di colòro. Gio. Vill. 11, 5, 10.—LZa poesia, viva mùsica ; DA ORGANO razionàle
risultànie. Salvin. disc. 2. aa: . -8. IV. All’idea dell'origine delle cose,
facilmente attaccasi per analogia, quella di partenza, di separazione, di
allonta- namento, di staccamento, di sottrazione ec. Tutte queste re- lazioni,
e molte altre della stessa natura, o che a quelle sono analoghe, sono nel
discorso indicate dalla prep. da, che si premette .all’ obbietto, sia fisico,
sia metafisico (astratto), onde un altro obbietto si parte , si allontana , si
distacca , si se- para, si sottrae, st toglie, sì libera, s' invola, fugge,
discen- de, cade ec. | | SE vt TESTI. Pàrtit! DA COTESTI che son morti. D. Inf.
3.— Questa sole DAL vorco m'allontàna. Petr. canz. 19. -- Tolse Gio- vanni.
DALLA RETE, e Pietro. Id. son. 4. —Di selva in selva DAL CRUDEL s'invòla. Ar.
Fur. 1, 54.— Pracéndogli patrébbe la sirbcchia DAL FUOCO, sottràrre. Bocc. nov.
3 . (1) —DA : (1) Per proprietà. di linguaggio, o piuttosto per l’ uso, che, in
mate- ria di lingua, despota. e tiranno, non ‘intende ragioni sul suo fare e.
non fare, il secondo termine, ossia .l’ obbietto indiretto .. de’ verbi.
sollràrre e cogliere, ed anche de' verbî dimandare, chièdere, rubàre, involare,
e simili, leggesi il più delle volte preceduto dalla preposizione a, laddove’
per la natura dell’ azione la sua preposizione, in vece di quest'ultima,
richiede- rebbe sempre la. preposizione da. È ’l cor sottragge A QUEL dolce
pensit- roy, Che’n vila il tiene. Petr. son. 190.—E ripregàndo te pèltida
morle, che mi sottràgghi A sì PENOSE NOTTI. Îd. canz. 46.—Questo Duca non to-
glitoa AD ALCUNO, ma ec. Nov., ant. 5.—Il re Piero di Raòna l’ ìsola di Cicilia
ribellò, e tolse AL RE Carlo. Boec. nov. .16.—Ma di speziàl grazia VI (a voi)
chiéggo un dono. Id, gior. 1, fin.—Dicènda., che al suo con- tàdo tornàr si
voleva, chiese comiàlo AL RE. Id. nov. 10.—Domandò con fermo viso, e con salda
voce quello che A LEI domandàsse. ld. nov. 47. — M' infiammdi A dir di quel,
ch'A me STESSO m'inoola. Petr. canz. 13. — Gramm. Ital. 44 58, PARTE TERZA ©.
PARIGI a Génova tornàndo. Id. nov. 79.—Un ‘fiumicéllo il quale DA UNA VALLE
cadeva. Id. gior. 6, fim.—Zn così fatlo dì ri.uscitò DA MORTE a vita il nostro
Signore. Id. nov. 1. — Essi vedéndo DALLE MURA z/ fulto , éscono DA TUTTE le
porte. Tac. Dav. stor. 4.— Dòrmono in reti sospese DA TERBA, e vivono dì per
dì. Serd. stor. 21.—Pien d'un vago pensier che mi descia DA TUTTI gli altri ec.
Petr. son. 157. ‘—’$. V. Per estensione, sotto la regola di sopra stabilita,
compréndesi pure il secondo termine de’ verbi Astenersi, al- tendere (per aspettare),
acére (per ricevere), dividere, impa- ràre, impetràre, inténdere, levare,
ottenére, raccògliere, sapt- re, sciògliere, sentire, udìre ec. Ecco un esempio
di alcuni. I Sanési s' astéennero finalmente DA PIU BATTERLA, € DAL VOLERLE
altriménti dare l assàlio. Segn. Stor. 14, 379. —Dimàndal, disse, ancòr se più
disìt Sapér DA LUI ec. D. Inf. 22. — Andiàmo ad impeitràre DAL SANTISSIMO PADRE
che dispénsi con lui. Bocc. nov. 13. — Perchè incontanene sie Agi i due giòvani
fossero DAL PALO sciolti. Box. nov. 46. - $. VI. Altri verbi d’assai sonovi in
oltre, il cui secondo obbietto ama di esser retto dalla preposizione da,
quanton- que non esprimano tanto direttamente, ‘quanto i precedenti, l'idea
d'origine, di dipendenza, o di separazione. Quindi di- , ciamo: Argomentàre,
inferìre, giudicàre , congelturàre , conò- scere, vedére, misuràre, stimàre,
distinguere ec. una cosa da un'altra; Disviàré, distornàre, assòliere alcùno da
checches- sia ec. si | i La stessa preposizione ponesi innanzi agl'infiniti
de'verbi, presi come nomi; onde diciamo: Venìr da udìr messa, venir da cenàre,
tornàr da passeggiùre ec.—Ella non cenìva do s'avvisàva, ma DA VEGGHIARE con
una sua vicina. Bocce. nov. 64. — Percioccheè tornàndo jer sera un po' tardetio
DA CENARE fuor di casa. Fin. Asin. d’oro. o I S. VII. Adoprasi la preposizione
da per accennare: Acciocchè (le cattive erbe) ALLE MIGLIORI ERBE ron rubino il
nulrimento. Cresc. 6, 2. Il Soave, per esimere un tal uso dalla taccia d’
irregolarità, dice: uso per altro che paco toglie alla regolarità dellu lingua,
non aver do sì l'una che l'altra preposizione, in questi casi, che il senso
indicole vo, ed essendo consegueniemenie per sè stesso indifferente, che îl
secondo dermine d' una relazione, già espressa da «altre parole, sia accennato
piulloslo con una.che con un’ altra preposizione. Per grande che, s13 : nostra:
venerazione pel dotto “autore; noi teniamo questo ragionamento per assurdo. i
ana È i rt ee cora Neat lui, da let, ec. Bocc. nov. 20; — nov. 26;—nov. f°. L'AGENTE DELL'AZIONE ne’ verbi passivi,
come: Z/ Campidòglio fu edificato A Tarquìnio, assediàto DA Brenno, e liberàto
DA Camiìllo.— Ringraziàtala dell'onòre ricevùto DA LEI., a Génova se ne andò.
Bocc: nov. 5. Talora il verbo essere è sottinteso. Risblse di pigliàr I isola di
Mona LA- SCIATA DA Pautino. Dav. Vit. Agr. 2°. DIFFERENZA e CONTRARIETA”, come:
Quand’ era in parte altr uom DA QUEL che s0 sono. Petr. son. 1.—DA in- sensàto
animùle tr recarono ad éssere uomo. Bocc. nov. 41. 3°. L'ORIGINE DI PATRIA
(salvo se si parli di regno o di provincia , poichè allora usasi di), come:
Cino DA Pistòja, Raffuéello va Urbino, Buli DA Pisa, Andreùccio DA Perù- gia,
Guidbdito DA Cremòna, Aldobrandìno DA Siena, ec. 4°, IL SEGNO, 0 L'IMPRESA per
cui altri si distingue, ‘come: // quale avéa nome Guglielmo DAL Corno. Gio.
Vill. 9. — Con ricca sopravvéste e bello arnése Serpentin DALLA STELLA în
giostra venne. Ax fur. 353, 67. e 5°. IL TEMPO, onde si comincia, come: DA quel
tempo; DA due anni; DA tre mesi; DALLA prima gioventu; DA pic- colo; DA
fanciùllo, ec. | i 60 LA CONVENEVOLEZZA, L’ATTITUDINE, E ABILITA’ ed anche
l’uso per cui una cosa s' adopra, onde diciamo: àbito DA uomo; ornamenti DA
donna; fanciùlla DA marito; com- media DA rìdere ; terréno DA viti; DA uomo
onésto; DA ca- .valtéro onoràto; DA valoròso capitàno ; DA buon amìco; un colpo
DA maéstro ; una botte DA olio ; un fiasco DA vino; .una bestia DA soma, ec.
7°. LA CAPACITA”, come: Uomo DA molto, DA poco, DA nulla, ece.—Sempre per DA
MOLTO Zebbe e per amico. Bocc. nov. D2.— Tu se' più DA POCO che Maso, che st
lasciàva fuggire i pesci cotti. Lasc. Spir. at. 5, sc. 7. 8°. IL PASSAGGIO per
luogo, come: Passor DA Bolò- gna, DA Milano, ec. . I NE i | 9°, IL PASSAGGIO
davanti ad un luogo; onde dicesi: An- dàre , venìre , passàre , fernmàrsi dalla
casa , dalla bottega , dalla chiesa, ec.—DAL FRATE parlìtosi, DALLA casa n'andò
della donna. Bocc. nov. 23. — Veggìndol DALLA casa sua molto spesso passàre.
Id. nov. 25. . 10°. Moto A LUOGO (in vece della preposizione 4); onde dicesi:
Andùre, venìre, passàre, menàre da le, da voi, da 11°. INCERTEZZA DI NUMERO,
avendo forza di Zncirca intorno.—Stimàvasi avére in Fiorenza DA novantamila
bocche 540 PARTR TERZA tra uòmini , fîmmine , e fanciùlli. Gio. Vill.
11,.95,2.—- | Allòra prese DA irenta in quarània de’ migliòri baròni del re.
Id, 7, 27.— Cinque badie con due priorie e con DA dt tànta mònact e DA
cinquecento donne. Id. ivi.— Esséndo stati vedùli, subitaménte uscirono DA
dòdici fase Bocec. nov. 43. 120. ESCLUSIONE, come: Questa donna ogni cosa ebbe
DA ONESTATE IN FUORI. Dav. ann. 13°. PRESENZA, preceduto dagli avverb) avàantz,
dinanzi. —Poco avanti DA se vide le cèéneri rimàse d' Attila flagello di Dio.
Bocc. Filoc. 4. — Ella si fermò dinànzi DAL RE. Vit S. Gio. Batt.—Gl
Ambasciadòri andàro calà per opporre k loro ragioni dinànzi DA lui. Nov. ant.
58. Congiunto co' pronomi me, noi, te, voi, se, loro, come: Da me, da noi, da
te, da coi, da sé, da doro, significa una © più persone sole senza l' altrui
compagnia , o ajuto: e talora. ci st frammette la preposizione per, come: Da
per me, da per te, da per sè, da per loro ec:—Poscia rispòse lu: DA ME non
cenni. D. Purg. 1.—Fa conto non mi avtr tre vato, e fa DA TE. Cecch, dot. 2,
3.— Avrebbe colùto l'abali che Primàso DA SÈ, si fosse partto. Bocc. nov. 7. —
Moll malaitie guariscono DA PER SÈ, senza È òpera «del méduo. Lib. cur. mal—Zoz
ve ne avvedréte DA PER VOI nel legge questo frammento. Redi lett. Si notino in
olire i seguenti modi di dire: Esser DA VICINO, DA LONTANO.— Fare una cosa DA
VI- CINO, DA LONTANO.—Méttere , inclinàre, fare inclinàre , vob | tùrsi,
vòlgersi DA UNA PARTE, DA UN LATO, DA UN CANTO, €C GAPITOLO II. DELLA
PREPOSIZIONE dA. S. I. Questa preposizione (1), che è segno d'attribuzione e di
tendenza, è quasi l'opposto di Da, indicando il termine | a cui tende, o si
dirige l’azione; onde, ogni volta che un verbo esprime direzione, o tendenza ,
verso alcuna cosa, il termine di questa direzione o tendenza , verrà indicato
dalla (1) Onde evitare l’ incontro di due vocali dello stesso suono, è re gola
di aggiugnere la consonante d a questa preposizione, ogni volta che il
susseguente vocabolo, sia nome o verbo, cominci dalla lettera a; 0 che puossi
anche, volendo, praticare quando la lettera iniziale sia una delle rimanenti
quattro vocali. Dio vi appèlla, e vi vuole AD AMICI suoi Guitt. lett. 13.— 7
cominciarono le genti AD ANDARE, e AD ACCENDER lumi, e AD ADORARLO ee. Boce.
nov. 1.—Non pare indègno AD voMO d' iriellét do. D. Inf. dd. © “ l ca
preposizione 4. Dietro questa regola i verbi Applicàre, ascrì- vere,
atiribulre, avvezzàre, concédere; dare, lasciàre, permét: tere, promettere;
pagàre , e molti altri simili, hanno seco, oltre all’obbietto loro diretto (2),
anche un obbietto indiretto, preceduto dalla preposizione 4- nel senso
indicativo (7. $. II, del precedente cap.). o da 8. IL Co’ verbi di moto a
luogo, come: Andère, venire, camminàre ed altri, questa preposizione indica il
termine a-6uì il moto è diretto, come: Andàre a Roma (3), venìre a Firenze,
camminàre al nemìco (4). Quindi anche sono preceduti dalla prep. @ i-verbi all’
infinito, quando sono con- siderati come il termine di un antecedente verbo di
moto; onde dicesi: Andòre a desinàre, a passeggiàre, a dormìre, a chia- màre;
venire a vedéère; tornàre a préndere; mandàre a dire . ec. Non di rado trovasi
anche innanzi agli infiniti, ancora che l' antecedente verbo non esprima moto.
Dare a vedere, ad in- tendere, a conòscere ec., ardìre a fare; cominciàre a
credere; obbligàre a scriverè ; sforzàre a dire; aver ànimo a fare ec. (8).
Diciamo anche: Egl é bello a cedére; grato ad udìre; soùve _ad otdoràre, ec.
Sopra la medesima regola .sono fondati i seguenti modi (2) Sonovi de'verbi,
come Ubbidìre, soddisfàre, servire, e simili, il cui obbietto può considerarsi
o come quello in cui l’ azione finisce, o come quello a cui è diretta ; laonde
può esser preceduto dalla preposizione a, o stare senza. preposizione alcuna. E
fu corfèse, eh? ubbidisti tosto ALLE VERE PAROLE. D. Inf. 2.—Nè volle UBBIDIRE
I COMANDAMENTI del Papa. Gio. Vill. E quivi SERVIVA CERTI PESCATORI CRISTIANI.
Bocc. nov. 42. Per questo SERVIA A tutti i re volentièri. Cron. d'Amar. 81.—Per
soDDI- SFARE AL MONDO, che gli chiama. D. Par: 10.—Il che io ho falto più vo-
Ierlièri per SODDISFARE e servire vostra Maestà. Cas. lett. 18. (3) A, usasi
talora anche per significare esistenza in luogo, per cui generalmente adoprasi
în, come: io sono a Parìgi, a Roma in vece di: sr: Parigi, in Roma.— Aovènne
che Irovàndosi egli A PARIGI in povero stato. Bocc. nov. 7. Voglion però i
grammatici, che 4 indichi la relazione di esistenza, in maniera meno
determinata che in, e che Un #ale è in Ro- za, voglia dire, che egli è dentro
alle mura di Roma; laddove Egli è a Ztoma, significhi che è o dentro Roma, o
ne’ suoi dintovni. (4) Se il termine a cui il moto è diretto, sia uno
de’'pronomi perso- nali, in vece di a usasi da. Adùunque, disse la buona
femmina, andà- Zevene DA LUI. Bocc. nov. 26.—/1 menerò DA LEI, e, son certo che
ella wi conoscerà. ld. nov. 20o.— Andrà facèndo per la piazza dinànzi DA VOI
2452 gran sufolàre. Id. nov. 76. i (5) L'iafinito, che segue questi e simili
verbi, può eziandio esser pre- «ceduto dalla preposizione di. Più volle
incominciài DI SCRIVER versi. Petr. son. 18. Procùri DI non PATIR mai nel
dormire. Red. lett. 2.—Medèa z,r»fiammala di tanto feroèente amore, il concèlto
peccàlo assài sforza DI COPRIRE. Guid. Giud.—Jo mi voglio obbligare D’ ANDARE a
Genova. Bocc. 342 PARTE TERZA di dire, di senso figurato: .4ndàre a perdiziòne,
a rovina, a po- vertà, a sangue; andùre a.genio, all''ànima, al cuore; vent re
alle mani, venire a capo, venìre a fine, venire a noja, ec. S. III 4, esprime
varie di quelle modificazioni, alle quali possono andar soggette l’ esistenza e
le operazioni degli obbietti, e allora essa fa le veci di qualche altra preposizione
cioè, in vece di con, come: Stare a capo chino, a bocca aper- ta, a chiome
sciolte; andàre a passi lenti; muràre a pietra e calcina; amàre a fede; esser
ricevùto a.grand onòre ; una prigiòne a giracòlte; una veste a fiori: lavoràre
a proprie ma- I | ni; nutrire a latte; combùtiere a poca gente; difendere a vi-
. ta; ec. . In vece di per. E soi a' piedi A misericordia. Gio. Vill. 5, 5,
®2.—-E quegli, A baldànza del signòre, sì i batieo villenaminte. Nov. ant. 78.—
Non terristi: tu A molto folle colù? Sen. pist— Ed ella: A che pur piangi e ti
distem- . re? D. Purg. 29. — Ver é ch' io dissi a lui parlàndo A GIO- co. Id.
Inf. 29. — Avvegnachè A SUA COLPA Za navicélla sia ‘ fracassàta e rotta.
Passav. 4.— In luogo delle busse ch' egli . vi diede A MIE CAGIONI ec. Bocc.
nov. 32. | In vece di da. Amendùni gli fece pigliùre A tre suoi servidòri.
Bocc. nov. 16.— E aio A molti commendare. la cristtàna fede..Bocc. nov. 30.— I
pensiér dentro all’ alma. Mòver mi sento A chi gli ha tutti in forza. Petr.
canz. 38. | In vece di in. Che novélle avéte A città. Fr. Sacch. nov. 76.—Io ho
avùta A queste notti la maggiòr paùra che mai st avesse. Bocc. nov. é A
grandìssime schiere. Id. gior. 7, proem. — Essendo povera- ménte AD arnése. Id.
nov. 98.— A voi non sarebbe onòre che "l vostro legnàggio andàsse A
povertàde. Nov. ant. 46. — 4d- domàndo ec., a le possessioni de' miei figliuòli
seno A mia signoria. Id. nov. 47.— Tu vorresti che le dash di Dio sie- .no A
{tuo potere e volontàte. Fr. Giord. Pred. In vece di di. In àbito di peregrini,
ben forniti A_da- nari e care gioje. Bocc. nov. 29— Si ch' A bene speràr m' e-
ra cagtone. D. Inf. 1. | i n vece di dopo. Ivi A pochi giorni si trovò colla
Ninet- 4.—I pesci notàr vedéan per lo lago. i fa. Bocc. nov. 33. — Ch' uom, ben
vissùto, A morte in ciel s' annidi. Buon. rim. 29. In vece di snverso. Volit A
levànte, ove eravàm sahie. Db. Purg. 4— Za donna montàta in sulla torre e
A_tramon- tàna rivòlta, cominciò a dire. Bocc. nov. 77.— Fra le ale cose che ha
spinto il mare A lido, sono alcùne ghiande gros se. Red. lett. 2. ETIMOLOGIA E
SINTASSI 345 | In vece di secòndo. Racconciò il farsetto A SUO DOSSO. ‘ Bocc.
nov. 19.— Làsciamiti prima vedére A_ MIO SENNO. Id. . nov. 85. mà . IV. Noi non
termineremmo mai se darci volessimo - la brigg di enumerare tutte le locuzioni
formate dì questa pre- : posizione. Ci contenteremo adunque con dare alcuni
modi . di dire, quasi avverbiali, ne' quali essa preposizione esprime ‘ varie
di quelle modificazioni a cui possono andar soggette l° e- : sistenza @ le
operazioni degli obbietti. ‘—Andàre A spasso, A dipòrto; andare ALLA lunga; an-
‘ dare A fondo; andare A nuoto, o A galla; andare A zonzo; andare A vela, A
remi (parlandosi d' un bastimento). Avére ; A male; avere A caro. Battersi A
palme, Cadère A piombo. : Compràre, véndere ec. A_ buon mercàto, A caro prezzo.
Essere ‘A cavàllo, A piedi; essere a tiro di cannòne, di moschétto, di +sasso,
AD una giltàta di pietra. Fare una cosa A bocca aper- ‘ta, A occhi chiusi, o A
chius occhi; fare ALLA mùiola, ALLA ‘ libera, ALL’ impazzàta, ALLA grossa, ALLA
sfuggita, ALLA ‘rinfusa, ALLA peggio, A gara, A mio senno, A suo diletto, A
dispétto suo ; fare ALL’ amòre; far testa AD uno. Giuocàre ‘ALLA palla, AGLI
scacchi, AL tavoliere, AL bigliàrdo. Giuràre “A Dio. Marciàre A suon di
tambùro, A suon di trombe, A | bandiera spiegàta. Odiàre A morte. Préndere una
cosa A .due mani. Pregàare A mani giunte. Recitàre, imparàre, sape- re, lenére
A mente. Recàrsi A ‘\grand' onòre. Star bene o male ‘A danàri, AD arnése.
Trarre A viva forza. Vendere A peso. | A pena della vita; A due, A qualtro, A
centinàja, A_mi- ‘gliùja, A battagliòni, A schiere, A torrénti ec.; tagliàre A
fet- le, A pezzi, A fetta A fella, A pezzo A pezzo ec.; A due, A “due; Asolo A
solo; A poco A poco; A. passo A passo; A | palmo A palmo. ALLA moda; ALLA nalda
, ALLA francese ec. ‘ Una scala A lumàca; un orològio A péndolo; un muro Afi-
lo; una cosa fatta A cono; A bdischero; una càmerà A dor-. mire; una sala A
mangtàre, ec. i La preposizione @ aggiugnesi a’ qui appresso avverb), + quali
mediante lei diventano preposizioni composte, cioè: Ac: canto a, allàto a,
apprésso a, avànti a, contro a, davànti a (6), dietro a, dinànzi a, dirimpetto
a, innànzi a, in fac cia a, presso a, vicino a. | une I (6) Avanti, dacànii e
dinànzi, hanno sovente da dopo di sè. 7) san- gue mio, lo quale per tanie
ferite puoi vedère AVANTI DA fe spàndere., Filoc. 1.— Si frovò un giorno ec.
DAVANTI DA LUI assdi nella vista malin- conoso. Bocc.' nov. 7.—Egli era pur
poco fa qui Dinanzi DA noi. ld. 544 - DELLA PREPOSIZIONE DI. S. I. E questa
preposizione già più volte stata il sogget- to de’ nostri ragionamenti, e più
particolarmente nel ‘quinto capitolo della seconda sezione, ove la presentammo
come in- dicante la relazione di possesso, di proprietà e di appartenen- za;
nella qual funzione essa fa lo stesso ufficio che il genitivo de’ Latini;
quindi un nome italiano preceduto da essa prepo- sizione, indicante le
relazioni testè mentovate, ul allo stesso nome latino nel caso genitivo, il
qual caso ad altro non serviva, che a qualificare un antecedente nome;
imperocchè il possedere e l'appartenere costituiscono una relazione tra due
obbietti, l' uno de’ quali qualifica l' altro. Ciò essendo, il no- stro di,
posto tra due nomi o sostantivi , indica, che il primo obbietto è qualificato
dal secondo, il quale perciò fa le veci di un addiettivo, e a cui, levata la
preposizione, puossi un qualche equivalente addiettivo sostituire; con alcuni
esemp) il tutto dilucideremo. (f) i nov. 73. —Gli ambasciadòri andàro colà per
opporre le loro ragioni Di- NANZI DA lui. Nov. ant. 58. Avanti, nel significato
di prima, leggesi eziandio con la preposizione di. Andò al disèrto, ove
Giovanni AVANTI DI LUI era venulo per annunziàrlo. Bocc. Filoc. 7.—Due fratèlli
solamente, nali AVANTI DI LEI, lasciò nel suo partire. Id. ivi. | . (1) Questo
incontrastabile principio è di Dumarsais, dottissimo gram- matico francese.
Solo, ove lo studioso, quando che sia, il voglia mettere în pratica, noi
crediamo doverlo rendere avvertito, che vada ben guar- dingo di non ingannarsi
nella ‘scelta dell’ addiettivo da sostituirvisi al no- me, con la sua
preposizione imperocchè, se, come in fatti è, la preposi- zione di, insieme col
susseguente nome, equivale ad un addiettivo, e se, giusta lo stesso principio,
un addiettivo può ogni volta sostiluirvisi, un tal addiettivo non solo dee da
questo stesso nome derivare, ma debbe anche in tutto essere equivalente ad esso
con la sua preposizione, diver- samente i più erronei concetti ne nascerebbero.
Siavi, a cagion d'esempio, un addiettivo da sostituirsi ne’ seguenti detti; un
cancèllo di ferro; un colòr di ferro. Gli addiettivi fèrreo e ferrigno entrambi
dal sostantivo fer- ro derivano, e sono entrambi equivalenti a di ferro; ma non
perciò in- differentemente o l’ uno o l’altro possono sostituivvisi in amendue
glì esempj, imperocchè il primo addiettivo non è equivalente a di ferro, qua-
lificativo del colore, nè tampoco il secondo a di ferro, qualificativo di
cancèllo ; laonde grandemente errato andrebbe chi dicesse un cancello ferrigno,
un color fèrreo, in vece di un cancèllo ferreo, un color ferrigno. In simili
errori non cadrà certo chi conosce il vero valore degli addiettì- vi, e per
conoscerlo gioverà distinguere tra gli addiettivi fisici , quelli che
qualificano gli obbietti relativamente all’ intiera ler -sostanza , da quelli
che ciò non fanno se non relativamente ad una delle proprie- tà accidentali
della sostanza; e con .tal modo procedeado , agauno di leggieri vedrà la
dillevenza tra ferreo e ferrigno o ferriginàso ; tra Padri = ia di sa ' ” d
" Le I , ' è ETIMOLOGIA E SINTASSI 345 L'amor di padre che vale L’ amor
paterno Un vento di mare | » Un vento marino Il mar di Toscana ”» Il mar
toscano La guerra di Troja » La guerra trojana Una statua d' oro » — Una statua
aurca Le Orazioni di Cicerone » Le Orazioni ciceroniane. Quel che si è detto
della prep. di sola, debbesi intendere anche quando essa è incorporata con l'
articolo determinante. S. II. Il posto del d7 nel discorso è sempre tra due no-
mi, o tra un nome ed un infinito, facente le veci di nome, lo che, come
conseguenza naturale, dallo stesso principio di sopra stabilito deducesi; e se
tante e tante volte il troviamo precedut; o da un verbo, o da altra parte del
discorso, ciò non già accade perchè allora abbia relazione o con tal verbo, o
con tale altra parte, ma bensì con un nome, o sostantivo, reale o astratto, il
quale per la figura detta e///ss7 sottintendesi : ed ecco perchè, percorrendo i
numerosi paragrafi su di que- sta particella, nel vocabolario dell’ accademia,
la vediamo in- dicata come avente il significato or di da, or di con, or di 2n,
or di #ra, or di questa or di quella preposizione. La pre- posizione di non
‘perde mai il suo ufficio primitivo, quello cioè d’ indicare il rapporto di
qualificazione tra due obbietti, sia il primo di questi espresso, o sottinteso
per e/l/issz; nè mai essa trovasi nel discorso per far le veci di altre
preposi- zioni. , i TESTI (2). A me si conviene (la cura) DI guardàre l'onestà
mia. Bocc. nov. 77.—A me omài appartiéne (la volia) DI ragionare. Id. nov. 49.—
Mi è cadùto nell ànimo (il desio) DI dimostràr- vi nella novella che a me tocca
(la volta) DI dire. Id. nov. 5.— Érano uòmini e femmine di grosso ingégno e i
più (al- l’ esercizio) DI tali servìgi non usàti. Id. Introd.—Ischia è un'
isola assài vicina (alla città) DI Nàpoli. Id. nov. 46 — Madònna to sono (della
città) DI Costantinòpoli. Id. nov. 27. —Io ho trovàto una giòvane secondo il
cuor mio assai presso (al luogo) DI gui. Id. nov. 100.— Passàto (con un colpo)
DI quella lancia, cadde. ld. nov. 39.—Èbbevi (un certo nu- aureo, e aurdlo; tra
lègneo, e legnoso; tra pelrigno, e pieiroso; ira ma- rino, e marinèsco; tra
melodico, e melodioso.; ec. \. (2) Le parole poste tra parentesi, sono quelle che
pér el2.si dchbesi sottintendere. +. Ia sn Gramm. Ilal. 45 mero) DI quelli che
inténder vòllono alla Melanese. Id. gior. 3. fin.— Più. colte incominciài
(l'impresa) DI scrìcer versi. Petr. son. 18.—Za natùra umàna è perfettissima
(in com- parazione) DI tuzle le altre natùre DI quaggiù. D. Conv. 90.— S'è
meritài (la grazia) DI voò mentre ch' io vissi. Id. In. 26. — Mosterrògli per
viriù e forza d' amòre come io l'ucisi (in atto) DI /eàle battàglia. Tav.
ri.—Non ci era (mezzo) DI vivere né (mezzo) DI soccòrrere ai forestiéri che
passora- no. Vit. S. Franc. 6.—E duràndo questo modo di parlare bene (per lo
spazio) DI due miglia. Id. ivi.—E io (nel cor- so) DE' miei dì ho vedùte (una
quantità) DI persòne ec. Vit S. Madd. 24. — Adòhide che tutto il suo tempo fu cacciatòre,
e alla fine morìo (pe morsi, o da' morsi) D' un porco salvà- tico. Stor. Barl.
84.— Tu amerài lo tuo sienòre Iddio (con l' affetto) DI fulto To tuo cuore, e
DI tutta la tua ànima &. Gr. S. Gir. 6.— Carlo il giòvane ec. che fu di
messer Lus di Francia fratello (da lato) DI padre, ma non (dalato)Di madre.
Gio. Vil). 9, 263, 1.— ARimàsono quivi i zuràti con- tro a Giano, i quali
fùrono Messér Palmieri (figlio) DI Mes- AI à en =r sér.Ugo Altovì.i, Alberto
(figlio) 1 Messèr Jàcopo del Gi |. dice, Nolfo (figlio) Di. Guido Bonafédi ec.
Din. Comp. 1,13. | — Gli concedéva insieme o tutto, o parte dell’ inségna sua
per A la qual ec potésse ésser per (uno) DE' suor riconosciùto Bor- . gh. Arm.
fam. 108.— Creàndoli Conti paladìni, e per (men bri) DI sua famiglia
accettàndoli. Id. ivi. 113.. S. ITT. In questi esempj ed in un’ infinità d'
altri, che potrebbersi addurre, chiaro si vede che la preposizione di, Vi si
trova in virtù di un precedente nome, sottinteso per e//ss sa qual figura, sì
nelle occorrenze di questa preposizione, che . in molti altri casi, come
altrove dimostrerenio, è nell’ italiana favella; di gran lunga più che in altre
lingue usitata, e odest tuttodì ne' più familiari discorsi, senza che chi
parla, neppù . l'immagim che favelli figuratamente, come :ne’ seguenti e SI .
mili modi di dire: Zemér DI uno (la collera, la giustizia di); | desideràr. DI
vedere uno, DI parlàr con uno ec. (il piacere l' occasione di); trattàr D'
interésse (cose od oggetti d' ); mo rìr DI cinquant'anni (all’età di); esser DI
guardia, DI servi | zio (nello stato; o nell’occupazione di); essér DI no7a, DI
| piacére ec. (cagione di); sapér DI grammàltica (molto, alcuna | cosa,
‘alquanto di); non sapér DI politica (nulla; niente, nissv na va ec. Ra: Sei |
o $. IV. Ma siccome non v'è regola in grammatica che, t i li I. , Y i sr Li. o
. | .. ..° TA47 tilvolta, 0 per intiero, o in qualche sua parte, non venga
contraddetta dall’ uso, o per dir meglio dall’ abuso, sotto lo specioso titolo
di Proprietà di linguaggio, così pure la di so- pra dimostrata verità vien meno
in alcuni modi proprj di dire, in cui usasi la preposizione di, ove ragion
vorrebbe che in vece di essa da s' adoperasse, come: /evàr di capo; cadèr di
mano; uscìr di mente; trarre di dito; scappàr di bocca; strappàr di dosso
ec.—La reìna, levàtasi ‘la laurea DI capo e ec. pose sopra la testa a
Filòstrato. Bocc. gior. 3. n—Etti egli da stamàne uscìto DI MENTE l'acvére
altri in- giuriàto. Id. nov. 23.—Veggio DI MAN cadèrmi ogni speràn- 3a. Petr.
.son: 99.—Ma DI DITO Vanél gli trasse prima. i Ar. Fur. 4, 14. Si | Quando il
di indica Numero, o Quantitò, l'ellissi è più sen- ; sibile che in qualanque
altra occorrenza, come: Zo ho (una quantità) DI degli giojelli, e DI cari ec.
Bocc. nov. 28.— In | questo libro si trovano (un certo numero) DI duone voci
ec. Saly. Avvert. 1, 2, 12. (3) . (8) Dalla particella di, unita ad un nome o
un addiettivo, formausi un gran numero di modi avverbiali; eccone la maggior
parte: DI Bando, vale In dono, gratis. Di LARGO, vale Largamente. i I
BASSA.MANO, Di bassa condizione. DI LONTANO, vale Da parte lontana. 7 DI‘
BELLO, vale Con facilità. DI LUNGA MANO, vale Da gran tem- ] I REL NUOVO, vale
Novellamente, po in qua. MI BEL PATTO, vale Di buon. accordo. DI MANO in MANO,
vale Successiva- DI BENE IN DIRITTO, vale Giusta- mente. P ‘mente, Di
NECESSITA’, vale Necessariamente. DI BOTTO, DI COLPO, DI SUBITO, va- Di NETTO,
vale In un colpo solo. gliono Immantinente. : . DI NON PENSATO; vale
Impensatamen: 4 BRIGATA, vale Tutti insieme. te. S | di) l, ] i Li DI BUONA
FEDE, vale Fedelmente. . Di NOTTE, vale Nel tempo della notte; ! BUONA vogLiA,
vale Volentieri. ‘Dr NUOVO, vale Da ‘capo, un' altra. ‘BUON’ oRA, vale Per
tempo. “i velta. 0 | a I! CERTO, vale Certamente. DI PALESE, vale Palesemente.
DI CHIARO, vale Chiaramente. - Di PESO, vale Alto da terra. I COMPAGNIA, vale
Insieme: -. : Di. per. sky vale Separatamente. - I CONCORDIA , . vale
Concordevol- Di PIANO, vale Pianamente. mente. . Di piu’, vale -Piò int oltre.
ci. Di conrinve, vale Coplinuamente. Di Poco, vale. Pooe ‘tempo.avanti. . ! DI
cuorE, vale Con affetto. ni PRESENTE, vale. Immantinente; ST DI FATTO, vale
Effettivamente. - -:t Di PRESENZA, vale In ‘persona. SILE: Di FEDE, vale
Fermamenate. | . » DI, PRESSO; ‘vale Vicino, appresso. :.? ‘Di rorza, vale Con
forza... ...» Dt PRIA, vale Del tempo. antecedente. Di FURTO, vale
Furtivamente.. 0 DI PRIMA: GBALGHA , Pale A prima vi-: Di GRADO, vale Ben.
valentieri. 0 Sta, n dare IT Di GRAN LUNGA, vale Grandemente. Di. ‘PROPOSITO,
vale l'atentamente. { Di GRAN vEMPO, vale Da lungo DI PUNTA, vale Colla--
punta, a .di- tempo. n data, AM dp) 543 , PARTK TERZA 6. V. Il Di talora si
sottintende, ed in ispecie dopo la parola Casa, dicendosi in casa colù:, in
casa colei, in casa sl medico ec. in vece di sn casa di colui, in casa di
colei, in casa del medico ec:.— Come cenàto ebbero , presi certi argo- ménii
per entràre IN CASA CALANDRINO, Bocc. nov. 76.— A uno, che per trastullàre un
altro, e aggiràrlo colle paròle, lo manda ora A CASA QUESTO, e ora A CASA QUELL'ALTRO.
Varch. Ercol. 103. Lo stesso ha talvolta luogo’ dopo la pa- rola Sorfe, come:
Sorte cose, in vece di Sorie di cose ec. Egli è bene renderne cagione, come
pòssano essere le ragioni di questa SORTE COSE. Borgh. Orig. Fir. 189.—In
pompeg- giore e darsi d'ogni SORTE piaceri consumàrono ec. td. les. 209.—Si
riconòscono per proprj di questa SORTE FABBRICHE. Id. ivi. 170. | $. VI. La
differenza d'idee, che in noi risvegliano i par- ticip) passati, porta seco il
doversi co'medesimi adoperare quan- do di e quando da; lo che è uno degli
scogli più arduì da superarsi dagli studiosi forestieri, tanto più, quanto che
nei grammatici non trovano scorta di veruna specie che li guidi in un sentiero,
che, sovente spinosissimo anco a’ meno ver- sati Italiani, potrebbe appianarsi
con due semplicissime regole, che sono: | 4.2 Adoprasi di quando il participio
passato risveglia nella mente l'idea di un nome o sostautivo, e d'una
precedente preposizione, entrambi sottintesi; questa regola, come ognun vede,
coincide con quella dalla quale noi non ci siamo quasi mai dipartiti nel
presente capitolo , ragionando sull'uso della medesima prep. d7, onde. leggiamo
negli autori (4): sol circondàte (con accerchiamento) DI #4, e d' alti pioppi —
La fronte coronàta (con corona) D'allòri.—Prati seminàli (con semenza) DI
amaranti.—Moniagne coperte. (con coperta) DI pàmpano.—Una ciltà cinta (con
recinto) DI muru.— Oppresso Di QuanDo IN QUANDO, vale Alle Di soPÈRCHIO, DI
SOVERCRIO, vaglio- volte. no Soperchiamente, so verchiamen- DI QUETO, vale
Quietamente. ‘’. te, i Di RADO; vale. Poche volte, . © Di TAGLIO, vale Col
taglio, dalla Di Ricapo, vale Di nuove. de ‘banda del taglio. Di RISALTO; vale
Per indietco.?: ‘’* Dr TRATTO, vale Subitamente. Di SALTO, DI LANCIO, vagliono
Sen- Di TRAVERSO, vale Dalla banda tra- sa intervallo. io. "> =
sversale. Di SAPUTA, vale-Con notizia. - Di vERNO, vate In tempo d' inverno. Di
sEGRETO, vale Segretamente. : - Di veRO, vale’ Veramente. Di sEGUINTE vale
Susseguentemente, 2 Gas .: . successivamente. ’ - | (4) Le parole tra parentesi
sono soltinlese. i (da oppressione) DI
stupòre.—Un vallòne chiuso (con chiusa) ; DI alte grotte e D'àlberi.—Ferìto (da
colpo) ri saetta. E molti s altri simili esempj. «24 Adoprasi da, quando il
nome preceduto dalla pre- posizione è considerato come. quello da cui parte l’
azione, r cioè qual agente, o causa della passività dell’obbietto, espres- i sa
dal participio, il quale, siccome altrove si disse , altro non | @che un
addiettivo passivo, onde dicesi: Circondàto da ne- i Mici ; penelràto da dolòre
; commòsso da pietà ; stinco da + lunghi viaggi; passàto da una palla; ucciso
da un colpo di 3 spada, ec.—L' ànima tua è DA viltàte' offesa. D. Inf. 2.— Poi
| che Madònna, DA pietà commòssa, degnò miràrmi. Petr. i canz. 4. —Z/ mìsero Osmìda-DA
un de' colpi di Cimòne fu uccìso..Bocc. nov. 46.— Una valle ombròsa DA molti
àlberi. s Id. gior. 5. fin.— Quelli della città di Brescia, essendo in male pi
Stato, e molto oppremùti DA loro uscìti. Gio. Vill. 10, 1.— ; L'aria ingombrata
DA nùvoli, e gracàla DI nebbia. Sag. nat. + Esp—Ne far peggio può donna , che
lasciàrsi Svogliàr l'a- ;i mante, fa pur ch' egli parta FASTIDITO DA TE, non DI
TE s mat. Past. fido, at. 1, sc. 3. (DO) PS Sonovi altri verbi, come Ud're,
sentire, sapére, ricevere, avre, ed altri simili, co quali, secondo l’idea che
esprimono, ; usasi ora da, ora di. Per quel ch'io ho DI LUI nel ciel udìto. »
D. Inf. 2.— Quello che io sentài dire DA LUI. Machiav. Comm. » —Mi pare un
sogno l'aver lettere DA VOSSIGNORIA. Bentiv. , lett. 8.— Z/o due léttere DI
vossiGNnORIA. 1d. lett. 43. i $. VII. Osserveremo in ultimo, che l'uso dell'una
o del- - l'altra. delle particelle di e de, sovente cambia per intiero il ;
senso di una proposizione, come.in: queste: Egl: è fempo DI | fare una cosa; egli
è tempo DA fare una cosa. Nella prima frase ; Sì parla di ‘un tempo ordinario,
e regolare, in cui suolsi fare « una cosa, dopo che si è impiegato abbastanza
tempo in farne. un'altra; onde quando si dice: Egli è TEMPO DI lavorare, | DI
riposàrsi ec., s'intende significare, essere stato assai tempo nell'ozio, o al
lavoro. Nella 2.2 frase Egli è TEMPO DA fare una cosa, si vuole indicare un
tempo opportuno, convene- vole, propizio per fare alcuna cosa, la quale,
passato questo | tempo, non si può più fare con egual vantaggio; o anche, ‘di
un tempo urgente, imperioso , che esige che la cosa si ; faccia allora, se non
vogliasi perdere il vantaggio che da essa (5) Si analizzino attentamente questi
due ultimi esempj, i quali, in- tesone bene il senso, soli bastano per togliere
ogni dubbio sull’ uso delle due particelle. sea 330 PARTE TERZA cosa si spera
conseguire; onde diciamo: 3) giorno è tempo DA lavoràre ; la notte è tempo DA
dormìre; questo è tempo DA assalire 1 nemìci; il tempo è giunto DA scudtere il
giogo ec. — E in questa mani?ra stettero tanto , che tempo parve alla reina
D'ANDARE, a dormìre. Bocc. Introd. Poiché voi ben vi senilte , tempo è DI
USCIRE d' infermeria. Id. nov. 92.— La donna a cui più tempo DA CONFORTO. che
DA RIMPRO-. VERI par?a, ridîndo disse. Id. nov. 18.— Dunque ora è tempo DA
RITRARRE </ collo Dal giogo antìco, e DA SQUARCIAR:/ velo. Petr. canz.
DELLE PREPOSIZIONI CON, IN, PER, (1). _$. I Cos. L'originaria funzione di
questa ‘preposizione è ‘ quelta di esprimere la relazione di compagnia, come:
Segnore îo vengo a desinare CON VOI, e CON LA VOSTRA BRIGATA. Bocc. nov. 88. —
Con GRISELDA /ungamente, e consolàto visse. Id. nov. 400. = S. IE. La medesima
preposizione ponesi anche innanzi a’ nomi degli strumenti de’ quali ci serviamo
nelle nostre ope- razioni, e perciò non esce già da’ limiti della sua funzione
originaria, imperocchè gli strumenti sono considerati quai no- stri compagni
durante l' azione. Mar)ne conche CON UN coL- TELLO spiccondo. Bocc. nov. 48, —
Niùna cosa dù la natura, che egli CON LO STILE è CON LA FENNA, 0 COL PENNELLO
non dipignésse sîmile a quella. Id. nov. 58. — Come d' asse st trae chiodo cox
crRIoDO. Petr. Tr. d' Am. cap. 3. Per l' analogia che evvi tra gli strumenti di
cui ci ser- viamo nelle nostre azioni, ed i modi con cui queste da noi si
fanno, usasi anche la preposizione con innanzi a nomi che significano tali
modi, onde diciamo: Fure una cosa CON fa- fica, CON facilità, CON difficoltà,
cox piacere, CON diletto, CON grazia, CON destrezza, CON buon garbo, ec. | Giusta
la medesima regola diciamo : Far cenno COLLA ma- no; ved?re CO' proprj occhi;
far: coN man tremànte; chiùdere CON chiave, 0 COL chiavistello ; uccidere CON
una pistolettàta; trafigzere CON un colpo di spada; percuòlere COL piede ; par-
lore coN voce bassa, forte, ùmile, dimèssa; rispòndere CON vi- (1) Con queste
tre preposizioni compongonsi copinso numero di nomi, € verbi, che perciò sono
chiamati nomi e verbi composti; ed è da notarsi che la n di con e IN cambiasi
in m quando la lettera iniziale del nome, o. del verbo sia 5 o p, e in r quando
il nome o il verbo cominci con r. 7. Darie seconda, Sea. Il $. IV. pag. 43. .
if | Ì | . SOT so fermo, plàcido, seréno
, severo; divertire COL suo genio, COL suo spirito, CON le sue facézie ;
approvire, biasimare COL silenzio; ec. | °$. IIL Con, soppressane la n, s'
incorpora coll’ articolo determinante, facendosene co/, coi, 0 co’, collo,
cogli, colla, colle, in vece di con il, con i, con lo ec. Il quale il mio Sal-
valòre ricomperò COL suo prezioso Sangue. Bocce. nov. d.— 0 egli acrebbe buon
manicàr co ciechi. Id. nov. 87.— Di-° cendo nella fine di quelli il colùro d'
ariéte cominciàrsi in- sieme COLLO equinòzio del detto segno. 1d. Filoc. 7.—
Messér Corso Donàli COLLA brigàta de’ Pistolési fedì i nemìci per costa. Din.
Comp. 1, 9, ec. | S incorpora parimente , alla-latina , co' pronomi perso- .
nali me, fe, se, noi, vot in questa guisa: meco, feco, seco, nosco, cosco (2)
(vedi sez. NI, Cap. I, $. IV, nota 4); e . talvolta queste voci, così composte,
son precedute dalla me- | desima preposizione con, replicata senza necessità,
ma per proprietà di linguaggio. Farele pure, che domàne , 0 l' altro di, egli
qua CON MECO se ne venga a dimorire. Bocc. nov. 28. —Cercor non so, ch’ Amòr
nen venga sempre Ragionando . CON MECO, ed z0 con lui. Petr. son. 28.— Or vo’
venir CON TECO, acciccch’ to intenda. Ciritf. Calv. 1, 3.— Con TECO «
guerreggiàr st muove amòre. Rim. ant.—A lei ritornò, e tuita . nel suo mantello
chiùsala, in Susa coN SECO la menò. Bocce. , nov. 42.— Pàrvemi allòra che egli
alquanto delle mie paròle ridesse CON SECO -sfesso. Id. Lab. 58. : $. IV. IN.
Questa preposizione indica la relazione tra due - obbietti, l'uno contenente,
l'altro contenuto, significando l’e- | sistenza dell'uno nell'altro; quindi
dicesi: Egli é in chiesa, n'casa, in letto, in prigione, in ciltà, in Roma, in
Parigi, un Itàlia, in Francia, ec. | ” $. V. Gli antichi dissero ne, che
oggidiì più non s' usa se non che incorporato coll’articolo determinante, come:
nel, nello, nella, nei o ne’, negli, nelle. "anita In lo, in gli, in la,
in le leggonsi qua e là nel verso, e in qualche antica prosa. Ma den ti priego,
che "N LA terza spera Guitton salùti. Petr. son. 146.— Dipinto IN GLI
occhi, che m’' han morto. Giust. bella man. 10.— E fornòssi a dieiro IN LE sue.
terre. Pecor. gior. 25, nov. 2.— Drizzami IN LA via della salùte. Vit. SS. PP.
2. (3) | (2) Mosco e vosco, in oggi non 3” userebbero che da’poeti. a ._ (3)
Zn:del, in della, in delli, in delle, che in oggi sono rredi rlebei, sì leggono
negli scritti di qualche. antico classico. Ciò. che 57 nosiro Sk 552 PARTE
TERZA IN, usasi parimente co' verbi di moto, per ‘esprimere un idea d’
interiorità, cioè quando il moto è diretto dentro il luogo, onde dicesi: Andare
in Roma, in corte, in casa, in ciltà, in mercàto, in contàdo, in villa, in
villeggiatura, ec. S. VI. Come contenente si può pur considerare il vestiario.
che portiamo in dosso, onde dicesi: Essere in toga, in abito nero, in àbilo di
senatòre, in farsetto, in camiciòne, in sot- * fàna, in camicia, ec. (4) Sotto
lo stesso aspetto, cioè come contenenti, riguardiamo le parti del corpo, onde i
seguenti modi di dire: Avere la spa- da, il bastòne, l'archibùgio, la scatola,
il fazzoletto 1N mano; il cappello, la cuffia, la berrétta 1N capo; una caténa
1N gola; un anéllo 1N dito; èssere IN catèéne, IN ceppi, IN arma, ec. Portàre
un fanciùllo 1N braccio, lo schioppo 1N collo , con un bel vestito IN dosso;
percuòtere 1N capo, IN faccia, IN petto ec.; mesto, allégro IN viso ; turbàto
1N vista, nella mente. ec.—Pudiìca IN FACCIA , e NELL''ANDARE onesta. D. Purg.
Ella parlàva sì turbata IN vista, Che trem'ìr mi fea ec. Petr. canz 4.— Tutto
il viso gli ruppe, nè gli lasciò capello IN cAPO. Bocc. nov. 88. S$. VII Per
analogia tiensi talora per contenente la su- perficie delle cose, onde diciamo:
Mitlere, recàre IN tàvola; éssere IN alto mare; sbarcàre IN terra; cadère in
terra. — Co- mandamento ébbero dal lor comùne d' abbàtiere la forza de’
Viniziàni 1N MARE e IN TERRA. Gio. Vill —EgZ occhi iN TERRA /agrimando abbasso.
Petr. son. 153. Siccome dalle idee concrete facilmente passiamo all’ idee
astratte, così colla stessa facilità c'immaginiamo esservi tra le cose
metafisiche, o astratte, le stesse relazioni che sussistono tra gli obbietti
fisici, o reali. La preposizione in adunque serve parimente per esprimere l’
esistenza immaginaria di un obbietto realé in un obbietto astratto, ed anche in
un obbiet- to astratto in altro astratto, onde diciamo: Andare IN ma- lòra, 1N
buon' ora; avére IN disprézzo, IN odio, IN pregio, IN orròre; dare 1N dono;
éssere IN giùbbilo, NELLA prospe- rilà IN còllera, 1N pena, IN preda, 1N potére
di alcùno; ès- sere IN procìnio di ec.; esser versàto, esperto IN ie: , IN
grammùtica, 1N polìtica; entràre IN sospétto , IN. còllera, 1N gnòre disse IN
DEL Vangèlo. Gr. S. Gir. a. — Acciocchè voi siate IN DELLA eorle di Paradiso
ec. come siele qui ira noi. Fr. Guitton. lett. 5, 22. (4) Col dire èssere in
camicia, s' intende Non avere altro in dosso che la camicia. Quando fuor di
casa l'avesse 1N CAMICIA cacciata. Bocce. nov. 100.—-Zi fu per pigliare madàma
Giulia Gonzàga, che 1% Camicia appèna campò quel pericolo. Sega. Stor. 6. I
Cntamesszazioli ia Ù I I il ” ETIMOLOGIA E SINTASSI dci parole, 1N
conversazione, IN ragionamenti; imputàre IN pec- cato ; mettere IN ridicolo, IN
canzòne, IN obblio, IN cimento, IN prova, IN òrdine, IN accòncio; peccare 1N
lussùria, 1N avarizia; stare, vivere 1N forse (in dubbio); wicere IN iace- ri,
IN festa, 1N peccàto; ed altri simili esempj a migliaja sì leggono negli
autori, e sì usano tuttora nel conversar fam- gliare. | | IN, vagamente
anteponesi innanzi agl'infiniti e a' gerun- dj dei verbi, come: IN /eggere, IN
sscrivere, IN rofferire , 0 IN leggendo, IN iscrivéndo, IN profferendo, ec.—
Corne fa don- na che IN PARTORIR sia. D. Purg. 20.—E poi rimandùva- no per lui,
come pòpolo che era IN: VACILLARE, e IN non fermo stato. Gio. Ti 11,82. S.
VIII. Finalmente s° osservino 1 seguenti esempj, -in. . cui zn par che abbia il
significato di altre preposizioni. £/°s- © sono 1N (per) PAPA Gugli:/mo
Grimoàldi. Matt. Vill. 11, 26. la RI] . —La quale. se lo voleva adottàre 1N
(per) FIGLIVOLO. Cavalc. Med. cuor. —0 Iddîo ec. le non vere paròle de te da
me, non mi imputàre IN PECCATO. Bocc. Fiamm.
4.— Orribilménte cominciò i suoi doloròsi effclti, ed IN (con) MmI- BACOLOSA
MANIERA a dimostràre. Bocce. Introd. — Ayàce 1N (contro) MOLTI, e po' IN
(contro) SÉ STESSO forte. Petr. son. 195.— Perocche io ho peccato IN (contro
al) CIELO, e innànzi a te. Vit. S. Gir. 47.—IN (verso) QUESTO M10 AMI- co non
ho mostràto; se non poco amòre. Stor. Barl. 40. — Il suo ambòre IN (verso) LEI
raddoppiò. Bocc. nov. 17. — Chi crede ec. ama Iddio 1N (con) TUTTA / ànima.
Passav. 190. (3) $. IX. PER, esprime l'idea di passaggio o di traversa- mento,
significando la relazione tra l’obbietto che passa, ed il luogo per dove si
passa; quindi questa preposizione s'° adatta per lo più co' verbi di moto
espressi, o sottintesi, come: Andare, venire, passare, correre, camminare, ec.
| | PER ME (cioè traversando me) si va nella città dolènte, (5) Il Petrarca
dice: Così costèi, ch? è fra le donne un Sole, Ix mE, movendo de' begli occhi i
rai, Cria d’ amòr pensièri, alti, e paròle. son. 4. In quest’ esempio rn me,
vale dentro me, e tale è manifesto che fosse l’idea del poeta, quantunque il
vocabolario della Crusca, e, dietro questo, il Corticelli, ed altri grammatici,
indotti in errore da una inesatta inter- punzione, trovata per avventura in
qualche manoscritto mal copiato, in- terpetrino la prep. in del passo precitato,
come avente'il significato di, verso , registrando l’ esempio in questa guisa.
Così costèi, ch'è fra .e donne un Sole, IN ME movèndo de’ begli occhi i rai,
Cria ec.; nella qual lezione in me riferiscesi al gerundio mocvèndo, laddove è
certo che dee riferirsi al verbo cria. Gram. Ilal. 46 154 o PARTE TERZA | _ Pru
ME sé ca nell'eterno dolòre. D. Inf. 3. — L'sciane m- dir PER LI tuo' selte
regii. 1d. Purg. 1. — Ch' Apòllo la se- guìa quaggiù PER TERRA. Petr. canz. 3.
— Paréndogli wer sentito alcuno siropiccio di piedi PER LO dorrnentòrio. Bore.
nuov. 4. © $. X. PER, volentieri s' incorpora con la particella 4), n- nanzi a
parole che comincino da consonante, dicendosi pel in vece di pero, e al plurale
pes o pe'in vece di per gli, 0 per fi — Con grandìssimo ìmpeto se lo ficcò PEL
MEZZO del pillo. Fir. As. f05.—£ quindi passài in terra d' Abruzzi, do gi
uò:nini e le fîmmine vanno in zòccoli su PE'MONTI. Bocc. nov. 60.— Zasczo /o
fele, e vo PE'DOLCI poni. D. luf. 16. -__ $.XI. Per, in virtù dell'originaria
sua funzione, usasi per indicare l'attraversamento per un luogo da una
estremità all al- tra, o da unabanda all'altra Quando s'accòrser ch' È non dava
loco PER LO MIO CORPO al trapassàr de'raggi. D. Purg d.- Ma la paura un poco,
Che! sangue vago PER LE VEN agghioccis. Petr. canz. 18.—Ze quali ( macchie)
nelle brac- cia, e PER LE COSCE apparivano a molti. Bocc. Introd.- PER LE
SPARTE VILLE, e PER LI CAMPI; FER LE VIE,© PER LI LURU COLTI, e PER LE CASE di
dì e di nolie mort rio. ld. ivi —oce andò PER AMBI GLI ESERCITI che egli er0
ferito, 0 morto. Tac. Dav. stor. 4. dn - $. XIL Per analogia usasi la medesima
prep. per indi- care lo spazio di tempo durante il quale una cosa si fa, onde
dicesi: Per un'ora, per un giorno , per un secolo , per più giorni, ec:—A
ciascùn PER UN GIORNO; 5° attribuìsca il peso e l'onòre. Bocc. Latrod.— Come
terza suona; ciascun qu sia, acciocchè PER LO FRESCO si mangi (cioè durante il
tempo dello fresco). Id. ivi—L'uso del latte asinino. che PER QU BANTA GIORNI
vien propòsto dal Signòr Longo. Red. Cons. f. (0) €. XIM. PER, apparentemente
scostandosi dall’ originaria sua fuuzione, sovente par che faccia l’ ufficio di
altre prepo- sizioni; ma studiando bene tutte le frasi in cui occorre questa
particella, troverassi che evvi sempre qualche analogia col suo significato
primitivo, il quale molte volte tanto chiaramente vi apparisce, che è lieve
cosa ad ognuno il ravvisarvelo. Per, adunque può dirsi valere: f°. DA: Voi PER
DETTO e PER FATTO sapéle, come li Greci instigàti PER PICCOLA e PER VANA CAGIUNE
s2 aper (6) In siinili frasi Ja prep. per talvolta sottintendesi. Zo son la:
mi- séra Zinèora, SEL ANNI andola tapinàrdo în forma d' uom per lo monde.
Bocce. nov. 1,9.—Que.lo peccuto gli fece piàngeré QUARANTA Di. Bore. nov. 74. î
: ; csi n. DIO tùrono nella ‘nostra cittàde, e uccìsero ame e a voi li nostri
genitori. Guid. Giud. 37. i | 20 A: Noi gli taglierèmo tutti PER vEZZI. Gio.
Vill. 7,14. —Per MoDO di dipòria se n' andò alla pìccola casetta di Federìgo.
Bocc. nov. 48. na | 0 30. CON: Al quale erròre PER QUESTE PAROLE rispose. Guid.
Giud. 123.— Colui è posto in grande pace, che’! suò fratello ama PER BUONA
FEDE. Gr. S. Gir. 11.— Lo quale nell’ inferno tormînia l ànime PER FUOCO.
Cavalc. Med. cuor. . SI o e © 4° In: E così istiàmo PER LO FREDDO e PER LO CAL-
DO coperti di vestim’n'o corpori:le. Stor. Barl. B3.— Pussò di questa vita PER
LO Dì della festa di santo Giurgio. Fior. $. Franc.—-Un' dura dolce, senza
mutaménto Avtre in sé, mi feria PER LA FRONTE. D. Purg. 28. | Boe Verso: Za
Briltània ec cammìna (sì estende) PER LEVANTE oppòsta alla Gerinania, PER
PONENTE alla Spugna. Tac. Dav. Vit Agr. £0. si | 6°. DA LATO DI: Essi sono PER
MADRE discèsi di pal- tonizre. Bocc. nov. 49.—£ di loro PER DONNA nécquero tul-
ti i Conti Guidi ec. Gio. Vill. 4, 10, 1. ea .. In FAVOLE DI: Zo faréî PER
CURRADO ogni cosa, che io potîssi, che gli piacesse. Bocc. nov. 16.—Molti ec.
si àbbiano fatto far larzo, e guadagnàtosi PER LORO gli orrè» voli gradi, e PE'
LORO figliuòli gran tesòro, e amplissimi stati. Fir. disc. an. 17. DA | | ‘80.
MEDIANTE, PER MEZZO DI: Donna scese dal ciel, PER Lr CUI PRIEGHI Della mia
compagnìa costui sovvénni. D. Purg. 1.—Si rubellò a' Fiorentini il castéllo di
Piano Tra- vigne di Valdàrno PER CARLINO de’ Pazzi. Gio. Vill. 8, 52. — Manda
quanto prima la tua spedizione PER UOMO @ po- sta. Cas. lett. 90.00 o O i 9.0
PeR CAGIONE DI, PER AMOR DI, IN GRAZIA DI; come: Fur: ogni cosa per
danàri;-lavorùre per guadagnare, pel piùbblico bene; combàttere per la pàùtria,
per È onòre; far li- % imòsina per È amòr di Dio, distinguersi per nasca, per
vii- (tà, per ‘ricchèézze; vìvere per amàre; mangiàre per vivere; pa- tire
disàgio per acarìzia; tacère per vergogna; digiunàre per divoziòne, ec.— Non
PeR CRUDELTA' della donna amàta, ma PER SOVERCHIO fuoco nella mente cancétto da
poco regolàto appetito. Bocc. proem.— Comandò ad uno de' suoi famiglià- ri, che
cc. gli facìsse dare.da mangiàre PER Dro. Id. nov. 18. — E perch'era signòre,
non volle mostràre d' èssere PER FORTE CASAMENTO, afzi PER SUA VIRTÙ Cron, d'amar.
48. ‘ 10°. ComE; quindi dicesi: Zascior
per morto ; passar per |. sanlo, per pazzo, per uno sciocco, per dotto, per uom
dabbe- ‘ne; aver uno per amico, per domestico, per mallevadòre, per acvocàlo;
avére, o ricevere, per guiderdòne, per ricompensa; darsi, 0 i per ricco, per
povero, per quello che non |. ‘si è;préndere uno per confidìnte ec.—E molto il
lodàva, sk còme egli era, PE& LO PIU' CORTESE SIGNORE del mondo. Nov.
ant. 58.— Zsséndo stato un pessimo uomo în vita, in i ‘morte è riputùto PER
SANTO. Bocc. nov. 1.— E non potendo si così inlirizzùti rizzùre, li lasciàvano
PER MORTI. Tac. | - Dav. ann. | | 41.0 IN CAMBIO DI, IN VECE DI, come: Zender
bene pr» male; Per uno ne avréte cento; grazia per grazia; non di + re una co a
per un'allra.—O sperànza, 0 desìr sempre falla > ce, E desli amùnti più
ben PER UN CENTO. Petr. son. 249. |. Non è l affeziòn mia tanto profonda, Che
basti a rénda ‘voi grazia PER GRAZIA. D. Par. 4. vo laa Per, anteposto
all'infinito di qualche verbo, che sta pre- ceduto dal verbo Essere, dì a
quello la forza e il significato che ha il participio futuro de’ Latini, e vale
Zssere in procino di fare, 0 di farsi alcùna cosa; còrrer risico ; portàr
pericolo; | mancàr poco che alcùna cosa non segua ec., come: Esser per. fare,
per partire, per cadere, per morire,ec.— To SON PER BI TRARMI del iulto di qui.
Bocc. nov. 1.— E son PER AMM | più dî giorno ‘în giorno. Petr. son. 64. — Né
altra cosa dk +. cù:a ci udiùmo se non i cotàli son morti, e gli altrettàli sn
È PER MORIRE. Bocc, lntrod. — 4 quella guisa, che far veggiò è mo a colòro, che
PER AFFOGAR SO\O, quando préndono ab cùna cosa. Id. nov. 14. Nel medesimo senso
il verbo Essere ‘talvoita si sottintende. Zu mz pati molto crudele uomo, che mi
vedi PER MORIRE della cadùta. Fior. S. Franc, -50. Prr, sovente denota
Stromento o mezzo mediante il qu* Je si faccia alcuna operazione, onde dicesi:
Guidàre, condum per mano; prîndere, tenere, tiràr pel braccio, pe' capèlh, pe i
vestito; menòre pel naso; succèdere per caso, per accident, per fortuna, per
disgràzia; lo fece per mio avviso, per MO consiglio; conòscere per esperienza;
sapére per prova; essi | erudéle, bùrbero, bisbético per natùra; ottenére una
cosa pîî |, intercessione d' alcàno; favellàre per metàfora, per paràbole, ec.
PeR, denota alle: volte D/stribuzibne, come: Un me |: bicchier per uomo; due
paja di robe per ciascùno; danno cento | ‘lire per uno; dieci pani non bastano
per dieci uòmini ped PxR, serve talvolta per pregare, e anche per giurare. Per
i a) | ETIMOLOGIA FE: SINTASSI BOT quella pace Ch' io credo che PER voi lutti
s' aspetti, Ditene doce-la montàgna giace. D. Parg 3.— To ti giuro PER quello
indissolùbile ambòre che io ti porto, e PER quella pietà che ec., che il quarto
mese non uscirà, che tu mi vedrài. Bocc. Fiamm. 2. i | CAPITOLO V. DELLE
PREPOSIZIONI SENZA, SOPRA, SU, SoTTO, Dopo, . DIierRO, AVANTI, INNANZI,
DAVANTI, PRIMA. S. I. SENZA (e anticam. rien) è preposizione priva- tiva, cioè
che esprime la privazione di compagnia, e di -stro- ‘mento, e ponesi innanzi a’
nomi, e innanzi agl' infiniti de’ ver- bi. Canzòn, tu vedi ben,-come è sottile
Quel filo, a cui s' at- tren la mia isperànza, E quel che SENZA QUESTA DONNA 0
esso. D. rim. 22. — Non volere stare’ in montàgna in tanta solilùdine SANZA
FRUTTO e SANZA PROFITTO alcuno. Cas. Jett. 67.—Una novélla, nella quale quanta
sia la\lor nobil- tà si dimòstra, SENZA dal nostro propòsito DEVIARE. Bocc,
nov. 96.— Corre alla porta e SENZA ALTRO ADDIMANDARE ec. Fior. S. Franc. 64.
Spesse volte s' adopra in compagnia della preposizione di. Ecco ch' io vaglio
poco, e. molto meno SENZA DI TE ispero di valère. Bocc. Amet. 3. Talvolta
leggesi in significato di Oltre. Che ben cinque alle, SENZA LA TESTA, uscìa
fuor della grotta. D. Inf. 3A. gli aveva a da-e alirùi. Bocce. nov. 60. — Aveva
de' fiorini più di millanianòve SENZA QUELLI, . che -—_ $. IL SOPRA o SOVRA.
Questa preposizione esprime l’idea d'elevazione, denotando Luogo superiore.
Premettesi ai nomi reali, o astratti, ed usasi le più volte scompagnata da
qualunque altra particella; ma pur sovente trovasi in com- pagnia della prep.
4, e’ talora anche con la prep. di. Non hai tu consideràto il mio servo Job,
che non è alcuno SOPRA LA TERRA sìmile a lui. Pist. S. Gir. — Che pur SOVRA 'L
GRI- FONE stàvan saldi. D. Purg. 31. — Converrà che voi n' an- diàle SOPRA AD
UN ALBERO. Bocc. nov. 77. — Cominciò a piùngere SOPRA DI LEI, non altraménte,
che se moria fosse. Id. ivi. ‘ $. INI SoPRA, talvolta porta il significato di
Oltre, più, al di là, ec. — Gran parte delle loro possessiòni ricuperà- ‘rono,
e molte dell’ altre comperàr SOPRA QUELLE. Bocc. nov, 13.— Ben cento miglia
SOPRA TuxISI ne la portò. Id. nov. 42.—0 piacér, onde l' ali al bel viso ergo,
Che luce SOVRA QUANTI '/ so/ né scalda. Petr. son. 114:— E /e chio- me,
.....:.. Allòra sciolte e SUVRA OR terso bionde. Id, son. .SUPRA LE PODAGRE mi
son venùte le’ renelle. Cas. lett. 63. |
All’ opposto vale talora Vicino, apprésso, par'andosi di luogo. Marsilia è in
Provenza SU?RA LA MARINn posta. Bocc. nov. 53. i Vale anche A4ddòsso, contro, come:
Ordinàrono un gran: dissimo esèrcito per andàre SOPRA I NEMICI. Bocc. nov. 18.
—.... Amòr tutte sue lime Usa SOPRA 'L MIO COR afflitto fanto. Petr. son. Ess?ndo
stato SORA PARIGI ad as- sedio con niente profittàre. Matt. Vill. 9, 98. I S.
IV. SoPRA, è sovente preceduto dalla preposizione di. Poi tornii indietro ,
perch' io vili scrit'o DI SOPRA ‘L LIMITAR, che ec. Petr. son. 95. — Parvemi
vedere str, ere a poco a poco DI SOPRA ALLE MONTAGNE un lume ec. Bocc. Lab.
352. — Delfino è un grande pesce che salla DI SUPRA DELL'ACQUA. Tes. Br. 4, 5.
Di sopra, trovasi anche, ma «di rado, con la prep. da. Giuràto avria poco
lontano aspètto, Che tutti ardésser di SOPRA DAI c!iGLI. D. Purg. 29. Si notino
i seguenti modi di dire: Èssere sopra qualche ufficio, vale Averne il governo;
Prestore 0 pigliàre danùri sonra a qualche cosa, vale Darli ò accettarli col
pegno; -Man- giùre sopra checché sia, cioè Mangiare sopra pegno; 4rndàre sopra
sé, vale. Andare diritto in sulla’ persona, portar ben la vita: Stare sopra sì,
vale anche Star pensoso, sospeso , dub- bioso; Zavoràr sopra di s}, dicesi
degli Artefici che esercitano Ja loro arte da per sè, a loro pro e danni; £sser
sopra parto, © sopra partorìre; vale Esser nell'atto; o poco dopo l'atto del
partorire; £sser sopra a fare una cosa, vale Essere in sul farla , vicino a
farla; Sopra mezzo dì, sopra sera, vagliono Passato già mezzo dì, venuta già la
sera, ec. (1) $. V. SU (2), vale lo stesso che Sopra; s'incorpora va- (1) Con
la preposizione sopra, compongonsi un gran numero di nomi e verbi, che, oltre
la propria loro significanza, partecipano di quella della ‘preposizione.
(Fegrasi il vocabolario della Crusca.) | — (2) Su,-innanzi a parola
principiante da vocale, riceve talvolta una r finale, scrivendosi e
pronunziandosi sur. La cui parle di solto sîa SUR ua bastoncèllo
piccolo..Cresc. yo, 33, 5. — Mèltivi bunna parle de’ raspi triti bene, e
batlùti in sur un’ asse col colt>llo. Dav. Colt. 164. Gli antichi
scrissero: sor, e non che innanzi alle vocali, ma anche innanzi alle con-
sonanti l’usavano. Irncontrài uno scoldio Sor un muletto baio. Tesoretto 2. —
Di voi, che siete fiore: SOR L'ALTRE donne aoèle più valore. Rim. ant. —E non
piaccia u Dio nostro sire , che si malvagia colla sltea SOR mE. Nov. anti a5. ù
Le : : I | lentreri con gli articoli determinanti //, Zo, gli, Ze (3) (non già
con 2 piur. di 4/, che scrivesi sempre distaccato). Z/ re dopo questa (canzone)
SULL'ERBA e'n SU I FIORI avendo fatti molti doppiéri accèéndere ec. Bocc. gior.
9, fin.—Zo pen- suva assàt destro èsser SULL'ALE. Petr. son. 265. $. VI. Su,
del pari che sopra, ma più vagamente, usasi per indicare vicinanza di luogo, e
di tempo, come: Siede la terra, dove nata fui, SULLA MARINA dove "| Po
discende. D. Inf. 8.— Dietro verso mezzodìe sono li desèrii d' ErioPiA SUL MAKE
Ockano. Tes. Br. 5, 4.—Za sera SUL TRAMON- TARE del sole fece dare alla terra
una battàglia. Matt. Vill. 11, 18—Su L'ORA PRIMA 70 dì sesto d' Aprile. Petr.
son. 176. Talvolta indica che una cosa è vicina a farsi, come: Il che gli era sì
gran noja, che egli ne fu SULLO IMPAZZARE. Bocc. nov. 74. | | $ VII. Su,
trovasi sovente preceduto da /n, che aggiunge l'idea di initcriorità a quella
d’ elevazione, quasi indicando q € q che una cosa sia sopra , e nel centro
della superficie , onde diciamo : In sulla tàvola ; în sulla piazza; in sulla
faccia; in sul capo; in su i fiori; in sul mattino ; in sull'ora del desinàre ;
in sulla sera ; in sul principio del verno ; in sul finire del mese ec. E
talvolta è seguito dalla prep. per, per esprimere nello stesso tempo l' idea
d’estensione sulla super- | ficie, come: Tu puoi vedére me, e la mia famiglia
dormìre SU PER LE PANCHE. Bocc. nov. 15.— Questi pesci SU PER LA MENSA
euizzàvano. ld. nov. 96. . 8 III SOTTO, preposizione di significato contrario a
quello di Sopra, e su; essa esprime l’idea d' inferiorità , si di luogo che di
condizione, e di grado; ed usasi o senza al- tra particella , o seguita dalla
prep. a, e talvolta anche da di. Che SOTTO LE SUE ALI zl mio cor tenne. Petr.
son. 280. — Soto UN Poco di tetto, che ancòra rimàso v' era, si ristrìn- sono
amendùni. Bocc. nov. 47.—SOTTO "I. GOvERNO di An- tigono la rimandò al
soldàno. ld. nov. 17.—Ciascùno e ca- st.Ua, e vassàlli aveva SOTTO DI SÈ. ld.
nov. 39. Sotto, vale talora Circa. SOTTO A QUAL TEMPO 55 leg- ge , che avvénne
cc. Vit. S. Gio, 335. Diciamo: Soffo pena di morte, di bando , di scomuni-
cazione ec., che vagliono Costituita la pena ec. Diciamo an- cora: Solto la
fede, sotto la pace, the vagliono Data la fede, lu pace. e i (3) Una tale incorporazione
non è però obbligatoria. 360 PARTE TERZA DI sotto, vale lo stesso che Sotto,
come: Fa'più stretla: la piega a quel velo, che andàr mi dee Di SOTTO IL MENTO.
Bocc. Lab. 208.—E DI SOTTO DA QUEL trasse due chiavi. D. Purg. 9.— Siede Rachel
Di SOTTO DA COSTRI Con Bea- trìce, sì come iu vedi. Id. Par. 52.—£ altrettànio
n'era DI. SOTTO A’ PIEDI loro. Passav. 41. | | È IX. DOPO. Questa preposizione
denota Ordine di luo- go, di tempo , o d'azione. Quel cotàl marito era DOLL LA
PARETE della comera. Nov. ant. 44.— DOPO ALQUANTI Di non veggéndosi chiamàre
ec. Bocc. nov. 17.—L' utilità che di questa memòria puote avvenìre alle naziòni
che DOPO Nor seguirànno. Matt. Vill. 1, 2. Usasi talvolta con la preposizio- ne
di, e talvolta con a. Per quegli, a cui tu vai io li scon- giùro e priego, che
io DOPO DI TE non rimànga selle di. Mor. S. Greg. 1, 8.— Per alcùna cagiòne,
non molto DOPO A QUESTO, convénne al marìto andure infino a Genova. Bocc. nov.
25.— Od in un caso l assàlti, od in un altro il t D nuove cure. ld. Fiamm. 4. .
DIETRO, vale lo stesso che Dopo, ma va sem pre seguìto dalla particella 4, o
sola, o incorporata con l'ar ticolo determinante. E lassi Ispàgna DIETRO ALLE
SU SPALLE. Petr. canz. 9.—Zre colle DIETRO A LEI le man avvinsi. D. Purg. 2.—
Acciocchè DIETRO AD OGNI PARTICO LARITA’ /e nostre passùte misérie ec., più
ricercàndo non vada. Bocc. Introd. i Qualche volta trovasi colla particella da.
D. lof. 28. - Id. Conv. 149. . deprìmi, 0 DOPO ALLA DATA FELICITA’ aggiùgni
agli ànimi Significa alle volte Circa, intòrno. Lo scrìvere in qu |. sto ternpo
DIETRO A MATERIE pertinénti alla lingua. Salvi Avvert. 1, 1. | Di DIETRO, vale
lo stesso che Dietro. Andàr ‘due pr con una croce per ciascùno; si mìsero tre,
0 quatro. bare portatori portàle DI DIETRO A QUELLA. Bocc. Introd. — Ell non
correrànno DI DIETRO @& niùna.a farsi léggere ll Concl. Da es S. XI
AVANTI, INNANZI, e DAVANTI sono pre posizioni opposte a Dopo, e dietro;
dinotano Tempo e luog0, ed usansi colle particelle 4, di, e da, ed anche senza
particella alcuna. AVANTI ORA, di mangiàre pervénne là, dove ! abale era. Bocc.
nov. 7. Due fratélli solamente nati AVANTI D LEI lasciò nel suo partìre. Filoc.
7.—E INNANZI L' ALBI Puommi arricchìr dal tramontòr del sole. Petr. cant. 3. |
nd iii ETIMOLOGIA FE SINTASSI 061 Siccome molti INNANZI a noi hanno fatto.
Bocc. Introd.— Così DAVANTI A° COLPI della morte Fuggo ec. Petr. son. #8.
—Manifestaloti il sangue mio, lo quale per tante ferite puo? vedere AVANTI DA
TE spàndere. Filoc. 1.— Egli era pur poco fa qui INNANZI DA NOI. Bocc. nov. 73.
| $. XII. PRIMA, vale lo stesso che Avànti, e innànzi ed usasi con la
particella di. MAcciocchè PRIMA DELLA TUA PARTITA Fosse finita la mia trista
sorte. Teseid. DELLE PREPOSIZIONI- FRA, INFRA, TRA, INTRA, FINO, INFINO, SINO,
InsINo, VERSO, INvERSO, DENTRO, ENTRO, FuorAa, FvorE, Fuori, Presso, ConTRO,
CONTRA, APPRESSO, APPo, OLTRE, OLTRA, INTOR- NO, CIRCA, EccETTO, SALVO,
TRATTONE, ACCAN- TO, ALLATO, Lunco, RASENTE, MEDIANTE, SE- CONDO, GIUSTA,
GIUSTO. | $° I. FRA, INFRA, TRA, INTRA. Queste preposizio- | nì, che tutte e
quattro vagliono lo stesso, imperciocchè fra € tra:non sono che abbreviamenti
il primo di infra e il se- | condo di :néra, denotano che una cosa è dentro un'
altra, in mezzo a più altre cose. FRA ULIVI, e nocciuòli, e castà- | gni
comperò una possessiòne. Bocc. nov. 96.—INFRA le altre opere che piùcciono a
Dio, questa le passa tutte. Serm. S. Agost. 841.—Potrésti arditaménte Uscir del
bosco, e gir INFRA LA GENTE. Petr. canz. 27.—Piànger sentì FRA 'L SONNO £ miei figliuòli.
D. Inf. 33.—FRA "L FIUME dell Era, e quello di Senna. Gio. Vill. 12, 64,
1.—Ov' ella ebbe in costùme Gir FRA LE PIAGGE, e '/ fiume. Petr. canz. 26.—
Poichè dal cielo nuova progènie nacque INTRA” MONDANI. Bocce. Amet. 40.
Spianàndo di concòrdia INTRA LE DUE ostI. Gio. Vill. 10, 86, 4. —La quale in
mezzo era TRA LA CAMERA del re e quella della reina. Bocc. nov. 22.—TRA LO STIL
de moderni e ‘1 ser- mòn prisco. Petr. son. 32. NFRA, @ FRA, usati co nomi di
tempo, vaglion Dentro al termine. —INFRA POCHI GIORNI proovederibbe di dare
buono Papa. Gio. Vill. 10, 70.— Anzi quasi tutti INFRA' L TERZO GIORNO
moricano. Bocc. Introd. — Scrìvemi mio fratìllo, ec. che senza alcùn fallo io
gli abbia FRA QUI E OTTO dì man- dati mille fiorìni d' oro. {d. nov. 80. FRA, e
TRA, accennano talvolta Perplessità, ‘dubbio, incerlezza ec.— Avéndo queste
cose cedùte, gran pezza stelle Gramm. Ital, 47
TRA PIETOSO E PAUROSO. Bocc. nov. 48.—La mia sorîlla che TRA BELLA E
BUONA, Ion so qual fosse più, irionfa lieta. D. Vurg. 24.—In riso e’n pianto,
FRA PAURA E SPE- xE. Petr. son. 119.— Se medisimo mira quasi dubbio TRAT SI e
"L No d'acquistàrla. Bocc. Amet. 10. FRA, e TRA, trovansi vagamente usati
come particelle congiuntive per insieme congiungere due obbietti, due qua lità,
o due operazioni, ponendosi in capo al primo termine, e avendo per particella
correlativa la congiunzione e 0 ed, che si mette in principio del secondo
termine; nel qual ca- so si può dire che fra o tra, facciale veci di tanto,
così, 51,0 parte, e che la seguente congiunzione € vaglia Quanto,come, 0 parte;
alcuni esempj chiariranno la cosa. Si che venne ad im- peràre, FRA SOLO, E
ACCOMPAGNATO, anni cinquanta sei. Petr. Uom. Ill. 10.—FRA PER PAURA, E PER
VERGOGNA fuggiva Vit. SS. PP. 2.—TRA PER LA FORZA della pestìfera Li mità e per
È èsser molti infèrmi mal servìt. Boce. Introd.- TRA PER L'UNA COSA E PER
L'ALTRA /0 non volli sir più. Id. nov. ZY.—Za giòoane TRA con parole, e con all
41 mostrò loro. Id. nov. 30.— E TRA che egli s' accorse, © che egli ancòra da
alcùno fu informàto, egli trovò ec. Il nov. 2.—Più di dugénto TRA dell'una
setta e dell altra sì ne trocàrono morti di ferro. Matt. Vill. 1, 80.—Si
trovarono | a ricèvere dal re TRA di capitàle e provvisiòni più di centot
tantamila di marchi di sterìni. Gio. Vill. 11, 87, 1. Dopo quale, pronome
interrogativo, e dubitativo, usasi sovente fra nel significato di 0
congiunzione, avendo per co relativa la stessa particella alternativa 0 quasi
che ripetuta, come: QUALE dovésse avere il pallùdio TRA Telamòne, 0 Ulisse. Guid.
Giud.— Li Romàni tennero consìglio, QUALE tO | lo meglio, TRA che gli uòmini
avèsser due mogli, 0 le fem mine due marìti. Nov. ant. 64.— Se vostra vicìna
avis maggiòr tesòro di coi QUAL corréste voi innònzi TRA il suo, o il vostro?
Tes. Br. 8. | Di | FRA ME, FRA TE, FRA SÈ, co' verbi dire, pensare, rag» nare e
simili, vagliono Dentro di me, di le, di sè, od anche meco, teco, seco.— Quello
de' miei parlàri biasimàndo, che pw nell ànimo m'era chiaro, FERA ME sovénte
DicÈNDO. Fiamm. !. FRA ME PENSAVA: forse questa fede Pur qui per uso, È forse
d' aliro loco ec. D. Purg. 9. — Il re cominciò a so I. tàre il cervèllo in
mille pensieri, e dicèva FRA SÈ. disc. an. 29. S. AI INFINO, FINO, (il secondo
non è che un abbreviamento del primo) sono preposizioni’ dette ferminatize di
tempo, di luogo, e d' operazione, perchè marcano |’ esten- sione, o lo spazio
di luogo, o di tempo, percorso o da per- corrersi dall’ una estremità
all'altra; esse vanno per lo più in compagnia della particella 4; talvolta
anche si trovano con in e da e sovente senza particella alcuna, . quantunque
allora debbano considerarsi come aventi sottintesa una delle tre suddette.
INFINO AL FIUME d/ parlàr mi trasse. D. Inf. 3. -— Quel feroce drudo La
flagellò dul capo INFIN LE PIAN- TE. Id. Purg. 52.—Che ajutàr la dovéssero ad
andàre 1NFINO NEL GIARDINO. Bocc. nov. 6). — Za nostra amicizia comin- | ciò
FIN DAGLI ANNI pù teneri. Red. lett. 2. — Cavalcàrono FIN PRESSO ALLA CITTA' di
Veròna. Gio. Vill. 11, 63, 2. +—Ma guardi î cerchi riNo AL PIU REMOTO. D. Par.
31. $. {AI INSINO, SINO, vagliono lo stesso che Znfino e fino, e nel medesimo
modo si costruiscono. E in questa ‘© mantra ec. stare senza muòverlî punio
INSINO AL MATTU- TINO. Bocc. nov. 24.— Ralto son corso già SINO ALLE PORTE
Dell' aspra morte per cercàr dilétto. Gutt. rim. 90. $. IV. INVERSO, VERSO,
denotano accostamento, o ‘indirizzamento a qualche parte. Présero adùnque le
donne e ; gli uòmini INVERSO UN GIARDINETTO la via. Bocc. gior. 2. ° finm.—Ze
niînfe in piè drizzàte corsero inverso AmEtO. Id. Amet. 95.—In pòvero àbito n'
andò VERSO LonpRA. Id. nov. 18.—£Ed 0 trapùsso innànzi VERSO L’ESTREMO. Petr.
son. 95. Non di rado si trovano in compagnia della parti- cella di. L' ali
spando Verso ni vor, o dolce schiera amì- ca. Petr. son. 109.—Y malvàgi si
pensano di trovàre tutti gli uòmini così fatti INVERSO DI LORO, come essi son
fatti INVERSO ALTRUI. Mor. S. Gr. 14. Queste due preposizioni vaglion talvolta
Contra. Ed ebbe tanta potenzia l ardìre dei peccutòri INVERSO LUI che ec. Vit.
Crist(—Oimeé, che ho VERSO GL' IDDII commesso. Filoc. 8. Vagliono anche Zn pa-
ragone, in comparazione, a rispetto. —l'utte l'acque ec. Par- rieno avére in sè
misura alcona, VERSO DI QUELLA, che nulla nasconde. D. Purg. 28.— Che
"NVERSO D' ELLA Ogni dimosiraziòn mi pare ottàsa. Id. Par. 24. | S. V.
DENTRO, ENTRO. Preposizioni che denotano la parte interna della cosa, e
vagliono /n. La prima costruisce- si per lo più con la particella a. DENTRO
ALLE MURA della città dî Firénze. Bocc. Introd. Quantunque non di rado tro- visi
usata con d2 e da, ed anche senza alcuna particella. Lui DENTRO DELL ARCA
/asciurono racchiuso. Bocc. nov. 15.— 3604 PARTE TERZA Che esse DENTRO DAL LORO
SENO nascòso tengono. Îd. Concl. - E DENTRO DAL MIO OVIL qual fera rugge. Petr.
son. 43.— Così DENTRO UNA NUVOLA dl fiori ...... Donna in’ appàree sotto verde
manto. D. Purg. 30. ENTRO, usasi comunemente senza particella. Zo voglio, che
tu giaccia stanòtte ENTRO 2/ letto mio. Bocc. nov. 74. Per altro trovasi anche
con la particella. Ze notturne viòle per le piogse: E le fere selvùgge ENTR
ALLE MURA. Petr. canz. 22. PeR ENTRO, vale lo stesso che Entro. Drzétta salia
la via PER ENTRO ’/ sasso. D. Purg. 27.— Alfin vid'io Pea ENTRO & hori,
e l erba Pensòsa ir sì leggiàdra e bella don- na. Petr. canz. 42. (1) S. VI.
FUORA, FUORE (2), FUORI, preposizioni contrarie di Dentro e eniro, denotano
Esclusione, separamen- fo e distanza, e s' usano comunemente con la particella
di. Uscìr FUOR DEL PELAGO d/la riva. ec. D. Inf. 1.— Fosso con loro FUOR
DE'SOSPIR fra l'ànime beùte. Petr. son. 272. — Come avvenìsse, che Giucomìno
per alcona cagiòne da sera FUORI DI CASA andàsse. Bocc. nov. 45. Senza
particella alcuna leggesi nel Petrarca, FUOR dutti # nostri lidi Nell'è- sole
famòse di fortùna Due fonti ha. Canz. 3A. FUORCHE, o FUOR CHE, è preposizione
eccettuativa, come: Niuno segnàle da potere rapportare le vide , FUORCHÈ uno,
ec. Bocc. nov. 19.—ZE//e giàcen per terra iutte quante. FUOR- cH' UNA. D. Inf.
6.— Zo non domàndo, Amòre, FuoRCcH POIERE i/ tuo piacér gradire. 14. rim? 17.
IN FUORI, è parimente preposizione eccettuativa, come Maòstro alcùno non si
truova DA DIo IN FUORI, che ogni cosa faccia bene. Bocce. Concl, | S. VI.
PRESSO, VICINO. Queste preposizioni indicano Prossimità di luogo e di tempo;
esse s' adoperano con le par- ticelle a e di. Una montàgna aspra, ed erla,
PRESSO ALLA QUALE un bellissimo piano , e dilettevole sia ripòsto. Bocce.
Introd. — Ed ecco , qual suol PRESSO DEL MATTINO, Per È grossi vapòr Marte
rossìggia.D.Purg. 2.— Assai VICINO stava ALLA TORRICELLA. Bocc. nov,
77.—VicIiNo DI SAN BRAN- (1) Laèniro, colaèntro, quaènirò, quincèniro , ec.
sono avverbj com posti di entro e delle particelle Za, colà , qua , quinci. (2)
Fuore, è mera poetico. Or m’ hai d’ogni ripaso trallo FUORE Petr, son. 300. Gli
antichi poeti dissero eziandio fora e fore. Mostràndo amàro duol per gli occhi
FoRE. D. rim. 1. — E dicèoa a’ sospiri andate rone. Id. rim. 10.—.Sì che
bognàli di pianto, Escon Fora. Guid, Cavale rim. ant, | ETIMOLOGIA E SINTASSI ©
365 CAZIO sfetle un buono uomo, e ricco. Id. nov. 24.— Ed an- | dando carpòne,
infin PRESSO LE DONNE di Ripole il con- dusse. Id. nov. 79. Talvolta queste
preposizioni vagliono Circa, inorno.— La badìa avéa di réndita PRESSO A dumìla
fiorìni d'oro. Gio. Vill. 10, 54, 2. — Priégoti, che perch' ella sia nella mia
casa VICIN DI TRE MESI stata, che ella non ti | sia men cara. Bocc. nov. 94.
Presso, vale anche In come | parazione , a fronte, al paragone. — Che PRESSO A
QUE’ d’a- mòr leggiàdri nidi, Il mio cor lasso ogni altra vista sprezza. ‘
Petr. son. 222. $. VIILL CONTRO, CONTRA, esprimono Opposizione ; e contrarietà,
e s' accompagnano volentieri con una delle due particelle 47, o a, sebbene
anche senza particella si trovino. « Niuna altra medicìna èsser CONTRO ALLE
PESTILENZE mi- ; gliore. Bocc. introd.— Finalménte ho ottenùto in Rota il man-
, dato CONTRO DI LUI, ec. Cass. lett. 27. — E si ricominciò : guerra CONTRO GLI
ARETINI. Gio. Vill. 11, 58, 3.—CONTRA ! IL GENERAL COSTUME de’ Genovesi. Bocc.
nov. 8. i SAX. APPRESSO , vale quasi lo stesso che Presso. ;« Martuccio lu
ringruziò , e APPRESSO LEI alla sua casa se i n andò. Bocc. nov. 42.—Volle ,
ch' io vedéssi tutte le sante reliquie, che egli APPRESSO DI SÈ acéea. Id. nov.
60.— Prese . per partito di volére un tempo èssere APPRESSO AD ALFONSO re di
Spagna. Id. nov. 91. Sovente vale Dopo , come : AP | PRESSO LA MORTE. Bocc.
nov. 51.—Per li lempi APPRESSU ; Nor. Gio. Vill. proem. 2. -—_. .$. X. APPO,
vale lo stesso che Appresso in tutti i suoi significati. Quantingue APPO colòro
, che discrétt erano , io , ne fossi lodàto. Bocc. Proem.—Fu rispòsto agli
ambascia- dòri, non éssere APPO DI LORO alcàn merito. Liv. dec. 3.— : Ordinò
che colùi APPO IL QUALE fosse questo anéllo trovàto ec. Bocc. nov. 5. | $. XI.
OLTRE, OLTRA. Queste preposizioni, la secon- da delle quali è più del verso che
della prosa, esprimendo . aumento di luogo , di tempo, e d’ operazione ,
vagliono Di più, e s'usano o con la particella @, o ‘senza particella. OL- TRE
A QUELLO, che V. M. Cristianìssima suol fare per sua bontà. Cass. lett. 13. —
Canzòne , OLTRA QUELL' ALPE Lù, dove "I ciel è più seréno e lieto, ec.
Petr. canz. 30. Talora vaglion Sopra. D. Inf. 7. — Nov. ant. 34.—Petr. son.
243. Vagliono anche Fuori. Bocce. gior. 4, prin.— Varch. stor. 10, $. XiI. INTORNO,
significa Circonferenza vicina. e ado- prasi per lo più con la particella 2, ma
si trova pure con de deo 365 PARTE TERZA e da, ed anche senza particella
alcuna, come: InTORNO A'piedi. Bocc. nov. 77.—INTORNO DELLA ferra. Petr. canz.
3. INTORNO DI cinque cose. Cresc. 1, 1.— Cerca, mìsera, INTORNO DALLE PRODE le
tue marìne. D.Purg.6.—INnTORNO sè. Id. conv. 45. Talora significa Quantità
incerta e indeterminata, cioè Poco più,o poco meno.Dellagran guerra ancòr
membòria porto, La qual durò INTORNO DI TRENT'ANNI. Dittam. 1, 29.— Puosst
seminàre (il moro) ne temperàti luoghi del mese di Marzo, e IN- TORNO LA FINE
di Febbrajo. Cresce. 5, 14. | CIRCA , vale lo stesso che Intorno , in ambo i
siguifi- cati. D. Par. 2.—1d. ivi. 22.—Matt. Vill. 11, 4.—Cresc. 1, 3. S. XIII_L
ECCETTO, SALVO, TRATTONE*‘, TOL- TONE (3), preposizioni eccettuative. n questo
consiste la palma degli scriltori, EccETTO 1 nipascaLici. Cass. lett. 75. —
Lasciàndo al capitano ragazzàglia, e vile gente, ECCETTO ALQUANTI ITALIANI.
Fil. Vill. 11, 69.—Zteero ordine, e di- creto , che ciascuno potesse uscire di
bando, SALVO QUELLI delle case eccettàte per Ghibellini. Gio. Vill. 9, SIT, A —
Che ‘1 mio d'ogni liquòr sosténe inòpia , SALVO DI QUEL, che lagrimàndo stillo.
Petr. son. 20.—In lui (Dio) perfetta- ménte sono tutte le creatùre, TRATTONE I
DIFETTI. Fr. Giord. 226. S. XIV. ACCANTO, ALLATO , o A LATO , prepo- sizioni
indicanti Prossimità dalla parte del fianco.—Duìno ca- stéllo, ACCANTO IL MARE
POSTO, si rendé. Bemb. stor. 7,90. — Canzòn,qui vedi un tempio ACCANTO AL MARE.
Id. rim. 149. — ALLATO ALLA CAMERA, nella quale giaceca la donna. Bocc. nov.
24. A/làto, vale anche In comparazione, come: ALLATO ALLE QUALI gli spenti
carboni si dirieno bianchi da' risuardànti. Amet. 17. — Ogni angélica vista,
ogni aflo umìle ec. Fora uno sdegno A LATO A QUEL, ch i0 dico. Petr. son. 98.
S. XV. LUNGO, esprime Vicinanza pel verso della lun- ghezza.— Quando
incontràmmo d'ànime una schiera, Che ve- nìa LUNGO L’ ARGINE. D. Inf. 15. —
Così LUNGO L' AMATE rive andùi. Petr. Canz. 4. — Conciofossecosache la sus ca-
mera fosse LUNGO LA VIA. Bocc. nov. 68. Leggesi anche m compagnia delle
particelle a, e di. Sempre parlàndo, LUNGO ALLA MARINA Andàmmo cc. Dittam. 3,
14.— E quale Isme- no già vide, ed Asòpo Lunco pi SÈ di notte furia, e calca.
D. Purg. 18. (3) Queste voci non sono che participj passati de’ verbi
Eecettuare , saloàre, togliere , e trarre; ccoèlto e salco , sono sincopi di
cesellualo € salvalo. pere ente eni 202 eve rt 0 i Sri — l tarata .. E a
ETIMOLOGIA E SINTASSI 567 %. XVI. RASENTE, preposizione che, del pari che la
precedente, esprime Vicinanza, ma in modo che la cosa tocchi quella che le è
allato, come: Quas: RASENTE TERRA velocìssimi più, che dura alcùna, correvano i
lor cavàll. Fiamm. 4.— Avéndo consideràto, che questa buona donna, ec. mettéa
la pèntola RASENTE A QUEL MURO. Fr. Sacc. nov. 192. Zncominciò a congelàrsi
RASENTE IL VETRO. Sagg. nat. esp. 162.0 S. XVII. MEDIANTE, dinota Col mezzo di,
con l'aju- to di, per mezzo di, per ajuto di—Iddio mandò questo giu- i dìcio
MEDIANTE IL CORSO del cielo. Gio. Vill. 11, 2, 24.—I/ quale moto disordinàlo,
MEDIANTE I NERVI maggiori attac- càli a' mìnimi, si comùnica al cervèllo. Red.
Cons. 2, 15. Vale anche Zra, nel mezzo, —Infino a questo luogo, MEDIAN- ° TE
MOLTI AVVERSI CASI, l'ho seguìta. Bocc. Filoc. 6. S. SECONDO, GIUSTA, GIUSTO,
significano Conformità, e vagliono Di conforme, per quanto.— Essi furono,
SECONDO IL COMANDAMENTO DEL RE, menàti in Palermo. Bocc. nov. 46.— Seguendo
GIUSTA LOR POSSA ogni atto di ' guerra. Matt. Vill. 11, 45.—// tiranno, GIUSTO
IL COSTUME ° de' tirànni, ci prestò l orécchie. Id. 10, 24. SECONDO, leggesi
talvolta nel significato di Per. Era ben vestita, e SECONDO SUA PARI, assài
costumàta, e ben parlànte. Bocc. ‘nov. 85. ‘ — E quivi, SECONDO CENA
SPROVVEDUTA, furono assùi bene, + e ordinatamente serviti. Id. nov. DELLA
CONGIUNZIONE SETTINA PARTE DEL DISCORSO. Vedi Sez. I, S. VIIL 8. I. Ragionando
nella prima Sezione sopra le parti del discorso in generale, dimosirammo i
segni, detti Congiunzioni, essere stati introdotti nel discorso,al solo fine di
servir quasi come per legami tra più obbietti, più qualità, e operazioni, più
condizioni, e relazioni; ma ivi veder facem- mo nello stesso tempo, che tutte
le voci da' grammatici appel- late Congiunzioni, non sono tali propriamente, e
che perciò la definizione data di questa parte del discorso dagli stessi
grammatici, non è adeguata se non se a pochissime tra quelle, non essendo e
alire che meri avverb). Le congiunzioni servono per unire non che i nomi, gli
addiettivi, ed 1 verbi, ma anche le proposizioni intere, cioè una proposizione
assoluta ad una relativa, o una relativa ad una subordinata; lo che ognuno di
leggieri comprenderà, ove abbia ancor presente quel che da noi altrove s'
espose sulle . diverse qualità delle proposizioni, delle quali altre si dicono
assolute, o indipendenti; altre relative, o incidenti, perchè alle assolute
riferisconsi, o da esse sono dipendenti, altre finalmente subordinate perchè
dalle relative dipendono. $. III. Le congiunzioni che più importa di conoscere,
so- no quelle la cui funzione è di unire le proposizioni subor- dinate. a
quelle dalle quali dipendono; quindi noi le distin- gueremo giusta le facoltà
che ad esse attribuisconsi nel discorso. Del rimanente rimandiamo il lettore al
III capitolo della VI sezione di questa grammatica, ove il parlare delle varie
com- binazioni che esigono l' uso del modo soggiuntivo, ne porse naturalmente
occasione di motivare le molte congiunzioni che di necessità vogliono il verbo
della proposizione nel soggiun- tivo, ed altre che mandano il’ verbo
indifferentemente o al soggiuntivo, o all’ indicativo; laonde ci crediamo
dispensati dal far qui ulterior parola di quelle congiunzioni, se non solo per
noverarle ognuna nella classe a cui appartiene. Le con- giunzioni adunque
possono dividersi in: $. IV. COPULATIVE, delle quali non ve n' ha che una
propriamente detta, cioè E (1), il cui uso è da ognuno tanto conosciuto che
stimiamo superfluo il dirne altro se non che essa talora innanzi a ciascuna
parola si replica, non di necessità, ma per vaghezza. ZL’ acque pàrlan d'
Amòre, E l'ora E i rami, E gli augelletti, x i pesci È è fiori E l'erba; Tut-
tr insiéme pregàndo ch' î sempr' ami. Petr. son. 259. All op- posio tavolta
innanzi a tutte le parole, fuorchè all’ ultima, si sottintende. Z/or, frondi,
erbe, ombre, antri, onde, aure soù- vi, Valli chiuse, alti colli © piagge
aprìche. Id. son. 252. (2) (1) A questa congiuazione, per maggior pienezza di
suono , si suale aggiungere la consonante d, ove la seguente voce cominci dalla
vocale e, lo che pur talora fassi innanzi le altre vocali. Il Boccaccio , e
forse qual- ‘che altro autore ad imitazione di lui, in simili incontri adopera
sovente la latina congiunzione ef; uso che in oggi a nissuno cadrà nella mente
d'imitare, Poichè tu vuogli , che io più avanti ancora dica, ET io il dirò.
Bocc. nov. E quando ella si sarèbbe voluta dormire, ec. ET egli le raccontàva
la vita di Cristo. Id. nov. 24. (2) Stranissimo è l’ uso che gli antichi
talvolta facevano di questa congiunzione, in modo che sovente al contesto solo
conoscesi in qual senso molti l'abbiamo adoperata, imperciocchè leggesi per
ANZI: L'uomo santo, quando si parte di questa vita, allorachè tu credi ch? e'
muoja, ED e’ nasce. ‘Fr. Giord. 67. Per ANcHE: Se tu di ch' hai fede mostrato
per opèra: che ETIMOLOGIA E SINTASSI _ 369 S. V. SOGGIUNTIVE. La particella CHE
si può dire esser l' unica congiunzione soggiuntiva, imperciocchè essa o sola,
o incorporata con altra particella, ed in ispecie quando è dipendente da un
verbo, manda, più di qualsisìa altra con- . giunzione, il verbo al modo
soggiuntivo, lo che abbondante- mente è provato dall’ uso, e negli autori, e
nel conversar fa- . migliare di tuttodì, | GHE, sovente dipende da un avverbio.
Questo òrrido co- minciaménto vi fia non ALTRAMENTI, CHE a'camminànti una
montagna aspra, ed erta. Bocc. Introd. — Se essi mi parràn- | no TALI, CHE zo
possa ec. comprendere, che la vostra fede sia | migliore. Id. nov. 2.—
Bizzàrra, spiacévole e ritròsa, INTANTO CHE a senno di niùna persòna voleva
fare. Id. nov. CHE, preceduto dalla negativa non, è sovente congiunzio- ‘ne
diminutiva di numero, e di quantità. Come diàvol NON ‘ hanno, caE una coscia, e
una gamba? Bocc. nov. 54. — : NoN acéva l'oste, caE una cameretta assài pìccola.
Id. nov. : 86.— Carlo il Calvo ec. NON regnò, cHE 21 mese. Gio. Vill. 9 b) . Ù
CHE, leggesi sovente in forza di altra congiunzione, com- ‘| posta di esso.
Cominciò a riguardàre, se d’ attòrno alcùno ri- cello st vedésse, dove la notte
potésse stare, CHE (acciocchè, o afinchè) non si morìsse di freddo. Bocc. nov.
12. — Preso il : suo arco, e la sua spada, CHE (imperocchè) altre arme non ‘
aveva ec. Id. nov. 93.—Poich' e' vide la sua donna ferita, i non dimìse mai
quell’ Arùnno, cune (infiochè) l' uccise. Fior. Ital Due topi...rodéeano la
radice dell àrboro...e avèanla ia no | | 814 iutta rosa, CHE (sicchè, tanto
che) non avea se non a . tompere. Stor. Barl. 357.—£ così non restétte mai il
cavallo, | CHE (finchè) giunse alla Tinta, dov' era il suo albergo. Fr. Sacch.
nov. 64.— Zuogli ch'io ti prédichi tanto di lungi, CR’ (mentre che) hai tanti
predicatòri così presso ? Don Gio. del-. se lu non hai l’ opera , E le demònia
hanno fede. Id. 198. Per ALLORA : Quando io credo che iu ingràssi, E tu
dimàgheri. Fr. Sacch. nov. 112. ef BENCHÈ , col verbo nel modo soggiuntivo :
Quando in più libri trove- Femo due, o più lezioni, E sìan tuite buone ; ci
appiglierèémo sempre ec. @ quella de’ più antichi. Dep. Decam. 73. In luogo di
PERCIÒ: Ma poichè egli v aggrada ec. ET io il farò volentieri. Bocc. nov. 61.
In forza di A PATTO : La ecci di quelli, che n’ andrèbbono volentieri di qui a
S. Jacopo, ED e' non fossero lenùti di confessàrsi. Fr. Giord. 220. Talvolta
pare che dopo la particella siavi sottinteso 1’ avverbio Ecco : Com’ io tenèa
levate în lor le ciglia, Ep un serpènie con sei piè si lancia ec. D. Inf. 25. —
Così conformemènie andàoa la della croce dinànzi alla faccia di Santo ua, che
quando egli restàoa , ED ella restava, e quando egli an- va , ED ella andàva.
Fior. S. Frane. 124. Gramm. Ital. 48 le
Cell. lett. ®1.— Come mi potrò to partìre da costòro, CRE (senza che) '/ cuore
non mi si fenda? Vit. S. Gio. Bat. 216. CHÙEe, alla maniera dei Latini, talora
si sopprime, metten- dosi il susseguente verbo all' infinito, e cambiandosi il
subbiet- to in obbietto diretto. Per tutto dicéndo SÈ il pallafréno e’ pan- ni
avîr vinto all’'Angiuliéeri ( in vece di Per tuito dicendo CHE EGLI :/
pallafreno ec. AVEA vinto). Bocc. nov. 84. — Che la guardia e 'l govèrno al
conte significàssero LEI AVER- GLI càcua, ed espedita, lasciàta la possessione
(in vece di Che ec. al conte significassero CHE ELLA gli avea ec.). Id. nov.
49. Co' verbi temere, dubitare, suspicare e simili, soppri- mesi talvolta il
che, usandosi in vece la negativa no, o non, (che in tal caso è il ne de'
Latini) col susseguente verbo, nel modo soggiuntivo. Li due i dubitàvan forte,
NON ser Ciappellétto glingannàsse. Bocc. nov. 1.—TEMENDO NO ’/ mio dir GLi
FUSSE grave. D. Inf. 3.— Ch' io TEMO, lasso, no ’ soverchio affànno Distrùgga
’l cor, che ec. Petr. son. 84. Sicuràno vedéndol rìdere, SUSPICO' NON costui in
alcùn atto l AVESSE raffiguràto. Bocc. nov. 19. — Paréndogli olire modo più
bella che 7 altre n. ec. DUBITAVA NUN FUS- sE alcùna Dea. Id. nov. 41 I Talvolta
CHE, vale Parte, o tra. Donòlle CHE in gioje e CHE in vasellaménti d' oro , ec.
e CHE in danàri quello, ec. Bocc. nov. 19.— Era a guardàre i passi con più di
tre- Dio cavalieri, car Tedeschi, e cue Lombàrdi. Gio. Vill ,4, 5. $. VI.
ALTERNATIVE, che sono O (3), ovvERO, od O VERO, OPPURE, O PURE, OSSIA, O
VERAMENTE , SE NON come: Questo o quello; vero o falso; la pace o la guerra;
vincere o morìre ec. O, talvolta si replica. Che mi consìgli tu ch' to faccia?
© che io entri nella religione, 0 che io mi stia nel secolo? Fior. S. Franc.
NEGATIVE, che sono: NÈ, \EMMENO, NEPPU- RE o NE PURE, NEANCHE, NEMMANCO. (3) O,
innanzi ad una susseguente vocale, riceve la consonante 4. Miserère di me ,
gridài a lui, Qual che tu sii, 0D ombra, OD uomo certo. D. Inf. 1. — E non mi
stanca primo sonno, oD alba. Petr. canz. 3. — Senza for motio ad amìco , 0D a
parènte ec. Bocc. nov. Anche questa particella , si come altre simili, si trova
talvolta con l’aggiunta della consonante d, dicendosi red per sostegno della
pro- nunziìa. Peir. son. 138. — Gio. Vill. 12, 80, 1. Alle volte il nè ha forza
di negare anche un’antecedernte cosa, quantunque questa non abbia seco alcun
segno di negazione. Mi disposi a non volèr più la dimestichèzza di lui, e per
non avèrne cagione, SUA LETTERA, NÈ SUA AMBASCIATA pri colli ristoere. Bocc.
nov. 27. — IN FAENZA NÈ IN FuRLÌì gli era riràso amico. ETIMOLOGIA E SINTASSI
571 NÈ, in principio di locuzione, vale lo stesso che Von. NÉ prima esse agli
occhi còrsero dt costoro, che costoro fù- rono da esse veduti. Bocc. Introd.—NÈ
oltre a due piccole mi- glia st dilungirono du essa. Id. ivi. NE, non è
propriamente congiunzione se non quando, nella significanza di e non, serve ad
unire due parole o du- proposizioni, l' una delle quali, o la prima o la
seconda, sia già di per sè negativa, come: Mon mangia né beve; non vo- glio
cederlo né sentirlo. —NÈ più sommo di lui nelle nostre ar li, NÈ di maggiòre
fama alcùno oggi risuòna ne' nostri re- gni. Amet. 59.—Zeggiadria, NÈ beltàde
Tanta NON vide il sol, credo giammùài. Petr. canz. 44.— NÈ /' un, NÈ. l altro
gia paréa quel, ch' era. D.H4nf. 25.—Zo NON cerci NÈ con ingegno, NÈ con fràude
d' impòrre alcùna màcula all’ onestà, e alla chiarezza del vostro sangue. Bocc.
nov. 98. NÈ, talora si replica innanzi a più parole che si seguo- no. Orso, e’
non fùron mai fiumi, NÈ stagni, NÈ mare, ove ogni rivo si disgòombra; NÈ di
muro, o di poggio, o di ra- mo ombra; NÈ nebbia che *l ciel copra, e ‘1 mondo
bagni; NÈ altro impediménto, ond' io mi lagni. Petr. son. 30. (5) $. VUI. AVVERSATIVE,
cioè quelle che esprimono la contrarietà che passa fra due preposizioni, come:
ma (86), ; non già, per altro, beasì, però, benché, sebbene, quantunque, e 1.,
| ancorché, comechè, avvegnachè, tuttoché, contultochè, pure, nondimeno,
tuttavulta, contultociò, ciò non ostante, ciò non di meno, ciò non per tanto.
Nov. ant. 16. — Comandolle , che Più’ PAROLE NÈ ROMOR facèsse. Bomb. pros. 3.
(5) Nè, sta talvolta in vece della congiunzione alternativa O. De? più sanlo ,
che mai fosse ;} NÈ mai sarà , cioè il mio Signore Gesù Cristo. Fior. S. Franc.
190.—Prima ch’ î iruovi in ciò pace, NÈ tregua. Petr. son. 44.— Anzi la voce al
mio nome rischiàri, Se gli occhi suoi ti fur dolci, NÈ cari. Id. canz. 4o. All’
opposto leggesi talvolta la congiunzione alter- nativa o, ia vece della
negativa nè. NÈ mi vale spronàrlo, o dargli volla . Petr. son. 6.— NÈ di muro,
o di poggio, o di ramo ombra. Id. son. 30, (6) Da qualche esempio degli antichi
può presumersi che la particella ma originariamente significasse più , in senso
diminutivo di numero , e provenisse dal latino magis. É non avèa MA ch’ un’
orècchia sola. D. Inf. 23.—Ur cui chiami tu Iddio? egli non è MA che uno. Nov.
ant. 78. — Non avèr menàlo MA che due legioni. Volgar. di Vegez. Leggesi anche
in senso di fuorchè, salvo che, eccetto che: I vedèa lei, MA non vedèva tre
essa MA che le bolle, che 1 bollor lecdou ec. D. Inf. a:. In compagnia di.
pure, però, non di meno, tutlavia ec. par che sia anzi di ripieno che di
signitficanza. Incominciò a prènder malinconia, MA PURE aspettàva ec. Bocc.
nov. 7.— Ma PERò di levarsi era niente. D. Inf. 22.— Di que’ di Castritceso ne
furon morti assai; MA. non PERÒ presi. Gio. Vill. 9g, 305, i. - MA, come correlativo di non solo, non
solamente, non che, è particella accrescitiva, significando aumento alle cose
precedenti. NON SOLAMENTE che egli a peggio dovère operà- re procedesse, MA di
ciò che fatto avea, gl' increbbe. Bocc. nov. 45.—I/ cino, NON soLo conforta il
naturàl calòre, MA ancòra chiarìfica il sangue torbido. Cresce. 4,48, 2.—-A voi
sta bene di così fatte cose, NON CRE gli amici, MA gli stranièri di ripigliàre.
Bocc. nov. 23.— Ogni sperànza perdè NON CHE «di doverla mai riavere, MA pur
vedere. Id. nov. 46. S. IX. CONDIZONALI o SOSPENSIVE, che sono SE (7), SE MAI,
PURCHÈ, A CONDIZIONE CHE, CASO CHE, DATO GQHE, POSTO CHE, SUPPOSTO CHE, SI
VERAMENTE CHE, ec. SE, talvolta indica Dubbio. Mon so SE a vor quello se ne
parrà che a me ne parrébbe. Bocce. Inirod.—E s' io divénni allòra travagliàto,
La gente grossa il pensi. D. Inf. 54.—A cui non so S' al mondo mai par visse.
Petr. son. 154. (8) $. X. AGGIUNTIVE, sono quelle che si adoprano per esprimere
aggiungimento di alcuna cosa a quelle già dette, tali sono: Anche, anco, pur
anche, ancora, pure, eziandio, altresì, di più, in oltre, oliracciò, anzi. S.
XI. ECCETTUATIVE, che sono: Salvo che, eccetto che, fuorché, se non che. S$.
XII DICHIARATIVE, cioè quelle che servono a di- chiarare o a schiarire, le cose
dette antecedentemente, tali sono: Cioe, cioè a dire, vale a dire, ben sai, ben
sapete. $. XHI. COMPARATIVE, diconsi quelle particelle che esprimono la
simiglianza, o la proporzione, certa o probabi- (7) Siccome tuttora suol farsi
colle particelle a, e, 0, innanzi a pa rola che cominci vocale, così gli
antichi facevan talvolta con la con- giunzione se, aggiungendovi la consonante
d. Ordinò , che a lui non ve- ris e persona, SED egli non mandasse per lui.
Cronichett. d’ Amar. — Aspettiamo il Maèsiro, e sappiàùmo SED egli vuole, che
cosìe si faccia. Vit. S. Mar. Mad. 39. (8) Se, non di rado trovasi usato dagli
antichi in principio di quelle locuzioni che esprimono un qualche desiderio: e
vogliono i comentatori che in tali incontri questa congiunzione abbia la forza
di così. SE m'aùti Iddio , disse il cavalière , io il vi credo. Bocc. nov. 39.
— SE io non sia svisala, Piànger farolle amara tal folta. Id. canz. 10. — Or
dimnui, sE colu’ in pace vi guide (E mostrai'l duca lor) che coppia è questa?
Petr. Tv. d? Am. cap. 2. Leggesi anche in senso comparativo in vece di come,
avendo per correlativa la particella così. SE hanno perseguilàlo me, così
perseguiterànno voî. Cavalc. Med. cuor. 159.—-SE l' oro pùrgasi e pruòvasi nl
fuoco, e raffinasi, e così, ec. è per la infermità del corpo. Vit. SS. PP. 2,
162. Se, talvolta ha forza di benchè , ancorchè, quantunque, e simili. Si
dispose , SE morir ne dovesse, di parlàrle esso stesso. Bocce. nov. 38.
ETIMOLOGIA K SINTASSI 575 le, tra due cose; tali sono: Così, come, siccome, 0
sì come, tanto, quanto, in modo che, in maniera che, in guisa che, nello stesso
modo che, nella stessa mantera che. $. XIV. ELETTIVE, che sono: Piuttosto, più
presto, meglio, prima, anzi, innanzi; le quali particelle hanno per correlativo
che e indicano fl elezione di una cosa in confron- to di un altra, o la
preferenza di una cosa ad un' altra. CAUSALI, quelle che servono ad esprimere
la cagione di una cosa, cioè che s'interpongono tra la cosa che si ha a provare
e le.ragioni che, per provarla, si adducono ; tali congiunzioni sono le
seguenti: Perché, poiché, posciachè, perocché, perciocchè, imperocchè, iii ,
conciassiaché, conciofosseché, conciossiacosachéè, conciofossecosachè, stante
che, mentre che, mercè che. CONCLUSIVE, sono quelle, che, data la ragio- ne
delle cose, ne indicano la conseguenza, tali sono: dunque, adunque, per tanto,
perciò, però, imperò, onde, laonde, quin- di, sicchè, cosicché, per lo che, per
la qual cosa, talchè, tan- to che, per tanto, intantochè, dimodoché,
dimanierachè. DELL’INTERIEZIONE 8.8 PARTE DEL DISCORSO. Le voci che comunemente
s’ intendono per Infe- riezioni, fu già detto (Sez. I, $. VIII) non essere che
le grida, o le emissioni di voce naturali dell'uomo nel suo lin- guaggio
primitivo, in quello cioè della natura istessa, e del quale le lingue
esistenti, altro non sono che traduzioni in parole articolate ed arbitrarie;
imperocchè l' uomo, spinto dal bisogno di esprimersi, e non sapendo dare lo
sviluppo necessario a' suoi pensamenti, imitava la natura gridando A#, per
esprimere una qualche viva commozione d' animo sia di dolore, sia di disperazione,
sia dirammarico, ec. che provava. 4h adunque vale una preposizione intera, cioè
Zo soffro. Dicasi lo stesso di tutte quelle voci che si dicono Znierie- zioni,
e che noi qui in ordine alfabetico andremo enumerando. S. IL AH, AHI; segni di
dolore, di sdegno, d' ira, ec. H s' 40 ti posso avére nelle mani! spero, che te
ne farò pentîre. Zibald. Andr.—Noi andavàm con gli dieci Demònj, AH fiera com
agnia ! D. Inf. 22.—AHI Pisa, vituperio delle genti, Del bel aése là, dove
"1 sì suona! Id. ivi. 55.—AHI serva Italia, di dolòre ostello! Id. Purg.
6G.—-AHI, morte ria, come a schiantàr se’ presta Il frutto di moll'anni in sì
po- 574 PARTE TERZA che ore! Petr. son. 276. AHI, leggesi anche come segno di
allegrezza, di maraviglia, di desiderio, di preghiera, e di rac- comandarsi:
AHI che gi0jòso gàudio, e che gaudiòsa gija in amoròst {ulti spiritcàli cuori!
Guitt. lett. 13.—AHI che mirabile, e che magna mutaziòne graziòsa! Id. ivi.-AH
quanto mi paréa pien di disdégno! D. Inf. 9.—AHnI, cruda morle, come dolce fora
Il colpo tuo, se spento un degli aman- ti, Così l' altro ec.! Buoa. rim.
40.—ARI, mercé per Dio, non voler divenìr micidiàle di chi mai non t offése.
Box. nov. 19. : . , ; S$. III AHIME, o AIME, segno di dolore e di com-
passione: AHInE che piaghe vidi ne' lor membri. D. Inf. 16. Fra le voci uhé e
me vi si frappone talvolta l' addiettvo lusso, dicendosi: Ahi lasso me; ahi
lassa ine. Boce. nov. 1ò, —nov. £6.—nov. 95. S. IV. BLATO ME! BEATO TE! eec., o
ME BEATO! TE BEATO! sono espessioni denotanti Felicità, con'entezza, cc. O ME
BEATO sopra gli altri amànti! Petr. canz. 17. . S. V. Di.H, interiezione
deprecativa ed esortativa, cioe che s'adopera ini pregaudo ed in esortando, ma
per lo più interro- gativamente, DEL amico mio, perchè vuo'tu entràre in questa
fa tica? Bucc. nov. 2.—DEH perché vai? DEH perché non tar resti? D. Purg. 5.
—DEH non rinnovellàr quel che n' ancìb. Petr. son. 232.—DEH /ascia l'‘ira tua,
e perdònami omai. Bocc. nov. 77. Talvolta è semplicem. esclamativa: DEE p# chè
non prendo io del piacére, quando io ne possa avere: Bocc. nov. 4.—DEH quanto
mal fecî a non avér misericòrde del Zima mio! Id. nov. 25. DOH, segno di
cordoglio: DoR sventuràto, che Dio dia gramizza, non vedestù lume iersera ? Fr.
Sacch. nov. È. .$. VI EH, è segno di lamento. Teseid. 5, 63. EHI, vale lo
stesso che A%7, ed è anche espressione «' indignazione: EHI messére, che è ciù
che voi fate ? Bocce. . nov. 69. EIA, è voce latina che, nel Boccaccio ed in
altri anti chi, trovasi talvolta adoperata in segno’ di gridare: Era l4 .
landrìno, che vuol dir questo ? Bocc. nov. 78. Eta questo é pure il più bel
Frodo, che si vedésse mai. Fr. Sach nov. 146. $- VIL GUAI (plurale di guaio che
vale, Danno, di | sgraziu), è espressione minaccevole. Gridàndo: GUAI 4 #0!
ànime prave. D. Inf. 3.—GUAI al earn il quale va pe due vie! Mor. S. Greg. 1,
10. Talvolta è espressione di i n |
lore, dicendosi Guai a me, guai a noi, che vagliono Mise- ro me, miseri noi.
GUARDA! Voce dell’ uso, adoperata in segno di di- rezzo. $. VIII LASSO!
(sincope di /assato, participio di Jas- ‘ sare), è espressione di dolore, e
vale Misero, ci me- schino.— Quante lagrime, LASSO, e quanti versi Ho già spar-
#! Petr. canz. 38.—LASSA ME, dolente me, in che mal ora nacqui! Bocc. nov.
62.—Ma di che debbo lamentàr- mi, AHI LASSA, fuorché del mio desìre
trrazionàle? Ar. Fur. 52, 21. $.1X. 0O,OH. Queste due interiezioni servono all’
espressio- . nedì molti e var} affetti. £.° D'ammirazione: OH Zberalità di :
Natan, quanto se' tu maravigliòsa ! Bocc. nov. 93.—2° Di soverchia giopa: O Calandrìno
mio dolce, cuor del corpo mio, : ànima mia. Id. nov. 85.—3.° Di magnificare: O
groja, o inef- nl fi) fabile allegrezza! O vita intera d' amòre, e di pace. D.
Par. 27.40 D'eccesso di desiderio: O che delle scorpacciàle, che . fo me ne
piglierei. Firenz. nov. 4.—-5.° Di dolore: O quanti ; i i) r i gran palùgi ec.
rimàsero voti, o quante memoràbili schiat- te ec. st w?dero senza successòr
debito rémanere! Bocce. latrod. 6° Di sospetto: O in che paùra istacàmo, e
chente cuore era il nostro! Vit. SS. PP. 2, 3500.—7.° Di sbigottimento: OH, voi
mi avéte fatto sbigotiîre a raccontàre tante misùre. Firenz. s Dial 367.—8.
D'invocazione: £ disse all''Angelo : O, ajutami, che ’1 fuoco mi s'appressa.
Vit. SS. PP. 2, 575.—9.° Di spa- . ventare: Gridò: vB OH; per lo qual grido le
gru ec. comi- ciàrono a fuggire. Bocc. nov. D4.—10 Di semplice sclamazio- ne: O
felîici anime, alle quali in un medesimo dì addivén- i ne il fervente amòre, e
la mortàl vita terminàre. Id. nov. 57. HI, od QI, voce che si manda fuori per
indicare so- ‘verchio dolore. Ol Zasso, che tutt’ or disio, ed amo Quella, che
lo meo beni punto non ama. D. Majan. 75. — 01 cieco! le ! OI malto! OHI quanto
se’ infermo! Arrigh. 46, € 2. x x ° i | S. X. OHIMK, OIME, OME, queste
interiezioni che, com- poste da oz, e me vagliono Misero me, povero me, dolente
me ec., esprimono afflizione sì d’ animo, che per corporal doglia. Orme, anima
mià ajùtami che to muojo! Bocc. nov. 36. — OIMÈ, /erra è fatto il suo del viso!
Petr. canz. 40. Tal volta è anche espressione d’ orrore, d° indignazione e
simili: Olmè, ocIMÈ, che male è questo, che la furia, ed ebbrezza del peccato
dà tanta fortezza a' rei? Cavalc. Med. cuor.
OIBO', interiezione di disprezzo e di nausea, e sovente an- che di semphice
negazione: Ma porco! oTB0'/! questo cenciàc- cio allezza. Malm. 11, 25. — Come
tormento? Viso"! s' io ci ho diletto. Id. 8, 67. — Cacciatòr sì; per
vostra preda no; Dio ce ne, guardi, orso"! Buon. Fier. 1, 5, 11. OISE, OI
TE, od OITU'; interiezioni che vaglion lo stesso che Ozmeé, riferendosi per
altro 052 alla terza persona, ed oi fe od cità alla seconda; Olse', dolente sé,
che il porco gli era stato imbolàto. Bocc. nov. 76.— Ol TE, Aquino, che non ne
dovete avére più de’ Vescovi. Dial. S. Greg. 3, 8. — Ottu' Gerusalemme! se tu
conoscessi il pericolo ec., tu piangerèsti con esso meco. Vit. Crist. P. N.
OLA',interiezione usatà per chiamare: OLA’, garzòn, non dstàr più a disàgio,
Tòrnatene a bottéga colla bolgia. Ambr. Bern. 5, 2.— Zo me n' andùi in capo di
scala per chiamùr T oste: OLA’, dove se’? Fir. As. 22. $. XI POFFARE IL CIELO,
POFFARE IL MONDO. Interiezioni, che dinotano maraviglia. POFFARE ’L CIELO, co-
m' ella sta in tuono! Comele voci ella sa ben portàre! Buon. Tahnc. 1, 4. |
PUH, o PU, voce d’ avversione o d'abborrimento di cosa fetente: Pù! /a puzza.
Buon. Fier. 4, 2, 5. ‘— $. XII. Tra le interiezioni si noverano pure alcune
voci che formano una proposizione intera, quantunque di per sè non ‘esprimano
niun affetto: tali sono 7, zio, piano, cheto, che s' usano per dare in sulla voce;
e le seguenti: Orsà, su, via, si via, animo ec. che servono per Far animo,
incoraggiare, eccitare, ec. OnSU', giòvani, assalttàmo virilmente, e con al
ligra fronte questi dormigliòni, Fir. As. 68. VIA, usasi anche per Discacciare:
VIA, che Dio cz met- ta in mal anno, rea femmina. Bocc. nov. 67.— VIA co- stà
con gli altri cani. D. Inf. 8.— Via /adri, VIA poltròni, VIA col diàvolo. Ar.
Len. 4, 7. E talvolta per affrettare: VIA ‘avànti; qui non bisògnano al
presénte questi preghi. Filoc. DELLA COSTRUZIONE E DELLE FICURE GRAMMATICALI DELLA
COSTRUZIONE Abbiamo due modi di costruire il discorso, vale a dire, di disporre
le parole nel discorso: naturalmente e artificralmente. Nel primo modo la
costruzione è qualificata diret- ta o regolare; nel secondo inversa, o
figurata. Nella costruzione diretta, la disposizione delle parole segue l’
ordine naturale delle idee nostre, prescritto dalla grammatica (veggasi Parte
terza, Sez. II, Cap. V, $. IV; e Sez. III, Cap. II, $$. I, II, IH, IV). La
costruzione inversa 0 f- gurata, allontanandosi in gran parte da quell’ ordine,
non prende norma che dall’ armonia, o dalla maggiore o minor forza che vogliasi
dare all'espressioni, secondo che il soggetto, che si tratta, richiede uno
stile più o meno sostenuto. S. II. Per l'intelligenza delle due nominate
costruzioni, . gioverà sovvenirsi che ogni concetto esprimesi da un’ aggre-
gazione di diverse parole; e che tale aggregazione rappresenta il giudizio
della mente, per lo quale questa discerne le rela- zioni fra gli obbietti,
posti a fronte l’ uno dell’ altro. Ogni aggregazione di parole, formanti un
concetto, è detta propo- sizione, e ogni proposizione deve necessariamente
consistere in tre termini, chiamati subbietto, copula, e attributo, 0, par-
lando grammaticalmente, nome, verbo, e addiettivo, come: Cielo è sereno; Guerra
è nociva. La copula, che, come si vede, sta nel verbo sostantivo essere, e che
è chiamata così, perchè quasi leghi l' at- tributo al subbietto, può unirsi in
un sol termine all'attribu- to, forinando insieme un verbo addiettivo, e allora
la propo- sizione, quantunque, non ostante una tale unione, in realtà sia
composta di tre termini, apparentemente però componesi solamente di due, come:
Sole risplende, che vale quanto Sole è risplendente. Acciocchè lo studioso bene
intenda tali cose, lo mandiamo a rileggere con attenzione il primo Capitolo
della quinta Sez., ed in ispecie i paragrafi I, II, III, e le sottoposte
annotazioni. S. III. La costruzione diretta in altro adunque non con- giste,
che nel lasciare i termini di qualsivoglia proposizione, ognuno nel suo posto,
facendo passare ciascuno per le sue Gramm. Ital. 49 3578 PARTE TERZA varietà
grammaticali, é aggiungendo a ciascund tuelle particelle che esprimono i var)
accidenti a cui va sottoposto nel discorso, e le quali da noi del corso di
questa grammatica, ognuno a suo luogo sono state esposte. Ma l’uso continuo
della costru- zione diretta, tedio recherebbe anzichè diletto, rendendo il di-
scorso languido e monotono; cosicchè è forza ricorrer soven- te alla
costruzione inversa, onde rendere eleganti i nostri pe- riodi, e spargerli
d’una grata varietà, purchè ciò non sia a costo della chiarezza, e del retto
intendimento del senso. S. 1V. Fra tutte le lingue dell’ Europa, la sola
italiana gode della più estesa libertà nella disposizione delle sue pa- role, e
nella fabbricazione de' suoi periodi: ma non a tutti gl’ Italiani è dato
l'ingegno di farne uso con discernimento ; imperocchè è questa una facoltà la
quale più dalla natura che dall’ arte s' impara, e non è sottoposta che alle
leggi dell’ ar- Îmonia e della chiarezza; e, ove queste sono violate, qualsiasi
costruzione sarà sempre viziosa. Ì V. Le inversioni generalmente usate, sono le
seguenti. .° Il verbo innanzi al subbietto: NON TEME / ma/- vàgio è rimòrsi
della coscienza — RiveRDISCONO le piante e Derbe illanguidite. 2° L'obbietto
diretto innanzi al verbo e al subbietto: TUTTI 1 CAPELLI ‘0 mi sentìi
arricciàre. 3° L'obbietto indiretto innanzi alle altre parti del discorso: AL
PRIMO grido essi vennero in folla. — DALLA PARTE più rimòta dell’ Oriénte venne
un messaggièro. 4. L' addiettivo innanzi al suo nome: Questa sua PERSEVERANTE
asserziòne mi disperàva veramente. 3.0 L' addiettivo innanzi al verbo e al
nome: DEGNO era forse Pompéo di difenderla? 6.0 L'ad- diettivo separato dal suo
nome: Già odo la maschia eloqguèn- za nel foro RISoRTA.—Lra la città di
abitatori quast VUOTA. 7. L'avverbio innanzi al verbo : Quivi s' òdono gli
uccelli cantàre. SOBRIAMENTE dormi, acciocche non si cessi da te la virtù. 8.°
Il participio passivo innanzi all’ ausiliare: SCAN- CELLATI sono da' fasti
nostri è nomi di questi ribàldi.— Tutto PREPARATO era per riceverlo.— Delle
quali niuna il venti ed oltéisimo anno PASSATO AVEA. 9. Il participio pas- sivo
separato dall’ausiliare essere: Se # cotz nostri li SONO, dopo sì lunga ira, a
grado TORNATI.— Sempre SIA da noi il suo rome LODATO. 40. ll modo infinito
innanzi ad alcun aliro modo del verbo : Tu CONVINCER DEI Roma tutta. — Nella
novella che a RACCONTAR INTENDO.. 14.0 L' infinito s« para- to dal verbo che lo
regge: Che oPPORRE al/a lor nalva- gità potéuasi.—Si POSERO in cerchio a
SEDERE. 12° La dl ETIMOLOGIA E SINTASSI 79 preposizione col suo nome posta in
capo al dfscorso : Con CONSENTIMENTO unanime tutti dissero. 13.0 Il nome del
pos- sessore innanzi a quello del posseduto : Egli ha di cittàdino vero, e non
di PRINCIPE /' ANIMO.—Del TEBRO in sulla RIVA ec—Hat di STELLE immortili durea
CORONA. 14. H verbo in fine di tutta la frase: E velàti gli occhi, ed ogni
senso per- dùto, di. questa dolénte vita si DIPARTI.—Che, doce per di- letto e
riposo andiàmo, noja, e scàndalo non ne SIEGUA. Tu devi Foo st che © beni tuoî
durevoli ed eterni RIMANGANO.— Felice te, o Trajàno ! che congiùnti non hai,
che . figli, paréntî, ogni più cara cosa nella sola repùbblica CONTI. . VI.
Milioni d' esemp) di armoniosissime e chiarissi- : me inversioni potrebbersi
addurre, tratti dalle sublimi opere ; hi 7 # : del Boccaccio, del Machiavello,
del Guicciardini, dell’ Alfieri, det Verri, e d’ altri sì antichi che moderni
scrittori, a’ quali noi mandiamo lo studioso, onde li legga, e ne colga il
bello per formarsi uno stile di scrivere. Dobbiamo per altro renderlo
avvertito, ehe leggonsi presso gli antichi, ed in ispecie nel + Boccaccio,
delle costruzioni inverse che a nissuno oggidì ver= pi id rebbe nel pensiero di
usarne di simili, se non volesse muo- : ver le risa e farsi riguardare qual
affettato e pedantesco scrit- ‘ tore. Fra le molte di tali costruzioni, le
quali oggi sarebbero incompatibili, citeremo la seguente del Boccaccio» Im
questi ‘ tempi avvénne, che la città di Faenza, lungamente in guerra - ed in
mala ventùra stata, alquànto in miglior posizione ri- a NI i tornò; e fu a
ciascùno che ritornàrvi volesse, liberamente con- : cedùto il potérvi
ritornàre. Per ridurre quest' esempio ad una , costruzione più conforme al
gusto moderno, bisognerebbe di- L. n] ' ' re: Aovenne in questi tempi, che la
città di Faenza, dopo di essere stata lungamente in guerra ed in mala ventura,
ri- ; tornò alquanto in miglior disposizione, e fu Siberamente t T \ concedulo a
ciascuno, che volesse tornaroi, il potervi ritornare. L'accento oratorio è
quella posa chesi fa colla voce ‘più su d'una parola, o su d'una frase del
discorso che su \ tl 4 t “d’ uo altra. Talvolta alla maniera. dì disporre le
paro- le del. discorso contribuisce la commozione d'animo di chi scrive o
parla, anteponendo quella parola, dalla cui idea l’ani= ma è più scossa che ron
è da quella delle altre; una tal pa- i rola dicesi portare l'accento oratorio.
Siane esempio la sc- 4 I guente frase costruita in tre differenti maniere: Sono
INFELI- ce perchè ho ascoltato troppo i suoi consìgli. Perchè ko o ASCOLTATO #froppò è suoi seni , sono
infelice—Perchè ho TROPPO ascoltàto i suos consìgli, sono infelice. Nella prima
costruzione, l'accento oratorio cade sulla parola infelice, per- chè l' anima è
più commossa dall’ idea della propria infelici- tà che da quella della causa
che l'ha prodotta; nella secon- da costruzione l'accento oratorio trovasi sulla
parola ascolla- to, perchè cagiona più dolore la causa che l'effetto; nella
terza costruzione in fine |’ avverbio £roppo porta l' accento, perchè pare che
la dismisura della causa, commuova più l'ani- ma che non fa la causa stessa, nè
l’effetto, Più volte in quest'opera ci è occorso dover far conoscere le
alterazioni che sovente han luogo nel naturale andamento dell’orazione, sia
aggiungendo, sia sopprimendo, sia cambiandone qualche parte. Or, i motivi per
cui tali liceo si permettono, chiamansi Figure grammaticali. | Riconosconsi in
grammatica sei figure principali, che con greche voci si appellano: E/lissi,
Sillessi, Pleonasmo, Enal- lage, Iperbato, e Tmesi. 8. Il. Per l'EttLissi, che
vale: Difetto, o Soppressione, Sì ‘ tralascia qualche parte del discorso, la
quale di leggieri possa sottintendervisi. L'E/Zss: è di due specie: la prima si
fa quan do si sottintende una parola, la quale affatto non è nel discor- so;
l'altra si è quando si suppone ripetuto un nome od un verbo, che v' è già stato
espresso, il che più propriamente di cesi Zeugma cioè, Connessione. L'Ellissi è
tanto frequente ne- gli autori, ed anche nel conversar famigliare, che
superfluo crediamo il citarne degli esempi. S. III. Per la SrLLESsI, o
SiLÈpPsI, che vale Concezione le parti del discorso sembrano discordare fra
loro, ma cons derato il senso, non discordano. Questa figura è poco usata, e
dove si trova può dirsi esser la stessa che l' ellissi; come ne’ seguenti
esempj: Che sotto l acqua ha gente che sospira E (i sospiri) FANNO pullulàr
quest acqua al summo. D. Inf. 7.—Perchè quella BESTIA (d'uomo) era pur
disposto. Bocc. nov. 64. Le discordanze che in alcuni esempj sì de Bocc., che
di altri autori, sì leggono, e che per avventura non sono se non errori di
qualche copista, vengono da' gramma tici giustificate come fatte per sillessi.
Z/ re co'suoi compagni DON ti “a BIMONTATI (rimontato) a cavàlloal reàle
ostilre se ne TOBNARONO (tornò). Bocc. nov. 96.— Come fu (furono) in Fi- renze
TAGLIATE LE TESTE a più de’ Guazzalòiri da Prato. Matt. Vill. 2, 62.— Per
ciascùno di questi si PROROMPE (019000 le biade e fa lor perdere la virtù.
Cresc. Il pleoNASMO, che significa Ridondanza, è una figura per cui, onde dar
maggior pienezza od ornamento al discorso, sì aggiunge a questo alcuna parte
non necessaria, O apparentemente superflua. Per questa figura usansi sovente,
come solo ripieno, le par- ticelle pronominali egli, eé, ella, esso, mi, ci,
ti, vi, si, ne, lo, Za; ma sull'uso di queste nulla evvi a ripetere qui, im-
perocchè ne abbiamo copiosamente trattato a' capitoli 1 e II, della terza
Sezione. La preposizione con è un vero pleonasmo ne' detti con meco, con teco,
con seco ec. Dite che CON meco se ne venga; e così anche il pronome esso, ne'
detti esso Zui, esso lei, es- so not, esso loro ec., e nella composizione delle
voci /un- gh' esso, sovr' esso, veggasi Sez. terza, Cap. I, $. VII. Fra i
pleonasmi possono annoverarsi le particelle gi4, su, alto, e via, ne'detti
scender giù, montar su, salire in alto, gittar via ec. Finalmente come
pleonasmi molte volte si considera- no le particelle altriménti , bello, bene, ecco,
già, mica, non, ora, poi, pure, come nelle seguenti e simili frasi. Zo non so
ALTRIMENTI chi egli sia. —È partito di BEL giorno. — Il lavoro è BELL'e fatto.
— Leportò cinquecénto BE' fiorini d' oro.— Glielo ho mandàto a dire per BEN
dieci colte. E BENE, volele voi farlo ?— Gli domandi se gli bastàca l'àni- mo
di cacciàrlo, ed egli rispose: sì BENE. Quand' Ecco egli entrò tulto pàllido.—
Non GIA' che i0 per questo vt condànni. — Non credo io GIA’ che ve ne avrete a
male.—Egli non è MICA un minchiòne.—Non son wicA favole. — Digli che si guardi
di NoN crédere alle fovole di costùi.— Io temo che NON gli succeda quulcòsa di
peggio.—Non è POI caro quanto mi diceste.— La cosa é tanto da rìdere che io PUR
la dirò. Ella è PURE una cosa dispiacéevole.—Ve l'ho PUR delto tante colte. Ma
s ingannerebbe chi per avventura credesse che tut- te le nominate particelle,
usate come negli allegati esemp], sie- no sempre pleonasmi: esse sovente
servono pel compimento d' una sentenza, e scuoprofio piuttosto un e/list; 0
rendono un concetto per esprimere il quale altrimenti, una circonlocu- zione di
parecchie parole abbisognerebbe. S. V. Per VENALLAGE, che vale Permutazione,
cambiasi ed Javertesi l’ ordiné de' termini nel discorso, contro le regole I della lingua, sostituendosi una parte
all'altra, come: l’ infi- nito del verbo in vece del nome astratto: £ da questo
i no- stro VIVER (vita) Zieto che voi vedite. Bocc. nov. 79. L’ ad- diettivo in
vece dell’ avverbio. Ora tutto APERTO (apertamente ) ti dico che per niuna cosa
lascerèi di cristiàno farmi. Id. nov. 2.— Chi non sa come DULCE (dolcemente)
ella sospira. Petr. son.- 126. Il modo infinito in vece del soggiuntivo. Se
fosse un palàgio ec., e non fosse chi l’ABITARE (cioè Chi i bias). Fr. Giord.
pred. Il tempo passato indefinito in ve- ce del definito. A/zàta alguànto la
lanterna EBBE VEDUTO il cattivel di Andreùccio. Bocc. nov. 15. Il participio
per l' in- finito. FECE vEDUTO a' suoi sudditi (cioè Fece vedere). Bocc. nov.
100. (Queste due ultime permutazioni, sarebbero ‘oggi reputate solecismi ). Il
soggiuntivo per l' indicativo. : Ve- di bestia d' uomo, che ardìsci, dove io
SIA (sono) a parlàre prima di me. Bocc. nov. 54. Il passato del presente. Za
don- na guardàtolo che AvesTI (hai) Anzchino? duolti così che i0 ti vinco?
Bocc. nov. 67. L’ imperfetto del soggiuntivo per lo trapassato dello stesso
modo. Alzò questo la spada, e ferito l'avrebbe, se non rosse uno che stava
ritto innanzi (cioè Non fosse stato). Nov. ant. 94. Per la stessa figura usasi
talvolta un verbo per un altro, come Sapere per Potere. Non SAPREI vivere senza
di let (cioè Non potrei vivere). Avere per Reputare. AVERLO per santo
(riputarlo per santo). Fare per Procurare. FATE che venga (Procurate che
venga), ec. Per l' IPERBATO, cioè Inversione, rovesciamento, s'inverte, o si
traspone l' ordine naturale delle parti del discorso – H. P. Grice: “love that
told would cease to exist” – Blake. In virtù dell’ iperbato l’ addiettivo al
nome premette- 6ì; il subbietto si pone dopo il verbo, e questo dopo l” ob-
bietto diretto, la qual costruzione, perchè è contraria all’ or- dine delle
nostre idee, è detta Costruzione inversa. ( Rileggasi il Cap. antecedente.) Per
la stessa figura si frappone il nome a due addiettivi, come: 4 piè d'una
BELLISSIMA fontana e CHIARA, che nel giùrdino era, se n’ andò. Bocc. nov. 6. S.
VII. Per la TMESI, si divide una parola in due, intra- mezzandola di un’ altra
parola, come: Accio dunque CHE per ignorànza non st scisino. Passav. 98. Per la
stessa figura si tronca la desinenza mente dal primo de’ due avverbj che sì
seguono, come: Moréndo egli per sorte, co' suoi danàri AL- TA e RICCAMENTE
rimarttàr la potrebbe. Lasc. Gelos. at. f, sc.2. INDICE ALFABETICO DELLE MATERIE
CHE NELLA PRESENTE OPERA SI CONTENGONO A prima lettera dell’alfabeto prima
delle cinque vocali segnacaso d’attribuzione o tendenza preposizione oppostaa
da, indicando il termine a ‘cui tende o si dirige l'azione (H. P. Grice: “If
Frege would ask me ‘what is the sense [sinn] of ‘to’?’ I don’t think he’d be
expecting an answer!” -- si cangia necessariamente in ad innanzi a pa- rola
cominciante con a 340. — coi verbi di moto, indica il termine a cui il moto è
diretto 341.— espri- me varie altre modificazioni 342. — trovasi invece di
diverse altre preposizioni 342.— Diversi modi di dire con questa preposizione
343. “ ABBENCHÉ congiunzione, avversili- i L n f va lo stesso che Benchè 371.
ABBIENTE, ABBIENDO, ABBIUTO, ABBO, voci antiquate del verbo AVERE 185.
ABLATIVO, sesto caso de’ Latini, sup- plito appo noi col segracaso da, in- dicante
uno degli obbietti indiretti del verbo 77 a 7 ° ACCANTO, ALLATO, preposizioni
in dicanti Prossimità dalla parte del fianco 366. ACCENTO, cosa sia 33.— tonico
33. ACCIDENTI del nome, che sono sei 60. ACCOSTO, avverbio di luogo poco.
—acuto 33.—grave 33.—su qua- li vocali si metta, e su quali no 34 a
37.—oratorio 380. distante ACCOZZNAMENTO di due particelle pronominali 108 a
111.— ACCOZZA- MENTO di un pronome obbietto di- retto, con un altro che è
obbietto indiretto 108.— ACCOZZAMENTO dei pronomi primitivi fra di loro
ACCOZZAMENTO di uno de’primitivi coll’ identico sì ACCOZZA- MENTO di uno
de'primitivi co’pro- nomi di luogo cz e vi 108.—ACccoz- ZAMENTO de’ primitivi
co’ relativi 108.—ÀCCOZZAMENTO d'uno de’ pri- mitivi con la parlicella ze 109.—
ACCOZZAMENTO del pronome gli ob- bietto indiretto, col pronome /e obbietto
diretto ACCRESCITIVI (Nomi), . Àc- CRESCITIVI (Addiettivi) 121. ACCUSATIVO,
quarto caso de’Latini, indicante l’ obbietto diretto del verbo 79. . ACUTO
(Accento) 33. ADAGIO, avverbio di tardanza o lentezza di tempo 329. ADDENTRO,
avverbio di luogo inte- riore 333. ADDIETTIVO, terza parte del discor- so 52.—
la sua definizione 53,— Onde derivi un tal termine Gli ADDIETTIVI accennano le
qualità naturali ed accidentali de’ nomi 117. — Si dividono in Fisici,
Metafisici, Attivi e Passivi 117 a 118.—Gliî ADDIETTIVI fisici soli hanno la
proprietà di qualificare i nomi 117 a118.—Si dividono meglio in Qua-
lificativi, Pronominali, Dimostrati- vi, Determinativi, Quantitativi, e
Numerali 118.—Gli ADDIETTIVI qua- | lificativi sono gli stessi che gli
ADDIETTIVI fisici .— Gli aD- . DIETTIVI qualificativi spesso si pon- gono in
vece de’loro nomi astrat- ti 118 a 119. ma allora perdono af- falto gli
attributi di ADDIETTIVI () I numeri segnati in quest Indice son quelli delle
pagine. \ MV 384 V 218.—Gli ADDIETTIVI devono accor- darsi coi loro nomi in
genere edin numero119.—Variano in genere e in numero cangiando la loro
desinenza Osservazioni sulla concor- danza degli ADDIFTTIVI co’loro no- mi rig
a 122.—Sonovi ADDIETTIVI di doppia desinenza 119.—Qual po- sto l’ ADDIETTIVO
debba tenere nella costrazione della frase Alcuni ADDIETTIVI variano di
significato, secondo che souo posti © avanti o dopo il nome 123.— Il nome
talora si pone tra duc AD- DIETTIVI, costruzione usitalissima nel Boccaccio
Maniera di formare il plurale degli ADDIETTIVI 121.-—Concordanza d’ un ADDIET-
TIVO quando con un nome di ma- schio trovasi un soprannome fem- minino
120.—Osservazioni sulla concordanza degli ADDIETTIVI mez- zo, salvo, e tullo
120 e 121.— ADDIETTIVI accrescilivi, peggiora- tivi, e diminutivi 121.—Sonovi
ADDIETTIVI che possono prendere due o tre delle desinenze diminuti- ve
121.—.Molti ADDIETTIVI posso- no adoprarsi avverbialmente 335. ADDIETTIVI
pronominali. Vedi Pro- NOMINALI. | ADESSO, avverbio di tempo presen- te 327.
ADUNQUE, congiunzione conclusi» va 373. AFFERMAZIONE (Avverbj di) 334.
AGGIUNTIVE (Congiunzioni) 372. AGLI, articolo composto, plurale di Allo 85. AH,
AHI, interiezioni indicanti dolo- re, sdegno, ira, ec. AHIME, AIME,
interiezioni indican- ti dolore, compassione, ec. 374. AI, articolo composto,
plurale di Al 85. AL, articolo composto del segnaca- caso a, e dell'articolo il
85. ALCUNO, addietivo pronominale di- stributivo 148.—Questo pronomi- nale
accompagnato da particella | megativa, vgle lo stesso che Nes- suno e Niuno
148. ALFABETO, cosa sia 4.— quante let- tere contenga 4. ALLA, articolo
composto femminino, contrazione del segnacaso a e dell' ‘ articolo 2a 85. ALLE,
articolo composto, plurale di Alla ALLO, articolo composto, contrazio» ne del
segnacaso a e dell'articolo lo 85. y ALMENO, PER LO MENO, avverb) di quantità
335. ” ALQUANTO, addiettivo quantitativo, che vale UV poco 160.—Trovasi anche
come nome astratto 160.— avverbio di quantità 335. ALTERNATIVE (Congiunzioni)
370 ALTRESI, congiunzione aggiuntiva 372. ALTRETTALE, addiettivo determina .
tivo 156.—vale quasi A/fro tale 158. ALTRETTANTO, particella compa rativa in
grado eguale 124.—id- dieltivo quantitativo, dinotanle uguaglianza di numero,
di pes0 o di misura 160. ALTRI, pronome personale indeter- ‘minato 115.—Non va
soggetto 23 alcun cangiamento di numero 0 di genere 115. ALTRO, addiettivo
determinativo di diversità, e vale Diverso, cioè Che non è lo stesso 158. i
ALTRONDE, ALTROVE, avverbj di luogo e vagliono il primo Da allro luogo , il
secondo In altro lu go 333. ALTRUI, pronome personale inde . terminato 116.—Non
si adoperache nel numero singolare e nel gent: ‘ re maschile, e non mai nel
rappor to di subbietto 116. ANCHE, ANCO, congiunzioni aggiu? tive, esprimenti
Aggiungimento di alcuna cosa 372. l ANCORA, avverbio di tempo, espri” mente che
una cosa dura anche presente 328.— avverbio di quan | tità 335.— congiunzione
aggiunti” va 372. i ANCORCHÉ, congiunzione avversali: va, esprimente la
Contrarietà € passa tra due proposizioni 37!., ANDARE, verbo irregolare della
pri ma conjugazione 205.— la sua 0° njugazione 205 a 210,—ANDARS considerato di
per sè, non è ir! golare 205.—Ragionamento sull'a3 À 1 ner] Casi ii. a Le Sera»
‘)( 385 damento. di questo verbo, e Mi ai di città e di persona 87.— suoi
composti 205.—-Modi di dire eccezioni su questa regola 87.— col verbo ANDARE
Prendono l’ ARTICOLO i cognomi ANOMALI (verbi) della prima conju-
—88.—Osservazioni sull’uso dell’AR - gazione 205 a 210.— della seconda —TICOLO
innanzi a’'nomi caratteri- conjugazione 243 a 269.—della ter- stici 88 e 89.—
Osservazioni di- za conjugazione 282 a 285. verse sull’ uso: dell’ ARTICOLO de-
ANZI, avverbio di tempo passato 3a7. terminante 89.—Gli addiettivi, — Avverbio
di preferenza 334.— gl’infiniti, gli avverbj presi come Congiunzione aggiuntiva
372. — nomi, vogliono l’ ARTICOLO 89 Congiunzione elettiva, e vale Piut- e
go.—Si ommette l’ARTICOLO in tosto 373. | molti modi di dire propr) 90.—
APOSTROFO, cosa sia 47.—dove si Quando si debba replicare 1’ AR- ponga 47.—a
che serva 47.—indica —TIcoLO determinante, allorchè due il mancamento d'una
vocale 47. o più nomi si succedono go e gi. e talvolta anche il mancamento —
Quando l’ARTICOLO determinante d’una o più consonanti 47. Vedi sì debba
replicare allorchè un no- TRONCAMENTO: me è accompagnato da più addiet-
APPIENO, AFFATTO, avverbj di tivi 123.— Dell’ ARTICOLO indeter- quantità 335.
minato quando il nome è quali- APPO, APPRESSO, preposizioni di ficativo 92.
prossimità di luogo, e vagliono lo ASSAI, addiettivo quantitativo 159. stesso
che Presso 365. i —Avverbio di quantità e numero APPRESSO, avverbio di tempo,
in- 335.—ASSAI VOLTE, avverbio di dicante la successione di una co- tempo,
indicante la frequenza e sa ad un’altra, o di un tempo ad durata di tempo 328.
un altro 328.—APPRESSO, avver- ASSOLUTO (Superlativo ) 131. Vedi bio di luogo
poco distante 334. SUPERLATIVO. APPUNTO, e PER L'APPUNTO, av-- ASTRATTI (Nomi)
58.—Cosa s’ in- verbj d’affermazione 334. tenda per NOMI ASTRATTI 58. —
ARTICOLO, cosa sia 82. — Perchè Come perlo più terminano i NOMI l'ARTICOLO sia
stato introdotto nel - ASTRATTI nella Jingua italiana 58. discorso 82.—a che
serva 82.— ATTIVI (Addiettivi) 117. Vedi Ap- ve ne sonodidue specie: l'ARTICOLO
—DIETTIVO. — ATTIVI (Verbi) 167. determinante o determinativo, e Vedi VERBO.
l’ARTICOLO indeterminato 83. —L’ ATTIVO (Participio ) 170. Vedi Par- ARTICOLO
non forma parte separata TICIPIO. del discorso, ma è un mero segno ATTRIBUTO,
terzo termine della indicante uno de’ sei accidenti del proposizione 166 e 377.
nome 83.—Le sei particelle for- AUSILIARI (Verbi) 175.—Cosa s’ in- manti |’
ARTICOLO determinante, tenda per VERBI AUSILIARI 175.— sono prese tra quelle
de’ pronomi —La lingua italiana ha due verbi Au- personali .—L’ARTICOLO deter-
SILIARI:175. Vedi AVERE ed ESSERE. minante si contrae in una sola AVANTI,
avverbio di preferenza 334. parola con le preposizioni a, corn, —Preposizione
opposta a Dopo e da, di, in, per, su 84 e 85. a Dietro 360.— usasi colle parti-
L’ARTICOLO co’'nomi significativi di celle a, di e da 360. tutt’ una specie 85
e 86,—L' ARTI- AVE, voce poetica invece di ha 3za COLO co' nomi significativi
d'una . pers. sing. del verbo Avere 185. classe sola 86.—L’ ARTICOLO coi AVEA e
AVEANO, voci poetiche per momi significativi di alcuni indi- Aveva e Avevano
186. SI vidui determinati 86.—L’ ARTICO- AVEMO in vece di Abbiamo, è voce LO sì
mette innanzi a’ nomi pro- originaria italiana, spesso usala prj di paesi e di
regni 86.—L’AR- dagli antichi, ed è neppure da ri- - TICOLO non si melte
innanzi ai gettarsi a'di nostri 186. Gramm. Ilal. 50 : > 386 Y AVERF,
Wetlé ché atill’otfrinale suo significato, esprime l’ossedi- mento di cosa
175.—la sua conjue gazione è irregolare, ma non di- fettiva 177.—è accettato
come Ver- | bo ausiliare, nel qual carattere ‘ concorre al compimento della
con- jugazione de’ verbi principali 175. — Conjugazione del verbo AVE- RE 185 a
188.— Modi di dire col verbo AVERE 188 a 190. AVVEGNACHE, congiunzione avver-
saliva, esprimente Contrarietà 371. AVVENIRE (In e Per 1’), avverbio di tempo
futuro 328. AVVERBIO, termine grammaticale; quarta parte del discorso 52.—la
sua definizione 54.—la sua origine 54 e 3a5.—la sua importanza nel discorso
325.—Perchè a tutte le voci modificanti si sia dato il no- ime generico di
AVVERBIO 326.—- Degli AVVERBI finienti in mer fe 326.—origine e spiegazione
del- la terminazione menze 326. —Gli AVVERBJ che terminano in mente, si formano
dagli addietlivi, cam: biando l’ o finale di questi in a 326.—Ove gli addiettivi
si ter« ‘ minano in/e o re, l’e finale di ques .sta terminazione si tronca .—
Non v'è addicttivo che non possa divenire AVvERBIO mediante la de- sinenza
mente 327.—Allorchè due AVVERBJ terminanti in mente si seguivano, gli antichi
spesso trons cavano questa desinenza nel pri- mo 327.—Gli AvvENBI composti di
due o più voci, sono modi avver- biali anzichè AVVERBI 327 e 328.— AvvxeRBJI di
manera 327.—di ordi- ne 327.--dì quantità .—di lem- po 327.— di tempo presente
è327.— di tempo passaio 327.—di tempo fu- furo 328.—d’ affermazione 334.—di
negazione 33j.—-di modo 334. — di qualità 334.— di preferenza .334,. ‘ di
similitudine 335.— di quaniilà e numero 3535. — di probobililà , dubbio,
eincerlezza 335.— di diver- sità e contrarielà 335. R B, seconda lettera dell’
alfabeto, e prima delle consonanti 4.— È con- ‘sonante labbiale 15.—in Toscana
.si pronunzia di, in Roma e in Lom- bardia de 15.—essa si avvicina al pe
alv15.—GliEgizi, esprimeva- ‘oo il 3 colla figura d’ una pecora 15.
—Quest#élettera era anticamen- ‘te anche numerale 15. BENCHE, ABBENCHE£,
congiunzioni avversative, esprimenti La con- ‘ trarietà 371.—vuole che il verbo
che lo seguc, stia nel modo sog- giuntivo BENE, avverbio di qualità 334.
BENSI’, congiunzione avversaliva , ‘ esprimente Contrarietà 371. BISILLABI
(Vocaboli ) 31, BREVE (in), avverbio di tempo ‘faturo 328 G Cy terza lettera
dell’ alfabeto, € se- conda delle consonanti 4.—èé con- sonante dentale innanzi
all’ e ed î, e gutturale innanzi all’a, o, u, Is r 14 e 15.— da’ Toscani si
pronunzia ci, e dagli altri italiani ce 15.— unita all’ £ è sempre gut- «turale
16.—essa raddoppiasi nel mezzo delle parole t6.—forma con- sonanle composta
iriseparabile con la ZL, e con la £ dopo di sè, e con la S avanti dî sì 16.—Per
la sua parentela col G, gli antichi scambiarono sovente | uno per ‘I’ altro
17.—1l C è lettera nume- rale romana, e vale Cento 17. CARATTERISTICI (Nomi) ,
cosa si- ano 59. — Osservazione su tali nomi 59. CARDINALI (Addiettivi numerali
), cosa significhi il vocabolo CAR- DINALE come aggiunto di nume- ro 161.—vale
lo stesso che Prin- cipale, cioè Che regge, che so- stiene 161. CASO, CASI,
termine grammaticale . latino 77.—Cosa s’intenda per CASI La lingua italiana
non conosce ì CASI 77 e 78.—Denomi- nazioni de’ casi latini che sono sei
78.—Spiegazione del sistema latino riguardo a’ casi 78.— Co- me nella lingua
latina i differen- è ; }( 33 ti rapporti del nome si distinguo- no mediante i
casi 73. — Ordine da tenersi nell’ enumerazione de’ Casi latini 79. —
Denominazioni da sostituirsi nellelingue viventi a quelle dei casi lalini
79.—Os- servazione sul caso detto vocati- vo 79. i CASO CHE, congiunzione
condizio- male, o sospensiva 372.—regge il suo verbo nel modo soggiunti- vo
229. CAUSALI (Congiunzioni) esprimen- ti La cagione d’ una cosa 373. CEDERE,
verbo preso per modello de’ verbi di seconda conjugazione 198 a 201. GERTO ,
avverbio dq' affermazio ne 334. CH, consonante composta, che ha al suono
gulttuvale, anche innanzi e ed i 16.—davanti a’ dittonghi 4, ie, io, iu,
ottiene un suono più . schiacciato che non ha quando è seguito da 7 semplice
16. CHE, addie:tivo pronominale con- giuntivo positivo 139.—quando è relativo a
una cosa, a un’ azione, ‘ 0 ad una frase intiera, va prece- duto dall’ articolo
determinante il, ed è di genere neutro 139.— CHE, addietlivo pronominale coa-
giuntivo interrogativo 140.—la- nanzi a parole che cominciavano da vocale, gli
antichi solevano aggiungere al cHE la lettera 4, formandosi CHED 13y. CHE,
particella correlativa nelle comparazioni, di grado maggiore e minore 126 e
127. CIIE, congiunzione soggiuntiva 369. —sovente dipende da un avverbio 369.
—CHE, preceduto dalla negativa non, è sovente congiunzione dimi- nutiva di
numero e di quantità 369.— sovente trovasi in forza di allra congiuazione
composta di es- so 169.—UiE, alla maniera de’ la- tini talora si sopprime,
mettendo- si il susseguente verbo all’ infi- nito 370. 3 CIH E CHE, e CHECCHE,
addicttivi conomiaali indefinita e vagliono fo stesso che Qualunque o Qualun-
que cosa 230, It dai ettivo pronominale congiua- tivo, e sigaifica Colui che
143.— usasi frequentemente peo iuler- rogare, ma sempre di persona non mai di
cosa 144.—noa di ra- .do ha il verbo dopo di st nel modo soggiuntivo 293. . CHI
CHE SIA, CHICGIIESSIA, CHIUN- QUE, addiettivi pronominali ia-. detiniti, che si
dicono -di perso- na 149. CI, pronome personale primitivo di prima persona
plur. nell’ obbiet- to diretto, e vale Noi nell’obbietto indiretto vale A noi
Ci, pronome di luogo CI, è talvolta pronome. di terza persona come obbietto indiretto,
nel rapporto di attri- buzione o di tendenza CI usa- to per solo ripieno, o per
accompa- guaverbo CIASCUNO, CIASCHEDUNO, addiet- tivi pronominali distributivi,
e. vagliono lo stesso che Ognuno 147. CIO’, addiettivo pronominale dimo-
strativo invariabile, e vale Que- sta o quella cosa 156. CIOE, CIUE A DIRE,
congiunzioni dichiarative 372. CIONONOSTANTE, CIONONDIMENO, CIONUNPERTANTO,
congiunzioni avversalive, csprimenti La contra- rietà che passa fra due
proposi- zioni 371. i CIRCA, preposizione, che vale lo stesso che Inforno
CIRCA, INCIRCA, ALL'INCIRCA, avverbj di probabilità, o di dub- bio 335.
CIRCONFLESSO (Accento) 33. COGLI, articolo composto, plurale di Colla 85. COI,
articolo composto, plurale di Col 85. COLA’, avverbio di luogo, che vale In quel
luogo 332. | COLAENTRO, avverbio di luogo, com- posto di Ero, e della
particella Colà 364. COLAGGIU”, COLAGGIUSO, COLAS- SU’, COLASSUSO, avverbj di
luo- go, composti della particella colo , e di su, e di giù 332. COLEI, pronome
persopale dimo» strativo, femminino di Colui e 113. COLLA, articolo composto ;
femmini- no di Col 85. . COLLETTIVI (Nomi),esprimono Una moltitudine d’
individui 59.—COoL- LETTIVI (Numerali) 164. COLLO, articolo composto , o con- ,
tratto in una parola della prepo- sizione Con e l’ articolo /o 85. COLON, woce
greca indicante l’ in- terpunzione da noi detta Due punti COLORO, pronome
personale dimo- strativo , plurale di Colui 112, ‘@ 113. CULUI , pronome
personale dimo- strativo, che vale Quegli sì trova riferirsi anche a “cose
inanimate 113. COME, particella correlativa nella comparazione in grado eguale
124 ‘e 125. —Avverbio di similitudine 335. — Congiunzione comparati- va 373.
COMECHE, congiunzione avversati- va, esprimente Contrarietà 371.— vuole il
verbo, che gli segue, nel modo soggiuntivo 299. COMMA, voce greca, che vale lo
stesso che Zirgola ; una delle no- stre interpunzioni 51. COMPARATIVE
(Congiunzioni ) e- sprimenti La simiglianza o la pro- orzione tra due cose 372.
COMPARATIVI (Addiettivi) 124 a 128.— ia grado uguale 124.—in 112, grado
maggiore e minore 126. Vedi GRADI DI COMPARAZIONE. COMPARAZIONE (Gradi di) 124
a 132. Vedi GRADI DI COMPARAZIONE. COMPOSTE (Consonanti) 14.—di due lettere
15.—di tre lettere 15. COMPOSTI (Numeri) 163. COMUNE (Nome), una delle divisio-
ni del nome 56.—Divisione de’no- MI COMUNI 57 a 59.—Il NOME co- MUNE, È
applicabile ad una specie intera, ed anche ad alcuni indivi- dui della specie
82. CON, una delle preposizioni primi- tive 336.—l’ originaria sua fun- zione
sì è di esprimere la relazio- ne di compagnia ponesi an- che innanzi ai nomi di
strumen- >. 2 MX 388 Y ti 350.--usasi anche innanzi ai nomi che
significano certi modi di agire 350.—maniere di dire con questa preposizione
350. — Con, - sSoppressane la 72, s' incorpora coll’ articolo determinante 85 e
351. s' incorpora parimente co’pronomi personali me, Ze, se, noi, voi103 e 351.
CONCIOFOSSECHE , CONCIOFOSSE- COSACHE , CONCIOSSIACHE , CONCIOSSIACOSACHE',
congiun- zioni causuali, esprimenti Cagio- ne d’ una cosa 373. CONCLUSIVE
(Congiunzioni ) indi- canti la conseguenza delle cose 373. CONCORDANZA degli
addiettici CONDIZIONALE (Modo), uno de’cin- que modi del verbo 169.
CONDIZIONALI (Congiunzioni) 372. CONGIUNTIVI pronominali PRONOMINALI.
CONGIUNTIVO (Modo) Vedi Sog- GIUNTIVO. CONGIUNZIONE, ottava parte del discorso
5a.—sua definizione 54. —sua origine 54. — Osservazioni intorno alle particelle
dette con- GIUNZIONI 535.— Non tutte le voci, che da’ grammatici come CONGIUN-
ZIONI vengono indicate, sono ta- li 367.—Le CONGIUNZIONI servono per unire i
nomi, gli addiettivi, i verbi ed anche delle proposizioni intere 368.—Quelle
CONGIUNZIONI importa più conoscere, la cui fun- zione è di unire le
proposizioni su- bordinate a quelle dalle quali di- pendono 368.—CONGIUNZIONI
co- pulative 368.— soggiuntive allernalive negative avoversaltive aggiuntive
condizionali eccellualive dichiaralivce comparalive elettive causali conclusive
CONIUGAZIONE de’ verbi 175.—Co- sa s'intenda per CONIUGARE e per CONIUGAZIONE
175. — origine di queste due vocì 175— CONIUGAZIO- NE de’ verbi ausiliarj Avere
cd Essere 179 a 188.—1 verbi italia- ni hanno tre consugazioNnI, che ognuna ha
per caratteristica la 4 38900 terminazione del suo modo infi- nito, cioè are,
ere, ire 176 e 177. —La CONIUGAZIONE in iresi divide in due classi 177.—
CONJUGAZIONE 10 are 193 a 197.—in ere 198 a 201.—in ire prima classe 201 a 202.
—_In tre seconda classe 203 e 204. — CONIUGAZIONE de? quattro verhi ir-
regolari in are 205 a 210 CONSUNANTI 13.—quante ve ne sianO perchè così si
dicano 13.— come si pronunziano toscanamen- te 13.—come si dividono 14.—
CONSONANTI mule 14.—semivocali 14.—gullurali 14.—labbiali 14.— dentali 14.—
CONSONANTI composte di due lettere 15.— CONSONANTI composte di tre lettere 15.
CONTRA, CONTRO, preposizioni €esprimenti Opposizione e contra- rietà 365.—
volentieri s° accompa- gnano con una delle particelle & © di . —
sehbene anche senza particelle si trovino 365. CONTRARIETA” (Avverbj di) 335.
CUNTUTTOCIO’, CUNTUTTOCHÈ , congiunzioni avversative 371. CO PULA, secondo
termine della pro- posizione 166 e 377.—consiste nel verbo sostantivo Essere
377. — perchè così si chiami 377.—So- vente sì unisce in una sola parola, ‘col
terzo termine della proposizio- ne 377. o COPULATIVE (Congiunzioni) 368. COSI’,
particella comparativa, usata nelle comparazioni in grado ugua- le 124.—La sua
correlativa è la particella Come 124. — Cos, av- verbio di similitudine 335.
COSICCHE, congiunzione conclusi- va 373. COSTA’, avverbio di luogo indican- te
Luogo, distante 331. COSTAGGIU’, COSTASSU’, avverbj di luogo, che vagliono In
cotesto luogo 331. COSTEI, pronome personale distri- butivo, femminino di
Costui COSTI”, avverbio di luogo, espri- mente Luogo distante 331. COSTINCI,
avverbio di luogo, che vale Di costi, di cotesto luogo 331, COSTORO, pronome
personale di- o, plurale di Costui ria @ COSTRUZIONE, cioè Disposizione delle
parole nel discorso Sonovi due modi di disporre le parole nel discorso CostRU-
ZIONE diretta o regolare 377.— CosTRUZIONE inversa o figurata COSTUI, pronome
personale dimo- strativo, adoperato per accennare uomo o donna Rare volle
COSTUI e COSTEI trovansi come subbictto; bene spesso pe- rò come obbietto
diretto o indiret- to 113.— Talvolta questi pronomi con vaghezza adoperansi nel
rap- porto possessivo, ponendoli tra l’ articolo e il nome 113. | €OTALE,
addiettivo determinativo, vale lo stesso che Tule . COTANTO, addiettivo
quantitativo 159.—Avverbio di quantità e di numero CO'TESTI, pronome personale
dimo- stralivo, sinonimo di Questi, e si usa per additare persona mascoli- na
singolare, nel rapporto di sub- bietto 112. COTESTO, COTESTA, COTESTI, C0-
TESTE, addiettivi dimostrativi, usali per dimostrare Persona 0 co- sa prossima
alla persona parlante COTESTUI, COTESTEI,COTESTORO, pronomi personali
dimostrativi, che accennano Persona vicina a chi ascolta, e vagliono lo stesso
che Cotesti CUI, addicttivo pronominale congiun- tivo, che vale quanto, Quale,
che, chi 144.—dicesi di persona e di cosa 144.—serve ad amendue i ge- nerì e i
numeri 144.—non è mai per proprio suo bisogno, precedu- . to dall’ articolo
determinante per proprietà di lingua sottin- tendevisi la preposizione a
innanzi a questo pronominale .—tro- vasi anche nel senso interrogativo D D,
quarta lettera dell’ alfabeto, e ter- za delle consonanti 4.—-t consonàn- M 390
V te fientale 15.—pronunziasi di da’ DECLINAZIONE, termine grammati- Toscani, e
de da’ Romani e Lom- bardi 17.—ha stretta parentela col T17.— forma consonante
compo- sta con la S davanti, e con la R dopo di sè 17.—è lettera numerale
Tomana, e vale Cinquecento 17. DÀ, particella segnacaso per suppli- re all’
ablativo de’ latini 89.— è una delle sei preposizioni primi- tive 336.— serve
per indicare Ori- gine, provenienza e dipendenza .—indica inoltre Parten- za,
separazione, allontanamento ec. 337.—Per proprietà di linguag- gio usasi
talvolta la preposizione a in vece di DA 337.—DA, si usa coverbi Astenersi,
Attendere, Ave- “re, ec. 338.—Altri verbi che esi- gono la preposizione DA
338.— Molti modi di dire proprj con que- sta preposizione Que- sta preposizione
sovénte sì con- trae in una sola parola coa gli articoli determinaati il, lo,
Za, i, gli, le, 85. DAGLI, articolo composto, plurale di Dallo 85. DAL, DAI,
DALLA, DALLE, articoli composti della preposizione da, e degli articoli
determinanti i/, i, a, le 85. DALLO, articolo composto della prc- posizione da,
e dell'articolo o 85 5. DAPPOI, avverbio di tempo, îndi- cante Successione d’
una cosa all’ altra 328. | DARE, verbo irregolare della prima conjugazione
205.—la sua con- jugazione 205 a 210. — modi di dire con questo verbo 214 a
229. DATIVO, terzo caso de’ latini 79.— serve per indicare il rapporto di
attribuzione,concessione e tenden- za 80.—Nella lingua italiana, si supplisce
col segnacaso o preposi- zione a $o. , DATO CHE, DATOCHE, congiunzio- ne
condizionale 372.— regge il ver- bo al soggiuntivo : PAVANTI, preposizione
opposta a Dopo, e dinota Tempo e luogo 360. —sevente usasi colle preposizioni
e, di, da 360 calede’latini78.—Cosa s'intendaper DECLINAZIONE La liagna
italiana non conosce DECLINAZIONI Spiegazione del sistema lalino riguardo alle
DECLINAZIONI 78. Ve- di Caso. DEGLI, articolo composto, plurale di Dello DEH,
interjezione deprecativa, ed esortaliva 374. DEL, DEI, DELLA, DELLE, articoli
composti, della preposizione di, e degli articoli determinanti. dl, i, Ia, e
le, 85.—sono altresi articoli partilivi per indicare qualche in- determinata
parte di sostanza 91. DELLO, articolo composto della pre- posizione di e dell'
articolo o 85. DENTALI (Consonanti) 14. — quali coasananti così si chiamano e
per- ancora ch! 14. DENTRO, avverbio di luogo interio- re 333.—preposizione
denotante La parte interna della cosa 363. e 364. DESSO, DESSA, DESSI, DESSE,
pro- nomi personali dimostrativi, asse- veralivi, che asseriscono l’ identì- tà
della persona 114.—non sì usa- no che nel rapporto di subbietto Quantunque per
lo più di persone si dicano, talora si dicano di cose 114. DETERMINANTE
(Articolo) .—ia. qual particella consista 33.—DE- TERMINANTE (Articolo
composto) 84 e 85. DETERMINATIVI (Addiettivi) . 156 a 159. DETERMINATIVO
(Articolo) Vedi DETERMINANTE. DI, particella segnacaso, che fa l’ uf- ficio del
genitivo de latini indica le relazioni di pos- sessione e diappartenenza é una
delle sei preposizioni pri- mitive 336.—può dirsi preposizio- ne qualificativa
.—essa insieme col suo nome, può essere sostitu- ita da un addicettivo
qualificativo 344, e 345.—Il posto di questa pre- posizione nel discorso , è
sempre fra due nomi 345.— Sovente il primo nome è per Ellissi soltiate- I e --—
«n: ri LUERTRE pi "% 391 ) °< 50 345.=-Modi di tre in cui si adopra
DI in vece di “da 3/7.-- Talvolta il DI indica mumero e . quantità 347.—DI,
questa particel- 1a unita ad un nome cad un ad- diettivo, si formano molti mo-
di avverbiali 347, e 348.—La pre- posizione DI, talora sì sottintende 348.—Dopo
il participio passato, usasi quando DI e quando da 348. — Regole per uso di
entram- be 348, e 349.—L’ uso dell'una 0 dell’ altra di queste due preposizio-
ni, cambia per intero il senso 3/9 e 350.—DI, particella correlativa, usata
nelle comparazioni di gra- do maggiore e minore 126, e.127, DIANZI, avverbio di
tempo passa» to 327. DICHIARATIVE (Congiunzioni), son quelle che servono a
dichiarare y o a schiarire 372. DIETRO, e DI DIETRO, preposizio- ni, che
vagliono lo stesso che Do- po 360.—ma vanno sempre seguite dalla particella a
DIFATIT, avverbio di affermazio- ne 334. | DIFETTIVI (Verbi) Ver- bi DIFETTIVI
della seconda conju- gazione 270 a 273.— Verbi DIFET- TIVI della terza
conjugazione 285. DIMANI, avverbio di tempo futu- ro 328. ua DIMINUTIVI (Nomi)
75 e 76.— Dis MINUTIVI (Addiettivi) 121. DIMOSTRATIVI (Pronomi persona» li)
DIMOSTRATIVI (Ad- diettivi) 154 a 156. DIMOSTRATIVO (Mado) 169.VediIne
DICATIVO, DIPUI, lo stesso che Dappoi 328. DI RADO, DI RARO, lo stesso che fado
328. fb DISCORSO, cosa sia 52.—1a sua de- finizione 52.—Discorso (Parti del)
52.— Quanti parti del DISCORSO vi sieno 52.—Onde traggano la loro origine 5a.
DISCOSTO, avverbio di luogò lon- tano GIA DI SOTTO, lo stesse che Solto
DISTRIBUTIVI (Addicttivi pronomi-. nali) 147, e 148. BI'ITONGHI 13. Cosa 3’
intenda per la voc8 DITTONCO 13. =» Da che lingua derivi 13.—La lingua italia»
na ha quindici DITTONGHI 15, DIVERSITA’ (Avverbj di) 335. DOH, interjezione,
segno di cordo glio 374. DONDE, avverbio-di luogo, e vale Del qual luogo, dal
qual luogo 333. DONDECHE, avverbio, di luogo, e vale Da qualunque luogo 333.
DOPO, avverbio di tempo, indicante Successione d’ una cosa ad un’ al- tra è
anche preposizione, denotante Ordine di luogo, di tem- o, o d'azione 360. P “ .
O ; DUVE, e OVE, avverbj di luogo, e vagliono Nel qual luogo, o in qual luogo
332. — Questi due av- verbj vogliono il susseguente ver- bo nel soggiuntivo,
ogni volta che îl precedente verbo porti seco dub» bio o incertezza 298.
DOVECIE, DOVE CHE SIA, avverbj di luogo, e vagliono In qualunque luogo , a
qualunque luogo 333. DOVUNQUE, e OVUNQUE avverbj di luogo, lo stesso che
Doovechè 333. DUA, e DUE, addiettivi numerali che talvolta si trovano per Due:
il pri- mo, idiotismo fiorentino, è ripu- tato errore; il secondo trovasi da
qualche poeta usato per la ri- ma DUNQUE, e ADUNQUE, congiunzio- ni conclusive
373. DUO, è termine musicale che pren- desi sovente come nome, e signi» fica
Canto a due voci 462. E E, quinta lettera dell’ alfabeto, e se- conda delle
vocali 4, e 5.—ve ne so- no di due specie 5.—E chiusa 5, e 6.— E aperta 6 e
7.—Lista al- fabetica di voci equivoche per’ la diversa pronunzia, chiusa 0
aper- ta, dell’ E 7 e 8. E, congiunzione copulativa 368. essa talora si replica
innanzi a ciascuna parola per vaghezza a questa congiunzione per mag- giore
pienezza di suono, si suole aggiungere Ja consonante d, ove il seguente
‘vocabolo cominci da vocale 368. + » X sd X ECCETTO, preposizione eccettuati8
EPICENI (Nomi ), chiamansi quelli, va ECCETTO CHE, congiunzione eccet- tuativa
ECCETTUATIVE (Congiunzioni) 372. EE, leggesi in Dante in vece di È terza pers.
sing. del verbo Esse- re EGLI, e EGLINO, pronomi persona- li relativi di genere
mascolino, il primo singolare, e l’ altro plura- le 95.—Usservazioni su questi
pro- nomi 95.—EGLI, particella riempi- tiva per proprietà di lingua gf. EHI,
interiezione segno di Dolore, di sdegno, d’ ira, ec. 374. EI, pronome personale
relativo, vale lo stesso che Egli, di cui sem- bra essere un accorciamento Ei
per Eglino; è del verso Usò Dante EI per Zi come ob- bietto diretto 96. i EIA,
interiezione in segno di gri- dare 374. EL, particella che da qualche auto- re
trovasi usata per il, articolo determinante 83.—EL per Egli pro- nome personale
relalivo 95. ELLA, ELLE, £LLENO, pronomi per- sonali relativi di genere
femmini- no, il primo singolare, i due al- tri plurali 95. — Osservazioni su
questi pronomi 96. —ELLA ed EL- LE, usati come obbietto,indiretto 96. ELLISSI,
figura grammaticale vale Difetto o Soppressione 380.— è que- sta figura usitalissima
nel discor- so, sì negli autori che nel parlar familiare 346.— Modi di dire in
cui il nome è per E/lissi sottinte- so 346. ELLO, ELLI, pronomi personali re-
lativi, lo stesso che Egli, Eglino 95. EN, e ENNO, per Sono 3za pers. pi. del
verbo Essere, erano usita- tissimi presso gli antichi 180. ENALLAGE, figura
grammaticale, che vale Permutazione 380 e 381. ENE, idiotismo fiorentino, e
vale lo stesso che £ 3za pers. sing. del verbo Essere 180. ENTRO,avverbio di
luogo, e vale Nel luogo interiore è anche pre- posizione dinotante la parte in-
‘ terna della cosa 363. che con una sola terminazione comprendono o il maschio
o la femmina 68. ESSERE, verbo unico 166.—Non evvi altro verbo propriamente
detto 166. -—In logica il verbo ESSERE è det- to copula Questo verbo af- ferma
l’ esistenza degli attributi, ed esprime | atto della nostra mente che giudica
Differen- za tra il verbo ESSERE e il verbo Esi- sfere 166.—11 verbo ESSERE col
tem- po degnerò dalla’ sua forma 167. —Il verbo ESSERE è detto per ec; cellenza
Verbo sostantivo 167. — Il verbo EsseRE uno de’ due ver- bi ausiliari, onde
concorrere al compimento della conjugazione de’ verbi principali 175.—La sua
conjugazione è irregolarissima , ma non è difettiva Conjugazio- ne del verbo
ESSERE 179 a 183.— Modi di dire col verbo ESSERE 183. ESSU, ESSA, ESSI, ESSE,
pronomi personali relativi 95. — Trovansi anche in vece di egli, eglino, ella ,
elleno detti di persone 97.—L' uso di questi pronomi come obbietto indiretto è
assai comune g7.—Posti dinanzi ad un nome significano quello, quella, quelli,
quelle 97.— Esso, per proprietà di lingua e per piconasmo, uniscesi sovente al
pro- nome /ui,. lei, loro g7 e 331.— ‘S’' aggiunge talvolta anche alle pre-
posizioni /ungo, sovra ESSUTO, o ISSUTO, particip)j passa- ti antiquati del
verbo Essere 179 ETEROCLITI ( Nomi), diconsi così Quei nomi che possono avere
due uscite o desinenze ETIMOLOGIA, terza parte della gram- ‘matica a2.—Cosa per
questa voce s'intenda a.—La sua derivazio- ne a. EZIANDIO, avverbio di quantità
335. —Congiunzione aggiuntiva 372. F F, sesta lettera dell’alfabeto, e quar- ta
delle consonanti 4.—è una delle labbiali 17-—t assai simile al 7 17: -M 393.)
«si pronunzia efe 17.—La F tie- ne appo noi, luogo del ph de'La- tinì
17.—-Forma consonante com- posta colle liquide Z ed R dopo di sì 17.—La lettera
F è il nome di una delle chiavi della musica 17. FARE, verbo irregolare della
prima conjugazione 205.—è uno de’ più anomali della lingua italiana 205. —non è
altro che una sincopatu- ra dell’antico verbo Nacere 206.— Conjugazione del
verbo FARE Modi di dire col verbo FARE FAVELLA (“I prefer FABULA” – H. P.
Grice), lo stesso che Lingua 1. FEMMININO (Genere) Vedi GENERE. FIA, FIANO,
FIE, FIENO, voci poe- tiche, avaazi d’ un antichissimo verbo equivalente al
verbo Esse- re 182.—queste voci si usano dai poeti, le due prime per sarò e su-
rà; le due ultime per saranno 182. FIGURATIVI (Nomi), una delle di- visioni del
nome 58.-—Cosa s’in- tenda per NOMI FIGURATIVI 5g. FIGURE grammaticali Cosa per
FIGURE grammalicali s’ inten- da 380.— Quante FIGURE si rico- moscono in
grammalica 330. FINUATANTUCHE, FINCHE, avverbj di tempo indicanti il termine
li- mitato, e il termine del tempo 329. FINO, e INFINO, preposizioni termi-
native di tempo, di luogo, o d'o- perazione FINORA, avverbio di tempo presen-
te 328. FISICI (Addiettivi) Cosa s' in- tenda per addiellivi FISICI 117.— Gli
addiettivi Fisici soli hanno la proprietà di qualificare i nomi 118. FORA e
FORANO, per Sarei, e Sa- rebbero .183. FORSE, avverbio di probabilità, e di
dubbio FRA, INFRA, preposizioni dinotanti che una cosa è in mezzo a più altre
cose 361, FRASE, lo stesso che Discorso 52. FUORA, FUORE, FUORI, preposi- zioni
dinotanti Esclusione, sepa- ramento, distanza 364.— s' usa- .: no comunemente
colla particella di 364. I FUORCHÈ, FUOR CHE, preposizio- Gram. Ilal. ni
eccettuative-364.—Congiunzio- ne eccettuativa 372. | FUTURO (Tempo), uno de’
tre tem- pi che sono nell’ ordine della na- tura 171,—-Con questo tempo espri-
mesi che il significato del verbo avrà luogo in un tempo avvenire FUTURO
passato o ante- riore, tempo del verbo,subordinato al futuro semplice 172 e
173.— esso denota un’ azione passata ri- spetto ad un’altra azione avveni- _ re
G G, settima lettera dell’ alfabeto, e quinta delle consonanti 4.—dai Toscani
si pronunzia gi, e dagli altri italiani ge 17.—è consonante denta- le quando è
seguita da e o da i;e gutturale quando è seguita da a, 0, u, I, od r 17.—
soffre una varia- zione notabile nel suono quando è preceduta da S 18.—unita
al- l’ Z7 prende il suono gutturale, an- corchè sia seguita da E od £ 18. —
proferiscesi con suono liquido o schiacciato nelle sillabe gli, glia ec. 18.—
aggiunta alla //_ perde gran parte del suo suono gultu- rale 18.—forma
consonante com- posta con le lettere Z ed R dopo di sè, e con la .S avanti di
st Iin dopo la prima guerra pu- nica i Romani non conoscevano questa
consonante, in vece della quale usavano il C 17.—Il G era anlicamente lettera
numerale,e va- Jeva quattrocento 18.—Nella mu- sica, questa lettera è il quinto
suo- no della scala diatonica 18. GENERE, termine grammaticale per indicare uno
de’ seì accidenti del nome 60.—Cosa s’ intenda per GE- NERE 60.—Nelle lingue
GENERE vale -Sesso 60. GENERE mascoli10, Semminino e neutro 60.— Osser- vazioni
sulla classificazione dci nomi per GENERE 60 e dbr.—Nella lingua italiana non
vi sono che due GENERI, il maschile e il fem- minile 61.—Ragionamento sul si-
stema di riconoscere il GENERE dei nomi dalla loro desinenza Gt e 61, 5a * M 39
—In molti nomi si riconosce il GENERE dalla loro significanza 62. —tENERE de’
nomi proprj 62.— GENENE de' nomi in a 62. — GE- NERE de’ nomi caratteristici 62
e 63. —GENERE de’ nomi prove- nienti dal greco GENERE de’ no- mi in e GENERE
de’ no- mi in s 65.—GENERE de' nomi Li o GENERE de’ nomi in w GENITIVO, secondo
caso de’latini 78. —indica il rapporto tra due no- mi, cioè di Possesso, di
proprietà, e d’ attenenza 82.— È supplito nella lingua italiana pel segnacaso
di posto fra due nomi 80. GERUNDIO, parte della conjugazio- ne del verbo Cosa
3’ inten- da per GERUNDIO 170.— Origine della voce GERUNDIO 292.—1ll GE- RUNDIO
non è che un’ altra specie di participio presente 292.—Tal- volta trovasi il
GERUNDIO nel puro significato del participio presen- te 292 e 293.—ll GERUNDIO
è spes- se volte preceduto dalla prep. in 293.— e qualche volta ancora dalla
prep. con 293.— Leggesi s0- vente nel Boccaccio il GERUNDIO accompagnato col
suo subbiet- to 293.—ll GERUNDIO in vece del. l’ infinito, dopo i verhi Andare,
Venire, ec Mandare GIAMMAI, avverbio di tempo, indi- | cante La frequenza e
durata di tempo 328. GIU’, GIUSO, avverbj di }uogo, in- dicanti Luogo inferiore
332. GIUSTA, GIUSTO, preposizioni si- gnificanti Conformità 367. GLI, articolo
determinante plurale di Jo 83 e 84.— L’I di quest? ar- ticolo non si elide maì
fuorchè innanzi a'nomi comincianti da 783. GLI, pronome personale relativo nel
rapporto di obbietto indiret- fo, cioè d’ Attribuzione o ten- denza 95.—GLI,
invece di Egli 96. —GLI invece di Li,plurale del pro- ‘ nome Lo 100.—GLI invece
di Luro, e GLI in vece di Le, sono modi di dire scorretti 103. GLIELE e GLIENE,
pronomi relativi composti da glî, le, e ne rto.—Il Boccaccio usò GLIELE in ambo
i ge- neri e in ambo ì numeri; ma i moderni amano di cangiarne la fi- nale
secondo il genere e secondo îl numero 110. GRADI DI COMPARAZIONE, così si
chiama uno degli accidenti dell’ ad- diettivo 124.— Divisione degli ad-
diettiviin Positivi, comparativi, e superlativi 124.— Sonovi degli ad- dieltivi
incapacì di ricevere compa- razione alcuna I GRADI DI COMPARAZIONE vengono nel
discorso indicati ognuno da due particelle Comparazione in GRADO egua- le
124.—La comparazione in GRA- DO eguale può pure aver luogo tra due qualità
diverse 125. — Quali particelle si usino nella compara- zione di GRADO eguale
124 e 125. —Comparazioni in GRADO maggio- re e minore 126.—Quali particelle sì
usino nella comparazione in GRADO maggiore e minore 126 e 127.—Sonovi alcuni
addiettivi in cui i GRADI DI COMPARAZIONE si for- mano irregolarmente 128. Vedi
Su- PERLATIVI. GRAMMATICA, cosa sia 1.— Origine della voce GRAMMATICA 1.—I Gre-
ci facono i primi a sottoporre il linguaggio loro a leggi, regole e precetti,
che chiamarono GRAM- MATICA 1.— Definizione della vo- ce GRAMMATICA 2. — La
GRAMMA- TICA si divide in qualtro parti2. GRAMMATICALI (Precetti) 2.— Di quante
specie sieno ì PRECETTI GRAMMATICALI 2.— GRAMMATICALI (Figure) Vedi FIGURE.
GRAVE (Accento) 33. GUAI, interiezione esprimente mì- naccia 374.—€ il plurale
di Guaio 374. I GUARDA ! interiezione in segno di disprezzo 375. GUARI,
avverbio di quantità o nu- mero 335.—Esso vale lo stesso che Molto 335.—Va
sempre accompa- gnato dalla negativa 707, 0 da altra particella negativa 335.
GUITURALI (Consonanti) 14. dini e n FE }( 395 Y( I: I H, ottava lettera dell’
alfabeto 4. —, sì pronunzia acca 18.—può chia- marsi mezza lettera 18.—è di po-
co uso nella nostra lingua, quan- tunque fosse frequente nella lin- gua latina
18.— non serve presso di soi che per contrassegno 18. —si usa nelle quattro
voci del verbo 4vere, ho, hai, ha, hun- m0 19.—si usa altresì in alcune
interiezioni 19.—@ in unione alle consonanti g e c 19. i I ‘I, mona lettera
dell'alfabeto, e terza af x n ni - 1, r I pi è delle vocali 4.—non bisogna con-
fond:«la con l’j 4.—Il suo suono “non vasoggetto ad alcuna variazio- ne 13. ’
IDIOMA, lo stesso che Linguaggio 1. :- IL, 1, articoli determinanti mascoli- ni
83, e 84-—si pongono innanzi a’ nomi comincianti da consonan- ti, che non sia s
impura, nt 2 84. -—si contraggono in una sola pa- rola colle preposizioni a,
cor, da, di, in, per, e su 84.—in queste contrazioni l’ I plurale sì può sop-
primere, dicendo.i a’, co’, ec. 85. —L’i dell’ articolo IL, può elider- si con
la vocale precedente sostitu- endovi l’ apostrofo 84. pronome personale
relativo , e vale lo stesso che Lo 95.—Regola per sapere quando sì debba usare
« Lo e quando IL g9.— IL, trovasi qualche volta come obbietto ìin- - diretto
nel rapporto d’attribuzione o tendenza, in vece di Gli 100, IM PEDIRE, verbo
modello della 3za conjugazione prima classe, e la sua conjugazione 203 e 204.
IMPERATIVO (Modo), uno de’ cin- L que modi del verbo 170.—s’ im- piega anche
nelle più umili pre- ‘ ghiere o suppliche 170. IMPERO’, PERO’, congiunzioni
con- — clusive 373. 1MPEROCCHÉ, IMPERCIOCCHÉ,con- giunzioni causali esprimenti
la ca- gione d’ una cosa 373. IN, una delle sei preposizioni pri- mitive
336.—Indica. la relazione tra due obbietti, l'uno contenente, l’ altro
contenuto 351.—Gli anti- chi dissero re che coaggidì più non s’ usa se non che
incorpora- to coll’ articolo determinante, di- cendosi rel, nello, ec. 85, e
351. —Leggesi qua e là nel verso la preposizione IN separata dell’ arti- colo
85 e 351.—IN coi verbi di moto 352.—Modi di dire con la preposizione IN 352 e
353. INDENTRO e INENTRO, avverbj di luogo, e vagliono Nel luogo inte- riore 333.
INDI, avverbio di tempo, indicante Successione di un tempo all’ altro
328.—Avverbio, di tempo, e vale Di quel luogo o da quel luogo 331. | IN FATTI,
avverbio d’ affermazione de. | INFINCHE, INFINE, avverb) di tem- po indicanti
Un tempo limitato, e il termine del tempo 329. INFINUO, preposizione, Vedi
Fino. da preposizione eccellualiva 64. INfRA, Vedi FRA. IN MODO CHE, IN MANIERA
CHE, IN GUISA CHE, congiunzioni com- paralive, esprimenti la Simiglianza. o la
proporzione tra due cose 373. INDETERMINATO (Articolo) gt. . INDICATIVO (Modo),
il secondo de’ cinque modi del verbo 169.— Ta- lunìî chiamano questo modo 4fer-
malivo 169. INFINITO (Modo), il primo de’ cin- que modi del verbo 169.—sull’uso
del modo INFINITO 287.—Alcuni verbi sono di necessità seguiti da altro verbo
all’ INFINITO 288.—Per proprietà di linguaggio adoprasi . sovente la voce dell’
INFINITO per la terza persona sing. del pres. o del passato imperfetto 288.—in
ta- li casi cambiasi il subbietto in oh- bietto diretto 288.—Uso dell’ INFr-
NITO in vece del -soggiuntivo 289. —L’ INFINITO preceduto da una pre- posizione
2go—uso dell'INFINITO a modo di nome astratto a90.—Gli IN- FINITI usati a modo
di nomi vanno. soggetti alla varietà di numero ago. M 396 ) INNANZI, avverbio
di tempo passato » 3a7.—Avverbio di preferenza 334. — preposizione opposta a
dopo e die- tro 360.—usasi per lo più con la ‘ particella 4 e talvolta con da
360, IN QUA, avverbio di luogo 330. INSINO, lo stesso che Sino 363. INTANTOCHE,
congiunzione conclu- siva, indicante La conseguenza del- la cosa 373.
INTERIEZIONE, o INTERPOSIZIONE, ottava parte del discorso 52. — Cosa con questa
denominazione s’inten- da 55.—La sua definizione 55 e 373. —Perchè
l’INTERIEZIONE sia stata introdotta nel discorso 55.—Le vo- ci indicate come
INTERIEZIONI non sono che le grida naturali dell’ uo- ‘ mo 373.—-Evvi delle
INTERIEZIONI che valgono una proposizione in- ‘ tera 373. INTERPUNZIONI
50.—Cosa siano le ‘ INTERPUNZIONI 50.—AÀ che servano pelle scritture 50.—Quali
siano i segni adottati per formare le 1N- TERPUNZIONI 50 e 51. INTERRUGA TIVO (
Punto ) Vedi Punto. INTURNI(), preposizione significante Circonferenza vicina
365. — adopra- si per lo più colla particella @ 365 e 366. INTRA, Vedi Tna.
INTRANSITIVI (Verbi), divisione dei verbi attivi 168.—Cosa s’ intenda per verbi
INTRASITIVI 168. —Ver- - bi di natura loro INTRANSITIVI, possono divenire
fransilivi 168. IN ULTIMO e PER ULTIMO, avver- bj di tempo, indicanti Il
termine del tempo 3209. IN UNO, IN UNA, lo stesso che Zn- sieme 162. INVERSO,
Vedi VERSO. 10, pronome personale primitivo di | ama pers. sing. 94.—I poeti
possono elidere l’o del pronome 10, sostitu- endovi |’ apostrofo 94. IPERBATO,
figura grammaticale 380 e 2d02, JIRREGULARI(Verbi) 175.— Cosa s’in- tenda per
verbi IRREGOLARI 176.— Verbi 1RREGOLARI della prima conju- gazionie205 a 210. —
Verbi IRREGOLA- ‘ RI della seconda conjugazione 243 a - 269.— Verbi IRREGOLARI
della ter- za conjugazione 282 a 284. IVI, QUIVI, avverbj di luogo, e va-
gliono In quel luogo 330. J J, decima lettera dell’ alfabeto 4.» È un errore il
confonderla coll’I 4. —Si pronunzia come Z 19.— Ha valore di consonante,quando
è ini- ziale o quando si trova framezzo ‘a due vocali 19.—È vocale in fi- ne di
parola per indicare la con- trazione de’ due è 19- JERI, avverbio di tempo
passato 327. K K, questa lettera è straniera alla fa- vella italiana : essa è
greca d' ori- gine, e non è a noi necessaria avendo il C e il C#, che ne fan-
no le veci 19. Ss L, undecima lettera dell’ alfabeto e ottava delle consonanti
4.—t una delle quattro liquide, e si pronun- zia elle 19.—si raddoppia in mez-
zo alle parole ovunque occorra 19. —dopo di sè nella stessa sillaba non ammette
che una delle cinque vocali 19.—alcune volte forma consonante composta di due
let- tere 19.—dopo il G, e seguita da I, ha un suono sottile e schiac- ciato
19.—La L è lettera numera- le, e vale cinquanta 19- LA, articolo determinante,
femmini- no dii! e di 70 84.—L' A di queslo articolo si elide necessariamente,
ove l’ iniziale de] susseguente nome sia parimente a; ma se il nome cominci con
altra vocale, allora altri è libero di sopprimere o no l’ a dell’ articolo
8$4.—si contrae in una sola parola con le prepo- sizione a, con, da, di, în, su
85. LA, pronome personale relativo nel rapporto di obbielto diretto, fem- minino
di /o 1o1.—adoprato co- ‘me subbietto, è riputato come er- rore.101.—Modiì di
dire familia- ‘ri con questo pronome 102. —— r—_————=_ Vr: MV 3g LA’, LI’,
avverbj di luogo, e vaglio- no In quel luogo 330.—talvolta hanno corrispondenza
cogli avver- bj qua e qui 330.—non di rado so- no avverb) di tempo 330.
LABBIALI (Consonanti) 14. LAENTRO, avverbio di luogo 364. LAONDE, congiunzione
conclusiva 373. LASSO! inieriezione esprimente Do- lore, e vale Misero meschino
375. LASSU’, LASSUSO, avverbj di luogo, dinotanti In quel luogo alto 332. LE,
articolo determinante, plurale di La 34. LE, pronome personale relativo,
plurale di /a 101. — LE, pronome personale relalivo, nel rapporto indiretto
d'attribuizione o tenden- za 103. LEI, pronome personale relativo, femminino di
2ui 95.—è usato nel rapporto di ohbbictto diretto ro. —c nel rapporto di
obbictto indi- retto preceduto da alcuna delle pre- posizioni 103. — LEI, usalo
co- me subbietto del verbo in vece di Ella, è errore di lingua rot.— Quando
precede ad una delle par- ticelle che, la quale, le quali di- venta pronome
personale dimo- strativo, e vale Colei 101. LETTERE 4.—Le LETTERE sono i pri-
mi materiali delle lingue 4.—L’ al- ‘ fabato italiano conta ventidue LET- reni
4. LI, pronome personale relativo, plu- _ rale di /o 95 e 1or.—quando si debba
adoperare questo pronome in vece di gli 99. Ll’ Vedi La”. LINGUA, LINGUAGGIO,
cosa s'in- . tenda per queste due voci 1. LO, articolo determinante 83.—a qua-
Ji nomi si premetta a preferenza di il $3.— Presso gli antichi si trova molle
volte innanzi a tuttii nomi mascolini, senza veruna distin- sione 83, 84.—L'’o
di quest’ articolo per lo più s' elide innanzia nomi comincianti da vocale, e
in sua vece metltesi l'apostrofo 83.— Gli antichi in vecedi elidere l'o
dell'articolo in- nanzi a’ nomi comincianii da im © in, elidevan piuttosto l'i
di queste sillabe 84.—Lo si contrae in una sola parola con le preposizioni a,
con, da, di, în, su85. LO, pronome personale relativo nel rapporto di obbietto
diretto 93.— Regole sul quando si debba usare LO a preferenza dii! 99. LODARE,
verbo preso per modello della prima conjugazione in dare 193 a 197. LONTANO,
avverbio di luogo 334. LURO, pronome personale relativo plurale mascolino e
femminino, usato nei rapporti di obbietto di- retto , e di obbietto indiretto
95. —nel rapporto d’'obbietto indiret- to d’attribuzione o tendenza è spes- se
volte preceduto dalla preposizio- ne a, e sovente anche va senza preposizione
103.—LoRO usato nel rapporto di subbielto è errore di lingua 1o1.—Loro, seguito
da che, i quali, le quali diventa pronome personale dimostrativo, e vale Colo-
ro 101.—Lono non s'affigge mai al verbo, ma usasi sempre sciolto 0 avanli o
dopo il verbo 106. LURO, addiettivo pronominale pos- sessivo di terza persona
plur. masc. e femm. 134.— In vece di loro trovansi non dì rado suo, suoì, sua ,
sue 134. LUI, pronome personale relativo di terza pers. mascolina nel rappor-
to di obbictto diretto 95 e 101.— Usato nel rapporto d’ obbielto in- diretto,
va sempre preceduto da qualche preposizione 103.—LUI usa- .to come subbietto
del verbo in- vece di Egli è errore di lingua 101.—seguito da che, 0 il vuale
diventa pronome personale dimo- strativo, e vale Colui 101. LUNGI, avverbio di
luogo, che accen- na un luogo lontano 334. LUNGO, preposizione esprimente
vicinanza pel verso della lunghez- za 366. LUOGO, (Avverb) di) 329 a 334. M M,
dodicesima lettera dell’ alfabeto, e nona delle consonanti 4.—è la seconda
delle liquide 20.—Si pro- X 398 X munzia emme 20. — forma con- sonante composta
con la S avan- ti di st 20. MA, congiunzione avversativa espri- mente la
Contrarietà che passa fra due proposizioni 371.—MA è talvolta particella
accresciliva , significando Aumento delle cose precedenti 372. — Da qualche
ese- mpio degli antichi si presume che MA originariamente significasse più 371.
MAGGIURE, addiettivo comparativo d'eccesso 128. MAI, avverbio di tempo
328.—MAI, di per sè vale In alcun tempo 328. — accompagnato dalla negativa non,
vale In nessun tempo 328.— quando precede alla negaliva si antepone al verbo
328.— Quando precede la negativa al MAI, questo avverbio si pospone per lo più
al verbo 328. MAI SEMPRE, avverbio di tempo , indicante Frequenza e durata di
tempo 328. MALE, avverbio di qualità 334. MALVOLENTIERI, DI MALA VO- GLIA, A_
MALGRADO, avverbj di modo 334. MANCO, avverbio di quantità 335. MANIERA
(Avverbio di) 327. MASSIMO , addiettivo superlativo 129 e 130. ME, pronome
personale primitivo di prima persona singolare nel rapporto d' obbietto diretto
94 € 10t1.—usato nel raprorto d'obbiet- to indiretto, va preceduto da qual-
cuna delle preposizioni 94 € 103. — può precedere ai pronomi perso- nali
relativi Zo, gli, li, 2a, le 108.— ed anche alla particella pronomi- nale ne
109. MECO, TECO, SECO, voci composte de’ pronomi me, fe, sè, e della pre- posiziune
con, in vece di con me, con le, con sè 103 e 351. MEDESIMO, STESSO, addiettivi
de- terminativi asseveralivi 156 e 158. —Si usano in compagnia d'un nome 0 d'un
pronome 159-—ME- DESMO per Medesimo, è del verso 158. MEDIANTE, preposizione
dinotante Col mezzo di, per mezzo di, con l’ajuto di 367 MEGLIO, avverbio di
qualità 334.— congiunzione elettiva 373. MENO , particella comparativa in grado
minore 126.—Avverbio di quantità 335. MENTE, terminazione propria degli avverbj
325 e 3a6.—origine di que- sta terminazione 326.Vedi AvvER- B!0. MENTRE, IN
QUEL MENTRE, avver- bj di tempo, indicanti L’avveni- mento di più cose nel
medesimo tempo 328. , MENTRE, MENTRECHE, congi inzio- ni causali, esprimenti La
cagione d’ una cosa 373. | MERCECHE , congiunzione causa- le 373. METAFISICI
(Addiettivi), una delle divisioni generali degli addietti- vi 117. MEZZU,
addiettivo che nel senso di metà non accorda mai col nome femminino o plurale
120. MI, pronome personale primitivo, di prima persona nel rapporto di ob-
bietto diretto 94 e to1.— e nel rapporto di obbietto indiretto, d'attribuzione
o tendenza 94 e 103. — talvolta si premette al verbo, e talvolta a questo si
affigge 106.— può esser preceduto da’ pronomi relativi #2, Zo, Za, li, le, gli
108. MIA, MIEI, MIE, Vedi Mio. MIGLIORE , addiettivo comparativo d’ eccesso
123. MINIMO, addiettivo comparativo su- perlativo 130.—Superlativo in gra- do
minore 130. MINURE, addietlivo comparativo in grado minore 128. MIO, MIA, MIEI,
MIE, addiettivi pronominali possessivi 133.—va- gliono lo stesso che Di me
133.— Mia per Miei e Mie, è modo di dire plebeo e vizioso 133.—Mio, posto
assolutamente in singolare, e pre- ceduto dall’articolo determinante, significa
Il mio avere le mie so- stanze 138.Vedi PRONOMINALI (Ad- diettivi possessivi).
MODO, termine grammaticale, che forma uno degli accidenti del ver- 1a &
X 39 do 169.—Cosa s' intenda per mo- DO del verbo 169.—Perchè i MODI sono stali
introdotti nel linguag- gio 169.—1l verbo italiano ha cin» que MODI 169. MUDO
(Avverb) di) 334. MOLTO, addieltivo quantitativo 359. —Avverbio di quantità
335. | MONOSILLABA (Parola) 31.—Una parola MONOSILLABA , può esser voce
significativa 31. — Le voci MONOSILLABE della lingua italiana sono poche 31.
MUTE (Consonanti) 14. N N, tredicesima lettera dell'alfabeto. © e decima delle
consonanti 4.— è una delle quattro liquide 20.— sì pronunzia enzze 20.—forma
con- sonanie composta con la Savan- ti di st 20.—posta innanzi al G perde una
gran parte del suo suo- no primitivo 20.—essa si raddop- pia ovunque faccia
d’uopo 20. NE , preposizione antica invece di In 85, e 351.—-ma oggi non si usa
se non che incorporato coll’ arti- colo determinante, formandosi nel, nello ec.
85 e 351. NE, pronome personale 94.—NE in vece di ci nel significato di Noi
104.—irovasi in questi significati, non solo come obbietto diretto, ma anche
come obbietto indiretto, mel rapporto d’ azzriluzione o len- denza 104.—NE,
pronome di terza persona, usalo solo come obbietto indiretto facendo le veci di
qual- che nome 104.—NE, pronome di luogo irdicante il luogo donde si fa © si è
falla partenza 105.— NE, particella riempitiva per pro- .prietà di linguaggio
104. NE, congiunzione negativa 370. — ‘in principio di locuzione, vale lo
stesso che Non 371—non è pro- priamente congiunzione se non quando , nella
significanza di £ non, serve ad unire due parole, una delle quali si a già di
per sè negativa 371.—talora si replica innanzi a più parole 371.—sta tal- volta
in vece della congiunzione 9 )( alternativa o 371.—si trova talvol- ta
coll’aggiunta della consonante D, dicendosi ned, per sostegno della pronunzia
370. NEANCHE, NEMMANCO, NEMMENO, NEPPURE, congiunzioni negative 370.—avverbj di
quantità 335. NEGATIVE (Congiunzioni) 370. NEGAZIOUNE (Avverbj di) 334. NEL,
NEI, NELLO, NEGLI, NELLA, NELLE, articoli composti, della preposizione antica
ne, e degli ar- ticoli determinanti :2, i, Zo, gli, lu, de, 85, e 351.
NEMMANCO, NEMMENO, NEPPURE. Vedi NEANCHE. NESSUNO, NISSUNO, NEUNO, NIU- NO,
addiettivi pronominali indefi- nili negativi 150. — quantunque di per sì
nieghino, pure per lo più si accompagnano colla nega- tiva non 151, NESSUNO e
NIUNO furono da qualche anlico usati in plurale 151.—Alcuni grammaiici pongono
come regola, doversi que- sti pronominali accompagnare @ no colla particella
negativa secon- do che es:i pfospongonsi, o ante- fongonsi, al verho
151.—ragiona- mento su questa regola 151. NEL'IRI (Verbi) 168.— Cosa s’ in-
tenda per verbi NEUTRI 168.—Li- vi:ione de’ verbì NEUTRI nella grammatica
latina 168.—I verbi NEUTRI sì usano talvolta come at- tivi transitivi 168 e
169.—1] ver- bo E.sere può dirsi il primo dei verbi NEUTRI 308.— Differenza tra
i verbi attivi intransitivi, edi verbi NEUTRI propriamente detti 3og.— Alcuni
verbi NEUTRI pren- dono talvolta un obbietto diretto 309.— La conjugazione de’
verbi NEUTRI non differisce da quella de’ verbi attivi 30g.—1 tempi com- posti
de’ verbi NEUTRI si formano per lo più con l’ausiliare Essere 309.—In molti
verbi NEUTRI, i tem- ‘pi composti si formano coll’ ausi- liare Avere
3og.—Elenco alfabeti- co di un certo numero di verbi neutri 3og.— NEUTRI
passivi (Verbi) Vedi Passivi. NEURO (Genere) 60.—Cosa s° in- tenda per genere
NEUTRO 60. — )( 400 X E questo genere usitalissimo nelle lingue latina e greca,
e nella mo- derna lingua alemanna 61.— ma è straniero alla lingua italiana 6t.
NIENTE, NIENTE AFFATTO, avver- bj di negazione 334. NISSUNU, NIUNO, Vedi
NEssuNO. NU, Vedi NON. NUI, pronome personale primitivo di prima persona
plurale 94.—u- sasi come subbictto, come obbietto diretto, ed anche come
obbietto indiretto preceduto da qualcuna delie preposizioni 94 e 303.—I poeti
in favor della rima, posso- no dire nui in vece di- n0i 94. NOME, prima delle
otto parti del discorso 52.+Origine del NOME La sua definizione Divisio- ni del
noMmE NoME comune NOME proprio Nomi astratti NoMI figurativi NOMI
caratlteri»lici NOMI collellivi NOMI oerba- li NOMI ederoclili No- Mi epiceni
NoMI personali NUMIN\TIVO Termine grammaticale latino, che è il primo dei sei
casi Nella grammatica latina è chiamato caso retto per distinguerlo dagli altri
casi che sono detti oblijui Il NoMINATIVO è lo stesso che il subbietto del
verbo NON, NO, avverbj di negazione – H. P. Grice, “Negation and privation” –
Peano’s ~ -- queste due particelle
vagliono lo stesso, ma il loro uso è ben differente la prima non va mai se non
in compagnia d’un verbo – “It is not the case that someone is hearing a noise”
– H. P. Grice, “Negation and privation” --, la seconda s’usa assolutamente in
risposta ad una interrogazione, o in compagnia d’un nome o d’un addiettivo No,
trovasi talvolta in vece d’un intera proposizione qualche volta s’usa per
ripieno e talvolta trovasi a maniera di nome coll’articolo determinante Non,
usato talvolta a modo di ripieno dopo i verbi Dubdilure, temere, ec. Non può
replicarsi innanzi a più nomi che si succedono Non, talvolta s’in- corpora col
pronome il, troncato da questo ]' 7, facendosi r0l) NONDIMENO, avverbio di
diversità Congiunzione avversatiVa NON GIA”, congiunzione avversativa . i NON
MAI, avverbio di tempo NON MICA, avverbio di negazione NON PERTANTO, avverbio
di diversità a contrarietà | NON PUNIOU,
avverbio di negazione NOSTRO, NOSTRA, NOSTRI, NO- STRE, addiettivi pronominali
pos- sessivi di prima persona plurale 133. o a: NULLA, avverbio di negazione
esso vale lo stesso che Nienfe 154. ‘talvolta ha senso affermativo e vale
Qualche cosa 154. : NULLO, addiettivo pronominale in- definito negativo, che
valc Niuno 153. NUMERALI (Addiettivi) 161 a 165.— Si dividono in primilivi,
derivativi, ec ordinativi 161 e 162,—Numena- Li collettivi NUMERO, Termine
grammaticale, che forma uno degli accidenti del nome e del verbo que sto
termine in grammatica vale la Differenza tra uno e più 63.— Numeno singolare, e
NUMERO plu- rale 63 e 175. Vedi PLURALE. NUMERO (Avvevbj di) 335. 0 O,
quattordicesima lettera dell’ alfa- beto, e quarta delle vocali 4.—0 chiuso 5 e
9g. — O aperto 9g a 12. O, congiunzione alternaliva innanzi ad una susseguente
voca- le riceve la consonante D 370. O, OH, interiezioni che servono al- l'
espressioni di molti e var) affet- ._ i 375. OBBIETTO dirello, uno de’ tre rap-
porti del nome col verbo indicante la Persona o la cosa operata dal subbietto
77.—corrisponde all” ac- cusativo de’ Latini 79.—OBBIETTO ( 401 V( indirelto,
uno de'tre rapporti del no- me col verbo, esprimente Una del- le molte
accidentali e variabili cir- costanze che accompagnano e ca- ratterizzano
l’azione 77.—corri- sponde al Dativo e all’ Ablativo de’ Latini 79. —Il nome
nel rap- porto d’ OBBIETTO indirello va sem- pre preceduto da qualche preposi-
zione 77. OGGI, OGGIDI’, avverbj di tempo presente 327. OGGIMAI, avverbio di
tempo, indi- cante Frequenza, o durata di tempo 328 e 329. OGNI, addiettivo
pronominale inde- finito affermativo 148. OGNI VOLTA, OGNI QUALVOLTA, OGNORA,
aàvverbj di tempo, indi- canti Frequenza di tempo 328. OGNUNO, addiettivo
pronominale di- stribulivo 147. O1, UHI, interiezioni indicanti So- verchio
dolore 375. O1B0', interiezione di disprezzo e di nausea 376. OILNE', OHIME',
OMF', interiezioni esprimenti Afflizione sì d’ animo che di corporal doglia
375. OiSE’, OI TE’ e OITU’, interiezioni che vaglionoa l'o stesso che Dimè 376.
OLA’, interviezione per chiamare OLTRA, OLTRE, preposizioni espri- menti
Aumento di luogo, di tempo e d’ operazione 365. OLTRACCIO’, IN OLTRE,
congiunzio- ni aggiuntive 372. OMAI, ORMAI, avverbj di tempo, indicanti Durata
di tempo ONDE, addiettivo pronominale con- giuntivo, facente le veci delle par-
ticelle che, quali, chi, cui 146. — Avverbio di luogo, e vale. Del qual luogo,
o dal qual luogo cen- giunzione conclusiva 373. ONDECHE’, DONDECHE’, avverbj di
luogo e vagliono Di qualunque luogo 333. OPPURE, OVVERO, alternalive 370. ORA ,
avverbio di tempo presen- te 327. ORATORIO (Accento) ORAZIONE, lo stesso che
Discorso 5a. Gramm. Ital. congiunzioni ORDINATIVI (Numeri), una delle divisioni
degli addiettivi numerali 161 e 163.— semplici 163. — compo- sti 163. | ORDINE
(Avverbj di) 327. ORMAI. Vedi Omar. OR ORA, avverbio di tempo passa- to 327. |
ORSU’, interiezione per Far animo, incoraggiare 376. ORTOGRAFIA, una delle
parti della grammatica 2.— onde abbia ori- gine questa voce 2.—cosa signifi
chi, e a che serva 2. . ORTOLOGIA una delle parti della grammatica onde derivi
cosa significhi, e a che serva 2. OTTATIVO (Modo), uno de’ modi de’ verbi
latini 170.—non è neces- sario nella nostra lingua, anzi sa- rebbe superiluo
170. OVE, DUVE, avverbjdi luogo, e va- gliono Nel qual luogo talvolta sono
congiunzioni signi- ficanti quanto, se cce., € allora vogliono il verbo nel
soggiuntivo 293.—anche come avverbj di luo- go, esigono il verbo dopo di sè nel
modo soggiuntivo , purchè il precedente verbo porti seco dubbio o incertezza
298. OVECHÉ, OVE CHE SIA, OVUNQUE, avverbj di luogo, e vagliono In qualunque
luogo P P, quindicesima lettera dell’ alfabeto, e decima delle consonanti 4.— è
una delle consonanti labbiali 20. — dai Toscani si profferisce pi e da- gli
altri italiani pe 20.—è pros:i- mo affine del B, e del 7 20. — forma consonante
composta con la L e la Rdopo di sè, e con la $ avanti di sè 20. PAROLE, cosa
sieno 1.— PAROLE (Ac- crescimento delle) 45 a 47.—PARO- LE (Troncamento delle)
47 a So. PARTICIPIO, cosa s’ intenda per que- sta voce .— perchè così si chia-
mi 170.—]l PARTICIPIO non cosli- tuisce parte separata del discorso 170.—-À
quale classe di parole il 5a )PANTICIPIO apparienga Quan- te specie di
PARTICIPI ve ne sieno PARTICIPIO presente, 0 alli- vu 170 e 291.—Il PARTICIPIO
pre- sente è consideralo come apparte- nente al modo infinito 291. — va
soggetto alla variazione di numero s' accorda sempre col sub- bielto espresso o
sollinteso 291.— Uso del PARTICIPIO preserie ad imi- tazione dell’ ablativo
assoluto dei Latini 292.—PARTICIPIO pussalo 0 passivo ]l PARTICIPIO passato è
uno de’ più importanii elementi della liogua 317.— esso ha doppio carattere s’
accor- da o col subbietto, 0 coll’obbietto diretto .—sovente rimane in-
variabile 317.—va accompagnato dall’ ausiliare essere, o dall’ ausilia- re
uvere 3iz.—nci verbi passivi è accompagnato dall’ ausiliare essere 1l
PARTICIPIO passato di al- cuni verbi neutri, s° accompagna col verbo avere 318.
— Ne' verbi neutri passivi,il PARTICIPIO pussulo 8’ accorda con le particelle
prono- minali 319.— Il PARTICIPIO passazo retto dal verbo avere Negligenza de’
grammatici nello sta- bilive delle regole intorno alla con-' cordanza del PANTICIPIO
passato 319, e 320.—Ragionamento intor- no al significato del verbo avere io
compagnia del PARTICIPIO pas- salo 320 e 321.—Due regole per la concordanza o
discordanza del PAR- TICIPIO passato ]l posto del PARTICIPIO passalo, o avanti
o do- po il nome, non influisce sulla concordanza di esso 321.—Ragio- namento
intorno al PARTICIPIO pas- sato in due esempj; l’uno del Boc- caccio, l’altro
del Petrarca 322. — Concordanza del PARTICIPIO passa- do, quando il verbo avere
va pre» ceduto da uno de’ pronomi 323.— Ùl PARTICIPIO passado rimane in-
variabile quando è seguito da un verbo nel modo infinito 323. — Osservazioni
sul PARTICIPIO passate Fatto Usservazioni su i PARTICIPI passafi Potuto, sapu-
to, voluto 324.—Ìl PARTICIPIO pus- sato 2° accorda o col subbietto, © coll’
obbietto diretto, allorchè i gerund) essendo e avendo si sot- tintendono 324.
PARTITIVO (Articolo) g1- PASSATO (Tempo), uno de tre tem- pi dell’ ordine della
natura, indi- cante l’Azione che ha avuto luogo in un tempo anteriore Uso del TEMPO
PASSATO in vece del pre- sente, ed anche in vece del pas-a- to indeterminato
300 e 3or.—TEM- PI PASSATI composti 172, 173 e 174. PASSATO (Participio)Vedi
PARTICIPIO. PASSIVI (Addietlivi) 117. PASSIVI (Verbi) 306.—Ogni verbo allivo
transilivo, può divenire Pas- sivo 306.— Mancano le lingue mo- derne di verbi
propriamente Pas- sivi L’ ausiliare Essere e u- salo per esprimere il
sentimento Passivo 306.—Usasi anche per lo stesso motivo il verbo Venire 306. —
Molti verbi si esprimono nel sen- so passivo, mediante la particella
indeterminata si 307. PASSIVI (Verbi neutri) 313.—Quali verbi i Latini
chiamassero NEUTRI Passive Quali vevbi in italiano si chiamino NEUTRI PASSI- VI
Tali verbi altro non so- no che meri attivi Si potreb- ber chiamare
Riverberantì 314.— l’ obbietto direlto de’ NEUTRI PAS- sIvI, s' esprime per uno
de’ pro- nomi ri, ci, li, ci, «t314.—] tem- pi passati composti de’ NEUTRI
PASSIVI, si formano con l’ansiliare Essere 3x4.—Molti verbi sono di natura loro
NEUTRI PASSIVI 315.— Lista alfabetica di tali verbi 315. — Alcuni verbi NEUTRI
PASSIVI si- gniticano cosa affatto diversa da quella significata da' primitivi
lo- ro allivi Sonovi verbi ado- erali come neutri assoluti, i qua- li di fatto
sono NEUTRI PASSIVI 315. — Per proprietà di linguaggio e per pleonasmo, alcuni
verbi neutri s° accompagnano co pronomi 727, ci, ec. senza che perciò sieno
NEUTRI PAS- sivi 316. PASSIVO (Participio), Vedi PARTICI- Pio. lin AE E — SNO
"- = )( 403 X PEGGIO, avverbio comparativo, de- rivato dall’addiettivo Peggiore
avverbio di qualità 334. PEGGIORATIVI (Nomi) 75.— PEGGIO- RATIVI (Addiettivi)
121. PEGGIORE, addiettivo comparativo d’eccesso, formato irregolarmente 128.
PEL, e PEI, articoli composti della preposizione per, e degli articoli -
determinanti il, e i 85. PENDENTE (Tempo ), uno de’ tempi suborlinati del verbo
indica un’ azione passala ma non com- piuta 173. PER, una delle sei
preposizioni pri- mitive 336.—esprime l’idea di pas- saggio o di traversamento
353.—Vo- lentieri s'incorpora coll'articolo de- terminante i 354. —usasi anche
per indicare L’ attraversamento d'un luogo 354—usasi anche per indicare uno
spazio di tempo scostan- dosi dalla originaria sua funzione sovente par che
faccia l' uflicio di altre preposizioni an- teposto all’ infinito di qualche
ver- bo, che sia preceduto dal verba es- sere, da a quello il significato del
futuro de’ Lalini 356. — soven- te dinola stromento o mezzo, me- diante il
quale si faccia alcuna ope- razione 356.—alle volte si usa per indicare
Distribuzione e tal- - Volta serve per pregare 356. PER AVVENTURA, avverbio di
dub- . bio 335. P£LR CERTO, avverbio d’ alfermazio- ne 334. PERCHE,
congiunzione causale 373. PERCIO, PERU’, congiunzioni con- clusive . i
PERCIOCC:;1E, PEROCCHE, congiun- zioni causali 373. PER QUI, avverbio di luogo,
e vale Per questo luogo PERSONE, ve ne sono tre, cio: la prima la seconda e la
terza 93 e 3o1T— PERSONE del verbo 171 e 174- —Uso delle PERSONE del verbo 300
a 306. PER TUTTO, DA PER TUTTO, avver- bj di luogo, che vagliono Ovunque,
dovunque 334. POCO, adliettivo quantitativo PER ULTIMO, IN ULTIMO, avveértbj di
tempo, indicanti il termine del tempo 3ag. PESSIMO, addie!ttivo superlativo,
formato irregnolavimente 13a.—Av- verbio di qualità 334. PIANO, PIAN-PIANO,
avverbj di tem- po, indicante Tardanza o lentezza di tempo 329. | PIU’,
particella comparativa, indican- te il grado maggiore 126.— Avver- bio di
quantità e numero PIUTTOSTO, avverbio di preferenza 334.—Congiunzione eletti va
373. PLUONASMO, figura grammaticale, che siguitica Ridondanza PLURALE (Numero) –
H. P. Grice: “At Rossall, I taught the dual!” -- PLURALE de’ nomi in a 63.— I
nomi uscenti în vocale accenluata , non varvia- no nel PLURALE 69. — PLURALE
dei nomi in cia e gia, in cio e gio 69.— PLURALE de’nomi in so, a/0, 0j0 70. —
PLURALE de'nomi in ca, ga, co, e go 7Nomi ete- rocliti nel PLURALE 71. POL’
ANZI, avverbio di tempo pas- sato Avverbio di quantità POCO FA, avverbio di
tempo salo 327. POfFARL IL CIELO, interiezione che dinota Maraviglia 3-6. PUL,
DAPPOI, DIPOI, avverbj ditem- ‘ po pas- POLISILLABE (Voci) 3a. PUSCIA, avverbio
di tempo 328. POSSESSIVI (Addiettivi pronomina- li) 133.—consideratì come
Addiet- tivi, dinotano la proprieta o |’ ap- partenenza d’una persona o d’ una
cosa all’ altra 133.— Tavola degli Addiettivi pronominali PossEssivi I
pronominali Posses- sIVI vanno preceduti dall’ artico- lo determinante
134.—Regole sul quando si debba mettere, e quan- do omettere’ articolo
determinan- te avanti a’ pronominali POSSESSIVI 235 a.138.— eccezioni di questa
regola 134 e 135. — l prono:inali Posses- SIVI talora sì ommettono I . _.progominali POSSESsIVI, secoudo.che U
404 Y l'armonia, o la forza del discorso lo richiede, possono premettersi al
nome, o questo a quelli 135. POSSESSIVO (Caso) POSTO CIIE, congiunzione
condizio- nale vuole il verbo susse- guente nel modo soggiuntivo 299.
PRIFERENZA (Avverbj di) 334. PREPOSIZIGNE, sesta fra le parti del discorso la
sua origine 54. —la sua definizione 54.—la sua funzione nel discorso 54.—Impor-
tanza delle PREPOSIZIONI nel discor- so 356.—Le PREPOSIZIONI possono essere o
significalive o indicative 336.—si dividono in semplici ed in composte 356.—
Alcune PREPO- SIZIONI sono dette, per eccellenza, Primil'ce 336. PRESENTE
(Tempo), uno de' tre tempi rell’ordine della natura ragionamento sulla detinizione
e sull'uso di questo tempo uso del tempo presente in vece del fu- turo Jot.
PRESENTE (Participio). Vedi PARTI CIPIO. PRESSO, avverbio di luogo, che vale
Luogo poco distante Pre- posizione indicante prossimità di - luogo e di tempo
364. PRESSO A, PRESSO A POCO, PRES- SO CHE, avverbj d’incertezza 335. PRIMA,
avverbio di preferenza 334.— Preposizione, lo stesso che Avanti e Innanzi
Congiunzione elet- tiva PRIMITIVI (Pronomi personali) PRIMITIVI (Numeri) 161.
PRINCIPALI (Verbi) 175, e 190. PROBABILITA’ (Avverb) dì) PRONOME, seconda tra
le otto parti del discorso 52.— la sua origine 53.—la sua definizione 53.—la
sua funzione ne) discorso 53 e 93.— 1 PRONOMI si dividono in sostan- tivi, e in
addiettivi I PRONOMI sostantivi sono di
tre specie 93.—Proxomi personali 93. — da taluni si chiamano Nomi personali 3,
g4.—1 PRONOMI personali della prima e della seconda persona, sì chiamano
Primitivi93.—quelli del- Ja terza persona, soglion dirsi Re- 4 lativi I PRONOMI
personali primitivi vanno soggetti a due sole varietà o accidenti 94. — La
distinzione di genere non è neces- saria ne’ PRONOMI personali primitivi I
PRONOMI personali re- lativi vanno di più sottoposti al- la varietà di genere
94.—La for- ma delie varietà ne’ PRONOMI per- sonali è diversa da quella stabili-
ta pei nomi 94.—Tavola de’ Pro- NOMI personali priruitivi Ta- vola de’ PRONOMI
personali relatli- vi 9g5.—Sull’uso de’ PRONOMI perso- nali ro0o.—PRONOMI
personali nel rapporto di subbietto nel rapporto di obbietto diretto 101. — nel
rapporto di obbietto indiretto 102, e 103. PRONOMINALI (Addiettivi) 133. — Cosa
s’ intenda per addiettivi PRO- NOMINALI 133. — Si dividono ia possessivi,
congiuntivi,distributivi, ed indefiniti PROPRIO (Nome) 56, 57. PROSODIA
33.—Prosobia de’ verbi in are PUH, PU, interiezioni indicanti av- versione 0
abborrimento di cosa fetente 376. PUNTO,0 PUNTO FERMO,nome d'una delle
interpunzioni 50. — PUNTO e VIRGOLA INTERROGATIVO dI. — AMMIRATIVO 51.
PURANCHE, e PURANCO , congiun- zioni aggiuntive 372. PURANCO, avverbio di
tempo, indi- cante una cosa che dura anche al presente 328. PURE, congiunzione
avversativa Congiunzione aggiuntiva Q Q, sedicesima lettera dell’ alfabeto, e
dodicesima delle consonanti 4.— non è considerato che come mez- za lettera
senza l’ accom- pagnamento dell’ u non ha vibra- zione 21.—in vece di
raddoppiarsi ammette avanti di sè il c 21. ‘QUA, QUI, avverbj di luogo, che va-
gliono In questo luogo QUADRITTONGHI, sillaba composta di quattro vocali
QUADRISILLABI (Vocaboli) QUAENTRO, avverbio di luogo QUAI. Vedi QUALE.
QUALCUNO, QUALCHEDUNO, addiet- tivi pronominali distributivi 147 e 148. QUALE,
addiettivo pronominale con- giuntivo posilivo 141.—si riferisce a persona e a
cosa 141.—t invariabile nel genere 141.—cangia ne) plurale la sua e finale in i
141.—si usa nei rapporti di subbietto e d’ obbietto diretto 141.—è preceduto
dall’ ar- ticolo determinante l’e fina- le può elidersi senza l’ intervento
dell’ apostrofo 141.—la sillaba fi- nale Ze può cangiarsi in i 142.0 QUALE,
indica talvolta la qualità o nalura d’ una persona o cosa 142. — (QUALE in vece
di Colui che, non vuole l’arlicolo 142.—sovente tro- vasi come rassomigliativo
di due nomi 142. — QUALE, addietlivo pronominale congiuntivo inter- Togalivo in
questo senso non può esser preceduto dall’ arti- colo 143.— QUALE, usato
nell’escla- mazioni 143.— QUALE, addieltivo pronominale dubitativo, vuole che
il susseguente verbo stia nel modo soggiunlivo 2098. QUALIFICATIVI ( Addiettivi
) QUALITA? (Avverbj di) QUALURA, avverbio di tempo inde- terminato 328.
QUALSISIA, QUALSIVOGLIA, ad- diellivi pronominali indefiniti QUALUNQUE,
addiettivo pronomina- le indefinito 149.—par che questa voce sia una
contrazione delle due voci quale e unque 149.—Qua- LUNQUE, trovasi talvolta
seguito dal suo nome al plurale 150. QUANDO, avverbio di tempo inde- terminato
QUANTITA’ (Avverbi di) QUANTITATIVI (Addiettivi) 159 a 161. QUANTO, particella
correlativa di Tanto nelle comparazioni in grado eguale 124.— può
elegantemente, per ellissi, sottintendersi 125.—QUAN- TO, addieltivo
quantitativo 159.—* QUANTO, avverbio di quantità e numero 335.— QUANTO ,
congiun- zione comparativa 373. QUANTUNQUE, congiunzione avver- sativa vuole il
susseguente verbo nel modo soggiunlivo 299. QUASI, QUASICHE, avverbj di pro-
babilità 335. QUASSU’, QUASSUSO, avverb)j di luo- go, che vagliono In questo
luogo ad alto 332. : QUEGLI,QUEI, pronomi personali di- mostralivi 112.—servono
per addi- tare persona mascolina singolare, nel rapporto di subbietto QUELLO,
QUELLA, QUELLE, QUEL- LI, addiettivi dimostrativi 155.— indicano persona o cosa
distan- te 155. QUESTO, QUESTA, QUESTE, QUESTI, addiettivi dimostrativi, per
dimo- strare persona o cosa prossima 155. — QuEsTo in vece di (Cio, vale Questa
cosa 155.—QUESTO,precedu- to dalla preposizione in, significa spesso il Tempo
presente, o suppo- sto presente QUESTI, pronome personale dimostra- tivo
112.—non sì usa che per ad- ditare persona mascolina, singola- re 112. QUI,
QUA, avverb) di luogo, che va- gliono In questo luogo 329. QUICI, avverbio di
luogo, vale lo stesso che Qui, ma è del verso QUINCI, avverbio di luogo che
vale Da questo luogo QUINDI, INDI, avverbj di luogo, che vagliono Di quel
luogo, da quel luogo 331. —indicano anche succes- sione dì un tempo ad un altro
328. — QuiNDI, è anche congiunzione conclusiva QUIVI e IVI, avverbj di luogo,
che vagliono In quel luogo 330 —essi sono talvolta anche avverb)j dì tera- po
330. R R, diciassettesima lettera dell’ alfabe- to, e tredicesima delle
consonanti 4.—è la quarta delle liquide a1.-= MU 406 )( © lettera di suono
aspro. pronun- ziandosi erre 21.—essa forma con- sonante composta con le
lettere b,c,d,f,g,p,lt,v, ricevendole avanti di sè 21.—fa altresì conso- nante
composta con la s avantidi sé 21.—raddoppiata accresce mag- giore aspre,za nel
pronunziare 21. — \nlicamente la R fu usata cone lettera numerale 21. RADO, DI
RADU, avverbj di tem- po? 328. RAPPORTI del Nome RAPPORTI del None con un verbo
77.—Quan- ti RAPPORTI il nome abbia col ver- bo 77.— RAPPORTI del nome con un
altro nome Come questi RAPPORTI sieno stati indicati dai Lalini 78, 70. RAR),
DI RARI, lo stesso che Rado e Di rado 323. RASENTE, preposizione esprimente
Vicinanza 36-. RATTO, avverbio di tempo indicante Celerità di temno 329.
REGOLARI (Verbi) Vedi VERBO. RELATIVO (Saperlativo) 129. Vedi SUPERLATIVO. 9 $,
diciottesima lettera dell'alfabeto, e quattordicesima delle consonan- ti 4.—è
consonante dentale e pro- nunziasi esse 21.—concorre a for- mare ogni sorta di
consonanti composte non che di due, ma an- che di tre lettere 2t1.—poita in
composizione con un vocabolo pri- mitivo, sovente indica Privazione questa
lettera ha nella nostra lingua due suoni differenti, uno gagliardo, l’altro
sottile 21, e 22. — Casi in cui la S ha il suono sottile Lista alfabetica di
vocaboli in cui Ja S' profferiscesi col suono sottile 24 a 26. SALVO,
preposizione eccettuativa SaALvo, addietlivo nel senso d'eccettuato, non
s'accorda mai nè in genere, nè in numero col nome SALVO CHE; congiunzione
eccettuativa ù SAVAMO, SAVATE, voci antliquate per Eravamo, Eravale SE, e SI,
pronomi personali relativi rimangono invariabili g5.—osservazione su questi
pronomi, g8. essi non sono primitivi, ma bensi relalivi. possono chiamarsi pronomi
vd-rtii e g9. SÈ, usasi nel rapporio d’obbietto
diretto e nel rapporto d’obbietto IN-diretto, essendo preceduto da alcuna delle
preposizioni SÈ, può essere immediatamente seguito dai pronomi personali
relativi /o, gli, li, la, le, ne Vedi Sr. SE, congiunzione condizionale presso
gl’antichi trovasi in principio di quelle locuzioni che esprimono un qualche desiderio
talvolta INDICA – ‘indica’ IMPLICA – H. P. Grice -- indica dubbio gl’antichi
solevano afaggere a questa particella la consonante “d,” dicendo “sed,” ogni
volta che il susseguente vocabolo comincia da vocale SEBBENE, congiunzione avversativa
essa può reggere il susseguen. verho o nel modo indicativo, o nel modo
soggi:mlivo SECONDO, preposizione indicante conformità SEGNACASI, cosa
s'intenda per questa voce A che servano i SEGNACASI Quali preposizioni sì
considerino per lo più come SEGNA-CASI SE MAI, congiunzione condizionale
SEMICOLON, voce greca indicante una delle interpunzioni, e vale lo stesso che punto
e virgola – H. P. Grice, Jack i an Englishman; he is, therefore, brave.” St.
SEMI-VOCALI consonanti perchè alcune consonanti siano così dette Le consonanti
SEMI-VOCALI sono sei SEMPRE, avverbio di tempo, indicante una cosa che dura
anche al presente SEMPREMAI, MAI SEMPRE, avverbj di tempo, indicanti frequenza
e durata di tempo SENDO, gerundio antiquato del verbo essere, lo stesso che essendo
. MX SE NON, SE NON CHE, congiunzio-
sizione e connesstone di più cose ni cccellualive SENTENZA, lo stesso che discorso
SENZA, preposizione privativa, esprimente la privazione di compagnia SI],
pronome personale relativo, lo stesso che Sè usasi nel rapporto d’obbietto
diretto, e in quello d’obbietto IN-diretto, ma in quest’ulimo solamente nel
senso d’attribuzione o tendenza Differenza tra sI e Sè SI, può esser preceduto
dai pronomi relativi il, 20, lu, le, gli . —egli può al verbo premeitersi e ad
esso afiiggersi 106.—di necessità si afiigge all’ infinito, all’ impera- tivo,
e al gerundio 106 e 107.— questa particella o sciolla, o affis- sa al verbo, si
trova spesse volte per solo ripieno, cioè che senza di essa il senso della
frase sarebbe intiero 110. Sl”, CUSI’, particelle comparalive, usa- te nelle
comparazioni in grado eguale SI, talora ripete i in vece della sua particella
correlativa Come $I', S'' CERTO, avverb. d’affermazione l SICLUIIE, COSICCHE congiunzioni conclusive
SICCUME, Si’COME, avverb. di similitudine Congiunzioni. comparalive SILLALA,
cosa sia dall’unione di più sillabe si costruiscono le parole Una sola SILLABA
può eziandio formare voce significaliva di. SILLABAZIONE SILLESSI figura
grammaticale SIMILITUDINE Avverbj di SINGULARE Numero Usservazione sul termine
grammalicale SINGOLARE Per SINGOLARE isten» desi Un’unità individuale SINO,
INSINUO preposizioni che vagliono lo stesso che Fine, infino SINIASSI una delle
quattro parti in cui si divide la grammatica onde questa voce derivi in
generale significa Ordinatà dispo- come termine grammaticale ‘significa’ collegazione,
disposizione, ed ordine delle parole SOCGIUNTIVE Congiunzioni SOGGIUNTIVO Modo,
uno de’cinque modi del verbo italiano cosa s'intenda per questo modo indica la
dipendenza di un verbo da un’altro . in che consista la dipendenza delle nostre
azioni Quali verbi vogliano il susseguente verbo al SOGGIUNTIVO ì verbi
esprimenti dubbio, timore, sorpresa ec. reggono il modo SOGGIUNTIVO La terza
persona del verbo essere, con un addiettivo, manda il verbo al socGIUNTIVO
Enumerazione di molii vocaboli che esigono il susseguente verbo nel SOGGIUNTIVO
a doo. SOLO, SOLTANTO, avverbj di quantita SUPRA, SOVRA, preposizioni
esprimenti l’idea d'elevazione talvolta portano il significato di ollre, di piu,
al di là e talora vagliono oi.appresso, addosso Sopra è sovente preceduto dalla
preposizione di alcuni modi di dire con’questa preposizione SOSTANTIVO termine
grammalicale, opposto a addiettivo (H. P. Grice: shaggy), cd è lo stesso che nome,
prima parte del discorso SOTTO preposizione di significato contrario a quello
di sopra esprime l’idea d’inferiorità talora vale Circa SOVENTE, SPESSO,
avverbj di tempo, indicanti frequenza e durata di tempo SOVERCHIO avverbio di
quantità SPESSU lo stesso che Sovente STARE verbo irregolare della prima
conjugazione la sua conjugazione. Modi di dire col verbo STARE STATO participio
passato del verbo essere. STESSO MEDESIMO addiettivi determinativi
asseverativi SU SUSO avverbj di luogo
superiore SU preposizione, vale lo stesso che sopra s’incorpora volentieri cogl’articoli
determinanti #, /o, ec. talvolta usasi per indica- re vicinanza di luogo o di
tempo 359.—non di rado trovasi prece- duto da in, che aggiunge l’ idea d'
interiorità a quella d' elevazio- ne 359.—SU innanzi a parola prin- cipiante da
vocale, riceve talvolta una r, scrivendosi e pronunzian- dosi Sur SU5B:ETTO,
primo de’tre terminicom- ponenti la proposizione uno de’ tre ra, porti del nome
col verbo, e corrisponde al caso relto, o nominalivo de Latini 77 €79. SULITO,
avverbio di tempo, indican- te Prontezza e celerità di tempo 329. SUL, SULLO,
SULLA, SUI, SUGLI, SULLE, articoli composti della preposizione su, e degli
articoli de- terminanti il, Zo, la ec. 85. SUO, SUA, SUOI, SUE, addiettivi
pronominali possessivi di terza persona.—in vece di Suo e SUA adoprasi di Iui,
di lei, .— SUI per SUOI è poetico .—SUO per SUA è errore di lingua, quan-
tunque se ne trovi qualche esem- io negli autori 1534. SUPERLATIVO, uno
de’'gradi di com- parazione 124 e 129.—ll SUPERLATIVO si divide in relativo, e
in assoluto .1l SUPERLATIVO re- lativo, si forma con le particelle più e meno
precedute dall’articolo de- terminante .—e talvolta anche senza l'articolo .—]]
SUPERLA- Tivo relativo, altro non è che un comparativo alquanto più esteso
129.—I gradi maggiore e minore possono esser di nuovo compara- tivi in grado
eguale 130.—SUPER- LATIVO assoluto qual sia il suo ufficio .—come si formi 131.—
può talvolta aver relazione com- paraliva con altre voci dello stes- so genere
.—Maniera di forma- re il suPERLATIVO degli addietti- vi acre, celebre ,
integro, salubre, 3131. — Gli addiettivi duono, ma- cal lo, grande, piccolo,
hanno due maniere di formare il superlativo assoluto 132.—Oltimo e pessimo,
possono ancora aumentar di grado Un addietlivo positivo, ha ta- lora forza di
SUPERLATIVO per €es- sere preceduto o seguito da qualche dizione esprimente il
supremo gra- do SUSO, avverbio di luogo, lo stesso che Su . SUTU, participio
passato antiquato del verbo essere 179. SU VIA, interiezione che serve per far
animo,lo stesso che Orsù 376. T T, decima nona lettera dell'alfabeto, e
quindicesima delle consonanti 4.—è una delle consonanti mute 14.—è cosonante
dentale Dai Toscani si pronunzia fi, e dagli altri po- poli d’ ltalia Ze ia sua
artico- lazione è quasi simile a quella del D perde alquanto di suono, allorchè
riceve dopo di st la r 26. —in mezzo di parola riceve avan- ti di sè, ma in
diversa sillaba le consonanti 2, n, r, s 26.— forma consonante composta di due
lette- re con la s avanti, e con la r dopo di st 26.—raddoppiasi nel mezzo
della parola ovunque occorra 27.—Il T presso gli antichi era lettera nu- merale
27. TALCHE, congiunzione conclusiva TALE, addiettivo determinativo s' accorda
con il suo nome in nu- mero solamente 157.— TALE, ha per lo più come
correlativo Quale 142 e 157.TALE, qualche volta signiti- ca Alcuno . TALORA,
‘TALVOLTA , avverbj di tempo, indicanti Frequenza e du- rala di tempo . TANTO,
particella comparativa in grado eguale può elegante- mente sollinatendersi
avver- bio di quantità 335,— congiunzio- ne comparativa . TANTO PIU’, TANTO
MAGGIORE, TANTO MENO, TANTO MINURE, i )( 40 particelle comparative del superla-
‘tivo relativo, le due prime del grado maggiore, le due ultime del grado minore
. i TANTO CHE, INTANTOCHE, con- ‘ giunzioni conclusive . TANTOSTO, avverbio di
tempo, indi- ‘ cante Celerità di tempo TARDI e TARDO, avverbj di tempo, ‘
indicanti Lentezza di tempo 329. TE, pronome personale primitivo di ‘©. seconda
persona singolare g5.—usa- si nel rapporto d' obbietto diretto 1ot.—e in quello
di obbietto indi- retto con alcuna delle preposizioni ammette dopo di sè i
prono- mi relativi Zo, gli, la, le, ne 108. TEMPU del verbo Cosa s'intenda – H.
P. Grice: IO SIGNIFICO, IO INTENDO -- per TEMPI del verbo 171.— nell'ordine
della natura, non evvi che tre TEMPI Tavola di tut- ti i TEMPI del verbo
Definizioni di ognuno dei TEMPI del verbo . — Sul=, l’uso de’TEMPI del verbo
.—Trò- vasi spesso un TEMPO adoperato per un altro . TEMPO (Avverbj di) TESTE,
avverbio di tempo passato . "TI, pronome personale primitivo di seconda
persona singolare 95.— u- sasi nel rapporto d' obbietto diret- to 101.—usasi
anche nel rapporto d’ obbietto indiretto, ma solo in quello d’ attribuzione o
tendenza . ammette avanti di sé ì prono- mi relativi 12, 20, Za, Ze .—si pre-
mette sciolto al verbo, o affisso ad esso 108.—per vaghezza di linguag- gio, si
trova sovente nel discorso per solo ripieno 110. TMESI, figura grammaticale 380
e 382. "TOL'TONE, TRATTONE, preposizioni ecceltuative 366. TONICO
(Accento) . TOSTO, avverbio di tempo, indicante prontezza, e celerità di tempo
. TRA , INTRA, preposizioni, lo stesso che Fra e infra . TRANSITIVI (Verbi),
cosa siano . —Verbi di natura loro TRANSITIVI possono divenire infransilivi .
TRISILLABE (Parole) 31. 'TRI'TTONGO, unione di tre vocali in una sillaba 13.
Gram. Ital. TRONCAMENTO de?le parole
median- te l'apostrofo TrRonca- MENTO delle parole in fine senza l'apostrofo TROPPO, avverbio di quantità . TU, pronome
personale primitivo, se- conda persona singolare g5.—TUE per TU, dicevano
sovente gli an- tichi 95. TUI per Tuoi, si disse da qualche poe- ta a cagione
della rima 133. TUTTAVIA, avverhio di tempo, per indicare una cosa che dura
anche al presente Avverbio di di- versità e contrarietà . TUTTAVOLTA,
congiunzione avver- sativa 371. TUTTO,addiettivo quantitativo .— richiede tra
sè e il suo nome l’ar- ticolo determinante . — usalo come nome di genere neutro
col- l'articolo, e anche senza . TUTTO, preteduto dalla preposizio - ne per,
rimane invariabile Gli antichi, per proprietà di lin- guaggio, ponevano sovente
TUTTO tra il pronominale congiuntivo Quale cun none TUTTO, posto innanzi ad un
addictti vo, quantun- ‘ que non sia che un avverbio, accor- dasi però col suo
nome . TUTTO CHE, CONTUTTOCHE, con- giunzioni avversative, e vagliono
Liononostaale TUTTO QUANTO, vale lo stesso che * Tulto intero TUTTORA, avverbio
di tempo, lo stesso che Tuttavia . U U, ventesima lettera dell’ alfabeto, e
quinta delle vocali 4 e 5.—non va soggetto ad alcune variazioni 13.— ha un
suono molto più rapido al- lorchè si trova dopo il g ed il g 13. U’
coll’apostrofo, in vece di Ove . UN, UNO, UNA, articoli indetermi- nali gr.
UNO, addiettivo numerale s'ac- corda in genere col suo nome Talvolta ponesi
anche ia plura- le .—Talora usasi in senso di- stributivo,in vece di Ciascuio .
UNQUA, UNQUE, UNQUEMAI, UN- X )( | QUANCO, UNQUANCHE, vagliono VERUNO,
VERUNA, addiettivi pro- tutti e cinque,lo stesso che Mai 329. V. V, ventunesima
lettera dell'alfabeto, e sedicesima delle consonanti È sconvenevole il
confonderla col- 1’ è consonante
labbiale, e pronunziasi vu .—è molto si- mile al B e al P forma con- sonante
composta di due lettere con la r dopo di st, e la s avanti di se .—in ambo i
casi perde molto del suo suono .—-si raddop- pia comele altre consonanti, ovun-
que occorra 27. VERBALI (Nomi) .—Nomi VERBA- LI caratteristici .—-Nomi astratti
VERBALI VERBO, quarta delle parti del di- scorso la sua definizione la sua
importanza nel discor- so 165.Senza il verbo, le sostan- ze ed iloro attributi,
offrono idee isolate e sconnesse. Il VERBO è un segno affermativo dell’ esi-
stenza degli attributi .— la qua- le esistenza non è che intellettuale
.—Usservazione ragionata so0- pra questo principio 1.—Non ev- vi che uu sol
VERBO propriamente detto Cosa s’ intenda per VERBO sosfanlivo, e per VERBI
addiel- tici Da taluni ìi VERBI ad- diettivi sono chiamati Verbi con- creti . —
Divisione de’ VERBI addiettivi in attivi e passivi Cosa siano i VERBI Zransilici
ed intransilivi .—1l VERBO va sog- getto a cinque modificazioni o ac- cidenti
.— VERBI neutri VERBI passivi VERBI neutri passivi VERBI ausiliarj -- cf. H. P. Grice on Rivetta: To call ‘to
be’ auxiliary is abusive!” -- e VERBI principali VERBI regolari VERBI ir-
regolari, o anomali VERBI in are.—in ere .—in ire Il VERBO dee accordare col
suo subbietto in per- sona e in numero varie 0s- servazioni su questa regola .
VERSO, INVERSO, preposizioni in- dicanti Accostamento o indirizza- mento a
qualche parte . nonfinali indefiniti relativi . VI, pronome personale primitivo
di seconda persona plurale, e vale Voi "Fo dicagana nel rapporto di
obbietto ivetto, ed anche in quello di ob- bietto indiretto, ma solamente per
indicare attribuzione 0 itendenza .—ora precede al verbo ora a questo si
affigge am- mette innanzi a sé ì Pronomi per- sonali relativi 32, Zo, Za, Je .
— per proprietà di linguaggio usa- si per solo ripieno .—VI, è tal- volta
pronome di terza persona, come obbietto indiretto nel rappor- to di attribuzione
o di tendenza .—è sovente al par di Ci, pro- nome di luogo, facendo le veci del
luogo dove si va . VIA, inteviezione per discacciare . VICINO, avverbio di
luogo, e vale Luogo poco distante .— prepo- sizione indicante Prossimità di
luo- go e di tempo . VIRGOLA, uno de’segni adottati per l’ interpunzione VOCABOLI,
o PAROLE, segni, | ag- gregazione de’ quali forma il lin- guaggio 1. VOCALI,
cosa siano, quante ne sia- no, e perchè così si chiamino. VOCATIVO, quinto
de'’casi latini —a che serva nella lingua lalina -— come debba essere ri-
guardato nella lingua moderna 79. VOI, pronome personale primitivo di seconda
persona plurale 95. —usa- si nel rapporto di obbietto di retto, e in quello di
obbietto indiretto, ma in quest’ uliimo va sempre preceduto da qualche
preposizione .—IÌ poeti usano talvolta, în favor della rima, 7 w in vece di VOI
. VOLENTIERI, avverbio di modo. VOSTRO, VOSTRA, VOSTRI, VO. STRE, addiettivi
pronominali pos- sessivi di seconda persona plurale . VUI, voce poetica per Yoi
. X X, lettera d’ origine greca, usata anche da’Latini, ma straniera alla E -
=x='EE..-..:- OI: sent II AI ant _ DV 4u1 )( lingua italiana ad essa sosti-
tuiscesi da noi la .$, in alcune vo- ci scempia, e in altre raddoppiata 3o.—conservasi
questa lettera an- che nell’idioma italiano, in alcuni latinismi posti
avverbialmente 31. Y Y, lettera che corrisponde all’ epsilon de’ greci 5. —essa
non era necessa- ria a'Lalini, i quali non l’adopra- vano, che per seguire
esattamente l' ortografia greca 5.—non è nep- pur necessaria agl’ Italiani, che
in vece di essa adoprano l’ i 5. Z Z, ventiduesima ed ultima lettera del- 1’
alfabeto 4. —è lettera dentale 14. e 27.—si pronunzia zela 27.--è assai in uso
appo gl’ Italiani . — dopo di sè non ammette nissun altra consonante 27.—e non
riceve avanti di sè, in diversa sillaba, che la I, a, r 27.—ha tre suoni diver-
sì, I gagliardo, il dolce, e il sot- tile 2y.—Regole diverse sul quan- do la Z
debbasi pronunziare con uno de’ tre suoni suddetti . — Lista alfabetica di voci
in cui la Z si pronunzia col suono dolce 29. e 3o. ZEUGMA, figura grammaticale
. ZI, ZITTO, interiezioni che si usano per dare in sulla voce, comandan- do il
silenzio . Fine DELL'INDICE. ERRATA —r— =p>) e . lin. ERRORI CORREZIONI
10 28 patiscano patiscono 19 I oh | ho 21 10 ricevendole dopo ricevendole
avanti tempi composti verbi composti chia-cchie-re chiac-chie-re 1 ac-qua a-cqua 66 15 e fronde o fronde 80 8
proposizione preposizione 81 42 irapàsso {trapassato Vagliano vagliono GLIELA GLIELE 121 34 Bocc. 55; nov. Bocc. nov.
55; 162 45 DuaA DuI 164 24 D. Inf. 12. D. Inf. 13 172 3 all’ altro dall’ altro
184 17—1ma col. Essere fale, Essere leale, 189 20—2da col. Essere ardilo Essere
adiralo —2da col. Traltarsi Trattenersì —1ma col. Stare in pericolo: Stare in
perno: 247 16 forma formano si 45—2da col. a )(
V( ERRORI Ricoprire chi lui è Vignono per vegnono T. Conv. uniscasi si
pone s' incontra cogliere debbesi nov. 1, 9. gli aveva Oltre, più, preposizione
il passato del presente La donna guardàtolo che varj effetti CORREZIONI
Riscoprire chi di lui è Vègnono per vengono D. Conv. uniscesì sì pospone 8'
incorpora togliere debbonsi nov. 19. egli aveva O!tre, di più, proposizione il
passato in vece del presente La donna guard dolo, disse, che | var) affetti —_-
tesn ne Lar! aci, EI e = — - Sonne —_7er,r—o—-: e - vi AA 2 AA Adiacente nes d
slo atica ragionata della li I r Li "W0s740024 IT 2044 086 630 597
</pre>C. Nome compiuto: Carlo Antonio Vanzon. Refs.: Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Vanzon,” The Swimming-Pool Library,
Liguria, Italia.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Vario: la ragione conversazionale della filosofia della
vita a Roma – Philosophy of Life -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Turbigo). Filosofo italiano. Turbigo, Milano, Lombardia. Abstract.
Keywords: IL GIARDINO. In Grice’s time, philosophy was not studied as a
separate subject, but under classics. Philosophy wss introduced upon completion
of five terms into the B. A. Lit. Hum. Mundle complained: Grice referred to
ordinary language as the language employed by any philosopher who had earned a
first at Greats – as his pupil Strawson never did! -- Filosofo italiano. L’orto.
Friend of FILODEMO (vedi). A poet. One of his works, “On death,” was doubtless
shaped by L’Orto. He had a significant influence on VIRGILIO (vedi). His tutor
was SIRO (vedi). Orazio
legge davanti al circolo di Mecenate, di cui faceva parte anche Vario Rufo
(dipinto di Fedor Bronnikov, conservato presso il Museo d'arte di Odessa).
Lucio Vario Rufo (in latino Lucius Varius Rufus; Turbigo -- è stato un poeta
romano dell'età augustea. Biografia Lo stesso argomento in
dettaglio: Storia della letteratura latina. (latino) «quem non ille sinit
lentae moderator habenae qua velit ire, sed angusto prius ore coercens
insultare docet campis fingitque morando. (italiano) «Che il guidatore della
flessibile briglia non lascia andare dove vuole, ma prima frenandolo nella
bocca (“ore”), tenuta stretta, gli insegna a galoppare nella piana e
trattenendolo lo ammaestra» (Vario Rufo, Frammento Traglia) Amico di Virgilio,
di cui era certamente più grande, Vario fu anch'egli epicureo, come attestato
anche da Quintiliano, che lo definisce esplicitamente epicureus[1] e da
Filodemo di Gadara, che gli dedicò un trattato Sulla morte[2]. Avrebbe,
comunque, introdotto Virgilio nel circolo di Mecenate e, con lui, presentato
anche Orazio. Che Virgilio ne fosse amico e ammiratore traspare dal fatto che,
negli anni Quaranta, Virgilio, sotto lo pseudonimo di Licida, rimpiangeva di
non aver prodotto fino a quel momento nulla di paragonabile alla poesia di
Vario o di Elvio Cinna. La gratitudine e la stima di Orazio, invece, è evidente
dalla definizione di quest'ultimo di Vario come un maestro dell'epica e l'unico
poeta in grado di celebrare le gesta di Marco Vipsanio Agrippa. Ancora la già
citata testimonianza di Quintiliano lo pone in stretti rapporti con Augusto:
una didascalia, infatti, informa che nel 29 a.C. lavorò per i giochi
celebrativi in onore della vittoria di Augusto alla battaglia di Azio (31 a.C.)
e che Vario ricevette un milione di sesterzi dal princeps. Dopo la morte di
Virgilio, fu incaricato da Augusto, insieme a Plozio Tucca, di pubblicare
l'Eneide. Dopo questa data non abbiamo altre notizie. Opere Delle opere
di Vario, come detto, celebrate in età augustea non ci restano che magri
frammenti. Da Macrobio sappiamo che Vario compose un poema De morte[6],
ampiamente riecheggiato da Virgilio. Orazio, invece, alluderebbe ad un
altro poema: secondo uno scoliasta, infatti, si tratterebbe di un panegirico di
Augusto. L'opera letteraria più famosa di Vario fu, comunque, la tragedia
Tieste, che Quintiliano riteneva non essere inferiore ad alcuna tragedia
greca. Quintiliano. ^ Marcello Gigante, Ricerche filodemee, Napoli,
Macchiaroli. ^ Bucoliche, IX, 35-36. ^ Orazio, Carmina, I 6. ^ Conservata in un
manoscritto a Parigi. ^ Frr. Hollis; la notizia è in Macrobio, Saturnalia,
. Orazio, Satire, versi di dubbia autenticità (Fr. Hollis). Frr.
Hollis. Quintiliano, Hollis, Fragments of Roman Poetry: 60 BC-AD 20,
Oxford University Press (testo, traduzione inglese e commento dei frammenti). V.
Rufo, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Modifica su Wikidata Augusto Rostagni, VARIO RUFO, in Enciclopedia
Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, V. Rufo, Lùcio, su sapere.it, De
Agostini. V., su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Opere
di Lucio Vario Rufo, su Musisque Deoque. Modifica su Wikidata (LA) Opere di
Lucio Vario Rufo, su PHI Latin Texts, Packard Humanities Institute. Modifica su
Wikidata V · D · M Circolo di Mecenate Portale Antica Roma Portale
Biografie Portale Età augustea Portale Letteratura Categorie:
Poeti romaniPoeti del I secolo a.C.Romani del I secolo a.C.Nati a
Turbigo[altre] Vario Rufo, Lucio (Varro)
Poeta epico e tragico romano (sec. I a.C.), amico di Virgilio e di
Orazio; ricevette da Augusto, con Plozio Tucca, l'incarico di pubblicare
l'Eneide dopo la morte di Virgilio. Un duplice ordine di motivi legittima
l'identificazione con lui del Varro di : motivi di ordine testuale e motivi di
ordine ideologico. Presso gli amanuensi
medievali è documentata un'oscillante e mutevole grafia del nome in questione
secondo le forme Varius, Varus, Varrus: è quindi plausibile ortograficamente la
lezione dantesca Varro per Vario (la legittimità della lezione Varro è
sostenuta dall'ediz. Petrocchi; cfr. anche Bosco). In D. stila nei versi in questione un canone
poetico a quattro elementi sulla falsariga di quello dei poetae regulati.
Sappiamo che in ognuno dei canoni che D. stila nella Commedia Virgilio viene
nominato a latere, non inserito, ma generalmente segnalato: è il caso di Varro
che funge da segnale di Virgilio. Il canone che qui D. stila è un canone di
poeti comici in cui sono rappresentati personaggi dell'antica commedia (Plauto
e Terenzio, Cecilio, donde la probabile eco oraziana: " Quid autem /
Caecilio Plautoque dabit Romanus ademptum / Vergilio Varioque? ", Ars
poet. 53 ss.) e personaggi della commedia nuova nella persona di Persio (Pg
XXII 100) che viene nominato significativamente dallo stesso Virgilio. Qualora
si consideri questo canone unitamente a quello di If IV (v. ORAZIO), risulta
chiara la volontà di D. di qualificare la propria poesia, il valore della sua
Commedia, il rapporto con gli auctores nell'ambito di un discorso di ‛ genere
poetico ' che travalica il dato specifico per diventare una questione che
riguarda le matrici ideologiche della Commedia.
Bibl. - U. Bosco, Particolari danteschi, in " Annali Regia Scuola
Norm. Sup. Pisa (anche per le questioni
della tradizione ortografica dal nome Varro), rist. in D. vicino,
Caltanissetta-Roma 1966, 391-398; R. Mercuri, Terenzio nostro antico, in "
Cultura Neolatina " XXIX (1969) 84-116 (soprattutto pp. 85-91).Nome
compiuto: Lucio Vario Rufo. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, “Grice e Vario,” Per H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool
Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Varisco: la ragione conversazionale, o l’implicatura
conversazionale del sommario di criticismo – la scuola di Chiari – filosofia
lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, The Swimming-Pool Library (Chiari). Abstract. Keywords: gnothi seauton, implicatura
dell’oracolo. Filosofia critica. Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Chiari,
Brescia, Lombardia. Essential Italian philosopher. Filosofo italiano. Grice: “We all learned about the ‘gnothi seauton’ at
Clifton – Varisco composed a full tract about it! Calogero has analysed the
implicatures! The idea is that you need a ‘thou’ to tell ‘thou’ ‘knowest
THYself” – although the oracular mystique is still there!” – – Nasce da Carlo,
direttore del ginnasio locale, e da Giulia Bonatelli, sorella del filosofo BONATELLI
(vedasi). Il padre è un cultore appassionato delle
lingue e delle civiltà classiche, ma, privo di ambizioni sia accademiche sia
scientifiche, rimane per tutta la vita a dirigere il ginnasio di Chiari,
giungendo al punto di ri-fiutare la presidenza del liceo di Rimini offertagli,
probabilmente per il suo orientamento patriottico, dal governo dello stato
unitario, di recente proclamazione. La madre di V. è la seconda moglie del
padre, che dalla prima, scomparsa in giovane età, aveva avuto un solo figlio,
morto da bambino. Con Giulia, Carlo V. ebbe, oltre a Bernardino, tre figlie. Rimasto
vedovo una seconda volta, si sposa per la terza, di nuovo con una Bonatelli,
alla quale pure sopravvisse. L’infanzia
e l’adolescenza di V. sono contraddistinte da un’educazione ispirata a
sentimenti patriottici e irredentistici, pervasi da una profonda religiosità.
Dopo aver concepito, senza riuscire a portarlo a termine, il disegno di
arruolarsi nell’esercito italiano allo scoppio della guerra di indipendenza – quando è allievo del
collegio nazionale di Torino –, in occasione dell’esame con il quale corona il
suo percorso scolastico scrive un componimento intriso di un così profondo e
sincero sentimento nazionale e contraddistinto da un’enfasi letteraria tanto
efficace che gli valse la medaglia d’oro del re, venendo valutato come la
migliore prova scritta di italiano tra tutte quelle composte da coloro che, nel
suo stesso anno, sostennero l’esame di licenza liceale. Terminato il liceo, V.
si iscrive al Poli-Tecnico di Torino, città nella quale svolge il suo percorso
scolastico secondario, per poi passare a Padova dove si laurea in ingegneria e
conosce la sua futura moglie, Natalina Müller. Il matrimonio lo costringe ad
abbandonare la prospettiva di intraprendere una libera professione, cosa che
avrebbe richiesto troppo tempo, tenuto conto dei suoi nuovi obblighi, per
ottenere un reddito soddisfacente, e lo induce a dedicarsi all’insegnamento
della matematica presso l’istituto tecnico di Porto Maurizio. Qui nacquero le
sue due figlie, Giulia e Maria, ma, contemporaneamente, inizia a declinare la
salute della moglie, che muore. Questa morte prematura fu causa, per V., di una
profonda afflizione testimoniata, tra l’altro, da alcune lettere al padre in
cui V. dichiara di essere stato trattenuto dal por fine alla propria vita solo
dal senso religioso del dovere e della responsabilità nei confronti delle
figlie. L’evento luttuoso determinò, inoltre, un lacerante conflitto con il
suocero Müller, che lo ritenne responsabile del destino di Natalina,
accusandolo di averne causato la morte con l’impedire che lei si trasferisse,
per un periodo, in provincia di Padova allo scopo di riprendersi dal
logoramento fisico cui i due parti ravvicinati avevano sottoposto il suo
gracile organismo. Il suocero attribuiva l’opposizione di V. alla morbosa
gelosia da lui nutrita nei confronti della moglie, e non volle mai più rivedere
il genero. Nonostante il dolore per la perdita subita, aggravato dalla
mortificazione prodotta in lui dalle accuse del suocero, V. si sposa una
seconda volta, colla figlia di un preside di Porto Maurizio, ma il matrimonio
non durò che i pochi mesi necessari ai due coniugi per rendersi conto
dell’incompatibilità dei loro caratteri e delle rispettive esigenze,
concludendosi, in breve, con una separazione. È a quel punto che V. si trasferì
da Porto Maurizio a Bergamo e che iniziano a intensificarsi i rapporti e gli
scambi con lo zio materno: il filosofo BONATELLI (vedasi). Questi, aderente a
una visione spiritualistica e religiosa della vita alla quale ispira il proprio
pensiero filosofico, esercita progressivamente un’influenza sempre più decisa
su V. che, laureato in ingegneria e insegnante di matematica, propende inizialmente
per un indirizzo filosofico di orientamento positivistico. È grazie allo zio
che in V. si risvegliò un interesse per la filosofia molto meno generico di
quanto non fosse la sua istintiva simpatia di scienziato per il positivismo, al
quale, comunque, continua a guardare con attenzione anche dopo l’avvio del
proprio più diretto impegno filosofico, ma in modo maggiormente avvertito e
consapevole dal punto di vista concettuale. Questo più definito interesse per
la filosofia lo spinse a esporre, in una serie di contributi – pubblicati negli
Atti del Reale Istituto veneto di scienze, lettere ed arti grazie ai buoni
uffici di BONATELLI (vedasi) – le proprie riflessioni di carattere filosofico
su tematiche di natura logico-gnoseologica. Apparvero così le Ricerche intorno
ai principi fondamentali del pensiero, le Ricerche intorno ai principi
fondamentali del ragionamento – cf. H. P. Grice, raziocinio – le conferenze
Kant a Stanford -- e il saggio Di una nuova ipotesi intorno ai fondamenti del
pensiero. Uscirono, per i tipi di due tipografie, una di Bergamo e l’altra di
Padova, Sul problema della conoscenza e Verità di fatto e verità di ragione –
Grice: “Leibniz, the inventor of the ‘analytic/synthetic’ dogma!” -- . Con La
necessità logica, pubblicato negli Atti della Reale Accademia di scienze morali
e politiche di Napoli, si conclude questo intenso periodo di elaborazione
filosofica che lo occupa. In precedenza V. pubblica degli scritti di carattere
scientifico -- se ne segnalano due: Sui numeri primi e Sulla deviazione
apparente del piano di oscillazione di un pendolo dovuta alla rotazione
terrestre. È questa, presumibilmente, la
fase alla quale va fatto risalire il suo originario orientamento positivistico,
empiristico, deterministico, da lui stesso denunciato e rigettato in seguito,
ma che non manca di far sentire la propria influenza anche nei contributi di
carattere filosofico. In questi, da un lato, tutto viene ridotto ad atti e,
come in H. P. Grice, stati di coscienza, o ‘stati menntali’ o ‘atti mentali’ –
‘mental acts’ – H. P. Grice, “Negation and privation” -- ma, dall’altro, tale
distinzione s’intreccia con quella fra esteriorità e interiorità in un modo che
non lascia dubbi sul carattere non idealistico di una gnoseologia così
concepita. In un quadro filosofico diverso, a distanza di una quindicina
d’anni, nell’opera I massimi problemi, si ritrova una distinzione analoga tra
‘sensibile’ e ‘sentito’ – cf. H. P. Grice e G. J. Warnock, ‘videre’, ‘visum’
--. ‘sensum’ – sense data – Grice in Scharwtz, Sensing. La relativa
indipendenza del sensibile rispetto al SENTITO – SENSO, SENSVM -- comporta qui
che, anche se del sensibile si può avere contezza solo attraverso un atto di
apprendimento soggettivo ossia una sensazione individuale, esso sussiste
indipendentemente da quell’atto – H. P. Grice, ‘mental act’ -- e può essere
oggetto di tanti altri atti distinti di apprendimento soggettivo -- di analoghe
sensazioni cioè che, avendolo come contenuto comune, siano espressione di
altrettante diverse coscienze individuali. Come contenuto comune di atti di
coscienze diverse, esso fornisce la base per conferire alla conoscenza unità e
inter-connessione. Ma se questa unità, che potrebbe essere definita ‘dal
basso’, fosse la sola, non avremmo mai modo di coniugarla con un sistema
organico di leggi razionali, che corrisponde a una unità ‘dall’alto.’ Gli stati
di coscienza sono altrettante monadi che possono combinarsi in una unità
razionale solo a condizione che la razionalità che li pervade -- e che si
riflette tanto nei sentiti – SENSUM – SENSA – cf. Grice e Warnock, ‘VISA’ -- quanto
nei sensibili -- sia a sua volta ri-conducibile
a un principio unico e sovra-sensibile, l’essere, del quale si tratta di
comprendere se rappresenti solo una unità necessaria, rigorosamente governata
da leggi deterministiche o non sia a sua volta una unità personale – cf. H. P.
Grice, “Personal identity” -- dotata di coscienza e trascendente tutte le
coscienze, alle quali, con questo suo trascenderle, fornirebbe, appunto, unità.
In effetti, sia pure all’interno della rigida necessità delle leggi
dell’essere, la coscienza, fatto tra i fatti, è tuttavia contraddistinta dalla
spontaneità, ossia dalla libertà – H. P. Grice, sugar-free, alcohol-free -- e
dal finalismo – cf. Grice’ keyword: end -- , che soli possono rendere conto
dell’agire del soggetto che ne è depositario; di un soggetto, cioè, influenzato
non semplicemente dalle leggi della ragione ma dal sentimento, dalla volontà e
dai valori: tutti elementi senza i quali una vera e concreta conoscenza
risulterebbe impossibile. Il pensiero di
V. è, pertanto, un pensiero che intende porsi al di là delle alternative fra
materialismo e idealismo, immanenza e trascendenza, e che, proprio per questo,
è stato spesso interpretato riconducendolo all’uno o all’altro di questi
estremi -- nella sua fase matura esclusivamente al secondo. In realtà la sua
filosofia dovrebbe, piuttosto, definirsi come un pensiero oscillante fra i
termini di questa duplice alternativa, volto a superarla rendendo conto insieme
delle esigenze insopprimibili dell’una e dell’altra posizione, anche se tendente
ad accentuare, nel suo sviluppo, l’aspetto idealistico -- mantenuto, comunque,
a una rigida ‘distanza di sicurezza’ dall’idealismo di Croce e di Gentile, con
i quali, soprattutto con il secondo, il rapporto non è mai idilliaco, come
risulta dai giudizi spesso sprezzanti che riguardo a V. si trovano formulati
nella corrispondenza dei due filosofi -- insieme a quello religioso o
trascendente: due tratti che mal si combinano e che infatti inducono V., nella
sua ultima riflessione, ad affidarsi sempre più al sentimento religioso come
all’autentica chiave per dispiegare, intera, la natura della ragione. Di questo
esito conclusivo -- anche se non necessariamente concludente -- è documento
l’opera postuma Dall’uomo a Dio – cf. H. P. Grice, From the creature to the
Genitor – God as an exegetical device --, la cui importanza agl’occhi di V. è
provata dal suo affidarla, per sicurezza, alle poste, senza portarla con sé,
ogni volta che si muove tra Chiari e Roma essendo nel frattempo divenuto
senatore del Regno d’Italia, perché gli venisse recapitata al suo arrivo. In
ogni caso, gli scritti dei suoi esordi filosofici, pubblicati, sono preludio
all’opera che da per prima autentica fama e risonanza al suo pensiero, ossia
Scienza e opinioni, la quale ottenne il premio reale e gli valge la cattedra
universitaria presso l’Ateneo romano, dove insegna. La sua carriera accademica è
pertanto piuttosto breve, concludendosi con il pensionamento per raggiunti
limiti di età. Ma un ulteriore riconoscimento lo attende: la nomina a senatore,
per avere con la sua opera dato lustro all’Italia: carica il cui conferimento
dimostra come, anche se le parole commemorative di Federzoni in Senato alla sua
morte -- meglio che veterano, PROFETA DEL FASCISMO --, in Senato del Regno,
Atti parlamentari, Discussioni -- si devono considerare senz’altro eccessive
nella loro enfasi retorica, V. non è ostile al fascismo, che vide nascere
probabilmente con favore, data la sua adesione alla causa nazionalista dalla
quale è spinto anche a collaborare, per qualche tempo, al periodico di
Corradini L’Idea nazionale. Dopo il
fallimento del secondo matrimonio V. vive sempre con la prima figlia, Giulia.
La seconda, Maria, alla quale era particolarmente affezionato, si sposa e muore:
questo evento gli da l’ultimo grande dolore e ne sconvolse l’incipiente
vecchiaia imprimendo un senso tragico all’ultima fase della sua esistenza. Giunto
all’età di ottantatré anni, è ricoverato per una sorta di logoramento senile
nell’ospedale di Chiari, dove si spense circondato dall’affetto della figlia
rimasta sempre con lui e degli allievi più cari accorsi al suo capezzale, tra i
quali, in particolare, ZUBIENA (vedasi) e CARABELLESE (vedasi). Opere. Una bibliografia sostanzialmente
completa delle opere di V. è nel lavoro di Alliney, ove non vengono menzionati
i tre scritti di carattere scientifico che risalgono ad anni precedenti allo sbocciare
della sua vocazione filosofica: Saggio sulla teorica dei rapporti, Padova; Sui
numeri primi, Jesi; Sulla deviazione apparente del piano di oscillazione di un
pendolo dovuta alla rotazione terrestre, in Giornale scientifico delle scuole
secondarie italiane, Fonti e Bibl.: L’unica biografia esistente di Varisco è
rappresentata dalle poche pagine della prefazione (L’uomo Varisco) all’opera
citata di Giulio Alliney, che di Varisco era nipote, essendo figlio della
figlia Maria. La bibliografia su Varisco non è molto recente (segno di un
interesse per la sua personalità e il suo pensiero che si è andato spegnendo):
P. Carabellese, L’essere e il problema religioso. A proposito del conosci te
stesso di B. V., Bari 1914; A. Levi, Il pensiero filosofico di B. V., in
Rivista trimestrale di studi filosofici e religiosi, 1920; G. Tarozzi, La
filosofia di B. V., in Rivista di filosofia, 1923; E. Castelli, Il problema
teologico in B. V., in Scritti filosofici per le onoranze nazionali a B. V.,
Firenze 1925; A. Pastore, Verità e valore nel pensiero filosofico di V., ibid.;
P. Carabellese, Il pensiero di B. V., in Giornale critico della filosofia
italiana, 1926; E. Castelli, Il pensiero religioso in B. V., in Studium, 1929;
E. De Negri, La metafisica di B. V., Firenze 1929; E. Castelli, Il massimo
problema nel pensiero e nella vita di B. V., in La scuola cattolica, 1933; C.
Ottaviano, Il superamento dell’immanenza in B. V., in Archivio di filosofia,
1934; P. Carabellese, B. V., in Enciclopedia italiana, XXXIV, Roma, s.v.; M.F.
Sciacca, B. V., in Logos, 1937; T. Moretti-Costanzi, Il problema dell’uno e dei
molti nel pensiero di B. V., Roma 1940; G. Alliney, B. V., Milano 1943; G.
Calogero, La filosofia di B. V., Messina-Firenze 1950.Insegna filosofia a Roma
e senator. La sua formazione filosofica coincide con la crisi del
positivismo. Si laurea a Pavia. Partendo da posizioni solidamente
scientifiche, V. avverte sollecitamente il limite di ogni conoscenza che voglia
essere esclusivamente composto di ragione, e scopre insieme la concomitante
componente fideistica di ogni affermazione di verità. Questo ricorso alla
fede come sentimento del sopra-naturale è utilizzato da V. sia per affermare la
preminenza della filosofia come conoscenza concreta sui processi astrattivi
della scienza -- “I massimi problemi” (Milano, Libreria Editrice Milanese) -- sia
per approdare ad uno spiritualismo pluralistico con forti accentuazioni
teistiche -- “Dall'uomo a Dio” (Padova, Milani). Altre saggi: “Scienza ed
opinione” (Roma, Alighieri); “La patria” (Roma, Provenzani), “Conosci te
stesso” (Milano, Libreria Milanese); “La scuola per la vita” (Milano, Isis); “Linee
di filosofia critica” (Roma, Signorelli); “Discorsi politici” (Roma, Alberti);
“Sommario di filosofia” (Roma, Signorelli). Cavaliere dell'Ordine della Corona
d'Italia nastrino per uniforme ordinaria cavaliere dell'Ordine della corona
d'Italia, ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia nastrino per uniforme
ordinaria Ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia, Commendatore dell'Ordine
della Corona d'Italia nastrino per uniforme ordinaria Commendatore dell'Ordine
della Corona d'Italia. Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Corona
d'Italia nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della
Corona d'Italia. Senatori d'Italia, Senato della Repubblica. Sa PIRRZA semana
A? I (9 e | 0 Db sb Ò N S LL SOMMARIO FILOSOFIA < CURSI - 3 COLLEZIONE
FILOSOFICA a cura di E. CASTELLI VI Il presente lavoro fu, sul principio del
corrente anno 1927, pubblicato in tedesco dall’editore Felix Meiner di Lipsia.
ALTRE RECENTI PUBBLICAZIONI DELLO STESSO AUTORE Linee di Filosofia Critica —
Roma, Signorelli, 1925. Discorsi politici — Roma, De Alberti, . La scuola per
la vita — 2° ediz.; Venezia, “La Nuova Italia ,, 1927. DALL'UOMO A DIO
(D’Imminente pubblicazione) » V. SOMMARIO DI FILOSOFIA ROMA SIGNORELLI VIA
DEGLI ORFANI ROMA Coop. Tip. Egeria - Via Marco Polo. CENNI AUTOBIOGRAFICI V. è
molto vecchio, essendo nato in Chiari, allora una grossa borgata oggi una
cittaduzza della provincia di Brescia. Il padre suo, Carlo, pur nativo di
Chiari, piccolo proprietario, e professore nel patrio ginnasio, lo educò
accuratamente, facendogli acquistare per tempo una buona cultura latina e
italiana. Lo zio paterno aveva preso parte alla guerra del ’48 e vi era morto
valorosamente. Lo zio materno divenne, più tardi, professore di filosotia nelle
università, prima di Bo- logna, poi di Padova. La famiglia, molto religiosa e
aliena da ogni setta, era italianamente patriot- tica. Sentimento, che nel
fanciullo venne precoce- mente chiarito e corroborato, così da rendersi dure-
vole, dalla guerra, e dagli avvenimenti che la seguirono. Sulla fine del ’64 il
giovinetto, che | aveva poco più d’un anno prima perduta la madre — donna
dedita in tutto alla famiglia, energica e affettuosa, indimenticabile — fu
mandato nel collegio nazionale di Torino, a compiervi gli studi classici. Poi
dovette scegliersi una carriera. E tale, che . gli permettesse di non
allontanarsi da Chiari, dove il padre già innanzi con gli anni, e le sorelle
giova- nissime, avrebbero avuto bisogno di lui; e dove la famiglia,
bastantemente stabilita e molto accredìi- tata, poteva prosperar con poco
rimanendo unita, meglio che non avrebbe fatto con molto più divi- dendosi. Non
inclinato nè all’avvocatura nè alla medicina, il giovinetto si decise per
l’ingegneria; e la scelta parve, a tutti quelli che avevano diritto e voglia di
giudicarla, buona. La fama, di cui nutriva in segreto il desiderio, egli
s’immaginava d’acqui- starla, tanto più facilmente, quanto meno la con-
nettesse con l’utilità. Ma le circostanze, che durando avrebbero favo- rito i
suoi disegni, mutarono mandandoli a monte, ancor prima ch’egli si fosse
laureato. Non era più da pensare a esercitar l’ingegneria in Chiari, e molto
meno fuori. Bisogna procacciar subito un pane; per sè, alle sorelle provvedeva
il padre. Scolaro di- ligente, s’era guadagnata la benevolenza de’ suoi
professori; che gli ottennero, cosa non difficile allo- ra, una cattedra di
matematica nelle scuole medie. Vi salì sui primi del ’74; ne discese, per
salire su quella di filosofia a Roma, sui primi del ’906. Rendiamo ragione,
senza entrare in particolari noiosi e inutili, di questo passaggio, dopo un
così lungo intervallo. Ai doveri del proprio ufficio, V. attende con una
diligenza, che dai superiori fu lodata e premiata. Nondimeno, egli non trascura
mai la cultura, da cui aveva sperato fama; e che andò man mano assumendo,
grazie in parte allo zio materno, un carattere filosofico sempre più spiccato.
A inter- sg — valli — rari, perchè i doveri d’ufficio, e le cure della famiglia
che si era formato, esigevano pressochè tutto il suo tempo — fa in questo campo
qualche tentativo, che non ha fortuna. Ma questi scacchi non gl’impedirono di
curar l’educazione delle sue figliole, di preparare le sue lezioni, di
correggere i lavori de’suoi alunni, di leggere nelle ore d’ozio i suoi classici
e i suoi filosofi, e di prendere degl’appunti. Questi crebbero lentamente fino
a costituire un insieme, rispettabile per la mole. V.li scelse, li ordina, li
corrige, ne mette insieme un lavoro intrinsecamente abbastanza ‘uno, che manda
manoscritto a un concorso e che è premiato. L’anno dopo il manoscritto è stampato
in un bel volume col titolo “Scienza e Opinioni,” presto esaurito. Apparvero
parecchie altre pubblicazioni; basti ricordare “Forza ed energia,” -- una
discussione dell’energetica di Ostwald -- , e “Dottrine e fatti.” V. vince il
concorso alla cattedra di filosofia a Roma. Nei lavori accennati è espressa una
concezione positivistica, o più esattamente naturalistica, del mondo. Meritano
qualche rilievo due punti. Primo: le conclusioni dell’indagine scientifica
(naturalistica) forse non sono assolutamente vere, ma «constano»; vale a dire:
non criticabili scientificamente, nè quindi filosoficamente, potrebbero essere
inaccetta- bili sotto un altro punto di vista, sotto quello del sentimento.
Perciò il prof. V. rimaneva, e lo disse, teista, o almeno deista, mentre il
sistema da lui costituito era schiettamente ateistico. In seguito, la — 8- e
distinzione tra il vero e ciò che consta fu da lui molto modificata; ma non mai
abbandonata; e in- . somma si riduce alla distinzione tra la filosofia e le.
scienze particolari. Secondo : atomista in fisica, il prof. V. ritenne
tuttavia, doversi all’atomo attribuire anche dei ca- ratteri psichici; questa
supposizione gli parve neces- saria, oltrechè alla psicologia e alla
gnoseologia (da lui allora confuse), anche alla fisica. In tal modo, l’atomismo
assumeva una tal quale somiglianza con ciò che sarebbe il monadismo
leibniziano, se le mo- nadi fossero tra loro connesse causalmente. La somi-
glianza divenne anche maggiore in seguito; ma il prof. V. non ammise mai, che
le monadi «non aves- sero finestre». Nel Sommario il suo monadismo è
sviluppato, così gli pare, con tutta la chiarezza com- patibile con la massima
brevità. Il carattere psi- chico degli ultimi elementi fisici lo condusse ad
abbandonare il determinismo rigoroso di «Scienza e . opinioni» : la causalità
stessa implica, secondo lui un principio d’indeterminazione. Esporre dalla
cattedra delle teorie non discusse criticamente sott’ogni aspetto, è una colpa,
nella quale il prof. V. non voleva cadere. Perciò l’inse- gnamento
universitario gl’impose come un obbligo di approfondire i propri studi, non
frettolosi di certo, ma inevitabilmente un po’ frammentari. Già prima d’esser
nominato universitario, ma dopo il ’901, egli era venuto in relazione col prof.
G. Gen- tile, uscito allora dalla Scuola Normale Superiore di Pisa; dotato,
quantunque giovanissimo, d’una cul- ITA + tura eccezionalmente vasta, e
profondamente orga- nica. Presto, le relazioni divennero aspre. Ma il prof. V.
ha, delle polemiche filosofiche, un concetto — esposto nell’Introduzione al
Somma- rio — da cui senza dubbio neanche il G. non è ‘alleno: prima che a
combattersi, anzi, più che a combattersi, bisogna pensare a capirsi. E l’appro-
fondimento, impostogli, come si disse, per dovere d’ufficio, fu agevolato non
poco dal desiderio di ben comprendere il suo contraddittore. Il G. divenne poi
suo collega nell’università romana, ed amico; il prof. V. non dimenticherà mai
le segnalate affet- tuose prove di stima, dategli dal G. in più d’un’oc-
casione. —: Conseguenza dell’approfondimento fu, che il V. abbandonò îÎl suo
vecchio naturalismo, e vide, che la filosofia non è costruibile che sulla base
della critica idealistica. Pure accettando questa come punto di partenza, il
prof. V. non accetta l’idealismo, che in un certo senso; ma crede che, in un
altro senso, il realismo sia ineliminabile. Parrebbe, ch’egli si proponga di
costruire un ideo-realismo — espressione da lui stesso usata una volta, ma
infelice, — o di accoz- zare sincretisticamente fidealismo e realismo. Non è
così. Egli crede, che la stessa critica idealistica, meglio interpretata in
qualche punto, implichi, e una certa limitazione dell’idealismo, e una certa
rivalutazione del realismo ; crede insomma, che l’ac- cettare l’idealismo puro
sia, non meno che l’accet- tare il realismo puro, un contravvenire a quanto vi
è di accertato nella critica idealistica. Tutto ciò non 0 è molto chiaro; ma
sarà chiarito nel Sommario, e particolarmente nella sua Conclusione. Per il
pensiero, che dopo la sua conversione il prof. V. andò sviluppando, si vedano:
I massimi problemi (1910, sec. ed. 1914), Conosci te stesso (1912) tradotti
l’uno e l’altro in inglese; inoltre pa- recchi art. che riuniti formerebbero un
volume orga- nico; Dall’uomo a Dio, in corso di stampa, e il presente Sommario.
Da questi ultimi due lavori pre- scinderemo. Agli altri fu opposto, che i
problemi veramente massiîni non vi abbiano ricevuto solu- zioni definitive.
Opposizione ingiusta. Formulare, in ordine a un qualsivoglia problema, una
soluzione; dichiararla definitiva, e riscotere così l’approvazione di quanti
pensano allo stesso° modo — è facile, ma inconcludente. La soluzione dev’essere
tale, che gli avversari, purchè desiderosi più d’apprendere che di cantar
Vittoria, ne siano costretti, se non vogliono contrad- dirsi, a modificare più
o meno profondamente le loro idee. Questo è il fine che il prof. V. si propose,
al quale ritiene d’essersi andato approssimando; e che: gli sembra conseguito.
nei due ultimi lavori. Nessu- no, che intenda le difficoltà del fine si
meraviglierà . se ll prof. V., messosi all’opera già vecchio, non sia stato
capace di compierla che al termine della sua vita. | Per ultimare questi cenni
aggiungiamo, che il prof. Cento, amico del V. di cui era stato uno de’ migliori
alunni, ordinò e pubblicò, nel vol. La scuola per la vita (1922), molti scritti
pedagogici del suo ie vecchio insegnante; di questo libro sta per uscire la 2°
ediz. riveduta e accresciuta. Tra gli scritti peda- gogici, che nel detto vol.
non poterono essere inseriti, perchè ne avrebbero turbata l’organicità,
ricorderemo La matematica nella scuola media e La convivenza; importanti per
chi voglia conoscere il pensiero del- l’A. Finalmente: il prof. V., alienissimo
della politi- china spicciola, s’occupò anche di politica ; il suddetto prof.
Cento ne raccolse gli articoli su questo argo- mento, che, in un vol. sotto il
titolo Discorsì politici, furono pubblicati nel 1926. Il prof. V. è di
complessione gracile; ma non ebbe malattie gravi, nè finora gli sono molto
gravi gli anni. D'umore prevalentemente lieto, con un’om- bra di tristezza.
L’oscurità, in cui vive, non gli ri- sparmiò dolori, che talvolta parvero insopportabili,
ma per poco. Ha, ed ebbe sempre fede nella Prov- videnza. sua SS rm- SOMMARIO
DI FILOSOFIA Combattere una dottrina, o discuterla, nel mo- do seguito finora
pressochè sempre, conclude poco. Una dottrina, che si presenti come
parzialmente nuova — le novità ragionevoli sono sempre parziali — dev’essere
prima di tutto ben capita, la valuta- zione verrà poi. Ogni dottrina è
conseguenza — d’ordinario lo- gicamente inappuntabile, cioè necessaria — d’una.
mentalità preformata; per capirla, dobbiamo capire, cioè renderci esplicita, la
mentalità su cui si fon- da (1). Senza dubbio, l’autore ha l’obbligo di espri-
mersi con chiarezza; ma, in ogni caso, al critico ri- mane da compiere un
lavoro, che non è dei più facili. S’intende, che il critico presuppone
anch'egli una sua mentalità. Siano A e B le mentalità rispet- tive del critico
e dell’autore. Supposto accertato, che delle due mentalità una includa l’altra
con qual- cosa di più, la discussione tra il critico e l’autore ha un
risultato: se A = B + C, la critica prevale (1) Cap. X: $ 2; Cap. XI: $$ III,
IV, V (soprattutto), S VI. suis sulla dottrina; se B = A + D, la dottrina
prevale sulla critica (1). E se non si verificasse nessuna delle due ipo- tesi?
P. es.: se a chi dice — questo è oro, perchè non intaccabile dagli acidi —,
altri opponesse — questo non è oro, perchè non ha quel peso speci- fico (2) —?
In questo caso, la dottrina e la critica rimarrebbero di fronte, ostili ma
senza toccarsi, per- chè (ci si passi la frase) non riducibili a uno stesso
denominatore. Ma un risultato importante sarebbe ottenuto: che per decidere la
questione sia neces- sario approfondirla. Se i critici, e gli autori, sì
attenessero al meto- do indicato, si risparmierebbero non poche logoma- chie.
Se pensassimo più a capirci che a combatterci, le polemiche, inconcludenti non
meno che appassio- nate, svanirebbero, dando luogo a una ricerca, nella quale
tutti vinceremmo, perchè tutti guadagne- remmo qualcosa. Il campo, in cui anche
la lotta è necessaria e santa, non è quello degli studi. Ho indicato il modo,
con cui la dottrina, espo- sta sommariamente qui appresso, dev’essere stu-
diata. Il modo è una conseguenza della dottrina; il che, se non erro, prova
qualcosa in favore di que- sta. Ma per la ragione medesima non sarà ben ca-
pita, senza una previa, rapida ma non disattenta, lettura del breve opuscolo.
Chi non vuol rileggere, non legga; perderebbe il suo tempo. (1) Cap. XI: $ V.
(2) Supponiamo, che nella determinazione del peso specifico si fosse
inavvertentemente sostituito all’acqua un liquido che n’avesse i caratteri
appariscenti, ma più denso. IL FINE DELLA FILOSOFIA. I. Il sapere umano è
frammentario. Più esattamen- te: l’unità, che gli è senza dubbio essenziale,
non è d’ordinario avvertita nella sua totalità. Costruire una teoria, o
esercitar un mestiere, senza rilevare il nesso intrinseco alle varie
proposizioni di quella, o alle varie operazioni di questo, è impossibile. Ma il
nesso tra le diverse teorie, tra i diversi mestieri, e in genere tra tutte le
manifestazioni del pensiero umano, suol essere lasciato in disparte. Noi
viviamo convivendo. É riflettiamo anche, sulla vita e sulla convivenza; ma
dalle cognizioni parziali e unilate- rali così ottenute non risulta una sicura
concezione di insieme. II. Una tale condizione del sapere non è priva di
pericoli. Per es.: non pochi possono e debbono dire di sè: video meliora
proboque, deteriora sequor. Perchè la loro cognizione del meglio rimane in loro
qualcosa di esternamente sovrapposto alla vita, non — 16 — di compenetrato con
la vita: un accessorio, invece d’un costitutivo essenziale. Correlativamente,
la loro volontà non si compenetra col loro sapere, benchè vi aderisca; e quindi
rimane un capriccio press’a poco inorganico. Per l’uomo, che avesse veramente
unificato se stesso — al che si richiede, ch’egli abbia unificato se stesso con
gli altri e col tutto —, la co- gnizione del meglio sarebbe ipso ‘facto
volizione. III. Ai contrasti, che sorgono internamente a cia- scun uomo, altri
se n’aggiungono, tra uomo e uomo, tra un gruppo d’uomini e un altro, p. es. tra
delle classi e tra degli Stati. Nessuno crede, che la sop- pressione di simili
contrasti sia possibile o desidera- bile. Ma non possiamo non procurar di
attenuare i dolori, e lo spreco di forze, che ne derivano. Al che riusciremo
tanto più sicuramente, quanto meglio ci sarem persuasi, che un uomo è
inseparabile da un gruppo, anzi da un insieme di gruppi ordinato, e che i
gruppi sono inseparabili anch’essi gli uni dagli altri. La coscienza dell’unità
umana è (condizione sine qua non d’ogni perfezionamento umano. IV.
Gl’illuministi credevano d’avere attuata in se stessi questa coscienza, e di
lavorare a diffonderla. Eran pieni senza dubbio di buone intenzioni. Ma il loro
esempio dimostra, che le buone intenzioni astratte non hanno valore nemmeno
come inten- CE, | gr zioni. S’illudevano di potere, senza troppe difficoltà,
far della terra un paradiso. Il che ci farebbe sorri- dere, se non ci faicesse
fremere il modo, con cui si attuò il loro disegno. Ma una domanda ci s'impone;
a parte il fremere, abbiam diritto, noi, di sorridere? Non siam caduti anche
noi, recentemente, in un semplicismo analogo all’illuministico? E con delle ‘
conseguenze non meno disastrose? La nostra cultura è cresciuta non poco,
d’allora in poi. Ma divenendo anche più frammentaria. Il problema della
filosofia — come ci si formi una coscienza concreta e chiara dell’unità — è
sempre da risolvere; in che modo? IL METODO. I. Noi possediamo delle cognizioni
accertate, cioè delle scienze, oramai estese a tutto il campo dello scibile.
Ogni scienza è, in se stessa, un sistema per- fettamente unificato. Le molte
scienze, invece, non sono sistemate o unificate le une rispetto alle altre. Ma
che siano sistemabili, non è dubbio. Tra le men- talità infatti, su cui si
fonda una scienza qualsivo- glia, e che servono a costruirla, non poche son co-
muni a tutte le scienze. Rendiamoci un conto chiaro delle dette mentalità, e
mettiamone in evidenza i nessi reciproci. Ridotte così a sistema le scienze,
avremo unificato il sapere, cioè costruita la filosofia. II. La filosofia
identificata col sistema delle scienze prende il nome di positiva. Di filosofie
positive ne furono costruite parecchie inconciliabili tra loro. Ma i
positivisti concordano tutti su di un punto essen- — 20 — ziale : il metodo
positivo non soltanto è valido, ma il solo valido. Infatti, non c’è altro
sapere accer- tato, che lo scientifico, includente anche il volgare nelle sue
parti accertate; per conseguenza: tentar di costruire la filosofia con un altro
metodo è un lavorare in aria. Discutiamo il metodo. E a tal fine distinguiamo :
tra ciò che è « vero» — carattere delle proposizioni, la cui certezza è
indiscutibile sott’ogni aspetto —; e ciò che «consta» — carattere delle
proposizioni, la cui certezza non è indiscutibile che sotto qualche aspetto. |
III La fisica si chiude nel campo dei corpi e delle loro variazioni. Viene così
ad ammettere, sia pure implicitamente ma necessariamente, che l’esserci e il
variare dei corpi non dipendano da nient’altro. E° «vero», che tutte le nostre
cognizioni fisiche deriva- no dall’esperienza e dalla rielaborazione razionale
di questa, cioè insomma dal pensiero; che il fisico rifiuta come oggettivamente
impossibile tuttociò che risulti assurdo al pensiero; e sche dunque la detta
indipendenza è problematica. Ma il fisico, a chi gli opponesse tali difficoltà,
risponderebbe: — che il pensiero sia uno strumento imprescindibile per
costruire la fisica, lo so anch’io. Ma io sono un fisi- co, non un filosofo.
L’attitudine del pensiero a co- struire la fisica è un fatto, che noi
constatiamo e di cui ci valiamo; la spiegazione del fatto non è un problema di
fisica. sl L= IV. E, sotto il punto di vista fisico, non c’è nulla da opporre.
Il fisico prende le mosse da ciò, che a lui e a tutti « consta »; e i
risultati, a cui giunge con la sua indagine, constano del pari. Ma chi vo- glia
unificar tutto il sapere, non può assumere come « vero » ciò, che semplicemente
« consta ». Tra la supposta indipendenza del mondo fisico dal pensiero, e il
nostro dettar legge col pensiero al mondo fisico, abbiam rilevata
un’opposizione possibile; bisogna, v eliminar quest’opposizione, o riconoscerci
non auto- rizzati a trasportare senz’altro la fisica nel campo della filosofia.
Che le singole scienze constino, siano cioè indiscutibili nei rispettivi campi,
è fuor di que- stione. Ma che cosa valgano in ordine al tutto — in altri
termini, che cosa contengano di assoluta- mente indiscutibile o di vero —, non
sapremo, se non dopo di aver costruita la filosofia. Il metodo positivistico di
costruire la filosofia non è dunque accettabile. IL METODO FILOSOFICO I. Non
può essere che uno solo: discutere critica- mente, sott’ogni aspetto, l’insieme
di tutte le for- mazioni mentali. Supponiamo — per un momento, e senza nulla
pregiudicare — ultimate le discussioni. L'insieme delle formazioni mentali sarà
trasformato in un sistema connesso, di significato chiaro, e di valore
accertato sott’ogni aspetto; avremo superata ogni frammentarietà, e costruita
la filosofia. II. La sterminata moltitudine delle formazioni, di cuì si deve
tener conto, non costituisce una seria difficoltà. Infatti: le formazioni sono
già parzial- mente sistemate nelle singole scienze. Distinguiamo in ogni
formazione, il valore scientifico e quello filo- sofico. Stabilire il primo, è
affare della scienza; la quale, nel suo campo, non è discutibile filosofica-
mente. Alla filosofia non rimane che di stabilire il secondo. E questo è il
medesimo per tutte le forma- — 24. zioni appartenenti a una medesima scienza;
dipende infatti, non dalle particolarità per cui una di esse formazioni
differisce da un’altra; bensì dai presup- posti, su cui si fonda la separazione
di un determi- nato campo scientifico da tutti gli altri. E a questi
presupposti si riducono le formazioni, che la filo- sofia deve discutere. Come
si vede, la scienza con- tribuisce alla filosofia, non coi suoi risultati ma
cou la sua organizzazione; in ciò propriamente consiste .1l suo valore
filosofico. III. Le formazioni mentali, che dovremo discutere, sono comunemente
note, in quanto appartengono al saper comune; la loro sintesi non discussa e
non molto chiaramente avvertita, costituisce la concezio- ne del mondo, che gli
uomini ebbero ab immemora- bili, e di cui tutti siamo dotati all’uscir dall’infan-
zia. Col crescere della cultura, collettiva e indivi- duale, questa concezione
si sviluppò: arricchendosi nelle formazioni di cui risulta, chiarendosi e
conso- lidandosi con l’organizzazione sintetica; le scienze della natura e
dell’uomo, che furono conseguenza dello sviluppo, contribuirono
efficacissimamente a . promuoverlo. Tuttavia lo sviluppo, notevolissimo sotto
altri aspetti, lasciò inalterate le linee fonda- mentali della concezione
indicata. Che, all’infuori di eccezioni (Parmenide p. es.) su cui non possiamo
fermarci, furono accettate anche dalla filosofia. E, e IV. In proposito, non è
da trascurare la riflessione seguente: « Gli uomini si formano dei concetti,
che, pur non essendo in generale molto precisi, rendono in complesso abbastanza
bene i risultati dell’espe- rienza, come l’hanno fatta intesa ed elaborata; e
che dunque hanno dî certo un valore. Ma la filoso- fia, che senz’altro faccia
suoi quei concetti, li con- verte spesso in errori; perchè il filosofo li
considera come verità esatte sulle quali argomenta, mentre il volgo li
considera soltanto come verità pratiche se- condo le quali opera (A. Rosmini,
Rinnovam., Lib. III, c. LI; cfr. Nuovo Saggio. Sez. VI, c. XIV, art. V) » (1).
La filosofia esige dunque la determinazione dei limiti, entro dei quali, e non
al di là, i concetti comuni, e gli scientifici, hanno un valore; in altri
termini è costruibile soltanto per mezzo della critica filosofica. (1) Dal mio
libro: Scienza e opinioni, p. 683. Digitized by Google CAPITOLO IV. IL SOLIPSISMO.
I. E? una dottrina fondata, secondo i suoi difen- sori, su di una critica
radicale. Per non svisarla, bi- sogna lasciarla esporre al critico stesso,
parlante nella persona prima singolare; così faremo nel pre-. sente capitolo —
A me, quando converso e leggo, sembra di venir a conoscere un pensiero altro
dal mio, e opposto non di rado al mio: il pensiero degli uomini coi quali
converso, e degli autori, di cui leggo i libri. Benchè incrollabile a primo
aspetto, questa mia credenza può nondimeno essere messa in dubbio; devo dunque
discuterla. Che io, in quanto penso, co- nosca il mio pensiero, s’intende
facilmente; ma come io possa conoscere un pensiero altro dal mio, non è chiaro.
IH. Anzi: una semplice riflessione dimostra, che la mia cognizione d’un pensiero
altro dal mio è im- possibile. Infatti, l’altrui pensiero io non lo cono- sco,
se non lo penso; e, se lo penso, il pensiero è mio, non altrui. Lo stesso
dicasi di qualsivoglia _ 28 — realtà : p. es., del foglio di carta, su cui
scrivo. Tut- to quanto io so del foglio, anche il suo esserci, è pensiero mio e
nulla più: io posso certamente sup- porre dei fogli, o degli astri, che non
vedo, e che forse non ci saranno; ma il mio supporli è un pen- sarli, e
soltanto in questo senso è un conoscere. Con- cludendo : l’ipotesi che una
realtà qualsiasi, a me nota, sia fuori del mio pensiero è contraddittoria e
perciò da escludere. III. Seguita il solipsista: — mi oppongono di con- fondere
la cognizione con l’oggetto conosciuto. L’ob- biezione manca di fondamento: che
l’amico sia in viaggio, io lo so da una lettera, la quale non è di certo il
viaggio dell’amico. Ma la lettera, e il viaggio dell’amico, e l’amico, non
esisterebbero per me, se io non li pensassi: vale a dire: il loro esserci non
è, per quel che io ne so, che l’esserci di certi miei pen- sieri. Le
distinzioni, che mi son familiari, e che non mì passa per il capo di negare,
tra pure immagina- zioni, esperienze, ipotesi, dubbi, mezzi conoscitivi,
errori, cognizioni certe, realtà conosciute con esat- tezza maggiore o minore,
derivano per intero dalle varie connessioni logiche tra i miei pensieri, e
quin- di non mi fanno uscire mai dal campo de’ miei pensieri. | IV. Avanti.
Quel pensiero mio, nel quale, per quan- to io sappia, si risolve ogni cosa, è
pensiero mio pre- -- 99 — sente. Anche la distinzione tra i miei pensieri pas-
sati e i presenti è riferibile alle accennate connessio- ni logiche tra i miei
pensieri — tra i miei pensieri presenti! -—; e non ha senso, che dalle medesime
connessioni, P. es.: avevo una pallina di cera, e le ho dato la forma d’un
cubo. Che io, in questo mo- mento, pensi quella cera e come cubica e come sfe-
rica, è troppo evidente. Ma tra le due forme sfe- rica e cubica c’è
un’opposizione; che io elimino con una distinzione: la cera è sferica in ordine
al pas- sato, cubica in ordine al presente. La temporaneità non è propriamente
altro che la coesistenza di due opposti, e d’una riflessione che li rende
concilia- bili (1). (1) Da notare i due pregevoli recenti lavori: Adolfo Levi
(prof. nella R. Univ. di Pavia) Scep- tica; favorevole al solipsismo; Annibale
Pastore (prof. nella R. Univ. di Torino): Il solipsismo; contraria. Ne ho
approfittato in q. Cap. IV; e ne approfitto an- che in seguito. 'Al1 primo
aspetto, la riflessione del $ IV non sembra connessa col solipsismo; ha per
altro lo stesso fon- damento che quelle dei $$ II ,III; almeno per questo era
da riferire qui. . DISCUSSIONE DEL SOLIPSISMO. Per le concezioni comuni, sempre
accettate an- che da molti filosofi (1), le riflessioni suesposte (2)
costituiscono delle gravi difficoltà, che dalla critica non vanno tralasciate,
quantunque il senso comune le tralasci perchè non le comprende. Ma per il di-
segno, che stiamo abbozzando, è meglio discuterle più tardi (8). All’esauriente
valutazione del solipsi- smo esposto — solipsismo in stretto senso (4) — basta
l’esame del suo contenuto. Il quale si riassume in una molto semplice formula:
non c’è altro pen- (1) P. -es., dai neo-scolastici. (2) Cap. IV. (8) Sul valore
d’una filosofia, che le trascuri cfr. Cap. III: $$ III, IV. Per semplificare i
confronti, citiamo i luo- ghi dove si espongono, e quindi dove si discutono, le
dif- ficoltà ricordate. Cap. IV: $$ I,
II; cfr. Cap. VII: $ III; Cap. IV: $ III; cfr. Cap. VII: $ IV; cfr. Cap. VIII:
$ IV. (4) L’idealismo, inteso nel senso
indicato più oltre (Cap. IX: $ IV, n. 1), si può considerare come una forma di
solipsismo. Non però dello stretto solipsismo; benchè sia dubbio, se per
mantenersene distinto non debba sacrificare la propria coerenza. Comunque: la
discussione di cui alla n. precedente si riferisce anche all’idealismo, non
soltanto allo stretto solipsismo, il quale perciò non vi è ricordato. cus 99
siero — includente sensazioni, piaceri, dolori, desi- deri, azioni consapevoli
ecc. — fuor di quello soli- tario, che il sig. Tal dei Tali, filosofo
solipsista, con- sidera, e come suo esclusivo prodotto, e insieme co- me suo
costitutivo. II. Il solipsismo urta contro una difficoltà invinci- bile, che
sorge dal suo medesimo contenuto: noi tutti riconosciamo, e non possiamo non
riconoscere, al pensiero altrui, e al pensiero temporaneo altrui o nostro, un
valore costitutivo essenziale rispetto al nostro pensiero presente. La madre di
questo mio figliolo, da un pezzo non c’è più; ma io la ricordo. E ricordo la
vita, cessata così rapidamente, che vi-. vemmo insieme; vita, che si risolveva
in un’attività presente, ma sempre varia, e che si nutriva di ri- cordì e
d’aspettazioni. Anche ora che il figliolo è adulto, io mi preoccupo del suo
avvenire; com’egli sì preoccupa del mio, pur sapendo, che cosa può essere per
me l’avvenire. Lavora egli, e lavoro bene o male anch’io, ma questo lavoro non
sarebbe nè concludente, nè possibile, senza il pensiero che ci è comune, senza
i ricordi e le aspettazioni, che lo fon- dano e lo guidano. III. Io amo la mia
patria; perchè? Perchè il suo passato è tale, che io, ripensandolo, «in me
stesso 83 m’esalto » (1). Il mio esaltarmi, che mi dà una di- rittura e una
forza delle quali altrimenti non sarei capace, che giustifica le mie speranze
vaghe ma non vane di un avvenire, al quale non arriverò, sarebbe
ingiustificato, se non sapessi che, ripensando quel passato, io rivivo, in un
contatto aspro ma intimo e caldo, una realtà che mi oltrepassa; una realtà, non
riducibile e un’astratta geometrica esigenza del mio solitario pensiero, ma
viva e concreta. Io ammiro la Divina Commedia; ma perchè vi sento palpitare
un’anima, che fu non meno, anzi molto più, reale della mia; perchè ne riconosco
l’a- zione potentemente benefica sulla storia e sulla ci- viltà. IV. Prender la
vita sul serio è, per il solipsista, una assoluta inconseguenza. Opporranno: —
prender la vita sul serio significa in ultimo : associare alla con- siderazione
oggettiva della vita, un certo sentimento. E questo è un fatto come un altro,
che non va con- fuso con le sue cause, o con le sue ragioni. La mia contentezza
è sempre una realtà, e l’identica realtà, sia o non sia giustificata. —
Chiacchiere! L’avaro, a cui avevan rubato l’oro da lui sepolto, non poteva
contentarsi di sostituirvi, come gli si consigliava, una pietra. Perchè la
pietra non è spendibile; men- tre l’oro posseduto costituisce, appunto perchè
non speso, una potenza di spendere, in cui l’avaro si (1) La Divina Commedia,
c. IV. , | _ 34 — compiace. La contentezza, quando la si conosca fon- data su
di un’illusione svanisce ipso facto. Vi. Più valida in apparenza è quest’altra
obbiezio- ne. — Rifiutando il solipsismo perchè inconciliabile col pregio da
voi attribuito alla vita, voi avete pre- sentato come argomento un vostro
sentimento, il che non è lecito. — Rispondo, Il sentimento è un costi- tutivo
della vita; quindi: una concezione, che dalla vita escluda il sentimento, non
ha valore conoscitivo. Noi, anche senza filosofia, sappiamo intorno alla vita
quanto basta per conoscerla e dirigerla sempre meglio ; e in questo
procedimento consistono la vita e il suo pregio. Il procedimento, senza la
filosofia, è difettoso perchè frammentario; di qui la ragion di essere della
filosofia, che deve integrarlo superan- done la frammentarietà. Una filosofia,
qual’è il so- lipsismo, che, invece d’integrare quel procedimento, lo dichiara
vano cioè lo nega, è dunque fuor di strada (1). (1) Secondo lo Schopenhauer il
solipsismo è paragona- bile a una fortezza di frontiera, che il nemico può
lasciarsi alle spalle, perchè le asprezze del terreno, da cui è resa ine-
spugnabile, impediscono alla guarnigione d’uscirne. Ma il solipsista sostiene,
che fuori della sua fortezza non esiste nè un territorio da proteggere, nè un
nemico da combat- tere. Logicamente, riconoscere che il solipsismo non può
essere confutato, e accettarlo. son tutt'uno. — ‘A. Levi, nel suo libro cit.,
confessa che il solipsismo, quantunque logicamente inoppugnabile a parer suo,
dà luogo pratica- LO SPIRITO. I. Ammessa una moltitudine d’uomini, si presenta
subito un problema. Il pensiero d’un uomo e quello d’ogni altro sono sempre
d’accordo su alcuni punti fondamentali. Non c’è uomo, il quale: 1) non si rap-
presenti un mondo fisico, esteso in se stesso (1), e rispetto a lui esterno,
vale a dire altro dal suo- pen- siero ; 2) non distribuisca nel tempo le
variazioni, da lui apprese, del mondo fisico e del pensiero suo o altrui; 8)
non ammetta, che le variazioni si connet- mente a delle gravi obbiezioni. Che
da noi furono messe in evidenza. Ma è da rilevare inoltre, che le difficoltà
pratiche sono come tali anche teoretiche. Perchè il pensiero teore- tico, e
quello pratico, sono un solo e medesimo pensiero, ‘fondamentalmente; in altri
termini: sono bensì distingui- bili, ma il separarli è un astrarre, un
abbandonare il campo della realtà. | (1) Des Cartes (seguito in ciò da
Malebranche, e anche da Spinoza, la cui distinzione tra sostanza e attributi
non è da considerare qui), definisce il corpo come res extensa identificando la
realtà fisica e l’estensione. Ber geea tano tra loro secondo una legge di
causalità (1); 4) non ammetta, che le variazioni, e in particolare certe
variazioni, del pensiero, p. es., il passaggio dal- le premesse alle
conseguenze, sian soggette a leggi estemporanee, o logiche in stretto senso,
applicate sempre quand’anche non formulate in modo espli- cito, e
incondizionatamente valide; p. es., ai due principii di contraddizione e del
mezzo escluso (2). II. D’altra parte, ogni singolo ha sempre dei costi- tutivi
suoi propri, che lo distinguono da ogni altro. P. es., alcuni sono affettuosi,
altri egoisti; alcuni sono coraggiosi, altri timidi e irresoluti, alcuni sono:
più atti agli studi, e particolarmente a certi studi, altri più atti alla
pratica, e particolarmente a una (1) Qui c’è luogo a una suddistinzione: le
variazioni fisiche sono tutte connesse causalmente tra loro, e così le
variazioni di pensiero tra loro; ma c’è o non c’è luogo a connessione causale
tra le variazioni di pensiero e le fisiche? Nella seconda ipotesi conviene
ammettere un parallelismo (Spinoza) tra le une e le altre. Per delle ragioni,
che sa- ranno esposte più oltre, noi escludiamo il parallelismo. L’in-
determinismo, inteso come dev'essere, non esclude che tutte le variazioni siano
soggette alla causalità; ma su questo punto ritorneremo più oltre. (2) Non
credo, e risulterà dall’insieme di questo lavoro, che l’esigenza della brevità
mi abbia ridotto a una soverchia. semplificazione. Del resto, secondo
Schopenhauer, le cate- gorie si riducono fondamentalmente a tre: spazio, tempo.
(che di certo sono pensati, quantunque non siano concetti),. e causalità.
EIRO.: < Quarti certa pratica; e così di seguito. Evidentemente, non è
possibile ammettere una moltitudine di singoli e non riconoscere a ciascuno di
questi certi costitutivi suoi propri. Tali costitutivi sono anch’essi riduci-
bili a pensiero, come risulterà dall’insieme. Ma per il modo con cui vengono
comunemente appresi, al- l’infuori della filosofia, sono designati, sotto un aspetto
come corporei — ciascuno è in un determi- nato luogo, si muove, si nutre,
dorme, lavora, ecc. — sotto un altro aspetto come psichici -— ciascuno sente,
ricorda e dimentica, gode e soffre, deside- ra, ecc. — Correlativamente il
costitutivo comune (1) si può designare come spirito (2). III. Che relazione
passa tra lo spirito, e la realtà? Lo spazio, il tempo, e le leggi così quelle
causali come quelle che abbiam dettu logiche in stretto sen- so, non sono
separabili dallo spirito; altrimenti non sarebbero, mentre sono, razionali
(universali e ne- (1) Accennato qui sopra $ I. (2) Anche S. Paolo distingue
nell’uomo il pneuma (spi- rito) e la psiche (anima); invece non distingue la
psiche dalla carne (corpo). Anima, e corpo, sono, anche in filosofia, termini
generici: non esiste « il » corpo, ma esistono sol- tanto i singoli corpi, lo
stesso dicasi delle anime. Invece il termine di Spirito, generico esso pure
secondo la gram- matica, non è tale in filosofia; risultando all’evidenza da
quanto si notò poco addietro lo Spirito non poter essere che uno solo
numericamente. Se poi allo Spirito sia essenziale o no la sua connessione con
una moltitudine di psichi (o di corpi) è un punto che rimane per ora
impregiudicato. = 98 — . cessarie). Ci troviamo dunque di fronte a un’alter-
nativa. O una realtà esiste all’infuori dello spiri- to (1); e bisogna dire,
che lo spirito non conosca la realtà che deformandola. Infatti: fuori dello
spirito non ci sono leggi logiche in stretto senso, non esiste il tempo, non
accadono variazioni, e.non ci sono cause; la realtà fuori dello spirito è
dunque assurda e invariabile, mentre lo spirito se la rappresenta co- me logica
e come variabile. O la realtà non esiste che nello Spirito; è dunque una sua
formazione, o più esattamente una sua creazione. Delle due conce- zioni la
prima contraddice alla logica; vale a dire allo Spirito. Non è dunque
accettabile che la se- conda (2). IV. Lo Spirito essendo il creatore della
realtà, pos- siamo identificarlio con Dio? Le precedenti conclu- (1) E’ almeno
dubbio se la formula esprimente que- st’ipotesi abbia un significato. Infatti:
supporre che una realtà esista, è supporre, che la nozione di esistenza, e un
carattere della realtà siano unum et idem. La nozione di esi- stenza è di certo
spirituale, perchè universale. Dunque la realtà viene, dalla stessa formula che
la designa come fuori dello Spirito, supposta non fuori dello Spirito. Non
insi- stiamo. (2) La prima è dottrina di Kant; per comprendere il procedimento,
che lo trasse a formularla, si richiederebbe uno studio, nel quale non possiamo
qui addentrarci. Ma la dottrina opposta è la sola vera conseguenza del pensiero
kantiano, interpretato più esattamente, che non abbia fatto egli medesimo.
All’interpretazione contribuirono Fichte, Hegel, Hartmann; più recentemente,
con chiarezza e ori- ginalità notevoli, Croce e Gentile. — 39 — sioni si
riassumono dicendo, che lo Spirito è imma- nente nell’uomo (in ciascun uomo).
Invece, Dio, suol essere concepito, rispetto all’uomo, come trascen- dente. Ritengono
i più, che tra immanenza e tra- scendenza vi sia incompatibilità rigorosa. E
hanno ragione di certo, se ciascuna, o anche una sola del- le due, va intesa in
senso assoluto. Ma: e se così l’immanenza come la trascedenza non fossero
intel- ligibili che in senso relativo? Discutiamo: la discus- sione sarà
lunghetta. Finchè non sia finita, continue- remo a valerci del termine di
Spirito, evitando quel- lo di Dio che potrebbe riuscir equivoco (1). (1) I
neo-scolastici non vogliono saperne d’immanenza ‘ divina; già condannata, così
affermano, dalla Chiesa. Mera questione di parole, finchè non sia certo, che
l’immanenza dev’essere necessariamente intesa nel senso condannato. Per- chè
una discussione sia concludente si richiede un poco di buona volontà, e l’attaccarsi
a una parola, senza preoccu- parsi del senso attribuitole da quello con cui si
discute, non è prova di buona volontà. LO SPIRITO E IL SINGOLO. I. La nozione
comune di realtà manca di precisio- ne; costituisce per la filosofia, un punto
non d’ar- rivo, ma di partenza. Noi affermiamo, che la realtà — ossia: ciò che
da tutti vien designato con questo nome — si risolve senza resto in pensiero
dello Spi- rito (1). Gli scolastici vecchi e nuovi oppongono, che Dio (2) crea
il mondo fuori di sè; idea che (ammes- sa la relativa trascendenza) è
accettabile in quanto esprime una distinzione tra il mondo e Dio. Ma noi (1)
Ancora non abbiamo stabilito, se lo Spirito esista soltanto come immanente nei
singoli, o abbia inoltre una qualche trascendenza. Ma che lo Spirito’ esista in
uno dei due modi, non è dubbio. (2) Nell’esposizione della nostra dottrina, e
finchè non sia risoluta la questione di cui alla nota precedente, il ter- mine
« Dio » va lasciato in disparte. Ma qui, volendo, per chiarire l’esposizione,
discutere con gli scolastici, dobbiamo adottarne la terminologia. Del resto: lo
Spirito, se la sua immanenza non è assoluta, coincide, all’infuori di qualche
più precisa determinazione, col Dio tradizionale. ta 4 = domandiamo : è
possibile qualcosa, di cui Dio non conosca per intiero i caratteri? Ammettere
nella realtà un elemento ignoto a Dio, è ammettere, o che Dio creò
quell’elemento senza saper bene ciò che fa- cesse, o che l’elemento medesimo è
increato. En- . trambe le ipotesi essendo inaccettabili, si conclude che la
realtà non può non ridursi a pensiero dello Spirito. | II. Inversamente : ogni
singolo conosce delle realtà (esterne), che non sono identificabili con la sua
co- gnizione delle realtà medesime, o in genere col suo pensiero. Abbiamo già
esposta, contro l’opinione te- stè accennata, un’obbiezione, che sembra
insuperabile (Cap. IV; $$ II, III); ma che vien superata con la riflessione
seguente. Io so che la collina, sulla cui falda passeggio, non si riduce a
quella sola falda, su cui passeggio, che vedo, ecc. Questo io so, quantun- que
le altre falde io non le veda, e non le abbia mai vedute. Come lo so? Ecco: la
collina è una realtà; la mia cognizione della collina è un’astrazione. Se c’è
una collina reale, ce ne devono essere anche le altre falde, a me ignote nelle
loro particolarità, non que- sta sola che mi è nota. Un’esigenza logica
inelutta- bile del mio pensiero mi costringe ad ammettere, nella collina e
generalmente in tutte le realtà note, un elemento che oltrepassa la mia
cognizione deter- minata. | — 49 IIIL Il che si rende anche più evidente in
ordine al pensiero altrui. Dicono il solipsista e l’idealista (l’ul- timo non
accorgendosi di accettare in tal modo il più stretto solipsismo): « l’altrui
pensiero io non lo conosco, se non lo penso; e, se lo penso, quel pen- siero è
mio, non altrui » (Cap. IV, $ II). La risposta è sempre la medesima. Io so, p.
es., che molti si di- vertono; se c’è il divertirsi reale, ce ne devono essere
i modi, che tuttavia mi sono in gran parte ignoti. Si può aggiungere in questo
caso: il pensiero da me pensato è mio di certo; ma perchè dovrebb’essere
soltanto mio? Vada per il solipsista; ma l’idealista come può sostenere
l’immanenza dello Spirito, cioè la validità universale del pensiero, se ritiene
di non poter conoscere, che un suo pensiero è insieme an- che altrui?
Concludendo: lo Spirito, benchè imma- nente (in un senso, che ci riman da
precisare) nel singolo, non è identificabile col singolo; infatti, la realtà è
tutt’uno col pensiero dello Spirito, mentre non è tutt’uno col pensiero del
singolo; quel pensie- ro è concreto, questo è, in diversi gradi, astratto.
L’ACCADERE. I. La realtà, concepita come suol essere concepita, ‘ è variabile.
Anzi tanto più risulta variabile quanto più se n’approfondisce la scienza. Può
essere dub- bio, se nella realtà vi sia qualcosa di permanente, non, se vi
accadano dei fatti. A ogni fatto ne pre- cedettero, vi si accompagnano, e ne
seguiranno, de- gli altri; dunque l’accadere implica il tempo. Vice- versa il
tempo implica un accadere; p. es., la geo- metria non ha oggettivamente che
fare col tempo, lo spazio essendo invariabile. II. Ma contro la realtà
dell’accadere furono mosse difficoltà, che non dobbiamo trascurare. Il tempo
non ha che un?esistenza ideale, secondo la notissima dottrina di Kant. Siccome,
secondo la dottrina qui “sopra compendiata (Cap. VII), la realtà è anch’essa
ideale, cioè si risolve in pensiero, il tempo non va, quantunque ideale,
considerato come una falsifica- zione soggettiva della realtà; bene interpretata,
la dottrina di Kant non costituisce dunque un’obbie- zione contro il tempo. Ma
ne rimane un’altra già esposta. (Cap. V. $ IV): la temporaneità non sarebbe che
« la coesistenza di due opposti e d’una riflessione che li rende compatibili ».
Discutiamo. III. — In algebra si dovette introdurre una così detta unità
immaginaria î?, definita con l’uguaglianza =—1. Che parve contradditoria, ogni
quadrato essendo positivo. A nessuno per altro venne in men- te, che per
superare la creduta contraddizione con- venisse ricorrere al tempo, il quale
non ha che fare con l’algebra oggettivamente considerata. I quadrati
essenzialmente positivi son quelli dei numeri così detti reali; ora, î non è
reale in questo senso; la contraddizione dunque non era che apparente. S’era
incontrata una difficoltà; superata poi con lo stesso diritto, e
fondamentalmente nello stesso modo, con cui si erano superate quelle inerenti
alle espressioni : 5-7, 5:7,V7, ecc. IV. Non si ha esempio, fuori di quello
controverso che riguarda il tempo, d’un processo logico estempo- raneo, che
metta capo a un’opposizione. Del resto: che la cera sia pensata insieme nello
stesso modo e col sferica e cubica (Cap. IV, $ IV) è inesatto : il giudizio «
la cera è cubica » io l’intendo e v’assento; il giu- dizio « la cera è sferica
» io l’intendo ma non v’as- sento; non c’è dunque opposizione, alla quale si
ri- chiederebbe che i due giudizi fossero entrambi assen- titi. Se il presente
fosse un matematico punctum tem- poris, l’uscirne sarebbe impossibile. Ma se ogni
atto consapevole ha una durata, e se nell’intervallo tra il suo cominciamento e
la sua fine un secondo atto comincia, la successione di questo a quello è
neces- sariamente avvertita (1). Va L’accadere non dà luogo ad alcuna
difficoltà es- senziale, una volta eliminata quella, che pareva sor- gere dalla
nozione del tempo. Se la realtà è varia- bile, segue, che lo Spirito sia capace
di un pensiero variabile; benchè il suo pensiero non sia tutto va- riabile; ma
non, che sia soggetto al tempo. Il sin- golo è soggetto al tempo, e dunque non
lo crea. Ma il tempo non esiste che in quanto lo Spirito attua un pensiero
variabile, sicchè svanirebbe col cessare di un tal pensiero; mentre il singolo
è sempre nel tem- po, anche se non pensa o se rimane fisso in un me- desimo
pensiero. Anche in ordine al tempo c’è dun- que tra lo Spirito e il singolo,
una diversità irridu- cibile. Pare ad alcuni che l’assoluta estemporaneità sia
una perfezione, di cui lo Spirito non possa man-. (1) Ho chiarito questo punto
nel mio libro di prossima pubblicazione, Dall’uomo a Dio. i Pz care. Nel fatto,
attribuirgli questa pretesa perfezio- ne significa negargli l’attitudine a far
qualcosa di nuovo. Infine: la coscienza del singolo, non soltanto apprende in
ogni momento e realizza qualcosa di nuovo; ma consiste in un tale apprendere,
in un tale realizzare; ammessa l’assoluta estemporaneità dello Spirito, la
coscienza del singolo non avrebbe che un valore illusorio, anzi non
esisterebbe. CAPITOLO IX. IMMANENZA E TRASCENDENZA I. I particolari, per cui un
singolo differisce da un altro, son di certo pensieri dello Spirito; questo,
per conseguenza, crea il singolo, in quanto forma, dei suoi pensieri, più
gruppi distinti. Un gruppo si distingue da un altro, e per la materia e per la
for- ma. Per la materia: un gruppo differisce da ogni altro, perchè i pensieri
costitutivi dell’uno sono, in parte, benchè non in tutto mai, altri da quelli
co- stitutivi d’ogni altro: le sensazioni mie sono sol- tanto mie. Per la
forma: caratteristica d’ogni grup- po è una coscienza distinta, sua propria:
Tizio e Sempronio conoscono entrambi la storia romana. senza che nessuno di
loro sappia, che la conosce an- che l’altro. Con la coscienza distinta è sempre
asso- ciata una distinta iniziativa; più tardi vedremo, che la coscienza, e
l’iniziativa, sono tutt’uno. II. La formazione dei gruppi, unificati ciascuno
da una coscienza distinta, riceve lume da una facile os ‘ 260 servazione.
Ciascuno contrae delle abitudini; e una abitudine inveterata costituisce,
internamente al soggetto ‘che la contrasse, quasi un altro soggetto,
subordinato e parziale, ma distinto, e non privo di una certa indipendenza.
Wn’abitudine inveterata non si vince senza uno sforzo, di cui molti sono
incapaci. Combattuta, si difende con energia. E con un’accor- tezza talvolta
meravigliosa. P. es.: l’uomo che vor- rebbe ma non sa dominarsi, crede, in ogni
contra- rietà, che l’irritarsi lo renda forte, mentre concorre a indebolirlo
sempre più; cede a una suggestione del- l'abitudine. Che le abitudini riescano
perfino a sop- piantare il soggetto principale, immergendolo in una fitta
ombra, e divenendo soggetti veri e propri, che si alternano, sono casi rari, ma
innegabili. Non affer- miamo che i singoli siano abitudini dello Spirito; ma
che la posizione delle abitudini rispetto al singolo presenta, con quella dei
singoli rispetto allo Spirito, qualche analogia istruttiva. III. Rispetto a un
singolo qualsiasi, l’altro singolo è trascendente (Cap. VII, $$ II, III); in
questo senso, che l’altro non si riduce al pensiero del primo. La trascendenza
è relativa; perchè ogni singolo è nello | Spirito. Ma non tutto il pensiero
dello Spirito è pen- siero di ogni singolo; vale a dire l’immanenza dello
Spirito nel singolo è relativa; dunque lo Spirito pos- siede rispetto ad ogni
singolo e quanto alla materia, una trascendenza relativa. — 61 — IV. E quanto
alla forma? Gi’idealisti (1) affermano, che in ogni singolo il pensante « vero
» è lo Spirito; in altri termini: che la coscienza d’ogni singolo è la
coscienza che lo Spirito ha di se stesso. A ciò noi opponiamo (2) che se lo
Spirito fosse il vero unico pensante, ogni singolo dovrebbe, oltre ai pensier!
suoi, pensare anche i pensieri di tutti gli altri sin- goli. Rispondono: i
gruppi distinti di pensieri, le coscienze distinte, o insomma i singoli, non
hanno valore in filosofia, cioè in una considerazione, che vuole collocarsi nel
punto di vista dello Spirito. Ma, replichiamo noi, dalle relazioni tra lo
Spirito e i sin- goli è impossibile astrarre, quando si cerca, e in ogni
discussione filosofica si cerca, se un autore abbia saputo o no collocarsi nel
detto punto di vista. E° ammissibile p. es., che tanto l’aristotelismo, quanto
l’idealismo esprimano fedelmente l’autocoscienza dello Spirito? (1) Tra i quali
merita una particolarmente onorevole per quanto rapida menzione il Gentile, mio
amico e collega nell’univ. romana. Egli ha il merito, non discutibile nè ormai
discusso, d’aver dato la forma più coerente all’idea- lismo ; inteso, non
soltanto come riduzione di tutto il reale a pensiero (in questo senso anch’io
sono idealista), ma come dottrina dell’assoluta immanenza. (2) Avevano già
opposto al $ I qui sopra. Digitized by Google CAPITOLO X. NECESSITÀ E CERTEZZA.
I. Nel pensiero si distinguono diversi elementi, che d’altra parte sì
connettono tra loro. In generale un elemento è suddistinguibile in altri, e
risulta perciò dalla connessione di questi altri; sicchè il pensiero ha una
struttura molto complicata. Pensare un ele- mento è insieme un distinguerlo e
un connetterlo da e con qualche altro. Distinzioni e connessioni sono
reciprocamente coessenziali : perchè la coscienza del singolo è una, ma si
realizza in una moltitudine di atti. Le distinzioni e le connessioni si
estendono a tutto il pensiero ; ma il singolo, essendo limitato, non le avverte
mai tutte in modo esplicito. La chiarezza del pensare che può essere maggiore o
minore, suf- ficiente a certi fini, e insufficiente a certi altri, con- siste
nell’insieme delle distinzioni e delle connessioni avvertite. Perchè il nostro
pensare sia un intendere, ossia perchè ce ne si renda un conto esatto, è neces-
sario un minimo di chiarezza. II. | Consideriamo i giudizi: a) oggi è lunedì;
b) do- mani è martedì; c) domani è mercoledì. Questi giu- dizi sono del tutto
inintelligibili all’infuori delle convenzioni tacite, secondo cui si denominano
i gior- ni della settimana. Rispetto ai giudizi riferiti, tali convenzioni
costituiscono una mentalità preformata imprescindibile. Da quest’esempio
risulta, che l’in- tendere o il pensare con chiarezza, implica un rife- rimento
a qualche mentalità preformata. Originaria- mente, la mentalità preformata si
riduce alla essen- ziale relazione tra il singolo e lo Spirito. III. Un
giudizio, che io formuli avendolo inteso con chiarezza, mi è noto; ma un tale
conoscere non è ancora un riconoscerne il valore conoscitivo in or- dine ad
altro. Nell’esempio testè addotto, i giudizi a) e c) sono incompatibili, posto
che a) sia vero, c) è falso, ma non perciò meno intelligibile. Un giu- dizio,
perchè abbia valore conoscitivo in ordine ad altro, dev'essere assentito
necessariamente. L’assen- tire consiste nel pensare con tutta l’anima, e quindi
è teoretico e pratico insieme; laddove il semplice teoretico intendere non ha
di gran lunga la stessa DS profondità (1). L’assenso è necessario se, per un
(1) Chi disse: iuravi lingua, mentem iniuratam gero, aveva intesa la formula
propostagli; ma senz’assentirvi, pur sapendo, che il suo giuramento sarebbe
stato interpretato come un assenso. Evidentemente, un assenso insincero non è
quel « pensare con tutta l’anima », di cui parliamo. Anzi, la sincerità non
basta sempre a costituirlo. In molti casi è possibile, senza mentire, non
esprimere ciò che nel nostro pensiero c’è di più intimo e di più vivo, di
essenziale alla ii soggetto, il rifiutarlo è un disorganizzare se stesso; la
necessità è dunque un’esigenza dell’unità pen- sante (1).. IV. La certezza che
un giudizio è vero, è tutt’uno con l’assenso dato necessariamente al giudizio
mede- simo. P. es., ammesso come vero il giudizio a), è certo che il giudizio
b) è vero, e che il giudizio c) è falso; perchè assentito a), non è possibile
non as- sentire b), e non dissentire da c). Come fondata sulla necessità, la
certezza non può non essere uni- versale. Ma d’altra parte: che degli essensi
opposti si realizzino, è fuori di contestazione. Due religioni. che si
escludono, hanno entrambe dei seguaci, di cui non pochi aderiscono di certo con
tutta l’anima, cia- scuno alla sua. Una superficie con una faccia sola pare a
molti un assurdo e nondimeno è costruibi- nostra personalità. Nel comune
linguaggio all’assentire si attribuisce molte volte, fors’anche il più delle
volte, un senso attenuato, che noi dobbiamo escludere ; l’osservazione
s’intende ripetuta in ordine alla certezza, di cui tra poco. (1) L’empirismo
(basti accennare a St. Mill), col ri- durre la necessità razionale a
un’associazione indissolubile, vale a dire a causalità psichica, rende
impossibile ogni cer- tezza. Infatti un’associazione, che fosse indissolubile
per ognuno in quali si vogliano condizioni di spazio, di tempo, d’accadere
fisico, e di convivenza, sarebbe fuori della cau- salità, e quindi non sarebbe
un?associazione, ma una ra- gione. Appena è da notare, che tolta la certezza, è
tolta ogni probabilità: un giudizio non è probabile, quando non si abbia la
certezza della sua probabilità. sub le (1). Le risse, delle quali non ci fu mai
penu- ria (2), in uomini appassionati finchè si vuole, ma non privi di ragione,
sarebbero impossibili, se non implicassero degli assensi opposti. 0 (1) il È Si
prenda un foglio rettangolare A B Ad © CD, e lo si ripieghi, come per co-
struire un anello, ma dopo di averlo torto sopra se stesso, facendo così
coincidere C con B e D con A. E? facile ri- conoscere che l’anello così
costruito ha una sola faccia. Vedi anche Cap. IX, $ IV. (2) Così dice Argante
nella Gerusalemme liberata. CAPITOLO XI. L'ERRORE. E, Di due che assentano
rispettivamente a due giu- dizi opposti, nessuno può, senza rinunziare al pro-
prio assenso, ammettere, che l’assenso dell’altro abbia un fondamento
necessario. Dei due. giudizi, uno almeno, per semplificare supporremo uno solo,
. è un errore; donde una controversia, che durerà © finchè non sia bene
accertato, quale sia erroneo. L'errore implica, e l’assenso, e la prova
contraria; ma la prova contraria. esclude l’assenso; dunque l’errore non è
possibile (1). Rispondiamo : la prova mi libera bensì dall’errore, ma non
toglie, nè che io abbia errato, nè che altri se ne fosse accorto. II. Le
considerazioni precedenti ci mettono per al- tro in presenza d’una grave
difficoltà. Io sono certo (1) Tale è p. es., l’opinione del Gentile; il quale,
am- mettendo che lo Spirito sia il pensante vero in ogni singolo, non poteva
concludere in altro modo. Ma costruisce così la gnoseologia dello Spirito; non
identificabile, secondo noi, con la gnoseologia umana, cfr. Cap. IX, $ IV. di
non errare;j ma con ciò sono anche certo che i giudizi opposti al mio sono
erronei, benchè gli oppo- sitori se ne ritengano certi. E sono anche certo di
avere altre volte errato io stesso con dei giudizi, dei quali ero certo. Il
valore della certezza, e della ne- cessità che le serve di fondamento, non
sembra dun- que universale. Ma l’ammetter questo è un ricono- scere, che il
pensiero umano manca d’ogni valore; conclusione contraddittoria, che non
soltanto non deve, ma non può, venire assentita. III. L’assenso a un giudizio
implica sempre una mentalità (preformata) (1). Per essere necessario, dovrebbe
anche implicar una deduzione rigorosa del giudizio dalla mentalità. La seconda
condizione il più delle volte non è soddisfatta, la mentalità non essendo in
generale pensata integralmente con chia- rezza, e quindi non potendosene
dedurre nulla. Si ha nondimeno l’impressione, confusa ma fortissima, che il non
assentire sarebbe un contraddire alla men- talità, vale a dire a noi stessi, e
quindi si assente, non già in senso attenuato, ma «con tutta l’anima». Che tali
assensi, benchè invincibili psicologicamente, non siano logicamente fondati, è
manifesto. E dob- (1) Cfr. Cap. X, $ II. Che i corpi celesti girino intorno
alla terra, che il mondo fisico sia tutt’altro dal pensiero, ecc., son opinioni
appartenenti a una mentalità preformata co- mune, di certo inconsistente; ma
che resistette a lungo, e nel campo della scienza e in quello della filosofia.
sui biamo vedere come sia possibile, in ogni caso, arri- vare a quella
deduzione rigorosa, che dell’assenso fondato è condizione imprescindibile. IV.
La mentalità, dalla quale si vorrebbe dedurre il giudizio, è quella stessa, che
lo rende intelligibile. Abbiamo così un primo indizio, valendoci del quale
potremo rendere espliciti alcuni almeno tra i giu- dizi di cui la mentalità si
compone. Combinando quest’indizio con l’altro, che dalla mentalità si deve
poter dedurre il giudizio in discorso, riusciremo a renderne esplicito quel
tanto che basti alla dimostra- zione rigorosa. Le « nozioni comuni » da Euclide
in- trodotte man mano che gli occorre di valersene, co- stituiscono
complessivamente la mentalità fondamen- tale alla sua geometria; non è dubbio,
che tale men- talità non fu tutta esplicita fin dal principio; ma che si andò
rendendo esplicita un po’ alla volta con un procedimento analogo all’accennato;
mentre cor- relativamente la geometria icessava d’essere intui- tiva per divenire
dimostrativa. V. Siano A, B due mentalità esplicite; C, D le con- seguenze
opposte, supponiamole ridotte a due giu- dizi, che rispettivamente se ne
deducono. Formal- «mente C e D sono, quantunque opposti, giustificati. E
materialmente? Siasi riconosciuto che A = B + E; concluderemo allora con
certezza che il solo C è BRE, ere materialmente giustificato (1). Infatti,
all’esigenza, che a D serve di fondamento, soddisfa pure C; men- tre viceversa
D non soddisfa che in parte all’esi- genza su cui si fonda C. La difficoltà che
avevamo rilevata è dunque risoluta: la possibilità dell’errore si deve
ammettere, ma non costituisce una prova in favore dello scetticismo, l’errore
infati è correggi- bile sempre, quantunque non sempre da chi lo abbia commesso.
VI. La certezza d’un pensiero nuovo è conseguenza necessaria d’una mentalità,
preformata rispetto al pensiero medesimo; il quale, accertato che sia, vi si
aggrega e così la modifica più o meno. Che la men- talità si deva per una gran
parte alla convivenza, è intuitivo. Ma si deve, per un’altra non piccola parte,
all’azione volontaria del singolo. Acquistano stabi- lità ed efficacia quei
soli elementi, su cui l’atten- zione si concentra. Le impressioni, di cui s’è
fatto cenno, appartengono anch’esse alla mentalità, e dunque non sfuggono alla
volontà. L’assenso è vo- lontario; e tuttavia non può dirsi libero, che indi-
rettamente: cioè in quanto la volontà contribuì pri- ma, e può sempre
contribuire, a formare quella mentalità, che lo determina. (1) In via d’esempio
consideriamo la controversia tra tolemaici e copernicani. Questi accettavano
tutte le osserva- zioni su cui si fondavano quelli, ma ve n’aggiungevano altre
di cui a quelli era impossibile rendersi conto. Non ci sono esempi di
controversie risolute, non riconducibili allo sche- ma su esposto. CAPITOLO
XII. IL SOGGETTO UNIVERSALE. I. Le riflessioni precedenti (1) misero in
evidenza, tra lo Spirito e il singolo delle relazioni, che permet- tono di
ritenere lo Spirito come l’unico pensante in ogni singolo; di ammettere cioè,
che la coscienza del singolo, sempre limitata, e difettosa entro i suoi stessi
limiti perchè inseparabile dalla subcoscienza, costituisca l’autocoscienza
dello Spirito. Quindi: o lo Spirito è del tutto subconscio, e la subcoscienza è
un costitutivo essenziale del pensiero (2), mentre, invece, all’infuori
dell’effettivo consapevole « pensa re », il « pensiero » si riduce a una
semplice astra- zione, che non può, come pur dovrebbe (8), identifi- (1) Cap.
VI: gg I, II, III; Cap. VII: $$ I, II; Cap, VIII: $$ II, IV; Cap. IX: $$ I,
III, IV; Cap. X: $ II; (cfr. Cap. IX: $$ III, VI); Cap. XI: gg I, IV, V. (2)
Che il pensiero del singolo abbia radice nella sub- coscienza, è un fatto
indiscutibile; io, se non ricordassi, non penserei. Perciò appunto è necessario
ammettere, che d’ogni mio pensiero, conscio e subconscio, vi sia una co-
scienza esplicita. | (3) Cap. VII, $ I. — 62 — carsi con la realtà, concreta
piena e totale. O bisogna riconoscere, che lo Spirito implica, non la
moltitudine dei singoli (la quale invece lo implica), ma il Sog- getto
universale; che insomma è consapevole in se stesso e per conto proprio (1). II.
L’esserci del Soggetto (sottintendiamo : univer- sale) consiste del suo pensare
(2); variabile in parte, ma sempre pienamente consapevole. Il Soggetto non
dimentica, distingue bensì, tra gli elementi presenti, quelli che son tali per
la prima volta, e quelli, che furono tali anche in addietro: il non fare simili
di- stinzioni sarebbe un dimenticare. L’unità del Sog- getto è, come concreta e
pienamente consapevole, più connessa in se medesima, senza paragone, che non
sia quella del singolo; eseluderà dunque tutte le opposizioni (8). Da ciò due
conseguenze. Prima: le leggi estemporanee. logiche in stretto senso, da (1)
Sostituire, in ciò che precede « Soggetto universa- le » a « Spirito » è lecito
(e anche doveroso) qualche volta, p. es., Cap. VI, $ III; Cap. IX $ I; ma non
sempre, non p. es., Cap. VI, $ II (ultima frase). Donde una (difficoltà,
facilmente vincibile da un lettore accurato, ed eliminata per intero dagli
sviluppi che seguono. (2) IAlmeno per quel che ne sappiamo noi. Ma io non vedo
perchè si abbiano da far delle supposizioni, che, non avendo il minimo
fondamento, sono anche necessariamente prive di significato. (8) L’esigenza
della propria unità rende impossibile al singolo di ammettere delle
opposizioni, Cap. X, $ III; a più forte ragione... 63 — noi riconosciute
incondizionatamente valide rispetto al nostro pensiero, sono
incondizionatamente valide anche rispetto al pensiero del Soggetto. Seconda:
queste medesime leggi estemporanee, in quanto si applicano a un pensiero
variabile, danno luogo alle leggi causali. Vale a dire: due variazioni, che
attuandosi fossero per metter capo a formazioni tra loro incompatibili, non si
attueranno tali quali, ma interferiranno, diciamo, cioè non si attueranno senza
modificarsi. III. La necessità estemporanea, e la causale, non sono imposte al
Soggetto ab extra, non essendoci niente fuori del Soggetto. E non gli sono
imposte nemmeno ab intra; perchè la sola necessità, che il Soggetto implichi,
si riduce a lui stesso. Il Soggetto non può non pensare, perchè non può non
esserci, ma è impossibile assegnare una ragione, che lo ne- cessiti a pensare
piuttosto in un modo che in un altro. — Questa ragione — diranno — è la sua na-
tura. — E io rispondo, che la natura del Soggetto sta precisamente nel suo non
avere una qualsiasi natura determinata. Il Soggetto impone le leggi o le fa
essere, semplicemente col suo pensare; si noti: all’esserci o al valere delle
leggi, non importa «come» il Soggetto pensi, basta «che» pensi (1). (1) Des
Cartes riconobbe, giustamente, assurda la sup- posizione che il Soggetto sia
comunque sottoposto a leggi quali si vogliano: le leggi hanno, al pari del
tempo, Cap. IV. Per conseguenza: il Soggetto è libero. — Ap- punto perchè
determinato ab intra — dicono alcuni; ma non ripeterà chi abbia capito le
considerazioni precedenti. Un essere determinato ab intra — dalla sua natura —
è ciò che in fisica sì chiama un «si- stema chiuso », qual’è p. es., con
approssimazione grandissima — e non muterebbe di carettere se fosse chiuso
rigorosamente — il nostro sistema solare; che differisce toto coelo dal
Soggetto, e dall’uomo. Esempi non controversi di esseri determinati ab intra, e
che non siano sistemi chiusi, non se ne hanno; il trasportare questa
caratteristica dai siste- mi fisici al pensiero è dunque assolutamente illegit-
timo. Del resto : le leggi causali non possono da sole determinar l’accadere,
che presuppongono, perchè ne sono leggi (1). L’accadere implica un «principio»
d’indeterminazione. VIII, $ II, radice nel Soggetto; derivano cioè del suo at-
tuarsi pensando. Non però, come D. C. affermò, dal suo capriccio ; il Soggetto
non ha capricci. (1) Si confronti qui sopra $ II, gli ultimi due periodi. Per
un’esposizione un po’ meno compendiosa, e quindi più chiara cfr. I massimi
problemi, Conosci te stesso, e Dal- l’uomo a Dio, di prossima pubblicazione.
Gl’indeterministi francesi combattendo l’abitudine invalsa di applicare al pen-
siero una concezione meccanica, si resero indiscutibilmente benemeriti. Se poi
la loro dottrina positiva sia ben precisa e soddisfacente, lascierò indiscusso.
A me sembra d’aver fatto fare all’indeterminismo un passo innanzi. sia V.
L’unità costitutiva del singolo è secondaria, limi- tata, e in gran parte
subconscia; correlativamente, le iniziative d’ogni singolo non sono, per il
semplice loro attuarsi, consapevolmente ben connesse nè tra loro, nè con quelle
degli altri singoli, nè con l’esi- genza del tutto. Ecco perchè i fini, che il
singolo tende a realizzare sono talvolta, o irrealizzabili, o riprovevoli. Ed
ecco insieme perchè il singolo rico- nosce — come pienamente giustificate a’
suoi occhi, ma d’altra parte come limiti o freni all’indetermi- nazione causale
delle sue iniziative, -— delle leggi razionali: estemporanee, causali e
deontologiche. In- vece: l’unità costitutiva del Soggetto è primaria o
fondamentale, include ogni cosa, ed è pienamente consapevole. Quindi: per il
Soggetto, l’attuarsi di un’iniziativa, e il suo connettersi consapevolmente in
modo razionale con ogni altra, con l’esicenza del creato e del Soggetto
medesimo, sono unum et idem. Delle leggi deontologiche si deve dunque dire il
me- desimo, che delle altre: il Soggetto non vi è sotto- posto, nel senso in
cui vi siamo sottoposti noi; ma le impone, o le fa essere, col solo suo
qualsivoglia pensare (1). Da tuttociò risulta, che la nozione del (1) Cfr. $
III. Abbiamo anticipato qualcosa, che soltanto qui appresso riceverà la necessaria
integrazione. Per dire, intorno al Soggetto (universale) qualcosa
d’intelligibile, il solo mezzo è di paragonarlo col singolo. Il procedimento
analogico è fallace; ma noi, al contrario, abbiamo rilevato & Rn. pet
Soggetto e quella tradizionale di Dio, sono affini al massimo grado, forse
identiche (1). Perciò qui ap- presso, invece che Soggetto (universale), diremo
sen- z’altro: Dio. le differenze fondamentali. Col che abbiamo, indirettamente,
ridimostrato che lo Spirito implica il Soggetto. Le deficienze del singolo, che
permettono di riconoscergli un’esistenza in sè, devono svanire dall’Essere, che
al singolo è di fonda- mento. E sono deficienze di coscienza : l’Essere deve
dunque includere la coscienza nella massima pienezza. (1') La nozione di Soggetto,
così come 'l’abbiamo espo- sta, è meno determinata: esige dunque delle
determinazio- ni, che in un così rapido Sommario dobbiamo tralasciare. Potrebbe
darsi — anzi apparisce fin d’ora probabile, o certo (si ricordi p. es., quel
che dicemmo sulle relazioni tra il . Soggetto e il tempo, tra il Soggetto e il
singolo) — che le sue determinazioni ulteriori fossero incompatibili con alcune
determinazioni della nozione tradizionale di Dio. Alla quale ultima si giunse
con una riflessione tradizionale senza dub- bio, ma su elementi, la cui
razionalità non venne in tutto ben accertata. La mia convinzione — che non
posso dimo- strare qui, ma che mi sembra d’aver dimostrata nel già ri- cordato
libro Dall’uomo a Dio — è, che le determinazioni ulteriori della nozione di
Soggetto bastino a giustificare una religione positiva. CAPITOLO XIII. LA
CREAZIONE. L, Dio crea il singcio in quanto forma, di certi suoì pensieri, un
gruppo, connesso in se medesimo da una spontanea particolare attività.
Coscienza e atti- vità, che non esisterebbero, se Dio non le pensasse, che
svanirebbero, se Dio cessasse di pensarle (sot- tintendiamo : concretamente);
ma che tuttavia si distinguono da questo pensare divino, perchè il pen- sarle
divino è un crearle, ossia un pensarle come distinte (1). L’atto,
estrinsecazione dell’attività spontanea, è un pensare del singolo; pensare che
realizzandosi diventa ipso facto un pensare divino; ‘ma Dio si priva
dell’attitudine a prevederlo, perchè il non privarsene sarebbe un rinunziare
alla creazio- ne del singolo, che non ci sarebbe se non fosse di- LI stinto
(2). Essendo un pensare, l’atto è consapevole, (1) Secondo i teologi, Dio crea
fuori di sè. Inteso nel senso in cui si dice fuori di me l’altrui pensiero, a
me ignoto, il « fuori » è inammissibile. Il suo vero significato è di esprimere
la distinzione di cuîì s’è fatto cenno. (2) Cfr. Cap. IX, $$ I, II. Il punto
più oscuro è que- sto: che la coscienza del singolo, pur essendo inclusa nella
— 68—- sia pure momentaneamente: attività spontanea, e coscienza (particolare)
sono dunque una stessa cosu diversamente considerata (1). II. Da quanto s’è
detto risulta, che il singolo co- stituisce, per il Creatore, una limitazione.
Ma impo- stasi dal Creatore volontariamente, perchè il creare dei singoli
spontanei, e l’imporsela, son tutt’uno. Inutile trattenersi a spiegare, che la
coscienza dei divina, si distingue dalla divina. In proposito l’analogia espo-
sta Cap. IX, $ II ha un valore indiscutibile; s’intende, sol- tanto come
analogia. Le abitudini, che sono mie formazioni, si distinguono da me; anzi,
riescono in alcuni casi a staccarsi da me. Il singolo, benchè riferibile al
solo volere divino, ir- riducibile dunque a un’abitudine divina, è in ogni modo
una formazione divina, la coscienza, che lo costituisce, non è mai staccabile
dalla coscienza divina; ma non è assegnabile una ragione, perchè la detta
coscienza non possa distinguersi dalla divina. Supporlo, è supporre che il
singolo sia capace di creare più, che non sia capace ])io stesso. (1) Cfr. Cap.
XII, $$ III, IV, V. Ammettere, che il pensare — universale o particolare poco
importa, essendo un pensare tanto l’uno che l’altro — sia determinato causal-
mente ab cxtra o ab intra, è ridurlo a un processo fisico. Tl singolo è —
mentre Dio non è Cap. XII, $ III — sottopo- sto alla necessità logica e
causale; ma ciò non n’esclude anzi ne implica la spontaneità. Wna folla procede
lentamente per una via troppo lunga e troppo angusta; procederebbe, se invece
che d’uomini si componesse di statue? Il suo proce- dere implica dunque, in
ciascuno de’ componenti, un mo- versi, che nel suo realizzarsi è sottoposto a
delle determina- zioni causali, ma che, non essendo una conseguenza di esse
determinazioni, è spontaneo. _ 69 — singoli è capace di molti gradi. L’atto è
sempre conscio in quanto spontaneo; ma, cessato che sia, è dimenticabile, tanto
più facilmente, quanto più la coscienza del singolo sia povera di contenuto; il
che si vede p. es. nei bimbi. Per spiegare la crea- zione, si deve postulare
l’esistenza di moltissimi singoli, la coscienza dei quali non sia capace che di
attuazioni momentanee debolissimamente connesse tra loro: cioè di singoli
subconsci. Contro un tale postulato non c’è nulla da obbiettare. Dio crea im-
mediatamente i singoli, e li aggruppa in sistemi; per tutto il resto, i fattori
effettivi della creazione sono i singoli, come or ora esporremo. III. Un atto
interferisce con degli altri atti così di singoli diversi come del medesimo
singolo. E’ que- sta una conseguenza necessaria: nel primo caso. dell’unità
integrale, cioè della coscienza divina uni- versale; nel secondo, anche
dell’unità particolare costitutiva del singolo (1). Donde risulta, che l’atto
è, per il maggior numero de’ suoi caratteri, deter- minato causalmente, benchè
sempre spontaneo, cioè causalmente indeterminato, quanto al suo esserci, o
farsi. L’interferire può essere più o meno inteso, e non è osservabile, in
molti casi è trascurabile, se ——@» LI (1) Due variazioni (e ogni atto è una
variazione) che attuandosi fossero per’ metter capo a formazioni tra loro
incompatibili, non si attueranno tali quali, ma interferiran- no, cioè non si
attueranno senza modificarsi; cfr. Cap. XII, $ II (in fine). Re, (1 manca di un
minimo d’intensità. Può essere imme- diato, a che sì richiede che gli atti siano
simultanei; o mediato e temporaneo, qual’è sempre l’interferire di atti non
simultanei. IV. L’accadere, di cui risulta la realtà osservabile, si risolve
per intiero negli atti, e nel loro interferire. Suo presupposto necessario è
Dio, che lo crea pen- sandolo; ma Dio non lo crea o non lo pensa, che in quanto
crea o pensa dei singoli, capaci di atti spon- tanei, che interferiscono in
grazia della divina uni- tà, in cul tutti sono inclusi. Dobbiamo fare un altro
passo. L’ordine della realtà osservabile o del mondo presuppone ancora, che i
singoli non siano conte- nuti uniformemente nella divina: unità, bensì ag-
gruppati variamente in sistemi; l’interferire interno ‘ a un sistema essendo,
in generale, molto più intenso di quello tra sistemi diversi. L’uomo, che
voglia con- seguire un fine. deve rendersi un conto chiaro delle circostanze,
in cui opera; il che gli sarebbe impos- sibile, se dovesse badare a ogni cosa.
La distribu- zione in sistemi, di cui s’è fatto cenno, ha dunque, almeno
rispetto all’uomo un valore teleologico indi- scutibile. V. Il mondo fisico si
risolve per intiero, a parte la cognizione che ne ha Dio, nell’esperienza
comples- siva, di cui l’esperienza d’ogni singolo è una minima MES, j jgesE
parte. Il suo apparirci tutt’altro dal pensiero, men- tre si risolve in un
sistema complesso di pensieri (s’intende : non astratti), è riferibile a ciò:
che gli atti consapevoli, dall’interferire dei quali risulta, non sono da noi
avvertiti uno per uno distinta- mente. Il singolo sviluppato ne avverte soltanto
quegli effetti sopra di sè, che sono le sensazioni. E la realtà fisica è un
sistema di sensazioni oggetti- vato (1). A far ben comprendere la dottrina
testè riassunta sarà opportuna qualche ulteriore diluci- dazione. VI. Le mie
sensazioni, trattone alcune poche tra quelle oggettivate nel mio corpo,
accadono anche se io non lo voglio; le loro cause dunque mi sono esterne. Io
so, in grazia del mio comunicare per via di sensazioni con altri singoli, che,
oltre alle mie, si danno moltissime altre sensazioni, costituenti un sistema
ordinato articolato e conhesso. E so che le sensazioni dipendono dal variare
dello stesso loro si- stema; e non, fuorchè in rari casi, dalle volontà. In
questo sapere sta l’oggettivazione, cioè il conside- rare il sistema come una
realtà esterna. La cogni- zione del mondo fisico non è dunque illusoria; in-
fatti, gli elementi, che n’abbiamo indicati, sono reali. E’ soltanto
incompleta: noi, fuorchè in un (1) Come già fu detto con chiarezza, e
dimostrato al- l’evidenza da Berkeley. =; piccolo numero di casi, non
avvertiamo gli atti, o ì pensieri, da cui deriva in ultimo tutto il sistema
delle sensazioni (1). | (1) Incompleta è la cognizione anche sotto il punto di
vista fisico. Noi siamo lontani dal rappresentarci chiaramente nella sua
totalità il sistema delle sensazioni. Che il non saper tutto sia un’illudersi,
non si è mai pensato in fisica, e non si deve pensare in filosofia. La dottrina
suesposta, e il monadismo leibniziano, presentano, con delle manifeste so-
miglianze, qualche differenza che va rilevata. Leibniz intro- duce la nozione
di sostanza, che da noi è lasciata in di- sparte; ma il principio, di cui egli
fa realmente uso, è, che la monade sia l’unità conscia o subconscia delle sue
rappresentazioni ; principio identico al nostro, che il singolo sia l’unità
conscia o subconscia de’ suoi pensieri. Su questo punto la differenza è
soltanto verbale. Ma ce ne sono di più gravi. Le monadi « non hanno finestre »;
nondimeno, tra le rappresentazioni di ciascuna, e quelle di ciascun’altra, vige
un’« armonia prestabilita » (cfr. l’esempio notissimo de’ due orologi); per cui
tutte insieme costituiscono un si- stema coerente: l’universo. A Leibniz non
faremo colpa dell’aver. abbandonato l’idea, non più sostenibile dopo Ma-
Jebranche, delle cause grossolanamente transitive. Ma il contrario d’un errore
può essere un altro errore. Supposto accertato il fatto, che la realtà si
risolva nel detto sistema, l’armonia prestabilita (cfr. l’occasionalismo di M.)
sarà, del fatto, nna spiegazione soddisfacente. Siccome per altro le monadi non
hanno finestre, nessuna monade può sapere che ce ne sia un’altra. Il fatto, che
avevamo supposto, cade, insieme con l’armonia introdotta per spiegarlo.
CAPITOLO XIV. IL MONDO UMANO. I. Oltre alla parte, minima senza dubbio, che gli
spetta nella creazione dell’universo, l’uomo è, nel- l’universo e
subordinatamente a Dio, il creatore del mondo umano. La subordinazione a Dio è
inelimi- nabile; perchè l’opera dell’uomo, nel creare il suo mondo, implica
necessariamente un ordine teleolo- gico dell’universo. Il mondo umano è anche
fisi- co (1). La configurazione della Terra in generale, il variare delle
stagioni e delle meteore, i bradisismi e i terremoti, ecc., non dipendono da
noi. Ma noi co- struiamo abitazioni strade ponti canali navi mac- chine,
irrighiamo e coltiviamo i campi, addomesti- chiamo animali e piante,
accumuliamo capitali che poi servono di mezzi; e via, e via. II. La costruzione
del nostro mondo fisico esige delle cognizioni, e una collaborazione, possibili
sol- (1) Nel senso medesimo, non occorre dirlo, in cui esiste l’universo
fisico: Cap. XIII. DER RE tanto nella convivenza. La quale, mentre da un lato
implica l’attività conoscitiva e pratica degl’indivi- dui conviventi, è,
dall’altro, la formatrice vera de- gl’individuìi, che le devono la lingua, le
mentalità, le finalità, e anche la buona volontà. La convivenza, e i suoi
effetti — sul mondo fisico, sugl’individui, e sopra di se medesima — risultano
dall’interferire delle singole attività. Le mie iniziative interferi- scono: e
tra loro, determinando il mio sviluppo in- terno, cioè la sempre più salda
organizzazione della mia coscienza, e con le iniziative d’altri singoli, svi-
luppati e non sviluppati, accrescendo il contenuto e raffinando così l’organizzazione
della mia coscien- za, mentre per un altro verso la mia partecipazione alla
convivenza ne viene accresciuta nella quantità, e migliorata nella qualità.
III. . L’essenziale del processo accennato sta in ciò: che l’interferire di due
iniziative, purchè abbastan- - za intenso per essere avvertito, è sempre una
loro parziale unificazione. Due lottino tra loro con ira; oltre alla propria
ira, e nella propria ira, ciascuno avverte anche l’ira dell’avversario. Il che
prova che le ire, interferendo, si unificarono. Parzialmente: le ire, infatti,
restano due, ciascuna con dei caratteri che le sono esclusivi; ma pure in
ciascuna vi è, come suo costitutivo, un elemento costitutivo dell’altra. Il
pensare dell’uno, e il pensare dell’altro, sono sempre ‘distinti; ma si
riducono in parte a un solo ° e medesimo pensare. Questa è la ragione vera non
ia avvertita nè dagli idealisti nè dai solipsisti (Cap. IV, $ II), per cui è
possibile tra due singoli una comu- nicazione di pensiero, in grazia della
quale ciascuno dei due s’accorge, che l’altro è non meno reale di lui stesso.
IV. Il mondo intellettuale umano, senza del quale non ci sarebbe il mondo
fisico umano, implica la detta comunicazione, cioè l’intendersi, che alla sua
volta implica l’interferire, cioè il collaborare. Un eschimese e un malese,
naufraghi su d’un’isola de- serta, non s’intendono dapprima, che in quanto col-
laborano, aiutandosi a vicenda; così divengono un po’ alla volta capaci di
sempre meglio intendersi. Questo non è ridurre il pensiero a pura empiria.
Ciascun uomo è uno in se stesso, e incluso in Dio con tutti gli altri, dunque
possiede la ragione in germe: il collaborare sviluppa questo germe. Il che sì
vede chiaro nella formazione del concetto. L’inte- resse — pratico sempre come
interesse, quand’anche diretto verso la cognizione — aggruppa tra loro, e tra
loro soltanto, le cose che, per un complesso M di caratteri comuni, sono atte a
soddisfarlo. M, da solo, è contraddittorio : un triangolo, non equilatero nè
isoscele nè scaleno, ma il cui solo carattere sia d’essere triangolo;
un’arancia non matura né acerba ma il cui solo carattere sia d’essere arancia,
— sono controsensi. M da solo è dunque impensabile; ma, Se = per l’interesse
che vi si associa, diviene distinguibile LI tra gli elementi con cui è sempre
accompagnato. Nel distinguerlo consiste il nostro avere il concetto M, o il suo
esserci (1). (1) Berkeley, a cui si devono le accennate riflessioni, errò nel
dedurne il nominalismo. I gruppi M, di cui dice- vamo, non sono parole ma
processi cogitativi. Quantun- que a renderli stabili, senza di che non
gioverebbero, si richieda, fuor di alcuni casi, molto semplici e strettamente
pratici, la parola. Donde la superiorità immensa dell’uomo sul bruto. Ma la
parola condusse a un’interpretazione fal- lace. Triangolo, arancia, ecc., che
di certo non sono puri suoni, parvero nomi di realtà oggettive; pensabili da
noi, ma l’esserci delle quali non sia riducibile al nostro pen- sarle:
«concetti», o «idee». (Platone. Rosmini, approfon- dendo con acutezza e
dottrina eccezionali, ridusse le idee platoniche all’unica dell’essere; ma
questa rimane pur sem- pre un’idea platonica). Ciò, a che sogliam dare il nome
di concetto (l’arancia, il triangolo, ecc.), non può essere, come Platone
credeva, una realtà sui generis; una tale pretesa realtà risulta
contraddittoria. La dialettica hegeliana che nella contraddizione vede una
caratteristica essenziale al concetto, implica necessariamente, che lo Spirito
sia, non soltanto superiore al tempo, ina fuori del tempo. Ma il concetto,
quando se ne riconosca il ridursi a un processo temporaneo (secondo che abbiamo
accennato nel testo e più diffusamente spiegato nel volume Dall’uomo a Dio),
insomma, quando si rinunzi alla pretesa di pensarlo diver- samente da come lo
pensiamo, non è punto contraddittorio. LIBERTÀ E MORALITÀ. I. Io voglio,
significa: io metto in opera, con per- severante intelligenza, i mezzi migliori
per conse- guire certi finì, scelti applicando un criterio. Il vo- lere serio
esige dunque: 1) la cognizione del mondo umano, cioè de’ suoi costitutivi — che
tutti possono acquistare valor di fini, o di mezzi, o anche di fini per un
verso e di mezzi per un altro —, non che delle relazioni, e in particolare
delle causali, tra i costitutivi medesimi. Questa è cognizione semplice- mente
oggettiva. 2) Una valutazione, implicante un criterio, così dei mezzi rispetto
ai fini, che dei fini gli uni rispetto agli altri. Quest’ultima sì ripercuote
sulla prima: un mezzo, che farebbe conseguire il fine facilmente con certezza,
è scartato, perchè in opposizione col criterio valutativo dei fini. E non è più
semplicemente una cognizione oggettiva: un uomo ha degli scrupoli, un altro non
ne ha. 8) La perseveranza: non passare senza buona ragione da un fine a un
altro, non perdere mai di vista il fine valutato come il più alto. 4)
L'intelligenza : l’impre- SEG, (- PS vedibile variare delle condizioni esterne
o interne rende necessaria talora una mutazione, o nei mezzi. rivolti a certi
fini, o anche nei fini che ci proponia- mo di realizzare. II. Da tuttociò
risulta, che il volere non è origina- rio, ma conseguenza dello sviluppo (1),
di cui di- viene alla sua volta il fattore più efficace. Ora, lo sviluppo si
deve all’interferire necessario di atti che, pur essendo spontanei, sono, per il
maggior numero de’ loro caratteri determinati dall’interferire mede- simo (2).
Anche la volontà sarà dunque determi- nata, con una prevalenza paragonabile a
quella evi- dente nell*accadere fisico ; in guisa cioè, che ì carat- teri
essenziali de’ suoì atti siano prevedibili con grande sicurezza (8). D’altra
parte: la spontaneità non svanisce in tutto mai, perchè allora svanireb- (1)
Individuale collettivo, conoscitivo e pratico, Cap. XIII: $$ II, III, IV. -_—.
(2) Cap. XIII, $ III; cfr. Cap. XIV, $ III (in parti- colare le prime linee).
(8) E’ certo p. es. che il professore salito in cattedra farà lezione; che il
sicario, nel punto in cui sta per com- mettere il delitto, non se ne ritrarrà
volontariamente. Il capriccio sta nello scegliere senza criterio fisso; è
dunque una volontà in via di formazione, ma rimasta imperfetta. La volontà
vera, esclude il capriccio (l’arbitrio indifferente). Anche la spontaneità
primitiva lo esclude, perchè non sce- glie; il bimbo di pochi mesi non è
capriccioso, benchè paia tale a chi gli attribuisce delle valutazioni
comparative pro- prie dell’adulto. Cfr. qui appresso $ III. MI, (| IRE bero, e
la coscienza, e lo stesso accadere col suo determinismo. Valendomene, io posso,
in ogni caso, modificare, poco finchè si voglia ma nel senso che reputo
migliore, il determinismo del mio accadere interno. L’organizzazione, che mi
determina, è dun» que per una parte importante, opera mia (1). Io sono libero,
significa: io posso lavorare con frutto a rendere sempre più coerente il mio fare-pensare.
Alla libertà sono essenziali due momenti: uno di determinazione, l’altro
d’indeterminazione ; che non soltanto non si escludono, ma che si esigono e
s’in- tegrano a vicenda (2). III. Noi distinguiamo tra l’utilità e la moralità,
e riteniamo questa superiore a quella; ecco un crite- rio valutativo, che non
passiamo non ammettere, ma del quale dobbiamo renderci un conto chiaro. In
proposito l’utilitarismo (8) e il razionalismo pu- ro (4) son dottrine, la cui
opposizione sembra con- » (1) Cfr. Cap. IX, $ VI. L’assenso è conseguenza
neces- saria di una mentalità; ma la parte che all’uomo spetta nella
costruzione di questa, non è mai trascurabile. 'Analo- gamente... (2) Abbiam
dovuto limitarci a pochi cenni. Per una discussione meno incompleta cfr. gli
altri lavori citati e l’art. Determinismo e libertà, in Riv. di Filos., Genn.
Marzo 1923. | (8) Che si fonda sull’edonismo e l’include. La morale sociologica
è più consapevole, ma pur sempre utilitaria. (4) Con questo nome designiamo la
morale kantiana; cfr. qui appresso $ IV. — 80 — tradditoria : esaminiamole in
breve. Le sensazioni sono essenziali alla teoria; i sentimenti (piaceri e do-
lori) associati a quelle sono essenziali alla pratica. E la storia dimostra,
che la morale apparve tardi, al pari della scienza; conseguenze l’una e l’altra
dello sviluppo da una condizione primitiva, in cui le ulte- riori distinzioni
ancora non esistevano, e non erano possibili. Ma i bruti benchè abbiano delle
sensazioni e dei sentimenti, non riuscirono a costruire nè la mo- rale nè la
scienza; dunque la condizione primitiva dell’uomo conteneva in germe le
distinzioni ulte- riori. Da questo germe, ossia dalla ragione, impli- cita
nella parola e nella convivenza, non è lecito prescindere. Ora la ragione,
stando all’uso che gli utilitari ne fanno e ne suppongono fatto, si riduce a
uno strumento; mentr’è invece un costitutivo essenziale della realtà, di cui
esprime l’unità, e se non fosse tale, non sarebbe uno strumento. L’utili-
tarismo è dunque un empirismo insostenibile. IV. La distinzione tra la morale
vera e la pratica utilitaria è, dai razionalisti puri, fondata su quella tra
l'imperativo categorico e l’ipotetico, e concepita per conseguenza come
un’assoluta separazione. Tra 1 moltissimi fini utili ciascuno è costretto a
sceglie- re; scelto che abbia, deve, per non contraddirsi, ricorrere a certi
mezzi, che dipendono dal fine scel- to: ecco l’imperativo ipotetico.
L’imperativo mo- rale invece, non è subordinato a un fine, che gli sia esterno;
ha per se stesso un valore, che s’impone a if = ogni singolo ragionevole; sii
onesto: ecco l’impera- tivo categorico, ed ecco la morale. Astrattamente
parlando non c’è nulla da opporre; ma il pensiero astratto non è mai adeguato
alla realtà, quantun- que sia necessario alla cognizione. Nelle considera-
zioni qui appresso è indicata, molto sommariamente al solito, la via per uscire
dall’astratto, condizione sine qua non per intendere le questioni morali, che
sono di tutte le più concrete. V. Una parola non ha significato, che in una lin-
gua (1}; similmente: una proposizione, sia pur l’im- perativo categorico, non
ha significato, nè dunque valore, che in tutto il sistema del pensiero,
includente anche la pratica utilitaria. I fini utili vanno scelti;. ma la
scelta, benchè diversa da un singolo a un altro, non è capricciosa; chi non
riflette quid ferre recusent, quid valeant humerì, diventa un guasta- mestieri,
peccando moralmente. La morale, mentre per un verso limita la scelta, per un
altro esige, che una scelta si faccia : infatti, chi non vuole essere un ozioso
disonesto, deve procacciar l’utile, anche il pia- cere d’altri e di se
medesimo. E’ disonesto così l’a- strarre dall’utile, come il rinchiudervisi;
donde una difficoltà, che della morale umana è un costitutivo essenziale.
Insomma: l’onesto e l’utile si connettono indissolubilmente. I fini utili sono,
in massima parte, (1) P. es.: «desto» è una parola, che appartiene in- sieme,
con differenti significati, e all’italiano e al tedesco. 6 i 89 mezzi per
conseguirne altri, utili nello stesso modo; c'è dunque nel campo utilitario, un
ordine meravi- glioso. E, rispetto a questo, l’ordine morale non è qualcosa di
estraneo sovrappostogli; ma, semplice- mente, l’unità, ossia la ragione divina,
che lo fonda e lo integra. | VI. L’esigenza pratica umana, fondata sull’ordine
divino, si riassume nella formula: superare la fram- mentarietà; subordinare i
singoli, che sono molti e diversi, alla suprema unità. Il singolo è subordinato
essenzialmente, perchè non esiste fuori della supre- ma unità; ma, come
spontaneo, può accostarlesi, o scostarsene ; il detto principio esprime dunque
una legge deontologica. Lavorando a subordinarsi, ognu- no procede verso la
massima realizzazione di se stesso. E questo è il solo fine stabilmente
consegui- bile; infatti, la legge deontologica, benchè violabile dentro certi
limiti, ha un fondamento logico: il ten- tar di violarla si riduce dunque a un
agitarsi discor- de, vano, e in ultimo disastroso. La legge deontolo- gica è
morale o utilitaria? E’ morale perchè vera- iente utilitaria, e veramente
utilitaria perchè morale. L’idealismo ha, sulle altre filosofie, il vantaggio
d’averne messo in evidenza i sottintesi problematici. E’, tra tutte,
indiscutibilmente, la filosofia più li- bera di sottintesi. Pretendere di «confutarlo»,
col semplice contrapporgli una qualsiasi delle filosofie già costruite — vale a
dire alcuni «principil», di cui l’idealismo revocò in dubbio il valore — non è
le- cito. L’idealismo non può essere sottoposto che a una critica «intrinseca»;
tale cioè, che lo colga in opposizione con se medesimo. E’ questa la via, nella
quale noi siamo entrati risolutamente. L’idealismo critico, del quale ripro-
ducemmo in riassunto i dogmi fondamentali, nella forma e col significato che
assunsero dopo un secolo e mezzo di sviluppo, fu il nostro punto di partenza. E
non ce ne allontanammo, se non perchè un appro- fondimento ulteriore della
stessa critica idealistica vi ci costrinse. Degli approfondimenti accennati,
basti richiamarne due. Il tempo, ci si disse, o è una forma, di cui lo Spirito
riveste una realtà estemporanea (che in tal modo risulterebbe non conosciuta,
ma falsificata), o dovrebb’essere una realtà superiore allo Spirito, che lo
condizioni e lo domini. Abbiamo notato in contrario, che l’alternativa è incompleta,
e quindi mal posta. Lo spirito crea il tempo, in quanto pro- RE 7 pe duce delle
novità; neon è dunque sottoposto al tem- po, al quale tutto il creato è
sottoposto; $ive nel tempo, ma per la sua stessa iniziativa. | Lo spirite non è
tutto in ogni singolo, bensì, ogni singolo è nello Spirito, essendo un gruppo
di suoi pensieri. Per conseguenza, i singoli differiscono, e tra loro —- benchè
tutti abbiamo in comune d’es- sere nello Spirito — e dallo Spirito. Il quale
non può non essere consapevole; perchè, se tale non fosse, la subcoscienza, che
d’ogni singolo è costitutiva, sa- rebbe assoluta; mentre un’assoluta
subcoscienza è contraddittoria. Come consapevole di se medesimo, e non
semplicemente nei singoli ma in se medesimo, lo Spirito è Dio. L’ultima conseguenza,
che traemmo dalle pre- messe idealistiche, ha un carattere profondamente
realistico; benchè l’essenziale dell’idealismo vi sia conservato; ed anzi messo
in una luce più vera. La novità nostra è relativa, e come novità e come no-
stra: si riduce ad aver fatto fare alla critica ideali- stica un passo innanzi,
piccolo e facile; decisivo, ma in quanto conseguenza necessaria dei già fatti.
La gnoseologia del singolo razionale, perchè ineluso in Dio, ma distintone,
cioè singolo — è ne- cessariamente realistica; non potendo il singolo, senza
contraddire a se stesso, identificare la realtà col pensiero umano in massima
parte subconscio. La gnoseologia idealistica non è vera, che in ordine a Dio.
Ma Dio, nell’idealismo, non è consa- pevole di sè, che nei singoli;
propriamente parlan- do, la realtà massima è dunque inconsapevole. Con-
seguenza inconciliabile con l’identificazione di realtà gg e di pensiero. E’
vero, che secondo l’idealismo Dio, cioè lo Spirito è tutto in ogni singolo;
sicchè la gno- seologia idealistica sarebbe, se prescindiamo dalla testè
rilevata contraddizione, applicabile al singolo. Ma Dio non potendo errare, da
quest’applicazione sì conclude, che neanche il singolo non può errare; dunque,
se l’idealismo è vero, saranno veri e il rea- lismo, e 11 più grossolano
materialismo. Un’ultima osservazione. Oppongono: Dio, se fosse personale,
saprebbe tutto ab aeterno; e il sa- pere umano, riducendosi a una parte minima
del sapere divino preformato, non sarebbe una costru- zione umana; in sostanza,
noi, al mondo, ci sarem- mo per un di più —. Rispondiamo. L’opposizione avrebbe
un valore, se Dio fosse fuori del tempo, e se l’uomo non avesse un’attività
causalmente indeterminata. Ma non è accettabile nessuna delle due ipotesi.
L’uomo essendo incluso in Dio, non può formare un pensiero, che non sia perciò
stesso e ipso facto noto a Dio. Ma che Dio conosca in anticipazione, a priori,
tutto quanto l’uomo penserà o farà, è da escludere; Dio, creando l’attività
umana causalmente indeterminata, impo- se liberamente certi limiti alle sue
previsioni. Subor- dinatamente a Dio, e internamente al creato, l’uo- mo è
autore del proprio mondo, e del proprio sapere. Cade così l’opposizione in
discorso. L’uomo, pur distinguendosi da Dio, è al mondo per qualcosa: per conseguire
un fine, che si fonda insieme sull’or- dine divino, e sull’attività umana.
Lavorando in questo senso, l’uomo non è ridotto a rispecchiare in sè il
pensiero divino; bensì collabora veramente con Dio. a CENNI AUTOBIOGRAFICI II
fine della filosofia . Il metodo Il metodo filosofico Il solipsismo Discussione
del solipsismo Lo Spirito Lo spirito e il singolo L’accadere Immanenza e
trascendenza Necessità e certezza L'errore Il Soggetto universale La creazione
Il mondo umano Libertà e moralità Conclusione Digitized by Google COLLEZIONE
FILOSOFICA diretta da E. CASTELLI . - CasteELLI E.: Filosofia della vita.
Saggio di una critica dell’attualismo e di una teoria della pratica —- . -
REDANO’ U.: La crisi dell’idealismo attuale BLonpeL M.: Principio di una logica
della vita morale, con lettera prefazione di M. Blondel. Introduzione e
traduzione a cura di E. Castelli . : A , . = V.: Linee di filosofia critica
Kant A.: I fondamenti della metafisica dei costumi. Tra- duzione, introduzione
e note di G. Perticone . L. 6— 6. – V. B.: Sommario di filosofia UNIVER. DI
ROMA Donazione L. Vagnetti 46 ISTITUTO DI VIJOSOTIX BIBLIOTECA COLLEZIONE
FILOSOFICA A CURA DI E. CASTELLI IV. EIA tr don + NITTI PROPRIETÀ LETTERARIA
Tipografia Editrice Laziale - A. Marchesi - 1925 ni BERNARDINO VARISCO asi
LINEE DI FILOSOFIA CRITICA ROMA ANGELO SIGNORELLI — EpiTORE VIA DEGLI ORPANI [I giovani lettori, se traggono come spero
qualche van- | taggio dal presente libro, ne sian grati al bravo Prof.
Castelli, già mio scolaro. Il quale, per liberarmi dalla fatica dello scrivere,
divenutami troppo grave, s’adattò a farmi da intelligente segretario; e
aggiunse di suo al libro le note con la firma E | C., ossia quasi tutte. Senza
l’aiuto suo efficace, io non sarei venuto a capo di questa mia qualsiasi
fatica. Il che sia detto per soddisfazione mia non meno che sua. Roma,
settembre 1925. B. VARISCO. ila Te e iinti I a I O ran Pula Ci proponiamo di
cercare, se alla filosofia spetti an- cora, nella civiltà moderna, un ufficio;
e quale sia quest’uf- ficio. Vedremo, che la filosofia, oggi, non che sia
diventata inutile come da molti si crede, può darci essa sola, della nostra
civiltà, una concezione organica; dalla quale non possiamo prescindere, se
vogliamo padroneggiare i fatti, così da impedire che la nostra civiltà decada
senza rimedio. Vedremo altresì, che la filosofia capace di compiere nella
civiltà moderna il detto ufficio, può esser considerata come la sintesi o
l’anima stessa della nostra civiltà. Anima, che ancora non ha, ma che può e
deve acquistare una chiara ‘e vigorosa coscienza di sè. 2. Carattere
fondamentale della società moderna, e quin- di anche della civiltà moderna, è
la complicazione, già gran- dissima, e che va crescendo sempre. In altri
termini : la no- stra vita collettiva si attua mediante un grandissimo numero
di funzioni disparate. Quanti e quanto svariati uffici governativi! Quante
mani- festazioni diverse dell’attività economica : produttiva, com- merciale,
raccoglitrice e distributrice di capitali! Quante forme di cultura, distinte,
anzi divenute quasi estranee le une alle altre! | o — 8 Epaminonda non portava
che un pallio; ciascuno di noi ha indosso abitualmente molti capi di vestiario
di specie di- verse. La nostra civiltà supera in complicazione la già com-
plicata civiltà ellenica, molto più che il nostro vestire non superi in
complicazione quello dei contemporanei d’Epami- nonda. 3. La complicazione
richiede, per non diventare disastro- sa, una corrispondente coordinazione tra
le funzioni, o tra tutte le diverse attività umane. In una società complicata,
ciascuno ha, direttamente o no, bisogno di tutti gli altri; e non potrebbe
vivere, se questo bisogno rimanesse insoddi- | sfatto. | i La coordinazione
tanto necessaria è sempre incompleta. . Il vivere in una società complicata
esige anche da ogni sin- : golo un'attività molto più intelligente più intensa
più varia i @ più ordinata, che in una società semplice. Perciò la com-
plicazione fa crescere il numero degli anormali: spostati e delinquenti. E il
crescere degli anormali è un: guaio serio; costituisce un grave ostacolo alla
necessaria coordinazione. Quantunque sempre incompleta, la coordinazione può
es- - ‘ ser tale, da rendersi via via, grazie allo svolgersi delle atti- vità
normali, sempre meno incompleta e più efficace. Ma può essere insufficiente a
segno, che lo svolgersi delle atti- vità normali ne risulti gravemente
frastornato. La coordina- zione allora va diminuendo: la società si trova in
condizio- ni anormali; e la civiltà, ossia la coscienza che la società ha di sè
medesima, s’avvia, se non ci si mette riparo, verso la decadenza. 4. Le
condizioni presenti sono, tra noi e più o meno dappertutto, anormali, e dunque
avviate a diventare sem. — 9 — pre più anormali. Ed è per poco evidente quel
che dicevo : che l’anormalità è riferibile al non esserci, tra le funzioni
sociali, una coordinazione corrispondente alla loro com- glicazione. «Che la
coordinazione sia difettosa, è provato in primo luogo dalle lotte, anche
violente, che si vanno rinnovando tra le varie forme d'attività, e che ne
scemano di non poco l’effetto utile. Ma c’è dell'altro. Per addurre un solo
esempio: noi ci lamentiamo -del caro viveri; d'altra parte, abbiamo accresciute
le spese superflue; e diminuito il lavoro, senza riflettere che i prodotti, scemando,
rincariscono. 5. Il Governo, che dovrebb’essere l'organo principale della
funzione coordinatrice, non la può compiere, se non è sostenuto e aiutato. E
quindi rivolge, ogni momento, i più caldi appelli alla cooperazione, cioè alla
fiducia, del pubblico. Ma è d’altra parte costretto, per vivere in qualche mo-
do, a venire a patti con le forze disgregatrici. E questo gli fa perdere la
fiducia, di cui ha bisogno. La fiducia non serve domandarla, e dimostrarne la
necessità; biso- gna saperla inspirare. Il pubblico, se ne vogliamo l’ap-
poggio, dev’essere, non persuaso con idei ragionamenti astratti, ma trascinato.
i Questa critica è ben facile; nessuno crederà, che i no- stri governanti non
se ne rendano conto essi per i primi. O dunque? Il fatto sta, che quel pubblico
medesimo, il quale non ha fiducia nel Governo perchè lo vede operare in un
certo senso, non lo sosterrebbe, forse gli si oppor- rebbe, se lo vedesse
tentar di operare in senso contrario. 20 sii cali Mi ER 40 6. Qui, molti
s'aspetteranno ch'io metta innanzi la mia brava proposta: qualcosa come un
progettino di legge, che, votato ed eseguito, abbia la virtù di eliminare tutti
gl'in- convenienti. Secondo un’opinione diffusa, i professori di filosofia
pretendono di sapere ogni cosa. Non vogliono ca- pacitarsi, che la ragione
umana è limitata, e non può pene- trare il fondo misterioso della realtà. Ecca:
io parlavo testè, in via d’esempio delle difficoltà contro cui ci dibattiamo,
del caro viveri, e della manifesta” incongruenza tra i lamenti che ne facciamo,
e le azioni con cui lavoriamo ad aumentarlo. Ci sia o no, e qualunque sia, il
fondo misterioso della realtà, l’incongruenza rilevata, ed ogni altra, è pur
sempre la medesima. Non mi s’attribui- scano delle opinioni, che non ho mai nè
insegnate nè sognate. lo parlo di quel mondo, che ci è noto in quanto ci
viviamo, cioè del mondo umano; d’altro non parlo. | 7. Di questo suo mondo,
l’uomo ha costruito la scien- za; più esattamente, ne ha costruito una
moltitudine di scienze. L'attività conoscitiva, per attuarsi, dovette spezzar-
si, tal quale come l’attività pratica. E come la molteplice at- tività pratica
esige una coordinazione, così la moltitudine delle scienze esige
un'’unificazione. Riconoscere questa esi- genza, e intenderla; cioè intendere che
la cognizione costi- tuisce un organismo: ecco l’ufficio della filosofia. Donde
risulta, che mentre le scienze valgono rispetto alle attività pratiche
distinte, o in altri termini servono di fondamento alla complicazione; la
filosofia, correlativamen- te, vale rispetto alla coordinazione, la quale non
può avere altro fondamento. Qui, perchè il seguito sia chiaro, conviene: primo,
eli- minare un equivoca possibile, precisando l’indicata nozione — ll — ? di
filosofia; secondo: far vedere che la filosofia, per com- piere la sua funzione
unificatrice del “sapere, “ossia a per Ser- vire di mezzo alla funzione
coordinatrice pratica, non ha punto bisogno d’aver pienamente risoluto il suo
problema, che del resto non è mai pienamente risoluto, a DI 8. La filosofia, dicevamo,
è l'unificazione del sapere. Ma il sapere può essere ‘unificato in due modi. E
cioè: in quello, con cui di molte pietre si costruisce una casa; op- pure in
quello, con cui di molti organi risulta un organismo. Dei due, soltanto il
secondo è legittimo. Infatti : quantunque l’orologiaio come tale non debba nè
possa occuparsi di grammatica, 0 di storia, o di fisiolo- gia; è nondimeno
evidente che l’orologeria, come dottrina e come pratica, non ci sarebbe, se non
ci fossero degli uo- mini, che adoperano bensì degli orologi, ma li adoperano
a. tutt'altro (eccetto gli orologiai) che a studiar gli orologi c0- struiti o a
costruirne di nuovi. Basta quest’esempio a dimostrare, che le singole scien- ze
(tal quale del resto, che le singole attività pratiche) non hanno valore, anzi
non sono possibili, che nella loro unità. Non sono pietre, con cui si possa
costruire l’edifizio della filosofia, e che v’entrino restando immutate; sono
organi, che hanno esistenza significato e valore soltanto nell’orga- nismo cl che
li | unifica. La fisica, p. P. es., è una scienza di valore indiscutibile, in
quanto è sistemazione di una_parte dell’esperienza_ umana (dell'esperienza
esterna), considerata sotto un aspetto, che alla sua volta è determinato
dall’esperienza umana totale considerata nella sua unità. Ma considerata in sè
stessa da sola, non ha più significato nè valore; nè dunque possiamo — ron
renente nora _ _tttiitttii@òitt@ta@asite esame meno re oe scia dirla un
elemento acquisito, una pietra da collegare con al- tre nella costruzione
filosofica. 9. Inteso nella sua pienezza, il problema filosofico — intendere, «
come » il sapere costituisca un organismo — non si finisce mai di risolvere.
Col crescere delle cognizio- ni, la totalità del sapere non soltanto
s’ingrandisce, ma si riordina; come sa chiunque abbia imparato gli elementi
d’u- na scienza qualsiasi. L'organismo conoscitivo esiste, ma in quanto è in
via di sviluppo; la supposizione, che lo si possa descrivere una volta per
sempre, non è in fondo che un controsenso. Ma, perchè uno possa lavorare
utilmente all’'unificazione della cultura e della civiltà, e quindi anche alla
coordina- zione delle attività pratiche, non si richiede, che possieda una
dottrina profonda intorno al « come »; basta, che sia ben sicuro del « che ».
Il sapere umano è un organismo; l'attività pratica umana è un organismo; e i
due organismi, assolutamente insepara- bili, non formano in sostanza che un
organismo solo. In queste proposizioni è riassunto l’essenziale di quella filo-
sofia, che ha una sua importante funzione da compiere nella \civiltà moderna; e
che si può dire filosofia della società mo- è derna, in quanto n’è insieme il
prodotto e l’espressione. 10. L'’essersi ben fissati sul « che » basta per
eliminare il semplicismo. Noi siamo tutti un po’ semplicisti, perchè abbiamo
una cultura, che non è meno frammentaria dell'at- tività pratica. L’uomo, che
si è familiarizzato con una parte sola della realtà, non comprende, che le
difficoltà vere non sono quelle, che possono sorgere internamente a una parte —
13 determinata, ma quelle, che si devono all’insufficiente coor- dinazione tra
le parti. | Poichè la complicazione dà luogo a degl’inconvenienti, al- cuni
pensano, che bisognerebbe cercar di semplificare. Ma la ragione, per cui la
nostra civiltà è complicata, sta in ciò,. L ogni tentativo di perfezionarla
v’introduce delle com- plicazioni. Altri pensano, che il meglio sia di
rassegnarsi aspettan- do che la burrasca passi; persuasi, che tutto andrà per
il meglio, se anche a noi toccherà di andarne di mezzo. Ma l’uomo non concorre
a perfezionare gli altri, se non lavora sempre a perfezionare sè medesimo,
sforzandosi di vince- re le difficoltà che gli si attraversano. Questi sforzi
devono essere coordinati (l’abbiam detto cento volte): ma per ciò stesso devono
essere compiuti; rinunziarvi sarebbe un con- correre per quanto è in noi alla
rovina della civiltà. Il semplicismo è disastroso, perchè ci pasce, o d’erba
trastulla, o di veleno. La filosofia, se anche non avesse altro. «merito che di
eliminare il semplicismo, sarebbe già grande- mente benemerita della civiltà.
1. Chi ben comprenda il principio fondamentale soprae- nunciato, e lo accolga,
non come ospite ozioso del pensie- ro astratto, ma come fattore vivo di tutta
la vita consape- vole, sa e sente, che il bene suo proprio, e il bene collet-
tivo, sono inseparabili, anzi tutt'uno. Ha superato l’egoi- smo non meno che il
semplicismo. E non occorre altro, perchè ogni suo fare sia un “cooperare; sia
cioè un con- eiadata in n restio correre, per quanto SÌ i stendano le. sue
forze, _alla coordina- zione. delle attività “sociali. Non ho ‘detto, si noti:
accettate il principio, e vi sarà fa- cile scoprire il rimedio ai mali della
nostra civiltà. No: ma. cai 14 n ho detto, che l'accettazione del principio è,
purchè sia profonda e sincera, cioè concreta, il rimedio. C’è tra le due
formule, una differenza essenziale, che non va trascurata. La buona volontà non
è il mezzo per giungere alla virtù, è la virtù essa stessa. 12. Le riflessioni
filosofiche, anche soltanto iniziali, non sono accessibili che a pochi. Ma ciò
non vuol dire che ser- vano poco. L'opinione pubblica, e quindi anche la
moralità media, sono in gran parte formazioni delle classi culte. La cultura,
della quale andiamo non a torto superbi, esi- ste, perchè i suoi molti elementi
sono tutti profondamente collegati fra loro: costituiscono un'unità. Ma noi,
finora, ci siamo fermati sugli elementi, e n’abbiam trascurata (qual- cuno è
arrivato fino a negare) l’unità. Con questa conse- guenza : che la nostra
cultura o serve di strumento alle fund zioni pratiche distinte, o non è che un
ozioso passatempo. Dobbiamo, non tornare indietro, ma oltrepassare il segno a
cui ci eravamo irragionevolmente fermati. Procacciamoci una coscienza concreta
e pratica dell’unità. E la nostra cultura ci guadagnerà un tanto in organicità
e in efficacia. Diverrà quel che dovrebb’essere, un cibo spirituale; di cui
anche le moltitudini rozze (la moralità e la cultura delle quali sono in gran
parte, come s’è detto, formazioni delle classi culte) potranno rinvigorirsi per
collaborare casi; te al bene comune. CAPITOLO I. IL SAPER VOLGARE $ 1. — Valore
del saper volgare ° Diciamo saper volgare quello che non è costruito ms-
todicamente. Quindi un saper volgare possedevano anche i primitivi, e oggi lo
possiedono anche gli uomini rozzi; dove per altro è da notare, che il saper
volgare subisce anche presso i rozzi l’influenza di un sapere costruito
metodica- mente. Oltre alle modificazioni dovute a questa influenza, ii saper
volgare si va sviluppando per virtù propria e così mette capo al sapere
metodicamente costruito. Che il saper volgane abbia un valore appare in modo
indiscutibile dalle sue relazioni con la pratica; — noi sap- piamo per esempio
da tempo immemorabile che il legno secco è combustibile, mentre l’acqua è
incombustibile; — che certi vegetali sono mangerecci mentre altri sono vele-
nosi. E dirigendoci secondo queste cognizioni possiamo con- Seguire certi fini
che invece falliscono se delle cognizioni medesime non teniamo conto. Dunque il
saper volgare è veramente un sapere, salvo quanto si avrà occasione di av-
vertire più oltre. Bisogna notare che il saper volgare accertato serve di
fondamento necessario alla riflessione con cui ci. proponiamo di estenderlo e
di approfondirlo. Non è possibile costruire una scienza, e nemmeno fare la
critica del saper volgare, senza prendere le mosse da un saper volgare
accettato come valido. $ 2. — Come si costruisca il saper volgare Noi qui non
indaghiamo la prima origine del saper vol- gare; il che ci condurrebbe ad
indagare la prima origine dell’uomo; non essendoci mai stati, a nostra notizia,
uomini privi di ogni saper volgare. Cerchiamo soltanto in che modo ciascun
individuo si co- struisca il saper volgare di cui è in possesso quando è
adulto, ma che certamente non possedeva nei primi giorni di vita. Cerchiamo
altresì come le generazioni che si vanno succedendo accrescano il saper volgare
di cui erano in pos- sesso le generazioni precedenti. Esponiamo qui appresso
gli elementi principali del proce- dimento, con cui si costruisce il saper
volgare. $ 3. — Continuazione. L'esperienza Ciascuno ha delle sensazioni; e
comunemente si ritiene che le sensazioni derivino dalle azioni che il mondo
esterno esercita sopra di noi. Evidentemente peraltro le cose, di cui risulta
il mondo esterno, operano le une sulle altre, mentre soltanto negli animali
queste azioni provocano delle sensazioni. Dunque dobbiamo ammettere che ciascun
ani- male, quindi anche l’uomo, abbia una proprietà non comu- ne alle altre
cose, in grazia della quale ad un’azione che subisca tiene dietro una
sensazione. Questa proprietà, che non può derivare dall’esperienza perchè
un’essere che ‘ «non l’avesse, mancherebbe di sensazioni e quindi anche aaa 17
a fi di esperienza è dunque un costitutivo a priori dell'essere senziente. $ 4.
— Continuazione. La ragione L'esperienza è un elemento necessario, ma non il
solo, del nostro sapere. Infatti quel sapere che si ricava dall’e- sperienza si
presenta con un carattere di accidentalità. Invece noi riconosciamo nel nostro
conoscere una neces- sità; e per esempio una necessità che si riferisce al
tempo ed una che si riferisce allo spazio. Quanto allo spazio: al- cune
cognizioni elementari geometriche sono di patrimonio comune; guanto al tempo:
la sua irreversibilità è un carat- tere del quale non possiamo nemmeno supporla
privo. In un’altro ordine di idee: tutti escludono che dei fatti possano
accadere all’infuori d’ogni causa. Che certe cogni- zioni abbiano il carattere
della necessità, noi lo sappiamo, perchè il supporle prive di valore
disorganizza il nostro pen- siero ossia ci rende incapaci di ricavare un
costrutto da ciò che pensiamo. Tutto ciò si esprime dicendo che noi oltrechè
senzienti siamo anche ragionevoli. $ 5. — Continuazione. Esperienza e ragione
collegate La sola esperienza si risolve in sensazioni; ma noi con il saper
volgare facciamo ben altro che affermare le nostre sensazioni, anzi
riconosciamo l’esistenza più o meno fissa o variabile, di certe realtà con dei
caratteri corrispondenti alle nostre sensazioni. Ciò vuol dire che noi
aggruppiamo le nostre sensazioni secondo certe leggi (le principali sono lo
spazio, il tempo, e la causalità); riuscendo in questo modo al concetto di una
2 -- 18 — < realtà sperimentata. Il detto aggruppamento è anch’esso dovuto
alla ragione. Per esempio, chi credesse che una certa sensazione s0- nora fosse
associabile con certe sensazioni tattili, come ad esempio, che un fiocco di
cotone possa mandare il suono di un campanello, passerebbe per insensato. 8 6.
— Continuazione. L’attività pratica E’ noto che l’uomo fino dall’infanzia non
sta inerte in attesa di sensazioni, ma ne va in cerca operando sulle cose che
operano sopra di lui. Nel tentativo di operare sulle cose, cioè di modificarle
a suo modo, s’accorge che le cose gli resistono, che certe loro modificazioni a
lui sono impossibili, ed altre otteni- bili soltanto entro certi limiti e
procedendo in un certo modo. L’attività pratica è dunque un'importante fattore
del- le nostre cognizioni. L'attività pratica è ancora un’espe- rienza; ma
tuttavia si distingue da quell’esperienza che acquistiamo anche senza essere
attivi, e dunque introduce nelle nostre cognizioni elementi che non derivano
dalle semplici sensazioni. i Appena è il caso di notare che tra le nostre cogni
:mì sono di speciale importanza quelle che si riferiscono ile connessioni
causali, queste riguardano le determinazio di fatti realizzantisi o tra le cose
o tra noi e le cose. Per esempio nel fuoco il piombo si squaglia, il ferro si
arroventa ietc.; noi per ben digerire certi alimenti dobbiarto sottoporli
all’azione del fuoco. Queste ultime cognizioni sono evidentemente acquistabili
per mezzo dell’attività pratica; ma lo stesso si può dire anche delle prime,
perchè le scam- la 19 = bievoli azioni tra le cose, non hanno importanza per
noi che in quanto si connettono con la nostra pratica. $ 7. — Continuazione. La
convivenza Da ultimo il saper volgare dipende in modo essenziale dalla
convivenza che implica e uno scambio di cognizioni tra i conviventi, e una loro
collaborazione. Di un sapere che non si possa esprimere in parole, nes- suno
riesce a farsi un’idea; d’altra parte, i bruti che non comunicano per mezzo di
parole mancano di un sapere anche . lontanamente paragonabile al nostro. L'uomo
essendo par- lante può avere delle tradizioni, e sappiamo infatti che ne ebbe
fino dall’antichità più lontana. La tradizione soltanto libera l’uomo dalla
necessità, che altrimenti lo dominerebbe, di rifarsi da capo ad ogni
generazione. Dunque il saper volgare può essere migliorato, quanto
all’estensione, alla profondità ed alla organizzazione interna, soltanto per
mezzo della tradizione. Mentre si può dire vi- ceversa che il sapere intanto
esiste in quanto è perfezio- nabile: infatti qualsivoglia cognizione che
riusciamo a di- stinguere sia nel sapere nostro, sia in quello di cui erano
forniti gli uomini più antichi di cui s’abbia notizia, porta i segni manifesti
che la caratterizzano come una costruzione presupponente un sapere più antico e
naturalmente più im- perfetto. La medesima efficacia dobbiamo riconoscere alla
convivenza in ordine alla pratica; infatti la pratica umana ‘ consapevole si
distingue dalla pratica istintiva del bruto in quanto si risolve sempre in una
collaborazione. (La collabo- razione di cui sono capaci anche i bruti, è, anche
nei casi più favorevoli, affatto elementare, istintiva ed incapace di
perfezionamento). $ 8. — Insufficienza del saper volgare. L’insufficienza del
saper volgare va considerata sotto due aspetti, che hanno bensì tra loro molte
relazioni, ma che tuttavia non sono da confondere. In primo luogo il saper
volgare apparisce insufficiente in ordine a quella pratica usuale a cui è
rivolto e che d'altra parte ne accerta il valore. Per esempio: è impossibile
che l’uomo non si sia accorta, fino da un tempo anteriore al cominciamento
della storia, che la vegetazione prospera molto meglio nei terreni
opportunamente irrigati che negli asciutti. Non sembra tuttavia che questa
riflessione abbia risve- gliato in lui l’idea di irrigare artificialmente i
campi non irrigati naturalmente ; inoltre : il primitivo se anche avesse avuta
una tale idea, non avrebbe saputo come attuarla. Gli esempi si possono
moltiplicare. Tutte le arti, siano primitive 0 sviluppate, ci permettono senza
dubbio di con- seguire certi fini; ma non ve n’è alcuna che ce li faccia
conseguire in ogni caso con sicurezza e senza inconvenienti. Sotto questo primo
aspetto l’insufficienza del saper vol- gare non è contestabile. Bensì è da
notare che questa in- sufficienza medesima ci trae a perfezionare il sapere. Il
bruto poco soffre degl’inconvenienti a cui va soggetto; li sopporta, non
potendo fare altro. Invece l’uomo riflessivo e attivo non sa rassegnarsi
agl’inconvenienti che derivano dall’insufficienza delle sue cognizioni, ma
procura di eli- minarli perfezionando queste ultime. Il perfezionamento del
saper volgare, ottenibile nel modo testè indicato, sotto la pressione di
esigenze pratiche, non Sr) è di gran lunga rapido e sicuro come lo si
desidererebbe. I Perciò sorse il desiderio d’incanalare questo movimento,
procedendo con un metodo accuratamente studiato e di riu- scita sicura. In
questo modo si giunse a costruire le scienze, delle quali diremo più oltre. $
9. — Continuazione. Passiamo’ a considerare la questione sotto il secondo
aspetto. L’insufficienza di cui ora dobbiamo trattare ha senza dubbio delle
ripercussioni su quella di cui abbiamo parlato. Ma riguarda, non la pratica
usuale frammentaria, bensì il carattere frammentario del sapere volgare. Questo
è inetto a darci della vita una concezione d'insieme, a sug- gerirci una regola
sicura di condotta quando si debba non soltanto compiere bene ciascuna singola
operazione, ma farle convergere tutte verso un fine più alto, all’infuori del
quale i fini particolari e secondari contano ben poco, e molte volte cessano
d’essere conseguibili. | L’uomo che possiede il saper volgare e la capacità di
applicarlo è prudente. Ma in certi casi la prudenza uma- na risulta
inconcludente. Per esempio: un popolo è invaso da una pestilenza o minacciato
da una guerra di sterminio. Il saper volgare con la sua ineliminabile
frammentarietà non suggerisce alcun rimedio a questi mali e ad altri analo-
ghi, di gran lunga peggiori di quelli a cui si rimedia con l’ordinaria
prudenza. La riconosciuta insufficienza del saper volgare sotto questo aspetto
fu probabilmente ciò che indusse gii uomi- .ni alla riflessione religiosa.
Senza dubbio una religione somministra in qualche modo una concezione d’insieme
del- Od , prata la realtà e della vita; è un principio unificatore che per-
mette e rende possibile una prudenza più efficace perchè più comprensiva. $ 10.
— 1 sottintesi del pensiero volgare. Abbiamo già rilevato che il saper volgare
non è co- struibile senza l’uso della ragione; ora dobbiamo rilevare una
insufficienza inerente \ll’uso istesso della ragione. Mediante quest’uso noi
possiamo, da un insieme A di co- gnizioni reali o supposte, in generale di
proposizioni, rica- vare con certezza un altro insieme analogo B. Il processo
con cui da A si è ricavato B si dice ragionamento; e il ca- rattere del
ragionamento per cui si ha la certezza testè in- dicata si dice la sua
stringenza. Ma la stringenza del ragio- namento con cui si è ottenuto B, non
prova che B sia vero. Per esempio: nelle dimostrazioni geometriche per assurdo
si parte da una proposizione con lo scopo di dimostrarne la falsità. La
dimostrazione si ottiene ricavando dalla pro- posizione assunta una conseguenza
che risulta o intrinseca- mente - contraditoria, o in contraddizione con la
proposizio- ne da cui la si è ricavata. Questo procedimento, da Euclide usato
frequentemente, suppone che la conseguenza ottenuta sia stata legittimamente
ottenuta; cioè che sia possibile un raziocinio stringente, anche se costruito
in base ad una proposizione falsa. ‘Per un esempio di estrema semplicità serva
il seguente : ammettiamo che ieri l’altro fosse domeni- ca, se ne conclude
necessariamente che oggi dev'essere mar- tedì; se noi sappiamo che oggi non è
martedì resta provato, non che il detto ragionamento non sia stringente, ma che
la proposizione assunta è falsa. Dunque per essere certi che ad a la
proposizione ottenuta con un raziocinio siringente è vera, non basta la
certezza che il raziocinio è stringente, ma con- viene esaminare l’insieme delle
proposizioni, diciamo in generale la premessa, che ne. costituisce la base. Ora
questo esame non è possibile se non a condizione che la premessa risulti nota
in modo del tutto esplicito; il che non ha sempre luogo. Per esempio chi abbia
in ordine alla geometria soltanto le nozioni elementari. più comuni, certa-
mente non crede possibili superfici con una sola faccia. Si noti: egli non
esclude positivamente le superfici con una faccia sola, ma non pensa neppure a
queste superfici che per lui sono affatto impensabili; benchè non abbia
enunciato e non possa enunciare la proposizione — superfi- ci con una faccia
sola non sono possibili — nondimeno per lui, superfice significa senz'altro ciò
che per un geo- metra sarebbe una superficie con due faccie (1). In altri
termini: egli ragiona come se negasse la possibilità di su- perfici con una
faccia sola, vale a dire sottointende questa ‘negazione. - DI (1) Si abbia il
rettangolo A B C D; esso è una superficie a die faccie che potrebbero essere
diversamente colorate; i quat- tro lati del rettangolo costituiscono, in
complesso, un orlo che separa le due faccie, per cui è impossibile passare
dall’una al- l’altra senza o bucare la superficie, o oltrepassare l’orlo.
Inteso tutto ciò si avvolga il rettangolo come per farne un’anello ma
torcendolo prima in guisa che B vada in C e A in D. Otterremo ancora un’anello;
ma si vede immediatamente che dall’uno al- l’altro di due punti situati
rispettivamente sulle due faccie del rettangolo A BP C D ora si può sempre
passare senza bucare la superficie nè oltrepassare l’orlo. La superficie
dell’anello storto così ottenuto ha dunque una sola faccia. AT ETTI] B D Sai
alii) rc Similmente Lavoisier, il quale dall’avere osservato che il peso non
muta in seguito ad una combustione conclude che nulla si crea e nulla si
distrugge, sottointende in primo luogo, che nulla esista di non riducibile a
materia; ed in secondo luogo che la permanenza del peso provi la perma- nenza
quantitativa della materia; mentre il peso non è che uno dei caratteri della
materia, e certamente non è lecito affermare senz’altre prove che la permanenza
quantitativa della materia sia provata dalla permanenza di un solo de’ suoi
caratteri. Gli esempi addotti provano come sia possibile che la premessa di un
ragionamento implichi qualche proposizione sottintesa. Si tratta in questi casi
non del sottinteso come figura grammaticale (noi allora sottintendiamo non
perchè ignoriamo la proposizione sottintesa ma perchè riteniamo inutile il
formularla), bensì di un sottinteso logico. Una proposizione viene itaciuta
perchè ignorata, e tut- tavia si discorre come se la proposizione stessa fosse
nota e formulata. Il che accade per esserci noi formati una certa abitudine di
pensare. Così per esempio il bambino ado- pera molte parole di cui non
comprende il significato, re- golandosi, nell’uso che ne fa, sull’uso che ne
fanno gli adulti; quest’uso in lui ha per fondamento non il significato vero
delle parole in questione, ma semplicemente un’abi- tudine mentale. Che il
mettere in evidenza un sottinteso possa riuscire impossibile in certe
condizioni od in gene- rale non sia mai facile, risulta evidente. LA SCIENZA $
1. — La scienza e la limitazione del campo. Si parla molte volte della scienza
come se fosse una formazione mentale unica, In realtà una scienza in questo
senso non esiste; ma si hanno molte scienze distinte, cia- scuna delle quali ha
un oggetto suo proprio diverso da quel- lo di ogni altra. Il campo è dunque per
ogni scienza limi- tato; s’intende non ad un certo numero di fatti o di enti
osservabili; bensì ai fatti ed agli enti di una determinata classe. Così
abbiamo un gruppo di scienze che lavorano tutte nel campo dell’esperienza
estesa; ed un gruppo di scienze che studiano tutte il campo dell’esperienza
inestesa. iPer delle buone ragioni che più tardi risulteranno evi- denti, ci
occuperemo in primo luogo delle prime che van- no anche sotto il nome di
scienze fisiche, intese nel senso più generale. Fra le scienze fisiche notiamo
in via di esempio: la meccanica, suddivisa in meccanica dei solidi e meccanica
dei fluidi, ciascuna suddivisa ulteriormente in scienza del. l’equilibrio e
scienza del moto; l’astronomia, come scienza dei corpi celesti; la geologia e
la geografia come scienze della terra; la fisica propriamente detta suddivisa
in acu- 0 stica ottica, termologia, ed elettrologia, nella quale ulti- IG ma
rientra pur distinguendosene la dottrina del magneti- smo; la chimica divisa in
organica ed inorganica; la fisio- logia, animale e vegetale; la biologia; e si
potrebbe con- tinuare. Tra tutte queste scienze corrono delle relazioni messe
in rilievo dalle scienze medesime, reiazioni che sembrano con- traddine a
quanto si disse intorno alla limitazione del campo, ma che in fatto non vi
contraddicono. Il campo di una scienza © quello di un'altra, quantun- que non
del tutto estranei reciprocamente, sono tuttavia molto ben distinti, e le
scienze relative, benchè si aiutino a vicenda su alcuni punti e su alcuni altri
si confondano qua- si, procedono però in generale indipendentemente l’una —
dall'altra. La matematica studia propriamente non la realtà ma delle astrazioni
(spazio e numero), che per altro si riferi- scono all’esperienza estesa; quindi
anche la matematica rientra nelle scienze di cui si è fatto cenno, Alla
limitazione del campo le scienze di cui si è detto devono in gran parte la
superiorità che loro appartiene di fronte così al saper volgare come a tutte le
altre discipline. Galileo disse che le prime sono dimostrative, laddove le
altre sono semplicemente opinabili; rendiamoci brevemen- te ragione di questa
superiorità. Soggettivamente, l’uomo che nello studio si chiude in un campo
determinato, vi acquista quell’abilità, che nella pra- tica si deve alla
divisione del lavoro: un uomo che si de- dichi ad una professione vi può acquistare
una grande pe- rizia; mentre colui che pretendesse di esercitarne molte,
riuscirebbe in tutte un guastamestieri. Oggettivamente il vantaggio è anche più
manifesto e più importante. Nei fatti, quali risultano in complesso all’uo- --
27 — mo che li esperimenta in quanto li vive, non è difficile rico- noscere il
dominio di molte leggi, diverse irriducibili alme- no ad una prima
considerazione. Per esempio a determinare il movimento dei treni sulle strade
ferrate, concorrono certe leggi meccaniche, certe leggi termiche, l’esattezza
di alcune determinazioni tem- poranee, i regolamenti a cui sono sottoposti gli
impiegati, la buona volontà con cui questi li applicano, e molte altre
circostanze. Tutto ciò forma un’insieme complicato nel quale riesce molto
difficile orientarsi; mentre invece se noi studiamo a parte le leggi
meccaniche, a parte le leggi termiche, e così di seguito, anche una modesta
intelligenza si racca- pezza con facilità. Insomma la divisione del campo
applica, si può dire da sè, una regola del metodo Cartesiano. $ 2. — Altre
considerazioni sul procedimento scientifico. L'esperienza estesa, la sola di
cui si occupino le scienze che ora consideriamo, ha il vantaggio di essere
pressapoco la medesima per tutti gli uomini che la compiano nelle mede- sime
circostanze; laddove l’esperienza inestesa di un uomo è in fondo incomparabile
con quella di un altro. Per esem- pio si consulta un termometro per conoscere
la temperatura di una massa d’acqua; è impossibile che sorga, per quanti
osservatori si vogliano, un dissenso ineliminabile. Mentre invece Tizio, Caio,
Sempronio ecc., che procu- rano di misurare in qualche modo la temperatura
immer- gendo le mani nell’acqua potranno discordare non poco in quello che
dicono e senza che sia possibile una discussione in contraddittorio. —- 28 —-
Inoltre agli elementi, che si ricavano dall’esperienza estesa, è possibile
applicare la misura, che può essere spa- ziale o no; e questo per la ragione
già detta, che in ordine all'esperienza estesa gli uomini sono d'accordo tra
loro. L’esperienza inestesa invece non è misurabile appunto per- chè ciascuno
ha la sua che non si lascia paragonare con quella di un altro. La misura poi
rende possibile di sosti- tuire nelle scienze in discorso il calcolo al
ragionamento verbale. Ora i risultati di un calcolo sono di una certezza iti-
discutibile; mentre il ragionamento verbale corre molte volte il pericolo di
ammettere od anche di esigere delle interpre- tazioni soggettive che saranno
diverse da uomo ad uomo € per conseguenza incerte. Ì Altri mezzi di cui si
valgono le scienze naturali sono uti- lizzabili da ogni dottrina; tali sono per
esempio l’intenzio- nalità, (cioè il fine soltanto e volutamente conoscitivo)
con cui si rilevano e si discutono i fatti; la tradizione conser- vata intatta
e sicuramente utilizzabile per mezzo della scrit- tura, della stampa, delle
biblioteche, delle scuole e di altre | istituzioni opportunamente organizzate
che si vanno perfe- zionando sempre più. Sotto questo punto di vista tutte le
discipline comprese quelle dette opinabili da Galileo sono di gran lunga
superiori al saper volgare. Ma nelle altre discipline la parte più certa, o
meno di- scutibile, rientra nel campo dell'esperienza estesa. Per esempio i
numeri della statistica non sono sempre sicuri, e ciò per la natura degli
elementi che ce li somministrano ; ma in ogni modo sono assai meno discutibili
delle interpre- tazioni che se ne dànno. Similmente nella storia quello che vi
è di più certo è ciò. che si ricava dai monumenti e dai documenti. Le scienze
giuridiche suppongono delle leggi positive scritte le quali, appunto perchè
scritte; si possono leggere: giungendo in proposito alla certa cognizione della
lettera; non si può dire altrettanto dello spirito. 8 3. — La scienza non può
Condurre ad una concezione d’insieme. Come abbiamo visto la scienza della
natura non si oc- cupa espressamente che di studiare l'oggetto. S’indagano le
proprietà dei corpi nonchè le leggi delle loro variazioni, ma senza tener conto
di ciò che tutte le cognizioni così ottenute si fondano sopra l’esperienza
umana, sono pen- sieri umani, € quindi sottoposte alle leggi fondamentali del.
pensiero umano. | In alcuni casi la scienza è condotta dal medesimo suo
procedimento oggettivo a considerare anche il soggetto co- noscente. Per
esempio noi sappiamo che il remo immerso nel- l’acqua obliquamente sembra, ma
non è, spezzato; che l'arcobaleno sembra ma non è un corpo, che il movimento:
intorno alla terra dei corpi celesti sembra ma non è reale. La scienza riuscì
anche a riconoscere nelle osservazioni certi errori personali variabili da un
osservatore all’altro anche nelle medesime: circostanze : quando per esempio si
vuol determinare l’istante preciso in cui una stella attraversa il meridiano,
dovendosi osservare insieme la stella e l’oro- logio, vi è sempre qualche
divergenza tra ciò che affermano. due osservatori per quanto esercitati. Questi
e simili casi, provano quanto sia ingiustificata la pretesa di giungere ad una
cognizione decisiva dell’oggetto senza riguardo al soggetto; ma sono troppo
scarsi di nu- — 30 — mero e troppo debolmente collegati tra loro, perchè se ne
possa ricavare una dottrina esatta e compiuta circa la rela- zione, che nel
fatto conoscitivo passa tra l'oggetto e il sog- getto. e Questa relazione, che il
carattere oggettivo della scienza le toglie di studiare in modo completo, è
messa fuori di contestazione da una critica molto semplice, già indicata nel
punto precedente. La scienza è di certo una costruzione dell’uomo; dunque
potrebbe darsi, che i caratteri da noi riconosciuti all’oggetto dipendano in
parte almeno da noi che li rileviamo. Inoltre: l’oggetto e il soggetto svani-
rebbero con lo svanire della cognizione, e in questa sono inseparabili; non è
dunque giustificato il sottintendere, co- me si fa nella scienza, che il
soggetto non sia, in ordine all'oggetto, che uno spettatore. Ciò che io
apprendo as- sistendo ad un dramma potrei apprenderlo in tutt’altro mo- do,
cioè leggendo il lavoro drammatico; ma ciò che io ap- prendo assistendo allo
spettacola del mondo non lo posso apprendere in altro modo. Ancora :
riconoscere che le leggi necessarie del pensare umano valgoro assolutamente
anche per l'oggetto in quanto noto, è riconoscere che il soggetto non soltanto
può acqui- stare cognizione dell'oggetto, ma impone a questo le sue leggi e non
lo conosce che a questa condizione. Donde si conclude che la nozione stessa di
cognizione oggettiva è più complicata di quanto sembri comunemente; anche lo
scien- ziato non differisce, sotto questo aspetto, dall’uomo volgare. Che si
conoscano degli oggetti è un fatto che non può es- sere messo in dubbio, ma
come si conoscano è un proble- ma che non si risolve con la semplice
constatazione del fatto, e che dalla scienza non è risoluto, nè risolubile.
Per- si chè non entra nel campo di alcuna scienza l’approfondire !e nozioni di
soggetto e di cognizione. Ora finchè un tale problema non sia risolto,
affermare che l’oggetto esiste, con i caratteri che gli riconosciamo,
all’infuori del soggetto, è un credere che una conseguenza sia indipendente
dalle premesse. Finalmente : abbiamo già riconosciuto il carattere fram-
mentario della scienza; ora, da ciò che certe nostre opi- nioni, considerate
ciascuna da se stessa e all’infuori delle altre, hanno un valore per cui si
dicono cognizioni, è impos- sibile inferire che il sistema delle dette opinioni
abbia del pari un valore conoscitivo; perchè potrebbe darsi che nel connettere
tra loro delle proposizioni, ottenute separata- mente, risultasse necessario di
modificarne alcune o anche tutte. Così per esempio il valore della moneta, che
per semplicità supporremo aurea, si può esprimere coll’asse- gnarne il peso.
Hanno valore permutabile oltre alla moneta i prodotti naturali o manufatti che
servono alla soddisfazione dei bisogni, e il valore di tutti questi beni si può
esprimere facendone l’inventario. Ma se vogliamo renderci un conto complessivo
di ciò che una popolazione possiede, ci accor- giamo subito che non ci si
riesce col fare semplicemente l’aggregato delle due classi di beni, perchè il
valore permu- tabile della moneta rispetto agli altri beni può crescere o
diminuire. (iui E. LE RELIGIONI Origine delle religioni La natura varia
generalmente con grande regolarità; ‘e sue variazioni corrispondono alle nostre
aspettazioni e quin- di non ci preoccupano. Dobbiamo invece preoccuparci del
modo in cui si comportano verso di noi gli altri uomini che generalmente
operano a capriccio. Ma vi è una terza classe di fatti che assomigliano agli
umani per la lora imprevedi- bilità, mentre assomigliano alle variazioni
regolari della na- tura per la loro potenza; quali per esempio un uragano, un
terremoto. Si comprende che i primitivi abbian riferito i fatti di questa
ultima classe ad agenti capricciosi come l’uomo, e per- ciò concepiti
antropomorficamente, e tuttavia sterminatamen- te più forti; gli abbiano
riferiti cioè a degli Dei. Inoltre : a costituire il sapere umano e la prudenza
uma- in na, la tradizione, che dapprima potè essere soltanto familiare, . ebbe
di certo una influenza decisiva. Il bene di cui gode una famiglia ordinata,
andrebbe perduto quando si trascu- rasse la sapienza trasmessa dagli antenati.
Non è difficile comprendere che negli uomini primitivi questo concetto giu-
stissimo finisse col far considerare gli antenati quasi come altrettanti Dei. 3
Apollo "degli. deal è etc. — 34 — Le due considerazioni precedenti
spiegano il sorgere delle religioni. Gli elementi essenziali di una religione
sono: I. La credenza che ci siano certe divinità potentissime quand’anche non
onnipotenti; II. La persuasione che le divinità ci si possano rendere propizie
con la preghiera, con delle offerte, con l’ubbidirne la volontà che ci si
manifestasse ; inoltre III. Con delle cerimonie di significato non chiaro ma
ri- tenute indispensabili. Quest'ultimo punto si connette con le superstizioni
ma- giche, delle quali si hanno indizi evidenti fino dalla prei- storia, e che
rimangono in credito anche in tempi storici e presso popoli non poco
inciviliti. Superstizioni che dovettero contribuire a diffondere la persuasione
che i fatti naturali ed umani dipendessero da potenze arcane contro le quali
non conviene lottare, ma di cui dobbiamo procurar di va- lerci. La magia
differisce dalla religione in questo senso almeno : che la seconda si rende
propizi gli Dei con la persuasione, mentre la prima presume di poter domare con
una specie di violenza i poteri arcani su cui si esercita. Ma non si può non
tener conto di questo fatto, che molte religioni si assi- milarono bene o male
elementi di carattere magico, per esempio le cerimonie a cui si è accenato.
Naturalmente gli antenati non potevano essere Dei che per i loro discendenti.
Le altre divinità vennero similmente ad associarsi con determinati popoli; così
per esempio Assur ni e enni SA $ 2. — Prima critica delle religioni accennute
La diversità innegabile delle religioni, messa in evidenza dalle relazioni tra
i popoli che rispettivamente le seguivano, è inconciliabile con l'ipotesi che
ogni religione costituisca un orientamento sicuro. Nel caso di una guerra (cfr.
per es. l’Iliade, alcuni punti della Storia romana di Livio, etc.) dovette
parere, che le divinità dei vincitori avessero supe- rate quelle dei vinti.
Dunque la protezione delle nostre divinità ci lascia esposti a gravissimi
pericoli, riferibili al- l’azione ostile di autre divinità. E’ vero, che ia
differenza tra due religioni è molte volte meno radicale di quanto’ sembri a
primo aspetto : l’Apollo dei Greci e il Mitra per- siano sono entrambi divinità
solari. Ma il ionda comune poteva difficilmente essere avvertito in antico, e
del resto non elimina le differenze reali dovute alla diversa combina- zione
degli stessi elementi. Lo sviluppo delle idee morali diede occasione ad una
cri- tica ulteriore. Non è possibile ad un uomo profondamente onesto, ammettere,
che la Divinità guardi con indifferenza i buoni ed i malvagi, concedendo i suoi
favori a chi le offra i doni più ricchi, la invochi servendosi delle formule
meglio appropriate più lusinghiere o magicamente più effi- caci; una tale
credenza non corrisponde a delle nozioni mo- rali un po’ sviluppate. La
mitologia, esclude la bontà morale degli Dei; quan- d’anche si riescisse,
mediante interpretazioni poco persuasi- ve perchè stiracchiate a liberarla da
questa grave pecca, risulta un aggregato incongruo di favole; non può essere
ciò che vorrebbe essere : un’informazione seria intorno agli Dei. sn 36 i La
critica religiosa, di cui ora s'è fatto cenno, diede forse il primo, e senza
dubbio forte impulso all'indagine filosofica. (Confr. per esempio le riflessioni
di Senofane sviluppate poi da Parmenide). © A quell’orientamento ultimo, che la
religione aveva pro- messo ma non realizzato, si cercò d’arrivare con un pro-
cedimento razionale. | Senza tener dietro ai tentativi, che in proposito furono
fatti, notiamo che nonostante la critica, le filosofie antiche s’accordano con
le religioni antiche nel lasciare insoluto, anzi nell’ignorare, il problema più
importante : furono così le une che le altre, dualistiche. Il dualismo consiste
nell’ammettere che gli Dei (o anche l’unico Dio) e gli uomini siano, rispetto
al mondo, in situa- zioni fondamentalmente identiche. Gli Dei sono molto più
potenti, sono fors’anche i co- struttori del mondo, ma in quel senso a un
dipresso in cui gli uomini sono i costruttori dei loro edifizi: gli Dei pos-
sono rielaborare profondamente una materia che noi. pos- siamo trasformare
soltanto superficialmente; ma la materia è indipendente così dagli Dei come
dagli uomini. Perchè le umane discordie non riescano a distruggere tutto quanto
vi è di pregevole nella convivenza umana e quindi anche nelle vite singole, si
confida nella provvidenza divina. Ma gli Dei, che dovrebbero esercitare la
funzione provvidenziale, se fossero molti potrebbero essere discordi essi
medesimi, e la nostra fiducia in loro sarebbe ingiu- stificata. | Il politeismo
delle religioni antiche va dunque respinto. I filosofi antichi ebbero con la
loro critica una gran parte nel metterne più o meno consapevolmente in evidenza
l’as- surdità, preparando la vittoria del monoteismo; alcuni di " loro,
malgrado il dualismo, furono schietti monoteisti. (Pla- tone, Aristotele). $ 3.
— Il Cristianesimo Il Cristianesimo si connette storicamente col giudaismo, a
segno da potersene considerare come uno sviluppo. E sfugge alle critiche sopraccennate;
infatti è monoteistico, ‘esclude il dualismo poichè afferma che Dio crea il
mondo ex nihilo, esclude il rozzo antropomorfismo poichè afferma ‘ che Dio non
è soggetta ad alcuna delle debolezze umane, mentre poi riconosce, accentuandola
molto più che il giu- | daismo non avesse fatto, una certa comunanza di natura
tra l’uomo e Dia. Sopratutto: il Cristianesimo afferma che il ‘‘modo migliore,
© piuttosto il solo che valga, di onorare Dio, di innalzarsi a lui, e di
pregarlo efficacemente, consiste nella virtù, a diciamo nello sforzo incessante
verso il perfe- zionamento interno morale. Una caratteristica dei
Cristianesimo, comune anche al giudaismo, è la credenza nella vita futura,
nella quale gli uomini avranno una destinazione ultima in relazione col modo con
cui avranno soddisfatto i loro doveri verso Dio, cioè i loro doveri morali. Di
qui risulta che il Cristianesimo ‘ci dà un orientamento perfetto. Il cristiano,
che abbia nel suo intimo vissuto conforme alla sua religione, potrà nella ‘vita
presente andare incontro alle più gravi traversie, ma ‘certamente non avrà
vissuto nè sofferto invano. Qualunque “siano state le sue vicende sulla terra,
la sua vita oltremon- dana sarà eterna e felicissima; il buon cristiano ha
dunque in ogni caso fatto bene i suoi conti. . =. e dia $ 4. — Cristianesimo e
filosofia Poichè il Cristianesimo sfugge alla critica non evitabile dalle altre
religioni, parrebbe non esservi più luogo all’in- dagine filosofica. Ma il
Cristianesimo, per quanto evidenti ne siano i pregi, non è universalmente
accettato, è anzi negato da molti che lo reputano inconciliabile con le
conseguenze più sicure della cultura e della critica. L’apologetica non
costituisce una difesa bastante, perchè le due parti non sono bene d’accordo
sul significato e sul valore delle premesse. A Cristiani ed a non Cristiani
deve dunque importare che la difficoltà inerente alle premesse venga superata,
e per superarla non c’è altro mezzo di una indagine critica, cioè di una
ricerca filosofica. Ì Tentiamo insomma, si intende con soli mezzi razionali, di
costruire una filosofia che possa e debba, in ordine al- meno a’ suoi punti
fondamentali, essere comunemente ac- cettata. Così avremo raggiunto alcune
cognizioni certe che ci permettono di valutare il Cristianesimo con piena cogni-
zion di causa e con un procedimento che non sollevi ob- biezioni. | Il
Cristianesimo si fonda su di una rivelazione; ma una rivelazione implica
l’esistenza personale di Dio. E l’esi- stenza personale di Dio sarà: o
inconciliabile con la filoso- fia critica, o una sua conseguenza. Il
Cristianesimo sareb- be da escludere nel primo caso, nel secondo manterrebbe :
la sua posizione. Questa via, quantunque molti scrittori Cristiani vi siano già
entrati, noi dobbiamo ripercorrerla per nostro conto. perchè lo sviluppo della
filosofia presentò le questioni filo- sofiche sotto aspetti nuovi; sicchè
vecchie soluzioni dei vec- chi problemi non risultano più indiscutibilmente
accettabili. Per costruire la filosofia non è più lecito valersi di un
procedimento che non sia critico. Ciò che a primo aspetto sembra una verità
evidente può non di rado essere messo in dubbio; donde la necessità di una
critica veramente radicale (1). (1) Abbiam rilevato, che per accertare il
valore del cristianesi- mo — cosa della più grande importanza, e per
gl’increduli e per i credenti — la critica filosofica è assolutamente
imprescindibile. Ma siamo lontanissimi dal presumere, che il presente libretto
ba- sti alla risoluzione definitiva del problema religioso. Noi qui pos- siamo
dare non più di un primo avviamento — serio, per quanto ci sembra, ma semplice
avviamento — alla formazione di quella cultura filosofica vasta e solida, che
sola permette la soluzione dei problemi umani. Andrebbe fuor di strada il
giovane lettore, che dimenticasse quest’avvertenza. Il Cristianesimo presuppone
il Dio personale, con certi attri- buti. Questo problema essenzialmente
filosofico non è tuttavia che una faccia del problema concernente il
Cristianesimo. I libri e le tradizioni, che son la base del Cristianesimo, si
possono e si debbono discutere anche storicamente. Neanche la filosofia, del
resto, non è costruibile nè intelligibile facendo ‘astrazione dalla sua storia,
e diciam pure da tutta la storia; e, intanto, la storia di cui s’è potuto qui
tenere un conto esplicito si riduce a dei cenni sommarii. Ancora : il
Cristianesimo si presenta, ora e nella storia, sotto parecchie forme;
riducibili fondamentalmente a due: Cattolice- simo e Protestantesimo. Accettato
che fosse il Cristianesimo, bi- sogna poi decidersi per l’una o per l’altra
delle due forme indicate. La risoluzione di questo problema ulteriore, d’una
gravità indi- scutibile principalmente per gl’Italiani, va cercata piuttosto
nella storia, intesa filosoficamente, che nella filosofia propriamente det- ta.
Il breve nostro compendio non poteva dir niente in proposito. CENNI STORICI
SULLO SVOLGIMENTO DELLA CRITICA Prendiamo le mosse da Cartesio – H. P. Grice, “Descartes
on clear and distinct perception” -- perchè prima di lui non si era mai presentata,
con chiarezza, l’idea che biso- gna sottoporre ad una critica radicale non
soltanto i risul- tati di un'indagine, ma il suo punto di partenza. Non
crediamo che la critica del nostro autore sia stata | sufficientemente
radicale; non escludiamo che il Discorso con cui egli vuol dimostrarne la
necessità non pecchi di leg- gerezza come notava il Gioberti; ma il fatto è che
le sue riflessioni su quest'argomento, se anche non molto conclu- sive, in ogni
modo sollevarono un’esigenza che da quel tempo in poi si andò sempre chiarendo
e delucidando. Il punto di partenza di Cartesio è questo : « io certamente ho
delle gravi ragioni per mettere in dubbio le affermazioni più importanti nel
campo della filosofia e della religione; per esempio l’esistenza di un Dio personale.
Infatti queste af- (1) Renato Descartes latinamente detto Cartesio (n. 1596 m.
nel 1650) filosofo e matematico francese scrisse : Discorso sul Me- todo
(1637), del Dubbio Metodico, un trattato sulle Passioni u- mane e le
Meditazioni filosofiche. (E. C.). cs 4i — fermazioni si vanno bensì ripetendo
ma senza che si sia mai seriamente pensato a ‘discuterne il fondamento. A
questo modo io posso, ed in un certo sensa devo, revo- care in dubbio tutte le
affermazioni che ho l'abitudine di ritenere come più certe. Resta nondimeno
assicurata una verità superiore ad ogni critica: io dubito e quindi pen- so
(1), (Cfr. Discorso sul Metodo p. IV). Sicchè l’elemento indubitabile al quale
si devono ridurre o dal quale si devono ricavare tutte le cognizioni, è il no-
stro pensiero. A questo procedimento lo stesso Cartesio muove una difficoltà :
tutto ciò che è conseguenza necessaria del mio pensare, o che non si può negare
senza negare il pensiero, deve essere accettato. Ma non potrebbe darsi che tale
ne- cessità fosse illusoria ? In altri termini che la ragione, quan- tunque non
ci sia possibile di rifiutarne le conclusioni, si muova in un campo affatto
estraneo alla realtà ? Secondo Cartesio questo dubbio non si può eliminare se
fon | ammettendo | l'esistenza di Dio con gli attributi di asso- VC Iuta i
infallibilità e assoluta veridicità. Perciò egli cerca una dimostrazione —
perentoria dell’esistenza di Dio; procedi- mento paralogistico in quanto la
dimostrazione si conclu- derebbe da uno di quei procedimenti razionali di cui
l’effi- cacia dovrebbe risultare dall’esistenza di Dio. Naturalmente : se la
ragione di cui si vale un uomo fosse qualche cosa di particolare a lui, una
fiducia illimitata nella ragione sarebbe ingiustificata. Ma il fatto stesso che
le conseguenze razionalmente otte- —-—6@m—m—m——_m (1) Cartesio fa un passo
innanzi e conclude : io esisto. Ma egli stesso riconosce poi che l’esserci
dell’anima consiste nel suo pensare. L'’esserci, che d’altronde non ci sarà di
alcun frutto, Si può eliminare come una tautologia. nute ci risultano
apoditticamente necessarie, e quindi an- ‘che universali, esclude che la
ragione possa. variare da un individuo ad un'altro, — : In aitri termini, la
Jagione, un “umana in quanto gli uomini se ne valgono, è di divina _in 1 quanto.
è universale, _e non po- , trebbe esistere se _non fosse divina. Non è “dunque
il caso ‘ di ” giustificare l’uso della ragione. mediante l’inerrabilità ‘@
veridicità divina, perchè la ragione stessa è il Divino in i quanto noto a noi.
| Cartesio non aveva bene penetrato l’esigenza che gli — AVEVA fatto
riconoscere nel pensiero il fondamento unico tere, non dev'essere qualcosa | di
‘contrapposto. alla realtà ma qualcosa, da cui la realtà a dipenda
‘necessariamente. x Inteso questo si i comprende ch che il pensiero, in ciò sid
che im- : plica di necessario, non può essere sattoposto alla volontà di | Dio,
secondo che afferma Cartesio; pretendere che Dio ab- | bia creato liberamente
il principio di contraddizione equiva- LI . A : ) ‘ “le a pretendere che Dio possa
liberamente sopprimere ia “propria” esistenza. “Un'altro punto su cui la
critica di Cartesio appare in- | coerente, consiste nel suo dualismo. Egli
distingue infatti ‘ la res cogitans, cioè lo spirito, e la res extensa cioè il
cor- ‘ po. L’esistenza della res cogitans, essendo in ultimo l’esi- | stenza
del cogitare non da luogo a nessuna difficoltà. Ve- ‘ miamo all’esistenza della
res extensa. Dice Cartesio: noi ab- ‘ biamo dello spazio un’idea chiara e
distinta; questa idea * essendo chiara e distinta ci fa conoscere il suo
ideato. . dì LI 9. LI LI i Dunque l’esistenza di uno spazio reale, ossia di una
| res extensa, è dimostrata. Ma si risponde: quello di che i! nostro pensiero
ci assicura, cioè quello che troviamo net _ Mostro pensiero, è l’idea di
estensione; l’ideato corrispon- a x — 44 — dente, ossia l'estensione reale, non
essendo riducibile a pensiero, nè quindi ricavabile dal pensiero, manca, in
ordi- ne al procedimento cartesiano, di ogni fondamento : è una di quelle
supposte cognizioni che la critica deve mettere in disparte. (Cfr. il primo
punto del $ successivo). $ 2. — Malebranche e Spinoza. Il Malebranche (1) è un
cartesiano, ma di tutta la sua dot- trina ci limiteremo a rilevare un punto
solo. Egli ammette come Cartesio una estensione reale, cioè un’estensione il
cui esserci non si riduca semplicemente all’esserci della no- stra idea di
estensione. Ma sostiene, che l’esistenza reale dell’estensione a noi è provata
soltanto dalla rivelazione; in altri termini: che il processo puramente razionale
non ci autorizza a passare da questa idea al suo ideato. Infatti, soggiunge il
Malebranche: supponiamo che Dio, il quale ha creato l’estensione reale,
annullasse questa medesima estensione, lasciando però sussistere in noi l’idea
di esten- sione, cioè l’insieme delle cognizioni che abbiamo intorno allo
spazia matematico e al mondo fisico. Siccome tutto ciò che sappiamo
dell’estensione reale s' riduce all’idea che ne abbiamo, noi evidentemente,
avendo sempre questa mede- sima idea, non ci accorgeremmo che l’estensione
reale ha cessato di esistere. Dunque, se prescindiamo dalla rivela- zione, ci è
impossibile accertare se l’estensione reale esi- (1) Niccolò Malebranche,
filosofo francese del XVII secolo (1638-1715), scrisse importanti lavori:
Recherche de la verité, e Entretiens sur la métaphisique dove continuando il
pensiero di Cartesio espose la sua teoria dell’occasionalismo della quale si
farà cenno a proposito del Leibniz. (E. C.). la sta o no; essendo impossibile a
noi di accorgerci del suo s. a- nire, non ci è neanche possibile accorgerci del
suo esistere. Su questo punto Malebranche corregge la critica di Carte- sio, e
la integra introducendovi un’elementa nuovo del quale riconosceremo in seguito
tutta l’importanza (1). Spinoza (2) riconobbe che il dualismo cartesiano,
spirito e corpo, non era sostenibile; e credette di introdurre nel
cartesianismo una correzione . importante considerando il pensiero e
l’estensione come due attributi di una sostanza unica. Notiamo peraltro che, i
due attributi essendo tra loro irri- ducibili, resta sempre, malgrado l’unica
sostanza della quale “sarebbero attributi, la difficoltà rilevata nella
concezione. cartesiana; come cioè sia possibile, prendendo le mosse dal
pensiero, concludere qualche cosa che non sia pensie- ro; poco importando se
questo qualche cosa è una sostan- za o un attributo. E ciò tanto più in quanto,
secondo Spino- za, i diversi modi cioè le variazioni del pensiero e dell’e- (1)
Notiamo, facendo una breve digressione, essere almeno molto dubbio se l’esistenza
reale dell’estensione possa dirsi ri- velata. Certamente le Sacre Scritture
parlano del mondo con lo stesso linguaggio di cui fanno uso gli uomini
comunemente. Ma l’uso di questo linguaggio se prova che il mondo fisico esiste
in qualche modo, non dà però indicazioni sul modo del suo esistere. Questo modo
potrebbe ridursi appunte all’esistenza nel nostro pen- siero dell’idea di
estensione. (2) Benedetto Spinoza (1632-1677), pensatore olandese, svolse la.
sua dottrina in forma matematica nella sua Ethica more geometri- co
demonstrata. Mentre nel razionalismo cartesiano la prima cer- tezza era
l’autocoscienza che si ricollegava immediatamente alla conoscenza di Dio, nel
razionalismo mistico dello Spinoza il punto di partenza è senz'altro dato
dall’intuizione del divino che è l’u- nico contenuto del pensiero
immediatamente certo. (E. C.). stensione, sono privi di connessione causale, ma
procedono gli uni parallelamente agli altri come ora ora vedremo. Co- me dunque
si possa dai midi del pensiero, cioè dai nostri. pensieri, concludere quelli
dell’estensione, rimane inespli- cato e incomprensibile. | Il parallelismo
suindicato viene da Spinoza espresso con la formula « ordo et connexio idearum
idem est ac ordo et connexio rerum ». (Cfr. Spinoza-Ethica P. II, prop- VII).
Da questa formula risulta che le res non sono idee quantunque ordinate e
connesse nello stesso modo che le idee. Come si possa conciliare questa
irriducibile diver- sità di natura con l’ipotesi, che le idee ci facciano
conoscere ‘ le cose, come è detto espressamente nella formula riferita, Spinoza
non dice ne poteva dire. Infine per valerci del- l’argomento di Malebranche, se
l'estensione svanisse, noi non ce ne accorgeremmo purchè le nostre idee
rimanesse- ro invariate; che dunque l'estensione sia un attributo del- la
sostanza unica, è un'ipotesi gratuita e ingiustificata. Questa medesima
difficoltà investe anche la nozione Spino- ziana di sostanza. Per substantiam,
egli dice, intelligo id, quod per se est, et per se concipitur. (Cfr, Spinoza
Ethica, P. I, De Deo Def. III). Se avesse detto semplicemente quod per se cen.
cipitur, la formula sarebbe stata chiara, ma avrebbe ridotta la sostanza a
qualcosa che si concepisce, cioè a pensiero. Ma oltre al quod per se concipitur
Spinoza dice quod per se est; e sorge la questione; che significato abbia
l’essere quando non si voglia ridurre ad un concepire $ 3. — Locke. Cartesio
era stato un razionalista, cioè aveva messa in rilievo la necessità logica o
razionale come un fattore impre- scindibile nella costruzione del sapere; per
uscire dal dub- bio egli si fonda su qualcosa di inconcusso che non può es-
sere negato senza contraddizione. Locke (1) mette invece in rilievo un'altro
fattore del no- stro conoscere: l’esperienza, 0 idiciamo l’insieme delle
sensazioni. E contro Cartesio vuol dimostrare che non ci sono idee innate. Lo
spirito è, secondo lui, una tavola rasa, sulla quale non vengono segnati
caratteri, che sarebbero le . idee, se non dalla esperienza (2). Per le dette
ragioni la dottrina di Locke prende il nome di empirismo ed anche di sensismo.
E’ peraltro da notare che secondo Locke alla costruzione del sapere non basta
che l’esperienza ce ne porga la materia; ma si richiede che . lo spirito
eserciti su questa materia un'attività rielaboratrice, da Locke indicata col
nome di riflessione. Le sensazioni sono prodotte in noi da cause esterne; ma
l'attitudine a rielaborare le sensazioni medesime non può dipendere da quelle
stesse cause; non può essere che un carattere proprio Locke, filosofo – citato
da H. P. Grice – pirot, parot way of words --, espose il suo empirismo nel
Saggio sull’intelletto umano. (E. C.). (2) Nel polemizzare contro le idee
innate, Locke suppone che queste si debbono trovare xb inizio nello spirito con
la chiarezza e la determinazione con cui sono presenti allo spirito adulto.
Lad- dove Cartesio intendeva di accennare a qualcosa di molto meno : lo spirito
non potrebbe giungere alle idee se non avesse in sè qualche disposizione o
determinazione di natura ideale. — 48 -- dello spirito. E ammettendo ciò noi
veniamo a riconoscere allo spirito qualcosa di innato. Il che d’altronde
risulta indi- scutibile. Un foglio di carta è illuminato al pari del mio oc-
chio; intanto però io vedo ed il foglio di carta non vede. Un tale diverso comportarsi
di fronte alla stessa causa esterna implica necessariamente una diversa natura
in ciò che subisce l’azione della causa (1). Nella dottrina di Locke il punto
che ha importanza in or- dine alla critica è quanto egli dice intorno all’idea
di So- stanza. Poichè i materiali che io metto in opera per costruir- mi l’idea
di sostanza o di una certa sostanza, per esempio dell’oro, si riducono a
sensazioni, elaborate poi dalla ri- flessione, si conclude che io posso bensì
conoscere della sostanza molte qualità o molti caratteri; ma non posso arri-
vare in nessun caso a comprendere o a conoscere che sia ciò che ha quei
caratteri. (1) Locke era dunque in qualche modo innatista senza saperlo. Il
Condillac, che nel resto fu seguace di Locke, volle purificar- ne l’empirismo,
riconducendo alla sensazione anche i processi che Locke aveva riferiti alla
riflessione. Supponiamo, dice il Con- dillac, che una rosa presentata ad una
statua vi determini una sensazione del proprio odore, la statua non può dire :
io sento un odor di rosa; perchè la coscienza di una statua si risolve per
intero nell’odor di rosa che si è prodotto. Ma supponiamo che la rosa nella
statua determini anche la sensazione del proprio colore ; nella coscienza della
statua le due sensazioni si distingueranno come diverse. Col prodursi di altre
sensazioni, di cui alcune di- verse come le due accennate, altre anche più o
meno simili tra loro, si produrranno altre distinzioni ed anche delle
assimilazio- ni; ed in ultimo le sensazioni si ordineranno da sè in quelle for-
mazioni che Locke avrebbe riferite alla riflessione. Di passaggio : non si può
dire che a Condillac sia riuscita perfetta la purifica zione dell’empirismo;
infatti la statua per avere delle sensazioni deve possedere un carattere
originario che la distingua dalle sta- tue conosciute. i Yo Per esempia: io
dico l’oro ha un colore giallo, un certo splendore, un certo peso specifico,
una grande malleabili- tà ecc.; dopo di che della cosa che ha i caratteri
enumerati non so nulla più di prima. Volendo essere conseguente io dovrei dire:
il colore, lo splendore, il peso specifico ecc., sono elementi sensibili
collegati tra loro da certe leggi; sicchè, date certe condizioni che
generalmente si dicono normali, per «esempio di temperatura, quei caratteri, cioè
quegli elementi sensibili, sono tra loro indissolubilmente uniti. E l’esserci
di ciò, che si designa col nome di oro, si riduce al permanere, sotto certe
condizioni, di quel gruppo di elementi sensibili. Ora chi si esprime nel modo
testè indicato, risolve intie- ramente la sostanza in pensiero. Dopo di che non
ha più senso il dire che la sostanza materiale non ci è nota; men- tre bisogna
invece concludere, che la sostanza materiale non esiste. 3 — Questa, che è la
conseguenza legittima del suo empiri- smo, da Locke non fu ricavata; nel che
dobbiamo riconosce- re una sua incoerenza. Locke riproduce il dualismo
cartesiano tra sostanze pen- santi e sostanze estese, ossia tra spiriti e
corpi; e complica il dualismo ammettendo, come fa, che Dio potrebbe ren- dere
pensanti anche le sostanze estese. $ 4. — Berkeley. Abbiamo detto che
l’empirismo di Locke, per essere con- seguente, avrebbe dovuto risolvere per
intiero la materia in sensazioni collegate tra loro da certe leggi. Questa
conse- 4 — 50 — guenza fu ricavata da Berkeley (1), seguace dell’empirismo
lockiano: l’esserci (della materia) consiste uella percezione — esse est
percipi — (2). L'argomento in prova di questa dottrina è il medesimo (già
riferito) esposto da Malebranche in ordine allo spazio : ammesso che la materia
esista, suppo- niamo che Dio la annulli, pur lasciando intatte le nostre idee
relative alla materia (vale a dire le nostre percezioni); di questo fatto noi
non ci potremmo accorgere, perchè tutto quanto sappiamo della materia e del
mondo fisico si riduce alle nostre idee, che per ipotesi rimarrebbero tali e
quali. La materia secondo la concezione realistica è dun- que un'ipotesi
ingiustificata. Un’gitro argomento si ricava dalla critica berkleyana alla
distinzione tra le qualità primarie e le secondarie della ma- teria.
Distinzione che risale a Democrito, ma che era stata formulata con grande
chiarezza dal Galileo, ed accettata poi anche da Locke il quale si immaginava
di averla scoperta. Qualità primarie secondo Galileo sono: l’estensione, il
moto, la forma e le altre necessariamente connesse a que- ste, come per esempio
la massa e l'inerzia. Qualità secon- darie sono invece i colori, i sapori, gli
odori, il suono, il caldo ed il freddo. Che le qualità seconde siano semplici
———6@€—@——6——@m€__ ———+——6—t (1) Giorgio Berkeley (1685-1753) scrisse un
importante Trat- tato sui principî della conoscenza umana (1710), i Dialoghi
tra Hy- las e Philonous (1714) nei quali tentò di volgarizzare il suo idea-
lismo empirico. (E. C.). (1) Il Berkeley pur continuando e completando il
pensiero del Locke riducendo la riflessione e la sensazione a percezione, si
differenzia notevolmente dalla rielaborazione fatta dell’empirismo del Locke
dal Condillac, perchè mentre per quest’ultimo la per- cezione interiore è una
trasformazione dell’esteriore, per i! Ber- keley la percezione esteriore non è
che una trasformazione del- - l’interiore. (E. C.). sl affezioni del soggetto,
Galileo dimostra nel Saggiatore con tutta evidenza. Una penna per esempio,
stropicciata sul dor- so della mano da luogo ad una sensazione di semplice con-
tatto, mentre sotto le ascelle provoca il solletico; ma la penna non fa senza
dubbio che toccare nello stesso modo nei due casi, e il solletico non è una
qualità che le appartenga. Il medesimo si dica dei sapori, che variano con la
disposizione degli organi gustativi, dei colori ecc. Ma non c’è colore che non
abbia un’estensione ed una forma; viceversa è impossibile vedere un’estensione
ed una forma senza in- sieme vederle colorate; questa inseparabilità delle
qualità primarie o spaziali, da una qualità secondaria come il co- lore, prova
che se la qualità secondaria è un’affezione sog- gettiva devono essere tali
anche le qualità primarie. Alla domanda: quale origine abbiano le sensazioni da
cui apprendiamo le qualità primarie o secondarie dei corpi, Berkeley risponde
che le sensazioni sono determinate nel- l’uomo da Dio secondo certe leggi. La
risposta non pare in tutto soddisfacente. Ricorrere a Dio non si dovrebbe se
non quando sia esclusa ogni altra spiegazione; inoltre, per- chè abbia un
significato preciso, esige intorno a Dio delle cognizioni criticamente
discusse, che al punto in cui siamo ci mancano. Un’ultima osservazione. Se io
affermo che l’esserci dei corpi consiste nel loro essere percepiti, questa
affermazione. (a parte la difficoltà ultimamente accennata riguardo alle
origini delle sensazioni) ha certamente un significato, e un fondamento non
trascurabile come si è visto poco sopra. Ma non è possibile che io intenda
nello stesso modo l’esi- stenza di un’altro soggetto; perchè, se l’esserci
dell’altro soggetto consistesse nella percezione che io ne ho, in que- sto caso
l’altro soggetto non percepirebbe, in quanto io non percepisco il suo
percepire; dunque l’altro soggetto non sarebbe un soggetto; e per evitare la
contraddizione bisognerebbe ridursi ad ammettere un soggetto unico, su di che
ritorneremo più oltre. $ 5. — Hume Per chiudere questa sommaria trattazione
dell’empiri- smo inglese dobbiamo dire qualcosa di David Hume (1), al quale si
deve una discussione critica importantissima della nozione di causa. Una
qualche nozione di causa l’abbiamo tutti; ma que- sta nozione comune implica
sempre la transitività. Si abbia per esempio una bilancia precisa, e si
collochino su di un piatto un bicchiere vuoto, sull’altro dei pesi che
stabiliscano l’equilibrio. Se versiamo nel bicchiere un po’ d’acqua, il piatto
su cui era il bicchiere si abbasserà. Evidentemente, si dice, la causa che ha
fatto abbassare il piatto è l’acqua passata nel bicchiere dal recipiente in cui
prima era contenuta. Che in questo esempio la causa ri- sulti transitiva pare
innegabile. Questo esempio al quale se ne possono aggiungere molti altri anche
più familiari, (per es. l’acqua non disseta se non è inghiottita) rappresenta
il tipo sul quale si è costruita la nozione volgare di causa. Ma è da notare
che l’acqua versata nel bicchiere non a- vrebbe determinato nella bilancia la
rottura dell’equilibrio (1) David Hume, filosofo inglese (1711-1776), svolse il
suo si- stema nelle Ricerche sull’intendimento umano, sui Principî del- la
morale e nel Trattato sulla natura umana (1738). (E. C.). DIS 53 — «P i se non
fosse stata pesante. La vera causa essendo il peso, per conoscerla bisognerebbe
sapere quel che realmente sia il peso. Senza entrare in questa ricerca basti
rilevare che un corpo essendo mobile passa da un luogo ad un altro; ma che il
peso di un corpo non può in nessun caso passare ad un’altro corpo; dunque la
transitività, che ci pareva colta sul fatto, risulta invece ad una più attenta
SONSICCREZIONE qualcosa d’incomprensibile. Prendiamo un’altro esempio: una
palla collocata su di un piano orizzontale perfettamente liscio, venga urtata
da un’altra palla che si muova su lo stesso piano. Sembra evi- dente che in
seguito all’urto la prima palla si debba muo- vere. Infatti, la palla urtante,
non può continuare il suo “movimento che tende a farle occupare uno spazio già
oc- cupato dall’altra, senza scostare questa. Ma l’evidenza del- l'esempio è
illusoria. In primo luogo il movimento è una qualità della palla urtante, ora è
impossibile che una qua- lità passi da un corpo ad un'altro; poi: nella
interpreta- zione addotta, noi veniamo tacitamente a supporre che le . palle
siano impenetrabili, ed è questa supposta impenetra- bilità che ci fa sembrar
evidenti l’azione motrice della ur- tante sulla palla urtata. Ora, che i corpi
siano impenetrabili, si concede; ma si domanda, per quale ragione si credano .
tali. E non si può rispondere altro se non, che i movimenti o le deformazioni
succedenti agli urti, sono fatti certi, spie- gabili sltanto con
l’impenetrabilità. Così noi ci valiamo del- l’impenetrabilità per concepire la
causa e della causa per concepire l’impenetrabilità, girando in un circolo
vizioso. La critica di Hume è di un'importanza indiscutibile in quanto mette in
luce che la stessa nozione di causa non è molto chiara nè molto precisa, o in
altri termini che noi — 54 — quando parliamo di cause non sappiamo con
esattezza quello . che diciamo. Dopo di che risulta problematico anche il prin-
cipio di causa (ogni fatto ha necessariamente una causa); questo principio
infatti non ha un signiticato chiaro finchè non sia ben precisato il concetto
di causa. Il detto risultato è però soltanto negativo; converrebbe renderlo
positivo sostituendo una nozione ben determinata in luogo della nozione vaga
eliminata dalla critica. Hume credette di dover concludere che la nozione di
causa non si può fondare che sull’abitudine; noi diciamo che il fuoco è causa
della liquefazione del piombo, che il movimento della palla urtante è causa del
movimento della palla urtata, etc.; perchè un’esperienza costante ci mostrò che
il piombo si liquefa nel fuoco etc.; il che fece sorgere in noi l’aspettazione
che le successioni sempre verificate in passato si verificheranno anche in
futuro, nonchè l’abitu- dine di prendere come guida simili aspettazioni. A
questa interpretazione si oppose, non senza fondamen- to, il dubbio che si
fondi essa medesima su di un circolo vizioso. La parola causa non significa in
fondo che un’abi- tudine, la quale ha per causa l’esperienza; l’interpretazione
cioè suppone quella nozione di causa che dovrebbe costrui- re. Sia come si
voglia, Hume stesso riconosce essere im- possibile che delle semplici abitudini
soggettive abbiano il valore di connessioni oggettive. La sua dottrina è
scetti- | ca su questo punto; il che, non contribuì poco a farla ca- dere in
uno scetticismo quasi universale. (Secondo Hume i soli giudizi certi sono
quelli analitici, cioè quelli nei quali il predicato è ottenibile analizzando
il soggetto (1). Il prin- (1) Consideriamo per es. la proposizione : il solo
numero pri- mo pari è 2. Per numero primo si intende un numero divisibile
soltanto per se stesso e per l’unità; per numero pari si intende E e re piro gl
iii eni - cipio di causa non è analitico, e perciò non può essere in-
condizionatamente certo). . Senz'’accettare le conclusioni scettiche di Hume
dobbia- mo tuttavia riconoscerle molto istruttive. Hume è un’empi- rista più
conseguente che non fosse Locke, e in quanto empirista non riesce a costruire
una nozione soddisfacente della causa. Da ciò si conclude, per lo meno con
grandissi- ma probabilità, che l’empirismo è incapace di fondare la n»zione di
causa, e tutte le altre non esprimibili con giudizi analitici. —-% 00-—m—_
o@[r<«T un numero divisibile per 2; da ciò si conclude necessariamente che
un numero pari diverso da 2 non può essere primo. Tale di- mostrazione ha il
suo fondamento nell'analisi della nozione di « numero: primo pari ». Questa
nozione analizzata risulta implica- re due giudizi, che sono contraddittori con
la sola eccezione che il numero di cui si parla sia 2. Abbiamo così dato un
esempio delle dimostrazioni a fonda- mento analitico. Leibniz. Le monadi e la
loro funzione rappresentativa La sola dottrina di Leibniz che dobbiamo prendere
in considerazione si trova esposta nella sua Monadologia (1714). Vi sono egli
dice delle cose composte quali sono per esempio i corpi. Non essendo possibile
nella divisione di un composto andare all’infinito, bisogna concludere, che ‘e
cose composte si risolvono in elementi ultimi che necessa- riamente sono
semplici. La geometria dimostra che una cosa estesa è sempre divisibile; dunque
i detti elementi ultimi non possono essere | estesi 0 insomma non sono
materiali. | A questi elementi ultimi Leibniz (1) da il nome di monadi; le
monadi sono dunque sostanze spirituali (2). (1) Goffredo Guglielmo Leibniz
(1646-1716) filosofo e matema- tico tedesco lasciò varie opere filosofiche, tra
le quali noteremo : la Monadologia; i Nuovi Saggi sull’intelletto umano; La
teodicea; Considerazioni sulla dottrina di uno Spirito Universale; Discorso di
metafisica. (E. C.). (2) Che dalla geometria venga dimostrata la divisibilità
indeft- nita di ogni sostanza estesa è forse discutibile. Indefinitamente
divisibile è certamente ‘una qualsivoglia estensione per quanto SSA 38 ss La
tunzione propria delle monadi è il percepire o dicia- mo il rappresentare, Ogni
monade ha infinite rappresenta- zioni; e nella dottrina di Leibniz della monade
non si dice altro se non che ha queste rappresentazioni; sicchè in- ulti- mo
per concepire la monade come una sostanza incontriamo a un dipresso la
difficoltà medesima che Locke aveva incon- trata nel concetto di sostanza
materiale. Non insistiamo su questo punto. Le rappresentazioni che una monade
possiede si dividono in due classi, possono essere cioè conscie 0 subconscie ;
anzi molte monadi non sarebbero capaci che di rappresen- tazioni subconscie. Il
concetto di subcoscienza, introdotto così da Leibniz, è di grande importanza;
ma è senza dubbio molto poco chia- ro. Leibniz dimostra però che non è
possibile farne a meno malgrado la sua oscurità. Per esempio : io sento il
rumore della pioggia, questo ru- more costituisce una mia rappresentazione
conscia. La piog- gia consiste nella caduta di moltissime gocciole d’acqua, e
se di queste ne cadesse una sola io non sentirei punto il rumore della sua
caduta. Peraltro il rumore della pioggia non è che la somma dei rumori dovuti
alle singole goccie cadenti. Dunque bisogna dire che il rumore di una goccia
piccola; ma che ad ogni divisione di uno spazio corrisponda la divisione della
sostanza estesa in quello spazio non sembra lecito affermare. Da ciò che ogni
sfera si può dividere geometricamente in due parti con un piano, non risulta
che. le due parti materiali della medesima sfera, materialmente considerata,
siano separabi li; senza di che la detta sfera materiale sarebbe indivisibile
in quanto materiale. Fondandosi su questa osservazione Spinoza aveva asserita
la indivisibilità dello spazio, perchè le parti che vi possiamo segnare con
delle superfici non sono poi spazialmente separabili. DE ci ea cadente,
quantunque non sia una rappresentazione conscia, non è uan rappresentazione
Zero, perchè la somma di quanti si vogliono zeri è zero; laddove nel caso
considerato la somma di molte rappresentazioni di cui nessuna è conscia
costituisce una rappresentazione conscia. Le rappresenta- zioni la cui somma
costituisce una rappresentazione con- scia, sono dunque reali benchè inavvertite,
il che si espri- me dicendole subcoOnscie. Alle medesime conclusioni si arriva
riflettendo sulla di- menticanza e sul ricordo. Avvertire un fatto presente a,
e ricordare un fatto passato (avvertito allora ma poi dimen- ticato) b, quanto
si voglia simile ad a, non son tutt'uno. Il mio presente avvertire b molte
volte provoca, ma in nessun caso non costituisce, il mio ricordarmi, che avevo
in addietro avvertito (e poi dimenticato) a. Perchè io ricor- di @, bisogna,
non che mi sia presente un fatto b quanto si voglia simile ad a, ma che il
medesimo fatto a, passato, mi ridivenga in qualche modo presente, vale a dire
si. riaffacci alla mia coscienza. Per esempio: carico, l’orolo- gio e l’ho
caricato iersera; i due fatti sono simili all’estre- mo, e tuttavia il presente
avvertire: del primo è irriducibile al ricordarsi dell’aliro e viceversa. Le
rappresentazioni che possiamo ricordare ci sono ‘dunque in qualche modo pre-
senti nell’intervallo tra l’avvertimento e il ricordo; si dice. che sono
presenti ma subconscie. Notiamo, che senza il ricordo il pensare attuale non e.
possibile; così per esempio noi non potremmo, nè fare al- cun discorso, nè
intendere il discorso altrui, se non ricor-. dassimo il significato delle
parole; al quale’ tuttavia non pensiamo sempre ma che va risorgendo
all’occasione. D’al tra parte se non dimenticassimo nulla, il pensare attuale
si renderebbe di nuovo impossibile per il numero eccessivo de- gli elementi
presenti. a 60 o Riunendo le due osservazioni si conclude, che alia co- ‘scienza
è essenziale d'essere associata con la sub-coscienza, e l’incessante scambiarsi
di elementi tra l'una e l’altra. Il che non lascia più alcun dubbio sulla
realtà della sub-co- scienza. $ 2. — Leibniz - Ciò che le monadi rappresentano
L’insieme delle rappresentazioni, conscie o subconscie, proprie di ciascuna
monade, rispecchia l’insieme delle rap- presentazioni, conscie o subconscie, di
tutte le monadi. E siccome la realtà si risolve nelle monadi e nelle loro rap-
presentazioni, convien dire, che l’insieme delle rappre- sentazioni conscie o
subconscie di una monade costituisce una rappresentazione complessiva
dell’universo. Si domanda in che modo una monade possa rappresenta- re a se
stessa il rappresentare di tutte le altre. Leibniz esclude che ciò possa
dipendere da una connessione causale, cioè da uno scambio di azioni tra le
monadi. Perchè, dice, le monadi non hanno finestre; cioè in una monade non può
entrare nulla dal di fuori, e quindi non vi può entrare sotto forma conscia o
subconscia nulla di ciò che sia nella coscienza o nella subcoscienza di
un’altra. In tal modo Leibniz viene ad accettare in .sostanza la dottrina delle
cause occasionali già espressa da Malebranche (1). Abbiamo già visto, che la
concezione transitiva delle (1) La dottrina delle cause occasionali era stata
formulata prima ancora del Malebranche da Arnaldo Geulincx; il quale nella me-
tafisica aveva affermato che i processi materiali non possono es- sere cause
efficienti ma soltanto cause occasionali delle sensa- zioni. (E. C.). “al e
cause dà luogo a delle gravi difficoltà che la rendono press'a poco
inintelligibile. Non volendo ammettere la tran- sitività della causa, bisogna
concludere che il precedente. necessario, detto comunemente causa, non produce
l’effet- to, ma è semplicemente l’occasione del prodursi di questo. Così per
esempio un uomo riceve un’ingiuria e n’è turbato profondamente; qui sembrano
evidenti la transizione e la produzione dell’effetto. Ma si può notare in
contrario che il turbamento può essere molto vario da un uomo ad un’al- tro,
non tutti siamo irritabili ugualmente. Sembra dunque giustificata l'opinione
che l’ingiuria non sia più di un’occa- sione. Data questa, il turbamento segue
per un processo tutto interno all’ingiuriato. Malebranche è d’opinione che il
solo essere attivo sia Dio; il quale all’occasione produce tutte quelle
variazioni che noi, a torto, crediamo effetti di quelle variazioni pre- cedenti
che ne furono soltanto l’occasione. La dottrina di Malebranche venne messa in
ridicolo, ed in un certo senso vi si presta. Per esempio: la causa vera dello
spezzarsi di un vetro non è la sassata che lo colpi, ma Dio che rompe il vetro
all’occasione della sassata. Ma considerando la que- stione con qualche
profondità, si riconosce facilmente, che la dottrina delle cause occasionali fa
dipendere tutto il va- riare da un’ordine che Dio introdusse nel mondo
creandolo; insomma riduce le cause a leggi, e non soltanto non sop- prime le
connessioni che osserviamo tra i fatti, ma le ren- de intelligibili. La dottrina
di Leibniz è molto simile (più che egli mede- simo non credesse) a quella di
Malebranche. La ragione per cui le monadi vengono ad accordarsi tra loro, nel
senso in- dicato superiormente, quanto alle rappresentazioni, è l’ar- monia
prestabilita; vale a dire un’ordine che Dio introdus- -- 62 -- se nel mondo
creandolo. Per esempio : due orologi perfetti e ben regolati segneranno sempre
la stessa ora, quantunque tra l’uno e l’altro non ci sia nessuno scambio di
azioni tran- sitive. L’orologiaio, che ha costruito gli orologi con tutta
perfezione, ha con questo realizzato tra loro un’armonia prestabilita.
L'esempio dimostra che uno concordanza tra il variarie di due o di quanti si
vogliono elementi, orologi 0 monadi, è realizzabile all’infuori di ogni causa
intesa tran- sitivamente; mentre viceversa non è realizzabile senza un’ordine
razionale, questo essendo conditio sine qua non anche della causazione
transitiva. $ 3. — Kant - La rivoluzione copernicana. Nessuna dottrina sarebbe
possibile se al pensiero non fosse inerente la necessità estemporanea, o
necessità logica. Il pensiero si può dividere nel pensare di un soggetto, € nel
pensato che di questo pensare costituisce l’oggetto. Si domanda: se la
necessità logica inerente al pensiero, e senza della quale il nostro pensare o
svanirebbe, o in ogni caso rimarrebbe privo di valore, sia da riferire al
pensare o al pensato, al soggetto o all’oggetto. Secondo Kant (1) la si era
sempre, fino a lui, fondata sull’oggetto; egli al contrario la crede fondata
sul soggetto; questa è la rivo- luzione da lui stesso chiamata copernicana (2).
(1)Emmanuele Kant n. a Koenigsberg nel 1724 e m. nel 1804, svolse il suo
criticismo filosofico nella Critica della Ragione Pura (1781), nei Prolegomeni
ad ogni metafisica futura che si presenterà come scienza (1783), nella
Fondazione della metafisica dei costumi e nella Critica della ragione pratica.
(E. C.). (2) Cfr. Critica della Ragion pura. Indroduzione. (E. C.). Che la
necessità sia da riferire al soggetto è facile rico- noscere ; un’uomo, che
pensi contrariamente alle leggi lo- giche, disorganizza con ciò il suo proprio
pensiero, toglien- dogli la possibilità d'avere un costrutto. Se io assento
all’uno e all’altro di due giudizi opposti, ed ho presenti entrambi gli
assensi, effettivamente ignoro il mio assentire dal quale dunque non posso
ricavare al- cun frutto. Si può dire che ilpensare contrariamente alle leggi
logiche rappresenta la esclusione, dalla vita coerente consapevole del
soggetto, di quell’oggetto in ordine al quale il soggetto ha pensato a quel
modo. Il che si rende mani- festo quando la contravvenzione alla logica viene
avvertita dopo che fu più o meno a lungo inavvertita. Nell’atto in cui
l'avvertiamo ci accorgiamo immediata- mente, che l’oggetto qualsiasi, a cui
pensavamo in quel modo, è ad un tratto svanito di fronte al pensare. Donde ap-
pare che la violazione delle leggi logiche, se potesse aver luogo
simultaneamente in ordine a tutti gli oggetti, sarebbe un vero suicidio del
soggetto conoscente. Dunque la ne- cessità logica non è veramente altro che una
esigenza dt] nostro pensare soggettivo. . Non a torto Kant afferma che la
necessità logica prima di lui era fatta dipendere dall’oggetto. Per esempio se-
condo Platone l'oggetto vero consiste nelle idee che sono assolutamente
invariabili. (E' da notare in proposito la di- mostrazione che di questo
carattere delle idee sviluppa il Manzoni nel dialogo « dell’Invenzione -).
L’Idea essendo invariabile, ed una sola per tutti, le sue relazioni con altre
idee saranno pure invariabili ‘ed universalmente valide, cioè necessarie. Così
pure tutti quelli che fanno derivare la necessità logica da Dio, concepito come
altro dall’uomo, (per esempio gli Scolastici e Cartesio) la derivano dall’og-
ia 64-S getto, perchè Dio concepito a quel modo è per noi un og- getto. Ma che
la necessità logica si fondi essenzialmente sul soggetto, è, in qualche modo,
una cognizione volgare; tutti riconoscono che il violarla è un metterci
nell’impossi- bilità di continuare il discorso, e ricorrono a questa impos-
sibilità per non accettare le conclusioni logicamente fallaci. Analogamente :
l’uomo volgare, benchè ammetta che le qualità sensibili appartengono ai corpi,
nondimeno, a chi ne- gasse la luce del sole, opporrebbe; « ma non hai gli occhi
nella testa? ». Cioè ricorrerebbe ad un criterio soggettivo. Kant - Le
intuizioni fondamentali. Si ritiene comunemente che spazio e tempo siano ine-
renti rispettivamente al mondo fisico e all’accadere in ge- nerale; cioè si
attribuisce all’uno e all’altro un carattere oggettivo. Kant riflette che noi
possiamo immaginare annul- lato il mondo fisico e soppresso l’accadere; ma con
queste ipotesi non riusciamo a liberarci dalla spazio e dal tempo che ci
rimangono tuttavia presenti, ciò che non accadrebbe se lo spazio e il tempo
appartenessero alla realtà oggettiva. Spazio e tempo devono quindi essere
forme, di che il sog- getto riveste l’oggetto nell’atto in cui l’apprende (1).
Sviluppiamo un poco più distintamente questo pensiero. Noi concepiama lo spazio
ad un dipresso come un reci- piente, nel quale si contengono i corpi e accadono
i fatti fisici. Ma non possiamo dire che a conoscere un tale reci- piente ci
serva di guida l’esperienza, la quale senza dub- (1) Cfr. Critica della Ragion
pura. P. I. Estetica trascendentale. (E. C.). © 0 bio ci serve di guida per la
cognizione dei recipienti veri e propri, ciascuno dei quali è un corpo. SI E
non può essere l’esperienza quella che ci fa conoscere lo spazio, perchè .lo
spazio implica una necessità che non si riconosce alle cognizioni fondate sulla
sola esperienza. Così per esempio sappiamo dall’esperienza che il fosforo è
velenoso e che l’oro è giallo. Ebbene sappiamo che il fo- sforo è capace di uno
stato allotropico in cui non è più ve- lenoso; quindi non si può escludere la possibilità
che l’oro sia capace di uno stato allotropico in cui non fosse più giallo.
Simili possibilità sono invece da escludere in ordine allo spazio; dunque le
nostre cognizioni spaziali non derivano dall’esperienza. | Non potendosi dire
che lo spazio ci è fatto conoscere dal- l’esperienza, non si può nemmeno dirlo
un’astrazione dal- l’esperienza. D'altra parte lo spazio essendo privo di qua-
lità sensibili, e assolutamente invariabile, non può nemmeno : essere
considerato come una realtà. Resta che lo spazio in primo luogo abbia la sua
radice nel soggetto, essendosi già vista che ciò deve dirsi di tutto quanto è
necessario; in secondo luogo che l’ordine spaziale sia dal soggetto comu-
nicato alle sensazioni, che della esperienza sono i costitutivi materiali. Vale
a dire: le notre sensazioni, se mancassero dell’or- dine spaziale, non
costituirebbero l’esperienza, benchè ne costituiscano la materia. L’esperienza
è una nostra costru- zione, che noi otteniamo attribuendo o imprimendo la forma
spaziale alla materia sensazionale; quest’ultima è oggettiva, ma la prima è
soggettiva. i Un discorso analogo è applicabile anche al tempo, il qua- le pure
implica una necessità. Per esempio: se l’istante A precede l’istante B, e
questo precede alla sua volta l’istan- 3) e VENE te C, allora l’istante A
precederà in ogni caso l'istante C. Notando, che questa necessità non è
riferibile ul precedere in generale, ma soltanto al precedere temporaneo. Per
esempio in un circolo, immaginiamo fissato il verso in cui se ne deva percorrere
la circonferenza, e siano A, B, C, tre punti della circonferenza. A preceda B,
e B preceda C, quando la circonferenza è percorsa nel verso indicato. Cer-
tamente potremmo dire, che A precede C; ma potremmo anche dire che C precede A;
perchè oltrepassato C, e con- tinuando a percorrere la circonferenza nel verso
medesimo, si giunge ad A; il che nel tempo è impossibile. Poichè im- plica la
necessità, il tempo avrà la sua radice nel soggetto. Noi abbiamo senza dubbio
delle sensazioni date oggetti- vamente; ma non si può dire data oggettivamente
la loro successione, perchè in questo caso il tempo sarebbe ogget- tivo come le
sensazioni. Bisogna dire invece, che l’ordine temporaneo delle sensazioni è
opera del soggetto, il quale soltanto in quel modo riesce a raccapezzarvisi e a
cono- scerle. Secondo Kant (e quello che ora ora si disse giustifica ia sua
opinione) il tempo è una forma che il soggetto applica a se medesimo; laddove
lo spazio è una forma che dal sog- getto è applicata all'oggetto. Le sensazioni
sono tempora- nee in quanto sono elementi soggettivi. Siccome però le
sensazioni soggettive sono anche gli indizi delle variazioni oggettive (io
guardando il cielo mezz'ora fa vedevo azzur- ro, guardando il cielo in questo
momento vedo grigio; ab- biamo qui un variare soggettivo che però
effettivamente ci dà indizio di un variare nel cielo che dall'essere az- Zurro
è passato ad essere nuvoloso), così la forma del tem- po, quantunque
applicabile originariamente al soggetto, viene a ricevere un'applicazione anche
all’oggetto, cioè anche al- l’accadere fisico. — 6 $ 5. — Kant - I giudizi
sintetici a priori e le cutegorie. - Hume aveva creduto che i soli giudizi
analitici fossero necessari; e che i giudizi sintetici, ossia quei soli giudizi
che accrescono la nostra cognizione, fossero tutti fondati sul- l’esperienza.
Se io dico: i corpi sono estesi, formulo un giudizio analitico. Siccome infatti
nessuno dirà corpo un elemento inesteso, il detto giudizio non fa che
sviluppare la nozione che già si aveva del suo soggetto; per questa ragione il
detto giudizio per un verso è necessario; ma per un’altro verso non ci fa
conoscere nulla di nuovo. Se in- vece io dico: i corpi sono pesanti, ho
formulato un giudi- zio sintetico, il predicato non essendo incluso nel soggetto;
questa giudizio per un verso accresce la cognizione, per un’altro verso è
fondato sull’esperienza. Kant osserva che vi sono dei giudizi sintetici, e
perciò tali da farci conoscere qualcosa di nuovo, e tuttavia non fon- dati
sull’esperienza : tale è per esempio il giudizia: non e possibile un fatto
senza una causa (1). E’ troppo evidente che nella nozione di fatto la nozione
di causa non è in- clusa; per esempio : i corpi celesti girano intorna alla
terra con moti circolari uniformi; la causa di questo fatto rimase ignota per
moltissimi secoli, e non vi è nulla di assurdo nel supporre che tale relazione
reciproca tra la terra ed i corpi celesti non abbia mai cominciato. Il detto
giudizio è dunque sintetico e tuttavia non è fondato sull’esperienza: essendo un
giudizio necessario, mentre l’esperienza da sola non può farci conoscere nulla
di necessario. L’uomo, conosce in quanto giudica, e più propriamente (1) Cfr.
Critica della Ragion pura. II. Analitica trascendenta- le. Sezione III ed
Introduzione. $ 4. (E. C.). in quanto formula dei giudizi sintetici necessari,
cioè a priori come dice Kant, ossia non fondati sull’esperienza. Poi- chè tutto
quanto è necessario si deve riferire al soggetto bisogna concludere che i
giudizi sintetici a priori hanno per fondamenta il soggetto. Insistiamo ancora
un momento sul principio di causa. Ri- conosciuto che questo giudizio è
necessario e che ha per suo vero e solo fondamento il soggetto, bisogna
riconosce- re che il soggetto, in quanto compie la sua funzione di com- prendere
l’accadere, viene ad imporre a questo accadere la condizione costitutiva della
propria funzione. Possiamo fare un passo più in là: come si è visto anche il
tempo è una forma soggettiva, ma un’accadere fuori del tempo è una
contraddizione di termini e quindi non è reale. Dunque il soggetto essendo in
qualche modo il creatore del tempo, è il creatore anche dell’accadere. In altre
pa- role: non si può dire propriamente che io mi faccio un’i- dea dei fatti che
accadono, ma che dei fatti accadono in quanto io rivesto di una forma
temporanea la realtà. iPer conseguenza l’affermare che in tanto l’accadere è
soggetto a delle cause in quanto io l’intendo, ciò che a prima vista poteva
parere un paradosso, non ha più nulla. di strano, an- zi appare come una
necessità. Se io impongo alla realtà la forma dell’accadere, naturalmente non
gliela possq imporre che in quanto esercito sulla realtà la mia funzione
conosci- tiva, cioè in quanto l’accadere non è pensabile se non come sottoposto
necessariamente a delle cause. Ciò che abbiamo spiegato con qualche minuzia in
ordine alla categoria di causa, si può ripetere di tutte le altre (1). Non è da
trascurare che Schopenhauer non senza buona ra- gione riduce le categorie a tre
soltanto : spazio, tempo, causalità. Secondo Kant, spazio e tempo, non sono
categorie ma intuizioni; sono però intuizioni pensate, il che sembra
giustificarne la conce- Le categorie si possono in qualche modo ridurre ad idee
assolutamente necessarie, ciascuna ‘ad una data classe di considerazioni. Senonchè
bisogna guardarsi dall’accet- tare due preconcetti facilmente suggeribili dal
termine di idea. L’uno, che le categorie abbiano per fondamento l’og- getto, il
reale considerato in se stesso; l’altro, che preesi- stano tali e quali nel
soggetto, come per esempio le idee platoniche. Le categorie invece, come si è
notato per quel- la di causa, esistono soltanto in questo senso, che il sog-
getto deve, per conoscere, compiere una certa sua fun- zione, tale o tale
altra, seconda l’aspetto sotto cui conosce; la categoria non esiste che in
quanto il soggetto compie la detta funzione. Così per addurre un altro esempio,
ciò che io conosco può essere una sola cosa, o una molteplicità di cose, o la
totalità delle cose. Non bisogna credere, che all’infuori del soggetto
conoscente possano esistere una cosa, o più cose, o tutte le cose; unità,
moltiplicità e totalità sono cate- gorie che io impongo alle cose in quanto
compio in un dato senso rispetto alle cose la mia funzione conoscitiva. iPar-
lare di tutte le categorie messe innanzi da Kant, all’in- tento nostro non si
richiede; tanto più che la tavola kan- tiana delle categorie fu censurata non
senza fondamento (1). zione come categorie; concezione che non sopprime dallo
spazio e dal tempo l’elemento intuitivo che, nelle altre categorie non si
riconosce. (1) Secondo Kant le categorie sono 12 suddivisibili in quattro
"gruppi: Anal. trascend. Sez. Ill $ 10. I. Quantità : Unità, Plucalità,
Totalità. II. Qualità : Realtà, Negazione, Limitazione. III. Relazione : Sostanza
ed accidente, Causalità e dipendenza, Reciprocità. IV. Modalità : Possibilità,
Esistenza, Necessit. (E. C.). ar ME Quello che importa, per la gravità delle
conseguenze che se ne ricavano, si riduce a quanto abbiamo detto, e che vale
per tutte le categorie concepite secondo il modo kan- tiano di vedere.
Un’ultima osservazione incidentale; Rosmini, discutendo nel « Nuovo Saggio » la
dottrina di Kant, interpreta le ca- tegorie come se fossero idee platoniche,
allontanandosi così non poco dal pensiero kantiano. Il Rosmini ammette una sola
idea come necessaria e insieme sufficiente a costitui- re il pensiero umano e a
renderne ragione: l’idea del- l’essere. Dove si potrebbe domandare se invece di
ridurre le categorie ad idee non sia forse più a proposito il rico- noscere
nell’idea rosminiana di essere una categoria, e diciamo pure la sola categoria
veramente fondamentale, ma intesa nel senso kantiano. $ 6. — Kant - Fenomeno e
Noumeno Ciò che noi conosciamo attraverso il tempo, lo spazio, e le categorie
non è assolutamente separabile dal soggetto conoscente; ossia è qualcosa che se
non fosse da noi cono- sciuta non esisterebbe; insomma un fenomeno, la nozione
di fenomeno essendo quella di qualcosa il cui esserci con- siste nel suo
apparire al soggetto cioè nell’essere avvertito o conosciuto (1). In ordine ai
fenomeni vi sono da fare due distinzioni: la prima è quella, fatta pure da
Kant, tra fenomeno e illu- sione; l’altra quella tra fenomeno di cui è
consapevole sol- (1) Cfr. Crit. d. Ragion Pura. Analitica trascendentale. Lib.
Il Cap. HI. (E. C.). dA; per tanto un soggetto, e fenomeno di cui è consapevole
ogni soggetto in certe condizioni. | Le due distinzioni non coincidono; per
esempio di un mio dolore io soltanto sono consapevole, senza peraltro che lo si
possa dire un’illusione. Senza dubbio è difficile provare anzi è forse da
escludere che il fenomeno avver- tito da un soggetto e quello avvertito da ogni
altro soggetto nelle medesime condizioni siano identici: per esempio io dalla
mia finestra vedo il cielo azzurro, ogni altro dalla stessa finestra in quel
momento (purchè sano di occhi) ve- drebbe il cielo azzurro; ma non è
accertabile © piuttosto credibile che l'azzurro veduto sia identico nei due
casi. Per precisare la nozione di fenomeno diverso dall’illusione, bisogna
dunque : primo, ricordare che certi fenomeni sono inseparabili da certi
soggetti particolari, (per esempio il dolore), secondo prescindere dalle
particolarità per cui un fenomeno di un soggetto differisce da quello di
un'altro quantunque nei due fenomeni prevalgano dei caratteri co- muni. Così la
nozione di fenomeno si può dire stabilita. . Il noumeno invece, o la cosa in
sè, non può essere av- vertito, perchè se fosse avvertito sarebbe un fenomeno.
In ordine al noumeno, Kant non si esprime sempre nello stesso modo, e qualche
sua espressione può far credere che egli lo consideri come un'ipotesi di valore
incerto. Ma vi sono pure altre espressioni di Kant, che sembrano decisive in
senso contrario. | Egli dice per esempio, che l’apparire implica necessaria-
mente qualcosa che apparisca, dove bisogna intendere qual- cosa che non sia lo.
stesso apparire. Come anche per eliminare l’opposizione tra determini- smo e
Nbertà, opposizione di cui parleremo nel cenno sulla . morale, dice che il
soggetto è determinato come fenome- - E é - n TRI mi n Pi, E no ma libero come
noumeno. Su di che va rilevato un punto essenziale alla dottrina teoretica di
Kant: cioè che la di- stinzione tra fenomeno e noumeno vale anche per il sog- |
getto conoscente. L’introduzione del noumeno, che noi ammettiamo non aliena dal
pensiero di Kant, dà luogo ad alcune difficoltà. In primo luogo la sua dottrina
diventa così fondamentalmente scettica: noi conosciamo soltanto i fenomeni e
questi di- pendono in qualsiasi maniera dal noumeno del quale non sappiamo
niente; questa in sostanza era l’opinione di Sesto Empirico, di cui non è
dubbio lo scetticismo. La ragione che toglie al noumeno d’essere conoscibile
sta in ciò, che le categorie sono applicabili soltanto ai fenomeni. Le cate-
gorie infatti sono le funzioni conoscitive del soggetto, e precisamente quelle
funzioni che all'uomo rendono possi- bile il giudicare. ‘Per conseguenza : ciò
che si conosce me- diante le categorie implica senza dubbio la funzione cono-
scitiva del soggetto, e dunque non può essere qualcosa che stia da sè
all’infuori del soggetto, cioè non può essere noumeno. Si può considerare un
fenomeno, se ne. possono consi- derare anche molti (Come per esempio quando si
dice che i colori non esistono senza la luce), si possono anche sotto qualche
aspetto considerare tutti, come per esempio quan- do si dice che i fenomeni
sono tutti variabili; ma le deter- minazioni, uno, molti, e tutti non hanno,
per la ragione ad- dotta, nessun significato se applicate al noumeno. Così per
esempio noi possiamo parlare di molti soggetti fenomenici ciascuno dei quali è
uno; ma non (come pure sottintende Kant particolarmente nella morale) di molti
soggetti noume- nici, e a rigore neanche di un soggetto noumenico. Ancora : il
noumeno non può essere un’effetto e nep- È narrante enti attiene me PA II un i
eo rr pure una causa, perchè il considerarlo in uno qualsivoglia di questi due
modi sarebbe un applicargli la nozione di | causa, la quale, per essere una
categoria, non è applicabile che ai fenomeni. Crediamo inutile insistere. $ 7.
— Fichte. Della filosofia di Fichte vanno rilevati due punti note- voli. Primo:
il Fichte (1) mise in evidenza che non ha propriamente un significato parlare
di una realtà conosciu- ta o conoscibile che non sia creazione del soggetto;
benchè non distingua molto chiaramente i molti soggetti singoli dal soggetto
universale (distinzione della quale ci occuperemo ‘ più tardi) riconosce in
ogni modo che, accettando la rivolu- zione copernicana di Kant, non è più
possibile riferire al- l’oggetto la necessità che nel nostro pensiero si
manifesta. Donde si conclude che il valore di tale necessità in ordine
all’oggetto ha per suo fondamento la radice soggettiva della stessa necessità.
La dottrina di Fichte secondo il senso attribuitole dallo stesso, dà luogo a
delle difficoltà che discuteremo nei cenni dedicati al Soggetto Universale; ma
costituisce il primo tentativo di interpretare la dottrina di Kant in modo,
che, opponendosi all’interpretazione kantiana risulta ben più fe- dele al pensiero
kantiano più profondo benchè non bene avvertito dallo stesso Kant, la dottrina
del quale, secondo ——m—_—_m——mm6T_€ @ m—m—6——__m (1) Fichte profondo pensatore
svol- se il suo pensiero nella Dottrina della scienza, nella Missione del Dotto
e nei Discorsi alla nazione Alemanna. (E. C.). Liar}. GIESIN la sua
interpretazione, si riduce in ultimo ad un agnosti- cismo che ne impediva lo
sviluppo (1). Un’altro punto sul quale Fichte, sconstandosi da Kant ma
interpretandolo nel solo modo coerente, riuscì a formu- 3-3 lare una dottrina
dalla quale in filosofia non è più lecito prescindere : la filosofia deve, non
già premettere una cri- tica impossibile della ragione umana, ma fondare se me-
desima sopra una teoria della conoscenza umana. Supponia- mo di aver compiuto
in ogni parte l'indagine scientifica, 0, se non altro, di avere segnato
completamente le vie che da questa indagine dovranno essere percorse; non
avremo con ciò esaurita ogni possibile indagine. Infatti, e appunto in grazia
dell’indagine scientifica, ci rimarrà da indagare precisamente la costruzione
scientifica stessa; e la filosofia dovrà coincidere con quest’ultima indagine.
(1) Dopo la fioritura idealistica, sorse vivo, in Germania, il de- siderio di
ritornare a Kant; le ultime conseguenze a cui si era giunti proseguendo
arditamente per la via su cui si era messo Fichte, non parevano accettabili.
Quindi ritornare a Kant si in- tese come un ritorno alla interpretazione che lo
stesso Kant aveva dato de'la propria dottrina. La filosofia che in tal modo si
costruì e che prese il nome di neo-kantismo o neo-criticismo, si diffuse
largamente in Europa ed anche in Italia, dove uno dei suoi principali
rappresentanti fu Carlo Cantoni, autore di un’opera in tre volumi « Emanuele
Kant », che riassume l’opera di questo con delle osservazioni critiche
giudiziose. Quest'opera fu ristampata nel 1907 e può sem- pre essere consultata
con profitto. Altro meritevole neo-kantiano fu Filippo Masci. I neo-kantiani
furono benemeriti sotto alcuni. aspetti; non si può tuttavia negare che il loro
dominio si dovette in parte ad una incomprensione dell’esigenza idealistica, in
parte anche al dominio esercitato allora dal positivismo del quale Kant veniva
consideratr come un’antesignano. Il periodo segnò in or- dine ailo sviluppo
della filosofia un intervallo se non vuoto alme- no povero di contenuto. | — 75
Sa Con qualche diversità e forse più chiaramente : la filosofia dovrà essere, o
una scienza particolare, come per es. la ma- tematica o la fisica o la scienza
del linguaggio ecc., oppure dovrà necessariamente ridursi ad una teoria della
scienza o della conoscenza. La prima ipotesi è da scartare per due ragioni: 1.
perchè al di là di tutte le scienze particolari vi è luogo ad una teoria della
scienza; 2. perchè una scien- za particolare non può condurci, appunto come
particolare, a quella concezione sistematica d’insieme a cui la filoso- fia si
propone di giungere. Filosofia e teoria della scienza o della conoscenza, sono
dunque la stessa cosa; o almeno la filosofia non può con- seguire i suoi fini
senza prendere come base le conclusioni della teoria della scienza.
Naturalmente la teoria della scienza, perchè abbia un va- lore filosofico, cioè
universale, deve della scienza consi- derare il solo carattere conoscitivo; e
perciò noi al nome di teoria della scienza di cui si era servito Fichte, prefe-
riamo quello di gnoseologia o teoria della conoscenza. E dobbiamo, non già
discutere i procedimenti particolari alle singole scienze, ma renderci un conto
chiaro ed esauriente della possibilità ed anzi sotto qualche aspetto della
neces- sità del conoscere. Necessità di una critica ulteriore. Anche dal breve
riassunto fatto appare che il lavoro cri- tico effettuato da Kant è
d'importanza notevole; non poche tra le sue riflessioni sono anzi da ritenere
decisive in or- dine a ciò che escludono, Tale è per esempio l'esclusione che
la necessità razionale abbia un fondamento fuori del soggetto. Ma il valore
posi- tivo (affermativo) delle riflessioni medesime non è al- trettanto
chiarito nè accertato. Che cosa dobbiamo pensare per esempio del soggetto che
nella dottrina di Kant ha pure una situazione primaria ? La distinzione di un
uomo dall’altro appartiene nel cam- po dell’esperienza; quindi ciascun uomo si
può dire un soggetto empirico. Ma ciascun uomo è capace di conosce- re: dunque
il soggetto empirico è conoscente. Ma d'altra parte l’umo dev’essere, come
conoscente, il fondamento della necessità, e la necessità non può molti-
plicarsi come gli uomini; è la stessa, cioè numericamente | ana sola, per
tutti. E qui non si può non domandarsi : come sia possibile che un elemento
unico sia nello stesso tempo costitutivo essen- ziale di più soggetti distinti.
Un uomo non s’accorge a quanto sembra di aver -comune ‘con tutti gli altri
l'elemento che in lui è il più importante; perciò questa comunanza, che non può
essere negata, non sembra sufficientemente giustificata e non si può non desi-
derare d’intenderla meglio. Tutto ciò prova che noi, pur tenendo in gran conto
le riflessioni kantiane, non possiamo dispensarci dall’appro- fondirle, per
determinarne in modo incontrovertibile il pre- ciso valore. LA CRITICA RADICALE
Opportunità di rifarsi da Kant. Quantunque la critica di Kant non sia risultata
in tutto chiara e soddisfacente, sembra nondimeno superare in pro- fondità
quelle che la precedono, e che vi trovano, in qual- che modo, una reciproca
integrazione. L'idea che l’attività mana diretta verso la conoscenza travisi la
realtà (no. | nenica) sostituendole una pura fenomenologia, è senz. dubbio discutibilissima.
D'altra parte però non sembra po- tersi negare che la necessità logica (ossia
lo spazio, il tem- po, e le categorie) abbia la sua radice nel soggetto cono-
scente. - Queste due osservazioni sono certamente in opposizione reciproca, E’
prezzo dell’opera esaminare quale trasforma- zione subisca la dottrina di Kant,
se l’attività del soggetto venisse considerata come costruttrice di quella
medesima realtà, che si propone di conoscere. Allora, e a quanto sembra,
soltanto allora, la dottrina, che perderebbe il suo carattere già rilevato di
scetticismo, sarebbe libera dalla opposizione radicale, che ci toglie non solo
di accettarla, ma persino di ben comprenderne il si- gnificato. Prima però di
andare oltre su questa strada, è necessario fissare fino dal principio, con
qualche preci- sione, la nozione di soggetto. La quale in Kant rimane piuttosto
indeterminata; per la ragione che ora ora esporremo. Ciascun uomo è un sog-
getto conoscente; ma ogni cognizione, procacciatasi da qual- siasi uomo, ha un
valore universale. Non ha senso dire: io so, p. es., che quest’anello è d’oro;
ma un altro sa, che l’anello medesimo è d’ottone. Siamo così ridotti a
riconoscere che il pensare di cia- 9cun uomo non è, per la sua parte veramente
conoscitiva, dovuto a nessun individuo in quanto altro da 'un’altro; 1l nostro
pensare nel detto senso è una costruzione umana, ma che si deve, non a quei
caratteri per cui un soggetto sin- golo differisce da un'altro, bensì ad un
elemento comune a_tutti gli uomini, cioè ad un elemento numericamente unico,
nel quale dobbiamo riconoscere un costitutivo es- senziale di ciascuno. In ciò
che segue considereremo que- sto elemento come il vero soggetto conoscente;
quanto agli altri elementi che, associandosi con quell’unico, vengono a formare
la varietà innumerevole di uomini distinti per ora ne prescindiamo. Il detto
elemento unico può essere, per ora, denotato col nome di Spirito. Lo Spirito e
la realtà. Lo Spirito non sarebbe il conoscente, mentre non l’ab- biamo
concepito se non come tale, se non avesse un oggetto da lui conosciuto. Se per
altro vogliamo esser fedeli al pro- posito superiormente formulato, ci conviene
ammettere, che quest’oggetto non sia di fronte allo Spirito come una realtà
indipendente; ma che l’’esserci dell’oggetto sia riferibile a - 79 —- |
quell’attività medesima del soggetto, per mezzo della .qua- le questo conosce
l'oggetto. In altri termini: la conoscen- za e l’oggetto conosciuto, sarebbero
tutt'uno. Il soggetto sviluppa un’attività sua propria in grazia. della quale
si crea un'’oggetto, e insieme conosce l’oggetto creato; no- tando che in
questo modo il soggetto pone anche la pro- pria esistenza e nello stesso tempo
la conosce. Perchè, se- condo ciò che dicemmo, il soggetto non è conoscente,
0s- sia non esiste, che in quanto conoscel’oggetto, mentre vi- ceversa dobbiamo
anche dire, che il soggetto non esiste che in quanto si conosce, perchè] il
soggetto è il processo conoscitivo dell'oggetto; e questo processo non può
essere conoscitivo che alla condizione di non essere cieco. Con ciò che ora si
è detto, la difficoltà fondamentaie inerente al problema conoscitivo, si può
dire eliminata. Infatti : se l'oggetto conosciuto esiste all’infuori del pro-
cesso conoscitivo, non si può sfuggire alla domanda : in che modo il processo
conoscitivo possa cogliere, o investire, 0 penetrare l’oggetto (la moltiplicità
stessa dei termini prova l’impossibilità di trovarne uno soddisfacente). E’
chiaro che la domanda non ammette risposta; perchè, se l’oggetto è qualcosa di
estraneo al processo conoscitivo, questo sarà da parte sua qualche cosa di
estraneo all’og- getto, e non vi sarà conoscenza di sorta. E’ bensì da notare
che l’uomo singolo quando vuol ren- dersi conto del processo con cui giunge a
conoscere, non soltanto non riesce ad identificare l’oggetto conosciuto col
pets conoscere, ma si persuade, che tra l'oggetto cono- sciuto e il suo
conoscere C'è opposizione irriducibile. Per esempio: per sapere che l'acqua è
una combina- zone di idrogeno ed ossigeno, è stata necessaria farla at-
traversare da una corrente elettrica. Intanto il maggior e — 80 — numero di
quelli che non sono chimici, possiedono questa cognizione avendola acquistata
con l’ascoltare certe lezioni, o con il leggere certi libri. E’ troppo evidente
che tra le parole udite o lette e l’acqua non è possibile stabilire iden- tità
e nemmeno somiglianza. Vedremo più tardi come sia possibile interpretare questa
persuasione comune; la quale: in ogni modo non costituisce un’obbiezione contro
la dot- trina esposta finchè. non sia provato che la dottrina esposta €.
incapace di renderne ragione. Perchè l’oggetto noto sia sottoposto al tempo,
allo spazio, ed alle categorie, tutte forme o determinazioni dell’attività |
soggettiva, è ora diventato evidente, come è del pari evi- dente che il
soggetto, col tempo lo spazio e le categorie, non falsifica l'oggetto: perchè
l'oggetto non esiste che in quanto il soggetto lo crea, e il soggetto non può
creare se. non con quelle forme, che. sotto un’aspetto lo fanno essere, mentre
sotto di un’altro lo fanno conoscere. Il Tempo. Ma in ordine al tempo sorge una
difficoltà. Il soggetto non può conoscere temporaneamente ; vale a dire il
proces- so conoscitivo non può essere temporaneo e ciò per la ra- gione
medesima per cui non può essere spaziale. ll cono- scere implica una rigorosa
unità dei suoi elementi, nell’e- steso invece, e nel temporaneo, le parti, i
cui costitutivi si hanno da considerare, sono estranee le une alle altre. Per
esempio: un cerchio è da un diametro diviso in due semicerchi di cui ciascuno è
fuori dell’altro; analogamente : un'ora, un minuto, un secondo, ecc., si
dividono rispetti- vamente in due mezz’ore, in due mezzi minuti, in due cati
mezzi secondi, le due metà essendo ciascuna fuori dell’al- tra. Dunque una
conoscenza, in generale un pensiero, non “può avere una estensione sia spaziale
che temporanea. Lasciando in disparte l’estensione spaziale, che al pensie- ro
certamente non si attribuisce, dobbiamo discutere l’e- stensione temporanea. Un
pensiero passato non è presen- te, quindi non può costituire vera unità col
pensiero pre- sente. Non c'è dubbio, che secondo una impressione in- vincibile
della coscienza comune, a noi sembra che il no- stro pensiero si estenda, oltre
che nel presente, anche nel passato e in qualche modo anche nel futuro. Siamo
in presenza d’un’antinomia, dalla quale dobbiamo liberarci. A tal fine, alcuni
dicono: Il nostro pensiero è condizio- nato da una legge logica, senza dubbio
estemporanea, che n’esclude gli opposti (contraddittori e contrari); ora gli
op- posti si presentano, sia in linea di fatto come pure in grazia dello
svolgersi logico del pensiero. E allora noi eliminiamo l'opposizione col niente
gli op- posti a tempi diversi. Si noti: non è che noi, avendo già una chiara
nozione del tempo, ci se ne valga per eliminare dal pensiero le antinomie.
Bensì noi, mentre da una parte pesiamo antinomicamente, laddove dall’altra non
ci pos- siamo fermare nel pensiero antinomico, siamo costretti a cercare un
mezzo per eliminare l’opposizione tra queste due condizioni; la nozione di
tempo non è, in ultimo, che il mezzo di cui abbiamo bisogno. In altri termini:
l’esserci della nozione di tempo consiste nel mezzo cercato, cioè nel-
l’affermare la coesistenza delle due condizioni. Per esempio, la proposizione :
splende il sole, senza dub- bio è presente e si riferisce al presente. Lo
stesso dicasi della proposizione : le nubi nascondono il sole. Delle due
proposizioni Îla prima si fonda su di una sensazione; la se- 6 i conda su ciò
che si dice un ricordo, ma che in ogni modo è una rappresentazione presente,
con alcuni caratteri che la fanno differire da una sensazione, ma che ha con
questa comune il carattere di essere un’esperienza particolare.. Così essendo,
io dovrei dire insieme: il sole risplende, e le nubi nascondono il sole.
Impossibile assentire insieme ai due giudizi, perchè opposti; ma impossibile
altresì esclu- derne uno qualsiasi, perchè fondati entrambi sull’esperienza. La
difficoltà svanisce riferendo i due giudizi a tempi diversi; p. es.: il sole risplende
in questo momento; le nubi nascon- devano il sole un’ora fa. 8 4. —
Osservazioni critiche sulla dottrina del tempo suesposta. In primo luogo :
togliendo al tempo il carattere comune- mente attribuitogli d'essere una
determinazione di ogni ac- ‘cadere interno ed esterno, la necessità in cui ci
troviamo, di credere al tempo come ad una tale determinazione reale, . diviene
inconcepibile se il tempo non si ‘riduce ad una forma soggettiva, in grazia
della quale noi ci rappresente- remmo sotto forma temporanea, ossia come
un’accadere, ia realtà nella quale va incluso il nostro pensare, che sarebbe di
sua natura estemporaneo. Questa è la concezione di Kant, ed è inconciliabile
con la dottrina che si ricava dalla critica del kantismo, secondo la quale noi,
cioè lo Spirito, non siamo i falsificatori, ma i creatori della realtà. Dire,
come dice Kant, che il tempo è inseparabile dallo Spirito, riman vero anche
secondo la esposta critica del kantismo; riman vero peraltro in un senso
diverso: lo Spirito, nel creare la realtà, le imprime il carattere della
temporaneità ; RAEE» IE questa è dunque un carattere della realtà e non una sua
deformazione. In secondo luogo : se il tempo non fosse che il mezzo per
eliminare l’opposizione tra due giudizi entrambi fondati, ci sarebbe, nel
riferire uno di questi al presente, l’altro al passato, un’arbitrarietà
ineliminabile, che assolutamente non si riconosce. Riprendiamo l’esempio di
prima : il sole risplen- de; le nubi nascondono il sole. Di certo l’opposizione
sva- nisce tanto se riferiamo il primo al presente, il secondo al passato,
quanto se invece riferiamo il secondo al presente, il primo al passato.
L’elemento arbitrario è innegabile; vi- ceversa non ci è assolutamente
possibile ammettere quì un arbitrio; noi riferiamo sempre necessariamente al
presente quello dei due giudizi che si fonda su di una sensazione, al passato
quello che si fonda sul ricordo. La differenza tra il ricordo e la
rappresentazione ha dunque un’importanza essenziale in proposito; non. è lecito
affermare che il giu- dizio fondato sul ricordo sia fondato sull’esperienza
nello stesso modo, con lo stesso diritto, di quello fondato sulla sensazione;
se vogliamo intenderci dobbiamo dire in lin- gua povera che il ricordo
significa precisamente, benchè presente come ricordo, un'esperienza passata. E
allora tutta la esposta interpretazione del tempo svanisce. In terzo luogo :
delle opposizioni nel nostro pensiero pre- sente si affacciano senza dubbio;
non mai però su di un fon- damento sperimentale, quando non si trascuri di
apprezzare la differenza tra sensazione e ricordo. Si affacciano bensì nei
processi razionali, o più esattamente, nei processi diretti alla scoperta o
_all’esposizione di leggi estemporanee. Ora in questo campo non si ha esempio
di opposizioni elimina- bili per mezzo del tempo. Consideriamo un esempio geo-
metrico. Si abbia una retta X Y e un punto A fuori di LI questa retta:
potrebb’essere che per A non si potesse con- durre ad X Y alcuna parallela;
oppure che per A si potesse condurre ad X Y una sola parallela; oppure che per
A si potessero condurre ad X Y due parallele (in quest’ultimo caso nessuna
delle rette condotte per A, internamente all’an- golo acuto formato dalle due
parallele, incontrerebbe la X Y, senza peraltro essere con la X Y nella
relazione di pa- rallelismo). L'opposizione tra le tre ipotesi è manifesta; le
tre ipotesi del resto sono tutte ugualmente fondate, in quan- to su ciascuna si
può costruire una geometria. E’ .certamen- te impossibile che l'opposizione
venga eliminata per mezzo del tempo; la geometria infatti esclude assolutamente
il tempo, non essendo e non potendo essere sotto nessun aspetto la teoria di
un’accadere. L'opposizione si elimina tuttavia molto semplicemente col
riconoscere che le tre ipotesi, e. quindi anche le tre geometrie a cui servono
di base rispet- tivamente, sono inconciliabili. Insomma delle tre ipotesi una
sola può essere vera oggettivamente. | Come si vede l’affermazione che il tempo
sia il mezzo per eliminare l’opposizione, risulta ingiustificata; infatti non
ha valore nell’opposizione d’indole razionale, mentre il suo va- lore
nell’opposizione d’indole sperimentale presuppone il tempo come si è visto e
quindi non serve a rendercene ra- gione. i $ 5. — Lo Spirito ed il soggetto. In
che relazione stiano lo Spirito secondo la nozione che n'abbiamo esposta, e il
soggetto singolo, cioè l’uomo comu- nemente noto, è un problema che rimane
ancora da risol- vere. In primo iuogo : dobbiamo certamente abbandonare l’idea
che sembra suggerita dalla stessa enunciazione del pro- blema, cioè che lo
Spirito e il soggetto siano due realtà re- ciprocamente irriducibili. Si è
visto infatti che lo Spirito non imporrebbe, come in- vece impone, le sue leggi
ai fatti sperimentabili, se non fosse il creatore di questi fatti; e tra i
fatti osservabili vi sono di certo i fatti psichici costituenti la coscienza
empirica di ciascun uomo: sensazioni, piaceri e dolori, desideri, ti- mori,
aspirazioni, ricordi. | Ciò, che in ciascun uomo si aggiunge in qualche modo
al- lo Spirito, è una creazione dello Spirito. Ma ci dobbiamo an- . che
intendene bene chiaramente sulla natura di una tale creazione. Un fabbro
ferraio con degli utensili, del fuoco è del ferro, costruisce una serratura ;
la serratura costruita non è il processo del costruirla. Ma in ordine allo
Spirito è im- possibile ammettere una distinzione analoga tra i fatti psi-
chici che ne sono creati ed il processo del crearli. Come ab- biamo già
rilevato, noi, ricorrendo allo Spirito, riusciamo a omprendere la possibilità
della cognizione, precisamente perchè nello Spirito l’oggetto noto e la
cognizione coinci- dono. Siccome nello Spirito è impossibile separare il pen-
sare dal fare, cioè il processo conoscitivo dal creativo; e d’al- tra parte il
processo conoscitivo non è qualcosa che si di- stingua dall’oggetto noto, il
medesimo dovrà dirsi anche del processo creativo; cioè i fatti sperimentabili
sono pensieri dello Spirito. S’intende pensieri concreti, cioè non privt di
alcuna determinazione conoscitiva o pratica. Riassumendo: la realtà fenomenica
sarebbe il pensare. dello Spirito; d’altra parte, l'uomo sarebbe ancora lo Spi-
rito, ma ridotto ad una parte sola e piccola del suo pensare, in quanto
l’esperienza di un uomo è senza dubbio qualcosa di ben piccolo di fronte all’esperienza
complessiva di tutti gli uomini e di tutti gli altri soggetti più o meno
analoghi agli uomini. Se ora ci domandiamo: in che modo lo spirito, a cui è es-
senziale il suo pensare, che non può non essere uno, e quindi un tutto
inscindibile, possa collegarsi, qui con una parte minima del suo pensare, là
con un’altra parte minima del'o stesso pensare, ecc., così da costituire la
moltitudine dei soggetti, non ci sarà facile trovare una risposta soddi-
sfacente. Inoltre : lo Spirito sarebbe tutto in ciascun di noi, men- tre non
c’è alcun di noi che possieda, che abbia cioè co- struita nella sua coscienza
la totalità del pensiero logico. ‘Quello che ia so di Fisica, o di Geometria, o
di Storia uma- na ecc., è come niente in paragone di ciò che altri ne san- no;
€ tuttavia il conoscente sarebbe sempre il medesimo Spirito, in me come in
qualunque altro. E ancora: tra gli uomini, e sempre nel campo del pensare
logico, non man- cano le più vive opposizioni, dovute certamente a ciò, che di
due contendenti, ciascuno ignora, o non valuta conve- nientemente, qualcosa che
al pensiero dell’altro è fonda- mentale. Queste opposizioni suppongono dunque
delle ignoranze, delle quali d’ordinario ci si rende ragione riflettendo che
ciascun uomo è un’essere limitato, mentre secondo la dot- trina che andiamo
esponendo, le ignoranze medesime do- vrebbero essere messe a carico dello
Spirito; cosa d’altra parte impossibile, perchè lo spirito non è limitato, e
perchè (1 Spirito non può ignorare nulla, non essendovi altro in ul- timo che
il suo pensiero. Impossibile negare che la dottrina esposta include pa- recchie
difficoltà; il che ci costringe a indagare se la critica da cui la dottrina fu
ricavata non esiga un ulteriore appro- fondimento. L’UNICITÀ DEL SOGGETTO $ 1.
— La cognizione oggettiva dei soggetti. L’opinione corrente, che i soggetti
siano molti, non è senza ‘dubbio eliminata-col riconoscere, come si è fatto,
che i sog- getti hanno tutti un pensare comune, Qin _Altri termini che tutti
sono determinazioni dello Spirito. Ebbene: am- messo che i soggetti siano molti
conviene ammettere, che ciascuno di loro abbia cognizione di parecchi altri,
che anzi li possa conoscere tutti. E’ anzi evidente per ciascuno, che delle sue
cognizioni una gran parte, possiamo anche dire la parte più importan- te,
consiste nella sua cognizione di altri soggetti. Ed ora dobbiamo domandare, se
questa cognizione di altri soggetti, anche di un solo, sia possibile. Un
soggetto è l’unità di un conoscere; possiamo anche dire con maggiore esattezza
: è un conoscere; perchè il co- noscere non ci sarebbe se non fosse unificato.
Ora l’altrui conoscere a ciascuno di noi rimane affatto estraneo. Per- chè io
se potessi accogliere nella mia coscienza il processo conoscitivo costituente
un’altro soggetto, sarei quest’altro soggetta; se almeno il soggetto è la
coscienza di un processo conoscitivo. Da ciò si conclude, che se anche ci sono
molti soggetti, nessuno di questi può saper nulla di nessun’altro. Il che
trasforma la pretesa certezza che ci siano molti sog- getti, in una ipotesi
assolutamente inverificabile, cioè in- fondata. Si opporrà : io vedo pure degli
uomini di cui ciascuno "a un corpo simile al mio, li sento parlare, ecc.;
in certe circo- stanze li aiuto e ne sono aiutato; qualche volta li disturbo e
ne sono disturbato ; benchè non possa rendermi consapevole integralmente dei
loro processi conoscitivi, tuttavia so qual- cosa di ciò che pensano e di ciò
che vogliono; provo per loro simpatia o antipatia; e così di seguito. Tutto ciò
è vero, ma non oltrepassa la sfera della mia cognizione concreta. _ In altri
termini: che io pensi oggettivamente altri sog- getti aventi con me come tali
non poche relazioni, è un fatto indiscutibile che trovo nel mio pensare. Ma per
dimo- strare che sia qualcosa di più, converrebbe annullare molte
considerazioni già esposte, alle quali pure non si è trovato nulla da opporre,
nelle quali anzi abbiamo riconosciuto un valore ‘critico superiore ad ogni
eccezione. Per esempio: il dubbio che ora solleviamo sull’ esistenza dell’altro
soggetto, è assolutamente comparabile a quello che abbiamo sollevato intorno
all’esistenza del mondo fisico. Intorno a questo abbiamo detto con Berkeley:
esiste certamente il mio pensiero del mondo fisico; ma che il mondo fisico
esista, come si crede comunemente, all’infuori del mio pensiero, è almeno
dubbio, anzi è da escludere, perchè, finchè il mio pensiero non muta, esista o
non esista il mondo fisico, io me lo rappresenterò SFEIDIS allo stesso modo.
Se, in questo ragionamento, alle parole, mondo fisico so- stituiamo le parole
altro soggetto, la forma del ragiona- mento rimane invariata, e quindi anche la
conclusione: © devo attribuire anche al mondo fisico una esistenza fuori del
mio pensare, o non posso attribuire una tale esistenza. nemmeno all’altro soggetto.
| Contro il solipsismo a cui si arriverebbe in tal modo, non “si ricava nessuna
obbiezione dalla dottrina dello spirito quale fu esposta precedentemente. Senza
-dubbio, se i soggetti conoscenti sono molti, cia- scuno deve possedere, o più
esattamente poter sviluppare un pensiero comune con gli altri; ciascuno cioè
dev'essere una determinazione del medesimo Spirito; ma perchè io pos- sa dire :
lo Spirito che vive in me non vive soltanto in me, io devo aver ammesso in
precedenza di non essere io l’u- nico soggetto; e questo è appunto ciò di che
si discute. $ 2.-— L'unità della coscienza. La necessità logica, senza della
quale non ci sarebbe co- gnizione, ‘ha, secondo la dottrina di Kant (che su
questo pun- to abbiamo riconosciuta superiore alla critica), il suo fonda-
mento nel soggetto; vale a dire nell’unità della coscienza 0 del pensiero. Ma
se ammettiamo una moltitudine di sogget- ti, l’unità del pensiero non è più
ammissibile, quantunque 1 soggetti siano tutti, senza eccezione, determinazioni
di un medesimo Spirito. Lo Una coscienza che includa la totalità degli elementi
em- pirici, che sono essenziali rispettivamente all’esserci dei di- versi
soggetti, non esiste se i soggetti sono molti e cia- scuno è ‘una coscienza
distinta dalle altre. lo non posso am- . mettere che un’altro soggetto pensi
contrariamente a ciò che lo penso necessariamente. Ma se approfondiamo questo
pun- to, riconosceremo, che un tale mio non ammettere si fonda sopra
quell'unità chè sono io, e non si fonda su altro. Se per esempio io dicessi: a
me non è possibile concepire un’e- quazione di secondo grado con più di due
radici, ma un al- tro la potrà concepire, io contraddirei a me stesso, non po-
tendo io attribuire ad altri una concezione che non fosse una mia concezione.
Dunque la molteplicità dei soggetti risolve la realtà in un tritume di pensieri
privi di unificazione, quin- di privi di necessità intrinseca, cioè sforniti di
ogni valore conoscitivo. Se invece ammetto che tutto il reale sia pensiero mio,
e soltanto mio, il reale sarà necessariamente unificato in quel centro che sono
io stesso; e la dispersione che ridur- rebbe il pensiero all’assurdo sarà
evitata. $ 3. — Discussione del solipsismo. Dalla chiusa del paragrafo primo e
dal paragrafo secondo è risultato che per evitare le difficoltà inerenti alla
dottri- na dello Spirito, conviene ammettere che vi sia un solo sog- getto
conoscente; non già nel senso che i soggetti siano molti ma diffieriscano
soltanto per degli elementi empirici; bensì nel senso che vi sia un soggetto empirico
unico, as- sociato si intende con la spiritualità che gli inerirebbe in modo
esclusivo, e che insomma sarebbe tutt’una con esso. Per chiarire bene questo
punto ricordiamo le difficoltà incontrate nella dottrina precedente. Secondo
questa dottri- na, lo Spirito non è una coscienza .distinta da quelle dei
soggetti singoli; anzi non si rende consapevole che in que- sti. Allora i
soggetti singoli sono costitutivi dello Spirito ed essenziali a questo, sono
cioè suoi prodotti necessari. E quindi la distinzione tra la logicità dello
Spirito e l’acciden- talità che distingue i soggetti singoli tra loro,
svanisce, non Qi essendovi nulla di accidentale. La dottrina dello Spirito sa-
rebbe dunque in contraddizion: con se stessa. Inoltre: 0 Spirito, quantunque
sia il solo conoscente, non può tutta- via conoscere che nei singoli; e perciò
manca nel pensare l’unità, solo fondamento possibile della necessità logica.
Nell'ipotesi solipsistica svaniscono entrambe le difficol- tà; resta vero che
lo Spirito non conosce che in quanto as- sume la forma di un soggetto empirico,
ma questa forma essendo unica, l’unità di coscienza è intanto assicurata.
Ancora : gli elementi che danno allo Spirito la forma di soggetto empirico,
benchè necessari come nell’ipotesi dello Spirito che si realizza in molti
singoli, siccome però costitui- scono un gruppo solo, non danno luogo
all’opposizione so- pra enunciata tra l’esigenza unitaria dello Spirito che
pro- duce questi elementi, e la moltitudine dei loro gruppi, la quale non
essendo unificata, per la solita ragione, dovreb- be sfuggire alla necessità.
Riman da vedere se il solipsismo non dia luogo a diffi- coltà d’altro genere;
il che, se ci limitiamo alla considera- zione del problema conoscitivo sotto
l’aspetto in cui ci si è presentato fino ad ora, sembra da escludere. | E° ben
certo che tutto quanto io sappia o in qualunque modo io pensi, è incluso nella
mia coscienza, e che un pensiero non soddisfacente a questa condizione, mi è
asso- lutamente impossibile. Accade che io parli con un’altro e che ne riceva
delle informazioni alle quali senza il collo- quio non sarei arrivato. Ma
l’altro con cui parlo e il processo con cui l’’altro m’informa, sono certamente
pensieri miei, altrimenti non saprei nulla nè del processo, nè del sog- getto
con cui parlo. | Dunque non risulta che i nuovi pensieri di cui m’arricchi- sco
siano di fatto, e nel senso attribuito comunemente al ter- DE mine,
informazioni da me ricevute; quello che certamente risulta è che i nuovi
pensieri sono costruiti da me in base: | a quei pensieri miei che sono l’altro
soggetto ed il processo informativo, collegati generalmente con altri pensieri,
dei quali non è dubbio che siano formazioni mie. Concludendo : il solipsismo è,
con lo stesso pensiero vol- gare, in un opposizione molto meno radicale di
quanto sem- bri. Stando al pensiero volgare io conosco un'altro soggetto, €
l’altro soggetto conosce me. Di queste due affermazioni, la prima, sulla quale
non può cadere dubbio, è ammessa dal solipsismo, che non esclude punto l’idea che
io mi formo dell’altro soggetto, ed alla quale si riduce la mia cognizione di
questo. Il solipsismo nega soltanto che l’altro soggetto co- nosca me; ora su
che fondamento posso io attribuine all’altro soggetto una cognizione di me, dal
momento che tale cogni- zione rimanendo chiusa nella coscienza dell’altro
soggetto, rimane a me del tutto estranea? Negando che l’altro soggetto conosca
me, ossia negando al sogget‘o che io penso il carattere di una esistenza non
essenzialmente subordinata a me, sembra che il dire: « io conosco l’altro
soggetto », diventi una frase priva di signifi- cato. Ma in fatto le resta quel
significato che tutti le rico- noscono, cioè di essere l’espressione di un
pensiero mio, e svanisce soltanto quel significato che non si riesce in alcun
modo, nè a comprendere nè a giustificare. Un esempio: passando per istrada
sento uscire da una finestra le grida straziaati di una donna che implora soc-
corso; immagino, che là dentro si stia compiendo un de- litto; si tratta invece
di un’attrice che studia la sua parte; potrebbe anche trattarsi di un fonografo
che riproduce una scena drammatica. sui 93 Su $ 4. — Countinuazione. Anche
restando nel campo conoscitivo non sembra in ogni modo che ogni difficoltà sia
superata. Io per esempio, leg- go un libro che ritengo scritto molti secoli or
sono. Il so- lipsista fa notare che il libro è un pensiero mio e che i pen-
sieri suggeritimi dalla lettura, non essendomi noti che in quanto sono inclusi
nella mia coscienza, io non sono autoriz- zato a riferirli ad altri che a me;
il che richiederebbe che io avessi potuto seguire i pensieri medesimi anche
prima che fossero nella mia coscienza; cosa impossibile. E tut- tavia il valor
di quei pensieri cambia notevolmente, se io mi decido a considerarli come soltanto
miei. Se quei pensieri sono di Cicerone, cioè di un romano vissuto nell’ultimo
se- colo prima di Cristo, hanno, come rivelazione della civiltà d’allora, una
coerenza, un’importanza ed un significato, che perdono del tutto, se invece
sono pensieri unicamente miei, cioè formazioni della mia coscienza, necessarie
sen- za dubbio, ma non più di tante altre alle quali non attribui- sco valore
di sorta. Il solipsista risponderà che il mio riferire quei pensieri ad un uomo
determinato, vissuto in un tempo ed in un luogo determinato e perciò connessi
con altri pensieri pro- pri di quell’uomo, di quel luogo e di quel tempo, non
mi fa uscire da me stesso, perchè le circostanze di persone, luogo, tempo, non
sono considerabili da me-che in quanto sono miei pensieri. Non sembra vi sia da
replicare; tuttavia la difficoltà non è superata; essendo certo che per il
solipsista conseguente, la storia e il pensiero si riducono in ultimo a delle
frivolezze. Costituiscono di certo la sua vita; ma una vita necessaria- mente
chiusa in sè stessa perchè unica, non ammette quei valori, che tutti noi
riconosciamo perchè li riferiamo ad una —- 94 — collettività non ad alcun uomo
isolato. Il che ci mette sulla via, se non di cogliere in fallo il solipsismo,
almeno di solle- vare un dubbio in proposito. Il solipsista per sviluppare la
sua dottrina, deve necessa. riamente supporre che un pensiero, incluso nella
coscienza d’un soggetto, sia escluso dalla coscienza di un'altro. Si può
dubitare, non senza fondamento, che il concepire a questo modo la relazione tra
la coscienza singola ed il pensiero, sia una concezione materialistica del
pensiero. Senza dubbio questo portafoglio, se l’ho in tasca io, non può essere
nella tasca di un’altro; ma pur anche nelle cose materiali, se passiamo dal
considerarne la collocazione a con- siderarne la proprietà in senso giuridico,
l’alternativa di cui sopra svanisce. Tizio e Caio possono essere compro-
prietari di una casa; donde risulta, che se un’incendio distrug- ge la
proprietà di uno dei due, anche la proprietà dell’altro viene distrutta ipso
facto. Una ragione, perchè uno stesso pensiero non possa venire incluso in due
coscienze singole, non è stata mai addotta. Non basta certamente che due ab-
biano uno stesso pensiero perchè ciascuno dei due conosca un tale pensiero
dell’altro. Comunque, fatto sta che una co- munanza parziale di pensiero tra
soggetti è ammessa uni- versalmente ; il fatto stesso che due soggetti possono,
se- condo l’opinione comune, intendersi, prova, non che i sog- getti siano due
e che ci sia un’intendersi, ma che non c'è nulla di assurdo nell’ammettere che
due soggetti pensino entro certi limiti concordemente. Il solipsista può
interpretare solipsisticamente quei fatti che d’ordinario si spiegano col
ricorrere ad una comunanza di pensiero; ma il suo modo di vedere resta
ipotetico non meno del modo di vedere opposto. Vedremo più oltre se la
questione, che oramai ha fatto un passo innanzi, sia esau- ribile mediante
altre considerazioni. FORMULAZIONE DEI PROBLEMI FONDAMENTALI $ 1. — Unità di coscienza.
L’unità di coscienza è assolutamente imprescindibile co- me base della
necessità logica estemporanea, ed anche di quella necessità che si attua nel
tempo e che si dice cau- sale, Quanto alla prima è indiscutibile, che delle
opinioni op- poste possono mantenersi e svilupparsi finchè non si pre- sentino
tutte a un medesimo soggetto pensante; questo loro presentarsi è un collidere
che, mettendone in evidenza l'opposizione, rende manifesto come non tutte
abbiano .lo stesso valore. Anche uno stesso uomo può contraddirsi a condizione
che abbia dimenticato, mentre formula un giudi- zio, il giudizio opposto da lui
formulato altra volta; que- st’ultimo giudizio essendo stato dimenticato, non è
incluso in una medesima unità di coscienza con l’altro. Perchè vi sia una
necessità logica, è dunque necessaria una coscienza, rigorosamente una, e che
includa tutto ciò a che si estendo- no le leggi logiche, vale a dire ogni cosa.
E questa coscienza una deve essere tale, da non dare luogo alla subcoscienza;
l'esempio ultimamente addotto essendo una prova, che l’am- mettere la
subcoscienza conduce al medesimo risultato, che l’escludere l’unità di
coscienza. -- 96 — $ 2. — Continuazione. Il medesimo può dirsi in ordine alla
necessità causale, che si riferisce a delle variazioni. Si abbiano in corso due
variazioni riferentisi l’una ad una realtà, l’altra ad un’altra realtà; le due
realtà essendo, supponiamo, non unificate nè unificabili. Non è in questo caso
possibile addurre una ra- gione perchè le due variazioni debbano modificarsi a
vi- cenda, ossia che l’una eserciti una influenza sull’altra. La cosa cambia
d’aspetto, se le due variazioni conside- rate sono variazioni di due realtà
unificate o insomma di una stessa realtà. Se una delle variazioni supposta
sola, fa- cesse acquistare a quella realtà un determinato carattere, e l’altra,
supposta sola, facesse acquistare alla realtà nello stesso tempo un carattere
opposto, evidentemente le due va- riazioni non si potrebbero realizzare
simultaneamente l’una indipendentemente dall'altra; perchè un tale realizzarsi
di entrambe farebbe acquistare alla realtà, nello stesso tempo, due caratteri
opposti. Che sarebbe la realizzazione di un assurdo. La realizzazione di un
assurdo essendo impossibile, bisogna che ciascuna delle due variazioni divenga,
in gra- zia della sua contemporaneità con l’altra, diversa da quella che
sarebbe stata senza dell’altra, per modo che i caratteri fatti acquistare alla
realtà dall’una e dall’altra variazione ri- sultino sempre compatibili. Così
per esempio: se una nave fosse dalla corrente trascinata nella direzione A B, e
dal vento nella direzione A C, la simultanea realizzazione di questi movimenti,
così come si produrrebbero il primo in grazia della sola corrente, il secondo
in grazia del solo ven- to, sarà impossibile. I due movimenti si modificheranno
l’un l’altro, determinando nella nave un movimento secondo ia risultante. Da
quanto si è detto risulta, che le leggi causali suppon- gono delle variazioni,
e che le variazioni medesime siano va- riazioni di una medesima realtà; non
essendo impossibile per esempio che di due navi, l’una si muova secondo la
corren- te, l’altra secondo il vento. Non pare che vi sia luogo a con- siderare
l’unità di coscienza. Ma se la realtà in questione fosse qualcosa di anche
parzialmente estraneo alla coscien- za, non ci sarebbe ragione di credere, che
per la realtà stes- sa l’assurdo, cioè l'unificazione di due pensieri opposti,
co- stituisse un’impossibilità. Se l’assurdo è qualcosa che dalla realtà non
può venir ammesso, poichè senza dubbio l’as- surdo è applicabile soltanto al
pensiero, bisogna concludere che la realtà stessa è pensiero. Così per esempio
noi pos- siamo dire che la geometria vale per il mondo fisico in quanto
sappiamo che il mondo fisico si estende nello spazio; ma la geometria non ha
valore alcuno in ordine alle nostre passioni perchè le nostre passioni non
occupano uno spazio. In breve; le relazioni causali, essendo fondate sopra la
ne- cessità logica, suppongono che il reale, per cui valgono, sia un pensiero
incluso nell’unità della coscienza, la necessità logica non avendo significato
che per un tale pensiero. $ 3. — Unità e moltiplicità della coscienza. Tra
tutte le dottrine filosofiche il solipsismo ha cer- tamente il grande vantaggio
di somministrare una conce- zione chiara e precisa dell’unità di coscienza: la
coscien- za non può non essere una dal momento che è unica. Ma se noi
ammettiamo, a qual si voglia titolo e’ sotto qualsiasi a- spetto, una
molteplicità di soggetti, sorge il problema come si possa parlare di coscienza
una, quando si ammettono tan- 7 te coscienze distinte quanti sono i soggetti.
La soluzione che di questo problema ci presenta la dottrina dello Spirito, ab-
biamo già visto non essere nè in tutto chiara, nè in tutto sod- disfacente.
Ammettiam pure che ogni soggetto sia riducibile al me- desimo Spirito associato
con diversi gruppi di determina- zioni. Se lo Spirito fosse, in tutto e per
tutto, il pensante in ogni soggetto, non si vede che funzione resti alle deter-
minazioni per cui un singolo differisce da un altro. Ancora : ‘ciascun di noi
essendo lo Spirito, dovrebb’essere consape- vole di questa identità con gli
altri; ciò che non è. Siano quante si vogliano le ragioni, con cui si pretende
aver dimo- strata la medesimezza. del pensante nei soggetti singoli; noi, anche
se non sappiamo rispondere a quelle ragioni, ad ogni modo non viviamo la detta
medesimezza, e il solo sup- porla ci fa l'impressione d'un paradosso: come mai
son tutt'uno con l'altro, col quale non riesco a mettermi d’ac- cordo? E se la
medesimezza è condizione sine qua non del mio conoscere, come mai posso
conoscere senz’'accorgermi della medesimezza, ed anzi escludendola ? Contro i
tentativi che si fanno per mantenere la moltepli- cità dei soggetti o delle
coscienze, viene opposto che i molti soggetti sono soltanto empirici, perchè la
necessità è univer- sale, ossia non è qualcosa per cui un soggetto differisca
da un altro. Ora che l’empiria possa e debba valere in ordine alla vita
vissuta, non è dubbio. Ma la vita in quanto è vis- suta non è la filosofia, la
quale ha per iscopo di compren- dere la vita e non di viverla. Dobbiamo
rispondere a questa obbiezione. ‘Perciò notiamo: in primo luogo, che il
soggetto singolo non è estraneo al pensiero necessario, anzi è, secondo la
dottrina dello Spirito, il vero conoscitore della necessità, per- — 99 — chè lo
Spirito non si attua che nei soggetti singoli. D’altron- de : se il pensiero
necessario è universale, in questo senso» che nessun soggetto può negarlo senza
disorganizzare se stesso, non è peraltro universale nel senso che ogni soggetto
lo conosca nello stesso modo di un’altro. L’ignorante non si occupa dei
problemi che andiamo discutendo ed anzi non ii comprende, benchè anch’egli si
valga della necessità logica nella risoluzione dei problemi che gli si
presentano. Dun- que i soggetti sono molti anche in ordine alla conoscenza che
hanno del pensiero necessario, che si riconosce diversa dall’uno all’altro.
Inoltre: sta bene dire che la filosofia non è senz'altro identificabile con la
vita vissuta, e non si 0c- cupa delle contingenze particolari a questa. Ma una
filosofia che prescindesse dalla vita vissuta, e che dunque non potes- se
mettere in chiaro le condizioni perchè una tale vita pos- sa essere vissuta,
mancherebbe al suo fine. Infatti : se, malgrado la costruzione filosofica, la
vita vis- suta rimanesse qualcosa d’'incomprensibile, anzi qualche cosa che
sotto il punto di vista filosofico si dovesse dire impossi- bile, il pensiero
di ciascuno si troverebbe scisso in una dua- lità irriducibile all’unità. La
filosofia costruita non sarebbe che la sistemazione di un pensiero astratto; e
non si vede che valore potrebbe attribuirsi ad una tale sistemazione, dal
momento che, malgrado essa e di fronte ad essa, la moltepli- cità empirica non
sarebbe nè sistemata nè sistemabile. Mentre poi è troppo evidente, che tra il
pensiero necessa- rio e l’esperienza corrono molte relazioni. L’esperienza
trova nel pensiero necessario le sue leggi all’infuori delle quali sarebbe
impossibile; senza spazio, senza tempo, sen- za categorie, o almeno senza
causalità, non è possibile alcuna esperienza. Correlativamente, il processo, a
cui ri- corre ogni soggetto per innalzarsi al pensiero necessario, ng n i nn] è
costituito, non diciamo in tutto e soltanto, ma per certi fattori che gli sono
imprescindibili, dall’esperienza. Per esempio : io non arriverei a costruire
l’aritmetica se non avessi l’attitudine a contare; ma il contare implica, da
una parte una molteplicità numerabile certamente sperimen- ‘tale, dall’altra,
il processo mio del contare, ossia un certo mio compiere degli atti
succedentisi nel tempo. Abbiam detto bensì or ora, che il pensiero necessario
non è riducibile per intiero a quell’esperienza, mediante la qua- le noi vi ci
solleviamo; se così fosse, il pensiero necessario non ci sarebbe. Ma
l’elemento, che si-aggiunge all’esperien- za, si risolve nell’unità del
soggetto singolo, unità che alla sua volta implica l’unità universale. Io
riconosco nel mio pensare un fondamento necessario in quanto esso mio pen-
sare, come unificato nella mia coscienza, non tollera nessuna contrarietà
intrinseca; e riconosco d’altra parte che la mia u- nità implica una più
profonda unità universale, perchè so che le opposizioni escluse dal mio in
grazia al suo essere unificato in me, sono escluse anche dal pensare di ogni
al- tro singolo. Concludendo; noi dobbiamo assumere insieme così l’unità
universale come la molteplicità in ‘ordine al pensiero. Rico- nosciamo la prima
in quanto non ci appaghiamo di una mol- teplicità sparpagliata, e riconosciamo
la seconda in quanto esigiamo che l’elemento unificatore compia, in ordine alla
esperienza, la sua funzione unificatrice. Con questo i due problemi dell’unità
e della molteplicità non sono risoluti, ed anzi dai due ne sorge un terzo, come
cioè si possano conci- liare unità e molteplicità. li aa $ 4. — La
subcoscienza. La subcoscienza non è molto facilmente concepibile; si può
nondimeno riconoscerla con certezza come un costi- tutivo essenziale del
pensiero in quanto è accentrato in una moltitudine di soggetti singoli.
Accenniamo rapidamente i fatti che provano il nostro asserto, e che nel loro
insieme servono a determinare la nozione di subcoscienza. Ogni singolo
dimentica; evidentemente perchè limitato, cioè incapace di avere presente
sempre un troppo gran nu- mero di pensieri distinti. Ma il pensiero dimenticato
è gene- ralmente ricordabile; non è dunque svanito con la dimenti- canza. Ìl
pensiero di cui posso ricordarmi è, fin quando non lo ricordi, caduto in una subcoscienza
che mi è particolare; perchè io soltanto posso ricordarmi di ciò che ho pensato
(1). Abbiam già rilevato, che il ricordo non può essere un fatto nuovo, quanto
si voglia simile al pensiero precedente; 10 posso leggere un libro senza
ricordarmi d’averlo già letto. E che, senza il ricordo, il pensiero attuale non
sarebbe generalmente possibile, o sarebbe in ogni caso diversissimo da quello
che è. Per accertarsene basti riflettere che il nostro pensare non acquista una
precisa determinazione, se non è asso- ciato con la parola; noi se anche non
parliamo con altri, dobbiamo, se vogliamo pensare in modo preciso, espri- (1)
Fu merito particolare a Leibniz l’avere introdotta con gran- de chiarezza e
dimostrato perentoriamente che la subcoscienza è un costitutivo essenziale ad
ogni singolo, cioè per adottare il suo linguaggio, ad ogni monade; mentre anzi
le monadi affatto sub- conscie sono in numero di gran lunga maggiore. Cfr. $ 1.
e 2. del cap. V. -— 102 — mere verbalmente il nostro pensiero a noi stessi. Evi-
dentemente le parole, che associamo col nostro pensiero per determinarlo,
devono essere significative; ma pensare attualmente il significato di una
parola, significa pensare at- tualmente la definizione della parola, e noi
attualmente non pensiamo quasi mai, nell’uso che facciamo delle parole, tali
definizioni. Possiamo bensì richiamarle all’occorrenza; ma di regola non le
pensiamo, e non potremmo pensarle senza turbare il processo che stiamo
svolgendo. Si conclude, che i significati delle parole associate col nostro
pensiero, sono bensì elementi essenziali al nostro pensiero, ma elementi non
attualmente pensati, cioè subconsci. Oltre alla subcoscienza inerente a ciascun
soggetto singolo, .ne dobbiamo prendere in considerazione un’altra: per ogni
singolo il pensiero dell’altro è in molti casi un pensiero sub- conscio.
Consideriamo due che discutono insieme : ciascu- no ha un pensiero attuale
integrato come dicevamo da ele- menti subconsci. Ciascuno però, quantunque
riconosca, € cioè pensi attualmente, qualcosa dell’altrui pensare attuale,
riconosce insieme, che questo qualcosa non esaurisce il pen- sare attuale
dell’altro. Insomma: ciascuno dei due, rispetto al pensare dell’altro, è in una
situazione simile a quella in cui è di fronte al suo stesso pensare se questo è
troppo com- plicato per poter essere tutto presente. Supponiamo per e- sempio
che io voglia recitare i primi cinque canti della Divi- na Commedia che ho
imparati a memoria; questo mio pen- siero è per la massima parte subcosciente e
va poco alla volta risalendo alla coscienza. Vi è qualcosa di simile nella -
mia posizione di fronte al pensiero altrui, del quale mi vado rendendo
consapevole un po’ alla volta e sempre imperfet- tamente. Il processo con cui
me ne rendo consapevole non è un ricordare; ma gli è paragonabile in questo
senso, che -- 103 — io so ci andare estendendo la mia cescienza in un campo
‘che attualmente appartiene ad una coscienza distinta dalla mia, e che può
appunto per ciò essere assimilato anche dalla mia. $ 5. — Inammissibilità della
subcoscienza. Così risulta provato, che la subcoscienza è ineliminabile, dato
che i soggetti sian molti e che ciascuno sia limitato. Ma d’altra’ parte non si
può non riconoscere che la subcoscienza quantunque ineliminabile non è
ammissibile. Un’uomo che sia in atto di pensare, si può trovare, almeno per
quanto pare a primo aspetto, in due condizioni diverse : di contemplazione la
prima, e di azione la seconda. Noi pos- siamo aver presente un'immagine
sensibile oppure un'idea : l'immagine o l’idea sono contemplate in quanto ci
limitiamo ad averle presenti nella coscienza. La contemplazione differisce
dall’azione della quale par- leremo poi; è una condizione di passività. Può
darsi, anzi è sempre il caso, che per proseguire od anche per incominciare la
contemplazione si richieda un’azione : attendere all’imma- gine o all’idea,
eliminare le sensazioni che ce ne distoglie- rebbero; ma tale azione benchè
necessaria perchè si contem- pli, non è per altro un costitutivo della
contemplazione. Non tutte le idee sono immagini sensibili; per esempio non sono
immagini le idee di causa, di virtù, di vizio ecc. In. che cosa consistano
queste idee, dovremo brevemente inda- gare; notiamo intanto che, nei giudizi
generali, d’ordinario Soggetto e predicato sono idee non riducibili ad
immagini, e che le immagini propriamente dette, perchè si possano intro- durre
in un giudizio, devono prima essere convertite in idee. Infatti : è chiaro che
in un giudizio non è possibile intrpdurre, nemmeno come soggetta, un corpo considerato
nella sua con- cretezza; e ciò perchè il corpo è qualcosa di eterogeneo a
quella formazione mentale a cui si riduce il giudizio. Per la ragione medesima
neanche una sensazione, semblice © associata con altre, può come tale venire
introdotta. in un giudizio; e quel che diciamo di una sensazione si deve _dire
anche dell'immagine sensibile. i i Quest’impossibilità d'introdurre nel
giudizio l’immagine, rimase a lungo inavvertita, e a molti sembra un paradosso,
stante il nesso molto stretto tra un’immagine sensibile e l’idea di
quest'immagine. Ma è dimostrata, per dt an- che dal modo con cui ora procedono
i geometri. Euclide affer- ma, che due rette non possono avere in comune più di
un punto; un tal giudizio sembra inferito dalle due idee imma- gini di retta e
di punto. Ma la geometria moderna procede in un altro modo; dirà per esempio :
esistono degli enti spaziali che si dicono rette ed altri che si dicono punti,
caratterizzati gli uni e gli’ altri da certe proposizioni che li collegano,
delle quali una è .a riferita, cioè che due rette non possono avere in comune
più — di un punto. Questa proposizione però non ha il medesimo senso presso i
moderni e presso Euclide, perchè secondo Eu- clide ha un valore intuitivo, cioè
si ricava dalle idée im- magini di retta e di punto; mentre secondo i moderni
ha un valore di definizione, ossia è una di quelle proposizioni che i geometri
assumono per formarsi, di retta e di punto, delle idee ben precise. E’ certo,
che, al procedimento costruttivo di queste idee, le immagini di punto e di
retta non-rimasero estranee; ma è non meno certo che le idee ottenute come si
disse, non hanno più in sè alcun elemento rappresentativo. E questa loro
purezza è appunto ciò che rende rigoroso il ra- — 105 — ziocinio geometrico;
l'evidenza che si fonda sulle immagini, essendo illusoria, perchè l’immagine
come tale non è in- troducibile nè in un giudizio nè in un ragionamento. Quando
l’idea non è assolutamente riducibile ad immagine, il nostro contemplarla non
può esser altro in sostanza che un’aver presente il nome o il simbolo
qualsiasi, che la denoia. Ma si è visto che, propriamente parlando, nessun’idea
è riducibile ad immagine; dunque la contemplazione avrebbe in ogni caso per
oggetto un semplice nome (0 altro simbolo); questa è appunto l’opinione dei
nominalisti, tra i quali, per tacere di più antichi, ricorderemo il Berkeley
(1). E’ trop- po evidente che la semplice coscienza di un nome non può essere
un fondamento sufficiente al giudizio ed al ragio- namento; il nome dev’essere
inseparabilmente associato con qualcosa che ne determini con precisione il
significato. Che sarà questo qualcosa ? Richiamiamoci al cenno fatto poco sopra
del modo con cui ora si determinano le idee geometriche : noi abbiamo l’idea di
punto e di retta, in quanto stabiliamo tra punto e retta, certe relazioni, una
delle quali espressa nel giudizio riferito (due rette non possono avere in
comune più di un punto). Il nominalismo
sorse, per opera di Roscellino e di Pietro Abelardo, dal dibattuto problema
degli universali. I generi e le specie non sono che flatus vocis o sermo,
contrariamente a ciò che affermano i realisti. Più tardi verso la prima metà
del XIV secolo la teoria dei sermones si ripresentò nuovamente rie- laborata
nel terminismo di Guglielmo d’Occam che giungeva al- l’affermazione
dell’illusorietà della scienza poichè l’oggetto di que- sta era l’universale
cioè un puro segno. Nel pensiero moderno si ricollega al terminismo dell’Occam,
Tommaso Hobbes per il qua- le il fine della scienza e quindi del pensiero si
riduce in ultima analisi ad un processo assolutamente soggettivo :. alla
concordanza delie nostre rappresentazioni. (E. C.).Vale a dire, l'esserci delle
idee va cercato fuori della con- templazione, e propriamente in un processo
attivo espresso con giudizi e con ragionamenti. Il nome ha un significato, e
quindi è simbolo di un’idea in quanto serve a collegare certi giudizi, che
appunto per essere collegati sono anche ricordabili quando sia neces- sario
pensare in modo chiaro ed esplicito i significati dei nomi. Riassumendo: mentre
secondo Platone il principale mo- mento conoscitivo era la presenza dell’idea o
la sua con- templazione, il giudizio ed il ragionamento essendo resi pos-
sibili da tale presenza dell’idea; dalle riflessioni precedenti risulta, che il
vero momento conoscitivo consiste nell’atti- vità che il soggetto estrinseca
giudicando e ragionando. La dottrina platonica era conciliabile con la
subcoscienza, ed in qualche modo la spiegava; l’idea era un’entità che po- teva
essere o non essere nella coscienza, ed il suo presen- tarsi nella coscienza
veniva concepito come un ricordarla ; dell’idea eravamo consci nel primo caso e
subconsci nel secondo. Ma secondo il modo di vedere suesposto non è l’idea che
rende possibili i giudizi; al contrario sono i giu- dizi che rendono possibili
0 costituiscono le idee. Ora il giu- dizio ed il ragionamento sono
estrinsecazioni di un'attività necessariamente consapevole. Secondo il modo
nuovo d’in- tendere, di cui la stessa esposizione dimostra la superiorità, il
pensiero subconscio non è ammissibile. Il pensiero non esiste che in quanto si
pensa; e pensare senza saper di pen- sare non è possibile. Questo paragrafo ed
il precedente sono tra loro in con- traddizione, il che ci costringe a cercare
in che modo la contraddizione si possa eliminare. a 0 $ 6. — La dottrina
dell'essere ideale di Rosmini. La dottrina di Platone, della quale si è dato un
rapido cenno, fu profondamente rielaborata dal Rosmini (1), il quale riconobbe
che tutte le idee, con una sola eccezione, si co- struiscono mediante giudizi.
L'eccezione, che a lui parve do- versi fare, coricerne l’idea dell’essere
indeterminatissimo. Quest’idea va eccettuata, perchè, dice il Rosmini, nessun
giudizio è possibile senza la copula che in ultimo si può ridurre al verbo è,
implicante l’idea dell’essere. Ma la copula indica una relazione d’inerenza tra
il predi- cato ed il soggetta; e questa relazione non implica necessa- riamente
una forma di esistenza. Sia per esempio il giudi- zio : l’assurdo è impensabile.
Con questo giudizio noi espri- miamo semplicemente che il tentativo di aderire
ad un as- surdo, per esempio di assentire a due giudizi opposti, è tale che
l’attività nostra di pensanti ne viene, relativamente al campo a cui si
riferisce l’assurdo, disorganizzata. Sicchè il tentativo di accogliere
l’assurdo, mette capo non a un pen- siero, bensì alla eliminazione del
pensiero. E’ certo che il nostro riferire implica la nostra esistenza, perchè
noi se non esistessimo non potremmo fare alcun’o- perazione ; la nostra
esistenza per altro, quantunque sia con- dizione del nostro riferire, non è un
costitutivo di esso rife- rire; così per esempio nel teorema di Pitagora è
asserita una certa relazione tra i lati del triangolo rettangolo, non
l’esistenza di un geometra. Cfr. Antonio Rosmini: Nuovo saggio sull’origine
delle idee e Sistema filosofico. (E. C.). = 108: Dunque non è dubbio, che i
primi giudizi di riferimento sono possibili all’infuori dell’idea di essere; e
che per con- seguenza la costruzione per mezzo di giudizi di tutte le idee,
comprese quella di essere, non è più negabile malgrado l'opinione contraria del
Rosmini. Il quale del resto, con l’a- ver dimostrato la costruibilità di tutte
le altre idee, contribuì non poco a stabilire quella che possiamo considerare
come la dottrina certa in proposito. VERITÀ E CERTEZZA – H. P. Grice, “Intention and
Uncertainty” – The Briish Academy -- $ 1. — Verità. Si dice vero un giudizio quando il carattere che vi è
attri- buito al soggetto come suo predicato, appartiene realmen- te al
soggetto. Questa è la nozione comune coincidente: con la definizione scolastica
« Veritas est adequatio rei et intellectus ». In un grandissimo numero di casi,
questa no- zione ha un valore indiscutibile. Sia per esempio il giudizio :
quest’anello è d’oro. Tra i caratteri dell’oro vi è quello di non essere
attaccabile dall’acido nitrico. L’anello viene stro- picciato sulla pietra di
paragone; la traccia che vi lascia viene bagnata con acido nitrico; se rimane
inalterata il giudizio è vero. Similmente : un racconto storico è vera se tutte
le fonti concordano in proposito, se non altro, quanto al punto più
caratteristico. Per queste ragioni per esempio il giudizio: « Annibale vinse la
battaglia di Canne » è indiscutibilmente VETO. o Ma non sempre un giudizio è
verificabile nei detti modi 9 in altri analoghi. Le proposizioni geometriche
sfuggono ad ogni verificazione sperimentale. Noi o le postuliamo, oppu- re le
deduciamo da qualche postulato. Nel primo caso, il dirle vere non può essere
che un modo convenzionale per Indicare che le assumiamo come fondamenti per le
dimo- — 110 — strazioni successive. L’assumerle non è che un’atto nostro,
suggerito forse dall’esperienza, ma non verificabile per mezzo dell'esperienza
come abbiamo notato. Nel secondo la proposizione si dice vera per indicare che
la dimostra- zione con cui fu dedotta, è criticamente inattaccabile; la verità
in questo casa non è che una espressione della cer- tezza della quale sarà
detto in seguito. | | Ma vi sono delle proposizioni, che non sono ricavabili
dall’esperienza, nè deducibili, e che tuttavia sono da tutti considerate come
vere. Tali sono per esempio i giudizi sin- tetici a priori di Kant come sarebbe
questo: « non vi è fatto che accada fuori di ogni connessione causale ». La possibilità
di verificare sperimentalmente un tale giudizio, è da escludere; l’esperienza
non potendosi estendere alla totalità dei fatti. E non è possibile dare del
giudizio una di- mostrazione deduttiva; basti ricordare la critica di Hume già
riferita. Carattere proprio di questo giudizio e degli altri analoghi è la sua
imprescindibilità. Vale a dire noi, se non lo am- mettessimo, vedremmo
degenerare in un caos tutte le no- stre nozioni sull’accadere, intorno al quale
per conseguen- za non potremmo formulare alcun giudizio. In sostanza, il
‘giudizio è vero perchè non ci è possibile rinunziarvi, ossia perchè siamo
certi della sua validità. Anche in questo caso la verità si riconduce alla
certezza. | E’ facile vedere che per gli stessi giudizi verificabili, di cui si
è parlato poco sopra, bisogna in ultimo presupporre questa riduzione; per
esempio, la verificazione del giudi- . zio: quest’anello è d’oro, implica un
processo induttivo. Essendosi già verificato in moltissimi casi, e da
moltissimi sperimentatori, che l’oro non fu mai attaccato dall’acido ni- trico,
si conclude per induzione che in nessun caso l’oro — lil — non sarà attaccato
dall’acido nitrico. Riman da sapere in che senso possa dirsi vero un giudizio
fondato sull’induzione. Che noi abbiamo delle aspettazioni, è un fatto; ed è
anche un fatto che di queste aspettazioni alcune sono smentite altre no. La
possibilità che certe nostre aspettazioni coincidano con certe leggi della
realtà non è da escludere; ma poichè non tutte le aspettazioni si verificano,
sorge il problema del ‘ come si possano distinguere le aspettazioni della prima
classe da quelle della seconda. Il criterio distintivo non può essere che
questo: quando il supporre fallace un’aspettazione ci toglie la possibilità di
ulteriormente orientarci nei fatti di un cert’ordine, allora noi ci teniamo
certi che quell’aspetta- zione coincide con una legge della realtà. Questa
coincidenza, che sarebbe, secondo le prime osservazioni da cui siamo par- titi,
la verità, in quanto è induttivamente fondata è una certezza. La nozione di
verità viene così ricondotta per intiero a quella di certezza. $ 2. — La
certezza. Che significa il giudizio : io sono certo della tale o della tal
altra cosa? Prescindiamo dall’uomo volgare, nel quale talvolta l’ag- gettivo —
certo — è adoperata per esprimere l'incertezza; quando cioè noi ci diciamo
certi per esprimere che ripu- gnamo ad ammettere la possibilità di ingannarci,
e tuttavia non escludiamo assolutamente questa possibilità, nel qual caso
diremmo non: « sono certo » ma « 30 ». Nell’accezione più rigorosa noi diciamo
di essere certi, per esprimere che non ci è possibile pensare diversamente. Ma
questa medesima impossibilità esige un'ulteriore inter- pretazione. | Un uomo
che volesse in ogni modo assentire a due giu- dizi opposti verrebbe con ciò a
disorganizzare il proprio pen- siero in ordine ad un qualsiasi argomento a cui
si riferissero i detti giudizi. E’ chiaro per esempio che se io mi ostinassi a
voler assentire ai due giudizi: quest’anello è d’oro, e quest’anello è d’ottone
dorato, non potrei più intorno a quel- l’anello formarmi alcun pensiero non
caotico, venire ad un qualsiasi risultato. Sicchè se fosse possibile ad un uomo
di compiere il detto sforzo in ordine a tutti i giudizi opposti possibili,
quell'uomo avrebbe cessato di esistere come essere conoscente. Quella certezza
di cui ora si è parlato è dunque un'’esi- genza intrinseca della conoscenza
come tale, che va ben di- stinta dall’esigenza del soggetto conoscente in
quanto è an- che sensitivo. Un uomo prova una grande ripugnanza ad abbandonare
un'opinione che abbia fino dall’infanzia ritenuta valida; ma questa ripugnanza,
a qualunque segno arrivi, si riferisce a lui come dotato di sentimento, non
come soggetta conoscen- te; l'abbandono dell'opinione gli sarà doloroso ma non
costi- tuisce la piena disorganizzazione del suo pensare. | Con tutto ciò la
certezza non manca di presentare delle difficoltà sulle quali dobbiamo
trattenerci. E’ chiaro intanto che la certezza rigorosa, di cui parliamo e che
abbiamo carat- terizzata, non esiste se non a condizione di essere universale;
si fonda infatti, come notavamo, su di un’esigenza della co- gnizione come
tale, o diciamo del soggetto in quanto cono- scente; ora la Cognizione se anche
soltanto mia in questo mo- mento, è comunicabile ad ogni soggetto, ed è per
conseguen- za universale. — dig D'altra parte si osserva non di rado, che due
uomini sono ugualmente certi l’uno e l’altro ma in sensi contrari; nessu- no
dei due può, senza disorganizzare il suo pensiero, am- mettere che il pensiero
dell’altro non sia disorganizzato. La difficoltà si risolve notando che non
sempre l’uomo si rende un conto esplicito di tutto il suo pensiero. Donde
viene, che due ricavino rispettivamente le loro con- clusioni da premesse
ritenute identiche, senza esser tali; espresse con la medesima formula, che
tuttavia è intesa da entrambi con qualche diversità della quale nessuno si
rende un conto esplicito. . Concludendo, la certezza, in quanto ha il suo
fondamento nell’unità particolare del soggetto singolo, si riferisce alla di-
pendenza delle mie conclusioni dalle premesse intese come io le intendo; e può
non essere assoluta o diciamo univer- sale, se io non sono certo altresì di
intendere le premesse nel senso in cui vanno intese. Per avere questa seconda
certezza, io devo eliminare dalle premesse ogni sottinteso, Cioè ogni elemento
subconscio. Il problema della certezza si riduce dunque alla elimina- zione del
subconscio. Noi sappiamo che la subcoscienza è un costitutivo essenziale del
singolo; ma qui si tratta di tra- sformare in coscienza esplicita, non tutta la
subcoscienza, ma quel tanto di subcoscienza o di sottinteso, da cui fos:e af-
fetta l'intelligenza delle premesse di un ragionamento. Anche ridotta in questi
limiti, l'eliminazione della subco- scienza presenta non poche difficoltà.
Conviene per altro distinguere la questione di principio dalla questione di
fatto. In linea di fatto la difficoltà può sembrare insuperabile in certi casi.
Per esempio: se rifacendo cento volte la mede- sima somma ottenessi ogni volta
un diverso risultato, non potrei accertarmi se uno dei risultati ottenuti sia
esatto, e quale. 8 e e i I PE E PI Ma in linea di principio, la difficoltà è
superata. -Ogni sin- golo è incluso in una superiore unità di coscienza, la
quale non avendo in sè nulla di subconscio è capace di una cer- tezza assoluta.
Per giungere anch'egli a una certezza asso- luta il singolo ha davanti a sè
aperta una via sicura: iden- tificare un suo pensiero determinato con la forma
che que- sto pensiero assumerebbe nella coscienza universale. & 3. —
Certezza e verità. Il criterio della verità si riduce alla certezza, non essen-
done possibile un altro come si è visto nel $ primo. La proposizione, di cui
siamo certi, viene appunto per ciò designata come vera. Questa designazione
significa la coin- cidenza tra ciò che la proposizione dice, e ciò che di fatto
esiste; affinchè la definizione della verità, mediante la cer- tezza, non sia
priva di senso, noi dobbiamo far vedere che la detta coincidenza è possibile;
ossia che gli elementi con-. siderati sono due. | . Si opporrà (cofr. il $ 1),
che nessun uomo può saper nulla del reale all’infuori del giudizio ch'egli ne
forma. Questo è vero; ma tuttavia la realtà non è tuttuno col giu- dizio che un
singolo se’ ne forma, perchè molti singoli pos- sono formare giudizi opposti di
una medesima realtà. La real- tà e il giudizio sono dunque due elementi, che
possono coin- cidere o no; e quindi la verità del giudizio non è un’espres-
sione priva i significato. | | Riman da vedere come sia conoscibile. Sarebbe
indiscuti- bilmente conoscibile da chi potesse identificare il proprio pensiero
di quella realtà col pensiero Divino della medesima realtà; perchè il pensiero
Divino di una realtà è tuttuno con la realtà medesima. — 115 — Ebbene :
discorrendo in linea di principio, e senza per ora occuparci del fatto, a
l’uomo è certamente possibile (cfr. il $ 2) non di giungere all’identificazione
assoluta del pro- prio pensiero col Divino, ma di formarsi un pensiero, che, in
ordine ad un pensiero Divino, riproduca i caratteri es- senziali di questo;
all’infuori, s'intende, del carattere crea- tivo. Noi conosciamo la verità
quando riusciamo a confor- mare, nel modo indicato, il pensiero nostro col
pensiero Divino. In linea di fatto, l’ottenere tale conformazione può essere
difficile, ma non impossibile; perchè d’impossibilità non è lecito parlare che
in linea di principio. Ciascun uomo ha dei preconcetti; alcuni dei quali di
ori- gine soggettiva, cioè dovuti a lui, altri d’origine collettiva cioè dovuti
alla convivenza. Una riflessione accurata, e una scepsi appoggiata sul criterio
della certezza, può rilevare que- sti ed eliminarli. Al che riesce di grande
giovamento il con- fronto tra il proprio e l’altrui pensiero; tra il pensiero
ela- borato in una convivenza e quello elaborato in altre convi- venze. Il
preconcetto, cioè il pensiero non giustificato, è pos- sibile in quanto ciascun
uomo è un’essere spontaneo, sempre un po’ capriccioso. Ma precisamente perchè
riferibile in ui- timo al capriccio, il preconcetto è particolare; lo scoprirlo
è dunque tanto più facile, quanto più esteso è il paragone di cui or ora si è
detto. Una verità fondamentale, nota con certezza, è un costi- tutivo
essenziale dell’uomo. Ed è il fondamento, su cui l’e- difizio del sapere può
essere, con fatica e non senza perdi- tempi, costruito in modo sempre più
soddisfacente. TT e ent ta» __—@m———@ — rr e IL TEMPO, LA CAUSALITÀ E
L’ACCADERE – H. P. Grice, “Actions and events” – The Philosophical Quarterly. $
1. — Il tempo e il pensiero. Secondo la dottrina di Kant, già esposta in moda
somma- rio e che riassumiamo, il tempo è una intuizione a priori. Ma possiamo
certamente considerarlo come un costitutivo del | pensiero umano; abbiamo
infatti sul tempo delle cognizioni su cui si può ragionare. L’essergli
essenziale un’intuizione sui generis non costituisce in proposito una
difficoltà, perchè anche le sensazioni che pur sono essenziali a tante nostre
cognizioni, sono in un certo senso intuizioni. Sempre secondo la dottrina di
Kant, il tempo non è reale ossia non esiste che in quanto noi ce ne valiamo in
tutto 1l nostro pensiero ed insomma lo pensiamo. Con questa forma noi
falsificheremmo la realtà. Ora: mentre non si può ne- gare che il tempo è
ideale nel senso testè dichiarato, d’al- tra parte non si può ammettere che il
tempo sia una forma falsificatrice della realtà. Il pensiero non detterebbe
leggi al- la realtà, se la realtà non fosse riducibile a pensiero essa stessa.
In altri termini: lo Spirito, in quanto attua il pen- siero, non si trova di
fronte una realtà; ma questa è alla sua volta un’attuazione del pensiero, non
distinguibile dal pén- siero che per via di astrazione. — 118 — Riunendo queste
riflessioni si conclude, che lo Spirito crea insieme la realtà e il pensiero;
più esattamente : crea qual- cosa, che si può considerar come pensiero sotto un
aspetto e come realtà sotto un altro. Donde si conclude che il tem- po,
essenzialrnente inerente al pensiero, è altresì e appunto perciò, inerente
anche alla realtà. Kant aveva ragione di escludere che il tempo fosse in sè
stesso una ‘realtà o un carattere della realtà in se stessa, ima si ingannava
nel cre- dere ad una realtà fuori del pensiero; la sua dottrina, corret- ta su
questo punto, è conciliabile con la nostra che nel tem- po riconosce un
costitutivo della realtà. $ 2. — Il tempo e l’accadere. Il tempo non è
qualcosa, che in qualunque modo sussista all’infuori dell’accadere. L’accadere
implica necessariamen- te qualche novità ; perchè, se tutto rimanesse perpetuamente
nelle medesime condizioni, evidentemente non accadrebbe nuHa. Le novità possono
ridursi : 1. all’apparire o allo svanire di un essere; 2. all’apparire o allo
svanire di alcun carattere di un essere; in questo secondo caso abbiamo la
variazione di un essere. Siccome tutto quanto esiste costituisce, in quanto
esiste, un’unità, ossia l’unità del pensiero, possiamo considerare ogni
accadere come un variare della detta unità, la quale di certo non può nè
svanire nè prodursi. | Se non ci fosse un accadere non ci sarebbe neanche il
tempo. Infatti se non ci fosse un accadere non ci sarebbero variazioni di
sorta, e non si potrebbe dire : l’unità integrale o una qualsiasi unità
limitata è ora diversa da quello che era — 119 — prima; non ci sarebbe luogo
alla considerazione del prima e del poi, cioè alla considerazione temporanea.
Il che riesce a conferma di quanto notavamo poco sopra : il tempo non è una
realtà per sè stante, o un carattere per sè stante della realtà; il tempo ha
un'esistenza inseparabile dal realizzarsi dell’accadere. ‘ $3.— La causalità
come categoria, In proposito sono da ripetere le considerazioni esposte nel $
1. Non ammettendo che accadano dei fatti Kant escludeva necessariamente che vi
fossero delle cause; la causalità è una categoria, cioè una legge a priori lel
pensiero applicabile soltanto ai fenomeni, vale a dire o ciò che forma oggetto
e contenuto del nostro pensiero. Dalle considerazioni testè ac- cennate, e che
riesce facile applicare al nuovo argomento, appare che in questa dottrina di
Kant è formulata una ve- rità importante anzi fondamentale; ma che dev'essere
cor- retta nel senso, che di fronte al pensiero non sussiste una realtà che ne
venga falsificata, mentre anzi la realtà è lo stesso pensiero considerato nella
totalità delle sue relazioni. Si comprende così che la causalità, mentre sotto
un aspet- to va considerata come una legge del pensiero, sotto un al- tro
aspetto va pur considerata come una legge della realtà; della realtà,
s’intende, in quanto variabile; se per ipotesi | la realtà fosse invariabile
assolutamente non ammetterebbe delle cause. Per conseguenza le cause non sono
che leggi dell’acca- dere. Questo risultato non è in pieno accordo con la
nozione più comune di causa ; nozione che implica sempre, per quanto in modo
impreciso, la transitività, (cfr. $ 5, cap. IV), men- tre finora non fu
possibile precisare con chiarezza |che cosa ci sia di transitivo nelle cause.
Nelle scienze fisiche, in cui la nozione di causa ricevette la determinazione
più pre- cisa e l’applicazione più sicura, il termine stesso di causa venne
abbandonato per sostituirvi quello di legge (formulata in generale
matematicamente). Noi dunque siamo autorizzati a risolvere la causa in legge;
fin quando almeno lo studio. che intraprendiama ci dia occasione di introdurvi
un'altro elemento (forse una specie di transitività). $ 4. — Da che dipende
l’accadere. Sembra evidente alla prima, che l’accadere non possa di- pendere da
nient’altro che dalle cause, di cui appunto per ciò lo si dice un’effetto. Ma
in contrario è da notare, che la causa essendo, come finora dobbiamo ammettere,
una legge dell’accadere, sup- pone l’accadere di cui è legge. Vale a dire: se
non ci fosse un accadere in corso, non ci sarebbe nessuna causa, e quindi
nessun accadere si produrrebbe. Il che non esclu- de, che le variazioni siano
essenzialmente collegate fra di loro da cause che le determinano; ma esclude
che i col- legamenti e le determinazioni siano concepibili all’infuori di un
accadere in corso. L’esserci di un accadere in corso è una condizione perchè ci
siano delle cause che poi deter- minano alla loro volta un accadere nuovo; ma
l’esserci di un accadere in corso non è spiegabile per mezzo della causalità.
Insomma: perchè si realizzi un accadere causalmente connesso, è condizione sine
qua non, che si realizzino delle variazioni causalmente non determinate, che
diremo spon- tanee. A questa condizione daremo il nome di principio
dell’accadere. Il principio non è da confondere con il co- minciamento ; perchè
si richiede anche supposto che l’ac- cadere non abbia mai cominciato, ma duri
ab aeterno. L’esempio che segue renderà chiaro il nostro discorso. L’oscillare
d’un pendolo s’intende benissimo per via di due leggi causali: della gravità, e
della permanenza del movi- mento. Ma queste leggi sono applicabili soltanto a
un pen- dolo, che già oscilli; dunque non bastano a spiegarne l’o- scillare.
Perchè l'oscillazione, che poi si perpetuerà grazie alle dette leggi, abbia
luogo, si richiede un fatto estraneo alle dette leggi: e cioè che il pendolo
sia stato rimosso dalla posizione d’equilibrio. Il che riman vero, tanto se
l’oscil- lazione dura da un minuto, quanto se dura da tutta l’eter- nità: un
pendolo, non rimosso dalla posizione d’equilibrio, non oscillerebbe mai. Il
fatto, ricordato qui sopra, deve aver avuto una causa; non è dunque spontaneo.
Ma, come s’è visto, nessuna cau- sa è possibile all’infuori d’un accadere in
corso. Il problema, che ci si affacciò rispetto all’oscillare del pendolo, si
riaf- faccia dunque rispetto alla causa che lo rimosse dalla po- sizione
d'’equilibrio, ecc. Concludendo: l’accadere determi- nato causalmente implica
di necessità il principio, implica cioè un accadere non determinato
causalmente. HI principio dell’accadere. Un accadere causalmente indeterminato
non può essere che l’estrinsecazione di una coscienza, che si realizzi ap-
punto con questa estrinsecazione, L'osservazione prova, che sario aa fin dalle
prime fasi della vita i bimbi operano incessante- mente, ‘non per conseguire
certi fini, ma semplicemente per operare, o in altre parole per vivere. Il
bimbo non può essere determinato ab extra perchè allora non sarebbe una
.coscienza ma un sistema fisico. Infatti la determinazione ab extra non ha
riguardo alla coscienza, e quindi non può esserne l’estrinsecazione. . Ossia:
il mondo, la realtà, si risolve in una moltitudine di soggetti, generalmente
affatto elementari; lo sviluppo di alcuni, relativamente molto pochi — uomini,
e fino a un certo segno anche gli altri animali — essendo conseguenza delle
variazioni, che nel mondo realizzano gli atti spontanei dei soggetti. La
concezione del mondo, a cui arriviamo, è somigliantissima, sotto un aspetto, a
quella monadologica di Leibniz. Ma ne differisce sotto un altro aspetto, che
pas- siamo ad esporre. | $ 6. — L’interferire. Il mondo non è il semplice
aggregato, ma il sistema, dei soggetti che ne sono i costitutivi: è una vera
unità. In prova, basta una semplice riflessione: ciò, che razional- mente
risulti assurdo, è oggettivamente, ossia in ordine alla realtà, impossibile. Il
mondo è tutto indissolubilmente connesso in se medesimo dalla necessità
razionale, o logica; e in questo senso è uno. Del problema — da che dipenda la
connessione intrinseca razionale del mondo — ci occu- peremo più oltre; per ora
basti aver messo in chiaro l’e- sistenza della connessione indicata, e il
conseguente ca- rattere unitario del mondo. Poichè il mondo è uno, è
impossibile che i suoi elementi varino indipendentemente gli uni dagli altri.
Due cose, in quanto è lecito considerarle come due, variano senza dub- bio
indipendentemente; di due pezzi di cera, io posso dare all’uno una forma e
all’altro un’altra forma. Ma non posso, .a un solo pezzo di cera dare insieme
due forme diverse. Un atto, che un soggetto compia, è una variazione del
soggetto medesimo, e perciò del mondo. Il mondo essendo uno, le sue variazioni
devono essere compatibili razional- mente. Vi è dunque una legge razionale, per
cui gli atti sponta- nei sono, generalmente parlando, necessitati a
interferire, cioè a modificarsi reciprocamente, così da rendersi compa-
tibilii. Dunque la causalità è la conseguenza: di un acca- dere in corso —
l’insieme degli atti spontanei —, e di una legge razionale, risolventesi
nell’unità del mondo. La struttura del mondo, una sotto un aspetto come s'è.
indicato, è sotto un altro aspetto complicatissima. Vale a. dire: la sua unità
si risolve immediatamente, non già in soggetti, ma in sistemi — unità
secondarie — di soggetti. E un sistema di second’ordine si risolve d’ordinario
alla sua volta in sistemi di terz’ordine, risolvibili anch’essi nel- lo stesso
moda; ecc. Non ci tratterremo su di una tale com- plicazione di struttura —
evidente alla più semplice consi- derazione del mondo; e che dev’essere
originaria, non es- sendo possibile che dall’omogeneo risulti per legge di na-
tura l’eterogeneo. Ma dobbiam notare, primo: che la struttura del mondo. ha di
certo il più gran valore intorno al modo con cui la causalità vi si estrinseca.
P. es.: la vita umana sulla Terra sarebbe impossibile, se la Terra distasse dal
Sole quanto ne dista Nettuno; e la cultura umana sarebbe stata impossi- bile,
se nessun popolo si fosse organizzata politicamente. 124 — Secondo : che la
struttura del mondo si va modificando in grazia di quel medesimo accadere, che
per una gran parte ne dipende. Poichè ora (e già da moltissimo tempo) nel mondo
si conseguono dei fini — poichè ci sono piante, ani- mali e soprattutto uomini
— bisogna concludere, che la complicazione primitiva del mondo — cioè quel
principio di complicazione che, supposto eterno il mondo, gli fu senza dubbio
coeterno — aveva un carattere teleologico indiscu- tibile. Un'ultima
osservazione. L’interferire introduce, in ogni atto che interferisca, un
elemento causalmente determinato. Non può sopprimerne la spontaneità; perchè lo
svanire di questa sarebbe lo svanire dell’atto e quindi anche dell’in-
terferire. Ma l’atto, che senza l’interferire non sarebbe che spontaneità, vien
dall’interferire arricchito di elementi, © «di caratteri, determinati. L’atto è
anch’esso un fattore di queste sue determinazioni; ma un fattore unico, laddove
gli altri fattori — gli altri atti, con cui quello interferisce — d’ordinario
sono moltissimi; per conseguenza, le determi- nazioni dovute all’interferire
sono prevalentemente, benchè non mai unicamente, prodotte ab extra; e il
determinismo vi prevale a segno, da render di regola inosservabile il fattore
spontaneo. Così, mentre l’atto infantile sfugge ad ogni previsione, le
deliberazioni della volontà matura sono prevedibili quasi con esattezza. Le
spontaneità, senza delle quali non ci sarebbe un .accadere, sono, tutte
insieme, soggette al vincolo infrangi. bile della necessità logica; non c’è
dunque pericolo che mandino in rovina il mondo. Nè la scienza. La quale c'è ©
in quanto prevede; ma non prevede mai con una puntualità ‘matematica. so fa $
7. — Lo sviluppo del soggetto. Due nozioni, che in addietro abbiamo assunte,
sembrano contraddittorie; dobbiamo eliminare quest’apparente con- traddizione.
Prima: il soggetto è subconscio, in generale; anzi: ogni soggetto è
originariamente subconscio, il che senza dubbio è vero dei soggetti noti.
Seconda :.l’atto è la realizzazione d’una coscienza; e perciò appunto è spon-
taneo. La contraddizione si elimina con le riflessioni che seguono. Pe L’atto,
nella sua primitività, o in quanto sì attua, rea- lizza una coscienza; ma
tale,. che il suo contenuto si riduce all’atto medesimo. Invece, la coscienza
dell’uomo (anche del bimbo; e il medesimo si dica di quella d’un bruto), ha un
contenuto molteplice, dovuto all’interferire (sensazioni, p. es.). Pri- vo di
questo contenuto molteplice, l’atto, nella sua primiti- vità, viene dimenticato
immediatamente o quasi; essendo notorio, che il ricordo ha per condizione un
contenuto mol- teplice, € si realizza tanto più facilmente, quant’è più va- rio
e molteplice il contenuto. Segue da ciò, che la coscienza del soggetto, se
astraiamo dalla complicazione che v’introduce l’interferine, non sol- tanto è
poverissima di contenuto (e perciò va considerata piuttosto come una sub
coscienza), ma è priva di continuità nel tempo. Riflettiamo, che il durare a
lungo d’un atto è in opposizione con la spontaneità, e che non se ne saprebbe
addurre alcuna ragione (ci riferiamo sempre all’atto privo d'altro contenuto);
e ci sentiremo inclinati a credere, che il da noi chiamato soggetto (primitivo)
sia da risolvere piut- tosto in una successione sconnessa di soggetti
momentanei. — 126 — Questa supposizione per altro va esclusa; perchè una
successione di coscienze affatto separate non potrebbe mai costituire la
coscienza d'una successione; laddove il sog- getto anche pochissimo sviluppato
ha coscienza del suo va- jriare. Dobbiamo dunque iassumiere un elemento, senza
dubbio sub conscio, ma capace di rendersi consapevole, da cui le coscienze
degli atti primitivi d'un soggetto, separate come tali perchè non continuate
nel tempo, siano essenzial- mente collegate. Su di che diremo qualcosa
nell’ultimo ca- pitolo. | Con ciò, lo sviluppo del soggetto, cioè il formarsi
d’una coscienza, parzialmente almeno continua nel tempo, è spie- gato. ln linea
di principio, intendiamo; qui non possiamo e non dobbiamo addentrarci nei
particolari. Lo sviluppo ri- chiede un interferire opportuno; e perciò il suo
realizzarsi prova daccapo che la struttura del mondo ha, come già ven- ne
accennato, un carattere teleologico. Riflettendo sul soggetto, che abbia nello
sviluppo conse- guito il massimo grado a nostra conoscenza — parliamo d’un
massimo generico, non escludente parziali sviluppi ulteriori — ci riman da fare
un'ultima osservazione importante. L’atto, grazie al suo interferire con altri,
così del soggetto medesimo che d'altri soggetti, e in genere con un accadere
complicato interno ed esterno, finisce col modificarsi pro- fondamente,
acquistando una crescente ricchezza di conte- nuto e di connessioni, e una
grande stabilità, Così trasformato, l’atto è divenuto volontario; e la spon-
taneità, che non si perde mai, è divenuta libertà. L’uomo è libero in quanto
conosce certi fini, li valuta, ne fa corrispondentemente una scelta, e dirige i
suoi atti alla realizzazione dei fini scelti. La libertà, come si vede, im-
plica una vita consapevole molto complessa : il bimbo, appunto perchè la sua
vita manca di complessità, non è libe- ro, quantunque spontaneo. Ma, come
abbiam notato poco addietro, la complessità introduce nella vita un determini-
smo, che finisce col diventare prevalente. La libertà non va confusa col
capriccio, anzi, l’uomo è tanto più libero, quanto meno è capriccioso : la
libertà è /a coscienza razio- nalmente organizzata. L’organizzazione razionale
fa sorgere delle abitudini, che determinano quasi per intiero la condotta e
anche l’inten- zione. Ma che non possono mai sopprimere la spontaneità
essenziale, pur limitandone il campo. Poichè la coscienpa è spontanea
essenzialmente, la sua organizzazione razio- “ nale implica, non la
soppressione, ma l’organizzazione ra- zionale della spontaneità. Quindi: un
uomo, che disapprovi una sua abitudine, ha sempre, nella propria spontaneità,
un mezzo per combatterla. Di certo, la vittoria non è facile, ma la lotta è
possibile in ogni caso. CAPITOLO XI. IL PROBLEMA CONOSCITIVO Pensiero e
cognizione. Nel pensiero, in quanto è un processo consapevole, il suo esserci,
e il suo esser noto al soggetta che lo pensa, coin- cidono. Questa coincidenza
costituisce la cognizione imme- diata che ciascuno ha del suo pensiero, senza
della quale non ce ne sarebbe alcun'’altra. Ma il pensiero del singolo non è
sempre, a rigore anzi non è mai, del tutto consapevole, cioè chiaro e distinto.
Sotto questo aspetto, il suo esserci, e il suo esser noto, non coin- cidono.
Consideriamo p. es. il pensiero espresso dalla for- mula « io penso »; che alla
prima sembra immediatamente noto. In quella formula, « io » non ha il
significato mede- «simo per l’uomo volgare, per Leibniz, per Kant, per l’idea-
lista post-kantiano, per il solipsista. E il pensiero espresso, pensato, non è
pienamente noto senza una mediazione, che prende il nome di riflessione.
Riflettere su di un pensiero significa : metterselo innanzi come un oggetto —
come p. es. si fa di un biglietto di banca, del quale vogliamo accertare che
non sia falsificato — ; e approfondire l'oggetto, indagandone le relazioni.
Dove risulta evidente, che la riflessione mediatrice presuppone la cognizione
immediata, incompleta quanto si voglia, del pensiero in discorso. 9 — 130 -. Un
problema conoscitivo non sorge, non esiste, che °n ordine alla cognizione
mediata ; nella quale il pensiero su cui riflettiamo, e quello con cui
riflettiamo, sono due, più 0 meno diversi. | . La cognizione mediata cioè
oggettiva del pensiero è pos- sibile, perchè ogni pensiero è in essenziale
relazione con tutti gli altri costitutivi della realtà; siano, questi, altri
pensieri del soggetto riflettente, o pensieri d'altri soggetti, o altri
elementi qualisivogliano, seppur ce n'è. La necessità logica infatti ha un
valorè universale, ossia è applicabile ad ogni cosa; il che sarebbe da
escludere, se anche due soli tra i costitutivi della realtà, pensieri o che
altro, fossero privi di essenziali relazioni reciproche. $ 2. — L'esperienza.
Da tuttociò risulta, che la riflessione, per chiarire il no- stro pensiero e
accertarne il valore o le deficienze, deve tendere soprattutto a eliminarne la
frammentarietà. Il pen- siero frammentario, infatti, può includere delle
opposizioni rimaste inavvertite; in ogni caso, la cognizione immediata che
n’abbiamo è imperfettissima. E per eliminare la frammentarietà, noi dobbiamo :
1) In- trodurre nella riflessione tutto l’insieme dei pensieri che abbiamo,
così come li abbiamo. Questo lavoro può esser lungo e faticoso; ma è senza
dubbio possibile sempre. (Sulle regole, che permettono di semplificarlo, non ci
tratterremo). 2) Moltiplicare quanto più ci riesca i nostri pensieri; e ciò,
non per mezza della fantasia, bensì venendo con la realtà in un contatto sempre
più vasto, più vario e più intimo: ricorrendo cioè all’esperienza. (La
fantasia, quando si associ con l’esperienza, costituisce un aiuto prezioso).
L'esperienza è fisica o intellettuale : sono essenziali tanto l'una che
l’altra. Per chi studia filosofia, l’esperienza fisica d’osservatorio e di
gabinetto, che si chiude in un campo anche fisicamente limitato, e che si vale
di strumenti com- plicati, è affatto secondaria; conoscerne i risultati, cioè
avere una discreta informazione di scienze fisiche, potrà es- sere forse (ho
detto : forse) di qualche utilità; in ogni modo, il filosofo come tale non ha
che vedere co’ suoi procedi- menti. L’esperienza fisica davvero importante
anche per il. filosofo, è quella comunemente vissuta. Ritorneremo tra po- co su
questo argomento. L'esperienza intellettuale consiste nell’assimilarci che fac-
ciamo il pensiero altrui: collaborando, conversando, e, in particolare,
familiarizzandoci con le opere dei più segnalati pensatori, cinè dei grandi
scrittori, antichi e moderni. S'’in- tende, che il filosofo si fermerà
prevalentemente sugli scritti filosofici; ma non vi si deve chiudere,
altrimenti la sua esperienza intellettuale risulterebbe insufficiente perchè trop-
po angusta. $ 3. — Continuazione; che cosa Ci fa conoscere lo studio.
Evidentemente, ci fa conoscere, del pensiero altrui, la parte più degna
d’essere conosciuta. Questo pensiero altrui è, non meno e forse molto più del
nostro, un costitutivo notevole della realtà; col pensarlo e assimilarcelo noi
riu- sciamo, nello stesso tempo, a renderci meglio consapevoli, e del nostro
stesso pensiero (di cui le relazioni col rima- nente pensisra son costitutivi
essenziali generalmente inav- vertiti), e del pensiero comune; ossia d’una
realtà, impor- tante per se stessa, e come strumento alla cognizione d'ogni
realtà. Insomma : lo studio integra, ordina e consolida quella co- — 132 —
munanza di pensiero, che, in grazia della convivenza e in ispecie della parola,
s’andò ab immemorabili abbozzando presso ogni popolo per quanto rozzo. Ma la
convivenza, con tutte le sue formazioni tra cui lo studio, è, per la comuni-
cazione del pensiero tra uomini, soltanto un mezzo indiretto e mediato; che non
servirebbe a niente, se non ci fosse, all’infuori della convivenza, una
comunicazione diretta e immediata. Ma la comunicazione immediata — cioè
anteriore alle forme di cui s’è fatto un rapido cenno, e loro condizione — dà
luogo a una grave difficoltà. Perchè il pensiero di Caio e quello di Sempronio
comunichino, una somiglianza, e sia grande quanto si vuole, tra il pensiero
dell’uno e quello del- l’altro, non basta. E’ infatti notissimo, che due
possono aver de’ pensieri molto simili — proporsi p. es. entrambi di sposare
una stessa nersona —, senza saper niente l’uno dell'altro. Alla comunicazione
si richiede che i due pensieri siano, in parte, un medesimo pensiero
numericamente unico. E tale unicità numerica esige, che due coscienze possano
in parte ridursi a una sola. Il che sembra contrastare con quanto vi è di più
chiaro e di più certo nella nozione co- mune di coscienze distinte. Se la
difficoltà rilevata fosse insuperabile, sarebbe da «escludere anche la
comunicazione mediata, non la immediata soltanto. Perchè — a parte quanto si
disse poco sopra, ‘che la comunicazione mediata implica la immediata — il
parziale ridursi a una sola di due coscienze va riferito, non al pro» ‘cesso
della comunicazione, bensì al suo essersi realizzata. Chi vuole attenersi a «
quanto vi è di più chiaro e di più certo nella nozione comune » ecc.,
dev’essere dunque di- sposto a negare, che gli uomini si siano comunque intesi
mai, nè siano per intendersi. La comunicazione del pensiero, e l’'interferire.
All’interferine si richiedono (almeno) due atti. Ma, nell'interferire, la
separazione tra i due atti — non assoluta neanche prima, perchè gli atti sono
inclusi tutti nell’unità del mondo — subisce di necessità una diminuzione.
Interferendo, gli atti si modificano a vicenda; vale a dire: un costitutivo dell’uno
è diventato costitutivo anche dell’altro, considerando i due atti quali son
resi dall’interferire. L’atto volitivo dell’uomo è consapevole; nella
coscienza, che lo costituisce, non possono dunque non essere incluse le
modificazioni, ossia le determinazioni, che l’interferire v’introdusse; la
coscienza di tali determinazioni è una tal ° quale coscienza delle azioni
esterne, da cui le determinazio- ni stesse dipendono. L’interferire dell’atto
volitivo d’un uomo con l'atto voli- tivo d'un altro è sempre condizionato a un
interferire molto complesso e in massima parte indiretto; p. es. all’uso d’un
linguaggio, alla condotta quale apparisce osservabilmente. Nondimeno
l’interferire di due atti volitivi, pur essendo condizionato come dicevamo, è,
in molti casi osservabili, anche diretto. Un malandrino assale un viandante,
che si difende alla meglio. S’impegna una lotta. Nella quale i due voleri, che
senza la mediazione della lotta si sarebbero a vicenda igno- rati, vengono,
dalla mediazione medesima, condotti a in- terferire anche immediatamente.
Ciascuno dei due lottanti avverte il volere ostile dell’avversario; avverte
inoltre, che il volere ostile dell'avversario è un costitutivo del suo vo-
lere. Dobbiamo dunque dire, in un certo senso, che i due voleri si unificano.
Soltanto in un certo senso: l’unificazione si realizza per alcuni caratteri,
lasciandone fuori alcuni altri; così p. es., se un battello si move sotto
l’azione del vento e d’una corrente, le due forze non s’unificano che in quanto
ciascuna imprime al battello un certa movimento, € conservano immutati gli
altri loro caratteri. Analogamente, i due lottatori hanno sotto un aspetto —
non, sott’'ogni aspet- to — un medesimo volere scisso in se medesimo; l’ira è
ap- punto conseguenza e indizio della scissione (1). Il problema conoscitivo,
per quanto riguarda la conoscen- za del pensiero altrui, e l’approfondimento
del nostro, è dun- que risoluto. L’interferire, infatti, alla sua volta
subordinato all’unità integrale del mondo, rende possibile quella comunicazione
di pensiero, che nel problema conoscitivo rappresenta la vera chiave di volta.
La cognizione della realtà fisica. La realtà fisica non è riducibile al
pensiero d’alcun sog- getto finito individuale: io n’ho esperienza, e fino a un
certo segno la conosco; ma il suo esserci non è l’esserci puro e semplice della
mia esperienza e della mia cognizione. Dobbiamo chiarir bene questo punto, che
sembra giustifi- care le pretensioni del realismo, e su cui l’idealismo passa
un po’ leggermente. Cominciamo dal ricordare, che l’esperienza fisica — di-
stinguibile dalla intellettuale; cfr. $ 2 — non è separabile (1) Mi son valso
in quest’ultimo capoverso d’un mio scritto brevissimo (12 pp.) La Convivenza in
Riv. Pedagogica diretta da L. Credaro. Cfr. in particolare il $ 18. Ma tutto
l’articolo servirà, mi pare, a far ben comprendere le questioni sollevate nel
presente capitolo. | I o e tale de alienati velinii ditta coat DET te mete e i
So A a pg rt» — DI dal pensiero, di cui è un costitutivo, e che alla sua volta
n’è un costitutivo — cfr. $ 1, sulla fine. Tutto quello che o so d’un corpo, si
riduce a una certa mia esperienza fisica, integrata con l’esperienza fisica
d’altri, e rielaborata razio- nalmente. Sembra per conseguenza, che i caratteri
del cor- po si riducano in tutto a quelli presentatimi dalla mia espe- rienza,
integrata come sopra. E, se così fosse, il corpo non esisterebbe, che in quanto
alcuni soggetti ne hanno espe-. rienza. Ma in contrario: la cognizione, che del
corpo io possie- do, esclude, per una propria esigenza. logica indeclinabile,
che il corpa abbia soltanto i caratteri da me, o da quanti altri soggetti
finiti si vogliano, sperimentati. La luna p. es. non fu mai toccata nè da me,
nè, ch'io sappia, da soggetti o da corpi qualisivogliano: debbo nondimeno dirla
solida, co- strettovi come sono dalla logica dell’esperienza che ne ho. Il
realismo, in quanto si limiti a riconoscere, che la no- stra cognizione della
realtà fisica oltrepassa la cognizione che attualmente n’abbiano o che potremo
acquistare quando che sia, è indiscutibile. Ma il realismo di alcuni filosofi,
e di pressochè tutti gli scienziati — ai quali sfugge il carattere fi- losofico
di questa loro dottrina — va molto più innanzi. E af- . ferma, che la realtà
fisica, benchè se ne conoscano e dun- | que se ne pensino quelle
manifestazioni, di cui risulta la nostra esperienza — nel suo intimo vero
nocciolo è qualcosa di assolutamente irriducibile a pensiero. Affermazione
inaccettabile, perchè irrimediabilmente pri- va d’ogni significato. La realtà,
ci dicono, ha un nocciolo (prop. 1); e questo nocciolo non può esser pensato
(prop. 2). Ammessa la prop. 2, io mi domando, come si possa intende- re la
prop. 1. in una proposizione, il predicato è necessa- riamente un concetto, non
la corrispondente realtà; se io dico p. es. : la pietra incastonata in questo
anello è un bril- lante, nessuno s’immaginerà, che nella mia prop. io abbia
messo il brillante materiale. Ma chi afferma insieme le propp. 1 e 2, viene per
l'appunto a dire, che nella 1 il %, predicato è una realtà materiale, Cose
dell'altro mondo. $ 6. — Realismo spiritualistico. La concezione, che del mondo
abbiamo esposto nel pre- cedente cap., esclude il dualismo e quindi
l’agnosticismo, perchè riduce a Spirito anche la realtà materiale ;; senza
tuttavia sopprimere la distinzione tra il pensiero conoscitivo e la realtà
conosciuta. Risolve dunque in modo soddisfa- cente le difficoltà rilevate.
Pochi cenni basteranno a chia-. rire questo punto. In quanto consapevole, il
mio atto è conoscitivo di se Stesso; interferendo con altri atti, a in generale
con delle variazioni che ne derivano, diviene conoscitivo d’uno realta, che mi
era esterna, ma che nella cognizione mi diviene, al- meno parzialmente,
interna. Mi limito a considerare il caso, che il mio atto sia bene sviluppato,
cioè volitivo (e perciò insieme conoscitivo). E’ indiscutibile che il mio atto,
se . interferisce immediatamente con un atto volitivo altrui, dà luogo a una
comunicazione tra il mio pensiero e l’altrui, cioè mi fa conoscere, più o meno,
il pensiero altrui. Di che ab- biamo già parlato. | Ma il mio atto può
interferire con delle variazioni, che, seppure implicano qualche volizione
altrui, non la implicano in guisa, da farla interferine immediatamente col mio
atto. Rispetto a me, queste variazioni vanno considerate allora come se fossero
dovute in tutto a soggetti subconsci; e tali 9 = saranno anche di fatto molte
volte. Le variazioni possibili sono, tutte ! gruppi o sistemi di pensieri;
perchè ogni atto è un pensiero, e l’interferire degli atti è un reciproco modi-
ficarsi e un comunicare di pensieri, subordinatamente a leggi logiche
indeclinabili. Quindi: anche l’interferire del mio atto con una qualsiasi
variazione consiste in un modifi- icarsi del mio pensiero, e in un suo comunicar
col pensiero sistemato in quella variazione. La modificazione subita, e la
comunicazione, son tutt’uno : i un elemento, prima estraneo alla mia coscienza,
viene ad | unirlesi; modificando così la mia coscienza, e facendola co- |
municare con altre. Di tuttociò io m’accorgo; ma in un modo, ‘che merita una
riflessione accurata. 87. La rappresentazione del mondo fisico. La
modificazione da me subita può essere per me un bene o un male; p. es.: il
movimento del treno, su cui viaggio, può trasportarmi dove desidero, ma può
invece farmi rompere il collo; in ogni caso, è l’effetto d’una for- za, della
quale io devo tenere il massimo conto. Questa forza è la risultante di molti
atti spontanei, che interferiro- no; eppure io, in quanto vivo consapevolmente
senza co- struir una teoria, non le riconosco un tal carattere. Ciò per due
ragioni. Prima: gli atti spontanei, che dan- no la detta risultante, sono, in
generale, di soggetti elemen- tari. E a me, un'idea un po’ chiara di quello che
sia l’atto di un soggetto elementare — o anche non tanto elemen- tare, p. es.
d'una formica o d’un gatto — manca. Idea chia- ra io non ho, che degli atti
sviluppati, miei e fino a un certo segno anche altrui; ora, gli atti, di cui
ora parliamo, sono RT RIA rsa eg nr IR css ig elementari come i soggetti che li
estrinsecano. Seconda : nel- la risultante, cioè nella variazione con cui
l’atto mio interfe- risce, gli atti, che ne sono i componenti, sono
indistinguibil- mente associati e unificati; sicchè io non li potrei conoscere,
quand’anche fossero tutti volizioni analoghe alla mia, e perciò conoscibili
senza dubbio una per una. Insomma : la forza, da cui mi conosco determinato,
io, in base alla mia esperienza e facendo astrazione da ogni teo- ria, la
conosco soltanto genericamente, come una causa 9 una forza che mi determina. Îl
suo carattere spirituale mx sfugge; anche perchè l’operare della forza non
giustifica il supporla dinetta verso un certo fine, secondo certe cogni- zioni.
Il vento, che m'ha portato via il cappello, io non credo, nè che mi conoscesse,
nè che abbia voluto farmi dispetto. « E creder credo il vero ». Una realtà
spirituale noi ce la rappresentiamo come fi- sica; vale a dire: ce la
rappresentiamo in guisa, che ce ne sfugge l’intima spiritualità. Questo non è
un falsificarci la realtà; ma soltanto un cenoscerla incompiutamente. Ma tutte
le cognizioni, senza eccettuarne le più certe, sono incom- plete. Per esempio:
dal contegno, che altri tiene con me, concludo, ch'egli non mi è benevolo; per
quali motivi e fino a che segno, non so; ma che non mi sia benevolo è fuor di
questione. | CAPITOLO XII. JL PROBLEMA PRATICO $ 1. — Su che si fondi la
pratica. L’uomo distingue il bene dal male. C'è, tra i due concetti,
un’evidente correlazione; per cui, stabilito qualcosa intorno a uno dei due, se
ne ricava subito qualcosa di correlativo in ordine all’altro. Potremo dunque
restririgerci a far cenno dei beni; sottintendendo, in gene- rale benchè non
sempre, i mali corrispondenti. L’uomo desidera il bene, e procura di
assicurarselo (ri- fugge dal male, e procura di scansarlo). Il bene provoca
dun- que il desiderio; benchè, d'’altra parte, il desiderio basti per imprimere
a ciò che si desidera il carattere di bene. L'attività pratica, sia istintiva
che volontaria, è diretta sempre verso il bene. Dell’istintiva non parleremo.
La vo- lontaria è consapevole, implica cioè la cognizione del bene, verso cui
si dirige come al suo fine : ignoti nulla cupido. Per conseguire un UNE;
bisogna conoscere, oltre al fine Stesso (come or ora si è notato) anche i
mezzi, che vi si ri- chiedono. Inoltre : il fine, a cui tendiamo perchè lo
ritenia- mo un bene, conseguito che sia risulta non di rado un male. Di qui
l’essenziale valore pratico della cognizione. Per co- noscere i mezzi ai fini
che ci fossimo proposti — e quindi anche per non proporci fini a cui non si
conoscessero, 0 ci mancassero, i mezzi — bisogna conoscere profondamente le
connessioni causali tra l’attività nostra e la realtà esterna. E per non
equivocare, scambiando i mali coi beni o vice- “versa, è necessario, da una
parte, render esatta la nozione di bene; dall’altra, conoscere le connessioni
causali tra l’at- tività nostra, i diversi beni, e i diversi mali. Da tutto ciò
risulta, che la risoluzione dei problemi conoscitivi accenna- ti, o insomma la
costruzione del sapere umano — costru- zione, che si risolve daccapo in un
procedimento pratico —, è, per l'attività pratica, un fine imprescindibile,
ossia un bene del più grande valore. | Socrate affermava, che la virtù
consistesse nel sapere. A che si oppone i notissimo : “ video meliora proboque,
dete- riora sequor » ;. troppo vero per molti. Ma Socrate riteneva (come fu
notato p. es. dal Rensi), che il disaccordo tra !a volontà e il sapere
implicasse una radicale deficienza e nel- l’uno e nell’altra. Così è. Il sapere
infatti è una costruzione volitiva; cioè, come or ora notavamo, pratica. E la
volontà si riduce alla spontaneità, organizzata razionalmente, ossia ‘mediante
il sapere. Donde si conclude, che vera volontà, e vero sapere, esistono soltanto
se unificati, sicchè tra l’uno e l’altra non ci sia contrasto possibile.
Quest’unificazione, ‘0 diciamo la perfetta organizzazione dell’uomo, è
anch'essa, per l’attività pratica, un fine imprescindibile, ossia un fine del
più grande valore. I suoi fini, l’uomo li può conseguire soltanto nella con-
vivenza; il che nella pratica introduce delle nuove compli- cazioni, oltre alle
già indicate. Una conseguenza di queste complicazioni — sulle quali non
insisteremo — è, che i beni sì dividono in due grandi classi. Tra i beni della
prima ricor- diamo, in via d’esempio: i piaceri fisiologici, la salute, la
sicurezza, la ricchezza, la potenza, la considerazione; i primi due
strettamente individuali, mentre gli ultimi quattro non sono possibili che
nella convivenza. I beni della secon- — l4l — da si riducono ad uno, alla buona
coscienza: « nil conscire sibi, nulla pallescere culpa ». i Diciamo fortunato
chi possiede un minimo, del resto im- precisabile, di beni della prima classe;
onesto chi possiede: l’unico bene della seconda. E tutti riconoscono, in
teoria, che l’essere onesto è meglio dell’essere fortunato, Il proble- ma che
vogliam risolvere in ordine alla pratica, è di costrui- re, limitatamente alle
linee fondamentali, una dottrina mo- rale; di precisare la nozione d’onestà,
nonchè le sue relazioni. con quella di fortuna — o di utilità, per usare il
termine: divenuto classico.
L'utilitarismo, E’ una dottrina, che riduce l’onesto all’utile. Secondo
Bentham, i beni sono quantità, misurabili, e perciò esprimi- bili
numericamente, purchè s’abbia riguardo all’insieme dei loro caratteri; tra cui
basti notare l’intensità, la durata, la sicurezza, e il numero di quelli che ne
godono. Immaginia- mo fatta la somma totale, diciamo B, dei beni; e analoga-
mente quella totale, diciamo M, dei mali. Un uomo ragio- nevole non può, nel
suo interesse, non desiderare, che la differenza B-M sia positiva, e
possibilmente massima. La condotta moralmente buona è quella, che tende a
produrre: un tale risultato. Ma il detto computo presuppone, che i beni,
abbiano tutti la medesima qualità; condizione sine qua non perchè delle
quantità siano sommabili. Parve nondimeno allo Stuart-Mill (1), che
l’utilitarismo. potesse, con qualche modificazione, venir mantenuto. Si deb-
(1) Il Mill nel suo Utilifarianism (1863) cercò di chiarire la dottrina del
moralista precedente tenendo in gran conto l’esigen- za fondamentale del Hume e
di Adamo Smith, facendo notare .che il Bentham non aveva sufficientemente
avvertito che nel j È 4 - (e * # R | — 142 — ba scegliere tra due beni diversi
qualitativamente; la scel- ta parrebbe non poter esser che arbitraria; eppure,
ne’ casi d'importanza, tutti riconosceranno, almeno in teoria, che bi- sogna
scegliere in un certo modo. Sia. Ma se il criterio, che impone la scelta, è
universale, siam fuori dell’utilitarismo. Perchè i beni utili (o della seconda
classe; cfr. $ 1 sulla fine) sono realtà empiriche; soggette anch’esse di certo
.a leggi logiche universali, ma prive, in quanto empiriche, di carattere
universale. Se, viceversa, il criterio manca d’uni- versalità; se, in altri
termini, tutti significa soltanto, quelli che rappresentano l’opinione
predominante in una conviven- Za — in questo caso a un criterio se ne potrà
opporre, con pari diritto, un altro; non essendo possibile, senza ricorrere a
un criterio universale, decidere quale sia il migliore tra due criteri
particolari. Chi afferma, come fanno Mill e anche Bentham, che un uomo
dev’essene disposto a sacrificarsi, quando il sacrifizio riesca utile a un gran
numero d’altri, si mette, per giusti- ficar il suo dire, in una situazione
peggio che imbarazzante. Il numero di quelli, a cui gioverà un sacrifizio, ha
di certo un'importanza, ma non decisiva; la madre, che sacrifica se stessa per
salvare il suo bimbo, è degna di lode, non meno € forse più di Pietro Micca. $
3. — Continuazione. La morale utilitaria non è, come da molti la si crede, ab-
bietta Socrate stesso era ‘un utilitario. Ed Epicuro (1) non « sentimento che
unisce l’uomo ai propri simili » è da ricercare la fonte del dovere. (E. C.).
Epicuro filosofo atomista greco nato nel 341 av. C. Di lui non si conservano
che frammenti; la sua dottrina, grazie all’espo- sizione fattane da Lucrezio, e
alle discussioni che se ne fecero, è nondimeno ben conosciuta. (E. C.). — 143 —
lusinga le passioni; anzi mette in chiaro che l’uomo, per go- | dere quanto più
e soffrire quanto meno sia possibile, non ha “mezzo più sicuro, che di
esercitare sopra di sè un dominio . vigoroso e costante. A vivere basta poco; a
viver bene basta oa ‘ sapersi contentare di questo poco. Impossibile
disconoscere : il valore universale di simili suggerimenti. Ii torto vero della
morale utilitaria è nella sua incoeren- za, rilevata poco sopra; e della quale
in Epicuro sono evi- denti gl’indizi. P. es.: egli attribuisce un valore
positivo alla reminiscenza dei piaceri goduti, e giustifica la volon- taria
provocazione di tale reminiscenza. Il che va contro a quanto c’è di meglio
nell’epicureismo : l’uomo che, non potendo più godere, va rimuginando i g0-
dimenti passati, non è l’uomo pago dello stretto necessario, e padrone di sè;
corre gran pericolo di cader nell’abbiezio- ne, seppur non vi è già caduto. ‘
Similmente non si può non disapprovare il suo consiglio di astenersi dalla vita
pubblica, perchè (da notare il per- chè) la propria quiete vale più delle
soddisfazioni ambiziose. Crediamo anche noi, che nella vita pubblica non sian
da cercare soddisfazioni ambiziose. Ma l’uomo che, potendo esercitare
un’influenza, o sulla pratica della vita pubblica, 0 sulie opinioni riferentisi
a tale pratica, si astenga dall’eser- citarla, è un egoista, che non sa goder
del bene altrui, e che s’espone a far male i suoi conti anche rispetto a se
medesimo. | Queste incongruenze derivano dall’incongruenza fonda- mentale
all’utilitarismo, già rilevata. Non è dubbio, che a costruir la morale
utilitaria i filosofi s’indussero, in gene- rale (abbiam già ricordata
un'eccezione importante),per ave- re trascurata la considerazione di quegli
elementi, che alla vita imprimono, e che più ne rendono manifesto, il caratte-
re Spirituale. — ded A un ateista coerente, sia 0 no materialista, è
impossibile riconoscere altra morale, che l’utilitaria. Epicuro ammette gli
Dei: ma esclude, che abbiano qualsiasi parte nel governo del mondo; è dunque in
realtà un vero ateista. E il moderno utilitarismo, evidentemente connesso con
l’epicureismo, è, ne’ suoi elementi specifici, una formazione dell’illuminismo
a tendenze ateistiche. Per essere conseguente, l’ateismo deve negare, che nel
mondo vi sia un ordine supremo necessario. Esplicita o no, questa negazione
toglie che ci si possa rendere un conto chia- ro di qualsiasi cosa, e meno che
mai della pratica umana. Cenno sullo sviluppo storico della morale. Gl'indizi —
preziosi quantunque scarsi, e non utilizzabili senza grandi precauzioni — che
possediamo intorno alla condizione dei primitivi, e la storia, dimostrano, che
la pra- tica umana s'andò man mano modificando, in guisa da realiz- zare fini
sempre più complicati, e in parte almeno — secon- do una stima, di cui nulla ci
fa parer dubbio il valore — ‘ più elevati. La detta modificazione va dunque
ritenuta, în generale, un perfezionamento. Il perfezionamento consiste nella
formazione: 1) di idee pratiche, sempre più estese, più esatte, più fortemente
con- nesse tra loro e con tutte le altre idee — le quali si vanno rendendo in
pari tempo sempre più estese, più fortemente connesse —; insomma : le idee
pratiche acquistano un fon- damento sempre più saldo nella cognizione; 2) delle
cor- rispondenti volizioni; che, nel modo e per le ragioni di cui ora si è
detto, si vanno consolidando e ordinatamente ag- gruppando, in ciascun uomo’ e
nella collettività. Si ottiene = 145 = così, che le diverse volizioni s'aiutino
tra loro con effica- cia crescente, affermandone insieme per quanto è possibile
i contrasti. A questo sviluppo interno corrisponde, a un di presso come il
corpo all'anima, lo sviluppo esterno dell’or- ganizzazione collettiva. Per
chiarire il discorso testè riferito, un po’ astratto e compendioso,
consideriamo una in particolare delle tante for- ze o circostanze modificatrici
dell’uomo e della convivenza. L’uomo è molto più esigente rispetto agli altri,
che rispetto a sè. In causa propria gli è facile persuadersi, che una con-
dotta favorevole alle sue passioni sia per ciò appunto ragio- nevole. Ma
trattandosi d’un altro non gli pare più accetta- bile una simile
giustificazione; comprende con chiarezza, e dichiara con fermezza, che una
soddisfazione immediata È di valore molto scarso, che bisogna pensare anche al
poi, e al vasto complicato insieme di tutte le passioni e di tutti
gl’interessi, anche altrui. E ciò finisce col creare un’opinio- ne pubblica,
superiore in gran parte alle opinioni dei singoli, fondate ‘sulle
corrispondenti passioni. La ragione, che nel singolo è ridotta non di rado al
silenzio, nell'opinione pub- blica riesce, in parte, a esprimersi con maggior
chiarezza, e a rendersi praticamente più efficace. Concludendo : che le
presenti condizioni morali siano, al pari di tutte le altre, conseguenza d’uno
sviluppo; e che lo sviluppo sia dovuto all’interferire — in ciascun uomo, in
ciascuna convivenza, tra le diverse convivenze, tra l’uomo qual è nella
convivenza e il mondo esterno — di fatti psi- chici ossia d’elementi empirici,
non è dubbio. Ma non se ne ricava, che la morale sia riducibile per in- tiero a
un complesso d’elementi empirici causalmente con- nessi. Perchè la connessione
causale, cioè l’interferire, im- 10 lg plica, oltre agli ementi che
interferiscono, una legge; vale a dire un’unità includente gli elementi
medesimi. E la legge. o l’unità non può essere, non è, un elemento empirico. Vi
è dunque, nella morale come in tutto il resto, senza eccettuare il così detto
mondo fisico, un elemento non ‘empirico. E l’u- tilitarismo, con la sua pretesa
fondamentale di riconoscere come reali soltanto i beni empirici, non regge
neanche sulla bI base della considerazione storica: è a terra (1). $ 5. — La
morale categorica. Dicendo condotta morale s’intende certamente condotta
razionale ; il che fu riconosciuto anche dagli utilitaristi. La differenza tra
la morale utilitaria, e quella che ci accin- giamo ad esporre, sta nella
diversa influenza che alla ragione si riconosce; influenza, che nella morale
utilitaria si riduce alla considerazione delle connessioni reciproche tra le
azioni, mentre il fine delle azioni rimane l’utile individuale o col- lettivo.
Nella morale dell’imperativo categorico, alla ragione | spetta una funzione più
importante, cioè quella di ricono- scere 0 di creare un bene che non è
riducibile al piacere. Questa morale risponde senza dubbio ad un’esigenza sen-
tita, quantunque un po’ in confuso, da ciascuno : val meglio essere onesti e
soffrire, che non godere di ogni vantaggio, ——€@&_—€@€@T—@€——n—La
sociologia, e la morale sociologica, sono appunto costrui- te sulla base della
considerazione storica. Noi qui non possiamo entrare nei particolari, non di
rado notevoli, delle varie sociologie. Dobbiamo contentarci di riferire qualche
nome : Comte, Spencer, Ardigò, Durkheim, Asturaro, Pareto. Anche parecchi
naturalisti, p. es. Darwin, Romanes, fecero delle incursioni più o meno fe-
lici nel campo della morale a fondamento sociologico. ma sotto condizione di
metter in tacere la propria coscienza. Perciò la formula esprimente la detta
morale consiste nel dichiararne categorico l’imperativo, mentre ogni altro im-
perativo pratico è ipotetico. In altri termini: le regole pra- tiche sono
dirette negli altri casi a conseguire certi fini; hanno valore, ma per chi
attribuisca valore ai fini; cioè sup- pongono (e perciò si dicono ipotetiche)
la volontà di conse- guire quei fini. Laddove l’imperativo categorico ha
valore, non in ordine a fini di cui a un uomo possa importare a un’al- tro no,
ma per se stesso. Il fine, a cui tende l’imperativo ca- tegorico, è tutt'uno
con l’adempimento dell’imperativo me- desimo; l'imperativo è dunque fondato
essenzialmente sulla ragion comune, all’infuori delle particolarità per cui un
uomo differisce da un altro. » La formula può essere anche presentata con
qualche di- versità. Per ubbidire a un precetto, l’uomo ha certamente un
motivo; che può essere, o il timore di gravi conseguenze che derivino dal
disubbidire, o il pregio intrinseco ricono- sciuto al precetto. Nel primo caso
l’uomo, ubbidendo, serve in ultimo all’interesse; l’ubbidienza dunque non ha
che un valore utilitario, e manca di un elevato valore morale. Quan- do invece
l’uomo ubbidisce perchè riconosce al precetto un valore intrinseco supremo, il
suo ubbidire ha certamente un valore morale, ma non è più l’ubbidire a
un’autorità esterna, è semplicemente un ubbidire a sè in quanto ragio- mevole;
perciò la morale che stiamo consideranda può dir- si autonoma; laddove la
morale diversamente fondata risul- ta eteronoma. | | Si può anche dire : nella
morale utilitaria quello che im- porta è il risultato che si ottiene mediante
l’azione ; la volonta pura e semplice importa poco. Invece nella morale fondata
sulla ragione quello che importa è soltanto la volontà con cui —- 148 -- si
opera; non il risultato esterno ma l’intenzione. Si deve sottintendere
un’intenzione ferma; tale cioè da passare al- l’azione, quando non ci sia
qualche impedimento esterno in- superabile. Se per esempio io vedo un uomo in
grave peri- colo, tenterò di salvarlo. Potrò non riuscire; ma il dovere non
esige da me se non la volontà energica della riuscita, Quindi la morale in
discorso è anche riassumibile dicendo, che la sola cosa moralmente buona è la
buona volontà. L'essenziale dell’uomo, e il solo elemento comune a tutti gli
uomini, è la ragione; quindi: conformarsi alla ragione, come avente un valore
non di mezzo ma di fine, significa: realizzare in noi l’uomo, considerato nella
sua unica univer- salità e non nelle sue innumerevoli particolarità. La realiz-
zazione di questo elemento universale può non essere piace- vole, ma in ogni
modo è per l’uomo stesso il più gran bene, fn quanto è la realizzazione di ciò
che l’uomo ha di meglio in se medesimo. Questo bene, diversissimo dal piacere,
con- siste nell’assicurare all’uomo la sua dignità, cioè la stima ra- |
gionevole di se stesso. Ognuno deve considerare sè, cioè l'elemento universale
della sua persona, come il fine vero, non mai come un mezzo per altri fini. Per
conseguenza, deve considerare come fini, e non mai come mezzi, anche tutti gli
altri uomini (1). Ecco un'ultima forma che possiamo dare all’imperativo catego-
rico. (1) Le tre forme or ora esposte vennero formulate con chia- rezza da Kant
(Cfr. Kant: Fondazione della metafisica dei co- stumi. Parte II, e la Critica
della Ragion Pratica. Da tutto ciò che abbiamo esposto risulta che la dottrina
di Kant spezza la pratica umana in due campi eterogenei : quello dell’u- tilità
e quello del dovere. Per conseguenza : la morale del Cristia- nesimo, che
deriva da un precetto divino, e che implica una san- —Critica della dottrina
suesposta. [ particolari empirici, per cui un uomo differisce da un altro non
sono intelligibili, nè possibili, fuori dell’unità; e dunque son subordinati
alla ragione. Tuttavia sono essen- ziali alla ragione in quanto s’attua
nell'uomo; e non è dun- que lecito lasciarli da parte. Infatti, primo: benchè i
parti- colari varino de uoma a uomo, non c'è per altro alcun uomo che non ne
presenti certi o certi altri. L'esistenza di parti- colari, non di quei certi
particolari, ha dunque un carattere universale. Donde viene, secondo: che i
procedimenti ra- zionali siano possibili soltanto per mezzo dei particolari.
L'abbiamo già riconosciuto in ordine alle cognizioni teo- retiche; rileviamolo
in ordine alla valutazione pratica. “La ragione di cui si parla e di cui è
indiscutibile il su- premo valore morale, non può ridursi a quella ragione
astrat- ta, con la quale si costruisce per esempio l’algebra; la ragio- ne
astratta non contiene in sè alcun elemento pratico, e dun. zione utilitaria
quantunque ultra mondana, secondo la dottrina di Kant non sarebbe una morale. |
La separazione rigorosa in ordine alla pratica riproduce quella non meno
rigorosa già rilevata in ordine alla teoria, nella quale ultima si
contrappongono gli elementi empirici ed i razionali. La critica della morale
Kantiana, della quale passiamo a far cen- no, corrisponde ad una simile sulla
teoria Kantiana della cono- scenza. Noi abbiamo chiarito che i fatti e la
ragione, benchè di- stinguibili, non sono però separabili. La ragione essendo
la forma di ciò, di che i fatti costituiscono la materia. Vedremo analogamente.
che senza i piaceri ed i dolori non ci sarebbe luogo alla virtù; il che non
vuol dire che la virtù sia ricavabile utilitaristicamente dalla sensibilità;
bensì che sensibilità e virtù sono elementi assolu- tamente inseparabili. — 150
— que, per applicarsi alla pratica, deve postulare quella praticità ‘ che non
include, In altri termini: la morale fondata sulla ragione astratta si varrebbe
della ragione soltanto come di strumento, e sarebbe in sostanza una morale
utilitaria. Quel. la ragione, in cui sta il massimo valore dell’uomo, deve al
contrario includere in sè la pratica; ma la pratica è un fare, un modificarsi e
modificare, un attuarsi nel tempo cioè un variare ; insomma non è pensabile
all’infuori delle particolari- tà, che sono, benchè variamente, costituitivi
essenziali di ognuno. | | Il che si conferma riflettendo, che la dignità, in un
uomo che non fosse capace nè di soffrire nè di gioire, non po- trebb’essere
offesa nè dal di fuori nè dal di dentro. L'uomo che altri faccia servire di
mezzo a’ suoi fini, o che faccia servire di mezzo la parte migliore di sè alla
parte inferiore, vede violata o viola egli stesso la sua dignità in quanto
soffre di una tale violazione; la quale senza questa sof- ferenza non ci
sarebbe. Così : un maltrattamento mi offende perchè ne soffro; se non ne
soffrissi non ci sarebbe. In- somma: la dignità esiste vrecisamente perchè può
essere violata, e dobbiamo difenderla contro gli altri e contro noi stessi;
essendo in ogni caso elementi empirici tanto la vio- lazione che la difesa. Da
ultimo: ciascuno deve senza dubbio privarsi del suo piacere, affrontar il suo
dolore, piuttosto’ che offendere la dignità sua od altrui; ma deve altresì
procacciare l’altrui piacere, allontanare l'altrui dolore, sempre se ciò è
concilia- bile con il rispetto alla dignità umana; operare diversamente, quando
non ci fosse il motivo accennato, sarebbe un’offen- dere gli altri. E
offenderebbe se stesso chi operasse altri- menti rispetto a se stesso. La
ragione umana, cioè la ragione attuata nell’uomo che ne diviene consapevole, si
applichi al fare o al conoscere, prenda il nome di morale o di logica, è sempre
la medesi- ma : è la legge costitutiva essenziale dell’esperienza. Or ora
dicevamo, e dicemmo più volte, che il suo esserci si deve all’esserci
dell'Unità universale, includente ogni cosa; nel cap. seg. ritorneremo
sull’Unità; per ora lasciamola in di- sparte, fermandoci alla legge. Questa,
essendo legge dell’esperienza, non ci sarebbe, se son ci fosse un'esperienza.
Qualsiasi pregio da noi ricono- scibile a qualsiasi elemento, e la nostra
stessa cognizione dell’elemento, svaninebbero con lo svanire della legge, che
realizza ed esprime ogni valore conoscitivo e pratico. L’u- tilitarismo, che
dei valori pratici vuole rendersi conto senza badare alla legge che li
condiziona, è dunque insostenibile. Insostenibile del pari — e in fondo per la
ragion emedesi- ma — è il categorismo; che alla legge bada, ma trascuran- done
le necessarie connessioni sperimentali. Il pregio del Mosè di Michelangelo
consiste nella forma, non nella ma- teria; eppure la forma è necessariamente
forma d’una ma- teria. i La morale non è una pratica sui generis, irriducibile
alle altre. Ma è l’espressione più elevata, perchè totale, di quella medesima
esigenza razionale, di cui tutte le azioni, consi- derate una per una in gruppi
limitati, sono espressioni fram- mentarie. L’uomo sa, in. quanto gli riesce di
superare !a frammentarietà nel suo pensare teoretico; ed è onesto, in quanta
gli riesce di superare la frammentarietà nel suo fare pratico. DIO $ 1. — Il
Soggetto Universale. Il soggetto singolo è limitato : in primo luogo, perchè
ine- vitabilmente molti suoi costitutivi sono subconsci. S'è visto infatti, che
il più semplice pensiero deve in ogni momento integrarsi con dei ricordi, che
si affacciano sempre soltanto in parte; sicchè il pensare con chiarezza è un
procedimen- to che in un certo senso non finisce mai. Viceversa: il processo
del pensare implica evidentemente la coscienza pensante, che si attua nel
compierlo. Dunque la subcoscien- Za, di cui tanti parlano come se non
implicasse alcun pro- blema, costituisce invece un problema dei più seri; per-
chè, mentre per un verso dobbiamo ammetterla, sembra per un altro verso metter
capo a una contraddizione. Ancora, il soggetto singolo è limitato : in secondo
luogo, in quanto non è possibile risolvere tutta la realtà nel pen- siero di un
singolo: infatti, se non altro, il pensiero del- l’altro singolo differisce, in
gran parte irriducibilmente, 4a quello che io ne so; il che si conclude
necessariamente da quello che io ne so. Reciprocamente : una realtà, non ri-
ducentesi a pensiero pensato,è un contro senso. Anche su questo punto
l’imbarazzo apparisce grave, trattandosi di conciliare tra loro elementi, che
sembrano contraddittorî. — 154 — Per superare le difficoltà rilevate non c'è
che un modo: riconoscerle relative soltanto al singolo; ammettendo, al di sopra
d'ogni singolo, il Soggetto Universale. Il pensiero di questo sia: in primo
luogo, tutto consapevole; in secondo luogo, creatore d’ogni realtà. (L’esserci
della realtà consi- sterebbe nel suo ridursi a pensiero del Soggetto
Universale). Allora, la prima difficoltà, quella inerente alla subcoscienza,
svanisce: infatti quel pensiero che nel singolo è subcon- scio, essendo
perfettamente consapevole nel Soggetto Uni- versale, il problema inerente alla
subcoscienza è piena- mente risoluto. Anche l’’altra difficoltà è risoluta : la
realtà, che non è riducibile a pensiero del singolo, essendo riducibie a pen-
siero del Soggetto Universale. Avevamo già dimostrato non potersi ammettere,
che 1 singoli siano assolutamente separati e tra loro indipendenti. C'è senza
dubbio, in ogni singolo e come suo costitutivo, qualcosa comune a tutti, a cui
abbiam dato il nome di Sp: rito, e che insomma è l'unità suprema, la ragione
ultima e la causa prima del mondo. Esattamente come il Soggetto Universale, di
cui ora parliamo. Il nostro discorso di poco fa non ha dunque nulla
d’ipotetico. Ma importa rilevare, tra Spirito e IRORA Universale, una
differenza. Il Soggetto Universale, abbiam detto, è pie- namente consapevole;
perchè, se tale non fosse, le difficoltà ricordate (inerenti alla subcoscienza,
e alla riduzione a pen- siero della realtà), rimarrebbero insolute.
Naturalmente, se anche allo Spirito s'‘attribuisce la pienezza della coscienza,
Spirito e Soggetto Universae sarebbero tutt'uno. Ma il fatto sta, che secondo
alcuni filosofi (dei quali parliamo col più grande rispetto) lo Spirito non è
consapevole, che in quanto è il pensante vero in ogni singolo; donde si
conclude, non ie esserci punto una coscienza piena, scevra di subcoscienza.
Concezione, che per le ragioni superiormente addotte non possiamo accettare. La
questione che abbiam discussa, e sulla quale aggiungeremo a chiarimento alcune
riflessioni ul- teriori, non è dunque di parole. $ 2. — Caratteri del Soggetto
Universale, Il Soggetto Universale pensa necessariamente, perchè non esisterebbe
se non pensasse. Ma da ciò non si conclude, che sia nel suo pensare determinato
necessariamente. Il determi- nismo assoluto è, per quanto abbiam visto,
incompatibile con la spiritualità, e dunque da escludere anche in ordine al
singolo; tanto più in ordine al Soggetto Universale. Quell’iniziativa che al
singolo si deve riconoscere, si déve riconoscere anche al Soggetto Universale;
ma con que- sta differenza. Il singolo è originariamente spontaneo, ma in
quanto è tale non può dirsi libero; la libertà essendo la spontaneità
razionalmente organizzata. Invece lo Spirito, es- sendo l’unità pienamente
consapevole in cui tutto è incluso è perfettamente razionale; dunque la sua
iniziativa non è spontanea soltanto, ma libera. Il Soggetto Universale crea
liberamente i suoi pensieri; e propriamente non crea che i suoi pensieri.
Supponiamo in- fatti che creasse una realtà non riducibile totalmente a suo
pensiero. Vi sarebbe in questa realtà un elemento irriducibile a pensiero del
Soggetto Universale. Quest’elemento, essendo fuori del pensiero e perciò non
pensato, sarebbe, o creato senza che il creatore se ne rendesse conto, o
increato; sup- posizioni entrambe da escludere. S'intende che il pensiero del
Soggetto Universale non è sia astratto, com'è generalmente il nostro, di fronte
al quaie sussiste una realtà che non gli è riducibile; bensì perfetta- mente
concreto. S’intende ancora che il pensiero creato sarà invariabile senza dubbio
per quei caratteri che sono conse- guenze necessarie dell’unità creatrice; ma
per gli altri può esser variabile; non potendosi al Soggetto Universale negare
la capacità di produrre qualcosa di nuovo. Del resto: l’es- serci della realtà
variabile prova, che il Soggetto Universale volle, senza esservi necessitato,
creare qualcosa di varia- bile. In quanto crea una realtà variabile, il
Soggetto Uni- versale crea pure il tempo; al quale non è sottoposto, perchè il
tempo non esiste, in ordine al Soggetto Universale, che in quanto questo
estrinseca una variabile attività e svanireb- be ipso facto, quando il Soggetto
Universale cessasse dal realizzare, cioè dal pensare, delle novità. $ 3. —
Relazione tra i singoli e il Soggetto Universale. Il procedimento, con che il
Soggetto Universale crea il sin- va si riassume come segue ; | . Il Soggetto
Universale costituisce di certi suoi pen- sui un gruppo connesso in se medesimo
più strettamente che non con gli altri pensieri estranei al gruppo; 2.
Attribuisce a questo gruppo di pensieri una coscien- za, estendentesi non oltre
il gruppo, e inclusa di certo nella coscienza del Soggetto Universale, ma
tuttavia distintane ; 3. Attribuisce al gruppo medesimo una iniziativa, dalla
quale il gruppo è reso capace di modificare se stesso, e in grazia
del’interferire, di esercitare un’azione modificatrice anche su altri pensieri
del Soggetto Universale aggruppati o no. E’ appena il caso di avvertire che il
costituire di certi -- 157 — pensieri un gruppo e l’attribuire al gruppo tanto
una co- scienza distinta quanto un ‘iniziativa, sono tre operazioni che in
ultimo si riducono a una sola. Infatti come i pensieri del Soggetto Universale
costituisco- no un’unità, perchè tutti sono pensieri Suoi, cioè tutti sono
inclusi nella sua coscienza; nello stesso modo certi pen- ‘ sieri del Soggetto
Universale costituiranno un’unità parziale, perchè inclusi anche in una
medesima coscienza limitata e. secondaria. Formare il gruppo, e attribuirgli
una coscienza, sono dunque una medesima operazione. D'altra parte una coscienza
è sempre necessariamente un'iniziativa; in altri termini: una coscienza, che
non operasse, non potreb- b’essere tutt'al più che un ricettacolo indifferente,
non la coscienza viva costituente un soggetto. Essendo la coscienza singola
capace d'iniziative affatto spontanee, il Soggetto Universale non conosce in
anticipa- zione il modo con cui le iniziative medesime si vanno svilup- pando.
A primo aspetto quest’affermazione sembra inconci- liabile con l’onniscienza;
carattere, che al Soggetto Univer- sale non può esser negato. Ma riflettiamo.
1. La detta limitazione dell’onniscienza non è riferibile a una realtà esterna;
è una limitazione, che non ci sarebbe se non fosse voluta dal Soggetto
medesimo; il quale po- trebbe anche non volerla, ma rinunziando in questo casa
a creare dei soggetti. | 2. L’atto spontaneo, benchè non conosciuto in
anticipa- zione come ora dicevamo, è dal Soggetto Universale imme- diatamente
conosciuto nel suo attuarsi, perchè il soggetto sin- ‘ golo essendo, anche in
ordine alla propria iniziativa, interno : al Soggetto Universale, nella
coscienza del singolo non ci può essere nulla che non sia ipso facto anche
nella coscienza del Soggetto Universale. Abbiamo già visto, che
l'’indeterminismo di cia- scun atto è completo bensì riguardo al suo
realizzarsi, ma non riguardo al modo con cui si realizza. Il modo è anzi de-
terminato quasi per intiero dalle connessioni causali a cui l’atto è sottoposto
necessariamente nel suo realizzarsi. Deriva da ciò che il Soggetto Universale,
pur non preve- dendo il relizzarsi di un atto, prevede, con un’approssima-
zione di gran lunga superiore a quella, con cui l’uomo più dotto formula una
legge fisica o psichica, le conse- guenze anche più lontane degli atti che si
vanno realizzando. Il che gli rende possibile di esercitare in ordine al mondo
quella funzione teleologica di cui la parola Provvidenza «esprime la concezione
comune. Notiamo infine, che l’esi- stenza di un mondo, i cui creatori sono i
soggetti singoli, non impedisce al Soggetto Universale di influire sul mondo
medesimo anche direttamente per via di pensieri esclusivamente suoi, che
potranno modificarne anche profon- dissimamente l’accadere. I caratteri, che
riconoscemmo al Soggetto Universale, giustificano e impongono la sua
fondamentale identificazione col Dio delle religioni monoteistiche. Il Dio, a
cui siamo giunti, è degno senza dubbio d’essere amato sopra ogni cosa, con
tutta l’anima. Con ciò, la piena risoluzione del problema religioso non è
ottenuta; ma il procedimento per ottenerla è indicato con sufficiente
chiarezza. | $ 4. — Dio, e la scienza umana. ° Contro il teismo fu sollevata
un’obbiezione, che dobbiamo discutere : ammessa l’onniscienza divina, che
funzione ri- mane alla ricerca umana? L’uomo, per quante conquiste faccia nel
campo conoscitivo, non riuscirà mai ad accrescere il sapere d’un minima che; la
sua opera è dunque vana. Ri-* spondiamo : la ricerca umana serve, se non ad
altro, ad accrescere il sapere dei singoli, che non si posson dire onniscienti,
e che possono tutti, per molto che sappiano, saper qualcosa di più. Gli
oppositori affermano, che in ogni singolo il pensante vero sia uno solo, Dio —
un Dio, il quale non pensa che nei singoli —; donde si conclude, che il sapere
divino, e il sapere dei singoli, coincidano. Allora, ma soltanto allora,
l’obbiezione apparisce fondata : se Dio è onnisciente, son tale anch'io; e la
mia ricerca non ha senso. - Se non che, noi respingiamo l’affermazione degli
opposi- tori. La discussione tra loro e noi deve cadere su questo punto: se
cioè il singolo sia, o no, da identificare con Dio. Le ragioni, che fanno per
noi, furono riferite più addietro, e non è il caso di ripeterle ; gli
oppositori avranno causa vin- ta, se riescono a confutarle. Ma che una
conseguenza della loro dottrina, da noi non accettata, si pnesenti come un'’ob-
biezione alla nostra dottrina, è logicamente illegittimo. Non c’è, dicono gli
oppositori, una ricerca, ma una costru- zione; che sotto un aspetto è
costruzione del sapere, sotto ‘un altro è costruzione della realtà. Questo —
cioè che realtà e cognizione sian tutt'uno, è indiscutibilmente vero in ordine
a Dio; ma in ordine al singolo? Apro un giornale, per in- formarmi delle
novità; vorreste sostenere, che le novità 'e ho create io con l’aprire il
giornale? La filosofia, rispondo- no, ha tutt'altro da fare, che tener dietro
ai singoli. E anche questo è vero fino a un certo segno; sostenere, che Dio è
il pensante vero in ogni singolo, mi sembra un dir qualcosa intorno ai singoli.
Infine : l’onniscienza divina comporta qualche restrizione, che in Dio non è un
difetto, perch’Egli stesso la volle. Dio non crea il mondo umano — popoli,
governi, chiese, case, argini, macchine, ecc. ecc. — che in quanto crea, e
mette in condizioni favorevoli, degli uomini che lo creano. Ri- spetto al mondo
umano si può dire, quantunque non preci- samente nel senso degli oppositori,
che la scienza relativa è una costruzione piuttosto che una scoperta. Ma di qui
non si ricava niente contro la nostra concezione di Dio Il Saper volgare Valore
del saper volgare Come si costruisce il saper vulgare L’Esperienza La Ragione
Esperienza e ragione collegate L’attività pratica La convivenza Insufficienza
del saper volgare I sottintesi – IMPLICATURE – SUB-SIGNIFICATO – IO SIGNIFICO –
IO INTENDO – IO SOTTINTENDO -- del pensiero volgare La Scienza . La scienza e la limitazione del
campo Altre considerazioni sul procedimento scien- tifico La scienza non può
condurre ad una conce- zione d’insieme Le Religioni Origine delle religioni
Prima critica delle religioni accennate Il Cristianesimo Cristianesimo €
filosofia CapitoLo IV. — Cenni storici sullo svolgimento della critica $1—
Cartesio Malebranche e Spinoza Locke $ 4 — Berkeley Hume Leibniz - Le monadi e
la loro funzione rap- presentativa $ 2 — Leibniz - Ciò che le monadi
rappresentano $ 3 — Kant - La rivoluzione copernicana Kant - Le intuizioni
fondamentali Kant - I giudizi sintetici a priori e le categorie Kant - Fenomeno
e noumeno . |Fichte a. | Necessità di una critica ulteriore . La Critica
Radicale $ 1 — Opportunità di rifarsi da Kant Lo Spirito e la realtà IH Tempo
Osservazioni critiche sulla dottrina del tempo suesposta $ 5.-- Lo Spirito ed
il soggetto e n a L’unicità del Soggetto La cognizione oggettiva dei soggetti
L'unità della coscienza Discussione del solipsismo Formulazione dei problemi
fondamentali Unità di coscienza . Unità e molteplicità della coscienza $ 4 — La
subcoscienza ; $ 5 — Inamissibilità della subcoscienza La dottrina dell’essere
ideale di Rosmini Verità e Certezza Verità Certezza . Certezza e verità Il
tempo, la causalità e l’accadere Il tempo e il pensiero Il tempo e l’accadere
La causalità come categoria Da che dipende l’accadere Il principio dell’accadere $ 6 —
L'interferire 8 7 — Lo sviluppo del soggetto . Il problema conoscitivo $ 1 —
Pensiero e cognizione L'esperienza Continuazione : che ci fa conoscere lo
studio La comunicazione del pensiero e l'interferire. La cognizione della
realtà fisica Realismo spiritualistico La rappresentazione del mondo fisico I!
problema pratico » & 1 — Su che si fonda la morale $ 2 — L'’utilitarismo
Cenno sullo sviluppo storico della morale $ 5 — La morale categorica $ 6 —
Critica della dottrina suesposta Conclusione Dio Il Soggetto Universale $ 2 —
Caratteri del Soggetto Universale Relazione tra i singoli ed il Soggetto
Universale Dio, e la scienza umana . 4 30007. 2 lieto albe la e » tn Ir Lin
LETT f Ci cp prati LL ITTI ni n _——€€&
= .uer-* P/9- iDinsro varisco 3174 ' 0> TORINC SUL PROBLEMA * ì$
CONOSCENZA jf*!Ì ■* l.v BERGAMO TIP. KAGNANJ K GA1.KAZZI )8fl3. ti TNTRODUZION
K Che l'ordinario discorso abbia a fondamento delle norme universali, è un
fatto. Queste norme sono molte, ma non s'applicano tutte in ogni discorso, nè
tutte hanno una uguale importanza ; alcune essendo costrui¬ bili per mezzo di
altre. Si domanda, quali di esse siano, indipendenti o primitive. Un fatto
assolutamente primitivo l'ordinario discorso non è. Invero, quando cominciamo
ad accorgerei di ragionare, ci troviamo in possesso di un certo nu¬ mero di
notizie, che del ragionamento costituiscono l'immediata materia e che,
analizzate, rivelano manifeste le teaccie di ragionamenti anteriori.
L'ordinario di¬ scorso non è dunque spiegabile completa niente da sé. La
domanda formulata si può intendere in relazione, o al ragionamento come un fatto
semplicemente am¬ messo, o ad una spiegazione completa del fatto. Nel primo
senso, cerchiamo quali siano le norme che i.1 di¬ scorso è inetto a costruire,
e che p. c. son primitive in 4 ordine ad esso. Ma una spiegazione completa del
ra¬ gionamento, se fosse trovata, ci darebbe anche la co¬ struzione di lineile
norme, relativamente primitive. La i/uestione dunque si divide in due,
spettanti la prima alla logica, l’altra alta metafisica ; le quali ven¬ nero
generalmente confuse. Molti stimarono deducibili con l’onlinari(i ragionamento
le norme tutte da una sola ; il che vedremo non essere vero. Altri reputarono
ozioso discutere le norme, assumendone in fatto una sola, l'im¬ possibilità di
pensare (o d'immaginare) in certe condi¬ zioni, e attribuendo cosi lo stesso
peso agli assurdi (p. cs.: un triangolo con quattro vertici) e ai concetti non
rappresentabili (g. es. : quello delle dimensioni della terra, o della velocità
della luce): anch'essi cadder nel medesimo equivoco, quantunque, per difetto
d'ana¬ lisi, se ne credessero fuori. Noi che trattammo le due questioni, con su
facente di¬ stinzione per quanto ci pare, in altri lavori (i), le tor¬ niamo a
discutere in questo ; diciamone in breve il perchè, iwccssario a conoscersi da
chi voglia, dell'opera nostra complessiva, dare un giudizio o cavare un chiaro
àostrutto. Gli scritti precedenti avevano per base un’ipotesi (2). La quale si
era bensì procurato di formulare con la massima precisione e di chini-ire con
molti raffronti; nè aveva altro scopo, in fine, se non di ridurre a una sola le
difficoltà che s'incontrano discutendo sotto i di¬ versi aspetti il problema
gnoseologico. Inoltre lo svol¬ gimento coerente della trattazione dovrebbe aver
con¬ tribuito a fissare il significato dell’ipotesi e a dimo¬ strarne l'utilità
; mentre non si dà forse l’esempio di discussioni gnoseologiche non fondate su
qualche ipotesi, espressa, o (eh’è ben peggio) sottintesa (2). Tuttavia, d'un’
ipotesi si può dubitare ch'esprima sol- tanto un modo personale di vedere, che
non abbia si- unificato se non in mi cert’ordine di idee, e che quindi
presupponga il sistema, a cui si cuoi farla sentire di fondamento. Sarebbe
utile sindacare, con una ricerca indipendente dall' ipotesi, i risultati
ottenuti per mezzo di essa. Quest’ è uno degli scopi ilei presente lavoro. La
questione, logica va risoluta per la prima, (4) o la ricerca mancherebbe di
base positiva.; e si risolve con l'analisi del ragionamento. La nuova analisi
riproduce sostanzialmente quella che si era fatta altrove. Per l'ac¬ cennata
diversità di metodo, non potevamo ritenere ac¬ quisite le conseguenze delie
indagini precedenti ; abbiamo perii supposto che il lettore le conoscesse,
risparmiando cosi molte dilucidazioni, che sarebbero state ripetizioni.
Dilucidazioni e non prove ; del resto, molte cose negli scritti citati,
quantunque coordinate all'ipotesi, ne sono Indipendenti. Che ogni discorso sia
innanzi tutto e sempre un pro¬ cesso particolare ; che la particolarità d’ogni
processo permetta di discutere le norme generali, non discutibili altrimenti, e
anzi queste traggano la loro certezza dal¬ l'esigenza propria di ciascun fatto
conoscitivo in quanto accade ; che p. c. l'universale non si debba ammettere
senza spiegazione, e cioè soltanto dopo di averto co¬ struito per mezzo del
particolare ; sono nelle nostre indagini, concetti fondamentali, che a noi par
d’avere stabiliti, risolvendo, non trascurando, le difficoltà solle¬ vale in
contrario dagl' idealisti. Ma nei due primi lavori, c'è alle volte qualche
titubanza nel ricorrere a que’ concetti (à), sicché forse non sempre nè immedia
tinnente il lettore avrà compreso il senso da attribuirsi a qualche discussione
; e ciò può essere stato cagione d’equivoco. Confidiamo che dalle nostre
espressioni questa volta sia. svanita ogni ambiguità. Abbiamo affermato altrove
la necessità di ricorrere ad un algoritmo, perchè l’analisi del ragionamento
rie¬ sca sicura : in questo scritto Uaffermasione si troverà confortata di
nuove dimostrazioni, che non ci paiono facilmente confutabili. Ma preghiamo
s'avverta di non equivocare. Altro è voler sostituire l'algoritmo al di¬ scorso
copie strumento di ricerca, altro veder nette for¬ mule fondamentali della
topica matematica il solo mezzo jier /are un analisi completa e sicura de!
ragionamento, ridotto alla massima semplicità. Questa (e questa sol¬ tanto) è
la nostra opinione; fondata su ciò, che l'algo¬ ritmo esclude ogni sottinteso,
mentre dall'ordinario di¬ scorso d sottinteso non è mal rigorosamente
escludibile. In algori!nm logico avevamo già esposto altrove (0). c dedottene
conseguenze, che qui vengono confermate. Quel tentativo ci pare tuttavia esatto
: ma come tenta¬ tivo nostro, non possiamo pretendere sia indiscutibile. -\on
parliamo delle formule, non inventate da noi, ma le formule esprimevano
simbolicamente delle proposi¬ zioni costrutte con un metodo nostro. Rimaneva
cosi dubbio, se l'analisi del ragionamento, costituita dal com¬ plesso di
quelle formule, avesse un valore oggettivo. •s è riparato, riportando qui tali
e quali, da un’accu¬ rata raccolta di formule logiche, quelle riconosciute
fondamentali. La logica matematica ha lo stesso rigore e valor formale della
matematica pura. La sua attitu¬ dine a ricavare dalle formule che si
riferiranno una sene indefinita di conseguenze, è fuori di contestazione.
Interpretando e discutendo le formule, riconosciute da essa irredueibdi, siamo
dunque certi di discutere delle norme logiche davvero indipendenti (nel primo
senso), os¬ sia di fondarci sopra una completa analisi del ragionameli- 7 io. E
se ci riascirà di costruire le delle formule con certi mezzi, rimarrà
dimostrata la sufficcnza di questi mezzi a spianare il ragionamento. La lettura
di quella parte dell’opuscolo, che tratta del! al nord am Ionico, riuscirà
noiosa, È un inconveniente al quale non era possibile rimediare, se à vero (7),
che il processo razionale non è analizzabile in guisa defini¬ tiva, se non sia
ridotto in forma alnoritmica. Però, di latte ^espressioni simboliche si dà la
traduzione in lin- guaggio ordinario : e non s’ istituiscono processi alga
ritmici, perchè dell’algoritmo non si fa che discutere 1 concetti fondamentali.
Benché contenga dette formule, ■/ars/n m„i c un lavoro di logica matema tica :
alla quale la discussione di que’ concetti è non meno estranea, che quella del
numero di dimensioni attribuibili allo spazio reale, alla geometria. Pelle
indagini, rispetto agli altri nostri lavori nuove assolutamente (c non solo in
ordine al metodo), cre- iliamo inutile far cenno. Bergamo. LE CONDIZIONI DEL
RAGIONAMENTO Delle cose pensabili, alcune ci sembrano indipendenti da noi, p.
es. una stella; altre invece sono senza più no¬ stri modi di essere, p. es. un
sentimento attuale di gioia o di tristezza. Ma quando la gioia o la tristezza,
oltreché provate, vengono pensate (p. es. analizzandole, giudican¬ done il
valor morale, assegnandone le cagioni) l'opera¬ zione che si compie non ha
niente che fare con un tentativo di mantenere o di mutare quel modo di essere.
Il quale allora si distingue da noi che l’esaminiano, si contrappone a noi
nell'esame; noi ci riflettiamo, come se fosse indipendente da noi, al pari di
una di queU’altre cose. Si dice che la nostra affezione ò presa ogget¬
tivamente. • L'oggettività è in fatto inseparabile dal pensiero. Noi abbiamo
con le cose delle attinenze reali, e delle attinenze ideali; ogni azione
modificatrice tra noi e le cose.appar- 10 tiene al campo reale, ed è esclusa
dal campo ideale : non si conosce la temperatura di un ambiente, se non a con¬
dizione, di non modificarla. La distinzione (anzi l’opposi¬ zione) tra i due
campi sarà forse illusoria; non importa: come distinzione di fatto, essa è
innegabile. Se in fatto si diano delle cose indipendenti da noi, non si
discute. I nostri sentimenti non sono di certo fuori di noi; pure, noi li pensiamo
come se ci fossero estranei. Comunque stiano intrinsecamente le cose, il
pensiero lo considera tutte a un modo, come indipendenti dal suo proprio atto;
e non è possibile che a questa condizione, poiché, supponendola non
soddisfatta, troviamo di aver latto altro che pensare. Non v’è cognizione, che
non sia oggettiva; reciproca¬ mente, doy’è oggettività, ivi è cognizione;
quantunque la semplice oggettività non ci dia la cognizione più compita di cui
siamo capaci. Al presentarcisi d’un oggetto, pura¬ mente come oggetto, non se
ne conosce alcuna determi¬ nazione; s’afferma nonostante che qualcosa c’è, si
conosce. Una sensazione (8) può esser oggetto del pensiero, cioè possiamo
pensarci, parlarne. E può esser semplicemente • oggetto , die vuol dire,
possiamo non soltanto averla, provarla, ma pensarla, e pensarla
indeterminatissimamente» pensare soltanto che qualcosa è accaduto ( il puro
acca¬ dere senza determinazioni). Può essere che la sensazione ( o qualche
sensazione) riesca oggettiva, semplicemente, e da sé ? Non pare, e per due
ragioni. L’immediato acca¬ dere è sempre determinatissimo, è quel certo
accadere, non l’accadere in genere ; il semplice oggetto come tale è invece
indeterminatissimo. In secondo luogo, una sen¬ sazione, è un nostro modo di
essere, almeno in questo senso, che se non fossimo modificati, non sentiremmo.
Ma i nostri modi di essere, come tali, non sono ogget¬ tivi. II In ogni modo,
anche rispondendo affermativamente alla fatta domanda, che sarebbe assumere
un’ipotesi, è pur sempre possibile separar mentalmente il fatto della no¬ stra
modificazione, dal fatto che questa riveste il carat¬ tere d'oggetto,
quand’anche i due in realtà si riduces¬ sero a un solo. Dicendo in seguito
sentire, s’intenderà denotare il primo fatto separatamente preso. Non am¬
mettendo l’ipotesi, i due fatti sarebbero realmente distinti, e l’oggettività
il risultato d’un processo, qualunque siasi. Ma la loro distinzione mentale è
possibile in ogni caso ; si può dunghie dire, senza pregiudicar nulla, che noi
og- gettiviamo, e parlare d’un processo d'oggettivazione. La semplice
oggettivazione non ispoglia l’elemento della sua particolarità ; gli elementi
pensati sono quei certi tali, benché oggettivamente presi ; non sono ancora
delle nozioni universali. Quindi, il concetto a, il concetto h, ecc.
(intendendo, concetti primitivi o elementari) pos¬ sono essere queste medesime
lettere oggettivamente prese. Si può del resto anche usare ciascuna lettera
come segno d'un altro concetto, sia qualsivoglia, purché otte¬ nuto con la
semplice oggettivazione d’un elemento dato particolare. 2 . l’n discorso, o
processo razionale consapevole, consta di parole, che hanno un senso
all'infuori di esso, ossia di concet ti (ele mejiti oggettivi, non però
semplicemente og¬ gettivi) conn essi media nte certi atti del pens iero (ope¬
razioni); e presuppone i concetti, di cui risulta. Di molti di questi peraltro
è lecito supporre (in un gran numero di casi non si tratta nemmeno d’una
supposi¬ zione, ma d’una notizia positiva) (9), che siano risultati 12 (li
processi anteriori ; non sarebbero dunque necessari alla possibilità d'un
processo qualunque. Ma la semplice oggettività, quantunque non si sia escluso
che possa es¬ sere il risultato d'un processo ( anzi, si vedrà più tardi che
cosi è, almeno molto probabilmente) non sarà di certo il risultato d’uno di
quei processi discorsivi ( i soli, di cui abbiamo chiara e immediata
consapevolezza), che la presuppongono, perchè non sono possibili, se non è dato
qualche concetto. Del resto, la varietà de’ tentativi fatti per ispiegare
l'oggettività, prova che 1* origine di questa è incognita, e va dunque cercata
altrove che in un processo chiaramente e immediatamente consapevole.
Congiungendo quest’osserazione con la chiusa del § preced., si conclude, che senza
le previe oggettivazioni (semplici) di alcuni dati, niun djcorso sarebbe
possibile. L'oggettività d'alcuni elementi è dunque una condizione necessaria
del discorso, il che non vuol dire, nè che sia la sola necessaria, nè che sia
sufficiente. E' intanto manifesto, richiedersi di più che cia¬ scun elemento
sia permanente, atto cioè a rimaner nel pensiero per un tempo indeterminato, e
anche a riaffac¬ ciarsi a intervalli, per un tempo del pari indeterminato. La
cosa non è discutibile; non è per altro cosi liscia come alla prima parrebbe.
S'io penso a dieci volte, ciascuno di questi pensieri è un fatto pscicologico
assolutamente distinto, com’è distinto ciascuno degli a che compaiono scritti
successivamente in un calcolo algebrico; nel pro¬ cesso però essi contano per
un elemento solo. Ossia un elemento non è permanente nel pensiero, se non in
quanto più elementi vi si considerano come uguali. Non si cerca, in che
consista l'identità; si può per altro ammettere, che sia il risultato d'un
processo d’identificazione, allo stesso modo e nello stesso senso, che
l’oggettività s'é con¬ siderata come il risultato del processo d'oggettivazione
13 La permanenza d'un elemento non è inclusa nella sua semplice oggettività. Un
medesimo segno può infatti ricevere successivamente diversi significati, cosi
nel lin¬ guaggio usuale, come nell'algoritmo. Non v' è d'altronde uiuna
impossibilità nel supporre che un elemento venga Aggettivato in un dato
istante, poi in un altro, ecc.; e che tutte queste oggettivazioni rimangano sconnesse,
non si facciano valere come una sola. In quello che segue, a meno che non si
dica espres¬ samente il contrario, l'oggettivazione s'intenderà sempre
accompagnata dall’ identificazione ossia l'oggettività dalla permanenza. Si
vedrà in primo luogo come sia possibile costruire il discorso presupponendo
queste due sole formo accoppiate ; le quali tuttavia non si prendono come forme
universali, ma soltanto come realizzate ne' singoli ele¬ menti ; cioè, non si
ragiona sull'oggettività e sulla per¬ manenza in genere, ma si suppone soltanto
che siano permanentemente oggettivi certi concetti dati, a, b, c. ecc Si
tenterà in ultimo una spiegazione delle forme me¬ desime. 3 . Una parola, cioè
un suono articolato qualsiasi, appar¬ tenente p. es. a una lingua sconosciuto,
o formata in modo arbitrario, può essere Aggettivata, al pari di qual¬ siasi
altro gruppo di sensazioni. (E quanto si dice del suono, s intende anche d una
figura che lo rappresenti, o dei fantasmi dell'uno o dell'altra). In questo
caso per altro essa non ha significato aldino. Quanto al significalo, la parola
lo riceve dalla sua connessione con un gruppo di fatti ; connessione che dovrà
! essere stata Aggettivata, non meno della parola nuda e del H gruppo
separatamente preso. In varo, la parola, o denota elementi dell’ordine reale: e
il suo significato si confonde quasi che indistinguibilmente con uno schema
fantastico, strettamente associatole da un nesso reciproco, mediante il quale
essa è collegata a un gruppo più complesso. O rappresenta un concetto astratto,
ed è oramai accertato che questi concetti sono solidificazioni, ottenute per
mezzo della parola, di certi processi razionali, ossia di certe successioni
concatenate di fatti. Che queste connessioni siano necessarie perché le pa¬
role abbiano de' significati, risulta da ciò, che spezzan¬ dosi quelle o
alterandosi, il significato della parola sva¬ nisce o muta : del resto, sarebbe
strano supporre che un dato accozzo di lettere abbia un' intrinseca misteriosa
virtù significativa. Supporle non sufficienti, ossia che non costituiscano esse
il significato, benché ne siano una con¬ dizione, è un' introdurre un' ipotesi
gratuita, dalla quale si deve prescindere, finché il prescinderne sia
possibile. Conviene distinguere tra il significato che una parola puf)
ricevere, e quello che essa riceve in un dato mo¬ mento (in quella tal frase,
pronunziata in quelle inco¬ stanze). 11 significato di una parola in un dato
monpnto, dipende dal numero e dalla natura di quelli tra gri ele¬ menti
connessile, che in quel momento sono di fatto pen¬ sati. Ne risulta in primo
luogo, che prescindendo pure dalle omonimie, una stessa parola è capace di
moltissimi sensi, più o meno diversi, e n'assume in effetto or l'uno or
l'altroj In secondo luogo, che il suo effettivo signifi¬ cato è sempre
particolare. Infatti : se la parola ch'io pronunzio non risveglia alcun'
immagine, nè la reminiscenza sia pur iniziale d'alcun processo, io ho detto una
parola senza senso; pensandola, non penso che quel dato suono, cioè un
particolare. Se, degli elementi connessile, se ne risvegliano uno, due, ecc k
un determinato gruppo, il senso della parola, in quel¬ l'istante, è costituito
dal pensiero di quel gruppo: sem¬ pre d' un particolare. Come si spiega allora,
che le parole ("eccetto i nomi propri) abbiano anche un significato
universale ; anzi, che questo ne sia il vero significato, e secondo l'opi- mone
comune, e secondo il fatto ; perchè non si riesce a denotare un determinato
oggetto, se non applicando certi artifizi (predisposti nel linguaggio), i quali
di più son quasi sempre insufflcenti, se non vengano aiutati da circostanze
esterne? I na spiegazione, di certo, è necessaria. Ma perchè sia vera
spiegazione, bisognerà che : risulti dall'aver costruito dei concetti e delle
proposizioni universali, senza pre¬ supporre nient'altro. che concetti e
proposizioni parti¬ colari (presi in quel determinato senso che hanno nel-
l'istante in cui si considerano). Perchè, siccome il pen¬ siero non ha mai a
sua disposizione che una determi¬ nata materia, e similmente ogni suo atto è
del pari quel tato atto determinato, ogni caso contemplato o contem¬ plabile da
esso è sempre un caso particolare. Prim i dunque della domanda: su che
fondamento si enunciano delle proposizioni universali ? conviene rispondere a
que¬ sta altra: in che consiste un'affermazione universale? • La risposta sarà
data (per quanto è possibile somma- riamente) nel Gap. V, come un’immediata
conseguenza «lei procasso particolare di cui al Cap. IV. Si può dire per altro
sin d'ora che la parola non ha un senso univer¬ sale immediatamente e per sè,
ossia per il solo fatto che Vlenfl P ensata come significativa ; ma in seguito
a una operazione nuova e distinta ; la quale, in che cosa con¬ sista, e da che
venga condizionata, rimane tutt’ora in¬ cognito : ma verrà indicata dicendo che
la parola è' stata soggetta all' intenitone d‘ universalità. Da questa Iti
intenzione non si prescinde (ossia 1* universalità si am¬ mette come non
bisognosa di spiegazione) nei Capp. II e IH.i quali non formano propriamente
parte della teoria; e hanno il solo scopo di chiarirne 1' intento, e di som¬
ministrarle opportuni mezzi di verifica. 4 he considerazioni che precedono sono
in perfetta ar¬ monia con de' modi di vedere, che oramai son divenuti comuni, e
si possono dire acquisiti alla scienza. I,a na¬ tura propria dell'atto
conoscitivo è di staccare il fallo dalla sua matrice reale, per classificarlo
sotto certe ca¬ tegorie universali, ossia per universalizzarlo o idealiz¬
zarlo. Ma questo è un secondo stadio del sapere, a cui ne deve precedere un
primo più concreto . nel (piale il fatto si presenti con tutta la sua attuale
realtà. Se ciò non fosse, la nostra mente si rimarrebbe confinata perpe¬
tuamente nella regióne dell' ideale, c mancherebbe qua¬ lunque comunicazione
colla realtà. Il sapere primo e più concreto è quello che corri¬ sponde alla
semplice oggettivazione. Il fatto Aggettivato, è con ciò solo pensato come
qualcosa, come indipendente da noi e da tuttodì) che non sia esso stesso. Ma
non è ancora classificato; le sue determinazioni son sentite, ma non ancora
conosciute, perchè non espresse con formule generali ; nel pensiero del fatto,
non c' è niente che si riferisca ad altro, non vi si è per anche ravvisata una
moltiplicità organica d'elementi pensati, ma lo si è preso nella sua semplicità
originaria, nella sua realtà. L’uni versalizzazione vien dopo : è il risultato
d' una seconda operazione, distinta almeno in questo senso, che non è sempre
necessariamente associata alla prima. 17 Ma anche nell' universalizzare, e dopo
d'avere univer¬ salizzato, il pensiero si trova sempre occupato intorno a ile’
particolari, s’intende già oggetti vati. Un processo razionale qualsiasi
suppone delle norme da seguire (la natura e il significato delle quali verranno
discussi più ol¬ tre), vogliam dire un tipo da imitare, un modello da ripro¬
durre. Ora, se ogni singolo passo del pensiero rnoi es¬ sere riscontrato a quel
modello, bì richiede /’ incessante ri¬ chiamo d’ un passato e la pistone dell'
identico e la re¬ pulsione de/ contrario. Ben è vero, che in tutto questo
jirocesso il pensiero dee far opera di svincolarsi da’, legami psicologici e
sprofondarsi ne' rapporti pura¬ mente obbiettivi. Ma questi si trasformano
continua- utente in attnenze soggettive, (10) e a questo solo patto perdurano
nell'anima. Di qui l'alta opportunità, per non dire necessità, di fissare i
nostri pensamenti pei" mezzo di segni sensibili, e specie della parola.
(U) * In ogni processo, v’è l'intenzione d’universalità che gli attribuisco un
significato senza confronto più vasto di quello che gli è immediatamente
proprio ; ma quest'in¬ tenzione non sarebbe niente, e non significherebbe
niente se non fosse applicata a qualcosa. Il processo è insomma e innanzi tutto
quel tal processo reale, determinato, e perciò anche particolare. E come
particolare ha un si¬ gnificato, eh’ è il fondamento del suo significato
univer¬ sale ; perché niun risultato sarebbe ottenibile con un» processo, che
in fatto non si svolgesse. Quindi è a din* che ogni processo, quand'anche,
sottoposto in un dato senso all’ intenzione d’ universalità, risultasse
assurdo, come un processo che s’ è potuto compire su degli ele¬ menti oggetti
vati, un qualche significato lo ha senza dubbio, e non può esser questione, che
d’interpretarlo , -• i ' / CAPITOLO II. IL RAGIONAMENTO IN GENERALE 5 A (fioche
certe parole sensate compongano un discorso sensato, conviene che si succedano
in un certo ordine i notando che pure i segni d'interpunzione, rappresentati
parlando per mezzo delle pause e del tono, vanno con¬ siderati come parole.
Inversamente, parole sensate danno sempre un discorso sensato, purché si
succedano in un certo ordine, che non è determinato assolutamente, ma
dev'essere un certo tale. (12) Si deve dunque dire che le parole godono di certe
proprietà combinatorie, perchè si prestano a certe combinazioni o
aggruppamenti, e non a cert altri (alcuno nia non tutte le combinazioni
possibili danno un discorso sensato). Le proprietà combinatorie delle parole
possono venir definite con formule universali e astratte; e tali sono p. es. le
regole grammaticali. Non occorre per altro che queste formule siano conosciute;
nè, quand'anche si co- «oscano, le combinazioni regolari ottenute si possono
credere sempre ottenute in fatto mediante un’applicazione delle formule. Le
combinazioni legittime si formano molte volte in modo interamente, o quasi,
meccanico; un gran numero di nessi legittimi tra le parole essendosi resi
abituali sino dalla fanciullezza. (13) Ma anche quando la combinazione è
deliberatamente vo¬ luta, e costituisce un atto pienamente razionale, non per
questo essa è sempre la particolarizzazione d’una formula 19 «onerale, non è
dedotta da questa, ma è. o può essere un fatto cogitativo senza riferimento
fuorché alla sua matoria individua (s’intende oggettivata); il risultato d'un
processo chiuso in sé. e tutto particolare. lo pronuncio due parole di cui
penso i significati, quei significati particolari ch’esse hanno per me in quel
momento, supposto ch'io non le abbiasoggettate all’ inten¬ zione d’universalità;
le pronuncio successivamente, for¬ mandone un gruppo meccanico. In conseguenza
dell’essersi formato de' due suoni un gruppo, i gruppi d'altri ele¬ menti che
formavano separatamente i significati delle due parole, tendono per
associazione a connettersi, e in qualche maniera ci riescono ; se il nuovo
gruppo che risulta dalla loro connessione è oggettivabile come tale, la
successione delle due parole ha un senso: in caso diverso ne è priva. (La
formazione del gruppo risultante può in ogni caso venire impedita,
interrompendo il processo, connettere : ciò si ottiene col diriger l'attenzione
in un senso opportuno, e, come aiuto estrinseco mediante delle pause tra le
parole. Sopra di che non conviene fermarsi più oltre;. Le combinazioni
significative sono dunque de' risultati, determinati soltanto entro certi
limiti, ma entro questi nocassariamente determinati, dai significati delle
parole. Le quali dunque hanno certe proprietà combinatorie, perchè hanno certi
significati, e non per altro; le loro proprietà combinatorie si possono
considerar come effetti. «lei loro significati. K si dice, effetti, non
conseguenze, perchè, quantunque ne siano logicamente deducibili con de processi
generali, nel fatto esse reggono il disc«)rso, non in quanto dedotte, nè in
quanto deducibili, che anzi non sono d'ordinario nemmeno conosciute tutte ; ma
corno effetti reali del pensiero reale de’ significati. Poiché si pensano le
tali parole ne' tali sensi, non è possibile com¬ binarle che in que' tali modi.
Tant' è vero, che per as 20 sicurare la legittimità delle combinazioni, l'unico
mezzo a cui si ricorra, quando non si ragioni in forma, è di pensare con forte
attenzione i significati. Quando le combinazioni si facciano soltanto nel modo
indicato, com' è quasi sempre il caso nella pratica usuale, il discorso riesce
incerto e di dubbio valore. Infatti, il significato particolare d' una parola
non è qualcosa di fisso, anzi varia del continuo, per quanto leggermente, e in
un discorso appena un po’ lungo, anche a motivo «lolle nuove serie «li fantasmi
rievocate dal discorso mede¬ simo, va talvolta soggetto a variazioni di gran
rilievo. I,a variazione de' significati renderebbe già da sola il discorso meno
coerente ; essa poi tira con se una varia¬ zione nelle proprietà combinatorie.
E siccome la parola rosta sempre la medesima, cosi, chi esamini il discorso nel
suo complesso, è indotto a crederla presa sempre nel medesimo senso : quindi
a«l attribuire alla parola presa in un senso «Ielle proprietà combinatorie che
le appar¬ tengono soltanto se la si prende in un altro. Di qui una confusione
inestricabile. Questo genere di discorso non riesce conclusivo che
frammentariamente, e quando inol¬ tre s'appoggi del continuo a dei «lati «li
fatto semplici e immediati, (li) fi A riparare al difetto, si sono formulati
certi principi} universali, che non si possono rifiutare senza rendere
impossibile qualsiasi ragionamento ; e che, relativamente al loro significato
logico (tralasciando «li cercare, se ne abbiano anche un altro) sono fuor di dubbio
delle pro¬ prietà combinatorie generalissime. Per esempio : quello che è, è;
ossia: una parola ripetuta ha il medesimo senso, che isolata (vi son delle
eccezioni apparenti, su oui non aocade fermarsi): una cosa non può essere o 21
insieme non essere : ossia due parole di significato opposto non si possono
combinare tra loro ; ecc. E da que’ principii supremi si è dedotto un intiero
sistema di regole ; cioè, dalle proprietà combinatorie universali assunte come
primitive, se ne son ricavate delle altre comuni a tutte le parole d' una certa
classe, a certe classi di gruppi di parole. In questo modo, e la pratica del
discorso venne disciplinata, e l'intima struttura dell'organismo intellet¬
tuale che la rendeva possibile, cessò di essere un’ inco¬ gnita assoluta. Ma
non si potè impedire che le parole nel discorso non venissero aggruppate
secondo proprietà combinatorie diverse da quelle che si erano assunte, o
ricavate e di¬ scusse : per es., oltre alle regole propriamente lo¬ giche, si
devono anche rispettare quelle grammaticali. Si dirà, le seconde essere
conseguenze delle prime ; la qual cosa per altro, se apparisce manifestamente
vera all'ingrosso, non sarebbe cosi facile a dimostrare per minuto con tutto il
rigore. Comunque, chi abbia ben in¬ teso il precedente §, s’accorge che un
discorso eie' soliti, nel quale i termini siano combinati soltanto a tenore di
certe regole formulate, è press’apoco impossibile; o che por lo meno è
impossibile accertare, se esso goda di tale proprietà. Infatti, le proprietà combinatorie
do' termini non sono tutte conosciute, nè forse conoscibili ; raggruppamento
che noi facciamo dei termini, non è un applicare certe regole, ma, come si
notava, un effetto necessario del significato particolare che s’attribuisce a
que’ termini volta per voltar I.aggruppamento viene a essere il risultato di
due fattori, di uno soltanto de’ quali noi conosciamo e sappiala dirigere
l’azione : laddove l’altro opera a nostra insaputa, meccanicamente; il che ci.
rende ugualmente inetti a regolarlo come ad elimi¬ narlo, anzi a decidere se
abbia o no concorso a deter- minare il risultalo, e, nel caso del si, in che
senso vi abbia concorso. Certo, non va dato a queste riflessioni un peso ec¬
cessivo. Poiché un processo razionale non appoggiato a regole espresse, o
voglialo dire schiettamente empirico, (15j ha sempre un significato e un valore
appunto pai* la sua particolare o concreta realtà, a più forte ragione riuscirà
conclusivo quello, che senza perdere punto della sua concretezza, può essere
inoltre intenzionalmente di¬ retto, e riscontrato con delle norme ineccepibili.
Ma poiché le cause ond’é resa possibile anzi facile un'in¬ terpretazione dubbia
o falsa del suo significato non sono tolte assolutamente di mezzo, il pericolo
rimane. S’hanno, a schivarlo, degli aiuti di più; ma de' quali non é pro¬ vata
l'assoluta sufllcenza in ogni caso. é. Per eliminare dal processo il fattore
meccanico, e ren¬ derlo cosi a un tempo sicuro e pienamente consapevole, CIO)
non v'é altro mezzo, che fissare con precisione tutto le proprietà combinatorie
di cui si vogliono supporre dotati i termini, e combinare poi questi a tenore
delle dette proprietà, e d'esse soltanto. (17; Questo procedi¬ mento urta
contro due difficoltà opposte. Supponendolo applicato con rigore, i termini
verranno a essere, nel l'atto se anche non nell'intenzione, spogliati di
qualunque significato, eccetto quello che ricevono dalle loro proprietà
combinatorie. Purché, siccome non li combiniamo che a tenore di quello
proprietà, qualsiasi nozione relativa ad essi, clic non fosse rappresentata da
una di tali proprietà, rimarrebbe senza effetto sulle combinazioni, cioè
sull'uso del termine, e quindi estranea al processo che si svolge. Vale a dire:
l’insieme delle proprietà combinatorie attribuite a ciascun termine ri- 23
spetto agli altri, ne rappresenta in qualche modo la de¬ finizione ; intendere
il termine in un altro senso equi¬ varrebbe a falsare il procedimento, se vien
fatto nel corso di questo ; se vien fatto a discorso finito, e per in-
terpetrarlo, condurrebbe a un'interpetrazione arbitra¬ ria, forse non assurda,
ma in ogni modo non giustificata. Un processo, costruito con l’applicazione
rigorosa del metodo, riuscirebbe dunque senza dubbio consapevole e coerente a
sè stesso, esatto; ma vuoto. S’è visto, che le parole hanno un significato
effettivo, soltanto perché vengono pensate come quei certi elementi della vita
in¬ tellettuale cosi come s’è svolta davvero, prese nelle loro connessioni
reali. Ma prese a questo modo, le parole hanno una propria indeclinabile
esigenza combinatoria. L'usarne invece a tenore di certe norme prestabilite ed
esclusive* conduce a de’ risultati, che possono essere incompatibili con gli
effettivi significati, e in ogni caso non hanno con questi alcuna connessione
immediata o necessaria. Cosi non si studia nè s’analizza nè si discute il fatto
conosci¬ tivo : ma, giusta l’osservazione di Stuart Mill. si costruisco la
matematica, e nieut’alro che la matematica. Tuttavia, per quanto sia grave
questa difficoltà, siccome allo scopo del presente lavoro è necessario
conoscere con precisione la struttura del ragionamento, converrà che l’os¬
servazione e l’analisi cadano su di un ragionmento con¬ dotto in guisa da
riuscire indubbiamente consapevole ed esatto; cioè secondo il metodo accennato.
Si dovrà poi di certo, pensare a interpetrarlo, a dargli un contenuto. Ma s’è
vero che da questa seconda indagine non si po¬ trebbe prescindere, è pur
verorh’essa non può venir fon¬ data che su di un'analisi precedente ; la quale
riuscirebbe senza costrutto, se avesse per oggetto un ragionamento, che, a
motivo appunto del suo contenuto immediato, pos¬ sedesse uria coerenza dubbia,
e non fosse analizzibile con sicurezza e precisione. Se non che, è possibile
{un ragionamento condotto a tenore «lei metodo accennato? E' facile
persuadersi, che non è possibile, se non sotto la forma d’un algoritmo analogo
all'algebrico; altrimenti, l’algebra non avrebbe avuto bisogno di crearsi un
linguaggio suo. Anele sup¬ ponendo stabilite ed esplicitamente enunciate, per ciascuno
dei termini «la adoperarsi, le relative proprietà combi¬ natorie: il proposito
«li non combinarli se non «lietro queste norme, per «pianto fermo, sarà di
esecuzione difficilissima in ciascun caso, e pressa poco impossibile nel
complesso. Perchè insomma i termini possono venir combinati anche diversamente
; e troppo è forte la sug¬ gestione prodotta dai loro significati abituali che
non si dimenticano (nè si vorrebbe). La geometria, finché asserviva del
discorso ordinario, non è riuscita a enunciare tutti i suoi postulati ; è un
esempio assai convincente dell’impos- sibilità d’eliminare ogni sottinteso dal
discorso ordinario, e non occorre neanche rammentare le condizioni ecce¬
zionalmente favorevoli fatte alla geometria dalla sua ma¬ teria. Invece,
simboli come gli algebrici, privi di significato per sè, e che lo ricevono
soltanto dal processo in cui vengono introdotti, non possono venir combinati
che a tenore delle propietà combinatorie assunte; nell algori tmo v’ha dunque
un' applicazione perfetta del metodo accennato, la sola che presentemente si
conosca. Rimarrebbe da vedere, se sia possibile un algoritmo logico ; ma su di
ciò è inutile entrare in «liscussioni, perchè la logica matematica è un fatto.
L’ALGORITMO LOGICO 8 Pei simboli semplici ili cui si fa uso, alcuni possono
venir iletiniG per mezzo d’altri, vale a dire vengono introdotti per
semplicità, come equivalenti a certi gruppi di quest’al- tri. Alcuni
necessariamente vanno assunti come primi¬ tivi ed elementari. Questi, nello
sviluppo algoritmico, non hanno significato che per le proprietà combinatorie
ad essi attribuite. Gli uni e gli altri si assumono poi come equivalenti a
certi termini (come simboli di certi concetti;; ma l'equivalenza, che del resto
non influisce nell’algoritmo, e serve solo a dargli un significato, può essere
discussa ; la discussione, evidentemente, non ap¬ partiene alla logica
matematica. La quale dunque opera su de’ concetti primitivi, e su concetti
definiti. Analogamente ; alcune proprietà combinatorie de’ sim¬ boli primitivi
dovranno venir assunte come primitive ; altre degli stessi simboli, e quelle
dei simboli definiti, s’ otterranno col processo algoritmico. Le une e le altre
si considerano come le espressioni simboliche di certe pro¬ posizioni, con le
quali per altro non hanno un vincolo ne¬ cessario nè che importi all’uso
algoritmico, e che p. c., potrà e dovrà venire discusso. Nella logica
matematica si hanno dunque pr oposizion i primitive e proposizioni dedotte.
Nello scegliere tra i diversi elementi (concetti e pro¬ posizioni) quelli da
considerarsi come primitivi, vi è manifestamente dell’arbitrario; cosi la
medesima scienza 26 è capace di ricevere esposizioni diverse, che per altro non
si escludono. Il risultato è sempre un sistema con¬ nesso dei medesimi
elementi. Non badando che alla con¬ nessione del sistema, il modo della scelta
(purché gli elementi primitivi siano tra di loro indipendenti) non importa; può
importare sott’altri aspetti, e specialmente, in ordine : primo, alla
semplicità di costruzione del sistema (va preferita la scelta nella quale il
numero degli elementi fondamentali è minore) ; secondo, alla interpretabilità
del sistema, ossia alla sua traduzione in un sistema di proposizioni
significative e vere sotto il punto di vista logico, psicologico e metafisico.
Può darsi che una scelta eccellente sotto il primo a- spetto riesca invece poco
opportuna sotto il secondo. Ma l’interpretazione deve seguire la costruzione ;
quindi al primo criterio va data la prevalenza. E in ogni modo, la discussione
correrà tanto minor pericolo di fuorviarsi, quanto più piccolo sia il numero
degli elementi su cui s'aggiri. Qui si prenderanno in esame le Formule di
logica ma- matematica del prof. G. Peano (10), lavoro breve e accu¬ rato, forse
il migliore dal lato della semplicità di co¬ struzione; inoltre puramente
algoritmico, il che risparmia la fatica di sceverare ciò che è logica
matematica, da ciò che n’ è un' interpretazione discutibile. Si prenderanno in
esame i soli punti fondamentali ; e sarebbe evidente¬ mente inutile diffondersi
di più. Che le nozioni e le pro¬ posizioni assunte come primitive e
indipendenti sian tali di fatto (se non in quanto sarebbe stato possibile
ottenerne alcune, assumendone a primitive altre, che invece si co¬ struiscono
dall'A, senza per altro che ciò riuscisse a semplificare il processo ), ognuno
riconosce immedia¬ tamente; quale sia il numero delle conseguenze dedotte. 27
non importa. La breve esposizione del § sg. è conforme a quella dell'A, salvo
poche e insignificanti differenze. 0 1". Simboli semplici, o concetti
primitivi. 1) Proposizione : con le lettere A, B,... si esprimono altrettante
proposizioni ; proposizioni diverse sono e- spresse da lettere diverse. 2)
Definizione : X = A ; con questa scrittura s’attri¬ buisce il nome X al gruppo
A di segni, avente già un significato conosciuto. 3) Sostituzione : in un
gruppo, sopprimere un segno, e scriverne un altro al suo posto. 4) Conseguenza
di, oppure o : per indicare che B è conseguenza di A, o si deduce da A, ossia
che B è vera, se A è vera, si scrive Af)B. 5) Congiunto con (moltiplicato per)
: la congiunzione si esprime col segno -f, che viene comunemente sottin- / X
teso, come il suo analogo in algebra: AB (=A jr ®)» s *‘ /x gnifica la
proposizione che si ottiene affermando la A e la B. 6) Negazione di, oppure — .
7) Assurdo, oppure A ( >1 rovescio di V, iniziale di vero). 8) In fine si
usano diverse interpunzioni, il cui si¬ gnificato è analogo a quello delle
interpunzioni consuete, servono cioè a segnare le separazioni tra i gruppi.
L’uso delle interpunzioni sarà chiarito dagli esempi che seguono meglio che non
si farebbe a parole. II 0 . Gruppi o proposizioni primitive. le quali
significano, che si passa da un sistema di proposizioni a un altro che n' è
conseguenza, rispet¬ tivamente : ripetendo una o più volte le proposizioni
enunciate , o sopprimendo alcune delle proposi¬ zioni congiunte; o invertendo
l’or dine delle proposizioni congiunte, se sono due; l'ordine delle due ul¬
time se sono tre. 14) A o B. o. AC o BC; cioè ai due membri d’uua deduzione si
può congiungere una stessa proposizione, 15) A. A 0 B. o B : Se è vera A, e se
da A si deduce B,' è vera B. 16) A 0 B. B o C : D. A D C : Se da A si deduce B.
e da B si deduce C, da A si deduce C (sillogismo). 17) B. o. A o AB : Se è vera
B, da A si deduce AB: ossia, a una proposizione si può sempre congiungere una
proposizione vera. 18) A = B. =: A d B. B 3 A (definizione) due pro¬ posizioni
si dicono equivalenti, se dalla prima si deduce la seconda, e reciprocamente.
19) A o B. 0 . — B 0 — A : Se da A si deduce B, dalla negazione di B si deduce
la negazione di A. 20) — (— A) = A : negando la negazione d'una pro¬ posizione,
s’ottiene la primitiva. 21) A -j- B = — ( — A)(— B) (definizione): disgiun¬
gere, o sommare, due proposizioni, significa negare il pro¬ dotto logico delle
loro negazioni. 22) A ( — A) = A : il prodotto logico d una proposi¬ zione e
della sua negazione è l’assurdo. E’ manifesta l’impossibilità di ottenere
questi 22 ele¬ menti con un processo universale (20) ; essi poi, nella loro
universalità, non possono neanche venir somministrati dall'esperienza interna o
esterna, la quale non dà che 9. A 3 A 10 . A 3 A A 11 . AB 3 A 12 . AB 3 BA 13.
ABC 3 ACB particolari. .Sarebbero dunque elementi a priori, e molti di essi,
giudizi a priori, evidentemente sintetici ; la lista del Kant verrebbe cosi ad
allungarsi parecchio. E tuttavia alla lista manca un elemento ancora,
necessariamente presupposto, quantunque non esplicitamente formulato. 10 Ogni
procedimento suppone di necessità il concetto di ordine. Un complesso di
proposizioni (o di gruppi simbo¬ lici) non ha valore scientifico se non
dall’ordine secondo il quale vengono enunciate, a meno che non si considerino
tutte come primitive. Presa infatti una qualunque tra le non primitive, si deve
sapere di quali tra le precedenti si è fatto uso per costruirla (dimostrarla) ;
se poi tra queste ve ne sono delle non primitive, la domanda medesima si ripete
in ordine ad esse e cosi di seguito. Si risponderà, che un sistema di proposizioni
ha un valore dal proprio ordine logico, il quale è un risultato del processo
deduttivo, o piuttosto non consiste in altro fuorché nell'essersi certe
proposizioni ottenute dedutti¬ vamente. Non isti dunque che il processo
deduttivo esiga il concetto preformato di ordine; perchè il solo ordine al
quale è necessità col legarlo, è segnato da esso, e da esso soltanto. La
disposizione materiale degli ele¬ menti ha pur essa importanza, ma secondaria:
è un aiuto o uu ostacolo secondo che è conforme all'ordine lo¬ gico, o in
opposizione con esso; ma non ne è una circo¬ stanza essenziale. Se però
l'ordine logico noif è tutt'uno con l'ordine ma¬ teriale, è pur vero che il
processo discorsivo è di neces¬ sità ordinato anche materialmente. Se certe
operazioni sono state compiute, e non tutte contemporaneamente. alcune saranno
state compiute per le prime, altre dopo quelle prime, altre dopo le seconde,
eoe. Rendersi uu conto preciso delle operazioni compiute, conoscere il
processo, è impossibile, quando non si sappia quali ven¬ nero compiute prima,
quali poi, ecc. ossia quando non se ne conosca 1 ordine materiale di
successione. Se poi quest'ordine materiale abbia o no una qualche influenza sul
risultato, è un punto da discutersi, cioè un teorema da dimostrarsi; a meno che
se ne faccia un po¬ stulato il quale sarebbe espresso da una nuova proposi-
zioue primitiva. Ma questa proposizione, o il procedimento col quale si
dimostrasse quel teorema, presupporrebbero in ogni modo il concetto di ordine
materiale. Lo stesso § preced. ce ne somministra delle prove di fatto. Le
proposizioni 12 e 13 non hanno assolutamente alcun significato, se i simboli
AB, BA, (ABC, ACBJ non si considerino come distinti, poiché supponendoli
identici, entrambe le proposizioni non sarebbero che repliche della 9; ora,
questi simboli non si distinguono se non per l'ordine dei loro elementi, dal
quale p. c. non è fatta astrazione. Ora si discutano in breve alcuni degli
elementi di cui sopra. 11 . S'ammette come primitivo il concetto di proposizione.
Questo non è per altro un concetto semplice: perchè le proposizioni s'ottengono
combinando de' concetti già pos¬ seduti in precedenza, e non sono dunque dei
fatti sem¬ plici. per enunciarne una bisogna enunciare il soggetto, il
predicato e la copula. S ammette inoltre il concetto di proposizione vera, 31
poiché il segno o posto tra due proposizioni significa : se è vera la prima, è
vera la seconda. E questo concetto è abbastanza complesso, perchè sembri
opportuno analiz¬ zarlo e cosi precisarlo. Intanto, le proposizioni di cui si
si la uso non sono tutte vere allo stesso modo. Quelle che si possono dire
semplici perchè espresse con un segno solo, per esempio A, B, C, non importa
che sian vere, basta che vengano supposte tali. Ma il con¬ cetto di deduzione implica
una proposizione assoluta- mente vera (categorica, non ipotetica.) Scrivere A o
B significa: la proposizione con cui si afferma che B è vera sotto la
condizione che A sia vera, è vera senza condizione. Si hanno dunque due classi
di proposizioni vero, che hanno comune il carattere di essere vere, benché non
esattamente nello stesso modo. Questa verità non si può intendere nel senso
volgare, secondo il quale è vera una proposizione, che esprime la reale
percezione d un fatto, perchè le proposizioni vere in questo senso non
appartengono nè all’una, nè all’altra delle due classi riconosciute ; non sono
ipotetiche, ma nemmeno catego¬ riche allo stesso titolo, la verità loro è di
fatto e non di ragione. E nemmeno è lecito assumere senz'altro la ve¬ rità come
un concetto primitivo; si dovrebbero assumere almeno due concetti,
corrispondenti alle due classi di proposizioni vere. Ma è poi certo, che i due
concetti siano indipendenti l’un dall’altro? rimarrebbe da vedere e alla prima
parrebbe che no (21). ^Nelled.lucnlazmni alle formule è espresso il concetto
identità, che del rimanente è già presupposto dalle for¬ mule e dal concetto di
sostituzione che serve di base alle dimostrazioni. P. es. : si passa da un
sistema a un altro che n è conseguenza, ripetendo le proposizioni enunciate
anche piu volte: ai due membri d’una deduzione si può oongiungere una stessa
proposizione. Il [ragionamento sa- 32 rebbe impossibile, se una proposizione
non si potesse considerare come data più di una volta sola, in quel certo istante
: se non fosse replicabile all'infinito. Ma il considerar noi una proposizioue
in un dato istante, è senza dubbio un fatto: ora, i fatti non si replicano
tutti quanti, se anzi non è a dire che, rigorosamente, non se ne replica
nemmeno uno. Perché,di certo, il fatto accaduto tempo fa, e la sua replica
attuale, son due fatti distinti, per quanto analoghi si vogliano. E an¬ che i
segni simultaneamente pensati a, a, a, . son più segui, e non un solo. 11
procedimento non tien conto della loro distinzione, che pur è reale ; e que¬
sto non tener conto della loro distinzione, che è un elemento effettivo del
processo, se anche vien passato sotto silenzio, è appunto un considerarli come
identici (22). Per queste medesime ragioni, la definizione data di equivalenza
riesce illusoria. Si considerino queste due proposizioni ; — 1*) Per
definizione, dire che due pro¬ posizioni sono equivalenti, significa, che dalla
prima si deduce la seconda, e viceversa ; — 2“) Si assumono come equivalenti le
due proposizioni: u) la proposizione A e la proposizione B sono equivalenti ; e
b) dalla A si de¬ duce la B e viceversa. Per trovare una qualsiasi differenza
di significato tra queste due, bisogna ricorrere alla meta'isica più sottil¬
mente distillata, e forse non basterebbe; ora è ben ma¬ nifesto, che per mezzo
della 2") non si definisce il signi¬ ficato di equivalente : lo stesso è
dunque a dire della 1*.; Ciò è anche più palese nella scrittura simbolica 18;
il segno = essendovi contenuto due volte, la prima come segno da definirsi, la
seconda come mezzo di definizione, e p. c. in un senso già noto. Esso ha dunque
due signi-, ficati, i quali, se fossero diversi, esigerebbero due segni; se
invece, com’ è del resto evidente, coincidono, ecco che il significato del
segno = non è definito, ma pre¬ supposto (23). La critica sommaria contenuta in
questo e nel prece¬ dente § non infirma il processo algoritmico svolgibile con
gli elementi assunti nel § y, considerato in sé stesso : ma si riferisce
unicamente al significato attribuibile agli elementi medesimi, quando si
vogliano considerare come i risultati di un analisi dell effettivo procedimento
ra¬ zionale. Sotto questo punto di vista, non si potrebbe ne¬ gar un peso alle
difficoltà messe in evidenza, ed è palese l'utilità di un tentativo diretto a
superarle. capitolo LE BASI EMPIRICHE DELL’ALGORITMO LOGICO Si assumono come
dati certi elementi quali si vogliano p. es. le prime lettere minuscole
dell’alfabeto latino «, b,. . . Questi elementi si suppongono in numero de¬
terminato ; il che por ora significa soltanto, che si sup¬ pone la possibilità
di premiere successivamente in con¬ siderazioneciascuno degli elementi
medesimi, esaurendoli, sicché niuno di essi rimangi trascurato. Ciascuno di
questi elementi è un concetto fcf'r. § 1). Le operazioni fondamentali
effettuabili sugli elementi dati sono: aggruppare, analizzare, enumerare,
denomi¬ nare, paragonare (e quindi) affermare o negare, sostituire. Di queste,
chi scrive ha trattato con qualche diffusione in altro lavoro (24), del quale
si riassumono qui brevemente i risultati, con le poche variazioni richieste
dalla diver¬ sità del punto di vista. Non si discutono i concetti uni¬ versali
astratti dello operazioni indicate. I termini che le denotano non vengono qui
usati se non in quanto ri- cevono un significato dall’esperienza oggettivata
perma¬ nentemente, ma pur sempre [(articolare. Converrà descri¬ vere (affatto
sommariamente) questoprocesso sperimentale. Ma le frasi con cui lo si descrive,
non solo possono venire, ma vengono quasi che spontaneamente e invincibilmente
assoggettate all'intenzione d'universalità (effetto dell'abitu¬ dine) quindi
parrà che noi ci aggiriamo sempre tra gii universali, contrariamente a ciò che
si dichiara di voler lare. E’ un imbarazzo ma non una vera difficoltà, perchè
il lettore, invece che assumere nel loro significato ge¬ nerico le frasi
generiche nelle quali s’abbatta, può limi¬ tarsi a compiere le esperienze e
osservazioni mentali suggeritegli dalle dette frasi, e starsene senz'altro ai
ri¬ sultati particolari cosi ottenuti (oggettivati permanen¬ temente). Egli può
far questo, perchè una parola non perde la particolarità del suo significato,
se non cessando d'essere significativa addirittura, un processo qualsiasi
essendo innanzi tutto e necessariamente quel tale processo par¬ ticolare. Ciò
che si consiglia di fare è dunque fatto sem¬ pre e da tutti. E’ vero [ter
altro, che non si bada sol¬ tanto a quei certi elementi concreti che in un dato
momento costituiscono la materia del pensiero ; si tiene conto pure di tracce
lievissime d'elementi passati, d’ac¬ cenni fugaci d'elementi futuri ; mentre si
svolge un dato processo, si gettano di quando in quando delle occhiate
rapidissime su altri processi che si presentano vaga¬ mente e in complesso, e
che non s'ignora potersi svol¬ gere a volontà, e s’alternano queste diverse
operazioni conferendole sommariamente tra loro. Ma (lasciando stare che pur in
questo più complesso lavoro nel pensiero non cade mai altro che una certa
determinata materia il fatto, che questo lavoro ci è divenuto abituale,non)
toglie realtà alla prima e più concreta fase di esso, non 35 rende impossibile,
quatunque possa riuscire malagevole a chi non abbia acquistati molta abilità di
riflessione, di limitarsi alla prima fase solamente, che è appunto quello che
si domanda. 14 I fatti, di cui abbiamo distinta coscienza, sensazioni o
rappresentazioni fantastiche, nel loro accadere immedia¬ tamente manifesto
appariscono segregati, e costituiscono un dato di cui non si potrebbe fare a
meno. Ma il dato non si limita a ciascun di que’ fatti separatamente preso; è
dato insieme qualcos'altro, di cui ci si rende conto dicendo, che que’ fatti
sono distribuiti e connessi in un certo modo. Concepire de’ fatti, non è ancora
concepirne la distribu¬ zione e la connessione ; perchè ciò abbia luogo,
occorre che oltre a que’ fatti, siano concepiti cert’altri elementi, che sono
però sempre elementi di fatto (p. es., il foglio sul quale son distribuite o
mediante il quale risultano connesse le lettere qui scritte, è reale quanto le
lettere ; ma non viene avvertito, o è respinto in seconda linea, quando si
concepisca separatamente alcuna di queste). Concepire i fatti, e concepirne
insieme la distribuzione e connessione, è un avere de’ concetti individui, che
for¬ mano un gruppo (di concetti). II significato di gruppo rimane cosi
determinato dal¬ l'associazione del termine con un certo determinato ac¬
cadere. Non risulta da ciò, che ogni gruppo di concetti deva essere il concetto
d’un gruppo di fatti (concepiti cia¬ scuno distintamente). Sono concepibili de’
cavalli alati, quantunque non se ne siano visti, ma perchè si è visto il modo
d’inserzione delle ali su quegli animali che le hanno. 3fi Siccome del resto i
pensieri sono fatti reali non meno degli altri, contraggono come gli altri
delle connessioni, le quali, oggettivate che siano, ci danno il concetto di un
gruppo di concetti, l’origine del quale non dipende (immediatamente)
dall'esperienza esterna, ma soltanto da quella, il cui sviluppo costituisce il
pensiero. I fatti esterni sono tutti connessi, o costituiscono un solo im¬
menso gruppo, l'universo fisico ; non sono però tutti uniformemente connessi.
Si danuo connessioni di\eoa¬ mente energiche, e se 1 energia di certe
connessioni è molto piccola di fronte a quella di certo altre, può essere
trascurata; cosi l’universo si scinde in un gran numero di gruppi, ciascun de’
quali può essere conside¬ rato entro certi limiti come chiuso in sè ; intorno
al quale è possibile, vogliam dire, acquistare un gran nu¬ mero di cognizioni,
dotate del più alto grado consegui¬ bile d’esattezza, limitando lo studio ad
esso solo. Una scissione analoga ha luogo nel nostro stesso pen¬ siero. Se non
che nello svolgimento del pensiero la vo¬ lontà ha una parte essenziale ;
potendo noi scegliere ogni momento tra diverse operazioni, che ci paiono
(quand’an¬ che non fossero) ugualmente possibili. Oltre ai grupp i spontanei di
concetti, ai gruppi cioè costituiti dalle con¬ nessioni contratte
vicendevolmente da certi concetti, per il semplice fatto del loro essersi
formati, vi hanno dunque altresì de’ gruppi volontari, costituiti dal nostro
proposito di compire su certi concetti certe operazioni, di considerarli, tutti
ed essi soli, come elementi di un solo processo. Questi gruppi volontari hann o
un impor¬ tanza speciale. Cosi si ottengono i processi distinti; cioè le nostre
o- perazioni mentali non si considerano come tutte conca¬ tenate, e dirette a
un solo scopo ; ma si connettono in gruppi o processi diversi, ciascuno dei
quali ha un prò- prio intento e un proprio carattere, e si svolge (in ap¬
parenza almeno) indipendentemente dagli altri. Due pro¬ cessi distinti o piu
possono, nel loro svolgimento, intrec¬ ciarsi tra loro, senza perdere la
distinzione. 15 I gruppi dati si distinguono tra di loro, non perchè vengano
concepiti secondo certe forme universali, poiché si suppone che il pensiero non
sia giunto ancora a questo stadio, ma per i loro caratteri empirici. La serie è
un gruppo, che si distingue per un proprio carattere empirico indefinibile. Si
hanno delle serie date, p. es. : gli alberi che crescono lungo la riva d'un
fiume, o le operazioni (anche mere oggettivazioni) che si compiono
successivamente nel pensiero. Se, di più elementi dati, fissiamo l'attenzione
sopra di uno solo, e facciamo quindi variare l'elemento a cui s’attende, ossia
la trasportiamo da uno su di un altro, tenendola sempre concentrata sopra d'uno
solo, compiamo una serie d'operazioni. La quale però non basta a che gli
elementi vengano conce¬ piti in serie ; la successione di più concetti non è
ancora il concetto d una successione: questo per altro si forma, oggettivando
la serie reale delle operazioni compite. Quando una serie (data, o
arbitrariamente costruita, come uell’es.) consta di pochi elementi, essa può
essere rappresentata e concepita tutta, pur essendo rappresen¬ tato e concepito
ciascun suo elemento : p. es. : ab ; abc ; abcd ; ecc. (Dicendo, che gli
elementi devono esser pochi, si vuol dire, che il doppio fatto è condizionato ;
ma quan¬ tunque il termine esprima la condizione, si deve mo¬ mentaneamente
astrarre dal suo significato relativamente preciso. 11 fatto ora è possibile
ora no; negli esempi addotti è possibile, non lo è relativamente alla serie
costituita da tutte le lettere di questo scritto ; non si vuol dire altro). 38
Concepire la serie come un elemento (un gruppo og¬ gettivo e permanente), e
ciascun elemento nella serie, è avere il concetto d' un carattere che
appartiene a ciascun elemento, in quanto è quel tal elemento della serie, o che
dicesi il suo posto, o il suo numero d'ordine. Trattandosi di serie che possano
venire rappresentate e concepite integralmente c. s., il concetto del numero
d’ordine di ciascun suo elemento, e quindi anche del numero degli elementi, è
pensato col pensare la serie, od è un elemento del concetto della serie. E’
dunque possibile operare sul detto elemento senza fondarsi su altro, che sulla
rappresentazione e sul concetto che s’ha di quella tal serie. In altri termini
: chi è in possesso delle parole uno, due, tre, (o d'altri segui equivalenti, 1
, 2, 3,) e sappia inoltre, che in una serie a è il primo elemento, b il
secondo, c il terzo e 1’ ultimo (« ha il numero d’ordine 1, ecc.), non ha con
ciò un concetto della serie diverso da quello di chi semplicemente pensa
l'oggetto abc, o la successione di concetti che s’ottiene pensando prima a, poi
b, poi c. Il concetto universale (astratto) di numero, quale si richiede a
rendere possibile l’aritmetica, non è esaurito da queste concezioni e
rappresentazioni seriali ; ma s’ è vi¬ sto non esser nemmeno necessario perchè
in certe serie (di pochi elementi, cioè rappresentabili c. s.) il carattere che
contraddistingue ciascun elemento nella serie possa venir concepito. I concetti
di questi caratteri si possono dunque anche esprimere, per comodità di
linguaggio, ma senza che ciò implichi un’anticipazione sui risultati di
processi non ancora studiati, coi termini uno, due,.... ; primo, secondo,.... ;
perchè è ben vero che il pieno si¬ gnificato di essi non può essere fissato che
mediante uno studio, dal quale ora si prescinde ; ma è vero altresi, che un
significato venne già loro attribuito, indipendente¬ mente da quello studio.
Col processo indicato non si possono, si comprende, oltrepassar certi limiti,
che per altro è impossibile as¬ segnar con precisione a priori ; l’esperienza
(interna e personale di ciascun lettore) deciderà. 1G Per indicare un gruppo,
gli elementi se ne suppor¬ ranno sempre disposti in una serie, separati dal
segno (;), e chiusi occorrendo tra parentesi ; parentesi di varia forma
servirebbero a denotare diversi modi di aggrup¬ pamento, che però non verranno
particolarmente con¬ siderati. E s'intenderà, che il secondo elemento venga
aggruppato al primo; il terzo, al gruppo formato dai primi due, e cosi di
seguito. Quindi, il gruppo dipenderà in generale (oltreché dal modo di
aggruppamento) dall or¬ dino de’ suoi elementi. Ma due gruppi, in cui il modo
di aggruppamento sia il medesimo, e uguali cosi gli ele¬ menti come il loro
ordine, non potranno essere diversi; dire, che i due segni (a; b ; c), (a ; b\
c) possano avere significati diversi, è quanto dire, che il segno (a; b ; c)
non abbia un significato permanente ; ossia che noo s’abbia il concetto (a ; b
; c). Un gruppo potrà esser denotato con una lettera sola, e si useranno a
quest’efletto le maiuscole. Per indicare che una maiuscola è il nome di un
certo gruppo, ser¬ virà il segno = ; p. es. A = a ; b. Questa scrittura per
altro può venire interpretata in due sensi. Il primo è quelfo ora dichiarato :
con essa allora si definisce il segno A, operazione necessaria per¬ chè si
possa introdurre A nel processo razionale, poiché A per ipotesi non è uno dei
concetti che si suppongono dati, e d’altronde è un segno semplice, non un
gruppo, e quindi non potrebb’essere costruito. Ma quando de’ segni come A, B.
siano stati defini¬ ti, possiamo considerarli come de’ concetti dati, ed
eseguire su di essi le medesime operazioni che sui con¬ cetti primitivi ;
formarne p. es. dei gruppi ; A:B. Queste operazioni s’eseguiscono materialmente
sui segni, senza alcun riguardo ai loro significati, i quali possono anche
venir dimenticati allatto. Che se più tardi divien neces¬ sario ricordarli, a
ciò serve la formula A ^ a:b: la quale in tal caso non esprime più la
denominazione di nJt mediante A ; ma che il significato di A (di quell’A. che
venne introdotto in un dato processo come signifi¬ cativo), è appunto a;b. La
detta scrittura ci dà allora l'analisi del gruppo A. (Che le due
interpretazioni della formula non coincidano, si rende manifesto, anti¬ cipando
per un momento il concetto di proposizione vera. Una denominazione è atratto
arbitraria, non vi è ragione per adottarla, ma nemmeno per escluderla, quando
la si consideri essa sola; fatta che sia, e a meno che non s intenda di
abolirla, conta dunque per una proposizione vera. Un’analisi invece
potrebb’essere falsa ; niente vieta che sia in forza d’ un equivoco, ch’io
ritengo quell’A che ho introdotto in un processo mentale essere stato definito
mediante A= a:b. E’ tuttavia da notare che in qualunque dei due sensi questa
formula esprima una proposizione vera, essa esprime una proposizione vera anche
nell’altro). 17 La permanenza d' un concetto primitivo a, o dal con¬ cetto d’
un gruppo A, suppone che le attuali rappresen¬ tazioni oggettive di a (di A),
le reminiscenze delle rap¬ presentazioni passate, e anche le anticipazioni
sulle fu- 41 turo fin quanto sappiamo che a oppure A potrà essere usato
significativamente anche in avvenire) si fondano in¬ sieme, in modo che
ciascuna non venga considerata come quel tale elemento in fatto distinto da
tutti gli altri, ma tutte valgano come un elemento solo. L’ identifica¬ zione
suppone dunque un riferimento, sulla natura del quale non si fa per ora
considerazione di sorta. E si può dire che questo riferimento s’estenda a tutti
gli e- lementi che in un dato istante si trovano nella coscienza; poiché certi
soli di essi si identificano fra loro, cert’altri pure si identificano tra
loro, e vengono per ciò stesso pensati diversamente dai primi, ossia (poiché si
suppon¬ gono pensati insieme) come distinti dai primi. Suppongasi ora che i
gruppi A, 15 constino ciascuno di molti elementi, connessi da operazioni
complicate e varie. Si pensa il significato dell' uno e dell’altro, svol¬ gendo
il processo implicito in ciascuno ; questo però e- sige tempo e fatica,
dimodoché nel maggior numero dei casi viene ommesso, contentandoci di operare
sui sim¬ boli A, B, come fossero concetti primitivi. Se non che, rispetto a due
concetti primitivi a, b, la loro diversità è irreducibile, perchè i loro
significati non sono esprimi¬ bili altrimenti che per mezzo dei due segni,
effettiva¬ mente diversi. Invece, i significati di A, B, possono venir pensati
anche diversamente che per mezzo dei segni A, li ; la diversità di questi non è
dunque sufflcente ad as¬ sicurarci della diversità dei significati. Il processo
di ri¬ ferimento accennato di sopra, il quale fin che investe i segni nella
loro immediata (oggettiva) realtà, di certo non li identifica, li
identificherebbe forse, se investisse i significati direttamente, cosa non
fattibile se questi si¬ gnificati non sono esplicitamente pensati. Questa
titubanza impedisce a un processo contenente A, B di avere un significato cosi
preciso ed univoco, 42 come uno che soltanto contenesse elementi primitivi. A
ciò si rimedia, paragonando i significati di A. B ; la qualcosa, come risulta
ormai chiaramente, non è che un estendere deliberatamente, ai detti significati
quel pro¬ cedimento medesimo, che svolgendosi sugli oggetti ele¬ mentari
produce la loro permanenza (li trasforma in con¬ cetti) nel punto stesso che
rende manifesta la diversità dei risultati «li due o più diverse
identificazioni. Se in questa guisa i significati di A, B risultano identici,
si dice che A=B. Questa uguaglianza, mentre si com¬ pie il paragone, viene
generalmente pensata (non affer¬ mata) come un risultato possibile : per
impedire che il concetto dell’eguaglianza pensata acquisti il valore d una
affermazione, si connette al simbolo dell’eguaglianza un segno particolare, che
ha il medesimo uffizio della can¬ cellatura sovrapposta a una parola o a una
cifra, per avvertire che non va letta insieme con le altre, senza toglierle
d’esser letta separatamente ; si scriverà A— =B. Risulta cosi chiarito il
significato dei termini affermare e negare. Affermare e negare è un riprodurre
consape¬ volmente (mediante atti deliberati) quel complesso di cir¬ costanze,
al quale è dovuto se delle oggettivazioni s’i- dentificano rendendosi
permanenti (de’ concetti si fer¬ mano), o deH’altre si distinguono tra loro (si
formano più concetti, e non uno solo). Questo complesso di circostanze, in
quanto produce i concetti primitivi (gli elementi ne¬ cessari d’ogni processo
consapevole) non è stato discusso nè studiato fin qui ; si è soltanto
riconosciuto che una semplice oggettivazione non lo esaurisce. Esso, non meno
dell’oggettivazione, forma la parte oscura del processo conoscitivo. L’avere
riconosciuto che il fatto è sostanzialmente il medesimo, sia in quanto produce
de' concetti primitivi (primitivi rispetto al processo consapevole) permanenti
e distinti ; sia in quanto è il risultato del paragone tra de’ 43 risultati del
processo consapevole, è importante per due riguardi. Si è ottenuto da una parte
una semplificazione: poiché due elementi a e <r sono identici, basterà spie¬
garne uno, o almeno s’avrà un solo elemento sconosciuto in luogo di due.
Dall'altra, il fatto, come compiuto nel processo consapevole, e parte di esso,
è immediatamente osservabile (anzi, costituisce propriamente ciò che si dice
osservare), è quanto si trova di più chiaro nella cono¬ scenza, benché non
manchi d'.un fondo oscuro. Appro¬ fittando di quanto v' è in esso di chiaro, è
sperabile si riesca a dissipare qualche oscurità del suo fondo, e quindi a
intendere la natura del fatto medesimo, in quanto pro¬ duce i concetti
primitivi, ossia in quanto è anteriore al processo consapevole. 18 . Le formule
A=B, A—=B, si dicono proposizioni. Nell’ ipotesi che si sia ottenuta la
seconda, il paragone tra A e B può in molti casi venir proseguito : e in par¬
ticolare può darsi, che, analizzando A vi si riconosca un gruppo, formato di
duo sottogruppi distinti, uno dei quali sia B. Indicando con C l'altro
sottogruppo, si ottiene al¬ lora la formula (proposizione) A=B;C.
Evidentemente, anche le definizioni studiate poco addietro sono altrettante
proposizioni affermative. 11 motivo deH’afTermazione è nei due casi diverso,
affermandosi che A=B perchè dal paragone risulta 1* impossibilità di
distinguere tra i si¬ gnificati di A e di B, mentre quell’impossibilità non ri¬
sulta, ma è voluta, nella definizione, con la quale all’ in¬ significante A si
attribuisce un certo significato. Ma il significato deH’aflèrmazione, ossiano i
suoi effetti su di un processo razionale successivo, sono sempre i medesimi ; •14
di fare cioè che i due membri di essa contino per un solo elemento. Le formule
a=a, a— =ò, non esprimono il risultato d’un paragone deliberatamente fatto;
sono tuttavia in¬ terpretabili, in grazia del significato già attribuito ai
segni ; e intorpetrate significano : la prima la per¬ manenza del concetto a, o
l’identità (indistinguibilità) dei significati di a, ossia l’avere a un
significato; la seconda, la distinzione dei concetti a, b, o dei significati di
questi due segni. Sono proposizioni inutili, perchè enunciandole, non si fa che
dare la forma di un risultato del pensiero a ciò che era stato assunto a
materia del processo razio¬ nale, senz’altrimenti elaborare questa materia. Ma
la pos¬ sibilità di dare aU’elemento primitivo la forma di risul¬ tato è non di
meno degna di nota (cfr. il § preced. di cui si vedono qui confermate le
osservazioni). La proposizione n—a (oppure A=A) è necessaria¬ mente vera ; e la
a— =a, (oppure A —=A) è ne¬ cessariamente falsa : significandosi con ciò
semplicemente, che il fatto reale dell’aver noi il concetto a (dell'avere
formato il gruppo A), è affermato dalla prima, e negato dalla seconda. Benché
questo punto sia stato a lungo già trattato (23), alcune altre considerasioni
in proposito non riusciranno superflue. Le parole : proposizione
necessariamente vera, o non significano assolutamente nulla,osi prendono in un
senso astratto e universale, o denotano un fatto concreto e particolare. Nel
primo caso, tanto vale sopprimerle. Nel secondo si può domandare quale sia
questo senso. 11 ri¬ spondere, che il concetto espresso dalle dette parole non
si può ottenere combinando concetti che non lo presup¬ pongano, è arbitrario.
Ed è inoltre un supporre ciò eh’è in questione; perchè s sta appunto cercando,
se i con¬ cetti universali siano costruibili mediante concetti parti- colari.
Di più è assurdo parlare di concetti universali non costruibili, ossia di frasi
che si pretendono avere un significato, mentre si esclude la possibilità di
assegnare comunque tale significato. Frasi di questo genere non a- vrebbero
significato alcuno. Poiché ben è vero che a fissare il concetto la parola è
necessaria ; ma l’aver la parola un senso consiste nella sua connessione con un
processo, l’effettività del quale costituisce il concetto, e che, s’è un processo
reale, dev'essere riproducibile. Un con¬ cetto, non esprimibile altrimenti che
con quella tal pa¬ rola (p. es. vero) si ridurrebbe a niente più della parola
nuda e insignificaute. S’è dovuto far uso di formule universali ; ma ognuno
riflettendo sul lavoro compiuto dalla propria intelligenza nel seguirne lo
sviluppo, si sarà accorto, che quelle for¬ mule, oltre ad aver quel significato
universale, rappre¬ sentavano e descrivevano anzi de’ fatti determinatissimi
che si compivano nel suo pensiero. Non si domanda, se non ch'egli le prenda in
questo senso; e, poiché ha ef¬ fettuato certe particolari operazioni mentali,
veda quale ne sia il risultato. Veda se, negando la coincidenza dei significati
di due n (di due A) distintamente pensati, gli riesca di pensare quel segno
come avente un significato. La non riuscita del tentativo in un determinato
caso, è ciò che si chiama l’avere riconosciuta in quel caso. la verità
necessaria di a — a, e la falsità necessaria di a — — a. In ogni altro caso si
dovrà ripetere un ten¬ tativo analogo, e star a vedere come riesce. (20) 19
Sostituire in un gruppo A (che potrebbe anch’essere un gruppo di proposizioni,
oppure una proposizione sola), di 40 cui a sia un elemento, il concetto h al
concetto a è un'o¬ perazione materialmente sempre effettuabile, e che non
abbisogna d'essere dichiarata. Il risultato sarà un cer- t’altro gruppo B, A e
B differiscono inquanto a. diffe¬ risce da />, e non altrimenti; se la
proposizione n=b è vera, e in qualunque senso sia vera, (27) anche la propo¬
sizione A=B sarà vera, e nel medasimo senso. Se dunque son vere le proposizioni
A=B:Ci, B=D;C la proposizione A=D;C§ :Ci sarà parimenti vera. S’ot¬ tiene cosi
il sillogismo, (28) per mezzo d’una sostituzione. Sostituire, in una prima
proposizione A =B;Ci in luogo di B un gruppo che gli è equivalente in virtù
d’una seconda lì ^I>:C* dicesi congiungere sillogistica¬ mente le due
proposizioni. Il risultato è una conseguenza di entrambe le proposizioni
congiunte. Si scriverà : (A=B;G| XB=D;Ca). o.A=D;C J ;C-. Al segno o che ha qui
il medesimo significato del §9, non si potrebbe sostituire il segno = ; come
risulterà in breve. La congiunzione sillogistica non si può effet¬ tuare che su
due proposizioni aventi un termine medio. S’è parlato (§ 14) della scissione,
che può anch’essere arbitraria, del processo razionale complessivo in più
altri; ciascuno dei quali si considera chiuso in sè medesimo e senza
riferimento ad altri. Cosi p. es. noi possiamo in¬ terrompere la lettura d’un
libro per incominciare quella d’un altro, risolvere l'un dopo l'altro due
problemi in¬ dipendenti, e anche far procedere di pari passo lo studio di duo
diverse questioni, nelle quali può darsi che i me¬ desimi segni appariscano con
significati diversi. E s’è anche accennata l'importanza essenziale di
questa^scis- sione, senza della quale il pensiero cadrebbe a ogni mo¬ mento in
contraddizione con sè stesso. E' chiaro, che due proposizioni non possono
venire congiunte sillogisticamente, se cosi l'un che l'altra non 47 viene
assunta come vera (anche solo in via d’ipotesi e come elemento d'un medesimo
processo (20). Ma due o più proposizioni possono venir assunte tutte due come
vere e come elementi d’un medesimo processo, anche se non hanno un termine
medio : si diranno allora con¬ giunte semplicetnente. E’ questa la
moltiplicazione logica di cui al § 0, 5. Anche due proposizioni con un termine
medio possono essere semplicemente congiunte (possiamo astenerci dal
raffermarne la conseguenza); anzi la loro congiunzione sillogistica ne presuppone
la congiunzione semplice. Si può dunque dire, che il congiungere è sempre la
stessa operazione (congiunzione semplice); soltanto in qualche caso, quando le
proposizioni sono due ed hanno un termine medio, oltre alla formula che esprime
1* im¬ mediato prodotto logico, se ne può enunciare un’altra (la conseguenza ),
che potrebbe anche venir ommessa, mentre però la sua negazione non può essere
inclusa nel processo medesimo senz’annullarlo ; in altri casi al contrario
conviene contentarsi (non volendo affermare più di quanto si sia ottenuto)
della formula esprimente il prodotto logico (30). Rappresenti P(A, B)=M un
processo qualsiasi, nel quale siano incluse come vere entrambe le proposizioni
A, B. Scambiando A con B, s’otterra P(B, A)=N; e non vi è motivo d’ammettere,
che debba essere M = N. L’insieme delle operazioni eseguite sulle A, B in M, e
l’insieme delle operazioni eseguite sulle A, B in N, sono due fatti complessi;
condizionati, per ipotesi, a questi due altri, che rispettivamente in M e in N,
le A, B sono state incluse come vere. Questi, ultimi fatti, come com¬ piuti, il
primo in M, il secondo in N, sono due e non un solo; ma è impossibile
distinguere l’uno dall’altro se non tenendo conto delle loro due effettuazioni,
sono stati enunciati entrambi con la medesima frase, son due •18 fatti
identici, o l'uno la replica dell’altro. A questi due fatti, dei quali si ha un
concetto solo, si riduce la con¬ giunzione di A con B, cosi in M come in N. Nel
concetto di congiunzione non entra dunque niente che concerna l’ordine con cui
vengono a succedersi le A, B, rispetti - ramente in M e in N, o un ordine
qualsiasi in cui A, p, vengano immaginate all*infiori di M e di N. E’ dunque AB
BA; e similmente si verificherebbe che ABC=ACB 20 Come si vede, mediante processi
particolari, operando cioè esclusivamente su certi elementi dati e in modo
pienamente determinato, si sono potuti costruire i con¬ cetti primitivi del §
9, e gli altri che la discussione ha mostrato essere inclusi in quelli. Ciò
vuol dire soltanto che nella concreta particolarità di un dato processo, vi è
quanto basta, purché gli elementi ne siano oggettivi e permanenti, per
attribuire un significato ai termini cor¬ rispondenti, ossia per definirli, non
mediante formule di significato universale, ma per via della reale associa¬
zione tra i termini o certi gruppi determinati di fatti conoscitivi. Risultano
nello stesso modo costruite le proposizioni del § 9: 10, 12, 13. ; purché in
esse al segno o si so¬ stituisca il segno =; e la 10, sotto una forma alquanto
diversa ; il valore delle quali è il medesimo che quello dei concetti. Ognuna
di esse cioè esprime il risultato di un dato processo effettivamente compiuto,
e non si stende più in là. La 22 significa, che delle due proposizioni A, —A
una è necessariamente vera, l’altra necessariamente falsai e procedendo come ai
§ § 17, 18, è facile riconoscervi 49 un risultato a cui s’é inevitabilmente
condotti dal para¬ gone delle due propozioni, quando (come sempre; si sup¬
ponga che i segni abbiamo un significato oggettivo per¬ manente. Lo stesso si
dica della 20. (etri nota 2»; La 21 si può ottenere come un effettivo
risultato, an¬ ziché quale definizione. L’operazione del disgiungere due
proposizioni ha il suo fondamento, e trae il suo signifi¬ cato, dalla possibilità
di scindere il processo razionale complessivo in più altri, che non abbiano tra
loro alcuna connessione almeno pensata e di cui si tenga conto, anzi dal fatto
che tali scissioni hanno continuamente luogo, arbitrariamente o no. Scindere in
più il processo razio¬ nale equivale ad avviare più processi
(contemporaneamente o no), e, di più proposizioni pensate, introdurne, alcune
negli uni altre negli altri. Le proposizioni che s'intro¬ ducono in un
processo, vengono assunte o considerate ocrae vere in ordine ad esso ; quelle
che se ne escludono, gli è come se in ordine ad esso si considerassero false.
Di due proposizioni che penso, stabilisco d'introdurne una in un dato processo
(oppure devo necessariamente intro- durvene una), senza che sia peranche fissato
(o rispettiva¬ mente noto) quale delle due. Una almeno di queste in ordine al
detto processo vale dunque come vera e p. c. non sono tutte e due false (§ 9,
21) (31). 21 La proposizione * a) AoB. BoA: q.A=B ossia, dall’essere B
conseguenza di A, ed A conseguenza di B, segue la conseguenza, che A e B sono
uguali, può 50 esse-e facilmente verificata col solito metodo, di osser¬ vare
il particolare processo che le corrisponde. Se AqB, B non può essere negata,
quando s ammetta A; ma si potrebbe negare A, e ammettere non ostante B; le due
proposizioni sono distinte, Se inoltre Bf)A, allora, qua¬ lunque s’ammetta
dello due proposizioni A, B, 1 altra non può essere negata, senza cadere nell
assurdo; vale a dire, ciascuno dei due prodotti A( B), ( AJB è assuido p. e c.
A e B sono uguali (indistinguibili). Nello stesso modo si verifica la
proposizione. b) A=B.O : AoB. BoA. ora per semplicità di notazione si ponga
(definizioni): AdB. BdA=M, A=B:=N ; le a), b) diverranno rispettivamente a) MoN
b') N 0 M Congiungendo queste due proposizioni, e applicando il metodo con cui
s’ è verificata la a), s’ottiene come loro conseguenza, M-=N ; cioè : AqB.
BoA:=.A=B (§ 9, 18) Il terzo segno o nella a), e il primo nella b) non si può
affermare che abbia lo stesso significato che nel § 19; perchè le due
proposizioni AqB, BqA (dove o può avere lo stesso significato che nel § 19) non
sono due ugua¬ glianze con un termine medio. Ma tra i due significati non v’ è
contraddizione ; perchè nell’uno e nell'altro caso- 0 signfica, non potersi
negare la tesi senza cadere in contraddizione ('nell’assurdo). L’ultima
proposizione (18, § 9) non si può dire dimostrata sillogisticamente; ma si è
accertata empiricamente l’i impossibilità di negarla senza contraddizione; essa
è dunque necessariamente vera (cioè: se di fatto connettiamo i simboli A, 13,
com’è in¬ dicato nella proposizione, non ci è più possibile assu¬ merla come
falsa). Una riflessione importante. S' è visto che il discorso è reso di dubbio
valore dall’ impossibilità di sottrarre le parole a delle combinazioni
meccaniche fortuite, dipen¬ dente dalla loro connessione con un processo
particolare. E ora per verificare le nostre formule, si ricorre sempre allo
sviluppo de’ processi particolari corrispondenti. Ma ciò che rende incerto il
significato delle parole, è la non coincidenza tra la parola (figura o suono,
oggetti vati) e il gruppo variabile di rappresentazioni'che le dà signi¬ ficato
con lo starle connesso. Nel nostrjj caso invece, a significa soltanto n
(oggettivato permanentemente); A, soltanto A, se non si tien conto della
definizione ; tenen¬ done conto, significa p. es. 13 ;C, il quale poi non
signi¬ fica se non sé stesso, ecc. Quest’assoluta coincidenza tra il segno e il
significato, o insomma, lo svolgerai flel pro¬ cedimento sui soli segni
oggettivati, sopprime la detta causa d’oscillazione e d’incertezza. Il processo
è dunque nella sua immediata particolarità sicuro e consapevole; a meno che non
si revochi in dubbio il valore dell’og- gettivazione permanente. Siccome questo
fatto primitivo fu assunto e non di¬ scusso (e s’è dimostrata la necessità
d’assumerlo per av¬ viare un discorso) si è dispensati dall’esaminare quel
dubbio, per ora. Quando si parla delle incertezze a cui di fatto è sottoposto
il discorso, si parla di quelle che pro¬ vengono dalla causa suaccennata,
presupposta la validità dell’oggattivazione; si C9rca un mezzo per cautelarsi
con¬ tro l’errore, non contro l'illusione trascendentale. Questo mezzo è
trovato se anche rimanessimo nell’illusione tra¬ scendentale; della quale uon
accadrà discorrere se non quando si tratti di proposito dell’oggottività. 22
L’analisi di un gruppo può in molti casi venire inter¬ rotta prima che si sia
giunti agli elementi ultimi e ir¬ resolubili cioè ai concetti primitivi a, b,
c, . Anzi, nel discorso comune, dove gli elementi ultimi, che sarebbero le
oggettivazioni di fatti rigorosamente sem¬ plici, non si possono, o sicuramente
non si sanno assegnare con facilità, le analisi riescono sempre incomplete,
per¬ chè niuno avrebbe il tempo e forse neanche il modo di terminarle. Sia p.
es. da analizzare il gruppo A, e si riconosca, esserne elemento il sottogruppo
B, senza che tuttavia B esaurisca A; il che vuol dire, che per ot¬ tenere A
converrebbe aggruppare con B qualche altro elemento (in generale un gruppo,).
Che un risultato simile si possa ottenere, senza che sia noto l'elemento che si
dovrebbe aggruppare con B è un fatto de’ piu comuni: si sentono continuamente
frasi come le seguenti: perchè il vestito sia pronto non basteranno idue giorni:
le riparazioni da farsi alla casa non importeranno meno di tanto; ecc. Lo si
esprime con la formula : A=B;X. Il simbolo X, separatamente preso, non ha per
sè al¬ cun significato (s’ignora, per ipotesi, quale elemento con¬ venga
aggruppare con li) ; esso ha un significato soltanto nella formula, la quale
esprime per mezzo di esso, e senza non esprimerebbe, che B è uno ma non il solo
eie- mento di A. L’avere però la formula un significato viene indirettamente ad
attribuire un significato anche ad X. Formule come la superiore possono venir
introdotte in un algoritmo (32), nel quale p. c. segni come X verranno a
figurare, e vi saranno sottoposti a diverse operazioni: la possibilità a il
significato delle quali risultano unica¬ mente dal significato che hanno le
formule; ma intanto vengono ad essere stabiliti, e danno quindi un significato
ai segni medesimi. E lo stesso evidentemente s’ha da dire delle parole che
suppliscono questi nel discorso usuale. Se nel simbolo B;X, si sostituisce ad X
un gruppo determinato C , il simbolo B;C che si ottiene non avrà un significato
in generale, poiché non è detto che i due gruppi determinati B, C si possono
aggruppai^ nel modo indicato con (;). E' tuttavia possibile sostituire a X un
gruppo, in guisa che la sostituzione abbia significato, perchè per lo meno, A è
il risultato d’un tale sostitu¬ zione. E non vi è nessuna ragione per ammettere
a priori, che la sostituzione significativa possibile sia sempre unica ; in
molti casi la possibilità di ottenerne parecchie è anzi messa fuori di
contestazione dal fatto Rappresentino C,, C^, .. C n altrettanti gruppi
sostitui¬ bili ad X e sia : Ai=B;Cy, Aj=B;Cj, .... A^=B;C„, Si possono
esprimere questi risultati, dicendo che X è un elemento variabile, capace di
assumere i valori Ci. C H ’, e che consegpentemente A t (=B;X) è pure variabile
in funzione di X, capace di assumere i valori Ai ..... A u . Ma, se ben si
riflette, si riconosce che non si sono introdotte con ciò delle semplici locu¬
zioni. S’è visto infatti, che il simbolo X, privo di significato r»i per sè
medesimo, ne acquistava uno, per il solo fatto della sua significazione nella
formula, cioè per il suo essere come significati vo nella formula,
sottoponibile a certe operazioni determinate. Questo significato si precisa ancor
meglio (si rende più indipendente dalla formula) in seguito all’osservazione
testé latta; X significa, ora, l’uno oppur l’altro degli elementi noti Ci... Cn
dove oppure è il simbolo della disgiunzione, e corrisponde al segno ,+ (§ 9, 21
). Analogamente, Ax rappresenta l’uno oppur l’altro, o si voglia dire uno
qualunque degli elementi K, _A». In altri termini, X e Ax sono elementi
indeterminati, sono i simboli di due classi. 23 Ora si può definire la
deduzione applicata a un sol gruppo, che sia pure una proposizione semplice. Si
diranno dedotti da Ax tutti i gruppi che si ottengono attribuendo a x uno
qualunque dei valori ammissibili per x\ vale a dire, sostituendo in B;X alla X
uno qualunque de' suoi valori ammissibili. Questo modo d’intendere la deduzione
concorda col precedente. Infatti, la deduzione di B;C< (p. es.) da B;X si
può mettere sotto questa forma: ( A=B;XJ(X=C/ ; oA-B;C., ossia alla formula del
§ 19. Notando, che con piena ra¬ giono si è scritto A tanto nella prima che
nell’ultima proposizione benché s’avesse potuto scrivere con egual ragione A, e
A i rispettivamente. 11 simbolo .«si può con¬ siderare tanto come fisso ma
incognito, quanto come va¬ riabile (non lo si concepisce come variabile se non
perchè di significato incognito ; cfr § prec.) A è un gruppo fisso, analizzato
incompletamente ; se si viene a sapere che il suo elemento incognito X ha il
valore C< , sappiamo che A si risolve nel gruppo B;C« . Inversamente: nella
proposizione: A=B;C< possiamo sempre considerare B come variabile ; se l);Cj
è un valore ammissibile di B (11 che sarebbe vero anche se fòsse il solo valore
ammissibile di B e quindi se B in realtà fosse costante), D;C.;Ci sarebbe uno
de’ valori ammis¬ sibili di A (oppure, il solo, c. s.); la formula A=D;C* ;Ci
si può adunque considerare come il risultato di una deduzione, secondo il
concetto esposto in questo parag. a Vi è da fare un’importante avvertenza. Se B
è co¬ stante, e D;Ci è il suo unico valore, la formula A==D;Ca;Ci ha
esattamente il medesimo signifi¬ cato dell'altra A=B ;C i ; le due non
differiscono che per la materialità della scrittura, cioè sono equivalenti. Il
processo è solo in apparenza deduttivo. Non è il caso di osservare, che la
prima formula è in effetto rica\ata dal a seconda, mediante la sostituzione ecc.
; perchè, se B è costante, ma non ne è immediatamente noto il va¬ ierò fse
infatii dev'essere data a parte la formula 3 = P);Cj ), B rappresenta una
indeterminata ; ossia un ele¬ mento concepito come variabile. Si ha invece una
vera deduzione, quando B è Co viene concepito come) variabile. Poiché dalla
deduzione intesa nel primo modo (§ 19) si ricava quella intesa al secondo, e
viceversa, i due con¬ cetti dideduzione sono equivalenti f§ 21). Nella
deduzione per determinazione d’un elemento variabile, un gruppo dedotto
conterrà almeno un elemento variabile di meno, di quello da cui lo si è
dedotto. 50 24 a) ABoA r§ 9-, 14 Si consideri B come variabile, indicandolo con
X. Fifi i valori ammissibili di X, vi è A ; dunque AXqAA ;« siccome AA=A ; cosi
AXqA. b) AqB. 0. ACoBC. rib 14J. Poiché AoB, posto A=M:X, sarà p. es.: B=M; N.
Quinli A;C=M;X;C, B;C=M:N;C. B;Csi ottiene con una deternli- nazione della X in
A;C; dunque A;CoB;C. Lo stesso vale sostituendo il segno della congiunzione
all’ indeterijii- nato (:), c) A. AoB :oB (ìbid. 15;. Questa proposizione non è
nemmeno intelligibile, se non ricorrendo ad un concetto più volte ricordato ;
che (ioè il pensiero si spezza di latto in più processi, i quali ben¬ ché non
si possano dire assolutamente indipendenti, si svolgono nondimeno
indipendetemente 1' uno dall'altro, in quanto conoscitivi. Sia noto che AqB ;
io posso con tuttociò escludere B da un processo, perchè in niun pro¬ cesso
s’includono tutte le proposizioni vere a qualunque titolo. Oppure, posso
includere B nel processo, ma senza punto riflettere, che è una conseguenza di
A. Ma se in¬ cludo nel processo A, quand’anche non v’ includessi la notizia,
che B è conseguenza di A, B si troverebbe in¬ cluso. d) Bo. AqAB fibid. 17;.
Impossibile conginngere con una proposizione data A, 57 un’altra proposizione
B, se anche B non è data fnon è inclusa nel processo,). E’ chiaro, che
dev’essere data, non solamente B, ma anche A; la vera forma della d) sarebbe
dunque : B.Ao. AB: ossia BAgAB ; la quale, essendo BA =AB, significa : data una
proposizione, se ne deduce, che questa proposizione è data. e AgB. BgC : g.AgC
(jb., 16J. Poiché BgC, sarà p. es. : B=M;X, C=M:N. Ma AgB, dunque B contiene
una variabile meno di A ; sarà dunque, posto M—P;Q, A=P;Y;X. Sostituendo a M il
suo va¬ lore, è C=P;Q;N; ossia AgC. f) AgB.g. — Bg—A. (ib. 19J S’è visto
infatti (§ 20), che delle due proposizioni A, — A, una è necessariamente vera.
Se non è vera — A, sarà dunque vera A; ma allora è vera anche B, perchè AgB;
dunque, se da — B non seguisse — A, ne seguirebbe B ; cioè la proposizione
B(—B) non sarebbe assurda. capitolo V.° L’ UNFVERSALIZZAZIONE 25 Poiché abbiamo
l’attitudine a denominare, possiamo assumere i simboli primitivi a, "b, c
,..., non come rap¬ presentanti ciascuno sè stesso e nulla più, ma come i nomi
ciascuno di un certo gruppo oggettivato di fitti interni quali si vogliano, o
anche di fatti esterni. Si chiami r>8 per abbreviare, concetto empirico
l’oggettivazione im¬ mediata di uu gruppo dato sperimentalmente, cioè uno di
quei concetti che costituiscono la materia prima ordina¬ ria del pensiero. I
simboli primitivi a, b, c, .. . rappre¬ senteranno allora ciascuno un concetto
empirico. Analo¬ gamente, possiamo assumere che ciascun gruppo di sim¬ boli, A,
B, C, . . . . sia il nome (l'un determinato gruppi) di concetti empirici, e
cioè di un concetto empirico più complesso (o anche di un concetto non
immediatamente empirico se l’agruppamento dei concetti empirici corri¬
spondenti ai simboli semplici è stato fatto in modo anche in parte arbitrario;
ma di questa circostanza non si terrà conto). Naturalmente, mentr'è affatto
arbitraria la scelta del simbolo semplice con cui denominare un dato concetto
empirico assunto come elementare, la composizione del gruppo A, con cui
denominare un concetto complesso, dipende dalle denominazioni già scelte per
gli elementi di questo, e dai segni d’aggruppamento di simboli che si
prenderanno come corrispondenti ai nessi che di più con¬ cetti empirici
semplici ne costituiscono uno complesso. In questo modo, le formule date di
sopra e tutte le altre costruibili per mezzo loro, sono capaci d'un' in¬
terpretazione. La quale per essere vera, dovrà soddisfare a certe condizioni;
basterà accennare la più importante, a cui non è difficile ridurre le altre.
Ogni processo algoritmico si fonda su alcune proposizioni, che vengono supposte
vere ; e possono sempre venir sup¬ poste vere, purché tra loro non ve ne siano
d'incompa¬ tibili (contradditorie) ; cosa questa immediatamente rico¬
noscibile. Se però i simboli rappresentano concetti em¬ pirici, ciascuna di
quelle proposizioni diventerà in gene¬ rale categorica, e sarà dunque vera o
falsa di necessità ; inoltre due di esse (appunto per la complessità del loro
significato) potranno essere incompatibili quand’anche non manifestamente
contradditorie. Per assicurarsi che l’interpretazione non sia apparente, sarà
dunque neces¬ saria una discussione, forse complicata, e non effettuabile con
l’algoritmo. . Ricompariscono qui le cause d’errore, per eli minareto quali
venne introdotto l'algoritmo. A rendere esatta l'in¬ terpretazione, non si
hanno altri mezzi, che lo spezzare i processi complicati in gruppi noti e
semplici di pro¬ cessi semplici, e la diligenza ; mezzi più o meno efficaci, ma
non d'assoluta sicurezza. E’ per altro da notare, che non occorre iuterpetrare
se non le proposizioni assunte come fondamentali, f33j e i risultati ultimi,
affidando all'al¬ goritmo il lavoro deduttivo, che è quello, in cui 1 errore
s'insinua piu facilmente. Cosi p. es. si procede nell’appli- care l’algebra a
delle questioni di fìsica. 26 E' possibile un'interpretazione dell'algoritmo ;
ciò vuol dire, che ne sono possibili tante, quante se ne vogliono. Ninna è
assolutamente arbitraria, secondo venne accen¬ nato, ossia deve soddisfare a
certo condizioni ; ma sotto queste condizioni è arbitraria, perchè in line non
v’jia nesso necessario tra un simbolo e un dato concetto empirico. Per
comprendere il vero significato di un ossei \azione cosi semplice, si consideri
un esempio ; e sia la deduzione (e, § 24; 1) AoB. BoC: O- AoC, che si è
verificata con un processo particolare, gli ele¬ menti del quale erano i puri
simboli A, B, ecc., oggetti¬ vamente presi. AoB è una proposizione ipotetica.
Si prescinda un mo¬ mento dal linguaggio, ma non dall’oggettivazione, e si
lasci 60 stare, che in tal caso il pensiero non potrebbe uscire da uno stato
adatto embrionale, come s’è visto altrove. (34). Oggettivando certi dati si
otterranno de’ concetti empirici ; riferendo i concetti tra loro, si otterranno
due proposi¬ zioni ; riferendo le proporzioni, vi si riconoscerà una relazione
di dipendenza logica, la quale si potrà anche (si concede) assumere come
semplicemente ipotetica. Mh poiché non si è supposto alcun linguaggio, le
operazioni descritte non si saranno effettuate, che aderendo stretta- mente
alla materia data: e il loro risultato (la proposi¬ zione ipotetica, esprimente
la dipendenza logica ecc.) non sarà pensato, che in quanto è pensata questa
materia, non sarà in alcun modo separabile da essa; avremo un pensiero
rigorosamente particolare. La stessa relazione di dipendenza, quantunque di sua
natura possa venire stabilita tra quanti elementi si vogliono, non sarà pen¬
sata che in quanto corre tra quei certi elementi, e non in separato da questi ;
sarà pensata particolarmente (si pensa quella relazione, non la relazione).
Nell’espressione algoritmica, le proposizioni sono indi¬ cate con A, B; la
dipendenza, con 0 - Questi sono ancora tre oggetti concreti, particolari ; la
materia è sempre una materia data, anzi più precisamente circoscritta che nel
caso precedente. Ma supposta una connessione 'una corrispondenza i tra questa
speciale materia e l’ordinario contenuto empirico del pensiero, questa
connessione, non potendo esser posta che dall’arbitrio, riescirà indetermi¬
nata. Quindi la proposizione AoB, nella sua realià è de¬ terminatissima,
particolare ; ma considerandola come in- terpetrabile, non possiamo non
considerarla come inter- petrabile in quante maniere si vogliano ; rispetto all
in¬ tenzione interpetratrice, è indeterminata. Lo stesso dicasi dell’altra
premessa e della tesi. 61 Siansi assunta A. B, C, come rispettivamente equm-
leiiti a tre proposizioni di significato empirico per mezzo di tre convenzioni
: poiché la 1 è verificata con «n pro¬ cesso particolare, in simboli , l i
sostituibilità degli ele¬ menti Mentici non ci lascia dubbio sulla verità d.
ciò che diviene la 1 sostituendo ai simboli i significati, purcho questi sian
tali, da non renderà falsa o insignificante niuna delle premesse. Rimane cosi
stabilito, che sia pensare un concetto una proposiziono universale (35). K'
pensare un pascolar simbolo, o un gruppo di simboli, con V intenzione, che
ciascun simbolo particolare sia il nome di un qualche gruppo empiricamente dato
fe oggettivato. Per ì simboli primitivi, questo gruppo è assolutamente
indeterminato. pei gruppi di simboli, è ancora indeterminato, ma deve
soddisfare a deile condizioni (di cui al § preced.), che si fanno sempre più
restrittive ili miao in mino che cresce la complicazione del gruppo simbolico.
Quello che dei simboli, è a dire, con delle variazioni facili a trovare, ilei
termini del consueto linguaggio. Ea necessità di un linguaggio per la
formazione di concetti .universali è cosi nuovamente dimostrata (30). 27. Se X
è variabile, capace dei valori B„ Bj , . . • Bfi • ‘ se introducendo A;X in un
algoritmo, senza supporre sostituito ad X alcuno de’ suoi valori, si dimostra
che A,X gode di una certa proprietà, godranno della proprietà medesima tutti i
valori A;Bi,^ A.Bj, . • • A, ti i - - • Cosi una proprietà, riconosciuta in un
simbolo particolare con un procedimento particolare, può essere concepita come
comune cioè universalizzata. E sé vis o a iove - 02 clie un simbolo della forma
A:X corrisponde al concetto di classe. (37). Immaginando che, nelle formule del
§ 9, A, B, C, . . . siano simboli variabili, ossia rappresentino proposizioni
qioiH si vogliano , l'algoritmo è universalizzato in ordine a sé stesso : vale
a dire s’ottengono i principi universali del ragionamento. Che vuol dire,
immaginare che A, B, (J... siano simboli variabili? Certo che in un processo
algorit¬ mico, ciascuna delle A, B, C, . rimane qual’è, e, come s'é detto più
volte, non rappresenta che sè stessa; siamo sempre nel particolare. Ma
l'introduzione de' simboli variabili è,stata giustifi¬ cata 0? -22).
Immediatamente, un simbolo variabile non ha significato che quale elemento d’un
gruppo, e come o- spressione di un'analisi incompleta; ma il significato che
esso ha nel gruppo no permette l'uso algoritmico, e gli (la cosi un significato
indipendente. E il simbolo variabile, usato da solo, per la sua
indeterminatezza non si può non considerare determinabile ad arbitrio, cioè
atto ad assumere valori quali si vogliano. Considerare le A. B, C,.... come
variabili arbitrarie, è dunque un adoperarle come costanti* sapendo che
possiamo sostituire in loro vece quelle pro¬ posizioni che vogliamo, e
dirigendo l’intenzione su questo nostro sapere. Parrà strano, che il risultato
più complesso dell’intel¬ ligenza s’ottenga per mezzo della sua imperfezione;
poiché l'origine de’ simboli variabili stà nella nostra inetti¬ tudine a
compire certe analisi. Ma se noi avessimo una cosi grande potenza e lucidezza
di mente, da tener dietro senza confusione e senza dimenticanze a tutti i processi
particolari, avvertendone con distinzione le più minnte circostanze, forse gli
universali c i sarebbero inutili. Ogni strumento suppone un difetto, a cui
ripara. 28 (VI Chi non fosse rimasto ben capace «iella spiegazione ad¬ dotta,
dovrebbe innanzi tutto esaminare , se ve ne sia un'altra possibile. Non si
spiega nulla, p. es. ricorrendo a elementi ipotetici, estranei al fatto
immediato del pen¬ siero, come sarebbero le idee prese in senso trascendente.
Infatti non basta che vi sia un’idea in sè intuibile,convien che la parola ce
la faccia intuire; e siccome la parola non adempie tale uffizio per una propria
virtù miste¬ riosa, ma soltanto per mezzo delle sue connessioni; né si vede a
che serva, in ordine all'intuito d’un' idea uni¬ versale, la connessione con un
gruppo particolare, il solo pensabile positivamente in ogni caso ; si ricade
nelle medesime difficoltà. Un osservatore spassionato e diligente non tarda ad
ac¬ corgersi, che l'addotta spiegazione si riduce a una som¬ maria ma fedele
descrizione del fatto. All 'osservazione volgare non riflessiva il fatto pare
più semplice che non sia, perchè abituale; e del resto può anch'essero, anzi è
quasi sempre più semplice che non lo si sia descritto. A intenderne il come, si
rammenti, che della possibilità di rievocare un numero indeterminatamente
grande degli elementi connessi con la parola, e di compiere su di questa un
numero illimitato d’operazioni future, si può avere non soltanto la cognizione
(associando la quale alla parola Aggettivata e connessa di fatto a un certo
gruppo, la parola vien sottoposta all'inteuzione d’universalità); ma un
sentimento il quale, benché possa riuscire più o meno vivo e distinto, sorge
però sempre spontaneo ossia è un effetto meccanico della parola sentita. Il
senti¬ mento non è la cognizione; ma può rappresentarla, es¬ serne in qualche
modo il segno. 04 L’uso djl linguaggio dicasi volgarmente ("non a torto,/
razionala, quando serve al consegui mento di certi scopi prefìssi. Ora, a ciò
non si richiede che tutto quanto è pensabile ne' termini adoperati sia pensato
in effetto ; si tratterebbe dell'impossibile. Basta che nel lavoro di
concatenare i termini nelle varia proposizioni si abbia una guida, un mezzo
qualsiasi, che permetta di prose* guirlo nella direzione opportuna, e di
correggere le de¬ viazioni eventuali. E il sentimento, quantunque non sia
propriamente norma, è appunto il mezzo, l'aiuto richiesto ; esso colle sue
oscillazioni incessanti, la qual cosa più che avvertirci se i termini vengono
combinati più o meno couveuientemento ("che somministrare al pensiero
l’eccita¬ mento e una prima materia a formulare de' giudizi^: s'intromette
addirittura nell’opera in corso, e con la sua propria energia la dirige al (lue
desiderato, e spesse volte più presentito che voluto, cioè piuttosto fissato da
un sentimento che formulato in una notizia positiva. Quindi si capisce, che
oggettivando il sentimento, a noi deve sembrare di conoscere tutto quanto si
richiede a rendere possibile razionalmente un dato processo ; e nel fatto, quella
che noi chiamiamo un'idea universale, è molte volte una mera oggettivazione
d’un sentimento di questa sorte ; il quale viene cosi a far da segno d’ una
cognizione. 29 A chi è avvezzo, per lunga consuetudine, a identifi¬ care 1’
universale col divino, un tentativo di costruirlo col particolare dovrà parere
empio, e, sotto l’aspetto scientifico, inconcludente. Impossibile cogliere a
questo modo il vero universale, norma luminosa e perpetua del- 05
l’intelligenza. La questione peraltro non è, se vi sia un universale divino,
molto meno se vi sia un divino (la qual cosa non si mette menomamente in forse,
e anzi è confermata da queste ricerche); ma se l'universale che è norma della
nostra intelligenza possa essere quello cho si è costruito. E a dimostrare (a
fortiori) cosi es¬ sere in fatto, non sarà inutile, alle osservazioni del §
pre. aggiungerne qualche altra, donde risulterà, che de’ pro¬ cessi, razionali
senza dubbio, possono essere svolti, senza introdurvi in tutta la sua pienezza
nemmeno 1* univer¬ sale costruito. Si consideri la serie delle operazioni che
servono a risolvere p. es. l’equazione di 2.° grado : x- px q — o Ciascuna cade
sulle lettere x, p, q, sui segni +, =, ecc. ; e questi son tutti materialmente
coucreti. — Ma questi segni si combinano a tenore di norme universali. — Che le
proprietà combinatorie dei detti segni siano espresse in formule, già
universalizzate, non si nega di certo ; come non si nega 1’ utilità
dell’attitudine a pensar le dette formule universalmente; benché si debba pure
ammettere dall'altro lato, che ogni qualvolta occorra di ricordarne una, per
eliminare un dubbio, il pensiero cade pur sempre su di una certa formula
concreta, e f ap¬ plicarla al caso non è mai altro, che il sostituire nella
formula certi elomenti a cert’altri, operazione del pari concreta. Ma le
combinazioni si fanno, perchè si sono contratte certe abitudini, (s’ intende,
per mezzo di uno studio an¬ teriore/ In ogni fase del processo, noi applichiamo
ora l’una ora l’altra dell'abitudini contratte. Ciò che a noi dà una fiducia
completa nel processo che svolgiamo, non è tanto la possibilità di ridurlo
nelle sue varie fasi a certi tipi prestabiliti ; quanto l’esigenza concreta
delle' singole operazioni che si compiono, de’ singoli concetti che via via si
assumono fé l’assumere i quali è pur sempre un compiere delle operazioni).
Avendo ammesso questo, e fatto quest’altro, noi non ci possiamo esimere dal-
l'accettare quel tale risultato ; perchè il rifiutarlo sa¬ rebbe un distruggere
l’oggettività del nostro attuale pensiero. Al paragone, la fiducia diciamo cosi
astratta inspirata da delle norme universali, il valor delle quali; cosi come
sono pensate, è del resto subordinato alla fe¬ deltà della memoria, la quale va
soggetta a sbagliare, conta ben poco. Anzi : noi non abbiamo altra certezza di
rammentar bene e d' interpretar a dovere una for¬ mula, se non questa medesima
esigenza, che si riconosce nel fatto concreto oggettivamente considerato.
Quest’oggettività dovrebbe bastare a chi si spaventasse delle possibili
conseguenze d’una teoria, che sembra ma¬ terializzare il pensiero. Essa basta
ad assicurarci, che una distinzione, almeno di fatto, c’è tra l’accadere cogi¬
tativo e qualunque altro accadere a noi noto. E se non bastasse, nient’altro
basterebbe. Sia pur anche l’univer¬ sale un elemento sui generis, non
ricavabile dall'ogget¬ tività ; se l’accadere meccanico o schiettamente fisico
fosse capace d'assorgere alla seconda forma, perchè non dovrebbe arrivare anche
alla prima? CLE SINTESI A PRIORI 30. S’è visto come i giudizi sintetici a
priori che, in nu mero non iscarso, parevano indispensabili alla possibilità
del processo razionale, siano tutti costruibili con un prò- G7 cesso
particolare, siano insomma de' risultati dell' espe¬ rienza interna, ammesso
per altro che si tratti d'un'e¬ sperienza mentale, vale a dire oggettiva, e
permanente. Conviene ora discutere, se si diano altri giudizi sinte¬ tici a
priori. La forma della cognizione si può dire spie¬ gata. ma non è ancora
spiegata la cognizione, finché non si sia osservato, se l'applicazione della
forma alla materia data abbisogni o no di cert’altri principii; e, nel caso del
si, se questi principii siano costruibili in qualche modo, o devano esser dati
ossi medesimi, al pari della materia. Prima però, è utile rispondere ad un’
obbiezione gene¬ rale, che probabilmente il lettore avrà formulata fin dalle
prime linee ili questo scritto. Assumendo senz'altro l’ oggettività e la
permanenza del pensiero, si dirà, non si spiega in effetto nulla; non si fa che
trasportare la difficoltà da un punto all’altro. Non si fa che trasportare la
difficoltà; verissimo; con ciò per altro si ottengono delle semplificazioni. TI
pro¬ blema della conoscenza consta di molti altri, talmente aggrovigliati
insieme, che il solo enumerarli sceveran¬ doli distintamente non è una facile
impresa. Questa è per altro la prima cosa da tentarsi ; e, che finora qual cosa
si sia fatto in questo senso, la stessa obbiezione ri¬ ferita lo riconosco.
Pire che costruendo i principii formali della ragione per mezzo dell'
oggettività e della perma¬ nenza il problema è spostato e non risoluto, è un
am¬ mettere che delle due questioni: come si conoscano i principii, e come s’
ottenga un pensiero oggettivo e per¬ manente, la prima è ridotta ‘alla seconda.
La seconda sarà trattata a suo tempo. E quand’anche, studiandola in
particolare, la si trovasse ridursi ancora alla prima, qualcosa rimarrebbe del
lavoro compiuto ; si sarebbe ciò messo in chiaro, che di questioni ve u' ha una
sola, e non due irriducibili tra loro, "è sarebbe cosi p co. Il metodo
medesimo di semplificazione verrà ora ap¬ plicato alla discussione de’
principi), che si potrebbero dire misti, ond'è resa possibile l’applicazione
de’princi- pii puri sopra ricordati alle varie materie. Anche qui torna
opportuno connettere lo studio con una speculazione, se non indiscussa,
d’un’autorità ricono¬ sciuta; renderlo al possibile indipendente dai modi dà
vedere personali dell’ autore. Invece dunque di andare cercando in astratto
quali possano essere que’ principii misti, sarà meglio prenderli quali furono
enunciati da 15. Kant; il primo che abbia sollevata la questione, trat¬ tatala
di certo con acume e profondità, e condottala . press’ a poco al punto, dov’
essa si trova presentemente. 31. Il giudizio espresso dell' identità 7-|-5=12,
è analitico o sintetico ? (3<S). E, posto che fosse sintetico, è a priori o
a posteriori? Bisogna prima di tutto distinguere, se la serie nume¬ rica si
suppone già formata, almeno lino a 12, o no. Nel primo caso, il giudizio è indubbiamente
analitico. Infatti: pensare 12, è pensare il nudo segno nella serie 1, 2, ecc.
; quindi pensarlo come maggiore di 7 (come un elemento che viene dopo 7), e non
solo, ma precisamente come il quinto dopo 7. 15’ vero, che 12 può esser pensato
anche in altri modi ; p. es. come l’ottavo dopo 1, oppure come il secondo dopo
10 che è il quarto dopo 0 ; ecc. Ma tutte queste maniere di comporre 12 sono
semplici immediate conseguenze dell'aver pensato 12 nella serie. Tutti questi
giudizi corrispondono dunque a quest’ altro: il triangolo è una figura di tre
lati ; cioè sono analitici ; son forme » 09 particolari (incomplete) del
concetto fondamentale, ch’è il pensiero de’ segni presi, non separatamente, ina
in quella serie determinata. So poi la serie numerica non si presuppone già
for¬ mata almeno fin a 12, la questione non ha senso alcuno, nei termini in cui
è stata posta. Infatti allora non s' ha punto il concetto di 12; quindi,
ammesso che s’abbia il concetto di 7 ; 5, l'uguaglianza 7+5 12 non afferma una
relazione tra due concetti. 11 giudizio non è para¬ gonabile a quello che si
enuncia, dicendo p. es. : questa medaglia è di bronzo ; dove medaglia e bronzo
sono con¬ cetti : non si può dire abbia la medesima forma, differen¬ done per i
- origine (a priori invece che a posteriori). Esso non è che la pura
definizione del segno 12, privo affatto di significato all' infuori del
giudizio. Ora la definizione d’un segno (l’imposizione d’un nome a un dato
concetto) è senza dubbio un giudizio sintetico. Supponendolo a priori, non
sarebbe però mai uno di quelli, sui quali il Kant ha creduto dover richiamare
l’at¬ tenzione degli studiosi, come includenti un mistero im¬ penetrabile.
Quando un giudizio esprime, o ci sembra invincibilmente che esprima, una verità
oggettiva e ne¬ cessaria, o bisogna spiegarlo, o dichiarar insolubile il
problema della conoscenza; e l’essere il giudizio a priori potrà costituire una
ragione sufficiente per crederlo ine¬ splicabile. Ma posto che il significato
d’ un giudizio non sia che di fissare in modo convenevole e arbitrario l’uso di
un segno, non sarebbe più giustificato il farci attorno tanto rumore. Se il
giudizio è a priori , vuol dire che noi abbiamo energia sufficiente a stabilire
delle conven¬ zioni, senza fondarci sull'esperienza; queste convenzioni sono
artifizi che facilitano più o meno il nostro discorso, ma, nè ci danno
conoscenze nuove, nè è poi tanto diffi¬ cile astenersi dal credere che ce ne
diano ; i differenti 70 sistemi di coordinate astronomiche, da niuno vennero presi
per notizie intorno alla distribuzione degli astri. D altronde, è più che
dubbio se queste convenzioni siano a priori. 11 concetto che si vuol
denominare, se è un concetto e non un processo meramente soggettivo, a\ ia gin
un espressione simbolica (mediante parole o al¬ tri segni; 7+5 nel caso
considerato), perchè n’assuma una nuova, basta che si stabilisca una
connessione mec¬ canica (in via sperimentale) tra la formula precedente e
qualche altro elemento; se questa connessione viene Ag¬ gettivata, e convertita
cosi in una corrispondenza, il nuovo elemento diviene il nuovo segno, il nuovo
nome del concetto. E' evidente p. es., che il seguo 12 è il ri¬ sultato di una
deformazione dell - altro 10+2; che è della medesima natura di 7+5. 32. Ma è
possibile formarsi il concetto di 7+5, se già con la serie numerica non si è
arrivati a 12, supposto p. es. che 7 sia 1 ultimo numero formato? Evidentemente
no; in questo caso, l’operazione 7+5 non sarebbe effettuabile con gli elementi
che si possiedono, e la formula non a- vrebbe dunque senso alcuno; come non ne
hanno le for¬ mule 5—7, | -9, per chi non si sia già formata la serie de’numeri
negativi e immaginari; come non ne ha mai la formula 3[5se l’unità è concreta e
indivisibile (p. es.: uomo). La questione dunque, presa nella sua forma
generale, si riduce alla seguente : come siasi potuta formare la se¬ rie
numerica. E questa è risoluta (39). L uomo pensò i primi dieci numeri,
oggettivando la serie effettiva delle sue dieci dita, e servendosene a sta- 71
bilire delle corrispondenze tra gli elementi di essa e al tri elementi dati;
formò le prime dieci parole-numeri oggettivando e cosi ponendo come
corrispondenze delle connessioni meccaniche fin qualunque modo prodottesi ) tra
la serie detta oggettività, e una serie, che venne del pari oggettivata, di
suoni. Ponendo le dita, non sempli¬ cemente come serie, ma come un gruppo
stabilmente connesso (e il gruppo è in vero stabilmente connesso da vincoli
meccanici ), senza tuttavia astrarre dalla sua svol- gibilità in serio, ebbe il
concetto d’unità di second'ordine, ossia di decina ; e cosi di seguito. Da ciò
risulta la possibilità di oltrepassare un qualsiasi limite raggiunto nel
formare la serie numerica, e d’ ol trapassarlo senza ricorrere ad altre
operazioni che l’og gettivaro e il far corrispondere ( eli' è pur sempre un
oggetti vare). Infatti : dato il numero a, prendendolo come un gruppo (come 1)
si può immediatamente formare 2 a (si può anzi arrivare fino ad a 9 perchè per
ipotesi si sa contare tino ad n)\ ma il nuovo a posto si risolve, come identico
al dato, in una serie, la quale corre di seguito alla prima; cosi si forma il
concetto di qualunque numero compreso tra a e Za. Questo processo ò illimitato,
perchè perfettamente cir¬ colare; subordinatamente però a un complesso di
segni, che permettano di (issare il posto nella serie di ciascuna delle
successive posizioni, e cosi d’approfittarne. Donde la necessità della
numerazione scritta. Nella parlata, è un grand’ imbarazzo quel dover coniare
una nuova pa¬ rola per ogni nuovo ordine, d’unità. Ci si è rimediato, più che
sufilcientemente per la pratica, formando i gruppi d’unità, pei quali soltanto
le parole sono necessarie : milione, bilione, trilione, ecc., numerando
all’italiana. Ma in astratto restano sempre le medesime difficoltà. La
numerazione scritta invece non conosce confini; ed essa, traendo il proprio
significato dalla propria disposizione seriale, prova ad evidenza quanto s'è
notato più addietro, che pensare un numero non è se non rappresentarsi og¬
gettivamente una serie, e rilevare il carattere che un dato elemento di questa
assiime dal suo essere pensato natia serie (in quel dato posto, effettivamente
occupata). L’illimitatezza del processo importa non solo la possi¬ bilità di
proseguirlo quanto si vuole; ha inoltre un senso anche più immediato. Nella sua
attitudine a mettere in opera il processo, 1’ uomo, senza pur quasi avviarlo,
per¬ cepisce, vagamente, però in modo che può sempre venire determinato quanto
bisogna, percepisce un campo scon¬ finato apertogli dinnanzi, e nel quale tutte
lo sue com¬ binazioni troveranno il posto conveniente. Ossia: dati i numeri
qualunque a, b, v' è sempre un numero che nella serie è il b"' .dopo a.
Questo numero, sia o, può essere definito o concepito in molte maniere diverse,
le quali tutte significano, elio esso è quel certo termine della se¬ rie: e
però una qualunque delle dette maniere non la che enunciare sott'una o altra
forma il concetto mede¬ simo espresso da r. Vale a dire, i giudizi come a+b~c
sono sempre analitici. 33 * L'opinione kantiana non manca di un fondo di
verità; ma è viziata dell'aver confuso elementi che andavano te¬ nuti distinti,
la qual cosa accade non di rado agl’ ingegni molto acuti, che trattano una data
materia senza disporre di tutti i mezzi che vi si richiedono. 11 giudizio
aritme¬ tico non esprime un puro e semplice fatto, percli’è uni versale e
assoluto, dunque a priori. Sta bene ; ma non ha senso» fuorché supponendo
preformata la serie nu¬ merica ; e in questo caso è analitico; la universalità e
assolutezza importano questo soltanto : che, quando si ha un concetto, si ha
per l’appunto questo concetto.. Non si pretende con ciò, che non vi sia mistero
sotto : ma non c’è sotto alcun mistero particolare al giudizio aritmetico ;
secondo affermava il Kant. Se poi si considera la serio numerica, non c’è
dubbio ch’essa non si può costruire analiticamente : ha dunque un’origine
sintetica. E di nuovo sta bene : ma si tratta d’nna sintesi mentale (a priori)
o meccanica (a poste¬ riori) ? Che l’uomo, quand’è in possesso della serie nu¬
merica, possa far delle addizioni, è noto ; ma sarebbe un’ illusione
strana" immaginarsi, che col medesimo pro¬ cesso si] sia formata la serie
medesima. Alllnchè il dire che s’ottengono i numeri con V unire delle unità sia
un dir qualcosa, bisogna evidentemente che sia detto, cosa s' intenda per
unire, perchè la] parola ha molti sensi, che non fanno tutti al caso. E questo
non si può fare, perchè l’unire in aritmetica, se non significa l’operazione
con la quale s'ottengono i numeri, non significa niente. Ma l’uomo trova
infatto degli elementi meccanicamente connessi in certe serie ; stabilisce
delle corrispondenze tra quelli, e gli elementi d’una serie molto semplice a
lui familiare; le reminiscenze di questi fatti si connet¬ tono meccanicamente
con certi suoni, e queste connes sioni vengono alla loro volta assunte come
corrispon¬ denze. Così sorgono ad un tempo i concetti de' numeri e le parole
che li esprimono, nello stesso modo che si formano i concetti in generale e le
loro espressioni, gli uni dalle altre inseparabili. Il processo non potrebbe
nemmeno incominciare, senza le sintesi meccaniche ad esso precedenti ; e, fuori
di queste, altre sintesi non vi si riconoscono. Il che non vuol già dire chenon
vi si riconosca nient’altro. Il processo non è spiegato.se non supponendo
nell'uomo l’attitudine a oggetti vare in modo permanente. Lo spie¬ gare
qttest,attitudine è un’ impresa non facile di certo, e fors'anche impossibile.
Fin che non ci si sia riusciti non si potranno dire spiegati completamente
neanche i giudizi aritmetici. Rimarrebbe vero per altro, die la loro
spiegazione non è un problema a sè, ma si riduce a un altro ; e, se ben si
ridetta, a quello medesimo che è involto in qualsivoglia concetto, se anche
sembri som- ministrato immediatamente dalla più volgare esperienza. 34 Il
concetto di numero venne recentemente sottoposto ad una analisi accurata e
rigorosa, sotto il punto di vista strettamente aritmetico; (lo) importa far
vedere in breve come i risultati se n’accordino con quelli della discussione
procedente, e insieme li chiariscano e no vengano completati. Esso concetto si
può considerare de¬ finito dalle proposizioni primitive che seguono, e che
venne dimostrato essere tutte tra di loro indipendeuti. 1) L’ unità è un numero.
2) Per ogni numero ve n'è uno successivo. 3) Se i successivi di due numeri sono
uguali, i numeri sono uguali. 4) L’ unità non è il successivo d’alcun numero.
5) Se, tutte le volte che un numero ha una proprietà P, anche il successivo la
possiede, e se 1’ unità ha questa proprietà, ogni numero ha la proprietà P. La
prop. 1. ripete manifestamente il suo significato reale delle sintesi
meccaniche, in conseguenza delle quali l’esperienza ci somministra de’ gruppi
apparente- mente e a primo aspetto chiusi ciascuno in sè medesimo perfettamente
contornati e semplici (irriducibili,). Se l'in¬ definita possibilità di analisi
via via più minute, ciascuna dello quali dà come risultato degli elementi
ancora a- nalizzabili e tutti fra loro molteplicemente connessi, non fosse,
come è in fatto, una conseguenza della riflessione; se l'immediata esperienza
ci sommistrasse la moltitu¬ dine sterminata d'elementi inafferrabili senza
niuna sta¬ bilità d’aggregazione, che vi riconosciamo discutendola, noi non
avremmo avuta mai l’occasione di pronunziare la parola uno, in ordine
all’esperienza esterna, ed è al¬ meno dubbio se l’avremmo trovata nell’interna.
La 2. vien a diro, che i numeri costituiscono una serie ; e l’essere questa una
proposizione primitiva, neces¬ saria a determinare il concetto di numero,
importa che i numeri sono determinati dal costituire una serie, come appunto è
detto noi §§ precedenti ; cosa molto diversa dal concetto volgare, secondo il
quale i numeri sono in¬ telligibili all’ infuori della serie, e la serie
risulterebbe d’elementi già noti all’infuori di essa. Con la 3. la serie viene
considerata come unica. Lo • serie che si possono scrivere, o anche
rappresentare o pensare, in quanto reali sono parecchio, e 1’ una dall'al¬ tra
distinte. Ma dalla loro materiale distinzione si a- strae, le serie cioè
vengano tutte oggettivate e identifi¬ cate tra loro. Se i successivi di due
numeri distinta- mente pensati sono uguali, essi sono un numero solo nella
serie oggettivamente presa ; quest’ unico numero ha un antecedente solo, che
s’identifica con l’uno e con l’altro degli antecedenti de' due numeri pensati
La 4. importa, che la serie de' numeri si può risol¬ vere in una serie d’ unità
; e non è una serie chiusa. Il significato della 5., che è il fondamento del cosi
detto metodo d'induzione matematica, (41), è chiaro per sè 76 medesimo. Questa
proposizione non dipende immediata¬ mente dalle precedenti, come si è avvertito
; è per altro ricavabile dal concetto di serie preso nella sua forma più
semplice, quale s'ottiene oggettivando senz’altro delle serie empiricamente
date. In una serie limitata (della quale si possano contare tutti gli elementi,
nel senso volgare) segnati due -èie- menti, il numero degli elementi compresi
tra quei due è sempre limitato. Se poi la serie è illimitata, per es¬ sere
circolare il processo di costruzione de' suoi ele¬ menti (come appunto la serie
numerica,), qualunque parte di essa sia stata effettivamente costruita, è
sempre limitata ; e quindi il numero degli elementi compresi tra due elementi
qualunque assegnati (costruiti,) è pur sempre limitato. Rappresenti S la serie;
siccome il suo primo elemento ha la proprietà P, e per ipotesi se un elemento
di S ha la proprietà P, l'ha pure il successivo, vi saranno più elementi di S
aventi la proprietà I’: i quali formeranno una serie S’. Sia, se è possibile, N
un elemento di S non appartenente a S’, M un precedente elemento di S, co¬ mune
a S’. Poiché tutti gli elementi di S' successivi a M sono anche elementi di S,
è manifesto, che percor¬ rendoli si arriverà a N, a meno che il numero degli e-
lementi di S fra M ed N non sia illimitato, contro l'ipo¬ tesi. (42) Risulta da
ciò, cho il concetto di numero secondo l'e¬ sposizione precedente include
quello che risulta dalle cinque proposizioni citate, ed è più completo, perchè
permette di dimostrare la 5., invece cho assumerla come primitiva. Per
costruire deduttivamente tutta la matematica pura, il solo concetto di numero
quale lo si è costruito (in¬ tero e positivo), non basta ; ma che cosa vi si richiede
di più? Una serie di convenzioni, destinate a precisare l'uso di certi simboli
come se fossero significativi in ogni caso, mentre non lo sono che in casi
particolari. L'utilità di queste convenzioni è incontrastata ; ma non bisogna
per questo illuderci che, formulandole, noi ci impadro¬ niamo di verità a
priori assoluto. Le deduzioni fondate sopra di asse son vere assolutamente,
nell'ordine di idee che include le convenzioni medesime, e relativamente a quo'
fatti, a cui quelle idee fossero applicabili ; il che significa in ultimo e
semplicemente, che le conseguenze d' una proposizione son vere, se ed in quanto
è vera la proposizione. Quelle convenzioni sono giudizi sintetici, ma cosi poco
a prioì'i, che sono evidentemente sempre suggerite dall’esperienza, cioè, o
dall'esperienza esterna O da quella costituita dallo svolgimento anteriore
dell’al¬ goritmo. Non ve in esse nient’altro di a priori, che la nostra
attitudine a oggettivare e giudicare ; — nel qual senso, non alcuni giudizi
soltanto, ma tutti senza ecce¬ zione, dovrebbero dirsi sintetici a priori. 35.
Dal concetto di linea retta, si può dedurre che essa sia la più breve tra due
punti? 11 Kant risponde di no; dando qui, come in non poche altre circostanze,
prova d una singolare perspicacia, che gli faceva talvolta pre¬ correre i
risultati di ricerche avviate dopo di lui. Ma egli ci fornisce insieme un
esempio del quanto sia facile discorrere equivocamente intorno a proposizioni
anche vere (cioè .atte a ricevere un’ interpretazione vera), quando si
prescinda dal processo che le rende significative. Dire che la linea retta è la
più breve tra due punti non significa nulla, so non si suppone nota la
lunghezza 78 duna linea, quanto almeno è necessario affinchè due linee possano
venir paragonate in ordine alla loro lun¬ ghezza. Se lo linee sono entrambe
rette, o due archi di tiMchi uguali, ecc., le possiamo sovrapporre, e cosi il
paragone è subito fatto. Si può anche in tal modo pa¬ ragonare una retta con
una spezzata, o due spezzate tra loro. Ma questo mezzo cessa d’essere
applicabile, quando si vogliano paragonare una retta o una curva, o anche due
curve in generalo, p. es. due archi di cerchi di raggi diversi. Come si fa in
questi casi ? In pratica si deforma una delle duo lince flettendola, e tutto è
fluito. Ma questo metodo speditivo suppone cho la linea (che veramente allora è
un corpo, da duo di¬ mensioni del quale si astrae; sia perfettamente
flessibile; vale a dire, si noti, che nel piegarla non muti la sua lunghezza.
La supposizione è praticamente giustificata, fino a un certo segno, dal fatto,
che, per quante di tali deformazioni si facciano subire al corpo, esso conserva
tutte le sue proprietà, eccetto la figura, che del resto e sempre atto a
riassumere quante volte si voglia. Ma, anche senza contare, che la
conservazione delle proprietà del corpo non è vera se non entro certi limiti, e
forse fon dubbio, che oramai è quasi certezza; non ci par vera entro quegli
stessi limiti se non per l’imperfezione dei nostri mezzi, non è difficile
accorgersi, cho il procedimento pratico non ha teoricamente alcun valore. Se
chiamiamo ugualmente lunghi due oggetti a, b, quando b può essere deformato in
guisa, da coprire con la sua lunghezza quella di a, si dà implicitamente della
lunghezza una definizione, che ne rende impossibile lo studio geo¬ metrico. Lo
scopo era di confrontare con la lunghezza di a, non quella di b deformato ma
quella di b : e que¬ sto scopo è perduto interamente di vista. Un passo più in
là, e riconosceremo che le scopo non è conseguibile; perchè n e b, la retta e
la curva, prese come sono, non sono paragonabili. Non sono nemmeno paragonabili
duo segmenti d’una stessa linea, che non sia omogenea (che non possa scorrere
sopra sè stessaj ; e appena in un certo senso si potrebbe dire, che di due archi
d’una tale linea, uno dei quali sia parte dell’altro, il primo sia minore del
secondo. Lo stesso concetto universale e astratto di lunghezza svanisce,
fuorché se si tratti di linee omogenee e tra loro uguali; esso ha evidentemente
un substrato sperimentale, che perde ogni significato, quando si prenda a
considerare un mondo di pure forme, come vuol fare la geometria. I” per altro
in piena nostra facoltA di introdurre delle convenzioni arbitrarie, e ili
sceglierle in modo, che s'ac¬ cordino o press’apoco con i risultati
dell’esperienza; il che in altri termini, è poi un formulare de’ giudizi sug¬
geriti dall’esperienza, a posteriori, e farne uso, senza curarci di badar più
alle circostanze che ce li hanno suggeriti. K’ noto dagli elementi di geometria,
elio si può calcolare in funzione del raggio il perimetro di
qualche"poligono regolare inscritto, e quindi quello del suo simile circo-
scritto. Conoscendo questi perimetri, si possono poi cal¬ colare quelli dei
perimetri, inscritto e circoscritto, ij'un numero doppio di lati. In questo
modo, s'arriva a calco¬ lare i perimetri di due poligoni regolari simili, uno
inscritto l'altro circoscritto al medesimo cerchio, in cui il numero dei lati
sia grande quanto si vuole. Si dimostra poi, che se il numero dei lati cresce,
per via del successivo raddop¬ piamento, la differenza fra i perimetri,
diminuisce, e che, se il numero de’ lati, che è arbitrario, si prende supe¬
riore a un limite opportunamente scelto, la differenza tra i due perimetri può
essere resa minore d’un segmento preso ad arbitrio. Vi è dunque, prescindendo
dall'ipotesi 80 controversa «lei segmenti attualmente infinitesimi, un segmento
e uno solo, per ogni cerchio, minore del pe¬ rimetro d’ogni poligono regolare
circoscritto, e maggiore del perimetro d egni poligono regolare inscritto (43).
Possiamo ora ricorrere a una delle solite convenzioni arbitrarie, e chiamare
questo segmento la lunghezza della circonferenza: e in modo analogo definire la
lunghezza di qualunque altra curva di cui sia nota la costruzione
(l’equazione). Questa convenzione ci dà dei risultati sen¬ sibilmente concordi
con quelli che s'ottengono applicando i processi pratici suddeseritti ; dunque,
adottandola, si ' rendono possibili molte utili applicazioni della geometria
alla pratica, li, viceversa, non si può andar incontro a inconvenienti di
sorta; perchè in quest'affermazione non c'è, nè errore, nè verità; essa non è
che una pura o semplice denominazione, praticamente opportuna; ma le¬ gittima
soltanto perchè arbitraria. 30. Si può del resto dimostrare in generale che la
geo¬ metria non solo non si fonda su de' giudizi sintetici a priori nel senso
kantiano, (44) ma anzi li esclude necessa¬ riamente. Come oramai è notissimo,
la geometria esige un certo numero di postulati, ammessi i quali si svolge con
metodo rigorosamente deduttivo. Le proposizioni dedotte son giudizi analitici;
quelle che servono di fondamento al processo deduttivo in sè stesso, furon già
prese in esame, e del resto non sono particolari alla geometria ; restano i postulati.
La prima questione da farsi, intorno a certi postulati assunti, è, se siano
tutti tra di loro indipendenti. Se non sono, possono darsi due casi : o tra
quelli ce n’è d’ineoin- 81 patibili, e bisognerà eliminarli, altrimenti si
andrebbe nell’assurdo manifesto; o alcuni sono (quantunque non sembri)
deducibili da alcuni altri; e questi soli sono i veri postulati, gli altri
vanno considerati come altret¬ tanti teoremi. P. es. : i postulati
dell’equivalenza (pei po¬ ligoni e i prismi) e del segmento (dell’angolo e del
diedro) son forse già convertiti in teoremi, o prossimi ad essere 1 parrebbe. I
postulati indipendenti son giudizi sintetici, senza dubbio; ma a priori o a
posteriori? Che siano stati sug¬ geriti dall’esperienza, non c’è il menomo
dubbio. 11 con¬ cetto di punto, p. es., non è che il fantasma oggettivato d’un
corpo piccolissimo, del quale si considera soltanto la proprietà di occupare un
luogo nello spazio, ossia d’a¬ vere con altri punti delle relazioni, che
traggono il loro significato esclusivamente da un complesso di fatti os¬
servati, anzi nemmeno di tutti i fatti osservati. Quanto agli altri enti
geometrici, come la retta e il piano, ven¬ gono caratterizzati assumendo (come
postulati) alcune proprietà, somministrate pure dall’esperienza. Noil si as¬
sumono tutte le proprietà osservate negli oggetti che si dicono rettilinei o
piani, perchè si esige che le proprietà assunte siano indipendenti ; e
l’esperienza non essendo deduttiva, ci somministra staccati anche quegli
elementi, che sono deducibili l'uno dall'altro. (P. es.: l’esperienza ci dice
che il corpo a pesa 4,chg. e il corpo b, 2 ; inoltre che due corpi uguali a b
pesano insieme quanto a. Essa ci dà separatamente queste tre proposizioni ;
mentre la terza è una conseguenza delle due prime). Ma se i postulati non hanno
altro fondamento che l’e¬ sperienza, d'onde viene il loro valore assoluto? Non
è una scienza esatta, la geometria ? Vi sentireste d’ammet¬ tere la possibilità
di un circolo cou duo raggi disuguali, voi, che pur non avrete misurati tutti i
raggi di tutti i circoli ? 82 Io non lo chiamerei circolo se avesse due raggi
dif¬ ferenti, ecco. La più capricciosa delle convenzioni, una volta introdotta,
e fino a quando non se ne prescinda, va rispettata, sotto pena d’assurdo ; cioè
ogni fatto ha un’esigenza indeclinabile. Vi è qui senza dubbio un asso¬ luto ;
ma, di nuovo, non iscambiamo quest’assoluto, che è uno e il medesimo ne’ fatti
di qualunque specie, cogi¬ tativi o no, con degli altri assoluti problematici,
che s'an¬ niderebbero gli uni qui, gli altri là, nel seno dei diffe¬ renti
processi cogitativi. La geometria è una scienza esatta, nell’ordine delle sue
deduzioni; cioè: chi ha ammesso i postulati, non può rifiutare le conseguenze,
senza contraddirei. Ma che I postulati abbiano un'assoluta intrinseca
necessità, è in¬ tanto una supposizione che non ha niente a che fare con la
geometria. Ed è una supposizione tanto falsa, che da al¬ cuni di essi è
possibile prescindere ; s’è p. es. costruita una geometria, ammettendo che per
due punti passino infinite rette. Naturalmente, col diminuire il numero dei
postulati (indipendenti) che s’ammettono, la teoria si fa di mano in mano più
scarsa di forme come di materiali; la geometria della retta, p. es (quella che
assume i soli po¬ stulati sufficienti a studiare la retta in sè stessa, pre¬
scindendo da uno spazio in cui essa sì trovi, anche dal piano) si riduce a ben
poco E, non meno naturalmente, col sopprimere certi postulati, che in ultimo
esprimono il risultato d’una lunga elaborazione a cui venne sotto¬ posta
l’esperienza, si costruisce una geometria, che non s’accorda più con
l’esperienza, ossia che vien provata falsa da questa; rimanendo ciò non di meno
una scienza esatta, nel solo vero significato della parola. 83 37. Quando ci si
dico che il giudizio : in tutto le muta¬ zioni del mondo fisico rimane
invariata la quantità della materia; nella sua forma universale e assoluta non
può essere un risultato dell’esperienza, la quale ci som- ministra soltanto de'
particolari transitori, si viene a supporre, indirettamente ma necessariamente,
che l’espe¬ rienza basti a giustificare quest’altro: in questa ('partico¬ lare
determinata) mutazione del mondo fisico, la quan¬ tità della materia è rimasta
invariata. Ora una molto fa¬ cile riflessione dimostra, che nemmeno l’ultimo
giudizio può essere dalla sola esperienza giustificato, anzi nemmeno suggerito.
Che le scienze fisiche (in particolar modo la fisica pro¬ priamente detta, e la
chimica) siano vere scienze, da qualche secolo in qua, non si revoca
minimamente in dubbio. Ma bisogna pur distinguere tra i loro effettivi
risultati, e certe interpretazioni che se ne danno, nell’in¬ tento di comporre
con quelli un sistema. Il quale, se vien fatto servire soltanto ad agevolare la
concezione complessiva di que’risultati, a rendere altrui possibile 1*
orizzontarsi in mezzo al loro numero già cosi grande e sempre crescente, a
introdurre della materia delle sud- divisioni, che, per quanto arbitrarie, sono
tuttavia indi¬ spensabili a che la ricerca risulti ordinata e consapevole de’
suoi mezzi e de’ suoi fini immediati; rappresenta di certo un artifizio
prezioso, ma non è un risultato della scienza : non accresce la cognizione, se
non al modo stesso che l’accrescono gli artifizi già toccati di cui fa si gran-
d’ uso la matematica; aumenta cioè il numero delle forme arbitrarie, che per sè
sole costituiscono un campo vasto 84 e importante per l'esercizio del pensiero,
e possono ve¬ nire applicato con vantaggio anche a dirigerne l'azione fuori di
quel campo, a condizione che non si dimentichi il loro essere forme arbitrarie.
Ma se il sistema si scambia con un risultato positivo della scienza, so lo si
prende per una notizia di fatto, si viene ad attribuirgli un valore metafisico;
si è costruita una teoria metafìsica, e non una sintesi semplicemente formale
delle varie scienze della natura. Perchè sarebbe puerile immaginarsi, che la
metafisica consista nell’uso <T una terminologia, la quale del resto s'è già
mutata parecchie volte da Talete in poi; la terminologia ha di certo
un'importanza, si possono di certo costruire delle metafisiche false, sia poi o
non sia possibile costruirne una vera; ma una questione metafisica rimari tale,
anche espressa in termini di chimica, o, se si vuole, di glotto¬ logia:
Tartaglia era un algebrista, benché si servisse di certi suoi versi
meravigliosi, invece di formule. E neanche non serve il dichiarare
espressamente che al di là del campo trattato ve n’è un altro, nel «piale ssi
riconosce impossibile mettere il piede: se l'essenza della metafìsica stesse
nell’imtnaginarsi penetrati o anche soltanto penetrabili tutti i misteri,
nessun filosofo potrebbe esser chiamato metafisico. Poi, una cosa soiio lo
dichia¬ razioni, un’altra, e troppo spesso una tutt’altra, i fatti. Eccone un
esempio. 38. Ci si dice che la forza è permanente. Perche? Impos¬ tile
rispondere: la forza è un'immediata manifestazione dell'Inconoscibile. Ma
l’Inconoscibile ha pure delle ma¬ nifestazioni non permanenti, quali sono i
nostri piaceri. 85 e per fortuna anche i nostri dolori. Inoltre, le manifesta¬
zioni dell' Inconoscibile sono il conoscibile ; e chi mai è in grado di dire
che cosa la forza sia? La forza è dunque dell’ Inconoscibile una manifestazione
sui generis, è ma¬ nifestazione, ma in un certo senso; in un cert’altro, è essa
stessa 1’ Inconoscibile addirittura. Bene. 0 la materia? Anche la materia è
permanente. Ma la sua permanenza è un corollario di quella della forza; siamo
dunque usciti dall’Inconoscibile? No; per¬ chè la forza non è pensabile
astrattamente dalla materia. Anche la materia è in un certo senso
l’Inconoscibile, e infatti, che cosa propriamente sia la materia, non lo sap¬
piamo. Non si dice che sia propriamente cosi; ma noi siamo necessitati a pensar
cosi. E il moto? e lo spazio? e il tem]>o ? Quante domande, altrettanti
misteri. Ma sic¬ come già è inteso, che di misteri ce n’ ha da essere un solo,
a ciascuna di queste domande si dà una risposta, naturalmente misteriosa, o
sempre la stessa: l’Inconoscibile. Cou questi elementi, si costruisca ora il
sistema della natura. Ammessi il tempo, lo spazio, il moto, l’indistrut¬
tibilità della materia e la permanenza della forza, am¬ messo l’Inconoscibile
che è Yin sè di tutte queste cose (perchè ci oravamo dimenticati di aggiungere,
che le cose hanno un in sè), s’ammetta inoltre un universo, che abbia una
qualche minima eterogeneità, e non ci sarà più una difficoltà al mondo a
concepirne la successiva evoluzione, che mette capo all’ universo qual’ è
attual¬ mente conosciuto. Ma come spiegar quella pqr quanto piccola eteroge¬
neità iniziale? L’universo primordiale non potrebb’essere perfettamente
omogeneo? Non occorre spiegazione; l’i¬ potesi ultima non è neanche da
discutersi: la frase che .esprime il dubbio non ha senso alcuno. Provatevi
infatti ' 80 a immaginare un universo perfettamente omogeneo, e v’ accorgerete
di non aver fatto nulla. Mentre, invece, un universo eterogeneo, non come il
nostro, anzi solo minimamente eterogeneo, tutti se l’immaginano con una
chiarezza meridiana. E, già, è sottinteso, che la nostra attitudine a
immaginare o non immaginare le cose, è un criterio sicuro della loro esistenza
o non esistenza: fatta eccezione soltanto per l’Inconoscibile. Non c’ è da
replicare. Si noti per altro, che se un uni* •Terso perfettamente omogeneo è
assurdo, perchè incono¬ scibile (volevamo dire inconcepibile), ciò vuol dire
che l'Inconoscibile implica necessariamente 1' eterogeneità, come implica la
forza, la materia, il moto, lo spazio e il tempo. Ma quest’ Inconoscibile, che
non manca di presentarsi per isciogliere i nodi un po’ imbrogliati, come un
deus ex machina ; intorno al quale abbiamo tante notizie, che ci servono di
strumenti effettivi nella ricerca ; non è te¬ nuto all’ infuori del campo della
ricerca medesima, se¬ condo che era stato promesso. Inconoscibile esso è sol¬
tanto perchè non se ne conosce l’intima essenza (e chi ha mai preteso di
assegnare, e neanche preso a indagare, l’intima essenza di checchessia?); ma se
ne discutono, o piuttosto se ne affermano, molte proprietà, sulle quali poi
vien costruito l’intero sistema. Il quale dunque non è nè piu nè meno di un
sistema di metafìsica; se vero o falso, non importa. 39. Quanto si è detto
intorno ai sistemi, più o meno vasti, che servono a ordinare e classificare il
materiale scien¬ tifico, vale per ciascuna singola frase, adoperata, sia nella
87 scienza, che nella più umile e meno pretenziosa conver¬ sazione volgare.
Ogni frase ha un senso immediato e po¬ sitivo, in quanto esprime quel tale
fatto, anche univer¬ salizzato, in quanto cioè trae il suo significato dalla
sua connessione con certi gruppi di fatti esterni e di nostre operazioni
mentali; ed ha pure un senso metafisico. L’interpretazione metafisica d’ una
frase è il risultato d’un’operazione, che ha con l’oggettivazione una mani¬ festa
analogia, anzi vi si riduce. Ogni frase classifica, e quindi si riferisce a un
sistema preformato di cate¬ gorie. Il quale invero non è che la solidificazione
(otte¬ nuta con la parola) d’ un processo effettivamente com¬ piuto, e sempre
in via di ampliarsi e di rinnovarsi, e non è niente all’ infuori del nostro
pensiero attuale o reale. Ma nel riferirvici noi oggettiviamo questo sistema
come tutto ciò che si pensa ; gli attribuiamo mental¬ mente una realtà concreta
e fissa, all’ infuori della par¬ ticolare realtà del processo a cui si riduce.
V’è qui uno scoglio, che può essere evitato soltanto dalla semplice natura, o
da un'arte molto raffinata ; le mezze arti vi s’infrangono fatalmente. Il volgo
prende le sue frasi in senso metafisico, parla di essere e di non essere con
più sicurezza di Platone, e aderisce cosi strettamente a queste forme, che il
più piccolo e il più fondato dubbio speculativo intorno al loro significato gli
riesce incomprensibile, o, se qualcosa vagamente ne intende, gli pare di sentirsi
mancare la terra sotto i piedi, di non potere più affermare nulla con certezza.
(45) Il filosofo prende anch’egli le sue frasi nel medesimo senso, ma sa che
importi questo ;suo prenderle; la frase è per lui un mezzo che facilita il
lavoro successivo men¬ tale, non un risultato ultimo da custodire con cura ge¬
losa, e da contemplare con isterile ammirazione. Ma neanche per il volgo le
frasi non rappresentano niente 88 di definitivo ; egli non ispecula, ma opera ;
non si ferma sull' interpretazione sommaria che pur dà alle sue pa¬ role, ma
nelle sue cognizioni qualunque siano vede sol¬ tanto degli aiuti praticamente
utili, e secondo l’esigenza della pratica le connette e le corregge. Gli uni e
gli altri sono nel vero. La via di mezzo è fallace, perchè guida a confondere
la pratica e la teoria ; ciò che appartiene al fatto, e ciò ch’è un puro
artifizio mentale per considerarlo insieme con degli altri. Ci si formano cosi
dei concetti metafisici, metafisicamente insostenibili. Non occorre dire che si
possono commettere di questi errori, senza che tutta la produzione mentale ne
rimanga contaminata, perchè il pensiero non è mai perfettamente coerente ; ma
sarà sempre meglio schivarli, potendo. 40 Per ritornare al punto da discutersi,
l’afiermazione che in un dato sistema di fatti la quantità della materia, è
rimasta invariata, non ha senso, se non si presuppone ben determinato il
concetto di materia, e anche quello di misura della materia. Questi concetti
vanno dunque presi in esame. L’esperienza ci somministra soltanto delle
variazioni, o anche delle permanenze? Prescindendo dalla variazione inclusa
necessariamente nell' esperienza medesima, in quanto ciò che si chiama una cosa
durevole, si di¬ stingue da sè negl’istanti successivi, o almeno le diverse
osservazioni che noi ne facciamo, e che costituiscono il fondamento del nostro
sapere, sono infatti diverse, non si può negare che noi non riconosciamo un
gran nu¬ mero di permanenze, Ma son tutte apparenti. Gli astri 89 ci offrono di
giorno in giorno aspetti diversi ; e il nostro vederli, cioè esserne
illuminati, è un indizio che cia¬ scun d’essi è sede di una variazionè
incessante. Un ani¬ male, una pianta, una montagna, sembrano rimanere gli
stessi per un certo tempo ; ma si trasformano del continuo. V'è una specie di
permanenza nella variazione, costituita dalla periodicità; ma niuna periodicità
minu¬ tamente osservata venne riconosciuta esatta ; e il supporre che ve ne
siano di tali, è per lo meno gratuito. Noi però non possiamo concepire una
variazione, se non associata con una permanenza : piu fatti, che non avessero
nulla di comune, in ciacun dei quali non si ri¬ conoscesse un elemento sempre
il medesimo (costante), verrebbero appresi come sconnessi. Se, p. es., su di
una strada sono disposte successivamente più carrozze di forme diflerenti, io,
anche vedendole una dopo l’altra in condizioni opportune, non avrei la
rappresentazioue d'un movimento, che invece si produrrebbe, se le carrozze
tessero uguali. La detta condizione, che di fatto non è mai verificata, è
tuttavia simulata in molti casi dall' imperfezione delle nostre osservazioni,
aiutata anche dalla fantasia ; e l’og- gettivazione dà poi a queste permanenze
approssimative e fittizie una realtà mentale, ma, in quanto mentale, as¬ soluta
e stabile. Nel raffigurarci il moto della terra in¬ torno al sole, noi pensiamo
la terra come sempre u- guale a sè stessa in ogni punto della sua orbita ; nel
rappresentarcene le variazioni subite durante il corso del- l’epoche
geologiche, dobbiamo del pari supporre un qualcosa, non più rappresentabile in
alcun modo, che è rimasto il medesimo in tutte. La fantasia non ha bisogno di
un grande sforzo per figurarsi 1’ universo sconvolto dalle più strane
vicissitudini ; a condizione però d’im¬ maginare insieme che qualcosa rimanga
fìsso in questo succedersi d’avvenimenti. 4 90 Per materia dell’ universo noi
intendiamo evidente¬ mente quell'elemento che la natura stessa del pensiero e,
come si riconosce facilmente» la sua oggettività per ('appunto) ci obbliga a
sottintendere permanente in tutte le sue variazioni. S’avverta bene di non
equivocare. l.\.ltro è dire che il pensiero è necessitato, non si sa perchè, a
concepire la materia come permanente, dove bisogna supporre che s’abbia della
materia un concetto, diverso da quello della sua permanenza (e infatti si dice,
che il giudizio : la materia è permanente, è sintetico a priori) ; — altro dire
che il pensiero è necessitato, perchè oggettivo, a supporre che q. c. rimanga
perma¬ nente in tutte le variazioni dell'universo, e dare a que¬ sta permanenza
oggettivamente pensata il nome di ma¬ teria. Chi accetta la prima affermazione,
è obbligato a saper dire, che cosa la materia sia; chi accetta la se¬ conda,
dovrà riconoscere, che se vi sono de’ giudizi a- nalitici, tale di certo è quello,
in virtù del quale la materia viene stimata permanente. Che la nozione qui data
della materia riproduca quella che tutti ne hanno, sarà riconosciuta da
chiunque non confonda le nozioni con de’ fantasmi privi di significato e del
resto capricciosamente variabili ; i quali bensì accompagnano sempre, or 1’ uno
or l’altro o anche molti insieme, la nozione, e le danno concretezza o
vivacità. Si può inoltre persuadersene, avvertendo la correlati¬ vità dei due
concetti di materia e di forma. Se, di una palla di cera, io ne faccio un
puttino, dico che la cera (la materia) è rimasta la stessa ; perchè la mia
opera¬ zione, intenzionalmente almeno, è caduta sulla sola forma. Se poi fo
gettare in bronzo quel puttino, dico che la forma non ha variato, perchè
l’operazione è caduta sulla sola materia. In tutte le cose osservabili vi è
materia e forma ; e tutte lo cose osservabili sono variabili Ma se 91 noi
facciamo astrazione dall’uno o dall'altro dei due e- lementi, non abbiamo più
dinnanzi a noi la cosa, siam fuori del campo dell’esperienza, cioè della
variazione. Quindi la forma senza materia è qualcosa cosi assoluta- mente
invariabile, che il pensarne la variazione è un assurdo in termini ; tali sono
le figure geometriche (40), e, in un altro campo, ma per il medesimo motivo, le
idee platoniche. La stessa invariabilità, e nel medesimo senso, come per la
stessa ragione, appartiene alla ma¬ teria informe, cioè pensata astrattamente
da ogni forma. C’è bisogno di dire, che non trovandosi mai materia senza forma,
nè forma senza materia, il considerarle che noi facciamo astrattamente 1’ una
dall’ altra non è che un semplice nostro artifizio, suggerito dall’esperienza,
ma che tuttavia non vale se non in quanto serve a si¬ stemare ordinatamente le
nostre cognizioni? C’ è bisogno d’aggiungere, che il potere noi comporre il
concetto d’un corpo, riunendo i due di materia e di forma (p. es. : una palla
di bronzo) non ci autorizza a credere che il corpo, nè l’universo, risulti in
fatto dalla combinazione di due tali elementi, come se ciascuno avesse una pro¬
pria distinta realtà? E che in ogni modo, quello che sr airerma dell’uno si
dovrebbe affermare anche dell’altro? per cui, chi attribuisce alla materia
un’entità metafisica, è logicamente obbligato ad attribuire la medesima realtà
alle forme, ossia alle idee? 4L 4 Il principio: la materia è permanente, ha
dunque if medesimo valore dell’ altro già citato : in ogni cerchio, due( raggi
qualunque sono uguali. Tutt’e due esprimono l’equivalenza di certe forme, o,
che torna lo stesso, l’e- 92 sigenza dì certe posizioni, una volta compiute e
non revocate. Non c’ è pericolo che 1’ esperienza contraddica mai r uno o r
altro principio ; perchè, nè una figura con duo raggi disuguali si chiama
cerchio, nè un elemento varia¬ bile corrisponde al concetto di materia. Ma nè
l’uno nè l'altro ci somministrano alcuna notizia positiva intorno all’accadere
reale; il quale non può essere conosciuto (è una pedanteria ripeterlo) che per
via d’ esperienza. Ma, — potrebbe obbiettare qualche chimico : — as¬ serendo la
permanenza della materia noi non intendiamo punto ingolfarci in quegli equivoci
metafisici che c’impu¬ tate (47;. Noi non intendiamo uscire d’una linea dal
campo sperimentale. Intendiamo affermare che se certi elementi, tra i quali
(tra i quali soltanto) si vuole istituire un’e¬ sperienza, pesano p. es. 100
grammi; pesati gli eloment medesimi dopo l’esperienza, tenuto conto delle
disper¬ sioni inevitabili e degli errori d’osservazione, si trove¬ ranno pesare
ancora 100 grammi. Questo è il vero signi¬ ficato del principio, inteso a modo
nostro, e racchiudo una positiva notizia di fatto, fondamentale per tutte le
scienze della natura, la quale invece sarebbe esclusai stando alla vostra
interpretazione. — Supponiamo che a pesare ci servissimo di una bilancia a
molla di perfetta sensibilità; e che le pesate si faces¬ sero, prima
dell’esperienza, all'equatore; dopo, al polo: s’otterrebbe ancora il medesimo
numero di grammi a capello? o anche se lo due pesate s’immaginassero fatte su
due pianeti differenti; in Giove e in Cerere p. es.? o se la molla fosse casi
delicata, da tener conto dell’au¬ mento di gravità, dovuto ai bolidi caduti
nell’ intervallo sulla terra? Si risponde che queste obbiezioni non concludono
; perchè, dicendo che le due pesate ci daranno sempre ri' multati uguali,
s’intende, escluse quelle variazioni di cir‘ 93 costanze cho farebbero variare
il peso, anche rimanendo di certo la stessa la quantità di materia; come, p.
es., se niuna esperienza avesse avuto luogo. Ma se il peso può \ariare pei
circostanze a noi note (e fors’ anche per al¬ tre a noi incognite) rimanendo la
stessa la quantità di materia, si domanda, come mai la costanza o la varia¬
zione di peso possa servir di criterio per inferirne la permanenza o meno della
quantità di materia? Noi ci aggiriamo pur sempre nel cerchio delle forme
arbitrarie, dal quale è vano tentar d’uscire, perchè, fuori di quel cerchio,
non vi sono che dei fatti, rilevabili cia¬ scuno per sè, e classificabili per
mezzo delle forme, ma tra i quali e le forme corre un’assoluta diversità, per¬
chè le forme valgono in quanto permanenti, e i fatti sono variabili. Qualunque
cosa accada, sarà accaduta in un certo modo, che si potrà conoscere, o almeno
vagamente immaginare. Di qualunque fatto si potrà dunque dare una spiegazione
positiva, o intendere che n’è possibile se non altro una spiegazione teorica.
Un fatto, che apparisse in¬ conciliabile con la permanenza della materia (e s’è
visto, che tali latti sono possibili, anzi accadono, e noi non ce n accorgiamo
per difetto di strumenti opportuni), potrà dunque venir sempre interpetrato
senza sacrificare il prin¬ cipio. A tal fine basterà mutare il consueto modo
d'in¬ terpretare certe circostanze; e cosi, p. es., abbandonare il concetto
volgare, che il peso d’ un corpo sia una sua proprietà intrinseca, e assumere
invece quest’altro, che il peso sia un risultato della mutua attrazione dei
corpi tei restri ecc. ; basterà insomma variare opportunamente gli artifizi che
ci servono a sistemare ordinatamente i fatti. Poiché il nostro pensiero rifiuta
assolutamente la contraddizione, e dei resto è inesauribilmente fecondo di
forme le più varie, non c’è dubbio che troveremo sem¬ pre un modo d intendere i
fatti, in accordo col principio che afferma la permanenza di ciò che vien presupposto
permanente. Ma tuttociò non somministra il più lontano principio di prova dell'
esistenza in natura d’ un che permanente, e neanche della nostra necessità d’
ammettere una tale esistenza come reale. Sarebbe inutile fermarsi a esaminare,
se le scienze fì¬ siche esigano altri giudizi sintetici a priori. Benché se ne
sia discusso uno solo, la forma della trattazione è stata tale, da autorizzare
una conclusione universale. I giudizi a priori, di cui le dette scienze non
possono fare a meno, sono tutti analitici. 42. C o*- ìa 1 CN- Da qualche
osservazione precedente sembrerebbe infe¬ rirsi, che almeno la metafisica debba
fondarsi su de’ giu¬ dizi sintetici a priori. S’ è detto invero che il giudizio
: la materia è permanente, inteso come un giudizio sinte¬ tico, apparteneva
alla metafìsica, e non alla scienza della natura. Di certo, con quel giudizio,
preso nel senso in¬ dicato, s’entra in un campo, eh’ è di spettanza esclusiva
della metafisica; ma ciò non significa punto, che esso ci dia una cognizione
metafisica. A ciò si richiederebbe, che fosse un giudizio vero; mentre invece è
oggettivamente inintelligibile ; essendosi dimostrato, fin troppo a lungo, che
un concetto di materia, che non sia quello d’ una permanenza, dell' ultima
permanenza onde è resa possi¬ bile la concezione di qualunque variazione, è una
chimera. La questione dunque è rimasta impregiudicata; e conviene affrontarla
direttamente. Il concetto di accadere, include o no quello di causa? Non si può
rispondere, se non si suppone noto il concetto di causa (su quello di accadere
non v’è discussione; es¬ sendo evidentemente somministrato, o piuttosto
essendone 95 somministrata la materia, dall' esperienza). E secondo che a causa
s’intende in un modo o nell’ altro, le risposte saranno in generale diverse.
Secondo il Rosmini, l'accadere implj c a un incominciare: un fatto che
incomincia, viene Pensato come un effetto, e 1 effetto poi implica la causa. In
questo discorso vi è una difficoltà relativa all’incominciare. Un fatto che in¬
comincia, lia dei precedenti ; ma bisogna che si distingua da questi,
altrimenti non sarebbe un fatto nuovo che incomincia, bensì la continuazione
d'un fatto già avviato. Se però la distinzione fosse assoluta, il percepire
l'in- cominciamento del fatto sarebbe tutt’altro che percepire il fatto come un
effetto: sarebbe la percezione d’un quid, che si crea da sé. Se la distinzione
non è assoluta, il fatto non e nuovo, non incomincia, che sotto un certo
aspetto : alcuni suoi elementi c’erano già, e non fanno che continuare ; altri
cominciano ; e intorno a questi (nei quali viene a ridursi il nocciolo della
questione) risorge l'obbiezione ora toccata. Questa oscurità sembra
inseparabile dal concetto di causa. Per dire che A è causa di II, non basta che
A fi preceda B; bisogna di più che in B si riconosca compe¬ netrato e
continuato qualche cosa proprio e caratteristico di A (1 energia di B
dev’essere una trasformazione di quella di A, si dice; ma il concetto d’energia
è molto oscuro, e, nel linguaggio comune, richiede di venir di¬ lucidato con
quello di causa). Ma bisogna ancora che tra II ed A vi sia un distacco ; senza
di che s’ avrebbe una cosa sola, e non due. L’elemento comune a entrambe si
concepisce facilmente, perchq A è dato per ipotesi. Il difficile sta nel concepire
il diverso : che cosa sia e come si formi quella, per cui l’elemento si dice
trasformato passando da A in B. S’io riempio d’acqua un bicchiere, niuno dirà
che l’acqua } sia la causa, che produce nel bicchiere l'effetto d’esser 96
pieno ; il processo causale s' è compiuto in me. Il modo però, col quale i
corpi operano gli uni sugli altri, si può paragonare al passaggio di un fluido
da uno in altro vaso. Immaginiamo che un corpo sia caldo, non per altro, se non
perchè contiene una data massa di calorico ; so il corpo ne tocca un altro, una
certa quan¬ tità del lluido passerà dal primo al secondo ; cosi il primo s’ è
ralfredato, e riscaldato il secondo. Adottando e ge¬ neralizzando questo modo
di vedere, dal processo causale sarebbe eliminato ciò che lo rende più oscuro,
l'azione, la forza. Ma la spiegazione non è sostenibile, per tante ragioni
oramai notissime. Una vera e propria causalità non sembra potersi escludere
nemmeno dal mondo fisico; della vita, c tanto meno della vita intellettuale e
morale, non è neanche il caso di discorrere. Bel resto, e come notava
acutamente il Rosmini, quan¬ d’anche il concetto di causa fosse illusorio, la
difficoltà proposta non sarebbe meno reale. Se non si danno cause, ma soltanto
successioni, come mai gli uomini hanno in¬ torbidato e reso astruso il concetto
semplicissimo di suc¬ cessione, trasformandolo cosi stranamente? E, in ordine
all'argomento che s' è preso a trattare, come s’è potuto pronunziare il
giudizio: tutto quanto accado deve avere una causa? 43 Per chiarire queste
difficoltà, riesce opportuno appro¬ fittare di alcuni risultati otteuuti
altrove. (48) L’accadere è connesso, e necessariamente connesso. Non s'opponga
che quest afiermata connessione dell’accadere non ha altro fondamento, che il
concetto medesimo di causa ; non sarebbe esatto Le distihzioni, che scindono
l'acca- dere complessivo in un gran numero di gruppi, ciascuno dei quali a
primo aspetto sembra chiuso in sè medesimo, svaniscono, senza che vi si
richieda una discussione me¬ tafisica, a una riflessione minuta e diligente.
Nel fallo, esse non sono rilevate, se non perchè l'osservazione im¬ mediata è
approssimativa, e trascura un gran numero d'elementi per altro osservabili ;
come quella ch’è diretta da motivi pratici. Nel pensiero, le distinzioni corrispon¬
dono ad altrettante oggettivazioni distinte, e unicamente da queste traggono un
significato. Con che diritto affermo io che il tavolino è una cosa, il tappeto
che lo copre un’altra, il calamaio posto sul tappeto una terza, tutte e tre
indipendenti tra loro, 1’ una all’altra estranee completamente ? Perchè le
posso separare, considerandole a una a una ; e, considerate cosi, mi risultano
sempre le medesime di quand'erano in¬ sieme. Ma fino a che punto è completa e
decisiva la mia osservazione in ciascun caso ? Non lo so ; non so quale sia
l'esatta composizione dei gruppi ai quali ho imposto quei tre nomi, fin dove
per l'appunto ciascuno si stenda. Iti alcune mutazioni, accadute in alcune
delle cose stesse mentre stavano insieme, io mi accorgo be¬ nissimo ; e non
vedo una ragione per affermare, nè che le mutazioni sarebbero avvenute, anche
tenendo le cose separate una dall’altra, nè che le da me osservate sian le sole
accadute. Del resto, io posso ben separare una cosa da un'altra, ma non è vero
che in seguito a qual¬ sivoglia di tali separazioni la cosa (qualsiasi cosa)
rimanga sempre la stessa. Nè mi è possibile separarla davvero da tutte le
altre, cosi d’aver U diritto d'aflèrmarne l’indi¬ pendenza. Quando s'afferma
che l'accadere nella sua realtà (come accadere) è necessariamente connesso, si
rileva sempli¬ cemente il fatto, che le distinzioni precise, le segrega- 98
zioni assolute, di cui è pieno il nostro concetto del l'ac¬ cade re, sono forme
di questo nostro concetto ; suggerite bensì dall’esperienza, ma solo perchè
l’esperienza è sem¬ pre incompleta e approssimativa ; e p. c. dotate non più
che d’un valore pratico. E si noti, che quantunque il riconoscimento espresso e
in termini del fatto accennato sia l'opera della riflessione, anzi della riflessione
filosofica ; il fatto nondimeno è chiaramente o universalmente noto. La notizia
ce n’è somministrata dal procedimento stesso dell’oggettivazione (di cui
parrebbe una correzione il riconoscimento del fatto). Questo foglio non è
qualcosa di fìsso e di circoscritto, è anzi teatro di variazioni innumerevoli,
e si mescola inces¬ santemente con la realtà esteriore : esso riflette luce
verso gli altri corpi, e ne riceve luce riflessa ; assorbe vapor acqueo
dall’ambiente, e ne emette, ecc. Conoscendolo però io lo penso come una cosa,
assolutamente ; non lo penso, se non in quanto me ne formo nn’ idea, la quale
non va soggetta alle variazioni medesime, perchè p. es., l' idea non assorbe
ne’ emette vapor acqueo; ecc. At¬ tribuendo a un certo gruppo di sensazioni una
realtà indipendente, io mi son fatto un’ idea del foglio, ho reso il foglio
oggetto del mio pensiero. Sbaglio, con questo? Che! In una combinazioni di
pensieri non si tratta già di introdurre il foglio reale, perchè sia un errore
sostituirgli una cosa tanto diversa. In una combinazioni di pensieri non
entrano che pen¬ sieri ; il risultato n'è tanto reale, quanto quello d' una
combinazione chimica ; sbaglierei se lo interpretassi come dovuto a una
combinazione d’elementi immediatamente dati. Quest’errore però quantunque
teoricamente non impossibile, è tale praticamente ne’ casi più semplici. Il
processo d'oggettivazione che ha prodotto l’idea, o piut- 99 tosto,
nell’essersi compiuto il quale consiste l’idea, è noto, indipendentemente dalla
riflessione, perchè sta in esso il conoscere. Che le idee non siano le cose,
noi lo sappiamo pèr il fatto medesimo, che le idee ce le for¬ miamo noi.
Sappiamo cioè (quantunque una riflessione imperfetta ce lo fac. ia qualche
volta dimenticare) che l’assoluta segregazione, la realtà indipendente, che
sono attribuiti a delle idee, s’ottengono da noi oggettivando le cose ; non
sono qualità dell’accadere, poiché rappre¬ sentano soltanto la forma del nostro
conoscere. Il giudizio : 1 accadere è necessariamente connesso, è dunque
analitico. 44 Questo principio non coincide rigorosamente con quello di
causalità : è vero tuttavia, che molte inferenze si cre¬ dono fondate sul
secondo, le quali sarebbero piuttosto da connettere col primo. Le parole :
fatto sconnesso ; implicano un giudizio contradditorio, non rappresentano
dunque un concetto che si possa introdurre in un pro¬ cesso obbiettivo. Quando
di un fatto si domanda una spiegazione, non è tanto lu causa di esso che
importa conoscere (benché sia vero, che rassegnarne la causa co¬ stituirebbe
una spiegazione sufllcente; dond’è che per il volgo, spiegazione e causa sono
spesse volte sinonimi) ; ma se ne vogliono conoscere tante connessioni, che il
fatto riesca concepibile senza assurdità. Un fatto, di certo, non sarà mai
percepito senza con¬ nessioni afratto, per la ragióne medesima che in un
■circolo non si troveranno mai due raggi differenti. Ma la domanda di
spiegazione va riferita a un sistema già adottato per l’ordinamento dei fatti,
e quindi a un com- 100 plesso di spiegazioni, già ammesse come sufficienti.
All' in¬ fuori d'uu tale sistema, un fatto sembrerebbe spiegato da quelle tante
connessioni che se n'apprenderebbero apprendendolo, e l’appprendimento delle
quali costitui¬ rebbe il nostro concetto del fatto ; quantunque le con¬
nessioni apprese non fossero che una minima parte delle connessioni reali.
Difatti, il bruto e il bambino non sembrano meravigliarsi di nulla; e, per
addurre un esem¬ pio meno problematico, moltissime cose paiono ovvie al volgo,
che il dotto riconosce inesplicabili; l’inquietudine interrogatrice cresce, col
crescere della cultura, e in quel campo medesimo, che si sarebbe detto esaurito
Due fatti che si presentino in circostanze tanto o quanto diverse, sono
sperimentalmente due fatti diversi, e non sarebbero oggettivati in uno stesso
modo (1‘ uno considerato come una ripetizione dell'altro) se l’oggetti- vazione
fosse completa, cioè si riferisse a tutti gli ele¬ menti di quel certo gruppo.
Ma essa ne trascura sempre molti, senza tuttavia positivamente escluderli ;
molte volte cade, non sull'accadere immediato, ma su di uno schema fantastico,
che può indill'erentemente esser fatto corri- •spondero a più fatti diversi ; e
se cade sull'accadere im¬ mediato, non lo oggettiva mai senza in qualche modo
schematizzarlo. I fatti A, B, C, come corrispondenti al medesimo schema M, si
dicono uguali ; i sotto gruppi dati a, b, c, che rispettivamente conviene
congiungere ad M per ottenere A, B, C, si dicono circostanze acces¬ sorie e
variabili del. fatto. Sottentra poi la riflessione, e riconosce, che il
distinguere in l’esenzmle e accessorio ciò che è ugualmente dato, non può avere
che un signi¬ ficato pratico, e altrimenti è arbitrario e gratuito. Cosi si
forma il concetto che diremo 1’, composti di M, e di fi, b, c. Se ora accado il
fatto A, esso, nella sua immediatezza. 101 sarebbe Spiegato dalle connessioni
che ne sono insepa¬ rabili ; m i noi lo consideriamo come una realizzazione di
P, del quale peraltro l’esperienza nou ci dà realizzati che M, ed a. Noi non
troviamo uell'accadere osservato tutte le connesssioni che costituiscono il
nostro concetto di quell’accadere ; quindi l'accadere medesimo ci appa¬ risce
inesplicabile, e tale è veramente, secondo quel nostro concetto. Cosi sorge la
domanda di una spiega¬ zione. Non si è dato che un esempio del come sorga tal©
domanda ; ma basta a dimostrare in generale, che il J suo allacciarsi non è
punto in contraddizione con la teoria preceilente, anzi u’ è una molto semplice
conseguenza. Senza ricorrere al concetto di causa, e applicando quello solo di
connessione incomparabilmente più sem¬ plice, si può dunque immaginare un
sistema estesissimo di spiegazioni; il quale si rende completo concludendo,
sempre con l’applicare il medesimo processo esplicativo, dall’aecadere, compreso
il pensare, un Assoluto, che serve all'uno e all’altro di fondamento e di
spiegazione definitiva (49). La notizia dell’Assoluto è dunque indipendente dal
concetto di causa ; vero è bene, che in tal modo l’Asso¬ lato non può essere
concepito che indeteterminatissima- mente; rimanendo incerto, se esso sia causa
dell’acca- dere, nel senso più ovvio della parola, e cosi distinto dal-
l'accadere, o invece non si risolva nel gruppo comple¬ ssivamente costituito
dai fatti tutti quanti per via delle loro connessioni reciproche. 45.* ,
Discutendo il pr incip io di causa, si è riusciti al prin¬ cipio di connessione
; e s’è visto, l’ultimo esser sufficiente a somministrare le spiegazioni che si
credono ottenute 102 con l’applicazione del primo. Ma quale sarà l'origine del
coucetto di causa, poiché di certo non è tutt'uno con quello di connessione?
Oltre ai concetti, noi abbiamo de’ sentimenti. Le con¬ nessioni, in cui un
sentimento sia impegnato, noi non le pensiamo soltanto, le viviamo. Perciò esse
ci si presen*- tano fornite d'un carattere speciale inco.nunicabile; che non si
definisce nè si descrive, ma si sente, e s’ac¬ cenna, dicendo che in esse noi
siamo attivi o passivi, che esse sono manifestazioni d’energia; frasi che
significano, trattarsi di connessioni, in cui è impegnato un senti¬ mento. Il
mondo sarebbe un puro concetto, se non si connet¬ tesse col sentimento; pensare
la realtà è pensare un gruppo di connessioni, alle quali il sentimento non sia
e- straneo (50). Dal sentimento che vi s’accompagna, il pen¬ siero riceve un
contenuto, che associandosi alla nozione, la rende la nozione d'un reale.
Perciò, pensando la realtà, noi non possiamo non attribuirle i caratteri del
senti¬ mento; attenuati all’estremo, per isfuggire alle difficoltà messe in
evidenza dalla riflessione ; (51) ma che restano pur sempre caratteri affettivi
per l’origine e pel conte¬ nuto. Pensare delle connessioni come reali, è dunque
un vederci delle manifestazioni d’energia, cioè un supporvi qualcosa d'analogo
a ciò ch’è immediato nel sentimento. E ciò viene significato dicendo, che le si
pensano come relazioni di causa ad effetto, e viceversa. Ma il contenuto
affettivo, quantunque si associ alla no¬ zione, non è una nozione; e riman
dunque all'infuori del processo deduttivo; come il contenuto fantastico dei
concetti di piano, sfera, cerchio, ecc., rimane all'infuori della deduzione
geometrica. Il lavorio logico del pensiero si compie dunque sempre in base al
principio di connes¬ sione, secondo che venne chiarito di sopra. La causa si
103 ottiene materializzando il concetto di connessione con raggiungervi il
fantasma attenuato d' un sentimento ; e l’aggiunta non muta la forma del
pensiero, anzi non la riguarda, ma soltanto somministra al pensiero un conte¬
nuto reale. Invero, noi parliamo del continuo, a proposito della realtà
esterna, d’azioni e di passioni, eh' è quanto dire di cause e d’effetti ; se
una martellata ha spezzata una pietra, non ci par che basti il dire che i due
fatti sono connessi ; ci pare d’intendere, inoltre, nel martello una misteriosa
attività, nella pietra una non meno misteriosa recettività. Che qui s’abbia un
concetto, associato a dei fantasmi la cui origine ultima è il sentimento,
apparisce manifesto ; ma non è ugualmente facile distinguere con precisione i
due elementi associati. Ebbene, si ricorra alla scienza, che osserva, ma
discute altresi, e nel discutere deve, quand’ anche non volesse, lavorare sui
concetti soli’ Che dice la scienza? Essa non è riuscita a trovar delle cose che
facciano, e dell’ altre che patiscano ; delle cose che diano, e dell’ altre che
ricevano ; riconosce impossi¬ bile un’azioae senza un’uguale reazione;
riconosce cioè (pure servendosi del linguaggio volgare) il parallelismo delle
semplici connessioni, dove il volgo si figurava 1 op¬ posizione della causa
all’ effetto. L’ opposizione è dunque un elemento meramente fantastico; ciò che
si pensa col fantasma è soltanto la connessione. Che una qualche discussione
metafisica sia possibile, senza ricorrere a giudizi sintetici a priori, è
provato col fatto. Fin dove si possa proseguire su questa via, se gli aridi
cenni dati qui sopra e altrove (52) sian capaci d’una maggior estensione e
determinazione, senza cambiare il metodo ; o se nemmeno cambiandolo sia
sperabile di ar. rivare a nulla di più soddisfacente ; è un altra questione,
d’importanza grande senza dubbio, ma relativamente se¬ condaria; perchè il
punto di massima, oramai, è deciso- L’ OGGETTIVAZIONE. 40. E’ ora opportuno
rendere in breve ragione del come il Kant fosse condotto a porre que' suoi
giudizi a priori, e ad incardinarvi il problema della conoscenza. L’analisi di
qualunque processo discorsivo disfintamente osservabile, co lo risolve in un
certo numero di giudizi, concatenati; ed è poi chiaro che tale dev’essere la
com¬ posizione d’ogni processo compiuto con parole o tradu¬ cibile in parole;
perchè una serie di parole non ha si¬ gnificato, se quelle non formano una o
più proposizioni. Non ne risulta, evidentemente, che i giudici siano gli
elementi semplici e irriducibili d’ ogni procèsso. Ma ciò non toglie verità nè
scema l’importanza dell'analisi. La quale, per quanto facile a ripetersi da chi
sia stato posto sull avviso, richiedeva, ad esser fatta la prima volta, a-
bitudine a riflettere ed acume tutt'altro che volgari. Non pare che sia stato
assolutamente primo il Kant a fare quest’ osservazione ; ma, di certo, egli por
primo la formulò con chiarezza e precisione ; e, conseguentemente, riconobbe
che per ispiegare il pensiero conviene spiegare il giudizio. Esaminando poi le
varie classi di giudizi, gli parve, che solamente i sintetici a priori fossero
bisognosi di spiegazione. In questi, il predicato non ci può essere suggerito
dall esperienza, chè in tal caso il giudizio non esprimerebbe una verità
assoluta, nè vien ricavato dal- T analisi del soggetto ; rimane dunque che sia
aggiunto da noi, per una legge necessaria dell’intendere. Il pen- 105 sare
sarebbe dunque un plasmare la materia data secondo certe forme fatalmente
predeterminate, un guardarla at¬ traverso certe lenti, delle quali non possiamo
fare a meno. Si noti che queste forme, in quanto non si prendono come il
risultato della elaborazione subita dall’esperienza nel meccanesimo psichico,
nè come artifizi arbitrari della volontà che aggruppa certi elementi a suo modo
secondo i suoi lini, ma vi si vuol riconoscere una necessità estra¬ nea al
fatto perchè dal fatto non iscaturisce, e insieme sovrapponente"!isi in
modo inesplicabile, vengono ad avere con le idee platoniche molta più affinità,
che il loro introduttore forse non s’immaginasse, àia ciò sia detto por
incidenza. Il Rosmini rifletté, che in ogni modo il problema non era tuttavia
risoluto; rimaneva da spiegare come ci si formi il concetto del soggetto, in
tutti i giudizi; e anche quello del predicato ne'sintetici a posteriori; perchè
l’e¬ sperienza ci somministra bensì de’fatti, ma non de’con¬ cetti. E per
risolverlo, ripresa in esame la proposizione kantiana: le idee si formano con
de’giudizi: la riconobbe generalmente vera; ma le mise di fronte quest altra,
che pur si riconosce vera in fatto (con l’esperienza del di¬ scorso): i giudizi
si formano con delle idee. Il circolo era cosi compiuto. Per uscirne, essendo
ad¬ dirittura inconcepibile un giudizio senza idee precedenti, bisognava
ammettere un’ idea almeno anteriore a ogni giudizio (innata). E bastava
ammetterne una, perchè, reso da quella possibile il giudicare, si potevano con
de’giu¬ dizi costruire tutte le altre. Ottenne cosi un sistema, che'
rappresentava un perfezionamento notevole cosi del pla¬ tonismo, come in un
certo senso anche del kantismo; riunendo i due opposti indirizzi, e
completandoli 1’ uno con l’altro. 100 Un sistema, s’aggiunga, il quale non
ammetterebbe repliche (quanto all'essenziale, s’intende; de’particolari qui non
si discorre), se il cerchio fosse cosi perfettamente chiuso, come parve all’
autore, e come (se si guarda ai risultati), dev’ essere parso a tutti quelli
che dopo hanno preso in esame la difficoltà, e non si sono contentati di
sfuggirla. Per altro, da circa trentanni, il Bonatelli di¬ stingueva il
giudizio logico, il quale connette delle idee preformate, dal giudizio
psicologico, il quale senza pre¬ supporne alcuna, lo forma. Il circolo non
sarebbe allora altrimenti chiuso. La questione è dunque ridotta a vedere se ciò
che il Bonatelli chiama giudizio psicologico, e dallo scrivente venne altrove
chiamato posizione, si possa descrivere e caratterizzare con tanta precisione,
da escludere ogni dubbio sulla sua realtà di fatto. 47. Ammesso un pensiero
permanentemente oggettivo, ma che non abbia altri caratteri fuori di questi,
che sia cioè un pensiero particolare e di particolari, senz altra forma che
l’oggettività (l’essere quel tale elemento preso all’in- fuori da ogni sua
connessione reale con altri e col sog¬ getto), e atto però a durare e a
riprodursi identico a sè stesso, risulta dalla discussione precedente che tutto
il successivo lavoro mentale è spiegato ; si possono cioè co¬ struire, senza
urtare in difficoltà insormontabili, tanto i priucipii come i concetti
universali, puri e misti. E 1 am¬ mettere quel pensiero non è introdurre
un’ipotesi, ma riconoscere un fatto; l’osservazione ci rivela, che ogni più
complicato processo intellettivo si risolve in una succes¬ sione connessa di
pensieri che hanno quei caratteri e quelli 107 soli; son essi gli elementi
concreti che danno realtà al processo, che ne costituiscono l’effettivo
accadere. D'altra parte, quest’ elemento la cui realtà di fatto non può ve¬
nire nemmono discussa, non è costruibile in modo alcuno,, essendo supposto da
ogni procedimento col quale si ten¬ tasse di ottenerlo. E’ un elemento
primitivo, in ordine a qualsiasi processo razionale osservabile, e cosi in
ordine al giudizio, espresso o esprimibile in parole. Ciò non prova per altro
che sia assolutamente primitivo, che non possa essere alla sua volta il
risultato d’ un processo anteriore, non osserva¬ bile per la sua estrema
semplicità, o anche perchè esso medesimo è la condizione o il mezzo
dell'osservazione > non esclude che se ne cerchi 1’ origino, o se ne indagh*
l’intima struttura. Dei due suoi caratteri, l’oggettività e la permanenza, si
prenderà per ora in considerazione il primo soltanto I poiché venne notato, che
questo può presentarsi senza di quello ; dove il secondo senza del primo non è
pensa¬ bile (un concetto permanente è innanzi tutto un con¬ cetto). Equi si
presenta il problema: se 1’ oggettivazione sia possibile, senza che vi preceda
una qualche idea uni¬ versale. Il problema è diverso da quello accennato poco
ad¬ dietro, e già risoluto; è espresso su per giù noi mede¬ simi termini, ma
presi con un’intenzione diversa. Le nozioni, riconosciute costruibili mediante
il pensiero og¬ gettivo, son quelle che ci servono di norme esplicite in ogni
processo razionale osservabile, cioè nel discorso. Niuna di queste norme, in
quanto esplicitamente pensata (formulabile), avrà servito di strumento alla
formazione del pensiero oggettivo : perchè, ed ogni lrase consta di parole
oggettivate, e il processo di cui 1' oggettività fosse un risultato, sarebbe
inconsapevole, o di certo non ri- 108 flesso, e p. c. non condotto
intenzionalmente dietro la f uida d ' re " ole espresse. Ma potrebbe anche
darsi, che la possibilità d' un tal processo anteriore al pensiero e- plicito,
richiegga qualcosa, che esplicitamente formulata si trovi coincidere con alcuno
dei concetti universali c0 _ stimiti, o con qualche altro di cui non s’è fatta
menzione. Si potrebbe anche supporre, che l’oggettività fosse un elemento dato
addirittura. Ma quantunque si parli d’im pensiero oggettivo, cioè il discorso
cada, necessariamente sul concetto universale di questo pensiero, in realtà ì
pensieri oggettivi di fatto sono tanti, quanti gli elementi oggettivabili. Che
questi elementi, come reali, sian dati si capisce; ma ammettere che per di più
sia data di cia¬ scuno anche V oggettività, equivarrebbe press’ a poco al- 1
ammettere il platonismo, in un altro senso, se vogliamo, e con 1
accompagnamento di idee accessorie diverse. Sa¬ rebbe, in ogni modo, un’ipotesi
eccessiva, e da non ri¬ corrervi se non quando fosse provata l'impossibilità di
una soluzione più semplice; propriamente parlando, l'i¬ potesi non darebbe
nemmeno una soluzione. Fra ì concetti generali di cui non s’è fatta menzione,
il piu importante, e al quale è facile ridurre tutti gli altri, è quello di essere;
qualcuno avrà già pensato, s * sia Untato di costruirlo, per nascondere .
dlfetto delIa te o r >a- Il dubbio, che l’idea dell’ essere sia torse il
fondamento necessario, il mezzo all’oggetti- dazióne, è giustificato dallo
svolgimento della ricerca fi¬ losofica, e pressoché inevitabile; è similmente
manifesto, che 1 oggettivazione, o dipende dall’ idea dell’ essere o da
nessun’altra. ’ 109 48. Paragonando l’o gget tività e l'essere, si riconosce
immediatamente che i due concetti si riducono a un solo. Un elemento
oggettivato è preso assolutamente, all'in¬ fuori di tutte le sue connessioni,
quindi, e come chiuso in sé, e come invariabile ; come una cosa, secondo un’e¬
spressione che si è usata già parecchie volte; ossia come un essere. D altra
parte, l’essere è assoluto, immutabile, ecc. ; precisamente al pari
dell'oggetto come tale. Senza dubbio, del mondo fisico, di me, di questo libro,
di qualcosa di meno consistente se è possibile, si dice che ci siamo; e qui
s’incontrano delle difficoltà, dalle quali la dottrina dell'essere non ha mai
saputo districarsi soddi¬ sfacentemente. Pure, ni una cosa sarebbe, se non
fosse in qualche senso almeno relativamente assoluta e invaria¬ bile, e solo in
questo senso, essa è, e solo prendendola o supponendola assumibile in questo
senso, di lei si dice che è. Ci si trova dunque di fronte a un dilemma ben
semplice: o la nozione di essere non è che quella d'og¬ getto, o l’ oggettività
presuppone la nozione dell'essere. Al secondo partito s'appigliò esplici amente
il Rosmini. Implicitamente però vi s’erano appigliati tutti i suoi
predecessori; senza eccettuarne il Kant; il quale, ne¬ gando che noi fossimo in
grado di conoscere o di saper di conoscere le cose in sé, credeva
presumibilmente di dir qualcosa, ossia supponeva di parlare a gente, a cui non
mancasse la nozione di questo in sà. L’opinione del Rosmini ha in suo favore il
fatto, che in ogni proposizione il verbo essere si trova espresso, o vi si può
considerare come implicito e sempre esplicabile. IMa bisogna vedere che ufizio
questo verbo vi compia. 110 Nelle proposizioni teoretiche o puramente
concettuali (p. es.: i mammiferi sono vertebrati; 7f5=12), Y è serve senz'altro
di copula. Il Rosmini s’è industriato di stabi¬ lire, che nel connettere il
soggetto col predicato, pure in queste proposizioni, non si fa che applicare
l’idea universale di essere; ma i suoi tentativi, i più perfetti in questo
senso, sono artiflziosi e complicati ; il che ba¬ sterebbe a rendere
preferibile una soluzione più semplice. Tra il senso astratto, accennato
superiormente, di essere, e il senso che ha l ’è nel giudizio, non si trova,
con l'os¬ servazione diretta, la quale non si saprebbe dire quali difficoltai
possa incontrare, connessione o somiglianza di sorta. Eppure, se 1' è fosse un’
applicazione del concetto di essere, tra i due sensi ci dovrebb’ essere una
strettis¬ sima analogia ; e che non ci dovrebbe sfuggire, posto che entrambi ci
sian noti, o che l’intendere il secondo non sia se non un momentaneo deviare
dal primo, particola- rizzandolo nell’applicazione. Anzi : f è dei giudizi
considerati, non ha propriamente senso alcuno all infuori del giudizio, ben
diversamente da essere, o dall’ d assolutamente preso (p. es. nel giu¬ dizio.
I>io è; dove si sa che sia Dio, o anche quel che se ne dica, dicendo che è).
Dicendo: il cammello è un ruminante, i soli concetti preformati, sui quali si
opera, non sono che ruminante e cammello; del cammello io non predico altro.se
non il ruminante; non faccio altra operazione sui due concetti, che di riferirli
l'uno all'al tro; 1 è esprime questo mio riferire; non il riferire in genere,
pensabilissimo da sè, ma questo riferire, il pre¬ ciso atto di riferimento eh'
io compio, e che non è nulla, all’ infuori dei tuoi termn. Nei giudizi pratici,
dove s’afferma una realtà (p. es. : fabbricano una casa) la spiegazione
rosminiana è senza confronto più ovvia e naturale; non può tuttavia venir Ili
ammessa come definitiva senza circolo; poiché si vuole appunto decidere, se
l'essere si riduca all’oggettività, o viceversa. Prescindendo da ogni ipotesi,
il dato puro e immediato dell’ esperienza non si può intendere costituito che
da un complesso di fatti. Il fatto reale si distingue dal fatto pensato (io
posso pensare il giorno, anche di notte); intendendosi di fatti esterni. Nei
fatti interni, bi¬ sogna distinguere: se si tratta di pensieri, sono sempre
reali, o non sono (pensare un pensiero a, se non è pen¬ sare a, è pensare); se
di sentimenti, questi possono essere reali o semplicemente pensati. La realtà
del sentimento è immediata; il fatto esterno si giudica reale o no, se¬ condo
che è o non è connesso con un sentimento reale. Affermare la realtà d’ un
fatto, è dunque affermarne la connessione; diretta o indiretta, con un nostro
sentimento attuale (reale); la connessione è in generale indiretta, in questo
senso, che di alcuni fatti s’afferma la realtà per¬ chè immediatamente connessi
col sentimento ; stabilita poi la realtà di quelli, la realtà d’altri può
essere rico¬ nosciuta dalla loro connessione coi primi, senza ricorrere
(immediatamente) al sentimento (53). Le affermazioni concernenti la realtà sono
dunque possibili e intelligibili, senza che sia necessaria l’idea u- niversale
di essere. S’aggiunga, che per mezzo di questa idea le relazioni poste
risulterebbero sempre puramente ideali, senza poter mai attingere reffettiva
realtà ; l’ap¬ plicazione dell’ idea di essere, oltreché non necessaria a
giustificare i giudizi di cui si tratta, non è neanche suf- ficente. L’ipotesi
in discorso va dunque abbandonata. Il tentativo di ridurre l'oggetto all’essere
non essendo riuscito, è forza attenersi all’altro lato del dilemma, e ridurre
l’essere all’oggetto. Si ricavano di qui molte im¬ portanti conseguenze, alcune
delle quali vennero da chi scrive rapidamente accennate altrove, (51) e che qui
non 112 è il caso di svolgere. Relativamente alla questione pro¬ posta, se ne
ricava intanto, che il supporre necessaria la nozione quanto si voglia
implicita dell’essere (o altra nozione, del che è fin anche inutile trattare
particolar¬ mente) all oggettivazione, non ha fondamento. Ma questo è un
risultato negativo, e rende più che mai vivo il desiderio, di vedere un po'
chiaro nel seno stesso dell oggetti razione ; quantunque sia prevedibile la
impossibilità d'appagarlo, se non imperfettamente. Si rammentino le seguenti circostanze di
fatto. 1) . Il pensiero non è possibile senza un dato, il quale è soltanto un
accadere, ma non un accadere qualunque. Se 1'accadere esterno non ci
modificasse, noi non sapremmo nulla; il dato nella sua immediatezza è
costituito da un accadere interno, donde al pensiero la materia», che non gli
potrebbe venire d'altronde. Al pensiero è necessaria la sensazione. 2) . La
sensazione è sensazione nostra ; noi non possiamo intendere un sentire, senza
un sentito e un senziente* Ma la distinzione del senziente dal sentito, eh’è
essenziale al concetto di sensazione, è del pari essenziale alla sen¬ sazione
come semplice fatto ? L’analisi del concetto non si può prendere per- analisi
del fatto, menti-’ è almeno dubbio se il concepire un fatto sia imprimergli una
forma ad esso estranea (l’oggettività ; sbando a ciò che venne osservato sin
dal principio, non vi è dubbio di sorta). Il modo di comportarsi degli animali,
di fronte ai fatti e, steini, intieramente analogo al nostro, farebbe supporre
di si. Ma le reazioni che si compiono nell'animale ci sono propriamente
incognite, e potrebbe darsi che noi le as- similissimo alle nostre, obbedendo a
una suggestione che ci viene dalla nostra intima esperienza. Se poi tale con¬ formità
di reazioni s'ammettesse come indiscutibilmente vera, bisognerebbe dire che un
pensiero iniziale non fosse estraneo ai bruti (agli animali superiori). Per
ogni fatto noi supponiamo una cosa, di cui quello sia un fatto. Ma quantunque
il fatto sia di quella cosa, non ne segue punto che il fatto sia un essere per
sé della cosa. Analogamente: se nel fatto la cosa è per sè (vale a dire, se
l'accadere considerato è un sentire) non ne segue che nel fatto la cosa sia
insieme e per sé e per altro: che non solo il fatto, ma la relazione stabi¬
lita da questo tra la cosa e un altra, sia un essere per sè della cosa. Il
sentire può adunque essere un fatto semplice, che nella sua immediatezza non
implichi nes¬ suna dualità. Noi non possiamo non pensarlo duplice, riferendoci
alle condizioni che ne rendono possibile l'ac¬ cadere ; ma il suo accadere
immediato (senza riguardo allo dette condizioni) lo possiamo concepire senza
du- ' plicità. Supporre che la implichi sarebbe dunque un in¬ trodurre un'
ipotesi gratuita. Noi siamo un sentimento, ma un sentimento oggettivato.
Dicendo io, non s’esprime una nozione astratta, come rii cendo p. es. mammifero
; ma neanche un nudo fatto nel suo immediato accadere, perchè il fatto come
semplice¬ mente tale non è esprimibile nè pensabile; accade e nulla più. Io è
un concetto, non generico però ; belisi il concetto di quel particolare
accadere (sentimento): un sentimento pensato. L’io è dunque inseparabile dal
pro¬ cesso conoscitivo; dove non c'è pensiero, non c' è un io. :t). Nel processo
cogitativo,* invece, vi è l’oggetto, e vi è l’io. Sul primo punto è inutile
ritornare. Quanto al secondo, il pensiero è sempre di qualche pensante: ma in
un senso ben diverso da quello, in cui la sen- Ili sazione ò sempre di qualche
senziente. Perchè la sensa¬ zione, semplicemente come tale (considerando
l’accadere, all infuori delle sue condizioni) non implica dualità; è un
sentire. Mei pensiero invece vi è sempre riferimento ossia il riferimento gli è
essenziale. Non si .là giudizio senza copula; o la copula, secondo venne
osservalo, e- sprime appunto l'atto del riferire. Son io che pronunzio la
copula, e. per mezzo di essa, con certi materiali previa¬ mente acquisiti al
pensiero, ne compongo degli altri. Es¬ senziale al pensiero, la copula si può
tuttavia dir estra¬ nea al pensiero oggettivo ; essa non è qualcosa di ogget¬
ti rato, è il mio diretto ingerirmi fra gli elementi ogget¬ ti'i. per riferirli
uno all'altro. Nel riferimento la dua¬ lità è immediata, cioè concepita nella
concezione del semplice accadere del fatto ; perchè «al fatto si richie¬ dono
certi elementi dati e di più l'azione di metterli in relazione l'uno con
l’altro. 11 pensiero è dunque, oltreché oggettivo, anche sog¬ gettivo; è
impossibile intrinsecamente (e non solo in ordine alle sue condizioni)
prescindendo dal soggetto. Viceversa, risulta dalle considerazioni svolte sotto
2), che il concetto del soggetto svanisce, prescindendo da un pensiero di
questo soggetto. Ciò che non pensa, potrà ben essere per sè, ma, poiché non
pensa questo suo es¬ sere per sè, non è un io, un soggetto. 4) Soggetto e
oggetto, nel pensiero, sono, non soltanto necessariamente connessi, ma
correlativi. Oggettivare è segregare da ogni altro elemento, e anche dal me che
segrega; perchè, se latto del segregare entrasse come un elemento nel
risultato, la segregazione non sarebbe piena, il risultato verrebbe preso
relativamente, non as¬ solutamente. I,'oggettivazione è un prescindere anche
dal me, e presuppone il me. E poi evidente, che il concetto del me presuppone
115 ]'oggettivazione, e nou quella del me soltanto. Io penso me, in quanto mi
distinguo da q. c., che non sono io. Non si distingue A da II, se pel fatto
medesimo B non si distinguo da A. 5) Finalmente, nel pensiero s'ottengono de’
risultati : cioè il pensiero è un processo, che si può anzi si deve chiamar
causale, benché si tratti certamente d' una ca¬ usalità d’ un genere
particolare, e da non confondersi leggermente con nessun’altra. In altri
termini, il pensiero è, uno sviluppo di energia, resa in qualche modo sensi¬
bile dal sentimento, che dal pensiero mai non si scom¬ pagna. E al sentimento
si riduce quel non so che inde¬ finibile e misterioso, che si riconosce in ogni
atto del pensiero ; e che, mentre sembra assolutamente refrat¬ tario alla cognizione,
ne forma insieme l'elemento più vivo o caratteristico. L’energia insita nel
pensiero si connette con quella che si manifesta nel dato; e da questa
connessione il pensiero non solo è reso possibile, ma acquista un va¬ lore all’
infuori dolla propria sfera; perchè ne' suoi ri¬ sultati, qualunque siano,
l’esigenza del dato non cessa mai di farsi sentire. 50 Riunendo queste
osservazioni, che si conclude ? In qualunque modo l’oggettivazione avvenga la
l’or-; inazione del soggetto (55) le deve essere contemporanea. Anzi ; la
formazione del sogg etto e quella dell’oggetto hanno da essere un solo e me
desim o fatto, non due fatti contemporanei e comunque connessi; perchè soggetto
e oggetto non sono semplicemente connessi, bensì corre¬ lativi. Analogamente,
la formazione, in una spranga d'ac- iir. ciaio, d'uii ]iolo magnetico australe,
non è un l'atto ili» stinto ne’ distinguibile dalla formazione nella stessa
spranga d' un polo magnetico boreale. Il dat o è costituito da uu gruppo di
fatti, dotati del medesimo carattere d'essere interni ; astraendo da ogni
ipotesi, circa un loro sostegno sostanziale comune (il die non esclude, che un
tale sostegno non sia neces¬ sario perchè siano possibili) si dia al gruppo il
nome di coscienza. Anteriormente al pensiero, e indipendente¬ mente da esso, la
co scienz a è un teatro d'azioni scain- bjevoli ; ne son prova i fatti, e le
loro connessioni, doude il gruppo complessivo è suddiviso in un gran numero di
sottogruppi variabili. Nella coscienza, ha dunque luogo u no_ sv iluppo
d’energia. La formazione simultanea del soggetto e dell'oggetto, scinde
manifestamente la coscienza in due grappi ; del resto, può darsi die non tutta
la coscienza venga scissa, ma che un numero maggiore o minore de' gruppi pree¬
sistenti in essa rimanga nella condizione primitiva. Consi¬ derando soltanto
quella parte d. c. in cui ebbe luogo la scissione, renerai» corrispondente
apparisce [per intero conce ntrata nel soggetto, che viene cosi t ad essere il
centro del sentimento; un vero io. I .'ogge tto non rimane assolutamente
inattivo ; ma, nella correlazione tra esso e il soggetto, la sua energia non si
manifesta, e \i rimane estranea. Conseguentemente, anche l'energia del secondo
sembra senza azione sul primo, ed esaurirsi tutta quanta, in ordine a questo,
nel mantenere la scissione o contrapposizione. Quindi è che l'oggetto a noi
pare semplicemente presente. Ma quan¬ tunque l'energia del soggetto non produca
(relativamente alla contrapposizione, s'intende) che folletto indicato, il suo
estrinsecarsi è nondimeno necessario. E di estrin¬ secarla noi siamo
consapevoli : ogni l'atto cogitativo è uu fatto nostro, un'azione del soggetto.
117 Alla domanda, come possa essersi prodotta la scissione, non si saprebbe
da^risposta più semplice, nè 'impli¬ cante un minor num^o di supposizioni, se
non ricor¬ rendo all’energia, di cui era già una manifestazione .la coscienza
(oscura}, prima che la scissione avvenisse. Si può dire in generale, che questa
nuova manifestazione della medesima energia è determinata dalle sue mani¬
festazioni precedenti ; l’iniziarsi del pensiero è subordi¬ nato alla storia
anteriore della coscienza, al numero, alla complessità, alla stabilità, alle
connessioni tra i sotto¬ gruppi in cui la coscienza era stata divisa e
suddivisa dalla elaborazione meccanica. A priori non si saprebbe affermare
niente di più preciso, senza pericolo d’errare. Questa è la spiegazione, che,
assunta in via d’ipotesi, in altri lavori, dall’autore di questo scritto, ha
reso possibile introdurre nella discussione di alcuni problemi filosofici una
maggiore semplicità, la quale, se anche egli non avesse saputo approfittarne,
potrà non di meno facilitare successive ricerche, sue o d’altri. L’essersi ora
ottenuta la medesima formula come un risultato positivo sembra indicare che
essa esprima realmente il fatto iniziale del pensiero nelle sue circostanze
caratteristiche. L’osservata coincidenza rende inutile una più minuta
discussione della formula ; e in particolare la ricerca, del come il pensiero
iniziale, oggettivo ma non più che og¬ gettivo, si renda permanente; questo
problema essendo già stato risoluto in base all’ ipotesi, che ora venne
dimostrata. NOTE 1) llic. int aj forni, d. pens. (Alti J. H. Ist. Ven., ser.
VII. tom 111); Hic. ini. ai princ. fond. d. rag. (Alti c. s. lom. IV); La n**-
cess. log. (Alti d. II. Are. di Nap.; voi. XXVI); nelle citazioni
rispettivamente: meni. I, mem. Il, mcm. III. 2) Mem. I. 5 $ 23 sgg.; mem. Il, 5
5 8 sgg- 5) Se ne vedrà qualche esempio nei Capp. VI, VII. 4) Si noti perù che
il riconoscere le condizioni perchè un ra¬ gionamento sia possibile, quali
risultano dall'osservazione d**l fatto, senza discuterle, senza tentare di
spiegarle, è parte dell'a¬ nalisi del ragionamento: e una parte, senza della
quale il rima¬ nente non può avere un significato preciso. 5) Ci par d'avere
scansalo completamente questo difetto nella mem. III. alla quale rimandiamo per
ogni maggior dilucidazione, che questo libro lasciasse a desiderare in
proposito. Perchè quan¬ tunque ci siamo industriati d'includere nell'opuscolo
quanl’era necessario a renderlo intelligibile e in sè definitivo, abbiamo pur
dovuto imporci de’ limiti, relativamente mollo angusti; d'altronde la questione
è diflicile e complessa, e qui non accadeva conside¬ rarla che sotto alcuni
aspetti soltanto. 6' Meni. IL, Sez. IL, Capp. HI e IV. 7) Cfr. Cap. 11. 8) li
lo stesso dicasi d'un fantasma, o d'tin gruppo delle une o degli altri, o
misto. 9) Cfr. | 3. 10) Le quali per altro possono e devono essere oggettivate
sempre- Secondo il nostro modo di vedere, l’opposizione non è tanto tra la
soggettività del processo e l’oggeltivilà de’ risultati, poiché ogni elemento
del processo e il processo medesimo vengono pensali (oggettivamente); quanto
tra la particolarità del primo e I' u ni ver/ salila de' secondi. / I!)
Ronatelli, La ('.ose. e il mecc. ecc. ; pagg. 278 sgg. 252 sgg. I passi in
corsivo sono riprodotti ; alcuni altri abbiamo compendisi!. li) L’osservazione,
ovv ; a, ma non perciò meno importanti), è dovuta a Platone:... quir (nomina)
consequenter dirla ali^uid exprimunt, invieem congruunl ; qua> vero
continuità nihit signifknnt non conveniunl.... ex tolis nomini/ms ordine
prolntis orntin nuvfiiam e/ficitur, ncque rursus ex verbis absque numinibus
pronunciata. In Sopii. 13/ Cfr. Meni. II.; { 13; e altrove. 14) Ciò non detrae
da quanto si disse più addietro, circa il valore d’ogni processo oggettivabile
preso in sé medesimo. L'in- eoerenza e la confusione sallan fuori, quando si
suppone che una parola abbia sempre conservato il medesimo senso, e le stesse
proprietà combinatorie; il che appunto è un prescindere dalla particolarità
pienamente determinata del processo di fatto; ossia un sottoporlo, più o meno
completamente, all' intenzione d' universalità. 15) Razionale ed empirico;
queste parole parranno aggruppate secondo delle proprietà combinatorie
veramente nuove, e costi¬ tuenti una privativa dell'autore. Certo, è spiacevole
servirsi d’un linguaggio insolito, e che sembra contraddire a delle verità
universalmente riconosciute; ma certe volle non se ne può far di meno, e cioè
quando la teoria sottintesa dal linguaggio comune (e che talvolta rappresenta,
non il buon senso, tua la buona for¬ tuna di certe speculazioni filosofiche) si
trovi essere in difetto. Benché in addietro il nostro modo di vedere sia stato
spiegalo a snlficenza, perchè non sia lecito imputarci con leggerezza degli
assurdi, ripetiamo qui, che noi diciamo razionale tulio quanto è pensalo, e p.
c.. anche quanto venne semplicemente oggettivaio. Ma un che semplicemente
oggettivaio, e dunque non ancora clas¬ sificalo (universalizzato), è appunto
preso come quel late ele¬ mento, posto nella sua immediata realtà; ossia è
insieme un ele¬ mento di fallo (empirico). 16) Alla pratica imporla che il
processo «ia sicuro (che guidi a 121 condii dure-con esattezza); la teoria ne
vuoi conoscere la struttura, e il significato relativo a qualunque ordine di
riflessione. 17) L'altro metodo, consistente nel definire con esattezza i ter¬
mini da introdurre nel discorso, sostituendo poi sempre nel pen¬ siero la
definizione al definito, se venga rigorosamente applicalo coincide col
superiore. Notiamo intanto, che non tutti i termini si possono definire;
l'imbarazzo che no segue è per altro più appa¬ rente che reale. Infatti, di
alcuni termini il significalo è determi¬ natissimo e intuitiv amente chiaro (p.
es.: spazio, tempo); quello di altri oscilla in una sfera molto vasta, ma la
sfera è stabile per la sua stessa vastità, donde al termine un senso non
dubbio, purché lo si prenda nella sua massima indeterminazione (p, es.: essere)
Fra questi e quelli si sceglieranno i termini, elle diremo primitivi, con cui
definire gli altri. Poiché i termini primitivi hanno tutti uy significato nolo
e fisso, godranno anche di proprietà combinatorie note e fisse,; invero ogni dubbio,
ogni oscillazione in una di queste proprietà, produrrebbe un dubbio o
un'oscilla¬ zione nel significato dei termini. E se nel significato «l’un
termine v’è qualcosa non rappresentala da una proprietà combinatoria, questa
cosa, qualunque siasi, rimane estranea all'uso del termine, c in ordine all’uso
è come se non ci fosse. (P. es. le rappresen¬ tazioni fantastiche, associale
cosi strettamente ai nostri concetti spaziali, che sembrano costituirne
l'intero contenuto, rimangono e- stranee alla deduzione geometrica; servono
bensì a darle un si¬ gnificalo pratico, e le somministrano degli aiuti, non
essenziali, e non scevri di pericoli). Uno qualunque poi de’ termini definiti*
non ha altro uffizio che di rappresentare un certo gruppo di ter¬ mini primitivi,
(o un gruppo di gruppi, cec.), e gode le proprietà combinatorie del gruppo, le
quali risultano da quelle de’ termini primitivi che c’entrano, e dalla
struttura del gruppo, risultato anch’essa delle proprietà combinatorie dei
termini primitivi. In realtà non s’è fallo che assumere i termini primitivi con
certe • proprietà combinatorie; e quelli,.nel solo significato che ricevono
dalle loro proprietà combinatorie assunte. — Si è parlato di sole definizioni
nominali, perchè in un processo rigoroso, le definizioni ■li cose valgono
soltanto per definizioni nominali. Se, p. es. si definisce la retta, come la
linea determinala da due punti, la teoria che si svolge non ci darà le
proprietà della retta volgarmente intesa, ma quelle di una linea determinata da
due punti. Se poi ’a definizione esaurisca o no il concetto volgare, è un altra
que¬ stione, estranea alla teoria che si è supposto di svolgere. 18i Scegliamo
tra mollissimi un esempio dall'algebra elementare. Il significato di a» se ni è
intero e positivo, è: un prodotto di m fattori ugual i ad a. Consideriamo ora
il sìmbolo a' , e attri¬ buiamogli una proprietà combinatoria : questa p. es.,
che se p, q, r sono tre valori quali si vogliano di x tali eh e. p -\-q —r, i
due simboli ni’.n't ed a r si debbano assumere come equivalenti (La proprietà è
deducibile dalla def. preced., se p. q, r sono in¬ teri positivi; ma qui la si
suppone semplicemente assunta). In base a questa proprietà, a* può essere
sviluppato in una serie, convergente per qualsiasi valore finito di x, reale o
no, ossia ri¬ ceve un significalo aritmeticamente definito. Ma questo
significato non coincide con quello che risulta dalla def. preced., eccetto per
i valori interi e positivi di x. L’assumere per il simbolo la detta proprietà
combinatoria, è stato dunque un prescindere dal suo primitivo significato, ed è
stalo un attribuirgliene implicitamente un altro. Il significalo primitivo di
un simbolo, e quello che gli s’attribuisce attribuendogli una proprietà
combinatoria, possono non coincidere, anche se questa è dedotta dal significato
primitivo 19) Iti», ili Mal., diretta dal medesimo, voi. L: pag. 2i e 182. 20)
Salva l’oss. del 8 prec. Il processo è trasformabile; ma non pare capace di
semplificazioni essenziali. Ogni trasformazione esi¬ gerebbe un numero
d’elementi primitivi non minore, e forse maggiore. 21) Qui si vede il processo
puramente logico intrecciarsi con una questione prettamente metafisica ; la
quale, come si vede, non vi è introdotta abilrariamente, nè per via di
sottigliezze discuti bili, è anzi messa direttamente innanzi dal processo
considerato esclusivamente in sè medesimo. Il che se da una parte prova
l’impossibilità di esaurire certi problemi positivi senza urtar nella
metafisica, lascia supporre dall’altra, che la risoluzione di un problema
positivo possa talvolta condurre direttamente alla riso¬ luzione d'un problema
metafisico; contrariamente a un'opinione ai giorni nostri molto in voga. 1/
osservazione falla poco addietro ci assicura, clic non è pos¬ sibile alcun
processo puramente ipotetico; poiché in ognuno entra necessaria. nente qualche
proposizione categorica. Del resto che il formalismo possa condurre a degli
errori, l'algebra stessa ce ne somministra degli esempi. Siano l'.Q due
polinomi interi, in x\ c rappresenti R una serie infinita, a coefficienti
indeterminati. Si assuma come identica I’: Q=R se ne ricava P = OR, mediante la
(piale, applicando il metodo de’ coefficienti indeterminati, si possono
determinare quanti si vogliono coefficienti di II. La forma di R è cosi
determinata ; e l’eguaglianza anteriore riesce in fatto identica.
L'anliprecedente invece non ó vera, se non dentro il vero cerchio di
convergenza di li. ossia in generale é erronea; mentre il processo col quale la
si è ottenuta, formalmente, è il medesimo di quello con cui. dal sapere che
VOrrdxS, si deduca che 40(8-3. 22) Dire che 72 e 27 sono due numeri diversi;
che l'ago della bussola, e l'elice del bastimento, hanno pesi diversi; non
parrà speriamo, un pronunziare delle proposizioni senza senso. (Tutti le
proposizioni paiono senza senso, a chi manca della preparazione necessaria per
intenderle; ma per intendere quelle due, non oc¬ corre una culluia filosofica
mollo vasta). Ebbene idrotico e divelto, son due termini correlativi, e p. c.,
ò lauto possibile un proce¬ dimento che non presupponga l'identico, quanto uno
che nou presupponga il diverso. 23) . Che — abbia il medesimo senso, esprima
esso una defini¬ zione, o, p. es. un teorema, è manifesto anche dall’algebra
elemen¬ ti tare P. es. a m: " = t — ni « una definizione o un teorema,
secon- r ii dochè m non è od è divisibile per n; in\nlrambi i casi, quell'u¬
guaglianza esprime la sostituibilità dell'un membro all'altro, e, algori
Unicamente, non esprime altro. Ma la sostituibilità non serve a definire l'uguaglianza:
dire che due simboli sono sostituibili, significa infatti, che due formule che
differiscono solo in quanto una ne contiene l'uno, l'altra l'altro, sono
equivalenti. La (18) esprime una proprietà del segno =:, ma che non può servir
a de¬ finirlo, perchè lo suppone noto. E’ impossibile definire il concetto di
uguaglianza mediante altri concetti o processi universali, per costruire questa
nozione bisogna ricorrere all’accadere cogitativo- particolare, come s'è
chiarito altrove. 124 24 1 Mera. II, sez. I. 23) Cfr. Mem. 1(1. 26. Non si dice
che a - - a è assurda, come se già s'avesse il concetto universale di assurdo;
si chiama assurda quella pro¬ posizione. per indicare che essa toglie
significato al simbolo a as- sunto come significativo. Lussurilo rimane ,-osi
definito al solilo dalla connessione del termine con un determinato processo
27. Dopo la discussione fatta sulla verità assoluta (necessaria) delle
proposizioni, chiunque può supplire da sé quanto riguarda i vari sensi in cui
una proposizione può esser vera o falsa - cfr meni. II. Sez. II. 28) Una forma
di sillogismo. Ma tutte forse le proposizioni sono riducibili al tipo A=B;C, e
quindi tutti i sillogismi alla forma surriferita: cfr. c. s. 29' Si suol dire
che le proposizioni vengono enunciale sónni. tantamente; ma la simultaneità, o
va intesa nel senso dichiaralo o non ha senso alcuno. P. es. : so che oggi fa
hel tempo, e so. qual è il prezzo unitario di una merce; tengo conto della
prima notizia nei preparativi d una pas S()ggiata , .iella seconda nel com¬
puto d un pagamento; ma le du e rimangono estranee l una al- laltia. Por I
opposto, un processo dura talvolta degli anni, senza perdere la sua
connessione; è facile allora che vi si vengano a introdurre clementi a cui
dapprima non si pensava, e elio alcuni de primitivi cadano in dimenticanza;
tuttavia, e gli uni e gli altri possono venir congiunti sillogisticamente (per
via indiretta) nel processo, quantunque non pensali insieme. SO) l.a
congiunzione sillogistica sarebbe un caso particolare della congiunzione
semplice. 31) l.a disgiunzione rende possibile lo scindersi del pensiero in più
processi distinti, è l’atto che lo scinde. l.a formazione di gruppi è un
risultato della distinzione de’ processi ; di fa to. un gruppo s'ottiene con
certe operazioni connesse soltanto tra loro (ottennio che sia, il gruppo però
può venir connesso con altri, ecc.; L’uso della punteggiatura (| 9) non ha
significato se non dalla possibilità d’introdurre in un processo delle pause o
delle interruzioni, ossia di scinderlo in parti (gruppi) che poi vengono
connesse. 125 K’ da notare una difficoltà. Si è finora supposto che le pro¬
posizioni introdotte in un processo vi si introducano come vere Ma un processo
è un gruppo d'operazioni, tra le quali vi potreb¬ bero essere delle
disgiunzioni e delle negazioni; le proposizion* che ne costituiscono la materia
non sarebbero allora tutte assunte come vere in ordine ad esso. In questi casi,
il precorso si scinde in più, concatenati dalle proposizioni assunte come vere
in lutti. In una teoria completa del ragionamento andrebbe minutamente discusso
ciò cho qui basti avere accennato. (Nella meni. II. $ 79. s’è visto, che una
proposizione in genere può ridursi alla forma affermativa). ò2i l>. es.:
(A=B;X)(6=C;Y).o.A= jf;Z; posto Y;X=Z. o3j In pratica, invece di [assumere come
date cerio proposizioni algoritmiche, e d’ interpretarle in senso empirico, si
assumono come date certe proposizioni di significato empirico, e si procura d
esprimerle algoriimicamente. La connessione tra due insiemi di proposizioni,
algoritmiche, o di significalo empirico, rimane la stessa, in qualunque dei due
modi venga stabilita. 54) Cfr. meni. I. 40 sgg. 55) Cfr. § 3, penule capv. 56)
Cfr. meni. I, §8 40 sgg. 57) Cfr. mera, HI, Gap. II. Ivi si troverà sciolta
Gobbi azione relativa al numero finito ile - valori ammissibili per un simbolo
variabile. Cfr. poco sotto. 58) Questo giudizio, e in genero quelli della
matematica pura, non si potrebbero chiamare misti, il campo della matematica
pura è una patte di quello delle forme logiche astratte. Si parla qui di questi
giudizi, per mettere insieme la discussione di tutti quelli, che sono n priori
secondo il Kant. Per ben intendere quello che si dice de'numeri, si cfr. quelli
che l'autore ne ha già scritto nella meta. Il, Sez. 1. Gap. V. 59) Cfr. Mem.
11., Sez. I., Gap. V; di cui qui si riassumono i risultati. . 40, Per opera
principalmente del Dedekind. Ci atterremo sostan¬ zialmente all'isposizione del
prof. Peano. (Cfr. una sua nota nella Hiv. cit.) Vii Questo metodo fu dapprima
applicato, pressoché contempo- rancamente, da M. Micci o da B. Pascal. 42/
Questa dimostrazione, la p-ima che si conosca della impor¬ tante prop. 5, è
dovuta al prof. G. Veronese: v. Fond.di Geom. ecc. 43) Abbiamo accennato il
processo della geometria elementare ; — per giustificare completamente
l'affermazione, Insognerebbe dimo¬ strare, che il teorema è indipendente del
numero dei lati del poligono primitivo, e anche dalla legge con cui se ne va
aumenlando il nu¬ mero dei lati. Ma è noto che queste proposizioni sono state
•puro dimostrate. 44) Mei senso kantiano; perchè; secondo venne più volte
notato ogni giudizio, anche quelli die il Kant dice a posteriori suppone
l’oggetiiv ita, ossia un elemento che si può dire a priori, e un’o¬ perazione
che si può dire una sintesi, almeno lino a discussione compita. Ma in questo
senso sarebbero sintetici n priori lutti i giudizi, v non alcuni soliamo. 45)
Monde la necessità di procedere con estrema cautela nel- l.av viare a certe
disquisizioni i giovani (che, qualunque ne siano l'educazione e le
disposizioni, sono sempre mi po' volgo). La massima generale, che la verità non
può nuocere, come tutte le massime anzi le frasi generiche isolatamente prese,
non significa nulla. 46) Ciò che in geometria si dice mutare una figura, non è
nient allro che un rimuovere il nostro pensiero dalla figura di prima a
un’altra. S'adopera molte volle o quasi sempre un lin¬ guaggio materiale perchè
più comodo; ina una figura mutata e quella di prima si possono paragonare; dunque
la figura di prima rimane ; ossia vera mutazione non c'è stala, e quella che si
dice illutazione della figura, non è che l'assumere un’altra fi¬ gura. 47) li'
superfluo avvertire che noi non s'imputa nè questo né alcun altro equivoco, nè
ai chimici, né ai fisici I Ina soltanto a quelli , si chiamino come vogliono,
che scambiano delle formule identiche per delle verità oggettive, fisiche o
metafìsiche. E’ noto come la scienza vada eliminando via via per sé medesima
questi elementi eterogenei, appiccicatile da uni riflessione incompleta. 48i
C.fr. mem. III. Le cose che prendiamo in prestilo da altri scrini, abbiamo cura
di presentarlo qui sotto forma tale, che 127 riescano intelligibili, e, per
quanto è da noi dimostrate, prescin¬ dendo dai modi di vedere che ci hanno in
questi servito di fon¬ damento e di guida. Cosi il presente potrà servire agli
altri di utile riscontro. 49) .Mera. Ili ; Cap. VI. fili) Cfr. 8 48. .Ili Dalla
riflessione soltanto. Di fatti il selvaggio e il bambino, li queste difficoltà
mostrano di sapere ben poco: per loro tulio animato, in tutto s’immaginano un
sentimento simile a quello die provano. , o2,i Cfr. Meni. III. :i5 Cfr.
Donatelli, op. cil. pag. 2!) sgg. Ji4) Meni. III. ;. ;j) Qui si parla del
soggetto come tale; non d una sostanza die del soggetto costituisca l'intima e
permanenti realtà. Il nostro girilo reale, non sarebbe ancora un soggetto,in
esso non fwsse sorto il pensiero, sarebbe soltanto qualcosa, capace di
diventare un soggetto. 56) Meni I. 8! 3 ’ I ù,~r 4. V. IL PROBLEMA DELLA
LIBERTI NOTA CHI TIC A Estratto dalla Rivinta di b'iloso/ia e Scienze affini
diretta « animili, dal prof. Giovanni Marchesini, dell Università di Padova-i
Abbonamento annuo anticipato : per l’interno L. I»; per l’estero L. 12 Opus.c.
BOLOGNA STABILIMENTO POLIGKAFICO EMILIANO (GIÀ zamorani k ai-tikrtazzi) Piazza
CJalderini. ti - Palazzo“Loup Akdigó La filosofia oggi nel campo del sapere
Atto riflesso e atto volontario. -1 tre momenti critici nella storia della
gnostica della filosofia moderna. * -Il sogno della veglia. * Barii.i.ari M. -
Le nuove esigenze della filosofia del diritto. » Calò 6. - Studi di filosofia
morale. (Rassegna critica) Cantalamessa C. G. - Scienza e fede. * Coi.ozza G.
A. - Storia dell’ istruzione e dell’ educazione . » Dandolo G. - Studi di
psicologia gnoseologica. » -La metafisica della sensazione. * FoÀ E. - La guide
di Dante nella Divina Commedia. (Note di pedagogia). * Gai. ni F. - La teoria
dell’ equilibrio in paiologia. (Nota critica). * Limentani L. - Per una teoria
della previsione psicologica. » Marchesini Antonio - Appunti sulla dottrina
pedagogica di A. Schopenhauer. * Marchesini Giovanni. - L’equivoco della
coscienza moderna. » -Per un questionario sull’ insegnamento della filosofia
nella Scuola media. » _Miseria e incongruenze della pedagogia nazionale . . »
-I concorsi per esami. » _L’Istituto di Pedagogia sperimentale di Milano. ... »
Marucci A. - Per un nuovo ordinamento degli studi filo¬ sofici in Italia.. ..
Mazzai.orso G. - La qptXfa aristotelica (come fondamento di una distinzione fra
morale e diritto). Mondoi.eo R. - Di alcuni problemi della Pedagogia con¬
temporanea ... -Intorno al convegno filosofico di Milano. Pietropaoi.o F. - 11
positivismo di Vincenzo De Grazia . . » RaN/.oi.i C. - Positivismo e idealismo.
(Nota critica) Sulle origini del moderno idealismo Per l'originalità del
pensiero italiano. A. Binet e R. Ardigò. * Rotta P. - D’una psicologia
pragmatica della credenza . » Severi F. - Problemi della scienza. » Tarozzi G.
- L’ispirazione umanitaria nell'arte. (Morale ed arte). * _Il professore di
scuola media e il suo futuro compito .civile e morale. (In memoria di Giuseppe
Kirner). ... » VarisCo B. - I diritti ilei sentimento. IL PROBLEMA DELLA
LIBERTÀ. Cominciamo coi porre il problema chiaramente in termini ; cioè con lo
stabilire il concetto della libertà umana. « Esser io> libero significa
esser io causa, sic et simpliciter , di certi fatti ; ed io, io solo, sono
causa di certi fatti, perchè sono un sistema, che sotto certi rispetti ed entro
certi limiti è chiuso; cioè che opera secondo quello che è, non rappresenta un
semplice organo di trasmis- sioue d' una forza esterna ». Così scrivevo auni
sono ( ! ); esprimendo, mi pareva e mi pare, il concetto comune di libertà;
quello, che ognuno di noi ricava dall’esperienza ch'egli ha dell’operare così
proprio come itegli altri uomini. S’opporrà: — un bruto è pure fino a un certo
segno un sistema (psichico) chiuso, che opera secondo quello che è; tuttavia,
nessuno crede i bruti liberi nel medesimo senso in cui si dicoh liberi gli
uomini.— A che si risponde: « La mancanza di rappresentazioni oggettive fisse,
che non siano quelle di cose divenute familiari per abitudine, e conse¬
guentemente di rappresentazioni di fiui che non siano immediati, rende impossibile
nel bruto la formazione d’un nucleo addensato di psichicità, capace d’un’azione
indipendente dalla pressione esterna momentanea; perciò il bruto manca di
volere nel senso preciso di questo termine: e a ciò si riduce, sotto questo
aspetto, la sua differenza da noi; come la 0) A proposito iì' una recente
pubblicazione : — G. Calò : Il problema della libertà nel pensiero
contemporaneo , in-S.° di pp. XII, 22S; Palermo. R. Sandron, ed , 1906. A
questo libro si riferiscono le citazioni elle non abbiano altra indicazione.
(|) Scienza e opinioni, p. 572; cfr. il mio art. 1 diritti del sentimento ,
pubbl. in q. Rivista, genn.-febb. 1906, p. 17 segg. dell'ed. a parte. Se
occorre dirlo, ne'miei Bcritti sul problema della libertà io non ebbi altro
intento che di lavorare a prepararne* lontanamente la soluzione, ingegnandomi
di contribuire ad eliminarne de’ malintesi. Risolvibile àie et nunc in maniera
definitiva il problema non ini sembra; per le ragioni, che ini l'anno creder
cosi, cfr. p. es. 1' altro mio art. La teoria della conoscenza, nel- 1 ultimo
n. della Rivista /iloso/ìca ; p. 19 sgg. dell'ediz. a parte. IL PROBLEMA DELLA
LIBERTÀ 2 differenza tra uomo e uomo si riduce alla maggiore o minore compat¬
tezza e indipendenza del nucleo medesimo » (*). Non sarà inopportuna qualche
altra citazione. « La mia volontà è una forza, che produce degli effetti, e che
assume un pregio, non solo in astratto, ma nella realtà della vita vissuta,
correlativo a quello degli effetti che produce.... Gli atti di questa forza
sono atti miei, e i risul¬ tati che produce hanno per causa me stesso; perchè
io non sono altro che questa forza.... Gli uomini sono comunemente persuasi di
esser liberi, cioè di non essere nelle loro anioni » (propriamente, in certe
loro azioni) « determinati da cause esterne. Risulta da quanto s' è detto, che
questa persuasione è fondata ed esatta, semprechè sussista; infatti, chi è tra¬
scinato ad operare da una sopraffazione esterna, ha coscienza del suo essere
trascinato, e non si crede libero in quel caso » ( s ). Ripeto: la persuasione
(che abbiamo d’esser liberi; liberi nel senso indicato) è fondata ed esatta,
semprechè sussista. Dunque: l’idea che la detta persuasione sia illusoria, ed
unicamente fondata sull’ ignoranza delle cause reali di quelle azioni, che
diciamo fatte volontariamente o liberamente ila noi, è insostenibile. E vero:
l’io, quantunque semplice in un senso, è poi dotato d’ una grande complicazione
interna, di cui abbiamo coscienza, ma gli elementi della quale ci sfuggono in
massima parte. Quali siano le componenti, o le radici ultime, della sua
volontà, 1’ uomo del volgo ignora. Nè il filosofo è molto oiù innanzi; le
dottrine che si hauno in proposito, lasciando star che sono incerte perchè
sempre con¬ troverse, si riducono ad alcune generalità, insufficientissime
perchè uno, per loro mezzo, si renda un conto preciso di ciò che si passa
dentro di lui. Ma tutto ciò riguarda le origini e le condizioni del volere ;
non il volere come una realtà psichica viva e attuale. lo voglio, ed in
conseguenza opero. (Se non ci sono impedimenti esterni, che qui non si hanno da
prendere in considerazione, e che in ogni caso non mi tolgono di volere). Da
qualunque insieme di circostanze sia stata condizionata, comunque sia accaduta,
la mia volizione è la mia volizione; i suoi effetti psichici sopra di me, ed
anche que’suoi effetti esterni, che la seguono immancabilmente in date
circostanze, hanno per causa essa sola, ossia me in quanto voglio. Prendendo la
libertà nel senso che abbiamo indicato, un problema della libertà non esiste.
Il senso comune può dormire tra due guanciali; le indagini ulteriori dei
filosofi nou lo toccano. 2. In queste indagini ulteriori si oltrepassa la
realtà immediata del soggetto, per vedere di scoprirne le condizioni, che sono
poi le condi¬ zioni della volontà. Ogni soggetto personale differisce da ogni
altro per certe particola rltà sue; possiede una certa struttura interna, una
certa natura, un certo carattere. Inoltre (quest’ è un punto, che crediamo d’
avere fissato) ogni ’ ( l ) Scienza e opinioni soggetto possiede una forza, o
piuttosto è una forza, i cui effetti esterni dipendono in parte da circostanze
esterne, ma che basta in ogni caso a produrre essa sola certi effetti interni.
Si domanda, come questa forza o potenza si estrinsechi volta per volta in atti
singoli determinati. E qui ci troviamo di fronte a due dottrine opposte. (Io mi
limito a considerar le diversità delle dottrine in ciò che hanno di essenziale
al proposito nostro, di fondamentalmente irriducibile; questa limitazione, del
resto, è utile a meglio comprendere l'indole vera della questione). Secondo il
determinismo (voglio dire, secondo quella forma di deter¬ minismo, che sola mi
pare sostenibile) il soggetto è capace bensì di determinarsi da se stesso e da
sè solo a volere; ma il suo volere, appunto perdi’è un’estrinsecazione o
un’espressione della personalità, alla quale viene anche imputato (p. 196), è
determinato da ciò che il soggetto è nell’istante in cui vuole. E intendiamoci.
Dicendo, che la volizione è determinata da ciò che il soggetto è, nell’ istante
in cui vuole, non si presuppone di necessità, che il soggetto sia qualcosa, o
che vi sia in esso qualcosa, di costante e di fisso Dice bene l’A.: « la
personalità e 1’esercizio della volontà sono in funzione reciproca; se la
volizione è libera in quanto è un prodotto della personalità » (precisamente,
cfr. § 1) « questa a sua volta. .. si modifica.... in base a ogni
determinazione della volontà, è insomma anch' essa, almeno in parte, un
prodotto della libera attività del soggetto » (p. 199). Il sog¬ getto è ora,
almeno in parte, quale fu reso dalla sua storia precedente, che avrà lasciato
delle traccie consapevoli nella reminiscenza, e delle traode inconsapevoli
nelle abitudini, efficaci le une e le altre; ma la reminiscenza e le abitudini
di cui il soggetto è dotato sono elementi effettivi di ciò che il soggetto è.
10 non voglio discutere qui la dottrina, che ha i suoi prò e i suoi rontra,
secondo la quale il soggetto avrebbe un carattere fondamentale affatto invariabile;
mi contento di notare, che non è punto essenziale al determinismo. Il quale
consiste, come dicevamo, nell' assumere che ogni volizione sia un effetto
necessario di ciò che il soggetto è quando la compie. Se poi le volizioni, che
il soggetto va compiendo, e che di certo lo modificano più o meno, possano, o
no, modificarlo a segno, da non lasciar sussistere in esso niente del vecchio,
eccetto la continuità della coscienza personale, niente rileva in ordine ad una
discussione, che s' aggira sul genere della dipendenza di una volizione da ciò
che il sog¬ getto è nell’ istante in cui la compie. 11 concetto del
determinismo rimane cosi precisato. La dottrina opposta, o assolutismo come
dissi altra volta (*), consiste propriamente nell’ escludere, che la volizione
sia necessariamente deter- ( l ) Nell'art. I diritti del sentimi già cit. Che
la denominazione sia delle pili felici, non pretendo; ina non saprei quale
altra sostituire. Liberismo non va; perchè il deter¬ minismo, secondo il
concetto esposto, non esclude la libertà secondo il concetto comune.
Indeterminismo è troppo indeterminato; può riferirsi ad altro che alle
volizioni, e lasciar una parto al caso. Assolutismo è ancora un meno male.
minata da ciò che il soggetto è uell’ istante in cui la compie. Volen¬ dogli
dare una forma positiva, possiamo dire, che l’assolutismo attribuisce al
soggetto la proprietà di creare (p. 196); di produrre, almeno in sè, delle
novità assolute, ossia delle novità, che non sono predisposte nel- P insieme
delle attuali determinazioni del soggetto medesimo. Negare al soggetto la
potenza creativa è, quantunque molti nouse ne siano accorti, cadere nel
determinismo. « Quando vogliamo, e nei limiti in cui vogliamo, noi vogliamo
perchè vogliamo. Se osserviamo il pro¬ cesso di deliberazione e di scelta, noi
vediamo eh’ esso si pone sempre o fra i mezzi capaci di farci raggiungere uu
fine, o tra diversi fini tra loro irriducibili. Nel primo caso. .. la scelta
è... determinata dal fine me¬ desimo.... Nel secondo caso invece la scelta tra
i due fini è di solito determinata da un altro motivo implicitamente scelto,
cioè da un’ altra volizione.... Continuando l’analisi d’una volizione.... noi
troviamo infine un punto a cui dobbiamo fermarci, una scelta ultima e
irriducibile da cui quella attuale, in ultima istanza, dipende.... Questa
scelta originaria (?) e fondamentale.... è, possiamo dire, una posizione
assoluta operata dalla volontà,... e non ha la sua ragiou sufficiente se non in
se stessa ». « Ognun vede che questa scelta.... non è accordabile col principio
di causa: se si crede d’accordarli, come fa il Rosmini, colP ammettere che
causa della scelta è appunto il volere libero che di causa in potenza diventa
causa in atto, ideutificandosi col motivo e diventando cosi ragion sufficiente
dell’azione, si riesce soltanto a dare una causa.... all'azione, ma non se ne
assegna alcuna alla scelta.... La scelta, ponen¬ dosi qui fra i due motivi
ultimi e irriducibili » (bene soggettivo e bene oggettivo) « non ha un motivo.
E cosi è precisato anche il concetto dell’ assolutismo. Rimane da vedere quale
dei due concetti costituisca la nozione adeguata ed esatta della potenza
volitiva. Ecco il problema. 3. Prima di tutto sarà bene che ci sbarazziamo da
parecchie questioni, con cui venne sempre (vieue anche dal n. A.) intralciata
la principale; a torto, e con l'unico risultato di renderne più difficile la
soluzione, anzi di non lasciarla concepire ne’suoi veri e semplici termini.
Un’obbiezione all’assolutismo, che dai deterministi fu sempre messa in campo
come invincibile, che gli assolutisti si credettero in obbligo di confutare
(imbrogliandocisi parecchio), e alla quale aneli’ io in qualche precedente
lavoro diedi uu peso eccessivo, è la seguente: L’assolutismo deve
necessariamente ammettere una qualche volizione senza causa; ora, un accadere
sema causa non esprime un concetto, è una frase priva di significato. (Le mie
volizioni hanno per causa me; per altro, nell’ ipotesi assolutistica, io
voglio, almeno in certi casi, seuza esservi determinato da nessuna cagione,
l’abbiam visto con le parole del u. A. In questo senso, volere è creare; non ha
causa assegnabile). In quanto presume di ridurre l’assolutismo all’assurdo,
1’obbiezione non regge. Che niente accada senza una causa, non è, come pare a
me d' aver dimostrato chiaramente (*), un principio necessario'. Nel mondo
fìsico, •noi riteniamo impossibile qualsiasi variazione nell’essere o
nell’accadere, •senza un’ anlecedente variazione nelle circostanze ( ! ).
Questo riteniamo, perchè 1’ osservazione fisica più accurata di quei casi, in
cui potè sem¬ brare che avvenimenti disuguali si fossero realizzati in
circostanze uguali, ci obbligò sempre a riconoscere, che le circostanze erano
pur disuguali. Anche in fisica dunque il determinismo ha per unico fonda¬ mento
l’osservazione. Ora, nel campo dei fatti psichici volontari l’osser¬ vazione
delle circostanze riesce troppo difficile per essere decisiva. Che volizioni
differenti siano riconducibili sempre a circostanze differenti, o che viceversa
si realizzino anche in circostanze uguali, non è, dall’osser¬ vazione, provato
nè escluso con sicurezza perentoria. L’ obbiezione, tratta da un preteso
processo all’ infinito, che sarebbe incluso in ogni volizione assolutamente
libera, non differisce dalla pre¬ cedente che per la forma più grossolana. AH’
assolutista voi opponete, che il suo volere attuale, se non è 1’ effetto di
cause involontarie, deve essere stato voluto da lui (con un atto volitivo, del
quale s'ha da dire il medesimo; donde il processo all’infinito). Conciò venite
a sottintendere, che il volere sia 1’effetto di qualche causa; mentre
l’assolutismo con¬ siste appunto nell’ammettere che il soggetto sia capace di
volere, perchè è capace di produrre in sè, di sè, una novità assoluta, di
creare in sè un modo nuovo di essere! Se tentiamo di risolvere il volere in un
pro¬ cesso causale, pure supponendolo assolutamente libero, di necessità lo
risolveremo in un processo all'infinito, del quale io, malgrado l’opinione
contraria del Bonatelli, riconosco l’impossibilità ( 3 ) ; ma questa impos¬
sibilità non prova che il concetto di volere assolutamente libero sia
contraddittorio, se prima non è dimostrato che il volere si può risolvere in un
processo causale, la qual cosa dagli assolutisti è negata. Se i deterministi
hanno torto di movere agli assolutisti delle obbie¬ zioni, che s’ aggirano in
circoli viziosi, gli assolutisti hanno torto alla lor volta di considerare come
decisivi contro il determinismo in genere degli argomenti, che valgono soltanto
contro alcune forme rozze di deter¬ minismo. Quante volte non si è sentito
ripetere, che il determinismo consiste nell’estendere illegittimamente
all’accadere psichico quello che (*) In Paralip alta e.onosc. e in Dottrine e
fatti (P uno e l'altro pubbl. a Pavia nel 1905). Cfr. pure la nifa Teor . d. co
nosr .. Roma 1900. (v) Bisogna poi distinguere le variazioni in connesse e non
connesse: cfr. in prop, i due ultimi libri cit. In questo argomento non facile,
sul quale ho parecchio da aggiun¬ gere (non da mutarel a ciò che scrissi, qui
non è allatto il caso d'entrare. ( a ) Cfr. Dottrine e fatti ; dove per altro è
preso in esame, non il preteso processo all' i n tini to incluso nella
volizione, ma quello incluso nell'atto conoscitivo Non ci son da mutare che
alcuni termini, perchè quanto si dice nell* un caso risulti applicabile
all'altro. Cfr. il n. A.: « il dire che una volizione presuppone un'infinita di
altre voli¬ zioni identiche, è come dire che la volontà circola in se stessa,
ha in sè la sua vagirne, è libertà, ». è vero soltanto per l’accadere fìsico,
all’accadere psichico volontario quello che è vero soltanto per l’involontario!
Chi fa di queste genera¬ lizzazioni senza fondamento, erra : ma si può essere
deterministi, senza cadere in errori simili. Si può. dico, riconoscere, che 1’
attribuir all’uomo * una potenza creatrice presenta delle difficoltà, senza
perciò immaginarsi, che la volizione sia determinata nella stessa maniera di
una combina¬ zione chimica, o della sazietà che tien dietro a un piacere
prolungato. Quante volte non si è sentito ripetere, che il determinismo
consiste nel confondere i motivi, e le ragioni, con gl’ impulsi ! Ma si può non
far nessuna confusione, ed ammettere tuttavia che, data la ragione, o il
motivo, da una parte, e dall’ altra quel certo soggetto reale, costituito cosi
e cosi, la volizione segua necessariamente. (Su questo argomento, cfr. più
oltre al § 7). L’errore di quegli assolutisti, che credono il determinismo
inconci¬ liabile col concetto comune di libertà (errore, dal quale neanche il
n. A non va esente) venne, mi pare, confutato con sufficiente chiarezza nel §
1. « L’atto del volere è compiuto da me, esclusivamente. Ma io, che lo compio,
esisto già, con una certa complicazioue interna, con un certo carattere. Dal
mio carattere, io sono necessitato ad operare in un certo modo. Stando alla
locuzione, sembra che il mio carattere sia qualcosa di esterno a me, che mi si
contrapponga e mi domini ; ma, in fatto, aver io uh certo carattere significa
esser io un certo uomo ; esser io deter¬ minato nell’operare dal mio carattere
importa, che io operi cosi e cosi, perchè son tale e tale, non per altro.... 11
sentimento della libertà non è illusorio ; illusoria è soltanto
l’interpretazione che ne danno certi filo¬ sofi, secondo la dottrina dei quali
bisognerebbe dire, che le nostre voli¬ zioni non dipendano nemmeno da noi; nei
qual caso sarebDero tutto quel che si vuole, fuorché nostre volizioni » ( l ).
4. A torto pure, secondo me, la tesi dell' assolutismo viene, dall’ A. e da
molti, counessa con quella del sostanzialismo. « Cosa costituisce l’unità dei
vari momenti dell’atto volitivo nel suo complesso, cioè dei vari giudizi o
motivi, che in essi son formulati, e della decisione ? Cosa potrebbe esservi
traverso ad essi di permanente, se non una sostanza?.... Noi siamo dunque
costretti ad ammettere una identità sostanziale e più che fenomenica, una
realtà che costituisca il legame di tutti i momenti della deliberazione e
rispetto alla quale questa abbia un senso e un valore pratico ». Dunque « la
contingenza fenome- nistica è contradditoria della volontà e.... dove è
la" prima non può (>) Da una mia comunicazione al Congresso di
psicologia, tenuto a Roma nel 1905 ; cfr. gli Alti (Roma, Korzaui, 1906), p.
353. Cfr. pure Scienza e opinioni, pp. 568-/3. « La nozione di liberta...
assoluta », metafisica, « è oscura, e non posseduta che da filosofi ; l'uomo
del volgo, dicendosi libero, non esprime se non la sua certezza, d' esser egli
la causa di certe sue azioni. Se poi questo suo esser causa dipenda o no da
delle condizioni, è un punto, fino al quale la riflessione di chi non abbia una
speciale prepa¬ razione filosofica non si spinge, o sul quale non è capace di
formarsi un’ opinione ben determinata esser la seconda ... dunque, per
attingere il vero concetto della libertà » si deve « risalire a una sostanza
che sia per sè stessa spontaneità e origine d’ energia.... 11 fenomeno non ci
può dare che una libertà nega¬ tiva ....: ma la libertà che più importa è
quella consistente nel rapporto del fenomeno, cioè della volizione, collo
spirito individuale, coll attività creatrice che la determina. Il fenomeno... ,
motivo o volizione.non può essere staccato da ciò che si considera come sua
causa, non può esserne considerato in qualche modo indipendente.... se non per
I intervento d' una sostanza dotata d* uno speciale potere, d’ un io che lo fa
e, per una qualche parte almeno, lo crea.... Solo là, dove abbiamo da fare con
una sostanza attiva, creatrice, libera, possiamo veramente parlare d una pos¬
sibilità effettiva, che non è l'attuale, il fatto, il reale, il presente
concreto, ma non è neppure una semplice categoria logica » ( pp. 10>- 10).
Ancora: « ....non si può parlare di libertà ilei volere se non si ammette che
un volere esiste, ma come realtà e non come fenomeno, in un unità di sostanza,
non in una pluralità d'esistenze distinte.... Tanto il deter¬ minismo....
quanto il contingeutismo fenomenista eliminano 1 io come sostanza, come realtà
distinta dalle sue singole determinazioni.... In ambedue i casi l' io non
interviene nella serie «de’ suoi fenomeni », cau¬ sata o incausata che sia....,
perchè esso o non esiste o.... è compieta- mente inerte e passivo. Però,
ambedue queste dottrine avverse non rendon poi conto della costituzione della
personalità»; laddove «un atto volitivo..., in tanto è chiamato libero in
quanto è un prodotto di una personalità....» (p. 196 sg). Cfr. p. 200: «Se
dunque l'io è qualcosa di reale e distinto, sebbene non separato dai fatti
psichici che gli appar¬ tengono, esso avrà la capacità di agire come un reale,
cioè d’ intervenire negli stessi processi in cui la vita cosciente si svolge e
di dar loro una direzione speciale, senza che la sua azione possa dirsi
determinata perchè non ha altra'causa che.... lo stesso io ». Non va. Un io concreto,
p. es. il prof. Calò, è sostanza (tcptiTT) oùola) in questo senso, che rispetto
a sè stesso e ad altri è un dato empirico, e in un giudizio può essere soltanto
soggetto. Anche l’io astratto — di cui si parla p. es. nel giudizio : I' io è
libero — si può dir sostanza in un altro senso (Ssutépa oùo£a). Quelli, che
negano la sostanzialità del me, non la negano (se hanno un’oncia di
discernimento, ed io suppongo di averne) in nessuno di questi due sensi;
affermano, che l’io manca d’un substrato permanente, o che se l’ha n* è affatto
distinto (sicché il sub¬ strato come tale sarebbe una cosa, ma non ancora e per
sè un io). L’io, dicono, ha coscienza di sé ; dunque, nieute che non sia nella
coscienza può costituirlo in tutto nè in parte ('). Ora, nella coscienza non ci
sono (i) Potrebbe esserne una condizione, anche una condizione sitte qua non.
Perciò chi scrive, quantunque ritenga fenomenico il me, non crede possibile
separarlo assolutamente da ogni sostanza. Su questo punto, e in genere su
quanto è discusso in q. §., cfr. Scienza e opinioni, pp. 247-54 e 355-7 ;
inoltre, Paralip. alfa con. Se avesse tenuto conto delle osservazioni da me
fatte ne' 11. cit. e altrove, sarebbe forse venuto fatto all’ A. di stabilir la
sua dottrina su basi più solide. che fenomeni transitori. E la loro unità; ma
questa ci apparisce come la continuità d’un fluire, non come la permanenza d'
un quid invariabile; 10 muto sempre, e solo in quanto ricordo posso dirmi
ciononostante il medesimo io; l’unità è la proprietà d’un insieme di fenomeni,
non un elemento a parte. Sia come si voglia: l’io, di cui si nega la
sostanzialità, è per altro 11 medesimo a capello di cui parlano i
sostanzialisti ; sicché il credere, che negando la sostanzialità si neghi la
realtà, non ha un' ombra di fon¬ damento. 11 movimento della luna è reale, non
meno della luna, dia¬ mine! Supposto dunque, che io neghi la sostanzialità
della luna, ciò non vorrebbe dire, ch'io neghi la realtà della luna; ma
soltanto, che l’ipotesi d’un’assoluta permanenza mi pare inutile per connettere
in una teoria tutto quanto intorno alla luna ci è fatto conoscere dal-
l'osservazione. Realtà e fenomeno sono concetti antitetici, se riferiti all'
esperienza esterna : il remo, parzialmente immerso nell’ acqua, appa¬ risce
piegato, quantunque sia diritto. Ma riferiti all’ esperienza interna si
riducono ad uno: la realtà d’un mal di capo in che altroconsiste.se non
nell’essere un mal di capo, cioè uno stato di coscienza, cioè un fenomeno ? 1
fatti psichici d’ un medesimo soggetto interferiscono tra loro. E il soggetto,
vale a dire 1’ unità dei fatti medesimi, è un elemento essen¬ zialissimo del
loro interferire, può « intervenire negli stessi processi in cui la sua vita
cosciente si svolge»; non soltanto le psichicità distinte a, b , c... operano P
una sull’ altra, come i movimenti delle singole palle d’un biliardo; ma quella
psichicità superiore eh'è l'unità di tutte le altre, o il soggetto, non
costituisce il semplice luogo in cui si realiz¬ zino le dette azioni, opera
invece alla sua volta, e con molta maggior efficacia. Su ciò siamo tutti
d’accordo; almeno, io son pienamente d'ac¬ cordo con l’A. Nasce una questione:
l’attitudine ad operare, che alla unità come tale senza dubbio compete, si può
considerar come un'atti¬ tudine a creare, a produrre in sè delle assolute
novità, non predisposte; od, invece, le sue manifestazioni sono determinate
necessariamente sem¬ pre dall’ intima struttura di essa unità ? A risolver tale
questione, io non vedo che vantaggio si possa trarre dal sollevarne Un' altra:
se cioè la detta unità sia o non sia una sostanza. Mentre la prima riguarda le
leggi secondo cui opera 1’ unità, la quale di certo esiste, e di certo opera;
nel discutere la seconda si cerca invece, se P unità costituisca o non
costituisca un’ assoluta permanenza. Le due hanno differenti oggetti, e per
conseguenza son estranee — L’unità non sostanziale, di semplice associazione, —
dirà l’Au¬ tore — non può essere in possesso d'altra forza, che della risul¬
tante delle sue componenti ; è dunque di necessità determinata. — Non può ? Che
i sistemi fisici siano determinati, risulta vero in linea di fatto ; ma io non
ammetto, neanche per essi, che il determinismo sia dimostrabile a priori; molto
meno son disposto ad ammetterlo dimostrastrabile per i sistemi psichici, che
differiscono dai fisici tota coelo (non foss’altro, l’energia de' primi non è
permanente, nè misurabile). Se una risultante non può, per necessità
intrinseca, essere assolutamente libera, 1' assolutismo è a terra. Perchè l'io
personale, concreto, empirico, feno¬ menico (cioè conscio di sè, non irreale),
ogni uomo insomma, è di certo una risultante. Il prof. Calò (anche in questo
credo che siam d’accordo) nor. c’è sempre stato, e non s'è creato da lui; è una
creatura divina, o un prodotto cosmico; nel primo istante, le sue potenze, i
suoi carat¬ teri, ecc. furono determinati ab extra ; è dunque una risultante.
Quando 1’ A. afferma dover 1’ io essere una sostanza, per avere « la capacità
di agire come un reale », e quindi per esser libero, non lo capisco. Non
ripeto, che l’io senza dubbio è reale, è anzi quello che v'ha di più reale,
quand’ anche non sia, o forse perchè non è, una sostanza. Ma sappiamo noi forse
per filo e per segno come i reali « agiscano »? E i reali son tutti liberi? Affermarlo
equivarrebbe a negarlo, perchè sarebbe un sopprimere la distinzione degli
esseri e dei fatti in liberi e non liberi. E l’operare d’una sostanza non
potrebbe essere necessariamente determinato, sia dalle condizioni interne che
dalle circostanze esterne? Gli atomi assoluti, su cui la fisica fondava, e in
parte fonda tuttavia, le sue dottrine rigorosamente deterministiche, non erano
concepiti come sostanze ? 5, Già dissi, che la tesi assolutistica io non la
considero punto come assurda ( 1 ) ; alla «flagrante contraddizione tra la
volizione libera e il principio di causa » (p. 219), io non do nessun peso (*).
Assolutismo, e determinismo, sono entrambi del pari concepibili in astratto ;
cercare, quale dei due sia vero, significa semplicemente cercare quale
costituisca una esatta nozione della realtà concreta. Vediamo. ( l l Ilo, su
questo punto, mutato alquanto di parere, da quando pubblicavo Scienza e
opinioni: cfr. La conoscenza ; Parahp. alla con.; Dottrine e fatti. La
mutazione, come si vede, non è recente: e fu conseguenza naturale di dottrine,
già formulate, ma non pienamente sviluppate, nel primo dei detti libri. ( a )
Noto: 1’A., poiché la pensa egli pure cosi, non doveva attribuir all' apriori «
un valore obiettivo necessario » fibni). Soggiunge infatti : « anche il
principio di ragione non è applicabile se non là dove esso rappresenta un'
esigenza reale d'applicabilità per il pensiero e non abbiamo diritto d* imporlo
a quelle sfere del reale la cui natura si ribella ad essere spiegata col
meccanismo della causalità necessaria » Ip. 2510). Se io, per appli¬ care un
principio di ragione, devo accertarmi prima, che « rappresenti un'esigenza
reale», questo prova, che l'esigenza reaie non mi è svelata dalla ragioue sola,
ina che io debbo rassegnarmi a ricavarla dall'esperienza. Conseguentemente, l 1
, apri ori non ha, necessariamente e per sé, un valore oggettivo ; ossia : ciò
che è vero nel mio pensiero astratto può non esser vera conoscenza del reale.
Per es.: in astratto, 1 -f 1 = 2, sempre ; in concreto, se in una stalla chiudo
un coniglio : maschio) e un altro coniglio (femmina', può darsi che, aprendo la
stalla dopo qualche tempo, ci trovi piti di 2 conigli. I.e leggi della ragione
sono anche leggi della realtà, se ed in r/uanlo i concetti, su cui la ragione
discorre, sono cognizioni adeguate della realtà. IL PROBLEMA BELLA LIBERTÀ IO
«Come il processo esplicativo deve fermarsi.... a corti principi primi suffir :
enti a se stessi, cosi il processo causalo deve fermarsi ... a certi
cominciamenti assoluti, incausati, liberi.... » (p. 221 ). Deve! deve! 11 pro¬
cesso esplicativo si ferma, perchè arriva di fatto a de' principi non
oltrepassabili (non mi fermo a discutere, in che senso questi si possan dire
sufficienti a se stessi). II processo causale si fermerà, se arriverà di fatto
ai comiuciamenti assoluti; ma che ci debba arrivare, chi ce ne assicura ? « Noi
siamo costretti ad ammettere questo elemento che non richiede alcuna
spiegazióne nelle determinazioni della volontà » (ibid.). Dopo tutto quanto io
ebbi a scrivere in parecchie occasioni sul concetto di spiegazione ( x ), mi fa
un po’ di meraviglia, che per combattere il determinismo lo si presenti come un
tentativo di spiegare 1’ inesplica¬ bile. Avreste ragione se io, per spiegare
la volizione, pretendessi che debba avere ilei 1 e cause; ma se io vi dico
semplicemente, che tali cause et sono, e si rilevano al pari di quelle d’ogni
altro fatto! « E d’altra parte, lo stesso determinista non è costretto ad
ammettere, come motivo ultimo di condotta, un’essenza individuale eh’è qualcosa
d’indicibile, di incalcolabile, di ribelle ad ogni analisi, e che può essere
solamente sen¬ tito ? » {ibid.). Ma quello che è solamente (!) sentito è il
xdjs tt, il dato primo e fondamentale, ciò, da cui non è possibile prescindere
volendo conoscere la realtà. E perchè io I’ ammetto, vorreste obbligarmi ad
ammettere degli elementi non sentiti, non dati, e dei quali v’ immaginale
d’aver dimostrato, che ci debbono essere! Per dimostrare, o per accertare,
l'assoluta libertà, non ci sono (mi pare) che due mezzi. Uno diretto, il
testimonio della coscienza teore¬ tica: io sento di esser libero; in questo
caso, la libertà sarebbe da rico¬ noscere come data immediatamente di fatto.
L'altro indiretto, il testi¬ monio della coscienza morale: debbo, dunque posso;
negare la libertà sarebbe dichiarar impossibile un dato di fatto. Entrambi
presentano delle grandi difficoltà. La coscienza teoretica realmente comune
prova irrefragabilmente che l’uomo è libero nel significato comune o volgare di
cui al § 1 ; prova che il volere, se è determinato, lo è da dei motivi e da
delle ragioni, congiuntamente al carattere (all’intima costituzione del
soggetto), non da delle cause fisiche o fisiologiche o psicologiche d’ altro
geuere. esterne al soggetto: prova che l’io è causa delle sue volizioni (almeno
in certi casi); ma non c’informa sul come ne sia causa, lascia cioè insoluta la
no«tra questione. 11 sentimento, invocato dagli assolutisti, non è quello
provato anche dal volgo, il quale non s’è mai posto il problema della libertà
assoluta, e dicendosi libero non fa che affermare la distinzione ricordata: non
può essere che un sentimento più fino, più profondo, più perspicace. Ora i
deterministi, che pure son liberi secondo i loro avver¬ sari, negano di provare
quest’altro sentimento. 0 gli uni son troppo (*) Fin da* miei Studi di fìlos.
naturale ; Pavia, 1903. IL PROBLEMA BELLA LIBERTÀ sottili, e nella coscienza
vedono quello che non c’è, ma che a loro farebbe comodo ci fosse; o gli altri
sono troppo ottusi, e nella coscienza non vedono quello che c’è, ma che a loro
dà noia; il pregiudizio in favore d’una tesi è capace di produrre simili
abbagli. Errano gli uni o gli altri, è ben certo; ma questa certezza non ci è
d’aiuto a sapere da che parte si erri. 11 medesimo, press'a poco, si dica in
ordine alla coscienza morale. 11 dovere, manifestamente, non s'estende pi'T in
là del potere. Nell ipotesi deterministica, tutto quanto dipende da me si
riconduce, iu ultimo, al mio carattere primitivo, da me non creato ma ricevuto;
e che sarebbe la vera cagione anche delle successive mutazioni (se hanno luogo)
del mio carattere. Riman vero, ciononostante, che quanto dipende da me non
dipende propriamente che da me; io, infatti, ho, anzi sono quel carat¬ tere.
Del mio ben operare il merito, in ultimo, risale a chi mi fece a quel modo,
s’io fui fatto a quel modo liberamente con intenzione (questa è pur dottrina
cristiana!); comunque, io opero bene, la mia esistenza è un bene per gli altri
e per me. L’esistenza di Tizio, invece, è uu male per lui e per gli altri. Non
occorre di più, perchè si riconosca, tra Tizio e me, una distinzione di pregio,
espressa dicendo buono me, cattivo Tizio. Agli assolutisti di provare, che
buono e cattivo sono termini significa¬ tivi per altro, che perchè esprimono
tale distinzione. A tal fine, il ricor¬ rere a quella « forma speciale
d’esperienza », di cui fa cenno 1’ A. (p. 222), non serve. Credo anch’io, col
De Sarlo, che la moralità si fondi su di un’esperienza sui generis ('); ma
quest'esperienza sui generis, in quanto è comune a tutti, se ci somministra
delle distinzioni, non è poi sufficiente a dirimere le divergenze sulla loro
interpretazione ulteriore. Anche in questo caso, come nel precedente, gli
assolutisti si fondano dunque su di un sentimento, affermato da loro ma dagli
avversari negato: il pregio morale positivo o negativo io lo sento essere, non
solo superiore a tutti gli altri, ma infinito e assoluto, sicché uon è
possibile scaricarlo definitivamente su chi mi fece qual sono. Ebbene : una
questione, che s’aggira intorno a de'sentimenti, non si risolverà, fino a
quando non mutino alcuni di questi; risultato al quale si deve arri¬ vare (i
sentimenti fondati sul falso non sono perpetui), ma dal quale siamo tuttavia
lontani ( 2 ). ti. Rilevata la controvertibilità delle prove adducibili a
favore della tesi assolutistica, tocchiamo di alcuni argomenti contrari; che io
non dirò decisivi, ma che finora non vennero confutati. E sperar di accertare
metafisicamente T assolutismo, senza confutarli, è vano ( 3 ). (') Da ani per
altro non si ricava, che * * la legge morale.... non sia contenuta nella
volontà > (p. 222} ; mi sembra, che si ricavi piuttosto il contrario. Ma il
dimostrarlo esigerebbe un discorso lunghetto, che sarà meglio rimettere ad
altra occasione. (*) Per tutto q. §, cfr. Scienza e opinioni, pp. 562-94: per
la chiusa, l'art. cit. : La teor. d. conosc., al 1. c. I») In fondo, io sono
assolutista: lo dissi cento volte. Ma gli argomenti zoppi mi paiono zoppi,
anche se addotti a difesa d'opinioni, che mi paion vere. « Risolvere.... il problema dell’esistenza
d’uno spirito e della sua attività è anche risolvere quello della possibilità
di accrescere la quan¬ tità d’energia fisica » (perchè non anche di diminuirla,
e fin d' annul¬ larla?) ». La quale possibilità è appunto un presupposto della
libertà in quanto è un presupposto di questa l’esistenza d’una sostanza
spirituale di cui la libertà è proprietà specifica. E la negazione di quella
possibi¬ lità non implica soltanto la negazione della libertà, ma
l’inesplicabilitଠassoluta dei rapporti tra spirito e materia e della reale
attività del primo ». (p. 195 sg.'). Posto, che la quantità dell’energia fisica
possa essere accresciuta, si domanda, come mai l'esperienza ce l’abbia sempre fatta
parere costante. Convengo, che « il principio della costanza dell’energia » sia
« sempli¬ cemente d’ordine sperimentale » (p. 192); ma è precisamente questo
suo carattere, ciò che ne fa una minaccia per la tesi dell’ A. (* *). Noi non
siamo affatto necessitali a credere costante l’energia (la notizia del
principio è di fresca data); ma, che farci ? sembra davvero che l’energia
fisica sìa costante! come si concilia un tal fatto con delle teorie che lo
escluderebbero? L’« ipotesi », che lo spirito possa creare dell'energia, « non
contrasta.... coi principi della fisica, i quali son circoscritti al campo
dell’energia fisica » (p. 195). Queste parole sarebbe stato meglio che l’A. non
avesse scritte: come mai la possibilità di crear dell’energia fisica non contrasta
con la costanza osservata? Osservata, dico, anche dove l’energia fisica è
prodotta da un uomo, cou uno sforzo difficile di volontà. L'ipotesi non è
assurda; e non si può nemmeno éscludere a priori, che dell'esperienze più
esatte delle nostre siano forse per confermarla; per ora, dobbiamo ritenerla
priva di fondamento Per ciò poi che riguarda « l’inesplicabilità ilei rapporti
tra spirito e materia », io non tirerò in campo le mie spiegazioni ( ! ),
diverse da quelle che l’A. combatte, e che non cadono sotto le medesime
difficoltà. Noterò soltanto, in primo luogo, che I’ inesplicabilità, se ci
risultasse, dovremmo ben rassegnarci ad ammetterla. In secondo luogo, che la
permanenza dell’energia fisica è una legge, che potrebbe stare quand’anche nou
ci fosse altra realtà, che psichica, e il mondo fisico si riducesse a pura
fenomenalità. Quella morale, che dell’assolutismo è per un verso la prova e per
un altro la conseguenza, è press - a poco incomprensibile, se non s’ammette un
Dio personale. E un Dio personale, che regga il mondo e lo diriga verso un fine
buono, dovrebbe prevedere anche gli atti degli spiriti liberi; a parte il
dovrebbe , il cristianesimo riconosce in Dio queste pre¬ visioni. Ora, « se le
determinazioni della volontà son libere, esse debbono essere anche
assolutamente imprevedibili » (p. 127). E vero, che l’A. le (*) I/A. avrebbe
potuto accorgersene, se avesse lette alcune cose mie: La conosc. e Paralip.
(del quale ultimo libro egli pur cita nella Prefaz. il primo art.). (*) Scienza
e opinioni, pp. 323-52. La dottrina ivi esposta è indipendente dall" ipo¬
tesi, con la quale è messa in connessione. dice « imprevedibili per una
conoscenza.... non diversa dall’umana » (ibid.)\ restrizione, che fa un
contrasto bizzarro con l’avverbio assolutamente. La diversità dell’intelligenza
divina dalla nostra non basta per eliminar la questione, sul come conciliare la
prescienza divina con la libertà umana. L’A. accetta la soluzione di S.
Agostino: secondo il quale « Dio non prevede, ma vede con uno sguardo unico
tutta la realtà ». (p. 129). Ma se in Dio le previsioni son visioni, segue, die
il reale sia fuori del tempo rispetto a Dio, e dunque sia in se stesso fuori
del tempo. Segue, che il tempo sia una semplice forma dello spirito finito, e
l'acca¬ dere una semplice parvenza. S. Agostino ci conduce direttamente a Kant.
L'A., mentre combatte la dottrina di quest’ultimo (pp. 1-7), con l'ade¬ rire a
quella del primo la rende inevitabile. Del resto, su gli argomenti da lui
addotti contro il kantismo c'è da ridire. Per esempio: « o si consi¬ derano i
fenomeni e la loro connessione causale come pure parvenze (*), aventi un valore
relativo alla nostra conoscenza imperfetta, e allora si giunge a negare alla
scienza quell’obbiettività e quell'assolutezza che Kant rivendicò cosi
vittoriosamente (?) contro lo scetticismo dell’ Hume... ». E questo è contro
l’espressa dottrina di Kant; il quale credette d’aver collocata su basi
granitiche l'oggettività e l’assolutezza della scienza, precisamente con l'aver
dimostrato, che oggetto di questa sono le par¬ venze sole. Tiriamo avanti: «...
o la serie fenomenica è in sè chiusa, continua, non solo, ma ha una realtà e
una vera consistenza obiettiva, e allora bisogna ritenere, eh’essa in qualche
modo reagisca sulla realtà nottmenica..,.. ». Punto. La serie fenomenica,
oggetto della nostra cogni¬ zione, essendo il modo con cui ci apparisce la
realtà noumeniea, non può reagire su questa. Il vizio fondamentale delle
dottrine di Kant, e che, malgrado la loro profondità e fecondità, le rende
inammissibili, sta nell’ avere ridotto a parvenze irreali anche i fatti
psichici, di cui ed in cui è consapevole lo spirito finito, l’io personale, che
dunque perde anche esso ogni realtà. Se la persona è parvenza nel senso
kantiano ( io la ritengo un fenomeno, che è quanto dire una parvenza, ma reale)
il pro¬ blema della conoscenza, e quello della libertà, cessano entrambi di
avere un significato assegnabile. Esser liberi nel senso degli assolutisti
significa, secondo che nota giustamente l’A., esser atti a creare. Un'
attitudine a creare non sembra poter essere limitata; l’uomo dunque « sarebbe
onnipotente quanto alla deliberazione (P esecuzione è altra cosa). » Ma che
sia, non pare ; « 1’ energia volitiva è limitata sempre, benché non ugualmente
in tutti. E cresce con l’esercizio, scema con l’ozio, dipende dal tener di
vita; ossia è condi- (») Parvenza = Krscheinung = fenomeno. Dico nel linguaggio
delia (Rosolia kantiana. Secondo me, il tatto di coscienza è fenomenico e reale
insieme; reale perchè e in quanto fenomenico; ma qui entriamo in un tutt'altro
ordine di idee. lionata » (')• È assai
P<ù facile desiderar che volere; intanto, un uomo che, sano, era sfrenato
ne'suoi desideri, affranto dalle sofferenze non desidererà più che un momento
di sollievo. A fortiori.... Da Dio doman¬ diamo un aiuto (a volere,
intendiamoci), di cui ci sentiamo bisognosi ; preghiamo: et ne nos inducas in
tentationem. Le abitudini, anche le buone, finiscono col diventare invincibili.
E siamo creatori? 7. Un'ultima difficoltà: «.se un atto volitivo non ha una
causa. non sarà esso moralmente indifferente.. .? » A questa domanda, che si fa
egli stesso (p. 219), l’A. cosi risponde : « Sono due errori comuni il credere
che una volontà libera non possa subire l'applicazione delle cate¬ gorie etiche
e il credere che la responsabilità abbia bisogno della neces¬ sità causale. Se
il motivo morale non è causa necessaria della volizione, ciò non prova affatto
che la volizione sia in se stessa indifferente.... la volontà diventa morale o
immorale secondo che liberamente accetta o rinnega il motivo morale, la legge
del bene. Nè può dirsi che la libertà escluda la responsabilità: ciò sarebbe
esatto solo nel caso che il fatto libero fosse considerato per sè stante e
isolato non solo dal suo motivo, ma dell’io stesso» (p. 221 seg.). Tutto ciò
non mi sembra nè decisivo, nè chiaro! 1 ). Cominciamo dal mettere la questione
sotto una forma ragionevole. Tizio ha un dovere da compiere. Per compiere
un’azione, per volerla s’ intende, ha un motivo, o diciamo una ragione. Può non
volere, s è un galantuomo? Il senso comune risponde: no. Si sente dire ogni
momento: il tale non è capace di fare o di non fare (di volere o di non volere)
questo e questo; lo conosco troppo bene. E se Peffetto non corrisponde all’aspettazione,
si soggiunge malinconicamente: m ero ingannato; il tale non è quel galantuomo
che supponevo. Ma Tizio (dotato anch’egli di senso comune) s’indispettirebbe:
come, non posso non volere? chi, o che cosa, mi ci sforza, dunque? Nessuno, e
niente; l’abbiamo riconosciuto. La volizione è un atto compiuto da lui. non
fattogli compiere; ma ciò non vuol dire, che non (') Cfr. gli Alti cit. del
Congr. di psicol.; p. 358. (v) Il libro di cui parlo, e di cui discuto soltanto
quelle dottrine, che non mi sembrano accettabili, è una prova, e non la prima,
dell' ingegno vivo e della cultura seria dell A. Ma venne scritto forse un
po'troppo alia lesta; certo, la chiusa n'è strozzata, eccessi¬ vamente
compendiosa, di fronte all’ importanza della materia trattata o piuttosto
sfiorata, e alla maggior diffusione d'altre parti meno essenziali. Chi credesse
che io, appartenendo ad un’altra scuola, non abbia la mente o l’animo
conveuientemente ben disposti verso le dottrine dell'A.. s' ingannerebbe.
Secondo me, bisogna che tulle le opinioni si facciano avanti, perchè ciascuna
produca, sulla cultura, gii utili elfelti di cui è capace; un*opinione, che
dominasse da sola, finirebbe con 1‘esser male interpretata, col diventar un
dirizzone. Questo solo domando ad una filosofia: che risponda seriamente alle
obbie¬ zioni serie; o che, se non può, riconosca in sè una lacuna (forse
colmabile col tempo; qualcosa rimarrà pur da fare anche ai posteri!). Una
filosofia cera non dovrebbe inai- Iterarsi a una simile intimazione. 1S sia un atto detertninato dal suo carattere
di galantuomo, e dalla notizia ch’egli aveva di quella ragione; da una
necessità intrinseca , non da una forza esterna; ma determinato ,
L’attribuzione giusta, che Tizio fa della sua volizione a se stesso, non prova
dunque, che la volizione non sia determinata; che poi la volizione sia
effettivamente determinata nel detto modo, risulta da ciò, che a Tizio, se non
la compie, mentre conosceva la detta ragione, verrà negato il carattere di
galantuomo. L'A., che sem¬ bra sostenere il contrario, dice in sostanza il
medesimo; « la volontà, » vaio a dire il soggetto, « diventa morale o immorale
secondo che libe¬ ramente accetta o rinnega il motivo»; Tizio dunque non è, ma
ogui volta che vuole, e secondo come vuole, diventa galantuomo o birbante,
èssen¬ dogli del pari possibile conformarsi alla ragione conosciuta e allonta¬
narsene, bisogna convenire, che quantunque la ragione e il suo contrario sian
cose in se stesse molto differenti; nondimeno Tizio è, di fronte ad esse, in una
posizione d’indifferenza. Se «la scelta originaria e fondamentale è una
posizione assoluta, e non ha la sua ragion sufficiente se non in se stessa, non
ha un motivo » (v. s. § 2); se, in ultimo, quei motivi secondo cui ci si regola
« uoi li pre¬ feriamo perchè li preferiamo, li vogliamo perchè li vogliamo» (p.
211); negare che il soggetto, nel deliberare, si trovi in una condizione d
indif¬ ferenza, è quanto negare il tempo e sostener la realtà dell'accadere.
Ora, un soggetto indifferente potrà liberamente accettare la legge; ma, dal
momento che vuole senza un motivo, l'accetterà, non perché la legge è la legge,
bensì per capriccio. Quindi, o le categorie morali non hanno senso, o al
soggetto è applicabile soltanto quella di malvagità. Respon¬ sabile il soggetto
rimane, in quanto sopporterà le conseguenze del suo aver volulo; ma queste, se
favorevoli, non saranno mai da considerare come un premio. Chiudo con due
parole, che non si riferiscono al libro del Calò, ma che potranno chiarire
qualche punto della discussione precedente. Agli argomenti da me addotti altra
volta('), per dimostrare non esserci via di mezzo fra il determinismo e
l’indifferentismo, il sig. Caviglione oppose « che talvolta 1' uomo opera non
per un impulso ma per una ragione , ed anzi combatte un impulso con una
ragione. In tal caso non vi è de¬ terminismo , perchè una ragione è una
possibilità, un astratto, un’ idea e non una realtà e quindi nemmeno un
impulso; nè d'altra parte vi è indifferentismo, giacché l’uomo allora opera
secondo una ragione e per ( 8 ) Se l’operare dell'uomo non fosse determinato
Idal carattere e dai motivi) « non avrebbero senso le varietà dei caratteri; le
distinzioni espresse dicendo: questi è buono, questi cattivo, questi energico,
quell* altro indolente, ecc., non si sarebbero potute for¬ mare * (Atti ('il.,
p. 253 1 ; 1' umanità, infatti, sarebbe una collezione caotica di creatori
capricciosi. f *C 0( 16 una ragione» ('). Certo, non vi è indifferentismo; che
per altro non vi sia determinismo il sig. C. non avrebbe potuto inferire da
ciò, che la ragione non è un impulso, se non si fosse arbitrariamente messo in
testa, che il solo determinismo possibile stia nel ridurre le ragioni ad
impulsi; come se per far movere un uomo non ci fosse altro mezzo cha gli
urtoni! Le ragioni sono incapaci di operare come la realtà, sapevamcelo; ma
sono perciò incapaci di operare? Il sig. C. s'immagina d’aver confutato il
determinismo, laddove non ha fatto che rilevar la trita distinzione tra il
determinismo degi’ impulsi e quello dei motivi. « L’uomo », soggiunge, « è
appunto libero quando e perchè può astrarre e riflettere» (*). Questo si chiama
sfondare degli usci aperti. L’attitudine ad astrarre e a riflettere imprime
alle azioni dell’uomo che la eserciti un carattere, che le distingue da quelle
de! bruto, e anche da quelle dell uomo che in un dato caso non astragga nè
rifletta; un tal carattere si esprime dicendo libere le dette azioni. Abbiamo a
fare qui col concetto comune (volgare) di libertà, sul quale nou è possibile
una controversia sensata. Di ben altro si tratta. L’uomo, che astrae e che
riflette, è poi metafisicamente libero di volere come se non avesse astratto nè
riflettuto? Posto che sia, non si dovrà dire che la volizione è indifferente ai
risultati dell'astrazione e della riflessione? ( 3 ). B. V a it i sco ('/ Aiti
cit p. 354. <*l Ibid. P) Al sig. Caviglione « importa far sapere che le
ulteriori spiegazioni date . da me verbalmente al congresso ricordato, in
risposta alle sue obbiezioni, e non riferite negli Atti, « non hanno menomata
la sua difficolta . (Alti cit., p. 354, n.|. Ossia glimporta far sapere, che ha
ragione lui. Voglio anch’io contribuire alla soddisfazione del suo desiderio. E
non mi lamento, se il compilatore degli Atti diede al solo sig. C. l'oppor¬ tunità
di pronunziare una sentenza deiinitiva Di farmi giudice in causa propria io non
no desiderio, nè bisogno. FASCICOLI ARRETRATI s’invieranno, a porto assegnato,
e dietro invio del prezzo indicato: l’annata semestre a L. una : i fascicoli
Marzo-Dicembre 1904 per L. quattro: J'intiera annata 1906 per L. sei: i nove
rimanenti fascicoli disponibili, delle varie annate, per L. tre; o per L. una.
a ogni richiesta, minima, di tre. Complessivamente, tutti i fascicoli giacenti
saranno ceduti per L. 12 (anziché 14). Dei fascicoli cedibili riportiamo più
sotto i sommari. Si ommette la parte bibliografica, ecc. (Spedire
cartolina-vaglia, anticipatamente, ai prof. GIOVANNI MARCHESINI, Padova).
Volume I f) - Luglio: E. Z AMOHANI : Ilella continuità del progresso intellettuale.
- A. Mariio : Sulla educabilità dei degenerati inorali. - G. Tarozzi: La crisi
del positivismo e il problema filosofie). — Agosto: A. Faggi : Un'antinomia
dello spirito umano. - G. Marchesini : il fatto minimo e la continuità
naturale. - L. Lkynariu : Per la critica d’ arte. — Settembre: V. Gemini : Dell
- osservazione psichica esterna. - G. Marchesini: c. s. - M. Pn.o : Stato e
Chiesa in Italia. - G. Sergi : La cura e l’educazione ilei fanciulli
deficienti. — Ottobre: P. Possi: La niente di G. Maz¬ zini e la
psicofisiologia. - F. LuzzaTTO: La morale sociale di Iacopo Stallini. - F. Pik-
tiiofaolo: 11 genio. — Novembre: A. Groppali : 11 nuovo indirizzo della
sociologia americana contemporanea. - 0. Tarozzi : Per una critica del
determinismo. - II. Bianchi: Gli studi religiosi in Italia e il prof. Labanca.
- V. Vitali: La scuola e l’accresci¬ mento della pazzia. - B. Attolico:
Sull’educazione sessuale. Ardigò: 1! conoscere nella filosofia del medio evo e
nell' attuale. - R. Bianchi : c. s. - G. Pighini La funzione evolutiva del
dolore e del pessimismo. - N. D’Alfonso: Per le prime nozioni d’ una grammatica
logica. AriUGÒ: L’indistinto e il distinto nella formazione naturale. - G.
Dandolo : Intorno al problema psicologico. - G. Marchesini : Il simbolismo
nella conoscenza. - A. Martinazzoli: La pedagogia moderna. — Febbraio: A.
Faggi: Questioni logiche e psicologiche. - G. Taiiozzi : La Filosofia del
dolore e l’arte. - A. Baratono: Sulla classificazione dei fatti psichici. - V.
Benini : Del libero arbitrio — Giugno-Luglio: R. Ardici 1 : 11 noumeno di E.
Kant. - R. Die la Grasskrie: Du ròle auxiliaire et supplétif de la pensée pure
dans le langage. - N. D’Alfonso: 11 Re Lear. - (5. Gentile: Discussioni
pedagogiche. - A. Poloni: L’insegnamento della morale nelle scuole normali.
Volitino 111 (1900) - Agosto: R. Ardigò: L’atto umano antiegoistico. - G.
Villa: Sulla psicologia contemporanea. - V. Benini: Del valore dei sentimenti.
- F. Del Greco: Sulla psicologia della invenzione - V. Woi.f-Bassi : In difesa di
l’esta- lozzi. — Ottobre: II. De la Grasserie : Du but et des efi'ets de la
pénalité. - E. Troilo: La filosofia di G. Bruno. - C. Ranzoli : c. s. - U.
Pizzoli: Laboratorio di Pedagogia scientifica in Crevalcore. — Novembre: G.
Zuccantk : Da Democrito a Epicuro. - R. De la Grasserie: c. s. - A. Faggi: Sui
limiti del determinismo scientifico. -
Aprile: P. Orano: Carlo Cattaneo e la sua dottriua scienti¬ fica. - R. Marini:
Considerazioni sull’ opera omerica e la filosofia greca (eont.). - R. De la
Grasserie: Du ròle psychologique et sociologique du monde et de la mode
(coni.). - V. Vitali: La politica della Scuola. - E. Zamorani. Filosofia e
filosofia. : V. Benini: La felicità negativa. - A. Martinaz- zoli: Intorno alle
dottrine vicinane di ragion poetica. - A. Baratono : Energia e psiche. - P.
Rossi: Per la storia della psicologia collettiva. - A. Renda: Le pazzie
sociali. - S. Gilffrioa : Comlmoni generali Us.l istruzione puu-‘iu G. B.
Milesi : L'i ipotesi della gravità nella biologia. - F sociale di Carlo Cattaneo.
- M. Pilo: Baudelaire estetista, in sociologia. - F. Dei. Greco: c. s. -
GACbbca : Pedagogi ■ Coalizioni generali dell'istruzione pubblica in Italia. —
Settembre:' L’ ipotesi della gravità nella biologia. - F. MoMK^ano : 11
pensiero ‘. rv o..~. ... i o Cattaneo. - M. Pilo: Baudelaire estetista. - F.
Puglia: L’individuo , _ g*Cksca : Pedagogia e pedologia. - G. Caras- III
DUt-IVIVglU. . g A l,i ; Una lacuna uella trattazione aristotelica dello
spazio. - Marzo-Aprile: G. Tarozzi:
Libertà - G. De Angelis: Brano di logica formai*. della geologia (Stratigrafia)
- C. Ranzoli: c. s. - G. Del Vecchio: Diritto e personalità mu*na nella stona
del pensiero - F. Moffa : L'etica di Democrito - G. Trespioli : Il pensi--,
^giuridico e sociale d'Italia nell evo moderno Maggio-tìitlgllO : - G. A.
Colozza-G. Marchesini: La coordinazione delle materie e gli insegnanti spe¬
ciali nelle nostre «cuoi -, medie - G. Vailati : A proposito di un passo del
Teeteto e di una dimostrazione di Euclide - F. Moffa • o. s. - G. Trespioli: c.
s. - C. Ranzoli: «R&vbla 'Ielle api» di G. Mandeville. - F. Momigliano: c.
s. - G. PREVBB^a confessioni nel B^ffismo e nel Cristianesimo (Nota). —
Settembre-Ottobre: R. AròkJò: ( onoseers - . G Marciiesin i: Verso il nuovo
idealismo? - A. Ferro: 11 materialismo - G. Chiabra : 5W-V M. Montkssori :
Influenza delle condizioni di famiglia sul livello intellettuale de'gli scolari
- F. Pietropaolo: Questioni psicologiche. — Novembre-Dicembre: R. Ar- digò:
Pensare - Volere - G. Brunelli: 11 concetto di individuo in biologia. - G.
Allara: Coscienza, sentimento dell’io, autocoscienza - G. Calò: Del preteso
paralogismo di Melisso di Samo. • Voi. XIV fi906) - Gennaio-Febbraio: Armgò :
La filosofia oggi nel campo del sapere. - G. Marchesini: L’equivoco della coscienza
moderna. - G. Tarozzi: L’ispi¬ razione umanitaria nell'Arte (Morale ed Arte). -
B. Varisco: I diritti del sentimento - L. Limentani: Per una teorica della
previsione sociologica. - M.Barillari: Le nuove esigenze della filosofia del
diritto. - R. Mondolfo: Di alcuni problemi della Pedagogia contemporanea. —
Marzo-Aprile: Ardigò: Atto riflesso e atto volontario. - G. Dan¬ dolo; Studi di
Psicologia gnoseologica. - !.. Limentani: c. s. - R. Mondolfo: c. s. - C.
Ranzoli: Positivismo e idealismo. - G. C. Cantalamessa : Scienza e fede. - G.
Mar¬ chesini: Per un questionario sull’insegnamento della filosofia nella
Scuola media. - G. Calò: Studi di filosofia morale. — Maggio-Gingilo: C.
Ranzoli: Sulle origini del mo¬ derno idealismo. - G. Dandolo : c. s.-F. Pietropaolo:
11 positivismo di \ incenzoDe Grazia. - E. FoÀ : Le guide di Dante nella Divina
Commedia (Note di Pedagogia). - F. Galoi: La teoria dell’equilibrio in
Patologia. * Voi. XV (Ì906) - Luglio-Settembre: Ardigò: 1 tre momenti critici
della gno¬ stica della'Filosofia moderna. - F. Severi: Problemi della Scienza.
- P. Rotta: D‘una Psicologia pragmatica della credenza. - G. Marchesini :
Miseria e incongruenze della Pedagogia nazionale. - C. Ranzoli: Per
l'originalità del pensiero italiano (A. Binet e R. Ardigò). - G. Mazzalorso: La
quAla aristotelica (come fondamento di una distinzione fra morale e diritto). -
G. A. Colozza : Storia dell’istruzione e dell’educazione. — Ottobre-Dicembre:
Ardigò: 11 sogno della veglia. - G. Dandolo: La Metafisica della sensazione -
G. Tarozzi: Il Professore di Scuola media e il suo futuro còmpito civile e
morale (in memoria di G. Kirner).— Antonio Marchesini: Appunti sulla Pedagogia
di A. Schopenhauer. - A. MaROCCI: Per un nuovo ordinamento degli stqdi
filosofici in Italia. - R. Mondolfo: Intorno al Convegno filosofico di Milano.
- G. Marchesini: I con¬ corsi per esame. - L’istituto di Pedagogia sperimentale
di Milano. Bologna - Stabilimento Poligrafico Emiliano - Piazza Calderini, 6
(Palazzo Loup) LA FINALITÀ DELLA VITA © CAT gn PCS i - È Lu
<< a SCSI 2. wunderbar im hochsten ci Grade ‘ist und bleibt das Beginnen
- Per eines zweckmAssigen Naturlaufes. e! si ni " p « . . - - E RI
(Herbart, Fin. in. d. Phil. $ 155). SETA SII Via 9% >< » CHA A | “2 «
Ogni fatto cì si presenta sempre in relazione con degli altri. Queste
relazioni, o passano tra un fatto e dei prece- denti, e si dicono relazioni
causali; o sono dirette a rea- lizzare un'armonia, la regolarità d’un processo,
e si dicono relazioni finali. La scoperta così delle une come delle altre
nell’accadere biologico è l’ intento dell'analisi scientifica. Teniamo dietro
all’ embriologia d’ un fiore: vedremo for- marsi e crescere de’ gruppi di
cellule, il che a parer no- stro costituisce le condizioni causali della
formazione del fiore; ma se volessimo descrivere questo processo, senza
riguardo ai fini verso dei quali converge, mancherebbero, alla nostra immagine
della natura, ì tratti più essenziali. Così essendo, non si può non rimanere
stranamente mera- vigliati, quando si legge, che il solo vero problema della
fisiologia consiste nell’ esporre le connessioni causali dei fatti biologici,
quando si sente parlare con disprezzo della (1) A proposito di una recente
pubblicazione: J. Reinke, Philos. d. Bo- tanik; Lipsia, Barth, 1915; pp. VI,
201; in citaz. R. Rivista Filosofica. valutazione teleologica delle strutture e
dei processi. Certo, nessuno può, nell’ analisi scientifica dell’ organismo,
tra- scurar le relazioni causali; la causalità vale nell'organismo così
universalmente come nella natura morta, come in ogni accadere, materiale o
psichico. Ma non per questo le connessioni finali sono meno importanti; anzi,
nell’ orga- nismo, sono molte volte più chiare e più certe, che non le causali.
Il penetrare dell'amido nel tubero della patata è in dipendenza funzionale dal
bisogno della pianta, rispetto alla sua durata nel prossimo periodo vegetativo:
la prepa- razione e l'azione della diastasi, dalla necessità che quel- l’amido
venga disciolto, per il germogliare de' nuovi ram- polli; come la formazione
del fiore è in dipendenza fun- zionale dai semi che si debbono produrre, Qui,
le condizioni dell’ accadere sono posteriori nel tempo all’ accadere mede-
simo. Naturalmente, le medesime connessioni sono anche rappresentabili
causalmente. I nuovi rampolli non possono germogliare dal tubero, se in questo
non era accumulato dell’ amido, e se l’amido non veniva sciolto dalla diastasi;
i semì poterono maturare soltanto, perchè al loro sviluppo precedette la
formazione del fiore. Similmente possiamo dire : le corolle ed il miele (1)
servono di allettamento agli insetti (2); oppure: gl’insetti volano sui fiori,
perchè al- lettati dalle corolle vistose e dal miele. In tutti questi casì
vediamo connesse relazioni causali e relazioni finali; e, negli organismi
precisamente come nelle macchine, la cau- salità viene in servizio della
finalità. Sarebbe insensato volersi rappresentare una macchina senza la
relazione (1) I succhi zuccherini, con cui le api formano il miele, ma che sono
cer- cati avidamente da moltissimi insetti. (2) Le cuì visite ai fiori hanno,
com'è noto, un’ importanza capitale, per la fecondazione. finale tra le sue
parti; del pari, la pretensione di spie- gare causalmente un organismo,
trascurando le relazioni finali tra le sue parti, non avrebbe nessun interesse
scientifico. La spiegazione causale, sufficiente in fisica, già diviene
incompiuta nella dottrina delle macchine; in fisio- logia, la considerazione
causale e la finale sono ugualmente giustificate; non è possibile astrarre più
dall’ una che dal- l’altra ». (R., pp. 22-28; v. inoltre pp. 28-34 parecchi
esempi caratteristici, che provano la finalità biologica, e l’ impos- sibilità
di trascurarla in uno studio scientifico della vita. Rilevo questo passo, p.
34: Eulero disse, che l’ occhio, in finalità, oltrepassa qualsiasi macchina;
non importa, se i moderni vi hanno scoperto qualche secondario difetto di
costruzione: la finalità dell'occhio è quella, che poteva bastare). Ritengo
anch'io, che, in linea d'osservazione, tanto siamo autorizzati e obbligati a
riconoscere una finalità nella vita, quanto a riconoscere la mancanza di
finalità nell’ ac- cadere inorganico. Una distinzione è data; così chiara e
precisa, come qualunque altra, o più. « Mentre nella fisica e nella chimica sono
applicabili soltanto le considerazioni causali, nella fisiologia si devono
introdurre insieme e le causali e le finali. L'accadere puramente fisico è
a-finale; in questo senso vale il detto di Kant, esser il fine estraneo alla
natura; ma d'altronde anche gli organismi e il pro- toplasma vivente son
estranei alla fisica e alla chimica; nelle proprietà delle singole combinazioni
chimiche e dei processi fisici come tali non si trova niente, che si possa
chiamare fine ; questo apparisce soltanto nel modo, con cui quelle combinazioni
e quei processi vengono a connettersi negli animali e nelle piante. Senza
connessioni finali, un Otganismo non può esser pensato; per ciò la biologia non
Fa E può esser definita come semplice fisica o chimica degli or- ganismi. Negando
la finalità negli organismi, sì negano: gli organismi; perchè senza finalità
non è concepibile nemmeno una macchina: ma ogni finalità, e nella mac- china e
nell'organismo, presuppone un meccanismo; perciò, connessioni causali e
connessioni finali sono strettamente. congiunte: due faccie d'un medesimo
fenomeno. Scoprire le connessioni finali negli organismi, è un problema di
scienza ; conoscerne il fondamento, è un problema di me- tafisica. Darwin fece
il tentativo, di trasformare in fisico questo problema di metafisica; il
tentativo non è riuscito. Perciò, in biologia, dobbiamo assumere la finalità
come qualcosa di dato; e precisamente come un fatto dato »... (R. p. 35 sg.) 2.
Vediamo di non lasciarci fuorviare da concetti filosofici. confusi e imprecisi.
Cercare il fondamento delle connes- sioni finali date, è, dice il R., un
problema di metafisica. Se, con questo, vuole soltanto significare, che il
biologo come tale non ha obbligo, né mezzo, di risolvere il pro- blema, io non
bo niente in contrario. Ma se intende che il problema sia intrinsecamente
insolubile, od immaginario, faccio per mio conto le più ampie riserve. Ecco qui
due fogli di carta, uno bianco e uno gialliccio. Son tolti da una stessa risma,
e identici: salvochè il secondo fu tenuto. per qualche tempo in un luogo umido.
Con questa sp?e- gazione, la differenza di colore non è soppressa; rimane un
dato di fatto, precisamente come prima. Se a voi preme soltanto di riconoscere
il dato qual’ è, avete il diritto di prescindere dalla spiegazione; potete, in
un certo senso, chiamarla metafisica, e lavarvene le mani; con che per altro
non avete punto escluso che sia vera, e così positi- vamente certa, come
l'osservazione a cui vi limitate. Bevo due sorsi da uno stesso bicchiere, l’
uno prima, l’altro dopo di aver gustata una certa vivanda; provo due sa- pori
differenti. La differenza dei sapori è innegabile; ma è tuttavia manifesto,
esser lecito e obbligatorio affermarla soltanto come fenomeno soggettivo. Nel
passo ultimamente citato del R., ho notato, sotto- lineando, che la finalità
viene da lui chiamata indifferen- ‘temente, a poche linee di distanza, un fatto
e un fenomeno. L' usare questi due termini come sinonimi è una consue- tudine
ammissibile nella scienza, dove sì è molto ben d’ac- cordo su ciò, di che si
tratta; ma equivoca in filosofia (1). Essenziale ai fatti è l’ indipendenza, ai
fenomeni la dipen- denza dall’ osservatore : la rotazione della terra può
essere un fatto: il veder io tramontar il sole è di certo un feno- meno. La
questione gnoseologica, se accadano veri fatti, o se l’accadere sia soltanto
fenomenico, dobbiamo qui lasciarla in disparte. Ha ragione il R.: se la
finalità fosse un sem. plice modo nostro di concepire il dato, lo stesso
dovrebbe dirsi della causalità (p. 34); dunque, chi vuol ridurre a causalità ia
finalità, non può fondarsi ragionevolmente sul preteso carattere fenomenico di
questa. Si noti d'altronde: se la finalità non ci apparisse nella natura, che
in quanto fosse una forma inerente al nostro spirito, l’accadere natu. rale ci
apparivebbe tutto ordinato a de' fini; mentre non ci pare così ordinata che una
sua parte, relativamente pic- «cola (2). Il che vale in genere per la dottrina
(di Kant) (1) Ho seguito io pure la consuetudine, in parecchi miei scritti. Non
vo- glio far il pedante; ma un linguaggio preciso, benché non se ne debba
sperar troppo, è tuttavia da preferire. (2) Herbart, Einl. in d. Phil., ed.
Hartenst. delle forme inerenti allo spirito. Ammettendola, bisogna dire, dello
spirito, che tenga pronto per ogni dato l’ in- sieme delle sue forme, sempre le
stesse. Mentre poi di- stingue una varietà di dati, ai quali applica ora certe
forme, ora cert’ altre. Dobbiamo dunque riconoscere nel dato altrettante
relazioni con le nostre forme, quante son le figure, gl’intervalli di tempo, le
connessioni. causali, ecc., che troviamo nell’ esperienza (1); in altri
termini, che le forme, secondo cui si concepisce il dato, sian de- terminate da
certe proprietà corrispondenti del dato me- desimo. Ancora più in generale:
supposto (e non concesso} che la realtà esterna sia una formazione soggettiva,
si deve poi confessare, che il soggetto individuale (Tizio, che s' immagina di
conoscere una realtà esterna) è una forma- zione analoga. Sicchè, soggetto
viene ad aver due significati diffeventi. Primo, e in questo senso lo ditemo S,
come il substrato, o come il centro superiore d’ unità, di tutti i fenomeni.
Secondo, e in quest'altro senso lo diremo Z, come una formazione particolare,
come un centro minore d’ unità dei fenomeni, come quella tale persona
consapevole di sè; a cui è contrapposta un’altra formazione È, la realtà
esterna. Che, tanto Z quanto £, rientrino in S; sarà un vero metafisico, dal
quale per altro non è menomamente sop- pressa od infivmata la distinzione
osservabile tra 7 ed A. Quindi, confondere degli elementi di A con degli
elementi di I, non è essere kantiani più o meno conseguenti; è, senz'altro,
equivocare. La causalità, e la finalità, son ele- menti di A, non di Z.
Riconoscer questo, è confessarsi, nella sostanza, realisti; perchè, quanto alla
dipendenza di KR da S. e può esser interpretata in senso realistico, e non va
presa in alcuna considerazione, quando si tratta soltanto di sapere, in che
relazione sian tra loro certi elementi di R; nel nostro caso, la finalità e la
causalità. Ci pensino (se ne son capaci) i corifei di quel facile idealismo,
che ora dilaga per le vie, come il materialismo di trent'anni or sono. w
Qualcosa bisogna dire intoruo al concetto di causa. La critica di Hume, gli
argomenti, e le arguzie più o meno fine, del Mach, valgono contro il
pregiudizio, che noì, con le nostre leggi e con le nostre forze, si penetri la
con- nessione de' fatti nella sua natura, e si possa trarre par- tito da tale
notizia per prevedere con apodittica certezza il futuro (1). Ma non escludono,
che tra un fatto e certi precedenti o concomitanti, diciamo tra un fatto e
certe circostanze, vi siano delle connessioni. Delle quali, consi- derate nella
loro intrinseca realtà (in &, noi non abbiamo nè cì possiam formare alcun
concetto determinato; ma pos- siamo e dobbiamo affermare indeterminatamente
l'esistenza; chi non si senta «’ammettere, che in un sistema, p. es. d'astri,
l’accadere possa risultare indifferentemente lo stesso o diverso, con qualunque
configurazione del sistema. Cosa, che non è ammessa nemmeno da BING SA TRIRISt,
perch' è în troppo manifesta opposizione con l’ esperienza. Gl' inde- (1) Di
questo pregiudizio è molto più facile farsi beffe, come n'è invalsa la moda,
che tentar di sostituirlo con un concetto più giusto. Così accade, che vi
sacrifichino tuttavia molti, che s' immaginano d° averlo superato. Per esempio
il R.; il quale non s'è accorto, che la spiegazione da lui data della finalità
con le sue dominanti, è appunto una delle pretese spiegazioni, messe in
burletta dal Mach; non s'è accorto, che citando e approvando il Mach e l' Hume,
tirava de’ sassi nella sua colombaja. terministi non credono, che una pietra,
toltole il sostegno, sia così libera d’andarsene dove le piace, come un uc-
cello a cui si apra la gabbia. Dicono bensi, che non po- tendo noi osservare le
minime particolarità di nessun fatto, non possiam nemmeno escludere, che in
queste mi- nime particolarità si nasconda qualcosa, che quantunque non sia
propriamente un capriccio (ne' fatti fisici!), vi equi- valga, quanto
all’accadere. Senza discutere a fondo questa singolare teoria (1), noterò, che
quando si vuole studiare la correlazione tra i fatti fisici e i fatti
biologici, così gli uni che gli altri vanno presi quali ce li dà l’ osservazione,
comunque imperfetta; l’almanaccare intorno a ciò, che (1) L'ho discussa nei
Paralip. alla conosc., art. La filos. d. conting.; e in Dottrine e fatti,
(Pavia, 1905) art. La necessità, L'acqua m'ha sempre disse- tato. Ma di quel
fatto, ch'è il dissetarmi, le minime particolarità mi stuggono; io dunque non
posso escludere perentoriamente, che l'acqua, e la mia gola, abbiano de'
capricci. Questi capricci, benché non escludibili perentoriamente, sono per
altro supposti, perchè i fatuù osservati non ce ne danno prova né indizio.
L'acqua m° ha sempre dissetato fino a tutt’ oggi; mi disseterà do- mani?
Affermandolo, io formulo un'ipotesi; ma formulo del pari un' ipo- tesi,
dubitandone. Con questa differenza, tra le due: che la prima è sugge- rita da
un'aspettazione, risultata finora degna della mia fiducia; mentre la seconda
non è suggerita che da un capriccio (si tratta qui d'un vero ca- priccio).
Quest* esempio dà una chiara idea comparativa di quello che siano, e di quello
che valgano, il determinismo e l° indeterminismo, in fisica. Il Vailati scrisse
in qualche luogo, se non m° inganno, che il determinismo consiste semplicemente
nell’ astenersi da quella ipotesi, che, pure al parer mio, é implicita nel
determinismo. Mh! Col semplice astenersi non si for- mula una teoria, non
s'ottiene un concetto: astenersi dal pensare a un modo, in quanto puro
astenersi, è non pensare, Il mio calamajo non é determi- nista ; ciò non vuol
dire, che sia indeterminista. L' indeterminista, non sol- tanto si astiene
dall’ ipotesi deterministica; ve ne sostituisce un’ altra; ri- man da sapere,
quale sia meglio fondata. Che il Poincaré sia indeterminista, a me non pare un
argomento. Il P. é un maestro in matematica; ma fosse anche un maestro in
filosofia, del che dubito: vogliamo rifarci daccapo & surare in verba
magistri? sarebbe forse rivelato da osservazioni, che nessuno ha com- piute,
non conclude. Una pietra cade sempre, toltole il so- stegno; e per tutte le
diversità osservabili tra caduta e ca- . duta, si osserva sempre una diversità
corrispondente di circostanze ; ecc. Questo è ciò che si vuol dire, quando si
afferma, che i fatti fisici sono determinati, o connessi con le circostanze; e
riman vero, qualunque capriccio si oc- culti nelle profondità dell’
inosservabile; sarà vero soltanto per i fatti presi all'ingrosso (come lì
osserviamo); ma noi, appunto, ci proponiamo di studiare la correlazione tra i
fatti fisici presi all'ingrosso, e i fatti biologici presi all’ in- grosso:
altra materia di studio non essendo in pronto, per ora. A proposito di
capriccio, o d'assoluto caso, è bene fer- marsi un momento a dissipare un
equivoco. Secondo Helm- holtz (R., p. 25), e secondo moltissimi altri, il
principio di causa non è che il presupposto d'una regolarità univer- sale
dell’accadere. E senza dubbio impossibile far delle pre visioni apoditticamente
certe a scadenza illimitata, se non sul fondamento di leggi note, che siano
senza eccezioni. E tutto quanto sappiamo di positivo e di ben determinato
intorno alle connessioni causali, si riduce alle leggi fisiche; il che spiega
perfettamente l'opinione dell’ Helmholtz. Ma io domando: può la fisica, o la
filosofia, dimostrare la va- lidità incondizionata di una sola delle leggi
fisiche? Non se ne discorre nemmeno (1). Esservi, tra i fatti, delle con-
nessioni causali, significa, soltanto, esservi, tra ciascun fatto e le
circostanze (ossia in ultimo tra vari fatti), una correlazione, la cui radice
reale ci sfugge per intiero, ma tale, che per ogni variazione in un accadere è
sempre as- (1) Io non ne discorro, perché ne ho discorso a lungo, ed
esaurientemente per quanto mi pare, altra volta : cfr. i miei scritti citati.
segnabile una corrispondente variazione nelle circostanze. Questo, non altro, è
il dato dell’ osservazione, il risultato .dell'induzione: tutto il di più, e ìl
diverso, è semplice . fantasmagoria. Se, ed in quanto, certe circostanze riman-
gono invariabili — e rimarranno, o no, secondochè l’ uni- verso è costituito
cosi o così; del che non sappiamo niente, o ben poco — certi fatti si
ripeteranno sempre } medesimi, si seguiranno con regolarità, od in sostanza
varranno sem- pre certe leggi. Ma le circostanze potrebbero anche variar in
guisa, che nessuna legge fisica formulabile da noi avesse più che una validità
limitata nel tempo e nello spazio. In questo caso, |’ universo, ad
un'osservazione abbastanza estesa el abbastanza lunga, risulterebbe affatto
ex-lege, l’accadere apparirebbe affatto accidentale; ma non perciò sì dovrebbe
dire, che i fatti non avessero delle cause, poi- chè quest’ accidentalità
sarebbe anzi un effetto delle cause naturali, sarebbe il risultato necessario
delle connessioni tra i fatti. L'identificare la causalità con la regolarità è
dunque uno scambiare l’oggettivo col soggettivo, elementi di R ed elementi di
/; un errore, che va evitato. Le leggi, note a noi, son concetti nostri; frasi,
o formule algebriche (p. es. /mm'/r?, che dà la gravitazione tra due masse m,
m' alla distanza r) con le quali esprimiamo il succedersiì de’ fatti, come
l’osserviamo; la connessione causale tra 1 fatti è invece quella proprietà
reale, incognita in sè stessa, perchè i fatti si succedono in quel modo che
osserviamo. Sarà, o non sarà, che de’ fatti si succedano sempre a un modo;
comunque, il concetto, che noi ci formiamo del loro succedersi, e la proprietà
del reale, per cui si succedono sempre o non sempre a un modo, non sono da
confondere. Come non sono da confondere le rappresentazioni di fine, proprie
soltanto di noi, e d'altri esseri più o meno simili a noi, con le condizioni
reali, perchè de’ fatti acca- dano così, da realizzare i fini che noi ci
ravpresentiamo. I fini, che noi ci rappresentiamo, sono elementi soggettivi,
appartenenti ad Z; le condizioni, perchè si realizzino, son elementi oggettivi,
appartenenti ad A. L'essere, queste con- dizioni, elementi di A, non è
certamente una ragione, perchè io le confonda con altri elementi di A; io devo,
anche in A, cercare con discernimento, non lasciarmi guidar dal caso, nè da un
mio preconcetto, nel prendervi o sce- gliervi i materiali per edificare un
sistema. Devo però aste- nermi, possibilmente, del servirmi d'un elemento di 7,
dove ne bisogna uno di A; il che sarebbe un crearmi all’inten- dere un ostacolo
diverso ma non meno grave. Il problema, che sì tratta di risolvere, la soluzione
del quale, benchè non sia di competenza dei fisici nè dei biologi, s' impone a
chiunque voglia farsi del mondo un'idea, che non sia l'ac. cozzaglia casuale di
più idee contraddittorie, ci si presenta ora con molta chiarezza. Accadono de’
fatti, connessi tra loro soltanto causalmente; che, per quanto ce ne dice l’os-
servazione (astrazion fatta da ogni filosofia, e da ogni cre- denza,
sistematiche) sono a-finali. Una pietra, scagliata sba- datamente da un
ragazzaccio, segue la sua trajettoria, senza deviarne perchè questa la porti a
passare per un luogo, dove s’ abbatte a trovarsi nel medesimo istante la testa
di un povero piccino. E accadono de' fatti, che sono eviden- tissimamente
finali; i fatti biologici (non questi soltanto sono finali; ma di questi soltanto
parliamo). Accadono, quelli e questi, nello stesso mondo; sono, in molti casi,
variazioni d'una stessa cosa, e gli uni e gli altri; hanno, gli uni con gli
altri, delle connessioni, la realtà delle quali non può assolutamente essere
negata. Le condizioni per l’accadere de’ fatti a-finali, e quelle, per
l’accadere dei fatti finali, nella realtà dunque non si escludono; rimane, che
siano da noi concepite in modo non contraddittorio ; che cioè possano
coesistere in Z i corrispondenti di condi- zioni, che in A di fatto coesistona:
ecco il problema. Come sì vede (se ne ricordino quei tanti, che per combattere
una dottrina scelgono la comoda via d’interpretarla a modo loro), non si tratta
di farci un concetto adeguato né della causalità nè della finalità; ma di farci
delle cose un con- cetto complessivo, inadeguato fin che si vuole, che non
escluda la reale compatibilità delle eause e de' fini; un concetto, che non sia
la pura giustaposizione di due con- cetti contraddittori. Dobbiamo, come dissi
cento volte, non spiegare la realtà, che non è spiegabile; ma ingegnarci di
mettere un po' di coerenza in quel che ne pensiamo. 4. Il R. introduce
un’intiera gerarchia di forze. Si hanno forze energetiche (1) e forze non
energetiche; suddivise, queste ultime, in forze di sistema, dominanti, e forze
psi- chiche (p. 39 sg.). Forza poi significa: « tuttociò che opera, e produce
qualche variazione ». In accordo con Hume: « la forza è l'attività producente,
il nesso causale, consi- derato dalla parte della causa; » e con Helmbholtz: «
la legge, riconosciuta come potenza oggettiva, dicesi forza ». Con ciò,
soggiunge R., « l'idea di forza è definita con tutta la precisione desiderabile
» (p. 38). Questa precisione a me non riesce di vederla. Attività, causa,
forza, potenza, power, (1) Al R. non è ignota la distinzione, che i fisici
fanno tra forza ed energia ; il suo linguaggio per altro non ne tiene il debito
conto, e dà facilmente luogo a degli equivoci. Ma per noi la cosa non ha grande
importanza, © nou c'insisto. nai — se n — Machi, IWirksamkeil, produrre,
hervorrufen, hervorbrin- gen, ecc., ecc., son parole, ciascuna delle quali non
ha un significato, che in quanto accenna vagamente ad una stessa proprietà del
reale, al determinismo dei fatti. Perciò la defi- nizione addotta si riduce ad
una mera tautologia (1). « Nella scienza della natura in generale, e nella
biologia in parti- colare, non è possibile », dice il R. (pag. 37), « far a
meno. dell'idea di forza ». Poichè i fatti ci risultano determinati ; vale a
dire: poiché l'osservazione ci rivela una corrispon- denza tra i fatti e le
circostanze, sicchè quelli si ripetono o no, secondochè queste durano o mutano;
è manifesta l'impossibilità di riflettere sulla natura, senza pensare al
determinismo de’ fatti; di parlarne, senza una parola cor- rispondente; e sia
p. es. forza. Quel pensiero, affatto ge- nerico, non costituisce la cognizione
determinata d’alcun processo naturale; dobbiamo ingegnarci di procacciargli una
più grande ricchezza e varietà di contenuto. Ma non ci si riesce col semplice
assumere, che il significato di forza si risolva nella somma dei significati di
più altri termini (forza energetica e non energetica, ecc.), se il significato
di ciascuno di questi è sempre soggetto alla medesima es- senziale indeterminazione.
Poichè l'oggetto del nostro studio è la realtà, le parole di cui facciamo uso
‘non possono avere un significato che valga, non servono a ordinare i nostri
concetti, e a farli meglio corrispondere al reale studiato, che in quanto
esprimono de’ dati precisi d’osservazione. Se mi si dice, che il tal corpo cade
in virtù della gravità; che il tal altro si dilata, in virtù dell'energia
termica; io ne so in ultimo quanto prima. Il mio sapere non s’accresce, che
osservando certe correlazioni tra fatti. Tra i movimenti (1) « Der in dem
vorliegenden Buche entwickelte Kraftbegriff ist unklar und vieldeutig »; cosi
C. Detto, in una recens. del libro del R.: Deutsche Literatztg, a. 1905, n. 47.
de’ pianeti, e le loro posizioni rispetto al sole; tra l'arro- ventarsi d'un
pezzo di ferro e la combustione che accade in un fornello; vi sono delle
correlazioni, che io posso co- noscere ; tutte le mie cognizioni determinate
circa la na- tura son di questo genere; le parole con cui le esprimo, non hanno
un significato al mondo, che in quanto servono ad esprimerle. Ci sono delle
forze energetiche, o, in ter'- mini più esatti, delle energie. Vale a dire?
Vale a dire. nelle variazioni fisico-chimiche si riconoscono certe rela- zioni
numeriche tra quantità osservabili, sian le quantità d'una medesima specie, o
di specie diversa (qualitativamente uguali o disuguali). Un pendolo, in
posizione inclinata, pos- siede una certa energia potenziale ; ossia, è in
condizione di moversi, rimosso l'impedimento. Rimovo l’impedimento: il pendolo
discende, acquistando un'energia cinetica, e per- dendo parte dell'energia
potenziale. Arrivato al punto più basso della trajettoria, risale, fino ad
un'altezza pari a quella da cui è disceso: perciò, l'energia cinetica
acquistata si considera come equivalente alla potenziale perduta. Mentre si
move, urti contro un ostacolo, e si fermi: l'energia ci- netica è svanita,
senza che la potenziale sia cresciuta; ma, ecco, apparisce una forma nuova
d'energia, termica p. es.; la quale pure si considera, per analoghe ragioni,
equivalente all'energia cinetica svanita. E via discorrendo. Queste son
cognizioni, di fatti e di relazioni tra fatti, certe; concetti, di cui non
abbiamo presentemente alcun motivo per non ritenerlì adeguati (1). Ma che delle
energie, d’una a (1) È accaduto per l’addietro e accadrà molto probabilmente
anche in avvenire, che un aumento di cognizioni ci faccia riconoscere un errore
in quella, che ci pareva una verità indiscutibile. Ma fondandoci sulle
cognizioni che abbiamo, si fa qualcosa, utile anche ad una loro successiva
correzione; fantasticando su delle cognizioni, che forse non si realizzeranno,
benché cre- dute possibili ora da noi. si buttano il tempo e la fatica. sola
specie o di più, esistano come cose reali, io, per quanto sia realista, non mi
vedo necessitato nè autorizzato ad as- sumere; l’ammetterlo mi sembra un
trasportare, affatto inopportunamente, in A degli elementi di /. Sicchè, quando
il R. riferisce alle sue dominanti, come alle vere cause, la formazione di
nuovi tessuti, ecc., non mi sembra faccia niente di più di quelli che
riferivano l’azione dell’oppio alla sua virtù dormitiva. Tra i fatti dell’orga-
nismo e quelli del mondo inorganico, vi sono, e delle diffe- renze, e delle
correlazioni, manifeste. La questione se l’ac- cadere organico sia o non sia
irriducibile all’inorganico, ed in che senso gli sia irriducibile, dato che
sia, come pare anche a me, non è risoluta, non è neanche messa in termini
chiari, se non come concernente il modo, che di necessità non dev’ essere contraddittorio,
di concepir insieme le differenze e le correlazioni. Così le une, come le
altre, dovrebbero esser concepite, secondo che si osser vano. Poichè non
accadono i soli fatti osservati, supporre qualche fatto ben determinato, non
essenzialmente inosser- vabile. non è del resto illecito; e può esser
necessario, non volendo lasciar indiscusso l'importante problema. Una tale
supposizione, quando per suo mezzo si elimini, tra de’ nostri concetti,
un’antinomia, che non sembri eliminabile altrimenti, possiede una vera utilità,
fors'anche una grande probabilità. Ma incaricare indelerminatamente una forza
di ciò che dev'esser fatto perchè le cose vadano, non è, neanche, forvmular
un'ipotesi discutibile ; è, soltanto, un riesprimere in termini apparentemente
risolutivi lo stesso problema che si dovrebbe risolvere. Dire, che i fatti
orga- nici hanno per cause le dominanti, forze inconsciamente intelligenti e
finali; non significa nient'altro, se non che que' fatti sono irriducibili
agl’inorganici, senz’ajutarci a conciliare l’irriducibilità e la connessione
(1). Io non par- tecipo al pregiudizio, comune secondo il R. (p. 37), in fa-
vore delle forze meccaniche ; mi rifiuto di cousiderar la forza, meccanica o
no, come un deus ex machina. Inoltre: una difficoltà gravissima, finora non
superata da nessuno, contro l’intervenzione, in un sistema d’energie fisiche,
di forze non energetiche, (astrazion fatta dalle forze di sistema, di cui
parlerò più oltre, e che assolutamente non si posson dire forze, a nessun titolo),
(p. 39 sg., cfr. p. 43); è costituita dalla permanenza dell’ energia fisica. Il
R. riconosce questa permanenza; ma s' immagina di vincer quella difficoltà,
considerando, col Mach, la permanenza come valida nel solo campo del mondo
inorganico. Stiamo ai fatti. Un uomo lavora in un ambiente chiuso. Respirando,
brucia una quantità, misurabile, di carbonio; la quale, bruciata in un
fornello, avrebbe sviluppato a calorie. La temperatura dell'ambiente sale di
alcuni gradi, corrispon- denti alla comunicazione di d calorie. Infine,
l'equivalente termico del lavoro compiuto sia c calorie. Discutendo 1 ri-
sultati di molte osservazioni, si conclude che a — db + c. Bruci
nell'organismo, o in un fornello, un tanto di car- bone dà sempre un ‘tanto di
calore. Dunque, non equivo- chiamo. Che in tutto l'accadere siano riconoscibili
delle energie permanenti, non sta; non se ne riconoscono, p. es., nell’accadere
psichico. Ma le energie fisiche (s'intende, la loro somma, in un sistema
chiuso) rimangono permanenti, anche se prendono parte alla vita. E ciò sembra
escludere, che i fatti fisici, a cui danno luogo gli organismi, sian
condizionati ad altro, che a circostanze fisiche. Salgo una scala : l'energia
potenziale del mio covpo cresce. L'aumento (1) « Die Dominauten sind nichts
anderes, als der zur Ursache germachte Inhalt ihres Begriffes »; Detto, l. c. è
compensato da un’equivalente diminuzione d’altre energie. Se, data (o non data)
quella certa condizione d’ equilibrio tra le energie del mio corpo e
dell'ambiente, il mio innal- zarmi potesse tuttavia non accadere (o accadere),
una certa quantità d'energia fisica potrebbe venir distrutta (o creata). Con
questo, io non ho spiegato nulla. Dunque, non m'op- ponete, ch’io pretenda
ridurre a fisico tutto l’accadere ; il che io non pretendo punto nè poco. Di
fatti fisici, senz'an- tecedenti fisici, non s'ha un esempio certo (perch’io
mova un braccio, il mio volerlo movere non basta, si richiede inoltre
l'integrità d'un nervo ecc.); ammettere che n’'acca- dano è formulare un'ipotesi.
Chi vuol giovarsi di quest’ipo- tesì, contro la quale io non ho alcun
pregiudizio aprioristico, deve, almeno, formularla in guisa, da eliminarne ogni
re- pugnanza con de’ fatti accertati. Ossia deve sciogliere la difficoltà. che
ho messa in rilievo. load de Molto più delle forze immaginate serve a chiarire
il concetto della vita il paragone tra gli organismi e le mac- chine. Una
macchina è un sistema fisico, in cui l’accadere si compie bensì all'infuori
d'ogni finalità, del tutto cau- salmente; ma in guisa da realizzare certi fini;
e ciò in grazia dell’aveve la macchina una certa struttura. Un or-o ganismo è
pure un sistema fisico, dotato d'una certa strut- tura. È vero, che gli animali
danno luogo anche a dei fatti . psichici, assolutamente irriducibili ai fisici;
ma qui ci pro- poniamo di parlare di quel solo accadere degli organismi, ch'è
osservabile, o certo non essenzialmente inosservabile, dall’ esterno. V' è,
negli organismi, un accadere fisico, la cui finalità, manifesta, è indipendente
dalla psiche: la vita Rivista Filosofica. delle piante, e quella che si. dice
vegetativa negli animali, mancano d'un correlato psichico. A parte l’accadere
psi- chico, pare a me, che la finalità dell’ accadere fisico ne- gli organismi
si possa. come nelle macchine, riferire alla lovo struttura. Il che viene
sostanzialmente ammesso, fino ad un certo segno, dello stesso R. (1). Dicono i
vitalisti, che nell’ accadere organico si manifesta l’attività di certe forze,
diverse da quelle riconoscibili nel semplice accadere fisico-chimico. Se questo
sia positivamente accertato, non (1) Secondo il R., dalla struttura dipendono
certe forze speciali, Syste- mkréfte, alle quali è dovuta l’ influenza causale
della struttura (p. 40). II concetto di forza viene qui applicato molto male a
proposito. Coi concetti di spazio e di tempo — di certe figure, d' una certa
loro distribuzione, e d° un certo variare di questa — non si costruisce la
fisica. P. es.: i centri di due sfere geometriche distinte possono venir a
coincidere; ma che cosa accadrà, se due sfere fisiche si vanno incontro lungo
la retta dei cecstri? Per costruire deduttivamente la fisica è necessario
assumere certi postulati, ricavabili soltanto dall’ osservazione. S' intende,
che le deduzioni sono con- formi all' accadere, in quanto, e finché, i
postulati esprimono le relazioni effettive tra’ fatti. Il contenuto positivo
del concetto di forza (o d° energia; per noi la distinzione non importa), ciò
che in questo concetto vi è di ben determinato e d’ applicabile in fisica, è costituito
per intiero dai detti po- stulati. I quali, e includono i concetti di spazio e
di tempo (l'accadere fisico essendo spaziale temporaneo), e consistono appunto
nell’ affermare certe re- lazioni tra degli elementi e la loro distribuzione,
tra una distribuzione e le sue successive. Donde viene, che il supporre, oltre
a certe. forze fisiche, a, db, c,..., dell'altre forze, f,, fe. ..., dipendenti
dalla distribuzione delle prime, non abbia propriamente un senso; il fattore,
costituito dalla distribuzione, essendo già incluso in a, db, cy... Io non
faccio il processo alle frasi; ma non voglio che s°interpretino ‘alla lettera,
convertendole in errori, delle frasi, giustificate soltanto dal desiderio di
evitare gl’ impicci d' un linguaggio sempre e inappuntabilmente esatto. Si
potrà dire, pi es.: in meccanica celeste, si deve tener conto della
distribuzione degli astri, ol- treché delle attrazioni. Niente di male; purché
non ci ei metta in mente, che fra gli astri operi una forza altra dall'
attrazione, e proveniente dalla distribuzione; che sarebbe un supporre l°
attrazione indipendente dalla di- stributione. ei sa ì #0; ma posso ammetterlo,
senza derogare alla mia opi- nione, che tutto quanto accade nell’ organismo di
diverso dell’ accadere fisico (ad eccezione delle psichicità) non di. penda che
dalla struttura. Abbiamo escluso che la vita, in quanto è risolvibile in fatti
esterni, costituisca un'eccezione alla permanenza dell’ energia. Ma non è punto
escluso, che la struttura determini negli organismi delle trasfor= mazioni
d'energia, che siano estranee all’accadere inor= .ganico. Un pendolo oscilli
liberamente; astrazion fatta dalla resistenza del mezzo, e dall’attrito nel
punto di sospensione, non abbiamo qui che una trasformazione periodica
reciproca di due energie, cinetica e potenziale; energie d'altra specie. non
sono da prendere in considerazione. Ma se il pendolo viene a un tratto, mentre
sale, ad urtare contro un osta- colo, entreranno in campo delle nuove forme d’
energia; l'energia cinetica non si trasformerà tutta in potenziale. ma
parzialmente in calove. Niente vieta che, in grazia della struttura, negli
organismi si formino, a spese delle loro energie fisiche in istretto senso,
delle energie di specie di- versa. Le quali si potrebbero e si dovrebbero dire
vitali; ma sarebbero sempre fisiche nel senso, che sarebbero il risultato d’
una trasformazione d’ energie fisiche, dovuta alla struttura; sarebbero, alla
loro volta, ritrasformabili in fisiche, secondo certi equivalenti; e, insomma,
se ne. dovrebbe tener conto, nel valutare la somma invariabile delle energie in
un sistema chiuso. Facciamo astrazione, per ora, da tutto quanto riguarda le
origini: consideriamo. un organismo nella sua esistenza di fatto, e nella sua
vita. normale. L'attività dell'organismo è quella. delle forze fi-. siche
accumulatevi; le quali bensì operano. in modo parti» colare, correlativamente
alla struttura; potendo , anche darsi, (non l' affermo, nè |’ escludo), che in
conseguenza della struttuta medesima subiscano delle trasformazioni, senza
esempio nel miondo fnorganico. Quest'è un punto, ché sì può dire assodato;
formarsî, dell’ attività organica nelle dette condizioni, un altro concetto, è
spalantare gratuita- mente la porta a delle ipotesi affatto arbitratie. Così
es- sendo, non è più il caso di cercare da ché dipenda la fi- nalità della vita
nelle dette condizioni. I fini, che noi ci rappresentiamo, vengono realizzati
nell’ accadere dalla struttura di certi corpi, macchine ed organismi; la strut:
tura sarebbe dunque l'elemento di R, corrispondente a quell’elemento di I, che
è costituito dalle rappresentazioni di fini. Precisamente come il reale
connettersi de' fatti (reale connettersi, che possiamo e dobbiamo affermare,
quantunque non ne conoscianto il fondamento) è l'elemento di R, corrispondente
a quell’elemento di /, che è costituito dalle nozioni di leggi. Ma l’analogia
tra un organismo e una macchina manca in un punto essenzialissimo : la macchina
è incapace di ri- parare sè stessa, e di riprodurne una simile. Perciò il R. sì
crede autorizzato a supporre negli organismi qualcosa, che non ha l'analogo
nelle macchine : le dominanti; che sarebbero le vere forze autoformatrici
(selbstbildenden Kréfte) degli organismi. Un cervello già in essere opera per
mezzo dellè energié fisiche accumulatevi, e secondo la sua struttura (1), come
s’è detto; ma senza le dominanti non avrebbe potuto formarsi (p. 41). Certo:
non è suppo- nibile che un cervello, nè un infusorio, si formi da sè in un
mondo inorganico; ammetterlo è ammettere una fina- lità realizzata, mancando lé
condizioni reali della sua réa lizzazione : un controsenso. Ma gli organismi
sono forma- zioni di organismi preesistenti. La struttura, ih un ambiente (1) «
Mit Systemkràften »; cfr. la nota preced. LA FINALITÀ DELLA .YITA 609 adatto, è
la condizione necessaria e sufficjente della vita normale; perchè non sarebbe
anche della riproduzione ? (ed eventualmente delle riparazioni *). Pretandere
che la struttura non, possa, negli organismi, valere a niente di più che nelle
macchine, sarebbe un trascurare la supe- rigrità quasi che infinita, rispetto
alla struttura, dei primi sulle seconde. Per fabbricare una macchina, gi met-
tono insieme de’ pezzi, di cui ciascuno ha ricevuto sol- tanto una convepiante
forma esterna; nop s'ottiene in tal modo, che il coordinamento di gerti moti,
privi d'analogia con le operazioni occorrenti a fabbricare la macchina. Un
organismo, per quanto suddiviso, risulta sempre di parti, diverse profondamente
dalla materia inorganica; dotate d'un’intima struttura, e d'una composizione
chimica speci- ficamente caratteristiche. Ritenere, che una struttura senza
confronto più fina debba essere il mezzo alla realizzazione di fini senza
confronto più complessi e più armonici, non $ un perdersì in supposizioni
vuote; è stare ai fatti. Del resto, se negli animali superiori, che yivono
benissimo genza riprodursi, la riproduzione può sembrare un'attività
essenzialmente diversa da quella, che si estrinseca nella vita normale, negli
organismi inferiori vivere, p riprodursi, voglion dire press'a poco il
medegimo. Una cellula sì nu- tre, cresce, si bipartisge. Non dico già, che
questi fatti non siano marayigliosi, o ch'io mi senta di spiegarli. Ogni fatto
è meraviglioso, € e dpi inesplicabile; senza ggcettuarne i fatti fisici più
semplici. Ma il nutrirsi, crescere, bipartinsi d'una cellula, son fatti meno
complicati, e quanto all’agca- dere, e quanto alla finalità, che la
circolaziane del sangue. Poichè siamo d'agcordo nell ‘ammebtere, che questa
abbia Rella piruttura le condizioni necessarie e sufficienti, non possiamo più
ragionevolmente fupporre, che per la riproduzione d'una cellula sian da cercare
altre condizioni, es- senzialmente diverse. Tutti, senza eccezione, i fatti
vitali, a cui dà luogo un organismo quanto si voglia complicato, accadono, o
nelle singole cellule componenti, o tra esse cellule. Quanto accade in una
cellula, è condizionato alla sua struttura, e all'ambiente; quanto accade tra
più cellule è, similmente, condizionato alla struttura delle singole cel- lule,
a quella del sistema, e all'ambiente. Astrazion fatta dalle prime origini,
dall’apparire, non di questa cellula, o di questo mammifero, ma del pr1m0
organismo, un indizio, che l’accadere organico sia determinato da altro, che da
forze fisiche, e dalle condizioni fatte ad esse dalla struttura, non si
saprebbe indicare. i 6. Le specie ora viventi degli organismi ebbero un comin-
ciamento : per via di creazioni dirette, o d’evoluzione ? Più che nove decimi
dei moderni biologi sono evoluzionisti ; quella dell'evoluzione rimane però
sempre un’ ipotesi; il trasformarsi d’una specie in un'altra non è un fatto
pro- vato. L'argomento massimo, per cui riteniamo di gran lunga superiore il
concetto d’evoluzione, preso nella sua forma generica (le sue più precise determinazioni,
tuttavia controverse, non sono discutibili: che sul terreno stretta- mente
biologico, hanno un interesse filosofico secondario, ed io non entrerò in
proposito in alcun particolare), si può iidurre a questo? ‘la scienza, in ciò
che ha di positivamente accertato, e la riflessione filosofica, modificarono le
nostre idee ‘sul mondo @ intorno a Dio, così da escludere come incongrua
l'ipotesi contraria delle creazioni dirette. Poichè il mondo fisico è
abbandonato alle cause naturali, 0 a leggi = = o di < — Rina aio nn affatto
generali (quel che sappiamo della sua storia, non ri- vela in nessun caso l’
intervento immediato della potenza creatrice), supporre che lo stesso debba
dirsi anche del mondo organico, sembra il partito più probabile, se non il solo
ragionevole. E un Dio, che fa di tanto in tanto qual- cosa di nuovo, è troppo
più simile all'uomo, di quanto ci sembri lecito ammettere. La creazione, per
noi così limi- tati, non può essere che un mistero. Quelli stessi, che am-
mettono un Dio personale, sentono, con chiarezza e con forza crescenti, che la
pretensione di saper qualcosa in- torno all'atto creativo, di scinderlo in una
serie di momenti e di fatti determinati, è temeraria, e opposta in fine ad un
sentimento, che sia religioso con profondità. — Ma se Dio stesso ce ne ha detto
qualcosa? — Io non voglio entrare in una discussione teologica : s'intende che,
non entrandoci, mi credo vietate così le negazioni come le affermazioni. Che
noi si possa, per fede, saper qualcosa del mondo, non escludo; cerco quel che
se ne può sapere per altra via. — Ammessa l'ipotesi dell'evoluzione, ci
rimangono da ri- solvere due problemi fondamentali: 1° come mai certi or-
ganismi semplicissimi (forse molto più semplici, che i più semplici organismi
unicellulari noti a noi) abbiano potuto, svolgendosi, dar luogo ad una così
grande varietà d’orga- nîsmi complicatissimi; 2° quale possa essere stata l’
origine di quei primi organismi semplicissimi, che chiamerò germi senz'altro.
Parlo soltanto di possibilità; tralasciando, come dissi, ogni discussione di
particolari, ogni ricerca intorno al concreto come, così dell'origine come
dell’ evoluzione dei germi. Una dottrina, che urti contro delle assolute
impossibilità, che si fondi su dei principii, di cui si pro- vasse, che sono
intrinsecamente inetti all’ ufficio al quale da essa dottrina vengono rivolti,
sarebbe confutata, qualunque ne fossero del resto i vantaggi, e per quanto ci
apparisse coerente, astrazion fatta da quel fondamentale difetto, rimasto forse
inavvertito: così p. es. un progetto di edifizio, in cui si fossero dimenticate
le scale, non varrebbe niente, per quanti ne fossero gli altri pregi. Se invece
i due problemi accennati ci risultassero non intrinsecamente irrisolvibili, se
intravedessimo la possibilità di risolverli, tenuto conto delle loro
caratteristiche essenziali, e in ac- curdo con le altre cognizioni accertate,
l'ipotesi dell’ evo- luzione, senz’ essere dimostrata, conserverebbe intatto il
valore, di cui s'è fatto cenno; e sarebbe lecito seguitare a lavorarvi attorno,
con la speranza di cavarne un costrutto. La caratteristica essenziale ai due
problemi consiste nel- l’ esser l’ uno e l’altro un problema di finalità. Un
orga- nismo di una data specie si svolge, si trasforma in una specie
differente. Che questo accadere sia riferibile all’ a- zione sola di cause
fisiche, cioè a-finali, è senza dubbio un paradosso. L'ipotesi, che un accadere
a-finale si tras- formi, per sè stesso, in finale, non sarà contraddittoria in
termini; ma è tanto probabile, come che mettendo insieme a caso de' caratteri
di stampa si componga la Divina Com- media; o che de' pezzi di ferro agitati
promiscuamente in una cassa finiscano con l’aggregavsi in una macchina. É
inutile insistere su questo punto: sul quale non mi sem- brano possibili due
opinioni, quando siasi ben compreso una volta, di che si tratti. (R., pp.
142-83 : cfr. anche Hartmann: Abstammungslehre ecc., in Vierteljahrschrift ecc.
pubbl. da P. Barth; a. XXIX, fascic. IJ; in ispecie pp. 239-62. Rilevo questo
passo: « Nicht das ist das Wun- derbare, dass die Theile (d'un organismo)
einander iber- haupt korrelativ beeinflussen, sondern Wlass sie einander so
beeinflussen, dass das Ergebniss dem Zwecke des == LL - e NE fizizo= —grosseren
Ganzen dient » p. 260 sg. V. anche la Phil. d. Unbew. d. stesso A., 11 ed., P.
III, pp. 333: 474). Le variazioni dell’ ambiente, la loro influenza inevitabile
(me- vamente causale) sulle funzioni organiche, la possibilità che quiste sì
modifichino, le variazioni accidentali, o do- vute agli accoppiamenti, nella
struttura degli organismi, la correlazione (causale) tra la struttura d'un
organismo e la sua composizione chimica (sopra di che il Le-Dantec ha
formulato, in un libro di cui ho reso conto, una dot- trina, in gran parte
ipotetica, ma degna di consider azione), ecc., ecc.: tutti questi fattori, non
finali, ci rendono ra- gione benei della non invariabilità degli animali e
delle piante; ma non dell’ essersi le variazioni realizzate di fatto così, da
conseguire certi fini, e da render ne possibili certi altri. Un fattore finale
assolutamente non è escludibile ; quale sarà È Io non vedo, perchè non potrebb'
essere costituito pre- cisamente dalla struttura, includente anche la forma
esterna, degli organismi che prendon parte all'accadere considerato. Il
modificarsi lento, nel corso di molte generazioni, delle funzioni e degli
organi, sia per adattarsi alle mutate cir- costanze, sia per svolgere con
efficacia delle attitudini di- ciamo embrionali, è, in ultimo, il risultato del
modo, con cuì si compiono le ponSuAle funzioni vitali. Sembra dunque che la
struttura, come è bastevole ad assicurare, entro certi limiti, la finalità di
queste per la vita dell’ individuo, possa riuscir bastevole ad assicurare la
finalità di quelle modificazioni, sia per la perpetuazione che per lo sviluppo
via via più opportuno delle generazioni successive. Senza dubbio, nè questa
finalità più alta, nè quella più modesta che si riferisce alla vita
individuale, non sono conseguibili, se l’ambiente non offre una certa opportunità
di condizioni. Ma è un fatto fuori d’ ogni contestazione, che la finalità degli
organismi, comunque se ne immagini il fondamento, non è conseguibile senza
certe ‘condizioni dell’ ambiente : il prodotto, se ha un fattore finale, ne ha
pure un altro, semplicemente causale ; circostanza, che deve metterci in
guardia contro ogni esagerazione circa il valutare l' im- portanza del primo
fattore. i Il problema da risolvere (non ce ne dimentichiamo!) è di procurar
che il nostro concetto del mondo non sia con- traddittorio in sè stesso, nè in
opposizione con alcun dato dell’ esperienza. Nel mondo valgono certe leggi, e
si con- seguono certi fini. Supporre che la legge, o il fine, siano introdotti
assolutamente da noi nell’accadere, non ha, come accennavamo, alcun senso. Ma
non ha senso neanche il supporre, che la legge o il fine come tali, cioè i
nostri concetti di legge o di fine, sian fattori dell’accadere. L'una e l'altra
opinione confonde l’ oggettivo col soggettivo, R° con I. La legge di
gravitazione non è, che si sappia, scol- pita nel firmamento; e fosse; che ne
saprebbero gli astri? Quello, che il tubo gastroenterico sa dei fini della
dige- stione. Dobbiamo dire, esservi nel mondo qualcosa di cor- rispondente al
nostro concetto di legge, e qualcosa di cor- rispondente al nostro cuncetto di
fine. Qualcosa ; ma che cosa ? Nessuno può vantarsi di saperlo; ma, insomma,
per quello a che possono arrivare le nostre osservazioni e i nostri discorsi,
abbiam concluso, ‘che in tanto valgono dellé leggi, in quanto il mondo ha una
certa configurazione, e In tanto si conseguono certi fini da certi esseri, in
quanto questi sono dotati d'una certa struttura (e vivono in un certo
ambiente). Struttura, e configurazione, “son elementi osservabili (1),
evidentemente connessi col fine, 0 rispettiva» (1) Ea analoghi: come analoghi
sono i concetti di legge e di fine, che rientrano entrambi in quelio d° ordine.
Nei movimenti dei corpi celesti noi mente con la legge: non abbiamo alcun
motivo, per dubitar che siano i corrispondenti oggettivi, di cui andiamo in
cerca; di più: il solo formular questo dubbio costituisce un’ ipo- tesi, che
presentemente almeno apparisce avventata e priva di senso. | ci Ammettere, che
se nella realtà valgono certe leggi, e si conseguiscono certi fini, quelle
valgano, e questi si con- seguiscano, perchè certi ‘elementi (energie, forze,
particelle materiali, o monadi spirituali; al proposito presente nori rileva)
danno luogo a de’ fatti tra i quali v'è una connessione necessaria; in altri
termini, che l’accadere sia riferibile a delle cause, e soltanto a delle cause;
non significa punto, come da molti erroneamente si crede, che quel tal quale
ordine, che nell’accadere ci si manifesta, sia dovuto al puro e seraplice caso.
De’ fatti, durante un intervallo di tempo, si succedono in un certo ordine,
perchè, al principio di quell’intervallo, il mondo aveva una certa
configurazione. L’aveva in seguito ad un accadere precedente ; ma questo
accadere precedente s'era pur esso realizzato in un mondo, che aveva una certa
configurazione ; quindi, ci dovette es- sere un qualche ordine anche
nell’accadere precedente. L'ordine successivo non è, dunque, fortuito ; è,
semplice- mente, un effetto, ma di cause, che non erano assoluta- non vediamo
che leggi (semplice causalità), perché non ce ne importa, se non in quanto
c’importa che il nostro mondo non vada sottosopra. Nei pro- cessi vitali
rileviamo invece dei fini, perché c° importano direttamente. E perché vediamo
che non si compiono sempre ugualmente bene. Ma, se le no- Stre osservazioni
astronomiche fossero abbastanza estese nello spazio e nel tempo, vedremmo
probabilmente, che nemmeno le leggi relative non sono senza eccezioni. mente
disordinate, che, oltre ad esistere, erano sistemate così ‘0 così; è insomma il
risultato d'un ordine anteriore. Che, alla sua volta, era il risultato d’uno ad
esso anteriore; e così di seguito, senza fine. L'ordine, io non lo sopprimo; né
presumo di spiegarlo. Chi presume di spiegare l'ordine, cioè di spiegarne il
cominciamento, presuppone di necessità un mondo inizialmente in assoluto
disordine. Io ammetto, che un mondo inizialmente affatto disordinato (dato, e
non concesso, che questa frase non sia vuota di senso) non si sarebbe ordinato
mai; ma escludo, che ad uno stato iniziale del mondo sia possibile risalire,
scientificamente. « Nel fatto, niente di quanto accade nell'universo è spie-
gabile se non presupponendo un universo con lo stesso grado di complessità, che
ora vi osserviamo. Il vero dato, l’unico dato, è precisamente un universo infinitamente
vario e complesso, le forme del quale non ammettono altra spiegazione, fuor di
quella che si ottiene riconducendole ad altre forme dell'universo medesimo ;
che si va rimutando senza posa, perchè si è andato sempre rimutando; che pro-
duce in sè una varietà estrema di cose e di fatti, perchè è sempre stato, è
essenzialmente, un insieme estrema- mente vario di cose e di fatti » (1); e che
ammette ora un qualche ordine, perchè un qualche ordine ha sempre ammesso.
Seguendo il medesimo discorso, potremo dire addirittura, che il mondo ammette
la vita, con le sue fina- lità, perchè ha sempre ammesso una qualche vita; ed
avremo, del problema concernente la vita, una soluzione, forse la più
probabile. E che non implica punto l’ ipotesi degli organismi ignei del Fechner
; perchè le trasmigrazioni dei germi attraverso gli spazi non sono
intrinsecamente Trascrivo questo brano da un miu vecchio libro: Scienza e
opinioni, pag. 202.4. i più difficili, che le migrazioni delle piante sulla
superficie terrestre. Senza contare che, in un mondo, nel quale c'è un qualche
ordine, la formazione di germi dalla materia inorganica, in certe condizioni,
forse non è assolutamente da escludere; la finalità della vita non essendo
(come s'è | avvertito più sopra in una nota) che un caso particolare dì
quell’ordine, di cui le leggi fisiche rappresentano un altro caso particolare.
Io non cscludo per un partito preso, nè assolutamente, che le idee, in
particolare quelle d'ordine e di fine, abbiano influenza sull’accadere. Per
mettere insieme questo articolo, io dovetti leggere un libro, appuntare le mie
riflessioni, e rielaborare la materia così accumulata. Riferire tuttociò a
delle semplici cause, diverse quanto si voglia dalle fisiche, ma indipendenti
da ogni finalità, sarebbe il colmo dell’as- surdo. L'articolo, io l'ho scritto
perchè avevo qualcosa da dire, e da far capire. Le idee di questi miei fini
ebbero, nella composizione, una parte essenzialissima ; io ho cancel- lato,
aggiunto, variato l'ordine d'alcune parti, unicamente in servizio dei detti
fini. Laddove nella stufa la legna non muterebbe il suo bruciare se, per una
qualsiasi circostanza, l’effetto, invece che il riscaldamento della stanza,
risultasse l’incenerimento delle mie carabattole. Le idee di fine, in generale
i pensieri, servono di certo. Benchè sia vero, che se in ordine all’
interferenza tra pensieri e fatti vogliamo formavci un concetto non
contraddittorio, cioè non appa- garci di parole, dovrem superare la difficoltà,
toccata più addietro (v. s. p. 604), e costituita dalla perinanenza dell’ener-
Gia fisica; sopra di che non dirò altro per questa volta. Che le idee servano a
qualcosa, è fuor di dubbio; per quanto possa essere difficile farsi una nozione
chiara del come servano. Ma le idee, che servono, o vogliam dire che dominano,
sono le pensate da noi, cioè i pensieri nostri. E un soggetto analogo a me, il
mio cuore, perchè il suo palpito sia regolato, a mia insaputa, dall'idea d'un
fine? — Il fatto, che il suo movimento è così regolato, prova che l'idea di
fine concorre a vegolarlo: un’ idea inconscia. — Già: un'idea inconscia. Vale a
dire qualcosa, che da un soggetto sarà concepito come un’idea di fine; ma che
nel cuore, in tutto il relativo accadere (a parte la concezione, punto es-
senziale, che se ne formi un soggetto) è altra cosa, che l’idea quale potrebb'
essere concepita dal soggetto. Altra cosa: tutti ne convengono, poichè nessuno
afferma, che il cuore si regoli secondo un effettivo pensiero. L'aggettivo
inconscia, connesso col sostantivo idea, ne muta il signifi. cato;
inevitabilmente, perchè le idee, che sian tali sic et simpliciter, non sono
inconscie, costituiscono anzi tutto quanto vi è di più e di meglio conscio. Un’
idea inconscia è dunque senza dubbi qualcosa d'altro, che l’idea propria- mente
detta: che altro? E lo domandate? È il correlato in R di quell’elemento di I,
ch'è l’idea; poichè l’afferma- zione vostra, che l’idea risiede in qualche modo
in A, non ha fondamento nè senso fuorchè questo : che la vostra no- zione di R
non è possibile senza quell’ idea. Qual'è, in A, il correlato dell'idea ?
L'osservazione prova, che mutando in un reale ciò, che si dice secondo i casi
configurazione 0 struttura, bisogna poi mutare l’idea, secondo cui si conce-
pisce quel reale; dunque il correlato, o vogliam dire l’ idea nel suo stato
d’incoscienza, è la configurazione 0 la strut tura. Per stabilire con prontezza
una distinzione importante, io accettai più addietro ($ 2) l'ipotesi, che tanto
Z quanto R siano formazioni in un S, fondamento o substrato di tutto l’
accadere. Qualcuno, prendendo Ie mosse da questa ipotesi, potrebbe ora oppormi:
— ciò, che voi chiamate configurazione, o struttura, e che in A vi apparisce
con queste forme, non è daccapo che un’idea in S. — E sarà. Ma dell’ esistenza
di S vi è, nell'esperienza fisica o nella psichica, nel pensiero e in quel che
sappiamo delle sue con- dizioni, una prova o un indizio? — La connessione
causale de’ fatti — ci dicono — è inesplicabile, se non ammettendo | che i
fatti abbiano un fondamento o un centro comune. — Ma, domando io, se n° è forse
trovata la spiegazione, per mezzo d' un S comunque concepito ? Ci fu detto
bensi, che la spiegazione, a questo modo, è possibile, o bella e sco- perta; ma
a questo si riduce tutto quanto ci fu detto: e la spiegazione effettiva rimane
sempre un pio desiderio. Noi non conosciamo, nè S, nè come i fatti vi si
radichino ; la speranza di venir, con queste meditazioni, a capo di qualcosa, è
dunque vana del tutto. Ammettendo S, divien possibile concepire un'idea, fuori
della coscienza d'un uomo, e d’ogni soggetto particolare analogo all’ uomo?
Sicchè sia lecito attribuir una realtà a delle idee, considerate ogget-
tivamente? Si; a condizione per altro, che S venga con- cepito come un soggetto
consapevole. Perchè, se S è in- conscio, se ne può e se ne deve dire, per
questo verso, quel medesimo che di R. Nella realtà osservata l’idea non Gsiste,
come idea; non può esservi che ur qualcosa di cor- rispondente. Questo ,. non
perchè la realtà sia osservata, ma perchè è inconscia; infatti, noi non abbiamo
difficoltà ad ammettere delle idee come tali nel pensiero d'altri uo- mini,
benchè l esistenza di questi ci risulti dall’ osserva- zione. Ora, se S è
inconscio, come R, non può contenere, più di PR, l’idea come tale, ma soltanto
un qualcosa che le corrisponda. Con l'introduzione di S non si è dunque fatto
un menumo passo avanti; per la realizzazione del- l'ordine (legge o fine), siam
ridotti a doverci contentare d'un qualcosa di corrispondente all'idea,
lasciando in di- sparte l’idea; l'ipotesi di S apparisce tanto oziosa, quanto
la pura e semplice sovrapposizione del simbolo S al sim- bolo R; tant'è, che
abbandoniamo addirittura il concetto inutile di .S, e che stiamo al solo A.
Rimane da considerar l' ipotesi, che S sia un soggetto cosciente. L'ordine, se
fondato in idee (vere idee) di leggi e di fini, regolatrici del mondo in quanto
pensate da un Creatore sapiente e buono, sarà assoluto e invariabile ; se
fondato su delle configurazioni, che mutano, e ciascuna delle quali ha una
sfera d'azione limitata, sarà soltanto relativo e precario. Ebbene : l’ ordine,
che osserviamo nel mondo, è assoluto e invariabile, o relativo e precar 10? La
risposta non è difficile. Patagonando le condizioni presenti e le passate dell’
umanità, sembra innegabile un perfezio- namento ; ed è fors’ anche lecito
assumere che questo per- (/iotamenta sia per continuare, e per intensificarsi.
L’ipo- tesi,. che tra qualche secolo, o tra qualche millenio, la terra sia
popolata per intiero di galantuomini, abbastanza intelligenti, e abbastinza
paghi della loro sorte, non sembra da escludere come assolutamente fantastica.
Un tale stato di cose non potrà, in ogni modo, perpetuarsi. Muore ogni animale
; morirà di cer to anche il genere umano; e tutto l'immenso lavoro, da esso compiuto
fin dalle sue origini, sarà come non fatto. Senza dubbio, la vita, sotto varie
forme, si perpetua; ma le sue evoluzioni faticose e dolo- rose non si
connettono con continuità. Che l’ universo tenda verso un fine desiderabile,
non sembra. E un'anima, ‘che dovesse attraversare l'un dopo l’altro i cicli
vitali d'una serie senza termine, rimanendo conscia della sua identità, e
memore del passato, non potrebbe che sentirsi condannata ad un atroce
supplizio. Se c'è, nel mondo, un ordine invariabile ;:e non è certo, nè forse
probabile, che vi sia) si riduce a qualche legge fisica, priva di qualsiasi
pregio; come p. es. quella di gravitazione, che potrebbe variare senza
inconvenienti, purchè variasse con sufficiente lentezza. Motivi seri per
credere che le configurazioni, essendo precarie, siano insufficienti a mantener
nel mondo quell’ordine, che vi osserviamo, e ch'è del pari precario, non sono
assegnabili. Per dimostrare teleologicamente l' e- sistenza di Dio, bisogna
considerare un tutt’ altr” ordine, da quello rivelatoci dall'esperienza
scientifica. Sentire Dio, è sentire un fine, al di là di questo mondo. B.
VARISCO. Iivista Filosofica. 40 CONDIZIONI D' ABBONAMENTO —>>>aoec©€
La Rivista Filosofica si pubblica in cinque fascicoli, - ciascuno di 144 pp.
circa, formanti un sol volume, non in- feriore a 720 pp. e quindi pari in
complesso ai due volumi che venivano pubblicati dalla Azvista italzana di
Filosofia. Il 1° fascicolo esce alla fine di Febbraio, il 2° entro Aprile, il
3° entro Giugno, il 4° entro Ottobre, il ‘5° entro Dicembre. dT ABBONAMENTO
ANNUO Poesia; Gdo £ Ci + doi Per l'Estero ..,> 14. — = ) Un fascicolo
separato. . >» 3. L'abbonamento si paga anticipatamente e si puo anche
dividere in due rate uguali, la prima da payarsi appena ricevuto il primo
fascicolo l'altra non più tardi del mese di Giugno. ZE La Rivista mantiene
anche per l’ entrante. annata le condi- zioni di pubblicazione e di abbonamento
degli anni precedenti, ed entrerà col prossimo fascicolo nel suo VIII anno di
vita colla fiducia di poter giovare all’ intento massimo che si è proposto,
quello cioé di promovere senza criteri esclusivi gli studi filosofici in Italia
e difendere la causa della filosofia nel nostro ordina- mento scolastico. Te -
Per le bozze, per gli estratti e la spedizione dei fascicoli rivolgersi sempre
alla Tipografia Successori Bizzoni. «Jo. I corrispondenti e collaboratori sono
pregati di rivol- gersi alla Direzzone della Rivista Filosofica, Va Cardano 4,
Pavia, per tutto ciò che concerne la redazione del Giornale. I manoscritti non
pubblicati, salvo impegno contrario, non si restituiscono. se La Rivista
annuncia tutte le pubblicazioni nuove che le sono spedite in dono e fa di
regola una recensione di quelle che riceve in doppio esemplare.Nome compiuto: Bernardino
Varisco. Keywords: know theyself, oracular implicature, Calogero. Refs.: The H.
P. Grice Papers, BANC MS, -- Luigi Speranza, “Grice e Varisco: per un sommario
di filosofia critica” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!:
ossia, Grice e Varrone: LINGUISTICA FILOSOFICA – Utterer’s meaning,
sentence-meaning, and word-meaning -- la ragione conversazionale e
l’implicatura conversazionale della semiotica filosofica – la scuola di Rieti –
filosofia lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di
H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Rieti). Abstract.
Studies in the way of words. Keywords: studies in the way of words, Grice, Mundle:
Grice regarded ordinary language as the language employed by anyone who got a
first in Greats. Philosophy was introduced only upon completion of five terms
into your B. A. Lit. Hum., since philosophy was not taught under a separate
subject at Oxford, but under classics. Filosofo lazio. Filosofo italiano. Rieti,
Lazio. Grice: “I count Varrone as the first language philosopher. He woke up one
day, and realised he was speaking ‘lingua latina,’ and dedicated 36 volumes to
it!” --. Grice: “’Lingua latina’ has a nice Roman ring to it. In modern
Italian, the ‘t’ has become an ‘z,’ as in “Lazio, -- the calcio team from Latium – or a ‘d’ as
in ‘ladino.’” Grice: “I know
his Loeb edition by heart!” – Grice: “The Greeks never studied their lingo as
Varro studied his! Of this Austin always reminded me: ‘We should be like Varro,
analysing our tongue as a ‘fluid’ semiotic system!’”. Academic, Roman polymath,
author of essays on language, agriculture, history and philosophy, as well as satires, and principal
conversationalist in CICERONE’s "Academica.” Questore della repubblica romana. Gens: Terentia. Questura
in Illyricum. Pro-pretura in Spagna. Tu ci hai fatto luce su ogni epoca della
patria, sulle fasi della sua cronologia, sulle norme dei suoi rituali, sulle
sue cariche sacerdotali, sugli istituti civili e militari, sulla dislocazione
dei suoi quartieri e vari punti, su nomi, generi, su doveri e cause dei nostri affari,
sia divini che umani -- CICERONE, Academica Posteriora. Detto reatino, attributo
che lo distingue da “Varrone Atacino,” vissuto nello stesso periodo. Nato da
una famiglia di nobili origini, ha rilevanti proprietà terriere in Sabina, dove
e educato con disciplina e severità dai familiari, integrate dall'acquisto di
lussuose ville a Baia e fondi terrieri a Tusculum e Cassino. A Roma compe
studi avanzati presso i migliori maestri del tempo. Lucio Elio Stilone PRECONINO
(vedi) lo fa appassionare anche agli studi etimologici ed oratoria. Studia la
lingua italiana con Lucio ACCIO (vedi), a cui dedica “De antiquitate
litterarum.” Come molti romani, compe un grand tour in Grecia, dove ascolta
filosofi accademici come Filone di Larissa e Antioco di Ascalona, da cui deduce
una posizione filosofica di tipo eclettico. A differenza di molti altri filosofi
del tempo, non si ritira dalla vita politica ma, anzi, vi prende parte
attivamente accostandosi agl’optimates, forse anche influenzato dall'estrazione
sociale. Dopo aver, infatti, percorso le prime tappe del cursus honorum – trium-viro
capitale, questore, e legato -- e vicino a POMPEO, per il quale ricopre incarichi
di grande importanza. Legato e pro-questore, combatte nella guerra contro i
pirati difendendo la zona navale tra la Sicilia e Delo. Allo scoppio della
guerra civile e propretore. In una guerra che vede i romani contro i romani,
tenta un’incerta difesa del suo territorio che si concluse in una resa che GIULIO
(vedi) CESARE (vedi), nei Commentarii de bello civili, define poco
gloriosa. Dopo la disfatta dei pompeiani, si avvicina, comunque, a GIULIO
CESARE, che apprezza il reatino soprattutto sul piano culturale, affidandogli
la costituzione di una biblioteca. Dopo l’assassinio di GIULIO CESARE, anzi, e
inserito nelle liste di proscrizione sia di MAR’ANTONIO che di OTTAVIANO -- interessati
più alle sue ricchezze che a punire i congiuranti -- da cui si salva grazie
all'intervento di Fufio CALENO (vedi) per poi avvicinarsi a OTTAVIANO a cui
dedica il “De vita populi Romani” volto alla divinizzazione della figura di GIULIO
CESARE. Ha una produzione di oltre 620 libri, suddivisi in circa settanta
opere. Saggi: “De re rustica” (Varrone) e “De lingua Latina”. La sua vasta
produzione è suddivisa da Girolamo in un catalogo. Le sue opere di sono
verosimilmente 74, suddivise in 620 volumi, sebbene stesso egli rifere di aver
scritto 490 saggi. I suoi saggi possono
essere suddivise in vari gruppi, dalle opere di erudizione, filologia (filosofia
del linguaggio, o semantica) e storia a quelle giuridiche e burocratiche, dalle
opere di filosofia (filosofia del linguaggio, semantica, semiotica) e
agricoltura alle opere di poesia, di linguistica e letteratura; di retorica e
diritto, con ben 15 libri De iure civili; di filosofia. Di questa enorme
produzione è pervenuta quasi integra solo un'opera, il “De re rustica”. Del “De
lingua Latina” sono pervenuti solo 6 libri su 25. Probabilmente, causa del
quasi completo naufragio della immane varroniana è che, avendo compulsato tanta
parte della cultura romana precedente, divenne la fonte indispensabile per i
filosofi successivi, perdendosi, per così dire, per assimilazione. Della
sua attività filologica fa testimonianza il cosiddetto canone varroniano, elaborato
a partire da due opere, le “Quaestiones Plautinae” e il “De comoediis
Plautinis”, in cui riparte il corpus plautino, che include 130 fabulae. Di
queste, 21 vengono definite autentiche, 19 di origine incerta (dette
"pseudo-varroniane”); le restanti, spurie.
Si occupa soprattutto di antiquaria, con i 41 libri di “Antiquitates”, il suo
capolavoro, divisi in 25 di “res humanae” e 16 di “res divinae”, fonte precipua
di AGOSTINO nel “De civitate Dei.” Proprio d’AGOSTINO si evidenzia l'attenzione
di V. sulla religione civile, con una compiuta disamina su culti e tradizioni,
pur con acute critiche alla teologia mitica dei poeti in nome di una theologia
naturalis. A questo gruppo appartiene anche l'opera, non pervenuta, “De
bibliothecis”, presumibilmente legata alle incombenze come bibliotecario
affidategli da GIULIO CESARE. Nell'ambito filosofico, notevoli dovevano
essere “I logistorici” -- dal greco “discorsi di storia” -- in 76 libri,
composta in forma di dialogo in prosa, di argomento morale e antiquario, in cui
ogni libro prende il nome di un personaggio storico e un tema di cui il
personaggio costituiva un modello, come il “Mario”, “de fortuna” o il “Cato”, “de
liberis educandis”. Questi dialoghi storico-filosofici sono tra i modelli
espositivi del “Lelio”; “de amicitia” e del “Catone maggiore”, “de senectute” di
CICERONE. Al suo interesse filosofico e divulgativo, probabilmente scritte
lungo tutto il corso della sua parabola culturale, riconducevano le “Saturae
Menippeae”, che prendeno come modello Menippo, esponente della filosofia cinica
-- da cui il nome. Le “Saturae Menippeae” si componevano di 150 libri, in prosa
e in versi, di cui però ci rimangono circa 600 frammenti e novanta titoli, di
argomento soprattutto filosofico, ma anche di critica dei costumi, morale, con
rimpianti sui tempi antichi in contrasto con la corruzione del presente.
Ciascuna satira reca un titolo, desunto da proverbi (“Cave canem” -- con
allusione alla mordacità dei filosofi cinici) o dalla mitologia (“Eumenide”
contro la tesi stoico-cinica per cui gl’uomini sono folli, “Trikàranos”, il
mostro a tre teste, con un mordace riferimento al primo triumvirate, ed era
caratterizzata da lessico popolaresco, polimetria e, come in Menippo, uno stile
tragi-comico. Valerio Massimo, Aulo Gellio. Ce ne parla lui stesso in “De
lingua latina”. Cicerone, Academica posteriora, Appiano, Guerre civili. Varrone,
De re rustica. Svetonio, Cesare, Appiano, Ausonio, Commemoratio professorum
Burdigalensium, Chronicon, ann. Aulo Gellio, Gellio, I cui frammenti sono editi
nell’edizione di Cardauns: “Antiquitates rerum divinarum” Cfr. Zucchelli, V.
logistoricus. Studio letterario e prosopografico, Parma, Cfr., ad esempio, il
Fr. XIX Riese: "Da ragazzo, avevo solo una tunica modesta e una toga,
calzature senza fascette, un cavallo non sellato; bagno giornaliero, niente e,
davvero di rado, una tinozza". Horsfall,
V., in Letteratura Latina (Milano, Mondadori). Cfr. Salanitro, Le Menippee di V.:
contributi esegetici e linguistici (Roma, Ateneo). Sulla satira varroniana,
cfr. Alfonsi, Le Menippee di V., in "ANRW". Atti del Congresso di
studi varroniani. Rieti, CENTRO DI STUDI VARRONIANI. Cenderelli, “Varroniana” Istituti
e terminologia giuridica nelle opere di V. (Milano, Giuffrè); Dahlmann, “V. e
la teoria della lingua” (Napoli, Loffredo), Corte, “V., il terzo gran lume
romano” (Genova, Istituto universitario di Magistero); “De vita populi Romani” Introduzione
e commento, Pisa; Riposati, “V. De vita populi Romani”. Fonti, esegesi, edizione
critica dei frammenti (Milano, Vita e pensiero), Riposati, “V.: l'uomo e il
filosofo” (Roma Istituto di studi romani); Traglia, Introduzione a V., “Opere”
(Torino, POMBA), Zucchelli, “V. logistoricus: prosopo-grafica”, Parma, Istituto
di lingua e letteratura latina, Satira menippea Biblioteche romane Antiquitates
rerum humanarum et divinarum Treccani Enciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Dizionario
di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. V. “De lingua Latina libri qui
supersunt: cum fragmentis ejusdem” Biponti, ex typographia societatis. Biblioteca
degli scrittori latini con traduzione e note: “V. quae supersunt opera” Venetiis,
excudit Antonelli, “Grammaticae Romanae Fragmenta”, Gino Funaioli, Lipsiae, in
aedibus Teubneri. “M. Terenti Varronis saturarum menippearum reliquiae” -- cur.
Riese, Lipsiae, in aedibus Teubneri. In passing from Rome to Rieti we enter a different
world. One rightly speaks of the Greco-Roman era as a period of unified
civilisation around the Mediterranean area, but the respective roles of the
Italotes and the Romns are dissimilar, if complementary. Without the
other, the contribution of either would have been less significant and less
productive. The Romans have for long enjoyed contact with Hellenic and
Etrurian material culture and intellectual ideas, and further through the Greek
settlements in the south of Italy: Sicily and Magna Grecia.The Romans learned to
write from the western Greeks. But the Hellenic world fell progressively
within the control of Rome, by now the mistress of the whole of Italia The
expansion of Roman rule becomes complete, and the Roman Empire, as it now is,
achieves a relatively permanent position, which, with fairly small-scale
changes in Britain and on the northern and eastern frontiers, remains free of
serious wars for years. The second half of this period earns Gibbon's
encomium, 'If a man were called to fix the period in the history of the
world during which the condition of the human race is most happy and
prosperous, he would, without hesitation, name that which elapsed from the
death of DOMIZIANO to the accession of COMMODO.' In taking over the Hellenic
world, the Romans bring within their sway whatever they find on the way.The intellectual
background of Etruria and the Hellenes and the polical unity and freedom of
intercourse provided by Roman stability are the conditions in which the Roman
Empire shines. To the Romans, Europe and much of the entire modern world owe
the origins of their intellectual, moral, political and religious civilisation. From
their earliest contacts, the Romans cheerfully acknowledge the superior
pompousness of the Greeks – by which they included the Etrurians. Linguistically,
this is reflected in the different languages of the eastern and the western
provinces. In the western half of the Roman empire, where no contact had
been made with a recognised civilization, Latin
-- which subsists in Italian – becomes he language of administration,
business, law, learning, and social advancement. Ultimately, Latin
displaces the former languages of most of the western provinces, and becomes in
the course of linguistic evolution the modern Romance, or Neo-Latin, languages
of contemporary Europe, notably French (Italian is no romance; Italian IS
Latin!). In the east, however, already largely under Hellenic administration
since the Hellenistic period, Greek retains the position it has already
reached. Roman officials often complain about having to learn and use Greek in
the course of their duties, and Hellenic philosophy was quite respected for its
eccentricity. Ultimately this linguistic division is politically recognized in
the splitting of the Roman Empire into the Western and the Eastern Empires,
with the new eastern capital at COSTANTINO’s Constantinople enduring as the
head of the Byzantine dominions through much trial and tribulation up to the
beginning of the western Renaissance. The accepted view of the relation
between Roman rule and Hellenic civilization is probably well represented in
Vergil's summary of Rome's place and duty: let others (i.e. the Greeks)
excel if they will in the arts, while Rome keeps the peace of the world. During
the years in which Rome rules the western civilised world, there must have been
contacts between speakers of Latin and speakers of other languages at all
levels and in all places. Interpreters must have been in great demand, and
the teaching and learning of Latin -- and, in the eastern provinces, of Greek
-- must have been a concern for all
manner of persons both in private households and in organized
schools. Translations are numerous. Greek literature is
systematically translated into Latin. So much did the prestige of Greek
writing prevail, that Latin poetry abandons its native metres and was composed
during the classical period and after in metres learned from the Greek
poets. This adaptation to Latin of Greek metres find its culmination in
the magnificent hexameters of VIRGILIO and the perfected elegiacs of OVIDIO. It
is surprising that we know so little of the details of all this linguistic
activity, and that so little writing on the various aspects of linguistic
contacts is either preserved for us or known to have existed. The Romans are
aware of multi-lingualism as an achievement. AULO GELLIO tells of the
remarkable king Mithridates of Ponto who was able to converse with any of his
subjects, who fell into more than twenty different speech communities. In
linguistic science, the Roman experience is no exception to the general
condition of their relations with Greek intellectual work. Roman
linguistics is largely the application of Greek philosophy, Greek
controversies, and Greek categories to the Latin language. The relatively
similar basic structures of the two languages, together with the unity of
civilization achieved in the Greco-Roman world, facilitate this meta-linguistic
transfer. The introduction of linguistic studies into Rome is credited to
one of those picturesque anecdotes that lighten the historian's
narrative. CRATES, a philosopher of the Porch and grammarian, comes to
Rome on a political delegation, and while sightseeing, falls on an open drain
and is detained in bed with a broken leg. CRATES passes the time while
recovering in giving lectures on literary themes to an appreciative
audience. It is probable that Crates as a philosopher of the PORCH
introduces mainly that doctrine in his teaching. But Greek philosophers and
Greek philosophy enter the Roman world increasingly in this period, and by the
time of V., both Alexandrian and Stoic opinions on language are known and
discussed. V. is the first serious Latin philosopher on linguistic
questions of whom we have any records. V. is a polymath, ranging in his
interests through agriculture, senatorial procedure, and Roman
antiquities. The number of his writings is celebrated by his
contemporaries, and his "De lingua Latina", wherein he expounds his
linguistic opinions, comprise XXV volumes, of which books V and VI and some
fragments of the others survive. One major feature of V.’s linguistic philosophy
is his lengthy exposition and formalization of the opposing views in the
analogy-anomaly controversy, and a good deal of his description and analysis of
Latin appears in his treatment of this problem. He is, in fact, one of the
main sources for its details, and it has been claimed that he misrepresents it
as a matter of permanent academic attack and counter-attack, rather than as the
more probable co-existence of opposite tendencies or attitudes. V.'s style
is criticised as unattractive, but on linguistic questions he is probably the
most original of all the Latin philosophers. V. is much influenced by the
philosophy of the Porch, including that of his own teacher STILONE. But V. is
equally familiar with Alexandrian doctrine, and a fragment purporting to
preserve his definition of grammar, 'the systematic knowledge of the usage of
the majority of poets, historians, and orators' looks very much like a direct
copy of Thrax's definition. On the other hand, V. appears to use his Greek
predecessors and contemporaries rather than merely apply them with the minimum
of change to Latin. His statements and conclusions are supported by argument
and exposition, and by the independent investigation of earlier stages of the
Latin language. V. is much admired and quoted by later philosophers,
though in the main stream of linguistic theory his treatment of Latin grammar does
not bring to bear the influence on the successors to antiquity that more
derivative scholars such as PRISCIANO does, who set themselves to describe
Latin within the framework already fixed for Greek by Thrax's Techne and the
syntactic works of Apollonius. In the evaluation of V.'s work on language
we are hampered by the fact that only two of the XXV books of the “De lingua
Latina” survive. We have his threefold division of linguistic studies,
into etymology, morphology, and syntax, and the material to judge the first and
second.V. envisages language developing from an original set of primal words,
imposed on things so as to refer to them, and acting productively as the source
of large numbers of other words through subsequent changes in letters, or in
phonetic form -- the two modes of description comes to the same thing for him.. These
changes take place in the course of years. An earlier forms, such as
"duellum" for classical "bellum", V. cites as an instance. At
the same time, a *meaning* may change, as, for example, the meaning of “hostis”,
once 'stranger', but in V.'s time, 'enemy.' These etymologico-semantic
statements are supported by scholarship. But a great deal of V.’s etymology
suffers from the same weakness and lack of comprehension that characterizes Hellenic
work in this field. "Anas", from "nare", to swim, “vitis,”
from “vis;” “cilra, “care, from “cor iirere,” are sadly typical both of V.’s
philosophy and of Latin etymological studies in general. A fundamental
ignorance of linguistic history is seen in V.'s references to Hellenism. A
similarity in a form bearing comparable meanings in Latin and Greek is obvious.
Take the first personal pronoun: 'ego.' Some similarities are the produ.ct of
historical loans at various periods once the two communities made indirect and
then direct contact. Other similarities are the joint descendants of an earlier
common Aryan forms whose existence may be inferred and whose shape may to some
extent be reconstructed by the methods of comparative and historical
linguistics. But of this, V., like the rest of antiquity, has no
conception. All such bunch is jointly regarded by him as a direct loan
from the conquered Greek, whose place in the immediate history of Latin is
misrepresented and exaggerated as a result of the Romans’ consciousness of their
cultural debt to Greece and mythological associations of Greek heroes -- and
their enemies, like Aeneas! -- in the story of the founding of Rome. In his
conception of vocabulary growing from alterations made to the forms of primal
words, V. unites two separate considerations: historical etymology and the
synchronic formation of derivations and inflexions. Certain canonical
members of paradigmatically associated word series are said to be primal -- all
the others resulting from “declinatio”, the formal process of change. A derivational
prefix is given particular attention. One must regret V.’s failure to
distinguish two linguistic dimensions, because, as with other linguistic
philosophers in antiquity, V.’s synchronic descriptive observations are much
more informative and perceptive than his attempts at historical
etymology. As an example of an apparent awareness of the distinction, one
may note V.’s statement that, within Latin, "equitiittis" and
"eques" -- stem "equit-" – may be associated with and
descriptively referred back to "equus". But that no further
explanation on the same lines is possible for "equus". Within Latin, ‘equus’
is primal. Any explanation of its form and its meaning involves a dia-chronic
research into an earlier stages of the Indo-European family and cognate forms
in languages other than Latin. In the field of word form variations from a
single root, both derivational and inflexional, V. rehearses the arguments for
and against analogy and anomaly, citing Latin examples of regularity and of
irregularity. Sensibly enough, V. concludes that both the principle of
analogy and the principle of anomaly must be recognized and accepted in the
word formations of a language and in the meanings associated with them. In
discussing the limits of strict regularity in the formation of words V. notices
the pragmatic nature of language, with its vocabulary more differentiated in
culturally important areas than in others. Thus "equus" and
"equa" have separate forms for the male and female animal, because
the sex difference is important to the Romans. But "corvus" does not,
because in them the difference is not important to Romans. Once this is true of
"columba" -- formerly all designated by the feminine noun. But since
"columbae" are domesticated, a separate, analogical, masculine form
"columbUS" is ‘coined.’ V. further recognises the possibilities open
to the individual, particularly in poetic diction, of variations or anomalies
beyond those sanctioned by majority usage or 'ordinary language', a conception
not remote from the Saussurean interpretation of langue and parole. One of
V.'s most penetrating observations in this context is the distinction between
derivational and inflexional formation, a distinction not commonly made in
antiquity. One of the characteristic features of inflexions is their very
great generality. Inflexional paradigms contain few omissions and are mostly
the same for all speakers of a single dialect or of an acknowledged standard
language. This part of morphology V. calls 'declinatio naturalis’,
because, given a word and its inflexional class, we can infer its other forms. By
contrast, synchronic derivations vary in use and acceptability from person to
person and from one word root to another. From "ovis" and
"sus" are formed "ovile" and "suile.” But
"bovile" is *not* acceptable to V. from "bos" -- although
rustic CATONE is said to have used the form as opposed to the more standard
"bubile.” The facultative and less ordered state of this part of
morphology, which gives a language much of its flexibility, is distinguished by
V. in what he dubs ‘declinatio VOLUNTARIA.’ V. shows himself likewise original
in his proposed morphological classification of Latin words. His use in
this of the morphological categories shows how V. understands and makes use of
Greek sources without deliberately copying their conclusions. V. recognises,
as the Greeks do, case and tense as the primary distinguishing categories of
inflected words, and sets up a quadripartite system of FOUR inflexionally
contrasting classes. Those with case inflexion. Those with tense inflexion. Those
with case and tense inflexion. Those with neither. Noun (including Adjective).
Verbs. Participle. Adverb. These IV classes are further categorised as a forms
which, respectively, names, makes a statement, joins (i.e. shared in the syntax
of nouns and verbs), and supports (constructed with verbs as their subordinate
members). In the passages dealing with these IV classes, the adverbial examples
are all morphologically derived forms -- like "docte" and
"lecte". V.’s definition would apply equally well to the un-derived
and mono-morphemic adverbs of Latin -- like "mox" and
"eras". But these are referred to elsewhere among the uninflected,
invariable or 'barren,’ sterile, words. A full classification of the
invariable words of Latin would require the distinction of syntactically
defined sub-classes such as Thrax used for Greek and the later Latin
grammarians took over for Latin. But, from his examples, it seems clear that
what was of prime interest to V. is the range of grammatically different words
that may be formed on a single common root -- e.g. "lego" (VERB –
CLASS II), "lector" – NOUN, CLASS I --, "legens" –
PARTICIPLE, CLASS III -- and "lecte" – ADVERB – CLASS IV. In his
treatment of the verbal category of tense, Varro displays his sympathy with the
doctrine of the Porch, in which two semantic functions are distinguished within
the forms of the tense paradigms, time reference and ‘aspect.’ In his analysis
of the VI INDICATIVE indicative tenses, active and passive, the *aspectual* division,
incomplete-complete, is the more fundamental for V., as each aspect regularly
shares the same stem form, and, in the passive voice the *completive* aspect
tenses consists of *two* expressions, though V. claims that, erroneously, most
people only consider the time reference dimension. IS Active Time past present
future Aspect incomplete DISCIBAM I
was DISCO I learn DISCAM I shall learning learn complete DIDICERAM
I had DIDICI I have DIDICERII I shall learned learned have learned
Passive incomplete AMTIBAR I was AMOR I am AMITBOR I shall be loved loved loved complete AMTITUS
I had AMTITUS I have AMIITUS I
shall ERAM been sum been ERA have been loved loved loved The Latin future
perfect is in more common use than the corresponding Greek (Attic) future
perfect. V. puts the Latin perfect tense forms DIDICI, etc., in the present *completive*
place, corresponding to the place of the Greek perfect tense forms. In what we
have or know of his writings, V. does not appear to have allowed for one of the
major differences between the Greek and Latin tense paradigms -- viz. that, in
the Latin perfect tense, there is a syncretism of a simple past meaning ('I
did'), and a perfect meaning ('I have done') -- corresponding to the Greek
aorist and perfect respectively. The Latin perfect tense forms belong in *both*
completive and non-completive aspectual categories, a point clearly made later
by PRISCIANO in his exposition of a similar analysis of the Latin verbal
tenses. If the difference in use and meaning between the Greek and Latin
perfect tense forms seems to escape V.'s attention, the more obvious contrast
between the V-term case system of Greek and the *VI*-term system of Latin forces
itself on him, as it does on anyone else who learned both languages. Latin
formally distinguished an ABLATIVE CASE. 'By whom an action is performed' is
the gloss given by V.. THE ABLATIVE CASE shares a number of the meanings and
syntactic functions of both the Greek GENITIVE and DATIVE case forms. V. takes
the NOMINATIVE form not as a casus but as as the canonical word forms, from
which the oblique forms -- cases -- are developed. Like his Greek colleagues
across the pond, V. contents himself with fixing on one stereo-typical meaning
or relationship as definitive for each case. V., who was no Cicero – ‘he is a
Varro’ implicates ‘he is a know-it-all’ in Roman -- mistranslates ‘aitiatike
ptosis’ by ACCUSATIVUS rather than the more correct, CAUSATIVUS. V. is probably
the most independent and original philosopher on linguistic topics among the
Romans. After V. we can follow discussions of existing questions by several philosophers
with no great claim on our attention. Among others, GIULIO CESARE – the
well-known general assassinated by the senators -- is reported to have turned
his mind to the analogy-anomaly debate while crossing the Alps on a campaign. Thereafter,
the controversy gradually fades away. PRISCIANO uses ‘analogia’ to mean
the regular inflexion of an inflected word, without mentioning ‘anomalia’. ‘Anomalia’
appears occasionally among the late grammarians.V.'s ideas on the
classification of Latin words have been noticed. But the word class system that
is established in the Latin tradition enshrines in the ‘saggi’ of PRISCIANO and
the late Latin ‘philosophical’ grammarians – cf. CAMPANELLA, ‘Grammatica
filosofica’ -- is much closer to. the one given in Thrax's Techne. The
number of classes remains now at VIII, with one change. A class of words
corresponding to the Greek definite article ‘ho,’ ‘he,’ ‘to,’ does not exist
in Latin. The definite article of Italian
develops later from weakened forms of the demonstrative pronoun ‘ille’ (il) and
‘illa’ (la). The Greek *relative* pronoun is morphologically similar to the
article and classed with it by Thrax and Apollonius. In Latin, the
relative pronoun – ‘qui’, ‘quae’, and ‘quod’ -- is morphologically akin to the
interrogative pronoun – ‘quis’, ‘quid’ -- and both are classed together either
with the noun or the pronoun class. In place of the article, Latin
grammarians recognise the ‘interjection’ as a separate ‘pars orationis’,
instead of treating it as a subclass of adverbs as Thrax and Apollonius do. PRISCIAN
regards the separate status of the interjection as common practice among Latin
scholars. But the first philosopher who is known to have dealt with it in this
way is REMMIO PALEMONE, a grammatical and literary scholar who defines the
interjection as having no statable meaning but merely indicating – via natural
meaning, as H. P. Grice would have it – emotion, as in Aelfric he he versus ha
ha (Roman versus English laughter). PRISCIANO lays more stress on the syntactic
independence of the interjection in sentence structure. QUINTILIANO, a
Spaniard, not a Roma, is PALEMONE’s pupil. This Spaniard writes extensively on
education, and in his “Institutio aratoria”, wherein he expounds his opinions,
he dealt briefly with ‘GRAMMATICA’ – the first of the trivial arts --,
regarding it as a propaedeutic to the full and proper appreciation of
literature in a liberal education, in terms very similar to those used by Thrax
at the beginning of the Techne. In a matter of detail, QUINTILIANO discusses
the analysis of the Latin case system, a topic always prominent in the minds of
Latin scholars who knew Greek by default (Who didn’t have a Greek slave?). QUINTILIANO
suggests isolating the instrumental use of the ABLATIVE -- "gladiii"
-- as case VII, since, as he notes, this instrumental use of the ablative case has
nothing in common semantically with the other meanings of the ablative. A separate
‘instrumental’ case forms is found (but a Spaniard wouldn’t know) in Sanskrit,
and may be inferred for unitary Indo-european, though the Greeks and Romans
knew nothing of this. It was and is common practice to name the cases by reference
to one of their meanings – DATIVUS, 'giving', ABLATIVUS, 'taking away', etc. -- but
their formal identity as members of a VI-term paradigm rests on their meaning,
or more generally, their meanings, and their syntactic functions being
associated with a morphologically distinct form in at least some of the members
of the case inflected word classes. PRISCIAN and DONATO see this, and in
view of the absence of any morphological feature distinguishing an alleged instrumental
use of the ablative case forms from their other uses, PRISCIANO explicitly
reproves of such an addition to the descriptive grammar of Latin as redundant –
or “supervacuum,” as he said for ‘otiose.’ The work of V., QUINTILIANO, shows
the process of absorption of Greek linguistic theory, controversies, and
categories, in their application to the Latin language. But Latin
linguistic scholarship is best known for the formalization of descriptive Latin
grammar, to become the basis of all education in later antiquity and the
traditional schooling of the modern world. The Latin grammar of the
present day is the direct descendants of the compilations of the later Latin
grammarians, as the most cursory examination of PRISCIANO’s “Institutiones
grammaticae” will show. PRISCIANO’s grammar, comprising XVIII books and
running to nearly a thousand pages may be taken as representative of their
work. Quite a number of writers of Latin grammars, working in different
parts of the Roman Empire, are known to us. Of them DONATO and PRISCIANO are
the best known. Though they differ on several points of detail, on the
whole these philosopohical grammarians set out and follow the same basic system
of grammatical description. For the most part, Roman philosophical
grammarians show little originality, doing their best to apply the terminology
and categories of the Greek grammarians to the Latin language. The Greek
technical terms are given fixed translations with the nearest available Latin
word. ‘onoma’, ‘NOMEN’ ‘anto-nymia,’
‘PRO-NOMEN’ ‘syn-desmos,’ ‘CON-IUCTIO’ etc. In this procedure they had been encouraged by DIDIMO, a voluminous scholar, who states that every
feature of Greek grammar IS TO BE found in Latin. DIDIMO follows the word class
system of the PORCH, which included the article (absent in Latin) and the
personal pronouns in one class, so that the absence of a word form
corresponding to the Greek article does not upset him or his classification. Among
the Latin philosophical grammarians, MACROBIO gives an account of the
'differences and likenesses' of the Greek and the Latin verb, but it amounted
to little more than a parallel listing of the forms, without any penetrating
investigation of the verbal systems of the Latin language – his own, or Greek. The
succession of Latin philosophical grammarians through whom the accepted
grammatical description of the language is brought to completion and handed on
to the Middle Ages spanned the centuries until the foundation of Oxford. This
period covers the pax Romana and the unitary Greco-Roman civilization of the
Mediterranean that lasts during the first two centuries, the breaking of the
imperial peace in the third century, and the final shattering of the western
provinces, including Italy, by invasion from beyond the earlier frontiers of
the empire. Historically these centuries witness two events of permanent
significance in the life of the civilized world. In the first place,
Christianity – or the coming of the Galileans -- which, from a secular
standpoint, starts as the religion of a small deviant sect of Jewish zealots,
spread and extended its influence through the length and breadth of the empire,
until, in the fourth century, after surviving repeated persecutions and
attempts at its suppression, it is recognized as the official religion of the
state! (Except Giuliano). Its subsequent dominance of European thought (except
Luther) and of all branches of learning for the next thousand years is now
assured, and neither doctrinal schisms nor heresies, nor the lapse of an
emperor into apostasy could seriously check or halt its progress. As Christianity
gains the upper hand and attracts to itself men of learning, the scholarship of
the period shows the struggle between the old declining pagan standards of
classical antiquity and the rising generations of Christian apologists,
philosophers, and historians, interpreting and adapting the heritage of the
past in the light of their own conceptions and requirements. The second event is
a less gradual one, the splitting of the Roman world into two halves, east and
west. After a century of civil turmoil and barbarian pressure, Rome ceases
under DIOCLEZIANO to be the administrative capital of the empire, and his later
successor COSTANTINO transfers his government to a new city, built on the old
Byzantium and named Constantino-polis (literally: ‘my (kind of) town’). By the
end of the fourth century, the Roman empire is formally divided into an eastern
and a western realm, each governed by its own emperor (who often did not speak
to each other – and for whom there was no lingua franca to be found). This division
roughly corresponds to the separation of the old Hellenized area conquered by
Rome but remaining Greek in culture and language, and the provinces raised from
barbarism by Roman influence and Roman letters. Constantinople, assailed from
the west and from the east, continues for a thousand years as the head of the
Eastern Byzantine Empire, until it falls to the Turks. During and after the
break-up of the Western Empire, Rome endures as the capital city of the Roman
Church, while Christianity in the east gradually evolved in other directions to
become the Eastern Orthodox Church. Culturally one sees as the years pass on
from the so-called 'Silver Age' a decline in liberal attitudes, a gradual
exhaustion of older themes, and a loss of vigour in developing new ones. Save
only in the rising Christian communities, scholarship is backward-looking,
taking the form of erudition devoted to the acknowledged standards of the past.
This is an era of commentaries, epitomes, and dictionaries. The Latin
grammarians, whose oudook is similar to that of the Alexandrian Greek scholars,
like them directed their attention to the language of classical literature, for
the study of which grammar serves as the introduction and foundation. The
changes taking place in the spoken and the non-literary written Latin around them
arise VERY little interest – ‘the plebs use it!’ --; their works are liberally
exemplified with texts, all drawn from the prose and verse writers of classical
Latin and their ante-classical predecessors Plautus and Terence. How different
accepted written Latin is becoming may be seen by comparing the grammar and
style of GIROLAMO's fourth translation of the Bible (the Vulgate), wherein
several grammatical features of the Romance languages are anticipated, with the
Latin preserved and described by the grammarians, one of whom, DONATO, second
only to PRISCIANO in reputation, was in fact GIROLAMO’s teacher – and learned
from him that God could be allowed a solecism or two! The nature and the
achievement of the Latin philosophical grammarians can best be appreciated
through a consideration of the work of their greatest representative, PRISCIANO,
who teaches Latin grammar in Constantino-polis. Though PRISCIANO draws much
from his Latin predecessors, his aim, like theirs, is to transfer as far as he
could the grammatical system of Thrax's Techne and of Apollonius's writings to
Latin. PRISCIANO’s admiration for Greek linguistic scholarship and his
dependence on Apollonius and his son ERODIANO, in particular, 'the greatest
authorities on grammar', are made clear in his introductory paragraphs and
throughout his grammar. PRISCIANO works systematically through his subject, the
description of the language of classical Latin literature. Pronunciation and
syllable structure are covered by a description of the “littera’, defined as
the smallest part of articulate speech, of which the properties are “nomen”,
the name of the letter, “figura”, its written shape, and “potestas,” its
phonetic value. All this had already been set out for Greek, and the phonetic
descriptions of the letters as pronounced segments and of the syllable
structures carry little of linguistic interest except for their partial
evidence of the pronunciation of the Latin language. From phonetics PRISCIANO
passes to morphology, defining the “dictio” and the “oratio” in the same terms
that Thrax uses, as the minimum unit of sentence structure and the expression
of a complete thought, respectively. As with the rest of western antiquity, PRISCIANO’s
grammatical model is word and paradigm, and he expressly denies any linguistic
significance to a division, in what would now be called morphemic analysis, *below*
the word. On one of his rare entries into this field, PRISCIANO misrepresents
the morphemic composition of words containing the negative prefix “in-“ -- “indoctus”
-- by identifying it with the preposition “in.” These two morphemes, “in-“,
negative, and “in-”, the prefixal use of the preposition, are in contrast in “invisus”,
which may negate or strengthen the stem that follows (two words with two
meanings, not a polysemous expression). After a review of earlier theories of
Greek linguists, PRISCIANO sets out the classical system of VIII word classes
laid down by Thrax and Apollonius, with the omission of the article but the
separate recognition of the interjection. Each class of words is defined, and
described by reference to its relevant formal category and “accidentia,” whence
the later accidence for the morphology of a language, and all are copiously
illustrated with examples from classical texts. All this takes up XVI of the XVIII
books, the last II being devoted to syntax. PRISCIANO addresses himself (OBVIOUSLY)
to readers already knowing Greek, as Greek examples are widely used and
comparisons with Greek are drawn at various points, and the last hundred pages
are wholly taken up with the comparison of different constructions in the two
languages. Though Constantinopolis was a Greek-speaking city in a
Greek-speaking area, Latin is decreed the official language when the new city
was founded as the capital of the Eastern Empire. Great numbers of speakers of
Greek as a first language needed Latin teaching from then on. The VIII parts of
speech, or word classes, in PRISCIANO’s grammar may be compared with those in
Dionysius Thrax's Techne. Reference to extant definitions in Apollonius and PRISCIANO’s
expressed reliance on him allow us to infer that PRISICIANO’s definitions are
substantially those of Apollonius, as is his statement that each separate class
is known by its semantic content. “Nomen,” including adjectives. The property
of the noun is to indicate a substance and a quality, and it assigns a common
or a particular quality to every body or thing. The property of the VERBUM is
to indicate an action or a being acted on; it has tense and mood forms, but is
not case inflected. The PARTICIPIUM is a class of words always derivationally
referable to a VERBUM, sharing the categories of verbs and a NOMEN (tenses and
cases) -- and therefore distinct from both. This definition is in line with the
Greek treatment of these words. The property of the PRONOMEN is its
substitutability for a proper nouns and its specifiability as to person -- first,
second, or third. The limitation to proper nouns, at least as far as third
person pronouns are concerned, contradicts the facts of Latin. Elsewhere, PRISCIANO
repeats Apollonius's statement that a specific property of the PRONOMEN is to
indicate substance *without* quality, as a way of interpreting the lack of
lexical restriction on the NOMEN which may be referred to anaphorically by a
PRONOMEN. The property of the ADVERBIUM is to be used in construction with a VERBUM,
to which it is syntactically and semantically subordinate. The property of the PRAE-POSITIO
is to be used as a separate word before case inflected words and in composition
before both case-inflected and non-case-inflected words. PRISCIANO, like Thrax,
identifies the first part of words like “PRO-consul” and “INTER-currere”, as PRAE-POSITIO.
INTER-IECTIO is a class of words syntactically independent of a VERBUM, and
indicating a feeling or a state of mind. The property of the CON-IUCTIO is to
join syntactically two or more members of any other word class, indicating a
relationship between them. In reviewing PRISCIANO' s work as a whole, one
notices that in the context in which he is writing and in the form in which he
casts his description of Latin, no definition of grammar itself is found
necessary. Where other late Latin grammarians do define the term, they do no
more than abbreviate the definition given at the beginning of Thrax's Techne.
It is clear that the place of grammar, and of linguistic studies in general, in
education is the same as is precisely and deliberately set out by Thrax and
summarily repeated by QUINTILIANO. PRISCIANO's omission is an indication of the
long continuity of the conditions and objectives taken for granted during these
centuries. PRISCIANO organises the morphological description of the forms of
nouns and verbs, and of the other inflected words, by setting up canonical or
basic forms, in nouns the nominative singular and in verbs the first person
singular present indicative active. From these he proceeds to the other forms
by a series of letter changes, the letter being for him, as for the rest of
western antiquity, both the minimal graphic unit and the minimal phonological
unit. The steps involved in these changes bear no relation to morphemic
analysis, and are of the type that finds no favour at all in recent descriptive
linguistics, though under the influence of the generative grammarians somewhat
similar process terminologies are being suggested. The accidents or categories
in which PRISCIANO classes the formally different word shapes of the inflected
or variable words include both derivational and inflexional sets, PRISCIANO following
the practice of the Greeks in not distinguishing between them. V.’s important
insight is totally disregarded! But PRISCIANO is clearly informed on the theory
of the establishment of categories and of the use of semantic labels to
identify them. Verbs are defined by reference to action or being acted on. But
PRISCIANO points out that on a deeper consideration – SI QUIS ALTIUS CONSIDERET
-- such a definition would require
considerable qualification; and case names are taken, for the most part, from
just one relatively frequent use among a number of uses applicable to the
particular case named. This is probably more prudent, if less exciting, than
the insistent search for a common or basic meaning uniting all the semantic
functions associated with each single set of morphologically identified case
forms. The status of the VI cases of Latin nouns is shown to rest, not on the
actually different case forms of any one noun or one declension of nouns, but
on semantic and syntactic functions systematically correlated with differences
in morphological shape at some point in the declensional paradigms of the noun
class as a whole. The many-one relations found in Latin between forms and uses
and between uses and forms are properly allowed for in the analysis. In
describing the morphology of the Latin verb, PRISCIANO adopts the system set
out by Thrax for the Greek verb, distinguishing present, past, and future, with
a fourfold semantic division of the past into imperfect, perfect, plain past – aorist
-- and pluperfect, and recognizing the syncretism (as V. does not) of perfect
and aorist meanings in the Latin perfect tense forms. Except for the
recognition of the full grammatical status of the Latin perfect tense forms, PRISCIANO’s
analysis, based on that given in the Techne, is manifestly inferior to the one
set out by V. under the influence of THE PORCH. The distinction between
incomplete and complete aspect, correlating with differences in stem form, on
which V. lays great stress, is concealed, although PRISCIANO recognises the
morphological difference between the two stem forms underlying the VI tenses. Strangely,
PRISCIANO seems to have misunderstood the use and meaning of the Latin future
perfect, calling it the ‘future subjunctive’, though the first person singular
form by which he cited it – “scripsero” -- is precisely the form which
differentiates its paradigm from the perfect subjunctive paradigm – “scripserim”
-- and, indeed, from any subjunctive verb form, none of which show a first
person termination in -im. This seems all the more surprising because the
corresponding forms in Greek -- “tetypsomai”
-- are correctly identified. Possibly his reason was that his Greek
predecessors had excluded the future perfect from their schematization of the
tenses, in that this tense was not much used in Greek, and was felt to be an atticism.
A like dependence on the Greek categorial framework probably leads Priscian to
recognize both a subjunctive mood (subordinating) and an OPTATIVE mood
(independent, expressing a wish) in the Latin verb, although Latin -- unlike
Greek -- nowhere distinguishes these two mood forms morphologically, as PRISCIAN
in fact admits, thus confounding his earlier explicit recognition of the status
of a formal grammatical category. Despite such apparent misrepresentations, due
primarily to an excessive trust in a point for point applicability of Thrax's
and Apollonius's systematization of Greek to the Latin language, Priscian's
morphology is detailed, orderly, and in most places definitive. His treatment
of syntax in the last two books is much less so, and a number of the organizing
features that we find in modern grammars of Latin are lacking in his account.
They are added by later scholars on to the foundation of Priscianic morphology.
Confidence in PRISCIANO’s syntactic theory is hardly increased by reading his
assertion that the word order, most common in Latin, nominative case noun or
pronoun (subject) followed by verb is the NATURAL one, because the substance
(“homo”) is PRIOR to the action it performs (“currit”). Such are the dangers of
philosophising on an inadequate basis of empirical fact. In the syntactic
description of Latin, PRISCIANO classifies verbs on the same lines as had been
worked out for Greek by the Greek grammarians, into active (transitive),
passive, and neutral (intransitive), with due notice of the deponent verbs,
passive in morphological form but active or intransitive in meaning and syntax
and without corresponding passive tenses. Transitive verbs are those
colligating with an oblique case -- “laudo te”, “noceo tibi,” “ego miserantis”
-- and the absence of concord between oblique case forms and finite verbs is
noted. But the terms subject and object were not in use in PRISCIANO’s time as
grammatical terms, though the use of “subiectum” to designate the logical
subject of a proposition is common. PRISCIANO makes mention of the ablative
absolute construction, though the actual name of this construction is a later
invention. PRISCIANO gives an account and examples of exactly this use of the
ablative case -- me vidente puerum cecidisti -- and -- Augusto imperiitiire
Alexandria provincia facta est. Of the systematic analysis of Latin syntactic
structures PRISCIANO has little to say. The relation of subordination is
recognized as the primary syntactic function of the relative pronoun -- qui,
quae, quod -- and of similar words used to downgrade or relate a. verb or a
whole clause to another, main, verb or clause. The concept of subordination is
employed in distinguishing nouns (and pronouns used in their place) and verbs
from all other words, in that these latter were generally used only in
syntactically subordinate relations to nouns or verbs, these two classes of
word being able by themselves to constitute complete sentences of the
favourite, productive, type in Latin. But in the subclassification of the Latin
conjunctions, the primary grammatical distinction between subordinating and
coordinating conjunctions is left unmentioned, the co-ordinating “TAMEN”, being
classed with the sub-ordinating “QUAMQUAM” and “QUAMSI”. – cf. Grice on ‘if’ as
subordinating. Once again it must be said that it is all too easy to exercise
hindsight and to point out the errors and omissions of one's predecessors. It
is both more fair and more profitable to realise the extent of PRISCIANO’s
achievement in compiling his extensive, detailed, and comprehensive description
of the Latin language of the classical authors, which is to serve as the basis
of grammatical theory for centuries and as the foundation of Latin teaching up
to the present day. Such additions and corrections, particularly in the field
of syntax, as later generations need to make could lie incorporated in the
frame of reference that Priscian employs and expounds. Any division of
linguistics (or of any other science) into sharply differentiated periods is a
misrepresentation of the gradual passage of discoveries, theories, and
attitudes that characterizes the greater part of man's intellectual history.
But it is reasonable to close an account of Roman linguistic scholarship with PRISCIANO.
In his detailed -- if in places misguided -- fitting of Greek theory and
analysis to the Latin language he represents the culmination of the expressed
intentions of most Roman scholars once Greek linguistic work had come to their
notice. And this was wholly consonant with the general Roman attitude in
intellectual and artistic fields towards 'captive Greece' who 'made captive her
uncivilized captor and taught rustic Latium the finer arts. PRISCIANO’s work is
more than the end of an era. It is also the bridge between antiquity and the Middle
Ages in linguistic scholarship. By far the most widely used grammar, PRISCIANO’s
“Institutiones grammaticae” runs to no fewer than one thousand manuscripts, and
forms the basis of mediaeval Latin grammar and the foundation of mediaeval
linguistic philosophy – i modisti or philosophical grammarians. PRISCIANO’s grammar
is the fruit of a long period of Greco-Roman unity. This unity had already been
broken by the time he writes, and in the centuries following, the Latin west is
to be shattered beyond recognition. In the confusion of these times, the
philosophical grammarians, their studies and their teaching, have been
identified as one of the main defences of the classical heritage in the
darkness of the Dark Ages. ARENS, Sprachwissenschaft: der Gang ihrer
Entwicklung von der Antike bis zur Gegenwart, Freiburg. Bolgar, The classical
heritage and its beneficiaries, Cambridge. J. Collart, V. grammairien latin,
Paris. FEHLING, 'V. und die grammatische Lehre von der Analogie und der
Flexion', Glotta, LERSCH, Die Sprachphilosophie der Alten, Bonn, H. NETTLESHIP,
The study of grammar among the Romans, Journal of philology, ROBINS, Ancient
and mediaeval grammatical theory in Europe, London, JSANDYS, History of classical
scholarship, Cambridge, STEINTHAL, Geschichte der Sprachwissenschaft bei den
Griechen und Romern, Berlin. GIBBON, The decline and fall of the Roman Empire
(ed. BURY), London, VERGIL, Aeneid 6, Ssi-3: Tu regere imperio populos, Romane,
memento (hae tibi erunt artes), pacisque imponere morem, parcere subiectis et
debellare superbos. Noctes Atticae GEHMAN, The interpreters of foreign
languages among the ancients, Lancaster, Pa., FEHLING, FUNAIOLI, Grammaticorum
Romanorum fragmenta, Leipzig. Ars
grammatica scientia est eorum quae a poetis historicis oratoribusque dicuntur
ex parte maiore. De lingua Latina CHARisrus, Ars grammaticae I (KEIL,
Grammatici, Leipzig). On Varro's
linguistic theory in relation to modern linguistics, cp. D. LANGENDOEN, 'A note
on the linguistic "theory of V.', Foundations of language 2, SUETONIUS,
Caesar, GELLIUS, Noctes Atticae PRISCIANO,
Institutio de nomine pronomine et verbo 38, Institutiones grammaticae PROBUS,
Instituta artium (H. KEIL, Grammatici Latini), DIONYSIUS-THRAX, Techne BEKKER,
Anecdota Graeca, Berlin, APOLLONIUS DYSCOLUS, Syntax As noun, PRISCIAN as
pronoun,- PROBUS, Instituta (KEIL, Grammatici APOLLONIUS, De adverbio, BEKKER,
Anecdota Graeca, CHARISIUS, Ars grammaticae KEIL, Grammatici -- Nihil docibile
habent, significant tamen adfectum animi. QUINTILIAN, Institutio aratoria Their
works are published in KEIL, Grammatici Latini, Leipzig, PRISCIAN De figuris
numerorum PRISCIAN De differentiis et
societatibus Graeci Latinique verbi, KEIL, Grammatici 5, Leipzig, Artis
grammaticae maximi auctores', dedicatory preface Dictio est pars minima
orationis constructae; Oratio est ordinatio dictionum congrua, sententiam
perfectam demonstrans. Proprium est nominis substantiam et qualitatem significare; Nomen est pars
orationis, quae unicuique subiectorum corporum seu rerum communem vel propriam
qualitatem distribuit. Proprium est verbi actionem sive passionem significate;
Verbum est pars orationis cum temporibus et modis, sine casu, agendi vel
patiendi significativum. Participium iure separatur a verbo, quod et casus
habet, quibus caret verbum, et genera ad similitudinem nominum, nee modos
habet, quos continet verbum; Participium est pars orationis, quae pro verba
accipitur, ex quo et derivatur naturaliter, genus et casum habens ad
similitudinem nominis et accidentia verba absque discretione personarum et
modorum. The problems
arising from the peculiar position of the participle among the word classes,
under the classification system prevailing in antiquity, are discussed there. Proprium
est pronominis pro ali quo nomine proprio poni et certas significare personas; Pronomen
est pars orationis, quae pro nomine proprio uniuscuiusque accipitur personasque
finitas recipit. Substantiam significat sine aliqua certa qualitate. Proprium
est adverbii cum verbo poni nee s·ine eo perfectam significationem posse
habere; Adverbium est pars orationis indeclinabilis, cuius.significatio verbis
adicitur. Praepositionis proprium est separatim quidem per appositionem
casualibus praeponi coniun~tim vero per compositionem tam cum hahentibus casus
quam cum non habentibus; Est praepositio pars orationis indeclinabilis, quae
praeponitur aliis partibus vel appositione vel compositione. 48. IS-7·40:
Videtur affectum habere in se Yerbi et plenam motus animi significationem,
etiamsi non addatur verbum, demonstrare. Proprium est coniunctionis diversa
nomina vel quascumque dictiones casuales vel diversa verba vel adverbia
coniungere; Coniunctio est pars orationis indeclinabilis, coniunctiva aliarum
partium orationis, quibus consignificat, vim vel ordinationem demons trans. so.
cp. MATTHEWS, 'The inflectional component of a word-and-paradigm grammar',
:Journal of linguistics HORACE, Epistles 2.1.156-7: Graecia capta ferum
victorem cepit et artes Intulit agresti Latio. .LOT, La fin du monde antique et
le debut du moyen age, Paris. Marco Terenzio Varrone. He
led an active and sometimes risky political life. Although he backed the wrong
side in the civil war, he survived. He was a pupil of Posidonio at Rome. He was
influenced by Antioco d’Ascalon. He wrote hundreds of works, most of which have
since been lost. Amongst them was an extended series of fictional philosophical
dialgoues, the Logistorici, in wich assorted Romans debated a variety of
toipics, illustrating the arguments with examples from history. Tertulliano
calls him the Roman Cynargo, perhaps because of some satires he wrote but it is
highly unlikely that he was a Cinargo. Better attested is his interest in
Pythagoreanism, whose cult he followed to the letter. THE LOEB CLASSICAL
LIBRARY FOUXDED BY JAMES LOEB, LL.D. ED. BY T. E. PAGE, C.H.,
UTT.D. E. CAPPS, ph.d., ll.d. W. H. D. ROUSE, utt.d. V. DELLA
LINGUA DEL LAZIO WITH A TR. BY KENT, LONDON, HEINEMANN LTD. V. was born in
at Reate in the Sabine country, where his family, which was of equestrian
rank, possessed large estates. He was a student under L. Aelius
Stilo Praeconinus, a scholar of the equestrian order, widely versed
in Greek and Latin literature and especially interested in the history
and antiquities of the Roman people. He studied philosophy at Athens,
with Anti- ochus of Ascalon. With his tastes thus formed for
scholarship, he none the less took part in public life, and was in the
campaign against the rebel Sertorius in Spain, in 76. He was an officer
with Pompey in the war with the Cilician pirates in 67, and
presumably also in Pompey 's campaign against Mithradates. In the
Civil War he was on Pompey 's side, first in Spain and then in Epirus and
Thessaly. He was pardoned by Caesar, and lived quietly at
Rome, being appointed librarian of the great collec- tion of Greek and
Latin books which Caesar planned to make. After Caesar's assassination,
he was pro- scribed by Antony, and his villa at Casinum, with his
personal library, was destroyed. But he himself escaped death by the
devotion of friends, who con- cealed him, and he secured the protection
of Octavian. He lived the remainder of his life in peace and quiet,
devoted to his -writings, and died in 27 B.C., in his eighty-ninth
year. Throughout his life he wrote assiduously. His works
number seventy-four, amounting to about six hundred and twenty books;
they cover virtually all fields of human thought : agriculture, grammar,
the history and antiquities of Rome, geography, law, rhetoric,
philosophy, mathematics and astronomy, education, the history of
literature and the drama, satires, poems, orations, letters.
Of all these only one, his De Re Rustica or Treatise on
Agriculture, in three books, has reached us complete. His De Lingua
Latina or On the Latin Language, in twenty-five books, has come down to
us as a torso.; only Books V. to X. are extant, and there are
serious gaps in these. The other works are represented by scattered
fragments only. The grammatical works of V., so far as we know t hem, were the following : De
Lingua Latina, in twenty-five books, a fuller account of which is given below.
De Antiquitate Litterarum, in two books, addressed to the tragic poet L.
Accius, who died about 86 b.c.; it was therefore one of V. 's earliest writings.
De Origine Linguae Latinae, in three books, ad- dressed to Pompey. Ylzpl
XapaKTrjpuv, in at least three books, on the formation of words. Quaestiones
Plautinae, in five books, containing interpretations of rare words found in the
comedies of Plautus. De Similitudine Verborum, in three books, on re- gularity
in forms and words. De Utilitate Sermonis, in at least four books, in which he
dealt with the principle of anomaly or irregularity. De Sermone Latino, in five
books or more, addressed to Marcellus, which treats of orthography and the
metres of poetry. DiscipUnae, an encyclopaedia on the liberal arts, in nine
books, of which the first dealt with Grammatica. The extant fragments of these
works, apart from those of the De Lingua Latina, may be found in the Goetz and
Schoell edition of the De Lingua Latina, pages 199-242; in the collection of
Wilmanns, pages 170-223; and in that of Funaioli, pages 179-371 (see the
Bibliography). V.'s treatise On the Latin Language was a work in twenty-five
books, composed in 47 to 45 B.C., and published before the death of Cicero in
43. The first book was an introduction, containing at the outset a dedication
of the entire work to Cicero. The remainder seems to have been divided into
four sections of six books each, each section being by its subject matter
further divisible into two halves of three books each. Books II.-VII. dealt
with the impositio vocabulorum, or how words were originated and applied to
things and ideas. Of this portion, Books II. -IV. were prob- ably an earlier
smaller work entitled De Etymologia or the like; it was separately dedicated to
one Septumius or Septimius, who had at some time, which we cannot now identify,
served V. as quaestor. Book II. presented the arguments which were advanced
against Etymology as a branch of learning; Book III. presented those in its
favour as a branch of learning, and useful; Book IV. discussed its nature.
Books V.- VI I. start with a new dedication to Cicero. They treat of the origin
of words, the sources from which they come, and the manner in which new words
develop. Book V. is devoted to words which are the names of places, and to the
objects which are in the places under discussion; VI. treats words denoting
time-ideas, and those which contain some time-idea, notably verbs; VII.
explains rare and difficult words which are met in the writings of the poets.
Books VIII.-XIII. dealt with derivation of words from other words, including
stem-derivation, de- clension of nouns, and conjugation of verbs. The first
three treated especially the conflict between the principle of Anomaly, or
Irregularity, based on con- suetude* ' popular usage,' and that of Analogy, or
Regularity of a proportional character, based on ratio ' relation ' of form to
form. VIII. gives the arguments against the existence of Analogy, IX. those in
favour of its existence, X. V. 's own solution of the con- flicting views, with
his decision in favour of its exi- stence. XI.-XIII. discussed Analogy in
derivation, in the wide sense given above : probably XI. dealt with nouns of place
and associated terms, XII. with time- ideas, notably verbs, XIII. with poetic
words, Books XIV.-XIX. treated of syntax. Books XX.- XXV. seem to have
continued the same theme, but probably with special attention to stylistic and
rhetorical embellishments. Of these twenty-five books, we have to-day, apart
from a few brief fragments, only Books V. to X., and in these there are several
extensive gaps where the manuscript tradition fails. The fragments of the De
Lingua Latina, that is, those quotations or paraphrases in other authors which
do not correspond to the extant text of Books V.-X., are not numerous nor long.
The most considerable of them are passages in the Nodes Atticae of Aulus
Gellius ii. 25 and xvi. 8. They may be found in the edition of Goetz and
Schoell, pages 3, 146, 192-198, and in the Collections of Wilmanns and Funaioli
(see the Bibliography). It is hardly possible to discuss here even summarily
V.'s linguistic theories, the sources upon which he drew, and his degree of
independence of thought and procedure. He owed much to his teacher Aelius
Stilo, to whom he refers frequently, and he draws heavily upon Greek
predecessors, of course, but his practice has much to commend it : he followed
neither the Anomalists nor the Analogists to the extreme of their theories, and
he preferred to derive Latin words from Latin sources, rather than to refer
practically all to Greek origins. On such topics reference may be made to the
works of Barwick, Kowalski, Dam, Dahlmann, Kriegshammer, and Frederik Muller, and
to the articles of Wolfflin in the eighth volume of the Archiv fur lateinische
Lexikographie, all listed in our Bibliography. The text of the extant books of
the De Lingua Latina is believed by most scholars to rest on the manuscript
here first listed, from which (except for our No. 4) all other known
manuscripts have been copied, directly or indirectly. 1. Codex Laurentianus li.
10, folios 2 to 34, parch- ment, written in Langobardic characters in the
eleventh century, and now in the Laurentian Library at Florence. It is known as
F. F was examined by Petrus Victorius and Iacobus Diacetius in 1521 (see the
next paragraph); by Hieronymus Lagomarsini in 1740; by Heinrich Keil in 1851;
by Adolf Groth in 1877; by Georg Schoell in 1906. Little doubt can remain as to
its actual readings. 2. In 1521, Petrus Victorius and Iacobus Diacetius
collated F with a copy of the editio princeps of the De Lingua Latina, in which
they entered the differences which they observed. Their copy is preserved in
Munich, and despite demonstrable errors in other portions, it has the value of
a manuscript for v. 119 to vi. 61, where a quaternion has since their time been
lost in F. For this portion, their recorded readings are known as Fv; and the
readings of the editio princeps, where they have recorded no variation, are
known as (Fv). 3. The Fragmentum Cassinense (called also Excerptum and
Epitome), one folio of Codex Cassinensis 361, parchment, containing v. 41
Capitolium dictum to the end of v. 56; of the eleventh century. It was probably
copied direct from F soon after F was written, but may possibly have been
copied from the archetype of F. It is still at Monte Cassino, and was
transcribed by Keil in 1848. It was published in facsimile as an appendix to
Sexti Iulii Frontini de aquaeductu Urbis Romae, a phototyped reproduction of
the entire manuscript, Monte Cassino, 1930. 4. The grammarian Priscian, who
flourished about a.d. 500, transcribed into his De Figuris Numerorum Yarro's
passage on coined money, beginning with multa, last word of v. 168, and ending
with Nummi denarii decuma libella, at the beginning of v. 174. The passage is
given in H. Keil's Grammatici Latini iii. 410-411. There are many manuscripts,
the oldest and most important being Codex Parisinus 7496, of the ninth century.
5. Codex Laurentianus li. 5, written at Florence in 1427, where it still
remains; it was examined by Keil. It is known as^*. 6. Codex Havniensis, of the
fifteenth century; on paper, small quarto, 108 folia; now at Copenhagen. It was
examined by B. G. Niebuhr for Koeler, and his records came into the hands of L.
Spengel. It is known as H. 7. Codex Gothanus, parchment, of the sixteenth
century, now at Gotha; it was examined by Regel for K. O. Mueller, who
published its important variants in his edition, pages 270-298. It is known as
G. 8. Codex Parisinus 7489, paper, of the fifteenth century, now at Paris; this
and the next two were examined by Donndorf for L. Spengel, who gives their
different readings in his edition, pages 661-718. It is known as a. 9- Codex
Parisinus 6142, paper, of the fifteenth century; it goes only to viii. 7
declinarentur. It is known as b, 10. Codex Parisinus 7535, paper, of the
sixteenth century; it contains only v. 1-122, ending with dictae. It is known
as c. 11. Codex Vindobonensis lxiii., of the fifteenth century, at Vienna; it
was examined by L. Spengel in 1835, and its important variants are recorded in
the apparatus of A. Spengel's edition. It is known as V. 12. Codex Basiliensis
F iv. 13, at Basel; examined by L. Spengel in 1838. It is known as p. 13. Codex
Guelferbytanus, of the sixteenth cen- tury, at Wolfenbiittel; examined by
Schneidewin for K. O. Mueller, and afterwards by L. Spengel. It is known as M.
14. Codex B, probably of the fifteenth century, now not identifiable; its
variants were noted by Petrus Victorius in a copy of the Editio Gryphiana, and
either it or a very similar manuscript was used by Antonius Augustinus in
preparing the so-called Editio Vulgata. These are the manuscripts to which
reference is made in our critical notes; there are many others, some of greater
authority than those placed at the end of our list, but their readings are
mostly not available. In any case, as F alone has prime value, the variants of
other than the first four in our list can be only the attempted improvements
made by their copyists, and have accordingly the same value as that which
attaches to the emendations of editors of printed editions. Fuller information
with regard to the manuscripts may be found in the following : Spengel, edition
of the De Lingua Latina (1826), pages v-xviii. K. O. Mueller, edition (1833),
pages xii-xxxi. Andreas Spengel, edition (1885), pages ii-xxviii. Giulio Antonibon, Supplemento di Lezioni Varianti ai
libri de lingua Latina (1899) 3 pages 10-23. G. Goetz et F. Schoell, edition (1910), pages xi-xxxv.
THE LAURENTIAN MANUSCRIPT F Manuscript F contains all the extant continuous
text of the De Lingua Latina, except v. 119 trua quod to vi. 61 dicendojinit;
this was contained in the second quaternion, now lost, but still in place when
the other manuscripts were copied from it, and when Victorius and Diacetius
collated it in 1 521 . There are a number of important lacunae, apart from
omitted lines or single words; these are due to losses in its archetype. Leonhard
Spengel, from the notations in the manuscript and the amount of text between
the gaps, calculated that the archetype of F consisted of 16 quaternions, with
these losses : Quaternion 4 lacked folios 4 and 5, the gap after v. 162.
Quaternion 7 lacked folio 2, the end of vi. and the beginning of vii., and
folio 7, the gap after vii. 23. Quaternion 11 was missing entire, the end of
viii. and the beginning of ix. Quaternion 15 lacked folios 1 to 3, the gap
after x. 23, and folios 6 to 8, the gap after x. 34. The amount of text lost at
each point can be cal- [tJber die Kritik der V.nischen Bucher de Lingua Latina]
culated from the fact that one folio of the archetype held about 50 lines of
our text. There is a serious transposition in F, in the text of Book V. In §
23, near the end, after qui ad humum, there follows id Sabini, now in § 32, and
so on to Septi- viontium, now in § 41; then comes demissior, now in § 23 after
humum, and so on to ab hominibus, now in § 32, after which comes nominatum of §
41. Mueller," who identified the transposition and restored the text to
its true order in his edition, showed that the altera- tion was due to the
wrong folding of folios 4 and 5 in the first quaternion of an archetype of F;
though this was not the immediate archetype of F, since the amount of text on
each page was different. This transposition is now always rectified in our
printed texts; but there is probably another in the later part of Book V.,
which has not been remedied because the breaks do not fall inside the
sentences, thus making the text unintelligible. The sequence of topics
indicates that v. 115-128 should stand be- tween v. 140 and v. 141 6; there is
then the division by topics : General Heading v. 105 De Victu v. 105-112 De
Vestitu v. 113-114, 129-133 De Instrument v. 134-140, 115-128, 141-183 a In the
preface to his edition, pp. xvii-xviii. The dis- order in the text had
previously been noticed by G. Buchanan, Turnebus, and Scaliger, and discussed
by L. Spengel, Emen- dationum V.nianarum Specimen I, pp. 17-19. 6 L. Spengel,
Emendationum V.nianarum Specimen I, pp. 13-19, identified this transposition,
but considered the transpositions to be much more complicated, with the
following order: §§105-114, §§ 129-140, § 128, §§ 166-168, §§118- 127, §§
115-117, §§ 141-165, § 169 on. Then also vi. 49 and vi. 45 may have changed
places, but I have not introduced this into the present text; I have however
adopted the transfer of x. 18 from its manuscript position after x. 20, to the
position before x. 19, which the continuity of the thought clearly demands. The
text of F is unfortunately very corrupt, and while there are corrections both
by the first hand and by a second hand, it is not always certain that the
corrections are to be justified. The orthography of F contains not merely many
corrupted spellings which must be corrected, but also many variant spellings
which are within the range of recognized Latin orthography, and these must
mostly be retained in any edition. For there are many points on which we are
uncertain of V.'s own practice, and he even speaks of certain per- missible
variations : if we were to standardize his orthography, we should do constant
violence to the best manuscript tradition, without any assurance that we were
in all respects restoring V.'s own spelling. Moreover, as this work is on
language, V. has intentionally varied some spellings to suit his etymological
argument; any extensive normal- ization might, and probably would, do him
injustice in some passages. Further, V. quotes from earlier authors who used an
older orthography; we do not know whether V., in quoting from them, tried to
use their original orthography, or merely used the orthography which was his
own habitual practice. I have therefore retained for the most part the spellings
of F, or of the best authorities when F fails, replacing only a few of the more
misleading spellings by the familiar ones, and allowing other variations to
remain. These variations mostly fall within the following categories : 1. EI :
V. wrote EI for the long vowel I in the nom. pi. of Decl. II (ix. 80); but he
was probably not consistent in writing EI everywhere. The manuscript testifies
to its use in the following : plebei (gen.; cf. plebis vi. 91> in a
quotation) v. 40, 81, 158, vi. 87; eidem (nom. sing.) vii. 17 (eadem F), x. 10;
scirpeis vii. 44; Terentiei (nom.), vireis Terentieis (masc), Teren- tieis
(fem.) viii. 36; infeineiteis viii. 50 (changed to infiniteis in our text, cf.
(in)finitam viii. 52); i(e)is viii. 51 (his F), ix. 5; iei
(nom.) ix. 2, 35; hei re(e)i fer(re)ei de(e)i viii. 70; hinnulei ix. 28; utrei
(nom. pi.) ix. 65 (utre.I. F; cf. utri ix. 65); (B)a(e)biei, B(a)ebieis x. 50
(alongside Caelii, Celiis). 2. AE and E : V., as a countryman, may in some words have used E where
residents of the city of Rome used AE (cf. v. 97); but the standard ortho-
graphy has been introduced in our text, except that E has been retained in
seculum and sepio (and its compounds : v. 141, 150, 157, 162, vii. 7, 13),
which always appear in this form. 3. OE and U : The writing OE is kept where it
appears in the manuscript or is supported by the context : moerus and
derivatives v. 50, 141 bis, 143, vi. 87; moenere, moenitius v. 141; Poenicum v.
113, viii. 65 bis; poeniendo v. 177. OE in other words is the standard orthography.
4. VO UO and VU UU : V. certainly wrote only VO or UO, but the manuscript
rarely shows VO or UO in inflectional syllables. The examples are novom ix. 20
(corrected from nouum in F); nomina- tuom ix. 95, x. 30 (both -tiuom F);
obliquom x. 50; loquontur vi. 1, ix. 85; sequontur x. 71; clivos v. 158;
perhaps amburvom v. 127 (impurro Fv). In initial syllables VO is almost regular
: volt vi. 47, etc.; volpes v. 101; volgus v. 58, etc., but vulgo viii. 66;
Folcanus v. 70y etc.; volsillis ix. 33. Examples of the opposite practice are
aequum vi. 71; duum x. 11; antiquus vi. 68; sequuntur viii. 25; confiuunt x.
50. Our text preserves the manuscript readings. 5. UV before a vowel : V.
probably wrote U and not UV before a vowel, except initially, where his practice
may have been the other way. The examples are : Pacuius v. 60, vi. 6 (catulus
(Fv)), 94, vii. 18, 76, and Pacuvius v. 17, 24, vii. 59; gen. Pacui v. 7, vi.
6, vii. 22; Pacuium vii. 87, 88, 91, 102; compluium, impluium v. 161, and
pluvia v. 161, compluvium v. 125; simpuium v. 124 bis (simpulum codd.); cf.
panuvellium v. 114. Initially : uvidus v. 24; uvae, uvore v. 104; uvidum v.
109- 6. U and I : V. shows in medial syllables a variation between U and I,
before P or B or F or M plus a vowel. The orthography of the manuscript has
been retained in our text, though it is likely that V. regularly used U in
these types : The superlative and similar words : albissumum viii. 75;
fnigalissumus viii. 77; c{a)esi(s)sumus viii. 76; intumus v. 154; maritumae v.
113; melissumum viii. 76; optumum vii. 51; pauperrumus viii. 77; proxuma etc.
v. 36, 93, ix. 115, x. 4, 26; septuma etc. ix. 30, x. 46 ler; Septumio v. 1,
vii. 109 5 superrumo vii. 51; decuma vi. 54. Cf. proximo, optima maxima v. 102,
minimum vii. 101, and many in viii. 75-78. Compounds of -fex and derivatives :
pontufex v. 83, pontufices v. 83 (F 2 for pontifices); artufices ix. 12;
sacrujiciis v. 98, 124. Cf. pontifices v. 23, vi. 54, etc.; artifex v. 93, ix. Ill, etc.;
sacrificium vii. 88, etc. Miscellaneous words : monumentum v. 148, but
monimentum etc. v. 41, vi. 49 bis; mancupis v. 40, but mancipium etc. v. 163,
vi. 74, 85; quadrupes v. 34, but quadripedem etc. vii. 39 bis, quadriplex etc.
x. 46 etc., quadripertita etc. v. 12 etc. 7. LUBET and LIBET : V. probably
wrote lubet, lubido, etc., but the orthography varies, and the manuscript
tradition is kept in our text : lubere lubendo vi. 47, lubenter vii. 89,
lubitum ix. 34, lubidine x. 56; and libido vi. 47, x. 60, libidinosus Libentina
Libitina vi. 47, libidine x. 61. 8. H : Whether V. used the initial H according to the
standard practice at Rome, is uncertain. In the country it was likely to be
dropped in pronuncia- tion; and the manuscript shows variation in its use. We
have restored the H in our text according to the usual orthography, except that
irpices, v. 136 bis, has been left because of the attendant text. Examples of
its omission are Arpocrates v. 57; Ypsicrates v. 88; aedus ircus v. 97; olus
olera v. 108, x. 50; olitorium v. 146; olitores vi. 20; ortis v. 103, ortorum
v. 146 bis, orti vi. 20; aruspex vii. 88. These are normalized in our text,
along with certain other related spellings : sepulchrum vii. 24 is made to
conform to the usual sepulcrum, and the almost invariable nichil and nichili
have been changed to nihil and nihili. 9. X and CS : There are traces of a
writing CS for X, which has in these instances been kept in the text : xx arcs
vii. 44 {ares F); acsitiosae (ac sitiose F), acsitiosa (ac sitio a- F) vi. 66;
dues (duces F) x. 57. 10. Doubled Consonants : V.'s practice in this matter is
uncertain, in some words. F regularly has littera (only Uteris v. 3 has one T),
but obliterata (ix. 16, -atae ix. 21, -at-trf v. 52), and these spellings are
kept in our text. Communis has been made regular, though F usually has one M;
casus is in- variable, except for de cassu in cassum viii. 39, which has been
retained as probably coming from V. himself. Iupiter, with one P, is retained,
because invariable in F; the only exception is Iuppitri viii. 33 (iuppiti F),
which has also been kept. Numo vi. 61, for nummo, has been kept as perhaps an
archaic spelling. Decusis ix. 81 has for the same reason been kept in the
citation from Lucilius. In a few words the normal orthography has been
introduced in the text : grallator vii. 69 bis for gralaior, grabatis viii. 32
for grabattis. For combinations resulting from pre- fixes see the next
paragraph. 11. Consonants of Prefixes : V.'s usage here is quite uncertain,
whether he kept the unassimilated consonants in the compounds. Apparently in
some groups he made the assimilations, in others he did not. The evidence is as
follows, the variant orthography being retained in our text : Ad-c- : always
acc-, except possibly adcensos vii. 58 (F 2, for acensos F 1 ). Ad-f- : always
off-, except adfuerit vi. 40. Ad-l- : always all-, except adlocutum vi. 57,
adlucet vi. 79, adlatis (ablatis F) ix. 21. Ad-m- : always adm-, except
ammonendum v. 6, amministrat vi. 78, amminicula vii. 2, amminister vii. 34 (F2,
for adm- F*). Ad-s- : regularly ass-, but also adserere vi. 64, adsiet vi. 92,
adsimus vii. 99? adsequi viii. 8, x. 9> a^- significare often (always except
assignificant vii. 80), adsumi viii. 69, adsumat ix. 42, adsumere x. 58.
Ad-sc-, ad-sp-, ad-st- : always with loss of the D, as in ascendere, ascribere,
ascriptos (vii. 57), ascriptivi (vii. 56), aspicere, aspectus, astans. Ad-t- :
always a#-, except adtributa v. 48, and possibly adtinuit (F 1, but a^- F 2 )
ix. 59- Con-l-, con-b-, con-m-, con-r-: always coll-, comb-, comm.-, corr-.
Con-p- : always comp-, except conpernis ix. 10. Ex-f- : always eff-, except
exfluit v. 29. Ex-s- : exsolveret v. 176, exsuperet vi. 50, but exuperantum
vii. 18 (normalized in our text to exsuperantum). Ex-sc- : exculpserant v. 143.
Ex-sp- : always expecto etc. vi. 82, x. 40, etc. Ex-sq- : regularly Esquiliis; but Exquilias v. 25,
Exquiliis v. 159 (Fv)i normalized to Esq- in our text. Ex-st : extol v. 8, vi.
78; but exstat v. 3, normalized to extat in our text. In-l- : usually ill-, but
inlicium vi. 88 bis, 93 (illici- tum F), 94, 95, inliceret vi. 90, inliciatur
vi. 94; the variation is kept in our text: In-m- : always imm-, except in
(i?i)mutatis vi. 38, where the restored addition is unassimilated to indi- cate
the negative prefix and not the local in. In-p- : always imp-, except inpos v.
4 bis (once ineos F), inpotem v. 4 (inpotentem F), inplorat vi. 68. Ob-c-,
ob-f-, ob-p- : always occ-, off-, opp-. Ob-t- : always opt-, as in optineo etc.
vii. 17, 91 > x. 19, optemperare ix. 6. Per-l- : pellexit vi. 94, but
perlucent v. 140. Sub-c-, sub-f-, sub-p- : always succ-, suff-, supp-, except
subcidit v. 116. Subs- and subs- + consonant : regularly sus- + con- sonant,
except subscribunt vii. 107. Sub-t- : only in suptilius x. 40. Trans-l- : in
tralatum vi. 77, vii. 23, 103, x. 71; tralaticio vi. 55 (tranlatio Fv) and
translaticio v. 32, vi. 64- (translatio F, tranlatio Fv), translaticiis vi. 78.
Trans-v- : in travolat v. 118, and transversus vii. 81, x. 22, 23, 43. '
Trans-d- : in traducere. 12. DE and DI : The manuscript has been followed in
the orthography of the following : directo vii. 15, dirigi viii. 26, derecti x. 22 bis,
deriguntur derectorum x. 22, derecta directis x. 43, directas x. 44, derigitur
x. 74; deiunctum x. 45, deiunctae x. 47. 13. Second Declension : Nora. sing, and acc. sing, in
-uom and -uum, see 5. Gen. sing, of nouns in -ius : V. used the form ending in
a single I (cf. viii. 36), and a few such forms stand in the manuscript : Muci
v. 5 (muti F); Pacui v. 7, vi. 6, vii. 22; Mani vi. 90 5 Quinti vi. 92, Ephesi
viii. 22 (ephesis F), Plauti et Marci viii. 36, dispendi ix. 54 (quoted,
metrical; alongside dispendii ix. 54). The gen. in II is much commoner; both
forms are kept in our text. Nom. pi., written by V. with EI (cf. ix. 80);
examples are given in 1, above. Gen. pi. : The older form in -um for certain
words (denarium, centumvirum, etc.) is upheld viii. 71, ix. 82, 85, and occurs
occasionally elsewhere : Velabrum v. 44, Querquetulanum v. 49, Sabinum v. 74,
etc. Dat.-abl. pi., written by V. with EIS (cf. ix. 80); examples are given in
1, above, but the manuscript regularly has IS. Dat.-abl. pi. of nouns ending in
-ius, -ia, -turn, are almost always written IIS; there are a few for which the
manuscript has IS, which we have normalized to IIS : Gabis v. 33, (Es)quilis v.
50, kostis v. 98, Publicis v. 158, Faleris v. 162, praeverbis vi. 82 (cf.
praeverbiis vi. 38 bis), mysteris vii. 34- (cf. mysteriis vii. 19) 5 miliaris
ix. 85 (inilitaris F). Deus shows the following variations : Nom. pi. de{e)i
viii. 70, dei v. 57, 58 bis, 66, 71, vii. 36,
ix. 59, dii v. 58, 144, vii. 16; dat.-abl. pi. deis v. 122, vii. 45, diis v.
69, 71, 182, vi. 24, 34, vii. 34. 14. Third Declension : The abl. sing, varies between E
and I : supellectile viii. 30, 32, ix. 46, and supellectili ix. 20 (-lis F);
cf. also vesperi (uespert- F) and vespere ix. 73. Nom. pi., where ending in IS
in the manuscript, is altered to ES; the examples are mediocris v. 5; partis v.
21, 56; ambonis v. 115; urbis v. 143; aedis v. 160; compluris vi. 15;
Novendialis vi. 26; auris vi. 83; dis- parilis viii. 67; lentis'vs.. 34; omnis
ix. 81; dissimilis ix. 92. Gen. pi. in UM and IUM, see viii. 67. In view of
dentum viii. 67, expressly championed by V., Veientum v. 30 (uenientum F), caelestum
vi. 53, Quiritum vi. 68 have been kept in our text. Acc. pi. in ES and IS, see
viii. 67. V. 's dis- tribution of the two endings seems to have been purely
empirical and arbitrary, and the manuscript readings have been retained in our
text. 15. Fourth Declension : Gen. sing. : Gellius, Nodes Atticae iv. 16. 1,
tells us that V. always used UIS in this form. Nonius Marcellus 483-494 M.
cites eleven such forms from V., but also sumpti. The De Lingua Latina gives
the following partial examples of this ending : usuis ix. 4 (suis F), x. 73
(usui F), casuis x. 50 {casuum F), x. 62 (casus his F). Examples of this form
ending in US are kept in our text : fructus v. 34, 134, senatus v. 87,
exercitus v. 88, panus v. 105, domus v. 162, census v. 181, mofws vi. 3,
sonitus vi. 67 sensus vi. 80, wjms viii. 28, 30 c, except as noted below.
Letters changed from the manuscript reading are printed in italics. Some
obvious additions, and the following changes, are sometimes not further
explained by critical notes : ae with italic a, for manuscript e. oe, with
italic o, for manuscript ae or e. italic b and v, for manuscript u and b.
italic f andpA, for manuscript ph andf. italic i and y, for manuscript y and i.
italic h, for an h omitted in the manuscript. The manuscripts are referred to
as follows; read- ings without specification of the manuscript are from F :
F=Laurentianus li. 10; No. 1 in our list. F 1 or m 1, the original writer of F,
or the first hand. F 2 or m 2, the corrector of F, or the second hand. Fv =
readings from the lost quaternion of F, as recorded by Victorius; our No. 2.
Frag. Cass. = Cassinensis 361; our No. 3. f= Laurentianus li. 5; our No. 5. H=
Havniensis; our No. 6. G = Gothanus; our No. 7. a = Parisinus 7489; our No. 8.
6 = Parisinus 6142; our No. 9- c=Parisinus 7535; our No. 10. V= Vindobonensis
lxiii.; our No. 1 1 . p = Basiliensis F iv. 13; our No. 12. M= Guelferbytanus
896; our No. 13. B = that used by Augustinus; our No. 14. The following
abbreviations are used for editors and editions (others are referred to by
their full names) : Laetus = editio princeps of Pomponius Laetus. Rhol. =
Rholandellus, whose first edition was in 1475. Pius = Baptista Pius, edition of
1510. Aug. = Antonius Augustinus, editor of the Vul- gate edition 1554,
reprinted 1557. Sciop. = Gaspar Scioppius, edition of 1602, re- printed 1605.
L. Sp. = Leonhard Spengel, edition of 1826 (and articles). Mue. = Karl Ottfried
Mueller, edition of 1833. A. Sp. = Andreas Spengel, edition of 1885 (and
articles). GS. = G. Goetz and F. Schoell, edition. De Disciplina Originum
Verborum ad ClCERONEM. Quemadmodum vocabula essent imposita rebus in lingua
Latina, sex libris exponere institui. De his tris ante hunc feci quos Septumio
misi : in quibus est de disciplina, quam vocant eri'/ioAoyi/ojv 1 : quae contra
ea(m) 2 dicerentur, volumine primo, quae pro ea, secundo, quae de ea, tertio.
In his ad te scribam, a quibus rebus vocabula imposita sint in lingua Latina,
et ea quae sunt in consuetudine apud (popu- lum et ea quae inveniuntur apud) 3
poetas. 2. Cuwz 1 unius
cuiusque verbi naturae sint duae, a qua re et in qua re vocabulum sit impositum
(itaque § 1. 1 For
ethimologicen. 2 Rhol., for ea. 3 Added by A. Sp. §2. 1 Rhol., for cui. §1.
"Books II. -VII.; Book I. was introductory. * Books II.-IV. e Quaestor to
V., cf. vii. 109; but when or where is not known. Possibly he was the writer on
architecture mentioned by Vitruvius, de Arch. vii. praef. 1 4, and even the
composer of the Libri Observationttm men- ON THE LATIN LANGUAGE Ox THE SciEXCE
OF THE ORIGIN OF WORDS, ADDRESSED TO ClCERO. In what way a name (like ‘shagy’)
is applied to a thing (like shagginess) in Latin, I undertak to expound. Of
this exposition, I have already composed three parts b before this one, and
address them to SETTUMIO (vedasi) c; in those three parts I treat of the branch
of learning which I call ‘etymology,’ from the Greek for ‘true’. The
considerations which might be raised against it, I have put in a first part;
those adduced in its favour, in the second; those merely describing it, in the
third. In the following, addressed to thee, CICERONE, I shall discuss the
PROBLEM – philosophical if ever there is one -- from what a thing a name is
applied, either a name which is habitual with the ordinary folk, or that which
is found in the poets, so-called, only. Inasmuch as each and every WORD [cf.
Grice, “Utt ] has two innate features, from what thing and to what thing tioned
by Quintilian, Inst. Orat. iv. 1. 19. d Cicero, to whom V. addresses the
balance of the work, Books V.-XXV., written apparently in 47-45 b.c. 3 V. a qua
re sit pertinacia cum requi(ri)tur, 2 ostenditur 3 esse a perten(den)do 4; in
qua re sit impositum dicitur cum demonstratur, in quo non debet pertendi et
pertendit, pertinaciam esse, quod in quo oporteat manere, si in eo perstet,
perseverantia sit), priorem illam partem, ubi cur et unde sint verba
scrutantur, Graeci vocant £Tu//oAoyiav, 5 illam alteram Trtp(}) °" r l-
/xcuvo/xevwi'. De quibus duabus rebus in his libris promiscue dicam, sed
exilius de posteriore. 3. Quae ideo sunt obscuriora, quod neque omnis impositio
verborum extat, 1 quod vetustas quasdam delevit, nec quae extat sine mendo
omnis imposita, nec quae recte est imposita, cuncta manet (multa enim verba
li(t)teris commutatis sunt interpolata), neque omnis origo est nostrae linguae
e vernaculis verbis, et multa verba aliud nunc ostendunt, aliud ante
significabant, ut hostis : nam turn eo verbo dicebant peregrinum qui suis
legibus uteretur, nunc dicunt eum quern turn dicebant perduellem. 4. In quo genere verborum aut casu erit illustrius
unde videri possit origo, inde repetam. Ita fieri oportere apparet, quod recto
casu quom 1 dicimus inpos, 2 obscurius est esse a potentia qua(m> 3 cum 2
OS., for sequitur. 3 For
hostenditur. 4 Rhol., for pertendo. 5 For ethimologiam. § 3. 1 For exstat. § 4.
1 Aug., with B, for quem. 2 p, Laetus, for ineos. 3 For qua. § 2. ° Properly an
abstract formed from pertinax, itself a compound of tenax ' tenacious,' derived
from tenere ' to hold.' § 3. ° Cf. vii. 49. Not from potentia; but both from
radical pot-. the name is applied (therefore, when the question is raised from
what thing pertinacia ' obstinacy ' is,° it is shown to be from pertendere ' to
persist ' : to what thing it is applied, is told when it is explained that it
is pertinacia ' obstinacy ' in a matter in which there ought not to be
persistence but there is, because it is perseverantia ' steadfastness ' if a
person persists in that in which he ought to hold firm), that former part,
where they examine why and whence words are, the Greeks call Etymology, that
other part they call Semantics. Of these two matters I shall speak in the
following books, not keeping them apart, but giving less attention to the
second. 3. These relations are often rather obscure for the following reasons :
Not every word that has been applied, still exists, because lapse of time has
blotted out some. Not every word that is in use, has been applied without
inaccuracy of some kind, nor does every word which has been applied correctly
remain as it originally was; for many words are disguised by change of the
letters. There are some whose origin is not from native words of our own
language. Many words indicate one thing now, but formerly meant something else,
as is the case with hostis ' enemy ' : for in olden times by this word they
meant a foreigner from a country independent of Roman laws, but now they give
the name to him whom they then called perduellis ' enemy.' a 4. I shall take as
starting-point of my discussion that derivative or case-form of the words in
which the origin can be more clearly seen. It is evident that we ought to
operate in this way, because when we say inpos ' lacking power ' in the
nominative, it is less clear that it is from potentia a ' power ' than when we
5 V. dicimus inpotem 4; et eo obscurius fit, si dicas pos quam 5 inpos :
videtur enim pos significare potius pontem quam potentem. 5. Vetustas pauca non
depravat, multa tollit. Quem puerum vidisti formosum, hunc vides defor- mem in
senecta. Tertium seculum non videt eum homincm quem vidit primum. Quare ilia
quae iam maioribus nostris ademit oblivio, fugitiva secuta sedulitas Muci 1 et
Bruti retrahere nequit. Non, si non
potuero indagare, eo ero tardior, sed velocior ideo, si quivero. Non mediocres
2 enim tenebrae in silva ubi haec captanda neque eo quo pervenire volumus
semitae tritae, neque non in tramitibus quaedam obz'ecta 3 quae euntem retinere
possent. 6. Quorum verborum novorum ac veterum dis- cordia omnis in
consuetudine com(m)uni, quot modis 1 commutatio sit facta qui animadverterit,
facilius scrutari origines patietur verborum : reperiet enim esse commutata, ut
in superioribus libris ostendi, maxime propter bis quaternas causas. Litterarum
enim fit demptione aut additione et propter earum tra(ie)ctionem 2 aut
commutationem, item syllabarum productione (aut correptione, denique adiectione
aut 4 Aug., for inpotentem. 5 Aug., with B, for postquam. § 5. 1 For muti. 2 For mediocris. 3 For
oblecta. § 6. 1 After modis, Fr. Fritzsche deleted litterarum. 2 Scaliger and
Popma,for tractationem. Avoided in practice, in favour of dissyllabic potis.
" Be- cause the nasal was almost or quite lost before s; cf. the regular
inscriptional spelling cosol= consul. § 5. ° P. Mucius Scaevola and M. Junius
Brutus, distin- guished jurists and writers on law in the period 150-130 b.c.
Mucius, as pontifex maximus, seems to have collected and e(n)ta'fodinae 2 et
viocurus ? Secundus quo grammatica escendit 3 antiqua, quae ostendit, quem-
admodum quodque poeta finxerit verbum, quod confinxerit, quod declinarit; hie
Pacui : Rudentum sibilus, hie : Incwrvicervicum 4 pecus, hie : Clamide clupeat
bacchium. s 8. Tertius gradus, quo philosophia ascendens per- venit atque ea
quae in consuetudine communi essent aperire coepit, 1 ut a quo dictum esset
oppidum, vicus, via. Quartus, ubi est adytum 2 et initia regis : quo si non
perveniam (ad) 3 scientiam, at* opinionem aucupabor, quod etiam in salute
nostra nonnunquam facit 5 cum aegrotamus medicus. 3 Added by Kent, after
Scaliger, Mite., OS.; cf. Quintilian, hist. Orat. i. 6. 32. 4 After libris,
Aug. deleted qui. §7. 1 After infimus, Sciop. deleted in. 2 Canal, for
aretofodine. 3 Sciop., for descendit. 4 O, Aldus, for inceruice ruicum. 8 For
bacchium. §8. 1 For caepit. 2 Sciop., for aditum. 3 Added by L. Sp. 4 Sciop.,
for ad. 5 Aldus, with p, for fecit. § 7. ° Cf. viii. 62. 6 Teucer, Trag. Rom.
Frag. 336 Ilibbeck 3; R.O.L. ii. 296-297 Warmington. c Ex inc. fab. xliv, verse
408, Trag. Rom. Frag. Ribbeck 3, R.O.L. ii. 292-293 Warmington, referring to
the dolphins of Nereus; the entire 8 ON THE LATIN LANGUAGE, V. &-8 by
examples, in the preceding books, of what sort these phenomena are, I have
thought that here I need only set a reminder of that previous discussion. 7.
Now I shall set forth the origins of the indivi- dual words, of which there are
four levels of explana- tion. The lowest is that to which even the common folk
has come; who does not see the sources of argentifodinae a ' silver-mines ' and
of viocurus ' road- overseer ' ? The second is that to which old-time grammar
has mounted, which shows how the poet has made each word which he has fashioned
and derived. Here belongs Pacuvius's 6 The whistling of the ropes, here his c
Incurvate-necked flock, here his d With his mantle he beshields his arm. 8. The
third level is that to which philosophy ascended, and on arrival began to
reveal the nature of those words which are in common use, as, for example, from
what oppidum ' town ' was named, and vicus ' row of houses,' a and via '
street.' The fourth is that where the sanctuary is, and the mysteries of the
high- priest : if I shall not arrive at full knowledge there, at any rate I
shall cast about for a conjecture, which even in matters of our health the
physician sometimes does when we are ill. verse in Quintilian, Inst. Orat. i.
5. 67, Nerei repandirostrum incurvicervicum pecus. d Hermiona, Trag. Rom. Frag.
186 Ribbeck 3, R.O.L. ii. 232-233 Warmington; the entire verse in Nonius
Marcellus, 87. 23 M. : currum liquit, clamide contorta astu clipeat braccium. §
8. ° From this meaning, either an entire small ' village ' or a ' street ' in a
large city. Quodsi summum gradum non attigero, tamen secundum praeteribo, quod
non solum ad Aris- tophanis lucernam, sed etiam ad CleantAis lucubravi. Volui
praeterire eos, qui poetarum modo verba ut sint ficta expediunt. Non enim
videbatur consen- taneum qua(e>re 1 me in eo verbo quod finxisset Ennius
causam, neglegere quod ante rex Latinus finxisset, cum poeticis multis verbis
magis delecter quam utar, antiquis magis utar quam delecter. An non potius mea
verba ilia quae hereditate a Romulo rege venerunt quam quae a poeta Livio
relicta ? 10. Igitur quoniam in haec sunt tripertita verba, quae sunt aut
nostra aut aliena aut oblivia, de nostris dicam cur sint, de alienis unde sint,
de obliviis re- linquam : quorum partim quid ta(men) invenerim aut opiner 1
scribam. In hoc libro dicam de vocabulis locorum et quae in his sunt, in
secundo de temporum et quae in his fiunt, in tertio de utraque re a poetis
comprehensa. 11. Pythagoras
Samius ait omnium rerum initia esse bina ut finitum et infinitum, bonum et
malum, §9. 1 Aug., for
quare. § 10. 1 After A. Sp., with tamen from Fay's quo loco tamen; for quo ita
inuenerim ita opiner. §9. Aristophanes of Byzantium, 262-185 b.c, pupil of
Zenodotus and Callimachus at Alexandria, and himself one of the greatest of the
Alexandrian grammarians, who busied himself especially with the textual
correction and editing of the Greek authors, notably Homer, Hesiod, and the
lyric poets. 6 Frag. 485 von Arnim; Cleanthes of Assos, 331- 232 b.c, pupil and
successor of Zeno, founder of the Stoic school of philosophy (died 264), as
head of the school, at Athens, and author of many works on all phases of the
Stoic teaching. e L. Livius Andronicus, c. 284-202 b.c, born at Tarentum; first
epic and dramatic poet of the Romans. §11. Pythagoras, born probably in Samos
about 567 b.c, But if I have not reached the highest level, I shall none the
less go farther up than the second, because I have studied not only by the lamp
of Aris- tophanes, but also by that of Cleanthes. 6 I have desired to go
farther than those who expound only how the words of the poets are made up. For
it did not seem meet that I seek the source in the case of the word which
Ennius had made, and neglect that which long before King Latinus had made, in
view of the fact that I get pleasure rather than utility from many words of the
poets, and more utility than pleasure from the ancient words. And in fact are
not those words mine which have come to me by inheritance from King Romulus,
rather than those which were left behind by the poet Livius ? c 10. Therefore
since words are divided into these three groups, those which are our own, those
which are of foreign origin, and those which are obsolete and of forgotten sources,
I shall set forth about our own why they are, about those of foreign origin
whence they are, and as to the obsolete I shall let them alone : except that
concerning some of them I shall none the less write what I have found or myself
conjecture. In this book I shall tell about the words denoting places and those
things which are in them; in the follow- ing book I shall tell of the words
denoting times and those things which take place in them : in the third I shall
tell of both these as expressed by the poets. 11. Pythagoras the Samian says
that the primal elements of all things are in pairs, as finite and infinite,
removed to Croton in South Italy about 529 and was there the founder of the
philosophic-political school of belief which attaches to his name. His
teachings were oral only, and were reduced to writing by his followers.V. vitam
et mortem, diem et noctem. Quare item duo status et motus, (utrumque quadripertitum)
1 : quod stat aut agitatur, corpus, ubi agitatur, locus, dum agitatur, tempus,
quod est in agitatu, actio. Quadri- pertitio magis sic apparebit : corpus est
ut cursor, locus stadium qua currit, tempus hora qua currit, actio cursio. 12.
Quare fit, ut ideo fere omnia sint quadri- pertita et ea aeterna, quod neque
unquam tempus, quin fuerit 1 motus : eius enim 2 intervallum tempus; ncque
motus, ubi non locus et corpus, quod alterum est quod movetur, alterum ubi;
neque ubi is agitatus, non actio ibi. Igitur initiorum quadrigae locus et
corpus, tempus et actio. 13. Quare quod quattuor genera prima rerum, totidem
verborum : e quis (de) locis et ns 1 rebus quae in his videntur in hoc libro
summatim ponam. Sed qua cognatio eius erit verbi quae radices egerit extra
fines suas, persequemur. Saepe enim ad limitem arboris radices sub vicini
prodierunt segetem. Quare non, cum de
locis dicam, si ab agro ad agrarium 2 hominem, ad agricolam pervenero,
aberraro. Multa §11. 1
Added by L. Sp. §12. 1 For fuerint. 2 A ug., for animi. § 13. 1 L. Sp., for
uerborum enim horum dequis locis et his. 2 L. Sp., for agrosium. § 13. °
Celebrated on April 23 and August 19, when an offering of new wine was made to
Jupiter. good and bad, life and death, day and night. There- fore likewise
there are the two fundamentals, station and motion, each divided into four
kinds : what is stationary or is in motion, is body; where it is in motion, is
place; while it is in motion, is time; what is inherent in the motion, is
action. The fourfold division will be clearer in this way : body is, so to
speak, the runner, place is the race-course where he runs, time is the period
during which he runs, action is the running. 12. Therefore it comes about that
for this reason all things, in general, are divided into four phases, and these
universal; because there is never time without there being motion — for even an
intermission of motion is time —; nor is there motion where there is not place
and body, because the latter is that which is moved, and the former is where;
nor where this motion is, does there fail to be action. Therefore place and body,
time and action are the four-horse team of the elements. 13. Therefore because
the primal classes of things are four in number, so many are the primal classes
of words. From among these, concerning places and those things which are seen
in them, I shall put a summary account in this book; but we shall follow them
up wherever the kin of the word under discus- sion is, even if it has driven
its roots beyond its own territory. For often the roots of a tree which is
close to the line of the property have gone out under the neighbour's
cornfield. Wherefore, when I speak of places, I shall not have gone astray, if
from ager ' field ' I pass to an agrarius ' agrarian ' man, and to an agricola
' farmer.' The partnership of words is one of many members : the Wine Festival
a cannot be set 13 V. societas verborum, nec Vinalia sine vino expediri nec
Curia Calabra sine calatione potest aperiri. II. 14. Incipiam de locis ob 1
ipsius loci origine. Locus est, ubi locatum quid esse potest, ut nunc dicunt,
collocatum. Veteres id dicere solitos apparet apud Plautum : Filiam habeo
grandem dote cassa(m> atque inlocabile 3 Neque earn queo locare cuiquam. Apud Ennium : O Terra T/jraeca, ubi Liberi fanum
incZutfum 3 Maro 4 locavi. 5 15. Ubi quidque consistit, locus. Ab eo praeco dicitur
locare, quod usque idem it, 1 quoad in aliquo constitit pretium. In(de) 2
locarium quod datur in stabulo et taberna, ubi consistant. Sic loci muliebres,
ubi nascendi initia consistunt. III. 16. Loca natura(e) 1 secundum antiquam
divisionem prima duo, terra et caelum, deinde par- ticulatim utriusque multa. Caeli dicuntur loca su- § 14.
1 Sciop., for sub. 2 So Plautus, for cassa dote atque inlocabili F; Plautus
also has virginem for filiam. 3 Wilhelm, for inciuium. 4 For miro F 2, maro F 1
. 6 Ribbeck, for locaui. § 15. 1 Turnebus, for id emit. 2 Laetus,for in. § 16.
1 Aug., for natura. 6 A place on the Capitoline Hill, near the cottage of
Romulus, and also the meeting held there on the Kalends, when the priests
announced the number of days until the Nones; cf. vi. 27, and Macrobius,
Saturnalia, i. 15. 7. § 14. a Theuncompounded word; which, like its compound,
meant both ' established in a fixed position ' and ' established in a
marriage.' b Aulularia, 191-192. e That is, in marriage. d Trag. Rom. Frag. 347-348
Ribbeck 3; R.O.L. 14 on its way without wine, nor can the Curia Calabra '
Announcement Hall ' b be opened without the calatio ' proclamation.' II. 14.
Among places, I shall begin with the origin of the word locus ' place ' itself.
Locus is where something can be locatum a ' placed,' or as they say nowadays,
colhcatum ' established.' That the ancients were wont to use the word in this
meaning, is clear in Plautus 6 : I have a grown-up daughter, lacking dower,
unplaceable,' Nor can I place her now with anyone. In Ennius we find d : O
Thracian Land, where Bacchus' fane renowned Did Maro place. 15. Where anything
comes to a standstill, is a locus ' place.' From this the auctioneer is said
locare 1 to place ' because he is all the time likewise going on until the
price comes to a standstill on someone. Thence also is locarium ' place-rent,'
which is given for a lodging or a shop, where the payers take their stand. So
also loci muliebres ' woman's places,' where the beginnings of birth are
situated. III. 16. The primal places of the universe, accord- ing to the
ancient division, are two, terra ' earth ' and caelum ' sky,' and then,
according to the division into items, there are many places in each. The places
of the sky are called loca super a ' upper places,' and i. 376-377 Warmington.
Maro, son of Euanthes and priest of Apollo in the Thracian Ismaros, in thanks
for protection for himself and his followers, gave Ulysses a present of
excellent wine (Odyssey, ix. 197 ff.). Because of this, later legend drew him
into the Dionysiac circle, as son or grandson of Bacchus, or otherwise. There
were even cults of Maro himself in Maroneia, Samothrace, and elsewhere. pera et
ea deorum, terrae loca infcra et ea hominum. Ut Asia sic caelum dicitur modis
duobus. Nam et Asia, quae non Europa, in quo etiam Syria, et Asia dicitur
prioris pars Asiae, in qua est Ionia ac provincia nostra. 17. Sic caelum et
pars eius, summum ubi stellae, et id quod Pacuvius cum demonstrat dicit : Hoc
vide circum supraque quod complexu continet Terram. Cui subiungit : Id quod
nostri caelum memorant. A qua bipertita divisione Lua'Zius 1 suorum un(i)us 2
et viginti librorum initium fecit hoc : Aetheris et terrae genitabile quaerere
tempus. 18. Caelum dictum scribit Aelius, quod est ccelatum, aut contrario
nomine, celatum quod aper- tum est; non male, quod (im)positor 1 multo potius
(caelare) 2 a caelo quam caelum a caelando. Sed non § 17. 1 Scaliger, for
lucretius. 2 Laetus, for unum. § 18. 1 GS.,for posterior. 2 Added by Scaliger.
§ 16. ° Asia originally designated probably only a town or small district in
Lydia, and then came to be what we now call Asia Minor, and finally the entire
continent. 6 Ionia was a coastal region of Asia Minor, including Smyrna,
Ephesus, Miletus, etc., and was included within provincia nostra. But ' our
province ' ran much farther inland, comprising Phrygia, Mysia, Lydia, Caria
(Cicero, Pro Flacco, 27. 65), which explains the ' and.' § 17. ° Chryses, Tray.
Rom. Fray. 87-88 and 90 Ribbeck 3; R.O.L. 2. 202-203, lines 107-108, 1 1 1
Warmington. 6 Satirae, verse 1 Marx. As there were thirty books of Lucilius's
Satires, the limitation to twenty-one by V. must be based on another division
(for which there is evidence), thus : Books XXVI.-XXX. were written first, in
various metres; I.-XXI., these belong to the gods; the places of the earth are
loca infer a ' lower places,' and these belong to man- kind. Caelum ' sky ' is
used in two ways, just as is Asia. For Asia means the Asia, which is not
Europe, wherein is even Syria; and Asia means also that part a of the
aforementioned Asia, in which is Ionia 6 and our province. 17. So caelum ' sky
' is both a part of itself, the top where the stars are, and that which
Pacuvius means when he points it out : See this around and above, which holds
in its embrace The earth. To which he adds : .That which the men of our days
call the sky. From this division into two, Lucilius set this as the start of
his twenty-one books 6 : Seeking the time when the ether above and the earth
were created. 18. Caelum, Aelius writes," was so called because it is
caelatum ' raised above the surface,' or from the opposite of its idea, 6
celatum ' hidden ' because it is exposed; not ill the remark, that the one who
applied the term took caelare ' to raise ' much rather from caelum than caelum
from caelare. But that second to which V. here alludes, were a second volume,
in dactylic hexameters, which Lucilius had found to be the best vehicle for his
work; XXII.-XXV. were a third part, in elegiacs, probably not published until
after their author's death. § 18. ° Page 59 Funaioli. Caelum is probably
connected with a root seen in German heiter ' bright,' and not with the words
mentioned by V.. 6 Derivation by the contrary of the meaning, as in ludus, in
quo minime luditur ' school, in which there is very little playing ' (Fesrus,
122. 16 M.). vol. I c 17 V. minus illud alterum de celando ab eo potuit dici,
quod interdiu celatur, quam quod noctu non celatur. 19. Omnino epk(ap). 3 A
puteis oppidum ut Puteoli, quod incircum eum locum aquae frigidae et caldae
multae, nisi a putore potius, quod putidus odoribus soepe ex sulphure et
alumine. Extra oppida a puteis puticuli, quod ibi in puteis obruebantur
homines, nisi potius, ut Aelius scribit, puticuli 4 quod putescebant ibi
cadavera proiecta, qui locus publicus ultra Esquilias. 5 Itaque eum Afranius /mti/ucos 6 in Togata appellat,
quod inde suspiciunt per p?*teos 7 lumen. 26. Lacus lacuna magna, ubi aqua
contineri potest. Palus paululum aquae in altitudinem et palam latius diffusae.
Stagnum a Graeco, quod ii 1 o-reyvov quod non habet rimam. 2 Hinc ad villas
rutunda 3 stagna, quod rutundum facillime continet, anguli maxime laborant. §
25. 1 For summi. 2 Buttmann, for potamon sic po tura potu. 3 Victorius, for pe. 4
Mue.,for puticulae. 5 For exquilias. 6 Scaliger, for cuticulos. 7 Canal, for
perpetuos. § 26. 1 For 11. 2 Scaliger, for nomen habet primam. 3 B, for
rutundas. § 25. Or ' pit '; derivative of root in pidare ' to cut, think,' cf.
amputare ' to cut off.' 6 Aeolis, nom. pi. = Greek AloXeis. " This and
ttvtcos are unknown in the extant remains of Aeolic Greek, but a number of
Aeolic words show the change : anv for a-no, vfioCcos for ofiotcos. d The
modern Pozzuoli, on the Bay of Naples, in a locality characterized by volcanic springs
and exhalations; V.'s derivation is correct. * Page 65 Funaioli. ' The Roman '
potters' field,' for the poor and the slaves. * Com. Rom. Frag. 430 Ribbeck 3;
with a jesting transposition of the consonants. Cf. for a similar effect '
pit-lets ' and ' pit-lights.' The description suggests that they were
constructed like the Catacombs. If this moisture is in the ground no matter how
far down, in a place from which it pote ' can ' be taken, it is a puteus ' well
' °; unless rather because the Aeolians 6 used to say, like 7ruTa/zos c for
Trorafios ' river,' so also Trvreos ' well ' for iroreos ' drinkable,' from
pohis ' act of drinking,' and not (f>peap ' well ' as they do now. From
patei ' wells ' comes the town- name, such as Puteoli, d because around this
place there are many hot and cold spring-waters; unless rather from putor '
stench,' because the place is often putidus ' stinking ' with smells of sulphur
and alum. Outside the towns there are puticuli ' little pits,' named from putei
' pits,' because there the people used to be buried in putei ' pits '; unless
rather, as Aelius e writes, the puticuli are so called because the corpses
which had been thrown out putescebant ' used to rot ' there, in the public
burial-place f which is beyond the Esqui- line. This place Afranius 9 in a
comedy of Roman life calls the Putiluci ' pit-lights,' for the reason that from
it they look up through putei ' pits ' to the lumen ' light.* 26. A lacus '
lake ' is a large lacuna a ' hollow,' where water can be confined. A palus b '
swamp ' is a paululum ' small amount ' of water as to depth, but spread quite
widely palam ' in plain sight.' A stagnum c ' pool ' is from Greek, because
they gave the name o-reyvos d ' waterproof ' to that which has no fissure. From
this, at farmhouses the stagna ' pools ' are round, because a round shape most
easily holds water in, but corners are extremely troublesome. §26. ° Lacuna is
a derivative of lacus. 6 Palus, paulu- lum, palam are all etymologically
distinct. e Properly, a pool without an outlet; perhaps akin to Greek arayuv '
drop (of liquid).' d Original meaning, ' covered.' Fluvius, quod fluit, item
flumen : a quo lege praediorum urbanorum scribitur 1 : Stillicidia fluminaque 2
ut ita 3 cadant fluantque; inter haec hoc inter(est), quod stillicidium eo quod
stillatim cadit, 4 flumen quod fluit continue. 28. Amnis id flumen quod circuit
aliquod : nam ab ambitu amnis. Ab hoc qui circum Aternum 1 habitant, Amiternini
appellati. Ab eo qui popu- lum candidatus circum it, 2 ambit, et qui aliter
facit, indagabili ex ambitu causam dicit. Itaque Tiberis amnis, quod ambit
Martium Campum et urbem; op- pidum Interamna dictum, quod inter amnis est
constitutum; item Antemnae, quod ante amnis, qu(a> Anto 3 influit in
Tiberim, quod bello male ac- ceptum consenuit. 29. Tiberis quod caput extra
Latium, si inde nomen quoque exfluit in linguam nostram, nihil (ad) 1
eTv/ioAoyov Latinum, ut, quod oritur ex Samnio, For scribitur scribitur. 2 For flumina quae. 8 L. Sp.,
after Gothofredus, for ut ita. 4 a, Pape, for cadet. §28. 1 Aug., with B, for
alterunum. 2 For id. 3 Canal, for quanto. § 29. 1 Added by Thiersch. § 27. a
Cf. Digest, viii. 2. 17. That is, rain-waters dripping from roofs and streams
resulting from rain shall in city properties not be diverted from their present
courses. Such supplies of water were in early days a real asset. § 28. "
Probably to be associated with English Avon (from Celtic word for ' river '),
and not with ambire ' to go around.' b Good etymology; Amiternum was an old
city in the Sabine country, on the Aternus River; with ambi- ' around ' in the
form am-, as in amicire ' to place (a garment) around.' Fluvhis ' river ' is so
named because it jiuit ' flows,' and likewise jiumen ' river ' : from which is
written, according to the law of city estates," Stillicidia ' rain-waters
' and flumina ' rivers ' shall be allowed to fall and to flow without
interference. 6 Between these there is this difference, that stillicidium '
rain-water ' is so named because it cadit ' falls ' stillatim ' drop by drop,'
and Jiumen ' river ' because it jiuit ' flows ' uninterruptedly. 28. An amnis a
is that river which goes around something; for amnis is named from ambitus '
circuit.' From this, those who dwell around the Aternus are called Amiternini '
men of Amiternum.' 6 From this, he who circum it ' goes around ' the people as
a candi- date, ambit ' canvasses,' and he who does otherwise than he should,
pleads his case in court as a result of his investigable ambitus '
canvassing.'" Therefore the Tiber is called an amnis, because it ambit '
goes around ' the Campus Martius and the City d; the town Interamna ' gets its
name from its position inter amnis ' between rivers '; likewise Antemnae,
because it lies ante amnis ' in front of the rivers,' where the Anio flows into
the Tiber a town which suffered in war and wasted away until it perished. 29.
The Tiber, because its source is outside Latium, if the name as well flows
forth from there into our language, does not concern the Latin ety- mologist;
just as the Volturnus, because it starts from e That is, for corrupt
electioneering methods. d The Tiber swings to the west at Rome, forming a
virtual semicircle. A city in Umbria, almost encircled by the river Nar. § 29.
Adjective from voltur ' vulture '; there was a Mt. Voltur farther south, on the
boundary between Samnium and Apulia. Volturnus nihil ad Latinam linguam : at 2
quod proxi- mum oppidum ab eo secundum mare Volturnum, ad nos, iam 3 Latinum
vocabulum, ut Tiberinus no(me)n.' Et colonia enim nostra Volturnu?/? 5 et deus
Tiberinus. 30. Sed de Tiberis nomine anceps historia. Nam et suum Etruria et
Latium suum esse credit, quod fuerunt qui ab Thebri vicino regulo Veientum 1
dixe- rint appellat?fimam 4 Novam Viam locus sacellum (Ve>labrum. 5 44. Velabrum a vehendo. Velaturam facere etiam nunc
dicuntur qui id mercede faciunt. Merces (dicitur a mcrendo et aere) huic vecturae qui
ratibus transibant quadrans. Ab eo Lucilius scripsit : Quadrantis ratiti. VIII.
45. Reliqua urbis loca olim discreta, cum Argeorum sacraria septem et viginti
in (quattuor) §43. x Added by Laetus. 2 Mue., with M, for auen- tinum. 3 Added by L. Sp. 4
Turnebus, for fimam. 5 Mue., for labrum. § 43. ° Page 115 Funaioli. Etymologies
of place-names are particularly treacherous; none of those given here ex- plains
Aventinus. V. elsewhere (de gente populi Romani, quoted by Servius in Aen. vii.
657) says that some Sabines established here by Romulus called it Aventinus
from the Avens, a river of the district from which they had come. 6 Frag. Poet.
Rom. 27 Baehrens; R.O.L. ii. 56-57 Warming- ton. c The spelling with d is
required by the sense. d V. says that a ferry-raft was called a velabrum, and
that this name was transferred to the passage on which the rafts had plied,
when it was filled in and had become a street; but that there survived a chapel
in honour of the ferry-rafts. § 44. ° Correct etymology. 6 Incorrect etymology.
-±5 several origins. Naevius b says that it is from the aves ' birds,' because
the birds went thither from the Tiber; others, that it is from King Aventinus
the Alban, because he is buried there; others that it is the Adventine c Hill,
from the adventus ' coming ' of people, because there a temple of Diana was
estab- lished in which all the Latins had rights in common. I am decidedly of
the opinion, that it is from advectus ' transport by water '; for of old the
hill was cut off from everything else by swampy pools and streams. Therefore
they advehebaniur ' were conveyed ' thither by rafts; and traces of this
survive, in that the way by which they were then transported is now called
Velabrum ' fern",' and the place from which they landed at the bottom of
New Street is a chapel of the Velabra. " 44. Velabrum ° is from vehere '
to convey.' Even now, those persons are said to do velatura ' ferrying,' who do
this for pay. The merces 6 ' pay ' (so called from merere ' to earn ' and aes '
copper money ') for this ferrying of those who crossed by rafts was a farthing.
From this Lucilius wrote c : Of a raft-marked farthing. 1 * VIII. 45. The
remaining localities of the City were long' ago divided off, when the
twenty-seven c 1272 Marx. d The quadrans or fourth of an as was marked with the
figure of a raft. § 45. ° It would seem simpler if the shrines numbered
twenty-four, six in each of the four sections of Rome. But both here and in
vii. 44 the number is driven as twenty-seven. It is hardly likely that in both
places XXUII ( =XXVII) has been miswritten for XXIIII; yet this supposition
must be made by those who think that the correct number is twenty- four. partis
1 urbi(s) 2 sunt disposita. Argeos dictos putant a principibus, qui cum /fercule
Argivo venerunt Romam et in Saturnia subsederunt. E quis prima scripta est regio Suburana, 3 secunda'
Esquilina, tertia Collina, quarta Palatina. 46. In Suburanae 1 regionis parte
princeps est Caelius mons a C#ele Vibenna, 2 Tusco duce nobili, qui cum sua
manu dicitur Romulo venisse auxilio contra 7atium 3 regem. Hinc post Caelis 4
obitum, quod nimis munita loca tenerent neque sine suspicione essent, deducti
dicuntur in planum. Ab eis dictus Vicus Tuscus, et ideo ibi Vortumnum stare,
quod is deus Etruriae princeps; de Caelianis qui a suspicione liberi essent,
traductos in eum locum qui vocatur Cfleliolum. 4-7. Cum Cflelio 1 coniunctum
Carinae et inter eas quern locum Caer(i)o/ensem 2 appellatum apparet, § 45. 1 L. Sp., for sacraria in
septem et uiginti partis. 2 Ijaetus, for urbi. 3 Aug., for suburbana F 1,
subura F 2 . § 46. 1 Aug., with B,for suburbanae. 2 Frag. Cass., for uibenno /
cf. Tacitus, Ann. iv. 65. 3 Puccius, \oith Servius in Aen. v. 560, for latinum.
4 Coelis Aug., for celii. § 47. 1 Laetus, for celion. 2 Kent; Caeliolensem ten
Brink {and similarly through the section); for ceroniensem. * Puppets or dolls
made of rushes, thrown into the Tiber from the Pons Sublicius every year on May
14, as a sacrifice of purification; the distribution of the shrines from which
they were brought was to enable them to take up the pollu- tion of the entire
city. Possibly the dolls were a substitute for human victims. The name Argei
clearly indicates that the ceremony was brought from Greece. § 46. Comparison
with § 47, § 50, § 52, § 54, shows that shrines of the Argei 6 were distributed
among the four sections of the City. The Argei, they think, were named from the
chieftains who came to Rome with Hercules the Argive, and settled down in
Saturnia. Of these sections, the first is recorded as the Suburan region, the
second the Esquiline, the third the Colline, the fourth the Palatine. 46. In
the section of the Suburan region, the first shrine ° is located on the Caelian
Hill, named from Caeles Yibenna, a Tuscan leader of distinction, who is said to
have come with his followers to help Romulus against King Tatius. From this
hill the followers of Caeles are said, after his death, to have been brought
down into the level ground, because they were in possession of a location which
was too strongly forti- fied and their loyalty was somewhat under suspicion.
From them was named the Vicus Tuscus ' Tuscan Row,' and therefore, they say,
the statue of Vertumnus stands there, because he is the chief god of Etruria;
but those of the Caelians who were free from suspicion were removed to that
place which is called Caeliohim ' the little Caelian.' 6 47. Joined to the
Caelian is Cannae ' the Keels '; and between them is the place which is called
Caerio- the sacra Argeorum (§ 50) used princeps, terticeps, etc., to designate
numerically the shrines in each pars; and that the place-name was set in the
nominative alongside the neuter numeral : therefore " the first is the
Caelian Hill " means that the first shrine is located on that hill. Cf. K.
O. Mueller, Zur Topographle Horns : ilber die Fragmenta der Sacra Argeorum bei
V., de Lingua Latlna,v. 8 (pp. 69-94 in C. A. Bottiger, Archaohgle und Kunst,
vol. i., Breslau, 1828). * The Caeliolum, spoken of also as the Caeliculus (or
-um) by Cicero, De liar. Resp. 15. 32, and as the Caelius Minor by Martial,
xii. 18. 6, seems to have been a smaller and less im- portant section of the
Caelian Hill. quod primae regionis quartum sacrarium scriptum sic est :
Caer(i)olensis 3 : quarticeps 4 circa Minerviuin qua in Caeli?/(m> monte(m)
B itur : in tabernola est. Cflcrolensis s a Carinarum 7 iunctu dictus; Carinae
pote a 8 caeri(m)onia, 9 quod hinc oritur caput Sacrae Viae ab Streniae sacello
quae pertinet in arce(m), 10 qua sacra quotquot mensibus feruntur in arcem et
per quam augures ex arce profecti solent inaugurare. Huius Sacrae Viae pars haec sola volgo nota, quae est
a Foro eunti primore 11 clivo. 48. Eidem regioni adtributa Subura, quod sub
muro terreo Carinarum; in eo est Argeorum sacel- lum sextum. Subura(m) 1 Iunius
scribit ab eo, quod fuerit sub antiqua urbc; cui testimonium potest esse, quod
subest ei 2 loco qui terreus murus vocatur. Sed (ego a) 3 pago potius Succusano
dictam puto Suc- cusam : (quod in nota etiam) 4 nunc scribitur (SVC) 5 3 Kent,
for cerolienses. 4 Aug., for quae
triceps. 5 Aug., for celio monte. 6 Kent, for cerulensis. 7 For carinaernm. 8
Jordan, for postea. 9 cerimonia Bek- ker, for cerionia. 10 Aug., and Frag.
Cass., for arce. 11 Aldus, for primoro. § 48. 1 Wissowa, for subura. 2
Victorius, for et. 3 Added by Laetus (a Frag. Cass.). 4 Added by Mae., after
Quintilian, Inst. Orat. i. 7. 29. 5 Added by Merck- lin, to fill a gap capable
of holding three letters, in F; cf. Quintilian, loc. cit. § 47. ° That is,
Caeliolensis ' pertaining to the Caeliolus.'' Through separation in meaning
from the primitive, the r has been subject to regular dissimilation as in
caerulus for *catlu- lensis, a obviously because the fourth shrine of the first
region is thus written in the records : Coeriolensis : fourth 6 shrine, near
the temple of Minerva, in the street by which you go up the Caelian Hill; it is
in a booth.' Caeriolensis is so called from the joining of the Carinae with the
Caelian. Carinae is perhaps from caerimonia ' ceremony,' because from here
starts the beginning of the Sacred Way, which extends from the Chapel of
Strenia d to the citadel, by which the offerings are brought ever)' year to the
citadel, and by which the augurs regularly set out from the citadel for the
observation of the birds. Of this Sacred Way, this is the only part commonly
known, namely the part which is at the beginning of the Ascent as you go from
the Forum. 48. To the same region is assigned the Subura, which is beneath the
earth-wall of the Cannae; in it is the sixth chapel of the Argei. Junius 6
writes that Subura is so named because it was at the foot of the old city (sub
urbe); proof of which may be in the fact that it is under that place which is
called the earth- wall. But I rather think that from the Succusan dis- trict it
was called Succusa; for even now when abbre- viated it is written SVC, with C
and not B as third his, Parilia for Palilia; possibly association with Carinae
furthered the change. * Cf. § 46, note a. e The words sinistra via or
dexteriore via may have been lost before in tabernola; cf. ten Brink's note. d
A goddess of health and physical well-being. § 48. " Etymology entirely
uncertain. The neuters quod and in eo, referring to Subura, mutually support
each other. 6 M. Junius Gracchanus, contemporary and partisan of the Gracchi;
page 1 1 Huschke. He wrote an antiquarian work Be Potestatibus. 45 V. tertia
littera C, non B. Pagus Succusanus, quod succurrit Carinis. 49. Sccundac
rcgionis Esquiliae. 1 Alii has scrip- serunt ab excubiis regis dictas, alii ab
eo quod (aes- culis} 2 excultae a rege Tullio essent. Huic origini magis
concinunt loca vicina, 3 quod ibi lucus dicitur Facutalis et Larum
Querquetulanum sacellum et l?*cus 4 Mefitis et Iunonis Lucinae, quorum angusti
fines. Non mirum : iam diu enim late avaritia
una (domina) 5 est. 50. Esquiliae duo montes habiti, quod pars (Op- pius pars)
1 Cespzus 2 mons suo antiquo nomine etiam nunc in sacris appellatur. In Sacris
Argeorum scriptum sic est : Oppius Mons : princeps quili(i>s 3 u/s 4 l?. 4
Sunt qui, quod ibi vimineta 5 fuerint. Coin's 6 Quirinalis, (quod ibi) 7
Quirini fanum. Sunt qui a Quiritibus, qui cum Tatio Curibus venerunt ad
Roma(m), 8 quod ibi habuerint castra. 52. Quod vocabulum coniunctarum regionum
nomina obliteravit. Dictos enim collis pluris apparet ex Argeorum Sacrificiis,
in quibus scriptum sic est : Collis Quirinalis : terticeps cis 1 aedem Quirini.
Collis Salutaris :
quarticeps adversum est polinar cis 2 aedem Salutis. 13 Mue., for sceptius. 14 Mue., for quinticepsois.
15 Laetus, for lacum. 16 Scaliger, for esquilinis. § 51. 1 L. Sp., for colles.
2 Laetus, for uiminales. 3 Aug., with B, for uimino / cf Festus, 376 a 10 M. 4
L. Sp., after ten Brink (arae eius), for arae. 6 O, Aug., for uiminata. 6
Laetus, for colles. 7 Added by L. Sp. 8 Ten Brink; Romam Laetus; for ab Roma. §
52. 1 Mue., for terticepsois. 2 Apollinar cis Mue., for pilonarois. c
Apparently to be associated with putidus ' stinking,' because of the mention of
Mefitis a few lines before; but if so, the oe is a false archaic spelling, out
of place in putidus and its kin. Another possibility is that it is to be
connected with the plebeian gens Poetelia; one of this name was a member of the
Second Decemvirate, 450 b.c. d That is, adjacent to the sacristan's dwelling.
Cespian Hill : fifth shrine, this side of the Poetelian " Grove; it is on
the Esquiline. Cespian Hill : sixth shrine, at the temple of Juno Lucina, where
the sacristan customarily dwells.* 51. To the third region belong five hills,
named from sanctuaries of gods; among these hills are two that are well-known.
The .Viminal Hill got its name from Jupiter Viminius ' of the Osiers,' because
there was his altar; ■ but there are some a who assign its name to the fact
that there were vimineta ' willow- copses ' there. The Quirinal Hill was so
named because there was the sanctuary of Quirinus 6; others c say that it is
derived from the Quirites, who came with Tatius from Cures d to the vicinity of
Rome, because there they established their camp. 52. This name has caused the
names of the adjacent localities to be forgotten. For that there were other
hills with their own names, is clear from the Sacrifices of the Argei, in which
there is a record to this effect ° : Quirinal Hill : third shrine, this side of
the temple of Quirinus. Salutary Hill * : fourth shrine, opposite the temple of
Apollo, this side of the temple of Salus. §51. "Page 118 Funaioli. b
Quirinalis, Quirinus, Quirites belong together; but Cures is probably to be
kept apart. c Page 116 Funaioli. d An ancient city of the Sabines, about
twenty-four miles from Rome, the city of Tatius and the birthplace of Xnma
Pompilius, successor of Romulus; cf. Livy, i. 13, 18. § 53. ° Page 6 Preibisch.
6 Sal u tar is, from salus ' preservation '; the temple perhaps marked the
place of a victory in a critical battle, or commemorated the end of a
pestilence. We do not know whether this Salus was the same as Iuppiter
Salutaris. mentioned by Cicero, De Finibus, iii. 20. 66; cf. the Greek Zevs
aarrqp ' Zeus the Saviour.' vol. l E 49 V. Collis Mucialis : quinticeps apud
aedem Dei Fidi 3; in delubro, ubi aeditumus habere solet. Colli's 4 Latiaris 5
: sexticeps in Vico Instef'ano 6 summo, apud au(gu)raculum'; aedificium solum
est. Horum deorum arae, a quibus cognomina habent, in cius regionis partibus
sunt. 53. Quartae regionis Palatium, quod Pallantes cum Euandro venerunt, qui
et Palatini; (alii quod Palatini), 1 aborigines ex agro Reatino, qui appeliatur
Palatium, ibi conse(de)runt 2; sed hoc alii a Palanto 3 uxore Latini putarunt. Eundem hunc locum a pecore
dictum putant quidam; itaque Naevius Balatium appellat. 5 1. Huic Cermalum et
Velias 1 coniunxerunt, quod in hac rcgione 2 scriptum est : Germalense :
quinticeps apud aedem Romuli. Et Veliense 3 : sexticeps in Velia apud aedem deum
Penatium. 3 For de i de fidi. 4 For colles. 5 M, Laetus, for latioris. 6 Jordan, for instelano; cf
Livy, xxiv. 10. 8, in vico Insteio. 7 Turtiebus,for auraculum. § 53. 1 Added by
A. Sp. 2 Fray. Cass., M, Laetus, for conserunt. 3 Mite., (Palantho L. Sp.), for
palantio / cf Fest. 220. 6 M. § 54. 1 For uellias. 2 M, Laetus, for religione.
3 Bentlnus, for uelienses. c 3Ivcialis, apparently from the gens Mucia; the
first known Mucius was the one who on failing to assassinate Porsenna, the
Etruscan king who was besieging Pome, burned his right hand over the altar-fire
and thus gained the cognomen Scae- vola ' Lefty.' Several Mucii with the
cognomen Scaevola were prominent in the political and legal life of Rome from
215 to 82 b.c. d Detts Fidivs was an aspect of Jupiter; cf. Greek Zev? marios.
e Latiaris 'pertaining to Latium'; Iuppiter Latiaris was the guardian deity of
the Latin Con- federation, cf. Cicero, Pro Milone, 31. 85. Mucial Hill e :
fifth shrine, at the temple of the God of Faith, 4 in the chapel where the
sacristan customarily dwells. Latiary Hill * : sixth shrine, at the top of
Insteian Row, at the augurs' place of observation; it is the only building. The
altars of these gods, from which they have their surnames, are in the various
parts of this region. 53. To the fourth region belongs the Palatine, so called
because the Pallantes came there* with Evan- der, and they were called also
Palatines; others think that it was because Palatines, aboriginal inhabitants
of a Reatine district called Palatium, 6 settled there; but others c thought
that it was from Palanto, d wife of Latinus. This same place certain
authorities think was named from the pecus ' flocks '; therefore Naevius e
calls it the Balalium f ' Bleat-ine.' 54. To this they joined the Cermalus °
and the Veliae, 6 because in the account of this region it is thus recorded c :
Germalian : fifth shrine, at the temple of Romulus, and Velian : sixth shrine,
on the Velia, at the temple of the deified Penates. § 53. ° For Palatium, there
is no convincing etymology. 6 An ancient city of the Sabines, on the Via
Salaria, forty- eight miles from Rome, on the banks of the river Velinus. '
Page 116 Funaioli. 4 According to Festus, 220. 5 M., Palanto was the mother of
Latinus; she is called Pallantia by Servius in Jen. viii. 51. e Frag. Poet.
Rom. 28 Baeh- rens; R.O.L. ii. 56-57 Warmington. 'As though from balare ' to
bleat.' § 54. "There is no etymology for Cermalus; the word began with C,
but for etymological purposes V. begins it with G, relying on the fact that in
older Latin C represented two sounds, c and g. 6 Apparently used both in the
singular, Velia, and in the plural, Veliae; there is no ety- mology. e Page 7
Preibisch. Germalum a germanis Romulo et Remo, quod ad ficum ruminalem, et ii
ibi inventi, quo aqua hiberna Tiberis eos detulerat in alveolo expositos.
Veliae unde essent plures accepi causas, in quis quod ibi pastores Palatini ex
ovibus 4 ante tonsuram inventam vellere lanam sint soliti, a quo vellera 5
dieuntur. IX. 55. Ager Romanus primum divisus in partis tris, a quo tribus
appellata Tztiensium, 1 Ramnium, Lueerum. Nominatae, ut ait Ennius, Titienses
ab Tatio, Ramnenses ab Romulo, Lueeres, ut Iunius, ab Lueumone; sed omnia haee
voeabula Tusca, ut Volnius, qui tragoedias 2 Tuscas seripsit, dicebat. 56. Ab
hoe partes 1 quoque quattuor urbis tribus dietae,ab loeis Suburana, Palatina,
Esquilina, Collina; quinta, quod sub Roma, Romilia; sic reliquae 2 tri(gin)ta 3
ab his rebus quibus in Tribu(u)m Libro 4 scripsi. X. 57. Quod ad loca quaeque
his coniuneta fuerunt, 4 Victorius, for quibus. 5 Laetvs, for uelleinera
(uellaera Frag. Cass.). § 55. 1 Groth, for tatiensium. 2 For tragaedias. § 56.
1 For partis. 2 For reliqna, altered from re- liquae. 3 Turnebus, for trita. 4
Frag. Cass., L. Sp., for libros. d Page 118 Funaioli. § 55. ° Roman possessions
in land, both state property and private estates; as opposed to ager peregrinus
' foreign land.' 6 None of the etymologies is probable, which is not
surprising, as they were of non-Latin origin, whether or not they were
Etruscan. e Ann. i. frag. lix. Vahlen 2; R.O.L. i. 38-39 Warmington. d Page 121
Funaioli; page 11 Huschke. e Page 126 Funaioli; Volnius is not mentioned
elsewhere. § 56. ° The four vrbanae tribus ' city tribes.' 6 The , V. 5±-57
Germalus, they say, is from the germani ' brothers ' Romulus and Remus, because
it is beside the Fig-tree of the Suckling, and they were found there, where the
Tiber's winter flood had brought them when they had been put out in a basket.
For the source of the name Veliae I have found several reasons/* among them,
that there the shepherds of the Palatine, before the invention of shearing,
used to vellere ' pluck ' the wool from the sheep, from which the vellera '
fleeces ' were named. IX. 55. The Roman field-land a was at first divided into
tris ' three ' parts, from which they called the Titienses, the Ramnes, and the
Luceres each a tribus ' tribe.' These tribes were named, 6 as Ennius says,"
the Titienses from Tatius, the Ramnenses from Romulus, the Luceres, according
to Junius/* from Lucumo; but all these words are Etruscan, as Vol- nius, e who
wrote tragedies in Etruscan, stated. 56. From this, four parts of the City also
were used as names of tribes, the Suburan, the Palatine, the Esquiline, the
Colline, a from the places; a fifth, because it was sub Roma ' beneath the
walls of Rome,' M as called Romilian 6; so also the remaining thirty c from
those causes which ris. 1 A qua vi natis dicta vita et illud a Lucilio : Vis
est vita, vides, vis nos facere omnia cogit. 64. Quare quod caelum principium,
ab satu est dictus Saturnus, et quod ignis, Saturnalibus cerei superioribus
mittuntur. Terra Ops, quod hie omne opus et hac opus ad vivendum, et ideo dicitur
Ops mater, quod terra mater. Haec enim Terris gentis omnis peperit et resumit
denuo, quae Dat cibaria, 8 Sciop.,/or uiere est uincere. 4 Scaliger, for
palmam. § 63. 1 L. Sp.; significantes Veneris Laetus; for signi- ficantes se
ueris. ' Vincire is in fact derived from an extension of the root seen in
viere. 3 25 Vahlen 2; R.O.L. i. 404-405 Warming- ton. h Palma and paria are
etymologically separate. § 63. A Greek legend, invented to connect the name of
Aphrodite with dpos ' foam '; cf. Hesiod, Theogony, 188- 198. The name
Aphrodite is probably of Semitic origin. itself, from vinctura ' binding,' said
vieri ' to be plaited,' that is, vinciri ' to be bound ' f; whence there is the
line in Ennius's Sota 9 : The lustful pair were going, to plait the Love-god's
garland. Palma ' palm ' is so named because, being naturally bound on both
sides, it has paria ' equal * leaves.^ 63. The poets, in that they say that the
fiery seed fell from the Sky into the sea and Venus was born "from the
foam-masses," ° through the conjunction of fire and moisture, are
indicating that the vis ' force' which they have is that of Venus. Those born
of this vis have what is called vita 6 ' life,' and that was meant by Lucilius
c : Life is force, you see; to do everything force doth compel us. 64.
Wherefore because the Sky is the beginning, Saturn was named from satus a '
sowing '; and because fire is a beginning, waxlights are presented to patrons
at the Saturnalia. 6 Ops c is the Earth, be- cause in it is every opus ' work '
and there is opus ' need ' of it for living, and therefore Ops is called
mother, because the Earth is the. mother. For she d All men hath produced in
all the lands, and takes them back again, she who Gives the rations, * Vis and
vita are not connected etymological ly. e 1340 Marx. § 64. ° This etymology is
unlikely. * Confirmed by Festus, 54. 16 M. e Ops and opus are connected ety-
mologically. d Ennius, Varia, 48 Vahlen 2; R.O.L. i. 412- 413 Warmington. 61 V. ut ait Ennius, quae Quod
gerit fruges, Ceres; antiquis enim quod nunc G C. 1 65. Idem hi dei Caelum et
Terra Iupiter et Iuno, quod ut ait Ennius : Istic est is Iupiter quem dico,
quern Grneci vocant Aerem, qui ventus est et nubes, imber postea, Atque ex
imbre frigus, verities 1 post fit, aer denuo. Hacc(e) 2 propter Iupiter sunt
ista quae dico tibi, Qui 3 mortalis, (arva) 4 atque urbes beluasque omnis
iuvat. Quod hi(n)c 5 omnes et sub hoc, eundem appellans dicit : Divumque
hominumque pater rex. Pater, quod patefacit semen : nam turn esse 8 con-
ceptual (pat)et, 7 inde cum exit quod oritur. 66. Hoc idem magis ostendit
antiquius Iovis nomen : nam olim Diovis et Di(e)spiter 1 dictus, id est dies
pater; a quo dei dicti qui inde, et diws 2 et § 64. 1 Lachmann; C quod nunc G
Mite.; for quod nunc et. § 65. 1 Laetus, for uentis. 2 Mor. Jlaupt; haecce
Mae.; for haec. 3 Aug., with B, for qua. 4 Added by Schoell. 5 L. Sp., for hie.
6 Mue., for est. 7 Mue., for et. § 66. 1 Laetus, for dispiter. 2 Bentinus, for
dies. 'Varia, 49-50 Vahlen 2; R.O.L. i. 412-413 Warmington; gerit and Ceres are
not connected. / There was a time when C had its original value g (as in Greek,
where the third letter is gamma) and had taken over also the value of K. The
use of the symbol G for the sound g was later. C in the value g survived in C.
= Gaius, Cn. = Gnaeus. § 65. Varia, 54-58 Vahlen 2; R.O.L. i. 414-415 Warm-
ington. * Iupiter and iuvare are not related. c An- as Ennius says, e who Is
Ceres, since she brings (gerit) the fruits. For with the ancients, what is now
G, was written C/ 65. These same gods Sky and Earth are Jupiter and Juno,
because, as Ennius says,° That one is the Jupiter of whom I speak, whom
Grecians call Air; who is the windy blast and cloud, and after- wards the rain;
After rain, the cold; he then becomes again the wind and air. This is why those
things of which I speak to you are Jupiter : Help he gives * to men, to fields
and cities, and to beasties all. Because all come from him and are under him,
he addresses him with the words c : O father and king of the gods and the mortals.
Pater ' father ' because he patefacit d ' makes evident ' the seed; for then it
patet ' is evident ' that concep- tion has taken place, when that which is born
comes out from it. 66. This same thing the more ancient name of J upiter a
shows even better : for of old he was called Diovis and Diespiter, that is,
dies pater ' Father Day " b; from which they who come from him are called
dei ' deities,' and dius ' god ' and divum ' sky,' whence sub divo ' under the
sky,' and Dius Fidius ' god of nates, 5S0 Vahlen 2; R.O.L. i. 168-169
Warmington. d Pater and patere are not related. § 66. ° Iu- in Iupiter, Diovis,
Dies, deus, Dius, divum belong together by etymology. b K. O. Mueller thought
that Yarro meant dies as the old genitive, ' father of the day,' instead of as
a nominative in apposition; but this is hardly likely. 63 V. divum, unde sub
divo, Dius Fidius. Itaque inde eius perforatum tectum, ut ea videatur divum, id
est caelum. Quidam negant sub tecto per hunc deierare oportere. Aelius Dium
Fid(i)um dicebat Diovis filium, ut Grceci Aiocr/vopoi' Castorem, et putabat 3
hunc esse Sancum 4 ab Safeina lingua et Herculem a Graeca. Idem hie Dis 5 pater
dicitur infimus, qui est coniunctus terrae, ubi omnia (ut) 6 oriuntur ita?
abori- untur; quorum quod finis ortu(u)m, Orcus 8 dictus. 67. Quod Iovis Iuno
coniunx et is Caelum, haec Terra, quae eadem Tellus, et ca dicta, quod una
iuvat cum love, Iuno, et Regina, quod huius omnia ter- restria. 68. Sol 1 vel
quod ita Sa&ini, vel (quod) 2 solus 3 ita lucet, ut ex eo dco dies sit.
Luna, vel quod sola lucet noctu. Itaque ea dicta Noctiluca in Palatio : nam
i.bi noctu lucet templum. Hanc ut Solem Apollinem quidam Dianam vocant
(Apollinis vocabulum Grae- cum alterum, altcrum Latinum), et hinc quod luna in
altitudinem et latitudinem simul it, 4 Diviana appel- lata. Hinc Epicharmus
Ennii Proserpinam quoque 3 Puccius, for putabant. 4 Scaliger, for sanctum. 6
Mm., for dies. 6 Added by Miie. 7 Mue., for ui. 8 Tnrnebus, for ortus. § 68. 1
Laetus, with M, for sola. 2 Added by Aug., with B. 3 Sclop., for solum. 4 L.
Sp., for et. c Page 60 Funaioli. d Sabine Sancus and the Umbrian divine epithet
Sangio- are connected with Latin sanclre ' to make sacred,' sacer 'sacred.' '
Dis is the short form of dives ' rich,' cf. the genitive divitis or ditis, and
is not con- nected with dies; it is a translation of the Greek ITAoutoji' '
Pluto,' as 'the rich one,' from -ttXoCtos 'wealth.' f The Italic god of death,
not connected with ortus, but perhaps with arcere ' to hem in,' as ' the one
who restrains the dead.' § 67. a Not connected either with Iupiter or with
iitvare. 64 OX THE LATIN LANGUAGE, V. 6&-68 faith.' Thus from this reason
the roof of his temple is pierced with holes, that in this way the divum, which
is the caelum ' sky,' may be seen. Some say that it is improper to take an oath
by his name, when you are under a roof. Aelius c said that Dins Fidius was a
son of Diovis, just as the Greeks call Castor the son of Zeus, and he thought
that he was Sancus in the Sabine tongue, d and Hercules in Greek. He is like-
wise called Dispater e in his lowest capacity, when he is joined to the earth,
where all things vanish away even as they originate; and because he is the end
of these ortus ' creations,' he is called OrcusJ 67. Because Juno is Jupiter's
wife, and he is Sky, she Terra ' Earth,' the same as Tellus ' Earth,' she also,
because she iuvat ' helps ' una ' along ' with Jupiter, is called Juno,° and
Regina ' Queen,' because all earthly things are hers. 68. Sol a ' Sun ' is so
named either because the Sabines called him thus, or because he solus ' alone '
shines in such a way that from this god there is the daylight. Luna ' Moon ' is
so named certainly be- cause she alone ' lucet ' shines at night. Therefore she
is called Noctiluca ' Night-Shiner ' on the Pala- tine; for there her temple
noctu lucet ' shines by night.' 6 Certain persons call her Diana, just as they
call the Sun Apollo (the one name, that of Apollo, is Greek, the other Latin);
and from the fact that the Moon goes both high and widely, she is called
Diviana. c From the fact that the Moon is wont to be under the § 6S. " Not
connected with solus. * Either because the white marble gleams in the
moonlight, or because a light was kept burning there all night. 'An
artificially pro- longed form of Diana; V. seems to have had in mind deviare '
to go aside ' as its basis. vol. if appellat, quod solet esse sub terris. Dicta
Proserpina, quod haec ut serpens modo in dexteram modo in sinisteram partem
late movetur. Serpere et proser- pere idem dicebant, ut Plautus quod scribit :
Quasi proserpens bestia. 69. Quae ideo quoque videtur ab Latinis Iuno Lucina
dicta vel quod est e(t) 1 Terra, ut physici dicunt, et lucet; vel quod 2 ab
luce eius qua quis conceptus est usque ad earn, qua partus quis in lucem,
(l)una 3 iuvat, donee mensibus actis produxit in lucem, ficta ab iuvando et
luce Iuno Lucina. A quo parientes earn invocant : luna enim nascentium dux quod
menses huius. Hoc vidisse antiquas apparet, quod mulieres potissimum supercilia
sua attribuerunt ei deae. Hie enim debuit maxime collocari Iuno Lucina, ubi ab
diis lux datur oculis. 70. Ignis a (g)nascendo, 1 quod hinc nascitur et omne
quod nascitur ignis s(uc)cendit 2; ideo calet, ut qui denascitur eum amittit ac
frigescit. Ab ignis iam maiore vi ac violentia Volcanus dictus. Ab eo quod §
69. 1 L. Sp., for e . 2 For quod uel. 3 Sciop., for una. § 70. 1 Mue., for
nascendo. 2 OS., for scindit. d Ennius, Varia, 59 Vahlen 2 . Proserpina is
really borrowed from Greek Hepoe6vri, but transformed in popular speech into a
word seemingly of Latin antecedents. e Poenulus 1034, Stichus 724; in both
passages meaning a snake. § 69. ° Lucina, from lux ' light,' indicates Juno as
goddess of child-birth. 6 Equal to ' full moon,' or ' month.' lands as -well as
over them, Ennius's Epicharmus calls her Proserpina.* Proserpina received her
name because she, like a serpens ' creeper,' moves widely now to the right, now
to the left. Serpere ' to creep ' and proserpere ' to creep forward ' meant the
same thing, as Plautus means in what he writes e : Like a forward-creeping
beast. 69. She appears therefore to be called by the Latins also Juno Lucina,
either because she is also the Earth, as the natural scientists say, and lucet
' shines '; or because from that light of hers 6 in which a conception takes
place until that one in which there is a birth into the light, the Moon
continues to help, until she has brought it forth into the light when the
months are past, the name Juno Lucina was made from iuvare ' to help ' and lux
' light.' From this fact women in child-birth invoke her; for the Moon is the
guide of those that are born, since the months belong to her. It is clear that
the women of olden times observed this, because women have given this goddess
credit notably for their eyebrows." For Juno Lucina ought especially to be
established in places where the gods give light to our eyes. 70. Ignis ' fire '
is named from gnasci a 'to be born,' because from it there is birth, and
everything which is born the fire enkindles; therefore it is hot, just as he
who dies loses the fire and becomes cold. From the fire's vis ac violentia '
force and violence,' now in greater measure, Vulcan was named." From the
fact that fire on account of its brightness fulget e Because the eyebrows protect
the eyes by which we enjoy the light (Festus, 305 b 10 M.). § 70. a False
etymologies. ignis propter splendoreni fulget, fulgwr 3 et fulmen, et
fulgur(itum) 4 quod fulmine ictum. 71. (In) 1 contrariis diis, ab aquae lapsu
lubrico lt/mpha. Lympha Iuturna quae iuvaret : itaque multi aegroti propter id
nomen hinc aquam petere solent. A fontibus et fluminibus ac ceteris aqm's 2
dei, ut Tiberinus ab Tiberi, et ab lacu Velini Velinia, et Lymphae
Com(m)otiZ(e)s 3 ad lacum Cutiliensem a commotu, quod ibi insula in aqua
commovetur. 72. Neptunus, quod mare terras obnubit ut nubes caelum, ab nuptu,
id est opertione, ut antiqui, a quo nuptiae, nuptus dictus. Salacia Neptuni ab salo. Vem'lia 1 a veniendo ac
vento illo, quern Plautus dicit : Quod ille 2 dixit qui secundo vento vectus
est Tranquillo mari, 3 ventum gaudeo. 73. Bellona ab bello nunc, quae Duellona a duello. 3
Canal, for fulgor. 4 Turnebus, for fulgur. § 71. 1 Added by Madvig, who began
the sentence here instead of after diis. 2 V, p,for ceteras aquas. 3 GS„ for
comitiis. § 72. 1 Aug., for uenelia. 2 mss. of Plautus, for ibi F. 3 mss. of
Plautus have mare. 6 The three words are from fulgere ' to flash '; but the
-Hum of fulguritum is suflixal only, and is not connected with ictum. § 71. °
Properly from the Greek vu^ij, with dissimilative change of the first
consonant. 6 The first part may be the same element seen in Iupiter, but is
certainly not connected with iuvare. e A lake in the Sabine country, formed by
the spreading out of the Avens River a few miles southeast of Interamna. d A
lake in the Sabine country, a few miles east of Reate, in which there was a
floating island which drifted with the wind. § 72. ° Neptunus is not connected
with the other words, though nubes may perhaps be related to nubere and its' flashes,'
come fulgur ' lightning-flash ' and fulmen ' thunderbolt,' and what has been
fulmine ictum ' hit by a thunderbolt ' is catted fulguritum. b 71. Among
deities of an opposite kind, Lympha a ' water-nymph ' is derived from the
water's lapsus lubricits ' slippery gliding.' Juturna 6 was a nymph whose
function was ittvare ' to give help '; therefore many sick persons, on account
of this name, are wont to seek water from her spring. From springs and rivers
and the other waters gods are named, as Tiberinus from the river Tiber, and
Yelinia from the lake of the Velinus, c and the Commotiles ' Restless ' Nymphs
at the Cutilian Lake, d from the commotus ' motion,' because there an island
commovetar ' moves about ' in the water. 72. Neptune, because the sea veils the
lands as the clouds veil the sky, gets his name from nuptus ' veiling,' that
is, opertio ' covering,' as the ancients said; from which nupiiae ' wedding,'
nuptus ' wed- lock ' are derived. Salacia, 6 wife of Neptune, got her name from
salum ' the surging sea.' Venilia c was named from venire ' to come ' and that
ventus ' wind ' which Plautus mentions d : As that one said who with a
favouring wind was borne Over a placid sea : I'm glad I went.* 73. Bellona '
Goddess of War ' is said now, from helium a ' war,' which formerly was
Duellona, from derivatives. 6 Almost certainly an abstract substantive to salax
' fond of leaping, lustful, provoking lust *; though popularly associated with
salum. c There is a Venilia in the Aeneid, x. 76, a sea-nymph who is the mother
of Turnns. d Cistellaria, 14-15. * Punning on ventum. : the last phrase may
mean also " I'm glad there was a wind." § 73. ' Correct. 69 V. Mars
ab eo quod maribus in bello praeest, aut quod Sabinis acceptus ibi est Mamers.
Quirinus a Quiri- tibus. Virtus ut viri^us 1 a virilitate. Honos ab 2 onere :
itaque honestum dicitur quod oneratum, et dictum : Onus est honos qui sustinet
rem publicam. Castoris nomen Graecum, Pollucis a Graecis; in Latinis litteris
veteribus nomen quod est, inscribitur ut IloXvSevK-qs 3 Polluces, non ut nunc 4
Pollux. Con- cordia a corde congruente. 74.
Feronia, Minerva, Novensides a Sa&inis. Paulo aliter ab eisdem dicimus haec : Palem, 1 Vestam,
Salutem, Fortunam, Fontem, Fidem. E(t> arae 2 Sabinum linguam olent, quae
Tati regis voto sunt Romae dedicatae : nam, ut annales dicunt, vovit Opi,
Florae, Vediovi 3 Saturnoque, Soli, Lunae, Volcano ct Summano, itemque
Larundae, Termino, Quirino, Vortumno, Laribus, Dianae Lucinaeque; e quis non-
nulla nomina in utraque lingua habent radices, ut arbores quae in confinio
natae in utroque agro ser- § 73. 1 Scaliger, for uiri ius. 2 After ab,
Woelfflin deleted honesto. 3 For pollideuces. 4 For nuns. § 74. 1 Scaliger, for
hecralem. 2 Mue., for ea re. 3 Mue., for floreue dioioui. 6 Mars and Mamers go
together, but mares ' males ' is quite distinct. c Virtus is in fact from vir.
d Honos and onus are quite distinct. * Com. Rom. Frag., page 147 Ribbeck 3 .
'As in inscriptions, where such spellings are found. 9 Essentially correct. §
74. ° An old Italian goddess, later identified with Juno. 6 Apparently ' new
settlers,' from novus and insidere, used of the gods brought from elsewhere as
distinct from the indigetes or native gods. c It is unlikely that all the
deities of the duellum. Mars is named from the fact that he com- mands the
mares ' males ' in war, or that he is called Mamers 6 among the Sabines, with
whom he is a favourite. Quirinus is from Quirites. Virtus ' valour,' as
viritus, is from virilitas ' manhood.' e Honos ' honour, office ' is said from
onus d ' burden '; therefore hones- turn ' honourable ' is said of that which
is oneratum ' loaded with burdens,' and it has been said : Full onerous is the
honour which maintains the state/ The name of Castor is Greek, that of Pollux
likewise from the Greeks; the form of the name which is found in old Latin
literature 1 is Polluces, like Greek lloXvSevKijs, not Pollux as it is now.
Concordia ' Con- cord ' is from the cor congruens ' harmonious heart.' 9 74.
Feronia, a Minerva, the Novensides 6 are from the Sabines. With slight changes,
we say the follow- ing, also from the same people c : Pales, d Vesta, Salus,
Fortune, Fons, e Fides ' Faith.' There is scent of the speech of the Sabines
about the altars also, which by the vow of King Tatius were dedicated at Rome :
for, as the Annals tell, he vowed altars to Ops, Flora, Vediovis and Saturn,
Sun, Moon, Vulcan and Summa- nus, f &nd likewise to Larunda, 9 Terminus,
Quirinus, V er- tumnus, the Lares, Diana and Lucina; some of these names have roots
in both languages,* like trees which have sprung up on the boundary line and
creep about next two lists were brought in from elsewhere; many of the names
are perfectly Roman. d Goddess of the shepherds, who protected them and their
flocks. ' God of Springs; cf. vi. 22. 1 A mysterious deity who was considered
responsible for lightning at night. * Called also Lara, a tale-bearing nymph
whom Jupiter deprived of the power of speech. * Quite possible, but very
unlikely in the cases of Saturn and Diana. pwnt* : potest enim Saturnus hie de
alia causa esse dictus atque in Sabinis, et sic Diana, 5 de quibus supra dictum
est. XL 75. Quod ad immortalis attinet, haec; de- inceps quod ad mortalis
attinet videamus. De his animalia in tribus locis quod sunt, in aere, in aqua,
in terra, a summa parte (ad) 1 infimam descendam. Primum nomm(a) omm'wm 2 :
alites (ab) alis, 3 volucres a volatu. Deinde generatim : de his pleraeque ab
suis vocibus ut haec : upupa, cuculus, corvus, Airundo, ulula,bubo; item haec :
pavo, anser,gallina,columba. 76. Sunt quae aliis de causis appellatae, ut
noctua, quod noctu canit et vigilat, lusci(ni)ola, 1 quod luctuose canere
existimatur atque esse ex Attica Progne in luctu facta avis. Sic galeritfus 2
et motacilla, altera quod in capite habet plumam elatam, altera quod semper
movet caudam. Merula, quod mera, id est sola, volitat; contra ab eo graguli,
quod gregatim, * For serpent. 5 Aldus, for dianae. §75. 1 Added by O, II. 2
Fay; nomen omnium Mite.; for nomen nominem. 3 Aug., for alii. §76. 1 Victorius,
for lusciola. 2 Aug., with B, for galericus. * Saturn in § 64, Diana in § 68.
§75. "The first six, except hirvndo (of unknown ety- mology), are
onomatopoeic. Of the last four, pavo is borrowed from an Oriental language;
anser is an old Indo- European word; gallina is ' the Gallic bird '; cohimba is
named from its colour. §76. "Perhaps correct, if from luges-cania 'sorrow-
singer.' * Procne, daughter of Pandion king of Athens and wife of Tereus king
of Thrace, killed her son Itys and served him to his father for food, in
revenge for his ill-treat- ment and infidelity; see Ovid, Metamorphoses, vi.
424-674. c Literally ' hooded,' wearing a galerum or hood-like helmet. d If not
correct, then a very reasonable popular etymology. in both fields : for Saturn
might be used as the god's name from one source here, and from another among
the Sabines, and so also Diana; these names I have discussed above.* XL 75.
This is what has to do with the immortals; next let us look at that which has
to do with mortal creatures. Amongst these are the animals, and because they
abide in three places — in the air, in the water, and on the land — I shall
start from the highest place and come down to the lowest. First the names of
them all, collectively : alites ' winged birds ' from their alae ' wings,'
volucres ' fliers ' from volaius ' flight.' Next by kinds : of these, very many
are named from their cries, as are these : upupa ' hoopoe,' cuculus ' cuckoo,'
corvus ' raven,' hirundo ' swallow,' ulula ' screech-owl,' bubo ' horned owl ';
likewise these : pavo ' peacock,' anser ' goose,' gallina ' hen,' columba '
dove.' ° 76. Some got their names from other reasons, such as the noctua '
night-owl,' because it stays awake and hoots noctu ' by night,' and the
lusciniola ' night- ingale,' because it is thought to canere ' sing ' luctuose
' sorrowfully ' ° and to have been transformed from the Athenian Procne 6 in
her luctus ' sorrow,' into a bird. Likewise the galeritus c ' crested lark '
and the motacilla ' wagtail,' the one because it has a feather standing up on
its head, the other because it is always moving its tail."* The merula '
blackbird ' is so named because it flies mera ' unmixed,' that is, alone e; on
the other hand, the graguli f 'jackdaws ' got their names because they fly
gregatim ' in flocks,' as certain e That is, without other birds, like wine
without water : an absurd etymology. f Properly graculi; not connected with
greges. ut quidam Graeci greges yepyepa. Ficedula(e)
3 et miliariae a cibo, quod alterae fico, alterae milio fiunt pingues. XII. 77.
Aquatilium vocabula animalium partim sunt vernacula, partim peregrina. Foris
muraena, quod p.vpa.iva Gracce, cybium 1 et thynnus, cuius item partes Graecis
vocabulis omnes, ut melander atque uraeon. Vocabula piscium pleraque translata
a ter- restribus ex aliqua parte similibus rebus, ut anguilla, lingulaca, sudis
2; alia a coloribus, ut haec : asellus, umbra, turdus; alia a vi quadam, ut
haec : lupus, canicula, torpedo. Item in conchyliis aliqua ex Graecis, ut
peloris, ostrea, echinus. Vernacula ad similitudinem, ut surenae, 3 pectunculi,
ungues. XIII. 78. Sunt etiam animalia in aqua, quae in terram interdum exeant :
alia Graecis vocabulis, ut pohypus, hzppo(s) potamios, 1 crocodilos, 3 alia
Latinis, 3 Ed. Veneta, for
ficedula. §77. 1 Aldus, for cytybium. 2 Aldus, for lingula casudis. 3 For
syrenae. § 78. 1 L. Sp., for yppo potamios. 2 For crocodillos. 9 Correct; V.,
De Re Rustica, iii. 5. 2, speaks of miliariae as prized delicacies, raised and
fattened for the table. § 77. The identification of many animals and fishes is
quite uncertain, and the translation is therefore tentative. But the
etymological views in § 77 and § 78 are approximately correct. 6 More
precisely, the flesh of the young tunny salted in cubes. " Seemingly a
variant form for melan- dryon, Greek fie\dv8pvoi> ' slice of the large tunny
called He\dv8pvs or black-oak.' d From Greek ovpatos 'pertain- ing to the tail
(oi)pa).' 'Diminutive of anguis 'snake.' / Because flat like a lingua ' tongue
'; lingulaca means also Greeks call greges ' flocks ' yepytpa. Ficedulae ' fig-
peckers ' and miliariae ' ortolans ' are named from their food, 9 because the
ones become fat on the Jicus ' fig,' the others on milium ' millet.' XII. 77.
The names of water animals are some native, some foreign." From abroad
come muraena ' moray,' because it is pvpaiva in Greek, cybium ' young tunny ' 6
and thunnus ' tunny,' all whose parts likewise go by Greek names, as melander '
black-oak-piece ' and uraeon d ' tail-piece.' Very many names of fishes are
transferred from land objects which are like them in some respect, as anguilla
e ' eel,' lingulaca f ' sole,' sudis 9 ' pike.' Others come from their colours,
like these : asellus ' cod,' umbra ' grayling,' turdus ' sea- carp.' h Others
come from some physical power, like these : lupus ' wolf-fish,' canicula '
dogfish,' torpedo 1 electric ray.' * Likewise among the shellfish there are
some from Greek, as peloris ' mussel,' ostrea ' oyster,' echinus ' sea-urchin
'; and also native words that point out a likeness, as surenaej pectunculi k '
scallops,' ungues 1 ' razor-clams.' XIII. 78. There are also animals in the
water, which at times come out on the land : some with Greek names, like the
octopus, the hippopotamus, the crocodile; others with Latin names, like rana '
frog,' ' chatter-box, talkative woman.* ' On land, a ' stake.' * On land,
respectively ' little ass,' ' shadow,' * thrush.' ' On land, respectively '
wolf,' ' little dog,' ' numbness.' 1 Of unknown meaning, and perhaps a corrupt
reading; Groth, De Codice Florentino, 27 (105), suggests pernae from Pliny,
Nat. Hist, xxxii. 11. 54. 154, who mentions the perna as a sea-mussel standing
on a high foot or stalk, like a haunch of ham with the leg. * On land, ' little
combs,' diminutive of pecten. 1 ' Finger-nails '; perhaps not the razor-clam,
but a small clam shaped like the finger-nail. 75 V. ut rana, (anas), 3 mergus; a quo Graeci ea quae
in aqua et terra possunt vivere vocant dfufiifiia. E quis rana ab sua dicta
voce, anas a nando, mergus quod mergendo in aquam captat escam. 79. Item alia 1
in hoc genere a Graecis, ut quer- quedula, (quod) 2 K€pK?yS?;s, 3 alcedo, 4
quod ea (xAkcwv; Latina, ut testudo, quod testa tectum hoc animal, lolligo,
quod subvolat, littera commutata, primo vol- ligo. Ut ^4egypti in flumine
quadrupes sic in Latio, nominati lw(t)ra 5 et fiber. Lw(t)ra, 5 quod succidere
dicitur arborum radices in ripa atque eas dissolvere : ab (luere) ktra. 6
Fiber, ab extrema ora fluminis dextra et sinistra maxime quod solet videri, et
antiqui februm dicebant extremum, a quo in sagis fimbr(i)ae ct in iecore
extremum fibra, fiber dictus. XIV. 80. De animalibus in locis terrestribus quae sunt
hominum propria primum, deinde de pecore, tertio de feris scribam. Incipiam ab honore publico. 3
Added by Aug. § 79. 1 L. Sp., with B, for aliae. 2 Added by Kent. 3 OS., for
cerceris. 4 Groth; halcedo Laettis; for algedo. 5 GS.; lytra Turnebus; for
lira. 6 Stroux; ab luere Scaliger; for ab litra. § 78. Of. § 77, note a. § 79.
Conjectural purely. * An absurd etymology. c Originally udra ' water-animal,'
with I from association with lutum ' mud ' or lutor ' washer.' V. attributes to
the otter the tree-felling habit of the beaver. d Properly ' the brown animal.'
e Fiber, fimbriae, fibra have no etymologi- cal connexion. anas ' duck,' mergus
' diver.' Whence the Greeks give the name amphibia to those which can live both
in the water and on the land. Of these, the rana is named from its voice, the
anas from nare ' to swim,' the mergus because it catches its food by mergendo '
diving ' into the water. 79. Likewise there are other names in this class, that
are from the Greeks, as querquedula ' teal,' because it is Ke/DK/}S?;?,° and
alcedo ' kingfisher,' because this is olXkvcjv : and Latin names, such as
testudo ' tortoise,' because this animal is covered with a testa ' shell,' and
lolligo ' cuttle-fish,' because it volat ' flies ' up from under, 6 originally
volligo, but now with one letter changed. Just as in Egypt there is a quadruped
living in the river, so there are river quadrupeds in Latium, named Intra '
otter ' and fiber ' beaver.' The lutra c is so named because it is said to cut
off the roots of trees on the bank and set the trees loose : from luere ' to
loose,' lutra. The beaver d was called fiber because it is usually seen very
far off on the bank of the river to right or to left, and the ancients called a
thing that was very far off afebrum; from which in blankets the last part is
called fimbriae ' fringe ' and the last part in the liver is the fibra '
fibre.' 6 XIV. 80. Among the living beings on the land, I shall speak first of
terms which apply to human beings, then of domestic animals, third of wild
beasts. I shall start from the offices of the state. The Consul was § 80.
Properly, consulere is derived from consul. Of consul, at least four reasonable
etymologies are proposed, the simplest being that it is from com+sed ' those
who sit to- gether,' as there were two consuls from the beginning; the I for d
being a peculiarity taken from the dialect of the Sabines (cf. lingua for older
dingua). Consu Jnominatus qui consuleret populum et senatum, nisi illinc potius
uiide Accius 1 ait in Bruto : Qui recte consulat, consul /iat. 2 Praetor dictus
qui praeiret iure et exercitu; a quo id Lucilius : Ergo praetorum est ante et
praeire. 81. Censor ad cuius
censionem, id est arbitrium, censeretur populus. Aedilis qui aedis sacras et
privatas procuraret. Quaestores a quaerendo, qui conquirerent publicas pecunias
et maleficia, quae triumviri capitales nunc conquirunt; ab his postea qui quaestionum
iudicia exercent quaes^tores 1 dicti. Tribuni militum, quod terni tribus
tribubus Ramnium, Lucerum, Titium olim ad exercitum mitte- bantur. Tribuni
plebei, quod ex tribunis militum primum tribuni plebei facti, qui plebem
defenderent, in secessione Crustumerina. 82. Dictator, quod a consule
dicebatur, cui dicto audientes omnes essent. Magister equitum, quod § 80. 1
Later codices, for tatius F 1, p*, taccius F 2, V, a. 2 Laetus, for consulciat.
§ 81. 1 Mommsen,
for quaestores. * Trag. Rom. Frag. 39 Ribbeck 3; R.O.L. ii. 561-565 War-
mington. c lure is dative. d 1160 Marx. § 81. ° The tribunus was by etymology
merely the ' man of the tribus or tribe,' and therefore did not derive his name
from the word for ' three,' except indirectly; cf. § 55. 6 That is, elected by
the plebeians from among their military tribunes whom they had chosen to lead
them in their Seces- sion to the Sacred Mount (which may have lain in the
terri- tory of Crustumerium), in 494 B.C. Their persons were so named as the
one who should consulere ' ask the advice of ' people and senate, unless rather
from this fact whence Accius takes it when he says in the Brutus b : Let him
who counsels right, become the Consul. The Praetor was so named as the one who
should praeire ' go before ' the law c and the army; whence Lucilius said this
d : Then to go out in front and before is the duty of praetors. 81. The Censor
was so named as the one at whose censio ' rating,' that is, arbitrium '
judgement,' the people should be rated. The Aedile, as the one who was to look
after aedes ' buildings ' sacred and private. The Quaestors, from quaerere' to
seek,' who conquirerent ' should seek into ' the public moneys and illegal
doings, which the triumviri capitales ' the prison board ' now investigate;
from these, afterwards, those who pronounce judgement on the matters of
investigation were named quaesitores ' inquisitors.' The Tribuni a Militum '
tribunes of the soldiers,' because of old there were sent to the army three
each on behalf of the three tribes of Ramnes, Luceres, and Tities. The Tribuni
Plebei ' tribunes of the plebs,' because from among the tribunes of the
soldiers tribunes of the plebs were first created, 6 in the Secession to
Crustumerium, for the purpose of defending the plebs ' populace.' 82. The
Dictator, because he was named by the consul as the one to whose dictum ' order
* all should be obedient. The Magister Equitum ' master of the sacrosanct,
enabling them to carry out their duty of protect- ing the plebeians against the
injustice of the patrician officials. § 82. ° Rather, because he dictat ' gives
orders.' summa potestas huius in equites et acccnsos, ut est summa populi
dictator, a quo is quoque magister populi appellatus. Reliqui, quod minorcs quam
hi magistri, dicti magistratus, ut ab albo albatus. XV. 83. Sacerdotes universi
a sacris dicti. Pontu- fices, ut 1 Scaevola Quintus pontufex maximus dicebat, a
posse et facere, ut po(te)ntifices. 2 Ego a ponte arbitror : nam ab his
Sublicius est factus primum ut restitutus saepe, cum ideo sacra et uls 3 et cis
Tiberim non mediocri ritu fiant. Curiones dicti a curiis, qui fiunt ut in his
sacra faciant. 84. Flamines, quod in Latio capite velato erant semper ac caput
cinctum habebant filo, flamines 1 dicti. Horum singuli cognomina habent ab eo
deo cui sacra faciunt; sed partim sunt aperta, partim obscura : aperta ut
Martialis, Volcanalis; obscura Dialis et Furinalis, cum Dialis ab love sit
(Diovis enim), Furi(n)alis a Furriwa, 2 cuius etiam in fastis §83. 1 After ut,
Ed. Veneta deleted a. 2 OS., for pontifices, cf. v. 4. 3 For uis. § 84. 1
Canal, for flamines, cf. Festus, 87. 15 M. 2 L. Sp.; Furina Aldus; for furrida.
6 Not quite; for magistratus is a fourth declension sub- stantive, ' office of
magister,' then ' holder of such an office,' while albatus is a second
declension adjective. § 83. ° Q. Mucius Scaevola, consul 95 b.c, and subse-
quently Pontifex Maximus; proscribed and killed by the Marian party in 82. He
was a man of the highest character and abilities, and made the first systematic
compilation of the ius civile; see i. 1 9 Huschke. 6 V. may be right, though
perhaps it was the ' bridges ' between this world and the next which originally
the pontifices were to keep in repair; cf. Class. Philol. viii. 317-326 (1913).
"The wooden bridge on piles, traditionally built by Ancns Marcius. d The
curia cavalry,' because he has supreme power over the cavalry and the
replacement troops, just as the dictator is the highest authority over the
people, from which he also is called magister, but of the people and not of the
cavalry. The remaining officials, because they are inferior to these magistri '
masters,' are called magistratus ' magistrates,' derived just as albatus '
whitened, white-clad ' is derived from albus ' white.' 6 XV. 83. The sacerdotes
' priests ' collectively were named from the sacra ' sacred rites.' The
pontifices ' high-priests,' Quintus Scaevola a the Pontifex Maxi- mus said,
were 'named from posse ' to be able ' and facet e ' to do,' as though
potentifices. For my part I think that the name comes from pons ' bridge ' 6;
for by them the Bridge-on-Piles c was made in the first place, and it was
likewise repeatedly repaired by them, since in that connexion rites are
performed on both sides of the Tiber with no small ceremony. The curiones were
named from the curiae; they are created for conducting sacred rites in the
curiae.* 84. The jiamines a ' flamens,' because in Latium they always kept
their heads covered and had their hair girt with a woollen filum ' band,' were
originally called Jilamines. Individually they have distinguish- ing epithets
from that god whose rites they perform; but some are obvious, others obscure :
obvious, like Martialis and Volcanalis; obscure are Dialis and Furinalis, since
Dialis is from Jove, for he is called also Diovis, and Furinalis from Furrina,
6 who even has a was the fundamental political unit in the early Roman state;
it was an organization of yentes, originally ten to the curia, and ten curiae
to each of the three tribes. § 84. ° Of uncertain etymology, but not from
filamen. b A goddess, practically unknown. feriae Furinales sunt. Sic flamen
Falacer a divo patre Falacre. 85. Salii ab salitando, quod facere in comitiis
in sacris quotannis et solent et debent. Luperci, quod Lupercalibus in Lupercali sacra faciunt.
Fratres Arvales dicti qui sacra publica faciunt propterea ut fruges ferant arva
: a ferendo et arvis Fratres Arvales dicti. Sunt qui a fratria dixerunt :
fratria est Groe- cum vocabulum partis 1 hominum, ut (Ne)apoli 2 etiam nunc. Sodales Titii pdrrjp ' clan
brother '; any reference to it is here out of place. f Ac- cording to Tacitus,
Ann. i. 54, they were established by Titus Tatius for the preservation of
certain Sabine religious practices. § 86. Perhaps from an old word meaning '
law,' from the root seen in feci ' I made, established '; but without connexion
with the words in the text. Foedus, fides, fidus are closely connected with one
another. 6 In the early Furinal Festival in the calendar. So also the Flamen
Falacer from the divine father Falacer. 6 85. The Salii were named ° from
salitare ' to dance,' because they had the custom and the duty of dancing
yearly in the assembly-places, in their cere- monies. The Luperci 6 were so
named because they make offerings in the Lupercal at the festival of the
Lupercalia. Fratres Arvales 1 Arval Brothers ' was the name given to those who
perform public rites to the end that the ploughlands may bearfruits : from
ferre ' to bear ' and arva ' ploughlands ' they are called Fratres Arvales'.
But some have said d that they were named from fratria ' brotherhood ' :
fratria is the Greek name of a part of the people, e as at Naples even now. The
Sodales Titii ' Titian Comrades ' are so named from the titiantes ' twittering
' birds which they are accustomed to watch in some of their augural
observations/ 86. The Fetiales a ' herald-priests,' because they were in charge
of the state's word of honour in matters between peoples; for by them it was
brought about that a war that was declared should be a just war, and by them
the war was stopped, that by a foedus ' treaty ' thejides ' honesty ' of the
peace might be established. Some of them were sent before war should be
declared, to demand restitution of the stolen property, 6 and by them even now
is made the foedus ' treaty,' which Ennius writes c was pronounced Jidus. days
wars started chiefly as the result of raids in which property, cattle, and
persons had been carried off. e Page 23S Vahlen*; R.O.L. i. 5&4 Warmington;
Ennius probably wished by a pun to indicate a relation between foedus and the
adjective Jidus which, in his opinion, did not really exist (though it did). In
re militari praetor dictus qui praeiret exercitui. Imperator, ab imperio populi
qui eos, qui id attemptasse(n)t, oppressi(t) 1 hostis. Legati qui lecti
publice, quorum opera consilioque uteretur peregre magistratus, quive nuntii
senatus aut populi essent. Exercitus, quod exercitando fit melior. Legio, quod
leguntur milites in delectu. 88. Cohors, quod ut in villa ex pluribus tectis
coniungitur ac quiddam fit unum, sic hie 1 ex manipulis pluribus copulatur 2 :
cohors quae in villa, quod circa eum locum pecus cooreretur, tametsi cohortem
in villa /fypsicrates 3 dicit esse Graece X!°P T0V * apud poetas dictam. Manipuhuo
4 canit, ut turn cum classes comitiis ad comit(i)atum 5 vocant. XVII. 92. Quae
a fortuna vocabula, in his quae- dam minus aperta ut pauper, dives, miser,
beatus, sic alia. Pauper a paulo lare. Mendicus a minus, cui cum opus est minus nullo est. Dives
a divo qui ut deus nihil 1 indigere videtur. Opulentus ab ope, cui eae opimae;
ab eadem inops qui eius indiget, et ab eodem fonte copis 2 ac copiosus.
Pecuniosus a pecunia magna, pecunia a pecu : a pastoribus enim horum
vocabulorum origo. XVIII. 93. Artificibus maxima causa ars, id est, ab arte
medicina ut sit medicus dictus, a sutrina sutor, non a medendo ac suendo, quae
omnino ultima huic rei : (hae enim) 1 earum rerum radices, ut in proxumo §91. 1 For caepti. 2 IihoL, for
litigines. 3 A. Sp., for classicos. 4 A. Sp., for cornu no. 5 Ver- tranius, for
comitatum. § 92. 1 For nichil. 2 Turnebiis, for copiis. § 93. 1 Added by
Reitzenstein. 6 That is, from lituus ' cornet ' and canere. § 92. " Pau-per
has the same first element as pau-lus. b Derivative of mend um ' error,
defect.' c Quite possibly, since the gods were thought of as conferring wealth;
dives is derived from divus as caeles is from caelum. d From co- opts. * The
earliest unit of value was a domestic animal; cf. English fee and German Viek '
cattle,' both cognate to Latin pecu. § 93. " Properly medicina from
medicus, which is from mederi, etc. assistants, were at the start called
optiones ' choices '; but now the tribunes, to increase their influence, do the
appointing of them. Tubicines ' trumpeters,' from tuba ' trumpet ' and canere '
to sing or play '; in like fashion liticines b ' cornetists.' The classicus '
class- musician ' is named from the classis ' class of citi- zens '; he
likewise plays on the horn or the cornet, for example when they call the
classes to gather for an assembly. XVII. 92. Among the words which have to do
with personal fortune, some are not very clear, such as pauper ' poor,' dives '
rich,' miser ' wretched,' beatus ' blest,' and others as well. Pauper a is from
paulus lar ' scantily equipped home.' Mendicus b ' beggar ' is from minus '
less,' said of one who, when there is a need, has minus ' less ' than nothing.
Dives ' rich ' is from divus 6 ' godlike person,' who, as being a deus ' god,'
seems to lack nothing. Opulentus ' wealthy ' is from ops ' property,' said of
one who has it in abun- dance; from the same, mops ' destitute ' is said of him
who lacks ops, and from the same source copis d ' well supplied ' and copiosus
' abundantly furnished.' Pecuniosus ' moneyed ' is from a large amount of
pecunia ' money '; pecunia is from peca ' flock ' : for it was among keepers of
flocks that these words originated.' XVIII. 93. For artisans the chief cause of
the names is the art itself, that is, that from the ars viedi- cina ' medical
art ' the medicus ' physician ' should be named, and from the ars sutrina '
shoemaker's art ' the sutor ' shoemaker,' and not directly from mederi ' to
cure ' and suere ' to sew,' though these are the absolutely final sources for
such names. For these are the roots of these things, as will be shown in the
libro aperietur. Quare quod ab arte artifex dicitur nec
multa in eo obscura, relinquam. 94. Similis causa quae ab scientia voca 3
coactum in publicum, si erat aversum. 96. Ex quo 1 fructus maior, hie 2 est qui
Graecis usus : (sus), quod vs, bos, quod j3ovs, taurus, quod (Tavpos), item
ovis, quod ots : ita enim antiqui dicebant, non ut nunc -n-pofSarov. Possunt in
Latio quoque ut in Graecia ab suis vocibus haec eadem ficta. Armenta, quod
boves ideo maxime parabant, ut inde eligerent ad arandum; inde arimenta dicta,
postea 1 tertia littera extrita. Vitulus, quod Greece anti- quitus iVaAos, aut quod
plerique vegeti, vegitulus. 3 Iuvencus, iuvare qui iam ad agrum colendum
posset. 97. Capra carpa, a quo scriptum Omnicarpae caprae. //ircus, 1 quod
Sa&ini fircus; quod illic fedus, 2 in Latio rure hedus, qui in urbc ut in
multis A addito Aaedus. 3 Porcus, quod Saoini dicww^ 4 aprun«(m) porra(m) 5;
proi(n)de 6 porcus, nisi si a Graecis, quod Athenis in libris sacrorum scripta
est iropK-q e(t> 7to/3ko(s). 7 2 Fay, for ut. 3 Aug., for esse. § 96. 1 Mue., for qua. 2
Mue., for hinc. 3 Laetus, for uigitulus. § 97. 1 Aug., for ircus. 2 For faedus.
3 Aug., for aedus. 4 Laetus, for dicto. 5 Kent; aprinum porcum L. Sp.; aprum
porcum Scaliger; for apruno porco. 6 Turnebus, for poride. 7 Kent, for porcae
porco. § 96. Correct equations; but the Latin words are not derived from the
Greek : the four pairs are from the ancestral language, and only sus is likely
to be onomatopoeic. 6 The Greek word is not the source of the Latin word, but
is borrowed from it; there is no satisfactory etymology of vitulus. c Really '
youthful,' a derivative of invents ' young man,' and not from iuvare. §97.
"Wrong. 6 An old inherited word. c Iden- a fine was imposed in pecus '
cattle ' and there was a collection into the state treasury, of what had been
diverted. 96. Regarding cattle from which there is larger profit, there is the
same use of names here as among the Greeks : sus ' swine,' the same as vs; bos
' cow,' the same as (3ov$; taurus ' bull,' the same as ravpos; likewise ovis '
sheep,' the same as 6is a : for thus the ancients used to say, not irpoparov as
they do now. This identity of the names in Latium and in Greece may be the
result of invention after the natural utter- ances of the animals. Armenta '
plough-oxen,' because they raised oxen especially that they might select some
of them for arandum ' ploughing '; thence they were called arimenta, from which
the third letter I was afterwards squeezed out. Vitulus ' calf,' because in
Greek it was anciently Itu\6 3 an's 4; veteres nostri ariuga, hinc ariug?. 5
104. Vernacula : lact(u)c 1 a lacte, quod Aolus id habet lact; brassica 2 ut
p(r)aesica, 3 quod ex eius scapo minutatim praesicatur; asparagi, quod ex
asperis virgultis leguntur et ipsi scapi asperi sunt, non leves; nisi Graecum :
illic quoque enim dicitur dcnrdpayos.* Cucumeres dicuntur a curvore, ut curvi-
meres dicti. Fructus a ferundo, res eae quas 5 fundus et eae (quas) quae 6 in
fundo ferunt ut fruamur. §103. 1 For raphanum. 2 For malachen. 3 For lirio. 4
For malache. 6 A. Sp.,/or sysimbrio. § 104. 1 M, Laetus, for lacte. 2 Laetus,
for blassica. 3 Turnebus; praeseca Aldus; for passica. 4 For aspara- gus. 5 A.
Sp., for ea cquas. 6 Mue., for ea eque. * Optima et maxima suggests Jupiter
Optimus Maximus. e The juice of the walnut-hull does make a very dark stain. §
103. "All the examples in this section have come into Latin from Greek,
except radix, rosa, malva. Radix is native Latin, and its Greek equivalent had
a different mean- ing. Rosa and malva, and their Greek equivalents, were
separately derived from an earlier language native in the being best and
biggest, 6 is called ia-glans from 7«-piter and glans ' acorn.' The same word
nux ' nut ' is so called because its juice makes a person's skin black, just as
nox ' night ' makes the air black. 103. ° Of those which are grown in gardens,
some are called by foreign names, as, by Greek names, ocimuvi ' basil,' menta '
mint,' rata ' rue,' which they now call -rffavov; likewise caulis ' cabbage,'
lapathium ' sorrel,' radix ' radish ' : for thus the ancient Greeks called what
they now call pdfavos; likewise these from Greek names : serpyllum 6 ' thyme,'
rosa ' rose,' each with one letter changed; likewise Latin names from these
Greek names : KoXiavhpov c ' coriander,' fj.aXdxrj, nvfiivov ' cummin ';
likewise lilium ' lily ' from Xeipiov and malva ' mallow ' from p.a\d%i] and
sisym- brium ' thyme ' from cricrvpfipiov. 104. ° Native words : lactuca ' lettuce
' from lact ' milk,' because this herb contains milk; brassica ' cabbage ' as
though praesica, because from its stalk praesicatur ' leaves are cut off ' one
by one; asparagi ' asparagus shoots,' because they are gathered from aspera '
rough ' bushes and the stems themselves are rough, not smooth : unless it is a
Greek name, for in Greece also they say da-Trdpayos. Cucumeres ' cucum- bers '
are named from their curvor ' curvature,' as though curvimeres. Fructus '
fruits ' are named from ferre b ' to bear,' namely those things which the farm
and those things which are on the farm bear, that Mediterranean region. * With
initial * rather than h, by assimilation to Latin serpere. c Usually
KopiavSpov, but here with dissimilative change of the prior r to I. § 104.
" Correct on lactuca, fructus, mola; wrong on brassica, cucumeres, itva;
asparagus Is from Greek. * Cf.
v. 37, and note e. V. I line declinatae fruges et frumentuni, sed ea c terra;
etiam frumentum, quod rum (m)acerare 3 cruda Solera. E quis ad coquendum quod e
terra eru(itu)r, 4 ruapa, unde rapa. Olea ab eAcua 5; olea grandis orchitis, quod earn
Attid 6 opxw /xopa.' 109. Hinc ad pecudis carnem perventum est. \bv Zvrepov
appellasse. Ab eadem fartura farcimina (in) 6 extis appellata, a quo
(farticulum) 8 : in eo quod tenuissimum intestinum fartum, hila ab hilo dicta
i(l)lo 7 quod ait Ennius : Neque dispendi 8 facit hilum. Quod in hoc farcimine
summo quiddam eminet, ab eo quod ut in capite apex, apexabo dicta. Tertium
fartum est longavo, quod longius quam duo ilia. 3 Added by GS.; cf. Festus,
225. 15 M. 4 Laetus,for eo. 5 A. Sp.,for ad. §111. 1 Added by Mve. 2 Laetus,
for lucanam. 3 Added by Aldus. 4 Fay, for partes. 5 Added by Aug., with B. 6
Added by GS. 7 Lackmann, for hilo. 8 For dispendii. e Perna has no connexion
with pes; but the remaining etymologies of this section seem to be correct. d
The precise meaning of this word is unknown; perhaps ' pork- chop,' cf. W.
Heraeus, Archiv f. ImL Lex. 14. 124-125. e Meaning assured by offulam cum
duobus costis, V., De Re Rustica, ii. 4." 11. 1 Page 345 Maurenbrecher;
page 3 Morel. §111. °The preceding etymologies in this section are correct, but
hila is properly hilla, diminutive of hira ' empty Perna c ' ham,' from pes '
foot.' Sueris, d from the animal's name. Offula ' rib-roast,' e from offa, a
very small sueris. Insicia ' minced meat ' from this, that the meat is insecta
' cut up,' just as in the Song of the Salii f the word prosicium ' slice ' is
used, for which, in the offering of the vitals, the word prosectum is now used.
Murtatum ' myrtle-pudding,' from murta ' myrtle-berry,' because this berry is
added plentifully to its stuffings. 111. An intestine of the thick sort that
was stuffed, they call a Lucanica ' Lucanian,' because the soldiers got acquainted
with it from the Lucanians, just as what they found at Falerii they call a
Faliscan haggis; and they say fundolus ' bag-sausage ' from fundus ' bottom,'
because this is not like the other intestines, but is open at only one end :
from this, I think, the Greeks called it the blind intestine. From the same
fartura ' stuffing ' were called the farcimina ' stuffies ' in the case of the
vital organs for the sacrifice, whence also farticulum ' stufflet '; in this
case, because it is the most slender intestine that is stuffed, it is called
hila a from that hilum ' whit ' which Ennius 6 uses : And of loss not a whit
does she suffer. Because at the top of this stuffy there is a little projec-
tion, it is called an apexabo, c because the projection is like the apex '
pointed cap ' on a human head. The third kind of sausage is the longavo, e
because it is longer than those two others. intestine '; cf. Festus, 101. 6 M.
6 Annales, 14 Yahlen 2; li.O.L. i. 6-7 Warmington; quoted also v. 60 and ix.
54. Apexabo and longavo doubtless have the same suffix, differ- ing only
through the late Latin confusion of 6 and v; unless indeed both words are
further corrupt. Augmentum, quod ex immolata hostia dc-
sectum in iecore (imponitur) 1 in por(ric)iendo 2 a(u)gendi 3 causa. Magraentum
4 a magis, quod ad religionem magis pertinet : itaque propter hoc (mag)mentana
5 fana constituta locis certis quo id imponeretur. Mattea 6 ab eo quod ea
Graece /larrm]. Item (a) 7 Graecis . . . singillatim haec 8 : . . . 9 ovum,
bulbum. XXIII. 113. Lana
Graecum, ut Polt/bius et Calli- machus scribunt. Purpura a purpurae maritumae colore, wt 1 P(o)enicum,
quod a Poenis primum dicitur allata. Stamen a stando, quod eo stat omne in tela
velamentum. Subtemen, quod subit stamini. Trama, quod tram(e)at 2 frigus id
genus vestimenti. Densum a dentibus pectinis quibus feritur. Filum, quod
minimum est hilum : id enim minimum est in vesti- mento. § 112. 1 Added by A. Sp. 2 L.
Sp., for im poriendo. 3 Turnebus, for agendi. 4 B, M, Aug., for magnentum. 6
Tumebus, for mentarea. 6 Popma, for mattae. 7 Added by L. Sp. 8 For heae. 9 The
lacuna was noted by Scaliger; the exact arrangement is by Kent, after Mue.'s
indication of the probable contents. §113. 1 Lachmann; colore G, Laetus; for
colerent. 2 Aug. {quoting a friend), for tramat. § 112. ° Correct, unless the
purpose was to increase, that is, glorify the god. 6 Properly connected with
mactare ' to sacrifice,' though popular association with magis affected its
meaning. e A highly seasoned dish of hashed meat, poultry, and herbs, served
cold as a dessert. The augme/itum a ' increase-cake ' is so called because a
piece of it is cut out and put on the liver of the sacrificed victim at the
presentation to the deity, for the sake of augendi ' increasing ' it. Magmentum
b ' added offering,' from viagis ' more,' because it attaches viagis ' more '
closely to the worshipper's piety : for this reason magmentaria fana '
sanctuaries for the offering of magmenta ' have been established in certain
places, that the added offering may there be laid on the original and offered
with it. Mattea c ' cold meat-pie ' is so named because in Greek it is
/larrvij. Likewise from the Greeks is another meat- dish called . . ., which
contains item by item the following : . . ., an egg, a truffle. XXIII. 113.
Lana a 'wool' is a Greek word, as Polybius 6 and Callimachus c write. Purpura d
' purple,' from the colour of the purpura ' purple-fish ' of the sea : a Punic
word, because it is said to have been first brought to Italy by the
Phoenicians. Stamen 1 warp,' from stare ' to stand,' because by this the whole
fabric on the loom stat ' stands ' up. Sub- temen e ' woof,' because it subit '
goes under ' the stamen ' warp.' Trama * ' wide-meshed cloth,' be- cause the
cold trameat ' goes through ' this kind of garment. Densum B ' close-woven
cloth,' from the denies ' dents ' of the sley with which it is beaten. Filum 9
' thread,' because it is the smallest hilum ' shred '; for this is the smallest
thing in a garment. § 1 13. ° An old Italic word cognate to English wool; cf.
v. 130. b Frag. inc. 99 (101) Hultsch. e Fray. 408 Schneider. 4 Quite possibly
a Phoenician w ord, but transmitted to Italj' by the Greeks (irop^vpa). « From
subtexere ' to weave underneath.' ' From trahere ' to pull.' " Wrong. Pannus Graecuw, 1 ubi E A 2 fecit.
Panu- vellium dictum a pano et volvendo filo. Tunica ab tuendo corpore, tunica
ut (tu)endica. 3 Toga a tegendo. Cinctus et cingillum a cingendo, alterum
viris, alterum mulieribus attributum. XXIV. 115. Anna ab arcendo, quod his arcemus
hostem. Parma, quod e medio in omnis partis par. Conum, quod cogitur in cacumen
versus. Hasta, quod astans solet 1 ferri. Iaculum, quod ut iaciatur fit.
Tragula a traiciendo. Scutum (a) 2 sectura ut secutum, quod a minute consectts
3 fit tabellis. Urn- bones 4 a
Graeco, quod a/x/Swves. 5 116. Gladiu/M 1 C in G 2 commutato a clade, quod fit
ad hostium cladem gladium; similiter ab omine 3 pilum, qui host«s periret, 4 ut
perilum. Lorica, quod e loris de corio crudo
pectoralia faciebant; postea subcidit galli(ca) 5 e ferro sub id vocabulum, ex
anulis § 1 14. 1 Aug., with B,
for greens. 2 Fay, for ea. 3 GS., for indica. §115. 1 For sollet. 2 Added by
Laetus. 3 Aug., for consectum. 4 For umbonis. 5 Turnebus, for ambonis. § 1 16.
1 L. Sp., for gladius. 2 For G in C. 3 Aug., for homine. 4 Aug. (hostis B), for
hostem feriret. 6 Mue.,for galli. § 1 14. ° Not pannus ' cloth,' but pannus '
bobbin,' in view of what follows; there is a Greek -nfjvos ' web,' and its
diminutive irqvlov ' bobbin,' which in the Doric form would have A and not E. 6
Possibly right, if, as A. Spengel thinks, the word is really panuvollium. e
From Semitic, either directly or through Etruscan. §115. ° Arma, parma, conum,
hasta, tragula, scutum, umbones : all wrong etymologies. 6 Not from traicere,
but from trahere ' to pull, drag '; perhaps because the thong wound round it
for throwing (like the string used in starting a peg-top) ' pulls ' the
javelin. 114. Pannus ° ' bobbin,' is a Greek word, where E has become A.
Panuvelliuin 6 ' bobbin with thread ' was said from panus 4 bobbin ' and
volvere 4 to wind ' the thread. Tunica c ' shirt,' from tuendo 4 protect- ing '
the body : tunica as though it were tuendica. Toga 4 toga ' from tegere 4 to
cover.' Cincius ' belt ' and cingillum 4 girdle,' from cingere 4 to gird,' the
one assigned to men and the other to women. XXIV. 115. Arma ° ' arms,' from
arcere 4 to ward off,' because with them we arcemus 4 ward off' the enemy.
Parma ' cavalry shield,' because from the centre it is par * even ' in every
direction. Conum 4 pointed helmet,' because it cogitur 4 is narrowed ' toward
the top. Hasta 4 spear,' because it is usually carried astajis' standing up.'
Iaculum' javelin,' because it is made that it may iaci ' be thrown.' Tragula 6
' thong-javelin,' from traicere 4 to pierce.' Scutum 4 shield,' from sectura 4
cutting,' as though secutum, because it is made of wood cut into small pieces.
Umbones 4 bosses ' from a Greek word, namely 116.° Gladium 4 sword,' from
clades 4 slaughter,' with change of C to G, because the gladium 6 is made for a
slaughter of the enemy; likewise from its omen was said pilum, by which the
enemy periret ' might perish,' as though perilum. Lorica ' corselet,' because
they made chest-protectors from lora 4 thongs ' of rawhide; afterwards the Gallic
corselet of iron was § 1 16. ° All etymologies wrong except those of lorica and
(with reserves) of galea. b V. prefers {cf. viii. 45, ix. 81, Be Re Rust. i.
48. 3) the unfamiliar neuter form, which may be due to the influence of the
associated words scutum, pilum, telum. The word is of Celtic origin, but may
have an ulti- mate connexion with the root of clades. ferrea tunica. 6 Balteum,
quod cingulum e corio habebant bullatum, balteum dictum. Ocrea, quod
opponebatur ob crus. Galea ab galero, quod multi usi antiqui. 117. Tubae ab
tubis, quos etiam nunc ita appellant tubicines sacrorum. Cornua, quod ea quae
nunc sunt ex aere, tunc fiebant bubulo e cornu. Vallum vel quod ea varicare
nemo posset vel quod singula ibi extrema 6acilla furcillata habent figuram
litterae V. Cervi ab similitudine cornuum cervi; item reliqua fere ab
similitudine ut vineae, testudo, aries. XXV. 118. Mensam escariam cillibam
appella- bant; ea erat 1 quadrata ut etiam nunc in castris est; a cibo cilliba
dicta; postea rutunda facta, et quod a nobis media et a Graecis fxecra, mensa
dic^(a) 2 potest; nisi etiam quod ponebant pleraque in cibo mensa. Trulla a
similitudine truae, quae quod magna et haec 6 Turnebus, for ferream tunicam. §
1 18. 1 For erant. 2 Mue.,for dici. e Rather galerum from galea, which looks
like a borrowing from Greek yaAe'r; ' weasel '; the objection is that caps of
weasel-skin are nowhere attested. §117. ° Wrong etymology. 6 Thrust into the
embank- ment, to increase its defensive strength; can they be the stakes, pali
or valli, forming a fence along its top ? But these are not elsewhere spoken of
as forked. e Used by Caesar, who inserted such forked branches into the face of
his wall at Alesia, Bell. Gall. vii. 72. 4, 73. 2. d Otherwise ' grape-arbours
'; in military use, sheds under the protection of which soldiers could advance
up to the enemy's fortifica- tions. " A close formation of overlapping
shields. §118. "Borrowed from Greek KiXAlfias 'three-legged table,' a
derivative of kIXXos ' ass.' 6 Or perhaps mesa, since n was weak before s;
Priscian, i. 58. 17 Keil, states that V. used both spellings. Mensa seems to be
the included under this name, an iron shirt made of links. Balteum '
sword-belt,' because they used to wear a leather belt bullatum ' with an amulet
attached,' was called balteum. Ocrea ' shin-guard' was so called because it was
set in the way ob crus ' before the shin.' Galea c ' leather helmet,' from
galerum ' leather bonnet,' because many of the ancients used them. 117. Tubae '
trumpets,' from tubi ' tubes,' a name by which even now the trumpeters of the
sacrifices call them. Cornua ' horns,' because these, which are now of bronze,
were then made from the cornu ' horn ' of an ox. Vallum a ' camp wall,' either
because no one could varicare ' straddle ' over it, or because the ends of the
forked sticks 6 used there had individually the shape of the letter V. Cervi c
' chevaux-de-frise,' from the likeness to the horns of a cervus ' stag '; so
the rest of the terms in general, from a likeness, as vineae ' mantlets,' d
testudo ' tortoise,' e aries ' ram.' XXV. 118. The eating-table they used to
call a cilliba °; it was square, as even now it is in the camp; the name
cilliba came from cibus ' victuals.' After- wards it M'as made round, and the
fact that it was media ' central ' with us and p-ka-a ' central ' with the
Greeks, is the probable reason for its being called a mensa 6 ' table '; unless
indeed they used to put on, amongst the victuals, many that were mensa '
measured out.' Trulla e ' ladle,' from its likeness to a trua ' gutter,' but
because this is big and the other is small, they named it as if it were truella
' small triia '; this feminine of mensus ' measured '; perhaps from tabula
mensa ' measured board.' e Trulta is of uncertain origin, and yielded trua by
back-formation; Greek rpinJAij seems to have been borrowed from Latin, as V.
states. pusilla, ut tr«e 3 enim et navovv* d(i)c(untur) 5 Graece. 6 Reliqua quod aperta sunt unde sint relinquo. XXVI.
121. Mensa vinaria rotunda nominabatur ci(l)liba (a)nte, 1 ut etiam nunc in
castris. Id videtur declinatum a Graeco kvAikcuo, 2 (id) 3 a poculo cylice qui
(in) 3 ilia. Capk?(es) 4 et
minores capulae a capiendo, quod ansatae ut prehendi possent, id est capi.
Harum figuras in vasis sacris ligneas ac fictiles antiquas etiam nunc videmus.
122. Praeterea in poculis erant paterae, ab eo quod late (pate)nZ 1 ita 2
dictae. Hisce etiam nunc in publico convivio
antiquitatis retinendae causa, cum magistri fiunt, potio circumfertur, et in
sacrificando deis hoc poculo magistratus dat deo vinum. Pocula a potione, unde
potatio et etiam posca. 3 Haec possunt a 7roTa», 4 quod ttotos potio Graece. 2
Aug., with B, for triplia. 3 Aug., with B, for triplion. 4 L. Sp.,for canunun Fv. 5 GS.,forde. 6
Canal, for greca. § 121. 1 GS., for cilibantiim. 2 Turnebus, for culiceo. 3
Added by Mue. 4 L. Sp.; capis Turnebus; for capit. § 122. 1 GS.; patent L. Sp.;
pateant latine Aldus; for latini. 2 After ita, Aldus deleted dicunt. 3
Turnebus, for postea. 4 Mue., for poto. 6 From Greek fiayLs ' a round pan.'
" Better lancula, diminutive of lanx ' platter.' d Correct, except that
canis- trum is from Greek Kaviorpov 4 bread-basket,' made of K&wai 'reeds
'; page 117 Funaioli. § 121. ° Of. § 118, where a different etymology is given.
§ 122. Not from Greek, but from an Indo-European root inherited by Latin as
well as by Greek. 6 The Greek- word means properly not a ' draught,' but a '
drinking-bout.' The magida 6 and the languid, both meaning ' platter,' they
named from the magnitudo ' size ' of the one and the latitudo ' width ' of the
other. Patenae ' plates ' they called from patulum ' spreading,' and the little
plates, with which they offered the gods a preliminary sample of the dinner,
they called patellae ' saucers.' Tryblia ' bowls ' and canistra '
bread-baskets,' though people think that they are Latin, are really Greek A :
for rpvBkiov and Kavovv are said in Greek. The remaining terms I pass by, since
their sources are obvious. XXVI. 121.' A round table for wine was formerly
called a cilliba, a as even now it is in the camp. This seems to be derived
from the Greek kvXikcIov ' buffet,' from the cup cylix which stands on it. The
capides ' bowls ' and smaller capulae ' cups ' were named from capere ' to
seize,' because they have handles to make it possible for them prehendi ' to be
grasped,' that is, capi ' to be seized.' Their shapes we even now see among the
sacred vessels, old-fashioned shapes in wood and earthenware. 122. In addition
there were among the drinking- cups the paterae ' libation-saucers,' named from
this, that they patent ' are open ' wide. For the sake of preserving the
ancient practice, they use cups of this kind even now for passing around the
potio ' draught ' at the public banquet, when the magistrates enter into their
office; and it is this kind of cup that the magistrate uses in sacrificing to
the gods, when he gives the wine to the god. Pocula ' drinking-cups,' from
potio ' draught,' whence potatio ' drinking bout ' and also posca ' sour wine.'
° These may however come from ttotos, because ttotos is the Greek for potio. b
117 V. 123. Origo potionis aqua, quod oequa summa. Fons unde funditur e terra
aqua viva, ut fistula a qua fusus aquae. Vas vinarium grandius sinum ab sinu,
quod sinum maiorem cavtur 2 urnarium, quod urnas cum aqua positas ibi
potissimum habebant in culina. Ab eo etiam nunc ante balineum locus ubi poni
solebat urnarium vocatur. Urnae dictae, quod urinant in aqua Aaurienda ut
smnator. C/rinare 3 est mergi in aquam. 127. .^m&un^m} 1 fictum ab uruo, 2
quod ita flexum ut redeat sursum versus tit 3 in aratro quod est wrvum. 4 Calix
a caldo, quod in eo calda puis 5 appone- batur et caldum eo bibebant. Vas ubi
coquebant cibum, ab eo caccabum appellarunt. Vera 6 a ver- sando. XXVIII. 128.
Ab sedendo appellatae sedes, sedile, so/ium, 1 sellae, siliquastrum; deinde ab
his subsellium : ut subsipere quod non plane sapit, sic quod non plane erat
sella, subsellium. Ubi in eius- modi duo, bisellium dictum. Area, quod
arcebantur § 126. 1 GS., for et. 2 uocabatur, tcith ba expunged, V; nocatur
other mss. 3 Bent huts, for orinator orinare. §127. 1 Kent; imburvom Mue.;
imburum Aldus, with B; for impurro. 2 Mue., for urbo. 3 Aldus, for est. 4 B,
for aruum. 6 Laetus, for plus. 6 Aldus, for uera. § 128. 1 Aug., for souum.
Wrong etymology. 6 Derivative of vrina at an early date when itrina still meant
merely 4 water,' and not specifically ' urine.' § 127. ° ' Bent about,' a
vessel shaped like a gravy-boat; if my conjecture as to the spelling of the
word is right, there is basis for V.'s etymology. 6 Of uncertain etymology, but
popularly derived by the Romans from Greek icvXii; ' cup,' the normal meaning
also of Latin calix, but not the meaning in this passage. c From Greek
KaKKaftos, a pot with three legs, to stand over the fire. d Wrong. Besides
there was a third kind of table for vessels, rectangular like the second kind;
it was called an urnarium, because it was the piece of furniture in the kitchen
on which by preference they set and kept the urnae ' urns ' filled with water.
From this even now the place in front of the bath where the urn-table is wont
to be placed, is called an urnarium. Urnae ' urns ' got their name a from the
fact that they urinant b ' dive ' in the drawing of water, like an urinator '
diver.' Urinate means to be plunged into water. 127. Amburvum, a a pot whose
name is made from urvum ' curved,' because it is so bent that it turns up again
like the part of the plough which is named the urvum ' beam.' Calix b '
cooking-pot,' from caldum ' hot,' because hot porridge was served up in it, and
they drank hot liquid from it. The vessel in which they coquebant ' cooked '
their food, from that they called a caccabus. Feru ' spit,' from versare ' to
turn.' d XXVIII. 128. From sedere ' to sit ' were named sedes ' seat,' sedile '
chair,' solium ' throne,' sellae a ' stools,' siliquastrum 6 ' wicker chair ';
then from these subsellium ' bench ' : as subsipere is said a thing does not
sapit ' taste ' clearly, so subsellium because it was not clearly c a sella '
stool.' Where two had room on a seat of this sort, it was called a bisellium '
double seat.' An area ' strong-chest,' because thieves arcebantur ' were kept
away ' from it when it § 128. ° With M from dl. b Probably seliquastrum (or
selli-), as in Festus, 340 b 10, 341. 5; Fay suggests ' seat- basket ' (sella +
qualum + suffix), citing certain types of Mexi- can chairs. e Rather '
under-seat,' that is, a seat under the sitter. fures ab ea clausa. Armarium et
armamentarium ab cadem origine, sed declinata aliter. XXIX. 129. Mundus
(ornatus) 1 muliebris dictus a munditia. Ornatus quasi ab ore natus : hinc enim
maxime sumitur quod earn deceat, itaque id paratur speculo. 2 Calamistrum, quod
his calfactis in cinere capfillus ornatur. Qui ea ministrabat, a cinere cinera-
rius est appellatus. Discerniculum, quo discernitur capillus. Pecten, quod per
euro explicatur capillus. Speculum a speciendo, 3 quod ibi (s)e spectant.* 130.
Vestis a vellis vel 1 ab eo quod vellus lana tonsa universa ovis : id dictum,
quod vellebant.2 Lan(e)a, 3 ex lana facta. Quod capillum contineret, dictum a
rete reticulum; rete ab raritudine; item texta fasciola,qua capillum in
capitealligarent, dictum capital a capite, quod sacerdotulae in capite etiam
nunc solent habere. Sic rica ab ritu,
quod Romano ritu sacrificium feminae cum faciunt, capita velant. § 129. 1 Added by GS.; cf.
Festus, 143. 1 M, 2 A. Sp., for speculum. 3 Laetus, for spiciendo. 4 a, b,
Turnebus, for espeetant. § 130. 1 Ixietus, for uela. 2 B, Laetus, for
uellabant. 3 Turnebus, for lana. d Both area and arcere are derived from arx '
stronghold.' * Not connected with area; but belonging together. § 129. Munditia
is derived from mundus. 6 Wrong etymologies. § 130. Both etymological
suggestions for vestis arc wrong; for the meaning, see A. Spengel, Bemerkungen.
was locked.** Armarium ' closet ' and armamentarium ' warehouse,' from the same
source,' but with different suffixes. XXIX. 129. Mundus is a woman's toilet
set, named a from munditia ' neatness.' Ornatus ' toilet set,' as if natus '
born ' from the os ' face ' 6 : for from this especially is taken that which is
to beautify a woman, and therefore this is handled with the help of a mirror.
Calamistrum ' curling- iron,' because the hair is arranged with irons when they
have been calfacta ' heated ' in the embers. 6 The one who attended to them was
called a cinerarius ' ember-man,' from cinis ' embers.' Discerniculum '
bodkin,' with which the hair discernitur ' is parted.' Pecten ' comb,' because
by it the hair explicatur ' is spread out.' b Speculum ' mirror,' from specere
' to look at,' because in it they spectant ' look at ' them- selves. 130.
Festis ' garment ' " from velli 6 ' shaggy hair,' or from the fact that
the shorn wool of a sheep, taken as a whole, is a vellus ' fleece ' : this was said
because they formerly vellebant ' plucked ' it. Lanea ' woollen headband,' c
because made from lana ' wool.' That which was to hold the hair, was called a
reticulum ' net- cap,' from rete ' net '; rete, from raritudo ' looseness of
mesh.' d Likewise the woven band with which they were to fasten the hair on the
head, was called a capital ' headband,' from caput ' head '; and this the
sub-priestesses are accustomed to wear on their heads even now. So rica '
veil,' from ritus ' fashion,' d because according to the Roman ritus, when
women make a sacrifice, they veil their heads. The mitra 6 Yellis, dialectal
for villis. e For meaning, see A. Spen- gel, Bemerkungen, 264. d Wrong
etymologies. 123 V. Mitra et reliqua fere in capite
postea addita cum vocabulis Graecis. XXX. 131. Prius deinde (ind)utui, 1 turn
amictui quae sunt tangam. Capitium ab eo quod capit pec- tus, id est, ut
antiqui dicebant, comprehendit. In- dutui alterum quod subtus, a quo subucula;
alterum quod supra, a quo supparus, nisi id quod item dicunt Osce. Alterius
generis item duo, unum quod foris ac palam, palla; alterum quod intus, a quo
(indusium, ut) 2 intusium, id quod Plautus dicit : Indusiatam 3 patagiatam
caltulam* ac crocotulam. Multa post luxuria attulit, quorum vocabula apparet esse
Graeca, ut asbest(in)on. 5 132. Amictui dictum quod abiectum 1 est, id est
circumiectum, 2 a quo etiam quo 3 vestitas se invol- vunt, circumiectui
appellant, et quod amictui habet purpuram circum, vocant circumtextum.
Antiquis- simi amictui ricinium; id quod eo utebantur duplici, § 131. 1 B,
Turnebus, for deinde utui Fv, f. 2 Added by GS. 3 GS., for intusiatam; after
the text of Plautus. * Laetus, for
caltulum/ after the text of Plautus. 6 GS., for asbeston; cf. Pliny, jVat.
Hist. xix. 4. 20. §132. 1 Mue., for abiectum. 2 ^w#.,/o?-circumlectum. 3 G,
Aug., for quod. § 131 . The datives indutui, amictui, and circumiectui, are
used in § 131 and § 132 as indeclinables, like frugi ' thrifty,' cordi '
pleasant,' original datives of purpose that have become stereotyped. 6 From
caput ' head,' because it was put on over the head like a sweater. c From sub
and the verb in ind-tiere, ' to put on,' ex-uere ' to take off.' d Probably
Oscan. * Of unknown etymology. ' From induere 'to put on.' 9 Epidicus, 231. h
The Latin words are adjectives modifying tunicam in the preceding line. ' Made
of a mineral substance called aofieoTos. ' turban ' and in general the other
things that go on the head, -were later importations, along -with their Greek
names. XXX. 131. Next I shall first touch upon those things which are for
putting on,° then those which are for wrapping about the person. Capitium 6 '
vest,' from the fact that it capii ' holds ' the chest, that is, as the
ancients said, it comprehendit ' includes ' it. One kind of put-on goes subtus
' below,' from which it is called subucula c ' underskirt '; a second kind goes
supra 1 above,' from which it is called supparus d ' dress,' unless, this is so
called because they say it in the same way in Oscan. Of the second sort there
are likewise two varieties, one called palla e ' outer dress,' because it is
outside and palam ' openly ' visible; the other is intus ' inside,' from which
it is called indusium * ' under-dress,' as though intusium, of which Plautus
speaks 9 : Under-dress, a bordered dress, of marigold and saffron hue.* There
are many garments which extravagance brought at later times, whose names are
clearly Greek, such as asbestinon i ' fire-proof.' 132. Atnictui ' wrap ' is
thus named because it is ambiectum ' thrown about,' that is, circumiectum '
thrown around,' from which moreover they gave the name of circumiectui '
throw-around ' to that with which women envelop themselves after they are
dressed; and any wrap that has a purple edge around it, they call circumtextum
' edge-weave.' Those of very long ago called a wrap a ricinium ' mantilla '; it
was called ricinium from reicere ' to throw back,' ° because they § 133. °
Properly from rica (§ 130); it was a square piece of cloth worn folded over the
head in sign of mourning. ab eo quod dimidiam partem retrorsum zaciebant, 4 ab
reiciendo ricinium dictum. 133. (Pallia) 1 hinc, quod facta duo simplicia
paria, parilia primo dicta, R exclusum 2 propter levitatem. Parapechia, 3
cAlarmydes, 4 sic multa, Graeca. Loena, 5 quod de lana multa, duarum etiam
togarum instar; ut antiquissimum mulierum ricinium, sic hoc duplex virorum. Instrumenta rustica quae serendi aut colendi fructus
causa facta. Sarculum ab serendo ae sanendo. 1 Ligo, quod eo propter
latitudinem quod sub terra facilius legitur. Pala a pangendo, 2 GL quod fuit.
Rutrum ruitrum a ruendo. 135. Aratrum, quod aruit 1 terram. Eius fer- rum
vomer, quod vomit eo plus terram. Dens, quod eo mordetur terra; super id regula
quae stat, stiva ab stando, et in ea transversa regula manicula, quod manu
bubulci tenetur. Qui quasi temo
est inter 4 Ixietus, for faciebant. § 133. 1 Added by Canal. 2 Mue.; R esclusum
Turnebus; for resclusum /, resculum Fv. 3 For para- pecchia Fv. 4 Ed. Veneta,
for clamides. 5 Aldus, for lena. § 134. 1 Aldus, for sarcendo. 2 Added by
Ellis. § 135. 1 Turnebus, for aruit; cf. V., De Re Rustica, i. 35, terra
adruenda. § 133. ° Probably of Greek origin. 6 Greek irapam)xvs ' beside the
elbow,' also ' woman's garment with purple border on each side.' The Latin word
seems to come from the diminutive irapaTrrjxtov ' radius, small bone below the
elbow,' which however may also have denoted the woman's garment, though this is
not attested. c Probably from Greek ^Acum, perhaps with an Etruscan
intermediary. wore it doubled, throwing back one half of it over the other.
133. Pallia ° ' cloaks ' from this, that they con- sisted of two single paria '
equal ' pieces of cloth, called parilia at first, from which R was eliminated
for smoothness of sound. Parapechia b ' elbow-stripes,' chlamydes ' mantles,'
and many others, are Greek. Laena 6 ' overcoat,' because they contained much
lana ' wool,' even like two togas : as the ricinium was the most ancient
garment of the women, so this double garment is the most ancient garment of the
men. XXXI. 134. Farming tools which were made for planting or cultivating the
crops. Sarculum ° ' hoe,' from serere ' to plant ' and sarire ' to weed.' Ligo
6 ' mattock,' because with this, on account of its width, what is under the
ground legitur ' is gathered ' more easily. Pala c ' spade ' from pangere ' to
fix in the earth '; the L was originally GL. Rutrum ' shovel,' previously
ruitrum, from mere ' to fall in a heap.' 135.° Aratrum ' plough,' because it
arruit b ' piles up ' the earth. Its iron part is called vomer ' plough-
share,' because with its help it the more vomit ' spews up ' the earth. The
dens ' colter,' because by this the earth is bit; the straight piece of wood
which stands above this is called the stiva ' handle,' from stare ' to stand,'
and the wooden cross-piece on it is the mani- cula ' hand-grip,' because it is
held by the manns ' hand ' of the ploughman. That which is so to speak a
wagon-tongue between the oxen, is called a bura § 134. From sarire. b Of
uncertain origin. c Cor- rect; but from pag+ sla, with loss of the extra
consonants in the group. § 135. ° Wrong on aratrum, vomer, stiva, bura, urvum.
b Really from arat ' it ploughs.' boves, bura a bubus; alii hoc a curvo urvum 2
appel- lant. Sub iugo medio cavum, quod bura extrema
addita oppilatur, vocatur coum 3 a cavo. 4 Iugum et iumentum ab iunctu. 136.
Irpices regula compluribus dentibus, quam item ut plaustrum boves trahunt, ut
eruant quae in terra ser(p>unt 1; sirpices, postea (irpices) 2 S detrito.. a
quibusdam dicti. Rastelli ut irpices serrae leves; itaque 3 homo in pratis per
fenisecza 4 eo festucas corradit, quo ab rasu rastelli dicti. Rastri, quibus
dentaiis 5 penitus eradunt terram atque cruunt, a quo rutu n*a(s)tri 6 dicti.
137. Falces a farre littera 1 commutata; hae in Campania seculae a secando; a
quadam similitudine harum aliae, ut quod apertum unde, falces fenariae et
arbor(ar)iae 2 et, quod non apertum unde, falces lumaria(e) 3 et sirpiculae.
Lumariae sunt quibus secant lumecta, id est cum in agris serpunt spinae; quas
quod ab terra agricolae solvunt, id est luunt, lumecta. Falces sirpiculae vocatae ab
sirpando, id 2 Turnebus, for curuum. 3 Aug., with B, for cous Fv. 4 Rhol., for
couo. § 136. 1 Turnebus, for serunt. 2 Added by Mue. 3 Aug., with B, for ita
qua. 4 Aug., for fenisecta. 6 Turnebus, for dentalis. 6 Kent; rutu rastri
Scaliger : erutu rastri Turnebus; for ruturbatri Fv. § 137. 1 For litera in Fv,
as often. 2 Georges, for arboriae; cf. V., Be Re Rust. i. 22. 5, and Cato, De
Agric. 10. 3. 3 For lumaria. " The earlier form of cavus ' hollow ' was in
fact covos. § 136. ° Properly hirpices, from hirpus, the Samnite word for '
wolf.' b Roots of weeds and grasses. " Diminu- tive of rostrum; therefore
ultimately from radere. d Mas- culine plural of neuter singular rastrum, from radere
' to scrape.' ' beam,' from botes ' oxen '; others call this an urvum, from the
curvuvi ' curve.' The hole under the middle of the yoke, which is stopped up by
inserting the end of the beam, is called coum, from cavum ' hole.' Iugum ' yoke
' and iumentum ' yoke-animal/ from iunctus ' joining or yoking.' 136. Irpices a
'harrows' are a straight piece of wood with many teeth, which oxen draw just
like a wagon, that they may pull up the things 6 that serpunt ' creep ' in the
earth; they were called sir- pices and afterwards, by some persons, irpices,
with the S worn off. Rastelli c ' hay-rakes,' like harrows, are saw-toothed
instruments, but light in weight ; therefore a man in the meadows at haying
time corradit ' scrapes together ' with this the stalks, from which rasns '
scraping ' they are called rastelli. Rastri d ' rakes ' are sharp-toothed
instruments by which they scratch the earth deep, and eruunt ' dig it up,' from
which rutus ' digging ' they are called ruastri. 137. Falces ' sickles,' from far
' spelt,' a with the change of a letter ; in Campania, these are called
seculae, from secare ' to cut ' ; from a certain likeness to these are named
others, the falces fenariae ' hay scythes ' and arborariae ' tree
pruning-hooks,' of obvious origin, and falces lumariae and sirpiculae, whose
source is obscure. Lumariae 6 are those with which lumecta are cut, that is
when thorns grow up in the fields ; because the farmers solvunt ' loosen,' that
is, luunt ' loose,' them from the earth, they are called lumecta '
thorn-thickets.' Falces sirpiculae c are named §137. "Wrong. 6 Possibly
for dumariae and dumecta, with Sabine I for d ; cf. Festiis, 67. 10 M.
'Apparently from sirpus ' rush,' collateral form of scirpus. est ab alligando ;
sic sirpata 4 dolia quassa, cum alligata his, dicta. Utuntur in vinea alligando
fasces, incisos fustes, faculas. Has xranclas 5 Cherso(ne)sice. 6 138. Pilum,
quod eo far pisunt, a quo ubi id fit dictum pistrinum (L 1 et S inter se saepe
locum corn- mutant), inde post in Urbe Lucili pistrina et pistrix. Trapetes 2
molae oleariae ; vocant trapetes a terendo, nisi Graecum est ; ac molae a
mol(l)iendo 3 : harum enim motu eo coniecta mol(l)iuntur. 4 Vallum a volatu, quod cum id iactant volant inde
levia. Ven- tilabrum, quod ventilatur in aere frumentum. 139- Quibus conportatur fructus
ac necessariae res : de his fiscina a ferendo dicta. Corbes ab eo quod eo
spicas aliudve quid corruebant ; hinc minores corbulae dictae. De his quae
iumenta ducunt, tragula, quod ab eo trahitur per terram ; sirpea, quae virgis
sirpatur, id est colligando implicatur, in qua stercus aliudve quid vehitur. 4 Aug., with B, for sirpita.
5 Mue., for phanclas /, G, fanclas H, V, p. 6 Aug., with B, for chermosie /,
chermosioe G, a. § 138. 1 Aug., for R. 2 For trapetas Fv. 3 Scaliger, for
moliendo. 4 Scaliger, for moliuntnr. d Cf. the fiaschi vestiti or ' clothed
wine-flasks ' of modern Italy. * Messana in Sicily was before the Greek
coloniza- tion named Zancle ' sickle,' from the shape of the cape on which it
stood. There is no other evidence that this cape was called a Chersonesus, but
as over twenty peninsulas are referred to by this name, it is possible that the
name was applied here also. § 138. a V.'s basis for this statement is not
apparent. 6 Cf. 521 and 1250 Marx ; one must assume that one of the Satires of
Lucilius was entitled Urbs. c From Greek. d From molere ' to grind.' e
Diminutive of vannvs ' fan.' §139. "Wrong on fiscina and corbes. from
sirpare ' to plait of rushes,' that is, alligare ' to fasten ' ; thus broken
jars are said to have been sirpata ' rush-covered,' when they are fastened to-
gether with rushes.* 1 They use rushes in the vine- yard for tying up bundles
of fuel, cut stakes, and kindling. These sickles they call zanclae in the
peninsular dialect." 138. The pi lum ' pestle ' is so named because with
it they pisunt ' pound ' the spelt, from which the place where this is done is
called a pistrinum ' mill ' — L and S often change places with each other"
— and from that afterwards pistrina ' bakery ' and pistrix ' woman baker,'
words used in Lucilius's Cityfi Trapetes c are the mill-stones of the
olive-mill : they call them trapetes from terere ' to rub to pieces,' unless
the word is Greek ; and molae d from mollire ' to soften,' for what is thrown
in there is softened by their motion. Vallum * ' small win no wing-fan,' from
volatus ' flight,' because when they swing this to and fro the light particles
volant ' fly ' away from there. Ventilabrum ' winnowing-fork,' because with
this the grain venti- latur ' is tossed ' in the air. 139. Those means with
which field produce and necessary things are transported. Of these, fiscina a
rush-basket ' was named from ferre ' to carry ' ; corbes ' baskets,' from the
fact that into them they corrue- bant ' piled up ' corn-ears or something else
; from this the smaller ones were called corbulae. Of those which animals draw,
the tragula ' sledge,' because it trahitur ' is dragged ' along the ground by
the animal ; sirpea 6 ' wicker wagon,' which sirpatur ' is plaited ' of osiers,
that is, is woven by binding them together, in which dung or something else is
conveyed. Vehiculum, in quo faba aliudve quid vehitur, quod e 1 viminibus
vietur 2 aut eo vehitur. Breviws 3 vehiculum dictum est aliis ut* arcera, quae
etiam in Duodecim Tabulis appellatur ; quod ex tabulis vehiculum erat factum ut
area, 5 arcera dictum. Plaus- trum ab eo quod non ut in his quae supra dixi (ex
quadam parte), 6 sed ex omni parte palam est, quae in eo vehuntur quod
perluce(n)t, 7 ut lapides, asseres, tignum. Aedificia nominata a parte ut multa
: ab aedibus et faciendo maxime aedificium. Et oppidum ab opi dictum, quod
munitur opis causa ubi sint et quod opus est ad vitam gerendam ubi habeant
tuto. Oppida quod opere 1 muniebant, moenia ; quo moenitius esset quod
exaggerabant, aggeres dicti, et qui aggerem contineret, moerus. 2 Quod muniendi
causa portabatur, mwnus 3 ; quod sepiebant oppidum co moenere, 4 momis. 5 142.
Eius summa pinnae ab his quas insigniti §140. 1 GS. ; ex Laetus ; for est. 2
Tvrnebus, for utetur. 3 A. Sp., for breui est. 4 A. Sp., for uel. 5 Laetus, for
arcar Fv. 6 Added by L. Sp. 7 Aug., for perlucet. §141. 1 Aug., for operi. 2
Sciop., for moerum Fv. 3 Laetus, for manus. 4 Turnebus, for eae omoenere Fv. 5
Sciop., for murus. From vehere ' to carry.' 6 Page 116 Schoell. c From plaudere
' to creak.' § 141. ° Whence ' temple ' in the singular, ' house ' in the
plural. * From prefix ob + pedom ' place ' ; cf. irihov, San- skrit padam. c
Munire, moenia, murus, munus all belong together ; oe is the older spelling,
preserved in moenia in classical Latin. It is a question how far we ought to
restore moe- for mu- in this passage ; possibly in all the Vehiculum ° '
wagon,' in which beans or some- thing else is conveyed, because it vietur ' is
plaited ' or because vehitur ' carrying is done ' by it. A shorter kind of
wagon is called by others, as it were, an arcera ' covered wagon,' which is
named even in the Twelve Tables b ; because the wagon was made of boards like
an area ' strong box,' it was called an arcera. Plaus- trum e ' cart,' from the
fact that unlike those which I have mentioned above it is palam ' open ' not to
a certain degree but everywhere, for the objects which are conveyed in it
perlucent ' shine forth to view,' such as stone slabs, wooden beams, and
building material. XXXII. 141. Aedificia ' buildings ' are, like many things,
named from a part : from aedes a ' hearths ' andjacere ' to make ' comes
certainly aedificium. Op- pidum 6 ' town ' also is named from ops ' strength,'
because it is fortified for ops ' strength,' as a place where the people may
be, and because for spending their lives there is opus ' need ' of place where
they may be in safety. Moenia c ' walls ' were so named because they muniebant
' fortified ' the towns with opus ' work.' What they exaggerabant ' heaped up '
that it might be moenitius ' better fortified,' was called aggeres d ' dikes,'
and that which was to support the dike was called a moerus ' wall.' Because
carrying was done for the sake of muniendi ' fortifying,' the work was a munus
' duty ' ; because they enclosed the town by this moenus, it was a moerus '
wall.' 142. Its top was called pinnae a ' pinnacles,' from those feathers which
distinguished soldiers are accus- words, since V. had a fondness for archaic
spellings. d Exaggerare is from agger, which is from ad ' to ' and gerere ' to
carry.' § 142. ° Literally, ' feathers.' 133 V. milites in galeis habere solent
et in gladiatoribus Samnites. Turres a torvis, quod eae proiciunt ante alios.
Qua viam relinquebant in muro, qua in op- pidum portarent, portas. 143. Oppida
condebant in Latio Etrusco ritu multi, id est iunctis bobus, tauro ct vacca
interiore, aratro circumagebant sulcum (hoc faciebant religionis causa die
auspicato), ut fossa et muro essent muniti. Terram unde exculpserant, fossam
vocabant et intror- sum i'actam 1 murum. Post ea 2 qui fiebat orbis, urbis
principium ; qui quod erat post murum, postmoerium dictum, eo usque 3 auspicia
urbana finiuntur. Cippi pomeri stant et circum Arcciam et 4 circum 5 Romam.
Quare et oppida quae prius erant circumducta aratro ab orbe 6 et urvo urb 2
postilionem postulare, id est civem fortissimum eo demitti. 3 Turn quendam Curtium virum fortem armatum
ascendisse in equum et a Con- cordia versum cum equo eo 4 praecipitatum ; eo
facto 2 macella Scaliger, for macelli. 3 Jordan, for iunium. 4 Added by 08., from Plautus,
Cure. 474. 5 Added by GS. 6 Laetus, for quern. 7 For cuppedinis. Stowasser, for
fuerit; cf. Festus, 125. 7 M. § 148. 1 After Cornelius, Mue. deleted Stilo. 2
Laetus, for manio. 3 Turnebus, for eodem mitti. 4 A. Sp., with II, for eum. 6
Curculio, 474. c Page 115 Funaioli. § 147. "Page 116 Funaioli. 6 Seemingly
only an aetiological story ; the cognomen is not otherwise known. Could it here
be a corruption of Marcellus ? § 148. a A writer on historical topics, possibly
the Pro- cilius who was tribune of the plebs in 56 u.c. 6 L. Cal- purnius Piso
Frugi, consul 133 B.C., adversary of the Gracchi ; small fortified villages.
Along the Tiber, at the sanctuary of Portunus, they call it the Forum Pis-
carium ' Fish Market ' ; therefore Plautus says 6 : Down at the Market that
sells the fish. Where things of various kinds are sold, at the Cornel- Cherry .
Groves, is the Forum Cuppedinis ' Luxury Market,' from cuppedium ' delicacy,'
that is, from fastidium ' fastidiousness ' ; many c call it the Forum Cupidinis
' Greed Market,' from cupiditas ' greed.' 147. After all these things which
pertain to human sustenance had been brought into one place, and the place had
been built upon, it was called a Macellum, as certain writers say, a because
there was a garden there ; others say that it was because there had been there
a house of a thief with the cognomen Macellus, 6 which had been demolished by
the state, and from which this building has been constructed which is called
from him a Macellum. 148. In the Forum is the Lacus Curtius ' Pool of Curtius '
; it is quite certain that it is named from Curtius, but the story about it has
three versions : for Procilius a does not tell the same story as Piso, 6 nor
did Cornelius c follow the story given by Procilius. Procilius states d that in
this place the earth yawned open, and the matter was by decree of the senate
referred to the haruspices ; they gave the answer that the God of the Dead
demanded the fulfilment of a forgotten vow, namely that the bravest citizen be
sent down to him. Then a certain Curtius, a brave man, put on his war-gear,
mounted his horse, and turning away from the Temple of Concord, plunged into
the author of a work on Roman history. e Identity quite uncertain. 6 Hist. Rom. Frag., page 198
Peter. locum coisse atque eius corpus divinitus humasse ac reliquisse genti
suae monumentum. 149- Piso in Annalibus scribit Sabino bello, quod fuit Romulo
et Tatio, virum fortissimum Met(t)ium Curiium 1 Sabinum, cum Romulus cum suis
ex su- periore parte impressionem fecisset, 2 in locum 3 palus- trem, qui turn
fuit in Foro antequam cloacae sunt factae, secessisse atque ad suos in
Capitolium re- cepisse ; ab eo lacum (Curtium) 4 invenisse nomen. 150.
Cornelius et Lutatius 1 scribunt eum locum esse fulguritum et ex S. C. septum
esse : id quod factum es(se)t 2 a Curtio consule, cui M. Genucius 3 fuit
collega, Curtium appellatum. 151. Arx ab arcendo, quod is locus munitissimus
Urbis, a quo facillime possit hostis prohiberi. Career a coercendo, quod exire
prohibentur. In hoc pars quae sub terra Tullianum, ideo quod additum a Tullio
rege. Quod Syracusis, ubi de(licti) 1 causa custodiuntur, vocantur latomiae,
(in)de 2 lautumia § 149. 1 For curcium Fv.
2 After fecisset, Popma de- leted curtium. 3 Laetus, for lacum. 4 Added by GS.
§ 150. 1 Aug., with B, for luctatius. 2 Mue., for est. 3 For genutius. § 151. 1
Bergmann, for de. 2 Mue. ; exinde Turnebus ; for et de. § 149. Hist. Rom.
Frag., page 79 Peter. 6 Tradition- ally built by the first Tarquin ; cf. Livv,
i. 38. 6. c Cf. Livy, i. 10-13, especially i. 12. 9-10 and! 13. 5. § 150. Q.
Lutatius Catulus, 152-87 b.c, consul 102 as colleague of Marius in the victory
over the Cimbri at Ver- cellae ; a writer on etymology and antiquities. b Hist.
Rom. Frag., page 126 Peter ; Gram. Rom. Frag., page 105 Funaioli. c C. Curtius
Chilo and M. Genucius Augurinus were colleagues in the consulship in 445 b.c.
gap, horse and all ; upon which the place closed up and gave his body a burial
divinely approved, and left to his clan a lasting memorial. 149. Piso in his
Annals writes that in the Sabine War between Romulus and Tatius, a Sabine hero
named Mettius Curtius, when Romulus with his men had charged down from higher
ground and driven in the Sabines, got away into a swampy spot which at that
time was in the Forum, before the sewers b had been made, and escaped from
there to his own men on the Capitoline c ; and from this the pool found its
name. 150. Cornelius and Lutatius a write b that this place was struck by
lightning, and by decree of the senate was fenced in : because this was done by
the consul Curtius, 6 who had M. Genucius as his colleague, it was called the
Lacus Curtius. 151. The arx ' citadel,' from arcere ' to keep off,' because
this is the most strongly fortified place in the City, from which the enemy can
most easily be kept away. The career 6 ' prison,' from coercere ' to con-
fine,' because those who are in it are prevented from going out. In this prison,
the part which is under the ground is called the Tullianum, because it was
added by King Tullius. Because at Syracuse the place where men are kept under
guard on account of transgressions is called the Latomiae c ' quarries,' from §
151. "The northern summit of the Capitoline, on which stood the temple of
Juno Moneta. * Beneath the Arx, at the corner of the Forum ; etymology wrong. e
Greek XoLTOfuai, contracted from XaoTOfuai, which gave the Latin word ; there
were old tufa-quarries on the slopes of the Capitoline, and the excavation
which formed the dungeon was probably a part of the quarry. translatum, quod
hie quoque in eo loco lapidicinae fuerunt. 152. In (Aventi)no 1 Lauretum ab eo
quod ibi sepultus est Tatius rex, qui ab Laurentibus inter- fectus est, (aut) 2
ab silva laurea, quod ea ibi excisa et aedificatus vicus : ut inter Sacram Viam
et Macellum editum Corneta (a cornis), 3 quae abscisae loco re- liquerunt
nomen, ut ^esculetum ab aesculo 4 dictum et Fagutal a fago, unde etiam Iovis
Fagutalis, quod ibi saeellum. 153. Armilustr(i)um 1 ab ambitu lustri : locus
idem Circus Maximus 2 dictus, quod circum spectaculis aedificatus wbi 3 ludi
fiunt, et quod ibi circum metas fertur pompa et equi currunt. Itaque dictum in
Cornicula(ria) 4 militi's 5 adventu, quern circumeunt ludentes : Quid cessamus
ludos facere ? Circus noster ecce adest. §152. 1 Groth, for in eo. 2 Added by
Sciop. 3 Added by Aug., with B. 4 Laetus, for escula. § 153. 1 For armilustrum.
2 Laetus, for mecinus. 3 Aug., with B, for ibi. 4 Vertranius, for cornicula. 6
Tumebas, for milites. § 152. There is here a lacuna, or else the in eo of the
manuscripts stands for in Aventino ; for the Lauretum was on the Aventine. §
153. The word denotes both the ceremony, held on October 19, and the place where
it was performed, which seems originally to have been on the Aventine ;
according to V., it was later held in the Circus, in the valley between the
Aventine and the Palatine. According to Servius, in Aen. i. 283, the name was
ambilustrum, so called because the ceremony was not legal unless performed by
both (ambo) censors jointly ; it is possible that the word should be so emended
here and at vi. 22. " Circum is merely the ac- that the word was taken
over as lautumia, because here also in this place there were formerly stone-
quarries. 1 52. On the Aventine a is the Lauretum ' Laurel- Grove,' called from
the fact that King Tatius was buried there, who was killed by the Laurentes '
Lauren- tines,' or else from the laurea ' laurel ' wood, because there was one
there which was cut down and a street run through with houses on both sides :
just as between the Sacred Way and I lie higher part of the Macellum are the
Corneta ' Cornel-Cherry Groves,' from corni 'cornel-cherry trees,' which though
cut away left their name to the place ; just as the Aescu- letum ' Oak-Grove'
is named from aesculus ' oak-tree,' and the Fagutal ' Beech-tree Shrine ' from
fagus ' beech-tree,' whence also Jupiter Fagutalis ' of the Beech-tree,'
because his shrine is there. 153. Armilustrium a ' purification of the arms,'
from the going around of the lustrum ' purificatory offering'; and the same
place is called the Circus Maximus, because, being the place where the games
arc performed, it is built up circum 6 ' round about ' for the shows, and
because there the procession goes and the horses race circum ' around ' the
turning-posts. Thus in The Story of the Helmet-Horn c the following is said at
the coming of the soldier, whom they en- circle and make fun of : Why do we
refrain from making sport ? See, here's our circus-ring. cusative of circus. e
Frag. I of Plautus's Cornicularia, which may be taken as the Story of the
Corniculum, a horn- shaped ornament on the helmet, bestowed for bravery ; here
apparently assumed by a braggart soldier, the miles of the text. V. In circo primum unde mittuntur equi, nunc dicuntur
carceres, Naevius oppidum appellat. Carceres dicti, quod coercentur 6 equi, ne
inde exeant antequam magistratus signum misit. Quod a(d) muri spm'em' pmnis 8
turribusque 9 carceres olim fuerunt, scripsit poeta : Dictator ubi currum
insidit, pervehitur usque ad oppidum. 154. Intumus circus ad Murcice 1 vocatur,
4 ut Procilius aiebat, ab urceis, quod is locus esset inter figulos ; alii
dicunt a murteto declinatum, quod ibi id fuerit ; cuius vestigium manet, quod
ibi est sacellum etiam nunc Murteae Veneris. Item simili de causa Circus
Flaminius dicitur, qui circum aedificatus est Flaminium Campum, et quod ibi
quoque Ludis Tauriis equi circum metas currunt. 155. Comitium ab eo quod
coibant eo comitiis curiatis et litium causa. 1 Curiae duorum generum : nam et
ubi curarent sacerdotes res divinas, ut 2 curiae 6 p, Ed. Veneta (cohercentur Laetus),
for coercuntur. 7 Mue., for a muris partem. 8 Laetus, for pennis. 9 Aug., for
turribus qui. § 154. 1 L. Sp.,for murcim Fv. 2 Sciop.,/or uocatum. § 155. 1
Mue. ; caussa Aug., with B ; causae Fv. 2 For et. Merely the plural of career '
prison ' ; not related to coercere. e Naevius, Comic. Rom. Frag., inc. fab. II
Rib- beck 3 ; R.O.L. ii. 148-149 Warmington. § 154. ° Hist. Rom. Frag., page 3
Peter. " Page 116 Funaioli. c In the level ground of the Campus Martius,
through which C. Flaminius Nepos as censor in 220 b.c. built the Via Flaminia,
the great highway from Rome to the north, and near it the Circus Flaminius ; he
was consul in 217 and was killed in the battle with Hannibal at Lake In the
Circus, the place from which the horses are let go at the start, is now called
the Carceres ' Prison- stalls,' but Naevius called it the Town. Carceres d was
said, because the horses coercentur ' are held in check,' that they may not go
out from there before the official has given the sign. Because the Stalls were
formerly adorned with pinnacles and towers like a wall, the poet wrote e : When
the Dictator mounts his car, he rides the whole way to the Town. 1 54. The very
centre of the Circus is called ad Murciae ' at Murcia's,' as Procilius ° said,
from the urcei ' pitchers,' because this spot was in the potters' quarter ;
others 6 say that it is derived from murtetum ' myrtle-grove,' because that was
there : of which a trace remains in that the chapel of Venus Muriea 4 of the
Myrtle ' is there even to this day. Likewise for a similar reason the Circus
Flaminius ' Flaminian Circus ' got its name, for it is built c circum ' around
' the Flaminian Plain, and there also the horses race circum ' around ' the
turning-posts at the Taurian Games. d 155. The Comitium ' Assembly-Place ' was
named from this, that to it they coibant ' came together ' for the comitia
curiata a ' curiate meetings ' and for law- suits. The curiae 6 '
meeting-houses ' are of two kinds : for there are those where the priests were
to attend to affairs of the gods, like the old meeting- Trasumennus. d Games in
honour of the deities of the netherworld. § 155. ° Long before V.'s time,
practically replaced by the comitia centuriata. * Curia denoted first a group
of gentes ; then a meeting-place for such groups ; then any meeting-place. vol.
i L 145 V. veteres, et ubi senatus humanas, ut Curia Hostilia, quod primus
aedificavit Hostilius rex. Ante hanc Rostra ; cuius id vocabulum, ex hostibus
capta fixa sunt rostra ; sub dextra huius a Comitio locus sub- structus, ubi
nationum subsisterent legati qui ad senatum essent missi ; is Graecostasis
appellatus a parte, ut multa. 156. Senaculum supra Graecostasim, ubi Aedis
Concordiae et Basilica Opimia ; Senaculum vocatum, ubi senatus aut ubi seniores
consisterent, dictum ut yepoverta 1 apud Graecos. Lautolae ab lavando, quod ibi
ad Ianum Geminum aquae caldae fuerunt. Ab his palus fuit in Minore Velabro, a
quo, quod ibi vehebantur lintribus, 2 velabrum, ut illud de quo supra dictum
est. 157. Aequimaelium,quod a€p€Tpoi>. 167. Posteaquam transierunt ad
culcitas, quod in eas acus 1 aut tomentum aliudve quid calcabant, ab inculcando
culcita dicta. Hoc quicquid insternebant ab sternendo stragulum appellabant.
Pulvinar vel a plumbs vel a pellulis 2 declinarunt. Quibus operiban- tur,
operimenta, et pallia opercula dixerunt. In his multa peregrina, ut sagum, reno
Gallica, ut 3 gaunaca 4 et amphimallum Graeca ; contra Latinum toral, 5 ante
torum, et torus a torto, 6 quod is in promptu. 2 Aug., for terras. 3 Ed.
Veneta, for quam. 4 L. Sp., for ubi. 5 Added by L. Sp. §167. 1 Turnebus, for ea
sagus. 2 Aldus, for a pluribus uel a pollulis. 3 GS. ; gallica Turnebus ; for
galli quid. 4 GS. ; gaunacum Scaliger, for gaunacuma. 5 A. Sp. ; toral quod
Aug.; torale quod Aldus ; for tore uel. 6 Meursius, for toruo. 6 That is, on
additional straw and grass (if the text be correct). e From the Greek, with
dissimilative loss of the prior t. d The standing grain ; then, the stems of
the grain-plants, not merely of wheat. * From the Greek word, which is from
epa> ' I bear.' §167. "Wrong. 6 Hoc = hue 'into this.' c From '
gathered ' the straw-coverings and the grass with which to make them, as even
now is done in camp ; these couches, that they might not be on the earth, they
raised up on these materials 6 ; — unless rather from the fact that the ancient
Greeks called a bed a \tK-pov. Those who covered up a couch, called the
coverings segestria, c because the coverings in general were made from the
seges d ' wheat-stalks,' as even now is done in the camp ; unless the word is
from the Greeks, for there it is o-rkyao-rpov. Because the bed of a dead man fertur
' is carried,' our ancestors called it a feretrum e ' bier,' and the Greeks
called it a 3 quod olim v(i)num 4 dicebant multa?« 5 : itaque cum (in) 8 dolium
aut culleum vinum addunt rustici, prima urna addita dicunt etiam nunc. Poena a
poeniendo aut quod post peccatum sequitur. Pretium, quod emptionis aesti-
mationisve causa constituitur, dictum a peritis, quod hi soli facere possunt
recte id. § 175. 1 Bergk,for issedonion. § 176. 1 L. Sp., for ceptum. 2 A. Sp.,
for ab eadem mente. 3 Bentinus, for intrigo (intrigo dicta et intertrigo B and
Aug.). § 177. 1 Groth, for a. 2 Aug., for multas. 3Added by Mue. 4 B, Laetus,
for unum. 5 Goeschen, for multae. 6 Added by Aug., with B. §176. "Wrong. §
177. ° Multa 'fine,' possibly taken from Sabine, but probably from the root in
mulcare ' to beat.' V. seems to identify it with multae ' many,' supply perhaps
pecuniae : the magistrate imposed one multa after another, just as the
countrymen poured one multa of wine after another into is Sdi'ciov with the
Aeolians, and 86p.a as others say it, and ooo-is of the Athenians. Arrabo '
earnest-money,' when money is given on this stipulation, that a balance is to
be paid : this word likewise is from the Greek, where it is dppafiwv. Reliquum
' balance,' because it is the reliquum ' remainder ' of what is owed. 176.
Damnum ' loss,' from demptio ' taking away,' a when less is brought in by the
sale of the object than it cost. Lucrum ' profit ' from luere ' to set free,'
if more is taken in than will exsolvere ' release ' the price at which it was
acquired. Detrimenium ' damage,' from detritus ' rubbing off,' because those
things which are trita ' rubbed ' are of less value. From the same trimentum
comes intertrimentum ' loss by attrition,' because two things which have been
trita ' rubbed ' inter se ' against each other ' are also diminished ; from
which moreover intertrigo ' chafing of the skin ' is said. 177. A multa ' fine
' is that money named by a magistrate, that it might be exacted on account of a
transgression ; because the fines are named one at a time, they are called
midtae as though ' many,' and because of old they called wine multa : thus when
the countrymen put wine into a large jar or wine-skin, they even now call it a
multa after the first pitcherful has been put in. a Poena ' penalty,' from
poenire 6 ' to punish ' or because it follows post ' after ' a transgres- sion.
Pretium ' price ' is that which is fixed for the purpose of purchase or of
evaluation ; it is named from the periti d ' experts,' because these alone can
set a price correctly. the storage jars or skins. 6 Poena from Greek : poenire
(classical punire) from poena. * As though from pone ' behind,' =post. d Wrong
etymology. Si quid datum pro opera aut opere,
merces, a merendo. Quod manu factum erat et datum pro eo, manupretium, a manibus et pretio.
Corollarium, si additum praeter quam quod debitum ; eius voca- bulum fictum a
corollis, quod eae, cum placuerant actores, in scaena dari solitae. Praeda est ab hosti- bus capta,
quod manu parta, ut parida praeda. Prae- mium a praeda, quod ob recte quid
factum concessum. 179- Si datum quod reddatur, mutuum, quod Siculi [xoItov :
itaque scribit Sophron Moitov arri/xo. 1 Et munus quod mutuo animo qui sunt
dant officii causa ; alterum munus, quod muniendi causa impera- tum, a quo
etiam municipes, qui una munus fungi debent, dicti. 180. Si es{ty ea pecunia
quae in h/dicium 2 venit in litibus, sacramentum a sacro ; qui 3 petebat et qui
infiiiabatur, 4 de aliis rebus ut(e)rque 5 quingenos aeris ad ponte Re
liustica, iii. 5. 3, who says that
the entrance to a bird-cote is called a coclia ' snail-shell,' being intended
to admit air and some light, but not to permit direct vision from the interior
to the outside. ' V. had a friend Q. Lucienn% a Roman senator, well versed in
Greek; he appears as a speaker in V.'s De Re Rustica, ii. (5. 1, in turdarium '
thrush-cote ' and turdelix e ' spiral en- trance for thrushes.' Thus the
Greeks, in adapting our names, make Aeivuqi'ds of Lucienns * and Koii'-ios of
Quinctius, and we make Aristarcfius of their'Aptcr-ap- Xos and Z)/o of their
Attov. In just this way, I say, our practice has altered many from the old
form, as solum 9 ' soil ' from solu, hiberum h ' God of Wine ' from hoe- besom,
hares i ' Hearth-Gods ' from hases : these words, covered up as they are by
lapse of time, I shall try to dig out as best I can. II. 3. First we shall
speak of the time-names, then of those things which take place through them,
but in such a way that first Ave shall speak of their essential nature : for
nature was man's guide to the imposition of names. Time, they say, is an
interval in the motion of the world. This is divided into a number of parts,
especially from the course of the sun and the moon. Therefore from their temperatus
' moderated ' career, tempus ' time ' is named," and from this comes
tempestiva ' timely things ' ; and from their motus ' motion,' the mundus b '
world,' which is joined with the sky as a whole. 4. There are two motions of
the sun : one with the sky, in that the moving is impelled by Jupiter as ruler,
who in Greek is called ii'a, when it comes from east to west ° ; wherefore this
time is from this god called a etc). ' With change from the fourth declension
to the second (if the text is correct). * With change of the vowel as well as
rhotacism ; the accusative form must be kept in the translation, to show this
clearly. * With rhotacism (change of intervocalic s to r). The converse is
true: temperare is from tempus. b Wrong. § 4. ° This insertion in the text
gives the needed sense : the second motus is in § 8. ab hoc deo dies
appellatur. Meridies ab eo quod mcdius dies. D
antiqui, non R in hoc dicebant, ut Praeneste incisum in solario vidi. Solarium
dictum id, in quo horae in sole inspiciebantur, (vel horologium ex aqua), 2
quod Cornelius in Basilica Aemilia et Fulvia inumbravit. Diei principium mane,
quod turn 3 manat dies ab oriente, nisi potius quod bonum antiqui dicebant
manum, ad cuiusmodi religionem Graeci quoque cum lumen affcrtur, solent dicere dyudov.
5. Suprema summum diei, id ab superrimo. Hoc tempus XII Tabulae dicunt occasum
esse solis ; sed postea lex P/aetoria 1 id quoque tempus esse iubet supremum
quo praetor in Comitio supremam pronun- tiavit populo. Secundum hoc dicitur
crepusculum a crepero : id vocabulum sumpserunt a Safiinis, unde veniunt
Crepusci nominati Amiterno, qui eo tempore erant nati, ut Luci(i) 2 prima luce
in Reatino 3 ; cre- pusculum significat dubium ; ab eo res dictae dubiae
creperae, quod crepusculum dies etiam nunc sit an iam nox multis dubium. 2 Added by GS. 3 For cum. §5.
1 Aug., for praetoria. 2 Laehis,for luci. 3 Mue., for reatione or creatione. *
Dies is cognate with Greek Ala, but not derived from it. " P. Cornelius
Scipio Nasica Corculum, when censor in 159 b.c. with M. Popilius Laenas, setup
the first water-clock in Rome in this Basilica, which was erected in 179 on the
north side of the Forum by the censors M. Aemilius Lepidus and M. Fulvius
Nobilior, from whom it was named. d Both etymologies wrong. §5. "Approximately
correct. * Page 119 Schoell. dies ' day.' 6 Meridies ' noon,' from the fact
that it is the medius ' middle ' of the dies ' day.' The ancients said D in
this word, and not R, as I have seen at Prae- neste, cut on a sun-dial.
Solarium ' sun-dial ' was the name used for that on which the hours were seen
in the sol ' sunlight ' ; or also there is the water-clock, which Cornelius*
set up in the shade in the Basilica of Aemilius and Fulvius. The beginning of
the day is mane ' early morning,' because then the day manat ' trickles ' from
the east, unless rather because the ancients called the good manum d : from a
supersti- tious belief of the same kind as influences the Greeks, who, when a
light is brought, make a practice of saying, " Goodly light ! " 5.
Suprema means the last part of the day ; it is from superrimum. a This time,
the Twelve Tables say, 6 is sunset ; but afterwards the Plaetorian Law c de-
clares that this time also should be ' last ' at which the praetor in the
Comitium has announced to the people the suprema ' end of the session.' In line
with this, crepusculum ' dusk ' is said from creperum ' obscure ' ; this word
they took from the Sabines, from whom come those who were named Crepusci, from
Amiter- num, who had been born at that time of day, just like the Lucii, who
were those born at dawn (prima luce) in the Reatine country. Crepusculum means
doubtful : from this doubtful matters are called creperae ' ob- scure,' d
because dusk is a time when to many it is doubtful whether it is even yet day
or is already night. e A law for the protection of minors, named from
Plaetorius, a tribune of the people. d All etymologically sound, but a meaning
4 doubtful ' must have proceeded from a word crepus ' dusk.' VOL. I X 177 V. 6.
Nox, quod, ut Pacm'us 1 ait, Omnia nisi interveniat sol pruina obriguerint,
quod nocet, nox, nisi quod Graecc vv^ nox. Cum Stella prima exorta (eum Graeci
vocant ea-irepov, nostri Vesperuginem ut Plautus : Neqne Vesperugo neque
Vergiliae occidunt), id tempus dictum a Graecis kcnrkpa, Latine vesper ; ut
ante solem ortum quod eadem Stella vocatur iubar, quod iubata, Pacui dicit
pastor : Exorto iubare, noctis decurso itinere ; Enni* Aiax : Lumen — iubarne ?
— in caelo cerno. 7. Inter vesperuginem et iubar dicta nox
intem- pesta, ut in Bruto Cassii quod dicit Lucretia : Nocte intempesta nostram
devenit domum. Intempestam Aelius dicebat cum tempus agendi est nullum, quod
alii concubium 1 appellarunt, quod omnes fere tunc cubarent ; alii ab eo quod
sileretur § 6. 1 Ribbeck ;
Pacuvius Scaliger ; for catulus. 2 GS. ; Ennii Laetus ; for ennius. § 7. 1
Laetus, for inconcubium. §6. ° Antiopa, Trag. Rom. Frag. 14 Ribbeck 3 ; R.O.L.
ii. 170-171 Warmington; cf. Funaioli, page 123. Ribbeck 's nocti ni for nisi is
probably Pacuvius's wording; V., as often, paraphrases the quotation. * Nox and
vv£ come from the same source; connexion with nocere is dubious. e
Amphitruo,275. d Correct etymologies. " Iubar and tuba ' mane ' are not
related, despite vii. 76. f Trag. Rom. Frag. 347 Ribbeck 3 ; R.O.L. ii. 320-321
Warmington. » Trag. Rom. Frag. 336 Ribbeck 3 ; R.O.L. i. 226-227 Warmington;
cf. vi. 81 and vii. 76. § 7 ° A writer of praetextae, otherwise unknown : the
name recurs at vii. 72 ; possibly Victorius's emendation to Nox ' night ' is
called nox, because, as Pacuvius says," All will be stiff with frost
unless the sun break in, because it nocet ' harms ' ; unless it is because in
Greek night is vv£. b When the first star has come out (the Greeks call it
Hesperus, and our people call it Vesperugo, as Plautus does c : The evening
star sets not, nor yet the Pleiades), this time is by the Greeks called lter
(ac> caeli, 1 quod movetur a bruma ad solstitium. Dicta bruma, quod
brevissimus tunc dies est ; solstitium, quod sol eo die sistere videbatur, quo
2 ad nos versum proximus est. Sol 3 cum venit in medium spatium inter brumam et
solstitium, quod dies aequus fit ac nox, aequinoctium dictum. Tempus a bruma ad
brumam dum sol redit, vocatur annus, quod ut parvi circuli anuli, sic magni
dicebantur circites ani, unde annus. 9- Huius temporis pars prima hiems, quod
turn multi imbres ; hinc hibernacula, hibernum ; vel, quod turn anima quae
flatur omnium apparet, ab hiatu hiems. Tempus secundum ver, quod turn virere 1
incipiunt virgulta ac vertere se tempus anni ; nisi quod Iones dicunt r;p 2
ver. Tertium ab aestu aestas ; hinc aestivum ; nisi forte a Graeco aWecr9ai. Quar- tum autumnus, (ab augendis
hominum opibus dictus frugibusque coactis, quasi auctumnus). 3 2 For conticinnium /. 3
uidebitur Plautus. 4 redito hue Plautus. 6 For conticinnio /. § 8. 1 Mue.,for
alter caeli. 2 quo A. Sp. ; quod Mue. ; for aut quod. 3 A. Sp. ; proximus est
sol, solstitium L. Sp. ; for proximum est solstitium. § 9. 1 Aldus, for uiuere.
2 L. Sp. ; eap Victorius ; for et. 3 Added by GS., after Krieg shammer, and
Fest. 23. 11 If. d Asinaria, 685. § 8. For the first motion, see § 4. 6 The
winter and the summer solstices. e Annus is not connected with anus or anulus '
ring.' § 9. Wrong. * Cognate with the Greek, not derived from it. the time which
Plautus likewise calls the conticinium ' general silence ' : for he writes d :
We'll see, I want it done. At general-silence time come back. 8. There is a
second motion of the suri, a differing from that of the sky, in that the motion
is from bruma ' winter's day ' to sohtitium ' solstice.' 6 Bruma is so named,
because then the day is brevissimus ' shortest ' : the sohtitium, because on
that day the sol ' sun ' seems sister e ' to halt,' on which it is nearest to
us. When the sun has arrived midway between the bruma and the sohtitium, it is
called the aequinoctium ' equinox,' because the day becomes aequus ' equal ' to
the nox ' night.' The time from the bruma until the sun re- turns to the bruma,
is called an annus ' year,' because just as little circles are anuli ' rings,'
so big circuits were called ani, whence comes annus ' year.' c 9. The first
part of this time is the hiems ' winter,' so called because then there are many
imbres ' showers ' a ; hence hibernacula ' winter encamp- ment,' hibernum ' winter
time ' ; or because then everybody's breath which is breathed out is visible,
hiems is from hiatus ' open mouth.' a The second season is the ver b * spring,'
so called because then the virgulta ' bushes ' begin virere ' to become green '
and the time of year begins vertere ' to turn or change ' itself" ; unless
it is because the Ionians say rjp for spring. The third season is the aestas '
summer,' from aestus ' heat ' ; from this, aestivum ' summer pas- ture ' ;
unless perhaps it is from the Greek aWetrdai ' to blaze.' 6 The fourth is the
autumnus ' autumn,' named from augere ' to increase ' the possessions of men
and the gathered fruits, as if auctumnus. a 181 V. 10. endo 5 sub/iga&ulum.
6 Vo/turnalia 7 a deo Vo/turno, 8 cuius feriae turn. Octo- bri mense
Meditrinalia dies dictus a medendo, quod Flaccus flamen Martialis dicebat hoc
die solitum vinum (novum) 1 et vetus libari et degustari medica- menti causa ;
quod facere solent etiam nunc multi cum dicttnt 10 : Novum vetus vinum bibo :
novo veteri 11 morbo medeor. 22. Fontanalia a Fonte, quod is dies feriae eius ;
ab eo turn et in fontes coronas iaciunt et puteos coronant. Armilustrium ab eo
quod in Armilustrio armati sacra faciunt, nisi locus potius dictus ab his ; sed
quod de his prius, id ab luendo 1 aut lustro, id est quod circumibant ludentes
ancilibus armati. 3 L. Sp., for aut. 4 Aldus, for diciturne. 6 Skutsch, for
suffiendo. * Kent, for subligaculum. 7 For uor- turnalia ; cf. volturn. in the
Fasti. 8 For uorturno / cf. preceding note. 9 Added by Laetus. 10 L. Sp., for
dicant. 11 After veteri, G, V,f, Aldus deleted uino; cf. Festus, 123. 16 M. §
22. 1 Vertranius, for luendo. c An oblong piece of white cloth with a coloured
border, which the Vestal Virgins fastened over their heads with a fibula ' clasp
' when they offered sacrifice ; cf. Festus, 348 a 25 and 3*9. 8 M. d On August
27; the god Volturnus cannot be identified unless he is identical with
Vortumnus (Vertumnus), since he can hardly be the deity of the river Volturnus
in Campania or of the mountain Voltur, in Apulia, near Horace's birthplace. «
On October 3 ; Meditrina, may enter it except the Vestal Virgins and the state
priest. " When he goes there, let him wear a white veil," is the
direction ; this suffibuluni e ' white veil ' is named as if sub-Jigabulum from
sujfigere ' to fasten down.' The Volturnalia ' Festival of Volturnus,' from the
god Volturnus, 41 whose feast takes place then. In the month of October, the
MeditrinaUa e ' Festival of Meditrina ' was named from mederi ' to be healed,'
because Flaccus the special priest of Mars used to say that on this day it was
the practice to pour an offering of new and old wine to the god, and to taste
of the same/ for the purpose of being healed ; which many are accustomed to do
even now, when they say : Wine new and old I drink, of illness new and old I'm
cured.* 22. The Fontanalia ' Festival of the Springs,' from Fons ' God of
Springs,' because that day ° is his holi- day ; on his account they then throw
garlands into the springs and place them on the well- tops. The Armilustrium 6
' Purification of the Arms,' from the fact that armed men perform the ceremony
in the Armilustrium, unless the place c is rather named from the men ; but as I
said of them previously, this word comes from ludere ' to play ' or from
lustrum ' puri- fication,' that is, because armed men went around ludentes '
making sport ' with the sacred shields. d Goddess of Healing. 'The ceremonial
first drinking of the new wine. ' Frag. Poet. Lat., page 31 Morel. § 22. »
October 13. » October 13. e The place was named from the ceremony ; cf. v. 153.
d The first ancile is said to have fallen from heaven in the reign of Numa, who
had eleven others made exactly like it, to prevent its loss or to prevent
knowledge of its loss ; for the safety of the City depended on the preservation
of that shield which fell from heaven. 195 V. Saturnalia dicta ab Saturno, quod
eo die feriae eius, ut post diem tertium Opalia Opis. 23. Angeronalia ab
Angerona, cui sacrificium fit in Curia Acculeia et cuius feriae publicae is
dies. Larentinae, quem diem quidam in scribendo
Laren- talia appellant, ab Acca Larentia nominatus, cui sacerdotes nostri
publice parentant e sexto die, 1 qui a& ea* dicitur die* 3 Parent(ali)um 4
Accas Larentinas. 5 24. Hoc sacrificium fit in Velabro, qua 1 in Novam Viam
exitur, ut aiunt quidam ad sepulcrum Accae, ut quod ibi prope faciunt diis
Manibus servilibus sacer- dotes ; qui uterque locus extra urbem antiquam fuit
non longe a Porta Romanula, de qua in priore libro dixi. Dies Septimontium
nominatus ab his septem montibus, in quis sita Urbs est ; feriae non populi,
sed montanorum modo, ut Paganalibus, qui sunt alicuius pagi. 25. De statutis
diebus dixi ; de anrialibus nec § 23. 1 parentant Aug., e sexto die Fay, for
parent ante sexto die. 2 Mue., for atra. 3 L. Sp., for diem. 4 Mommsen, for tarentum. 6 L. Sp.,
for tarentinas. § 24. 1 Laetus, for quia. ' December 17, and the following
days. ' December 19. § 23. ° On December 21. * Goddess of Suffering and
Silence. c On December 23 ; supply feriae with Laren- tinae. d Wife of
Faustulus ; she nursed and brought up the twins Romulus and Remus. e "
Sixth " is wrong if the Saturnalia began on December 17, unless in this
instance both ends are counted, or the allusion is to an earlier practice by
which the Saturnalia began one day later. On the phrase e sexto die, cf. Fay,
Amer. Jmtrn. Phil. xxxv. 246. f Archaic genitive singular ending in -as. The
Saturnalia ' Festival of Saturn ' was named from Saturn, because on this day *
was his festival, as on the second dav thereafter the Opalia/ the festival of
Ops. 23. The Angeronalia," from Angerona, 6 to whom a sacrifice is made in
the Acculeian Curia and of whom this day is a state festival. The Larentine
Festival, 6 which certain writers call the Larentalia, was named from Acca
Larentia, d to whom our priests officially perform ancestor-worship on the
sixth day after the Saturnalia,' which day is from her called the Day of the
Parentalia of Larentine Acca/ 24. This sacrifice is made in the Velabrum, where
it ends in New Street, as certain authorities say, at the tomb of Acca, because
near there the priests make offering to the departed spirits of the slaves ° :
both these places b were outside the ancient city, not far from the Little
Roman Gate, of which I spoke in the preceding book." Septimontium Day d
was named from these septem viontes ' seven hills,' ' on which the City is set
; it is a holiday not of the people generally, but only of those who live on
the hills, as only those who are of some pagus ' country district ' have a
holi- day 1 at the Paganalia 3 ' Festival of the Country Districts.' 25. The
fixed days are those of which I have spoken ; now I shall speak of the annual
festivals § 24. ° Faustulus and Acca were, of course, slaves of the king. * The
tomb of Acca and the place of sacrifice to the Manes serciles. e v. 164. d On
December 11. * Not the usual later seven; Festus, 348 M., lists Capitoline with
Velia and Cermalus, three spurs of the Esquiline — Oppius, Fagutal, Cispius —
and the Subura valley between. ' Supply feriantur. ' Early in January, but not
on a fixed date. 197 V. de 1 statutis dicam. Compitalia dies attributus Laribus
viaUhus 2 : ideo ubi viae competunt turn in competis sacrificatur. Quotannis is
dies concipitur. Similiter Latinae Feriae dies conceptivus 3 dictus a Latinis
populis, quibus ex Albano Monte ex sacris carnem 4 petere fuit ius cum Romanis,
a quibus Latinis Latinae dictae. 26. Sementivae 1 Feriae dies is, qui a
pontificibus dictus, appellatus a semente, quod sationis causa sus- cepta(e). 2
Paganicae eiusdem agriculturae causa susceptae, ut haberent in agris omn/s 3
pagus, unde Paganicae dictae. Sunt praeterea feriae conceptivae quae non sunt
annales, ut hae quae dicuntur sine proprio vocabulo aut cum perspic?/o, 4 ut
Novendiales 5 sunt. IV. 27. De his diebus (satis) 1 ; nunc iam, qui hominum causa constituti,
videamus. Primi dies
mensium nominati ivalendae, 2 quod his diebus calan- § 25. 1 Mommsen, for de. 2
Bongars, for ut alibi. 3 Laetus, for conseptivus. 4 Victorius, for carmen. §
26. Vertranius, for sementinae. 2 Aldus, for suscepta. 3 Aldus, for omnes. 4
Aug., for perspicio. 6 For novendialis. § 27. 1 Added by Sciop. 2 Aug., with B,
for caK § 25. ° That is, set by special proclamation, and not always falling on
the same date. b By the praetor, not far from January 1. e Written competa in
the text, to make the association with competunt. d The festival of the league
of the Latin cities; its date was set by the Roman consuls (or by a consul) as
soon as convenient after entry into office. § 26. ° In January, on two days
separated by a space of seven days ; as they were days of sowing, the choice
depended upon the weather. * Collective singular with which are not fixed on a
special day.° The Compitalia is a day assigned 6 to the Lares of the highways ;
therefore where the highways competunt ' meet,' sacrifice is then made at the
compita c ' crossroads.' This day is appointed every year. Likewise the Latinae
Feriae ' Latin Holiday ' d is an appointed day, named from the peoples of
Latium, who had equal right with the Romans to get a share of the meat at the
sacrifices on the Alban Mount : from these Latin peoples it was called the
Latin Holiday. 26. The Sementivae Feriae ' Seed-time Holiday ' is that day
which is set by the pontiffs ; it was named from the sementis ' seeding,'
because it is entered upon for the sake of the sowing. The Paganicae '
Country-District Holiday ' was entered upon for the sake of this same
agriculture, that the whole pagus 6 ' country-district ' might hold it in the
fields, whence it was called Paganicae. There are also appointive holidays
which are not annual, such as those which are set without a special name of
their own, c or with an obvious one, such as is the Novendialis ' Ceremony of
the Ninth Day.' d IV. 27. About these days this is enough ° ; now let us see to
the days which are instituted for the interests of men. The first days of the
months are named the Kalendae, b because on these days the plural verb. e Such
as the supplicat tones voted for Caesar's victories in Gaul ; cf. Bell. Gall.
ii. 35. 4, iv. 38. 5, vii. 90. 8. d The offerings and feasts for the dead on
the ninth day after the funeral ; also, a festival of nine days proclaimed for
the purpose of averting misfortunes whose approach was indicated by omens and
prodigies. The insertion of satis makes the chapter beginning conform to those
at v. 57, 75, 95, 184, vi. 35, etc. * The K in Kalendae and halo, before A, is
well attested. 199 V. tur eius menszs 3 Nonae a
pontificibus, quintanae an septimanae sint futurae, in Capitolio in Curia
Calabra sic : " Die te quin/z 4 ka\o 5 Iuno Covella " (aut) 8 "
Sep- tim(i) die te 7 ka\o 5 Iuno Covella." 28. Nonae appellatae aut quod
ante diem nonum Idus semper, aut quod, ut novus annus Kalendae 1 Ianuariae ab
novo sole appellatae, novus mensis (ab) a nova luna Nonce 3 ; eodem die 4 in
Urbe(m) 5 (qui) 6 in agris ad regem conveniebat populus. Harum rerum vestigia
apparent in sacris Nonalibus in Arce, quod tunc ferias primas menstruas, quae
futurae sint eo mense, rex edicit populo. Idus ab eo quod Tusci Itus, vel
potius quod Sabini Idus dicunt. 29. Dies postridie Kalendas, Nonas, Idus
appellati atri, quod per eos dies (nihil) 1 novi inciperent. Dies fasti, per
quos praetoribus omnia verba sine piaculo licet fari ; comitiales dicti, quod
turn ut (in Comitio) 2 3 Aug., with B, for menses. 4 Mommsen ; die te V Christ ;
for dictae quinque. 5 See note 2, § 27. 6 Added by Zander. 7 Mommsen ; VII die
te Christ ; for septem dictae. § 28. 1 Aug., with B,for calendae. 2 a added by
Sciop. 3 Sciop., for nonis. 4 After die, Mue. deleted enim. 8 Laetus,for urbe.
6 Added by L. Sp. §29. 1 Added by Turnebus. 2 Added by Bergk. e See v. 13. d
The statement of Macrobius, Sat. i. 15. 10, that kalo Iuno Covella was repeated
five or seven times re- spectively, may rest merely on a corrupted form of this
passage which was in the copy used by Macrobius. ' ' Juno of the New Moon ' ;
Covella, diminutive from covus ' hollow,' earlier form of cavus (cf. v. 19) —
unless it be corrupt for Novella, as Scaliger thought. For the New Moon has a
concave shape. § 28. The north-eastern summit of the Capitoline. 6 Origin
uncertain ; perhaps from Etruscan, as V. says. Nones of this month calantur '
are announced ' by the pontiffs on the Capitoline in Announcement Hall, c
whether they will be on the fifth or on the seventh, in this way d : "
Juno Covella, e I announce thee on the fifth day " or " Juno Covella,
I announce thee on the seventh day." 28. The Nones are so called either
because they are always the nonus ' ninth ' day before the Ides, or because the
Nones are called the novus ' new ' month from the new moon, just as the Kalends
of January are called the new year from the new sun ; on the same day the
people who were in the fields used to flock into the City to the King. Traces
of this status are seen in the ceremonies held on the Nones, on the
Citadel," because at that time the high-priest announces to the people the
first monthly holidays which are to take place in that month. The Idus b '
Ides,' from the fact that the Etruscans called them the Itus, or rather because
the Sabines call them the Idus. 29. The days next after the Kalends, the Nones,
and the Ides, were called atri ' black,' because on these days they might not
start anything new. Dies fasti b ' righteous days, court days,' on which the
praetors c are permitted fart ' to say ' any and all words without sin.
Comitiales ' assembly days ' are so called because then it is the established
law that the § 29. a Gf. Macrobius, Sat. i. 15. 22 ; the use of ater was
appropriate after the Ides, when the moon was not visible in the day nor in the
early evening, nor was it visible immedi- ately after the Kalends. 6 That is,
when it was fas to hold court and make legal decisions; V. connects with fari '
to say,' with which the Romans associated fas etymologi- cally, but the
connexion has recently been questioned. e Who functioned as judges. 201 V. esset populus constitutum
est ad suffragium ferun- dum, nisi si quae feriae conceptae essent, propter
quas non liceret, (ut) 3 Compitalia et Latinae. 30. Contrarii horum vocantur dies nefasti, per quos
dies nefas fari praetorem " do," " dico," " ad- dico
" ; itaque non potest agi : necesse est aliquo (eorum) 1 uti verbo, cum
lege qui(d) 2 peragitur. Quod si turn imprudens id verbum emisit ac quem manu-
misit, ille nihilo minus est liber, sed vitio, ut magi- stratus vitio creatus
nihilo setf us 3 magistratus. Praetor qui turn fatus 4 est, si imprudens fecit,
piaculari hostia facta piatur ; si prudens dixit, Quintus Mucius aiebat 5 eum
expiari ut impium non posse. 31. Interctsi 1 dies sunt per quos mane et vesperi
est nefas, medio tempore inter hostiam caesam e t exta porrecta 2 fas ; a quo
quod fas turn intercedit aut eo 3 intercisum nefas, intercis?. 4 Dies qui vocatur sic "
Quando 5 rex comitiavit fas," is 6 dictus ab eo quod 3 Added by Laetus. §
30. 1 Added by Laetus, with B. 2 Laetus, for qui. 3 A. Sp. ; secius Victorius ;
for sed ius. 4 Turnebus, for factus. 8 L. Sp., for abigebat. § 31. 1 Laetus,
for intercensi. 2 Aug., with B, for proiecta. 3 L. Sp. ; eo est Mue. ; for eos.
4 A. Sp., for intercisum. 5 Before quando, B inserts Q R C F, the abbreviation
found in the Fasti. 6 fas is Victorius, for fassis. § 30. ° For the meaning of
vitio, see Dorothy M. Paschall, " The Origin and Semantic Development of
Latin Vitium," Trans. Amer. Philol. Assn. lxvii. 219-231. * i. 19 Huschke.
§ 31. ° March 24 and May 24. * The caedere ' to cut ' in intercidere and the
cedere ' to go on ' in intercedere are not etymologically connected. people
should be in the Comitium to cast their votes — unless some holidays should
have been proclaimed on account of which this is not permissible, such as the
Compitalia and the Latin Holiday. 30. The opposite of these are called dies nefasti
' unrighteous days,' on which it is nefas ' unrighteous- ness ' for the praetor
to say do ' I give,' dico ' I pro- nounce,' addico ' I assign ' ; therefore no
action can be taken, for it is necessary to use some one of these words, when
anything is settled in due legal form. But if at that time he has inadvert-
ently uttered such a word and set somebody free, the person is none the less
free, but with a bad omen" in the proceeding, just as a magistrate elected
in spite of an unfavourable omen is a magistrate just the same. The praetor who
has made a legal decision at such a time, is freed of his sin by the sacrifice
of an atonement victim, if he did it unintentionally ; but if he made the pro-
nouncement with a realization of what he was doing, Quintus Mucius 6 said that
he could not in any way atone for his sin, as one who had failed in his duty to
God and country. 31. The intercisi dies ' divided days ' are those a on which
legal business is wrong in the morning and in the evening, but right in the time
between the slaying of the sacrificial victim and the offering of the vital
organs ; whence they are intercisi because the fas ' right ' intercedit 6 '
comes in between ' at that time, or because the nefas ' wrong ' is intercisum '
cut into * by the fas. The day which is called thus : " When the
high-priest has officiated in the Comitium, Right," is named from the fact
that on this day the high-priest pronounces the proper formulas for the
sacrifice in the 203 V. eo die rex sacrificio ius' dicat ad Comitium, ad quod
tempus est nefas, ab eo fas : itaque post id tempus lege actum saepe. 32. Dies qui vocatur " Quando stercum delatum
fas," 1 ab eo appellatus, quod eo die ex Aede Vestae stercus everritur et
per Capitolinum Clivum in locum defertur certum. Dies Alliensis ab Allia 2 fluvio
dictus : nam ibi exercitu nostro fugato Galli obse- derunt Romam. 33. Quod ad
singulorum dicrum vocabula pertinet dixi. Mensium nomina fere sunt aperta, si a
Martio, ut antiqui constituerunt, numeres : nam primus a Marte. Secundus, ut
Fulvius scribit et Iunius, a Venere, quod ea sit ApArodite 1 ; cuius nomen ego
antiquis litteris quod nusquam inveni, magis puto dictum, quod ver omnia
aperit, Aprilem. Tertius a maioribus
Maius, quartus a iunioribus dictus Iunius. 34. Dehinc quintus Quintilis et sic
deinceps usque ad Decembrem a numero. Ad hos qui additi, prior a principe deo
Ianuarius appellatus ; posterior, ut idem dicunt scriptores, ab diis inferis Februarius
appellatus, 7 Other codices, for sacrificiolus Fv. § 32. 1 Before quando, B
inserts Q S D F, the abbrevia- tion found in the Fasti. 2 B, Laetus,for allio
(auio/). § 33. 1 For afrodite. § 32. a June 15. 6 July 18 ; anniversary of the
battle of 390 b.c, at the place where the Allia flows into the Tiber, eleven
miles above Rome. § 33. ° Probably from an adjective apero- ' second,' not
otherwise found in Latin. 6 Servius Fulvius Flaccus, consul 135 b.c, skilled in
law, literature, and ancient history. "Page 121 Funaioli ; page 11
Huschke. d From Maia, mother of Mercury. * From the goddess Juno ; page 121
Funaioli. § 34. a V. wrote before Quintilis was renamed Iulius presence of the
assembly, up to which time legal business is wrong, and from that time on it is
right : therefore after this time of day actions are often taken under the law.
32. The day a which is called " When the dung has been carried out,
Right," is named from this, that on this day the dung is swept out of the
Temple of Vesta and is carried away along the Capitoline Incline to a certain
spot. The Dies Alliensis b ' Day of the Allia ' is called from the Allia River
; for there our army was put to flight by the Gauls just before they besieged
Rome. 33. With this I have finished my account of what pertains to the names of
individual days. The names of the months are in general obvious, if you count
from March, as the ancients arranged them ; for the first month, Martius, is
from Mars. The second, Aprilis, a as Fulvius 6 writes and Junius also, 6 is
from Venus, because she is Aphrodite ; but I have nowhere found her name in the
old writings about the month, and so think that it was called April rather
because spring aperit ' opens ' everything. The third was called Maius d ' May
' from the maiores ' elders,' the fourth Iunius e ' June ' from the iuniores '
younger men.' 34. Thence the fifth is Quintilis a ' July ' and so in succession
to December, named from the numeral. Of those which were added to these, the
prior was called Ianuarius ' January ' from the god b who is first in order ;
the latter, as the same writers say, 6 was called Februarius* ' February ' from
the di inferi ' gods and Sextilis was renamed Augustus. * Janus. 'Page 16
Funaioli ; page 11 Huschke. d From a lost word feber ' sorrow.' V. quod turn
his paren(te)tur x ; ego magis arbitror Februarium a die februato, quod turn
februatur populus, id est Lupercis nudis lustratur antiquum oppidum Palatinum
gregibus humanis cinctum. V. 35. Quod ad temporum vocabula Latina attinet,
hactenus sit satis dictum ; nunc quod ad eas res attinet quae in tempore aliquo
fieri animadver- terentur, dicam, ut haec sunt : legisti, cumis, 1 ludens ; de
quis duo praedicere volo, quanta sit multitudo eorum et quae sint obscuriora
quam alia. 36. Cum verborum declinatuum 1 genera sint quat- tuor, unum quod
tempora adsignificat neque habet casus, ut ab lego leges, lege 2 ; alterum quod
casus habet neque tempora adsignificat, ut ab lego lectio et lector ; tertium
quod habet utrunque et tempora et casus, ut ab lego legens, lecturus ; quartum
quod neutrum habet, ut ab lego lecte ac lectissime : horum verborum si
primigenia sunt ad mi/fe, 3 ut Cosconius scribit, ex eorum declinationibus
verborum discrimina quingenta milia esse possunt ideo, quod a* singulis verbis
primigenii(s) 5 circiter quingentae species de- clinationibus fiunt. § 34. 1 Aug.
; parentent Laetus ; for parent. § 35. 1 Mue., with G, II, for currus. § 36. 1
B, Laetus, for declinatiuum. 2 V, b, for lego Fv. 3 Victorius, for admitte. 4
L. Sp., for quia. 5 Aug., for primigenii. Three different ceremonies are
confounded here : one of purification, one of expiation to the gods of the
Lower World, one of fertility ; cf. vi. 13, note a. § 35. That is, all verbal
forms, and the derivatives from the verbal roots. § 36. The verb has both
meanings ; some of the deriva- tives have only one or the other. 6 Q.
Cosconius, orator of the Lower World,' because at that time expiatory
sacrifices are made to them ; but I think that it was called February rather
from the dies februalus ' Puri- fication Day,' because then the people
februatur ' is purified,' that is, the old Palatine town girt with flocks of
people is passed around by the naked Luperci.' V. 35. As to what pertains to
Latin names of time ideas, let that which has been said up to this point be
enough. Now I shall speak of what concerns those things which might be observed
as taking place at some special time a — such as the following : legisti ' thou
didst read,' cursus ' act of running,' ludens ' playing.' With regard to these
there are two things which I wish to say in advance : how great then- number
is, and what features are less perspicuous than others. 36. The inflections of
words are of four kinds : one which indicates the time and does not have case,
as leges ' thou wilt gather or read,' a lege ' read thou,' from lego 1 I gather
or read ' ; a second, which has case and does not indicate time, as from lego
lectio ' collection, act of reading,' lector ' reader'; the third, which has
both, time and case, as from lego legens ' reading,' ledums ' being about to
read ' ; the third, which has neither, as from lego lecte 'choicely,' lectis-
sime ' most choicely.' Therefore if the primitives of these words amount to one
thousand, as Cosconius 6 writes, then from the inflections of these words the
different forms can be five hundred thousand in number for the reason that from
each and every primitive word about five hundred forms are made by derivation
and inflection. and authority on grammar and literature, who flourished about
100 b.c. ; page 109 Funaioli. 207
V. 37. Primigenia dicuntur verba ut lego, scribo, sto, sedeo et cetera, quae
non sunt ab ali(o) quo 1 verbo, sed suas habent radices. Contra verba declinata
sunt, quae ab ali(o) quo 2 oriuntur, ut ab lego legis, legit, legam et sic 3
indidem hinc permulta. Quare si quis primigeniorum verborum origines
ostenderit, si ea mille sunt, quingentum milium simplicium verborum causas
aperuerit una ; sin 4 nullius, tamen qui ab his reliqua orta ostenderit, satis
dixerit de originibus verborum, cum unde nata sint, principia erunt pauca, quae
inde nata sint, innumerabilia. 38. A quibus iisdem principiis antepositis prae-
verbiis paucis immanis verborum accedit numerus, quod praeverbiis (in)mutatis 1
additis atque commu- tatis aliud atque aliud fit : ut enim (pro)cessit 2 et
recessit, sic accessit et abscessit ; item incessit et ex- cessit,sic successit
et decessit, (discessit) 3 et concessit. Quod si haec decern sola praeverbia
essent, quoniam ab uno verbo declinationum quingenta discrimina fierent, his
decemplicatis coniuncto praeverbio ex uno quinque milia numero efficerent(ur),
4 ex mille ad quinquagies centum milia discrimina fieri possunt. §37. 1 Mue. ; alio Aug., G ;
for aliquo. 2 Mue., for aliquo. 3 After sic, Laetus deleted in. 4 Turnebus, for
unas in. § 38. 1 GS., for mutatis. 2 Fritzsche, for cessit. 3 Added by GS (et
discessit added by Vertranius). 4 Aldus, for efficerent. § 37. " That is,
cannot be referred to a simpler radical element. Primitive is the name applied
to words like lego ' I gather,' scribo ' I write,' sto ' I stand,' sedeo ' I
sit,' and the rest which are not from some other word, a but have their own
roots. On the other hand deriva- tive words are those which do develop from
some other word, as from lego come legis ' thou gatherest,' legit ' he
gathers,' legam ' I shall gather,' and in this fashion from this same word come
a great number of words. Therefore, if one has shown the origins of the primi-
tive words, and if these are one thousand in number, he will have revealed at
the same time the sources of five hundred thousand separate words ; but if
without showing the origin of a single primitive word he has shown how the rest
have developed from the primi- tives, he will have said quite enough about the
origins of words, since the original elements from which the words are sprung
are few and the words which have sprung from them are countless. 38. There are
besides an enormous number of words derived from these same original elements
by the addition of a few prefixes, because by the addition of prefixes with or
without change a word is repeatedly transformed ; for as there is processit '
he marched forward ' and recessit-' drew back,' so there is accessit '
approached ' and abscessit ' went off,' likewise incessit ' advanced ' and
excessit ' withdrew,' so also successit ' went up ' and decessit ' went away,'
discessit ' de- parted ' and concessit ' gave way.' But if there were only
these ten prefixes, from the thousand primitives five million different forms
can be made inasmuch as from one word there are five hundred derivational forms
and when these are multiplied by ten through union with a prefix five thousand
different forms are produced out of one primitive. Democritus, Ecurus, 1 item
alii qui infinita principia dixerunt, quae unde sint non dicunt, sed cuiusmodi
sint, tamen faciunt magnum : quae ex his constant in mundo, ostendunt. Quare si etymologws 2 principia
verborum postulet mille, de quibus ratio ab se non poscatur, et reliqua
ostendat, quod non pos- tulat, tamen immanem verborum expediat numerum. 40. De
multitudine quoniam quod satis esset admonui, 1 de obscuritate pauca dicam.
Verborum quae tempora adsignificant ideo locus 2 difficillimus (TVfj.a, 3 quod
neque his fere societas cum Graeca lingua, neque vernacula ea quorum in partum
memoria adfuerit nostra ; e 4 quibus, ut dixi, 5 quae poterimus. VI. 41.
Incipiam hinc primura 1 quod dicitur ago. Actio ab agitatu facta. Hinc dicimus
" agit gestum tragoedus," 2 et " agitantur quadrigae " ;
hinc " agi- tur pecus pastum." Qua 3 vix agi potest, hinc angi-
portum ; qua nil potest agi, hinc angulus, (vel) 4 quod in eo locus
angustissimus, cuius loci is angulus. 42. Actionum trium primus agitatus
mentis, quod § 39. 1 Turnebus, for secutus Fv, securus G, II. 2 ety- mologos B,
Rhol., for ethimologos Fv, ethimologus G. § 40. 1 Laetus, for admonuit. 2 f, Aldus, for locutus. 3 est
Irv/xa Sciop. (L. Sp. deleted est), for est TTMa Fv. 4 A. Sp.,for nostrae. 6 M,
Laetus, for dixit. §41. 1 Laetus, for primus. 2 For tragaedus. 3 Al- dus, for
quia. 4 Added by Mue., whose punctuation is here followed. § 39. Of Abdera
(about 460-373 b.c), originator of the atomic theory. * Of Athens (341-270
b.c), founder of the Epicurean school of philosophy; Epic. 201. 33 Usener. e
That is, that he should be excused from interpreting them (quod for quot). § 40.
For adfuerit with the goal construction, cf. Vergil, Eel. 2. 45 hue ades, etc.
6 v. 10. Democritus, a Epicurus, 6 and likewise others who have pronounced the
original elements to be unlimited in number, though they do not tell us whence
the elements are, but only of what sort they are, still perform a great service
: they show us the things which in the world consist of these elements.
Therefore if the etymologist should postulate one thousand original elements of
words, about which an interpretation is not to be asked of him, and show the
nature of the rest, about which he does not make the postulation, c the number
of words which he would explain would still be enormous. 40. Since I have given
a sufficient reminder of the number of existing words, I shall speak briefly
about their obscurity. Of the words which also indicate time the most difficult
feature is their radicals, for the reason that these have in general no
communion with the Greek language, and those to whose birth a our memory
reaches are not native Latin ; yet of these, as I have said, 6 we shall say
what we can. VI. 41. I shall start first from the word ago ' I drive, effect,
do.' Actio ' action ' is made from agitatus 1 motion.' a From this we say
" The tragic actor agit ' makes ' a gesture," and " The
chariot-team agitantur ' is driven ' " ; from this, " The flock
agitur ' is driven ' to pasture." Where it is hardly possible for anything
agi ' to be driven,' from this it is called an angiportum 6 1 alley ' ; where
nothing can agi ' be driven,' from this it is an angulus ' corner,' or else
because in it is a very narrow (angustus) place to which this corner belongs.
42. There are three actiones ' actions,' and of these § 41. All these words are
derivatives of agere, except angiportum and angulus ; but actio does not
develop by loss of the »' in agitatus. b Cf. v. 145. 211 V. primum ea quae
sumus acturi cogitare debemus, deinde turn dicere et facere. De his tribus
minime putat volgus esse actionem cogitationem ; tertium, in quo quid facimus,
id maximum. Sed et cum cogi- tamus 1 quid et earn rem ogitamus 2 in mente,
agimus, et cum pronuntiamus, agimus. Itaque ab eo orator agere dicitur causam
et augures augurium agere dicuntur, quom in eo plura dicant quam faciant. 43.
Cogitare a cogendo dictum : mens plura in unum cogit, unde eligere 1 possit.
Sic e lacte coacto caseus nominatus ; sic ex hominibus contio dicta, sic
coemptio, sic compitum nominatum. A cogitatione concilium, inde consilium ;
quod ut vestimentum apud fullonem cum cogitur, conciliari 2 dictum. 44. Sic reminisci, cum ea quae tenuit mens ac
memoria, cogitando repetuntur. Hinc etiam com- minisci dictum, a con et mente,
cum finguntur in mente quae non sunt ; et ab hoc illud quod dicitur eminisci, 1
cum commentum pronuntiatur. Ab eadem § 42. 1 Sciop., for hos agitamus Fv. 2 L. Sp., for cogitamus. §
43. 1 a, p, RhoL, for elicere. 2 Aug., for consiliari. § 44. 1 Heusinger, for
reminisci. § 42. a Page 16 Regell. § 43. a Here V. gives a parenthetic list of
words with the prefix co- or com- ; though he is wrong in including caseus. b
Cogitatio, concilium, consilium have nothing in common except the prefix. the
first is the agitatus ' motion ' of the mind, because we must first cogitare '
consider ' those things which we are acturi ' going to do,' and then thereafter
say them and do them. Of these three, the common folk practically never thinks
that cogitatio ' consideration ' is an action ; but it thinks that the third,
in which we do something, is the most important. But also when we cogitamus ' consider
' something and agitamus ' turn it over ' in mind, we agimus ' are acting,' and
when we make an utterance, we agimus ' are acting.' Therefore from this the
orator is said agere ' to plead ' the case, and the augurs are said a agere '
to practice ' augury, although in it there is more saying than doing. 43.
Cogitare ' to consider ' is said from cogere ' to bring together ' : the mind
cogit ' brings together ' several things into one place, from which it can
choose. Thus a from milk that is coactum ' pressed,' caseus ' cheese ' was
named ; thus from men brought together was the contio ' mass meeting ' called,
thus coemptio ' marriage by mutual sale,' thus compitum ' cross-roads.' From
cogitatio ' consideration ' came concilium ' council,' and from that came
consilium ' counsel ' ; 6 and the concilium is said conciliari ' to be brought
into unity ' like a garment when it cogitur ' is pressed ' at the cleaner's.
44. Thus reminisci ' to recall,' when those things which have been held by mind
and memory are fetched back again by considering (cogitando). From this also
comminisci ' to fabricate a story ' is said, from con ' to- gether ' and mens '
mind,' when things which are not, are devised in the mind ; and from that comes
the word eminisci ' to use the imagination,' when the commentum ' fabrication '
is uttered. From the same 213 V. mente meminisse dictum et amens, qui a mente
sua cU'scedit. 2 45. Hinc etiam metus 1 (a) mente quodam modo mota, 2 ut 3
metuisti (te> 4 amovisti ; sic, quod frigidus timor, tremuisti timuisti. Tremo dictum a simili- tudine vocis, quae tunc cum
valde tremunt apparet, cum etiam in corpore pili, ut arista in spica ^ordei,
horrent. 46. Curare a cura dictum. Cura, quod cor urat ; curiosus, quod hac
praeter modum utitur. Recor- dan, 1 rursus in cor revocare. Curiae, ubi senatus rempublicam
curat, et ilia ubi cura sacrorum publica ; ab his curiones. 47. Volo a
voluntate dictum et a volatu, quod animus ita est, ut puncto temporis pervolet
quo volt. Lwbere 1 ab labendo dictum, quod lubrica mens ac prolabitur, ut
dicebant olim. Ab lubendo libido, libidinosus ac Venus Libentina et Libitina,
sic alia. 2 Aug., for descendit. § 45. 1 GS., for metuo. 2 Canal, for mentem quodam
modo motam. 3 L. Sp., for uel. 4 Added by Kent, after Fay. § 46. 1 Aug., with
B, for recordare. § 47. 1 L. Sp., for libere. § 45. ° According to Mueller, the
sequence of the topics indicates that this section and § 49 have been
interchanged in the manuscripts. All etymologies in this section are wrong. §
46. ° Three etymologically distinct sets of words are here united : cura,
curare, curiosus ; cor, recordari ; curia, curio. § 47. ° Volo ' I wish ' is
distinct from volo 1 I fly.' 6 Ijubet, later libet, is distinct from labi and
from lubricus. e Either as a euphemism, or from the fact that the funeral
apparatus was kept in the storerooms of the Temple of Venus, which caused the
epithet to acquire a new meaning. word mens ' mind ' come meminisse ' to
remember ' and amens ' mad,' said of one who has departed a mente ' from his
mind.' 45. ° From this moreover metus ' fear,' from the mens ' mind ' somehow
mota ' moved,' as metuisti ' you feared,' equal to te amouisti ' you removed
yourself.' So, because timor ' fear ' is cold, tremuisti ' you shivered ' is
equal to timuisti ' you feared.' Tremo ' I shiver ' is said from the similarity
to the behaviour of the voice, which is evident then when people shiver very
much, when even the hairs on the body bristle up like the beard on an ear of
barley. 46. " Curare ' to care for, look after ' is said from cur a '
care, attention.' Cura, because it cor urat ' burns the heart ' ; curiosus '
inquisitive,' because such a person indulges in cura beyond the proper measure.
Recordari ' to recall to mind,' is revocare ' to call back ' again into the cor
' heart.' The curiae ' halls,' where the senate curat ' looks after ' the
interests of the state, and also there where there is the cura ' care ' of the
state sacrifices ; from these, the curiones ' priests of the curiae.' 47. Volo
' I wish ' is said from voluntas ' free-will ' and from volatus ' flight,'
because the spirit is such that in an instant it pervolat ' flies through ' to
any place whither it volt ' wishes.' a Lubere 6 'to be pleasing ' is said from
labi ' to slip,' because the mind is lubrica ' slippery ' and prolabitur '
slips forward,' as of old they used to say. From lubere 1 to be pleasing ' come
libido ' lust,' libidinosus ' lustful,' and Venus Libentina ' goddess of
sensual pleasure ' and Libitina c ' goddess of the funeral equipment,' so also
other words. 215 V. 48. Metuere a quodam motu animi, cum id quod malum casurum
putat refugit mens. Cum vehe- mentius in movendo ut ab se abeat foras fertur,
formido ; cum (parum movetur) 1 pavet, et ab eo pavor. 49. Meminisse a memoria, cum (in) id quod remansit in
mente 1 rursus movetur ; quae a manendo 2 ut manimoria 3 potest esse dicta.
Itaque Salii quod cantant : Mamuri Vetwn', 4 significant memoriam veterem. 5 Ab
eodem monere, 6 quod is qui monet, proinde sit ac memoria ; sic monimenta quae
in sepulcris, et ideo secundum viam, quo praetereuntis admoneant 7 et se fuisse
et illos esse mortalis. Ab eo cetera quae scripta ac facta memoriae causa
monimenta dieta. 50. Maerere a marcere, quod etiam corpus mar- cescere(t) 1 ;
hinc etiam macri dicti. Laetari ab eo §
48. 1 Added by L. Sp. § 49. 1 A. Sp., for id quod remansit in mente in id quod/
the omission, with Sciop. 2 Rhol., for manando. 3 Other codices, for maniomoria
Fv. 4 Turnebus, for memurii ueterum or ueteri. 5 Maurenbrecher ; veterem
memoriam Aug., with B ; where, according to Victorius, F had memoriam followed
by an illegible word. 6 For mo- nerem. 7 For admoueant Fv, admoneat B. § 50. 1
L. Sp.,for marcescere. § 48. All etymologies in the section are wrong. § 49.
See note on § 45. Meminisse, mens, monere, monimentum (or monumentum) are from
the same root ; memoria is perhaps remotely connected with them ; but manere is
to be kept apart. 6 Frag. 8, page 339 Mauren- brecher; page 4 Morel. c The
traditional smith who made the best of the duplicate ancilia (see vi. 22, note
d), and at his request was rewarded by the insertion of his name in the Hymns
of the Salii (Festus, 131. 11 M.). But V. seems Metuere ' to fear,' from a
certain motus ' emotion ' of the spirit, when the mind shrinks back from that
misfortune which it thinks will fall upon it. When from excessive violence of
the emotion it is borne foras ' forth ' so as to go out of itself, there is
formido ' terror ' ; when parum movetur ' the emotion is not very strong,' it
pavet ' dreads,' and from this comes pavor ' dread.' 49. ° Meminisse ' to
remember,' from memoria ' memory,' when there is again a motion toward that
which remansit 1 has remained ' in the mens ' mind ' : and this may have been
said from manere ' to remain,' as though manimoria. Therefore the Salii, 6 when
they sing O Mamurius Veturius,' indicate a memoria vetus ' memory of olden
times.' From the same is monere ' to remind,' because he who monet ' reminds,'
is just like a memory. So also the monimenta ' memorials ' which are on tombs,
and in fact alongside the highway, that they may admonere ' admonish ' the
passers-by that they themselves were mortal and that the readers are too. From
this, the other things that are written and done to preserve their memoria '
memory ' are called monimenta ' monu- ments.' 50. ° Maerere ' to grieve,' was
named from marcere ' to wither away,' because the body too would marces- cere '
waste away ' ; from this moreover the inacri ' lean ' were named. Laetari ' to
be happy,' from this, to feel an etymological connexion between Mamuri Veturi
and memoriam veterem. § 50. All etymologies wrong, except the association of
laetari, laetitia, laeta. 217 V. quod latius gaudium propter magni boni
opinionem diffusum. Itaque Iuventius ait : Gaudia Sua si omnes homines
conferant unum in locum, Tamen mea exsuperet laetitia. Sic cum se habent,
laeta. VII. 51. Narro, cum alterum facio narum, 1 a quo narratio, per quam
cognoscimus rem gesta(m). 2 Quae pars agendi est ab dicendo 3 ac sunt aut con-
iuncta cum temporibus aut ab his : eorum 4 hoc genus videntur ervfia. 52. Fatur
is qui primum homo significabilem ore mittit vocem. Ab eo, ante quam ita
faciant, pueri dicuntur infantes ; cum id faciunt, iam fari ; cum hoc
vocabulum, 1 (turn) a similitudine vocis pueri (fario- lus) ac fatuus dictum. 2 Ab hoc tempora 3 quod turn
pueris constituant Parcae fando, dictum fatum et res fatales. Ab hac eadem voce 4 qui facile fantur facundi dicti,
et qui futura praedivinando soleant fari fatidici ; dicti idem vaticinari, quod
vesana mente faciunt : §51. 1 Victorius, for narrum. 2 For gesta Fv. 3 L. Sp. ; a dicendo Ursinus ;
for ab adiacendo Fv. * Aug., for earum. § 52. 1 Aug., for uocabulorum. 2 OS.,
for a simili- tudine uocis pueri ac fatuus fari id dictum. 3 Popma, for
tempore. 4 Canal, for ad haec eandem uocem. 6 Com. Rom. Frag., verses 2-4
Ribbeck 3 . Juventius was a writer of comedies from the Greek, in the second
century b.c. § 51. ° V. wrote naro, with one R, according to Cas- siodorus,
vii. 159. 8 Keil ; the etymology is correct. 6 Cf. vi. 42. § 52. ° The
etymologies in this section are correct, except those of fariolus and
vaticinari. 6 Dialectal form, prob- that joy is spread latius 'more widely'
because of the idea that it is a great blessing. Therefore Juventius says 6 :
Should all men bring their joys into a single spot, My happiness would yet
surpass the total lot. When things are of this nature, they are said to be
laeta ' happy.' VII. 51. Narro a 'I narrate,' when I make a second person narus
' acquainted with ' something ; from which comes narratio ' narration,' by
which we make acquaintance with an occurrence. This part of acting is in the
section of saying, 6 and the words are united with time-ideas or are from them
: those of this sort seem to be radicals. 52.° That man fatur ' speaks ' who
first emits from his mouth an utterance which may convey a meaning. From this,
before they can do so, children are called infantes ' non-speakers, infants ' ;
when they do this, they are said now fan ' to speak ' ; not only this word, but
also, from likeness to the utterance of a child, fariolus 6 ' soothsayer ' and
fatuus ' prophetic speaker ' are said. From the fact that the Birth-Goddesses
by fando ' speaking ' then set the life-periods for the children, fatum ' fate
' is named, and the things that are fatales ' fateful.' From this same word,
those who fantur ' speak ' easily are called facundi ' eloquent,' and those who
are accustomed fari ' to speak ' the future through presentiment, are called
fatidici ' sayers of the fates ' ; they likewise are said vaticinari ' to
prophesy,' because they do this with frenzied ably Faliscan, for hariolus,
which is connected with haruspex. * As though fati- ; but properly from the
stems of rates ' bard ' and canere ' to sing.' 219 V. sed de hoc post erit
usurpandum, cum de poetis dicemus. 53. Hinc fasti dies, quibus verba certa
legitima sine piaculo praetoribus licet fari ; ab hoc nefasti, quibus diebus ea
fari ius non est et, si fati sunt, pia- culum faciunt. Hinc efFata dicuntur,
qui augures finem auspiciorum caelcstum extra urbem agri(s) 1 sunt effati ut
esset ; hinc effari templa dicuntur : ab auguribus efFantur qui in his fines
sunt. 54. Hinc fana nominata, quod 1 pontifices in sac- rando fati sint finem ;
hinc profanum, quod est ante fanum coniunctum fano ; hinc profanatum quid in
sacrificio aique 2 Herculi decuma appellata ab eo est quod sacrificio quodam
fanatur, id est ut fani lege^it. 3 Id dicitur pollu(c)tum, 4 quod a porriciendo
est fictum: cum enim ex mercibus libamenta porrecta 5 sunt Herculi in aram,
turn pollu(c)tum 4 est, ut cum pro- fan(at)um 6 dicitur, id est proinde ut sit
fani factum : itaque ibi 7 olim (in) 8 fano consumebatur omne quod § 53. 1 Laetus, for agri. § 54. 1
Laetus, for quae. 2 M, V, Laetus, for ad quae Fv. 3 Canal, for sit. 4 Aug.
{quoting a friend), for pollutum. 5 Aug., with B, for proiecta. 6 Turnebus, for
profanum. 7 Vertranius, for ubi. 8 Added by Vertranius. d Cf. vii. 36. § 53. °
Fastus and nefastus, from fas and nefas ; but whether fas and nefas are from
the root of fari, is question- able. 6 Cf. vi. 29-30. c Page 19 Regell. d
Effari is used both with active and with passive meaning. § 54. Fanum (whence
adj. profanus), from fas, not from fari. b Profanus was used also of persons
who remained ' before the sanctuary ' because they were not entitled to go
inside, or because admission was refused ; therefore ' un- initiated ' or '
unholy,' respectively. " Wrong etymology. d Any edibles or drinkables were
appropriate offerings to mind : but this will have to be taken up later, when
we speak about the poets. d 53. From this the dies fasti a ' righteous days,
court days,' on which the praetors are permitted fori ' to speak ' without sin
certain words of legal force ; from this the nefasti ' unrighteous days,' on which
it is not right for them to speak them, and if they have spoken these words,
they must make atonement. 6 From this those words are called effata '
pronounced,' by which the augurs c have effati ' pronounced ' the limit that
the fields outside the city are to have, for the observance of signs in the sky
; from this, the areas of observation are said effari d ' to be pro- nounced '
; by the augurs, 6 the boundaries effantur ' are pronounced ' which are
attached to them. 54. From this the f ana ° ' sanctuaries ' are named, because
the pontiffs in consecrating them have fati ' spoken ' their boundary ; from
this, profanum ' being before the sanctuary,' b which applies to something that
is in front of the sanctuary and joined to it ; from this, anything in the
sacrifice, and especially Hercules 's tithe, is called prqfanatum ' brought
before the sanc-» tuary, dedicated,' from this fact that it fanatur ' is
consecrated ' by some sacrifice, that is, that it becomes by law the property
of the sanctuary. This is called polluctum ' offered up,' a term which is
shaped c from porricere ' to lay before ' : for when from articles of commerce
first fruits d are laid before Hercules, on his altar, then there is a
polluctum ' offering-up,' just as, when prqfanatum is said, it is as if the
thing had be- come the sanctuary's property. So formerly all that was
profanatum e ' dedicated ' used to be consumed in Hercules ; cf. Festus, 253 a
17-21 M. ' That is, so far as it was not burned on the altar, in the god's
honour. profan(at)um 8 erat, ut etiam (nunc) 10 fit quod praetor urb(an)ws u
quotannis facit, cum Herculi immolat publice iuvencam. 55. Ab eodem verbo fari
fabulae, ut tragoediae et comoediae, 1 dictae. Hinc fassi ac confessi, qui fati
id quod ab is 2 quaesitum. Hinc professi ; hinc fama et famosi. Ab eodem falli,
sed et falsum et fallacia, quae propterea, quod fando quern decipit ac contra
quam dixit facit. Itaque si quis re fallit, in hoc non
proprio nomine fallacia, sed tralati(ci)o, 3 ut a pede nostro pes lecti ac
betae. Hinc etiam famigerabile 4 et sic compositicia 5 aha item ut declinata
multa, in quo et Fatuus et Fatuae. 6 56. Loqui ab loco dictum. 1 Quod qui primo
dicitur iam fari 2 vocabula et reliqua verba dicit ante quam suo quique 3 loco
ea dicere potest, 1 hunc CArys- ippus negat loqui, sed ut loqui : quare ut
imago hominis non sit homo, sic in corvis, cornicibus, pueris primitus
incipientibus fari verba non esse verba, quod 8 L. Sp., for profanum. 10 Added by L. Sp. 11 Aug.,
with B, for P. R. urbis Fv. % 55. 1 For tragaediae et comaediae. 2 For his. 3
A. Sp. ; tralatitio Sciop. ; for tranlatio. 4 M, V, p, Aldus, for famiger
fabile Fv. 5 A. Sp.,for composititia Fv. « B, O, f, for fatue Fv. § 56. 1
Punctuation by Stroux. 2 For farit Fv. 3 L. Sp. ; quidque Aug. ; for quisque. §
55. ° The preceding words all belong with fari ; but falli, falsum, fallacia
form a distinct group. 6 Instead of by speaking. e That is, beet-root. d Faunus
and the Nymphs. § 56. ° Wrong. 6 Page 143 von Arnim. " Ravens the
sanctuary, as even now is done "with that which the City Praetor offers
every year, when on behalf of the state he sacrifices a heifer to Hercules. 55.
From the same word fan ' to speak,' the fabulae ' plays,' such as tragedies and
comedies, were named. From this word, those persons have fassi ' admitted ' and
confessi ' confessed,' who have fati 4 spoken ' that which was asked of them.
From this, professi ' openly declared ' ; from this, fama ' talk, rumour,' and
famosi ' much talked of, notorious.' a From the same,/affi ' to be deceived,'
but also falsum ' false ' and fallacia ' deceit,' which are so named on this
account, that by fando ' speaking ' one misleads someone and then does the
opposite of what he has said. Therefore if one fallit ' deceives ' by an act, 6
in this there is not fallacia ' deceit ' in its own proper meaning, but in a
transferred sense, as from our pes ' foot ' the pes ' foot ' of a bed and of a
beet c are spoken of. From this, moreover, famigerabile ' worth being talked
about,' and in this fashion other com- pounded words, just as there are many
derived -words, among which are Fatuus ' god of prophetic speaking ' and the
Fatuae ' women of prophecy.' d 56. Loqui 'to talk,' is said from locus 'place.'
Because he who is said to speak now for the first time, utters the names and
other words before he can say them each in its own locus ' place,' such a
person Chrysippus says 6 does not loqui ' talk,' but quasi- talks ; and that
therefore, as a man's sculptured bust is not the real man, so in the case of
ravens, crows," and boys making their first attempts to speak, their words
are not real words, because they are not talk- and crows were the chief
speaking birds of the Romans ; cf. Macrobius, Sat. ii. 4. 29-30. V. non
loquantur. 4 Igitur is loquitur, qui suo loco quod- que verbum sciens ponit, et
is turn 5 prolocutus, 6 quom in animo quod habuit extulit loquendo. 57. Hinc dicuntur eloqui ac reloqui 1 in fanis
Sabinis, e cella dei qui loquuntur. 2 Hinc dictus loquax, qui nimium loqueretur
; hinc eloquens, qui copiose loquitur ; hinc colloquium, cum veniunt in unum
locum loquendi causa ; hinc adlocutum mulieres ire aiunt, cum eunt ad aliquam
locutum consolandi 3 causa ; hinc quidam loquelam dixerunt verbum quod in
loquendo efferimus. Concinne loqui dictum a concinere, 4 ubi inter se
conveniunt partes ita 3 novissimum, quod extremum. Sic ab eadem origine novitas
et novicius et novalis in agro et " sub No vis " dicta pars in Foro
aedificiorum, quod vocabulum ei pervetustww, 4 ut Novae Viae, quae via iam diu
vetus. 60. Ab eo quoque potest dictum nominare, quod res novae in usum quom 1
additae erant, quibus ea(s) 2 novissent, nomina ponebant. Ab eo nuncupare, quod
tunc (pro) 3 civitate vota nova suscipiuntur. Nuncu- pare nominare valere
apparet in legibus, ubi " nun- cupatae pecuniae " sunt scriptae ;
item in Choro in quo est : Aenea ! — Quis 4 est qui meum nomen nuncupat ? § 59. 1 Aug., from Gellius,
x. 21. 2, for dico. 2 Ben- tinus, from Gellius, I.e., for uetustus ac
ueterrimus. 3 Added by Aug., from Gellius, I.e. 4 B, Laetus, for peruetustas. §
60. 1 Aug. (quoting a friend), for quomodo. 2 Ver- tranius,for ea. 3 Added by
L. Sp. 4 Added by Grotius. e Naples ; Nova-polis is a half-way translation into
Latin. § 59. ° Page 57 Funaioli. * The Tabernae Novae were the shops on the
north side of the Forum which replaced those burned in the fire of 210 b.c. ;
those on the south side, which escaped the fire, were called the Tabernae
Veteres. § 60. ° Nomen and nominare are distinct from novus, and derived from a
Greek word ; from this, accordingly, their Neapolis e ' New City ' was called
Nova-polis ' New-polis ' by the old-time Romans. 59. From this, moreover,
novissimum ' newest ' also began to be used popularly for extremum ' last,' a
use which within my memory both Aelius and some elderly men avoided, on the
ground that the proper form of the superlative of this word was nimium novum ;
its origin is just like vetustius ' older ' and veterrimum ' oldest ' from
vetus ' old,' thus from novum were derived novius ' newer ' and novissimum, which
means ' last.' So, from the same origin, novitas ' newness ' and novi- cius '
novice ' and novalis ' ploughed anew ' in the case of a field, and a part of
the buildings in the Forum was called sub Xovis 6 ' by the New Shops ' ; though
it has had the name for a very long time, as has the Nova Via New Street,'
which has been an old street this long while. 60. From this can be said also
nominare ' to call by name,' because when novae ' new ' things were brought
into use, they set nomina ' names ' on them, by which they novissent ' might
know ' them. From this, nuncupate* ' to pronounce vows publicly,' because then
nova ' new ' vows are undertaken for the state. That nuncupare is the same as
nominare, is evident in the laws, where sums of money are written down as
nuncupatae ' bequeathed by name ' ; likewise in the Chorus, in which there is c
: Aeneas ! — Who is this who calls me by my name ? also from novisse ' to
know.' * Containing the elements of nomen and capere ' to take.' e Trag. Rom.
Frag., page 272 Ribbeck 3 ; R O.L. ii. 608-609 Warmington ; possibly belonging
to a play entitled Proserpina, cf. vi. 9-1. But the title is perhaps hopelessly
corrupt. V. Item in Medo 5 : Quis tu es, mulier, quae me insueto nuncupasti
nomine ? 61. Dico originem habet Graecam, quod Graeci SeiKvvw. 1 Hinc (etiam
dicare, ut ait) 8 Ennius : Dico VI hunc dicare (circum metulas). 3 Hinc
iudicare, quod tunc ius dicatur ; hinc iudex, quod iu(s> dicat 4 accepta
potestate ; (hinc dedicat), 5 id est quibusdam verbis dicendo finit : sic 6
enim aedis sacra a magistratu pontifice prae(e)unte 7 dicendo dedicatur. Hinc,
ab dicendo, 8 indicium ; hinc ilia : indicit (b)ellum, 9 indixit funus,
prodixit diem, addixit iudicium ; hinc appellatum dictum in mimo, 10 ac
dictiosus ; hinc in manipulis castrensibus (dicta 11 ab) 13 ducibus ; hinc
dictata in ludo ; hinc dictator magister populi, quod is a consule debet dici ;
hinc antiqua ilia (ad)dici 13 numo et dicis causa et addictus. 6 Aldus, for
medio. §61. 1 L. Sp. ; SeiKvvvai Mue. ; SeiKco Scaliger ; for NISIhce Fv. 2
Added by Kent. 3 Fay, for qui hunc dicare; cf Festus, 153 a 15-21 M., and Livy,
xli. 27. 6. 4 Aug., with B,for iudicat. b Added by Stroux. 8 With sic enim, F
resumes ; cf. v. 118, crit. note 7. 7 Bcntinus (or earlier) ; praeunte /,
Laetus ; for prae unce F. 8 L. Sp.,for dicando. 9 Turnebus, for ilium. 10 B,
Aldus, for minimo. 11 Added by Aug., with B. 18 Added by Kent ; a added by Fay.
13 Budaeus, for dici. d Pacuvius, Trag. Rom. Frag. 239 Ribbeck 3 ; R.O.L. ii.
260- 261 Warmington ; the play was named from one of Medea's sons. §61. ° All
the words explained in this section belong together ; but dicere is cognate
with the Greek word, not derived from it. 6 Inc. frag. 39 Vahlen 2 ; see
critical note. c Rather, because he dictat ' gives orders ' to the people. d
Numo in the text is the older spelling, in which consonants were never doubled.
* Applied to the fictitious sale of an And likewise in the Medus d : Who are
you, woman, who have called me by an unaccustomed name ? 61. Dico ° ' I say '
has a Greek origin, that which the Greeks call BeiKvi'm ' I show.' From this
more- over comes dicare ' to show, dedicate,' as Ennius says b : I say this
circus shows six little turning-posts. From this, iudicare ' to judge,' because
then ius ' right ' dicitur ' is spoken ' ; from this, index ' judge,' because
he ius dicat ' speaks the decision ' after receiving the power to do so ; from
this, dedicat ' he dedicates,' that is, he finishes the matter by dicendo '
saying ' certain fixed words : for thus a temple of a god dedicatur ' is
dedicated ' by the magistrate, by dicendo ' saying ' the formulas after the
pontiff. From this, that is from dicere, comes indicium ' information ' ; from
this, the following : indicit ' he declares ' war, indixit ' he has invited to
' a funeral, prodixit ' he has postponed ' the day, addixit ' he has awarded '
the decision ; from this was named a dictum ' bon mot ' in a farce, and dic-
tiosus ' witty person ' ; from this, in the companies of soldiers in camp, the
dicta ' orders ' of the leaders ; from this, the dictata ' dictation exercises
' in the school ; from this, the dictator c ' dictator,' as master of the
people, because he must did ' be appointed ' by the consul ; from this, those
old phrases addict nummo d ' to be made over to somebody for a shilling,' e and
dicis causa ' for the sake of judicial form,' and addictus " bound over f
' to somebody. inheritance to the heir. ' Said of a defendant who was unable to
pay the amount of debt or damages, and was de- livered to the custody of the
plaintiff as a virtual slave until he could arrange payment. V. 62. Si dico
quid (sciens 1 ne)scienti, 2 quod ei 3 quod ignoravit trado, hinc doceo
declinatum vel quod cum docemus 4 dicimus vel quod qui docentur induczm- tur 5
in id quod docentur. Ab eo quod scit ducere 6 qui est dux aut ductor ; (hinc 7 doctor) 8 qui ita
inducit, ut doceat. Ab dwcendo 9
docere disciplina discere litteris commutatis paucis. Ab eodcm principio
documenta, quae exempla docendi causa dicuntur. 63. Disputatio ct computatio e
1 propositione putandi, quod valet purum facere ; ideo antiqui purum putum
appellarunt ; ideo putator, quod arbores puras facit ; ideo ratio putari
dicitur, in qua summa fit pura : sic is sermo in quo pure disponuntur verba, ne
sit confusus atque ut diluceat, dicitur dis- putare. 64. Quod dicimus disserit
item translati(ci)o 1 aeque 2 ex agris verbo : nam ut //olitor disserit in
areas sui cuiusque generis res, sic in oratione qui facit, disertus. Sermo,
opinor, est a serie, unde serta ; ctiam in vestimento sartum, quod comprehensum
: Added by L. Sp. 2 Scaliger, for scienti. 3 Sciop., for det. 4 After docemus, Laetus deleted ut.
6 Reiter, for inducantur. 6 M, Laetus, for ducare. 7 Added by GS. 8 Added by L.
Sp. 9 Fay, for docendo. § 63. 1 L. Sp., for et. §64. 1 A. Sp. ; translatitio
Aug.; for translatio. 2 Aug., for atque. § 62. ° Docere is quite independent of
dicere, and also of ducere. b Disciplina was popularly associated with discere,
but was really a derivative of discipulus, which came from dis + capere 1 to
take apart (for examination).' § 64. ° There are in Latin two verbs sero
serere, distinct in etymology : serere sevi satus 4 to sow, plant,' and serere
serui sertus ' to join together, intertwine.' The derivatives in this section are
all from the second verb, except sartum, the participle of sarcio, which is
distinct from both. If I DICO ' say ' something – H. P. Grice, dictiveness,
dictive content, what is said -- that I know to one who does NOT know it,
because I trado ' hand over' to him what he was ignorant of, from this is
derived DOCEO a ' I teach,' or else because when we docemus ' teach ' we
dicivius ' say,' or else because those who docentur ' are taught ' inducuntur '
are led on ' to that which they docentur ' are taught.' From this fact, that he
knows how ducere ' to lead,' is named the one who is dux ' guide ' or ductor '
leader ' ; from this, doctor ' teacher,' who so inducit ' leads on ' that he
docet ' teaches.' From ducere ' to lead,' come docere ' to teach,' disciplina b
' instruction,' discere ' to learn,' by the change of a few letters. From the
same original element comes documenta ' instructive ex- amples,' which are said
as models for the purpose of teaching. 63. Disputatio ' discussion ' and
coniputatio ' reckon- ing,' from the general idea of putare, which means to
make purum ' clean ' ; for the ancients used putum to mean purum. Therefore
putator ' trimmer', because he makes trees clean ; therefore a business account
is said putari ' to be adjusted,' in which the sum is pura ' net.' So also that
discourse in which the words are arranged pure ' neatly,' that it may not be
confused and that it may be transparent of meaning, is said disputare ' to
discuss ' a problem or question. 64. Our word disserit a is used in a
figurative mean- ing as well as in relation to the fields : for as the
kitchen-gardener disserit ' distributes ' the things of each kind upon his
garden plots, so he who does the like in speaking is disertus ' skilful.' Sermo
' conversa- tion,' I think, is from series ' succession,' whence serta '
garlands ' ; and moreover in the case of a garment sartum ' patched,' because
it is held together : for 231 V. sermo enim non potest in uno homine esse solo,
sed ubi (o)ratio 3 cum altero coniuncta. Sic
conserere manu(m) 4 dicimur cum hoste ; sic ex iure manu(m) 5 consertum vocare
; hinc adserere manu 6 in libertatem cum prendimus. Sic augures dicunt : Si mihi
auctor es 7 verbenam 6 manu 9 asserere, dicit(o> 10 consortes. 65. Hinc
etiam, a quo 1 ipsi consortes, sors ; hinc etiam sortes, quod in his iuncta
tempora cum homini- bus ac rebus ; ab his sortilegi ; ab hoc pecunia quae in
faenore sors est, impendium quod inter se iung^t. 2 66. Legere dictum, quod
leguntur ab oculis litterae ; ideo etiam legati, quod (ut) 1 publice mit-
tantur leguntur. Item ab legendo leguli, qui oleam aut qui uvas legunt ; hinc
legumina in frugibus variis ; etiam leges, quae lectae et ad populum latae quas
observet. Hinc legitima et collegae, qui una lecti, et qui in eorum locum
suppositi, sublecti ; additi allecti et collecta, quae ex pluribus locis in
unum lecta. Ab 3 Aug., for ratio. 4 Other codd.,for manu F. 5 Sciop., for manu
; cf. Gellius, xx. 10. 6 p, Aug., for manum. 7 Aug., for est. 8 Bergk, for
verbi nam. 9 Aug., for manum. 10 A. Sp.,for dicit. §65. 1 L. Sp., for ad qui. 2
Groth, for iungat. § 66. 1 Added by B, Aldus. b Genitive plural. e Page 18
Regell. § 65. ° These words belong to serere, but V.'s reason for the meaning
of sors may not be correct. 6 To V., the fundamental meaning in sors is one of
' joining ' : cf. v. 183. § 66. ° All words discussed in this section are from
various forms of the root seen in legere, which means ' to gather, pick,
select, choose, read ' ; except legumen. * Properly parti- ciple of legare ' to
appoint,' a derivative of legere. e More exactly, legumina are, according to
V., fruits of various kinds that have to be picked (rather than cut, like
cabbage, sermo ' conversation ' cannot be where one man is alone, but where his
speech is joined with another's. So we are said conserere manum ' to join
hand-to-hand fight ' with an enemy ; so to call for vianum 6 consertum ' a
laying on of hands' according to law ; from this, adserere manu in libertatem '
to claim that so-and-so is free,' when we lay hold of him. So the augurs say c
: If you authorize me to take in my hand the sacred "bough, then name my
colleagues (consortes). 65. From this, moreover, sors a ' lot,' from which the
consortes ' colleagues ' themselves are named ; from this, further, sortes '
lots,' because in them time- ideas are joined with men and things ; from these,
the sortilegi ' lot-pickers, fortune-tellers ' ; from this, the money which is
at interest is the sors 1 principal,' because it joins 6 one expense to
another. 66. ° Legere ' to pick or read,' because the letters leguntur ' are
picked ' with the eyes ; therefore also legati 6 ' envoys,' because they
leguntur ' are chosen ' to be sent on behalf of the state. Likewise, from
legere ' to pick,' the leguli ' pickers,' who legunt ' gather ' the olives or
the grapes ; from this, the legumina e ' beans ' of various kinds ; moreover,
the leges ' laws,' which are lectae ' chosen ' and brought before the people
for them to observe. From this, legitima ' law- ful things ' ; and collegae '
colleagues,' who have been lecti ' chosen ' together, and those who have been
put into their places, are sublecti ' substitutes ' ; those added are allecti '
chosen in addition,' and things which have been lecta ' gathered ' from several
places into one, are collecta ' collected.' From legere ' to gather ' or mowed,
like wheat) ; but the resemblance to legere seems to be only accidental. 233 V. legendo ligna quoque, quod ea caduca
legebantur in agro quibus in focum uterentur. Indidem ab legendo legio et
diligens et dilectus. 67. Murmuran' 1 a similitudiae sonitus dictus, qui ita
leviter loquitur, ut magis e sono id faccre quam ut intellegatur videatur. Hinc
etiam poctae Murmurantia litora. Similiter fremere, gemere, clamare, crepare ab
similitudine vocis sonitus dicta. Hinc ilia Arma sonant, fremor oritur ; hinc
Nihil 2 me increpitando commoves. 68. Vicina horum quiritarc, iubilare.
Quiritare dicitur is qui Quiritum fidem clamans inplorat. Qui- rites a
Curensibus ; ab his cum Tatio rege in socie- tatem venerunt civitatz's. 1 Ut
quiritare urbanorum, sic iubilare rusticorum : itaquc hos imitans Aprissius ait
: Io bucco ! — Quis me iubilat ? — Vicinns tuus antiquus. Sic triumphare appellatum,
quod cum imperatore § 67. 1 L. Sp.,for murmuratur dictum. 2 For nichil. § 68. 1
Sciop., for civitates. d Better spelling, delectus. § 67. ° Some, but not all,
of the words discussed in this section are onomatopoeic. b Lh-iter ' lightly.'
e Trag. Rom. Frag., page 314 Ribbeck 3 ; but the words look like part of a
dactylic hexameter, in which case it should read Arma sonant, oritur fremor. d
Trag. Rom. Frag., page 314 Ribbeck 3 . Frequentative of queri ' to complain,'
and not connected with Quirites. b Cures, ancient capital city of the Sabines.
c The name is corrupt, but no probable comes also ligna ' firewood,' because
the wood that had fallen was gathered in the field, to be used on the
fireplace. From the same source, legere ' to gather,' came legio ' legion,' and
diligens ' careful,' and dilectus A ' military levy.' 67. ° From likeness to
the sound, he is said mur- murari ' to murmur,' who speaks so softly b that he
seems more as the result of the sound to be doing it, than to be doing it for
the purpose of being understood. From this, moreover, the poets say Murmuring
sea-shore. Likewise, fremere ' to roar,' gemere ' to groan,' clamare ' to
shout,' crepare ' to rattle ' are said from the likeness of the sound of the
word to that which it denotes. From this, that passage c : Arms are resounding,
a roar doth arise. From this, also, d By your rebuking you alarm me not. 68.
Close to these are quiritare a ' to shriek,' iubilare ' to call joyfully.' He
is said quiritare, who shouts and implores the protection of the Quirites. The
Quirites were named from the Curenses ' men of Cures ' b ; from that place they
came with King Tatius to receive a share in the Roman state. As quiritare is a
word of city people, so iubilare is a word of the countrymen ; thus in
imitation of them Apris- sius c says : Oho, Fat-Face ! — Who is calling rne ? —
Your neighbour of long standing. So triumpkare ' to triumph ' was said, because
the emendation has been suggested ; Com. Rom. Frag., page 332 Ribbeck 3 . milites redeuntes
clamitant per Urbem in Capitolium eunti " (I)o 2 triumphe " ; id a
dpidfifiu) 3 ac Graeco Liberi cognomento potest dictum. 69- Spondere est dicere
spondee-, a sponte : nam id (idem) 1 valet et a voluntate. Itaque Lucilius
scribit de Cretcea, 2 cum ad se cubitum venerit sua voluntate, sponte ipsam
suapte adductam, ut tunicam et cetera 3 reiceret. Eandem voluntatem Terentius
significat, cum ait satius esse Sua sponte recte facere quam alieno metu. Ab
eadem sponte, a qua dictum spondere, declinatum (de)spondet 4 et respondet et
desponsor et sponsa, item sic alia. Spondet enim qui dicit a sua sponte "
spondeo " ; (qui) spo(po)ndit, 5 est sponsor ; qui (i)dem« (ut) 7 faciat
obligatur sponsu, 8 consponsus. 70. Hoc Naevius significat cum ait " consponsi." (Si) 1
spondebatur pecunia aut filia nuptiarum causa, 2 Laetus, for o. 3 Aldus, for
triambo. § 69. 1 Added by Fay. 2 For Gretea. 3 For ceterae. 4 GS, after
Lachmann, for spondit. 8 L. Sp., for spondit. 6 B, Ed. Veneta, for quidem. 7
Added by Aug., with B. 8 L. Sp.,for sponsus. § 70. 1 Added by Fay. d From the
Greek, through the Etruscan. e Ac, intro- ducing an appositive. § 69. ° Verses
925-927 Marx. Cretaea was a meretrix, named from the country of her origin. V.
has para- phrased the quotation, which was thus restored to metrical form by
Lachmann, the first two words being added by Marx : Cretaea nuper, cum ad me
cubitum venerat, Sponte ipsa suapte adducta ut tunicam et cetera Reiceret.
soldiers shout " Oho, triumph ! " as they come back with the general
through the City and he is going up to the Capitol; this is perhaps derived**
from dpiafifios, as * a Greek surname of Liber. 69« Spondere is to say spondeo
' I solemnly promise,' from sponte ' of one's own inclination ' : for this has
the same meaning as from voluntas ' personal desire.' Therefore Lucilius writes
of the Cretan woman, that when she had come of her own desire to his house to
lie with him, she was of her own sponte ' inclination ' led to throw back her
tunic and other garments. The same voluntas ' personal desire ' is what Terence
means 6 when he says that it is better Of one's own inclination right to do,
Than merely by the fear of other folk. From the same sponte from which spondere
is said, are derived despondet ' he pledges ' and respondet ' he promises in
return, answers,' and desponsor ' promiser ' and sponsa ' promised brides' and
likewise others in the same fashion. For he spondet ' solemnly promises ' who
says of his own sponte ' inclination ' spondeo ' I promise ' ; he who spopondit
' has promised ' is a sponsor ' surety ' ; he who is by sponsus ' formal
promise ' bound to do the same thing as the other party, is a consponsus '
co-surety.' 70. This is what Naevius means" when he says consponsi. If
money 6 or a daughter spondebatur ' was promised ' in connexion with a
marriage, both the While this might accord with the Lucilian prototype of
Horace, Sat. i. 5. 82-85, the meter forbids, and because of the subject matter
A. Spengel proposed Licinius, writer of comedies, for Lucilius. b Adelphoe, 75.
§70. " Com. Rom. Frag., page 34 Ribbeck*; R.O.L. ii. 598 Warmington. * As dower. 237 V. appellabatur etpecunia et quae
desponsa erat sponsa ; quae pecunia inter se contra sponsu 2 rogata erat, dicta
sponsio ; cui desponsa quae 3 erat, sponsus ; quo die sponsum erat, sponsalis.
71. Qui 1 spoponderat filiam, despondisse 2 dice- bant, quod de sponte eius, id
est de voluntate, exierat : non enim si volebat, dabat, quod sponsu erat
alligatus : nam ut in com(o)ediis vides dici : Sponde(n) 3 tuam gnatam 4 filio
uxorem meo ? Quod turn et
praetorium ius ad legem et censorium iudicium ad aequum existimabatur. Sic despondisse animum quoque
dicitur, ut despondisse filiam, quod suae spontis statuerat finem. 72. A sua sponte dicere cum spondere, (respon- dere)
1 quoque dixerunt, cum a(d) sponte(m) 2 re- sponderent, id est ad voluntatem
rogatoris. 3 Itaque qui ad id quod rogatur non dicit, non respondet, ut non
spondet ille statim qui dixit spondeo, si iocandi 2 L. Sp., for sponsum. 3 Hue., for quo. § 71. 1 G,
B, Laetus, for quo. 2 B, Aldus, for dispon- disse. 3 Aug. ; spondem Rhol. ; for
sponde. 4 Rhol., for agnatam. § 72. 1 Lachmann, for a qua sponte dicere
cumspondere. 2 Turnebus, for a sponte. 3 L. Sp.,for rogationis. c To be
forfeited to the other party as damages by that party which might break the
agreement. § 71. ° Com, Rom. Frag., page 134 Ribbeck 3 . money and the girl who
had been desponsa ' pledged ' were called sponsa ' promised, pledged * ; the
money which had been asked under the sponsus ' engagement ' for their mutual
protection against the breaking of the agreement,* was called a sponsio '
guarantee de- posit ' ; the man to whom the money or the girl was desponsa '
pledged,' was called sponsus ' betrothed ' ; the day on which the engagement
was made, was called sponsalis ' betrothal day.' 71. He who spoponderat ' had
promised ' his daughter, they said, despondisse ' had promised her away,'
because she had gone out of the power of his sponte ' inclination,' that is,
from the control of his voluntas ' desire ' : for even if he wished not to give
her, still he gave her, because he was bound by his sponsus ' formal promise '
: for you see it said, as in comedies a : Do you now promise your daughter to
my son as wife ? This was at that time considered a principle estab- lished by
the praetors to supplement the statutes, and a decision of the censors for the
sake of fairness. So a person is said despondisse animum ' to have promised his
spirit away, to have become despondent,' just as he is said despondisse Jiliam
' to have promised his daughter away,' because he had fixed an end of the power
of his sponte ' inclination.' 72. Since spondere was said from sua sponte
dicere ' to say of one's own inclination,' they said also re- spondere ' to
answer,' when they responderunt ' promised in return ' to the other party's
spontem ' inclination,' that is, to the desire of the asker. Therefore he who
says " no " to that which is asked, does not respondere, just as he
does not spondere who has immediately said 239 V. causa dixit, neque agi potest
cum eo ex sponsu. Itaqu(e) is 4 qu(o)i dicit(ur) 5 in
co?«oedia 6 : Meministin 7 te spondere 8 mihi gnatam 9 tuam ? quod sine sponte
sua dixit, cum eo non potest agi ex sponsu. 73. Etiam spes a sponte potest esse
declinata, quod turn sperat cum quod 1 volt fieri putat : nam quod non volt si
putat, metuit, non sperat. Itaque hi 2 quoque qui dicunt in Astraba Plauti :
Nwwc 3 sequere adseque, Polybadisce, meam spem cupio consequi. — Sequor hercle
(e)quidem, 4 nam libenter mea(m) sperata(m) 5 consequor : quod sine sponte
dicunt, vere neque ille sperat qui dicit adolescens neque ilia (quae) 6 sperata
est. 74. Sponsor et praes et
vas neque ide/w, 1 neque res a quibus hi, sed e re simili. 2 Itaque praes qui a
magistratu interrogatus, in publicum ut praestet ; a quo et cum respondet,
dicit " praes." Vas appel- 4 L.
Sp., for itaquis. 5 Kent, for qui dicit F (d'r a = dici- tur). 6 L. Sp.,for
tragoedia. 7 Aug., for meministine. 8 Lachmann, metri gratia, for despondere. 9
Rhol., for agnatam. § 73. 1 Aug., for quod cum. 2 L. Sp., for hie. 3 L. Sp.,
for ne. 4 L. Sp., for quidem. 6 Ritschl, for mea sperata. 6 Added by Kent. §74.
1 Laetus, for ideo. 2 Sciop., for simile. § 72. Hanging nominative, resumed by
cum eo after the quotation. b Trag. Rom. Frag., page 305 Ribbeck 3 ; but as the
content indicates that it came from a comedy rather than from a tragedy, I have
accepted L. Spengel's emenda- tion comoedia for the. manuscript tragoedia. §
73. a Wrong. * Frag. I Ritschl. c A dseque, active imperative form ; cf.
Neue-Wagener, Formenlehre der lat. spondeo, if he said it for a joke, nor can
legal action be taken against him as a result of such a sponsus 'promise.' Thus
he" to whom someone says in a comedy, 6 Do you recall you pledged your
daughter unto me ? which he had said without his sponte ' inclination,' cannot
be proceeded against under his sponsus. 73. Spes ' hope ' is perhaps also
derived a from sponte ' inclination,' because a person then sperat ' hopes,'
M'hen he thinks that what he wishes is coming true ; for if he thinks that what
he does not wish is coming true, he fears, not hopes. Therefore these also who
speak in the Astraba of Plautus 6 : Follow now closely,' Polybadiscus, I wish
to overtake my hope. — Heavens I surely do : I'm glad to overtake her whom I
hope : because they speak without sponte ' feeling of success,' the youth who
speaks does not truly ' hope,' nor does the girl who is ' hoped for.' d 74.
Sponsor and praes and vas are not the same thing, nor are the matters identical
from which these terms come ; but they develop out of similar situa- tions.
Thus a praes is one who is asked by the magistrate that he praestat 1 make a
guarantee ' to the state ; from which, also when he answers, he says, " I
am your praes." He was called a vas Spr. 3 iii. 89. d Sperata, a regular
term for the object of a young man's love. § 7i. " V. apparently says that
a sponsor is one who undertakes an engagement toward an individual or indivi-
duals ; a praes is one who undertakes an engagement on his own behalf, toward
the state ; a vas is one who guarantees another person's engagement toward the
state. VOL. I r 2-H V. latus, qui pro altero
vadimonium promittebat. Con- suetudo erat, cum re?/s 3 parum esset idoneus
inceptis rebus, ut pro se alium daret ; a quo caveri 4 postea lege coeptum 5
est ab his, qui praedia venderent, vadem ne darent ; ab eo ascribi coeptum 5 in
lege mancipiorum: Vadem ne poscerent nec dabitur. 75. Canere, 1 accanit et
succanit ut canto et can- tatio ex Camena permutato pro M N. 2 Ab eo quod
semel, canit, si saepius, cantat. Hinc cantitat, item alia ; nec sine canendo
(tubicines, liticines, corni- cines), 3 tibicines dicti : omnium enim horum
quo- da^) 4 canere ; etiam bucinator a vocis similitudine et cantu dictus. 76. Oro ab ore et perorat et
exorat et oratio et orator et osculum dictum. Indidem omen, orna- mentum ;
alterum quod ex ore primum elatum est, osmen dictum ; alterum nunc cum
propositione dici- tur vulgo ornamentum, quod sicut olim ornamenta 1 3 For reos.
4 For cavari. 6 For
caeptum. §75. 1 For canerae. 2 Mue., for N.M. 8 Added by L. Sp., after Mue.
recognized the lacuna and its contents, but set it after tibicines; cf v. 91. 4
Kent ; quoddam Canal ; for quod a. §76. 1 OS., for ornamentum. §75. ° The words
explained in this section belong to- gether, except Camena, which stands apart.
6 Either ' sing ' or ' play on an instrument.' c Usually in the plural ;
Italian goddesses of springs and waters, regularly identified with the Greek
Muses. d The insertion in the text is rendered necessary by omnium horum ; cf.
also critical note. e Quodam, ablative with canere. § 76. ° These words are
from os, except omen, ornamen- tum, oscines. ' bondsman ' who promised bond for
another. It was the custom, that when a part}' in a suit was not considered
capable of fulfilling his engagements, he should give another as bondsman for
him : from which they later began to provide by law against those who should
sell their real estate, that they should not offer themselves as bondsmen. From
this, they began to add the provision in the law about the transfer of
properties, that " they should not demand a bondsman, nor will a bondsman
be given." 7o. a Canere 6 ' to sing,' accanit ' he sings to ' some- thing,
and succanit ' he sings a second part,' like canto ' I sing ' and cantatio '
song,' from Camena c ' Muse,' with N substituted for M. From the fact that a
person sings once, he canit : if he sings more often, he cantat. From this,
cantitat ' he sings repeatedly,' and likewise other words ; nor without canere
' singing, playing ' are the tubicines ' trumpeters,' named, and the liticines
' cornetists,' cornicines ' horn-blowers,' d iibicines ' pipes-players ' : for
canere ' playing ' on some special instrument * belongs to all these. The
bucinator ' trumpeter ' also was named from the like- ness of the sound and the
cantus ' playing.' 76. a Oro ' I beseech ' was so called from os ' mouth,' and
so were perorat ' he ends his speech ' and exorat ' he gains by pleading,' and
oratio ' speech ' and orator ' speaker ' and osculum ' kiss.' From the same,
omen ' presage ' and ornamentum ' ornament ' : because the former was first
uttered from the os ' mouth,' it was called osmen ; the latter is now commonly
used in the singular with the general idea of ornament, but as formerly most of
the play-actors use it in 24-3 V. scoenici plerique dicunt. Hinc oscines
dicuntur apud augures, quae ore faciunt auspicium. VIII. 77. Tertium gradum
agcndi esse dicunt, ubi quid faciant ; in eo propter similitudinem agendi et
faciendi et gerendi quidam error his qui putant esse unum. Potest enim aliquid facere et
non agere, ut poeta facit fabulam et non agit, contra actor agit et (non) 1
facit, et sic a poeta fabula fit, non agitur, ab actore agitur, non fit. Contra
imperator quod dicitur res gerere, in eo neque facit neque agit, sed gerit, id
est sustinet, tralatum ab his qui onera 2 gerunt, quod hi sustinent. 78.
Proprio nomine dicitur facere a facie, qui rci quam facit imponit faciem. Ut
fictor cum dicit fingo, figuram imponit, quom dicit formo, 1 formam, sic cum
dicit facio, faciem imponit ; a qua facie discernitur, ut dici possit aliud
esse vestimentum, aliud vas, sic item quae fiunt apud fabros, fictores, item
alios alia. Qui quid 2
amministrat, cuius opus non extat quod sub § 77. 1 Omitted in F. 2 G, H, for
honera F. § 78. 1 L. Sp„ for informo. 2 Aug., for quicquid. 6 Found only in the
plural in the scenic poets, who used it of ornaments for the head and face (os)
; it is a derivative of ornare ' to adorn,' which comes from ordo ordinis. c
From prefix ops + can- ' sing ' : cf. o(p)s-tendere ' to show.' § 77. Cf vi.
41-42. 6 The distinction is almost impossible to imitate in translation, but
the argument is good so far as the examples in the text are concerned. § 78. a
Fades is from facere. the plural. 6 From this, oscines c ' singing birds ' are
spoken of among the augurs, which indicate their pre- monitions by the os '
mouth.' VIII. 77. The third stage of action ° is, they say, that in -which they
fadunt ' make ' something : in this, on account of the likeness among agere '
to act ' and facere ' to make ' and gerere ' to carry or carry on,' a certain
error is committed by those •who think that it is only one thing. 6 For a
person can facere something and not agere it, as a poet fadt ' makes ' a play
and does not act it, and on the other hand the actor agit ' acts ' it and does
not make it, and so a play ft ' is made ' by the poet, not acted, and agitur '
is acted ' by the actor, not made. On the other hand, the general, in that he
is said to gerere ' carry on ' affairs, in this neither fadt ' makes ' nor agit
' acts,' but gerit ' carries on,' that is, supports, a meaning transferred from
those who gerunt ' carry ' burdens, because they support them. 78. In its
literal sense facere ' to make ' is from fades ° ' external appearance ' : he
is said facere ( to make ' a thing, who puts a fades ' external appear- ance '
on the thing which he facit ' makes.' As the fetor ' image-maker,' when he says
" Fingo ' I shape,' " puts a figura ' shape ' on the object, and when
he says " Formo ' I form,' " puts a. forma ' form ' on it, so when he
says " Fado ' I make,' " he puts a fades ' external appearance ' on
it ; by this external appearance there comes a distinction, so that one thing
can be said to be a garment, another a dish, and likewise the various things
that are made by the carpenters, the image- makers, and other workers. He who
furnishes a service, whose work does not stand out in concrete form so as to
come under the observation of our 245 V. sensu(m) 3 veniat, ab agitatu, ut
dixi, magis agere quam facere putatur ; sed quod his magis promiscue quam
diligenter eonsuetudo est usa, translations utimur verbis : nam et qui dieit,
faeere verba dieimus, et qui aliquid agit, non esse inficientem. 79- (Et facere
lumen, 1 faculam) 2 qui adlueet, dieitur. Lucere ab luere, (quod) et 3 luce
dissolvun- tur tenebrae ; ab luce Noctiluea, 4 quod propter lueem amissam is
eultus institutus. Aequirere est ad et quaerere ; ipsum quaerere ab eo quod
quae res ut reeiperetur datur opera ; a quoerendo quaestio, ab his turn
quaestor. 5 80. Video a visu, (id a vi) 1 : qui(n)que 2 enim sensuum maximus in
oeulis : nam cum sensus nullus quod abest mille passus sentire possit, oculorum
sensus vis usque pervenit ad stellas. Hinc : Visenda vigilant, vigilium invident. Et Acci 3 : 3
//, Aldus, for sensu. § 79. 1 Added by
GS. 2 Added by Fay, from Plautus, Persa, 515. 3 quod et Kent; quod A. Sp. ; for
et. 4 After Noctiluea, L. Sp. deleted lucere item ab luce, a mar- ginal gloss that
had crept into the text. 6 Kent, for con- qucstor. §80. 1 Added by L. Sp. 2 For
qui que. 3 Kent, for atti. 6 vi. 41-42. § 79. " Wrong etymology. 6 This
sentence, if properly reconstructed, goes with the preceding section. c Wrong.
d As dis-so-luuntur, which is in fact its origin. * This sentence is out of
place, but its proper place cannot be deter- mined ; cf. v. 81. f Correct
etymologies, except that of qnaerere itself. § 80. " Video is to be kept
distinct from vis and from vigilium. 6 Part of a verse from an unknown play, in
physical senses, is, from his agitatus ' action, motion,' as I have said, 6
thought rather agere ' to act ' than facere ' to make ' something ; but because
general practice has used these words indiscriminately rather than with care,
we use them in transferred meanings ; for he who dicit ' says ' something, we
say facere ' makes ' words, and he who agit ' acts ' something, we say is not
inficiens ' failing to do ' something. 79. And he who lights a faculam a '
torch,' is said to facere ' make ' a light. 6 Lucere ' to shine,' from luere c
' to loose,' because it is also by the light that the shades of night
dissohuntur d ' are loosed apart ' ; from lux ' light ' comes Noctiluca '
Shiner of the Night,' because this worship was instituted on account of the
loss of the daylight. Acquirere e ' to acquire ' is ad' in addition ' and
quaerere ' to seek ' ; quaerere itself is from this, that attention is given to
quae res ' what thing ' is to be got back ; from quaerere comes quaestio ' question
' ; then from these, quaestor ' in- vestigator, treasurer.' * 80. Video a ' I
see,' from visus ' sight,' this from vis ' strength ' ; for the greatest of the
five senses is in the eyes. For while no one of the senses can feel that which
is a mile away, the strength of the sense of the eyes reaches even to the
stars. From this 6 : They watch for what is to be seen, but hate to stay
awake.' Also the verse of Accius d : which the persons are watching the night
sky for omens. e Invidere 4 to look at with dislike ' originally took a direct
object, as here ; cf. Cicero, Tusc. iii. 9. 20. d If properly reconstituted, an
iambic tetrameter catalectic, referring to Actaeon,_who inadvertently beheld
Artemis bathing with the nymphs. 247 V. Cum illud o(c)wli(s) violavit 4 (is), 5
qui inmdit 6 invidendum. A quo etiam violavit virginem pro vit(i)avit dicebant
; acque eadem modestia potius cum muliere fuisse quam concubuisse dicebant. 81.
Cerno idem valet : itaque pro video ait En- nius : Lumen — iubarne ? — in caelo
cerno. Cawius 1 : Sensumque inesse et motum in membris cerno. Dictum cerno a
cereo, id est a creando ; dictum ab eo quod cum quid creatum est, tunc denique
videtur. Hinc fines capilli d^scripti, 2 quod finis videtur, dis- crimen ; et
quod 3 in testamento (cernito), 4 id est facito videant te esse heredem :
itaque in cretione adhibere iubent testes. Ab eodem est quod ait Medea : Ter
sub armis malim vz'tam 5 cernere, Quam semel modo parere ; quod, ut decernunt
de vita eo tempore, multorum videtur vitae finis. 4 Mue., for obliuio lavet
(obviolavit Aug., with B). 5 Added by Kent, metri gratia. 6 Kent ; vidit Mue. ;
for incidit. §81. 1 Schoell, marginal note in his copy of A. Sp.'s edition,for
canius. 2 A. Sp., for descripti. 3 Turnebus, for qui id. 4 Added by Turnebus. 5
Bentinus, from Nonius Marc. 261. 22 M.,for multa. e See note c. f Invidendum
with negative prefix in-, unlike the preceding word; cf. infectum meaning both
' stained ' and ' not done.' §81. "Literally 'separate'; hence
'distinguish, see,' and also ' discriminate, decide.' Cerno has no connexion
When that he violated with his eyes, Who looked upon • what ought not to be
seen.' From which moreover they used to say violavit ' he did violence to ' a
girl instead of vitiavit ' ruined ' her ; and similarly, with the same modesty,
thev used to say rather that a man fult ' was ' with a woman, than that he
concubuit ' lay ' with her. 81. Cerno a has the same meaning; therefore Ennius
b uses it for video : I see light in the sky — can it be dawn ? Cassius c says
: I see that in her limbs there's feeling still and motion. Cerno ' I see ' is
said from cereo, that is, creo ' I create ' ; it is said from this fact, that
when something has been created, then finally it is seen. From this, the bound-
ary-lines of the parted hair, d because a boundary- line is seen, got the name
discrimen ' separation ' ; and the cernito ' let him decide,' e which is in a
will, that is, make them see that you are heir : therefore in the cretio '
decision ' they direct that the heir bring wit- nesses. From the same is that
which Medea says / : I'd rather thrice decide, in battle wild, My life or
death, than bear but once a child. Because, when they decernunt ' decide '
about life at that time, the end of many persons' lives is seen. with creo. 6
Trag. Rom. Frag., verse 338 Ribbeck* ; R.O.L. i. 226-227 Warmington ; from the
Ajar ; cf. vi. 6 and vii. 76. e Fitting Cassius's play Lucretia ; cf. vi. 7 and
vii. 72. * Capittus in the singular was used as a collective by V., according
to Charisius, i. 104. 20 Keil. • Cf. Gams, Institut. ii. 1 74. ' Ennius, Medea,
222-223 Ribbeck 3 ; R.O.L. i. 316-317 Warmington; translated from Euripides,
Medea, 250-251. 249 V. 82. Spectare dictum ab (specio) 1 antiquo, quo etiam
Ennius usus : uos 2 Epulo postquam spexit, et quod in auspiciis distributum est
qui habent spec- tionem, qui non habeant, et quod in auguriis etiam nunc
augurcs dicunt avem specere. Consuetudo com(m)unis quae cum praeverbi(i)s
coniun(c)ta fuerunt etiam nunc servat, ut aspicio, conspicio, respicio,
suspicio, despicio, 3 sic alia ; in quo etiam expecto quod spectare volo. Hinc
speculo(r), 4 hinc speculum, quod in eo specimus imaginem. Specula, de quo
prospicimus. Speculator, quern mittimus ante, ut respiciat quae volumus. Hinc
qui oculos inunguimus quibus specimus, specillum. 83. Ab auribus verba videntur
dicta audio et ausculto ; aures 1 ab aveo, 2 quod his avemus di(s)cere 3
semper, quod Ennius videtur ervfiov ostendere velle in Alexandro cum ait : lam
dudum ab ludis animus atque aures avent, Avide expectantes nuntium. Propter
hanc aurium aviditatem theatra replentur. Ab audiendo etiam auscultare
declinatum, quod hi § 82. 1 Added bp Aug. 2 A. Sp., from Festus, 330 b 32 31.,
for uos. 3 31, Jxietus, for didestspicio. 4 Canal, for specula. § 83. 1 3Iue.,
for audio. 2 Laetus, for abaucto. 3 Aug., for dicere. § 82. ° Annales, 421
Vahlen 2 ; R.O.L. i. 148-149 Warm- ington ; given in better form by Festus, 330
b 32 M. : Quos ubi rex (Ep)ulo spexit de cotibus (=cautibus) celsis. Epulo was
a king of the Istrians, who fought against the Romans in 178-177 b.c. ; cf.
Livy,xli. 1,4, 11. 6 Page 20 Regell. c Page 17 Regell. § 83. Auris, audio,
ausculto belong ultimately together, Spectare ' to see ' is said from the old
word specere, which in fact Ennius used a : After Epulo saw them, and because
in the taking of the auspices 6 there is a division into those who have the
spectio ' watch-duty ' and those who have not ; and because in the taking of
the auguries even now the augurs say c specere ' to watch ' a bird. Gammon
practice even now keeps the compounds made with prefixes, as aspicio ' I look
at,' conspicio ' I observe,' respicio ' I look back at,' suspicio ' I look up
at,' despicio ' I look down upon,' and similarly others ; in which group is
also expecto ' I look for, expect ' that which I wish spectare ' to see.' From
this, speculor ' I watch ' ; from this, speculum ' mirror,' because in it we
specimus ' see ' our image. Specula ' look-out,' that from which we prospicimus
' look forth.' Speculator ' scout,' whom we send ahead, that he respiciat 1 may
look attentively ' at what we wish. From this, the instrument with which we
anoint our eyes by which we specimus ' see,' is called a specillum '
eye-spatula.' 83. From the aures ' ears ' seem to have been said the words
audio ' I hear ' and ausculto ' I listen, heed ' ; aures ' ears ' from aveo a '
I am eager,' because with these we are ever eager to learn, which Ennius seems
to wish to show as the radical in his Alexander, 1 * when he says : A long time
eager have been my spirit and my ears, Awaiting eagerly some message from the
games. It is on account of this eagerness of the ears that the theatres are
filled. From audire ' to hear ' is derived also auscultare ' to listen, heed,'
because they are said but are not to be connected with aveo. 6 Trag. Rom. Frag.
34-35 Ribbeck'; R.O.L. i. 236-237 Warmington. V. auscultare dicuntur qui
auditis parent, a quo dictum poetae : Audio, . 7 84. Ore edo, sorbeo, bibo,
poto. Edo a Graeco low, 1 hinc esculentum et esca edulia 2 ; et quod Graece
yei'eTcu, 3 Latine gustat. Sorbere,
item bi- bere a vocis sono, ut fervere aquam ab eius rei simili sonitu. Ab
eadem lingua, quod irorov, potio, unde poculum, potatio, repotia. 4 Indidem
puteus, quod sic Graecum antiquum, non ut nunc (f>peap dictum. 85. A manu manupretium 1 ;
mancipium, quod manu capitur ; (quod) 2 coniungit plures manus, manipulus ;
manipularis, manica. Manubrium, quod
manu tenetur. Mantelium, ubi manus terguntur. . . . 3 4 Aug. {quoting a
friend), for aut. 5 B, Laetus, for ob- scnlto. 6 L. Sp., for odoratur. 7 sic
alia ab ore A. Sp., for sic ab ore (Mue. deleted sic, and set ab ore at the
begin- ning of the next section). §84. 1 A Idus, for edon. 2 Canal; escae
edulia Aldus; for escaedulia. 3 Victorias, for geuete. 4 Aug. (quot- ing a
friend), for repotatio. Victorius, for mantur praetium. 2 Added by G, H. 3
Lacuna recognized by Aug. e That is, with an changed to o, as if audor were the
origin of odor ; olor, with the well-known change of d to I, is not attested
elsewhere in Latin literature, but is found in the glosses and survives in the
Romance languages. These words belong together, but are not to be grouped with
audio. The etymological connexions are correct (except for puteus ; cf. v. 25
note a), but the Latin words are cognate auscultare who obey what they have
heard ; from which comes the poet's saying : I hear, but do not heed. With the
change of a letter are formed odor c or olor ' smell ' ; from this, olet ' it
emits an odour,' and odorari ' to detect by the odour,' and odoratus '
perfumed,' and an odora ' fragrant ' thing, and similarly other words. 84. a
With the mouth edo ' I eat,' sorbeo ' I suck in,' 6160 ' I drink,' poto ' I
drink.' Edo from Greek eSto ' I eat ' ; from this, esculentum ' edible ' and
esca ' food ' and edulia ' eatables ' ; and because in Greek it is yevtrat ' he
tastes,' in Latin it is gustat. Sorbere ' to suck in,' and likewise bibere ' to
drink,' from the sound 6 of the word, as for water fervere ' to boil ' is from
the sound like the action. From the same language, because there it is — 6-ov '
drink,' is potio ' drink,' whence poculum ' cup,' potatio ' drinking-bout,'
repotia ' next day's drinking.' From the same comes puteus ' well,' because the
old Greek word was like this, and not pcap as it is now. 80. From manus ' hand
' comes manupretium ' workman's wages ' ; mancipium ' possession of pro-
perty,' because it capitur ' is taken ' mann ' in hand ' ; manipulus '
maniple,' because it unites several manus ' hands ' ; manipularis ' soldier of
a maniple,' manica ' sleeve.' Manubrium ' handle,' because it is grasped by the
manus ' hand.' Mantelium ' towel,' on which the manus ' hands ' terguniur ' are
wiped.' . . . a with the Greek, not derived from it. 6 These words are not
onomatopoeic § 85. The gap is serious : the subject matter shifts abruptly, and
many appropriate topics are missed, such as the actions of the feet, and some
further discussion of the distinctions among agere, facere, gerere. Nunc primum
ponam (de) 1 Censoriis Tabulis : Ubi noctu in templum censor 2 auspicaverit
atque de caelo nuntium erit, praeconi 3 sic imperato 4 ut viros vocet : "
Quod bonum fortunatum felix salutareque siet 5 populo Ro- mano Quiritiiw* 6
reique publicae populi Romani Quiritium mihique collegaeque meo, fidei
magistratuique nostro : omnes Quirites pedites armatos, privatosque, curatores
omnium tribuum, si quis pro se sive pro 1 altero rationem dari volet, voca 8
inlicium hue ad me." 87. Praeco in templo primum vocat, postea de moeris 1
item vocat. Ubi ht 12 ex(qua)0ra(s>, 13 consules praetores tribunosque
plebis collegasque uos, 14 et in templo adesse iubeas omnes 15 ; ac cum mittas,
contionem avoces. 18 92. In eodem Commentario Awquisitionis 1 ad ex- tremum
scriptum caput edicti hoc est : Item quod attingat qui de censoribus 2
classicum ad comitia centuriata redemptum habent, uti curent eo die quo die
comitia erunt, in Arce classicus canat 3 circumque muros et ante privati
huiusce T. Quinti Trogi scelerosi ostium 4 canat, et ut in Campo cum primo luci
adsiet. 5 93. Inter id cum circum muros mittitur et cum contio advocatur,
interesse tempus apparet ex his quae interea fieri mlicium 1 scriptum est ; sed
ad comitiatum 2 vocatur populus ideo, quod alia de causa hie magistratus non
potest exercitum urbanum con- § 91. 1 Bergk, for orande sed. 2 Mommsen, for au-
spiciis. 3 L. Sp., for dum. 4 Sciop., for commeatum. 5 Kent ; praeco reum Aug.
; for praetores. 6 Laetus, for portet. 7 Aug., with B, for cornicem. 8 Aldus,
for cannat. ' Rhol., for colligam. 10 Mue., for rogis. 11 Victorius, for
comitiae dicat. 12 Mue., for censeat. 13 Bergk ; exquiras Mue.; for extra. 14
Sciop., for uos. 15 Sciop., for homines. 16 B, G, Aug., for auoces. § 92. 1
Aug., with B, for acquisitionis. 2 Aug., with B, for decessoribus. 3 Victorius,
for cannatum. 4 Sciop., for hostium. 5 Sciop., for adsit et. § 93. 1 Aldus, for
illicitum F 1 (illicium F 2 ). 2 Sciop., for comitia turn. § 91. a The document
is addressed to Sergius as quaestor. 6 Page 21 Regell. "The northern
summit of the Capito- You° shall give your attention to the auspices, 4 and
take the auspices in the sacred precinct ; then you shall send to the praetor
or to the consul the favourable presage which has been sought. The praetor
shall call the accused to appear in the assembly before you, and the herald
shall call him from the walls : it is proper to give this command. A
horn-blower you shall send to the doorway of the private individual and to the
Citadel," where the signal is to sound. Your colleague you shall request
that from the speaker's stand he proclaim an assembly, and that the bankers
shut up their shops.* You shall seek that the senators express their opinion,
and bid them be present ; you shall seek that the magistrates express their
opinion, the consuls, the praetors, the tribunes of the people, and your
colleagues, and you shall bid them all be present in the temple ; and when you
send the request, you shall summon the gathering. 92. In the same Commentary on
the Indictment, at the end, this summing up of the edict is written : Likewise
in what pertains to those who have received from the censors the contract for
the trumpeter who gives the summons to the centuriate assembly, they shall see
to it that on that day, on which the assembly shall take place, the trumpeter shall
sound the trumpet on the Citadel and around the walls, and shall sound it
before the house-entrance of this accursed Titus Quintius Trogus, and that he
be present in the Campus Martius at daybreak." That between the sending
around the walls and the calling of the gathering some time elapses, is clear
from those things the doing of which in the meantime is written down as the
inlicium ' imitation ' ; but the people is called to appear in the assembly
because for any other reason this magistrate cannot call together the
citizen-army of the City. The line. * These shops (c/. § 59 and note), on both
sides of the Forum, were to be closed during the trial of Trogus. § 92. In
early Latin, lux was normally masculine, as in Plautus, Aul. 7-lS,Cist. 525,
Capt. 1008 ; Terence, Adel. 841. § 93. a The praetor. 259 V. vocare ; censor,
consul, dictator, interrex potest, quod censor 3 exercitum centuriato
constituit quinquen- nalem, cum lustrare 4 et in urbem ad vexillum ducere debet
; dictator et consul in singulos annos, quod hie exercitui imperare potest quo
eat, id quod propter centuriata comitia imperare solent. 94. Quare non est
dubium, quin 1 hoc inlicium sit, cum circum muros itur, ut populus inliciatur
ad magis- tratus conspectum, qui (vi)ros 2 vocare 3 potest, in eum locum unde
vox ad contionem vocantis exaudiri possit. Quare una origine illici et inlicis
quod in Choro Pro- serpinae est, et pellexit, quod in //ermiona est, cum ait
Pacuius : Regni alieni cupiditas Pellexit. Sic Elicii Iovis ara 4 in Aventino,
ab eliciendo. 95. Hoc nunc aliter fit atque olim, quod augur consuli adest turn
cum exercitus imperatur ac praeit quid eum dicere oporteat. Consul augur(i) 1 imperare solet, ut iralicium 2
vocet, non accenso aut praeconi. Id inceptum credo, cum non adesset accensus ; et nihil
intererat cui imperaret, et dicis causa fieba(n)t 3 3 Laetus, for censorem. 4 Scaliger, for lustraret. §
94. 1 Vertranvus, for cum. 2 L. Sp., for qui ros. 3 Aldus, for uocari. 4 Victor
-ins, for iobis uisa ara. §95. 1 Victorius, for augur. 2 B, Laetus, for is
licium. 3 Aug., with B, for fiebat. 6 This statement refers to the consul only
; the part de- fining the dictator's powers seems to have fallen out of the
text. § 94. " Trag. Rom. Frag., page 272 Ribbeck 3, of an un- known poet ;
unless Chorus Proserpinae is a substitute name for Eumenides, a tragedy of
Ennius. " Trag. Rom. Frag., verses 170-171 Ribbeck 3 ; R.O.L. ii. 226-227
Warmington. c A popular etymology only, since Jupiter could hardly be censor,
the consul, the dictator, the interrex can, because the censor arranges in
centuries the citizen- army for a period of five years, when he must cere-
monially purify it and lead it to the city under its standards ; the dictator
and the consul do so every year, 6 because the latter can order the
citizen-army where it is to go, a thing which they are accustomed to order on
account of the centuriate assembly. 91. Therefore there is no doubt that this
is the inUcium, when they go around the walls that the people may inlici 1 be
enticed ' before the eyes of the magistrate who has the authority to call the
men into that place from which the voice of the one who is calling them to the
gathering can be heard. There- fore there come from the same source also illici
1 to be enticed ' and inlicis ' thou enticest,' which are in the Chorus of
Proserpina, a and pellexit ' lured,' which is in the Hermiona, when Pacuvius
says 6 : Desire for another's kingdom lured him on. So also the altar of
Jupiter Elicius ' the Elicited ' on the Aventine, from elicere ' to lure
forth.' c 95. This is now done otherwise than it was of old, because the augur
is present with the consul when the citizen-army is summoned, and says in
advance the formulas which he is to say. The consul regularly gives order to
the augur, not to the assistant nor to the herald, that he shall call the
inlicium ' invitation.' I believe that this was begun on an occasion when the
assistant was not present ; it really made no difference to whom he gave the
order, and it was for form's sake ' tricked ' ; according to G. S. Hopkins,
Indo-European deiwos and Related Words, 27-32, Elicius is a derivative of
liquere ' to be liquid,' and Jupiter Elicius is a rain-god. 261 V. quaedam
neque item facta neque item dicta semper. Hoc ipsum inlieium scriptum inveni in
M. Iunii Com- mentariis ; quod tamen (inlex apud Plautum in Persa est qui legi
non paret), 4 ibidem est quod illicit illex, (f)it quod 5 (I) 6 cum E et C cum
G magnam habet co(m)munitatem. X. 96. Sed quoniam in hoe de paucis rebus verba
feci plura, de pluribus rebus verba faciam pauca, et potissimum quae in Graeea
lingua putant Latina, ut sealpere a o-KaAeveiv, 1 sternere a a-rpwvvf.iv, 2
lingere a Xixfiaadai? i ab W(t), i ite ab Ttc, 5 gignitur toris. 6 Non
reprehendendum igitur in illis qui in scrutando verbo litteram adiciunt aut
demunt, quo 7 facilius quid sub ea voce subsit viden' 8 possit : ut* enim
facilius obscuram operam (M)yrmecidw 10 ex 1 The lost heading is restored after
that of Book VI. 2 F contains this statement of loss; B and the Leipzig codex
contain an interpolated beginning : Temporum vocabula et eorum quae coniuncta
sunt, aut in agendo fiunt, aut cum tempore aliquo enuntiantur, priore libro
dixi. In hoc dicam de poeticis vocabulis et eorum originibus, in quis multa
difficilia : nam, after which comes repens ruina aperuit. AT THIS POINT, AT
LEAST ONE LEAF, BUT PERHAPS MORE, IS LACKING. A word a poet uses is hard to
expound. For, often, some meaning, or sense, that is fixed in olden times is
buried by a sudden catastrophe, or in some word whose proper make-up of letters
is hidden after some element has been taken away from it, the INTENT OR
INTENTION – Grice’s m-intention -- of him who first applied the word becomes in
this fashion quite obscure. There should be no rebuking then of those who, in
examining a word, add a letter or take one away, that what underlies this
expression may be more easily perceived : just as, for instance, that the eyes
may more easily see Myrmecides' indistinct Proposed by A. Sp., as the most
probable indication of what immediately preceded. * Turnebus, for aperuit. s A.
Sp., for ut. * Turnebus, for sit. 5 Aldus, 11, for obscurius. 6 Victorius, for
in posterioris. 7 Turnebus, for quid. 8 L. Sp., for uidere. ' Victorius, for
et. 10 L. Sp. ; Myrmetidis Aldus ; for yrmeci dum. 267 V. ebore oculi videant,
extrinsecus admovent nigras setas. 2. Cum haec amminicula addas ad eruendum
voluntatem impositoris, tamen latent multa. Quod si poetice (quae) 1 in
carminibus servant 2 multa prisca quae essent,sic etiam cur essent posuisset^yecundius
4 poemata ferrent fructum ; sed ut in soluta oratione sic in poematis verba
(non) 5 omnia quae habent 8 ervfxa possunt dici, neque multa ab eo, quern non
erunt in lucubratione litterae prosecutae, multum licet legeret. AeliV hominis in primo in litteris Latinis exercitati
interpretationem Carminum Salio- rum videbis et exili littera expedita(m) 8 et
praeterita obscura 9 multa. 3. Nec mirum, cum non modo Epemenides 1 (s)opor(e)
2 post annos L experrectus a multis non cognoscatur, sed etiam Teucer Livii
post XV annos ab suis qui sit ignoretur. At 3 hoc quid ad verborum poeticorum
aetatem ? Quorum si Pompili regnum fons in Carminibus Saliorum neque ea ab
superioribus § 2. 1 Added by L. Sp.
2 Victorius, for servabit. 3 Victorius, for posuissent. 4 Laetns, for
secundius. 6 Added by line. 6 For haberent. 7 H, B, Ed. Veneta, for helii. 8
Laetus, for expedita. 9 For praeteritam obscuram. §3. 1 Aug., icith B, for
Epamenidis. 2 GS., for opos. 3 Victorius, for ad. § 1. ° Cf. ix. 108 ; his
carvings were so tiny that the detail in the white ivory could be seen only
against a black background. A Cretan poet and prophet, reputed to have cleansed
Athens of a plague in 596 b.c According to one story, in his boyhood he went
into a cave to escape the noonday sun, and fell into a sleep that lasted
fifty-seven years. When he awoke, handiwork in ivory, men put black hairs
behind the objects. 2. Even though you employ these tools to unearth the intent
of him who applied the word, much remains hidden. But if the art of poesy,
which has in the verses preserved many words that are early, had in the same
fashion also set down why and how they came to be, the poems would bear fruit
in more pro- lific measure ; unfortunately, in poems as in prose, not all the
words can be assigned to their primitive radicals, and there are many which
cannot be so assigned by him whom learning does not attend with favour in his
nocturnal studies, though he read pro- digiously. In the interpretation of the
Hymns of the Saltans, which was made by Aelius, an outstanding scholar in Latin
literature, you will see that the inter- pretation is greatly furthered by
attention to a single poor letter, and that much is obscured if such a letter
is passed by. 3. Nor is this astonishing : for not only were there many who
failed to recognize Epimenides ° when he awoke from sleep after fifty years,
but even Teucer's own family, in the play of Livius Andronicus, 6 do not know
who he is after his absence of fifteen years. But what has this to do with the
age of poetic words ? If the reign of Numa Pompilius c is the source of those
in the Hymns of the Saltans and those words were not received from earlier
hymn-makers, they are none the everything was changed ; his younger brother had
become an old man. * Livius Andronicus, T rag. Rom. Frag., page 7 Ribbeck 3 ;
R.O.L. ii. 14-15 Warmington. Teucer, son of Telamon king of Salamis, was absent
from home during the Trojan War, and again during his exile after his return
from that war. e Second king of Rome, founder of the Salian priesthood. 269 V.
accepta, tamen habent DCC annos. Quare cur scriptoris industriam reprehendas
qui herois tritavum, atavum non potuerit reperire, cum ipse tui tritavi matrem
dicere non possis ? Quod intervallum
multo tanto propius nos, quam hinc ad initium Saliorum, quo Romanorum prima
verba poetica dicunt Latina. 4. Igitur de originibus verborum qui multa dix-
erit commode, potius boni consulendum, quam qui aliquid nequierit
reprehendendum, praesertim quom dicat etymologice 1 non omnium verborum posse
dici causa 2 natura in caelo, ab auspiciis in terra, a similitudine sub terra.
In caelo te(m)plum dicitur, ut in .Hecuba : O magna templa caelitum, commixta
stellis splendidis. In terra, ut in Periboea : Scrupea saxea Ba(c)chi Templa
prope aggreditur. Sub terra, ut in Andromacha : Acherusia templa alta Orci,
salvete, infera. 7. Quaqua 1 initi erat 2 oculi, a tuendo primo templum dictum
: quocirca caelum qua attui- mur dictum templum ; sic : Contremuit templum
magnum Iovis altitonantis, 2 Sciop., for excidit. § 6. 1 Groth, with V, p, for
auspicendo. 2 Added by L. Sp. % 7. 1 Aug., for quaquia. 2 Sciop., for initium
erat. § 6. ° Said of Romulus, by Ennius, Ann. 65-66 Vahlen 2 ; R.O.L. i. 22-23
Warmington ; quoted without templa by Ovid, Met. xiv. 814 and Fast. ii. 487. »
Properly a ' limited space,' for divination or otherwise ; from the root tern-
'cut.' c Page 18 Regell. d That is, likeness to a templum in the sky or on the
earth. ' Ennius, Trag. Rom. Frag. 163 Ribbeck 3 ; R.O.L. i. 292-293 Warmington.
that if any word lies outside this fourfold division, I shall still include it
in the account. 6. I shall begin from this : One there shall be, whom thou
shalt raise up to sky's azure temples." Templum 6 ' temple ' is used in
three ways, of nature, of taking the auspices, 6 from likeness d : of nature,
in the sky ; of taking the auspices, on the earth ; from likeness, under the
earth. In the sky, templum is used as in the Hecuba e : O great temples of the
gods, united with the shining stars. On the earth, as in the Periboea f : To
Bacchus' temples aloft On sharp jagged rocks it draws near. Under the earth, as
in the Andromacha : Be greeted, great temples of Orcus, By Acheron's waters, in
Hades. 7. Whatever place the eyes had iniuiti ' gazed on,' was originally
called a templum ' temple,' from tueri ' to gaze ' ; therefore the sky, where
we attuimur ' gaze at ' it, got the name templum, as in this ° : Trembled the
mighty temple of Jove who thunders in heaven, ' Pacuvius, Tray. Rom. Frag. 310
Ribbeck*; R.O.L. ii. 278- 279 Warmington ; anapaestic; said of a Bacchic rout.
' Ennius, Trag. Rom. Frag. 70-71 Ribbeck*; R.O.L. i. 254- 255 Warmington ;
anapaestic ; quoted more fully by Cicero, Tusc. Disp. i. 21. 48. §7.
"Ennius, Ann. 541 Vahlen*; R.O.L. i. 450-451 Warmington. vol. i T 273 V.
id est, ut ait Naevius, HemispAaerium 3 ubi conca* Caerulo 6 septum stat. Eius templi partes quattuor dicuntur, sinistra ab
oriente, dextra ab occasu, antica ad meridiem, postica ad septemtrionem. 8. In
terris dictum templum locus augurii aut auspicii causa quibusdam conceptis
verbis finitus. Concipitur verbis non isdem 1 usque quaque ; in Arce sic : Tem
tescaque 2 me ita sunto, quoad ego- ea rite 3 lingua 4 nuncupavero. Olla t'er(a) 6 arbos quirquir
est, quam me sentio dixisse, templum tescumque me esto 6 in sinistrum. Olla
ver(&} 7 arbos quirquir est, quam 6 me sentio dixisse, te(m)plum tescumque
me esto 6 (in) 9 dextrum. Inter
ea conregione conspicione cortumione, utique ea (rit)e dixisse me 10 sensi. 9.
In hoc templo faciundo arbores constitui fines apparet et intra eas regiones
qua oculi conspiciant, id 3 Turnebns, B, for hiemisferium. 4 Mue., for conca. 6 For
cherulo. §8. 1 Mue., for hisdem. 2 Turnebus,for item testaque. 3 ea rite L.
Sp., for eas te. 4 Victorius, p, for linquam. 6 Kent, for ullaber. 6 tescum
Turnebus, -que me Fay, esto Scaliger and Turnebns, for tectum quern festo. 7
Kent, for ollaner. 6 Mue., for quod. . 9 Added by B, Laetus. 10 L. Sp., ; ea
dixisse me Sciop. ; for ea erectissime. b An uncertain fragment, not listed in
the collections of the fragments of Naevius. c Cf. p. 18 Regell. § 8. Page 18
Regell. 6 Text and translation both very problematic. I take me as dative (cf
Fest. 160. 2) ; regard quirquir as equal to quisquis, either by manuscript
corruption or with rhotacism in the phrase quisquis est, that is, as Naevius
says, 6 Where land's semicircle lies, Fenced by the azure vault. Of this temple
c the four quarters are named thus : the left quarter, to the east ; the right
quarter, to the west ; the front quarter, to the south ; the back quarter, to
the north. 8. On the earth, templum is the name given to a place set aside and
limited by certain formulaic words for the purpose of augury a or the taking of
the auspices. The words of the ceremony are not the same everywhere ; on the
Citadel, they are as follows 6 : Temples and wild lands be mine in this manner,
up to where I have named them with my tongue in proper fashion. Of whatever
kind that truthful' tree is, which I con- sider that I have mentioned, temple
and wild land be mine to that point on the left. Of whatever kind that truthful
tree is, which I consider that I have mentioned, temple and wild land be mine
to that point on the right. Between these points, temples and wild lands be
mine for direction, for viewing, and for interpreting, and just as I have felt
assured that I have mentioned them in proper fashion. 9. In making this temple,
it is evident that the trees are set as boundaries, and that within them the
regions are set where the eyes are to view, that is we becoming quisquir est
(so Fay, Amur. Journ. Phil. xxxv. 253) ; take as datives the three words in
-one in the last sentence (meanings, vii. 9), supplying after them templa
tescaque me sunto. For meaning of tescum, cf. vii. 10-11. ' That is, lending
itself to true predictions through the auspices. est tueamur, a quo templum
dictum, et contemplare, ut apud Ennium in Medea : Contempla et templum Cereris
ad laevam aspice. Contempla et conspicare id(em) 1 esse apparet, ideo dicere
turn, cum te(m)plum 2 facit, augurem con- spicione, qua oculorum conspectum
fmiat. Quod cum dicunt conspicionem, addunt cortumionem, dicitur a cordis visu
: cor enim cortumionis origo. 10. Quod addit templa ut si(n)t 1 tesca, 2 aiunt
sancta esse qui glossas scripserunt. Id est falsum : nam Curia Hostilia templum
est et sanctum non est ; sed hoc ut putarent aedem sacram esse templum, . 14
Quare haec quo(d) tesca dixit, non erravit, neque ideo quod sancta, sed quod
ubi mysteria fiunt at- tuentur, 15 tuesca dicta. 12. Tueri duo significat, unum
ab aspectu ut dixi, unde est Ennii 1 illud : Tueor te, senex ? Pro Iupiter ! § 11. 1 Laetus,
for ut. 2 Aldus, for philocto etatem. 3 Aldus, for appones (cf. adportas
Festus, 356 a 26 31.). 4 Added by Mue. 6 Aug., with B, for prest olitor a rarat.
6 For teues. 7 Aldus, for castris. 8 For uolgania. 9 Added by Ribbeck. 10 Aug.,
with B, for lumine. 11 Vertranius {from Cicero, Tusc. ii. 10. .23), for ignes.
12 Aldus, for clauet. 13 Added by Victorius (from Cicero, I.e.). 14 Turnebus
(from Cicero, I.e.), for diuis. 15 Mue.. for aut tuentur. § 12. 1 Sciop., for
enim. § 11. » Trag. Bom. Frag. 554 Ribbeck 3 ; R.O.L. ii. 514- 515 Warmington.
6 Trag. Bom. Frag. 525-534 Ribbeck 3 ; For there is the following in Accius, in
the Philoctetes of Lemnos a : What man are thou, who dost advance To places
desert, places waste ? What sort of places these are, he indicates when he says
6 : Around you you have the Lemnian shores, Apart from the world, and the
high-seated shrines Of Cabirian Gods, and the mysteries which Of old were
expressed with sacrifice pure. Then : You see now the temples of Vulcan, close
by Those very same hills, upon which he is said To have fallen when thrown from
the sky's lofty sill. e And : The wood here you see with the smoke gushing
forth, Whence the fire — so they say — was secretly brought To mankind.*
Therefore he made no mistake in calling these lands tesca, and yet he did not
do so because they were con- secrated ; but because men attuentur ' gaze at '
places where mysteries take place, they were called tuesca. 6 12. Tueri has two
meanings, one of ' seeing ' as I have said, whence that verse of Ennius ° : I
really see thee, sire? Oh Jupiter ! R.O.L. ii. 506-507 Warmington ; anapaestic.
e He fell on Lemnos, as related in Iliad, i. 590-594. d This last portion is
quoted by Cicero, Tusc. Disp. ii. 10. 23, who continues with a summary of the
story of Prometheus. * V. means that tesca is for tuesca, waste or wild land
where men may look at (attueri) celebrations of religious mysteries : an incorrect
etymology. § 12. ° Trag. Rom.
Frag. 335 Ribbeck 8 ; R.O.L. i. 290- 291 Warmington. 279 V. Et :Quis pater aut
cognatus volet vos 2 contra tueri ? Alterum a curando ac tutela, ut
cum dicimus " vellet 3 tueri villain," a quo etiam quidam
dicunt ilium qui curat aedes sacras cedituum, non aeditamuiw ; sed
tamen hoc ipsum ab eadem est profectum origine, quod quern volumus domum
curare dicimus " tu domi videbis," ut Plautus cum ait :
Intus para, cura, vide. Quod opus(t> 5 flat. Sic dicta vestis(pi)ca,* quae vestem
spiceret, id est videret vestem ac tueretur. Quare a tuendo et
templa et tesca dicta cum discrimine eo quod dixi. 13. Etiam indidem
illud EnmV 1 : Extemplo acceptam 2 me necato 3 et filiam. 4
Extemplo enim est continuo, quod omne te(m)plum esse debet conti(nu)o
septum nec plus unum in- troitum habere. 2 Aug., with B, for
nos. 3 Ellis, for bell . . et {vacant space for two letters). 4 For
aeditomum. 6 From Plautus, Men. 352, for quid opus. 6 Aldus, for
vestisca. § 13. 1 Scaliger, for enim. 2 Voss, for acceptum.
3 Scaliger, for negato. 4 Bothe,for filium / cf. Euripides,
Hecuba. » Ann. 463 Vahlen 2 ; R.O.L. i. 172-173 Warmington. *
Aeditumus is original, with the second part of uncertain origin. d V.
compares the two meanings of tueri with the two meanings of videre, ' to
see ' and ' to see after, care for.' * Men. 352. And 6
: Who will now wish, though father or kinsman, to look on
your faces ? The other meaning is of ' caring for ' and
tutela ' guardianship,' as when we say " I wish he were will-
ing tueri ' to care for ' the farmhouse," from which some indeed say
that the man who attends to con- secrated buildings is an aedituus and
not an aedi- tumus c ; but still this other form itself proceeded
from the same source, because when we want some one to take care of
the house we say " You will see to d matters at home," as
Plautus does when he says * : Inside prepare, take pains, see to 't
; Let that be done, that's needed. In this way the vestispica
' wardrobe maid ' was named, who was spicere ' to see ' the vestis '
clothing,' that is, was to see to the clothing and tueri 1 guard ' it.
There- fore, both temples and tesca ' wastes ' were named from
tueri, with that difference of meaning which I have mentioned.
13. Moreover, from the same source comes the word in Ennius a
: Extemplo take me, kill me, kill my daughter too. For
extemplo 6 ' on the spot ' is continuo ' without in- terval,' because
every templum ought to be fenced in uninterruptedly and have not more
than one entrance. § 13. a Trag. Rom. Frag. 355 Ribbeck 3 ;
R.O.L. i. 380- 381 Warmington; perhaps spoken by the captive
Hecuba, who gave her name to a tragedy by Ennius. 6 Templum denotes
a limited portion of time as well as of space ; in extemplo the
application is to time. 281 V. 14.
Quod est apud Accium : Pervade polum, splendida mundi Sidera,
bigis, (bis) 1 continues ) Se(x ex)pkti $ign\s,* polus
Graecum, id significat circum caeli : quare quod est pervade polum valet
3 vade irepl ttoXov. Signa dicuntur eadem et sidera. Signa quod
aliquid significent, ut libra aequinoctium ; sidera, quae (qua)si 4
insidunt atque ita significant aliquid in terris perurendo aliave 5 qua
re : ut signum candens in pecore. 15. Quod est :
Terrarum anfracta revisam, 1 anfractum est flexum, ab origine
duplici dictum, ab ambitu et frangendo : ab eo leges iubent in
directo pedum VIII esse (viam), 2 in anfracto XVI, id est in
flexu. 16. Ennius
: Ut tibi Titanis Trivia dederit stirpem liberum.
Titanis Trivia Diana est, ab eo dicta Trivia, quod in § 14. 1 Added by Kent ; cf. GS.,
note. 2 Continui se cepit spoliis F ; continuis sex apti signis Scaliger
; picti Ribbeck, exceptis Fay, expicti Kent. 3 Victoritis, for
valde. 4 quae quasi GS. ; quod quasi L. Sp. ;
for quae si. 5 A. Sp., for aliudue. § 15. 1 Aug., with B, for
anfractare visum. 2 Added by GS ; following Sciop., who added viam after
iubent. § 14. ° Trag. Rom. Frag. 678-680 Ribbeck 3 ;
R.O.L. ii. 572-573 Warmington ; anapaestic. The passage is appar-
ently addressed to Phaethon, but possibly to the Sun-God or to the
Moon-God. The twelve signs of the zodiac are con- ceived as taken by the
Universe and worn by it as a girdle. 6 Properly 1 white-hot ' ; the Roman
poets often speak of As for what is in Accius,° With thy team
do thou go through the sky, through the bright Constellations
aloft, which the universe holds, Adorned with its twice six continuous
signs, the word polus ' sky ' is Greek, it means the circle
of the sky : therefore the expression pervade polum ' traverse the sky '
means ' go around the -oAos.' Signa 1 signs of the zodiac ' means the
same as sidera ' constellations.' Signa are so called because they
significant ' indicate ' something, as the Balance marks the equinox ;
those are sidera which so to speak in- sidunt ' settle down ' and thus
indicate something on earth by burning or otherwise : as for example
a signum candens ' scorching sign,' 6 in the matter of the
flocks. 15. In the phrase Again of the land I shall see
the anfracta," anfractum means ' bent or curved,' being formed
from a double source, from ambitus ' circuit ' and frangere ' to
break.' Concerning this the laws 6 bid that a road shall be eight feet
wide where it is straight, and six- teen at an anfractum, that is, at a
curve. 16. Ennius says ° : As surely as to thee
Titan's daughter Trivia shall grant a line of sons. The Trivian
Titaness is Diana, called Trivia from the the flocks as being
burned by the heat of Canicula ' the Dog-star,' which is visible while
the sun is in the sign of Leo. § 15. • Accius, Trag. Rom. Frag. 336
Ribbeck 3 ; R.O.L. ii. 440-141 Warmington. 6 Cf. XII Tabulae, page
138 Schoell. § 16. ■ Trag. Rom. Frag. 362 Ribbeck*; R.O.L. i.
260- 261 Warmington. 283
V. trivio ponitur fere in oppidis Graecis, vel quod
luna dicitur esse, quae in caelo tribus viis movetur, in
altitudinem et latitudinem et longitudinem. Titanis dicta, quod earn
genuit, ut ai(t) 1 Plautus, Lato ; ea, ut scribit Manilius,
Est Coe(o> creata 2 Titano. Ut idem scribit :
Latona pari(e)t 3 casta complexu Iovis Deliadas 4 geminos,
id est Apollinem et Dianam. Dii, quod Titanis aX6si 1 :
/iellespontum et claustra. (Claustra), 2 quod Xerxes 3
quondam eum locum clausit : nam, ut Ennius ait, Isque
Hellespont*) pontem contendit in alto. Nisi potius ab eo quod Asia
et Europa ibi cow(c)ludi- t(ur> 4 mare ; inter angustias facit
Propontidis fauces. §19. 1 Ribbeck, for quid. 2 Ribbeck ; aequam pugnam Mue. ; aequom
palam Bothe ; for quam pudam. 3 Laetus, for his locis. § 20.
1 For piple. ide ( = id est) espiades, with h above the e of esp-.
§ 21. 1 Mue. ; Cassius Sciop. ; for quasi. 2 Added by Scaliger. 3
Bentinus, for exerses. 4 A. Sp. ; con- clude Ijaetus ; for
colludit. c Trag. Rom. Frag. 349 Ribbeck 3 ; R.O.L. i.
272-273 Warmington. d At the trial of Orestes for the murder of his
mother. §20. "Ennius, Ann. 1 Vahlen 2 ; R.O.L. i. 2-3
War- mington ; opening the poem. * As home of the gods. c That is,
not merely the Greeks. a Pipleides or Pim- 288
OX THE LATIN LANGUAGE, VII. 19-21 In the verse of
Ennius, c Since the Areopagites have cast an equal vote,* Areopagitae
' Areopagites ' is from Areopagus ; this is a place at Athens.
20. Muses, ye who with dancing feet beat mighty
Olympus." Olympus is the name which the Greeks give to the sky,
b and all peoples c give to a mountain in Mace- donia ; it is from the
latter, I am inclined to think, that the Muses are spoken of as the
Olympiads : for they are called in the same way from other places
on earth the Libethrids, the Pipleids, d the Thespiads, the
Heliconids. e 21. In this phrase of Cassius, The
Hellespont and its barriers, claustra ' barriers ' is used because
once on a time Xerxes clausit ' closed ' the place by barriers b :
for, as Ennius says, c He, and none other, on Hellespont deep
did fasten a bridgeway. Unless it is said rather from the
fact that at this place the sea concluditur ' is hemmed in ' by Asia and
Europe ; in the narrows it forms the entrance to the Propontis.
pleides. e Respectively from Libethra, a fountain sacred to the
Muses, near Libethmm and Magnesia, in Mace- donia ; Pimpla, a place and
fountain in Pieria, in Mace- donia ; Thespiae, a town of Boeotia at the
foot of Helicon ; and Helicon, a mountain-range in Boeotia.
§21. 8 Trag. Rom. Frag. inc. inc. 106 Ribbeck* ; with the text as
here emended, it belongs to Cassius. * Cf. Herodotus, vii. 33-36. e Ann.
378 Vahlen*; R.O.L. i. 136-137
Warming-ton. vol. I U V. Pacui
: Li 2 nos esse (Camenas). 2 Ca(s)menarum 3
priscum vocabulum ita natum ac scriptum est alibi ; Carmenae ad eadem
origine sunt declinatae. In multis verbis in quo 4 antiqui dicebant
S, postea dicunt R, ut in Carmine Saliorum sunt haec : 10 This
statement is in the margin of F, opposite a blank space which amounts to
one and one half pages. § 24. 1 Added by L. Sp. and by Bergk. 2
Mue., for infulas hostiis. 3 For sepulchrum. 4 L. Sp. and Rib-
beck, for lanas. 6 L. Sp. and Ribbeck, for frondentis comas.
§ 25. 1 GS. (cornutam umbram L. Sp. ; cornutarum umbram Victor hi s
; iacit Scaliger), for cornua taurum umbram iaci. § 26. 1
Scaliger, for curuamus ac (which includes the last word of § 25). 2
Additions by Jordan. 3 Laetus, for camenarum. 4 Later codd.,for quod
F. § 24. a Trag. Rom. Frag. inc. inc. 220-221 Ribbeck 3
. § 25. ° Trag. Rom. Frag. inc. inc. 222 Ribbeck 3 . 6 Cornu
and curvus are not connected etymologically. § 26. a Ennius, Ann. 2
Vahlen 2 . 6 Perhaps of Etruscan origin ; at any rate, not connected with
canere ' to sing.' c A spelling caused by association with carmen and
Car- 292 HERE ONE LEAF IS LACKING IX THE MODEL
COPY III. 2 k ... it is clear that agrestes ' rural '
sacrificial victims were so called from ager ' field- land ' ; that
infulatae ' filleted ' victims were so called, because the
head-adornments of wool which are put on them, are infulae ' fillets ' :
therefore then, with reference to the carrying of leafy branches and
flowers to the burial-place, he added a : Decked not with
wool, but with a hair-like shock of leaves. 25. The horned
shadow lures the bull to fight. It is clear that cornuta ' horned '
is said from cormia ' horns ' ; cornua is said from curvor '
curvature,' because most horns are curva ' curved.' 6 26.
Learn that we, the Camenae, are those whom they tell of as
Muses. Casmenae b is the early form of the name, when it
originated, and it is so written in other places ; the name Carmenae c is
derived from the same origin. In many words, at the point where the
ancients said S, the later pronunciation is R, d as the following in
the Hymn of the Saltans e : menta ; though no etymological
connexion with them exists. d The well-known phenomenon of rhotacism, the
change of intervocalic S to R. • Fragy. 2-3, pp. 332-335 Mauren-
brecher ; page 1 Morel. It is hazardous in the extreme to attempt to
restore and interpret the text of the Hymn. These sentences seem to invoke
Mars not as God of War, but in his old Italic capacity of God of
Agriculture, spoken of in several functions. It was the view of L.
Spengel, approved by A. Spengel, that this verbatim text of the Hymn was
an inter- polation, and that foedesum foederum of § 27 immediately
followed in Carmine Saliorum sunt haec. Cozevi o6orieso. Omnia vero ad
Patulc(ium) co»imisse. Ianeus iam es, duonus Cerus es,
du(o)nus Ianus. Ven(i)es po(tissimu)m melios eum recum . HIC SPATIUM X
LINEARUM RELICTUM ERAT IN EXEMPLARI . f(o)edesum foederum, 1 plusima
plu- rima, meliosem meliorem, asenam arenam, ianitos ianitor. Quare e 2 Casmena Carmena, 3 Carmena 4 R
extrito Camena factum. Ab eadem voce canite, pro quo in Saliari versu
scriptum est cante, hoc versu : Divum em pa 5 cante, divum
deo supplicate. 6 28. In Carmine Priami 1 quod est : Veteres
Casmenas cascam rem volo profarier, 2 5 F has : Cozeulodori eso.
Omnia uero adpatula coemisse. ian cusianes duonus ceruses, dunus ianusue
uet pom melios eum recum. This is here emended as follows : Cozevi Havet ; oborieso Kent;
Patulcium Kent, after Bergk ; commissei Kent; Ianeus GS., cf Festus, 103.
11 31.; iam es Kent; duonus Cerus es, duonus Ianus Bergk; ueniet V,
venies Kent ; potissimum, cf Festus, 205 all 31. 6 At this point, the
remainder of the line and the next four lines are vacant in F, with
traces of writing in the last empty line, which must have given the data
for this statement, found in II and a. §27. 1 For faederum. 2 A.
Sp. ; ex Ursinus ; for e (=est). 3 Added by A. Sp. * A. Sp., for
carmina carmen. 5 Bergk, for empta. 6 Grotefend, for sup-
plicante. § 28. 1 At this point, the rest of the page (three and
one- third lines) remains vacant in F, but there is no gap in the
text. 2 Scaliger,for profari et. ' Cozevi, voc. of Consivius
(epithet of Janus, in Macrobius, Sat. i. 9. 15), with NS developing to
NTS as in Umbrian, the N not written before the consonants (cf. Latin
cosol for consul), and z having the value of ts, as in the Umbrian
O Planter God/ arise. Everything indeed have I committed unto (thee
as) the Opener." Now art thou the Doorkeeper, thou art the Good
Creator, the Good God of Beginnings. Thou'lt come especi- ally,
thou the superior of these kings HERE A SPACE OF TEN LINES IS LEFT VACANT IN
THE MODEL COPY In the Hymn of the Saltans are found such old forms as)
foedesum for foederum ' of treaties,' plusima for plurima ' most,'
meliosem for meliorem ' better,' asenam for arenam ' sand,' ianitos for
ianitor ° ' doorkeeper.' Therefore from Casmena came Car- viena,
and from Carmena, with loss of the R, came Camena. b From the same
radical came canite ' sing ye,' for which in a Salian verse c is written
cante, and this is the verse : Sing ye to the Father d of the
Gods, entreat the God of Gods.* 28. In The Song of Priam
there is the following ° : I wish the ancient Muses to tell a story
old. alphabet. 9 Epithet of Janus, in Macrobius, Sat. i. 9.
15. * The god is addressed as more powerful than all earthly lords,
whether kings or (perhaps) priests. The gen. plural eum, equal to eorum.
is elsewhere attested. ' The vacant lines in the model copy may have
represented more of the text of the Hymn, too illegible to copy.
§ 27. a Fragg. 4, 7, 20, 26, 27, pages 335, 339, 347, 349 Maurenbrecher.
Ianitos is an incorrect form, since the word had an original R ; but all
the other words have R from earlier S. » Cf. § 26, note 6. e Frag. 1,
page 331 Maurenbrecher ; page 1 Morel. * Here em pa stands for in
patrem ; so Th. Bergk, Zts.f. Altertumswiss. xiv. 138 = Kleine Philol.
Schriften, i. 505, relying on Festus, 205 all M., pa pro parte (read
patre) et po pro potissimum positum est in Saliari Carmine. * Equal to '
father of the gods.' § 28. a Frag. Poet. Lat., page 29 Morel.
295 V. primum cascum significat vetus ;
secundo eius origo Safeina, quae usque radices in Oscam linguam
egit. Cascum vetus esse significat Ennius quod ait : Quam
Prisci casci populi tenuere 3 Latini. Eo magis Manilius quod ait :
Cascum duxisse cascam non mirabile est, Quoniam cariosas 4
conficiebat nuptias. Item ostendit Papini epigrammation, quod in
adole- scentem fecerat Cascam : Ridiculum est, cum te Cascam
tua dicit arnica, 5 Fili(a> 6 Potoni, sesquisenex' puerum.
Die tu illam 8 pusam : sic net " mutua 9 muli " : Nam
vere pusns tu, tua arnica senex. 29. Idem ostendit quod oppidum
vocatur Casinum (hoc enim ab Sabinis orti Samnites tenuerunt) et 1
nostri etiam nunc Forum Vetus appellant. Item significat 2 in Atellanis
aliquot Pappum, senem quod Osci 3 casnar appellant. 3
Columna, for genuere. 4 L. Sp. and Lachmann, for carioras. 6 Laetus, B,
for amici. 6 Popma, for fili. 7 Turnebus, for potonis es qui senex. 8
Turnebus, for dicit pusum puellam. 9 Pantagatkus, for mutuam.
§ 29. 1 L. Sp. deleted nunc after et. 2 For significant. 3 For
ostii. * The native Latin word was canus 1 grey-haired,'
from casnos, with the same root as in cascus, but a different
suffix. e Sabine was not a dialect of Oscan, but stood on an equal
footing with it. d Ann. 24 Vahlen 2 ; B.O.L. i. 12-13 Warmington. ' Frag.
Poet. Lat., page 52 Morel. 1 Frag. Poet. Lat., page 42 Morel ; the poet's
name is doubtful : Priscian, ii. 90. 2 K., calls him Pomponius, and
Bergk, Opusc. i. 88, proposes Pompilius. 9 Casca was a male cognomen in
the Servilian gens only ; for this reason Potonius is rather to be taken
as a jesting family name of the arnica. h Pusum puellam (see crit. note)
was origin- First, cascum means ' old ' ; secondly, it has its
origin from the Sabine language, 6 which ran its roots back into
Oscan. c That cascum is ' old,' is indicated by the phrase of Ennius a
: Land that the Early Latins then held, the long-ago
peoples. It is even better shown in Manilius's utterance e :
That Whitehead married Oldie is surely no surprise : The marriage,
when he made it, was aged and decayed. It is shown likewise in the
epigram of Papinius/ which he made with reference to the youth Casca
: Funny it is, when your mistress tenderly calls you her
" Casca " 3 : Daughter of Rummy she, old and a half — you
a boy. Call her your " laddie " A ; for thus there will be
the mule's trade of favours ' : You're but a lad, to be sure
; Oldie's the name for your girl. 29. The same is shown
by the fact that there is a town named Casinum, a which was inhabited by
the Samnites, who originated from the Sabines, 6 and we Romans even
now call it Old Market. Likewise in several Atellan farces c the word
denotes Pappus, an old man's character, because the Oscans call an
old man casnar. ally a marginal gloss to pusam, since pusus
had no normal feminine form ; cf. French la garqonne. But the gloss
crept into the text. ' Proverbial phrase, equal to ' tit for tat,' or '
an eye for an eye.' § 29. A town of southeastern Latium, on the
borders of Samnium. b The Samnites and the Sabines were separate
peoples, but their names are etymologically related, and so presumably
were the two peoples. e Com. Rom. Frag, inc. nom. vii. p. 334 Ribbeck 3 ;
these farces were named from Atella, an Oscan town in Campania a few
miles north of Naples. 297 V.
30. Apud Lucilium : Quid tibi ego ambages Ambiv(i) 1 scribere
coner ? Profectum a verbo ambe, quod inest in ambitu et
ambitioso. 31. Apud Valerium Soranura : Vetus adagio
est, O Publi 1 Scipio, quod verbum usque eo evanuit, ut Graecum pro
eo positum magis sit apertum : nam id(em) est 2 quod Trapoi/xiav
vocant Graeci, ut est : Auribus lupum teneo ; Canis caninam
non est. Adagio est
littera commutata a(m)bagio, 3 dicta ab eo quod ambit orationem, neque in
aliqua una re consistit sola. (Amb)agio 4 dicta ut a(m)6ustum, 5
quo(d) 6 circum ustum est, ut ambegna 7 bos apud augures, quam circum
aliae hostiae constituuntur. 32. Cum tria sint coniuncta in origine
verborum quae sint animadvertenda, a quo sit impositum et in quo et
quid, saepe non minus de tertio quam de primo dubitatur, ut in hoc, utrum
primum una canis § 30. 1 Laetus, for ambiu. § 31. 1 Abbreviated
to P in F. 2 idem est Mve. ; idem early edd., with later codd. ; for id
est F. 3 Tvrnebus, for abagio. 4 L. Sp. ; adagio Laetus ; for agio. 8
Aug., for adustum. 6 Laetus, M, for quo. 7 Tvrnebus, with Festus,
4. 16 M., for ambiegna. § 30. ° 1281 Marx. 6 If the text is
correctly restored, this is L. Ambivius Turpio, famous stage director and
actor of Caecilius Statius and of Terence ; Lucilius puns on his
name. c Equal to Greek a^i, and found in Latin only as a prefix.
§ 31. "A little-known writer of the second century b.c. ;
Frag. Poet, Lat., page 40 Morel. b Adagio, gen. -onis ; not In Lucilius °
: Why should I try to tell to you Roundway's * round- about
speeches ? The word ambages ' circumlocutions ' comes from
the word ambe c ' round about,' which is present in ambitus '
circuit ' and in ambitiosus ' going around (for votes), ambitious.'
31. In Valerius of Sora a is the following : It is an old
adagio, 1 * Publius Scipio. This word has gone out of use to such
a,point that the Greek word put for it is more easily understood :
for it is the same as that which the Greeks call Trapoifita ' proverb,'
as for example : I'm holding a wolf by the ears, c Dog doesn't eat dog-flesh.
Now adagio d is only ambagio with a letter changed, which is said because it ambit
' goes around ' the dis- course and does not stop at some one thing only."
Ambagio resembles ambustum, which is ' burnt around,' and an ambegna cow f in
the augural speech, 9 which is a cow around which other victims are arranged.
32. Whereas there are three things combined which must be observed in the
origin of words, namely from what the word is applied, and to what, and what it
is, often there is doubt about the third no less than about the first, as in
this case, whether the word for dog in the singular was at first canis or canes
: the more usual adagium. e Terence, Phor. 506, etc. 4 Really from ad ' thereto
' and the root of aio 'I say.' e That is, it applies also to other things than
that which it specifically mentions. ' ' Having a lamb {agna) on each side.' 8
Page 17 Regell. 299 V. aut canes si^ 1 appellata : dicta enim apud veteres una
canes. Itaque Ennius scribit : Tantidem quasi feta 2 canes sine dentibus
latrat. Lucilius : Nequam et magnus homo, laniorum immams 3 canes ut. Impositio
unius debuit esse canis, plurium canes ; sed neque Ennius consuetudinem illam
sequens repre- hendendus, nec is qui nunc dicit : Canis canina(m> 4 non est.
Sed canes quod
latratu 5 signum dant, ut signa canunt, canes appellatae, et quod ea voce
indicant noctu quae latent, latratus appellatus. 33. Sic dictum a quibusdam ut
una canes, una trabes : (Trabes) 1 remis rostrata per altum. Ennius : Utinam ne
in nemore Pelio 2 securibiis Caesa accidisset abiegna ad terram trabes, cuius
verbi singularis casus rect«s 3 correptus 4 ac facta trabs. § 32. 1 For sic. 2 For faeta.
3 Aug., with B, for immanes. 4 Laetus, for canina. 6 M, V,p, Laetus,for
latratus. § 33. 1 Added by Colnmnn. 2 For polio. 3 Sciop., for recte. 4 Laetus,
for correctus. §32. ° Ann. 528 Vahlen 2 ; R.O.L. i. 432-433 Warming- ton. 6 Her
bark is worse than her bite, as a pregnant bitch was proverbially harmless ;
cf. Plautus, Most. 852, Tarn placidast {ilia canis) quam feta quaevis. e 1221
for in the older writers the expression is one canes. Therefore Ennius writes
the following, using canes a : Barks just as loud as a pregnant bitch : but
she's toothless. 6 Lucilius also uses canes : Worthless man and huge, like the
monstrous dog of the butchers. When applied to one, the word should have been
cams, and when applied to several it should have been canes ; but Ennius ought
not to be blamed for follow- ing the earlier custom, nor should he who now says
: Canis ' dog ' doesn't eat dog-flesh. But because dogs by their barking give
the signal, as it were, canunt ' sound ' the signals, they are called canes ;
and because by this noise they make known the things which latent ' are hidden
' in the night, their barking is called latratus. d 33. As some have said canes
in the singular, so others have said trabes ' beam, ship ' in the singular :
The beaked trabes is driven by oars through the waters. Ennius used trabes in
the following 6 : I would the trabes of the fir-tree ne'er had fall'n To earth,
in Pelion's forest, by the axes cut ! But now the nominative singular of this
word has lost a vowel and become trabs. Marx. d Canis is not etymologically
connected with canere, nor tat rat us with latere. §33. ° Ennius, Ann. 616
Vahlen 2 ; R.O.L. i. 458-459 Warmington. * Medea Exul, Trag. Rom. Frag. 205-
206 Ribbeck 3 ; R.O.L. i. 312-313 Warmington; that is, " would that the
ship Argo had never been built." 301 V. 34. In Medo : Caelitum Camilla,
expectata advenis : salve, Aospita. Camilla(m) 1 qui glos(s)emata interpretati
dixerunt administram ; addi oportet, in his quae occultiora : itaque dicitur
nuptiis camillus 2 qui cumerum 3 fert, in quo quid sit, in ministerio plerique
extrinsecus neim 1 : Subulo quondam marinas propter astabat plagas. 2 Subulo
dictus, quod ita dicunt tibicines Tusci : quo- circa radices eius in Etr(ur)ia,
non Latio quaerundae. 3 36. Versibus quo(s) 1 olim Fauni 2 vatesque canebant.
Fauni dei Latinorum, ita ut et Faunus et Fauna sit ; hos versibus quos vocant
Saturnios in silvestribus locis traditum est solitos fari (futura, 3 a) 4 quo
fando § 34.. 1 Mue., for Camilla. 2 Turnebus, for scamillus. 3 Turnebus, for
quicum merum. 4 Turnebus, for nectunc. 6 For casmillus. § 35. 1 Laetus, for
enim. 2 Mue., from Fest. 309 a 5 M., for aquas. 3 Victorius, for querunda e.
§36. 1 Aldus, for quo. 2 Laetus deleted et after Fauni, following Cicero, Div.
i. 50. 114, Brut. 18. 71, Orator, 51. 171. 3 Added by Mue., from Serv. Dan. in
Georg. i. 11. 4 Added by Aug. §34. "Pacuvius, Trag. Rom. Frag. 232 Ribbeck
3 ; R.O.L. ii. 256-257 Warmington. 6 Page 112 Funaioli. c Probably certain
belongings of the bride. d Identified with Hermes, the messenger of the gods,
according to Ma- crobius, Sat. iii. 8. 6. ' More probably Etruscan than Greek :
there were Etruscans on Lemnos, not far from Samothrace, which may explain the
use of the similar word In the Medus a : Long awaited, Camilla of the gods,
thou comest ; guest, all hail ! A Camilla, according to those who have
interpreted 6 difficult words, is a handmaid assistant ; one ought to add, in
matters of a more secret nature : therefore at a marriage he is called a camillus
who carries the box the contents of which c are unknown to most of the
uninitiated persons who perform the service. From this, the name Casmilus is
given, in the Samothracian mysteries, to a certain divine personage who attends
upon the Great Gods. 6 poematis cum scribam ostendam. 37. Corpore Tartarino prognata Pallida virago.
Tartarino dictj^m) 1 a Tartaro. Plato in IIII de fluminibus apud inferos quae
sint in his unum Tar- tarum appellat : quare Tartari origo Graeca. Paluda a
paludamentis. Haec insignia atque ornamenta militaria : ideo ad bellum cum exit
imperator ac lictores mutarunt vestem et signa incinuerunt, palu- datus dicitur
proficisci ; quae propter quod con- spiciuntur qui ea habent ac fiunt palam,
paludamenta dicta. 38. Plautus : Epeum fumificum, qui legioni nostrae habet
Coctum cibum. Epeum fumificum cocum, ab Epeo illo qui dicitur ad Troiam fecisse
Equum Troianum et Argivis cibum curasse. 39. Apud Naevium : Atque 1 prius
pariet lucusta 2 Lucam bovem. Luca bos elepAans ; cur ita sit dicta, duobus
modis 5 Canal and L. Sp., for antiquos. 6 Added by L. Sp., cf. vi. 52. § 37. 1 Laetus, for
dicta. § 39. 1 For at quae. 2 For lucustam. c This applies both to words and to
music. d Page 213 Funaioli. §37. "Ennius, Ann. 521 Vahlen 2 ; R.O.L. i.
96-97 Warmington; referring to Discordia, an incarnation of chaos. b Phaedo,
112-113; in Thrasyllus' numbering of Plato's dialogues, the Phaedo was the
fourth in the first tetralogy. But in Plato's account, Tartarus is not a river
of Hades, but the abyss beneath, into which all the rivers of Hades empty. c Of
unknown etymology ; not from palam. rates ' poets,' the old writers used to
give this name to poets from viere ' to plait ' c verses, as I shall show when
I write about poems. d 37. Born of a Tartarine body, the w arrior maiden
Paluda. Tartarinum ' Tartarine ' is derived from Tartarus. Plato in his Fourth
Dialogue,* speaking of the rivers which are in the world of the dead, gives
Tartarus as the name of one of them ; therefore the origin of Tartarus is
Greek. Paluda c is from paludamenta, which are distinguishing garments and
adornments in the army ; therefore when the general goes forth to war and the
lictors have changed their garb and have sounded the signals, he is said to set
forth palu- datus ' wearing the pahdamentum.' The reason why these garments are
called paludamenta is that those who wear them are on account of them
conspicuous and are made palam ' plainly * visible. 38. Plautus has this a :
Epeus the maker of smoke, who for our army gets The well-cooked food. Epeus
fumificus ' the smoke-maker ' was a cook, named from that Epeus who is said to
have made the Trojan Horse at Troy and to have looked after the food of the
Greeks. 6 39. In Naevius is the verse a : And sooner will a lobster give birth
to a Luca bos. Luca bos is an elephant ; why it is thus called, I have § 38.
Fab. inc. frag. 1 Ritschl. * Epeus is not else- where said to have been a cook,
though he is said to have furnished the Atridae with their water supply. § 39.
« Frag. Poet. Jxit., page 28 Morel; R.O.L. ii. 72-73 Warmington. vol. I x 305
V. inveni scriptum. Nam et in Cornelii Commentario erat ab Libycis Lucas, et in
Vergilu 3 ab Lucanis Lucas ; ab co quod nostri, cum maximam quadri- pedem quam
ipsi habercnt vocarent bovem et in Lucanis PyrrAi bello primum vidissent apud
hostis elep^antos, id est 4 item quadripedes cornutas (nam quos dentes multi
dicunt sunt cornua), Lucanam bovem quod putabant, Lucam bovem appellasse(nt). 5
40. Si ab Libya dictae essent Lucae, fortasse an pantherae quoque et leones non
Africae bestiae dicerentur, sed Lucae ; neque ursi potius Lucani quam Luci.
Quare ego 1 arbitror potius Lucas ab luce, quod longe relucebant propter
inauratos regios clupeos, quibus eorum turn ornatae erant turres. 41. Apud
Ennium : Orator sine pace redit regique refert rem. Orator dictus ab oratione :
qui enim verba 1 haberet publice adversus eum quo legabatur, 2 ab oratione
orator dictus ; cum res maior erat (act)iom', 3 lege- 3 For uirgilius. 4 Aug.
deleted non after est. 5 O, H, Mue., for appellasse. § 40. 1 G, H, M, for ergo.
§41. 1 Sciop. deleted orationum after verba. 2 Seal i- ger, for legebatur. 3
GS. (maior erat Turn.), for maiore ratione. 6 Cf. v. 150. " An otherwise
unknown author; page 106 Funaioli. a V. is wrong ; elephants' tusks are teeth.
* Apparently correct ; iAicanus was in Oscan Jsucans, pro- nounced Lucas by the
Romans, to which a feminine form Lnica was made. found set forth by the authors
hi two ways. For in the Commentary of Cornelius 6 was the statement that Lucas
is from Libyci ' the Libyans,' and in that of Ver- gilius, c that Lucas was
from Lucani ' the Lucanians ' : from the fact that our compatriots used to call
the largest quadruped that they themselves had, a bos ' cow ' ; and so, when
among the Lucanians, in the war with Pyrrhus, they first saw elephants in the
ranks of the enemy — that is, horned quadrupeds like- wise (for what many call
teeth are really horns riai. 1 Olli valet dictum illi ab olla et olio, quod
alterum comitiis cum recitatur a praecone dicitur olla centuria, non ilia ;
alterum apparet in funeribus indictivis, quo dicitur Ollus leto 2 datus est,
quod Graecus dicit ^jOy, id est oblivioni. 43. Apud Ennium : Mensas constituit
idemque ancilia (primus. 1 Ancilia) 2 dicta ab ambecisu, quod ea arma ab utraquc
parte ut TTzracum incisa. 44. Libaque, 1 fictores, Argeos et tutulatos. Liba, quod
libandi causa fiunt. Fictores dicti a fin- gendis libis. Argei ab Argis ; Argei fiunt e scir-
peis, simulacra hominum XXVII ; ea quotannis de § 42. 1 Victor his, for egria i. 2
For laeto. § 43. 1 Added by Scaliger. 2 Added by B, Laetns. § 44. 1 Victorius,
for incisa saliba quae {which includes the end of § 43). c Ann. 582 Vahlen 2 ;
R.O.L. i. 438-439 Warmington. § 42. ° Ann. 119 Vahlen 2 ; R.O.L. i. 42-43
Warmington ; a conversation between Numa Pompilius and his adviser, the nymph
Egeria. 6 Fest. 254 a 34 M. inserts Quirts in this formula after ollus. c Of
uncertain etymology, but not from the Greek. § 43. ° Ann. 120 Vahlen 2 ; R.O.L.
i. 42-43 Warmington ; enumerating the institutions of Numa Pompilius. 6 Of the
priests ; cf. Livy, i. 20. e Cf vi. 22. §44. "Ennius, Ann. 121 Vahlen 2 ;
R.O.L. i. 42-43 port, those were selected for the pleading who could plead the
case most skilfully. Therefore Ennius says c : Spokesmen, learnedly speaking.
42. In Ennius is this a : Olli answered Egeria's voice, speaking softly and
sweetly. Olli ' to him ' is the same as Mi, dative to feminine olla and to
mascuhne ollus. The one of these is said by the herald when he announces at the
elections " Olla ' that ' century," and not Ma. The other is heard in
the case of funerals of which announcement is made, wherein is said Ollus h '
that man ' has been given to letum e ' death,' which the Greek calls XrjOrj,
that is, oblivion. 43. In Ennius this verse is found a : Banquets 6 he first
did establish, and likewise the shields c that are holy The ancilia ' shields '
were named from their ambe- cisus ' incision on both sides,' because these arms
were incised at right and left like those of the Thracians. 44. Cakes and their
bakers, Argei and priests with conical topknots." Liba ' cakes,' so named
because they are made libare ' to offer ' to the gods. 6 Fictores ' bakers '
were so called irom Jingere ' to shape ' the liba. Argei from the city Argos c
: the Argei are made of rushes, human figures twenty-seven d in number ; these
are each Warmington; continuing the list of Numa's institutions. * Libare is
derived from liba I c Etymology of Argei and of tutulus quite uncertain. * On
the number, see v. 45, note a. 309 V. Ponte Sublicio a sacerdotibus publice
dezci 2 solent in Tiberim. Tutulati dicti hi, qui in sacris in capitibus habere
solent ut metam ; id tutulus appellatus ab eo quod matres familias crines
convolutos ad verticem capitis quos habent vit(ta} 3 velatos 4 dicebantur
tutuli, sive ab eo quod id tuendi causa capilli fiebat, sive ab eo quod
altissimum in urbe quod est, Arcs, 5 tutis- simum vocatur. 45. Eundem Pompilium
ait fecisse flamines, qui cum omnes sunt a singulis deis cognominati, in qui- busdam
apparent erv/xa, ut cur sit Martialis et Quiri- nalis ; sunt in quibus flaminum
cognominibus latent origines, ut in his qui sunt versibus plerique :
Volturnalem, Palatualem, Furinalem, Floralemqu^ 1 Falacrem et PomonaJem fecit
Hie idem, quae o(b>scura sunt ; eorum origo Volturnus, diva Palatua,
Furrina, Flora, Falacer pater, Pomona. 2
46. Apud Ennium : lam cata signa ferae 1 sonitum dare voce parabant. Cata acuta
: hoc enim verbo dicunt Sa&ini : quare Catus Melius Sextus 2 Rhoh, for
duci. 3 Mue. ; vittis
Popma ; for uti. 4 Laetus, for velatas. 5 For ares. § 45. 1 Mue., for floralem
qui. 2 Turnebus, for pomo- rum nam. § 46. 1 So F ; but fera {agreeing with
voce) Mue. " See § 44 note c. §45. "Ennius, Ann. 122-124 Vahlen 2 ;
R.O.L. i. 44-45 Warmington. 6 The protecting spirit of the Palatine. §46. Ann.
459 Vahlen 2 ; R.O.L. i. 182-183 "Warming- ton. "Ennius, Ann. 331
Vahlen 2 ; R.O.L. i. 120-121 year thrown into the Tiber from the
Bridge-on-Piles, by the priests, acting on behalf of the state. These are
called tutulati ' provided with tutuli,' since they at the sacrifices are
accustomed to have on their heads something like a conical marker ; this is
called a tutulus from the fact e that the twisted locks of hair which the
matrons wear on the tops of their heads wrapped with a woollen band, used to be
called tutuli, whether named from the fact that this was done for the purpose
of tueri ' protecting ' the hair, or because that which is highest in the city,
namely the Citadel, was called tutissimum ' safest.' 45. He says ° that this
same Pompilius created the flamens or special priests, every one of whom gets a
distinguishing name from one special god : in cer- tain cases the sources are
clear, for example, why one is called Martial and another Quirinal ; but there
are others who have titles of quite hidden origin, as most of those in these
verses : The Volturnal, Palatual, the Furinal, and Floral, Falacrine and
Pomonal this ruler likewise created ; and these are obscure. Their origins are
Volturnus, the divine Palatua, 6 Furrina, Flora, Father Falacer, Pomona. 46. In
Ennius is this verse ° : Now the beasts were about to give cry, their
shrill-toned signals. In this, cata ' shrill-toned ' is acuta ' sharp or
pointed,' for the Sabines use the word in this meaning ; there- fore Keen
Aelius Sextus * Warmington ; Sextus Aelius Paetus, consul 198, censor 194, a
distinguished writer on Roman law. 311 V. non, ut aiunt, sapiens, sed acutus,
et quod est : Tunc cepit memorare simul cata 2 dicta, accipienda acuta dicta.
47. Apud Lucilium : Quid est P 1 Thynno capto co&ium 2 excludunt foras, et
Occidunt, Lupe, saperdae te 3 et iura siluri et Sumere te atque amian. Piscium nomina sunt eorumque in Groecia origo. 48.
Apud Ennium : Quae cava corpore caeruleo (c)orh'na receptat. 1 Cava cortina
dicta, quod est inter terram et caelum ad similitudinem cortinae Apollinis ; ea
a eorde, quod inde sortes primae existimatae. 49. Apud Ennium : Quin inde invitis sumpserwnt 1
perduellibus. 2 Bergk filled out the verse by reading simul stulta et cata,
Vahlen, by proposing simul lacrimans cata. § 47. 1 L. Sp., for quidem. 2 Mue.,
for corium. 3 Turnebus, for lupes aper de te. § 48. 1 Mue. (following Turnebus
in cava and cortina receptat, and Scaliger in deleting in and caelo; he himself
deleted que and transposed corpore cava), for quaeque in corpore causa ceruleo
caelo orta nare ceptat. § 49. 1 M, Laetus, for sumpserint. "Page 115
Funaioli. d Ennius, Ann. 529 Vahlen 2 ; R.O.L. i. 458-459 Warmington. § 47. a
Respectively 938, 54, 1304 Marx. 6 Lucilius puns on iura, 'sauces ' and '
rights, justice,' and on Lupe, a man's name and also a kind of fish.
Respectively Ovwos ' tunny,' called horse-mackerel and tuna in America ;
Kw&og ' sand-goby,' a worthless fish ; o. 3 Roram 1 dicti ab rore qui
bellum committebant, ideo quod ante rorat quam plu«7. 4 Accensos 5 ministra-
tores Cato esse scribit ; potest id (ab censione, id est) 6 ab arbitrio : nam
ide(m) 7 ad arbitrium eius cuius minister. 59- Pacuvius : Cum deum triportenta . . 60. In
Mercatore : Non tibi 1 istuc magis dividiaest 2 quam mihi hodie fuit. (Eadem
(vi) 3 hoc est in Corollaria Naevius (usus). 4 ) Dividia ab dividendo dicta,
quod divisio distractio est doloris : itaque idem in Curculione ait : Sed quid
tibi est ? — Lien enecat, 5 renes dolent, Pulmones distrahuntur. § 58. 1 RhoL, for rorani. 2 F
2, for an F 1 . 3 Added by Kent, to complete verse metrically. 4 H 2 and p, for
plusti. 5 For acensos F 1, adcensos F 2 . 6 Added by GS. 7 Brakmann, for inde.
§ 59. 1 Lacuna marked by Scaliger. § 60. 1 L. Sp. deleted in mercatore non
tibi, here repeated in F. 2 Aug., for diuidia est, from the text of Plautus. 3
Added by GS. 4 Added by L. Sp. 5 b, for liene negat. b That is, not to be
retained in the hand during use. § 58. a Plautus, Friv. frag. IV Ritschl. 6
Page 81. 14 Jordan. e For correct etymology, see vi. 89, note a. §59. a Trag.
Rom. Frag. 381 Ribbeck 3 ; R.O.L. ii. 304- empty and profitless ; or because
those were called ferentarii cavalrymen who had only weapons which ferrentur '
were to be thrown,' 6 such as a javelin. Cavalrymen of this kind I have seen in
a painting in the old temple of Aesculapius, with the label "feren-
tarii." 58. In The Story of the Trifles a : Where are you, rorarii ?
Behold, they're here. Where are the accensi ? See, they're here. Rorarii '
skirmishers ' were those who started the battle, named from the ros '
dew-drops,' because it rorat ' sprinkles ' before it really rains. The accensi,
Cato writes, 6 were attendants ; the word may be from censio ' opinion,' that
is, from arbitrium ' de- cision,' for the accensus c is present to do the
arbitrium of him whose attendant he is. 59- Pacuvius says a : When the gods'
portents triply strong . . . 60. In The Trader a : That's no more a dividia to
you than 'twas to me to-day. (This word was used by Naevius in The Story of the
Garland, b in the same meaning.) Dividia ' vexation ' is said from dividere '
to divide,' because the distractio ' pulling asunder ' caused by pain is a
division ; therefore the same author says in the Curculio e : But what's the
matter ? — Stitch in the side, an aching back, And my lungs are torn asunder.
305 Warmington ; perhaps referring to portents of the in- fernal deities. § 60.
Plautus, Merc. 619. " Cam. Rom. Frag. IX Ribbeck*. e Plautus, Cure. 236-237
; literally, ' my spleen kills me, my kidneys hurt me.' vol. 1 Y 321 V. 61. In Pagone : Honos syncerasto peri(i>t, x pernis,
gla stribula 1 (a)ut 2 de lumbo obscena viscera. 3 Stribula, ut Opil/us 4 scribit, circum coxendices 5
sunt bovis e ; id Graecum est ab eius loci versura. 68. In (N)ervolaria 1 :
Scobina 2 ego illu?i(c) 3 actutum adrasi (s)enem. 4 Scobinam a scobe : lima enim materia(e) 5 fabrilis
est. 69. In Penulo : Vinceretis cerium curs?* 1 vel gralatorem 2 gradu. 3
Gral(l)ator 2 a gradu 3 magno dictus. 70.
In Truculento : Sine virtute argutum civem mihi habeam pro praefica. (Praefica) 1 dicta, ut
Aurelius scribit, mulier ab luco quae conduceretur quae ante domum mortui
laudis ' Added by Mue., whose et was changed to ut by GS. § 67. 1 Buecheler,
for distribute. 2 Sciop., for ut. 3 Mue., for obscenabis cera, with o above
first e and v above second b, F 1 . 4 GS. (cf. vii. 50), for opilius. 5 Aldus,
for coxa indices. 6 Sciop., for uobis. § 68. 1 Aldus, for eruolaria. 2 Sciop.,
for scobinam. 3 A. Sp., metri gratia, for ilium. 4 Lachmann, for enim. 5 Canal,
for materia. §69. 1 Aldus, from Plautus, for circumcurso. 2 -1I-, from Festns,
97. 12 M. 3 Aldus, from Plautus, for gradum. § 70. 1 Added by B, Aldus. c Page
97 Funaioli. § 67. ° Plautus, Frag. 52 Ritschl. 6 Page 92 Funaioli. c Of
uncertain etymology ; Festus, 313 a 34 M ., has strebula, and calls it an
Umbrian word. d V. perhaps derived it from Greek orpefiXos ' twisted.' Claudius
c writes that women who make joint en- treaties are clearly shown to be axitiosae
' united, unionist.' Axitiosae is from agere ' to act ' : as fac- tiosae '
partisan women ' are named from facere ' doing ' something in unison, so
axitiosae are named from agere ' acting ' together, as though actiosae. 67. In
the Cesistio a : For the gods the thigh-meats or the lewd parts from the loins.
Stribula ' thigh-meats,' as Opillus 6 - writes, are the fleshy parts of cattle
around the hips ; the word c is Greek, derived from the fact that in this place
there is a socket-joint. d 68. In The Story of the Prison Ropes a : At once I
with my rasp did scrape the old fellow clean. Scobina ' rasp,' from scobis '
sawdust ' ; for a file belongs to a carpenter's equipment. 69- In The Little
Man from Carthage a : You'd outdo the stag in running or the stilt-walker in
stride. Grallator ' stilt-walker ' is said from his great gradus ' stride.' 70.
In The Rough Customer a : Although without a deed of bravery I may have A
clear-toned citizen as leader of my praise. Praefica ' praise-leader,' as
Aurelius 6 writes, is a name applied to a woman from the grove of Libitina, 6
who was to be hired to sing the praises of a dead man in § 68. ° Plautus, Frag.
94 Ritschl. § 69. ° Plautus, Poen. 530. § 70. ° Plautus. True. 495. " Page
90 Funaioli. c Where the wailing-women had their stand ; cf. Dionysius Halic
iv. 15. 327 V. eius caneret. Hoc factitatum Aristoteles scribit in libro qui
(in)scribitur 2 No/xi/m (3apj3apiKa, 3 quibus testimonium est, quod (in) Freto
est 4 Noevii : Haec quidem hercle, opinor, praefica est : nam mortuum
collaudat. Claudius scribit : Quae praeficeretur ancillis, quemadmodum
lamentarentur, praefica est dicta. Utrumque ostendit a praefectione praeficam
dictam. 71. Apud Ennium : Decern Coclites quas montibus summis Ripaeis fodere.
1 Ab oculo codes, ut ocles, dictus, qui unum haberet oculum : quocirca in
Curculione est : De Coclitum prosapia 2 esse arbitror : Nam hi sunt unoculi.
IV. 72. Nunc de temporibus dicam. Quod est apud Cassium : Nocte intempesta
nostram devenit domum, intempesta nox dicta ab tempestate, tempestas ab 2 Aug.,
with B, for scribitur. 3 Turnebus, for nomina barbarica. 4 GS. ; Freto inest
Canal ; for f return est. § 71. 1 a, Ttirnebvs,for federe. 2 Added by Aug.,
from Plautus. d Frag. 604, page 367 Rose. " Coin. Rom. Frag. 129 Ribbeck 3
; R.O.L. ii. 142-143 Warmington. 'Page 98 Funaioli. § 71. ° Sat. 67-68 Vahlen 2
; R.O.L. i. 392-393 Warming- ton. The one-eyed Arimaspi of northern Scythia
(where the Rhipaean or Rhiphaean mountains were located) were said to have
taken much gold from their neighbours the Grypes (or Griffins); cf. Herodotus,
iii. 116, iv. 13, iv. 27, who front of his house. That this was regularly done,
is stated by Aristotle in his book entitled Customs of Foreign Nations d ;
whereto there is the testimony which is in The Strait of Naevius e : Dear me, I
think, the woman's a praefica : it's a dead man she is praising. Claudius
writes f : A woman who praeficeret ur ' was to be put in charge ' of the maids
as to how they should perform their lamentations, was called a praefica. Both
passages show that the praefica was named from praefectio ' appointment as
leader.' 71. In Ennius we find ° : Treasures which ten of the Coclites buried,
High on the tops of Rhiphaean mountains. Codes ' one-eyed ' was derived from
ociilus ' eye,' as though ocles, b and denoted a person who had only one eye ;
therefore in the Curculio c there is this : I think that you are from the race
of Coclites ; For they are one-eyed. IV. 72. Now I shall speak of terms
denoting time. In the phrase of Cassius," By dead of night he came unto
our home, intempesta nox ' dead of night ' is derived from tem- pestas, and
tempestas from tempus ' time ' : a nox quotes (with incredulity) from a poem by
Aristeas of Procon- nesus. Fodere = infodere. * V. means, from co-ocles ' with
an eye ' ; but the word is derived from Greek kvkXcdi/i, through the Etruscan.
e Plantus, Cure. 393-394. § 72. ° Accius, Com. Rom. Frag. Praet. V, verse 41
Rib- beck 8 ; R.O.L. ii. 562-563 Warmington ; repeated from vi. 7, where see
note a on authorship. 329 V. tempore ; nox intempesta, quo tempore nihil 1
agitur. 73. Quid noctis videtur ? — In altisono Caeli clipeo temo superat
Stellas sublime(n) 1 agens etiam Atque etiam noctis iter. Hie multam noctem
ostendere volt a temonis motu ; sed temo unde et cur dicatur latet. Arbitror
antiques rusticos primum notasse quaedam in caelo signa, quae praeter alia
erant insignia atque ad aliquem usum, (ut) 2 culturae tempus, designandum
convenire animadvertebantur. 74. Eius signa sunt, quod has septem Stellas Graeci
ut Homcrus voca(n)t a/jui^ar 1 et propinquum eius signum {3qwti)v, nostri eas
septem Stellas (t)r(i)o«es 2 et temonem et prope eas axem : triones enim et
boves appellantur a bubulcis etiam nunc, maxime cum arant terra??* 3 ; e quis
ut dicti Valentes glebarii, qui facile proscindunt glebas, sic omnes qui terram
arabant a terra terriones, unde triones ut dicerentur detrito. 4 75. Temo
dictus a tenendo : is enim continet § 72. 1 For nichil. §73. 1 Skutsch, after
Buecheler, for sublime. 2 Added by Mue. §74. 1 For AMA2AN. 2 L. Sp.,/or boues.
3 For terras. 4 A tig., for de tritu. §73. "Ennius, Trag. Rom. Frag.
177-180 Ribbeck 3 ; R.O.L. i. 300-301 Warmington; freely adapted from Euri-
pides, Iphig. in Aid. 6-8; anapaestic. Cf. v. 19, above. 6 Signa in this and
the following seems to vary in meaning between ' signs = marks ' and ' signs =
constellations.' § 74. " E.g., Od. v. 272-273. 6 Charles' Wain, or the
Great Dipper ; and other parts of the constellation Ursa intempesta ' un-timely
night ' is a time at which no activity goes on. 73. What time of the night doth
it seem ? — In the shield Of the sky, that soundeth aloft, lo the Pole Of the
Wain outstrippeth the stars as on high More and more it driveth its journey of
night." Here the author -wishes to indicate that the night is advanced,
from the motion of the Temo ' Wagon- Pole ' ; but the origin of Temo and the
reason for its use, are hidden. My opinion is that in old times the farmers
first noticed certain signs 6 in the sky which were more conspicuous than the
rest, and w T hich were observed as suitable to indicate some profitable use,
such as the time for tilling the fields. 74. The marks of this one are, that
the Greeks, for example Homer, call these seven stars the Wagon 6 and the sign
that is next to it the Ploughman, while our countrymen call these seven stars
the Triones ' Plough-Oxen ' and the Temo ' Wagon-Pole ' and near them the Axis
' axle of the earth, north pole * c : for indeed oxen are called triones by the
ploughmen even now, especially when they are ploughing the land ; just as those
of them which easily cleave the glebae ' clods of earth ' are called Mighty
glebarii ' clod-breakers,' so all that ploughed the land were from terra ' land
' called terriones, so that from this they were called triones, d with loss of
the E. 75. Temo is derived from tenere ' to hold ' ° : for it Major. e Or
perhaps even the Pole-Star itself. d Trio is a derivative of terere ' to
tread,' cf. perf. trivi and ptc. tritus. § 75. ° Wrong etymology. 331 V. iugum
et plaustrum, appellatum a parte 1 totum, ut multa. Possunt triones dicti, VII
quod ita sitae stellae, ut ternae trigona faciant. 76. Aliquod lumen — iubarne ? — in caelo cerno. Iubar
dicitur stella Lucifer, quae in summo quod habet lumen diffusum, ut leo in
capite iubam. Huius ortus significat circiter esse extremam noctem. Itaque ait
Pacuius : Exorto iubare, noctis decurso itinere. 77. Apud Plautum in Parasito
Pigro : Inde hie bene potus 1 primo 2 crepusculo. Crepusculum ab Saftinis, et
id dubium tempus noctis an diei sit. Itaque in Condalio est : Tarn crepusculo,
ferae 3 ut amant, lampades accendite. Ideo (d)ubiae res 4 creperae dictae. 78.
In Trinummo : Concubium sit noctis priusquam (ad) 1 postremum perveneris.
Concubium a concubitu dormiendi causa dictum. § 75. 1 B, Laetus,for aperte. § 77. 1 Pius, for de
nepotus. 2 Scaliger, for primo. 3 Buecheler, for fere. 4 Laetus, for ubi heres.
§ 78. 1 Added by Aug., from Plautus. 6 Wrong etymology. § 76. ° Ennius, Trag.
Rom. Frag. 336 Ribbeck 3 ; R.O.L. i. 226-227 Warmington; cf. vi. 6 and vi. 81.
6 Iubar and iuba are not etymologically connected. c That is, shortly before
sunrise, when it is visible in the eastern sky. d Trag. Rom. Frag. 347 Ribbeck
3 ; R.O.L. ii. 320-321 Warmington : cf. vi. 6. continet ' holds together ' the
yoke and the cart, the whole being named from a part, as is true of many
things. The name triones may perhaps have been given because the seven stars
are so placed that the sets of three stars make triangles. 1 * 76. I see some
light in the sky — can it be dawn ? ° The morning-star is called iubar, because
it has at the top a diffused light, just as a lion has on his head a tuba '
mane.' 6 Its rising c indicates that it is about the end of the night.
Therefore Pacuvius says d : When morning-star appears and night has run her
course. 77. Plautus has this in The Lazy Hanger-on a : From there to here,
right drunk, he came, at early dusk. Crepusculum ' dusk ' is a word taken from
the Sabines, and it is the time when there is doubt whether it belongs to the
night or to the day. 6 Therefore in The Finger-Ring there is this c : So at
dusk, the time when wild beasts make their love, light up your lamps. Therefore
doubtful matters were called creperae. b 78. In The Three Shillings ° : General
resting time of night 'twould be, before you reached its end. Concubium '
general rest ' is said from concubitus ' general lying-down ' for the purpose
of sleeping. 6 § 77. ° Frag. I, verse 107 Ritschl. * Cf. vi. 5 and notes. e
Plautus, Frag. 60 Ritschl. § 78. a Plautus, Trin. 8S6 ; that is, " if I
should try to tell you my name." *
Cf. vi. 7 and note c. 333 V. 79. In Asinaria : Videbitur, factum volo : redito
1 conticim'o. 2 Putem a
conticiscendo conticinn/m 3 sive, ut Opil/us 4 scribit, ab eo cum conticuerunt
homines. V. 80. Nunc de his
rebus quae assignificant ali- quod tempus, cum dicuntur aut fiunt, dicam. Apud
Accium : Reciproca tendens nervo equino concita Tela. Reciproca est cum unde
quid profectum redit eo ; ab recipere reciprocare Actum, aut quod poscere procare
1 dictum. 81. Apud Plautum : Ut 1 transversus, 2 non proversus cedit quasi
cancer solet. (Proversus) 3 dicitur ab eo qui in id quod est (ante, est) 4
versus, et ideo qui exit in vestibulum, quod est ante domum, prodire et
procedere ; quod cum lerao 5 non faceret, sed secundum parietem transversus
iret, § 79. 1 A. Sp. ; redito
hue Vertranius, from Plautus ; at redito Rhol. ; for ad reditum. 2 Laetus, for
conticinno. 3 Laetus, for conticinnam. 4 GS.,for o pilius ; cf. vii. 50, vii.
67. § 80. 1 B, Aldus, for prorogare. § 81. 1 Bentinus,for aut. 2 Aug., for
transuersum ; the mss. of Plautus have non prorsus uerum ex transuerso cedit
... 3 Added by L. Sp. 4 Added by Christ. 5 Aldus, for lemo. § 79. Plautus,
Asin. 685 ; where the text is redito hue. Cf. vi. 7. 6 Page 88 Funaioli. § 80.
a That is, words of actions, whether or not they are verbs. 6 Philoctetes,
Trag. Rom. Frag. 545-546 Ribbeck 3 ; Ji.O.L. ii. 512-513 Warmington. Reciproca
tela is properly In The Story of the Ass there is this verse a : I'll see to
it, I wish it done ; come back at conticinium. I rather think that conticinium
' general silence ' is from conticiscere ' to become silent,' or else, as
Opillus 6 writes, from that time when men conticuerunt ' have become silent.'
V. 80. Now I shall speak of those things which have an added meaning of
occurrence at some special time, when they are said or done. In Accius b : The
elastic weapon bring into action, bending it With horse-hair string. Reciproca
' elastic ' is a condition which is present when a thing returns to the
position from which it has started. Reciprocare ' to move to and fro ' is made
c from recipere ' to take back,' or else because procare was said for poscere '
to demand.' d 81. InPlautus : How sidewise, as a crab is wont, he moves, Not straight
ahead. Proversus ' straight ahead ' is said of a man who is turned toward that
which is in front of him ; and therefore he who is going out into the
vestibule, which is at the front of the house, is said prodire ' to go forth '
or procedere ' to proceed.' But since the brothel-keeper was not doing this,
but was going sidewise along the wall, Plautus said " How sidewise only
the Homeric (Iliad, viii. 266, x. 459) iraAlmova t6£cl ' backward-stretched
bow,' and not as V. interprets it. e Probably from reque proque ' backward and
forward ' ; not as V. interprets it. d That is, ' demand return.' §81. "
Pseud. 955; said of the brothel-keeper as he enters. 335 V. dixit " ut
transversus cedit quasi cancer, non pro- versus ut homo." 82. Apud Ennium
: Andromachae nomen qui indidit, recte 1 indidit. Item : Quapropter Parim
pastores nunc Alexandrum vocant. Imitari dum volm't* Eurip/den 3 et ponere
ervfiov, est lapsus ; nam Euripides quod Graeca posuit, eTv/ia sunt aperta.
Ille ait ideo nomen additum Andro- machae, quod ai'S/yt ^a^eTca 4 : hoc
Enni?/(m) 5 quis potest intellegere in versu 6 significare Andromachae nomen
qui indidit, recte indidit, aut Alexandrum ab eo appellatum in Graecia qui
Paris fuisset, a quo Herculem quoque cognominatum aX^iKaKov, ab eo quod defensor
esset hominum ? 83. Apud Accium : Iamque Auroram rutilare procul Cerno. Aurora
dicitur ante solis ortum, ab eo quod ab igni solis turn aureo aer aurescit.
Quod addit rutilare, est ab eodem colore : aurei enim rutili, et inde equam 1
lymphata (aut Bacchi sacris Commota. Lymphata) 2 dicta a hympha ; (lympha) 3 a
Nympha, ut quod apud Graecos 9eT 5 spe quidem id successor* tibi ; apud
Pompilium : Heu, qua me causa, Fortuna, infeste premis 7 ? Quod ait iurgio, id
est litibus : itaque quibus res erat in controversia, ea vocabatur lis : ideo
in actionibus videmus dici quam rem sive litem 8 dicere oportet. Ex quo licet
vidcre iurgare esse ab iure dictum, cum quis iure litigaret ; ab quo obiurgat
is qui id facit iuste. 94. Apud LuczVium 1 : Atque aliquo(t) sibi 2, 8 osmen, e
quo S 9 extritum. 98. Apud Plautum : Quia ego antehac te amavi o 5 quidem nos
pretio (facile 8 0>ptanti est 7 frequentare : Ita in prandio nos lepide ac
nitide Accepisti, apparet dicere : facile est curare ut (adsidue) 8 adsi- mus,
cum tarn 9 bene nos accipias. 100. Apud Ennium : Decretum est stare i muset 1
obrutum. §99. 1 Aug., for quo desimi. 2 Ellis ; fere quom Canal; for ferret
quern. 3 Aug., with B, for his. 4 Added by L. Sp. 5 GS. (pol istoc Aug., from
Plautus), for dicunto. 8 Added by Aug., from Plautus. 7 Schoell (after A. Sp.,
icho proposed and rejected optanti), for ptanti F, with p deleted by
cross-lines. 8 Added by GS. ' Aug., for iam. § 100. 1 GS., after Fest. 84. 7 M. ; est stare et fossari
Bergk ; est fossare B, Vertranius ; for est stare. § 101. 1 L. Sp. ; fac is
musset Mue. ; face musset Turne- bus ; for facimus et. § 99 ° Plautus, Cist. 6.
b Frequens usually means ' in numbers ' (that is, many at one place at the same
time) In the same author, the word frequentem b frequent ' in Frequent aid you
gave me means assiduam ' busily present ' : therefore he who is at hand
assiduus ' constantly present ' fere et quom ' generally and when ' he ought to
be, he is frequens, as the opposite of which infrequens c is wont to be used.
Therefore that which these same girls say d : Dear me, at that price that you
say it is easy For one who desires it to be frequently with us ; So nicely and
elegantly you received us At luncheon, clearly means : it is easy to get us to
be constantly present at your house, since you entertain us so well. 100. In
Ennius ° : Resolved are they to stand and be dug through their bodies with
javelins. This verb Jbdare ' to dig ' which Ennius used, was made from fodere '
to dig,' from which comes fossa ' ditch.' 101. In Ennius ° : With words destroy
him, crush him if he make a sound. and not ' frequent ' (that is, one in the
same place at many different times), which is why the word here needs explana-
tion. V. takes it as a shortening of the phrase fere et quom=f, r, e'qu(ym+s,
which needs no refutation. " Used especially of a soldier qui abest
afuitve a signis ' who is or has been absent from his place in the ranks '
(Festus, 112. 7 M.). d Cist. 8-11, with omissions ; anapaestic and bacchiac
verses alternately. §100. 'Ann. 571 Vahlen*; B.O.L. i. 190-191 Warm- ington. §
101. » Trag. Rom. Frag. 393 Ribbeck 8 ; R.O.L. i. 378- 379 Warmington. VOL. I 2
A V. Mussare dictum, quod muti non amplius quam fxv dicunt ; a quo idem dicit
id quod minimum est : Neque, ut aiunt, (iD facere audent. 102. Apud Pacuium :
Di 1 monerint meliora atque amentiam averruncassint (tuam. 2 Ab) 3 avertendo
averruncare, ut deus qui in eis rebus praeest Averruncus. Itaque ab eo precari
solent, ut pericula avertat. 103. In Aulularia : Pipulo te 1 differam ante
aedis, id est convicio, declinatum a pi(p)atu 2 pullorum. Multa ab animalium
vocibus tralata in homines, partim quae sunt aperta, partim obscura ;
perspicua, ut Ennii : Animus cum pectore latrat. Plauti : Gannit odiosus omni
totae familiae. (Cae)cilii 3 : Tantum rem dibalare ut pro nilo habuerit. § 102.
1 For dim. 2 Added from Festus, 373. 4 M. 3 Added by Turnebus. § 103. 1 So F ;
but pipulo te hie Nonius, 152. 5 31., pipulo hie Plautus. 2 Aldus, for piatu. 3
Laetus, for cilii. 6 Onomatopoeic, as V. indicates. c Ennius, Inc. 10 Vahlen 2
; R.O.L. i. 438-439 Warmington. §102. a Trag. Rom. Frag. 112 Ribbeck 3 ; R.O.L.
ii. 206-207 Warmington; quoted by Festus, 373. 4 M., with tuam, and by Nonius,
74. 22 M. (who assigns it to Lucilius, Bk. XXVI.) with meam. b Monerint is
perf. subj. of monere, a form known from other sources also. e The word
combines averrere ' to sweep away ' with runcare ' to remove weeds.' d
Mentioned elsewhere only by Mussare 6 ' to make a sound ' is said because the
muti ' mute ' say nothing more than mu ; from which the same poet uses this for
that which is least c : And, as they say, not even a mu dare they utter. 102.
In Pacuvius a : May the gods advise * thee of better things to do, and thy
madness sweep away ! Averruncare e ' to sweep away ' is from avertere ' to
avert,' just as the god who presides over such matters is called Averruncus.
neque 12 in Iudicium ^4esopi nec theatri trittiles. 105. In Colace : Nexum . .
. (Nexum) 1 Mawilius 2 scribit omne quod per libram et aes geritur, in quo sint
mancipia ; Mucius, quae per aes et libram fiant ut obligentur, praeter quom 3
mancipio detur. Hoc verius esse ipsum verbum ostendit, de quo quaerit(ur) 4 :
nam id aes 5 quod obligatur per libram neque suum fit, inde nexum dictum. Liber
qui suas operas in servitutem pro pecunia quam debebat (nectebat), 6 dum
solveret, nexus vocatur, ut ab aere obaeratus. Hoc C. Poetelio 9 GS., after
Mati Mue., for Maccius. 10 Baehrens, for sues. 11 Mue. ; a volucri L. Sp. ; for
auoluerat. 12 Kent, for tradedeque inreneque. § 105. 1 Added by L. Sp., who
recognized the lacuna. 2 Laetus, for mamilius. 3 Huschke, for quam. 4 Aug., for
querit. 5 Mommsen, for est. 6 debebat nectebat Kent ; debeat dat Aug. ; for
debebat. ' Plautus, Cas. 267 ; the more common orthography is fringilla and
friguttis. k Frag. Poet. Lat., page 54 Morel ; wrongly listed by Ribbeck 3 as
Juventius, Com. Rom. Frag. IV. 1 Trit, the sound made by the crushing or
breaking of a hard grain or seed, as by the strong-beaked birds. If the text is
correctly restored, the passage refers to a complaint against trittiles, that
is, persons who made similar noises and thereby disturbed a theatrical perform-
ance ; the poet says that he will refer the complaint to a regular law-court,
and not to the prejudiced decision of the That of Maccius in the Casina, from
finches 3 : What do you twitter for ? What's that you wish so eagerly ? That of
Sueius, from birds * : So he'll bring the snappers 1 fairly into court and not
To the judgement of Aesopus m and the audience. 105. In The Flatterer a : A
bound obligation . . . Xexum ' bound obligation,' Manilius 6 writes, is every-
thing which is transacted by cash and balance-scale, c including rights of
ownership ; but Mucius d defines it as those things which are done by copper
ingot and balance-scale in such a way that they rest under formal obligation,
except when delivery of property is made under formal taking of possession.
That the latter is the truer interpretation, is shown by the very word about
which the inquiry is made : for that copper which is placed under obligation
according to the balance-scale and does not again become independent (nec suum)
of this obligation, is from that fact said to be nexum ' bound.' A free man
who, for money which he owed, nectebat ' bound ' his labour in slavery until he
should pay, is called a nexus ' bondslave,' just as a man is called obaeratus '
indebted,' from aes ' money- debt.' When Gaius Poetelius Libo Visulus * was
offended actor and of the annoyed fellow - spectators. m Famous tragic actor of
Cicero's time. § 105. ° Plautus, Frag. IV Ritschl ; but possibly from the Colax
of Naevius. 6 Page 6 Huschke. e That is, by agreement to pay a sum of money,
measured by weight. * Page 18 Huschke. • Consul in 346, 333 (?), 326 (Liyy,
viii. 23. 17), and dictator in 313 (Livy, ix. 28. 2), in which V. sets the
abolition of slavery for debt, though Livy, viii. 28, sets it in his third
consulship. 359 V. (Li)bone Ftsolo 7 dictatore sublatum ne fieret, et omnes qui
Bonam Copiam iurarunt, ne essent nexi dissoluti. 106. In Ca(sina) : Sine ame^, 1 sine quod lubet id
facial, 2 Quando tibi domi nihil 3 delicuum est. Dictum ab eo, quod (ad)
deliquandum non sunt, ut turbida quae sunt deliquantur, ut liquida fiant.
Aurelius scribit delicuum esse 1 ab liquido ; Cla(u)dius ab eliquato. Si quis
alterutrum sequi malet, 5 habebit auctorem. Apud Atilium : Per laetitiam
liquitur Animus. Ab liquando liquitur fictum. VI. 107. Multa apud poetas
reliqua esse verba quorum origines possint dici, non dubito, ut apud Naevium in
^4esiona mucro 1 gladii " lingula " a lingua ; in Clastidio "
vitulantes " a Vitula ; in Dolo 7 Poetelio Libone Visolo Lachmann ;
Poetelio Visolo Aug. ; for popillio vocare sillo. § 106. 1 In CasinaiW^M*, sine
a.met Aldus (from Plautus), for in casineam esses. 2 Aug. (from Plautus), for
facias. 3 Plautus has nihil domi. 4 For est. 5 Laetus, for mallet. § 107. 1
Aesiona Buecheler, mucro Groth, for esionam uero. ' That is, swore that they
were not regular slaves, but were held in slavery for debt only. 9 Mentioned
also by Ovid, Met. ix. 88. § 106. ° Plautus, Cas. 206-207 ; anapaestic. *
Appar- ently meant by Plautus as ' lacking,' from delinquere ' to lack,' and so
understood by Festus, 73. 10 M., who glosses it with minus. V. has taken it as
' strainable, subject to straining (for purification),' and has connected it
with liquare and liquere ' to strain, purify,' also ' to melt.' c Page
dictator, this method of dealing with, debtors was done away with, and all who
took oath f by the Good Goddess of Plenty 3 were freed from being bond- slaves.
106. In the Casino. a : Let him go and make love, let him do what he will, As
long as at home you have nothing amiss. Nihil delicuum 6 ' nothing amiss ' is
said from this, that things are not ad deliquandum ' in need of straining out '
the admixtures, as those which are turbid are strained, that they may become
liqvida ' clear.' Aurelius c writes that delicuum is from liquidum ' clear ' ;
Claudius, 4 * that it is from eliquatum ' strained.' Any- one who prefers to follow
either of them will have an authority to back him up. In Atilius e : With joy
his mind is melted. Liquitur ' is melted ' is formed from liquare ' to melt.'
VI. 107. I am quite aware ° that there are many words still remaining in the
poets, whose origins could be set forth ; as in Naevius, 6 in the Hesione, 6
the tip of a sword is called lingula, from lingua ' tongue ' ; in the
Clastidium, d vitulantes ' singing songs 89 Funaioli. d Page 97 Funaioli. •
Com. Rom. Frag., inc. fab. frag. II, page 37 Ribbeck*. § 107. » Cf the
beginning of § 109. * All the citations in § 107 and § 108 are from Naevius;
R.O.L. ii. Warmington. c Trag. Rom.
Frag. 1 Ribbeck 8 ; for the spelling of the title, cf Buecheler, Rh. Mus.
xxvii. 475. d Trag. Rom. Frag., Praet. I Ribbeck* ; vitulari was glossed by V.
with TrauwC- £«v, according to Macrobius, Sat. iii. 2. 11. It is difficult to
connect the two words with Latin rictus and victoria, so that the resemblance
may be fortuitous — unless Vitula be a dialectal word, with CT reduced to T.
361 V. " caperrata fronte " a caprae fronte ; in Demetrio "
persibus " a perite : itaque sub hoc glossema ' callide ' subscribunt ; in
Lampadione " protinam a protinus, continuitatem significans ; in Nagidone
" c/u(ci)datfus " 3 suavis, tametsi a magistris accepi- mus mansuetum
; in Romulo " (con)sponsus " 3 contra sponsum rogatus ; in Stigmatia
" praebia " a prae- bendo, ut sit tutus, quod si(n)t 4 remedia in
collo pueris ; in Technico 5 " confidant" 6 a conficto con- venire
dictum ; 108. In Tarentilla " p(r)ae(l)u(c)idum Ml a luce, illustre ; in
Tunicularia : ecbolas 2 aulas quassant quae eiciuntur, a Graeco verbo ck/JoA?? 3 dictum ; in Bello Punico : nec satis sardare 4 2
Scallger, for caudacus. 3 JYeukirch, with
Popma, for sponsus. 4 Laetus, for sit. 5 For thechnico. 6 Turne- bus, for
conficiant. § 108. 1 Mue., for pacui dum. 2 Kent, for exbolas, metri gratia. 3
Aldus, for exbole. 4 A. Sp. {from Festus, 323. 6 M.), for sarrare. * Com. Rom.
Frag, after 49 Ribbeck 3 ; caperrata may be related to capra only by popular
etymology. ' Com. Rom. Frag, after 49 Ribbeck 3 ; persibus is seemingly an
Oscan perfect participle active, cf. Oscan sipus, from which perhaps it is to
be corrected to persipus. 9 Page 113 Funaioli. h Com. Rom. Frag, after 60
Ribbeck 3 . * Com. Rom. Frag, after 60 Ribbeck 3 ; clucidatus is a participle
to a Latin verb borrowed from Greek yAu/a'£eiv ' to sweeten.' ' Trag. Rom.
Frag., Praet. IT Ribbeck 3 ; for consponsus, cf. vi. 70. * Com. Rom. Frag. 71
Ribbeck 3 . 1 Com. Rom. Frag, after 93 Ribbeck 3 ; confidant, derived from
confingere. of victory,' from Vitula 'Goddess of Joy and Victory ' ; in The
Artificer caperrata f route ' with wrinkled fore- head,' from the forehead of a
capra ' she-goat ' ; in the Demetrius/ persibus ' very knowing,' from perite '
learnedly ' : therefore under this rare word they write 9 collide' shrewdly ' ;
in the Lampadio, h protinam ' forthwith ' from protinus (of the same meaning),
indicating lack of interruption in time or place ; in the Nagido,* clucidatus '
sweetened,' although we have been told by the teachers that it means ' tame ' ;
in the Romulus,' consponsus, meaning a person who has been asked to make a
counter-promise ; in The Branded Slave, k praebia ' amulets,' from praebere '
pro- viding ' that he may be safe, because they are prophy- lactics to be hung
on boys' necks ; in The Craftsman, 1 confidant ' they unite on a tale,' said
from agreeing on a confictum ' fabrication.' 108. Also, in The Girl of
Tarentum, a praelucidum ' very brilliant,' from lux ' light,' meaning ' shining
' : in The Story of the Shirt, b They shake the jars that make the lots jump
out, ecbolicas ' causing to jump out,' because of the lots which are cast out,
is said from the Greek word eK/SoXi] ; and in The Punic War c Not even quite
sardare ' to understand like a Sardinian,' § 108. ° Com. Rom. Frag, after 93
Ribbeck 3 . h Com. Rom. Frag. 103 Ribbeck 3 ; R.O.L. ii. 106-107 Warming- ton
(with different interpretation). e Frag. Poet. Rom. 53-54 Baehrens; R.O.L. ii.
72-73 Warmington. According to Festus, 322 a 24 and 323. 6 M., sardare means
intel- legere, perhaps 'to understand like a Sardinian,' that is, very poorly,
for the Sardinians had in antiquity a bad re- putation in various lines. The
verse of Naevius runs : Quod bruti nec satis sardare queunt. ab serare dictum,
id est aperire ; hinc etiam sera, 5 qua remota fores panduntur. VII. 109. Sed
quod vereor ne plures sint futuri qui de hoc genere me quod nimium multa
scripseriwz 1 reprehendant quam quod 2 reliquerim 3 quaedam accusent, ideo
potius iam reprimendum quam pro- cudendum puto esse volumen : nemo reprensus
qui e segete ad spicilegium reliquit stipulam. Quare in- stitutis sex libris,
quemadmodum rebus Latina nomina essent imposita ad usum nostrum : e quis tn's 4
scripsi Po. 5 Septumio qui mihi fuit quaestor, tris tibi, quorum hie est
tertius, prior es de disciplina verborum originis, posterior es de verborum
originibus. In illis, qui ante sunt, in primo volumine est quae dicantur, cur
ervfj-oXoyiKr) 6 neque ar(s> sit 7 neque ea utilis sit, in secundo quae
sint, cur et ars ea sit et (ut)ilis 8 sit, in tertio quae forma etymologiae. 9
110. In secundis tribus quos ad te misi item generatim discretis, primum in quo
sunt origines verborum 1 locorum et earum rerum quae in locis esse solent,
secundum quibus vocabulis te(m)pora sint notata et eae res quae in temporibus
hunt, tertius 5 Ed. Veneta, for serae. Laetus,for rescripserint. 2 quam quod A
Idus, for quamquam. 3 For reliquerint. 4 Laetus, for tres. 5 po stands here in
F, but with lines drawn through the letters. 6 L. Sp.,for ethimologice. 7 ars
sit V, p, L. Sp.,for ansit. 8 et utilis Turnebus; et illis utilis V; for et illis F.
9 For ethimologiae. § 110. 1 Crossed
out by F 1, but required by the meaning. d In such an etymology, V. is
operating on the basis that things may be named from their opposites; cf.
Festus, 122. 16 M., ludum dicimus, in quo minime luditur. § 109. ° A liber or '
book ' was calculated to fill a volumen where sardare is said from serare ' to
bolt,' d that is, sardare means ' to open ' ; from this also sera ' bolt,' on
the removal of which the doors are opened. VII. 109- But because I fear that
there will be more who will blame me for writing too much of this sort than
will accuse me of omitting certain items, I think that this roll must now
rather be compressed than hammered out to greater length a : no one is blamed
who in the cornfield has left the stems for the gleaning. 6 Therefore as I had
arranged six books c on how Latin names were set upon things for our use d : of
these I dedicated three to Publius Septumius who was my quaestor," and
three to you, of which this is the third — the first three on the doctrine of
the origin of words, the second three f on the origins of words. Of those which
precede, the first roll con- tains the arguments which are offered as to why
Etymology is not a branch of learning and is not useful ; the second contains
the arguments why it is a branch of learning and is useful ; the third states
what the nature of etymology is. 110. In the second three which I sent to you,
the subjects are likewise divided off: first, that in which the origins of
words for places are set forth, and for those things which are wont to be in
places ; second, with what words times are designated and those things which
are done in times ; third, the present or ' roll ' of convenient size for
handling. * That is, who has cut off the ears of standing grain and left the
stalks. e Books II.-VII. ; cf. v. 1. d This sentence is resumed at Quocirca, in
the middle of § 1 10. * Varro held office in the war against the pirates and
Mithridates in 67-66, under Pompey, and again in Pompey's forces in Spain in 49
and at Pharsalus in 48 ; but it is unknown in which of these he had Septumius
as quaestor. ' Books V.-VII. 365 VARRO hie, in quo a poetis item sumpta ut il/a
2 quae dixi in duobus libris solwta 3 oratione. Quocirca quoniam omnis operis
de Lingua Latina tris feci partis, primo quemadmodum vocabula imposita essent
rebus, secundo quemadmodum ea in casus declinarentur, tertio quemadmodum
coniungerentur, prima parte perpetrata, ut secundam ordiri possim, huic libro
faciam finem. 8 Victorius, for utilia. 3 Sciop., for solita. book, in which
words are taken from the poets in the same way as those which I have mentioned
in the other two books were taken from prose writings. Therefore," since I
have made three parts of the whole work On the Latin Language, first how names
were set upon things, second how the words are declined in cases, third how
they are combined into sentences — as the first part is now finished, I shall
make an end to this book, that I may be able to commence the second part. §110.
"This resumes the sentence interrupted at the middle of the previous
section. Rolfe. DESCRIPTIVE PROSPECTUS ON APPLICATION THE LOEB CLASSICAL
LIBRARY FOUNDED BY JAMES LOEB, IX. D. EDITED BY fT. E. PAGE, C.H., LITT.D. E.
CAPPS, ph.d., ll.d. W. H. D. ROUSE, litt.d. FRAGMENTS LONDON HEINEMANN QUAE
DICANTUR CUR NON SIT ANALOGIA LIBER I I. 1. Quom oratio natura tripertita esset,
ut su- perioribus libris ostendi, cuius prima pars, quemad- modum vocabula
rebus essent imposita, secunda, quo pacto de his declinata in discrimina iermt,
1 tertia, ut ea inter se ratione coniuncta sententiam efferant, prima parte
exposita de secunda incipiam hinc. Ut propago omnis natura secunda, quod prius
illud rectum, unde ea, sic declinata : itaque declinatur in verbis : rectum
homo, obliquum hominis, quod de- clinatum a recto. § 1. 1 Sciop.,for ierunt. §
1. a That is, bent aside and downward, from the vertical. The Greeks conceived
the paradigm of the noun as the upper right quadrant of a circle : the
nominative was the vertical radius, and the other cases were radii which 4
declined 1 to the right, and were therefore called m-coous 'fallings,' which
the Romans translated literally by casus. The casus rectus is therefore a
contradiction in itself. The Latin verb de- 370 MARCUS TERENTIUS VARRCTS ON THE
LATIN LANGUAGE BOOK VII ENDS HERE, AND HERE BEGINS BOOK VIII One Book of
Arguments which are advanced AGAINST THE EXISTENCE OF THE Principle of Analogy.
Speech is naturally divided into THREE parts. Its first part is how a name is
imposed upon a thing; its second, in what way a derivative of a name arrives at
its difference; its third, how a a ‘sentence’, or words united with another one
reasoningly, EXPRESSES an idea – Not that there may not be one-word sentences,
like ‘Come!’ [H. P. Grice, Utterer’s meaning, sentence-meaning, and
word-meaning]. Having set forth the first part, I shall begin upon the second.
As every offshoot is secondary by nature, because that vertical trunk from
which it comes is primary, and it is therefore declined, so there may be
declension in a word – shag, shaggy : HOMO 1 man * is the vertical, HOMINIS *
man's ' is the oblique, because it is declined from the vertical. clinare is
used in the meanings * to decline (a noun)/ * to conjugate (a verb),' and * to
derive ' in general, as well as * to bend aside and down * in a literal
physical sense : it therefore offers great difficulties in translating. De
huiusce(modi) 1 multiplici natura discrimi- num (ca)wsae 2 sunt hae, cur et quo
et quemadmodum in loquendo declinata sunt verba. De quibus duo prima duabus
causis percurram breviter, quod et turn, cum de copia verborum scribam, erit
retractandum et quod de tribus tertium quod est habet suas permultas ac magnas
partes. II. 3. Declinatio inducta in sermones non solum Latinos, sed omnium
hominum utili et necessaria de causa : nisi enim ita esset factum, neque
di(s)cere 1 tantum numerum verborum possemus (infinitae enim sunt naturae in
quas ea declinantur) neque quae didicissemus, ex his, quae inter se rerum
cognatio esset, appareret. At nunc ideo videmus, quod simile est, quod
propagatum : legi (c)um (de lego) 2 de- clinatum est, duo simul apparent,
quodam modo eadem dici et non eodem tempore factum ; at 3 si verbi gratia
alterum horum diceretur Priamus, alterum fiecuba, nullam unitatem
adsigniflcaret, quae ap- paret in lego et legi et in Priamus Priamo. Ut in
hominibus quaedam sunt agnationes ac 1 gentilitates, sic in verbis : ut enim ab
AemiMo homines orti ^emilii ac gentiles, sic ab ^emilii nomine de- clinatae
voces in gentilitate nominali : ab eo enim, § 2. 1 Added by L. Sp. 2 L. Sp.,
for orae. § 3. 1 Mue. t for dicere ; cf, § 5. 2 GS.,for legium F ; cf.
declinatum est ab lego Aug. from B, and last sentence of this section. 3 Mue.,
for ut. §4. 1 L. Sp. t for ad. § 2. a Cf. viii. 9 in quas. b That is, the
collective vocabulary;. § 3. a The term ' inflection ' will be convenient
oftentimes to express declinatio, including both declension of nouns and
conjugation of verbs. 372 ON THE LATIN LANGUAGE, VIII. 2-i 2. From the manifold
nature of this sort there are these causes of the differences : for what
reason, and to what product, a and in what way, in speaking, the words are
declined. The first two of these I shall pass over briefly, for two reasons :
because there will have to be a rehandling of the topics when I write of the
stock of words, 6 and because the third of them has numerous and extensive
subdivisions of its own. II. 3. Inflection a has been introduced not only into
Latin speech, but into the speech of all men, because it is useful and
necessary ; for if this system had not developed, we could not learn such a
great number of words as we should have— for the possible forms into which they
are inflected are numerically unlimited — nor from those which we should have
learned would it be clear what relationship existed between them so far as
their meanings were con- cerned. But as it is, we do see, for the reason that
that which is the offshoot bears a similarity to the original : when legi ' I
have gathered ' is inflected from lego ' I gather,' two things are clear at the
same time, namely that in some fashion the acts are said to be the same, and
yet that their doing did not take place at the same time. But if, for the sake
of a word, one of these two related ideas was called Priamus and the other
Hecuba, there would be no indication of the unity of idea which is clear in
lego and legi, and in nominative Priamus, dative Priamo. 4. As among men there
are certain kinships, either through the males or through the clan, so there
are among words. For as from an Aemilius were sprung the men named Aemilius,
and the clan-mcmbers of the name, so from the name of Aemilius were inflected
the words in the noun-clan : for from that name which quod est impositum recto
casu ^emilius, orta ^emilii, ^emilium, ^emilios, ^4emiliorum et sic reliquae
eius- dem quae sunt*stirpis. 5. Duo igitur omnino verborum principia 3 im-
positio (et declinatio), 1 alterum ut fons, alterum ut rivus. Impositicia
nomina esse voluerunt quam paucissima, quo citius ediscere possent, declinata
quam plurima, quo facilius omncs quibus ad usum opus esset 2 dicerent. 3 6. Ad
illud genus, quod prius, historia opus est : nisi dzscendo 1 enim aliter id
non* pervenit ad nos ; ad reliquum genus, quod posterius. ars : ad quam opus
est paucis praeceptis quae sunt brevia. Qua enim ratione in uno vocabulo
declinare didiceris, in infinito numero nominum uti possis : itaque novis
nominibus allatis 3 (in) 4 consuetudinem sine dubitatione eorum declinatus
statim omnis dicit populus ; etiam novicii servi empti in magna familia cito
omnium conser- vorum (n)om{i)na 5 recto casu accepto in reliquos obliquos declinant.
7. Qui s(i) 1 non numquam offendunt, non est mirum : et enim ille 2 qui primi
nomina imposuerunt rebus fortasse an in quibusdam sint lapsi : voluis(se) enim
putant(ur) 3 singularis res notarc, ut ex his in multitudine(m) 4 declinaretur,
ab homine homines ; § 5. 1 Added by L. Sp., V, p. 2 Canal, for essent. 3 Ed.
Veneta, for dicerentur. § 6. 1 Stephanus, for descendendo. 2 For idum. 3 For
allatius. 4 Added by Aug. 6 Aug., for omnes. § 7. 1 Aldus, for quid. 2 Aldus,
for ilia. 3 Ellis, for putant. % 4 -dinem H, for -dine F and other codd. That
is, in the singular. was imposed in the nominative case as Aemilius were made
Aemilii, Aemilium, Aemilios, Aemiliorum, and in this way also all the other
words which are of this same line. 5. The origins of words are therefore two in
num- ber, and no more : imposition and inflection ; the one is as it were the
spring, the other the brook. Men have wished that imposed nouns should be as
few as possible, that they might be able to learn them more quickly ; but derivative
nouns they have wished to be as numerous as possible, that all might the more
easily say those nouns which they needed to use. 6. In connexion with the first
class, a historical narrative is necessary, for except by outright learning
such words do not reach us ; for the other class, the second, a grammatical
treatment is necessary, and for this there is need of a few brief maxims. For
the scheme by which you have learned to inflect in the instance of one noun,
you can employ in a countless number of nouns : therefore when new nouns have
been brought into common use, the whole people at once utters their declined
forms without any hesita- tion. Moreover, those who have freshly become slaves
and on purchase become members of a large house- hold, quickly inflect the
names of all their fellow- slaves in the oblique cases, provided only they have
heard the nominative. 7. If they sometimes make mistakes, it is not
astonishing. Even those who first imposed names upon things perhaps made some
slips in some in- stances : for they are supposed to have desired to designate
things individually, that from these inflec- tion might be made to indicate
plurality, as homines ' men * from homo ' man.' They are supposed to have V.
sic mares liberos voluisse notari, ut ex his feminae declinarentur, ut est ab
Terentio Terentia ; sic in recto casu quas imponerent voces, ut illinc e sent
futurae quo declinarentur : sed haec in omnibus tenere nequisse, quod et una(e)
et (binae) 5 dicuntur scopae, et mas et femina aquila, et recto et obliquo
vocabulo vis. 8. Cur haec non tarn si(n)t x in culpa quam putant, pleraque
solvere non difficile, sed nunc non necesse : non enim qui potuerint adsequi
sed qui voluerint, ad hoc quod propositum refert, quod nihilo minus 2 de-
clinari potest ab eo quod imposuerunt 3 scopae scopa- (rum), 4 quam si
imposuissent scopa, ab eo scopae, sic alia. III. 9. Causa, inquam, cur eas 1 ab
impositis nominibus declinarint, quam ostendi ; sequitur, in quas voluerint 2
declinari aut noluerint, ut generatim ac summatim item informem. Duo enim
genera verborum, unum fecundum, 3 quod declinando multas ex se parit disparilis
formas, ut est lego legi 4 legam, 5 Mette ; unae et duae A. Sp. ; unae Mue. ;
for una et. § 8. 1 Aug.) with for sit. 2 For nichiloniinus. 3 For imposiuerunt.
4 Reitzenstein, for scopa. § 9. 1 Laetus, M,for earn. 2 Laetits deleted
declinarint after voluerint. 3 JlhoL, for fcmndum. 4 L. Sp., for legis ; cf. §
3, end. 1 The genitive. desired that male children be designated in such a way
that from these the females might be indicated by inflection, as the feminine
Terentia from the masculine Terentivs ; and that similarly from the names which
they set in the nominative case, there might be other forms to which they could
arrive by inflection. But they are supposed to have been unable to hold fast to
these principles in every- thing, because the plural form scopae denotes either
one or two brooms, and aquila ' eagle ' denotes both the male and the female,
and vis * force ' is used for the nominative and for an oblique case b of the
word. 8. Why such words are not so much at fault as men think, it is in most
instances not hard to explain, but it is not necessary to do so at this time ;
for it is not how they have been able to arrive at the words, but how they
wished to express themselves, that is of import for the subject which is before
us : inasmuch as genitive scoparum can be no less easily derived from the
plural scopae which they did impose on the object as its name, than if they had
given it the name scopa in the singular, and made the genitive scopae from this
— and other words likewise. III. 9- The reason, I say, why they made these
inflected forms a from the names which they had set upon things, is that which
I have shown ; the next point is for me to sketch by classes, but briefly, the
forms a at which they have wished to arrive by inflec- tion, or have not wished
to arrive. For there are two classes of words, one fruitful, which by
inflection pro- duces from itself many different forms, as for example lego ' I
gather/ legi * I have gathered,' legam * I shall § 9. a Understand voces with
eas and with quas. V. sic alia, alterum genus sterile, quod ex se parit nihil, 5 ut est et iam
6 vix eras 7 magis cur. 10. Quarum rerum usus erat simplex, (simplex) 1 ibi
etiam vocabuli declinatus, ut in qua domo unus servus, uno servili opwst 2
nomine, in qua 3 multi, pluri- bus. Igitur et in his rebus quae 4 sunt nomina,
quod discrimina vocis plura, propagines plures, et in his rebus quae copulae
sunt ac iungunt 5 verba, quod non opus fuit declinari in plura, fere singula
sunt : uno enim loro alligare possis vel hominem vel equum vel aliud quod,
quicquid est quod cum altero potest colligari. Sic quod dicimus in loquendo
" Consul fuit Tullius et Antonius," eodem illo ' et ' omnis binos
consules colligtfre 6 possumus, vel dicam amplius, omnia nomina, atque «deo 7
etiam omnia verba, cum fulmentuw 8 ex una syllaba illud ' et ' maneat unum.
Quare duce natura (factum)s/,* quae imposita essent vocabula rebus, ne ab
omnibus his declina/us 10 puta- r emus. 11 IV. 11. Quorum 1 generum
declinationes oriantur, partes orationis sunt duae, (ni)si 2 item ut Dzon in
tris diviserimus partes res quae verbis significantur : 6 For nichil. 6 GS., for etiam. 7 L. Sp.,
for vixerat ; cf. vix magis eras Aug., with B. § 10. 1 Added by Sciop. 2
servili L. Sp., opust Sciop., for seruilio post. 3 B, for quam. 4 L. Sp.^for
quorum. 6 Mue. f for hmguntur. 6 Aug., for colligere. 7 Sciop., for ideo. 6
Mue., for fulmen tunc. 9 L. Sp., for si. 10 Laetus, for declinandus. 11 Fay,
for putarent. § 11. 1 Laetus, for quarum. 2 Roehrscheidt, for si. 6 The
invariable and indeclinable words. § 10. a ~Cf. the Marcipor ' Marcus' boy,' of
earlier times. 6 In 63 b.c. ; the example compliments Cicero, to whom the work
is addressed. c That is, we should expect some words to be invariable and
uninflected. gather/ and similarly other words ; and a second class which is
barren, 5 which produces nothing from itself, as for example et * and/ tarn *
now/ vix ' hardly/ eras ' to-morrow/ magis * more/ cur 'why/ 10. In those
things whose use was simple, the inflection of the name also was simple ; just
as in a house where there is only one slave there is need of only one
slave-name, a but in a house where there are many slaves there is need of many
such names. There- fore also in those things which are names, because the
differentiations of the word are several, there are more offshoots, and in
those things which are connectives and join words, because there was no need
for them to be inflected into several forms, the words generally have but one
form : for with one and the same thong you can fasten a man or a horse or
anything else, whatever it is, which can be fastened to something else. Thus,
for example, we say in our talking, " Tullius et * and ' Antonius were
consuls " 6 : with that same et we can link together any set of two con-
suls, or — to put it more strongly — any and all names, and even all words,
while all the time that one-syllabled prop-word et remains unchanged. Therefore
under nature s guidance it has come about that we should not think that there
are inflected forms from all these names which have been set upon things. IV.
11. In the word-classes in which inflections may develop, the parts of speech
are two, unless, following Dion, a we divide into three divisions the ideas
which are indicated by words : one division §11. ° An Academic philosopher of
Alexandria, who headed an embassy to Rome in 56 to seek help against the exiled
king Ptolemy Auletes, and was there poisoned by the king's agents. V. unam 3 quae adsignificat casus, 4 alteram 5 quae
tem- pora, tertia(m) 6 quae neutrum. De his Aristoteles orationis duas partes esse dicit :
vocabula et verba, ut homo et equus, et legit et currit. 12. Utriusque generis,
et vocabuli et verbi, quae- dam priora, quaedam posteriora ; priora ut homo,
scribit, posteriora ut doctus et docte : dicitur enim homo doctus et scribit
docte. Haec sequitur locus et tempus, quod neque homo nec scribi(t) 1 potest
sine loco et tempore esse, ita ut magis sit locus homini coniunctus, tempus
scriptioni. 13. Cum de his nomen sit primum (prius enim nomen est quam verbum
temporale et reliqua pos- terius quam nomen et verbum), prima igitur nomina :
quare de eorum declinatione quam de verborum ante dicam. V. 14. Nomina
declinantur aut in earum rerum discrimina, quarum nomina sunt, ut ab Terentius
Terenti(a), 1 aut in ea(s) 2 res extrinsecus, quarum ea nomina non sunt, ut ab
equo equiso. In sua dis-
crimina declinantur aut propter ipsius rei naturam de 3 i?, for unum. 4 Laetus,
for capus. 5 Laetus, B, for alterum. 6 Mue.^for tertia. § 12. 1 B, II, Laetus,
for scribi. Reitzenstein, for Tcrenti; cf. ix. 55, 59. 2 V, p, Laetus^ for ea.
b A division into nouns, verbs, and convinct tones went back to Aristotle,
according to Quintilian, Inst, Oral. i. 4. 18 {cf also Priscian, ii. 54. 5
Keil) ; but more detailed classifications of the parts - of speech had also
been made before V.'s time. e Rhet. iii. 2 ; but cf. preceding note. § 19. °
That is, grammatically subordinate in the phrase. § 13. ° Since verbum means
both ' word ' in general, and which indicates also case, a second which
indicates also time, a third which indicates neither. 6 Of these, Aristotle c
says that there are two parts of speech ; nouns, like homo * man * and equus '
horse/ and verbs, like legit * gathers ' and currit ' runs.* 12. Of the two
kinds, noun and verb, certain words are primary and certain are secondary a :
primary like homo ' man * and scribit * writes/ and secondary like doctus * learned
* and docie * learnedly/ for we say homo doctus ' a learned man * and scribit
docie * writes learnedly.* These ideas are attended by those of place and time,
because neither homo nor scribit can be asserted without the presupposition of
place and of time — yet in such a way that place is more closely associated
with the idea of the noun homo, and time more closely with the act of writing.
13. Since among these the noun is first — for the noun comes ahead of the verb,
a and the other words stand later relatively to the noun and the verl> — the
nouns are accordingly first. Therefore I shall speak of the form-variations b
of nouns before I take up those of verbs. V. 14. Nouns are varied in form
either to show differences in those things of which they are the names, as the
woman's name Terentia from the man's name Tereniius, or to denote those things
outside, of which they are not the names, as equiso ' stable-boy * from equus *
horse.* To show differences in them- selves they are varied in form either on
account of the nature of the thing itself about which mention is ' verb *
specifically, V. here writes verbum temporale to avoid any ambiguity. *
Declinatio denotes not only de- clension, but conjugation of verbs, derivation
by prefixes and suffixes, and composition. 381 V. qua 3 dicitur aut -propter
illius (usum) 4 qui dicit. Propter ipsius rei discrimina, aut ab toto (aut a
parte. Quae a toto, declinata sunt aut propter multitudinem aut propter
exiguitatem. Propter exiguitatem), 5 ut ab homine homunculus, ab capite
capitulum ; propter multitudinem, ut ab homine homines ; ab eo (abeo)* quod
alii dicunt cervices et id Hortensius in poematis cervix. 15. Quae a parte 1
declinata, aut a corpore, ut a mamma mammosae, a manu manubria, aut ab animo,
ut a prudentia pruden(te)s, 2 ab ingenio ingeniosi. Haec sine agitationibus ; at ubi
motus maiores, item ab animo (aut a corpore), 3 ut ab strenuitate et nobili-
tate strenui et nobiles, sic a pugnando et currendo pugiles et cursores. Ut
aliae dechnationes ab animo, aliae a corpore, sic aliae quae extra hominem, ut
pecimiosi, agrarii, quod foris pecunia et ager. VI. 16. Propter eorum qui dicunt usum 1 declinati
casus, uti is qui de altero diceret, distinguere posset, 3 Vert ran ius, for
quo. 4 Added by GS., following Reitzen- stein, who added it after dicit. 5
Added by Reitzenstein ; aut a parte, ab toto added by L. Sp., after Aug.* who
added aut a parte, a toto, suggested to him by B aut a parte aut ab animo. a
toto. • Added by Fay. § 15. 1 For aperte. 1 L. Sp. t for prudens. 3 Added by L.
Sp. § 16. 1 Vert ranius, for dicuntur sum. § 14. a That is, syntactical
variations, indicated by the case-forms. b Other categories resulting in
variations might have been listed. e Frag. Poet. Lat.^ page 91 Morel. d As did
also Ennius and Pacuvius, before Hortensius ; the plural was the only regularly
used form, outside the poets. § 15. ° We expect rather a plural adjective
meaning * big- handed.* 6 The long abstract nouns are of course derived from
the adjectives. e Or perhaps in the original meaning * farmers.* made, or on
account of the use to which the speaker puts the word. a On account of
differences in the thing itself, the variation is made either with reference to
the whole thing, or with reference to a part of it. Those forms which concern
the whole are derived either on account of plurality or on account of small-
ness. 6 On account of smallness, homunculus * mani- kin ' is formed from homo *
man/ and capitulum * little head ' from caput 4 head.' On account of plurality,
homines 4 men ' is made from homo 4 man ' ; I pass by the fact that others use
cervices 4 back of the neck ' in the plural, and Hortensius c in his poems uses
it in the singular cervix. d 15. Those which are derived from a part, come
either from the body, as mammosae * big-breasted women ' from mamma * breast '
and manubria a * handles ' from manus * hand/ or from the mind, as prudentes 4
prudent men * from prudentia * prudence ' and ingeniosi * men of talent ' from
ingenium 4 innate .... . ability.' The preceding are quite apart from move-
ments ; but where there are important motions, the derivatives are similarly
from the mind or from the body, as strenui 4 the quick ' and nobiles * the
noble/ from strenuitas 4 quickness ' and nobilitas 4 nobility/ b and in this
way also pugiles 4 boxers * and cursores * runners * from pugnare 4 to fight '
and currere 4 to run.' As some derivations are from the mind and others from
the body, so also there are others which refer to external things, as pecuniosi
4 moneyed men ' and agrarii c 4 advocates of agrarian laws/ because pecunia *
money * and ager * field-land ' are exterior to the men to whom the derivatives
are applied. VI. 16. It was for the use of the speakers that the case-forms
were derived, that he who spoke of another V. cum vocaret, cum daret, cum
accusaret, sic alia eiusdem (modi) 2 discrimina, quae nos et Graecos ad
declinandum duxerunt. Sine 3 controversia (sunt obliqui, qui nascuntur a recto : unde rectus an
sit casus) 4 sunt qui quae(rant. Nos vero sex habemus, Graeci quinque) 4 : quis
vocetur, ut 7/ercules ; quem- admodum vocetur, ut 7/ercule ; quo vocetur, ut ad
7/crculem ; a quo vocetur, ut ab 7/ercule ; cui voce- tur, ut 7/erculi ; cuius
vocetur, ut 7/erculis. VII. 17. Propter ea verba quae erant proinde ac cognomina,
ut prudens, candidus, strenuus, quod in his praeterea sunt discrimina propter
incrementum, quod maius aut minus in his esse potest, accessit declinationum
genus, ut a candido candidius candi- dissimum sic a longo, divite, id genus
aliis ut fieret. 18. Quae in eas res quae extrinsecus declinantur, sunt ab equo
equile, ab ovibus ovile, sic alia : haec contraria illis quae supra dicta, ut a
pecunia pecunio- 2 Added by Mue. 3 For sinae. 4 Added by Schoell apud GS. ; cf. note b. § 16. °
Vocative, dative, accusative cases ; the accusative was in Latin a poorly named
case, through a mistranslation of its Greek name. b The only controversy was
whether or not the nominative was to be called a case, and the text must be
expanded to conform to this basic fact ; cf. Charisius, i. 154. 6-8 Keil,
Priscian, ii. 185. 12-14 Keil, etc. Cf. viii. 1 note a, above. c The Greeks had
no ablative case. § 17. a Nowhere recorded as a cognomen, despite V.. b
Recorded as a cognomen in the Claudian and the Julian gentes, and in several
others. c Not recorded as a cog- nomen. d Namely, comparison of adjectives. *
For such cognomina, c/. Fulvius Nobilior and Fabius Maximus. f i.e.,
adjectives. might be able to make a distinction when he was calling, when he
was giving, when he was accusing," and other differences of this same
sort, which led us as well as the Greeks to the declension of nouns. The
oblique forms which develop from the nominative are without dispute to be
called cases ; but there are those who question whether the nominative is
properly a case. 6 At any rate, we have six forms, and the Greeks five e : he
who is called, as (nominative) Her- cules ; how the calling is done, as
(vocative) Hercule ; whither there is a calling, as to (accusative) Herculem ;
by whom the calling is done, as by (ablative) Hercule ; to or for whom there is
a calling, as to or for (dative) Herculi ; of whom the calling or called object
is, as of (genitive) Herculis. VII. 17. There are certain words which are like
added family names, such as Prudens ° * prudent,* Cajididus b * frank/ Strenuus
e * brisk,* and in them differences may be shown by a suffix, since the quality
may be present in them to a greater or a smaller degree : therefore to these
words a kind of inflection d is attached, so that from candidum 1 shining white
' comes the comparative candidius and the superlative candidissimumf formed in
the same way as similar forms from longum * long,' dives 1 rich,' and other
words of this kind/ 18. The terms which are derived for application to exterior
objects, are for example equile ' horse- stable ' from equus ' horse,' ovile '
sheepfold * from oves 1 sheep,' and others in this same way ; these are the
opposite of those which I mentioned above, such § 18. ° Here, objects named by
derivation from living beings ; in § 15, living beings named by derivation from
inanimate objects. vol. ti c 385 V. sus, ab urbe urbanus, ab atro atratus : ut
nonnunquam ab homine locus, ab eo loco homo, ut ab Romulo Roma, ab Roma
Romanus. 19. Aliquot modis declinata ea quae foris : nam aliter qui a maioribus
suis, Laton{i)us 1 et Priamidae, aliter quae (a) 2 facto, ut a praedando
praeda, a merendo merces ; sic alia sunt, quae circum ire non difficile ; sed
quod genus iam videtur et alia urgent, omitto. In verborum genere quae tempora
ad- significant, quod ea erant tria, praeteritum, praesens, futurum, declinatio
facienda fuit triplex, ut ab saluto salutabam, salutabo ; cum item personarum
natura triplex esset, qui loqueretur, (ad quern), 1 de quo, haec ab eodem verbo
declinata, quae in copia verborum explicabuntur. IX. 21. Quoniam dictum de
duobus, declinatio 1 cur et in qua(s) 2 sit facta, 3 tertium quod relinquitur,
§ 19. 1 p, Laetus, for
latonus F. 2 Added by Aug., with B. % 20. 1 Added by Laetus after de quo, and
transferred to this position by Mue. § 21. 1 Mue., for duabus declinationibus.
2 KenU for qua ; cf in quas viii. 9. 3 A. Sp.,for fama. Romulus is derived from
Roma, not the reverse, as V. has it. Apollo ; but oftener Latonia (fern.),
Diana. b Especially Hector, Paris, Helenus, Deiphobus. e Cf v. 44. § 20. a That
is, verbs. as pecuniosus ' moneyed man * from pecunia 1 money/ urbanus 1 city
man ' from urbs 1 city/ atraius * clad in mourning ' from atrum ' black.' Thus
sometimes a place is named from a man, and then a man from this place, as Rome
from Romulus b and then Roman from Rome. 19. The nouns which relate to exterior
objects are derived in sundry ways : those like Latonias ' Latona's child * a
and Priamidae ' Priam's sons/ b which are derived from the names of their
progenitors, are formed in one way, and those which come from an action are
made in another way, such as praeda ' booty ' from praedari * to pillage * and
merces ' wages ' c from mereri ' to earn. 1 In the same way there are still
others, which can be enumerated without diffi- culty ; but because this
category of words is now clear to the understanding and other matters press for
attention, I pass them by. VIII. 20. Inasmuch as in the class of words which
indicate also time-ideas a there were these three time-ideas, past, present,
and future, there had to be three sets of derived forms, as from the present
saluto ' I salute ' there are the past salutabam and the future salutabo. Since
the persons of the verb were likewise of three natures, the one who was
speaking, the one to whom the speaking was done, and the one about whom the
speaking took place, there are these deriva- tive forms of each and every verb
; and these forms will be expounded in the account of the stock of verbs which
is in use. IX. 21 . Since two points have been discussed, why derivation exists
and to what products it eventuates, the remaining third point shall now be
spoken of, namely, how and in what manner derivation takes quemadmodum, nunc
dicetur.* Declinationum genera
sunt duo, voluntarium et naturale ; voluntarium est, quo ut cuiusque tulit
voluntas declinavit. Sic tres cum emerunt Ephesi singulos servos, nonnunquam
alius declinat nomen ab eo qui vendit Artemidorus, atque Artemam appellat,
alius a regione quod ibi emit, ab Ion(i)a 5 Iona,* alius quod Ephesi Ephesium,
sic alius ab alia aliqua re, ut visum est. 22. Contra naturalem declinationem dico, quae non a
singulorum oritur voluntate, sed a com(m)uni consensu. Itaque omnes impositis
nominibus eorum item declinant casus atque eodem modo dicunt huius Artemidori 1
et huius Ionis et huius Ephesi, 2 sic in casibus aliis. 23. Cum utrumque
nonnunquam accidat, et ut in voluntaria declinatione animadvertatur natura et
in naturali voluntas, quae, cuiusmodi sint, aperientur infra ; quod utraque
declinatione alia fiunt similia, alia dissimilia, de eo Graeci Latinique libros
fecerunt multos, partim cum alii putarent in loquendo ea verba sequi oportere,
quae ab similibus similiter essent declinata, quas appellarunt dvaXoylas, 1
alii cum id 4 Aitg., for dicitur. 5 Laetus, for Iona. 6 Mue., for Ionam. §22. 1
Apparently V.^s own slip for Artemae. 2 Rhol.,for Ephesis. § 23. 1 For
analogiias. § 21. a This term includes both word-formation and word-
inflection. 6 Practically equal to subjective and objective. C A common type of
hypocoristic or nickname, cf. Demas from Demvcritus and similar names, Hippias
from Hip- parchus, etc. § 22. a This is inflection. b Specifically, declension.
§23. a Cf. viii. 15-16, 51. b Cf. page 118 Funaioli. place. There are two kinds
of derivation, voluntary and natural. b Voluntary derivation is that which is
the product of the individual person's volition, direct- ing itself apart from
control by others. So, when three men have bought a slave apiece at Ephesus, sometimes
one derives his slave's name from that of the seller Artemidorus and calls him
Artemas c ; another names his slave Ion, from Ionia the district, because he
has bought him there ; the third calls his slave Ephesius, because he has
bought him at Ephesus. In this way each derives the name from a different
source, as he preferred. 22. On the other hand I call that derivation natural,
which is based not on the volition of indivi- duals acting singly, but on
general agreement. So, when the names have been fixed, they derive the
case-forms of them in like fashion, 5 and in one and the same way they all say
in the genitive case Artemidori, Ionis, Ephesi ; and so on in the other cases.
23. Sometimes both are found together, and in such a way that in the voluntary
derivation the pro- cesses of nature are noted, and in the natural deriva- tion
the effects of volition ; of what sort these are, will be recounted below.
Since in the two kinds of derivation some things approach likeness and others
become unlike, the Greeks and the Latins b have written many books on the
subject : in some of them certain writers express the idea that in speaking men
ought to follow those words and forms which are derived in similar fashion from
like starting-points— which they called the products of Analogy c ; and e The
regularizing principle which tends to eliminate irre- gular forms of less
frequent occurrence, still called Analogy, by scientific linguists. ncglegendum
putarent ac potius sequendam (dis)- similitudinem, 2 quae in consuetudine est,
quam vocaruwtf 3 d(v)o)fxakiav, 4 cum, ut ego arbitror, utrum- que sit nobis
sequendum, quod (in) 5 declinatione voluntaria sit anomalia, in naturali magis
analogia. 24. De quibus utriusque generis declinationibus libros faciam bis
ternos, prioris tris de earum declina- tionum disciplina, posteriores de 1 eius
disciplinae propaginibus. De prioribus primus erit hie, quae contra
similitudinem declinationum dicantur, secun- dus, quae contra dissimilitudinem,
tertius de simili- tudinum forma ; de quibus quae expediero 2 singulis tribus,
turn de alteris totidem scribere ac dividere 3 incipiam. X. 25.Quod huiusce 1
libri est dicere contra eos qui similitudinem sequuntur, quae est ut in aetate
puer ad senem, (puella) 2 ad anum, in verbis ut est scribo scribam, 3 dicam
prius contra universam ana- logiam, dein turn de singulis partibus. A natura
sermo(nis) 4 incipiam. XI. 26. Omnis oratio cum debeat dirigi ad utili- tatem,
ad quam turn denique pervenit, si est aperta 2 Aug., with B t for
similitudinem. 3 For vocarum. 4 Aldus* for AtoM AeNAN. 5 Added by Aug. § 24. 1
L. Sp.,for ex. 2 Mue. ; expedierint Aug. ; for experiero. 3 L. Sp. deleted
incipimus after dividere. g 25. 1 For huiuscae. 2 Added by Aldus. 3 L. Sp.
deleted dico after scribam. 4 Aug., for sermo. d The irregularities summed up
in this term are the products of the regular working of ' phonetic law,'
unrestrained by the operation of Analogy ; the term Anomaly names it from the
product rather than from the working process. e It seems better henceforth to
translate analogia by Regularity or the like, rather than to keep the word
Analogy. others are of opinion that this should be disregarded and rather men
should follow the dissimilar and irregular, which is found in ordinary habitual
speech — which they called the product of Anomaly.* But in my opinion we ought
to follow both, because in voluntary derivation there is Anomaly, and in the
natural derivation there is even more strikingly Regularity.* 24. About these
two kinds of derivation I shall write two sets of three books each : the first
three about the principles of these derivations, and the latter set about the
products of these principles. In the former set the first book will contain the
views which may be offered against likeness in derivation and declension ; the
second will contain the argu- ments against unlikeness ; the third will be
about the shape and manner of the likenesses. What I have set in order on these
topics, I shall write in the three separate books ; then on the second set of
topics I shall begin to write, with due division into the same number of books.
X. 25. Inasmuch as it is the task of this book to speak against those who
follow likeness a — which is like the relation of boy to old man in the matter
of human life, and like that of girl to old woman, and in verbs is the relation
of scribo * I write * and scribam ' I shall write * — I shall speak first
against Regularity in general, and then thereafter concerning its several
subdivisions. I shall begin with the nature of human speech. XI. 26. All
speaking ought to be aimed at practical utility, and it attains this only if it
is clear § 25. ° That is, regularity of paradigms resulting from the process of
Analogy. et brevis, quae petimus, quod obscurus 1 et longi(or) 2 orator est
odio ; et cum efficiat aperta, ut intellegatur, brevis, ut 3 cito intellegatur,
et aperta(m) 4 consuetudo, brevem temperantia loquentis, et utrumque fieri
possit sine analogia, nihil 5 ea opus est. Neque enim, utrum Herculi an
Herculis clavam dici oporteat, si doceat analogia, cum utrumque sit in
consuetudine, non neglegendum, 6 quod aeque sunt et brevi(a) et aperta. XII.
27. Praeterea quoius 1 utilitatis causa quae- que res sit inventa, si ex ea
quis id sit consecutus, amplius ea(m) 2 scrutari cum sit nimium otiosi, et cum
utilitatis causa verba ideo sint imposita rebus ut ea(s) 3 significent, si id
consequimur una consuetudine, nihil 4 prodest analogia. XIII. 28. Accedit 1
quod quaecumque usus causa ad vitam sint assumpta, in his no(strumst) 2
utilitatem quaerere, non similitudinem : itaque in vestitu cum dissimillima sit
virilis toga tunica(e), 3 muliebri(s) 4 stola pallio, tamen inaequabilitatem
hanc sequiwur 5 nihilo 6 minus. XIV. 29. In tfedificiis, quo?n 1 non videamus
habere § 26. 1 Aldus, for obscurum. 2 GS., for longi (Aldus longus). 3 Aldus,
for et. 4 Aug., for aperta. 5 For nichiL 6 Aug. deleted sunt after neglegendum.
§27. 1 Mue. s for quod ius. 2 Aug., for ea. 3 Ver- tranius, for ea. 4 For
nichil. § 28. 1 Aldus, for accidit. 2 Fay, for non. 3 Laetus, for tunica., 4
Cuper, for muliebri. 5 Aug., with B, for sequitur. . 6 For nichilo. § 29. 1
Mue. ; quod quom L. Sp. ; for quod. and brief : characteristics which we seek,
because an obscure and longish speaker is disliked. And since clear speaking causes
the utterance to be understood, and brief speaking causes it to be under- stood
quickly, and since also habitual use makes the utterance clear and the
speaker's self-restraint makes it brief, and both these can be present without
Regu- larity, there is no need of this Regularity. For if Regularity should
instruct us whether we ought to say Herculi a or Hercitlis for the genitive, as
in the phrase * the club of Hercules,' we must not fail to disregard its
teaching, since both are in habitual use, and both forms are equally short and
clear. XII. 27. Besides, if from a thing one has secured that useful service
for which it was invented, it is the act of a person with a great deal of idle
time, to examine it further ; and since the useful service for which names are
set upon things is that the names should designate the things, then if we
secure this result by habitual use alone, Regularity adds no gain. XIII. 28.
There is the additional fact that in those things which are taken into our
daily life for use, it is our practice to seek utility and not to seek
resemblance ; thus in the matter of clothing, although a man's toga a is very
unlike his tunic, et and a woman's stola c is very unlike a. pallium? we make
no objection to the difference. XIV. 29. In the case of buildings, although we
do § 26. This form occurs in Plautus, Persa 2, Rudens 822, and in other
authors. § 28. The formal outer garment of a Roman man. * A shirt or
undergarment. c The dress of a Roman matron. d The long outer garment of the
Greeks, properly a man's garb only, but worn also by prostitutes both in Greece
and in Italy as a sign of their livelihood. (ad) 2 atrium 7reptcrTv\.ov z
similitudinem ct cubiculum ad equile, 4 tamen propter utilitatcm in his
dissimili- tudines potius quam similitudines seqm'mur 5 : itaque et hiberna
triclinia et aestiva non item valvata ac fenestrata facimus. XV. 30. Quare cum,
ut 1 in vestitu aedificiis, sic in supellectile cibo ceterisque omnibus quae
usus (causa) 2 ad vitam sunt assumpta dominetur inaequabilitas, in sermone
quoquc, qui est usus causa constitutus, ea non repudianda. XVI. 31. Quod si
quis duplicem putat esse sum- mam, ad quas metas 1 naturae sit perveniendumin
usu, utilitatis et elegantiae, quod non solum vestiti esse vol umus ut vitcmus
frigus, sed etiam ut videamur vestiti esse honeste, non domum habere ut simus
in tecto et tuto solum, quo 2 necessitas contruserit, sed etiam ubi voluptas
retineri possit, non solum vasa ad victum habilia,sed etiam figura bella
atqueab artifice (ficta), 3 quod aliud homini, aliud humanitati satis est ;
quod- vis sitienti homini poculum idoneum, humanitati (ni)si 4 bellum parum ;
sed cum discessum e(s)t 5 ab utilitate ad voluptatem, tamen in eo ex
dissimilitudine plus voluptatis quam ex similitudine saepe capitur. 32. Quo
nomine et gemina conclavia dissimiliter 2 Added by L. Sp. 3 For ITePHCThAON. 4
Hue. deleted quod after equile. 5 F, Mue., for sequamur. § 30. 1 Stephanus, for
et. 2 Added by L. Sp. §31. 1 For maetas. 2 Aug. (quoting a friend), for quod. 3
Fay ; facta L. Sp. ; to fill a blank space in F of about 4 letters. 4 Aldus,
for si. 5 Aug., with B,for et. § 29. a Jhe garden in the rear part of the
house, surrounded by colonnaded porticos. 6 The main hall in the front of the
house, with a central opening to the sky under which there was a rectangular
water-basin built in the floor. not see the persistyle a bearing resemblance to
the atrium 6 nor the sleeping-room bearing resemblance to the horse-stable,
still, on account of the utility in them we seek for unlikenesses rather than
likenesses ; so also we provide winter dining-rooms and summer dining-rooms
with a different equipment of doors and windows. XV. 30. Therefore, since
difference prevails not only in clothing and in buildings, but also in
furniture, in food, and in all the other things which have been taken into our
daily life for use, the principle of difference should not be rejected in human
speech either, which has been framed for the purpose of use. But if one should
think that the sum of those natural goals to which we ought to attain in actual
use consists of two items, that of utility and that of refinement, because we
wish to be clothed not only to avoid cold but also to appear to be honourably
clothed ; and we wish to have a house not merely that we may be under a roof
and in a safe place into which necessity has crowded us together, but also that
we may be where we may continue to experience the pleasures of life ; and we
wish to have table- vessels that are not merely suitable to hold our food, but
also beautiful in form and shaped by an artist — for one thing is enough for
the human animal, and quite another thing satisfies human refinement : any cup
at all is satisfactory to a man parched with thirst, but any cup is inferior to
the demands of refinement unless it is artistically beautiful : — but as we
have digressed from the matter of utility to that of pleasure, it is a fact
that in such a case greater pleasure is often got from difference of appearance
than from likeness. 32. On this account, identical rooms are often V. pohwnt 1
et leetos non omnis paris magnitudine ae figura faeiunt. Quod (si) 2 esset 3
analogia petenda supelleetili, omnis leetos haberemus domi ad unam formam et
aut eum fulcro aut sine eo, nee eum ad trieliniarem gradum, non item ad
cubicularem ; neque potius delectaremur supellectile distincta quae esset ex
ebore (aliisve) 4 rebus disparibus figuris quam grabatis, 5 qui dva koyov* ad
similem formam plerum- que eadem materia fiunt. Quare aut negandum nobis disparia esse iucunda aut,
quoniam necesse est confiteri, dicendum verborum dissimilitudine(m), quae sit
in eonsuetudine, 7 non esse vitandam. XVII. 33. Quod si analogia sequenda est nobis, aut ea
observanda est quae est in eonsuetudine aut quae non est. Si ea quae est
sequenda est, prae- ceptis nihil 1 opus est, quod, eum eonsuetudinem sequemur,
ea nos sequetur ; si quae non est in eon- suetudine, quflteremus : ut quisque
duo verba in quattuor formis finxen't 2 similiter, quamvis haee nolemus, tamen
erunt sequenda, ut Iuppit(r)i, 3 Marspitrem ? Quas si quis servet analogias,
pro insano sit reprehendendus. Non ergo ea est se- quenda. § 32. 1 Koeler, for
pollent. 2 Added by Laetus. 3 Laetus, for essent. 4 Fay ; aliisque Laetus ; to fill a blank space of
about 4 letters in F ; cf ix. 47. 5 For grabattis. 6 Mue., for analogon ; cf x.
2. 7 For eonsuetudinem. §33. 1 For nichil. 2 Vert ran ius, for finxerunt. 3 L.
Sp., for Iuppiti. § 33. a Namely, genitive, dative, accusative, ablative, from
the nominative as starting-point. 6 Such forms, retaining and inflecting the
pater which forms the second ornamented in unlike manner, and couches are not
all made the same in size and shape. But if Regularity were to be sought in
furniture, we should have all the couches in the house made in one fashion, and
either with posts or without them, and when we had a couch suited for use
beside the dining-table, we should not fail to have just the same for bedroom
use ; nor should we rather be delighted with furniture which was decorated with
varying figures of ivory or other materials, any more than in camp-beds, which
with regularity are almost always made of the same material and in the same
shape. Therefore either we must deny that differences give pleasure, or, since
we must admit that they do, we must say that the un- likeness in words which is
found in habitual usage, is not something to be avoided. But if we must follow
Regularity, either we must observe that Regularity which is present in ordinary
usage, or we must observe also that which is not found there. If we must follow
that which is present, there is no need of rules, because when we follow usage,
Regularity attends us. But if we ought to follow the Regularity which is not
present in ordinary usage, then we shall ask, When any one has made two words
in four forms ° according to the same pattern, must we employ them just the
same, even though we do not wish to — as for example a dative Iuppitri and an
accusative Marspiirem ? b If any one should persist in using such * regular
forms,* he ought to be rebuked as crazy. This kind of Regularity, therefore, is
not to be followed. part of Iuppiter and Marspiter, are quite abnormal, and are
found chiefly in the grammarians as examples of forms which are not to be used.
397 V. XVIII. 34. Quod si oportet id es(se), 1 ut a simili- bus similiter omnia
declinentur verba, sequitur, ut ab dissimilibus 2 dissimilia debeant fingi,
quod non fit : nam et (ab) 3 similibus alia fiunt similia, alia dis- similia,
et ab dissimilibus partim similia partim dis- similia. Ab similibus similia, ut
a bono et malo bonum malum ; ab similibus dissimilia, ut ab lupus lepus lupo
lepori. Contra 4 ab dissimilibus dissimilia, ut Priamus Paris, Priamo Pari ; ab
dissimilibus similia, ut Iupiter ovis, lovi ovi. 35. Eo iam magis analogias (esse negandum, 1 quod non
modo ab similibus) 2 dissimilia finguntur, sed etiam ab isdem 3 vocabulis
dissimilia neque a dis- similibus similia, sed etiam eadem. Ab isdem 4 voca-
bulis dissimilia fingi apparet, quod, cum duae sint Al&ae, ab una dicuntur
Albani, ab altera Albenses ; cum trinae fuerint Athenae, ab una dicti
Athenae(i), 5 ab altera Athenaiis, a tertia Athenaeopolitae. 36. Sic ex
diversis verbis multa facta in declinando inveniuntur eadem, ut cum dico ab
Saturni Lua Luam, § 34. 1 id esse Canal ;
ita esse Hue., for id est. 2 L. Sp.,for his similibus. 3 Added by L. Sp. ; a
Aug., with B. 4 Aug., for contraria. § 35. 1 Added by L. Sp. 2 Added by Christ,
who has non solum a., for which Groth, citing L. Sp., gives non modo ab. 3 Mae.
; iisdem Laetus ; for hisdem. 4 For hisdem. 8 Laetus, for Athenae. Or
accusative masculine. Inhabitants of Alba Longa. h Inhabitants of Alba Fucens
or Fucentia, among the Aequi on the borders of the Marsi. c There were several
cities named Athens, only that in Attica being important ; the forms of the
names are uncertain, especially that of the second, which may however stand for
'Adyvateis like Aeolis v. 25 for AtoXeis. There were many ethnics in -tvs,
plural -e?s. But if the proper thing is that all words that start from similar
forms should be inflected similarly, it follows that from dissimilar starting
forms dissimilar forme should be made by inflection ; and this is not what is
found. For from like forms some like forms are made, and other unlike forms,
and from unlike forms also come some like forms and some unlike forms. For
instance, from likes cume likes, as from bonus * good ' and malus * bad * come
the neuter a forms bonum and malum ; also from likes come unlikes, as from
lupus * wolf * and lepus ' hare ' come the unlike datives lupo and lepori. On
the other hand, from unlikes there are unlikes, as from the nominatives Priamus
and Paris come the datives Priamo and Pari ; also from unlikes there are likes,
as nominatives Iupiter * Jupiter,* avis * sheep,' and datives Iovi and aw. 35.
So much the more now must it be denied that Regularities exist, because not
only are un- likes made from likes, but also from identical words unlikes are
made, and not merely likes, but identicals are made from unlikes. From
identical names unlikes, it is clear, are made, because while there are two
towns named Alba, the people of the one are called Albani a and those of the
other are called Albenses b ; while there are three cities named Athens, the
people of the one are called Athenaei, those of the second are Athenaiis, those
of the third A thenaeopolitae. c 36. Similarly, many words made in derivation
from different words are found to be identical, as when I say accusative Luam
from Saturn s Lua, a and § 36. ° An old Italic goddess who expiated the blood
shed in battle ; her formulaic connexion with Saturn is uncertain. et ab
solvendo luo 1 luam. 2 Omnia 3 fere
nostra (n)omina 4 wrilia 5 et muliebria multitudinis cum recto casu fiunt
dissimilia, e#(de)m (in) 6 danc?(i) 7 : dis- similia, ut mares Terentiei,
feminae Terentia(e), 8 eadem in dandi, vireis Terentieis et mulieribus
Terentieis. Dissimile Plautus et
Plautius, (Marcus et Marcius) 8 ; et co(m)mune, ut huius Plauti et Marci. XIX.
37. Denique si est analogia, quod in multis verbis e(s)t x similitudo verborum,
sequitur, quod in pluribus est dissimilitudo, ut non sit in sermone sequenda
analogia. Postremo, si est in oratione, aut in omnibus eius partibus est aut in
aliqua 1 : at 2 in omni- bus non est, in aliqua esse parum est, ut album esse
^ethiopa 3 non satis est quod habet candidos dentes : non est ergo analogia.
XXI. 39- Cum ab similibus verbis quae declinan- tur similia fore polliceantur
qui analogias esse dicunt, et cum simile turn 1 denique dicant esse 2 verbo
ver- bum, ex eodem si 3 genere eadem figura transitum de cassu in cassum
similiter ostendi possit, qui haec dicunt utrumque ignorant, et in quo loco
similitudo debeat esse, et quemadmodum spectari soleat, simile § 36. 1 Suerdsioeus, for abluo. 2
Aug.,, for abluam. 3 For omina. 4 JO. Sp.^for omina. 5 Scaliger, for libe-
ralia. * L. Sp.,for eum. 7 Laetus,for dant. 8 Ixietus, for femina e terentia. 9
Added by Groth. §37. x Aug., for ^t. § 38. 1 Aug., with B, deleted esse parum
after aliqua. 2 Canal, for et. 3 Mue.,for ethiopam. § 39. 1 Aug., with B, for
simili laetum. 2 L. Sp., for dicantes se. 3 L. Sp., for sit. b Solvendo is here
attached to luo as a grloss, just as Saturni is attached to Lua. c The older
spelling -EI, historically correct in these forms, was normal after I until the
end of the also luam as future of luo 1 loosing.' b Almost all our names of men
and women are unlike in the nomina- tive case of the plural, but are identical
in the dative : unlike, as the men Terentu, c the women Terentiae, but
identical in the dative, men Terentiis c and women Terentiis. Unlike are
Plautus and Plautius, Marcus and Marcius ; and yet there is a form common to
both, namely the genitive Plauti and Marci. d XIX. 37. Finally, if Regularity
does exist for the reason that in many words there is a likeness of the
word-forms, it follows that because there is unlikeness in a greater number of
words the principle of Regu- larity ought not to be followed in actual talking.
XX. 38. In the last place, if Regularity does exist in speech, it exists either
in all its parts or in some one part ; but it does not exist in all, and it is
not enough that it exists in some one part, just as the fact that an Ethiopian
has white teeth Is not enough to justify us in saying that an Ethiopian is
white : therefore Regularity does not exist. XXI. 39. Since those who declare
that Regulari- ties exist, promise that the inflected forms from like words
will be alike, and since they then say that a word is like another word only if
it can be shown that starting from the same gender and the same inflectional
form it passes in like fashion from case to case, those who make these
assertions show their ignorance both of that in which the likeness must be
found and of how the presence or absence of the like- Republic, and was
therefore V.'s regular orthography. In the translation the standardized Latin
forms are used. d The contracted form ending in -I was practically the exclu-
sive form used as genitive of nouns ending in -I US in the nominative, until
the end of the Republic. vol. 11 D 401 V. sit necne. Quae cum ignorant,
sequitur ut, cum (de) analogia 4 dicere non possint, sequi (non) 6 de- beamus.
40. Quaero enim, verbum utrum dicant vocem quae ex syllabis est ficta, earn
quam audimus, an quod ea significat, quam intellegimus, an utrumque. Si vox
voci esse debet similis, nihil 1 refert, quod significat mas an femina sit, et
utrum nomen an vocabulum sit, quod ilk' 2 interesse dicunt. 41. Sin illud quod
significatur debet esse simile, Diona et Theona quos dicunt esse paene ipsi
geminos, inveniuntur esse dissimiles, si alter erit puer, alter senex, aut unus
albus et alter ^ethiops, item aliqua re alia dissimile(s). 1 Sin ex 2 utraque
parte debet verbum esse simile, non cito invenietur qui(n) 3 in altera utra re
claudicet, nec Perpenna et Alfen(a) 4 erit simile, quod alterum nomen virum,
alterum mulierem significat. Quare quoniam ubi similitudo esse debeat nequeunt
ostendere, impudentes sunt qui dicunt esse analogias. XXII. 42. Alterum illud
quod dixi, quemad- modum simile (s)pectari 1 oporteret, ignorare apparet ex
eorum praecepto, quod dicunt, cum transient e 4 GS.,for analogiam ; cf. viii.
43. 5 Added by Vertranius. % 40. 1 For nichil. 2 Laetus, for illae. §41. 1
Aug., for dissimile. 2 For ex ex. 3 Ed. Veneta, for qui. 4 GS. ; Alphena L. Sp.
; Alphaena Rhol. ; Alfaena Laetus ; for Alfaen. Victorias, for expectari. § 41.
° These names were often used by the philosophers as a typical pair in their
discussions ; the accusatives Diona and Theona in the text, instead of the
nominative, are assimil- ness is wont to be recognized. Since they are ignorant
of these matters, it follows that we ought not to follow them, inasmuch as they
are unable to pro- nounce with authority on the subject of Regularity. 4-0. For
I ask whether by a * word ' they mean the spoken word which consists of
syllables, that word which we hear, or that which the spoken word indi- cates,
which we understand, or both. If the spoken word must be like another spoken
word, it makes no difference whether what it indicates is male or female, and
whether it is a proper name or a common noun ; and yet the supporters of
Regularity say that these factors do make a difference. 41. But if that which
is denoted by like words ought to be like, then Dion and Tkeon, a which they
themselves say are almost identical, are found to be unlike, if the one is a
boy and the other an old man, or one is white and the other an Ethiopian 6 ;
and likewise if they are unlike in some other respect. But if the word must be
like in both directions, there will not quickly be found one that is not
defective in one respect or the other, nor will Perpenna and Alfena prove to be
alike, because the one name denotes a man and the other a woman. Therefore,
since they are unable to show wherein the likeness must exist, those who assert
that Regularities exist are utterly shameless. XXII. 42. The other matter that
I have men- tioned, how the likeness is to be recognized, they clearly fail to
appreciate in that they set up a precept that only when the passage is made
from the nomina- ated to the immediately following relative. b For the same
contrast, yatic. et XXXII. 57. The words which are made from verbs are such as
scriptor ' writer ' from scribere 1 to write * and lector ' read er * from
legere ' to read * ; that those also do not preserve a likeness can be seen
from the following : although amator * lover ' from amare * to love ' and
salutator * saluter * from salutare ' to salute * are formed in like manner,
there is no cantator ° ' singer * from cantare * to sing * ; and § 56. a Wrong
forms, formed for purposes of argument. * Not Libyatici, but Libyci was the
form in use. § 57. a Up to V.'s time, only cantor was used ; can- tator is a
later word. V. cum dicatur lassus sum metendo
ferendo, ex his voca- bula non reddunt proportionem, quo(niam) 2 non fit ut
messor fertor. Multa sunt item in hac specie in quibus potius consuetudinem
sequimur quam ra- tionem verborum. 58. Pr^eterea cum sint ab eadem origine ver-
borum vocabula dissimilia superiorum, quod simul habent casus et tempora, quo
vocantur participia, et multa sint contraria ut amo amor, lego legor, 1 ab amo
et eiusmodi omnibus verbis oriuntur praesens et futurum ut 2 amans et amaturus,
3 ab eis verbis tertium quod debet fingi praeteriti, in lingua Latina reperiri
non potest : non ergo est analogia. Sic ab awor 4 legor et eiusmodi verbis 5
vocabulum eius generis praeteriti te(m)poris fit, ut amatus, 6 neque praesentis
et futuri ab his fit. 59. Non est ergo analogia, praesertim cum tantus numerus
vocabulorum in eo genere interierit 1 quod dicimus. In his verbis quae contraria non
habent, (ut) 2 loquor et venor, tamen dicimus loquens et venans, locuturus (et
venaturus, 3 locutus et venatus), 4 quod secundum analogias non est, quoniam
dicimus 2 L. Sp., for quo. § 58. 1 L. Sp. t /or amor amo seco secor. 2 Bentinus,for et. 3 H, B,
Ixzetus, for ueta maturus. 4 Aug., for amabor. 5 Aug.> for uerbi est. 6 L.
Sp.,for amaturus eram sum ero. § 59. 1 Laetus, for inter orierit. 2 Added by L.
Sp. 3 Added by Laetus. 4 Added by Fay. b The corresponding noun of agency is
lator. § 58. a,That is, active and passive voices. 6 Of the active voice. c Of
the passive voice. d V. does not consider the gerundive amandus to be a future
passive par- ticiple. though we say " I am tired with metendo * reaping '
and ferendo * carrying,' " the words from these do not represent a like
relation, since there is no fertor b * carrier ' made like messor ' reaper.'
There are like- wise many others of this class in which we follow usage rather
than conformity to the verbs. 58. Besides these there are other words which
also originate from verbs but are unlike those of which we have already spoken,
because they have both cases and tenses, whence they are called participles.
And as many verbs have opposite forms, such as amo ' I love,' amor * I am
loved,* lego ' I read,' legor * I am read,' from amo and all verbs of this kind
6 there develop present and future participles, such as amans * loving ' and
amaturus * about to love,' but from these verbs the third form which ought to
be made, namely the past participle, cannot be found in the Latin language :
therefore there is no Regularity. So also from amor * I am loved,' legor * I am
read,' and verbs of this kind c the word of this class is made for past time,
as amatus ' loved,' but from them none is made for the present and the future.*
59. Therefore there is no Regularity, especially since such a great number of
words has perished in this class which we are mentioning. In these verbs which
have not both voices, such as loquor ' I speak ' and venor 1 I hunt,' b we none
the less say loquens 1 speaking ' and venans ' hunting,' locutarus * about to
speak ' and venaturus * about to hunt,' locutus ' having spoken ' and venatus *
having hunted.' This is not according to the Regularities, since we say § 59.
That is, many verbs lack a complete paradigm that includes both active and
passive forms. b Deponent verbs. loquor et venor, (non loquo et veno), 5 unde 8
ilia erant superiora ; e(o) minus 7 servantur, quod 8 ex his quae contraria
verba non habent* alia efficiunt tenia, ut ea quae dixi, alia bina, ut ea quae
dicam : currens ambulans, cursurus ambulaturus : tertia enim prae- teriti non
sunt, ut cursus sum, ambulatus sum. 60. Ne in his quidem, quae saepius quid
fieri ostendunt, servatur analogia : nam ut est a cantando cantitans, ab amando
amitans non est et sic multa. Ut in his singularibus, sic in multitudinis : sicut
enim cantitantes seditantes 1 non dicuntur. Quoniam est vocabulorum genus
quod appellant compositicium et negant conferri id oportere cum simplicibus de
quibus adhuc dixi, de compositis separatim dicam. Cum ab tibiis et canendo
tibicines dicantur, quaerunt, si analogias sequi opor- teat, cur non a cithara
et psalterio et pandura dicamus citharicen et sic alia ; si ab aede et tuendo
(aeditumus 5 Added by L. Sp. 6 venor unde Laetus, for uenerunt de. 7 L. Sp.,
for eminus. 8 Mue. deleted
cum after quod. 9 Aug., with B,for habentur. § 60. 1 M, Laetus, for sed
ettitantes. c That is, the deponent verbs, since they lack the active forms
otherwise, should not have the active participles which actually they have. d
Deponent verbs. e In- transitive verbs of active form, which naturally have no
passive, and consequently no passive participle. / V.'s logic here deserts him,
since the deponent verbs have a perfect participle of passive form and active
mean- ing, and there is no reason why intransitive verbs of active form should
not have a perfect participle passive in form and active in meaning : in fact,
such a participle is sometimes found, like adultus * grown up,* from adoJescere
1 to grow up.' loquor and venor, not loquo and veno, whence came the forms
given above. c The Regularities are the less preserved, because some of the
verbs which have not both voices, make three participles each, like those which
I have named, d and other make only two each,* such as those which I shall now
name : currens * running * and ambulans 1 walking,' cursurus ' about to run '
and ambulaturus ' about to walk ' ; for the third forms, those of the past, do
not exist/ as in cursus sum * I am run/ ambulatus sum 1 I am walked.' 60. But
Regularity is not preserved even in those which indicate that something is done
with greater frequency ; for though there is a cantitans ' repeatedly singing *
from caniare 1 to sing,' there is no amiians 1 repeatedly loving ' from amare *
to love/ and simi- larly with many others. The situation is the same in the
forms of the plural as in those of the singular : though the plural caniitantes
is used, seditantes* 1 sitting ' is not. XXXIII. 61. Since there is a class of
words which they call compositional, saying that they ought not to be grouped
in the same category with the simple words of which I have so far spoken, I
shall deal separately with these compounds. Since from tibiae * pipes * and
canere * to play * the tibicines 1 pipers ' are named, they ask, If we ought to
follow the Regularities, why then from cithara * lute * and psalterium 1
psaltery ' and pandura * Pans strings * should we not say citharicen a *
lute-player * and the rest in the same way ? If from aedes * temple ' and tueri
' to guard * the aedi- § 60. a The singular seditans also is not used, which is
implied by V., but not stated. §61. • Citharista^ fern, citharistria, are used,
both taken from Greek. 419 V. dicatur, cur non ab atrio et tuendo) 1 potius
atritumus sit quam atriensis ; si ab avibus capiendis auceps dicatur, debuisse
aiunt a piscibus capiendis ut aucu- pem sic pisci(cu)pem 2 dici. 62. Ubi
lavctur aes aerarias, non aerelavinas nominari ; et ubi fodiatur argentum
argentifodinas dici, neque (ubi) 1 fodiatur ferrum ferrifodinas ; qui lapides
caedunt lapicidas, qui ligna, lignicidas non dici ; neque ut aurificem sic
argentificem ; non doctum dici indoctum, non salsum insulsum. Sic ab hoc quoque
fonte quae profluant, (analogiam non servare) 2 animadvertere est facile.
XXXIV. 63. Reliquitur de casibus, in quo Aris- tarchei suos contendunt nervos.
Primum si in his esset 1 analogia, dicunt de&ttisse 2 omnis nomi- natus 3
et articulos habere totidem casus : nunc alios habere unum solum, ut litteras
singulas omnes, alios tris, ut praedium praedii praedio, alios quattuor, ut
§61. 1 The omission in F (and all codd.) was filled by Laetus with edituus est
cur ab atrio et tuendo / Aldus inserted non after tuendo ; Mue. wrote aeditumus
and (with B) set non after cur; A. Sp. proposed dicatur for sit. 2 Aug., with
Btfor piscipem. §62. 1 Added by Laetus. 2 Added by Christ. § 63. 1 For essent.
2 Aldus, for de risse. 3 L. Sp. 9 for nominatiuos. b The regular word is
piscator ; one inscription has piscicapus. §62. ° Regularly ferrariae *
iron-mines.' b Regularly lignatores 4 wood-cutters.' c Regularly argentarius 4
silver- smith.' d The difference here consists in the change of the radical
vowel of salsus, when it comes to stand in a medial syllable ; the process is
called Vowel Weakening. § 63. n Aristarchus, of Samothrace, famous grammarian
of Alexandria, lived about 216-144 b.c. He wrote many commentaries on Greek
authors, and many works on gram- mar, in which he defended the principle of
Regularity. tumus * sacristan * is named, why from atrium ' main hall * and
tueri ' to guard ' is it not atriiumus ' butler ' rather than atriensis ? And
if from avis caper e 4 to catch birds * the auceps 4 fowler * is named, they
say, from pisds capere 4 to catch fish ' there ought to be a pisciceps b *
fisherman ' named like the auceps. 62. They remark also that establishments
where aes * copper * lavatur * is refined ' are called aerariae 4 smelters '
and not aerelavinae 4 copper-washery ' ; and places where argentum 4 silver 1
foditur 4 is mined ' are called argentifodinae ' silver-mines,* but that places
where ferrum 4 iron ' is mined are not called ferrifodinae a ; that those who
caedunt 4 cut * lapides * stones ' are called lapicidae * stone-cutters,' but
that those who cut lign a * firewood ' are not called ligni- cidae b ; that
there is no term argentifex e * silver- smith ' like aurifex * goldsmith ' ;
that a person who is not doctus * learned ' is called indoctus, but one who is
not salsus * witty ' is called insulsus. d Thus the words which come from this
source also, it is easy to see, do not observe Regularity. It remains to
consider the problem of the cases, on which the Aristarcheans a especially
exert their energies. First, if in these there were Regularity, they b say that
all names and articles ought to have the same number of cases ; but that as
things are some have one only, c like all individual letters, others have
three/ 1 like praedium praedii Among his pupils were important scholars of the
next genera- tion. h Those who do not believe in the principle of Regu- larity.
c These are the indeclinable nouns. d V. counts only different case-forms :
where he finds three, the nom., acc., and voc. are identical, and the dat. and
abl. are identical ; etc. 421 V. mel mellis melli melle, alios quinque, nt
quintus quinti quinto quintum quinte, alios sex, ut unus unius uni unum line
uno : non esse ergo in casibus analogias. Secundo quod Crates, 1 cur quae
singulos habent casus, ut litterae Graecae, non dican- tur alpha alphati
alphatos, si idem mihi respondebitur quod Crateti, 2 non esse 3 vocabula
nostra, sed penitus barbara, qucreram, cur idem nostra nomina et Per- sarum et
ceterorum quos voeant barbaros cum easibus dica(n)t. 4 65. Quare si essent in
analogia, aut ut Poenicum et ^/eg^ptiorum vocabula singulis easibus dicerent,
aut pluribus ut Gallorum ae eeterorum ; nam dicunt alavda alauefcs 1 et sie
alia. Sin 2 quod scrib?mt 3 dicent, quod Poenicum si(n)t, 4 singulis casibus
ideo eas lit- teras Graecas nominari : sie Graeci nostra senis easibus non
quinis 5 dicere debebant ; quod eum non faciunt, non est analogia. Quae si esset, 1 negant ullum
casum duobus modis debuisse dici ; quod fit contra. Nam sine reprehensione vulgo
alii dicunt in singulari hae § 64. 1 Laetus, for grates. 2 Laetus, for grateti.
3 Aug., with B, for essent. 4 Laetus, for dicat. § 65. 1 Scaliger, for alacco
alaucus. 2 Popma, for alias in. 3 Popma, M, for scribent. 4 lihol., for sit. 6
Laetus transposed quinis non. § 66. 1 Laetus, for essent. § 64. ° Crates of
Mallos, head of the Pergamene school of scholarship, was a contemporary and
opponent of Aris- tarchus, and championed the principle of Anomaly. b Names of
letters were indeclinable both in Greek and in Latin. § 65. a Not the
Carthaginians, but the Phoenicians. 6 V. knew that neither language had a case
system. praedio * farm,' others four, like mel mellis melli melle ' honey/
others five, like qidntus quinti quinto quintum quinie ' fifth,' others six,
like units unius uni umim une uno * one ' ; therefore in cases there are no
Regularities. Second, in reference to what Crates ° said as to why those which
have only one case-form each are not used in the forms alpha, dat. alphati,
gen. alphaios, because they are Greek letters b — if the same answer is given
to me as to Crates, that they are not our words at all, but utterly foreign
words, then I shall ask why the same persons use a full set of case- forms not
only for our own personal names, but also for those of the Persians and of the
others whom they call barbarians. 65. Wherefore, if these proper names were in
a state of Regularity, either they would use them with a single case-form each,
like the words of the Phoeni- cians a and the Egyptians, b or with several,
like those of the Gauls and of the rest : for they say nom. alauda c * lark,'
gen. alaudas, and similarly other words. But if, as they write, they say that
the Greek letters received names with but one case-form each for the reason
that they really belong to the Phoeni- cians, then in this way the Greeks ought
to speak our words in six cases d each, not in five : inasmuch as they do not
do this, there is no Regularity. If Regularity existed, they say, no case ought
to be used in two forms ; but the opposite is found to occur. For without
censure quite com- monly some say in the ablative singular ovi * sheep ' The
text is desperate here; but at any rate alauda is Celtic. Greek had no form by
which it might represent the Latin ablative. V. ovi et avi, alii hac ove et ave
; in multitudinis hae puppis restis et hae puppes restes ; item quod in patrico
2 casu hoc genus dispariliter dicuntur civitatum parentum et civitatium
parentium, in accusandi hos montes fontes et hos montis fontis. Item cum, si
sit analogia, debeant ab similibus verbis similiter declinatis sirnilia fieri
et id non fieri ostendi possit, despiciendam earn esse rationem. Atqui ostenditur : nam qui
potest similius esse quam gens, mens, 1 dens ? Cum horum casus patricus et
accusativus in multitudine sint dispariles 2 : nam a primo fit gentium et
gentis, utrubique ut sit {I), 3 ab secundo mentium et mentes, 4 ut in priore solo
sit I, ab tertio dentum et dentes, ut in neutro sit. 68. Sic item quoniam
simile est recto casu surus lupus lepus, rogant, quor non dicatur proportione 1
suro lupo lepo. Sin respondeatur sirnilia non esse, quod ea vocemus
dissimiliter sure lupe lepus (sic enim respondere voluit Aristarc^us Crateti :
nam cum scripsisset sirnilia esse Philomedes Heraclides Meli- certes, dixit non
esse sirnilia : in vocando enim cum and that both kinds are present in our
language also ? 32. For my part I
have no doubt that you have observed the countless number of likenesses in
speech, such as those of the three tenses of the verb, or its three persons.
Who indeed can have failed to join you in observing that in all speech there
are the three tenses lego 1 I read/ legebam ' I was reading/ legam I shall
read/ and similarly the three persons lego 1 I read/ legis * thou readest/
legit ' he reads/ though these same forms may be spoken in such a way that
sometimes one only is meant, at other times more ? Who is so slow-witted that he
has not observed also those likenesses which we use in commands, those which we
use in wishes, those in questions, those in the case of matters not peratives
and subjunctives) exhibit certain regular resem- blances ; and so do those used
in wishes, etc. in interrogando, quibus in infectis rebus, quibus in perfectis,
sic in aliis discriminibus? Quare qui negant esse rationem 1 analogiae, non
vide(n)t 2 naturam non solum ora- tionis, sed etiam mundi ; qui autem vident et
sequi negant oportere, pugnant contra naturam, non contra analogian, et pugnant
volsillis, non gladio, cum pauca excepta verba ex pelago sermonis (po)puli 3
minus (usu) 4 trita afferant, cum dicant propterea analogias non esse,
similiter ut, si quis viderit mutilum bovem aut luscum hominem claudicantemque
equum, neget in 5 bovum hominum et equorum natura similitudines proportione
constare. Qui autem duo genera esse dicunt analogiae, unum naturale, quod ut ex
satis 1 nascuntur (lentibus) 2 lentes 3 sic e.r (lupino) 4 lupinum, alterum
voluntarium, ut in fabrica, cum vident sctfenam ut in dexteriore parte sint
ostia, sic esse in sinisteriore simili ratione factam, de his duobus generibus
naturalcm esse analogian, ut sit in motibus caeli, voluntariam non esse, quod
ut quo(i)que 5 fabro lubitum sit possit facere partis scaenae : sic in homi-
num partibus esse analogias, quod ea(s) 6 natura faciat, in verbis non esse,
quod ea homines ad suam quisque voluntatem fingat, itaque de eisdem rebus alia
verba habere Graecos, alia S?/ros, alia Latinos : ego declinatus verbornm et
voluntarios et naturalis § 33. 1 For orationem. 2 For uidet. 3 Canal, for puli.
4 Transferred to this place by Fay ; added by GS. before populi. 5 Sciop,
deleted cornibus after in. §34. 1 Vertranius, after Aug., for natis. 2 Added by
L. Sp. 3 For lentis. 4 L. Sp. ; ex lupinis Aug., with B ; for et. 5 B, for
quoque. 6 Laetus, for ea. § 34. a The expected continuation is, " They are
in error." completed and those for matters completed, and similarly in
other differentiations ? Therefore those who say that there is no logical
system of Regularity, fail to see the nature not only of speech, but also of
the world. Those who see it and say that it ought not to be followed, are
fighting against nature, not against the principle of Regularity, and they are
fighting with pincers, not with a sword, since out of the great sea of speech
they select and offer in evidence a few words not very familiar in popular use,
saying that for this reason the Regularities do not exist : just as if one
should have seen a dehorned ox or a one-eyed man and a lame horse, and should
say that the likenesses do not exist with regularity in the nature of cattle,
men, and horses. Those moreover who say that there are two kinds of Regularity,
one natural, namely that lentils grow from planted lentils, and so does lupine
from lupine, and the other voluntary, as in the workshop, when they see the
stage as "having an entrance on the right and think that it has for a like
reason been made with an entrance on the left ; and say further, that of these
two kinds the natural Regularity really exists, as in the motions of the
heavenly bodies, but the voluntary Regularity is not real, because each
craftsman can make the parts of the stage as he pleases : that thus in the
parts of men there are Regularities, because nature makes them, but there is
none in words, because men shape them each as he wills, and therefore as names
for the same things the Greeks have one set of words, the Syrians another, the
Latins still another a — I firmly think that there are both voluntary and
natural esse puto, voluntarios quibus homines vocabula imposwerint 7 rebus
quaedam, ut ab Romulo Roma, ab Tibure* TVburtes, naturales ut ab impositis vo-
cabulis quae inclinantur in tempore* aut in casus, ut ab Romulo Romuli Romulum
et ab dico dicebam dixeram. 35. Itaque in voluntariis declinationibus incon-
stantia est, in naturalibus constantia ; quae utrasque quoniam iei non debeant
negare esse in oratione, quom 1 in mundi partibus omnibus sint, et declina-
tiones verborum innumerabilcs, dicendum est esse in his analogias. Neque ideo
statim ea in omnibus verbis est sequenda : nam si qua perperam declinavit verba
consuetudo, ut ea aliter (non possint efferri) 2 sine offensione multorum, hinc
rationem 3 verborum praetermittendam ostendit loquendi ratio. XXVIII. 36. Quod ad universam
pertinet cau- sam, cur similitudo et sit in oratione et debeat observari et
quam ad finem quoque, satis dictum. Quare quod sequitur de partibus singulis
deinceps expediemus ac singula crimina quae dicunt (contra) 1 analogias
solvemus. 37. In quo animadvertito natura quadruplicem esse formam, ad quam in
declinando accommodari debeant verba : quod debeat subesse res quae 1 7 For
imposierint 8 For tybere. 9 For tempore. §
35. 1 Mtie., with a, for quam. 2 Added by GS., after Aldus efferri non possit
(Aug., possint). 3 Sciop., a, for orationem. § 36. 1 Added by L. Sp. ; cf ix.
7. §37. 1 RhoL, for resque. That is, a regular form must be discarded in
derivations of words, voluntary for the things on which men have imposed
certain names, as Rome from Romulus and the Tiburfes ' men of Tibur ' from
Tibur, and natural as those which are inflected for tenses or for cases from
the imposed names, as genitive Romuli and accusative Eomulum from Romulus, and
from dico ' I say ' the imperfect dicebam and the pluperfect dixeram. 35.
Therefore in the voluntary derivations there is inconsistency, and in the
natural derivations there is consistency. Inasmuch as they ought not to deny
the presence of both of these in speech, since they are in all parts of the
world, and the derivative forms of words are countless, we must say that in
words also the Regularities are present. And yet Regularity does not for this
reason have to be followed in all words ; for if usage has inflected or derived
any words wrongly, so that they cannot be uttered without giving offence to
many persons, the logic of speaking shows us that because of this offence the
logic of the words must be set aside. As far as concerns the general cause why
likeness is present in speech and ought to be observed, and also to what extent
this should be done, enough has now been said. Therefore in the following we
shall set forth its several parts item by item, and refute the individual
charges which they bring against the Regularities. 37. In this matter, you
should take notice that by nature there are four elements in the basic
situation to which words must be adjusted in inflection : there must be an
underlying object or idea to be de- favour of an irregular form if the feeling
(Sprachge/uhl) of the speakers rebels against it. vol. ii h 465 V. designetur,
2 et ut sit ea res 3 in usu, et ut vocis natura ea sit quae significavit, ut
declinari possit, et simili- tude* figura(e) 4 verbi ut sit ea quae ex se
declinatw 5 genus prodere certum posset. 6 38. Quo neque a terra terrus ut
dicatur postu- landum est, quod natura non subest, ut in hoc alterum maris,
alterum feminae debeat esse ; sic neque propter usum, ut Terentius significat
unum, plures Terentii, postulandum est, ut sic dicamus faba et fabae : non enim
in simili us(u) 1 utrumque ; neque ut dicimus ab Terentius Terentium, sic
postulandum ut inclinemus ab A et B, quod non omnis vox natura habet
declinatus. 39. Neque in forma collata quaerendum
solum, quid habeat in figura simile, sed etiam nonnunquam in eo quern habeat
effectum. Sic enim lana Gallicana et Apula videtur imperito similis propter
speciem, cum peritus Apulam emat pluris, quod in usu firmior sit. Haec nunc
strictim dicta apertiora fient infra. Incipiam hinc. Quod rogant ex qua parte
oporteat simile esse verbum, a voce an a 1 significatione, re- spondemus a voce
; scd tamen nonnunquam quaerimus genere similiane sint quae significantur ac
nomen 2 Laetus, for design entur. 3 G, IJ, a, Laetus^ for cares. 4 Mite., for figura. 5
L. Sp.,for declinata. 6 Aug for passu nt. § 38. 1 L. Sp., for similius. § 40. 1
After J^aetus, ab voce an, for aboceana. The singular faba was used also
collectively for the plural or mass idea ; cf. Priscian, ii. 176 Keil. b Names
of letters. § 39. a Cf. § 92. § 40. ° Cf viii. 40. signated ; this object or
idea must be in use ; the nature of the utterance which has designated it, must
be such that it can be inflected ; and the re- semblance of the word s form to
other words must be such that of itself it can reveal a definite class in
respect to inflection. 38. Therefore it is not to be demanded that from terra *
earth * there should be also a terms, because there is no natural basis that in
this object there ought to be one word for the male and another for the female.
Similarly, with respect to usage, while Terentius designates one person of the
name and Terentii designates several, it is not to be demanded that in this way
we should say faba * bean ' and Jabae ' beans/ for the two are not subject to
the same use. a Nor is it to be demanded that as we say acc. Tereniium from
nom. Terentius, we should make case-forms from A and B, b because not every
utter- ance is naturally fitted for declensional forms. 39. The likeness which
the word has in its shape must be investigated not in the comparison of the
basis merely, but also sometimes in the effect which it has. For thus the
Gallic wool and the Apulian wool seem alike to the inexperienced on account of
their appearance, though the expert buys the Apulian at a higher price because
in use it lasts better. These matters, which have been touched upon hastily
here, will become clearer in a later discussion. Now I shall start. To their
question in what respect a word ought to be similar, sound or meaning, we
answer that it should be so in sound. But yet some- times we ask whether the
objects designated are like in kind, and compare a man's name with a man's, V.
virile cum virili conferimus, feminae cum muliebri : non quod id quod
significant vocem commoveat, sed quod nonnunquam in re dissim(ili par)ilis 2
figurae formas in simile' 3 imponunt dispariles, 4 ut calcei mulie- bres sint
an viriles dicimus ad similitudinem figurae, cum tamen sciamus nonnunquam et
mulierem habere calceos viriles et virum muliebris. 41. Sic dici virum
Perpennam ut AZ/enam 1 muliebri forma 2 et contra parietem ut abietem esse
forma 8 similem, quo(m) 4 alterum vocabulum dicatur virile, alterum muliebre et
utrumque natura neutrum sit. 5 Itaque ea virilia dicimus non quae virum'
significant, sed quibus proponimus hie et hi, et sic muliebria in quibus dicere
posswmus 7 haec aut hae. Quare nihil 1 est, quod dicunt Theona et Diona non
esse similis, si alter est Jethiops, alter al6us, 2 si analogia rerum
dissimilitudines adsumat ad discernendum vocis verbi figuras. XXXI. 43. Quod
dicunt simile sit necne nomen nomini impudenter AristarcAum praecipere opor-
tere spectare non solum ex recto, sed etiam ex eorum vocandi casu, esse 1 enim
deridiculum, si similes 2 GS. ; dissimilis Mue. ; for dissimilis. 3 GS. ; §41.
1 ut Alfenam Mue., for aut plenam ; cf viii. 41. 2 Laetus, for formam. 3 Aldus,
for formam. 4 Mue. ; cum Aug.; for quo. 5 Ant. Miller and Reiter, for sic. 6
Aldus, for utrum. 7 M, Laetus,for possimus. For nichil. 2 Mue., for galhis / cf
viii. 41. § 43. 1 L. Sp., C. F. W. Mueller, Madvig, for esset. § 41. a Cf viii.
41. 6 The forms of hie haec hoc are regularly used by the grammarians to
indicate the case, number, and gender of a word. in simili Mue. ; for
indissimiles. a woman's name with a woman's : not because that which they
designate affects the word, but because sometimes in case of an unlike thing
they set upon it forms of an equivalent appearance, and on a like thing they
set unequal forms, as we call shoes women's shoes or men's shoes by the
likeness of the shape, although we know that sometimes a woman wears men's
shoes and a man wears women's shoes. 41. In like fashion, we say, a man is
called Perpe?ina f like Alfena, with a feminine form ° ; and on the other hand
paries ' house-wall ' is like abies ' fir-tree ' in form, although the former
word is used as a masculine, the latter as a feminine, and both are naturally
neuter. Therefore those which we use as masculines are not those which denote a
male being, but those before which we employ hie and hi, and those are
feminines with reference to which we can say haec or hae. For this reason it
amounts to nothing, that on the premise that Regularity adopts the unlikenesses
of the objects as a criterion for difference in the forms a of the spoken word,
6 they say that Theon and Dion are not alike if the one is an Ethiopian and the
other is a white man. c XXXI. 43. As to what they say, a that Aristarchus was
shameless in his instructions that to see whether one name was like another you
should view it not only from the nominative, but also from the vocative — for
the same persons say that it is absurd to judge § 42. ° One of the rare
examples of the accusative of the gerund with an object. b The word as sound is
vox, while the word as symbol of meaning is verbum ; the vox verbi is therefore
the sound, or series of sounds, which represent the symbol of meaning. Cf.
viii. 40. e Cf. viii. 41. § 43. a Cf. viii. 42. V. inter se parentes sint, de
filiis iudicare 2 : errant, quod non ab eo(rum) 3 obliquis casibus fit, ut
recti simih' 4 facie ostendantur, sed propter eos facilius perspici similitudo
potest eorum quam vim habeat, 5 ut lucerna in tenebris allata non facit (ut) 6
quae ibi sunt posita similia sint, sed ut videantur, quae sunt quoius (mo)di
sint. 7 44. Quid similius videtur quam in his est extrema littera crux Phryx 1
? Quas, qui audit voces, auribus discernere potest nemo, cum easdem non esse
similes ex (declin)atfs 2 verbis intellegamus, quod cum sit cruces et Phryges*
et de his extremis syllabis exemp- tum* sit E, ex altero fit ut ex C et S crux,
ex altero G et S Phryx, 1 Quod item apparet, cum est demp- tum S : nam fit unum
cruce, 5 alterum Phryge* XXXII. 45. Quod aiunt, cum in maiore parte orationis
non sit similitudo, non esse analogian, dupliciter stulte dicunt, quod et in
maiore parte est et si in minore parte 1 sit, tamen sit, 2 nisi etiam nos
calceos negabunt habere, quod in maiore parte corporis calceos non habeamus. 2
L. Sp. deleted qui after iudicare. 3 L. Sp., for eo. 4 Laetus, for simile. 5
Laetus, for habeant. 6 Added by L. Sp. 1 L. Sp., for dissint. §44. 1 Aldus, for
frix. 2 GS„ for aliis. 3 Aldus, for friges. 4 Aldus, for exemplum. 6 L. Sp.,
for cruci. 6 Phruge L. Sp., Phrj'gi Aldus ; for frigi. § 45. 1 Here L. Sp.,
following other slightly different deletions, deleted a repeated est et si in
minore. 2 After sit, L. Sp. deleted in maiore. . § 44. a For Phryx and its
forms, Augustinus (with B) read frux, etc. ; but nom. frux was no longer used
in V.'s from the children whether the parents are alike : those who say this
are mistaken, for it does not come about from their oblique cases that the
nominatives are shown to be of like appearance, but through the oblique cases
can be more easily seen what evidential force lies in the likeness of the
nominatives — even as a lamp in the dark, when brought, does not cause that the
things which are there should be "alike, but that they should be seen in
their real character. 44. What seems more closely alike than the last letter in
the words crux ' cross ' and Phryx * Phry- gian ' ? a No one who hears the
spoken words can by his ears distinguish the letters, 6 although we know from
the declined forms of the words that though alike they are not identical ;
because M'hen the plurals cruces and Phryges are taken and E is removed from
the last syllables, from the one there results crux, with X from C and S, and
from the other comes Phryx, from G and S. And the difference is likewise clear,
when S is removed ; for the one be- comes cruce, the other Pkryge. As to what
they say, a that since likeness does not exist in the greater part of speech,
Regularity does not exist, they speak foolishly in two ways, because Regularity
is present in the greater part of speech, and even if it should exist only in
the smaller part, still it is there : unless they will say that we do not wear
any shoes, because on the greater part of our body we do not wear any. time,
cf. ix. 75-76. b The usual confusion of letters and sounds. * Abl. sing. ; the
manuscript has forms ending in -i, which are datives, but the removal of s from
cruces and Phryges leaves forms ending in e, not in i. § 45. a Cf viii. 37. 471
V. Quod dicunt nos dissimilitudinem (potius gratam aceeptamque habere quam
simili- tudinem) 1 : itaque in vestitu in supellectile delectari varietate, non
paribus subuculis uxoris, respondeo, si varietas iucunditas, magis varium esse
in quo alia sunt similia, alia non sunt : itaque sicut abacum argento ornari,
ut alia (paria sint, alia) 2 disparia, sic orationem. 47. Rogant, si similitudo
sit sequenda, cur malimus habere lectos alios ex ebore, alios ex testudine, sie
item genere aliquo alio. Ad
quae dico non dis(simili- tudines solum nos, sed) 1 similitudines quoque sequi
saepe. Itaque ex eadem
supellectili licet videre : nam nemo facit triclinii lectos nisi paris et
materia et altitudine et figura. Qui(s) 2 facit mappas trielinaris non similis
inter se ? Quis pulvinos ? Quis denique eetera, quae unius generis sint plura ?
48. Cum, inqui(un)t, 1 utilitatis causa introducta sit oratio, sequendum non
quae habebit similitudinem, sed quae utilitatem. Ego utilitatis causa orationem
factam coneedo, sed ut vestimenta : quare ut hie similitudines seqm'mur, 2 ut
virilis tunica sit virili similis, item toga togae, sic mulierum stola ut sit
stola(e) 3 proportione et pallium pallio simile, sie § 46. 1 Added by GS., following
other attempts {Aug., with B, inserted sequi after nos / but cf. § 47, where
sequi is actually found). 2 Added by Aug., with B. § 47. 1 Added by Mve. 2 Aldus,
for qui. § 48. 1 Vertranius, for in quit. 2 Sciop., for sequere- mur. 3 Aug.,
for stola. As to what they say, a that we find unlikeness pleasing and
acceptable rather than likeness, and therefore in clothing and in furniture we
take pleasure in variety, and not in having our wives* undertunics all
identical : I answer, that if variety is pleasure, then there is greater
variety in that in which some things are alike and others are not ; and just as
a side-table is adorned with silver in such a way that some ornaments are alike
and others are unlike, so also is speech adorned. They ask why, if likeness is
to be followed, we prefer to have some couches inlaid with ivory, others with
tortoise-shell, and so on with some other kind of material. To which I say that
unlikenesses are not the only thing which we follow, but often we follow
likenesses. And this may be seen from the same piece of furniture ; for no one
makes the three couches of the dining-room other than alike in material and in
height and in shape. Who makes the table- napkins not like each other ? Or the
cushions ? And finally the other things which are several in number but of one
sort ? 48. Since speech, they say,° was introduced for the sake of utility, we
should follow not that kind of speech which has likeness, but that which has
utility. I grant that speech has been produced for utility's sake, but in the
same way as garments have : there- fore as in the latter we follow the
likenesses, so that a man's tunic is like a man's, and a toga like a -toga, and
a woman's dress is like a dress regularly and a cloak like a cloak, so also, as
words that are names § 46. a Cf. viii. 31-32. § 48. • C/. viu. 28-29. V. cum
sint nomina utilitatis causa, tamen virilia inter se similia, item muliebria
inter se sequi debemus. Quod aiunt ut persedit et perstitit sic (periacuit et)
1 percubuit quoniam non si(n)t, 2 non esse analogian, et 3 in hoc e(r)rant 4 :
quod duo posteriora ex prioribus declinata non sunt, cum analogia polliceatur
ex duobus similibus similiter declinatis similia fore. Qui dicunt quod sit ab
Romulo Roma et non Romula neque ut ab ove ovih'a 1 sic a bove bovih'a, 2 (non)
3 esse analogias, errant, quod nemo pollicetur e vocabulo vocabulum declinari
recto casu singulari in rectum singularem, sed ex duobus vocabulis similibus
casus similiter declinatos similes fieri. Dicunt, quod vocabula litterarum Latinarum non
declinentur in casus, non esse analo- gias. Hi ea quae natura declinari non
possunt, eorum declinatus requirunt, 1 proinde et non eo(rum) 2 dicatur esse
analogia quae ab similibus verbis simili- ter esse(nt) 3 declinata. Quare non
solum in vocabu- lis litterarum haec non requirenda analogia, sed (ne) 4 in
syllaba quidem ulla, quod dicimus hoc BA, huius BA, sic alia. §49. 1 Added by Canal. 2
Kent, for sit. 3 Aug., for ut. 4 B, Bhol.,for erant. § 50. 1 Aug., for ovilla.
2 Aug., for bovilla. 3 Added by Stephanus. § 51. 1 B, G, II, a, Aug., for
sequirunt. 2 L. Sp., for eo F 1, ea F 2 . 3 L. Sp. ; esset M, a, Aug. ; for esse.
4 Added by Aldus. § 49. Referring to a passage now lost. b The two verbs are
not attested in any form. § 50. Cf. viii. 54 and 80. of persons exist for the
purpose of utility, ue ought still to employ men's names that are like one
another, and women's names that also have mutual resem- blances. XXXIV. 49. As
to the fact that they say a that Regularity does not exist because there are no
perfects periacuit ' remained lying ' .and percubuit ' remained lying,' like
persedit 1 remained sitting ' and perstitit ' remained standing,' in this also
they are mistaken : for the two perfects have no presents 6 from which to be
inflected, whereas Regularity promises only that from two like words inflected
in like manner there will be like forms. Those who say that there are no
Regularities because from Romulus there is Roma and not Romala and there is no
bovilia ' cow-stables ' from bos * cow ' as there is ovilia * she epf olds '
from ovis * sheep,' are in error ; because nobody professes that one word is
derived from another word, from nominative singular to nominative singular, but
only that from two like words like case-forms develop when they are inflected
in like manner. They say that because the words denoting the Latin letters are
not inflected into case-forms the Regularities do not exist. Such persons are
demanding the declension of those words which by nature cannot be inflected ;
just as if Regularity were not said b to belong merely to those forms which had
already been inflected in like fashion from like words. Therefore not only in the
names of the letters must this kind of Regularity not be sought, but not even
in any syllable, because we say nomina- tive ba, genitive ba, and so on. § 51.
a Of. viii. 64. 6 Cf. viii. 23. Quod si quis in hoc quoque velit dicere esse
analogias rerum, tenere potest : lit eni(m) 1 dicunt ipsi alia nomina, quod
quinque habeant figuras, habere quinque casus, alia quattuor, sic minus alia,
dicere poterunt esse litteras ac syllabas in voce quae singulos habeant casus,
in rebus pluris 2 ; quemad- modum inter se conferent ea quae quaternos habe-
bunt vocabulis casus, item ea inter se qua(e) ternos, 3 sic quae* singulos
habebunt, ut conferant inter se dicentes, ut sit hoc A, huic A, esse hoc E, 5
huic E. Quod dicunt esse quaedam verba quae habeant declinatus, ut caput
(capitis, nihil nihili), 1 quorum par reperiri quod non possit, non esse
analogias, respondendum sine dubio, si quod est singulare verbum, id non habere
analogias : minimum duo esse debent verba, in quibus sit similitudo. Quare in
hoc tollunt esse analogias. 54. Sed nikilum 1 vocabulum recto casu apparet in
hoc : Quae dedit ipsa, 2 cap/t 3 neque dispendi facit hilum, § 52. 1 For eni. 2
GS. ; plureis Canal ; for plurimis. 3 Koeler, for quaternos. 4 For sicque. 5
After hoc E, L, Sp. deleted huiusce E. § 53. 1 Added by Reitzenstein. § 54. 1
Lachmann ; in nihil Sciop. ; for initium. 2 Sciop., for ira. 3 Seal ig er t for
caput. § 52. a Cf. viii. 63. 6 That is, words indeclinable in form have only
one case-form, but still have all the case-uses. § 53. There is no
corresponding passage in Book VIII. 6 That is, when they select a unique word
as basis for argu- ment. But if any one should wish to say that in this also
there are Regularities in the things, he can maintain it. For as they
themselves say a that some nouns, because they have five forms, have five
cases, and others have four, and others fewer in like manner, they will be able
to say that the letters and syllables which have one case-form apiece in sound,
have several in connexion with the things h ; as they will compare only with
each other those which have four case-forms for the words, and likewise those
which have three apiece, so let them compare with each other those which have
only one form each, saying that nominative E, dative E is like nominative A,
dative A. As to the fact that they say a that there are certain words which
have declensional forms, like caput ' head,* genitive capitis, and nihil *
nothing,* genitive nihili, a match for which cannot be found, and therefore the
Regularities do not exist, answer must be made that unquestionably any word
which is the only one of its kind is outside the systems of Regularity ; there
must be at least two words for a likeness to be existent therein. Therefore, in
this case, et they eliminate the possible existence of the Regularities. 54.
But the word nihilum * nothing ' is found in the nominative in the following a
: The body she's given Earth doth herself take back, and of loss not a whit
does she suffer, §54. ° Ennuis, Ann. 14 Vahlen 2 ; R.O.L. i. 6-7 War- mington ;
cf. v. 60 and 111. The neuter accusative, having the same form as the
nominative, is used as a proof of the nominative form. quod valet nec dispendii
facit quicquam. Idem hoc obliquo apud Plautum : Video enim 4 te nihili 5
pendere prae Philolacho* omnis homines, quod est ex ne et hili : quare dictus
est nihili 5 qui non hili erat. Casus tautum 1 commutantur de quo dici- tur, (ut) 8 de
homine : clicimus cnim hie homo nihili 9 et huius hominis nihili et hunc
hominem nihili. Si in illo commutaremus, dicercmus ut hoc
linum et li£>um, 10 sic nihilum, non hie nihili, et (ut) 11 huic lino et
li&o 12, sic nihilo, non huic nihili. Potest dici patricus casus, ut ei
praeponantur 13 nomina 14 plura, ut hie casus Terentii, hunc casum Terentii,
hie miles legionis, huius militis legionis, hunc militem legionis. Negant, cum
omnis natura sit aut mas aut femina aut neutrum, (non) 1 debuisse ex singulis
vocibus ternas figuras vocabulorum fieri, ut albus alba album ; nunc fieri in
multis rebus binas, ut Metellus Metella, 2 Aemi(]\)us ^e?wt(li)a, 3 nonnulla
singula, ut tragoedws, com(o)edtt$ 4 ; sic esse Marcum, Numerium, at Marcam, at
Numeriam 4 Enim is V.'s addition; it is not found in the manu- scripts of
Plautus. 5 For nichili. 6
The manuscripts of Plautus have Philolache. 7 Fay, for turn cum. 8 Added by GS.
9 After nihili, L. Sp. deleted est. 10 Mue., for limum, 11 et ut Mue. ; ut L.
Sp. ; for et. 12 Mue., for Hmo. 13 Mue., for praeponuntur. 14 Kent, for praenomina.
§ 55. 1 Added by Mue. 2 Ixietus, for metelle. 3 Wackernagel ; Ennius Ennia
Laetus ; for enuus enua. 4 Christ, for tragoedia comedia. which is the same as
' nor of loss does she suffer anything/ This same word is found in an oblique
case in Plautus 6 : I see, beside Philolaches you count all men as nothing. The
word is from ne 1 not ' and genitive hilt ' whit ' ; therefore he has been
called nihili ' of naught ' who was not kill * of a whit ' in value. Change is
made only in the case-forms of that about w hich the speak- ing is done, as
about a man ; for we say a man nihili ' of no account ' in nominative, in
genitive, in accusa- tive, changing the forms of homo but not changing the form
nihili. If we were to make changes in it, then we should say not hie nihili c
but nihilum as the nominative, like linum ' flax * and libum ' cake,' and
dative not huic nihili d but nihilo like lino and libo. The genitive case * can
however be said with various nouns set before it, like nominative casus '
mishap ' Terentii ' of Terence,' accusative casum Terentii, and nominative
miles 'soldier* legionis 1 of the legion/ genitive militis legionis, accusative
militem legionis. They say a that since every nature is either male or female
or neuter, from the individual spoken words there should not fail to be forms
of the words in sets of three, like albus, alba, album ' white ' ; that now in
many things there are only two, like Metellus and Metella, Aemilius and
Aetnilia, and some with only one, like tragoedus * tragic actor ' and comoedus
' comic actor ' ; that there are the names Marcus and Numerius, but no *
Plautus, Most. 245. c The genitive nihili depending on a nominative. d The
genitive nihili depending on a dative. * Such as the form nihili. § 55. a Cf.
viii. 47. 479 V. non esse ; dici coruum, 5 turdum, non 6 dici coruam, 5 turdam
; contra dici pantherarn, merulam, non dici pantherum, merulum ; nullius
nostrum 7 filium et filiam non apte 8 discerni marem ac feminam, ut Terentium 9
et Terentiam, contra deorum liberos et servorum non i/idem, 10 ut Iovis filium
et filiam, Iovem 11 et Iovam ; item magnum numerum vocabu- lorum in hoc genere
non servare analogias. 56. Ad haec dicimus, omnis orationis quamvis res naturae
subsit, tamen si ea in usu(m) 1 non pervenerit, eo non pervenire verba : ideo
equus dicitur et equa : in usu enim horum discrimina 2 ; corvus et corva non,
quod sine usu id, quod dissimilis natura(e). 3 Itaque quaedam al(i)ter ohm ac
nunc : nam et turn omnes mares et feminae dicebantur columbae, quod non erant
in eo usu domestico quo nunc, (ct nunc) 4 contra, propter domesticos usus quod
internovimus, appellatur mas columbus, femina columba. 57. Natura cum tria genera
transit et id est in usu discriminat*/(m), turn 1 denique apparet, ut est in
doctus 2 et docta et doctum : doctrina enim per tria haec transire potest et
usus docuit discriminare doctam rem ab hominibus et in his marem ac feminam. In mare et femina et neutro
neque natura mans 3 6 Aldus, for corbum and corbam. * Aldus, for non non. 7
Aug., for neutros. 8 Aug., with B, for apta. 9 For terentium et terentium. 10
Ed. Veneta, for ididem. 11 For iouem iouem. § 56. 1 Aug., with B, for usu. 2
Aug., for discrimine. 3 Vertranius, for natura. * Added by L. Sp. § 57. 1
Reiter, for discrimina totum. 2 Aug., with B, for docto. 3 L. Sp., for mares. b
Numeria is in fact found, but as a divine name. c Cf. §59. § 56. a For the
expression, cf. ix. 37. Marca and Numeria 6 ; that corvus ' raven ' and turdus
* thrush ' are said, but the feminines corva and turda are not said ; that on
the other hand pantkera * panther * and merula 1 blackbird ' are used, but the
masculines pantherus and merulus are not ; that there is no one of us whose son
and daughter are not suit- ably distinguished as male and female^ as Terentius
and Terentia ; that on the other hand the children of gods and slaves are not
distinguished in the same way, c as by Iovis and Iova for the son and the
daughter of Jupiter ; that likewise a great number of common nouns do not in
this respect preserve the Regularities. 56. To this we say that although the
object is basic a for the character of all speech, the words do not succeed in
reaching the object if it has not come into our use ; therefore equus '
stallion ' and equa * mare ' are said, but not corva beside corvtts, because in
that case the factor of unlike nature is without use to us. But for this reason
some things were for- merly named otherwise than they are now : for then all
doves, male and female, were called columbae, because they were not in that
domestic use in which they are now, and now, on the other hand, because we have
come to make a distinction on account of their uses as domestic fowl, the male
is called colnmbus and the female columba. 57. When the nature goes through the
three genders and this distinction is made in use, then finally it is seen, as
it is in doctus 4 learned man ' and docta * learned woman ' and doctum 4
learned thing ' ; for learning can go across through these three, and use has
taught us to differentiate a learned thing from human beings, and among the
latter to distinguish the male and the female. But in a male or a female
transit neque feminae neque neutra, et ideo non dicitur fcminus femina feminum,
sic reliqua : itaque singularibus ac secretis vocabulis appellati sunt. 58.
Quare in quibus rebus non subest similis natura aut usus,in his vocabulis
huiusce modi ratio quaeri non debet : ergo dicitur ut surdus vir, surda mulier,
sic surdum theatrum, quod omnes tres (res) 1 ad auditum sunt comparatae ;
contra nemo dicit cubiculum surdum, (quod) 2 ad silentium, non ad auditum ; at
si fenestram non habet, dicitur caecum, ut coccus et caeca, quod omnia (non) 3
habent (quod) 3 lumen habere debent. 59. Mas et femina habent inter se natura
quandam societatem, (nullam societatem) 1 neutra cum his, quod sunt diversa ;
inter se 2 quoque de his perpauca sunt quae habeant quandam co(m)munitatem. Dei
et servi nomina quod non item ut libera nostra trans- eunt, eadem e(s)t 3
causa, quod ad usum attinct (et) 4 institui opus fuit de liberis, de reliquis
nihil attinuit, quod in servis gentilicia natura non subest in usu, in
nostri(s) nominibus qui sumus in Latio et liberi, necessaria. Itaque ibi
apparet analogia ac dicitur Tcrentius vir, Terentia femina, Terentium genus. §
58. 1 tres res Mve. ; res Bentinus ; for tres. 2 Added by Canal ; quod id Mae. ;
quod sit Sciop. 3 Added by Fay. § 59. 1 Added by A. Sp., after L. Sp. and Mue.
2 B, G, II, Aug., for interest. 3 L. Sp., for et. 4 Added by L. Sp. ' § 58. a
V. means a theatre in which it is difficult to hear ; but the term is
applicable also to an audience which is inattentive. b Rather, things are
called 4 blind ' because they hinder vision by darkness or by walls without
openings, such as windows and doors. or what is neither, the nature of the male
does not shift, nor that of the female, nor the neuter nature, and for this
reason there is no saying of feminus, femina.) Jemirrum, and so with the rest.
Therefore they are called by special and separate words. 58. Wherefore in the
names of those things in which there is no likeness of nature or of use as the
basis, a relation of this sort ought not to be sought. Accordingly, as a surdus
* deaf * man is a current term, and a surda woman, so also is a surdum
theatre,* 1 because all three things are equally intended for the act of
hearing. On the other hand, nobody says a surdum sleeping-room, because it is
intended for silence and not for hearing ; but if it has no window, it is
called caecum 1 blind/ as a man is called caecus and a woman caeca, because not
all sleeping-rooms have the light which they ought to have. b 59. The male and
the female have by nature a certain association with each other ; but the
neuters have no association with them, because they are different from them in
kind, and even of these neuters there are very few which have any elements in
common with other neuters. As for the fact that the names of a god and of a
slave do not vary like our free names, there is the same reason, namely that
the variation is connected with use, and had to be established with reference
to free persons, but as to the rest had no consequence, because among slaves
the clan quality has no foundation in practice, but it is necessary in the
names of us who are in Latium and are free. Therefore in that class Regularity
makes its appearance, and we say Terentius for a man, Terentia for a woman, and
Terentium for the genus * stock.' V. In praenominibus ideo non fit item, quod
haec instituta ad usum singularia, quibus discernerentur nomina gentilicia, ut
ab numero Secunda, Tertia, Quarta (in mulieribus), 1 in viris ut Quintus,
Sextus, Decimus, sic ab aliis rebus. Cum essent duo Terentii aut plures,
discernendi causa, ut aliquid singulare haberent, notabant, forsitan ab eo, qui
mane natus diceretur, ut is Manius esset, qui luci, Lucius, 2 qui post patris
mortem, Postumus. 61 . E quibus (ae)que 1 cum item accidisset feminis,
proportione ita appellata declinarant praenomina mulierum antiqua, Mania,
Lucia, Postuma : videmus enim Maniam matrem Larum dici, Luciam Voht- mniam 2
Saliorum Carminibus appellari, Postumam a multis post patris mortem etiam nunc
appellari. 62. Quare quocumque progressa est natura cum usu vocabul?, 1
similiter proportione propagata est analogia, cum in quibus declinatus
voluntarii 2 maris et feminae et neutri, quae voluntaria, non debeant similiter
declinari, sed in quibus naturales, sint de- § 60. 1 Placed here by GS. ; added
before Secunda by L. Sp. 2 p t Aldus^for lucilius. § 61. 1 A. for que. 2 Aug.,
for Volaminiam. § 62. 1 Aug. y with i?, for vocabula. 2 L. Sp., for
declinationibus voluntariis. § 60. a Seemingly a contamination of ab eo quod
with sic . . . ut. b Properly, as the * last ' child ; but not to be associated
with post kit mum * after (burial in the) earth,' though this popular etymology
gave a later spelling post- humus and the English posthumous, § 61. a Mania is
perhaps not related etymologieally to Manius ; see Marbach in Pauly-Wissowa's
Encyc. d. cl. Alt.- wiss, xiv. 1110. b More probable than the Volaminia of F,
In first names the situation is not the same, because these were in practice established
as in- dividual names, by which the clan names might be differentiated ; from
the numerals came Secunda, Tertia, Quarta for women, Quintus, Sextus, Decimus
for men. and similarly other names from other things. When there were two or
more persons of the name Terentius, then that they might liave something
individual to distinguish them they marked them perhaps in this way,° that he
should be Manius who was said to have been born mane ' in the morning,' and he
who has been born luci * at dawn ' should be Lucius, and he who was born post '
after ' his father's death should be Postumus. 6 61. When any of these things
happened to females as well, they derived the first names of women regularly in
this manner — that is, in former times — and called them by them, for example,
Mania, Lucia, Postuma : for we see that the mother of the Lares is called
Mania, a that Lucia Volumnia b is addressed in the Hymns of the Salians, c and
that even now many give the name Postuma to a daughter born after the death of
her father. 62.Therefore as far as the nature and the use of a word have
jointly advanced, so far has Regularity been extended in like manner by a
corresponding relationship, since of the words in which there are
voluntary inflections of male and female and neuter, those which are
voluntary in inflection ought not to be inflected in similar manner, but
in those in which there are natural inflections there are those
regular not found elsewhere ; several members of the gens
Volumnia are mentioned at Rome during V.'s time. e Frag. 5, page
336 Maurenbrecher ; page 4 Morel. clinatus hi qui esse reperiuntur. Quocirca in
tribus generibus nominum in(i)que 3 tollunt analogias. XXXIX.
63. Qui autem eas reprehendunt, quod alia vocabula singularia sint solum,
ut cicer, alia multi- tudinis solum, ut scalae, cum debuerint omnia
esse duplicia, ut equus equi, analogiae fundamentum esse
obliviscuntur naturam et usu(m). 1 Singulare est quod natura unum
significat, ut equus, aut quod coniuncta quodammodo ad unum usu, 2 ut
bigae : itaque (ut) 3 dicimus una Musa, sic dicimus unae
bigae. 64«. Multitudinis vocabula sunt unum infinitum, ut
Musae, alterum finitum, ut duae, tres, quattuor : dicimus enim ut hae
Musae sic unae bigae et binae et trinae bigae, sic deinceps. Quare tarn
unae et uni et una quodammodo singularia sunt quam unus et una et
unum ; hoc modo mutat, quod altera in singu- laribus, altera in
coniunctis rebus ; et ut duo tria sunt multitudinis, sic bina
trina. 65. Est tertium
quoque genus singulare ut in multitudine, uter, in quo multitudinis ut
utrei 1 ; uter 3 Aldus, for inquae. §63. 1 p t Mue.,
for usu. 2 A. Sp., for usum. 3 Added by h. Sp. §65. 1 A.
Sp.,for utre § 62. a Crates and his followers, who uphold
Anomaly. § 63. ° Cf. viii. 48. b Cf. x. 54. § 64. B The first
is the generic or collective, without speci- fication of the number or of
the individuals ; the second is numerical, in which the number of the
individuals is given or their identity is clearly implied. 6 A word like
bigae, inflections which are actually found to exist. There- fore in
the matter of the three genders they a are unfair in setting aside the
Regularities. XXXIX. 63. Moreover those who find fault a with
the Regularities, because some words are singulars only, like cicer '
chickpea,' and others are plural only, like scalae ' stairs,' et although
all ought to have the two forms, like equus ' horse ' and equi '
horses,' forget that the foundation of Regularity is nature and use taken
in combination. That is singular which by nature denotes one thing,
like equus ' horse/ or which denotes things that by use are joined
together in some way, like bigae * two-horse team.' Therefore just as we
say una Musa * one Muse,' we say unae bigae * one two-horse team/
64. Plural words are of two sorts, a the one in- definite, like
Musae * Muses/ the other definite, like duae ' two/ tres * three/
quattuor 1 four ' ; for as we say Musae in the plural, so also we say
unae bigae ' one two-horse team/ and binae ' two ' and trinae b
bigae 1 three two-horse teams/ and so on. Wherefore unae and the
masc. uni and the neut. una are in a certain manner as much singulars as
unus and una and unum : the word changes in this way because the
one set of forms is said of individual things, the other of things joined
together in sets ; and just as duo and tria are plurals, so also are bina
and trina. 65. There is also a third class which is singular
though expressed by a plural form, namely uter 1 which of two,' in which
the plural form is for ex- already plural in form, can be
pluralized in meaning only by the use of a numerical modifier ; for this
purpose, distribu- tive numerals such as bini are used. For the singular
idea, the plural form of unus is used. 487
V. poeta singulari, utri poetae multitudinis est.
Qua explicata natura apparet non debere omnia vocabula multitudinis
habere par singulare : omnes enim numeri ab duobus susum versus
multitudinis sunt neque eorum quisquam habere potest singulare
compar. Iniuria igitur postulant, si qua sint
singu- laria, oportere habere multitudinis. XL. 66. Item qui
reprehendunt, quod non dicatur ut unguentum unguenta vinum vina sic
acetum aceta garum gara, faciunt imperite : qui ibi desidcrant
multitudinis vocabulum, quae sub mensuram ac pon- dcra potius quam sub
numerum succedunt : nam in plumbo, 1 a(r)ge(n)to, a cum incrementum
accessit, dicimus 3 multum, 4 sic multum plumbum, argentum ; non 5
plumba, argenta, cum quae ex hisce fiant, dica- mus plumbea et argentea
(aliud enim cum argenteum : nam id turn cum iam vas : argent(e)um 6 enim,
si pocillum aut quid item) : quod pocilla argentea multa, non quod
argentum multum. 67. Ea, natura in quibus est mensura, non
numerus, si genera in se habe(n)t 1 plura et ea in usum venerunt, a
genere multo, sic vina et unguenta, dicta : alii generis enim vinum quod
Chio, aliuc? 2 §
66. 1 After phimbo, L. Sp. deleted oleo. 2 Aug., for aceto. 3 After
dicimus, Aldus deleted enim. 4 After rnultum, L. Sp. deleted oleum. 5
After non, L. Sp. deleted multa olea. 6 Aug., with B t for
argentum. § 67. 1 Laetus, for habet. 2 For aliut.
§ 65. ° The old spelling of the nominative plural, still more or
less in use in V.'s time, though rarely attested in the
manuscripts. § 66. a Cf § 67. b Derivative adjectives, ' made
of lead ' and * made of silver * ; supply vasa 4 utensils.' ample
utrei ° : uter poeta ' which of two poets ' in the singular, utri poetae
4 which of two sets of poets ' in the plural. Now that the nature of this
has been explained it is clear that plural nouns are not all under
obligations to have a like singular form ; for all the numerals from two
upwards are plural, and no one of them can have a singular to match
it. Therefore it is quite wrongly that they demand that all
singulars that there are, must have a correspond- ing plural form.
XL. 66. Likewise those who find fault because there are no plurals
aceta and gara to acetum ' vinegar ' and garum * fish-sauce ' like
unguenia to unguentum ' perfume ' and vtna to vinum ' wine/ a act
ignorantly ; they are looking for a plural name in connexion with
things which come under the categories of quantity and weight rather than
under that of number. For in plumbum 4 lead ' and argentum * sil-
ver,' when there has been added an increase, we say multum * much ' :
thus multum plumbum or argentum, not plumba ' leads ' and argenta '
silvers/ since articles made of these we call plumbea and argentea b
(silver is something else when it is argenteum, for that is what it
is when it has now become a utensil ; thus argenteum if it is a small cup
or the like), because in this case we speak of many argentea ' silver '
cups, and not of much argentum ' silver/ 67. But if those
things which have by nature the idea of quantity rather than that of
number, exist in several kinds and these kinds have come into use,
then from the plurality of kinds they are spoken of in the plural, as for
example vina 1 wines ' and un- guenia ' perfumes.' For there is wine of
one kind, which comes from Chios, another wine which is from quod
Lesbo, 3 sic ex regionibus aliis. (Ae)que
4 ipsa dicuntur nunc melius unguenta, 5 cui nunc genera aliquot. Si
item discrimina magna essent olei et aceti et sic ceterarum rerum
eiusmodi in usu co(m)- muni, dicerentur sic olea et (aceta ut) 6 vina.
Quare in titraque re (i)nique 7 rescindere conantur analogias, et 8
cum in dissimili usu similia vocabula quaerant* et cum item ea quae
metimur atque ea quae numcramus dici putent oportere. XLI.
68. Item reprehendunt analogias, quod dicantur multitudinis nomine
publicae balneae, non balnea, contra quod privati dicant unum
balneum, quo?/* 1 plura balnea (non) 2 dicant. Quibus respon- ded'
3 potest non esse reprehendendum, quod scalae et aquae caldae, pleraque*
cum causa, multitudinis vocabulis sint appellata neque eorum singularia
in usum venerint ; idemque item contra. Primum balneum (nomen e(s)t
5 Graecum), (cum) 6 introiit in urbem, publice ibi consedit, ubi bina
essent con- iuncta aedificia lavandi causa, unum ubi viri, alterum
ubi mulieres lavarentur ; ab eadem ratione domi suae quisque ubi lavatur
balneum dixcrunt et, quod non erant duo, balnea dicere non consuerunt,
cum 3 V, p, Aldus, for Lesbio. 4 A. Sp., for quae. 5 For unguentia. 6 Added by L. Sp.
7 Canal, for denique. 8 Aug., for analogiam set. * L. Sp.,for querunt. §68. 1
Canal, for quod. 2 Added by Popma. 3 Al- dus, for respondere. 4 After pleraque,
L. Sp. deleted quae. 6 GS., for et. 6 Added by GS. §68. ° The word is a
heteroclite in form, with a different Lesbos, and so on from other localities.
Likewise unguenta 1 perfumes ' themselves are now properly spoken of in the
plural, for of perfume there are now a number of kinds. If in like fashion
there were great differences in olive-oil and vinegar and the other articles of
this sort, in common use, then we should employ the plurals olea and aceta,
like vina. There- fore in both these matters their attempt to destroy the
Regularities is unfair, since they expect that the words will be alike though
their uses are different, and since they think that articles which we measure
and objects which we count should be spoken of in the same way. XLI. 68.
Likewise they find fault with the Regu- larities, because public baths are
spoken of as balneae, with the form in the plural, and not as balnea, in the
singular ; and on the other hand they speak of one bal- neum of a private
individual, though they do not use the plural balneal To them answer can be
made, that fault ought not to be found because scalae * stairs ' and aquae
caldae ' hot springs/ mostly with good reason, have been called by plural names
and the corresponding singulars have not come into use : and vice versa* The
first balneuvi * bath-room ' (the name is Greek), when it was brought into the
city of Rome, was as a public establishment set in a place where two connected
buildings might be used for the bathing, in one of which the men should bathe
and in the other the women. From the same logical reasoning each person called
the place in his own house where baths were taken, a balneum ; and they were
not accustomed to speak of balnea in the plural, meaning in the two numbers.
But the plural balnea began to be used in the time of Augustus. 6 C/. § 69. V. hoc antiqui non balneum, sed
lavatrinam 7 appellare consuessent. 8 69- Sic aquae caldae ab loco et aqua,
quae ibi scateret, cum ut colerentur venissent in usum nostris, cum aliae ad
alium morbum idoneae essent, eae cum plures essent, ut Puteolis ct in Tuscis,
quibus uteban- tur, multitudinis potius quam singulari vocabulo appellarunt. Sic
scalas, quod ab scandendo dicuntur et singulos gradus scanderent, magis erat
quaeren- dum, si appellassent singulari vocabulo scalam, cum origo nominatus
ostcnderet contra. XLII. 70. Item reprehendunt de casibus, quod quidam
nominatus habent rectos, quidam obliquos, quod dicunt utrosque in vocibus
oportere. Quibus idem responderi potest, in quibus usus aut natura non subsit,
ibi non esse analogiam. Sed ne in his (quidem) 1 vocabulis quae declinantur, si
transeunt e recto casu in rectum casum : quae tamcn fere non discedunt ab
ratione sine iusta causa, ut hi qui gladiatores Faustina* : nam quod plerique
dicuntur, ut tris extremas syllabas 7 Aug., with B, for lauiatrinam. 8 2?, Ed. Veneta,for
consuescent. § 71. 1 Added here by L. Sp. ; added after vocabulis by Madvig. 2
Mtie. t for faustinos. c More commonly in the contracted form latrina, and in
V.'s time meaning ' water-closet, privy.' § 69. ° At least nine places in
Etruria bore the name Aquae. % 70. ° Cf. viii. 49. b There seems to be a lacuna
here, as examples illustrating this point of the refutation are lack- ing. §
71. c That is, by derivation with suffixes, not merely by because they did not
have two in one house — though our forbears were accustomed to call this not a
balneum, but a lavatrina c ' wash-room.* 69. So also, the hot springs, on
account of the locality and the water which gushed out there, came to be
frequented for our use, since some of the springs were beneficial to one
disease and others to another ; and because those which they used were several
in number, as at Puteoli and in Etruria, they called them by a plural word
rather than by a singular. So also with the scalae ' stairs ' ; because they
are named from scandere ' to mount ' and there were separate steps to be
mounted, it would be a more difficult problem to answer if they had called them
scala, in the singular, inasmuch as the origin of the name shows their plural
nature. XLII. 70. Likewise they find fault a about the cases, because some
nouns have nominative forms only, and others have only oblique forms :
whereupon they say that all words ought to have both the nominative and the
oblique forms. To them the same answer can be given, that there is no
Regularity in those instances which lack a relationship in use or in nature. .
. . b 71. But they should not look for complete Regu- larity even in these
names which are derived by passage from one nominative form to another. Still,
such words do not in general depart from the path of logic without valid
reason, such as there is for those gladiators who are called Faustini b ; for
though most gladiators are spoken of in such a way that they case-inflection. b
The troops of gladiators were designated by adjectives of this sort which were
derived from the names of the owners. habeant easdem, Cascelliani,
(Caeciliani), 3 Aquiliani, animadvertant, 4 unde oriuntur, nomina dissimilia
Cascellius, 5 Cflecilius, Aquilius, (Faustus : quod si esset) 8 Faustius, recte
dicerent Faustianos ; si(c) 7 a Scipione quidam male dicunt Scipioninos : nam
est Scipionarios. Sed, ut dixi, quod ab huiuscemodi cognominibus raro
declinantur cognomina neque in usum etiam perducta, natant quaedam. XLIIL 72.
Item dicunt, cum sit simile stultus luscus et dicatur stultus stultior
stultissimus, non dici luscus luscior luscissimus, sic in hoc genere multa. Ad quae dico ideo fieri, quod natura nemo lusco magis
sit luscus, cum stultior fieri videatur. Quod rogant, cur (non) 1 dicamus mane manius manissimc,
item de vesperi : in 2 tempore vere magis et minus esse non potest, ante et
post potest. Itaque prius est
hora prima quam secunda, non magis hora. Sed magis mane surgere tamen dicitur :
qui primo mane surgit, (magis mane surgit) 3 quam qui non pri(m)o 4 : ut enim
dies non potest esse magis quam (dies, sic mane non magis quam) 5 mane ; 3
Placed here by L. Sp. ; added after Aquiliani by Aug. 4 Aug., for
animaduertunt. 5 Cascelius Aug.,
for Cas- sellius F. 6 Added by Mue. 7 M 9 Laetus.for si. § 73. 1 Added by Aug.
2 Popma, for uespertino. 3 Added by GS. 4 Stephanus, for prior. 5 Added by L.
Sp. § 72. a Cf viii. 75. § 73. a Cf. viii. 76. b The usual phrase is multo mane
; evidently, to the Romans, mane was not completely an adverb like English*
early. e The Latin corresponding to this (English) sentence should perhaps, as
GS. suggest, be placed before the sentence beginning Itaque prlus ; the
argument then develops more logically. have the last three syllables alike,
Cascelliani, Cae- ciliani, AquilianiJ* let them take note that the names from
which these come, Cascellius, Caecilius, Aquilius on the one hand, and Faustus
on the other, are unlike : if the name were Faustius, they would be right in
saying Faustiani. In the same way, from Scipio some make the bad formation
Scipionini ; it is prop- erly Scipionarii. But, as I have said, since appella-
tions are rarely derived from surnames of this kind and they are not fully at
home in use, some such formations fluctuate in form. XLIII. 72. Likewise they
say,° that although stultus * stupid ' and luscus * one-eyed * are like words,
and stultus is compared with stultior and stultissimus, the forms lusrior and
luscissimus are not used with luscus, and similarly with many words of this
class. To which I say that this happens for the reason that by nature no one is
more one-eyed than a one- eyed man, whereas he may seem to become more stupid.
XLIV. 73. To their question a why we do not say mane ' in the morning/
comparative manius, super- lative manissime. with a similar question about
vesperi * in the evening/ I reply that in matters of time there is properly no
' more ' and ' less/ but there can be before and after. Therefore the first
hour is earlier than the second, but not ' more hour/ But nevertheless to rise
magis mane ' more in the morning * is an expression in use ; he who rises in the
first part of the morning rises magis mane 6 * more in the morning ' than he
who does not rise in that first part. For as the day cannot be said to be more
than day, so mane cannot be said to be more than mane* Therefore that very
magis ' more ' itaque ipsum hoc quod dicitur magis sibi non constat, quod magis
mane significat primum mane, magis vespere novissimum vesper. XLV. 74. Item ab
huiuscemodi (dis)similitu- dinibus 1 reprehenditur analogia, quod cum sit anus
cadus simile et sit ab anu aniculaanicilla, a cado duo reliqua quod non sint
propagata, sic non dicatur a piscina piscinula piscinilla. Ad (haec respondeo)
2 huiuscemodi vocabuh's 3 analogias esse, ut dixi, ubi magnitudo animadvertenda
sit in unoquoque gradu eaquc 4 sit in usu co(m)muni, ut est cista cistula
cistella et canis catulus catellus, quod in pecoris usu non est. Itaque consuetudo frequentius
res in binas dividi partis ut maius et minus, ut lectus et lectulus, area et
arcula, sic alia. XLVI. 75. Quod dicunt casus alia non habere rectos, alia obliquos
et idco non esse analogias, falsum est. Negant habere rectos ut in hoc frugis
frugi frugem, item cole(m) colis cole, 1 obliquos non habere ut in hoc
Diespiter Diespitri Diespitrem, Maspiter Maspitri Maspitrem. § 74. 1 L. Sp., for
similitudinibus. 2 Added by L. Sp. 3 L. Sp., for vocabula. 4 Mite., for ea
quae. §75. 1 A. Sp. ; colis coli colem Mue. ; for role rolis role. § 74. a Cf
viii. 79. b The diminutives are not ety- mological derivatives of cants, but
are of quite distinct origin. e Curiously, none of the Latin words denoting
sheep and goats, cattle and horses, had a diminutive in regular use in V.'s
time or earlier, except that V. himself used equulus and equula. Plautus, Asin.
667, coined the words agnellns ' little lamb,' haedillus 4 little kid,'
vitellus 4 little calf,' as terms of endearment, but they do not appear again.
d The normal, undiminished object. § 75. ° Cf. viii. 49 ; the subject-matter of
§ 75 seems to come closely after that of § 70, but there seems to be no sure
which is commonly said is not consistent with itself, because magis mane means
the first part of the mane, and magis vespere the last part of the evening.
XLV. 74. Similarly, Regularity is found fault with on account of unlikenesses
of this sort," that although anus * old woman ' and cadus * cask ' are
like words, and from anus there are the diminutives aniatla and anicilla, the
other two are not formed from cadus, nor from piscina ' fish-pond * are
piscinula and piscinilla made. To this I answer that words of this kind have
the Regularities, as I have said, only when the size must be noted in each
separate stage, and this is in common use, as is cista * box/ cistula,
cistella, and canis b 1 dog,' catulus * puppy,' catellus * little puppy ' ;
this is not indicated in the usage connected with flocks.* Therefore the usage
is more often that things be divided into two sets, as larger d and smaller,
like lectus * couch * and lectulus, area ' strong-box * and arcula, and other
such words. XLVL 75. As to their saying a that some words lack the nominative
and others lack the oblique cases, and that therefore the Regularities do not
exist, this is an error. For they say that the nomina- tive is lacking in such
words as frugis frugi frugem b * fruit of the earth * and colem colis cole c 1
plant- stalk/ and the oblique cases are lacking in such as Diespiter *
Jupiter,' dat. Diespitri, acc. Diespitrem, and Maspiter ' Mars,' Maspitri,
Maspitrem* way of rearranging the order of the text. * Gen., dat., acc. c Acc,
gen., abL, unless the manuscript readings are to be more seriously altered ;
the word is more properly caul- % but Cato and V. prefer the country forms,
with o from au. d For Dies pater and Mars pater ; the addition of pater is
found only in nom. and voc. (Iuppiter, older Iuplter % is a voc. form). VOL. II
K 497 V. 76. Ad haec respondeo et priora habere nominandi et posteriora
obliquos. Nam et frugi rectus est natura frux, at secundum consuetudinem
dicimus ut haec avis, haec ovis, sic haec frugis ; sic secundum naturam
nominandi est casus cols, 1 secundum con- suetudinem colis, 2 cum utrumque
conveniat ad analo- gian, quod et id quod in consuetudine non est cuius modi
debeat esse apparet, et quod est in consuetu- dine nunc in recto casu, eadem
est analogia ac plera- que, quae ex multitudine cum transeunt in singulare,
difficulter efFeruntur ore. Sic cum transiretur ex eo quod dicebatur haec oves,
una non est dicta ovs sine J, 3 sed additum I ac factum ambiguum verbum
nominandi an patrici esse(t) 4 casus. Ut ovis, et avis. 77. Sic in obliquis casibus cur negent
esse Diespitri Diespitrem non video, nisi quod minus est tritum in consuetudine
quam Diespiter ; quod in nihil argumentum est : nam tarn casus qui non tritus
est quam qui est. Sed est(o) 1 in casuum serie alia vocabula non habere
nominandi, alia de obliquis aliquem: nihil enim ideo quo minus siet 2 ratio
per- cellere poterit hoc crimen. § 76. 1 Mi*e., for rois. 2 Hue., for rolis. 3 L.
&/>., for una. 4 L, Sp., for esse. § 77. 1 L. Sp., for est. 2 Mue., for
si et ; on the possi- bility of the use of siet in V.'s time, cf Cicero, Orator
47. 157. § 76. ° Frux is found in Ennius, Ann. 314 (' honest man ') and 431
Vahlen 2 = R.O.L. i. 1 16-1 17 and 150-151 Warming- ton ; but nom. frugis is
not quotable from a text. b Colis may be cited from Lucilius, 135 Marx, and V.,
R. R. i. 41 . 6. 4 c V. is speaking on the basis that the relation is nom.
sing, ending in -s, nom. pi. in -es, as in dux^ pi. duces. d Haec before oves
is the sign of the nom. pi. fern. ; V. appears to use hae before consonants,
haec To this I answer that the former have nomina- tives and the latter have
oblique case-forms. For the nominative of fntgi is by nature frux, but by usage
we say fntgis, a like avis * bird * and ovis ' sheep * ; so also, the
nominative of the other word is by nature cols and by usage colis. b Both of
these agree with the principle of Regularity, because it is perfectly clear of
what sort that form ought to be which is not in use, and in that which is now
in use in the nominative there is the same kind of Regularity as most words
have that are hard to pronounce when they pass from the plural to the singular.
So when the passage was made from the spoken plural oves, d the form which was
pronounced was not ovs without I, but an I was added and the word became
ambiguous as to whether the case was nominative or genitive.* Like the
nominative ovis is also the nominative amis. 77. Thus I do not see why they say
that in the oblique cases Diespitri and Diespitrem are lacking, except because
they are less common in use than Diespiter. But the argument amounts to nothing
; for the case-form which is uncommon is just as much a case-form as that which
is common. But let us grant that in the list of case-forms some words lack the
nominative and others lack some one of the oblique cases ; for this charge will
not for that reason be able in any way to destroy the existence of a logical
relationship a among the forms. before vowels as here (and at the sentence-end,
as at v. 75). * V. is of course unaware of the fact that some nouns of the
third declension had stems ending in i and therefore had a right to nominatives
in is, while others had stems ending in consonants and could have the ending is
only by analogy with the «-stems. § 77. ° That is, Regularity. Nam ut signa
quae non habent caput 1 aut aliquam aliam partem, nihilo minus 2 in reliquis
mem- bris eorum esse possunt analogiae, sic in vocabulis casuum possunt item
fieri (iacturae. Potest etiam refingi) 3 ac reponi quod aberit, ubi patietur
natura et consuetudo : quod nonnunquam apud poetas invenimus factum, ut in hoc
apud Naevium in Clas- tidio : Vita insepulta laetus in patriam redux. XLVII.
79. Itemreprehendunt,quoddicaturhaec strues, hie Hercules, 1 hie homo :
debuisset enim dici, si esset analogia, hie Hercul, haec strus, hie hom(en. N)on 2 haec ostendunt no(mi)?*a 3 non analogian esse,
sed obliquos casus non habere caput ex sua analogia. Non, ut si in Alexandri
statua imposueris caput Philippi, membra conveniant ad rationem, sic* et
Alexandri membrorum simulacro 5 caput quod re- spondeat item sit ? Non, si quis
tunicam in usu ita consult, ut altera plagula 6 sit angustis clavis, altera
latis, utraque pars in suo genere caret analogia. XLVIII. 80. Item negant esse
analogias, quod § 78. 1 After caput, M and Laetus deleted et. 2 For nihil
hominus. 3 Added by GS. ; but the lost part may be some what longer. % 79. 1 p,
Laetus, for Herculis. 2 GS. ; homen Canal ; for homon. 3 Kent, for noua. 4 G,
H, Aug., for sit. 5 A. Sp.yfor simulacrum. 6 Aldus, for placula. § 78. a By
regular formation. b Tray. Rom. Frag., Praet. II Ribbeck 3 . c Redux, not
elsewhere found in the nom. sing. § 79. If the nominatives were of the usual
types, which replace the .genitive ending -IS by -S or by nothing at all, like
$11$, animal, nomen, genitives suis, animalis, nominis. b That is, the
nominatives are not formed ' regularly ' from the oblique cases, but from these
nominatives of variant types For as some statues lack the head or some other
part without destroying the Regularities in their other limbs, so in words
certain losses of cases can take place, with as little result. Besides, what is
lacking can be remade a and put back into its place, where nature and usage
permit ; which we sometimes find done by the poets, as in this verse of Naevius,
in the Clastidium b : With life unburied, glad, to fatherland restored.* XLVII.
79. Likewise they find fault with the nominatives strues 1 heap,' Hercules,
homo * man ' ; for if Regularity actually existed, they say, these forms should
have been strus, Hercul, homen. a These nouns do not show that Regularity is
non-existent, but that the oblique cases do not have a head or starting-point
according to their type of Regularity. b Is it not a fact that, if you should
put a head of Philip on a statue of Alexander and the limbs should be
proportionately symmetrical, then the head which does correspond to the statue
of Alexander's limbs c would likewise be symmetrical ? And it is not a fact
that if one should in practice sew together a tunic in such a way that one
breadth of the cloth has narrow border-stripes and the other has broad stripes,
each part lacks regular conformity within its own class. d XLVIII. 80. Likewise
they say that the Regu- the oblique cases are formed regularly. c That is, the
heads or nominatives may be varied, but the limbs or oblique cases are of
uniform type. d For there are tunics with the broad stripe, worn by senators,
and tunics with the narrow stripe, worn by knights ; therefore, though the two
halves in the example do not belong together, each has its regular precedent.
alii dicunt cupressus, alii cupressi, item dc ficis platanis et plerisque
arboribus, dc quibus alii ex- tremum US, alii EI faciunt. Id est falsum : nam
debent dici E et I, fici ut nummi, quod est ut num- mi^) fici(s), 1 ut nummorum
ficorum. Si essent plures ficus, essent ut manus ; diceremus ut manibus, sic
ficibus, et ut manuum, sic ficuum, neque has ficos diceremus, sed ficus, ut non
manos appellamus, sed (manus, nec) 2 consuetude* diceret singularis obliquos casus
huius fici neque hac fico, ut non dici(t) 3 huius mani, 4 sed huius manus,
(n)ec 5 hac mano, sed hac manu. XLIX. 81. Etiam illud putant esse causae, cur
non sit 1 analogia, quod Lucilius scribit : Dccuis, 2 Sive decusibus est. Qui
errant, quod Lucilius non debuit dubitare, quod utrumque : nam in aere usque ab
asse ad centussis numerus aes significat, et eius numero finiti casus omnes 3
ab dupondio sunt, quod dicitur a multis duobus modis hie dupondius et hoc
dupondium, ut § 80. 1 L. Sp., for nummi fici. 2 Added by Mue. ; manus neque L.
Sp. 3 Aug., for dici. 4 M, Laetus,for manui. 5 L. Sp., for et. §81. 1 After
sit, Aldus deleted in. 2 Lachmann ; decussi Mue. ; for decuis. 3 For omnis. §
80. ° As belonging to the fourth and the second de- clensions respectively. b
This shows that V. wrote the nominative plural of the second declension with
EI, and not with I ; but it would be pedantic to substitute such spellings
throughout 4 his works, or even merely in this section. c As type of the second
declension. d As type of the fourth declension. larities do not exist, because
some say cupressus ' cypress-trees ' in the plural and others say cupressif and
similarly with fig-trees, plane-trees, and most other trees, to which some give
the ending US and others give EI. This is wrong ; for the tree-names ought to
be spoken with E and l 9 b Jici like nummi c ' sesterces,* because the ablative
is jicis like nummis, and the genitive is ficorum like nummorum. If the plural
were Jicus, then it would be like mantis d * hand ' ; we should say ablative
Jicibus like manibus, and genitive jicuum like manuum 9 and we should not say
accusative Jicos, but Jicus, just as we do not say accusative vianos but manus
; nor would usage speak the oblique cases of the singular genitive Jici and
ablative Jico, just as it does not say genitive mani but manus, nor ablative
mono but manu. XLIX. 81. Moreover, they think that there is proof of the
non-existence of Regularity, in the fact that Lucilius writes a ; Priced a
teiww, or else we may say at ten-asses. b They are in error, because Lucilius
should not have been uncertain as to the form, since both are right. For in
copper money, from the as to the hundred-a-y, the number adds to itself the
meaning of the copper coin, and all its case-forms are limited by its numerical
value, starting from the dupondius * two-as piece,' which is used by many in
two ways, masculine dupondius and neuter dupondium, like gladius and §81. °
Lucilius, 1153-4 Marx. "Or decussis, decus- sibus; but the single S is
elsewhere attested in these words, and Lucilius may well have followed the
older orthography, which doubled no consonants. On the as, cf. v. 169* c As
first element in the compound. hoc gladium et hie gladius ; ab tressibus
virilia multi- tudinis hi tresses et " his tressibus confido,"
singulare " hoc tressis habeo " et " hoc tres(s)is 4
confido," sic deinceps a(d) 5 centussis. Deinde numerus aes non
significatf. 6 82. Numeri qui aes non significant, usque a quat- tuor ad
centum, triplicis habent formas, quod dicun- tur hi quattuor, hae quattuor,
haec quattuor ; cum perventum est ad mille, quartum assumit singulare neutrum,
quod dicitur hoc mille denarium, a quo multitudinis fit milia denarii. 1 S3.
Quare gwo(nia)m 1 ad analogias quod pertineat non (opus) 2 est ut omnia similia
dicantur, sed ut in suo quaeque genere similiter declinentur, stulte quaerunt,
cur as et dupondius et tressis non dicantur proportione, cum as 3 sit simple^,
4 d?*pondius 5 fictus, quod duo asses pendebat, 6 tressis ex tribus aeris quod
sit. Pro assibus nonnunquam aes dicebant antiqui, a 4 For tresis. 5 Aug., for
a. 6 Aug., for significans. § 82. 1 Aug.) for denaria. § 83. 1 Mue., for cum. 2
Added by GS. 3 as sit Aldus, for adsit. 4 For simples. 5 For dipondius. 6 Aug.,
for pendebant. d Cf. v. 116 and viii. 45. "The value-names tressis to
centussis were invariable in the singular, but had a full set of cases in the
plural, without multiplying the value of the term ; thus tresses in the plural
still means ' three asses ' precisely like the singular. § 82. ° One invariable
form serves for three genders. b Mille is not only an indeclinable plural
adjective, of three genders, but also a neuter noun in the singular, upon which
a genitive depends ; and in this last capacity it has a plural, which is
declinable. c The denarius was a Roman silver coin, equivalent to the Greek
drachma, and in modern times gladium* From tressis 4 three-as ' there is a
mascu- line plural 3 tresses in the nominative and tressibus in the ablative,
as in "I trust in these three asses," singular tressis as in " I
have this three-flj " and " I trust in this three-as." The same
usage is followed all the way to centussis 4 hundred-^. ' e From here on, the
numeral does not denote money any more than other things. 82. The numerals
which do not signify money, from quaiiuor 4 four ' to centum 4 hundred/ have
forms of triple function, because quaituor is masculine, feminine, and neuter.
When mille 4 thousand ' is reached, it takes on a fourth function, 6 that of a
singular neuter, because the expression in use is mille 4 thousand * of
denarii, c from which is made a * plural, milia 1 thousands * of denarii. 83.
Since therefore so far as concerns the Regu- larities it is not essential that
all words that are spoken should be alike in their systems, but only that they
should be inflected alike each in its own class, those persons are stupid who
ask why as and dupondius and tressis are not spoken according to a regular
scheme ; for the as is a single unit, the dupondius is a compound term indicating
that it pendebat 1 weighed ' duo 1 two ' asses, and the tressis is so called a
because it is composed of tres 4 three ' units of aes 4 copper.' Instead of
asses, the ancients used sometimes to say aes 6 ; a usage which survives when
we hold an as in to the Swiss franc (about Is. 4d. English, or 32 cents U.S.A.,
in 1936). § 83. ° From tres and as, not from tres and aes. b But in the
genitive, if with a numeral ; just as we say " four o'clock," =
" four (hours) of the clock " ; in the singular, aes might mean *
money ' collectively, like the French argent, and sometimes even a * copper
piece.' quo dicimus assem tenentes " hoc 7 aere aeneaque libra " et
" mille aeris legasse." 84. Quare quod ab tressis usque ad centussis
1 numeri ex (partibus) 2 eiusdem modi sunt compositi, eiusdem modi habent
similitudinem : dupondius, quod dissimilis est, ut debuit, dissimilem habet
rationem. Sic as, quoniam
simplex est ac principium, et unum significat et multitudinis habet suum in-
finitum : dicimus enim asses, quos cum finimus, dicimus dupondius et tressis et
sic porro. 85. Sic videtur mihi, quoniam finitum et infinitum habeat
dissimilitudinem, non debere utrumque item dici, eo magis quod in ipsis
vocabulis 1 ubi additur certus numerus miliar(i)is 2 aliter atque in reliquis
dicitur : nam sic loquontur, hoc mille denarium, non hoc mille denari(orum), 3
et haec duo milia denarn/m, 4 non duo milia denari(orum). 5 Si esset denarii in
recto casu atque infinitam multitudinem significaret, tunc in patrico
denariorum dici oportebat ; et non solum in denariis, victoriatis, drachmis,*
nummis, sed etiam in viris idem servari oportere, cum dicimus 7 After hoc,
Brissonius deleted ab. § 84. 1 Aug., for
ducentussis. 2 Added by GS. % 85. 1 M 9 Laetus, for vocalibus. 2 Miie. ;
milliards L. Sp. ; for militaris. 3 L. Sp.,for denarii. 4 Aug., for denaria. 5
Christ, for denarii. 6 Rhol^for et rachmis. c A legal survival used in symbolic
sales, cf. v. 163; for the ancient as UbraUs (cf v. 169) had long since been
decreased in weight and was not coined after 74 b.c. § 84. ° Even as dies and
annus were not modified by the lower numerals ; for such phrases the Romans
substituted biduum, triduum, biennium, triennium> etc. So for sums the hand
and say " with this aes * copper piece ' and aenea libra ' pound of
copper/ " c and also in the legal formula " to have bequeathed a
thousand (asses) of aes * copper.* '* 84. Therefore, because the numerals from
tressis to centussis are compounded of parts of the same kind, they have a likeness
of the same kind ; but the word dupondius, because it is different in
formation, has a different system of declension, as it should have. So also the
as, because it is a single unit and is the beginning, means one and has its own
in- definite plural, for we say asses ; but when we limit them numerically, we
say dupondius and tressis and so on. a . Thus it seems to me that since the
definite and the indefinite have an inherent difference, the two ought not to
be spoken in the same fashion, the more so because in the words themselves,
when they are attached to a definite number in the thousands, a form is used
which is not the same as that used in other expressions. For they speak thus :
mille dena- rium a * thousand of denarii,' not denariorum, and two milia
denarium ' thousands of denarii,* not denariorum. If it were denarii in the
nominative and it denoted an indefinite quantity, then it ought to be
denariorum in the genitive ; and the same distinction must be pre- served, it
seems to me, not only in denarii, victoriati, h drachmae, and nummi, but also
in viri, when we say from 2 to 100 asses, the compound words were used, and not
asses with the numeral. § 85. a For names of weights and measures, and for some
other words, the old genitive in -um continued in use long after the new form
in -onim had been generalized. 6 The vktoriatus was a silver coin stamped with
a figure of Victory, and worth half a denarius. iudicium fuisse triumvirum,
decem(virum, centum)- wum, 7 non (triumvirorum, decemvirorum), 8 centum-
virorum. 86. Numeri antiqui habent analogias, quod omni- bus est una 1 regula,
duo actus, tres gradus, sex de- curiae, qua(e) 1 omnia similiter inter se
respondent. Regula 3 est numerus novenarius, quod, ab uno ad novem cum
pervenimus, rursus redimus ad unum et V(IIII) 4 ; hinc et LX(XXX) 6 et nongenta
6 ab una sunt natura novenaria ; sic ab octonaria, et deo(r)sum versus ad
singularia perveniunt. 87. Actus primus est ab uno (ad) 1 DCCCC, se- cundus a
mille ad nongenta* milia ; quod idem valebat unum et mille, utrumque singulari
nomine appellatur : nam ut dicitur hoc unum, haec duo, (sic hoc mille, haec
duo) 3 milia et sic deinceps multitudinis in duobus actibus reliqui omnes item
numeri. Gradus singu- laris est in utroque actu ab uno ad novem, denariws 4
gradus (a) 5 decern ad LX(XXX), 6 centenarius a cen- tum (ad) 7 DCCCC. Ita tribus gradibus sex decuriae
fiunt, tres miliariae, tres 8 minores. Antiqui his numeris fuerunt contenti. Added by L. Sp.
8 Added by A. Sp., after Aldus. §86. 1 After una, L. Sp. deleted non novenaria
(Aug. deleted non). 2 Rhol., for qua. 3 Sciop., for regulae. 4 novem L. Sp.,
for V. 5 nonaginta Aldus, for LX. 6 L. Sp. ; nongenti G, H ; for nungenti. §
87. 1 Added by Aug. 2 For nungenta. 3 Added by Gronov. 4 Aug., for denarios. 5
Added by Aug. 6 nonaginta Aug., for LX. 7 Added by Aug. 6 L. Sp., for miliaria
etres. c The tresviri or triumviri capitales, in charge of prisons and that
there has been a decision of the triumvirs, c the decemvirs, d the centum virs,
e all of which have the genitive virum and not virorum. 86. The old numbers
have their Regularities, because they all have one rule, two acts, three
grades, and six decades, all of which show regular internal correspondences.
The rule is the number nine, because, when we have gone from one to nine, we
return again to one and nine ° ; hence both ninety and nine hundred are of that
one and the same nine- containing nature. So there are numbers of eight-
containing nature, 6 and going downwards they arrive at those which are merely
ones. 87. The first act ° is from one to nine hundred, the second from one
thousand to nine hundred thousand. Because one and thousand are alike unities,
both are called by a name in the singular ; for as we say 1 this one ' and '
these two,* so we say 1 this thousand ' and ' these two thousands/ and after
that all the other numbers in the two acts are likewise plural. The unitary
grade is found in both acts, from one to nine ; the denary grade extends from
ten to ninety ; the centenary grade from hundred to nine hundred. Thus from the
three grades, six decades are made, three in the thousands, and three in the
smaller numbers. The ancients were satisfied with these numerals. executions.
*The decemviri stlitibus iudicandis, a per- manent board with jurisdiction over
cases involving liberty or citizenship. * The centumviri or board of judges
with jurisdiction over civil suits, especially those involving in- heritances.
§ 86. As multiples of ten ; and then as multiples of one hundred. 6 But these
do not constitute the 4 rule.* § 87. Technical term, taken from the drama. Ad 1
hos tertium et quartum actum (addcntes) 2 ab decie(n)s (et ab deciens miliens)
2 minores im- posuerunt vocabula, neque rationc, sed tamen non contra est earn
de qua scribimus analogiam. Nam 3 deciens 4 cum dicatur hoc deciens ut mille
hoc mille, ut sit utrumque sine casibus vocis, dicemus ut hoc mille, huius
mille, sic hoc deciens, huius deciens, neque eo minus in altero, quod est
mille, praeponemus hi mille, horum mille, (sic hi deciens, horum deciens). 5 L.
89. Quoniam in eo est nomen co(m)mune, quam vocant ofnovvfuav, 1 obliqui casus
ab eodem capite, ubi erit ofuavvfiia, 2 quo minus dissimiles fiant, analogia
non prohibet. Itaque dicimus hie Argus, cum hominem dicimus, cum oppidum,
Graec(e Graec)an(i)ceve 3 hoc Argos, cum Latine (hi) 4 Argi. Item faciemus, si
eadem vox nomen et 5 verbum significant, 6 ut et in casus et in tempora
dispariliter declinetur, ut faciemus a Meto quod nomen est Metonis Metonem,
quod verbum estmetammetebam. § 88. 1 For ab. 2 Added by Kent, after Mue. (actum
ab deciens minorem, (a deciens miliens maiorem addentes), imposuerunt). 3 A
fter nam, L. Sp. deleted ut. 4 Aug., for decienis. 6 Added by L. Sp. ; there
may have been other text also in the lacuna. § 89. 1 For omonimyan. 2 For omonimya
/ after which Aug. deleted obliqui casus. 3 Fay, cf. x. 71 ; graecanice Pius ;
for graecancaene. 4 Added by Vertranius ; (hei) Aug. 6 Pius, for nominet. 6
Pius, for significavit. Elliptic for decies centena milia ' ten times a hundred
thousands.* b Similarly elliptic for decies milies centena milia. c V. seems
not to know the abl. sing. milll, found in Plautus, Bac. 928 (assured by the
metre), and in Lucilius, 327 and 506 Marx (assured by Gellius, i. 10. 10-13).
To these, their descendants added a third and a fourth act, imposing names
which started from deciens a ' million ' and deciens miliens b ' thousand
million ' ; and though the names were not formed by logical relation with the
lower numerals, still their for- mation is not in conflict with the Regularity
about which we are writing. For inasmuch as deciens is used as a neuter
singular like mille, so that both words are without change of form for the
various cases, 6 we shall use deciens unchanged as nominative and as genitive,
even as we do mille ; and none the less shall we set before mille the signs of
nominative and of genitive plural, because mille is also in the other number —
and so also shall we speak of* these deciens ' in the same cases. L. 89. When a
noun is the same in the nomina- tive though it has more than one meaning, in
which instance they call it a homonymy, Regularity does not prevent the oblique
cases from the same starting form in which the homonymy is, from being dis-
similar. Therefore we say Argus in the masculine, when we mean the man, but
when we mean the town we say, in Greek or in the Greek fashion, Argos a in the
neuter, though in Latin it is Argi, masculine plural. Likewise, if the same
word de- notes both a noun and a verb, we shall cause it to be inflected both
for cases and for tenses, with different inflection for noun and verb, so that
from Melo as a noun, a man's name, we form gen. Metonis, acc. Metonem, but from
meto as a verb, * I reap/ we form the future metam and the imperfect metebam. §
89. ° The homonymy is not perfect, since the forms are Argus and Argos ; the
neuter Argos is found in Latin only in nom. and acc. Reprehendunt, cum ab eadem
voce plura sunt vocabula declinata, quas a-vvtawfitas 1 appellant, ut 2
Alc(m)#eus 3 et Alc(m)«eo, 3 sic Gen/on, Ger?/o- n(e)us, 4 Ger^ones. In hoc
genere quod casus per- peram permutant quidam, non reprehendunt ana- logiam,
sed qui eis utuntur imperite ; quod quisque caput prenderit, sequi debet eius
consequenti(s) 5 casus in declinando ac non facere, cum dixerit recto casu
Alc(m)aeus, 6 in obliquis 7 Alc(m)«eoni 6 et Alc(m)aeonem 6 ; quod si miscuerit
et non secutus erit analogias, reprehendendum. LII. 91. (Reprehendunt) 1
Aristarchum, quod haec nomina Melicertes et Philomedes similia neget esse, quod
vocandi casus habet alter Melicerta, alter Philomede(s), 2 sic qui dicat lepus
et lupus non esse simile, quod alterius vocandi casus sit lupe, alterius lepus,
sic socer, macer, quod in transitu fiat ab altero triss/llabum soceri, ab
altero bisyllabum macri. 92. De hoc etsi supra responsum est, cum dixi de lana,
hie quoque 1 amplius adiciam similia non solum §90. 1 For synonimyas. 2 After
ut, Aug. deleted sapho et. 3 Kent, for alceus and alceo, usually corrected to
Alcaeus, Alcaeo, though a variant nominative Alcaeo is unknown ; whereas
Alcumeus occurs in Plant us* Capt. 562, and Alcmaeo in Cicero, Acad. Priora ii.
28. 89, and else- where. 4 Mue., for gerionus. 6 L. Sp.,for consequenti. •
Kent, for alceus, alceoni, alceonem ; cf. crit. note 3. 7 After obliquis, Mue.
deleted dicere. §91. 1 Added by L. Sp„ after Aug. 2 Mue., for philomede. § 92.
1 For hie hie quoque. Son of Amphiaraus and Eriphyle, who killed his mother at
the command of his father, because she tricked him into going to a war in which
he was destined to die ; cf. also the critical note. b The three-bodied giant
whom Hercules They find fault when from the same utterance two or more
word-forms are derived, which they call synonymns, such as Alcmaeus and
Alanaeo, a and also Geryon, Geryoneus, GeryonesS* As to the fact that in this
class certain speakers interchange the case-forms wrongly — they are not
finding fault with Regularity, but with the speakers who use those case- forms
unskillfully : each speaker ought to follow, in his inflection, the case-forms
which attend upon the nominative which he has taken as his start, and he ought
not to make a dative Alcmaeoni and an accusative Alcmaeonem when he has said
Alcmaeus in the nominative ; if he has mixed his declensions and has not
followed the Regularities, blame must be laid upon him. LII. 91. They find
fault a with Aristarchus for saying that the names Meliceries and Pkilomedes
are not alike, because one has as its vocative Melicerta, and the other has
Pkilomedes b ; and likewise with those who say that lepus * hare ' and lupus '
wolf * are not alike, because the vocative case of one is lupe and of the other
is lepus, and with those who say the same of socer ' father-in-law * and macer
' lean/ because in the declensional change there comes from the one the
three-syllabled genitive soceri and from the other the two-syllabled genitive
macri. 92. Although the answer to this was given above when I spoke about the
kinds of wool, I shall make here some further statements : the likenesses of
overpowered and robbed of his cattle ; all three forms are known in Greek, but
only Geryon and Geryones in Latin. §91. a Cf. viii. 68. b The Greek nominatives
end in -17s, but the vocatives end in -a and -€s respectivelv. § 92. a C/. ix.
39.a facie dici, sed etiam ab aliqua coniuncta vi et potestate, quae et oculis
et auribus latere soleant : itaque saepe gemina facie mala negamus esse
similia, si sapore sunt alio ; sic equos eadem facie nonnullos negamus esse
similis, (s)i 2 natione s(unt) 3 ex procreante dissimiles. 4 93. Itaque in hominibus emendis,
si natione alter est melior, emimus pluris. Atque in hisce omnibus similitudines non sumimus
tantum a figura, sed etiam aliu for externi. Present imperative, future
imperative, present subjunctive. b The indicative mood. c V. dis- regards the,
plural forms in this calculation. § 102. ° Meaning 1 mood ' ; cf. § 95, note a.
b Cf ix. 75-79. used to say present esum es est, imperfect eram eras erat,
future ero eris erit. In this same fashion you will see that the other verbs of
this kind preserve the principle of Regularity. Besides, they find fault with
Regu- larity in this matter, that certain verbs have not the three persons, nor
the three tenses ; but it is with lack of insight that they find this fault, as
if one should blame Nature because she has not shaped all living creatures
after the same mould. For if by nature not all forms of the verbs have three
tenses and three persons, then the divisions of the verbs do not all have this
same number. Therefore when we give a com- mand, a form which only the verbs of
uncompleted time have — when we give a command to a person present or not
actually present, three verb-forms a are made, like lege ' read (thou)/ legito
' read (thou) * or ' let him read/ legal ' let him read 1 : for nobody gives a
command with a form denoting action already completed. On the other hand, in
the forms which denote declaration, 6 like lego ' I read/ legis * thou readest/
legit ' he reads/ there are nine verb-forms of uncompleted action and nine of
completed action. LIX. 102. For this and similar reasons the question that
should be asked is not whether one kind ° disagrees with another kind, but
whether there is anything lacking in each kind. If to these there is added what
I said above b about nouns, all difficulties will be easily resolved. For as
the nomina- tive case-form is in them the source for the derivative cases, so
in verbs the source for other forms is in the form which expresses the person
of the speaker and the present tense : like scribo * I write/ lego ' I read.' Quare
ut illic fit, si 1 hie item acciderit, in formula ut aut caput non sit aut ex
alieno genere sit, proportione eadem quae illic dicimus, cur nihilominus 2
servctur analogia. Item, sicut illic caput suum habebit et in obliquis casibus
transitio erit in ali(am) quam 3 formulam, qua assumpta reliqua facilius
possint videri verba, unde sint declinata (fit enim, ut rectus casus nonnunquam
sit ambiguus), ut in hoc verbo volo, quod id duo significat, unum a voluntate,
alterum a volando ; itaque a volo intellegimus et volare et velle. LX. 101. Quidam reprehendunt,
quod pluit et luit dicamus in praeterito et praesenti tempore, cum analogize
sui cuiusque temporis verba debeant dis- criminare. Falluntur : nam est ac
putant aliter, quod in praeteritis U dicimus longum pluit (luit), 1 in praesenti
breve pluit luit : ideoque in lege vendi- tions fundi " ruta caesa "
ita dicimus, ut U produ- camus. LXI. 105. Item reprehendunt quidam, quod putant
idem esse sacrifico 1 et sacrificor, lavat 2 et lavatur ; quod sit an non,
nihil commovet analogian, dum sacrifico 3 qui dicat servet sacrificabo et sic
per § 103. 1 Mite.,, for
sic. 2 For nichilominus. 3 Mue., for aliquam. Added by Aug. § 105. 1 Aug.>
for sacrificio. 2 L. Sp. ; sacrificor et lavat Aug. ; for sacrifico relauat. 3
Aug,) for sacrifici. § 103. ° Cf ix. 76. § 104. a Found in older Latin, but
seemingly shortened by about V.'s time. 6 One might exempt from inclu- sion in
the sale of a property all things dug up (sand, chalk, ete.) and ail things cut
down (timber, etc.), even though they were still unwrought materials. c The u
is short in the compounds erutus^ obrutus, etc. Wherefore, if it has happened
in verbs as it does happen in nouns, that in the pattern the starting- point is
lacking or belongs to a different kind, we give the same arguments here which
we gave there, with suitable changes in application, as to why and how
Regularity is none the less preserved. And as in nouns the word will have its
own peculiar starting- point and in the oblique cases there will be a change to
some other pattern, on the assumption of which it can be more easily seen from
what the word-forms are derived (for it happens that the nominative case-form
is sometimes ambiguous), so it is in verbs, as in this verb volo, because it
has two meanings, one from wishing and the other from flying ; therefore from
volo we appreciate that there are both volare ' to fly ' and velle * to wish/
LX. 104. Certain critics find fault, because we say pluit * rains ' and luit *
looses ' both in the past tense and in the present, although the Regularities
ought to make a distinction between the verb-forms of the two tenses. But they
are mistaken ; for it is otherwise than they think, because in the past tense
we say pluit and luit with a long U, a and in the present with a short U ; and
therefore in the law about the sale of farms we say rata caesa ' things dug up
and things cut,' 6 with a lengthened u. c LXI. 105. Likewise certain persons
find fault, because they think that active sacrifico ' I sacrifice ' and passive
sacrificor, active lav at * he bathes ' and passive lavatur, are the same ° :
but whether this is so or not, has no effect on the principle of Regularity,
provided that he who says sacrifico sticks to the future § 105. ° With the same
meaning ; but the passive of these verbs sometimes has true passive meaning.
totam formam, ne dicat sacrificatur 4 aut sacrificatus sum : haec cnim inter se
non conveniunt. 106. Apud Plautum, cum dicit : Piscis ego credo qui usque dum
vivunt lavant Diu minus lavari 1 quam haec lavat Phronesium, ad lavant lavari
non convenit, ut I 2 sit postremum, sed E ; ad lavantur analogia lavari reddit
: quod Plauti aut librarii mendum si est, non ideo analogia, sed qui scripsit
est reprehendendus. Omnino et lavat 3 et lavatur dicitur separatimrecte in rebus certis, quod
puerum nutrix lava(t), 4 puer a nutrice lavatur, nos in 6alneis et lavamus et
lavamur. 107. Sed consuetudo alterum utrum cum satis haberet, in toto corpore
potius utitur lavamur, in partibus lavamus, quod dicimus lavo manus, sic pedes
et cetera. Quare e balneis non recte dicunt lavi,
lavi manus recte. Sed quoniam in balneis lavor lautus sum, scquitur, ut contra,
quoniam est soleo, oporte(a)ti dici solui, ut Cato et Ennius scribit, non ut
dicit volgus, solitus sum, debere dici ; neque propter haec, quod discrepant in
sermone pauca, minus est analogia, ut supra dictum est. 4 L. Sp. f /or
sacrificaturus. § 106. 1 Plautus
has minus diu lavare. 2 II, for T. 3 II, for lauant. 4 For laua. § 107. 1
Mue.,for oportet. § 106. ° True. 322-323. § 107. °\The passive form as a middle
or reflexive, but the active form as a transitive requiring an object. b Frag,
inc. 54 Jordan. e Frag. inc. 26 Vahlen 2 .' * Cf. ix. 33. sacrificabo and so on
in the active, through the whole paradigm, avoiding the passive sacrificatur
and sacrificatus sum : for these two sets do not harmonize with each other.
106. In Plautus, when he says a : The fish, I really think, that bathe through
all their life, Are in the bath less time than this Phronesium, lavari * are in
the bath/ with final I instead of E, does not attach to lavant * bathe ' :
Regularity refers lavari to lavantur, and whether the error belongs to Plautus
or to the copyist, it is not Regularity, but the writer that is to be blamed.
At any rate, lavat and lavatur are used with a difference of meaning in certain
matters, because a nurse lavat 1 bathes ' a child, the child lavatur ' is
bathed ' by the nurse, and in the bathing establishments we both lavamus *
bathe * and lavamur ' are bathed.' 107. But since usage approves both, in the
case of the whole body one uses rather lavamur * we bathe ourselves,' and in
the case of portions of the body lavamus * we wash,' in that we say lavo * I
wash ' my hands, my feet, and so on.° Therefore with reference to the bathing
establishments they are wrong in saying lavi * I have bathed,' but right in
saying lavi * I have M ashed * my hands. But since in the bathing
establishments lavor * I bathe ' and lauius sum * I have bathed,' it follows
that on the other hand from soleo 1 I am wont,' which is in the active, one
ought to say solui 4 I have been wont,' as Cato 6 and Ennius c write, and that
solitus sum, as the people in general say, ought not to be used. But as I have
said above,** Regularity exists none the less for these few in- consistencies
which occur in speech. Item cur non sit analogia, a^erunt, 1 quod ab similibus
similia non declinentur, ut ab dolo et colo : ab altero enim dicitur dolavi, ab
altero colui ; in quibus assumi solet aliquid, quo facilius reliqua dicantur,
ut i(n) 2 M^rmecidis 3 operibus minutis solet fieri : igitur in verbis
temporalibus, quo(m) 4 simili- tudo saepe sit confusa, ut discerni nequeat,
nisi trans- ieris in aliam personam aut in tempus, quae pro- posita sunt no(n
e)sse 5 similia intellegitur, cum trans- itum est in secundam personam, quod
alterum est dolas, alterum colis. 109.
Itaque in reliqua forma verborum suam utr(um)que 1 sequitur formam. Utrum in
secunda (persona) 2 forma verborum temporalz(um) 3 habeat in extrema syllaba AS
(an ES) an IS a(u)t IS, 4 ad discernendas similitudines interest : quocirca ibi
potius index analogiae quam in prima, quod ibi abstrusa est dissimilitudo, ut
apparet in his meo, neo, ruo : ab his enim dissimilia fiunt transitu, quod sic
dicuntur meo meas, neo nes, ruo ruis, quorum unumquodque suam conservat
similitudinis formam. LXIII. 110. Analogiam item de his quae appel- lantur
participia reprehendunt multz 1 ; iniuria : nam non debent dici terna ab
singulis verbis amaturus amans amatus, quod est ab amo amans et amaturus, §
108. 1 adferunt Aug.,
for asserunt. 2 Aug., for uti. 3 Plus, for murmecidis. 4 Aug., for quo. 5
Vertranius, for nosse. § 109. 1 Schp.,for uterque. 2 Added by L. Sp. 3 h. Bp.,
for temporale. 4 L. Sp. (aut ES Canal), for as anis at si. § 110. 1 GS.,for
multa. § 108. Just as we nowadays take the infinitive to show the conjugation,
adding the perfect active and the passive Likewise, they present as an argument
against the existence of Regularity the fact that like forms are not derived
from likes, as from dolo 4 1 chop ' and colo 4 I till ' ; for one forms the
perfect dolavi and the other forms colui. In such instances some- thing
additional is wont to be taken to aid in the making of the other forms, a just
as we do in the tiny art-works of Myrmecides b : therefore in verbs, since the
likeness is often so confusing that the distinction cannot be made unless you
pass to another person or tense, you become aware that the words before you are
not alike when passage is made to the second person, which is dolas in the one
verb and colis in the other. 109. Thus in the rest of the paradigm of the verbs
each follows its own special type. Whether in the second person the paradigm of
verbs has in the final syllable AS or ES or IS or IS, is of importance for
distinguishing the likenesses. Wherefore the mark of Regularity is in the
second person rather than in the first, because in the first the unlikeness is
concealed, as appears in meo 4 I go/ neo 4 I sew,' ruo 4 1 fall ' ; for from
these there develop unlike forms by the change from first to second person,
because they are spoken thus : meo meas, neo nes, ruo rids, each one of which
preserves its own type of likeness. Likewise, many find fault with Regularity
in connexion with the so-called parti- ciples ; wrongly : for it should not be
said that the set of three participles comes from each individual verb, like
amaturus 4 about to love,' amans ' loving,' amaius 4 loved,' because amans and
amaturus are from participle to make up the "principal parts" which
are our guide. » Cf. vii. 1. ab amor 2 amatus. Illud analogia quod praestare
debet, in suo quicque genere habet, casus, ut amatus amato et amati amatis ; et
sic in muliebribus amata et amatae ; item amaturus eiusdem modi habet
declinationes, amans paulo aliter ; quod hoc genus omnia sunt in suo genere
similia proportione, sic virilia et muliebria sunt eadem. De eo quod in priore
libro extremum est, ideo non es(se) analogia(m), 1 quod qui de ea scripserint
aut inter se non conveniant aut in quibus conveniant ea cum consuetudinis
discrepant 2 verbis, utrumque (est leve) 3 : sic enim omnis repudiandum erit
artis, quod et in medicina et in musica et in aliis multis discrepant
scriptores ; item in quibus conveniunt m 4 scriptis, si e(a) tam(en) 5 repudiat
6 natura : quod ita ut dicitur non sit ars, sed artifex reprehendendus, qui
(dici) 7 debet in scribendo non vidisse verum, non ideo non posse scribi verum.
112. Qui dicit hoc monti et hoc fonti, cum alii dicant hoc monte et hoc fonte,
sic alia quae duobus modis dicuntur, cum alterum sit verum, alterum falsum, non
uter peccat tollit analogias, sed uter recte dicit confirmat ; et quemadmodum
is qui 1 peccat in his verbis, ubi duobus modis dicuntur, non 2 Aug. ; amaturus
ab amabar Rhol. ; for ab amaturus amabar. §111. 1 Mue. 9 for est analogia. 2
Mue., for dis- crepant. 3 Added by GS. ; falsum A, Sp. ; falsum est Popma. 4 A.
Sp., for ut. 5 GS., for etiam. 6 For repudiant. 7 Added by GS. § 112. 1 L.
Sp.,for quicum. fl C/. viii. 66. the active amo, and amatus is from the passive
amor. But that which Regularity can offer, which the parti- ciples have, each
in its own class, is case-forms, as amatus, dative amato, and plural amati,
dative amatis ; and so in the feminine, amata and plural amatae. Likewise
amaturus has a declension of the same kind. Amans has a somewhat different
declension ; because all words of this kind have a regular likeness in their
own class, amans, like others of its class, uses the same forms for masculine
and for feminine. LXIV. 111. About the last argument in the pre- ceding book,
that Regularity does not exist for the reason that those who have written about
it do not agree with one another, or else the points on which they agree are at
variance with the words of actual usage, both reasons are of little weight. For
in this fashion you will have to reject all the arts, because in medicine and
in music and in many other arts the writers do not agree ; you must take the
same attitude in the matters in which they agree in their writings, if none the
less nature rejects their conclusions. For in this way, as is often said, it is
not the art but the artist that is to be found fault with, who, it must be
said, has in his writing failed to see the correct view ; we should not for
this reason say that the correct view cannot be formulated in writing. 112. As
to the man who uses as ablatives monti ' hill ' and fonti * spring ' while
others say monie and fontef along with other words which are used in two forms,
one form is correct and the other is wrong, yet the person who errs is not
destroying the Regu- larities, but the one who speaks correctly is strength-
ening it ; and as he who errs in these words where they are used in two forms
is not destroying logical vol. n m tollit rationem cum sequitur falsum, sic etiam
in his (quae) 2 non 3 duobus dicuntur, si quis aliter putat dici oportere atque
oportet, non scientiam tollit orationis, sed suam inscientiam denudat. Quibus rebus solvi arbitraremur posse quae dicta sunt
priori libro contra analogian, ut potui brevi percucurri. Ex quibus si id
confecissent 1 quod volunt, ut in lingua Latina esset anomalia, tamen nihil
egissent 2 ideo, quod in omnibus partibus mundi utraque natura inest, quod alia
inter se (similia), 3 alia (dissimilia) 3 sunt, sicut in animalibus dissimilia
sunt, ut equus bos ovis homo, item alia, et in uno quoque horum genere inter se
similia innumerabilia. Item in piscibus dissimilis murctena lupo, is 4 soleae,
haec muraenae 5 et mustelae, sic aliis, ut maior ille numerus sit similitudinum
earum quae sunt separatim in muraenis, separatim in asellis, sic in generibus
aliis. Quare cum in
inclinationibus verborum numerus sit magnus a dissimilibus verbis ortus, quod
etiam vel maior est in quibus similitudines reperiun- tur, confYtendum 1 est
esse analogias. Itemque 2 cum ea non multo minus quam in omnibus verbis
patiatur uti consuetudo co(m)munis, fatendum illud quoquo 2 Added by Aug. 3
After non, Aug. deleted in. For conficissent. 2 Aug., for legissent. Added by Mue. 4 L. Sp.,for his.
5 G, II, Aldus, for nerene. §114. 1 Aug., for conferendum. 2 Aug., for item
quae. 6 That is, wrong forms not recognized as having a limited currency, but
practically individual with the speaker. § 113. a The identification of the
various kinds of fish is system when he follows the wrong form, so even in
those words which are not spoken in two ways, a person who thinks they ought to
be spoken otherwise than they ought, b is not destroying the science of speech,
but exposing his own lack of knowledge. LXV. 113. The considerations by which
we might think that the arguments could be refuted which were presented against
Regularity in the preceding book, I have touched upon briefly, as best I could.
Even if by their arguments they had achieved what they wish, namely that in the
Latin language there should be Anomaly, still they would have accom- plished
nothing, for the reason that in all parts of the world both natures are present
: because some things are like, and others are unlike, just as in animals there
are unlikes such as horse, ox, sheep, man, and others, and yet in each kind
there are countless individuals that are like one another. In the same way,
among fishes, the moray is unlike the wolf-fish, the wolf-fish is unlike the
sole, and this is unlike the moray and the lamprey, and others also ; though
the number of those resemblances is still greater, which exist separately among
morays, among codfish, and in other kinds of fish, class by class.* 1 114. Now
although in the derivations of words a great number develop from unlike words,
still the number of those in which likenesses are found is even greater, and
therefore it must be admitted that the Regularities do exist. And likewise,
since general usage permits us to follow the principle of Regularity in almost
all words, it must be admitted that we ought in some instances uncertain, but
is not important for V.'s argument. 7w{o)do* analogian sequi nos debere
universos, singulos autem praeterquam in quibus verbis ofFen- sura sit
consuetudo co(m)munis, quod ut dixi aliud debet praestare populus, aliud e
populo singuli homines. 115. Ncque id mirum est, cum singuli quoque non sint
eodem hire : nam liberius potest poeta quam orator sequi analogias. Quare cum
hie liber id quod pollicitus est demonstraturum absolved/, 1 faciam finem ; proxumo
deinceps de dcclinatorum verborum forma 2 scribam. 3 Canal ; quoque modo Mue. ;
quodammodo Aug, ; for quo quando. § 115. 1 Aldus, for absoluerim. 2 Pius, for firma. as a body
to follow Regularity in every way, and individually also except in words the general
use of which will give offence ; because, as I have said, a the people ought to
follow one standard, the in- dividual persons ought to follow another. 115. And
this is not astonishing, since not all individuals have the same privileges and
rights ; for the poet can follow the Regularities more freely than can the
orator. Therefore, since this book has completed the exposition of what it
promised to set forth, I shall bring it to a close ; and then in the next book
I shall write about the form of inflected words. §114. °C/. ix. 5. DE LINGUA LATINA AD CICERONEM LIBER
Villi EXPLICIT ; INCIPIT. In verborum declmationibus disciplinaloquendi
dissimilitudinem an similitudinem sequi deberet, multi quaesierunt. Cum ab his
ratio quae ab simili- tudine oriretur vocaretur analogia, reliqua pars
appellaretur anomalia : de qua re primo libro quae dicerentur cur
dissimilitudinem ducem haberi opor- teret, dixi, secundo contra quae
dic(er)entur J 1 cur potius similitudinem 2 eonveniret praeponi : quarum rerum
quod nee fundamenta, ut deb(u)it, 3 posita ab ullo neque ordo ae natura, ut res
postulat, explicita, ipse eius rei formam exponam. 2. Dieam de quattuor rebus,
quae continent deelinationes 1 verborum : quid sit simile ac dissimile, quid
ratio quam appellant \6yov, quid pro portione 2 §1. 1 Aldus, for dicentur. 2
Aldus, for dissimili- tudinem. 3 Aug., for debita. § 2. 1 L. Sp., for
declinationibus. 2 Plasberg* for pro- portione. § 1. ° Book VIII., which begins
a fresh section of the entire work. b Book IX. Addressed to Cicero book ix
ends, and here begins BOOK X I. 1. Many have raised the question whether in the
inflections of words the art of speaking ought to follow the principle of
unlikeness or that of likeness. This is important, since from these develop the
two systems of relationship : that which develops from likeness is called
Regularity, and its counterpart is called Anomaly. Of this, in the first book,
I gave the arguments which are advanced in favour of con- sidering unlikeness
as the proper guide ; in the second, 6 those advanced to show that it is proper
rather to prefer likeness. Therefore, as their founda- * tions have not been
laid by anyone, as should have been done, nor have their order and nature been
set forth as the matter demands, I shall myself sketch an outline of the
subject. 2. I shall speak of four factors which limit the inflections of words
: what likeness and unlikeness are ; what the relationship is which they call
logos ; what " by comparative likeness "is, which they call 53$ V.
quod 3 dicunt dva Aoyov, 4 quid consuetudo ; quae explicatae declarabunt
analogiam et anomalia(m), 5 unde sit, quid sit, cuius modi sit. II. 3. De similitudine et
dissimilitudine ideo primum dicendum, quod ea res est fundamentum omnium
declinationum ac continet rationem ver- borum. Simile est quod res plerasque
habere videtur easdem quas illud cuiusque simile : dissimile est quod videtur esse
contrarium huius. Minimum ex duobus constat omne simile, item dissimile, quod
nihil potest esse simile, quin alicuius sit simile, item nihil dicitur
dissimile, quin addatur quoius sit dis- simile. 4. Sic dicitur similis homo
homini, equus equo, et dissimilis homo equo : nam similis est homo homini ideo,
quod easdem figuras membrorum habent, quae eos dividunt ab reliquorum animalium
specie. In ipsis hominibus simili de causa vir viro similior quam vir mulieri,
quod plures habent easdem partis ; et sic senior seni similior quam puero. Eo
porro similiores sunt qui facie quoque paene eadem, habitu corporis, filo :
itaque qui plura habent eadem, dicuntur similiores ; qui proxume accedunt ad
id, ut omnia habeant eadem, vocantur gemini, simillimi. 5. Sunt qui tris
naturas rerum putent esse, simile, dissimile, neutrum, quod alias vocant non
simile, alias 3 Aug., for quid. 4 Plasberg, for analogon. 6 Pius, for anomalia. § 2.
Cf. x. 37. " according to logos " a ; what usage is. The explana-
tion of these matters will make clear the problems connected with Regularity
and Anomaly : whence they come, what they are, of what sort they are. II. 3.
The first topic to be discussed must be like- ness and unlikeness, because this
matter is the foundation of all inflections and set limits to the relationship
of words. That is like which is seen to have several features identical with
those of that which is like it, in each case : that is unlike, which is seen to
be the opposite of what has just been said. Every like or unlike consists of
two units at least, because nothing can be like without being like some- thing
else, and nothing can be unlike without associa- tion with something to which
it is unlike. 4. Thus a human being is said to be like a human being, and a
horse to be like a horse, and a human being to be unlike a horse ; for a human
being is like a human being because they have limbs of the same shape, which
separate human beings from the cate- gory of the other animals. Among human
beings themselves, for a like reason a man is more like a man than a man is
like a woman, because men have more physical parts the same ; and so an elderly
man is more like an old man than he is like a boy. Further, they are more like
who are of almost the same features, the same bearing of person, the same shape
of body ; therefore those who have more points of identity, are said to be more
like ; and those who come nearest to having them all alike, are called most
like, as it were, twins. 5. There are those M*ho think that things have three
natures, like, unlike, and neutral, which last they sometimes call the not
like, and sometimes the 537 V. non dissimile (sed quamvis tria sint simile
dissimile neutrum, tamen potest dividi etiam in duas partes sic, quodcumque
conferas aut simile esse aut non esse) ; simile esse et dissimile, si videatur
esse ut dixi, neu- trum, si in neutram partem praeponderet, ut si duae res quae
conferuntur vicenas habent partes et in his denas habeant easdem, denas alias
ad similitudinem et dissimilitudinem aeque animadvertendas : hanc naturam
plerique subiciunt sub dissimilitudinis nomen. 6\ Quare quoniam fit 1 ut potius
de vocabulo quam de re controversia esse videatur, illud est potius
advertendum, quom simile quid esse dicitur, cui 2 parti simile dicatur esse (in
hoc enim solet esse error), quod potest fieri ut homo homini simih's 3 non sit,
4 ut multas partis habeat similis et ideo dici possit similis habere oculos,
nianus, pedes, sic alias res separatim et una plures. 7. Itaque quod diligentcr
videndum est in verbis, quas partis et quot modis oporteat similis habere (quae
similitudinem habere) 1 dicuntur, ut infra apparebit, is locus maxime lubricus
est. Quid enim similius potest videri indiligenti quam duo verba haec suis et
suis ? Quae non sunt, quod alterum 2 sig-
nificat suere, alterum suem. Itaque similia vocibus § 6. 1 Aug., for fuit. 2
quoi L. Sp., for quin cui. 3 V 9 p, C. F. W. Mueller, for simile. 4 non sit Rhol.,for sit non
sit. § 7. 1 Added by GS., cf § 12 end ; quae similia esse, added by L\ Sp. ; ut
similia, by Canal. 2 After alterum, p and Aug. deleted non. 538 ON THE LATIN
LANGUAGE, X. 5-7 not unlike ; but although there are the three, like, unlike,
neutral, there can also be a division into two parts only, in such a way that
whatever you compare with something else either is like or is not. They think
that a thing is like and is unlike if it is seen to be of such a kind as I have
described, and neutral, if it does not have greater weight on one side than on
the other ; as if the two things which are being com- pared have twenty parts
each, and among these should have ten to be noted as identical and ten likewise
to be noted as different, in respect to likeness and unlikeness. This nature
most scholars include under the name of unlikeness. 6. Therefore since it
happens that the question in dispute seems rather to be about the name than
about the thing, attention must rather be directed, when something is said to
be like, to the problem to what part it is said to be like ; for it is in this
that any mistake ordinarily rests. This must be noted, I say, because it can
happen that a man may not be like another man even though he has many parts
like the other's, and can be said therefore to have like eyes, hands, feet, and
other physical features in consider- able number, separately and taken
together, like the other man's. 7. Therefore because careful watch must be kept
in words to see what parts those words which are said to show likeness ought to
have alike, and in what ways, the inquirer is on this topic especially likely
to slip into error, as will appear below. For to the careless person what can
seem more alike than the two words suis and suis ? But they are not alike,
because one is from suere 1 to sew ' and means ' thou sewest,' and the other is
from sus and means * of a swine.' There- 539 V. esse ac syllabis confitemur,
dissimilia esse partibus orationis videmus, quod alterum habet tempora, alterum
casus, quae duae res vel maxime discernunt analogias. 8. Item propinquiora
genere inter se verba similem s^epe pariunt errorem, ut in hoc, quod nemus 1 et
lepus videtur esse simile, quom 2 utrumque habeat eundem casum rectum ; sed non
est simile, quod eis 3 certae similitudines opus sunt, in quo est ut in genere
nominum sint eodem, quod in his non est : nam in virili genere 4 est lepus, ex
neutro nemus ; dicitur enim hie lepus et hoc nemus. Si eiusdem generis
esse(n)t, 5 utrique praeponeretur idem ac diceretur aut hie lepus et hie nemus
aut hoc nemus, hoc lepus. 9. Quare quae et cuius modi sunt genera simili- tudinum
ad hanc rem, perspiciendum ei qui declina- tiones verborum proportione sintne
quaeret, Quern 1 locum, quod est difficilis, qui de his rebus scripserunt aut
vitaverunt aut inceperunt neque adsequi potu- erunt. 10. Itaque in eo dissensio
neque ea unius modi apparet : nam alii de omnibus universis discriminibus
posuerunt numerum, ut D/onysius S/donius, qui scripsit ea 1 esse septuaginta
unwm, 2 alii parti's 3 eius quae habet 4 casus, cuius eidem hie cum dicat esse
§ 8. 1 H 9 JthoL, for numerus. 2 Mue., for quod cum. 3 Aug., for eas. 4 After
genere, Aug, deleted nominum sint eodem, repeated from the previous line, 5
Aug., for esset. § 9. 1 Mue^for quod. § 10. 1 L. Sp.,for eas. 2 L. Sp.,for
unam. 3 Mue. y for partes. 4 Mue.,for habent. § 8. a That is, so far as the
termination is concerned. § 10. a That is, schemes of inflection. b A pupil of
Aristarchus. fore we admit that they are alike as spoken words and in their
separate syllables, but we see that they are unlike in their parts of speech,
because one has tenses and the other has cases ; and tenses and cases are the
two features which in the highest degree serve to distinguish the different
systems of Regularity. 8. Likewise, words that are even nearer alike in kind
often cause a similar mistake, as in the fact that nemus ' grove ' and lepus *
hare ' seem to be alike since both have the same nominative a ; but it is not
an instance of likeness, because they stand in need of certain factors of
likeness, among which is that they should be in the same noun-gender. But these
two words are not, for lepus is masculine and nemus is neuter ; for we say hie
* this ' with lepus and hoc with nemus. If they were of the same gender, the
same form would be set before both, and we should say either hie lepus and hie
nemus, or hoc nemus and hoc lepus. 9. Therefore he who asks whether the
inflections of words stand in a regular relation, must examine to see what
kinds of likenesses there are and of what sort they are, which pertain to this
matter. And just because this topic is difficult, those who have written of
these subjects either have avoided it or have begun it without being able to
complete their treatment of it. 10. Therefore in this there is seen a lack of
agree- ment, and not merely of one kind. For some have fixed the number of all
the distinctions a as a whole, as did Dionysius of Sidon, 6 who wrote that
there were seventy-one of them ; and others set the number of those
distinctions which apply to the words which have cases : the same writer says
that of these there are discrimina quadnzginta 5 septem, Aristocles re/tulit 6
in litteras XII II, Parmeniscus VIII, sic alii pauciora aut plura. 11. Quarum similitudinum si
esset origo recte capta et inde orsa ratio, minus erraret(ur) 1 in de-
clinationibus v(er)borum. 2 Quarum
ego principia prima duum generum sola arbitror esse, ad quae 3 similitudines
exigi 4 oporteat : e quis unum positum in verborum materia, alterum ut in
materiac figura, quae ex declinatione fit. 12. Nam debet esse unum, ut verbum
verbo, unde declinetur, sit simile ; alterum, ut e verbo in verbum declinatio,
ad quam conferetur, eiusdem modi sit : alias enim ab similibus verbis similiter
declinantur, ut ab erus 1 ferus, ero 2 fero, alias dissimiliter erus 1 ferus,
eri 3 ferum. Cum utrumque et verbum verbo erit simile et declinatio
declinationi, turn denique dicam esse simile 4 ac duplicem et perfectam simili-
tudinem habere, id quod postulat analogia. 5 13. Sed ne astutius videar
posuisse duo genera esse similitudinum sola, cum utriusque inferiores species
sint plures, si de his reticuero, ut mihi relin- 5 My Laetus, for quadringenta.
6 Mue. ; retulit
Laetus ; for rutulit. §11. 1 Vertranius, for erraret. 2 For ubo rum. 3 Al- dus,
for atque. 4 For exegi. For herus. 2 For hero. 3 For heri. 4 L. Sp. t for similem.
5 For analogiam. Probably Aristocles of Rhodes, a contemporary of V.. d A pupil
of Aristarchus. forty-seven, Aristocles c reduced them to fourteen headings,
Parmeniscus d to eight, and others made the number smaller or larger. 11. If
the origin of these likenesses had been correctly grasped and their logical
explanation had proceeded from that as a beginning, there would be less error
in regard to the inflections of words. Of these likenesses there are, I think,
first principles of two kinds only, by which the likenesses ought to be tested
; of which one lies in the substance of the words, the other lies, so to speak,
in the form 6 of that substance, which comes from inflection. 12. For there
must be one, that the word be like the word from which it is inflected, and
two, that in comparison from word to word the inflectional form with which the
comparison is made should be of the same kind. * For sometimes there are like
forms reached by inflection from like words, such as datives ero and fero from
eras ' master * and Jerus ' wild,* and sometimes unlike forms, such as genitive
eri and accusative Jerum, from erus and Jerus. When both principles are
fulfilled and word is like word and inflectional form like inflectional form,
then and not before will I pronounce that the word is like, and has a twofold
and perfect likeness to the other — which is what Regularity demands. 13. But I
wish to avoid the appearance of tricki- ness in having declared that there are
only two kinds of likenesses when both have a number of sub-forms — if I say
nothing about these, you may think that I am intentionally leaving myself a
place of refuge ; I §11. a That is, its form and ending, in the form which is
the starting point for inflection. 6 The inflectional form. quam latebras,
repetam ab origine similitudinum quae in conferendis verbis et inclinandis
sequendae aut vitandae sint. 14. Prima divisio in oratione, quod alia verba
nusquam declmantur, 1 ut haec vix mox, alia decli- nantur, ut ab lima limae, 2
a fero ferebam, et cum nisi in his verbis quae dcclinantur non possit esse
analogia, qui dicit simile esse mox et nox errat, quod non est eiusdem generis
utrumque verbum, cum nox suc- cedere debeat sub casuum ratione(m), 3 mox neque
debeat neque possit. 15. Secunda divisio est de his verbis quae de- clinari
possunt, quod alia sunt a voluntate, alia a natura. Voluntatem appello, cum
unus quivis a nomine aliae (rei) 1 imponit nomen, ut Romulus Romae ; naturam
dico, cum universi acceptum nomen ab eo qui imposuit non requirimus quemadmodum
is velit declinari, sed ipsi declinamus, ut huius Romae, hanc Romam, hac Roma.
De his duabus partibus voluntaria declinatio refertur ad consuetudinem,
naturalis ad rationem. 2 16. Quare proinde ac simile conferre 1 non oportet ac
dicere, ut sit ab Roma Romanus, sic ex Capua dici oportere Capuanus, quod in
consuetudine vehementer natat, quod declinantes imperite rebus nomina im-
ponunt, a quibus cum accepit consuetudo, turbulenta § 14. 1 For declimantur. 2
OS., for limabo. 3 Lach- mann y for ratione. § 15. 1 Added by GS. 2 Aug., for
orationem. §16. 1 Stephanus, for conferri. shall therefore go back and start
from the origin of the likenesses which must be followed or avoided in the
comparison of words and in their inflections. The first division in speech is
that some words are not changed into any other form whatsoever, like vix
'hardly' and mox soon/ and others are inflected, like genitive limae from lima
file,' imperfect ferebam from fero * I bear ' ; and since Regularity cannot be
present except in words which are inflected, he who says that mox and nox *
night * are alike, is mistaken, because the two words are not of the same kind,
since nox must come under the system of case- forms, but mox must not and
cannot. 1 5. The second division is that, of the words which can be changed by
derivation and inflection, some are changed in accordance with will, and others
in accordance with nature. I call it will, when from a name a person sets a
name on something else, as Romulus gave a name to Roma ; I call it nature, when
we all accept a name but do not ask of the one who set it how he wishes it to
be inflected, but our- selves inflect it, as genitive Romae } accusative Romam,
ablative Roma. Of these two parts, voluntary deriva- tion goes back to usage,
and natural goes back to logical system. 16. For this reason we ought not to
compare Romanus * Roman ' and Capuanus ' Capuan ' as alike, and to say that
Capuanus ought to be said from Capua just as Romanus is from Roma ; for in such
there is in actual usage an extreme fluctuation, since those who derive the
words set the names on the things with utter lack of skill, and when usage has
accepted the words from them, it must of necessity speak confused names
variously derived. Therefore vol. ii n 545 V. necesse est dicere. Itaque neque
Aristarchd 2 neque alii in analogiis defendendam eius susceperunt cau- sam,
sed, ut dixi, hoc genere declinatio in co(m)- muni consuetudine verborum
aegrotat, quod oritur e populo multiplici (et) 3 imperito : itaque in hoc
genere in loquendo 4 magis anomalia quam analogia. 17. Tertia divisio est :
quae verba declinata natura ; ea dividwntur 1 in partis quattuor : in unam quae
habet casus neque tempora, ut docilis et facilis ; in alteram quae tempora
neque casus, ut docet facit ; in tertiam quae utraque, ut doccns faciens ; in
quartam quae neutra, ut docte et facete. Ex
hac divisione singulis partibus tres reliquae 2 dissimiles. Quare nisi in sua
parte inter se collata erunt verba, si 3 conveniunt, non erit ita simile, ut
debeat facere idem. 18. Unius cuiusque part/s 1 quoniam species plures, de singulis dicam.
Prima pars casualis dividitur in partis duas, in nominatus scilicet 2 (et
articulos), 3 quod aeque 4 finitum (et infinitum) 5 est ut hie et quis ; de his
generibus duobus utrum sumpseris, cum 2 Kent, for Aristarchii ; cf. viii. 63. 3 Added by Groth. 4 For
loquenda.§17. 1 L. Sp., for dividitur. 2 Mve. % for reliquere. 3 After si,
Canal deleted non. § 18. The text of this § stands in the manuscripts between §
90 and § 21 ; the shift of position was made by Mueller \ who left unius
cuiusque partis at the end of § 20 ; A. Spengel transferred these words also. 1
Sciop., for partes. 2 Laetus^for s ( =sunt). 3 Added by Mue* 4 L. Sp., for
neque. 6 Added by L. Sp. ; cf. viii. 45. § 1 6. This is shown even to-day in
the new technical terminology of some near-sciences. b V. is somewhat neither
the followers of Aristarchus nor any others have undertaken to defend the cause
of voluntary derivation as among the Regularities ; but, as I have said, this
kind of derivation of words in common usage is an ill thing, because it springs
from the people, which is without uniformity and without skill. Therefore, in
speaking, there is in this kind of derivation rather Anomaly than Regularity. 6
17. There is a third division, the words which are by their nature inflected.
These are divided into four subdivisions : one which has cases but not tenses,
like docilis ' docile ' and facilis ' easy ' ; a second, which has tenses but
not cases, 6 like docet * teaches/ facit * makes ' ; a third which has both, c
like docens 1 teaching/ faciens * making ' ; a fourth which has neither,*"
like docte * learnedly * and facete * wittily.' The individual parts of this
division are each unlike the three remaining parts. Therefore, unless the words
are compared with one another in their own subdivision, even if they do agree
the one word will not be so like the other that it ought to make the same
inflectional scheme. 18. Since there are several species in each part, I shall
speak of them one by one. The first sub- division, characterized by the
possession of cases, is divided into two parts, namely into nouns and articles,
which latter class is both definite and in- definite, as for example hie * this
' and quis 4 who.' Whichever of these two kinds you have taken, it must not be
compared with the other, because they belong unfair here, since derivation by
suffixes, though varied, is not without its regular principles. § 17. a Nouns, pronouns,
adjectives (except participles). 6 Finite verbs. e Participles. d Adverbs.
reliquo non conferendum, quod inter se dissimiles habent analogias. 19. In
articulis vix adumbrata est analogia et magis rerum quam vocum ; in
nomin(at)ibus 1 magis expressa ac plus etiam in vocibus ac (syllabarum) 2 similitudinibus
quam in rebus suam optinet rationem. Etiam
illud accedit ut in articulis habere analogias ostendere sit difficile, quod
singula sint verba, hie contra facile, quod magna sit copia similium nomina-
tuum. Quare non tarn hanc partem ab ilia 8 dividen- dum quam illud videndum, ut
satis sit verecundi(ae) 4 etiam illam in eandem arenam vocare pugnatum. 20. Ut
in articulis duae partes, finitae et infinitae, sic in noyninaitibus 1 duae,
vocabulum et nomen : non enim idem oppidum et Roma, cum oppidum sit vocabulum,
Roma nomen, quorum discrimen in his reddendis rationibus alii discernunt, alii
non ; nos sicubi opus fuerit, quid sit et cur, ascribemus. 2 21. Nominatm' 1 ut
similis sit nominatus, habere debet ut sit eodem genere, specie eadem, sic
casu, exitu eodem 2 : specie, 8 ut si nomen est quod conferas, cum quo conferas
sit nomen ; genere, 4 ut non solum (unum sed) 5 utrumque sit virile ; casu, 6
ut si alterum sit dandi, item alterum sit dandi ; exitu, ut quas § 19. 1 L. Sp., for nominibus. 2
Added by GS. 3 After ilia, Aug. deleted ab. 4 Kent, for uerecundi. § 20. 1 L.
Sp., for uocabulis. 2 Sciop., for ascribimus. § 21. 1 Mve., for nominatus
(Sciop. changed the second nominatus to -tui). 2 Mue., for eius. 8 Liibbert,
for genere, transposing with specie (note 4). 4 Liibbert, for specie (cf
preceding note) ; after this, L. Sp. deleted simile. fi Added by Mite. ; sed
added by Aug. 6 After casu, L. Sp. deleted simile. § 21. Here, as often in V.,
including adjective as well as substantive. to schemes of Regularity which are
different from each other. 19. In the articles, Regularity is hardly even a
shadow, and more a Regularity of things than of spoken words ; in nouns, it
comes out better, and consummates itself rather in the spoken words and the
likeness of the syllables than in the things named. There is also the
additional fact that it is difficult to show that Regularities reside in the
articles, because they are single words ; but in nouns it is easy, because
there is a great abundance of like name-words. Therefore it is not so much a
matter of dividing this part from that other part, as of see- ing to it that
the investigator should be too much ashamed even to call that other part into
the same arena to do battle. 20. As there are two groups in the articles, the
definite and the indefinite, so there are in the nouns, the common nouns and
the proper names ; for oppidum ' town ' and Roma * Rome * are not the same,
since oppidum is a common noun, and Roma is a proper name. In their account of
the systems, some make this distinction, and others do not ; but we shall enter
in our account, at the proper place, what this difference is and why it has
come to be. 21 . That noun a may be like noun, it ought to have the qualities
of being of the same gender, of the same kind, also in the same case and with
the same ending : kind, that if it is a proper name which you are com- paring,
it be a proper name with which you compare it ; gender, that not merely one,
but both words be masculine ; case, that if one is in the dative, the other
likewise be in the dative ; ending, that what- unum habeat extremas littcras,
easdem alterum habcat. 22. Ad hunc
quadruplicem fontem ordines derigun- tur bini, uni transversi, alteri derecti,
ut in tabula solet in qua latrunculzs 1 ludunt. Transversi sunt qui ab recto
casu obliqui declinantur, ut albus albi albo ; dcrecti sunt qui ab recto casu
in rectos declinantur, ut albus alba album ; utrique sunt parti- bus senis.
Transversorum ordinum partes appellan- tur 2 casus, derectorum genera, 3
utrisque inter se implicatis forma. 4 23. Dicam prius de transversis. Casuum
voca- bula alius alio modo appellavit ; nos dicemus, qui nominandi causa
dicitur, nominandi vel nomina- tivum. .HIC DESUNT TRIA FOLIA IN EXEMPLARI
(dicuntur una)e 1 scopae, non dicitur una scopa : alia enim natura, quod priora
simplicibus, Bentinus, for latrunculus. 2 Aldus, for expel- lantur. 3 Aug., for genere. 4
Aug., for formam. § 23. 1 There is blank space here in F, for the rest of the
page (18 lines), all the next page (39 lines), and the first part of the
following (8 lines). 2 F 2, in margin. § 24. 1 Added and altered by Kent, for
et ; cf viii. 7. § 22. ° The * men ' in a game like draughts or checkers were
called latrunctdi ' brigands ' by the Romans. 6 V. did not arrange his paradigm
of adjectives as we do, but set the cases of the same number and gender in one
line across the page, while the other genders followed in the next two lines,
and then the three genders of the plural in the succeed- ing lines. - c V.
counts his six genders by considering the genders of the plural as additional
genders. § 23. ° The cases. b V.'s names for the remaining 550 ON THE LATIN
LANGUAGE, X. 21-24 ever last letters the one has, the other also have the same.
22. To this fourfold spring two sets of lines are drawn up, the ones crosswise
and the others vertical, as is the regular arrangement on a board on which they
play with movable pieces. Those are cross- wise which are the oblique cases
formed from a nomi- native, et like albus ' white,' genitive albi, dative albo
; those are vertical which are inflected from one nominative to other
nominatives, as masculine albus, feminine alba, neuter album. Both sets of
lines are of six members. 6 Each member of the crosswise lines is called a case
; each member of the vertical lines is a gender ; that which belongs to both in
their crossed arrangement, is a form. 23. I shall speak first of the crosswise
lines. Scholars have given various sets of names to the cases ; we shall call
that case which is spoken for the purpose of naming, the case of naming or
nomina- tive ... HERE AT LEAST THREE LEAVES – BUT MAYBE MORE -- ARE LACKING Iff
THE MODEL COPY c 24-. . . . To indicate one * broom * the plural scopae is
used, not the singular scopa. a For they b are different by nature, because the
names first men- cases, Ayhich were listed in the lost text, are : casus
patriots or pat ri us, casus dandi, casus accusandi or accusativus, casus
vocandi, casus sextus. The names genetivus, dativus, voca- tivus, ablativus appear
in Quintilian and Gellius. e In the lost text stood the remainder of the
discussion of cases, a U the discussion of gender, and almost all concerning
number, which is concluded in § 30. § 24. 8 Cf. viii. 7. 5 The nouns in the
preceding dis- cussion, of which scopae alone is preserved in the text.
posteriora in coniunctis rebus vocabula ponuntur, sic bigae, sic quadrigae a
coniunctu dictae. Itaque non dicitur, ut haec una lata ct alba, sic una biga,
sed unae bigae, neque 2 dicitur ut hae duae latae, albae, sic hae duae bigae et
quadrigae, (sed hae binae bigae et quadrigae). 3 25. Item figura verbi qualis
sit rcfert, quod in figura vocis alias commutatio fit in primo 1 verbo suit 2
modo suit, 2 alias in medio, ut curso 3 cursito, alias in extrcnio, ut docco docui,
alias co(m)munis, ut lego legs'. 4 Refert igitur ex quibus litteris quodque verbum
constet, maxime extrema, quod ea in plerisque commutatur. 5 26. Quare in his
quoque partibus similitudines ab aliis male, ab aliis bene quod solent sumi in
casibus conferendis, recte an perperam videndum ; sed ubicumque commoventur
litterae, non solum eae sunt animadvertendae, sed etiam quae proxumae sunt
neque moventur : haec enim vicinitas aliquan- tum potes(t) 1 in verborum
declinationibus. 27. In quis
figuris non ea similia dicemus quae 2 After neque, p and Sciop. deleted ut. 3
Added by L. Sp., cf. ix. 64. § 25. 1 Mue., for uno. 2 Mue. added the signs of
quantity ; cf. ix. 104. 3 Aug., for cursu. 4 Aug., for lege. 5 L. Sp. for
commutantur. § 26. 1 Aldus, for potes. c These are all lost. d Scopae, as *
twigs ' done in a bundle ; bigae and quadrigae, because of the number of horses
in- volved. e The distributive numeral is used to multiply ideas whose singular
is denoted by a plural form: cf. ix. 64. § 25. ° I have added the signs of
quantity in lego and legi, to make clear V.'s point. tioned c are set upon
simple objects, and those men- tioned later apply to compounded objects d ;
thus bigae ' two-horse team ' and quadrigae ' four-horse team ' are employed in
the plural because they denote a union of objects. Therefore we do not say one
biga, like one lata 1 broad 1 and alba ' white,' but one bigae, with the
numeral also in the plural ; nor do Ave say duae ' two ' with reference to
bigae and quadrigae, as we say duae ' two ' with application to the plural
forms laiae and albae, but we say binae * two sets ' of bigae and quadrigae. 6
25. Likewise the character of the form of a word is important, because in the
form of the spoken word a change is sometimes made in the first part of the
word, as in suit ' sews ' and suit ' sewed ' ; some- times in the middle, as in
curso ' I run to and fro/ and cursito, of the same meaning ; sometimes at the
end, as in doceo 1 I teach ' and docui * I have taught ' ; sometimes the change
is common to two parts, as in Ugo ' I read,' legi 1 I have read.' a It is
important therefore to observe of what letters each word con- sists ; and the
last letter is especially important, because it is changed in the greatest
number of in- stances. 26. Because of this, since the likenesses in these parts
also are wont to be used in the comparison of case-forms, and this is done ill
by some and well by others, we must see whether this has been done rightly or
wrongly. Yet wherever the letters are altered, not only the altered letters
must be noted, but also those which are next to them and are not affected ; for
this proximity has considerable influence in the inflections of words. 27.
Among these forms we shall not call those similis res significant, sed quae ea
forma sint, ut eius modi res similis 1 ex instituto significare plerum- que
sole(a)nt, 2 ut tunicam virilem et muliebrem dicimus non earn quam habet vir
aut mulier, sed quam habere ex instituto debet : potest enim mulie- brem vir,
virilem mulier habere, ut in scaena ab actoribus haberi videmus, sed earn
dicimus muliebrem, quae de eo genere est quo indutui mulieres ut uteren- tur
est institutum. Ut actor stolam muliebrem sic Perpenna et Ctfecina et
(S)purinna 3 figura muliebria dicuntur habere nomina, non mulierum. 28.
Flexurae quoque similitudo videnda ideo quod alia verba quam vi(a)m x habeant
ex ipsis verbis, unde declinantur, apparet, 2 ut quemadmodum oporteat ute 3
praetor consul, praetori consuli ; alia ex transitu intelleguntur, ut socer
macer, quod alterum fit socerum, alterum macrum, quorum utrum- que in reliquis
a transitu suam viam sequitur et in singularibus et in multitudinis
declinationibus. Hoc fit ideo quod naturarum genera sunt duo quae inter se
conferri possunt, unum quod per se videri potest, ut homo et equus, alterum
sine assumpta aliqua re § 27. 1 Mite., for similia. 2 Aldus, for solent. 3
Aug., for purinna. § 28. 1 Schoell (marginal note in his copy of A. SpSs ed.),
for uim. 2 Pius, for appellant. 3 A. Sp.,for ut a. § 27. ° With eius modi,
understand figurae ; cf in eius modi, v. 128. b Cf ix. 48. c Cf viii. 41, 81,
ix. 41. § 28. a That is, the nominative is the stem to which the case-endings
are added. 6 That is, the stem is seen in an words like which denote like
things, but those which are of such a stamp that such forms a are in most
instances wont by custom to denote like things, as by a man's tunic or a
woman's tunic we mean not a tunic that a man or a woman is wearing, but one
which by custom a man or a woman ought to wear. 6 For a man can wear a woman's
tunic, and a woman can wear a man's, as we see done on the stage by actors ;
but we say that that is a woman's tunic, which is of the kind that women
customarily use to dress themselves in. As an actor may wear a woman's dress,
so Perpenna and Caecina and Spurinna are said to have names that are feminine
in form ; they are not said to have women's names. c 28. The likeness of the
inflection also must be watched, because the way which some words take is clear
from the very words from which their inflection starts, as how it is proper to
use praetor and consul, dative praetori and considi. Others are properly
appreciated only as a result of the change seen in the inflections, as in socer
1 father-in-law ' and macer 1 lean,' because the one becomes socerum in the
accusative, and the other macrum ; after making this change, each of them
follows its own way in the remaining forms, 6 both in the inflections of the
singular and in those of the plural. This method is employed c because in the inflections
there are two kinds of natures which can be compared with each other, one which
can be seen in the word itself, such as homo 1 man ' and equus ' horse,' but
the second cannot be seen through without bringing in some- oblique case rather
than in the nominative; cf. ix. 91-94. e V.'s logical sequence is here at
fault, for he brings in derivative stems, after speaking only of noun
declensions. extrinsecus perspici non possit, ut eques et equiso : uterque enim
dicitur ab equo. 29. Quare hominem homini similem esse aut non esse, si
contuleris, ex ipsis homini(bus) 1 animadversis scies ; at duo inter se
similiterne sint longiores quam sint eorum fratres, dicere non possis, si illos
breviores cum quibus conferuntur quam longi sint ignores 2 ; si(c) 3 latiorum
atque altiorum, item cetera eiusdem generis sine assumpto extrinsecus aliquo
perspici similitudines non possunt. Sic igitur quidam casus quod ex hoc genere
sunt, non facile est dicere similis esse, si eorum singulorum solum
animadvertas voces, nisi assumpseris alterum, quo flectitur in trans- eundo 4
vox. 30. Quod ad nominatuom 1 similitudines animad- vertendas arbitratus sum
satis es(se) tangere, 2 hctec sunt. Relinquitur de articulis, in quibus quaedam
eadem, quaedam alia. De quinque enim generibus duo prima habent eadem, quod
sunt et virilia et muliebria et neutra, et quod alia sunt ut significent unum,
(alia) 3 ut plura, et de casibus quod habent quinos : nam vocandi voce notatus
non est. Pro- prium illud habent, quod partim sunt finita, et hie haec, partim
infinita, ut quis et quae, 4 quorum quod adumbrata et tenuis analogia, in hoc
libro plura dicere (non) 5 necesse est. §29. 1 Canal, for homini. 2 Aldus, for
ignorent. 3 Aug., for si. 4 Aug., for transeundum. §30. 1 L.. Sp. ; -tuum Aug.,
for nominatiuom. 2 Aug., for est angere. 3 Added by Aug. 4 After quae, Aug.
deleted et. 5 Added by Aug. thing from outside, as in eques ' horseman ' and
equiso 1 stable-boy * — for both are derived from equus 1 horse. ' d 29. By
this method, you will, on making a compari- son, know that of men observed in
person one is or is not like the other; but you could not say that the two are
in like fashion taller than their brothers, if you should not know how tall
those shorter brothers are with whom they are compared. In this way the
likenesses of things broader and higher, and others of the same kind, cannot be
examined without bringing in some help from outside. So therefore, inasmuch as
certain case-forms are of this kind, it is not easy to say that they are like,
if you observe the spoken words in one case only ; to make a correct judgement,
you will have to bring in another case-form to which the spoken word passes as
it is inflected. 30. These considerations are what I have thought enough to
touch upon, for observing the likenesses of nouns. It remains to speak of the
articles, of which some are like nouns and others are different. For of the
five classes the first two have the same properties, because they have forms
for masculine, feminine, and neuter, they have some forms to denote the
singular and others to denote the plural, and they have five cases ; the
vocative is not indicated by a separate spoken form. They have this of their
own, that some are definite, like hie ' this/ feminine haec, and others are
indefinite, like quis 4 which,' feminine quae. But since their system of
Regularity is shadowy and thin, it is not necessary to speak further of it in
this book. a d Cf. viii. 14. § 30. • Cf. x. 19-20. 31. Secundum genus quae
verba tempora habent neque casus, sec? 1 habent personas. Eorum declina- tuum
species sunt sex : una quae dicitur temporalis, ut legebam gemebam, lego 2 gemo
; altera perso- narum, ut sero meto, seris metis ; tertia rogandi, ut scribone
legone, scribisne legisne. Quarta
respon- dendi, ut fingo pingo, fingis pingis ; quinta optandi, ut dicerem
facerem, dicam faciam ; sexta imperandi, ut cape rape, capito rapito. 32. Item
sunt declinatuum species quattuor quae tempora habent sine personis : in
rogando, ut fodi- turne seriturne, et fodieturne sereturne. Ab re- spondendi
specie eaedem figurae fiunt extremis syllabis demptis ; op(t)andi species, ut
vivatur ametur, viveretur amaretur. Imperandi declinatus sz'ntne habet 1
dubitationem et eorum sitne 2 haec ratio : paretur pugnetur, parafor pugna/or.
3 33. Accedunt ad has species a copulis divisionum quadrinis : ab infecti et
perfecti, (ut) 1 emo edo, emi § 31. 1 Aug., for si. 2 For logo. § 32. 1 Aug., for sum ne
habent. 2 Aug.,, for sint ne. 3 Canal, for parari pugnari. § 33. * x Added by
L. Sp. §31. ° Cf. x. 17. 6 Respectively tense, person, inter- rogative
(indicative), declarative indicative, subjunctive, imperative ; the technical
vocabulary was not fully developed in V.'s time. Corresponding to the last four
of the categories in § 31 ; V. shows a good understanding of the impersonal
passive. §33. a C/.x. 14-17. The second subdivision a consists of those words
which have tenses but not cases, and have persons. The categories of their
inflections are six et : one which is that of the tenses, as legebam 1 I was
reading,' gemebam * I was groaning,' lego ' I read,' gemo * I groan ' ; the
second is that of the persons, as sero * I sow,' meto ' I reap,' seris ' thou
sowest,' metis ' thou reapest ' ; the third is the interrogative, as scribone 1
do I write ? ', legone * do I read ? ', scribisne, legisne ; the fourth is that
of the answer, as Jingo * I form,' pingo * I paint, ' Jingis, pingis ; the
fifth that of the wish, as dicerem * would I were saying,' facerem * would I
were making,* dicam * may I say,' faciam ' may I make * ; the sixth that of the
command, as cape ' take,' rape ' seize,' capito, rapito. 32. Likewise there are
four categories of inflec- tions which have tenses without persons a : in the
interrogative, as foditume ' is digging going on ? ', seriturne ' is sowing
going on ? ' and fodieturne 4 will digging be done ? ', sereiurne ' will sowing
be done ? * ; of the category for the answer the same forms are used, but
without the last syllable ne ; the category for the wish, as vivatur * may there
be living,' ameiur ' may there be loving,* viveretur * would there were
living,' amaretur * would there were loving.* Whether the inflections for the
impersonal command exist, is somewhat doubtful ; there is also doubt about the
scheme of the forms, which is given as parehir * let there be preparation,'
pugneiur * let there be fight- ing,' or parator, pugnator. 33. There are added
to these categories those which proceed from the four sets of pairs a
consisting of the divisions : from that of the incomplete and the completed, as
emo ' I buy ' and edo * I eat,' emi * I edi ; ab semel et saepius, ut scribo
lego, scriptito lectito 2 ; (a) 3 faciendi et patiendi, ut uro ungo, uror ungor
; a singulari et multitudinis, ut laudo culpo, laudamus culpamus. Huius generis verborum cuius
species exposui quam late quidque pateat et cuius modi efficiat figuras, in
libris qui de formulis verborum erunt diligentius expedietur. 34. Tertii
generis, quae declinantur cum tem- poribus ac casibus ac vocantur a multis ideo
partici- palia, sunt hoc ge(nere) HIC DESUNT FOLIA III IN EXEMPLARI quemadmodum
declinemus, 1 quaerimus casus eius, etiamsi siqui 2 finxit poeta aliquod
vocabu- lum et ab eo casu(m) 3 ipse aliquem perperam de- clinavit, potius eum
reprehendimus quam sequimur. Igitur ratio quam dico utrubique, et in his verbis
quae imponuntur et in his quae declinantur, neque non etiam tertia ilia, quae
ex utroque miscetur genere. Quarum
una quaeque ratio collata cum altera 2 L. Sp.,for scriptitaui lectitaui. 3 Added by L. Sp. § 34. 1
Added by Rhol. ; F here leaves blank the rest of the page (a little more than
28 lines) and all the next page (39 lines). 2 F 1, in margin. § 35. 1 L. Sp.,
for declinamus. 2 L. Sp., for is qui. 3 L. Sp., for casu. b Verbs. c Not
extant. Adjective to the more common term participia or participles; both
meaning taking part in the features of two sets of words, nouns and verbs. For
the form partkipalia (in F) rather than -pialia in p, Niedermann, Mnemosyne,
lxiii. 267-268 (1936). b The lost text contained the discussion of participles,
that of adverbs, and the be- ginning of that on ratio. . ° This is perhaps the
simplest way of giving a mean- ing to the incomplete sentence. h Referring to
the previous discussion, now almost entirely lost. c The independent have
bought * and edi * I have eaten ' ; from that of the act done once and the act
done more often, as scribo * I write ' and lego * I read/ scriptito 1 I am busy
with writing,' and lectito * I read and reread ' ; from that of active and
passive, as uro 1 I burn ' and ango ' I anoint,' uror * I am burned ' and ungor
* I am anointed ' ; from that of singular and plural, as laudo ' I praise ' and
culpo * I blame,' laudamus ' we praise * and culpamus ' we blame. ' With regard
to the words of this class 6 whose categories I have described, the matter of
how full an equipment of forms each has, and what sort of forms it makes, will
be set forth with more attention to detail in the books c which are to be on
the paradigms of verbs. 34. The words of the third subdivision, which are
inflected with tenses and cases and are by many therefore called participials,
a are of this kind HERE THREE – OR PERHAPS TWENTY-FIVE -- LEAVES ARE LACKING IN
THE MODEL COPY When w T e meet a new word, a we ask about its case-forms, as to
how we shall inflect them ; and yet if some poet has made up some word and has
himself formed from it some case-form in an incorrect way, we blame him rather
than follow his example. Therefore Ratio or Relation, of which I am speaking,
is present in both 6 : in the words which are imposed upon things, 6 and in
those which are formed by in- flection d ; and then also there is that third
kind of Relation, which combines the characteristics of the two.* 36. Among
these, each and every relation, when words. d The paradigms. e In derivatives
formed by suffixes. aut similis aut dissimilis, aut saepe verba alia, ratio
eadem, et nonnunquam ratio alia, verba eadem. Quae ratio in amor amori, eadem
in dolor dolori, neque eadem in dolor dolorem, et cum eadem ratio quae est in
amor et 1 amoris sit in amores et amorum, tamen ea, quod non in ea qua oportet
confertur 2 materia, per se solum efficere non potest analogias propter
disparilitatem vocis figurarum, quod verbum copulatum singulare 3 cum
multitudine : ita cum est pro portione, ut candem habeat rationem, turn denique
ea ratio conficit id quod postulat analogia ; de qua deinceps dicam. III. 37. Sequitur tertius locus, quae sit ratio pro
portione ; (e)a Greece 1 vocatur 2 dva Xoyov ; ab analogo dicta analogia. Ex
eodem genere quae res inter se aliqua parte dissimiles rationem habent aliquam,
si ad eas duas alterae duae res allatae sunt, quae rationem habeant eandem,
quod ea verba bina habent eundem Xoyov, dicitur utrumque separatim dvdXoyov,
simul collata quattuor dvaXoy(t)a. z 38. Nam ut in geminis, cum simile(m) 1
dicimus esse Menaechmum Menaechmo, de uno dicimus ; cum similitudine(m) 2 esse
in his, de utroque : sic cum dicimus eandem rationem habere assem ad § 36. 1 After et, a repeated amor
et has been deleted. 2 After confertur, Aug, deleted a. 3 Aug., for singularem.
1 L. Sp., for agrece. 2 Aug., for uocantur. 3 OS. ; analogia Mue., with G ; for
analoga. §38. 1 Mueller, for simile. 2 Aug., for similitudine. Because of the
difference in number. § 37. a As in mathematics, two ratios of equal value make
a proportion. § 38. a In the comedy of Plautus. compared with another, is
either like or unlike ; and often the words are different but the relation is
the same, and sometimes the relation is different but the words are the same.
The same relation which is in amor ' love * and dative amort is in dolor 1 pain
' and dative dolori, but not in dolor and accusative dolorem. The same relation
which is in amor and genitive amoris is in plural amores and genitive amorum ;
and yet, because the subject-matter in it is not compared as it should be, a
this relation cannot of itself effect Regularities, on account of the
differences in the forms of the spoken word, because a singular word has been
associated with a plural. So, when it is by a proportionate likeness that the
word has the same relation, then and not until then does this relation achieve
what is demanded by Analogia or Regularity ; of which I shall speak next. III.
37. There follows the third topic : What is Ratio or Relation that is pro
portione ' by proportionate likeness ' ? This is in Greek called 4 according to
logos * ; and from analogue the term Analogia or Regularity is derived. If
there are two things of the same class which belong to some relation though in
some respect unlike each other, and if alongside these two things two other
things which have the same relation are placed, then because the two sets of
words belong to the same logos each one is said separately to be an analogue
and the comparison of the four constitutes an Analogia, 38. For it is as in a
matter of twins : when we say that the one Menaechmus is like the other
Menaech- mus, a we are speaking of one only ; but when we say that a likeness
is present in them, we are speaking of both. So, when we say that a copper as
has the same semissem quam habet in argento 3 libella ad simbeli&mf quid
sit dvdXoyov ostendimus ; cum utrubique dici- mus et in aere et in argento esse
eandem rationem, turn dicimus de analogia. 39. Ut sodalis et sodalitas, civis
et civitas non est idem, sed utrumque ab eodem ac coniunctum, sic dvdXoyov et
dvakoyta idem non est, sed item est con- generatum. Quare si homines
sustuleris, sodalis sustuleris ; si sodalis, sodalitatem : sic item si sus-
tuleris Xoyov, sustuleris dvdXoyov ; si id, dvaXoytav. 40. Quae cum inter se
tanta sint cognatione, de- bebis suptilius audire quam dici expectare, id est
cum dixero quid de utroque et erit co(m)mune, (ne) 1 expectes, dum ego in
scribendo transferam in re- liquum, sed ut potius tu persequare ammo. 41. Haec
fiunt in dissimilibus rebus, ut in numeris si contuleris cum uno duo, sic cum
decern viginti : nam (quam) 1 rationem duo ad unum habent, eandem habent
viginti ad decern ; in nummis in similibus sic est ad unum victoriatum
denarius, si(cut) 2 ad alterum victoriatum alter denarius ; sic item in aliis
rebus omnibus pro portione dicuntur ea, in quo est sic quadruplex natura, ut in
progenie vois ' nature ' as an originating or moving power. * Properly, of
sounds. § 56. ° Principia are the singular forms, in whichever direction the
argument is carried ; but perhaps quam in singular} should be inserted between
ordiri and quod. b Because the B and the C ending the stems can be seen in the
deleted repeated from above. to two, should the conclusion be drawn that in
teach- ing the later thing cannot be the clearer, for the purpose of beginning
from it, to show what the prior thing is. Therefore even those who deal with
the nature of the universe and are on this account called physici a ' natural
philosophers,' proceed from nature as a whole and show by backward reasoning
from the later things, what the beginnings of the world were. Though speech
consists of letters, 6 it is nevertheless from speech that the grammarians
start in order to show the nature of the letters. 56. Therefore in the
explanation, since one ought rather to set out from that which is clearer than
from that which is prior, and rather from the un- corrupted than from a corrupt
original, from the nature of things rather than from the fancy of men, and
since these three factors which are more to be followed are less present in the
singulars than in the plurals, one can more easily commence from the plural
than from the singular, because in the latter as starting-points ° there is
less of a basis for relation- ship in the forming of words. That the singular
forms of words can be more easily interpreted from plural forms than plural
forms from the singular, is shown by these words 6 : plural trabes * beams,*
singular trabs ; plural duces * leaders,' singular dux. 57. For we see that
from the plural nominatives trabes and duces the letter E of the last syllable
has been eliminated and thereby in the singular have been plural, but cannot be
inferred with certainty from the nomi- native singular, especially if we read
not trabs but traps (Roth, Philol. xvii. 176, and Mueller's note to § 57),
which represents the actual pronunciation. Yet V. wrote trabs and not traps,
according to Cassiodorus, Gram. Lat. vii. 159. 23 Keil. lari factum esse trabs
dux. Contra ex singularibus non tam videmus quemadmodum facta sint ex B et S
trabs 1 et ex C et S du#. 2 58. Si mwl(t)itudinis 1 rectus casus forte figura
corrupta erit, id quod accidit raro, prius id corrigemus quam inde ordiemur ;
(ab) 2 obliquis adsumere oportetf 3 figuras eas quae non erunt ambiguae, sive
singulares sive multitudims, 4 ex quibus id, cuius modi debent esse, perspici
possit. 5 59. Nam nonnunquam alterum ex altero videtur, ut Chn/sippus scribit,
quemadmodum pater ex filio et filius ex patre, neque minus in fornicibus
propter sinistram dextra stat quam propter dextraw 1 sinistra. Quapropter et ex
rectis casibus obliqui et ex obliquis recti et ex singularibus multitudims 2 et
ex multi- tudinis singulares nonnunquam recuperari possunt. 60. Principium id
potissimum sequi debemus, ut in eo fundamentum sit 1 natura, quod in declina-
tionibus ibi facilior ratio. Facile est enim animad- vertere, peccatum magis
cadere posse in impositiones eas quae fiunt plerumque in rectis casibus
singulari- bus, quod homines imperiti et dispersi vocabula rebus imponunt,
quocumque eos libido invitavit : natura § 57. 1 Aug.,, for trabes. 2 Aug., for duces. § 58. 1 si
multitudinis Mue.,for similitudinis. 2 Added by Canal. 3 L. Sp., for oportere.
4 Aug., for multi- tudines. 5 Sciop.,for possint. §59. 1 Laetu s, for dextras.
2 Vertranhis, for multitu- dines. § 60. 1 After sit, L. Sp. deleted in. § 59. a
Frag. 1 55 von Arnim. made the nominatives trabs and dux. But on the other
hand, if we start from the singulars we do not so easily see how they have
become trabs, from B and S, and dux, from C and S. 58. If the nominative plural
is by any chance a corrupted form, which rarely occurs, we shall correct this
before we make it our starting-point ; it is proper to take from the oblique cases,
either singular or plural, some forms which are not ambiguous, from which can
be seen the make-up which the other forms ought to have. 59- For sometimes the
one is seen from the other and at other times the other is seen from the one,
as Chrysippus writes, as the father s qualities may be seen from the son, and
the son's from the father, and in arches the right-hand side stands on account
of the left-hand side, no less than the left on account of theright. Therefore
the oblique forms can sometimes be regained from the nominatives, and sometimes
the nominatives from the oblique forms ; sometimes the plural from the singular
forms, and sometimes the singular forms from the plural. 60. The principle that
we should most of all follow, is that in this the foundation be nature, because
in nature a there is the easier relationship in inflections. For it is easy to
note that error can more easily make its way into those impositions b which are
mostly made in the nominative singular, because men, being unskilled and
scattered/ set names on things just as their fancy has impelled them ; but
nature d is of § 60. a Rather than in voluntas. b Or imposed word- names,
characterized by voluntas, e For this point of the Stoic philosophy, cf.
Cicero, de Inventione, i. 2. d The quality underlying the paradigms. incorrupta
plerumque est suapte sponte, nisi qui earn usu inscio deprava&it. 61. Quarc
si quis principium analogiae potius posuerit in naturalibus casibus quam in
(im)positiciis, 1 non multa 2 (inconcinna) 3 in consuetudine occurrent et a
natura libido humana corrigetur, non a libidine natura, quod qui impositionem
sequi voluerint facient contra. 4 62. Sin ab singulari quis potius proficisci
volet, inift'um 1 facere oportebit ab sexto casu, qui est pro- prius Latinus :
nam eius casuis 2 litterarum dis- criminibus facilius reliquorum varietate(m) 3
discer- nere poterit, quod ei habent exitus aut in A, ut hac terra, aut in E,
ut hac lance, aut in I, ut hac (c)lavi, 4 aut in O, ut hoc caelo, aut in U, ut
hoc versu. Igitur ad demonstrandas declinationes biceps v?a 5 haec. 63. Sed
quoniam ubi analogia, tria, 1 unum quod in rebus, alterum 2 quod in vocibus,
tertium quod in utroque, duo priora simplicia, tertium duplex, ani-
madvertendum haec quam inter se habeant rationem. 64-. Primum ea quae sunt
discrimina in rebus, partim sunt quae ad orationem non attineant, partim quae
pertineant. Non pertinent ut ea quae obser- vant in aedificiis et signis
faciendis ceterisque rebus §61. 1 L. Sp. ; in impositivis Aug.; for in positiciis.
2 Aug., for multae. 3 Added by Christ. 4 Aug., for contraria. § 62. 1 Groth,
for inillum. 2 A. Sp. ; cassuis Mue. ; for casus his. 3 Aug., for uarietate. 4
Groth^for leui; cf V., R. R. i. 22. 6. 5 Canal, for una. § 63. 1 Aldus, for
atria. 2 alterum is repeated in F. e By making wrongly inflected forms. § 62. a
The name 4 ablative ' had not come into use in itself for the most part
uncorrupted, unless somebody perverts it by ignorant use.* 61. Therefore, if
one has founded the principle of Regularity on the natural cases rather than on
the imposed case-forms, not many awkwardnesses will be his to face in usage ;
human fancifulness will be cor- rected by nature, and not nature by fancy,
because those who have wished to follow imposition will in reality act in the
opposite way. 62. But if one should prefer to start from the singular, he ought
to start from the sixth case, a which is a case peculiar to Latin ; for by the
differences in the letters b of this case-form he will be more easily able to
discern the variation in the remaining cases, because the ablative forms end
either in A, like terra * earth,* or in E, c like lance ' platter,' or in I,
like clavi ' key/ or in O, like caelo * sky,' or in U, like versu ' verse.'
Therefore, for the explaining of the declensions, there is this way, which may
proceed from either of two starting-points. 63. But where there is Regularity,
there are three factors, one which is in the things, a second which is in the
spoken words, a third which is in both ; the first two are simple, the third is
twofold. In view of this, attention must be given to the relation which they
have to one another. 64% First, of the differences which exist in the things,
there are some which have no bearing on speech, others which are connected with
it. Those which are not connected with it are like those which the artificers
observe in making buildings and statues V.'s time. b That is, the endings. e V.
does not list separately the ablative of the fifth declension, ending in long
E. artifices, e quis vocantur aliac Aarmonicae, sic item aliae nominibus aliis
: scd nulla harum fit (in) 1 loquendo pars. 2 65. Ad orationem quae pertinent,
res eae sunt quae verbis dicuntur pro portione neque a similitudine quoque
vocum declinatus habent, ut Iupiter Mars- piter, Iovi Marti. Haec enim genere 1 nominum et
numero et casibus similia sunt inter se, quod utraque et nomina sunt et virilia
sunt et singularia et casu nominandi et dandi. 66. Alterum genus vocale est, in
quo voces modo sunt pro portione similes, non res, ut biga bigae, nuptia
nuptiae : neque enim in his res singularis subest una, cum dicitur biga
quadriga, neque ab his vocibus quae declinata sunt, multitudinis significant
quicquam, id 1 quod omnia multitudinis quae decli- nantur ab uno, ut a merula
merulae : sunt (enim) 2 eius modi, ut singulari subiungatur, sic merulae duae,
catulae tres, faculae quattuor. 67. Quare cum idem non possit subiungi, quod 1
(non) 2 dicimus biga una, 3 quadrigae duae, nuptiae tres, scd pro eo unae
bigae, binae quadrigae, trinae nuptiae, apparet non esse a biga et quadriga 4
bigae et quadrigae, sed ut est huius ordinis una 5 duae tres Added by L. Sp. 2
Sentence division of Boot. § 65. 1 Mue.,for genera. § 66. 1 Fay, for ideo. 2 Added by Fay, §67. 1
Sciop., for cum. 2 Added by Sciop. 3 L. Sp. ; una b\g&Sciop. ; for bigae
unae. 4 After quadriga, L. Sp. deleted et. 5 Aug., for unae. § 65. ° The
unlikeness is in the forms of the nominative ; but both words denote male
deities. § 66. a The two words belong to the same declension and both lack the
singular forms ; but the objects denoted are entirely unlike. and other things,
of which some are called harmonic, and others are called by other names ; but
no one of these becomes an element in speaking. 65. The differences which
pertain to speech, consist of those things which are expressed by the words in
a proportionate way, and yet do not have a likeness of the spoken words also to
help in forming the inflections : such as nominative Iupiter and Marspiter,
dative Iovi and Marti. a For these are like one another in the gender of the
nouns, and in the number, and in the cases ; because both are nouns, and are
masculine, and singular, and nominative and dative in case. 66. The second kind
has to do with the sounds, in which the spoken words only are similar in a
proportionate way — and not the things — as in biga and bigae, nuptia and
nuptiae. a For in these there is no underlying unit thing expressed by the
singular when we say biga or quadriga, nor have the plural forms which are
derived from these words any plural meaning. Yet all plurals which are derived
from a unit singular, like merulae from merula ' blackbird,' do have such
plural meaning ; for they are of such a sort that there is subordina- tion to a
singular form : thus two merulae * black- birds,' three catulae 1 female
puppies,' four Jaculae ' torches/ 67. Therefore since there cannot be the same
sub- ordinating relation because we do not say una biga, duae quadrigae, ires
nuptiae, but instead unae bigae ' one two-horse team/ binae quadrigae ' two
teams of four horses/ trinae nuptiae ' three sets of nuptials,' it is clear
that bigae and quadrigae are not from biga and quadriga, but belong to another
series : the usual princip(i)um una, sic in hoc ordine altero unae binae trinae
principium est unae. 68. Tertium genus est illud duplex quod dixi, in quo ct res et voces
similiter pro portione dicuntur ut bonus malus, boni mali, de quorum analogia
et Ari- stophanes et alii scripserunt. Etenim haec denique perfecta ut in
oratione, illae duac simplices inchoatae analogiae, de quibus tamen separatim
dicam, quod his quoque utimur in loquendo. 69- Sed prius de perfecta, in qua et
res et voces quadam similitudine continentur, cuius genera sunt tria : unum
vernaculum ac domi natum, alterum adventicium, tertium nothum ex peregrino hie
natum. Vernaculum est ut sutor et pistor, sutori pistori ; adventicium est ut
Hectores Nes tores, Hectoras Nestoras ; tertium ilium nothum ut Achilles et
Peles. 70. De (his primo) 1 genere multi utuntur
non modo poetae, sed etiam plerique omnes qui soluta oratione loquuntur. Haec
primo 2 dicebant ut quaes- torem praetorem, sic Hectorem Nestorem : itaque
Ennius ait : Hectoris natum de mnro iactari and lavo ' I wash,' perf. lavi, d
pungo ' I prick/ perf. pupugi, tundo 1 1 pound/ perf. tutudi t e and pingo * I
paint/ perf. pinxi. (7) And
although/' he con- tinues, " from ceno ' I dine * and prandeo ' I lunch '
and poto * I drink * we form the perfects cenatus sum, pransus sum, and potus
sum, f yet from destringor * I scrape myself and extergeor * I wipe myself dry
* and lavor ' I bathe myself we make the perfects destrinxi * I am scraped *
and extersi ' I am dried * and lavi ' I have had a bath.'* 7 Furthermore,
although from Oscus ' Oscan/ Tuscus * Etruscan/ and Graecus ' Greek ' we derive
the adverbs Osce ' in Oscan/ Tusce * in Etruscan/ 9 Active perfects of passive
verbs, yet with passive (intransi- tive, reflexive) meaning : this meaning of
the perfect lavi is regular in Plautus, but is nowhere attested for destrinxi
and extersi. Osce Tusce Graece, a Gallo tamen et Mauro Gallice et Maurice
dicimus ; item a probus probe, a doctus docte, sed a rarus non dicitur rare,
sed alii raro dicunt, alii rarenter. Idem M. V. in eodem libro : "
Sentior," inquit, " nemo dicit et id per se nihil est, adsentior
tamen fere omnes dicunt. Sisenna
unus adsentio in senatu dicebat et eum postea multi secuti, neque tamen vincere
consuetudinem potuerunt. Sed idem V. in aliis libris multa pro dva- Xoyia.
tuenda scribit. Librorum XI-XXIV Fragmenta XI Fr. 6. 1 Et ubi auctoritas
maiorum genus tibi non de- monstraverit, quid ibi faciendum est ? Scripsit V.
ad Ciceronem : " Potestatis nostrae est illis rebus dare genera, quae ex
natura genus non habent." Fr. 7a. 1 Nunc de generibus dicamus. V. dicit
" genera dicta a generando. Quicquid enim gignit aut gignitur, hoc potest
genus dici et genus facere." Fr. 6. 1 Julianus Toletanus, Commentarius in
Donatum> v. 318. 31-34 Keil. Fr.
7. 1 [Sergii] Explanat. in Donation, iv. 492. 37-493. 3 Keil. h Charisius, i. 217.
8 Keil, cites rare as used by Cicero,Cato, and Plautus (Budens 995) ; but
editors usually replace it by raro. * That is, not a deponent unless
compounded ; even in a passive meaning, the passive form of the un-
compounded verb is rare, though occasionally found, as in Caesar, Bellum
Civile i. 67 (sentiretur), where it is however impersonal. > Notably
in ix. and Graece * in Greek/ yet from G alius ' Gaul * and Maurus
* Moor ' we have Gallice 1 in Gallic ' and Maurice ' in Moorish ' ; also
from probus * honest ' comes probe ' honestly/ from doctus * learned '
docte ' learnedly/ but from rarus * rare ' there is no adverb rare,
but some say raro, others rarenter" h (9) In the same book V.
goes on to say : " No one uses the passive sentior* and that form by
itself is naught, but almost every one says adsentior 1 1 agree/
Sisenna alone used to say adsentio in the senate, and later many followed
his example, yet could not prevail over usage. But this same V. in other
books 3 wrote a great deal in defence of Regularity.
Fragments of Books XI -XX IV a XI Fr. 6. Where the
authority of our ancestors has not shown you the gender of a word, what
in this instance must be done ? V. wrote, in the treatise addressed
to Cicero : " We men have the right and power to give genders to the
names of those things which by nature have no gender." °
Fr. 7a. Now let us speak of genders. V. says : " Genera *
genders ' are named from generare 1 to generate.' For whatever gignit *
begets * or gignitur * is begotten/ that can be called a genus and
can XI.-XXIV. a On Books XI.-XIIL, see also vii. 110, viii.2,
20, 34, x. 33 ; and on Books XIV.-XXV., see vii. . Fr. 6. ° V. uses
genus both for grammatical gender and for natural sex ; each is a * kind
' or 4 class/ cf. Frag. 7, note a. Quod si verum est, nulla potest
res integrum genus habere nisi masculinum et femininum. Fr.
7b. 2 Tractat de generibus. V. ait " genera tantum ilia esse quae
generant : ilia proprie dicuntur genera." Quodsi sequemur
auctoritatem ipsius, non erunt genera nisi duo, masculinum et
femininum. Nulla enim genera creare possunt nisi haec duo.
Fr. 8. 1 Ostrea 2 si primae declinationis fuerit, sicut Musa,
feminino genere declinabitur, ut ad animaZ 3 referamus ; si 4 ad testam,
ostreum 5 dicendum est neutro genere et ad secundam declinationem, ut
sit huius ostrei, huic ostreo, 6 quia dicit 7 V. " nullam rem animalem
neutro genere declinari." Fr. 9- 1 Ait Plinius Secundus
secutus V.nem : " Quando dubitamus principale genus, redeamus
ad diminutionem, et ex diminutivo cognoscimus princi- pale genus.
Puta arbor ignoro cuius generis sit : fac diminutivum arbuscula, ecce
hinc intellegis et principale genus quale sit. Item si dicas
columna, 2 Pompeius, Commentum Artis Donati. Keil. Fr. Cledonius, Ars
Grammatica. Keil. For ostria. Keil, for animam. For sic. For
ostrium. Keil, for sicui ostri. For dicitur. Fr. Pompeius, Commentum Artis
Donati Keil. The root gen- lies at the basis of all these words; but
genus has the weakened meaning kind, class, from which the idea of
begetting has faded out. Donatus, the eminent grammarian That is,
kinds; Frag., note. Ft.. This distinction is not borne out by the use of
the words in the Latin authors. Almost precisely true for Latin,
though there are many exceptions in Greek and in the Germanic languages
tIkvov, German das Kind, and the neuter diminutives in -iqv, -chen, -lein.,
7a-9 produce a genus a If this is true, the genus that a thing has is
not perfect unless it is masculine or feminine. Fr. He 6 treats of
genders. V. says: Only those are genera genders which generant
generate; those are properly called genera. But if we follow his
authority, there will be only two genders, masculine and feminine. For no
genders e can procreate except these two. Fr. If ostrea oyster is of
the first declension, like Musa Muse, it will be declined in the feminine
gender, so that we refer the word to the liying being; if we use it for
the shell, the word must be ostreum, inflected in the neuter and according
to the second declension, so that it is genitive ostrei, dative
ostreo a: because V. says: No living creature has a name which is
inflected in the neuter gender. Fr. Plinius Secundus a says, following V.: When
we are in doubt about the gender of a main word, let us turn to the
diminutive form, and from the diminutive we learn the gender of the main
word. Suppose that I do not know the gender of arbor tree; form the
diminutive arbuscula, and lo! from this you observe as well the gender of
the word from which it comes. Again, if you say, What is the Fr. a
This and subsequent citations from Pliny are taken from the Elder Pliny's
Dubitts Sermo, a work mentioned by the Younger Pliny, Epist. Diminutives have
in Latin the gender of the words from which they are derived; the
exceptions are very few. In Greek and in the Germanic languages, however,
diminutives are commonly neuter without regard to their primitives cuius
generis est? facis inde diminutivum, id est columella, et inde intellegis
quoniam principale feminini generis est. Fr. Jiypocorismata semper
generibus suis und(e oriuntur consonant, pauca dissonant, velut haec
rana) hie ranunculus, hie ung(u)is haec ungula, hoc glandium haec
glandula, hie panis hie pastillus et) hoc pastillum, ut V. dixit: haec
beta hie betace(us, haec malva hie malvaceus, hoc pistrinum haec
pistrilla, ut Terentius in Adelphis, hie ensis haec ensicula et hie ensiculus:
sic in Rudente Plautus. Fr. Dies communis generis est. Qui masculino
genere dicendum putaverunt, has causas reddiderunt, quod dies festos auctores
dixerunt, non festas, et 2 quartum et quintum Kalendas, non quartam
nec quintam, et cum hodie dicimus, nihil aliud quam hoc die
intelligstur. Qui vero feminino, catholico utuntur, quod ablativo casu E non
nisi producta finiatur, Fr. Charisius, Instit, Gram, Keil,
The right-hand edge of the manuscript is destroyed, but the restorations
are made with certainty from almost verbatim repetitions Charisius
Keil, in which V. is not mentioned as the source. Hie
pastillus, required by the space, was added by Keil from Fr. Charisius,
Instit, Gram, KeiL For ut. For intellegatur. Fr. As substantive, for
pes betaceus: but betaceus is an adjective, not a diminutive. Also an
adjective; its application as substantive is not known.
Adelphoe. Rudens. Fr. Dies was by origin a masculine; in
Latin, because it was declined like the feminines of the fifth declension,
possibly also because its counterpart nox was, gender of columna column, make
from it the diminutive, that is, columella, and therefrom
you understand that the word from which it comes is of the feminine
gender. Fr. Diminutives always agree in gender with the words from
which they come: a few differ, such as fern, rana ' frog,' diminutive
masc. ranunculus 'tadpole'; masc. unguis 'nail (of finger or toe), 1
fern. ungula 'hoof, talon'; neut. glandium 'kernel of pork fem.
glandula tonsil; masc. panis loaf of bread, masc. pastillus and neut.
pastillum 'roll,' as V. said; fem. beta 'beet,' masc. betaceus beet-root'; fem.
malva' mallow,' masc. malvaceus h mallow-like vegetable'; neut. pistrinum
'pounding-mill,' fem. pistrilla 'small mill,’ as Terence says in The
Brothers e; masc. ensis 'sword,' fem. ensicula and masc. ensiculus
'toy-sword': so Plautus in The Rope Fr. Dies 'day’ is of common gender.
Those who thought that it must be used as a masculine, offered these
reasons: that their authorities said dies festi ‘holidays,’ with the
masculine adjective, not the fem. festae; that they said the fourth and
the fifth day before the Kalends, with the masculine and not the
feminine form of the adjective; and that when we say hodie ‘to-day,’ it
is understood as hoc die 'on this day,' with the masculine article, and
nothing else. On the other hand, those who regard dies as
feminine, use the general argument, that in the ablative
the feminine, it acquired use as a feminine in some meanings. Full
phrase: ante diem quartum (quintum) Kalendas. A demonstrative is an
article in the grammatical terminology of the Romans. et quod deminutio
eius diecula sit, non dieculus, ut ait Terentius: Quod tibi addo
dieculam. V. autem distinxit, ut A masculino genere unius diei cursum
SIGNIFICARE (t), feminino autem temporis spatium; quod nemo
servavit. A Catinus masculino genere dicitur et hinc deminutive
catillus fit. Sed V. ad Ciceronem
"catinuli" dixit, non catilli. Fr. Naevus generis neutri, sed V.
ad Ciceronem "hie naevus." Fr. Antiquissimi tamen et hie
gausapes et haec gausapa et hoc gausape et plurale neutri
haec gausapa quasi a nominativo hoc gausapum protulisse inveniuntur V.
vero de Lingua Latina-ait, " talia ex Graeco sumpta ex masculino in
femininum transire et A litera finiri : 6 Ko\^ta unless the genitive is
identical with the nomina- tive, when the ablative ends in i ; an
adjective also has the ablative in i if it stands before a noun
which it modifies. The
scientific formulation is that consonant-stems should have short e in the
ablative, and t-stems should have long % : a status much disturbed by the
encroachment of the ^-ending on the t-ending. c Not all these should, by
the ' rule,' end in i ; for carbo, falx, mons,fons t pons, teges do not
have identical nom. and gen. ; and the nom. of asse is as, very
rarely assis. As to the actual forms of the ablative, igni is commoner
than igne ; orbi, turri,frni, strigili, avi, axi, navi\ said and wrote
senatuis, domuis, and jluctuis as the genitive case of the words senatus
' senate,' domus ' house,' and Jluctus * wave,* and used senatui,
domui, fiuctui as the dative ; and that they used other simi- lar
words with the corresponding endings. Fr. 18. Amni was used by
Vergil a as ablative of amnis river, as in He drifts with the
stream of the river. On this point, PLINIO in the same book says: "
By the old writers, whom V. criticizes adversely, all observance of
the rule 6 is disregarded, yet not utterly. For we still say," says
he, " canali ' canal,* stti ' thirst,' tussi * cough,' febri ' fever
* as the abla- tive forms. But in most words the form has been
changed, and uses the ablative which ends in E : cane ' dog,' orbe 1
circle,' carbone ' charcoal, iurre tower,' falce ' sickle,' igne ' fire,'
teste garment,' fine limit,' monte mountain, fonie spring,* ponte
* bridge,* sirigile * scraper,* tegeie ' mat,' ave ' bird,' asse '
as,' axe * axle,' nave ' ship,' classe * fleet.' " c Fr. 19. V.,
whom Pliny mentions as having said, in the eleventh book of his treatise
addressed to Cicero " a plantation of trees set in rows rare a 1
in the country.' Fonteis * springs,' accusative plural spelled with
EIS : " The nouns which gain an I in the genitive plural before the
ending UM," says Pliny, " have the classi are found in
authors of the first century b.c, but are less common than the forms with
e, or are used to satisfy metrical requirements ; ponti is found once in
older Latin ; monti and fonti are cited by V., ix. 112. Fr.
19. Instead of the usual locative form ruri. accusativus," inquit
Plinius, " per EIS loquetur, montium monteis ; licet V.,"
inquit, " exemplis hanc regulam confutare temptarit istius modi,
falcium falces, non falceis facit, nec has merceis, nec hos axeis
lmtreis ventreis stirpeis urbeis cor&eis 3 vecteis men- teis. 4 Et
tamen manus dat praemissae regulae ridicule, ut exceptis his nominibus
valeat regula." Fr. Poematorum et in II et in III idem V.
adsidue dicit et his poematis, tarn quam nominativo hoc poematum sit et
non hoc poema. Nam et ad Ciceronem, horum poematorum et his
poematis oportere dici. Fr. 22. 1 Git : V. ad Ciceronem XI
per omnes casus id nomen ire dcberc conmeminit ; vulgo autem hoc
gitti dicunt. Fr. Palpetras per T V. ad Ciceronem dixit. Sed Fabianus de Animalibus primo
pal- pebras per B. Alii dicunt palpetras genas, palpebras autem
ipsos pilos. 3 For curueis. 4
GS. t for inepteis. Fr. Charisius, Inst. Gram. i. 141. 29-31 Keil.
Fr. 22. 1 Charisius, Inst. Gram. Keil. Fr. Ckarishts, Inst. Gram.
Keil. This EI does not represent an earlier diphthong, but was
often written for a long i after the original diphthong had become
identical in sound with the long i. There are scattered examples of the
ending EIS in the accusative, found in inscriptions and
manuscripts. accusative in EIS, a like genitive montium *
mountains,' accusative monteis ; although V.," he continues,
" tried to refute this rule by examples of the following sort : to
the genitive fold urn ' sickles * the accusative is folces and not
folceis, nor is the proper spelling merceis 1 wares, nor axeis axles/
lintreis ' skiffs,* ventreis * bellies/ stirpeis * stocks/ urbeis '
cities/ corbeis * baskets/ vecteis * levers/ menteis * minds.' And
yet he gives up the fight against the aforesaid rule in a ridiculous
fashion, saying that apart from these nouns the rule holds. In the second
and the third books V. constantly uses the genitive poematorum poems
and the dative poematis, as though the word were poema- tum in the
nominative and not poema. For in the eleventh book of the treatise
addressed to Cicero he says that genitive poematorum and dative poematis
are the proper forms to be used. Git * fennel ' a : V. in the
eleventh book of the treatise addressed to Cicero states that this
form ought to be used in all the cases ; but people quite commonly say
gitti in the ablative. V. in the thirteenth book of the treatise
addressed to Cicero used palpetrae, with T. But Fabianus, a in the first
book On Animals, wrote palpe- brae with B. Others say that palpetrae
means the eyelids, and palpebrae the eyelashes. a Xigella
sativa. Fr. Papirius Fabianus, who wrote on philosophy and on
natural history in the time of Augustus. Oxo : " V. ad Ciceronem olivo et oxo putat
fieri/' inquit Plinius Sermonis Dubii libro VI. Indiscriminatim,
indiflferenter. V. de Lingua Latina: Quibus nos in hoc libro,
proinde ut nihil intersit, utemur indiscriminatim, promisee. Fr. Rure
Terentius in Eunucho: Ex meo propinquo rure hoc capio commodi.
Itaque et V. ad Ciceronem " rure veni." Fr. 27. 1 V. ad
Ciceronem: "ingluvies tori," inquit, " sunt circa gulam,
qui propter pinguedinem fiunt atque interiectas habent rugas."
Sed nunc pro gula
positum. Charisins, Inst. Gram. i. 139. 15-16 Keil. Fr. 25. 1 Nonius
Marcellus, de Compendiosa Doctrina, 127. 24-26 M. Fr.
Charisius, Inst. Gram. i. 142. 18-20 Keil, Fr. 27. 1 Serv. Dan, in Georg.
iii. 431. Fr. 24. a Antecedent unknown. b Greek 6£os (neuter, third
decl.), denoting sour wine, and vinegar made therefrom. Fr. 25.
Antecedent unknown. These are examples of rure as a pure ablative.
The continuation is our Fragment 19, in which examples of rure as a
locative are discussed. Fr. 27. « That is, double chins. Fr.
Ojco, ablative : " V., in the thirteenth book of the treatise
addressed to Cicero, expresses the opinion that it a is composed of
olive-oil and oxos b * vinegar/ " says Pliny in the sixth book of
the treatise entitled Variations in Speech. Indiscriminaiim means '
without differ- ence.' V. in the eighteenth book of the treatise On
the Latin Language says : " Which a in this book we shall use
indiscriminatim 1 without distinction/ promiscuously, just as if there
were no difference between them." Fr. The ablative rure is used
by Terence in the Eunuchus a : I get this comfort from my
near-by country-seat. So also V., in the twenty-second book of
the treatise addressed to Cicero, says : I have come rure from the
country Fr. V., in the twenty- third book of the treatise addressed to
Cicero, says : " The ingluvies is the bulging muscles around the
throat, which are produced by fatness and have creases between
them/* a But now the word is used merely for the throat. Cum in
disciplinas dialecticas induci atque imbui vellemus, necessus fuit adire
atque cognoscere quas vocant dialectici €itrayu>yas. Turn, quia in
primo 7repl a^tw/xarwv discendum, quae M. V. alias profata, alias
proloquia appellat, Com- mentarium de Proloquiis L. Aelii, docti hominis,
qui magister V.nis fuit, studiose quaesivimus eumque in Pacis
Bibliotheca repertum legimus. (3) Sed in eo nihil edocenter neque ad
instituendum explanate scriptum est, fecisseque videtur eum librum
Aelius sui magis admonendi quam aliorum docendi gratia. Redimus
igitur necessario ad Graecos libros. Ex quibus accepimus a£ta>/jta
esse his verbis (defini- tum) : XtKTuv avroreXh diro^avTov ovov etf>
avra>. (5) Hoc ego supersedi vertere, quia no vis et incon- ditis
vocibus ntendum fuit, quas pati aures per inso- lentiam vix possent. Sed M. V. in libro de Lingua Latina ad
Ciceronem quarto vicesimo ex- peditissime ita finit: Proloquium est
sententia in qua nihil desideratur." Erit autem planius quid istud
sit, si exemplum eius dixerimus. 'A^tw/xa igitur, sive id
proloquium dicere placet, huiuscemodi est : Hannibal Poenus fuit ;
Scipio Numantiam delevit ; Milo caedis damnatus est ; Neque bonum est
voluptas neque malum ; et omnino quicquid ita dicitur plena atque
perfecta verborum sententia, ut id necesse sit aut verum aut falsum esse,
id a dialecticis d£«o/m Fr. 28. 1 Aulas Gellius, Nodes Atticae, xvi. 8. 1-14 ;
Rolfe's text, in the Loeb Classical Library, Rolfe's translation, in the
Loeb Classical Library, with modifications. b In Vespasian's Temple of
Peace, in the Forum Pacis. c Page 75 Funaioli. When I wished to be
introduced to the science of logic and instructed in it, it was
neces- sary to take up and learn what the logicians call
curaycoyac, or ' introductory exercises.' (2) Then because at first I had
to learn about axioms, which Marcus V. calls, now prof ata or '
propositions,' and now proloqitia or ' forthright statements,' I
sought diligently for the Commentary on Proloquia of Lucius Aelius,
a learned man, who was the teacher of V.; and finding it in the Library
of Peace, 5 I read it. But I found in it nothing that was written to
instruct or to make the matter clear ; Aelius c seems to have made that
book rather as suggestions for his own use than for the purpose of
teaching others. I therefore of necessity returned to my Greek books.
From these I obtained this definition of an axiom: a proposition complete
in itself, declared with reference to itself only. This I have forborne to
turn into Latin, since it would have been necessary to use new and as yet
uncoined words, such as, from their strangeness, the ear could
hardly endure. But Marcus V., in his treatise On the Latin Language,
dedicated to Cicerone, thus defines the word very briefly: A proloquium
is a statement in which nothing is lacking. But his definition will be
clearer if I give an example. An axiom, then, or a forthright statement,
if you prefer, is of this kind: Hannibal was a Carthaginian; 11 Scipio
destroyed Numantia; Milo was found guilty of murder. Pleasure is
neither a good nor an evil; and in general any saying which is a full and
perfect thought, so expressed in words that it is necessarily either true
or false, is called by the logicians an axiom; by Marcus V., appellatum
est, a M. V., sicuti dixi, proloquium, a M. autem Cicerone pronuntiatum,
quo ille tamen vocabulo tantisper uti se adtestatus est,
"quoad melius," inquit, "invenero." Sed quod
Graeci crvvrjfxfxevov aftw^ta dicunt, id alii nostrorum adiunctum, alii
conexum dixerunt. Id conexum tale est: Si Plato ambulat, Plato movetur; Si dies est, sol
super terras est. Item quod illi o-vfjLTreTrXeyfiei'ov, nos vel
coniunctum vel copulatum dicimus, quod est eiusdemmodi: P. Scipio, Pauli
filius, et bis consul fuit et triumphavit et censura functus est et
collega in censura L. Mummi fuit. In
omni autem coniuncto si unum est mendacium, etiamsi cetera vera sunt,
totum esse mendacium dicitur. Nam si ad ea omnia quae de Scipione illo
vera dixi addidero Et Hannibalem in Africa superavit, quod est
falsum, universa quoque ilia quae coniuncte dicta sunt, propter hoc unum
quod falsum accesserit, quia simul dicentur, vera non erunt. Est
item aliud quod Graeci Siefrvy/itvov a£iw/xa, nos disiunctum dicimus. Id huiuscemodi est : Aut
malum est voluptas aut bonum, aut neque bonum neque malum est. Omnia autem quae disiunguntur pugnantia esse inter
sese oportet, eorumquc opposita, quae dvriKd^va Graeci dicunt, ea
quoque ipsa inter se adversa esse. Ex omnibus quae dis- d Tusc. Disp. i. 7.
14. Two connected statements, of which the second follows as the result
of the first. f This is the younger Africanus, who destroyed Carthage in
146 b.c; it was the older Africanus who defeated Hannibal at Zama. FRAGMENTS
as I have said, a proloquium or 'forthright statement’; but by Marcus Cicero d
a pronuntiatum or pronouncement/ a
word however which he declared that he used only until I can find a
better one. But what the Greeks call aicharmus. Marco Terenzio Varrone. Varrone.
Keywords: centro di studi varroniani,
idioma, idiom, lingua latina, lingua anglica, Lazio, Lazini, la lingua del
Lazio, Varrone, Prisciano, Donato, Girolamo, Giulio Cesare – Refs.: The H. P.
Grice Papers, Bancroft, MS – Luigi Speranza, “Grice e Varrone: semiotica
filosofica” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria. Varrone.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Varzi: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale delle parole, degl’oggetti, e
degl’eventi – la scuola di Galliate – filosofia piemontese -- filosofia
italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Galliate). Abstract. Keywords: universalia, universale, katholou.
The language of this contrast (‘in’ a subject vs. ‘said of’ a
subject) is peculiar to the Categories, but the idea seems to recur in other
works as the distinction between accidental vs. essential predication.
Similarly, in works other than the Categories, Aristotle uses the label
‘universals’ (ta katholou) for the things that are “said of many;” things that
are not universal he calls ‘particulars’ (ta kath’ hekasta). Although he does
not use these labels in the Categories, it is not misleading to say that the
doctrine of the Categories is that each category contains a hierarchy of
universals and particulars, with each universal being ‘said of’ the lower-level
universals and particulars that fall beneath it. Each category thus has the
structure of an upside-down tree.[2] At the top (or trunk) of the tree are the
most generic items in that category[3] (e.g., in the case of the category of
substance, the genus plant and the genus animal); branching below them are
universals at the next highest level, and branching below these are found lower
levels of universals, and so on, down to the lowest level universals (e.g.,
such infimae species as man and horse); at the lowest level — the leaves of the
tree — are found the individual substances, e.g., this man, that horse,
etc. The individuals in the category of substance play a special role in
this scheme. Aristotle calls them “primary substances” (prôtai ousiai) for
without them, as he says, nothing else would exist. Indeed, Aristotle offers an
argument (2a35-2b7) to establish the primary substances as the fundamental
entities in this ontology. Everything that is not a primary substance, he
points out, stands in one of the two relations (inhering ‘in’, or being ‘said
of’) to primary substances. A genus, such as animal, is ‘said of’ the species
below it and, since they are ‘said of’ primary substances, so is the genus
(recall the transitivity of the ‘said of’ relation). Thus, everything in the
category of substance that is not itself a primary substance is, ultimately,
‘said of’ primary substances. And if there were no primary substances, there
would be no “secondary” substances (species and genera), either. For these
secondary substances are just the ways in which the primary substances are
fundamentally classified within the category of substance. As for the members
of non-substance categories, they too depend for their existence on primary
substances. A universal in a non-substance category, e.g., color, in the
category of quality, is ‘in’ body, Aristotle tells us, and therefore in
individual bodies. For color could not be ‘in’ body, in general, unless it were
‘in’ at least some particular bodies. Similarly, particulars in non-substance
categories (although there is not general agreement among scholars about what
such particulars might be) cannot exist on their own. E.g., a determinate shade
of color, or a particular and non-shareable bit of that shade, is not capable
of existing on its own — if it were not ‘in’ at least some primary substance,
it would not exist. So primary substances are the basic entities — the basic
“things that there are” — in the world of the Categories. Being (existence), like unity
is predicated of everything. This statement certainly implies that
'exist' is truly applicable to every object; it may also imply that
the universal signined by 'exist' (or, it there is a plurality of such
unircrsals. that one or another of the universals signified by 'exist') is
instantiated by every object. But let us be cautious, and
let us not assume that the second implication holds De Inierpretatione, Every
simple declarative sentence [propositionalj contains a hréme (verb phrase)
which signifies something said of something else the 'something che' being
signined by a noun phrase, Indeed the divisibility of
declaratire sentences into kaapináseis (assertions and ipopirseis (denials),
which respoctively allira or deny something about something (17a25| suggests
that the noton of the exhibition of 'subject-predicate fon' enters into the
definition of the concept of a declarative sentence or
proposition. Existential sentences propositions) are no exception to this
thesis, and they even tolerate quantilicational modifiers From this it follows that
existential propositions attribute universals to subject items. Il
'crist' signified a single universal il would signily a gencric universal,
since, as is shown by category-differences, there are different ways of existing
which would le species of existence. [This step has been
supplied by me.l Being (existence) is not a genus, and so is not a
generie universal. This is argued in Metaphysies and the detals of
this argument will be turther examined by me in an appendix lo my presentation
of argument A1. A different account therefore, has to be found of what are
naturally thought of as ways of existence. From this it tollows
that be (exist' does not signily a singic universal. From this it
follows that 'exist' signifies now one, now another, of a plurality duality or
multiplicity of universals. If 'exist' signifies a duality
plurality of multiplicity of universals, that plurality should satisty two
conditions: it should be as small i plurality as possible
(by an intuitively acceptable principle of economy), and
each of the elements of the plurality should be an essential property of
items of the kind to which it attaches: the removal of such
a property from any bearer belonging to that kind should deprive that bearer of
existence, more brietly, with respect to each kind, cach element property
should be entailed by the concept of existence. The only set of universals
which would satisfy both of the conditions which are specified is the set of
category-beads themselves (as the most general list of essential properties one
of another of which every objeet possesses); so the
category-heads constitute the required plurality or multiplicity
So exist by virue of signifying a plurality or multiplicity of universals,
exhibits multiplicily. Of signification. The argument given by
Aristotle in favour of the contention that being is not a genus is
obscure; it rests on the thesis that a genus cannot be
predicable of a differcutia of one of its species, and if
being were i genus it would have to offend against this probbition, since being
is unisersally predicable. The following is my speculative
expansion of this argument. Il Sis a species of a genus G
then it must be the case that G belongs essentally to Sand
is therefore in the same category as S; (2) that S is
differentiated, within G, by some universal D; and that D
is categorially difterent from, and (so to speak) "categorially inferior
to" $ and G (in that no item in the category of § and & may attach
essentially to, and so be predicabie of. D. Two-footed, for example,
it a difterentia of ern, will difles in category from man
and animal (will loe a quality rather than a substance) in
such a way that acither mars not animal can be predicable of it;
A secondaty substance is not predicable of a quality, even though
it may be the case that necessarily anything which has a cenain quality is a
certain sort of substance. But if be were a genus G, since b
is uneversally predicable it would be predicable of any differentin of any of
its species. To show that ‘exists’ possesses not merely multiplicity of
signification, but multiplicity of signification thT may rendered
aequi-vocal, we shall need a further igument which 1 shall endeavour to
supply. A By the preceding argument an item Alpha“exists” just in case it belongs
te some category C (c.g., Substance, quality, quantity, eic.)
If category C is a catogory OTHER than a substance, an item x can
be a C (fall under C) only if alphais a C of some substance beta.
This thesis can be seen as an application of a version of the doctrine of
universalia in se. a version which demands that the
existence of a universal U requires not just the possibility but the actuality
of an item alpha or beta which instantiates that universal
This thesis is enunciated in Metaphysics Being a C of
some substance beta which *instantiates* C entails being a C of something y
which exists in that sense (interpretation) of 'exist which is appropriate for
substances. By hypothesis, for a substance to exist is for
it to be a substance. So that a substance beta exists is prior to,
and presupposed by, cach forni of exists as it applies to an alpha which is not
a substance So the set of ways in which 'exists is said are united by
appropriate relanon to primary (substantial) be, and so "exist' exhibits
unified semantic multiplicity . I hope that the argument,
which I have presented hase both a recognizable allinity with philosophical
positions which Aristotle is known 1o have lickd, and also at loast a
superficial charm. owen’s argument does however, has its
drawbacks both from a historical and from a conceptual point of view
A crucial passage for consideration is Metapitysics devoted to what is
(be) in the philosophical lexicon contained in the Metaphysics. '
There, Aristolle says, it seems that whatever things are signilied by the
"foms of predication" presumably the categories), are said to be in
themselves (per se, kath' auta); 'be' has AS MANY
SIGNIFICATIOZnS as there are forms of PREDICATION.. Since
predieates sometimes say what a thing is EST sometimes what it is EST like,
sometimes how much it is, EST (and so on) there would be a a signification of
'be' IST corresponding to each predication Aristotle
concludes with the remark that there is no difference between "man walks
(flourishes)" and "man is IST walking (Gourishing)".
The obvious interpretation of the last remark is that the appearance of
a vert-form like "walks' or 'Bourishes' creates no difficulty, since they
con be replaced by expressions in canonical for like 'is IST walking' or
"is IST flourishing'; If the expression regarded by
Aristoile as canonical in form it is because the uses of IST ') whose
multiplicity he is at least at his point discussing acopulative.
COPULATION Owen, though he recognizes that Aristotle
does on occasion admit categorial variation in the sense of copulative 'is. iST
IZZES evidently is unwilling to allow that Anstotle is primarily concerned here
with the copulative "is'; So Owen rather strangely
interprets, the remark as alluding to semantic multiplicity in the copula as
bei (supposedly) a consequence of semantic multiplisity in ‘existit’
owen’s interpretation seems difticult to detend. When
Aristotle says that a predicate sometimes may say what a thing is, sometimes
what is it like (its quality), sometimes how much it is (its quantity) and so
on, he seems to be saying that if we consider the range of predicates which can
be applied to some item, for example to a substance like Socrates or a cow,
these predicates are categorially various, and so the use of the IST IzzES in
the ascription of these predicates will undergo corresponding variation of
signification But Aristotle has connected the semantic multiplicity
in IST not with variation between predicates of one subject, but with variation
between essential (per se) predications upon different (indeed categorially
different) subjecis ( such predications as "
Socrates IS a man", " Cambridge blue IS a colour
(a blue, a blue colour) A desire to hannonize these
statements leads me to wonder whether Aristotle may be maintaining not only
that the copula IS exhibits multiplicity of signification which
corresponds to categorial differences between different statements about one
subject, for example, Socrates, but also that dis semantic multiplicity is
attributable to a multiplicity in the notion of essential being IST; the
signification of 'is varies between "Socrates is a man"
Fido is shaggy Cambridge blue is a colour" A weight of
two pounds is in magnitude". To voice my suspicion more
explicitly: it might be Aristotle's view that if (a)
"Sociates is F" Smiths dog is
shaggy is an occidental (non-essential) predication,
"F" signifies an item in category C, and
has" expresses the COZnVERSE of Aristotle's relation of inherentia
(presentia, deen the LOGICAL FORM of the proposition
Socrates is F may Smiths dog is shaggy be regarded as
expressed by "Socrates HAS something which is.
F" where 'ist represents a sense of 'is' (of 'is essentially') which
correspoads to category C. The copula Ist in such cases
expresses the logical PRODUCT of a constant relation expressed by 'has'
HAZZES — not Ist — and a categorially variant relation expressed by 'is'
(Ist 'is essentially'). These predominantly scholarly murmurs agoinst the
'reccived' vicw that Aristotle regards Ex existential statements (propositions)
as the habitat of semantic multiplicity are not the only possible kinds of
dissent. A different kind of complaint, against the
viability of the position which I have been treating so far as if it were
Aristotle's rather than against the suggestion that he in fact held it, would
urge the untenability of the thesis, supposedly a foundation of his position
that EZx are a particular VACUZoUS NAMES type of subject-predicate
utterance type (Smith is happy . 11 is possible that Owen voices
something like this charge iwhen he distinguishes typex of exists.
One form of such an objection would be that "goats
mumble" EX (x) , whether treated as a way of saying "goats
always mumble" or saying "goats usually mumble", or of
saying "goats sometimes mumble", or as being indeterminate between
these alternatives, has to be supposed to presuppose the existence of
goats. Cf Warnock - Strawson This will be
attested both by intuition, and by a need to extend to all interpretations a
feature which is demanded for universal of total and particular utterance
types, in order to escape ditficulties which arise in connection with the
Square of Opposition. To suppose "a goats exists" to be
analogous to "a goats mumbles", would be to suppose that "a
goats exists — Warnock a tiger exists — " presuppose that a goats exists
or to put it another way, the truth of "a goats exists" is a
necessary precondition of its being enher tre or faise that a goats
exists. This is an absurdity. Even for Collingwood It
seems to me that Aristotle can be defended against this attack.
To begin with, the invocation of a semantic relation of
collingwoodisn presupposition is not the only recourse when one is faced with
troubles about the Square of Opposition; one might, for
example, try to deploy a pragmatic notion of presupposition which would not
mitigate the alleged absurdity. Presupposition as
implicature in negation presupposition as entailment in affirmation
But a more sericus defence might suggest that Aristotle
has more than one method of handling Ex existentisls; that there are indeed two
such methods,both S Ist P subject-predicate in character, which when combined avoid
the churge. In Metaphysics where the primary topic seems 10
be what kinds of attributes are constitutive of and differentiate between sons
of sensible things, Aristotle argues the range of such crudal teatures is much
larger than Democritus allows atom, and indicates ways of
giving quasi definitions of a variety of sensible objects, such as
threshold and ice, which
contain analogues of genus and differentia. At this point, almose
parenthetically, he gives a pattern of conceptual definitional analysis for
existentials about such things: the pattern consists (of the
sequence some + genus* + l: + differentia*; c.g., "Some water
IST frozen" (an analysand for "ice exists") and "A
stone iIST situated in threshold position" (an analysand for "a
threshold exists"). We have, then, for certain Ex existential a
definiens in subject-predizate s Ist P form which by utilizing the elements in
definitions, ELIZmIznATES eliminates the 'existit altogether.
I would suggest, on Aristotle's behalf that this ELZiZmIznATIZvE
form could be employed lo conceptually analyst and define general existentials,
like " ice exists" , " A goA
exists while the category citing forms. like Socrates
is a substance could be used to conceptuallyto analyse or define singular existentials,
like Socrates exists". A strategy for an attempted
presentation of in argument in support of the hypothesis that unified semantic
multiplicity is to be located in the copula (or in a sub-tange of examples in
which "ist is used as a copula, viz., cases of acedental predication) will
be to put forward as a preliminary a partial sketch of a theory of categories,
which I rogard as being in the main Aristotelian, to comment on some points of
interest in that sketch, and finally to use it as a basis for the proposed
argument. The sketch will depast from Aristotle's own
position in one or, two respecis, thereby depicting i somewhat improved theory,
and it will incorporate what seems to be a conspicuous excusion of his theory, though
one which, so far as I can see, he might well have accepted without detriment
to his account. The main hope is to put forward an outline
of an account of categories which is overtly more SYSTEMATIZc than the
assemblage of dicta which one may extract from Aristotle's
(L) I start, much as Aristotle does in Caiegories, by distinguishing
two forms Predication Each relation, which may be
called "izzes' and "Hazzes', are approximately the
converses, respectively, of his relations Is said of
and is in (a subject); Ian x izees () y
i=df y is said of x hab X hZzsz y =df y is present in x. I
shall begin by listing some of the properties which I wish to assign to these
relations. I may remark that in one or two cases there seems to be
options. Izzing is reflexive (Vxix izzes x),
Non-symmetrical (symmetry-neutral), and
transitive. Hazzing, on theother hand, is ineflexive, either
intransitive or transitivily-neutral ), and asymmetrical. In
all cases, if an individual x izzes y, y is essential to
x in the sense that it x were not to izz y, x would no
longer exist. It is, however, certainly not true in all cases that if x hazzes
y, its hazzing y is essential to its existence; indeed, I am
inclined to think, that this is not truc in any casc. I am
disposed to accept the following "mised" law. (0) 11 x I y and y H z,
x Hz; the acceptability of this law would depend on the idea
that a non individual y hazzes something z ilt [of necessity] every individual
falling under y (that is every indivicual that izzes y) hazzes 2. 1 am not
disposed to accopf the "mixed" law. ( ii) If x H y and y
lz, x Il z, since I would like to espouse the idea that a subject a (in
any category other than that of x) harzes only individuals); in which case, l
might also espouse the idea that the copula Ist can be conceptually analyzed or
defined in terms of the disjunction of & l y and x H something z which I
y. 1 hare made izzing reflexive, so some of my definitions
must differ from his, since I cannot claim, as le did in Caregories 3a7, that
nothing tzzes an individual substance. The debnitions will run as
follow I is an individual iff nothing other than x izzes x x is a
primary individual iff x is an individual and nothing hazzes x. x is a primary substantial (x
is in the category of "substance") iff sune primary individual izees
x. x is il secondary substance ig
& is a primary substantial but not an individual. x is identical with y iff x
izzes y and y izzes x. y is predicable of x iff either x izzes y or &
huzzes something z which izzes y. We may compare this last definition with
the conceptual analysis of the copula. Ist And y will be a
primary element in some category other than that of substantials just in case
there is a individual x [an individual which is a primary substantiall which
hazzes something z which in tum izzes y (this allows for the possibility that z
may be identical with y); but obviously, in the case of such
a foreign predication a nethod will be needed for determining which foreign'
category is involved as being the category of the predicated item y. We
can atiempt to make use of the diflerent one-word interrogatives which can be
extracted from ' ).Anstotle, with the supposition that items
in a particular category may be suitably invoked to provide answers to just one
of the kinds of questions asked by each of such interrogatives; but it is
not clear that such a list of interrogatives is sufficiently comprehensive
(relatives, for example, secm to escape this programme), nor
is it clear what the rational basis would be for such a list of
questions. And while Aristotle says much that is interesting about
some particular categories, his attempts, for example in the cases of quantity
and quality, to pick on primary distinguishing marks are nog clear
Such shortcomings matter Little it will be sufficient to
assume the availability of some discriminating procedure (perhaps some furtirer
development of the 'interrogatives method) since my main oracern is with the
consequences of a scheme involving some procedure of such a cort At this
point the sketch incorporates the extension of Aristotle's thcory of
categories. I assume that there is an operation,
"substantialization, which, when appled directly to an individual which
belong to a con-substantial category, relocates it in a NON-primary
division of the category of substantials, thereby instituting or licensing the
iclocated items as further subjects of hazzing; the items
hazzed by them will inhabit NON primary divisions of categories other than that
of substantials. A Qualities of substance na be might be relocated as a
non primary substantial, thereby becoming subjects which hazz. (soy) fusther
qualitatives of quantitatives, : that is to say. inhabitants of a NON primary
division of this or that NON substantial category. So the category of
qualitatives may include qualities of substances, qualities of substantialized
qualities (or substantialized quantities) of substances, and so without any
fixed limit. Fidinterestnedd diedng exist Banbury doesn’t exist
The scheme would, provide for substantialization with respect to some,
but not necessarily to all, items which initially belong to some NON substantial
category; some categories, however, might be *inebigible£ for the application
of substantialication, and in other categories it might be that only
sub-categories would be eligible for substantialization;
would ensure that substantialization goes hand-in hand with beooming a
subject of hazzing; but would not guarantee that substantialiced items would
hazz further items in every non-substantial catessory. The scheme
as is absirace : and it would be necessary to make sure that it could have
application to concrete cascs. It might also, even if concretely
applicable, be oaly PARTZi in character; it might, for example, provide for one
kind of category (say "logical categories'), but leave other kinds
of categories, like sensory categories, unprovided for. The scheme would
leave room lor sub. categorial diversities within a given overall
entegory, There might be distinctions ictween, for cxample, qualities of
substances, qualitics of quantities of substances, qualities of quantities of
actions of substances, and so forth. All of these specifie
classes would fall within a general category of QUALZiTY: and there would be
opportunity to legislate against any item's belonging to more than one
sub-division. Within an already discriminated category or
sub-category there might be a categorial distinction between substantializable
and non-substantialicable items. There will be room 1o adopt a cruerion of
realiy distinct frem the perhaps increasingly cedious Quineian condition of
being "quantifiable over" One might, for example, insist
that reality attaches, or full reality attaches, only to items which besides
being izzers, being izzed, and being huzzed, are themselves haziers (that is,
are susceptible to substantialication). Since it cannot be assumed
that a non-primary substantial will receive predicables in every
non-substantial category, there is room for distinctions of richness between
the range of categories from which predicobles apply to one huzzer, and that
from which predicables apply to another; and these variations in
predicationable richness could be used as a measure of degree of reutty (the
richer the realer, with primary substantials at the topi. I have
discussed two different suggestions about the possible location of semantic
multipticity associated with the notion of ist One would lie ta
the range of maximally general specitications of the notion of existit (of the
use of the verb to be' to signify existence); the other would lie in the
use of the copula to signify different predication relations. Both
suggestions seem to have solid Aristotelian foundations; the
categorial multiplicity of the term 'existit' and the distinction between
different fonns of predication relations are both well-established Aristochian
docirines. So far, then, there might seem little room for a preference of
one suggestion to the other. There are, however, two lines of reflection
which in one way or another might upset this equilibrium.
The first line of reflection would allow that Aristotle or an
Aristotelian might have good reasons for secking TWO, rather than merely one,
predication-relation, reasons perhaps conaected with intuitively acooptable
restrictions on the scope of transitivity, and with a desire to block such
unwanted inferential moves as "Socrates is white, white is a colour, so
Socrates is a colour". But it will remain true that
nocharacterization hos been given of the concept of a predication-relation; and
though certain formal properties may have been assigned to izzing and hazzing,
it is not clear that these formal properties would by themselves be adequate
guides for someone wanting to be told how to apply the terms izzing' and
luzzing' to a particular case. Nor is it clear whot extra formal
supplementation could he provided, one would hardly suppose, for example, such
relational terms to be susceptible of ostensive definition.
It may then be that these relations do not (and presumably cannot) have a
readily discernible character, a fact which if not a blemish at least creates a
problem. It is possible then that despite initial appearances the notion
of a predization-relation is not well-defined, and indeed that apparent
examples of such relations are illusory. This line of reflection then,
might confer better survival chances upon the first of the two suggestions here
dstinguished. A second line of reflection, however, is one which I am
certainly inclined 10 take seriously. Unlike the first, it would not
lavour the attribution to Aristole of one rather than the other of two viens
about the location of a cortain semantis multiplicity. It would rather
suggest. or conjecture, that the attribution to Aristotle of either view would
involve a misconception of Aristotle's position, unless it wore accompanied by
a recognition of a certain not immediately obvious distirction. It would
be a mistake to suppose Aristotle to be holding that exists "is signites a
plurality of distinct universals and that therefore the existential 'is' bos a
plurality of meaning; it would also he a mistake to
attribute to Aristotle the view that the copulative 'is may signify one or
another of lWo precication relations therchy signifyiog a plurality of
universals, with the consequence that the copulative "is' has more than
one meaning. What Aristole is really proposing is a
separation of — the question what an U universals is, — the
question how many SIZgNZuFZiCAtIZoznS an expression possesses. Aristotle
is suggesting the possibility that a particular expression may have only one
meoning sense or content and yet be used on different occasions to point to
different universals. It is no doubt trus that historically
universals were admitted to the realm of philisaphical disonurse in order to be
itens in which the meaning of particular expressions might consist; but
this historical fact does not establish an indissoluble connection between
universals and the meanings of linguistic expressions; and it should be
modified or abandoned should subsequent rational reflection provide reasons for
adopting such a ovurse. I am aware that the suggestion, whether advanced
on behalf of Aristotic or independently, that a distinction should be made
between, on the onc hand, the universal or universals, which either in general
or on a pasticularoccasion are pointex T by the expression, and, on the other
hand, the meaning or meanings of the expression in question, which is likely to
give rise to a sense of shock; 1 think, moreover, that susceptibility to
this sense of shock will be independent of the question whether the person who
feels it is friendly or unfriendly towards universals. Let us consider
first the reaction of one who is friendly to universals. He will be liable
to take the view that the reason for introducing universals in the first place
was primarily, indeed exclusively, to equip ourselves with a range of items,
cach of which would serve as that which was meant, or as one of the things that
was meant by significant expressions. This is what universals do, and it
is what they are supposed to do, and they do it perfectly well; it is not
therefore in order te propose a severance of just that connection with meaning
which gives universals a raison d'être. One who is unfriendly to universals can
hardly be expected to be more sympathetic to the proposal, such a person might
be unfriendly to universals either becausc, like Quine, while he is prepared to
describe each of a multitude of expressions as being meaningtul, be is not
prepared to count as legitimate specifications of what it is that a caningful
expression means, or he is not prepared to allow that two distinct expressions
may each mean the same thing. These denials are plainly linked; if it is
legitimate to ask of two meaningful expressions, what it is that each mcans we
can hardly preveat it from being the case, sometimes, that what each means is
just the same as what the other means. Alternatively the enemy of universals
might not wish to eliminate specifications of mcaning or the possibility of
synonymy; his position is rather that an adequate account of the full range of meaning-concepts
can be provided without resort to universals. But the enemies of universals,
from whichever camp they come, may well insist that one who, unlike them, is
disposed to bring in universals is not at liberty to contemplate divorcing them
from that connection with meaning which he will have to allow as underlying
their claim to existence. I am not sure that such hostility to the
general idea of divorcing the signification of one or more universals from the
possession of one or more meanings is as solidly founded as initially it
appears to be. If I ask someone whether he knows the birth place of Napoleon,
he might reply in two quite dilferent ways. He might say "Certainly I do;
he was born in Corsica." Altematively he might reply "I am afraid I
don't. Napolcon was born in Corsica, 1 am afraid I have never been able to get
to Corsica so I don't know the place at all." The obvious difference
between these two distinct interpretations of the question seems to me to be
plainly connected with the functioning of certain pronouns as (a) indirect
interrogatives (b) as relatives; in my example, the first reply claims
knowledge where Napoleon was born, the second claims ignorance of that place
where (in which) Napoleon was born. There are other ways of looking at
the linguistic phenomenon presentedby my example, which are not incompatible
with the way just outlined. and indeed which may tumm out to be uscful
complementaries to it. One might draw attention to a distinction between
knowledge of propositions and knowledge of things, suggesting that what the
first respondent claims is propositional knowledge, whereas, what the second
respondent disclaims is thing-knowledge; the second respondent exhibits a
certain bit of propositional knowledge but professes substantial ignorance
concerning the item to which his propositional knowledge relates. There is of
course no reason why these two states should not coexist. While we are
directing our attention to this approach, we night bear in mind that one kind
of knowledge might be dependent on the other. It might, for example, be the
case that knowing a thing a consists in the possession of a perhaps
indefinitely extended supply of pieces of propositional knowledge, all of which
are cases of propositional knowledge which relates to x; or alternatively,
knowledge of x might consist not in an indefinite supply of pieces of
propositional knowlcdge about x, but rather in the possession of a foundation
or a base from which such propositional knowledge may be readily generated. Yet
a further idea to be considered begins with the recognition that definite
descriptions like many other kinds of phrases may, within a sentence occupy
either subject position or predicate position; as some might prefer to put it,
"the birth place of Napoleon" may be used either referentially or
predicatively. It might then be suggested that in the mouth, or at least in the
mind, of the first respondent the phrase "the birth place of
Napoleon" occurs predicatively, whereas in the case of the second respondent
it occurs referentially, as, potentially at least, a subject expression. If we
suppose the phrase to occur predicatively in a given cose, it will be necessary
that one should be able to point to a mentioned or unmentioned item to which
the predicate in question might apply: then, in the case of the first
respondent in normal circumstances there will be some particular item which he
thinks of as, or believes to be, the birth place of Napoleon. The
relevance of this discussion to the topic of meaning and universals is that it
may with some plausibility be alleged that those who have invoked universals as
the items in which the meaning or meanings of significant expressions consist
are guilty of representing such a phrase as "knowing the meaning of the
word 'watershed " as referring to knowledge of an object or thing, as
knowledge of "that which" the word watershed' significs or means
(where the pronoun "which' is a relative pronoun); whereas, in fact, the
phrase plainly refers to knowing what the word 'watershed means where the
pronoun 'what' is indirectly interrogative rather than relative. The theory of
universals as meaning, then, rests on a syntactical blunder; that this is so is
attested by the fact that in principle at least the caning of an expression E,
may be identical with the meaningof the expression Ez but plainly to know the
meaning of E, is not the same as to know the meaning of Ez This attack on
the historical genesis of universals as the focal elements in a certain kind of
anti-nominalistic theory of meaning, might encounter the following response. It
might not be denied that the kind of syntactical blunder, which I have been
attempting to expose, is in fact a blunder and has indeed been committed by
some who have championed the cause of universals. It is, however, a remedial
blunder which can be rectified, ultimately not only without damage, but even
with advantage to the view of universals as the primary constituents of
meaning. Once universals are admitted, they can be, and should be, thought of
and accepted as being those items which are the meanings of this or that
element of language. In the end, then, knowing the mcaning of an expression E
would emerge as knowing what E mcans, that is, as propositional knowledge
connected with interrogative pronouns rather than as thing-knowledge connected
with relative pronouns. So everything comes right in the end; and the tie
between universals and meanings cannot be put asunder. This delence of
the inviolability of the link between universals and meanings may be
ingeniously contrived, but is not, I think, irresistible. If the specification
of meanings were to provide not merely a useful mode of employment for
universals once they are recognized as being around, but rather the sole
justification and raison d'ete of the supposition that they are around, the
specification of meaning would have to be not merely something that can be
commodiously done with universals, but rather something which cannot be done or
fully done without universals. To my mind this stronger requirement cannot be
mct. There are, I think, some cases of expressions E such that knowing the
meaning of E cannot comfortably be represented as knowing, with respect to some
acceptable entity that it is that to which the description "the (a)
meaning of E" applies. I offer two examples: (1) If I were to say
"The wind is blowing in the direction of Sacramento", any norally
equipped English speaker would know the meaning both in general and on the
current occasion of the phrase *in the direction of Sacramento; that is to say
he would know both what in general the phrase means and what 1 mcant by it on
the occasion of utterance. But such cxamples of knowledge of the meaning in
general, and also the meaning relevant to a particular occasion, of a
particular phrase, so far as 1 can sec, neither requires, nor is assisted by,
the specification of an admissible entity which is to be properly regarded as
that to which the description *the meaning of the phrase 'in the direction of
Sacramento'" applics, cither senceally or on this occasion. It is unlikely
that there is such an admissible entity, the phrase 'in the direction of
Sacramento' does not seem to be one which applies to any particular entity; and
even if it were possible to justifythe claim, such a justification scems hardly
to contribute to one's capacity for knowing what such a phrase means. (2)
By a precisely parallel argument I may know perfectly well what is meant by the
phrase the inducement which I otfer you for looking after my garden', even
though I am neither helped nor hindered by the presence or absence of any
thought to the effect that there is some admissible item which satisfies the
description "the meaning of the phrase 'the inducement which I offer you
for looking atter my garden' " Before leaving this topic, I should
make two comments: first, the fact that the concction between universals and
meanings may not be inviolable does not dispense someone who wishes to modify
it from obligations to make clear just what changes he is making; second, if a
theory of meaning should fail to provide an indispensable rationale for the
introduction of universals, it might turn out to be incumbent upon a
metaphysician to offer an alternative rationale. But this question will have to
wait for another occasion. IV. Modes of Unification of Semantic
Multiplicity Let us for the moment retain an open mind on the nature of
Aristolle's views about the connection between the unification of semantic
multiplicity and the prescnce or absence of identity of meuning. Aristotle
lists a number of modes of this kind of unification which I shall consider one
by one. As one embarks on this enterprise one might well bear in mind the
possibility that the list provided by Aristotle might not be intended to be
exhaustive; and that the number and proper characterization of the modes which
do occur in Aristotle's list is sometimes uncertain. Alistotle refers to cases
in which a general term is applied by reference to a central item or type of
items as ones in which there is a single source for a contribution to a single
end. It is not clear whether he is giving a single general description or a
pair of more specific descriptions each of which applies to a different
sub-class of examples. I know no way of settling this uncertainty. The modes of
unification actually listed by Aristotle consist in (a) what 1 shall call
recursive unification in which the application of each member of a range of
predicates is determined by the conditions governing the application of a primary
member of that range, (b) what I may, with deference to G.E.L. Owen, call focal
unification (unification which derives from connection with a single central
item), (c) analogical unifiestion, in which the applicability of one predicate
or class of predicates is generated by analogies with other predicates or
classes of predicates, I shall consider these headings in order.Recursive
Unification The cases of recursive unification are primarily, though not
exclusively. mathematical in character; they are also cases in which what one
might call the "would-be" species of a generic universal stand to one
another in relations excmplifying priority and posteriority. The Platonists, so
Aristolle tells us, regarded such priority and posteriority as inadmissible
between fellow species of a single genus. Aristotle does not explicitly
subscribe to this view, but he does not explicitly reject it and is liable to
act as if he accepted it. Why should priority and posteriority stand in the way
of being different species of a single genus? Why should not different numbers
be distinct species of the genus number? In the case of numbers, End. Eih.
(121%aff.) attempts a reductio ad absurdum: if there were a form (universal)
signified by "number" it would have to be prior to the first number,
which is impossible; this argument might be expanded as follows: consider a
sequence of "number-properties" (Pl, p?..., e.g., 2-ness, 3-ness
...): such a sequence satisfies, inter alia, the following conditions. For any x and for any n 1, x
instantiates Pi entails x does not instantiae pa-' (nor indeed any P'). For any x and for any n * 1, x
instantiates P" entails something y (* x) instantiales pr-/ If P™ = P' , no counterpart of
(a), (b) holds; so Pl is the first number. If the fulfillment of the
abore conditions is to be sufficient to establish a sequence of properties as a
sequence of number properties, then there cannot be a universal number; if
there were, it would, like any genus, be prior to each of its species, and so
prior to Pl; but since P' is the first number it cunnot have a predecessor and
so nothing ean be prior to it. There seem to be two objections. It is by no means clear that
the above conditions are sufficient to guarantee that a sequence of properties
is a sequence of number-properties. Even if they were, one part of them would not be
fulfilled in the case of Pl and being a number; if x instantiates Pl (viz.,
2-ness), x, not something other than x, will instantiate being a nuenber, a set
whose cardinality is 2 itself instantiates being a number (as a cardinality) If
this route to a denial of the existence of a generic universal number fails
there are two further possibilities. (1) One might attempt to represent
conformity to a "standard" genus-species-differentia model as being
not just an acceptable picture of situations in which a more general universal
has under it a range of subordinate universals which are its specializations,
but as being constitu. tive for such examples of the existence of the more
general universal. The slogan might be "For there to be a universal U,
with specializations U,, U,, ..., U,, U has to be the genus of those
specializations with all that that entails" (or, more bricfly, "no
specialization without species"). The justification for such a claim will
not be casy to find. While, intuitively. one might be prepared to accept the
idea that a more general universal must be independent of its specializations
in that the non emptiness of the general universal should be compatible with
the emptiness of any particular specialization (though not of course with the
emptiness of all specializations), it does not seem intuitively acceptable to
make it a condition of the existence of U that any pair of specializations U,
and U2 should be in this sense independent of one another. (2) One might
try a simpler form of argument. If the special cuses for the application of a
general term E, that is to say, the universals U, ... U, are united by a single
ordering relation R into a series 5, the elements of which [U, ... U.] cover
every item to which E applies, and only such items, then we do not need a
gencric universal U; its would-be species U, ... U, are already unified by
membership of the series S. The expression "being an instance of
some universal in the series S" is of course applicable to anything to
which E is applicable; but this expression does not even look like the name of
a gonus. Focal Unification The second mode of unification to which
semantic multiplicity may be susceptible, that of focal unification, is
discussed at length in Metaphysics IV, i (T, ii) 1003a32f., there Aristotle
brings up two of his favourite examples, the applications of the adjectives
"healthy' and 'medical'. He states that everything to which the word "heulthy'
applies is related to, in one way or another, the focal item of health,
"one thing in the sense that it preserves health, another that in the
sense that it produces it, another in the sense that it is a symptom of health,
another because it is capable of it." Similar considerations apply to
applications of the adjective 'medical', "that which is medical is
relative to the medical art, one thing being called medical because it
possesses it, another because it is naturally adapted to it, another because it
is a function of the medical art." On the most obvious interpretation of
this passage Aristotle will be suggesting that standard semantic theory will be
right in supposing the applicability of certain adjectives to particular items
depends on a relationship of such items to an associated universal, but wrong
in supposing that the relationship in question is invariably that of
instantiation; other sorts of relationship are frequently involved. There is,
however, a less obvious position which Aristotle might have been taking up;
this position would maintain with respect to universals, that the only way in
which individual items may be related to universals is that of instantiation:
that there will beOther entities which will indeed be general entities though not
universals; to them individual items may be related in a variety of ways which
are distinct from instantiation. The rolative merits of these two ideas will be
a matter for debate. This mode of unification is of special interest in
my present enquiry since Aristotle states quite plainly that this is the mode
of unification which applies 10 the semantic multiplicity connected with being.
Categorially cifferent sorts of things may all be said to be by virtue of
different kinds of connections which they have to the focal item, which will be
intimately connected with the notion of substance. This central item might be
an individeal substance or, more likely, might be the notion of substantal
type: any items which 'izzed' this type would be an individual substance and so
would exist. But non-substantial items could also be said to be by virtue of
their relationship (different in different cases) to the same central item;
some things may be said to be because they are affections of substanee, others
because they are a process towards substance, and su forth. It is evident
that Aristotle habitually thinks of the focal item as being a universal, or at
least some kind of general entity; but such restriction is not mandatory,
nothing prevents the focal item from being a particular. Consider the
adjective "French" as it occurs in the pluases, "French
citizen", "French poem", "French professor". The
following features are perhaps signilicant: (1) The appearance of the adjective
in these phrases is what I might call "adjunctive" rather than
"conjunctive" (or "attributive"). A French poem, is
not as I see it, something which combines the separate eatures of being a poem
and being French, as a fat philosopher would simply combine the features of
being fat and of being a philosopher. "French" here occurs, so
to speak, adverbially. (2) The phrase "French citizen" standardly
means "citizen of France", while the phrase "French poem
standardly means "poci in French"; but it would be a mistake to
suppose that this fact implies that there are two (indeed more than two)
meanings or senses of the word "French". The word French" has
only one meaning, namely "of or pertaining to France"; it will,
however, be what I might call 'context senstive"; we might indeed say, if
you like, that while "French" has only one meaning or sense, it has a
variety of meanings-in-context; relative to one context, "French"
means "of France" as in the phrase "French citizen", whereas
relative to another context "French" means, "in the French
language" as in the phrase "French poem". Whether the focal item
is a universal or a particular is quite irrelevant to the question of the
meaning of the related adjective; the medical art is no more the meaning of the
adjective 'medical', as France is the meaning of the adjective 'French'. As a
concluding observation I may remark that while the attachment of the context
may well suggest an interpretation in context of a word, it need not be the
case that suchsuggestion is indefeasible. It might be for instance that "French
poem" would have to mean "poem composed in French" unless there
were counter indications; in which case, perhaps, the phrase might mean
"poem composed by a French competitor" (in some competition). For the
phrase "French professor" there would be two obvious meanings
in context; and disambiguation would have 10 depend on a wider linguistic
context or on the cireumstances of utterance. Analogical
Unilication I turn now to what is possibly the most baffling of the ways
explicitly suggested by Aristotle as being those in which what I am calling USM
may arise. These will be cases in which the application of an epithet to a
range of objects is accounted for by analogy detectable within that range; more
explicitly to analogies between the specific universals which determine the
application of the epithet, or (perhaps) berween the exemplifications of those
universals by this or that type of object. More explicitly to analogies between
the specific universals U, and Uz etc., which determine the application of the
epithet, or (perhaps) between the exemplifications of U,, Uz ete., by items of
the sorts ly. lo etc., The puzzling character of Aristotie's treatment of this
topic arises from a number of different factors. First there are two things
which Aristotle himself might have done to aid our comprehension. He might have
given us a firm list of examples of epithets, the application of which to a
given range of objects is to be accounted for in this way; alternatively, he
might have given us a reasonably clear characterization of the kind of
accounting which analogy is supposed to provide, leaving it to us to determine
the range of application of this kind of accounting. Unfortunately he does
neither of these things; he offers us only the most meagle hints about the way
in which analogy might unify the various applications of an epithet; we are
told, for example, that as sight is in the eye, so intellect is in the soul
with the implicit suggestion that this fact accounts for the application of the
word 'see' both to cases of optical vision and cases of intellectual vision,
and he also suggests that analogy is responsible for the application of the
word 'calm' both to undisturbed bodies of sea water and to undisturbed expanses
of air. Such offerings do not get us very far, furthermore, not surprisingly,
where Aristotle seems to fear to tread the commentators are most reluctant to
plant their own feet. Perhaps the least unhelpful suggestion comcs from Ross
who suggests as Aristotle's view that the application of the word 'good' is
attributable to the fact that within onc category things which are good are
related to things in general belonging to that category in a way which is
analogous to the way in which good things in some second category are related
to the general run of things which belong to that second category. Apart from
obscurity in thepresentation of this idea, Ross's suggestion takes for granted
something which Aristotle himself does not tell us, namely that the application
of the epithet 'good' is one exemplification of unification which is the
outcome of analogy: Ross's suggestion about 'good' would, moreover, be at best
only a description of one special case of analogical unification, and would not
give us any general account of such unification. I might add that little
supplementary assistance is derivable from those who study general semantic
concepts; such persons seem to adhere to the principle that silence is golden
when it comes to discussion of such questions as the relation between analogy,
metaphor, simile, allegory and parable. So far as Aristotle himself is
concerned it seems fairly clear to me that tie primary notion behiad the
concept of analogy is that of 'proportion'. This notion is embodied, for
example, in Aristotle's treatment of justice. where one kind of justice is
alleged to consist in a due proportion between return (reward or penalty) and
antecedent desert (merit or demerit) but it remains a mystery how what starts
life as, or as something approximating to, a quantitive relationship gets
converted into a not-quantitive relation of correspondence of allinity. It
looks as if we might be thrown back upon what we might hope to be inspired
conjecture. I take as my first task the provision of an example,
congenial to Aristotle, of the unification by analogy of the application to a
range of objects of some epithet. I shall expect this to involve the detection
of analogical links between the exemplifications of the varicty of universals
which the epithet may be used to signify. My chosen specimen is the verb grow.
In this case a number of different kinds of shifts might be thought of as
possessing an analogical unification. One of these would be examples of shifis
in respect of what might be termed syntactical metaphysical category. A substance,
indeed a physical substance like a lump of wax or a mass of metal, might be
said to grow; and it would be tempting here to suggest that the relevantly
involved universal, that of increase in size or getting larger, provides the
toundational instance of the signitication of a universal by the word
"grow'; we have here, so to speak, the 'ground-floor' meaning of the verb.
But not only the physical substance itself but the various accidents of the
substance may also be said to grow; not only the piece of wax but its
magnitude, some event or process in its history, its powers or causal efficacy
and its aesthetic quality (beauty) might each be said to grow; and it seems not
unplausible to suggest that though growth on the part of these non-substantial
accidents might be different, and more or, again, less boringly connected with
growth on the part of the substance, there will always be some kind of
correspondence or analogical connection between growth in the case of a
non-substantial item and growth in the case of a substantial item. Another and
different kind of calegorial variation may separate some of the universals
which the word "grow' may be used to signify from others; these will
be connected withdifferences in the sub-categories within the category of
suistance within which fall different sorts of entitics which may be said to
grow; different universals may be signified by sonicone who speaks of a plant
as growing and by someone who speaks of a human being as growing, and the
confection between these diverse realizations of growth may rest on analogy. In
what is called the growth of a plant, internally originated increase in size
may occupy a prominent place, whereas in the case of a buman being the kind of
development which may be involved in growth may be much more varied and
comples; the link between the two distinct universals which may be signified
might be provided by analogy between the roles which such changes fulfill in
the development of the very different kinds of substances which are being
characterized. No doubl many further kinds of analogical connection would
emerge within the general practice of attributing growth. My next
endeavour will be an attempt to supply some general account of the way in which
the presence of analogy may serve to unify semantic multiplicity; and if such
an account should be found to offer prospecis of distinguishing analogy from
other concepts, particularly metaphor which belongs to the same general family,
that would be a welcome aspect of the account. It is my idea that in
metaphorical description a universal is signified, which though distinct from
that which underlies the literal meaning of an epithet is nevertheless
recognizably similar to that literal signification I come now to the
notion of analogy itself. I shall start by considering items any one of which
may be called an S,; I shall initially suppose that being an S, consists in
belonging to a substantial type or kind, S,. though that supposition may be
relaxed later. My first move will be to assume that being an S, consists in
being subject to a systern of laws which jointly express the nature of the type
or kind Si; and further that these laws, which furnish the central theory of
S,, will all be formulable in terius of a finite set of S,-central propertics
(let us say P, to P,); each law will involve some ordered extract from the
central set, and their totality will govern any tully authentic Sy. This
totality may well not include all the laws which apply to S,: but it does
include all the laws which are relevant to the identity of Sy, all the laws
which determine whether or not a particular item is to count as an 5,-
Let us next consider not merely things each of which is an S,, but also things
each of which is an Sz; it is to remain at least for the moment an open
question whether or not the typeS, is identical with the type S1. 1 assume
that, as in the case of S,, membership of S, is determined by conformity to a
system of laws relating to properties which are central to S2. I shall
symbolize these properties by the devices Or ... Q.. We now have various
possibilities to consider. The first is that every law which is central to the
determination of Sz is a mirror image of a law which iscentral to S,; and that
the converse of this supposition also obtains. To this end we shall assume that
the properties which are central to being an $, are the properties O, through
Os; and that if a law involving a certain ordered extract from the set P,
through P, belongs to the central theory of Sto a law involving an exactly
corresponding ordered extract from the set O, through , will belong to the
contral theory of Sa; and that the same holds in reverse. In that case, we
shall be in the position to say that there is a perfect analogy between the
central theories of S, and Sz; and in that case, it may also be tempting to say
that the types S, and S, are essentially identical. We should recognize that if
we yield to this temptation we are not thereby forced to say that Sy and S, are
indistinguishable, they might, for example, be differently related to
perception, only one of them (perhaps) being accessible to sight; we shall only
be forced to allow that essentially, or theoretically, the types are not
distinct; how that is to be interpreted will remain to be seen. The possibility
just considered is that of a total perfect analogy between the central theories
of S, and Sa. There is also, however, the possibility of a partial pertect
analogy between S, and Sz. That is to say pait of the central theory of one
type (say S,) may mirror the whole of the central theory of Sz, or again may
mirror some part of a central theory of Sz. In such circumstances one might be
led to say (in one case) that the type S, is a special case of the type S,; or
(in the other case) that the types S, and S, both fall under a common
super-type, determined by the limited area of perfect analogy between the
central theories of S, and Sz. A third possibility will be that no perfect
analogy, either total or partial, exists between the two central theories; the
best that can be found are imperfect analogies which will consist in laws
central to one type approximating, to a certain degree, with the status of
being analogues of laws central to the other. At this stage, I would
propose a relaxation in the characterization of the signification of such
symbols as 'S!', 'Sz etc., which till now I have been regarding as signifying
substantial types or kinds, reference to which is made in more or less
regimented discourse of a theoretical or scientific sort. I shall now think of
such symbols as relating to what I hope might be legitimately regarded as
informal precursors of the aforementioned substantial types, as expressing
concepts of one or other classificatory sort, concepts which will be deployed
in the unregimented descriptions and explanations of pre-theoretical. Examples
of such unregimented classifica-tory concepts might be the concepts of an
investor, a doctor, a vehicle, a confidante, and so on. I would hope that in
many ways their general character might run parallel to that of their more
regimented counterparts. In particular, one might hope and expect that
their nature would be bound up with conformity to a certain set of central
generalitics (platitudes, truisms, etc.); to be an investor or a vchicle will
be to do a sufficientnumber of the kinds of things which typically are done by
investors or vehicles. One might expect, however, that the varicty of possible
forms of generalization might considerably exceed the meagre armament which
theoretical enquirers normally permit themselves to employ. One might also hope
and expect that the generalities which would be expressive of the nature of a
particular classificatory concept would be formulable in terms of a limited
body of features which would be central to the concept in question. This
material might be sufficient to provide for the presence from time to time of
analogy, at least of imperfect analogy, between scucralities which aro
expressive of distinct classificatory concepts. When they occur, such analogies
might be sufficient to provide for semantic unity in the employment of a single
epithet to signify dilferent classificatory concepts; and this semantic unity,
in turn, might be sufficient to justify the idea that in such cases the
expression in question is used with a single lexical meaning.
Conclusions I conclude the presentation of my suggestions about the
interpretation of the notion of analogy as a possible foundation for semantic
unity with two supplementary comments. The first is that there scems to be a
good ease for supposing that anyone who accepts this account of analogy-based
unity of meaning is not free to combine it with a icjection of the analytid
synthctic distinction. The account relies crucially on a connection between the
application of a particular concept and the application of a system of laws or
other generalities which is expressive of that concept, and, this in tum,
relies on the idea of a stock of further concepts, in terms of which these laws
or generalitics are to be formulated, being central to the original concept.
But it seems plausible, if not mandatory, fo suppose that such contrality
involves a non-contingent connection between the original concept and the
concepts which are said to be central to it, a connection which cannot he
admitted by one who denies the analytic/synthetic distinction. So either one
accepts the analytic/synthetic distinction or one rejects at least this account
of analogy-based semantic unity. I make no attempt here to decide between these
alternatives. Ihe second comment is that matcrial introduced in my
suggested claboration of the notion of unalogy, particularly the connection
between concepts and conformity to laws or other generalities, may serve to
provide a needed explanation and justification of the initial idea that the
applicability of a single defining formula, couched in terms of the ideas of
genus, spocies, and differentia is a paradigmatic condition, if not an
indispensable condition, for identity of meaning. We might, for a start, agree
to treat a situation in which the applicability of an epithet to an item i,
rests on a conformity to exactly the same laws or generalities as does
itsapplication to item iz, as being a limiting case of partial perfect
analogy. Situations in which no icinterpretation at all is required may
be treated as limiting cases of situations in which, though reinterpretation is
required. one is available which ochieves partial perfect analogy. As one might
say, a law is perfectly analogous with itself. Situations, then, in which an
epithet applies to a range of items solely by virtue of the presence of a
single universal, and so of a single set of laws, may be legitimately regarded
as a specially exemplary instance of a kind of unity which is required for
identity of meaning. V. Some Larger Issues Both a proper assessment
of Aristotle's contribution to metaphysics and the theory of mcaning and
studies in the theory of meaning themselves might profit from a somewhat less
localized attention to questions about the relation between universals and
meaning than has so far been visible in my rellections. I have it in mind to
raise not the general question whether, despite the Nominalists, a theory of
meaning requires universals (to which I shall for the moment assume an affirmative
answer), but rather the question in what way universals are to be supposed to
be relevant to meaning. Consideration of the practices of latter-day
lexicographers, so far from supporting a charge that, at least on my
interpretation of him, Aristotle has proposed an illegitimate divorce between
universals and mcaning suggests that it would be proper to go a deal further
than did Aristotle himself in championing such a divorce, There will be many
different forms of connection between the varicty of universals which may be
signified by a non-equivocable expression beyond that countenunced by the
tradition of Theory of Definition, and even perhaps beyond the extensions to
that theory envisaged by Aristotle himself. These will include some forms of
connection like those involved in metonymy and synecdoche, recognized by later
grammatical theorists, and no doubt others as well. It would, I suggest, be a
profitable undertaking to study carefully the contents of a good modem
dictionary, with a view to constructing an inventory of these various modes of
connection. Such an investigation would, I
suspect, reveal both that in a given case the invocation of one mode of
concction may be subordinate and posterior to the invocation of another, and
also that there is no prescribed order or limitation of order which such invocations
must observe. I suspect, also, that it might
emerge that the question whether variations of meaning are thought of as
synchronie or diachronic has no beating on the nature of the uniting
connections. The same forms of connection will be available in both cases, and
these in turn may well befound to correspond with the range of different
figures of speech which conversational practice may typically cmploy. (4)
Should this conjecture turn out to be correct, the underlying explanation of
its truth might, I would guess, run along the following lines. Rational
human thought and communication will, in pursuit of their various parposes,
encounter a boundless and unpredictable multitude of distinct situations.
Perhaps unlike a computer we shell not have, ready made, any vast altay of
forms of description and explanation from which to select what is suitabie for
a particular occasion. We shall have lo rely on our rational capacities, particularly
those for imaginative construction and combination, to provide for our needs as
they arise. It would not then be surprising if the operations of our thoughts
were to refleet, in this or that way, the character of the capacities on which
thought relies. I have to confess to only the haziest of conception bow such an
idea might be worked out in detail of any of its species. To
show that exist possesses not merely semantic multiplicity, but unified
semantic multiplicity, we shall need a further igument which 1 shall endeavour
to supply. Argarer A2 By the preceding argument A1, an item exists just in
case it belongs te some particular category C (c.g., Substance, quality,
quantity, eic.) If category C is a catogory
other than a substance, then an item x can be a C (fall under C) only if x is a
C of some substance y. This thesis can be seen as an application of a version
of the doctrine of universalia in se. a version which demands that the
existence of a universal requires not just the possibility but the actuality of
an item which instantiates that universal This thesis, though not my
justification of it, seems to be enunciated in Metaphysics IV. ii. 1003a7. Being a C of some substance y
which instantiates C entails being a C of something y which exists in that
sense (interpretation) of 'exist which is appropriate for substances. By
hypothesis, for a substance to exist is for it to be a substance. So substancial existence' is
prior to, and presupposed by, cach forni of 'non-substantial existence' (3) So
the set of ways in which 'esistence is said are united byapproprate relanon to
primary (substantial) being, and so "exist' exhibits unified semantic
multiplicity. I hope that the twin arguments, which I have presented hase
both a recognizable allinity with philosophical positions which Aristotle is
known 1o have lickd, and also at loast a superficial charm. They do, however,
have their drawbacks both from a historical and from a conceptual point of
vicw. My cument thoughts with regard to the first of these two aspects have
been greatly influenced by my colleague Alon Code. A crucial passage for
consideration is Metapitysics V, vi (4 7), 1017a23-31, part of the chaptes
devoted to what is (being) in the "philosophical lexicon"
contained in the Metaphysics. 'There, Aristolle says, it seems that whatever
things are signilied by the "foms of predication" (i.e. presumably
the categories), are said to be in themselves (per se, kath' auta); 'being' has
as many significations as there are forms of predication. Since predieates
sometimes say what a thing is, sometimes what it is like, sometimes how much it
is, (and so on) there is a signification of 'being' corresponding to each of
these. He concludes with the remark that there is no difference between
"man walks (flourishes)" and "man is walking
(Gourishing)". (a) The obvious interpretation of the last remark is
that the appearance of vert-forms like "walks' or 'Bourishes' create no
difficulty, since they con be replaced by expressions in canonical for like 'is
walking' or "is flourishing'; and if the latter expressions are regarded
by Aristoile as canonical in form it is because the uses of eindi
("being') whose multiplicity he is at least at his point discussing are
not existential but copulative. Owen, though he recognizes [ASO p. 82 n| that
Aristotle does on occasion admit categorial variation in the sense of the
copulative 'is. evidently is unwilling to allow that Anstotle is primarily
concerned here with the copulative "is'; so he rather strangely
interprets, the last remark (1017a27-30) as alluding to semantic multiplicity
in the copula as being (supposedly) a consequence of semantic multiplisity in
the existential 'is'. This interpretation seems difticult to
detend. (b) When Aristotle says that predicates sometimes say what a
thing is, sometimes what is it like (its quality), sometimes how much it is
(its quantity) and so on, he seems to be saying that if we consider the range
of predicates which can be applied to some item, for example to a substance
like Socrates or a cow, these predicates are categorially various, and so the
uses of the copula in the ascription of these predicates will undergo
corresponding variation. But in the immediately preceding sentence, Aristotle
has connected the semantic multiplicity in the copula not with variation
between predicates of one subject, but with variation between essential (per
se) predications upon different (indeed categorially different) subjecis (such
predications as "Socrates is a man", "Cambridge blue is a colour
(a blue, a blue colour) *). A desire to hannonize these statementsleads me to
wonder whether Aristotle may be maintaining not only that the copula exhibits
semantic multiplicity which corresponds to categorial differences between
different statements about one subject, for example, Socrates, but also that
dis semantic multiplicity is attributable to a multiplicity in the notion of
essential being; the signification of 'is varies between (i) "Socrates is
a man" (ii) "Cambridge blue is a colour" (ili) "A weight of
two pounds is in magnitude". To voice my suspicion more explicitly: it
might be Aristotle's view that if (a) "Sociates is F" is an
occidental (non-essential) predication, (b) "F" signifies an item in
category C, and (c) "has" expresses the converse of Aristotle's
relation of inherence (presence in), deen the logical form of the proposition
Socrates is F may be regarded as expressed by "Socrates has something
which is. F" where 'is'. represents a sense of 'is' (of 'is essentially')
which correspoads to category C. The copula in such cases expresses the
logical product of a constant relation expressed by 'has' and a categorially
variant relation expressed by 'is' ('is essentially'). These
predominantly scholarly murmurs agoinst the 'reccived' vicw that Aristotle
regards existential statements (propositions) as the habitat of semantic
multiplicity are not the only possible kinds of dissent. A different kind of
complaint, against the viability of the position which I have been treating so
far as if it were Aristotle's rather than against the suggestion that he in
fact held it, would urge the untenability of the thesis, supposedly a
foundation of his position that existentials are a particular type of subject
predicate statements. 11 is possible (1 am not certain) that Owen voices
something like this charge in ASO when he distinguishes single star and
double-star existence. One form of such an objection would be that
"goats mumble" , whether treated as a way of saying "goats
always mumble" or saying "goats usually mumble", or of
saying "goats sometimes mumble", or as being indeterminate between
these alternatives, has to be supposed to presuppose the existence of goats.
This will be attested both by intuition, and by a need to extend to all
interpretations a feature which is demanded for universal and particular
statements, in order to escape ditficulties which arise in connection with the
Square of Opposition. To suppose "goats exist" to be analogous to
"goats mumble", would be to suppose that "goats exist"
presuppose that goats exist; or to put it another way, the truth of "goats
exist" is a necessary precondition of its being enher tre or faise that
goats exist. This is an absurdity. It seems to me that Aristotle can be
defended against this attack. To begin with, the invocation of a semantic
relation of presupposition is not the only recourse when one is faced with
troubles about the Square of Opposition; one might, for example, try to deploy
a pragmatic notion of presupposition which would not generate the alleged
absurdity. But a more sericus defence might suggest that Aristotle has more
than one method of handling existentials; that there are indeed two such
methods,both subject-predicate in character, which when combined avoid the
churge. In Metaphysics VIII, in; 1042h100., where the primary topic seems 10 be
what kinds of attributes are constitutive of and differentiate between sons of
sensible things, Aristotle argues the range of such crudal teatures is much
larger than Democritus allows, and indicates ways of giving quasi definitions
of a variety of sensible objects, such as threshold and ice, which contain
analogues of genus and differentia. At this point, almose parenthetically, he
gives a pattern of analysis for existentials about such things: the pattern
consists (it seems) of the sequence some + genus* + l: + differentia*; c.g.,
"Some water is frozen" (an analysand for "ice exists") and
"A stone is situated in threshold position" (an analysand for "a
threshold exists"). We have, then, for certain existentials a definiens in
subject-predizate form which by utilizing the elements in definitions,
eliminates the word 'exists' altogether. I would suggest, on Aristotle's behalf
that this climinative form could be employed lo analyst general existentials,
like "ice exists" , "gonts exist", while the category
citing forms. like Socrates is a substance could be used to analyse
singular existentials, like "Socrates exists". B. Copulative
Being and Semontc Mutiplicity My strategy for an attempted presentation
of in argument in support of the hypothesis that unified semantic multiplicity
is to be located in the copula (or in a sub-tange of examples in which
"be' is used as a copula, viz., cases of acedental predication) will be to
put forward as a preliminary a partial sketch of a theory of categories, which
I rogard as being in the main Aristotelian, to comment on some points of
interest in that sketch, and finally to use it as a basis for the proposed
argument. My sketch will depast from Aristotle's own position in one or, two
respecis, thereby depicting. I think, i somewhat improved theory, and it will
incorporate what seems to be a conspicuous excusion of his theory, though one
which, so far as I can see, he might well have accepted without detriment to
his account. My main hope is to put forward an outline of an account of
categories which is overtly more systematic than the assemblage of dicta which
one may extract from Aristotle's writings (L) I start, much as Aristotle
did in Caiegories, by distinguishing two Capital Predication Relations. My
relations, which I shall call "izzing' and "hazzing', are
approximately the converses, respectively, of his relations being said of and
being in (a subject); x izees (hazzes) y approximately iff y is said of (y is
present in) x. I shall use the upper case letters 1 and 11 10 symbolize these
relations, I shall begin by listing some of the formal properties which I wish
to assign to these relations. I may remark that in one or two cases there seems
to be options. Izzing is reflexive (Vxix izzes x), Non-symmetrical
(symmetry-neutral), and transitive. Hazzing, on theother hand, is ineflexive,
either intransitive or transitivily-neutral (depending on which view is taken
of an operation which I shall mention in a moment), and (i think) asymmetrical.
In all cases, if an individual x izzes y, then y is essential to x in the sense
that it x were not to izz y, then x would not (or would no longer) exist. It
is, however, certainly not true in all cases that if x hazzes y, its hazzing y
is essential to its existence; indeed, I am inclined to think, though 1 am not
wholly confident that this is not truc in any casc. I am disposed to accept the
following "mised" law. (0) 11 x I y and y H z, then x Hz; the acceptability
of this law would depend on the idea that a non individual y hazzes something z
ilt [of necessity] every individual falling under y (that is every indivicual
that izzes y) hazzes 2. 1 am not disposed to accopf the "mixed" law.
(ii) If x H y and y lz, then x Il z, since I would like to espouse the idea
that a subject a (in any category other than that of x) harzes only individuals
(in a somewhat technical sense of individual explained below); in which case, l
might also espouse the idea that the copula can be analyzed in terms of the
disjunction of & l y and x H something z which I y. But this procedure
could easily be relaxed. (2) Sone definitions can now be given.' It will
be noted that, unlike Aristotle, 1 hare made izzing reflexive, so some of my
definitions must differ from his, since I cannot claim, as le did in Caregories
3a7, that nothing tzzes an individual substance. The debnitions will run as
follows: I is an individual iff nothing
other than x izzes x x is a primary individual iff x is an individual and nothing hazzes x. x is a primary substantial (x
is in the category of "substance") iff sune primary individual izees
x. x is il secondary substance ig
& is a primary substantial but not an individual. x is identical with y iff x
izzes y and y izzes x. y is predicable of x iff either x izzes y or & huzzes something z
which izzes y. (We may compare this last definition with my carlier suggestion
of the analysis of the copula.) (3) And y will be a primary element in some category
other than that of substantials just in case there is a primary individual x
[an individual which is a primary substantiall which hazzes something z which
in tum izzes y (this allows for the possibility that z may be identical with
y); but obviously, in the case of such 'forcign' predications a nethod will be
needed for determining which 'foreign' category is involved as being the
category of the predicated item y. Here it must be admitted that Aristotle's
offering is less than fully satisfactory. We can atiempt to make use of the
diflerent one-word interrogatives which can be extracted from ' An
extended treatacot of my views about izzing and hazzing can te lamd in Alan
Code, "Aristotie: Essence and Accident" in Richard Grandy und Richard
Wiarner (eds.). Pludosophicol Grounds of Rationality: Insentions,
Calegories, Ends (Oxlord: Oxford University Y'ress. 1966).Anstotle, with
the supposition that items in a particular category may be suitably invoked to
provide answers to just one of the kinds of questions asked by each of such
interrogatives; but it is not clear that such a list of interrogatives is
sufficiently comprehensive (relatives, for example, secm to escape this
programme), nor is it clear what the rational basis would be for such a list of
questions. And while Aristotle says much that is interesting about some
particular categories, his attempts, for example in the cases of quantity and
quality, to pick on primary distinguishing marks are neither clear nor clearly
correct. Fortunately, however, for my present purposes, such shortcomings do
not matter; it will be sufficient for me to assume the availability of some
discriminating procedure (perhaps some furtirer development of the
'interrogatives method) since my main oracern is with the consequences of a
scheme involving some procedure of such a cort (4) At this point my
sketch incorporates the previously mentioned extension of Aristotle's thcory of
categories. I assume that there is an operation (which I shall call
"substantialization) which, when appled directly to individuals which
belong to a con-substantial category, relocates them (or counterparts of them)
in a non-primary division of the category of substantials, thereby instituting
or licensing the iclocated items as further subjects of hazzing; the items
hazzed by them will inhabit non-primary divisions of categories other than that
of substantials. Qualities of substances, for example, might be relocated as
non primary substantials, thereby becoming subjects which hazz. (soy) fusther qualitatives
of quantitatives, or whatever: that is to say. inhabitants of a non-primary
division of this or that non-substantial category. So the category of
qualitatives may include qualities of substances, qualities of substantialized
qualities (or substantialized quantities) of substances, and so without any
fixed limit. The scheme, as l envisage it: (a) would, provide for
substantialization with respect to some, but not necessarily to all, items
which initially belong to some non-substantial category; some categories,
however, might be inebigible for the application of substantialication, and in
other categories it might be that only sub-categories would be eligible for
substantialization; (b) would ensure that substantialization went hand-in hand
with beooming a subject of hazzing; but (e) would not guarantee that
substantialiced items would hazz further items in every non-substantial
catessory. The scheme as 1 have set it out is absirace of 'mathematical'
in character: and it would be necessary to make sure that it could have
application to concrete cascs. It might also, even if concretely applicable, be
oaly partial in character; it might, for example, provide for one kind of
category (say "logical categories'), but leave other kinds of categories,
like sensory categories, unprovided for. But if some version of it were to
prove viable, that would generate several philosophical dividends.(l) The
scheme would leave room in more than one way lor sub. categorial diversities
within a given overall entegory, (a) There might be distinctions ictween, for
cxample, qualities of substances, qualitics of quantities of substances,
qualities of quantities of actions of substances, and so forth. All of these
specifie classes would fall within a general category of quality: and there
would be opportunity to legislate (if that should be desirable) against any
item's belonging to more than one sub-division. (b) Within an already
discriminated category or sub-category there might be a categorial distinction
between substantializable and non-substantialicable items. (2) There will
be room (again should it seem otherwise desirable) 1o adopt a cruerion of
realiy distinct frem the perhaps increasingly cedious Quinian condition of
being "quantifiable over" * One might, for example,
insist that reality attaches, or full reality attaches, only to items which
besides being izzers, being izzed, and being huzzed, are themselves haziers
(that is, are susceptible to substantialication). (3) Since it cannot be
assumed that a non-primary substantial will receive predicables in every
non-substantial category, there is room for distinctions of richness between
the range of categories from which predicobles apply to one huzzer, and that
from which predicables apply to another; and these variations in
predicationable richness could be used as a measure of degree of reutty (the
richer the realer, with primary substantials at the topi. III. Semantic
Multiplicity and Mulliplicity of Meaning It is now time to take stock. I
have discussed two different suggestions about the possible location of
semantic multipticity associated with the notion of being. One would lie ta the
range of maximally general specitications of the notion of existence (of the
use of the verb to be' to signify existence); the other would lie in the use of
the copula to signify different predication relations. Both suggestions seem to
have solid Aristotelian foundations; the categorial multiplicity of the term
'exist' and the distinction between different fonns of predication relations
are both well-established Aristochian docirines. So far, then, there might seem
little room for a preference of one suggestion to the other. There are,
however, two lines of reflection which in one way or another might upset this
equilibrium. The first line of reflection would allow that Aristotle or an
Aristotelian might have good reasons for secking two, rather than merely one,
predication-relation, reasons perhaps conaected with intuitively acooptable
restrictions on the scope of transitivity, and with a desire to block such
unwanted inferential moves as "Socrates is white, white is a colour, so
Socrates is a colour". But it will remain true that nocharacterization hos
been given of the concept of a predication-relation; and though certain formal
properties may have been assigned to izzing and hazzing, it is not clear that
these formal properties would by themselves be adequate guides for someone
wanting to be told how to apply the terms izzing' and luzzing' in particular
cases. Nor is it clear whot extra formal supplementation could he provided, one
would hardly suppose, for example, such relational terms to be susceptible of
ostensive definition. It may then be that these relations do not (and
presumably cannot) have a readily discernible character, a fact which if not a
blemish at least creates a problem. It is possible then that despite initial
appearances the notion of a predization-relation is not well-defined, and
indeed that apparent examples of such relations are illusory. This line of reflection
then, might confer better survival chances upon the first of the two
suggestions here dstinguished. I am not sure how seriously to take this line of
reflection. The second line of reflection, however, is one which I am
certainly inclined 10 take seriously. Unlike the first, it would not lavour the
attribution to Aristole of one rather than the other of two viens about the
location of a cortain semantis multiplicity. It would rather suggest. or
conjecture, that the attribution to Aristotle of either view would involve a
misconception of Aristotle's position, unless it wore accompanied by a
recognition of a certain not immediately obvious distirction. It would be a
mistake to suppose Aristotle to be holding that the existential "is
signites a plurality of distinct universals and that therefore the existential
'is' bos a plurality of meaning; it would also he a mistake to attribute to
Aristotle the view that the copulative 'is may signify one or another of lWo
precication relations therchy signifyiog a plurality of universals, with the
consequence that the copulative "is' has more than one meaning. What
Aristole is really proposing is a separation of the question what universals
ure, or may be, signified by a particular capression, from the question how
many meanings that expression possesses. He is suggesting the possibility that
a particular expression may have only one meoning and yet be used on different
occasions to signify different universals. It is no doubt trus that
historically universals were admitted to the realm of philisaphical disonurse
in order to be itens in which the meaning of particular expressions might
consist; but this historical fact does not establish an indissoluble connection
between universals and the meanings of linguistic expressions; and it should be
modified or abandoned should subsequent rational reflection provide reasons for
adopting such a ovurse. Universals and Meaning I am aware that the
suggestion, whether advanced on behalf of Aristotic or independently, that a distinction
should be made between, on the onc hand, the universal or universals, which
either in general or on a pasticularoccasion are signified by the expression,
and, on the other hand, the meaning or meanings of the expression in question,
which is likely to give rise to a sense of shock; 1 think, moreover, that
susceptibility to this sense of shock will be independent of the question
whether the person who feels it is friendly or unfriendly towards universals.
Let us consider first the reaction of one who is friendly to universals. He
will be liable to take the view that the reason for introducing universals in
the first place was primarily, indeed exclusively, to equip ourselves with a
range of items, cach of which would serve as that which was meant, or as one of
the things that was meant by significant expressions. This is what universals
do, and it is what they are supposed to do, and they do it perfectly well; it
is not therefore in order te propose a severance of just that connection with
meaning which gives universals a raison d'être. One who is unfriendly to
universals can hardly be expected to be more sympathetic to the proposal, such
a person might be unfriendly to universals either becausc, like Quine, while he
is prepared to describe each of a multitude of expressions as being meaningtul,
be is not prepared to count as legitimate specifications of what it is that a
caningful expression means, or he is not prepared to allow that two distinct
expressions may each mean the same thing. These denials are plainly linked; if
it is legitimate to ask of two meaningful expressions, what it is that each
mcans we can hardly preveat it from being the case, sometimes, that what each
means is just the same as what the other means. Alternatively the enemy of universals
might not wish to eliminate specifications of mcaning or the possibility of
synonymy; his position is rather that an adequate account of the full range of
meaning-concepts can be provided without resort to universals. But the enemies
of universals, from whichever camp they come, may well insist that one who,
unlike them, is disposed to bring in universals is not at liberty to
contemplate divorcing them from that connection with meaning which he will have
to allow as underlying their claim to existence. I am not sure that such
hostility to the general idea of divorcing the signification of one or more
universals from the possession of one or more meanings is as solidly founded as
initially it appears to be. If I ask someone whether he knows the birth place
of Napoleon, he might reply in two quite dilferent ways. He might say
"Certainly I do; he was born in Corsica." Altematively he might reply
"I am afraid I don't. Napolcon was born in Corsica, 1 am afraid I have
never been able to get to Corsica so I don't know the place at all." The
obvious difference between these two distinct interpretations of the question
seems to me to be plainly connected with the functioning of certain pronouns as
(a) indirect interrogatives (b) as relatives; in my example, the first reply
claims knowledge where Napoleon was born, the second claims ignorance of that
place where (in which) Napoleon was born. There are other ways of looking
at the linguistic phenomenon presentedby my example, which are not incompatible
with the way just outlined. and indeed which may tumm out to be uscful
complementaries to it. One might draw attention to a distinction between
knowledge of propositions and knowledge of things, suggesting that what the
first respondent claims is propositional knowledge, whereas, what the second
respondent disclaims is thing-knowledge; the second respondent exhibits a
certain bit of propositional knowledge but professes substantial ignorance
concerning the item to which his propositional knowledge relates. There is of
course no reason why these two states should not coexist. While we are
directing our attention to this approach, we night bear in mind that one kind
of knowledge might be dependent on the other. It might, for example, be the
case that knowing a thing a consists in the possession of a perhaps
indefinitely extended supply of pieces of propositional knowledge, all of which
are cases of propositional knowledge which relates to x; or alternatively,
knowledge of x might consist not in an indefinite supply of pieces of
propositional knowlcdge about x, but rather in the possession of a foundation
or a base from which such propositional knowledge may be readily generated. Yet
a further idea to be considered begins with the recognition that definite
descriptions like many other kinds of phrases may, within a sentence occupy
either subject position or predicate position; as some might prefer to put it,
"the birth place of Napoleon" may be used either referentially or
predicatively. It might then be suggested that in the mouth, or at least in the
mind, of the first respondent the phrase "the birth place of
Napoleon" occurs predicatively, whereas in the case of the second
respondent it occurs referentially, as, potentially at least, a subject expression.
If we suppose the phrase to occur predicatively in a given cose, it will be
necessary that one should be able to point to a mentioned or unmentioned item
to which the predicate in question might apply: then, in the case of the first
respondent in normal circumstances there will be some particular item which he
thinks of as, or believes to be, the birth place of Napoleon. The
relevance of this discussion to the topic of meaning and universals is that it
may with some plausibility be alleged that those who have invoked universals as
the items in which the meaning or meanings of significant expressions consist
are guilty of representing such a phrase as "knowing the meaning of the
word 'watershed " as referring to knowledge of an object or thing, as
knowledge of "that which" the word watershed' significs or means
(where the pronoun "which' is a relative pronoun); whereas, in fact, the
phrase plainly refers to knowing what the word 'watershed means where the
pronoun 'what' is indirectly interrogative rather than relative. The theory of
universals as meaning, then, rests on a syntactical blunder; that this is so is
attested by the fact that in principle at least the caning of an expression E,
may be identical with the meaningof the expression Ez but plainly to know the
meaning of E, is not the same as to know the meaning of Ez This attack on
the historical genesis of universals as the focal elements in a certain kind of
anti-nominalistic theory of meaning, might encounter the following response. It
might not be denied that the kind of syntactical blunder, which I have been
attempting to expose, is in fact a blunder and has indeed been committed by
some who have championed the cause of universals. It is, however, a remedial
blunder which can be rectified, ultimately not only without damage, but even
with advantage to the view of universals as the primary constituents of
meaning. Once universals are admitted, they can be, and should be, thought of
and accepted as being those items which are the meanings of this or that
element of language. In the end, then, knowing the mcaning of an expression E
would emerge as knowing what E mcans, that is, as propositional knowledge
connected with interrogative pronouns rather than as thing-knowledge connected
with relative pronouns. So everything comes right in the end; and the tie
between universals and meanings cannot be put asunder. This delence of
the inviolability of the link between universals and meanings may be
ingeniously contrived, but is not, I think, irresistible. If the specification
of meanings were to provide not merely a useful mode of employment for
universals once they are recognized as being around, but rather the sole
justification and raison d'ete of the supposition that they are around, the
specification of meaning would have to be not merely something that can be
commodiously done with universals, but rather something which cannot be done or
fully done without universals. To my mind this stronger requirement cannot be
mct. There are, I think, some cases of expressions E such that knowing the
meaning of E cannot comfortably be represented as knowing, with respect to some
acceptable entity that it is that to which the description "the (a)
meaning of E" applies. I offer two examples: (1) If I were to say
"The wind is blowing in the direction of Sacramento", any norally
equipped English speaker would know the meaning both in general and on the
current occasion of the phrase *in the direction of Sacramento; that is to say
he would know both what in general the phrase means and what 1 mcant by it on
the occasion of utterance. But such cxamples of knowledge of the meaning in
general, and also the meaning relevant to a particular occasion, of a
particular phrase, so far as 1 can sec, neither requires, nor is assisted by,
the specification of an admissible entity which is to be properly regarded as
that to which the description *the meaning of the phrase 'in the direction of
Sacramento'" applics, cither senceally or on this occasion. It is unlikely
that there is such an admissible entity, the phrase 'in the direction of
Sacramento' does not seem to be one which applies to any particular entity; and
even if it were possible to justifythe claim, such a justification scems hardly
to contribute to one's capacity for knowing what such a phrase means. (2)
By a precisely parallel argument I may know perfectly well what is meant by the
phrase the inducement which I otfer you for looking after my garden', even
though I am neither helped nor hindered by the presence or absence of any thought
to the effect that there is some admissible item which satisfies the
description "the meaning of the phrase 'the inducement which I offer you
for looking atter my garden' " Before leaving this topic, I should
make two comments: first, the fact that the concction between universals and
meanings may not be inviolable does not dispense someone who wishes to modify
it from obligations to make clear just what changes he is making; second, if a
theory of meaning should fail to provide an indispensable rationale for the
introduction of universals, it might turn out to be incumbent upon a
metaphysician to offer an alternative rationale. But this question will have to
wait for another occasion. IV. Modes of Unification of Semantic
Multiplicity Let us for the moment retain an open mind on the nature of
Aristolle's views about the connection between the unification of semantic
multiplicity and the prescnce or absence of identity of meuning. Aristotle
lists a number of modes of this kind of unification which I shall consider one
by one. As one embarks on this enterprise one might well bear in mind the
possibility that the list provided by Aristotle might not be intended to be
exhaustive; and that the number and proper characterization of the modes which
do occur in Aristotle's list is sometimes uncertain. Alistotle refers to cases
in which a general term is applied by reference to a central item or type of
items as ones in which there is a single source for a contribution to a single
end. It is not clear whether he is giving a single general description or a
pair of more specific descriptions each of which applies to a different
sub-class of examples. I know no way of settling this uncertainty. The modes of
unification actually listed by Aristotle consist in (a) what 1 shall call
recursive unification in which the application of each member of a range of
predicates is determined by the conditions governing the application of a
primary member of that range, (b) what I may, with deference to G.E.L. Owen,
call focal unification (unification which derives from connection with a single
central item), (c) analogical unifiestion, in which the applicability of one
predicate or class of predicates is generated by analogies with other
predicates or classes of predicates, I shall consider these headings in
order.Recursive Unification The cases of recursive unification are
primarily, though not exclusively. mathematical in character; they are also
cases in which what one might call the "would-be" species of a
generic universal stand to one another in relations excmplifying priority and
posteriority. The Platonists, so Aristolle tells us, regarded such priority and
posteriority as inadmissible between fellow species of a single genus.
Aristotle does not explicitly subscribe to this view, but he does not
explicitly reject it and is liable to act as if he accepted it. Why should
priority and posteriority stand in the way of being different species of a
single genus? Why should not different numbers be distinct species of the genus
number? In the case of numbers, End. Eih. (121%aff.) attempts a reductio ad
absurdum: if there were a form (universal) signified by "number" it
would have to be prior to the first number, which is impossible; this argument
might be expanded as follows: consider a sequence of
"number-properties" (Pl, p?..., e.g., 2-ness, 3-ness ...): such a
sequence satisfies, inter alia, the following conditions. For any x and for any n 1, x
instantiates Pi entails x does not instantiae pa-' (nor indeed any P'). For any x and for any n * 1, x
instantiates P" entails something y (* x) instantiales pr-/ If P™ = P' , no counterpart of
(a), (b) holds; so Pl is the first number. If the fulfillment of the
abore conditions is to be sufficient to establish a sequence of properties as a
sequence of number properties, then there cannot be a universal number; if
there were, it would, like any genus, be prior to each of its species, and so
prior to Pl; but since P' is the first number it cunnot have a predecessor and
so nothing ean be prior to it. There seem to be two objections. It is by no means clear that
the above conditions are sufficient to guarantee that a sequence of properties
is a sequence of number-properties. Even if they were, one part of them would not be
fulfilled in the case of Pl and being a number; if x instantiates Pl (viz.,
2-ness), x, not something other than x, will instantiate being a nuenber, a set
whose cardinality is 2 itself instantiates being a number (as a cardinality) If
this route to a denial of the existence of a generic universal number fails
there are two further possibilities. (1) One might attempt to represent
conformity to a "standard" genus-species-differentia model as being
not just an acceptable picture of situations in which a more general universal
has under it a range of subordinate universals which are its specializations,
but as being constitu. tive for such examples of the existence of the more
general universal. The slogan might be "For there to be a universal U,
with specializations U,, U,, ..., U,, U has to be the genus of those
specializations with all that that entails" (or, more bricfly, "no
specialization without species"). The justification for such a claim will
not be casy to find. While, intuitively. one might be prepared to accept the
idea that a more general universal must be independent of its specializations
in that the non emptiness of the general universal should be compatible with
the emptiness of any particular specialization (though not of course with the
emptiness of all specializations), it does not seem intuitively acceptable to
make it a condition of the existence of U that any pair of specializations U,
and U2 should be in this sense independent of one another. (2) One might
try a simpler form of argument. If the special cuses for the application of a
general term E, that is to say, the universals U, ... U, are united by a single
ordering relation R into a series 5, the elements of which [U, ... U.] cover
every item to which E applies, and only such items, then we do not need a
gencric universal U; its would-be species U, ... U, are already unified by
membership of the series S. The expression "being an instance of
some universal in the series S" is of course applicable to anything to
which E is applicable; but this expression does not even look like the name of
a gonus. Focal Unification The second mode of unification to which
semantic multiplicity may be susceptible, that of focal unification, is
discussed at length in Metaphysics IV, i (T, ii) 1003a32f., there Aristotle
brings up two of his favourite examples, the applications of the adjectives
"healthy' and 'medical'. He states that everything to which the word
"heulthy' applies is related to, in one way or another, the focal item of
health, "one thing in the sense that it preserves health, another that in
the sense that it produces it, another in the sense that it is a symptom of
health, another because it is capable of it." Similar considerations apply
to applications of the adjective 'medical', "that which is medical
is relative to the medical art, one thing being called medical because it
possesses it, another because it is naturally adapted to it, another because it
is a function of the medical art." On the most obvious interpretation of
this passage Aristotle will be suggesting that standard semantic theory will be
right in supposing the applicability of certain adjectives to particular items
depends on a relationship of such items to an associated universal, but wrong
in supposing that the relationship in question is invariably that of
instantiation; other sorts of relationship are frequently involved. There is,
however, a less obvious position which Aristotle might have been taking up;
this position would maintain with respect to universals, that the only way in
which individual items may be related to universals is that of instantiation:
that there will beOther entities which will indeed be general entities though
not universals; to them individual items may be related in a variety of ways
which are distinct from instantiation. The rolative merits of these two ideas
will be a matter for debate. This mode of unification is of special
interest in my present enquiry since Aristotle states quite plainly that this
is the mode of unification which applies 10 the semantic multiplicity connected
with being. Categorially cifferent sorts of things may all be said to be by
virtue of different kinds of connections which they have to the focal item,
which will be intimately connected with the notion of substance. This central
item might be an individeal substance or, more likely, might be the notion of
substantal type: any items which 'izzed' this type would be an individual
substance and so would exist. But non-substantial items could also be said to
be by virtue of their relationship (different in different cases) to the same
central item; some things may be said to be because they are affections of
substanee, others because they are a process towards substance, and su
forth. It is evident that Aristotle habitually thinks of the focal item
as being a universal, or at least some kind of general entity; but such
restriction is not mandatory, nothing prevents the focal item from being a
particular. Consider the adjective "French" as it occurs in the
pluases, "French citizen", "French poem", "French
professor". The following features are perhaps signilicant: (1) The
appearance of the adjective in these phrases is what I might call
"adjunctive" rather than "conjunctive" (or
"attributive"). A French poem, is not as I see it, something
which combines the separate eatures of being a poem and being French, as a fat
philosopher would simply combine the features of being fat and of being a
philosopher. "French" here occurs, so to speak, adverbially.
(2) The phrase "French citizen" standardly means "citizen of
France", while the phrase "French poem standardly means "poci in
French"; but it would be a mistake to suppose that this fact implies that
there are two (indeed more than two) meanings or senses of the word
"French". The word French" has only one meaning, namely "of
or pertaining to France"; it will, however, be what I might call 'context
senstive"; we might indeed say, if you like, that while "French"
has only one meaning or sense, it has a variety of meanings-in-context;
relative to one context, "French" means "of France" as in
the phrase "French citizen", whereas relative to another
context "French" means, "in the French language" as in
the phrase "French poem". Whether the focal item is a universal or a
particular is quite irrelevant to the question of the meaning of the related
adjective; the medical art is no more the meaning of the adjective 'medical',
as France is the meaning of the adjective 'French'. As a concluding observation
I may remark that while the attachment of the context may well suggest an
interpretation in context of a word, it need not be the case that
suchsuggestion is indefeasible. It might be for instance that "French
poem" would have to mean "poem composed in French" unless there
were counter indications; in which case, perhaps, the phrase might mean
"poem composed by a French competitor" (in some competition). For the
phrase "French professor" there would be two obvious meanings
in context; and disambiguation would have 10 depend on a wider linguistic
context or on the cireumstances of utterance. Analogical
Unilication I turn now to what is possibly the most baffling of the ways
explicitly suggested by Aristotle as being those in which what I am calling USM
may arise. These will be cases in which the application of an epithet to a
range of objects is accounted for by analogy detectable within that range; more
explicitly to analogies between the specific universals which determine the
application of the epithet, or (perhaps) berween the exemplifications of those
universals by this or that type of object. More explicitly to analogies between
the specific universals U, and Uz etc., which determine the application of the
epithet, or (perhaps) between the exemplifications of U,, Uz ete., by items of
the sorts ly. lo etc., The puzzling character of Aristotie's treatment of this
topic arises from a number of different factors. First there are two things
which Aristotle himself might have done to aid our comprehension. He might have
given us a firm list of examples of epithets, the application of which to a
given range of objects is to be accounted for in this way; alternatively, he
might have given us a reasonably clear characterization of the kind of
accounting which analogy is supposed to provide, leaving it to us to determine
the range of application of this kind of accounting. Unfortunately he does
neither of these things; he offers us only the most meagle hints about the way
in which analogy might unify the various applications of an epithet; we are
told, for example, that as sight is in the eye, so intellect is in the soul
with the implicit suggestion that this fact accounts for the application of the
word 'see' both to cases of optical vision and cases of intellectual vision,
and he also suggests that analogy is responsible for the application of the
word 'calm' both to undisturbed bodies of sea water and to undisturbed expanses
of air. Such offerings do not get us very far, furthermore, not surprisingly,
where Aristotle seems to fear to tread the commentators are most reluctant to
plant their own feet. Perhaps the least unhelpful suggestion comcs from Ross
who suggests as Aristotle's view that the application of the word 'good' is
attributable to the fact that within onc category things which are good are related
to things in general belonging to that category in a way which is analogous to
the way in which good things in some second category are related to the general
run of things which belong to that second category. Apart from obscurity in
thepresentation of this idea, Ross's suggestion takes for granted something
which Aristotle himself does not tell us, namely that the application of the
epithet 'good' is one exemplification of unification which is the outcome of
analogy: Ross's suggestion about 'good' would, moreover, be at best only a
description of one special case of analogical unification, and would not give
us any general account of such unification. I might add that little
supplementary assistance is derivable from those who study general semantic
concepts; such persons seem to adhere to the principle that silence is golden
when it comes to discussion of such questions as the relation between analogy,
metaphor, simile, allegory and parable. So far as Aristotle himself is
concerned it seems fairly clear to me that tie primary notion behiad the
concept of analogy is that of 'proportion'. This notion is embodied, for
example, in Aristotle's treatment of justice. where one kind of justice is
alleged to consist in a due proportion between return (reward or penalty) and
antecedent desert (merit or demerit) but it remains a mystery how what starts
life as, or as something approximating to, a quantitive relationship gets
converted into a not-quantitive relation of correspondence of allinity. It looks
as if we might be thrown back upon what we might hope to be inspired
conjecture. I take as my first task the provision of an example,
congenial to Aristotle, of the unification by analogy of the application to a
range of objects of some epithet. I shall expect this to involve the detection
of analogical links between the exemplifications of the varicty of universals
which the epithet may be used to signify. My chosen specimen is the verb grow.
In this case a number of different kinds of shifts might be thought of as
possessing an analogical unification. One of these would be examples of shifis
in respect of what might be termed syntactical metaphysical category. A
substance, indeed a physical substance like a lump of wax or a mass of metal,
might be said to grow; and it would be tempting here to suggest that the
relevantly involved universal, that of increase in size or getting larger,
provides the toundational instance of the signitication of a universal by the
word "grow'; we have here, so to speak, the 'ground-floor' meaning of the
verb. But not only the physical substance itself but the various accidents of
the substance may also be said to grow; not only the piece of wax but its
magnitude, some event or process in its history, its powers or causal efficacy
and its aesthetic quality (beauty) might each be said to grow; and it seems not
unplausible to suggest that though growth on the part of these non-substantial
accidents might be different, and more or, again, less boringly connected with
growth on the part of the substance, there will always be some kind of
correspondence or analogical connection between growth in the case of a
non-substantial item and growth in the case of a substantial item. Another and
different kind of calegorial variation may separate some of the universals
which the word "grow' may be used to signify from others; these will
be connected withdifferences in the sub-categories within the category of
suistance within which fall different sorts of entitics which may be said to
grow; different universals may be signified by sonicone who speaks of a plant
as growing and by someone who speaks of a human being as growing, and the
confection between these diverse realizations of growth may rest on analogy. In
what is called the growth of a plant, internally originated increase in size
may occupy a prominent place, whereas in the case of a buman being the kind of
development which may be involved in growth may be much more varied and
comples; the link between the two distinct universals which may be signified
might be provided by analogy between the roles which such changes fulfill in
the development of the very different kinds of substances which are being
characterized. No doubl many further kinds of analogical connection would
emerge within the general practice of attributing growth. My next
endeavour will be an attempt to supply some general account of the way in which
the presence of analogy may serve to unify semantic multiplicity; and if such
an account should be found to offer prospecis of distinguishing analogy from
other concepts, particularly metaphor which belongs to the same general family,
that would be a welcome aspect of the account. It is my idea that in
metaphorical description a universal is signified, which though distinct from that
which underlies the literal meaning of an epithet is nevertheless recognizably
similar to that literal signification I come now to the notion of analogy
itself. I shall start by considering items any one of which may be called an
S,; I shall initially suppose that being an S, consists in belonging to a
substantial type or kind, S,. though that supposition may be relaxed later. My
first move will be to assume that being an S, consists in being subject to a
systern of laws which jointly express the nature of the type or kind Si; and
further that these laws, which furnish the central theory of S,, will all be
formulable in terius of a finite set of S,-central propertics (let us say P, to
P,); each law will involve some ordered extract from the central set, and their
totality will govern any tully authentic Sy. This totality may well not include
all the laws which apply to S,: but it does include all the laws which are
relevant to the identity of Sy, all the laws which determine whether or not a
particular item is to count as an 5,- Let us next consider not merely
things each of which is an S,, but also things each of which is an Sz; it is to
remain at least for the moment an open question whether or not the typeS, is
identical with the type S1. 1 assume that, as in the case of S,, membership of
S, is determined by conformity to a system of laws relating to properties which
are central to S2. I shall symbolize these properties by the devices Or ... Q..
We now have various possibilities to consider. The first is that every law
which is central to the determination of Sz is a mirror image of a law which
iscentral to S,; and that the converse of this supposition also obtains. To
this end we shall assume that the properties which are central to being an $,
are the properties O, through Os; and that if a law involving a certain ordered
extract from the set P, through P, belongs to the central theory of Sto a law
involving an exactly corresponding ordered extract from the set O, through ,
will belong to the contral theory of Sa; and that the same holds in reverse. In
that case, we shall be in the position to say that there is a perfect analogy
between the central theories of S, and Sz; and in that case, it may also be
tempting to say that the types S, and S, are essentially identical. We should
recognize that if we yield to this temptation we are not thereby forced to say
that Sy and S, are indistinguishable, they might, for example, be differently
related to perception, only one of them (perhaps) being accessible to sight; we
shall only be forced to allow that essentially, or theoretically, the types are
not distinct; how that is to be interpreted will remain to be seen. The
possibility just considered is that of a total perfect analogy between the
central theories of S, and Sa. There is also, however, the possibility of a
partial pertect analogy between S, and Sz. That is to say pait of the central
theory of one type (say S,) may mirror the whole of the central theory of Sz,
or again may mirror some part of a central theory of Sz. In such circumstances
one might be led to say (in one case) that the type S, is a special case of the
type S,; or (in the other case) that the types S, and S, both fall under a
common super-type, determined by the limited area of perfect analogy between
the central theories of S, and Sz. A third possibility will be that no perfect
analogy, either total or partial, exists between the two central theories; the
best that can be found are imperfect analogies which will consist in laws
central to one type approximating, to a certain degree, with the status of
being analogues of laws central to the other. At this stage, I would
propose a relaxation in the characterization of the signification of such
symbols as 'S!', 'Sz etc., which till now I have been regarding as signifying
substantial types or kinds, reference to which is made in more or less
regimented discourse of a theoretical or scientific sort. I shall now think of
such symbols as relating to what I hope might be legitimately regarded as informal
precursors of the aforementioned substantial types, as expressing concepts of
one or other classificatory sort, concepts which will be deployed in the
unregimented descriptions and explanations of pre-theoretical. Examples of such
unregimented classifica-tory concepts might be the concepts of an investor, a
doctor, a vehicle, a confidante, and so on. I would hope that in many ways
their general character might run parallel to that of their more regimented
counterparts. In particular, one might hope and expect that their nature
would be bound up with conformity to a certain set of central generalitics
(platitudes, truisms, etc.); to be an investor or a vchicle will be to do a
sufficientnumber of the kinds of things which typically are done by investors or
vehicles. One might expect, however, that the varicty of possible forms of
generalization might considerably exceed the meagre armament which theoretical
enquirers normally permit themselves to employ. One might also hope and expect
that the generalities which would be expressive of the nature of a particular
classificatory concept would be formulable in terms of a limited body of
features which would be central to the concept in question. This material might
be sufficient to provide for the presence from time to time of analogy, at
least of imperfect analogy, between scucralities which aro expressive of
distinct classificatory concepts. When they occur, such analogies might be
sufficient to provide for semantic unity in the employment of a single epithet
to signify dilferent classificatory concepts; and this semantic unity, in turn,
might be sufficient to justify the idea that in such cases the expression in
question is used with a single lexical meaning. Conclusions I
conclude the presentation of my suggestions about the interpretation of the
notion of analogy as a possible foundation for semantic unity with two
supplementary comments. The first is that there scems to be a good ease for
supposing that anyone who accepts this account of analogy-based unity of
meaning is not free to combine it with a icjection of the analytid synthctic
distinction. The account relies crucially on a connection between the
application of a particular concept and the application of a system of laws or
other generalities which is expressive of that concept, and, this in tum,
relies on the idea of a stock of further concepts, in terms of which these laws
or generalitics are to be formulated, being central to the original concept.
But it seems plausible, if not mandatory, fo suppose that such contrality
involves a non-contingent connection between the original concept and the
concepts which are said to be central to it, a connection which cannot he
admitted by one who denies the analytic/synthetic distinction. So either one accepts
the analytic/synthetic distinction or one rejects at least this account of
analogy-based semantic unity. I make no attempt here to decide between these
alternatives. Ihe second comment is that matcrial introduced in my
suggested claboration of the notion of unalogy, particularly the connection
between concepts and conformity to laws or other generalities, may serve to
provide a needed explanation and justification of the initial idea that the
applicability of a single defining formula, couched in terms of the ideas of
genus, spocies, and differentia is a paradigmatic condition, if not an
indispensable condition, for identity of meaning. We might, for a start, agree
to treat a situation in which the applicability of an epithet to an item i,
rests on a conformity to exactly the same laws or generalities as does
itsapplication to item iz, as being a limiting case of partial perfect
analogy. Situations in which no icinterpretation at all is required may
be treated as limiting cases of situations in which, though reinterpretation is
required. one is available which ochieves partial perfect analogy. As one might
say, a law is perfectly analogous with itself. Situations, then, in which an
epithet applies to a range of items solely by virtue of the presence of a
single universal, and so of a single set of laws, may be legitimately regarded
as a specially exemplary instance of a kind of unity which is required for
identity of meaning. V. Some Larger Issues Both a proper assessment
of Aristotle's contribution to metaphysics and the theory of mcaning and
studies in the theory of meaning themselves might profit from a somewhat less
localized attention to questions about the relation between universals and
meaning than has so far been visible in my rellections. I have it in mind to
raise not the general question whether, despite the Nominalists, a theory of
meaning requires universals (to which I shall for the moment assume an
affirmative answer), but rather the question in what way universals are to be
supposed to be relevant to meaning. Consideration of the practices
of latter-day lexicographers, so far from supporting a charge that, at least on
my interpretation of him, Aristotle has proposed an illegitimate divorce
between universals and mcaning suggests that it would be proper to go a deal
further than did Aristotle himself in championing such a divorce, There will be
many different forms of connection between the varicty of universals which may
be signified by a non-equivocable expression beyond that countenunced by the
tradition of Theory of Definition, and even perhaps beyond the extensions to
that theory envisaged by Aristotle himself. These will include some forms of
connection like those involved in metonymy and synecdoche, recognized by later
grammatical theorists, and no doubt others as well. It would, I suggest, be a
profitable undertaking to study carefully the contents of a good modem
dictionary, with a view to constructing an inventory of these various modes of
connection. Such an investigation would, I
suspect, reveal both that in a given case the invocation of one mode of
concction may be subordinate and posterior to the invocation of another, and
also that there is no prescribed order or limitation of order which such invocations
must observe. I suspect, also, that it might
emerge that the question whether variations of meaning are thought of as
synchronie or diachronic has no beating on the nature of the uniting
connections. The same forms of connection will be available in both cases, and
these in turn may well befound to correspond with the range of different
figures of speech which conversational practice may typically cmploy. (4)
Should this conjecture turn out to be correct, the underlying explanation of
its truth might, I would guess, run along the following lines. Rational
human thought and communication will, in pursuit of their various parposes,
encounter a boundless and unpredictable multitude of distinct situations.
Perhaps unlike a computer we shell not have, ready made, any vast altay of
forms of description and explanation from which to select what is suitabie for
a particular occasion. We shall have lo rely on our rational capacities,
particularly those for imaginative construction and combination, to provide for
our needs as they arise. It would not then be surprising if the operations of
our thoughts were to refleet, in this or that way, the character of the
capacities on which thought relies. I have to confess to only the haziest of
conception bow such an idea might be worked out in detail - GRICE E BOEZIO BOEZIO E GRICE: UNI-VOCALITY OF “EST”
AND “IZZES” J. L. Speranza, The Grice Club.
Abstract In 1988, the year of his demise, H. P. Grice got published,
under the editorship of his former Oxford pupil B. F. Loar, a rather intriguing
essay, for The Pacific Philosophical Quarterly (having moved from Oxford to
Berkeley in his fifties), entitled, “Aristotle on the multiplicity of being.’
Philosophers well aware of the deep issues involved in matters of ‘univocity’
of ‘being’ and its enemies – equivocity, etc. –, or some of them, were struck
by the choice of ‘multiplicity’ in the title, and by the lack of square quotes:
it’s not the multiplicity of ‘being’, but of being itself! In these notes, I
propose to reconsider Grice’s main point vis-à-vis what he calls elsewhere – in
the Kant lectures at Stanford – the ‘aequi-vocal’ thesis – as it conforms to
his well known advice: unity of sense, multiplicity of implicatures. I add
Boethius for good measure! Keywords: Boethius, H. P. Grice, univocality. “My enterprise,” Grice writes in “Aristotle
on the multiplicity of being,” is “to explore some of the questions which arise
out of a fairly well-known cluster of Aristoteleian theses.” Which are these?
In “Categories,” on which Grice lectured with Austin at Oxford – as Ackrill
testifies -- Aristotle distinguishes two different sorts of case of the
application of a word or phrase – say, ‘ist’ [I will follow Boethius and stick
to the third-person singular] to a range of situations. One sort of cases is
that in which both the word or phrase and a single definition, account, λόγος, or conceptual analysis, as I prefer, apply
throughout that range. The second sort of cases is that, in which the word or
phrase – “ist” -- , but no single definition or conceptual analysis, applies
throughout the range. In the first sort
of case, Aristotle says, that the word or phrase – say “ist” -- is applied
syn-nomymously, or, more strictly, to at least two things which are syn-nomina,
or synonymum as Boethius would have it. Lewis and Short define it as “a word
having the same meaning with another, a synonym.” Front. Eloqu. p. 237; Prisc. 579
P; Serv. Verg. A. 2, 128. (obs. Synophites,, ae, m., a read. In Plin. 37, 10, 59, section
162 fron synnephitis. In the second the word or phrase – say “ist” – is, Grice goes on, applied homo-nymously
(AEQVI-VOCALLY) — to at least two things
which are merely homonuma. Lewis and Short lack an entry for homonymum. But one
for homoymus and homonymia. Homonymus is defined as ‘of the same name,
homonymous – “sicut in his, quae homonyma vocantur: ut, Taurus animal sit, an
mons, an signfum in caelo, an nomen hominis, an radix arboris, nis distinctum
non intelligitur” – Quint. 8 2 13. Interestingly, the source for ‘homonymia’,
translated by Lewis and Shrot as homonymy, is Fronto, Diff. Verbs, p..
353.Aequivoces. Provision is also made, Grice adds, for an *intermediate* class
of cases, or (as some may prefer) a sub-division of homonymous applications of
a word or phrase into (a) cases of "chance homonymy" and (b) cases of
"other-than-chance homonymy", or as Aristotlle calls them, cases of
"paronymy". Cicero couldn’t translate this. So, no entry in Lewis and
Short for paronymum, but for paronomasia! Ever the philosopher for great tags,
Grice adds: One may label the second (b) of these subdivisions cases of
"UNIFIED Multiplicity of Signification, or meaning. With Boethius, I will
assume that when Grice writes ‘meaning,’ he means ‘signification,’ and vice
versa. Prominent among examples of Multiple-Signification Unity is the
application of the verb 'ist’ – as in the formula ‘The α is β.’ My choice of alpha and beta
is guided by Grice’s considerations in his more precise, “Utterer’s meaning,
sentence-meaning, and word-meaning” – and essay whose title he often found
trouble in remembering. In that essay (WOW, p. 131) Grice provides for “To
utter a psi-cross correlated … if (for some A) U wants A to psi-cross a
particular R-correlate of alpha to be one of a particular set of D-correlates
of beta. The reference here is to his previous realization that a philosopher
of language may “need to be able to apply such notion as a PREDICATION of beta
(adjectival) on alpha (nominal).” (Smith is tactful, Smith is happy). Grice would often criticize Aristotle for
what Grice calls Aristotle’s rather vague ‘dicta’. According to Aristotle, Grice reminds us, “[ist] is
_said_ in many — more than one — ways"Grice adds that, among further
important examples of this type of UNIFICATION or univocity Aristotle and Grice
seem to be seeking – never mind Boethius -- we find the word αγαθόν (Cicero bonum "good") which, according to
Aristotle, exhibits a seemingly superficial*multiplicity* of signification
related to, and perhaps even dependent upon, that displayed by ‘ist’; for in
Nicomachean Ethics – that Grice taught ‘for years at Oxford under the tutelage
of the translation by his Oxford tutor,
Hardie -- Aristotle remarks that “αγαθόν” is _said_ in *as many ways* as being" This needed doctrine of the Unification of
Apparently Multiple Signification of 'ist’' is notoriously of great importance
to Aristotle, since it is used by him to preserve the otherwise acceptable
characterisation of the philosophical
discipline of philosophia prima as dealing with ist qua ist, which is
threatened by two objections. First, that t is not the case that "ist”
applies *syn-nonymously* to all the items of things with which such philosophia
prima is concerned.Second, that there is, therefore, no more a genuine or
legitimate single prima philosophia than there is, say, — English Oxonian
spelling assumed— a genuine single science or discipline of vice since we apply
‘vice’ to such a thing as dishonesty, which is a moral thing -- but also to
such a thing as a clamp which is a thing made of metal, rather. These objections can, Aristotle, Boethius,
and Grice would hope, he met by the reply a multiplicity – i. e. not unicity,
but duality or plurality -- of signification – if not sense, or content -- can
be tolerated in the terminology specifying the subject-matter of a single
science provided that such apparent multiplicity (again, duality or plurality,
rather than unity -- of signification is
somehow UNIFIED. Enter UNI VOCAL. Do not multiply senses beyond necessity. Keep
your utterance UNIVOCAL and multiply implicatures as you please. Grice had witnessed the Viennese bombshells
at Oxford as a student at Corpus, and has a thing or two to say about the
attacks by Ayer. “I should like,” Grice says in some decades of hindsight, “to
say a word about the nature of my interest in Aristotle — and the peripatetics
in general — or the Lycaeum — and about the prospects of deriving from
Aristotle a significant contribution to the enquiries which I have it in mind
to undertake.”Grice regards Aristotle as being, like one or two other
historical figures — notably Kant — , not just a great philosopher of the past
but as being a great philosopher simpliciter; that is to say. To think of
Aristotle – as read by Boethius, say -- as being concerned with many of the
problems to which we today are, or at least sbould be, devoting our efforts.
Furthermore, it is Grice’s view that once Aristotle — or Boethius, or Vio, who
worked so arduously on analogy to improve on Aquinas — is properly interpreted,
he is likely found to have been handling such problems in ways from which we
have much to leam. In brief, Gricde
subscribes to a programme of trying to interpret — of reconstruct — his views
(and 1 am not too fussy about the difference between these two descriptions) in
such a way that, unless the text is totally probibitive, 1 ascribe to him views
which are true rather than false, which are reasoned rather than unreasoned,
and which are interesting and profound rather than dull or trivial. Grice is
convinced that, in the philosophical area within which the topics of this
endeavour fall there are specially strong reasons for listening as attentively
as possible to what Aristotle has to say or implicate. A definition of the
nature and range of the enquiries falling under philosophia prima is among the
most formidable of philosophical tasks; We need all the help we can get,
particularly at a time when metaphysicians have only recently begun to reemerge
from the closet, and to my mind are still hampered by the aftermath of decades
of ridicule and vilification at the hands of the rednecks of Vienna and their
adherents — notably at Oxford! The man questons to which Grice addresses
himself are various, or shall we say, multiple.If, as Aristotle suggests, at
least some expressions connected with the notion of "ist” – as in ‘The α is β’ exhibit multiplicity of
signification, of which actual expressions or utterances is the suggestion
true? More precisely: is “ist” the form of the verb in the syntactical
construction ‘The α is β’ where this suggestion is most plausible?What cognates of the ‘ist’, if
any, are similarly affected? Grice has in mind the philosophical lexicon that
also has entries for ‘inherentia’ or ‘praesentia,’ and their conjugated
forms.What link is there, if any, between unity, multiplicity of significationand jdentity or
difference of CONTENT or sense? In what different ways may semantic
multiplicity actually become unified?What considerations, il any, confer upon the
availability of a single definition of special pride of place among possible
criteria for identity of meaning or sense or content? Is the suggestion for
univocality to be argued for, or is it just a matter of the intuitions of the
native speaker of a language? How, if at all, can the availability of such a
definition or conceptual analysis involved in the doctrine of univocality be
confirmed, or disconfirmed, for that matter?Is Aristotle's classification of
the ways of unifying semantic multiplicity exhaustive? Are its components
mutually exclusive? Which form of unification applies to the semantic
multiplicity connected with "α ist β"? Unlike English, Boethius does not need to involve the definite
descriptor when discussing the copula.One first question to be faced with
regard to the possible semantic multiplicity of 'α ist β' (or of cinai (to bo)
esse or dò & (what is)) ens is a not very subile question of
interpretation.In what range of employmcats of the word 'be' (or of an
appropriate Greek or Latin of Italian or English : counterpart) is semantic
multiplicity to be looked for? From a standard viewpoint (to which Grice
admittedly does not in fact wholly subscribe) there will be various possible locations of such semantic
multiplicity: The thesis which Grice
identifies with Oxford philosopher Owen – of the Ryle group – vide Owen’s
necrology of Ryle in the Aristotelian Society -- in the word 'be' taken as
meaning 'exist', Grice’s own thesis, at this stage of development, is in the
word 'he' taken as a copula in a statement of predication. The α is β.Grice considers two other
possibilies, which he soon dismisses: In the word 'be' taken as expressing
identity – vide his “Vacuous Names” for things like “Pegasus = Pegasus’, and in
the word "be considered as a noun and as roughly equivalent to 'object' or
'entity. ‘The ‘is’of the matter.Some of these variants, Grice notes, are not
really independent of one another. Since an object or entity seems to be
anything which is or exists, it is reasonable to suppose that semantic
multiplicity would attach to such a noun as 'entity' if, and only it, it also
attaches to 'exists.’Furthermore, if we
accept the commonly received view that 'existit’ may be paraphrased in terms of
self-identity (Pegasus, for example, exists if and only if Pegasus is identical
with Pegasus), any semantic multiplicity in the phrase "is identical
with" goes hand in hand with a corresponding semantic multiplicity in
the 'existit'. Grice seems relieved to realise that we
appear then left with two independent candidates for semantic multiplicity,
non-predicational ‘ist' (understood as meaning 'existit') and ‘ist’ understood
as meaning a copula.Owen, who left Canada to settle in Oxford, in his provocative
Aristotie on the Snares of Ontology, that Grice finds some especial excitmenet
in quoting just for amusement, opts for the supposition that semantic
multiplicity attaches to 'ist’' (meaning 'existit’).“I tor a long time shared
this belief,” Grice confesses. The two groups hardly met while at Oxford. Grice
considers it first, since he is the one who enjoys learning from his errors.
Since Grice wishes to attribute a view to Aristotle only if Grice can find in
Aistotle’s oeuvre or altematively invent on his behalf, a reasonable plausible
argument to support it, Grice wonders whether we can find of devise such an
argument in this instance.Grice offers the following.In Topica, Aristotle
claims that being (existence), like unity is predicated of everything. This
statement, Grice notes, seems to imply that 'exists' is truly applicable to every
object.But the dictum may also imply that the universal signified by 'existit',
or, it there is a plurality of such universals. that one or another of the
universals signified by 'existit' is instantiated by every object. But Grice
warns us to be cautious, and let us not assume that the second implication
holds. In De Inierpretatione, which as we’ve noted, Grice lectured for years at
Oxford with Austin – Ackrill being among the pupils who attended -- Aristotle declares that every simple
declarative sentence [propositionalj contains a hréme (verb phrase) which
signifies something said of something else the 'something che' being signined
by a noun phrase, Indeed, Grice notes, the divisibility of declaratire
sentences into a kaapináseis, or assertion, and a ipopirseis, or a denial,
which respectively allira or deny something about something| -- vide Boethius’s
commentary -- suggests that the notion of the exhibition of the
subject-predicate form enters into the very definition or conceptual analysis
oof a declarative sentence or proposition. A crucial topic for Grice’s reason
to leave Owen for good is that an existential sentence or proposition is no
exception to this thesis, and it even tolerates a quantificational modifier.
Indeed, ‘the a is b’ may be to display such a toleration: Smith’s dog is shaggy
– being Grice’s example, as opposed to Fido is shaggy. Grice relies on German
philosopher Hans Sluga, who had left Germany for Berkeley, for clarification on
what ‘the’ actually means in English! From this it follows that an existential
proposition attributes a universal to its subject item.If 'existit' signified a
single universal it would signify a generic universal, as Grice calls it,
since, as is shown by differences in categories, there is more than one way of
existing which would be a species of such existence. But then Aristotle
suggests, in his Metaphysics– a rather strong hint here -- that being
(existence) is not a genus, and so is not a generic universal. A different
account therefore, needs to be found of what are naturally thought of as more
than one way of such existence.‘Existit' cannot signify a singular or unique
universal.Rather, 'existit' signifies now one, now another, of at least a
duality, a plurality, or duality, or multiplicity of this o that universal.Now, if 'existit'
signifies a duality plurality of multiplicity of universals, that plurality
should need to satisfy two conditions:
First, the plurality of universals ‘existit’ allegedly signifies should
be as small a plurality as possible -- by an intuitively acceptable principle
of economy or semantical parsimony – Grice’s razor: Senses are not to be
multiplied beyond necessity. Second, each of the elements of the plurality
would need to be a essential property of items of the kind to which it
attaches. It is at this point that Grice thinks of coining ‘IZZES’ to name ‘is’
in such kind of predication of essence – His logic is the converse of
Aristotle, which allows Grice to introduce a counterpart for ‘izzes’: ‘hazzes’
– it’s not Socrates has whiteness, but Socrates HAZZES whiteness.The removal of
such a property pertaining to the essentia – cognate indeed with ‘ist’ -- from
any bearer belonging to a given kind should deprive that bearer of existence.
More briefly, with respect to any kind, each element property sems to be
entailed by the very concept of existence, to which Owen’s thesis attributes
such weight. The only set of universals which would satisfy both of these
conditions is the set of category-heads themselves, as the most general list of
properties of essentia one of another of which every item possesses. Such (ten)
category-heads then constitute the required plurality, not duality now, or
multiplicity – which accounts for Aristotle’s ‘many ways’.‘Exists’ by virue of
signifying a plurality or multiplicity of universals, exhibits multiplicily of
signification. (In “Utterer’s meaning, sentence-meaning, and word-meaning”,
Grice analyses meaning ascriptions for “Fido” and “shaggy”, skipping “is”
altogether!The argument given by Aristotle in favour of the contention that the
concept behind ‘ist’ is not a genus is rather obscure, if not
Heraclitean.Aistotle’s argument for denying ‘ists’ a GENERIC analysis rests on
the thesis that a genus cannot be predicable of a differentia (diaphoron – symbolized
by Grice as D -- of one of its species.
Aristotle also relies on the supposition that, if being were a genus, it
would have to offend against this prohibition, since ‘ist’ – or being is
universally predicable. Now, if S is a species of a genus G, it must be the
case that G belongs essentially to S and is therefore in the same category as
S, that S is differentiated, within G, by some universal D; and that D is
categorially difterent from, and, so to speak, categorially inferior to S and
G, in that no item in the category of S and G may attach essentially to, and so
be predicable of D.Two-footed, for
example, as a difterentia, differs in category from man and animal – it is a
quality rather than a substance, in such a way that neither man nor animal can
be predicated of it. Which is not the case.Now, a secondaty substance is not
predicable of a quality, even though it may be the case that necessarily
anything which has a given quality is a given sort of substance. But if ‘ist’
were a genus G, since ‘ist’ (read, alla Owen, existit) is universally
predicable, it would be predicable of any differentia of any of its species. To
show that ‘existit’ possesses not merely multiplicity of signification as an
EXPRESSION, but multiplicity of
signification as per UTTERER’s MEANING may render it aequi-vocal. An item Alpha
“existit” just in case it belongs to some
category C: e. g., substance, quality, quantity, etc.If category C is a
category OTHER than a substance, an item
x can be a C, i. e. fall under C, only if alphai s a C of some substance beta.
This can be seen as an application of a version of the doctrine of universalia
in se.A version of the doctrine of universalia in se demands that the existence
of a universal, symbolized by U, requires not just the possibility but the
actuality of an item alpha or beta which instantiates that universal This thesis is explicitly enunciated by
Aristotle in Metaphysics: being a C of some substance beta which *instantiates*
C entails – to use Moore’s coinage -- being a C of something y which exists in
that sense or under that nterpretation of 'existit’ which is appropriate for a
substance. For a substance to exist is for it to be a substance.That a
substance beta exists is prior to, and presupposed by, each form of exists as
it applies to an alpha which is not a substance – say, shagginess, or
hairy-coatedness. The set of ways (Arsitotle’s phrase) in which 'existit’ is
said are united by appropriate relatio to a primary substantial be.
"Exisitt' would exhibits unified semantic multiplicity In spite of a
recognizable affinity with philosophical positions which Aristotle is known 1o
have liked, and also at least a superficial charm, Owen’s argument does
however, lack its drawbacks -- both from a historical and from a conceptual
point of viewA crucial passage for consideration is Aristotle’s Metaphysics
devoted to what is (be) in the philosophical lexicon contained in the
Metaphysics. There, Aristotle says, it seems, that whatever things are
signified by the forms of predication, presumably the categories, are said to
be in themselves -- per se, kath' auta); 'be' has AS MANY SIGNIFICATIONS as
there are forms of PREDICATION.. Since a
predicate (beta) sometimes say what a thing (alpha) is EST. But a predicate
sometimes says what alpha is EST like. Sometimes a predicate says how much alph
is, EST. And so on.There would be a different signification of 'be' IST
corresponding to each predication. Occam’s razor rendered totally useless if
it’s not here to cut Plato’s beard!Aristotle concludes that passage with the
almost scholastic remark that there is no real difference in depth between the
superficially varied "man walks (flourishes)" and "man is IST
walking (flourishing). The obvious interpretation of the this remark beloved by
Boethius and all the scholastics is that the appearance of a vert-form like
"walks' or 'Bourishes', or flies (for Pegasus) or ‘rides Pegasus’ for
Bellerophon, creates no difficulty, since they may be replaced, without loss or
change of sense, by such an expression in canonical form such as 'is IST walking' or "is IST flourishing'
‘is flying, ‘is riding Pegasus’. If the expression regarded by Aristotle as
canonical in form it is because the uses of IST ') whose multiplicity he is at
least at his point discussing a copulative, or, strictly, COPULATIONAlthough he
does recognise that Aristotle does on
occasion admit categorial variation in the sense of copulative ‘ist’. iST IZZES, Owen is evidently unwilling to
allow that Aristotle is primarily concerned with copulative ‘ist’.As a result,
and it seems Grice is having Warnock’s Metaphysics in logic in mind, Grice
notes that Owen rather strangely interprets, the remark by Aristotle as
alluding to semantic multiplicity in the copula as being supposedly a
consequence of semantic multiplicity in ‘existit.’ Now, Owen’s interpretation
seems difticult to defend.When Aristotle says that a predicate sometimes may
say what a thing is, sometimes what is it like (its quality), sometimes how
much it is (its quantity) and so on, he seems to be saying that if we consider
the range of predicates which can be applied to some item, for example to a
substance like Socrates or a cow, these predicates are categorially various,
and so the use of the IST IzzES in the ascription of these predicates will
undergo corresponding variation of signification But
Aristotle has connected the semantic multiplicity in IST not with
variation between predicates of one subject, but with variation between
essential (per se) predications upon different (indeed categorially different)
subjecis (such predications as "Socrates IS a man", "Cambridge
blue IS a colour (a blue, a blue colour) A desire to harmonise these statements
leads me to wonder whether Aristotle may be maintaining not only that the
copula IS exhibits multiplicity of
signification which corresponds to categorial differences between different
statements about one subject, for example, Socrates, but also that dis semantic
multiplicity is attributable to a multiplicity in the notion of essential being
IST; the signification of 'is varies between
"Socrates is a man", Fido is shaggy, Cambridge blue is a
colour", A weight of two pounds is in magnitude". To voice his
suspicion more explicitly, Grice ventures that it might be Aristotle's view
that if (a) "Sociates is BETA"
of F (the symbol used by Grice in “Vacuous Names”) Smiths dog is shaggy, is an
accidental, i. e. non-essential, predication,
Beta (as in Utterer’s meaning, sentence meaning, and word meaning) or
"F" (as in Vacuous Names) signifies an item in category C, and
‘has" expresses the COZnVERSE of Aristotle's relation of inherentia
(presentia, deen the LOGICAL FORMof the proposition ‘Socrates is beta’ or
‘Socrates is F’ or Smiths dog is shaggy may be regarded as expressed by
"Socrates HAS something which is. F" or BETA -- where 'ist’
represents a sense of 'is' (of 'is essentially') which correspoads to category
C. The copula ‘ist’ in such cases expresses the logical PRODUCT of a constant relation expressed by 'has'
HAZZES — not Ist — and a categorially variant relation expressed by 'is' (Ist
'is essentially'). These predominantly scholarly murmurs against the 'received'
view, Grice notes, that Aristotle regards Ex existential statements
(propositions) as the habitat of semantic multiplicity are not the only
possible kinds of dissent. A different
kind of complaint, against the viability of the position which I have been
treating so far as if it were Aristotle's rather than against the suggestion
that he in fact held it, would urge the untenability of the thesis, supposedly
a foundation of his position that EZx
are a particular VACUZoUS NAMES type of subject-predicate utterance type
(Smith is happy It is possible, Grice concedes, that Owen voices something like
this charge iwhen he distinguishes typex of exists. One form of such an
objection would be that "goats mumble" EX (x), whether treated as a
way of saying "goats always mumble" or saying "goats usually
mumble", or of saying "goats sometimes mumble", or as being
indeterminate between these alternatives, has to be supposed to presuppose the
existence of goats. Cf Warnock - Strawson
This will be attested both by intuition, and by a need to extend to all
interpretations a feature which is demanded for universal of total and
particular utterance types, in order to escape ditficulties which arise in
connection with the Square of Opposition. To suppose "a goats exists"
to be analogous to "a goats mumbles", would be to suppose that "a
goats exists — Warnock a tiger exists — " presuppose that a goats exists
or to put it another way, the truth of "a goats exists" is a
necessary precondition of its being enher tre or faise that a goats
exists. This is an absurdity. Even for
Collingwood It seems to me that
Aristotle can be defended against this attack.
To begin with, the invocation of a semantic relation of collingwoodisn presupposition is not the only
recourse when one is faced with troubles about the Square of Opposition; One might, for example, try to deploy a
pragmatic notion of presupposition which would not mitigate the alleged
absurdity. Presupposition as implicature
in negation; presupposition as entailment in affirmation But a more serious defence might suggest
that Aristotle has more than one method of handling Ex existentisls; that there
are indeed two such methods, both S Ist P subject-predicate in character, which
when combined avoid the charge. In Metaphysics where the primary topic seems 10
be what kinds of attributes are constitutive of and differentiate between sons
of sensible things, Aristotle argues the range of such crudal teatures is much
larger than Democritus allows atom, and indicates ways of giving quasi
definitions of a variety of sensible objects, such as a threshold or ice, which
contain analogues of genus and differentia.
At this point, almose parenthetically, he gives a pattern of conceptual
definitional analysis for existentials about such things. The pattern consists
(of the sequence some + genus* + l: + differentia*; c.g., "Some water IST
frozen" (an analysand for "ice exists" and “A stone iIST
situated in threshold position" (an analysand for "a threshold
exists"). We have, then, for
certain Ex existential a definiens in subject-predizate s Ist P form which by
utilizing the elements in definitions, ELIZmIznATES eliminates the 'existit altogether. Grice goes on to
suggest, on Aristotle's behalf, that this ELZiZmIznATIZvE form could be
employed lo conceptually analyst and define general existentials, like
"ice exists" , "A goA exists
while the category citing forms. like Socrates is a substance could be
used to conceptuallyto analyse or define singular existentials, like ‘Socrates
exists".A strategy for an attempted presentation of in argument in support
of the hypothesis that unified semantic multiplicity is to be located in the
copula (or in a sub-range of examples in which "ist is used as a copula,
viz., cases of accidental predication) will be to put forward as a preliminary
a partial sketch of a theory of categories, which Grice regards as being in the
main Aristotelian, to comment on some points of interest in that sketch, and
finally to use it as a basis for the proposed argument. The sketch departs from Aristotle's own
position in one or, two respects, thereby depicting i somewhat improved theory,
and it will incorporate what seems to be a conspicuous extension of his theory,
though one which, so far as I can see, he might well have accepted without
detriment to his account. Grice’s motivation is to put forward an outline of an
account of categories which is overtly more SYSTEMATIZc than the assemblage of
dicta which one may extract from Aristotle's (L) Grice starts, much as Aristotle does in
Caiegories, by distinguishing two forms Predication.
Each relation, which may be called
"izzes' and -- "Hazzes', are approximately the converses,
respectively, of his relations “Is” said of and “is in (a subject)”. Ian x
izees () y i=df y is said of x. hab X hZzsz y
=df y is present in x. Grice goes
on to list some of the properties which I wish to assign to these relations,
adding that n one or two cases there seems to be options. Izzing is reflexive
(Vxix izzes x), Non-symmetrical (symmetry-neutral), and transitive. Hazzing, on theother hand, is ineflexive,
either intransitive or transitivily-neutral ), and asymmetrical. In all cases,
if an individual x izzes y, y is essential to x, in the sense that it x were
not to izz y, x would no longer exist. It is, however, certainly not true in
all cases that if x hazzes y, its hazzing y is essential to its existence;
indeed, Grice confesses to an inclination to think, that this is not truc in
any casc. But Grice is disposed to accept the following "mised" law.
(0) 11 x I y and y H z, x Hz; the acceptability of this law would depend on the
idea that a non individual y hazzes something z ilt [of necessity] every
individual falling under y (that is every indivicual that izzes y) hazzes 2.
Grice is however, not disposed to accopf the "mixed" law. (ii) If x H
y and y lz, x Il z, since I would like
to espouse the idea that a subject a (in any category other than that of x)
harzes only individuals); in which case, l might also espouse the idea that the
copula Ist can be conceptually analyzed or defined in terms of the disjunction
of & l y and x H something z which I y.
Grice makes izzing reflexive, so some of my definitions must differ from
his, since I cannot claim, as le did in Caregories 3a7, that nothing tzzes an
individual substance. The debnitions will run as follows. I is an individual
iff nothing other than x izzes x. x is a primary individual iff x is an
individual and nothing hazzes x. x is a primary substantial (x is in the
category of "substance") iff sune primary individual izees x. x is il
secondary substance ig & is a primary substantial but not an individual. x
is identical with y iff x izzes y and y izzes x. y is predicable of x iff
either x izzes y or & huzzes something z which izzes y. We may now compare this last definition with
the conceptual analysis of the copula. Ist.
And y will be a primary element in some category other than that of
substantials just in case there is a individual x [an individual which is a
primary substantiall which hazzes something z which in tum izzes y (this allows
for the possibility that z may be identical with y). Obviously, in the case of
such a foreign predication a nethod will be needed for determining which
foreign' category is involved as being the category of the predicated item
y. We can atiempt to make use of the
diflerent one-word interrogatives which can be extracted from ).Anstotle, with
the supposition that items in a particular category may be suitably invoked to
provide answers to just one of the kinds of questions asked by each of such
interrogatives. But it is not clear that such a list of interrogatives is
sufficiently comprehensive (relatives, for example, secm to escape this
programme. Nor is it clear what the rational basis would be for such a list of
questions. While Aristotle says much
that is interesting about some particular categories, his attempts, for example
in the cases of quantity and quality, to pick on primary distinguishing marks
are nog clear. Such shortcomings matter Little. It seems sufficient to assume
the availability of some discriminating procedure (perhaps some furtirer
development of the 'interrogatives method) since my main oracern is with the
consequences of a scheme involving some procedure of such a cort At this point the sketch incorporates the
extension of Aristotle's thcory of categories. Grice assumes that there is an
operation, "substantialization,
which, when appled directly to an individual which belong to a con-substantial
category, relocates it in a NON-primary
division of the category of substantials, thereby instituting or licensing the
iclocated items as further subjects of hazzing; the items hazzed by them will
inhabit NON primary divisions of categories other than that of substantials. A
Qualities of substance na be might be relocated as a non primary substantial,
thereby becoming subjects which hazz. (soy) fusther qualitatives of
quantitatives, : that is to say. inhabitants of a NON primary division of this
or that NON substantial category. So the category of qualitatives may include
qualities of substances, qualities of substantialized qualities (or
substantialized quantities) of substances, and so without any fixed limit.
Fidinterestnedd diedng exist Banbury doesn’t exist The scheme would, provide
for substantialization with respect to some, but not necessarily to all, items
which initially belong to some NON substantial category; some categories,
however, might be *inebigible£ for the application of substantialication, and
in other categories it might be that only sub-categories would be eligible for
substantialization.The scheme also ensures that substantialization goes hand-in
hand with beooming a subject of hazzing; but would not guarantee that
substantialiced items would hazz further items in every non-substantial
catessory. Admittedly, Grice’s scheme as is absirace : and it would be
necessary to make sure that it could have application to concrete cascs. It might also, even if concretely applicable,
be oaly PARTZi in character; it might, for example, provide for one kind of
category (say"logical categories'), but leave other kinds of categories,
like sensory categories, unprovided for. Grice’s scheme leaves room lor sub.
categorial diversities within a given overall entegory, There might be
distinctions ictween, for cxample, qualities of substances, qualitics of
quantities of substances, qualities of quantities of actions of substances, and
so forth. All of these specifie classes would fall within a general category of
QUALZiTY: and there would be opportunity to legislate against any item's
belonging to more than one sub-division. Within an already discriminated
category or sub-category there might be a categorial distinction between
substantializable and non-substantialicable items.There will be room 1o adopt a
cruerion of realiy distinct frem the perhaps increasingly cedious Quineian
condition of being "quantifiable over" One might, for example, insist
that reality attaches, or full reality attaches, only to items which besides
being izzers, being izzed, and being huzzed, are themselves haziers (that is,
are susceptible to substantialication).Since it cannot be assumed that a
non-primary substantial will receive predicables in every non-substantial
category, there is room for distinctions of richness between the range of
categories from which predicobles apply to one huzzer, and that from which
predicables apply to another; and these variations in predicationable richness
could be used as a measure of degree of reutty (the richer the realer, with
primary substantials at the topi.Having discussed two different suggestions
about the possible location of semantic multipticity associated with the notion
of ist Grice expands. One would lie ta the range of maximally general
specitications of the notion of existit (of the use of the verb to be' to
signify existence).Tthe other would lie in the use of the copula to signify
different predication relations. Both
suggestions seem to have solid Aristotelian foundations. The categorial
multiplicity of the term 'existit' and the distinction between different fonns
of predication relations are both well-established Aristochian docirines. So
far, then, there might seem little room for a preference of one suggestion to
the other. There are, however, two lines of reflection which in one way or
another might upset this equilibrium. The first line of reflection would allow
that Aristotle or an Aristotelian might have good reasons for secking TWO,
rather than merely one, predication-relation, reasons perhaps conaected with
intuitively acooptable restrictions on the scope of transitivity, and with a
desire to block such unwanted inferential moves as "Socrates is white,
white is a colour, so Socrates is a colour". But it remains true that
nocharacterization hos been given of the concept of a predication-relation; and
though certain formal properties may have been assigned to izzing and hazzing,
it is not clear that these formal properties would by themselves be adequate
guides for someone wanting to be told how to apply the terms izzing' and
luzzing' to a particular case. It is not clear, either, whot extra formal
supplementation could he provided, one would hardly suppose, for example, such
relational terms to be susceptible of ostensive definition. It may then be that
these relations do not (and presumably cannot) have a readily discernible
character, a fact which if not a blemish at least creates a problem. It is ultimately possible then that despite
initial appearances the notion of a predization-relation is not well-defined,
and indeed that apparent examples of such relations are illusory. This
alternative line of reflection then, might confer better survival chances upon
the first of the two suggestions here dstinguished. A second line of
reflection, however, is one which I am certainly inclined 10 take seriously.
Unlike the first, it would not lavour the attribution to Aristole of one rather
than the other of two viens about the location of a cortain semantis
multiplicity. It would rather suggest. or conjecture, that the attribution to
Aristotle of either view would involve a misconception of Aristotle's position,
unless it wore accompanied by a recognition of a certain not immediately
obvious distirction.Enter pragmatics – and implicature. It would be a mistake
to suppose Aristotle to be holding that exists "is signites a plurality of
distinct universals and that therefore the existential 'is' bos a plurality of
meaning; It would also he a mistake to attribute to Aristotle the view that the
copulative 'is may signify one or another of lWo precication relations therchy
signifyiog a plurality of universals, with the consequence that the copulative "is'
has more than one meaning. What Aristole is really proposing is a separation of
— the question what an U universals is, — the question how many
SIZgNZuFZiCAtIZoznS an expression possesses. Aristotle is suggesting the
possibility that a particular expression may have only one meoning sense or
content and yet be used on different occasions to point to different
universals. It is no doubt trus that historically universals were admitted to
the realm of philisaphical disonurse in order to be itens in which the meaning
of particular expressions might consist. But this historical fact does not
establish an indissoluble connection between universals and the meanings of a
linguistic expression; and it should be modified or abandoned should subsequent
rational reflection provide reasons for adopting such a ovurse. Grice is well
aware that the suggestion, whether advanced on behalf of Aristotic or
independently, that a distinction should be made between, on the onc hand, the
universal or universals, which either in general or on a pasticular occasion
are pointex T by the expression, and, on the other hand, the meaning or
meanings of the expression in question, which is likely to give rise to a sense
of shock; Grice suggests that susceptibility to this sense of shock will be
independent of the question whether the person who feels it is friendly or
unfriendly towards universals. Grice invites us to consider first the reaction
of one who is friendly to universals.The philosopher may be liable to take the
view that the reason for introducing universals in the first place was
primarily, indeed exclusively, to equip ourselves with a range of items, cach
of which would serve as that which was meant, or as one of the things that was
meant by significant expressions. This is what a universal does, and it is what
they are supposed to do, and they do it perfectly well; it is not therefore in
order te propose a severance of just that connection with meaning which gives
universals a raison d'être. One who is unfriendly to universals can hardly be
expected to be more sympathetic to the proposal, such a person might be
unfriendly to universals either becausc, like Quine, while he is prepared to
describe each of a multitude of expressions as being meaningtul, be is not
prepared to count as legitimate specifications of what it is that a caningful
expression means, or he is not prepared to allow that two distinct expressions
may each mean the same thing. These denials are plainly linked; if it is
legitimate to ask of two meaningful expressions, what it is that each mcans we
can hardly preveat it from being the case, sometimes, that what each means is
just the same as what the other means. Alternatively the enemy of universals
might not wish to eliminate specifications of mcaning or the possibility of
synonymy; his position is rather that an adequate account of the full range of
meaning-concepts can be provided without resort to universals. But the enemies
of universals, from whichever camp they come, may well insist that one who,
unlike them, is disposed to bring in universals is not at liberty to
contemplate divorcing them from that connection with meaning which he will have
to allow as underlying their claim to existence. Grice is not sure that such
hostility to the general idea of divorcing the signification of one or more
universals from the possession of one or more meanings is as solidly founded as
initially it appears to be. If I ask someone whether he knows the birth place
of Napoleon, he might reply in two quite dilferent ways. He might say
"Certainly I do; he was born in Corsica." Altematively he might reply
"I am afraid I don't. Napolcon was born in Corsica, 1 am afraid I have
never been able to get to Corsica so I don't know the place at all." The
obvious difference between these two distinct interpretations of the question
seems to me to be plainly connected with the functioning of certain pronouns as
(a) indirect interrogatives (b) as relatives; in my example, the first reply
claims knowledge where Napoleon was born, the second claims ignorance of that
place where (in which) Napoleon was born. There are other ways of looking at
the linguistic phenomenon presentedby my example, which are not incompatible
with the way just outlined. and indeed which may tumm out to be uscful complementaries
to it. One might draw attention to a distinction between knowledge of
propositions and knowledge of things, suggesting that what the first respondent
claims is propositional knowledge, whereas, what the second respondent
disclaims is thing-knowledge; the second respondent exhibits a certain bit of
propositional knowledge but professes substantial ignorance concerning the item
to which his propositional knowledge relates. There is of course no reason why
these two states should not coexist. While we are directing our attention to
this approach, we night bear in mind that one kind of knowledge might be
dependent on the other. It might, for example, be the case that knowing a thing
a consists in the possession of a perhaps indefinitely extended supply of pieces
of propositional knowledge, all of which are cases of propositional knowledge
which relates to x; or alternatively, knowledge of x might consist not in an
indefinite supply of pieces of propositional knowlcdge about x, but rather in
the possession of a foundation or a base from which such propositional
knowledge may be readily generated. Yet a further idea to be considered begins
with the recognition that definite descriptions like many other kinds of
phrases may, within a sentence occupy either subject position or predicate
position; as some might prefer to put it, "the birth place of
Napoleon" may be used either referentially or predicatively. It might then
be suggested that in the mouth, or at least in the mind, of the first
respondent the phrase "the birth place of Napoleon" occurs
predicatively, whereas in the case of the second respondent it occurs
referentially, as, potentially at least, a subject expression. If we suppose
the phrase to occur predicatively in a given cose, it will be necessary that
one should be able to point to a mentioned or unmentioned item to which the
predicate in question might apply: then, in the case of the first respondent in
normal circumstances there will be some particular item which he thinks of as,
or believes to be, the birth place of Napoleon. The relevance of this
discussion to the topic of meaning and universals is that it may with some
plausibility be alleged that those who have invoked universals as the items in
which the meaning or meanings of significant expressions consist are guilty of
representing such a phrase as "knowing the meaning of the word 'watershed
" as referring to knowledge of an object or thing, as knowledge of
"that which" the word watershed' significs or means (where the pronoun
"which' is a relative pronoun); whereas, in fact, the phrase plainly
refers to knowing what the word'watershed means where the pronoun 'what' is
indirectly interrogative rather than relative. The theory of universals as
meaning, then, rests on a syntactical blunder; that this is so is attested by
the fact that in principle at least the caning of an expression E, may be
identical with the meaningof the expression Ez but plainly to know the meaning
of E, is not the same as to know the meaning of Ez This attack on the historical
genesis of universals as the focal elements in a certain kind of
anti-nominalistic theory of meaning, might encounter the following response. It
might not be denied that the kind of syntactical blunder, which I have been
attempting to expose, is in fact a blunder and has indeed been committed by
some who have championed the cause of universals. It is, however, a remedial
blunder which can be rectified, ultimately not only without damage, but even
with advantage to the view of universals as the primary constituents of
meaning. Once universals are admitted, they can be, and should be, thought of
and accepted as being those items which are the meanings of this or that
element of language. In the end, then, knowing the mcaning of an expression E
would emerge as knowing what E mcans, that is, as propositional knowledge
connected with interrogative pronouns rather than as thing-knowledge connected
with relative pronouns. So everything comes right in the end; and the tie
between universals and meanings cannot be put asunder. This defence of the
inviolability of the link between universals and meanings may be ingeniously
contrived, but is not, I think, irresistible. If the specification of meanings
were to provide not merely a useful mode of employment for universals once they
are recognized as being around, but rather the sole justification and raison
d'ete of the supposition that they are around, the specification of meaning
would have to be not merely something that can be commodiously done with
universals, but rather something which cannot be done or fully done without
universals. To my mind this stronger requirement cannot be mct. There are, I
think, some cases of expressions E such that knowing the meaning of E cannot
comfortably be represented as knowing, with respect to some acceptable entity
that it is that to which the description "the (a) meaning of E"
applies. I offer two examples: If I were to say "The wind is blowing in
the direction of Sacramento", any norally equipped English speaker would
know the meaning both in general and on the current occasion of the phrase *in
the direction of Sacramento; that is to say he would know both what in general
the phrase means and what 1 mcant by it on the occasion of utterance. But such
cxamples of knowledge of the meaning in general, and also the meaning relevant
to a particular occasion, of a particular phrase, so far as 1 can sec, neither
requires, nor is assisted by, the specification of an admissible entity which
is to be properly regarded as that to which the description *the meaning of the
phrase 'in the direction of Sacramento'" applics, cither senceally or on
this occasion. It is unlikely that there is such an admissible entity, the
phrase 'in the direction of Sacramento' does not seem to be one which applies
to any particular entity; and even if it were possible to justifythe claim,
such a justification scems hardly to contribute to one's capacity for knowing
what such a phrase means. By a precisely
parallel argument I may know perfectly well what is meant by the phrase the
inducement which I otfer you for looking after my garden', even though I am
neither helped nor hindered by the presence or absence of any thought to the
effect that there is some admissible item which satisfies the description
"the meaning of the phrase 'the inducement which I offer you for looking
atter my garden' " Before leaving this topic, I should make two comments:
first, the fact that the concction between universals and meanings may not be
inviolable does not dispense someone who wishes to modify it from obligations
to make clear just what changes he is making; second, if a theory of meaning
should fail to provide an indispensable rationale for the introduction of
universals, it might turn out to be incumbent upon a metaphysician to offer an
alternative rationale. But this question will have to wait for another
occasion. Let us for the moment retain an open mind on the nature of
Aristolle's views about the connection between the unification of semantic
multiplicity and the prescnce or absence of identity of meuning. Aristotle
lists a number of modes of this kind of unification which I shall consider one
by one. As one embarks on this enterprise one might well bear in mind the
possibility that the list provided by Aristotle might not be intended to be
exhaustive; and that the number and proper characterization of the modes which
do occur in Aristotle's list is sometimes uncertain. Alistotle refers to cases
in which a general term is applied by reference to a central item or type of items
as ones in which there is a single source for a contribution to a single end.
It is not clear whether he is giving a single general description or a pair of
more specific descriptions each of which applies to a different sub-class of
examples. I know no way of settling this uncertainty. The modes of unification
actually listed by Aristotle consist in (a) what 1 shall call recursive
unification in which the application of each member of a range of predicates is
determined by the conditions governing the application of a primary member of
that range, (b) what I may, with deference to Owen, call focal unification
(unification which derives from connection with a single central item), (c)
analogical unifiestion, in which the applicability of one predicate or class of
predicates is generated by analogies with other predicates or classes of
predicates, I shall consider these headings in order.The cases of recursive
unification are primarily, though not exclusively. mathematical in character;
they are also cases in which what one might call the "would-be"
species of a generic universal stand to one another in relations excmplifying
priority and posteriority. The Platonists, so Aristolle tells us, regarded such
priority and posteriority as inadmissible between fellow species of a single
genus. Aristotle does not explicitly subscribe to this view, but he does not
explicitly reject it and is liable to act as if he accepted it. Why should
priority and posteriority stand in the way of being different species of a
single genus? Why should not different numbers be distinct species of the genus
number? In the case of numbers, End. Eih. (121%aff.) attempts a reductio ad
absurdum: if there were a form (universal) signified by "number" it
would have to be prior to the first number, which is impossible; this argument
might be expanded as follows: consider a sequence of
"number-properties" (Pl, p?..., e.g., 2-ness, 3-ness ...): such a
sequence satisfies, inter alia, the following conditions.For any x and for any
n 1, x instantiates Pi entails x does not instantiae pa-' (nor indeed any
P').For any x and for any n * 1, x instantiates P" entails something y (*
x) instantiales pr-/If P™ = P' , no counterpart of (a), (b) holds; so Pl is the
firstnumber. If the fulfillment of the abore conditions is to be sufficient to
establish a sequence of properties as a sequence of number properties, then
there cannot be a universal number; if there were, it would, like any genus, be
prior to each of its species, and so prior to Pl; but since P' is the first
number it cunnot have a predecessor and so nothing ean be prior to it. There
seem to be two objections. It is by no means clear that the above conditions
are sufficient to guarantee that a sequence of properties is a sequence of
number-properties. Even if they were, one part of them would not be fulfilled
in the case of Pl and being a number; if x instantiates Pl (viz., 2-ness), x,
not something other than x, will instantiate being a nuenber, a set whose
cardinality is 2 itself instantiates being a number (as a cardinality) If this
route to a denial of the existence of a generic universal number fails there
are two further possibilities. One might attempt to represent conformity to a
"standard" genus-species-differentia model as being not just an
acceptable picture of situations in which a more general universal has under it
a range of subordinate universals which are its specializations, but as being
constitu. tive for such examples of the existence of the more general
universal. The slogan might be "For there to be a universal U, with
specializations U,, U,, ..., U,, U has to be the genus of those specializations
with all that that entails" (or, more bricfly, "no specialization
without species"). The justification for such a claim will not be casy to
find. While, intuitively. one might be prepared to accept the idea that a more
general universal must be independent of its specializations in that the non
emptiness of the general universal should be compatible with the emptiness of
any particular specialization (though not of course with the emptiness of all
specializations), it does not seem intuitively acceptable to make it a
condition of the existence of U that any pair of specializations U, and U2
should be in this sense independent of one another. One might try a simpler
form of argument. If the special cuses for the application of a general term E,
that is to say, the universals U, ... U, are united by a single ordering
relation R into a series 5, the elements of which [U, ... U.] cover every item
to which E applies, and only such items, then we do not need a gencric
universal U; its would-be species U, ... U, are already unified by membership
of the series S. The expression "being an instance of some universal in
the series S" is of course applicable to anything to which E is
applicable; but this expression does not even look like the name of a gonus.
The second mode of unification to which semantic multiplicity may be
susceptible, that of focal unification, is discussed at length in Metaphysics
IV, i (T, ii) 1003a32f., there Aristotle brings up two of his favourite
examples, the applications of the adjectives "healthy' and 'medical'. He
states that everything to which the word "heulthy' applies is related to,
in one way or another, the focal item of health, "one thing in the sense
that it preserves health, another that in the sense that it produces it,
another in the sense that it is a symptom of health, another because it is
capable of it." Similar considerations apply to applications of the
adjective 'medical', "that which is medical is relative to the medical
art, one thing being called medical because it possesses it, another because it
is naturally adapted to it, another because it is a function of the medical
art." On the most obvious interpretation of this passage Aristotle will be
suggesting that standard semantic theory will be right in supposing the
applicability of certain adjectives to particular items depends on a
relationship of such items to an associated universal, but wrong in supposing that
the relationship in question is invariably that of instantiation; other sorts
of relationship are frequently involved. There is, however, a less obvious
position which Aristotle might have been taking up; this position would
maintain with respect to universals, that the only way in which individual
items may be related to universals is that of instantiation: that there will
beOther entities which will indeed be general entities though not universals;
to them individual items may be related in a variety of ways which are distinct
from instantiation. The rolative merits of these two ideas will be a matter for
debate. This mode of unification is of special interest in my present enquiry
since Aristotle states quite plainly that this is the mode of unification which
applies 10 the semantic multiplicity connected with being. Categorially
cifferent sorts of things may all be said to be by virtue of different kinds of
connections which they have to the focal item, which will be intimately
connected with the notion of substance. This central item might be an
individeal substance or, more likely, might be the notion of substantal type:
any items which 'izzed' this type would be an individual substance and so would
exist. But non-substantial items could also be said to be by virtue of their
relationship (different in different cases) to the same central item; some
things may be said to be because they are affections of substanee, others
because they are a process towards substance, and su forth. It is evident that
Aristotle habitually thinks of the focal item as being a universal, or at least
some kind of general entity; but such restriction is not mandatory, nothing
prevents the focal item from being a particular.Consider the adjective
"French" as it occurs in the pluases, "French citizen",
"French poem", "French professor". The following features
are perhaps signilicant: (1) The appearance of the adjective in these phrases
is what I might call "adjunctive" rather than "conjunctive"
(or "attributive").A French poem, is not as I see it, something which
combines the separate eatures of being a poem and being French, as a fat
philosopher would simply combine the features of being fat and of being a
philosopher."French" here occurs, so to speak, adverbially. (2) The
phrase "French citizen" standardly means "citizen of
France", while the phrase "French poem standardly means "poci in
French"; but it would be a mistake to suppose that this fact implies that
there are two (indeed more than two) meanings or senses of the word "French".
The word French" has only one meaning, namely "of or pertaining to
France"; it will, however, be what I might call 'context senstive";
we might indeed say, if you like, that while "French" has only one
meaning or sense, it has a variety of meanings-in-context; relative to one
context, "French" means "of France" as in the phrase
"French citizen", whereas relative to another
context"French" means, "in the French language" as in the
phrase "French poem". Whether the focal item is a universal or a particular
is quite irrelevant to the question of the meaning of the related adjective;
the medical art is no more the meaning of the adjective 'medical', as France is
the meaning of the adjective 'French'. As a concluding observation I may remark
that while the attachment of the context may well suggest an interpretation in
context of a word, it need not be the case that suchsuggestion is indefeasible.
It might be for instance that "French poem" would have to mean
"poem composed in French" unless there were counter indications; in
which case, perhaps, the phrase might mean "poem composed by a French
competitor" (in some competition). For the phrase"French
professor" there would be two obvious meanings in context; and
disambiguation would have 10 depend on a wider linguistic context or on the
cireumstances of utterance. Grice then turns to what is possibly the most
baffling of the ways explicitly suggested by Aristotle as being those in which
what I am calling USM may arise. These will be cases in which the application
of an epithet to a range of objects is accounted for by analogy detectable
within that range; more explicitly to analogies between the specific universals
which determine the application of the epithet, or (perhaps) berween the
exemplifications of those universals by this or that type of object. More
explicitly to analogies between the specific universals U, and Uz etc., which
determine the application of the epithet, or (perhaps) between the
exemplifications of U,, Uz ete., by items of the sorts ly. lo etc., The
puzzling character of Aristotie's treatment of this topic arises from a number
of different factors. First there are two things which Aristotle himself might
have done to aid our comprehension. He might have given us a firm list of
examples of epithets, the application of which to a given range of objects is
to be accounted for in this way; alternatively, he might have given us a
reasonably clear characterization of the kind of accounting which analogy is
supposed to provide, leaving it to us to determine the range of application of
this kind of accounting. Unfortunately he does neither of these things; he
offers us only the most meagle hints about the way in which analogy might unify
the various applications of an epithet; we are told, for example, that as sight
is in the eye, so intellect is in the soul with the implicit suggestion that
this fact accounts for the application of the word 'see' both to cases of
optical vision and cases of intellectual vision, and he also suggests that
analogy is responsible for the application of the word 'calm' both to
undisturbed bodies of sea water and to undisturbed expanses of air. Such
offerings do not get us very far, furthermore, not surprisingly, where
Aristotle seems to fear to tread the commentators are most reluctant to plant
their own feet. Perhaps the least unhelpful suggestion comcs from Ross who
suggests as Aristotle's view that the application of the word 'good' is
attributable to the fact that within onc category things which are good are related
to things in general belonging to that category in a way which is analogous to
the way in which good things in some second category are related to the general
run of things which belong to that second category. Apart from obscurity in
thepresentation of this idea, Ross's suggestion takes for granted something
which Aristotle himself does not tell us, namely that the application of the
epithet 'good' is one exemplification of unification which is the outcome of
analogy: Ross's suggestion about 'good' would, moreover, be at best only a
description of one special case of analogical unification, and would not give
us any general account of such unification. I might add that little
supplementary assistance is derivable from those who study general semantic concepts;
such persons seem to adhere to the principle that silence is golden when it
comes to discussion of such questions as the relation between analogy,
metaphor, simile, allegory and parable. So far as Aristotle himself is
concerned it seems fairly clear to me that tie primary notion behiad the
concept of analogy is that of 'proportion'.This notion is embodied, for
example, in Aristotle's treatment of justice. where one kind of justice is
alleged to consist in a due proportion between return (reward or penalty) and
antecedent desert (merit or demerit) but it remains a mystery how what starts
life as, or as something approximating to, a quantitive relationship gets
converted into a not-quantitive relation of correspondence of allinity. It
looks as if we might be thrown back upon what we might hope to be inspired
conjecture. Grice takes as his first task the provision of an example,
congenial to Aristotle, of the unification by analogy of the application to a
range of objects of some epithet. I shall expect this to involve the detection
of analogical links between the exemplifications of the varicty of universals
which the epithet may be used to signify. My chosen specimen is the verb grow.
In this case a number of different kinds of shifts might be thought of as
possessing an analogical unification. One of these would be examples of shifis
in respect of what might be termed syntactical metaphysical category. A
substance, indeed a physical substance like a lump of wax or a mass of metal,
might be said to grow; and it would be tempting here to suggest that the
relevantly involved universal, that of increase in size or getting larger,
provides the toundational instance of the signitication of a universal by the
word "grow'; we have here, so to speak, the 'ground-floor' meaning of the
verb. But not only the physical substance itself but the various accidents of
the substance may also be said to grow; not only the piece of wax but its
magnitude, some event or process in its history, its powers or causal efficacy
and its aesthetic quality (beauty) might each be said to grow; and it seems not
unplausible to suggest that though growth on the part of these non-substantial
accidents might be different, and more or, again, less boringly connected with
growth on the part of the substance, there will always be some kind of
correspondence or analogical connection between growth in the case of a
non-substantial item and growth in the case of a substantial item. Another and
different kind of calegorial variation may separate some of the universals
which the word "grow' may be used to signify from others; these will be
connected withdifferences in the sub-categories within the category of
suistance within which fall different sorts of entitics which may be said to
grow; different universals may be signified by sonicone who speaks of a plant
as growing and by someone who speaks of a human being as growing, and the
confection between these diverse realizations of growth may rest on analogy. In
what is called the growth of a plant, internally originated increase in size
may occupy a prominent place, whereas in the case of a buman being the kind of
development which may be involved in growth may be much more varied and
comples; the link between the two distinct universals which may be signified
might be provided by analogy between the roles which such changes fulfill in
the development of the very different kinds of substances which are being
characterized. No doubl many further kinds of analogical connection would
emerge within the general practice of attributing growth.Grice’s next endeavour
will be an attempt to supply some general account of the way in which the
presence of analogy may serve to unify semantic multiplicity; and if such an
account should be found to offer prospecis of distinguishing analogy from other
concepts, particularly metaphor which belongs to the same general family, that
would be a welcome aspect of the account. It is my idea that in metaphorical
description a universal is signified, which though distinct from that which
underlies the literal meaning of an epithet is nevertheless recognizably
similar to that literal signification
Grice comes then to the notion of analogy itself. I shall start by
considering items any one of which may be called an S,; I shall initially
suppose that being an S, consists in belonging to a substantial type or kind,
S,. though that supposition may be relaxed later. My first move will be to
assume that being an S, consists in being subject to a systern of laws which
jointly express the nature of the type or kind Si; and further that these laws,
which furnish the central theory of S,, will all be formulable in terius of a
finite set of S,-central propertics (let us say P, to P,); each law will
involve some ordered extract from the central set, and their totality will
govern any tully authentic Sy. This totality may well not include all the laws
which apply to S,: but it does include all the laws which are relevant to the
identity of Sy, all the laws which determine whether or not a particular item
is to count as an 5,- Let us next consider not merely things each of which is
an S,, but also things each of which is an Sz; it is to remain at least for the
moment an open question whether or not the typeS, is identical with the type
S1. 1 assume that, as in the case of S,, membership of S, is determined by
conformity to a system of laws relating to properties which are central to S2.
I shall symbolize these properties by the devices Or ... Q.. We now have
various possibilities to consider. The first is that every law which is central
to the determination of Sz is a mirror image of a law which iscentral to S,;
and that the converse of this supposition also obtains. To this end we shall
assume that the properties which are central to being an $, are the properties
O, through Os; and that if a law involving a certain ordered extract from the
set P, through P, belongs to the central theory of Sto a law involving an
exactly corresponding ordered extract from the set O, through , will belong to
the contral theory of Sa; and that the same holds in reverse. In that case, we
shall be in the position to say that there is a perfect analogy between the
central theories of S, and Sz; and in that case, it may also be tempting to say
that the types S, and S, are essentially identical. We should recognize that if
we yield to this temptation we are not thereby forced to say that Sy and S, are
indistinguishable, they might, for example, be differently related to
perception, only one of them (perhaps) being accessible to sight; we shall only
be forced to allow that essentially, or theoretically, the types are not
distinct; how that is to be interpreted will remain to be seen. The possibility
just considered is that of a total perfect analogy between the central theories
of S, and Sa. There is also, however, the possibility of a partial pertect
analogy between S, and Sz. That is to say pait of the central theory of one
type (say S,) may mirror the whole of the central theory of Sz, or again may
mirror some part of a central theory of Sz. In such circumstances one might be
led to say (in one case) that the type S, is a special case of the type S,; or
(in the other case) that the types S, and S, both fall under a common
super-type, determined by the limited area of perfect analogy between the
central theories of S, and Sz. A third possibility will be that no perfect
analogy, either total or partial, exists between the two central theories; the
best that can be found are imperfect analogies which will consist in laws
central to one type approximating, to a certain degree, with the status of
being analogues of laws central to the other. At this stage, Grice proposes a
relaxation in the characterization of the signification of such symbols as
'S!', 'Sz etc., which till now I have been regarding as signifying substantial
types or kinds, reference to which is made in more or less regimented discourse
of a theoretical or scientific sort. I shall now think of such symbols as
relating to what I hope might be legitimately regarded as informal precursors
of the aforementioned substantial types, as expressing concepts of one or other
classificatory sort, concepts which will be deployed in the unregimented
descriptions and explanations of pre-theoretical. Examples of such unregimented
classifica-tory concepts might be the concepts of an investor, a doctor, a
vehicle, a confidante, and so on. I would hope that in many ways their general
character might run parallel to that of their more regimented counterparts. In
particular, one might hope and expect that their nature would be bound up with
conformity to a certain set of central generalitics (platitudes, truisms,
etc.); to be an investor or a vchicle will be to do a sufficientnumber of the
kinds of things which typically are done by investors or vehicles. One might
expect, however, that the varicty of possible forms of generalization might
considerably exceed the meagre armament which theoretical enquirers normally
permit themselves to employ. One might also hope and expect that the
generalities which would be expressive of the nature of a particular
classificatory concept would be formulable in terms of a limited body of
features which would be central to the concept in question. This material might
be sufficient to provide for the presence from time to time of analogy, at
least of imperfect analogy, between scucralities which aro expressive of
distinct classificatory concepts. When they occur, such analogies might be
sufficient to provide for semantic unity in the employment of a single epithet
to signify dilferent classificatory concepts; and this semantic unity, in turn,
might be sufficient to justify the idea that in such cases the expression in
question is used with a single lexical meaning. Grice concludes the
presentation of my suggestions about the interpretation of the notion of
analogy as a possible foundation for semantic unity with two supplementary
comments. The first is that there scems to be a good ease for supposing that
anyone who accepts this account of analogy-based unity of meaning is not free
to combine it with a icjection of the analytid synthctic distinction. The
account relies crucially on a connection between the application of a
particular concept and the application of a system of laws or other
generalities which is expressive of that concept, and, this in tum, relies on
the idea of a stock of further concepts, in terms of which these laws or
generalitics are to be formulated, being central to the original concept. But
it seems plausible, if not mandatory, fo suppose that such contrality involves
a non-contingent connection between the original concept and the concepts which
are said to be central to it, a connection which cannot he admitted by one who
denies the analytic/synthetic distinction. So either one accepts the analytic/synthetic
distinction or one rejects at least this account of analogy-based semantic
unity. I make no attempt here to decide between these alternatives. Ihe second
comment is that matcrial introduced in Grice’s suggested claboration of the
notion of unalogy, particularly the connection between concepts and conformity
to laws or other generalities, may serve to provide a needed explanation and
justification of the initial idea that the applicability of a single defining
formula, couched in terms of the ideas of genus, spocies, and differentia is a
paradigmatic condition, if not an indispensable condition, for identity of
meaning. We might, for a start, agree to treat a situation in which the
applicability of an epithet to an item i, rests on a conformity to exactly the
same laws or generalities as does itsapplication to item iz, as being a
limiting case of partial perfect analogy.Situations in which no
icinterpretation at all is required may be treated as limiting cases of
situations in which, though reinterpretation is required. one is available
which ochieves partial perfect analogy. As one might say, a law is perfectly
analogous with itself. Situations, then, in which an epithet applies to a range
of items solely by virtue of the presence of a single universal, and so of a
single set of laws, may be legitimately regarded as a specially exemplary
instance of a kind of unity which is required for identity of meaning. Both a
proper assessment of Aristotle's contribution to metaphysics and the theory of
mcaning and studies in the theory of meaning themselves might profit from a
somewhat less localized attention to questions about the relation between
universals and meaning than has so far been visible in my rellections. I have
it in mind to raise not the general question whether, despite the Nominalists,
a theory of meaning requires universals (to which I shall for the moment assume
an affirmative answer), but rather the question in what way universals are to
be supposed to be relevant to meaning.Consideration of the practices of
latter-day lexicographers, so far from supporting a charge that, at least on my
interpretation of him, Aristotle has proposed an illegitimate divorce between
universals and mcaning suggests that it would be proper to go a deal further
than did Aristotle himself in championing such a divorce, There will be many
different forms of connection between the varicty of universals which may be
signified by a non-equivocable expression beyond that countenunced by the
tradition of Theory of Definition, and even perhaps beyond the extensions to
that theory envisaged by Aristotle himself. These will include some forms of
connection like those involved in metonymy and synecdoche, recognized by later
grammatical theorists, and no doubt others as well. It would, I suggest, be a
profitable undertaking to study carefully the contents of a good modem
dictionary, with a view to constructing an inventory of these various modes of
connection. Such an investigation would, I suspect, reveal both that in a given
case the invocation of one mode of concction may be subordinate and posterior
to the invocation of another, and also that there is no prescribed order or
limitation of order which such invocations must observe. Grice suspects, also,
that it might emerge that the question whether variations of meaning are
thought of as synchronie or diachronic has no beating on the nature of the
uniting connections. The same forms of connection will be available in both
cases, and these in turn may well befound to correspond with the range of
different figures of speech which conversational practice may typically cmploy.
Should this conjecture turn out to be correct, the underlying explanation of
its truth might, I would guess, run along the following lines.Rational human thought
and communication will, in pursuit of their various parposes, encounter a
boundless and unpredictable multitude of distinct situations. Perhaps unlike a
computer we shell not have, ready made, any vast altay of forms of description
and explanation from which to select what is suitabie for a particular
occasion. We shall have lo rely on our rational capacities, particularly those
for imaginative construction and combination, to provide for our needs as they
arise. It would not then be surprising if the operations of our thoughts were
to refleet, in this or that way, the character of the capacities on which
thought relies. I have to confess to only the haziest of conception bow such an
idea might be worked out in detail
References Boethius, De Interpretatione.
Grice, H. P. (1988). Aristotle on the multiplicity of being. Pacific
Philosophical Quarterly. Grice, H. P.,
P. F. Strawson, and D. F. Pears (1957). Metaphysics, in D. F. Pears, The nature
of metaphysics, London: Macmillan. Owen, G. E. L. Aristotle on The snares of
ontology Warnock, G. J. (1952). Metaphysics in Logic. - GRICE E BOEZIO
ÆQVIVOCVM -- BOEZIO E GRICE: UNI-VOCALITY OF “EST” AND “IZZES” J. L. Speranza,
The Grice Club. Et similiter enunciationes plures dicuntur quæ plura et
non unum significant: non solum quando interponitur aliqua coniunctio, vel
inter nomina vel verba, vel etiam inter ipsas enunciationes; sed etiam si vel
inconiunctione, idest absque aliqua interposita coniunctione plura significat,
vel quia est unum nomen æquivocum, multa significans, vel quia ponuntur plura
nomina absque coniunctione, ex quorum significatis non fit unum; ut si dicam,
homo albus grammaticus logicus currit. CARAMELLO Abstract In 1988, the
year of his demise, H. P. Grice got published for The Pacific Philosophical
Quarterly (having moved from Oxford to Berkeley in his fifties) under the
editorship of his former Oxford pupil B. F. Loar, a rather intriguing essay,
entitled, “Aristotle on the multiplicity of being.’ Philosophers well aware of
the deep issues involved in matters of ‘univocity’ of ‘being’ and its enemies –
equivocity, etc. –, and some of them, were struck by the choice of
‘multiplicity’ in the title, and by the lack of square quotes. It is not the
multiplicity of ‘being’, but of being itself! In these notes, I propose to
reconsider Grice’s main point vis-à-vis what he calls elsewhere – scil. in the
Kant lectures at Stanford – the ‘aequi-vocal’ thesis – as it conforms to his
well known advice: unity of sense, multiplicity of implicatures. I add Austin
and Boethius for good measure! Keywords: Boethius, H. P. Grice, univocality, J.
L. Austin, aequi-vocality thesis. “My enterprise,” Grice writes in his
“Aristotle on the multiplicity of being,” posthumously edited by B. F. Loar, is
“to explore some of the questions which arise out of a fairly well-known
cluster of Aristotelian theses.” Which are these? The first brings him to his
years of Oxford as university lecturer, in this case his joint seminar with J.
L. Austin – who had been obsessed with paronymy since his tutorials with
Prichard. In Categoriae, on which Grice lectured rather brilliantly with Austin
at Oxford – as Ackrill testifies -- Aristotle distinguishes two different sorts
of case of the application of a word or phrase – say, ‘ist’ – in ‘The α is β’ or ‘A ist B’ [I will follow
Boethius and stick to the third-person singular] to a range of situations. The
first sort of cases that Aristotle isolates is that in which both the word or
the phrase and a single definition, account, λόγος, or conceptual analysis, as I prefer, apply throughout that range. The
second sort of cases is that, in which the word or phrase – “ist” --, but no
single definition or conceptual analysis, applies throughout the range.
In the first sort of case, Aristotle says, that the word or phrase – say “ist”
(A ist B) -- is applied syn-nomymously, or, more strictly, to at least two
things which are syn-nomina – each a synonymum as Boethius would have it. For
the record, Lewis and Short defines synonymum as “a word having the same
meaning with another, a synonym.” They give the source: Front. Eloqu. p. 237;
Prisc. 579 P; Serv. Verg. A. 2, 128. (obs. Synophites,, ae, m., a read. In
Plin. 37, 10, 59, section 162 fron synnephitis. In the second sort of
case, the word or phrase – say “ist” (A ist B)– is, Grice goes on,
applied homo-nymously (cf. AEQVI-VOCALLY) — to at least two things which
are merely homonuma. Lewis and Short lack an entry for homonymum. But have one
for the masculine homoymus and the abstract noun homonymia. Homonymus is
defined as ‘of the same name, homonymous, and they give Quintilian as the
source: “sicut in his, quae homonyma vocantur: ut, Taurus animal sit, an mons,
an signfum in caelo, an nomen hominis, an radix arboris, nis distinctum non intelligitur”
– Quint. 8 2 13. Interestingly, for ‘homonymia’, translated by Lewis and Shrot
as homonymy, their source is Fronto, Diff. Verbs, p.. 353. Aequivoces.
Provision is also made, Grice adds, for an *intermediate* class of cases – that
fascinated Austin --, or (as some may prefer) a sub-division of homonymous
applications of a word or phrase into (a) cases of “chance homonymy” and (b)
cases of “other-than-chance homonymy,” or as Aristotlle calls them: cases of
"paronymy". Cicero couldn’t translate this. So, no entry in Lewis and
Short for paronymum, if for paronomasia! (cf. Dictionnaire des untranslatables
– PARONYMY, citing Grice). Ever the philosopher for great tags, Grice adds that
one may label the second of these sub-division cases of "UNIFIED – the
word is key -- Multiplicity of Signification, or meaning. With Boethius, I will
assume throughout that when Grice writes ‘meaning,’ he means ‘signification,’
and vice versa. Prominent among examples of The Unity (Univocity, Aequivocity)
of Multiple-Signification is the application of the verb 'ist’ (as in A ist B)
– as in the formula ‘The α is β.’ My choice of alpha and beta is informed by Grice’s careful
considerations in his more precise, “Utterer’s meaning, sentence-meaning, and
word-meaning” – and essay whose title he often found trouble in remembering.
Now reprinted in WoW (p. 131ff), in that essay Grice provides for “To utter a
psi-cross correlated … if (for some audience or addressee A) the utterer
U wants his audience o addressee A to psi-cross a particular R-correlate of
alpha to be one of a particular set of D-correlates of beta. The reference here
being his previous realization that a philosopher of language may “need to be
able to apply such notion as a PREDICATION of beta (adjectival) on alpha
(nominal).” (Smith is tactful, Smith is happy). (As an interesting point, in
that essay, Grice is neutral about the mode of the utterance, ‘Let Smith be
tactful’, whereas in his lectures on Aristotle he sticks to Aristotle’s
obsession with the indicative mode). Grice would often criticize Aristotle for
what Grice calls Aristotle’s rather vague ‘dicta’. (The
Pacific-Philosophical-Quarterly paper is an offspring of an earlier lecture
delivered at Victoria, where to G. E. L. Owen, Grice makes more than a passing
reference). According to Aristotle, Grice reminds us, “[ist] is _said_ in
many — more than one — ways.” πολλαχῶς λέγεται τὸ εἶναι Grice adds that, among further important examples of this type of
UNIFICATION or univocity, or aequivocality, Aristotle and Grice seem to be
seeking – never mind Boethius or Austin -- we find the word αγαθόν (Cicero bonum, “good”) which, according to Aristotle,
exhibits a seemingly superficial *multiplicity* of signification related to,
and perhaps even dependent upon, that displayed by ‘ist’ as in “A ist B”; for
in Ethica Nichomachea – that brings Grice again to his years as University
Lecturer at Oxford taught ‘for years at Oxford under the tutelage of the
translation by his Oxford tutor – of Owen’s generation -- Hardie --
Aristotle remarks that “αγαθόν” is _said_ in *as many
ways* as being.” This needed doctrine of the Unification, Unity, Univocality,
or Aequivocality of Apparently Multiple Signification of 'ist’ as in ‘A ist B’
is notoriously of great importance to Aristotle. It is used by Aristotle, no
less, to preserve the otherwise acceptable characterisation of the
philosophical discipline of philosophia prima as dealing with ist qua ist. The
characterization is threatened by two objections. The first objection being
that it is not the case that "ist” (as in ‘A ist B’) applies
*syn-nonymously* -- for lack of a conceptual definition, or λόγος -- to all the items of things with which such
philosophia prima is supposed to be concerned. The second objection has Grice
in jest: and it is the one that claims that there is, therefore, no more a
genuine or legitimate single prima philosophia than there is, say, — English
Oxonian spelling assumed— a genuine single science or discipline of vice. And
this is because we apply the expression ‘vice’ to such a thing as dishonesty,
which is a moral thing. But we also apply ‘vice’ to such a thing as a clamp,
which is a thing made of metal, rather. These objections can, Aristotle,
Boethius, and Grice, and Austin (if ethics has a subject-matter) would hope, he
met by the reply that a multiplicity – i. e. not unicity, but duality or
plurality -- of signification – if not sense, or content -- can be tolerated in
the terminology specifying the subject-matter of a single science, provided
that such apparent multiplicity (again, duality or plurality, rather than unity
-- of signification is somehow UNIFIED. Enter UNI VOCAL. Do not multiply
senses beyond necessity. Keep your utterance UNIVOCAL and feel free to multiply
implicatures as you please. Grice had witnessed the Viennese bombshells
at Oxford as a student at Corpus, and has a thing or two to say about the
attacks by Ayer. As if expanding on the state of the art of metaphysics in
Post-War Oxford (in his joint article with his former pupil P. F. Strawson and
D. F. Pears, ‘Metaphysics,’ in Pears, The nature of metaphysics,’ Grice notes:
“I should like,” Grice says after some decades of hindsight, “to say a word (or
two) about the nature of my interest in Aristotle — and the peripatetics in
general — or the Lycaeum — and about the prospects of deriving from Aristotle a
significant contribution to the enquiries which I have it in mind to
undertake.” Grice (like Austin, but unlike Ayer) just happens to regards
Aristotle as being, like one or two other historical figures — notably Kant
(Kantotle is the best)— , not just a great philosopher of the past but as being
a great philosopher simpliciter. That is to say: to think of Aristotle – as
read by Boethius, say (vide Minnio Paulello on the Aristoteles Latinus – so
much studied at Oxford) as being concerned with many of the problems to which
we today are, or at least should be, devoting our efforts. Furthermore, it is
Grice’s view that once Aristotle — or Boethius, or Vio – vide Ashworth on
analogy in Vio in the Stanford Encyclopedia of Philosophy -- who worked so
arduously on analogy to improve on Aquinas — is properly interpreted, he is
likely found to have been handling such problems in ways from which
philosophers still have much to learn. In brief, then, Grice subscribes
to a programme of trying to interpret — of reconstruct — the views of Aristotle
(and he is not too fussy about the difference between these two descriptions)
in such a way that, unless Aristotle’s text is totally probibitive, Grice will
ascribe to Aristotle a view which is true rather than false, reasoned rather
than unreasoned, and interesting and profound rather than dull or trivial.
Grice is convinced that, in the philosophical area within which the topics of
this endeavour fall, there are specially strong reasons for listening as
attentively as possible to what Aristotle has to say or implicate. After all, a
defence and definition of the nature and range of the enquiries falling under
philosophia prima is among the most formidable of philosophical tasks.
Philosophers need all the help they can get, particularly at a time when
metaphysicians are only recently beginning to re-emerge from the closet, and,
to Grice’s mind, are still hampered by the after-math of decades of ridicule
and vilification at the hands of those ‘rednecks of Vienna and their adherents’
— notably at Oxford! The main questions to which Grice addresses himself are
various, or shall we say, multiplicitous. As Aristotle suggests, IF at least
some expressions connected with the notion of "ist” (never mind αγαθόν – the title of his Victoria conference was on
‘Aristotle on good and being’– as in ‘The α is β’ -- exhibit multiplicity of
signification: of which actual expression or utterance is that suggestion true?
More precisely: is “ist” -- the conjugated third-person singular form of the
verb, in the canonical predication-relation surfaced in the syntactical
construction ‘The α is β’ where this suggestion is most plausible? What cognates of the ‘ist’,
if any, are similarly affected? What happens when ‘ist’ is merely deleted, as
is often the case with Cicero – how can the absence of a verb have a SENSE?
What about ‘Socrates walks’ and ‘Socrates is a walker’ – How much freedom
should we allow for the convertibility of non-copulative utterances into
copulative utterances? Grice has in mind the philosophical lexicon that also
has entries for ‘inherentia’ or ‘praesentia,’ and their respective conjugated
forms, including ‘existit.’ What link is there, if any, between unity,
multiplicity of significationand jdentity or difference of CONTENT or sense? In
what different ways may semantic multiplicity actually become unified? What
considerations, if any, confer upon the availability of a single definition or
conceptual analysis of special pride of place among possible criteria for
identity of meanin, or of sense, or content? Is Aristotle’s suggestion for
univocality of ‘A ist B’ to be argued for? Or is it just a matter of the
intuitions of the native, however dialectal, speaker of a language? How, if at
all, can the availability of such a definition or conceptual analysis involved
in the doctrine of univocality be confirmed -- or disconfirmed, for that
matter? Is Aristotle's classification of the ways of unifying semantic
multiplicity exhaustive? Are its components mutually exclusive? Which form of
unification applies to the semantic multiplicity connected with "The α ist β"? Note that, unlike an
English philosopher like Grice, Boethius does not need to involve himself with
the definite descriptor – ‘the A’ -- when discussing the canonical copulative
predication relation: “A ist B” just does. One first key question to be
faced with regard to the possible semantic multiplicity of 'α ist β,’ or of einai, to be,
esse or tò on, what is, ens is a not very subile question of
interpretation. In what range of employments of the word ‘be,’ or of an
appropriate Greek or Latin of Italian or other English counterparts, is
semantic multiplicity to be looked for? From a standard viewpoint, to which
Grice admits he does not in fact wholly subscribe, there seem to be
various possible locations of such semantic multiplicity: The
thesis which Grice identifies with COxford philosopher Owen – of the Ryle group
– vide Owen’s necrology of Ryle in The Aristotelian Society, making a passing
reference to the reverence Austin’s and laer Grice’s play group had amongst
pupils -- in the word ‘be’ taken as meaning ‘existit’. Second, there is Grice’s
own thesis, at this stage of development, that the word 'be' be taken as a
copula in a statement of predication relation: The α is β. Grice considers two other
possible collocations, only to go to dismiss soon: The word ‘be’ taken as
expressing identity – vide his “Vacuous Names” for things like “Pegasus =
Pegasus’ --. Fourth, the word ‘be’ considered as a noun and as roughly
equivalent to 'object' or 'entity. ‘The ‘is’of the matter. Some of these four
variants, Grice notes, are not really independent of one another. Since an
entity or ens seems to be anything which is -- or exists, it is reasonable to
suppose that semantic multiplicity would attach to such a noun as ‘entity’ or
ens if, and only it, it also attaches to ‘exists.’ Furthermore, if we accept
the commonly received view that 'existit’ may be paraphrased in terms of
self-identity -- Pegasus exists if and only if Pegasus is identical with
Pegasus, which creates to Meinongian ontological jungle, to paraphrase Grice in
“Vacuous Names,” any semantic multiplicity in such a phrase as “is identical
with” will go hand in hand with a corresponding semantic multiplicity in the
‘existit.’ Grice seems somewhat relieved to realise that we appear then to be
left with just two independent candidates for semantic multiplicity: non-predicational
‘ist' (understood as meaning 'existit', as in the infamous thesis by Owen; and
‘ist’ understood as meaning a copula, as Grice 2.0. Owen, in Oxford, in his
provocative ‘Aristotle on the Snares of Ontology,’ that Grice finds some
especial excitment in quoting just for amusement, opts indeed – with the aid of
asterisks to distinguish between ‘is*’ and ‘is**’ -- for the supposition that
semantic multiplicity attaches to 'ist,’ meaning, or with the sense of,
'existit’).“I for a long time shared this belief,” Grice confesses. Austin
never did since, an earlier Defensor of linguistic botanizing, always found
Prichard’s disregard for the paronymy of ‘agathon’ almost insulting! The two
groups – Ryle’s, with Owen, and Austin’s, with Grice, hardly met while at
Oxford. Still, our of deference for his Owen, Grice considers Owen’s proposal
first, since, too, Grice is the one to enjoy to learn from his errors.
(Similarly, in his lecture for the British Academy, Grice starts by noting how
he turned from a Stoutian into a neo-Prichardian). Since Grice wishes to
attribute a view to Aristotle only if Grice can find in Aristotle’s oeuvre, or
altenatively invent on his behalf, a reasonable plausible argument to support
it, Grice wonders whether we can find, or devise, such an argument in this
instance. Grice offers the following. In Topica, Aristotle claims that being –
or existence --, like unity is predicated of everything. By making this
statement, Grice notes, Aristotle seems to imply that 'exists' is truly applicable
to every, er, entity. But, Grice warns us, in making the dictum, Aristotle may
also be implying that the universal ‘signified,’ or ‘denoted,’ by 'existit',
or, if there is a more than such a universal – indeed a duality, plurality, or
multiplicity, that one or another of each universal ‘signified,’ or denoted, by
'existit' is instantiated by every, er, entity. But Grice warns us to be
cautious, and let us not assume that the second implicature holds, or is not
cancellable! Grice goes on to quote from his favourite Aristotle – as it was
Boethius’s favourite, too --. In De Inierpretatione, on which as we’ve noted,
Grice lectured for years at Oxford with Austin – Ackrill being among the
fortunate pupils who attended, and who ends up translating the thing for The
Clarendon Press -- Aristotle declares that every simple declarative
sentence, or proposition, contains a hréme, or verb phrase, which ‘signifies’
something said of something else -- the ‘something else' being ‘signfied’ by a
noun phrase. – like Smith’s dog, as in Smith’s dog is shaggy (Grice’s example
in ‘Utterer’s meaning, sentence-meaning, and word-meaning’. Indeed, Grice
notes, the divisibility of declarative sentences into a kaapináseis, or
assertion, and a ipopirseis, or a denial, which respectively assert or deny
something (shagginess or hairy-coatedness) about something (Smith’s dog, Fido)
-- vide Boethius’s commentary -- suggests that the notion of the exhibition of
the subject-predicate relation or form enters into the very definition or conceptual
analysis of a declarative sentence or proposition. A crucial reason for Grice
to leave Owen for good is that an existential sentence, or proposition – as
logicians use ‘existential’ -- is no exception to this thesis, and it even
tolerates a quantificational modifier (Some dog is shaggy). Indeed, ‘the a is
b’ displays such a toleration. For the analysis of ‘Smith’s dog is shaggy’–
being Grice’s example, as opposed to Fido is shaggy, Grice relies on German
philosopher Hans Sluga, who had left Germany for Berkeley, for clarification on
what ‘the’ actually means in English! See the footnote in Grice’s
‘Presupposition and conversational implicature.’ (Grice had met Sluga at Oxford
and found the time to teach him some cricket – he got a tutorial in logic in
exchange. From this it follows that a so-called existential proposition
attributes, ascribes, or predicates, a ‘universal’ (shaggy) to its subject item
(Fido). And here the reductio ad absurdum of Owen’s proposal: if ‘existit’ did
signify a single universal, it would signify a generic universal – but ‘being’
ain’t a genus --, as Grice calls it, since, as is shown by differences in the
ten categories, there is more than one way of ‘existing’ which would be (now) a
species of such genus as existence is claimed to be. But then Aristotle
suggests in his Metaphysics, too -- a rather strong hint here -- that being, or
existence, is notably not a genus, and so is *not* a generic universal. A
crucially different account therefore, needs to be found of what are naturally
thought of as more than one way of such an ‘existence.’‘Existit’ cannot
‘signify’, on the other hand, a singular or unique universal, since Greeks and
Englishmen like to talk, and criss-cross at least the ten categories of
Aristotle! Rather, ‘existit’ would ‘signify,’ or denote, now one, now another,
of at least a duality, a plurality, or duality, or multiplicity of this o that
universal – any of the each ten categories, with the provision that some
include essential predication, i. e. predication of essentia – whereas the
canonical form now involves what Grice sees as a non-essential predication
relation – not what A is, but what A has – a hairy coat. Now, if
‘existit’ would ‘signify’ a duality plurality of multiplicity of universals,
that plurality should need to satisfy at least two serious conditions. First,
the plurality of universals that ‘existit’ allegedly would ‘signify’ or denote
should be as small a plurality as possible -- by an intuitively acceptable
principle of economy or semantical parsimony – Grice’s razor: Senses – even
significations, especially when ascribed to an expression rather than its
utterer -- are not to be multiplied beyond necessity. Second, each of the
elemental categories or universals of the plurality for ‘existence’ would
notably need to be an essential property of items of the kind to which it
attaches. While Owen’s thesis then involves a reference to ‘essentia,’
Grice feels like playing the linguistic game vis-à-vis Owen when distinguishing
two senses of ‘is’ – is* and is** --. It is at this point that Grice coins ‘…
IZZES …’ to name ‘is’ in such kind of predication of essentia. Grice’s logic is
the converse of Aristotle, which allows Grice to introduce a counterpart for ‘…
izzes …’ – notably: ‘… hazzes …’ – and its nominal counterpart: ‘a hazzer’. It
is not that Fido IZZES a hairy coat, but that Fido HAZZES it. The removal of a
property pertaining to the essentia – cognate indeed with ‘ist’ -- from any
bearer belonging to a given kind (Fido is a dog) just deprives that bearer of
existence. With respect to any kind, each element property seems to be entailed
by the very concept of this spatio-temporal ‘existence,’ to which Owen’s thesis
attributes such weight. The only set of universals which satisfies both of these
two strong conditions is the set of category-heads themselves, as the most
general list of properties of essentia one of another of which every item may
on occasion possess. Such ten category-heads then constitute the required
plurality (not duality now) or multiplicity – which accounts for Aristotle’s
‘many ways’. ‘Exists’ by virue of ‘signifying’ a plurality or multiplicity of
universals, exhibits multiplicity of signification. Interestingly, in his own
“Utterer’s meaning, sentence-meaning, and word-meaning”, Grice analyses meaning
ascriptions for both the nominal “Fido” and the adjectival “shaggy”, skipping a
meaning ascription for “is” altogether – to which he laid the focus in his
Aristotelian researches only. The argument given by Aristotle in favour of the
contention that the concept behind ‘ist’ is not a genus is, Grice admits,
rather obscure, if not of the Heraclitean type. Aistotle’s argument for denying
‘ist’ a GENERIC conceptual analysis rests on the thesis that a genus G cannot
be predicable of a differentia, or diaphoron – symbolized by Grice as D -- of
one of its species S. Aristotle also seems to rely on the supposition that,
if ‘ist’ were a genus, it would have to offend against this prohibition.
After all, ‘ist’ is universally predicable. More formally, if S is a species of
a genus G, it must be the case that G belongs essentially to S, and is,
therefore in the same category as S, that S is differentiated, within G, by
some universal D; and that D is categorially different from, and, so to speak,
categorially inferior to both S and G, in that no item in the category of S and
G attaches essentially to, and so be predicable of D. Grice’s example:
‘two-footed,’ as a difterentia, differs in category from man and mammal – it is
a quality, rather than a substance, in such a way that neither man nor mammal
can be predicated of it. Which is not the case. It is a secondary substance
which is not predicable of a quality, even though it may be the case that,
necessarily, anything which has a given quality is a given sort of substance.
But, if ‘ist’ were a genus G, since ‘ist’ (read, alla Owen, ‘existit’) is
universally predicable, it would be predicable of any differentia of any of its
species. To show that ‘existit’ possesses not merely multiplicity of signification
as an EXPRESSION, but multiplicity of signification as per UTTERER’s
MEANING may render it aequi-vocal. An item Alpha “existit” just in case it
belongs to some category C. E. g., substance, quality, quantity, etc. If
category C is a category OTHER than the first one, i. e. a substance, an
item x can be a C, i. e. fall under C, only if alpha is a C of some substance
beta. This can be seen as an application of a version of the doctrine of
universalia in se. A version of the doctrine of universalia in se demands that
the existence of a universal U requires, not just the possibility, but the
actuality of an item alpha or beta which instantiates that universal. The
instantiation thesis is explicitly enunciated by Aristotle in Metaphysics. X
being a C of some substance beta which *instantiates* C entails – to use
Moore’s coinage -- being a C of something Y which ‘exists; in that sense or
under that interpretation of 'existit’ which is appropriate for a substance. –
Bunbury, but not disinterestedness. For a substance to exist is, plainly, lfor
it to be a substance. (In seminars at Oxford with Strawson, Grice played with
the difference between ‘Bunbury doesn’t exist’ and ‘Disinterestedness doesn’t
exist’. The former, but not the latter, requires spatio-temporal continuity:
‘That’s not true: he’s in the next room,’ whereas ‘Disinterestedness is in the
other room’ only IMPLICATES that an ‘instantiation’ of ‘disinterestedness’ is
in the other room. (Grice regretted that Strawson failed to credit him when Strawson
eventually published his Individuals: an essay in descriptive metaphysics. That
a substance beta (say Fido) exists is prior to, or ‘presupposed’ by, each form
of ‘exists,’ as it applies to an alpha which is not a substance – say,
shagginess, or hairy-coatedness. The set of ways, in Aristotle’s phrase, in
which 'existit’ is said are united by an appropriate relation to a primary
substantial be, like Fido. "Exisit' would then exhibit unified semantic
multiplicity In spite of a recognisable affinity with philosophical positions
which Aristotle is known to have liked, and also due to its bearing of at least
a superficial charm, Owen’s argument does not however, lack its drawbacks --
both from a historical and from a conceptual point of view. A crucial passage
for consideration is Aristotle’s Metaphysics devoted to what is (be) in the
philosophical lexicon contained in the Metaphysics. There, Aristotle says, it
seems, that whatever things are ‘signified’ by the forms of predication,
presumably the categories, are said to be in themselves -- per se, kath'auta);
'be' has AS MANY SIGNIFICATIONS as there are forms of PREDICATION.. Since
a predicate (beta) sometimes say what a thing (alpha) is, EST. But a predicate
sometimes says what alpha is EST like. Sometimes, even, a predicate says how
much alpha is, EST. And so on. There would be a different ‘signification’ of
‘EST’ corresponding to each predication, essential or non-essential. Occam’s
razor rendered totally useless if it’s not here to cut Plato’s beard! Aristotle
concludes that passage in the Metaphysics with the with the almost scholastic,
if controversial, remark that there is no real difference in depth between the
superficially varied “man walks (flourishes)” and “man is IST walking
(flourishing).” The obvious interpretation of this remark, beloved by Boethius
and all the scholastics, is that the appearance of any verb-form like “walks”
or “flourishes,” or “flies,” said of Pegasus, or “rides Pegasus,” said of
Bellerophon, creates no major difficulty for Grice, since they may all be
replaced, without loss or change of sense, by such an expression in canonical
form such as 'is IST walking' or "is IST flourishing' ‘is flying,
‘is riding Pegasus’. If the expression regarded by Aristotle as canonical in
form it is because the explicit use of ‘IST,’ whose multiplicity he is at least
at his point discussing a copulative, or, strictly, COPULATION. Grice concedes
that Aristotle on occasion does admit a categorial variation in the sense of
copulative ‘ist’. IST as IZZES, Owen is notably unwilling to allow that
Aristotle is primarily concerned with copulative ‘ist’ regardless. As a result,
and it seems Grice is having Warnock’s ‘Metaphysics in logic’ in mind here – in
the well-circulated Flew collection --, Grice notes that Owen, rather
strangely, interprets, the remark by Aristotle as alluding to semantic
multiplicity in the copula as being supposedly a consequence of semantic
multiplicity in ‘existit’! (Warnock’s three examples being: “There are tigers
in Africa”; “Tigers still exist,” and “There are such things as tigers.” P. 88.
Now, Owen’s interpretation seems difficult to defend for someone with the ears
atuned to the type of linguistic botanizing that philosophers of Grice’s
generation – like Austin, his senior by two years, and Warnock – but unlike
Owen’s generation, like Ryle, or Prichard --. When Aristotle says that a
predicate sometimes may say what a thing is, sometimes what it is like --
its quality --, sometimes how much it is -- its quantity --, and so on, he
seems to be saying that, if we consider the range of predicates which can be
applied to some item, for example to a substance like Fido – Smith’s infamously
shaggy dog --, these predicates are categorially various, and so the use of the
IST IzzES, in the ascription of these predicates, would undergo a terrifying
corresponding variation of signification! In fairness to Owen, Aristotle has
connected the semantic multiplicity in IST not with variation between the
various predicates of one subject, but with variation between essential,
pertaining to the essentia, or per se, predications upon different, indeed
categorially different, subjects. Grice is having in mind Aristotle’s
predications such as as "Socrates IS a man", "Cambridge blue IS
a colour (a blue, a blue colour) A desire to harmonise these statements leads
Grice to wonder whether Aristotle may be maintaining not only that the copula
IS exhibits a multiplicity of signification which corresponds to the categorial
differences between different statements – assertions or denials -- about one
subject, for example, Fido, but also that this semantic multiplicity may be
attributable to a multiplicity in the notion of essential being IST. The
signification of 'is’ would, if Owen were right, vary between
"Socrates is a man", “Fido is shaggy,” and Cambridge blue is a
colour", or, to use another of Aristotle’s examples from his bag of
linguistic botany: the didascalian “A weight of two pounds is a
magnitude.” To voice his suspicion more explicitly, Grice ventures that
it might be Aristotle's view that if "Sociates is BETA" of F, to
adopt the canonical symbol used by Grice in “Vacuous Names” to refer to a
predicate (Fa, Ga, Fb, Gb), Smiths dog is shaggy, is an accidental, i. e.
non-essential, predication, Beta (as in Utterer’s meaning, sentence
meaning, and word meaning) or "F" (as in Vacuous Names) signifies an
item in category C, and ‘has" expresses the CONVERSE of Aristotle's
relation of inherentia or praesentia, then the LOGICAL FORM of a proposition
like ‘Socrates is beta’ or ‘Socrates is F’ or ‘Smith’s dog is shaggy’ may be
regarded as expressed by the simpler "Socrates HAS, but IS not, something
which IS F" or BETA -- where 'ist’ represents a sense of 'is,’ of 'is
essentially,’ which corresponds to category C. The copula est in such cases
expresses the logical PRODUCT of a constant, and thus manageable and systematic
relation expressed by 'has,’ HAZZES — not est— and a categorially variant
relation expressed by 'is,’ est is essentially.’ These predominantly scholarly
murmurs against the received view, Grice notes, that Aristotle regards
so-called (by logicians) ‘Ex’ (or in Peano’s inverted Ex – an existential
statement or proposition as the habitat of semantic multiplicity are not the
only possible kinds of dissent. A different kind of complaint, against the
viability of the position which Grice has been treating so far as if it were
Aristotle's rather than against the suggestion that he in fact held it, would
urge the untenability of the thesis, supposedly a foundation of his position
that EZx are a particular VACUOUS NAMES type of subject-predicate
utterance type (Smith is happy). But it is possible, Grice concedes, that Owen
voices something like this charge iwhen he distinguishes typex of exists. One
form of such an objection would be that "goats mumble" EX (x),
whether treated as a way of saying "goats always mumble" or saying
"goats usually mumble", or of saying "goats sometimes
mumble", or as being indeterminate between these alternatives, has to be
supposed to presuppose the existence of goats. Cf Warnock – Strawson. This will
be attested both by intuition, and by a need to extend to all interpretations a
feature which is demanded for universal of total and particular utterance
types, in order to escape ditficulties which arise in connection with the
Square of Opposition. To suppose "a goats exists" – but not a
stag-goat exists, or a flying horse exists outside the realms of Greek
mythology -- to be analogous to "a goats mumbles", would be to
suppose that "a goats exists — Warnock a tiger exists — " presuppose
that a goats exists or to put it another way, the truth of "a goats
exists" is a necessary precondition of its being enher tre or faise that a
goats exists. This is an absurdity. Even for Collingwood, who loved a
metaphysical presupposition (vide Grice’s early treatment of Collingwood, then
a big name at Oxford, in ‘Metaphysics,’ in Pears, The nature of metaphysics).
It seems to Grice that Aristotle can be defended against this attack. To begin with,
the invocation of a semantic relation of collingwoodisn presupposition is
not the only recourse when one is faced with troubles about the Square of
Opposition. One might, for example, try to deploy a pragmatic notion of
presupposition which would not mitigate the alleged absurdity.
Presupposition as implicature in negation; presupposition as entailment
in affirmation But a more serious defence might suggest that
Aristotle has more than one method of handling Ex existentisls; that there are
indeed two such methods, both S est P subject-predicate in character, which
when combined avoid the charge. In Metaphysics where the primary topic seems 10
be what kinds of attributes are constitutive of and differentiate between sons
of sensible things, Aristotle argues the range of such crudal teatures is much
larger than Democritus allows atom, and indicates ways of giving quasi
definitions of a variety of sensible objects, such as a threshold or ice, which
contain analogues of genus and differentia. At this point, almost
parenthetically, he gives a pattern of conceptual definitional analysis for
existentials about such things. The pattern consists (of the sequence some +
genus* + l: + differentia*; c.g., "Some water IST frozen" (an
analysand for "ice exists" and “A stone iIST situated in threshold
position" (an analysand for "a threshold exists"). We have,
then, for certain Ex existential a definiens in subject-predizate s Ist P form
which by utilizing the elements in definitions, ELIZmIznATES eliminates
the 'existit altogether. Grice goes on to suggest, on Aristotle's behalf,
that this ELIMINATIVE form could be employed lo conceptually analyst and define
general existentials, like "ice exists" , "A goat exists,” --
while the category citing forms. like Socrates is a substance could be used to
conceptuallyto analyse or define singular existentials, like ‘Socrates
exists".A strategy for an attempted presentation of in argument in support
of the hypothesis that unified semantic multiplicity is to be located in the
copula, or in a sub-range of examples in which est is used as a copula, viz.,
cases of accidental predication, will be to put forward as a preliminary a
partial sketch of a theory of categories, which Grice regards as being in the
main Aristotelian, to comment on some points of interest in that sketch, and
finally to use it as a basis for the proposed argument. Grice’s sketch
departs from Aristotle's own position in one or, two respects, thereby
depicting i somewhat improved theory, and it will incorporate what seems to be
a conspicuous extension of his theory, though one which, so far as I can see,
he might well have accepted without detriment to his account. Grice’s
motivation is to put forward an outline of an account of categories which is
overtly more SYSTEMATIZc than the assemblage of dicta which one may extract
from Aristotle's (L). Grice starts, much as Aristotle does in Categoriae, by
distinguishing two forms of predication. Each relation, which may be
called "izzes' and -- "Hazzes', are approximately the
converses, respectively, of his relations “Is” said of and “is in (a subject)”.
Ian x izzes () y i=df y is said of x. hab X hZzsz y =df y is
present in x. Grice goes on to list some of the properties which I wish to
assign to these relations, adding that n one or two cases there seems to be
options. Izzing is reflexive (Vxix izzes x), non-symmetrical
(symmetry-neutral), and transitive. Grice’s hazzing, on the other hand, is
inreflexive, either intransitive or transitivily-neutral, and asymmetrical. In
all cases, if an individual x izzes y, y is essential to x, in the sense that
it x were not to izz y, x would no longer exist. It is, however, certainly not
true in all cases that if x hazzes y, its hazzing y is essential to its
existence; indeed, Grice confesses to an inclination to think, that this is not
true in any case. Grice is however disposed to accept the following
"mised" law. (0) 11 x I y and y H z, x Hz; the acceptability of this
law would depend on the idea that a non individual y hazzes something z ilt [of
necessity] every individual falling under y (that is every indivicual that
izzes y) hazzes 2. Grice is however, not disposed to accopf the
"mixed" law. (ii) If x H y and y lz, x Il z, since I would like
to espouse the idea that a subject a (in any category other than that of x)
harzes only individuals); in which case, l might also espouse the idea that the
copula Ist can be conceptually analyzed or defined in terms of the disjunction
of & l y and x H something z which I y. Grice makes izzing reflexive, so
some of his definitions must differ from his, since I cannot claim, as le did
in Caregories 3a7, that nothing tzzes an individual substance. The definitions
will run as follows. I is an individual iff nothing other than x izzes x. x is
a primary individual iff x is an individual and nothing hazzes x. x is a
primary substantial (x is in the category of "substance") iff sune
primary individual izees x. x is il secondary substance ig & is a primary
substantial but not an individual. x is identical with y iff x izzes y and y
izzes x. y is predicable of x iff either x izzes y or & huzzes something z
which izzes y. Grice is now ready to compare his definition with the
conceptual analysis of the copula est. And y will be a primary element in
some category other than that of substantials just in case there is a
individual x [an individual which is a primary substantiall which hazzes
something z which in tum izzes y (this allows for the possibility that z may be
identical with y). Obviously, in the case of such a foreign predication a
method will be needed for determining which foreign' category is involved as
being the category of the predicated item y. We can attempt to make use
of the different one-word interrogatives which can be extracted from Aristotle
– and Cook Wilson, whose Statement and Inference Grice sort of worshipped, with
the supposition that items in a particular category may be suitably invoked to
provide answers to just one of the kinds of questions asked by each of such
interrogatives. But it is not clear that such a list of interrogatives is
sufficiently comprehensive (relatives, for example, seem to escape this
programme. Nor is it clear what the rational basis would be for such a list of
questions. While Aristotle says much that is interesting about some particular
categories, his attempts, for example in the cases of quantity and quality, to
pick on primary distinguishing marks are not clear. Such shortcomings matter
Little. It seems sufficient to assume the availability of some discriminating
procedure (perhaps some furtirer development of the 'interrogatives method)
since Grice’s main concern is with the consequences of a scheme involving some
procedure of such a sort. At this point the sketch incorporates the extension
of Aristotle's thcory of categories. Grice assumes that there is an operation,
substantialisation – a metaphysical routine if ever there was one – Grice,
Prejudices and preilections, which become the life and opinions of H. P. Grice,
which, when applied directly to an individual which belong to a con-substantial
category, relocates it in a NON-primary division of the category of
substantials, thereby instituting or licensing the alocated items as further
subjects of hazzing; the items hazzed by them will inhabit NON primary
divisions of categories other than that of substantials. A Qualities of
substance na be might be relocated as a non primary substantial, thereby
becoming subjects which hazz (soy) further qualitatives of quantitatives, :
that is to say. inhabitants of a NON primary division of this or that NON
substantial category. So the category of qualitatives may include qualities of
substances, qualities of substantialized qualities (or substantialized
quantities) of substances, and so without any fixed limit. Fidinterestnedd
diedng exist Banbury doesn’t exist. The scheme would, provide for
substantialisation with respect to some, but not necessarily to all, items
which initially belong to some NON substantial category; some categories,
however, might be inebigible£ for the application of substantialisation, and in
other categories it might be that only sub-categories would be eligible for
substantialisation.The scheme also ensures that substantialisation goes hand-in
hand with beooming a subject of hazzing; but would not guarantee that
substantialised items would hazz further items in every non-substantial
category. Admittedly, Grice’s scheme as is absirace : and it would be necessary
to make sure that it could have application to concrete cases. It might
also, even if concretely applicable, be only PARTIAL in character; it might,
for example, provide for one kind of category (say “logical categories”), but
leave other kinds of categories, like sensory categories, unprovided for.
Grice’s scheme leaves room lor sub. categorial diversities within a given
overall entegory, There might be distinctions between, for example, qualities
of substances, qualities of quantities of substances, qualities of quantities
of actions of substances, and so forth. All of these specific classes would
fall within a general category of QUALITY: and there would be opportunity to
legislate against any item's belonging to more than one sub-division. Within an
already discriminated category or sub-category there might be a categorial
distinction between substantializable and non-substantialicable items.There
will be room 1o adopt a cruerion of realiy distinct frem the perhaps
increasingly cedious Quineian condition of being "quantifiable over"
One might, for example, insist that reality attaches, or full reality attaches,
only to items which besides being izzers, being izzed, and being hazzed, are
themselves haziers (that is, are susceptible to substantialisation).Since it
cannot be assumed that a non-primary substantial will receive predicables in
every non-substantial category, there is room for distinctions of richness
between the range of categories from which predicobles apply to one huzzer, and
that from which predicables apply to another; and these variations in
predicationable richness could be used as a measure of degree of reality: the
richer the realer, with primary substantials at the top. Having discussed two
different suggestions about the possible location of semantic multiplicity
associated with the notion of ist Grice expands. One would lie ta the range of
maximally general specifications of the notion of existit (of the use of the
verb to be' to signify existence). The other would lie in the use of the copula
to signify different predication relations. Both suggestions seem to have
solid Aristotelian foundations. The categorial multiplicity of the term
'existit' and the distinction between different forms of predication relations
are both well-established Aristochian docirines. So far, then, there might seem
little room for a preference of one suggestion to the other. There are,
however, two lines of reflection which in one way or another might upset this
equilibrium. The first line of reflection would allow that Aristotle or an
Aristotelian might have good reasons for secking TWO, rather than merely one,
predication-relation, reasons perhaps connected with intuitively acceptable
restrictions on the scope of transitivity, and with a desire to block such
unwanted inferential moves as "Socrates is white, white is a colour, so
Socrates is a colour.” (But cf. “Fido’s coat is shaggy; so Fido is shaggy”).
But it remains true that nocharacterization hos been given of the concept of a
predication-relation; and though certain formal properties may have been
assigned to izzing and hazzing, it is not clear that these formal properties
would by themselves be adequate guides for someone wanting to be told how to
apply the terms izzing' and luzzing' to a particular case. It is not clear,
either, whot extra formal supplementation could he provided, one would hardly
suppose, for example, such relational terms to be susceptible of ostensive
definition. It may then be that these relations do not (and presumably cannot)
have a readily discernible character, a fact which if not a blemish at least
creates a problem. It is ultimately possible then that despite initial
appearances the notion of a predization-relation is not well-defined, and
indeed that apparent examples of such relations are illusory. This alternative
line of reflection then, might confer better survival chances upon the first of
the two suggestions here dstinguished. A different line of reflection, however,
is one which Grice is certainly more inclined to take seriously. Unlike the
previous one, this line of reflection would not lavour the attribution to
Aristotle of one rather than the other of two viens about the location of a
contain semantis multiplicity. It would rather suggest. or conjecture, that the
attribution to Aristotle of either view would involve a misconception of Aristotle's
position, unless it wore accompanied by a recognition of a certain not
immediately obvious distinction. Enter pragmatics – and implicature. It would
be a mistake to suppose Aristotle to be holding that exists est ‘signifies; a
plurality of distinct universals and that therefore the existential 'is' bos a
plurality of meaning; It would also he a mistake to attribute to Aristotle the
view that the copulative 'is may signify one or another of lWo
predication-relations thereby ‘signifying’ a plurality of universals, with the
consequence that the copulative "is' has more than one meaning. What
Aristotle is really proposing is a separation of — the question what an U
universals is, — the question how many SIGNIFICATIONS an expression possesses.
Aristotle is suggesting the possibility that a particular expression may have
only one meaning sense or content and yet be used on different occasions to
point to different universals. It is no doubt trus that historically universals
were admitted to the realm of philosophical discourse in order to be items in
which the meaning of particular expressions might consist. But this historical
fact does not establish an indissoluble connection between universals and the
meanings of a linguistic expression; and it should be modified or abandoned
should subsequent rational reflection provide reasons for adopting such a
ovurse. Grice is well aware that his suggestion, whether advanced on behalf of
Aristotle or independently, that a distinction should be made between, on the one
hand, the universal or universals, which either in general or on a particular
occasion are pointed by the expression, and, on the other hand, the meaning or
meanings of the expression in question, which is likely to give rise to a sense
of shock. Grice suggests that susceptibility to this sense of shock will be
independent of the question whether the person who feels it is friendly or
unfriendly towards universals. Grice invites us to consider first the reaction
of one who is friendly to universals. The philosopher may be liable to take the
view that the reason for introducing universals in the first place was
primarily, indeed exclusively, to equip ourselves with a range of items, each
of which would serve as that which was meant, or as one of the things that was
meant by significant expressions. This is what a universal does, and it is what
they are supposed to do, and they do it perfectly well; it is not therefore in
order te propose a severance of just that connection with meaning which gives
universals a raison d'être. One who is unfriendly to universals can hardly be
expected to be more sympathetic to the proposal, such a person might be
unfriendly to universals either because, like Quine, while he is prepared to
describe each of a multitude of expressions as being meaningful, be is not
prepared to count as legitimate specifications of what it is that a meaningful
expression means, or he is not prepared to allow that two distinct expressions
may each mean the same thing. These denials are plainly linked; if it is
legitimate to ask of two meaningful expressions, what it is that each mcans we
can hardly preveat it from being the case, sometimes, that what each means is
just the same as what the other means. Alternatively the enemy of universals
might not wish to eliminate specifications of meaning or the possibility of
synonymy; his position is rather that an adequate account of the full range of
meaning-concepts can be provided without resort to universals. But the enemies
of universals, from whichever camp they come, may well insist that one who,
unlike them, is disposed to bring in universals is not at liberty to
contemplate divorcing them from that connection with meaning which he will have
to allow as underlying their claim to existence. Grice is not sure that such
hostility to the general idea of divorcing the ‘signification’ of one or more
universals from the possession of one or more meanings is as solidly founded as
initially it appears to be. If I ask someone whether he knows the birth place
of Cicero, he might reply in two quite different ways. He might say: “Certainly
I do; he was born in Arpino.” Alternatively he might reply "I am afraid I
do not. Cicero was born in Arpino, 1 am afraid I have never been able to get to
Arpino so I don't know the place at all.’ The obvious difference between these
two distinct interpretations of the question seems to me to be plainly
connected with the functioning of certain pronouns as (a) indirect
interrogatives (b) as relatives; in my example, the first reply claims
knowledge where Cicero was born, the second claims ignorance of that place
where (in which) Cicero was born. There are other ways of looking at the
linguistic phenomenon presented by my example, which are not incompatible with
the way just outlined. and indeed which may turn out to be useful
complementaries to it. One might draw attention to a distinction between
knowledge of propositions and knowledge of things, suggesting that what the
first respondent claims is propositional knowledge, whereas, what the second
respondent disclaims is thing-knowledge; the second respondent exhibits a
certain bit of propositional knowledge but professes substantial ignorance
concerning the item to which his propositional knowledge relates. There is of
course no reason why these two states should not coexist. While we are
directing our attention to this approach, we night bear in mind that one kind
of knowledge might be dependent on the other. It might, for example, be the
case that knowing a thing a consists in the possession of a perhaps
indefinitely extended supply of pieces of propositional knowledge, all of which
are cases of propositional knowledge which relates to x; or alternatively,
knowledge of x might consist not in an indefinite supply of pieces of propositional
knowledge about x, but rather in the possession of a foundation or a base from
which such propositional knowledge may be readily generated. Yet a further idea
to be considered begins with the recognition that definite descriptions like
many other kinds of phrases may, within a sentence occupy either subject
position or predicate position; as some might prefer to put it, "the birth
place of Cicero" may be used either referentially or predicatively. It
might then be suggested that in the mouth, or at least in the mind, of the
first respondent the phrase "the birth place of Cicero" occurs
predicatively, whereas in the case of the second respondent it occurs
referentially, as, potentially at least, a subject expression. If we suppose
the phrase to occur predicatively in a given cose, it will be necessary that
one should be able to point to a mentioned or unmentioned item to which the
predicate in question might apply: then, in the case of the first respondent in
normal circumstances there will be some particular item which he thinks of as,
or believes to be, the birth place of Cicero. The relevance of this discussion
to the topic of meaning and universals is that it may with some plausibility be
alleged that those who have invoked universals as the items in which the
meaning or meanings of significant expressions consist are guilty of
representing such a phrase as "knowing the meaning of the word 'watershed
" as referring to knowledge of an object or thing, as knowledge of “that
which” the word watershed' significs or means (where the pronoun "which'
is a relative pronoun); whereas, in fact, the phrase plainly refers to knowing
what the word ‘watershed’ – or ‘runt’ means where the pronoun 'what' is
indirectly interrogative rather than relative. The theory of universals as
meaning, then, rests on a syntactical blunder; that this is so is attested by
the fact that in principle at least the caning of an expression E, may be
identical with the meaning of the expression E’ but plainly to know the meaning
of E, is not the same as to know the meaning of E’. This attack on the
historical genesis of the concept of a universal as the focal element in a
certain kind of anti-nominalistic theory of meaning, might encounter the
following response. It might not be denied that the kind of syntactical
blunder, which I have been attempting to expose, is in fact a blunder and has
indeed been committed by some who have championed the cause of universals. It
is, however, a remedial blunder which can be rectified, ultimately not only without
damage, but even with advantage to the view of universals as the primary
constituents of meaning. Once universals are admitted, they can be, and should
be, thought of and accepted as being those items which are the meanings of this
or that element of language. In the end, then, knowing the meaning of an
expression E would emerge as knowing what E means, rather than what an utterer
U means by uttering E, that is, as propositional knowledge connected with
interrogative pronouns rather than as thing-knowledge connected with relative
pronouns. So everything comes right in the end; and the tie between universals
and meanings cannot be put asunder. This defence of the inviolability of the
link between the concept of a universal and ‘signification’ may be ingeniously
contrived, but is not, I think, irresistible. If the specification of meanings
were to provide not merely a useful mode of employment for universals once they
are recognized as being around, but rather the sole justification and raison
d’être of the supposition that they are around, the specification of meaning
would have to be not merely something that can be commodiously done with
universals, but rather something which cannot be done or fully done without
universals. To my mind this stronger requirement cannot be met. There are, I
think, some cases of expressions E such that knowing the meaning of E cannot
comfortably be represented as knowing, with respect to some acceptable entity
that it is that to which the description "the (a) meaning of E" applies.
I offer two examples: If Grice were to say "The wind is blowing in the
direction of Arpino", any normally equipped Greek, Latin, English, or
Italian speaker would know the meaning both in general and on the current
occasion of the phrase ‘in the direction of Arpino’; that is to say he would
know both what in general the phrase means and what Grice meant by it on the
occasion of utterance. But such examples of knowledge of the meaning in
general, and also the meaning relevant to a particular occasion, of a
particular phrase, so far as 1 can sec, neither requires, nor is assisted by,
the specification of an admissible entity which is to be properly regarded as
that to which the description ‘the meaning of the phrase ‘in the direction of
Arpino’’ applies, either generally or on this occasion. It is unlikely that
there is such an admissible entity, the phrase 'in the direction of Sacramento'
does not seem to be one which applies to any particular entity; and even if it
were possible to justify the claim, such a justification seems hardly to
contribute to one's capacity for knowing what such a phrase means. By a
precisely parallel argument I may know perfectly well what is ‘signified’ by
‘the inducement which I offers you for looking after my farm in Sibila', even
though I am neither helped nor hindered by the presence or absence of any
thought to the effect that there is some admissible item which satisfies the
description "the signification of the phrase 'the inducement which I offer
you for looking atter my farm in Sibile' " Before leaving this topic,
Grice makes two further comments. First, the fact that the conection between
universals and meanings may not be inviolable does not dispense someone who
wishes to modify it from obligations to make clear just what changes he is
making; second, if a theory of meaning should fail to provide an indispensable
rationale for the introduction of universals, it might turn out to be incumbent
upon a metaphysician to offer an alternative rationale. But this question will have
to wait for another occasion. Let us for the moment retain an open mind on the
nature of Aristotle's views about the connection between the unification of
multiplicity of signification and the presence or absence of identity of
‘signification’. Aristotle lists a number of modes of this kind of unification
which I shall consider one by one. As one embarks on this enterprise one might
well bear in mind the possibility that the list provided by Aristotle might not
be intended to be exhaustive; and that the number and proper characterization
of the modes which do occur in Aristotle's list is sometimes uncertain.
Aristotle refers to cases in which a general term is applied by reference to a
central item or type of items as ones in which there is a single source for a
contribution to a single end. It is not clear whether he is giving a single
general description or a pair of more specific descriptions each of which
applies to a different sub-class of examples. I know no way of settling this
uncertainty. The modes of unification actually listed by Aristotle consist in
(a) what Grice dubs, with deference to Peano, recursive unification in which
the application of each member of a range of predicates is determined by the
conditions governing the application of a primary member of that range, and as
opposed to both what Grice, with deference to Owen, calls focal unification
(unification which derives from connection with a single central item), and
analogical unification, in which the applicability of one predicate or class of
predicates is generated by analogies with other predicates or classes of
predicates, I shall consider these headings in order. The cases of Peanoan
recursive unification are primarily, though not exclusively. mathematical in
character; they are also cases in which what one might call the
"would-be" species of a generic universal stand to one another in
relations exemplifying priority and posteriority. The Platonists – or academia,
as Cicero prefers --, so Aristotle tells us, regarded such priority and
posteriority as inadmissible between fellow species of a single genus.
Aristotle does not explicitly subscribe to this view, but he does not
explicitly reject it and is liable to act as if he accepted it. Grice suggests
that ‘number’ and ‘soul’ fall under this type of unification – vide his “Method
in philosophical psychology: from the banal to the bizarre”. Why should
priority and posteriority stand in the way of being different species of a
single genus? Why should not different numbers be distinct species of the genus
number? In the case of numbers, End. Eih. (121%aff.) attempts a reductio ad
absurdum: if there were a form (universal) signified by "number" it
would have to be prior to the first number, which is impossible; this argument
might be expanded as follows: consider a sequence of
"number-properties" (Pl, p?..., e.g., 2-ness, 3-ness ...): such a
sequence satisfies, inter alia, the following conditions. For any x and for any
n 1, x instantiates Pi entails x does not instantiate pa-' (nor indeed any P').
For any x and for any n * 1, x instantiates P" entails something y (* x)
instantiates pr-/If P™ = P', no counterpart of (a), (b) holds; so Pl is the
first number. If the fulfillment of the above conditions is to be sufficient to
establish a sequence of properties as a sequence of number properties, then
there cannot be a universal number; if there were, it would, like any genus, be
prior to each of its species, and so prior to Pl; but since P' is the first
number it cannot have a predecessor and so nothing can be prior to it. There
seem to be two objections. It is by no means clear that the above conditions
are sufficient to guarantee that a sequence of properties is a sequence of
number-properties. Even if they were, one part of them would not be fulfilled
in the case of Pl and being a number; if x instantiates Pl (viz., 2-ness), x,
not something other than x, will instantiate being a number, a set whose
cardinality is 2 itself instantiates being a number (as a cardinality). If this
route to a denial of the existence of a generic universal number fails there
are two further possibilities. One might attempt to represent conformity to a
"standard" genus-species-differentia model as being not just an
acceptable picture of situations in which a more general universal has under it
a range of subordinate universals which are its specializations, but as being
constitutive for such examples of the existence of the more general universal.
The slogan might be "For there to be a universal U, with specializations
U,, U,, ..., U,, U has to be the genus of those specializations with all that
that entails" (or, more briefly, "no specialization without
species"). The justification for such a claim will not be easy to find.
While, intuitively. one might be prepared to accept the idea that a more
general universal must be independent of its specializations in that the
non-emptiness of the general universal should be compatible with the emptiness
of any particular specialization (though not of course with the emptiness of
all specializations), it does not seem intuitively acceptable to make it a
condition of the existence of U that any pair of specializations U, and U2
should be in this sense independent of one another. One might try a simpler
form of argument. If the special cuses for the application of a general term E,
that is to say, the universals U, ... U, are united by a single ordering
relation R into a series 5, the elements of which [U, ... U.] cover every item
to which E applies, and only such items, then we do not need a generic
universal U; its would-be species U, ... U, are already unified by membership
of the series S. The expression "being an instance of some universal in
the series S" is of course applicable to anything to which E is applicable;
but this expression does not even look like the name of a gonus. Another, more
Oxonian, indeed more Corpus, sice it was Owen’s -- mode of unification to which
the alleged multiplicity of ‘significations’ may be susceptible, that of, to
use Owen’s verbiage, focal unification, is discussed at length by Aristotle in
Metaphysics. – who incidentally, never read Owen! In Metaphysics Aristotle
brings up two of his favourite – Grice’s Oxford pupil, Strawson, said ‘stock’
-- examples, the applications of the sanus and medicalis. Aristotle indeed
states that everything to which sanus or sanum or sana applies – never mind the
plurals -- is related to, in one way or another, the focal item of sanitas, --
an universal if ever there is one --. One item, in the that the item *preserves*
sanitas; another item that in that the item *produces* it; an yet another in
that the item is a symptom of sanitas; an fourthly, another item, because it is
an item which is capable of it. Similar considerations apply to applications of
medicalis. An item which is medical is relative to the medical art, another
item being medical because it possesses such an art; yet another item because
it is naturally adapted to the medical art; and another item because it is a
function of the medical art. On the most obvious interpretation of the passage,
Aristotle seems to be implicating that standard analysis of ‘signification’
will be right in supposing the applicability of an adjective such as sanus or
medicus to a particular item depending on the relationship of the item to an
associated ‘universal’ – sanitas --, but wrong in supposing that the
relationship in question is invariably that of instantiation – ; there are more
ways of killing a cat than skinning it. There are other sorts of relationship
that may be conversationally involved, especially in Athens, where they did
little but engage in sophistries! There is, however, a less obvious, if more
enlightening, position which Aristotle might have been taking up. According to
this position, Aritstotle, or any graduate from the Lycaeum, say, would be
maintaining, with respect to this or that universal, that the only way in which
an individual items may be related to this or that universal is indeed that of
instantiation, but that there will be other items which will indeed be general
items, though not this or that universal. To such an universal, this or that
individual items may be related in a variety of ways which are quite distinct
from instantiation. The relative merits of these two ideas will be a matter for
debate, and Owen’s interest was focalised at this point. The focal mode of
unification, in any case is of special interest in Grice’s enquiry since
Aristotle states, and quite plainly too, that this is the mode of unification
which applies, in Owen’s interpretation, to the multiplicity of ‘signification’
connected with ‘A est B’ – rather than the previously discussed recursive
unification, or, say, analogical unification. While Owen is wrong about the
focus being on the existence – or ‘quantified existentials’, to use Warnock’s
happier phrase -- two categorially different items may all be said to be,
by virtue of different kinds of connections which they have to some focal (to
use Owen’s verbiage) item, which will be intimately and ultimately connected
with the notion of a substance that exists as a spatio-temporal continuant, to
use Grice’s pupil Strawson’s verbiage bow. This central item might be an
individual substance or, more likely, it might be the notion of substantal
type, or, if you’re not enough of a Russellian, kind: any item which izzes this
type or kind would be an individual substance, and, therefore, it would exist.
But a non-substantial item may also be said to be, by virtue of their
relationship -- different in different cases, of course -- to the same central
or focal item. Some item may be said to be because it is an affection, a
quality, of a primary substance. Think a Rylean agitation. Another item one may
be willing to say to be merely because it (or he or she) is a process towards
substance – think Whitehead --, and so forth. It is pretty diaphanous that the
Stagirite habitually thinks of the focal item as being indeed a universal, or
at least some kind of pretty general entity. But such restriction is hardly
mandatory, nothing prevents the focal item from being a straight particular out
of Strawson’s Individuals – his essay in descriptive metaphysics – a kind of
odour, say – elaborated while joining Grice for their joint seminars in
‘Meaning’ at Oxford. Consider the adjective Cockney, for Strawson almost was
one,or French or italiano as it occurs in the phrases, "French
citizen", citadino italiano, "French poem", poema
italiano, "French professor". professore italiano. The following
features are perhaps significant: (1) The appearance of the adjective in these
phrases is what I might call "adjunctive" rather than
"conjunctive" or "attributive". A French poem, is not as I
see it, something which combines the separate eatures of being a poem and being
French, as a fat philosopher would simply combine the features of being fat and
of being a philosopher. "French" here occurs, so to speak,
adverbially. (2) The phrase French citizen or citadino italiano standardly
‘signifies’ ‘citizen of France’ or ‘citizen of Italy’, while the phrase French
poem or poema Italiano standardly ‘signifies’ "poem in the French
language,’ or ‘poem in the Italian language’ (Sicilian if Pirandello, as
Pirandello would hasten to add). But it would be a mistake to suppose that this
fact implies that there are two (indeed more than two) ‘signfiications’ or
Fregean ‘senses’ of the French or italiano – or siciliano. The expression
French or italiano has only one – unified – ‘signification,’ viz. ‘of or
pertaining to France’ or ‘of or pertaining to Italy.’ French, or italiano,
will, however, be what one might call 'context sensitive,’ as Grice suggests in
‘The theory of context’ – Let’s put the theory of context into context. One
might indeed say, if you like, that while it has only one ‘signification’ or
Fregean sense, French or italiano has a variety of ‘signfiications’-in-context.
That is: relative to one context, French or italiano ‘signifies’ ‘of France’ or
‘of Italy,’ as in the phrase French citizen, or citadino italiano. Relative to
another context French or italiano ‘signifies’, ‘in the French language,’ or
‘in the Italian language,’ as in the phrase French poem, or poema italiano.
Whether the, to use Owen’s epithet, focal item is a ‘universal’ or a mere
particular is quite irrelevant to the question of the ‘signification’ of the
adjective. To use Aristotle’s example, the medical art is no more the
‘signification’ of medical, as France or Italy is the ‘signification’ of French
or italiano. As a concluding observation Grice remarks that, while the
attachment of the long-awaited, life-saving appropriate conversational context
may well suggest an interpretation in context of a given expression or
conversational move, it need not always be the case that even such suggestion
is indefeasible. It might be for instance that French poem or poema italiano
would have to ‘signify’ ‘poem composed in French,’ or ‘poem composed in
Italian,’ unless there are counter indications. In which case, perhaps, the
phrase might mean ‘poem composed by a French competitor’ (in some competition)
or ‘poem composed by an Italian competitor (in another competition). Now, for
the phrase French professor or professore italiano there would be at least two
obvious ‘significations’ in context. The ‘disambiguation’ would depend on the
wider conversational context that makes for the circumstances of utterance of
the conversational move (He was an Italian professor – no more). Grice
turns to a third mode of unification, which he would describe as Cajetan in
nature, and what is possibly the most baffling of the various ways explicitly
suggested by Aristotle as being those in which what Grice is calling this
unification or aequi-vocality the multiplicity of significations may arise,
even if made less baffling by Vio – vide Ashford. These will be those cases in
which the application of an epithet or expression E to a range of items is
accounted for by an analogy detectable within that range. More explicitly, an
analogy between the specific ‘universal’ which determines the application of
the epithet or expression, or between an exemplification of that ‘universal’ by
this or that type of item. Even more explicitly, an analogy between the
universals U1, U2, … Un, which determines the application of the epithet or
expression, or between an exemplifications of U1, U2, … Un, by items of the
sorts ly. lo etc., The puzzling character of Aristotle's treatment of this
topic arises from a number of different factors. First, there are a few things
which Aristotle himself might have done to aid our comprehension. He might have
given us a firm list of examples of epithets or expressions, the application of
which to a given range of items is to be accounted for in this way.
Alternatively, Aristotle might have given us a reasonably clearer
characterisation of the kind of accounting which analogy is supposed to
provide, leaving it to us to determine the range of application of this kind of
accounting. Unfortunately he does neither of these things. Aristotle only
offers us the most meagre hints about the way in which analogy might ‘unify,’ via
aequi-vocality, the various applications of an epithet. We are told, for
example, that as seeing is in the eye, so understanding is in the soul with the
implicature that this fact accounts for the application of see both to a case
of optical vision and a case of intellectual ‘vision.’ He also suggests that
analogy is responsible for the application of the calm both to an undisturbed
body of sea water and to an undisturbed expanse of air. Such offerings do not
get us very far. Furthermore, not surprisingly, where Aristotle seems to fear
to tread his commentators are most reluctant to plant their own feet. Perhaps
the least unhelpful suggestion comes from a latter-day commentator, not
Avicenna, but the influential Oxford, indeed Scottish, philosopher W. D. Ross,
who suggests, as Aristotle's view, that the application of good is attributable
to the fact that within one category C1 items which are good are related to an
item in general belonging to that category, in a way which is analogous to the
way in which a good item (say, a good cabbage) in some second category C2 is
related to the general run of items which belong to that second category. Apart
from the obscurity in the presentation of this idea, Ross's suggestion takes
for granted something which Aristotle himself does not tell us, viz. that the
application of the epithet good is one exemplification of unification or
aequi-vocality of a value-oriented concept which is the outcome of analogy.
Ross's suggestion about good would, moreover, be at best only a description of
one special case of analogical unification via aequi-vocality, and would not
give us any general account of such unification. Grice adds that little
supplementary assistance is derivable from those who study general concepts.
Such philosophers seem to adhere to the principle that silence is golden when
it comes to discussion of such questions as the relation between analogy, and
her sisters: metaphor, simile, allegory, and parable. So far as Aristotle
himself is concerned, it seems fairly clear to Grice that the primary notion
behind the concept of analogy is that of ‘proportion’: a:b::c:d. This notion is
embodied, for example, in Aristotle's treatment of just. where one kind of just
is alleged to consist in a due proportion between return, reward, or penalty,
and antecedent desert, merit, or demerit. But it does remains a bit of a
mystery how what starts life as, or as something approximating to, a
quantitative relationship gets converted into a non-quantitative relation of
correspondence or affinity. It looks as if we might be thrown back upon what we
might hope to be an inspired conjecture. Grice takes as task the provision of
an example, congenial to Aristotle, of the unification by analogy of the
application to a range of objects of some epithet. Grice expects this to
involve the detection of an analogical link between the exemplifications of the
variety of this or that universal which the epithet may be used to ‘signify.’
Grice’s chosen specimen is grow. In the case of grow, a number of different
kinds of shifts might be thought of as possessing an analogical unification by
aequi-vocality. One of these would be examples of shifts in respect of what
might be termed a syntactical metaphysical or ontological category. A
substance, indeed a physical substance like a lump of wax or a mass of metal,
might be said to grow. It would be tempting here to suggest that the relevantly
involved ‘universal,’ that of increase in size or getting larger, provides the
foundational instance of the literal ‘signification’ or sense of a universal by
the application of th expression grow. We have here, so to speak, the
'ground-floor' signification – dictiveness -- of grow. But now, not only the
physical substance itself but some accident of the substance may also be said
to grow. Not only the piece of wax, but its magnitude, some event or process in
its history, its powers or causal efficacy and its aesthetic quality or beauty
might each be said to grow. And it seems not unplausible to suggest that though
growth on the part of these non-substantial accidents is different, and more
or, again, less boringly connected with growth on the part of the substance,
there will always be some kind of correspondence, indeed analogical connection,
between grow in the case of a non-substantial item and grow in the initial case
of a substantial item. Another and different kind of categorial variation may
separate some of the universals which the grow may be used to ‘signify’ from
others. These will be connected with differences in some sub-category within
the category of substance within which fall different sorts of items which may
be said to grow. Different universals may be ‘signified’ by someone who speaks
of a plant as growing and by someone who speaks of a human being as growing.
The connection between these diverse realisations of grow may rest on, say,
vegetal, analogy. In what is called the grow of a plant, such as a rose,
internally originated increase in size seems to occupy a prominent place. In
the case of a human being, the kind of development which may be involved in the
grow may be much more varied and complex. The link between the two distinct
universals which may be ‘signified’ might be provided by analogy between the
roles which such changes fulfill in the development of the very different kinds
of substances which are being characterised. No doubt many further kinds of
analogical connection would emerge within the general practice of attributing
this or that grow. Grice’s next endeavour will be an attempt to supply some
general account of the way in which the presence of analogy may serve to unify
multiplicity of signification; and if such an account should be found to offer
prospects of distinguishing analogy from other concepts, particularly metaphor
(as conversational implicature, as in the song title, ‘You’re the cream in my
coffee’ to use Grice’s example in ‘Logic and conversation,’ which belongs to
the same general family, that would be a welcome aspect of the account. It is
Grice’s idea that, in metaphorical -- rather than literal -- description, a
universal is ‘signified’ (you’re my pride and joy), which though distinct from
that which underlies the literal signification of the epithet (the cream in the
coffee) is nevertheless recognisably similar to the literal signification.
Grice comes then to the concept of analogy itself. Grice starts by considering
this or that item, I1, I2, … In, any one of which may be called an S. Grice
initially supposes that being an S consists in belonging to a substantial type
or kind, or category S, though that supposition may be relaxed. Grice’s move is
to assume that being an S, consists in being subject to a system of laws which
jointly express the nature, metier, or essentia, of the type or kind Si.
Further, these laws, which furnish the core theory of S,, are to be formulated
in terms of a finite set of Si-core properties -- let us say P1 to Pn. Each law
involves an ordered extract from the core set. Their totality governs any fully
authentic Sy. This totality may well not include every law which applies to S,:
but it does include every law which is deemed to be relevant to the identity or
identification of Sy, every law which determines whether or not a particular
item I1, I2, … In, is to count as an 5. Grice next considers not merely things
each of which is an S, but also things each of which is an Sz. It remains an
open question whether or not the type S is to be deemed identical with the type
S1. Grice assumes that, as in the case of S, membership of S, is determined by
conformity to a system of laws relating to those properties which are central
to S2. Grice symbolises these properties by the set of devices Or ... Q.. We
now have various possibilities to consider. The first is that every law which
is central to the determination of Sz is a mirror image of a law which is
central to S,; and that the converse of this supposition also obtains. To this
end, we assume that the properties which are central to being an S, are the
properties of the devices O, through Os; and that if a law involving a certain
ordered extract from the set P through P, belongs to the central theory of S to
a law involving an exactly corresponding ordered extract from the set O,
through O, will belong to the central theory of S; and that the same holds in reverse.
In that case, we are in the position to say that there is a perfect analogy
between the central theories of S, and Sz; in which case, it may also be
tempting to say that the types S, and S, are essentially identical. We should
recognize that if we yield to this temptation we are not thereby forced to say
that Sy and S, are indistinguishable, they might, for example, be differently
related to perception, only one of them, perhaps, being accessible to sight. We
shall only be forced to allow that essentially, or theoretically, the types are
not distinct. The possibility just considered is that of a total perfect
analogy between the central theories of S, and Sa. There is also, however, the
possibility of a merely partial pertect analogy between S, and Sz. That is to
say part of the central theory of one type, say S, may mirror the whole of the
central theory of Sz, or again may mirror some part of a central theory of
Sz. In such a circumstance, one might be led to say, in one case, that the type
S, is a special case of the type S,; or, in another case, that the types S, and
S, both fall under a common super-type, determined by the limited area of
perfect analogy between the central theories of S, and Sz. Another possibility
will be that no perfect analogy, either total or partial, will hold between the
two central theories. The best that can be found are imperfect analogies which
will consist in laws central to one type approximating, to a certain degree,
with the status of being analogues of laws central to the other. At this stage,
Grice proposes a relaxation in the characterization of the signification of
such symbols as 'S!', 'Sz etc., which till now I have been regarding as
‘signifying’ or denoting substantial types or kinds, reference to which is made
in more or less regimented discourse of a theoretical or ‘alethic’ sort. But
Grice allows for such symbols as being allowed to relate to what he hopes might
be legitimately regarded as an informal precursor of the afore-mentioned
substantial types, as expressing this or that concept of one or other
classificatory sort, concepts which will be deployed in an unregimented
description or explanations as pre-theoretical. Examples of such unregimented
classificatory concepts might be concepts such as that of an investor, a
doctor, a vehicle, a confidante, and so on. Grice would hope that in many ways
their general character or metier might run parallel to that of their more
regimented counterpart. In particular, Grice hopes and expects that the nature
of such concepts would be bound up with conformity to a certain set of central
generalities, like platitudes, truisms, etc. To be an investor or a vehicle
will be to perform a metier, that is, to do a sufficient number of the kinds of
things which are typically even stereotypically done by an investor or a
vehicle. Grice expects, however, that the variety of possible forms of
generalisation might considerably exceed the meagre armament which a
theoretical enquirer normally permit themselves to employ. Grice also hopes and
expects that the generalities which would be expressive of the nature of a
particular classificatory concept would be formulable in terms of a limited
body of features which would be central to the concept in question. This
material might be sufficient to provide for the presence, from time to time, of
analogy, at least of imperfect analogy, between such generalities which aro
expressive of distinct classificatory concepts. When they occur, such analogies
might be sufficient to provide for some unity or uni-vocality of
‘signification’ in the employment of a single epithet to ‘signify’ even
different classificatory concepts; and this unity or aequi-vocality of
‘signification’, in turn, might be sufficient to justify the idea that, in such
a case, the expression in question is used with a single ‘significatoin,’
lexical meaning, or Fregean sense. Grice concludes his ‘Aristotle on the
multiplicity of being’ with some suggestions about the interpretation of the
concept of analogy as a possible foundation for the unity of ‘signification’
with two supplementary comments. His first comment is that there seems to be a
good case for supposing that anyone who, like VIO did, accepts an account of an
analogy-based unity of signification should not feel free to combine it with a
rejection of the so-called analytic-synthetic distinction. After all, the
analogy-based unity account relies crucially on a connection between the
application of a particular concept and the application of a system of laws, or
some such generalities, which is expressive of that concept. This, in tum,
relies on the idea of a stock of further concepts, in terms of which these laws
and generalities are to be formulated, being central to the original concept.
But it seems plausible, if not mandatory, to suppose that such centrality
involves a non-contingent connection between the original concept and the
concepts which are said to be central to it, a connection which cannot he
admitted by one who denies the analytic/synthetic distinction, as Quine and his
fellow nominalists did. So either one does accept the analytic/synthetic
distinction, or one rejects at least this account of analogy-based unity of
‘signification.’ Grice makes no attempt here to decide between these
alternatives. Grice’s second comment is that material introduced in Grice’s
suggested elaboration of the notion of analogy, particularly the connection
between concepts and conformity to laws or some such generalities, may serve to
provide a needed explanation and justification of an initial idea that the
applicability of a single defining formula, couched in terms of the ideas of
genus, but also species, and differentia is a paradeigmatic condition, if not
an indispensable condition, for identity of ‘sigification,’ never mind unity. We
might, for a start, agree to treat a situation in which the applicability of an
epithet to an item I1 rests on a conformity to exactly the same laws or
generalities as does its application to item I2, as being a limiting case of
partially perfect analogy. But situations in which no such interpretation at
all is required may be treated as limiting cases of situations in which, though
re-interpretation is required, one such re-interpretation is available which
achieves such partial perfect analogy. As one might say, a law is perfectly
analogous with itself. Situations, then, in which an epithet or expression E
applies to a range of items I1, I2, … In, solely by virtue of the presence of a
single ‘universal,’ and so of a single set of laws, may be legitimately
regarded as a specially exemplary instance of a kind of unity which is required
for identity of ‘signification.’ Both a proper assessment of Aristotle's
contribution to metaphysics and the analysis of ‘meaning’ or ‘signification,’
and studies in the theory of meaning themselves might profit from a somewhat
less localised attention to questions about the relation between a ‘universal’
and ‘signification’ than is visible in Grice’s reflections. Grice has it in
mind to raise not the general question whether, despite what he calls the
school of latter-day nominalists, an analysis of ‘signification’ requires an
abstract entity such as a ‘universal,’ to which Grice assumes an affirmative
answer), but rather the question in what way the concept of a ‘universal’ is to
be supposed to be relevant to the analysis of ‘signification.’ Consideration of
the practices of latter-day lexicographers, so far from supporting a charge
that, at least on Grice’s interpretation of him, Aristotle proposes an
illegitimate divorce between the concept of a ‘universal’ and the concept of
‘signification’ suggests that it would be proper to go a deal further than did
Aristotle himself in championing such a divorce. There will be many different
forms of connection between the varieties of the concept of a ‘universal’ which
may be ‘signified’ by a non-equivocable expression beyond that countenanced by
the tradition of the theory of definition alla Robinson, and even perhaps
beyond the extensions to that theory envisaged by Aristotle himself. These
forms will include some form of connection like that involved in metonymy or
synecdoche, recognised by later grammatical theorists, and no doubt others as
well. It would, Grice suggests, be a profitable undertaking to study carefully
the contents of a good modern dictionary, with a view to constructing an
inventory of these various modes of connection. Such an investigation would,
Grice suspects, reveal both that, in a given case, the invocation of one mode
of connection may be subordinate and posterior to the invocation of another,
and also that there is no prescribed order or limitation of order which such
invocations must observe. Grice suspects, also, that it might emerge that the
question whether variations in ‘signification’ are thought of as synchronic or
diachronic has no bearing on the nature of these uniting connections. The same
form of connection may be available in both cases, and either case may in turn
well be found to correspond with the range of such different figures of speech
which conversational practice may typically employ for the effect of
implicature. Should this conjecture turn out to be correct, the underlying
explanation of its truth might, Grice would guess, run along the following
lines. Rational communication, in pursuit of its co-operative purpose,
encounters a boundless, indeed unpredictable, multitude – indeed multiplicity
-- of distinct situations. Perhaps unlike a computer we shall not have, ready
made, any vast array of forms of description and explanation from which to select
what is suitable for a particular conversational occasion. We shall have to
rely on our rational capacities, particularly those for imaginative
construction and combination, to provide for our needs as they arise. It would
not then be surprising that the operations will reflect, in this or that way,
the character of the capacities on which we rely. Grice confesses to only
the haziest of conception bow such an idea might be worked out in detail. Which
is a long way from the aequi-vocality of ‘being’! Enter Aequi-vocality. In his
fourth Kant lecture Grice confesses to have been so far in the early stages of
an attempt to estimate the prospects of what he names as an AEQUI-vocality
thesis,” – that is, a thesis, or set of theses, which claims that an expression
is UNI-vocal. In ‘Aristotle on the multiplicity of being’ the univocity is
veiled under the guise of unification, but the spirit lives on! References Abbagnano La critica kantiana
consiste nel dire che l’intera psicologia razionale si fonda su di un «
paralogisma » cioè su un errore formale di ragionamento o su un equivoco [H. P.
Grice: aequivocality]: nel senso che assume come oggetto di conoscenza, a cui
sia applicabile la scienza e, spesso, ridotta alla stessa coscienza.
Quest’inversione del rapporto tra A. e coscienza per cui la coscienza, da via
d’accesso alla realtà-A., si trasforma in questa stessa realtà, è egualmente
evidente nelle due grandi correnti della filosofia ottocentesca, l’Idealismo e
il Positivismo. Hegel, per es., considera l’A. come il primo grado dello
sviluppo dello Spirito, che è la coscienza nel suo grado più alto, cioè
Auto-coscienza; e la configura come « Spirito soggettivo », cioè come lo
spirito nell’aspetto della sua individualità. Ed ecco come egli descrive il
processo dello Spirito soggettivo: « Nell'A. si desta la coscienza; la
coscienza si pone come ragione che si è immediatamente destata alla
consapevolezza di sè; e la ragione mediante la sua attività si libera col farsi
oggettività, coscienza del suo oggetto» (Enc., $ 387). Il primo di questi
momenti, cioè il destarsi della coscienza, è l’anima. Ad essa Hegel riconosce
le caratteristiche tradizionali (sostanzialità, immaterialità), ma in un senso
in cui queste caratteristiche possono essere riferite alla coscienza. « L’A.,
egli dice, non è immateriale soltanto per sè ma è l’immaterialità universale
della natura, la sua semplice vita ideale. Essa è la sostanza e quindi il
fondamento assoluto di ogni particolarizzamento e individualizzazione dello
spirito, di modo che lo spirito ha nell’A. ogni materia della sua
determinazione e l’A. resta l’idealità identica e prevalente di questa. Ma in
tale determinazione ancora astrapreparare e di fondare una « scienza » dei
fatti psichici che avesse lo stesso rigore delle scienze della natura. In
questa direzione già il termine « A. » appare improprio e viene spesso
sostituito dal termine spirito (v.); e in questo senso Mill, dice, per es., che
lo spirito (mind) è la «serie delle nostre sensazioni» con in più « un'infinita
possibilità di sentire» (Kant ritenne l’aggettivo «sommo» EQUIVOCO [H. P.
Grice: aequivocality] giacchè esso può significare sia supremo (supremum)
sia perfetto (conBENE SOMMO summatum). CHIACCHIERA (ted. Gerede). Secondo
Heidegger uno dei modi d’essere dell’uomo nella vita quotidiana ed anonima
(insieme con la curiosità [v.] e l’equivoco [v.]). La C. non è un termine
dispregiativo ma indica un fenomeno positivo che costituisce uno dei modi
(l’inautentico) di comprendere il mondo e di viverci dentro. La C. rompe il
rapporto del linguaggio coi fatti. Sicchè ciò che viene detto acquista un
carattere d’autorità e si implica che «la cosa stia appunto così come si dice »
(Ste questo farsi è la chiarificazione. Scheler ha mostrato l’equivoco di
questo presupposto che in realtà confonde la C. (che è simpatia e
partecipazione emotiva) con il contagio emotivo. Al contrario, nota Scheler,
«la C. è assente tutte le volte che c’è contagio della sofferenza, giacchè
allora la sofferenza non è più quella di un altro ma la mia, ed io credo di
potermici sottrarre evitando il quadro o l’aspetto della sofferenza in
generale» (Sympathie, cap. II, $ 3). Per l’appunto quest’avvertenza
fondamentale si è tenuta presente nel caratterizzare la C. al principio di
questo articolo. UNIVOCO ED EQUIVOCO [H. P. Grice: aequivocality] (gr.
suvevupoc, sudvupog; lat. Univocus, Aequivocus; ingl. Univocal, Equivocal;
franc. Univoque, Équivoque; ted. Eindeutig, Aequivok). Questi due termini hanno
avuto definizioni diverse a seconda che sono stati riferiti all'oggetto o al
concetto (o nome). 1. Aristotele li riferì all'oggetto e intese per univoci (o
sinonimi) gli oggetti che hanno in comune sia il nome sia la definizione del
nome: così, ad es., sia l’uomo che il bue si dicono animali. Chiamò invece
equivoci [H. P. Grice: aequivocality] (od omonimi) gli oggetti che hanno in
comune il nome mentre le definizioni richiamate dal nome sono diverse: in
questo senso si chiama animale sia l’uomo sia un disegno (Cat., I, 1a 1-11).
Queste definizioni ricorrono frequentemente nella scolastica (per es., Pietro
Ispano, Summ. Log., 3.01) e si mantengono anche in logici più recenti (ad es.,
Jungius, Logica Hamburgensis, 1, 2, 4-9). 2. La logica terministica ritenne
«improprio» il riferimento dei due termini agli oggetti e ritenne che essi si
dovessero riferire propriamente soltanto ai segni e cioè ai concetti o nomi. Da
questo punto di vista, le definizioni di Ockham sono le seguenti. «U. è o la
voce o il segno convenzionale che corrisponde a un solo concetto o, più
strettamente, è ciò che si può predicare di per sè di più cose o è il pronome
dimostrativo di una cosa. Equivoco [H. P. Grice: aequivocality] dall’altro lato
è il nome che, significando più cose, 900 non è subordinato a un unico concetto
ma è unico segno di più concetti o intenzioni dell’anima. L’U. può derivare o
dal caso, come accade quando il nome Socrate viene imposto a più uomini, o da
una deliberazione quando si impone un certo nome a certe cose e lo si subordina
a un solo concetto e poi per la similitudine di questo concetto con altri si
estende ad altri il nome stesso» (Summa Log., I, 13). Le definizioni
terministiche dei due termini sono quelle che si danno anche oggi dei termini
stessi. Le discussioni medievali sulla natura dell’univocità avevano nel Medio
Evo un’immediata risonanza teologica, per la disputa tra i sostenitori
dell’univocità e quelli dell’analogicità dell’essere (v. ANALOGIA). Filosofo piemontese.
Filosofo italiano. Galliate, Novara, Piemonte. Essential Italian philosopher. Some Italians do not consider Varzi an “Italian”
philosopher in that his maximal degree was earned elsewhere! If philosophy is a
branch of the belles lettres, part of Varzi’s essays belong in English
literature. He has written on ‘universal semantics.’ All'Trento. Grice: “Varzi
rather freely uses ‘universal’ as in ‘universal semantics’ – while my own
pragmatic rules have been challenged universal status, by, of all people,
Elinor Ochs!” Grice: “Some Italians consider Varzi a specimen of ‘brain drain’
in more than one way: his maximal degree was obtained without Italy, not within
Italy, and not in Italian – plus the fact that he is at Colombo’s Columbia!” Esponente della filosofia analitica, è noto
principalmente per le sue ricerche di logica e per il suo contributo alla
rinascita degli studi in ambito di metafisica e ontologia. Laureatosi a
Trento con una tesi, “La logica libera” stato insignito della Targa Piazzi per
la ricerca scientifica e del Premio Bozzi per l'Ontologia. Dopo un periodo
dedicato soprattutto allo studio dell'immagine del mondo propria del senso
comune, si è indirizzato progressivamente verso posizioni di stampo nominalista
e convenzionalista, nella convinzione che buona parte della struttura che siamo
soliti attribuire alla realtà esterna risieda a ben vedere nella nostra testa,
nelle nostre pratiche organizzatrici, nel complesso sistema di concetti e
categorie che sottendono alla nostra rappresentazione dell'esperienza e al
nostro bisogno di rappresentarla in quel modo. Noto anche per la sua attività
divulgativa, spesso in collaborazione con Casati, ispirata al principio secondo
cui la filosofia è una sfida in cui il pensiero parte dalla semplicità delle
cose quotidiane e ne mostra la meravigliosa complessità. Saggi: “Semplicemente
diaboliche” (Laterza); “L’amicizia” (Orthotes); “I colori del bene, Orthotes,. L'incertezza
elettorale (Aracne). Le tribolazioni del filosofare. Comedia Metaphysica ne la
quale si tratta de li errori et de le pene de l’Infero (Laterza); Il mondo
messo a fuoco, Laterza, Il pianeta dove scomparivano le cose. Esercizi di
immaginazione filosofica, Einaudi, Ontologia, Laterza, Semplicità
insormontabili storie filosofiche, Laterza, Parole, oggetti, eventi e altri
argomenti di metafisica, Carocci. “Logica” McGraw-Hill Italia, Buchi e altre superficialità, Garzanti. Studi:
Casetta e Giardino, Mettere a fuoco il mondo. Conversazioni sulla
filosofia di V., Isonomia Epistemologica,
Calemi, V.. Logica, semantica, metafisica (Albo Versorio, Milano); Il mondo
messo a fuoco, Laterza. Dal risvolto di copertina di Semplicità insormontabili,
Laterza. Da questo libro è stato tratto lo spettacolo teatrale Insurmountable
Simplicities, per la regia di Glick, presentato dall'All Gone Theatre Company
all'edizione del New York International
Fringe Festival. Biografia "negativa" di V., su columbia. Intervista
ad V. di Caffo, Rivista italiana di filosofia analitica. Achille Varzi. Varzi. Keywords:
‘universal’, Grice on universal in ‘Aristotle on the multiplicity of being’. –
section: universals in Meaning. Refs.: Luigi Speranza, "Grice e Varzi:
semantica filosofica," per il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool
Library, Villa Grice, Liguria, Italia.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Vasa: all’isola -- la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale della RAGIONE E LA LIBERTÀ – filosofia sarda -- filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Aggius). Abstract. Grice: “At Oxford, we have ordinary language
philosophy; in Italy, you may well have ordinary Sardinian philosophy!” Keywords,
liberus, free fall. Flosofo sardo. Aggius, Sassari, Sardegna. Essential Italian
philosopher. Filosofo italiano. Società
Filosofica Italiana Congresso Nazionale L'Aquila. Filosofo – m. Firenze. --,
prof. di filosofia teoretica a Firenze. Sostenitore di un "prassismo
trascendentale" – H. P. Grice: “I like the neologism, prassimo – better
than pragmatic!” -- , criticato gl’orientamenti filosofici caratterizzati da
eccessi speculativi. Opere: Il problema della ragione; Ricerche sul
razionalismo della prassi; Logica, scienza e prassi. Nacque al paese della
Gallura di forte e suggestivo paesaggio e di forti vicende. Compiuti in
anticipo gli studi secondari, anda a studiare filosofia a Milano dove si laurea.
Insegna nel liceo ginnasio “Arnaldo” di Brescia. Dove interrompere
l’insegnamento a causa della sua partecipazione alla Resistenza con il gruppo
che fa capo a Parri. Alla fine della guerra riprese l’insegnamento a Milano nel
liceo classico Carducci nel liceo ginnasio Manzoni. Ottenne la libera docenza.
Assistente volontario e poi incaricato di filosofia, Milano. Vincitore di un
concorso a cattedre di filosofia teoretica, chiamato a Cagliari e Firenze. Rimase sempre fortemente
legato al paese natale. Il Comune di Aggius ne ha conservato la memoria. Negli anni di formazione, si trova a
partecipare al tentativo condotto da BONTADINI, di cui era allievo e amico, di
superare la contrapposizione tra la scolastica e l’idealismo, comprendendo e
assimilando quanto della metafisica hegeliana e cristiana era in questo
indirizzo. In questa operazione prende una sua via personale. Abbandona
l’interesse metafisico simpatizzando per l’attualismo di GENTILE (vedi) per
quanto esso restituiva all’uomo dignità e responsabilità, mettendone tuttavia
in luce l’impossibilità di una fondazione logica. Nacquero così le indagini
sulla logica di Hegel che portarono a rilevanti osservazioni critiche riguardo
all’idealismo. Con l’idea che i valori immanenti costituiscono l’orizzonte
trascendentale nella prassi razionale ed etica dell’uomo vienne a cadere per V.
l’opposizione di immanenza e trascendenza.
Nella comune partecipazione alla Resistenza si lega di amicizia con PRA
(vedi), filosofo di profonda esperienza religiosa e sociale e innovatore della
storiografia filosofica. Tramite PRA, V. entra in contatto con BANFI, che
rappresenta la scuola filosofica milanese. Nel confronto con il razionalismo
critico di BANFI, che mira a chiarire una struttura della ragione nel solco
della tradizione kantiana, V. pensa ad un razionalismo che anda oltre ogni
struttura presupposta della ragione verso un orizzonte di possibilità non
ancora prevedibili. Questo comporta l’idea della ricerca di una logica della
possibilità. Si pone così quella proposta filosofica detta “trascendentalismo
della prassi”, radicalmente critica e programmaticamente aperta, e che venne
difesa da PRA e Vn, sia nella «Rivista di storia della filosofia» fondata da PRA,
sia nei Congressi della “Società filosofica italiana” ri-nata dopo lo
scioglimento imposto dall’autorità del FASCISMO. Il “trascendentalismo della
prassi” è contrapposto al "teoricismo", inteso come il carattere di
tutta filosofia che presuppone un principio di datità del reale e del valore,
cioè di tutta filosofia metafisica. Il trascendentalismo della prassi non vuole
essere una teoria, ma un atteggiamento pratico possibile, effettivo, che
riconosce la temporalità della prassi e ne rivendica la libertà e la
responsabillità. La proposta del trascendentalismo della prassi, che è
immediatamente critica del pensiero di CROCE e GENTILE, ma che investiva tutti
gli indirizzi contemporanei, è il modo più radicale del domandarsi dopo la guerra,
sul métier della filosofia. La «Rivista di storia della filosofia» costituì il contatto
con il “neo-illuminismo”, che, animato da ABBAGNANO (vedi), avendo come centro
Torino, collega e confronta in convegni periodici i nuovi indirizzi
metodologici e anti-metafisici. Affermatisi gli indirizzi della fenomenologia
trascendentale, della filosofia analitica e dell’empirismo. Con il suo metodo,
caratterizzato dall’apertura e dalla tensione critica ad un continuo “andar
oltre”, V. da di essi interpretazioni originali in numerosi studi e seminari.
La sua ricerca, ora caratterizzata come razionalismo della prassi, continua a
mettere in discussione ogni naturalismo limitativo della libertà della persona.
Conferma così l’idea di una “via negativa alla filosofia” a cui siamo costretti
in mancanza di principi universali oggettivi o di autorità universali nella
prassi. Questa negazione confuta la tematizzazione ingenua del mondo, mette fra
parentesi la tradizione, toglie l’unicità di senso al nostro rapporto con la
realtà e, aprendo la ricerca alla prospettiva di generalizzazioni nuove,
risponde al bisogno della persona di costruirsi e perseguire finalità
proprie. Per influenza dell’amico GEYMONAT,
e in discussione con lui, V. vide concretamente nelle scienze in sviluppo
l’orizzonte effettivo delle possibilità razionali, pertanto si cimentò nella
comprensione di esse attraverso l’epistemologia e la logica. Esamina il moderno
formalismo logico-matematico di Russell; l’analisi del linguaggio (formale ed ordinario)
di ‘Vitters’; il convenzionalismo logico e linguistico che egli coglieva
nell’empirismo di Carnap e nella discussione di Quine sull’ontologia; lo stesso
svolgimento dell’epistemologia dagli inizi col circolo di Vienna ai successivi
sviluppi autocritici e “liberali”; le rivoluzioni concettuali delle scienze. Sono
tutti problemi che hanno all’origine e segnalano una crisi del fondamento. V. vuole
chiarirli leggendovi la sollecitazione a porre fra parentesi ad aggredire o a
variare all’infinito ogni “conoscenza, di spazi e tempi, di atomi, masse e
cause naturali. La sua ricerca mantene così l’etica dei fini umani. La logica è
anche logica della Speranza. La filosofia ritrova il senso originario di “amore
della saggezza”. Saggi: “Il problema della ragione” (Bocca, Milano); “Ricerche
sul razionalismo della prassi” (Sansoni, Firenze); “Logica, scienza e prassi”
(Nuova Italia, Firenze); “Logica, religione e filosofia” (Angeli, Milano); “Logica,
scienze della natura e mondo della vita” (Angeli, Milano); “Poeti di Aggius.
Michele Andrea Tortu, Pisanu (Antologia di Lepori con prefazione, traduzione e
note di V.), Nota introduttiva di Pirodda, Istituto Superiore Regionale
Etnografico, Nuoro. “Il Trascendentalismo della prassi, la filosofia della
Resistenza. Sandrini, Mimesis, Centro Internazionale Insubrico, Milano. In
memoria di V., filosofo della modernità, La Nuova Sardegna, Treccani: V. Ragione
e libertà. Saggio sul pensiero di V. V., Una discussione con Bontadini su
metafisica e filosofia, in Studi di filosofia in onore di Bontadini, Vita e
Pensiero, Milano I saggi di V. sono raccolti in “Logica, religione e filosofia:
Scritti filosofiici”. Memoria di Gentile, in Giornale critico della filosofia
italiana, Vedi Croce, Le cosiddette ‘riforme della filosofia’ e in particolare
di quella hegeliana, a proposito del saggio di V. su RUGGIERO (vedi) -- Quaderni
della Critica, poi in Indagini su Hegel, Laterza, Bari. Pra, La filosofia
italiana oggi, Rivista critica di storia della filosofia, Sul trascendentalismo
della prassi, in Il problema della filosofia oggi. Atti del Congresso nazionale
di Filosofia (Bologna, promosso dalla
SFI, Bocca, Roma-Milano, Vedi: saggi come l’Introduzione alla trad. Di Husserl,
L’idea della fenomenologia (Rosso), Il Saggiatore, Milano, Logica e religione di fronte al compito di una
possibile unificazione del sapere, in «Il Pensiero», L’ateismo religioso di
Wittgenstein, in «Archivio di Filosofia», (Esistenza, Mito, Ermeneutica), e le
lezioni raccolte nel volume Logica, scienze della natura e mondo della vita. V.,
Logica, scienze della natura e mondo della vita. La frase (di V.) compare nella presentazione
editoriale del volume Logica, scienza e prassi. Luporini, Casari, Pra,
Geymonat, Marinotti, Ricordo di V.. Corsi, seminari, Olschki, Firenze, Natale,
Storicità della filosofia e filosofia come storiografia. Un dibattito tra
filosofi italiani in Dentro la storiografia filosofica. Questioni di teoria e
didattica (Dedalo, Bar). Cambi, Razionalismo e prassi a Milano, Cisalpino-Goliardica,
Milano. Marinotti, Handjaras, “Ragione e
libertà: la filosofia di V., Prefazione di Pra (Angeli, Milano); Pra, Filosofi
del Novecento, Angeli, Milano, vi è raccolto il contributo già in, Ricordo di V.
(Olschki, Firenze); Monti, Religione e prassi in V., in «La Fortezza. Rivista
di studi», Liberalismo etico e prospettive razionalistiche in V., Etica e
scienza. Saggi di filosofia, Carocci, Roma. Sandrini e Al., V. uomo e filosofo
(Atti del convegno di Aggius. Comprende: relazioni di Sandrini, “L’eredità
vasiana”. Lecis, Viaggio verso una meta incerta. L’universo dei mondi possibili
di V.; F. Minazzi, La strada per Megara e l’irriducibilità della libertà umana.
Il problema della ragione nel trascendentalismo della prassi di V.; E. Palombi,
Sul senso dell’uomo nel pensiero di V.; alcuni brevi Scritti e testi
inediti, Minazzi e Sandrini, in «Il
Protagora», poi in volume con lo stesso titolo, Barbieri, Manduria. Marinotti,
Ragione e prassi in V. e in Geymonat. Memoria di una discussione filosofica e
di un’amicizia, in Geymonat un maestro del Novecento. Il filosofo, il
partigiano e il docente, Minazzi, Unicopli, Milano; Rambaldi, La formazione di V.,
in Pala filosofo laico, appassionato delle scienze. Studi e testimonianze, Maiorca,
Cuec, Cagliari, Rambaldi, Da Gentile a Hegel. Trascendentalismo e anti-fascismo
in V.. Con un’appendice di testi e documenti, in «Rivista di storia della filosofia».
Sardo Sardu Parlato in Italia Regioni Sardegna Parlanti Totale 1 000 000 (2010,
2016)[1][2] - 1 350 000 (2016)[3] Altre informazioni Tipo SVO[4][5][6]
Tassonomia Filogenesi Lingue indoeuropee Lingue italiche Lingue romanze Lingue
italo-occidentali Lingue romanze meridionali Sardo (Logudorese, Campidanese)
Statuto ufficiale Minoritaria riconosciuta in Italia (bandiera) Italia dalla
l.n. 482/1999[7] (in Sardegna (bandiera) Sardegna dalla l.r. n. 26/1997[8] e
l.r. n.22/2018[9]) Codici di classificazione ISO 639-1 sc ISO 639-2 srd ISO
639-3 srd (EN) Glottolog sard1257 (EN) Estratto in lingua Dichiarazione
universale dei diritti umani, art. 1 Totu sos èsseres umanos naschint lìberos e
eguales in dinnidade e in deretos. Issos tenent sa resone e sa cussèntzia e depent
operare s'unu cun s'àteru cun ispìritu de fraternidade.[10] Distribuzione
geografica della lingua sarda, coi suoi relativi dialetti in dettaglio, nonché
di quelle alloglotte in Sardegna Manuale Il sardo (nome nativo sardu /ˈsaɾdu/,
lìngua sarda /ˈliŋɡwa ˈzaɾda/ nelle varietà campidanesi o limba sarda /ˈlimba
ˈzaɾda/ nelle varietà logudoresi e in ortografia LSC[11]) è una lingua[12]
parlata in Sardegna e appartenente alle lingue romanze del ramo indoeuropeo.
Per differenziazione evidente sia ai parlanti nativi, sia ai non sardi, sia
agli studiosi, è considerata autonoma dagli altri sistemi dialettali di area
italica, gallica e iberica: viene pertanto classificata come idioma a sé stante
nel panorama neolatino.[13][14][15][16][17] Dal 1997 la legge regionale
riconosce alla lingua sarda pari dignità rispetto all'italiano.[8] Dal 1999,
con la legge nazionale sulle minoranze linguistiche,[7][18][19] la lingua
sarda, risultandovi inclusa assieme a undici altri gruppi, è de jure tutelata
con diversi progetti finora sostenuti, per quanto ancora non risulti integrata
in ambito scolastico per il suo apprendimento. Fra le dodici comunità di
minoranza, quella sarda è la più robusta in termini
assoluti[20][21][22][23][24][25] benché in continua diminuzione nel numero di
locutori[20][26] e lingua minoritaria in pericolo di estinzione. Situazione
attuale Per quanto la comunità di locutori possa definirsi come avente una
"elevata coscienza linguistica"[27], il sardo è attualmente
classificato dall'UNESCO nei suoi principali dialetti come una lingua in serio
pericolo di estinzione (definitely endangered), essendo gravemente minacciato
dal processo di deriva linguistica verso l'italiano, il cui tasso di
assimilazione, ingenerato dal diciannovesimo secolo in poi, presso la popolazione
sarda è ormai alquanto avanzato in via esclusiva e sottrattiva verso gli idiomi
storici dell'isola. Lo stato alquanto fragile e precario in cui ormai versa la
lingua, in forte regresso finanche nell'ambito familiare, è illustrato dal
rapporto Euromosaic, in cui, come riportato nel 2000 dal linguista Roberto
Bolognesi, il sardo «è al 43º posto nella graduatoria delle 50 lingue prese in
considerazione e delle quali sono stati analizzati (a) l’uso in famiglia, (b)
la riproduzione culturale, (c) l’uso nella comunità, (d) il prestigio, (e)
l’uso nelle istituzioni, (f) l’uso nell’istruzione».[28] I sociolinguisti hanno
classificato il panorama linguistico della Sardegna come diglossico a partire
dall'unità d'Italia nel 1861 fino agli anni cinquanta del Novecento, in accordo
con la politica linguistica del paese che designava l'italiano come la sola
lingua ufficiale da promuovere in ambiti quali l'amministrazione e istruzione,
relegando di conseguenza il sardo e altre minoranze linguistiche a domini non
ufficiali,[29] quando non a un piano di disvalore. A partire dalla seconda metà
del ventesimo secolo, sarebbe subentrato un predominio totale dell'italiano
finanche nei domini informali, ingenerando timori sull'estinzione della lingua
sarda,[30] riconosciuta da tempo sotto il profilo linguistico ma solo allo
scadere del secolo come minoranza linguistica della Repubblica italiana. Le
ricerche effettuate negli ultimi anni sembrano indicare un declino dello stigma
associato alla sardofonia, anche per una maggiore consapevolezza e grazie agli
sforzi dei progetti istituzionali finora approntati, i quali non hanno tuttavia
significativamente inciso sulle pratiche odierne dei parlanti nell'isola, ormai
improntate sull'italofonia regionale.[31] La popolazione sarda in età adulta
non sarebbe a oggi più capace di portare avanti una singola conversazione nella
lingua etnica,[32] essendo questa ormai impiegata in via esclusiva solo dallo
0,6% del totale,[33] e meno del 15%, all'interno di quella giovanile, ne
avrebbe ereditato competenze, peraltro del tutto residuali[34][35] nella forma
deteriore descritta da Bolognesi come «un gergo sgrammaticato».[36] Per le
generazioni più giovani e, ad oggi, in predominanza monolingui in italiano, il
sardo parrebbe essere diventato un ricordo e «poco più che la lingua dei loro
nonni»,[37] essendone del tutto stata recisa la trasmissione intergenerazionale
almeno dagli anni Sessanta. Essendo il futuro prossimo della lingua sarda
tutt'altro che sicuro[38], Martin Harris asseriva già nel 2003 che, qualora non
si fosse riusciti a invertire la tendenza, essa si sarebbe del tutto estinta,
lasciando meramente le sue tracce nell'idioma ora prevalente in Sardegna,
ovvero l'italiano (specificamente nella sua giovane variante regionale), sotto
forma di sostrato.[39] La lingua sarda non è stata de facto ancora introdotta
nella scuola, benché sia riconosciuta dal 1999 come minoranza linguistica della
Repubblica, in contemporanea con le altre undici. Da qualche tempo sono
tuttavia in atto progetti di recupero volti a riguadagnare al sardo un ruolo di
lingua alta e riparare a detta interruzione di trasmissione intergenerazionale,
nell'esigenza, sentita anche e soprattutto presso le classi anagrafiche più
giovani e i ceti culturalmente più avveduti, di riappropriarsi di un patrimonio
che passate politiche linguistiche non avrebbero tutelato.[40] Quadro generale
(inglese) «Sardinian is an insular language par excellence: it is at once the
most archaic and the most individual among the Romance group.» (italiano) «Il
sardo è una lingua insulare per eccellenza: è allo stesso tempo la più arcaica
e la più distinta nel gruppo delle lingue romanze.» (Rebecca
Posner, John N. Green (1982). Language and Philology in Romance. Mouton Publishers. L'Aja, Parigi,
New York. p. 171) Classificazione delle lingue neolatine (Koryakov Y.B.,
2001).[41] La lingua sarda è ascritta nel gruppo distinto del Romanzo Insulare
(Island Romance), assieme al còrso antico (quello moderno fa parte a pieno
titolo della compagine italoromanza, così come gli idiomi sardo-corsi).
Panorama linguistico dell'Europa sudoccidentale nei secoli fino a oggi. Il
sardo è classificato come lingua romanza, ovvero derivata dal latino volgare.
Celebre è il giudizio espresso dal Wagner nel 1950, per il quale il sardo
costituiva l'evidenza di un "parlare romanzo arcaico" non avente
stretta parentela con alcun dialetto italiano della terraferma, e solo per
questioni politiche, poi successivamente risolte col suo riconoscimento
definitivo e ufficiale a minoranza linguistica della Repubblica, "uno dei
tanti dialetti dell'Italia, come lo è anche il serbo-croato o
l'albanese".[42] Il sardo è considerato da molti studiosi come una delle
lingue più conservative derivanti dal latino, se non la più conservativa;[43][44][45][46]
a titolo di esempio, lo storico Manlio Brigaglia rileva che la frase in latino
pronunciata da un romano di stanza a Forum Traiani Pone mihi tres panes in
bertula ("Mettimi tre pani nella bisaccia") corrisponderebbe alla sua
traduzione in sardo corrente Ponemi tres panes in sa bèrtula.[47] La relativa
prossimità fonologica della lingua sarda al latino volgare (in particolare per
quanto riguarda le vocali accentate) era stata analizzata anche dal linguista
italo-americano Mario Andrew Pei nel suo studio comparativo del 1949[48] e
ancor prima notata, nel 1941, dal geografo francese Maurice Le Lannou nel corso
del suo periodo di ricerca in Sardegna.[49] Sebbene la base lessicale sia
quindi in massima misura di origine latina, il sardo conserva tuttavia diverse
testimonianze del sostrato linguistico degli antichi Sardi prima della
conquista romana: si evidenziano etimi protosardi[50] e, in misura minore,
anche fenicio-punici[51] in diversi vocaboli e soprattutto toponimi, che in
Sardegna si sarebbero preservati in percentuale maggiore rispetto al resto
dell'Europa latina.[52] Tali etimi riportano a un sostrato paleomediterraneo
che rivelerebbe relazioni strette con il basco.[53][54][55] In età medievale,
moderna e contemporanea la lingua sarda ha ricevuto influenze di superstrato
dal greco-bizantino, ligure, volgare toscano, catalano, castigliano e infine
italiano. Caratterizzato da una spiccata fisionomia che risalta dalle più
antiche fonti disponibili,[56] il sardo è ritenuto da vari autori come parte di
un gruppo autonomo nell'ambito delle lingue romanze.[16][17][40][57][58][59] La
lingua sarda è stata rapportata da Max Leopold Wagner e Benvenuto Aronne
Terracini all'ormai estinto latino d'Africa, con le cui varietà condivide
diversi parallelismi e un qual certo arcaismo linguistico, nonché un precoce
distacco dal comune ceppo latino;[60] il Wagner ascrive gli stretti rapporti
tra l'ormai estinta latinità africana e quella sarda, inter alia, anche alla
comune esperienza storico-istituzionale nell'Esarcato d'Africa.[61] A
confortare tale teoria si menzionano le testimonianze di alcuni autori, quali
l'umanista Paolo Pompilio[62] e il geografo Muhammad al-Idrisi, che visse a
Palermo nella corte del re Ruggero II.[63][64][65][66][67] La comunanza sarda e
africana del vocalismo,[40] nonché di diverse parole alquanto rare se non
assenti nel resto del panorama romanzo, come acina (uva), pala (spalla), o
anche spanus nel latino africano e il sardo spanu ("rossiccio"),
costituirebbe la prova, per J. N. Adams, del fatto che una discreta quantità di
vocabolario fosse un tempo condivisa tra Africa e Sardegna.[68] Sempre con
riguardo al lessico, Wagner osserva come la denominazione sarda per la Via
Lattea (sa (b)ía de sa báza o (b)ía de sa bálla, letteralmente "la via o
il cammino della paglia") si discosti dall'intero panorama romanzo e si
ritrovi piuttosto nelle lingue berbere.[69] Ciononostante, un'altra
classificazione proposta da Giovan Battista Pellegrini associa, comunque, il
sardo al ramo italoromanzo sulla base non tipologica, ma di valutazioni
sociolinguistiche contemporanee a suo dire espresse dalla popolazione sarda,
pur rilevandone le peculiarità nell'intero panorama latino
(Romània).[70][71][72][73] Prima di lui, Bernardino Biondelli, nei suoi Studi
linguistici del 1856, pur ammettendo per la "famiglia sarda"
un'autonomia linguistica «in guisa da poter essere considerata come una lingua
distinta dall'italiana, del pari che la spagnuola», la aveva comunque accorpata
ai vari "dialetti italici" della penisola, stanti gli stretti
rapporti della lingua con il progenitore latino e la dipendenza politica
dell'isola dall'Italia.[74] Discussa è l'assegnazione tipologica delle varietà
linguistiche sardo-corse, ovvero il gallurese e il sassarese: per taluni
andrebbero ricomprese nel sardoromanzo, per altri sarebbero del tutto separate
dal dominio linguistico sardo e invece incluse nell'italoromanzo.[75] Il Wagner
(1951[76]) annette il sardo alla Romània occidentale, mentre Matteo Bartoli
(1903[77]) e Pier Enea Guarnerio (1905[78]) lo ascrivono a una posizione
autonoma tra la Romània occidentale e quella orientale. Da altri autori ancora,
il sardo è classificato come l'unico esponente ancora in vita di una branca un
tempo comprensiva finanche della Corsica[79][80] e della summenzionata sponda
meridionale del Mediterraneo.[81][82] Thomas Krefeld descrive, in merito, la
Sardegna linguistica come «una Romània in nuce» contraddistinta dalla
«combinazione di tratti panromanzi, tratti macroregionali (iberoromanzi e
italoromanzi) e perfino tratti microregionali ed esclusivamente sardi», la cui
distribuzione spaziale varia in ragione della dialettica tra spinte innovatrici
e altre tendenti alla conservatività.[83] Secondo Brenda Man Qing Ong e
Francesco Perono Cacciafoco, la lingua sarda sarebbe un diasistema comprensivo
di varietà e sottovarietà che non hanno subìto l'unificazione linguistica o
nazionale, ma contengono comunque elementi linguistici, fonetici, grammaticali
e lessicali simili.[84] Varietà linguistiche di tipo sardo Lo stesso argomento
in dettaglio: Sardo logudorese e Sardo campidanese. «Due dialetti principali si
distinguono nella medesima lingua sarda; ciò sono il campidanese, e ’l dialetto
del capo di sopra.» (Francesco Cetti. Storia naturale della Sardegna, I
quadrupedi. G. Piattoli, 1774) I dialetti della lingua sarda propriamente detta
vengono convenzionalmente ricondotti a due ortografie standardizzate e
reciprocamente comprensibili, l'una riferita ai dialetti centro-settentrionali
(o "logudoresi") e l'altra a quelli centro-meridionali (o
"campidanesi").[85][86] Le caratteristiche che vengono solitamente
considerate dirimenti sono l'articolo determinativo plurale (is ambigenere in
campidanese, sos / sas in logudorese) e il trattamento delle vocali etimologiche
latine E e O, che rimangono tali nelle varietà centro-settentrionali e sono
mutate in I e U in quelle centro-meridionali; esistono però numerosi dialetti
detti di transizione, o Mesanía (es. arborense, barbaricino meridionale,
ogliastrino, ecc.), che presentano i caratteri tipici ora dell'una, ora
dell'altra varietà. Tale percezione dualistica dei dialetti sardi,
originariamente registrata in via esogena per la prima volta dal naturalista
Francesco Cetti (1774)[87][88] e riproposta in seguito da Matteo Madao (1782),
Vincenzo Raimondo Porru (1832), Giovanni Spano (1840) e Vittorio Angius
(1853),[89][90] piuttosto che segnalare la presenza di effettive isoglosse,
costituisce per Roberto Bolognesi la prova di un'adesione psicologica dei Sardi
alla suddivisione amministrativa dell'isola effettuata nel 1355 da Pietro IV
d'Aragona tra un Caput Logudori (cabu de susu, "capo di sopra") e un
Caput Calaris et Gallure (cabu de jossu, "capo di sotto") ed estesa
poi alla tradizione ortografica in una varietà logudorese e campidanese illustre.[91][92]
Il fatto che tali varietà illustri astraggano dai dialetti effettivamente
diffusi nel territorio,[93] che invece si collocano lungo uno spettro interno o
continuum di parlate reciprocamente intellegibili,[94][95][96] fa sì che
risulti difficile tracciare un confine reale tra le varietà interne di tipo
"logudorese" e di tipo "campidanese", problematica comune
nella distinzione dei dialetti delle lingue romanze. Dal punto di vista
propriamente scientifico, tale classificazione binaria non è condivisa da
alcuni autori,[91][97] coesistendo proposte alternative di classificazione
tripartita[98][99][100] e quadripartita.[101] I vari dialetti sardi, pur
accomunati da morfologia, lessico e sintassi fondamentalmente omogenei,
presentano rilevanti differenze di carattere fonetico e talvolta anche
lessicale, che non ne ostacolano comunque la mutua comprensibilità.[85][97]
Distribuzione geografica Viene tuttora parlata in quasi tutta l'isola di
Sardegna da un numero di locutori variabile tra 1 000 000 e 1 350 000 unità,
generalmente bilingue (sardo/italiano) in situazione di diglossia (la lingua
sarda è utilizzata prevalentemente nell'ambito familiare e locale mentre quella
italiana viene usata nelle occasioni pubbliche e per la quasi totalità della
scrittura). Più precisamente, da uno studio commissionato dalla Regione
Sardegna nel 2006[102] risulta che ci siano 1 495 000 persone circa che
capiscono la lingua sarda e 1 000 000 di persone circa in grado di parlarla. In
modo approssimativo i locutori attivi del campidanese sarebbero 670 000 circa
(il 68,9% dei residenti a fronte di 942 000 persone in grado di capirlo),
mentre i parlanti delle varietà logudoresi-nuoresi sarebbero 330 000 circa
(compresi i locutori residenti ad Alghero, nel Turritano e in Gallura) e 553
000 circa i sardi in grado di capirlo. Nel complesso solo meno del 3% dei
residenti delle zone sardofone non avrebbe alcuna competenza della lingua
sarda. Il sardo è la lingua tradizionale nella maggior parte delle comunità
sarde nelle quali complessivamente vive l'82% dei sardi (il 58% in comunità
tradizionalmente campidanesi, il 23% in quelle logudoresi). Aree non sardofone
In virtù delle emigrazioni dai centri sardofoni, principalmente logudoresi e
nuoresi, verso le zone costiere e le città del nord Sardegna il sardo è,
peraltro, parlato anche in aree non sardofone: Nella città di Alghero, dove la
lingua più diffusa, assieme all'italiano, è un dialetto del catalano (lingua
che, oltre all'algherese, comprende tra le altre anche le parlate della Catalogna,
del Rossiglione, delle Isole Baleari e di Valencia), il sardo è capito dal
49,8% degli abitanti e parlato dal 23,2%. Il mantenimento plurisecolare del
catalano in questa zona è dato da un particolare episodio storico: le rivolte
anticatalane da parte degli algheresi, con particolare riferimento a quella del
1353,[103] furono infruttuose poiché la città fu alfine ceduta nel 1354 a
Pietro IV il Cerimonioso. Questi, memore delle sollevazioni popolari, espulse
tutti gli abitanti originari della città, ripopolandola dapprima con soli
catalani di Tarragona, Valencia e delle Isole Baleari e, successivamente, con
indigeni sardi che avessero però dato prova di piena fedeltà alla Corona di
Aragona. A Isili il romaniska è invece in via d'estinzione, parlato solo da un
sempre più ristretto numero di individui. Tale idioma fu importato anch'esso in
Sardegna nel corso della dominazione iberico-spagnola, a seguito di un
massiccio afflusso di immigrati rom albanesi che, insediatisi nel suddetto
paese, diedero origine a una piccola colonia di ramai ambulanti. Nell'isola di
San Pietro e parte di quella di Sant'Antioco, dove persiste il tabarchino,
dialetto arcaizzante del ligure. Il tarbarchino fu importato dai discendenti di
quei liguri che, nel Cinquecento, si erano trasferiti nell'isolotto tunisino di
Tabarka e che, per via dell'esaurimento dei banchi corallini e del
deterioramento dei rapporti con le popolazioni arabe, ebbero da Carlo Emanuele
III di Savoia il permesso di colonizzare le due piccole e inabitate isole sarde
nel 1738: il nome del comune appena fondato, Carloforte, sarebbe stato scelto
dai coloni in onore del sovrano piemontese. La permanenza compatta in una sola
locazione, unita ai processi proiettivi di auto-identificazione dati dalla
percezione che i tabarchini avrebbero avuto di sé stessi in rapporto agli
indigeni sardi,[104] hanno comportato nella popolazione locale un alto tasso di
lealtà linguistica a tale dialetto ligure, ritenuto un fattore necessario per
l'integrazione sociale: difatti, la lingua sarda è compresa da solo il 15,6%
della popolazione e parlata da un ancor più esiguo 12,2%. Nel centro di Arborea
(Campidano di Oristano) il veneto, trapiantato negli anni trenta del Novecento
dagli immigrati veneti giunti a colonizzare il territorio ivi concesso dalle
politiche fasciste, è oggigiorno in regresso, soppiantato sia dal sardo sia
dall'italiano. Anche nella frazione algherese di Fertilia sono predominanti,
accanto all'italiano, dialetti di tale famiglia (anch'essi in netto regresso)
introdotti nell'immediato dopoguerra da gruppi di profughi istriani su un
preesistente sostrato ferrarese. Un discorso a parte va fatto per i due idiomi
parlati nell'estremo nord dell'isola, linguisticamente gravitanti sulla Corsica
e quindi la Toscana: l'uno a nord-est, sviluppatosi da una varietà del toscano
(il còrso meridionale) e l'altro a nord-ovest, influenzato dal toscano/corso e
genovese.[105] Francesco Cetti, che per primo, come si è detto, operò la
classificazione bipartita del sardo, aveva reputato l'idioma sardo-corso «che
si parla in Sassari, Castelsardo e Tempio» come «straniero» e «non nazionale»
(ovvero, "non sardo") al pari del dialetto catalano di Alghero,
giacché sarebbe a suo dire «un dialetto italiano, assai più toscano, che non la
maggior parte de’ medesimi dialetti d'Italia».[106] La maggior parte degli
studiosi li considera infatti come parlate geograficamente sarde ma
tipologicamente facenti parte, assieme al corso, del sistema linguistico
italiano per sintassi, grammatica e in buona parte anche lessico.[107] Secoli
di contiguità hanno fatto sì che tra gli idiomi sardo-corsi, afferenti all'area
italiana, e la lingua sarda vi fossero reciproche influenze sia
fonetico-sintattiche sia lessicali,[108] senza però comportarne l'annullamento
delle differenze fondamentali tra i due sistemi linguistici. Nello specifico, i
cosiddetti idiomi sardo-corsi sono: il gallurese, parlato nella parte
nord-orientale dell'isola, è di fatto una varietà del còrso meridionale.
L'idioma sorse verosimilmente a seguito dei notevoli flussi migratori che,
procedenti dalla Corsica, investirono la Gallura dalla seconda metà circa del
XIV.[109] secolo o, secondo altri, invece, a partire dal XVI secolo[110] La
causa di tali flussi andrebbe ricercata nello spopolamento della regione dovuto
a pestilenze, incursioni e incendi. il turritano o sassarese, parlato a
Sassari, Porto Torres, Sorso, Castelsardo e nei loro dintorni, ebbe invece
origine più antica (XII-XIII secolo). Esso conserva grammatica e struttura di
base corso-toscana a riprova della sua origine comunale e mercantile, ma
presenta profonde influenze del sardo logudorese in lessico e fonetica, oltre a
quelle minori del ligure, del catalano e dello spagnolo. Nelle zone di
diffusione del gallurese e del sassarese, la lingua sarda è capita dalla
massima parte della popolazione (il 73,6% in Gallura e il 67,8% nel Turritano),
anche se è parlata da una minoranza di locutori: il 15,1% in Gallura (senza la
città di Olbia, dove la sardofonia ha un notevole rilievo, ma comprese le
piccole enclavi linguistiche come Luras) e il 40,5% nel Turritano, grazie alle
numerose isole linguistiche in cui i due idiomi convivono. Competenza del sardo
all'interno delle diverse aree linguistiche La presente tavola sinottica è
contenuta nel già citato rapporto di Anna Oppo (curatrice), Le Lingue dei
Sardi. Una Ricerca Sociolinguistica, commissionato dalla Regione Autonoma di
Sardegna alle Università di Cagliari e di Sassari.[111] Attiva Passiva Nessuna
Totale Interv. Area logudoresofona 76,0% 21,9% 2,1% 100% 425 Area
campidanesofona 68,9% 27,7% 3,4% 100% 919 Città di Alghero 23,2% 26,2% 50,6%
100% 168 Area sassaresofona 27,3% 40,5% 32,2% 100% 575 Città di Olbia 44,6%
38,9% 16,6% 100% 193 Area galluresofona 15,1% 58,5% 26,4% 100% 53 Carloforte e
Calasetta 12,2% 35,6% 52,2% 100% 90 Storia Preistoria e storia antica Lo stesso
argomento in dettaglio: Lingua protosarda. Le origini e la classificazione
della lingua protosarda o paleosarda non sono al momento note con certezza.
Alcuni studiosi, tra cui il linguista svizzero esperto degli elementi di
sostrato Johannes Hubschmid, hanno creduto di potere riconoscere diverse
stratificazioni linguistiche nella Sardegna preistorica.[51] Queste
stratificazioni, cronologicamente collocabili in un periodo molto ampio che va
dall'età della pietra a quella dei metalli, mostrerebbero, a seconda delle
ricostruzioni proposte dai diversi autori, similitudini con le lingue
paleoispaniche (proto-basco, iberico), lingue tirseniche e l'antico
ligure.[112][113] Anche se la dominazione di Roma, iniziata nel 238 a.C.,
importò fin da subito nell'amministrazione locale la lingua latina attraverso
il ruolo dei negotiatores di etnia strettamente italica, la romanizzazione
dell'isola non procedette in maniera affatto spedita:[114] si stima che i
contatti linguistici con la metropoli continentale fossero probabilmente già
cessati a partire dal I secolo a.C.,[115] e le lingue sarde, fra cui il punico,
permasero nell'uso ancora per diverso tempo. Si reputa che il punico continuò a
essere usato fino al IV secolo d.C.,[116] mentre il nuragico resistette fino al
VII secolo d.C. presso le popolazioni dell'interno che, guidate dal capo
tribale Ospitone, adottarono anch'esse il latino con la loro conversione al
cristianesimo.[117][Nota 1] La prossimità culturale della popolazione locale
rispetto a quella cartaginese risaltava nel giudizio degli autori romani,[118]
in particolare presso Cicerone le cui invettive, nello schernire i sardi
ribelli al potere romano, vertevano nel denunciarne la inaffidabilità per via
della loro supposta origine africana[Nota 2] avendone in odio i portamenti, la
loro disposizione verso Cartagine piuttosto che Roma, nonché una lingua
incomprensibile.[119] Diverse radici paleosarde rimasero invariate e in molti
casi furono incamerate nel latino locale (come Nur, che presumibilmente compare
anche in Norace, e che si ritrova in diversi toponimi quali Nurri, Nurra e
molti altri); la regione dell'isola che avrebbe derivato il suo nome dal latino
Barbaria (in italiano "paese dei Barbari",[120] lemma comune
all'ormai desueto "Barberia") si oppose all'assimilazione romana per
un lungo periodo: vedasi, a titolo di esempio, il caso di Olzai, in cui circa
il 50% dei toponimi è derivabile dal sostrato linguistico protosardo.[51] Oltre
ai nomi di luogo, sull'isola sono presenti diversi nomi di piante, animali e
terminologia geomorfica direttamente riconducibili agli antichi idiomi
indigeni.[121] Anche nel suo fondo latino il sardo presenta diverse
peculiarità, dovute all'adozione di vocaboli sconosciuti e/o da tempo caduti in
disuso nel resto della Romània linguistica.[122][123] Durata del dominio romano
e nascita delle lingue romanze.[124] Per quanto lentamente, il latino sarebbe
alla fine comunque diventato la lingua madre della maggior parte degli abitanti
dell'isola.[125] Come risultato di questo profondo processo di romanizzazione,
l'odierna lingua sarda è oggi classificata come lingua romanza o
neolatina,[121] presentante caratteristiche fonetiche e morfologiche simili al
latino classico. Alcuni linguisti sostengono che la lingua sarda moderna sia
stata la prima lingua a dividersi dalle altre lingue che si stavano evolvendo
dal latino.[126] Dopo la caduta dell'Impero romano d'Occidente e una parentesi
vandalica di 80 anni, la Sardegna fu riconquistata da Bisanzio e inclusa
nell'Esarcato d'Africa.[127] Il Casula è convinto che la dominazione vandalica
procurò una «netta frattura con la tradizione redazionale romano-latina o,
quantomeno, una sensibile strozzatura» così che il successivo governo bizantino
poté impiantare «i propri istituti operativi» in un «territorio conteso tra la
"grecìa" e la "romània"».[128] Luigi Pinelli ritiene che la
presenza vandala avesse «estraniato la Sardegna dall'Europa legando il suo destino
al dominio africano» in un legame volto a rafforzarsi ulteriormente «sotto la
dominazione bizantina non solo per aver l'impero romaico compreso l'isola
all'Esarcato africano, ma per averne, sia pure indirettamente, sviluppata la
comunità etnica facendo ad essa acquistare molte delle caratteristiche
africane» che avrebbero permesso a etnologi e storici di elaborare la teoria
dell'origine africana dei paleosardi,[129] ormai deprecata. Nonostante un
periodo di quasi cinque secoli, la lingua greca dei bizantini non diede in prestito
al sardo che alcune espressioni rituali e formali; significativo, d'altro
canto, l'utilizzo dell'alfabeto greco per redigere testi in primo volgare
sardo, ovvero una lingua neolatina.[130][131] Periodo giudicale Estratto del
Privilegio Logudorese (1080)[132] (sardo) «In nomine Domini amen. Ego iudice
Mariano de Lacon fazo ista carta ad onore de omnes homines de Pisas pro xu
toloneu ci mi pecterunt: e ego donolislu pro ca lis so ego amicu caru e itsos a
mimi; ci nullu imperatore ci lu aet potestare istu locu de non (n)apat comiatu
de leuarelis toloneu in placitu: de non occidere pisanu ingratis: e ccausa
ipsoro ci lis aem leuare ingratis, de facerlis iustitia inperatore ci nce aet
exere intu locu […]» (italiano) «In nome di Dio, amen. Io giudice Mariano de
Lacon faccio questa carta a onore di tutti gli uomini di Pisa, per il dazio che
mi chiesero; e io la dono loro perché sono a loro amico caro ed essi a me; che
nessun imperatore che abbia a potestare in questo luogo non possa togliere loro
questo dazio concesso con placito: di non uccidere arbitrariamente un pisano: e
per i beni che venissero arbitrariamente tolti, gli faccia giustizia
l'imperatore che ci sarà nel luogo […]» (Privilegio Logudorese 1080) Quando gli
omayyadi si impadronirono del Nordafrica, ai bizantini non rimasero dei
precedenti territori che le Baleari e la Sardegna; Luigi Pinelli ritiene che
tale evento abbia costituito uno spartiacque fondamentale nel percorso storico
della Sardegna, determinando la definitiva recisione di quei legami culturali
in precedenza assai stretti tra quest'ultima e la sponda meridionale del
Mediterraneo: «le comunanze con le terre d'Africa si dileguarono, come nebbia
al sole, per effetto della conquista islamita giacché questa, a causa
dell'accanita resistenza dei sardi, non riuscì, come avvenuto in Africa, ad
estendersi nell'isola».[129] Nonostante le numerose spedizioni intraprese verso
la Sardegna, infatti, gli arabi non sarebbero mai riusciti a conquistarla e a
stabilirvisi, a differenza della Sicilia.[133] Michele Amari, citato dal
Pinelli, scrive che «i tentativi dei musulmani di Africa di conquistare la
Sardegna e la Corsica furono frustrati per il valore inconcusso degli abitatori
di quelle isole poveri e valorosi che si salvarono per due secoli dal giogo degli
arabi».[134] Essendo Costantinopoli impegnata nella riconquista della Sicilia e
del Meridione italiano, caduti anch'essi nelle mani degli arabi, questa
distolse la propria attenzione dall'isola che, quindi, procedette a dotarsi di
competenze via via maggiori fino all'indipendenza.[135] Pinelli reputa che «la
conquista araba separò la Sardegna da quel continente senza che, però, si
verificasse una riunione all'Europa» e che detto evento «determina una svolta
capitale per la Sardegna dando vita al governo nazionale di fatto
indipendente»,[129] retto da una figura chiamata "giudice" (judike o
juighe in sardo), intesa come autentico sovrano a capo di una statualità (Logu)
sovrana, perfetta, non patrimoniale ma superindividuale (iudex sive rex, da cui
il sardo judicadu e la resa italiana in "giudicato"), piuttosto che
nel suo significato in italiano di comune "magistrato".[136] Il
Casula ritiene che, da un esame degli elementi diplomatistici e paleografici,
l'isola emerga dal «black-out documentario» anteriore al Mille con
un'assunzione di sovranità avvenuta, intorno al secolo IX, come «conseguenza
marginale dell'occupazione della Sicilia da parte degli Arabi e dalla
disgregazione dell'Impero carolingio»;[137] una lettera di Brancaleone Doria,
marito di Eleonora d'Arborea, recita che nell'ultimo decennio del secolo XIV il
giudicato arborense avrebbe avuto già "cinquecento anni di vita" e
fosse, perciò, nato verso la fine dell'800.[138] Il volgare sardo, sviluppando
nel tempo le due varianti ortografiche logudoresi e campidanesi, costituì
durante il periodo medioevale la lingua ufficiale e nazionale dei quattro
Giudicati isolani, anticipando in emancipazione le altre lingue
neolatine[139][140][141][142] tra cui il volgare toscano, come riportava in
guisa di esempio da seguire per gli italiani "sulla scorta dei vicini
Sardi" lo storico e diplomatista Ludovico Antonio Muratori.[Nota 3]
L'eccezionalità della situazione sarda, che costituisce in tal senso un caso
unico nell'intero panorama romanzo, consiste nel fatto che tali testi ufficiali
furono redatti fin dall'inizio in lingua sarda per comunicazioni interne ed
escludessero del tutto il latino, a differenza di quanto accadeva nel periodo
coevo nelle regioni geografico-culturali di Francia, Italia e Iberia; il latino
in Sardegna era infatti impiegato solo nei documenti concernenti rapporti
esterni con il continente europeo.[143] La coscienza linguistica sulla dignità
del sardo era tale da giungere, nelle parole di Livio Petrucci, a un suo
impiego «in epoca per la quale nulla di simile è verificabile nella penisola»
non solo «in campo giuridico» ma anche «in qualunque altro settore della
scrittura».[144] Il Casula riporta in merito che i «documenti "per
l'interno", cioè destinati ai Sardi» fossero già in volgare sardo, laddove
quelli «per l'esterno» fossero in «latino "quasi merovingico"».[145]
La lingua sarda presentava allora un numero ancor maggiore di arcaismi e
latinismi rispetto a quella attuale, l'utilizzo di caratteri oggi entrati in disuso
nonché in diversi documenti una grafia della lingua scritta che risentiva degli
influssi continentali degli scrivani, spesso toscani, genovesi o catalani.
Scarsa la presenza di lemmi germanici, giunti perlopiù attraverso lo stesso
latino, e degli arabismi, importati a loro volta dall'influsso iberico.[146]
Dante Alighieri nel suo De vulgari eloquentia (1303-1305) ne riferisce ed
espelle criticamente i sardi, a rigore "non italiani (Latii) per quanto a
questi accomunabili",[147][148] in quanto agli occhi di Dante parlerebbero
non una lingua neolatina, bensì in latino schietto imitandone la gramatica
«come le scimmie imitano gli uomini: dicono infatti domus nova e dominus
meus».[147][148][149] Tale asserzione è in realtà prova di quanto il sardo,
ormai evolutosi autonomamente dal latino, fosse divenuto già in quell'epoca,
nelle parole del Wagner, un'autentica e impenetrabile "sfinge"[146],
ovvero una lingua pressoché incomprensibile a tutti fuorché gli isolani. Famosi
sono due versi del XII secolo attribuiti al trovatore provenzale Rambaldo di
Vaqueiras, che nel suo poema Domna, tant vos ai preiada equipara il sardo per
intelligibilità a due lingue del tutto escluse dallo spazio romanzo, quali il
tedesco (un idioma germanico) e il berbero (un idioma afroasiatico): «No
t'entend plui d'un Todesco / Sardesco o Barbarì» (lett. "Non ti capisco
più di un tedesco / o sardo o berbero")[150][151][152][153][154][155] e
quelli del fiorentino Fazio degli Uberti (XIV secolo) il quale nel Dittamondo
scrive dei sardi: «una gente che niuno non la intende / né essi sanno quel
ch'altri pispiglia » (lett. "una gente che nessuno capisce / né essi
capiscono quel che gli altri bisbigliano").[149][156] Il condaghe di San
Pietro di Silki (1065-1180), scritto in sardo Il primo documento scritto in cui
compaiono elementi della lingua sarda risale al 1065 e si tratta dell'atto di
donazione da parte di Barisone I di Torres indirizzato all'abate Desiderio a
favore dell'abbazia di Montecassino,[157] noto anche come Carta di Nicita.[158]
Prima pagina della Carta de Logu arborense (Biblioteca universitaria di
Cagliari). Altri documenti di grande rilevanza sono i Condaghi, la Carta di
Orzocco (1066/1073),[159] il Privilegio Logudorese (1080-1085) conservato
presso l'Archivio di Stato di Pisa, la Prima Carta cagliaritana (1089 o 1103)
proveniente dalla chiesa di San Saturnino nella diocesi di Cagliari e, assieme
alla Seconda Carta Marsigliese, conservata negli Archivi Dipartimentali delle
Bouches-du Rhone a Marsiglia, oltre a un particolare atto (1173) tra il Vescovo
di Civita Bernardo e Benedetto, allor amministratore dell'Opera del Duomo di
Pisa. Statuti Sassaresi Gli Statuti Sassaresi (1316)[160] e quelli di
Castelgenovese (c. 1334), scritti in logudorese, sono un altro importante
esempio di documentazione linguistica della Sardegna settentrionale e della
Sassari comunale; è infine d'uopo menzionare la Carta de Logu[161] del Regno di
Arborea (1355-1376), che sarebbe rimasta in vigore fino al 1827. Per quanto i
testi a noi rimasti provenissero da zone alquanto lontane l'una dall'altra,
quali il nord e il sud dell'isola, il sardo si presentava allora piuttosto
omogeneo:[162] benché le differenze ortografiche tra il logudorese e il
campidanese cominciassero a intravedersi, il Wagner rinveniva in tale periodo
«l'originaria unità della lingua sarda».[163] Paolo Merci vi riscontra una
«larga uniformità», così come Antonio Sanna e Ignazio Delogu, per il quale
sarebbe stata la vita comunitaria a sottrarre l'ortografia sarda ai
localismi.[162] A detta di Carlo Tagliavini, nell'isola si andava formando una
koinè illustre basata piuttosto sul modello ortografico logudorese.[164] In
seguito alla scomparsa del giudicato di Cagliari e di quello di Gallura nella
seconda metà del XIII secolo, sarebbe stato il dominio dei Gherardesca e della
Repubblica di Pisa sugli ex-territori giudicali a provocare, secondo Eduardo
Blasco Ferrer, una prima frammentazione del sardo, con un considerevole
processo di toscanizzazione della lingua locale.[165] Nel settentrione della
Sardegna, invece, furono i genovesi a imporre la propria sfera di influenza,
sia mediante la nobiltà sardo-genovese di Sassari, sia attraverso i membri
della famiglia Doria che, anche dopo l'annessione dell'isola da parte dei
catalano-aragonesi, conservarono i propri feudi di Castelsardo e Monteleone in
qualità di vassalli dei sovrani della Corona d'Aragona.[166] Alla seconda metà
del XIII secolo risale la prima cronaca redatta in lingua sive ydiomate
sardo,[167] seguendo gli stilemi tipici del periodo. Il manoscritto, redatto da
un anonimo e oggi conservato presso l'Archivio di Stato di Torino, reca il
titolo di Condagues de Sardina e traccia le vicende dei Giudici succedutisi nel
Giudicato di Torres; l'ultima edizione critica della cronaca sarebbe stata
ripubblicata nel 1957 da Antonio Sanna. La politica estera del giudicato di
Arborea, indirizzata a unificare il resto dell'isola sotto il suo
regno[168][169] e a preservare la propria indipendenza da ingerenze straniere,
oscillò tra una posizione di alleanza con gli aragonesi in funzione antipisana
a una, di senso contrario, antiaragonese, instaurando alcuni legami culturali
con la tradizione italiana.[169][170][171] La contrapposizione politica fra il
giudicato di Arborea e i sovrani aragonesi si manifestò anche con l'adozione di
certe matrici culturali toscane, quali alcuni moduli linguistici
nell'Oristanese.[172] Ciononostante, in linea con la propria politica estera,
il giudicato arborense si contraddistinse per diverse innovazioni, quali un
proprio tipo di scrittura cancelleresca (la gotica cancelleresca arborense,
derivata dalla triangolare italiana) e per una qual certa riluttanza a
sottoporsi eccessivamente all'influsso di culture forestiere, maturata sulla
consapevolezza di una propria identità autoctona, etnica, antropologica,
culturale e linguistica.[173] In merito a detta cancelleresca, sulla cui
costituzione il Casula non ha dubbi, egli dice che «non parrà arbitrario,
quindi, se cercheremo di spiegare il modello attraverso i campioni offertici
dai documenti originali della curia giudicale dell'Arborea, la quale ci sembra
facesse qualcosa di più che abbandonarsi all'esecuzione passiva e sciatta della
grafia gotica appresa in Italia o importata dagli italiani, verosimilmente dai
Pisani: i Sardi oristanesi, infatti, calligrafarono, caratterizzarono,
collettivizzarono e conservarono questa scrittura fino alla fine del giudicato.
In poche parole: con essa crearono la propria cancelleresca, che dopo il 1323
può essere contrapposta alla cancelleresca catalana delle scrivanie regie dell'isola.[174]»
In ogni caso, una qual certa influenza italiana poté essere mantenuta nel
giudicato arborense grazie alla presenza in loco di alcuni notai, giuristi e
medici provenienti dalla suddetta penisola, nonché di alcuni uomini d'arme
toscani a capo di milizie locali, fra cui Cicarello di Montepulciano e Giuliano
di Massa: Mariano IV d'Arborea, che aveva trascorso parte della propria
giovinezza in Catalogna, avrebbe impartito ordini ai propri comandanti in
italiano o in sardo «secondo la loro nazionalità d'origine».[175] Periodo
aragonese e spagnolo L'infeudamento della Sardegna da parte di papa Bonifacio
VIII nel 1297, senza che questi avesse tenuto conto delle realtà statuali già
presenti al suo interno, portò alla fondazione nominale del Regno di Sardegna:
ovvero, di uno stato che, per quanto privo di summa potestas, entrò di diritto
quale membro in unione personale entro la compagine mediterranea della Corona
di Aragona. Ebbe così inizio, nel 1353, una lunga guerra tra quest'ultima e, al
grido di «Helis, Helis», il precedente alleato Giudicato di Arborea, in cui la
lingua sarda avrebbe rivestito un ruolo di codice di contrassegno etnico.[176]
La guerra aveva tra i suoi motivi un mai sopito e antico disegno arborense di
instaurare «un grande Stato-Nazione isolano, tutto indigeno» assistito dalla
partecipazione stavolta massiccia, per la prima e ultima volta nella loro
storia, finanche del resto dei Sardi, ovvero non giudicali (Sardus de foras) e
residenti nei possedimenti signorili o regnicoli,[177] nonché una diffusa
insofferenza per l'imposizione di un regime feudale che minacciava la
sopravvivenza di radicate istituzioni autoctone e, lungi dall'assicurare la
riconduzione dell'isola a un regime unitario, vi aveva solo introdotto, a detta
di Ugone d'Arborea in una lettera inviata al cardinale Napoleone Orsini,
"tot reges quot sunt ville" ("tanti re-padroni quanti sono i
paesi"),[178] laddove "Sardi unum regem se habuisse credebant"
("i sardi credevano di avere un solo re"). Il conflitto tra le due
entità sovrane si concluse dopo sessantasette anni con la definitiva vittoria
della "confederazione" aragonese nella storica battaglia di Sanluri
nel 30 giugno 1409 e, infine, la rinuncia dei diritti di successione arborensi
da parte di Guglielmo III di Narbona nel 1420. Tale evento, accompagnato alla
scomparsa del re di Sicilia Martino il Giovane nel 1409, segnò per Francesco
Cesare Casula l'uccisione reciproca delle due "nazioni", sarda e
catalana, e per l'isola "l'inizio del vero medioevo feudale",[179]
terminato solo nel 1836: per il Casula, il predetto avvenimento, paragonato per
rilevanza storica alla «fine del Messico azteco», dovrebbe ritenersi «né
trionfo né sconfitta, ma la dolorosa nascita della Sardegna di oggi».[180]
Durante e dopo questo conflitto, sarebbe stato sistematicamente neutralizzato
ogni focolaio di ribellione antiaragonese, quali la rivolta di Alghero nel
1353, quella di Uras del 1470 e infine quella di Macomer nel 1478, richiamata
nel De bello et interitu marchionis Oristanei;[181] da quel momento, «quedó de
todo punto Sardeña por el rey».[182] Il Casula reputa che i vincitori emersi
dal conflitto avessero poi proceduto a distruggere la preesistente produzione
documentaria dell'età giudicale, redatta perlopiù in lingua sarda ma anche in
altri idiomi che meglio si confacevano alle relazioni della sofisticata
cancelleria arborense, non lasciando dietro di sé che «poche pietre» e, nel
complesso, un «esiguo gruppo di documenti»,[183] molti dei quali sono infatti
tuttora conservati e/o rimandano ad archivi fuori dell'isola.[184] Nello
specifico, la documentazione giudicale e il suo palazzo sarebbe stata data
completamente alle fiamme il 21 maggio 1478, mentre il viceré faceva
trionfalmente il proprio ingresso ad Oristano dopo aver domato la summenzionata
ribellione marchionale, che minacciava la ripresa di una soggettività arborense
de jure abolita nel 1420 ma ancora ben viva nella memoria popolare.[185] Il
catalano, lingua della corte della Corona d'Aragona, assunse anche nell'isola
l'egemonia, in una condizione diglossica in cui il sardo venne relegato a una
posizione alternativa, quando non secondaria: emblematica era la situazione
delle città soggette al ripopolamento aragonese, quali Cagliari[186] e in cui,
nella testimonianze di Giovanni Francesco Fara,[187] per un tempo il catalano
subentrò interamente al sardo come ad Alghero, tanto da generare espressioni
idiomatiche quali no scit su catalanu ("non sa il catalano") per
indicare una persona che non sapeva esprimersi "correttamente".[188][189]
Il Fara, nella medesima prima monografia di età moderna dedicata ai Sardi e la
Sardegna, riporta anche il vivace plurilinguismo presso «un medesimo popolo»,
per via dei movimenti migratori «di spagnoli (tarragonesi o catalani) e di
italiani» nell'isola, ivi giunti per praticarvi il commercio.[187]
Ciononostante, la lingua sarda non scomparve affatto dall'uso ufficiale: la
tradizione giuridica nazionale dei catalani nelle città convisse con quella
preesistente dei sardi, contrassegnata nel 1421 dalla conferma della stessa
Carta de Logu arborense da parte del Parlamento del sovrano di Aragona Alfonso
il Magnanimo,[190][191] quale intelaiatura fondamentale di una rete di rapporti
localmente stratificata nei vari capitoli di grazia. In ambito amministrativo
ed ecclesiastico, si seguitò a impiegare il sardo per usi normati dalla
scrittura fino al Seicento inoltrato.[192][193] Le corporazioni religiose
fecero anch'esse uso della lingua. Il regolamento del seminario di Alghero,
emanato dal vescovo Andreas Baccallar il 12 luglio 1586, era in sardo;[194]
essendo diretti all'intera diocesi di Alghero e Unioni, i provvedimenti
destinati alla diretta conoscenza del popolo erano redatti in sardo, oltre che
in catalano.[195] Il primo catechismo ad oggi rinvenuto in "lingua
sardisca" di matrice posttridentina è del 1695, in calce alle costituzioni
sinodali dell'arcivescovato di Cagliari.[196] L'avvocato Sigismondo Arquer,
autore della Sardiniae brevis historia et descriptio (il cui paragrafo relativo
alla lingua sarebbe stato grossomodo estrapolato anche da Conrad Gessner nel
suo "Sulle differenti lingue in uso presso le varie nazioni del
globo"[197]), riferisce che in Sardegna fossero parlate due lingue, ovvero
lo "spagnolo, tarragonese o catalano" appreso dagli elementi iberici
nelle città, e il sardo nel resto del Regno:[189] per quanto quest'ultimo fosse
ormai frazionato a causa delle dominazioni straniere (ovvero "latini,
pisani, genovesi, spagnoli e africani"), l'Arquer riporta come i sardi
nondimeno "fra loro si comprendessero perfettamente".[198] Il gesuita
portoghese Francisco Antonio, nel 1561, riportava che «la lingua ordinaria di
Sardegna è il sardo, come l'italiano lo è d'Italia. [...] Nelle città di
Cagliari e di Alghero la lingua ordinaria è il catalano, sebbene vi sia molta
gente che usa anche il sardo».[189][199] I Gesuiti, che fondarono dei collegi a
Sassari (1559), Cagliari (1564), Iglesias (1578) e Alghero (1588), inizialmente
promossero una politica linguistica a favore del sardo, usandolo nell'esercizio
del loro ministero con grande favore delle popolazioni che, per la prima volta,
si sentivano rivolgere nella loro lingua, piuttosto che in quella catalana,
spagnola o italiana; tuttavia, tale pratica fu ritenuta inopportuna dal nuovo
generale dell'Ordine, Francesco Borgia, che nel 1567 impose per tutte le
attività l'utilizzo esclusivo del castigliano.[200] L'influenza del toscano,
fra il XIV e il XV secolo, si manifestò nel Logudoro, sia in alcuni documenti
ufficiali, sia come lingua letteraria: l'internazionalizzazione del
Rinascimento italiano, a partire dal XVI secolo, avrebbe infatti ravvivato in
Europa l'interesse per la cultura italiana, manifestandosi anche in Sardegna
soprattutto nell'impiego aggiuntivo di suddetta lingua presso alcuni autori,
parallelamente al sardo e a quelle iberiche che, comunque, conservarono la loro
preminenza. In questi stessi secoli o in epoca immediatamente successiva, anche
a causa della progressiva diffusione del corso in Gallura nonché in ampie zone
della Sardegna nord-occidentale, cui si è fatto accenno in precedenza, il
logudorese settentrionale assunse talune caratteristiche fonetiche
(palatalizzazione e suoni fricativi-palatalizzati) dovute al contatto con
l'area linguistica toscana (sic)[201]. Come rileva Bruno Migliorini, la
Sardegna ebbe con la penisola italiana complessivamente «scarsi rapporti».[202]
Nel Parlamento del 1565, lo stamento militare richiese, nella forma di una
petizione da parte di Álvaro de Madrigal, che gli statuti di Iglesias, Bosa e
Sassari, fino ad allora redatti "in lingua genovese, pisana o
italiana", fossero tradotti "in lingua sarda o in quella
catalana", giacché «non è opportuno né è giusto che delle leggi del Regno
siano in lingua straniera».[203][204] In questo primo periodo iberico abbiamo
una qual certa documentazione scritta della lingua sarda tanto in letteratura
quanto in atti notarili, essendo l'idioma maggiormente diffuso e parlato, che
però ben esplica l'influenza iberica. Antonio Cano (1400-1476) compose, nel XV
secolo, il poema di carattere agiografico Sa Vitta et sa Morte, et Passione de
sanctu Gavinu, Prothu et Januariu (pubbl. 1557);[205] è una delle opere
letterarie più antiche in lingua sarda, nonché più rilevanti sotto l'aspetto
filologico del periodo. Estratto de sa Vitta et sa Morte, et Passione de sanctu
Gavinu, Prothu et Januariu (A. Cano, ~1400)[205] O Deu eternu, sempre
omnipotente, In s’aiudu meu ti piacat attender, Et dami gratia de poder acabare
Su sanctu martiriu, in rima vulgare, 5. De sos sanctos martires tantu gloriosos
Et cavaleris de Cristus victoriosos, Sanctu Gavinu, Prothu e Januariu, Contra
su demoniu, nostru adversariu, Fortes defensores et bonos advocados, 10. Qui in su Paradisu sunt glorificados
De sa corona de sanctu martiriu. Cussos sempre siant in nostru adiutoriu. Amen.
Nel 1479 si ebbe l'unificazione fra il regno di Castiglia con quello di
Aragona. Tale unificazione, di carattere esclusivamente dinastico, non
comportò, sotto il profilo linguistico, cambiamenti di sorta. Il castigliano o
spagnolo tardò infatti a imporsi come lingua ufficiale dell'isola e non
oltrepassò i domini della letteratura e dell'istruzione:[2] fino al 1600 i
pregones si pubblicarono perlopiù in catalano e solo a partire dal 1602 si
iniziò a utilizzare anche il castigliano, che per Giovanni Siotto Pintor
sarebbe stato usato nelle leggi e decreti a partire dal 1643.[206][207][208]
Nel XVI secolo, il sardo conobbe una prima rinascita letteraria. L'opera Rimas
Spirituales del letterato sassarese Gerolamo Araolla, che scrisse in sardo, castigliano
e italiano, si prefisse il compito di "magnificare et arrichire sa limba
nostra sarda", allo stesso modo in cui i poeti spagnoli, francesi e
italiani lo avevano fatto per la loro rispettiva lingua,[209][Nota 4] seguendo
schemi già collaudati (es. la Deffense et illustration de la langue françoyse,
il Dialogo delle lingue): per la prima volta fu così posta la cosiddetta
"questione della lingua sarda", poi approfondita da vari altri
autori. L'Araolla è anche il primo autore sardo a stringere in nesso la parola
"lingua" con "nazione", il cui riconoscimento non è
direttamente espresso a chiare lettere ma dato per scontato, data la
"naturalezza" con la quale gli autori di diverse nazioni si cimentano
in una propria letteratura nazionale.[210] Antonio Lo Frasso, poeta nativo di
Alghero (città che ricorda con affetto in vari versi[Nota 5]) e vissuto a
Barcellona, fu probabilmente il primo intellettuale di cui abbiamo
testimonianza a comporre in sardo liriche amorose, benché abbia scritto
maggiormente in un castigliano pregno di catalanismi; si tratta in particolare
di due sonetti (Cando si det finire custu ardente fogu e Supremu gloriosu
exelsadu) e di un poema in ottave reali, facenti parte della sua opera
principale Los diez libros de Fortuna de Amor (1573).[Nota 6] Nel XVII secolo
vi fu una produzione letteraria anche in italiano, per quanto limitata (nel
complesso, secondo le stime della scuola di Bruno Anatra, circa l'87% dei libri
stampati a Cagliari era in spagnolo[211]); nello specifico si trattava di
alcuni scrittori plurilingui, come Salvatore Vitale, nato a Maracalagonis nel
1581, che accanto all'italiano utilizzò anche lo spagnolo, il latino e il
sardo, Efisio Soto-Real (il cui vero nome fu Giuseppe Siotto), Eusebio Soggia,
Prospero Merlo e Carlo Buragna, il quale aveva vissuto lungamente nel Regno di
Napoli[212]. Nel complesso, gli istruiti e la classe dirigente sarda dell'epoca
conoscevano assai bene lo spagnolo e avrebbero scritto tanto in spagnolo quanto
in sardo fino al XIX secolo; Vicente Bacallar Sanna, per esempio, fu uno dei
fondatori della Real Academia Española.[213] Lo spagnolo si affermò, pertanto,
tardivamente ma riuscì a ritagliarsi, comunque, una posizione di eminente
prestigio nei campi elitari della letteratura e dell'erudizione, rispetto al
catalano, la cui forza di propagazione fu tale da entrare nella massima parte
delle contrade della Sardegna centrale e meridionale e in alcune aree di quella
settentrionale (ma non certamente nel capitolo di Sassari, dove i contratti
d'appalto iniziarono a privilegiare lo spagnolo dal 1610,[214] gli atti
ufficiali vennero scritti in sardo logudorese fino al 1649[215] e gli statuti
di alcune prestigiose confraternite sassaresi in italiano[216]; in aree quali
Macomer, gli archivi parrocchiali impiegarono il sardo fino al 1623[214]),
resistendo tenacemente negli atti pubblici e nei libri di battesimo. Il sardo
resistette, inoltre, nella drammatica religiosa, nella redazione di atti
notarili nelle aree interne[217] e negli atti e statuti delle confraternite,
come quello dei disciplinanti di Torralba[218]. Il sardo restò comunque l'unico
e spontaneo codice della popolazione sarda, rispettato e anche appreso dai
conquistatori.[219] Il sardo era, a pari merito rispetto al castigliano,
catalano e portoghese, una delle lingue la cui conoscenza era richiesta per
potere essere ufficiali dei tercios, nei cui ranghi i sardi erano considerati
"spanyols", come richiesto dagli Stamenti nel 1553;[220] dal momento
che potevano fare carriera e arrivare in posizione di comando solo coloro che
parlassero almeno una di queste quattro lingue, Vicente G. Olaya sostiene che
«gli italiani che parlavano male lo spagnolo cercavano di farsi passare per
valenciani per provare a essere promossi».[221] La situazione sociolinguistica
era caratterizzata da una competenza, sia attiva sia passiva, nelle città delle
due lingue iberiche e del sardo nel resto dell'isola, come riportato da varie
testimonianze coeve: Cristòfor Despuig, ne Los Colloquis de la Insigne Ciutat
de Tortosa, sosteneva nel 1557 che, per quanto la lingua catalana si fosse
ritagliata un posto di «cortesana», "non tutti la parlano, dal momento che
in molte parti dell'isola si conserva ancora l'antica lingua del Regno"
(«llengua antigua del Regne»),[204] tributando a quest'ultima un insigne
riconoscimento; l'ambasciatore e visitador reial Martin Carillo (supposto
autore dell'ironico giudizio sulla nobiltà sarda: pocos, locos y mal
unidos[211]) notò nel 1611 che le principali città parlavano il catalano e lo spagnolo,
ma al di fuori di queste non si capiva altra lingua che il sardo, compresa da
tutti nell'intero Regno;[204] Joan Gaspar Roig i Jalpí, autore del Llibre dels
feyts d'armes de Catalunya, riportava a metà del Seicento che in Sardegna
«parlen la llengua catalana molt polidament, axì com fos a Catalunya»;[204]
Anselm Adorno, originario di Genova ma residente a Bruges, notò nei suoi
pellegrinaggi come, nonostante una cospicua presenza di stranieri residenti
nell'isola, i nativi di questa parlassero comunque la loro lingua («linguam
propriam sardiniscam loquentes»[222]); un'altra testimonianza è offerta dal
rettore del collegio gesuita sassarese Baldassarre Pinyes che, a Roma,
registrava la partizione etnica e linguistica del Regno, scrivendo: «per ciò
che concerne la lingua sarda, sappia vostra paternità che essa non è parlata in
questa città, né in Alghero, né a Cagliari: la parlano solo nelle ville».[223]
La consistente presenza, nel capo di sopra, di feudatari valenzani e aragonesi,
oltre che di soldati mercenari lì stanziati di guardia, rese i dialetti
logudoresi più esposti alle influenze castigliane; inoltre, altri vettori di
ingresso furono, per quanto concerne i prestiti linguistici, la poesia orale,
le opere teatrali e i già menzionati gocius o gosos (vocabolo derivante da
gozos, stante per "inni sacri"). La poesia popolare si arricchì di
altri generi, quali le anninnias (ninne nanne), gli attitos (lamenti funebri),
le batorinas (quartine narrative), i berbos e paraulas (malefici e scongiuri) e
i mutos e mutetos. Si annoti che diverse testimonianze scritte del sardo
permasero anche negli atti notarili, i quali pur subirono crudi castiglianismi
e italianismi nel lessico e nella forma, e nell'allestimento di opere religiose
a scopo di catechesi, quali Sa Dottrina et Declarassione pius abundante e Sa
Breve Suma de sa Doctrina in duas maneras. Frattanto il parroco orgolese Ioan
Mattheu Garipa, nell'opera Legendariu de Santas Virgines, et Martires de Iesu
Christu che provvedette a tradurre dall'italiano (il Leggendario delle Sante
Vergini e Martiri di Gesù Cristo), pose in evidenza la nobiltà del sardo
rapportandola al latino classico e attribuendole nel Prologo, come Araolla
prima di lui,[209] un'importante valenza etnico-nazionale.[Nota 7][224] Secondo
il filologo Paolo Maninchedda, tali autori, a partire dall'Araolla, «non
scrivono di Sardegna o in sardo inserirsi in un sistema isolano, ma per
iscrivere la Sardegna e la sua lingua – e con esse, se stessi – in un sistema
europeo. Elevare la Sardegna ad una dignità culturale pari a quella di altri
paesi europei significava anche promuovere i sardi, e in particolare i sardi
colti, che si sentivano privi di radici e di appartenenza nel sistema culturale
continentale».[225] Nei primi anni del Settecento, nell'isola si impiantò
l'Arcadia e si assistette a una grande varietà di generi poetici, che variavano
dalla poesia epica di Raimondo Congiu a quella satirica di Gian Pietro Cubeddu
e quella sacra di Giovanni Delogu Ibba.[226] Periodo sabaudo e italiano L'esito
della guerra di successione spagnola determinò la sovranità austriaca
dell'isola, confermata poi dai trattati di Utrecht e Rastadt (1713-1714); pur
tuttavia durò appena quattro anni giacché, nel 1717, una flotta spagnola
rioccupò Cagliari e nell'anno successivo, per mezzo di un trattato poi
ratificato all'Aia nel 1720, la Sardegna venne assegnata a Vittorio Amedeo II
di Savoia in cambio della Sicilia; il rappresentante di quest'ultimo, il conte
di Lucerna di Campiglione, ricevette infine, da parte del delegato austriaco
don Giuseppe dei Medici, l'atto definitivo di cessione, a condizione che i
"diritti, statuti, privilegi della nazione" oggetto della trattativa
diplomatica fossero conservati.[227] L'isola entrò così nell'orbita italiana
dopo quella iberica,[228] benché tale trasferimento di autorità, in un primo
tempo, non implicasse per i sudditi isolani alcun cambiamento in fatto di
lingua e costumi: i sardi seguitarono a usare il sardo e le lingue iberiche e
persino i simboli dinastici aragonesi e castigliani sarebbero stati sostituiti
dalla croce sabauda solo nel 1767.[229] Fino al 1848, la Sardegna sarebbe
infatti rimasta uno stato con le proprie tradizioni e istituzioni, per quanto
senza summa potestas e in unione personale entro i domini perlopiù alpini di
Casa Savoia.[227] La lingua sarda, benché praticata in condizione di diglossia,
non era mai stata ridotta al rango sociolinguistico di "dialetto",
essendone comunque universalmente percepita la indipendenza linguistica e
parlata da tutte le classi sociali;[230] lo spagnolo era invece il codice
linguistico di prestigio conosciuto e adoperato dagli strati sociali di almeno
media cultura, talché Joaquín Arce ne riferisce nei termini di un paradosso
storico: il castigliano era ormai diventato lingua comune degli isolani nel
secolo stesso in cui cessarono ufficialmente di essere spagnoli.[231][232]
Constatata la situazione corrente, la classe dirigente piemontese, in questo
primo periodo, si limitò a mantenere le istituzioni politico-sociali locali,
avendo però cura di svuotarle allo stesso tempo di significato,[233] nonché di
trattare «egualmente li seguaci dell'uno e dell'altro partito, con lasciarli
però divisi, ad evitare che si possino unire per ricavarne nell'occasione quel
buon uso che la Rivalità può produrre».[234] Tale approccio, improntato al
pragmatismo, era dovuto a tre motivi di ordine eminentemente politico: in primo
luogo la necessità, nei primi tempi, di rispettare alla lettera le disposizioni
del Trattato di Londra, firmato il 2 agosto 1718, il quale imponeva il rispetto
delle leggi fondamentali e dei privilegi del Regno appena ceduto; in secondo
luogo, l'esigenza di non generare attriti sul fronte interno dell'isola, in
larga parte filospagnolo; in terzo e ultimo luogo la speranza, covata dai
regnanti sabaudi per qualche tempo ancora, di potersi disfare della Sardegna e
riacquisire la Sicilia.[235] Dal momento che l'imposizione di una nuova lingua,
quale l'italiano, in Sardegna avrebbe infranto una delle leggi fondamentali del
Regno, Vittorio Amedeo II sottolineò nel 1721 come tale operazione dovesse
essere portata a termine "insensibilmente", ovvero in modo
relativamente furtivo.[236] Tale prudenza si riscontra ancora nel giugno del
1726 e nel gennaio del 1728, allorquando il Re espresse l'intenzione non già di
abolire il sardo e lo spagnolo, ma solo di diffondere maggiormente la
conoscenza dell'italiano.[237] Lo smarrimento iniziale dei nuovi dominatori,
subentrati ai precedenti, rispetto all'alterità culturale che riconoscevano al
possedimento isolano[238] è evinto da un apposito studio, da loro commissionato
e pubblicato nel 1726 dal gesuita barolese Antonio Falletti, dal nome
"Memoria dei mezzi che si propongono per introdurre l'uso della lingua
italiana in questo Regno" in cui si raccomandava all'amministrazione
sabauda di applicare il metodo di apprendimento "ignotam linguam per notam
expōnĕre" ("presentare una lingua sconosciuta [l'italiano] attraverso
una conosciuta [lo spagnolo]").[239] Nello stesso anno, Vittorio Amedeo II
aveva manifestato la volontà di non poter più tollerare la mancata conoscenza
dell'italiano presso gli isolani, dati i disagi che ciò stava comportando per i
funzionari giunti in Sardegna dalla terraferma.[240] Le restrizioni sui
matrimoni misti tra donne sarde e ufficiali piemontesi, fino ad allora proibiti
per legge,[241] sarebbero state revocate e questi anzi incoraggiati allo scopo
di meglio diffondere la lingua tra i nativi.[242] La relazione tra il nuovo
idioma e quello nativo, inserendosi entro un contesto storicamente contrassegnato
da una marcata percezione di alterità linguistica,[40][243] si pose fin da
subito nei termini di un rapporto (ancorché ineguale) tra lingue fortemente
distinte, piuttosto che tra una lingua e un suo dialetto come invece avvenne
poi in altre regioni italiane; gli stessi spagnoli, costituenti la classe
dirigente aragonese e castigliana, solevano inquadrare il sardo come una lingua
distinta sia rispetto alle proprie sia all'italiano.[244] La percezione
dell'alterità del sardo era, però, pienamente avvertita anche dagli italiani
che si recavano nell'isola e ne riportavano la loro esperienza con i
nativi.[245][246][247] L'italiano, nonostante venisse da taluni anche in
Sardegna settentrionale ritenuto "non nativo" o
"forestiero"[248], aveva svolto in quell'angolo di Sardegna fino ad
allora un proprio ruolo, provocando nelle parlate e nella tradizione scritta un
processo di toscanizzazione iniziato nel XII secolo e consolidatosi
successivamente;[249] nelle zone sardofone, corrispondenti all'area centro-settentrionale
e meridionale dell'isola, era invece pressoché sconosciuto alla grande
maggioranza della popolazione, dotta e no. Purtuttavia, la politica del governo
sabaudo in Sardegna, allora diretta da Bogino, di alienare l'isola dalla sfera
culturale e politica spagnola in modo da assimilarla a quella più italiana del
Piemonte,[250][251] ebbe quale riflesso l'introduzione diretta dell'italiano
per legge nel 1760[252][253] sulla scorta degli Stati di terraferma e in
particolare del Piemonte,[254] nei quali l'impiego dell'italiano era
ufficialmente consolidato da secoli, nonché ulteriormente rinforzato
dall'editto di Rivoli[255]. Difatti, nel provvedimento in questione venne, tra
le altre cose, «vietato senza riserve nello scrivere e nel dire l'uso della favella
castigliana; il quale, a quarant'anni d'un dominio italiano, era siffattamente
abbarbicato nel cuore degli anziani maestri di lettere».[256] Nel 1764
l'imposizione esclusiva della lingua italiana fu infine estesa a tutti i
settori della vita pubblica,[257][258] quali anche l'istruzione[259][260]
parallelamente alla riorganizzazione delle Università di Cagliari e Sassari, le
quali videro l'arrivo di personale continentale, e a quella dell'istruzione
inferiore, in cui si stabiliva l'invio di insegnanti provenienti dal Piemonte
per supplire all'assenza di insegnanti sardi italofoni[261]: nello specifico,
già nel 1763 si previde l'invio in Sardegna di «alcuni abili professori
italiani» per «stenebrare i maestri sardi dai loro errori» e indirizzare «pel
buon sentiero maestri e discepoli».[256] Tale manovra ineriva soprattutto a un
progetto di allacciamento della cultura sarda a quella della penisola
italiana[262] e di rafforzamento geopolitico del dominio savoiardo sulla classe
colta isolana, ancora molto legata alla penisola iberica; il proposito non
sfuggì alla classe dirigente sarda, la quale deplorava il fatto che «i Vescovi
piemontesi hanno introdotto el predicar in italiano» e, in un documento anonimo
attribuito agli Stamenti ed eloquentemente chiamato Lamento del Regno, denunciò
come «sonosi tolte le arme, i privilegi, le leggi, la lingua, l'Università, e
la moneta d'Aragona, con disonore de la Spagna, con detrimento di tutti i
particolari».[204][263] Ciò nonostante, Milà i Fontanals scriveva nel 1863 che,
ancora nel 1780, si continuava a impiegare il catalano negli strumenti
notarili,[204] così come in sardo, mentre in spagnolo furono redatti, fino al
1828, i registri parrocchiali e atti ufficiali;[264] nel 2017 è stato rinvenuto
un libro di gosos, originario di Ozieri, redatto in castigliano in onore di
Sant'Efisio del 1850.[265] L'effetto più immediato fu, così, l'emarginazione
del sardo piuttosto che delle lingue iberiche, dal momento che per la prima
volta anche i ceti abbienti della Sardegna rurale (i printzipales) cominciarono
a percepire la sardofonia come un concreto svantaggio.[257] Girolamo Sotgiu
asserisce in merito che «la classe dirigente sarda, così come si era
spagnolizzata, ora si italianizzava senza mai essere riuscita a sardizzarsi, a
riuscire a trarre, cioè, dall'esperienza e dalla cultura del popolo dal quale
proveniva quegli elementi di concretezza senza i quali una cultura e una classe
dirigente sembrano sempre stranieri anche nella loro patria. Questo d'altra
parte era l'obiettivo che il governo sabaudo si era proposto e che, nella
sostanza, riusciva anche a perseguire».[256] Il sistema amministrativo e penale
di matrice francese introdotto dal governo sabaudo, capace di estendersi in
maniera quanto mai articolata presso ogni villaggio della Sardegna, rappresentò
per i sardi il principale canale di contatto diretto con la nuova lingua
egemone;[266] per le classi più elevate, la soppressione dell'ordine dei
Gesuiti nel 1774 e la loro sostituzione con i filoitaliani Scolopi,[267] nonché
le opere di matrice illuministica, stampate nella terraferma in italiano,
ricoprirono un ruolo considerevole nella loro italianizzazione primaria. Nello
stesso periodo di tempo, vari cartografi piemontesi italianizzarono i toponimi
dell'isola: benché qualcuno fosse rimasto inalterato, la maggior parte subì un
processo di adattamento alla pronuncia italiana, se non di sostituzione con
designazioni in italiano, che perdura tutt'oggi, spesso artificioso e figlio di
un'erronea interpretazione del significato nell'idioma locale.[258] Francesco
Gemelli, ne Il Rifiorimento della Sardegna proposto nel miglioramento di sua
agricoltura, così ritrae il pluralismo linguistico dell'isola nel 1776,
rinviando a I quadrupedi di Sardegna un migliore esame «dell'indole della lingua
sarda, e delle precipue differenze tra 'l sassarese e 'l toscano»: «cinque
linguaggi parlansi in Sardegna, lo spagnuolo, l'italiano, il sardo, l'algarese,
e 'l sassarese. I primi due per ragione del passato e del presente dominio, e
delle passate, e presenti scuole intendonsi e parlansi da tutte le pulite
persone nelle città, e ancor ne' villaggi. Il sardo è comune a tutto il Regno,
e dividesi in due precipui dialetti, sardo campidanese e sardo del capo di
sopra. L'algarese è un dialetto del catalano, perché colonia di catalani è
Algheri; e finalmente il sassarese che si parla in Sassari, in Tempio e in
Castel sardo, è un dialetto del toscano, reliquia del dominio de' Pisani. Lo
spagnuolo va perdendo terreno a misura che prende piede l'italiano, il quale ha
dispossessato il primo delle scuole, e de' tribunali».[268] Il primo studio
sistematico sulla lingua sarda fu redatto nel 1782 dal filologo Matteo Madao,
con il titolo de Il ripulimento della lingua sarda lavorato sopra la sua
antologia colle due matrici lingue, la greca e la latina. Lamentando egli in
premessa il generale declino della lingua («La lingua della Sarda nostra
nazione, comecchè venerabile per la sua antichità, pregevole per l'ottimo fondo
de’ suoi dialetti, elegante per le bellezze, che aduna delle altre più nobili,
eccellente per la sua analogia colla Greca, e colla Latina, e non solo
giovevole, ma eziandio necessaria alla privata, e pubblica società de’ nostri
compatrioti, e concittadini, giacque in somma dimenticanza in fino al dì d'oggi,
dagli stessi abbandonata come incolta, e dagli stranieri negletta come
inutile»[269]), l'intenzione patriottica che animava Madau era quella di
accreditare il sardo come lingua nazionale dell'isola,[270][271][272] seguendo
l'esempio di autori quali il già citato Araolla in periodo iberico;
purtuttavia, il clima di repressione del governo sabaudo sulla cultura sarda
avrebbe indotto il Madau a velare i suoi proponimenti con intenti letterari,
rivelandosi alla fine incapace di tradurli in realtà.[273] Il primo volume di
dialettologia comparata fu realizzato nel 1786 dal gesuita catalano Andres
Febres, noto in Italia con il falso nome di Bonifacio d'Olmi, di ritorno da
Lima in cui aveva pubblicato un libro di grammatica mapuche nel 1764.[274]
Trasferitosi a Cagliari, si appassionò al sardo e condusse un lavoro di ricerca
su tre specifici dialetti; scopo dell'opera, intitolata Prima grammatica de'
tre dialetti sardi,[275] era «dare le regole della lingua sarda» e spronare i
sardi a «cultivare ed avantaggiare l'idioma loro patrio, con l'italiano
insieme». Il governo di Torino, esaminata l'opera, decise di non permetterne la
pubblicazione: Vittorio Amedeo III considerò un affronto il fatto che il libro
contenesse una dedica bilingue rivoltagli in italiano e sardo, un errore che i
suoi successori, pur richiamandosi a una "patria sarda", avrebbero
poi evitato, premurandosi di fare uso del solo italiano.[273] Sul finire del
Settecento, sulla scia della rivoluzione francese, si formò un gruppo di
piccolo-borghesi, chiamato "Partito Patriottico", che meditava
l'instaurazione di una Repubblica Sarda svincolata dal giogo feudale e sotto la
protezione francese; si diffusero così nell'isola numerosi pamphlet, stampati
prevalentemente in Corsica e scritti in lingua sarda, il cui contenuto,
ispirato ai valori dei Lumi e apostrofato dai vescovi sardi come
"giacobino-massonico", incitava il popolo alla ribellione contro il
dominio piemontese e i soprusi baronali nelle campagne. Il prodotto letterario
più famoso di tale periodo di tensioni, scoppiate il 28 aprile 1794, fu il
poema antifeudale de Su patriotu sardu a sos feudatarios di Francesco Ignazio
Mannu, quale testamento morale e civile nutrito degli ideali democratici
francesi e contrassegnato da un rinnovato sentimento patriottico.[276][277] Nel
clima di restaurazione monarchica seguito alla rivoluzione angioiana, il cui
sostanziale fallimento segnò per la Sardegna uno storico spartiacque sul suo
futuro,[278] l'intellettualità sarda, caratterizzata tanto da un atteggiamento
di devozione nei confronti della propria isola quanto di comprovata fedeltà
verso la Casa Savoia, pose in maniera ancora più esplicita la "questione
della lingua sarda", usando però generalmente l'italiano quale lingua
veicolare dei testi. Nel diciannovesimo secolo, in particolare, all'interno
dell'intellettualità sarda si registrò una frattura tra l'aderenza a un
sentimento "nazionale" sardo e la dimostrazione di lealtà nei
confronti della loro nuova "nazionalità" italiana,[279] per la quale
infine la classe dirigente propendette come reazione alla minaccia
rappresentata dalle forze sociali rivoluzionarie[280]. Il richiamo alla
"nazione sarda" di medievale memoria, con le sue istituzioni, la sua
propria storia e patrimonio culturale è, anzi, in questo periodo più frequente
che in quelli successivi, scomparendo poi del tutto con l'affermazione dello
stato unitario;[281] per Pasquale Tola in un suo saggio, la lingua sarda, come
lingua dei sardi, ne rappresenta il segno inconfondibile del «carattere nazionale»
e anch'essa è riscoperta nel primo venticinquennio dell'Ottocento,[282] con
strumenti approntati alla sua conoscenza scientifica. A breve distanza dalla
rivolta antifeudale, nel 1811, si rileva la pubblicazione del sacerdote
Vissentu Porru, la quale era però riferita alla sola variante meridionale (da
cui il titolo di Saggio di grammatica del dialetto sardo meridionale) e, per
prudenza nei confronti dei regnanti, espressa soltanto in funzione
dell'apprendimento dell'italiano, anziché di tutela del sardo;[283] nel 1832-34
Porru pubblicò il Nou dizionariu universali sardu-italianu[284]. Degno di nota
è il lavoro del canonico, professore e senatore Giovanni Spano, la Ortographia
sarda nationale ("Ortografia nazionale sarda") del 1840;[285] benché
ufficialmente seguisse l'esempio del Porru[Nota 8], cui pure rinviava, per
Massimo Pittau egli elevò un dialetto del sardo su base logudorese a koinè
illustre in virtù dei suoi stretti rapporti con il latino, in maniera analoga
al modo in cui il dialetto fiorentino si era culturalmente imposto a suo tempo
in Italia quale "lingua illustre".[286][287] Ciononostante, Giovanni
Spano teneva in considerazione nelle sue opere anche le altre varietà della
lingua.[288] A detta del giurista Carlo Baudi di Vesme, la proscrizione e lo
sradicamento della lingua sarda da ogni profilo privato e sociale dell'isola
sarebbe stato auspicabile nonché necessario, quale opera di
"incivilimento" dell'isola, perché fosse così integrata nell'orbita
ormai spiccatamente italiana del Regno;[289][290] dato che la Sardegna «non è
Spagnuola, ma non è Italiana: è e fu da secoli pretta Sarda»,[291] occorreva, a
cavallo delle circostanze che «l'accesero dell'ambizione, del desiderio,
dell'amore delle cose italiane»,[291] promuovere maggiormente tali tendenze per
«trarne profitto nel comune interesse»,[291] in ragione del quale si dimostrava
«quasi necessario[292]» diffondere in Sardegna la lingua italiana
"presentemente nell'interno sì poco conosciuta"[291] in prospettiva
della Fusione Perfetta: «la Sardegna sarà Piemonte, sarà Italia; ne riceverà e
ci darà lustro, ricchezza e potenza!».[293][294] L'istruzione primaria, offerta
solo in italiano, contribuì dunque a una pur lenta diffusione di tale lingua
tra i nativi, innescando per la prima volta un processo di erosione ed
estinzione linguistica; il sardo venne infatti presentato dal sistema educativo
come la lingua dei socialmente emarginati, nonché come sa limba de su famine o
sa lingua de su famini ("la lingua della fame"), corresponsabile
endogeno dell'isolamento e miseria secolare dell'isola, e per converso
l'italiano quale agente di emancipazione sociale attraverso l'integrazione
socioculturale con la terraferma continentale. Nel 1827 venne infine abrogata
per sempre la Carta de Logu, lo storico corpus giuridico tradizionalmente noto
come «consuetud de la nació sardesca», in favore delle più moderne "Leggi
civili e criminali del Regno di Sardegna", pubblicate in italiano per
espresso ordine del re Carlo Felice di Savoia.[295][296] Cimitero storico di
Ploaghe, nel quale si sono conservati 39 epitaffi scolpiti in sardo e 3 in
italiano.[297] Si noti, a sinistra, la presenza di una lapide in lingua sarda
con riferimento a prenomi storici del tutto assenti in quelle, più a destra,
scritte invece in lingua italiana. La fusione perfetta del 1847 con la
terraferma sabauda, auspicata da Baudi di Vesme come l'inizio della «gloriosa
rigenerazione della Sardegna»[298] e nata sotto gli auspici, espressi da Pietro
Martini, di un «trapiantamento in Sardegna, senza riserve e ostacoli, della
civiltà e cultura continentale»,[299] avrebbe determinato la perdita della
residuale autonomia politica sarda[58][295][300] nonché il definitivo
declassamento del sardo rispetto all'italiano, marcando così il momento storico
in cui, convenzionalmente, nelle parole di Antonietta Dettori «la 'lingua della
sarda nazione' perse il valore di strumento di identificazione etnica di un
popolo e della sua cultura, da codificare e valorizzare, per diventare uno dei
tanti dialetti regionali subordinati alla lingua nazionale».[301] Nonostante
queste politiche di acculturazione, l'inno del Regno di Sardegna sabaudo e del
Regno d'Italia (composto da Vittorio Angius e musicato da Giovanni Gonella nel
1843) sarebbe stato S'hymnu sardu nationale ("l'inno nazionale
sardo") finché nel 1861, anno della proclamazione del Regno d'Italia, non
venne anch'esso del tutto sostituito dalla Marcia reale.[302] Tra il 1848 e il
1861, l'isola sarebbe piombata in una crisi sociale ed economica destinata a
durare fino al primo dopoguerra.[58] Il canonico Salvatore Carboni pubblicò a
Bologna, nel 1881, un'opera polemica intitolata Sos discursos sacros in limba
sarda, nel quale egli lamentava che la Sardegna «hoe provinzia italiana non
podet tenner sas lezzes e sos attos pubblicos in sa propia limba» ("oggi,
da provincia italiana qual è, non può disporre di leggi e atti pubblici nella
propria lingua") e, sostenendo che «sa limba sarda, totu chi non
uffiziale, durat in su Populu Sardu cantu durat sa Sardigna» ("la lingua
sarda, benché non ufficiale, durerà nel popolo sardo quanto la Sardegna"),
si domandava alfine «Proite mai nos hamus a dispreziare cun d'unu totale
abbandonu sa limba sarda, antiga et nobile cantu s'italiana, sa franzesa et
s'ispagnola?» ("Perché mai dovremmo disprezzare con un totale abbandono la
lingua sarda, antica e nobile quanto l'italiana, la francese e la
spagnola?").[303] L'età contemporanea (sardo) «A sos tempos de sa
pitzinnìa, in bidda, totus chistionaiamus in limba sarda. In domos nostras no
si faeddaiat atera limba. E deo, in sa limba nadìa, comintzei a connoscher totu
sas cosas de su mundu. A sos ses annos, intrei in prima elementare e su mastru
de iscola proibeit, a mie e a sos fedales mios, de faeddare in s'unica limba
chi connoschiamus: depiamus chistionare in limba italiana, «la lingua della
Patria», nos nareit, seriu seriu, su mastru de iscola. Gai, totus sos pitzinnos
de 'idda, intraian in iscola abbistos e allirgos e nde bessian tontos e
cari-tristos.» (italiano) «Quando ero bambino in paese parlavamo tutti in
lingua sarda. Nelle nostre case non si parlava nessun'altra lingua. E io
cominciai a conoscere tutte le cose del mondo nella lingua nativa. A sei anni
andai in prima elementare e il maestro di scuola proibì, a me e ai miei
coetanei, di parlare nell'unica lingua che conoscevamo: dovevamo parlare in
lingua italiana, "la lingua della Patria", ci diceva serio. Fu così
che tutti i bambini del paese entravano a scuola svegli e allegri e ne uscivano
intontiti e tristi.» (Francesco Masala, Sa limba est s'istoria de su mundu,
Condaghes, p.4) All'alba del Novecento, il sardo era rimasto oggetto di ricerca
pressoché solo tra gli eruditi isolani, faticando a entrare nel circuito
d'interesse internazionale e ancor di più risentendo di una qual certa marginalizzazione
in ambito strettamente nazionale: si osserva infatti «la prevalenza degli
studiosi stranieri su quelli italiani e/o l'esistenza di fondamentali e tuttora
insostituiti contributi ad opera di linguisti non italiani».[304] In
precedenza, il sardo aveva trovato menzione in un libro di August Fuchs sui
verbi irregolari nelle lingue romanze (Über die sogennannten unregelmässigen
Zeitwörter in den romanischen Sprachen, Berlin, 1840) e, in seguito, nella
seconda edizione della Grammatik der romanischen Sprachen (1856-1860) redatta
da Friedrich Christian Diez, accreditato come uno dei fondatori della filologia
romanza;[304] alle pioneristiche ricerche degli autori tedeschi seguì, nei
confronti della lingua sarda, un qual certo interesse anche da parte di alcuni
italiani, quali Graziadio Isaia Ascoli e, soprattutto, il suo discepolo Pier
Enea Guarnerio, che per primo in Italia classificò il sardo come un membro a sé
della famiglia linguistica romanza senza più, come si soleva in ambito
nazionale, subordinarlo al gruppo dei dialetti italiani.[305] Wilhelm
Meyer-Lübke, autorità indiscussa in linguistica romanza, pubblicò nel 1902 un
saggio sul sardo logudorese dall'indagine del condaghe di San Pietro di Silki
(Zur Kenntnis des Altlogudoresischen, in "Sitzungsberichte der kaiserliche
Akademie der Wissenschaft Wien", Phil. Hist. Kl., 145) dal cui studio
avvenne la iniziazione alla linguistica sarda dell'allora studente
universitario Max Leopold Wagner: all'attività di quest'ultimo si deve gran
parte delle conoscenze novecentesche sul sardo in campo fonetico, morfologico e
in parte anche sintattico.[305] Durante la mobilitazione per la prima guerra
mondiale, l'esercito italiano arruolò la popolazione «di stirpe sarda[306]»
istituendo la Brigata di fanteria Sassari il 1º marzo 1915 a Tempio Pausania e
a Sinnai. A differenza delle altre brigate di fanteria italiane, i coscritti
della Sassari erano solo sardi (compresi molti ufficiali). Attualmente è
l'unica unità in Italia avente un inno in una lingua diversa dall'italiano, che
sarebbe stato scritto quasi alla fine del secolo, nel 1994, da Luciano Sechi:
Dimonios ("diavoli"), derivando il suo titolo dal soprannome Rote
Teufel (in tedesco "diavoli rossi"). Il servizio militare
obbligatorio intorno a questo periodo ricoprì una qual certa rilevanza nel
processo di deriva linguistica all'italiano ed è indicato dallo storico Manlio
Brigaglia come «la prima grande "nazionalizzazione" di massa» dei
sardi, «più che per altri popoli regionali».[307] Tuttavia, analogamente ai
membri del servizio di leva che parlavano Navajo negli Stati Uniti durante la
seconda guerra mondiale, così come ai parlanti Quechua durante la guerra delle
Falkland,[308] ai nativi sardi madrelingua fu offerta la possibilità di essere
reclutati come code talker per trasmettere, attraverso le comunicazioni radio,
informazioni tattiche in sardo che altrimenti sarebbero state intercettate
dall'esercito austro-ungarico, dal momento che alcune delle sue truppe
provenivano da regioni di lingua italiana alle quali, perciò, quella sarda era
del tutto estranea:[309] Alfredo Graziani scrive nel suo diario di guerra che
«avendo saputo che molti nostri fonogrammi venivano intercettati, si era
adottato il sistema di comunicare al telefono soltanto in sardo, certi che a quel
modo non avrebbero potuto mai capire quanto si diceva».[310] Per evitare
tentativi di infiltrazione da parte di dette truppe italofone, nelle postazioni
presidiate da reclute sarde della Brigata Sassari si imponeva a chiunque si
presentasse da loro di identificarsi dimostrando di parlare sardo: «si ses
italianu, faedda in sardu!».[309][311][312] In coincidenza con l'anno
dell'indipendenza irlandese, l'autonomismo sardo riemerse come espressione del
movimento dei combattenti, coagulandosi nel Partito Sardo d'Azione (PsdAz) che,
entro breve tempo, sarebbe assurto ad attore fra i più rilevanti nella vita
politica isolana; ai primordi, il partito non avrebbe tuttavia avuto caratteri
di rivendicazione strettamente etnica, essendo la lingua e cultura sarda ampiamente
percepiti, nelle parole di Toso, come «simboli del sottosviluppo della
regione».[58] La politica di assimilazione forzosa culminò nel ventennio del
regime fascista[2], che avviò una campagna di compressione violenta delle
istanze autonomistiche e determinò, infine, il decisivo ingresso dell'isola nel
sistema culturale nazionale attraverso l'operato congiunto del sistema
educativo e di quello monopartitico,[313] in un crescendo di multe e divieti
che condussero a un ulteriore decadimento sociolinguistico del sardo;[314] fra
le varie espressioni culturali sottoposte a censura, il regime era anche
riuscito a bandire, dal 1932 al 1937 (1945 in alcuni casi[315]), il sardo dalla
chiesa e dalle manifestazioni del folklore isolano,[316] quali le gare poetiche
tenute nella suddetta lingua.[317][318][319] Paradigmatico fu l'alterco tra il
poeta sardo Antioco Casula (noto come Montanaru) e l'allora giornalista
fascista dell'Unione Sarda Gino Anchisi, durante il quale quest'ultimo,
riuscendo a fare bandire la presenza del sardo dai giornali isolani, affermò
che «morta o moribonda la regione», come d'altronde proclamava il regime,[Nota
9] «morto o moribondo il dialetto (sic)»[320] che della regione era d'altronde
«l'elemento spirituale rivelatore»;[321] le argomentazioni del Casula si
prestavano, in effetti, a possibili temi eversivi, dal momento che questi pose,
per la prima volta nel XX secolo, la questione della lingua come una pratica di
resistenza culturale endogena,[322] il cui repertorio linguistico nelle scuole
sarebbe stato necessario per mantenere una "personalità sarda" e allo
stesso tempo riconquistare una "dignità" percepita come perduta.[323]
Un altro poeta, Salvatore Poddighe, si sarebbe suicidato per depressione in
seguito al sequestro del suo magnum opus, Sa Mundana Cummedia.[324] Nel
complesso, a fronte di una parziale resistenza nelle zone interne, entro la
fine del ventennio il regime era riuscito con successo a sradicare nell'isola i
modelli culturali locali con altri impiantati per via esogena, provocando,
nelle parole di Guido Melis, «la compressione della cultura regionale, la
frattura sempre più netta tra il passato dei sardi e il loro futuro
"italiano", la riduzione di modi di vita e di pensiero molto radicati
a puro fatto di folclore», nonché uno strappo «non più rimarginabile tra le
generazioni».[325] Nel 1945, in seguito all'avvenuto ripristino delle libertà
politiche, il Partito Sardo d'Azione avrebbe richiesto per l'isola l'autonomia
come stato federale in seno alla nuova Italia sorta dalla Resistenza[58]: fu
nel contesto del secondo dopoguerra che, al crescere della sensibilità
autonomista, il partito principiò a contrassegnarsi per desiderata impostati
sulla specificità linguistica e culturale della Sardegna.[58] Manlio Brigaglia
parla del ventennio come di una seconda fase di "nazionalizzazione di
massa" dei sardi e della Sardegna, in quanto caratterizzata da «una
politica deliberatamente puntata alla sua "italianizzazione"» e da
una «guerra dichiarata» dal regime e dalla Chiesa all'uso della lingua
sarda.[326] Nel complesso, la consapevolezza del tema concernente l'erosione
linguistica entrò più tardi, nell'agenda politica sarda, rispetto a quanto
avvenuto in altre periferie europee contrassegnate da minoranze etnolinguistiche:[327]
al contrario, tale periodo fu contrassegnato dal rifiuto del sardo da parte dei
ceti medi,[314] essendo la lingua e cultura sarda ancora largamente inquadrate
come "simboli del sottosviluppo regionale".[300] Buona parte della
classe dirigente e intellettuale sarda, particolarmente sensibile ai richiami
egemonici di quelle continentali, reputava infatti che la
"modernizzazione" dell'isola fosse attuabile solo in alternativa ai
suoi contesti socioculturali di tipo "tradizionale", quando non
attraverso il loro «seppellimento totale».[328][329] Si è osservato, a livello
istituzionale, un forte osteggiamento del sardo e nel circuito intellettuale
italiano, concezione poi interiorizzata nell'immaginario comune nazionale, esso
era (il più delle volte per ragioni ideologiche o come residuo, adottato per
inerzia, di vecchie[Nota 10] consuetudini date dalle prime) spesso ritenuto
come una variante degenerata dell'italiano,[330] contrariamente all'opinione
degli studiosi e persino di alcuni nazionalisti italiani come Carlo Salvioni,[331][Nota
11] subendo tutte le discriminazioni e i pregiudizi legati a una tale
associazione, soprattutto l'essere ritenuto una forma bassa di
espressione[332][333][334] ed essere ricondotta a un certo
"tradizionalismo".[335][336] I sardi furono così indotti, come del
resto avvenuto presso altre comunità di minoranza, a sbarazzarsi di quanto
percepivano recasse il timbro di un'identità stigmatizzata.[337] Al momento
della stesura dello statuto autonomistico, il legislatore decise di eludere a
fondamento della "specialità" sarda riferimenti alla sua identità
geografica e culturale[338][339][340][341] che, pur facendo da colonna portante
delle originarie argomentazioni giustificative a fondamento dell'autonomia,
erano considerati pericolosi prodromi a rivendicazioni più estreme quando non
di ordine indipendentista; Antonello Mattone sostiene al riguardo che in tale
progetto erano rimasti «inspiegabilmente in ombra i problemi legati agli
aspetti etnici e culturali della questione autonomistica, per i quali i
consultori non mostrano alcuna sensibilità, a differenza di tutti quei teorici
(da Angioy a Tuveri, da Asproni a Bellieni) che invece proprio in questo
patrimonio avevano individuato il titolo primario per un reggimento
autonomo».[342] Il disegno dello Statuto, emerso in un quadro nazionale ormai
mutato dalla rottura dell'unità antifascista, nonché in un contesto
contrassegnato dalle croniche debolezze della classe dirigente sarda e dalla
radicalizzazione tra le istanze federalistiche locali e quelle, per converso,
più apertamente ostili all'idea di autonomia per l'isola,[343] emerse infine
come il risultato di un compromesso, limitandosi piuttosto al riconoscimento di
alcune istanze socioeconomiche nei confronti della terraferma,[344][345] quali
la sollecitazione allo sviluppo industriale della Sardegna con uno specifico
"piano di rinascita" approntato dal centro.[Nota 12][346][347] Lo
statuto, infine redatto dalla Commissione dei 75 a Roma, trovava così per il
legislatore una ragione giustificativa non tanto in circostanze geografiche e
culturali, quanto nella cosiddetta "arretratezza" economica della
regione, alla cui luce si auspicava il suddetto piano di industrializzazione
per l'isola in tempi brevi: diversamente da altri statuti speciali, quello
sardo non vi richiama la effettiva comunità destinataria nei suoi ambiti
sociali e culturali, i quali erano piuttosto inquadrati, dall'anzidetta
Commissione dei 75, all'interno di una sola collettività, ovvero quella
nazionale italiana.[348][Nota 13] Lungi dall'affermazione di un'autonomia sarda
fondata sul riconoscimento di una specifica identità culturale, come avvenuto
in Valle d'Aosta o Alto Adige, il risultato di tale stagione fu quindi «un
autonomismo nettamente economicistico, perché non si volle o non si poté
disegnare un’autonomia forte, culturalmente motivata, una specificità sarda che
non si esaurisse nell’arretratezza e nella povertà economica»[349] Emilio
Lussu, che a Pietro Mastino confidò di aver votato a favore della bozza finale
solamente «per evitare che per un solo voto lo Statuto non venisse approvato
neppure così ridotto», fu l'unico esponente, nella seduta del 30 dicembre 1946,
a rivendicare invano l'obbligo dell'insegnamento della lingua sarda, sostenendo
che essa fosse «un patrimonio millenario che occorre conservare».[350] Nel
mentre, ulteriori politiche di stampo assimilatore sarebbero state applicate
anche nel secondo dopoguerra,[2] con un'italianizzazione progressiva di siti
storici e oggetti appartenenti alla vita quotidiana e un'istruzione
obbligatoria che ha insegnato l'uso della lingua italiana, non prevedendo un
parallelo insegnamento di quella sarda e, anzi, attivamente scoraggiandolo
attraverso divieti e sorveglianza diffusa di chi lo promuovesse:[351] i maestri
disprezzavano infatti la lingua, ritenendola un rude dialetto e contribuendo a
un ulteriore abbassamento del suo prestigio presso la comunità sardofona
stessa. Secondo alcuni studiosi, i metodi adottati per promuovere l'uso
dell'italiano, improntati a un'italofonia esclusiva e sottrattiva,[352]
avrebbero inciso negativamente sulle performance scolastiche degli studenti
sardi.[353][354][355] Fenomeni riscontrabili in maggiore concentrazione in
Sardegna, quali i tassi di abbandono scolastico e delle ripetenze, analoghi a
quelli di altre minoranze linguistiche,[353] avrebbero solo negli anni Novanta
messo in discussione la effettiva efficacia di un'istruzione strettamente
monolingue, con nuove proposte volte a un approccio comparativo.[356] Le norme
statutarie così delineate si rivelarono, nel complesso, uno strumento
inadeguato per rispondere ai problemi dell'isola;[300][357] a cavallo degli
anni Cinquanta e Sessanta, inoltre, prese avvio il vero processo di
sostituzione radicale e definitiva della lingua sarda con quella italiana,[358]
a causa della diffusione, sia sul territorio isolano sia nel resto del
territorio italiano, dei mezzi di comunicazione di massa che trasmettevano
nella sola lingua italiana.[359] Soprattutto la televisione ha diffuso l'uso
dell'italiano e ne ha facilitato la comprensione e l'utilizzo anche tra le
persone che, fino a quel momento, si esprimevano esclusivamente in sardo. A
partire dalla fine degli anni Sessanta,[300][357][360] in coincidenza con la
rinascita di un sardismo declinato sotto il segno di un "revivalismo
linguistico e culturale",[361] cominciarono a essere avviate numerose
campagne a favore di un bilinguismo effettivamente paritario quale elemento di
salvaguardia dell'identità isolana: per quanto già nel 1955 fossero state stabilite
cinque cattedre di linguistica sarda[362], una prima richiesta effettiva venne
sporta per mezzo di una delibera adottata all'unanimità dall'Università di
Cagliari nel 1971, in cui si richiedeva all'autorità politica regionale e
nazionale il riconoscimento dei sardi come minoranza etnica e linguistica e del
sardo come idioma coufficiale dell'isola.[363][364][Nota 14] Una prima bozza di
legge sul bilinguismo fu redatta dal Partito Sardo d'Azione nel 1975[365].
Famoso il richiamo patriottico espresso qualche mese prima di morire, nel 1977,
da parte del poeta Raimondo Piras, che in No sias isciau[Nota 15] invitava al
recupero della lingua per opporsi alla dissardizzazione culturale delle
generazioni successive[315]. Nel 1978 una legge di iniziativa popolare per il
bilinguismo raccolse migliaia di firme, ma non fu mai implementata in quanto
incontrò la ferma opposizione della sinistra e in particolare del Partito
Comunista Italiano,[366] che a sua volta procedette a proporre un proprio
progetto di legge "per la tutela della lingua e della cultura del popolo
sardo" due anni più tardi[367]. Un rapporto della commissione parlamentare
d'inchiesta sul banditismo avrebbe messo in guardia da «tendenze isolazioniste
particolarmente dannose per lo sviluppo della società sarda, che di recente si
sono manifestate con la proposta di considerare il sardo come una lingua di una
minoranza etnica».[368] Negli anni Ottanta, all'attenzione del Consiglio
regionale furono presentati così tre progetti di legge aventi contenuto simile alla
delibera adottata dall'Università di Cagliari.[358] Nel corso degli anni
Settanta, si registrò nelle aree rurali un significativo processo di deriva
linguistica verso l'italiano non solo nel Campidano, ma anche in aree
geografiche un tempo reputate linguisticamente conservatrici, quali Macomer
nella provincia di Nuoro (1979), ove si era costituita una classe operaia e una
imprenditoriale di origine prevalentemente esogena;[369] alla ridefinizione
della struttura economico-sociale ancora in atto corrispose, infatti,
un'accentuata mutazione del repertorio linguistico, che determinò a sua volta
uno slittamento dei valori su cui si basavano l'identità etnica e culturale
delle comunità sarde.[370][Nota 16] Tale questione è stata oggetto di analisi
sociologiche sui mutamenti occorsi nell'identità della comunità sarda, i cui
atteggiamenti sfavorevoli nei confronti della sardofonia sarebbero
significativamente influenzati da uno stigma di presunta
"primitività" e "arretratezza" a lungo impressole dalle
istituzioni, di ordine politico e sociale, favorevoli all'italianità
linguistica.[371] Il sardo avrebbe subito un arretramento senza sosta rispetto
all'italiano, per via di un "complesso della minoranza" che spinse la
comunità sarda a un atteggiamento fortemente svalutavivo nei confronti della
propria lingua e cultura.[372][373] Negli anni successivi, tuttavia, si sarebbe
registrato un parziale cambio di atteggiamento: non solo la lingua sarebbe
stata inquadrata come un positivo marcatore etnico/identitario,[374] sarebbe
anche stata il canale attraverso il quale avrebbe trovato espressione
l'insoddisfazione sociale a fronte delle misure approntate a livello centrale,
reputate incapaci di provvedere alla soddisfazione dei bisogni sociali ed
economici dell'isola.[375] Allo stesso tempo, però, si osservò come tale
sentimento positivo nei confronti della lingua contrastasse con il suo uso
effettivo, che procedette a calare sensibilmente.[376] Nel gennaio del 1981 il
giornale bilingue "Nazione Sarda" pubblicò un'inchiesta la quale riportava
che, nel 1976, il Ministero dell'Istruzione aveva pubblicato una nota per
richiedere informazioni sugli insegnanti che utilizzavano la lingua sarda nelle
scuole, e che il Provveditorato di Sassari aveva pubblicato una circolare con
oggetto "Scuole della Sardegna - Introduzione della lingua sarda"
nella quale chiedeva ai presidi e ai direttori scolastici di astenersi da
iniziative di quel tipo e di informare il provveditorato a riguardo di
qualunque attività legata all'introduzione del sardo nei loro
istituti.[377][378][379] Nel 1981 il Consiglio Regionale dibatté e votò per
l'introduzione del bilinguismo per la prima volta.[380][381] In risposta alle
pressioni esercitate da una risoluzione del Consiglio d'Europa sulla tutela
delle minoranze nazionali, nel 1982 fu creata dal governo italiano un'apposita
commissione per meglio indagare la questione;[382] l'anno successivo fu
presentato un disegno di legge al Parlamento, ma senza successo. Una delle
prime leggi definitivamente approvate dal legislatore regionale, la "Legge
Quadro per la Tutela e Valorizzazione della Lingua e della Cultura della
Sardegna" del 3 agosto 1993, fu subito bocciata dalla Corte costituzionale
a seguito di un ricorso del governo centrale, che la riteneva "esorbitante
per molteplici aspetti dalla competenza integrativa e attuativa posseduta dalla
Regione in materia di istruzione".[383][384] Come è noto, si sarebbero
dovuti aspettare altri quattro anni perché la normativa regionale non fosse
sottoposta a giudizio di costituzionalità, e altri due perché il sardo potesse
trovare riconoscimento in Italia contemporaneamente ad altre undici minoranze
etnolinguistiche. Infatti, la legge nazionale n.482/1999 sulle minoranze
linguistiche storiche fu approvata solo in seguito alla ratifica, da parte
italiana, della Convenzione-quadro per la protezione delle minoranze nazionali
del Consiglio d'Europa nel 1998.[382] Una ricerca promossa da MAKNO nel 1984
rivelò che tre quarti dei sardi erano a favore tanto dell'educazione bilingue
nelle scuole (il 22% del campione auspicava un'introduzione obbligatoria e il
54,7% una facoltativa) quanto di uno status di bilinguismo ufficiale come la
Valle d'Aosta e l'Alto Adige (62,7% del campione a favore, 25,9% contrario e
11,4% incerto).[385] Tali dati sono stati parzialmente corroborati da un'altra
indagine demoscopica svolta nel 2008, in cui il 57,3% mostrava un atteggiamento
favorevole verso la presenza del sardo in orario scolastico assieme
all'italiano.[386] Un'altra ricerca, condotta nel 2010, segnala un parere
decisamente favorevole da parte della stragrande maggioranza dei genitori verso
l'insegnamento della lingua a scuola, ma non il suo impiego come idioma
veicolare.[387] Chiesa del Pater Noster, Gerusalemme. Iscrizione del Padre
Nostro (Babbu Nostru) in sardo Alcune personalità ritengono che il processo di
assimilazione possa portare alla morte del popolo sardo[388][389][390]
diversamente da quanto avvenuto, per esempio, in Irlanda (isola in gran parte
linguisticamente anglicizzata). Benché risultino in ordine alla lingua e
cultura sarda profondi fermenti di matrice identitaria,[358][391] ciò che si
riscontra attraverso analisi pare sia una lenta ma costante regressione nella
competenza sia attiva sia passiva di tale lingua, per motivi di natura principalmente
politica e socioeconomica (l'uso dell'italiano presentato come una chiave di
avanzamento e promozione sociale,[392] stigma associato all'impiego del sardo,
il progressivo spopolamento delle zone interne verso quelle costiere,
l'afflusso di genti dalla penisola e i potenziali problemi di mutua
comprensibilità fra le varie lingue parlate,[Nota 17] ecc.): il numero di
bambini che userebbe attivamente il sardo crolla a un dato inferiore al 13%,
peraltro concentrato nelle zone interne[393] quali il Goceano, l'alta Barbagia
e le Baronie.[34][394][395] Prendendo in esame la situazione di taluni centri
logudoresi a economia tradizionale (come Laerru, Chiaramonti e Ploaghe) in cui
il tasso di sardofonia dei bambini è comunque pari allo 0%, Mauro Maxia parla in
merito di un autentico caso di "suicidio linguistico" in capo a ormai
poche decine di anni.[396] Purtuttavia, secondo le suddette analisi
sociolinguistiche, tale processo non risulta affatto omogeneo,[397][398]
presentandosi in maniera ben più evidente nelle città che non nei paesi. Al
giorno d'oggi, il sardo è una lingua la cui vitalità è riconoscibile in
un'instabile[358] condizione di diglossia e commutazione di codice, e che non
entra, o non vi ha ampia diffusione, nell'amministrazione, nel commercio, nella
Chiesa (in cui si registra una qual certa attività per introdurvi la
lingua[399][400]), nella scuola,[396] nelle università locali di
Sassari[401][402] e di Cagliari e nei mass media.[403][404][405][406] Seguendo
la scala di vitalità linguistica proposta da un apposito pannello dell'UNESCO
nel 2003,[407] il sardo fluttuerebbe tra una condizione di "sicuramente in
pericolo di estinzione" (definitely endangered: i bambini non apprendono
più la lingua), attribuitogli anche nel Libro Rosso, e una di "serio
pericolo di estinzione" (severely endangered: la lingua è perlopiù usata
dalla generazione dei nonni in su); secondo il criterio EGIDS (Expanded Graded
Intergenerational Disruption Scale) proposto da Lewis e Simons, il sardo
sarebbe in bilico tra il livello 7 (Instabile: la lingua non è più trasmessa
alla generazione successiva[408]) e il livello 8 (Moribonda: gli unici parlanti
attivi della lingua appartengono alla generazione dei nonni[408]),
corrispondenti rispettivamente ai due gradi della scala UNESCO sopramenzionati.
Il grado di progressiva assimilazione e penetrazione dell'italiano tra i
sardofoni è confermato dalle ricerche dell'ISTAT,[409] secondo le quali il
52,1% della popolazione sarda impiega ormai esclusivamente l'italiano in ambito
familiare, mentre il 31,5% pratica alternanza linguistica e solo il 15,6%
riporta di usare il sardo o altre lingue non italiane; al di fuori
dell'ambiente privato e amicale, le percentuali sanciscono in maniera ancora
più schiacciante l'esclusiva predominanza raggiunta dall'italiano nell'isola
(87,2%) alle spese del sardo e altre lingue, tutte ferme al 2,8%. Gli anni '90
hanno conosciuto un rinnovamento delle forme espressive nel panorama musicale
sardo: molti artisti, spaziando dai generi più tradizionali quali il canto
(cantu a tenore, cantu a chiterra, gosos, ecc.) e il teatro (Mario Deiana) a
quelli più moderni quale il rock (Kenze Neke, Askra e KNA, Tzoku, Tazenda,
ecc.) e addirittura rap e hip hop (Dr. Drer & CRC posse, Quilo, Sa Razza,
etc.) utilizzano infatti la lingua per promuovere l'isola e riconoscere i suoi
vecchi problemi e le nuove sfide.[410][411][412][413] Vi sono anche dei film
(come Su Re, parzialmente Bellas mariposas, Treulababbu, Sonetàula, etc.)
realizzati in sardo con i sottotitoli in italiano,[414] e altri ancora con i
sottotitoli in sardo.[415] A partire dalle sessioni d'esame tenute nel 2013,
hanno suscitato sorpresa, data la mancata istituzionalizzazione de facto della
lingua, dei tentativi da parte di alcuni allievi di presentare l'esame o parte
di esso in lingua
sarda.[416][417][418][419][420][421][422][423][424][425][426][427] Sono inoltre
sempre più frequenti anche le dichiarazioni di matrimonio in tale lingua su
richiesta dei coniugi[428][429][430][431][432] Ha suscitato particolare scalpore
l'iniziativa virtuale di alcuni sardi su Google Maps, in risposta a
un'ordinanza del Ministero delle Infrastrutture che ordinava a tutti i sindaci
della regione di eliminare i cartelli in sardo piazzati all'ingresso dei centri
abitati: tutti i comuni avevano infatti ripreso il loro nome originario per
circa un mese, finché lo staff di Google non decise di riportare la
toponomastica nel solo italiano.[433][434][435] Di rilevanza è l'impiego, da
parte di alcune società sportive quali la Dinamo Basket Sassari[436] e il
Cagliari Calcio, della lingua nelle sue campagne promozionali.[437][438] In
seguito a una campagna di adesioni,[439] è stata resa possibile l'inclusione
del sardo fra le lingue selezionabili su Facebook. L'opzione di scelta è ora a
tutti gli effetti attiva ed è possibile avere la pagina in lingua
sarda.[440][441][442]; è anche possibile selezionare la lingua sarda su
Telegram[443][444] Il sardo è presente quale lingua configurabile anche in
altre applicazioni, quali F-Droid, Diaspora, OsmAnd, Notepad++, QGIS,
Stellarium,[445] Skype,[446] ecc. Nel 2016 è stato inaugurato il primo
traduttore automatico dall'italiano al sardo,[447] VLC media player per
Android, Linux Mint Debina Edition 2 "Betsy", Firefox,[448][449] ecc.
Anche il motore di ricerca DuckDuckGo è stato interamente tradotto in lingua
sarda. La comunità sardofona costituirebbe ancora, con circa 1,7 milioni di
parlanti autodichiaratisi nativi (di cui 1.291.000 presenti in Sardegna), la
più consistente minoranza linguistica riconosciuta in Italia[23] benché sia
paradossalmente, allo stesso tempo, quella cui è garantita meno tutela. Al di
fuori dell'Italia, in cui al momento non è prevista pressoché alcuna
possibilità di insegnamento strutturato della suddetta lingua minoritaria (l'Università
di Cagliari si distingue per avere aperto per la prima volta un corso specifico
nel 2017;[450] quella di Sassari, di rimando, nel 2021 ha annunciato l'apertura
di un curriculum parzialmente dedicato alla lingua sarda in filologia
moderna[451]), si tengono talvolta corsi specifici in paesi quali Germania
(università di Stoccarda, Monaco, Tubinga, Mannheim,[452] ecc.), Spagna
(università di Gerona),[453] Islanda[454] e Repubblica Ceca (università di
Brno)[455][456]; per un qual certo periodo di tempo, il prof. Sugeta ne teneva
alcuni anche in Giappone all'università di Waseda (Tokyo).[457][458][459] La
estrema fragilità sociolinguistica del sardo è stata valutata dal gruppo di
ricerca Euromosaic, commissionato dalla Commissione europea con l'intenzione di
tracciare un quadro delle minoranze etnolinguistiche nei territori europei;
questi, posizionando il sardo al quarantunesimo posto su un totale di
quarantotto lingue di minoranza europee, rilevando un punteggio pari al greco
del sud Italia,[460] conclude così il suo rapporto: (inglese) «This would
appear to be yet another minority language group under threat. The agencies
of production and reproduction are not serving the role they did a generation
ago. The education system plays no role whatsoever in supporting the language
and its production and reproduction. The language has no prestige and is used
in work only as a natural as opposed to a systematic process. It seems to be a
language relegated to a highly localised function of interaction between friends
and relatives. Its institutional base is extremely weak and declining. Yet
there is concern among its speakers who have an emotive link to the language
and its relationship to Sardinian identity.» (italiano) «Sembra si tratti di
ancora un'altra lingua di minoranza in pericolo. Le agenzie deputate alla
produzione e riproduzione della lingua non adempiono più al ruolo che
svolgevano la scorsa generazione. Il sistema educativo non sostiene in alcun modo
la lingua e la sua produzione e riproduzione. La lingua non gode di alcun
prestigio e in contesti lavorativi il suo impiego non promana da alcun processo
sistematico, ma è meramente spontaneo. Pare sia una lingua relegata a
interazioni tra amici e parenti altamente localizzate. La sua base
istituzionale è estremamente debole e in continuo declino. Ciononostante, si
riscontra una qual certa preoccupazione presso i suoi locutori, i quali hanno
un legame emotivo con la lingua e la sua relazione con l'identità sarda.» (
Relazione Euromosaic "Sardinian language use survey". URL consultato
l'11 giugno 2019 (archiviato dall'url originale il 18 maggio 2018).,
Euromosaic, 1995) Frequenza d'uso delle lingue regionali in Italia (ISTAT,
2015) Come spiega Matteo Valdes, «la popolazione dell’isola constata, giorno
dopo giorno, il declino delle proprie parlate originarie, si fa complice di
questo declino trasmettendo ai figli la lingua del prestigio e del potere ma,
contemporaneamente, sente che la perdita delle lingue locali è anche perdita di
se stessi, della propria storia, della propria specifica identità o
diversità».[461] Roberto Bolognesi ritiene che la perdurante stigmatizzazione
del sardo come la lingua dei ceti "socialmente e culturalmente
svantaggiati" comporti l'alimentazione di un circolo vizioso che ulteriormente
promuove il regresso della lingua, irrobustendone il giudizio negativo presso
quelli che più si percepiscono come competitivi: difatti, «è chiaro come questa
identificazione sia da sempre una self-fulfilling prophecy, una profezia che si
conferma da sé: un meccanismo perverso che ha condannato e ancora condanna alla
marginalità sociale i sardoparlanti, escludendoli sistematicamente da quelle
interazioni linguistiche e culturali in cui si sviluppano i registri
prestigiosi e lo stile alto della lingua, innanzitutto nella scuola».[462]
Essendo il processo di assimilazione ormai giunto a compimento,[463] il
bilinguismo in gran parte sulla carta[464] e mancando ancora misure concrete
per un uso ufficiale anche solo all'interno della Sardegna, la lingua sarda continua
dunque la sua agonia, seppur con minore velocità rispetto a qualche tempo fa,
soprattutto grazie all'impegno di coloro che nei vari contesti ne promuovono la
rivalutazione in un processo che, da alcuni studiosi, è stato definito come
"risardizzazione linguistica".[465] Nel mentre, l'italiano continua a
erodere,[461] nel tempo, sempre più spazi associati al sardo, ormai in stato di
generale deperimento con la già menzionata eccezione di alcune "sacche
linguistiche". In merito alla predominanza ormai completamente raggiunta
dall'italiano, Telmon registra «l'atteggiamento fortemente utilitaristico che i
sardi hanno assunto nei suoi confronti. Pur essendo sentito infatti come
fondamentalmente estraneo alle tradizioni più autenticamente popolari, il suo
possesso viene considerato necessario e, in ogni caso, simbolo potente di
avanzamento sociale, anche nel caso di diglossia senza bilinguismo».[466]
Laddove la pratica linguistica del sardo è ora per tutta l'isola in netto
declino, è invece comune nelle nuove generazioni di qualunque estrazione
sociale,[467] ormai monolingui e monoculturali italiane, quella dell'italiano
regionale di Sardegna o IrS (spesso chiamato dai sardofoni, in segno di ironico
spregio, italiànu porcheddìnu,[468] letteralmente "italiano
maialesco"): si tratta di una parlata dialettale dell'italiano che, nelle
sue espressioni diastratiche,[469] risente grandemente degli influssi
fonologici, morfologici e sintattici del sardo anche in quei parlanti che non
hanno alcuna conoscenza di tale lingua.[470] Roberto Bolognesi sostiene che, a
fronte della persistente negazione e rifiuto della lingua sarda, è come se
questa si sia vendicata sull'originaria comunità di parlanti «e continui a
vendicarsi "inquinando" il sistema linguistico egemone»,[36]
rievocando l'avvertimento gramsciano profferito all'alba del secolo precedente.
Infatti, a fronte di un italiano regionale ormai prevalente che, per Bolognesi,
«si tratta in effetti di una lingua ibrida sorta dal contatto fra due sistemi
linguistici diversi»,[471] «il (poco) sardo usato dai giovani costituisce
spesso un gergo sgrammaticato infarcito di oscenità e di costruzioni
appartenenti all'italiano»:[36] la popolazione padroneggerebbe dunque solo
"due lingue zoppe" le cui manifestazioni non scaturirebbero da una
norma riconoscibile, né costituirebbero una fonte di sicurezza linguistica
chiara:[36] Bolognesi ritiene che «per i parlanti sardi, quindi, il rifiuto
della propria identità linguistica originaria non ha comportato la sperata e
automatica omologazione ad un’identità socialmente più prestigiosa, ma
l’acquisizione di un’identità di serie B (né veramente sarda, né veramente
italiana), non più autocentrata ma bensì periferica rispetto alle fonti di
norma linguistica e culturale, le quali rimangono ancora al di fuori della loro
portata: sull’altra riva del Tirreno».[471] D'altra parte, Eduardo Blasco
Ferrer riscontra una propensione dei sardofoni esclusivamente per la pratica di
commutazione di codice, piuttosto che per quella di commistione o commutazione
intrafrasale (code-mixing) tra le due diverse lingue.[472] Nel complesso,
dinamiche quali il tardivo riconoscimento come minoranza linguistica,
accompagnato da un'opera di graduale ma plurisecolare e pervasiva
italianizzazione promossa dal sistema educativo e da quello amministrativo, cui
seguì la recisione della trasmissione intergenerazionale, hanno fatto sì che la
vitalità odierna del sardo possa definirsi come gravemente compromessa.[473] Vi
è una sostanziale divisione tra chi crede che l'attuale normativa in tutela
della lingua sia ormai giunta troppo tardi,[474][475] ritenendo che il suo
impiego sia stato oramai interamente sostituito dall'italiano, e chi invece
asserisce che sia fondamentale per rafforzare l'uso corrente, per quanto
debole, di questa lingua. Le considerazioni sulla frammentazione dialettale
della lingua sono portate da alcuni come argomento contrario a un intervento
istituzionale per il suo mantenimento e valorizzazione: altri rilevano che
questo problema sia già stato affrontato in diversi altri casi, come per
esempio il catalano, la cui piena introduzione nella vita pubblica dopo la
repressione franchista è stata possibile solo grazie a un processo di
standardizzazione dei suoi eterogenei dialetti. In generale, la
standardizzazione della lingua sarda è argomento controverso.[476][477]
Fiorenzo Toso rileva, a paragone con l'attuale forza del catalano garantita
dalla elaborazione di uno standard scritto a fronte di «sottovarietà dialettali
anche molto differenziate tra loro», che «la debolezza del sardo risiede
invece, tra gli altri elementi, nell'assenza di un tale standard, poiché i
parlanti logudorese o campidanese non si riconoscono in una varietà
sopradialettale comune».[478] A oggi si ritiene improbabile il rinvenimento di
una soluzione normativa alla questione linguistica sarda.[358] In conclusione,
fattori fondamentali per la riproduzione nel tempo del gruppo etnolinguistico,
quali la trasmissione intergenerazionale della lingua, rimangono ad oggi
estremamente compromessi senza che se ne possa apparentemente frenare la
progressiva perdita,[479] in stadio ormai avanzato. Al di là dello strato
sociale già interessato dal suddetto processo e che risulta quindi italofono
monolingue, persino tra molti sardofoni si riscontra ora una "limitata
padronanza attiva o anche solo esclusivamente passiva della loro lingua":
l'attuale competenza comunicativa tra le coorti anagrafiche più giovani non
andrebbe oltre la conoscenza di qualche formula stereotipata e neanche gli
adulti sarebbero più in grado di portare avanti una conversazione nella lingua
etnica,[32][480]. Le indagini demoscopiche finora effettuate sembrano indicare
che il sardo venga ormai considerato dalla comunità come uno strumento di
riappropriazione del proprio passato, piuttosto che di effettiva comunicazione
per il presente e il futuro[481] Il sardo tra le comunità linguistiche di
minoranza riconosciute ufficialmente in Italia[482][483] Riconoscimento
istituzionale Lo stesso argomento in dettaglio: Legislazione italiana a tutela
delle minoranze linguistiche e Toponimi della Sardegna. Segnaletica locale
bilingue italiano/sardo Segnale di inizio centro abitato in sardo a
Siniscola/Thiniscole Il sardo è riconosciuto come lingua dalla norma ISO 639
che le attribuisce i codici sc (ISO 639-1: Alpha-2 code) e srd (ISO 639-2:
Alpha-3 code). I codici previsti per la norma ISO 639-3 ricalcano quelli
utilizzati dal SIL per il progetto Ethnologue e sono: sardo campidanese:
"sro" sardo logudorese: "src" gallurese: "sdn"
sassarese: "sdc" La lingua sarda è stata riconosciuta con legge
regionale n. 26 del 15 ottobre 1997 "Promozione e valorizzazione della
cultura e della lingua della Sardegna" come lingua della Regione autonoma
della Sardegna dopo l'italiano (la legge regionale prevede la tutela e
valorizzazione della lingua e della cultura, pari dignità rispetto alla lingua
italiana con riferimento anche al catalano di Alghero, al tabarchino dell'isola
di San Pietro, al sassarese e gallurese, la conservazione del patrimonio
culturale/bibliotecario/museale, la creazione di Consulte Locali sulla lingua e
la cultura, la catalogazione e il censimento del patrimonio culturale,
concessione di contributi regionali ad attività culturali, programmazioni
radiotelevisive e testate giornalistiche in lingua, uso della lingua sarda in
fase di discussione negli organi degli enti locali e regionali con
verbalizzazione degli interventi accompagnata dalla traduzione in italiano, uso
nella corrispondenza e nelle comunicazioni orali, ripristino dei toponimi in
lingua sarda e installazione di cartelli segnaletici stradali e urbani con la
denominazione bilingue). La legge regionale applica e regolamenta alcune norme
dello Stato a tutela delle minoranze linguistiche. Nessun riconoscimento è
stato invece attribuito, nel 1948, alla lingua sarda dallo Statuto della
Regione Autonoma, che è legge costituzionale: l'assenza di norme statutarie di
tutela, a differenza degli storici Statuti della Valle d'Aosta e del
Trentino-Alto Adige, fa sì che per la comunità sarda, nonostante rappresenti ex
lege n. 482/1999 la più robusta minoranza linguistica in Italia, non si
applichino le leggi elettorali per la rappresentanza politica delle liste in
Parlamento, che pur tengono conto della specificità delle suddette
minoranze.[484][485] Si applicano invece al sardo (come al catalano di Alghero)
l'art. 6 della Costituzione (La Repubblica tutela con apposite norme le
minoranze linguistiche) e la legge n. 482 del 15 dicembre 1999 "Norme in
materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche"[486] che prevede
misure di tutela e valorizzazione (uso della lingua minoritaria nelle scuole
materne, primarie e secondarie accanto alla lingua italiana,[487] uso da parte
degli organi di Comuni, Comunità Montane, Province e Regione, pubblicazione di
atti nella lingua minoritaria fermo restando l'esclusivo valore legale della
versione italiana, uso orale e scritto nelle pubbliche amministrazioni escluse
forze armate e di polizia, adozione di toponimi aggiuntivi nella lingua
minoritaria, ripristino su richiesta di nomi e cognomi nella forma originaria,
convenzioni per il servizio pubblico radiotelevisivo) in ambiti definiti dai
Consigli Provinciali su richiesta del 15% dei cittadini dei comuni interessati
o di un terzo dei consiglieri comunali. Ai fini applicativi tale
riconoscimento, che si applica alle "…popolazioni…parlanti…sardo", il
che escluderebbe a rigore gallurese e sassarese in quanto geograficamente sardi
ma linguisticamente di tipo còrso, e sicuramente il ligure-tabarchino
dell'isola di San Pietro. Cartello bilingue nel municipio di Villasor Il
relativo Regolamento attuativo D.P.R. n. 345 del 2 maggio 2001 (Regolamento di
attuazione della legge 15 dicembre 1999, n. 482, recante norme di tutela delle
minoranze linguistiche storiche) detta regole sulla delimitazione degli ambiti
territoriali delle minoranze linguistiche, sull'uso nelle scuole e nelle
università, sull'uso nella pubblica amministrazione (da parte della Regione,
delle Province, delle Comunità Montane e dei membri dei Consigli Comunali, sulla
pubblicazione di atti ufficiali dello Stato, sull'uso orale e scritto delle
lingue minoritarie negli uffici delle pubbliche amministrazioni con istituzione
di uno sportello apposito e sull'utilizzo di indicazioni scritte bilingui …con
pari dignità grafica, e sulla facoltà di pubblicazione bilingue degli atti
previsti dalle leggi, ferma restando l'efficacia giuridica del solo testo in
lingua italiana), sul ripristino dei nomi e dei cognomi originari, sulla
toponomastica (… disciplinata dagli statuti e dai regolamenti degli enti locali
interessati) e la segnaletica stradale (nel caso siano previsti segnali
indicatori di località anche nella lingua ammessa a tutela, si applicano le
normative del Codice della Strada, con pari dignità grafica delle due lingue),
nonché sul servizio radiotelevisivo. La bozza di atto di ratifica della Carta
europea delle lingue regionali o minoritarie del Consiglio d'Europa[488] del 5
novembre 1992 (già sottoscritta, ma mai ratificata,[489][490] dalla Repubblica
Italiana il 27 giugno 2000) all'esame del Senato prevede, senza escludere l'uso
della lingua italiana, misure aggiuntive per la tutela della lingua sarda e per
il catalano (istruzione prescolare in sardo, educazione primaria e secondaria
agli allievi che lo richiedano, insegnamento della storia e della cultura,
formazione degli insegnanti, diritto di esprimersi in lingua nelle procedure
penali e civili senza spese aggiuntive, consentire l'esibizione di documenti e
prove in lingua nelle procedure civili, uso negli uffici statali da parte dei
funzionari in contatto con il pubblico e possibilità di presentare domande in
lingua, uso nell'amministrazione locale e regionale con possibilità di
presentare domande orali e scritte in lingua, pubblicazione di documenti
ufficiali in lingua, formazione dei funzionari pubblici, uso congiunto della
toponomastica nella lingua minoritaria e adozione dei cognomi in lingua,
programmazioni radiotelevisive regolari nella lingua minoritaria, segnalazioni
di sicurezza anche in lingua, promozione della cooperazione transfrontaliera
tra amministrazioni in cui si parli la stessa lingua). Si noti che l'Italia,
assieme alla Francia e a Malta,[491] non ha ratificato il suddetto trattato
internazionale.[492][493] In un caso presentato alla Commissione europea dal
deputato Renato Soru in sede di parlamento europeo nel 2017, nel quale si
denunciava la negligenza nazionale con riguardo alla sua stessa normativa
rispetto alle altre minoranze linguistiche, la risposta della Commissione
faceva presente all'Onorevole che le questioni di politica linguistica
perseguita dai singoli stati membri non rientrano nelle sue competenze.[494] Le
forme di tutela previste per la lingua sarda sono pressoché assimilabili a
quelle riconosciute per quasi tutte le altre storiche minoranze
etnico-linguistiche d'Italia (friulani, albanesi, catalane, greche, croate,
franco-provenzali e occitane, etc.), ma di gran lunga inferiori a quelle
assicurate, mediante specifici trattati internazionali, per le comunità
francofone in Valle d'Aosta, a quelle slovene in Friuli-Venezia Giulia e,
infine, a quelle ladine e germanofone in Alto-Adige. Segnaletica locale
bilingue a Pula Inoltre, le poche disposizioni legislative a tutela del
bilinguismo sin qui menzionate non sono de facto ancora applicate o lo sono
state solo parzialmente. In tal senso il Consiglio d'Europa nel 2015 aveva
aperto un'indagine sull'Italia per la situazione delle sue minoranze
etnico-linguistiche, considerate nell'ambito della Convenzione-quadro come
"minoranze nazionali".[495][496][497] Il sardo non è stato, infatti,
ancora oggi introdotto nei programmi ufficiali, rientrando perlopiù in alcuni
progetti scolastici (moduli di ventiquattr'ore) senza garanzie di
continuità.[498] La revisione della spesa pubblica del governo Monti avrebbe
abbassato ulteriormente il livello di tutela della lingua, attuando una
distinzione fra le lingue soggette a tutela in base ad accordi internazionali e
considerate minoranze nazionali perché "di lingua madre straniera"
(tedesco, sloveno e francese[Nota 18]) e quelle afferenti a comunità che non
hanno una struttura statale straniera alle spalle, riconosciute semplicemente
come "minoranze linguistiche". Tale disegno di legge, nonostante
abbia destato una certa reazione da più parti del mondo politico e
intellettuale isolano,[499][500][501] è stato impugnato dal Friuli-Venezia
Giulia, ma non dalla Sardegna, una volta tradotto in legge, la quale non
riconosceva alle minoranze linguistiche "senza Stato" i benefici
previsti in tema di assegnazione degli organici per le scuole:[502] con la
sentenza numero 215, depositata il 18 luglio 2013, la Corte costituzionale ha
però successivamente dichiarato incostituzionale tale trattamento
differenziato.[503] La delibera della Giunta regionale del 26 giugno 2012[504]
ha introdotto l'uso delle diciture ufficiali bilingui nello stemma della
Regione Autonoma della Sardegna e in tutte le produzioni grafiche che
contraddistinguono le sue attività di comunicazione istituzionale. Quindi, con
la stessa evidenza grafica dell'italiano, viene riportata l'iscrizione
equivalente a Regione Autonoma della Sardegna in sardo ovvero «Regione Autònoma
de Sardigna».[505] Il 5 agosto 2015 la Commissione Paritetica Stato-Regione ha
approvato una proposta, inoltrata dall'Assessorato della Pubblica Istruzione,
che trasferirebbe alla Regione Sarda alcune competenze amministrative in
materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche, quali sardo e catalano
algherese.[506] Il 27 giugno 2018, il Consiglio Regionale ha infine varato il
TU sulla disciplina della politica linguistica regionale. La Sardegna si
sarebbe, in teoria, così dotata per la prima volta nella sua storia regionale
di uno strumento regolatore in materia linguistica, con l'intento di sopperire
all'originale lacuna del testo statutario:[9][507][508] tuttavia, il fatto che
la giunta regionale non abbia tuttora provveduto a emanare i necessari decreti
attuativi fa sì che quanto è contenuto nella legge approvata non abbia ancora
trovato alcuna applicazione reale.[509][510][511] Il 2021 vede l'apertura di
uno sportello in lingua sarda per la Procura di Oristano, qualificandosi come
la prima volta in Italia in cui tale servizio sia offerto a una lingua
minoritaria.[512] Per l'elenco dei comuni riconosciuti ufficialmente minoritari
ai sensi dell'art. 3 della legge n. 482/1999 e per i relativi toponimi
ufficiali in lingua sarda ai sensi dell'art. 10 vedi Toponimi della Sardegna.
Fonetica, morfologia e sintassi Fonetica Vocali: /ĭ/ e /ŭ/ (brevi) latine hanno
conservato i loro timbri originali [i] e [u]; per esempio il latino siccus
diventa siccu (e non come italiano secco, francese sec). Un'altra
caratteristica è l'assenza della dittongazione delle vocali medie (/e/ e /o/).
Per esempio il latino potest diventa podet (pron. [ˈpoðete]), senza dittongo a
differenza dell'italiano può, spagnolo puede, francese peut. Le vocali Sarde
sono soggette al processo di metafonesi dove [ɛ ɔ] sono alzate a [e o] se la
sillaba seguente contiene vocali /i/ o /u/. Inoltre /fɛˈnɔmɛnu/, ad esempio, è
realizzato come [feˈnoːmenu]. Nel gruppo di dialetti solitamente ricondotti
alla grafia campidanese /ɛ ɔ/ sono state alzate a /i u/ nelle sillabe finali.
Le nuove /i u/ non producono la metafonesi. In questi dialetti quindi [e o]
possono contrastare con [ɛ ɔ]. Per esempio i vecchi [ˈbɛːnɛ] 'bene' e [ˈbeːni]
'vieni' diventano [ˈbɛːni] e [ˈbeːni] come coppie minime distinte solo dalla
vocale tonica. Il campidanese contiene quindi sette diverse vocali. Esclusivi —
per l'area romanza attuale — dei dialetti centro-settentrionali del sardo sono
inoltre il mantenimento della [k] e della [ɡ] velari davanti alle vocali
palatali /e/ e /i/ (es.: [kentu] per l'italiano cento e il francese cent). Una
delle caratteristiche del sardo è l'evoluzione di [ll] nel fonema cacuminale
[ɖ] (es. cuaddu o caddu per cavallo, anche se questo non avviene nel caso dei
prestiti successivi alla latinizzazione dell'isola - cfr. bellu per bello - ).
Questo fenomeno è presente anche nella Corsica del sud, in Sicilia, in
Calabria, nella penisola Salentina e in alcune zone delle Alpi Apuane.
Fonosintassi Lo stesso argomento in dettaglio: Sardo logudorese § Alcune regole
di fonosintassi e Sardo campidanese § Alcune regole di fonosintassi. Una delle
principali complicanze, sia per chi si approcci alla lingua sia per chi, pur
sapendola parlare, non la sa scrivere, è la differenza fra scritto (qualora si
voglia seguire un'unica forma grafica) e parlato data da specifiche regole, fra
le quali è importante menzionare almeno qualcuna nei due diasistemi e in questa
voce nella generalità dei casi. Sistema vocalico Vocale paragogica Nel parlato
generalmente non è tollerata la consonante finale di un vocabolo, quando però
lasciata isolata in pausa o in chiusura di frase, altrimenti sì può essere
presente anche nella pronuncia. La lingua sarda si caratterizza pertanto per la
cosiddetta vocale paragogica o epitetica, cui si appoggia la suddetta
consonante; questa vocale è generalmente la stessa che precede la consonante
finale, ma in campidanese non mancano esempi discostanti da questa norma, dove
la vocale paragogica è la "i" pur non essendo quella che precede
l'ultima consonante, come il caso di cras (crasi, domani), tres (tresi, tre),
ecc. In questi casi la vocale finale può anche essere riportata nella lingua
scritta, essendo appunto diversa dall'ultima della parola. Quando invece è
uguale a quella precedente di norma non va mai scritta; eccezioni possono
essere rappresentate da alcuni termini di origine latina rimasti inalterati
rispetto all'originale, eccettuando appunto la vocale paragogica, che però si
sono diffusi nell'uso popolare anche nella loro variante sardizzata (sèmper o
sèmpere, lùmen o lùmene) e, nel diasistema logudorese, dalle terminazioni
dell'infinito presente della 2ª coniugazione (tènner o tènnere, pònner o
pònnere). Per quanto riguarda i latinismi, nell'uso attuale si preferisce non
scrivere la vocale paragogica, quindi sèmper, mentre nei verbi della seconda
coniugazione è forse maggioritaria la grafia con la "e", seppur molto
diffusa anche quella senza, perciò iscrìere piuttosto che iscrìer (scrivere),
che peraltro è altresì corretto. I termini campidanesi vengono generalmente
scritti con la "i" dai parlanti di questa variante, dunque crasi,
mentre in logudorese avremo sempre e comunque cras, anche qualora nella
pronuncia dovesse risultare crasa. Così per esempio: Si scrive semper ma si
pronuncia generalmente sempere (LSC/log./nuo., in italiano "sempre")
Si scrive lùmen ma si pronuncia generalmente lumene (nuo., in LSC nùmene o nòmene,
in italiano "nome") Si scrive però e si pronuncia generalmente però o
peroe (LSC/log./nug. /camp., in italiano "però") Si scrive istèrrere
(LSC e log.) o istèrrer (log.) e si pronuncia generalmente isterrere (in
italiano "stendere") Si scrive funt ma si pronuncia generalmente
funti (LSC e camp., in italiano "essi sono") Si scrive andant ma si
pronuncia generalmente andanta (LSC, camp. e log. meridionale, in italiano
"vanno"). In nuores/baroniese la consonante finale della terza
plurale solitamente cade e si pronuncia la vocale paragogica: andan(t)a,
cheren(t)e e ischin(t)i. Vocale pretonica Le vocali e e o stanti in posizione
pretonica rispetto alla vocale i, diventano mobili potendosi trasformare in
quest'ultima. Così, per esempio, sarà corretto scrivere e dire: erìtu o irìtu
(log., in italiano "riccio"; in LSC, log. meridionale e camp. eritzu)
essìre (LSC), issìre (log. ), bessire (log. meridionale) o bessiri (camp.) (in
italiano "uscire") drumìre o dromìre (log., in italiano
"dormire"; in LSC dormire; camp. dromìri) godìre (LSC) o gudìre
(log., in LSC e log. anche gosare, camp. gosai, in italiano "godere")
Vi sono delle rare eccezioni a questa regola, come dimostra l'esempio seguente:
buddìre vuol dire "bollire", mentre boddìre vuol dire "raccogliere
(frutti e fiori)". Sistema consonantico Posizione mediana intervocalica
Quando si trovano in posizione mediana intervocalica, o per effetto di
particolari combinazioni sintattiche, le consonanti b, d, g diventano
fricative; sono tali anche se si presenta, fra vocale e consonante,
un'interposizione della r. In questo caso, la pronuncia della b è perfettamente
uguale a quella della b/v spagnola in cabo, la d è uguale alla d spagnola in
codo. Fra vocali, il dileguo della g è la norma. Così per esempio: baba si
pronuncia ba[β]a (in italiano "bava") sa baba si pronuncia sa
[β]a[β]a (in italiano "la bava") lardu si pronuncia lar[ð]u (in
italiano "lardo") gatu: in singolare la g cade (su gatu diventa su
atu), mentre in plurale quando precede /s/, si mantiene come fricativa (sos
gatos = so'/sor/sol [ɣ]àtoso) Lenizione Comune ai due diasistemi, cui fa
eccezione la sottovarietà nuorese, è il fenomeno di sonorizzazione delle
consonanti sorde c, p, t, f, qualora precedute da vocale o seguite da r; le
prime tre diventano anche fricative. /k/ → [ɣ] /p/ → [β] /t/ → [ð] /f/ → [v]
Così per esempio: Si scrive su cane (LSC e log.) o su cani (camp.) ma si
pronuncia su [ɣ]ane / su [ɣ]ani (in italiano, "il cane"). Si scrive
su frade (LSC e log.) o su fradi (camp.) ma si pronuncia su[v]rade/su [v]rari
(in italiano, "il fratello"). Si scrive sa terra, ma si pronuncia sa
[ð]erra (LSC/log./camp., in italiano, "la terra"). Si scrive su pane
(LSC e log.) o su pani (camp.) ma si pronuncia su [β]ane / su [β]ani (in
italiano, "il pane"). Incontro di consonanti fra due parole (sandhi)
Reindirizziamo alle voci cui pertengono le differenti ortografie. Pronuncia
rafforzata di consonanti iniziali Sette particelle, aventi vario valore,
provocano un rafforzamento della consonante che a esse segue: ciò accade per
effetto di una sparizione, solamente virtuale, delle consonanti che tali
monosillabi avevano per finale nel latino (una di esse è italianismo di recente
acquisizione). NE ← (lat.) NEC = né (congiunzione) CHE ← (lat.) QUO+ET = come
(comparativo) TRA ← (it.) TRA = tra (preposizione) A ← (lat.) AC =
(comparativo) A ← (lat.) AD = a (preposizione) A ← (lat.) AUT = (interrogativo)
E ← (lat.) ET = e (congiunzione) Perciò per esempio: Nos ch'andamus a Nùgoro /
nosi ch'andaus a Nùoro (pron. "noch'andammus a Nnugoro / nosi ch'andaus a
Nnuoro") = Ce ne andiamo a Nuoro Che a cussu maccu (pron. "che
mmaccu") = Come quel matto Intra Nugoro e S'Alighera (pron. "intra
Nnugoro e Ss'Alighera") = Tra Nuoro e Alghero A ti nde pesas? (pron.
"a tti nde pesasa?") = Ti alzi? (esortativo) Morfologia e sintassi
Nel suo insieme la morfosintassi del sardo si discosta dal sistema sintetico
del latino classico e mostra un uso maggiore delle costruzioni analitiche
rispetto ad altre lingue neolatine.[513] L'articolo determinativo
caratteristico della lingua sarda è derivato dal latino ipse / ipsu(m) (mentre
nelle altre lingue neolatine l'articolo è originato da ille / illu(m)) e si
presenta nella forma su/sa al singolare e sos/sas al plurale (is nel
campidanese e sia sos / sas sia is nella LSC). Forme di articolo con la
medesima etimologia si ritrovano nel balearico (dialetto catalano delle Isole
Baleari) e nel dialetto provenzale dell'occitano delle Alpi Marittime francesi
(eccettuando il dialetto di Nizza): es/so/sa e es/sos/ses. Il plurale è caratterizzato
dal finale in -s, come in tutta la Romània occidentale ((FR, OC, CA, ES, PT) ).
Es.: sardu{sing.}-sardos/sardus{pl.}(sardo-sardi),
puddu{sing.}/puddos/puddus{pl.}, pudda{sing.}/puddas{pl.} (pollo/polli,
gallina/galline). Il futuro viene costruito con la forma latina habeo ad. Es:
apo a istàre, apu a abarrai o apu a atturai (io resterò). Il condizionale si
forma in modo analogo: nei dialetti centro-meridionali usando il passato del
verbo avere (ai) o una forma alternativa sempre di tale verbo (apia); nei
dialetti centro-settentrionali usando il passato del verbo dovere (dia). Il
"perché" interrogativo è diverso dal "perché" responsivo:
poita? o proite/poite? ca…, così come avviene in altre lingue romanze
(francese: pourquoi? parce que…, portoghese: por quê/porquê? porque…; spagnolo
¿por qué? porque…; catalano per què? perquè... Ma anche in Italiano
perché/poiché). Il pronome personale tonico di prima e seconda persona
singolare, se preceduto dalla preposizione cun/chin (con), assume le forme cun
megus (LSC, log.)/chin mecus (nug.) e cun tegus (LSC, log.)/chin tecus (nug.)
(cfr. lo spagnolo conmigo e contigo e anche il portoghese comigo e contigo e il
napoletano cu mmico e cu ttico), e questi dal latino cum e mecum/tecum.
Ortografia e pronuncia Lo stesso argomento in dettaglio: Limba Sarda Unificada
e Limba Sarda Comuna. Fino al 2001 non si disponeva di una standardizzazione
ufficiale né scritta, né orale (quest'ultima non esiste ancor oggi) della
lingua sarda. Dopo l'epoca medievale, nei documenti della quale si può
osservare una certa uniformità nella scrittura, l'unica standardizzazione
grafica, dovuta agli esperimenti dei letterati e dei poeti, era stata quella
del cosiddetto "sardo illustre", sviluppato ispirandosi ai documenti
protocollari medievali sardi, alle opere di Gerolamo Araolla, Giovanni Matteo
Garipa e Matteo Madau e a quelle di una ricca serie di poeti.[514][515] I
tentativi di ufficializzare e diffondere tale norma erano però stati ostacolati
dalle autorità iberiche e in seguito sabaude.[516] Da questi trascorsi deriva
l'attuale adesione di una parte della popolazione all'idea che, per ragioni
eminentemente storiche e politiche[517][518][519][520] ma non
linguistiche,[518][521][522][523][524][525] la lingua sarda sia divisa in due
gruppi dialettali distinti ("logudorese" e "campidanese" o
"logudorese", "campidanese" e "nuorese", con chi
cerca pure di includere nella categorizzazione lingue legate a quella sarda ma
differenti, quali il gallurese o il sassarese), per scrivere le quali sono state
sviluppate una serie di grafie tradizionali, anche se con molti cambiamenti
lungo il passare del tempo. Oltre a quelle comunemente definite
"logudorese" e "campidanese", come già detto, sono state
sviluppate anche la grafia nuorese, la grafia arborense e quelle dei singoli
paesi, a volte normata con regole generali e comuni a tutti, quali quelle
richieste dal Premio Ozieri.[526] Spesso, però, il sardo viene scritto dai
parlanti cercando di trascriverne la pronuncia e seguendo le abitudini legate
alla lingua italiana.[518] Per risolvere tale problema, e ai fini di consentire
una effettiva applicazione di quanto previsto dalla Legge Regionale n. 26/1997
e dalla Legge n. 482/1999, nel 2001 la Regione Sardegna ha incaricato una
commissione di esperti di elaborare una ipotesi di Norma di unificazione
linguistica sovradialettale (la LSU: Limba Sarda Unificada, pubblicata il 28
febbraio 2001), che identificasse una lingua-modello di riferimento (basata
sulla analisi delle varietà locali del sardo e sulla selezione dei modelli più
rappresentativi e compatibili) al fine di garantire all'uso ufficiale del sardo
le necessarie caratteristiche di certezza, coerenza, univocità, e diffusione
sovralocale. Questo studio, pur scientificamente valido, non è mai stato adottato
a livello istituzionale per vari contrasti locali (accusata di essere una
lingua "imposta" e "artificiale" e di non avere risolto il
problema del rapporto tra le varietà trattandosi di una mediazione tra le
varietà scritte comunemente con una grafia logudorese, pertanto privilegiate, e
non avendo proposto una valida grafia per le varietà solitamente scritte con la
grafia campidanese) ma ha comunque, a distanza di anni, costituito la base di
partenza per la redazione della proposta della LSC: Limba Sarda Comuna,
pubblicata nel 2006, che partendo da una base di mesania, accoglie elementi
propri delle parlate (e quindi "naturali" e non
"artificiali") di quella zona, ovvero l'area grigia di transizione
della Sardegna centrale tra le varietà scritte solitamente con la grafia
logudorese e quelle scritte con la grafia campidanese, al fine di assicurare
alla grafia comune il carattere di sovradialettalità e sovramunicipalità, pur
lasciando la possibilità di rappresentare le particolarità di pronuncia delle
varietà locali.[527] Purtuttavia, anche a questo standard non sono mancate
critiche, sia da chi ha proposto degli emendamenti per migliorarlo,[528][529]
sia da chi ha preferito insistere con l'idea di suddividere il sardo in
macrovarianti da regolare con norme separate.[530] La Regione Sardegna, con
delibera di Giunta regionale n. 16/14 del 18 aprile 2006 Limba Sarda Comuna.
Adozione delle norme di riferimento a carattere sperimentale per la lingua
scritta in uscita dell'Amministrazione regionale[531] ha adottato
sperimentalmente la LSC come lingua ufficiale per gli atti e i documenti emessi
dalla Regione Sardegna (fermo restando che ai sensi dell'art. 8 della Legge n.
482/99 ha valore legale il solo testo redatto in lingua italiana), dando
facoltà ai cittadini di scrivere all'Ente nella propria varietà e istituendo lo
sportello linguistico regionale Ufitziu de sa limba sarda. Successivamente ha
seguito la norma LSC nella traduzione di diversi documenti e delibere, dei nomi
dei propri uffici ed assessorati, oltre al proprio stesso nome "Regione
Autònoma de Sardigna", che figura oggi nello stemma ufficiale insieme alla
dicitura in italiano. Oltre a tale ente, lo standard sperimentale LSC è stato
utilizzato come scelta volontaria da diversi altri, dalle scuole e da organi di
stampa nella comunicazione scritta, spesso in maniera complementare con grafie
più vicine alla pronuncia locale. Per quanto riguarda tale utilizzo è stata
fatta una stima percentuale, legata ai soli progetti finanziati o cofinanziati
dalla Regione per l'utilizzo della lingua sarda negli sportelli linguistici
comunali e sovracomunali, nella didattica nelle scuole e nei media dal 2007 al
2013. Il Monitoraggio sull'utilizzo sperimentale della Limba Sarda Comuna
2007-2013 è stato pubblicato sul sito della Regione Sardegna nell'aprile 2014 a
cura del Servizio Lingua e Cultura Sarda dell'Assessorato della Pubblica
Istruzione.[532] Da tale ricerca risulta ad esempio, riguardo ai progetti
scolastici finanziati nell'anno 2013, una netta preferenza delle scuole
nell'utilizzo della ortografia LSC insieme ad una grafia locale (51%) rispetto
all'utilizzo esclusivo della LSC (11%) o all'utilizzo esclusivo di una grafia
locale (33%) Riguardo invece ai progetti finanziati nel 2012 dalla Regione, per
la realizzazione di progetti editoriali in lingua sarda nei media regionali, si
riscontra una presenza più ampia dell'utilizzo della LSC (probabilmente dovuto
anche ad una premialità di 2 punti nella formazione delle graduatorie per
accedere ai finanziamenti, assente invece dal bando per le scuole). Secondo
tali dati risulta che la produzione testuale nei progetti dei media è stata per
il 35% in LSC, per il 35% in LSC e in una grafia locale e per il 25%
esclusivamente in una grafia locale. Infine gli sportelli linguistici cofinanziati
dalla Regione nel 2012 hanno utilizzato nella scrittura per il 50% la LSC, per
il 9% la LSC insieme ad una grafia locale e per il 41% esclusivamente una
grafia locale.[532] Una ricerca recente sull'utilizzo della LSC in ambito
scolastico, svolta nel comune di Orosei, ha mostrato come gli studenti della
scuola media locale non avessero alcun problema a utilizzare quella norma
nonostante il fatto che il sardo da loro parlato fosse in parte differente.
Nessun alunno ha rifiutato la norma o l'ha ritenuta "artificiale", il
che ha dimostrato la sua validità come strumento didattico. I risultati sono
stati presentati nel 2016 e pubblicati integralmente nel 2021.[533][534] Si
indicano di seguito alcune delle differenze più rilevanti per la lingua scritta
rispetto all'italiano: [a], [ɛ/e], [i], [ɔ/o], [u], come -a-, -e-, -i-, -o-,
-u-, come in italiano e spagnolo, senza segnare la differenza tra vocali aperte
e chiuse; le vocali paragogiche o epitetica (che in pausa chiudono un vocabolo
terminante in consonante e corrispondono alla vocale che precede la consonante
finale) non si scrivono mai (feminasa>feminas, animasa>animas,
bolede>bolet, cantanta>cantant, vrorese>frores) [j] semiconsonante
come -j- all'interno di parola (maju, raju, ruju) o di un nome geografico
(Jugoslavia); nella sola variante nuorese come -j- (corju, frearju)
corrispondente al logudorese/LSU -z- (corzu, frearzu) e all'LSC -gi- (corgiu,
freargiu); nelle varianti logudorese e nuorese in posizione iniziale (jughere,
jana, janna) che nella LSC viene sostituita dal gruppo [ʤ] (giughere, giana,
gianna) [r], come -r- (caru, carru) [p], come -p- (apo, troppu, pane, petza)
[β], come -b- in posizione iniziale (bentu, binu, boe) e intervocalica (abile);
quando p>b si trascrive come p- a inizio parola (pane, petza) e -b- all'interno
(abe, cabu, saba) [b], come -bb- in posizione intervocalica (abba, ebba) [t],
come -t- (gattu, fattu, narat, tempus); quando th>t nella sola variante
logudorese come -t- o -tt- (tiu, petta, puttu); Nella LSC e nella LSU viene
sostituita dal gruppo [ʦ] (tziu, petza, putzu) [d], come -d- in posizione
iniziale (dente, die, domo) e intervocalica (ladu, meda, seda); quando t>d
si trascrive come t- a inizio parola (tempus) e -d- all'interno (roda, bidru,
pedra, pradu); la finale t della flessione del verbo può, a seconda della
varietà, essere pronunciata d ma si trascrive t (narada>narat) [ɖɖ]
cacuminale, come -dd- (sedda); La d può avere suono cacuminale anche nel gruppo
[nɖ] (cando) [k] velare, come -ca- (cane), -co- (coa), -cu- (coddu, cuadru),
-che- (chessa), -chi- (chida), -c- (cresia); non si usa mai la -q-, sostituita
dalla -c- (cuadru, camp.acua) [ɡ] velare, come -ga- (gana), -go- (gosu), -gu-
(agu, largu, longu, angulu, argumentu), -ghe- (lughe, aghedu, arghentu,
pranghende), -ghi- (àghina, inghiriare), -g- (gloria, ingresu) [f], come -f-
(femina, unfrare) [v], come -f- in posizione iniziale (femina) e come -v-
intervocalica (avvisu) e nei cultismi (violentzia, violinu) [ʦ] sorda o aspra
(ital. pezzo), come -tz- (tziu, petza, putzu). Nella LSC e nella LSU
sostituisce il gruppo nuorese [θ] e il corrispondente logudorese [t]
(thiu/tiu>tziu, petha/petta>petza, puthu/puttu>putzu); nella scrittura
tradizionale il digramma tz- non compariva mai a inizio parola. Compare inoltre
nei termini di influenza e derivazione italiana (per esempio tzitade da
cittade) di cui sostituisce la c /ʧ/ sonora (suono non presente nel sardo
originario, ma già da tempo proprio di alcune varietà centrali e campidanesi)
al posto del suono velare nativo /k/ ormai scomparso (ant.kitade). Anche il
suono tz è proprio delle varietà centrali e campidanesi. [ʣ], come -z- (zeru,
ordiminzare). Nella variante logudorese/nuorese e nella LSU come -z- (fizu,
azu, zogu, binza, frearzu); nella LSC viene sostituita dal gruppo [ʤ] (figiu,
agiu, giogu, bingia, freargiu), come nelle varietà centro-meridionali. [θ],
nella sola variante nuorese come -th- (thiu, petha, puthu). Nella LSC e nella
LSU viene sostituita dal gruppo [ʦ] (tziu, petza, putzu) [s] e [ss], come -s- e
-ss- (essire) [z], come -s- (rosa, pesare) [ʧ], nella sola varietà campidanese
come -ce- (celu, centu), -ci- (becciu, aici) [ʤ], come -gia-, -gio-, -giu-.
Nella LSC sostituisce il gruppo logudorese-nuorese [ʣ] della LSU e il [ɣ] del
nuorese (fizu>figiu, azu>agiu, zogu/jogu>giogu,
zaganu/jaganu>giaganu, binza>bingia, anzone>angione,
còrzu/còrju>còrgiu, frearzu/frearju>freargiu). Il suono [ʤ] come in
bingia è proprio delle varietà centrali e campidanesi. [ʒ] (franc. jour), nella
sola variante campidanese, sempre come c- a inizio parola (celu, centu, cidru)
e come -x- all'interno (luxi, nuraxi, Biddexidru). LSC LSU Lugodorese Nuorese
Campidanese LSC LSU Lugodorese Nuorese Campidanese Simbolo AFI Sempre ch / c ch
/ c ch / c ch / c c k k k k tʃ/k t t t t t t t t t t th θ f f f f p p p p p p p
p p p gh / g gh / g gh / g g ɣ / g g g dʒ/g g / gi g / gi dʒ dʒ gi z z j ? dʒ
dz dz j ? r r r r r ɾ ɾ ɾ ɾ ɾ v v v v Ad inizio di parola gh / g g c / ci ʒ, tʃ
d d t (d) t (d) t (d) d ? d d d f f f v v v b b p (b) p (b) p (b) β / b b β β β
s s s s s s s s s s Intervocalica gh / g ɣ j j j j j j j j j j x ʒ s s s s s z
z z / s z / s z / s d d d d d ð ð ð ð ð v v v v v v b b b b b β b β β β c / ci
tʃ Doppie o combinazioni ll ll ll ll ll l l l l l rr rr rr rr rr r r r r r dd
dd dd dd dd ɖ ɖ ɖɖ ɖɖ ɖɖ nn nn nn nn nn n n n n n bb bb bb bb bb b b b b b mm
mm mm mm mm m m m m m nd ɳɖ ss ss ss ss ss s s ss ss ss tt t Finale t t t t t d
d d d Grammatica Lo stesso argomento in dettaglio: Grammatica sarda. La
grammatica della lingua sarda si differenzia notevolmente da quella italiana e
delle altre lingue neolatine, particolarmente nelle forme verbali. Plurale ll
plurale viene ottenuto, come nelle lingue romanze occidentali, aggiungendo -s
alla forma singolare Nel caso di parole terminanti in -u, il plurale viene
formato nel logudorese in -os e nel camp. in -us. Articoli Determinativi LSC
Log. Camp. Sing. su / sa su / sa su / sa Plur. sos / sas / is sos / sas is
Indeterminativi Masch. Femm. sing. unu una pl. unos unas Pronomi Pronomi
personali soggetto (nominativo) Singolare Plurale (d)eo/jeo/deu LSC deo nuor.
(d)ego = io nois/nos/nosu = noi tue/tui = tu vosté/fostei o fusteti (uso
formale, richiede la 3ª persona sing., derivato dal vosté catalano, cfr. usted
spagnolo, da vuestra merced) = lei bois/bosàteros/bosatrus - bosàteras/bosatras
= voi (nelle varianti centrali e meridionali si hanno in sardo due forme,
maschile e femminile, per il voi plurale, come nello spagnolo peninsulare
vosotros / vosotras) bos (uso formale, persona grammaticale singolare ma da
coniugare con un verbo nella 2ª persona plurale, come il vous francese; cfr.
antico vos spagnolo, ancora in uso in Sudamerica per tú) = voi (come tuttora in
uso nell'italiano meridionale) issu (isse) - issa = lui/lei issos/issus - issas
= loro (essi/esse) dopo le preposizioni pro/po, dae/de, intra/tra, segundu,
ecc. dopo la preposizione a dopo la preposizione con/chin (la variante chin è
propria del nuorese) mene (a mie)/mei mie/mimi (nuor. mime) cunmegus (nuor.
chinmecus) tene (a tie)/tei tie/tui (nuor. tibe) cuntegus (nuor. chintecus)
issu (isse) - issa nois/nos/nosu bois/bosàteros/bosatrus - bosàteras/bosatras
issos/issus - issas Relativi (forma valida in LSC in grassetto corsivo) chi
(che) chie/chini (chi, colui che) Interrogativi cale?/cali? (quale?) cantu?
(quanto?) ite?/ita? (che?, che cosa?) chie?/chini? (chi?) Pronomi e aggettivi
possessivi meu/miu - mea o mia/mia tuo o tou/tuu - tua suo o sou/suu - sua; de
vosté/fostei; bostru/bostu (de bos) nostru/nostu bostru (nuor. brostu)/de
boisàteros/bosàteros/bosatrus - de boisàteras/bosàteras/bosatras, issoro/insoru
Pronomi e aggettivi dimostrativi custu,custos/custus - custa,custas (questo,
questi - questa, queste) cussu, cussos/cussus - cussa, cussas (codesto, codesti
- codesta, codeste) cuddu, cuddos/cuddus - cudda, cuddas (quello, quelli -
quella,quelle) Avverbi interrogativi cando/candu? (quando?) comente/comenti?
(come?) ue? o ube? in ue? o in ube?; a in ue o a in ube? (direzione)/aundi?,
innui? (dove?; la forma sarda varia se si tratta di una direzione, cfr. lo
spagnolo ¿adónde?) Preposizioni Semplici a (a,in; direzione) cun o chin (con)
dae/de (da) de (di) in (in,a; situazione) pro/po (per) intra o tra (tra)
segundu (secondo) de in antis/denanti (de) (davanti (a)) dae segus/de fatu (de)
(dietro (a)) in antis (de) (prima (di)) a pustis (de), a coa (dopo (di)) Il
sardo, come lo spagnolo e il portoghese, distingue tra moto a luogo e stato in
luogo: so'andande a Casteddu / a Ispagna; soe in Bartzelona / in Sardigna
Articolate Sing. Plur. a su (al) - a sa (alla) a sos/a is (ai) - a sas/a is
(alle) cun o chin su (con il) - cun o chin sa (con la) cun o chin sos/cun is
(con i) - cun o chin sas/cun is (con le) de su (del) - de sa (della) de sos/de
is (dei) - de sas/de is (delle) in su (nel) - in sa (nella) in sos/in is (nei)
- in sas/in is (nelle) pro/po su (per il) - pro/po sa (per la) pro sos/pro
is/po is (per i) - pro sas/pro is/ po is (per le) Verbi I verbi hanno tre
coniugazioni (-are, -ere / -i(ri), -ire / -i(ri)). La morfologia verbale
differisce notevolmente da quella italiana e conserva caratteristiche del tardo
latino o delle lingue neolatine occidentali. I verbi sardi nel presente
indicativo hanno le seguenti peculiarità: la prima persona singolare termina in
-o nel logudorese (terminazione comune nell'italiano, nello spagnolo e nel
portoghese; entrambe queste ultime due lingue hanno ciascuna quattro soli verbi
con un'altra terminazione alla 1ª persona sing.) e in -u nel campidanese; la
seconda persona sing. termina sempre in -s, come in spagnolo, catalano e
portoghese, terminazione derivata dal latino; la terza persona singolare e
plurale ha le caratteristiche terminazioni in -t, proprie del sardo tra le
lingue romanze e provenienti direttamente dal latino; la prima persona plurale
ha nel logudorese le terminazioni -amus, -imus, -imus, simili a quelle dello
spagnolo e del portoghese -amos, -emos, -imos, che a loro volta sono uguali a
quelle del latino; per quanto riguarda la seconda persona plurale, la variante
logudorese ha nella seconda e terza declinazione la terminazione -ides (latino
-itis), mentre le varianti centrali e meridionali hanno nelle tre declinazioni
rispettivamente -àis, -èis, -is, terminazioni del tutto uguali a quelle
spagnole -áis, -éis, -ís e a quelle portoghesi, lingua in cui la 2ª persona pl.
è però ormai in disuso. L'interrogativa si forma generalmente in due modi: con
l'inversione dell'ausiliare: Juanni tzucadu/tucau est? (è partito Giovanni?),
papadu/papau as? (hai mangiato?) con l'inversione del verbo: un'arantzu/ aranzu
lu cheres o un'arangiu ddu bolis? oppure con la particella interrogativa a: per
esempio a lu cheres un'aranzu? (un arancio, lo vuoi?). La forma con la
particella interrogativa è tipica dei dialetti centro-settentrionali. Prendendo
in considerazione i diversi tempi e modi, l'indicativo passato remoto è quasi
del tutto scomparso dall'uso comune (come nelle lingue romanze settentrionali
della Gallia e del Nord Italia) sostituito dal passato prossimo, ma risulta
attestato nei documenti medioevali e ancor'oggi nelle forme colte e letterarie
in alternanza con l'imperfetto. Parimenti scomparso è l'indicativo
piuccheperfetto, attestato in sardo antico (sc. derat dal lat. dederat, fekerat
da fecerat, furarat dal lat. volgare *furaverat, etc.).[535] L'indicativo
futuro semplice si forma mediante il verbo àere/ài(ri) (avere) al presente più
la preposizione a e l'infinito del verbo in questione: es. deo apo a
nàrrere/deu apu a na(rr)i(ri) (io dirò), tui as a na(rr)i(ri) (tu dirai) (cfr.
tardo latino habere ad + infinito), ecc. Nella lingua parlata la prima persona
apo/apu può essere apostrofata: "ap'a nàrrere". L'imperativo negativo
si forma usando la negazione no/non e il congiuntivo: per esempio no andes/no
andis (non andare), non còmpores (non comprare), analogamente alle lingue
romanze iberiche. Verbo èssere/èssi(ri) (essere) Indicativo presente: deo/deu
so(e)/seo/seu ; tue/tui ses/sesi; issu/isse est/esti ; nos/nois/nosu semus/seus
; bois o bosàteros/bosàtrus sezis/seis ; issos/issus sunt o funt . Verbo àere/ài(ri)
(avere). Il verbo àere/ài(ri) viene usato da solo unicamente nelle varianti
centro-settentrionali; nelle varianti centro-meridionali è usato esclusivamente
come ausiliare per formare i tempi composti, mentre con il significato
dell'italiano avere viene sempre sostituito dal verbo tènnere/tènni(ri),
esattamente come accade in spagnolo, catalano, portoghese (dove il verbo haver
è quasi del tutto scomparso) e napoletano. Per questo motivo in questo schema
vengono indicate unicamente le forme del presente e dell'imperfetto dei
dialetti centro-meridionali, che sono le sole dove nei tempi composti appare il
verbo àere/ài(ri). Indicativo presente: deo/deu apo/apu ; tue/tui as ;
issu/isse at ; nos/nois/nosu a(m)us/eus ; bois o bosàteros/bosàtrus a(z)is ;
issos/issus ant ; In LSC: deo apo; tue as; issu/isse at; nois amus; bois ais;
issos ant. Coniugazione in -are/-a(r)i : Verbo cantare/canta(r)i (cantare)
Indicativo presente: deo/deu canto/cantu; tue/tui cantas; issu/isse cantat;
nos/nois/nosu canta(m)us; bois o bosàteros/bosàtrus canta(z)is; issos/issus
cantant ; In LSC: deo canto; tue cantas; issu/isse cantat; nois cantamus; bois
cantades; issos cantant. Coniugazione in -ere/-i(ri) : Verbo tìmere/tìmi(ri)
(temere) Indicativo presente: deo/deu timo/timu ; tue/tui times/timis ;
issu/isse timet/timit ; nos/nois/nosu timimus o timèus ; bois o
bosàteros/bosàtrus timideso timèis ; issos/issus timent/timint ; In LSC: deo
timo; tue times; issu/isse timet; nois timimus; bois timides; issos timent.
Coniugazione in -ire/-i(ri) : Verbo finire/fini(ri) (finire) Indicativo
presente: deo/deu fino/finu ; tue/tui finis ; issu/isse finit ; nos/nois/nosu
fini(m)us ; bois o bosàteros/bosàtrus finides o fineis ; issos/issus finint ;
In LSC: deo fino; tue finis; issu/isse finit; nois finimus; bois finides; issos
finint. Lessico Tabella di comparazione delle lingue neolatine Latino Francese
Italiano Spagnolo Occitano Catalano Aragonese Portoghese Romeno Sardo Sassarese
Gallurese Còrso Friulano clave(m) clé chiave llave clau clau clau chave cheie
crae/-i ciabi chiaj/ciai chjave/chjavi clâf nocte(m) nuit notte noche
nuèit/nuèch nit nueit noite noapte note/-i notti notti notte/notti gnot cantare
chanter cantare cantar cantar cantar cantar cantar cânta cantare/-ai cantà
cantà cantà cjantâ capra(m) chèvre capra cabra cabra cabra craba cabra capră
càbra/craba crabba capra/crabba(castellanese) capra cjavre lingua(m) langue
lingua lengua lenga llengua luenga língua limbă limba/lìngua linga linga lingua
lenghe platea(m) place piazza plaza plaça plaça plaza praça piață pratza piazza
piazza piazza place ponte(m) pont ponte puente pònt pont puent ponte punte
(pod) ponte/-i ponti ponti ponte/ponti puint ecclesia(m) église chiesa iglesia
glèisa església ilesia igreja biserică crèsia/eccresia gesgia ghjesgia ghjesgia
glesie hospitale(m) hôpital ospedale hospital espital hospital hespital
hospital spital ispidale/spidali ippidari spidali/uspidali spedale/uspidali
ospedâl caseu(m) lat.volg.formaticu(m) fromage formaggio/cacio queso formatge
formatge formache/queso queijo brânză/caș casu casgiu casgiu casgiu formadi
Alcuni vocaboli nella lingua sarda e in quelle alloglotte di Sardegna Italiano
Sardo[536] Gallurese Sassarese Algherese Tabarchino la terra sa terra la tarra
la terra la terra a têra il cielo su chelu/célu lu celu lu tzelu lu zeru lo cel
l'acqua s'abba/àcua l'ea l'eba l'aigua l'aegua il fuoco su fogu lu focu lu
foggu lo foc u fogu l'uomo s'òmine/ómini l'omu l'ommu l'home l'omu la donna sa
fèmina la fèmina la fémmina la dona a dona mangiare mandigare o papare/papai
manghjà magnà menjar mangiâ bere bufare/bufai o bìbere bì bì beure beive grande
mannu mannu/grandi mannu gran grande piccolo minore o piticu minori/picculu
minori petit piccin il burro su botirru lu butirru lu butirru la mantega buru
il mare su mare/mari lu mari lu mari lo mar u mô il giorno sa die/dii la dì la
dì lo dia u giurnu la notte su note/noti la notti la notti la nit a néùtte la
scimmia sa moninca/martinica la scìmia la muninca N.D a scimia il cavallo su
caddu/càdhu/cuàdhu lu cabaddu lu cabaddu lo cavall u cavallu la pecora sa
berbeghe/brebèi la pècura la péggura l'ovella a pëgua il fiore su frore/frori
lu fiori lu fiori la flor a sciùa la macchia sa màcula o sa mantza/mancia la
tacca la mancia/maccia la taca a maccia la testa sa conca lu capu lu cabbu lo
cap a tésta la finestra sa bentana o su balcone lu balconi lu balchoni/vintana
la finestra u barcùn la porta sa janna/ghenna/genna la ghjanna/gianna la gianna
(pron. janna) la porta a porta il tavolo sa mesa o tàula la banca la banca/mesa
la mesa/taula a tòa il piatto su pratu lu piattu lu piattu lo plat u tundu lo
stagno s'istànniu/stàngiu o staini lu stagnu l'isthagnu l'estany u stagnu il
lago su lagu lu lagu lu lagu lo llac u lagu/lògu un arancio un'arantzu/aràngiu
un aranciu un aranzu, cast. aranciu una taronja un çetrùn la scarpa sa bota o
su botinu o sa crapita la botta la botta la bota a scarpa/scòrpa la zanzara sa
t(h)íntula/tzìntzula la zinzula la zinzura la tíntula a sinsòa la mosca sa
musca la musca la moscha, cast. muscha la mosca a musca la luce sa lughe/luxi
la luci la luzi, cast. lugi la llumera a lüxe il buio s'iscuridade/iscuridadi o
su buju o s'iscurigore lu bughju lu buggiu, cast. lu bughju la obscuritat scuur
un'unghia un'ungra/unga un'ugna un'ugna una ungla un'ùngia la lepre su
lèpere/lèpori lu lèparu lu lèpparu la llebre a léve la volpe su matzone o su
mariane/margiàni o su grodde/gròdhe/gròdhi lu maccioni lu mazzoni, cast.
maccioni lo guineot/matxoni a vurpe il ghiaccio s'astragu o sa titia o su
ghiàciu lu ghjacciu lu ghiacciu lo gel u ghiacciu il cioccolato su
tziculate/ciculati lu cioccolatu lu ciucculaddu la xocolata a ciculata la valle
sa badde/badhe/badhi la vaddi la baddi la vall a valle il monte su monte/monti
lu monti lu monti lo mont u munte il fiume su riu o frùmene/frùmini lu riu lu
riu lo riu u riu il bambino su pitzinnu/picínnu o piseddu/pisedhu o pipíu lu
steddu la criaddura/lu pizzinnu lo minyó u figgeu il neonato sa criadura la
criatura/stiducciu la criaddura/lu piccinneddu la criatura u piccin il sindaco
su sìndigu[537] lu sindacu lu sindagu lo síndic u scindegu l'auto sa màchina o
sa vetura la vittura/la macchina la macchina/la vettura la màquina/l'automòbil
a vétüa/a machina la nave sa nae o navi/su vapore la nai lu vapori/la nabi la
nau a nòve/vapùre la casa sa domo/domu la casa la casa la casa a câ il palazzo
su palàt(h)u/palatzu lu palazzu lu parazzu lo palau u palàssiu lo spavento
s'assustu o assùconu o atzìchidu l'assustu/scalmentu
l'assusthu/assucconu/ippasimu, cast. assucunadda l'assusto u resôtu il lamento
sa mìmula o sa chèscia lu lamentu/tunchju lu lamentu/mimmura, cast. mimula la
llamenta u lamentu ragionare arresonare/arrexonai rasghjunà rasgiunà arraonar
rajiunò parlare faeddare/fa(v)edhare/fuedhai faiddà fabiddà parlar parlà
correre cùrrere/curri currì currì corrir caminò a gambe il cinghiale su
sirbone/sirboni o su porcrabu lu polcarvu lu purchabru lo porc-crabo u
cinghiole il serpente sa terpe/terpente o sa colovra/colora/su coloru su
tzerpenti/colovru la salpi lu saipenti lo serpent adesso/ora como o imoe/imoi
abà abà ara aùa io deo/(d)e(g)o/deu eu eu/eiu jo mì camminare ambulare o
caminare/caminai caminà caminà caminar camminò la nostalgia sa
nostalghía/nostalgia o sa saudade/saudadi la nostalghja la nostalgia la
nostàlgia a nustalgia I numeri - Sos nùmeros / Is nùmerus Tra i numeri sardi
troviamo due forme, maschile e femminile, per tutti i numeri che terminano con
il numero uno, escludendo l'undici, il centoundici e così via, per il numero
due e per tutte le centinaia escludendo i numeri cento, millecento, ecc. Questa
caratteristica è presente tale quale sia nello spagnolo sia nel portoghese.
Abbiamo quindi in sardo per esempio (gli esempi sono nel sardo centrale o di
mesania) unu pipiu / una pipia (un bambino/una bambina), duos pitzinnos / duas
pitzinnas (due bambini, ragazzini/due bambine, ragazzine), bintunu
caddos/cuaddos (ventuno cavalli) / bintuna crabas (ventuno capre), barantunu
libros (quarantuno libri) / barantuna cadiras (quarantuno sedie), chentu e unu
rios (centouno fiumi), chentu e una biddas (centouno paesi), dughentos òmines
(duecento uomini) / dughentas domos (duecento case). In sardo abbiamo, come in
italiano, due diverse forme per mille, milli, e duemila,
duamiza/duamìgia/duamilla. Tabella dei numeri basata sulle varianti logudoresi
del Marghine e del Guilcer e del nuorese[538], su quelle di transizione del
Barigadu e su quelle campidanesi della Marmilla I numeri duecento, trecento e,
unicamente in campidanese, seicento hanno una forma propria, dughentos e
treghentos in LSC e in grafia logudorese, duxentus, trexentus e sexentus in
campidanese, dove il due, il tre e il numero cento sono modificati; questo
fenomeno è presente anche in portoghese (duzentos, trezentos); le altre
centinaia invece vengono scritte senza modificare né il numero di base né
chentu/centu, perciò bator(o) chentos/cuatrucentus, otochentos/otucentus, ecc.
Il fonema "ch" di chentos in logudorese viene comunque sempre
pronunciato g, a eccezione del numero seschentos, e la "c" del
campidanese centus sempre come x (j francese di journal). In nuorese
"ch" viene invece pronunciato sempre k, perciò tutti i numeri sono
scritti con "ch" in questa variante. I numeri 101, 102, così come
1001, 1002, ecc., vanno scritti separatamente chentu e unu, chentu e duos,
milli e unu, milli e duos, ecc. Anche in questo caso, questa caratteristica è
condivisa con il portoghese. Chentu viene spesso apostrofato, chent'e unu,
chent'e duos, più raramente anche milli, mill'e unu, mill'e duos, ecc. I numeri
che terminano con uno, a eccezione di undici, centoundici, ecc., vengono spesso
anch'essi apostrofati, sia nella loro forma maschile sia in quella femminile,
se la parola seguente inizia per vocale o per h: bintun'òmines (ventuno
uomini), bintun'amigas (ventuno amiche), ecc. Grafia LSC Grafia logudorese
Grafia campidanese 1 unu, -a unu, -a unu, -a 2 duos/duas duos/duas duus/duas 3
tres tres tres 4 bator bàtor(o) cuatru 5 chimbe chimbe cincu 6 ses ses ses 7
sete sete seti 8 oto oto otu 9 noe noe/nuor. nobe noi 10 deghe deghe/nuor.
deche dexi 11 ùndighi ùndighi/nuor.ùndichi ùndixi 12 dòighi doighi/nuor. doichi
doixi 13 trèighi treighi/nuor. treichi treixi 14 batòrdighi batòrdighi/nuor.
batòrdichi catòrdixi 15 bìndighi bìndighi/nuor. bìndichi cuìndixi 16 sèighi
seighi/nuor. seichi seixi 17 deghessete deghessete/nuor. dechessete dexasseti
18 degheoto degheoto/nuor. decheoto dexiotu 19 deghenoe deghenoe/nuor.
dechenobe dexanoi 20 binti binti/vinti binti 21 bintunu bintunu, -a bintunu, -a
30 trinta trinta trinta 40 baranta baranta coranta 50 chimbanta chimbanta
cincuanta 60 sessanta sessanta sessanta 70 setanta setanta setanta 80 otanta
otanta otanta 90 noranta noranta/nuor. nobanta noranta 100 chentu chentu centu
101 chentu e unu, -a chentu e unu, -a centu e unu, -a 200 dughentos, -as
dughentos, -as/nuor. duchentos, -as duxentus, -as 300 treghentos, -as
treghentos, -as/nuor. trechentos, -as trexentus, -as 400 batorghentos, -as
bator(o)chentos, -as/nuor. batochentos, -as cuatruxentus, -as 500
chimbighentos, -as chimbichentos, -as, chimbechentos, -as/ cincuxentus, -as 600
seschentos, -as seschentos, -as sescentus, -as 700 setighentos, -as
setichentos, -as, setechentos, -as setixentus, -as 800 otighentos, -as
otichentos, -as, otochentos, -as otuxentus, -as 900 noighentos, -as noichentos,
-as, noechentos, -as/nuor. nobichentos, -as noixentus, -as 1000 milli milli
milli 1001 milli e unu, -a milli e unu, -a milli e unu, -a 2000 duamìgia
duamiza duamilla 3000 tremìgia tremiza tremilla 4000 batormìgia
bator(o)miza/nuor. batomiza cuatrumilla 5000 chimbemìgia chimbemiza cincumilla
6000 semìgia semiza semilla 7000 setemìgia setemiza setemilla 8000 otomìgia
otomiza otumilla 9000 noemìgia noemiza/nuor. nobemiza noimilla 10000 deghemìgia
deghemiza/nuor. dechemiza deximilla 100000 chentumìgia chentumiza centumilla
1000000 unu millione unu milione unu milioni Le stagioni - Sas istajones / Is
istajonis Grafia LSC Grafia logudorese Grafia campidanese la primavera su
beranu su beranu su beranu l'estate s'istiu s'istiu/ nuor. s'estiu, s'istadiale
(s.m.) s'istadiali (s.m.), s'istadi (s.f.) l'autunno s'atòngiu
s'atunzu/s'atonzu s'atongiu l'inverno s'ierru s'ierru/nuor. s'iberru s'ierru I
mesi - Sos meses / Is mesis Italiano Grafia LSC Grafia logudorese Grafia
campidanese Gallurese Sassarese Algherese Tabarchino Gennaio Ghennàrgiu
Bennarzu/Bennalzu/Jannarzu/Jannarju Ghennarzu/Ghennargiu Gennaxu/Gennargiu
Ghjnnagghju Ginnaggiu Gener ("giané") Zenò Febbraio Freàrgiu
Frearzu/Frealzu/Frearju Friarxu/Freargiu Friagghju Fribaggiu Febrer
("frabé") Frevò Marzo Martzu Marthu/Malthu/Martzu Martzu/Mratzu Malzu
Mazzu Març ("malts") Mòrsu/Marsu Aprile Abrile Abrile/Aprile Abrili
Abrili Abriri Abril Arvì Maggio Maju Màju Màju Magghju Maggiu Maig
("mač") Mazu Giugno Làmpadas Làmpadas Làmpadas Làmpata/Ghjugnu
Lampada Juny ("jun") Zugnu Luglio Trìulas/Argiolas Trìulas/Trìbulas
Argiolas Agliola/Trìula/Luddu Triura Juliol ("juriòl") Luggiu Agosto
Austu Austu/Agustu Austu Austu Aosthu Agost Austu Settembre Cabudanni
Cabidanni/Cabidanne/Capidanne Cabudanni Capidannu/Sittembri Cabidannu Cavidani
("cavirani)/ Setembre ("setembra") Settembre Ottobre
Santugaine/Ladàmene Santu 'Aìne/Santu Gabine/Santu Gabinu Ledàmini Santu
Aìni/Uttobri Santu Aìni Santuaìni/ Octubre ("utobra") Ottobri
Novembre Santandria/Onniasantu Sant'Andria Donniasantu Sant'Andrìa/Nùembri
Sant'Andrìa Santandria/ Novembre ("nuvembra") Nuvembre Dicembre
Nadale/Mese de Idas (Mese de) Nadale (Mesi de) Idas/(Mesi de) Paschixedda
Natali/Dicembri Naddari Nadal ("naràl")/ Desembre
("desémbra") Dejèmbre I giorni - Sas dies / Is diis Grafia logudorese
Grafia campidanese Sassarese Gallurese lunedì lunis lunis luni luni martedì
martis martis marthi malti mercoledì mércuris/mérculis mércuris/mrécuris
marchuri malculi giovedì jòbia/zòbia jòbia giobi ghjovi venerdì
chenàbara/chenàpura cenàbara/cenàpura vennari vennari sabato sàbadu/sàpadu
sàbudu sabaddu sabatu domenica dumìniga/domìniga/domìnica domìniga/domìnigu
dumenigga dumenica I colori - Sos colores / Is coloris biancu/ant. arbu
[bianco], nieddu [nero], ruju/arrùbiu [rosso], grogu [giallo], biaitu/asulu
[blu], birde/birdi/bildi [verde], arantzu/aranzu/colori de aranju [arancione],
tanadu/viola/biola [Viola], castàngiu/castanzu/baju [marrone]. Etimologia Nel
presente paragrafo si elenca, senza alcuna pretesa di esaustività in merito,
parte di quella mèsse lessicale facente parte sia del substrato, che dei vari
superstrati. Nei nomi con due o più varianti viene prima riportato il
logudorese, quindi il campidanese. Varie ricerche hanno messo in luce il fatto
che la competenza dei parlanti adulti del sardo non ammette un numero di
prestiti, provenienti dalle varie lingue dominanti nei secoli, superiore al
15,5% del lessico posseduto.[539] Substrato paleosardo o nuragico CUC → cùcuru,
cucurinu (cima di un monte, cocuzzolo; punta sporgente, come Cùcuru 'e Portu a
Oristano; cfr. basco kukurr, cresta del gallo)[540] GON- → Gonone, Gologone,
Goni, Gonnesa, Gonnosnò (altura, collina, montagna, cfr. greco eolico gonnos,
colle) NUR-/'UR- → ant. nurake → nuraghe/nuraxi, Nurra, Nora (mucchio cavo,
ammasso), Noragugume NUG: Nug-or; Nug-ulvi (cfr. slavo noga, piede o gamba; sia
Nuoro sia Nulvi sono località ai piedi di un monte) ASU-, BON-, GAL → Gallura
ant. Gallula, Garteddì (Galtellì), Galilenses, Galile GEN-, GES- → Gesturi
GOL-/'OL → Gollei, Ollollai, Parti Olla (Parteolla),
golostri/golostru/golóstiche/ golóstise/golóstiu/golosti/'olosti (agrifoglio,
si confronti lo slavo ostrь, "spinoso"; il basco gorosti, a cui si
associa, è d'origine oscura e probabilmente paleoeuropea, cfr. infatti greco
kélastros, agrifoglio) EKA-, KI-, KUR-, KAL/KAR- → Karalis → ant. Calaris
(Cagliari), Carale, Calallai ENI → ogl. eni (albero del tasso, cfr. albanese
enjë, albero del tasso); MAS-, TUR-, MERRE (luogo sacro) → Macumere (Macomer);
GUS → Gusana, Guspini (cfr. serbo guša, gola); ALTRI TERMINI → toneri (tacco,
torrione), garroppu (canyon), chessa (lentischio) THA-/THE-/THI-/TZI-
(articolo) → thilipirche (cavalletta), thilicugu (geco), thiligherta
(lucertola), tzinibiri (ginepro), Tamara (monte nel territorio del comune di
Nuxis) thinniga/tzinniga[541](stipa tenacissima), thirulia (nibbio); Origine
punica CHOURMÁ → kurma ‘ruta di Aleppo’[542] CUSMIN → guspinu, óspinu
‘nasturzio’[542] MS' → mitza/mintza ‘sorgente’[543] SIKKÍRIA → camp. tsikkirìa
‘aneto’[543] YAʿAR ‘bosca’ → camp. giara ‘altopiano’[542] ZERAʿ ‘seme’ →
*zerula → camp. tseúrra ‘germoglio, piumetta embrionale del seme del
grano’[542] ZIBBIR → camp. tsíppiri ‘rosmarino’[543] ZUNZUR ‘corregiola’ →
camp. síntsiri ‘coda cavallina’[542] MAQOM-HADAS → Magomadas ‘luogo nuovo’
MAQOM-EL? ("luogo di dio")/MERRE? → Macumere (Macomer) TAM-EL →
Tumoele, Tamuli (luogo sacro); Origine latina ACCITUS → ant.kita → chida/cida
(settimana, derivata dai turni settimanali delle guardie giudicali) ACETU(M) →
ant. aketu>aghedu/achetu/axedu (aceto) ACIARIU(M) →
atharzu/atzarzu/atzargiu/atzarju (acciaio) ACINA → ant. àkina, àghina/àxina
(uva) ACRU(M) → agru, argu (aspro, acido) ACUS → agu (ago) AERA → aèra/àiri
AGNONE → anzone/angioni (agnello) AGRESTIS → areste/aresti (selvatico) ALBU(M) →
ant. albu>arbu (bianco) ALGA → arga/àliga (spazzatura; alga) ALTU(M) → artu
(alto) AMICU(M) → ant.amicu → amigu (amico) ANGELU(M) → anghelu/ànjulu (angelo)
AQUA(M) → abba/àcua (acqua) AQUILA(M) → ave/àbbile/àchili (aquila) ARBORE(M) →
arbore/arvore/àrburi (albero) ASINUS → àinu (asino) ASPARAGUS → camp. sparau
(asparago) AUGUSTUS → austu (agosto) BABBUS → babbu (padre, babbo) BASIUM →
basu, bàsidu (bacio) BERBECE → berbeke/berbeghe/prebeghe/brebei (pecora) BONUS
→ bonu (buono) BOVE(M) → boe/boi (bue) BUCCA → buca (bocca) BURRICUS → burricu
(asino) CABALLUS → ant. cavallu/caballu → caddu/cuaddu/nuor. cabaddu (cavallo)
CANE(M) → cane/cani (cane) CAPPELLUS → cappeddu, capeddu (cappello) CAPRA(M) →
cabra/craba (capra) CARNE → carre/carri (carne umana, viva) CARNEM SECARE → carrasegare/
nuor. carrasecare (carnevale; "tagliare la carne" nel senso di
buttarla via, in quanto ormai prossimo l'inizio della Quaresima; l'etimologia
del termine italiano carnevale ha lo stesso significato di origine, seppur una
forma differente (da carnem levare); la forma latina è a sua volta un calco del
greco apokreos)[544][545] CARRU(M) → carru (carro) CASEUS → casu (formaggio)
CASTANEA → castanza/castanja (castagna) CATTU(M) → gattu (gatto) CENA PURA →
chenàbura/chenàbara/cenàbara/nuor. chenàpura (venerdì; questo nome era
originariamente una definizione diffusa tra gli ebrei dell'Africa
settentrionale per indicare il venerdì sera, momento in cui veniva preparato il
cibo per il sabato. Numerosi giudei nordafricani si insediarono in Sardegna
dopo essere stati espulsi dalle loro terre da parte dei Romani. A loro si deve
probabilmente la parola sarda per venerdì)[546] CENTUM → chentu/centu (cento)
CIBARIUS → civràxiu, civraxu (tipico pane sardo) CINQUE → chimbe/cincu (cinque)
CIPULLA → chibudda/cibudda (cipolla) CIRCARE → chircare/circai (cercare)
CLARU(M) → craru (chiaro) COCINA → ant.cokina → coghina/coxina (cucina)
COELU(M) → chelu/celu (cielo) COLUBER → colovra/colora/coloru (biscia) CONCHA →
conca (testa) CONIUGARE → cojuare/coyai (sposare) CONSILIU(M) → ant.consiliu →
cunsizzucunsigiu/cunsillu (consiglio) COOPERCULU(M) → cropettore/cobercu
(coperchio) CORIU(M) → corzu/corju/corgiu (cuoio) CORTEX → ant.
gortike/borticlu → ortighe/ortiju/ortigu (corteccia del sughero) COXA(M) →
cossa/cosça (coscia) CRAS → cras/crasi (domani) CREATIONE(M) →
criatura/criathone/criadura (creatura) CRUCE(M) → ant. cruke/ruke →
rughe/(g)ruxi (croce) CULPA(M) → curpa (colpa) DECE → ant.deke → deghe/dexi
(dieci) DEORSUM → josso/jossu (giù) DIANA → jana (fata) DIE → die/dii (giorno)
DOMO/DOMUS → domo/domu (casa) ECCLESIA → ant. clesia → cheja/crèsia (chiesa)
ECCU MODO/QUOMO(DO) → còmo/imoi (adesso) ECCU MENTE/QUOMO(DO) MENTE →
comente/comenti (come) EGO → ant.ego → deo/eo/jeo/deu (io) EPISCOPUS → ant.
piscopu → pìscamu (vescovo) EQUA(M) → ebba/ègua (giumenta) ERICIUS → eritu
(riccio) ETIAM → eja (sì) EX-CITARE → ischidare/scidai (svegliare) FABA(M) →
ava/faa (fava) FABULARI → faeddare/foeddare/fueddai (parlare) FACERE → ant.
fakere → fàghere/fai (fare) FALCE(M) → ant.falke → farche/farci (falce)
FEBRUARIU(M) → ant. frearju → frearzu/frearju/friarju (febbraio) FEMINA →
fèmina (donna) FILIU(M) → ant. filiu/fiju/figiu → fizu/figiu/fillu (figlio)
FLORE(M) → frore/frori (fiore) FLUMEN → ant.flume → frùmene/frùmini (fiume)
FOCU(M) → ant. focu → fogu (fuoco) FOENICULU(M) → ant.fenuclu → fenugru/fenugu
(finocchio) FOLIA → fozza/folla (foglia) FRATER → frade/fradi (fratello)
FUNE(M) → fune/funi GELICIDIU(M) → ghilighia/chilighia/cilixia (gelo, brina)
GENERU(M)→ ghèneru/ènneru/gèneru (genero) GENUCULUM → inucru/benugu/genugu
(ginocchio) GLAREA → giarra (ghiaia) GRAVIS → grae/grai (pesante) GUADU →
ant.badu/vadu → badu/bau (guado) HABERE → àere/ai (avere) HOC ANNO → ocannu
(quest'anno) HODIE → oe/oje/oi (oggi) HOMINE(M) → òmine/òmini (uomo) HORTU(M) →
ortu (orto) IANUARIUS, IENARIU(M) → ant. jannarju>
bennarzu/ghennarzu/jennarju/ghennargiu/gennarju (gennaio) IANUA → janna/genna
(porta) ILEX → ant.elike → elighe/ìlixi (leccio) IMMO → emmo (sì) IN HOC → ant.
inòke → inoghe/innoi (qui) INFERNU(M) → inferru/ifferru (inferno) I(N)SULA →
ìsula/iscra (isola) INIBI → inie/innia (là) IOHANNES → Juanne/Zuanne/Juanni
(Giovanni) IOVIA → jòvia/jòbia (giovedì) IPSU(M) → su (il) IUDICE(M) → ant.
iudike → juighe/zuighe (giudice) IUNCU(M) → ant. juncu → zuncu/juncu (giunco)
IUNIPERUS → ghinìperu/inìbaru/tzinnìbiri (ginepro) IUSTITIA → ant.
justithia/justizia → justìtzia/zustìssia (giustizia) LABRA → lavra/lara
(labbra) LACERTA → thiligherta/calixerta/caluxèrtula (lucertola) LARGU(M) →
largu (largo) LATER → camp. làdiri (mattone crudo) LIGNA → linna (legna)
LINGERE → lìnghere/lingi (leccare) LINGUA(M) → limba/lìngua (lingua) LOCU(M) →
ant. locu → logu (luogo) LUTU(M) → ludu (fango) LUX → lughe/luxi (luce) MACCUS
→ macu (matto) MAGISTRU(M) → maìstu (maestro) MAGNUS → mannu (grande) MALUS →
malu (cattivo) MANUS → manu (mano) MARTELLUS → martheddu/mateddu/martzeddu
(martello) MERIDIES → merie/merì (pomeriggio) META → meda (molto) MULIER →
muzere/cmulleri (moglie) NARRARE → nàrrere/nai (dire) NEMO → nemos (nessuno) NIX
→ nie/nii/nuor. nibe (neve) NUBE(M) → nue/nui (nuvola) NUCE → ant. nuke →
nughe/nuxi (noce) OCCIDERE → ochidere, occhire, bochire/bociri (uccidere)
OC(U)LU(M) → ogru/oju/ogu/nuor. ocru (occhio) OLEASTER →
ozzastru/ogiastru/ollastu (olivastro) OLEUM → oliu → ozu/ogiu/ollu (olio) OLIVA
→ olia (oliva) ORIC(U)LA(M) → ant.oricla → origra/orija/origa/nuor. oricra
(orecchio) OVU(M) → ou(uovo) PACE → ant.pake →paghe/paxi/nuor. pake (pace)
PALATIUM → palathu/palàtziu/palatzu (palazzo) PALEA → paza/pagia/palla (paglia)
PANE(M) → pane/pani PAPPARE → log. papare, camp. papai (mangiare) PARABOLA →
paraula, nuor. paragula (parola) PAUCUS → pagu (poco) PECUS → pegus (capo di
bestiame) PEDIS → pe/pei/nuor. pede (piede) PEIUS → pejus/peus (peggio)
PELLE(M) → pedde/peddi (pelle) PERSICUS → pèrsighe/pèssighe (pesca) PETRA(M) →
pedra/perda/nuor. preda (pietra) PETTIA(M) → petha/petza (carne) PILUS → pilu
(pelo), pilos/pius (capelli) PIPER → pìbere/pìbiri (pepe) PISCARE →
piscare/piscai (pescare) PISCE(M) → pische/pisci (pesce) PISINNUS → pitzinnu
(bambino, giovane, ragazzo) PISUS → pisu (seme) PLATEA → pratha/pratza (piazza)
PLACERE → piàghere/pràghere/praxi (piacere) PLANGERE → prànghere/prangi
(piangere) PLENU(M) → prenu (pieno) PLUS → prus (più) POLYPUS → purpu/prupu
(polpo) POPULUS → pòpulu/pòbulu (popolo) PORCU(M) → porcu/procu (maiale) POST →
pustis (dopo) PULLUS → puddu (pollo) PUPILLA → pobidda/pubidda (moglie) PUTEUS
→ puthu/putzu (pozzo) QUANDO → cando/candu (quando) QUATTUOR → battor(o)/cuatru
(quattro) QUERCUS → chercu (quercia) QUID DEUS? → ite/ita? (che/che cosa?)
RADIUS → raju (raggio) RAMU(M) → ramu/arramu (ramo) REGNU → rennu/urrennu
(regno) RIVUS → ant. ribu → riu/erriu/arriu (fiume) ROSMARINUS →
ramasinu/arromasinu (rosmarino) RUBEU(M) → ant. rubiu → ruju/arrùbiu (rosso)
SALIX → salighe/sàlixi (salice) SANGUEN → sàmbene/sànguni (sangue) SAPA(M) →
saba (sapa, vino cotto) SCALA → iscala/scala (scala) SCHOLA(M) → iscola/scola
(scuola) SCIRE → ischire/sciri (sapere) SCRIBERE → iscrìere/scriri (scrivere)
SECARE → segare/segai (tagliare) SECUS → dae segus/a-i segus (dopo) SERO →
sero/ant.camp. seru (sera) SINE CUM → kene/kena/kentza/sena/setza (senza)
SOLE(M) → sole/soli (sole) SOROR → sorre/sorri (sorella) SPICA(M) →
ispiga/spiga (spiga) STARE → istare/stai (stare) STRINCTU(M) → strintu
(stretto) SUBERU → suerzu/suerju (quercia da sughero) SULPHUR →
tùrfuru/tzùrfuru/tzrùfuru (zolfo) SURDU(M) → surdu (sordo) TEGULA → teula
(tegola) TEMPUS → tempus (tempo) THIUS → thiu/tziu (zio) TRITICUM → trigu/nuor.
trìdicu (grano) UMBRA → umbra (ombra) UNDA → unda (onda) UNG(U)LA(M) →
unja/ungra/unga (unghia) VACCA → baca (vacca) VALLIS → badde/baddi (valle)
VENTU(M) → bentu (vento) VERBU(M) → berbu (verbo, parola) VESPA(M) →
ghespe/bespe/ghespu/espi (vespa) VECLUS(AGG.) → betzu/becciu (vecchio)
VECLUS(S) → ant. veclu → begru/begu (legno vecchio) VIA → bia (via) VICINUS →
ant. ikinu → bighinu/bixinu (vicino) VIDERE → bìdere/bìere/biri (vedere) VILLA
→ ant. villa → billa → bidda (paese) VINEA(M) → binza/bingia (vigna) VINU(M) →
binu (vino) VOCE → ant. voke/boke → boghe/boxi (voce) ZINZALA →
thìnthula/tzìntzula/sìntzulu (zanzara); Origine greca bizantina AGROIKÓS → gr.
biz. agrikó → gregori ‘terreno incolto’[547] FLASTIMAO → frastimare/frastimai
‘bestemmiare’ KAVURAS ‘granchio’ → camp. kavuru KASKO → cascare ‘sbadigliare’
*KEROPÓLIDA → kera/cera óbida ‘cera che sigilla il favo’[547] KHÓNDROS ‘fiocchi
d’avena; cartilagine’ → gr. biz. kontra → log. iskontryare[547] KLEISOÛRA
‘chiusa’ → krisura (krisayu, krisayone) ‘chiusa di un podere’[547] KONTAKION →
ant. condake → condaghe/cundaxi ‘raccolta di atti’ KYÁNE(OS) ‘blu scuro’ →
camp. ghyani ‘manto morello di cavallo (o di bue)’[547] LEPÍDA ‘lama di
coltello’ → leppa ‘coltello’[547] Λουχὶα → ant. Lukìa → Lughìa/Luxia (Lucia)
MERDOUKOÚS, MERDEKOÚSE ‘maggiorana’ → centr. mathrikúsya, camp. martsigusa
‘ginestra’[547] NAKE → annaccare (cullare) PSARÓS ‘grigio’ → *zaru → log.
medioevale arzu[547] σαραχηνός → theraccu/tzeracu ‘servo’ Στέφανε →
Istevane/Stèvini ‘Stefano’ Origine catalana ACABAR → acabare/acabai (finire,
smettere; cf. spa. acabar)[548] AIXÌ → camp.aici (così) AIXETA → log. isceta
(cannella della botte; rubinetto)[548] ALÈ → alenu (alito)[548] ARRACADA →
arrecada (orecchino) ARREU → arreu (di continuo) AVALOT → avollotu (trambusto;
cf. spa. alboroto (ant. alborote))[548] BANDA → banda (lato)[548] BANDOLER →
banduleri (vagabondo; originariamente bandito; cf. spa. bandolero) BARBER →
barberi (barbiere; cf. spa. barbero) BARRA → barra (mandibola; insolenza,
testardaggine) BARRAR → abbarrare (nell'odierno catalano significa però
sbarrare, in sardo camp. rimanere) BELLESA → bellesa (bellezza) (AL)BERCOC →
luog. barracoca (albicocca; da una termine balearico passato poi anche
all'algherese barracoc)[548] BLAU → camp.brau (blu) BRUT, -A → brutu, -a (sporco)
BURRO → burricu (asino; cf, spa. burro e borrico)[548] BURUMBALLA → burrumballa
(segatura, truciolame, per est. cianfrusaglia) BUTXACA → busciaca/buciaca
(tasca, borsa)[548] CADIRA / CARIA (vocabolo ancor presente in algherese) →
camp. cadira (sedia); Caría (cognome sardo) CALAIX → camp. calaxu/calasciu
(cassetto) CALENT → caente/callenti (caldo; cf. spa. caliente)[548] CARRER →
carrera/carrela (via)[548] CULLERA → cullera (cucchiaio) CUITAR →
coitare/coitai (sbrigarsi)[548] DESCLAVAMENT → iscravamentu (deposizione di
Cristo dalla croce) DESITJAR → disigiare/disigiai (desiderare)[548] ESTIU →
istiu (estate; cf. spa. estío, lat. aestivum (tempus)) FALDILLA → faldeta
(gonna)[548] FERRER → ferreri (fabbro) GARRÓ → garrone, -i (garretto)[548]
GOIGS → camp. gocius (composizioni poetiche sacre; cf. gosos) GRIFÓ → grifone,
-i (rubinetto)[548] GROC → grogo, -u (giallo)[548] ENHORABONA! → innorabona!
(in buon'ora!; cf. spa. enhorabuena) ENHORAMALA! → innoramala! (in mal'ora!)
ESMORZAR → ismurzare/ismurgiare/irmugiare/imrugiare (fare colazione)[548]
ESTIMAR → istimare/stimai (amare, stimare) FEINA → faina (lavoro, occupazione,
daffare; già da una forma catalana medievale, da cui si è poi anche originato
lo spagnolo faena)[548] FLASSADA → frassada (coperta; cf. spa. frazada)[548]
GÍNJOL → gínjalu (giuggiola, giuggiolo) IAIO, -A → jaju, -a (nonno, -a; cf.
spa. yayo, -a) JUTGE → camp. jugi/log. zuzze (giudice) LLEIG → camp.
léggiu/log. lezzu (brutto) MANDRÓ → mandrone, -i (pigro, nullafacente)[548]
MATEIX → matessi (stesso) MITJA → mìgia, log. miza (calza) MOCADOR → mucadore,
-i (fazzoletto) ORELLETA → orilletas (dolci fritti) PAPER → paperi (carta)[548]
PARAULA → paraula (parola) PLANXA → prància (ferro da stiro; prestito di
origine francese, anteriore allo spagnolo plancha)[548] PREMSA → prentza
(torchio)[549] PRESÓ → presone, -i (prigione) PRESSA → presse, -i (fretta)[548]
PRÉSSEC → prèssiu (pesca)[548] PUNXA → camp. punça/log. puntza (chiodo) QUIN,
-A → camp. chini (in catalano significa "quale", in sardo
"chi") QUEIXAL → sardo centrale e camp. caxale/casciale, -i (dente
molare) RATAPINYADA → camp. ratapignata (pipistrello) RETAULE → arretàulu
(retablo, tavola dipinta) ROMÀS → nuor. arrumasu (magro; originariamente in
catalano "rimasto" → rimasto a letto → indebolito→ dimagrito,
magro)[548] SABATA → camp.sabata (scarpa) SABATER → sabateri (calzolaio) SAFATA
→ safata (vassoio)[165] SEU → camp. seu (cattedrale, "sede del
vescovo") SÍNDIC → sìndigu (sindaco)[548] SíNDRIA → sìndria (anguria)
TANCAR → tancare/tancai (chiudere) TINTER → tinteri (calamaio) ULLERES → camp.
ulleras (occhiali) VOSTÈ → log. bostè/camp .fostei o fustei (lei, pronome di
cortesia; da vostra merced, vostra mercede; cf. spa. usted)[550] Origine
spagnola Le voci di cui non viene indicata l'etimologia sono voci di origine
latina di cui lo spagnolo ha modificato il significato originario che avevano
in latino e il sardo ha preso il loro significato spagnolo; per le voci che lo
spagnolo ha preso da altre lingue viene indicata la loro etimologia come riportata
dalla Real Academia Española. ADIÓS → adiosu (addio, arrivederci)[548] ANCHOA →
ancioa (alice)[548] APOSENTO → aposentu (camera da letto) APRETAR, APRIETO →
apretare, apretu (mettere in difficoltà, costringere, opprimere; difficoltà,
problema) ARENA → arena (sabbia; cf. cat. arena)[548] ARRIENDO → arrendu
(affitto)[548] ASCO → ascu (schifo)[548] ASUSTAR → assustare/assustai
(spaventare; in camp. è più diffuso atziccai, che a sua volta viene dallo
spagnolo ACHICAR)[548] ATOLONDRADO, TOLONDRO → istolondrau (stordito, confuso,
sconcertato) AZUL → camp. asulu (azzurro; parola arrivata allo spagnolo
dall'arabo)[551] BARATO → baratu (economico) BARRACHEL → barratzellu/barracellu
(guardia campestre; parola questa che anche passata all'italiano regionale della
Sardegna, dove la parola barracello indica appunto una guardia campestre
facente parte della compagnia barracellare) BÓVEDA → bòveda, bòvida (volta
(nell'ambito della costruzione) )[552] BRAGUETA → bragheta (cerniera dei
pantaloni; il termine "braghetta" o "brachetta" è presente
anche in italiano, ma con altri significati; con questo significato è diffuso
anche nell'italiano regionale della Sardegna: cf. cat. bragueta) BRINCAR,
BRINCO → brincare, brincu (saltare, salto; termine arrivato in spagnolo dal
latino vinculum,[553] legame, parola che è poi stata modificata e ha assunto un
significato completamente differente in castigliano e che poi con questo è
passata al sardo, fenomeno condiviso da molti altri spagnolismi) BUSCAR →
buscare/buscai (cercare, prendere; cf. cat. buscar) CACHORRO → caciorru
(cucciolo)[548] CALENTURA → calentura, callentura (febbre) CALLAR →
cagliare/chelare (tacere; cf. cat. callar)[548] CARA → cara (faccia; cf. cat.
cara)[548] CARIÑO → carignu (manifestazione di affetto, carezza; affetto)[548]
CERRAR → serrare/serrai (chiudere) CHASCO → ciascu (burla)[548] CHE
(esclamazione di sorpresa di origine onomatopeica usata in Argentina, Uruguay,
Paraguay, Bolivia e in Spagna nella zona di Valencia)[554] → cé (esclamazione
di sorpresa usata in tutta la Sardegna) CONTAR → contare/contai (raccontare;
cf. cat. contar)[548] CUCHARA → log. cocciari (cucchiaio) / camp. coccerinu
(cucchiaino), cocciaroni (cucchiaio grande)[548] DE BALDE → de badas
(inutilmente; cf. cat. debades) DÉBIL → dèbile, -i (debole; cf. cat.
dèbil)[548] DENGOSO, -A, DENGUE → dengosu, -a, dengu (persona che si lamenta
eccessivamente senza necessità, lamento esagerato e fittizio; voce di origine
onomatopeica)[555] DESCANSAR, DESCANSO → discansare/discantzare,
discansu/discantzu (riposare, riposo; cf. cat. descansar)[548] DESDICHA →
disdìcia (sfortuna)[548] DESPEDIR → dispidire/dispidì (accomiatare,
congedare)[548] DICHOSO, -A → diciosu, -a (felice, beato)[548] HERMOSO, -A →
ermosu, -a / elmosu, -a (bello)[548] EMPLEO → impleu (carica, impiego)[548]
ENFADAR, ENFADO → infadare/irfadare/iffadare, infadu/irfadu/iffadu (molestia,
fastidio, rabbia; cf. cat. enfadar)[556] ENTERRAR, ENTIERRO → interrare,
interru (seppellire, seppellimento; cf. cat. enterrar)[548] ESCARMENTAR →
iscalmentare/iscrammentare/scramentai (apprendere dall'esperienza propria o
altrui per evitare di commettere gli stessi errori; parola di etimologia
originaria sconosciuta)[557] ESPANTAR → ispantare/spantai (spaventare; in
campidanese, e in algherese, significa meravigliare; cf. cat. espantar) FEO →
log. feu (brutto)[548] GANA → gana (voglia; cf. cat. gana; parola di etimologia
originaria incerta)[558] GARAPIÑA → carapigna (bibita rinfrescante)[559] GASTO
→ gastu (spesa, consumo)[548] GOZOS → log. gosos/gotzos (composizioni poetiche
sacre; cf. gocius) GREMIO → grèmiu (corporazione di diversi mestieri; anche
questa parola fa parte dell'italiano parlato in Sardegna, dove i gremi sono per
esempio le corporazioni di mestieri dei Candelieri di Sassari o della Sartiglia
di Oristano; oltre che in Sardegna e in spagnolo, la parola si usa anche in
portoghese, gremio, catalano, gremi, tedesco, Gremium, e nell'italiano parlato
in Svizzera, nel Canton Ticino) GUISAR → ghisare (cucinare; cf.cat.
guisar)[548] HACIENDA → sienda (proprietà)[544] HÓRREO → òrreu (granaio) JÍCARA
→ cìchera, cìcara (tazza; parola originariamente proveniente dal náhuatl)[560]
LÁSTIMA → làstima (peccato, danno, pena; qué lástima → ite làstima (che
peccato), me da lástima → mi faet làstima (mi fa pena) )[548] LUEGO → luegus
(subito, fra poco) MANCHA → log. e camp. mància, nuor. mantza (macchia) MANTA →
manta (coperta; cf. cat. manta) MARIPOSA → mariposa (farfalla)[548] MESA → mesa
(tavolo) MIENTRAS → camp. mentras (cf. cat. mentres) MONTÓN → muntone (mucchio;
cf. cat. munt)[561] OLVIDAR → olvidare (dimenticare)[548] PEDIR → pedire
(chiedere, richiedere) PELEA → pelea (lotta, lite)[548] PLATA → prata (argento)
PORFÍA → porfia (ostinazione, caparbietà, insistenza)[562] POSADA → posada
(locanda, luogo di ristoro) PREGUNTAR, PREGUNTA → preguntare/pregontare,
pregunta/pregonta (domandare, domanda; cf. cat. preguntar, pregunta) PUNTAPIÉ
(s.m.) → puntepé/puntepei (s.f.) (calcio, colpo dato con la punta del piede)
PUNTERA → puntera (parte della calza o della scarpa che copre la punta del
piede; colpo dato con la punta del piede) QUERER → chèrrer(e) (volere) RECREO →
recreu (pausa, ricreazione; divertimento)[548] RESFRIARSE, RESFRÍO →
s'arrefriare, arrefriu (raffreddarsi, raffreddore)[548] SEGUIR → sighire
(continuare; seguire; cf. cat. seguir)[544] TAJA → tacca (pezzo) TIRRIA,
TIRRIOSO → tirria, tirriosu (cattivo sentimento; cf. cat. tírria)[563] TOMATE
(s.m.) → nuor. e centrale tamata/camp. e gall. tumata (s.f.) (pomodoro; parola
originariamente proveniente dal náhuatl)[564] TOPAR → atopare/atopai
(incontrare, anche per caso, qualcuno; imbattersi in qualcosa; voce
onomatopeica; cf. cat. topar)[565] VENTANA → log. e camp. ventana/log. bentana
(finestra) VERANO → log. beranu (sp. estate, srd. primavera) Origine
toscana/italiana ARANCIO → aranzu/arangiu AUTUNNO → atonzu/atongiu BELLO/-A →
bellu/-a BIANCO → biancu CERTO/-A → tzertu/-a CINTA → tzinta CITTADE → ant.
kittade → tzitade/citade/tzitadi/citadi (città) GENTE → zente/genti INVECE →
imbètzes/imbecis MILLE → milli OCCHIALI → otzales SBAGLIO →
irballu/isbàlliu/sbàlliu VERUNO/-A → perunu/-a (alcuno/-a) ZUCCHERO →
thùccaru/tzùccaru/tzùcuru Prenomi, cognomi e toponimi Lo stesso argomento in
dettaglio: Prenomi sardi e Cognomi sardi. Dalla lingua sarda derivano tanto i
nomi storici di persona (nùmene / nomen / nomini-e / lumene o lomini) e i
soprannomi (nomìngiu / nominzu / o paranùmene / paralumene / paranomen /
paranomine-i), che i sardi avrebbero conferito l'un l'altro fino all'epoca
contemporanea per poi cadere nell'attuale disuso,[566] quanto buona parte dei
cognomi tradizionali (sambenadu / sangunau), tuttora i più diffusi nell'isola.
I toponimi della Sardegna possono vantare una storia antica,[567] sorgendo in
alcuni casi un significativo dibattito inerente alle loro origini.[568] Note
Esplicative ^ Con riguardo alla cristianizzazione dell'isola, Papa Simmaco fu
battezzato a Roma e si diceva fosse «ex paganitate veniens»; la conversione
degli ultimi pagani sardi, guidati da Ospitone, fu descritta da Tertulliano
come il seguente evento: «Sardorum inaccessa Romanis loca, Christo vero
subdita». Max Leopold Wagner, La lingua sarda, Nuoro, Ilisso, 1951–1997, p. 73.
^ «Fallacissimum genus esse Phoenicum omnia monumenta vetustatis atque omnes
historiae nobis prodiderunt. ab his orti Poeni multis Carthaginiensium
rebellionibus, multis violatis fractisque foederibus nihil se degenerasse
docuerunt. A Poenis admixto Afrorum genere Sardi non deducti in Sardiniam atque
ibi constituti, sed amandati et repudiati coloni. [...] Africa ipsa parens illa
Sardiniae, quae plurima et acerbissima cum maioribus nostris bella gessit.»
Cicero: Pro Scauro, su thelatinlibrary.com. URL consultato il 28 novembre 2015.
^ «Potissimum vero ad usurpandum in scriptis Italicum idioma gentem nostram
fuisse adductam puto finitimarum exemplo, Provincialium, Corsorum atque
Sardorum» ("In verità ritengo anzitutto che la nostra gente [italiana] sia
stata indotta a usare nello scritto l'idioma italico, seguendo l'esempio dei
vicini Provenzali, Corsi e Sardi") e, più in là, «Sardorum quoque et
Corsorum exemplum memoravi Vulgari sua Lingua utentium, utpote qui Italis
preivisse in hoc eodem studio videntur» ("Ho ricordato, fra l'altro,
l'esempio dei Sardi e dei Corsi, che hanno impiegato la propria lingua volgare,
come quelli che in ciò hanno preceduto gli Italiani"). Antonio, Ludovico
Antonio (1739). Antiquitates Italicae Moedii Evi, Mediolani, t. 2, col. 1049 ^
Incipit di Ines Loi Corvetto, La Sardegna e la Corsica, Torino, UTET, 1993.
Hieronimu Araolla, edited by Max Leopold Wagner, Die Rimas Spirituales Von
Girolamo Araolla. Nach Dem Einzigen Erhaltenen Exemplar Der
Universitätsbibliothek in Cagliari, Princeton University, 1915, p. 76. Semper
happisi desiggiu, Illustrissimu Segnore, de magnificare, & arrichire sa limba
nostra Sarda; dessa matessi manera qui sa naturale insoro tottu sas naciones
dessu mundu hant magnificadu & arrichidu; comente est de vider per isos
curiosos de cuddas. ("Sempre abbia il desiderio, Illustrissimo Signore, di
magnificare e arricchire la nostra lingua sarda; nel medesimo modo in cui tutte
le nazioni del mondo hanno magnificato e arricchito [la propria]; come si può
vedere per coloro che ne sono incuriositi.") ^ …L'Alguer
castillo fuerte bien murado / con frutales por tierra muy divinos / y por la
mar coral fino eltremado / es ciudad de mas de mil vezinos… Joaquín Arce,
España en Cerdeña, 1960, p. 359. ^ E.g.: «…Non podende sufrire su tormentu / de
su fogu ardente innamorosu. / Videndemi foras de sentimentu / et sensa una hora
de riposu, / pensende istare liberu e contentu / m'agato pius aflitu e
congoixosu, / in essermi de te senora apartadu, / mudende ateru quelu, ateru
istadu…» Antonio de Lo Frasso, Los Cinco Ultimos Libros de Fortuna de Amor,
vol. 2, Londra, Henrique Chapel, 1573-1740, pp. 141-144. ^ «Sendemi vennidu à
manos in custa Corte Romana unu Libru in limba Italiana, nouamente istampadu,
[…] lu voltao in limba Sarda pro dare noticia de cuddas assos deuotos dessa
patria mia disijosos de tales legendas. Las apo voltadas in sardu menjus qui non in atera limba pro
amore de su vulgu […] qui non tenjan bisonju de interprete pro bi-las
decrarare, & tambene pro esser sa limba sarda tantu bona, quanta participat
de sa latina, qui nexuna de quantas limbas si plàtican est tantu parente assa
latina formale quantu sa sarda. […] Pro su quale si sa limba Italiana si
preciat tantu de bona, & tenet su primu logu inter totas sas limbas
vulgares pro esser meda imitadore dessa Latina, non si diat preciare minus sa
limba Sarda pusti non solu est parente dessa Latina, pero ancora sa majore
parte est latina vera. […] Et quando cussu non esseret, est suficiente motiuu
pro iscrier in Sardu, vider, qui totas sas nationes iscriven, & istampan
libros in sas proprias limbas naturales in soro, preciandosi de tenner istoria,
& materias morales iscritas in limba vulgare, pro qui totus si potan de
cuddas aprofetare. Et pusti sa limba latina Sarda est clara & intelligibile
(iscrita, & pronunciada comente conuenit) tantu & plus qui non quale si
querjat dessas vulgares, pusti sos Italianos, & Ispagnolos, & totu
cuddos qui tenen platica de latinu la intenden medianamente.» ("Essendo
entrato in possesso, presso questa Corte Romana, di un libro in lingua italiana
di nuova ristampa, […] l'ho tradotto in lingua sarda per darne notizia ai devoti
della mia patria desiderosi di tali leggende. Le ho tradotte in sardo, anziché
in un'altra lingua, per amore del popolo […] i quali [popolani] non
necessitavano di alcun interprete per potergliele enunciare, anche per via del
fatto che la lingua sarda è nobile in virtù della sua partecipazione alla
latinità, giacché nessuna lingua parlata è tanto prossima al latino classico
quanto quella sarda. […] Giacché, se la lingua italiana si apprezza molto, e se
tra tutte le lingue volgari si trova al primo posto per aver molto replicato
quella latina, non meno si dovrebbe apprezzare la lingua sarda dal momento che
non solo è parente di quella latina, ma è in gran parte latino schietto. […] E
quandanche non fosse così, è un motivo sufficiente per scrivere in sardo vedere
che tutte le nazioni scrivono e stampano libri nella loro lingua naturale,
fregiandosi di avere storia e materie morali scritte in lingua volgare,
affinché tutti possano recare giovamento da esse. E dal momento che la lingua
latina sarda è, quando scritta e pronunciata come si conviene, chiara e
comprensibile in misura uguale, se non superiore rispetto a quelle volgari, dal
momento che gli Italiani, e gli Spagnoli, e tutti coloro che praticano il
latino in generale la capiscono"). Ioan Matheu Garipa, Legendariu de santas
virgines, et martires de Iesu Crhistu, Per Lodouicu Grignanu, Roma, 1627. ^ Nella Dedica alla moglie di Carlo
Alberto si possono scorgere diversi passaggi in cui egli omaggiava le politiche
culturali perseguite in Sardegna, quali "Era destino che la dolcissima
Italiana favella, sebbene nata sulle amene sponde dell'Arno, divenuta sarebbe
un dì anche ricco patrimonio degli Abitanti del Tirso" (p. 5) e,
formulando un voto di fedeltà alla nuova dinastia di reggenti in luogo della
spagnola, "Di tanto bene la Sardegna è debitrice alla Augustissima CASA
SABAUDA, la quale, cessata l'ispanica dominazione, con tante savie istituzioni
promosse in ogni tempo le scienze, statuendo fin dalla metà del secolo
trascorso, che nei Dicasteri e nel pubblico insegnamento delle Scuole Inferiori
si facesse uso di quel Toscano che fu poscia la lingua di quante persone ebbero
voce di bennate e di colte." (p. 6). Nella Prefazione, più specificamente
intitolata Al giovanetto alunno, si dichiara l'intenzione, comune al Porru, di
pubblicare un lavoro dedicato alla didattica dell'italiano, partendo dalle
differenze e similitudini fornite dalla grammatica di un'altra lingua più
familiare, il sardo. ^ Al fine di meglio comprendere tale dichiarazione,
occorre infatti osservare che, secondo le disposizioni del governo, «in nessun
modo e per nessun motivo esiste la regione» (Casula, Francesco. Sa chistione de
sa limba in Montanaru e oe (PDF)., p. 66). ^ In realtà, databili intorno alla
seconda metà dell'Ottocento, in seguito alla già menzionata Perfetta Fusione
(cfr. Dettori 2001); difatti, neanche nella trattazione settecentesca di autori
quali il Cetti si rinvengono giudizi di valore circa la dignità del sardo,
sulla cui indipendenza linguistica convenivano generalmente anche gli autori
italiani (cfr. Ferrer 2017). ^ Il Wagner cita al riguardo Giacomo Tauro che, a
dispetto della vulgata fascista sull'assimilazione del sardo al sistema
linguistico italiano, già osservava in una conferenza tenuta a Nuoro nel 1937
che «[La Sardegna] ha una sua propria lingua, che è qualcosa di più e di
diverso dai dialetti delle altre regioni d’Italia… Se i diversi dialetti
d’Italia hanno tutti qualcosa d’interferente, per cui non è difficile a chi
attentamente ne ascolti qualcuno e di essi abbia una certa pratica, d’intuirne
e comprenderne, almeno superficialmente, il significato, i dialetti sardi
invece non solo riescono quasi del tutto incomprensibili a chi non è
dell’isola, ma anche con la pratica difficilmente possono essere acquisiti.» (
Max Leopold Wagner, La lingua sarda, Nuoro, Ilisso, 1951-1997, p. 82.) ^ Tali
istanze eminentemente industrialistiche e produttivistiche sono finanche
attestate nelle norme di cui all'art. 13 del progetto finale, che recita «lo
Stato con il concorso della Regione dispone un piano organico per favorire la
rinascita economica e sociale dell'Isola.» Cfr. Testo storico dello Statuto
(PDF). ^ Alla base del cosiddetto "autonomismo abortivo", secondo i
primi critici dello statuto quali Eliseo Spiga, vi era la mancata assunzione di
un'identità sarda dotata di soggettività distinta, nelle sue specificità
etnonazionali, linguistiche e culturali rispetto alla comunità statale nel suo
insieme; in mancanza della quale, a loro avviso si sarebbe approdati a un
modello amministrativo che omologava l'isola a "una qualsiasi provincia
dello Stivale". Francesco Casula, Gianfranco Contu, Storia dell'autonomia
in Sardegna, dall'Ottocento allo Statuto Sardo (PDF), Dolianova, Stampa Grafica
del Parteolla, 2008, p. 116. URL consultato il 25 agosto 2019 (archiviato
dall'url originale il 20 ottobre 2020). ^ Istanza del Prof. A. Sanna sulla
pronuncia della Facoltà di Lettere in relazione alla difesa del patrimonio
etnico-linguistico sardo. Il prof. Antonio Sanna fa a questo proposito una
dichiarazione: «Gli indifferenti problemi della scuola, sempre affrontati in
Sardegna in torma empirica, appaiono oggi assai particolari e non risolvibili
in un generico quadro nazionale; il tatto stesso che la scuola sia diventata
scuola di massa comporta il rifiuto di una didattica inadeguata, in quanto
basata sull'apprendimento concettuale attraverso una lingua, per molti aspetti
estranea al tessuto culturale sardo. Poiché esiste un popolo sardo con una
propria lingua dai caratteri diversi e distinti dall'italiano, ne discende che
la lingua ufficiale dello Stato, risulta in effetti una lingua straniera, per
di più insegnata con metodi didatticamente errati, che non tengono in alcun
conto la lingua materna dei Sardi: e ciò con grave pregiudizio per un'efficace
trasmissione della cultura sarda, considerata come sub-cultura. Va dunque
respinto il tentativo di considerare come unica soluzione valida per questi
problemi una forzata e artificiale forma di acculturazione dall'esterno, la
quale ha dimostrato (e continua a dimostrare tutti) suoi gravi limiti, in
quanto incapace di risolvere i problemi dell'isola. È perciò necessario
promuovere dall'interno i valori autentici della cultura isolana, primo fra
tutti quello dell'autonomia, e "provocare un salto di qualità senza
un'acculturazione di tipo colonialistico, e il superamento cosciente del
dislivello di cultura" (Lilliu). La Facoltà di Lettere e Filosofia
dell'Università di Cagliari, coerentemente con queste premesse con
l'istituzione di una Scuola Superiore di Studi Sardi, è pertanto invitata ad
assumere l'iniziativa di proporre alle autorità politiche della Regione
Autonoma e dello Stato il riconoscimento della condizione di minoranza
etnico-linguistica per la Sardegna e della lingua sarda come lingua «nazionale»
della minoranza. È di conseguenza opportuno che si predispongano tutti i
provvedimenti a livello scolastico per la difesa e conservazione dei valori
tradizionali della lingua e della cultura sarda e, in questo contesto, di tutti
i dialetti e le tradizioni culturali presenti in Sardegna (ci si intende
riferire al Gallurese, al Sassarese, all'Algherese e al Ligure-Carlofortino).
In ogni caso tali provvedimenti dovranno comprendere necessariamente, ai
livelli minimi dell'istruzione, la partenza dell'insegnamento del sardo e dei
vari dialetti parlati in Sardegna, l'insegnamento nella scuola dell'obbligo
riservato ai Sardi o coloro che dimostrino un'adeguata conoscenza del sardo, o
tutti quegli altri provvedimenti atti a garantire la conservazione dei valori
tradizionali della cultura sarda. È bene osservare come, nel quadro della
diffusa tendenza a livello internazionale per la difesa delle lingue delle
minoranze minacciate, provvedimenti simili a quelli proposti sono presi in
Svizzera per la minoranza ladina fin dal 1938 (48 000 persone), in Inghilterra
per il Galles, in Italia per le minoranze valdostana, slovena e ultimamente
ladina (15 000 persone), oltre che per quella tedesca; a proposito di queste
ultime e specificamente in relazione al nuovo ordinamento scolastico
alto-atesino. Il presidente del Consiglio on. Colombo, nel raccomandare ala
Camera le modifiche da apportare allo Statuto della Regione Trentino-Alto Adige
(il cosiddetto "pacchetto"), «modifiche che non escono dal concetto
di autonomia indicato dalla Costituzione», ha ritenuto di dovere sottolineare
l'opportunità "che i giovani siano istruiti nella propria lingua materna
da insegnanti appartenenti allo stesso gruppo linguistico"; egli inoltre
aggiungeva che "solo eliminando ogni motivo di rivendicazione si crea il
necessario presupposto per consentire alla scuola di svolgere la sua funzione
fondamentale in un clima propizio per la migliore formazione degli
allievi". Queste chiare parole del presidente del Consiglio ci consentono
di credere che non si voglia compiere una discriminazione nei confronti della
minoranza sarda, ma anche per essa valga il principio enunciato
dall'opportunità dell'insegnamento della lingua materna a opera di insegnanti
appartenenti allo stesso gruppo linguistico, onde consentire alla scuola di
svolgere anche in Sardegna la sua funzione fondamentale in un clima propizio
alla migliore formazione per gli allievi. Si chiarisce che tutto ciò non è
sciovinismo né rinuncia a una cultura irrinunciabile, ma una civile e motivata
iniziativa per realizzare in Sardegna una vera scuola, una vera rinascita,
"in un rapporto di competizione culturale con lo stato (…) che arricchisce
la Nazione" (Lilliu)». Il Consiglio unanime approva le istanze proposte
dal prof. Sanna e invita le competenti autorità politiche a promuovere tutte le
iniziative necessarie, sul piano sia scolastico che politico-economico, a
sviluppare coerentemente tali principi, nel contempo acquisendo dati atti a
mettere in luce il suesposto stato. Cagliari, 19 febbraio 1971. [Farris, Priamo
(2016). Problemas e aficàntzias de sa pianificatzioni linguistica in Sardigna.
Limba, Istòria, Sotziedadi / Problemi e prospettive della pianificazione
linguistica in Sardegna. Lingua, Storia, Società, Youcanprint] ^ "O sardu,
si ses sardu e si ses bonu, / Semper sa limba tua apas presente: / No sias che
isciau ubbidiente / Faeddende sa limba 'e su padronu. / Sa nassione chi peldet
su donu / De sa limba iscumparit lentamente, / Massimu si che l'essit dae mente
/ In iscritura che in arrejonu. / Sa limba 'e babbos e de jajos nostros / No
l'usades pius nemmancu in domo / Prite pobera e ruza la creides. / Si a iscola
no che la jughides / Po la difunder menzus, dae como / Sezis dissardizende a
fizos bostros." ("O sardo, se sei sardo e sei bravo / abbi sempre
presente la tua lingua: / non essere come uno schiavo ubbidiente / che parla la
lingua del padrone. / La nazione che perde il dono / della lingua scompare
lentamente, / soprattutto se le esce dalla mente / scrivendo e discorrendo. /
La lingua dei nostri padri e dei nostri nonni / non la usate più neanche a casa
/ dal momento che la ritenete povera e rozza. / Se non la portate a scuola /
ora, per diffonderla meglio, / starete de-sardizzando i vostri figli.") in
Piras, Raimondo. No sias isciau (RTF), su poesias.it. ^ L'italianizzazione
culturale della popolazione sarda aveva allora assunto proporzioni tanto
considerevoli da indurre il Pellegrini, nella Introduzione all'Atlante
storico-linguistico-etnografico friulano, a tessere le lodi dei sardi giacché
questi ultimi si dicevano disposti ad accettare che il loro idioma, pur
costituendo «un mezzo espressivo assai meno subordinato all'italiano» fosse
considerato un semplice "dialetto" dell'italiano, in netto contrasto
all'orgoglio e lealtà linguistica dei friulani (Salvi, Sergio (1974). Le lingue
tagliate, Rizzoli, p. 195 ; Pellegrini, Giovan Battista (1972). Introduzione
all'Atlante storico-linguistico-etnografico friulano (ASLEF), Vol. I, p. 17).
Considerazioni analoghe a quelle del Pellegrini erano state avanzate qualche
anno prima, nel 1967, dal linguista tedesco Heinz Kloss in riferimento al
concetto da lui coniato di Dachsprache ("lingua tetto"); nel suo
studio pioneristico, egli osservava come idiomi di comunità quali i sardi,
occitani e haitiani, fossero da esse stesse ora percepiti meramente come
«dialetti di lingue vittoriose piuttosto che sistemi linguistici autonomi»,
diversamente dalla profonda lealtà linguistica dei catalani che, nonostante il
proibizionismo franchista, non avrebbero mai accettato una siffatta
degradazione del loro idioma rispetto all'unica lingua allora ufficiale, lo
spagnolo (Kloss, Heinz (1967). "Abstand Languages" and "Ausbau
Languages". Anthropological Linguistics, 9 (7), p. 36). ^ È interessante
notare come nella questione linguistica sarda possa, per certi versi,
sussistere un parallelismo con l'Irlanda, in cui un similare fenomeno ha
assunto il nome di circolo vizioso dell'Irish Gaeltacht (Cfr. Edwards 1985).
Difatti in Irlanda, all'abbassamento di prestigio del gaelico verificatosi
quando esso risultò parlato in aree socialmente ed economicamente depresse, si
aggiunse l'emigrazione da tali aree verso quelle urbane e ritenute
economicamente più avanzate, nelle quali l'idioma maggioritario (l'inglese)
sarebbe stato destinato a sopraffare e prevalere su quello minoritario degli
emigranti. ^ Non è un caso che queste tre lingue, protette da accordi
internazionali, siano le uniche minoranze linguistiche ritenute da Gaetano
Berruto (Lingue minoritarie, in XXI Secolo. Comunicare e rappresentare, Roma,
Istituto della Enciclopedia Italiana, pp. 335-346, 2009) come non minacciate.
Bibliografiche e sitografiche ^ Ti Alkire; Carol Rosen, Romance languages : a
Historical Introduction, New York, Cambridge University Press, 2010, p. 3.
Lubello, Sergio (2016). Manuale Di Linguistica Italiana, De Gruyter, Manuals of
Romance linguistics, p.499 ^ AA. VV. Calendario Atlante De Agostini 2017,
Novara, Istituto Geografico De Agostini, 2016, p. 230 ^ The World Atlas of
Language Structures Online, Sardinian. ^ La tipologia linguistica del sardo,
Eduardo Blasco Ferrer
https://revistas.ucm.es/index.php/RFRM/article/download/RFRM0000110015A/11140 ^
Maurizio Virdis, Plasticità costruttiva della frase sarda (e la posizione del
Soggetto), su Academia, Rivista de filologia romanica, 2000. URL consultato il
4 maggio 2024. Legge 482, su camera.it. URL consultato il 25 novembre 2015
(archiviato dall'url originale il 12 maggio 2015). Legge Regionale 15 ottobre
1997, n. 26-Regione Autonoma della Sardegna – Regione Autònoma de Sardigna, su
regione.sardegna.it. URL consultato il 25 novembre 2015 (archiviato dall'url
originale il 26 febbraio 2021). Legge Regionale 3 luglio 2018, n. 22-Regione
autonoma della Sardegna – Regione Autònoma de Sardigna, su regione.sardegna.it.
URL consultato il 25 novembre 2015. ^ United Nations Human Rights.
Universal Declaration of Human Rights in Sardinian language.. ^ Regione Autonoma della Sardegna,
LIMBA SARDA COMUNA - Norme linguistiche di riferimento a carattere sperimentale
per la lingua scritta dell’Amministrazione regionale (PDF), pp. 6, 7, 55. «in
altri casi, per salvaguardare la distintività del sardo, si è preferita la
soluzione centro-settentrionale, come nel caso di limba, chena, iscola, ecc..»
^ Riconoscendo l'arbitrarietà delle definizioni, nella nomenclatura delle voci
viene usato il termine "lingua" in accordo alle norme ISO 639-1,
639-2 o 639-3. Negli altri casi, viene usato il termine "dialetto". ^
«Da G. I. Ascoli in poi, tutti i linguisti sono concordi nell'assegnare al
sardo un posto particolare fra gl'idiomi neolatini per i varî caratteri che lo
distinguono non solo dai dialetti italiani, ma anche dalle altre lingue della
famiglia romanza, e che appaiono tanto nella fonetica, quanto nella morfologia
e nel lessico.» R. Almagia et al., Sardegna in "Enciclopedia
Italiana" (1936)., Treccani, "Parlari". ^ Leopold Wagner, Max.
La lingua sarda, a cura di Giulio Paulis (archiviato dall'url originale il 26
gennaio 2016). - Ilisso ^ Manuale di linguistica sarda., 2017, A cura di
Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo. Manuals of Romance
Linguistics, De Gruyter Mouton, p. 209. «Il sardo rappresenta un insieme
dialettale fortemente originale nel contesto delle varietà neolatine e nettamente
differenziato rispetto alla tipologia italoromanza, e la sua originalità come
gruppo a sé stante nell’ambito romanzo è fuori discussione.» Toso, Fiorenzo.
Lingue sotto il tetto d'Italia. Le minoranze alloglotte da Bolzano a Carloforte
- 8. Il sardo, su treccani.it. «La nozione di alloglossia viene comunemente
estesa in Italia anche al sistema dei dialetti sardi, che si considerano come
un gruppo romanzo autonomo rispetto a quello dei dialetti italiani.» Fiorenzo
Toso, Minoranze linguistiche, su treccani.it, Treccani, 2011. ^ L. 15 dicembre
1999, n. 482 - Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche
^ L'UNESCO e la diversità linguistica. Il caso dell'Italia «With some 1,6
million speakers, Sardinia is the largest minority language in Italy.
Sardinians form an ethnic minority since they show a strong awareness of being
an indigenous group with a language and a culture of their own. Although
Sardinian appears to be recessive in use, it is still spoken and understood by
a majority of the population on the island». Kurt Braunmüller, Gisella
Ferraresi (2003). Aspects of multilingualism in European language history. Amsterdam/Philadelphia: University
of Hamburg. John Benjamins Publishing Company. p. 238 ^ «Nel 1948 la Sardegna
diventa, anche per le sue peculiarità linguistiche, Regione Autonoma a statuto
speciale. Tuttavia a livello politico, ufficiale, non cambia molto per la
minoranza linguistica sarda, che, con circa 1,2 milioni di parlanti, è la più
numerosa tra tutte le comunità alloglotte esistenti sul territorio italiano».
De Concini, Wolftraud (2003). Gli altri d'Italia : minoranze linguistiche allo
specchio, Pergine Valsugana: Comune, p. 196. ^ Lingue di Minoranza e Scuola,
Sardo, su minoranze-linguistiche-scuola.it. URL consultato il 15 aprile 2019
(archiviato dall'url originale il 16 ottobre 2018). Inchiesta ISTAT 2000 (PDF),
su portal-lem.com, pp. 105-107. ^ What Languages are Spoken in Italy?, su
worldatlas.com. ^ Andrea Corsale e Giovanni Sistu, Sardegna: geografie di
un'isola, Milano, Franco Angeli, 2019, p. 188. ^ «Sebbene in continua
diminuzione, i sardi costituiscono tuttora la più grossa minoranza linguistica
dello stato italiano con ca. 1 000 000 di parlanti stimati (erano 1 269 000
secondo le stime basate sul censimento del 2001)». Lubello, Sergio (2016).
Manuale Di Linguistica Italiana, De Gruyter, Manuals of Romance linguistics, p.
499 ^ Durk Gorter et al., Minority Languages in the Linguistic Landscape,
Palgrave Macmillan, 2012, p. 112. ^ Roberto Bolognesi, Un programma
sperimentale di educazione linguistica in Sardegna (PDF), su comune.lode.nu.it,
2000, p. 120. URL consultato il 19 giugno 2022 (archiviato dall'url originale
il 26 marzo 2023). ^ Cfr. Leonardo Sole, Lingua e cultura in Sardegna. La
situazione sociolinguistica, 1988 ^ Stefania Tufi, Language Ideology and
Language Maintenance: The Case of Sardinia. International Journal of the
Sociology of Language 2013, pp. 145–60 ^ cfr. Atteggiamenti linguistici degli
studenti sardi nei confronti della lingua sarda e della lingua italiana,
Piergiorgio Mura, Università Ca' Foscari Venezia Andrea Costale, Giovanni
Sistu, Surrounded by Water: Landscapes, Seascapes and Cityscapes of Sardinia,
Cambridge Scholars Publishing, 2016, p. 123. ^ ISTAT, lingue e dialetti, tavole
(XLSX). La Nuova Sardegna, 04/11/10, Per salvare i segni dell'identità - di
Paolo Coretti ^ Giuseppe Corongiu, La politica linguistica per la lingua sarda,
in Maccani, Lucia; Viola, Marco. Il valore delle minoranze. La leva
ordinamentale per la promozione delle comunità di lingua minoritaria, Trento,
Provincia Autonoma di Trento, 2010, p. 122. Roberto Bolognesi, Un programma
sperimentale di educazione linguistica in Sardegna (PDF), su comune.lode.nu.it,
2000, p. 126. URL consultato il 19 giugno 2022 (archiviato dall'url originale
il 26 marzo 2023). ^ Lai, Rosangela. 2018. "Language Planning and
Language Policy in Sardinia". Language Problems & Language Planning.
42(1): 70-88. ISSN 0272-2690, E-ISSN 1569-9889 DOI:
https://doi.org/10.1075/lplp.00012.lai, p. 73 ^ Martin Harris, Nigel Vincent,
The Romance languages, London, New York, 2003, p. 21. ^ «If present trends
continue, it is possible that within a few generations the regional variety of
Italian will supplant Sardinian as the popular idiom and that linguists of the
future will be obliged to refer to Sardinian only as a substratal influence
which has shaped a regional dialect of Italian rather than as a living language
descended directly from Latin.» Martin Harris, Nigel Vincent, The Romance
languages, London, New York, 2003, p. 349. Il sardo, così vicino, così lontano.
Treccani ^ Koryakov Y.B. Atlas of Romance languages. Mosca, 2001 ^ «Sorge ora
la questione se il sardo si deve considerare come un dialetto o come una
lingua. È evidente che esso è, politicamente, uno dei tanti dialetti dell'Italia,
come lo è anche, p. es., il serbo-croato o l'albanese parlato in vari paesi
della Calabria e della Sicilia. Ma dal punto di vista linguistico la questione
assume un altro aspetto. Non si può dire che il sardo abbia una stretta
parentela con alcun dialetto dell'italiano continentale; è un parlare romanzo
arcaico e con proprie spiccate caratteristiche, che si rivelano in un
vocabolario molto originale e in una morfologia e sintassi assai differenti da
quelle dei dialetti italiani». Max Leopold Wagner (1950-1997). La lingua sarda.
Storia, spirito e forma. Ilisso. Nuoro, pp. 90-91. ^ Carlo Tagliavini (1982).
Le origini delle lingue neolatine. Bologna: Patron. p. 122. ^ Rebecca
Posner, John N. Green (1982). Language and Philology in Romance. Mouton
Publishers. L'Aja, Parigi, New York. pp. 171 ss. ^ cfr. Ti Alkire, Carol Rosen,
Romance Languages: A Historical Introduction, Cambridge University Press, 2010.
^ «L'aspetto che più
risulta evidente è la grande conservatività, il mantenimento di suoni che
altrove hanno subito notevoli modificazioni, per cui si può dire che anche
foneticamente il sardo è fra tutti i parlari romanzi quello che è rimasto più
vicino al latino, ne è il continuatore più genuino.» Francesco Mameli, Il
logudorese e il gallurese, Soter, 1998, p. 11. ^ Sardegna, isola del silenzio,
Manlio Brigaglia, su mclink.it. URL consultato il 24 maggio 2016 (archiviato
dall'url originale il 10 maggio 2017). ^ Mario Pei, A New Methodology for
Romance Classification, in WORD, vol. 5, n. 2, 1949, pp. 135-146,
DOI:10.1080/00437956.1949.11659494, ISSN 0043-7956 (WC · ACNP). ^ «Il fondo della lingua sarda di
oggi è il latino. La Sardegna è il solo paese del mondo in cui la lingua dei
Romani si sia conservata come lingua viva. Questa circostanza ha molto
facilitato le mie ricerche nell’isola, perché almeno la metà dei pastori e dei
contadini non conoscono l’italiano.» Maurice Le Lannou, a cura di Manlio
Brigaglia, Pastori e contadini in Sardegna, Cagliari, Edizioni della Torre,
1941-1979, p. 279. ^ «Prima di tutto, la neonata lingua sarda ingloba un
consistente numero di termini e di cadenze provenienti da una lingua originaria
preromana, che potremmo chiamare "nuragica".» Salvatore Tola, La
Letteratura in Lingua sarda. Testi, autori, vicende, Cagliari, CUEC, 2006, p.
9. Heinz Jürgen Wolf, p. 20. ^ Archivio glottologico italiano, vol. 53-54,
1968, p. 209. ^ A.A., Atti del VI [i.e. Sesto] Congresso internazionale di
studi sardi, 1962, p. 5 ^ Giovanni Lilliu, La civiltà dei Sardi. Dal
Paleolitico all'età dei nuraghi, Nuova ERI, 1988, p. 269. ^ Yakov Malkiel
(1947). Romance Philology, v.1, p. 199 ^ «Il Sardo ha una sua speciale
fisionomia ed individualità che lo rende, in certo qual modo, il più
caratteristico degli idiomi neolatini; e questa speciale individualità del Sardo,
come lingua di tipo arcaico e con una fisionomia inconfondibile, traspare già
fin dai più antichi testi.» Carlo Tagliavini (1982). Le origini delle lingue
neolatine. Bologna: Patron. p. 388. ^ «Fortemente isolati rispetto ai tre
gruppi maggiori stanno il sardo e, nel settentrione, il ladino, entrambi
considerati come formazioni autonome rispetto al complesso dei dialetti
italoromanzi.» Tullio de Mauro, Storia linguistica dell'Italia unita, Editori
Laterza, 1991, p. 21. Fiorenzo Toso, 2.3, in Le minoranze linguistiche in
Italia, Bologna, Società editrice Il Mulino, 2008, ISBN 9788815361141. ^ Cristopher
Moseley, Atlas of the World's languages in Danger, 3rd edition, Paris, UNESCO
Publishing, p. 39 ^ Max Leopold Wagner (1952). Il Nome Sardo del Mese di Giugno
(Lámpadas) e i Rapporti del Latino d'Africa con quello della Sardegna. Italica,
29 (3), 151-157. doi:10.2307/477388 ^ «Non vi è dubbio che vi erano rapporti
più stretti tra la latinità dell'Africa settentrionale e quella della Sardegna.
Senza parlare della affinità della razza e degli elementi libici che possano
ancora esistere in sardo, non bisogna dimenticare che la Sardegna rimase,
durante vari secoli, alle dipendenze dell'esarcato africano». Wagner, M.
(1952). Il Nome Sardo del Mese di Giugno (Lámpadas) e i Rapporti del Latino
d'Africa con quello della Sardegna. Italica, 29 (3), 152. doi:10.2307/477388 ^
Paolo Pompilio (1455-91): «ubi pagani integra pene latinitate loquuntur et, ubi
uoces latinae franguntur, tum in sonum tractusque transeunt sardinensis
sermonis, qui, ut ipse noui, etiam ex latino est» ("ove gli abitanti
parlano un latino quasi intatto e, quando le parole latine si corrompono,
passano allora ai suoni e tratti della lingua sarda, che, da quanto ne so,
deriva anch'essa dal latino")». Citato in Michele Loporcaro, Vowel
Length from Latin to Romance, Oxford University Press, 2015, p. 48. ^ Traduzione offerta da Michele
Amari: «I sardi sono di schiatta RUM AFARIQAH (latina d'Africa), berberizzanti.
Rifuggono (dal consorzio) di ogni altra nazione di RUM: sono gente di proposito
e valorosa, che non lascia mai l'arme.» Nota di Mohamed Mustafa Bazama: «Questo
passo, nel testo arabo, è un poco differente, traduco qui testualmente:
"gli abitanti della Sardegna, in origine sono dei Rum Afariqah,
berberizzanti, indomabili. Sono una (razza a sé) delle razze dei Rum. [...]
Sono pronti al richiamo d'aiuto, combattenti, decisivi e mai si separano dalle
loro armi (intende guerrieri nati).» Mohamed Mustafa Bazama, Arabi e sardi nel
Medioevo, Cagliari, Editrice democratica sarda, 1988, pp. 17, 162. ^ «Wa ahl
Ğazīrat Sardāniya fī aṣl Rūm Afāriqa mutabarbirūn mutawaḥḥišūn min ağnās ar-Rūm
wa hum ahl nağida wa hazm lā yufariqūn as-silāḥ». Contu, Giuseppe. Sardinia in
Arabic sources (PDF), su eprints.uniss.it. URL consultato il 23 aprile 2022
(archiviato dall'url originale il 25 febbraio 2021). Annali della Facoltà di
Lingue e Letterature Straniere dell'Università di Sassari, Vol. 3 (2003 pubbl.
2005), p. 287-297. ISSN 1828-5384 ^ Attilio Mastino, Storia della Sardegna
antica, Edizioni Il Maestrale, 2005, p. 83. ^ «I sardi, popolo di razza latina
africana piuttosto barbaro, che vive appartato dal consorzio delle altre genti
latine, sono intrepidi e risoluti; essi non abbandonano mai le armi.» Al
Idrisi, traduzione e note di Umberto Rizzitano, Il Libro di Ruggero. Il diletto
di chi è appassionato per le peregrinazioni attraverso il mondo, Palermo,
Flaccovio Editore, 2008. ^ Luigi Pinelli, Gli Arabi e la Sardegna : le
invasioni arabe in Sardegna dal 704 al 1016, Cagliari, Edizioni della Torre,
1977, p. 30, 42. ^
J.N. Adams, The Regional Diversification of Latin 200 BC - AD 600, Cambridge
University Press, 2007, p. 576, ISBN 978-1-139-46881-7. ^ «Wagner prospetta l’ipotesi che la
denominazione sarda, identica a quella berbera, sia una reminiscenza atavica di
lontane tradizioni comuni e così commenta (p. 277): "Parlando delle
sopravvivenze celtiche, dice il Bertoldi: «Come nell’Irlanda odierna, anche
nella Gallia antica una maggiore cedevolezza della “materia” linguistica, suoni
e forme, rispetto allo “spirito” che resiste più tenace». Questo vale forse
anche per la Sardegna; antichissime usanze, superstizioni, leggende si
mantengono più saldamente che non i fugaci fenomeni linguistici".» Max
Leopold Wagner, La lingua sarda, Nuoro, Ilisso, 1951–1997, p. 10. ^ Giovanni
Battista Pellegrini, Carta dei dialetti d'Italia, Pisa, Pacini, 1977, p. 17,
34. ^ Pellegrini, Giovanni Battista (1970). La classificazione delle lingue
romanze e i dialetti italiani, in Forum Italicum, IV, pp.211-237 ^ Pellegrini,
Giovanni Battista (1972). Saggi sul ladino dolomitico e sul friulano, Bari,
pp.239-268 ^ Pellegrini, Giovanni Battista (1975). I cinque sistemi
dell'italo-romanzo, in Saggi di linguistica italiana. Storia, struttura,
società, Torino, Boringhieri. ^ Bernardino Biondelli, Studi linguistici,
Milano, Giuseppe Bernardoni, 1856, p. 189.) ^ Antonietta Dettori, Dialetti
sardi, Treccani ^ Max Leopold Wagner (1951). La lingua sarda, Bem, Francke, pp.
59-61 ^ Matteo Bartoli (1903). Un po' di sardo, in Archeografo triestino XXIX,
pp. 129-151 ^ Pier Enea Guarnerio (1905). Il sardo e il corso in una nuova
classificazione delle lingue romanze, in Archivio Glottologico Italiano, 16,
pp. 491-516 ^ «In earlier times Sardinian probably was spoken in Corsica, where
Corsican (Corsu), a Tuscan dialect of Italian, is now used (although French has
been Corsica’s official language for two centuries).» Sardinian
language, Encyclopedia Britannica. ^ «Evidence from early manuscripts suggests
that the language spoken throughout Sardinia, and indeed Corsica, at the end of
the Dark Ages was fairly uniform and not very different from the dialects
spoken today in the central (Nuorese) areas.» Martin Harris, Nigel Vincent
(2000). The Romance languages. London and New York: Routledge. p. 315. ^
«Sardinian is the only surviving Southern Romance language which was also
spoken in former times on the island of Corsica and the Roman province of North
Africa.» Georgina
Ashworth, World Minorities, vol. 2, Quartermaine House, 1977, p. 109.. ^
Jean-Marie Arrighi, Histoire de la langue corse, Paris, Gisserot, 2002, p. 39. ^ Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch,
Daniela Marzo, Manuale di linguistica sarda. Manuals of Romance linguistics, De
Gruyter Mouton, 2017, p. 321. ^ Brenda Man Qing Ong, Francesco Perono
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2021-2022. Sardinian intonational
phonology: Logudorese and Campidanese varieties, Maria Del Mar Vanrell,
Francesc Ballone, Carlo Schirru, Pilar Prieto (PDF). ^ Massimo Pittau, Sardo,
Grafia, su pittau.it. ^ «Nel caso del sardo, essa ha prodotto la esistenza non
di una, ma di due lingue sarde, il "logudorese" e il
"campidanese". La sua costruzione storica ha origini ben precise e
ricostruibili. Nel periodo di esistenza del Regno di Sardegna, l'Isola era
suddivisa in due Governatorati, il Capo di Sopra e il Capo di Sotto. Nel XVIII
secolo, il naturalista Francesco Cetti, mandato da Torino a studiare la fauna e
la natura della Sardegna, e quindi a mappare anche i Sardi, riprese la
partizione amministrativa da un celebre commentario cinquecentesco della Carta
de Logu utilizzato in ambienti governativi, e la traslò in ambito linguistico.
Se esisteva il Capo di Su e il Capo di Sotto, doveva pur esistere un sardo di
Su e un sardo di Sotto. Il primo lo denominò logudorese, e il secondo
campidanese.» Paolo Caretti et al., Regioni a statuto speciale e tutela della
lingua, G. Giappichelli Editore, 2017, p. 79. ^ Marinella Lőrinczi, Confini e
confini. Il valore delle isoglosse (a proposito del sardo) (PDF), su
people.unica.it, p. 9. ^ Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo,
Manuale di linguistica sarda. Manuals of Romance linguistics, De Gruyter
Mouton, 2017, p. 16. ^ Roberto Bolognesi, Le identità linguistiche dei sardi,
Cagliari, Condaghes, 2013, p. 137. «In altre parole, queste divisioni del sardo
in logudorese e campidanese sono basate unicamente sulla necessità -
chiarissima nel Cetti - di arrivare comunque a una divisione della Sardegna in
due "capi". […] La grande omogeneità grammaticale del sardo viene
ignorata, per quanto riguarda gli autori tradizionali, in parte per mancanza di
cultura linguistica, ma soprattutto per la volontà, riscontrata esplicitamente
in Spano e Wagner, di dividere il sardo e i sardi in varietà "pure" e
"spurie". In altri termini, la divisione del sardo in due varietà
nettamente distinte è frutto di un approccio ideologico alla variazione
dialettale in Sardegna». Roberto Bolognesi, Le identità linguistiche dei sardi,
Cagliari, Condaghes, 2013, p. 141. ^ Roberto Bolognesi, Le identità
linguistiche dei sardi, Cagliari, Condaghes, 2013, p. 138. ^ Roberto Bolognesi,
Le identità linguistiche dei sardi, Cagliari, Condaghes, 2013, p. 93. ^ Una
lingua unitaria che non ha bisogno di standardizzazioni, Roberto Bolognesi. ^
Contini, Michel (1987). Ètude de géographie phonétique et de phonétique
instrumentale du sarde, Edizioni dell'Orso, Cagliari ^ Bolognesi R. &
Heeringa W., 2005, Sardegna fra tante lingue. Il contatto linguistico in Sardegna
dal Medioevo a oggi, Condaghes, Cagliari «Queste pretese barriere sono
costituite da una manciata di fenomeni lessicali e fonetico-morfologici che,
comunque, non impediscono la mutua comprensibilità tra parlanti di diverse
varietà del sardo. Detto questo, bisogna ripetere che le varie operazioni di
divisione del sardo in due varietà sono tutte basate quasi esclusivamente
sull'esistenza di pronunce diverse di lessemi (parole e morfemi) per il resto
uguali. […] Come si è visto, non solo la sintassi di tutte le varietà del sardo
è praticamente identica, ma la quasi totalità delle differenze morfologiche è
costituita da differenze, in effetti, lessicali e la percentuale di parole
realmente differenti si aggira intorno al 10% del totale.» Roberto Bolognesi,
Le identità linguistiche dei sardi, Cagliari, Condaghes, 2013, p. 141. ^ Cf.
Karl Jaberg, Jakob Jud, Sprach- und Sachatlas Italiens und der Südschweiz, vol.
8, Zofingen, Ringier, 1928. ^ «Noi ci atterremo alla partizione ormai classica
che divide il Sardo in tre principali dialetti: il Campidanese, il Nuorese, il
Logudorese». Maurizio Virdis, Fonetica del dialetto sardo campidanese,
Cagliari, Edizioni Della Torre, 1978, p. 9. ^ Cf. Maria Teresa Atzori,
Sardegna, Pisa, Pacini, 1982. ^ Günter Holtus, Michael Metzeltin, Christian
Scmitt, Lexicon der romanistischen Linguistik, vol. 4, Tübingen, Niemeyer, pp.
897-913. ^ Stima su un campione di 2715 interviste: Anna Oppo, Le lingue dei
sardi (PDF). URL consultato il 15 ottobre 2009 (archiviato dall'url originale
il 7 gennaio 2018). ^ Perché si parla catalano ad Alghero? - Corpus Oral de
l'Alguerès. ^ La minoranza negata: i Tabarchini, Fiorenzo Toso - Treccani. ^
Meyer Lübke, Grammatica storica della lingua italiana e dei dialetti toscani,
1927, riduzione e traduzione di M. Bartoli, Torino, Loesher, 1972, p. 216. Sta
in Francesco Bruni, op. cit., 1992 e 1996, p. 562. ^ «Le lingue che si parlano
in Sardegna si possono dividere in istraniere, e nazionali. Straniera
totalmente è la lingua d'Algher, la quale è la catalana, a motivo che Algher
medesimo è una colonia di Catalani. Straniera pure si deve avere la lingua che
si parla in Sassari, Castelsardo e Tempio; è un dialetto italiano, assai più
toscano, che non la maggior parte de’ medesimi dialetti d'Italia.» Francesco
Cetti, Storia naturale della Sardegna. I quadrupedi, Sassari, 1774. ^ Giovanni
Floris, L'uomo in Sardegna: aspetti di antropobiologia ed ecologia umana,
Sestu, Zonza, 1998, p. 207. ^ Cfr. Francesco Mameli, Il logudorese e il
gallurese, Villanova Monteleone, Soter editrice, 1998. ^ Mauro Maxia, Studi
sardo-corsi, 2010, p.69 ^ Francesco Bruni, op. cit., 1992 e 1996. p. 562. ^ Le
lingue dei Sardi (PDF)., Sito della Regione Autonoma della Sardegna, Anna Oppo
(curatrice del rapporto finale) e AA. Vari (Giovanni Lupinu, Alessandro
Mongili, Anna Oppo, Riccardo Spiga, Sabrina Perra, Matteo Valdes), Cagliari,
2007, p. 69. ^
Eduardo Blasco Ferrer (2010), pp. 137-152. ^ Mary Carmen Iribarren Argaiz, Los
vocablos en -rr- de la lengua sarda, su dialnet.unirioja.es, 16 aprile 2017. ^ «Sardinia
was under the control of Carthage from around 500BC. It was conquered by Rome
in 238/7 BC, but was isolated and apparently despised by the Romans, and
Romanisation was not rapid.» James Noel Adams (9 January 2003). Bilingualism
and the Latin Language. Cambridge University Press. p. 209. ISBN 9780521817714
^ «Although it is an established historical fact that Roman dominion over
Sardinia lasted until the fifth century, it has been argued, on purely
linguistic grounds, that linguistic contact with Rome ceased much earlier than
this, possibly as early as the first century BC.» Martin Harris, Nigel Vincent
(2000). The Romance languages. London and New York: Routledge. p. 315 ^ Ignazio
Putzu, "La posizione linguistica del sardo nel contesto
mediterraneo", in Neues aus der Bremer Linguistikwerkstatt: aktuelle
Themen und Projekte, ed. Cornelia Stroh (Bochum: Universitätsverlag Dr. N.
Brockmeyer, 2012), 183. ^ «The last to use that idiom, the inhabitants of the
Barbagia, renounced it in the 7th century together with paganism in favor of
Latin, still an archaic substratum in the Sardinian language.» Proceedings, VII
Congress, Boulder-Denver, Colorado, August 14-September 19, 1965, International
Association for Quaternary Research, Indiana University Press, p. 28. ^ «E viceversa gli scrittori romani
giudicavano la Sardegna una terra malsana, dove dominava la pestilentia (la
malaria), abitata da popoli di origine africana ribelli e resistenti, impegnati
in latrocinia ed in azioni di pirateria che si spingevano fino al litorale
etrusco; un luogo terribile, scarsamente urbanizzato, destinato a diventare nei
secoli la terra d’esilio per i condannati ad metalla». Attilio Mastino, Storia
della Sardegna antica, 2ª ed., Il Maestrale, 2009, pp. 15-16. ^ «Cicerone in
particolare odiava i Sardi per il loro colorito terreo, per la loro lingua
incomprensibile, per l’antiestetica mastruca, per le loro origini africane e
per l’estesa condizione servile, per l’assenza di città alleate dei Romani, per
il rapporto privilegiato dei Sardi con l’antica Cartagine e per la resistenza
contro il dominio di Roma.» Attilio Mastino, Storia della Sardegna antica, 2ª
ed., Il Maestrale, 2009, p. 16. ^ Heinz Jürgen Wolf, pp. 19-20. Giovanni
Lupinu, Storia della lingua sarda (PDF), su vatrarberesh.it, 19 aprile 2017. ^
Michele Loporcaro, Profilo linguistico dei dialetti italiani, Editori Laterza,
2009, p. 170. ^ Per una lista di vocaboli considerati ormai già desueti
all'epoca di Varrone, cf. Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo,
Manuale di linguistica sarda. Manuals of Romance linguistics, De Gruyter
Mouton, 2017, pp. 89-90. ^ (HU) András Bereznay, Erdély történetének atlasza,
Méry Ratio, 2011, p. 63, ISBN 978-80-89286-45-4. ^ F.C.Casùla(1994), p. 110. ^ Huiying
Zhang, From Latin to the Romance languages: A normal evolution to what extent?
(PDF), in Quarterly Journal of Chinese Studies, vol. 3, n. 4, 2015, pp.
105-111. URL consultato il 1º
febbraio 2019 (archiviato dall'url originale il 19 gennaio 2018). ^ «Dopo la
dominazione vandalica, durata ottanta anni, la Sardegna ritornava di nuovo
all’impero, questa volta a quello d’Oriente. Anche sotto i Bizantini la
Sardegna rimase alle dipendenze dell’esarcato africano, ma l’amministrazione
civile fu separata da quella militare; alla prima fu preposto un praeses, alla
seconda un dux; tutti e due erano alle dipendenze del praefectus praetorii e
del magister militum africani.» Max Leopold Wagner, La lingua sarda, Nuoro,
Ilisso, 1951–1997, p. 64. ^ Francesco Cesare Casula, Breve storia della
scrittura in Sardegna. La "documentaria" nell'epoca aragonese,
Editrice Democratica Sarda, 1978, p. 46, 48. Luigi Pinelli, Gli Arabi e la
Sardegna : le invasioni arabe in Sardegna dal 704 al 1016, Cagliari, Edizioni
della Torre, 1977, p. 16. ^ M. Wescher e M. Blancard, Charte sarde
de l’abbaye de Saint-Victor de Marseille écrite en caractères grecs, in
"Bibliothèque de l’ École des chartes", 35 (1874), pp. 255–265. ^ Alessandro Soddu, Paola Crasta,
Giovanni Strinna, Un’inedita carta sardo-greca del XII secolo nell’Archivio
Capitolare di Pisa (PDF). ^ Privilegio Logudorese, su it.wikisource.org. URL
consultato il 1º ottobre 2017. ^ Max Leopold Wagner, La lingua sarda, Nuoro,
Ilisso, 1951–1997, p. 180. ^ Luigi Pinelli, Gli Arabi e la Sardegna : le
invasioni arabe in Sardegna dal 704 al 1016, Cagliari, Edizioni della Torre,
1977, p. 30. ^ Max Leopold Wagner, La lingua sarda, Nuoro, Ilisso, 1951–1997,
p. 65. ^ Cfr. Francesco Cesare Casula, Glossario di autonomia Sardo-Italiana.
Presentazione del 2007 di Francesco Cossiga, Logus, 2013, ISBN 9788898062140. ^
Francesco Cesare Casula, Breve storia della scrittura in Sardegna. La
"documentaria" nell'epoca aragonese, Editrice Democratica Sarda,
1978, p. 49. ^ Francesco Cesare Casula, Breve storia della scrittura in
Sardegna. La "documentaria" nell'epoca aragonese, Editrice
Democratica Sarda, 1978, p. 49, 64. ^ «La lingua sarda acquisì dignità di
lingua nazionale già dall'ultimo scorcio del secolo XI quando, grazie a
favorevoli circostanze storico-politiche e sociali, sfuggì alla limitazione
dell'uso orale per giungere alla forma scritta, trasformandosi in volgare
sardo». Cecilia Tasca, Manoscritti e lingua sarda, Cagliari, La memoria
storica, 2003, p. 15. ^ «I Sardi inoltre sono i primi fra tutti i popoli di
lingua romanza a fare della lingua comune della gente, la lingua ufficiale
dello Stato, del Governo…» Mario Puddu, Istoria de sa limba sarda, Selargius,
Ed. Domus de Janas, 2002, p. 14. ^ Gian Giacomo Ortu, La Sardegna dei Giudici,
Il Maestrale, 2005, p. 264. ^ Maurizio Virdis, Le prime manifestazioni della
scrittura nel cagliaritano, in Judicalia, Atti del Seminario di Studi Cagliari
14 dicembre 2003, a cura di B. Fois, Cagliari, Cuec, 2004, pp. 45-54. ^ «Un
caso unico - e a parte - nel dominio romanzo è costituito dalla Sardegna, in
cui i documenti giuridici incominciano ad essere redatti interamente in volgare
già alla fine dell'XI secolo e si fanno più frequenti nei secoli successivi.
[...] L'eccezionalità della situazione sarda nel panorama romanzo consiste -
come si diceva - nel fatto che tali testi sono stati scritti sin dall'inizio
interamente in volgare. Diversamente da quanto succede a questa altezza
cronologica (e anche dopo) in Francia, in Provenza, in Italia e nella Penisola
iberica, il documento sardo esclude del tutto la compresenza di volgare e
latino. (...) il sardo era usato prevalentemente in documenti a circolazione
interna, il latino in documenti che concernevano il rapporto con il
continente.» Lorenzo Renzi, Alvise Andreose, Manuale di linguistica e filologia
romanza, Il Mulino, 2009, pp. 256-257. ^ Livio Petrucci, Il problema delle
Origini e i più antichi testi italiani, in Storia della lingua italiana, vol.
3, Torino, Einaudi, p. 58. ^ Francesco Cesare Casula, Breve storia della
scrittura in Sardegna. La "documentaria" nell'epoca aragonese,
Editrice Democratica Sarda, 1978, p. 50. Salvatore Tola, La Letteratura in
Lingua sarda. Testi, autori, vicende, Cagliari, CUEC, 2006, p. 11. «Sardos
etiam, qui non Latii sunt sed Latiis associandi videntur, eiciamus, quoniam
soli sine proprio vulgari esse videntur, gramaticam tanquam simie homines
imitantes: nam domus nova et dominus meus locuntur.» Dantis Alagherii De
Vulgari Eloquentia., Liber Primus, The Latin Library (Lib. I, XI, 7)
«Eliminiamo anche i Sardi (che non sono Italiani, ma sembrano accomunabili agli
Italiani) perché essi soli appaiono privi di un volgare loro proprio e imitano
la "gramatica" come le scimmie imitano gli uomini: dicono infatti
"domus nova" e "dominus meus".» De Vulgari Eloquentia. URL
consultato il 9 giugno 2019 (archiviato dall'url originale l'11 aprile 2018).,
parafrasi e note a cura di Sergio Cecchin. Edizione di riferimento: Opere
minori di Dante Alighieri, vol. II, UTET, Torino 1986 Marinella Lőrinczi, La
casa del signore. La lingua sarda nel De vulgari eloquentia (PDF). ^ Domna,
tant vos ai preiada (BdT 392.7), vv. 74-75. ^ Leopold Wagner, Max. La lingua
sarda, a cura di Giulio Paulis (archiviato dall'url originale il 26 gennaio
2016). - Ilisso, pp.78 ^ Salvi, Sergio. Le lingue tagliate: storia delle
minoranze linguistiche in Italia, Rizzoli, 1975, p. 195 ^ Rebecca Posner, John
N. Green (1982). Language and Philology in Romance. Mouton Publishers. p. 178 ^
Alberto Varvaro, Identità linguistiche e letterarie nell'Europa romanza, Roma,
Salerno Editrice, p. 231, ISBN 8884024463. ^ Le sarde, una langue normale -
Jean-Pierre Cavaillé. ^ Dittamondo III XII 56 ss. ^ Archivio Cassinense Perg.
Caps. XI, n. 11 " e "TOLA P., Codice Diplomatico della Sardegna, I,
Sassari, 1984, p. 153 ^ Giovanni Strinna, La carta di Nicita e la clausula
defensionis (PDF). ^ Corrado Zedda, Raimondo Pinna, (2009) La Carta del giudice
cagliaritano Orzocco Torchitorio, prova dell'attuazione del progetto gregoriano
di riorganizzazione della giurisdizione ecclesiastica della Sardegna. Collana
dell'Archivio storico e giuridico sardo di Sassari. Nuova serie, 10 Todini,
Sassari. (PDF), su archiviogiuridico.it. URL consultato il 2 ottobre 2017
(archiviato dall'url originale il 4 marzo 2016). ^ Il primo testo legislativo in
lingua sarda ^ Testo completo, su nuraghe.eu. Salvatore Tola, La Letteratura in
Lingua sarda. Testi, autori, vicende, Cagliari, CUEC, 2006, p. 17. ^ «Ma,
prescindendo dalle divergenze stilistiche e da altri particolari minori, si può
dire che la lingua dei documenti antichi è assai omogenea e che, ad ogni modo,
l’originaria unità della lingua sarda vi si intravede facilmente.» Max Leopold
Wagner, La lingua sarda, Nuoro, Ilisso, 1951-1997, p. 84. ^ Carlo Tagliavini,
Le origini delle lingue neolatine, Bologna, Patron, 1964, p. 450. Eduardo
Blasco Ferrer, Storia linguistica della Sardegna, Walter de Gruyter, 1º gennaio
1984, p. 133, ISBN 978-3-11-132911-6. URL consultato il 6 marzo 2016. ^
Francesco Bruni, Storia della lingua italiana, Dall'Umbria alle Isole, vol. 2,
Torino, Utet, p. 582, ISBN 88-11-20472-0.. ^ Antonietta Orunesu, Valentino
Pusceddu (a cura di). Cronaca medioevale sarda: i sovrani di Torres, 1993,
Astra, Quartu S. Elena, p. 11. ^ Tale indirizzo politico, poi palesatosi con la
lunga guerra sardo-catalana, era già manifesto nel 1164 sotto la reggenza di
Barisone I de Lacon-Serra, il cui sigillo recava le iscrizioni, di tipo
decisamente "sardista" (Casula, Francesco Cesare. La scrittura in
Sardegna dal nuragico ad oggi, Carlo Delfino Editore, p.91) Baresonus Dei
Gratia Rei Sardiniee ("Barisone, per grazia di Dio Re di Sardegna") e
Est vis Sardorum pariter regnum Populorum ("È la forza dei Sardi pari al
regno dei Popoli"). «I sardi di Arborea si allearono ai catalani per
cacciare gli italiani. I pisani, battuti, lasciarono l'isola nel 1326. I
genovesi seguirono la stessa sorte nel 1348. La nuova dominazione innesca però
una sorta di rudimentale sentimento nazionale isolano. I sardi, cacciati
finalmente i vecchi dominatori (gli italiani) intendono cacciare anche i
catalani. Mariano IV di Arborea vuole infatti unificare l'isola sotto il suo
scettro e impegna a tal punto le forze catalane che Pietro IV di Aragona è
costretto a venire di persona nell'isola al comando di un nuovo esercito per
consolidare la sua conquista.» Sergio Salvi, Le lingue tagliate, Rizzoli, 1974,
p. 179. ^ «È evidente», scrive Francesco Cesare Casula, «che la diversità di
lingua e forse un atteggiamento di superiorità nei confronti dei Sardi da parte
degli Aragonesi mal accetto in generale e in particolare in un Paese che si
considerava sovrano fece sì che l'Arborea si mantenesse fedele alla tradizione
italiana ormai recepita da secoli e adattata alle esigenze locali.» Francesco
Cesare Casula, Cultura e scrittura nell'Arborea al tempo della Carta de Logu,
sta in Il mondo della Carta de Logu, Cagliari, 1979, 3 tomi, p. 71-109. La
citazione si trova in: Francesco Bruni (direttore), AA.VV. Storia della lingua
italiana, vol. II, Dall'Umbria alle Isole, Utet, Torino, 1992 e 1996, Garzanti,
Milano, 1996, p. 581, ISBN 88-11-20472-0. ^ Lo studio delle fonti documentarie
di Arborea effettuato da Francesco Cesare Casula rileverebbe, a detta
dell'autore, non solo una qual certa influenza toscana, ma persino
«un'affermazione di italianità». Francesco Cesare Casula, op. cit., 1979, p.
87; sta in Francesco Bruni (direttore), op. cit., vol II 1992 e 1996, p. 584. ^
Francesco Bruni (direttore), op. cit., vol. II, 1992 e 1996, p. 584-585. ^
Eduardo Blasco Ferrer, Storia linguistica della Sardegna, Tübingen, Niemeyer,
1984, p. 132. ^ Francesco Cesare Casula, Breve storia della scrittura in
Sardegna. La "documentaria" nell'epoca aragonese, Editrice
Democratica Sarda, 1978, p. 83. ^ Francesco Cesare Casula, Breve storia della
scrittura in Sardegna. La "documentaria" nell'epoca aragonese,
Editrice Democratica Sarda, 1978, p. 57. ^ Francesco Cesare Casula sostiene che
«chi non parlava o non capiva il sardo, per timore che fosse aragonese, veniva
ucciso», riportando il caso di due giocolieri siciliani che, trovandosi a Bosa
in quel periodo, furono aggrediti perché «creduti iberici per la loro lingua
incomprensibile». Francesco Cesare Casula, Breve storia della scrittura in
Sardegna. La "documentaria" nell'epoca aragonese, Editrice
Democratica Sarda, 1978, pp. 56-57. ^ Cfr. Francesco Cesare Casula, Le rivolte
antiaragonesi nella Sardegna regnicola, 5, in Il Regno di Sardegna, vol. 1,
Logus, ISBN 9788898062102. ^ Ibidem ^ Francesco Cesare Casula, Breve storia
della scrittura in Sardegna. La "documentaria" nell'epoca aragonese,
Editrice Democratica Sarda, 1978, pp. 38-39. ^ Francesco Cesare Casula, Profilo
storico della Sardegna catalano-aragonese, Cagliari, Edizioni della Torre,
1982, p. 128. ^ Proto Arca Sardo; Maria Teresa Laneri, De bello et interitu
marchionis Oristanei, Cagliari, CUEC, 2003. URL consultato il 17 marzo 2022
(archiviato dall'url originale il 4 agosto 2020). ^ Max Leopold Wagner, La
lingua sarda. Storia, spirito e forma, Nuoro, Ilisso, 1997, pp. 68-69. ^
Francesco Cesare Casula, Breve storia della scrittura in Sardegna. La
"documentaria" nell'epoca aragonese, Cagliari, Editrice Democratica
Sarda, 1978, p. 29. ^ Francesco Cesare Casula, Breve storia della scrittura in
Sardegna. La "documentaria" nell'epoca aragonese, Cagliari, Editrice
Democratica Sarda, 1978, p. 28. ^ Francesco Cesare Casula, La Sardegna
catalano-aragonese, 6, in Il Regno di Sardegna, vol. 2, Logus, ISBN
9788898062102. ^ Francesco C. Casula, La storia di Sardegna, 1994, p. 424. «[I
Sardi] parlano una loro lingua peculiare, il sardo, sia in versi che in prosa,
e questo in particolare nel Capo del Logudoro ove è più pura, più ricca ed
elegante. E giacché sono immigrati qui, e ogni giorno ve ne giungono altri per
praticarvi il commercio, molti spagnoli (tarragonesi o catalani) e italiani, si
parlano anche le lingue spagnola (tarragonese o catalana) e quella italiana,
sicché in un medesimo popolo si dialoga in tutti questi idiomi. I Cagliaritani
e gli Algheresi si esprimono però, in genere, nella lingua dei loro maggiori,
cioè il catalano, mentre gli altri conservano quella autentica dei Sardi.»
Testo originale: «[Sardi] Loquuntur lingua propria sardoa, tum ritmice, tum
soluta oratione, praesertim in Capite Logudorii, ubi purior copiosior, et
splendidior est. Et quia Hispani plures Aragonenses et Cathalani et Itali
migrarunt in eam, et commerciorum caussa quotidie adventant, loquuntur etiam
lingua hispanica et cathalana et italica; hisque omnibus linguis concionatur in
uno eodemque populo. Caralitani tamen et Algharenses utuntur suorum maiorum
lingua cathalana; alii vero genuinam retinent Sardorum linguam.» Ioannes
Franciscus Fara, De Chorographia Sardiniæ Libri duo. De Rebus Sardois Libri
quatuor, Torino, Typographia regia, 1835-1580, p. 51. Traduzione di Giovanni
Lupinu, da Ioannis Francisci Farae (1992-1580), In Sardiniae Chorographiam,
v.1, "Sulla natura e usi dei Sardi", Gallizzi, Sassari. ^ Max Leopold
Wagner, La lingua sarda. Storia, spirito e forma, Nuoro, Ilisso, 1997, p. 185.
Francesco Manconi, La Sardegna al tempo degli Asburgo (secoli XVI-XVII), Il
Maestrale, 2010, p. 24. ^ Cfr. J. Dexart, Capitula sive acta curiarum Regni
Sardiniae, Calari, 1645. lib. I, tit. 4, cap. 1 ^ «Tutta la popolazione sarda
che non abitava le città e che era vassalla nei feudi era retta dalla Carta de
Logu, promulgata da Eleonora d’Arborea verso il 1395 e dichiarata legge
nazionale dei Sardi da Alfonso V nel parlamento tenuto in Cagliari nel 1421.»
Max Leopold Wagner, La lingua sarda. Storia, spirito e forma, Nuoro, Ilisso,
1997, p. 69. ^ Max Leopold Wagner, La lingua sarda: storia, spirito e forma,
Bern, Francke, 1951, p. 186. ^ Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela
Marzo, Manuale di linguistica sarda. Manuals of Romance linguistics, De Gruyter
Mouton, 2017, p. 33. ^ Antonio Nughes, Alghero. Chiesa e società nel XVI
secolo, Edizioni del Sole, 1990, pp. 417-423 ^ Antonio Nughes, Alghero. Chiesa
e società nel XVI secolo, Edizioni del Sole, 1990, p. 236 ^ Paolo Maninchedda,
Il più antico catechismo in sardo. Bollettino di studi sardi, anno XV n.
15/2022. ^ Gessner, Conrad (1555). De differentiis linguarum tum veterum tum
quae hodie apud diversas nationes in toto orbe terraru in usu sunt., Sardorum
lingua: pp. 66-67. ^ Sigismondo Arquer; Maria Teresa Laneri, Sardiniae brevis
historia et descriptio (PDF), CUEC, 2008, pp. 30-31. URL consultato il 19 marzo
2022 (archiviato dall'url originale il 29 dicembre 2020)... «certamente i sardi
ebbero un tempo una lingua propria, ma poiché diversi popoli immigrarono
nell'isola e il suo governo fu assunto da sovrani stranieri (vale a dire da
Latini, Pisani, Genovesi, Spagnoli e Africani), la loro lingua fu pesantemente
corrotta, pur rimanendo un gran numero di vocaboli che non si ritrovano in
alcun idioma. Ancor oggi essa conserva molti vocaboli della parlata latina. […]
È per questo che i sardi, a seconda delle zone, parlano in maniera tanto
diversa: appunto perché ebbero una dominazione così varia; ciò nonostante, fra
loro si comprendono perfettamente. In questa isola vi sono comunque due lingue
principali, una che si usa nelle città e un'altra che si usa al di fuori delle
città: i cittadini parlano comunemente la lingua spagnola, tarragonese o
catalana, che appresero dagli ispanici, i quali ricoprono in quelle città la
gran parte delle magistrature; gli altri, invece, conservano la lingua genuina
dei sardi.» Testo originale: «Habuerunt quidem Sardi linguam propriam, sed quum
diversi populi immigraverint in eam atque ab exteris principibus eius imperium
usurpatum fuerit, nempe Latinis, Pisanis, Genuensibus, Hispanis et Afris,
corrupta fuit multum lingua eorum, relictis tamen plurimis vocabulis, quae in
nullo inveniuntur idiomate. […] Hinc est quod Sardi in diversis locis tam
diverse loquuntur, iuxta quod tam varium habuerunt imperium, etiamsi ipsi mutuo
sese recte intelligant. Sunt autem duae praecipuae in ea insula linguae, una
qua utuntur in civitatibus, et altera qua extra civitates. Oppidani loquuntur
fere lingua Hispanica, Tarraconensi seu Catalana, quam didicerunt ab Hispanis,
qui plerumque magistratum in eisdem gerunt civitatibus: alii vero genuinam
retinent Sardorum Linguam.» Sigismondo Arquer; Maria Teresa Laneri, Sardiniae
brevis historia et descriptio (PDF), CUEC, 2008, pp. 30-31. ^ Turtas, Raimondo
(1981). La questione linguistica nei collegi gesuitici in Sardegna nella
seconda metà del Cinquecento, in "Quaderni sardi di storia" 2, p. 60.
^ Giancarlo Sorgia, Storia della Sardegna spagnola, Sassari, Chiarella, 1987,
p. 37. ^ Max Leopold Wagner, op. cit., 1951, p. 391 e Antonio Sanna, Il
dialetto di Sassari, Cagliari, Trois, 1975, p. 18 e seg. Entrambi sono in
Francesco Bruni, op. cit., 1992 e 1996, p. 562 ^ Bruno Migliorini, Breve storia
della lingua italiana, Firenze, Sansoni, 1969, p. 138. ^ «Per quant en
lo present regne hi ha algunes citats, com es la vila de Iglesias y Bosa, que
tenen capitol de breu, ab lo qual se regexen, y son en llengua pisana o
italiana; y por lo semblant la ciutat de Sasser té alguns capitols en llengua
genovese o italiana; y per quant se veu no convé ni es just que lleys del regne
stiguen en llengua strana, que sia provehit y decretat que dits capitols sien
traduhits en llengua sardesca o catalana, y que los de llengua italiana sien
abolits, talment que no reste memoria de aquells». E. Bottini-Massa, La Sardegna sotto
il dominio spagnolo, Torino, 1902, p. 51. Jordi Carbonell i de Ballester, 5.2,
in Elements d'història de la llengua catalana, Publicacions de la Universitat
de València, 2018. Sa Vitta et sa Morte, et Passione de sanctu Gavinu, Prothu
et Januariu (PDF), su filologiasarda.eu. URL consultato il 30 giugno 2018. ^ G.
Siotto-Pintor, Storia letteraria di Sardegna, I, Torino, 1843, p. 108. ^ Max
Leopold Wagner, La lingua sarda. Storia, spirito e forma, Berna, Francke,
Verlag, 1951, p. 185 ^ Francesco Bruni, op. cit.. 1992 e 1996.
p. 584. «First attempts at national self-assertion through language date back
to the 16th century, when G. Araolla, a speaker of Sassarese, wrote a poem
intended to enrich and honour the Sardinian language.» Rebecca Posner, John N.
Green, Bilingualism and Linguistic Conflict in Romance, De Gruyter Mouton,
1993, p. 286. ^ «Intendendo esservi
una "naturalità" della lingua propria delle diverse
"nazioni", così come v'è la lingua naturale della "nazione
sarda", espressione, quest'ultima, non usata ma ben sottintesa.» Ignazio
Putzu, Gabriella Mazzon, Lingue, letterature, nazioni. Centri e periferie tra
Europa e Mediterraneo, Franco Angeli Edizioni, 2013, p. 597. Eduardo Blasco
Ferrer, Giorgia Ingrassia (a cura di). Storia della lingua sarda: dal
paleosardo alla musica rap, evoluzione storico-culturale, letteraria,
linguistica. Scelta di brani esemplari commentati e tradotti, 2009, Cuec,
Cagliari, p. 92. ^
Francesco Bruni, op. cit., 1992 e 1996, p. 591 ^ Vicenç Bacallar, el sard
botifler als orígens de la Real Academia Española - VilaWeb. Michele Loporcaro, Profilo
linguistico dei dialetti italiani, Editori Laterza, 2009, p. 9. ^ Francesco
Bruni, op. cit., 1992 e 1996, p. 584. ^ Ci si riferisce allo statuto della
Confraternita del SS. Sacramento, fondata nel 1639 e della costituzione di quella
dei Servi di Maria. Francesco Bruni, op. cit., 1882 e 1996, p. 591. ^ Giancarlo
Sorgia, Storia della Sardegna spagnola, Sassari, Chiarella, 1987, p. 168. ^
Antonio Virdis, Sos battudos. Movimenti religiosi penitenziali in Logudoro,
L'Asfodelo Editore, 1987 ^ «Il brano qui riportato non è soltanto illustrativo
di una chiara evoluzione di diglossia con bilinguismo dei ceti medio-alti (il
cavaliere sa lo spagnolo e il sardo), ma anche di un rapporto gerarchico, tra
lingua dominante (o "egèmone", come direbbe Gramsci) e subordinata,
che tuttavia concede spazio al codice etnico, rispettato e persino appreso dai
conquistatori.» Eduardo Blasco Ferrer, Giorgia Ingrassia (a cura di). Storia
della lingua sarda : dal paleosardo alla musica rap, evoluzione
storico-culturale, letteraria, linguistica. Scelta di brani esemplari
commentati e tradotti, 2009, Cuec, Cagliari, p. 99. ^ Francesco Manconi, La
Sardegna al tempo degli Asburgo (secoli XVI-XVII), Il Maestrale, 2010, p. 35. ^ «Los tercios
españoles solo podían ser comandados por soldados que hablasen castellano,
catalán, portugués o sardo. Cualquier otro tenía vedado su ascenso, por eso los
italianos que chapurreaban español se hacían pasar por valencianos para
intentar su promoción.» (ES) Vicente G. Olaya, La segunda vida de los tercios,
in El País, 6 gennaio 2019. URL consultato il 4 giugno 2019. ^ Michelle Hobart, A
Companion to Sardinian History, 500–1500, Leiden, Boston, Brill, 2017, pp.
111-112. ^ Raimondo Turtas, Studiare, istruire, governare. La formazione dei
letrados nella Sardegna spagnola, EDES, 2001, p. 236. ^ «Totu sas naziones
iscrient e imprentant sos libros in sas propias limbas nadias e duncas peri sa
Sardigna – sigomente est una natzione – depet iscriere e imprentare sos libros
in limba sarda. Una limba chi de seguru bisongiat de irrichimentos e de
afinicamentos, ma non est de contu prus pagu de sas ateras limbas neolatinas.»
("Tutte le nazioni scrivono e stampano libri nella propria lingua natale,
e dunque anche la Sardegna - dal momento che è una nazione - deve scrivere e
stampare libri in lingua sarda. Una lingua - segue il Garipa - che senza dubbio
necessita di arricchimenti e limature, ma non è meno importante rispetto alle
altre lingue neolatine."). Casula, Francesco. Sa chistione de sa limba in
Montanaru e oe (PDF). ^ Paolo Maninchedda (2000): Nazionalismo, cosmopolitismo
e provincialismo nella tradizione letteraria della Sardegna (secc. XV–XVIII),
in: Revista de filología Románica, 17, p. 178. ^ Salvi, Sergio (1974). Le
lingue tagliate, Rizzoli, pg. 180. Manlio Brigaglia, La Sardegna, 1. La
geografia, la storia, l'arte e la letteratura, Cagliari, Edizioni Della Torre,
1982, p. 65. ^ «I territori della casa di Savoia si allargano fino al Ticino;
importante è l'annessione della Sardegna (1718), perché la vita amministrativa
e culturale dell'isola, che prima si svolgeva in spagnolo, si viene orientando,
seppur molto lentamente, verso la lingua italiana». Bruno Migliorini, Breve
storia della lingua italiana, Firenze, Sansoni, 1969, p. 214. ^ M. Lepori,
Dalla Spagna ai Savoia. Ceti e corona della Sardegna del Settecento (Roma,
2003) ^ Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo, Manuale di
linguistica sarda. Manuals of Romance linguistics, De Gruyter Mouton, 2017,
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Científicas, Instituto «Jerónimo Zurita», p. 128. ^ Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch,
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Gruyter Mouton, 2017, pp. 168-169. ^ Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela
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storia, l'arte e la letteratura, Cagliari, Edizioni Della Torre, 1982, p. 64. ^
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impostu: 1720-1848; poderi e lìngua in Sardìnnia in edadi spanniola, Iskra,
Ghilarza, pp. 86-87. ^ Roberto Palmarocchi (1936). Sardegna sabauda. Il regime
di Vittorio Amedeo II. Cagliari: Tip. Mercantile G. Doglio. p. 95. ^
Palmarocchi, Roberto (1936). Sardegna sabauda, v. I, Tip. Mercantile G. Doglio,
Cagliari, p. 87. ^ Cardia, Amos (2006). S'italianu in Sardìnnia candu, cumenti
e poita d'ant impostu: 1720-1848; poderi e lìngua in Sardìnnia in edadi
spanniola, Iskra, Ghilarza, p. 86 ^ Eduardo Blasco Ferrer, Giorgia Ingrassia (a
cura di). Storia della lingua sarda : dal paleosardo alla musica rap,
evoluzione storico-culturale, letteraria, linguistica. Scelta di brani
esemplari commentati e tradotti, 2009, Cuec, Cagliari, p. 110 ^ Rossana Poddine
Rattu. Biografia dei viceré sabaudi del Regno di Sardegna (1720-1848).
Cagliari: Della Torre. p. 31. ^ Luigi La Rocca, La cessione del Regno di
Sardegna alla Casa Sabauda. Gli atti diplomatici e di possesso con documenti
inediti, in "Miscellanea di Storia Italiana. Terza Serie", v.10,
Torino, Fratelli Bocca, 1905, pp. 180-188. ^ Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch,
Daniela Marzo (2017). Manuale di linguistica sarda. Manuals of Romance
linguistics. De Gruyter Mouton. p. 210. ^ «… La più diffusa, e storicamente
precocissima, consapevolezza dell'isola circa lo statuto di "lingua a
sé" del sardo, ragion per cui il rapporto tra il sardo e l'italiano ha teso
a porsi fin dall'inizio nei termini di quello tra due lingue diverse (benché
con potere e prestigio evidentemente diversi), a differenza di quanto
normalmente avvenuto in altre regioni italiane, dove, tranne forse nel caso di
altre minoranze storiche, la percezione dei propri "dialetti" come
"lingue" diverse dall'italiano sembrerebbe essere un fatto
relativamente più recente e, almeno apparentemente, meno profondamente e
drammaticamente avvertito.» Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo,
Manuale di linguistica sarda. Manuals of Romance linguistics, De Gruyter
Mouton, 2017, p. 209. ^ «La consapevolezza di alterità rispetto all'italiano si
spiega facilmente non solo per i quasi 400 anni di fila sotto il dominio
ispanico, che hanno agevolato nei sardi, rispetto a quanto avvenuto in altre
regioni italiane, una prospettiva globalmente più distaccata nei confronti
della lingua italiana, ma anche per il fatto tutt'altro che banale che già i
catalani e i castigliani consideravano il sardo una lingua a sé stante, non
solo rispetto alla propria ma anche rispetto all'italiano.» Eduardo Blasco
Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo, Manuale di linguistica sarda. Manuals of
Romance linguistics, De Gruyter Mouton, 2017, p. 210. ^ Eduardo Blasco Ferrer,
Peter Koch, Daniela Marzo, Manuale di linguistica sarda. Manuals of Romance
linguistics, De Gruyter Mouton, 2017, p. 209. ^ L'ufficiale Giulio Bechi ebbe a
dire dei sardi che parlavano «un terribile idioma, intricato come il saraceno,
sonante come lo spagnolo. [...] immagina del latino pestato nel mortaio con del
greco e dello spagnolo, con un pizzico di saraceno, masticato fitto fitto in
una barba con delle finali in os e as; sbatti tutto questo in faccia a un
mortale e poi dimmi se non val lo stesso esser sordomuti!» Giulio Bechi, Caccia
grossa. Scene e figure del banditismo sardo, Nuoro, Ilisso, 1997, 1900, p. 43,
64. ^ «Lingue fuori dell'Italiano e del Sardo nessuno ne impara, e pochi uomini
capiscono il francese; piuttosto lo spagnuolo. La lingua spagnuola s'accosta
molto anche alla Sarda, e poi con altri paesi poco sono in relazione. [...] La
popolazione della Sardegna pare dalli suoi costumi, indole, etc., un misto di
popoli di Spagna, e del Levante conservano vari usi, che hanno molta analogia
con quelli dei Turchi, e dei popoli del Levante; e poi vi è mescolato molto
dello Spagnuolo, e dirò così, che pare una originaria popolazione del Levante
civilizzata alla Spagnuola, che poi coll'andare del tempo divenne più
originale, e formò la Nazione Sarda, che ora distinguesi non solo dai popoli
del Levante, ma anche da quelli della Spagna.» Francesco D'Austria-Este,
Descrizione della Sardegna (1812), ed. Giorgio Bardanzellu, Cagliari, Della
Torre, 1993, 1812, p. 43, 64. ^ […]«È tanto nativa per me la lingua italiana,
come la latina, francese o altre forestiere che solo s'imparano in parte colla
grammatica, uso e frequente lezione de' libri, ma non si possiede appieno»
diceva infatti Andrea Manca Dell'Arca, agronomo sassarese della fine del
Settecento ('Ricordi di Santu Lussurgiu di Francesco Maria Porcu In Santu
Lussurgiu dalle Origini alla "Grande Guerra" - Grafiche editoriali
Solinas - Nuoro, 2005) ^ Francesco Sabatini, Minoranze e culture regionali
nella storiografia linguistica italiana, in I dialetti e le lingue delle
minoranze di fronte all'italiano (Atti dell'XI Congresso internazionale di
studi della SLI, Società di linguistica italiana, a cura di Federico Albano
Leoni, Cagliari, 27-30 maggio 1977 e pubblicati da Bulzoni, Roma, 1979, p. 14.)
^ «L'italianizzazione dell'isola fu un obiettivo fondamentale della politica
sabauda, strumentale a un più ampio progetto di assimilazione della Sardegna al
Piemonte.» Cardia, Amos (2006). S'italianu in Sardìnnia candu, cumenti e poita
d'ant impostu: 1720-1848; poderi e lìngua in Sardìnnia in edadi spanniola,
Iskra, Ghilarza, p. 92 ^ «En aquest sentit, la italianització definitiva de
l'illa representava per a ell l'objectiu més urgent, i va decidir de
contribuir-hi tot reformant les Universitats de Càller i de Sàsser,
bandejant-ne alhora els jesuïtes de la direcció per tal com mantenien encara
una relació massa estreta amb la cultura espanyola. El ministre
Bogino havia entès que només dins d'una Universitat reformada podia crear-se
una nova generació de joves que contribuïssin a homogeneïtzar de manera
absoluta Sardenya amb el Piemont.» Joan Armangué i Herrero (2006). Represa i
exercici de la consciència lingüística a l'Alguer (ss. XVIII-XX), Arxiu de
Tradicions de l'Alguer, Cagliari, I.1 ^ The phonology of Campidanian Sardinian
: a unitary account of a self-organizing structure, Roberto Bolognesi, The
Hague: Holland Academic Graphics, p. 3 ^ Cardia, Amos (2006). S'italianu in Sardìnnia candu,
cumenti e poita d'ant impostu: 1720-1848; poderi e lìngua in Sardìnnia in edadi
spanniola, Iskra, Ghilarza, pp. 88, 91. ^ «Ai funzionari sabaudi, inseriti
negli ingranaggi dell'assolutismo burocratico ed educati al culto della
regolarità e della precisione, l'isola appariva come qualcosa di estraneo e di
bizzarro, come un Paese in preda alla barbarie e all'anarchia, popolato di
selvaggi tutt'altro che buoni. Era difficile che quei funzionari potessero
considerare il diverso altrimenti che come puro negativo. E infatti essi
presero ad applicare alla Sardegna le stesse ricette applicate al Piemonte.
Dirigeva la politica per la Sardegna il ministro Bogino, ruvido e
inflessibile.». Guerci, Luciano (2006). L'Europa del Settecento : permanenze e
mutamenti , UTET, p. 576 ^ Cardia, Amos (2006). S'italianu in Sardìnnia candu,
cumenti e poita d'ant impostu: 1720-1848; poderi e lìngua in Sardìnnia in edadi
spanniola, Iskra, Ghilarza, p.80 Manlio Brigaglia, La Sardegna, 1. La
geografia, la storia, l'arte e la letteratura, Cagliari, Edizioni Della Torre,
1982, p. 77. Bolognesi, Roberto; Heeringa, Wilbert. Sardegna fra tante lingue,
pp.25, 2005, Condaghes Salvi, Sergio (1974). Le lingue tagliate, Rizzoli, pg.
181 ^ «In Sardegna, dopo il passaggio alla casa di Savoia, lo spagnolo perde
terreno, ma lentissimamente: solo nel 1764 l'italiano diventa lingua ufficiale
nei tribunali e nell'insegnamento». Bruno Migliorini, La Rassegna della
letteratura italiana, vol. 61, Firenze, Le Lettere, 1957, p. 398. ^ «Anche la
sostituzione dell'italiano allo spagnolo non avvenne istantaneamente:
quest'ultimo restò lingua ufficiale nelle scuole e nei tribunali fino al 1764,
anno in cui da Torino fu disposta una riforma delle università di Cagliari e
Sassari e si stabilì che l'insegnamento scolastico dovesse essere solamente in
italiano.» Michele Loporcaro, Profilo linguistico dei dialetti italiani,
Editori Laterza, 2009, p. 9. ^ Cardia, Amos (2006). S'italianu in Sardìnnia
candu, cumenti e poita d'ant impostu: 1720-1848; poderi e lìngua in Sardìnnia
in edadi spanniola, Iskra, Ghilarza, p. 89 ^ «L'attività riformatrice si
allargò anche ad altri campi: scuole in lingua italiana per riallacciare la
cultura isolana a quella del continente, lotta contro il banditismo,
ripopolamento di terre e ville deserte con Liguri, Piemontesi, Còrsi.» Roberto
Almagia et al., Sardegna, Enciclopedia Italiana (1936)., Treccani,
"Storia". ^ Rivista storica italiana, vol. 104, Edizioni scientifiche
italiane, 1992, p. 55. ^ Clemente Caria, Canto sacro-popolare in Sardegna,
Oristano, S'Alvure, 1981, p. 45. ^ Sant'Efisio cantato in castigliano:
rinvenuti gosos dell'800, su unionesarda.it, 2017. ^ «Il sistema di controllo
capillare, in ambito amministrativo e penale, che introduce il Governo sabaudo,
rappresenterà, fino all'Unità, uno dei canali più diretti di contatto con la
nuova lingua "egemone" (o lingua-tetto) per la stragrande maggioranza
della popolazione sarda.» Eduardo Blasco Ferrer, Giorgia Ingrassia (a cura di).
Storia della lingua sarda : dal paleosardo alla musica rap, evoluzione
storico-culturale, letteraria, linguistica. Scelta di brani esemplari commentati
e tradotti, 2009, Cuec, Cagliari, p. 111. ^ Cardia, Amos (2006). S'italianu in
Sardìnnia candu, cumenti e poita d'ant impostu: 1720-1848; poderi e lìngua in
Sardìnnia in edadi spanniola, Iskra, Ghilarza, pp. 89, 92. ^ Francesco Gemelli,
Luigi Valenti Gonzaga, Rifiorimento della Sardegna proposto nel miglioramento
di sua agricoltura, vol. 2, Torino, Giammichele Briolo, 1776. ^ Matteo Madao,
Saggio d'un'opera intitolata Il ripulimento della lingua sarda lavorato sopra
la sua analogia colle due matrici lingue, la greca e la latina, Cagliari,
Bernardo Titard, 1782. ^ Matteo Madau, Dizionario Biografico Treccani, su
treccani.it. ^ Marcel Farinelli, Un arxipèlag invisible: la relació impossible
de Sardenya i Còrsega sota nacionalismes, segles XVIII-XX, su tdx.cat, Universitat
Pompeu Fabra. Institut
Universitari d'Història Jaume Vicens i Vives, p. 285. ^ Matteo Madau, Ichnussa.
Cardia, Amos (2006).
S'italianu in Sardìnnia candu, cumenti e poita d'ant impostu: 1720-1848; poderi
e lìngua in Sardìnnia in edadi spanniola, Iskra, Ghilarza, pp. 111-112. ^
Febrés, la prima grammatica sul sardo. A lezione di limba dal gesuita catalano,
su sardiniapost.it. ^ Febres, Andres (1786). Prima grammatica de' tre dialetti
sardi , Cagliari [consultabile nella Biblioteca Universitaria di Cagliari,
Collezione Baille, ms. 11.2.K., n.18] ^ Eduardo Blasco Ferrer, Giorgia
Ingrassia (a cura di). Storia della lingua sarda : dal paleosardo alla musica
rap, evoluzione storico-culturale, letteraria, linguistica. Scelta di brani
esemplari commentati e tradotti, 2009, Cuec, Cagliari, p. 127. ^ Salvi, Sergio
(1974). Le lingue tagliate, Rizzoli, pg. 182-183. ^ Manlio Brigaglia, La
Sardegna, 1. La geografia, la storia, l'arte e la letteratura, Cagliari,
Edizioni Della Torre, 1982, p. 95. ^ «Costoro erano spartiti fra il desiderio
di un nazionalismo sardo quale eredità recente degli eventi di fine Settecento,
da un lato, e la costruzione della nuova nazione italiana di cui volevano
essere parte attiva, dall’altro, pur senza che nulla venisse loro sottratto delle
idealità del nazionalismo sardo del secolo precedente.» Maurizio Virdis,
Geostorica sarda. Produzione letteraria nella e nelle lingue di Sardegna,
Rhesis UniCa, p. 21. ^ «Nel caso della Sardegna, la scelta della patria
italiana è avvenuta da parte delle élite legate al dominio sabaudo sin dal
1799, in modo esplicito, più che altro come strategia di un ceto che andava
formandosi attraverso la fusione fra aristocrazia, nobiltà di funzione e
borghesia, in reazione al progetto antifeudale, democratico e repubblicano
della Sarda rivoluzione.» Alessandro Mongili (2015). "1". Topologie
postcoloniali. Innovazione e modernizzazione in Sardegna. Condaghes. ^ Manlio
Brigaglia, Attilio Mastino, Giangiacomo Ortu, 2006. Storia della Sardegna dal
Settecento a oggi, v. 2, Editori Laterza, p. 84. ^ Manlio Brigaglia, Attilio
Mastino, Giangiacomo Ortu, 2006. Storia della Sardegna dal Settecento a oggi,
v. 2, Editori Laterza, p. 92. ^ «[Il Porru] In generale considera la lingua un
patrimonio che deve essere tutelato e migliorato con sollecitudine. In
definitiva, per il Porru possiamo ipotizzare una probabilmente sincera volontà
di salvaguardia della lingua sarda che però, dato il clima di severa censura e
repressione creato dal dominio sabaudo, dovette esprimersi tutta in funzione di
un miglior apprendimento dell'italiano. Siamo nel 1811, ancora a breve distanza
dalla stagione calda della rivolta antifeudale e repubblicana, dentro il
periodo delle congiure e della repressione.» Cardia, Amos (2006). S'italianu in
Sardìnnia candu, cumenti e poita d'ant impostu: 1720-1848; poderi e lìngua in
Sardìnnia in edadi spanniola, Iskra, Ghilarza, pp. 112-113. ^ Manlio Brigaglia,
Attilio Mastino, Giangiacomo Ortu, 2006. Storia della Sardegna dal Settecento a
oggi, v. 2, Editori Laterza, p. 93 ^ Johanne Ispanu, Ortographia Sarda
Nationale o siat Grammatica de sa limba logudoresa cumparada cum s'italiana
(PDF), su sardegnadigitallibrary.it, Kalaris, Reale Stamperia, 1840. URL
consultato il 26 giugno 2019 (archiviato dall'url originale il 26 giugno 2019).
^ […]Ciononostante le due opere dello Spano sono di straordinaria importanza,
in quanto aprirono in Sardegna la discussione sul "problema della lingua
sarda", quella che sarebbe dovuta essere la lingua unificata e unificante,
che si sarebbe dovuta imporre in tutta l'isola sulle particolarità dei singoli
dialetti e suddialetti, la lingua della nazione sarda, con la quale la Sardegna
intendeva inserirsi tra le altre nazioni europee, quelle che nell'Ottocento
avevano già raggiunto o stavano per raggiungere la loro attuazione politica e
culturale, compresa la nazione italiana. E proprio sulla falsariga di quanto
era stato teorizzato e anche attuato a favore della nazione italiana, che
nell'Ottocento stava per portare a termine il processo di unificazione
linguistica, elevando il dialetto fiorentino e toscano al ruolo di "lingua
nazionale", chiamandolo "italiano illustre", anche in Sardegna
l'auspicata "lingua nazionale sarda" fu denominata "sardo
illustre". Massimo Pittau, Grammatica del sardo illustre, Nuoro, pp.
11-12, Premessa. ^ «Il presente lavoro però restringesi propriamente al solo
Logudorese ossia Centrale, che questo forma la vera lingua nazionale, la più
antica e armoniosa e che soffrì alterazioni meno delle altre». Ispanu, Johanne
(1840). Ortographia sarda nationale o siat grammatica de sa limba logudoresa
cumparada cum s'italiana, pg. 12 ^ Manlio Brigaglia, Attilio Mastino,
Giangiacomo Ortu, 2006. Storia della Sardegna dal Settecento a oggi, v. 2,
Editori Laterza, p. 94. ^ "Una innovazione in materia di incivilimento
della Sardegna e d'istruzione pubblica, che sotto vari aspetti sarebbe
importantissima, si è quella di proibire severamente in ogni atto pubblico
civile non meno che nelle funzioni ecclesiastiche, tranne le prediche, l'uso dei
dialetti sardi, prescrivendo l'esclusivo impiego della lingua italiana. In
sardo si gettano i cosiddetti pregoni o bandi; in sardo si cantano gl'inni dei
Santi (Goccius), alcuni dei quali privi di dignità… È necessario inoltre
scemare l'uso del dialetto sardo [sic] e introdurre quello della lingua
italiana anche per altri non men forti motivi; ossia per incivilire alquanto
quella nazione, sì affinché vi siano più universalmente comprese le istruzioni
e gli ordini del Governo… sì finalmente per togliere una delle maggiori
divisioni, che sono fra la Sardegna e i Regi stati di terraferma." Carlo
Baudi di Vesme, Considerazioni politiche ed economiche sulla Sardegna, Dalla
Stamperia Reale, 1848, pp. 49-51. ^ «In una sua opera del 1848 egli mostra di
considerare la situazione isolana come carica di pericoli e di minacce per il
Piemonte e propone di procedere colpendo innanzitutto con decisione la lingua
sarda, proibendola cioè "severamente in ogni atto pubblico civile non meno
che nelle funzioni ecclesiastiche, tranne le prediche". Baudi di Vesme non
si fa illusioni: l'antipiemontesismo non è mai venuto meno nonostante le
proteste e le riaffermazioni di fratellanza con i popoli di terraferma; si è
vissuti anzi fino a quel momento - aggiunge - non in attesa di una completa
unificazione della Sardegna al resto dello Stato ma addirittura di un
"rinnovamento del novantaquattro", cioè della storica "emozione
popolare" che aveva portato alla cacciata dei Piemontesi. Ma, rimossi gli
ostacoli che sul piano politico-istituzionale e soprattutto su quello etnico e
linguistico differenziano la Sardegna dal Piemonte, nulla potrà più impedire
che l'isola diventi un tutt'uno con gli altri Stati del re e si italianizzi
davvero». Federico Francioni, Storia dell'idea di "nazione sarda", in
Manlio Brigaglia, La Sardegna, 2. La cultura popolare, l'economia, l'autonomia,
Cagliari, Edizioni Della Torre, 1982, pp. 173-174. Carlo Baudi di Vesme,
Considerazioni politiche ed economiche sulla Sardegna, Dalla Stamperia Reale,
1848, p. 306. ^ Carlo Baudi di Vesme, Considerazioni politiche ed economiche
sulla Sardegna, Dalla Stamperia Reale, 1848, p. 305. ^ Carlo Baudi di Vesme,
Considerazioni politiche ed economiche sulla Sardegna, Dalla Stamperia Reale,
1848, p. 313. ^ Sebastiano Ghisu, 3, 8, in Filosofia de logu, Milano, Meltemi,
2021. Salvi, Sergio (1974). Le lingue tagliate, Rizzoli, pg.184 ^ «Des del seu
càrrec de capità general, Carles Fèlix havia lluitat amb mà rígida contra les
darreres actituds antipiemonteses que encara dificultaven l'activitat del
govern. Ara
promulgava el Codi felicià (1827), amb el qual totes les lleis sardes eren
recollides i, sovint, modificades. Pel que ara ens interessa, cal assenyalar
que el nou codi abolia la Carta de Logu – la «consuetud de la nació sardesca»,
vigent des de l'any 1421 – i allò que restava de l'antic dret municipalista
basat en el privilegi.» Joan
Armangué i Herrero (2006). Represa i exercici de la consciència lingüística a
l'Alguer (ss. XVIII-XX), Arxiu de Tradicions de l'Alguer, Cagliari, I.1 ^
Cimitero antico, su Sito ufficiale del comune di Ploaghe. ^ Carlo Baudi di
Vesme, Considerazioni politiche ed economiche sulla Sardegna, Dalla Stamperia
Reale, 1848, p. 167. ^ Pietro Martini, Sull’unione civile della Sardegna colla
Liguria, con il Piemonte e colla Savoia, Cagliari, Timon, 1847, p. 4. Toso,
Fiorenzo. Lingue sotto il tetto d'Italia. Le minoranze alloglotte da Bolzano a
Carloforte - 8. Il sardo, su treccani.it. ^ Dettori, Antonietta, 2001. Sardo e
italiano: tappe fondamentali di un complesso rapporto, in Argiolas, Mario;
Serra, Roberto. Limba lingua language: lingue locali, standardizzazione e
identità in Sardegna nell’era della globalizzazione, Cagliari, CUEC, p. 88. ^
Gian Nicola Spanu, Il primo inno d'Italia è sardo (PDF). URL consultato il 23
dicembre 2018 (archiviato dall'url originale l'11 ottobre 2017). ^ Carboni,
Salvatore (1881). Sos discursos sacros in limba sarda, Bologna, cit. in Salvi,
Sergio (1974). Le lingue tagliate, Rizzoli, pp. 186-187. Manlio Brigaglia, La
Sardegna. La cultura popolare, l'economia, l'autonomia, vol. 2, Cagliari,
Edizioni Della Torre, 1982, p. 114. Manlio Brigaglia, La Sardegna. La cultura
popolare, l'economia, l'autonomia, vol. 2, Cagliari, Edizioni Della Torre,
1982, p. 115. ^ Manlio Brigaglia, La Sardegna, 2. La cultura popolare,
l'economia, l'autonomia, Cagliari, Edizioni Della Torre, 1982, p. 175. ^ Manlio
Brigaglia, Un'idea della Sardegna, in Storia della Sardegna, Cagliari, Edizioni
della Torre, 2017. ^ Marita Kaiser, Federico Masini, Agnieszka Stryjecka (a
cura di), Competenza comunicativa: insegnare e valutare, Rome, Sapienza
Università Editrice, 2021, p. 49. Fiorenzo Toso, Moschetto e dialetto, su
treccani.it, 2014. ^ Alfredo Graziani, Fanterie sarde all'ombra del Tricolore,
Sassari, La Nuova Sardegna, 2003, p. 257. ^ Storia della Brigata Sassari,
Sassari, Gallizzi, 1981, p. 10. ^ L'amarezza leggiadra della lingua. Atti del
Convegno "Tonino Ledda e il movimento felibristico del Premio di
letteratura 'Città di Ozieri'. Percorsi e prospettive della lingua materna
nella poesia contemporanea di Sardegna" : giornate di studio, Ozieri,
4-5-6 maggio 1995, Centro di documentazione e studio della letteratura
regionale, 1997, p. 346. ^ «Il ventennio fascista segnò per la Sardegna
l'ingresso nel sistema nazionale. Il centralismo esasperato del governo
fascista riuscì, seppure - come si dirà - con qualche contraddizione, a
tacitare le istanze regionalistiche, comprimendole violentemente. La Sardegna
fu colonialisticamente integrata nella cultura nazionale: modi di vita,
costumi, visioni generali, parole d'ordine politiche furono imposte sia
attraverso la scuola (dalla quale partì un'azione repressiva nei confronti
della lingua sarda), sia attraverso l'organizzazione del partito (che
accompagnò, come in ogni altra regione d'Italia, i sardi dalla prima infanzia
alla maturità, oltre tutto coinvolgendo per la prima volta - almeno nelle città
- anche le donne). La trasformazione che ne seguì fu vasta e profonda.» Guido
Melis, La Sardegna contemporanea, in Manlio Brigaglia, La Sardegna. La
geografia, la storia, l'arte e la letteratura, vol. 1, Cagliari, Edizioni Della
Torre, 1982, p. 132. Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo, Manuale
di linguistica sarda, De Gruyter Mouton, 2017, p. 36. Remundu Piras, su
sardegnacultura.it. URL consultato il 17 febbraio 2018 (archiviato dall'url
originale il 30 ottobre 2020). Sardegna Cultura. ^ «Dopo pisani e genovesi si
erano susseguiti aragonesi di lingua catalana, spagnoli di lingua castigliana,
austriaci, piemontesi ed, infine, italiani […] Nonostante questi impatti
linguistici, la "limba sarda" si mantiene relativamente intatta
attraverso i secoli. […] Fino al fascismo: che vietò l'uso del sardo non solo
in chiesa, ma anche in tutte le manifestazioni folkloristiche». Wolftraud De Concini,
Gli altri d'Italia : minoranze linguistiche allo specchio, Pergine Valsugana,
Comune, 2003, pp. 195-196. ^ Marcel A. Farinelli, ‘The invisible motherland? The
Catalan-speaking minority in Sardinia and Catalan nationalism’, in: Studies on
National Movements, 2 (2014), p. 15. ^ Massimo Pittau, Grammatica del sardo illustre, Nuoro,
Premessa. ^ Sergio Salvi, Le lingue tagliate, Rizzoli, 1974, p. 191. ^ Est
torradu Montanaru, Francesco Masala, Messaggero, 1982 (PDF). URL consultato il
17 giugno 2019 (archiviato dall'url originale il 14 aprile 2021). ^ Francesco
Atzeni, Mediterranea (1927-1935) : politica e cultura in una rivista fascista,
Cagliari, AM & D, 2005, p. 106. ^ Montanaru e la lingua sarda, su Il
Manifesto Sardo, 2019. ^ «Il diffondere l’uso della lingua sarda in tutte le
scuole di ogni ordine e grado non è per gli educatori sardi soltanto una
necessità psicologica alla quale nessuno può sottrarsi, ma è il solo modo di
essere Sardi, di essere cioè quello che veramente siamo per conservare e difendere
la personalità del nostro popolo. E se tutti fossimo in questa disposizione di
idee e di propositi ci faremmo rispettare più di quanto non ci rispettino.»
Antioco Casula, Poesie scelte, Cagliari, Edizioni 3T, 1982, p. 35. ^ Poddighe,
Salvatore. Sa Mundana Cummédia, Editore Domus de Janas, 2009, ISBN
88-88569-89-8, p. 32. ^ «Il prezzo che si pagò fu altissimo: la compressione
della cultura regionale, la frattura sempre più netta tra il passato dei sardi
e il loro futuro italiano, la riduzione di modi di vita e di pensiero molto
radicati a puro fatto di folclore. I codici di comportamento tradizionali delle
zone interne resistettero, seppure insidiati e spesso posti in crisi dalla
invasione di nuovi valori estranei alla tradizione della comunità; in altre
zone della Sardegna, invece, i modelli culturali nazionali prevalsero
facilmente sull'eredità del passato e ciò, oltre a provocare una crisi
d'identità con preoccupanti riflessi sociali, segnò una frattura non più
rimarginabile tra le generazioni.» Guido Melis, La Sardegna contemporanea, in
Manlio Brigaglia, La Sardegna. La geografia, la storia, l'arte e la
letteratura, vol. 1, Cagliari, Edizioni Della Torre, 1982, p. 132. ^ Manlio
Brigaglia et al., Un'idea della Sardegna, in Storia della Sardegna, Cagliari,
Edizioni della Torre, 2017. ^ Carlo Pala, Idee di Sardegna, Carocci Editore,
2016, p. 121. ^ Cit. Manlio Brigaglia, in Fiorenzo Caterini, La mano destra
della storia. La demolizione della memoria e il problema storiografico in
Sardegna, Carlo Delfino Editore, p. 99. ^ «Le argomentazioni sono sempre le
stesse, e sostanzialmente possono essere riassunte con il legame a loro avviso
naturale tra la lingua sarda, intesa come la lingua delle società tradizionali,
e la lingua italiana, connessa ai cosiddetti processi di modernizzazione. Essi
hanno interiorizzato l'idea, molto rozza e intellettualmente grossolana, che
essere italofoni è essere "moderni". La differenza tra modernità e
tradizione è ai loro occhi di sostanza, si tratta di due tipi di società opposti
per natura, in cui non esiste continuità di pratiche, di attori, né esistono
forme miste.» Alessandro Mongili (2015). "9". Topologie
postcoloniali. Innovazione e modernizzazione in Sardegna. Condaghes. ^ Martin
Harris, Nigel Vincent, The Romance languages, London, New York, 2001, p. 349. ^ Sergio Salvi, Le lingue tagliate,
Rizzoli, 1974, p. 195. ^ Sa limba sarda - Giovanna Tonzanu, su midesa.it. URL
consultato l'8 giugno 2009 (archiviato dall'url originale il 27 febbraio 2017).
^
The Sardinian professor fighting to save Gaelic – and all Europe's minority
tongues, The Guardian. ^
Conferenza di Francesco Casula sulla Lingua sarda: sfatare i più diffusi
pregiudizi sulla lingua sarda. ^ La lingua sarda oggi: bilinguismo, problemi di
identità culturale e realtà scolastica, Maurizio Virdis (Università di
Cagliari), su francopiga.it. ^ Quando muore una lingua si oscura il cielo: da
"Lettera a un giovane sardo" dell'antropologo Bachisio Bandinu. URL
consultato il 9 febbraio 2014 (archiviato dall'url originale il 24 ottobre
2021). ^ «La tendenza che caratterizza invece molti gruppi dominati è quella di
gettare a mare i segni che indicano la propria appartenenza a un'identità
stigmatizzata. È quello che accade in Sardegna con la sua lingua (capp. 8-9, in
questo volume).» Alessandro Mongili (2015). "1". Topologie
postcoloniali. Innovazione e modernizzazione in Sardegna. Condaghes. ^
Strumenti giuridici per la promozione della lingua sarda, su
sardegnacultura.it, Sardegna Cultura. URL consultato il 30 aprile 2019 (archiviato
dall'url originale il 30 ottobre 2020). ^ Relazione di accompagnamento al
disegno di legge “Norme per la tutela, valorizzazione e promozione della lingua
sarda e delle altre varietà linguistiche della Sardegna”, pp.7 (PDF). ^ Salvi,
Sergio, Le lingue tagliate, Rizzoli, 1974, p. 193. ^ Francesco Casula,
Gianfranco Contu, Storia dell'autonomia in Sardegna, dall'Ottocento allo
Statuto Sardo (PDF), Dolianova, Stampa Grafica del Parteolla, 2008, p. 116,
134. URL consultato il 25 agosto 2019 (archiviato dall'url originale il 20
ottobre 2020). ^ Antonello Mattone, Le radici dell'autonomia. Civiltà locali e
istituzioni giuridiche dal Medioevo allo Statuto speciale, in Manlio Brigaglia,
La Sardegna. La cultura popolare, l'economia, l'autonomia, vol. 2, Cagliari,
Edizioni Della Torre, 1982, p. 33. ^ «Come dimostra l'iter dell'approvazione
dello Statuto sardo, il braccio di ferro tra le classi dirigenti nazionali,
rappresentate dal potere centrale, e la classe dirigente locale si risolse a
tutto svantaggio di quest'ultima. Paradossalmente, come nel 1668, nel 1793-96,
nel 1847 le classi dirigenti locali venivano sconfitte proprio per lo scarso
peso contrattuale che avevano a livello nazionale quando si trattava di far
valere le proprie rivendicazioni. La vicenda dello Statuto regionale pone
quindi in piena luce le radici profonde del fallimento della borghesia sarda,
la sua organica debolezza, le preoccupazioni e la riserva che hanno sempre
accompagnato le sue aspirazioni liberiste e sardistiche. Ma bisogna anche ricordare
che lo Statuto sardo è stato approvato nel contesto di un clima politico
nazionale completamente mutato.» Manlio Brigaglia, La Sardegna. La cultura
popolare, l'economia, l'autonomia, vol. 2, Cagliari, Edizioni Della Torre,
1982, p. 34. ^ Carlo Pala, Idee di Sardegna, Carocci Editore, 2016, p. 118. ^
Pintore, Gianfranco (1996). La sovrana e la cameriera: La Sardegna tra
sovranità e dipendenza. Nuoro: Insula, p. 13. ^ Francesco Casula, Gianfranco
Contu, Storia dell'autonomia in Sardegna, dall'Ottocento allo Statuto Sardo
(PDF), Dolianova, Stampa Grafica del Parteolla, 2008, p. 118. URL consultato il
25 agosto 2019 (archiviato dall'url originale il 20 ottobre 2020). ^ «Nel 1948
servì per il Piano di rinascita, oggi bisogna puntare sulle vere peculiarità»,
in La Nuova Sardegna, 20 novembre 2022. ^ «se i poteri della Carta sarda
apparivano estesi sul piano economico (pur con limiti in sede di applicazione
concreta), lo statuto lasciava scoperto totalmente l’ambito sociale e
culturale. L'art. 1 dello statuto, infatti, non fa alcun riferimento né alla
nozione di “popolo sardo” né di “lingua sarda” […]. Manca il fondamento della
soggettività di popolo che invece è previsto in altri statuti speciali. Per
esempio, mancano i riconoscimenti di tipo etnolinguistico e culturale.» Pala,
Carlo. La Sardegna. Dalla “vertenza entrate” al federalismo fiscale?, in
Istituzioni del Federalismo. Rivista di studi giuridici e politici, 2012, 1, p.
215. ^ Cardia, Mariarosa (1998). La conquista dell’autonomia (1943-49), in
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di posticipatari [ripetenti] presenti nel campione, viene rilevata una loro
maggiore presenza nelle regioni settentrionali e una diminuzione costante nel
passaggio dal Centro al Sud. In Val d'Aosta sono il 31% e nelle scuole italiane
della Provincia di Bolzano il 38%. Scendendo al sud, la tendenza alla
diminuzione è la stessa della scuola media, fino ad arrivare al 13% in
Calabria. Unica eccezione la Sardegna che arriva al 30%. Le cause ipotizzate
sono sempre le stesse. La Sardegna, in controtendenza con le regioni
dell'Italia meridionale, a cui quest'autore vorrebbe associarla, mostra
percentuali di ripetenze del tutto analoghe a quelle di regioni abitate da
altre minoranze linguistiche.» Roberto Bolognesi, Le identità linguistiche dei
Sardi, Condaghes, 2013, p. 66. ^ Mongili, Alessandro, in Corongiu, Giuseppe, Il
sardo: una lingua normale, Condaghes, 2013, Introduzione ^ «Ancora oggi,
nonostante l'eradicazione e la stigmatizzazione della sardofonia nelle
generazioni più giovani, il "parlare sbagliato" dei sardi
contribuisce con molta probabilità all'espulsione dalla scuola del 23% degli
studenti sardi (contro il 13% del Lazio e il 16% della Toscana), e lo
giustifica in larga misura anche di fronte alle sue stesse vittime (ISTAT
2010).» Alessandro Mongili (2015). "9". Topologie postcoloniali.
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Fuéddus e chistiònis in sárdu e italiánu, Istituto Superiore Regionale
Etnografico, Nuoro, p. 3 ^ «Nella coscienza dei sardi, in analogia con i
processi che caratterizzano la subalternità ovunque, si è costituita
un'identità fondata su alcune regole che distinguono il dicibile (autonomia in
politica, italianità linguistica, criteri di gusto musicali convenzionali non
sardi, mode, gastronomie, uso del tempo libero, orientamenti politici) come campo
che può comprendere quasi tutto ma non l'indicibile, cioè ciò che viene
stigmatizzato come "arretrato", "barbaro",
"primitivo", cioè sardo de souche, "autentico". Questa
esclusione del sardo de souche, originario, si è costituita lentamente
attraverso una serie di atti repressivi (Butler 2006, 89), dalle punizioni
scolastiche alla repressione fascista del sardismo, ma anche grazie alla
pratica quotidiana del passing e al diffondersi della cultura di massa in epoca
recente (in realtà molto più porosa della cultura promossa dall'istruzione
centralizzata).» Alessandro Mongili (2015). "1". Topologie
postcoloniali. Innovazione e modernizzazione in Sardegna. Condaghes. ^ Mura,
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polarization of the language controversy had brought about a change in the
attitude towards Sardinian and its use. Sardinian had become a symbol of ethnic
identity: one could be proud of it and it served as a marker to distance
oneself from the 'continentali' [Italians on the continent].» Rebecca Posner,
John N. Green, Bilingualism and Linguistic Conflict in Romance, De Gruyter
Mouton, 1993, p. 279. ^ «It also turned out that this segregation from Italian
became proportionately stronger as speakers felt that they had been let down by
the 'continentali' in their aspirations towards better socio-economic
integration and greater social mobility.» Rebecca Posner, John N. Green,
Bilingualism and Linguistic Conflict in Romance, De Gruyter Mouton, 1993, p.
279. ^ «The data in Sole 1988 point to the existence of two opposing
tendencies: Sardophone speakers hold their language in higher esteem these days
than before but they still use it less and less.» Rebecca Posner, John N.
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Sardegna (18 aprile 1978, Una lingua defunta da studiare a scuola), sosteneva
che "per tutti l'italiano era un'altra lingua nella quale traducevamo i nostri
pensieri che, irrefrenabili, sgorgavano in sardo" e ancora, per la lingua
sarda "abbiamo vissuto, per essa abbiamo sofferto, per essa viviamo e
vivremo. Il giorno che essa morrà, moriremo anche noi come sardi." (cit.
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«Se dunque il quadro delle competenze e degli usi linguistici è contraddittorio
ed estremamente eterogeneo per le ragioni che abbiamo citato prima, non
altrimenti si può dire per l'opinione. Questa è generalmente favorevole a un
mutamento dello status pubblico della lingua sarda e delle altre lingue della
Sardegna, le vuole tutelare e vuole diffonderne l'uso, anche ufficiale.» Paolo
Caretti et al., Regioni a statuto speciale e tutela della lingua, G.
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La Nuova Sardegna, 2021. ^ «La situazione del sardo in questi ultimi decenni
risente da un lato degli esiti del processo di italianizzazione linguistica,
profondo e pervasivo, e dall'altro di un processo che si può definire come
risardizzazione linguistica, intendendo con questo una serie di passaggi che
incidono sulla modifica dello status del sardo come lingua, sulla determinazione
di una regola scritta, sulla diffusione del suo uso nei media e nella
comunicazione pubblica e, infine, sullo sviluppo del suo uso come lingua di
comunicazione privata e d'uso in set d'interazione interpersonale dai quali era
stato precedentemente bandito o considerato sconveniente». Paolo Caretti et
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gradual degeneration of the Sardinian language into an Italian patois under the
label of regional Italian. This new linguistic code that is emerging from the
interference between Italian and Sardinian is very common among the less
privileged cultural and social classes.» ("La subordinazione sociolinguistica del sardo
all'italiano ha ingenerato un processo di degenerazione graduale della lingua
sarda in un patois italiano etichettato come "italiano regionale".
Questo nuovo codice linguistico, che emerge dall'interferenza tra italiano e
sardo, è particolarmente comune presso i meno privilegiati ceti
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italianu a sos fizos che a como, tando est malu a creer chi sa limba
amministrativa, s’instandardizatzione e finas su sardu in iscola an a poder
cambiare abberu sas cosas.» ("Se i sardi continueranno a parlare in
italiano ai loro figli, come avviene ora, sarà difficile credere che la lingua
amministrativa, la standardizzazione e finanche l'introduzione del sardo nelle
scuole potranno davvero cambiare le cose"). Paulis, Giulio (2010). Varietà
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né frenare l'italianizzazione progredente attraverso la scuola e gli ambiti
ufficiali, né restituire vitalità al sardo in famiglia. La trasmissione
intergenerazionale, fattore essenziale per la riproduzione etnolinguistica,
resta seriamente compromessa.» Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela
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aspetti che necessitano una immediata rivisitazione - aggiunge il governatore -
vi è il fatto che nel nostro Statuto Speciale di Autonomia non è ancora
contemplata una norma che in qualche modo richiami e contenga la lingua e la
cultura isolana. Mentre, per contro, negli Statuti della Valle d'Aosta e del
Trentino-Alto Adige, per quanto emananti nello stesso periodo, tali norme son
ben presenti. Il che ha consentito il riconoscimento di un pacchetto di misure
e agevolazioni da parte della Repubblica proprio in ragione del fatto di essere
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Delfino Editore, 2005, ISBN 978-88-7138-372-9, OCLC 238818951. ^ «Nel periodo
giudicale si osserva una certa unitarietà del modo di scrivere il sardo, ma non
si ha notizia di alcuna regolazione: la sua ufficialità era implicita e data
per scontata. Nel XVI e, poi, nel XVIII secolo, nei circoli umanisti e in
quelli gesuitici, rispettivamente, si è osservato un tentativo di fornire una
regolazione, ma tali tentativi furono non solo ostacolati ma anche repressi
dalle autorità coloniali ispaniche e soprattutto sabaude.» Paolo Caretti et
al., Regioni a statuto speciale e tutela della lingua, G. Giappichelli Editore,
L'esistenza di una striscia di "terra di nessuno" (fatta eccezione,
comunque, per i dialetti di Laconi e Seneghe) tra dialetti meridionali e
settentrionali, come anche della tradizionale suddivisione della Sardegna in
due "capi" politico-amministrativi oltre che, ma fino a un certo
punto, sociali e antropologici (Cabu de Susu e Cabu de Jossu), ma soprattutto
della popolarizzazione, condotta dai mass media negli ultimi trent'anni, di
teorie pseudo-scientifiche sulla suddivisione del sardo in due varietà
nettamente distinte tra di loro, hanno contribuito a creare presso una parte
del pubblico l'idea che il sardo sia diviso tra le due varietà del
"campidanese" e del "logudorese". In effetti, si deve più
correttamente parlare di due tradizioni ortografiche, che rispondono a queste
denominazioni, mettendo bene in chiaro però che esse non corrispondono a
nessuna varietà reale parlata in Sardegna.» Bolognesi, Roberto (2013). Le
identità linguistiche dei sardi, Condaghes, p. 93 Giuseppe Corongiu, Il sardo:
una lingua normale: manuale per chi non ne sa nulla, non conosce la linguistica
e vuole saperne di più o cambiare idea, Cagliari, Condaghes, Bolognesi, Il
dimezzamento del sardo fra scienza e politica, su Bolognesu: in sardu, 25
novembre 2013. URL consultato il 14 novembre 2020. ^ (SC) Roberto Bolognesi,
S’imbentu de su campidanesu e de su logudoresu, su Bolognesu: in sardu, 4
aprile 2010. URL consultato il 14 novembre 2020. ^ Roberto Bolognesi, Le
identità linguistiche dei sardi, Cagliari, Condaghes. «In altre parole, queste
divisioni del sardo in logudorese e campidanese sono basate unicamente sulla
necessità - chiarissima nel Cetti - di arrivare comunque a una divisione della
Sardegna in due "capi". [...] La grande omogeneità grammaticale del
sardo viene ignorata, per quanto riguarda gli autori tradizionali, in parte per
mancanza di cultura linguistica, ma soprattutto per la volontà, riscontrata
esplicitamente in Spano e Wagner, di dividere il sardo e i sardi in varietà
"pure" e "spurie". In altri termini, la divisione del
sardo in due varietà nettamente distinte è frutto di un approccio ideologico
alla variazione dialettale in Sardegna» ^ «The phonetic differences between the
dialects occasionally lead to communicative difficulties, particularly in those
cases where a dialect is believed to be 'strange' and 'unintelligible' owing to
the presence of phonetic peculiarities such as laryngeal or pharyngeal
consonants or nazalized vowels in Campidanese and in the dialects of central
Sardinia. In his comprehensive experimental-phonetic study, however, Contini
(1987) concludes that interdialectal intelligibility exists and, on the whole,
works satisfactorily.» Rebecca Posner, John N. Green, Bilingualism and
Linguistic Conflict in Romance, De Gruyter Mouton, 1993, p. 287. ^ Michel
Contini, Etude de géographie phonétique et de phonétique instrumentale du
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una limba sarda tzìvica e cuntemporànea, Cagliari, Condaghes, Voci correlate
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pro sa limba sarda iscrita in essida de s'Amministratzione regionale"
(pdf) (PDF) [collegamento interrotto], su regione.sardegna.it. V · D · M Lingue
romanze Lingue d'origine Latino classico† · Latino volgare† · Latino medievale†
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compiuto: Andrea Vasa. Vasa. Keywords: liberta, freedom, lingua sarda. Refs.:
The H. P. Grice Papers, Bancroft MS – Luigi Speranza, “Grice e Vasa: ragione e
liberta” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vasoli: la ragione conversazionale e
l’implicatura a MERTON ecc – la scuola di Firenze – filosofia fioretina –
filosofia toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco
di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Firenze). Abstract:
medieval. Keywords: medieval. Grice: “They said we were frivolous, but what
about those mediaeval discussions about how many angels could dance on the tip
of a needle? -- Filosofo fiorentino. Filosofo
toscano. Firenze, Toscana. m. Firenze. Storico della filosofia italiano. Formatosi
alla scuola di grandi maestri dell'ateneo fiorentino – GARIN (vedasi), MORANDI
(vedasi), CANTIMORI (vedasi) --, e poi docente in diverse università italiane,
in più di quarant'anni di ricerche e interventi compiuti in Italia e all'estero
V. esplora i più diversi aspetti delle idee e della cultura. Laureatosi
all'univ. di Firenze sotto la guida di GARIN (vedasi), è stato prima assistente
e poi libero docente e incaricato di Storia della filosofia nella facoltà di
Lettere e filosofia della stessa università; prof. ordinario di storia della
filosofia alle univ. di Cagliari, Bari e Genova, poi a Firenze di filosofia morale,
di storia della filosofia, quindi di storia della filosofia del Rinascimento.
Socio nazionale dei Lincei. Storico della filosofia italiano. Si formato con GARIN
(si veda) e si laurea a Firenze con un saggio di filosofia morale. Al suo
maestro è rimasto sempre profondamente legato, riprendendo e sviluppandone in
modo originale temi e motivi. Assistente e libero docente e incaricato di
Storia della FILOSOFIA MEDIEVALE fnella facoltà di filosofia a Firenze. È stato
professore ordinario di storia della FILOSOFIA MEDIEVALE a Cagliari, Bari e
Genova, poi a Firenze di filosofia morale, di storia della filosofia, quindi di
storia della FILOSOFIA DEL RINASCIMENTO. Dottore honoris causa della
Sorbona e del Centro studi sul Rinascimento di Tours. Presidente dell'Istituto
di Studi sul Rinascimento, di cui è consigliere, e dei Lincei. Autore di
una vasta bibliografia, tra i suoi saggi si ricordano: La filosofia
medievale (Feltrinell), La dialettica e la retorica dell'Umanesimo:
"Invenzione" e "Metodo"
(Feltrinelli; Città del sole) Umanesimo e Rinascimento (Palumbo) Magia e
scienza nella civiltà umanistica (Il Mulino) La filosofia moderna (Vallardi) La
cultura delle corti (Cappelli) Filosofia nel Rinascimento (Guida) Tra maestri,
umanisti e teologi: studi (Le Lettere) Civitas mundi: studi sulla cultura
(Storia e letteratura) Le filosofie del Rinascimento (Mondadori)
L'enciclopedismo (Bibliopolis) Ha
inoltre tradotto in italiano il Defensor Pacis e il Defensor minor di Marsilio
da PADOVA (si veda) ed ha curato, con Robertis, l'edizione critica del Convivio
d’ALIGHIERI (Ricciardi). Si è poi dedicato allo studio delle idee
filosofiche (FICINO (si veda), SAVONAROLA (si veda) ed i suoi seguaci, SALVIATI
(si veda), Postel, Patrizi da Cherso, Bodin, Marsilio da Padova), e, in
particolare, al ritorno della tradizione dell’ACCADEMIA ed al rapporto tra le
varie filosofie del Rinascimento e la diffusione delle nuove concezioni
rconnesse alla Riforma protestante o alle particolari esperienze
etico-politiche dell'età della Contro-riforma. Treccani -- Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Stabile, V. Enciclopedia Italiana, V Appendice,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Dizionario di filosofia, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, Dizionario bio-bibliografico dei bibliotecari
italiani, Associazione Italiana Biblioteche. Registrazioni di V. su
RadioRadicale.it, Radio Radicale. Portale Biografie: accedi alle voci di
Wikipedia che trattano di biografie Categorie: Storici della filosofia italiani
Italiani Italiani Nati a Firenze Morti a Firenze. La filosofia
medioevale Storia della Filosofia La filosofia medioevale Il
pensiero filosofico del Medioevo, dai mani- chei ai nominalisti, da
Ockham a Maestro Eckhart, da S. Ag ostino a S. Tommaso, visto
in continuo, costante riferimento con l’am- biente culturale, politico e
sociale. Gli aspetti ideologici delle dottrine e il loro peso
effettivo ‘nella società medioevale — sulla teologia, sul- le
concezioni della politica e dello stato — vengono ampiamente analizzati e
portati in primo piano, offrendo al lettore un panorama quanto mai
affascinante dello sviluppo storico e del significato culturale e
politico delle varie filosofie. In questo quadro denso di fatti, di
notizie, di osservazioni, di riferimenti, una speciale attenzione è
rivolta dall’autore alla organizzazione della cultura, al formarsi
delle università, alla nascita degli ordini mendican- ti, insomma a
tutte le forme di vita teorica e pratica del Medioevo, in cui si è
riflessa in maniera decisiva l’attività filosofica. La
filosofia medioevale di Cesare Vasoli è il primo, in ordine di
pubblicazione, di una se- rie di volumi affidati a diversi studiosi,
che costituiranno un’organica storia della filosofia. Seguiranno a
questo i volumi dedicati alla Filosofia antica, alla Filosofia nell'età
del Ri- nascimento, alla Filosofia moderna e alla Filo- sofia
contemporanea. Quest'opera intende offrire a un pubblico colto, ma
non necessariamente specializzato, un ampio e documentato panorama dello
svilup- po storico del pensiero filosofico. Nella stesura del lavoro i
collaboratori si sono soprat segue seguito tutto preoccupati
di evitare due opposti pericoli: un troppo rigoroso tecnicismo con una
conseguente terminologia da iniziati e una sommarietà di trattazione
adatta a manuali di uso scolastico. La filosofia antica La filosofia
medioevale La filosofia nell’età del Rinascimento La filosofia
moderna La filosofia contemporanea Di imminente
pubblicazione: Adorno, La filosofia antica. V., professore di storia della
filosofia medioevale a Firenze. È autore di un volume su Occam e di numerosi
studi sulla filosofia. Ha raccolto i risultati delle sue ricerche sul
pensiero contemporaneo nel volume, di recente pubblicazione, Tra cultura
e ideologia. Collabora alla “Rivista critica di storia della filosofia,” di cui
è redattore, a “Il Ponte,” a “Inventario,” a “Paragone” e ad altre
riviste filosofiche e di cultura. Sovracoperta: Albe Steiner
Feltrinelli Milano Storia della Filosofia Giangiacomo Feltrinelli, Milano.
La filosofia medioevale, Feltrinelli Milano. V. dedica il saggio allasua moglie,
compagna carissima. Agostino si spegna nella sua sede episcopale ad Ippona,
assediata dalle milizie dei vandali. Nella sua lunga esistenza di filosofo,
di retore e di teologo, di elegante letterato e di padre della
cristianità occidentale, Agostino assiste al lungo sfacelo della società
romana corrosa da un’insanabile crisi economica e politica, minacciata
dalla crescente pressione delle gentes germaniche e dall’esplodere sempre
più frequente di drammatiche rivolte contadine; ma adesso, nei suoi
ultimi giorni, egli assisteva all’estrema rovina di quello Stato che si
era ormai intimamente compenetrato con la Chiesa di Cristo, e, dall’età
costantiniana, aveva associato i vescovi e il clero romano alla guida
dell’Impero. Sorto per volere di una provvidenza misteriosa e
inaccessibile, che dispone dei troni e dei poteri, secondo l’esigenza di
un suo segreto disegno, l’Impero di Roma andava adesso dissolvendosi per una
legge ugualmente necessaria e provvidenziale; ma nella estrema confusione
del secolo, nell’anarchia di tutte le autorità e di tutti i poteri, il
vescovo vede solo il segno dell’avvento di una nuova società
integralmente religiosa, capace di assorbire nella sua più alta finalità
cristiana l’ordinamento mondano, conservandolo per i suoi scopi
superiori. Se la città terrena scontava nella sua morte la propria
origine di violenza e di frode, la città di Dio poteva sorgere a imporre nel
nome della sua destinazione ultraterrena la pace e l'universale
concordia, sotto il segno dell’alta guida della potestas Ecclesiae.
La dottrina che Agostino elabora nel De civitate Dei, scritto in
anni trai più tragici della storia dell’Impero, era certamente un tentativo
coerente di sottrarre la comunità cristiana all'imminente catastrofe,
riaffermando che il suo destino ol Introduzione trepassa sempre la
storia e il mondo presente, che la sua verità trascendente è al di là di ogni
fortuna o sventura storica. Ma il suo richiamo alla superiorità di un
destino celeste, estraneo alla misura mondana degli uomini carnali, non
diminuiva la gravità di una crisi che incideva sugli stessi fondamenti
della situazione civile e intellettuale in cui era maturato il trionfo politico
del cristianesimo. In Gallia e in Iberia le sanguinose dagaude, ribellioni
delle gentes non romane contro l’aristocrazia latina e quella indigena
latinizzata, segnavano irrevocabilmente la fine dell’unità romana. E mentre,
nel precipitare della dissoluzione militare e amministrativa dell’Impero,
si spezzavano anche i legami culturali che avevano tenuto unite le
più diverse regioni d’Europa, i popoli germanici si installavano già
pesantemente nel cuore dell'Impero, portando a contatto con la millenaria
esperienza di una società economica evoluta la loro organizzazione ancora
tribale, i loro culti della forza e del sangue. Certo, ad Oriente,
nella recente capitale di Costantinopoli, continuava la stessa tradizione
romana che avrebbe più tardi trovato le basi di una nuova ripresa
politica e intellettuale nel difficile connubio. dell’ellenismo e del
cristianesimo. Ma nell’Occidente devastato dalle invasioni e dalle
insurrezioni contadine e militari, l’autorità e il potere dell’Impero
erano ormai soltanto un nome ed una finzione giuridica. E presto i capi
germanici avrebbero potuto imporre il loro sostanziale dominio a tutte le
classi e i ceti dell’antica società romana. Cosî il potere militare e politico
sarebbe passato definitivamente dalle mani dell’aristocrazia senatoria e
latifondistica e della burocrazia imperiale in quelle di una ristretta
casta militare germanica, pronta però ad accettare la collaborazione dei
vinti e a riconoscere la loro superiorità intellettuale. Questa
dissoluzione dell’Impero e, con essa, la crisi della stessa struttura
organizzativa della cultura romana, non fu però, certamente, un evento
improvviso, né ebbe quel carattere catastrofico che gli è stato cosî a
lungo attribuito dalla storiografia romantica. Anzi, anche quando tra la
fine del IV e gli inizi del V secolo l'emigrazione delle gentes
germaniche si trasformò in vera e propria invasione, lo stanziamento delle loro
tribi nell’Occidente romano avvenne ancora, in generale, nel quadro degli
ordinamenti romani. I capi barbarici che occuparono con i loro exercitus
l’Italia e le province più latinizzate dell'Europa occidentale e
dell’Africa, tennero spesso a comportarsi: pit come mandatari
dell’autorità imperiale che non come veri e propri sovrani, senza mutare la
struttura organizzativa dello stato romano. Né le condizioni politiche e
sociali delle élites subirono, almeno nei primi tempi, un mutamento radicale, o
venne trasformata la struttura sociale del Basso Impero, che restò di
fatto immutata, anche se alle aristocrazie latifondistiche romane o
provinciali si sostitui, in gran parte, la nuova aristocrazia militare
germanica. È vero che le invasioni barbariche, nelle regioni pid lontane o
periferiche, ebbero talvolta come immediata conseguenza la rottura della
recente tradizione romana. Ma è altrettanto certo che lo stanziamento
delle gentes germaniche nelle vecchie terre latine, lì dove esisteva un forte
tessuto urbano e solide istituzioni culturali, non ebbe affatto un simile
effetto. Anzi, gli storici del Medioevo sono concordi nel contrapporre il
rapido regresso della cultura nelle regioni di recente latinizzazione
alla robusta e vitale continuità di tradizioni intellettuali che si ebbe
invece in Italia, in Gallia, in Spagna e nell’Africa romana.
Tuttavia, se pure le invasioni non distrussero volontariamente la
base della cultura romana, che negli ultimi secoli dell’Impero aveva
raggiunto un notevole grado di uniformità e di stilizzazione scolastica,
la dissoluzione dell’unità imperiale non fu certo priva di gravi
conseguenze. Già i grandi spostamenti etnici dei secoli III e IV e le
invasioni avevano cominciato ad infrangere quel comune tessuto giuridico
e amministrativo che aveva unito per secoli le regioni dell’Occidente. Adesso,
il costituirsi di regni barbarici separati ed autonomi in Italia, in Spagna,
nelle Gallie e nell’Africa romana, rese permanente quella rottura ed approfondi
gli elementi di divisione, anche sul piano della vita intellettuale. Per
prima cosa, infatti, l'Occidente fu separato dalle regioni dell'Oriente
mediterraneo, che seguirono di fatto uno sviluppo economico, politico e
intellettuale completamente diverso e nelle quali fiori una cultura con
caratteri assai distinti da quelli che si delinearono nelle terre
occidentali. Ma un’altra barriera venne pure a cadere tra
l’Italia che era stata il maggiore
centro della vita politica e amministrativa dell’Impero e dove l'elemento
romano restò sempre prevalente e le
altre regioni dell'Europa centrale, ove i germani condizionarono in
maniera assai più netta la graduale formazione delle nuove unità
nazionali. Il formarsi di diversi regni; la fine dell’unità giuridica e statale
romana, presto polverizzata nel particolarismo istituzionale dell'Alto
Medioevo; il sovrapporsi delle nuove aristocrazie militari germaniche
alle vecchie classi dominanti dell’età imperiale, ebbero quindi come
naturale esito storico il progressivo frazionamento della cultura e della
vita intellettuale, la cui unità fu però salvaguardata dalla dominante
influenza della gerarchia e delle istituzioni ecclesiastiche. E tale
frazionamento fu poi accentuato dal costante spostamento dell’asse economico-sociale
della civiltà europea dalla città verso la campagna e dalle attività mercantili
e artigiane a quelle rurali, dal rallentamento dei rapporti economici e
politici con l'Impero d’Oriente e dalla naturale diminuzione degli scambi
tra le varie regioni. Ciò spiega anche il progressivo differenziarsi
delle caratteristiche culturali di popolazioni che erano pure rimaste per
secoli nell’ambito della tradizione romana, nonché l’effettivo regresso
di molti aspetti della vita sociale, sui quali, del resto, si
rifletterono anche le condizioni di arretratezza proprie delle
aristocrazie barbariche. Certo, l’ossatura amministrativa -sulla quale si
ressero i regni romano-barbarici restò numana; e i romani poterono spesso
esercitare liberamente funzioni anche di notevole rilievo politico e continuare
a trasmettere il proprio patrimonio culturale. Ma questo non toglie che la
scomparsa o l’indebolimento di un saldo potere centrale, e il lento
disgregarsi dei ceci sociali che avevano avuto per secoli il pieno
monopolio della cultura, non influisse decisamente. nelle condizioni di base
della vita intellettuale. Da un lato, infatti, si accentuò quel processo
di riduzione scolastica della cultura che era, del resto, già
caratteristica dell'uitima età imperiale, e la prevalenza di un criterio
utilitario che legava lo svolgimento dell’attività intellettuale alla
formazione di un personale giuridico e amministrativo, e, soprattutto,
della gerarchia ecctesiastica. D'altro canto, la forza politica e amministrativa
della Chiesa. unico corpo unitario e saldamente organizzato nell’Europa
frazionata. contribuf a dare alla cultura un’impronta sempre più
ecclesiastica, sostituendo all’organizzazione scolastica romana una nuova
efficiente rete di scuole religiose. Ma, soprattutto, il patrimonio di
cultura greco-romana si semplifica e schematizza, secondo le esigenze di una
società sempre più disorganica, e la riflessione filosofica venne ormai
strettamente legata alla tematica religiosa cristiana e quindi naturalmente
esposta agli interventi e al controllo della potente gerarchia vescovile.
Cost, mentre a Costantinopoli la direttiva cesaro-papistica degli
Imperatori conduceva a una stretta intrinsecazione tra dogma religioso e
autorità politica, preludendo alla definitiva liquidazione delle ultime
scuole filosofiche non cristiane operata da Giustiniano, anche in Occidente il
primato intellettuale della Chiesa pose di fatto le condizioni del suo
monopolio quasi esclusivo dell’educazione e della cultura. È appunto da
questo momento storico, che conclude la lunga crisi dell'Impero e inizia
la lenta formazione della nuova società europea, che deve muovere lo
studio storico del pensiero medioevale. Poiché, se è vero che il
passaggio tra la civiltà greco-romana del tardo Impero e quella dell’Alto
Medioevo fu lento e graduale, è però altrettanto evidente che la cultura di
Boezio e di Cassiodoro, per non dir poi di quella di Isidoro di Siviglia,
presenta già dei caratteri ben definiti, i quali la distaccano nettamente
dagli ultimi sviluppi contemporanei della filosofia classica che hanno luogo ad
Atene o ad Alessandria. E chi guardi alle radici concrete dei fatti
intellettuali e all’ambiente storico in cui essi si svolgono, non ha
difficoltà a riconoscere che proprio intorno alla metà del V secolo passa il
grande spartiacque tra la cultura del mondo antico e quella dell’età
medioevale. Con questo, non si vuol certo dire che il carattere
iniziale della civiltà del Medioevo sia dato da un profondo imbarbarimento,
o tanto meno che la riflessione medioevale sia condizionata, fin.
dalle sue origini, da una esclusiva direttiva scolastica e dogmatica.
Al contrario, la vicenda della cultura dell’Alto Medioevo è anzi la
testimonianza di vitali esigenze spirituali che, al di là di tutti gli
ostacoli posti dalle avverse condizioni politiche, mantengono le fila di
una grande tradizione e preparano la lontana. ripresa del IX secolo, Ed è
pure, a ben guardare, la testimonianza di quella costante
differenziazione di atteggiamenti intellettuali, nei confronti delle
tradizioni fornite dal pensiero classico che, fin dall’inizio dell’età
medioevale, si delineò nell’unità religioso-filosofica instaurata ben presto
dalla Chiesa romana. Ciò spiega, tra l’altro, perché la cultura
medioevale occidentale della quale ci occuperemo in modo prevalente abbia avuto risultati più ricchi e
fecondi della stessa civiltà bizantina, che pure era privilegiata sia dalla
continuità dei suoi rapporti con i grandi centri intellettuali della Grecia e
dell’Oriente ellenistico, che dalle migliori condizioni di convivenza civile e
religiosa. Senza diminuire l’importanza storica della filosofia e della cultura
bizantina, che pure ha avuto personalità e momenti di singolare prestigio, non
v’è dubbio che dei due settori che dopo il V secolo si sostituiscono allo
sviluppo sostanzialmente unitario della tarda antichità, quello occidentale fu
nettamente superiore nella capacità di tentare o suggerire nuove
soluzioni teoriche e speculative. Mentre in Oriente prevalse ben presto
una rigida schematizzazione di moduli scolastici e di atteggiamenti
intellettuali che non Introduzione consentirono
progressi di grante portata, la cultura dell’Occidente cristiano svolse
invece una funzione indubbiamente più positiva e costruttiva nei
confronti della società in cui operava, favorita in ciò dalla stessa
posizione particolare della Chiesa romana non legata, come quella di
Bisanzio, a una rigida subordinazione all’assoluta autocrazia del
Basileus. L’indubbia superiorità dell'incidenza storica della cultura
medioevale occidentale nei confronti della tradizione bizantina, giustifica poi
il punto di vista che terremo nelle pagine seguenti, e l’attenzione prevalente,
se non certo esclusiva, che porteremo alle dottrine ed alle personalità
della filosofia, della teologia, del pensiero politico e della scienza
occidentale. Certo, ci accadrà spesso di riferirci anche al corso diverso
e distinto della cultura greco-bizantina (basti pensare all'influenza dello
Pseudo-Dionigi e di Massimo il Confessore, e quindi alla fortuna di
Psello) e, più tardi, allorché diremo della svolta storica, dovremo trattare,
con particolare ampiezza, le dottrine dei filosofi arabi ed ebrei che
esercitarono un’influenza cosi decisiva nell’evoluzione intellettuale
dell’Occidente. Nondimeno, per quanto concerne la linea principale della
nostra trattazione, essa verterà soprattutto su quelle personalità e
correnti di pensiero che si muovono nell’ambito delle grandi scuole
occidentali, dal primo grande tentativo compiuto da Boezio per assicurare alla
civiltà latina medioevale un ricco patrimonio filosofico e scientifico,
alla rinascita carolingia, dalJa grande ripresa dei secoli XI e XII alla
eccezionale fioritura speculativa del Duecento, e dalla crisi della tradizione
filosofica medioevale denunciata dalle correnti di pensiero trecentesco
fino alle ultime mani‘festazioni critiche del pensiero scolastico. Perciò, alla
luce di questo lungo e complesso processo storico, saranno pure valutati
gli apporti delle altre grandi tradizioni di pensiero e di cultura che
agirono in questi dieci secoli nel mondo mediterraneo. Tale
prospettiva, che è del resto comune a tutte le trattazioni generali di storia
della filosofia medioevale, non deve però indurre a pensare che dieci
secoli di sviluppo storico e intellettuale possano semplicemente ridursi sotto
la consunta etichetta di una storia della scolastica. È vero che nella civiltà
latina medioevale la schola esercita una funzione difficilmente
paragonabile a quella delle istituzioni scolastiche moderne, accentra intorno a
sé quasi tutto il lavoro intellettuale, controlla, insieme alla Chiesa,
l’elaborazione delle idee direttive di tutta la civiltà. Ma questo dato
di fatto, di cui è facile render ragione, analizzando le condizioni
sociali di base che determinano la fortuna e lo sviluppo delle scholae,
non significa affatto che la cultura filosofica medioevale sia un chiuso
regno di teologi e di magistri, indifferenti al volgersi storico delle vicende
umane, estranei alla società ‘in cui vivono ed operano. Né tanto meno il
cosiddetto mondo medioevale è certo quell’unità uniforme, statica, esclusa da
ogni progresso, immutabile nei suoi principi dominanti, che è stata
spesso descritta dagli avversari, come dagli apologeti di un tipo di
civiltà e di vita sociale che non è mai esistita, né poteva esistere. Al
contrario, il Medioevo europeo è invece una lunga età della storia umana
estremamente complessa, ricca di eventi e di processi storici che sono
stati decisivi per l’evoluzione di tutta la civiltà occidentale. In mille
anni, non solo si è compiuto quel processo di trasformazione economico-sociale
che ha portato gran parte d’Europa dalla economia latifondistica del tardo
Impero al feudalesimo, e, quindi, al primo sviluppo precapitalistico del
XIV secolo, ma si sono realizzate esperienze intellettuali, religiose,
politiche e scientifiche, di cui non occorre neppure ricordare
l’eccezionale significato storico. Sicché giustamente si possono ripetere
anche oggi le parole che lo Haskins scrisse più di trent'anni fa, quando
la disputa sui caratteri storici del Medioevo era ancora pienamente in
corso e le polemiche sulla continuità e discontinuità della sua cultura con la
civiltà classica e l’età del Rinascimento erano ‘al centro delle
discussioni storiografiche: Contrasti tra Oriente e Occidente, tra Settentrione
e Mediterraneo, tra vecchio e nuovo, sacro e profano, ideale e attuale,
danno vita e colore e movimento a questo periodo, mentre la sua stretta
relazione sia con l'antichità che con il mondo moderno gli assicurano un
posto nella continua storia dello sviluppo umano. Tanto la continuità che
il mutamento sono caratteristiche del Medioevo, come di tutte le grandi epoche
storiche Chi studi la storia del pensiero medioevale, non come un
astratto museo scolastico di dottrine superate, un arsenale di apparati
teologici, o una raccolta di bizzarrie o di errori scientifici, bensi
come la risposta data da una particolare società ai problemi storici del suo
tempo, non può che condividere queste idee. Né gli è difficile
riconoscere il nesso tra la lucida elaborazione delle idee al livello
teologico e filosofico, la pugnace polemica della riflessione politica e i
grandi mutamenti economici e sociali che. si verificano nell’Europa
medioevale, determinando una serie di trasformazioni che ha sempre il suo
riflesso anche nell’ impassibile meditazione di metafisici o teologi.
Da questo punto di vista, anche la diversità e il mutamento di orizzonti
e prospettive intellettuali che si verificano nei diversi momenti della cultura
medioevale riceve una compiuta spiegazione solo quando le varie dottrine
sono immerse nel compiuto contesto storico in cui si formarono e si
diffusero. Non v’è dubbio infatti che sarebbe ben difficile spiegare
fuori dal complesso di una radicale trasformazione economica e sociale il
rinascimento intellettuale del XII secolo, comprendere l’evoluzione della
teologia e della filosofia duecentesca fuori della grande fioritura della
civiltà comunale, o intendere la crisi speculativa del XIV secolo
separatamente da una più profonda trasformazione che coinvolge tutte le
strutture della società medioevale. Non solo; ma i caratteri peculiari e
distintivi dei vari momenti in cui si scandisce lo sviluppo storico della
riflessione medioevale, risultano sicuramente definiti solo se, prescindendo da
ogni astratto riferimento a correnti o linee ideali, sono riconosciuti come
espressioni di un mondo storico ben pi vasto e complesso di quello rappresentato
dalla esclusiva portata dei singoli temi filosofici o teologici
tradizionali. A questo proposito e
per chiarire un’altra direttiva alla quale ci siamo tenuti nella stesura
di questa storia è bene anche aggiungere
che il carattere particolare della filosofia medioevale costringe lo
studioso ad affrontare assai spesso una complessa tematica teologica, la
quale è anzi cosi intrinsecata con lo sviluppo della riflessione filosofica, da
rendere impossibile qualunque arbitraria distinzione. In una società in
cui la Chiesa mantiene per almeno otto secoli il monopolio effettivo della
cultura, e in cui la figura dell’intellettuale si identifica con quella
del clericus, sarebbe infatti del tutto assurdo pretendere di tracciare una linea
rigorosa di demarcazione tra la storia della filosofia e quella della
teologia. E certamente, come lo studioso del pensiero moderno non può
prescindere nella valutazione dello sviluppo filosofico dalla concomitante
incidenza della storia delle scienze, a più forte ragione lo storico del
pensiero medioevale deve tener presente, per prima cosa, che proprio la
teologia, con i suoi problemi e i suoi dogmi, fu l’ambito ideologico in
cui si sviluppò, per quasi un millennio, la discussione filosofica, condizionandone
naturalmente i particolari svolgimenti. Ma questo non significa che si
possa cata logare mille anni di evoluzione storica del pensiero umano
sotto l’etichetta di comodo della vocazione trascendente, o dello spirito
ascetico o ridurre la riflessione medioevale all’unico problema del rapporto
fede-ragione. Che tale problema sia stato largamente presente ai filosofi
del Medioevo, che ‘abbia acquistato un'importanza drammatica via via che
tornavano a circolare le grandi testimonianze del pensiero classico, è
cosa evidente. Però, nulla sarebbe pit falso che ridurre questo problema, che
fu anch’esso squisitamente storico e rifletté atteggiamenti e soluzioni ben
radicate nell’evoluzione della società medioevale, ad una sorta di rigida
disputa controversistica; tanto più che è cosi facile cedere alla
tentazione di introdurre in una cultura e in una fase della storia della Chiesa
che le ignoravano, certe nozioni di ortodossia o eterodossia tipiche
dell’età post-tridentina; e ben lontane dalla mentalità e dai gusti
speculativi dei magistri medioevali, D'altro canto, la prevalente
natura teologica del pensiero medioevale (prevalente, ma non esclusiva, perché
il Medioevo ebbe pure i suoi grandi medici, giuristi e scienziati che
influirono non poco anche nella storia della filosofia propriamente
detta) non deve indurre ad accettare per la filosofia medioevale la
definizione esclusiva di filosofia cristiana. A parte il fatto che la cultura
filosofica medioevale è frutto dell’opera di Avicenna, di Averroè, di
Avicebron e del Maimonide, certo non meno di quella di Bonaventura, di Tommaso
o di Duns Scoto, la sua eredità classica è sempre cosf attiva, da rendere
assai difficile stabilire quanto ogni singolo pensatore e il suo ambiente
intellettuale debbano al messaggio cristiano, e quanto invece alla presenza di
Platone, di Aristotele, di Cicerone e di Proclo. Il caso della scuola di
Chartres (per citare uno degli argomerti che ha pit offerto occasioni per
discutere l’ispirazione cristiana o pagana di taluni pensatori di alto rilievo)
insegna quanto sia fallace e pericolosa l'applicazione di simili
parametri alla storia della filosofia medioevale. Perciò, senza entrare
nei particolari di una discussione che ha impegnato, trent'anni fa,
alcuni dei maggiori studiosi cattolici e laici, ci limiteremo a
sottolineare che la nostra voluta astensione da ogni giudizio di tal genere
dipende dalla certezza che l’opera dello storico, qualunque sia la
direzione o i livelli in cui si svolge, non ha nulla da guadagnare da
simili atteggiamenti strettamente ideologici. Naturalmente, non si
vuol mettere in dubbio che la cultura medioevale sia profondamente permeata di
spirito cristiano e che, anzi, proprio la tematica teologica e religiosa
rappresenti la sua più immediata espressione ideologica. Nondimeno è pur lecito
ricordare che anche le credenze religiose assumono continuamente significati ed
espressioni sempre nuove, secondo le esigenze e i bisogni di quei ceti o
ambienti in cui si articola il grande corpo della C4ristianitas medioevale, e
secondo l’incidenza di idee, dottrine e atteggiamenti intellettuali che
venivano da ambienti e tradizioni laiche. Accanto alla dominante facoltà
teologica, accanto ai commentatori della Bibbia e delle Sentenze e agli
autori delle grandi Summae, v'è infatti, e acquisterà sempre più peso e
influenza nella storia della cultura medioevale, il mondo dei medici e dei
giuristi, dei magistri artium e degli spetiales, lettori spregiudicati
degli scienziati e dei filosofi greci e arabi, spesso osservatori acuti
delle res nazurales e già abituati a pensare il cosmo fisico come un
complesso di fatti e di fenomeni autonomi. Non solo; ma più procederà
l’evoluzione della società mediosvale, e più questi ceti di intellettuali,
estranei al tessuto clericale della cultura teologica, si trasformeranno in
portatori di idee e concezioni che minano profondamente l’antico ideale
unitario e carismatico della Ckristianitas, per avanzare e difendere le nuove
ragioni degli stati cittadini e delle monarchie nazionali, o le radicali
esigenze laiche delle classi emerse dallo sfacelo del mondo feudale. Né
questo spirito resterà estraneo anche alla problematica teologica o
all'ambiente clericalis dei magistri Sacrae Theologiae, se è vero che, a
Parigi come ad Oxford, la scolastica del XIV secolo saprà esprimere in
forma esemplare la crisi di una società e di una cultura che stavano
profondamente mutando. Il fatto che i medesimi maestri che hanno criticato
i fondamenti della fisica e della metafisica scolastica siano, al tempo
stesso, i liquidatori della scientia teologica medioevale e, non di rado,
anche audaci osservatori e teorici degli eventi politici e dei
comportamenti economici contemporanei dovrebbe cosî indurre a una
maggiore cautela nel giudicare i rapporti che la matura cultura medioevale
istituî tra le scienze sacre e profane, tra la teologia e la conoscenza
critica della realtà. Poiché la vicenda della tarda scolastica dimostra,
nel modo più chiaro e inequivocabile, che se la teologia offrf spesso il
quadro universale di una visione del mondo in cui si riconobbe tanta
parte della società medioevale, questa visione subî però sempre la
stessa sorte della realtà da cui nasceva, ed espresse nei suoi concetti
più universali, trascendenti quello stesso faticoso processo di
evoluzione che si definiva concretamente nel progresso delle scienze e
delle tecniche, come nell’affermazione sempre più sicura di nuovi tipi
di organizzazione sociale e politica. A queste considerazioni
dobbiamo poi aggiungerne un’altra, non meno importante; e, cioè che se
l’autorità e le gerarchie della Chiesa condizionarono in larga parte, e
in senso positivo, come in senso negativo l’evoluzione del pensiero medioevale,
pure non poterono mai impedire che le ragioni della storia avessero il
sopravvento. Le condanne, i divieti, le ammonizioni di cui è pure
straordinariamente ricca la storia della cultura medioevale non hanno mai
arrestato quelle idee o dottrine che rispondevano ai bisogni più profondi
e necessari di una società in movimento; e, certo, chi rifletta alla
storia dei ripetuti e costanti divieti all'insegnamento di Aristotele,
alla condanna del vescovo Tempier, che colpì talune tesi tomiste, o alla lunga
lotta contro i teorici dell'autonomia della ricerca scientifica o filosofica,
ha larga materia di meditazione sull’estrema relatività di una
vicenda che doveva concludersi proprio con l'accettazione
dell’aristotelismo come strumento filosofico della teologia cattolica e con
l’assunzione del tomismo a filosofia ufficiale della Chiesa. Comunque, al
di là dei conflitti che spesso opposero le correnti più avanzate della
rifl-ssione medioevale alla forza frenante di una tradizione sempre ancorata al
passato, anche il mondo delle scholae fu protagonista e, insieme, testimone dell’evoluzione
storica che conduceva i popoli dell’Europa occidentale verso l'avvento di un
nuovo mondo storico fondato sui valori umani della scienza, della tecnica
e del lavoro. Tra il cristianesimo monastico e ascetico di Pier Damiani e
la lucida mentalità scientifica di Ruggero Bacone che affida il trionfo
della sua fede nel mondo alla meravigliosa potenza di invenzioni e
tecniche umane; tra la rigida teocrazia di Papa Gregorio e la teorica di
Marsilio da Padova, che studia con rigore razionale le strutture e le
finalità dello stato umano, si muove la lunga, umile fatica di
commentatori e di maestri, di traduttori e compilatori indaffarati a
riconquistare e restituire ai propri contemporanei il sapere degli
antichi, a dare piena cittadinanza nella Europa cristiana al gran pagano
Aristotele, o ai nuovi strumenti e ritrovati della scienza araba. Ma
quest’opera che fornisce gli strumenti alla nuova scienza come ai prestigiosi
edifici delle grandi Summae, dove la cultura del tempo celebra la propria
visione del mondo, ha significato e valore solo quando è calata nella
vivente unità del mondo storico, nella feconda fatica di una lunga
giornata umana. I regni romano-barbarici furono l’espressione politica di
un lento e complesso processo di assimilazione tra il tessuto
tradizionale della società romana e i nuovi elementi etnici e politici
recati in Occidente dagli invasori germanici. Nuovi ad una forma di vita
organizzata entro stabili ordinamenti politici ed amministrativi, ed anzi
avvezzi ad una forma di convivenza civile ancora rudimentale, i germani
si trovarono infatti dinanzi al grave problema di dar vita ad un tipo di
stato che, pur assicurando il predominio militare e politico
dell’aristocrazia teutonica, permettesse però la convivenza con le élites
romane, avvezze da secoli a maneggiare i delicati strumenti amministrativi di
una grande società a struttura urbana. Cosf, pur essendo giunti nelle
terre dell’Impero con tradizioni assai diverse, i germani costituirono in
Italia, in Spagna e nelle varie regioni della Gallia, un tipo di stato
assai simile che univa a istituzioni romane consuetudini e ordinamenti
caratteristici delle diverse stirpi germaniche. E, mentre il potere
politico restava concentrato nelle mani del kònig germanico e degli arimanni
che costituivano l’exercitus barbarico, l’ossatura amministrativa delle singole
regioni restò integralmente romana. E romana fu la cultura e la forma di
organizzazione della vita intellettuale che continuò a dominare i vari regni
sorti dalla rovina dell'Impero. In un tipo di stato cosî ordinato,
era ben naturale che l’elemento latino mantenesse immutata la propria
supremazia intellettuale e che tutte le forme di elaborazione ideologica
fossero patrimonio particolare dell’aristocrazia romana che aveva dovuto
cedere ai germani la sua tradizionale supremazia politica ed anche gran
parte del suo potere economico. Agli intellettuali formatisi nella pura
tradizione della cultura classica resta affidato il difficile compito storico
di continuare la esperienza giuridica-filosofica-teologica maturata
dall’incontro delle concezioni filosofiche greche, della problematica dei Padri
e dell’elaborazione secolare del diritto romano. Ma questa esperienza non
venne semplicemente trasmessa dai suoi naturali depositari alla nuova
aristocrazia intellettuale che si formava soprattutto nell’ambito delle
istituzioni ecclesiastiche; fu invece profodamente trasformata attraverso
una complessa opera di adattamento cui parteciperanno ben presto anche
intellettuali di origine barbarica, rapidamente assimilati dal tessuto vitale
della Chiesa. I risultati e le conseguenze di questo processo saranno ben
visibili nelle condizioni della cultura europea tra il V e il VII secolo,
che rappresentano chiaramente una confusa e drammatica età di transizione tra
gli ultimi sviluppi della cultura greco-romana e un nuovo ambiente
intellettuale dominato dalla tematica religiosa cristiana. Però il
declino dell’alta cultura filosofica e la relativa povertà anche delle
espressioni più significative di questo periodo non può far dimenticare
la preziosa funzione esercitata da Boezio, da Cassiodoro e da Isidoro di
Siviglia nel periodo in cui si viene preparando la nuova struttura
sociale dell'Europa medioevale. È per loro merito che le pur decadute
istituzioni culturali dei regni romano-barbarici potranno continuare a
tramandare per due secoli, di generazione in generazione, alcuni dei
motivi dominanti della speculazione classica e della scienza antica. Ed è
pure sulla traccia segnata dalle loro opere che comincia a prender corpo
tutto un nuovo tipo d’insegnamento saldamente contenuto nell’unità filosofica e
religiosa della cultura ecclesiastica e perfettamente adeguato alle esigenze
del tempo. Certo, a parte il caso particolare di Boezio la cui originalità
filosofica è fuor di dubbio, l’opera di questi intellettuali è volta
principalmente all’utilizzazione del patrimonio fornito dal pensiero classico
ed alla sua riduzione in sintetiche enciclopedie o manuali di facile uso
scolastico, adatti al compito fondamentale della formazione dei chierici che
costituiscono adesso la principale classe colta della società romano-barbarica.
Eppure è proprio attraverso questa attività apparentemente cosi umile che
si cominciano a predisporre le basi intellettuali per la futura rinascita
carolingia e per il primo grande tentativo di elaborazione culturale
conforme ai caratteri sociali e politici dell'Europa medioevale.
Tra i pensatori che segnano il graduale passaggio tra la tarda
cultura classica e la nuova temperie spirituale dell’età
romano-barbarica, la figura di maggior rilievo è certo quella di Marco
Anicio Severino BOEZIO (vedasi). Nato a Roma da famiglia senatoriale,
egli segui il normale corso di studi di un giovane aristocratico dei suoi
tempi, destinato ad alte funzioni politiche ed amministrative, e, in
particolare, studiò filosofia nelle scuole di Roma e di Alessandria.
Ancora fanciullo allorché venne deposto l’ultimo imperatore d’Occidente,
Boezio era nella prima maturità quando la politica conciliante e
filoromana di Teodorico, re degli Ostrogoti, lo chiamò a far parte del
concistorium regio con il titolo di console e poi di magister palatit. In
tale qualità l’aristocratico romano visse alla corte del re barbaro per
oltre un decennio, vi esercitò delicati uffici e fu ascoltato consigliere di
Teodorico. Ma il profilarsi della minaccia bizantina e la violenta
opposizione della aristocrazia ostrogota, che si riteneva sacrificata
all’elemento romano, indusse Teodorico a mutare politica e a liquidare gli
aristocratici romani di cui temeva i rapporti palesi ed occulti con il
Basileus di Costantinopoli. Cosi nel 524 Boezio, accusato di tradimento, fu
imprigionato nel carcere di Pavia ove scrisse la sua opera pit nota, il De
consolatione philosophiae. Condannato a morte, fu ucciso poco dopo; e la
sua morte, attribuita a ragioni di persecuzione religiosa, fece fiorire
per tutto il Medioevo la leggenda del suo martirio che la critica storica
ha completamente dissolto. Anzi, in tempi non molto lontani, sono stati
sollevati addirittura dei dubbi sulla appartenenza di BOEZIO alla
religione cristiana, dubbi fondati, del resto, sull’assenza di qualsiasi
specifica allusione a dottrine cristiane nei suoi scritti di sicura
attribuzione. La testimonianza di un frammento di Cassiodoro in cui si
cita un Liber de Sancta trinitate et capita quaedam theologica di Boezio,
ha permesso la sicura attribuzione almeno di alcuni scritti teologici
che andavano già tradizionalmente sotto il suo nome; e quindi anche
di accettare, con sicurezza, la sua appartenenza alla Chiesa
cristiana. Comunque, la civiltà medioevale deve assai più all’opera
filosofica di Boezio che non alla sua riflessione teologica direttamente
esemplata sui modelli agostiniani. Autore di un celebre commento
all’Isagoge di Porfirio (nella traduzione di Mario Vittorino), di un
secondo commento allo stesso testo da lui nuovamente tradotto, di vari altri
trattati e commenti logici (Introductio ad categoricos syllogismos, De syllogismo
categorico, De syllogismo hypotetico, De divisione, De differetiis topicis) di
un commento ai Topica ciceroniani, di un commento alle Caregoriae e di
due al De interpretatione, egli è l’effettivo fondatore della tradizione logica
medioevale e l’ordinatore di quel complesso di testi e di problemi che saranno
al centro dell’insegnamento dialettico dell'Alto Medioevo. Ma altrettanto
importante è la sua attività di traduttore che gli permise di consegnare alla
cultura occidentale una parte notevole dell’Orgaron aristotelico, in
versioni che hanno circolato per secoli in tutte le scuole di Europa. Sue sono
infatti le tradu zioni delle Categoriae, del De interpretatione, degli
Analytici priores e posteriores, degli Elenchi sophistici e dei Topici,
ossia di quei testi che furono fino al XIII secolo l’unica fonte
essenziale dell’insegnamento di Aristotele. Però il programma di Boezio
era, a quanto sembra, assai più ambizioso, se è vero che si era proposto
di tradurre integralmente tutti i dialoghi di Platone e tutto il corpus
aristotelico, allo scopo di mostrare il profondo, sostanziale accordo tra
le due dottrine. Né il fatto che il suo progetto non sia mai stato
realizzato toglie importanza a questo aspetto dell’opera di Boezio,
prezioso intermediario tra i maggiori documenti del pensiero greco e la
cultura latina medioevale. Anche un esame superficiale degli
scritti logici basta, d’altra parte, a mostrare la sua larga conoscenza
della tradizione filosofica classica e la sua familiarità con i problemi
già dibattuti dagli interpreti alessandrini. Ed anzi, come è stato
concordemente rilevato dalla maggior parte degli studiosi, è sempre
evidente nella logica di Boezio la tendenza ad interpretare le dottrine
dell’Organon secondo una direttiva sostanzialmente platonica, perfettamente
plausibile ove si pensi che egli sente fortemente l’influsso dei commenti
di Porfirio e della sua discussione intorno al significato ed alla natura degli
universali. Quale sia stata l’origine di questo problema che per una significativa distorsione
storiografica è stato considerato cosî a lungo come il problema
essenziale, per non dire addirittura l’unico, della filosofia medioevale è cosa ben nota. In un passo dell’]sagoge
Porfirio, dopo aver definito i termini logici di genere e di specie,
aveva infatti aggiunto che avrebbe rinviato ad altro luogo la decisione
sull’effettiva natura di questi concetti; e cioè se i generi e le sp'cie
fossero delle realtà sussistenti di per sé o, invece, delle semplici categorie
mentali; se, nel caso che fossero delle realtà, avessero una natura
corporea o incorporea; e se, infine, supponendole incorporee, esistess:ro
separatamente dalle cose sensibili o vi fossero invece intrinsecamente
unite. Ora, sappiamo benissimo che di fronte a queste ipotesi Porfirio aderiva
ad una soluzione di schietto carattere platonico. Ma poiché l’Isagoge era
semplicemente uf testo elementare, scritto per avviare i giovani alla
lettura dell’Organon, era naturale che egli soprassedesse ad una discussione di
carattere metafisico, risolta, del resto, altrove in piena coerenza con
la sua ispirazione metafisica. La questione lasciata così in sospeso
dall'Isagoge è invece affrontata da Boezio, il quale si rende
perfettamente conto della netta divergenza tra una soluzione fedele alla
dottrina aristotelica e quella che si può dedurre dalla concezione
platonica delle idee. Così nei suoi Commenti dell’Isagoge, egli espone, in
sostanza, la tesi aristotelica, mostrando l’impossibilità di attribuire una realtà
sostanziale alle idee di genere e di specie che, appunto perché sono
comuni ad interi gruppi di individui, non possono essere esse stesse
degli individui, e tanto meno delle sostanze sensibili. D'altra parte,
Boezio rileva che se gli universali fossero soltanto delle semplici
nozioni mentali e non avessero alcun riferimento alle cose esistenti, il
nostro pensiero non avrebbe in tal caso nessun oggetto reale e, quindi,
pensandoli, non penserebbe nulla. Sicché è evidente che gli universali debbono
essere sempre dei termini di pensiero corrispondenti a delle realtà e che
quindi il problema della loro natura coinvolge tutto quanto il
significato ed il valore della conoscenza umana. Per
risolvere questo problema che si sarebbe
pi tardi ripresentato a tanti logici medioevali costringendoli sempre a precise
scelte di ordine metafisico Boezio
si richiama poi ad una dottrina, non nuova e già svolta ampiamente da
alcuni interpreti greci. Egli nota infatti che il nostro intelletto è
capace di astrarre dalla visione confusa delle cose particolari,
presentate dai sensi, talune proprietà fondamentali comuni ad un'intera
classe o gruppo d’individui. Ma le specie ed i generi sono appunto delle qualità
comuni che sussistono, in certo senso, in ognuna delle cose individuali e
materiali, pur essendo pensate dall'intelletto come forme pure ed immateriali.
La facoltà astrattiva dell’intelletto umano è, insomma, capace di estrarre
dagli individui concreti le forme o nozioni astratte definite nei concetti
universali. O, come scrive appunto Boezio in un passo che ha goduto di
un’eccezionale fortuna storica, gli universali subsistunt ergo circa
sensibilia, intelliguntur autem praeter corpora. È chiaro che una
soluzione di questo genere è assai vicina alla classica dottrina
aristotelica dell’astrazione di cui ricalca le linee generali. Ma sarebbe
erroneo credere che Boezio, pur presentando come commentatore la dottrina
di Aristotele, vi aderisse pienamente, senza dubbi o riserve. Intanto, di
fronte al testo dell’Orgazon, egli non manca anche di presentare
l’opposta opinione platonica, ossia la dottrina realistica delle idee
considerata come pienamente sostenibile e legittima. Inoltre Boezio, che
non cita mai la dottrina aristotelica dell'intelletto agente, inseparabile dalla
concezione peripatetica dell’astrazione, presenta in un testo del V libro del
De consolatione una dottrina gnoseologica del tutto diversa, fondata
sulla considerazione gerarchica delle varie facoltà o funzioni dell'anima
umana. Certamente anche qui Boezio muove dalle prime impressioni sensibili
indispensabili a mettere in moto tutto il processo della conoscenza, per
passare poi all’analisi della facoltà immaginativa capace di cogliere
nella materia sensibile le immagini e i segni. Ma al di sopra di queste
facoltà originarie, ma inferiori, egli pone l’attività della ragione
capace di afferrare la specie intelligibile presente nell’individuo e
finalmente la pura virti dell’intelligenza che perviene a cogliere le
forme di per se stesse, nella loro eterna unità, separate da ogni legame
o connessione sensibile. Ciò spiega naturalmente le diverse e
contrastanti interpretazioni che vennero date durante tutto il Medioevo
agli scritti di Boezio, nonché la ragione per cui tanti maestri di logica
dell'Alto Medioevo poterono pervenire a conclusioni schiettamente platoniche,
pur movendo dall’analisi delle dottrine aristoteliche. In realtà, tutta
la meditazione filosofica di Boezio è profondamente legata alla
tradizione platonica e neoplatonica, e tende a concludersi nella suprema
scienza delle Idee e nella contemplazione della Mente divina che reca già
in se stessa gli archetipi o rationes universali di tutte le cose.
Bene supremo ed assoluto, eterno oggetto di pensiero di cui ogni
mente umana possiede una conoscenza innata e indelebile, Dio è infatti
l’Essere perfettissimo, fonte di ogni esistenza, la causa prima di cui è
impossibile concepire qualcosa di più perfetto. Per questo, la sua esistenza è
cosi certa ed evidente da escludere ogni dubbio o incertezza; poiché, se
è vero che l’esistenza di tutto ciò che è imperfetto presuppone sempre
quella del perfetto, e se è evidente che esistono molteplici esseri
imperfetti, limitati e contingenti, dev’essere necessario che esista un
Essere perfettissimo, donde dipendano tutte le cose imperfette. In tal
modo, in uno schema dimostrativo sviluppato più tardi dalla teologia
dell'XI secolo, Boezio lega indissolubilmente la dimostrazione dell’esistenza
divina al postulato insieme logico e metafisico di un unico fondamento di tutte
le esistenze e realtà particolari, culmine dell’ordine gerarchico dell’universo
e, al tempo stesso, unità eterna ed immutabile, assolutamente superiore
ad ogni categoria o determinazione logica. Questa concezione di Dio
(che non è necessariamente cristiana, ma fondata su di un’argomentazione
di carattere platonico) domina tutto il De consolatione, uno dei testi più
fortunati di tutta la letteratura filosofica medioevale. Identificando la
filosofia con l’amore della saggezza eterna, pensiero vivente e causa prima di
tutte le cose, Boezio ne considera infatti tutte le diverse funzioni
secondo una precisa gerarchia che muove dalla considerazione delle cose
naturali, per salire quindi a quella degli intelligibili e affisarsi infine
nella pura contem 28 Filosofia e cultura nell'età dei regni
romano-barbarici plazione degli inzellectibilia, sostanze separate
da ogni corporeità o carattere materiale. Perciò, se la scienza dei corpi
naturali è la fisica (distinta nelle quattro arti del quadrivio:
aritmetica, astronomia, geometria e musica), e quella degli intelligibili svela
invece le funzioni proprie dell’anima nell’atto d’apprendere, la scienza degli
inzellectibilia (la teologia) ha per oggetto la dottrina di Dio e degli
angeli. Ma la conoscenza teologica ci rivela come da Dio scaturiscano tutti gli
esseri intelligibili, tra i quali è appunto l’anima umana concepita da
Boezio, platonicamente, come una pura essenza affine alle sostanze
angeliche, degenerata al contatto con il suo corpo, ma pur sempre mirante
alla conoscenza delle idee e di Dio. Come tutti gli esseri naturali che
tendono sempre al proprio scopo, l’uomo è volto al fine intrinseco della
conoscenza filosofica e teologica che coincide con la perfetta beatitudine;
però, mentre negli altri individui naturali questo moto è un processo
necessario e meccanico dominato dal ritmo fatale della Fortuna, nell’uomo
il tendere verso il Bene e la beatitudine spirituale è invece un atto
volontario e libero, non soggetto ad alcuna fatalità. Questo non vuol
dire, naturalmente, che non esista al di sopra e al di là di ogni volontà
particolare, la suprema legge della divina provvidenza che ha regolato e
disposto tutto il corso dell’universo secondo una norma di assoluta perfezione.
Ma il contrasto apparente tra il libero arbitrio della volontà umana e
l’ordine necessario della Provvidenza viene spiegato da Boezio che ha forse presente la classica
problematica agostiniana affermando che
la libertà dell’anima consiste nel volere ciò che Dio vuole e nell’amare
ciò che Egli ama. Per questo, anche di fronte al grande problema
teologico di come possa conciliarsi quella previsione infallibile di ogni
evento che Dio possiede 45 aeterzo e la libertà della scelta umana, egli
può sostenere che tale previsione non distrugge affatto l’arbitrio dei
singoli atti che sono appunto previsti da Dio nella loro integrale
libertà. E proprio nel De consolazione questa dottrina è confermata mediante la
netta separazione tra il piano temporale, dove gli eventi mondani accadono
nella successione del prima e del poi, e l’immutabile eternità di Dio,
possesso totale, simultaneo di una vita senza fine, in cui ogni fatto
presente, passato o futuro esiste in una perenne eternità. La conoscenza
eterna che Boezio attribuisce a Dio non è tanto una previdenza quanto piuttosto
una provvidenza, né la sua prescienza degli atti volontari nega o
diminuisce la loro contingenza. Come l'occhio umano che scorge il sorgere
del sole non è affatto la causa necessaria per cui esso si leva, cos anche
la prescienza di Dio non impone affatto una condizione fatale alle
libere decisioni che ogni individuo può scegliere. Simili
motivi presenti, del resto, anche in
altri scritti boeziani sono probabilmente legati ad un filone di
discussioni di chiara ascendenza patristica. Ma insieme a questa tematica
teologico-metafisica, è però presente nel De consolazione tutta una
dottrina dell’origine e della struttura del mondo, il cui influsso sarà
poi costante per gran parte del pensiero medioevale. Infatti, nel m. 9
del L. III, egli si accosta a! contenuto del Timeo platonico (di cui
conosce anche il commento di Calcidio) per descrivere l’azione
ordinatrice che Dio svolge nell’universo, quando adorna la materia
caotica secondo i modelli ideali, disponendone dapprima le forme
matematico-geometriche e poi imponendo entro questa materia già definita
e determinata la luce degli archetipi eterni. Tutte le idee fondamentali
della tradizione platonica e neoplatonica (come, ad esempio, la dottrina dei
numeri e degli elementi e la teoria dell’anima del mondo, intermediaria tra la
natura e il mondo ideale) sono cosi risolte nel quadro di una grande
visione cosmica, già del resto resa familiare alla cultura filosofica
classica dall’ecc:zionale fortuna del Timeo platonico. Ma Boezio non si limita
soltanto a trasmettere alla riflessione medioevale dei temi cosi
caratteristici e destinati a costituire per secoli il fulcro delle
concezioni cosmologiche, bensf si preoccupa di armonizzare l’idea di un
destino necessariamente immanente all’ordine della natura, come la legge
interna che regola il movimento di tutte le cose, con la concezione
provvidenziale dell’attiva presenza divina. In questo tentativo che costituisce uno degli aspetti più
interessanti del De consolatione il
filosofio romano subisce fortemente l’influenza di Calcidio donde trae la
miglior parte dei suoi argomenti. E come nel commento di Calcidio al Timeo,
cosi anche qui l’ordine della natura assume un significato diverso
secondo che lo si consideri alla luce del pensiero divino che guida e
muove tutta la realtà per il suo alto disegno, o invece come una legge
rigorosa e necessaria che agendo all’interno dei processi e fenomeni naturali
ne costituisce la causa ineluttabile. Certo, si tratta di due considerazioni
ben diverse e distinte, giacché la provvidenza persiste eternamente nella
sua perfetta eternità, mentre il destino è invece la stessa successione
degli eventi temporali, il loro corso determinato e fatale. Eppure, né il
destino contrasta, per Boezio, con la provvidenza, né tanto meno la legge
di natura sopprime la responsabilità e la autonomia degli individui.
Tanto pid l’uomo si avvicina e si adegua a Dio, tanto meno è sottoposto alla
forza del fato e gode di una libertà sempre pit compiuta 30
Filosofia e cultura nell'età des regni romano-barbarici e
perfetta. La concezione stoicheggiante del destino che sta alla base
della cosmologia boeziana può in tal modo coesistere con una soluzione di tono
schiettamente platonico; la cert:zza dell’assoluta necessità che è pure
presente in ogni aspetto o momento della natura sembra cedere di nuovo ad
un’immagine dell’universo non troppo diversa da quella di Agostino e dominata
anch’essa dalla perfezione di un disegno provvidenziale. In
un universo cosi concepito, nessuna delle cose esistenti può esser quindi
estranea all’ordine ed alla volontà d:1 Bene supremo. Ogni ente reale,
ogni individuo particolare, dal più umile al più eccelso, contribuisce difatti
a realizzare un disegno eterno che non ammette, nella sua norma, né il
male, né l’imperfezione. Ma il fatto che tutte le cose siano
sostanzialmente buone in quanto
partecipanti tutte dello stesso Bene non
implica, per BOEZIO (vedasi), che esse s’identifichino con l’essere
supremo e non siano realmente diverse da Dio. Ciascun individuo possiede un
insieme di caratteri unico ed irrepetibile, ed è costituito da una
collectio di elementi e di principi da cui non potrebbe mai disgiungersi senza
distruggere la propria individualità. Se è vero che ogni composto è
distinguibile in una materia determinata e in una forma determinante, la
sua realtà effettiva è tuttavia sempre strettamente dipendente dalla
indissolubilità del composto. Per questo, in ogni sostanza composta possiamo
sempre scorgere la necessaria diversità tra l’esse e l’id quod est, e
cioè tra la sua essenza e l’esistenza di fatto determinata. Tale
diversità non potrebbe però mai verificarsi in Dio che, per essere una
sostanza assolutamente semplice, esclude da sé ogni distinzione di
elementi o principi costitutivi. Tra la natura delle cose che da Lui
dipendono e la sua propria realtà, v'è dunque un criterio distintivo
indiscutibile, la cui validità non potrebbe essere impugnata se non rovesciando
tutto l’ordine metafisico dell’universo. Nondimeno, l’ordine delle
cose naturali è tutto volto all’essere divino, e ad esso aspira nelle più
intime strutture. Ché tutti gli esseri, qualunque sia la loro dignità e la loro
perfezione, partecipano alle Idee divine o meglio a quelle forme con cui
Dio ha determinato la materia informe e che sono come il riflesso terreno
degli archetipi presenti nella mente divina. Queste forme o immagini che Boezio pensa in modo non lontano dalla
dottrina delle species nazivae di Calcidio o dalla dottrina stoica delle
raziones seminales sono i principi
attivi, le cause interne dei processi corporei e di tutte le operazioni
biologiche. Attraverso di esse e nella loro stretta, organica connessione,
l’anima del mondo attua infatti l’eterno disegno pensato da Dio e traduce
nel mondo della materia le divine essenze ideali. L’interesse di
Boezio per i motivi cosmologici della tradizione platonica e stoica, non è però
soltanto attestato dalla sua riflessione filosofica; ma è confermato dalle
opere di carattere scientifico, dedicate a ciascuna delle scienze del
guadrivium, che comprende l’aritmetica, la musica, la geometria e
l’astronomia. Noi non possediamo il corso completo degli scritti, destinati
appunto a fornire un curriculum completo per gli studi superiori; ma ci sono
giunti il De institutione musica, il De institutione arithmetica, assai
interessanti per la conoscenza delle fonti e dei materiali adoperati da Boezio.
Non è difficile scorgere che la sua Arithmetica è un adattamento e
compendio della classica trattazione di Nicomaco, o che la sua Musica si
richiama all’antica tradizione pitagorica. Il valore di questi trattati non sta
quindi nell’originalità delle dottrine, bensi nel fatto che attraverso di
essi la cultura medioevale è entrata in possesso di un complesso di
cognizioni o ipotesi scientifiche destinato a guidare, per secoli, la
conoscenza della natura. Né va dimenticato che l’influenza di Boezio
sull'ordinamento degli studi e delle scuole medioevali fu addirittura decisivo,
e che a lui si deve il quadro tradizionale entro cui verrà poi
organizzata per gran parte del Medioevo la trasmissione e la continuità della
vita intellettuale. Da Cassiodoro a Gregorio Magno Il pensiero di BOEZIO
di cui abbiamo soltanto enunciato i motivi più interessanti e più attivi
nella storia del pensiero medioevale, è certo il frutto di una cultura
maturata nell’ambito dell’ultima filosofia ellenistica, fondato su di un
impianto metafisico platonico e stoicheggiante, eppur già caratterizzato
dalle esigenze della religiosità cristiana. Ma le stesse caratteristichè
della sua cultura sono ravvisabili anche nel suo collega ed amico
Cassiodoro, proveniente come Boezio dall’aristocrazia romana, e come lui alto
dignitario della corte teodoriciana. Più fortunato di Boezio, Cassiodoro, dopo
una brillante carriera, poté ritirarsi intorno al 540 nel monastero calabrese
di Vivarium ove costitui una delle maggiori biblioteche del suo tempo e
compose due opere, il De anima e le Institutiones divinarum ct
saecularium litterarum, che ebbero entrambe una larga fortuna nella letteratura
scolastica. La prima, ispirata al De anima e al De origine animae
di Agostino, nonché al De statu animae di Claudiano Mamerto. è un trattato
in difesa della pura spiritualità dell'anima e in aperta polemica contro i
residui di una certa mentalità stoicheggiante, ancora non poco diffusa
tra gli stessi ambienti cristiani. Cosi, l’anima vi è concepita come una
sostanza finita, creata, presente internamente al nostro corpo, ma immateriale
e immortale, semplice e puramente spirituale, secondo, del resto, una
dottrina ormai saldamente affermata nella teologia ortodossa. Più
importante è però l’altra operetta, usata a lungo come manuale nelle
scuole monastiche e citata frequentemente con il titolo De artibus ac
disciplinis litterarum. Il brillante cancelliere di Teodorico, autore di
epistole tra le più eleganti e raffinate dell’ultima latinità, traccia il
piano di un corso completo di studi liberali ad uso dei religiosi. E
richiamandosi ad una divisione che risaliva attraverso Marciano Capella
alla costante tradizione pedagogica greco-romana, distingue le arti del
£rsvium (grammatica, dialettica, retorica) da quelle del quadrivium
(aritmetica, geometria, astronomia e musica), ossia tra quelle arti che
ci offrono i mezzi per esprimere quanto comprendiamo e quelle che
conducono ad una effettiva conoscenza dell’ordine naturale e morale. La
distinzione, già adombrata anche da Boezio, non ha in sé molto di nuovo e
di originale. Eppure nella forma che le diede Cassiodoro, essa formò la
base dell’insegnamento per gran parte del Medioevo, e divenne un modello
costantemente seguito nell’organizzazione fondamentale degli studi. Per il
resto l’aspetto più significativo dell’operetta è dato dalla sistematica
riduzione dei materiali elementari della cultura classica al servizio
delle esigenze ecclesiastiche e della conoscenza della Scrittura. Che le
arti liberali debbano diventare parte integrante delle discipline
cristiane e della stessa cultura monastica è infatti ferma convinzione di
Cassiodoro che ritiene indispensabile alla formazione dei clerici una
buona conoscenza degli scrittori antichi e una discreta peritia litterarum.
Certo, le dottrine dei Gentili vanno spogliate del loro antico
significato peccaminoso e delle suggestioni demoniache che derivano dalle
loro origini pagane. Però la conoscenza delle lettere divine e la loro
giusta interpretazione sarebbe impossibile se mancasse la cognizione dei mezzi
di espressione e di pensiero o se non si conoscessero almeno i fondamenti
della scienza mondana. Le litterae humanae e le litterae divinae non sono
tra loro incompatibili e necessariamente avverse, tanto più che l’esatta
comprensione e intelligenza della Scrittura è condizionata dal possesso
dei rudimenti essenziali del sapere. Proprio per questo Cassiodoro,
riprendendo la soluzione già posta da Agostino al problema del rapporto
tra la cultura profana e la tradizione cristia na, delinea una soluzione
perfettamente conforme ai caratteri storici di una società in cui
l’elaborazione intellettuale sta diventando funzione esclusiva degli
uomini di Chiesa. Boezio e Cassiodoro, con la loro raffinata
cultura classica e la larga conoscenza della tradizione filosofica
greco-romana, sono certo gli ultimi rappresentanti dell’aristocrazia
romana che ancora riesce ad imporre la propria supremazia intellettuale ai
barbari e a legare alle istituzioni pedagogiche della Chiesa il proprio
indirizzo filosofico e ideologico. La fine della collaborazione tra i goti e i
latini, la disastrosa guerra greco-gotica che desolò per quasi venti anni
le terre italiane e, poi, la rovinosa invasione longobarda, dovevano però
rendere sempre più precaria quell’opera di mediazione tra la cultura
classica e la nuova società che nasceva faticosamente dai quadri
rudimentali dei regni barbari, sotto la crescente autorità politica e
intellettuale della Chiesa. Ma se l’Italia vide rapidamente imbarbarire le
istituzioni culturali ancora sopravvissute al crollo dell’Impero, se le dure
condizioni del dominio longobardo resero quanto mai labili le tracce di una
continuità affidata principalmente alle scuole monastiche o alla cultura
burocratica e giuridica che pure fiorisce nelle terre bizantine, non
mancarono altrove nuove testimonianze del progressivo processo di
adattamento della tradizione classica alle nuove esigenze storiche.
È infatti nella relativa stabilità del regno visigotico di Spagna,
largamente influenzato dagli elementi giuridici ed amministrativi
dell'ordinamento romano, e dominato dalla crescente potenza dell’autorità
ecclesiastica, che opera il più tipico rappresentante della cultura del
VII secolo, il vescovo di Siviglia Isidoro. Autore di vari scritti
dottrinali e teologici, la sua opera più importante sono però gli
Etymologiarum libri, destinati ad una eccezionale fortuna storica.
Quest'opera tra le pil lette e diffuse
in tutto il Medioevo ci mostra in
modo esemplare come avvenga la riduzione del patrimonio intellettuale
della antichità in una sintetica enciclopedia di nozioni, utile sia per
chi si volge allo studio delle varie artes che per chi voglia dedicarsi alle
cure del magistero ecclesiastico. Muovendo dall’idea che è possibile sempre
rintracciare il principio e il significato di ogni cosa attraverso l'etimologia
del suo nome, Isidoro ordina sulla base di questo singolare criterio una grande
massa di nozioni scientifiche, filosofiche e teologiche, spesso trattate con
grande ingenuità, ma sempre fondate sulle testimonianze di molti autori
classici. Ma l’importanza delle Origines non sta certo nella ricchezza
dei suoi riferimenti, quanto piuttosto nell'interesse vivace e vitale per molti
aspetti della cultura e della tradi 34 l’ilosofia e cultura
nell'età dei regni romano-barbarici zione classica. Infatti, nei primi tre
libri, i più celebrati e conosciuti, Isidoro traccia un piano compiuto
dello studio delle sette arti liberali, cui aggiunge poi negli altri 17 libri
un complesso ordinato di nozioni che toccano tutti gli aspetti dello
scibile, dalla medicina alla storia, dalla Sacra Scrittura alla teologia
ed alla ecclesiologia, dalla cosmografia all’arte della guerra, dalla geografia
alle arti meccaniche, ecc. La evidente modestia delle dottrine
esposte da Isidoro, la sua assenza di spirito critico o di attitudine
filosofica, non toglie nulla alla importanza storica di quest'opera che
salvò dalla dimenticanza alcune nozioni e idee fondamentali destinate ad
esser tramandate, di generazione in generazione, nella scuola medioevale. NÉ,
del resto, è estranea al suo autore una discreta conoscenza della scienza
medica e naturale del suo tempo che va posta forse in rapporto con la
fioritura delle scuole ebraiche spagnole, eredi di tanti aspetti e motivi
della tradizione platonica. Anche le altre opere di Isidoro il De fide catholica, i Sententiarium libri
tres, il De ordine creaturarum, il Chronicon e la Historia regum Gothorum et
Vandalorum testimoniano, del resto, la
notevole larghezza della sua cultura teologica, dominata naturalmente
dall’ispirazione agostiniana, delle sue conoscenze naturali e delle sue
nozioni storiche, fornendo altre preziose indicazioni sulle tonti
filosofiche e letterarie di cui poteva servirsi un uomo di cultura in
pieno VII secolo. Ora, è vero che nel corso di un secolo, il
cerchio delle conoscenze e delle letture si è fortemente ristretto, e che
Isidoro mostra, nei confronti di Boezio e di Cassiodoro, una conoscenza
assai minore dei classici e un uso molto più rozzo degli stessi strumenti
linguistici. Eppure, nella sua opera, come in quella di un altro minore
contemporaneo, Martino di Bracara, lettore ed espositore di Seneca, si
realizza la continuità della cultura classica e si compie il difficile
salvataggio degli ultimi resti di una civiltà ormai in rovina.
Raccogliendo nozioni e dottrine, ordinandole nell’ambito di una concezione
educativa strettamente legata alla finalità ecclesiastica, Isidoro lascia
in eredità agli uomini della rinascenza carolingia un prezioso patrimonio
sopravvissuto ai periodi più oscuri della crisi del mondo classico.
La vita intellettuale dell’Europa occidentale continua a decadere
progressivamente nel corso del VII secolo sotto il peso di molteplici fattori
storici che fanno di questo periodo uno dei momenti più drammatici e oscuri di
tutta l’età medioevale. Mentre i regni romano-barbarici si disgregano,
svelando le loro profonde tare costituzionali (quando addirittura non
scompaiono, stroncati dall’efimera ripresa bizantina), si cristallizza la
struttura latifondistica della società europea, gravata dal pesante predominio
delle nuove aristocrazie germaniche, ancora estranee alla cultura ed alla
tradizione greco-romana. L'attività economica rallenta adesso il ritmo, si attenuano,
quando addirittura non si spezzano, gli ultimi legami politici con
l'Impero d’Oriente, che le invasioni islamiche stanno privando dei suoi
territori africani e del Medio e Vicino Oriente. E, intanto, il
progressivo esaurimento delle classi dirigenti romane, l’avanzata di
popolazioni più barbare e arretrate, rendono ancora più precaria la sorte della
tradizione intellettuale greco-romana, legata tradizionalmente alla continuità
delle istituzioni urbane. Quel filone di solida dottrina che scorre
ancora per buona parte del VI secolo, sembra adesso esaurirsi, oppure si
fissa definitivamente nei canoni stilizzati dell’insegnamento
ecclesiastico, nelle formule spesso assai elementari e sommarie che guidano
l’insegnamento dei maestri delle scuole vescovili o monastiche. In luogo
della ricca esperienza filosofica, testimoniata ancora dall’opera di Boezio, si
realizza ora il monopolio della vita intellettuale da parte della Chiesa,
l’unica istituzione che continui, al di là del crescente frazionamento dei
poteri politici ed amministrativi, la funzione unificatrice già
esercitata dall’Impero, e che imponga, in una società disorganica e
disgregata, un’ideologia unitaria e organica. Certo, anche la cultura
ecclesiastica accusa gravemente le conseguenze dello sfacelo della
società romana e non è esente da un processo di progressivo
imbarbarimento e di netto regresso intellettuale. Il tentativo di
risolvere le idee dominanti nell’alta cultura greco-romana entro il tessuto
religioso del Cristianesimo si è ormai trasformato nella passiva
acquisizione di un complesso di nozioni dottrinali sopravvissute al
dissolvimento della società che le aveva prodotte. Ma se il crollo
dell’Impero ha segnato la fine dell'ambiente storico in cui erano
maturate le prime esperienze decisive della filosofia cristiana, non
scompaiono le direttive intellettuali che la Chiesa ha ormai elaborato,
nell’età patristica, ed ha posto alla base della formazione delle sue
nuove élites sacerdotali. Queste dottrine sono poi strettamente
legate a un tipo di formazione e di tirocinio ancora esemplato, in gran parte,
sui modelli tradizionali dell’età classica. Ed è appunto per questo che una
personalità come GREGORIO (vedasi) Magno, interprete esemplare delle
esigenze politiche e organizzative della Chiesa romana, ha potuto esser
considerato come l’ultimo difensore di una tradizione romana trasferita
integralmente nell'ordinamento disciplinare della Chiesa, o come il primo vero
rappresentante della cultura cristiana medioevale. La sua personalità e la
sua azione storica giustificano, del resto, questa apparente differenza di
giudizio; perché Gregorio, discendente da una famiglia dell’alto
patriziato romano, educato al tirocinio intellettuale proprio della sua stirpe
e della sua classe, fu il vero creatore della Chiesa dell’Alto Medioevo,
la cui organizzazione venne completamente trasformata dalle sue riforme.
Dall’ordinamento economico e giuridico dei grandi feudi della Chiesa,
alle forme rituali e liturgiche, non vi fu campo della vita ecclesiastica
che non recasse l'impronta di questa eccezionale tempra di pontefice e di uomo
di governo, abilissimo diplomatico e politico raffinato. Ma la
cristianità medioevale non venerò nel pontefice romano solo l’uomo che aveva
portato la Chiesa ad una effettiva supremazia ideologica nell'Europa
barbarica; bensi ammirò i suoi scritti il cui successo eccezionale
corrispose giustamente ai bisogni della cultura ecclesiastica dei suoi tempi.
Il Liber regulae pastoralis, che definiva i compiti e le funzioni del clero
romano, restò infatti, per secoli, il libro fondamentale per la
formazione della gerarchia cattolica; Dialoghi (che sono una raccolta di
leggende agiografiche) e i Moralia in Job furono tra i libri più letti
per tutto il Medioevo e tenuti a modello del metodo di commento allegorico
della Scrittura. Eppure, nonostante la sua formazione e l’evidente influsso
agostiniano, gli scritti di Gregorio sono già ben lontani dalla mentalità
e dalla ispirazione classica dominante dei grandi autori patristici. Ed anzi,
la sua diffidenza verso lo studio dei classici, la sua ostilità nei
confronti dell’insegnamento grammaticale e letterario, sono drastiche e
rigorose. In una famosa lettera a Didiero, vescovo di Vienne nel
Delfinato, che s’era dedicato personalmente a insegnare la grammatica e a
leggere i poeti latini ai suoi chierici per impedire che la loro
ignoranza della lingua li rendesse incapaci d’intendere la' Sacra
Scrittura, Gregorio condanna aspramente qualsiasi tentativo di associare
l’insegnamento delle litterae sacrae a quello delle Aumanae litterae, e
di legare le parole di Dio all’uso delle arti profane. Il suo
atteggiamento nei confronti della cultura classica è ancor meglio
chiarito nel suo Commento al I libro dei Re, ove si ammette che si possa
conoscere la lingua latina e le arti liberali, ma solo per quanto può giovare
all’intendimento della Scrittura, e senza alcuna pretesa di considerare
lo studio delle lettere come fine a se stesso. Ecco perché, anche di
fronte al problema dell’uso retto della lingua latina (e cioè se si debba
prender come norma la lingua dei classici o quella della Bibbia), Gregorio
afferma rigorosamente l’assoluta preminenza del latino biblico, le cui
pretese interpretazioni grammaticali e sintattiche sono ben superiori alle
regole di Donato. Non solo; ma Gregorio
la cui prosa è ben lontana dalla misura ancora classica di Boezio
o di Cassiodoro è il difensore e il teorico
della nuova lingua ecclesiastica, forgiata nel latino scritturale, e
nettamente distinta dalla lingua profana dei classici. Il
distacco tra le fonti della tradizione non potrebbe essere più reciso. Né
meraviglia che Gregorio, pur cosi latino nel suo spirito organizzativo e nella
sua azione ecclesiastica e politica, concepisca lo studio delle lettere
solo come un mezzo per il magistero pastorale, e cioè per ben intendere e
spiegare la Bibbia. Nondimeno la sua opera di evangelizzatore doveva lasciare
una grande traccia nella storia della cultura e della filosofia medioevale.
Perché fu proprio questo Papa, così scarso ammiratore delle lettere, che
promosse la cristianizzazione della Britannia e di una vasta parte della
Germania, diffondendo in quelle regioni la lingua e la cultura latina
della Chiesa. I risultati di tale importante evento storico saranno ben chiari
già nella seconda metà del secolo, quando l’opera dei missionari e dei monaci
delle abbazie britanniche e irlandesi avranno già costituito dei solidi centri
di vita intellettuale, al riparo dal marasma politico dell'Europa continentale,
dove si conserverà un ricco patrimonio di cognizioni teologiche, e
fiorirà una eccezionale cultura umanistica, destinata ben presto a
rifluire nelle scuole dell'impero carolingio. Mentre in
Occidente si consuma cosi la crisi della cultura antica e si delineano le
prime linee fondamentali della cultura medioevale, nell’Impero bizantino
continua la tradizione della filosofia classica ed ellenistica e dei
grandi padri greci. Chiusa la Scuola di Atene con un decreto di
Giustiniano (529) la vita filosofica prosegue a Bisanzio sotto la
predominante influenza della tematica neoplatonica. L'interesse per gli
scritti attribuiti a Dionigi Areopagita, che sarà cosî forte poi anche
‘in Occidente, e per tutta la tradizione che va da Plotino a Porfirio a
Proclo è la caratteristica dominante delle scuole bizantine. Ma il
neoplatonismo nelle sue varie forme e sfumature si unisce anche a una solida
tendenza aristotelica, sviluppata soprattutto sul piano della logica
e delle scienze. Di questa cultura è tipico esponente Giovanni
Damasceno vissuto nel pieno delle lotte iconoclastiche e della prima
grande crisi nei rapporti tra la cristianità occidentale e orientale. La
sua opera principale IMInyhyv6oewg è una grande raccolta di materiali
filosofici e teologici ordinati sistematicamente e con un evidente scopo
apologetico e scolastico. Tuttavia nella sua introduzione a carattere
filosofico, Keparasa piaoropixà, il Damasceno svolge un'interessante
trattazione della logica e metafisica di Aristotele nonché di dottrine
derivate da Porfirio e da Ammonio. A questo prologo filosofico segue un
ampio catalogo storico delle eresie e quindi, nella terza parte, una
classificazione sistematica di testi patristici, unita ad una esposizione
organica della teologia dogmatica. Proprio quest’ultima parte, che tradotta
da Burgundio Pisano influì sull’evoluzione dei Libri sententiarum,
venne largamente usata anche da Pietro Lombardo e fu sempre presente
ai teologi occidentali. La tradizione platonica e aristotelica delle
scuole bizantine continua poi ancora per tutto il IX secolo per opera del
patriarca Fozio (820897 ca.), commentatore di alcuni scritti logici di
Aristotele e sostenitore della superiorità di Aristotele di fronte a Platone.
Ma con Fozio, la cui grande Bibliotheca offriva amplissimi materiali
sulla cultura filosofica classica, siamo già al punto di massima rottura
tra il mondo bizantino e la Chiesa romana. Lo scisma dell’858 doveva
rendere presto ben difficili i rapporti intellettuali tra Bisanzio e
l'Occidente che, del resto, le invasioni islamiche avevano già gravemente
minacciato, spezzando la unità imperiale del bacino
mediterraneo. I due secoli che trascorrono dalla morte di Gregorio Magno
all’incoronazione romana di Carlo segnano una svolta decisiva nella
storia dell'Europa medioevale. In questo periodo che è pure uno dei pit oscuri e
drammatici della storia occidentale si
viene infatti compiendo il lento passaggio dalla struttura sociale del tardo
Impero alle forme di organizzazione economica e politica proprie della società
feudale; si opera la compiuta assimilazione tra gli ultimi residui delle
aristocrazie romane e provinciali e la nobiltà germanica; e si afferma
definitivamente la supremazia spirituale della Chiesa romana che costituisce il
saldo tessuto ideologico e dottrinale della nuova società. Naturalmente un
simile processo si svolge in tempi e in modi assai diversi a seconda che
si compia nell'ambiente particolarmente propizio del regno franco, ove si
verifica una rapida e facile assimilazione tra la vecchia classe senatoriale
gallo-romana e l’aristocrazia franca, oppure nell’ambiente più arretrato e
barbarico dell’Italia longobarda. Tuttavia il suo ciclo può già
considerarsi compiuto intorno alla metà dell’VIII secolo, quando l’alleanza tra
la più forte monarchia germanica, quella dei Franchi, e la crescente
potenza spirituale e mondana del Vescovo di Roma pone la condizione
storica essenziale per la formazione dell'Impero carolingio.
All’avvento di questo nuovo ordinamento che interesserà ben presto la
maggior parte dell'Europa occidentale cooperano molti e diversi fattori
di ordine economico e sociale che sarebbe impossibile illustrare in
questa sede in modo compiuto ed organico. Ma se anche non affronteremo i
numerosi e gravi problemi relativi alla genesi dell'Impero carolingio,
all’origine ed alla funzione storica del feudalesimo, non si potrà
trascurare di indicare, per quanto sommariamente, quei caratteri storici
essenziali che sono propri di questo periodo. Il primo e, certo, il più
importante, è appunto la profonda trasformazione che hanno ormai subîto le
strutture fondamentali della vita economica e sociale dell'Europa
occidentale che presenta adesso un aspetto profondamente diverso da quello
dell’età delle grandi invasioni. Ancora i regni romano-barbarici avevano
infatti continuato a dominare su di una società, già in via di
mutamento, ma che non era ancora lontana dalle caratteristiche assunte
durante gli ultimi tempi del Basso Impero. La continuità di un'intensa
vita economica in gran parte del bacino del Mediterraneo e soprattutto in
Gallia, in Africa e in Spagna, la persistenza di rapporti marittimi e di
discreti scambi commerciali con Bisanzio, la relativa, ma ancora
notevole, floridezza dei centri urbani e mercantili, testimoniano l’assenza di
una vera e propria cesura con la vita economica, sociale e intellettuale
del mondo romano. Se si assiste all’evidente imbarbarimento delle
istituzioni e dei costumi, gli ordinamenti amministrativi sono ancora in
gran parte quelli romani e la supremazia degli invasori germanici non ha
ancora totalmente distrutto le solide basi di strutture statali ancora
improntate al modello latino. Naturalmente, le stesse conclusioni valgono
per la cultura e gli istituti che permettono la continuità e lo sviluppo della
vita intellettuale. La cultura di tipo schiettamente classico decade è vero
progressivamente, via via che peggiorano le condizioni sociali e
politiche, ma continua ancora a muoversi sulla scia delle concezioni
romane e greche; né la tradizione bizantina cessa di esercitare il suo
influsso, ancora particolarmente forte intorno alla metà del VI
secolo. Che tale condizione di cose muti nel corso dell’VIII
secolo, è invece constatazione evidente, anche se si può discutere sulle
ragioni e le cause di questo mutamento, nonché sulla sua relativa
profondità e portata. Ma anche riconoscendo i limiti di una tesi troppo
radicale come quella del Pirenne (che ha indicato nella svolta dell'VIII secolo
l’inizio di un’età storica dominata dalla scomparsa dell’attività commerciale e
da una economia strutturale rigorosamente chiusa e rurale), è certo che
l’ambiente storico della civiltà carolingia non ha più molti tratti in
comune con la società in cui si erano mossi gli ultimi grandi rappresentanti
della cultura classica, come Boezio e Cassiodoro. I territori mediterranei, un
tempo al centro dell’attività economica e della vita civile, sono adesso
gravemente impoveriti per l’effetto congiunto delle continue invasioni,
delle carestie e delle guerre o della costante diminuzione del traffico,
insidiato dalla potenza marittima dell’Islam. Le istituzioni urbane,
anche se non scompaiono e non decadono in proporzioni catastrofiche, sono però
indubbiamente in forte declino; ed alla loro decadenza corrisponde un
notevole prevalere dell’economia rurale, e la conseguente egemonia
politica dell’aristocrazia militare e fondiaria che detiene, in gran
parte, il monopolio della terra. In tal modo il carattere prevalentemente
urbano e mercantile della società romana cede adesso il suo posto ad un
assetto economico e sociale fondato prevalentemente sull’unità della vile e su
un circuito di scambi a breve raggio. Mentre si disgregano gli ultimi resti delle
istituzioni romane, mentre scompare il secolare ordinamento amministrativo che
era sopravvissuto anche alle invasioni, si delineano i nuovi lineamenti
di un ordine politico che non ha certo un diretto rapporto con la
tradizione romana. L’impronta fortemente germanico-cristiana, che
sarà propria dell’Impero carolingio, lo spostarsi verso il Nord dell’asse
politico dell'Europa cristiana, sono i segni più evidenti ed eloquenti del
grande mutamento storico. Ma ancora più importante è la trasformazione che si
è verificata nei quadri dirigenti della società europea e, quindi, nei
ceti che elaborano e diffondono anche le nuove direttive intellettuali.
La base storica concreta su cui si fonda questo Impero è difatti la
grande aristocrazia fondiaria che è venuta lentamente costituendosi nel
secolo V e VI in tutti gli stati romano-germanici. Il perno della complessa
macchina amministrativa carolingia è costituito da una fitta rete di
poteri locali, nominati dall’Imperatore che essi rappresentano in tutte
le più delicate funzioni politiche ed amministrative, di una gerarchia ben
diversa dalla vecchia burocrazia imperiale romana, perché vive del provento
delle imposte o delle concessioni di terre largite dal sovrano ed è legata al
proprio compito solo dal vincolo di fedeltà stretto personalmente con
l'Imperatore. Questa aristocrazia, prodotto naturale delle condizioni
economiche e politiche maturate dallo sfacelo dell’ordine politico romano e
dalla sostituzione della nobiltà germanica alla vecchia classe
latifondista del Basso Impero, è insieme la forza armata dell’Impero e il
suo corpo amministrativo, ne rappresenta la salvaguardia militare e la classe
politica dominante. Ma essa non è certamente l’unico elemento della
costruzione politica di Carlo Magno che, sebbene strettamente plasmata
sulla struttura sociale dell’Europa romano-barbarica, trova la propria
giustificazione ideale nel carattere religioso del potere e nella propria
funzione mediatrice tra il crescente particolarismo delle istituzioni
politiche e la forza di un principio universale che si richiama alla salda
tradizione unitaria della Chiesa romana. Nell’immane mosaico di
popoli e di genti ancora scarsamente amalgamate che ubbidiscono all’autorità di
Carlo, l’unico vincolo unitario è infatti rappresentato dalla radicale
compenetrazione tra l’Impero e la Chiesa. E quanto questa compenetrazione
caratterizzi la struttura politica della società carolingia, lo dimostra
appunto la preoccupazione di Carlo di presentarsi sempre come l’advocatus
ecclesiae, difensore della cristianità, e di far coincidere la legittima
estensione dei suoi poteri con il corpo vivente della Chiesa che non ha
mai confini ma si estende su tutto l’orbe ovunque si pronunzia il nome di
Cristo. Convinto sinceramente che la sua autorità gli discenda dalla
natura di capo divinamente eletto del popolo cristiano, ispirato da
consiglieri che fondano la legittimità dell’Impero sull’i insegnamento
della Bibbia e sulle parole di Agostino, il monarca franco si presenta
con un carattere del tutto diverso da quello che era stato proprio anche degli
ultimi imperatori cristiani, come sovrano e guida del popolo di Dio.
Legislatore della comunità civile, supremo principio di autorità e di
diritto, egli è anche il legislatore della Chiesa pronto ad impugnare le
due spade dell’autorità spirituale e di quella temporale. Ma proprio perché
l’Imperatore è reggitore della Chiesa oltre che dello Stato, la sua
autorità penetra ovunque, e come detta nei capitolari le norme per la
tenuta delle villze e l’amministrazione dei demani imperiali, cosî fissa
le regole più particolari e minute per la condotta del clero e la
disciplina rituale e canonica. L'osservanza della domenica, l'esecuzione del
canto ecclesiastico e le condizioni per l'ammissione dei novizi nei
monasteri, scrive giustamente il Dawson, sono punti fissati nei
capitolari, altrettanto come la difesa delle fronliere e l'amministrazione dei
beni della corona. Ciò spiega un altro carattere tipico dell'ordinamento
carolingio, e cioè l’esistenza di una potente aristocrazia ecclesiastica,
non meno influente di quella militare e fondiaria, che partecipa
all’amministrazione delle trecento contee in cui si divide l’Impero, e ha
una propria funzione politica e persino militare. Il governo centrale è
poi addirittura nelle mani degli ecclesiastici della cancelleria e della
cappella reale. Non solo; l’autorità di questa aristocrazia ecclesiastica
è ben rappresentata anche nella tipica istituzione carolingia dei missi
dominici, deputati alla sorveglianza ed al controllo sull’amministrazione
locale, costituiti in gran parte da vescovi ed abati, sempre pronti ad
informare minutamente il sovrano dell'andamento della vita economica,
civile e religiosa dei più lontani territori della Christianitas. Lo spirito
profondamente teocratico che anima l’Impero, espresso drasticamente in
tanti ‘atteggiamenti e detti di Carlo, è perfettamente definito nella
identificazione dell’autorità sacramentale e carismatica del clero e
quella non meno sacrale che discende dalla volontà del sovrano. Ed è appunto
nel quadro di questa concezione, destinata a continuare ben oltre lo stesso
sfacelo dell’Impero, che la società carolingia elabora i propri ideali e
le proprie istituzioni culturali, strettamente legate alle nuove esigenze
politiche. La rinascita culturale che va sotto il nome di
rinascenza carolingia è quindi il prodotto storico naturale dello spirito
teologico che permea tutta l’organizzazione carolingia, della necessità
impellente di formare un corpo di funzionari colti e competenti e di
preparare una larga élite del clero a compiti e funzioni che richiedevano
un tipo di cultura pid raffinata e mondana. Però la riforma perseouita
da Carlo non si limita solo a rinnovare la tradizione deoli studia
Aumanitatis o a rinortare nelle istituzioni scolastiche dell’Occidente la linfa
vitale dell’insernamento delle arti liberali ma è addirittura il primo
tentativo di ricostituire l’unità intellettuale della società europea,
edificata sui resti della cultura classica. la cui influenza continua,
del resto, a dominare anche i maestri delle scuole palatine. Naturalmente,
rroprio perché è legata cosî strettamente al particolare ca-rattere politico e
organizzativo dell'Impero, la cultura del TX secolo ne rispecchia
fedelmente anche i tipici caratteri dominanti. Nonostante tutti i
tentativi di riconnettere la rinascenza carolincia alla grande fioritura
intellettuale, o, addirittura, all’umanesimo quattrocentesco, pesano infatti su
questa cultura i limiti storici di una società che non riusci mai a darsi una
vera struttura statale organica e che nella sua rigida divisione di caste
realizzò la piti compiuta separazione tra il ristretto ceto dei clerici
monopolizzatori della cultura e la gran massa dei fedeli. Non a caso,
quindi, la rinascenza carolingia ha come suo precipuo ideale l’elaborazione di
una cultura di carattere esclusivamente ecclesiastico 0, meglio, ecclesiastico-amministrativo, capace di garantire l’unità religiosa e
ideologica della Christianitas e di subordinare la stessa validità delle
discipline classiche alle esigenze dogmatiche predominanti della
ortodossia cattolica. E non per nulla gli stessi teologi e i maestri
della scuola palatina, strenui difensori di una concezione unitaria
dell’autorità imperiale che è di schietta impronta romana, sono, al tempo
stesso, anche i tenaci sostenitori del fondamento sacrale del potere civile e
della sua piena coesione con l’immutabile ordine della gerarchia
ecclesiastica. Del resto, quant'è diversa la finalità e la destinazione
ideologica della civiltà carolingia nei confronti della tarda cultura
romana, è altrettanto profondamente mutato l’ambiente in cui essa
maggiormente fiorisce. I cenui della rinascenza non sono ora le città del
vecchio mondo romano, né le terre dell’Italia, della Francia meridionale
o della Spagna, bensi la stessa corte imperiale, le innumerevoli abbazie
e scuole monastiche disseminate nel vasto dominio franco e soprattutto nelle
regioni settentrionali chiuse tra la Loira e il Weser. I maestri, i chierici
che la propagano non sono grandi aristocratici romani, come Boezio o
Cassiodoro, o eredi della tradizione latina come Gregorio Magno, bensi
degli intellettuali di origine barbarica che hanno però profondamente
assimilato quanto si è salvato della tradizione classica. Da Fulda a S.
Gallo, da Tours a Reichenau, tutta l'Europa carolingia è percorsa da una
potente corrente di nuova vita intellettuale, che non si svolge soltanto
nel campo limitato delle lettere e della teologia, ma ha i suoi diretti riflessi
anche nell’ambito delle arti e della tecnica scrittoria che i monaci
carolingi portano ad una perfezione prima ignorata. Così, sebbene
l’Impero, minato dalla sua debole struttura, si avvii rapidamente alla fine, le
grandi abbazie benedettine diventano gli unici centri intellettuali
dell'Europa, tormentata dall’erompere dell’anarchia feudale, di una società
sconvolta e lacerata da nuove ondate d’invasione. All’adempimento di
un tale compito storico, l’abbazia benedettina era stata del resto già preparata
da due secoli di oscura e paziente elaborazione di nuove élises
intellettuali. Da quando la regola di Benedetto aveva creato, agli inizi
del VI secolo, un nuovo tipo di monachesimo, operoso e attivo, ispirato
alla norma della preghiera e del lavoro collettivo e fraterno, l’antico
ideale dell’ascesi individuale era stato sostituito da una nuova
direttiva spirituale di contenuto sociale. Nel monastero benedettino,
costituito in una salda unità amministrativa e disciplinare, il lavoro manuale
e la pura ricerca contemplativa avevano ritrovato una profonda unità del tutto
ignota alla società del tempo, costituita da una ristretta aristocrazia
militare e fondiaria e da enormi masse di contadini-servi. Ma, soprattutto (in
una età in cui l’economia era prevalentemente agricola e gli
ordinamenti politici si sfasciavano sotto il peso crescente delle
tendenze particolaristiche), la diffusione delle istituzioni benedettine aveva
permesso la formazione di numerosi centri d’intensa vita produttiva, dove
la coltivazione delle grandi proprietà abbaziali si alternava allo studio
ed all’apprendimento dei primi rudimenti delle arti liberali. Tutto
ciò spiega e giustifica la grande fortuna dell’ordine benedettino in
tutta la Cristianità occidentale, e soprattutto nelle regioni dell'Europa
continentale ove si erano già delineati i caratteri incipienti della civiltà
feudale. Poiché fu soprattutto in Svizzera, in Francia e nella Germania
meridionale che il sistema delle abbazie, spesso unite da stretti vincoli
economici e amministrativi, pose fin dal VII secolo i presupposti della
diffusione organica di una ricca cultura di carattere ecclesiastico e
monastico, ma largamente permeata di motivi e temi della tradizione
classica. All’elaborazione della cultura carolingia dettero però un
contributo ancor più importante e decisivo le istituzioni monastiche dei
paesi anglosassoni, sorte fin dall’inizio del VI secolo,
indipendentemente dalla diffusione benedettina. Il carattere peculiare di
questo monachesimo, che in un periodo tra i più oscuri della storia occidentale
fece delle isole britanniche una vera oasi di civiltà, fu di non aver
adottato la gerarchia episcopale della chiesa, ma di aver organizzato la
propria vita entro la cornice esclusiva delle regole monastiche. E tale
carattere è certo ben comprensibile, se si pensa che il monachesimo
anglosassone sorse in un paese quasi completamente pagano, ove
soltanto era ripresa la tradizione episcopale, sotto l’impulso diretto
di Gregorio Magno. Il successo della predicazione del monaco
Agostino, primo vescovo di Canterbury, e dei suoi seguaci, era stato però
assai rapido: già nel 644 l’East Anglia aveva un proprio vescovo
anglosassone, e dieci anni dopo anche il seggio primaziale di Canterbury era
stato occupato dal sassone Deusdedit cui: doveva succedere il monaco
greco Teodoro, dotto nelle lettere greche e latine. Teodoro e l’abate
africano Adriano furono gli iniziatori di una fortunata opera di riforma
intellettuale che aveva naturalmente uno scopo e una finalità
essenzialmente devota, ma che non trascurava neppure l’insegnamento delle
lingue classiche e la lettura degli auctores. Liberi da ogni stretto
vincolo disciplinare e dogmatico, animati da uno spirito di tenace e
vivace proselitismo, i monaci da loro educati ne diffusero l'insegnamento
e la pratica in una fitta rete di istituzioni monastiche che coprì
rapidamente tutte le regioni delle isole britanniche, dalla Britannia al
Galles, alla pagana Caledonia. Da Canterbury a Malmesbury,
dall’Irlanda, già convertita da L'età carolingia S. Patrizio,
ai grandi monasteri di Bangor Iscoed e di Clonard, fino al lontano
monastero scozzese di Jona, flui cosi un filone costante e ricco di
«cultura classica, che le particolari condizioni geografiche e storiche
posero al riparo dalle drammatiche crisi di tutti i paesi dell'Europa
continentale. E quale fosse il carattere di questa cultura ci è appunto
noto dalla testimonianza di Adelmo di Malmesbury, che ci ricorda di aver
appreso alla sua scuola monastica i rudimenti essenziali del diritto romano, i
principi della metrica e della prosodia, le figure principali dell’arte
retorica, e, ancora, la matematica e l’astronomia. Certo, a
giudicare dalla notevole barbarie della prosa di Adelmo e dalla sua
ingenuità e rozzezza, si potrebbero avanzare non pochi dubbi sul valore
della tradizione classica diffusa negli ambienti monastici anglosassoni. Eppure
si tratta dei primi timidi frutti di una cultura che non ignora né
Virgilio, né Terenzio, né Orazio, né Giovenale, e che continua, in sostanza, un
tipo d’insegnamento non troppo dissimile da quello praticato nelle scuole del
Basso Impero. Né i risultati di questo insegnamento sono da disprezzare,
se è vero che a poco più di un secolo dalla loro evangelizzazione i
monasteri anglosassoni inviavano sul continente i loro primi missionari.
Del resto, già dal 590 l’irlandese Colombano aveva fondato in
Francia il monastero di Luxeuil, donde mosse una larga diffusione monastica in
Francia, nelle Fiandre, in Svizzera e in Germania, e in Italia, ove
l’abbazia di Bobbio fu un tipico prodotto del monachesimo anglosassone.
Ma ancora più importante fu l’opera di un monaco anglosassone, Wynfrith,
l’evangelizzatore dei sassoni, e primo vescovo di Magonza sotto il nome
di Bonifacio. Questo monaco non fu soltanto l’apostolo della Germania, da
lui evangelizzata mercé la protezione della monarchia franca e nel quadro
della direttiva episcopale romana, bensi l’uomo di Chiesa che seppe operare
la saldatura storica tra la tradizione benedettina e romana e quella
anglosassone, diventando cost il diretto intermediario tra la cultura dei
monasteri irlandesi e britannici e la ripresa intellettuale che
cominciava a delinearsi nel continente. Chiamato, nel 742, da Carlomanno,
fratello e collega di Pipino il Breve, perché provvedesse a riordinare lo
stato della Chiesa nel suo ducato di Neustria, ove il clero era profondamente
decaduto dal punto di vista disciplinare e privo di ogni cultura,
Bonifacio compì in breve tempo una riforma radicale. Nel suo periodo di
governo, durato dal ‘42 al °47, non solo provvide ad eliminare gli abusi
più gravi, e a sottoporre l’episcopato franco all’autorità apostolica romana,
ma trapiantò nelle scuole e nelle istituzioni espiscopali e abbaziali la
cultura che fioriva in Britannia nei nuovi monasteri sorti nel VII secolo, come
quello di S. Pietro di Wearmouth, fondato nel 674 da Benedetto
Biscop. In questo ambiente colto ed erudito, sui testi devoti e
profani che il Biscop aveva portato dall’Italia e dalla Gallia, si era,
del resto, già formato, negli ultimi decenni del VII secolo, un monaco
anglosassone, che aveva scritto la storia ecclesiastica del suo popolo in
un latino eccezionalmente limpido e puro. Nato nel momento di massima
fortuna della cultura monastica anglosassone, il monaco Beda, che i
medioevali chiameranno il Venerabile, non si era limitato a compiere la sua
opera di storiografo guidata da una fondamentale ispirazione romana, ma aveva
illustrato la sua cultura letteraria nel De orthographia e nel
trattatello De schematibus et tropis, e definito i principi e metodi
della cronologia nel De temporibus, De temporum ratione, De ratione
computi. Però la sua opera pi fortunata, che godé per tutto il Medioevo
di una eccezionale fortuna, fu il De rerum natura, costruito sul modello
dell’enciclopedia di Isidoro, ove si esprime già una cultura più
raffinata e scaltrita. Scrittore limpido, il suo stile non differisce troppo da
quello degli autori della bassa latinità; né a leggere le sue opere si
direbbe che Beda scriva verso la fine dell’VIII secolo, in un ambiente
sociale e intellettuale cosi profondamente mutato, e, addirittura, in un Paese
che aveva conosciuto solo brevemente la civiltà romana. Eppure, è proprio
in Inghilterra e in Irlanda che la cultura classica riprese a fiorire con
forme ed intenti ancora ignoti agli altri paesi dell'Occidente; né è
certo un caso che le prime forme di prosa d’arte, atteggiate sul modello
della tradizione letteraria latina, nascessero nei conventi di Inghilterra, di
Scozia e d'Irlanda. Quando poi, agli inizi del IX secolo, re Alfredo
tradusse la Cura pastoralis di Gregorio Magno, l’Historia di Paolo Orosio e la
Consolatio di Boezio, non creò soltanto i primi modelli letterari della
prosa anglosassone, ma offri una nuova prova del carattere squisitamente
classico della ma tura civiltà anglosassone. Questa ricca cultura di
origine e ispirazione classica, non avrebbe però avuto una effettiva
incidenza storica, se non si fosse presto diffusa nell'Europa
continentale, improntando di sé la vita intellettuale dell’Impero carolingio.
Abbiamo già accennato alla missione di Bonifacio ed al suo tentativo di
migliorare la formazione intellettuale del clero franco mediante lo studio
dei rudimenta letterari necessari per l’insegnamento della Scrittura. Ma l’uomo
che seppe trapiantare in Occidente i frutti più maturi della cultura
anglosassone e servirsene come fondamento di una vasta riforma intellettuale,
fu un monaco irlandese, Alcuino di York. Formatosi in una scuola
largamente aperta alle influenze classiche, Alcuino aveva percorso sotto
la guida di Egberto, discepolo di Beda, il corso normale del trivio e del
quadrivio. Maestro a York nel 778, la sua fama di grande cultore della
humanitas si era presto diffusa anche nel continente: e Carlo, che già in
quegli anni progettava di organizzare nuove istituzioni scolastiche per
la formazione dei suoi dignitari chierici e laici, lo chiamò alla sua
corte, affidandogli la guida della riforma scolastica. Già presente alla
corte carolingia, Alcuino, dopo un breve soggiorno britannico, vi tornò
stabilmente nel ’93, per restarvi fino alla morte e per quasi vent’anni
il monaco irlandese mirò come disse a trasformare l’Impero di Carlo in una nuova
Atene, superiore anzi all'antica Atene perché dotata dei doni sovrannaturali
dello Spirito Santo. In realtà, il maggiore merito storico di
Alcuino fu quello d’intendere perfettamente quale fosse il tipo di cultura
necessario per la società carolingia, e di trasformare la tradizione
classica dei monasteri e delle scuole anglosassoni in una organica
direttiva intellettuale strettamente associata all’ideale teocratico
dell'Impero e legata alla gigantesca macchina politica e amministrativa
costruita da Carlo. Tutti i risultati più positivi di due secoli di lenta
maturazione intellettuale; furono cosî posti al servizio della società
rigorosamente gerarchica su cui si fondava l’impero, e divennero i
criteri formativi di una nuova élite intellettuale, emersa dalla confusa
vicenda di due secoli di crisi. Ma l’opera di Alcuino non si limitò
soltanto a questo compito di organizzazione del nuovo sistema delle
scholae imperiali, o alla trasmissione della esperienza anglosassone;
egli stesso elaborò la distinzione organica e sistematica delle sette arti
liberali, trasformando la pratica tradizionale della cultura classica in
un complesso ragionato c ordinato di nozioni e di tecniche. I frutti
della sua attività furono certamente tali da influenzare per quasi tre secoli
gli sviluppi essenziali della cultura europea; gli uomini educati alla
sua scuola poterono giustamente vantarsi di aver restaurato un solido legame
con la cultura classica, e di aver, per cosi dire, riannodato quel filo
sottile della tradizione che sembrava essersi spezzato con la crisi dell'unità
romana. Certo, il tipo di cultura instaurato da Alcuino rispecchiò
anche tutti i limiti storici dell'ambiente da cui nasceva e per la sua
impostazione esclusivamente ecclesiastica fu lo specchio di una società
divisa in caste, e che affidava al dominio spirituale della Chiesa
l’assoluto monopolio della formazione delle id:e. Ma anche entro questi
limiti, l’opera di Alcuino fu eccezionalmente fruttuosa; si può dire che
si debba alla sua direttiva la prima organizzazione di un sistema di
istituzioni scolastiche comune a gran parte dell'Europa carolingia e la
formazione di un tipo di cultura raffinata, non più limitata al chiuso
mondo anglosassone, bensi diffusa in Francia come nella Germania
meridionale, in Italia come nelle isole britanniche. Da questa
cultura destinata a sopravvivere
al crollo dell’Impero e al pid torbido periodo di anarchia feudale muoveranno poi nell'XI secolo le nuove
correnti di pensiero che, parallelamente’ alla grande trasformazione
economica della società medioevale, guideranno la rinascita intellettuale
dell’Europa. A spiegare il successo dell’opera di Alcuino può contribuire
la considerazione che la Gallia era stata influenzata dalla cultura
latina assai più dei territori britannici, e che il ricordo della lingua
e della civiltà non vi si era mai perduto. Però lo stato di miseria
intellettuale del clero franco deprecato
dal dotto Bonifacio e i lamenti
che Gregorio di Tours o Fortunato di Poitiers avevano elevato sulle
condizioni della cultura nella vecchia Gallia romana, testimoniano una
profonda decadenza, che si era sempre più accentuata dopo che si erano allentati
i vincoli con l’Italia e con le altre regioni pi progredite del vecchio
Impero. Proprio la constatazione che gran parte dei suoi ufficiali laici o
ecclesiastici non sapeva neppure intendere la lingua latina, aveva
indotto Carlo Magno a ordinare nel 789 l’apertura di scuole vescovili e
monastiche, ove si insegnassero, oltre al canto, al solfeggio e le
salmodie, anche gli elementi fondamentali del compito ecclesiastico e della
grammatica. Ma i suoi progetti di riorganizzazione delle istituzioni
scolastiche erano assai più ambiziosi, cosî com'era impellente la necessità di
organizzare in breve tempo un vero e proprio corpo di dignitari e di
amministratori, capace di adempiere al grave compito del governo
dell’Impero. Proprio per questo Carlo si era rivolto dapprima in Italia, donde
era venuto alla sua corte il dotto longobardo Paolo Diacono (725-797) che
per cinque anni vi aveva insegnato il greco, prima di ritirarsi nell’abbazia di
Montecassino. Durante il suo breve soggiorno, Paolo aveva rivisto e
corretto una collezione di Omelie, pubblicate da Carlo, come incitamento
alla ripresa degli studi. Più tardi il suo insegnamento era stato
continuato da Pietro di PISA (vedasi), già maestro a Pavia, e da Paolino
di Aquileia, presenti alla corte carolingia. Questi maestri erano però
ben lontani dal livello intellettuale e dalla preparazione dei monaci
irlandesi e britannici; e la loro cultura era forse anche inferiore a
quella di due dotti ecclesiastici ispano-gallici, come Agobardo,
che fu poi vescovo di Lione, e Teodolfo (t821) vescovo di Orléans, vomini
di larga cultura teologica e letteraria, conoscitori ed ammiratori di
Virgilio, Ovidio, Orazio, Lucano e Cicerone. Nondimeno, quei maestri italici
furono il primo nucleo della élite intellettuale raccolta da Carlo
intorno alla sua corte; e fu sul terreno preparato da questi modesti
professori che si maturò la riforma di Alcuino, guidata da una lucida
consapevolezza della continuità della cultura classica e dalla eccezionale
capacità di ridurre i suoi elementi essenziali a componenti di una ruova
direttiva ideologica e dottrinale. Il rapporto che Alcuino volle
porre tra la nuova cultura di cui era- ispiratore e la tradizione
classica, è infatti espresso chiaramente in più di un testo. Il suo
dialogo De virtutibus ci insegna che la scienza, la virti e la verità valgono
di per se stesse, e che i cristiani, lungi dal condannare le verità e le
virti degli antichi, debbono anzi accettarle e coltivarle. I poeti, i
grammatici, i retori ed anche gli stessi filosofi, spesso oggetto di
timori e di condanne, hanno infatti insegnato delle dottrine intrinsecamente
utili e vere che costituiscono un prezioso patrimonio umano. Perciò, al
discepolo che gli chiede quale sia la differenza tra i filosofi antichi e
i cristiani, Alcuino può rispondere che solo il battesimo e la fede li
distinguono, e che la saggezza antica, che ha compreso la natura e la
ragione delle cose, può costituire il migliore accesso alla suprema sapienza
cristiana. I filosofi, egli scrive, non hanno creato, ma solo scoperto
quelle arti; poiché Dio stesso le ha poste nella realtà e nella natura,
lasciando che gli uomini più dotti le scoprissero con le loro forze. Come
non riconoscere, perciò, la necessità dello studio delle arti liberali,
necessarie, del resto, anche ai teologi e a tutti i maestri della Sacra
Pagina? E come non scorgere in questo studio un alto dono di Dio, e un
compito meritorio per ogni cristiano? Ecco perché, nel tracciare il
suo piano di insegnamento, Alcuino affermò cosi recisamente la funzione
propedeutica delle arti liberali che costituiscono la solida base della
cultura, e perché costrui la scuola carolingia sul modello delle scuole
monastiche ed episcopali anglosassoni, cercando di raccogliere organicamente le
testimonianze e le fonti essenziali delle antiche discipline. Mediocre
poeta, teologo di scarso rilievo (il suo De ratione animae non è che una
esposizione debole e generica di motivi agostiniani e vagamente
neoplatonici), egli ebbe però, in sommo grado, il senso della organizzazione
della cultura.E lo testimoniano i suoi manuali, dalla Grammatica ricavata
dagli scritti di Prisciano, Donato e Isidoro, al De orthographia che
ricalca Beda, al Dialogus de rhetorica costruito su materiali
ciceroniani, al De dialectica ove utili zza Boezio, Isidoro e le
pseudoagostiniane Categoriae decem. La nuova organizzazione degli studi
promossa da Alcuino non tardò a dare i suoi frutti. Già durante il regno
di Carlo le regioni centrali'dell’Impero vedono aumentare rapidamente le
istituzioni scolastiche, affidate in gran parte ai monaci benedettini. Le
abbazie di S. Martino di Tours, Fulda, Fleury, Reichenau, sono i centri
della cultura carolingia, di cui trasmetteranno, per tre secoli, le
direttive essenziali, mediante un tipo d'insegnamento letterario che ha
non pochi punti di contatto con la tradizione grammaticale del tardo
Impero. Se infatti il carattere delle scuole resta sempre essenzialmente
ecclesiastico e chiuso nell’ambito delle dottrine scritturali e patristiche, la
base su cui si fonda l’istruzione dei chierici è squisitamente classica e
legata alla lettura e al commento dei classici latini. Ciò spiega il
moltiplicarsi dei codici, copiati nei centri scrittori delle maggiori
abbazie e rapidamente diffusi nelle varie scuole di Europa. Ma la lettura
di questi testi e il commento grammaticale non sono certo l’unica
attività dei dotti carolingi, né la loro cultura si esaurisce come è stato pur detto da taluni
storici in una esercitazione
grammaticale. La partecipazione commossa alla cultura classica, l’amore
per gli antiqui considerati come maestri di umanità, la familiarità con
le loro opere, implicano infatti tutto un modo di concepire il rapporto
tra la sapientia cristiana e il pensiero degli antichi, ben lontano
dalla intransigente repulsa di un Gregorio Magno. Né meraviglia che i
discepoli di Alcuino possano addirittura usare i nomi e gli aggettivi delle
divinità antiche per alludere agli attributi del Dio cristiano, o paragonare,
quasi inconsapevolmente, le beatitudini paradisiache alle gioie sensibili
dell'Olimpo classico. D'altra parte, accanto a questa formazione
prevalentemente letteraria e umanistica, la cultura carolingia non manca già
d’interessi più nettamente filosofici, ereditati indirettamente dalla
vicina tradizione L'età carolingia della filosofia
classica. Studi recenti hanno appunto accentuato, magari attribuendole un
significato superiore al suo vero carattere, l’Épistola de nihilo et tenebris
di un discepolo di Alcuino, Fredegiso di Tours, maestro di notevole
influenza durante il regno di Ludovico il Pio e di Carlo il Calvo. Fredegiso
muove dall’interpretazione letterale del testo scritturale ove è scritto che
Dio ha creato il mondo dal nulla (er rikilo), per concludere che il nulla
è qualcosa di reale. Questa idea induce poi, come naturale conseguenza, ad affermare
che il nulla non è affatto semplicemente l’assenza o negazione
dell'essere; nerché come argomenta
il monaco ogni nome deve avere un
sionificato esatto e determinato, e quindi indicare qualcosa. di positivo e di
reale; perciò se, dicendo uomo, pietra, ecc.. indichiamo sempre una cosa
reale, anche pronunziando il nome niki! dovremo indicare una res. Nel
caso contrario non sarebbe possibile stabilire un significato per il
termine nihil, siacché ogni significazione è significazione di quello che c'è,
ossia di qualcosa di esistente; e se questo è vero, e se il termine nihil
è significativo, vuol dire che esso indica un ente reale ed
evidente. L’argomento di Fredegiso può sembrare, e forse era,
almeno nella sua forma scolastica, un puro esercizio di abilità
dialettica simile a ouelli attribuiti a un îonoto Atheniensis Sophicta
che sarebbe vissuto alla corte di Carlo Magno; ma assume un sicnificato
ben diverso, se si riflette che la sua discussione finisce con
l’implicare lo stesso concetto doematico della creazione er nikilo e con
l’ammettere l’esistenza di una entità comune e indefinita di cui Dio si
sarebbe servito come di una materia indispensabile per creare il mondo.
Una simile idea che rispecchia
orobabilmente una precisa influenza platonica
spiega assai hene le polemiche e le accuse sollevate contro
Fredegiso da altri maestri, come Agobardo che nel Liber contra Fredegisum
gli contestò anche di credere alla preesistenza delle anime. Agobardo,
critico insistente delle superstizioni popolari e delle pratiche magiche
che stigmatizzò più volte nei suoi scritti, riteneva pericolose le
dottrine di Fredegiso, di cui non gli sfuggiva il sostanziale contrasto
con i dati della rivelazione. Eppure, anche la sua cultura, la sua familiarità
con gli antichi, la sua fiducia nell’accordo tra la ragione e la religione e la
sua avversione per la misura irrazionale delle oscure credenze
superstiziose, sono i frutti della rinascita intellettuale carolingia di cui
rispecchiano alcune delle componenti essenziali. Fredegiso ed
Agobardo sono due personalità strettamente legate alla diffusione della
nuova cultura, mei principali centri scolastici della Francia
carolingia. Ma negli stessi anni anche la Germania meridionale conobbe gli
effetti della rinascita intellettuale promossa da Carlo e da Alcuino,
soprattutto per merito della scuola benedettina di Fulda. Principale
protagonista di questa diffusione fu, del resto, un altro discepolo di Alcuino,
Rabano Mauro che, dopo aver iniziato i suoi studi a Fulda, era passato
alla grande scuola di S. Martino di Tours, per tornare di nuovo a Fulda,
arricchito dell’esperienza di un ambiente intellettuale cos superiore
alla rozzezza delle scuole tedesche. Maestro ed abate di Fulda, e poi
arcivescovo di Magonza, Rabano esercitò una influenza determinante
nell’organizzazione della vita culturale ed ecclestiastica della
Germania. Ma soprattutto egli diede alle scuole medioevali un complesso
di scritti e di manuali particolarmente adatti alle condizioni della
cultura del tempo, come la Grammatica, redatta sui modelli cari ad
Alcuino, e un trattato sul computo ecclesiastico. Al nome di Rabano sono,
pure attribuite, ma senza gran fondamento, anche delle glosse a Porfirio
e al De interpretatione di Aristotele che, se fossero realmente sue,
testimonierebbero un vigore dialettico davvero eccezionale per i suoi tempi.
Ma la sua opera più importante fu il trattato De clericorum
institutione, un vero e proprio corso di studi ecclesiastici per la
formazione e l’incivilimento del clero germanico. Il programma che
Rabano vi propone non è sostanzialmente diverso da quello di Alcuino, da cui
riprende l’ordinamento sistematico delle arti del trivio e del quadrivio,
e lo studio degli autori classici come maestri di eloquenza. Certo, questo
studio va condotto secondo l’esempio dei Padri, con la stessa discrezione
e prudenza di un Agostino o di un Gerolamo, e senza cedere alle lusinghe
mondane che sono celate nelle parole degli scrittori pagani. Però i! loro
sapere non deve essere respinto o condannato: anzi Rabano si serve
largamente di materiali classici anche nel suo ampio scritto
enciclopedico De rerum naturis et verborum proprietatibus et de mystica
rerum significatione, ove la natura e i suoi fenomeni sono interpretati
in senso allegorico, mistico e morale, secondo un procedimento non
dissimile da quello di Beda e di Isidoro. L’opera educativa di
Rabano fu continuata in Germania da Candido di Fulda, autore dei Dicta Candidi,
modesto opuscolo intessuto di citazioni agostiniane, che ha però
interessato gli storici perché contiene già alcuni elementi di una prova
dialettica dell’esistenza di Dio, fondata sul rapporto tra l’imperfezione
umana e l’assoluta perfezione divina. L'influenza di Rabano non si limitò
però all'ambiente di Fulda, ma si estese anche al monastero benedettino di
Reichenau, con l’insegnamento di Walfrido di Strabo, e in Francia, ove l’opera
di Servato Lupo di Ferrières s’ispira spesso ai canoni ermeneutici di
Rabano, continuandone la direttiva umanistica con sottile sagacia
filologica. La vivace ripresa culturale della fine dell’VIII secolo
e della prima metà del IX, non poteva naturalmente restare estranea
all’ambito del le discussioni teologiche, e difatti nella seconda metà del IX
secolo si svolgono nuove controversie che riflettono la presenza di
tendenze dottrinali divergenti e rivelano un uso già scaltrito degli
strumenti dialettici. Le controversie investono i temi più delicati della
riflessione teologica dalla natura del rapporto trinitario al modo onde è
avvenuta la generazione di Cristo, sul carattere della visione beatifica,
sul rapporto tra l’anima e il corpo e, ancora e soprattutto, sulla presenza
del Cristo nelle specie eucaristiche. E se pure nascono nell’ambito di
una scuola o di una abbazia, divengono presto cosa pubblica,
provocano l'intervento delle gerarchie ecclesiastiche, e, molto spesso,
anche quello dell’Imperatore che, come advocatus ecclesiae, investe della
lorc soluzione i sinodi e i concili. Ciò spiega la rapida fioritura di
una vasta letteratura controversistica, nella quale vengono largamente
usati i metodi acquisiti attraverso la pratica delle arti liberali. Cosi
Pascasio Radberto, abate di Corbie affronterà nel suo trattato De corpore
et sanguine Christi il problema della presenza del Cristo nell’eucarestia,
dibattuto dalle opposte dottrine di chi afferma la presenza divina in
veritate, e cioè come una realtà fisica e sensibile, e coloro che
sostengono la presenza in mysterio o in similitudine e quindi
attribuiscono all’eucarestia un carattere puramente mistico e simbolico.
D’altra parte, Ratramno di Corbie, non solo tornerà su questo tema in
polemica con Pascasio nel De corpore et sanguine Christi, ma scriverà un trattato
De quantitate animae e un De anima assai interessanti, poiché rivelano la
presenza, nella cultura teologica del IX secolo, di dottrine attribuite a un
Macario Scotto, che affermano l’esistenza di una anima universale comune
a tutti gli uomini. Queste discussioni come quella assai più importante sulla
predestinazione che coinvolgerà intorno all’848 Ratramno di Corbie, Gottschalco
di Orbais, Rabano Mauro, Incmaro di Reims e Giovanni Scoto Eriugena sono l’ultimo frutto della civiltà carolingia
già avviata al suo rapido declino. Ma prima che l’Europa, devastata da
nuove ondate d’invasione e travolta dall’anarchia feudale, conosca una
nuova età di regresso intellettuale, la cultura cafolingia toccherà il
suo pit alto livello filosofico nelle speculazioni di Giovanni Scoto
Eriugena. La cultura carolingia attinse principalmente le sue dottrine
teologiche dalla tradizione patristica latina e soprattutto da Agostino;
ma non le furono però neppure estranee le dottrine dei Padri greci che i
monaci britannici avevano spesso letto direttamente nella loro lingua, né
le tesi platoniche esposte e commentate nelle opere di Boezio. D'altra parte, i
monaci dell’Irlanda, ove già al tempo di Teodoro di Canterbury si erano
rifugiati dei dotti religiosi britanni desiderosi di dedicarsi liberamente alla
vita contemplativa, perfezionarono la conoscenza del greco al diretto
confronto di testi e tradizioni ignote, in quel momento, nelle scuole
continentali. Sicché il vivo interesse per il mondo antico e per i suoi
grandi awctores poté essere mantenuto e coltivato, nel corso del IX
secolo, dalla larga emigrazione di maestri irlandesi che passarono nelle
scuole della Francia, soprattutto a Reims e a Laon, portando spesso,
insieme alla loro perizia nelle arti liberali, anche la testimonianza e
la diretta influenza di una generica ispirazione platonica. Ma le loro modeste
conoscenze filosofiche non potrebbero spiegare la maturazione di un'eccezionale
personalità filosofica come Giovanni Scoto Eriugena, destinata a imporre una
netta caratteristica platonica e neoplatonica a tutta la riflessione filosofica
dell’Alto Medioevo. Né questa rinascita speculativa sarebbe storicamente
comprensibile ove non ricordassimo la funzione determinante esercitata
nella tarda cultura carolingia dai trattati teologici attribuiti n Dionigi
l’Areopagita.. Questo Corpus dovuto probabilmente all’anonima
fatica di uno scrittore cristiano vissuto in Siria tra la fine del IV e
l’inizio del V secolo, incontrò subito una larga fortuna nell'ambiente
intellettuale carolingio, già predisposto singolarmente a subire le suggestioni
delle dottrine neoplatoniche. Inviati in dono a Ludovico il Pio dal
Basileus bizantino Michele il Balbo, gli scritti dionisiani furono infatti
solennemente custoditi fin dall’827 nell’abbazia di S. Dionigi presso Parigi,
ove fiori rapidamente la leggenda che accompagnò poi costantemente la loro
diffusione. Ma l’interesse che essi suscitarono tra i dotti del tempo, e
che continuarono poi ad esercitare per secoli, va indicato proprio nel
singolare carattere filosofico e storico dei quattro trattati (De
coelesti hierarchia, de ecclesiastica hierarchia, de divinis nominibus,
de mystica theologia) e delle dieci lettere, che rappresenta, in realtà,
il tentativo più compiuto ed organico di risolvere le dottrine essenziali del
neoplatonismo nel quadro di una concezione sostanzialmente
cristiana. Nel Corpus areopagiticum, in cui rivive lo spirito di
Plotino, ma più ancora di Proclo (la cui Elementatio theologica ispirò
largamente l'ignoto autore), è delineato tutto un modo di considerare il
sistema della realtà, il suo rapporto con Dio, e l’essenza stessa della
divina natura e dei suoi attributi, che si accorda perfettamente alla
mentalità di uomini educati al platonismo dei Padri e di Boezio.
Applicando alla conoscenza di Dio due metodi d’indagine, l’uno positivo e
l’altro negativo, lo Pseudo-Dionigi attribuisce a Dio tutte le perfezioni
che la mente umana coglie nelle creature e che nella divinità sono
esaltate al loro grado supremo; ma, sulla linea di Plotino e di Proclo,
nega tutto ciò che v’è di limitato e di definito in questi attributi
umanamente apposti alla sostanza divina. Per questo, specialmente nel De
divinis nominibus, Dio è definito come bontà, essere, luce, unità; eppure viene
insieme affermata la sua assoluta impredicabilità, perché anche il più
eccelso attributo è sempre inadeguato, e la più alta conoscenza di Dio è
data soltanto dall’oscurità tenebrosa del sapere mistico. La
Theologia mystica accentua insomma radicalmente l’assoluta trascendenza
divina, che è al di là di ogni possibile definizione, persino dello stesso nome
di Essere e di Uno. Il sapere mistico che è oltre ogni affermazione ed ogni
negazione, che ignora sapendo d’ignorare e rifiuta qualsiasi determinazione
concettuale, è l’unico grado supremo di conoscenza, smarrimento totale in
cui si compone la assoluta fusione della mente con Dio, nell'oblio
assoluto di tutto ciò che è creato, limitato e temporale. Ma ciò non toglie
che, per lo Pseudo-Dionigi, tutta la realtà partecipi in certo modo della
realtà divina, sia insomma una celeste processione di forme che Dio trae
dalla sua perfetta supernità, distinguendole da sé, nell’infinita diffusione
della sua eterna luce. Con lo stesso linguaggio immaginoso di
Plotino e di Proclo, u L'Alto Medioevo sando le loro stesse
analogie luminose, cariche di reminiscenze platoniche, l’ignoto autore descrive
il diffondersi di Dio di grado in grado, il suo generare un mondo scandito in
successivi gradi di perfezioni gerarchiche, il suo rivelarsi attraverso le
proprie opere nella perfetta teofania dell’universo. Tutto, infatti, dagli
esseri intelligibili e intelligenti alle anime irrazionali degli animali,
alla vita torpida delle piante, alle cose che non hanno né anima né vita,
è parola di Dio, espressione compiuta della eterna illuminazione con cui
Egli esprime il suo Essere. E se è vero che infinita e incolmabile è la
differenza e la distanza tra Dio e le creature, pure ogni aspetto e forma
della realtà è un grado dell’ascesa verso Dio, fino all’ultimo salto
della unione mistica. Naturalmente, la presenza divina si dispiega poi in
sommo grado nella gerarchia degli spiriti puri (trattato De coelesti
hierarchia), che muovono le sfere celesti e costituiscono gli intermediari tra
Dio e la natura terrena, cosîf come la gerarchia ecclesiastica è
intermediaria tra l’uomo e la grazia divina. Cosi Dio, fine ultimo e
supremo, attira a sé tutte le cose create attraverso il moto d’amore che
ispira alle celesti intelligenze e che da queste si propaga di grado in
grado, fino a confluire nella perfetta mobilità della monade divina. Per
un duplice processo, la cui descrizione risolve in sé tutte le vicende delle
cose, il mondo esce eternamente da Dio ed eternamente vi ritorna, come il
raggio riflesso torna alla sua sorgente e le onde del mare fluiscono e
rifluiscono sempre dalla medesima riva. Non occorre credo
insistere ulteriormente sul carattere della speculazione
dionisiana, per ricordare come essa offrisse al pensiero medioevale un
immenso perfetto quadro dell’universo, in cui la tradizione platonica pareva
accordarsi con le parole della Bibbia e del Vangelo. Né è difficile mostrare
come questa visione cosf gerarchica della realtà potesse rispondere
all’esigenza di una cultura fondata sull’ordine gerarchico della vita
ecclesiastica e feudale dominata da un ideale teocratico che pervadeva
tutte le funzioni della vita civile. L’analogia dionisiana tra la
gerarchia celeste e la gerarchia ecclesiastica, l’interpretazione allegorica e
mistica di qualsiasi momento della realtà, l’insistenza sulla trama di rapporti
mistici e segreti che unisce all’unità divina le molteplici, transitorie
manifestazioni dell’ordine temporale e mondano, furono infatti i
caratteri della mistica dionisiana che dominarono tanti aspetti della cultura
medioevale ispirando con uguale fervore la fantasia dei poeti e
l’esaltata visione dei santi. Ma se l’influenza del Corpus areopagiticum è
presente in tutta la storia della mistica medioevale, che di qui trasse la sua
tipica descrizione dell’ascesa dell'anima a Dio e il suo
linguaggio speculativo, non fu però inferiore anche nell’ambito
strettamente filosofico. Ed è anzi proprio attraverso gli scritti
dionisiani che entrarono in circolazione molte dottrine e motivi platonici e
neoplatonici, presto associati alle testimonianze di Macrobio, alle dottrine
del Timeo fisico e del commento necplatonico di Calcidio. Di questa
influenza è prova eloquente la naturale diffusione del Corpus
artopagiticum nel corso del IX secolo e l’interesse che lo accompagnò fin dalla
sua prima comparsa. Tradotti da Ilduino, abate di S. Dionigi, che non ebbe
alcun dubbio nell’accettare l’attribuzione al supposto discepolo di S. Paolo,
questi scritti furono infatti subito conosciuti nell’ambiente delle
scuole palatine. Ma ben più che alla rozza e infelice traduzione di
Ilduino, essi dovettero la loro rapida fortuna alla più tarda traduzione
di un filosofo irlandese, professore alla scuola palatina di Parigi
durante il regno di Carlo il Calvo: Giovanni Scoto Eriugena. Dotto di
latino e di greco (anche se sembra che abbia studiato questa lingua solo
durante il suo soggiorno parigino), questo monaco si era rapidamente segnalato
tra i suoi colleghi francesi e irlandesi. Cosî, quando i vescovi Pardulo di
Laon e Incmaro di Reims avevano voluto confutare le tesi di Gottschalco che
sosteneva l’assoluta predestinazione sia alla dannazione che alla salvazione
eterna, ne avevano affidato l’incarico all’Eriugena già noto per la sua larga
conoscenza dei Padri e della letteratura teologica. Nell’opuscolo De
praedestinatione, Giovanni affrontò le tesi di Gottschalco, negando recisamente
qualsiasi forma di predestinazione al peccato; ma il modo con cui trattò il
delicato problema teologico alla luce delle idee che furono poi al centro della
sua meditazione, gli valse la severa censura dei due vescovi e quindi le prime
condanne comminategli dai Concili di Valenza e di Langres. La traduzione del
Corpus arcopagiticum, cui attese intorno all’858, confermò poi la sostanziale
ispirazione neoplatonica che si era già manifestata nel corso di quella
polemica; tanto più che egli vi aggiunse anche la versione del De hominis
opificio di Gregorio di Nissa e gli Ambigua di Massimo il Confessore, due operette
di schietta impronta platonica. Non a caso, infatti, proprio Massimo si era
sforzato di volgere in un senso pienamente cristiano le dottrine più ambigue
del corpo dionisiano, identificando le forme divine con gli archetipi
immutabili che Dio immette nella realtà mondana come segni della propria
perfezione e della propria bontà, mentre Gregorio di Nissa aveva accentuato il
significato mediano dell’uomo, posto come intermediario tra Dio e il mondo,
partecipe di due diverse nature e di due opposti destini, Queste fonti sono,
del resto, sempre presenti in tutte le opere di Scoto Eriugena, dal vasto
dialogo metafisico De divisione naturae, al commento alla Hierarchia coelestis,
al commento, pervenutoci frammentario, al Vancelo secondo Giovanni, all’Omelia sul
prologo dello stesso Vangelo. Ma tali scritti testimoniano principalmente la
continuità di una corrente ispirazione platonica, nutrita sf da una larga
familiarità con l’opera agostiniana, ma soprattutto dalla puntuale conoscenza
della prima parte del Timeo, noto attraverso le due versioni di Calcidio e di
Cicerone. A questa base dottrinale schiettamente platonica si accompagna però
un metodo argomentativo che presuppone una notevole conoscenza dei testi logici
aristotelici e, in particolare, delle Categoriae e del De interpretatione. Ed è
anzi proprio la riduzione degli strumenti logici aristotelici in funzione di
una concezione metafisica. platonica cosf operata dallo Scoto, che influirà,
pid tardi, profondamente sugli scritti dell'insegnamento logico dei secoli X e
XI, determinandone talune direttive essenziali. La concezione dottrinale
esposta principalmente nel dialogo De divisione naturae è, certo, tra le pi
audaci che siano state formulate nell’età medioevale, anche se è vero che
talune interpretazioni ne hanno spesso deformato gli effettivi lineamenti
storici, attribuendo al monaco irlandese opinioni e atteggiamenti del tutto
estranei al suo ambiente ed alla sua formazione. Le tesi cosi care agli storici
ottocenteschi, che scorgevano nell’Eriugena una specie di libero pensatore
avant lettre e un filosofo decisamente orientato verso posizioni panteistiche o
immanentistiche sono state infatti smentite da analisi pi approfondite ed
aderenti alla reale posizione filosofica dello Scoto. Eppure, anche se non è
più possibile aderire ai giudizi del Cousin o dello Hauréau, è ugualmente certo
che la sua opera raporesenta un punto di riferimento fondamentale nella storia
della filosofia medioevale, ed è la fonte e il principale veicolo di idee
destinate ad influenzare fecondamente la cultura filosofica e teologica
dell’Occidente. Tutta l’argomentazione del De divisione si fonda sul principio
dell’assoluta unità tra fede e ragione, o, ‘meglio, della perfetta coinci IX e
il X secolo denza della verità filosofica raggiunta per la via del ragionamento
logico, e la verità rilevata direttamente da Dio. Filosofia e teologia hanno in
comune la stessa origine divina, sono entrambe espressione della medesima
eterna Sapienza; e quindi non può esservi tra loro mai contraddizione o
opposizione perché è impossibile che due doni divini siano contradditori ed
avversi. Anche la stessa riflessione filosofica è per Giovanni una forma di
esposizione delle verità affermate dalla fede, cosi come, d’altra parte, la
vera autorità rivelata contiene in se stessa tutte le possibili verità di
ragione. O, come afferma appunto l’Eriugena in un passo che è stato spesso
citato come prova della sua ortodossia: la vera filosofia è la vera religione
e, viceversa, la vera religione è la vera filosofia. Tale principio, più volte
affermato dallo Scoto, sembra presentare una soluzione quanto mai coerente del
problema dei rapporti tra la ricerca razionale e i contenuti dogmatici della
fede ortodossa legata all'accettazione di un complesso ben definito di verità
rivelate. E, in realtà, egli ritiene fermamente che la certezza salvatrice
della rivelazione debba essere sempre illuminata dalla ragione che ne permette
l'effettiva comprensione e la piena consapevolezza. Se la rivelazione ci indica
qual è la verità cui si deve credere a proposito della natura divina, della
natura della nostra anima e del suo destino oltremondano, non è meno necessaria
la ricerca sistematica della ragione che si sforza di interpretare le parole
della Scrittura e di renderle evidenti e comprensibili. Non solo; non si
potrebbe neppure intendere cosa significhi, ad esempio, la dottrina biblica
della creazione, o quale sia il senso degli attributi divini, senza una oculata
interpretazione, svolta per via puramente razionale. Naturalmente, quest'opera
interpretativa, sottile e difficile, richiede l’ausilio dell’autorità dei
Padri, che raccoglie quanto è stato pensato da menti illuminate intorno ai
massimi problemi della teologia. Ma le autorità umane non possono mai esser
poste sullo stesso piano della rivelazione, né godono della infallibilità della
parola divina. Perciò, ogni volta che vi sia un contrasto tra la giusta ragione
e l’autorità dei Padri, l’Eriugena ritiene che si debba scegliere la verità
della ragione ben motivata e definita. Ogni autorità è valida ed inoppugnabile
solo se si fonda su di un ragionamento evidente e rispondente ai requisiti
della verità logica. Né credere alla rivelazione o all'autorità divina
significa accettare ciecamente i suoi interpreti, sia pure accreditati e ortodossi;
la loro autorità deve essere sempre confrontata con l’autorità più alta della
ragione cui spetta in ultima analisi il giudizio definitivo. È appunto
fondandosi su questa piena fiducia nel valore dell’interpretazione razionale
dei dati della rivelazione, che Eriugena traccia un grande quadro della
creazione e della realtà costruita mediante l’uso sistematico e costante di un
procedimento razionale che si richiama ai modelli della dialettica platonica.
Se da un lato egli muove dalla considerazione dei generi supremi per
distinguere analiticamente entro queste unità razionali i generi e le specie
sempre meno universali che vi sono contenuti, d’altra parte risale anche in sen
so inverso l’ordito della realtà, muovendo dall’individuo alla specie ed al
genere, e percorrendo cosî in un duplice movimento l’eterno processo dialettico
della creazione. La divisione della natura esposta nel grande dialogo è
pertanto un continuo discendere dalla unità immutabile del sommo, unico
principio divino alla infinita molteplicità delle sue determinazioni successive
che però, a loro volta, sono razionalmente ricondotte all’unità che le genera e
considerate nell’ambito assolute dell’essere cui tutte partecipano. Il ritmo
dialettico, definito da Plutone nelle pagine del Parmenide, e riaffermato da
Plotino e da Proclo, è cosi posto a fondamento del rapporto tra Dio e il mondo,
tra l’onnipotenza creatrice, sottratta al tempo e al mutamento, e la realtà
fluente e mutevole delle cose sensibili. Ed ecco perché la comprensione dell'ordine
e della struttura gerarchica dell’universo, già definita dallo Pseudo-Dionigi,
si risolve nell’intelligenza di come si generino dalla Sapienza divina le idee,
i generi, le specie e gli individui che lo costituiscono secondo la legge
immutabile di un processo logico interno ad ogni realtà. Se l’universo è per
l’Eriugena, come per lo Pseudo-Dionigi il puro specchio di Dio in cui si
riflettono le forme e le immagini delle idee eterne, il movimento razionale per
cui si risale dalle cose alle idee, e dalle idee all’unità di Dio, è il ritorno
della realtà alla sua fonte ed alla perfezione originaria. Tutto questo spiega
perché la natura sia considerata nel De divisione entro una quadruplice
distinzione che segna appunto i momenti essenziali del suo interno processo
dialettico. Cosi, in primo luogo, natura non creata e creante è l’unità divina
donde tutto si genera. Natura creata e creante sono le idee eterne presenti nel
suo intelletto come archetipi eterni delle cose, mentre sono natura creata e
non creante le realtà molteplici e mutevoli, l’universo generato e definito
nella misura della temporalità. Infine Dio stesso, considerato come ultimo fine
e supremo scopo della realtà, è la natura non creata e non creante,
perfettamente, assolutamente conclusa nella sua eterna perfezione. Ora è subito
evidente che queste distinzioni si risolvono sostanzialmente nell’unica
distinzione fondamentale tra il creatore e le creature, tra l’unico principio e
la sua esplicazione nel molteplice. Ma proprio perché Dio secondo la
definizione dionisiana è al di là di tutte le determinazioni possibili e
trascende ogni forma, aspetto o nome definito, anche l’Eriugena può riprendere
la tematica della teologia negativa applicandola con logico rigore. In tal
modo, se per via positiva si può affermare di Dio tutto ciò che esiste e
attribuirgli tutte le possibili perfezioni, occorre però ricordare che tale
affermazione è solo simbolica e che la si può riferire a Dio non perché egli
sia realmente questa o quella realtà determinante, ma perché è la causa e il
fondamento assoluto del suo essere. Definire Dio con un nome o con un concetto,
chiuderlo entro un termine particolare, significherebbe negare la sua realtà
superessenziale; perciò, ogni volta che si predica di Dio qualcosa, occorre
insieme affermare e negare, attribuire e non attribuire. Dio è infatti al di là
di ogni essenza, com'è al di là della verità e dell’eternità, oltre ogni
categoria logica e ogni perfezione attribuibile. Ma ciò non toglie che egli sia
però una superessenza, una superbontà e sovraeternità, e che il linguaggio
umano non abbia altra via che quella di alludere al suo essere con l’artificio
di negare la stessa affermazione. Che simili temi, ripresi direttamente dalla
tematica dionisiana, derivino dalla tradizione di Plotino e di Proclo, è cosa
ben evidente. Ma la conseguenza più importante è la compresenza nel pensiero
dell’Eriugena di una profonda esigenza mistica che mira a risolvere la
conoscenza di Dio’ nell’oscura trascendenza dell’ignoranza, e di una considerazione
positiva della realtà mondana, colta nel suo indissolubile nesso dialettico con
l’Uno creatore. Tutto ciò che esiste, ogni sostanza individuale, esprime
infatti nella sua limitazione la potenza della bontà divina che l’ha tratta dal
non essere per condurla alla realtà. Ma nello stesso atto creativo è a sua
volta implicita l’eterna distinzione delle persone trinitarie che pone una
intima relazione dialettica tra il Padre, il Figlio e lo Spirito, e che, nel
linguaggio platonizzante dell’Eriugena, assume una caratterizzazione non molto
lontana dalla successione emanatistica delle ipostasi plotiniane. Certo, il
processo che entro l’immutabile unità divina distingue il Padre, il Figlio e lo
Spirito, non è una divisione come quella che distingue le varie specie entro lo
stesso genere, o le varie parti nel tutto, né è paragonabile alla generazione
di una forma dall’altra forma. Eppure, è proprio mediante questa distinzione
che l’Eriugena può pensare il moltiplicarsi dell’Unità divina nella
molteplicità delle Idee, prototipi, predestinazioni, volontà divine e, insomma,
archetipi di tutte le cose create che il Padre preforma o stabilisce nel Verbo.
Tali Idee sono coeterne a Dio, e quindi non hanno né origine né fine nel tempo,
anche se il Padre è l’assoluto principio del loro essere. Pur diverse e
molteplici, esse costituiscono nel Verbo un’unica semplice realtà, ove è già
eternamente contenuto tutto ciò che potrà poi esistere e svilupparsi nel tempo.
Ma benché siano identiche e identificate nel Verbo divino, esse sono però già
delle creature, teofanie che svelano l’ineffabile superessenza divina,
conservandone l’assoluta e immutabile perfezione. Nelle Idee la natura divina
può quindi apparire, al tempo stesso, come creatrice e come creata. O meglio:
Dio si autocrea nelle Idee per emergere dal segreto della sua natura e
rivelarsi a se stesso e a tutta la realtà che ne è, per altro, l’effettiva e
necessaria rivelazione. Le Idee o specie eterne considerate nella loro
molteplicità sono però, al tempo stesso, anche quelle essenze e forme
immutabili secondo le quali è costruito tutto l’opificio del mondo sensibile.
Come Dio crea le Idee distinguendole nella sua unità, cosî le Idee si
moltiplicano nella produzione degli individui, secondo un ordine gerarchico
perfettamente logico e dialettico. Dalle Idee derivano infatti direttamente i
generi, dai generi le specie e da queste le sostanze individuali; ma questo
processo è pur sempre opera divina, anzi particolare attribuzione della terza
persona trinitaria, lo Spirito Santo, che l’Eriugena concepisce come un
principio fecondatore che distribuisce nella natura le forme o essenze divine.
Cosi ogni creatura che riproduce a suo modo l’immagine di Dio resta definita in
una sua intima trinità che riflette la trinità divina; poiché, se l’essenza
corrisponde al Padre, la sua virtus attiva corrisponde al Verbo e la sua
propria operazione allo Spirito Santo. Le serie delle teofanie che discendono
dalle Idee agli individui costituiscono l’ordine e la trama metafisica della
natura. Ma questa concezione è ulteriormente chiarita e sviluppata
dall’Eriugena, mediante la ripresa della dottrina di origine neoplatonica e
agostiniana dell’illuminazione divina, che gli serve per definire il rapporto
tra Dio e la realtà. Tutti gli esseri creati costituiscono infatti altrettante
determinazioni particolari e singole dell’unica luce divina, il cui splendore
si manifesta in grado diverso secondo la maggiore o minore perfezione dei
singoli individui. Ogni cosa determinata e particolare è, a suo modo, segno e
simbolo della divinità, rivelazione ed espressione dell’infinita potenza
divina. Dalle sostanze immateriali come le gerarchie angeliche, all'uomo che
partecipa insieme dell’ordine spirituale e della natura materiale, alle cose
puramente materiali e sensibili, si svolge un continuo processo di rivelazione,
un espandersi e definirsi della luminosità divina, in forme sempre pid limitate
e lontane dalla sua fonte originaria. Tutto ciò che v'è di reale e di esistente
deriva infatti necessariamente dalla sostanza divina, il cui essere è pertanto
l’essere di tutte le cose. Eppure proprio perché ogni realtà individuale
partecipa dell’Essere divino, ma senza potervisi identificare pienamente, ecco
delinearsi tra Dio e le creature un distacco e una diversità irriducibile che
nessun intermediario potrebbe mai colmare. Il diffondersi della luce divina nei
suoi diversi gradi di luminosità e di chiarezza segue infatti un preciso ordine
gerarchico, in cui ogni grado definisce dei rapporti di analogia e significazione
pifi o meno adeguati, ma pur sempre incapaci di restituire compiutamente la
fondamentale natura divina; e la gerarchia presente in ogni grado e forma della
realtà, mentre esprime l’ordinata partecipazione di tutti gli esseri all’essere
divino, accentua però e definisce la distinzione tra il Dio-uno e la natura
limitata e molteplice. Così gli angeli, che occupano il primo rango nell’ordine
delle creature, sono sf intelligenze perfette in cui la divinità si rispecchia
nella sua più alta espressione; ma sono anch’essi distinti dalle idee divine
perché possiedono un corpo spirituale, senza dimensioni o forme sensibili,
eppure ben diverso dall’assoluta semplicità della natura creata e creante. Agli
angeli spetta però il privilegio di conoscere direttamente la realtà divina,
quasi per mezzo di un’esperienza sovrarazionale che coglie Dio nella sua prima
manifestazione del Verbo, nelle idee ed eterne cause di tutte le cose. Ma anche
questa conoscenza viene partecipata agli angeli, in linea gerarchica, a seconda
della loro maggiore o minore perfezione, sino all’ultimo grado della gerarchia
angelica che, a sua volta, la trasmette ai supremi fastigi della gerarchia
ecclesiastica, destinata a diffonderla tra la massa oscura e inferiore dei
fedeli, Difatti l’uomo, per quanto sia posto per sua natura al confine tra il
mondo spirituale e quello naturale, non sarebbe mai capace di afferrare
liberamente, con le sue forze naturali, la luce della rivelazione divina.
Situata nell’ordine cosmico, in un grado ben inferiore a quello delle nature
angeliche, limitata dalla sua esistenza corporea e dai bisogni e dalle
necessità che ne derivano, la natura umana è profondamente decaduta e corrotta,
né possiede di per se stessa i mezzi e il potere per liberarsi dalle proprie
colpe. Eppure il suo fondamento eterno è posto in primo luogo nell’Idea pura
dell'uomo sempre presente nella mente divina e nella conoscenza che Dio ne
possiede eternamente. Per questo, appunto, l’uomo è capace di riunire in sé
quanto v'è di più eccelso e di più basso nella realtà e di presentarsi come la
sintesi vivente di tutta la creazione, il microcosmo che riflette e risolve in
sé l’ordine e l’infinita ricchezza del macrocosmo. Da un lato, la parte più
nobile della nostra natura, che è l’intelletto e l’essenza, c'induce a volgerci
direttamente a Dio, con un atto di desiderio che mira all’essere
eccellentissimo, al di là di ogni essenza particolare, o di ogni definizione o
limite. Ma d’altra parte, l’uomo è pure ragione discorsiva, e cioè capacità di
definire l’essenza ignota e infinita di Dio come causa di tutte le cose, di
contemplare le Idee o archetipi presenti in Dio, senza alcun bisogno dell’aiuto
dell'esperienza sensibile. Certo, anche l'intelligenza di queste idee è compito
arduo, né la nostra mente sembra sempre capace di afferrare direttamente e in
modo compiuto l’essenza pura e ineffabile. Ma se le Idee possono apparire
irraggiungibili e troppo lontane dai limiti della ragione umana, è sempre
possibile afferrare le loro teofanie che si presentano nelle nature angeliche
come nelle anime umane. In tal modo attraverso la contemplazione delle teofanie
la mente può pervenire ad una conoscenza delle cause prime che se anche non ci
rivela le loro essenze, ci lascia però comprendere la loro effettiva azione e
la loro presenza nelle cose. Oltre a queste due facoltà v’è poi, nell'anima
umana, una terza attività che mira a comprendere l’essenza delle singole cose
create dalle cause prime o archetipe e conoscibili dai sensi esterni. Tale
cono. scenza è de*erminata dalle immagini sensibili che sono di diversa natura
a seconda che siano prodotte direttamente nei sensi sotto l’azione degli
oggetti esterni o che si tratti invece di immagini formate dall’anima in
dipendenza dell’esperienza sensibile. Nondimeno esse rappresentano il diretto
rapporto con il mondo molteplice degli iridividui in cui si scandisce l’ordine
naturale. E come il processo della creazione muove dall’unità per generare
l’infinita molteplicità della natura, cosi anche la conoscenza umana viene
determinandosi e distinguendosi di grado in grado, via via che discende dalla
contemplazione dell’uno all’intellezione dei generi e delle specie, e quindi
all’esperienza sensibile delle cose determinate e individue. A questo processo
di divisione, svolto secondo la tecnica della dialettica platonica, corrisponde
però un identico processo di ritorno all’unità. Poiché il pensiero umano è
capace di muovere dalla molteplicità degli individui conosciuti per via
sensibile per passare discorsivamente all’intelligenza delle loro specie e dei
loro generi, e da questi alla contemplazione delle Idee ed alla contemplazione
dell’Uno. Che questo processo di ritorno sia possibile è dimostrato per
Giovanni Scoto Eriugena, da un'analisi più profonda della natura uma na. Se
l’uomo, originariamente dotato di un corpo incorruttibile come quello angelico,
ha perso con il peccato originale questo’ dono ed è stato soggetto alla
corruttela ed alla morte, non ha però perduto la possibilità di salvarsi e di
trovare nel Verbo divino un principio di redenzione che riabiliti, attraverso
la restaurazione della natura umana, l’intero ordine della natura fisica. È
infatti solo nell’unità ideale del Verbo che il mondo molteplice e transitorio,
la matura creata e non creante può tornare nuovamente alla sua fonte e compiere
quel processo di unificazione cui tende fatalmente ogni individuo creato. Cosi
l’uomo, creato simile a Dio, ma divenuto dissimile per il peccato e la
conseguente corruttela, può sforzarsi di identificare il suo essere con la
perfezione creatrice, risalendo di grado in grado lungo la scala delle realtà.
Per giungere a questo scopo supremo è necessario un lungo processo di ritorni
successivi e parziali, attraverso il quale la mente umana ripercorra
esattamente tutti i gradi o momenti con cui si è scandita l’opera della
creazione. E se l’anima razionale si è prima come dispersa e moltiplicata
nell’infinita distinzione degli atti e dei desideri fisici, occorre che adesso
essa muova da questa dispersione per tornare all’unità originaria e rispondere
al richiamo irresistibile della divinità. La morte fisica che disperde e
dissocia al massimo gli elementi costitutivi dell’uomo è quindi quel punto
solutivo in cui la caduta dell'anima dall’umanità divina nel mondo sensibile si
arresta bruscamente ed ha termine. Una seconda fase del ritorno avrà luogo nel
momento della resurrezione, quando ogni anima riprenderà il suo corpo e
ricostituirà l’unità dei propri elementi; ad essa seguirà una terza fase
consistente nella progressiva trasfigurazione del corpo nello spirito,
attraverso i vari gradi di vita spirituale, dal senso alla ragione allo spirito
o intelletto che è lo scopo e la tensione di ogni creatura razionale. Infine,
nella quarta fase, la natura umana nella sua totalità potrà tornare alle Idee o
cause prime eternamente sussistenti in Dio; cosi essa attingerà dapprima in Dio
la conoscenza di tutte le creature, per elevarsi, poi, alla Sapienza o
contemplazione assoluta della verità, almeno per quanto è possibile a un
intelletto creato. Ma anche al di là di questa fase, sarà possibile un ultimo
più alto grado di ritorno; e l’anima umana, in cui si compendia tutto
l’universo creato, sarà profondamente penetrata da Dio e si risolverà nella sua
superessenza, termine ultimo, definitivo della perfetta unificazione. Un tale
processo di ritorno che ricorda con impressionante parallelismo certe famose
pagine neoplatoniche non è però soltanto un movimento intellettivo o un’ascesa
a Dio della ragione naturale. Giovanni Scoto Eriugena afferma che senza
l’intervento della grazia divina e senza la morte e la resurrezione di Cristo,
non sarebbe mai possibile restaurare la natura umana decaduta e corrotta. Né,
d’altra parte, quando parla dell’unità dell'anima con Dio o addirittura di
deificazione, egli intende teorizzare una totale risoluzione della natura umana
in quella divina o accedere ad una possibile soluzione panteistica. Al
contrario come è scritto in un passo, del resto, ben noto del De divisione si
tratta di una adunatio sine confusione, vel iunctura, vel compositione, che non
dovrebbe affatto negare la diversità radicale tra la sostanza umana e la
sovraessenza divina, pur realizzando la profonda unità spirituale tra l’anima
contemplante e l’oggetto supremo della sua contemplazione. Ma sebbene
l’Eriugena professi di restare fedele al suo compito di interprete della verità
rivelata e riaffermi costantemente il suo pieno ossequio alla dottrina
cattolica, la stessa forza delle formule neoplatoniche continuamente usate
spinge la sua riflessione a conseguenze difficilmente compatibili con
l’ortodossia. In questo universo cosi profondamente unito all’unità creatrice,
in questa cosmologia che si sforza di conciliare il racconto biblico della
creazione con le dottrine del Timeo e di Calcidio, non è facile’ cogliere il
punto di distinzione tra l’infinità assoluta di Dio e l’infinita generazione
delle creature prodotte dalla sua stessa essenza. E certo, nonostante che
l’Eriugena si richiami spesso anche ad Agostino, e non perda occasione per
temperare la sua ispirazione filosofica con le dottrine dei Padri, egli è
soprattutto un filosofo di formazione e mentalità neoplatonica preoccupato
profondamente di dare al proprio pensiero un esito teologale e Ortodosso,
sempre minacciato però dal carattere schiettamente platonico delle sue dottrine
fonda mentali. Ecco perché le idee escatologiche di Giovanni Scoto Eriugena han
no un significato cosi vicino a quelle di Origene, donde riprendono del resto
alcuni motivi fondamentali. In questo universo in cui la stessa materia fisica
si riduce ai propri elementi intelligibili non v'è naturalmente posto per un
male irriducibile o per la dannazione eterna, né, tanto meno, per la concezione
tradizionale delle pene oltramondane. Certo, il filosofo irlandese non vuole
con questo negare la distinzione teologica tra i reprobi e gli eletti, né
impugnare in tal modo uno dei più saldi fondamenti del dogma cristiano. Ma
basta leggere talune pagine significative del De divisione o del commento al De
coelesti hierarchia per intendere come elezione e condanna, beatitudine e
sofferenza eterna siano identificate dall’Eriugena con la vera conoscenza o con
l’assoluta ignoranza della verità divina, senza che vi sia più alcuna allusione
alle sofferenze o godimenti sensibili. La vera beatitudine della vita eterna è
dunque la visione limpida e perfetta della divinità, l’intima comunione col suo
essere. La natura riscattata e salvata dal sacrificio di Cristo e dall’ascesa
dell'anima non reca più nessun segno del male, né potrebbe mai ammettere
nell’eternità dell’inferno le vittorie del male e di Satana, la loro eterna
ribellione all’invincibile richiamo dell’Uno. A motivi cosî speculativi e
filosofici va poi connesso l’atteggiamento di notevole libertà che Giovanni
Scoto assume di fronte agli stessi contenuti della rivelazione scritturale,
nonché il suo costante uso di un metodo di interpretazione allegorica che piega
i testi biblici ed evangelici ad esigenze schiettamente filosofiche. È vero che
nel De divisione l’uso di un linguaggio dedotto da fonti e tradizioni neoplatoniche
può talvolta ingannare, inducendo a dar peso piuttosto alla forma di
espressione ardita e inattesa che non al significato effettivo delle parole
dell’Eriugena. Ma la sua sicura certezza nella capacità della ragione
d’interpretare perfettamente anche i sensi più riposti della Scrittura, e il
costante intreccio tra i tempi caratteristici della tradizione filosofica
classica e il contesto teologico cristiano, segnano comunque l’inizio di una
lunga e duratura esperienza filosofica destinata agli esiti più lontani e
diversi. Il costante appello alle autorità di Dionigi, di Massimo, di Gregorio,
di Agostino e di tanti altri Padri e Dottori chiamati a garantire le sue idee e
il suo linguaggio cosî nuovo e inquietante, non valse però ad evitare le
condanne che le autorità ecclesiastiche espressero e ripeterono con sintomatica
frequenza nei confronti della filosofia eriugeniana. Condannate e destinate
alla distruzione dai teologi del suo tempo colpiti dalla sconcertante novità di
una riflessione che reintroduceva in Occidente dottrine ormai di L’Also
Medioevo menticate o risolte nel tradizionale contesto agostiniano, le opere
dell’Eriugena continueranno però a diffondersi per tutto il X e XI secolo fino
alla rinascita del XII. E nonostante le nuove condanne e le più aspre
polemiche, l'immenso quadro cosmico tracciato dal monaco irlandese
rappresenterà il naturale presupposto della prima grande cultura filosofica
elaborata dall'Europa medioevale. Già del resto, l'influsso della riflessione
dello Scoto è chiaramente riconoscibile in una lettera filosofica di Alamanno
di Hautvillers a Sigibod, arcivescovo di Narbona (879-885), ove si trovano
larghe tracce della sua dottrina della theoria e dell'anima e delle sue parti.
Ma la fortuna dello Scoto Eriu gena, nei suoi diretti riflessi su l’evoluzione
del platonismo medioevale, è un capitolo della storia della cultura ancora non
del tutto chiarito. Il De divisione naturae è certo l’opera filosofica che
conclude e riassume l'ambizioso tentativo della rinascita carolingia, nata da
un tentativo di riorganizzazione politica dell'Europa e legata, naturalmente,
alla sorte delle istituzioni imperiali. Già intorno all’877, data presumibile
della morte dell’Eriugena, l’Impero carolingio sta infatti avviandosi alla sua
definitiva dissoluzione sotto la spinta convergente di una nuova ondata
d’invasioni barbariche, dell’evoluzione particolaristica dei poteri feudali e
delle tendenze teocratiche del pontificato romano. La forza dominante
dell’aristocrazia militare, arbitra di fatto del potere e della forza armata,
l’immobilità e la maggiore carenza della vita economica e dei rapporti sociali,
le crescenti difficoltà delle comunicazioni con il mondo bizantino e tra le
stesse regioni dell’Impero aggravano le condizioni di isolamento in cui è
immersa la nascente società feudale, corrosa dalla generale anarchia e da
continui insanabili conflitti dinastici. Ma a questa disgregazione che è la
diretta conseguenza della debolezza originaria delle istituzioni carolinge
corrisponde il progressivo dissolversi del vincolo unitario che durante il
dominio di Carlo, aveva unito latini, germani e celti, permettendo
l’instaurazione di un tipo di cultura comune alle diverse terre dominate dal
monarca franco. Non a caso quindi, proprio tra la metà del IX secolo e la metà
del X secolo, giunge a compimento quel processo di differenziazione linguistica
delle maggiori nazionalità europee che già si distinguono nella formazione, sia
pure ancora soltanto nominale, dei regni d’Italia, di Francia e di Germania. E
se è vero che gran parte d’Europa è sottoposta a istituzioni non dissimili,
alle forme d’organizzazione politica e sociale del feudalesimo, dietro questa
uniformità apparente predominano ormai le tendenze e le forze particolaristiche
che mirano a trasformare i più importanti centri feudali in altrettanti nuclei
direttivi ed autonomi della vita economica, sociale e politica. Indubbiamente
questa società immobile, abitudinaria e uniforme, divisa in centinaia di
centri, e frazionata nei suoi poteri politici, è ancora percorsa da correnti di
traffici ridotte ma persistenti, e non ignora la continuità di ricche oasi di
vita cittadina e mercantile. Però ove si eccettui l’Italia, le cui condizioni
storiche sono ben diverse da quelle delle altre regioni dell’Europa occidentale,
le città francesi e tedesche sono, per cosî dire, altrettante isole all’interno
di una società a struttura rurale che ha il suo centro nel castello feudale e
il suo fondamento nel sistema delle wvillae carolinge. Ciò spiega il notevole
regresso della cultura e l’inaridirsi della vita intellettuale che continua a
tramandare in forme sempre pid stanche ed esauste i modelli elaborati della
riforma carolingia; e spiega, altresi, perché il X secolo, nonostante la
presenza di alcuni grandi centri culturali e la continuità di talune esperienze
letterarie non prive di eleganza e misura classica, sia stato considerato come
uno dei secoli più infecondi e poveri della cultura europea. Eppure, anche nel
colmo dell'anarchia feudale e nel periodo di maggiore disgregazione politica è
possibile intravedere la lenta evoluzione di nuove forze e condi- . zioni
storiche che permetteranno, a distanza di un secolo, un’eccezionale ripresa
economica e sociale. Le istituzioni feudali che si sostituiscono al vuoto
creato dallo sfacelo dell’ordinamento carolingio rappresentano infatti un
solido baluardo contro le rinnovate invasioni e rendono possibile il
costituirsi di un nuovo tipo di comunità produttiva naturalmente volta a
riallacciare stabili legami con i centri urbani. Nelle città che conservano
almeno in parte gli ultimi resti della loro autonomia tradizionale l’autorità
preminente del vescovo permette che continui una tradizione scolastica affidata
quasi sempre alle scuole del clero, ma anche, come a Verona o a Pavia, alle
scuole regie dove si formano notai o giudici. Certo la cultura che si tramanda
in queste scuole di prevalente carattere ecclesiastico o giuridico, risente
profondamente le conseguenze della grave crisi politica e sociale, né è capace
di produrre concezioni intellettuali degne di particolare attenzione. Ma la
continuità dell’insegnamento delle arti liberali e della tradizione scolastica
di origine carolingia è tuttavia un carattere tipico della cultura del X secolo
di cui occorre riconoscere la indubbia funzione storica. A questa società cosi
disgregata” e particolaristica non manca del resto un’unità ideologica
fondamentale che è rappresentata dalla continuità e dalla nuova evoluzione
storica dell’ideale teocratico carolingio. Nonostante la dissoluzione dell’unità
imperiale e la scomparsa dello stretto vincolo politico che aveva unito sotto
Carlo le regioni centrali dell'Europa, l’ideale concezione della Christianitas
raccolta sotto un'unica guida e un unico potere continua ad ispirare anche i
chierici del X secolo depositari della cultura e di ogni attività magistrale.
Ma alla figura dell’Imperatore sotto il cui dominio deve svolgersi anche la
vita disciplinare della Chiesa, si sostituisce il potere sacrale del Papa-re,
cui spetta, per decisione divina, ogni autorità spirituale e terrena e da cui
dipende l’autorità dell’Imperatore e del re. La progressiva carenza del potere
imperiale e le lunghe lotte di successione che travagliano la monarchia
carolingia fino alla sua definitiva deposizione, spierano facilmente come il
concetto della Christianitas si trasformi nell’idea di un'assoluta teocrazia
pontificia capace di disporre di tutti i troni e di tutte le autorità. Ed è
significativo che questa idea si affermi proprio ad opera del primo pontefice,
Giovanni VIII (872882), che decide di fatto dell’attribuzione della corona
imperiale. La definizione che Giovanni VIII diede della Chiesa come quella che
ha autorità su tutti i popoli ed alla quale sono unite le nazioni di tutto il
mondo come ad una sola madre e ad una sola testa è già eloquente testimonianza
di un'assoluta supremazia che ha il suo fondamento nel pieno monopolio della
vita intellettuale e che rappresenta l’unico saldo legame sopravvissuto al
crollo dell’unità carolingia. La aristocrazia ecclesiastica che governa le sedi
cattedrali e abbaziali è infatti la sola forza organica e organizzata che, pur
nell’età della massima anarchia feudale, continui ad esercitare una funzione
unitaria, nonostante le crisi interne della vita ecclesiastica e la profonda
decadenza del pontificato presto dominato dalla nobiltà romana. Ma appunto
perché la fede cattolica, e la gerarchia che la difende e la diffonde,
costituisce l’elemento comune a tutte le classi e a tutti i ceti della società
feudale, è naturale che questo legame spirituale venga transvalutato alla luce
del concetto agostiniano della Civitas Dei e della Respublica Christianorum. Il
termine Christianitas che comincia cosi frequentemente a ricorrere nella
seconda metà del IX secolo, indica appunto questa comunità di tutti i cristiani
in quanto tali che ha una propria sostanza e struttura politica ed una finalità
oltremondana, ma agisce però anche sul piano mondano, nell’ambito della vita
civile. Ora, questa comunità così come l’intende Giovanni VIII implica appunto
un ordine politico e sociale pit vasto e superiore a quello dell’Impero, nonché
una gerarchia e un’autorità suprema dinanzi alla quale i poteri civili e la
sovranità dei re o dell’Imperatore sono soltanto degli strumenti subordinati e
inferiori. Sicché il pontefice romano, che della Chiesa è il capo designato dal
Cristo, è perciò stesso la suprema autorità della C4ristiaritas, l’unica
legittima fonte di qualsiasi potere legale. Il rovesciamento del rapporto tra
l’autorità imperiale e l’autorità pontificia non potrebbe essere più netto e
radicale. Se pure il papato, travagliato anch'esso per gran parte del X secolo
da una profonda decadenza, non farà ancora valere praticamente il suo primato
cosî teorizzato, sono già posti però i presupposti delle dottrine teocratiche
destinate a dominare le polemiche e le lotte politiche dell’età gresoriana. Ne
offre un esempio assai chiaro Giona di Orléans, il quale nella sua Admonitio a
Pipino di Aquitania (nota col titolo di De Institutione regia) afferma che il
potere regio è concesso da Dio solo perché il sovrano miri alla giustizia, al
benessere del popolo e, soprattutto, alla protezione della Chiesa. Ove il re
non adempia a questa missione il suo potere è illegittimo e tirannico. La
supremazia e il completo monopolio intellettuale esercitati dalle gerarchie
ecclesiastiche nel corso del X secolo, si riflettono naturalmente sul carattere
della cultura che accentua e rende definitiva la tipica impronta ecclesiastica
della riforma carolingia. Soprattutto in Francia e in Inghilterra, travagliate
da gravi crisi politiche, le scuole episcopali sono infatti, insieme alle
abbazie benedettine, gli unici centri attivi di cultura ove si continua
l'insegnamento del trivio e talvolta anche del quadrivio, e dove si leggono e
si commentano i testi restituiti alla cultura occidentale dalla paziente
attività dei monaci britanni e irlandesi. Un dotto ecclesiastico come Servato
Lupo di Ferrières, che vive in Francia tra l’inizio del IX secolo e 1°862. è
appunto il maggiore esponente di questa cultura che si fonda sul gusto elegante
di una raffinata latinità, sull’ammirazione per la splendida eloquenza
ciceroniana, e sulla ricerca appassionata delle grandi testimonianze classiche,
poste però al servizio di un tipo di insegnamento che ha come proprio fine la
formazione del perfetto uomo di chiesa. Anche il suo contemporaneo Smaragde,
abate di St. Michel sur Meuse (n. 819), si rivela nel suo Liber in partibus
Donati l’atteggiamento intellettuale dei maestri del suo tempo, spesso divisi
tra l’ammirato amore dei classici e l’ossequio alla pagina sacra, scritto in
una lingua cosi lontana dall’eleganza ciceroniana. Ed è pure alla fine del IX
secolo che risalgono probabilmente anche gli Exempla diversorum auctorum di
Micone di St. Riquier e l’attività di un certo Adoardo, prete e bibliotecario
di un ignoto monastero francese che, nonostante i suoi dubbi e scrupoli
teologici, conosceva ed usava gran parte degli scritti ciceroniani di cui si
serviva largamente nel compilare una sua raccolta di esempi di autori classici.
Questa opera modesta e paziente di grammatici e di maestri, che operano
dispersi nei vari centri scolastici della CAristianitas, non si limita però
soltanto all’insegnamento letterario ed all’uso di un discreto latino di
lontana impronta ciceroniana, ma travalica molto spessc nell’ambito delle
discipline filosofiche e teologiche. Già infatti nella seconda metà del IX
secolo Eirico di Auxerre(841-876), fondatore dell'omonima scuola benedettina e
buon poeta e letterato, unisce all’insegnamento della grammatica anche quello
della logica, commentando gli scritti pseudoagostiniani Categoriae decem e De
dialectica secondo le discusse attribuzioni dello Hauréau, il De
interpretatione di Aristotele e l’Isagoge porfiriana. In tutte queste glosse dialettiche
e, soprattutto, nel commento alle Categoriae decem di più sicura attribuzion e,
è evidente la forte influenza dell’Eriugena che si rivela particolarmente
nell’uso del concetto di natura e nella definizione dell’essere identificato
con ogni essenza semplice e immutabile direttamente creata da Dio. Tuttavia
Eirico non spinge il suo platonismo fino ad affermare la realtà oggettiva delle
specie e dei generi, ed afferma anzi che l’unica realtà concreta è costituita
dalle sostanze individuali e che, pertanto, le idee di specie e di genere non
hanno altro significato se non quello d’indicare la natura comune ai singoli
individui. Gli universali sono, insomma, come dei segni che servono alla
ragione umana per orientarsi nella gran selva degli individui e raccogliere
ordinatamente entro idee sempre più generali le caratteristiche che denotano la
specie e poi il genere, fino alla caratteristica dell'essere comune e
fondamentale per tutti gli individui. La soluzione di Eirico che è stata
avvicinata, benché impropriamente, alla genuina nozione aristotelica
dell’universale è probabilmente il risultato di un insegnamento dialettico
‘piuttosto elementare e legato strettamente all’analisi grammaticale del
discorso. Ma è certo significativo che proprio alla sua scuola si formasse una
delle maggiori personalità intellettuali del X secolo, il grammatico e
dialettico Remigio di Auxerre, autore di fortunati commenti alle grammaziche di
Donato, di Prisciano, di Eutiche, conoscitore di Persio, di Giovenale, di
Macrobio e dell’Eriugena. Remigio non è però soltanto un uomo di lettere e un
abile maestro di grammatica, perché l’analisi delle glosse alla Dialettica
pseudoagostiniana attribuitegli recentemente dal Courcelle, mostra chiaramente
una larga conoscenza delle fonti patristiche e un notevole acume logico. Del
resto, anche i suoi commenti a Marciano Capella, agli opuscoli teologici ed
alla Consolazio boeziana, offrono altri elementi per giudicare il carattere del
suo pensiero che si distingue da quello del maestro, per una concezione
nettamente realistica degli universali, considerati come pure essenze,
immutabili ed eternamente presenti nella mente divina. È questa la soluzione
che influenzerà largamente i dibattiti dialettici dell'XI secolo e che rivela,
però, fin da adesso, quale sia il reale significato metafisico della
discussione sull’essenza degli universali, svolta in un ambiente intellettuale
che aveva assimilato da tante fonti una costante direttiva platonica. E
naturalmente anche in questa dottrina è presente l’influsso dell’opera
dell’Eriugena di cui Remigio ha una precisa e diretta conoscenza. Remigio di
Auxerre mori probabilmente agli inizi del X secolo, allorché la cultura
carolingia cominciava la sua parabola discendente e si inaridivano i migliori
frutti della riforma di Alcuino. La crisi delle istituzioni scolastiche e la
loro decadenza è infatti testimoniata dalla scarsità della documentazione,
dalla povertà degli scritti elaborati in questo secolo, nonché dalla generale
decadenza delle attività intellettuali e dei metodi di insegnamento. Eppure tra
gli scrittori del X secolo non si possono dimenticare Raterio di Verona,
Notkero Labeone di S. Gallo, autore di scritti sulla dialettica e Oddone di
Cluny, uno degli iniziatori del movimento riformatore che dominerà la vita
religiosa ed ecclesiastica del secolo successivo; o l’attività magistrale di
Abbone, monaco di Cluny, che nella scuola claustrale di Fleury sur Loire
organizzò un corso organico di studi fondato sulla lettura sistematica dei
Padri, ma anche sull’insegnamento della grammatica, della dialettica e della
retorica. Non abbiamo però elementi sufficienti per stabilire se si debba
proprio ad Abbone un breve trattato sui Sillogismi categorici di notevole
interesse storico, perché ci permette di stabilire il punto cronologico della
costituzione del corpus dei testi logici usati nell’insegnamento scolastico. Ma
chiunque sia l’autore dello scritto, è certo che intorno alla metà del secolo
non si usano più soltanto i trattati di Aristotele, già noti nel IX secolo --
Categoriae e De interpretatione – GRICE e AUSTIN – ACKRILL -- , ma anche i
trattati di BEOZIO sugli Analytici priores e poste riores, che solo assai più
tardi verranno sostituiti dagli scritti originali di Aristotele. D'altra parte
i commenti alla Consolatio di Bovo di Corvey e di Adaboldo di Utrecht
testimoniano la continuità della tradizione boeziana che avrà tanta influenza
sulla cultura dell’XI e e del XII secolo. Assai pid importante di Abbone è però
la personalità di Gerberto di Aurillac (t 1003), l’uomo pit dotto del suo
tempo. Formatosi anch egli nell'ambiente monastico di Cluny, soggiornò a lungo
in Spagna dove entrò in contatto con la grande tradizione scientifica araba e,
più tardi, maestro a Reims, abate di Bobbio e arcivescovo di Reims e di
Ravenna, diffuse le sue cognizioni nelle scuole francesi e italiane. Asceso nel
999 al soglio pontificio col nome di Silvestro II, egli esercitò una notevole
influenza sul giovane Imperatore Ottone III e sul suo singolare e sfortunato
tentativo di restaurazione imperiale romana; ma se l’attività di Papa Silvestro
II interessa la storia ecclesiastica e politica, lo studioso della cultura
medioevale considera piuttosto la sua figura di maestro, conoscitore perfetto
del trivio e del quadrivio, e di scienziato dotato di discrete conoscenze
matematiche, geometriche e astronomiche. Lettore degli antichi, i cui testi
fece ricercare e raccogliere in tutto l’Occidente cristiano (e, anzi, si deve
proprio alla sua iniziativa la conservazione di un certo numero di orazioni
ciceroniane), Gerberto era infatti sicuramente convinto che l’eloquenza e
l’esatto raziocinio non contrastano affatto con la fede, e che anzi la
formazione del buon chierico non può prescindere dall’apprendimento organico e
sistematico delle arti liberali. Per questo, nella sua scuola s’insegnava la
retorica sull'esempio degli scrittori classici e si usavano correntemente,
oltre ai soliti testi aristotelici, anche tutti i commenti logici di Boezio e i
Topica di Cicerone. E quale fosse, del resto, la tendenza di Gerberto dinanzi
ai problemi dell’insegnamento logico risulta chiaramente dal suo libretto De
rationale et ratione uti, ove prendendo a pretesto il caso di una proposizione
in cui il predicato sembra meno universale del soggetto, egli analizzava le
funzioni e il significato logico dei vari termini della proposizione. Tuttavia
l’attività più costante ed originale di Gerberto fi: dedicata allo studio della
geometria e dell’astronomia. E se la Geometria che gli è attribuita è opera
scientifica di non gran valore e i suoi scritti sulla tecnica del calcolo
rispondono piuttosto ad esigenze pratiche, il Liber de astrolabio mostra già
una notevole influenza della scienza araba. Questo risveglio di un discreto
interesse scientifico ed enciclopedico, questi primi rapporti con la tradizione
scientifica araba sono però fat ti storici di notevole importanza, e
rappresentano il primo segno di una netta ripresa della vita intellettuale che
comincia a delinearsi fino dagli ultimi decenni del X secolo. Già, del resto,
la cultura di tono e di ispirazione classica non è più soltanto la
caratteristica di poche scuole umanistiche e dei maestri educati nella nuova
temperie spirituale di Cluny, ma tende anzi a informare strati sempre più vasti
della gerarchia ecclesiastica quando non penetra addirittura anche negli
ambienti femminili delle corti e dei monasteri. È ben nota ad esempio, la
figura della badessa Hrosvita, autrice di commedie edificanti e di poemi
latini, discepola di altre monache dotte come suor Rikkardis o l’ahbadessa
Gerberga, ma i cronisti medioevali ricordano pure Edvige di Baviera, una
principessa che conosceva il latino e il greco e leggeva con entusiasmo Orazio
e Virgilio. Del resto, la costante ammirazione per gli antichi e l’amore per le
lettere non è certo solo la caratteristica della cultura delle scuole francesi,
germaniche o anglosassoni; anche l’Italia, anzi particolarmente l’Italia,
possiede importanti istituzioni scolastiche dove si continua l’insegnamento
della grammatica e della lingua latina, anteponendolo addirittura a quello di
tutte le altre discipline. E, se è vera, è certo particolarmente significativa
la storia di quel maestro Vilgardo di Ravenna che sarebbe stato condotto dal
suo entusiasmo di grammatico a preferire i poeti antichi alla verità della
Scrittura e che avrebbe cosi iniziato un singolare movimento ereticale. È un
racconto questo che come ha giustamente notato il Gilson va accettato con un
largo beneficio d’inventario. Ma il solo fatto che si potesse diffondere una
storia di questo genere è già una testimonianza abbastanza importante delle
tendenze della cultura scolastica. Il 2 febbraio del 962 Ottone I di Sassonia
cingeva in Roma dalle mani di Giovanni XII la corona imperiale. Con questa
incoronazione che concludeva la fortunata vicenda di un sovrano eccezionalmente
abile e risoluto, si chiudeva l’età pifi fosca dell’anarchia feudale e
risorgeva, quasi a distanza di due secoli, una salda unità politica comune a
una vasta parte dell’Europa occidentale. Erede della tradizione carolingia,
restauratore del potere imperiale ridotto ad un puro simbolo dalla potenza
della grande aristocrazia militare e fondiaria, Ottone si presentava all’Europa
con lo stesso carattere carismatico che aveva assunto il suo predecessore
franco. Eppure, nonostante la finzione di una continuità storica, la nuova
costruzione politica ottoniana era profondamente diversa dall’Impero di Carlo,
rispecchiava condizioni storiche affatto nuove, e costituiva, essa stessa, un
ulteriore fattore di sviluppo della società europea e della progressiva
trasformazione delle sue basi economiche e politiche. Questi caratteri storici
peculiari del nuovo Impero ottoniano sono del resto evidenti nella sua stessa
struttura geografica e politica. Per la prima volta nella storia dell'Europa,
l’asse del potere politico tende a spostarsi verso l’Europa nord-occidentale in
una direzione diversa da quella in cui si era orientata la struttura
amministrativa dell’Impero carolingio; inoltre il Sacrum Romanum Imperium
Teutonicorum ha adesso un ambito territoriale ben definito, limitato ai due
antichi regni di Germania e d’Italia, e rinunzia alla pretesa di estendersi
sull’intera cristianità e di coincidere con il corpo visibile della Chiesa
militante. Fondato saldamente sulla supremazia militare che Ottone ha
conquistato prima in Germania e poi in Italia, chiudendo la via alle ultime
invasioni e sconfiggendo la riottosa ostilità dei duchi di stirpe e dei grandi
feudatari, l’Impero mira a riassumere tutti i poteri e le prerogative che erano
state assunte di fatto dalle grandi dinastie feudali e dall’alto predominio
spirituale della Chiesa romana. E proprio per porre termine al periodo di
disgregrazione sociale e politica seguito alla caduta delle istituzioni
carolinge, la politica di Ottone deve assumere un atteggiamento di rigida
ostilità sia nei confronti della feudalità che verso il papato accentuando
tendenze, direttive e atteggiamenti che nell’Impero carolingio erano stati
assai meno radicali. Con l’avvento di Ottone la feudalità laica si troverà cosî
a fronteggiare la rinnovata supremazia del potere imperiale che comincia ad
avvalersi del prezioso ausilio di una vasta aristocrazia ecclesiastica,
completamente controllata dal sovrano che le attribuisce poteri e funzioni
feudali sempre più vasti. Anche la gerarchia ecclesiastica è però sottoposta
all’assoluta autorità dell’Imperatore che dispone, di fatto, dell’elezione dei
vescovi e della designazione del Pontefice. Il giuramento di fedeltà che Papa
Giovanni XII è stata costretto a prestargli e le rigide clausole del
Privilegium Othonis permettono infatti all’Imperatore germanico di esercitare
sul pontefice romano un’autorità e un potere che neppure Carlo Magno aveva mai
posseduto, almeno in una forma cosi totale ed esplicita. Ma come si preoccupa
di controllare, in tutti i suoi gradi più elevati, la élite dirigente della
Chiesa, Ottone rafforza in Germania e in Italia le attribuzioni dei conti
palatini, gettando i presupposti di un rigido controllo dell’aristocrazia laica
la cui lenta decadenza economica e politica andrà progressivamente aggravandosi
nel corso dell’XI secolo, sotto la spinta di circostanze e di eventi in gran
parte impliciti nelle contraddizioni interne della società feudale. In tal
modo, mentre chiude ad Oriente la via tradizionale delle grandi invasioni,
l’Imperatore sassone può adesso tentare di restituire al potere imperiale una
vera funzione dominante, e sostituire alla lunga fase di anarchia feudale che
si era aperta con la crisi della dinastia carolingia una nuova direttiva
unitaria. La rinascita di un più saldo potere politico centrale non è però, nel
corso del X secolo, un fenomeno tipico solo del mondo tedesco o italico; ma si
verifica anche nelle altre terre di Europa ormai sottratte di fatto alla
teorica giurisdizione imperiale. In Francia, le lunghe lotte tra 1 discendenti
carolingi e i capetingi e l’assenza di un’autorità dominante rendono infatti
estremamente precaria la ricostruzione di uno stabile ordinamento politico. In
Inghilterra, le ripetute incursioni vichinghe e la debolezza dei piccoli regni
anglosassoni creano una confusa situazione di crisi permanente di cui sapranno
presto approfittare gli invasori norman82 La rinascita ottoniana e la ripresa
intellettuale dell'XI secolo ni. Altrove, nelle regioni dell’Italia
meridionale, estranee all’Impero, le forze opposte dei bizantini, delle
signorie longobarde, dei saraceni e dei poteri feudali e cittadini locali,
continuano a combattersi in una perenne e confusa guerriglia. Tuttavia, già
verso la metà dell'XI secolo, anche la condizione politica della Francia e
dell’Inghilterra comincia a subire un mutamento di portata decisiva. E mentre
l’Impero, minacciato da una rinnovata crisi dinastica, attraversa un nuovo
periodo di «ecad:nza la monarchia francese inizia quel suo lento ma costante
rafforzamento, che permetterà più tardi a Luigi VI di riaffermare vigorosamente
la supremazia regia, e l'Inghilterra, dominata e unificata dai normanni, assume
sotto gli Angiò-Plantageneti una solida struttura dinastica. Un tale processo
di profonda trasformazione delle istituzioni e delle forze politiche dominanti
è però soltanto l’espressione, al livello politico, di un mutamento ancor più
radicale che investe tutte le strutture economiche e sociali dell'Europa
feudale. Senza dubbio, non si tratta di un’improvvisa esplosione di forze
economiche prive di radici nella storia passata; al contrario, è proprio la
rapida maturazione di energi: già esistenti in seno alla società feudale che
imprime adessc una svolta decisiva al processo storico. Il ritorno ad una
condizione di vita civile più pacifica e sicura e il ripristino di un’autorità
centrale capace di frenare le tendenze centrifughe dei poteri locali, rende poi
naturalmente più rapido e facile l'avviamento di nuove forme di organizzazione
economica e di ordinamento politico. Se nei seccli precedenti il regime feudale
aveva permesso la continuità della vita produttiva, difendendo cittadini e
coloni dalle invasioni e dalle guerre, e mantenendo in vita un filone pur esile
di scambi e di attività urbane, adesso l’ago dell'economia europea tend: a
riportarsi nuovamente verso le città che vedono incrementarsi i loro traffici,
accrescersi l’attività artigiana e aumentare costantemente il ritmo della vita
civile. Ccssa cosi quel lento, costante decrescere della popolazione
soprattutto urbana, che in certe zone d:ll’Europa centrale aveva raggiunto un
punto impressionante. Popolazioni, un tempo nomadi e pr:datrici, s’installano
definitivamente in vaste contrade dell’Ori:nte europeo, dando vita a nuovi
organismi statali come la Bo:-mia, l'Ungheria e la Polonia, ed entrano in
stretti rapporti economici e sociali con i paesi dell'Europa occidentale. Ma il
fenomeno di ripresa demografica non si limita solo a queste zone; ché, anzi,
esso si manifesta principalmente nelle regioni dell’Europa mediterranea, nelle
campagne come nelle città, ove esso produrrà una serie di conseguenze
economiche e politiche di eccezionale rilevanza storica. Ecco infatti nelle
zone rurali i castelli che si trasformano in borghi, centri di attività
artigiane e mercantili; mentre nelle città, sotto l’autorità dei vescovi-conti,
la popolazione rapidamente accresciuta dà luogo a un tessuto sociale già
differenziato ed organico. Naturalmente, questo processo di ripresa demografica
si traduce, poi, ben presto, in un rapido incremento dell’attività produttiva.
I boschi, abbandonati da secoli o sfruttati soltanto nelle zone delle grandi
abbazie benedettine, cedono il posto alla terra coltivabile; nelle zone
paludose vengono operati i primi tentativi di bonifica; i pascoli diminuiscono
di estensione trasformandosi anch'essi in terreni produttivi. Anche le terre
dell’Est, aperte alla colonizzazione germanica dalle vittorie di Ottone I,
vengono adesso dissodate e coltivate da larghe masse di popolazione rurale che
si spingono profondamente nei territori abitati dagli slavi. L’esigenza di un
forte aumento dei mezzi di vita agisce, d’altra parte, anche come incentivo
all’acquisizione di conoscenze tecniche più evolute ed alla scoperta ed all’uso
di strumenti e di mezzi che contribuiscono, a loro volta, a modificare le
condizioni economiche. Ma trasformazioni ancor più decisive si verificano
nell’ambito delle attività commerciali, il cui sviluppo è continuo e costante,
grazie anche alla maggior sicurezza delle grandi vie di comunicazione ed alla
crescente intensità dei rapporti economici tra le varie regioni dell'Europa
feudale. In tal modo, le città, che pure erano sopravvissute anche ai periodi
di pil grave stasi economica, riprendono rapidamente a svilupparsi; e divengono
sedi di mercati o di fiere, centri di produzione artigiana, nell’ambito di un
movimento economico caratterizzato da una accresciuta circolazione monetaria e
dalla tendenza a costituire una fitta rete di scambi dalle terre dell'Est
germanico al Mediterraneo, dal Baltico alle regioni balcaniche ed alle terre
bizantine. Il sorgere delle nuove attività produttive specializzate causerà
poi, nel corso del XII secolo, un ulteriore imponente sviluppo dell’economia
cittadina; e ne risulteranno i primi lineamenti di una società nuova, dominata
dall’iniziativa delle classi mercantili ed artigiane, già capaci di porre le
prime basi della loro futura potenza finanziaria. È quindi naturale che una
trasformazione demografica ed economica incida profondamente anche sulle
condizioni sociali ed economiche delle varie classi che avevano costituito i
quadri della società feudale. Già infatti nel corso dell’XI secolo, la serviti
della gleba comincia ad essere sostituita da un tipo di organizzazione colonica
assai più libera, mentre precise norme giuridiche stabiliscono ora più
esattamente i rapporti tra il proprietario, gli affittuari e i coloni. Ma il
mutamento è ancor pi decisivo nell’ambito cittadino, dove la nobiltà di origine
feudale deve cedere le sue posizioni dominanti alle nuove classi produttrici
che s’avviano rapidamente ad acquisire una prima consapevolezza dei propri
interessi e scopi economici e politici. In questa società, già in preda ad un
profondo fermento innovatore, continuano ancora a dominare gli ideali
ideologici elaborati nell’età carolingia e difesi dalla restaurazione
ottoniana. Il mito unitario dell’autorità assoluta e divina dell’unico
Imperatore, pastore e guida del popolo cristiano, è ancora un’idea attiva ed
operante che trova sostenitori e teorici tra i giuristi che illustrano i testi
giustinianei come tra i dotti ecclesiastici delle corti sassoni e francone.
Certo, la crisi che segue alla estinzione della monarchia sassone, il
definitivo rafforzamento della grande feudalità tedesca, e, d’altra parte, gli
inizi dei primi ordinamenti autonomi cittadini, sono altrettanti eventi che
mostrano la reale debolezza dell’autorità imperiale e la sua incapacità a far
fronte al nuovo corso storico. Ma il regno di Enrico III, che restaurerà la
supremazia imperiale sulla Chiesa, sembrerà segnare il ritorno alla tradizione
carolingia e ottoniana. Il legame tra il sovrano e le correnti di riforma
ecclesiastica testimoniato dalle radicali risoluzioni dei sinodi di Sutri e di
Roma (1046) rafforzerà nei nuovi ceti popolari la fiducia nella funzione
carismatica e sacrale dell’Imperium, custode della giustizia e dell’ordine
cristiano. Alla continuità e al rinnovato prestigio della tradizione imperiale
corrisponde però, da parte della Chiesa, un profondo processo di rinnovamento e
di riforma suscitato e guidato dall’ascetismo monastico, ma che trova larga
partecipazione e consenso proprio nell’ambiente cittadino e tra le nuove forze
sociali. La decadenza della disciplina e del costume ecclesiastico divenuta
gravissima e generale nell’età postcarolingia suscita non solo l’indignata
protesta di uomini votati alla severa disciplina benedettina o dediti ad una
vita di contemplazione e di preghiera, ma anche la rivolta di quei ceti di
varia origine e condizione sociale sui quali pesava il dominio della feudalità
ecclesiastica. Contro il papato romano, ormai ridotto a oggetto di contesa tra
le pif potenti famiglie romane, contro l’aristocrazia episcopale trasformata in
un vero e proprio corpo politico di elezione imperiale, si svolge infatti
l’aspra polemica dei riformatori che, con toni e parole apocalittiche,
denunziano la carenza morale e intell:ttuale della gerarchia, la sua cupidigia
di potere mondano e di ricchezza, gli scandali della simonia e del concubinato,
il tradimento e il ripudio della parola evangelica. Sono motivi, questi, che
tornano con costante violenza nella predicazione dei monaci come nelle
invettive di cronisti popolari o ecclesiastici, ugualmente schierati contro la
potenza e l’oppressione terrena esercitata da grossi potentati ecclesiastici; e
dalla loro condanna emerge un quadro profondamente pessimistico della vita
ecclesiastica del tempo, e l'immagine eloquente di una decadenza che sembra
aver raggiunto uno dei livelli più bassi e pericolosi di tutta la storia della
Chiesa. La ribellione morale contro la corruzione della gerarchia e il fermento
antiecclesiastico che serpeggiavano tra le masse devote, furono però presto
organizzati e guidati dalla nuova élite intellettuale che si era formata verso
la fine del X secolo nell’ambiente purificato delle abbazie riformate. Già nel
910 il duca Guglielmo di Aquitania aveva fondato a Cluny un monastero ispirato
al rispetto integrale della regola benedettina, in netto contrasto con la
rilassat:zza delle antiche abbazie trasformate da tempo in ricche signorie
feudali. Sotto la guida di grandi abati, come Oddone e Ugo, Cluny si era
trasformato in un centro d’intensa vita spirituale e di alta esperienza
mistica. Ma l'ispirazione ascetica dei cluniacensi era subito passata sul
terreno della lotta riformatrice, con la sua recisa condanna dei costumi
corrotti del clero feudale e il ripudio di ogni forma di compromissione con i
poteri mondani. La predicazione dei cluniacensi, già particolarmente diffusa verso
la fine del X secolo, ebbe presto una grande influenza in tutta l'Europa
cristiana. In Francia, in Italia, in Germania, numerose abbazie tornarono alla
regola; altri monasteri, come quelli italiani di Camaldoli (fondato nel 1012) e
di Vallombrosa, originarono nuovi ordini monastici affini all’esperienza
cluniacense; infine, il nuovo spirito riformatore penetrò in un vasto settore
della stessa gerarchia ecclesiastica, già da tempo preoccupato della decadenza
delle istituzioni. Il favore di alcuni vescovi e, soprattutto, dei Pontefici
tedeschi eletti dopo il concilio di Sutri, favori poi un ulteriore sviluppo
della riforma cluniacense, che già nella seconda metà dell’XI secolo contava
circa duemila monasteri. Né la forza dei cluniacensi fu soltanto spirituale,
bensi anche politica; poiché la concessione papale della cosiddetta Commendatio
Sancti Petri, che rese immuni i loro monasteri dalla giuri86 La rinascita
ottoniana e la ripresu intellettuale dell'XI secolo PE sdizione dei vescovi,
ruppe a loro vantaggio il vincolo di dipendenza gerarchica che aveva ormai
assunto un carattere schiettamente feudale. Ora, è chiaro che una tale
prerogativa implicava non solo un profondo mutamento nella struttura della
Chiesa, ma la trasformazione della riforma cluniacense in un potente strumento
del rinnovamento ecclesiastico e della restaurazione dell’autorità pontificia.
Il che giova a comprendere perché il movimento di Cluny potesse assumere una
parte decisiva nella lotta contro l’autorità mondana dei vescovi feudatari e
nell'avvento delle nuove direttive spirituali e pratiche che guidarono la vita
della Chiesa nell’età gregoriana. Pi tardi anche Cluny perderà la sua
originaria vocazione riformatrice e subirà lo stesso processo di decadenza che
aveva esaurito la originaria tradizione benedettina. Ma il risveglio spirituale
che è espressione delle nuove forze storiche maturate nel corso del X secolo
troverà ancora interpreti nell’ascetismo di altre regole monastiche, come i
certosini e i cistercensi, e nella continuità di un moto riformatore popolare e
laico. Sotto l'impulso di queste correnti, l’ideale della riforma si diffonderà
e si estenderà penetrando profondamente gli ambienti sociali più sensibili alle
sue immediate implicazioni politiche e sociali. E, mentre si rinnovano in
Europa eresie che forse si collegano ad antiche tradizioni manichee,
nell’Italia settentrionale sorge il movimento dei Patari, campioni zelanti
della lotta contro la corruttela morale e disciplinare dell’alto clero. Nelle
città, già centri attivi di vita mercantile e di attività produttrici, il
potere del vescovo-conte diviene cosi sempre più precario e soggetto al
minaccioso intervento delle forze politiche organizzate nelle quali si
specchiano gli interessi e le aspirazioni dei ceti mercantili e artigiani. I
frequenti tumulti contro i vescovi simoniaci, le ribellioni e i conflitti che
dominano attorno alla metà dell’XI secolo la vita delle città italiane, sono
appunto la testimonianza storica dello stretto legame che si è già stabilito
tra le esigenze religiose e le particolari aspirazioni politiche dei ceti
sociali emersi dall’incipiente crisi della feudalità. Non è qui certo possibile
seguire le fasi della progressiva riforma delle istituzioni ecclesiastiche
compiuta sotto l’ispirazione dei cluniacensi e culminata con i decreti di
Niccolò II e con i drastici provvedimenti di Alessandro II contro l’influenza
laica nelle cose ecclesiastiche. Ma non sarebbe possibile intendere tanti
aspetti della riflessione filosofica dell’XI e XII secolo, senza ricordare che
la riforma mossa da una profonda esigenza di rinnovamento evangelico finî col
concludersi nell’affermazione di un ideale teocratico fondato sul principio di
un unico potere supremo, quello papale, principio e fonte di ogni autorità e
potestà temporale e spirituale. Questa dottrina, formulata con estremo rigore
negli scritti di Gregorio VII e soprattutto nel famoso Dictatus papae,
implicava naturalmente l’accentramento di tutta la vita della Chiesa nelle mani
del Papa e la sua piena potestas sopra ogni aspetto dell’organizzazione sociale
e politica della Cristianità. Né Gregorio doveva esitare dinanzi
all'applicazione integrale di questo principio anche nei confronti della
autorità imperiale già direttamente colpita da un complesso di riforme che
abbattevano la sua supremazia sulla gerarchia ecclesiastica e le toglievano
praticamente ogni diritto di controllo sulla feudalità ecclesiastica. La lunga
lotta tra Gregorio ed Enrico IV, che divise gran parte d’Europa in due campi
avversi, fu quindi l’epilogo naturale di un contrasto inconciliabile: che
traeva origine dallo stesso carattere sociale dell’Imperium e dalla sostanziale
diarchia costituita dalla struttura burocratico-ecclesiastica della società
carolingia. Ma questa contesa che ebbe la sua espressione ideologica in una
vasta letteratura controversista rappresentò anche una favorevole occasione per
lo sviluppo delle nuove forze sociali e politiche che proprio nel corso della
guerra delle investiture acquistarono una precisa coscienza del loro peso e dei
loro interessi. Non a caso le origini delle istituzioni comunali sono spesso
strettamente intrecciate ai conflitti tra l'Impero e il papato che causarono la
rapida crisi della feudalità ecclesiastica; e, d’altro canto, è proprio nel
corso dell’XI secolo che si ricostituiscono e si rafforzano le monarchie
nazionali destinate a svolgere una funzione politica decisiva per tutto il
Basso Medioevo. È appunto entro questa prospettiva storica che occorre valutare
il rapido processo di ripresa intellettuale che s’inizia già alla fine del X
secolo in stretta connessione con la rinascita economica e sociale dell'Europa
occidentale. A tale ripresa contribuiscono infatti sia pure in grado e misura
diversi tanto la rinnovata prevalenza delle istituzioni urbane e il tono più
elevato e raffinato della vita civile, quanto l’impetuosa predicazione dei
riformatori e l’esigenza di elaborare nuovi strumenti intellettuali per le
continue controversie tra il potere ecclesiastico e quello civile o tra i
diversi gradi della stessa gerarchia clericale. Ma vi contribuisce altresi e in
maniera spesso assai rilevante anche l’aprirsi delle civiltà europee a più
stretti e continui contatti con il mondo arabo e bizantino sia per l'incremento
degli scambi sia attraverso le guerre di riconquista in Sicilia e in Spagna e
infine, negli ultimi anni del secolo, l'iniziativa espansionistica della I
Crociata. Questi rapporti, la cui influenza sarà cosi forte già nella seconda
metà del XII secolo, non esercitano però ancora un influsso decisivo sulla
cultura dell’XI che continua a svolgersi prevalentemente sulla via tracciata
dall’ordinamento scolastico carolingio. Però le antiche scuole monastiche non
sono più gli unici grandi centri di una cultura di carattere
letterario-ecclesiastico, ma cedono anzi lentamente il passo a un largo
processo di rinnovamento intellettuale esteso a gran parte dell'Europa
occidentale, indipendentemente dalle particolari distinzioni di carattere
nazionale. Da Parigi a Orléans, da Chartres a Tours, è tutto un fiorire di
scuole sorte spesso all’ombra delle cattedre vescovili e dove le arti del
trivio e del quadrivio vengono tramandate alle nuove generazioni di chierici,
mentre in Italia si assiste invece al sorgere di scuole cittadine, dipendenti
solo in parte dalle autorità ecclesiastiche e dedicate principalmente agli
studi di diritto, cosî necessari ad una società fondata sulla pratica del
commercio e sullo sviluppo delle attività artigiane. Cosî, accanto alla
tradizione teologica che si continua nelle istituzioni scolastiche, monastiche
e cattedrali, si affermano nuovi campi di ricerca intellettuale; lo stesso
apprendimento delle arti liberali è condizionato a nuove finalità e interessi
diversi, come mostra lo stretto nesso tra lo studio approfondito della dialettica
e il suo uso nella pratica giuridica e forense. Questo nuovo indirizzo di studi
si manifestò dapprima in Italia, soprattutto in quelle regioni meridionali o
adriatiche dove il diritto romano legato alla tradizione bizantina aveva sempre
conservato la sua influenza e dove erano stati sempre pit stretti i rapporti
con Bisanzio e col mondo arabo. Specialmente nella Calabria e nelle Puglie che
fino all’XI secolo erano state parti integranti dell’Impero bizantino, e dove
la conquista normanna non eliminò il carattere ormai acquisito della cultura
cittadina e della stessa vita ecclesiastica la continuità della tradizione
giuridica romana non venne mai spezzata. Nella Sicilia, riacquistata dai
Normanni nella seconda metà del secolo, continuò invece a fiorire una ricca
cultura d’impronta greca ed araba destinata a costituire uno dei maggiori punti
d’incontro tra la civiltà europea e le tecniche e le dottrine assimilate
dall'esperienza della scienza isla‘mica. Ma l’interesse scientifico e i
rapporti con la cultura greco-araba furono particolarmente intensi nella scuola
medica di Salerno, già attiva nel corso del X secolo e rimasta sempre fedele ai
dettami classici della medicina greca. Cosi, quando nel 1056 Costantino
Africano, un medico cartaginese formatosi nella scuola araba, passò in Italia e
costitui a Montecassino un vero e proprio centro di traduzioni delle opere
fondamentali della cultura scientifica greca e mussulmana, la sua attività
trovò un terreno particolarmente fecondo. La ricca biblioteca di testi greci ed
arabi, che venne ad arricchire le conoscenze dei medici salernitani, contribuî
a sollevare un rinnovato interesse per la ricerca scientifica e far conoscere i
primi fecondi risultati di una civiltà tecnicamente più progredita come quella
araba. L’influenza che la scuola salernitana esercitò in tutta Europa,
spingendo numerosi dotti a coltivare insieme agli studi medici anche quelli
scientifici e filosofici, fu un fattore di notevole importanza per lo sviluppo
di una cultura di carattere assai diverso da quella tramandata dalle scuole
monastiche, e già profondamente permeata di motivi filosofici e scientifici
propri della tradizione oreca ed araba. EA è certo ben simnificativo che
proprio un vescovo di Salerno, Alfano (1058-1085), traducesse il De natura
hominis di Nemesio, ove è chiaramente definita l’idea dell’uomo come
microcosmo, sintesi di tutti i caratteri e di tutte le forme dell’universo. Un
indirizzo prevalentemente giuridico ebbe invece la cultura dell’Italia
settentrionale, pit legata alla rapida evoluzione politica dei rapporti
economici e sociali che richiedeva nuove istituzioni giuridiche capaci di
rispondere alle esigenze di una civiltà urbana e mercantile. E poiché il
diritto romano rappresentava la tradizione giuridica maggiormente affine al
nuovo tipo di società e di organizzazione sociale, lo studio del Corpus iuris
attrasse le migliori energie intellettuali. Lo sviluppo, prima della scuola
ravennate e poi della grande scuola bolornese da Pepo all’Accursio, non è certo
arsomento che possa interessare questo rapido schizzo della cultura filosofica
medioevale. Ma bisogna pur ricordare che lo studio e l’esposizione del Digesto
o del Codice richiedevano un solido corredo di nozioni srammaticali e
dialettiche; e che d'altra parte il largo incremento della pratica forense
comportava uno studio ancora più accurato dell’arte retorica. Il naturale
interesse per le arti del trivio non fu però esclusivo delle scuole giuridiche
frequentate da laici e volte agli scopi mondani della vita civile. Anche la
cultura ecclesiastica, sia in Italia che in Francia, conobbe infatti
un’importante ripresa dello studio ‘della dialettica, la cui fortuna è certo da
porre in rapporto anche con l’evoluzione parallela delle istituzioni giuridiche
ecclesiastiche e con la formazione di tipo giuridico propria anche di molti
uomini di chiesa. Inoltre la lunga contesa tra l’Impero e la Chiesa, e il
fiorire di una vasta letteratura controversista, favori indubbiamente la
tendenza all’uso sistematico degli strumenti dialettici forniti
dall’insegnamento delle scholae. Né meraviglia che l’impiego di metodi di
discussione dialettica si spostasse sempre più dal piano giuridico e dalle
dispute su argomenti di immediata incidenza ecclesiastico-politica alla stessa
elaborazione teologica. Ecco perché le soluzioni dei probl:mi logici cui si
dedicarono tanti maestri di questo secolo, dettero luogo cosf spesso a gravi
conseguenze metafisiche e teologiche dalle quali non furono esenti neppure i
temi più gelosi della tradizione ortodossa. Non solo; la maturazione di una
mentalità più critica, nutrita di studi profani e di solide cognizioni
dialettiche, ebbe certo una notevole influenza anche sull’evoluzione delle
correnti riformatrici e, in generale, nell’atteggiamento intellettuale dell’élize
ecclesiastica. Gli storici del pensiero medioevale sogliono sempre ricordare, a
questo proposito, le pagine veementi ed espressive che un tipico esponente
della riforma, come Pier Damiani, scrisse contro i chierici del suo tempo più
avvezzi a studiare i principi della dialettica aristotelica o della retorica
ciceroniana che non a meditare le Sacre Scritture. Ed è anzi un luogo comune
presentare la filosofia dell’XI secolo sotto il segno della lotta tra i
dialettici che miravano a spiegare con i loro sillogismi anche il dogma e le
verità rivelate e i rigidi difensori dell’ortodossia che consideravano l’uso di
argomenti razionali nell’ambito teologico come una violazione delle verità di
fede. Tale contrasto è stato certo troppo esagerato da una storiografia che non
teneva forse nel dovuto conto il caratt:re comune della cultura di cui
partecipavano entrambi gli avversari e che spesso traspare anche dietro la
polemica più irruente. Ma ciò non toglie che l’inseri- mento dei metodi
dialettici nel campo degli studi sacri segni una tappa fondamentale
nell’evoluzione della teologia cristiana, e che l’importante ripresa di studi
logici dell’XI secolo prepari già l’ambiente storico in cui maturerà la grande
esperienza di Abelardo. Tra i maestri che diedero un notevole impulso allo
sviluppo della dialettica vanno quindi particolarmente ricordati Berengario di
Tours e Anselmo di Besate detto il Peripatetico, entrambi tipici esponenti
delle nuove tendenze intellettuali. Discepolo di Fulberto di Chartres e
organizzatore a sua volta della scuola cattedrale di Tours, Berengario spinse
l’uso degli argomenti dialettici fino al tentativo di ridurre in puri termini
razionali anche i principi di fede. Come scrive nel De sacra coena che è
appunto un tentativo d’interpretazione dialettica del dogma dell’eucarestia
egli ritiene infatti che la rinunzia all’esercizio della ragione significhi
disprezzare uno dei pit alti doni divini e rinunziare a quella nostra facoltà
che ci rende maggiormente simili alla natura di Dio. Perciò, alle autorità ed
alla stessa tradizione dei Padri, Berengario può opporre la superiorità della
ricerca razionale il cui campo di azione non deve arrestarsi neppure dinanzi ai
misteri della transustanziazione o della presenza reale. Il modo in cui procede
questa discussione dialettica del tema trinitario, è poi una testimonianza
caratteristica della mentalità di Berengario. In qualsiasi composto di materia
e forma egli argomenta è impossibile che permangano inalterati gli accidenti,
se si verifica un effettivo mutamento della sostanza. Sicché il fatto che anche
dopo la consacrazione permangono nel pane e nel vino i medesimi accidenti,
dimostra che non si è mai verificato l’annullamento della loro forma e la
trasformazione nel corpo e nel sangue di Cristo, ma che si è realizzata
soltanto l’unione di queste forme con quelle preesistenti del pane e del vino.
Simili argomenti, che Berengario continuò a sostenere nonostante l’abiura cui
fu costretto nel 1050 dal sinodo di Vercelli, mostrano assai bene quali fossero
i possibili sviluppi della trattazione dialettica della materia teologica. E si
può ben comprendere perché molti dei suoi contemporanei fossero concordi nel
condannarlo e nel guardare con forte diffidenza anche l’attività di Anselmo di
Besate, che intorno alla metà del secolo viaggiava instancabilmente tra le
scuole d’Italia, di Francia e di Germania, insegnando particolarmente l’uso
delle argomentazioni contraddittorie. Certo, la sua RAetorimachia non è davvero
un gran monumento filosofico, né mostra l’intenzione di estendere la sua
rudimentale tecnica dialettica nell’ambito della teologia. Ma il suo
insegnamento doveva influenzare profondamente la mentalità dei giovani chierici
con conseguenze forse non troppo diverse da quelle indicate da Berengario, e
costituiva comunque un pericoloso precedente per i sostenitori dell’integrale
rispetto delle pure norme di fede. Ecco perché negli ambienti della ritorma
cluniacense, e, più tardi, della riforma cistercense e certosina, si delineò
una cosî violenta reazione contro la puerilità e l’empietà dei dialettici, e
una condanna delle scienze profane considerate inutili se non addirittura
temibili per la salvezza del cristiano. Le dure parole con cui il vescovo
Gerardo di Czanard vieta l’uso delle argomentazioni filosofiche nell’ambito
teologico, i rimproveri di Otloh di S. Emmeran contro gli stolti e gli ingenui
che credono di dover sottomettere la verità della Scrittura all’autorità della
dialettica, sono espressioni caratteristiche di un atteggiamento che ha
profonde radici nella temperie spirituale degli erdini riformatori. E ad essi
fa eco un tipico rappresentante dell’età giegoriana, Manegoldo di Lautenbach (t
1103) il quale, polemizzando contro Wolfemo di Colonia (noto come sostenitore
della concordanza tra le dottrine di Macrobio e la verità cristiana), ammette,
st, l’utilità della filosofia nei limiti delle scienze mondane, ma sottolinea
il radicale contrasto tra le spiegazioni filosofiche e la rivelazione, tra le
falsità dei pagani Platone ed Aristotele e l’unica verità cristiana. Il teologo
che spinge, fino alle sue estreme conseguenze la polemica contro i dialettici e
la filosofia, è però uno dei maggiori esponenti della riforma, un monaco che
prima di sottomettersi alla severa regola monastica ha anch’egli insegnato dialettica
nella scuola di Ravenna: Pier Damiani. Nei suoi scritti, cosi spesso citati
come esempi del medioevale contemptus mundi, le più oscure denunzie della
miseria invincibile della natura umana si alternano alla condanna di ogni forma
di sapere mondano e di ogni scienza o arte che non abbia come fine la
glorificazione dell’onnipotenza divina. Ai chierici lettori di Cicerone e di
Aristotele egli propone l’esercizio esclusivo della contemplazione mistica,
unico cibo degno di una mente cristiana. La grammatica, la dialettica, le
regole di Donato o i sillogismi di Aristotele, sono invece altrettanti
allettamenti demoniaci che minacciano la purezza dottrinale del clero. E nella
sua dura polemica (che non a caso si giova però di tutti gli strumenti retorici
e letterari propri della cultura di un uomo di lettere) Pier Damiani giunge a
bandire la filosofia dallo scibile cristiano, o, almeno, a ridurla al rango di
una schiava prigioniera destinata a servire alla suprema verità teologale. Il
rifiuto del sapere pagano, l’avversione per le lettere fomentatrici di dubbi e
di errori, non potrebbero essere più radicali e più netti. Eppure Pier Damiani
mostra di saper ben usare nei suoi scritti i metodi di argomentazione
dialettica che non esita ad applicare anche in quell'opuscolo De divina
omnipotentia, giustamente considerato come la espressione più eloquente del suo
puro fideismo. Lo scopo che egli vi si propone è certo del tutto opposto a
quello dei dialettici nel loro tentativo di dare una veste argomentativa anche ai
contenuti dogmatici; perché consiste nell’affermare l’assoluta
incommensurabilità del volere divino, che possiede il potere di far si che ciò
che è stato non sia mai stato. Dio, la cui potenza è totale e illimitata, è
infatti al di là di qualsiasi condizione o norma che possa apparire
contraddittoria agli occhi umani. E quindi per lui non costituisce alcun limite
il fluire irrevocabile del tempo, cosi come la sua volontà non è affatto tenuta
a rispettare quei vincoli e quelle necessità cui è invece sottoposta la ragione
umana. Ora, è evidente che, se la volontà divina possiede una tale prerogativa,
anche tutti i tentativi di applicare nei suoi riguardi dei ragionamenti umani
sono perfettamente vani ed inadeguati. Dinanzi al mistero insondabile della natura
di Dio, dinanzi all’infinità ed al segreto del suo volere, non v’è altra via
che la umile preghizra e la adorazione. È chiaro che, accentuando cosi
nettamente il rifiuto delle norme dei principi razionali, in nome della
trascend:nza divina, Pier Damiani ha di mira molti chierici e maestri
contemporanei, e che intende estirpare radicalmente le male piante della
dialettica cresciute indebitamente nel giardino della teologia. Ma
l’affermazione dell’onnipotenza divina spinta fino alle sue estr:me conclusioni
è anch’essa foriera di gravi conseguenze; e la sua influenza maturerà nei
secoli seguenti fino a costituire una delle pi pericolose minacce p:r la
teologia delle scholae. L'uso che Guglielmo d’Ockham e i suoi seguaci faranno
del medesimo argomento per p:rvenire alla radicale negazione del valore
scientifico della teologia, è una testimonianza assai eloquente dell’esito di
un atteggiamento polemico che era nato proprio per restaurare la supremazia
degli studia divinitatis. Né meraviglia che la polemica antifilosofica di Pier
Damiani o di Manegoldo di Lautenbach preannunzi già temi e motivi che avranno
più tardi tanto peso nella crisi della cultura medioevale, contribuendo alla
caduta del tentativo tomista di una mediazione positiva tra la ricerca
filosofica e il sacro dominio della teologia. La posizione teologica di Pier
Damiani, cosi intransigente e radicale si accorda, del resto, perfettamente con
la sua mentalità di riformatore gregoriano e di teorico della teocrazia. Nella
Disceptatio sinodalis egli non solo afferma la supremazia dell’ordine
spirituale su quello temporale (con argomenti del tutto simili a quelli
adoperati per celebrare la supremazia della teologia dinanzi ad ogni altro tipo
di sapere ancillare) ma ne deduce anche l’assoluto primato del potere papale su
quello mondano e civile dell’Imperatore. L’idea che l’autorità imperiale
dipenda essenzialmente dall’approvazione papale e che il suo scopo debba
consistere soltanto nel guidare il popolo cristiano verso i fini voluti dalla
legge divina e dalla gerarchia ecclesiastica diviene cosi il punto di forza di
una dottrina destinata a larghi sviluppi negli scrittori papalisti del XII e
XIII secolo. Anche se Pier Damiani riconosce che l'Imperatore è stato delegato
dall’autorità papale all’esercizio dell’amministrazione temporale della
cristianità, non per questo ammette che possa avere un fine diverso o distinto
da quello della Chiesa o, tanto meno, che possa conservare legittimamente il
suo potere quando cessi d’operare secondo la guida o la volontà del Pontefic:.
Come l’unione della natura umana e di quella divina costituisce la realtà
vivente del Cristo, cosi l'unione del Papa e dell’Imperatore costituisce, per
una specie di divino mistero, la vivente unità della Christianitas. Destinato a
reggere il corpo e a guidare la vita mondana della società cristiana
l’Imperatore deve perciò sollecitare la guida del Pontefice che è rex animarum
e, pertanto, signore dell’interiore realtà spirituale. Per questo il dominio
imperiale non può vantare una propria giurisdizione particolare, se non in via
del tutto subordinata e sotto il controllo dell’autorità pontificia. In realtà,
per Pier Damiani, il popolo cristiano costituisce soprattutto e in primo luogo
una pura mistica unione sotto la sovranità spirituale del Papa, e da essa
dipende anche ogni forma di ordinamento temporale e mondano. Il fatto che i
cristiani vivano però anche nel tempo e siano sottoposti alla necessità di un
potere e di una coercizione mondana, non significa quindi che la loro società
temporale si possa confondere con nessuno degli stati esistenti o con qualsiasi
corpo politico. I rapporti che vigono nella Christianitas sono infatti
puramente spirituali, le sue finalità del tutto oltramondane; anche l’uso di
mezzi temporali da parte dell’autorità civile vale solo in quanto può servire
per raggiungere dei fini spirituali o comunque indicati dalla gerarchia
ecclesiastica. Ecco perché, nella prospettiva teologica di Pier Damiani,
l’Impero è soltanto uno strumento della Chiesa, limitato nelle sue funzioni e
destinato esclusivamente alla difesa ed all'incremento della fede e dell’ordine
cristiano. Lungi dall’accettare la dottrina carolingia che riconosceva
nell’Imperatore l’advocatus Ecclesiae, capo temporale di tutto l’orbe
cristiano, egli lo considera infatti solo come uno dei tanti principi (anche se
il più potente) ai quali spetta il compito di realizzare neil’ordine mondano le
supreme direttive del potere spirituale. Il che implica, naturalmente, la sua
più stretta e totale subordinazione ai dettami dell’autorità pontificia;
subordinazione da cui dipende la stessa legittimità del potere imperiale,
sempre condizionata alla filiale ubbidienza alla volontà del Papa. Il
rovesciamento della dottrina carolingia non potrebbe certo essere più radicale,
né pit decisa l’affermazione della suprema sovranità della gerarchia
ecclesiastica e monastica su ogni aspetto della vita civile. Ma questa tesi di
cui è evidente lo stretto nesso con la polemica antidialettica e la difesa
dell’assoluto primato della fede non è l’espressione isolata di un grande
spirito mistico, difensore della riforma e del radicale rinnovamento della
Chiesa. Le stesse idee animano infatti anche un vivace polemista come Manegoldo
di Lautenbach, deciso assertore della concezione teocratica della Christiana
respublica, i cui scritti forniranno una precisa linea ideologica ai teorici
della plezitudo potestatis pontificia. E idee non dissimili, anzi
sostanzialmente identiche, ispirano il famoso Dictatus Papae, attribuito allo
stesso Papa Gregorio, dove il riconoscimento al Pontefice di ogni potere e
diritto mondano, incluso quello di deporre gli imperatori e di sciogliere i
sudditi dal giuramento di fedeltà, costituisce il fondamento dell’assoluta
monarchia pontificia. Le dottrine teologiche e politiche di Pier Damiani
rappresentano senza dubbio la posizione più radicale ed estrema maturata negli
ambienti della riforma ed esasperata dagli aspri conflitti ecclesiastici e
politici dell’età gregoriana. Ma sarebbe di grave omissione dimenticare che,
insieme a queste dottrine, si sviluppano nell’XI secolo anche altre posizioni
intellettuali assai più caute e moderate soprattutto nei confronti dell’uso dei
metodi dialettici e della loro possibile applicazione nell’ambito
dell’insegnamento teologico. La stessa necessità pratica di formare degli
uomini di chiesa, capaci di difendere l’ortodossia dalle minacce ereticali con
l’uso di tecniche argomentative accettabili anche da chi ignorasse le autorità
dei Padri (e, d’altra parte, il timore che le soluzioni radicalmente
fideistiche conducessero a pericolose conseguenze sui temi della grazia e della
predestinazione) induce probabilmente molti maestri ad assumere un
atteggiamento ugualmente distante dalle audaci conclusioni teologiche di
Berengario e dalla insolenza polemica di Pier Damiani e di Manegoldo. E sebbene
i teologi ortodossi che accettano l’inserimento dello studio della filosofia
nelle discipline clericali distinguano nettamente l’uso lecito della dialettica
dalle sue degenerazioni, non per questo negano l’utilità e la importanza di una
solida preparazione filosofica e logica. Come sostiene Lanfranco di Pavia,
abate dell’abbazia bretone di Bec e quindi arcivescovo di Canterbury, non è
infatti lecito condannare il legittimo desiderio di confermare gli insegnamenti
della fede con gli argomenti della ragione. Avversario deciso di Berengario, di
cui confutò le argomentazioni sofistiche, Lanfranco crede che anche gli errori
del maestro di Tours non derivino dall’uso dei metodi di dialettica, bensi dal
loro abuso e dalle indebite deduzioni di conseguenze contrastanti con le loro
premesse. Appunto per questo, l'apprendimento di questi metodi di ragionamento
potrebbe chiarire l’origine di quegli errori e confermare i misteri divini la
cui verità non contraddice affatto l’uso moderato della ragione filosofica. Una
dottrina filosofica conscia dei propri limiti e fondata su di una buona
conoscenza della dialettica può anzi giovare alla causa della fede assai più di
quanto non possa nuocere la cattiva e falsa scienza di pochi indotti. Simili
idee attuate nella pratica quotidiana della scuola ebbero naturalmente
un’influenza decisiva sullo sviluppo degli studi filosofici e teologici e sulla
legittima accettazione delle tecniche filosofiche nell'ambito della cultura
ecclesiastica. Ma il loro trionfo fu dovuto principalmente all’opera di un
discepolo di Lanfranco, Anselmo d’Aosta, la più grande personalità filosofica
del suo tempo e il vero iniziatore di una nuova tradizione della teologia
occidentale. Nato ad Aosta nel 1033, scolaro di Lanfranco nell’abbazia di Bec,
poi suo successore nella scuola abbaziale e quindi sulla cattedra arcivescovile
di Canterbury, Anselmo fu la figura pit alta e sigpificativa della cultura
dell’XI secolo. Ma i motivi fondamentali del suo pensiero erano destinati ad
esercitare un'influenza assai vasta e profonda su tutto il successivo
svolgimento della riflessione filosofica e teologica; ed anzi, superando la
crisi della scolastica, avrebbero continuato ad agire anche su alcuni pensatori
che consideriamo tra i rappresentanti più cospicui della filosofia moderna. La
ragione di questa eccezionale influenza sta certo nel rigore e nella rara
acutezza di questo monaco che profondamente nutrito dalla riflessione
agostiniana e guidato da una conoscenza della dialettica, seppe accogliere in
un sistema organico di idee le tendenze più attive e vitali del suo tempo. E se
la sua posizione intellettuale e le sue dottrine furono spesso nei secoli
successivi oggetto di critica severa da parte di grandi maestri della scolastica,
è certo che Anselmo diede per primo un metodo razionale alla disciplina
teologica, sostituendo al costante richiamo dell’auctoritas una via
argomentativa basata unicamente sull’uso oculato e guardingo del ragionamento
dialettico. Il fatto che AOSTA si sia occupato esclusivamente di temi teologici
(dall’esistenza di Dio alla Trinità, dall’Incarnazione al peccato originale)
non toglie nulla alla novità del suo metodo che egli estese, del resto, ad ogni
aspetto del dogma. Però il fondamento della sua dottrina rimase sempre
strettamente agostiniano; e da Agostino egli derivò gran parte delle sue
premesse sviluppate però secondo una lucida tecnica dialettica e condotte a
conclusioni che innovavano la dottrina teologica dei suoi tempi. La pid intensa
attività filosofica di Anselmo si svolse in un periodo di tempo relativamente
breve, dal .1070 al 1080, nell’ambiente dell'abbazia di Bec già predisposto
dall’insegnamento di Lanfranco ad accogliere una diversa impostazione degli
studi teologici. Fu appunto in questi anni che Anselmo elaborò i suoi scritti
fondamentali, tutti dominati dalla certezza dell’intimo accordo tra i metodi di
argomentazione razionale e i dati essenziali della fede; per dir meglio, dalla
necessità che i principi della rivelazione siano illuminati dalla ragione e
che, d’altra parte, la ricerca razionale si muova sempre entro i limiti e
presupposti della fede. Questa posizione, che Anselmo espresse nella formula
credo ut intelligam, implica naturalmente una concezione strumentale della ragione
il cui compito consiste nel meditare i dati della fede già accennati nella loro
indiscutibile verità. Perciò anche quando Anselmo applica i metodi dinlettici
anche ai contenuti più gelosi del dogma e fonda su di essi la dimostrazione
dell’esistenza di Dio, egli è fermamente convinto che tali procedimenti valgono
solo come chiarimento e delucidazione di una verità che la ragione umana può
cercare di rendere più evidente, pur riconoscendo i propri limiti e la sua
radicale incapacità a penetrare intimamente nei misteri divini. Ecco perché nel
-Mozologion che è appunto un’operetta scritta a richiesta dei suoi monaci come
modello di meditazione sull’esistenza e gli attributi di Dio egli afferma di
voler procedere solo per via di ragione, senza ricorrere ai riferimenti ed alle
autorità scritturali o patristiche. Ma al tempo stesso, in polemica coi
dialettici, Anselmo riafferma sempre l’assoluta superiorità della fede,
principio unico. ed essenziale donde procede lo stesso intellet to. La fede è,
dunque, il fondamento e la ragione prima della conoscenza umana; giacché non
s'intende per credere ma bensi si crede per intendere. Eppure chi crede con
certezza e fervore può usare legittimamente anche i metodi della dialettica e i
puri procedimenti razionali che sono anch’essi un dono divino. È chiaro che un
simile atteggiamento presuppone una fiducia completa nella ragione come
strumento che non arretra neppure dinanzi al tentativo di spiegare con
procedimenti analogici anche i sacri misteri. Il modo in cui Anselmo affronta
la tematica teologica tradizionale, cercando di mostrare l’intima necessità
razionale della trinità e dell’incarnazione, ne è appunto una prova assai
chiara. Ma, d’altra parte, egli è ugualmente convinto che il potere illuminante
dell’intelletto dinanzi agli abissi della rivelazione è ben limitato, perché la
verità della fede è cosi vasta e profonda che nessuna mente mortale potrà mai
possederla compiutamente. Neppure lo sforzo concorde di tutti i Santi e dei
Padri e dei Dottori della Chiesa ha quindi potuto penetrare 11 mistero della
rivelazione. Ma, proprio per questo, niente è più erroneo che opporre all’uso
legittimo della ragione l’autorità esclusiva degli Apostou e dei Padri,
dimenticandosi che anch'essi erano uomini e conobbero la verità con mente umana
e che Dio non ha mai cessato e mai cesserà d’illuminare la Chiesa e di
permettere ai fedeli una comprensione sempre più profonda della sua parola.
D'altra parte se è vero che la visione beatiticante della verità divina è
esclusa da questo stato mondano, ciò non signitica che la ragione umana non
possa ampliare la sua intelligenza della fede. Comprendere la propria fede
signitica appunto avvicinarsi alla visione di Dio, e rendersi piî degno dei
suoi aoni. Se è cosa empia pretendere di scoprire o di discutere ciò che Dio ha
celato nella protondità insindacabile del mistero, esistono però problemi e
temi teologici che non sono affatto incomprensibui ala ragione, ma che anzi
essa deve speculare e chiarire. Dimostrare che Dio esiste è appunto uno di questi
compiti che la ragione deve perseguire con propri mezzi e senza aicun ricorso
ad autorità o fondamenu estranei a1 suoi poteri; ed anzi dalla validità
intrinseca di questa dimostrazione dipende la possibilità di costruire una
scienza dotata degli stessi strumenti argomentativi propri delle altre arti. La
dimostrazione dell’esistenza di Dio rappresenta ovviamente uno dei temi
centrali del pensiero di Anselmo, destinato, peraltro, a costituire un termine
di confronto obbligato per tutte le correnti e tendenze teologiche del Basso
Medioevo. Ma le prove che egli presenta, compenetrate di spirito agostiniano,
sono formulate con un rigore e una coerenza dialettica ancora estranea al
pensiero di Agostino e secondo una direttiva metafisica di carattere squisitamente
platonico. Ciò è evidente soprattutto nelle pagine del Monologion ove tutta la
dimostrazione poggia sul presupposto dell’ordine gerarchico di perfezione
presente nell’universo e sull’idea che tutto ciò che gode di un grado maggiore
o minore di perfezione deve partecipare necessariamente della perfezione
assoluta. Ora l’esperienza sensibile e la riflessione razionale ci mostrano che
esistono innumerevoli beni, più o meno perfetti, e che tutto quanto esiste ha
sempre una sua causa particolare. Ma la serie delle perfezioni particolari e
contingenti ci rinvia per necessità ad una causa unica e prima, cosi com’è
evidente che quanto è perfetto in un grado minore o maggiore, lo è soltanto
perché deriva da un supremo ed unico principio di perfezione. Naturalmente
questo bene, del 100 Anselmo d'Aosta e la cultura teologica del suo tempo quale
partecipa tutto ciò che è bene. non può essere che il bene massimo ed assoluto,
superiore ad ogni altro bene e ad ogni altra perfezione. Ma ciò significa che
quanto è assolutamente buono è anche infinitamente grande e che quindi esiste
un rrimo essere superiore ad ogni realtà esistente limitata, e questo essere è
Dio. Un tale argomento di cui è inutile sottolineare l’intrinseco carattere
platonico-agostiniano può essere ugualmente svolto muovendo da quella
perfezione dell’essere che tutte le cose hanno in comune, sia pure in grado e
misura diversi. Ogni ente esistente ha infatti una propria causa; ma la
moltevlicità delle canse particolari presenti nell’universo può essere considerata
come riducibile ad una cau-, sa, oppure come fine a se stessa, o ancora come
costituita da una serie di cause che si causino reciprocamente. Se però
esaminiamo la seconda ipotesi, è subito evidente che le sinvole cause esistenti
per se stesse hanno almeno in comune questo essere per sé che costituisce il
princinio della loro esistenza e quindi la loro unica causa comune. Né è
diversa la conclusione cui si giunce esaminando anche la terza ipotesi, perché
supporre che una cosa esista a cansa di ciò cui essa stessa dì l’essere, è
ipotesi assurda e contraddittoria. Non resta perciò valida che la prima
ipotesi: tutto ananto è, esiste per una causa unica éd assoluta,
necessariamente identificabile con Dio. Ma non basta. L’ardine dell'universo è
costitnito come s'è cià visto da una gerarchia di esseri alcuni dei quali sono
pii perfetti ed altri meno perfetti. Ma una volta accettata questa verità
inonnugnabile è anche necessario ammettere o che questa gerarchia di perfezione
non abbia mai fine e quindi che ogni essere postuli sempre, al di sopra di sé,
un altro essere pit perfetto, onvnre che l’universo sia ‘costituito da un
numero definito di esseri. uno dei quali sunera tutti gli altri per la sua
assoluta perfezione. L'esclusione della prima ipotesi che Anselmo ciudica
assurda e irrazionale. conduce necessariamente ad ammettere l’esistenza di un
essere perfettissimo superiore a tutti gli altri e a nessuno inferiore. Ed a
chi obbietta che si potrebhero ammettere al sommo della gerarchia due enti
forniti di uguale perfezione, è facile rispondere che questi due esseri sono
uguali o perché la loro essenza è comune e quindi sono in realtà un solo
essere, oppure perché partecipano entrambi ad un essere superiore che li
trascende tutti e due e che, pertanto, è l’unico essere perfettissimo. Dio è
dunque il termine unico e assoluto che conclude la serie finita degli esseri; e
ne è al tempo stesso il culmine, la ragione e la causa. OI L’XI e il XII secolo
Un simile tipo di argomentazione, cosi legato ad una visione gerarchica della
realtà di schietto senso platonico, si fonda evidentemente sul passaggio
dialettico dal limitato all’assoluto e dall’essere particolare al suo
fondamento universale. Ed è chiaro che Anselmo introduce in tal modo nella
storia della teologia un metodo speculativo che era già implicito nelle
dottrine dell’Areopagita e nella sua immagine di un universo ascendente di
grado in grado, di perfezione in perfezione verso il suptemo approdo dell’unica
esistenza divina. Anselmo però non si arresta a questò procedimento che, almeno
in apparenza, muove dall’esperienza e dalla realtà definita dei singoli enti
esistenti. Proprio perché vuol dare alla riflessione teologica una base
schiettamente speculativa, egli si sforza di portare altre prove che s'impongano
per pura evidenza logica, prescindendo dalla corsiderazione sensibile della
realtà. Ma -coronando le prove precedenti con l’argomento ontologico del
Proslogion egli spinge alle estreme conclusioni il suo procedimento dialettico,
e ripropone, per altra via, la stessa considerazione di Dio e dell’essere che
era già implicita nel Monologion. Certo, proprio all’inizio del Proslogion,
Anselmo dichiarava di voler muovere dal puro dato di fede, e cioè dall’idea di
Dio che ci è fornita dalla fede e dalla quale è però possibile trarre per
evidenza interna anche la necessità logica della sua esistenza reale. Noi
crediamo infatti che Dio esista e che sia l’essere di cui non è possibile
concepire niente di maggiore; ma anche l’insipiens che nega Dio, comprende ciò
che affermiamo con queste proposizioni, e deve quindi ammettere che tale
concetto possiede un'esistenza mentale, in quanto è attualmente presente negli
intelletti che lo pensano. Una cosa può infatti esistere nell’intelletto senza
che questo ne ammetta l’esistenza esteriore: quando un pittore si rappresenta
l’immagine che vuole dipingere, egli possiede in sé il quadro già esistente nel
suo intelletto, ma non ne conosce affatto l’esistenza esteriore perché non lo
ha ancora dipinto. Ecco, dunque, che anche l’insipiens è costretto a
riconoscere che almeno nel suo pensiero esiste l’essere perfettissimu di cui è
impossibile concepire niente di maggiore. Però una volta accettata questa
premessa non gli è più possibile negare che l’ente perfettissimo esiste anche nella
realtà, poiché questa esistenza possiede un grado di perfezione superiore a
quello dell’altra. Difatti se l’essere di cui non è possibile concepire uno
maggiore esistesse unicamente nell’intelletto, si potrebbe facilmente pensare
anche un essere dotato di tutte le sue perfezioni e, in pit, della perfezione
che è data dall’esistenza reale. Ma una tale conclusione è evidentemente
contraddetta dalla stessa definizione iniziale dell’ens perfectissimum, e
quindi l’essere di cui non si può pensare uno maggiore deve esistere sia
nell'intelletto che nella realtà. Non occorre un’analisi troppo approfondita
per intendere come questa argomentazione si fondi sulla certezza interiore
della fede e sulla opinione “platonica, che esistere nel pensiero è già
esistere nella realtà e che quindi la nozione di Dio, data dalla fede, ha una
realtà di fatto indubitabile e assoluta. Anche qui, come già nelle prove del
Monologion, Anselmo muove dunque dalla certezza preliminare di una realtà, di
ordine e grado particolare, per concludere alla necessità logica dell’esistenza
reale dell’ens perfectissimum; ed anche qui, pur nell’indubbia novità del suo
metodo di argomentazione, il processo anselmiano muove dall’idea gerarchica di
un diverso grado di perfezione ontologica che subordina l’essere pensato alla
superiore perfezione dell’essere reale. In tal modo il passaggio dal dato
originario della fede alla prova o conclusione razionale, è reso possibile
proprio mediante il confronto tra l’esserte pensato e l’essere reale, tra
l’idea di Dio esistente nel pensiero e la certezza logica che questa esistenza
mentale, che è anche essa reale, sarebbe certamente impossibile se Dio non
esistesse anche nella realtà. Sicché la vera differenza tra le argomentazioni
del Monologion e quelle del Proslogion consiste solo nel diverso punto di
partenza, e nel carattere della realtà che è posta come termine di paragone con
la perfezione assoluta e necessaria del supremo ente reale. Solo in Dio
l’esistenza mentale e l’esistenza reale debbono coincidere per intrinseca
necessità logica; mentre, in ogni altro caso, l’esistenza reale può essere
verificata solo se l’Essere sommo, principio e causa prima, l’ha effettivamente
creata. Cosf Anselmo conduce fino alle sue logiche conseguenze quelle
fondamentali caratteristiche platoniche che erano già evidentissime nella
dottrina agostiniana; e mentre si appella alla fede come primo fondamento di
certezza, vuol trovare nel suo contenuto intellettivo quella ragione dialettica
che la rende perfettamente comprensibile anche all’intelletto. L’impiego cosi
coerente del procedimento dial:ttico si risolve in un nuovo metodo apologetico,
o meglio, nella conferma del primato assoluto della fede, i cui principi
costituiscono in ogni caso il presupposto indiscutibile e necessario di
qualsiasi prova o dimostrazione. Non v’è quindi da meravigliarsi se già taluni
dei contemporanei di Anselmo contestarono il valore e la fondatezza
dell’argomento del Proslogion che fu più tardi rifiutato dallo stesso Tommaso
d’Aquino. Ed è noto che, vivente ancora Anselmo, un monaco del monastero di
Marmontier, Gaunilone, scrisse un Liber pro insipiente che è una acuta critica
del procedimento anselmiano. Il punto su cui si fonda l’obiezione di Gaunilone
è l’impossibilità di concludere dall’esistenza del pensiero all’esistenza
esteriore, di fatto. Il pio monaco non vuol certo difendere l’ateismo
dell’insipiens; al contrario egli riafferma che la certezza dell’esistenza di
Dio è un principio di pura fede e che il passaggio arbitrario dalla parola al
concetto e dal concetto alla realtà, compiuto da Anselmo, è non solo invalido,
ma anche sofistico e pericoloso. Le parole che udiamo argomenta infatti
Gaunilone possono avere o non avere un loro significato; ma se l’hanno è solo
perché sono connesse a certe esperienze o percezioni che esse richiamano alla
nostra mente. Ora è proprio l’esperienza dei singoli individui dotati di
caratteri particolari che ci permette di formare dei concetti di specie e di
genere ben distinti per mezzo di parole corrispondenti; ma quando ciò non
accade, quando le parole che pronunciamo non hanno un nesso mentale
corrispettivo, esse restano prive di significato come se fossero scritte o
pronunziate in una lingua ignota. Difatti chi, non conoscendo il latino, sente
pronunziare la parola avis, non può connetterla a nessuna rappresentazione
particolare o generale, ma può soltanto percepirne il suono fisico. Ebbene: per
Gaunilone la stessa cosa accade anche quando sentiamo pronunziare la parola Dio
e la frase l’essere di cui non si può pensarne uno maggiore, espressioni che
non hanno nessun fondamento nell’esperienza. Dio infatti non è pensabile in
rapporto alle altre cose che ci sono note attraverso i sensi; e poiché non è
oggetto della nostra esperienza non esiste neppure un concetto che stia in
rapporto a Dio come il concetto di uomo sta in rapporto con l’individuo
Socrate. Per questo udendo la parola Dio noi sentiamo solo dei suoni e non
riusciamo, per quanti sforzi facciamo, ad attribuirle un esatto significato. Ed
anche se vogliamo dire, con Anselmo, che il concetto di Dio è presente
nell’intelletto dell’insipiens dobbiamo però ammettere che costui possiede nel
suo intelletto solo delle parole incomprensibili e dei nomi privi di
significato. Non solo: esistono anche errori e idee false che non hanno alcuna
esistenza fuori del pensiero, immaginazioni e fantasie ben presenti
all’intelletto ma del tutto estranee alla realtà. Chi concepisce l’idea delle
isole Fortunate, sparse in una parte dell'Oceano, colme di ricchezze e di beni,
non può certo pretendere che queste isole, pur concepite come le più perfette
tra tutte esistano anche nella realtà. Ma lo stesso argomento vale anche contro
la prova di Anselmo che compie lo stesso indebito passaggio dall’esistenza nel
pensiero alla esistenza nella realtà: Come infatti si potrebbe dimostrare
maggiore di tutti, se io nego 0 dubito ancora che esso esiste anche nel
pensiero? Dovrei prima sapere che quell’ente esiste realmente da qualche parte;
e quindi trarrei dal fatto che è il maggiore di tutti la certezza che esiste
anche in realtà. A tali obiezioni, che si fondano su di una considerazione
dell’idea e del suo rapporto con gli enti reali ben diversa da quella accettata
da Anselmo, questi rispose ‘che il passaggio dell’esistenza nel pensiero
all’esistenza nella realtà è valido unicamente nel caso dell'ens perfectissimum
la cui certezza è fondata sulla fede; e, in secondo luogo, che questo concetto
può essere dedotto dalla considerazione della realtà finita che, in base agli
argomenti del Monologion, ci conduce a riconoscere l’esistenza di un essere
assoluto superiore a tutti gli enti finiti. Il che implicava però il
sionificativo riconoscimento di un fondamento fideistico del concetto di Dio,
estraneo al suo tentativo di pura deduzione concettuale. La dimostrazione
dell’esistenza di Dio non è però il solo tema affrontato dalla teologia
anselmiana; ché anzi, in tutti i suoi scritti, sono discussi con particolare
insistenza anche il prob'ema degli attributi divini e quello del rapporto tra
Dio e la realtà da lui creata. A questo proposito Anselmo afferma con un
evidente richiamo alla dottrina agostiniana che solo Dio esiste di per se
stesso e che quindi solo in lui essenza ed esistenza s’identificano
perfettamente, cosî come la luce s’identifica con lo splendore che emana. Tutti
gli ‘altri esseri possiedono, invece, un’essenza che non implica
necessariamente l’esistenza, che può essere tratta ad esistere solo per opera
divina; il che significa che Dio è la materia costitutiva dell’universo o ne è
la causa produttrice. La prima ipotesi viene però subito respinta per la sua
evidente conseguenza panteistica; e quindi Anselmo accetta il principio della
creazione ex nikilo, come l’unica soluzione che soddisfi al tempo stesso
l’esigenza della fede e della ragione. L'universo viene, dunque, all’esistenza
senza che esista alcuna materia preesistente rappresentata da Dio o da
qualsiasi altro principio; poiché il nulla da cui il mondo proviene non è una
realtà positiva, bensf semplicemente l’assenza totale di realtà. Il passaggio
dal non essere all’essere è causato da un libero decreto della volontà divina,
decreto che non conosce nessun presupposto metafisico n ontologico. Con questo
non si deve però credere che Anselmo neghi ogni forma di esistenza o di realtà
precedente all’atto con cui Dio ha creato il mondo. Riprendendo un motivo
fondamentale della tradizione platonico-agostiniana, anche Anselmo ammette
infatti l’esistenza di forme ideali della realtà logicamente precedenti
all'emergere della realtà dal nulla. Tali idee presenti 25 aeterro nel pensiero
divino e ad esse consustanziali sono appunto espresse e realizzate dall’atto
che modella sui loro esemplari le singole cose create. Affermare che il mondo è
stato creato dal nulla significa quindi, semplicemente, che le cose non erano
prima ciò che sono attualmente, né esisteva, prima di esse, una qualsiasi
materia da cui potessero essere formate. Ma considerate dal punto di vista del
sapere divino esse sono già tutte presenti nel pensiero eterno e ne escono in
virtà della Parola creatrice che non ha alcuna somiglianza col parlare umano,
bensi rassomiglia alla nostra conoscenza dell’essenza universale ed alla parola
interiore con cui le definiamo nel nostro più segreto pensiero. Come la nostra
parola interiore non conosce dif- ferenza di tempo e di luogo, di povolo o di
nazione, cosf la parola o verbo che è nella mente divina è il puro prototipo
immutabile delle cose create e il mezzo con cui Dio crea e conosce attualmente,
nella sua identica perfezione, il mondo molteplice e transitorio degli enti.
Tutto ciò che è estraneo alla pura essenza divina è stato creato dal Verbo che
lo conserva e lo mantiene, permettendo cosf alle singole creature di permanere
nel loro essere. Ma ciò significa che Dio è presente dovunque e tuttavia eccede
con la perfezione ogni luogo determinato, che è ogni tempo e, insieme, al di là
di tutto il tempo, immanente nell’atto con cui dà vita a tutte le realtà,
eppure trascendente nella sua essenza infinita ed eterna. Nondimeno, se
cerchiamo di esprimere da un punto di vista umano la realtà di un essere che
trascende tutto il Creato e non ha nulla in comune con le altre cose, è
necessario affermare di Dio tutti quegli attributi che designano uno stato di
perfezione positiva. E perché tali attributi siano vera Aosta e la cultura
teologica del suo tempo mente legittimi occorre che gli siano
riferiti in un senso assoluto e che si predichino di lui solo quelle
perfezioni che superano in valore tutto il resto della realtà. Ecco
perché non si può mai dire di Dio che è corpo, bensi soltanto che è
spirito, poiché lo spirito è superiore e più perfetto del corpo;
similmente, per attribuirgli tutte le perfezioni che gli sono più vicine e più
degne lo si dirà vivente, sapiente, onnipotente, vero, giusto, beato, ed
eterno, pur comprendendo che anche questi attributi sono ben lungi dal cogliere
l’infinita perfezione divina. D'altra parte, queste molteplici perfezioni
non significano affatto che in Dio esista realmente molteplicità o distinzione
né che la sua natura abbia dei caratteri essenziali insieme ad altri
caratteri accidentali, 0, tanto meno, che vi siano in lui cangiamenti o
processi. Al contrario la sua essenza, del tutto coincidente con l’esistenza, è
sempre assolutamente una, identica e immutabile; né Dio, che è in tutti i
luoghi e in tutti i tempi pur essendo al di là di ogni luogo e di ogni
tempo, può mai ammettere inizio e fine. Anche il suo atto creatore non
comporta infatti alcun mutariento nella sua essenza, cosîf come i decreti della
sua volontà non tollerano alcun limite estraneo. Cosf se Anselmo,
moderando la tesi radicale di Pier Damiani ritiene che la volontà divina
non potrebbe mai giungere a far si che ciò che è stato non sia stato,
tuttavia insiste sulla piena libertà del suo atto, incommensurabile ad
ogni norma umana. Tra le creature che Dio ha creato e che
sono state espresse dal suo Verbo, l’uomo è poi quello che rispecchia in
maggior misura l’immagine e il segno della divinità. Capace di conoscere
se stessa, di ricordarsi di se stessa e di amare se stessa, l’anima umana
rispecchia infatti nella sua natura limitata l’ineffabile ed eterna
trinità divina. E tutta la sua conoscenza deriva appunto direttamente da
Dio che illumina costantemente l’anima rendendo cosf possibile la
perfetta cooperazione tra il senso e l’intelletto attraverso
l’intermediario delle eterne idee, divinamente irraggiate. Naturalmente,
alla luce di questa impostazione di schietto carattere agostiniano, non è
neppure difficile intendere perché Anselmo sia intransigente partigiano
della realtà ideale dei generi e delle specie e perché faccia di questa
soluzione realistica del problema degli universali un presupposto essenziale
della sua ontologia. Tanto più che non sarebbe possibile intendere
completamente l’intimo meccanismo delle sue argomentazioni ontologiche se
non si pensasse che egli muove sempre dalla certezza della realtà delle
idee, dal principio che ogni determinazione particolare ha significato
e valore solo in quanto partecipa a un fondamento universale. Solo
così ogni perfezione individua trova la propria realtà nella
partecipazione alla perfezione assoluta; sicché l’identità necessaria tra
l’esistenza pensata dell'Ente perfettissimo e la sua esistenza reale può
rendere possibile l’argomentazione del Proslogion. In un caso come nell’altro
il procedimento dialettico di Anselmo muove da un presupposto realista e
da una premessa speculativa schiettamente platonico-agostiniana. L’opera
di Anselmo, tutta incentrata sui grandi temi teologici che abbiamo
esposto, segna una tappa d’importanza decisiva nella storia del pensiero
medioevale e pone già in chiara luce le esigenze fondamentali che guideranno
poi per più di tre secoli lo svolgimento della cultura scolastica. Fu
infatti all'esempio di Anselmo che si richiamarono assai spesso i maestri del
XII secolo ben decisi a far valere sul piano della riflessione
teologica che non si distingweva ancora
dalla meditazione filosofica autonoma
i metodi della dialettica, oppure a risolvere nell’ambito di
grandiose concezioni cosmolociche gli stessi temi capitali della
tradizione agostiniana e boeziana. Ma il suo pensiero doveva ancora costituire
per lungo tempo un necessario termine di riferimento nella lunga
discussione sul reciproco rapporto tra la ragione e la fede, e stimolare,
sia pure attraverso atteggiamenti e tendenze di carattere assai diverso,
la progressiva trasformazione della teologia in una scienza speculativa dotata
di metodi e strumenti logici non diversi da quelli delle altre scienze.
Questa tendenza, che porterà ben presto ai primi tentativi di organizzare
tutta la materia teologica in vaste sintesi sistematiche, è del resto già
ben visibile nell'opera di alcuni scrittori contemporanei che cooperano a
elaborare i quadri concettuali della scientia Dei. I Libri Sententiarum
attribuiti ad Anselmo di Laon forniscono già l’esempio di una raccolta
organica dei testi dei Padri della Chiesa, ordinati secondo i problemi e
i temi teologici fondamentali, ed offrono cosi un modello che sarà poi
ripreso e sviluppato da Guglielmo di Champeaux, Pietro Abelardo, Roberto di
Melun e, con particolare fortuna, da Pietro Lombardo. Ma l’importanza di
questa raccolta, compilata allo scopo di fornire argomenti di prova nelle discussioni
teologiche, non consiste soltanto nella preparazione di un cospicuo materiale
selezionato dalla gran selva della letteratura patristica, bensf nella
cornice organica e compiuta entro cui viene inserita la trattazione
teologale. L'esistenza, la natura, gli attributi di Dio, il significato e
il modo della creazione, l’esistenza e il destino dell'uomo dalla sua
caduta alla redenzione, la via di salute indicata dalla natura e dalla
grazia, la funzione carismatica della Chiesa e dei suoi sacramenti, divengono
adesso gli oggetti ben definiti della speculazione filosofica, i temi
intorno ai quali si dispiegherà la vigorosa analisi intellettuale dei
grandi maesti scolastici. Ma questo quadro che raccoglie in sé tutri i principi
ideologici di una società in cui la Chiesa è l’unica produttrice di idee,
questa cornice stabile e definita entro cui deve procedere la riflessione
filosofica e la suprema conoscenza della realtà e dell’uomo, offrono ad
ogni passo problemi aperti e insolubili, temi suscettibili di discussioni
e di analisi che pur senza negare il primato della fede, lasciano libero
passo alla indagine della ragione. Certo gli autori delle sentenze,
e Anselmo di Laon per primo, insistono sempre sui dati di fede e sulla
gelosa custodia della pura verità rivelata. Ma, in realtà, essi preparano
un metodo di studio e di riflessione teologica che impone un più ampio
sviluppo della dialettica e una capacità di critica razionale destinata a dar
presto i suoi frutti nella temperie storica del XII e del XIII secolo. La
grande fioritura dei Commenti alle Sentenze e lo sviluppo di una
caratteristica letteratura teologica sempre più raffinata e
intellettualmente scaltrita, sono la diretta conseguenza del nuovo corso
impresso alla cultura scolastica dell’XI secolo, da Anselmo di Aosta e dai suoi
contemporanei. E non a caso sarà proprio dalla lunga esperienza dei Libri
Sententiarum e dei loro commenti che nasceranno le grandi Summzae del
XIII secolo. Quale fosse però la funzione innovatrice esercitata
dalla diffusione degli studi dialettici nell’ambito della cultura
teologica, e quali potessero essere le sue conseguenze più estreme, è ben
dimostrato dalla personalità, ancora non molto nota, di Roscellino di
Compiègne. Sui suoi studi e la sua formazione non possediamo purtroppo
testimonianze sicure e precise, ma sappiamo che ebbe come maestro
Giovanni il Sofista, noto per la sua abilità di dialettico, e che, più
tardi, mentre era maestro e canonico a Compiègne, fu accusato formalmente
dinanzi al concilio di Soissons d’insegnare che vi sono tre dii. Abiurò e
gli fu concesso di riprendere il suo insegnamento a Tours e a Loches, dove fu
maestro di Abelardo, e a Besangon ove sembra morisse intorno al 1120. La
scarsità di notizie e di testimonianze non polemiche sul suo insegnamento,
rendono certo molto difficile una valutazione della sua dottrina, probabilmente
assai deformata dagli attacchi dei suoi avversari. Ma ciò non toglie che
Roscellino sia stato considerato dai contemporanei e dai posteri come il principale
sostenitore di una concezione degli universali che identificava l’idea
generale con la parola che la definisce. In aperta polemica con la
soluzione realista che attribuisce una realtà ai termini astratti del
pensiero, Roscellino sembra negare qualsiasi realtà che non sia strettamente
individuale; e per questo afferma che il termine uomo, come tutti gli altri che
indicano una specie o un genere, corrisponde soltanto o alla realtà
fisica della parola uomo (cioè a un flatus vocis, o emissione di suono)
oppure a degli individui particolari e concreti che quel termine può
semplicemente esprimere. Come si vede il rifiuto della dottrina
realista, cosi connaturata al fondo agostiniano-platonico della cultura
filosofica dell’Alto Medioevo, non potrebbe essere pi netto. Ma proprio perché
era maestro di arte dialettica e quindi di una scienza che si applica
principalmente ai termini del discorso umano, Roscellino non solo negò il
loro fondamento reale, metafisico, ma sembra che estendesse la sua
conclusione dal piano della pura analisi dialettica alle sue conseguenze
teologiche. Certo, è probabile che Roscellino non intendesse affatto affermare
l’esistenza di tre distinte divinità; eppure, coerentemente al suo
assunto logico, egli sostenne che anche nella trinità le tre persone
hanno una loro distinta realtà individuale e che ognuno dei loro nomi
(Padre, Figlio, Spirito) indica indubbiamente una cosa unica e singola In
tal modo la trinità è costituita, per Roscellino, da tre sostanze distinte
che pure possiedono un’unica potenza ed una sola volontà; perciò egli
affermò, identificando il concetto teologico tradizionale di persona con quello
di sostanza, che soltanto a causa di una particolare abitudine
linguistica i teologi possono triplicare le persone senza triplicare le
sostanze. Non v’è quindi da meravigliarsi se i teologi
contemporanei considerassero con estremo sospetto le sue dottrine fino ad
accusarlo, forzando il senso delle sue espressioni, di triteismo. La sua
traspo sizione dell'ipotesi nominalistica dal piano dialettico a quello
teologico e l’uso. di una terminologia cosi insolita spiegano le
preoccupa. zioni e i timori di devoti teologi come Anselmo. Indubbiamente
la mentalità del dialettico Roscellino con la sua rigida coerenza
tra l’atteggiamento di logico e le sue conseguenze teologiche, è già il
segno di una profonda incidenza delle nuove tecniche logico-grammaticali
nell’ambito sacrale della scientia de divinis. Gli eventi storici dell’XI
secolo e in particolare la lunga lotta per le investiture e i violenti
contrasti tra l’aristocrazia ecclesiastica e laica e la feudalità
maggiore e minore, accelerarono la crisi della società feudale, favorendo
il progressivo sviluppo delle forze economiche e sociali che erano lentamente
maturate. Nell’Italia settentrionale e centrale, nelle Fiandre, ed anche nei
maggiori centri urbani della Francia e dell’Inghilterra, si assiste
adesso a un impetuoso sviluppo di tutte le attività, e a un incremento delle
forze produttive e degli scambi commerciali assai maggiore di quello che
si era già delineato nel corso del secolo precedente. Nelle città che
sono al centro del nuovo corso economico fondato sull'economia mercantile.
ai poteri feudali si sostituiscono gli ordinamenti comunali che
assicurano una sostanziale supremazia politica ai ceti della borghesia
mercantile e artigiana. Sulle coste mediterranee si vengono formando
nuovi stati, tra i quali eccelle per il carattere accentratore ed
assolutistico, il regno normanno di Sicilia destinato a svolgere la sua direttiva
espansionistica verso i territori dei Balcani e del Vicino Oriente. Allo
sforzo militare dei Normanni, corrisponde, su più vasta scala, l’attività
delle Repubbliche marinare che incrementano costantemente i loro
traffici raggiungendo l’effettivo controllo delle grandi vie di commercio
che congiungono il bacino mediterraneo ai lontani mercati asiatici.
Infine, negli ultimi anni del secolo, la rinascita economica e sociale dà
luogo ad un grande movimento di espansione armata verso i paesi del Medio
Oriente, che è insieme la conseguenza del profondo risveglio religioso operato
dalla riforma gregoriana e patarina, e il risultato dell'alleanza tra le
declinanti classi feudali spinte dalla necessità di conquistare nuove terre e
la borghesia mercantile e marittima di Genova, di Venezia, di Amalfi e di
Pisa. Le conquiste degli eserciti crociati guidati dalla predicazione
dei missionari riformatori, non furono però tanto importanti nei loro
aspetti religiosi e politici, quanto piuttosto per gli effetti sulla vita
economica e intellettuale dell'Europa occidentale. Ché se l’innata debolezza
degli stati crociati fece fallire il tentativo di colonizzazione feudale delle
terre siriache e palestinesi, gli stabilimenti commerciali creati dai
genovesi e dai veneziani, sopravvissero anche alla caduta del Regno di
Gerusalemme, permettendo la formazione di stabili rapporti commerciali con i
grandi mercati asiatici ed un'eccezionale ripresa dell’attività mercantile nel
bacino mediterraneo. Ai rapporti economici seguirono poi, naturalmente, anche
più stretti rapporti intellettuali con la civiltà islamica, molto piti avanzata
dell’Europa occidentale nel campo degli studi scientifici e del progresso
tecnico. Proprio il diretto contatto con i maggiori centri culturali
dell’Impero arabo permise che circolassero rapidamente anche in
Occidente, dottrine, idee e conoscenze scientifiche e tecniche
particolarmente necessarie per una società a base urbana e
mercantile. All’acquisizione di questa cultura di carattere molto
diverso da quella che aveva dominato le scuole occidentali dall’epoca
della riforma carolingia, contribuirono in larga misura sia la conquista
normanna della Sicilia che pose a disposizione dei dotti occidentali un
gran numero di testi arabi, sia la reconquista cristiana dei territori
musulmani di Spagna ove sorgevano fiorenti istituzioni culturali e si era
affermata una grande tradizione di studi filosofici e scientifici. La
presenza, a Palermo come a Toledo, di un ceto di dotti arabi ed ebrei,
rese più rapida e pit facile l’acquisizione da parte della cultura occidentale
di quei testi ai quali era affidata tanta parte della tradizione
filosofica greca e della scienza ellenistica ed araba. Ma, nello stesso
tempo, divennero anche pit stretti i rapporti con la tradizione teologica
e filosofica greco-bizantina, le cui opere e dottrine più significative furono
ripresentate nelle scuole occidentali dalle traduzioni di Burgundio
Pisano, di Leone Toscano, Ugo Eteriano, Giacomo da Venezia, ecc., tutti presenti
ed operanti in Costantinopoli. Questo vigoroso sviluppo economico e
intellettuale che è comune a gran parte dell'Europa occidentale, non fu
naturalmente privo di conseguenze anche nei confronti delle istituzioni
politiche e religiose. Già si è accennato alla nascita delle forme di
organizzazione comunale ed alla ascesa di quei ceti commerciali e artigiani che
dominano adesso la vita dei centri urbani, ma con questa evoluzione
politica s’intreccia spesso lo svolgimento di nuovi movimenti e tendenze
riCaratteri, tendenze ed ambiente storico della cultura del XII secolo
formatrici, più radicali di quelle che avevano caratterizzato la vita
religiosa dell’XI secolo. In una società che non conosceva altra forma di
espressione ideologica che non fosse quella religiosa, le esigenze e le
polemiche riformatrici sottintendono infatti, assai spesso, una prima,
oscura coscienza di interessi squisitamente politici. E l’esigenza di un
profondo rinnovamento delle istituzioni ecclesiastiche, che la riforma gregoriana
non è riuscita a realizzare compiutamente, muove adesso nuove forze
monastiche e laiche che esprimono ideali e speranze non solo proprie
di una limitata élite ecclesiastica, ma di grandi masse di artigiani,
mercanti e popolani. Cosî, la decadenza dei monasteri cluniacensi, che a
causa delle grandi ricchezze accumulate si distinguono ormai solo per la
rilassatezza dei costumi e la povertà della vita religiosa, provoca la reazione
dei nuovi ordini riformatori dei Certosini, dei Premonstratensi e dei
Cistercensi, che richiamano monaci e fedeli al rigore della pratica ascetica,
respingendo ogni compromissione mondana per salvaguardare l’intimità e la
segreta purezza dell’esperienza mistica. Ma la riforma monastica, chiusa
nei limiti dell’ascetismo claustrale, non può più esprimere il moto di
rivolta che matura negli ambienti cittadini, tra le continue lotte di
consorterie e di classi e attraverso la lotta contro gli ultimi residui
della feudalità ecclesiastica e laica. Ed ecco nascere movimenti religiosi di
schietto carattere cittadino e spesso popolare, i cui aderenti sono quasi
sempre mercanti, artigiani o addirittura contadini che esprimono in forma
religiosa e spirituale le loro esigenze politiche ed economiche e tendono
a configurare liberamente il loro rapporto con la gerarchia e le
istituzioni ecclesiastiche. In un prossimo capitolo esamineremo in
modo pit particolareggiato le dottrine ereticali che si diffusero nel corso
dell’XI e XII secolo in tutte le regioni dell’Europa occidentale come
espressione di una profonda crisi politica e ideologica. Ma non sarebbe
possibile intendere compiutamente anche la grande fioritura filosofica e
teologica del XII secolo, se non si ricordasse che la presenza dei
movimenti ereticali (dalle comunità catare alla chiesa valdese ed altre
correnti riformatrici e ribelli) costituisce una componente storica di grande
importanza, i cui riflessi sono spesso facilmente avvertibili anche nella
più vasta letteratura teologale, e che costituisce, comunque, un costante
termine di riferimento per l’atteggiamento ufficiale della gerarchia
ecclesiastica di fronte alle varie correnti filosofiche e
speculative. Alla polemica ereticale la gerarchia ecclesiastica risponde
infatti con i mezzi coercitivi che le sono assicurati dalla sua stretta
connessione col potere civile ma, al tempo stesso, preparando nuove generazioni
di teologi e predicatori abituati ad un metodo di discussione e di
esposizione della dottrina ortodossa, ben più organico e sistematico di quello
in uso nelle scuole ecclesiastiche. I missionari che armati delle prime
summae percorrono le città e le campagne della Francia meridionale, centro
dell’eresia catara e valdese; i maestri che nell'ambito delle nuove istituzioni
cittadine preparano gli strumenti logici e i testi necessari alla formazione di
un clero pi colto e più dotto, sono appunto i primi artefici di un
imponente processo di riforma della teologia. Ma la loro attività non si
limita alla lotta contro l’eresia, ma assai spesso è rivolta a controbattere
le dottrine politiche che i sostenitori delle monarchie nazionali e
dell’Impero contrappongono alle tesi teocratiche di Gregorio VII. Ciò
implica naturalmente una sempre maggiore penetrazione di metodi e
dottrine filosofiche nell’ambito degli studi teologici, una costante
attenzione per i nuovi e vecchi strumenti della logica aristotelica di
cui ora si possiede, del resto, una conoscenza assai più ampia e precisa.
Non solo: insieme alla dialettica ed alla logica entra a far parte
della natura ecclesiastica anche una solida formazione giuridica,
necessaria per affrontare le polemiche teologico-politiche e per dare una
definita consistenza all'ordinamento interno della Chiesa minacciata
dalla crescente fioritura dei movimenti riformatori ed ereticali. È
chiaro che questa trasformazione della cultura ecclesiastica comporta però
anche un mutamento sostanziale nelle istituzioni che fino ad ora avevano
provveduto alla formazione del clero e delle sue gerarchie. Lo sviluppo della
vita cittadina, e l’importanza acquisita dai centri urbani dell’Italia e
della Francia, aveva tolto alle scuole monastiche il tradizionale monopolio
dell’attività intellettuale, mentre si era invece accresciuta l’influenza
delle scuole vescovili e capitolari poste quasi sempre nelle città e
direttamente influenzate dal nuovo ambiente sociale, politico e religioso. Già
fin dal X secolo il clero dell* cattedrali era stato infatti sottoposto a
un regime di vita comune di tipo monastico, soggetto ad una particolare
regola o canone (donde appunto il nome di canonici); più tardi sotto
l’impulso delle correnti riformatrici e della crisi della feudalità
ecclesiastica, i canonici avevano ottenuto il diritto di eleggere i vescovi e
di organizzarsi in capitoli con gerarchie interne e con l’attribuzione di
cariche ben definite, come quella dello scholasticus incaricato di
dirigere le scuole annesse alle cattedrali. L'evoluzione del clero era
poi continuata su queste linee, ed alla metà dell’XI secolo i capitoli
avevano ormai l'aspetto di comunità monastiche, con caratteri distinti e
differenziali nei confronti degli ordini abbaziali, e una particolare
specializzazione di carattere giuridico e teologico. È quindi ben
comprensibile che l’accesso ai titoli canonicali venisse riservato ai
chierici, dotti nel diritto canonico e nelle scienze teologiche, che
fossero capaci di coadiuvare il vescovo nell’amministrazione delle
diocesi, e nel corso delle frequenti contese civili e religiose con le autorità
laiche e la curia romana, e nelle lotte contro la diffusione delle dottrine
ereticali. La presenza di questi elementi dotti
che spesso esercitavano al tempo stesso funzioni curiali ed
ecclesiastiche favori poi la formazione
nelle maggiori sedi vescovili di veri e propri centri di vita
intellettuale, dotati di grandi biblioteche, e di adeguati organismi
scolastici. Ed è appunto nell’ambiente delle scuole cattedrali che fiori
una ricca cultura filosofica e letteraria, caratterizzata insieme da un
notevole sviluppo degli studi giuridici, da una lunga pratica delle “arti
sermocinali (grammatica, dialettica e retorica), e da un grande impulso
alla riflessione teologica ed alla conoscenza filosofica e scientifica.
Lo sviluppo delle scuole cattedrali cittadine è un fenomeno che
interessa già buona parte dell’XI secolo, ma i suoi frutti matureranno
nel secolo successivo in concomitanza con una generale rinascita culturale che
non interessa però soltanto il campo degli studi filosofici e teologici,
bensi tutti gli aspetti della vita intellettuale, dalla letteratura alla
medicina, dal diritto alle scienze astronomiche e mediche. Il cosiddetto
“rinascimento del XII secolo che taluni
storici hanno voluto porre unilateralmente sotto il segno di un ambiguo
umanesimo di tono letterario e devoto
ebbe anzi all’inizio un carattere giuridico e scientifico e diede
comunque i suoi primi frutti nel campo di questi studi e non in quello
letterario o filosofico. Anche gli ambienti in cui fu più fervido l’amore
per le “lettere antiche e più viva l’imitazione e la venerazione dei poeti e
dei filosofi classici, furono spesso ervasi da un uguale entusiasmo
per le nuove cognizioni scientifiche che si diffondevano in Occidente
attraverso il tramite prezioso degli interpreti arabi. Né si comprende, ad
esempio, il significato e la funzione storica dell’“umanesimo di
Chartres, se si dimentica che quei raffinati maestri, cosî amanti degli studia
litteraria e dei grandi miti platonici, sono acuti interpreti del Timeo “fisico,
lettori di Calcidio e di Macrobio, e ricercano con grande curiosità e
interesse i testi di carattere astrologico, medico e addirittura
magico. Del resto, il notevole progresso compiuto, già alla fine
dell'XI secolo, dal sapere giuridico e medico-scientifico, è
particolarmente visibile per chi studi l’ambiente intellettuale delle città
italiane dove le nascenti istituzioni comunali favoriscono naturalmente
il costituirsi di un tipo di scuola svincolato dall'ambito ecclesiastico
e caratterizzato dalla sua natura laicale. Proprio negli ultimi anni
dell'XI secolo, Afflacio, Nicola e Bartolomeo di Salerno compongono i primi
trattati di anatomia e di terapia; mentre a Bologna, tra gli ultimi anni
del secolo e l’inizio del XII, sorgono quelle scuole di giurisprudenza
che avranno tanto peso anche sugli sviluppi della riflessione politica,
e contribuiranno, fin dalla loro origine, alla formazione di un
nuovo metodo di interpretazione e di analisi dei testi del Corpus juris.
Questi studi giuridici i cui metodi
influiranno non poco anche sull'evoluzione parallela degli studi teologici e
filosofici ebbero in primo luogo
il grande merito storico di restaurare in Occidente una tradizione
giuridica, come quella romana, particolarmente consona alle nuove istituzioni
sociali e politiche delle città comunali e delle nascenti monarchie nazionali.
Però la loro metodologia e i principi cui erano ispirati influenzarono
profondamente anche l’ordinamento interno della Chiesa, che proprio agli inizi
del XII secolo dopo i primi
tentativi di raccolte canoniche di Burchardo di Worms, Deusdedit e Ivo di
Chartres definisce il proprio diritto
autonomo, sancito nel 1139 dal cosiddetto Decretum di Graziano. La fioritura di
una vasta letteratura “canonistica che riprende gli stessi metodi
esegetici delle scuole giuridiche laiche contribuisce poi, naturalmente,
alla trasformazione della cultura delle scuole ecclesiastiche, sempre più
permeata da atteggiamenti e motivi “profani e da nozioni tecniche di
squisito carattere grammaticale e logico. Adottando il metodo di esposizione
dialettica, tipico delle scuole giuridiche laiche, anche i canonisti
debbono acquistare e sviluppare una problematica concettuale, fondata sui
testi aristotelici, e, certo, ancor più avanzata di quella già affrontata
da Anselmo di Besate e dallo stesso Berengario. Allo sviluppo degli
studi giuridici e di quelli medici, sollecitati dal crescente afflusso di
testi greco-arabi, corrisponde quindi assai presto anche la tendenza della
speculazione teologica a organizzarsi definitivamente secondo metodi
espositivi e critici non molto lontani da quelli invalsi
nell’insegnamento giuridico e, quindi, un crescente uso delle tecniche
razionali applicate, spesso, con una precisa consapevolezza delle loro implicazioni
speculative. Non solo; ma la discussione dei più grandi temi teologici implica
subito anche la trattazione delle dottrine schiettamente filosofiche che
hanno una stretta attinenza con tali argomenti, e, quindi, una più chiara
coscienza dei gravi problemi che sorgono dal rapporto tra teologia e
filosofia, o, per meglio dire, tra l'accettazione di una serie di postulati
dogmatici e una analisi della realtà condotta sulla linea della filosofia
classica, rappresentata soprattutto dalle sue componenti platoniche. La
cultura delle più importanti scuole cattedrali
che sono i centri principali della rinascita filosofica è, non a caso, caratterizzata da una larga
familiarità con quei testi cui è affidata in Occidente la sopravvivenza della
tradizione platonica e neoplatonica, nonché dalla conoscenza sempre più
vasta e approfondita dell’Organon aristotelico. Ma accanto a questi documenti
di schietto carattere filosofico, gli scolastici di Chartres o di Parigi
pongono anche le grandi reliquie letterarie della civiltà romana,
ammirano la castità dei puri modelli ciceroniani e si sforzano di imitare
quella forma di eleganza e di stile che è fissata dalla tradizione
retorica classica. Lettori nostalgici di Virgilio e di Stazio, di
Ovidio e di Lucano, ammiratori di Seneca e di Cicerone, essi difendono
contro i rigidi riformatori certosini il valore di una formazione letteraria ed
umanistica che perfeziona e porta alla sua massima fioritura i caratteri
più validi della cultura di origine carolingia. Ma il loro amore per gli
exempla degli antichi, il loro entusiasmo per l’eloquentia, anzi il miele
soavissimo, che sgorga dalle pagine di Cicerone o di Seneca, o per la
poesia di Ovidio, è certo cosa ben più seria e profonda che la fredda
imitazione di modelli retorici o la ripetizione di vecchi moduli letterari mai
dimenticati dalla cultura scolastica occidentale. I chierici del XII
secolo che vivono nell’ambiente fecondo e vitale della città, a contatto con il
corso tumultuoso degli eventi politici, delle passioni di parte e delle
contese ecclesiastiche e sociali, ritrovano infatti in quegli scrittori
esempi e forme di umanità che sembrano esattamente celate nelle vicende
di una società e di una cultura pur cosi lontana e diversa. Ecco perché
uno scolastico come Bernardo di
Chartres può porre a fondamento di tutti
gli studi la lettura e lo studio devoto degli antichi che non minaccia o
contamina affatto la purezza della fede; ed ecco perché in tutti gli
ambienti di alta cultura, da Parigi a Chartres, da Orléans a Reims, la
ricerca teologica e filosofica si accompagna cosf spesso all’insistente
richiamo alla lezione dei classici, esaltata talvolta con accenti cosi
eloquenti da indurre taluni studiosi a supporre addirittura una ipotetica
continuità storica tra la cultura del XII secolo e l’umanesimo
rinascimentale. Non è questa l’occasione per discutere l’ipotesi
filosofico-storiografica di un’unica tradizione umanistica che dall’età
carolingia e dal rinascimento del XII secolo si spingerebbe fino
all’umanesimo cristiano del Quattrocento, interrotta, ma non spenta, da secoli
di barbarie ritornata e dalla deviazione scientifica e arabizzante
del XIII secolo. Né si può, tanto meno, illustrare le complesse
componenti ideologiche e confessionali che hanno ispirato questo
atteggiamento cosf poco rispettoso della verità oggettiva dei processi
storici. Ma neppure l’alto grado di gusto letterario e di spirito umanistico,
che riconosciamo nei versi di Ildeberto di Lavardin, o nella
spregiudicata coerenza etica delle lettere di Abelardo e di Eloisa, può
ingannare sull’effettivo carattere di una cultura che rimane pur sempre
nell’ambito della vita e della tradizione medioevale; ed alla quale manca
proprio quella essenziale componente storica e critica che sarà tipica dell’umanesimo
quattrocentesco. Che i dotti del XII secolo conoscano perfettamente i
grandi scrittori latini e li leggano con assiduità ed amore; che uomini come
Guglielmo di Conches, Abelardo e Giovanni di Salisbury, abbiano interessi
filosofici e atteggiamenti dottrinali di cui stupisce la libera
spregiudicatezza, sono verità indubbie ormai ben accertate dalla comune
esperienza degli studiosi. E certamente, chi pensi alla eccezionale fioritura
letteraria del XII secolo, che ha in Francia la sua più alta espressione,
non può negare la presenza di una vocazione classica che ispira tanto i
Romans che i Fabliaux o i grandi poemi didascalici, quanto le grandi
cosmologie chartriane. Eppure, quando si approfondisce bene il
significato dello stretto rapporto che sembra unire taluni ambienti o
personalità di questa cultura alle loro fonti antiche e, in generale, al
mondo classico, non è difficile intendere che la classicità del XII
secolo è in sostanza un prolungamento o addirittura il raffinato esaurimento della
civiltà antica. E il classicismo dei letterati o dei poeti del XII secolo
ci appare piuttosto come la nostalgia di un passato di cui si avverte il
fatale decadimento piuttosto che l’inizio di un nuovo modo di sentire e
di vivere. Ciò non toglie, naturalmente, che la cultura di questo
secolo segni un grande e fecondo progresso nei confronti dei secoli
precedenti, e rappresenti il frutto di una società in movimento, che muove verso
una crescente espansione economica e civile. Questo carattere è del resto
confermato, forse, più che dalla rinascita letteraria e poetica del
secolo, dal forte interesse per tutte le nuove forme di sapere, cosi vivo
in tutti gli ambienti più avanzati intellettualmente. L'eleganza
letteraria, la formazione umanistica e la dottrina teologale non contrastano,
in molti pensatori del tempo, con un vivace spirito naturalistico che si nutre
spesso degli apporti decisivi delle scienze grecoarabe rientrate adesso nel
circolo della cultura occidentale. I maestri di Chartres, educati dal
gusto raffinato di un insigne grammatico come Bernardo, non esitano infatti a
dare al loro platonismo un’impronta schiettamente cosmologica e inserire nel
loro contesto dottrinale le novità filosofiche che vengono dai centri della
Spagna o della Sicilia ove si traducono i testi arabi. È certo significativo
che numerosi testi scientifici e filosofici tradotti in latino siano subito
largamente usati nelle scuole francesi più importanti e assorbiti
nell’ambito di una cultura che si fonda tuttavia sulle costanti della
tradizione platonica e della riflessione agostiniana. La fortuna delle
traduzioni di Adelardo di Bath (che, venuto a contatto con la cultura
araba attraverso l’Italia meridionale e la Sicilia, fa conoscere in
Occidente numerosi testi arabi di astronomia, di ottica, di aritmetica e
di trigonometria) e di Ermanno il Dalmatico, autore tra l’altro della
versione del Plarisfero di Tolomeo; la rapida diffusione delle versioni
affrontate dalle scuole di Toledo negli ultimi decenni del secolo, offrono una
precisa testimonianza degli interessi e delle tendenze che cominciano già
a profilarsi nell’ambiente scolastico e del nuovo corso che viene assumendo lo
svolgimento del pensiero medioevale. L’importanza che ebbero le
varie scuole e il loro rapporto con i successivi sviluppi della cultura
medioevale saranno esaminati particolarmente nelle pagine seguenti. Ma, per
meglio definire e limitare il carattere della rinascita, sarà bene
osservare che essa ebbe il suo centro in un’area geografica ben
delimitata che comprende principalmente le città dell’Italia settentrionale, le
città del centro e dell’ovest della Francia, alcune sedi episcopali
inglesi e spagnole e la corte normanna in Sicilia. Però, lo sviluppo della vita
intellettuale fu diverso secondo i vari ambienti; se la cultura delle
città italiane fu eminentemente giuridica e medica, le scuole cattedrali
di Chartres e di Orléans furono invece i centri della rinascita
letteraria e filosofica, Reims e Laon ebbero piuttosto una solida tradizione
scientifica, mentre le scuole parigine assunsero fin dall’inizio una
precisa caratterizzazione teologico-filosofica. Alla testa di
questo movimento sono poi (e con la sola eccezione delle scuole
giuridiche e mediche) ancora uomini di chiesa, formatisi nelle scuole
cattedrali e spesso, a loro volta, maestri e cancellieri di queste stesse
istituzioni. Non a caso, alcuni tra i più interessanti scrittori del XII secolo
sono dei vescovi, come Ildeberto di Lavardin (scolastico di Tours), Gilberto de
la Porrée (maestro a Poitiers), Pietro Lombardo (uno degli iniziatori
della tradizione scolastica parigina) e Giovanni di Salisbury (vescovo
della stessa sede di Chartres ove si era formato), oppure dei canonisti
come Ugo di Orléans, mentre altri provengono direttamente dalle scuole
cattedrali francesi come Roberto di Melun, Guglielmo di Conches e
Bernardo Silvestre. Né è diversa la situazione in Inghilterra, ove le
muove esperienze intellettuali si svolgeranno appunto nella maggiore sede
vescovile, a Canterbury. Qui avrà la sua prima formazione uno squisito
letterato e acuto filosofo come Giovanni di Salisbury. Qui un gruppo di
giuristi e canonisti di origine italiana darà un impulso eccezionale agli
studi giuridici. E sempre a Canterbury Tomaso Becket, arcivescovo e
cancelliere d’Inghilterra, curerà la formazione di una dotta élite
ecclesiastica, parimenti educata alla dottrina teologica ed alla pratica delle
arti liberali. Ben presto anche le città spagnole riconquistate ai
mussulmani, vedranno sorgere e prosperare scuole cattedrali non
dissimili da quelle francesi e inglesi che, soprattutto a Barcellona
c a Toledo, saranno il tramite diretto tra la cultura latina
dell'Occidente e la grande esperienza della civiltà classica. Proprio il
vescovo di Toledo, Raimondo, provvederà infatti a istituire quel collegio
di traduttori donde usciranno tra la fine del XII e gli inizi del XIII secolo
le fortunate versioni di tanti testi arabi ed ebraici. Queste
scuole e istituzioni ecclesiastiche, di cui abbiamo parlato,
eserciteranno, dunque, una funzione dominante nella cosiddetta rinascita del
XII secolo. Ma accanto ad esse, e spesso anzi in potenziale concorrenza,
si sviluppano altri centri di attività intellettualé posti sotto il patrocinio
di sovrani e di altre autorità laiche. Già abbiamo accennato alle scuole
giuridiche e mediche italiane di carattere laico che. godono o della protezione
dell’Imperatore, o dei Comuni, o dei sovrani normanni di Sicilia. Anche
le corti francese e anglonormanna, che tendono però già a trasformarsi in
organismi politici e am120 C..ratteri, tendenze ed ambiente
storico della cultura del XH secolo ministrativi, attraggono
spesso intellettuali ecclesiastici e laici, assurti talvolta ad alte
funzioni; e lo stesso accade anche nelle brillanti corti della Francia
meridionale, dei Pirenei francesi e dell’Aquitania, o nella corte di
Palermo, che gareggia con le scuole episcopali spagnole nella rapida
assimilazione della cultura araba e bizantina. Proprio a Palermo, durante
il felice regno di Ruggero II, l’incontro tra gli influssi arabi e
bizantini e i motivi tradizionali della cultura filosofica occidentale e
della tradizione medica meridionale sarà anzi particolarmente fecondo.
Scienziati arabi, come al-Idrisi, il maggiore geografo mussulmano, vivono
alla corte del sovrano normanno, insieme a traduttori e studiosi di dottrine
filosofiche come il vescovo Enrico Aristippo di Catania (autore delle
notissime traduzioni del Fedone e del Menone [t 1162]) e l'ammiraglio Eugenio
di Palermo, o a dotti medici e astrologhi attratti dalle munificenze del
sovrano normanno. Alla fine del secolo, la cultura della corte siciliana sarà
certo tra le pifi avanzate e moderne di tutt'Europa; pochi decenni dopo,
durante il regno di Federico II, la magna curia palermitana costituirà un
grande centro di attrazione per i dotti di ogni parte di Europa, e avrà
parte notevolissima nella diffusione dell’opera di Averroè e di altri
grandi maestri mussulmani. La crescente influenza di vari centri
intellettuali ecclesiastici e laici, la raffinatezza e la civile misura
delle principali corti vescovili o signorili, cosî contrastanti con la
povertà e la rozzezza del X secolo o della prima metà dell’XI, non
costituiscono però un fenomeno isolato o caratteristico soltanto di alcuni
ambienti di particolare prestigio religioso o civile. L'incremento
costante dell’attività economica, la minore incidenza delle antiche
barriere geografiche e politiche sugli scambi e sui rapporti umani, favoriscono
infatti una più rapida circolazione delle idee e più feconde relazioni tra le
diverse regioni dell'Europa occidentale. Lungo i grandi itinerari
commerciali continuamente battuti dai mercanti, lungo le strade percorse
dai pellegrini che accorrono ai grandi santuari di Francia e di Spagna o a
venerare la tomba di S. Pietro, fluisce anche il rapido corso delle nuove
dottrine che raggiunge spesso, con impressionante rapidità, anche gli
ambienti più lontani e diversi. Come viaggiano mercanti e pellegrini, che
riportano in patria l’ammirato ricordo delle città e delle scuole ove è più
viva l’attività intellettuale, cosî si muovono anche i maestri e gli uomini di
cultura spesso presenti, a breve distanza di tempo, nei maggiori centri
scolastici della Francia, dell’Inghilterra e dell’Italia; e con loro
circolano i codici copiati da abili scrivani che giungono anche. nelle pit
lontane contrade dell’Europa e si diffondono ovunque è vivo l’interesse per
le nuove esperienze intellettuali. Rompendo l’isolamento in cui era
caduta nel lungo periodo dell’anarchia feudale, la società medioevale si
avvia cosi a ricostruire un solido tessuto di istituzioni e organismi di
cultura, ancora dominato dall’egemonia della Chiesa, ma già aperto a nuove
prospettive filosofiche e scientifiche. Nel rapido fiorire della civiltà
comunale, mentre sorgono le grandi cattedrali romaniche di Francia, delle
Fiandre e d’Italia, i broletti cittadini e gli Studia, anche la vita
intellettuale partecipa del nuovo corso storico e collabora ad immettere
nella rinascente civiltà europea forze ed energie rimaste finora soffocate
dalle rigide strutture feudali. Tra i centri di studi filosofici, già
fioriti nella prima metà dell’XI secolo, il più interessante e fecondo fu
indubbiamente la scuola cattedrale di Chartres, vicina a Parigi. La sua
fama risaliva già al tempo del vescovo Fulberto che vi aveva insegnato
tra la fine del X e l’inizio dell’XI secolo, e che non solo
aveva dato grande impulso allo studio delle arti del trivio, ma anche
alla pratica del quadrivio studiato sulla scorta delle traduzioni di Costantino
Africano. Più tardi, durante l’episcopato di Ivo, il prestigio della
scuola era stato accresciuto dall’autorità e dalla dottrina di questo vescovo;
ma il predominio di Chartres nella cultura teologica e filosofica della
prima metà del secolo fu stabilito dall’eccezionale personalità del bretone
Bernardo, cancelliere della cattedrale, che v'insegnò. Il fatto che
non possediamo delle opere di sicura attribuzione rende certo difficile
un esatto apprezzamento dei suoi metodi pedagogici e della sua formazione
culturale; ma Giovanni di Salisbury che lo considerava Ia pit ricca fonte
di cultura letteraria dei nostri tempi ci ha lasciato una descrizione
quanto mai eloquente della personalità di Bernardo e della sua particolare
professione scolastica. Professore di retorica, ispirato dalla tradizione di
Cicerone e di Quintiliano, egli insegnava a Chartres le figure
grammaticali, i colori retorici, i cavilli dialettici, e, insieme, esaltava le
bellezze e l'ordine del discorso che derivano o dalla proprietà (che si dà
quando l’aggettivo o il verbu sono uniti elegantemente al sostantivo) o
dalle metafore per cui una parola può essere traslata ad un altro
significato. Questo insegnamento uma: nistico e letterario non era però
condotto da Bernardo in modo pedante e frusto: ché anzi egli formava il gusto
degli scolari presentando l'esempio dei poeti e degli oratori classici;
incitandoli a leggere e meditare le pagine pit esemplari dell’antichità.
Tuttavia la sua ammirazione per gli antichi non disconosceva neppure il valore
dei moderni che hanno il privilegio di conoscere piu cose e pid lontane,
proprio perché, come nani assisi sulle spalle dei giganti, possono valersi
sia delle loro nuove esperienze che dell’insegnamento degli
antichi. Platonico in filosofia
anche se è certo che conoscesse ben poco della genuina tradizione
platonica Bernardo accettava i temi
tradi- zionali del Timeo e del commento di Calcidio; e cosf distingueva
nettamente la materia (Ayle) dall'idea che considerava come coincidente
assolutamente con l’essere. La materia era quindi per lui un elemento
secondario, creato da-Dio per imprimervi il suggello delle proprie idee
eterne, e pertanto assolutamente non coevo all’eternità divina. Di
conseguenza Bernardo distingueva anche le idee presenti nella mente di
Dio come pure forme, dalle idee presenti nelle cose e immanenti alla
materia come riflesso e ombre della suprema verità. Queste idee erano
solo l’intermediario tra Dio e il mondo, tra la perfezione della ragione
eterna e la confusa molteplicità della natura contingente e mortale. Il
platonismo di Bernardo, probabilmente ancora assai sommario e generico, fondato
su dottrine e idee già espresse con ben maggiore vigore dallo Scoto Eriugena,
influenzò tutto lo svolgimento della scuola che mantenne sempre nei suoi
maggiori esponenti la linea umanistica e platonica. Ma nell’insegnamento di
Bernardo questa posizione filosofica era però connessa allo studio della
dialettica e della grammatica, due discipline che avevano in comune il
problema del significato del nome e del verbo e della natura della
posizione. Ora sebbene fosse lontano dal considerare la grammatica come
un semplice ramo della logica e s’ispirasse piuttosto alla distinzione
posta da Quintiliano tra grammatica e dialettica, Bernardo non esitava ad
attribuire un significato filosofico anche alle questioni grammaticali. Da buon
lettore di Macrobio e di BOEZIO aderiva ad una concezione strettamente
platonica dei termini di specie e di genere, considerati come pure idee,
mentre affermava che la natura degli individui non merita, neppure
grammaticalmente, di essere designata da nomi sostantivi. Perciò, nel
trattare, sulle tracce di Prisciano, il problema squisitamente grammaticale
della derivazione dei vari nomi da una radice comune, Bernardo affermava
che tutti i derivati significano in primo luogo ciò che significa la loro
radice, sia pure sotto relazioni e accidenti diversi. Sicché il rapporto
tra il nome primitivo e il derivato si risolveva in una specie di
partecipazione ideale sostanzialmente analoga a quella posta dai
platonici tra le idee e le loro determinazioni individuali, Il maestro che
continuò l'insegnamento di Bernardo succedendogli nel cancellierato fu Gilberto
de la Porrée che, più tardi, passò alla scuola di Parigi influendo largamente
sul suo sviluppo. Difensore anch’egli dell'importanza formativa degli studi
letterari, contro la polemica dei riformatori certosini ostili alla
diffusione del sapere profano, Gilberto fu uno dei suoi maggiori promotori
della cultura filosofica della prima metà del secolo. E fu per suo merito che
il platonismo ancora generico di Bernardo di Chartres si trasformò in una
coerente dottrina gnoseologica e metafisica. La sua opera filosofica e
teologica consiste principalmente in alcuni importanti commenti agli scritti
teologici di Boezio ma il suo nome fu legato per tutto il Medioevo
all’eccezionale fortuna di un breve commento delle categorie di Aristotele, il
Lider sex principiorum, che fu iscritto nel programma della Facoltà delle arti
e studiato insieme ai testi di Aristotele, di Boezio e di Porfirio.
Questo scritto che con ogni probabilità
non è opera di Gilberto è comunque un documento tra i più interessanti
del pensiero logico e, in particolare, delle tendenze platoniche che
esprime con notevole chiarezza. Muovendo dalla distinzione delle
categorie stabilite da Aristotele, l’autore del Liber le divide in due
gruppi, l’uno comprendente la sostanza e la qualità, la quantità e la
relazione che sono i suoi necessari attributi, e l’altro comprendente
invece le ultime sei categorie (luogo, tempo, situazione, possesso, azione,
passione), e mentre attribuisce alle categorie del primo gruppo la
funzione di forme inerenti considera le altre come semplici forme assistenti o
accessorie. Ora è chiaro che tale distinzione stabilisce in realtà una
vera e propria gerarchia metafisica delle categorie che muovendo dal supremo
predicamento della sostanza e dalle altre categorie ad essa inerenti
discende poi di grado in grado per concludersi con la categoria più intrinseca
alla sostanza. Ma è appunto in funzione di questo ordinamento che il
Liber può risolvere in senso perfettamente platonico e realistico la
dottrina aristotelica delle categorie, concepite adesso non tanto come
distinzioni logiche, naturalmente distinte ma equivalenti in quanto termini
della predicazione, quanto piuttosto come entità metafisiche
corrispondenti alla struttura ideale dell’Essere. Non deve quindi
meravigliare che il platonismo del Liber avesse delle dirette incidenze
anche nell’ambito della riflessione teologica; ed è stato giustamente
rilevato che l’inclusione della categoria della relazione tra le forme inerenti
alimentò una lunga discussione sul significato metafisico di questo concetto
sempre connessa al problema teologico del rapporto tra le persone
trinitarie. Se il Liber non è certamente opera di Gilberto, i suoi
commenti agli opuscoli teologici di Boezio bastano però ad assicurargli
un posto di primo piano tra i maestri di Chartres. In questi scritti
Gilberto pone infatti una netta distinzione tra la sostanza intesa come
l’individuo esistente in atto con le sue qualità peculiari, e la sussistenza
che è invece la proprietà o essenza universale considerata in sé,
indipendentemente dagli accidenti; sicché ogni individuo risulta dall’unione
della propria sussistenza, senza la quale non potrebbe mai essere se
stesso, con quegli accidenti che gli assicurano la propria determinata
concretezza. Mentre i generi e le specie sono pure sussistenze, prive
come tali di una realtà sostanziale e di determinazioni accidentali, gli
individui sono pertanto dei composti la cui sostanza deve necessariamente
sottostare (sub-stare) a un certo numero di accidenti. Una tale
concezione implica, naturalmente, che all’origine di ogni realtà siano
delle idee o forme sostanziali pure (substantiae sincerae), archetipi la
cui realtà è indipendente dall’esistenza delle singole cose materiali e
sensibili. Però Gilberto chiarisce subito che queste pure idee non si uniscono
direttamente alla materia per creare gli individui, ma che da esse derivano
delle forme distinte e separate le quali sono semplicemente copie (exempla)
delle idee divine. Tali forme nativae unendosi alla materia
danno appuato luogo alle sostanze individuali; considerate in se stesse, nella
loro conformità all’idea divina sono invece principi universali e
costituiscono il fondamento dell’unità delle specie e dei generi. Per questo la
mente umana può giungere a comprendere per astrazione quelle forme
nazivae che sono presenti ed unite intrinsecamente agli accidenti nei
singoli individui; il movimento del pensiero dal particolare
all’universale consiste appunto nel considerare la forma nell’individuo, nel
confrontarla con le altre che le sono simili, nel raccoglierle in un unico
gruppo o collectio e nel giungere, cosi, alla comprensione delle pure
sussistenze (le specie). Naturalmente questo processo compiuto all’interno
della specie può essere ripetuto per risalire dalle varie specie al genere
comune e di qui alla visione dei modelli ideali che esistono eternamente
nella mente divina. Che una simile dottrina rappresenti il
trionfo del pit classico realismo platonico è cosa evidente. Ma Gilberto
accentua ancor pit questo carattere della sua filosofia quando affronta
il problema del rapporto tra Dio e le creature che già lo stesso Boezio aveva
definito in La scuola di Chartres un senso
schiettamente platonico. Il maestro di Chartres respinge infatti la spiegazione
tradizionale che faceva direttamente dipendere da Dio l’esistenza e la
realtà di tutti gli esseri creati, per porre tra Dio e le cose concrete e
individuali gli intermediari metafisici delle forme o essenze. Ciò per
cui esiste ogni singolo individuo corporeo è l’essenza universale della
corporeità, cosi come la ragione immediata d’esistere di ogni uomo è data dalla
sua comune Aumanitas: il che significa, secondo i termini boeziani
ripresi da Gilberto, che ogni realtà individuale è determinata ad essere ciò
che è (14 quod est) da quel principio universale (gwo est) per cui essa
possizde la propria realtà. La funzione determinante di questo
principio nella costituzione dell’essere è quindi tale che si può ben
dire che il quo est è l’essere (esse) stesso di ciò che esiste; ed anzi
la verità di questa tesi è dimostrata dalla stessa natura dell’essere divino
assolutamente semplice in cui l’id quod est e il quo est coincidono
necessariamente. Negli altri individui composti ha luogo invece sempre la
composizione dei due termini e quindi in certo senso una imperfetta e
limitata realizzazione del principio universale. Cosi un individuo non è
mai interamente ciò che è, proprio perché il fatto di essere composto di
un corpo e di un’anima che è la forma, gli impedisce di identificarsi
pienamente con questa stessa forma universale che pure gli attribuisce il
suo essere. La natura radicalmente platonica di questa concezione non
ha certo bisogno di essere sottolineata. Né occorre notare che essa dà
luogo a una dottrina dell’essere per cui Dio, realtà essenziale per eccellenza
(essentia), da cui trae la propria essenza ogni altro essere determinato,
diviene in effetti l’essere e la forma di tutte le creature. La sua
attività creatrice consiste quindi sostanzialmente nel produrre le forme
o esse delle cose particolari ad immagine e somiglianza delle Idee divine
eternamente presenti nella sua mente. E, quindi, questa forma generica o
essenza determina la connessione di una certa materia con la sua forma
particolare, generando cosi l’individualità concreta. In tal modo
l’essenza divina sembra comunicarsi di grado in grado alle altre creature
alle quali conferisce l’essere mediante la loro propria essenza generica;
mentre d’altra parte, i singoli individui costituiti nell’essere dall’essenza o
forma che li fa esistere giungono tutti a partecipare dell’essere (o
generalissima subsistentia) attraverso una trama di essenze e di forme (com:
ad esempio la corporeità e umanità) il cui fondamento riposa in ultima
analisi sulla perfezione immutabile dell’essere divino.
Questa meditazione sull’essere di schietta misura platonica ha poi
naturalmente dei riflessi immediati e diretti anche sulla dottrina
teologica di Gilberto. È vero che egli definisce Dio come una realtà essenziale
assoluta, semplice e indistinguibile in cui la diviritas si identifica con
l’essertia. Ma la fedeltà ai suoi presupposti dottrinali lo induce a ripetere
spesso che ciò che Dio è (id quod est Deus), è Dio a causa del proprio
quo est (la divinitas). Ecco perché Gilberto fu cosi duramente attaccato
da Bernardo di Clairvaux e accusato di sostenere tesi pericolose ed
erronee; ma dinanzi al concilio di Reims egli seppe abilmente difendere la sua
dottrina, negando che la distinzione metafisica tra substantia e subsistentia
potesse valere anche sul piano teologico. Del resto, nonostante le accuse
e le polemiche i temi centrali della sua speculazione, derivati per
originale elaborazione da Boezio, Dionigi, e lo Scoto Eriugena si
ritroveranno in scrittori del XII secolo; si da formare una vera e propria
scuola teologica che, sull’inizio del XIII, s’incontrerà poi facilmente con gli
esiti platonici dell’avicennismo latino (Liber de diversitate naturae et
personae; Sententiae divinitatis, ecc.). Se Gilberto Porrettano indirizza
il platonismo di Chartres verso uno sviluppo schiettamente speculativo e
teologico, ‘Teodorico fratello minore di Bernardo (t 1154 ca.) riprese
invece dall’insegnamento del fratello il culto degli studi letterari e
l’interesse per le arti del quadrivio. Il suo Heptateuchon, prezioso
documento sull’insegnamento e la vita culturale di Chartres, è
un’illuminante testimonianza sulle conoscenze e gli interessi di un
intellettuale del XII secolo che divide la sua attenzione tra la lettura dei
classici e lo studio delle scienze della natura condotte non solo sulle fonti
ormai tradizionali ma anche sui nuovi materiali greci e arabi. Cosi per
l’insegnamento grammaticale Teodorico si giova dei classici manuali di Donato e
di Prisciano, per lo studio della logica ricorre a Boezio ed ai testi
aristotelici (ivi compresi i Primi Analitici, i Topici e gli Elenchi
sofistici) mentre svolge le sue lezioni di retorica sulla scorta di
Cicerone e di Marciano Capella. Ma più interessante è l’elenco degli autori di
cui si serve per l’insegnamento delle arti del quadrivio, elenco che
comprende i nomi di Boezio, di Marciano Capella, di Isidoro, di Columella, di
Gerberto di Aurillac e di Igino, considerati gli autori più accreditati nei
campi dell’aritmetica, della geometria, dell’astronomia e della musica. E non
basta; Teodorico conosce già anche le traduzioni di alcuni testi
astronomici greci ed arabi, come prova, tra l’altro, la dedica a suo nome della
versione del Planispherum di Tolomeo, compiuta dal suo discepolo Ermanno
il Dalmata. Questi interessi scientifici, perfettamente accordati
cogli ideali umanisti dell'ambiente chartriano risultano ancor pit evidenti nell’altra
opera maggiore di Teodorico l’Hexaemeron o De septem diebus et sex operum
distinctione, un commento alla narrazione della Genesi condotto principalmente
sulla linea delle dottrine platoniche del Timeo, ma con probabile
riferimento anche ad altri testi di origine medioevale come il De compositione
mundi dello Pseudo-Beda. Qui, lasciando da parte l’interpretazione allegorica
del testo biblico, Teodorico si propone di svolgere un commento secundum
physicam e ad litteram, cioè d’interpretare in modo razionale e sulla base
delle nozioni fisiche del suo tempo, le cause da cui il mondo trae l'essere e
l'ordine dei tempi in cui fu creato e ordinato. Perciò, convinto che
l’universo presenti un ordine perfettamente logico e struttura
matematica, si sforza di riconoscere un’intima necessità in tutti gli aspetti
della fabbrica mondana e di considerarli come le parti indispensabili di un
grande meccanismo formato con la massima perfezione. Nell’ordine di
produzione della realtà, egli riconosce una causa efficiente che è Dio stesso,
una causa formale (la saggezza divina) che determina le essenze o le
forme, una causa finale (la bontà divina) verso cui tende tutta la
creazione, e una causa materiale che è invece costituita dai quattro elementi
tradizionali creati primamente da Dio. Ma posti cosi questi principi,
Teodorico tende però a spiegare la formazione della natura e delle sue parti
ricorrendo a considerazioni matematiche ed all’analisi interna dei singoli
movimenti che permettono il rapido passaggio tra le particelle elementari.
Tali particelle non sono concepite come dotate di qualità fisse e neppure
come poste in luoghi fissi; ché anzi tutti gli elementi sono sottoposti
ad una sorta di reciproca compenetrazione, si che la terra può passare, ad
esempio, dallo stato di solidità a quelli di liquefazione e di
combustione. D’altra parte, anche le qualità fondamentali come la durezza
o la leggerezza proprie dei singoli elementi sono soltanto il risultato
del movimento generale degli altri elementi che preme da ogni parte
l’acqua e la terra. Quindi egli può spiegare la creazione biblica della terra e
del cielo, semplicemente come la produzione delle particelle elementari
mobili, il cui movimento richiede appunto l’esistenza di un centro
immobile (la terra) attorno al quale rotano le particelle dell’aria e del
fuoco. L'importanza storica di tale concezione fisica che il Gilson, forzandone il significato, ha
avvicinato addirittura alle dottrine dei fisici parigini del XIV
secolo consiste principalmente nel
tentativo di spiegare le trasposizioni interne e le relazioni reciproche
degli elementi con un’analisi schiettamente fisica e meccanica che ha i
suoi fondamenti nel commento al Timeo di Calcidio. Ma questo
atteggiamento (che è perfettamente coerente con la mentalità matematizzante
propria del platonismo chartriano) è ancor più interessante se si pensa che
Teodorico, ignorando la Fisica di Aristotele e le sue teorie del
movimento, avanza già la teoria dell’impetus, come spiegazione naturale dei
processi di moto e cosi adombra un'ipotesi fisica destinata a lunghi
sviluppi nella storia della tarda scolastica. Sarebbe certo assai
‘interessante seguire Teodorico nello svolgimento particolareggiato della sua
cosmologia platonica. Ma più che la lunga descrizione del modo in cui ha
creato successivamente tutte le forme e i momenti della natura (e, in
particolare, l’armonia perfetta degli astri e del firmamento) gioverà
osservare che nell’Hexaemeron, anche l’esistenza di Dio e la sua relazione e
distinzione dal mondo, viene dimostrata con un procedimento argomentativo di
schietto impianto matematico che implica a sua volta la credenza in un
ordine pitagorico dell’universo. Come aveva già fatto Scoto Eriugena, anche
Teodorico afferma infatti che Dio è unità e che tale unità è la forma essendi
di tutto ciò che esiste. Sicché si può ben dire che tutte le cose sono in
Dio perché Egli ne è la forma essenziale e l’unico fondamento. Ciò
non significa però che Dio sia presente nella materia di ogni essere, ma
bensi che la presenza della divinità in tutte le creature è il loro
essere totale ed unico si che la stessa natura deve la sua esistenza alla
presenza della divinità» Ma se è vero che il mondo delle creature si
presenta all’esperienza umana come il regno della molteplicità e del divenire,
laddove Dio è invece l’unità immobile e immutabile, non sarà difficile
comprendere che il molteplice e il mutabile presuppongono sempre l’unità e che,
al di là di ogni distinzione o mutamento, deve sempre esistere l’uno
immutabile. Come la serie dei numeri presuppone sempre l’unità da cui
deriva, cosî l’universo trae origine in ogni sua molteplice
manifestazione dalla semplice unità divina; e tutte le unità di cui è composto
non sono che partecipazioni alla vera unità, la cui esistenza è anzi
determinata proprio dal grado e dalla continuità di questa
partecipazione. Per questo i teologi insistono sempre sull’unità essenziale di
Dio, pur distinguendo in questa unità la diversità delle persone; e difatti lo
st:sso termine perso na vuole appunto indicare che l’unità di Dio permane
sempre identica sia nel generante (Padre) che nel g nerato (Verbo). Anche i
filosofi pagani, che definiscono Dio come Pensiero, Provvidenza o Saggezza
hanno sempre considerato questi caratteri come det.rminazioni dell’Uno,
sussistenti e presenti entro l’unità divina. Né sarebbe possibile intendere o
pensar: Dio prescindendo dal principio dell’unità che ne costituisce il
carattere dominante e consustanziale. Ecco perché Teodorico, pur tenendo
fermo alla distinzione cristiana tra Dio e il mondo e sforzandosi anzi di
evitare ogni accento panteistico, accetta il principio neoplatonico della
generazione della unità dall’altra unità e lo applica anche in campo
teologico secondo il principio della processione del Padre, del Figlio e
dello Spirito Santo. Non solo: il filosofo chartriano non esita ad
identificare la terza persona trinitaria con l’anima del mondo platonica,
concepita come principio formatore ed agente che dà ordine e disposizione alla
materia creata. L’influ:nza di queste dottrine filosofiche e teologiche,
sostenute da un notevole corredo di nozioni matematiche, fisiche ed
astronomiche, è assai larga e duratura anche al di là dell'ambiente di
Chartres o delle correnti platoniche ancora dominanti nel XII secolo. Né
si deve dimenticare che la loro diffusione contribuisce a creare quel
particolare humus filosofico cui si deve la particolare fortuna del Liber
de causis e quindi il rifuire di alcuni dei più tipici motivi neoplatonici,
nella cultura filosofica dell’Occidente. La tendenza ad accordare in un
unico contesto intellettuale la tra‘ dizione ntoplatonica e i nuovi interessi
scientifici, lo studio dei classici e l’interpretazione filosofica del testo
biblico, è propria anche di Bernardo Silvestre, uno scrittore e poeta
legato evidentemente all’ambiente di Chartres. Nel suo poema De mundi
universitate sive Megacosmus et microcosmus ritroviamo la stessa influenza
dominante del Timeo platonico e del commento di Calcidio, la stessa
presenza di motivi tratti da Macrobio e dall’Asclepius e insomma le stesse
predilezioni l:tterarie e filosofiche proprie dei maestri chartriani.
Composto sul modello tradizionale del De consolatione boeziano, scritto
in distici elegiaci alternati a brevi passi di prosa, il De mundi
universitate si presenta come un lungo dialogo tra la Natura e la
Provvidenza che offre il pret:sto per narrare la formazione dell’universo
e la sua costruzione secondo le norme e gli archetipi ideali della mente
divina. Nel I libro la Natura si lamenta con la Provvidenza per lo stato
di caos e di confusa mescolanza in cui si trova la materia prima, e la
prega di dare ordine all’universo e di ordinarlo secondo misura e
bellezza. La Provvidenza acconsente éd inizia a distinguere la materia nei
quattro elementi e a disporli nell'ordine e nelle connessioni dovute. Dopo
aver eseguito questa prima opera la Provvidenza si rivolge alla Natura,
le celebra l’ordine e l'armonia che ha introdotto nelle cose, la
perfezione delle forme universali (libro II). Ma l’opera non è terminata;
e difatti la Provvidenza promette di formare l’uomo come coronamento e
culmine dell’ordine mondano. Alla promessa segue l’adempimento; cosi
l’uomo viene formato con quanto resta d:i quattro elementi e costituito come
sintesi (microcosmo) di tutta l’immane fabbrica dell'universo (macrocosmo) di
cui ripete e raccoglie tutte le più alte perfezioni. Questo tessuto
poetico e dottrinale, in cui s'intrecciano i temi più cari ai pensatori
chartriani, le probabili reminiscenze di antichi motivi ereticali e la
diretta influenza degli scritti di Tolomeo e di Albumasar (da poco noti
agli occidentali) è però solo uno schema letterario particolarmente adatto per
svolgere in forma allegorica una vasta concezione cosmogonica, il cui
carattere è ben espresso dalla figura del vecchio demiurgo Pantomorfo che forma
e modella le creature naturali secondo i terreni esempi delle idee.
Poiché se da Dio emana il Logos che contiene in sé tutte le eterne forme delle
cose, dal Logos procede a sua volta l’Anima del mondo, principio
plasmatore della materia mondana, alla quale imprime il suggello delle forme.
Essa, agendo entro la hyle informe, costituisce perennemente il cosmo
nella sua armonia razionale. Particolare e insieme universale, l’Anima
mundi è il complesso delle cause seminali sempre presenti dal momento in cui è
stato generato il mondo. Per essa ogni cosa creata ha il suo giusto stato
e per sua opera l’armonia regna sovrana nella natura. Di
fronte alla perfezione archetipa delle forme e dell’anima ordinatrice sta però,
nel grande quadro cosmologico del De wuriversitate mundi, una materia
puramente informe (4yle), condizione fondamentale dell’esistenza del cosmo.
Questa informità primordiale, quest’orrida sylva caratterizzata dalla
confusione e dal male, è concepita da Bernardo con una singolare
oscillazione che rivela, da un lato, l’esigenza di evitare una possibile
conclusione dualistica, ma anche la persistenza di suggestioni e reminiscenze
di antica ascendenza stoica. La insistenza sul carattere negativo della
materia, sulla sua irriducibile malignità è infatti un aspetto
particolarmente significativo del poema di Bernardo, anche se non mancano
accanto a passi di netto sapore dualistico, altri testi che testimoniano lo
sforzo di accordare l’idea platonica di un non essere posto a fondamento
dell’essere o l’immagine stoica del caos primordiale con Ja tradizionale
nozione biblica della creazione ex mnihilo. Sono questi, del resto,
atteggiamenti facilmente comprensibili nell’ambito di una composizione
poetica che non mira tanto ad una salda unità dottrinale quanto all’uso
fantasioso di un ricco materiale filosofico suscettibile delle più
lontane e diverse interpretazioni. In realtà, il merito storico pit importante
dell’opera di Bernardo Silvestre sembra consistere nella diffusione di
motivi destinati, con alterna fortuna, a comparire spesso nella cultura
filosofica medioevale e a fornire argomenti per le interpretazioni più
lontane ed avverse. Per questo, mentre v’è stato chi ha voluto avvicinare
la concezione di Bernardo Silvestre a dottrine tipicamente dualistiche, come
la eresia amalriciana, altri, e particolarmente il Gilson, hanno invece
forzato il significato del suo poema in un senso decisamente ortodosso. Né
stupisce che l’interpretazione degli storici sia spesso rimasta incerta
dinanzi all’aspetto bifronte di un poema che raccoglie nel suo ordito
vario e fantasioso i motivi e le idee più diffuse nella cultura
filosofica del suo tempo. Per il resto, l’opera di Bernardo è un
documento assai interessante sulla diffusione di quelle dottrine astrologiche e
geomantiche che gli ambienti intellettuali dell'Occidente venivano
rapidamente assimilando dai testi arabi. Un’operetta come il Mathematicus,
tutta impostata su di un tipico topos della tradizione astrologica, e la
traduzione dello Experimentarius, trattatello g-omantico rielaborato da
Bernardo, bastano a mostrare la larga familiarità di questo poeta con i tempi
più caratteristici della tradizione magico-astrologica. L’opera di
Bernardo Silvestre rappresenta certamente un singolare tentativo di tradurre
nel quadro allegorico di un mito cosmologico idee e dottrine che circolavano
largamente nell’ambiente di Chartres. Ma chi dette a queste dottrine una formazione
addirittura classica, destinata a influenzare durevolmente il pensiero, è
il maestro Guglielmo di Conches, sulla cui filosofia giova soffermarsi con
particolare attenzione. Discepolo di Bernardo di Chartres e quindi
maestro egli stesso per circa vent'anni, Guglielmo fu anche un
grammatico, lettore dei classici, e difese contro i cornificiani nemici delle
l-ttere l'ideale chartriano di una cultura fondata sul costante colloquio con
gli antichi e la raffinata conoscenza di tutte le “arti liberali. Autore tra
l’altro di un Commento al Timeo di grande importanza filosofica e storica, di
glosse alla Consolazio, e di scritti morali ispirati a CICERONE (vedasi) ed a
Seneca, le sue opere principali furono però la Philosophia mundi, una
vasta enciclopedia filosofica e scientifica, c il Dragmaticon
Philosophiae in forma di dialogo col duca di Normandia, Goffredo Plantageneto,
ove Guglielmo riespone soprattutto, sviluppandoli con grande ampiezza, i
problemi fisici già discussi nella Philosovhia alla luce di opere conosciute
già vent'anni prima dai maestri dell'Occidente. Gli studi più
recenti sulla scuola di Chartres e il platonismo medioevale hanno giustamente
attribuito un particolare valore a questi scritti ed hanno posto in
esatto rilievo la robusta e lucida ispirazione scientifica e filosofica
del loro autore che si fonda, naturalmente, sulla tradizione del Timeo e
del commento di Calcidio, ma mostra anche una notevole conoscenza di
altri filoni sp*culativi (ad esempio, la tradizione ermetica) e una evidente
familiarità con le nuove dottrine scientifiche di origine araba. Come
filosofo e scienziato anche Guglielmo si sforza di perseguire l’accordo tra
l’ispirazione platonica del suo pensiero e il testo scritturale, e mira a
rendere possibile una duplice coesistenza tra la rivelazione biblica e dottrine
filosofiche e scientifiche che gli. vengono da tradizioni assai lontane e
diverse. Ma sebbene nella sua concezione dell’universo domini la figura del Dio
cristiano, la cui esistenza è proprio accertata dall’ordine e dalla
perfetta disposizione della natura, pure Guglielmo applica anche alla
dottrina della creazione, motivi dedotti sostanzialmente dal Timeo
platonico. Cosi mentr: afferma, da un lato, che l’atto creatore di Dio ha
direttamente prodotto la materia traendola dal nulla, le Idee, concepite
come causa formale dell’universo, rappr:sentano i modelli e gli archetipi
eterni sui quali sono plasmate le singole cose sensibili. L’“anima del
mondo, che Guglielmo, nella PAslosophia, identifica anch’egli con lo
Spirito Santo, è quindi l’intermediario divino che traduce nella realtà
l’ordine ideale, conducendo a perfezione l’opera mondana. Ma, a
diff:renza di Teodorico, Guglielmo non si limita solo a risolvere questo tipico
motivo platonico e stoico nella trattazione del dogma trinitario (ed anzi nel
Dragmaticon questa identificazione è chiaramente ripudiata); bensi la
presenta come una forza infusa intrinsecamente alla natura, o, per usare
le sue stesse parole, come il principio vitale “che dà l'essere
alle piante, la vita alle erbe ed agli alberi, il sentire agli animali e
la ragione agli uomini. È vero che tale principio è anche “la divina
disposizione degli clementi; ma il fatto che in Dio siano eternamente
presenti l’archetipo della realtà e la precognizione di tutti gli eventi, non
toglie che nell’ordine mondano esista una disposizione o processo
naturale delle cose che se pur risponde all’eterno disegno divino, si
svolge per una intrinseca necessità razionale. Quest’ordine che coincide
con l’opera “industre dell'anima del mondo ha anzi una struttura
schiettamente matematica. Ed è naturale che Guglielmo voglia spiegare la
formazione dell’universo ricorrendo a ipotesi matematiche e a
procedimenti meccanici e accettando, insieme alla teoria degli elementi
primi, anche le tesi atomistiche che erano state ripresentate in
Occidente dalla traduzione di Costantino africano e di Adelardo di Bath.
Questo atteggiamento si riflette anche sulla sua concezione della
natura che riprende e svolge motivi già parzialmente presenti anche nel
pensiero di Teodorico. Tra questi il più interessante è certo la
caratteristica distinzione tra il momento della creazio mundi e quello
del perfezionamento o exornazio della “fabbrica mondana dovuto alle
tendenze intrinseche all’ordine naturale e ai principi immanenti alla
stessa natura. Perciò Guglielmo (i cui interessi scientifici sono testimoniati
da una larga e significativa conoscenza delle principali opere e nozioni
scientifiche note al suo tempo) dà particolare importanza alle arti del
“quadrivio che indagano la struttura e i processi della natura e ne
rivelano i fondamenti matematici e la costituzione atomistica. Matematica e
geometria, astronomia e musica sono pertanto gli strumenti necessari “per le
vere conoscenze della realtà» Ed è alle loro leggi che deve ispirarsi anche la
dottrina del filosofo e la sua indagine della “disposizione o ordine naturale
delle cose. All’ambiente di Chartres, agli interessi ed alla cultura
scientifica di Guglielmo di Conches, può essere giustamente avvicinato
anche il singolare quadro della natura tracciato nel De imagine mundi da
un maestro della prima metà del XII secolo, Onorio di Autun, la cui
personalità resta peraltro assai incerta ed enigmatica, ed al quale sono state
attribuite, con eccessiva liberalità, opere e dottrine troppo diverse e
discordi. Il De imagine che non possiamo
qui analizzare minutamente è certo
un documento d’estremo interesse sulle cognizioni scientifiche del XII secolo;
ma pit che le singole nozioni che costituiscono una vera e propria
enciclopedia della Natura (il De imagine tratta infatti del cosmo fisico
e della sua composizione elementare, delle terre poste al centro del
mondo, delle zone in cui esso si divide, della sua fauna e flora, e quindi
del cielo e degli astri, nonché della storia del mondo dal tempo della
creazione) l’attenzione dello studioso è attratta dall’evidente familiarità di
Onorio con un largo materiale attinto anche al di fuori dei testi
tradizionali di Beda e di Rabano, e, soprattutto, dal suo largo interesse
per la conoscenza della realtà naturale considerata nella sua unità
vivente e feconda. La scarsa originalità di Onorio e l’assenza di una
approfondita elaborazione filosofica non toglie che il De imagine rappresenti,
pur nella sua forma di enciclopedia volgarizzata, uno specchio fedele di quella
cultura in cui maturarono le opere dei maestri di Chartres e la grande
esperienza di Abelardo. Comunque, anche la rapida analisi dei suoi
principali maestri basta a mostrare che la scuola di Chartres fu un centro
vitale di cultura, legato allo spirito umanistico, al gusto di un risorgente
classicismo, e alle controversie teologiche del tempo, ma profondamente
interessato a problemi filosofici e scientifici affrontati alla luce di
un'ispirazione plitonica che non ignorava però né la tecnica logica
aristotelica né i nuovi contributi: del sapere arabo. Scuola cattedrale,
e come tale prevalentemente dedicata allo studio della teologia, essa fu però
uno dei più vivaci focolari di resistenza contro le polemiche di Bernardo
di Clairvaux e le correnti mistiche cistercensi che condannavano
aspramente lo sviluppo e l’incremento degli studi liberali e del sapere
naturale mondano. Né si deve dimenticare che furono proprio i maestri di
Chartres o uomini formatisi in quell’ambiente coloro che lottarono contro le
estreme degenerazioni della dialettica e il pericolo che la grande
ripresa degli studi del trivio e, in particolare, della dialettica e delle
retorica, si risolvesse in un vano giuoco di schermaglie astratte o di
eleganze formali. Le pagine che lo stesso Guglielmo di Conches
scrive contro l’inutilità delle vane dispute o lo studio dell’eloquenza fine a
se stessa, sono tra le testimonianze più utili per chi vuole intendere il
vero carattere degli studi di Chartres. La sua polemica contro coloro che
svuotando il sapere di ogni contenuto spirituale lo riducono a un mero
gioco verbale, è infatti perfettamente situata nel quadro di una meditazione
che scorge tanto nella ricerca filosofico-scientifica che in quella
teologica la via diretta per elevarsi alla comprensione dei più alti
misteri. Ecco perché i filosofi di Chartres e il loro più geniale discepolo,
Giovanni di Salisbury, si opposero con irriducibile rigore ai sostenitori
di un tipo di cultura più elementare e pratica ridotta all’apprendimento
delle sole cognizioni utili per le varie attività o professioni. Contro i
cornificiani che cercavano il sapere e disprezzavano lo studio
disinteressato del trivio e del quadrivio, l’umanesimo chartriano difese
ed esaltò l'ideale di una formazione armoniosa e compiuta, ugualmente
volta al. mondo delle lettere ed alle ardite conoscenze dell’ordine
naturale. Il suo platonismo, in cui erano filtrati i motivi più fecondi
della nuova esperienza scientifica attinta alle fonti greco-arabe (rese note
dalle versioni contemporanee di Adelardo di Bath, e, quindi, di Gerardo
da Cremona, Ugo di Santalla, Platone di Tivoli, Ruggero di Hereford, ecc.) è
la espressione più compiuta del moto di rinnovamento che domina
tutta la cultura filosofica del XII secolo, preparando la grande
fioritura della riflessione duecentesca. Il raffinato platonismo e
il vivace spirito scientifico dell’ambiente di Chartres, è però solo uno
degli aspetti dominanti della rinascita filosofica. Mentre a Chartres maturano
le grandi cosmogonie e le enciclopedie politiche, è infatti già in corso una
profonda trasformazione degli studi logici, destinata ad esercitare una
vasta influenza nella storia della cultura filosofica medioevale. Già
parlando delle predilezioni intellettuali di Teodorico di Chartres, s'è
visto quale importanza aveva per lui l’insegnamento dialettico fondato
sulle opere di Boezio e sulla conoscenza quasi totale dell’Organon
aristotelico. Ma le testimonianze contemporanee sono anche ricche di
notizie e di accenni polemici sugli sviluppi della scuola di Petit-Pont,
nelle vicinanze di Parigi, dove Adamo Parvipontano avrebbe stupito i suoi
scolari proponendo e discutendo delle quaestiones insolubiles, ossia
alcuni di quei problemi sofistici entrati da tempo nella pratica
dell'insegnamento dialettico. La cavillosa ingenuità di molti dei
problemi riferiti da queste testimonianze, non deve però ingannarci,
inducendoci a credere che gli studiosi medioevali non si rendessero conto
della loro futilità. Esercizi di scuola, adoperati dai maestri per
affinare le capacità dei loro allievi, simili discussioni valevano
soprattutto a stimolare l’interesse per un tipo di analisi dialettica particolarmente
utile per gli studiosi di diritto e di teologia. E chi tien conto che
l’insegnamento della dialettica era propedeutico a quello delle quattro
arti maggiori, non trova difficoltà a consid:rare anche questi esercizi
come una manifestazione del vivace interesse per la disciplina logica che
sarà presto un carattere peculiare della scuola parigina. È
appunto in questo ambiente, dove erano pen-trate anche le dottrine di
Berengario e di Roscellino, che si formò la personalità più eminente della
prima metà del XII secolo, Pietro Abelardo. Nato a Pellet, vicino a Nantes nel
1079, egli si dedicò fin da giovanissimo allo studio delle arti liberali
e specialmente della dialettica di cui pare gli fosse maestro lo stesso
Roscellino. Piti tardi recatosi a Parigi, che era il centro più vivace di
studi dialettici, fu scolaro di un maestro come Guglielmo di Champeaux
che godeva in quel momento di larghissima fama. Ma neppure la dottrina di
Guglielmo soddisfece il giovane studioso, che iniziò fin da allora a
combattere le dottrine del maestro con estrema vivacità. La
ragione di tale polemica è, del resto, perfettamente chiara ed
evidente.Discepolo di Manegoldo di Lautenbach e poi di Anselmo di Laon,
amico di Bernardo di Clairvaux e fondatore della Abbazia di S. Vittore,
che sarà poi uno dei maggiori centri del pensiero mistico medioevale, Guglielmo
di Champeaux era un deciso sostenitore delle concezioni agostiniane e
platoniche. Cosf, a proposito del significato dei concetti di genere e di
specie, si atteneva alla soluzione realistica che abbiamo già visto affermata
dallo Scoto Eriugena e da Anselmo da Aosta. Secondo la testimonianza di
Abelardo, egli avr-bbe infatti sostenuto che la medesima realtà è tutta
presente essenzialmente nei singoli individui, tra i quali non vi sarebbe
alcuna diversità essenziale, ma bensi una distinzione causata dalla
molteplicità degli accidenti Il che spiega perché Guglielmo ritenesse che
in tutti gli uomini numericamente diversi v'è sempre una identica sostanza umana,
che si determina e si concreta variamente ora in Socrate ed ora in
Platone, secondo particolari determinazioni accidentali. Contro
questa dottrina, che rispecchia fedelmente un atteggiamento metafisico
platonicamente fondato sull’ordine gerarchico di essenze e categorie
universali, Abelardo non tardò ad opporre argomenti che gli venivano almeno in
parte dall’esperienza nominalistica di Roscellino. Convinto che la logica
sia una pura ars sermocinalis, scienza e arte del discorso, totalmente distinta
dalla metafisica o dalla teologia, egli respinse recisamente il realismo delle
essenze logiche, sotto lincando che la stessa essenza, se sussistesse
tutta nei singoli individui, pur con forme e accidenti diversi, si
troverebbe spesso a dover sostenere attributi e accidenti contraddittori.
Inoltre, ammessa la realtà delle essenze, le dieci categorie
aristoteliche diverrebbero necessariamente le dieci essenze reali più generali
di tutte le cose; e ne seguirebbe che ogni categoria è essenza e che quindi
tutte le sostanze sono, in realtà, sostanza, tutte le qualità una sola
qualità. Perciò, la sostanza di Socrate sarebbe la stessa sostanza di
Platone, e le qualità dell’uno quelle dell’altro, ecc.; ma in tal
modo la realtà individuale e distinta di Platone e di Socrate
sarebbero totalmente perdute perché i due individui sarebbero di fatto una sola
unità indistinguibile. Tali obiezioni racconta Abelardo avrebbero subito smantellato la dottrina
realistica di Guglielmo di Champeaux; e il maestro parigino avrebbe
ripiegato sulla tesi della indifferenza degli universali, sostenendo che la
realtà dei generi e delle specie è identica nei diversi individui, non
quanto all’essenza ma bensi nell’*indifferenza, giacché, ad esempio, i
singoli uomini, distinti di per sé gli uni dagli altri, costituiscono pur
sempre l’identica realtà umana e, quindi, non differiscono nella loro
comune natura. Abelardo criticò, però, con non minore intransigenza,
anche questa dottrina che non era sostanzialmente diversa da quella precedente,
e dimostrò che se la sola indifferenza positiva è quella che intercorre
tra gli individui che possiedono una stessa natura, si ripresentano di nuovo le
medesime difficoltà già rilevate a proposito della concezione realistica.
Il successo riportato nella disputa con un maestro cosi famoso non
giovò ad Abelardo, che fu costretto dalle violente inimicizie dei
condiscepoli ad abbandonare Parigi e a rifugiarsi a Melun, dove apri una
sua scuola. Però ben presto si trasferi a Corbeil, più vicina alla
capitale, e di lîf a poco tornò nuovamente a Parigi per studiare
retorica, sempre alla scuola di Guglielmo. Non sembra però che i suoi
rapporti co] maestro migliorassero; anzi, proprio in questa occasione,
Guglielmo sarebbe stato costretto da Abelardo a riconoscere apertamente la
fondatezza e la superiorità delle sue critiche. Tuttavia Abelardo, ormai
padrone delle arti sermocinali, lasciò di nuovo la scuola parigina per
dedicarsi allo studio della teologia, sotto la guida di Anselmo di
Laon. Polemico e innovatore come sempre, il filosofo bretone non
restò però a lungo neppure nella scuola di Laon; poco dopo, era di
nuovo a Parigi, ove tenne scuola di dialettica e di teologia, riscuotendo un
successo clamoroso. Studenti di ogni parte di Francia e di Europa (e tra
essi fu anche Arnaldo da Brescia, che nel 1155 sarebbe stato arso in
Roma, come capo di un movimento riformatore violentemente avverso al potere
mondano della gerarchia ecclesiastica) accorsero a udire le sue lezioni,
divulgarono la dottrina del Peripateticus Palatinus in tutti gli ambienti
colti del tempo; e intorno alla sua scuola cominciò a costituirsi la
futura università parigina, luogo di attrazione per i teologi e i
filosofi di tutta la Cristianità occidentale. L'episodio del suo
amore per Eloisa, donna eccezionalmente dotta e partecipe degli stessi
problemi teologici e morali, la vendetta del canonico Fulberto, e
la vergognosa mutilazione che costrinse Abelardo ad abbandonare
l’insegnamento parigino, sono episodi fin troppo noti perché occorra
ricordarli. Colpito nella sua dignità di clericus e di maestro, Abelardo
prese l’abito monastico e prese a vagare di monastero in monastero, di abbazia
in abbazia, portando dovunque la sua umana inquietudine e la sua polemica
filosofica, caldeggiando la formazione di una comunità puramente speculativa
dedicata al Paracleto. La fortuna e l’efficacia del suo insegnamento non
ne riusci però diminuita, se è vero che folle di studenti lo seguivano nei suoi
spostamenti, e che la sua fama continuava a diffondersi per tutta Europa.
Del resto, gli anni che vanno da quando abbandonò Parigi, e il 1142,
quando mori a Chalon-sur-Sagne, sono anni di grande operosità e di
costante, approfondita riflessione sui temi più ardui della logica, della
metafisica, della teologia e della morale. E pure in questo periodo si
svolge tra lui ed Eloisa quella mirabile relazione epistolare che è
veramente uno dei capolavori della letteratura mediocvale. La
lucidità e la spregiudicatezza di molte pagine dell’epistolario, e
soprattutto di quelle in cui Eloisa difende con estrema decisione la
nobiltà e la purezza della sua passione, hanno spesso indotto gli storici ad
accentuare la modernità dell’atteggiamento morale dei due celebri amanti.
Ma non è certo un buon criterio storico giudicare tutta la personalità e
l’opera filosofica di Abelardo alla luce di questa appassionata testimonianza
umana, per tentare magari confronti arditi e poco plausibili con la
mentalità e il costume morale degli intellettuali del Rinascimento. Anche
il tono e il contenuto delle lettere di Abelardo e di Eloisa sono infatti
veramente comprensibili solo nell’ambito di una vicenda che si svolse
nell'ambiente scolastico della Parigi medioevale, entro il chiuso mondo dei
clercs, dominati dai propri pregiudizi etici e professionali, e tra due persone
drammaticamente consapevoli del conflitto tra la loro condizione e le idee e le
norme proprie della loro casta. D'altra parte non conviene all’intelligenza
storica dell’opera di Abelardo, presentarlo come un puro razionalista o,
ancor peggio, come un precursore del libero pensiero, inteso a rovesciare il
principio dell’autorità e ad instaurare contro il fideismo di Bernardo di
Clairvaux i sovrani diritti della ragione. Questa immagine di Abzlardo, che
pure piacque alla vecchia storiografia dell’età romantica, è certo del
tutto antistorica e deforma, fino a ridurli caricaturali, i veri caratteri del
suo pensiero. Ma ciò non toglie che questo filosofo cosi combattivo e polemico,
questo dialettico rigoroso e teologo spregiudicato, sia stato veramente
l’interprete più originale ed acuto della rinascita filosofica.
Alieno dal costruire un compiuto sistema cosmologico come quelli
elaborati dai Maestri di Chartres, egli fu infatti autore di opere di
logica, di teologia e di morale che hanno avuto una influenza decisiva su molti
aspetti della riflessione del suo tempo, e che segnano un progresso decisivo
nei confronti delle concezioni filosofiche precedenti. Già abbiamo
visto, del resto, quale fosse stato il suo atteggiamento di fronte al realismo
logico di Guglielmo di Champeaux; ma è bene aggiungere che la sua
polemica fu altreitanto rigorosa anche nei riguardi di tutte le altre
forme di realismo, iv comprese quelle che identificavano l’universale con
l’intera collezione degli individui cui esso si riferisce. Per Abelardo
l’universale è invece semplicem.nte un dato del linguaggio, un vocabolo
trovato in modo che si possa predicare singolarmente di molti; e quindi il
termine ‘uomo’ che usiamo tanto per indicare Socrate che Platone non differisce
dal nome proprio con cui indichiamo questo o quell'individuo se non
perché è atto a far da predicato di proposizioni che hanno per soggetto
il nome proprio di molti individui. Una volta definito il significato
sermocinale del termine universale, Abelardo afferma poi rigorosamente
che i nomi universali non indicano affatto un’essenza o realtà comune a
vari individui, e che occorre quindi respingere l’idea che essi implichino
qualcosa di reale sia di per se stessi sia nella natura degli individui. La
conoscenza ha come punto di partenza l’individuale e il sensibile, la cui
caratteristica è data proprio dalla sua diversità e distinzione nei confronti
di ogni altra cosa individuale. Perciò il termine universale deve unicamente
valere come un segno logico, necessario per assolvere una particolare funzione
nella costruzione dei discorsi umani. Dopo aver cosi definita la
funzione del termine universale, Abelardo cerca però di analizzarne anche le
proprietà logiche. La constatazione che i nomi universali non indicano delle
essenze o entità comuni, potrebbe infatti indurre a concludere che essi non
abbiano alcun riferimento effettivo con le cose e che non permettano di
intendere effettivamente nessuna realtà esistente e concreta. Ma Abelardo
è un logico troppo sottile per poter accettare semplicemente la dottrina
di Roscellino e ridurre cosî gli universali a puri e semplici flatus
vocis. Intanto, per prima cosa, egli osserva che sebb:ne i singoli individui,
ad esempio i vari uomini, differiscano tra loro in molti caratteri ed
attributi, hanno però qualcosa di comune e cioè il loro stazus e la loro
comune condizione di essere uomini. L'errore di chi attribuisce una realtà
oggettiva agli universali indipendentemente dall’esistenza individuale,
consiste dunque nel confond.re un'ipotetica essenza dell'uomo, che non esiste,
con l’essere uomo che è invece una condizione reale particolare e concreta.
Sicché, dire che questo o quell’individuo convengono nello status di uomo, cioè
nell’essere uomo, significa riconoscere che esiste una causa comune per
cui s'impone ai singoli individui il termine o nome universale di uomo.
Questi stars sono dunque le cose stesse costituite in questa o quella
natura; e dunque, per giungere alla formulazione del termine universale,
basta raccogliere la somiglianza comune d.gli individui che sono effettivamente
nello stesso status e designarla con un nome. Quale sia poi il
contenuto che questi universali assumono nel nostro pensiero, è indicato
chiaramente da Abelardo n:llo svolgimento della sua teoria gnoseologica.
All’origine dell’attività conoscitiva sta infatti la percezione sensibile
che ci permette di percepire questo o quell’individuo particolare; ma
l’intelletto è capace di formarsi una immagine di ogni oggetto percepito
che esiste ormai indipendentemente dall’oggetto stesso e persiste nella mente
anche dopo la scomparsa dell’individuo che l’ha provocata. Queste immagini
presenti nella mente si distinguono però dalle immagini fittizie composte
liberamente dalla fantasia senza alcun riferimento ad una realtà
effettiva; ma si distinguono altresi anche da quelle che si presentano
all’intelletto quando pensiamo all’uomo o alla torre in generale.
L’intelligenza del nome universale. scrive Abelardo in un testo particolarmente
importante, concepisce un'immagine comune e confusa di molte cose, laddove
l'intellezione prodotta dalla parola singolare comprende la forma di una sola
cosa. Il nome di Socrate o di Platone, individui concreti e particolari,
farà quindi sorg:re nella mente un’immagine che esprime la figura e la
somiglianza di una determinata persona; mentre invece il termine uomo potrà dar
luogo soltanto ad un’immagine scialba e relativamente ind:terminata,
costituita soltanto dai caratteri comuni degli individui da cui è tratta.
L’universale è dunque soltanto una parola che designa l’immagine confusa
di una collettività d’individui di natura simile, o, per usare le parole
stesse di Abelardo, che possiedono il medesimo status. È chiaro che
da queste premesse deriva subito un complesso di conseguenze logiche e
gnoseologiche di estrema importanza. Per prima cosa, le sole conoscenze chiare
e connesse ad oggetti reali sono quelle degli individui particolari,
uniche realtà di cui si dia diretta intellezione umana; mentre invece i
termini universali ci permettono semplicemente di acquistare un’opinione
limitata sempre suscettibile di mutamento. Tuttavia sarebbe erroneo
credere che A
belardo non riconosca il fondamento reale dell'immagine comune. Il
fatto che, considerando molti individui, la nostra mente fermi la sua
attenzione su ciò in cui convengono, sui loro aspetti simili o identici, è anzi
perfettamente naturale; cosi com'è del tutto legittima la formazione dell'immagine
comune, prodotta da un’attività dell’intelletto che separa e distingue per via
di riflessione ciò che è unito e coesiste ‘realmente nell’identità inscindibile
dell'individuo. A questa determinazione astratta della forma o immagine comune,
corrisponde poi naturalmente una vox o termine che, di per se stesso, è cosa
particolare del tutto distinta dall’altra realtà che significa. Ma affinché
questa significatio sia legittima ed effettiva occorre che la vox venga
strettamente connessa all'immagine mentale e sia capace per comune istituzione
umana di farla subito sorgere nella mente di chi l’ascolta. Solo cosi la vox
può diventare un elemento del discorso umano, e può adempiere al suo compito
logico che consiste soltanto nel rappresentare o significare le diverse res.
Non credo occorra insistere più a lungo su di una dottrina di per se stessa
tanto chiara ed evidente. Ma prima di chiudere questa breve trattazione della
logica abelardiana, sarà utile ricordare che il Peripatetico Palatino può
rispondere in modo profondamente nuovo ed originale alle questioni poste da
Porfirio. Cosî, alla domanda se i generi e le specie designino cose realmente
esistenti, o siano semplici oggetti d’intellezione, egli risponde che essi
esistono nel solo intelletto nudo e puro, ma che però indicano sempre esseri
reali che sono gli stessi già afferrati dall’esperienza sensibile. Inoltre,
questi universali sono indubbiamente corporei in quanto sono delle voci
pronunziate con mezzi fisici; però la loro capacità di designare una pluralità
d’individui è invece incorporea. E se è vero che i generi e le specie
sussistono nella realtà sensibile in quanto designano forme e qualità proprie
degli individui, sono però al di là delle cose sensibili proprio perché le
designano per astrazione. Non solo; Abelardo afferma che questi termini non
potrebbero mai esistere senza gli oggetti da essi significati; il che non
toglie però che i loro significati possano sussistere anche se sono legati
semplicemente ad un'immagine mentale e non ad un oggetto sensibile, come nel
caso della proposizione la rosa non esiste, il cui significato è pienamente
legittimo. Tali soluzioni, avanzate in una forma cosî rigorosa, rappresentano
indubbiamente una tappa fondamentale nella storia della logica e della
riflessione filosofica medioevale. Da un lato, infatti, Abelardo tenta, per
primo, un’analisi dei problemi logici condotta in assoluta indipendenza da ogni
presupposto metafisico e teologico, come scienza autonoma dei modi e delle
forme del discorso umano. Ma, d’altra parte, la negazione di ogni tipo di
realismo logico e la polemica contro la persistente ispirazione platonica dei
suoi predecessori, lo pone già sulla via che sarà battuta dalle tendenze più
avanzate del pensiero scolastico, fino alla soluzione drastica del nominalismo
occamista. Tali posizioni sono ancora lontane dalle intenzioni di Abelardo che,
partecipe delle metafisiche platoniche del suo tempo, non negava affatto la
possibilità dell’esistenza nella mente divina di eterne idee archetipe, modello
e forma delle cose reali. Nondimeno, il valore preminente che egli attribuisce
alla conoscenza dell’individuale, e la sua insistenza sulla funzione
preliminare ed essenziale dell’esperienza sensibile, sono altrettanti motivi di
grande rilievo storico, destinati a influire profondamente sulle dispute
logiche e metafisiche del XIII secolo. AI significato critico della dottrina
logica di Abelardo corrisponde, del resto, anche la novità e l’arditezza di
talune tesi teologiche esposte, oltre che nel Sic et Non, anche nel De wnitate
et trinitate divina, nella Theologia Christiana, nella Introductio in
theologiam, nonché nel Dialogus inter Hebracum, Philosophum et Christianum. Tra
queste opere il Sic et Non è certo particolarmente importante per il metodo con
cui Abelardo procede alla presentazione ed al vaglio delle auctoritates
scritturali e patristiche, opponendo tra di loro quelle che appaiono
contrastanti o contraddittorie. È vero come è stato sottolineato anche
recentemente che Abelardo non intende servirsi di questo metodo per scalzare il
principio dell’auctoritas, del cui valore egli è pienamente convinto. Ma,
sebbene dichiari spesso che il fondamento della verità e della salvezza
consiste nelle nude parole della Scrittura, e ribadisca che la dialettica deve
semplicemente servire all’intelligenza della Fede, è evidente che Abelardo
procede anche nella sua indagine teologica con il preciso intento di chiarire
le difficoltà e le aporie interne alle argomentazioni tradizionali. D'altra
parte, come dice egli stesso parlando del metodo seguito nel De unitaze et
trinitate divina, la spiegazione del teologo non può procedere che per mezzo di
analogie tratte dal ragionamento umano; e poiché questo procedimento analogico
è usato d’Abelardo anche per spiegare il rapporto trinitario delle persone
divine, non meraviglia che, come i maestri di Chartres, egli si serva del
motivo platonico-stoico dell'anima mundi per illustrare analogicamente la terza
persona trinitaria. È vero che per Abelardo si tratta soltanto di un’analogia
incapace di spiegare fino in fondo la misteriosa verità d:1 dogma; però egli
non esita ad usare anche in altri casi dottrine filosofiche, soprattutto di
origine platonica, per illuminare il contenuto della teologia cristiana,
affermando implicitamente una continuità ed un accordo sostanziale tra la
riflessione classica e la dottrina cristiana. Ecco perché Clairvaux, mistico
cistercense ed intransigente difensore del primato sovrarazionale della fede
cristiana, fu cosi avverso al Peripateticus Palatinus considerato come il più
temibile nemico della ortodossia teologica. In effetti, nella prospettiva
teorizzata da Abelardo, la teologia cristiana non solo è strettamente legata
alla ricerca della ragione, ma si può dire che la stessa rivelazione si esprima
anche nelle forme del ragionamento razionale, e che le verità filosofiche degli
antichi siano anticipazioni o premesse di una verità più alta, ma non avversa
alla ragione. Come Abelardo scrive nel Dia/ogus, il Cristianesimo è certamente
la verità assoluta che accoglie e risolve in sé tutte le altre verità parziali
ed imperfette; però anche la dimostrazione dei suoi principi può procedere per
via dimostrativo-analitica; quindi il metodo razionale può essere applicato
anche alla ricerca teologica, senza temere di cadere per questo nell’empietà o
nell’eresia. La polemica di Bernardo e il severo giudizio del Concilio di Sens,
che condannò alcune sue proposizioni teologiche, non valsero ad impedire che il
metodo abelardiano influisse largamente anche sugli sviluppi della riflessione
teologica. Né stupisce che il suo tentativo di elaborazione dialettica della
materia teologica potesse contribuire in maniera decisiva alla formazione di un
vero metodo della scienza teologica, già chiaramente delineato nelle prime
Summae o nel crescente successo dei Libri sententiarum. Solo per restare
nell’ambito della sua scuola, opere come l’Epitome theologiae di Maestro
Ermanno, le Sententiae Parisienses, l'Ysagoge in Theologiam e le Sententiae di
Rolando Bandinelli (il futuro Alessandro III), sono eloquenti testimonianze del
progresso compiuto nella prima metà del XII secolo dalla cultura scolastica
parigina. Tra le dottrine di Abelardo condannate al concilio di Sens spiccano
anche talune tesi di morale definite nello Scito te ipsum. Avverso alle
concezioni ascetiche tradizionali che ponevano tra i peccati anche le
inclinazioni più naturali dell’uomo, ostile ad una morale che definisce
rigidamente il ben: ed il male identificandoli con un certo modo astratto di
comportamento, Abelardo tende infatti a identificare il valore dell’atto con
l’abito interiore che lo accompagna. Cosi, egli distingue nettamente il vizio
dell'anima dal piccato; e se il vizio che dipende spesso dalla natura e dalla
complessione fisica ci rende soltanto inclini ad acconsentire all’illecito, il
peccato consiste invece nel consenso volontario al male, in una scelta lib:ra e
consapevole. Certo, anche le inclinazioni radicate profondamente nella natura
particolare di ciascun individuo possono spingere a desiderare ciò che è
contrario alla legge divina; ma tali inclinazioni, che non potrebbero mai
esser: eliminate, non sono di per sé male o peccato. Al contrario, Abelardo
insiste sul fatto che solo l'intenzione può costituire il vero contenuto del
bene e del male, indipendentemente dalla determinazione effettiva dell’azione.
L'intenzione scrive infatti Ab:lardo in una pagina dello Scito te ipsum di
particolare rilevanza teorica è di per se stessa buona o cattiva; ma l'azione è
detta buona o cattiva non perché implichi in se stessa un elemento di bontà o
di malizia, ma perché deriva da un'intenzione buona 0 cattiva. La medesima
azione può essere dunque positiva se deriva da una buona intenzione, o cattiva
se deriva da un’intenzione malvagia; cosi Abelardo prende decisamente posizione
contro le concezioni etiche che fanno dipendere il valore morale dell’azione
dalla adesione astratta a uno schema costituito secondo una norma del tutto
estranea alla volontà. Tale concezione che è certo uno dei motivi più moderni e
originali del pensiero abelardiano è poi spesso congiunta con una insist-nie
critica della considerazione meramente carismatica dei poteri sacerdotali, che
egli vuole invece siano fondati sulla pratica attiva ed esemplare delle virti.
La successione apostolica vantata dai sacerdoti e dai vescovi ha, per lui,
significato e valore solo quando essa si accompagni all’oss:rvanza dell’esempio
religioso e morale degli apostoli, e non quando si risolva semplicemente nella
cerimonia dell'imposizione delle mani o nell’osservanza esteriore e farisaica
delle norme canoniche. Proprio pr questo sono cosi frequenti negli scritti
morali e teologici di Abelardo la denuncia della corruzione del clero, la
condanna dell’eccessiva potenza e ricchezza della gerarchia e la ripulsa di un
rigido, astratto legalismo morale e religioso che è del tutto contrastante con
il carattere della missione della Chiesa. Né manca nella riflessione di
Ab-lardo l’insistente richiamo a quei puri valori di interiorità su cui
dovrebbe fondarsi tutta la vita cristiana. La vicinanza di alcuni dei suoi
motivi polemici con le idee largamente diffuse nei movimenti popolari di
riforma o in talune sètte ereticali, è stata quindi giustamente sottolineata
dagli storici che hanno posto in rilievo i rapporti tra Abelardo e Arnaldo da
Brescia, teorico del Comune popolare e avversario d:l potere pontificio. Ma più
che la ricerca di possibili filiazioni o influenze, interessa qui sottolineare
come sia sul piano teologico e morale, sia su quello logico e gnoseologico, il
pensiero di Abelardo è veramente l’espressione più matura di un comune fermento
critico che pervade tutti gli strati e gli ambienti della società del suo tempo
e che tende a corrodere i capisaldi d:Ila cultura tradizionale. L’influenza di
Abelardo fu veramente eccezionale. Dalla logica alla teologia, dalle
discussioni puramente filosofiche alla casistica etica, tutta la riflessione
del suo tempo e dei decenni successivi reca il segno della sua personalità e
delle sue idee. Ma la superiorità teorica di molte posizioni abelardiane,
soprattutto nel campo della logica, non deve indurci a trascurare l’apporto
degli altri logici contemporanei, ispirati a concezioni e dottrine spesso
diametralmente opposte. Già s'è detto di Guglielmo di Champeaux e delle
successive dottrine che egli avrebbe avanzato discutendo il problema degli
universali; ma dobbiamo qui ugualmente ricordare Josselino di Soissons cui
Giovanni di Salisbury attribuisce nel Meealogicon una singolare dottrina che,
pur rifiutando la universalità agli individui considerati nella loro
singolarità, la concedeva però alla condizione collettiva della specie o del
genere. Questa tesi, che compare anche nel trattato anonimo De generibus et
speciebus (già attribuito dal Cousin ad Abelardo, ma che evidentemente non può
esser suo), deve aver avuto una discreta diffusione proprio per la sua tendenza
a conciliare le opposte tesi dei realisti e dei nominali. Secondo la concezione
di Josselino la specie si presenta infatti in ogni individuo come una sorta di
materia comune la cui forma è costituita dalle singole determinazioni
particolari; e perciò nell’individuo Socrate coesiste l’umanità (materia
comune) con la socrateità che ne è la forma, e quindi Socrate possiede una sua
umanità particolare distinta da quella di Platone o di Aristotele. Il fatto che
il termine uomo sia comune ad un intero gruppo di individui non significa che
l’umanità di SoLo sviluppo della logica e l'opera di Abelardo crate o di
Platone costituisca una realtà unica, identica e comune nei vari individui. Al contrario,
questo fondamento comune è profondamente differenziato dai caratteri peculiari
e dalla struttura propria di ogni individuo. Come si vede, la soluzione di
Josselino può sembrare assai vicina alla tesi abelardiana degli status; ma lo
&tesso Abelardo ne sottolineò nettamente la diversità quando obiettò che il
gruppo è sempre posteriore agli individui che lo costituiscono, laddove invece
la dottrina della collectio sembra far precedere l’unità indifferenziata della
materia comune dalla concreta esistenza dzi singoli. La difesa della priorità
dell'individuo anche nei confronti della posizione moderata di Josselino
ribadisce la radicale vocazione nominalistica della logica di Abelardo. Però il
problema di rapporti tra r0men e res, tra la determinazione concettuale e la
struttura reale degli individui, doveva essere ulteriormente dibattuto nel
trattato De codem et de diverso di Adelardo di Bath. Questo maestro, formatosi
nell'ambiente teologico di Laon e di Tours, e quindi per molti anni pellegrino
in Italia, in Sicilia e nell’Asia Minore alla ricerca di testi arabi e greci di
cui fu uno dei primi traduttori, ha un posto di primo piano nella storia della
scienza medioevale. Nelle sue traduzioni dei testi astronomici arabi e degli
Elementa di Euclide e nelle sue Quaestiones naturales, ricche di temi della
tradizione araba, egli si rivela uno degli uomini più colti del suo tempo. Ma
anche il De eodem et de diverso mostra una mentalità dialettica rigorosa ed
esatta, perfettamente consapevole dei gravi problemi filosofici che si
agitavano dietro le modeste apparenze del problema degli universali. Cosî egli
accetta la definizione abelardiana degli universali come nomi delle cose che
contengono (rerum subiectorum nomina) e la dottrina aristotelica che esclude
ogni loro realtà al di fuori dell’esistenza individuale concreta. Però osserva
che i nomi del genere, della specie e dell’individuo vengono imposti alla
stessa essenza sotto diversi rispetti? e che se i filosofi, quando vogliono
parlare delle cose come si presentano ai sensi le chiamarono individui,
definendole con il loro nome proprio e particolare, tuttavia, quando le
considerano pid profondamente, le chiamano anche specie o generi, senza negare
la loro realtà individuale, ma riferendosi a quei caratteri universali che vi
sono impliciti. Perciò i generi e le specie sono per Adelardo le stesse cose
sensibili considerate in modo più acuto, e queste sp:cie e generi nella loro
funzione di termini o modi universali vengono distinti per immaginazione dalla
stessa realtà sensibile e considerati come forme astratte. Non v’è quindi da
meravigliarsi se Adelardo, fedele a questa dottrina, possa poi considerare
sostanzialmente concordanti le dottrine di Platone e di Aristotele, i quali
hanno soltanto accentuato i due diversi aspetti del problema. E una dottrina
non diversa viene pure attribuita al maestro parigino Mortagne, il quale,
secondo la testimonianza di Salisbury, avrebbe insegnato che Platone, secondo
status diversi, è individuo, specie e genere subalterno o supremo. Certamente e
Adelardo insiste particolarmente su questo punto alwra è la conoscenza legata
all’esperienza immediata e quasi costretta dal tumulto esteriore dei sensi, ed
altra la conoscenza intelligibile estesa alle Cause supreme delle cose naturali
e addirittura alla previsione della realtà futura. Ma non per questo Adelardo
respinge quel sapere che la mente umana può raggiungere anche quando è serrata
nel carcere del corpo e si muove soltanto tra le forme sensibili delle cose.
Anche questo sapere, quando è capace di giungere agli elementi permanenti,
costitutivi della realtà, è valido e necessario. VanperPoL, Le droit de guerre d'après les théologiens et
les canonistes du moyen dge, Parigi, Leiser, Name und Begriff der Synderesis in
d. mittelalt. Scholastik, Philos. Jahrb. HocHstETTER,
Die subjektiven Grundlagen der scholastischen Ethik, Berlino JENKS, Law and
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ses prédécesseurs, Bruges HoeLescHer, Vom ròmischen zum christlichen
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Scholastik, Innsbruck, ArquiLLIÈRE, L'augustinisme politique. Essai sur la
formation des théories polstiques du moyen dge, Parigi, Lacarpe, La naissance
de l'esprit laique au déclin du moyen dge, Pasigi-St.-Paul-Trois-Chàteaux;
Lovanio-Parigi, Grasmann, Studien iiber den Einfluss der aristotelischen
Philosophie auf die mittelalterlichen Theorien iiber das Verhaltnis von Kirche
und Staats, Monaco Lortin, Le problème de la moralité intrinsèque d'Abélard à
S. Thomas d'Aquin, Rev. thom., A. PassERIN D'ENTRÈVvES, La filosofia politica
medievale, Torino, Wacner, Der Sittlichkeitsbegriff in der christlichen Ethik
des Mittelof ters, Minster, GuÙetLincx, Litiérature latine au moyen dge,
Parigi, RoHmer, La finalité morale chez les théologiens de S. Augustin è Duns
Scoto (Étud. de philosophie médiév., Parigi, JarrET, Social Theories of the
Middle Ages, Westminster, Lorin, Psychologie et morale, Louvain Gembloux,
Nycren, Erés et Agapé. La notion chrétienne de l'Amour et ses trans formations,
Bruyne, Études d’estétique médiétvale, Bruges Inem, L'esiétique du moyen dge,
Lovanio, CourceLLE, Les lettres grecques en Occident de Macrobe è Cassiodore,
R. Curtius, Ewropaische Literatur und lateinisches Mittelalter, Berna GARIN
(vedasi) Poesia e filosofia nel Medioevo latino, Medioevo e Rinascimento, Bari,
Medieval Political Ideas, a cura di E. Lewis (antologia di tesi politiche
medioevali), New York, Scienze BertHELOT, Histoire des Sciences. La chimie au
Moyen dge, Parigi, GreENE, Landmarks of botanical history, Londra, Strunz,
Geschichte der Naturwissenschaften im Mittelalter, Stoccarda, Surer, Die
Mathematiker und Astronomen der Araber und ihre Werke, Abh. zur Geschichte d.
math. Wissenschaft, Nys, L’énergétique et la théorie scolastique, Rev. néosc.
philos., Zeu TEN, Die mathematik in Altertum und mittelalter, Lipsia DuHEM, Le
système du monde, Parigi, GerLanp, Geschichte der Physik, Monaco, Tannery,
Sciences exactes chez les Byzantins, Parigi Garrison, Introduction to the
history of medicine, Filadelfia, STILLMANN, Story of the early chemestry, New
York, Miei, Manuale di storia della scienza, Roma CampseLL, Arabian Medicine
and its influence on the Middle Ages, Londra, . R.
BurwHarpT, Geschichte der Zoologie, Lipsia Haskins, Studies in the history of
mediaeval Science, Cambridge, Sarton, Introduction to the history of science,
Baltimora, Dampier-WHETHAM, A history of science and its relation with
philosophy and religion, Cambridge, TuÙornpiKE, An History of magic and
experimental Science during the first thirteen Century of our Era, New
York-Londra, Hriserc, Les sciences grecques et leur transmission, Scientia,
Zinner, Geschichte der Sternkunde, Berlino, Bor - W. Gunpet, Sternglaube u.
TEN, Die mathematik in Altertum und mittelalter, Lipsia, DuHEM, Le système du
monde, Parigi, GerLanp, Geschichte der Physik, Monaco, Tannery, Sciences
exactes chez les Byzantins, Parigi, Garrison, Introduction to the history of
medicine, Filadelfia, STILLMANN, Story of the early chemestry, New York, Miei,
Manuale di storia della scienza, Roma, CampseLL, Arabian Medicine and its
influence on the Middle Ages, Londra, BurwHarpT, Geschichte der Zoologie,
Lipsia, Haskins, Studies in the history of mediaeval Science, Cambridge,
Sarton, Introduction to the history of science, Baltimora, WHETHAM, A history
of science and its relation with philosophy and religion, Cambridge,
TuÙornpiKE, An History of magic and experimental Science during the first thirteen
Century of our Era, New York-Londra, 1929 J. L. Hriserc, Les sciences grecques
et leur transmission, Scientia, Zinner, Geschichte der Sternkunde, Berlino, Bor
- W. Gunpet, Sternglaube u. Sterndeutung, Lipsia, Maier, Das Problem der
intensiven Gròsse in der Scholastik, LipsiaRoma, THornpikE - P. Kipre, A
Catalogues of incipits of medieval scientific writings in latin, Cambridge
(Mass.), Supplementi in Spec. Mieli, La science arabe, Leida, Pinès, Les
précurseurs musulmans de la théorie de l'impetus, Archeion, Marr, Die
Impetus-theorie der Scholastik, Vienna-Roma, Inem, Die Vorliufer Galileis im 14
Jahrhundert, Roma, Inem, Zwei Grundprobleme der scholastischen
Naturphilosophie, Roma Moopy - M. CLacett, The mediacval scienceof Weights
(Scientia de ponderibus), Madison, Kacan, Jewish Medicine, Maier, An der Grenze
von Scholastik und Naturwissenschaft, Roma, 19522. Inem, Metaphysiche
Hintergrunde der spitscholastischen Naturphilosophie, Roma Ipem, Die
Naturphilosophische Bedeutung der scholastischen Impetustheorie, Schol.,
Wirson, W. Heytesbury. Medieval Logic and the Rise of Mathematical Physics,
Madison, ArnaLpez-L. Massicnon, La science
arabe, in Histoire générale des Sciences, vol. 1, Parigi, Brauyouan, La science
dans l'Occident médiéval chrétien, in Histoire générale des Sciences, vol. I,
Parigi IpeM, L'interdependence entre la science scholastique et les techniques
utilitaires, Alengon, CromBie, Augustine to Galileo. The History of Science. Melbourne-Londra-Toronto Ley,
Studien z. Geschichte d. Materialismus im Mittelalter, Berlino, Reap, Through
Alchemy to Chemistry, New York, Simon, La science hébraique médiévale, in
Histoire générale des Sciences, vol. I, Parigi Tufoporipìs, La science
byzantine, in Histoire générale des Sciences, Parigi, Carmony, The Arabic
Corpus of Greek Astronomers and Mathematicians, Bologna, Maier, Zwischen
Philosophie und Mechanik. Studien zur Naturphilosophie der Spitscholastit,
Roma, WrisHEIPL, The Development of physical Theory in the Middle Ages,
Londra-New York, Marr, Ergebnisse der spitscholastischen Naturphilosophie,
Schol., CLacett, The science of mechanics in the middle age, Madison. BOEZIO
(vedasi) De institutione arithmetica De institutione musica; uno scritto di
astronomia perduto; uno scritto di geometria anch'esso perduto, traduzione
delle Categorie; Commento alle Categorie; traduzione del De interpretatione;
primo Commento al De interpretatione; secondo Commento al De interpretatione;
traduzione degli Analytici primi e secondi; traduzione dei Topici (non è certo,
però, se la traduzione che va oggi sotto il suo nome sia autentica); traduzione
della Isagoge di Porfirio; primo Commento all'Isagoge; secondo Commento alla
Isagoge; commento ai Topici di CICERONE; De syllogismo categorico; Introductio
in syllogismos categoricos; De syllogismo hypotetico; De divisione; De
differeptiis topicis; Consolatio philosophiae. È discussa l’attribuzione della
versione degli Elenchi sofistici. De Trinitate; Ad Iohannem diaconum utrum
Pater et Filius et Spiritus Sanctus de divinitate substantialiter praedicentur;
Ad cundem quomodo substantiae in co quod sint bonae sint, cum non sint
substantialia bona; Liber contra Eutychen et Nestorium. Non è invece autentico
il De fide catholica attribuito tradizionalmente a Boezio. Le opere in P. L., nel
Corpus di Vienna. I trattati teologici si vedano nell’ed. StewartT-RanD,
Londra, la Consolatio nell’ed. BreLer, in Corpus Christianorum; del De
interpretatione cfr. l’ed. Meiser, Lipsia. Delle traduzioni italiane della
Consolatio ricordiamo quelle del Moricca, Firenze, e del Cappa, Milano. Gli
Opuscola theologica sono stati tradotti dal RAPISARDA, Catania; i Pensieri
sulla musica (testo e trad.) dal Damermni, Firenze. La bibl. generale in GEYER;
De Barr; De Wutr. V. inoltre tra le opere pit importanti e recenti: I. Brnez,
Boèce et Porphyre, Rev. Belge Philol. Hist., Bruprr, Die philosophischen
Elemente in den Opuscula Sacra des Boethius, Lipsia, Cooper, A concordance of
Boethius, Cambridge, Bonnaup, L'éducation scientiphique de Boèce, Spec.
1Carton, Le christianisme et l'augustinisme d e Boèce, Revue Philos., BroscH,
Der Seinbegriff bei Boethius, Innsbruck, Capone Braca, La soluzione cristiana
del problema del summum bonum, in Philosophiae consolationis libri V di Boezio,
Arch. st. filos. GUZZO (vedasi) L'Isagoge di Porfirio e i commenti di Boezio,
in Concetto e saggi di storia della filosofia, Firenze, Atronsi, Problemi
filosofici della Consolatio boeziana, Riv. filos. neosc., SoLmsen, Boethius and
the history of the Organon, American Journ. Philos.,
PaLueLLo, The sext of the Caiegoriae, the latin tradition, Classi cal Quart.,
1945. ALronsi, L’umanesimo boeziano della Consolatio, Solidalitas Erasmia pa,
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consolatione philosophiae ‘by Jean de Meun, Med. Stud.,
Vann, The Wisdom of Boethius, Londra Rapisarpa, La crisi spirituale di Boezio,
Catania, REICHENVERGER, Untersuchungen zur liter. Stellung der Consolatio phi
losophiae, Colonia PrLicersporFER, Zu Boethius De interpretatione Wiener Stud.,
AcLronsi, Storia interiore e storia cosmica nella Consolatio boeziana,
Convivium, KortLER, The vulgate tradition of the Consolatio in the 14*h
century, Med. Stud. NéponceLLES, Le variations de Boèce sur
la personne, Rev. sc. relig., Scumipr, Gottheit und Trinitit. Nach dem
Kommentar des Gilbert Porreta zu Boethius, De Trinitate Basilea, Rapisarna,
Poetica e poesia di Boezio, Orpheus, ScHmIpT, Philosophisches und Medizinisches
în der Consolatio des Boethius, Festschrift Bruno Snell, Monaco, SuLowski, Les
sources du De consolatione Philosophiae de Boèce, Sophia, PaLuetto, Les
traductions et les commentaires aristotéliciens de Boèce, Studia patristica,
mogsb s Z PU FO simo Pa LP Lr VISCARPI, BOEZIO (vedasi) e la conservazione e la
trasmissione dell'eredità del pensiero antico, in I Goti in Occidente, Spoleto,
SHiet, Boethius and Andronicus of Rhodes, Vig. Christ., GecenscHatz, Die
Freiheit der Entscheidung in der Consolatio philosophiae des Boethius, Museum
Helveticum, Lepet, Die antike Musik-theorie im Lichte des Boethius, Berlino
SHiet, Boethius Commentaries on Aristotle, Med. Renaiss. Stud., PACATTO, Per
un'edizione critica del De hypotheticis syllogismis di BOEZIO, Italia
medioevale e umanistica, Hapor, Un fragment du commentaire perdu de Boèce sur
les Catégories d'Aristote dans le Codex bernensis 363, Arch. Hist.
doctr. litt. m. à., Cassiodoro Opere: De anima; Institutiones. Edizioni: Oltre
l’ed. in P. L., si vedano le Opera in Corpus Christianorum; le Institutiones
nella fondamentale ed. R.A.B. Mynors, Oxford, La bibl. generale in GeyER; De
Brie, WuLr, Tra la produzione più importante e pit recente cfr.: A. Van pe
Vrver, Cassiodore et son ocuvre, Spec., TuÙiece, Cassiodor, seine
Klostergriindung Vivarium und sein Nachwirken im Mittelalter, Studien u. Mitt.
z. Gesch. der Benedektinerordens, Monaco, Ranp, The new Cassiodorus, Spec.
Vrver, Les Institutiones de Cassiodore et sa fondation à Vivarium, Rev.
Bénédict., CourceLLE, Les lettres grecques en Occident, Parigi Barpyr,
Cassiodor et la fin du mond ancien, Année théol., Jones, Cassiodorus senator,
New York, Lamma, Cultura e vita in Cassiodoro, Studium, MomicLiano, Cassiodorus
and Italian culture of his time, Oxford, Siviglia Opere: Etymologiae; De natura
rerum; De ordine creaturarum; Differentiarum libri duo. Edizioni: in P. L.; le
Etymologiae, a cura di W. M. Linpsar, Oxford. La bibl. generale in GevER; De
Brie, WutrFr, ALraner, Der Stand der Isidorforschung, Roma, Pérez pe UrBet, S.
Isidor de Sevilla, Barcellona, Mavoz, Contrastes y discrepancias entre el Liber
de variis quaestionibus y S. Isidor, Est. eccl., Montero Diaz, Etimologias de
S. Isidor de Sevilla, Madrid Fontaine, Isidore de Séville et la culture
classique dans l'Espagne wisigothique, Parigi, DeLHavye, Les idées morales de
st. Isidore de Séville, Rech. théol. anc. méd., EtLias pe TEJADA, Ideas
politicas y juridicas de S. Isidoro de Sevilla, Madrid, GREGORIO (vedasi) Magno
Homiliae in Evangelium; Homiliae in Ezechielem; Liber regulae pastoralis;
Moralia o Expositio in Job; Dialogorum libri IV; Epistolae. Edizioni: in P. L.,
Dei Dialoghi cfr. l’ed. crit. di U. Moricca, Roma, LiesLanc, Grundfragen der
mystischen Theologie nach Gregors des Grossen Moralia und Ezechielhomilien,
Friburgo i. B., Weser, Haupifragen der Moraliheologie Gregors des Grossen,
Friburgo, WassELYNcK, La part des Moralia de Job de St. Grégor le Grand,
Mélanges sc. relig., ManseLLI, L'escatologia di S. Gregorio Magno, Ric. stor.
relig., BrunHES, La foi chrétienne et la philosophie au temps de la Renaissance
carolingienne, Parigi, DopscHn, Wirischafiliche und soziale Grundlagen der
europàischen Kultureniwicklung aus der Zeit von Caesar bis auf Karl den
Grossen, Vienna BerLIÈRE, L'ordre monastique, Parigi, trad. it., Bari. PatzeLT, Die Karolingische Renaissance, Vienna, Lor, La
fin du monde antique et la début du moyen dge, Parigi, Ranp, Founders of de
middle ages, Cambridge (Mass.), ScHramm, Kaiser, Rom und Renovatio, Lipsia,
LaistnEr, Thought and letters in Western Europe, A, D, 500-900, Londra, 1931,
1957. i E. Gitson, Les idées et les lettres (Humanisme médiéval et
Renaissance), Parigi, Pourrat, Les origines de la théologie scolastique. Les
précurseurs du IX° au XI° siècle, Rev. apologétique, KLerncLausz, Charlemagne,
Parigi, Prrenne, Mahomet et Charlemagne, Bruxelles-Parigi, tu. it., Bonnaun,
L'idée de paix è l'époque carolingienne, Parigi, Lopez, Muhammad and
Charlemagne: a revision, Spec., CALMETTE, Charlemagne, sa vie, son oeuvre,
Parigi, HaLpHEn, Charlemagne et l'Empire carolingien, Parigi, Lomsaro, Mahomet
et Charlemagne. Le problème économique, Annales, DennET, Pirenne und Muhammad,
Spec., SaLIn, La civilisation mérovingienne, Parigi, 1950. A. Ficutenau, Das
Karolingische Imperium. Soziale und geistige Problematik eines Grossreiches,
Zurigo, trad. it. Inem, Karl der Grosse und das Kaisertum, in Mitt. d. Inst. f.
Oest. Gesch. forschung., Sul monachesimo occidentale e la sua diffusione e
influenza culturale: Benedictus, Regula, Introd., testo, apparati, trad. e
comm., a cura di G Penco, Firenze, ScHumiTtz, Histoire de l'Ordre de St.
Bénoit, Maresdous Ryan, Irish monasticism, Dublino BerLiÈrE, L'Ordine monastico
dalle origini, tr. it., Bari, ScHurer, Kirche und Kultur in Mittelalt.,
Paderborn, HitpiscH, Gesch. des Benedektinischen Minchtums in ihren Grundzigen
dargestellt, Friburgo, HimxecLer, Vom Mònchtum des hl. Benedikt. Gedanken iiber
bene dektinische Wesenart, Geschichte und Kultur, Basilea, 1947. Cfr. inoltre
il Bulletin d’histoire benédéctine” nella Revue bénédictine.” Beda
il Venerabile Opere: Historia ecclesiastica gentis Anglorum; De natura rerum;
De temporibus; De temporum ratione; Quaestiones super Genesim. Edizioni: Le
opere si vedano in P. L., e in corso di pubblicazione in Corpus Christianorum,
Turnholt, Parigi; l'Opera historica nell’ed. L. E. Kinc, Londra; l'Opera de
temporibus nell'ed. Jones, Cambridge (Mass.), e l’Expositio actuum apostolorum
nell’ed. M. L. W. LarstwEr, Cambridge (Mass.), La bibl. generale in GEyER, p.
672; De Brie, nn. 4532-4550; De Wutr, I, p. 129. Tra le opere piti importanti e
pi recenti si veda: A. Hamirton THompson, Beda. His
life, times and writings, Oxford, 1935. H. M. Gite, St. Beda the Venerable,
Londra, 1935. B. CapeLL8 - M. IncuAnez - B. Tuum, St. Beda Venerable, Studia
Anselmiana,” .1936. T. A. Carrot, The Ven. Beda; his spiritual Teachings,
Washington, 1946. C. H. Beeson, The manuscripts of Beda, Classical Philol.
Beumer, Das Kirchenbild in den Schriftkomment Bedas, Schol.,” 1953. Alcuino
Opere: Grammatica; De orthographia; Dialectica; Dialogus de rhetorica et de
virtutibus; De fide sanctae et individuae Trinitatis; De animae ratione; De
virtutibus et vitiis; Epistolae. Edizioni: Le opere in P. L.
L’ed. crit. delle Epistolae in Epistolae Karolini aevi (M. G. H., II,18-481).
Cfr. inoltre i Monumenta Alcuiniana, Berlino, La bibl. generale in GryER, p.
691; De Base, nn. 5105-5109; De Wutr, I, p. 129. Tra gli studi pifi importanti
e recenti cfr.: P. MonceLLE, Alcuin, in DHGE, II M. Rocer, L’enseignement des
lettres classiques d'Ausone è Alcuin, Parigi Buxton, Alcuin, Londra, 1922. S. H. Wicsur, The Retoric of Alcuin, Princeton, 1941.
P. Hapor, Marius Victorinus et Alcuin, Arch. Hist. doctr. litt. m. 8.,” 1954.
G. ELLarp, Master Alcuin Liturgist, New York, 1956. L. WattacH, Alcuin and
Charlemagne. Studies in Carolingian History of Literature, Itaca - New York,
1959. Fredegiso di Tours Opere: De nihilo et de tenebris. Edizioni: P.L. La
bibl. generale in GevER, p. 691-692; DE Wutr Auner, F. von Tours, Lipsia, 1878
(con ed. crit. del De nihilo); J. A. Enpres, Forschung z. Gesch. der
friihmittclalt. Philos., Miinster i. W.,. Germonar, I problemi del nulla e delle
tenebre in Fredegiso di Tours, in Saggi di filosofia neorazionalistica, Torino,
1953,101-111. Agobardo Opere: Le numerose opere teologiche, che non occorre qui
enumerare particolarmente in P.L. Oltre alle opere indicate in GevER,; cfr.
particolarmente: J. B. Martin, s.v. in DTHC, I, 613-615. M. Bresson, s.v. in
DHGE, Rabano Mauro De institutione clericorum; De rerum naturis; De computo;
Grammatica P.L. La bibl. generale in GevER, p. 692; De Brie, n. 5110; De Wutr,
I, p. 129. In particolare cfr.: J. ScHumipt, Rebanus
Maurus, cin Zeit-und Lebensbild, Der Katholik,” 1906. J. B. HasitzeL, Rabanus
Maurus und Claudius von Turin, Hist. Jahrb., BLumenKranz,
Raban Maur et St. Augustin, Rev. m. à. lat.,” 1951. ‘Candido di Fulda Opere: Il
pensiero di Candido è espresso nei Dicta Candidi (ed. Hauréau, Parigi, 1872).
Bibliografia: Cfr. Gever, p. 692; DE Wutr, I, p. 129. In particolare vedi
Zimmermann, Candidus. Ein Beitrag zur Geschichte der Friihscholastik, Div. Th.”
(F.), 1929. A. KLeIncLausz, Eginhard, Parigi, Servato Lupo di Ferrières Opere:
Epistolae; Liber de tribus quaestionibus; Collectaneum. Edizioni: Le opere
nell’ed. BaLuze, Parigi, 1664 e 1710; in P.L., 119. Per le Epistolae cfr. l’ed. L. LeviLLann, Parigi,
Gever,692-693; De Brie, n. 5135; DE WuLF Sprotte, Biographie de Servatus Lupus,
BerLièrEe, Un bibliophile du IX siècle, Loup de Ferrières, Mons, 1912. E.
Amann, in DThC, IX, 963-967. Pascasio Radberto Opere: Tra le numerose opere
teologiche, che qui non enumeriamo, ricordiamo soprattutto il Liber de corpore
et sanguine Christi le opere in P.L., 120. Bibliografia: Cfr. Geyer, p. 693; De
Brie, n. 5136. In particolare: J. Ernst, Die Lehre des hl. Paschasius Radbertus
von der Eucharistie, 1897. J. Jacquin,
Le De corpore et sanguine de Pascase Radbert, Rev. sc. philos. théol., 1914. H.
PeLtier, Pascase Radbert abbé de Corbie, Amiens, 1932. IpeM, s.v., in DThC,
GLiozzo, La dottrina della conversione eucaristica in Pascasio Radberto e
Ratramno, monaci di Corbia, Palermo, 1945. H. WerisweiLEr, Paschasius Radbertus
als Vermittler des Gedankengutes der karolingischen Renaissance in der
Matthiuskommentaren des Kreises um Anselm von Laon, Schol., 1960. Ratramno di
Corbie Opere: Le numerose opere teologiche in P.L., il De corpore et sanguine
domini nell’ed. crit. di J. BAKHUIZEN van DEN BrinK, Amsterdam, 1954.
Bibliografia: Cfr. GeyERr, Wutr, I,165-166. In particolare cfr.: A. NaEcLe,
Ratramnus und die hl. Eucharistie, 1903. M.
ManitIUs, Gesch. d. latein. Lit. des Mittelalters, I, Monaco, 1923, 412-17. A.
Wiumart, L'opuscule inédit de Ratramne sur la nature de l'ime, Rev. bénédict.,
1931. C. GLiozzo, La dottrina della convers. eucarist. in Pasc. Radberto
e R. monaci di Corbia, Palermo, GHÙeLLINcK, Le mouvement théolog. au XII° s.,
Bruges. Cfr. inoltre: J. JoLiver, Godescale d'Orbais
et la Trinité. La méthode de la théologie a l'époque carolingienne, Paris,
1958. 933 Bibliografia Capitolo terzo Il Corpus dello Pseudo-Dionigi.
Massimo il Confessore Edizioni: Per le edd. del Corpus cfr. P.G., 3-4. La
raccolta delle traduzioni latine dei testi dionisiani e la fonte delle
citazioni in PH. CHEVALLIER, Dionysiaca, Parigi, 1937-1950; e l’ed. crit. del
De coelesti hierarchia, a cura di R. Roques e G. Hait, con trad. fr. di M. De
Ganpittac nelle Sources chrétiennes, n. 58, Parigi, 1958. Si veda inoltre la
trad. delle Oeuvres complètes du Pseudo-Denys l'Aréopagite, a cura del De
Ganpittac, Parigi, 1943. Per le traduzioni italiane cfr. Le gerarchie celesti,
Firenze, 1921; e, a cura del Turotta, le Opere, Padova, 1956. Bibliografia:
Sulla vasta letteratura sul Corpus ci limitiamo, in questa sede, ad indicare
oltre gli scritti di J. Stic.marr (Feldkirch, 1895; Hist. Jahrbuch. d.
Gérregesellschaft, Zeitsch. f. die kathol. Theologie, 1899; Schol., 1927, 1928)
e alle indicazioni generali in GevER, De Brie, nn. 4455-4481; De Wutr, I, p.
112, i seguenti studi: G. Tufry, Scot Erigène traducteur de Denis, Arch. latin.
Med. Aev., 1931. E. StePHANOU, Les derniers
essais d’identification du pseudo-Denys, Echos d’Orient, 1932. G. Tufry, Études
dionysiennes, Parigi BucHner, Die Areopagitica des Abtes Hilduin von St. Denys
und ihr Kirchenpolitischer Hintergrund, Hist. Jahrb., 1938. V. Lossky, La
théologie négative dans la doctrine de Denis l’Aréopagite, Rev. sc. philos.
théol., 1939. E. Von IvAnka, Der Aufbau der Schrift De divinis nominibus des
PseudoDionysius, Schol., 1940. G. DeLLa VoLpe, La dottrina
dell’Arcopagita e i suoi presupposti neoplatonici, Roma, 1941 (e cfr. La
mistica da Plotino a S. Agostino, Messina Roques, La notion de Hiérarchie selon
le Ps--Denis, Arch. Hist. doctr. litt. m.
A., 1950-1951. H. F. Donpaine, Le Corpus dionysien de l'Université de Paris au
XIII siècle, Roma, 1953. R. Roques, L'univers
dionysien, Parigi, 1954. E. Turotta, Introduzione a una lettura dello Ps. Dionigi, Sophia, 1956. E. Von IvAnxka, Ps. Dionisius
und Julian, Wiener Stud., 1957. R.
Roques, Symbolisme et théologie négative chez le Ps. Dion., Bull. Ass. Budé.
Parigi, 1957. W. VoeLxer, Kontemplation und Ekstase bei Ps. Dion., Wiesbaden,
1958. P. Scazzoso, Note sulla tradizione manoscritta della Theologia mystica
dello Pseudo Dionigi, Aevum, 1958. J. VANNESTE, Le mystère de Dieu. Essai sur
la structure rationelle de la doctrine mystique du Pseudo-Dénys l'Aréopagite,
Parigi Corsini, La questione arcopagitica. Conwibuto
alla cronologia dello Pseudo-Dionigi, Atti Acc. Sc. Torino, 1959. E. Von
IvAnka, Das Corpus arcopagiticum bei Gerhard von Csanad, Traditio, 1959. L. H. Gronpiys, Sur l2 terminologie dyonisienne, Bull.
Ass. G. Budé, 1959. Ipem, La terminologie metalogique dans la théol.
dynisienne, in L'homme et son destin, cit.,335-346. Per gli
scritti di Massimo cfr. P.G., 90-91. Trad. it. La Mistagogia e altri scritti a
cura di R. CanrareLLA, Firenze, 1931; 12 libro ascetico, a cura di M. Dat Pra,
Milano. Per gli studi cfr.: J. DeaesEKE, Maximus Confessor und Johannes Scotus
Erigena Theol. Stud. u. Kritiken BaLtHasar, Kosmische Liturgie d. Max der
Bekenner, Friburgo ScHerwooD, The carlier Ambigua of Maxim the Conf. and his
refutation of origenism, Roma, 1955. G.
MarHiev, Travaux préparatoires è une édition critique des oeuvres de S. Maxime
le Conf., Lovanio, 1957. E. Von IvAnka, Der philosophische Ertrag der
Auscinandersetzung Maximos des Bekenners mit dem Origenismus, Jahrb. oester.
byzant Gesell., 1958. Scoto Eriugena Opere: De praedestinatione; Versio operum
S. Dionyssi Arcopagitac; Versio Ambiguorum S. Maximi; De divisione naturae;
Expositiones super Jerarchiam coelestem S. Dionysi; Commentarius in S. Evangelium
secundum Johannem; Homilia in prologum S. Evangelii secundum Johannem; Carmina;
Commentarius ad opuscola sacra Boethii; Annotationes in Marcianum. Edizioni:
in P.L., 122; per il De divisione naturae l’ed. C. B. Scunùrer, Miinster, 1938;
per il Commentarius ad opuscola Boethii l'ed. E. K. Ranp, Monaco, 1906; gli
Autographa a cura di E. K. Ranp, Monaco, 1912, e Univ. Calif. closs. philol.,
1920; per le Annotationes in Marcianum cfr. C. E. Lutz, Johannis Scottii
Adnotationes in Marcianum, Cambridge (Mass.) La bibl. generale in
GEvER,693-694; De Brie Wutr, I,144-145. In particolare cfr.: A. Scuneiper, Die
Erkenntnislehre des Joh. Eriug. im Rahmen ihrer metaphysischen und
anthropologischen Voraussetzungen nach den Quellen dargestellt, Berlino,
1921-23. H. Bert, Johannes Scot Er. A study in
Medieval Philosophy, Cambridge, Doerries, Zur Geschichte der Mystik Eriugena
und der Neuplatonismus, Tubinga, 1925. M.
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philos., 1927. G. Tutrv, Scot Erigène, traducteur de Denys, Arch. latin. Med.
Aev., 1931; e cfr. N. Schol., 1933. P. KLETTER, Johannes Eriugena. Eine
Untersuchung iiber die Entstehung d. mittelalterlichen Geistigkeit, Lipsia
Seut, Die Gotteserkenntnis bei Joh. Skot. Er., Bonn, 1932. M. Cappuyns,
Jean Scot Érigène, sa vie, son oeuvre, sa pensée, Parigi - Lovanio, 1933 (con
ampia bibliografia). F. MittosevicH, Giovanni Scoto Eriugena e il significato
del suo pensiero, Sophia, ErxHarpT- SieBoLD, Cosmology in the Annotationes in
Marcianum, Baltimora, 1940. Ipem, The Astronomy of John Scot Er., Baltimora,
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Palermo, 1950. H. F. Donpame, Un inédit de Scot Érigène,
Rev. sc. philos. théol. Inem, Les Expositiones super Hierarchiam caelestem de
Jean Scot Ér., Arch. Hist. doctr. litt. m. à. Silvestre, Le Commentaire inédit
de Scot Ér. au mètre IX du livre III de la Consolatio philosophiae de Boèce, Rev.
hist. ecclés. MatHon, L'utilisation des textes de st. Augustin par ]. Scot
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int. agostiniano), ‘Parigi, 1955,419-428. . Gross, Ur-und Erbsiinde in der
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1957. . Grecory, Sulla metafisica di Giovanni Scoto Eriugena, Giorn. crit.
filos. ital. MatHon, /. Scot Érigène, Calcidius et le
problòme de l’îme universelle, in L'homme et son destin, cit.,361-375. M.-D.
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crit. filos. ital., 1960. Inoltre: F. VerneT, in DThC, V, Smaragde Su Smaragde
e i primi grammatici medioevali cfr.: Ch. THurot, Notices et extraits de divers manuscripts latins
pour servir è l'histoire des doctrines grammaticales au moyen dge, Parigi,
1868. Eirico di Auxerre Opere: Commenti al De Interpretatione, alle
Categoriae, all’ Isagoge, e a testi boeziani. Ma è dubbio se questi Comment:
gli si possano attribuire. Bibliografia: Gever,694-695. Remigio di Auxerre
Opere: Commenti all’Ars minor di Donato, agli Opuscola sacra di Boezio e al De
Consolatione philosophiae, a Prisciano e a Marciano Capella (e cfr. M.
Manitius, Gesch. d. lat. Lit. d. Mittalt., I,504-519). Edizioni: in P.L., 131;
In artem Donati, ed. W. Fox, Lipsia, 1902, in Seduli opera (ed. ]. Huemer,
Corpus Vienn., BurnAM, Commentaire anonyme sur Prudence d'après le ms. 413 de
Valenciennes, Parigi La bibl. generale in GevERr,695; DE Wutr, I,158159. In particolare cfr.: H. F. Stewart, A Commentary by
Remigius Antissioderensis on the De Consolatione philosophiae of Boethius,
Journal of Theol. Studies, 1916. M. Cappuyns, Le plus anciens
commentaire des Opuscula sacra et son origine, Rech. théol. anc. méd., 1931. C. E. Lutz, The Commentary of Remigius of Auxerre on
Martianus Capella, Med. Stud., 1957. Raterio di Verona Opere: Tra
le numerose opere, interessano particolarmente oltre alle Epistolae i
Praeloquiorum libri VI. Edizioni: in P.L., 136 e le Epistolae nell’ed. F.
WercLe M.G.H., Weimar, 1949. Bibliografia: E. Amann, in DThC, XIII, 1679-1688.
G. MontICELLI, Reterio, vescovo di Verona, Milano WeicLE, Zur Geschichte des
Bischofs Ratero von Verona, Deutsch. Arch. Tampieri, I! doveri morali di
ciascuno stato di vita secondo i Praeloquia di Raterio da Verona, Bagnacavallo
Aurillac (Silvestro II papa) Opere: De rationali et ratione; Geometria; Liber
de astrolabio. Edizioni: in P.L., 139; a cura di A. OLLERIS, Clermont-Ferrand -
Parigi, 1867; Epistolae a cura di J. Haver, Parigi, 1889; Opera Mathematica, a
cura di N. Busnov, Berlino, 1899. Bibliografia:
F. Picaver, Gerbert ou le pape philosophe, Parigi, 1897. H. Brémonp, Gerbdert,
Parigi, 1906. F. DeLzancLES, Gerbert, Aurillac, 1932. J. LEFLON, Gerbert, Parigi ScHramm, Kaiser, Rom und
Renovatio, Stud. Bibl. Warburg, 1929. A. CarteLLIERI, Die
Westellung des deutsche Reiches, 911-1047, Monaco Berlino Forz, Le souvenir et
la légende de Charlemagne dans l'Empire germanique médiéval, Parigi, 1951. Su Cluny e la sua riforma: L. M. SmitH, The early
history of Cluny, Oxford, 1920. J. Spor, Grundformen hochmittelalt.
Geschichtanschauung, Monaco, 1935. A. Brackmann, Die politische Wirkung der
cluniazensischen Bewegung, Hist. Zeitschr.,
1929. P. Borssosape, Cluny et la papauté et la I grande Croisade internationale
contre les Sarrazins d’Espagne, Rev. quest. hist., 1932. G. De VaLons, Le
monachisme cluniasien des origines au XV siècle (Archive de la France
monastique), Liguegé Harincer, Gorze-Cluny, Studien zu den monastischen
Lebensformen und Gegensitzen im Hochmittelalt., Roma, 1948. A. Chagny, Cluny et
son empire, Parigi LecLERCO, Les études universitaires dans l'ordre de Cluny,
Saint-Waudrille, 1947. Spiritualità cluniacense (Convegni del
centro di studi sulla spiritualità medioevale, II), Todi Costantino Africano
Opere: il Wiistenfeld gli attribuisce le seguenti traduzioni: Liber completus
artis medicinae qui dicitur regalis dispositio o Pantegni, di Ali Ibn ‘Abbas;
Viazicum, di Abù ba ‘far Ahmad Ibn al-Gazzar; Liber divisionum e Liber
experimentorum dell’arabo ar-Rari; Liber dietarum universalium es
particuliarium, Liber urinarum, Liber febrium, Liber de gradibus, di Ishiq
al-Isra'ili. Tradusse inoltre opere di Ippocrate e di Galeno. Gever,703-704. In
particolare v.: M. SreEInscHNEMDER, C. A. und seine arabischen Quellen, Archiv.
f. pathol. Anatomie u. Phisiol., WisrenreLD, Die
Ubersetzungen arabischer Werke ins Lateinische seit dem II Jahrh., in Abhand!,
d. K. Gesellsch. d. Wiss. 2. Gòttingen
CLervaL, Les écoles de Chartres au moyen dge du V° au XVI? siècle, Parigi,
1895. L. THornpIiKE, A history of magic and
experimental science, cit., I, 742-759. Alfano di Salerno e
l'ambiente salernitano Opere: Vita et passio s. Christinae; Sermone; De unione
Verbi Dei et hominis (smarrito); Vita di s. Sabina (si ritiene perduto.);
traduzione del trattato di Nemesio: Sulla natura dell'uomo; Prologus alla
suddetta traduzione; Tractatus de pulsibus; De quattuor humoribus corporis
humani (framm.). Bibliografia: in particolare v.: M. ScHIPA, Alfano 1., arciv.
di Salerno, Salerno, 1880. Inem, Storia del Principato longobardo di Salerno,
Arch. Stor. per le provincie napoletane, 12 (1887), passim. U. Ronca, Cultura
medievale e Poesia Latina in Italia nei sec. XI e XII, II, Roma, 1892,14-20. A.
AmetLI, La basilica di Montecassino e la Lateranense nel sec. XI, Misc.
Cassinese FaLco, Un Vescovo poeta ‘nel sec. XI, Alfano di Salerno, Arch. Soc.
Romana di Storia Patria, 35 (1912),439-82. B. ALsers, Verse des Erzbischofs
Alfanus von Salerno fiir Monte Cassino, N. Arch. Manitius,
Geschichte der lateinischen Literatur des Mittelalters, II, cit., 618-37. P. O.
KrisreLLer, The school of Salerno, Bull. Hist. of Med., 1945.
Inem, Nuove fonti per la medicina salernitana, Rass. stor. salernitana, 1957.
Pier Damiani Opere: Gratissimus; Gomorrhianus; Disceptatio Synodalis; De
Gallica profectione; Vitae Sanctorum; Carmina et Preces; Sermones
(l'attribuzione di molti dei quali è assai discussa). Edizioni: P.L. 144-45 (è
la ristampa dell’ed. di C. GaeranI del 1606 con l'aggiunta di vari opuscoli
scoperti da AnceLo Mar e apparsi in Scriptorum 530 Bibliografia veterum nova
collectio, VI, Roma, 1832,193-244); manca una edizione critica completa,
esistono solo edizioni parziali; tra le più recenti citiamo: L. De HeineMmann,
in MGH, Libelli, 1, Hannover Warrz, ibidem, Scriptores, IV.; P. Brezzi - B.
Narpi, S. Pier Damiani, De Divina omnipotentia, ed altri opuscoli (con trad.
it.), Firenze KoLprnc, Petrus D. Das Biichlein vom Dominus Vobiscum,
Diisseldorf, 1949. Bibliografia: cfr. GevER,696-697; De Brie, n. 5160; in
particolare v.: J. A. Enpres, P. Damiani und die weliliche Wissenschaft
(Beitrage), Miinster, 1910. L. KùHN, Petrus
Damianus und scine Anschauungen iiber Staat und Kirche, Karlsruhe, 1913. J. A.
Enpres, Forschungen zur Gesch. der friihmittelalterl. Philosophie, (Beitrige,
XVII, 2-3), Miinster, 1915. ]. Rmère, S.
Pierre Damien et les droits politiques du Pape, Bull. litt. eccl., Losacco,
Dialettici e antidialettici nei secc. IX, X, XI, Sophia
Poretti, Il vero atteggiamento antidialettico di S. P. Damiani, Faenza, 1953.
F. DriessLEr, P. Damiani, Roma 1954. J. GonsetTE, P. Damien et la culture
profane, Lovanio Berengario di Tour Opere: De sacra coena. Edizioni: P.L., 150;
B. T. De sacra coena adversus Lanfraneum, ed. A. F. e F. T. ViscHER, Berlino,
1834; una nuova ed., di W. H. BeEKENrAMp, L’Aja Morin, Lettre inédite de B. de
T. à Parchev. Joscelin de Bordeaux, Rev. Bénédict.,
1932,220-26. Bibliografia: Cfr. GevER,696; De Brie, n. 5146; DE Wutr, I,166; in
particolare v.: C. PrantI ScHmITzER, B. v. Tours und seine Lehre, 1890. T.
Herrz, Essai historique sur les rapports entre la philosophie et la foi de
Bérenger de Tours è st. Thomas d'Aquin, Parigi, 1909. A. J.
Macponacp, Berengar and the reform of sacramental doctrine, Landra, 1930. G.
Mor, Bérenger contre Bérenger, Rech. théol. anc. méd. Marronota, Un testo
inedito di Berengario di Tours e il Concilio ro mano del 1079, Milano, Ramirez,
La controversia eucaristica del siglo XI: B. de T. a la luz de sus
contemporéneos, Bogotà, 1940. F. Verne, in DThC, II, 722-42.
M. Cappuvns, in DHGE, VIII, 385-407. Anselmo di Besate Opere: Rhetorimachia.
Edizioni: cfr. E. DimMEER in dibdl. e l’ed. crit. di K. ManItIUs, in M.G.H.
Quellen zu Geistesgeschichte des Mittelalters, 2, Weimar, 1958. Bibliografia:
cfr. GevER, DummLeER, A. d. Peripatetiker, Halle Enpres, Die Dialektiker und
ihre Gegner in 11 Jahrhundert, Philos. Jahrb.. Lautenbach Liber ad Gebehardum;
Opusculum contra Wolfelmum Coloniensem. Edizioni: P.L., 155; il Liber in
M.G.H., Libelli, I (1891),308-490. Bibliografia: cfr. Gever,166; De Wutr,
I,166; in particolare v.: J. A. Enpres, Die Dialektiker und ihre Gegner im 11
Jahrhundert, cit, 25-27; 1913,160-69. Ipem,
Manegold von Lautenbach, Hist. Pol. Blitter, 1901. Inem, Manegold von
Lautenbach, Modernarum magister magistrorum, Hist. Jahrb., 1904. M. T. Streap,
Manegold of Lautenbach, Engl. Hist. Rev., 1914. E.
Woosen, Papauté et pouvoir civil à l'époque de Grégoire VII, Lovanio, Garin,
Contributi alla storia del platonismo medievale,(ora, con aggiornata
bibliografia, in Studi sul platonismo medievale, cit.). Lanfranco di Pavia
Opere: De corpore et sanguine Domini. Edizioni: P. L., 150. Bibliografia: cfr.
Gever,697-698; DE WuLF, I, p. 166; in particolare v.: A. J. MacponaLp,
Lranfranc. A Study of his life, works and writings, Oxford, Londra AOSTA
(vedasi) Monologion o Exemplum meditandi de ratione fidei; Proslogion o Fides
quacrens intellectum; De grammatico; De veritate; De libertate arbitri (cadono
tutte e tre tra il 1080 e il 1085); De casu diaboli (1085-1090); Epistola de
incarnatione Verbi (1 red. 1092, I red. 1094) o De mysterio Trinitatis; Cur
Deus homo (1098); De conceptu virgirali (1099-1100); De processione Spiritus
Sancti (1102); Epistola de sacrificio azymi; Epistola de sacramentis Ecclesiae
(entrambe tra il 1106 e il 1107); De concordia praescientiae et
praedestinatione et gratiae Dei cum libero arbitrio (1108); Epistolae;
Orationes sive meditationes (1070-1104). Edizioni: in P.L.; ma si veda l’ed.
crit. a cura di F. S. ScHMITT, Leckau-Roma, 1938, Lipsia-Roma, I, 194 (i primi
due voll.), EdimburgoLondra (i restanti tre voll.) e, inoltre, il Monologion
e.il Proslogion, Padova, 1951, con un testo che riproduce l’ed. ScHMitT, e del
Cur Deus homo l'ed. fotomecc. (Schmitt) con trad. ted., Darmstadt, 1958. Delle
trad. italiane ricordiamo le Opere filosofiche a cura di C. Orraviano (escluso
il Monologior), Lanciano, 1928; per il Monologion, quella sempre .a. cura
dell’Ortaviano, Palermo, ; di A. Beccari, Torino; di A. LANTRUA, Firenze, Cfr.
inoltre: S. AnseLMo d'Aosta, /! Proslogion, le Orazioni, e le meditazioni,
testo lat. (Schmitt), trad. intr. a cura di G. Sanpri, Padova, 1959.
Bibliografia: La bibl. generale in GeveRr Brie Wutr Tra le opere più
interessanti e più recenti cfr.: a) Sull'ordinamento delle opere e sul pensiero
in generale: A. Koyré, L'idée de Dieu dans la philosophie de St. Anselme, Parigi,
1923. H. OstLENDER, Anselm von Canterbury, der
Vater der Scholastik, Diisseldorf, 1927. A. Levasti, S. Anselmo, vita e
pensiero, Bari, Jacquin, Les rationes necessariae de St. Ansélme, Mél.
Mandonnet, II, Parigi BartH, Fides quaerens intellectum. Anselms Beweis der
Existenz Gottes im Zusammenhang seines theolog. Programms, Monaco. W.
BerzenpòRFER, Giauben und Wissen bei den grossen Denkern des Mit telalters,
Gotha, 1931. A. Wimart, Le premier ouvrage de St. Anselme
contre le trittisme de Roscelin, Rech. théol. anc. méd. ScHMITT, Zur
Ueberlieferung der Korrespondenz Anselms von Canterbury, Rev. Bénédict., 1931.
IpeMm, Zur Chronologie der werke des hl. Anselm, Rev. Bénédict., 1932. C.
Orraviano, Le rationes necessariae in S. Anselmo, Sophia, 1933. 533 Bibliografia
E. Giuson, Sens et nature de Pargument de St. Anselme, Arch. Hist. doctr. litt. m. à., 1934. R. ALcers, Anselm von
Canterbury. Leben, Lehre, Werk... Vienna, 1936. F. S. ScHMITT, Eine neues
unvollendetes Werk des Hl. Anselme
von Canterbury. De potestate et impotentia, necessitate et libertate,
(Beitrige, XXXIII, 3), Miinster, 1936. A. StoLz, Anselm von Canterbury. Sein
Leben, seine Bedeutung, seine Hauptwerke, Monaco, 1937. L. Baupry, La
préscience divine chez St. Anselme, Arch. Hist.
doctr. litt. m. &. 1940-42. G. Ceriani, S. Anselmo, Brescia, 1947. S.
Vanni-RovicHi, S. Anselmo e la filos. del secolo XI, Milano, 1949. T.
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Anselms Arguments, Philos. Rev., 1951. S. A. Grave, The ontological Argument of
St. Anselm, Philos., 1952. R, Perino, La dottrina
trinitaria di S. Anselmo, Roma, 1952. J. Kopper, Der Ontologiche Gottesbeweis
Anselmus und der moralische Gottesbeweis Kants, Ann. Univ. Saraviensis, Philos. Lett., 1953. F. S. ScHMmITT,
Die Chronologie des Briefe des Anselm von Canterbury, Rev. Bénédict., 1954. R. G. Mitcer, The ontological argument in St. Anselm
and Descartes, Mod. School., 1955. F. S. ScHMitT, Die echten und unechten
Stiicke der Korrespondenz des hl. Anselm
von Canterbury, Rev. Bénédict., 1955. M. Garripo, E! supuesto racionalismo de
S. Anselmo, Verdad y vita, 1955. H.
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omnia di S. Anselmo d'Aosta, Sophia, 1959. . Henry,
The scope of the logic of st. Anselm, in L'homme et son destin, cit.,373-383. .
R. FarrwEaTHER, Truth, justice and moral responsibility in the thought of St.
Anselm, ibidem,385-391. 3) Sul Monologion: P.
Vicnaux, Structure et sens du Monologio, Rev. sc. philos. théol., 1947. c) Sul
Proslogion: MO v n 534 Bibliografia K. BartH, Fides quarens intellectum,
Monaco, 1931. A. Stotz, Zur Theologie Anselms in Proslogion, Catholica, 1933.
Ipem, Vere esse im Proslogion des hl. Anselm, Schol., 1934. IpeM, Das
Proslogion des hl. Anselm, Rev. Bénédict, 1935. M. Cappurns, L'argument de st.
Anselme, Rech. théol. anc. méd., 1934. A. Kotpinc, Anselms Proslogion-Beweis
des Existenz Gottes, Bonn, 1939. F.
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Trugschluss?, Philos. Jahrb., 1948. Tu. A.
AupeT, Une source augustinienne de l'argument de St. Anselme, in E. Gilson
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AntoneLLI, Il significato del Proslogion di Anselmo d'Aosta, Riv. rosminiana,
1951. H. HocHserc, St. Anselm ’s ontological
argument and Russel’s theory of description, N. Schol., 1959. Anselmo
di Lzon Opere: I molti scritti che furono opera della scuola di Anselmo si
confusero con quelli della scuola di Guglielmo di Champeaux, allievo di
Anselmo, per cui resta difficile farne una sicura distinzione; ad Anselmo
vengono attribuite: Sentenziae Anselmi, Sententiae divinae paginae, Glossa
interlinearis; ma le attribuzioni non sono del tutto sicure. Edizioni e bibliografia: cfr. Gever,700; De Brie,
5299-5314; De Wuctr, I,250-251; in particolare GHELLINCK, The Sentences of
Anselm of Laon and their place in the codification of theology during the XIII
century, Irish theol. Quart., 1911. F.
BLIEMETZRIEDER, Anselm von Laons systematische Sentenzen... I, Texte (Beitrige,
XVIII, 2-3), Miinster, 1919. Ip., L'ocuvre d'Anselme de Laon et la littérature
théologique contemporaine, Rech. Théol. anc. méd. WriswriLeR, Das Schriftum der
Schule A. von Laon und Wilhems vom Champeaux in deutschen Biblioteken,
(Beitrige, XXXIII, 1-2), Miinster, 1936. A.
Lanperar, Werke aus dem Bereich der Summa Sententiarum und Anselm von Laon,
Div. Th. (F.), 1936. O. Lortin, Aux ornigines de
l'école d'A. de Laon, Rech. théol. anc. méd. IpeM, Nouveaux fragments
théologiques de Pécole d'A. de Laon, bibl. Ipem, Psychol. et morale Cavarcera,
D'Anselme de Laon è Pierre Lombard, Bull. litt. ecclés., . B. Smatrey, The study of the Bible in the Middle Ages,
Oxford, 1941, 33-35, 40-43, 45-46. H. WrisweILER, Die dltesten scholastischen
Gesamt-Darstellungen der Theologie. Ein Beitrag zur chronologie der Sentenzen
werke der Schule Anselm von Laon und Wilhelms von Champeaux, Schol., 1941. O. Lortm, La doctrine d'Anselme de Laon sur les dons du
Saint-Esprit et son influence, Rech. théol. anc. méd., 1957. H. WerrsweiLER,
Die Arbeitweise der sogenanten Sententiae Anselmi. Ein Beitrag zum Entstehen
der systematischen Werke der Theologie, Schol., 1959. Y. Lerèvre, Le De
conditione angelica et humana et les Sententiae Anselmi (con testo), Arch.
Hist. doctr. litt. m. &.,7 1959. O. Lorin, A propos de la date de deux
florilèges concernant Anselme de Laon, Rech. théol. ‘anc.
méd., 1959. Roscellino Opere: si veda di Roscellino la Lettera ad Abelardo, in
P.L., 178, e in J. Remers, Der Nominalismus in der Friihscholastik (Beitrige,
VIII, 5). Miinster Gever,701; De Wutr, I, 159. In particolare v.: E. Buonaruti,
Un filosofo della contingenza nel sec. XI:
Roscellino da Compiègne, Riv. stor. crit. scien. rel., 1908. F. Picaver,
Roscellin, philosophe et théologien d'après la légende et d'après l’histoire,
Parigi, 1911? (con testi e documenti in app.). M. Gorce, in DThC, XIII,
2911-2915. Capitolo terzo Sulla cultura del XII secolo e il suo rinascimento A.
CLervar, Les écoles de Chartres au Moyen Age du V au XVI siècle, Parigi, 1895. M. GraBMann, Die Geschichte d. scholast. Methode,
Monaco, 1911. Cu. H. Haskins, The Renaissance of the 12*% century, Cambridge
(Mass.), 1927. G. Paré - A. Bruner - P. TremsLay, La
Renaissance du XII* siècle, ParigiOttawa Wutr, Le panthéisme Chartruin, in Aus
der Geisteswelt des mittelalters (Beitrige, suppl. III), Miinster, 1935. J. M.
Parent, La doctrine de la création dans l'’école de Chastres, ParigiOttawa,
1938. J. De GHELLINCK, L'essor de la littérature latine au XII° siècle,
Bruxelles, 1946, 1954?. Pu. DeLHAyE, L'organisation scolaire au XII' siècle,
Tradiwio 1947. G. Paré, Les idées et les lettres au XII° siècle. Le Roman de la
Rose, Montréal Curtius, Ewropdische Literatur und lateinisches Mittelalter, J.
De GHELLINcK, Le mouvement théologique au XII° siècle, T. Grecory, L'idea della
natura nella scuola di Chartres, Gior. crit. filos. ital, 1952. Ipem,
Anima mundi. La filosofia di Guglielmo di Conches e la Scuola di Chartres,
Firenze CHÒenu, La théologie au douzième siècle, Parigi, 1957. E. Garin, Di
alcuni aspetti del Platonismo medievale, in particolare nel XII secolo, in
Studi sul Platonismo medievale, Cfr. inoltre, riguardo all’organizzazione degli
studi, specialmente in Francia: E. Lesne, Les écoles de la fin du VIII* siècle
è la fin du XII° siècle, +. V della
Histoire de la propriété ecclésiastique en France, Lilla, 1940. U.
Guatazzini, Ricerche sulle scuole preuniversitarie del Medioevo. Contributo di
indagini sul sorgere delle Università, Milano, 1943. H. I. Marrou, Histoire de l'éducation dans l’antiquité,
Parigi DeLHAYE, L'enseignement de la philosophie morale au XII° siècle, Med. Stud., 1947, 1949. A. L. Gasriet, English Masters and
Students in Paris during the XII! Century, Anal. Praemonstr. Boskorr,
Quintilian in the Latin Middle Ages, Spec. 1952. Capitolo quarto Scuola di
Chartres Bibliografia: A. Cerva, Les écoles de Chartres au Moyen Age... R. L.
PooLe, The Master of the Schools of Paris and Chartres, in John of Salisbury's
time, Engl. Hist. Rev., Parent, La doctrine de la Création dans l'École de
Chartres, 537 Bibliografia S. Vanni-RovicHi, La prima scolastica, Grande
Antologia Filosofica, IV, Milano, Grecory, Anima mundi. La
filosofia di Guglielmo di Conches e la scuola di Chartres, E. Garin, Studi sul
platonismo medioevale, cit.,13-87. .Fulberto Opere: Sermoni, poesie, agiografie
e lettere in P.L., 141. Bibliografia: C. Prister, De Fulberti Carnotensis
episcopi vita et operibus, Nancy, 1885; s.v. in DThC, VI, 964-967. .Bernardo
Opere: Fonti e frammenti in P.L., 199, 666 e 938; e cfr. P. TrHomas, in Mel.
Graux, Parigi, 1884, dove pubblica alcuni estratti del De invenzione
.rhetorica. Gilberto de la Porrée Opere: Commenti agli Opuscola sacra di
Boezio; scritti esegetici tra i quali particolarmente importanti i Commenti ai
salmi ed all’Epistola at «Romani. Edizioni: I Commenti a Boezio insieme agli
stessi Opuscola sacra, in P.L., 64 (ma cfr. R. SrLvann, Le texte des
Commentaires sur Boèce de Gilbert -de la Porrée, Arch. Hist. doctr. m. à.,
1946); ed. crit. dei Commenti: al De Hebdomadibus, Traditio, 1953, ai. due
Opuscoli sulla Trinità, Studies and Textes, I, Toronto, 1955; al Contra
Eutychen et Nestorium (De duabus naturis), Arch. Hist. doctr. litt. m. à.,
1954. Le opere esegetiche bibliche «sono ancora inedite, salvo una parte del
Commento ai Salmi. Per il Liber «de sex principiis, che non è probabilmente di
Gilberto, cfr. P.L., 188, 12551270; ed. crit. A. Hevsse, Miinster, 19532. Bibliografia:
La bibl. generale in Grever,704-705; De Brie, nn. ‘5208-5211; De Wutr,
I,213-214. In particolare cfr.: A. Lanpcrar, Untersuch. zu den Eigenlehren
Gilberts de la Porrée, Zeitschr. Kathol.
Theol., 1930. Ipem, Mitteil. 2. Schule Gilbert Porreta-s, Collect. franc.,
1933. A. Forest, Le réalisme de Gilbert de la
Porrée dans les commentaire du De hebdomadibus} Rev. néosc. philos., 1934.
Ipem, Gilbert de la Porrée et les écoles du XII° siècle, Rev. cours et confér.,
1934. .A. Haven, Le concile de Reims et l'erreur théologique de Gilbert de la
Porrée, Arch. Hist. doctr. litt. m. &., 1935-1936. Bibliografia M. H.
Vicarre, Les Porretains et l'avicennisme avant 1215, Rev. sc. philos. théol.,
1937. M. Harinc, The case of Gilbert de la
Porrée, Med. Stud., 1951. E. Wicciams, The Teaching of Gilbert Porretta on the
Trinity, Roma, 1951. Miano, Il commento alle Lettere di S.
Paolo di Gilberto Porrettano, in Scholastica ratione hist-crit. instauranda,
Roma, 1951,171-199. M. Harinc, The Commentary of Gilbert
bishop of Poitiers on Boethius Contra Euthychen et Nestorium (con testo), Arch.
Hist. doctr. litt. m. à., 1954. A. M. Lanperar, Zur Lehre des Gilbert Porretta,
Zeitschr. f. kathol. Theol., 1955. Vanni-RovicHI, La filosofia
di Gilberto Porrettano, Misc. del centro di studi med. dell’Univ. catt. di
Milano, Milano, 1956. M. Harinc, Sprachlogische und philosophische
Voraussetzungen zum Verstindnis der Christologie Gilberts von Poitiers, Schol.
Simon, La glose è l'épftre aux Romains de Gilbert de la Porrée, Rev. Hist. ecclés.,
1957. J. WestLEY, A philosophy of the concreted
and the concrete. The constitution of creature according to Gilbert de la
Porrée, Schol., 1959-1960. Z_S RZ DO zz Teodorico di
Chartres Opere: De sex dierum operibus; Heptateucon; Commento al De Trinitate
di Boezio (Librum hunc). Edizioni: De sex dierum operibus in Haurfau, Notices
et extraits..., 1893,52e in W. Jansen, Der Kommentar d. Clarembaldus v. Arras
zu Boethius De Trinitate, Breslavia, 1926; Heptateucon, scoperto e presentato
da A. CLervar in Congrès scient. int. d. Cathol., II, Parigi, 1889,277 sgg.,
ed. del prologo a cura dello JeaunEAU in Méd. Stud.,
1954; Librum hunc in JAnSEN, op. cit., e cfr. N. M. Harinc, A Commentary on
Boethius De Trinitate by Thierry of Chartres, Arch. Hist. doctr. litt. m. 4. 1956. La bibl. generale in
Gever, p. 704; De Bue, n. 5352; DE Wutr, I, 192-193. Bibliografia: P. DuneM, Le
système du monde, cit., III,184-193; J. M. Parent, La doctrine de la création
dans l'école de Chartres, E. JEaunEAU, Quelques aspects du platonisme de
Thierry de Chartres, Congrès de Tours et Poitiers, 1954. Ipem, Un représentant
du platonisme au XII° siècle: Thierry de Chartres, Mém. Soc. archéol.
d’Eure-et-Loire, 1954. Ipem, Simples notes sur la cosmogonie de
Thierry de Chartres, Sophia, 1955 539 Bibliografia N. M. Harinc, A short
treatise on the Trinity from the School of Thierry of Chartres, Med. Stud.,
1957. Inem, The lectures of Thierry of Chartres on Boethius De Trinitate Arch.
Hist. doctr. litt. m. &., 1958. IpeMm, Two Commentaries on Boethius (De
Trinitate and De Hebdomadibus) by Thierry of Chartres, ibidem, 1960. Guglielmo
di Conches Opere: Philosophia mundi (in varie red.); Dragmaticon philosophiae;
Glosse alla Consolatio boeziana; Glosse al Timeo di Platone. Assai probabile
anche l’attribuzione del Moralium dogma philosophorum, opera eccezionalmente
fortunata. Edizioni: La Philosophia mundi, in P.L., 90 (tra le opere di Beda) e
172 (tra le opere di Onorio di Autun); il Dragmation, ed. C. Parra, Parigi,
1943; frammenti della Secunda e Tertia Philosophia in V. Cousin, Ouvrages
inédits d’Abélard, Parigi, 1936,669-677, ove si trovano pure alcuni frammenti
del Commento al Timeo,648-657. Per la Glosse aBoezio e al Timeo cfr. CH.
Journary, Notices et extraits..., XX, 2, Parigi, 1862, e, particolarmente T.
Grecory, Anima mundi. La filosofia di Guglielmo di Conches e la scuola di
Chartres, Firenze, 1955, ed E. Garin, Studi sul platonismo medievale, Firenze,
1958. Per il Moralium dogma philosophorum cfr. l’ed. J. HoLmserc, Upsala, 1929.
Bibliografia: Cfr. Gever, p. 704; De Brie, nn. 5245-5248, 5352; DE Wutr,
I,192-193. In parti colare cfr.: H. FLATTEN, Die
philosophie des Wilhelm von Conches, Coblenza, 1929. C. Ortaviano, Willelmi a Conchis philosophia seu Summa
philosophiae, Arch. st. filos., 1932, n. 2; 1933, n. 1. IpeM,
Un brano inedito della Philosophia di Guglielmo di Conches, Napoli, 1935. J. M. Parent, La doctrine de la création dans l'école de
Chartres, (con brani delle glosse a Boezio e al Timeo). Pu. DeLHave, Une
adaptation du De Officiis au XII° siècle, le Moralium dogma philosophorum,
Rech. théol. anc. méd., 1949. T. Grecory, Sull'attribuzione
a Guglielmo di Conches di un rimaneggiamento della Philosophia mundi) Gior.
crit. filos. ital. 1951. Ipem, Anima mundi. La filosofia di Guglielmo di Conches
e la scuola di Chartres, E. Garin, Studi sul platonismo medioevale, B.
OprrerNAM, L'usage de la notion d'Integumentum à travers les gloses de
Guillaume de Conches, Arch. Hist.
doctr. litt. m. Hanticnars, Points de vue sur la volonté et le jugement dans
l'ocuvre d'un humaniste chartrain, in L'homme et son destin, cit.,417-429. E.
JeaunEAU, Gloses de Guillaume de Conches sur Macrobe. Notes sur les manuscrits,
Arch. Hist. doctr. litt. m. 2., 1960. Ipem, Deux rédactions des gloses de
Guillaume de Conches sur Priscien, Rech. théol. anc. méd., . Bernardo Silvestre
Opere: De mundi universitate sive Megacosmus et Microcosmus; Commentum in VI
Aeneidos Libros; Mathematicus; De gemellis; De paupere ingrato;
Experimentarius. Edizioni: Vari frammenti ed estratti delle opere in V. Cousin,
Ouvrages inédits d'Abélard, Parigi, 1836 e 1855; per il De mundi universitate,
cfr. l'ed. S. BaracH - J. WrosEt, Innsbruck, ; per il Commentum l’ed. RiepEL,
Gryphisvaldae, 1924; per il Mazhematicus vedi P.L., 171 dove si trova l’ed. J.
Bourassé, tra le opere di Ildeberto di Lavardin; per l'Experimentarius cfr. M.
Brini-SavoreLLI, Un manuale di geomanzia presentato da Bernardo Silvestre di
Tours (XII secolo): L’Experimentarius Riv. crit. st. filos., La bibl. generale
inGeyeR, p. 704; De Wutr, I, p. 192. In
particolare cfr.: E. Girson, La cosmogonie de Bernard de Sylvestris, Arch.
Hist. doctr. litt. m. 4.7 1928. L. THornpIKE, An
History of magic and experimental science, II, New York, 1929, c. 39. Tu.
Silverste, The fabulous Cosmogony of Bernard Silvestris, Modern Philol., 1948. Capitolo
quinto Pietro Abelardo logica: Glosse letterali: Editio super Porphyrium;
Glossae in Categorias; Editio super Aristotelem de interpretatione; De
divisionibus; 2) Logica Ingredientibus; 3) Logica Nostrorum petitioni sociorum
(Glosse a Porfirio); 4) Dialectica (pit volte rimaneggiata tra il 1118 e il
1137). 6) teologia: 1) De wnitate et trinitate divina (1118-1121); 2) TAeologia
christiana Theologia Sic et Non Commenti esegetici ai testi biblici (dopo il 1125);
6) Sermones; 7) Dialogus inter iudacum, philosophum et christianum. Ethica, seu
liber Scito te ipsum. Inoltre le Epistole (tra le quali particolarmente
importanti il carteggio con Eloisa e la Historia calamitatum). Edizioni: Tutte
le opere, escluse quelle logiche, in P.L., 178; gli scritti fino ad allora
inediti di Abelardo furono editi da V. Cousin, Ouvrages inédits d'Abélard,
Parigi, 1836, che fece poi seguire la nuova edizione delle opere già edite:
Petri Abaclardi opera hactenus scorsin edita, a cura di V. Cousin e Cu.
Journain, Parigi, 1849-1859. Altre ed. che completano il Corpus abelardiano: P.
AsaELARDI, De unitate et trinitate divina, ed. R. SròLzLE, Friburgo, 1891;
Peter Abaclards Philosophische Schriften (1. Die Logica Ingredientibus 1; Die
Glossen zu Porphyrius; Die Logica Ingredientibus 2; Die Glossen zu den
Kategorien; Die Logica Nostrorum petitioni sociorum; Die Glossen zu
Porphyrius), a cura di B. GEvER, in Beitrige, XXI, 1, 1919; XXI, 2, 1921; XXI,
3, 1927; XXI, 4, 1933; Peter Abaelards Theologia Summi Boni zum ersten Male
volistindig herausgegeben (Beitrige, XXV), Miinster, 1939; Abaelard's Letter of
Consolation to a Friend (Historia calamitatum), a cura di J. T. MuckLeE, Med.
Stud., Toronto, ed ora nell’ed. crit. d i J. Monratn: ABfLarp, Historia
calamitatum, Parigi, 1959; Pretro ABELARDO, Scritti filosofici (Editio super
Porphyrium, Glossae in Categorias, Super Aristotelem de Interpretatione, De
divisionibus, Super Topica glossae), editi per la prima volta da M. Dar Pra,
Milano-Roma, ; Twelfth century logic. Texts and Studies, a cura di L.
Minio-ParueLLo, Roma, 1956-1958 (vi sono alcuni testi di Abelardo); P.
AsaeLarpus, Diglectica, First complete edition of the Parisian manuscript, a
cura di L. M. De Rijx, Assen, 1956, Utile l'antologia a cura di M. De
GanpiLLac, Ocuvres Choisies d' Abélard, Parigi, 1945. Il Conosci te stesso è
stato tradotto in italiano da M. Dar Pra, Vicenza, 1941, l’Epistolario da C.
OrTaviano, Palermo La bibl. generale in Gever,702-703; De Brie, nn. 5212-5244; De
Wutr, Rémusar, Abélard. Sa vie, sa pensée, sa théologie, Parigi, 1845; 2. ed.
1855. L. Tosti, Storia di Abelardo e dei suoi tempi, Napoli, 1851; Roma, 1887.
E. Kaiser, Pierre Abélard critique, Friburgo, 1901. J. Mc Case, Peter Abelard,
New York, Reiners, Der Nominalismus in der Frihscholastik (Beitràge, VIII, 5),
Miinster, GevER, Die Stellung Abàlards in der Universalienfrage... (Beitràge,
suppl. I), Miinster, 1913. H. OsrLenper, P. Abelards Theologia und die
Sentenzenbiicher seiner Schule, Breslavia, 1926. C. Ottaviano, Pietro Abelardo,
La vita, le opere, il pensiero, Roma, 1931. J. Cortiaux, La conception de la théologie chez Abélard,
Rev. hist. ecclés., 1932. 542 Bibliografia J. G. Sikes, Peter Abaelard,
Cambridge, 1932. Cu. CHarrier, Héloise dans l'histoire et dans la légende,
Parigi, 1933. ]. Rivière, Les capitula d’Abélard condamnés au concile de Sens,
Rech.. théol. anc. méd. OstLenper, Die Theologia Scholarium des Peter Abaelard,
in Aus der Geisteswelt des Mittelalters (Beitràge, Suppl. III), Miinster, 1935. Pu. S. Moore, Reason in the
Theology of Peter Abelard, Proceed. Cathol. Philos. Ass., 1937. R. J.
TrÒompson, The role of dialectical Reason in the Ethics of Abelard, Proceed. Cathol. Philos. Ass. 1937. E. Girson, Héloise et Abélard,
Parigi, 1938, 1948? (trad. it., Torino RoHMERr, La finalité morale chez les
théologiens de S. Augustin è Duns Scot; Parigi Wappett, Peter Abelard, Londra,
1939. L. Nicorau DOLMmEr, Sur la date de la Dialectica d'Abélard, Rev. m. a.
lat., 1945. R. LLoyp, Peter Abelard: the Orthodox
Rebel, Londra, 1947. J. R. Mc Catcum, Abelard's Christian Theology, Londra,
1948. M. Dar Pra, Idee morali nelle lettere di Eloisa, Riv. st. filos.,
1948. Inem, Motivi dello Scito te ipsum di
Abelardo, Acme, 1948. J. De GHELLINcK, Le mouvement théologique du XII° siècle,
E. ArnoLp, Z. Geschichte der Suppositionstheorie, Symposion, 1952. L. Minio PaLvetto, Twelfth century Logic, J. T.
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summi boni, Med. Stud., 1956. T. P. LaucHLin, Abelard's Rule for religious
women, Med. Stud., . R. BLomme, A propos de la définition
du péché chez Pierre Abélard, Ephem. theol. Lovan., 1957. B. Smaccey, Prima.
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Acc. Sc. di Torino, Siropova, Abélard et son epoque, Cahiers d’hist. mond. 1958.
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Abelardo ad Anselmo di Laon e a Guglielmo di Conches, Riv. filos. neosc., 1960.
La questione degli Universali J. H. Loewe, Der Kampf zwischen Realismus und
Nominalismus im Mittel.,. Praga,
1876. 543 Bibliografia M. De Wutr, Le problème des universaux dans son
évolution historique du IX? au XIII* siècle, Archiv. fiir Gesch. der Philos.,
1896. J. ReinErs, Der aristotelische Realismus
in der Friihscholastik (Beitrige, VIII, 5), Miinster, 1910. R. L. PootLe, The
Masters of the Schools at Paris and Chartres in John of Salisbury's Time, Engl.
Hist. Rev., 1920. ]. PauLus, Sur les origines
du nominalisme, Rev. Philos., 1937. L.
Mino PaLuecto, The Ars disserendi of Adam of Belsham Parvipontanus Med. Ren. Stud.,
1954. Guglielmo di Champeaux Opere: Le Opere (frammenti) di Guglielmo di
Champeaux, in P.L., 163; le Sententiae vel quaestiones XLVII, a cura di G.
Lerèvre, Lilla, 1898; De generibus et speciebus, a cura di V. Cousin, in
Oeuvres inédites d' Abélard, 1836. Bibliografia:
G. Lerèvre, Les variations de Guillaume de Champeaux sur la question des
universaux. Etude suivie de documents originaux, Lilla, 1898. E. MicHaup, G. de
Champeaux et les écoles de Paris au XII* siècle, Parigi, 1867. G. Lerèvre, Les
variations de G. d. Champ. et la question des universauz, Lilla, 1898. F.
Picavet, Note sur l’enseignement de Guill. de Champeaux d'après l'‘Historia
calamitatum’ d'Abélard, Rev. intern. de l’enseignement, 1910. P. Gopet,
Guillaume de Champeaux, in DThC. H. WrisweILER, Die Schriften der Schule
Anselms von Laon und W. von Champeaux, Deutsch. Bibl.
La bibl. generale in GeyER,701-702; De Brie, nn. 5299, 5306, 5313; De WuLr, I,
p. 178. Per Adelardo di Bath cfr. la relativa bibl. al capitolo I della P. IV.
Sugli sviluppi della scuola abelardiana nella sua componente teologica «fr.
particolarmente A. Lanpcrar, Finfishrung in die Geschichte der theologischen
Literatur der Friihscholastik, Regensburg, 1948; e dello stesso: Écrits
théologiques de l'École d’Abélard, Textes inédits (Sententiae parisienses e
Ysagoge in theologiam), Lovanio, 1934. 544 Bibliografia Capitolo sesto Pietro
Lombardo Opere: Commenti scritturali; Sermones; Libri IV Sententiarum.
Edizioni: Le Opere in P.L., 191-192; i Libri quattuor sententiarum,
nell'edizione critica dei Francescani di Quaracchi, Quaracchi (Firenze), 1916. Bibliografia: Cfr. Gever,710-711; De Brie, nn. 5369-5378;
De WuLF EspensERGER, Die Philosophie des Petrus Lombardus (Beitrige, III, 5),
Miinster, 1901. F. Cavarcera, S. Augustin et le Livre des sentences de Pierre
Lombard, Arch. Philos., GHeELLINCK, Pierre Lombard, in DThC, Weriswerer, La
Summa sententiarum, source de Pierre Lombard, Rech. théol. anc. méd., 1934. Pietro
Lombardo, Novara, 1953 (con la bibl. lombardiana di J. de Ghellinck, 24-25). S.
Vanni-RovicHi, Pier Lombardo e la filosofia medievale, Sapienza, 1954.
Miscellanea Lombardiana (in occasione delle celebrazioni organizzate in Novara
per onorare Pietro Lombardo), Novara, 1957. Sul movimento che ha portato
all'elaborazione dei Libri Sententiarum e delle Summe cfr.: sopratutto M.
GrasMmann, Geschichte der Katolischen Theologie, Friburgo (Br), 1933,286-9; F.
StecmùLLER, Repertorium comment. in Sent. Petri Lombardi, Wiirzburg, 1947, con
le aggiunte di M. Gotoszewska, J}. B. Kororec, A. PoLtAWwSKI, Z. K.
SIEMIATKOWSKA, J. Tarnowska, Z. WLopEk, in Miscellanea philosophica Polonorum,
Varsavia, 1958. Vedi inoltre: J. Stmer, Des Sommes de théol., Parigi, 1871. M.
Grasmann, Gesch. d. schol. Meth., cit., II, cit.,3-25, 476-563. G. Paré, A.
Brunet, P. TreMBLAY, La renaissance du XII s. Les écoles et l'enscignement, G.
EncLHarpr, Die Entwicklung der dogmatischen Glaubenpsychologie vom
Abaelardstreit bis Philipp den Kanzler, (Beitrige, XIII), 1933. P. GLorieux, Sommes théologiques, in DThC, XIV, 2341-64.
J. De GHELLINcK, Le mouvement théologique du XII s., cit., passim. M.-D.
ChÒenu, La théologie au douzième siècle, Parigi, 1957, passim. O. LortIn,
Psychologie et morale..., cit., VI,9-18, 119-124, 137-148. Giovanni di
Salisbury Opere: Entheticus, sive de dogmate philosophorum; Polycraticus, sive
545 Bibliografia de nugis curialium et vestigiis philosophorum; Metalogicon;
Historia pontificalis. Edizioni: Le Opere in P.L., 199. Il
Polycraticus è edito a cura di C. C. J. Wes8, Oxford, 1909; il Metalogicon
sempre a cura del Wes, Oxford, 1929; la Historia pontificalis a cura di R. L.
Poote, Oxford, ; a cura dello stesso anche le Epistolae. Bibliografia: Cfr.
Gever,705; De Brig, nn. 5384-5390; De WuLF, I, p. 234. In particolare v.: C. C.
J. WeB8, John of Salisbury, Londra, Huizinca, Een proegothieke geest, Johannes
van Salisbury, Tijdschrift voor geschiedenis, 1933, ed ora in Verzamelde
Werken, IV, Haarlem, Wess, Joannis Sarisberiensis Metalogicon. Addenda et corrigenda, Med. Ren. Stud. Denis, Un
humaniste au moyen dge: Salisbury, Nova et Vetera LiesescHirz, Mediaeval
Humanism in the life and writings of John of Salisbury, Londra, 1950. M. Dar
Pra, Giovanni di Salisbury, Milano, 1951. D. D. Mc Garry, The Metalogicon of
John of Salisbury: A Twelfth Century Defense of the Verbal and Logical Arts of
the Trivium, BerkeleyLos Angeles, 1955. G. AspeLIN, John of Salisbury"s
Metalogicon, Bibl. Soc. Royal des Lettres de Lund, 1951-1952. B.
HetsLinc-GLoor, Natur und Aberglaube im Policraticus des Johann von Salisbury,
Zurigo, 1956. H. HoHENLEUTNER, Johannes von Salisbury in der Literatur der
letzen zehn Jahre, Hist. Jahrb., 1958. M. A. Brown, John of Salisbury, Franc.
Stud. 1959. Alano di Lilla Opere: Regulae de Sacra theologia; Summa quoniam
homines; Tractatus de virtutibus, de vitiis et de donis Spiritus Sancti; De
Planctu Naturac; Anticlaudianus; Ars Praedicandi; Summa quot modis; Contra
Haereticos; Liber Paenitentialis; Rythmus. Edizioni: In P.L., 210, ad eccezione della Summa quoniam
homines e del Liber de virtutibus per i quali v.: O. LortIN, Le traité d'Alein
de Lille sur les virtus, les vices et les dons du Saint Esprit, Med. Stud.,
1950 ed ora in Psychologie et morale... cit., VI; Summa quoniam homines, a cura
di P. GLorreux, Arch. Hist. litt. doctr. m. à., 1954; Anticlaudianus, testo
critico e introd., a cura di R. Bossuar, Parigi, 1955. 546 Bibliografia
Bibliografia: Cfr. Gever, p. 706; De Brie, n. 5352; De Wutr, I, p. 228. In particolare v.: M. BaumcartneR, Die Philosophie des
Alanus de Insulis, (Beitrage, II, 4), Miinster, 1896. J. Huizinca, Veber die
Verkniipfung des poetischen mit dem Theologischen bei Alanus de Insulis,
Mededeel d.k. Akad. Afd. Letterkunde, LXXVI, B, 6, Amsterdam, 1924 (con in app.
un’altra red. del De virtutibus) [ed ora in Verzamelde Werken, IV, Haarlem,
1949,3-84]. M.-D. ChÙenu, Un essai de méthode théologique au XII* siècle, Rev.
sc. philos. théol, 1935. J. M. Parent, Un nouveau témoin de la théologie dionysienne
au XII° siècle, in Aus der Geisteswelt des Mittelalters (Beitrige, Suppl. III),
Miinster, 1935. P. GLorieux, L'iauteur de la Somme Quoniam homines Rech. théol.
anc. méd., 1950., G. Rarmaup pe Lace, Alain de Lille, poète du XII° siècle,
Parigi, Green, Alan of Lille's De planctu naturae Spec., . V.
CienTo, Alano di Lilla poeta e teologo del sec. XII, Napoli, 1958. M.-D. CHenu, Une théologie axiomatique
au XII° siècle. Alain de Lille, Cîteaux Nederl., 1958. A. Ciorti, Alano e Dente
Convivium, 1960. O. Lortin, Alein de Lille une des sources des
Disputationes di Simon de Tournai, in Psychologie et morale..., cit.,
VI,93-106. C. VasoLi, Due studi per Alano di Lilla, Bull. Ist. st. it. m. e.,
1961. Ipem, La teologia apothetica di Alano di Lilla, Riv. crit. st. filos.,
1961. Ipem, Le idee filosofiche di Alano di Lilla nel De Planctu e
nellAnticlaudianus Gior. crit. filos. ital. 1961. Nicola di Amiens Opere: De
aste catholicae fidei Edizioni: In P.L., 210, sotto il nome di Alano di Lilla.
Bibliografia: Cfr. Gever,706; DE Wutr, I, p. 250. Clarembaldo di Arras Opere:
Commento al De Trinitate di Boezio. Bibliografia:
Cfr. Gever,704; DE Wutr, I,192-193. W. Jansen, Der Kommentar des Cl. v. Arras
2. Boethius De Trinitate, Breslavia, 1926. 547 Bibliografia Capitolo
settimo Sulle eresie cfr. in generale: F. Tocco, L'eresia nel medioevo,
Firenze, 1884 (cfr. anche Albori della vita italiana, Milano Vorpe, Movimenti
religiosi e sette ereticali nella società medievale italia. na: sec. XI-XIV,
Firenze, 1926, 19612. H. Grunpmann, Religiose Bewegungen im Mittelalter,
Berlino, Srerano, Riformatori ed eretici nel medioevo, Palermo, 1938. R.
MansELLI, Profilo dell'eresia medioevale, Humanitas, 1950. R. MorcHEN, Medioevo
Cristiano, Bari, 1951 (L'eresia del medioevo). A. Donparne, L'origine de l'hérésie médiévale, Riv. st.
d. Chiesa in Ital., 1952. L. Sommariva, Studi recenti
sulle eresie medioevali (1939-1952), Riv. st. ital. 1952. A. Borst, Die
Katharer, Stoccarda, 1953. R. ManseLLI, Studi sulle eresie del sec. XII, Roma,
Per il Francescanesimo rinviamo alla voce Ordini Mendicanti del capitolo 2 della
Parte IV. Gioacchino da Fiore ‘Opere: Concordia veteris et novi Testamenti;
Tractatus super IV _Evangelia; Expositio in Apocalypsim; Psalterium decem
chordarum; Adversus ludaeos; De articulis fidei. Edizioni: Concordia, Venezia,
1519; Expositio, ivi, 1627; Psalterium, Venezia, 1957. Edizioni recenti:
Joachim de Fiore. Tractatus super quatuor Evangelia, a cura di E. Buonaruti,
Roma, 1930; Joachimi Albertis Liber contra Lombardum (Scuola di Gioacchino da
Fiore), a cura di C. OrrAviano, Roma, 1934; Joachim de Flore. Scritti minori.
De articulis fidei, a cura di E. BuonaIUTI, Roma, 1936. Si cfr. anche L.
TonpeLLI, Il libro delle figure di Gioacchino da Fiore, Torino, 1939-1940.
Bibliografia: Ci limitiamo ad opere di carattere generale: E. Buonaruti, G. da
Fiore. I tempi. La vita. Il messaggio, Roma, Benz, Joechim-Studien, Zeitschr.
f. Kirchengesch., , 1932, 1934. J. Ca. Huck,
Joachim von Floris und die joachitische Literatur, Friburgo, 1938. F.
Foserti, Gioaecch. da Fiore e il Giovacchinismo antico e moderno, Padova, 1942.
M. Reeves, The Liber figurarum of |. of
Fiore, Med. Ren. Stud., 1950. H. Grunpmann, Neue Forschungen iiber ]. von Flora,
Marburgo, 1950. F. Russo, Bibliografia gioachinita, Firenze, Crocco, La
teologia triniteria di Gioachino da Fiore, Sophia; 1957. M. W. BLoomriEL©, Joachin von Flora. A critical survey
of his canon, teachings, sources, biography and influence, Traditio, 1957. E.
Mrxxer, Neuere Literatur siber Joachin von Fiore, Cîteaux Nederl., Clairvaux
Epistolae, in P.L., 182; Sermones LKXXVI, in P.L., 183 (nuova ed. a cura di B.
GseLL-L. JANAUSCHEK, Xenia bernardina, Vienna, 1891); Tractatus: 1)
ascetico-mistici, in P.L., 182; 2) monastici, in P.L., 182; 3) liturgici, in
P.L., 182-183; 4) dogmatici ed apologetici, in P.L., 182; 5) agiografici, in
P.L., 182. L’ed. critica delle opere, a cura di J. LecLERO, C. H. TaLBor, H. M.
RocHars, è in corso a Roma, 1957Cfr. inoltre: Sr. Bernarp, Oeuvres (voll. 2) a
cura di M. M. Davr, Parigi, 1945 e l’ed. spagnola in corso a Madrid, 1953
Bibliografia: Cfr. GevEr,707-708; De Brie, nn. 5263-5284; De WuLF, I,255-256.
Per la bibl. generale completa fino al 1891 cfr. G. Hurrer, Die Wunder des Al.
Bernard, Hist. Jahrb., 1889 e in L. JAanAUSCHEK, Xenia bernardina, Vienna,
1891, rist anast., Hildersheim, 1959; C. H. TaLsor, Bibliografia di S.
Bernardo, Riv. st. d. Chiesa in Ital., 1954; J. DE LA Crorx Bourton,
Biblioeraphie bernardinienne, Parigi, 1958. Tra gli studi generali e i più
recenti v.: E. Vacanparp, Vie de S. Bernard abbé de Clairvauz, Parigi, 1910. J.
Bernuart, Eckhartistische und bernhardische Mystik in ihren Beziehungen und
Gegensitzen, Kempten, Bernard et son temps, Dijon, 1928. P. LasERRE, Un conflit religieux politique au XII° siècle:
S. Bernard et Abélerd, Parigi, 1930. P. MirERRE, St. Bernard. Un moine arbitre
de l'Europe au XII° siècle, Genval, 1929. Ipem, La doctrine de S. Bernard,
Bruxelles, 1932. A. FescHNER, Die Politische Theorie des Abbas Bernards von
Clairvaux in seinen Briefen, Bonn, 1933. E. Gitson, La :héologie mystique de S.
Bernard, Parigi, 1934, 19472. W. Wicciams, St. Bernard of Clairvaux,
Manchester, 1936. O. Castren, Bernhard von Clairvaux. Zur Typologie des
mittelalterlischen Menschen, Lund, 1938. J. Baupry, Saint Bernard, Parigi,
1946. J. LecLERco, St. Bernard mystique, Bruges, 1948, Parigi, Gitson, S.
Bernard. Textes choisies et présentées, Parigi, Despinay, L'ime embrasée de St.
Bernard, Parigi, 1950. Ipem, Textes sur St. Bernard et Gilbert de la Porrée,
Med. Stud., DoumontIgr, St. Bernard et la Bible, Bruges, 1953. M. T.
AntonELLI, Bernardo di Chiaravalle, Milano, 1953. J. LecLerco, Études sur S. Bernard et le texte de ses
écrits, Roma, 1953. S. Vanni-RovicHI, S. Bernardo e la
filosofia, Riv. filos. neosc., Sartori, Natura e grazia nella dottrina di S.
Bernardo, Studia patavina, 1954. Saint
Bernard théologien, Actes du congrès de Dijon, 1953, Roma, 1955. Bernhard von
Clairvaux, Monch und Mystiker, Int. Bernhard-Kongress, Magonza - Wiesbaden,
1955. J. LecLerco, Recherches sur les Sermons sur les Cantiques de St. Bernard,
Rev. Bénédict., 1955, 1959, 1960. E.
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1955. J. LecLerco, L'archétype clairvallien des
traités de St. Bernard, Scriptorium, 1956. Z. ALszecny, Contributo alla
teologia bernardiana, Greg., 1957, Pu. DeLHave, Le problème de la conscience
morale chez S. Bernard, Namur, 1957. Bruno of Sr. James, Saint Bernard of
Clairvaux: An Essay in Biography, Nuova York, 1957. A. Van DEN BoscH,
L'intelligence de la foi chez St. Bernard, Cîteaux Nederl., 1957. IneM, The christology of St. Bernard: a review of
recent works, ibidem, 1957. Inem, Presupposé è la
christologie bernardine, Cîteaux Nederl., 1958. R. Assunto, Sulle idee
estetiche di Bernardo da Chiaravalle, Riv. estet., 1959. E. Borssazp, St. Bernard et le Pseudo-Aréopagite, Rech.
théol. anc. méd., 1959. A. Van DEN BoscH, Le mystère de l'incarnation chez St.
Bernard, Cîteaux, 1959. W. ULLMANN, St. Bernard and the nascent
international low, ibidem, 1959. A. Fiske, Sf. Bernard of
Clairvaux and friendship, ibidem, 1960. Guglielmo di St. Thierry Opere
principali: Epistola ad Fratres de monte Dei; De contemplando Deo; De natura et
dignitate amoris; Adversus Abaclardum; Speculum fidei; Aenigma fidei; De natura
corporis et animae, ecc. Edizioni: Le Opere in P.L., 180; le Meditativae
orationes a cura di M. M. Davv, Parigi, 1934; L’Epistola ad Fratres de Monte
Dei, ed. crit. e tr. a cura di M. M. Davy, Parigi, 1940; il Commentario al
Cantico dei cantici sempre a cura di M. M. Davy, Parigi, 1958; lo Speculum e
l’Aenigma, 550 Bibliografia sempre ed. Davy, Parigi, 1959; il De contemplando
Deo, ed J. HourLieR, Parigi, 1959; cfr. anche Oeuvres choisies (ed. J. M. DecHanET) Parigi, 1944. Bibliografia: Cfr. Gever,
p. 708; De Brie, nn. 5250-5262; De Wutr, I,255-256. In particolare si veda: A.
Apam, Guillaume de S. Thierry, sa vie et ses oeuvres, Bourg-en-Bresse, 1923. L.
Matevez, La doctrine de lime et de la connaissance mystique chez G. de
S-Thierry, Rech. sc. relig., 1932. M. M. Davy, La connaissance de Dieu d'après
Guill. de St. Th., Rech. sc. relig., 1938. J. M. DécHanet, Guill. d. St.
Thierry. L’homme et son oeuvre, BrugesParigi, 1942. Ipem, La doctrine de
l'amour-intellection chez G. de St. TÀ., e Guill. d. St. Thierry et Plotin,
Rev. m. à lat., 1945, 1946. E. Girson, Notes sur Guillaume de St. Thierry, in
La théologie mystique de S. Bernard, cit.,216-232. L. DE Simone, Gugl. di S.
Thierry, Sapienza, 1949. M. M. Davy, Théologie et mystique de Guill. de St.
Thierry, I, La connaissance de Dieu, Parigi, 1954. L. DE
Simone, Gli aspetti filosofici della mistica di Guglielmo di St. Thierry,
Doctor communis, 1957. R. De Gancx, Petits
travaux sur Guillaume de St. Thierry, Cîteaux Nederl., 1958. E.
Garin, Guglielmo di Conches e Guglielmo di Saint-Thierry, in Studi sul
Platonismo medievale, cit.,62-68. O.
Brooke, The trinitarian aspect of the ascent of the soul to God in the theology
of William of St. Thierry, Rech. théol. anc. méd., 1959. IpeM, The speculative
development of the trinitarian theology of William of St. Thierry, ibidem,
1960. Isacco di Stella Opere: Sermones; Epistola de anima ad Alcherum
Edizioni: Opera, in P.L., 194. Bibliografia:
F. BLieMETZRIEDER, Isaac de Stella. Sa spéculation théologique, Rech. théol.
anc. méd., 1932. W. Meuser, Die Erkenninislehre d. Isaac v. Stella, Bottropp i. w.,
1934. M. A. FracHeBouD, Le Pseudo-Denys
l'Aréopagite parmi les sources du cistercien Isaac de l’Etoile, Collect. Ord.
Cister., 1947. IpeM, L'inffuence de St. Augustin sur le cistercens Isaac de
l’Etoile, Coll. Ord. Cister., 1949, E. BertoLA, La dottrina
psicologica di Isacco di Stella, Riv. filos. neosc., La bibl. generale in
Gerer, p. 708; De Brie; De Wutr, I, p. 228. Alchero di Clairvaux Opera: Liber
de spiritu et anima Edizioni: in P.L., 40, 773-832 sotto il nome di Agostino. Bibliografia: G. Tuery, L'authenticité du De spiritu et
anima dans St. Thomas et Albert le Grand, Rev. sc. philos. théol., 1921. P.
FourNIER, s.v., in DHGE, II, 14-15. Ugo di S. Vittore Opere: Filosofiche:
Didascalion; Epitome in Philosophiam; De unione corporis et spiritus; Mistiche:
De arca Noe morali; De arca Noe mystica; Soliloguium de arrha animac;
Commentarium in Hierarchiam caelestem S. Dionysii, l. X., ecc. Edizioni: Le
Opere in P.L., 175-177. Cfr. inoltre: Epitome in philosophiam, ed.
Haurfau, in H. de St. Victor. Nouvel
examen de ses ocuvres, Parigi 1859; Hugonis a S. Victore Didascalion. De Studio
legendi, ed. critica a cura di C. H. Burrimer, Washington, 1939; Hugues de St.
Victor, La contemplation et ses espèces (testo e intr.) ed. R. Baron, Parigi,
1958. Si cfr. J. De GHeLLINcK, La tables de matières de la première édition des
ocuvres de Hugues de St. Victor, Rech. sc. relig., ; e Un catalogue des oeuvres
de H. de S. V., Rev. néoscol. philos., 1913. Bibliografia: Cfr. Gever, p. 709;
De Brig, nn. 5287-5295; De WutLr, I,221-222. In particolare v.: A. Mignon, Les
origines de la scolastique et Hugues de S. Victor, Parigi, 1895. F. VERNET, Hugues de S. V., in DThC, V, 240-308.
ScHNEMER, Geschichte und Geschichtsphilosophie bei Hugo von St. Victor,
Miinsterische Beitrige zur Geschichtsforschung, 3, Miinster, 1933. B. BiscHorr,
Aus der Schule H. v. St. V., in Aus der Geisteswelt des Mittel alters,
(Beitrige, suppl. III), Miinster, 1935. F. E. Crorpon, Notes on the Life of
Hugh de S. Victor, Journ. theol. Stud., 1939. ). LecLERco, Le De Grammatica de
Hugues de S. Victor, Arch. Hist. doctr. litt. m. d., 1943-1945. J. KLEInz, The
theory of knowledge of Hugh of S. V., Washington, 1944. H. WerswetLER, Die
Arbeitsmethode Hugos v. S. Victor Schol., 1949. Ipem, Zur Einflussphaere der
Vorlesungen H.s von St. Viktor, in Mél. J. De Ghellink, Gembloux, CrÒatiLLon,
De Guillaume de Champeaur è Thomas Gallus. Chronique d'histoire littéraire et doctrinale de l'école
de Saint-Victor, Rev. m. È. lat., Baron, L'influence de Hughes de Saint-Victor,
Rech. théol. anc. méd., 1955 { Ipem, É:ude sur l'authenticité de l'ocuvre de
Hugues de St. Victor..., Scrip torium, 1956. Ipem, Science et sagesse chez
Hugues de Saint-Victor, Parigi, 1957. D. Van pEN EynpE, Les Commentaires sur
Joèl, Abdias et Nahum attribués à Hugues de St. Victor, Franc. Stud., 1957. H.
WeriswetLer, Sacramentum fidei, Augustinische und Pseudodionysische Gedanken in
der Glaubensauffassung Hugos von St. Viktor, Misc. Schmaus,
1957. L. CaLoncuHI, Le scienze e la classificazione delle scienze in Ugo di S.
Vittore, Torino, 1956. F. W. Wirre, Die
Staats-und Rechtsphilosophie des Hugo von St. Viktor, Arch.
Recht-Sozialphilosophie, 1957. R. Roques, Connaissance de Dieu et théologie
symbolique d'après lIn Hierarchiam coelestem de Hugues de St. Victor, in De la
connaissance de Dieu, cit.,187-266. H. R.
ScHLeTTE, Die Eucharistielehre Hugos von St. Viktor. Z. kathol. Theol., 1959. R. Baron, Un point de philosophie et de mystique
comparée, Rev. hist. philos. relig., 1959. E.
BertoLa, Di alcuni trattati psicologici attribuiti a Ugo di S. Vittore, Riv.
filos. neoscol., 1959. J. A. RosiLLIARD,
Hugues de Saint-Victor a-t-il écrit le De contemplatione et cius speciebus?
Rev. sc. philos. théol., 1959. R. Baron, Hugues de St. Victor: contribution è
un nouvel examen de son oeuvre, Traditio 1959. InpeMm, Rapports entre St.
Augustin et Hugues de St. Victor, trois opuscules de Hugues de St. Victor, Rev.
Etud. Aug., 1959. D. Van pEN Evnpe, Deux traités faussement attributs è Hugues
de St. Viktor, Franc. Stud., 1959. O.Lortin, Questions inédites de Hugues de
St. Victor, Rech. théol. anc. méd., 1959-1960. R. JaveLET, Les origines de
Hugues de St. Victor, Rev. sc. relig.; 1960. D. Van pEN Evnpe, Les notules in
Genesim de Hugues de St. Victor, source litteraire de la Summa Sententiarum,
Ant., 1960. Inem, Essai sur la succesion et la date des écrits de Hugues de St.
Victor, Roma, S. Vittore Tractatus de gradibus charitatis; Beniamin minor;
Beniamin maior; De Trinitate; Quomodo Spiritus Sanctus est amor Patris et
Filii; Liber exceptionum; Epistolae. Edizioni: I testi in
P.L., 196; 177 coll. 193Cfr. inoltre: Richard de S. V. Les quatre degrés, testo
critico, trad. e note, a cura di G. DUuMEIGE, Parigi; De Trinitate, ed. e note
di J. RisarLLier, Parigi, 1958; Liber exceptionum ed. e note di J. CratiLLON,
Parigi, 1958, e ancora il De Trinitate con trad. franc. a cura di G. SaLET,
Parigi, 1960 e R. de St. Victor, Sermons et opuscules inédits tr. fr. Pragi,
1951. Bibliografia: Cfr. Gever, p. 710; DE Bn, nn. 5496, 5550; De WuLr, I, p.
222. In particolare: C. Ortaviano, Riccardo di S. Vittore. La vita, le opere,
il pensiero, Mem. R. Accad., Naz. Lincei,
1933. A. M. EtHIER, Le De Trinitate de Rich. de S. Victor, Parigi-Ottawa, 1939.
J. A. Rosi.LIARD, Les six genres de contemplation chez Rich. d. S. Victor et
leur origine platonicienne, Rev. sc. philos. théol., 1939. I. Guimet, Caritas
ordinata et amor discretus dans la théologie trinitaire de R. de S. V., Rev. m.
8. lat. DumeIGe, Richard de Saint Victor et l'idée chrétienne de l'amour,
Parigi, BeaUMER, R. v. S. Viktor Theologe und Mystiker, Schol., 1956. R. Baron,
Richard de St. Victor est-il l'auteur des Commentaires de Nahum, Joél, Abdias?,
Rev. bénédict., 1958. Goffredo di S. Vittore Opere: In P. L.,
196. Cfr. inoltre: Godefroy de Saint Victor. Fons Philosophiae, a cura di A. CHarma, Caen, 1869;
Godefroy de Saint-Victor. Microcosmus, ediz. a cura di PH. DeLHAYE,
Lilla-Gembloux, 1951; Godefroy de Saint Victor. Fons
Philosophiae, ed. a cura di P. MicHaup-Quantin, Namur-Lovanio, 1956.
Bibliografia: Cfr. Gever, p. 710; De WuLF, I, p. 222. In particolare: Pu. DeLHave, Nature et grice chez Geoffroy de S.Victor, Rev.
m. &. lat., 1947. IpeM, Le Microcosmus de Godefroy de Saint-Victor. Étude
théologique, Lilla-Gembloux, 1951. Ildegarda di Bingen Opera: Scivias,
Liber divinorum operum simplicis hominis, ecc. P.L.; in J. B. Prrra, Analecta
sacra spicilegio Solesmensi parata, VIII, Montecassino, 1882; in A. Damorseau,
Novae edit. opp. omn. S. Hildegardis experimentum, Sampierdarena, 1893-1899.
Bibliografia: cfr. De Wutr, I, p. 255. In particolare: CH. Sincer, The scientific views and visions of S.
Hildegard, in Studies in the history and methods of science, I, Oxford, 1917.
H. Fiscrer, Die Al. Hildegard, die erste deutsche Naturforscherin und Aerz®n,
Monaco, 1927. H. LiesescHurz, Das allegorische Weltbild der hl. Hildegard von
Bingen, Lipsia, 1930. M. Uncrunp, Die metaphysische Anthropologie der hl.
Hildegard von Bingen, Miinster, . D. Baumcarpr, The concept of mysticism, Rev.
of. relig., 1948. Capitolo ottavo Per la bibliografia relativa al pensiero politico
ed alle controversie teologico-politiche del XII secolo, rinviamo direttamente
alla ricca bibliografia di L. Firpo, in app. alla tr. ital. di R. W. e A. J.
CaruxLe, Il pensiero politico medioevale, vol. II, Bari. Tra la vastissima
bibliografia sulla filosofia araba (e cfr. GEvER, pp: 716720; De Brie, nn.
21819-21923) citiamo soltanto i seguenti studi di carattere generale. Bibliografia: V. CHÙauvin, Bibliographie des ouvrages
arabes ou relatifs aux Arabes publiés dans l'Europe chrétienne de 1810 à 1885,
Liegi, 1892-1922. D. PranmuLcer, Handbuch der
Islam-Literatur, Berlino, 1923. E. Carverev, A brief bibliography of arabic
philosophy, The Moslen World, 1942. ° ].
Sauvacet, Introduction è l'histoire de l’Orient musulman: éléments de
bibliographie, 1943; Corrections et suppléments, 1946. P. J. De Menasce,
Arabische Philosophie, fasc. 6 di Bibliographische Einfihrungen in das Studium
der Philosophie, Berna, 1948. G. C. Anzwart; Le Philosophie en Islam au Moyen-Age,
in Philosophy in the Mid-Century, a cura di R. KLisansKy, vol. IV, Firenze,
1959. Index Isiamicus, 1906-1955, Cambridge, 1958. Opere generali: S. Munx,
Mélanges de philosophie juive et arabe, Parigi, 1859, 19272. T. J. DE Borr,
Geschichte der Philosophie im Islam, Stoccarda, 1901. B. Carra DE Vaux, Les
penseurs de l'Islam, Parigi, 1921, 1926. E. De
Lacy O’Leary, Arabic thought and his place in history, Londra, , . L. GaurtHIER, Introduction è l'étude de la philosophie
musulmane, Parigi, 1923. M. Horten, Die Philosophie des Islams, in KAFKA,
Geschichte der Philos. in Einzeldarstellungen, Monaco, 1923. E. Girson, L’étude
des philosophes arabes et son réle dans linterprétation de la scolastigue,
Proceed. of the sixth internat. Congress of
Philos., 1927. M. Horten, /Islamische Philosophie (Die Religion in Geschichte
und Gegenwart, t. III, 2° ed.), Tubinga, 1930. 556
Bibliografia . G. Quapri, La filosofia degli Arabi nel suo fiore, Firenze
FurLaniI, La filosofia araba, Conferenze Centro Studi Vicino Oriente, Roma
1943. G. E. V. GruneBaUM, Medieval Islam,
Chicago, Trirton, Muslim Theology, Londra, SweEETMAN, Zslam and Christian
theology, a study of interpretation of theological ideas in the two religions,
Londra, 1945-1948. Garpet-M. M. ANAWATI,
Introduction à la théologie musulmane, Parigi, GarpeT, La Cité musulmane,
Parigi, 1954. Anprae, Les origines de l'Islam et le christianisme, Parigi,
1955. I. J. RosenTtHAL, Political Thought in medieval Islam: an introductory
outrline, New York, 1958. . C. AnawAtI, Philosophie médiévale en terre d'Islam,
Mél. Inst. dominicain Etud. Orient. o mar r Leonardo
Fibonacci Opere: Liber abbaci (1202); Flos; Practica Geometriae; Liber
quadratorum (1225). Edizioni: Scritti di Leonardo Pisano, a cura di B.
Boncompagni, Roma, 1857-1872. Bibliografia: Cfr. E. BortoLotTI, Storia della
matematica elementare, in Enciclopedia della matematica elementare, Milano,
1950. al-Kindi Opere: De intellectu; De somno et visione; De somno et vigilia;
De quinque essentiis; Liber introductorius in artem logicae demonstrationis;
Epistola sull'acquisto della filosofia solo mediante le matematiche; Trattato
circa il numero dei libri di Aristotele e circa ciò che è necessario per
raggiungere la filosofia; Sull'anima; Epistola intorno all'arte di allontanare
la tristezza. Inoltre un famoso trattato di Ortica, tradotto da Gerardo da
Cremona e diffusissimo nel XIII e XIV sec. Edizioni: Numerosi scritti sono
stati pubblicati da ‘Abd al-Hadi Abi Ridah, sotto il titolo Rasa'il al-Kindi
alfalasafiyyah, il Cairo, 1950. Cfr. inoltre Una risalah di al-Kindi
sull'anima, a cura di G. Furtani, Riv. trimestr. di studi fil. e relig., 1922.
Bibliografia: Cfr. Geyer, p. 726; De Brie, nn. 21931-21932a; DE WuLF, I, p.
305. In particolare vedi: A. Nacy, Die philosophischen Abhandlungen des Ja qub
ben Ishaq al-Kindi (Beitrige, II, 5), Miinster, 1897. 557 Bibliografia G.
FLucer, Al-Kindi genannt der Philosoph der Araber Abhdig. f. d. Kunde
Morgenlandes, 1854. H. Matter, Al-Kindi, Hebrew Union College Annual,
Cincinnati, 1904. G. Furtani, Una riszlah di al-Kindi sull'anima, M. Gui: - R.
Warzer, Studi su Al-Kindi: I. Uno studio introduttivo allo studio su
Aristotele; II. Uno scritto morale inedito di Al-Kindi (Temistio peri aliplas),
Mem. Acc. Lincei., serie 7, v. 4, 1938, serie 7, v. 8, 1940. F. RosentHAL,
Al-Kindi als Literat, Orientalia, 1942. A. Cortazarrfa, La obras y las
doctrinas del filosofo Al Kindi en los escritos de S. Alberto Magno, Estud.
filos., 1951-1952 (e cfr. anche Ciencia tomista, 1952). al-Farabi Opere
principali: De intellectu; De scientiis; De ortu scientiarum; De Platonis
Philosophia; Compendium legum Platonis; Idee degli abitanti della città
virtuosa; Liber exercitationis ad viam felicitatis. Alfarabis Philosophische
Abhandlungen (testo arabo), a cura di F. Diererici, Leida, 1890 (trad. ted.,
Leida, 1892); Der Musterstaat von Alfarabi, a cura di F. Drererici, Leída trad.
ted., Leida, 1904); Die Staatsleitung von Alfarabi, trad. ted. a cura di F.
Dreterici, Leida, 1904; Das Buch der Ringsteine Farabis mit dem Kommentar des
Emir Ismail el Hoscini el Farani, trad. ted. a cura di M. Horten, Miinster,
1906; A/farabi. De Intellectu et intellectus, trad. ‘lat.
medievale, a cura di E. Gitson, Arch. Hist. doctr. litt. m. &., 1929-1930;
Alfarabius, De Arte Poetica, ediz. e trad. inglese a cura di A. J. Arserry,
Riv. stud. orient., 1930; Alfarabius, Catélogo de las ciencias, ediz. a cura di
A. GonzaLes PALENCIA, Madrid, 1932; Alfarabius, De Platonis philosophia, a cura
di F. RosENTHALR. Watzer, Londra, 1943; Alfarabius, Compendium Legum Platonis,
testo arabo e trad. lat. a cura di F. GagriELI (Corpus platonicum medii aevi),
Londra Al Farabi's Arabic-Latin Writings on Music... De scientiis and De ortu
scientiarum, testo tr. ingl. a cura di H. Harmer, Glasgow, 1934; Idées des habitants
de la cité vertueuse, tr. fr., Il Cairo, 1949. Bibliografia:
Cfr. Gever,720 sgg.; De Brie, nn. 21938-21943b; DE Wutr, Ì, p. 305. In
particolare vedi: R. Hamui, La filosofia di Alfarabi, Riv. filos. neoscol.,
1928. E. Girson, Les sources greco-arabes de
l'augustinisme avicennisant, Arch. Hist. doctr. litt. m. 4., 1930. I. Mapkour,
Le place d'al Farabi dans l'école philosophique musulmane, Parigi, 1934. 558
Bibliografia Strauss, Quelques remarques sur la science politique de Maimonide
et de Farabi, Rev. étud. juives, 1936. J. ArserrY, Farabis Canons of Poetry,
Riv. stud. orient. 1937. Karam, La Ciudad virtuosa de Alfarabi, Ciencia
tomista, 1939. BéporeT, Les premières traductions tolédanes de philosophie.
Oeuvres d'Alfarabi, Rev. néosc. philos., 1938. H. Sarman, Le Liber
exescitationis ad viam felicitatis d’Alfarabi, Rech. théol. anc. méd., 1940. H. SaLman, The Mediaeval Latin Translations of
Alfarabi's Works, N. Schol., 1939. Strauss,
Farabi's Plato, L. Ginzeberg Jubilee Volume, New York, 1945257-294. Corrasarria,
Las obras y la filoséfia de Alfarabi en los escritos de Alberto Magno, Ciencia
tomista, 1951. IneM, Doctrinas psicologicas de Alfarabi en los escritos de
Alberto Magno, ibidem, 1952. Ipem, Tabla general de las citas de Alkindi y de
Alfarabi en las obras de Alberto Magno, Est. filos., 1953. D. CasaneLAas,
Alfarabi y su Libro de la concordancia entre Platon y Aristoteles, Verdad y
Vita, 1950. p_TODO SD Ta F F. Rassmann, L'Intellectus acquisitus in Alfarabi,
Gior. crit. filos. ital., 1953. E. BertoLa, Commento al
Dell'essenza dell'anima di al-Farabi, Misc. Centro di studi mediev. dell’Un.
catt. di Milano, Milano, 1956. R. Waczer, al-Farabi's theory of profecy and
divination, Jour. hellen. Stud. Strauss, How Farabi read Plato's
Laws, Mél. L. Massignon, 1959. Avicenna Opere: Della
vastissima produzione (la bibl. critica di Mahdavi cita 131 opere autentiche e
110 dubbie, e il P. Anawati 276 di cui parecchie dubbie ed apocrife) citiamo
soltanto oltre al celebre Canone della medicina (al-Oanuùn fi-t-tibb) i seguenti
scritti di carattere propriamente filosofico: il Kitàb ash-Shifa (Libro della
guarigione); il Kitab-an-Nagiah [Libro della salvezza (dall'errore)], estratto
dello Skifz; il perduto Libro del giudizio imparziale tra occidentali e
orientali (Kitàb-al-'Jus3f); una ventina di Opwscoli filosofici; alcuni
frammenti pubblicati da A. BapHawi; il Kit20 al'-Isharat wa't-tanbihat [Libro
delle direttive e annotazioni]; il Daneshnameh i-Alè'i [Libro della sapienza
per ’Aal); una parte della Logica della sua Filosofia orientale nota sotto il
nome di al-Hikmah al-mashrigiyyah; inoltre la Epistola sull'amore (Risala
f''l-Isq). Edizioni: il Canone, pit volte stampato in Occidente, è stato
adattato e riassunto in ingl. da O. A. Cameron GruNER, A Treatise on she Canon
of 559 Bibliografia Medicine of Avicenna. Incorporating a Translation of the
First Book, Londra, ; le parti della 4/-Sifa tradotte nel Medioevo furono
pubblicate a Venezia nel 1495 (rist. anast., Heverlee-Lovanio, 1960) e 1508;
tr. ted. «della Metafisica, M. Horten, Die Metaphysik Avicenna's: das Buch der
Genesung der Seele, Lentiis and De ortu scientiarum, testo tr. ingl. a cura di
H. Harmer, Glasgow, 1934; Idées des habitants de la cité vertueuse, tr. fr., Il
Cairo, 1949. Bibliografia: Cfr. Gever,720 sgg.; De Brie, nn. 21938-21943b; DE
Wutr, Ì, p. 305. In particolare vedi: R. Hamui, La filosofia di Alfarabi, Riv.
filos. neoscol., 1928. E. Girson, Les
sources greco-arabes de l'augustinisme avicennisant, Arch. Hist. doctr. litt.
m. 4., 1930. I. Mapkour, Le place d'al Farabi dans l'école philosophique
musulmane, Parigi Strauss, Quelques remarques sur la science politique de
Maimonide et de Farabi, Rev. étud. juives, 1936. J. ArserrY, Farabis Canons of
Poetry, Riv. stud. orient. 1937. Karam, La Ciudad virtuosa de Alfarabi, Ciencia
tomista, 1939. BéporeT, Les premières traductions tolédanes de philosophie.
Oeuvres d'Alfarabi, Rev. néosc. philos. Sarman, Le Liber exescitationis ad viam
felicitatis d’Alfarabi, Rech. théol. anc. méd., 1940. H. SaLman, The Mediaeval Latin Translations of
Alfarabi's Works, N. Schol., 1939. Strauss,
Farabi's Plato, L. Ginzeberg Jubilee Volume, New York, 1945257-294.
Corrasarria, Las obras y la filoséfia de Alfarabi en los escritos de Alberto
Magno, Ciencia tomista, 1951. IneM, Doctrinas psicologicas de Alfarabi en los
escritos de Alberto Magno, ibidem, 1952. Ipem, Tabla general de las citas de
Alkindi y de Alfarabi en las obras de Alberto Magno, Est. filos., 1953. D.
CasaneLAas, Alfarabi y su Libro de la concordancia entre Platon y Aristoteles,
Verdad y Vita, 1950. p_TODO SD Ta F F. Rassmann, L'Intellectus acquisitus in
Alfarabi, Gior. crit. filos. ital., BertoLa, Commento al Dell'essenza
dell'anima di al-Farabi, Misc. Centro di studi mediev. dell’Un. catt. di
Milano, Milano, 1956. R. Waczer, al-Farabi's theory of profecy and divination,
Jour. hellen. Stud., 1957. L. Strauss, How Farabi read
Plato's Laws, Mél. L. Massignon, 1959. Avicenna Opere: Della
vastissima produzione (la bibl. critica di Mahdavi cita 131 opere autentiche e
110 dubbie, e il P. Anawati 276 di cui parecchie dubbie ed apocrife) citiamo
soltanto oltre al celebre Canone della medicina (al-Oanuùn fi-t-tibb) i
seguenti scritti di carattere propriamente filosofico: il Kitàb ash-Shifa
(Libro della guarigione); il Kitab-an-Nagiah [Libro della salvezza
(dall'errore)], estratto dello Skifz; il perduto Libro del giudizio imparziale
tra occidentali e orientali (Kitàb-al-'Jus3f); una ventina di Opwscoli
filosofici; alcuni frammenti pubblicati da A. BapHawi; il Kit20 al'-Isharat wa't-tanbihat
[Libro delle direttive e annotazioni]; il Daneshnameh i-Alè'i [Libro della
sapienza per ’Aal); una parte della Logica della sua Filosofia orientale nota
sotto il nome di al-Hikmah al-mashrigiyyah; inoltre la Epistola sull'amore
(Risala f''l-Isq). Edizioni: il Canone, pit volte stampato in Occidente, è
stato adattato e riassunto in ingl. da O. A. Cameron GruNER, A Treatise on she
Canon of 559 Bibliografia Medicine of Avicenna. Incorporating a Translation of
the First Book, Londra, 1930; le parti della 4/-Sifa tradotte nel Medioevo
furono pubblicate a Venezia nel 1495 (rist. anast., Heverlee-Lovanio, 1960) e
1508; tr. ted. «della Metafisica, M. Horten, Die Metaphysik Avicenna's: das
Buch der Genesung der Seele, Lipsia, 1913; tr. lat. della Metafisica del Nagat:
A. Carame, Avicennae Metaphysicae compendium, Roma, 1926; ed. crit.
dell'originale: ash-Shifa, I, a cura di I. Mapkour, M. EL KHoprirr, G. C.
Anawati, F. eL-AÒw£nI, 1952; il De Anima (la parte psicologica delle
Kitab-al-Shifa) nell’ed. F. Ranman, Londra, 1959. Gli scritti mistici (Trastés
mystiques) in tr. fr. a cura di M. A. MEHREN, Leida, 1889-1899; La Logica
orientale, ed. sotto il titolo Mantig al-mashrigiyyah, Il Cairo, 1910; Cfr.
inoltre: Introduction è Avicenne, son Epitre des définitions, tr. con note di
A. M. GorcHon, Parigi, 1933; I. Mapkour, L'Organon d'Aristote dans le monde
arabe... quelques pensées à un commentaire inédi di'Ibn Sina, Parigi, 1934;
Livre des Directives et Remarques, tr. con intr. e note di A. M. GorcHon,
Beyrut-Parigi, 1951; Le livre de Science (Dane3nameh) tr. fr. di H. Massé e M.
AcHENA, Parigi, 1955-1958; Poème de la médecine, a cura di A. JAHIER e A.
NovrEDDINE, Parigi, 1956. Inoltre tutte le opere persiane di Avicenna sono
state edite a Teheran in occasione del millenario (cfr. E. Rossi, 12 millenario
di Avicenna a Teheran e Hamadan, in Oriente moderno, 1954). Per i testi di
Avicenna che correvano nel medioevo cfr. oltre alle citate ed. della
Metaphysica: Opera omnia, Venezia, 1495, 1508 (rist. anast. Heverlee-Lovanio,
1960); 1546; De Anima, Pavia, De animalibus, Venezia Canon, Strasburgo,
Bibliografia avicennista: C. A. NaLLINO, s.v., in Enc. Ital, V, 638-639. T. J. De Borr, /bn Sinz, Encycl. de
l'Islam, II, 446. O. Ercin, /brni Sinami eserleri, Biiyik tirk filosof., 1937.
G. C. Anawati, Mw’ allafat Ibn Sinà, Il Cairo, 1950, riass. fr. in Rev. Thom.,
1951. A. A. HekMmaT, Les oeuvres persanes d'Avicenne, Congrès de Bagdad Sa‘tn
Naricy, Bibliographie des principaux travaux européens sur Avicenne, Teheran,
1953. Inem, Pare Sina (Avicenne, his Life,
Works, Thought and Time), Teheran, 1954. YauHyva Maunpavi,
Bibliographie d'Ibn Sina, Teheran, 1954. O. Ercin, /bin Sina bibliografyasi,
Instanbul, 1956. G. C. Anawati, Chronique Avicénienne
1951-1960, Rev. thom., 1960. Volumi commemorativi: Millénaire d'Avicenne, Rev.
du Caire, giugno 1951; Millénaire d'Avicenne (Congrès de Bagdad), Il Cairo,
1952; Mémorial d'Avicenne, Il Cairo, 1952 sgg.; Avicenne, Scientist and
Philosopher, a 560 Bibliografia Millenary Symposium, Londra, 1952; Z. Sara, Le
livre du Millénaire d'Avi cenne, Teheran, 1954; Rev. Thom., 1951, n. 2. Cfr.
inoltre Gever Brie, nn. 21945-21965b; De Wutr, I,305-306. Tra gli studi più
recenti e significativi, ci limitiamo a indicare: B. Carra pe Vaux, Avicenne,
Parigi, 1900. G. GagrieLI, Avicenna, Arch. st. scien.,
1923. D. Sacisa, Études sur la métaphysique d'Avicenne, Parigi, 1926. E.
Gitson, Pourquoi St. Thomas a critiqué St. Augustin, Arch. Hist. doctr. litt.
m. 8. 1926. Ipem, Avicenne et le point de départ de Duns Scoto, Ibidem, 1927. G.
FurLani, Avicenna e il Cogito ergo sum di Cartesio, Islamica, 1927. IpeMm, Avicenna, Barhebreo, Cartesio, Riv. stud. orient.,
1933. E. Gitson, Les sources gréco-arabes de l'augustinisme avicennisant, Arch.
Hist. doctr. litt. m. 8., 1929. M. D. RoLanp-GosseLin, Sur les relations de
l'ime et du corp d’après Avicenne, Mél. Mandonnet GorcHon,
Introduction è Avicenne..., Parigi, 1933. C. Fasro, Avicenna e la conoscenza
divina dei particolari, Bull. filos., 1935. A. Sougziran, Avicenne, Parigi, 1935. A. M. GoicHon, La
distinction de l'essence et de l'existence d'après Ibn Sinà, Parigi, 1937.
Ipem, Lexique de la langue philosophique d'Ibn Sina, Parigi, 1939. Ipem,
Vocabulaire comparé d'Aristote e d’Ibn Sina, Parigi IpeM, La philosophie d'Avicenne
et son influence en Europe médiévale, Parigi, 1944, 195122 M. Cruz HernAnpez,
La metafisica de Avicenna, Granada, 1949. L. GarpeT, La pensée religieuse
d’Avicenne, Parigi, 1951. Avicenna: Scientist and Philosopher. Millenary
Symposium, a cura di G. M. Wickens, Londra, 1952. E. BLocH, Avicenna und die
aristotelische Linke, Berlino, 1952. L. Garper, La connaissance mystique chez
Ibn Sinà, et ses présupposés philosophiques, Il Cairo, 1952. Moxammap Yusur
Musa, La sociologie et la politique dans la philosophie d'Avicenne, Il Cairo,
1952. F. Ranman, Avicenna's Psychologie, Oxford, 1952. P. Mesnarp, Le
millénaire d'Avicenne et ses répercussions sur l’histoire de la philosophie,
Ann. Inst. Etud. orien. Alger, 1953. M. Cruz
HernAnpez, La distincion aviceniana de la esencia y la existencia y su
interpretacion en la filosofia occidental, Misc. Millés-Vallicrosa,
1954. s61 Bibliografia H. A. Wotrson, Avicenna, Algazali and Averroes on divine
attributes, ibidem. Avicenna nella storia della cultura medioevale, Acc. Naz. Lincei, anno CCCLIV, 1957, Q.40, Roma Arnan, Avicenna,
his life and works, Londra-New York, 1958. J. CHaix-Ruv, La sagesse orientale d'Avicenne et les
mythes platoniciens, Rev. d. la Mediterr., 1958. M. Atonso, La Alanniyya de Avicenna y el problema de la
esencia y existencia, Pens., 1958. I.
Mapkour, Le traité des categories du Shifa, Mél. Inst. dominicain Etud.
orient., 1958. F. RAHMAN, Essence and Existence in
Avicenna, Med. Renaiss. Stud., 1959. E.
BertoLa, Studi e problemi di filosofia avicenniana, Sophia, 1959. P. M. De
Conrenson, Avicennisme latin et vision de Dieu au début du XIII siècle, Arch.
Hist. doctr. litt. m. &., 1959. ). CÙranx-Ruy, Du pythagorisme d’Avicenne
au soufisme d'al-Ghazali, Rev. d. la Mediterr., 1959. M. Cruz HernAnpez, La
nocion de ser en Avicenna, Pens., Anawati, La destinée de l'homme dans la
philosophie d’ Avicenne, in L'homme et son destin, cit.,257-266. ). Craix-Ruv,
L’homme selon Avicenne, ibidem,243-255. A. M. GoicHon, Selon Avicenne l'ame
humaine est-elle créatrice de son corps?, ibidem,267-276. G. JaLsErT, Le
nécessaire et le possible dans la philosophie d'Avicenne, Rev. de l’Univ.
d’Ottawa, Marmura, Avicenna and the Problem of the Infinite Number of Souls,
Med. Stud., 1960. Sull’influenza di Avicenna in Occidente: G. Sarton,
Introduction to the History of Science, Baltimora, 1927-1950, sub ind. M. De
Wutr, L'augustinisme avicennisant, Rev. néosc. philos., 1931. R. De Vaux, Notes
et textes sur l'avicennisme latin aux confins des XIIXII siècles, Parigi,
TeicHER, Gundissalino e l'agostinismo avicennizzante, Riv. filos. neosc., 1934.
A. M. GoicHon, La philosophie d'Avicenne et son influence en Europe mÉ diévale,
Parigi. Ipem, in Encycl. mensuelle d'Outre-mer, CromBie, Avicenna's influence
on the Medieval Scientific Tradition, in Avicenna Scientist... M. T. D'ALverny,
L'introduction d’Avicenne en Occident, Rev. du Caire, 1951. Ipem, Notes sur les
traductions médiévales d'Avicenne, Arch. Hist. doar. litt. m. 4., 1952. 562
Bibliografia al-Gazzali Opere principali: Vivificazione delle scienze della
religione (Ihyd' ‘ulam ad-din); Destructio philosophorum (Tahafut
al-falasifah); Il salvante dall'errore (al-Mungidh min ad-dalal); La
moderazione nella credenza. Edizioni: Logica et philosophia, Venezia, 1506;
Tendentiae philosophorum, Leida, 1888; Destructio philosophorum, Il Cairo,
1888; Algazel's Metaphysic. A mediaeval translation, a cura di J. T. Mucxkte,
Toronto, 1933; Al-Ghazali, O disciple!, trad. di G. H. ScHeRER, Beirut, ; 1ky2'
‘ulam ad-din, ou Vivifications des sciences de la foi, ed. trad. G. H.
Bouscuer, Parigi, 1955; d/-Munquid min adalal, testo arabo e trad. di C. M.
Farm JaBre, Beirut, 1959. Bibliografia: Cfr. Gever, ; De Brie, nn.
21968-21991a; De Wutr, Asfn Patacios, Algazel: dogmdtica, moral, ascética,
Saragozza, 1901. B. Carra pe Vaux, Gazali, Parigi, 1902. H. Bauer, Die dogmatik al-Gazzalis, Halle, 1912. Inem,
Uber Intention, reine Absicht und Wahrhaftigkeit, Halle, 1916. IpeM, Von der
Ehe, Halle Osermann, Der philosophische und religiose Subjektivismus Ghazalis,
Vienna-Lipsia, Bouuyces, Algazeliana, Mél. Fac. Orient., 1922. H. Bauer,
Erlaubtes und verbotenes Gut, Halle, 1922. M. Asfn Patacios, Un compendio musulmano de pedagogia, el
libre de la introducion a las ciencias de al-Gazali, Saragozza, 1924. Ipem, La
espiritualidad de Algazel y su sentido cristiano, Madrid-Granada, 1934-1941. D. H. SaLman, Algazel et les Latins, Arch. Hist. doctr.
Hitt. Wensinck, La pensée de Ghazali, Parigi, 1940. A. WeEHR, Al-Gazzalis Buch
vom Gottvertrauen, Halle, 1940. M. SmitH, Al
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al-Gazali, Jour. R. Asiatic Soc. Ipem, The Faith and Practice of al-Gazali,
Londra, 1953. C. M. Farip Jagre, Biographie et Oecuvres de Ghazali, Mél. Ideo,
1954. V. CÒÙistHor, Al-Oistas al Mustagim et
connaissance rationelle chea Gazali, Bull. Etud. orient., Farip JaBrE, La
certitude de Ghazali dans ses origines et son histoire, Parigi, . S. De
Braurecuen-G. C. Anawati, Une preuve de lexistence de Dieu chez Ghazzali et St.
Thomas, Mél. Inst. dominicain Etud. orient. 1956. 563 Bibliografia C. M. Faxip
Jasre, La notion de certitude selon Ghazali dans ses origines psychologiques et
historiques, Parigi, 1958. M.
Aronso, Influencia de Algazel en el mundo latino, al-Andalus, 1958. G. F. Hourani, The dialogue between al-Ghazzali and
the philosophers on the origin of the world, The Muslim World, 1958. Avempace
Opere: Della sua vasta produzione sono pervenuti una Epistola expeditionis
(Lettera d'addio); il riassunto ebraico della sua opera principale Il regime
del solitario (Tadbir al-mutawahkid); un trattato De anima e un trattatello:
Continuatio o Copulatio intellectus cum homine, entrambi illustrati da Averroè;
un De plantis. Edizioni: I testi arabi, con tr. sp. del De plantis, della
Continuatio, del Regime e dell’Epistola in al-Andalus, 1940, 1942 1943, a cura
di M. Asîn Patacios. Il testo e tr. del Regime, sempre a cura di Asin PaLacios,
Madrid, 1948. Bibliografia: cfr. Gevea, p. 722; De Brie, nn. 22010a-22011e; De
WuLF, II, p. 305. In particolare cfr.: M. Asîn Patacios, E! filbsofo zaragozano
Avempace, Rev. de Aragon, 1900-1901. Inem,
Un texto de Al-Farabi atribuido a Avempace por Moisés de Narbona, ibidem, 1942.
U. A. FarrukH, [bn Bajja (Avempace) and
the philosophy in the Moslem West, Beirut, 1945. D. M. Duntop, Ibn Bajjah's
Tadbir'! Mutawahhid (Rule of Solitary), Jour. R. Asiatic Soc., Munk, Mélanges
de philosophie juive et arabe, cit.,386-410. Aba
Bekr Ibn Tufal Opere: Ci rimane soltanto il trattatello filosofico Hayy ibn Yagzan
(dal nome del protagonista). Edizioni: Ed. e tr. fr. di L. GaurHieR, Beirut;
tr. ingl. di S. Orcey, Il Cairo, 1905; di P. BrénnLE, Londra, 1904; tr. sp. di
F. Pons Borcnes, Saragozza, 1900; di A. GonziLes Parencia, Madrid, 1934, 19482.
Bibliografia: Cfr. Gever, p. 722; De Brie,
nn. 21993-21994. M. Asîn Patacios, E! filosofo autodidacto, Rev. de Aragon,
1901. L. GautHIER, [bn Tufail. Sa vie, ses oeuvres, Parigi, 1909. C. A.
Naztino, Filosofia orientale od illuminativa di Avicenna? Riv. stud. orient. 1925.,
ora in: Raccolta di scritti editi e inediti, VI, Roma, 1948,218-256. F. Garcia G6mez, Un cuento drabe fuente comin de Aben
Tofail y de Gracidn, Rev. Arch. Bibl. y Museos,
. Ipem, Una Oasida politica inédita de Ibn Tufail, Rev. Inst. Egipcio de Est. islamicos, 1953. Averroè Opere: L'elenco
particolareggiato degli scritti in M. Bouvees, Notes sur les philosophes arabes
connus des Latins au Moyen Age. V. Inventaires des textes arabes d'Averroès,
Mél. de l’Univ. St. Joseph, Beirut, 1922-1923. Tra le opere scientifiche
ricordiamo principalmente il Kulliyyat al-tibb [Principî generali di medicina].
Per gli scritti di filosofia distinguiamo: a) Trattati e scritti separati: 1)
Fals al-magal watagrir ma bayna alshasî wa al-higma min al-'ittisal [Sentenza
risolutiva dichiarante il modo in cui -la filosofia è unita alla religione]; 2)
al-Kashfan manahig aladillah fi‘aqaid al-milla wa ta'arif ma waqa'a fiha
bishasb al-ta'wil min al-shubah wa al bida' al-mudhila [Svelamento del metodo
di argomentare sui principî della religione e indicazione sull'ambiguità ed
errori eretici dovuti all'interpretazione del testo sacro); 3) Damimat al
mas'alat al-il algadim [Aggiunta al problema della conoscenza eternal; 4)
Tahafut al Tahafut [L'incoerenza dell'incoerenza, confutazione di Algazali]; 5)
Sulla possibilità della congiunzione fra l'intelletto materiale e l'intelletto
separato, conosciuto solo nella vers. ebraica medievale; 6) Soluzione del
problema: eternità o creazione del mondo, conosciuto solo nella versione
ebraica medioevale; b) Commenti aristotelici: 1) Commento Grande (shark o
tasfir); 2) Commento media (talkhis); 3: Compendi o perifrasi (gavami' o
mukhtasar) (Commenti a tutte le opere aristoteliche, eccettuata la Politica
sostituita dalla Repubblica di Platone). c) Opere spurie: Tractatus de animae
beatitudine, la cui prima parte esiste anche separatamente col titolo: Libellus
seu epistola de connexione intellectus abstracti cum homine (e cfr. |. TeicHer,
L'origine del Tractatus De animae beatitudine Atti del XIX Cong. int. degli
Orientalisti, Roma). Edizioni: Ed. di a 1, 2, 3 a cura di M. J. Miner, Monaco,
1858 (e quindi le edd. Il Cairo); ed. di 4 1, 3 con tr. fr. a cura di L.
GaurHieR, Ibn Rochd (Averroès, Traité décisif [Fagl el-magal) sur lac cord de
la religion et de la philosophie, suivi de l'Appendice [Dhamina], Algeri,
19483); ed. di a 3 con la tr. lat. di Raimondo Martin (sec. XIII) a cura di M.
Asfn Patacios, in Homenaje a Codera, Saragozza, 1904; tr. integrali di 4 1, 2,
3: ted. di M. J. MùtLER, Philosophie und Theologie von Averroés (Monumenta
Saecularia Bayer Akad. d. Wiss.), Minaco, 1875, ingl. di M. Jama-ur-REHMAN, The
philosophy and theology of Averroes, 565 Bibliografia Baroda, 1921, sp. di M.
ALonso, Teologia de Averroes, Madrid-Granada, 1947; Ed. crit. di a 4 di M.
Bouxces in Bibl. arab. Scholasticorum, S. Arabe, III, Beirut, ; tr. ingl. di S.
Van pen BercH, Londra, 1954; tr. spagn. parziale di C. Qurés, in Pens., 1960;
ed. di a 5 parziale con tr. ted. in'L. Hannes, Des Averroés Abhandlung: Ueber
die Mòoglichkeit der Conjunktion, Halle, 1892; ed. di 4 6 in app. a M. Worms,
Die Lehre von der Anfangslosigkeit der Welt bei den mittelalterlichen
arabischen Philosophen (Beitrige, III, 4), Miinster, . Ed. di et 1: Commento
alla Metaphysica ed. crit. testo arabo, Tafsil ma ba'ad at-tabi'at di M.
Bouxrces, in Bibl. arab. Scholasticorum, S. Araba, V-VII, Beirut, 1938-1948; De
anima, ed. crit. tr. lat. medioevale, Commentarium magnum in De anima di F.
Stuart Crawrorp; Corpus Commentariorum Averrois in Aristotelem della Mediaeval
Academy of America, Vers. lat., VI, 1, Cambridge (Mass.), 1953. Ed. di © 2
Commento alle Categoriae, ed. crit. testo arabo, Talkhis kitab al-maqulat di M.
Bouyces, in Bibl. Arab. Scholasticorum, S. Araba, III, Beirut, 1932; alla
RAetorica, testo arabo a cura di F. Lasinio, Il Commento medio della Retorica
di Aristotele, Firenze, 1875-1878 (incompiuta); alla Poetica, testo arabo a
cura di F. Lasinio, Pisa, 1872 e ripubbl. da ’AspuzRAHAMAN BapHawi,
Aristoteles, De Poetica, Il Cairo, 1953; al De generatione et corruptione,
trad. dall’or. arabo e dal testo ebreo e versioni latine di S. KueLanp (Corpus
Comm. Averrois in Aristotelem, Vers. anglica, IV, 1-2), Cambridge (Mass.),
1958; l’ed. del testo ebraico, sempre a cura del Kurtanp (Corpus Comm. Averrois
in Aristotelem, Vers hebraic., N. 1-2), ibid., 1958. i . Ed. di 5 3: compendio
di Physica, De caelo; De generatione, Meteorologica, De anima, Metafisica nel
testo arabo sotto il titolo: Rasa'il Ibn Rushd, Haiderabad, 1947; De anima
(solo) in A. Faup AHwani, Talkhis, kitàb alnafs, Il Cairo; Metafisica
(soltanto) in M. aL-Qassani, Fiil tigat alaquwail..., Il Cairo, 1903-1907 e con
tr. sp. da C. Quiroz RopricuEz, AvERrroes, Compendio de Metafisica, Madrid,
1919; tr. ted. di S. Van DEN BERGH, Leida, 1924; De sensu, testo arabo in A.
BapHawt, Aristutalis fi al-nafs, Il Cairo, 1954,191-239; Parva naturalia, ed.
crit. trad. lat. med. di A. L. SHieps (Corpus Comm. Averrois in Aristotelem,
Vers. lat., VII), Cambridge (Mass.), 1949; ed. crit. tr. ebraica di H. BLumBerc
(ibidem, Vers. hebraic., VII), ivi, 1954; Repubblica di Platone, ed crit. tr.
ebr. med. di E. T. J. RosentHAL, Cambridge (Mass.), 1956; commpendio del De
gencratione et corruptione in trad. ingl. insieme alla versione del Commento
medio, Ed. di c: la versione ebraica con tr. ted. in J. Hercz, Drei
Abhandlungen tiber die Conjunktion des separaten Intellekts mit dem Menschen
von Auverroés, Berlino, 1869. ‘Il Kelliyyat al-tib5 è stato pubblicato sotto il
titolo Quitab e? Culliat, Larache, 1939. 566 Bibliografia Per le ed. medioevali
latine dei commenti e delle opere filosofiche cfr. l’editio princeps delle
Opera di Aristotele con i Commenti di Averroè: Aristotelis opera omnia,
Averrois in ca opera commentarii, Padova, 1472, 1473, 1474, e in seguito le
varie edd. cinquecentesche tra le quali le più complete sono quelle di Venezia,
1552 e quindi 1560 in 11 volumi. Bibliografia: Cfr. Gever,722-723; De Brie, nn.
21995-22009a; DE Wutr, l,306-307. In particolare si veda: E. RENAN, Averroès et
l’averroisme, Parigi, 1852, 18612. F. Lasinio, Studi sopra Averroè, Ann. Soc.
ital. per gli Studi Orient., 1873, 1874; Gior. Soc. Asiatica italiana, 1897-1898, 1899. L. GauTHIER, La
théorie d'Ibn Rochd (Averroès) sur les rapports de la religion et de la
philosophie, Parigi, 1909. P. Doncoeur, La religion et les maftres de
l’Averroisme, Rev. sc. philos. théol., 1911. P.
S. Curist, The psychology of the active intellect of Averroes, Filadelfia,
1926. H. A. WotLrson, Plan of a Corpus Commentariorum Averrois in Aristotelem,
Speculum, 1931. A. Mansion, La théorie aristotélicienne du
temps chez les peripatéticiens médiévaux, Averroès, Albert, Thomas, Rev. néosc.
phil., 1934. J. TercHEr, Alberto Magno e il commento medio di Averroè sulla
Metafisica Studi ital. filol. class., 1934. M. Atonso, La cronologia en las obras de Averroes, Misc. Comillas Tornay, Averroe's doctrine of the mind,
Philos. Rev., 1943. M. Atonso, Teologia de Averroes, Madrid-Granata, 1947. L.
GautHIER, Ibn Rochd, Parigi, 1948. B. H. ZepLer, Averroes and immortality, N.
Schol., 1954. T. AtLarp, Le rationalisme d'Averroès d’après
une étude sur la création, Parigi, 1955. R. Arnacpez, La pensée religieuse
d’Averroès, Stud. Islam. AnceLIsanTI, Problema Dei existentiae in systemate Ibn
Rusd, Gerusalemme, 1956. J. J. Housen, Ibn Rushd (Averroes) as a muslim
philosopher, Bijdragen, 1958. C. J. DE Vocet, Averroés als verklaarder van
Aristoteles en zijn invloed op het West-Europese denken, Alg. Nederl. Tijdschr. Wissh. PsychoL, RescHER, Three commentaries
of Averroes, Rev. met., 1958-1959. S. Gomez
Nocates, La immortalidad del alma a la luz de la noética de Averroes, Pens.,
Inem, El destino del hombre a la luz de la noética de Averroes, in L'homme et
son destin Hfrnannez, La libertad y la naturaleza social del hombre segùn
Averroes, Ibidem,277-283. PH.
MERLAN, Averroes iiber die Unsterblichkeit des Menschengeschlechtes,
ibidem,305-311. Su Averroè scienziato cfr.: L. GaurtHiEr, Une réforme du
système astronomique de Ptolomée, tentée par les philosophes arabes du XII
siècle, Jour. Asiatique, 1909. G. GaBrIELI, Averroè come
scienziato, Arch. stor. sc., 1924. G. Sarton, Introduction to the History of
Sciences, II, Baltimora, 1931, 355-361. L. GaurHnIER, Antécédents gréco-arabes
de la psycho-physique, Beirut Atonso, Averroes observador de la naturaleza,
al-Andalus, Filosofia ebraica Tra l'ampia bibliografia sull'argomento (cfr.
Gerer,723-725; DE Brie, nn. 21613-21694; De Wutr, I, p. 307) citiamo solo i
seguenti studi di carattere generale: D. NEUMAREK, Geschichte der jiidischen
Philosophie des Mittelalters, Berlino, 1907-1928. I. Husrk, A History of
Medieval Jewish Philosophy, Filadelfia, 1916, u. e. GurtMann, Die Philosophie
des Judentums, Monaco, 1933. E. MitLer, History of Jewish
Mysticism, Londra, 1946. E. BertoLA, La filosofia ebraica, Milano, 1947. G.
Vagpa, Introduction è la pensée juive du moyen dge, Parigi, 1947. G. ScHoLEeM, Les grands courants de la mystique juive,
tr. da l’ebr., Parigi, 1950. E. FLec, Anthologie juive, Parigi, 1953. T.
Bomann, Das Hebraische Denken im Vergleich mit dem Griechischen, Gottinga,
19542. J. ApLer, Philosophy of Judaism, New York,
1960. Cfr. inoltre: S. Siunami, Bibliography of Jewish Bibliographies,
Gerusalemme, 1936. G. Vaypa, Jidische Philosophie, fasc. 19,
Bibliographische Einfùhrungen in das Studium der Philos., Berna, 1950. Isacco
Giudeo Opere: Si conservano nella tr. ebraica e latina il Liber definitionum
(Sefer ha-Yèsod5t); il Liber Elementorum (Sefer ha-Hibbar) i trattati di 568
Bibliografia medicina; un Commento al Sefer Yèsiràh; due frammenti
d’interpretazione biblica e un frammento del testo arabo del Liber
definitionis. Edizioni: La versione latina in Opera Omnia Ysaac, Lione, 1515;
ed. crit. a cura di J. T. Mucxte, in Arch. Hist. doctr. litt. m. à., 1937-1938;
la versione ebraica del Sefer ha-Hibbar, a cura di H. HirscHreeLD, in Festgabe
Steinschneider, Lipsia, 1894; del Sefer ha-Yèsodat, a cura di S. FrieD,
Drohobycz, 1900; il frammento arabo nell’ed. H. HrrscHreLp, in Jewish Quart.
Rev., 1903. Inoltre la trad. inglese delle opere a cura di A. ALTMANN e S. M.
STERN, in Zsaac Israeli a neoplatonic philosopher of carly Xth cent., Fair Lawn
(N. J.) - Londra, 1958. Bibliografia: Cfr. Gever, p. 725; De Brie, nn.
21698-21699. J. Gurrtmann, Die philosophischen Lehren des Isaak ben Salomon Isracli,
Miinster, 1911. G. Sarton, Introduction to the History of
Science, I, Baltimora, 1927, 639-640 (ampia bibl.). H. A. Wotrson, Isaac
Israeli on the Internal Senses, in Jewish studies in Memory of. G. Kohut, New
York, 1935,583-598. Sa'adyah ben Yosef Opere: Kitab al’Amanat Wa'll'tigadat
(Libro delle credenze religiose e dei dogmi); Commento al Sefer Yesiràh; Sefer
ha-Émunot wè ha-Dot [Libro della credenza e delle opinioni], scritto in arabo. Edizioni:
Les oeuvres complètes de Saadia, a cura di J. DERENBOURG, 6 voll. Parigi,
1893-1896; Commento al Sefer Yèsiràh, testo e tr. fr. di M. LAMBERT, Parigi,
1891; Sefer ha-Emzanot, testo arabo a cura di S. LaNDAUER, Leida, 1880; testo
ebraico, ed. D. SLucki, Lipsia, 1864; tr. ingl. di R.
RoSENBLATT, New Haven, 1948. Bibliografia: Cfr. Gever,725-726; De Brie, nn.
21700-21705; DE Wutr MALTER, Saadia Gaon. His life and Works, Filadelfia, 1921
(con bibl. fina al 1920). D. Neumark, Saadia's Philosophy. Sources Characters,
in Essays in Jewisk Philosophy, 1929. M.
Ventura, La philosophie de Saadia Gaon, Parigi, FreImann, Saadia's
Bibliography, New York, 1943. A. Neuman-S.
ZerrLin, Saadia Studies, Filadelfia, Wotrson, in Jewish Quart. Rev.,
1946-1947. Avicebron Opere: Anaq (Collana), poema quasi totalmente perduto:
Zsl44 al Aklaq (Miglioramento dei caratteri morali); Mutkhar al-Giawahir
(Scelta di perle, raccolta di sentenze di autori antichi); AzarotA
(Prescrizioni, 613 norme Bibliografia riguardanti il codice biblico); Mégor
Hayyim (Fonte della vita, secondo il titolo della tr. ebraica); Poesie. Si
ricordano inoltre un Tractatus de esse e un Tractatus de scientia voluntatis,
perduti, e il Keter Malkat (Corona regale), poema filosofico particolarmente
importante. Non sicura l'autenticità di un De anima (solo in tr. lat.). Fons
vitae: parafrasi ebraica in S. Munx, Mélanges de philos. juive et arabe, nuova
ed., Parigi, 1955; tr. lat. in CL. BAEUMKER, Avencembrolis Fons vitae
(Beitrige); Miinster, 1892-1895; Isleh: testo arabo e tr. ingl. a cura di S.
Wise, New York, 1901; Scelta di perle, tr. ingl. di A. CoÙen, ivi, 1925;
Poesie, la raccolta più completa a cura di Ch. N. Bratik-J. Ch. Rawnrrzkr, 3
voll., Berlino-Tel Aviv, 1924-1929; nuova ed. int. di cui è uscito solo il I
vol.: H. ScHmmann, Sirim nibhrim S. |. Gaon, Tel Aviv, 1944; antologia con tr.
ingl. in J. Davipson, Selected Religious Poems of S. I. Gebirol, Filadelfia,
1923; nuova ed., 1944; Corona reale, in Davipson, cit., e testo e intr. a cura
di A. CHouraou, in Rev. thom., 1952; tr. fr. di P. Vuirtaro, Parigi, 1953; De
anima in A. LoEWENTHAL, Pscudo-Aristoteles îiber die Scele. Ein psichol. Schrift d. XI ]ahrh. u. ihre Beziechung
zu S. i. Gebirol, Berlino, 1891. Bibliografia:
Cfr. Gerer; DE Brie, nn. 21708; DE WutrF, GurtMann, Die philosophie des S. I.
Gebirol, Gottinga, 1889. D. Rosin, The Ethics of S. I. Gebirol,
Jewish Quart. Rev., 1891. D. KaurMmann, Studien iiber S. I. Gebirol, Budapest,
1899. S. Horowirz, Die Psychologie I. Gebirols, Jah.ber. des Jiid. in Theol.
Seminars, Breslavia, 1900. M. Wirrmann, Die Stellung d. hl. Thomas von Aquin zu
Avencebrol, (Bcitrige, III, 3), Miinster, 1900. Ipem, Zur Stellung Avencebrols
(Ib Gebirols) im Entwicklungsgang der arabischen Philosophie (Beitrige, V, 1),
Miinster, 1905. K. DrevEr, Die religiose Gedankenwelt des Salomo ibn Gabirol,
Berlino, 1930. M. BieLEr, Der gotiliche Wille bei Gabirol, Wiirzburg, 1933. A.
HerscHet, Der Begriff der Einheit in der Philosophie Gabirols, Monatschrift f.
Gesch. u. Wiss. des Judentums, 1938. J.
M. MitLàs Vatticrosa, Selomo ibn Gabirol como poeta y filésofo,
MadridBarcellona, 1945. E. BertoLa, Il Keter Malkut di S. i.
Gebirol, in Saggi e studi di filosofia medioevale, Padova, 1951,107-117. Ipem,
S. i. Gebirol (Avicebron). Vita, opere e pensiero, Padova, Brunner, Str
l'Aylémorphisme d'Ibn Gebirol, Étud. philos., 1953. H. Simon, Das Weltbild Gabirols. Seine Bedeutung fiir
die Geschichte der Philosophie, Zeitschr. Humboldt
Univ. z. Berlin, 1956-1957. 570 Bibliografia Maimonide Opere: Tra le numerose
opere religiose, giuridiche, scientifiche ricordiamo: un Trattato di
terminologia logica; una Parafrasi del Talmud; un Trattato sul calendario
ebraico; la Lettera di consolazione agli Ebrei lapsi, vari scritti di medicina.
Ma gli scritti pil interessanti dal punto di vista filosofico sono: il Maor
(Luce, commento alla Mishnah, scritto in arabo nel 1168; Mishneh Torah (La
tradizione della Legge); un Codice di prescrizioni, scritto intorno al 1180 e
il Morzh Nèbzkim (La guida dei dubbiosi), scritto in arabo nel 1170. Edizioni:
Morzh nèbakim, ed. di S. Munk (testo arabo in caratteri ebraici), Le guide des
égarés (con tr. fr. e note), Parigi, 1865-1866, nuova ed., Gerusalemme, 1931;
tr. it. di D. J. Maroni, Livorno, 1871 (incompiuta); tr. ingl. di M.
FriepLANDER, Londra, 1881-1885, 2. ed., New York, 1925 e di J. GurTMANN, ivi,
1952; trad. ted. di A. WrIss, Lipsia; trad. sp. di J. Suarez, Madrid Per le
altre tr. e edd. cfr. U. Cassuto, s.v., in Enc. Ital., XXI, 951-952. Ricordiamo
inoltre la tr. fr. della Terminologia logica, Parigi, 1935; e quella ingl. del
Codice, New Haven, 1951 Bibliografia: Cfr. Gever,727-728; De Brie, nn.
21713-21807; Ds Wutr, I,307-308. D. YeLcin - I. AsraHams, Maimonides, Londra,
1903, rist. 1935, tr. it. Firenze, BacHeEr, M. Brann, D. Simonsen, Moses ben
Maimon, Francoforte, Levy, Maimonide, Parigi, Minz, Moses ben Maimon
(Maimonides). Sein Leben und seine Werke, Francoforte s.
M., 1912. . M. T. Penipo, Les attributs de Dieu d'aprèòs Maimonide, Rev. néosc.
philos., 1924. L. GutkowrrscH, Das Wesen des
maimonichschen Lehre, Tartu, 1935. A. HescHeL, Maimonides. Eine Biographie,
Berlino, 1935. L. Strauss, Philosophie und Gesetz. Beitràge zum Verstindnis
Maimunis und seiner Vorliufer, Berlino, 1935. F. Bamgercer, Das System des
Maimonides..., Berlino, 1935. L. Rota, The Guide for the perplexed. Moses
Maimonide, Londra, 1948. H.
Sfrouya, Maimonide. Sa vie, son ocuvre, avec un exposé de sa philosophie,
Parigi, 1951. IpeM, La obra filosbfica de Maimonides,
Rev. filos. ALTMANN, Essence and existence in Maimonides, Bull. J. Rylands
Libr., 1953. M. FakHry, The Antinomy of the Eternity of World in Averroes,
Maimonides und Aquinas, Muséon, 1953. W.
KLuxEn, Literargesch. zum lat. M. Maimonide, Rech. théol. anc. méd. Inem, Maimonides und die Hochscholastik, Philos.
Jahrb., Baeck, Maimonides, Diisseldorf, Zerrin, Maimonides, New York,
KenpziersKI, Maimonides Interpretation of the VIII Book of Aristotle's Physics
N. Schol., 1956. J. S. Munkin, World of Moses Maimonides, New
York, 1957. A. Zaovi, Maimonide: Le livre de la Connaissance, (Frammenti
tradotti e commentati), Mé€I. philos. litt. juives, I-II, 1957. C. KLEIN, The Credo of Maimonides, New York, 1958.
Sugli aspetti più spiccatamente teologici cfr. inoltre: H. A. WoLrson, in
Essays and Studies in Mem. of L. R. Miller, New York, 1938,201-234; Harvard
Theol. Rev., 1938; L. Giurberg Jubilee Volume Engl. Sect., New York,
1945,411-446. Una bibliografia completa in lingua inglese in: I. EpstEIN, Moses
Maimonides, in VIII Centenary Memorial Volume, Londra, 1935. Sulla Cabbala
Oltre alle numerose indicazioni contenute nei volumi giàdello ScHoLem e del
Vagpa si veda: E. Zoni, Profetismo e misticismo, nel vol. Israele, Udine, 1935. F. WarRraIN, La théodicée de la
Kabbale, Parigi, 1952. R. B. Z. Bosker, From the World of the Cabbalah, New
York, 1954. F. Barpon, Der Schiissel zur wahren Quabbalah. Der Quabbalist als
voll Kommener Herrscher in Mikro- und Makrokosmos, Friburgo, 1957. A.
Sarran, La Cabale, Parigi Sulle versioni latine delle opere greche, arabe ed
ebraiche cfr. in gene rale: De Wutr, I,81-83; II,55-60. In particolare cfr.: A. Jourpain, Recherches critiques
sur l'dge et l'origine des traductions latines d' Aristote, Parigi, 1819, n.
ed. ibidem, 1843. V. Rose, Die Liicke im Diogenes Laertius und der alte
Uebersetzer, Hermes, 1866. Ipem, Ptolomacus und die Schule von Toledo, Ibidem, WisrenFELD,
Die Uebersetzungen Arab. Werke in das Lateinische seit die XI
Jahrb., *Abhandl. Kgl. Gesellschaft d. Wissenschaften zu Got tingen, Bd. 22,
Gottinga, 1877. M. Sreinscunemer, Die hebraischen Uebersetzungen d.
Mittelalters und die ]uden als Dolmetscher, Berlino, 1893. IpeMm, Die arabischen
Uebersetzungen aus d. Griechischen, Zentralblatt fir Bibliothekswesen, Beiheft
V, 2; XII, Lipsia 1889, 1893. Ipem, Die europiischen Uebers. aus d. arabischen
bis mitte d. XVII Jahrk. Sitzber. K. Akad. d. Wissen. Philos.-hist. K1.,
Vienna, 1905-1906. M. Grasmann, Forschungen tiber die lat.
Aristoteles-ibersetzungen d. XIII Jahrh., (Beitrige, XVII, 5-6), Miinster
Wincate, The Medioeval Latin Versions of the Aristotelian Scientific Corpus,
with special reference to the biological Works, Londra, 1931. H. BéporeT, Les premiòres traductions tolédanes de
philosophie, Rev. néosc. philos. TuÙry, Tolède, ville de la renaissance
médiévale, point de jonction entre la philosophie musulmane et la pensée
chrétienne, Orano, 1944. U. MonnerET DE ViLLaro, Lo
studio dell'Islam in Europa nel XII e XIII secolo, Città del Vaticano, 1944. J. T. MucxLEe, Greek Works translated direcily into
Latin before 1350, Med. Stud., 1943, R. Waxzer, Arabic transmission of greek
thought to mediacval Europa, Bull. of the John Rylands Library, PeLsrer, Neuere
Forschungen iber die Aristotelesiibersetzungen des XII und XIII Jahrh.,
kritische Uebersicht, Greg. 1949. G.
TuHéry, Notes indicatrices pour s'orienter dans l'étude des traductions
médiévales, Mél. Maréchal, II, 1950. Sugli inizi della fortuna dell’ Aristotele
latino: A. PeLzer, Les versions latines des ouvrages de morale conservées sous
le nom d'Aristote en usage au XIII siècle, Rev. néosc. philos., 1921. A.
BirKENMAJER, Le réle joué par les médicins et les naturalistes dans la réception
d'Aristote aux XII et XIII siècles, in La Pologne au VI Congrès international
des sciences historiques, Varsavia, 1930. IpeM, Project de l'Académie polonaise
des sciences et lettres pour la publication d'un Corpus philosophorum medii
aevi, Bruxelles, 1930. Ipem, Classement des ouvrages attributs à Aristote par
le moyen dge latin, (Prolegomena in Aristotelem latinum, I), Cracovia, 1932. E.
FrancescHINI, Aristotele nel medioevo latino, in Atti del IX Congresso naz. di
filos., Padova, 1935. M. Mansion, Les prémices de l’Aristoteles latinus, Rev.
philos. Louvain, 1946. tapal M. Grasmann, Aristoteles im zwéòlften Jahrh., Med.
Stud., 1950. L. Minio-PaLueLto, Note sull’ Aristotele latino medioevale, Riv.
filos. neosc., 1950, 1951, 1954, 1958, 1960. A. Mansion, Disparition graduelle des mots grecs dans les
traductions médiévales d'Aristote. ME. J. De Ghellinck, IAdelardo
di Bath Opere: Perdifficiles quaestiones naturales; De codem et diverso (ed. H.
Wiccner, in Beitrige,y IV, I, Miinster, 1903); traduzioni dall'arabo (Euclide,
a-Khuwarizmi). Bibliografia: M. Mutter, Die Quaestiones
des A. v. Bath (Beitrigey XXI, 1), Miinster, 1934. F. BLIEMETZRIEDER, A. v.
Bath, Monaco, CLacett, The mediev. lat. transl. from the arabic». with special
emphasis on the versions of A. of Bath, Isis, 1953. Domenico
Gundissalvi Opere: De anima; De Unitate; De processione mundi; De divisione
philosophiae. Gli è attribuito anche un De immortalitate animae. Traduzioni: La
Kitàb ash-Sifa di Avicenna; le Intenzioni dei filosofi di aL-GAzzaLI; il De
ortu scientiarum di A-raraBi; il Fons vitae di AviceBRON. De anima (parziale) a
cura di A. LoewentHAL, Kònigsberg, Berlino, 1890, e in Pseudo-Aristoteles iber
die Seele, cine psychologische Schrift d. XII Jahrh. u. ihre Beziehungen 2.
Salomon ibn Gebirol, Berlino, 1891; il De divisione philosophiae, a cura di L.
Baur (Beitrige, IV, 2-3), Miinster, 1903; il De divisione scientiarum, a cura
di S. H. THomson, Schol., 1933; ed. A. ALonso, Madrid-Granada, 1954; il De
unitate, a cura di P. Correns, (Beitrige, I, 1), Miinster, 1891, rist. in A.
BoniLLa y San MaRtIN, Hist. de la filos. espatiola, I,450-456; il De
processione mundi, ed. MenenpEz y Petavo, in
Hist. de los heterodoxos espafioles, I, Madrid, 1880 691-711 e a cura di G.
BiiLow (Beitrige, II, 3), Miinster, Gerer; De Brie, nn. 5472-5476; De WutF, II,
p. 74. CL. BAEUMKER, Les éerits philosophiques de D.
Gundissalinus, Rev. thom., 1897. Inem, D. Gundissal. als
philosophischer Schriftsteller, Friburgo 1898 e Miinster 1899, A. Levi, La
partizione della filosofia pratica in un trattato medioevale, Atti R. Ist. Veneto, t. LXVII, P. II, 1908. L. Garcia Favos, E!
Colegio de traductores de Tolego y Domingo Gundisaluo, Rev. de la Biblioteca...
de Madrid, 1932. ). TercHER, Gundissalino
e l'agostinismo avicennizzante, Riv. filos. neosc., 1934. H. Béporer, Les
premières versions tolédanes de philos., Rev. néosc. philos., 1938. D. A. Catcus, Gundissalinus De Anima and the problem
of substantial form, N. Schol., 1939. J. T. Muckte, The Treatise De anima of D.
Gundiss., Med. Stud., 1940. M. Atonso, Notas sobre los
traductores toledanos. D. Gundiss. y Juan Hispano, al-Andalus, 1943. IpeM, Las
fuentes litérarias de D. Gundiss., ibidem, 1946. IpeMm, Traducciones del
arcediano D. Gundiss., ibidem, 1947. Ipem, Domingo Gundissalvi y el De causis
primis et secundis Est. Eccl., 1947. Inpem, Gundissalvo y el Tractatus de
anima, Pensam., CHroust, The Definitions of Philosophy in the De divisione
philosophiae of Dominicus Gundissalinus, N. Schol., 1951. Alfredo
di Sareshel Opere: De motu cordis; traduzione del De vegetalibus (falsamente
attribuito ad Aristotele), e del Liber de congelatis di Avicenna. Bibliografia:
Cfr. GevER, p. 731; De Brie, n. 5467; DE Wutr, II, p. 74. Bibliografia In
particolare v.: A. PeLzER, Une source inconnue de Roger Bacon, A. de Sareshel
commentateur des Méttorologiques d'Aristote, Arch. franc. hist., BaeuMKER, Die
Stellung des A. von Sareshel und seiner Schrift De motu cordis in der
Wissenschaft des beginnenden XIll ]ahrh., Sitzber. Bayer Akad. Philos. Hist.
Kl., 1913. Ipem, Des A. von Sareshel (Alfredus Anglicus) Schrift De motu
cordis, (Beitrige), Miinster, 1923 (con ed.) G. LacomBe, A. Anglicus in
Metheora, in Aus der Geisteswelt des Mittelalters, Miinster, Ibn Dahut di
Spagna. Traduzioni: Fons vitae di AviceBRoN; De anima di Avicenna; De
differentia animae di Qusta IBN Luca (la prima in coll. con il Gundissalvi). Bibliografia: cfr Gever, p. 724; De Brie, n. 5481; De
Wutr, II, p. 59. M. SreiscHNEMER, Die hebriischen Ubersetzungen, M. Atonso,
Notas sobre los traductores toledanos..., J. M. MîfLLas Vatticrosa, Una obra
astronémica disconocida de Johannes Avendaut Hispanus, in Estudios sobre la
historia de la ciencia espafiola, Barcellona, 1949,263-288. M. Atonso,
Traducciones del drabe al latin por Juan Hispano (Ibn Dawînd), al-Andalus,
1952. M. T. p'ALverny, Avendauth, Misc. Millis Vallicrosa Barcellona
Gerardo da CREMONA (vedasi) Da AristotELE: la Fisica, Secondi Analitici col
Commento di Temistio, De Caelo et mundo; Metcor. I-III; De generatione et corruptione; Testi pseudarist.:
Liber de causis, De intellectu, De quinque essentiis. Opere
di ALEssanDRO DI Arropisia, aL-FARABI, Isacco Giupeo. Tradusse inoltre numerosi
scritti scientifici: Canone di Avicenna; Elementi di EucLIDE; Almagesto di
Tolomeo, ecc. Gever; De Brie, n. 5478; DE WutF, BrrkenMmaJer, Eine
wiedergefundene Ucbersetzung Gerhards von Cremona, in Aus der Geisteswelt des
Mittelalters, cit.. H. Béporet, Les premières versions tolédanes, Inem,
L'auteur et le traducteur du Liber de causis, Rev. néosc. philos., 1938 E.
FrancescHINI, /) contributo dell'Italia alla trasmissione del pensiero greco in
Occidente nei secc. XII e XIII e la questione di Giacomo Chierico da Venezia,
Atti Soc. ital. progr. sc., Roma, Themistius parafrasis of the Posterior Analytics
in Gerardo of Cremona's translation, ed. ]}. R. O°DonnEL, Med. Stud., 1958. O
Sull’attività scientifica di Gerardo cfr. inoltre: B. Boncompacni, Della vita e
delle opere di Gerardo cremonese, Roma, 1851; U. T. HoLmEs, G. the naturalist,
Spec., 1936. Michele Scoto Traduzioni: De Sphaera di ALpetRAcio (Bologna,
Venezia, 1631); i XIX libri De animalibus di AristorELE; De caelo et mundo; De
anima e, probabilmente, anche la PAysica e la Metaphysica con i commenti di
AverRoÈ che egli fece conoscere per primo in Occidente (ed. Venezia). Divisio
philosophiae; Quaestiones Nicolai peripatetici. astrologiche: Liber
introductorius; Liber de particularibus; Physionomta (in Scriptores
Physiognomici, I, Lipsia, 1893). Bibliografia: cfr. Gever, p. 731; De Wutr, II,
p. 56. W. J. Brown, An Enquire into the Life and
Legend of M. Scottus, Edimburgo, 1897. R. Rupserc, Textstudien zur
Tiergeschichte d. Aristoteles, Upsala, 1908. Ipem, Kleinere Aristoteles Fragen,
Eranos, DuHEM, Le système du monde, cit., III,241-249, 344-347. Cu. H. Haskins,
Studies in the History of Medievale Science, Cambridge (Mass.) THornpiKE, A
History of magic and experimental science, II, cit., 307-337. i R. pe Vaux, La
première entrée d’Averroès chez les latins, Rev. sc. philos. théol., 1933. M.
KurpziaLeK, Quaestiones Nicolai peripatetici, Maed. Philos. Polonorum
(Varsavia), 1958. Enrico Aristippo Traduzioni: Tutte le Opere di Gregorio
NazianzeNO; DiocENE, LAERZIO; il IV dei Meteorol. e forse anche il De
generatione et corruptione e gli Analytici secondi; il Menone e il Fedone di
PLatone. Tradusse inoltre la Sintassi matematica e, con l’aiuto di Eugenio di
Palermo, l’Almagesto. Edd.: V. KorpentER-C. Lasowsky, Meno interprete Henrico
Aristippo, Londra, 1940; L. Minto-PaLueLLo-H. J. Drossaart LuLors, Phaedro
interprete Henrico Aristippo, Londra, 1950. Bibliografia: De Wutr, II,58. Cu. H. Haskins, Studies in the History of Medieval
Science, cit.87-123. M. T. Manpatari, Enrico Aristippo Arcidiacono di Catania
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décret de 1210: I. David de Dinant. Étude sur son panthéisme maiérialiste,
Parigi, 1925. G. C. CaretLe, Autour du décret de 1210; III. Amaury de Bène.
Étude sur. son panthéisme formel, Parigi, 1932. CL. BAEUMKER, Contra Amaurianos
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néoplatoniciennes de David de Dinant, in Festgabe J. Geyser, 1930. M. Dar Pra,
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Quaestiones naturales de David de Dinant, Mediaevalia Philosophica Polonorum
(Varsavia), 1958. Sulla reazione all’entrata dei testi aristotelici ed arabi cfr.:
M. GRABMANN, / divieti ecclesiastici di Aristotele sotto Innocenzo III e
Gregorio IX (Miscell. hist. pontif., V, 7) Roma, 1941. Guglielmo di Moerbecke
Traduzioni: dal greco: De coelo et mundo (Il. III-IV, 1260); Meseorologica (Il.
I-III, 1260 ca.); Mesaphysica (1. XI); Politica (Il. III-VIII, forse 1260);
R&etorica; De animalibus (21 1l.); Poetica (1278). Tradusse inoltre i
sottoelencati commenti ad Aristotele coi relativi testi aristotelici; Perihermeneias
(Ammonio, 1268); Praedicamenta (Simplicio, 1266); De caelo et mundo (Simplicio,
1271); De sensu er sensato (Alessandro di Afrodisia, 1269); Metaphysica
(Alessandro, 1260); De anima (Temistio); L. III De anima (Giovanni Filopono).
Rivide inoltre molte tradd. già esistenti di testi aristotelici: De anima
(prima del 1268); De memoria et reminiscentia; Physica Metseorol.; Metaphysica
(eccetto il 1. XI tradotto da lui per la prima volta); Ezhica Nic. (1260 ca.);
I-II Politicorum; Analytica posteriora; 578 Bibliografia Elenchi sophystici;
probabilmente anche il De generazione et corruptione € i Parva naturalia.
Tradusse inoltre l’Elementatio theologica e altri opuscoli di ProcLo.
Bibliografia: cfr. Gever, p. 728; De Brie, nn. 2453, 3601, 4986, 4988, 5005,
57135; DE Wute, II, p. 290. E. FrancESscHINI, Aristotele nel M. E. latino, G.
Lacomse, in Corpus philosophorum Medii Aevi. Aristoteles latinus, Roma, 1939.
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Guglielmo di Moerbecke, traduttore della Poetica di Aristotele, Riv. filos.
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de Moerbecke traducteur de Jean Philoponus, Rev. philos Louvain, 1951. Ipem, G.
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di DeNIFLE © CHATELAIN, Parigi, 1894-1897; voli. IV e V a cura di CH. SaMARAN e
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mouvement doctrinal du IX au XIV siècle, vol. XIII dell’Histoire de l'Église,
di A. FLicHE, e E. Jarry, Parigi, 1951. Cfr. inoltre, in generale, la
documentazione raccolta in: P. GLorieux, Répertoire des maîtres en théologie de
Paris au XIII‘ siècle, Capitolo terzo Pietro di Poitiers Opere: Libri quinque
Sententiarum Edizioni: P.L. 211; PH. S. Moore, J. N. Garin, M. DuLonc,
Sententiae Petri Pictaviensis ll. I et II, Pubblications in Med. Stud., 7 e 11,
Notre Dame (Ind.), 1943-50; Allegoriae super tabernaculum Moysi, GevER; De
Brie, nn. 5488-5492; De WuLP, I. pp 250-251. in particolare v.: GrABMANN,
Gesch. d. schol. Methode, cit., I e II. P. GiLorieux, Répertoire des maîtres en
théol. de Paris au XIII siècle, N. June, in DThC, XII, 2038-40. PH. S. Moore, The Works of P. of Poitiers, Washington,
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Quaestionenliteratur des 12 Jahrh., Philos. Jahrb.,
1939,202-22, 348-58. ° Guglielmo di Auxerre Opere: Summa theologica: incerta
l'attribuzione di un commento all’Anticlaudianus di Alano di Lilla. Edd.:
Parigi, 1500, 1518, Venezia 1591. Bibliografia: cfr. Gever,730-731; De Brie,
nn. 5519-5521, 5574; DE Wutr, II,78-79. In particolare v.: A. Lanpcrar,
Beobachtungen zur Einflusssphire Wilhelms von Auxerre, Zeitsch. f. ath. Theol.,
1928. G. Ottaviano, Guglielmo d'Auzxerre. La vita, le opere, il pensiero, Roma,
1929 (con bibl.). P. Grorieux, Répertoire des maftres en
théologie de Paris au XIII siècle, 581 Bibliografia P. Lackas, Die Ethik des W.
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Auxerre, Friburgo, 1940. O. LottIn, Psychologie et morale aux XII et XIII°
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VanwiysnBERGHE, De biechtleer van Wilhelm van Auxerre in het licht der
vroegscholastiek, Stud. Cath., 1952. Guglielmo di Alvernia Opere:
Magisterium divinale; De immortalitate animae; De bono et malo e altri piccoli
trattati. Edizioni: Opera omnia, Norimberga, , Venezia , ed. B. LeFERON, ?
voll., Orleans, 1674-75; De immortalitate animae. ed. G. BiLow (Beitrige,
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Gever,730-731; De Brie, nn. 5459-4563; De WuLE, II,87-88. In particolare v.: N.
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Erkenntnislehre des W. v. A. (Beitrige, II, 1), Miinster, 1893. S. ScHINDELE,
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d'Aristote, Étud. méd. offertes è A. Fliche, Parigi, 1952,67-79. BOLOGNA
(vedasi) Tractatus de Luce, numerosi sermoni e questioni disputate.
Bibliografia: Cfr. Gever, p. 732; De Brie WuLF Loncpré, Bartolomeo da BOLOGNA
(vedasi), un maestro francescano del sec. XIII, Stud. franc. 1923,365-84. 1.
Souaprani, Tractatus de Luce fr. B. da B., Ant., 1932,201-38, 337-76, 465-94
(ed.). M. Micxsorr, Quaestiones disputatae de Fide de Bartolomeo v. Bologna, O,
F. M. (Beitrige, XXIV, 4), Miinster, 1940 (ed.). Alessandro di Hales Opere:
Exoticon, alcuni Sermones, Glossa in quatuor libros Sententiarum, Quaestiones
et quodlibeta, alle quali vanno aggiunte le seguenti opere scritte in
collaborazione: Expositio regulae, e Summa. Edizioni: oltre le ediz. di Venezia
e di Colonia, cfr. della Summa Theologica l'ediz. critica, a cura dei
Francescani di Quaracchi, in 4 voll., Quaracchi (Firenze), 1924-1948; Alexander
de Hales, Quaestio de Fato, a cura di J. Goercen, Franz. Stud., 1932; Alexandri
de Hales Glossa în quattuor libros sententiarum Petri Lombardi, Quaracchi
(Firenze), 1951-1954; Alerandri de Hales Quaestiones disputatae antequam esset
frater) Quaracchi (Firenze), 1960. Bibliografia: per la vita: Prolegomena alla
Glossa in quatuor libros sententiarum, I, Quaracchi, 1951,7-75. Quanto agli
ultimi risultati della critica sugli scritti cfr.: V. Doucer, s.v., in
Enciclopedia Cattolica, I, 784-787. Per altre notizie: A. Vacant, in DThC, I,
772-84. W. Lampen, in Lexicon fiir Theol. u. Kirche, I, 249-50. Bibliografia
generale in GeveRr,734-735; De Brie, nn. 5421-5435; DE Woutr, II,117-120. Per
il pensiero filosofico: P. Dunem, Le système du monde Mrxces,
Philosophiegeschichtliche Bemerkungen iber die dem Al. ». Hal. zugeschriebene
Summa de virtutibus, (Beitrige, suppl. I), Miinster, (vedi anche in Franz. Stud. , , ; in Theol. Quart., 1915; in Riv. filos. neosc.
RoHMER, La théorie de labstraction dans l'école franciscaine d'Al. de Hales à
Jean Peckam, Arch. Hist. doctr. litt. m. à., 1928. B. Geyer, Zur Frage nach der
Echtheit der Summa des Alex. Hal., Franz. Stud., Lortin, Alex. de Hales et la
Summa de vitiis de Jean de la Rochelle, e Al. d. Hal. et la Summa de anima de
Jean de la Roch., Rech. théol. anc. méd., 1929, 1930. J. FucHs, Die
Proprietiten des Seins bei Alexander von Hales, Monaco, 1930. ]. Brsson, Die
Willensfreiheit bei A. v. Hales, Fulda, 1931. M. Gorce, La Somme théol. d'Alex.
est-elle authentique?, N. Schol.," 1931. F.
PeLster, Zum Problem der ‘Summa’ des Alex. v. Hales, Greg., 1931. Inem, Intorno
all'origine e all'autenticità della ‘Summa’ di A. di Hales, Civ. Catt. 1930-1931, Ipem, Die Quaestionen des Al. von Hales,
Greg., 1933. P. GLorieux, D'Alex. de Hales à Pierre Auriol, Arch. franc. hist.,
1933. I. GorLani, La conoscenza naturale di Dio secondo la Somma
teologica di Aless. di Hales, Milano, 1933. B. Pergamo, De quaestionibus
ineditis Fr. Odonis Rigaldi, Fr. G. de Melitona et cod. vat. lat. 782 circa
naturam theologiae deque carum relatione ad Summam theol. Fr. Alex. d. Hales, Arch. franc. hist., 1936. F. M.
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Ant., 1951,83-98. 584 Bibliografia A. Pompei, A. Alensis e le dottrine
creazionistiche nel medioevo, Misc. franc., 1953,289-350. E. BertoLA, La
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theol. Zeitschr., 1955. K. Lyncn, The doctrine of Alex. of Hales on the nature
of sacramental grace, Franc. Stud. 1959, Giovanni della
Rochelle Opere: Le sue idee si trovano probabilmente esposte nella Summa
fratris Alexandri. Le sue opere a carattere prevalentemente filosofico
comnrendono: Tractatus de multiplici divisione potentiarum animae, Summa de
anima, De cognitione animae separatae, De immortalitate animae sensibilis, si
sa inoltre che scrisse un Commento sopra le Sentenze, finora però non è stato
ritrovato. Edd.: La Summa de anima di Fr. Giovanni della Rochelle (ed. T.
DomenicHELLI - M. Da Civezza). Prato, 1882. Bibliografia: cfr. Gever, p. 735;
De Brie, nn. 5432, 7407-7408; DE Wutr, II, p. 120. In particolare v.: G.
Manser, Johann von Rupella, Jahrb. Philos. u. spek. Theol., 1912. P. Mrnces, De
scriptis quibusdam fr. loannis de Ruvella, Arch. franc. Hist., 1913,597-622 (e
cfr. anche Phil. Jahrb., 1914). IpeM, Zur Erkenntnislehre des Franz. ]. de Ruvella, Philos. Jahrb., 1914. P. GLorieux, Répertoire
des maîtres en théologie de Paris au XIII* siècle, Lortin, Les traités sur
l'îme et les vertus de ]. de R.. Rev. néosc. philos., 1930.
Fagro, La distinzione tra quod est e quo est nella Summa de anima di Giovanni
della Rochelle Div. Th. (P) BucceLLato, De
quaestionibus quibusdam ad Summam de anima Ioannis de Rupella pertinentibus,
Sophia, 1940. M. HenquineT, Fr. Considérans, l'un des auteurs jumeaux de la
Summa fratri Alexandrî? primitive, Rech. théol. anc. méd., 1948. pn. 76-96. Doucet,
Prolegomena in Librum II necnon in Libros l et Il Summae fra tris Alexandri,
Quaracchi, 1948,cexi-cexxvwn. MrcHaun-Quantin,
Les puissances de l'îme chez Jean de la R., Ant. 1949,489-505. LottIN, A propos
de Jean de la Rochelle, in Psychologie et morale. FIDANZA
(vedasi). Commentarii in IV libros Sententiarum Lombardi: Breviloquium;
Itinerarium mentis in Deum; De reductione artium ad theologiam; De donis
Spiritus Sancti; De scientia Christi; In Hexaemeron. Cai Edd.: Tutti gli
scritti di San Bonaventura sono raccolti nell'ottima ediz. critica a cura dei
padri francescani di Quaracchi: Osera omnia, 10 voll, Quaracchi (Firenze),
1882-1902. Si veda inoltre: De Aumanae coenitionis ratione Anecdota qauaedam
Seravhici Doctoris S. Bonav. et nonnullorum ipsius discibulorum, Quaracchi,
1883; S. Bon. Seravh. Doctoris tria obuscola: Breviviloauium, Itinerarium
mentis in Deum et De reductione artium ad Theolociam, notis illustrata,
Quaracchi; S. B. Collationes in Hexaémeron et Bonaventuriana quaedam selecta, a
cura di F. M. DELORME, Quaracchi, 1934; S. B. opera thenlocica selecta. Editio
minor (1. Liber 1 sententiarum; II. Liber II sent.; INI. Liber Il sent.; IV.
Liber II sent.; V. Liber IV sent.\. Quaracchi, 1934-1949: Questions disvuttes
De caritate. De novissimis ediz. crit.. a cura di P. Girorievx. Parigi. Cfr.
inoltre l'antologia: Philosovhia S. Bonaventurae textibus ex eius operibus
selectis illustrata, a cura di B. RosenMoELLER, Miinster, 1933. Utile ancora
ooci il Lexicon bonaventurianum di Toz4nnes A Ruino E Antonius Marta A Vicetia,
Venezia, 1880. In tr. it. si veda: Riduzione delle arti, a cura di A. HerMET,
Lanciano, 1923 (insieme alla tr. dell’Itinerario\: Vita di S. Francesco, a cura
di G. BatteLLI. S. Casciano Val di Pesa, 1926: Il Brevilonuio, a cura di G. Piccioni.
Siena, 1931: di T. M. BarsaLiscra. Pomnei. 1934: Itinerario della mente a Dio,
a cura di A. HermeT, Firenze. 1919: di G. Dar Monte. Boloona, 1926; di C.
Ottaviano. Palermo. 1933; di G. Sanvinno. Roma; Scaramtizzi, Padova. 1943: di
F. Macconn Torino, : di G. BonarepE, Roma, 1951; I) principio della conoscenza
(De humanae cognitionis suprema ratione), a cura di G. Marino, Milano, 1925.
Bibliografia: La bibl. generale in Gever,735-738; De Brie, nn. 57205811; De
Wutr, II,133-137. Una ricca biblioorafia in L. VeurHEY, S. Bonaventurae
philosophia christiana, Roma In particolare, tra la vastissima bibliografia, si
veda: K. ZiescHf. Die Lehre von Materie und Form; Die
Naturlehre Bonaventuras, Philos. Jahrb., 1900, 1908. E. Lutz. Die Psychologie
Bonaventuras nach den Quellen dargestellt, Miinster, DuHeMm, Le système du
monde, cit., III,497-511; VI,82-88, 102-106; VII,198-199; X,33-34. Luvcxx, Die
Erkenntnislehre Bonaventuras (Beitrige, XXIII, 3-4). Miinster, 1923. A. Stonr,
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knowledge of FIDANZA, Washington. 1939. BrancHI, Doctrina S.
Bonaventurae de analogia universali, Zara, 1940. De Simone, Linee fondamentali
del pensiero di S. Bonaventura nella storia del pensiero medioevale, Napoli,
1941. V. Bretox, St. Bonaventure, Parigi pua 6 M o mo E. Ip: Bertoni, Le
dottrina di FIDANZA della illuminazione intellettuale, Riv. filos. neosc.,
1944. EM, S. Bonaventura, Brescia, ArszecHy, Grundformen der Liebe. Die Theorie
der Gottesliebe bei dem hl. Bonav., Roma, 1946 (e cfr. anche Greg., 1947,
1948). M. M. De BenepictIis, The Social Thought
of Saint Bonaventure, WaDOM O O pporwr Oc. >
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S. Bonaventura, filosofo e ministro del Cristianesimo, Milano, SEPINSKI, La
psychologie du Christ chez S. Bonaventure, Parigi, . Da Vinca, L'aspetto
dell'aristotelismo di San Bonaventura, Collect. franc., 1949. Azate, Per la
storia e la cronologia di S. Bonaventura, Misc. franc., BonareDE, Il De
Scientia Christi ossia il problema delle idee in S. Bonaventura, Palermo
Bertoni, Il problema della conoscibilità di Dio nella scuola francescana,
Padova PrENTICE, The Psychology of Love according to St. Bonaventure, Saint
Bonaventure (New York), 1951, 19572, C. Pecrs, St. Bonaventure, St. Francis and
Philosophy, Med. Stud., 1953. J. M. Sparco, The Category of
the Aesthetic in the Philosophy of St. Bonaventure, New York, 1953. H. Tavarp,
Transciency and permanence. The nature of theoloey according to St. Bonav.,
Saint Bonaventure (New York) - Lovanio-Paderborn, . . Zicrossi,
Saggio sul neoplatonismo di San Bonaventura, Firenze, 1954. . Szasò, De SS. Trinitate in creaturis refulgente doctr. S.
Bonaventurae, Roma, MutLican, Portio Superior and Portio inferior Rationis in
the Writings of St. Bonaventure, Franc. Stud. ScIAMANNINI, La
cointuizione bonaventuriana, Firenze, A T R R G. G P C L SaLa, Il concetto di
sinderesi in FIDANZA, Stud. franc.,TercraTtwEIER, Die aszetisch-mystische
Methode in Itinerarium... des Bonaventura, Theol. Quart. JEAN pe Dieu, Intuition sens concept, expérience
religieuse et formation du concept, Etud. franc.,Bici, Concezione
bonaventuriana della sostanza e concezione aristotelica, Stud. franc., 1958.
homme et son destin..., cit.,473-519 (saggi di J. RarzinceR, CH. WeNIN, J. P.
MiLLer, M. ScHMAUS). Bonner, Eramination of conscience according to FIDANZA,
FIDANZA, N. Y., CLasen, Zur Geschichtstheologie FIDANZAs, Wiss. Weis.
Per la bibl. relativa alla scuola domenicana cfr. sotto la voce Domenicani.
Alberto Magno Philosophia rationalis o Logica: De praedicabilibus (Super
Isagogen Porphyrii); De Praedicamentis (In categorias Aristotelis): De sex
frincipiis (commento al testo pseudoporrettiano); Zn Boétii de divisione; In
duos Peri hermeneias; In Boétii de syllogismis categoricis; In duos Priorum
Analyticorum; In Boétii de syllogismis hypoteticis (inedito); In duos
Posteriorum analyticorum; In octo Topicorum; In duos Elenchorum. b) Philosophia
realis: 1) Physica sive naturalis: De audito physico (In octo libros
Physycorum); In duos libros de generatione et corruptione; In quattuor libros
de caelo et mundo; De natura locorum; De causis proprietatum elementorum; In
quattuor libros Metereorum; De mineralibus; In tres libros de anima; De
nutrimento; De sensu et sensato; De memoria et reminiscentia; De intellectu et
intelligibili; De natura et origine animae (De natura intellectualis animae et
contemplatione); De quindecim problematibus; De unitate intellectus contra
averroistas; De somno et vigilia; De spiritu et respiratione; De motibus
progressivis (De principiis motus progressivi); De aetate (De iuventute et
seneciute); De morte et vita; De animalibus libri XXVI; Quaestiones super
libros de animalibus; De vegetalibus et plantis libri VII; Sul De fato (De
sensu communi) cfr.: G. MEERSEMANN, /ntroductio in Opera omnia, citata più
oltre, p. 138. La Summa naturalium o philosophia pauperum già attribuita ad
Alberto Magno dal Birkenmayer, dal Pelster, dal Mandonnet, è adesso attribuita
ad Alberto di Orlamiinde, un discepolo di Alberto Magno che la compose ispirandosi
pienamente al maestro. Tale Summa naturalium fu compendiata da Pietro di Dresda
nel Parvus philosophiae naturalis, che circolò a lungo nelle scuole sotto il
nome di Alberto Magno (cfr. M. GrasMANN, Die Philosophia pauperum und ihr
Verfasser Albert von Orlamiinde, (*Beitràge," XX, 2), Miinster, 1918; P.
ManponneT, Sr. Albert le Grand et la philosophia pauperum, Rev. néosc. Philos.,
1934; B. GevERr, Die Albert d. Grossen zugeschribene Summa naturalium
(Beitrige, XXV, 1), Munster Mathematica: Super geometriam Euclidis. 3)
Metaphysica: Metaphysicorum libri XIII; De causis et processu universitatis (In
librum de causis); De natura deorum (perduto). c) Phulosophia moralis: In decem
libros Ethicorum; In octo libros Politicorum; Scripium super Ethicam Nicomacheam
(inedito). d) Exegesis: Super Job; Super Psalmos; In ca. XI Proverbiorum; In
Jeremiam; In Threnos Jeremiae; In Baruch; In duodecim Prophetas minores; in
Mattheum; In Marcum; In Lucam; In Joannem (non si conosce la trad. manoscritta
di: /n Canticum Canticorum; In Isaiam; In Ezechielem; In epistutas S. Pauli).
e) Theologia systematica: In Dionysii De divinis nominibus (ined.); In Dionysii
Le cactesti hierarchia; In Dionysii de ecclesiastica hierarchia; In Dionysii De
mystica theotogia; In Dionysu undecim Epistulas; Scriptum super quattuor libros
Sententiarum; Summa theologica (pror.): 1) De creatone et creatura; 2) De bono
et virtutibus (Summa de bono et virtutibus, ined.); De resurretione (ined.);
Tractatus de natura boni (ined.); Summa theotogica (altera); De sacrificio
missae; De eucharistiae sacramento; Sermones XXAII de sacramento Eucharisttae;
Marsale, sive quaestiones super: Missus est. f) Parenetica: De forma orandi
(Pater Noster); Sermones LXXVIII de tempore; Sermones LIX de sanctis; Homilia
in Luc. XI, 27; Sermones lingua theutonica habiti; Orationes LIII super
evangelia dominicalia totius anni; Orationes super Sententias. L'Opera omnia di
Alberto, comprendente tutti i testi allora conosciuti, fu pubblicata da P.
JamMy a Lione, 1651; da A. Borcnet, Parigi, 1890-1899; inoltre si vedano le
seguenti altre edizioni di testi compresi o non compresi nelle Opera omnia: De
vegetalibus, a cura di C. JessEN, Berlino, 186/; il De guindecim problematibus,
in MANDONNET, Siger de Brabant, II, (1908); Commentarii in librum Boethii de
Divisione, a cura di P. DE Loé, Bonn, 1913; De animalibus libri XXVI, a cura di
SrapLer (Beitrige, XV-XVI), Miinster, 1916-1920. Si veda inoltre la Philosophia
pauperum, a cura del GRABMANN, cit; Summa de creaturis, a cura del GraBMANN,
Quellen Gesch. Dominik. Lipsia, 1919; il De antecedentibus ad logicam a cura di
J. BLarer, Teoresi, 1954; Albertus Magnus, Liber sex principiorum, a cura di S.
SuLzsacHer, Vienna, 1955; Il De occultis naturac, ed. P. KiBRE, Osiris, 1958
(trattato alchimistico di assai dubbia attrbuzione). Ad un'ed. critica completa
di tutte le opere di Alberto lavorano da parecchi anni appositi Istituti
domenicani a Colonia ed a Roma. Dei 40 volumi previsti dal piano di ed. sono
usciti: XXVIII, De Bono; XII, Liber de natura et origine animae; Liber de
principiis motus processivi; Quaestiones de animalibus; XIX, Postilla supra
Isaiam, Postillae super Ezechielem fragmenta; XXVI, De Sacramentis, De
Incarnatione, De Resurrectione; XVI, Metaphysica, ll. I-V, Miinster, 1951Cfr. inoltre
l’ed. dell’Ausographum 590 Bibliografia upsalense (Ii Sent. d. 3. a 6. - d. 4 a
1) a cura di F. StecmiùLLER, Uppsala, 1953. Per il catalogo generale degli
scritti cfr. C. H. ScHEEBEN, Les écrits d'Albert le Grand d'après les
catalogues, in Maître Albert, n. spec. della Rev. thom., 1931,36-38; G.
MEERSEMANN, Introductio in Opera omnia B. Alberti Magni, Bruges, 1931.
Bibliografia: Per la bibl. generale e speciale cfr.: M.-H. LaureNT, M. Y.
Concar, Essai de bibliographie albertienne, in Maitre Albert, cit.,422468; A.
Watz - A. Perzer, Bibliografia S. Alberti Magni indagatoris rerum naturalium,
n. unic. di Ang. 1944,13-40. Ma vedi anche: P. CasrtacnoLI, La vita e gli
scritti di S. Alberto Magno, Piacenza, 1934; F. VAN STEENBERGHEN, La
littérature albertino-thomiste (1930-1931), in Rev. néosc. philos., 1938; M.
ScHoovans, Bibliographie philosophique de St. Albert le Grand (1931-1960), San
Paolo, 1961. Inoltre: GEvER,739-742; De BRIE, nn. 5612-5618, 3601, 3663, 4607,
5619-5687, 6197, 6198; De Wute, Il, 157-162. / Tra la vasta e, più recente,
bibliografia si indicano: P. DuHEM, Le système du monde, PeLster, Kristische
Studien zum Leben und zu Schriften Albert der Grosse, Friburgo, 1920. H. CH. ScHEEBEN, Der Hl. Albert der Grosse, Monaco,
1930. H. WiLms, Albert der Gr., Monaco, 1930, tr. it. Bologna,
1931. M. GraBMann, L'influsso di Alberto Magno sulla vita intellettuale del
medioevo, Roma, 1931.? H. Cu. ScHeEBEN, Les
écrits d'Albert le Grand d'après les catalogues, Rev. thom., 1931. IpeM,
Albert der Gr. Zur Chronologie seines Leben, Vechta, 193I (ma cfr. anche Div.
Th. (F.), 1932). Alberto Magno, Atti della settimana albertina, Roma, 1931. A. Garreau, St. Albert le Grand, Parigi, 1932. H. Cu.
ScHeeBEN, Albertus Magnus, Bonn, 1932. D. SrepLER, Intellektualismus und
Volontarismus bei Albertus Magnus (*Beitrage," XXXVI, 2), Miinster, 1941.
B. Narpi, Alberto Magno e S. Tommaso, Gior. crit. filos. ital. 1941.
L. DE Simone, Introduzione alla vita e al pensiero di Alberto Magno, Napoli,
1942. S. Dezani, Alberto Magno, Brescia, 1947. B. Narpi, Note per una storia
dell’averroismo latino: La posizione di Alberto Magno di fronte all’averroismo,
Riv. stor. filos., 1947. H. C. ScHeEBEN, Albertus Magnus, Colonia Tra gli
scritti su problemi particolari citiamo tra i più recenti: H. Barss, Albert M.
als Biolog, Stoccarda, 1947. MAZZARELLA, Îl De unitate di Alberto Magno e di
Tommaso d'Aquino in rapporto alla teoria averroistica, Napoli, 1949, Wacz,
L'opera scientifica di Al. Magno secondo le indagini recenti, Sa pienza, 1952. Z.
Lauer, St. Albert und the theory of abstraction, Thomist, 1954. CortaBarrfa,
Las obras y la doctrina de Alfarabi en los escritos de San Alberto Magno,
Ciencia tom., 1952, (e cfr. Estud. filos.). . MicHaup - QuantIn, Les Platonici chez Albert le Grand,
Rech. théol. anc. méd., 1956. . RueLLo, Le commentaire inédit de S. Albert le
Grand sur les Noms Divins. Présentation et apergus de théologie trinitaire,
Traditio, 1956. . DucHARME, Esse chez St. Albert le Grand. Introduction è la
métaphy sique des ses premiérs écrits, Rev. Univ. Ottawa, 1957. GrIER, Die mathematischen Schriften des
Albertus Magnus, Ang., 1957. A. WeisHEIPL, Albertus Magnus and the Oxford
Platonists, Proceed. Amer. Cathol. Ass., 1958. D. Wickorr, Albertus Magnus on
ore deposits, Isis, 1958. L. A. KennEDy, The Nature of the human intellect
according St. Albert the Great, Mod. School., 1959-1960. B.
Barisan, Natura e grazia secondo S. Alberto Magno, Stud. Patavina, 1959. NI
IpeM, La giustizia originale secondo S. Alberto Magno, ibidem, 1959. D. A. CacLus, Une oeuvre récenment decouverte de St.
Albert le Grand: De XLIII problematibus ad Magistrum Ordinis, Rev. sc. philos.
théol., 1960. F. J. Catania, Divine Infinity in Albert
the Great's Commentary on the ‘Sentences’ of Peter Lombard, Med. Stud.,
1960. O. LortIn, in Psychologie et morale, cit., VI,237-331. B. Narpi, Studi di
filosofia medioevale, Roma, 1960,69-150. J. A.
WrisHeIPL, The Problemata determinata XLIII ascribed to Albertus Magnus, Med.
Stud., 1960. Sulla scuola di Alberto cfr.: G. MEERSEMANN, Geschichte des
Albertismus, Roma PX_P_NS si pini Ugo Ripelin di Strasburgo Opere: Compendium
theologicae veritatis; incerta è l’attribuzione di un Commentarium in IV libros
Sententiarum e di alcuni Quodlibeta e Quaestiones. Bibliografia: cfr. GevER,742-743;
De Brie, n. 7404; DE WuLr, II, p. 162. Bibliografia In particolare v.: M.
Grasmann, Mittelalterl. geistesleben, Ì, cit.,147 sgg., 174-85. K. Scumitt, Die
Gotteslehre des Compendium theologicae veritatis des Hugo Ripelin von
Strassburg, Miinster - Regensburg, 1940. Ulrico Engelbrech di Strasburgo Opere:
Gli vengono attribuiti comment ad Aristotele (Meteorologica, De anima) e un
Commento alle Sentenze, opere perdute. È rimasta la Summa de bono. Ed.: 1. Il
(par.) a cura di M. GrABMANN, in Sitz. ber. Bayer. Akad. d. Wissens. Philos.
Hist. KI. Monaco, 1928; I. I a cura di J. Dacuiton, Parigi, 1930. Bibliografia:
cfr. Gever, p. 743; De Brie, nn. 7485-7487; DE Wutr, II, p. 162. In particolare
v.: M. Grasmann, Studien tiber Ulrich von Strassburg, in Mittelalterliches
Geistesleben,I,147-221., P. GLorievx, in DThC, XV, 2058-61. A. Stonr, Die
Trinitàtslehre Ulrichs von Strassburg, Miinster, 1928. J. KocxH, Neue Literatur
tiber Ulrich von Strassburg, Theol. Rev.,
WeriswriLer, Eine neue Ueberlieferung aus der Summa de bono Ulrichs von
Strassburg, Zeitschr. f. kathol. Theol., 1935. A. Fries, Die Abhandlung De
anima des Ulrich Engelbersi O. P., Rech. théol. anc. méd., 1950,328-3I. IpeM,
Johannes von Freiburg, Schiiler Ulrichs von Strassburg, ibidem, 1951, 332-40. L. THomas, U. of Strassbourg: his Doctrine of the
Divine Ideas, Mod. School., 1952-53. P.
DuHEM, Le système du monde, cit., VI,29-43, 537-539; VIII,17-18. Teodorico
di Vriberg Opere: Fra i suoi trattati scientifici si ricordano: De iride et
radialibus impressionibus, De tempore, De mensura durationis, De coloribus; tra
le sue opere a carattere filosofico vanno particolarmente ricordate: De
intellectu et intelligibili, De habitibus, De esse et essentia, De
intelligentiis et motibus coelorum. De universitate entium, De causis, De
efficientia Dei, De theologia. Bibliografia: cfr. GevER, p. 778; De Brie, n.
6881; De WutF, II, p. 162. In
particolare v.: M. De Wutr, Un scolastique inconnue de la fin du XIII° siècle
(Thierry de Fribourg), Rev. néosc. philos., 1906,43441. E. Kress, Meister
Dietrich, sein Leben, seine Werke, seine Wissenschaft (Beitrige, V, 5-6), Miinster, 1906 (con ed.
del Tractatus de intellectu, e del de habitibus), C. GaurHIER, Un psychologue
de la fin du XIII° siècle: Thierry de Fribourg, Rev. august., 1909-10. . Kress,
Le traité De esse et essentia de Thierry de Fribourg, Rev. néosc. philos.,
1911,516-36 (con ed.). J. WuùrscHMIDT, Dietrich von F.: De iride et radialibus
impressionibus (Beitrige), Miinster, 1914 (con ed.) A. Drrorr, Uber Heinrich und
Dietrich von F., Philos. Jahrb., 1915, 55-63. P. DuHEM, Le système du monde,
cit., III,382-396; VI,188-203. A. BirkenMaJER,
Drei neue Handschriften der Werke Meisters Dietrich (Beitràge, XX, 5),
Miinster, 1922. F. SrecmuùLLer, Meister Dietrich von F.: tiber die Zeit und das
Sein, Arch. Hist. doct. litt. m. à., 1940-42. IpeM, Meister Dietrich von
Freiberg tiber den Ursprung der Kategorie A (con testo), Arch. Hist.
doctr. litt. m. &., 1957. um Bertoldo di Mosburg Opere: Expositio in
Elementationem theologicam Procli, Commenti sui Meteorologici di Aristotele.
Bibliografia: cfr. Gever,778-779; De Wutr, II, p. 350. In particolare v.: M.
Grasmann, Der Neuplatonismus in der deutschen Hochscholastik, Philos. Jahrb.,
1910,53-54. IpeM, Mittelalterliches Geistesleben. W. EckErt, Berthold von
Moosburg O. P. Ein Vertreter der Einheitsmetaphysik im Spétmittelalter, Philos.
Jahrb., 1956. Capitolo quinto Tommaso d'Aquino Opere: a) commenti aristotelici:
/n Perihermeneiam (fino a II, 2 com.); In posteriores Analyticorum; In VIII
libros Physicorum; In III libros de Caelo et mundo (fino a III, 8); In II
libros de Generatione et Corruptione (fino a I, 17); Zn IV libros Meteorum
(fino a II, 10); In III libros de anima; In librum de sensu et de sensato; In
librum de memoria et reminiscentia; . In XII libros Metaphysicorum; In X libros
Ethicorum; In libros Politico rum (fino a III, 6). 594 Bibliografia è) altri
commenti: In librum de Causis; al De Hebdomadibus di Boezio; agli scritti dello
Pseudo-Dionigi. c) commenti biblici: Expositio super Isaiam;
Expositio super Jeremiam; Lectura super psalmos; Expositio super Job;
Lectura super S. ]Johannem; Lectura super S. Matheum; Super kpistolas S.
Pauli; Catena aurea, sive Expositio continua. d) opere
teologiche: Super IV libros Sententiarum; Commento al De Trinitate di
Boezio; Quaestiones disputatae: 1) De veritate; 2) De potentia; 3) De
malo; 4) De spiritualibus creaturis; 5) De anima; 6) De virtutibus; 7) De
unione verbi incarnati; Quodlibeta XII; Summa contra gentes; Summa
Theologica. e) opuscoli: De principiss naturae; De ente et
essentia; De operationibus occultis naturae; De mixtione elementorum; De
motu cordis; De unitate intellectus; De aeternitate mundi; De regno (De
regimine principum); De regimine Judacorum; Compendium theologiae;
Declaratio XXXVI quae suonum ad lectorem Venetum; Declaratto XLII
quaestionum ad magistrum Ordinis; Declaratio CVIII dubiorum; Declaratio
VI quaestionum ad lectorem Bisuntinum; Contra impugnantes Dei cultum et
religionem; De perfectione vitae spiritualis; Contra doctrinam
retrahentium a religione; Conwa errores Graecorum; De articulis fidei et
sacramentis Ecclesiae; De rationibus fidei; Responsio super materiam
venditionis; Responsio ad Bernardum abbatem Casinensem; De forma absolutionis
paenitentiae sacramentalis; De sortibus; In quibus potest homo licite uti
judicio astrorum; Expositio super secundam decretalem; Expositio circa
primam decretalem; Collatsones de Credo in Deum; Collatione de Pater
Noster; Collationes de Ave Marta; Collationes de decem praeceptis;
Ufficium corporis Christi; Sermo de festo corporis Christi; Duo principia
de commendatione sacrae scripturae; De secreto; De propositionibus
modalibus; De fallaciis; Epistola de modo studendi; Piae preces; De
differentia verbi divini et humani; De demonstratione; De instantibus; De
natura verbi intellectus; De principio individuationis; De natura generis; De
natura accidentis; De natura materiae; De quattuor oppositis.
Sull’autenticità dei vari scritti tomisti cfr. P. MANDoNNET, Des
écrits authentiques de S. Thomas, Friburgo, 1910? e M. GraBmann, Die
Werke des hl. Thomas von Aquino (Beitrige) XXII, 1-2), Miinster,
1931. Edizioni: Piana, ordinata da Pio V, Roma, 1570-71; PaRMENSIS,
25 voll., Fiaccadori, Parma; rist. fotolitogr. a cura di V. J. Bourke,
New York, 1948; Vivès, 34 voll., Parigi, 1871-80; 2 ed., ivi, 1889-90;
LEoNINA, ordinata da Leone XIII, finora 16 voll., Roma, 1882(voli.
1V-X1I: Sum. theol.; XII-XV: C. Gent.; XVI: Indices); la recensione
leonina della Sum. theol. nella n. ed. MARIETTI; della C. Gent. e degli
indici esiste l’ed. LEONINA ManuaLe, 1934, 1948; TaurINENSIS, (manuale)
finora 37 voll., Marietti, Torino, 1845 sgg.; n. ed., 1946 sgg.; ParisiensIs
(manuale), Lethielleux, Parigi, 1925(con intr. del ManponnET). Opere
singole: Commento alle Senten595 Bibliografia ze ed.
P. Manponner e F. Moos, n. ed., 4 voll., Parigi, 1929-47; rist., tomo
III, vol. I-II, ivi, 1956; De ente et essentia, ed. M. D.
RoLanp-GossELIN, Parigi, 1926; ed. L. Baur, Miinster, 1926; ed. CH. Bover
(Textus et documenta), Roma, 1933; 3 ed., 1950; De spiritualibus
creaturis, ed. KEELER, ivi, 1938; rist. 1946; De unitate intellectus
contra averroistas, ed. L. W. KEELER, ivi, 1946; 2 ed. 1957; De principio
naturae, ed. L. Pauson, Friburgo-Lovanio, 1950; De natura materiae, ed.
J. M. Wyss, ivi, 1953; Contra errores Graecorum ed. P. GLorieux, Tournai, 1957; Expositio super librum
Boéthii De unitate, ed. B. Decker, Leida 1959.
Traduzioni: a) della Summa theologiae: fr., a cura dei Domenicani,
Parigi-Tournai, 1925 sgg; ted., a cura dei Domenicani austriaci e
tedeschi, 36 voll., Salisburgo-Heidelberg, 1934-41; ingl, a cura dei Domenicani,
22 voll, 2 ed., Londra, 1912-36; in 25 voll., Londra-New York, 1912-36;
a cura dei Domenicani d’America, 3 voll, New York, 1947-48; it.,
con testo latino della Leorina, a cura dei Domenicani, Firenze, 1949
sgg.; sp., a cura di CastELLANI-QuILER, Buenos-Aires, 1940 sgg.; a cura
dei Domenicani, Madrid, 1947 sgg.; portoghese, a cura di A. CorreIra, 4
voll., San Paolo, 1934-37; 2 ed., ivi, 1946; olandese, 21 voll., Anversa,
1927-43; greca, a cura di I. N. KamirEs, Atene, 1935; araba, a cura di P.
Awarp, 4 voll., Beyruth, 1887-98; 5) della Summa contra Gentiles: it., a
cura di A. PuccetTI, 2 voll., Torino, 1930; ingl., a cura dei Domenicani,
5 voll., Londra, 1928-29; tr. A. C. Peeis,
New York, 1955 sgg.; ted., a cura di H. NacHoo-P. STERN,
3 voll., Lipsia, 1935-37; araba, Djounich (Libano), 1931; c) del De ente
et essentia: fr., a cura di E. BrurENAU, Parigi, 1914; ingl., a cura di
C. C. Riepi, Toronto, 1934, 19493; it., a cura di V. Miano, Torino, 1952;
d) del De unitate intellectus contra averroistas: it., di B. Narpi, Firenze,
1938; e) del De magistro (Quaestio disputata XI): it., di M. Casorti, Brescia,
1948; di T. GREGORY, in Il Pensiero Pedagogico del Medio Evo, a cura di
B. Narpi, Firenze, 1956. Bibliografia: Repertori
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(Bibliothèque thomiste, I), Kain, 1921; 2 ed. completata da M.-D. CÙenu,
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Jahrundert im Ms. lat. fol. 624 der Preussischen Staatsbibliothek in Berlin.
Ein Bejstrag zur Abaelardforschung, IpeMm, Eine fiir Examinazwecke
abgefasste Qudestionensammlung der Pariser Artistenfoakultit aus der ersten
hilfte des 13 ]ahrunderts, in Mittel alterl. Gesstesleben, II, cit.,183-189 IpeM,
Methoden und Hilfsmittel des Aristotelesstudium im Mittelalter, Sitz.
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longitudinis et brevitatis vitae; Liber naturalis de rebus principalibus;
Expositio librorum B. Dionysti. Edizioni:
Obras filoséficas, a cura di M. ALonso, 3 voll., Madrid, 1941-52 (il I
vol. contiene il Scienzia libri de anima; il II il commento al De anima;
il III l’Expositio libri de anima, il De morte et vita e il Liber
naturalis); Summulae logicales, ed. }. P.
MurtaLty (Publ. in Med. Stud., 8), Notre Dame, Ind. ; ed. I. M.
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Hispano, Itinerarium, 1959. Per la bibliografia
relativa’ allo sviluppo delle scienze cfr. le opere ge nerali elencate
a505-506. Per la bibliografia relativa a Roberto Grossatesta,
Ruggero Bacone, Giovanni Peckam, Pietro d’Aban o; cfr.
rispettivamente la bibl. relativa ai capitoli 8 di questa parte e 5 della V
Parte. Witelio ‘Opere: Perspectiva o Optica; De natura demonum; De prima causa
paenitentiae. Edizioni: Perspectiva, Norimberga; Basilea, 1572; e vedi ora
numerosi estratti in CL. Baeumxer, Witelo ein Philosoph und
Naturforscher des XIII Jah. (Beitrige, III, 8), Miinster, 1908. Bibliografia: Cfr. Gever, p. 761; DE Wutr, II, p. 290. P.
Dunem, Le systome du monde, cit., III,508-511, 514-516; V, 369-373. 608
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des se. et des lettres, Ipem, Witelo e lo Studio di Padova, in Omaggio
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nach Abfassungszeit u. Verfasser des irrttiml. Witelo
zugeschr. Liber de intelligentiis, Misc. F. Ehrle, I, 1924. A. BEDNARSKI, Die
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Arch. f. Gesch. d. Medizin, THornpIiKE, A History of magic and exper. science,
CromBie, R. Grosseteste and the Origin of Exper. science, Oxford, Maricouri
Opera: Epistola de magnete; Nova compositio astrolabii particularis. Edizioni:
Epistola de magnete, in G. Hermann, Neudrucke von Schriften tiber Meteorologie
und Erdmagnetismus, 10: Rara magnetica 12691599, Berlino, 1898; cfr. E.
ScHLunD, Petrus Peregrinus...,sotto. Bibliografia: Cfr. Gever; De WutF,301-302.
Inoltre in: E. ScHLunp, Petrus Peregrinus von Maricourt, Sein Leben und seine
Schriften, Arch. franc. hist., 1911-1912. Tra gli studi particolari v.: F. Picavet, Le maftre des
expériences, Pierre de Maricourt, l'exégète et le théologien vanté par R.
Bacon, in Essais sur l’histoire générale et comparée des théologies et des
philosophies médiévales, Parigi, DuHem, Le système du monde, THornpike, A
History of magic and experimental science, cit., II, p. 791 Sugli sviluppi
della geologia cfr. le opere generali sulla scienza medioevale. Per
Alberto Magno la bibl. relativa al c. IV. Bartolomeo Anglico Opere: De
proprietatibus rerum. Edizioni: Basilea, 1470 ca.; Francoforte, 1601,
ecc.Gever,732-733; De Brie, nn. 7342-7343; DE Wutr, II, p. 104. In particolare v.: Gorens, in DHGE, VI, 975-977. A.
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G. E. S. Boyarp, Barth. Anglicus and his Encyclopaedia, The Journ. English and
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proprietatibus rerum. A new Version of the Nine Worthies, The Modern Language
Rev., 1945. Ipem, Further Marginalia from a copy of Bartholomacus Anglicus,
ibidem, 1945. Vincenzo di Beauvais Opere: De eruditione filiorum regalium
(1248-1250); De morali principis institutione (1260-1263); Speculum quadruplex.
Edizioni: Il De eruditione nell’ed. A. Steiner, Cambridge (Mass.), 1938; lo
Speculum nell’ed. di Duai, 1624. Bibliografia:
Cfr. Gever, p. 733; De Brie, n. 5464; De Wutr, II, p. 236. In particolare v.:
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und Philosoph. Eine Untersuchung seiner Scelenlehre in Speculum maius, Forsch.
z. Gesch. d. Philos u. Paedag., III, 1, Lipsia, 1928. L. THornpige, A History
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universale de apibus; De rerum naturis o Liber de natura rerum. Edizioni: Il
Bonum universale de apibus, L’Aja, 1902. Il De rerum è ancora inedito. Gever, p. 732; DE WutF, II, p. 140. H. SrapLer, Albertus
Magnus, Thomas von Cantimpré und Vincenz von Beauvais, *Natur und Kultur.‘ L. TÒÙornpikE, A History of magic and experimental
science, Il, cit., 372-398. G. MEERSEMANN, Intr. in Opera
Omnia b. Alberti Magni, Bruges, 1931, p. 144. Per lo sviluppo delle scienze nel
XIII sec. cfr. gli studi generali già citati a513-515. Averroismo latino Sulla
vasta letteratura relativa a questo soggetto cfr. l’accurata bibliografia di
Gorce, L'essor de la pensée au moyen age, Parigi, 1933 e IpeMm, in DHGE, V,
1032-1092. Cfr. inoltre De Wutr, II,218-222; III,152, 175-176. In particolare
vedi: K. Werner, Der Averroismus in der christl. - peripatet. Psychol. d. spit. Mittelalt., in Sitz.ber. Wien. Akad.
d. Wissensch., 1891. P. ManponneT, Siger de Brabant et l'averroisme latin au
XIII siècle, 1 ed., Friburgo, 1899; 2 ed., Lovanio (Les philosophes belges, VI,
VII) M. Grasmann, in Maitterlalterliches Gesstesleben, IpeM, Der lateinische
Averroismus des XIII Jahrts. und seine Stellung zur christliche Weltanschauung,
Monaco, 1931. R. De Vaux, La première entrée d'Averroès
chez les Latin, Rev. sc. philos. théol., 1933. M.
Grapmann, L'averroismo-italiano al tempo di Dante con particolare riguardo
all’Università di Bologna, Riv. filos. neosc., 1946. Tx. GreENwooD, L’humanisme averroiste en France et les
sources du ratio . malisme, Rev. Univ. Ottawa, NardI, Note per
una storia dell'averroismo latino, Riv. Stor. Filos., 1947, 1948, 1949. F.
ALessio, Aspetti moderni nel pensiero degli averroisti latini del XIII sec.,
Rend. Ist. Lomb. Sc. Lett., 1953. Sui rapporti tra la scuola francescana e
l’averroismo cfr.: C. Krzanic, La scuola francescana e l'averroismo, Riv.
filos. neosc., IpeM, Grandi lottatori contro l'averroismo, Sigieri di Brabante
Opere: a) autentiche: 1) Quaestio utrum haec sit vera: homo est animal, nullo
homine existente (1268 ca.): 2) Sophisma: omnis homo de necessitate est animal
(1268); 3) Compendium super librum de generatione et corruptione (1268 ca.); 4)
Quaestiones in librum tertium de anima (1268 ca.); 5) Quaestiones logicales
(dopo 1268); 6) Quaestiones supra secundum Phisicae; 7) Impossibilia
Quaestiones naturales (Ms. Parigi Naz. lat. De aerernitate mundi (1271); 10)
Tractatus de anima intellectiva (1272-1273); 11) De necessitate et contingentia
causarum (1272 ca.); 12) Quaestiones naturales (Ms. Lisbona, Fondo general
2299) (1273 ca.); 13) Quaestiones super II-VII Metaphysicorum; Quaestiones
morales attribuite: Quaestiones in libros I, II, III, IV, physicorum; 2)
Quaestiones in librum 1, II, Il, IV et VII physicorum; 3) De I, II, III, IV physicorum;
4) De VIII physicorum; 5) Commenium in I physicorum; 6) De libro IV physicorum;
7) Quaestiones in librum I, II et IV meteororum; 8) Quaestiones in libros de
generatione et corruptione; 9) Quaestiones in librum de somno et vigilia; 10)
Quaestiones in librum de iuventute; 11) Quaestiones in libros tres de anima;
12) De V metaphysicae. c) perdute: 1) Tractatus de intellectu; 2) Liber de
felicitate; 3) De motore primo; 4) Rescriptum: significatum est; 5) Super
politica Aristotelis; 6) Utrum principia prima sint nobis ignota; 7) De caelo
et mundo I et Il; 8) Posteriorum analiticorum I. in MAnDONNET, Sigier.., cit.,
1 ed.,47-54; 2 ed, 65-70; 2) inedito, riassunto da Van STEENBERGHEN, in Siger
de Brabant d’après ses oeuvres inédites, Le Philosophes Belges, XII-XIII,
Lovanio, 1931-1942,333-334; 3) Inedito, riassunto da VAN STEENBERGHEN, ibidem,
291-294; 4) Inedito, riassunto da VAN STEENBERGHEN, ibidem,164-177; ed. MANDONNET, op. cit., 1 ed.,37-45; 2 ed.,55-61; 6)
Inedito; estratti in A. Maier, Nouvelles questions de Siger de ‘Brabant sur la
physique d’ Aristote, in Riv. Philos. Louvain, 1946 e in J. J. Dun, La Doctrine
de la Providence dans les écrits de Siger de Brabant, Les philosophes
médiévaux, III, Lovanio, 1954,60-62; 7) ed. in CL. BaEUMKER,
Die impossibilia des Siger von Brabant, (Beitrige, II, 6), Miinster, 1898;
ManDONNET, op. cit., 2 ed.,73-94; 8) ed. MAnDONNET, ibidem, 1 cd.,57-67; 2
ed.,97-107; 9) Le edizioni con i confronti tra i vari cocci in ManDONNET, op.
cit., 1 ed.,71-83, 2 ed.,131-142; R. Barsori, S. de Brabante de aeternitate
mundi, Miinster, 1933; J. Dwyer, L'opuscule de Siger de Brabant De aeternitate
mundi, Lovanio, 1937; 10) ed ManpoNNET, op. cit., 1 ed.,87-115, 2 ed.,145-172;
11) ed. ManpoNNET, op. cit., 2 ed.,111-128; Dun, op. cit,14-50; 12) ed. F.
SrEGMULLER, in Rech. Théol. anc. méd., 1931,177-ed. C. A. GrAIFF, S. d. B.
Questions sur la Métaphysique, Les Philosophes médiévaux, I, Lovanio; alcuni
passi da altri mss. a cura di MaurER, in Med. Stud. Altre qq. sono state
pubblicate da Duin ed. STEGMULLER Per la attribuzione sono DeLHAYE, GRarrr, DE
Wutr, LorTIN, PeLsTER, Dun, contro GiLson e Narpi. ed. parziale di Dun, ed. Pu.
DeLHave in Les philosophes belges, Lovanio, ed. parziale Dun, ed. parziale
Duin, inedito; inedito; riassunto da STEENBERGHEN; ed. parziale Dun riassunto
da Van STEENBERGHEN riassunto da STEENBERCHEN riassunto da STEENBERGHEN, ed.
SreENBERGHEN, in Les philosophes belges, Dun, Oltre le opere fondamentali del
ManpoNNET, del VAN STEENBERGHEN, del Dun, BaEuMKER, Zur Beurteilung Sigers von
Brabant, Philos. Jahrb., 1911. IpeMm, Um Siger von Brabant, ibidem. M. F. F. G.
L. = PI [ec] A A. B A. Grasmann, Neu aufgefundene Werke des S. von Brabant und
Boetius von Dacien, Sitz.ber. Bayer. Akad.
d. Wissensch. Philos.-Hist. K1., Sassen, Um Siger de Brabant et la double
vérité, Rev. néosc. philos. STEENBERGHEN, Siger de Brabant d’après ses oeuvres
inédites, ibidem, 1930. BuswetLI, L'accordo di Sig. di Brab. Ed
Aquino, Civ. Catt. 1932. Perucini, Il tomismo di Sigieri di Brab. e l'elogio
dantesco, Giorn. dantesco, Narpi, Il preteso tomismo di Sigieri di Brab.,
Giorn. crit. filos. ital. 1936,
1937. Gison, Dante et la Philosophie, Parigi, 1939, passim. . GraBMAnN, Sigier
von Brabant und Dante, Deutsches Dante Jahrb. Vanni-RovicHi,
Sigieri di Brabante nella storia dell'aristotelismo, Riv. filos. neoscol.,
Narpi, Sigieri di Brabante nel pensiero del Rinascimento italiano, Roma, Marer,
Nouvelles Questions de Siger de Brabant sur la Physique d' Aristote, Rev.
Philos. Louvain, 1945. MaureER, Esse and Essentia
in the Methaphysics of Siger of Brabant, Med. Stud., 1946. . Narpi,
Individualità e immortalità nell’averroismo e nel tomismo, Arch. filos., Maier,
Les commentaires sur la Physique d'Aristote attribués à Siger de Brabant, Rev.
philos. Louvain, 1949. Ipem, Die Vorlàufer Galileis..., cit,184 sgg., 237 A. Op
pu MauRER, Siger of Brab. and an Averroistic Commentary on the Metaphysics, in
Cambridge Peterhouse ms. 152, Med. Stud., 1950. Narpi, L'anima
umana secondo Sigieri, Giorn. crit. filos. ital. 1950.
Van SrEENBERGHEN, Siger of Brabant, Mod. School., Maurer, Siger of Brabant's De
necessitate et contingentia causarum and Ms. Peterhouse 152, Med. Stud.,
1952. . MaIER, An der Grenze von Scholastik..., cit.,97 sgg., 159 De Parma, La
dottrina dell'unità dell'intelletto in Sigieri di Brabante, Padova, 1954. IpeM,
L'immaterialità dell'anima intellettiva in Sigieri di Brabante, Collect.
franc., 1954, 613 Bibliografia 0. DuneM, Le
système du monde, cit., Mac CLInTOcK, Heresy and Epithet. An Approach to the Problem of Latin Averroism, Rev.
Metaph., 1954, 1955. MAauRER, Between reason and faith: Siger of Brabant and
Pomponazzi on the magic arts, Med. Stud. van
STEENBERGHEN, Nouvelles recherches sur Siger de Brabant et son école, Rev.
philos. Louvain, 1956. . Zimmermann, Die Questionen der Siger von Brabant zur
Physik des Aristoteles, Colonia, 1956. . De Parma, La conoscenza
intellettuale del singolare corporeo secondo Sigieri di Brabante, Sophia,
Narpi, L'anima umana secondo Sigieri, in Studi di filosofia medioevale. Cfr.
inoltre le indicazioni bibl. generali in GeyER,757-758; DE Brie, nn. 6798-6818;
De Wutr, II,220-222. DUO on > Boezio di Dacia Opere: Commenti alle opere
aristoteliche; De modis significandi; De summo bono; De somno et vigilia; De
mundi aeternitate. Edizioni: Die Op. De
summo bono sive De vita philosophi und De sompniis des Boetius von Dacien, a
cura di M. GraBmann, Arch. hist. doctr. litt. m.-à., 1932; 2 ed. in
Mittelalterliches Geistesleben, Il, cit., 200-224; G. Sayo, Un traité récemment
découvert de Boèce de Dacie De mundi acternitate Texte inédite, avec une
introduction critique et en appendice un texte inédit de Siger de Brabant:
Super VI Metaphysicaey Budapest, GeyER, p. 758; De Brie; nn. 3601, 4831, 7352,
7415; De Wutr, Il,221-222. In particolare v.: P. Doncoeur, Notes sur les
averroistes latins: Boèce de Dace, Rev. scien. philos. théol., 1910. M.
Grapmann, Neu aufgefundene Werke des S. v. Br. und Boetius v. Dacien, Sitz.ber.
Bayer. Akad. d. Wissens. Philos-Hist. KI., II, 1924. P. ManponnetT, Note
complémentaire sur Boèce de Dace, Rev. sc. philos. théol., 1933. F. Van
STEENBERGHEN, in DHGE, IX, 381-389. M. Grasmann, Textes des Martinus von Dacien
und Boetius von Dacien zur Frage nach dem Unterschied von essentia und existentia,
Miscell. Gredt, Maurer, Boetius of Dacia and the
Double Truth, Med. Stud., 1955, 014 Bibliografia F. Sassen, Boéthius van Dacie
en de theorie van de dubbele Waarheid, Stud. cath., Hurnacet, Zum Lehre von der
doppelten Wahrheit, Theol. Quart., 1956. Capitolo ottavo Roberto Grossatesta
Opere: a) propedeutiche: De arzibus liberalibus; De generatione sono rum;
astronomiche: De sphaera; De generatione stellarum; De cometis; c)
cosmologiche: De luce seu de incoatione formarum; Quod homo sit minor mundo; ottiche:
De lineis angulis et figuris, seu de fractionibus et reflexionibus radiorum; De
natura locorum; De iride; De colore; e) fisiche: De calore solis; De
differentiis localibus; De impressione elementorum; De motu corporali; De motu
supercaelestium; De finitate motus et temporis; De impressionibus aèris, seu de
prognosticatione; f) metafisiche: De unica forma omnium; De intelligentiis; De
statu causarum; De potentia et actu; De veritate; De veritate et
propositionibus; De scientia Dei; De ordine enucleandi causatorum a Deo; g)
psicologiche: De libero arbitrio. Opere dubbie: De anima. Opere
non autentiche: Summa philosophiae; Commento alla Consolatio boeziana. Commenti
autentici: agli Analytici posteriori; alla Physica di ArisTOTELE; agli Elenchi
sofistici; In Hexaemeron. Traduzioni: Ethica Nicomachea, con i commenti di
Eustrazio per il Il. I e VI, di anonimo per i Il. II, V, VII, di Michele di
Efeso per i Il. V, IX, X e di Aspasio per il l. VIII; De virtute et vitiis; De
lineis indivisibilibus; De coelo et mundo (solo un terzo del c. 1 del 1. III);
De passionibus dello Pseupo Anpronico; le Opere dello Pseupo Dionici € di
Giovanni Damasceno (con il Commento al De Mystica theologia). Edizioni: L.
Baur, Die philosophischen Werke des Robert Grosseteste, (£Beitrage, IX),
Miinster, 1912; il Commento agli Analityci nell’ed. di Venezia, 1514, quello al
De Mystica theologia, a cura di U. GamBa, Milano, 1942; per quello
all’Hexaemeron v. J. T. MuckLe, The Hexaemeron of R. G., in Med. Stud., 1944; le Epistolae, ed. H. R. Luarp, Londra. V.
inoltre: S. H. THomson, The Notule of Grosseteste on the Nichomachean Ethics,
Londra, 1934; D. A. CaLLus, The Summa theologiae 0} Robert Grosseteste, Studies
in med. History presented to F. M. Powicke, Oxford, 1948. Tr. del De luce a cura
di C. C. RiepL, Robert Grosseteste on the Light, Milwaukee, 1942, Bibliografia:
La bibl. generale in GEvER,731-732; De Brie, nn. 54365450; De Wutr, II,102-103,
615 Bibliografia In particolare cfr.: F. S. Stevenson, Robert Grosseteste
Bishop of Lincoln, Londra, 1899. P. Dunem,
Le svstème du monde, Baur, Die Philosophie des Robert Grosseteste (Beitrige),
Munster, 1917. F. Perster, Zwei unbekannte Traktate des Robert Grosseteste,
Schol., . S. H. TuÙomson, The De anima of Robert Grosseteste, N. Schol., 1933. IpeM, The Text of Grosseteste's de cometis, Isis 1933.
Ipem, The Summa in VIII libros Physicorum of Grosseteste, Ibidem, 1934. E.
FrancescHINI, /ntorno ad alcune opere di Roberto Grossatesta, vescovo di
Lincoln, Aevum, 1934. S. H. Tuomson, The Writings of Robert
Grosseteste, Bishop of Lincoln, Cambridge, 1940. L. E. LyxcH, The doctrine of
Divine Ideas and Illumination in Robert Grosseteste, Med. Stud. 1941. D. A.
CaLcus, Philip the Chancelor and the De anima ascribed to Robert Grosseteste,
Med. Stud., 1941-43. IpeM, The Summa Duacensis and the Pseudo Grosseteste's De
Anima, Rech. théol. anc. méd., lInoeMm, The Oxford Career of Robert
Grosseteste, Oxoniensia, . ). C. Russet, Phases of Grosseteste’s intellectual
life, The Harvard Theol. Rev., 1950. Ipem, Some Notes upon the Career of Robert
Grosseteste, ibidem, 1955. E. FrancescHINI, Un inedito di
Roberto Grossatesta: la Quaestio de accessu et recessu maris, Riv. filos.
neosc., 1952. Ipem, Sulla presunta datazione del De impressionibus aèris di
Roberto Grossatesta, ibidem, 1952. V. Miano, La teoria della conoscenza in
Roberto Grossatesta, Gior. Met., 1954. S. Girsen, Le potenze naturali
dell'anima secondo alcuni testi inediti di Roberto Grossatesta, in L'homme et
son destin. Cfr. inoltre nella sua attività di traduttore: PowickE, Robert
Grosseteste and Nicomachean Ethics, The Proceed. of Arist. Acad., THÒomson, A note on Grosseteste's Work of
Translation, Jour. of theol. Stud., 1933. E. FrancescHINI, Grosseteste's
Translation of the Prologus and the Scholia of Maximus to the Writings of the
Pseudo-Dionysius Arcopagita, Jour. theol. stud., 1933. Ipem,
Grossatesta vescovo di Lincoln e le sue traduzioni latine, Atti Ist. Ven.,
Ipem, Una nuova testimonianza su Roberto Grossatesta traduttore dell’Etica
Nicomachea, Aevum, 1953. Sul pensiero e sull’attività scientifica:
L. THornpike, 4 History of magic and experimental Science, Il, cit., 436-353.
D. E. SHiarp, Franciscan philosophy at Oxford in XIII th. Century, Oxford. i al
A. C. CromBie, Robert Grosseteste and the Origins of Experimental Science.
Oxford, 1953. F. M. PowicxkE, Robert Grosseteste, Bull. J. Rylands Libr., . D.
A. Catrus, Robert Grosseteste's Place in the History of Philoscphy, Actes du XI
Congrès int. d. Philos., XII, Amsterdam-Lovanio, 1953. P. MicHauD-QuantIN, La rnotion de loi naturelle chez
Robert Grosseteste, ibidem. A. C. CromBie,
Robert Grosseteste on the Logic of Science, ibidem. Robert Grosseteste Scholar
and Bishop. Essays in Commemoration of the Seventh Century of his Death, ed. D.
A. Callus - F. M. Powicke, Oxford. F. Atessio, Studi e richerche su Roberto di
Lincoln (Grossatesta), Riv. crit. stor. filos., 1957. IpeM, Storia e teoria nel
pensiero scientifico di Roberto Grossatesta, Riv. crit. stor. filos., 1957. S.
H. THomson, Grosseteste's Quaestio de calore De cometis and De operacionibus
Solis, Medievalia et Humanistica, 1957. R. C. Daces, Robert Grosseteste's
Commentarius in Octo libros Physicorum Aristotelis ibidem. TuRBAYNE,
Grosseteste and an ancient optical principle, Isis Marsh Numerose composizioni
di carattere teologico ed esegetico ancora inedite: Le Epistolae in Monumenta
franciscana historica, I, Londra, 1858,77-489 (ed. J. S. BrEWER). Gever; De
Brie, n. 3633; DE WuLF, II, p. 103. Cfr. inoltre: A. De SéRENT, in DHGE, I, 482
H. Fetper, Storia degli studi scientifici nell'Ordine francescano (tr. it.),
Siena, 1911,285-31I. G. Contini, Adamus de Marsico O.F.M. auctor spiritualis,
Ant., 1948. R. W. Hunt, Chapter headings of Augustine De Trinitate ascribed to
Adam Marsh, The Bodleian Library Record, Riccardo di Cornovaglia Bibliografia:
Cfr. GevEr, p. 733; De Brie, nn. 5425, 7333, 7458-7462; De Wucr, II,103-104. In particclare cfr.: A. G. LirtLe, Franciscan School
at Oxford, Arch. franc. hist., 1926. F.
Pelster, Neue Schriften des englischen Franziskaners Richardus Rufus von
Cornwal, Schol., HenquineT, Autour des écrits d’Alexandre de Halès et de
Richard Rufus, Ant., 1936. F. PerstEr, Die dlteste Abkiirzung u. Kritik vom
Sentenzenkommentar des hl. Bonaventura im Werk des Ricardo Rufus de Cornubia,
Greg., 1936. D. A. CaLLus, Two Early Oxford Master on
the Problem of Plurality of Forms Adam of Buckfield, Richard Rufus of Cornwall,
Rev. néosc. philos., 1939. F. Pelster, Richardus Rufus Anglicus, cin Vorliufer
des Duns Skotus in der Lehre von der Wirkung der priesterlichen Lossprechung,
Schol., 1950. G. Gar, Comment. in Metaphys. Aristotelis cod. Vat. lat. 4538
fons doctrinae Richardi Rufi, Arch. franc. hist., 1950. Ipem, Viae ad
existentiam Dei probandam in doctrina Richardi Rufi, Franz. Stud.,
York Manus quae contra Omnipotentem tenditur; Sapientiale; Comparatio
sensibilium. Alcune pagine del Sapientiale sono state edite da E. Loncpré in
Arch. Hist. doctr. litt. m. à., 1926.
Bibliografia: M. Grasmann, Die metaphysik des Thomas von York (Beitrige, Suppl.
I), Miinster, PeLstEer, Thomas von York o.f.m. als Verfasser des Traktats
Manus..., Arch. franc. hist., 1922. E.
Loncpré, Fr. T. d'York. La première somme métaphysique du XIII° s., ibidem,
1926. Ipem, Thomas d’York et Matthieu d'Acquasparta (Textes inédits sur le
problème de la Création) Arch. Hist. doctr. litt. m. 4. 1926. F. Treserra,
Entorn del Sapientiale de Thomas de York, Criterion, IpeM, De doctrinis
metaphysicis fr. Thomae de Eboraco, Anal. Sacra
Tarrac., SWÙiarp, Franciscan philosophy at Oxford, Oxford, 1930,49-112. E.
Amann, in DThC, BonarepE, Il pensiero francescano nel sec. XIII, Palermo, 1952.
J. P. ReiLLy, Thomas de York on the
efficacy of secondary causes, Med. Stud., 1953. La bibliografia
generale in GevEr, p. 738; DE Wutr Bacone Opere: Opus Maius; Opus minus; Opus
tertium; Compendium studii philosophiae; De secretis operibus artis et naturac
et de nullitate magiae; Compendium studii theologiae; Moralis philosophia;
inoltre un cospicuo numero di opere minori, commenti aristotelici, opuscoli,
ecc., tra i quali ricordiamo particolarmente i Communia mathematica e il Liber
communium naturalium. Edizioni: Opus Majus, ed. S. JeBB, Londra, 1733 (rist.
Venezia, 1750); ed. J. H. Bripces, Oxford, 1897-1900; tr. ingl. di R. B. Burke,
Filadelfia, 1928; Opus minus et Opus tertium, a cura di J. S. BreweR (R. Bacon,
opera quaedam hactenus inedita Rerum Britannicarum M. A. Scriptores). Londra,
1859. (Nuovi frammenti dell'Opus Tertium sono editi da P. DuneM, Un frag.
inédit de l'opus tertium de R. B., Firenze, 1909; e da A. G. LirtLE, Part of
the Opus Tertium of R. B. including a fragment, Aberdeen, 1912); la lettera di
dedica dell'Opus maius a cura di F. A. Gasquer, An unpublished fragment of a
Work of Roger Bacon, Engl. Hist.
Rev. ; Compendium studii philosophiae e De Secretis operibus artis et naturae
et de nullitate magiae, in ediz. BrewER (cit.). (Il De Secretis
ecc., è tradotto in italiano, a cura di G. DEE, collez. I tesw classici
dell’esoterismo tradizionale e del simbolismo religioso, Milano, 1945); The
Greek Grammar of R. B. and a Fragment of his Hebrew Grammar, a cura di E. NoLan
e S. HirscH, Cambridge, 1902; Compendium studii theologiae, a cura di H.
RasHpatt, Aberdeen, Le opere già inedite in: Opera hactenus inedita R. Baconi,
a cura di LirtLE e R. STEELE, Oxford, 1905 sgg.; Rog. Baconi Moralis
Philosophia, a cura di F. M. DeLorME-E. Massa, Zurigo-Verona, La bibl. generale
in GeveR,760-761; De Brie, nn. 4622, 4971, 5688-5709, 7388; De Wutr,
II,302-304. Come indicazioni bibliografiche sommarie ‘cfr.: E. CÙartes, Rog.
Baon, sa vie, ses oeuvres, ses doctrines, Parigi, HorrMmans, La synthèse
doctrinale de Rog. Bac., Archiv. f. Gesch. d. Phil., 1907 (vedi anche in Rev.
néosc. philos., 1906, 1908, 1909). P.
ManponneT, Rog. Bac. et le Speculum astronomiae e Rog. Bac. et la composition
des trois Opus,} Rev. néosc. philos. Héover,
Rog. Bacons Hylomorphismus als Grundlage seiner philosophischen Anschauung,
)ahrb. Philos. u. spek. Theol., LirtLEe, Roger Bacon. Essays contributed by various Writers, Oxford, 1914. P.
Dunem, Le système du monde . BaeuMKER, Rog. Bac. Naturphilosophie, Franz.
Stud., 1916. R. Carton, L'expérience physique chez Rog. Bac. Contribution è
l'étude de la méthode et de la science expérimentale au XIII° siècle, Parigi,
1924. IpeM, L'expérience mystique de l'illumination intérieure chez Rog. Bacon,
Parigi, 1924. IpEM, La synthèse doctrinale de Rog. Bac., Parigi, 1924. R. Wacz,
Das Verhiltnis von Glauben und Wissen bei Roger Bac., Friburgo, 1928. CH.
VanpervaLLe, Rog. Bacon dans l'histoire de la philologie, Parigi, 1929. F.
PeLstER, Rog. Bacons Compendium studii theologiae und der Sentenzenkommentar
des Richard Rufus, Schol., LiesescHUTz, Der Sinn des Wissens bei Rog. Bac.,
Bibl. Warburg, 1930-1931. W. Sincer. Alchemical Writings of Rog. Bacon,
Spec., 1932. S. Vanni-RovicHI, L'immortalità dell'anima nei maestri francescani
del se colo XIII, Milano, 1936. . W.
Wooprurr, Rog. Bacon. A Biography, Londra, 1936. . Loncpré, La Summula
Dialectica de Roger Bacon, Arch. franc. hist. . WuxitscH, Roger Bacon, an
Educator, Washington, 1945. . CrowLEYv, Roger Bacon's Aristotelian and
Pseudoaristotelian Commen taries and the Problem of the Soul in the XIII'h
Century, Lovanio, 1950. IpeM, Roger Bacon: the problem of universals in his
philosophical commentaries, Bull. I. Rylands Library, 1952. Ipem, Roger Bacon
and Avicenna, Philos. Stud.; Easton, Roger Bacon and his Search for a Universal
Science, New York, 1952. E. Wesracort, Roger Bacon in Life and Legend, New
York, 1953. E. Massa, Ruggero Bacone e la poetica di Aristotele, Gior. crit.
filos. ital., . Ipem, Ruggero Bacone, etica e poetica nella storia dell'Opus
maius, Roma, 1955. 4 C. Vasoti, Il programma riformatore di Ruggero Bacone, Riv.
Filos., 1956. F. ALessto, Mito e scienza in Ruggero Bacone, Milano, 1957. E.
Heck, Roger Bacon. Ein mittelal. Versuch e. histor. u. systemat.
Religionswissens., Bonn, 1957. HM tia 620 Bibliografia Riccardo Fishacre
Commento alle Sentenze. Gever, p. 739; De Wutr, II, p. 140. In particolare: F.
PeLsTER, Das Leben u. die Schriften des Oxforder Dominikaners Richard Fishacre,
Zeitschr. kath. Theol., 1930. D. Skarp, The Philosophy of
Richard Fishacre, N. Schol., 1933. M. Grasmann, Die theologische Erkenntnis und
Einleitungslehre des hl. Thomas von Aquin, Friburgo, 1948,205-15; 217 sgg.; 220
L. Sweeney - C. ]. ErmantINcER, Divine infinity according to
Richard Fishacre, Mod. School., Kilwardby commenti: all’'Isagoge; a vari testi
dell’Organon, alla Physica, al De coelo et mundo; al De generatione et
corruptione; ai Matercologica; al De anima; alla Metaphysica, e ad alcuni testi
boeziani; b) trattati: Commento alle Sentenze; De unitate formarum; De ortu et
divisione scientiarum; De tempore; De conscientia; De spiritu imaginativo.
Edizioni: Estratti dal De orsu et divisione philosophiae, in B. Haurfau,
Notices et extraits, V; la lettera a Pietro di Conflans in E. Enrte, Der
Augustinismus und der Avristotelismus in der Scholastik gegen Ende des 13
Jhts., Arch. f. Lett. u. Kirchengesch. d. Mittelalt., 1889. Il prologo del
Commento: De natura Theologiae, ed. F. StecmuLLER, in Opuscula et textus, S.
schol., 17, Miinster, il De Imagine et vestigio Trinitatis, in Arch. Hist.
doctr. litt. m. à.,” 1935-36; Tabulae super originalia Patrum (ed. D. A.
CaLLus), Bruges, Gevyer; De Brie, nn. 7463-7474; De WuLFe, In particolare: A.
BirkENMAJER, Der Brief R. Kilwardby's an Peter von Konflans und die
Streitschrift des Aegidius von Lessines (Beitràge, XX, 5), Miinster. CÙenu, Le De spiritu imaginativo de Robert Kilwardby,
Rev. sc. philos. théol., 1926. IpeM, Le De coscientia de Kilwardby, ibidem,
1927. IpeM, Les réponses de St. Thomas et de Kilwardby è la consultation de
Jean de Verceil, 1271, Mél. Mandonnet, 1930. Ipem, Le traité De tempore de
Robert Kilwardby, in Aus der Geisteswelt des Mittelalters, F. StEGMULLER,
Robert Kilwardby O. P. Ueber die Mòglichkeit der natiirlichen Gottesliebe, Div.
Th., (F), SHarp, The De ortu scientiarum of Kilwardby, N. Schol., IpeM, The
1277 condemnation by Kilwardby, Ibidem, 1934. IpeM,
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tempore de Robert Kilwardby, Rech. théol. anc. méd., 1936. E. M. F.
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Robert Kilwardby und seine philosophische Einleitung De ortu scientiarum, Hist.
Jahrb. Gitton, L'amour naturel de Dieu
d'après Robert Kilwardby, Ang. 1952. G.
Gar, Robert Kilwarby's questions on the Metaphysics and Physics of Aristotele,
Franc. Stud. Peckam Tra le numerose opere teologiche, filosofiche
scientifiche ricordiamo particolarmente: Quaestiones tractantes de anima; Summa
de esse et essentia; Quodlibet romanum; Tractatus de anima; Perspectiva
communis; Tractatus sphaerae; Teorica planetarum; Mathematicae rudimenta.
Edizioni: Registrum epistularum f. ]. Peckam, ed. C. T. MartIn, Londra,
1882-1885. Quaestiones de anima, ed. H. SpettMANN (Beitrige, XIX, 5-6),
Miinster, 1918; Summa de esse et essentia, ed. F. M. DeLORME, Firenze, 1928;
Quodlibet romanum, ed. F. M. DeLORME, Roma, 1938; Tractatus de anima, ed. G.
Mrtani, Firenze, 1948; Canticum pauperis, ed. G. MELANI, Quaracchi, 1949.
Bibliografia: Cfr. Gever, p. 762; De Brie, nn. 5710-5712; De Wutr, II,268-269.
In particolare cfr.: F. Exrte, /. Peckam, tiber den Kampf des Augustinismus u.
Aristotelismus, Zeitschr. f. kathol. Theol., 1889. IpeM, L'agostinismo e
l'aristotelismo nella Scolastica del sec. XIII, Roma, 1925. H. SpettMan, Quellenkritisches zur Biographie des ].
Peckam, Franz. Stud., 1915, Ipem, Die Psychologie des ]. Peckam (Beitrige, XX, 6), Miinster, 1919. IpeM, Der
Ethikkommentar des ]. Peckam (Beitràgey Suppl., II), Miinster, 1923. IpeM, Der Sentenzenkommentar des Franz. Erzbischrofs ].
Peckam, Div. Th. (F.); 1927. A. CacceBaut, /. Peckam et l'augustinisme, Arch.
franc. hist., 1925. A. TeeraerT, in DThC, XIII, 100-140. 622 Biblogra fia V.
Doucet, Notulae bibliographicae de quibusdam operibus fr. ]. Peckash, Ant., 1933. J. H. SmirH, The Attitude of ].
Peckam toward Monastic Houses under his jurisdiction, Washington, 1949. F.
PeLster, Neue Textausgaben von Werken des St. Thomas, des |. Peckam, und
Vitalis de Furno, Greg. 1950. T. CrowLey, /. Peckam, archbishop of Canterbury,
versus the new Aristotelianism, Bull. John Rylands Libr., THoRNDIKE, A. }.
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BonarEpe, Il pensiero francescano nel sec. XIII, D. L. Dowie, Archbishop
Peckam, Oxford, 1952. Capitolo nono Ubertino da Casale Opere: Arbor vitae
crucifixae Jesu; scritti in difesa dell’Olieu e della povertà francescana. :
Edizioni: Arbor..., Venezia, 1485; le opere di polemica francescana edite da F.
Ente, in Arch. Lit. u. Kirchengesch. d. Mittelalt. Berlino, 1886, 1887; e da A.
Heysse, in Arch. franc. hist., 1917. Inoltre cfr. la Responsio f. Ubertini
circa quaestionem de paupertate Christi nella Miscellanea sacra di E.
BaLuze-M.Mansi, Lucca, 1761; il Frazicelli cuiusdam decalogus evangelicae
paupertatis, ed. M. Bir, Arch. franc. hist., 1939 ed F. M.
DeLorME, Notice ei extraits d'un manuscrit franciscain..., Collect. franc.,
1945, Bibliografia: J. CH. Hucx, Ubertin von Casale und dessen Ideenkreis,
Friburgo, 1903. F. CaLLary, L'idéalisme franciscain spirituel au XIV* siècle...
Lovanio, 1911. IpeM, L'influence et la diffusion de Arbor vitae crucifixae de
Ubertino, Rev. hist. éccl., 1921. P. Goperroy, in DThC, Arras Opere:
Quaestiones disputatae; Quaestiones quodlibetales; Sermoni. Edizioni: Cfr. De
humanae cognitionis ratione anedocta quaedam, Quaracchi, Gever, p. 762; De
Brie, n. 6694; De Wutr, IGrorieux, Fr. E. d’Arras, France franc., Lanoorar, Zum
Schriften des Frater E. von Arras, Collect. franc. Doucet,
Quaestiones centum ad scholam franciscanam spectantes, Arch. franc.
hist.,Bonarepe, /l pensiero francescano, Gualtiero di Bruges Opere: Quaestiones
disputatae; Commento alle Sentenze. Edizioni: Le Quaestiones, ed. E. Loncpré,
Lovanio, 1928; del Commento, saggi del Loncpré in Arch. Hist. doctr. litt. m. à., 1933. x Bibliografia: cfr.
Gever, p. 762; De Brie, 6694; De Wute, Il, p. 268. E. Loncpré, Gauthier de
Bruges, O.F.M. et l'augustinisme franciscain, Miscell. Ehrle, I, Roma, IpeM, Le
commentaire sur les Sentences du B. Gauthier de Bruges, Pubbl. Inst. étud. méd.
d’Ottawa, 1932. A. PeLzer, Le Commentaire de Gauthier de Bruges sur le IV L.
des. Sentences, Rech. théol. anc méd., 1930. S. BeLmonp, La preuve de
l'existence en théodicée d'après Gauthier de Bru ges, Riv. filos. neosc., 1933.
O. Lottin, La liberté selon Gauthier, Rech. théol. anc. méd., Hormann, Die
Gewissenslehre des Walters v. Briigge und die EntwicKlung der Gewissenslehre in
der Hochscholastik (Beitrige), Miinster, Bonarepe, Il pensiero francescano, J.
BeumER, Die vier Ursachen der Theologie nach dem unedierten Sentenzenkommentar
des Walter von Briigge, Franz. Stud., Acquasparta Tra la numerosa
produzione teologica e filosofica dell’Acquasparta (cfr. Enc. Catt., s.v.)
ricordiamo particolarmente le Quaestiones disputatac. Edizioni: Antologia in De
humanae cognitionis ratione, Quaracchi, ; Quaestiones disputatae selectae, 2
voll., ibidem, 1903-1914, 19572; Quaestiones disputatae de gratia con intr. e
note di V. Doucer, ibid., 1935. De productione rerum et de providentia, a cura
di G. Gar, ibidem, 1956; Quaestibnes disputatae de anima separata, de anima
beata, de icunio et de legibus, Quaracchi, 1959. Estratti dal Comm. alle
Sentenze a cura di A. DanieLs, in (Beitrige, VIII, 1-2), Miinster, ; in E.
Loncpré, Thomas d'York et M. d'Acquasparta. Textes inédits sur le problème de la création, Arch. Hist.
doctr. litt. m. à., 1926-1927, e da S. Vanni-RovicHI, R. ZaVALLONI,
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des Kard. M. v. Acquasparta, Vienna, . . Vanni-RovicHi, L'immortalità
dell'anima nei maestri francescani del sec. XIII, Milano, 1936. . Doucet, L'enseignement parisien de
Mathieu d’Acquasparta (1278-1275), Arch. franc. hist., 1935. . CHioccHETTI,
La cognizione dell'individuale. Matteo d'Acquasparta e Duns Scoto, Riv. filos.
neoscol., 1940, . BonarepE, I! problema del lumen nel pensiero di Matteo
d'Acquasparta, Riv. rosminiana, Bertoni, Rapporti dottrinali tra Matteo
d'Acquasparta e Duns Scoto, Stud. franc., 1943. . Prezioso, L'attività del
soggetto pensante nella gnoseologia di Matteo d'Acquasparta e di Ruggero
Marston, Ant. Zavatroni, Richard de Mediavilla et la
controverse sur la pluralité des formes. Textes
inédits et étude critique, Lovanio, Pecis, M. of Acquasparta and the cognition
of Non-Being, Schol. BonarFEDE, Il pensiero francescano, IpeM,
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anima VI, manuscrit de le Bibl. com. d'Assise n. 159 attributes è M. d’Acquasparta,
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Friede als Ausgangspunkt der Staatstheorie des M. von Padua zu
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raccolti nel VI centenario della morte, a cura di A. Ceccuini e N. Bossio,
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Engl. Hist. Rev., . Inpem, Marsilius of Padua, Proceed. of Brit. Acad.,
Rivière, Marsile de Padoue, in DThC, Scmorz, Marsilius von Padua und die Idee
der Demoksatie, Zeitschr. f. Politik, Inem, Unbekannte Kirchenpolitische
Streitschriften aus der Zeit Ludwigs des Bayern, Roma, 1911-1914. Inem, Zur
Datierung und Uberlieferung des Defensor Pacis) N. Arch. Gesell. f. alt.
deutsch. Geschichtskunden, 1927. IneMm, Marsilius of Padua und Genesis des
modernen Staatsbewusstsein, Hist. Zeitschr., 1936. H. Secar, Der Defensor Pacis
des Marsilius von Padua. Grundfragen und Interpretation, Wisbaden, 1959 (con
bibl.). J. SuLcivan, Marsilio of Padua and William of Ockham, American Hist. Rev.,
1896-1897, P. Viruari, Marsilio da Padova e il Defensor Pacis) in Storia,
politica e istruzione, Milano, 1914,3 P. Zampetti, Considerazioni sul concetto
di giuridicità nel Defensor Pacis, Riv. ital. filos. dir., 1954. Avversari di Dante e di Marsilio Bibliografia: N. Junc,
Un franciscain théologien du pouvoir pontifical au XIV siècle, Alvaro Pelayo,
évéque et pénitencier de Jean XXII, Paris, 1931. U.
Martani, Un avversario di Marsilio da Padova: Guglielmo Amidani da Cremona,
Giornale Dantesco, IsacH, Leben und Schriften des Konrad von Megenburg,
Berlino, MATTEI, /) più antico compositore politico di Dante: Guido Vernani da
Rimini. Testo critico del De reprobatione Monarchiae, Padova, 1958. Sulla crisi
storica tra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo cfr. inoltre in
particolare gli studi di G. De Lacarpe, La naissance de Pesprit laique au
déclin du M.À,, Sugli Spirituali cfr. soprattutto: F. Exte, Die Spiritualen,
ihr Verhiltnis zum Franziskevenorden und zu den Fraticellen, in Arch. f. Litt.
u. Kirchengeschichte, Caccary, L'idéalisme franciscain spirituel du XIV siècle,
K. BattHasar, Geschichte des Armutsstreites in Franziskanenorden bis zum Konzil
von Vienne, Miinster, . Capitolo secondo Giovanni Duns Scoto Opere: L'elenco
definitivo delle opere autentiche sarà possibile stenderlo solo quando sarà
compiuta l’ed. critica in preparazione e di cui sono apparsi solo i primi
volumi (Opera omnia, studio et cura Commissionis scotisticae ad fidem codicum edita,
Città del Vaticano, 1950 sgg.) che reca .nel I vol. una Disquisitio critica di
particolare valore. Tra le opere già contenute nell’ed. Vivès si possono però
considerare autentiche sicuramente le seguenti: Quaestiones super universalia;
Super praedicamenta; Super Ì. I Periermencias, In Il librum Periermencias;
Secundi operis Periermeneias; Super libros Elenchorum Aristotelis; Super l. I
Priorum; Super l. II Priorum; Super l I Posteriorum; Super l. Il Posteriorum;
Quaestiones in libros Aristotelis de anima; De primo principio; Collationes
Oxonienses; Collationes parisienses; Quaestiones subtilissimae in Metaphysicam
Aristotelis; Opus Oxoniense (Ordinatio o Liber Scoti); Reportata Parisiensia;
Quaestiones quodlibetales XXI. È in discussione l'autenticità del Tracsazus
imperfectus de cognitione Dei, del De perfectione statuum e dei Theoremata.
Sono stati inoltre scoperti recentemente altri scritti contenenti ampi
resoconti dei corsi scolastici tenuti dallo Scoto a Oxford, a Cambridge e a
Parigi; i più importanti sono noti col nome di Lectura Oxroniensis o Lectura
prima e di Reportatio magna. Edizioni: Opera omnia, a cura di L. Wapprnc, 12
voll., Lione, 1639; Opera omnia, a cura di Vivès, 26 voll., Parigi, 1891-1895;
Opera omnia, a cura della Commissione scotista, presieduta dal P. C. BaLiz,
Roma, 1950 segg. (e cfr. del Bari&, Zur Kritische Edition
der Werke ]. Duns Skotus, Scriptorium, 1954, e Au sujet de l'édition critique
des oeuvres de ]. Duns Scot, in L'homme et son destin... cit.,229-239). Opus
Oxoniense, a cura di M. FernAnpez Garcfa, Quaracchi (Firenze), 1912, 1914; I.
D. Scoti doctrina 645 Bibliografia philosophica et theologica quo ad res
praecipuas, Quaracchi, 1908, 1930?; Quaestiones et Collationes, inediti, a cura
di Harris,; Tractatus de primo principio, a cura di M. MitLER, Friburgo (ed.
crit.); DEODAT De Basty, Capitalia opera collecta (I. Praeparatio philosophica;
I. Synthesis theologica), Le Havre,
(vedi anche Scozus docens, Le Havre, 1934). È in
corso (Madrid) un'edizione bilingue spagnola. Si cfr. anche con trad. it. a
fronte, l'antologia a cura di P. D. Scaramuzzi: Duns Scoro, Summula (scelta di
scritto coordinati in dottrina). Firenze, e l'antologia a cura di P. Minces,
Joh. Duns Scoti doctrina philosophica et theologica quoad res praecipuas
proposita et exposita, Quaracchi (Firenze). Bibliografia: Per la bibl. generale
cfr. P. Minces, Die skotische Lite ratur des 20 Jhts, Franz. Stud., 1917. A. PeLzer, 4 propos de Jean Duns Scot et des études
scotistes, Rev. néoscol. philos., 1923. S. Stmonis, De vita et
operibus B. Duns Scoti iuxta litteraturam ultimi decennii, Ant., 1928. V. Comte-Lime, Bibliographie scotiste Cong. des lecteurs francisc., Lione, 1934. M. Grayewsxi, Skotistic Bibliography of the Last
Decade (1929-1939), Franc. Stud., 1941. U. Smetts, Lineamenta
bibliogr. Scotisticae, Roma, 1942. E. Bertoni, Vent'anni di studi scotistici,
Milano, 1943. O. ScHaErER, Bibl. de vita, operibus et
doctrina ]. Duns Scoti... saec., Roma. HuattacHam, On recent Studies of the
Opening Question in Ss Ordinatio Franc. Stud., 1955. Per il
lessico scotista cfr. F. FERNANDEZ Garcfa, Lexicon scholasticum
philosophico-theologicum, in quo termini... philosophiam... spectantes a B. |.
Duns Scoto exponuntur, Quaracchi, Tra gli studi generali e tra i pid recenti ci
limitiamo a segnalare: P. Minces, Der Gottesbegriff des Duns Skotus, Vienna,
1906. Ipem, Verhélinis von Glauben und Wissen..., nach D. Skotus, Paderborn,
KLEIN, Der Gottesbegriff des J. Duns Scotus, Paderborn, 1913. M. Hreccer,
Kasegorien- und Bedeutungslehre des Duns Scotus, Tubinga, 1916. A. Bertoni, Le B. Duns Scosr. Sa vie, sa doctrine et ses
disciples, Levanto, Lanpry, La philosophie de Duns Scot, Parigi, Carreras y
ArtAU, Ensayo sobre el voluntarismo de ]. Duns S., Gerona, 1923. E. Loncpré, La
philosophie du B. Duns Scot, Parigi, 1924. A. Pezer, Reportata parisiensia,
Ann. Inst. philos., Lovanio, 1924. 646 Bibliografia C. BaLiz, Les commentaires
de Jean Duns Scot sur les 4 Ul. des Sentences, Lovanio (e cfr. dello stesso A.,
gli articoli in Rech. théol. anc. méd.). Girson, Avicienne et le point de
départ de D. S., Arch. Hist. doct. litt. m. à., 1927. C. R. S.
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mit besonderer Beriicksichtigung der Rechtfertigungslehre, Werl, 1954. H.
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PannenBERG, Die Pridestinationslehre des Duns Skotus im Zusammenhang der
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Zur univocatio entis bei ]. Duns Skotus, Wiss. Weish.. Ipem, Das weltliche Sein
u. seine inneren Griinde bei Thomas von Aquin u. I. Duns Skotus. Vergleich u.
Versuch ciner neuen Synthese, Wiss. Weish., Watson, Univocity and analogy of
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de Escoto Verdad y Vita. Inem, Del Ser de Dios y de su unidad, ibidem. Oromi,
E! gran Prélogo de Duns Escoto, Guerra, De la persona y producciones en Dios,
ibidem. P. MicHeL, The primum cognitum of Duns
Scotus, Duns Scotus, FinkenzeLLER, Offenbarung und Theologie nach der Lehre des
]. Duns Skotus. Eine Historische und systematische Untersuchung, (Bceitrige,
XXXVIII, 5), Miinster. Sugli influssi di Duns Scoto sul pensiero
scientifico cfr. soprattutto: P. DuHEMm, Le système du monde Marr, Zwei
Grundprobleme. Ipem, An der Grenze von Scholastik, cit.,105 sgg., 164 sgg., 229
Cfr. inoltre: C. BaLiè, Giovanni Duns Scoto, in Grande Antologia Fi losofica,
IV,1335-54 (testi in tr. it.1355-1409) e O. ScHaEFER, John. D. Scot, fasc. 22 dei Bibliographische Einfiihrungen in das Studium der
Philosophie, Berna. E v. GEyER, ; DE Brie, nn. 438, 2648, 2649, 3652, 4622,
5527, 7104-7246, 7496; De Wutr, II,371-377. Sulla
scuola scotista in generale: P. De Marticne, La Scolastique et les traditions
franciscaines, Parigi, 1888. F. GranninI, Studi sulla scuola francescana,
Siena, Bertoni, Le B. Jean Duns Scot. Sa vie, sa doctrine, ses disciples, D.
ScaraMUZZI, Il pensiero di Giovanni Duns Scoto nel Mezzogiorno d'Italia, Roma,
1927. E. Girson, Jean Duns Scot, Francesco di Meyronnes Esposizione sulle
Categorie di Aristotele, Comment. in Physic., Commentario alle Sentenze,
Quodlibeta: De primo princi pio, De univocatione entis, De esse essentiae et
existentiae, Explanationes divinorum terminorum. Infondata l'attribuzione di un
Tractatus de formalitatibus. Edizioni: Una collezione pubblicata a Venezia nel
1517 contiene: le Sentenze, i Quodlibeta, De primo principio, Explanationes
divinorum terminorum, Tractatus de formalitatibus. Gever; De Brie; DE WuLE. In particolare v.: W. Lampen, F.
de Meyronnes, France francisc.D'ALENgon, DThC, X, coll. LancLo1s, Fr. de
Meyronnes, frère mineur, in Histoire litiér. de la France, 36, Parigi RorH,
Franz von Meyronnes und der Augustinismus seiner Zeit, Franz. Stud.,
1935,44-75. IneMm, Franz von Meyronnes: sein Leben, seine Werke, seine Lehre
vom Formalunterschied in Gott, Werl i. W., LAPPARENT, L'oeuvre politique de F.
de Meyronnes, ses rapports avec celle de Dante, Arch. Hist. doctr. litt. m. à.,
1942. J. Barset, Le prologue du commentaire dionysien de Frangois de Mayronnes
(con testo), Arch. Hist. doctr. litt. m. 4., 1954. P. DuneM, Le système du
monde Bassoles Commentario alle Sentenze cur. RernauLt-J. F. FreLLON, Parigi
GevEr; De Brie, n.; De Wutr, In particolare v.: P. Dunem, Études sur Léonard de
Vinci, II, Parigi. IpEM, Le système du monde, LancLo1s, in Mist. litt. de la
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Ipem, An der Grenze von Scholastik. DuHEM, Le système du monde. mp Guglielmo di
Alnwick Da Opere: Commento alle Sentenze; Quodlibeta; Quaestiones de esse
intelligibili. Edizioni: Quaestiones disputatae de esse intelligibili et de
quolibet, a cura di A. Lepoux (con pref. bibliografica), Quaracchi GeveR, p.
787; DE Wutr, In particolare cfr.: M. Brin, in DHGE, II, 662. M. ScHmaus,
Guillelmi de Alnwich doctrina de medio quo Deus cognoscit futura contingentia
(con ed. di una quaestio), Bogoslavni Vestnik, Marer, Wilhelm von Alnwick
Bologneser quaestionem gegen den Averroismus, Greg. 1949. Giovanni da
Ripatransone Opere: Commento al I delle Sentenze; Determinationes;
Conclusiones. Edizioni: Determinationes e Conclusiones, ed. A. ComBESs, Parigi,
1957. Bibliografia: cfr. GevERr, p. 783; De Brie, nn. 5170-7653; DE Wutr
EunrLe, Sentenzkommentar Peters von Candia, ScHwamm, Magistri Joannis de Ripa,
O.FM., doctrina de praescientia divina, Inquisitio historica, Roma, A. Comes,
Jean de Vippa, Jean de Rupa, ou Jean de Ripa?, Arch. Hist. doctr. litt. Inem, Jean Gerson commentateur
dionysien, Parigi, 1940,608-687. Inem, Un inédit de St. Anselme? Le traité De
unitate divinae essentiae et pluralitate creaturarum d’après Jean de Ripa,
Parigi, 1944. Inem, Présentation de Jean de Ripa, Arch. Hist. doctr. litt. m.
&., 1956. InpeM, Les références de Jean de Ripa aux livres perdus (II, III,
IV) de son Commentaire des Sentences. Orvieto
(vedasi) Commentaria in libros Sententiarum; Sermones de tempore; Sermones de
Sanctis; De Deo uno et trino. Zumxercer ha pubblicato il
Prologo del Commentario in Hugolinus von Orvieto und seine. theologische
Erkenninislehre, Wiirzburg, 1941,267-391; F. Corvino, una quaestio del L. I. in
7 De perfectione specierum di Ugolino d’Orvieto, in Acme, ; ed. F. SrecmùLLer
il De Deo..., in Annali della Bibl. gov. e libr. civ. di Cremona, Brie, n. 7651;
De Wutr, Rousset, H. d’Orvieto. Une
controverse à la faculté de théologie de Bologne au XIV® siècle, Mél. d’arch.
et hist. de l’École frang. de Rome, Zum€etter, Hugolin von Orvieto und seine
theologische Erkenntnislehre, cit.. Ipem, H. von Orvieto tiber Urstand und
Erbstinde, Augustiniana. IpeM, Hugolinus von Orvieto tiber Pridestination,
Rechtfertigung und Verdienst Metz Commento alle Sentenze (due red.). Bibliografia:
cfr. Gever, p. 768; De Wutr, III, p. 28. In particolare v.: Grasmann,
Mittelalterliches Geistesleben, 1, Monaco, Kocx, /. von Metz, O. P., Arch.
Hist. doctr. litt. m. à.. P. Fournier, Jacques de Metz, in Hist. litt., de la
France, 37, Parigi, Herveo di Nédellec Opere: 1) Quaestiones super Sententias;
2) Quodlibeta I-IV (discussa l'autenticità di V-X); 3) Quaestiones disputatae;
4) Commento In librum periermencias; 5) Quaestiones de praedicamentis; De
cognitione primi principii; 7) De secundis intentionibus; 8) Scritti polemici
contro Jacopo di Metz, Durando di St. Pourgain, Enrico di Gand. Venezia; Parigi
Venezia Venezia, Parigi; Venezia, 1513; cfr. inoltre J. G. Sikes, Hervaci
Natalis liber de paupertate Christi et Apostolorum, Arch. Hist. doctr. litt. m.
à., 1938 e L. Hou, Die Quodlibeta minora des H. Natalis, Miinch. theol.
Zeitschr., Gever, Brie, nn. 7400-7402; De Wutr, III, p. 69. In particolare v.:
C. JELLouscHEK, Verteitigung der Moglichkeit einer anfangslosen Weltschòpfung
bei E. Nédellec, Jahrb. Philos. spek. Theol., Kress, Theol. und
Wissensch.... an der Hand der Defensa doctrinae D. Thomae des H. Nédellec,
(Beitrage, XI, 3-4), Miinster, 1912. W. ScHoeLLcen, Das Problem des
Willensfreiheit b. H. von Gent und H. Nédellec, Diisse!dorf, SanteLER, Der
Kausale Gottesbeweis b. H. Nédellec..., Innsbruck, 1930. A. Fries, Quaest. super IV libros Sententiarum H.
Nédellec vindicatae, Aug. GuimarAes, H. Noel. Étude biographique,
Arch. frat. praed., 1938. E. B. ALLen, H. Natalis, an early thomist on the
notion of being, Med. Stud., 1960. Durando di St. Pourgain
Opere: 1) Commento alle Sentenze (in we red); Quaestiones disputatac;
Quaestiones quodlibetales; Tractatus de ha ditibus; Quaestiones de libero
arbitrio; Additiones al I delle Sentenze. Edizioni: 1) numerose edd. della III
red.; 2) la Quae stio de natura cognitionis, ed. J.
KocH, in Op. et Tex., VI, Miinster, 1929, 1935; 4) (Quaestio IV) ibidem, VIII,
Miinster, 1930. Bibliografia: cfr. Gever; De Brie; DE WutF, III, p. 28. In
particolare vedi: J. KocH, D. de S. Porciano, O. P., Forschungen zur Streit um
Thomas von Aquin zu Beginn des 14 Jahrh. 1: Literargeschichtliche Grundlegung,
(*Beitrige, XXVI, 1), Miinster, 1927. 3. SturLEr, Bemerkungen zur Konkurslehre
des Durand von St. Pourgain, Aus des Geisteswelt des Mittelalters, Fournier,
Durand de St. Purcain, in Hist. litt. de la France, 37, Parigi, 1938,1-38. J. MùLLER, Quaestionen der ersten Redaktion von I und Il
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1942. A. Mar, Zwei Grundprobleme..., cit.,70 Ipem, An der Grenze von
Scholastik..., cit.,186 P. DunHEMm, Le système du monde, . Aureolo
Tractatus de principiis naturae; Commento alle Sentenze in due red.; XVI
Quaestiones quodlibetales. Edizioni: Commento (II red.) e Quodlibeta, Roma,
1596, 1605. Bibliografia: cfr. GevER, p. 769; DE Brie, nn. 7429-7430, 7496; De
WutF, Drerino, Konzeptualismus in der Universalienlehre des Franziskanererzbischofs
Petrus Aureulus (Beitrige, XI, 6), Miinster, Lannry, Pierre d’Auréole. Sa doctrine et son réle, Rev. Hist. Philos., 1928. P.
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IpeM, Notes sur la rélation de Pierre d'Auréole à la theologie trinitaire, Ann.
École prat. hautes étud. Sc. relig., 1935. A. Teeraert, in DThC ScHMUcKER,
Propositio per se nota. Gottesbeweis und ihr Verhaltnis nach P. Aureulus
(Franz. Forsch.,) Werl i. W., Mater, Die Vorliufer Galileis.. Inem, Zwei Grundprobleme...,
cit., 55 sgg., 62 sgg., 165 Inpem, An der Grenze von Scholastik..., cit.,70 P.
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secondo Pietro Aureolo, in L'homme et son destin..., cit.,673-680. Enrico di
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und seine Quaestionen, Misc. Ehrle, I, Roma, 1924,307-355. J. Kraus, Die
Universalienlehre des Oxforders Kanzler Heinrich von Harclay in ihrer
Mittelstellung zwischen skotistischem und ockamistischem Nominalismus, Div. Th.
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englischen Hochscholastik, cod. 501 Troyes, Schol., 1953. A. Maurer, H. of Harclay's Questions on immortality,
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Quodlibeta; Quaestiones ordinariae; Summa theologica. Edizioni: Commento, Venezia; Summa, le prime 12 quaest.
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Bononiensis O. Carm. Anal. O. Carm., 1923. Ipem, De scriptoribus scholasticis
saec. XIV ex Ord. carmelitarum, Lovanio, 1931. A. Maier, Die Vorliufer Galileis.
Xiserra, Mag. Gerardus Bononiensis. Quaestio de Dei cognoscibilitate (Sum.
theol. q. 13), in Medioevo e Rinascimento (Studi Nardi) Firenze, 1955,829-870.
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Commento alle Sentenze (framm.); Quodlibeta; Quaestiones ordinariae;
Quaestiones disputatae; Commenti al De anima, Metaphysica, Physica, Ethica.
Bibliografia: cfr. Geyer, p. 775; P. FourMER, in Hist. litt. de la France,
Parigi, 1927. B. XisertA, De mag. Guidone Terreni, Anal. O. Carm., . Ipem, De
doctrinis theologicis mag. Guidonis Terreni, Anal. O. Carm., Ipem, Guiu Terrana
carmelita de Perpinyà, Barcellona Occam Commentarii (sive Quaestiones) in IV
sententiarum libros; 2) De sacramento altaris; 3) Quodlibeta VII; 4) Tractatus
de praedestinatione et praescientia Dei; 5) Expositio aurea super «eriem
veterem; Summa totius logicae; 7) Summulae in libros physicales; Tractatus
super libros elenchorum; 9) De relatione; 10) Quaestiones in libros physicorum;
De quantitate. teologico- politiche: Allegaziones religiosorum virorum; Opus
nonaginta dierum; 3) Dialogus inter magistrum et discipulum de potestate papae
et imperatoris; Epistula ad fratres minores in capitulo apud Assisium
congregatos; 5) De dogmatibus ]ohannis XXII papae; Tractatus contra Johannem
XXII; 7) Tractatus contra Benedictum XII; Com pendium errorum papae Johannis
XXII; 9) Allegationes de potestate imperiali; 10) An rex Angliae; 11)
Brevilogium de principatu tyrannico (dubbio); 12) Octo quaestiones Tractatus de
jurisdictione imperatoris in causis matrimonialibus; De imperatoris et
pontificum potestate; De clectione Caroli IV. c) attribuito di scuola: 1)
Cenziloqguium theologicum (molto dubbio); 2) Tractatus de successivis; De
puncto et negatione; 4) De principiis theologiae; 5) Compendium logicae; 6)
Quaestio de universali; Quaestio de selatione; Breviloquium de potestate papae.
Quaestio I principalis; BoHNER,
Paderborn, e I dist. II, 8 in The new
Schol.; I dist. III, 9, 14-15, in Traditio, ; «, 2) a cura di B. BrrcH, Burlington
(Iowa), 1930; 2, 4) «ed. PH. BòHNER, S. Bonaventure (N. Y.), BOHNER,
Perihergeneias, in Traditio, 1946; «, a cura di PH. B6HNER, FIDANZA (vedasi)
(New York); è, 2) ed. E. R. BENNET e J. G. SikEs, in OckHam, Opera politica, I,
Manchester; 5, 4) ed. L. Baupry, in Rev. hist. francis, ; ed. C.
K. BrampPtoNn, Oxford, 1929; ed. H. S. OrrLER, in Opera
politica, III, Manchester, 1956; 5, 6), ed. H. S. OrrLER, in Opera politica,
III,(estratti e analisi in R. ScHoLz, Unbekannte kirchenpolitische
Streitschriften aus der Zeit Ludwigs des Bayern, Roma, 1914,403-417); è, ed. H.
S. OrrLER, in Opera poditica, III,(analisi ed estratti in R. ScHotz, op.
cit.,403-417; è, 9) (estratti in R. ScHoLz, op. cit.,417-431); 5, ed. H. S.
OFFLER, in Opera politica, I,(estratti in R. ScHoLz); 5, 11), ed R. ScHotz,
Lipsia, 1944; è, 12) ed. J. Sikes, in Opera politica, I, cit.; è, 13) ed. H. S.
OrrLER, in Opera politica, I, cit.; è,
R. ScHoLz, op. cit.,; ed. C. K.
Brampron, Oxford, 1027; ed. W. Mutper, in Arch. franc. Hist., ed. K. MiLLer,
Traktat gegen Unterwer656 Bibliografia fungsformel..., Giessen; R. ScHoLz,
Conradus de Megenberg. Traktatus contra Wilhelmum Occam, in op. cit.,
11,347-363; c, 2) ed. Pu. BoHNER, S. Bonaventure (N. Y.), ; c, 4) L. Baupry, Le
Tractatus de principiis theologiae attribut è Guillaume d'Ockham, Parigi, ; c,
6) M. GraBMANN, Quaestio de universali secundum viam et docirinam Guillelmi de
Ockam (Op. et Tex., X) Miinster, 1930; c, 7) G. E. MoHan, The Quaestio de
relatione attributed to William Ockam, in Franc. Stud.,
1951; c, 8) L. Baupry, Parigi. Inoltre F. Corvino ha pubblicato: Sette questioni
inedite di Ockham sul concetto, in Riv. crit. st. filos., 1955; Questioni di
Ockham sul tempo, ibidem, 1956; Questioni inedite sul continuo, ibidem, Lione,
1495; a, 2) Parigi s.d., Parigi s.d., Parigi, 1490, Strasburgo, 1491, Venezia,
1504, 1516; a, 3) Parigi, 1487, Oudendlich, s.d., Parigi s.d., Parigi 1488;
Strasburgo, (rist. anast. Lovanio, 1961); 4, 4) Bologna, 1496 (insieme ad @, 5)
Bologna, Parigi, Bologna, Venezia, Oxford, Bologna, 1494, Venezia Roma, ; è, 1)
BaLuze-Mansi, Miscellanea, III,315-325; EuBEL, Bullarium franciscanum,
V,388-396; è, 2) Lovanio, 1481, Lione, 1495, in M. Gotpast, Monarchia Romani
imperii, Amsterdam, 1631, Il, Francoforte, 1668, III; è, Parigi Lione, in
GoLpast, op. cit.; in R. ScHoLz, op. cit., la parte finale assente nel Goldast
(l’ed. GoLpast è ora stata ristampata fotostaticamente a cura di L. Firpo,
Torino, Parigi, 1476, Lione; GoLpast, op. cit.; b, 8) Parigi, 1476, Lovanio,
1481, Lione, 1495; GoLpast, op. cit.; è, 12) Lione, 1496; Gopast, op. cit.; b,
in M. FrEHER, /mperatoris Ludowici III... sententia dispensationis, Heidelberg;
GoLpast, op. cit.; c, 1) Lione, 1495 (insieme al Commento alle Sentenze). Utile l'antologia a cura di PH. BoHNER (Ockham,
Philosophical Writings, a selection edited and translated by Pu. Bonner),
Edimburgo, 1957. Bibliografia: Ricche bibliografie generali in V. HevncH, in
Franz. Stud.; L. Baupry, Guillaume d’Ockham, Parigi,
1950, 273-294. Per il lessico occamista v.: L. Baupry, Lerigue philosophique de
Guillaume d'Ockham. Etude des notions fondamentales, Parigi, 1958. Cfr. inoltre
Gever,781-782; De Brie, nn.; De Wutr, III,4951. In particolare vedi: F.
BruckMmùLLER, Die Gotteslehre W. v. Ockham, Monaco, Horer, Biographische
Studien iiber W. von Ockham, Arch. franc. hist., Kuccer, Der Begriff der Erkenninis
bei W. von Ockham, Breslau, 1913. P. Doncoeur, Le nominalisme de G. d'Oc. La
théorie de la relation in Rev. néos. philos., e Le mouvement, temps et lieux
d'après Oc., Rev. philos., A. Perzer, Les 51 articles de G. Oc. censurés en
Avignon en 1326, Rev. hist. ecclés., 1922. F. FepERHOFER, Fin Beitrag zur
Bibliographie und Biographie des W. von Ockham, Philos. Jahrb., Inem, Die
philosophie des W. von Oc. in Rahmen seiner Zeit, Franz. Stud., 1925. Ipem, Die
Psychologie und die psychologischen Grundlagen der Erkenntnislehre des W. Oc.,
Philos. Jour., 1926. E. HocusrettEr, Studien zur Metaphysik und Erkenntnislehre
des W. v. Oc., Berlino, 1927. J. MarfcHat, Le point de départ de la
métaphysique, I, Lovanio, Bruxelles, Assacnano, Guglielmo d'Ockham, Lanciano,
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Grundlagen der Ethik W. von Ockham, Franz. Stud., 1934. E. A. Moopy, The Logic
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Tornay, Ockham: Studies and selections, La Salle (U.S.A.), Baupry, Le
philosophe et le politique dans G. d'Oc. e A propos de G. Ockham et de Wiclef,
Archiv. hist. doctr. litt. m-4., 1939. Pu. BoHNER, Ein Gedicht auf die Logic
Ockhams, Franz. stud., Gracon, Occam. Milano, HoFFMann, Die erste Kritik des
Ockamismus durch den Oxforder Kanzler Johannes Lutterell, Breslauer Stud.,
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totius logitae; Questiones metaphysicales et defensiones Thomae Aquinatis; In
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abbreviato per magistrum Henricum de Hoyta, Parigi GeveRr,; DE Wutr, LirtLe,
Tra Grey Friars in Oxford, Oxford EÒÙrte, Das Sentenzenkommentar Peters von
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dans la philosophie Holkot Quaestiones super libros Sententiarum; Quodlibeta;
Commenti scritturali. Quaestiones super IV ll. Sent., Lione; Utrum theologia
sit scientia a quodlibet question, ed. J. T. Mucxie, Med. Stud., GevER In
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GLomeux, La litterature quodlibétique, Meissner, Gotteserkenntnis und
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study of his theology in its historical context, Utrecht, Osermann]. A.
WeISHEIPL, The Sermo epicinus ascribed to Th. Bradwardine (con testo), Arch. Hist.
doctr. litt. m. Rimini (vedasi) Commento alle Sentenze; De usuris, ed altri
numerosi scritti inediti, Edizioni: Commento, Parigi, Venezia, rist. St.
Bonaventure, Lovanio, Paderborn; De wswuris, Rimini, Gever, De Brie, nn.; DE
WuLF In particolare v.: WirsoòrrEr, Erkennen und Wissen nach G. von Rimini
Beitrige, Miinster, Dunem, Études sur Lfonard de VINCI (vedasi). Vicnaux,
Justification et prédestinamon au XIV siècle, Parigi, . M. ScuùLer,
Pridestination, Stinde und Freiheit bei Gregor von Rimini, Forsch. z.
Geistesgesch., III, Stoccarda, ELie, Le complexe significabile Parigi, Mar, Die
Vorliufer Galileis..., Inem, An der Grenze von Scholastik. DuHEem, Le système du monde Mirecourt Opere: Comment.
alle Sentenze; due Apologiac; Quaesiones. C. Du
PLEssIS D'ARGENTRE, Collectio iudiciorum, 1, Parigi, DenirLe, Chartularium
Universitatis Pari siensis, II, Parigi, con il testo delle proposizioni
condannate nel 1347); Apologiae, ed. F. SrecmùLLER, in Rech. théol. anc. méd.;
Mirecourt, Questioni inedite sulla conoscenza, a cura di A. FranzineLLI, Riv.
crit. st. filos.,Gever, p. 783; De Wutr. In particolare v.: S. Haun, TA.
Bradwardinus und seine Lehre von der menschlichen Willensfreiheit, Birkenmayer,
Ein Rechifertigungsschreiben ]. von Mirecourt (Beitrige, XX, 5), Miinster. J. Horer, Biographische Studien iiber Wilhelm von
Ockham, K. MichHatski, Les cowrants
philosophiques è Oxford et è Paris. IpeM, Les sources du criticisme et du
scepticisme dans la philosophie, in La Pologne au Congrès int. de Bruxelles,
Cracovia, Ipem, Le criticisme et le scepticisme..., IpeM, Le problème de la
volonté..., F. Ere, Der Sentenzekommentar Peters von Candia, Ceffons cfr.: D.
Trapp, Peter Ceffons of Clairvaux, Rech. théol. anc. méd. Autrecouri
Opere: Commento al I delle Sentenze; Commento alla Politica; Epi stole a
Bernardo d'Arezzo; Exigit ordo executionis. Edizioni:
Epistole in J. Lappe, N. von Autrecourt... (cfr. bibl.); Exigit ordo
executionis, in }. O°DonneL, Nicholas oj Autrecourt. Atti del processo in
DENIFLE, Chartularium, Lappe, N. von Autrecourt. Sein Leben, seine Philosophie,
seine Schriften (Beitrage, VI, 1), Miinster, Rasupatt, N. de Ultricuria, a
mediaeval Hume, Proceed. of the Aristotelian Soc., Manser, Drei Zweifler am Kausalprinzip
im XIV Jahrh., Jahrb. f. Philos. spekul. Theol.
K. MicHatsri, Les courants philosophiques è Oxford et è Paris, P: Vicwaux, in
DThC, XI, . H. ELie, Le complexe significabile,
Parigi, O°DonneL, Nicholas of Autrecourt, in Med. Stud. IneMm, The Philosophy
of N. of Autrecout and his Appraisal of Aalualio ibidem, 1942. R.
J. Wernserc, N. of Autrecourt, Princeton Marer, Die Vorliufer Galileis. Dac
Pra, Nicola di Autrecourt, Milano, Ipem, La fondazione dell'empirismo e le sue
aporie nel pensiero di Nicola di Autrecourt, Riv. crit. st. filos.;? E.
Maccacnoro, Metafisica e gnoseologia in Nicola di Autrecourt, Riv. filos.
neosc., DuHEM, Le système du monde, La bibl. generale in GeyER; De Brie, nn.;
De Wutr, III, Buridano Summulae o Compendium Logicae Quaestiones in libros
Politicorum Aristotelis Quaestiones super octo physicorum libros; 4)
Quaestiones in libros Politicorum Aristotelis; Quaestiones in libros de gnima;
In metaphysicam Aristotelis quaestiones; In Ethicum quaestiones. Parigi Parigi Parigi, Parigi, Parigi; il Tractatus de
suppositionibus a cura di M. E. Reina, in Riv. crit. st. filos., Gever; De
Brie, n.; De Wutr, DuHEm, Ézudes sur Léonard de Vinci Le système du monde,
MicHaLsKi, Les courants philosophiques..., IpeM, Le criticisme et le
scepticisme..., E. A. Moopy, John Buridan on the habitability of the Earth,
Spec. Ipem, /. Buridan, Quaestiones super libros IV
de coelo et mundo, Cambridge (Mass.), Fara, /. Buridan, notes sur les manuscrits, les éditions te le
contenu de ses ocuvres, Arch. Hist. doctr. litt. m. Ipem, Jean Buridan, in
Histoire litt. de la France, Marer, Die Vorlaufer Galileis. IpeM,
Zwei Grundprobleme. IpeM, An der Grenze von Scholastik. Reina, // problema del
linguaggio in Buridano, Riv. crit. st. filos., .Ipem, Note sulla psicologia di
Buridano, Milano, Roserts, A chimera is a chimera, a medieval tautology, Journ.
Hist. Ideas Odone varie Quaestiones in logicam, un Commentario în libros decem
Ethicorum, e un Commento alle Sentenze. Edizioni: Il Commentario all’Ethica,
Venezia, BartoLoMÉ, Fr. Ger. de Odon, Murcia, DuHem, Le système du monde,
Marer, Die Vorliufer Galileis.. IpeM, Zwei Grundprobleme. Marbres Quaestiones
sulla Fisica. Edizioni: Padova, ; Venezia L. Baupry, En lisant Jean le
Chanosne, Arch. hist. doctr. litt. m. 4. 1934. A. Marr, Die Vorliufer Galileis.
IpeMm, Zwei Grundprobleme. lpem, An der Grenze von Scholastik. DuHem, Le
système du monde, cBonet Opere: Commenti alla Metafisica, alla Fisica, alle
Categorie, una Theologia naturalis, Formalitates in via Scoti. Edizioni:
Venezia BarceLonE, N. Bonet Tourangeau, doctor proficuus, Etud. Franc., 1925.
F. O'Brian, in DHGE, Doucer, in Arch. franc. hist. Maier, Die Vorliufer
Galileis. IpeMm, Zwei Grundprobleme..., cit., Dunem, Le système du monde Fitz
Ralph Commento alle Sentenze; Sermones; Summa contra Armenos. Bibliografia:
Cfr. De Wutr, MicHALSRI, Le criticisme et le scepticisme..., Ipem, Le problème
de la volonté..., A. Gwwnn, Richard Fitz Ralph, Archbishop of Armagh, Studies,
Maier, Die Vorldufer Galileis. Baconthorpe Opere: Commento alle Sentenze; vari
Commenti scritturali; Commenti al De anima, alla Metaphysica, all'Ethica di
AristorELE; Commenti al De trinitate e al De civitate Dei di Acostino; Commento
agli scritti di Anselmo di Aosta; Quodlibeta; Sermoni spirituali. Edizioni: Il
Commento alle Sentenze nelle edizioni di Lione, 1484; Parigi Milano Venezia
Cremona; Madrid, Quodlibeta nell'ed. di Cremona t. 2 inf. e Venezia GEvER,
Xiserta, De magistro |. Baconthorpe, Anal. Ord. Carm., Ipem, Joan Baconthorpe
Averroista?, Criterion, Ipem, De scriptoribus scholasticis s. XIV ex Ordine
Carmelitarum, Lovanio Crisocone du Saint-SacraMENT, Maftre Jean Baconthorpe,
Rev. néosc. philos., LyncHn, De distinctione intentionali apud |. Baconthorpe,
Anal. Ord. Carm., 1932. Nico di S. Brocarpo, I! profilo storico di Giovanni
Baconthorpe, Ephemerides Carmeliticae, Marer, Zwei Grundprobleme. Anastasio di S. Paoro, in DHGE. B. Smattey, /.
Baconthorpe's postill on St. Matthew, Med. Ren. Stud.,
Giovanni di ]andun Opere: De laudibus Parisius; Commento all'Expositio
problematum Aristotelis di Pietro d’Abano; Commentari al De anima, De coelo et
mundo, Physica, Metaphysica di Aristotele e al De substantia orbis di Averroà.
Avrebbe inoltre scritto le seguenti opere di cui non è rimasta traccia:
Quaestiones de formatione foetus; Quaestiones de gradibus et pluralitate
formarum; Tractatus de specie intelligibili; Duo tractatus de sensu agente.
Edizioni: De anima, Venezia Physica, De Caelo et mundo, ivi, 1501; Parva
naturalia, ivi, 1505; Metaphysica, ivi; tutte più volte ristampate; De
substantia orbis, ivi; De laudibus Parisius, ed. Le Roux pe Lincy e TissERanT, in Paris et ses historiens,
Parigi, Bibliografia: Geyer; De Wutr, IVators, Jean de ]Jandun, in Histoire
litt. de France, Parigi. Dunem, Le système du monde, cit., IV,96-104;
V,571-580; VI,534-536, 543-575. E. Girson, É:udes de philosophie médiévale,
Parigi, Rivière, in DThC, Grasmann, Mittelalterliches Geistesleben, cit., II. A.
Marr, Die Vorliufer Galileis..., cit., Ipem, An der Grenze von Scholastik
Dunem, Le système du monde Maurer, John of Jandun and the Divine Causality,
Med. Stud., THornpIKE, Jean de Jandun on Gravitation, Jour. Hist.
Ideas. GricnascHI, Il pensiero politico e religioso di Giovanni di ]andun,
Bull. Ist. stor. ital. m. e. + PaccHi, Note sul Commento al De anima di
Giovanni di ]andun, Riv. crit. st. filos. lac] > zrp Parma Commento al De
anima; due Quaestiones disputatae; Quaestio de augmento; Quaestio de elementis;
Expositio sulla Theorica planetarum di Cremona. Le Quaestiones de anima di
Parma, cur. Vanni-RovicHi, Milano, Brie, n.; De Wutr, In particolare v.:
Grasmann, Mittelalt. Geistesleben, Vanni-RovicHi, La psicologia averroistica di
T. da P., Riv. filos. neoscol., Marr, Ein Beitrag zur Gesch. des italienischen
Averroismus im XIV., Jahrh., Quellen und Forsch. aus ital. Arch. u. Bibl.,
Ipem, Die Vorlaufer Galileis. Ipem, An der Grenze von Scholastik. Arezzo
Commento all'Isagoge; Commento alle Categorie Grasmann, Mittelalt.
Geistesleben, Gubbio Quaestiones; Commento alle Meteore; Quaestiones de anima
Piana, Contributo allo studio delle correnti dottrinali nell'Univ. di BOLOGNA
Ant. A. Marr, Die Vorlaufer Galileis. URBANO da BOLOGNA Trattato sui Commenti
averroistici alla Physica Venezia con prefazione di Vernia. Wutr, SorsetLI,
Storia dell'Università di BOLOGNA, Bologna, Abano Conciliator differentiarum
phylosophorum et praecipue medicorum; Liber compilationis physonomiae;
Expositio problematum Aristotelis; Lucidator astronomiae, ed altre inedite.
Conciliator, Venezia, 1476; Liber.., ivi, ; Expositio, Padova; Lucidator,
frammenti in P. DuHEM, Le système du monde, IV, Parigi, Gever, p. 786; De Brie;
De WuLF. FerrarI, / tempi, la vita, le dottrine di Pietro d’Abano, Genova.
Ipem, Per la biografia e per gli scritti d’Abano, Mem. R. Accad. dei Lincei,
Narpi, La teoria dell'anima e la generazione delle forme secondo Abano, Riv.
filos. neosc., DuHem, Le système du monde Narpi, Intorno alle dottrine
filosofiche d’Abano, N. Riv. stor. ALIGHIERI e ABANO, Saggi di filosofia
dantesca THÒornpikE, A History of magic and experimental Science, con Bibl.
completa degli scritti Gucon, Abano e l'averroismo padovano, Atti XXVI riunione
Soc. ital. progr. sc. Roma Troito, Averroismo e aristotelismo padovano, Padova
Inem, Per l'averroismo padovano o veneto, Atti R..Ist. Veneto, Narpi, Studi
sull’aristotelismo padovano dal secolo XIV al XVI, Firenze, rivisti e
rielaborati Ascoli L’Acerba; De principiis astrologiae; De eccentricis et de epyciclis;
Tractatus in sphaeram. Edizioni: L’Acerba, a cura di P. Rosario, Lanciano; di
A. Crespi, Ascoli Piceno, 1927; De principiis..., ed. G. Borriro, Firenze, ; De
eccentricis..., ed. BorFITO Casretti, La vita e le opere di ASCOLI, Bologna
PaoLETTI, Ascoli, Bologna, Beccaria, I biografi di Cecco d'Ascoli e le fonti
per la sua storia e la sua leggenda, Mem. Acc. sc. di Torino, Eckhart Tra le
mumerose opere in latino e in volgare citiamo: Reden der Unterscheidung;
Collatio in librum Sententiarum; Tractatus super Oratione dominica;
Quaestiones: Utrum in Deo, Utrum intelligere Angeli; Utrum laus Dei;
Quaestiones: Aliquem motum, Utrum in corpore Christi; Buch der gottlichen
Trostung; Sermone vom dem edlen Menschen; Opus tripartitum; Opus expositionum
Prologi, In Genesim; In Exodum; In Eccl. In Sapientiam, In Genesim I (II
forma); In Exodum (Il forma); In Genesim Il; Liber parabolarum Genesis, In
Johannem; Sermoni lat. e ted. Edizioni: Le Opere latine a cura del DenirLE in
Arch. f. Liter. und Kirchengesch. d. Mittelalter; le Opere tedesche, già edite
a cura di F. PreiFrFer (in Deutsche Mystiker d., II, Gottinga), sono ora edite
insieme alle latine da W. KoHLHAMMER, a cura di K. Werss, J. Kock, K. Christ,
E. Benz, J. Quint, Stoccarda-Berlino, Un’altra ed. delle op. latine a cura di
G. THfry e di R. KLIBANSKI, Lipsia si è fermata al f. III. Tra le tradd. it.
ricordiamo: Prediche e trattati, a cura di G. C. con intr. di E. Buonaruti,
Bologna, e l’ant. La nascita eterna (con testi a fronte) a cura di G. Faccin,
Firenze. Per altre edizioni particolari di testi e documenti cfr.: G. Tufry,
Édition critique des pièces relatives au procès d'Eckhart, Arch. Hist. doctr. litt. m. à.,; Le Commentaire de M. E. sur le
livre de la Sagesse Loncpré, Questions inédites de M. E., Rev. Néoscol. Philos.
Neuaufgefundene Pariser Questionen M. E. und ihre Stellung in seinem geistigen
Entwicklungsgange, a cura di E. LoncpPré e di M. GRABMANN, Abhandl. Bayer.
Akad. Philos. Kl., Monaco GevER, Quaestiones et sermo parisienses, Bonn. Per
l’amplissima bibl. cfr. Gever; De BRIE Wutr, Cfr. anche G. Faccin, M. E. e la
mistica preprotestante, Milano. Ci limitiamo qui a citare: F. Jostes, M.
Eckhart und seine Jiinger, Lipsia, Hornsrein, Les grands mystiques allemands du
XIV siècle, Lucerna, LeHMmann, Meist. Eckhart, Jena Karrer, Meist. Eckhart,
Monaco, VOLPE, Il misticismo speculativo di Maestro Eckhart nei suoî rapporti
storici, Bologna Seeserc, Meister Eckhart, Tubinga, OLtManns, M. Eckhart,
Francoforte, Peters, Gottesbegriff M. Eckharts, Amburgo, Dempe, Meist. Eckhart.
Eine Einfiihrung in sein Werk, Lipsia, 1n. e. Friburgo Laurent, Autour du
procès de Maître Eckhart. Les documents des Archives Vaticanes, Div.
Th." (P.) BoLza, Meister Eckhart als Mystiker, Monaco DaLcmann, Die
Anthropologie Meister Eckharts, Tubinga MiLLer-THyn, On the University of Being
in Meister Eckhart, New York, EseLinc, Meister Eckharts Mystik. Studien zu der
Geisterkampfen um die Wende des 13 Jahrh., Stoccarda, CLark, The Great German
Mystics, Eckhart, Tauler, Suso, Oxford. Spann, M. Eckharts mystische
Philosophie, Vienna, Licxer, M. Eckhart und die Devotio Moderna," Leida
DenirtLe, Die deutschen mystiker des 14. Jahrhunderts. Beitrige
zur Deutung ihrer Lehre, nuova ediz. a cura di O. Spiess, Friburgo, Detta
Votpe, Eckhart o della filosofia mistica, Roma, H. Hor, Scintilla animae. Eine
Studie zu einem Grundbegriff in Meister Eckharss Philosophie..., Lund-Bonn, Tu.
StemBucHEL, Mensch und Gott in Frimmigheit und Ethos der deutschen mistik,
Diisseldorf BinpsHepLERr, Meister Eckharts Lehre von der Gerechtigheit, Stud.
Philos. ScHmoLpt, Die deutsche Begriffssprache Meister Eckharts Studien zur
philos. Terminologie des Mittelhochdeutschen, Heidelberg SrePHENSON, Gortheit
und Gott in der speculativen Mystik Meister Eckharts, Bonn Kopper, Die
Metaphysik Meister Eckharts, Saarbriicken AnceLET-HusracHe, Maftre Eckhart et
la mystique rhénane, Parigi LueseNn, Die Geburt des Geistes. Dus Zeugnis M. Eckharts, Berlino Wilmersdorf
Or.rmanns, M. Eckhart, Francoforte sul Meno, KeLLec, M. Eckharts doctrine of
divine subjectivity, Downs. Rev., Kertz, M. Eckhart's teaching on the birth of
the divine Word in the soul, Traditio FiscHEr, Die theologischen Werke M.
Eckharts, Schol. Benz, Mystik als Seinserfiillung bei M. Eckharts in Sinn und
Sein, cin philos. Symposion F. S. von Rintelen gewidmet,
Tubinga, Lossxy, TAéologie négative et connaissance de Dieu chez M. Eckhart,
Parigi Eckhart der Prediger. Festschrift 2. Eckhart-Gedenkjahr. Hrsg. von M.
Nix u. R. OecxHstin, Friburgo, Basilea, Vienna, Héoi, Metaphysik u. Mistik im
Denken des M. Eckhart, Zeitschr. f. kathol. Theol.
GPKHEV. M Tauler Opere: Sermoni: edd.: Lipsia, Augusta; Basilea, Colonia; in
ted. moderno, Francoforte s. M., trad. lat.: Colonia, Trad. it.: Sermoni, a
cura di R. Spaini Pisaneschi, Firenze; Prediche, Milano, Trad. franc.: Parigi,
Gever De Brie Naumann, Untersuchungen zu ]. Taulers deutschen Predigten, Halle
MùtLer, Luther und Tauler auf ihren Zusammenhang untersucht, Berna Hucueny, Le
doctrine mystique de Tauler, Rev. sc. philos. théol., THéry, Esquisse d’une vie
de Tauler, Suppl. de la Vie Spirituelle, WentzLarr-EccesErT, Studien zur
Lebenslehre Taulers, Berlino, PourraTt, Le spiritualité Chrétienne, II, Parigi,
DThC LieFrrInck, De middelnederlandsche Taulerhandschriften, Groninga, Ganpitac,
De Johann Tauler à Heinrich Seuse. Leur
doctrine spirituelle, Étud. GermaniquesValeur du temps dans la pédagogie
spirituelle de Jean Tauler, Conférence Albert le Grand, Montréal TERMENÉN
SoLfs, Trascendencia del conoscimiento racionale en Tauler, in L'homme et son
destin. Scuse Btichlein der Wahrheit; Biichlein der ewigen Weisheit; Leztere;
Epistole; L'Exemplar (correzione delle copie inesatte dei suoi scritti);
Horologium Sapientiae. Opera ed. crit. di K. BreHLMEyER,
Stoccarda; dell’Exemplar in ted. mod. a cura di H. DenirLe, Monaco; nuova ed.
dello Horologium, Torino, tr. fr. Oeuvres
mystiques du b. Henri Suse, di G. THirioT, Parigi, tr. it. Diglogo
della Verità, a cura di A. LEvASTI, Lanciano; Scritti scelti, a cura di R.
Sparni-PisanEscHI, Torino; Il libro della saggezza eterna, Milano. Cfr.
inoltre: Pranzer, Der Textgeschichte und Textkritik des Horologium Sapientiae
des sel. Heinrich Seuse, Div. Th. (F.) Faccin, Meister Eckhart e la mistica
tedesca preprotestante E cfr. Geyer; De Brie, nn. ; De Wutr, Til. In particolare: S. HaHn, H. Susos Bedeutung als
Philosoph, Beitrige, Suppl. 1,
Miinster. Hornstern, Les grands mystiques allemands Le b. Henri Suse, Rev.
tom., Levasti, Enrico Seuse, Riv. filos. neosc. ScHwarz, Das Christusbild des
deutsch. mystikers H. Suso, Bamberga Wermann, Die Seusesche Mystik und ihre
Wirkung auf die bildende Kunst, Berlino Gròser, Der Mystiker Hein. Seuse,
Friburgo. J. AnceLET-HusracHe, Le 5. H. Suse, Parigi Bizet, Henry Suso et le
déclin de la Scholastique, Parigi Ganpittac, De Johann Tauler è Heinrich
Sceuse..., cit., Étud. Germaniques, Cfr. inoltre: J. H. NicoLas, Études sur
Susé, Rev. thom. Ruysbroeck Trattati in dialetto fiammingo tra i quali
particolarmente importanti: Il regno degli amanti di Dio; Le nozze spirituali;
Lo specchio della salute eterna; Il libro della più alta verità; Il libro dei
dodici beghini. Edizioni: Werken, ed. compl., Anversa tr. it. Lo specchio
dell'eterna salute, in F. Fori, Vita e dottrina del b. Giovanni Ruysbroeck,
Roma L'ornamento delle nozze spirituali, tr. D. GruLiorti, Lanciano, ; Pagine
scelte, tr. di G. Mariani, Milano; Gradi dell'amore spirituale (col titolo Vita
e dottrina del b. G. Ruisbrochio), tr. F.
N., Torino; tr. franc.: Oeuvres de Ruysbroeck l’Admirable, Bruxelles,
Ruysbroeck. Leven, Werken, Malines-Amsterdam; cfr. GEYER Dr Brie De Wutr Cfr.
inoltre: G. DoLezicH, Die Mystik J. v. Ruysbroeck de: Wunderbaren, Breslauer
Stud. z. hist. Theol., Voorne, Ruusbroec en de geest der mystick, Anversa,
Bricuf, in DHhC,Comes, Essai sur la critique de Ruysbroeck par Gerson, Parigi
Ampe, Kernproblemen uit de leer van Ruysbroeck, Tielt. P. Henry, La mistique
trinitaire du Bienheureux Jean Ruusbroec, Rech. sc. relig. Per
Gerardo di Groot vedasi: Gerardi Magni Epistolae, a cura di W. MurLper,
Anversa, Chronica Montis Sanctae Agnesis, a cura di M. J. Pont, Opere di
Tommaso da Kempis, VII, Friburgo, Post, De Moderne Devotie, Geert Groote en
zijne stithtingen, Amsterdam. Per il Francofortese o Deutsche Theologie cfr.
l’ed. Un, Berlino a. c. Prezzolini). La bibl., in Faccin, Giovanni Eckhart e la
mistica preprotestante. V., La Teologia tedesca Riv. crit. st. Filos Wycliff De
ideis; Tractatus de logica; Summa de ente; De dominio divino; De civili
dominio; De veritate Scripturae; De Ecclesia; De officio regis De potestate
Papae De ordine christiano De apostasia De eucharestia Trialogus ed altri
scritti minori filosofici e teologico-politici. La Opera a cura della Wycliff
Society di Londra; il Trialogus anche nell’ed. LecHLER, Oxford; la Summa de
ente (L. 1, tr. 1-2), Londra, Sul significato e l’opera storica di W. cfr.
soprattutto Mannino, Cambridge medieval History Cambridge e ampia bibl. Poore,
Wicliff and the movements for Reform, Londra GarronER, Lollardy and the
Reformation in England, Londra Losert H, Wiclif und der Wiclifismus,
Realencycl. f. prot. Theol. u. Kirche con ampia bibl. Workman.
Wiclif. A Study of the English medieval Church, Oxford. TÒÙomson, A lost
chapter of Wiclif Summa de ente Cambridge, The philosophical basis of Wiclif
theology, Jour. of relig. STEIN, Another lost chapter of Wiclif Summa de ente
Spec. Baupry, A propos de Guillaume d'Ockham et de
Wiclif, Arch. Hist. doctr. litt. m.-.Cristiani, in DThC.
W. Lanc, Glauben und Wissen bei Pecok und Wicliff, Diesdorf, Mc Fartane, Wiclif
and the Beginnings of English nonconformity, Londra Huss Opera Omnia, ed.
FLAsJHANS - M. KominskovA, Praga v. anche: /. Hus et Hieronimi Pragensis
martyrum Christi historia et monumenta, a cura di FLacio ILLiRIco, Norimberga,
KruMmmEL, Geschichte der bbemischer Reformation, Gotha LoserTH, Hus und Wicliff
zur Genesis des husitisch. Lehre, Praga, Monaco, LecHier, Johannes Huss, Halle
Lirzow, Life and times of master J. Huss ScHarr, /. Huss. His Life, Teaching
and Death after five hundred years, New York Haucx, Srudien zu J. Huss, Lipsia
EurLE, Der Sentenzekommentar Peters von Candia MoncetLe, in DThC Srrunz, /.
Hus, sein leben und sein Werk, Monaco. H. ZarscHEK, Studien z. Gesch. der
Prager Universitàt, Mitt. des Vereins f. Gesch. deutsch. Sudetenlinders Trapp,
Clem. Unchiristened Nominalism and Wycliffite realism at Prague um 1381, Rech.
théol. anc. méd. Oresme Commento alle Sentenze (perduto,
tranne il De communicatione idiomatum Quaestiones su Euclide; Tractatus de
configurationibus formarum; Parafrasi francesi di Politica, Economica, Etica di
AristotELE; Livre du ciel et du monde; Traicté de la prémière invention de la
monnaie Traicté de la sphère Commentaire aux livres du ciel et du monde; 8)
Commenti alla Physica ed ai Metereologica. Parigi
Politica ed Economica Parigi Etica; della parafrasi all’Etica cfr. ed. A. D. MenuT, New York e dell’Economica l’ed. A. D.
MEnUT, Filadelfia, ed. A. D. MenUT - A. J. DenoMy, in Med. Stud.,
ed.Wotowsxi, Parigi ed. Jonnson, Edimburgo Parigi La bibl. generale in GEveR;
De Brie; De Wuctr Bripey, N. Oresme. La théorie de la monnaie, Parigi Dunem,
Études sur Léonard Le système du monde WiecertNnEr, N. Oresme und die
graphische Darstellung der Spàtscholastik, Natur u. Kultur DincLer, Ueber die
Stellung von N.s Oresme in der Geschichte der Wissenschaften, Philos. Jahrb. THorNDIKE, History of magic and experimental
Science, III, New York. BorcHerRT, Die Lehre von der Bewegung bei N. Oresme
(Beitrige), Miinster THoRrNDIKE, Celestinus, Summary of Nicols Oresme, Osiris
Kaiser, Before Copernicus, Nicolaus of Oresme, America BocHERT, in (Beitrige,y
XXXV, 4-5), Miinster con led. del De communicatione idiomatum). A. Mar, Die
Vorliufer Galileis IneMm, Zwei Grundprobleme An der Grenze von Scholastik
Metaphys. Hintergriinde der spatscholastischen Naturphilosophie, Roma,
THoRrNpIKE, Oresme and commentaries on Metereologica, Isis PepersEN, Nicole
Oresme og hans naturfilosofiste system, Copenhagen, MarzHIEU, dd la recherche
du De Anima de Nic. Oresme, Arch. Hist.
doct. litt. m. à. Zousov, Sur un écrit faussement attribué a N. Oresme, [De
instantibus)ì, Arch. Hist. doctr. litt. m. à. L'inter omnes impressiones de
Nicole d'Oresme, (con testo) Arch. Hist. doct. litt. m. d., ore mm ce Alberto
di Sassonia Tractatus logicace; Quaestiones in logicam Guill. Occam; Sophismata;
Tractatus proportionum; Tractatus de quadratura circuli; Quaestio de
proportione diametri quadrati ad costam ciusdem; Post. Analyticos; Quaestiones
super octo ll. Physicorum; In libros de coelo et mundo; De generatione et
corruptione; Ezxpositio super decem ll. Ethicorum Aristotelis; De sensu et de
sensato. Edd. v. GEvER Gever Wutr, JuLLian, Un scolastique de la décadence,
Albert de Sore, Rev. August Dunem, Ezudes sur Léonard Le système du monde,
Hripinesrerper, Albert von S.; ein Lebensgang und sein Kommentar z. Nikom.
Ethik Aristot. (Beitrige), Miinster, MicHatski, Le criticisme et le scepticisme
dans la philosophie du XIV° stècle, IneM, La physique nouvelle et les
différents courants philosophiques.., cit. A. Mar,
Die Vorlaufer Galileis..., cit., passim. Inem, Zwei Grundprobleme..., cit.,
passim. Inem, An der Grenze von Scholastik Per gli scritti matematici: B.
Boncompacni, Intorno al Tractatus proportionum di Alberto di Sassonia, Bull. di
bibl. stor. scienze nat. fis. Sutez,
Der Tractatus de quadratura circuli des Albert d. S., Zeitschr. f. Mathem. u.
Phys. Die Quaestio de proportione diametri quadrati ad costam eiusdem Inghen
Textus dialectices de suppositionibus Expositio super Analyt. post.
Abbreviationes libri Physicorum Aristotelis Quaestiones subtilissimae super
VIII libros physicorum secundum nominalium viam; Quaestiones de gencratione et
corruptione; Quaestiones super IV. Il. Sententiarum Vienna Venezia Lione
Venezia sotto il nome di Duns Scoto, c quindi inserite nella ed. delle sue opere
Venezia Strasburgo Gever De BRIE Dunem, Érudes sur Léonard Le système du monde
MicHasri, Les courants philosophiques. Le criticisme et le scepticisme EHnLE,
Der Sentenzentommentar Peters von Candia, cit., passim. G. Ritter, Studien 2.
Spétscholastik, I. M. von Inghen und die Okkam Schule in Deutschland, Vienna,
Ma:ER, Die Vorlàufer Galileis..., cit., passim. Iper,
Zwei Grundprobleme An der Grenze von Scholastik Hainbuch Opere: Fil. teol: De
reductione effectuum; De habitudine causarum; Contra astrologos; Commento alle
Sentenze; Commentario alla Genesi. Canonistiche:
Tractatus de contractibus emptionis et venditionis; Epistula de contractibus
emptionis et venditionis ad consules viennenses. Politico religiose: Epistula
pacis; Consilium pacis. Ascetiche: Speculum animae; De contempu mundi. Edd.,
trad. v. GEYER Gever; DE Wes Harrwic, Leben und Schriften des H. von Langestein
AscHsacH, Geschichte der Wiener Universitàt, Vienna Rorx, Zur Bibliographie des
H. Hainbuch de Hassia dictus de Langestein, Beihefte zum Zentralblatt fiir
Bibliothekswesen Pruckner, Studien zu den astrologischen Schriften des H. von
Langestein, Lipsia, Maier, Zwei Gundprobleme Dunem, Le système du monde Totting
di Oyta Commentario alle Sentenze Tractatus moralis de contractibus reddituum annuorum
Quaestiones logicae super Porphyrium; Tres libri philosophici de anima, o
Magistrales tractatus de anima et potentiis eius Parigi, la Quaestio de Sacra
Scriptura nell’ed. crit. di A. Lanc, Miinster AscHsacH, Geschichte d. Wiener
Universitàt, SoMMERFELDT, in Mitt. d. Institut f. Gsterreis. Geschichtsforsch.,
Dunem, Le système du monde MicHar.sKi, Le criticisme et le scepticisme EnrLE,
Der Sentenzenkommentar Peters von Candia, Lane, H. Totting von Oyta, (Beitrige
Miinster. Rucker, Zum Problematik der
Spatscholastik, Theol. Rev. Decker, Ein fundamentaltheologischer Traktat des
mittelalters CH. Totting v. Oyta, Quaestiones super libros Sententiarum], Wiss.
Weish La bibl. generale, in GevER De Brie, Dv» Heytesbury Opere: Le sue
numerose opere di logica sono pubblicate sotto il titolo: Tractatus Guillelmi
Heutisberi de sensu, composito et diviso; Regulae ciusdem cum sophismatibus
(con una Declaratio e Expositio litteralis di Gaetano da Tiene); Tractatus
Heutisberi de veritate et falsitate propositionis, Venezia, PrantL, Gesch. d.
Logik. DuHem, Études sur Léonard Marr, Die Vorliufer Galileis. An der Grenze
von Scholastik Wison, W. Heitesbury..., Madison, DuHEMm, Le système du monde,
Swineshead i Opere: Commento alle Sentenze; De insolubilibus; Obligationes; De
motibus naturalibus; Calculationes Padova DuHem, Études sur Léonard MicHaLsxki,
Le criticisme et le scepticisme Maier, Die Vorlaufer Galileis Zwei
Grundprobleme. InpeM, An der Grenze von Scholastik CLacett, R. Swineshead and
late medieval physic, Osiris DuHEm, Le système du monde Sui Calculatores di
Merton GRICE cfr. inoltre sotto la bibl. generale alla voce Scienze, in
particolare il testo di CromBIE, Augustine t0 Galileo THornpikE, A History of
magic and experimental science Pelacani Opere: Quaestiones de latitudinibus
formarum; Quaestio de tactu corporum durorum; Quaestiones sull’ottica. Padova
Venezia insieme alla Quaestio de modalibus di Bassano Potito; in F. Amopro,
Riproduzione delle Quaestiones de latitudinibus formarum, in Annali Ist. tecn.
Porta, Napoli Per le Quaestiones sull’ottica v.: Questioni inedite di ottica di
Pelacani a cura di ALessio, Riv. crit. st. filos. Amopro, Appunti su Biagio
Pelacani da Parma, in Atti del IV Congr. dei Matematici, III, Roma THorNDIKE, A
History of magic and experimental science DuHem, Le système du monde Mater, Die
Vorliufer Galileis. Zwei Grundprobleme An der Grenze von
Scholastik Moopy-M. CLacett, The mediaeval science of weights (Scientia de
ponderibusì..., cit. M. CLacett, The science of mechanics in the middle age,
cit. Feperici-VescoviNI, Problemi di fisica aristotelica in un maestro
del sec. XIV: Biagio Pelacani da Parma Riv. filos. Ailly Scrive opere solo in
parte edite. Alcune tra le minori sono state pubblicate da L. DupPin nell’ed.
delle Opera di Giovanni Gerson, e talune addirittura attribuite allo stesso
Gerson (Opera, Anversa); altre opere minori sono state pubblicate da L.
SaLeMBIER in Rev. des Scien. ecclés., 1. Delle opere scientifiche, filosofiche
e religiose del d’Ailly alcune hanno avuto numerose edd. (cfr. L. SaLEMBIER, Bibliographie des Oeuvres du cardinal
P. d'Ailly, évéque de Cambrai, Compiègne, e Les oeuvres francaises du card. Pierre
d’Ailly, Arras L’opera filosofica più importante è costituita dalle Quaestiones
super Sententiarum, Bruxelles, Altri scritti di notevole interesse filosofico:
De anima, De legibus et sectis contra superstitiosos astronomos (in Gerson,
Opera, ed. cit., 1); Vigintiloquium de concordia astronomiae cum theologia
(Venezia); e l’Imago mundi (ed. E. Buron,
Gembloux-Parigi cfr. GeyER Brie; DE WuLF SaLEMBIER, Le Card. Pierre d'Ailly,
Mons-en-Barouel. Ipem, in DThC, DHGE. M. De Ganpittac, Usage et valeurs des
arguments probables chez Pierre d'Ailly, Arch. Hist.
doctr. litt. m..Roserts, The theories of Ailly concerning forms of government
in Church and State, Bull. Inst. hist. research Ailly and the Council of
Constance: A study in Ockamiste theory and practice Trans. R. Hist. Soc.,
McGowan, Pierre d'Ailly and the council of Constance, Washington DuHEM, Le
système du monde Candia Opera: Commento alle Sentenze (inedito). Bibliografia: F. Exte, Der Sentenzkommentar Peters von
Candia, des Pisaner Papstes Alexander V, Franz. Stud., Beiheft Maier, An der
Grenze von Scholastik Dunem, Le système du monde Gerson Tra le sue numerose opere
ricordiamo qui particolarmente: Centiloquium de conceptibus; Centiloquium de
causa finali; De concordantia metaphysicae cum logica (1426); De modis
significandis; De parvulis ad Christum trahendis; Lectiones duae contra vanam
curiositatem; Super canticum canticorum; Commento alle Sentenze Opera omnia,
ed. E..Dupin, Anversa, rist. L’Aja; le Notulae super quaedam verba
Dionysi, in A. ComBes, ]. Gerson Commentateur dionysien, Parigi, 1940. È ora in
corso l’ed. crit. dell'Opera Omnia a cura di P. GLorieux, Parigi, 1961 sgg.
Cfr. inoltre l’ed. del De Mystica Theologia, sempre a cura del Comes, nel
Tesaurus mundi Gever, p. 791; De Brie WuLr, ScHwag, Johannes Gerson, Wiirzburg,
.Masson, Gerson, sa vie, son temps, ses ocuvres, STELZENBERGER, Die mystik des
J. Gerson, Breslavia SaLemBier, in DHhC, Connoiy, John Gerson, Reformator and
Mystic, Lovanio con ricca bibl. Dress, De theologia Gersoni, Giitersloh
ScHnàrer, Die Staatslehre, de Gerson, Colonia. A. Comes, Études Gersoniennes,
“Arch. Hist. doctr. litt. m. con particolare riferimento al Commento alle
sentenze ScHnEMER, Die Verpflichtung des menschliches Gesetzes nach Gerson,
“Zeitschr. f. kathol. Theol., VerEECKE,
Droit et morale chez Jean Gerson, Rev. hist. droit. frane. et étran., GLorieux,
Autour de la liste des ocuvres de Gerson, “Rech. théol. anc. méd. DuHem,
Le système du monde Sulla crisi della cultura medioevale alla fine del XIV
secolo cfr. inoltre particolarmente: E. Garin, La crisi del pensiero
medioevale, in Medioevo e Rinascimento. Studi e ricerche, Bari Angelicum
Antonianum Archivum Fratrum Praedicatorum Archives d’Histoire doctrinale et
littéraire du moyen fge. Archivio di storia della filosofia. Augustiniana.
Cîteaux in de Nederlanden Collectanea franciscana Divus Thomas (Friburgo) Divus
Thomas (Piacenza) English Historical Review Estudios ecclesiasticos France
franciscaine Franciscan Studies Franziskanische Studien Giornale critico della
filosofia italiana Gregorianum Historisches Jahrbuch Journal of theological
Studies Italia francescana Mediaeval and Renaissance Studies Mediaeval Studies
Miscellanea francescana The Modern Schoolman Neues Archiv The new Scholasticism
The Philosophical Review Recherches de théologie ancienne et médiévale.
Recherches de sciences réligieuses Revue augustinienne Revue bénédictine Revue
d’histoire ecclésiastique Revue d’histoire de la philosophie Revue de
metaphysique Revue du moyen fge latin Revue néoscolastique de philosophie Revue
philosophique de Louvain Revue des sciences philosophiques et théologiques
Revue thomiste Rivista critica di storia della filosofia Rivista di filosofia
Rivista di filosofia neoscolastica Rivista storica italiana Rivista di studi
orientali Scholastik Speculum Studi francescani The theological Quarterly The
theological Review Theologische Zeitschrift Wissenschaft und Weisheit
Zeitschrift fir katholische Theologie Zeitschrift fir Kirchengeschichte. Nome
compiuto: Cesare Vasoli. Vasoli. Keywords: implicatura. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Vasoli,” pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool
Library, Villa Speranza.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vatinio: la ragione conversazionale a Roma
– l’implictaura conversazionale della setta di Crotone -- filosofia italiana – By
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Abstract. Grice:
“I often wondered if the Roman name ‘Publius’ means something like a
‘prostitute’! However, the Roman praenomen – given name – Publius – is thought
to derive from the same Latin root as the words ‘populus’ and ‘publicus,’
meaning of the people or public. The name Publius, therefore, carries the
meaning of being connected to the people, serving the public, or relating to
civic duty. This reflects the Roman ideals of public service and governance for
the common good. While Publius was a very common praenomen used by both
patrician andplebeian families throughout Roman history, some scholars have
also suggested a possible ETRUSCAN origin, noting the use of the name in the
form ‘PUPLIE” by the Etruscans. Keywords: CROTONE. Grice: “Italians refer to
Pythagoreanism as ‘la scuola di Crotone,’ seeing that that was where the Master
settled. One may well speak of the dialettica crotonese – Crotonian dialectic,
Athenian dialectic, Oxonian dialectic. Filosofo italiano. A politician,
supporter of GIULIO (vedi) CESARE and a friend of CICERONE, who at different
times, attacks and defends him. V. calls himself a Pythagorean, but Cicerone
questions V’s right to do so on account of his dubious behaviour. Nome compiuto: Publio Vatinio.
Keywords: Roma antica. Per H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library,
Villa Speranza.
Luigi Speranza: GRICE ITALO!; ossia,
Grice e Vattimo: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’implicatvm
o impiegato come comunicatvm debole – la scuola di Torino – filosofia torinese
– filosofia piemontese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di
Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Torino). Absract.
Keywords: debole, forte. Implicatum come communicatum debole. Grice: make a
stronger statement. DEFEASIBILITY – can be defeated. Filosofo torinese. Filosofo piemontese. Filosofo italiano. Torino,
Piemonte. Essential Italian philosopher. Grice: “It may be argued that what
Vattimo means by ‘strong’ is what I mean by ‘weak’ and viceversa – With Popper,
‘I know’ is weaker than ‘I believe’ and ‘every x’ is weaker than ‘some (at
least) one’ or ‘the’ – I have explored ‘the’ – Keyword: massima della debolezza
conversazionale; massima della forza conversazionale” – Filosofo italiano. --
not one that provinicial Beaney would include in his handbooks and dictionaries.
Vattimo’s philosophy shares quite a bit with Grice’s programme, as anyone
familiar with both Vattimo and Grice may testify. Vattimo has philosophised on
Heidegger and Nietzsche, and one of his essays is on the subject and the
maskanother on reality. There
is a volume in his honour. Filosofo e uomo politico italiano. M. Rivoli.
Esponente della filosofia ermeneutica, teorizza l'abbandono delle pretese di
fondazione della metafisica e la relativizzazione di ogni prospettiva
filosofica (Il pensiero debole, in collab. Con Rovatti. Allievo di PAREYSON
(vedasi), dal quale derivano i suoi originari interessi per l'estetica, studia
poi a Heidelberg sotto la guida di Gadamer. Prof. di estetica, poi di filosofia
teoretica a Torino, da cui si è congedato. Deputato al Parlamento europeo,
quindi ricandidatosi come indipendente nelle liste dell'Italia dei Valori, euro-deputato
nell’Alleanza dei democratici e dei liberali per l’Europa, ha aderito al
Partito comunista italiano. Studioso e continuatore dell'ermeneutica filosofica
– cf. H. P. Grice, PERI HERMENEIAS --, nell'indagine sui suoi presupposti
storici e teorici dedica la sua attenzione a Schleiermacher, Nietzsche,
Heidegger e allo stesso Gadamer -- del quale cura la traduzione italiana di
Wahrheit und Methode --, sotto-lineando la storicità e la finitezza della
condizione umana e la centralità della lingua italiana -- e
dell'interpretazione -- non solo nella comprensione dell'opera d'arte, ma in
ogni altra forma di esperienza. S’è segnalato per la sua proposta, connessa
all'orizzonte teoretico nietzschiano e heideggeriano ma anche a quello del
dibattito sul postmoderno, di un "pensiero debole" caratterizzato
dall'abbandono delle pretese di fondazione della metafisica tradizionale e
dalla relativizzazione di ogni prospettiva filosofica o politica che intenda
presentarsi come definitiva. Opere principali: Essere, storia e lingua italiana
in Heidegger; Poesia e ontologia; Schleiermacher e Grice filosofi
dell'interpretazione; Il soggetto e la maschera, importante monografia su
Nietzsche; Le avventure della differenza; Al di là del soggetto; Il pensiero
debole -- raccolta di saggi curata in collab. con Rovatti; La fine della
modernità; La società trasparente; Etica dell'interpretazione; Oltre
l'interpretazione; Credere di credere; Vocazione e responsabilità del filosofo;
Dopo la cristianità. Per un cristianesimo non religioso; Il socialismo ossia
l'Europa; Il futuro della religione -- in collab. con Rorty; Non essere Dio.
Un'autobiografia a quattro mani -- in collab. con Paterlini; Ecce comu. Come si
ri-diventa ciò che si era; Addio alle verità; Introduzione all'estetica;
Hermeneutic communism -- con ZABALA (vedasi); Della realtà. Fini della
filosofia; Non essere Dio; Essere e dintorni; Scritti filosofici e politici. Participante del Foro
Internacional por la Emancipación y la Igualdad. Partito Comunista. In precedenza: DS PdCI IdV
Indipendente. Laurea in Filosofia. Torino. Filosofo, professore universitario. Tra
i massimi esponenti della corrente post-moderna, è teorizzatore della filosofia
debole. Il padre è un poliziotto calabrese, che muore quando V. ha I anno
e mezzo. La madre è una sarta. Ha una sorella di otto anni più grande. Durante
la guerra si trasferisce con la famiglia in Calabria, restandoci per II anni e
ritornando a Torino. Studente del liceo classico Gioberti è attivo nella
Gioventù Studentesca di Azione Cattolica, e collabora a Quartodora, rivista del
movimento diretta da Straniero. Si autodefine come un cattolico militante,
influenzato dalla lettura di Maritain, Mounier e dei racconti di Bernanos,
portato dalla fede ad un disinteresse per il razionalismo storico,
l'Illuminismo e le filosofie di Hegel e Marx. Allievo di PAREYSON (vedi)
assieme a ECO (vedi) con cui ha condiviso amicizia e interessi, si laurea in
filosofia a Torino. Lavora ai programmi culturali della Rai. Consegue la
specializzazione a Heidelberg, con Löwith e Gadamer, di cui ha introdotto la
filosofia in Italia. Professore incaricato e ordinario di estetica a Torino,
nella quale è stato preside, della facoltà di Lettere e Filosofia. Ordinario di
filosofia teoretica presso la stessa università. Professore emerito, titolo che
non gli precluse lo svolgimento d’eventuali attività didattiche presso la suddetta
università. Idea e condotto su Raitre il programma di divulgazione filosofica “La
clessidra.” Insegnato come visiting professor negli Stati Uniti e ha tenuto
seminari in diversi atenei del mondo. Direttore della Rivista di estetica,
membro di comitati scientifici di varie riviste, socio corrispondente
dell'Accademia delle Scienze di Torino, nonché editorialista per i quotidiani
La Stampa e La Repubblica e per il settimanale L'espresso. Dirige la rivista
Tropos. Rivista di ermeneutica e critica filosofica edita da Aracne Editrice.
Per i suoi saggi riceve lauree honoris causa dalle La Plata, Palermo, Madrid e
Lima. È stato più volte docente alle Vacances de l'Esprit. Svolge attività
politica in diverse formazioni: nel Partito Radicale, Alleanza per Torino, Democratici
di Sinistra, per i quali è stato parlamentare europeo, e nel Partito dei
Comunisti Italiani. Candidato da una lista civica a sindaco di una cittadina
calabrese, San Giovanni in Fiore (Cs), per combattere la degenerazione
intellettuale che affligge quel paese, ma non è riuscito ad arrivare al secondo
turno. Annunciato la sua candidatura a parlamentare europeo nelle liste
dell'Italia dei Valori di Pietro, rivendicando tuttavia le proprie origini
comuniste, venendo eletto nella circoscrizione Nord-Ovest. Nel giorno
dell'anniversario della fondazione del PCd'I, annuncia la sua adesione al
Partito Comunista. Il suo ideale politico-religioso si riassume in una
forma da lui definita comunismo cristiano e comunismo ermeneutico, un' ideale
anti-dogmatico di comunismo debole nel pensiero e nell'essere, che si ispira
alla vita comunitaria delle prime comunità cristiane. Esso rinnega e si oppone
alla violenza delle industrializzazione pesante forzata e dello stalinismo in
genere, così come anche alle tesi di Lenin e del terrorismo, muovendo a favore
di una sinistra improntata al dialogo, alla dialettica e alla tolleranza. Accusato
di antisemitismo, a causa delle sue dichiarazioni sul controllo ebraico di
banche. "Ricordiamoci che la Federal Reserve è di proprietà di Rothschild.
Gattegna, presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, lo accusa di
anti-semitismo, additando le sue dichiarazioni come "parole di odio che
non aggiungono nulla di nuovo e che sono accompagnate dalla riproposizione
squallida di stereotipi anti-semiti". Anche Aiello, primo rabbino donna in
Italia, corrobora queste accuse, tacciando V. di antisemitismo. Rilascia
un'intervista al Corriere in cui dichiara, riguardo a Israele
«bisognerebbe procurarsi missili più efficaci dei Qassam e portarli laggiù». La
dichiarazione, riferita ai missili Qassam con cui Hamas colpisce Israele, ha
suscitato molte polemiche. Il filosofo ha tuttavia chiarito che le sue prese di
posizione sono rivolte contro Israele e che non hanno nulla a che vedere con
l’anti-semitismo. In occasione dell'aggressione di Tartaglia a Berlusconi ha
espresso a Radio Radicale la convinzione che quell'aggressione fosse stata una
montatura. Afferma inoltre che se l'aggressore avesse voluto veramente fare del
male a Berlusconi era preferibile usare una pistola invece di una
statuetta. Si è occupato dell'ontologia ermeneutica, proponendone una
propria interpretazione, che chiama “debolita”, in contrapposizione con le
diverse forme di pensiero forte (fortitude) dell'hegelismo con la sua dialettica,
il marxismo, la fenomenologia, la psicanalisi, lo strutturalismo. Ognuno di
questi movimenti si è proposto come superamento delle posizioni filosofiche
precedenti e smascheramento dei loro errori. Ma ogni volta l'errore consiste
proprio in questo gesto teoretico. Non ci sono nuovi inizi, l'errore consiste
proprio nella volontà di rifondare fundamenta inconcussa che non vi possono
essere. Debolita è invece un atteggiamento della postmodernità che accetta il
peso dell'errore, ossia del caduco, dell'effimero, di tutto ciò che è storico e
umano. È la nozione di verità a doversi modellare sulla dimensione umana, non
viceversa. La debolita è la chiave per la democratizzazione della società,
la diminuzione della violenza e la diffusione del pluralismo e della
tolleranza. In questa maniera deve essere almeno segnalata la grande e decisiva
importanza che assume nella sua filosofia la nozione di nichilismo, che rimette
all'eredità di Nietzsche e Heidegger e si lega a vari temi vattimiani
(dall'etica, alla politica, dalla religione -- l'indebolimento del divino alla
teoria della comunicazione – implicatura come communicatum debole. Con i suoi saggi
come “Credere di credere” rivendica alla
proprio filosofia anche la qualifica di autentica filosofia cristiana per la
postmodernità. Avvalendosi infatti della visione cristiana del maestro PAREYSON
e di Quinzio, V. rifiuta l'identificazione del divino nell'essere razionale,
così come concepito dalla tradizione filosofica occidentale. Di PAREYSON e Quinzio, però, non condivide la visione
religiosa tragica. Suggestionato da Girard, V. legge la vicenda di Cristo come
rifiuto di ogni sacrificio, anzitutto umano ed esistenziale. La kénosis -- lett.
svuotamento -- divina è a vantaggio della libertà e della pace umana. Le posizioni
di V. rappresentano una svolta, sia nella sua impostazione filosofica
dell'interpretazione del presente, sia nel campo dell'attività politica. Abbandona
il partito dei Democratici di Sinistra e abbraccia il marxismo rivalutandone
positivamente l'autenticità e validità dei principi progettuali, auspicando un
ritorno al pensiero del filosofo di Treviri e a un comunismo epurato dagli
sviluppi delle distorte politiche pubbliche sovietiche da superare
dialetticamente. Per quanto la svolta possa apparire contraddittoria con le
precedenti posizioni, V. rivendica la continuità delle nuove scelte con il
processo di ricerca sul pensiero debole, pur ammettendo il cambiamento di
"molte delle sue idee". È lo stesso filosofo a parlare di un
"Marx indebolito", ovvero di una base ideologica capace di illustrare
la vera natura del comunismo e adatta nella pratica politica a superare ogni
tipo di pudore liberal. L'approdo al marxismo si configura quindi come una
tappa dello sviluppo del pensiero debole, arricchito nella prassi da una
prospettiva politica concreta. V. ha anche espresso posizioni
ambientaliste ed in particolare a favore dei diritti degli animali. In un'epoca
in cui l'umanità si vede sempre più minacciata nelle stesse elementari
possibilità di sopravvivenza -- la fame, la morte atomica, l'inquinamento -- la
nostra radicale fratellanza con gl’animali si presenta in una luce più
immediata ed evidente. Da parlamentare europeo si è battuto, tra l'altro,
contro la sperimentazione animale e contro il maltrattamento degli animali
negli allevamenti. Pubblicamente dichiara la sua omosessualità. Sviluppa
una concezione di Cristianesimo secolarizzato, il quale, conseguentemente, non
necessita di istituzioni ecclesiastiche, fondandosi sulla kénosis, ossia
sull'abbassamento e sull'indebolimento dell'idea di Dio. Per V. il non
riconoscimento di un "assoluto", inteso come una verità definitiva,
porterebbe ad una maggiore accettazione della diversità sociale e culturale.
Il compagno di V., Mamino, storico dell'architettura, malato di tumore ai
polmoni, muore nel bagno dell'aereo che lo portan nei Paesi Bassi per
effettuare un'eutanasia. Ad accompagnarlo c'era con lui sull'aereo lo stesso
V. Collabora con vari quotidiani (La Stampa, L'Unità, il manifesto, Il
Fatto Quotidiano), con editoriali e riflessioni critiche su vari temi di
attualità, politica e cultura. Saggi: “Il concetto di fare in Aristotele”
(Giappichelli, Torino); “Essere, storia e linguaggio in Heidegger” (Filosofia, Torino);
“Ipotesi su Nietzsche” (Giappichelli, Torino); “Poesia e ontologia” (Mursia,
Milano); “Schleiermacher, filosofo dell'interpretazione” (Mursia, Milano); “Introduzione
ad Heidegger” (Laterza, Roma); “Il soggetto e la maschera” (Bompiani, Milano);
“Le avventure della differenza” (Garzanti, Milano); “Al di là del soggetto” (Feltrinelli,
Milano); “Il pensiero debole” (Feltrinelli, Milano); Vattimo e Rovatti); “La
fine della modernità” (Garzanti, Milano); “Introduzione a Nietzsche (Laterza,
Roma); “La società trasparente” (Garzanti, Milano); “Etica
dell'interpretazione” (Rosenberg e Sellier, Torino); “Filosofia al presente”
(Garzanti, Milano); “Oltre l'interpretazione” (Laterza, Roma); “Credere di
credere” (Garzanti, Milano); “Vocazione e responsabilità del filosofo”
(Melangolo, Genova); “Dialogo con Nietzsche” (Garzanti, Milano); “Tecnica ed
esistenza: una mappa filosofica” (Mondadori, Milano); “Dopo la cristianità. Per
un cristianesimo non religioso” (Garzanti, Milano); “Nichilismo ed
emancipazione. Etica, politica e diritto, Zabala” (Garzanti, Milano); “Il
socialismo ossia l'Europa” (Trauben); “Il Futuro della Religione, S. Zabala,
Garzanti, Milano, “Verità o fede debole? Dialogo su cristianesimo e
relativismo, Antonello, Transeuropa Edizioni, Massa); “Non essere Dio.
Un'autobiografia a quattro mani, Aliberti editore, Reggio Emilia, “Ecce comu.
Come si ri-diventa ciò che si era, Fazi, Roma, “Addio alla Verità, Meltemi, Introduzione
all'estetica, ETS, Pisa, “Magnificat. Un'idea di montagna, Vivalda, “Della
realtà, Garzanti, Milano, Pubblica presso Laterza un annuario filosofico a
carattere monografico (Filosofia). La sezione Filosofia ha vinto il Premio
Brancati. V. a Lima, Perú. Pecoraro, "Dossier Vattimo",
Pecoraro, in: "Alceu". Rivista del Dip. di Comunicazione. Monaco, V..
Ontologia ermeneutica, cristianesimo e postmodernità, Ets, Pisa; Weiss, V..
Einführung. Vienna, Passagen Giovanni Giorgio, Il pensiero di V..
L'emancipazione della metafisica tra dialettica ed ermeneutica (Franco Angeli,
Milano); Numero della rivista A Parte Rei (Madrid), dedicato a V.. Pensare
l'attualità, cambiare il mondo, Chiurazzi, Mondadori, Milano); Redaelli, Il
nodo dei nodi. L'esercizio del pensiero in V., Vitiello, Sini, Ets, Pisa L'apertura del presente. Sull'ontologia
ermeneutica di V., L. Bagetto, Tropos. Rivista di ermeneutica e critica
filosofica. Kopić, V. Čitanka, V. Reader. Zagabria, Antibarbarus. Gutiérrez,
Leiro, Rivera. Fondazione verano centini/images/
allegati Movi100 Cent'anni di Movimento Studenti di Azione Cattolica, su
movi100.azione Gallo, V. Interview, su
public seminar.; V.: viva i giustizialisti. Corro con Tonino Di Pietro. Rizzo
con GRAMSCI alla Camera (il nipote omonimo) e il filosofo V., nuovi iscritti al
Partito Comunista. Comitato Centrale a Livorno, su Ilpartito comunista, Angus,
Interview with V.: “Only Weak Communism Can Save Us”, su MRANSA, Italian
philosopher politician slammed as anti-Semite, su la gazzetta delmezzogiorno. 'Shoot those bastard Zionists': Italian
scholar, su the local Corriere della Sera, Non acquistiamo i prodotti di lì, su
archivio storico.corriere. Repubblica -V.: "Non sono un antisemita. Solo
anti-israeliano", su torino repubblica. A Radio Radicale Il delirio di V.:
«Per fargli male doveva sparare» Il
Giornale, In questo senso Cfr, tra
molti, La fine della modernità e Nichilismo ed emancipazione. Etica, politica e
diritto, dello stesso V. e Niilismo e (Pós-Modernidade) dell'italo-brasiliano Pecoraro,
libro pubblicato a Rio de Janeiro e San Paolo. Da Animali quarto mondo, in, I diritti degl’animali,
Battaglia e Castignone, Centro di Bioetica, Genova. Dichiarazione scritta sul
riconoscimento dell'obiezione di coscienza alla sperimentazione animale
nell'UE, su gianni vattimo. Interrogazione scritta alla Commissione sul
benessere degli animali, su Gianni vattimo. 4Vattimo: accanimento sui gay, ma
io non bacio in pubblico, Corriere della Sera, su corriere. «Il mio compagno voleva farla finita Ma morì
in viaggio tra le mie braccia» Corriere della Sera, su corriere. Albo d'oro
premio Brancati, su comune. zafferana etnea.ct. Pensiero debole. Blog su Gianni
vattimo blog spot V., su BeWeb, Conferenza Episcopale Italiana. su open MLOL,
Horizons Unlimited srl. V. su europarl. europa.eu,
Parlamento europeo. Registrazioni su Radio
Radicale. Revista A parte rei, su personales. ya.com. Dicussion e sul Pensiero
Unico su mito11settembre. Lezione di congedo dall'Torino La verità e l’evento:
dal dialogo al conflitto, su teologiae liberazione. blogspot.com. Credere di
credere. Genesi e significato di una conversione debole Giornale di filosofia
della religione V. Un comunista postmoderno? (di Preve) RAI Filosofia, su
filosofia.rai. Nome compiuto: Gianteresio “Gianni” Vattimo. Gianteresio Vattimo
Gianni Vattimo. Vattimo. Keyword: debole/forte – implicatum come communicatum
debole. Refs.: Luigi Speranza, "Grice e
Vattimo," The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vattuone: la ragione conversationale e
l’erotica – filosofia italiana – Luigi Speranza (Bologna). Filosofo
Italiano. Dipartimento Di Storia Antica, Emeritus Full professor of
ancient Greek History and Historiography Address: Bologna, Emilia-Romagna,
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IV sec. a.C Rivista Storica Dell Antichita, Timeo, Polibio e la storiografia
greca d'Occidente Timeo, Polibio e la storiografia greca d'Occidente Hetoimaridas:
note di politica interna a Sparta in età classica Hetoimaridas: note di
politica interna a Sparta in età classica Storiografia locale e storiografia
universale. Forme di acquisizione del sapere storico nella cultura antica (Atti
del Convegno, Bologna Storiografia
locale e storiografia universale. Forme di acquisizione del sapere storico
nella cultura antica (Atti del Convegno, Bologna ) Il volume raccoglie saggi di
carattere storiografico, miranti a mettere a fuoco il rapporto fra s...
more Εἰδωλοποιεῖν : L'Immagine Degli Eventi Nella Storiografia Greca Εἰδωλοποιεῖν
: L'Immagine Degli Eventi Nella Storiografia Greca Eros cretese (Ad Ephor.
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dell'eroti... Nome compiuto: Riccardo Vattuone. Refs.: Luigi Speranza,
pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Vattuone,” The Swimming-Pool
Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
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