Luigi Speranza, "Grice italo: un dizionario d'implicature" A-Z V VA

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO; ossia, Grice e Vacca: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’ala del silenzio – scuola di Bari – filosofia pugliese -- filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Bari). Abstract. Keywords: solidario. solidarietà conversazionale. imperativo di solidarietà  conversazionale. Filosofo pugliese. Filosofo italiano. Bari, Puglia. Essential Italian philosopher. Grice: “My favourite of his books is “L’ala del silenzo” -- great title, from Alighieri about litotes and understatement. Si laurea in filosofia del diritto, discutendo una tesi sulla filosofia politica e giuridica di CROCE (vedasi). Dopo la laurea, collabora come redattore alla casa editrice Laterza, per dedicarsi in seguito prevalentemente alla ricerca. Ha sempre svolto una intensa attività politica e di organizzatore di cultura, culminata con l'impegno dedicato alla casa editrice De Donato. In questa attività si colloca anche la fondazione dell'Istituto Gramsci pugliese, alla quale V. da particolare impulso. Libero docente in storia delle dottrine politiche, vince la cattedra di tale disciplina presso Bari. Frequenta la London School of Economics, seguendo corsi di Storia economica degli USA e dell'URSS. Fa parte del Consiglio di Amministrazione della RAI. E' stato deputato nella 9a e 10a legislatura, eletto nel collegio Bari-Foggia nelle liste del PCI. È stato direttore della Fondazione Istituto Gramsci di Roma, della quale, da allora, è presidente. Ha ricoperto anche incarichi di partito in Puglia e a livello nazionale. Nei primi anni di ricerca V. studia l'idealismo e l'hegelismo italiano, con attenzione prevalente alla genesi del marxismo in Italia. Ha rivolto poi i suoi studi alla storia del marxismo contemporaneo. Quindi alla società italiana e in particolare alla cultura e alla politica del Novecento, soprattutto l'età repubblicana. Ha approfondito le trasformazioni dell'economia contemporanea alla luce della rivoluzione telematica, e su tale sfondo ha ri-esaminato alcuni aspetti fondamentali del caso italiano. Nella Direzione dell'Istituto Gramsci dedica particolare attenzione ai temi del Novecento. In questo contesto si collocano la fondazione degli Annali dell'Istituto, della rivista Europa Europe, prima, e poi del Rapporto annuale sull’integrazione europea, l'impulso alla ricerca che ha portato alla monumentale Storia dell'Italia Repubblicana edita da Einaudi, le numerose acquisizioni di nuovi documenti dagli archivi del Comintern e del Pcus a Mosca, l'acquisizione dell'intero archivio storico del PCI da parte della Fondazione Istituto Gramsci. Si tratta del più grande archivio privato sulla storia del Novecento esistente in Italia e di recente aperto alla consultazione. V. ha svolto e svolge un'intensa collaborazione a riviste, giornali periodici e quotidiani italiani e stranieri. Scritti suoi sono tradotti in tutte le principali lingue europee. Anche per la sua vasta attività di conferenziere, le sue opere e il suo pensiero sono ampiamente noti in Europa, nelle Americhe, in India e in Giappone. Deputato della Repubblica Italiana Legislature. Gruppo parlamentare Collegio Bari Partito Comunista Italiano, Partito Democratico della Sinistra, Partito Democratico Laurea in giurisprudenza e filosofia del diritto. Docente universitario. Si laurea in filosofia del diritto discutendo una tesi sulla filosofia politica e giuridica di CROCE. Svolge una intensa attività di organizzatore di cultura, culminata con l'impegno dedicato alla casa editrice De Donato. Membro del comitato centrale del Partito Comunista Italiano è poi stato nella direzione del Partito Democratico della Sinistra. Libero docente in storia delle dottrine politiche, vince la cattedra di tale disciplina a Bari. -- è stato nel consiglio di amministrazione della RAI. Deputato per il PCI nella IX e X Legislatura nella circoscrizione elettorale Bari-Foggia. In occasione delle elezioni comunali, si è candidato a sindaco con il sostegno della coalizione di centro-sinistra, ma è stato sconfitto da Abbrescia. Ha ricoperto incarichi di partito in Puglia e a livello nazionale. Ha rivolto poi i suoi studi alla storia del marxismo contemporaneo. Dirige la Fondazione Istituto Gramsci di Roma, diventandone poi Presidente. Membro del Cda dell’Istituto dell’Enciclopedia italiana presiede la Commissione scientifica dell’Edizione degli scritti di GRAMSCI. Professore di Storia delle dottrine politiche a Bari, si è occupato in particolare dell'idealismo novecentesco e dell'hegelismo italiano nella seconda metà del XIX secolo, con particolare riferimento alla genesi del marxismo in Italia. Saggi: “Politica e filosofia in SPAVENTA” (Bari, Laterza); Lukàcs o Korsch? (Bari, Donato); Marxismo e analisi sociale (Bari, Donato); Scienza, Stato e critica di classe. VOLPE (vedi) e il marxismo (Bari, Donato); Politica e teoria nel marxismo italiano, Antologia critica (Bari, Donato); PCI, Mezzogiorno e intellettuali. Dalle alleanze all'organizzazione, curatela (Bari, De Donato); Saggio su TOGLIATTI e la tradizione comunista (Bari, Donato); Osservatorio meridionale. Temi di politica culturale” (Bari, De Donato); Quale democrazia. Problemi della democrazia di transizione (Bari, Donato); Criticità e trasformazione. Korsch teorico e politico (Bari, Dedalo); Gl’intellettuali di sinistra e la crisi, curatela, Roma, Editori Riuniti, Comunicazioni di massa e democrazia, curatela, Roma, Editori Riuniti, L'informazione Roma, Editori Riuniti, Il marxismo e gl’intellettuali. Dalla crisi di fine secolo ai Quaderni del carcere, Roma, Editori Riuniti, Tra compromesso e solidarietà. La politica del PCI (Roma, Editori Riuniti); Gorbačëv e la sinistra europea, Roma, Editori Riuniti, Tra Italia e Europa. Politiche e cultura dell'alternativa (Milano, Angeli); “Gramsci e Togliatti” (Roma, Editori Riuniti); Dal PCI al PDS. Intervista (Bari, Delphos); Togliatti sconosciuto, Roma, l'Unità, Pensare il mondo nuovo. Verso la democrazia, Cinisello Balsamo, San Paolo, Per una nuova Costituente, Milano, PasSaggi Bompiani, Vent'anni dopo. La sinistra fra mutamenti e revisioni, Torino, Einaudi, Da un secolo all'altro. Mutamenti della politica nel Novecento, Milano, Bompiani, Appuntamenti con GRAMSCI: Introduzione allo studio dei Quaderni del carcere, Roma, Carocci,  GRAMSCI (Roma, Carocci); Presente futuro. Idee per lo sviluppo ecosostenibile della Puglia, Bari, Dedalo, X. Riformismo vecchio e nuovo, Torino, Einaudi, In tempo reale. Cronache del decennio, Bari, Dedalo, Ritorno in Puglia. Tre anni di volontariato politico, Bari, Palomar, Federalismo, sviluppo economico e coesione sociale in Puglia, e con Masella, Lecce. Martano, L'unità dell'Europa. Rapporto sull'integrazione europea, curatela, Bari, Dedalo, Roma, Nuova iniziativa editoriale,  Il dilemma euroatlantico. Rapporto della Fondazione Istituto Gramsci sull'integrazione europea, curatela, Roma, Nuova iniziativa editoriale, Dalla Convenzione alla Costituzione. Rapporto della Fondazione Istituto Gramsci sull'integrazione europea, a cura di, Bari, Dedalo,  I dilemmi dell'integrazione. Il futuro del modello sociale europeo. Rapporto sull'integrazione europea, e con Sausi (Bologna, Il mulino); “Il riformismo italiano: dalla fine della guerra fredda alle sfide future” (Roma, Fazi); “Gramsci tra MUSSOLINI e Stalin” (Roma, Fazi); cura di Gramsci, Nel mondo grande e terribile. Antologia degli scritti Torino, Einaudi, Studi gramsciani nel mondo.  e con Schirru, Bologna, Il mulino,  Perché l'Europa? Rapporto sull'integrazione europea, e con Sausi, Bologna, Il mulino, Studi gramsciani nel mondo. Gli studi culturali, e con Capuzzo e Schirru (Bologna, Il mulino) Le forme e la storia. Scritti in onore di Giovanni (vedi), e con Montanari e Papa, Napoli, Bibliopolis, Il Novecento di Garin. Atti del Convegno di studi, e con Ricci, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana. Studi gramsciani nel mondo. Gramsci in America, e con Kanoussi e Schirru, Bologna, Il mulino, Vita e pensieri di Gramsci.  Collana Storia, Torino, Einaudi, Collana ET Storia, Einaudi, Moriremo demo-cristiani? La questione cattolica nella ri-costruzione della repubblica, Roma, Salerno); “Il FASCISMO in tempo reale: studi e ricerche di Tasca sulla genesi e l'evoluzione del REGIME FASCISTA, con Bidussa (Milano, Feltrinelli); Togliatti e Gramsci. Raffronti, Pisa, Edizioni della Normale, Modernità alternative. Il Novecento di Gramsci, Torino, Einaudi, Togliatti, La politica nel pensiero e nell'azione, Scritti e discorsi, V. con Ciliberto, Bompiani, Milano  Quel che resta di Marx, Salerno Editore, Roma,  L'Italia contesa. Comunisti e democristiani nel lungo dopoguerra,  Marsilio, Venezia. V., su storia.camera, Camera dei deputati. Nome compiuto: Giuseppe Vacca. Beppe Vacca. Vacca. Keywords: solidarietà conversazionale, fascismo. Per H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza. Vacca.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vacca: la ragione conversazionale del deutero-esperanto – filosofia romana – filosofia italiana -- Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Genova). Filosofo italiano. Genova, Liguria. Abstract. Keywords: Deutero-Esperanto. Nacque, figlio di Federico e di Ernesta Queirolo. La madre, già vedova di Giulio Cesare dei marchesi da Passano – da cui non aveva avuto figli –, è genovese. Il padre, originario di Napoli – dove è segretario di Garibaldi – si era stabilito a Genova dopo aver ricevuto l’incarico di presidente della corte d’appello. Cresciuto nel capoluogo ligure, dopo la maturità classica V. si iscrive al corso di matematica a Genova. Dimostra precoce attitudine alla ricerca. Pubblica due articoli, uno dedicato alla mineralogia e l’altro alla matematica -- Sopra un notevole cristallino di vesuvianite, Rivista di mineralogia e cristallografia italiana; Intorno alla prima dimostrazione di un teorema di Fermat, Bibliotheca Mathematica. Durante gli anni dell’università si dedica anche all’impegno politico, assistendo Turati nella fondazione del Partito socialista italiano -- Petech. Si laurea in matematica con una tesi in mineralogia. Èper V. un anno importante: appena conseguita la laurea, subì la condanna al confino fuori da Genova per via della sua attività con il Partito socialista. Nel mese di agosto, in occasione del primo congresso dei matematici, tenutosi a Zurigo, conosce inoltre Peano, da cui riceve l’invito a trasferirsi a Torino come assistente alla cattedra di calcolo infinitesimale. Colpito dal pensiero del grande logico matematico e costretto a lasciare Genova, V. ne accettò la proposta. Inizia così la sua attività in seno alla scuola di Peano.  A Torino V. partecipa al lavoro di preparazione del Formulario di Peano, una vasta enciclopedia delle idee e dei concetti matematici che riserva ampio spazio alle fonti originali e alle note storiche e biografiche; è su queste ultime che si concentra in buona parte il suo contributo. L’interesse per le origini e lo sviluppo del pensiero logico e matematico lo porta inoltre a pubblicare in quel periodo numerosi articoli di ambito storico-scientifico, fra i quali: Sui precursori della logica matematica, Revue de mathématiques; Notizie storiche sulla misura degli angoli solidi e dei poligoni sferici, Bibliotheca mathematica La storia della matematica rimase uno dei campi di studio privilegiati di V., che pubblica, fra gli altri: La previsione delle eclissi lunari presso i Babilonesi, in Calendario del R. Osservatorio astronomico di Roma; Sul concetto di probabilità presso i Greci – Grice PROBABILITY – Sul concetto di probabile presso i Greci e presso Grice -- Giornale dell’Istituto italiano degli attuari; Origini della scienza. Tre saggi, Roma. V. conduce studi di rilievo sui manoscritti inediti di Leibniz – citato da Grice come l’inventore del dogma ‘analitico-sintetico’ -- Sui manoscritti inediti di Leibniz, Bollettino di bibliografia e storia delle scienze matematiche --, ispirando Couturat -- curatore di una raccolta di inediti leibniziani -- a proseguirne il lavoro -- Carruccio. Lascia il suo incarico a Torino per divenire assistente di mineralogia a Genova. Nel capoluogo ligure riprende anche l’attività politica: è difatti consigliere comunale fin quando torna brevemente a Torino, ancora in qualità di assistente di Peano. Tuttavia, egli comincia a dedicarsi con energia alla sinologia. È probabilmente con le ricerche su Leibniz che V. inizia a coltivare il suo interesse per la Cina. il filosofo e matematico di Lipsia si è infatti interrogato sull’eventualità che il sistema binario è stato in qualche modo intuito già nel Libro dei mutamenti -- Yi Jing, noto anche come I Ching --, uno dei più antichi testi classici cinesi, che la tradizione vuole composto alla fine del secondo millennio a.C.-- Lioi. Un incontro avuto con due missionari di ritorno dalla Cina, in occasione di una esposizione di arte sacra a Torino, contribuì forse ad alimentare ulteriormente la curiosità di V., che tenne al Congresso di scienze storiche un intervento Sulla storia della numerazione binaria, nel quale l’idea di Leibniz è ripresa e discussa. Decide di trasferirsi a Firenze per seguire le lezioni di Puini, docente di storia e geografia dell’Asia centrale nel R. Istituto di studi superiori, con l’intenzione di approfondire la conoscenza della lingua e della letteratura cinesi -- visto che mi riusciva abbastanza, come scrive egli stesso -- lettera al barone Guido Amedeo Vitale, in Lioi. A testimonianza del corso che intende dare ai suoi studi, usce il suo articolo Sulla matematica degli antichi cinesi, in Bollettino di bibliografia e di storia delle scienze matematiche. V, profuse il suo impegno nel reperire le risorse per un viaggio in Oriente: è sua convinzione che fosse necessario recarsi sul posto e rimanervi un certo periodo di tempo per avere una visione più chiara di quale fosse stata la storia del pensiero matematico in Cina. Non sfuggivano allo scienziato gli altri potenziali vantaggi che un simile progetto poteva comportare per l’Italia in generale. Fra gli obiettivi della sua spedizione egli elenca infatti anche lo studio del commercio in Cina e dell’influenza delle varie nazioni europee e del Giappone sul paese specialmente dal punto di vista degli interessi italiani -- lettera al professor Nocentini -- Lioi. Per realizzare il suo progetto, V. intende soggiornare per non meno di un anno in Cina, preferibilmente nell’interno del paese, lontano dalle influenze occidentali, convinto che soltanto con una lunga residenza in un luogo determinato sembra possibile il rendersi conto della vita del paese e poter raccogliere delle notizie connesse. Dopo aver ricevuto, non senza alcune difficoltà, l’appoggio economico – fra gli altri – dell’Accademia dei Lincei, della Società di esplorazioni commerciali di Milano e del ministero dell’Istruzione, V. salpa da Genova alla volta di Shanghai. Il viaggio in Cina dura circa un anno e mezzo. Arrivato a Shanghai, V. si sposta presto a Pechino, dove rimase per qualche mese; da lì si recò a Hankou, oltre 1000 km a sud, nella provincia di Hubei, poi – risalendo il Fiume Azzurro – a Yichang, 200 km a ovest, nella stessa provincia. Prosegue il percorso lungo il fiume in giunca, per oltre 450 km, fino ad arrivare – dopo quaranta giorni di navigazione – a Chongqing, nel Sichuan, da dove raggiunse finalmente la sua destinazione a Chengdu, 300 km più a ovest, dopo un viaggio di dodici giorni in portantina.  Rimase a Chengdu fino a quando ripartì alla volta di Xi’an, nella provincia di Shaanxi, dove giunse dopo un mese di viaggio; proseguì poi verso est fino a Pechino. Salpa per il viaggio di ritorno da Shanghai. Nonostante avesse pensato di intraprendere altri viaggi, V. non torna mai più in Cina. Divenne però un sinologo di grandissima importanza per lo sviluppo della disciplina in Italia. A lui si devono oltre sessanta pubblicazioni di carattere sinologico e orientalistico, fra cui – oltre al già citato Origini della scienza – è utile ricordare La scienza nell’estremo oriente, in Scientia, e L’Asia orientale ed i problemi dell’ora presente, in Atti della Società italiana per il progresso delle scienze.  Della sua esperienza in Oriente, lascia un diario e numerosi appunti. Una volta tornato in Italia, inoltre, si impegna a diffondere le conoscenze acquisite per mezzo di numerose conferenze e relazioni. Dai suoi scritti emerge la lucidità di pensiero di un osservatore libero da molti di quei preconcetti eurocentrici che affliggevano – è lo stesso V. a sostenerlo – molti viaggiatori occidentali; la Cina che si vede nei suoi resoconti è un Paese che attraversa una fase di grande trasformazione, ma ricco di potenziale e pronto ad aprire un’importante stagione di crescita.  Tale sviluppo era del resto auspicato da V.: «Per noi italiani soprattutto non v’ha dubbio che ci convenga di avere nella Cina una nazione forte, ricca ed indipendente. Lasciando anche da parte le considerazioni d’indole sentimentale, come le chiamano è nel nostro interesse materiale, cioè nell’interesse delle nostre industrie e dei nostri commerci, di avere un posto a lato delle altre nazioni più forti di noi, e questo posto possiamo averlo soltanto se la Cina è forte; perché, in caso di una divisione della Cina, all’Italia non spetterebbe nulla -- Lioi.  Più volte si riscontra, negli scritti di V., il rammarico per la scarsa presenza italiana in Cina: già in una lettera a Nocentini, scritta da Hankou – oggi parte della conurbazione di Wuhan –, osserva che «una sola cosa importante mi pare di aver potuto vedere finora, ed è cioè la deficienza dell’azione italiana. Qui c’è un piccolo gruppo, ma attivo, di negozianti che fanno bene, e faranno di più e molto quando saranno meglio aiutati. Ciò che tutti qui domandano è una linea di navigazione diretta con l’Italia. Il matematico genovese si mostra particolarmente amareggiato nel constatare l’insufficienza dell’azione missionaria cattolica, soprattutto quella condotta dagli italiani, in confronto all’agire dei missionari protestanti. Mentre questi fanno un’importante opera di diffusione della cultura europea, quelli fatte le debite eccezioni, non insegnano nulla, hanno vergogna di essere italiani e non conoscono l’italiano. Ancora molti anni dopo, V. scrive una lunga relazione al ministro della Pubblica Istruzione, invocando maggiore attenzione per la sinologia in Italia; fu anche grazie al suo operato che venne fondato l’Istituto italiano per il Medio ed Estremo Oriente.  V. ricevette l’incarico di insegnare storia e geografia dell’Asia orientale a Roma, dove rimane fino a quando allorché divenne ordinario del medesimo insegnamento presso Firenze, succedendo a Puini. Poco dopo fu trasferito nuovamente a Roma, mantenendo la cattedra come ordinario fino al raggiungimento dei limiti d’età. Sposa Virginia De Bosis, conosciuta presso la Scuola Orientale di Roma; dal matrimonio nacquero Ernesta e Roberto.  Muore a Roma.  Fonti e Bibl.: Gli scritti autografi di V. sono in parte rimasti ai suoi eredi, ai quali va il merito di averli resi disponibili (si veda a questo proposito Lioi) mentre in parte sono confluiti in vari fondi: Città del Vaticano, Biblioteca apostolica Vaticana, Fondo Vaticano Estremo Oriente; Roma, Accademia dei Lincei, Carteggio G. Vacca-V. Volterra; Torino, Biblioteca speciale di Matematica, Fondo Peano-Vacca; Cuneo, Biblioteca civica, Fondo Giuseppe Peano. Il figlio di Giovanni Vacca, Roberto, ha inoltre raccolto molti materiali sul padre in Memi, libro pubblicato sotto forma di e-book printandread.com, oggi non più consultabile).  L. Campolonghi, Il viaggio di uno studioso nella Cina, in Secolo, Bertuccioli, Un sinologo scomparso, G. V., in L’Italia che scrive, Cassina, G. V., in Archives internationales d’histoire des sciences, V., la vita e le opere, in Rendiconti dell’istituto lombardo di scienze e lettere - classe di scienze matematiche e naturali, (con bibliografia degli scritti matematici di V.); Mackenzie - Fantappiè, V., in Responsabilità del sapere, Petech, G. V., in Rivista degli studi orientali, con bibliografia dei lavori di Vacca di ambito sinologico-orientalistico); E. Carruccio, V., matematico, storico e filosofo della scienza, in Bollettino dell’Unione matematica italiana, Vailati, Epistolario a cura di G. Lanaro, Torino; Lettere di Giuseppe Peano a V., a cura di Osimo, Milano; L’archivio storico dell’Università di Genova, a cura di R. Savelli, Genova; Lettera a G. V., a cura di P. Nastasi, Palermo; E. Luciano - C.S. Roero, Peano e la sua scuola fra matematica, logica e interlingua. Atti del Congresso internazionale di studi. Deputazione subalpina di storia patria, Torino con ampia bibliografia e informazioni biografiche); E. Luciano, G. V.’s contributions to the historiography of logic, in L&PS – Logic and philosophy of science, Lioi, Viaggio in Cina Diario di G. V., Roma  (con ampia bibliografia).The phrase ‘Grice italo’ is meant as provocative. An Old-World philosopher like Vacca – or indeed Vaccarino --  would never have imagined to be compared to a tutor at a varsity in one of the British Isles, but there you are! It is meant as a geo-political reminder, too. Many Italian philosophers have been educated in a tradition that would make little sense of Vacca as a ‘Grice italo,’ but there you are. My note is meant as a tribute to both philosophers. Grice has been deemed an extremely original philosopher, and by Oxford canons he certainly was. He was the primus inter pares at the Play Group, the epitome of ordinary-language philosophy throughout most of the twentieth century. His heritage remains. Vacca’s place in the history of philosophy is other. But there are connections, and here they are. Filosofo italiano. A differenza del deutero-esperanto di Grice, non usato ma da Grice, il latino sine flexione è utilizzato anche da altri filosofi come VACCA (si veda), in Sphoera es solo corpore, qui nos pote vide ut circulo ab omne puncto externo, LAZZARINI (si veda), in Mensura de circulo iuxta Leonardo[VINCI (vedasi) Pisano, e PANEBIANCO (vedasi) che discute proprio della lingua internazionale nell'opuscolo “Adoptione de lingua internationale es signo que evanesce contentione de classe et bello” (Padova, Boscardini). Vedasi ALBANI, BUONARROTI. PANEBIANCO (vedasi) è anche un grande appassionato di Esperanto, tanto che è solito firmarsi "esperantista socialista". Quest'ultimo, come si evince anche dal titolo della sua opera, vede nella lingua internazionale un modo per mettere la parola fine ai contrasti internazionali, e in particolare al capitalismo spietato. Inter-linguista, quale que es suo opinione politico aut religioso es certo precursore de novo systema sociale. Isto novo systema, in que homines loque uno solo lingua magis facile, commune ad illos non pote es actuale systema de "homo homini lupus", sed es systema sociale in que toto homines fi socio. Per ben adempiere a un tale compito, la lingua perfetta di PANEBIANCO (si veda) deve seguire gli stessi principi di quella di P. Es evidente que essendo id sine grammatica, id es de maximo facilitate et simplicitate. Ergo, es per illo quasi impossibile ad fac ambiguitate, excepto ad praeposito [“As when the conversational maxim, ‘avoid ambiguity’ is FLOUTED for the purpose of bringining in a conversational implicature”]. Etiam es multo plus rapido compone et scribe in isto lingua que in proprio lingua nationale. Si capisce allora che egli auspica che il latino sine flexione assurga a lingua di comunicazione non solo internazionale, ma anche quotidiana, e forse i suoi auspici si spingono sì avanti che lo vorrebbe elevato a lingua naturale, lingua madre di tutti i popoli. Nome compiuto: Giovanni Vacca. Vacca. Keywords: Deutero-Esperanto, implicatura, ragione conversazionale. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Vacca,” The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vaccarino: all’isola -- la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’errore del filosofo – scuola di Pace del Mela – filosofia siciliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Pace del Mela). Abstract. Keywors: costruzione. The phrase ‘Grice italo’ is meant as provocative. An Old-World philosopher like Vaccarino would never have imagined to be compared to a tutor at a varsity in one of the British Isles, but there you are! It is meant as a geo-political reminder, too. Many Italian philosophers have been educated in a tradition that would make little sense of Vaccaro as a ‘Grice italo,’ but there you are. My note is meant as a tribute to both philosophers. Grie has been deemed an extremely original philosopher, and by Oxford canons he certainly was. He was the primus inter pares at the Play Group, the epitome of ordinary-language philosophy throughout most of the twentieth century. His heritage remains. Vaccarino’s place in the history of philosophy is other. But there are connections, and here they are. Filosofo siciliano. Filosofo italiano. Pace del Mela, Messina, Sicilia. Essential Italian philosopher. Grice: “I appreciate his metaphor of the ‘chemistry of the mind,’ la ‘chimica del pensiero,’and the idea that philosophers commit only ONE mistake (“l’errore dei filosofi”)!” Flosofo Figlio del titolare di un importante saponificio. Laureato a Milano. Fonda “Sigma” pubblicata a Roma. Fonda “Methodos”, trimestrale di metodologia e di logica simbolica. Si occupa prevalentemente di logica ed epistemologia. Pubblica una serie di articoli sulla rivista Archimede su invito di GEYMONAT. Abilitato alla libera docenza in filosofia della scienza, ma assorbito dai suoi studi e da altre attività non si dedica all'insegnamento. Ha incarico di tenere il corso di storia della filosofia antica presso Messina. Riceve anche quello di filosofia della scienza. Nominato professore associato di filosofia della scienza, ma non ottenne mai la cattedra di ordinario. Partecipa a vari congressi. In quello di Amsterdam ha l'occasione di conoscere Bochenski e incaricarlo di dirigere la sezione di logica simbolica di Methodos. A quello di Parigi partecipa insieme con CECCATO (vedi), SOMENZI (vedi), e LANDI (vedi), con i quali era in stretti rapporti di amicizia. Contribusce alla fondazione della rivista Methodologia nata per iniziativa della Società di cultura metodologica operativa a Milano, presieduta da Accame. Molto vicino alle vedute filosofiche dei neo-positivisti, ma in seguito si capì che per dare soluzione ai problemi posti dalla tradizionale filosofia bisogna anzitutto effettuare un'indagine sul metodo scientifico onde spiegare perché è l'unico considerabile come valido. Sviluppa in questo senso sulla “Sigma” una teoria che chiama della "meta-conoscenza", in quanto ricondotta a una disciplina avente per oggetto la conoscenza. Successivamente si convince che per procedere in modo effettivamente scientifico bisogna eliminare ogni a-priorismo effettuando un'analisi sistematica dei significati di tutte le parole di cui ci avvaliamo e riconducendoli alle operazioni da cui sono costituiti. Sotto questo profilo i suoi interessi si incontrarono con quelli di CECCATO e della scuola opperativa. Ma mantenne una posizione autonoma, ritenendo che la ricerca di base deve puntare su una semantica e non su una ricerca di tipo cibernetico, come invece sostene CECCATO. Però accetta e condivide il concetto che bisogna occuparsi del modo come operiamo a livello mentale per descrivere i significati. Perciò respinge vedute allora in auge, come quelle della filosofia analitica, che riconducendo il SIGNIFICATO semplicemente all’USO che se ne fa parlando, li lascia in analizzati assumendoli implicitamente come prius, in quanto tali, dogmatici. Si dedica assiduamente a queste ricerche, pervenendo alla elaborazione di un metodo generale di analisi dei significati. Le sue ricerche conduce, tra l'altro, all'introduzione di una formulistica idonea alla definizione delle operazioni mentali, prospettando una sorta di chimica della mente. La vastità e la complessità delle sue indagini lo costringe a procedere a molti ripensamenti e revisioni.  Pubblica “La chimica della mente” (Carbone, Messina), in cui espone i principali risultati a cui e pervenuto. Vince il premio L'Inedito con il racconto “Lo sporco”, pubblicato da Marsilio. Prospetta ampliamenti e modifiche delle sue teorie nel saggio “Analisi dei significati” (Armando, Roma). Pubblica “Scienza e semantica costruttivista -- Cooperativa Libraria Universitaria del Politecnico, Milano -- dedicato a una critica di correnti vedute professate da filosofi della scienza.  I suoi interessi si rivolgeno anche alla codificazione di una logica contenutistica in grado di fissare i criteri di compatibilità e incompatibilità tra i significati in riferimento alle loro operazioni costitutive. In tal modo la logica diviene una filiazione della semantica. La summa dei suoi lavori di semantica è pubblicata in “Dalle operazioni mentali alla semantica” (Ciddo, Rimini). Nella prefazione al volume Introduzione alla semantica edito da Falzea a Reggio Calabria, si lo considera l'ultimo dei grandi illuministi. Altri saggi: “L'errore dei filosofi” (D'Anna, Messina); “Introduzione alla semantica” (Falzea, Reggio Calabria); “Scienza e semantica” (Melquiades, Milano); “Prolegomeni”, “Lo sporco. Il pulito, duepunti edizioni. Repubblica  Semantica Filosofia della scienza  Centro Di Didattica Operativa onlus, su ciddo. Methodologia on-line, su methodologia. AGON Giordano  V.:  UNO STORICO DELLA FILOSOFIA ANOMALO ABSTRACT. V. è un filosofo originale, collocabile all’interno della scuola operativa italiana. Il lavoro prende in esame alcuni giudizi di V. sui filosofi  del passato – principalmente Idealisti e Neoidealisti – che permettono, proprio attraverso il  confronto storiografico, di chiarire meglio le posizioni filosofiche del pensatore siciliano.  ABSTRACT. Giuseppe Vaccarino was an original philosopher of the “Scuola Operativa  Italiana”. The essay analyses how Vaccarino judged other philosophers – e.g. German  and  Italian Idealists. Through an historiographical comparison, these judgements explain and  clarify the positions of the Sicilian philosopher. V. è stato un punto di riferimento della Scuola Operativa  Italiana, un filosofo a pieno titolo, con un pensiero ricco di spunti originali1. Ma  nella sua attività è capitato si facesse pure “storico della filosofia”, anche se  certamente in maniera un po’ anomala. Infatti, tutto si può dire di Vaccarino, ma  non che sia uno storico della filosofia. Eppure, neanche questo è vero.  Due premesse: 1. la storia della filosofia è storia particolare, storia non di  “fatti”, ma di idee; essa non può essere proposta senza la guida di un “problema  filosofico”; tutti i pensatori originali hanno sentito la necessità di porre il  1Già questo giustificherebbe l’interesse storiografico per il suo pensiero; ma questo è stato  l’anno della scomparsa di V., e ha segnato anche il quarantaquattresimo anno  dell’istituzione dell’insegnamento di Filosofia della scienza presso la Facoltà di Lettere e  Filosofia (ora Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne) dell’Università di Messina;  insegnamento voluto dal filosofo crociano Raffaello Franchini proprio per Giuseppe  Vaccarino, che lo avrebbe tenuto poi fino al pensionamento. proprio pensiero al banco di prova del passato per segnare la propria  innovazione teoretica e illuminarla nel confronto con i precedenti, in una  versione storiografica dello spinoziano omnis determinatio est negatio.  Vaccarino non si sottrae a tutto ciò; anzi, la sua originalità filosofica, il suo  sforzo di pensiero, emerge ancor più quando si confronta con i filosofi del  passato, quando si fa, in certa misura, storico della filosofia. Ovviamente, le  pagine di Vaccarino in cui il pensatore si confronta con la storia della filosofia  occidentale non costituiscono, a rigore, vera storiografia filosofica, sono delle  carrellate, dei giudizi concisi e argomentati, rapidi ancorché puntuali. Piuttosto –  si parva licet componere magnis –, come Husserl nelle pagine della Crisi delle  scienze europee, Vaccarino storico della filosofia guarda il passato alla luce  esclusiva del suo problema e della sua soluzione.   Vaccarino ritiene la filosofia tradizionale giunta a un punto di non ritorno,  incapace di dare risposte valide di carattere universale; e questo perché è  convinto che il compito della filosofia sia, come la scienza tradizionale, di  fornire soluzioni universali e definitive agli interrogativi che l’uomo pone.  Il cuore del problema è la questione della conoscenza, che va trattata e  affrontata alla radice. La scelta di Vaccarino – che segue in ciò l’orientamento della Scuola Operativa Italiana – è quella di un nuovo approccio: «Sono  convinto che per uscire dalle difficoltà bisogna sostituire un punto di vista  operazionistico-costruttivistico a quello che presuppone la ricezione da parte  dell’uomo di entità che sarebbero già per conto loro presenti in un mondo  precostituito»2.  L’operazionismo italiano non ha nulla a che vedere con quello del fisico  Percy W. Bridgman3, per il quale il concetto va “semplicemente” tradotto in  operazioni di misura4, in quanto questo operazionismo non ha interessi per una  semantica fondamentale, per la ricerca cioè della costituzione, dai fondamenti,  della conoscenza. L’approccio operativo di Vaccarino è invece proprio una  semantica che deve occuparsi dell’analisi delle operazioni mentali costitutive dei  significati: «La semantica, nel senso da me inteso, è la scienza che analizza le  operazioni costitutive dei significati ed in particolare quelle mentali. Essa perciò  ha il compito di occuparsi delle singole parole e delle loro correlazioni, ma deve  2G. VACCARINO, La nascita della filosofia, Società Stampa Sportiva, Roma BRIDGMAN, La logica della fisica moderna, introduzione e trad. di V.  Somenzi [1965], Boringhieri, Torino 1984.   4Riandando alle vicende del primo incontro con l’operazionismo di Bridgman e come Silvio  Ceccato subito sgombrasse il campo dall’equivoco di una identità di vedute, Vaccarino  ricorda come «l’impegno operazionista, nel senso della Scuola Italiana, impone, giusto  all’opposto [delle tesi di Bridgman o di quelle del Wittgenstein delle Ricerche Filosofiche] la  ricerca delle operazioni costitutive di tutti i significati, distinguendo, tra l’altro, i mentali, dai  fisici e dagli psichici V., Analisi dei significati, Armando, Roma anche intervenire in specifici campi, ad esempio quelli della logica, della  matematica, ecc., quando ci si occupa dei cosiddetti “fondamenti”. Infatti si  tratta in tutti i casi di significati da analizzare con un metodo che deve essere  univoco se effettivamente in grado di descrivere come si svolge l’attività  mentale. Comincia già a intravedersi un distacco netto da tutta la precedente  tradizione filosofica, segnata dal non avere capito in che cosa deve consistere e  di che cosa si deve occupare la ricerca. I filosofi hanno sbagliato perché non  hanno colto lo scopo delle loro indagini: «Si tratta di analizzare cosa fa la nostra  mente quando costituiamo i significati corrispondenti ai significanti delle  espressioni linguistiche invece di identificarli con pretesi oggetti o concetti per  conto loro presenti nella realtà. In questo senso parlo d’errore dei filosofi.  Quello che viene qui segnalato è quell’errore dei filosofi – a cui Vaccarino  dedicherà un volumetto sul quale ci soffermeremo più avanti7 – definito da  Ceccato il raddoppio conoscitivo. In sostanza» – dice V. – si  V., Analisi dei significati V., La nascita della filosofia, V., L’errore dei filosofi, D’Anna, Messina-Firenze CECCATO, Un tecnico fra i filosofi, Come filosofare: Come non  filosofare, Marsilio, Padova. Sull’errore del “raddoppio conoscitivo” e sul suo pensa che quando si vede, ad esempio, un foglio posto davanti, i fogli siano due,  l’originale nella “realtà” fisica e una copia nella mente. Avremmo una diretta  cognizione della copia che è dentro di noi e da essa verremmo a “conoscere”  come è fatto l’originale.  La filosofia tradizionale si è sempre posta nella prospettiva di un conoscere  che fosse, con declinazioni diverse, una adæquatio rei et intellectus.  L’operazionismo, invece, costituisce un punto di vista che si pone «in netta  opposizione con quello di gran parte della filosofia tradizionale, che già a partire  dal mondo greco ha assunto alcuni o tutti i significati come manifestazione di  una “realtà”, di cui l’uomo sarebbe passivo spettatore.  I nomi non appartengono naturaliter alle cose; «bisogna partire dall’analisi  dei significati per rendersi conto di come sono costituiti e quindi passare da essi  alle parole. Il filosofo semanticista, allora, «deve trovare come costruiamo i  significato oggi, alla luce, ad esempio, di teorie come quelle sui neuroni-specchio, si veda LEONARDI, Il raddoppio conoscitivo, in www.mind-consciousness-language.com V., Analisi dei significati V., La nascita della filosofia, V., Analisi dei significati significati operando mentalmente e non già considerare come essi possano  provenire da pretese relazioni che li precedano.  L’analisi dei significati si pone a un livello basilare, di costituzione “pura”,  universale, che solo poi avrà concretizzazione in parole; siamo quindi a un  livello unitario al di sopra delle singole lingue. È per questa via che, secondo  Vaccarino, si può fare una scienza della filosofia, universale e non  condizionata in maniera contingente. Si tratta, ovviamente, di un “sogno della  ragione”, di una forma sofisticata di riduzionismo (fatto che deve essere tenuto  presente, leggendo poi certi giudizi sui filosofi del passato). È infatti  convinzione di Vaccarino che, «passando da una lingua all’altra si riscontra che:  a) la maggior parte delle parole hanno un corrispettivo univoco; b) in  generale i termini linguistici hanno un significato corrispondente passando da  una lingua all’altra; c) di conseguenza risulta inaccettabile l’ipotesi di  Sapir-Whorf secondo la quale ogni lingua sarebbe caratterizzata da una  metafisica interiore già al livello del significato delle singole parole e perciò  comporterebbe una visione del mondo peculiare. Egli osserva infatti che, per rendere efficace e concreta la filosofia, «quel che occorre non è  una “filosofia della scienza”, ma una “scienza della filosofia. AGON L’approccio operativista di Vaccarino – che ha avuto riconoscimenti anche presso studiosi non italiani– si colloca quindi in un orizzonte di senso  antistoricista16 e, soprattutto, radicalmente riduzionista. Se è vero, infatti, che il  filosofo di Pace del Mela vuole «fornire un’alternativa costruttivista al  tradizionale realismo, sia esso fisicalista che ontologico, è anche vero che egli  vuole “costruire” uno schema universale e definitivo delle modalità costitutive  della semantica del conoscere.  In un libro degli anni Novanta del secolo scorso, La nascita della filosofia,  V. fa una dichiarazione importante ai fini del suo rivolgersi alla storia  della filosofia. Scrive: «Avverto di non essere uno storico e che mi occupo ad esempio, FOERSTER–GLASERSFELD, Come ci si inventa. Storie,  buone ragioni ed entusiasmi di due responsabili dell’eresia costruttivista, trad. di T.  Lelgemann, Odradek, Roma V. arriva a scrivere: «Non considero infatti il passato madre e nutrice del presente,  ma ad esso mi rivolgo solo in quanto mi porta a contatto con autori le cui vedute hanno ancora  interesse. Altrimenti non ci sarebbe alcun motivo per riesumare il loro pensiero» V., La nascita della filosofia Per un’idea più chiara delle tesi di Vaccarino, oltre ai testi citati, rinvio a: La mente vista in  operazioni, D’Anna, Messina-Firenze; La chimica della mente, Carbone, Messina;  Scienza e semantica costruttivista, Clup, Milano; Prolegomeni, Società  Stampa Sportiva; Scienza e semantica, Melquiades, Milano. Per  l’elenco completo delle opere di Vaccarino rimando al Supplemento n. 2 a “Illuminazioni compu.unime.it. dell’ermeneutica degli antichi testi solo alla luce di quanto da essi può essere  ricavato alla luce della mia semantica»19.  La prospettiva che si dischiude è allora quella di una lettura della filosofia  passata sulla base esclusiva della constatazione della sua erroneità rispetto alle  proposte costruttiviste e operazioniste del nostro.  Ritorniamo così all’errore dei filosofi, a cui Vaccarino ha dedicato, come si  diceva, un breve ma denso lavoro. È a questo libro che adesso mi affiderò,  cercando di seguirne l’argomentazione e analizzarne alcuni passaggi relativi alla  filosofia moderna e contemporanea, segnatamente all’Idealismo tedesco e al  Neoidealismo italiano.  Il punto di partenza è la denuncia, appunto, di un generale “errore  filosofico”, cioè «la credenza che in una metaforica “realtà” si trovi presente  quanto proviene dall’attività mentale costitutiva»20. La storia della filosofia  sarebbe segnata dal perpetuarsi di questo errore e dall’avvertire il disagio del  “raddoppio conoscitivo”, senza peraltro proporre il giusto rimedio: l’analisi della  semantica costitutiva. Scrive Vaccarino: «La filosofia, in quanto prende per  oggetto di studio l’attività mentale od un particolare pensiero, si trova V., La nascita della filosofia, V., L’errore dei filosofi, ccostantemente nella necessità di dover giustificare od aggirare l’errore. Ne segue  che, se da una parte la mettiamo sotto accusa, dall’altra dobbiamo riconoscere  che è stata l’unica disciplina ad averne avuto sentore costituendo i precedenti  storici cui collegare l’analisi dell’attività mentale. Non suoni perciò irriverente  la domanda: “I filosofi commisero un errore?”. Senza le loro geniali ricerche,  oggi non saremmo in grado di proporre una scienza del pensiero»21.  La filosofia nasce, dunque, segnata dal fardello della contraddizione interna  del raddoppio conoscitivo; cioè quella contraddizione che «comporta che il  contenuto del “conoscere” anteceda il “conoscere” da cui proviene. E il  problema della conoscenza è uno dei primi a sorgere in ambito filosofico proprio  per le difficoltà avvertite a causa del raddoppio conoscitivo23. Sorgono le  questioni sul significato dei termini (si pensi a “verità” o “conoscere”), che  finiscono per essere adoperati metaforicamente anziché “operativamente”24; fino Osserva V.: «Ad esempio, si intese con “verità” l’adeguazione del percepito interno  a quello esterno, mentre correntemente questa parola significa solo che, ripetendo un certo  operare, i risultati ottenuti sono uguali ai precedenti. L’equivoco si ha già per il termine  “conoscere”. Nel linguaggio corrente esso indica semplicemente che si è in grado di fare una  cosa in quanto già fatta e ricordata, cioè che la stessa attività si rende ripetibile nel tempo. Si  dice in questo senso che si “conosce” il latino, si “conosce” Parigi, si “conosce” il signor  Rossi, ecc. Invece nell’uso filosofico il “conoscere” venne a designare il contraddittorio ad arrivare, al culmine della filosofia moderna, ad esempio con Kant, a tentare,  per contrastare la contraddittorietà del “raddoppio”, «di sostituire alla “realtà”  data l’attività della mente o di un suo surrogato. Ci si limitò ad attaccare la  datità del fisico per sostituirla con qualcosa di mentale, che perciò veniva  necessariamente distorto, facendo intervenire metafore irriducibili. Prima  di passare ai giudizi di Vaccarino sui filosofi Idealisti e Neoidealisti – caso esemplare che voglio riportare – è opportuno vedere le vesti assunte  dall’errore filosofico. Detto in altri termini, Vaccarino individua le fattispecie  dei fraintendimenti che la filosofia ha compiuto dell’attività mentale costitutiva  (dei significati), mostrando le erronee posizioni che ne derivano. Le tre forme  principali di filosofia frutto dell’“errore” sono il realismo, lo spiritualismo e  l’ontologismo26, i quali (a seconda che si riconducano alla sfera fisica, psichica o  mentale) generano e si presentano come: realismo, fisicalismo,  rapporto tra il percepito interno e l’esterno, tra il cognito e l’incognito. Si parla di  “adeguazione” ma il confronto tra un termine presente e uno assente è ineseguibile. I filosofi,  adoperando la parola “conoscere”, hanno preteso di approfondire il suo significato corrente,  invece l’hanno resa irriducibilmente metaforica comportamentismo; spiritualismo, antropomorfismo, psicologismo-empirismo positivismo; ontologismo, idealismo, fenomenologia27.  Sulla base di questo schema, Vaccarino percorre tutta la storia della  filosofia, segnalando, da una parte, il perdurare dell’errore, ma sottolineando,  dall’altra, i meriti di certi filosofi, come ad esempio Cartesio, che avrebbe capito  che il raddoppio conoscitivo «non può aversi per il pensiero, perché di esso  siamo “introspettivamente” consapevoli; o Berkeley, che arriverebbe quasi a  eliminare il raddoppio conoscitivo, ma non riesce a riconoscere l’attività  costitutiva del mentale (a prescindere da come lo chiami)30.  Vaccarino – per tornare o andare finalmente ai giudizi sull’Idealismo  tedesco e il Neoidealismo italiano – asserisce che l’idealismo, come riduzione  del fisico al mentale, ha le sue radici sì in Kant, ma anche nel razionalismo e Mostra una particolare attenzione, però, al pensiero antico, forse perché è attraverso  l’insegnamento della filosofia antica che è entrato, tardivamente, nei ranghi universitari, e alla  filosofia antica dedica, come già ricordato, il volume La nascita della filosofia. Per delle  notizie sulle vicende biografiche di Vaccarino rinvio a C. MENGA, Introduzione a V., Prolegomeni, vol. I, cit., e a F. ACCAME, Prefazione a G. V., Scienza e  semantica V., L’errore dei filosofi nell’empirismo precedenti, ai suoi occhi vere e proprie forme di idealismo.  Rileva infatti che, se «in senso etimologico idealismo è ogni soluzione filosofica  che attribuisce la datità alle “idee”», allora idealismo è «quello che cerca nella  mente le “idee”, considerandole innate, cioè come datità, per così dire “interne”.  Si tratta della strada tentata da Cartesio, Leibniz ecc., che correttamente si  definisce razionalismo». Ma idealismo è anche «quello che cerca sì le “idee”  nella mente, ma ritiene che si formino in essa in seguito alle sensazioni. Si tratta  dell’empirismo psicologistico di Locke, Berkeley, Hume ecc..  Kant ha avuto il grande merito di avere compreso che l’attività mentale può  essere analizzata in modo specifico33, ma «non si libera […] del pregiudizio  dell’empirismo che il contenuto della conoscenza ci venga dato esclusivamente  dai sensi»34. La “cosa in sé” è del resto, in questa prospettiva, pesante indicatore  della presenza di un, pleonastico, raddoppio conoscitivo.  È qui che si innestano i giudizi sugli Idealisti “classici”. La posizione di  Fichte, ad esempio, è quella di «un idealismo soggettivistico, che si differenzia  da quello di Berkeley in quanto, auspice Kant, attribuisce la priorità al mentale invece che allo psichico»35. Vaccarino rileva che non importa che Fichte parli di  “io” anziché di “mentale”; il suo difetto sarebbe, piuttosto, di non mostrare  attenzione alle modalità operative dell’estrinsecarsi dell’ “io”36, cioè di non  prendere in considerazione l’attività costitutiva del mentale nel suo effettivo  operare.  Schelling e Hegel, poi, vengono accomunati dal fatto di ritenere che uno  Spirito sia artefice di tutto, in uno svolgimento dialettico articolato; ma proprio  l’attenzione a questo svolgersi farebbe trascurare loro le operazioni mentali  costitutive.  Hegel, secondo Vaccarino, avverte la necessità di studiare l’attività  mentale, ma rimane invischiato nella metaforicità dello schema dialettico38. Si  rende conto dell’errore del raddoppio conoscitivo, rimasto nel pensiero di Kant,  che separa il soggetto dalle cose, interponendo il pensiero39. Infatti, con grande  acume Hegel rileva che «il carattere contraddittorio del raddoppio conoscitivo  rimane anche quando, come duplicato, si assume la cosa in sé, destinata a restare al di là dei contenuti del nostro conoscere»40. È la soluzione che, per Vaccarino,  non funziona; il ritenere, cioè, che il raddoppio conoscitivo si elimini con il  «trasferire nell’in sé uno “spirito” creatore, attribuendo ad esso la costituzione di  tutte le cose.  Hegel avrebbe di fatto operato una ontologizzazione di tutto il mentale42,  considerando lo spirito una “supermente cosmica” che costituisce tutto43. Agli  occhi di Vaccarino, l’avere Hegel “mentalizzato” la realtà costringe il filosofo a  farsi storicista; cioè secondo il Nostro, «mancando quale oggetto di ricerca il  pensiero come attività, ci si rivolge al pensato, che, in quanto si riscontra già  fatto prima, viene considerato storico»44. Quello che è sembrato a molti  interpreti il merito di Hegel – avere congiunto ragione e storia – è indice, per  Vaccarino, del fatto che Hegel consegnerebbe la filosofia all’inutilità: «Se Hegel  avesse ragione, la filosofia si ridurrebbe alla riesumazione di un errore, quello  del raddoppio conoscitivo, e perciò giustamente meriterebbe l’indifferenza, in  cui oggi spesso viene tenuta. Ma se ha torto, come siamo convinti, si può fare tesoro della consapevolezza di quest’errore, per introdurre finalmente lo studio  scientifico del pensiero. Non bisogna allora dimenticare che alla storia  appartiene l’irripetibile per i momenti temporali con cui è collegato; alla scienza  il ripetibile, che consente la riprova e l’univocità delle soluzioni»45.  È l’idea di filosofia che è diversa: per Hegel, essa è la comprensione per via  di ragione di ciò che lo spirito ha fatto, la filosofia «è il tempo di essa appreso in  pensieri»46; per Vaccarino deve farsi “scienza” (in senso classico) di  acquisizioni universali, statiche e ripetibili. Ecco allora contrapporsi gli  Operazionisti, che vogliono ottenere un vocabolario e una grammatica per  descrivere le operazioni costitutive della mente, e Hegel, che invece vuole una  enciclopedia che racchiuda tutti i contenuti secondo la logica dialettica47.  Secondo Vaccarino, Hegel ha un merito palese: quello di volere ricondurre  nel “mentale” categorizzazioni come “spazio”, “tempo”, ecc., che gli empiristi  attribuiscono, sulla scia della scienza galileiana, agli “osservati”48.  Naturalmente, nella prospettiva del filosofo operazionista, del “chimico della HEGEL, Lineamenti di filosofia del diritto, a cura di G. Marini, Laterza,  Roma-Bari G. V., L’errore dei filosofi mente”, «che le sue analisi siano sbagliate è un fatto, ma che si tratti di categorie  mentali e non di risultati di ricerche naturalistiche, è un punto sul quale ha  perfettamente ragione»49.  Anche nei confronti degli Idealisti tedeschi Vaccarino procede  riconoscendo loro il merito di avere percepito la presenza dell’“errore dei  filosofi”, del raddoppio conoscitivo, ma accusandoli di avere sempre sbagliato la  soluzione proposta al problema. A conti fatti, agli Idealisti «manca la  concezione della mente come attività costitutiva»50.  Il tono non cambia quando Vaccarino affronta gli Idealisti italiani, Croce e  Gentile.   Benedetto Croce si rende conto dei limiti di una dialettica che fagocita  nella razionalità filosofica tutto il reale, «perciò» – dice Vaccarino –  «ridimensiona le pretese dell’idealismo tedesco, ma contemporaneamente lo  impoverisce»51.  Come è noto, Croce sostituisce alla visione cuspidale hegeliana quella del  circolo dei distinti; egli cioè contrappone all’unità logico-filosofica dello spirito AGON hegeliano, la complessità articolata di uno spirito che è logica, estetica, morale e  utilità. Questa volta, allora, l’obiezione di Vaccarino rivela nettamente la sua  impostazione, in un certo senso, kantiana, nel ritenere cioè la mente unitaria e  definita rigidamente nelle sue strutture. Osserva infatti: «Come questa partizione  si possa conciliare con la personalità unitaria degli uomini non è chiaro»52.  In tale prospettiva diventa erroneo collocare la scienza e i suoi concetti  nella sfera pratica, frutto, secondo Vaccarino, del fatto che il mondo  naturalistico era rimasto fuori dall’attività spirituale, e tuttavia Croce «non vuole  neanche abbandonare completamente la tesi idealista dello “spirito”  onnicomprensivo»53. Così Croce finisce con l’essere, agli occhi di Vaccarino  (come di larga parte della cultura italiana) un antiscientista radicale54.  Torniamo, però, alla critica di Croce a Hegel. Quello che Vaccarino  sottolinea, dal suo punto di vista, è che nel passaggio dai momenti contraddittori  52 Ibidem.   53 Ibidem.   54 La questione del posto delle scienze nella filosofia crociana è ormai viziata da ondate di  luoghi comuni, che hanno scagliato e continuano a scagliare, per questo tema, “anatemi” sul  filosofo napoletano. Vaccarino, con argomenti propri, si colloca sul versante dei critici di  Croce. Per un quadro storiograficamente fondato e una ricostruzione intellettualmente onesta  del posto delle scienze nella visione di Croce rinvio al fondamentale studio di GEMBILLO,  Filosofia e scienze nel pensiero di Croce. Genesi di una distinzione, Giannini, Napoli 1984,  ma anche a GIORDANO, Ancora sulla svalutazione crociana delle scienze, in “Diacritica diacritica.it/. di Hegel ai distinti, se vi è una “correzione” del filosofo tedesco, che faceva  sparire la diversità delle forme dello spirito, vi è però un impoverimento, perché  sembrerebbe scomparire totalmente l’attività costitutiva55: lo spirito si  muoverebbe tra i suoi momenti, ma non se ne vedrebbe la ragione profonda.  Il raddoppio conoscitivo, poi, rientra in Croce attraverso il suo storicismo.  Osserva Vaccarino: «Lo “spirito” di Croce è caratterizzato anch’esso da  un’interpretazione storicista. Egli attinge oltre che alla tematica hegeliana anche  alla Scienza Nuova di Vico. La storia, a suo avviso, diviene depositaria della  teoresi. Per sfuggire all’inevitabile antinomia, vuole distinguere la “storia” quale  “realtà” operante, dalla “storiografia” fatta dallo storico. Ma così cade nel  raddoppio conoscitivo, distinguendo la vera storia da quella degli storici»56.  La distinzione tra storia come pensiero e storia come azione, anziché  proporre il circolo vitale di conoscenza e prassi, metterebbe allora in evidenza  ancora una volta la presenza erronea del raddoppio conoscitivo.  La critica si fa ancora più incalzante e serrata con il motivare la mancanza  del mentale (o spirituale) costitutivo in Croce. Quando il filosofo napoletano  parla di intuizione o concetti che non possono essere non espressi, mostra V., L’errore dei filosofi, secondo V. – di non distinguere «l’attività mentale dalla sua  semantizzazione»57. Eppure, in Croce c’è un presentimento dell’attività primaria  costitutiva, e risiederebbe nell’idea crociana di “universale-concreto”, che  sembrerebbe mostrare «l’intuizione che le categorie devono prima essere  ottenute per potere essere applicate»58. Ovviamente, questo è valido se non  cogliamo che “universale-concreto” non è una unione in scansione di  successione temporale, ma un vincolo reciproco in unità, per dirla con Edgar  Morin, una unitas multiplex.  Se Croce appariva antiscientista, nel quadro di Vaccarino Gentile è  anticonoscitivista59. Da Hegel a Gentile l’Idealismo ha chiuso la sua parabola. Il  filosofo siciliano si avvede della presenza del raddoppio conoscitivo nel  postulare un pensiero concreto e un pensato astratto. È per questo che Gentile  «sostiene che il pensante deve essere ricondotto a semplice “atto”, che non  riporti a sé alcun contenuto, cioè a un “atto puro” (“attualismo”). Il soggetto può  essere concreto solo nell’atto di porsi, perché altrimenti si avrebbe la  trascendenza del contenuto a cui si rivolge. In questo senso, a suo avviso, ogni pensato si degrada in astrazioni. Bisogna decidere, per così dire, se il pensiero  debba essere tutto o nulla. Hegel lo vuole come tutto, artefice oltre che del  mentale anche del fisico. Gentile, consapevole forse dell’inevitabile naufragio  dell’idealismo, se tenta di spiegare i fenomeni fisici, in quanto non dipendono da  chi li osserva, inclina a considerarlo nulla, cioè un atto puro.  Con Gentile finisce la filosofia del conoscere. E Vaccarino afferma che  «l’idealismo costituisce l’ultimo tentativo della filosofia tradizionale di  esorcizzare il raddoppio conoscitivo, illudendosi di potere eliminare la cosa in  sé»61.  Il grande merito di Gentile è, allora, avere portato all’estremo l’idealismo,  mostrando di fatto che la radice dell’errore del raddoppio conoscitivo è nel  problema stesso del conoscere, come è stato posto sin dall’inizio della storia  della filosofia62. Avere fatto emergere ciò è anche il segno della possibilità di  prendere la “retta via”, perché – è la conclusione di Vaccarino – «se i filosofi  hanno commesso un errore, possono però anche correggerlo. Arrivati alla fine del nostro percorso, alcune brevi considerazioni.  Vaccarino è un pensatore di sconfinate letture, ma non uno storico della filosofia  (in senso professionale). Si sarà notato che i giudizi da lui formulati sono stati  presentati, ma poco o nulla commentati. Questo perché la sua lente teoretica è  molto distorcente e forza la lettura nella sua specifica direzione. Sarebbe stato  inutile discutere i giudizi in chiave storico-filosofica; mentre è illuminante  leggerli per capire, e contrariis, il suo pensiero.  In Vaccarino, in fondo, manca (volutamente) proprio il senso della  prospettiva storica; ma è presente l’ansia di un ricercatore innovativo che vuole  ben marcare la sua pretesa di originalità in un confronto con il passato.  Quella che emerge è, dunque, la prospettiva teoretica e, come dicevo  all’inizio, anche la storia della filosofia, per avere un senso, deve essere  ricostruita alla luce di una problematizzazione filosofica. Altrimenti essa non è  che una “filastrocca di opinioni”. Tutto si potrà dire delle pagine in cui  Vaccarino ripercorre, dal suo punto di vista, la storia del pensiero occidentale,  ma non che si tratti di un mero accostamento materiale di “medaglioni”, di una,  appunto, “filastrocca di opinioni”. Tali pagine sono, piuttosto, un esempio di  filosofia militante che per affermarsi non può non fare, con grande onestà  intellettuale, i conti con il passato.  Nome compiuto: Giuseppe Vaccarino. Vaccarino. Keywords: costruzione prammatica. Per il H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO; ossa, Grice e Vaccaro: all’isola -- la ragione conversazionale e l’implicatura come eteropia – la scuola di Palermo – filosofia siciliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Palermo). Abstract. Keywords: signification. The phrase ‘Grice italo’ is meant as provocative. An Old-World philosopher like Valiati would never have imagined to be compared to a tutor at a varsity in one of the British Isles, but there you are! It is meant as a geo-political reminder, too. Many Italian philosophers have been educated in a tradition that would make little sense of Vaccaro as a ‘Grice italo,’ but there you are. My note is meant as a tribute to both philosophers. Grie has been deemed an extremely original philosopher, and by Oxford canons he certainly was. He was the primus inter pares at the Play Group, the epitome of ordinary-language philosophy throughout most of the twentieth century. His heritage remains. Valiati’s place in the history of philosophy is other. But there are connections, and here they are. Filosofo siciliano. Filosofo italiano. Palermo, Sicilia. Essential Italian philosopher. Grice: “My favourite of his books is ‘eteropie,’ a pun on homotopos.”  Si laurea a Palermo, inizia l'attività di docenza presso lo stesso ateneo prima come professore a contratto, poi come ricercatore e come professore associato. Titolare del corso di filosofia politica e supplente di scienza politica nella facoltà di scienze della formazione dell'ateneo palermitano.  -- è pro-rettore a Palermo per la politiche di solidarietà sociale e di co-operazione per lo sviluppo. Inoltre è condirettore della collana “Eterotopie” dell'editore Mimesis di Milano, membro fondatore della Società italiana di filosofia politica” e del Centro interdisciplinare in Bio-politica, Bio-economia e Processi di Soggettivazione a Salerno. Vicepresidente dell'ONG palermitana della Cooperazione Internazionale Sud-Sud. I suoi ambiti di ricerca si orientano sulla teoria critica (soprattutto Adorno e Benjamin della Scuola di Francoforte) e sulla decostruzione post-strutturalista francese (principalmente Foucault e Deleuze) dai quali ricava strumenti di analisi da mettere alla prova nel campo della globalizzazione, della governance e dei diritti umani. Saggi: “Decostruzione di una realtà macchinica”, in Il camaleonte e l'iscrizione, Palermo, Ila Palma); “Il capitalismo regolato statualmente”, curatela con Riccio e Caruso (Milano, Angeli); “Oltre la pace” -- saggi di critica al complesso politico militare, curatela con Magno (Milano, Angeli); “Adorno e Foucault: congiunzione disgiuntiva” (Palermo, ILA Palma); “Il pensiero (check) anarchico (Verona, Demetra); “Il secolo deleuziano” (Milano, Mimesis Edizioni); “Il pianeta unico” (Milano, Elèuthera); “Anarchismo e modernità” (Pisa, BFS); “CruciVerba: lessico per i libertari” (Milano); “Zero in condotta, Globalizzazione e diritti umani” (Milano, Mimesis); “Biopolitica e disciplina” (Milano, Mimesis); “Lo sguardo di Foucault” (Roma, Meltemi); “Governance e democrazia” (Milano, Mimesis). Vaccaro. Prof. Salvatore delegato alle politiche di solidarietà sociale e di co-operazione per lo sviluppo, su Università degli Studi di Palermo.  Mimesis Edizioni: collane. Archiviato Palermo: scheda docente., su scienze formazione.unipa. Biblioteca nazionale di Firenze: catalogo autore., su opac. bncf.firenze..  Foucault: scheda autore., su portail-michel-foucault.org. La sfida anarchica nel Rojava Santi, V. Come le idee di mio padre hanno aiutato i curdi a creare una nuova democrazia Debbie Bookchin 2 L’eccedenza anarchica in Kurdistan Salvo Vaccaro 3 Confederalismo democratico Una pratica di lotta e organizzazione Raùl Zibechi 4 Visita nel Kurdistan siriano, Zaher Baher 5 La trincea vergognosa 6 Kurdistan? G.D. & T.L. 7 La democrazia e la Comune: la prima e la seconda Paul Simons 8 Kurdistan I paradossi della liberazione Janet Biehl 9 Dilar Dirik e la rivoluzione delle donne curde a cura di Norma Santi 10 Rivoluzionari o pedine dell’Impero? Marcel Cartier 11 Intervista ai/le compagn* del DAF (Azione rivoluzionaria an- archica) a cura della redazione di «Meydan» Conversazione con un anarchico volontario delle YPG a cura della redazione del sito Rojavan Poulesta 99 13 Conversazione con le combattenti YPJ di Kobane a cura di Eleonora Corace Conversazione con i compagni dell’IRPGF a cura di Enough is enough Non per il martirio di CrimeThinc  All’interno della rivoluzione curda Intervista con due anarchici Siria, anarchismo e Rojava Intervista con Graeber Come le idee di mio padre hanno alutato 1 curdi a creare una nuova democrazia Debbie Bookchin Un mite giorno di primavera, nel Vermont, stavamo chiacchierando con mio padre, lo storico e filosofo Bookchin, come facevamo quasi quotidianamente. Si parla di tutto e di tutti: amici, familiari e pensatori da Marx e Polanyi (che ammira) all’allora presidente Bush (chi non l’ha fatto) e Smiley, il personaggio immaginario di Carré con cui si identifica e ama. Si fermò, e di punto in bianco rivelò quello che sembrava una strana notizia: «Apparentemente», disse, «i curdi hanno letto il mio lavoro e stanno cercando di mettere in prat- ica le mie idee». Lo disse in modo così casuale e disinvolto che era come se non ci credesse davvero. Mio padre, all’epoca ottantatreenne, aveva passato sessant’anni a scrivere centinaia di articoli e ventiquattro libri articolando una visione anticapitalista di una società ecologica, democratica ed egualitaria che avrebbe eliminato il dominio dell'umano da parte dell’umano e avrebbe portato l'umanità in armonia con il mondo naturale, un corpo di idee che chiamò «ecolo- gia sociale». Sebbene il suo lavoro fosse ben noto all’interno dei circoli anarchici e della sinistra libertaria, il suo nome era pressoché familiare. Inaspettatamente, quella settimana, aveva ricevuto una lettera da un intermediario che scriveva a nome dell’attivista curdo incarcerato Abdullah Òcalan, capo del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK). Come suo co-fondatore, unico teorico e leader indiscusso, Ocalan aveva una reputazione straordinaria, ma nulla della sua ide- ologia sembrava in alcun modo assomigliare a quello di mio padre. Fondato nel 1978 come organizzazione marxista-leninista rivoluzionaria, il PKK aveva combattuto per trent'anni una guerra di rivolta per conto dei circa 15 milioni di 2COME LE IDEE DI MIO PADRE HANNO AIUTATO ICURDI A CREARE UNA N curdi che vivevano in Turchia e che hanno subito una lunga storia di violenza. Per decenni, la Turchia ha proibito ai curdi di parlare la loro lingua, di indos- sare gli abiti tradizionali, di usare i nomi curdi, di insegnare la lingua curda nelle scuole o persino di suonare la musica curda. I curdi sono stati regolar- mente arrestati e torturati per qualsiasi espressione della loro identità culturale o opposizione all’ideologia della Turchia, un popolo, una nazione, che ha avuto origine all’inizio del XX secolo, che ha trovato piena espressione nel kemalismo e ha subito il governo autoritario del presidente Recep Tayyip Erdogan e il suo partito islamista. Come gli altri movimenti di liberazione nazionale degli anni ‘70, il PKK fu originariamente fondato per conquistare uno stato indipendente curdo. Ha cercato di unire i curdi, la cui patria di cinque millenni, una striscia di terra conosciuta come Kurdistan, era stata arbitrariamente divisa tra Turchia, Iran, Iraq e Siria all’indomani della prima guerra mondiale. Nei decenni suc- cessivi, è sembrato spesso come se questi quattro paesi si fossero distinti per la competizione nell’infliggere maggiore sofferenza alla sua popolazione curda. La violenza spasmodica, simile a un pogrom a cui questi “nuovi” stati nazione hanno sottoposto i curdi, incluse le gassazioni chimiche, i bombardamenti, i trasferi- menti forzati, le devastazioni ecologiche e la demolizione di interi villaggi. Nei decenni trascorsi, dal 1984, quando il PKK ha inziato la lotta armata, sono state uccise circa 40.000 persone, la maggior parte dei quali erano curdi. Per tutti quegli anni di lotta, Ocalan è stato il leader ideologico e organizzativo del PKK. Nel 1999, Ocalan fu catturato in Kenya dopo essere stato costretto a lasciare la Siria, dove aveva vissuto per vent’anni. Trasportato nella remota isola turca di Imrali, nell’entroterra del Mar di Marmara, Ocalan fu processato e condannato con l’accusa di tradimento. La sua condanna a morte è stata commutata in ergastolo perché la Turchia stava cercando di entrare nell’Unione europea, che si oppone alla pena capitale. Da allora, Òcalan è stato rinchiuso in una cella di Imrali, sorvegliato da centinaia di guardie, con pochi, se non nessuno, altri prigionieri sull’isola. Nonostante il suo isolamento — non è stato visto dal mese di aprile 2016, e dè stato negato l’accesso ai suoi avvocati — Òcalan è rimasto la chiara guida del movimento di liberazione curdo in Turchia e Siria e, per i suoi numerosi sostenitori, nella diaspora curda. L’intermediario di Òcalan, un traduttore tedesco di nome Reimar Heider, scrisse a mio padre nel 2004 e gli disse che il leader curdo stava leggendo le traduzioni turche dei libri di mio padre in carcere e si considerava un «bravo studente» di mio padre. Infatti, Heider continuò: "Ha ricostruito la sua strategia politica intorno alla visione di una “società democratica-ecologica” e ha sviluppato un modello per costruire una società civile in Kurdistan e nel Medio Oriente Ha raccomandato i libri di Bookchin a tutti i sindaci di tutte le città curde e ha voluto che ognuno li leggesse." Si è scoperto che dopo il suo arresto, Òcalan ha avuto accesso a centinaia di libri, tra cui traduzioni turche di numerosi testi storici e filosofici provenienti dall’Occidente. Gli furono concessi questi libri mentre tentava di escogitare una strategia legale per la propria difesa durante il processo per tradimento e gli appelli successivi: mirava a spiegare le sue azioni come rivoluzionario, esami- nando il conflitto turco-curdo nel XX secolo, all’interno di un’analisi completa dello sviluppo dello stato-nazione, a partire dall'antica Mesopotamia. Òcalan ha iniziato a scrivere quella che sarebbe diventata una storia in più volumi, in cui ha cercato di proporre una soluzione democratica alla “questione curda” che non solo liberasse il popolo curdo ma stabilisse anche un rapporto armonioso tra turchi e curdi e, in effetti, tra tutti i popoli del Medio Oriente. Nel corso di questo lavoro, Òcalan fu influenzato da un certo numero di pensatori, tra cui Ferdinand Braudel, Immanuel Wallerstein, Maria Mies e Michel Foucault. Inoltre, Ocalan aveva ascoltato e nutrito le voci di una generazione di donne curde guidate da Sakine Cansiz, una co-fondatrice del PKK e una figura leggen- daria sopravvissuta a anni di indicibili torture nelle carceri turche negli anni °80, incoraggiata da Òcalan a scrivere le sue memorie (Cansiz è stata assassi- nata da un agente turco a Parigi, insieme ad altre due donne curde.) Cansiz ha influenzato centinaia di donne curde in prigione e campi di addestra- mento del PKK, incluso il co-sindaco recentemente arrestato nella città turca di Diyarbakir, Giiltan Kisanak, che era stato anche torturato in carcere negli anni ‘80. Impressionata dal sacrificio e dall’indipendenza di donne come queste, Òcalan aveva già iniziato ad avviare una drammatica transizione nel PKK da un’organizzazione militante, patriarcale, impegnata a conquistare il potere statale lungo le linee marxiste-leniniste a un’organizzazione che metteva l’accento sui valori del femminismo e ha cercato una forma di socialismo molto diversa da quella associata all’ex Unione Sovietica. Tuttavia molte delle carat- teristiche che definiscono la filosofia politica che Òcalan ha iniziato a sposare negli anni 2000 sono fermamente radicate nell’idea di mio padre di ecologia sociale e della sua pratica politica: il «municipalismo libertario» o il «comunal- ismo». Mio padre vedeva i problemi ecologici come problemi intrinsecamente sociali — di gerarchia e dominio — che dovevano essere risolti in ordine per affrontare la crisi ambientale. «Forse il fatto reale più convincente che i radicali nella nostra epoca non hanno affrontato adeguatamente», scrisse, «è il fatto che il capitalismo oggi è diventato una società, non solo un’economia». Il cambiamento sociale, ha insistito, avrebbe dovuto affrontare il saccheggio del capitalismo dello spirito umano e dell’ambiente partendo dallo smantellamento dei rapporti umani ger- archici e decentralizzando la società in modo che possano prosperare le forme di organizzazione democratica di base. Questa teoria sociale di Bookchin, as- sorbita e amplificata da Òcalan sotto il nome di «confederalismo democratico», sta ora guidando milioni di curdi nella loro ricerca di costruire una società non gerarchica e una democrazia basata sul consiglio locale. Mentre la guerra civile siriana entra nel suo ottavo anno, la maggior parte degli occidentali ha famil- iarità con le immagini degli uomini e delle donne delle Unità di autodifesa del popolo curdo con in spalla i kalashnikov, conosciuti rispettivamente come YPG, che è per lo più di sesso maschile, e YPJ, le unità di sole donne. Queste milizie hanno combattuto e sono morte a migliaia nei campi di battaglia della Siria come Unità principali delle Forze democratiche siriane (SDF), la forza mul- tietnica sostenuta dagli Stati Uniti nella campagna contro l’ISIS. Meno spesso COME LE IDEE DI MIO PADRE HANNO AIUTATO I CURDI A CREARE UNA N riconosciuto è ciò per cui stanno combattendo: la possibilità di raggiungere non solo l’autodeterminazione politica, ma anche una nuova forma di democrazia diretta in cui ogni membro della comunità ha voce in capitolo nelle assem- blee popolari che affrontano le questioni dei loro quartieri e città - cioè, una democrazia senza uno stato centrale. A causa della repressione in Turchia, queste idee sono arrivate al loro pieno com- pimento nel nord-est della Siria, storicamente curdo. Nel 2012, le truppe del governo siriano del presidente Bashar al-Assad si sono ritirate da questa regione per concentrarsi sulla lotta contro gli insorti altrove. I curdi siriani stavano os- servando i loro fratelli implementare alcune delle idee di Òcalan in villaggi e città in gran parte curde come Diyarbakir, oltre il confine nel sud-est della Turchia; e si erano preparati per la loro occasione. Hanno iniziato a mettere in pratica le stesse idee in tre “cantoni” in Siria, Cizre, Kobani e Afrin, che ospitano circa 4,6 milioni di persone, inclusi 2 milioni di curdi siriani, oltre a piccole popolazioni di arabi, turkmeni, Siriaci e altre minoranze etniche. In questi cantoni dominano le assemblee multietniche di quartiere e l’ethos prevalente evidenzia un’eguale divisione del potere tra donne e uomini, una prospettiva non gerarchica, non settaria e chiaramente ecologica, e un’economia cooperativistica costruita su principi anticapitalisti. La gente di questi cantoni ha fatto queste riforme di fronte a grandi sfide, che includono il raddoppio della popolazione sotto forma di rifugiati di guerra da altre parti della Siria, e embarghi su cibo e scorte dalla Turchia a nord e dal Kurdistan iracheno all’Oriente, dove il leader tribale curdo Barzani ha supervisionato per più di un decennio uno staterello capi- talista che dipende dalla Turchia per il commercio. Nel 2014, i tre cantoni hanno stabilito la propria autonomia come Federazione Democratica della Siria settentrionale, che è comunemente conosciuta come Ro- java, la parola curda per “Occidente” (la Siria è la parte più occidentale del Kurdistan più grande). Sebbene siano ancora noti informalmente come Rojava, i curdi hanno ufficialmente abbandonato il nome nel 2016, in riconoscimento della natura multietnica della regione e del loro impegno per la libertà per tutti, non solo per il popolo curdo. La Federazione democratica (o DFNS) è fondata su un documento chiamato Carta del contratto sociale, il cui Preambolo dichiara l'aspirazione a costruire «una società libera da autoritarismo, militarismo, cen- tralismo e l’intervento dell’autorità religiosa negli affari pubblici». Inoltre «ri- conosce l’integrità territoriale della Siria e aspira a mantenere la pace nazionale e internazionale», una rinuncia formale da parte dei curdi siriani all’idea di uno stato separato per il loro popolo. Invece, prevedono un sistema federato di co- muni autodeterminate. Nei novantasei articoli che seguono, il Contratto garantisce a tutte le comunità etniche il diritto di insegnare e di essere istruito nelle proprie lingue, abolisce la pena di morte e ratifica la Dichiarazione universale dei Diritti umani e conven- zioni analoghe. Richiede che le istituzioni pubbliche lavorino verso la completa eliminazione della discriminazione di genere, e richiede per legge che le donne costituiscano almeno il 40% di ogni corpo elettorale e che esse, e le minoranze etniche, fungano da co-presidenti a tutti i livelli dell’amministrazione pubblica. Il Contratto Sociale promuove anche una filosofia di gestione ecologica che guida tutte le decisioni sull’urbanistica, l'economia e l’agricoltura, e gestisce tutti i set- tori, ove possibile, secondo i principi collettivi. Il documento garantisce anche i diritti politici agli adolescenti. Tra le molte sfide che la Federazione democrat- ica deve affrontare è che il suo esperimento si trova in una zona di guerra. La città di Kobane e la zona circostante sono state pesantemente danneggiate dagli attacchi aerei statunitensi contro l’ISIS, prima che le YPG e YPJ sconfiggessero la milizia jihadista lì dopo una battaglia di sei mesi nel 2014. Gli Stati Uniti e i loro alleati forniscono aiuti militari alla SDF ma nessun aiuto umanitario, e la ricostruzione di Kobane, e di molte altre parti della Federazione devastate dalla guerra, è stata molto lenta. Mentre gli aspetti utopici del Rojava hanno attirato un paio di centinaia di volontari civili internazionali che stanno lavorando su questioni relative ai ri- fiuti ambientali e piantano 50.000 alberelli nel tentativo di “rendere nuovamente verde il Rojava”, la regione soffre di una carenza d’acqua inflitta dalla Turchia, che ha costruito enormi dighe che hanno deliberatamente rallentato il flusso dei fiumi Tigri ed Eufrate a un rivolo, così come gli insediamenti storici allagati sul lato turco del confine. Sullo sfondo di un’intera società mobilitata per lo sforzo bellico, sono state con- testate denunce di bambini soldato, abitanti di villaggi arabi sradicati e altre violazioni dei diritti umani nelle aree ora controllate dai curdi. Internamente, c’è la sfida di resistere alla rigidità ideologica che spesso si scontra con i movimenti, con un portavoce carismatico con le élite che rivendicano il mantello del capo a scapito delle opinioni dissenzienti. Forse in modo cruciale, resta da vedere se la Turchia, che ha dichiarato il suo desiderio di cancellare il progetto Rojava, sarà portata in tilt o dato il via libera da una combinazione delle tre potenze mondiali — Russia, Iran e Stati Uniti — in lizza per esercitare il controllo sulla Siria. L'intenzione del Contratto sociale, tuttavia, è chiara: costruire una soci- età costruita dalla base, democratica e decentralizzata del tipo che mio padre e Abdullah Òcalan hanno entrambi immaginato. Nato nel Bronx nel 1921, la prima influenza di Murray Bookchin fu la nonna Zeitel, una rivoluzionaria russa che emigrò negli Stati Uniti all’indomani della Rivoluzione del 1905. Come mio padre in seguito ha descritto le difficoltà di sua nonna e dei suoi compagni: "Sotto queste bandiere rosse, sognando l'emancipazione umana, avevano l’ideale di una società senza classi, libera dallo sfruttamento, e questo era il loro mito, la loro visione e la loro speranza. Vivendo in questo mondo preindustriale in cui le famiglie erano sostanzialmente famiglie allargate, con reciproco senso di fiducia, hai avuto un’intensa vita comunitaria segnata dall’aiuto reciproco, contrasseg- nato da una forte sensibilità culturale, caratterizzata da una visione culturale radicale." I Bookchins avevano lotte per conto loro. La madre di mio padre era stata abbandonata dal marito quando Murray era un ragazzino; dopo la morte della nonna, quando aveva nove anni, vivevano spesso in povertà. Nello stesso peri- odo, nel 1930, divenne membro dei Young Pioneers of America, un’organizzazione giovanile comunista. A tredici anni fu “co-optato” nella Lega dei Giovani comu- nisti. Anche i membri più giovani del partito “sono stati trattati come adulti”, ha ricordato. Dovevano aver letto il Manifesto dei comunisti e molti altri testi; furono mandati nelle strade a vendere il giornale del partito; hanno sostenuto gli sforzi sindacali. La Crisi del 1929 intensificò la “coscienza di classe” di mio padre e il suo impegno per il cambiamento sociale: più di una volta, lui e sua madre furono sfrattati dagli appartamenti nel Bronx. Da giovane radicale, ha affinato le sue abilità oratorie nel crogiolo di dibattito di Crotona Park. Mio padre in seguito ricordò quella volta negli anni ’30 come «un periodo profonda- mente tumultuoso»: "È molto difficile darvi un’idea della misura in cui quasi ogni giorno si sen- tiva qualcosa di nuovo, che qualcosa di politicamente eccitante stava accadendo e in un certo senso pericoloso. Ad esempio, abbiamo avuto continui incontri agli angoli delle strade, passando da un angolo ad un altro per incontrare i miei am- ici. E alla fine ho iniziato a parlare effettivamente da quelli che oggi chiamereste palchi. Nel frattempo ho cercato di guadagnarmi da vivere vendendo giornali e trasportando il gelato sulle spalle a Crotona Park in un’enorme scatola isolata per mantenere fresco, inseguito dalla polizia, tra l’altro, perché a quei tempi era illegale vendere gelati: era il privilegio principalmente di piccoli stand e conces- sioni che il dipartimento del parco dava alla gente. Così, fin dall’età di tredici e quattordici anni, come operaio, ho iniziato a guadagnare il mio pane e il mio formaggio." Pur essendo rigorosamente istruito nei punti più sottili della teoria marxista dal Partito Comunista, non fu mai vincolato dalle ortodossie; lasciando il Par- tito Comunista dopo la firma del Patto Hitler-Stalin, prese una svolta prima come trockista, e poi divenne un anarchico, che è ciò che rimase per quasi quat- tro decenni tra gli anni ‘60 e ’90. Alla fine, ha messo da parte quel termine, anche, sostenendo che l’anarchismo finiva troppo facilmente in una politica che si concentrava sull’esercizio personale della libertà a spese del duro lavoro nec- essario per costruire istituzioni politiche capaci di realizzare un cambiamento sociale duraturo. Mio padre non ha mai frequentato il college e, come autodidatta, forse non si è mai sentito confinato da nessun particolare percorso di ricerca intellettuale. La sua lettura variava ampiamente e profondamente, da materie come la biolo- gia e la fisica alla storia naturale e alla filosofia. La sua esperienza di lavoro industriale-pendolarismo a Bayonne, nel New Jersey — in una fonderia dove ver- sava l’acciaio liquido — confermò la sua simpatia per il progetto socialista. Più tardi, però, il suo incarico come organizzatore sindacale per gli United Electrical Workers gli insegnò che il proletariato americano, preoccupato com'era di ques- tioni di pane e burro e riforme frammentarie, era improbabile che fosse l’agente rivoluzionario che Marx aveva predetto. Cominciò a discutere con gli altri prin- cipi del marxismo, inclusa la sua enfasi sull’autorità statale centralizzata e la sua insistenza sulla «inesorabilità delle leggi sociali». Gli era anche apparso chiaro, dalla fine degli anni ‘40 e dai primi anni ’50, che lo sviluppo capitalista era in profonda tensione con il mondo naturale. L’inquinamento atmosferico e idrico, le radiazioni, il problema dei residui di pesticidi negli alimenti e l’impatto sulle città di incalzanti progettazioni urbane come richiesto da Robert Moses, sosteneva, una rivalutazione degli effetti del capitalismo che tenevano conto dell'ambiente come delle preoccupazioni eco- nomiche. Tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ‘60, Bookchin parlava della devas- tazione ecologica come un sintomo di problemi sociali profondamente radicati, idee che elaborò in un saggio del 1964 intitolato Ecology and Revolutionary Thought (Ecologia e pensiero rivoluzionario), che stabilì l'ecologia come con- cetto politico e lo fece salvando l’ambiente come parte integrante del progetto di trasformazione sociale. In contrasto con Marx, che credeva che fosse la scar- sità della natura a condurre alla sottomissione umana, Bookchin sostenne che la nozione di dominare la natura era preceduta e derivata dal dominio dell’umano da parte dell’umano e che solo eliminando le gerarchie sociali - di genere, razza, orientamento sessuale, età e status, avremmo potuto iniziare a risolvere la crisi ambientale. Sosteneva, contro Marx, che la vera libertà non sarebbe stata real izzata semplicemente eliminando la società di classe; comportava l’eliminazione di tutte le forme di dominio. «Tragicamente», osservò in seguito, "il marxismo praticamente mise a tacere tutte le precedenti voci rivoluzionarie per più di un secolo e mantenne la storia stessa nella morsa gelida di una teo- ria dello sviluppo notevolmente borghese basata sul dominio della natura e sulla centralizzazione del potere." Mio padre ha iniziato a elaborare queste idee in una serie di articoli a metà degli anni ‘60 con titoli come Post-Scarcity Anarchism (L’anarchismo nell’età dell'abbondanza, Milano 1979), Toward a liberatory technology (Verso una tecnologia liberatoria) e Listen Marxist (Ascolta, marxista!); saggi che hanno guidato una giovane generazione di attivisti contro la guerra verso una com- prensione più profonda dei mali sociali che chiedevano un nuovo ordine sociale. Durante questo periodo, ha discusso con e influenzato molte figure significative a sinistra, da Eldridge Cleaver e Daniel Cohn-Bendit a Herbert Marcuse e Guy Debord. Ha spinto i rivoluzionari francesi degli eventi del maggio 1968 a non arrendersi agli sforzi del Partito comunista per corrompere il movimento stu- dentesco; ha spinto i leader del Partito della Pantera Nera come Cleaver e Huey Newton ad abbandonare la loro adesione al dogma maoista che le rivoluzioni sono fatte da quadri disciplinati guidati da una leadership centralizzata; e in- contrò Marcuse per esortare il veterano teorico critico marxista ad abbracciare una più profonda coscienza ecologica. Nel corso degli anni, alcune delle teorie di Bookchin sui gruppi di affinità, le assemblee popolari, l’eco-femminismo, la democrazia di base e la necessità di eliminare la gerarchia furono riprese dalla campagna antinucleare, dagli attivisti antiglobalizzazione e, infine, dal movimento Occupy. Questi gruppi hanno in- corporato le idee di mio padre - spesso inconsapevoli della loro origine, forse - perché offrivano modi di agire e di organizzazione che prefiguravano il cambia- 8CHAPTER 1. COME LE IDEE DI MIO PADRE HANNO AIUTATO I CURDI A CREARE UNA N mento sociale che cercavano. Negli anni ’80, il suo lavoro stava influenzando i movimenti verdi in Europa. Oggi, un movimento «municipalista» basato sulle sue idee sta prendendo piede nelle città di tutto il mondo. Prima del Rojava, tuttavia, il nome di Murray Bookchin veniva raramente menzionato nelle notizie mainstream. Mio padre si trasferì dal Lower East Side di New York al Vermont nel 1971. Aveva cinquant’anni. Lui e Beatrice, mia madre, avevano divorziato dopo dod- ici anni di matrimonio, ma continuò a vivere con lei per molti anni e rimase il suo compagno politico e confidente per il resto della sua vita. Nel Vermont, divenne attivo nel movimento antinucleare, mentre guidava l'opposizione agli sforzi dell’allora sindaco di Burlington, Bernie Sanders, per mettere un enorme sviluppo commerciale sul lungomare di Burlington. Insieme, i miei genitori hanno iniziato i Burlington Greens, uno dei primi movimenti comunalisti negli Stati Uniti. Ed è stato nella loro casa di Burlington che ha scritto il suo magnum opus, The Ecology of Freedom (L’ecologia della libertà, Milano 1986), pubbli- cato nel 1982 e tradotto in turco dodici anni dopo. In esso, mio padre ha tracciato il disastro della gerarchia dalla preistoria al pre- sente, esaminando l’interazione tra ciò che ha definito l’ «eredità del dominio» e l’«eredità della libertà» nella storia umana. Accanto alla tendenza della civiltà umana a diventare più socialmente stratificata, che ha creato grandi disug- uaglianze e ha dato potere indebito agli stati nazionali, ha sostenuto, che esisteva una ricca tradizione di libertà, dalla sua prima apparizione come una parola in tavolette cuneiformi sumeriche, al suo utilizzo da filosofi come Agostino e la sua comparsa nell’anti-statalista, pensiero utopistico radicale di pensatori come Charles Fourier. Quel lascito di libertà offre una visione parallela del potenziale sviluppo dell’umanità che sfida la saggezza accettata da Marx che lo stato e il capitalismo erano «storicamente necessari» per il progresso della società verso il socialismo. Non solo erano inutili, sosteneva mio padre, ma la classica cre- denza marxiana nel ruolo storico “progressista” del capitalismo aveva ostacolato la formazione di una sinistra veramente libertaria. Ocalan legge The Ecology of Freedom e concorda con la sua analisi. Nel suo libro In Defense of the People, pubblicato in tedesco nel 2010 (di prossima pub- blicazione in inglese) ha scritto: "Lo sviluppo dell’autorità e della gerarchia prima ancora che emergesse la soci- età di classe è una svolta significativa nella storia. Nessuna legge della natura richiede che le società naturali si trasformino in società gerarchiche basate sullo stato. Al massimo potremmo dire che potrebbe esserci una tendenza. La cre- denza marzista che la società di classe è inevitabile è un grosso errore." Illustrando gli esempi di egualitarismo e mutuo appoggio che caratterizzavano le società primitive, mio padre sostenne che il capitalismo non era l’inevitabile prodotto finale della civiltà umana. Ha suggerito che un recupero degli impulsi verso la cooperazione, l’aiuto reciproco e la sostenibilità ecologica potrebbe es- sere raggiunto in una società moderna costruendo un’economia morale ed ecolog- ica basata sui bisogni umani, promuovendo tecnologie in grado di decentralizzare le risorse, come l’energia solare ed eolica, e costruire assemblee democratiche di base che responsabilizzino le persone a livello locale. L’enfasi di mio padre sulla gerarchia divenne un aspetto distintivo degli sforzi di Òcalan per ridefinire il problema curdo. In The Roots of Civilization, il primo volume pubblicato di scritti carcerari di Òcalan, anche lui ha tracciato la storia delle prime società comunitarie e la transizione al capitalismo. Come Bookchin, ha celebrato la formazione delle società primitive in Mesopotamia, la culla della civiltà e la culla dell’arte, la lingua scritta e l’agricoltura. Ci ha ricordato che i potenti legami di parentela che restano un elemento fisso della vita familiare curda — i rapporti tradizionali di famiglie allargate e cultura popolare — possono fornire le basi per una nuova società etica che fonde i migliori aspetti dei valori dell’Illuminismo con una comunalista ed ecologica sensibilità. Ocalan va oltre a Bookchin nel significato che attribuisce al patriarcato. Mio padre aveva esaminato il modo in cui le gerarchie provenivano dal bisogno degli anziani nella società di conservare il loro potere mentre invecchiavano istituzion- alizzando il loro status sotto forma di sciamani e in seguito di sacerdoti, un pro- cesso che includeva il dominio delle donne da parte degli uomini. Òcalan, tut- tavia, vede il patriarcato come una caratteristica distintiva della civiltà umana. «La storia di civiltà di 5.000 anni è essenzialmente la storia della schiavitù della donna», ha scritto in un opuscolo intitolato Liberating Life: Woman’s Revolu- tion (pubblicato in inglese nel 2013). «La profondità della schiavitù della donna e il mascheramento intenzionale di questo fatto sono quindi strettamente colle- gati all’ascesa all’interno di una società di potere gerarchico e statalista». An- nullare questi consolidati rapporti istituzionali e psicologici di potere, a giudizio di Ocalan, richiede una nuova visione di società. E una profonda resa personale da parte degli uomini. L'interesse di Òcalan per la liberazione delle donne precedette il suo tempo a Imrali e non fu mai semplicemente una questione teorica. Alla fine degli anni 80 e all’inizio degli anni ’90, le donne curde provenienti dalla Siria e dalla Turchia, dove stavano subendo una repressione particolarmente dura da parte dello stato turco, si stavano unendo al PKK in numero crescente. Lasciando i loro villaggi e città per recarsi nei campi di addestramento del PKK nella Valle della Bekaa in Libano e nelle montagne Qandil dell'Iraq, queste donne hanno contribuito a gonfiare le fila dei combattenti del PKK a 15.000 entro il 1994, con donne che rappresentano circa un terzo della forza. In linea con la spinta del PKK sullo studio e l’istruzione, queste donne, mentre si allenavano come guerrigliere, leggevano anche testi femministi e altri testi radicali. Ocalan, che stava già rivalutando il problema della personalità del “maschio dominante” nel PKK, ha sostenuto le loro richieste di uguali diritti, un’organizzazione separata della milizia e le proprie istituzioni. Come spiega Meredith Tax nel suo recente libro A Road Unforeseen: Women Fight the Islamic State, la creazione di unità PKK interamente femminili è stata fondamentale per «dare alle donne la fidu- cia e l’esperienza di leadership per fare il salto in un corpo armato femminile completamente separato». Come Bookchin anni prima, Òcalan si era anche disilluso del socialismo di stato. «Non guardare l'Unione Sovietica come il Dio del socialismo e l’ultimo Dio in COME LE IDEE DI MIO PADRE HANNO AIUTATO I CURDI A CREARE UNA questo», ha detto a un intervistatore nel 1991. «Il sogno di un’utopia socialista non è solo marxista-leninista. È vecchio come l’umanità». Sempre più per- suaso che lo stato stesso fosse il problema, iniziò a riconsiderare l’obiettivo del suo movimento non come una nazione curda ma come un'entità democratica autonoma e auto-governata all’interno di una federazione che dava una simile autonomia a tutti i suoi gruppi di soggetti: un tipo di sistema politico molto diverso da quelli finora esistenti in Medio Oriente o quasi ovunque. «Lo stato-nazione ci rende meno che umani», ha scritto Bookchin nel suo saggio del 1985 Ripensare l’etica, la natura e la società. "Ci tormenta, ci blocca, ci disimpegna, ci beve della nostra sostanza, ci umilia e spesso ci uccide nelle sue avventure imperialiste [...] Noi siamo le vittime dello stato-nazione, non i suoi costituenti, non solo fisicamente e psicologicamente ma anche ideologicamente." Ocalan è venuto a condividere questo punto di vista; nel 2005, ha emesso una Dichiarazione secondo cui «la radice politica della soluzione della nazione demo- cratica è il confederalismo democratico della società civile, che non è lo stato». Piuttosto, deve essere basato sulla «unità comune», un sistema ecologico, sociale e la costruzione economica che non «mira a fare profitto», ma piuttosto soddisfa i bisogni collettivamente determinati delle persone che vivono lì. Il documento è servito come una visione che sperava sarebbe stata abbracciata da tutto il Kurdistan, compresi i 6 milioni di curdi in Iran e un numero simile in Iraq. Qui, Ocalan ha fatto eco al programma di mio padre in The Rise of Urbanization and the Decline of Citisenship (in seguito intitolato Urbanizzazione senza città [??]), che Ocalan aveva letto in prigione e raccomandato ai sindaci del Bakur nel sud-est della Turchia. In questo volume, mio padre ha tracciato la storia della megalopoli urbana, da Atene alla Comune di Parigi e oltre, nel tentativo di “riscattare la città, di visualizzarla non come una minaccia per l’ambiente ma come un uomo unicamente umano, etico, e la comunità ecologica "che potrebbe essere reclamata come il luogo di una nuova politica di democrazia dell’assemblea; un’arte in cui ogni cittadino è pienamente consapevole del fatto che la sua comunità affida il suo destino alla sua probità morale e alla sua razion- alità." «La città», ha scritto, deve essere "concepita come un nuovo tipo di unione etica, una forma umanamente ridimen- sionata di empowerment personale, un sistema partecipativo, anche ecologico di processo decisionale, e una fonte distintiva di cultura civica." E sosteneva che praticando una politica radicale basata sulla municipalità, le persone possono, in effetti, creare una nuova società democratica all’interno del guscio del vecchio controllo del retroscena dallo stato centrale. Queste idee «comunaliste» sono state messe in pratica nei villaggi e nelle città della Federazione democratica della Siria settentrionale. Un elaborato sistema di democrazia dei consigli comincia a livello della «comune» (insediamenti che 11 comprendono tra le trenta e quattrocento famiglie). La comune invia delegati al consiglio del quartiere o del villaggio, che a sua volta invia i delegati al livello del distretto (o città) e infine alle assemblee regionali. I cittadini fanno parte di comitati per la salute, l’ambiente, la difesa, le donne, l’economia, la politica, la giustizia e l’ideologia. Tutti hanno il diritto di dire. E in linea con le idee di Ocalan su questioni relative alle donne, i consigli delle donne hanno il potere di scavalcare le decisioni prese da altri consigli quando la questione riguarda specificamente gli interessi delle donne. Sebbene il PKK rimanga la principale forza di opposizione per la maggior parte dei curdi che si oppongono alle politiche del presidente Erdogan in Turchia, vi sono state divisioni all’interno del movimento, in particolare a metà degli anni 2000, quando Òcalan iniziò ad applicare sul serio il confederalismo demo- cratico. Eppure è una testimonianza del carattere della sua leadership, che ha sopportato quasi due decenni di prigionia, e una grande maggioranza del popolo curdo ha seguito la strada che ha tracciato. Nonostante ciò, il PKK rimane sulle liste nere terroristiche mantenute dagli Stati Uniti e dall'Unione Europea, e i media occidentali inspiegabilmente persistono nel chiamare Òcalan e il «marxista-leninista» del PKK più di un decennio dopo che l’ideologia è stata formalmente rinunciata, sia in pratica che in migliaia di pagine degli scritti di Ocalan. Al momento delle elezioni della Turchia del giugno 2015, il PKK aveva dichiarato un cessate il fuoco unilaterale e le prove del suo impegno per la democrazia di base erano in piena fioritura nei villaggi e nelle città curde della Turchia sud- orientale, dove le donne lavoravano come co-sindaci e prestavano servizio in tutte le aree dell’amministrazione della città. Nelle elezioni, il partito HDP a guida curda ha vinto il 13% dei voti, diventando così il terzo partito più grande del parlamento turco. Riassumendo, Erdogan ha fermato i negoziati di pace iniziati con Ocalan nel 2013 e ha lanciato un assalto duraturo nella regione curda. La campagna militare e la resistenza del PKK hanno portato alla morte di centi- naia di persone, con altre migliaia di detenuti, tra cui Selahattin Demirtas, il leader carismatico dell’HDP, che ora sta concorrendo per presidente dalla sua cella in prigione nell’elezione improvvisa chiamata da Erdogan per il 24 giugno. Il 24 maggio, il Tribunale dei popoli, con sede a Roma, istituito nel 1979 per continuare il lavoro del Tribunale Russell (che aveva indagato sui crimini di guerra in Vietnam), ha stabilito che il PKK non era un gruppo terroristico ma combattente in un «Conflitto armato non internazionale» e ha dichiarato Er- dogan personalmente colpevole di crimini di guerra contro il popolo curdo per non aver aderito alle Convenzioni di Ginevra per un periodo di diciotto mesi tra il mese di giugno 2015 ed il gennaio 2017. In una decisione annunciata al Parlamento europeo in Bruxelles, il tribunale ha anche dichiarato la Turchia colpevole di operatività sotto falsa bandiera, «assassini mirati, esecuzioni ex- tragiudiziali, sparizioni forzate», distruggendo le città curde e spostando fino a 300.000 civili, e «negando al popolo curdo il diritto all’autodeterminazione imponendo l’identità turca e reprimendo la sua partecipazione alla vita politica, economica e culturale del Paese». Il Tribunale ha sollecitato l’immediata ripresa dei negoziati di pace con i curdi in Turchia e ha anche invitato la Turchia a interrompere tutte le operazioni militari contro i curdi in Siria. L’insistenza della Turchia sul fatto che anche i curdi siriani siano «terroristi» a causa della loro appartenenza ideologica a Òcalan ha costretto gli Stati Uniti a camminare su una linea sottile, sostenendo le YPG e YPJ come parte delle forze democratiche siriane, e negando i loro legami con il PKK, pur sostenendo che il PKK in Turchia è un gruppo terroristico. Il risultato è stato che mentre i fun- zionari militari statunitensi supportano i curdi come “i nostri migliori partner sul terreno” nella lotta contro l’ISIS, in Siria, il Dipartimento di Stato ha chiuso un occhio sulle inesorabili violazioni dei diritti umani di Erdogan, riecheggiando la sua retorica che il PKK dev'essere distrutto, una politica che il popolo curdo dice essere un’approvazione tacita di una guerra contro tutti i curdi. Questa politica statunitense, insieme al quasi-silenzio dei leader americani ed europei sull’assalto del governo turco contro i suoi cittadini curdi tra il 2015 e il 2017, potrebbe aver incoraggiato Erdogan a inviare le sue forze e le milizie dell’ex esercito libero siriano — inclusi jihadisti ed ex Combattenti dell’ISIS — nel can- tone di Afrin in Siria il 20 gennaio. Circa 170.000 persone sono state sfollate da Afrin; molti sono senzatetto e dormono all’aria aperta. Quello che un tempo era un paradiso di pace e multiculturalità, un luogo in cui le donne detenevano il 50% degli uffici pubblici, è ora sotto assedio. Vi sono state segnalazioni di rapimenti di donne e ragazze, di espulsione di curdi dalle loro case e attività commerciali, e della parziale imposizione della legge della Sharia. In questo, la Turchia ha ricevuto il tacito sostegno dagli Stati Uniti, che si sono rifiutati di opporsi a Erdogan a nome dei suoi alleati curdi. La devastazione che ne deriva è stata tristemente sottovalutata dai media americani. Mio padre è morto il 30 luglio 2006, all’età di ottantacinque anni, circa due anni dopo che gli intermediari di Òcalan l’avevano contattato. L’artrite gli aveva reso impossibile di sedersi davanti a un computer e digitare, quindi la sua corrispon- denza con Ocalan finiva dopo lo scambio di un paio di lettere da entrambe le parti. Nella sua ultima lettera, mio padre ha inviato i suoi migliori auguri a Ocalan e ha scritto: "La mia speranza è che il popolo curdo possa un giorno essere in grado di creare una società libera e razionale che permetta al loro splendore ancora una volta di prosperare. Hanno la fortuna di avere un leader del talento di Ocalan per guidarli." Alla morte di Murray Bookchin, il PKK pubblicò una dichiarazione di due pagine che lo chiamava «uno dei più grandi scienziati sociali del ventesimo secolo». «Ci ha introdotto al pensiero dell’ecologia sociale, e per questo verrà ricordato con gratitudine dall’umanità», hanno scritto gli autori della dichiarazione. «Ci im- pegniamo a far vivere Bookchin nella nostra lotta. Metteremo questa promessa in pratica come la prima società che stabilisce un tangibile confederalismo demo- cratico». Se mio padre fosse vissuto per vedere le sue idee realizzate in Rojava e nel sud-est della Turchia, sarebbe stato profondamente commosso nel sapere che il suo spirito rivoluzionario era rinato tra una generazione del popolo curdo. Avrebbe preso a cuore il fatto che la Rojava fosse un altro esempio storico del 13 desiderio di libertà che lui stesso sentiva così profondamente e al quale ha ded- icato la sua vita. COME LE IDEE DI MIO PADRE HANNO AIUTATO I CURDI A CREARE UNA Chapter 2 L’eccedenza anarchica in Kurdistan Salvo Vaccaro Quando David Graeber, noto intellettuale anarchico, fine antropologo e at- tivista nei movimenti sociali americani di Occupy Wall Street, ha presentato su «The Guardian» dell’8 ottobre 2014 [1] l'esperimento rivoluzionario nel Ro- java degno di paragone con la rivoluzione spagnola del 1936-37, avendone tratto l’insegnamento da suo padre che vi combatté in condizioni, queste sì, veramente analoghe con la guerra nel Kurdistan, ci siamo chiesti se si trattava di un ab- baglio da troppa distanza o da troppa vicinanza simpatetica, e anche se tale appello militante era all’origine del movimento solidale che ha mosso i corpi e le menti di tanti anarchici e anarchiche che da ogni parte del mondo si sono recati, e spesso hanno perso la vita, in Rojava per contribuire non solo e non tanto alla resistenza kurda contro Daesh prima, e poi contro i turchi, quanto e soprattutto per apportare il loro sostegno fattivo alla rivoluzione in corso. È fuor di dubbio infatti la presenza anarchica nel Kurdistan e nel Bakur, seg- nata doppiamente dalla volontà combattente nelle milizie kurde da un lato, e dall’idea di comprendere in maniera solidale e partecipata le dinamiche del Confederalismo democratico i cui processi locali, i cui ideali di trasformazione antiautoritaria della società sono diventati patrimonio collettivo, a prescindere — si direbbe — dal reale grado di rottura rivoluzionaria impressa nel corpo vivo dell’esistenza associata degli uomini e delle donne kurde in Rojava, anche a causa del duro conflitto che ne ha minato gli sforzi e forse ridimensionato gli esiti, visto che l’esperimento innovativo si è dispiegato in condizioni non certo favorevoli, in cui ogni errore poteva essere fatale a costo della vita [2]. Ovviamente qualcosa stride e sollecita una interrogazione critica seppur solidale. E non si tratta della difficile coniugazione tra sperimentazione rivoluzionaria e guerra, visto che l'esempio spagnolo a noi molto caro ci restituisce l’analogia in modo più chiaro e già affrontato in sede critica nelle innumerevoli inchi- 15 16CHAPTER 2. L’ECCEDENZA ANARCHICA IN KURDISTANSALVO VACCARO este storiche, nelle ricostruzioni a posteriori condotte dagli stessi protagonisti di allora. No, quel che stride è il fatto che tanti anarchici e anarchiche hanno considerato il Confederalismo democratico molto vicino all’ideale anarchico e libertario, ben prima di una ricognizione sul campo; e stride ancora il fatto che, a differenza della simpatia con lo zapatismo a cavallo di millennio in Chiapas oggi la presenza in Rojava è visibile e numerosa, mentre pochi si sono adden- trati nelle foreste del meridione messicano per riunirsi e radicarsi tra gli indi- geni, nonostante i raduni, i convegni e le “tournée” in Chiapas di tanti attivisti di mezzo mondo negli anni d’oro del sub-comandante Marcos e dei caracoles indigeni [3]. In effetti, ciò che l’appello di Graeber trascurava nel raffronto più o meno plausibile tra Spagna ’36 e Rojava ‘14 — ma i confronti storici sono sempre artifici retorici per motivare l’oggi, più che per leggere il passato — era la lunga tradizione anarchica e libertaria nella penisola iberica sin dalla penetrazione della 1 Internazionale sotto il segno dell’influenza bakuniniana che poi diede luogo alla nascita del potente sindacato della CNT cui si affiancò il movimento specifico della FAI; solo in tal modo si può capire l’insurrezione rivoluzionaria del luglio ’36 a Barcelona e dintorni, la resistenza contro il fascismo locale e il nazi-fascismo europeo, nonché contro lo stalinismo interno ed esterno, non solo con le armi ma con l’autogestione operaia, la collettivizzazione delle terre, l'emancipazione femminile, e via dicendo. Insomma, decenni di penetrazione di idee anarchiche e di pratiche libertarie confluiscono nella rivoluzione spagnola del 1936-37 che resiste al golpe e attua un sommovimento nelle vite quotidiane di milioni di spagnoli. Tutto ciò non è avvertibile nella tradizione kurda, almeno per il livello di conoscenza che abbiamo dello stile comunitario dei villaggi, né nel percorso politico delle frange più combattive del popolo kurdo, attorno al PKK del leader ancora oggi osannato “Apo” Ocalan. Peraltro pesa su tale condizione la frammentazione della popolazione, della nazione kurda come la si immagi- nava politicamente per tutto lo scorso secolo, in tanti stati (Siria, Turchia, Iraq, Tran) all'indomani del primo conflitto mondiale, quando le potenze vincitrici si sono spartite le spoglie dell’Impero ottomano riconfigurando il dominio nell’area geopolitica medio-orientale tramite i Mandati coloniali, a eccezione della Turchia che con Ataturk eredita il cuore dell’impero diventando uno stato laico nazionale e quindi ostile alla compresenza di altre nazionalità quali i kurdi. Presi in giro nel 1920 a Sèvres, i kurdi si ritrovano con i Trattati di Losanna nel 1923 separati e divisi, assoggettati a mandati differenti e, in prospettiva, con l’indipendenza post-coloniale seguita al secondo conflitto mondiale, dominati da stati nazion- ali diversi e considerati sempre scomodi, disomogenei alla nazionalità egemone, pericolosi perché potenzialmente secessionisti, combattuti in ogni modo negando loro ogni libertà e ogni diritto: facoltà linguistica, capacità costruttiva di una propria identità, mezzi di comunicazione comune, forza politica, rappresentanza e voce sia pure locale [4]. Il nazionalismo kurdo così si ergeva a bandiera dell’emancipazione della nazione, là dove élites locali non riuscivano a integrarsi trovando un accomodamento con i leader politici nazionali egemoni, ritagliandosi un minimo di autonomia ter- ritoriale da tutelare con la forza delle armi e del compromesso politico, specie 17 in Iraq, in Iran e in Siria, ma affatto in Turchia, dove la repressione è sempre stata feroce. L'emergenza del PKK sotto la carismatica leadership di Ocalan e delle forze di guerriglia è avvenuta all’insegna dei movimenti di liberazione nazionale tipici degli anni 60 e ‘70 del XX secolo, ispirati al socialismo reale della madre-patria esemplare, ossia l’URSS, che elargiva soldi, armamenti e mezzi di autodifesa, nonché un apparato ideologico di salvaguardia che fungeva da spina dorsale della rigida organizzazione marxista-leninista del PKK stesso (con incursioni nel maoismo). Questo mondo, questa forma di istanza nazionale indipendentista, gravata dal fallimento reiterato dappertutto e alimentata dalle divisioni în seno alle forze politiche kurde, ormai fratturate in linea con le frammenfazioni statuali di rifer- imento (specialmente in Iraq, in Iran e in Turchia), è venuto meno clamorosa- mente e fragorosamente nel giro di un biennio, dalla caduta del muro di Berlino nel novembre del 1989 alla scomparsa della bandiera rossa sovietica a fine dicem- bre 1991. A questo punto Ocalan capisce che è venuto il momento di mutare strategia, di cercare un dialogo con le autorità turche rinunciando al sogno della riunificazione nazionale dei kurdi, nonché abbandonando la guerriglia. Il suo arresto nel 1999 gli è fatale, l’invasione americana in Iraq nel 2003 acuisce le divisioni tra i peshmerga iracheni e filo-iraniani che ricevono un simbolico riconoscimento nell’Iraq post-Saddam, mentre il PKK resta isolato e sempre più represso in Turchia. Ma è soprattutto il collasso ideologico a preoccupare Ocalan, capendo come senza ideologia (leninista) la ferrea organizzazione che dirige anche dalla galera sarebbe destinata a collassare. È in questa acuta congiuntura storica e post-ideologica che Ocalan incontra Bookchin, o meglio i suoi testi, nel frattempo tradotti in turco per via della crescente influenza libertaria e anarchica in Turchia, anche veicolata dallo stesso Bookchin negli anni in cui girava le sedi anarchiche e libertarie europee negli anni ‘90 dello scorso secolo. La compagna di allora, Janet Biehl, ci ha narrato i tentativi mediati di contatto tra Ocalan e Bookchin stesso da vivo, senza al cun successo per via delle precarie condizioni di salute dell’anziano intellettuale americano, nonché il tributo alla sua morte dato dal Congresso del PKK nel 2006 [5]. La lettura di Bookchin da parte di Ocalan segna l’opportunità per il cambio di strategia ideologica e politica del PKK, impossibilitato ormai ad appoggia- rsi a potenze estere per una tutela peraltro rivelatasi effimera — mentre altri leader kurdi non esistano a cambiare cavallo e a legarsi più o meno da vassalli all’egemonia unipolare statunitense — e bisognoso di trovare un altro collante ideologico per un partito e un’area di riferimento orfani del marxismo-leninismo. Il municipalismo libertario di Bookchin si offre così alla riscrittura di Ocalan in termini di Confederalismo democratico, in termini di autogoverno locale in as- senza di una aspirazione di indipendenza nazionale, in termini di autogestione della vita collettiva in senso orizzontale e virtualmente anti-autoritario, in ter- mini di emancipazione della donna in quanto al ruolo politico da giocare ben al di fuori dalla liberazione dal focolare domestico e dal paternalismo autoritario della famiglia tradizionale. Questa conversione di 180 gradi o giù di lì, dettata dalla galera nell’isola di Imrali in numerosi opuscoli e libri che ben presto vengono tradotti in inglese e veicolati ben oltre l’isolamento in cui la questione kurda era relegata a inizio di millennio, viene effettuata e irradiata dal leader "maximo" sino all’ultimo dei militanti con presa altrettanto ferrea da parte del carisma di “Apo”, anche se at- tutita dal progressivo rilascio della forma-partito tipica del marxismo-leninismo e dall’affermazione di esperienze organizzative locali che innovano la classica gerarchia di partito per dare spazio a forme orizzontali di attivismo politico e soprattutto sociale. E il bello è che in tutti gli scritti di Ocalan, il nome di Bookchin non compare mai, né la definizione originaria di municipalismo liber- tario (ritradotta appunto con Confederalismo democratico), e men che meno il lemma di anarchia, di anarchismo [6].... Bisogna allora dedurre che il libertarismo espresso più o meno solidamente in Rojava è frutto di mero tatticismo politico da parte del PKK e del suo leader? Sarebbe sufficiente replicare che a passare per libertari, storicamente, non ci si guadagna granché o niente... È plausibile, da un lato, che la posizione anarchica o meglio, più sfumatamente libertaria, rinvenibile non tanto nelle dichiarazioni e negli scritti di “Apo”, quanto nelle pratiche sociali e politiche nel Kurdistan e nel Bakur in fiamme, risulti a inizio del XXI secolo come quella proposta po- litica, di emancipazione sociale, di ideale collettivo, meno usurata dal tempo, meno contaminata dalla corruzione, più idonea ai tempi attuali, più aperta alle aspettative diffuse in buona parte del mondo, maggiormente coerente con le ansie e le speranze di popoli già sin da troppo tempo oppressi e sfruttati, e pertanto desiderosi di investire le proprie energie in direzione di una libertà e di una libertà di segno anarchico. Anche senza conoscere nulla di anarchismo in quanto dottrina politica. Dall’altro, in questi ultimi cinquant’anni, dal ’68 in poi per intenderci, le pratiche libertarie in campo sociale, nella dimensione organizzativa della politica, nell'immaginario collettivo, nelle contro-istituzioni (scuola, sanità, urbanizzazione, agricoltura, ecc.), esprimono quanto di meglio e ulteriormente perfezionabile l’inventività umana ha saputo rinvenire per rendere coerente i mezzi di liberazione con la voglia “estrema” di libertà sotto qualunque latitudine e in qualunque contesto di civiltà in cui essa si declina, anche senza assumere il nome di anarchia. E quindi anche in Kurdistan oggi, come ieri in Chiapas. Le donne sono spesso l’agente sociale prioritario per veicolare tali rotture verso tradizioni inveterate, tanto in campo sociale, quanto nelle forme stereotipate della politica quotidi- ana. Indubbiamente, l’eguaglianza delle donne non si risolve con l’opportunità data ad esse di formare il proprio esercito, per così dire, “di genere”, giacché la militarizzazione mal si declina con la vita, ben al di qua della parità di genere eventualmente prevista anche ai vertici, consapevoli che militarismo e patriar- cato condividono una forte genealogia comune [7]. Scontando pure il fatto del culto della personalità di “Apo” ancor oggi rintrac- ciabile tra i kurdi le cui speranze convergono in quel nome proprio, occorre considerare la misura e il limite di tale culto nell’affermazione di pratiche lib- ertarie; è probabile che la guerra incida più del culto, almeno a breve termine, mentre sarebbe preoccupante se a lungo termine l’egemonia del leader supremo intacchi le forme orizzontali e decentrate che caratterizzano i movimenti e gli organismi di base concepiti e attualizzati, tra mille difficoltà, nel Rojava, per 19 ripristinare una filiera di leadership di partito. Date le condizioni prossime alla sconfitta del modello sperimentale di confederalismo democratico da parte delle potenze belliche, non è ingeneroso sospendere il giudizio, senza attenuare la spia di rilevamento dell’insidia e senza pre-giudicare aprioristicamente le eventuali evoluzioni della sperimentazione sociale su scala. A rafforzare tali auspicabili evoluzioni, a oggi pessimisticamente percepibili, può soccorrere la solidarietà internazionale verso l’afflato libertario che indi- rettamente si richiama al pensiero e agli scritti di Murray Bookchin, seppure praticati su un territorio diverso dal New England americano sul quale riponeva il proprio modello di municipalismo libertario l’attivista anarchico. È ovvio che quella proposta di Bookchin può funzionare laddove il decentramento am- ministrativo e politico si salda con una tradizione di autonomia de facto, se non minimamente de jure, cosa che può avvenire negli usa in cui la distanza tra la capitale e la periferia si misura non tanto in migliaia di miglia, quanto in universi sociali e politici, nonché in termini di relazione politica tra centro e periferia ben diversa dal modello accentrato europeo, dove, ad esempio, un modello di municipalismo libertario applicato al contesto italiano (e francese) dovrebbe fare immediatamente i conti con la figura del prefetto, rappresentante del e controllore per conto del governo centrale dei limiti di compatibilità di una politica locale autonoma rispetto al quadro normativo nazionale. Certo, in un contesto di frantumazione di un ordine politico, in presenza di eventi più o meno rivoluzionari, o almeno di conflitto acceso e di ribellione sociale, quell’idea di Bookchin può trovare fertile adattamento anche in contesti diversi e con forme realizzative appositamente declinate. Indubbiamente questa prima considerazione gioca un ruolo importante nella scelta compiuta da tanti compagni e compagne anarchiche e non solo di accor- rere in Rojava a mettere in gioco la propria esistenza per un ideale, per così dire, spendibile altrove rispetto al baricentro delle loro vite. Non capita spesso di assistere al collasso, implosivo o esplosivo secondo i casi, di un ordine politico che si presta alla costituzione di un campo sociale in tensione su cui investire en- ergie rivoluzionarie, accanto insieme ad altre forze invece conservatrici e persino reazionarie. Si apre un immaginario radicale che trova uno spiraglio di con- cretezza altrove non dato. La provenienza della solidarietà fattiva internazionale è indicativa in effetti non solo della capacità di attrazione che il campo kurdo esercita nel momento rivoluzionario e bellico insieme, ma anche della cupezza dei tempi e delle condizioni sociali e storiche dalle parti per così dire occiden- tali, in cui l'immaginario sovversivo, pur presente, è tuttora condannato alla ineffettività, dopo il decennio cosiddetto no-global la cui onda lunga sembra es- sersi chiusa con i movimenti civici degli Indignados spagnoli (anteriori alla scelta elettoralistica di Podemos) e di Occupy Wall Street. In altri termini, il Rojava libertario ci dice di più in relazione al resto del mondo, all’occlusione neoliberale degli orizzonti di libertà e di eguaglianza, al ripiegamento neo-individualistico o addirittura solipsistico che contrassegna non solo l’homo oeconomicus, ma oggi addirittura l’umanità delle società neoliberali, la biopolitica necrofila che tanto osserviamo nella cronaca nera degli omicidi-suicidi, dei femminicidi, della vio- lenza giovanile sotto forma di bullismo, in cui l’arroganza e la brutalità cela una L’ECCEDENZA ANARCHICA IN KURDISTANSALVO VACCARO fragilità di fondo dettata in buona sostanza dalla recisione di ogni legame sociale e dalla gettatezza del singolo di fronte a un percorso accidentato e precario che mina ogni certezza psicologica individuale, deprivata del sostegno collettivo. Riscoprire il momento collettivo, recuperare la propria singolarità nell’ambito di una relazione plurale che è costitutiva del nostro essere al mondo (banalmente, senza necessità di scomodare Hannah Arendt!), riprendere le sorti della pro- pria vita in uno spazio pubblico denominato politica, tutt’affatto identificato e identificabile con la corruzione e la concussione, il malaffare e l’immoralità per- manente, la conquista del potere e la pratica dell’emarginazione discriminante dell’avversario, ecco ciò che viene a valorizzarsi nell'evento rivoluzionario, sia pure in un quadro fortemente condizionato dalla messa a rischio della vita. Beninteso, la sperimentazione collettiva che a livello sociale e non solo isti- tuzionale si gioca in Rojava mal si concilia, come detto, con il culto della per- sonalità di “Apo” che catalizza le speranze dei kurdi verso quel totem magico che rassicura della bontà del percorso sperimentale perché sorto non solo per necessità geopolitiche e per sensibilità verso i tempi che urgono in direzione di metodologie libertarie e orizzontali, ma anche e soprattutto perché sospinto dal leader supremo dell’intera popolazione kurda. Anche se l’orizzonte della nazione sembra ridimensionarsi, almeno tatticamente nel breve e nel medio periodo. Certo, per qualcuno l’investimento nel Kurdistan e nel Bakur rappresenta un training personale chissà quando utilizzabile in un futuro che magari auspica- bilmente non si rinvia a un lontano futuro. Una sorta di palestra per ulteriori momenti, chissà mai si dovesse replicare in “patria" quanto sta accadendo fuori patria. E in questa evenienza, si insinua una certa mistica delle armi e della violenza rigenerativa e “vincente”, insomma quella “giusta” perché dalla parte giusta della storia, verso la quale l’adrenalina che indubbiamente scorre quando si mette in gioco in prima persona la propria vita non ne facilita l'immunità criticamente acquisita negli anni nel corso delle innumerevoli tappe del conflitto sociale. Ossia il difficile tentativo, teorico e soprattutto pratico, di considerare l’inevitabilità della violenza nella sua massima illegittimità, senza legittimarla mai. Ovviamente non è certo in discussione la difesa tout court dai fondamental- isti dello Stato islamico o dagli eserciti regolari dello stato turco o siriano o di qualunque altro stato che usa la potenza militare quale leva da utilizzare, in caso di successo, per legittimare e legalizzare il proprio operato. Né è in discus- sione l’irruzione della forza di una società o di una comunità che voglia istituirsi senza farsi istituire dalla sfera separata della politica statuale, come ci insegna Castoriadis. È necessario quindi distinguere forza e violenza, potenza statuale e potenza collettiva e diffusa e pertanto preoccuparsi dell’insidioso slittamento in una dimensione palingenetica persino di segno rivoluzionario in cui la narrazione rarefatta della violenza quale levatrice della storia, si presume benefica, ben si coniuga con i corpi trucidati, le vite spezzate, qualunque sia il segno sotto cui la qualità della vita dell’umano dovrà interrompere la lunga catena omicida e genocidiaria che caratterizza la violenza statuale. Ma si sa, è facile criticare il feticcio del kalashnikov quando si riflette a migliaia di chilometri, e si sa altret- tanto che laddove il kalashnikov è stato l’unico strumento di agitazione, libertà 21 ed uguaglianza non sono mai stati conseguiti. Nel momento in cui stiamo terminando questo libro, gli eventi rivoluzionari in Rojava e nel Bakur, già travagliati date le circostanze, si ritrovano rinchiusi nei propri orizzonti, ottenebrati dalla violenza militare tesa non solo a sconfiggere per l’ennesima volta le rivendicazioni di libertà e di autonomia dei kurdi, ma anche a sradicare da una pur minima fetta di terra quei germogli di libertà ed eguaglianza che, se lasciati sbocciare potrebbero risultare fecondamente conta- giosi per altre popolazioni, per altre terre, per altre istanze libertarie, appunto ciò che il dominio statuale, qualunque sia la sua bandiera, non potrà mai toller- are, temendo giustamente di venire sepolto dallo spirito anarchico. L’ECCEDENZA ANARCHICA IN KURDISTANSALVO VACCARO Chapter 3 Confederalismo democratico Una pratica di lotta e organizzazione Raùl Zibechi Quando riceviamo notizie della resistenza kurda a Kobane e negli altri due can- toni autonomi nella regione del Rojava, in un angolo della memoria e della coscienza esse ci riportano alla guerra e alla rivoluzione spagnole. Le comuni egualitarie dell’ Aragona, le dignitose barricate e l’autogestione a Barcellona, il grido di Buenaventura Durruti nella difesa di Madrid: «Portiamo dentro di noi un mondo nuovo; e quel mondo sta crescendo in questo stesso istante». Ritrovo varie similitudini, che sono il nucleo di molti processi di cambiamento: il popolo in armi, organizzato in battaglioni popolari; il ruolo di spicco delle donne in tutti gli ambiti e a tutti i livelli dell’azione collettiva; l’autogoverno con ampia partecipazione; il fatto che questi cambiamenti emergano durante una guerra, ovvero in una situazione estremamente critica per la sopravvivenza. Verso luglio-agosto del 2012 nel Rojava, la regione a fianco della Turchia, il regime siriano crolla, quando la primavera araba, iniziata nel 2011, è duramente repressa dal governo di Bachar al Assad, originando un conflitto interno con appoggi regionali e globali. Le grandi potenze sostengono diversi gruppi armati (generalmente integrati da mercenari) che combattono contro il regime siriano, appoggiato a sua volta da altre potenze, come l’Iran. Il popolo kurdo è la più grande nazione del mondo senza stato. I quasi 40 milioni di kurdi vivono in quattro paesi: Siria, Irak, Iran e Turchia. Occupano un’area di circa 400.000 chilometri quadrati: quasi 200.000 sono nel Kurdistan turco per circa 15 milioni di abitanti, 125.000 chilometri quadrati in Iran per 13 milioni di abitanti, 60.000 chilometri quadrati in Iraq per otto milioni di abitanti e circa 12.000 chilometri quadrati in Siria con più di due milioni di abitanti. CONFEDERALISMO DEMOCRATICOUNA PRATICA DI LOTTA E ORGANIZ I kurdi furono vittime delle potenze coloniali che all’inizio del xx secolo firmarono un accordo segreto per dividersi l’Impero Ottomano. Il 16 maggio 1916, nella fase finale della Prima Guerra mondiale, sir Mark Sykes come rappresentante della Gran Bretagna e Francoise George-Picot come rappresentante della Fran- cia, si accordarono sulla divisione del Medio Oriente una volta terminata la guerra. Ciò che oggi è Siria, Libano e il sud della Turchia restarono sotto il do- minio francese, mentre quello che ora è Giordania e Iraq fu affidato alla tutela britannica. Nello stesso periodo, si emanò la Dichiarazione di Balfour (2 novembre 1917) nella quale il Regno Unito decideva di sostenere la creazione di «un territorio nazionale ebreo» in Palestina. Si trattò di una lettera del Ministro degli esteri britannico, Arthur Balfour, al banchiere Lionel Walter Rothschild, un leader della comunità ebrea in Gran Bretagna, allo scopo di ottenere l'appoggio della Federazione sionista di Regno Unito e Irlanda. Fino ad oggi le vecchie potenze, alle quali si unirono, dopo il 1945, gli Stati Uniti e, in minor misura, l'Unione Sovietica, svolgono un ruolo dominante nel Medio Oriente dove hanno la prece- denza per intervenire nelle loro antiche colonie. Anche se l’accordo Sykes-Picot, fallì per quanto riguarda la sua applicazione in Turchia, dove Kemal Ataturk guidò la guerra d’indipendenza, il resto del trat- tato si applicò nella forma prevista dagli imperi coloniali, assicurò il dominio francese e britannico, ma procurò altresì le condizioni degli attuali conflitti. Lo stato kemalista proibì l’uso del vocabolo Kurdistan, e della sua lingua. I kurdi si dispersero in tutta la Turchia perché la loro terra fu espropriata attraverso il Trattato di residenza forzata del 1930. Il popolo kurdo fu considerato da Ankara come “turchi di montagna”, ossia turchi con tratti particolari dati dal loro habitat montuoso. Nel nord della Siria, durante la guerra civile scoppiata nel 2011, si formarono le milizie armate dette Unità di protezione del popolo (YPG) sotto il comando del Comitato supremo kurdo per controllare le zone abitate dai kurdi. Nel luglio 2012, le YPG conquistarono la città di Kobane e una decina di altre città dove il Partito dell’unione democratica (PYD) e il Consiglio nazionale kurdo (KNC) diedero avvio a un’amministrazione congiunta, Solo due città importanti a mag- gioranza kurda, Hasaka e Qamishli, continuarono a essere controllate dal gov- erno di Damasco. Alcuni mesi dopo, nel gennaio del 2013, i cantoni di Jazira, Kobane e Efrin proclamano la loro autonomia. Si tratta di tre piccole unità territoriali alla frontiera con la Turchia, in totale alcune decine di migliaia di abitanti, dove convivono diversi gruppi etnici e religiosi, circondati dall’esercito turco e dallo Stato islamico. Sono tre enclave non contigue, separate da centi- naia di chilometri e da migliaia di uomini armati che vogliono distruggerle. I movimenti e i partiti di sinistra in Turchia nacquero negli anni Settanta in risposta ai crimini dello Stato turco contro le sue 30 nazionalità. I turchi infatti sono una minoranza in Turchia, un paese di 70 milioni di abitanti di cui circa 15 milioni di kurdi oltre a siriani, greci, armeni, gitani... Ma la sinistra ancora non aveva una risposta per queste “minoranze". Nel 1978, si fonda il Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), di orientamento marxista-leninista, con l’obiettivo di formare un Kurdistan indipendente. La 25 lotta del popolo kurdo stava crescendo dal 1973, e la formazione del Partito fu la conseguenza di questo lungo processo di autoaffermazione delle comunità del Kurdistan. Il colpo di stato del 1980 ad Ankara (con l'appoggio della NATO e degli Stati Uniti, suo alleato strategico che dispone di varie basi militari contro la Russia) si proponeva di frenare questo processo, di reprimere sia i kurdi sia le altre “minoranze”, così come di attaccare la sinistra e i nuovi movimenti. La maggioranza dei dirigenti del PKK si rifugiarono nei campi palestinesi in Libano, nella valle della Bekaa, e strinsero alleanze con il Fronte popolare per la liberazione della Palestina diretto da George Habash. Qui ricevettero adde- stramento militare e parteciparono alla lotta del popolo palestinese nella quale rimasero vittime più di trecento militanti kurdi, che furono uccisi o incarcerati. Nel 1984, il PKK lanciò la lotta armata in Kurdistan perché considerava che sotto la dittatura non ci fosse altra forma possibile di azione. Il PKK raccoglie la lunga resistenza kurda: tra il 1920 e il 1940 ci furono ben 27 rivolte contro il potere turco. Con la sconfitta dell’insurrezione di Dersim, nel 1938, si completò l'occupazione turca del Kurdistan e iniziò un lungo periodo di assimilazione at- traverso le scuole e la proibizione di usare la lingua kurda. Durante la guerra, iniziata dal PKK, ci furono circa 5.000 assassini extrag- iudiziali, varie migliaia di kurdi furono incarcerati e centinaia di villaggi rurali distrutti. Il partito guadagnò appoggi molto ampi, non solamente tra i kurdi, bensì anche tra gli altri popoli colpiti dal potere turco, come gli armeni. La svolta del PKK cominciò all’inizio degli anni Novanta, quando cadde il so- cialismo reale. Questo fatto provocò un confronto interno sulle strade da seguire nella nuova situazione internazionale. E il dibattito interno si radicalizzò nella preparazione del VI Congresso che portò il PKK a adottare, nel 1998, una nuova strategia chiamata «Confederalismo democratico», che spinse l’organizzazione ad abbandonare il marxismo-leninismo e l’obiettivo di creare uno Stato-nazione kurdo. Per lo Stato turco, gli Stati Uniti e Israele (oltre che per le burocrazie arabe dominanti) la trasformazione del PKK è una sconfitta inedita. Fino a quel mo- mento si trattava di una guerriglia nazionalista che si scontrava con l’esercito in montagne remote. Ma, a partire dall'adozione del Confederalismo democratico, il PKK inizia ad avere un progetto assai ampio che coinvolge molteplici attori e riflette i cambiamenti delle società nel Medio Oriente. All’inizio di questa svolta il Partito cominciò a intrattenere relazioni con le lotte dei popoli oppressi di tutta la regione. La proposta del Confederalismo democratico raccoglie, da un lato, icambiamenti demografici della popolazione kurda. Dei 13 milioni di abitanti di Istambul, 6 milioni sono kurdi, 4 milioni emigrarono in Europa e ciò fa sì che la maggior parte di kurdi non vivano in Kurdistan. Pertanto la lotta principale non è più nazionale, bensì sociale. Numerosi giornalisti e militanti occidentali attribuiscono l’adozione del Confed- eralismo democratico alla prigionia di Abdullah Ocalan e all’influenza del pen- satore e militante statunitense, Murray Bookchin, storico fondatore dell’Ecologia Sociale. Non serve dire che si tratti, in fin dei conti, di una visione colonialista. Altri ancora parlano della “svolta libertaria” del PKK. E sono moltissimi coloro 26CHAPTER 3. CONFEDERALISMO DEMOCRATICOUNA PRATICA DI LOTTA E ORGANIZ che credono che sia in realtà un trucco del partito stalinista per raccogliere ap- poggi più ampi in Occidente. Al contrario, la popolazione kurda, come gli indigeni latinoamericani, si costi- tuisce attorno a comunità contadine che determinano la sua identità e la sua cultura. Ha difatti una lunga e feconda storia, che è la sua principale referenza culturale e politica. L’attuale proposta del Confederalismo Democratico è an- corata al recupero delle tradizioni della Mesopotamia perché si considera che la civilizzazione non iniziò con i greci, così come la rivoluzione francese non è il punto di partenza delle lotte per l'emancipazione. Il nuovo orientamento del PKK provocò la furibonda reazione degli Stati Uniti e dei suoi alleati che decisero di definirlo come “terrorista” e di perseguire il suo dirigente, Abdullah Ocalan, che si trovava in Siria e che fu espulso in Russia per pressioni della Turchia. Nemmeno il governo russo lo tollerò e lo espulse verso l’Italia. Quando, allontanato anche dall’Italia, si dirigeva verso il Sudafrica, Ocalan fu sequestrato in Kenia dal Servizio segreto israeliano (Mossad) e con- segnato alla Turchia. Alla fine presidente del PKK fu condannato alla pena di morte, poi commutata in ergastolo ed è tuttora rinchiuso da solo in un'isola nel mar di Marmara. Il PKK costituisce un problema per l’imperialismo perché ora possiede una pro- posta per tutti i popoli del Medioriente. Il Confederalismo Democratico esprime quattro critiche allo Stato-nazione. La prima è che qualsiasi Stato, sia capitalista che socialista, si fonda sul dominio di una classe minoritaria sulle classi popo- lari. Inoltre lo Stato-nazione suppone il dominio di un gruppo etnico religioso sopra gli altri, come d’altronde succede in altra forma in tutti gli Stati. La terza questione è che tutti gli Stati si appoggiano sul patriarcato, cioè la dominazione degli uomini sulle donne. In quarto luogo, lo Stato ha necessità per sostenersi di una società produttivista che distrugga la madre terra. I kurdi autonomisti affermano che non si può farla finita con il capitalismo senza eliminare lo Stato e che non possiamo liberarci dello Stato senza liberarci dal patriarcato. Quando il conflitto tra l’opposizione e il governo di Damasco si trasformò in guerra aperta, la popolazione kurda non appoggiò nessuna delle due parti e cercò la propria strada, attraverso l’autogoverno. In quel momento scoprì che il Confederalismo democratico era la miglior forma di convivenza in una regione dove 180% sono kurdi e il 20% appartiene ad altri gruppi etnici. I tre cantoni della zona del Rojava, che si autodefiniscono delle comunità au- tonome democratiche, e quindi Efrin, Jazira e Kobane, sono una Confeder- azione di kurdi, arabi, aramaici, turcomanni, armeni e ceceni. Redassero una Costituzione, diffusa nell’ottobre del 2014, denominata Carta costituzionale del Rojava. Il preambolo “proclama un nuovo contratto sociale, basato sulla con- vivenza, l’intesa reciproca e la pace tra tutti i fili della società. Protegge i diritti umani e le libertà fondamentali, riafferma il diritto dei popoli alla libera au- todeterminazione”. Le Unità di protezione del popolo (YPG) sono l’unica forza militare dei tre cantoni e hanno il compito di proteggere e difendere la sicurezza delle comunità autonome e delle loro popolazioni. Le YPC formarono il Movimento per una società democratica (Tevgera civaka demokratik, conosciuto con la sigla Tev- 27 Dem), che è il vero promotore dei cambiamenti in atto. Tra questi le Unità di protezione delle donne (YP.J) che dispongono di 10.000 combattenti e svolgono un ruolo decisivo nella difesa del Rojava. Così come l’Asayish, una forza di polizia per il controllo delle zone autonome con circa 4.000 agenti, un quarto dei quali sono donne. Questa “polizia” non vuole essere chiamata così perché afferma di servire la società e non lo Stato. I capi di quei corpi armati vengono eletti e, oltre l’uso delle armi e la disci- plina militare, imparano la storia del Kurdistan, l’etica, la meditazione e la cultura popolare. La nuova amministrazione (quella precedente crollò nel 2012) è governata dai comuni o dai municipi sulla base di assemblee rionali aperte e settimanali, che dispongono di unità proprie di autodifesa, oltre che di consigli dedicati all'economia, all’educazione, alla salute, ai servizi pubblici, ai giovani e alle donne. Sono dotate inoltre di un consiglio al quale partecipano i delegati eletti in ogni rione. La costruzione di questa struttura di potere fu possibile grazie al lavoro del Tev- Dem, una grande coalizione di entità tra le quali figurano partiti come il PYD (Partito dell’Unione Democratica), cooperative, gruppi di giovani e di donne, centri culturali e accademici. In base ai principi dell’autogoverno, la nuova am- ministrazione espropriò le terre statali (pianure dedicate alla monoctultura del grano) e le consegnò alle cooperative già create che stanno tentando di diversi- ficare la produzione di alimenti. Inoltre continuano a estrarre un po’ di petrolio che raffinano per le necessità locali. La creazione di comunità autogestite avviene nel pieno della guerra, creando un certo sconcerto, come si apprende dai reportage pubblicati in Europa, tra chi si interroga sui seguenti punti: perché non iniziarono un processo così interes- sante in condizioni normali di pace e lo cominciano quando vengono assassinati a centinaia da guerriglieri e in particolare dal genocida Stato islamico? Come succede di solito, la domanda svela il modo di pensare di chi la formula. La risposta è che non sarebbe potuto succedere in un altro momento. La storia delle rivoluzioni ci insegna questo. Tutte nacquero all’interno di una guerra quando la sopravvivenza dell’umanità era a rischio, quando era necessario or- ganizzarsi assieme ad altri e altre per dar loro una certa continuità di vita. Le rivoluzioni nascono dalla necessità, non dalle bibbie (e poco importa se quelle bibbie sono marxiste, anarchiche, cristiane o socialdemocratiche). La rivoluzione spagnola, quella russa e quella cinese, oltre alle molte che ci sono state, cioè la creatività umana collettiva che chiamiamo rivoluzione, non sono scelte filosofiche ma frutto della necessità. Inoltre c’è un altro dato fondamentale. Se il potere dello Stato siriano non si fosse collassato nel Rojava, lasciando ampi territori rurali e urbani alla mercè dei guerriglieri dello Stato islamico (degli eserciti turco e siriano e delle milizie che guerreggiano tra di loro per appropriarsi del petrolio), l’autogestione sarebbe stata un sogno da filosofi impegnati. Crollando lo Stato, il capitalismo e il Pa- triarcato rimasero senza protezione alcuna. Lo Stato è il difensore armato dello sfruttamento e dell’oppressione che, senza il suo appoggio, hanno molta diffi- coltà a replicarsi. Non esiste impero, non esiste quindi determinismo. I kurdi del nord della Siria non incontrarono le tesi del Confederalismo democratico del PKK per caso. C’è una pratica previa, molto più importante delle tesi di Ocalan, anche se queste sono di grande valore, perché ne sono ispirate. Le idee non sono ciò che cambia il mondo, bensì l’azione umana collettiva spesso pregna di frammenti di quelle idee. Non dovremmo cadere nella trappola colonialista di credere che il resto e la parola, come quelle che imposero i coloni spagnoli in America, siano la chiave di un qualsiasi cambiamento. Al contrario di ciò che ritengono alcuni, le ide- ologie sono molto meno decisive dell’attività sociale collettiva. Molto prima dell’esperienza autonomista del Rojava, i militanti del PKK e quelli del Tev- Dem impresero un’ampia strutturazione conosciuta come Congresso della soci- età democratica, dove si articolavano più di 500 organizzazioni sociali, sindacati e partiti. Quando sopraggiungono catastrofi naturali e sociali e la routine quotidiana si spezza, le persone attingono alla memoria delle loro esperienze collettive accu- mulate nelle proprie vite, qualcosa che potremmo chiamare come cultura politica o modi di codificare abitudini e stili di vita. Se conoscono solamente una cul tura, quella egemonizzante, gerarchica, patriarcale, golpista, statal/capitalista, non potranno mai uscire dall’eteronomia. Se invece hanno mantenuto vive le proprie tradizioni comunitarie, autonomiste, non capitaliste e non patriarcali, per ridotti che siano stati quelli spazi e i tempi nei quali si praticavano, la storia può cambiare. Per questo, l’importante nei periodi “normali” non è quanta gente sia coinvolta in queste modalità di azione che chiamiamo ‘alternative’. Ciò che è decisivo è che esistano, che un settore attivo e dinamico, anche se minoritario, le pratichi e le diffonda. Nella nostra società tutti sanno che ci sono forme più sane di alimentarsi, metodi non allopatici né mercificati di prendersi cura della salute, spazi non di mercato come lo shopping e i supermercati, modi di vita diversi e piccole organizzazioni che li sostengono. Quando sopraggiungano situazioni drammatiche, alcune di quelle esperienze si moltiplicano, com’è successo tante volte. Rojava è la doppia conseguenza della guerra civile siriana e dell’esteso lavoro del PKK e di altre organizzazioni kurde. Degno di nota è il fatto che si tratta di un partito di origine marxista-leninista che è stato capace di promuovere un distacco da quei valori. Non trovò ispirazione nelle tesi anarchiche, bensì nelle tradizioni libertarie del popolo kurdo. Ispirarsi alle tradizioni comunitarie e lib- ertarie, che risiedono in tutti i popoli, è un buon antidoto contro i dogmatismi di ogni tipo. È evidente che ci sono delle similitudini tra la rivoluzione zapatista e kurda. Ci sarà stato un incontro segreto tra Marcos e Ocalan? Tra i comandanti dell’EZLN e quelli del PKK? Esiste una bibliografia che presenta le cospirazioni come filo conduttore delle lotte sociali e che ha una forza simile alle letture ideologiche. Entrambe non comprendono il dato fondamentale: la storia è fatta dai popoli, con le loro lotte, ma anche il loro accordo. Il conflitto cambia il mondo così come la conciliazione, anche se la nostra iconografia militante è solita occuparsi delle azioni eroiche, pure se sono state sporadiche e casuali nella storia. 29 Penso che di comune tra l’una e l’altra esperienza siano le radici, ciò che si trova di più profondo nei popoli. Il subcomandante Marcos giunse, con un piccolo gruppo di militanti guevaristi sconfitti, nella selva Lacandona e lì non ebbe al- tra scelta che “arrendersi” alla logica delle comunità. Un noto resoconto spiega che l’impianto della sua teoria politica risultò ammaccato dal contatto con gli esseri umani reali e che, grazie a queste ammaccature, poté cominciare a girare per le comunità fino a diventare un cerchio. O qualcosa di simile. Il punto in comune fra i due processi è l’impegno nel cambiare il mondo e com- prendere che le modalità ereditate non sono le più adeguate. La gente sa, e possiamo avere fiducia in lei. Noi non sappiamo molto e dobbiamo imparare da altri e altre del popolo: loro sono i nostri maestri. Dobbiamo seguire un'etica dell’umiltà, della disponibilità a fare insieme e di non imporre ciò che portiamo negli zaini. Non è importante se in un luogo si chiamino «giunte del buon governo» e in un altro siano «consigli locali o di cantone». In entrambi i casi si può apprezzare un passaggio del centro di gravità ai popoli organizzatie la fiducia che questi popoli siano i soggetti capaci di fare ciò che occorre fare. Ma cosa fare? Quello che i popoli decidano, in ogni momento, secondo le loro convinzioni. È impossibile conoscere in anticipo il futuro della rivoluzione kurda. Nel mezzo di una guerra atroce, nella quale sono implicate grandi potenze, feroci dittature e gruppi terroristici, sarà molto difficile che la rivoluzione sopravviva a una dis- truzione così enorme. I recenti attacchi della Turchia e dello Stato Islamico possono essere degli esempi di ciò che riserva il futuro immediato, In ogni caso, ciò che hanno fatto finora è sufficiente per provocare il migliore entusiasmo, la più grande ammirazione, la più ampia solidarietà in ogni angolo del mondo degli oppressi. I grandi processi storici devono essere considerati per le intenzioni dei protag- onisti, non per una pragmatica misura dei risultati. Per questi motivi, Rojava merita tutta la nostra attenzione, tutto il nostro appoggio e la disposizione d’animo a imparare. È il poco che possiamo fare alla distanza dove siamo. Sti- amo attraversando una fase particolare della storia, molto simile a quella delle due guerre mondiali, quando vari imperi furono distrutti, quando giunsero le grandi rivoluzioni, ma pure la ripartizione di questi imperi tra le potenze colo- niali. Con lo sguardo rivolto al passato, Eric Hobsbawn metteva in evidenza l’importanza della rivoluzione spagnola, diventata un fronte cruciale della battaglia contro il fascismo. Secondo la sua opinione, fu la causa più nobile del secolo trascorso, come scrisse nella sua Storia del secolo breve. Egli affermò: «Per molti di coloro che siamo sopravissuti, la lotta del 1936 è l’unica causa politica che, anche vista retrospettivamente, ci sembra così pura e convincente». È ciò che di meglio si possa dire di una rivoluzione. 30CHAPTER 3. CONFEDERALISMO DEMOCRATICOUNA PRATICA DI LOTTA E ORGANIZ Chapter 4 Visita nel Kurdistan siriano, maggio 2014 Zaher Baher Ciò che il lettore leggerà è l’esperienza della mia visita, di un paio di settimane, nel maggio 2014, a nord-est della Siria o del Kurdistan siriano (Kurdistan oc- cidentale), con un mio caro amico. Durante la visita abbiamo avuto totale libertà e l’opportunità di vedere e parlare con chi volevamo, ossia con donne, uomini, giovani e partiti politici. Esistono più di 20 partiti, da quelli curdi a quelli cristiani, cui alcuni fanno parte della Democratic Self Administration (DSA) o Democratic Self Management (DSM) di Al Jazera: una delle tre regioni (o cantoni) del Kurdistan occidentale. Ab- biamo incontrato anche i partiti politici curdi e cristiani che non appartengono al DSA o al DSM. Inoltre, abbiamo incontrato i vertici del DSM, i membri di diversi comitati, gruppi localie comuni, nonché imprenditori, commercianti, la- voratori, persone al mercato e persone che stavano semplicemente camminando per la strada. La cornice Il Kurdistan è una terra di circa 40 milioni di persone che dopo la Prima guerra mondiale fu diviso tra Iraq, Siria, Iran e Turchia. Storicamente, i curdi hanno patito massacri e genocidi per mano dei regimi successivi, soprat- tutto in Iraq e in Turchia. Da allora hanno costantemente sofferto e sono stati oppressi dai governi centrali dei paesi a cui il Kurdistan fu annesso. Nel Kur- distan iracheno; sotto il regime di Saddam Hussein, il popolo curdo ha subito attacchi di armi chimiche durante l'Operazione Anfal. In Turchia, fino a poco tempo fa, i curdi non avevano nemmeno il diritto fondamentale di parlare nella propria lingua. Storicamente, sono stati riconosciuti come “i turchi che vivono in montagna” (un riferimento alla regione del Kurdistan e di come ci siano così tante montagne). In Siria, la situazione dei curdi era migliore che in Turchia. In Iran hanno alcuni diritti fondamentali e sono riconosciuti come parte di una nazione diversa dai persiani, ma non hanno una propria autonomia. Dopo la prima guerra del Golfo nel 1991, il popolo curdo in Iraq è riuscito a creare il proprio governo regionale, il Governo Regionale del Kurdistan (KRG). Dopo l’invasione e l'occupazione dell’Iraq nel 2003, il popolo curdo ha approf- ittato di questa situazione per rafforzare il proprio potere locale ed è riuscito a ottenere il diritto ad avere la propria amministrazione, il proprio bilancio, un proprio parlamento e un proprio esercito. Sono stati tutti riconosciuti dal gov- erno iracheno e, in una certa misura, sono sostenuti dal governo centrale. Ciò ha incoraggiato e ha avuto un impatto positivo sulle altre parti del Kurdistan, in particolare Turchia e in Siria. Nello stesso anno dell’invasione dell’Traq (2003), il popolo curdo in Siria ha is- tituito il proprio partito, il Democratic Union Party (PYD), pur in presenza di un certo numero di altri partiti e organizzazioni curde nella regione. Alcuni di loro erano così vecchi che risalivano al 1960, ma erano inefficaci rispetto al PYD che si è sviluppato e diffuso rapidamente tra il popolo curdo. La primavera araba La primavera araba raggiunse la Siria all’inizio del 2011 e, dopo un breve pe- riodo di tempo, si diffuse anche nelle regioni del Kurdistan siriano: Al Jazera, Kobane e Afrin. La protesta del popolo curdo in questi tre cantoni fu molto forte ed efficace causando, in un certo senso, il ritiro dell’esercito siriano dai cantoni curdi eccetto che da alcune zone di Al Jazera, di cui vi parlerò più oltre. Nel frattempo, la popolazione, con il supporto del PYD & PKK, formò il Tev- Dam, (il Movimento della Società Democratica), che ben presto diventò molto forte e popolare nella regione. Una volta che l’esercito e l’amministrazione siri- ana si furono ritirati, la situazione diventò molto caotica (vi spiegherò perché). Ciò costrinse il Tev-Dam ad attuare propri piani e programmi senza ulteriori ritardi prima che la situazione si fosse aggravata. Il programma del Tev-Dam era molto inclusivo coprendo ogni singolo problema nella società. Furono coinvolte molte persone di diverso ordine e provenienza, tra cui curdi, arabi, musulmani, cristiani, assiri e Yazidi. Il primo compito fu quello di stabilire una serie di gruppi, comitati e comuni nelle strade, in quartieri, villaggi, contee e nelle piccole e grandi città. Il loro ruolo fu quello di essere coin- volti in tutti i problemi che deve affrontare la società. I gruppi furono istituiti per esaminare una serie di questioni, tra cui: il genere, l'economia, l’ambiente, l’istruzione, le questioni sanitarie, il supporto e la solidarietà, i centri per le famiglie dei martiri, il commercio e le imprese, le relazioni diplomatiche con i paesi stranieri e tanto altro. Esistono pure gruppi specifici per conciliare le controversie tra persone o fazioni diverse cercando di evitare di far finire queste dispute in tribunale a meno che questi gruppi siano incapaci di risolverle. Questi gruppi di solito tengono le proprie riunioni ogni settimana per parlare dei problemi che le persone devono affrontare là dove vivono. Hanno un loro rappresentante nel gruppo principale dei villaggi o delle città chiamate “Casa del Popolo”. Il Tev-Dam, a mio parere, è l’organo di maggior successo in quella società e potrebbe raggiungere tutti gli obiettivi che gli sono stati assegnati. Credo che 33 le ragioni del suo successo siano: 1. La volontà, la determinazione e il potere delle persone che credono di poter cambiare le cose. 2. La maggior parte delle persone crede nel lavoro volontario in tutti i livelli di servizio per rendere l’evento / esperimento un successo. 3. Essi hanno creato un esercito di difesa composto da tre parti differenti: le Unità di Difesa Popolare (Peoples Defence Units, PDU), le Unità di Difesa Fem- minile (Womens Defence Units, WDU) e la Asaish (una forza mista di uomini e donne presente nelle città e in tutti i posti di blocco esterni per proteggere i civili da qualsiasi minaccia). Oltre a queste forze, esiste un’unità speciale per sole donne, per affrontare questioni di stupro e di violenza domestica. Da ciò che ho visto, il Kurdistan siriano ha preso una strada diversa (e, a mio parere, unica) dalla “primavera araba” e le due non possono essere confrontate. Ci sono un paio di importanti differenze. 1. Ciò che è successo nei paesi che facevano parte della "primavera araba” sono stati grandi eventi e in molti di essi la tirannia è stata sconfitta. La “primavera araba”, nel caso dell'Egitto, ha prodotto uno Stato islamico e poi una dittatura militare. Altri paesi se la sono cavata un po’ meglio. Questo dimostra che le persone sono forti e possono essere gli eroi della storia in un momento parti- colare, ma che non sono state in grado di ottenere ciò che volevano per molto tempo. Questa è una delle principali differenze tra la “primavera araba” e la “primavera curda” nel Kurdistan siriano, in cui essa ha potuto ottenere ciò che voleva da lungo tempo, almeno finora. 2. Nel Kurdistan siriano le persone erano preparate e sapevano quello che vol evano. Esse credevano che la rivoluzione dovesse partire dal basso della società e non dalla cima. Doveva essere una rivoluzione sociale, culturale, educativa e politica. Doveva essere contro lo Stato, il potere e l’autorità. Dovevano essere le persone nelle comunità ad avere le responsabilità sulle decisioni finali. Questi sono i quattro principi del Movimento della Società Democratica (Tev-Dam). Doveva essere dato credito a chi era dietro a queste grandi idee e agli sforzi compiuti per metterli in pratica, che si trattasse di Abdulla Ocalan e i suoi compagni o chiunque altro. Inoltre, le persone nel Kurdistan siriano istituirono numerosi gruppi locali sotto nomi diversi per far funzionare la rivoluzione. Negli altri paesi della “primavera araba”, le persone non erano preparate e sapevano solo che volevano sbarazzarsi del governo attuale, ma non del sistema. Inoltre, la stragrande maggioranza delle persone pensava che l’unica rivoluzione fosse quella dall’alto. L’impostazione dei gruppi locali non fu intrapresa se non per una piccola minoranza di anarchici e libertari. La Democratic Self Administration (DSA) Dopo molto duro lavoro, dis- cussioni e pensieri, il Tev-Dam giunse alla conclusione che aveva bisogno di un DSA in tutti e tre i Cantoni del Kurdistan (Al jazera, Kobane e Afrin). A metà del mese di gennaio 2014, 1’ Assemblea popolare elesse il proprio DSA, autonoma- mente, per implementare ed eseguire le decisioni della “Casa del Popolo” (com- 34CHAPTER 4. VISITA NEL KURDISTAN SIRIANO, MAGGIO 2014ZA HER BAHER missione principale del Tev-Dam) e assumersi una parte del lavoro dell’amministrazione nelle organizzazioni dell’autorità, dei comuni, dei dipartimenti dell’istruzione e della sanità, del commercio e degli affari locali, dei sistemi di difesa e di quello giudiziario, ecc. La DSA è composta da 22 uomini e donne, ognuna delle quali ha due vice (un uomo e una donna). Quasi la metà dei rappresentanti sono donne. È organizzata in modo che possano partecipare tutte le persone di di- versa provenienza, nazionalità, religione e genere. Questo creò un’atmosfera di pace, fratellanza/sorellanza, soddisfazione e libertà. In poco tempo, quest’amministrazione fece un sacco di lavoro ed emanò un con- tratto sociale, delle leggi sui trasporti, sui partiti e un programma o piano del Tev-Dam. Nel Contratto Sociale, la prima pagina afferma: "Le aree di democrazia autogestita non accettano i concetti di nazionalismo statale, militare o di religione o di gestione centralizzata o di regole centrali, ma sono aperte a forme compatibili con le tradizioni della democrazia e del plural- ismo, sono aperte a tutti i gruppi sociali e alle identità culturali della democrazia ateniese e di espressione nazionale attraverso la loro organizzazione." Ci sono molti decreti nel Contratto Sociale. Alcuni sono estremamente im- portanti per la società, tra cui: A. La separazione tra Stato e religione; B. Il divieto dei matrimoni al di sotto dei 18 anni; C. Il riconoscimento, la tutela e l’incremento dei diritti delle donne e dei bam- bini; D. Il divieto della circoncisione femminile; E. Il divieto della poligamia; F. La rivoluzione deve avvenire dal basso della società ed essere sostenibile; G. Libertà, uguaglianza, pari opportunità e non discriminazione; H. Parità tra uomini e donne; I. Tutte le lingue devono essere riconosciute e arabo, curdo e siriano sono le lingue ufficiali di Al Jazera; J. Fornire una vita decente ai prigionieri e rendere il carcere un luogo per la riabilitazione e il recupero; K. Ogni essere umano ha il diritto di chiedere asilo e rifugio e non può essere restituito senza il suo consenso. La situazione economica nel cantone di Al Jazera La popolazione di Jazera è di oltre un milione di persone. Questa popolazione è costituita da curdi e arabi, cristiani, ceceni, yazidi, turkmeni, assiri, caldei e armeni. L’80% della popolazione è curda. Ci sono molti villaggi arabi e yezidi e sino a 43 vil laggi cristiani. La dimensione di Al Jazera è più grande di Israele e della Palestina uniti. Nel 1960, il regime siriano ha attuato una politica nella zona curda chiamata “Green- belt” che il partito Ba’ath ha continuato ad attuare quando salì al potere. Ciò 35 determinò che le condizioni per i curdi sarebbero state peggiori rispetto a quelle del popolo siriano per quanto riguarda la vita politica, economica e sociale e anche per l’educazione. Il punto principale della Greenbelt fu quello di portare gli arabi di diverse aree a stabilirsi in zone curde e di confiscare le terre curde per essere poi distribuite tra gli arabi appena giunti. In breve, i cittadini curdi sotto Assad divennero i terzi, dopo arabi e cristiani. Un altro criterio fu che Al Jazera dovesse produrre solo grano e petrolio. Ciò significava che il governo faceva in modo che non ci fossero fabbriche, società o industrie nella zona. Al Jazera produce il 70% del grano siriano ed è molto ricca di oli, gas e fosfati. Così la maggior parte delle persone furono coin- volte nell’agricoltura nelle piccole città e nei villaggi, e come commercianti e negozianti nelle città più grandi. Inoltre, molte persone vennero impiegate dal governo nell’istruzione, nella sanità e negli enti locali, nel servizio militare da soldati e come piccoli imprenditori nei comuni. Dal 2008, la situazione è peggiorata in quanto il regime di Assad ha emesso un apposito decreto per vietare la costruzione di grossi edifici, giustificato dalla situazione derivante dalla guerra (riferendosi alla guerra continua nella regione), e anche perché la zona è lontana e sul confine. Attualmente, la situazione è neg- ativa. Ci sono sanzioni imposte sia dalla Turchia sia dal governo regionale del Kurdistan (KRG) nel Kurdistan iracheno (lo spiegherò più avanti). La vita ad Al Jazera è molto semplice e standard di vita sono molto bassi, ma non c’è povertà. La gente, in generale, è felice dando la priorità a quello che ha ottenuto per avere successo. Alcune delle necessità di cui ogni società ha bisogno per sopravvivere esistono nel Kurdistan occidentale, almeno per il momento, per non morire di fame, cam- minare con le proprie gambe e resistere ai boicotaggi da parte della Turchia e del KRG. Tali esigenze comprendono avere un sacco di grano per fare il pane e dolci. Di conseguenza, il prezzo del pane è quasi libero. La seconda cosa è che il petrolio è anche a buon mercato e, come si dice, “il suo prezzo è come il prezzo dell’acqua”. Le persone usano petrolio per tutto; in casa, per i veicoli e per fare un po’ di attrezzatura necessaria per una vasta gamma di industrie. Per facilitare questa dipendenza dal petrolio, il Tev-Dam ha riaperto alcuni dei pozzi petroliferi e depositi di raffinazione. Al momento, si sta producendo più petrolio di quanto la regione ne abbia bisogno in modo da esportare un po’ e anche immagazzinare un eccesso. L’elettricità è un problema perché la maggior parte è prodotta nella vicina re- gione sotto il controllo dell’Isis o Stato islamico. Pertanto, le persone hanno solo energia elettrica per circa 6 ore al giorno. Ma è gratis e le persone non pagano. Ciò è stato in parte risolto dal Tev-Dam con la vendita di diesel, a un prezzo molto basso, a chiunque abbia un generatore privato, a condizione che fornisca energia ai residenti locali a un tasso a buon mercato. In termini di comunicazione telefonica, tutti i telefoni cellulari utilizzano la linea KRG o la linea della Turchia; dipende dove siete. Le linee di terra sono sotto il controllo del Tev-Dam & della DSA e sembrano funzionare bene... Ancora una volta, è gratuito. I negozi e i mercati nelle città sono normalmente aperti dalle prime ore del mattino fino alle 11 di sera. Molte delle merci provenienti dai paesi limitrofi sono di contrabbando nella regione. Altri beni provengono da altre parti della Siria, ma sono costosi a causa di pesanti tasse imposte dalle forze siriane o dai gruppi terroristici che consentono il flusso merci nella regione di Al Jazera. La situazione politica di Al Jazera Come accennato, la maggior parte dell’esercito di Assad si è ritirata dalla regione, ma alcune truppe sono rimaste ancora in un paio di città in Al Jazera. Il regime ha ancora il controllo in più della metà della principale città (Hassaka), mentre l’altra metà è nelle mani del PDU ( Unità di Difesa Popolare). Le forze governative sono rimaste nella seconda città della regione (Qamchlo), dove controllano una piccola area al cen- tro. Tuttavia, nella zona occupata, la stragrande maggioranza delle persone non utilizza gli uffici e i centri di servizi. Il numero delle forze del regime in questa città è tra i 6 e i 7000 e hanno solo il controllo dell’aeroporto e dell’ufficio postale. Entrambe le parti sembrano riconoscere la posizione, il potere e l’autorità dell’altro e si astengono da scontri o confronti. Chiamo questa situazione, la politica di “nessuna pace, nessuna guerra”. Ciò non significa che non ci siano stati scontri ad Hassaka o a Qamchlo. Gli scontri causano la morte di molte persone da entrambe le parti, ma, finora, il capo delle tribù arabe rende possibile la co- esistenza di entrambe. Entrambe le parti hanno approfittato del ritiro dell’esercito siriano, e non com- battere i manifestanti curdi e le sue forze militari, fa risparmiare un sacco di costi e di spese. Inoltre, il governo non deve proteggere l’area da altre forze di opposizione, cosa che le forze curde devono fare. Inoltre, con il ritiro dalle terre curde, Assad ha liberato forze che possono essere usate altrove contro al- tri nemici. In secondo luogo, dopo il ritiro delle forze di Assad, il Kurdistan è protetto e difeso dal popolo curdo. Infatti, le unità che difendono il popolo e le donne proteggono il proprio popolo da qualsiasi attacco di qualsiasi forza, compresa la Turchia, molto meglio dell’esercito siriano. Il popolo curdo ne ha beneficiato nei seguenti modi: 1. Ha smesso di combattere il governo e questo ha protetto le loro terre e le loro proprietà, salvando molte vite e lasciando la gente in pace e in libertà. Questo ha creato l’opportunità per tutti di vivere in pace e senza paura quando si svolge la propria attività. 2. Il governo paga ancora i salari dei suoi vecchi dipendenti anche se quasi tutti, al momento, stanno lavorando sotto il controllo della DSA. Ciò aiuta ovvia- mente la situazione economica. 3. Questa situazione ha permesso alle persone di gestire la propria vita e pren- dere le proprie decisioni. Ciò significa anche che le persone possono vivere sotto l’autorità del Tev-Dam e della DSA. Più dura così e più possibilità hanno di consolidarsi con fermezza e diventare più forti. 4. Questo dà l’opportunità al People's Defence Units e al Women's Defence Units di combattere i gruppi terroristici, in particolare Isis / IS, come e quando è necessario. 37 Ad Al Jazera, ci sono più di venti partiti politici tra il popolo curdo e cristiani. La maggior parte di loro sono in contrasto con il PYD, il Tev-Dam e la DSA (tornerò oltre su questo punto), in quanto non vogliono aderire al Tev-Dam o alla DSA. Tuttavia, essi hanno totale libertà di svolgere le loro attività senza alcuna restrizione. L’unica cosa che non possono avere è combattenti o milizie sotto il loro controllo. Le donne e il ruolo delle donne Non vi è dubbio che le donne e i loro ruoli siano stati notevolmente accettati e abbiano occupato posizioni alte e basse nel Tev-Dam, nel PYD e nella DSA. Hanno un sistema chiamato "Joint Leaders" e "Joint Organizers”. Ciò significa che il vertice di qualsiasi ufficio, amminis- trazione o sezione militare deve includere le donne. Inoltre, le donne hanno le proprie forze armate. C'è la parità totale tra donne e uomini. Le donne sono una forza importante e sono fortemente coinvolte in ogni sezione della Casa del Popolo, dei comitati, dei gruppi e dei comuni. Le donne nel Kurdistan occi- dentale non formano solo metà della società, ma sono quella metà più efficace e importante, nella misura in cui se le donne smettessero di lavorare o si ritirassero dai tali gruppi, la società curda potrebbe crollare. Ci sono molte donne pro- fessioniste nella politica e tra i militari del PKK che sono state sulle montagne per molto tempo. Sono molto dure, molto determinate, molto attive, molto responsabili ed estremamente coraggiose. L’importanza della partecipazione paritaria delle donne nella ricostruzione della società e in tutte le questioni è stata presa sul serio da Abdulla Ocalan e il resto dei leader del PKK / PYD in modo che le donne nel Kurdistan occiden- tale (Kurdistan siriano) sono considerate sacre. È di Ocalan l’idea, il sogno e la convinzione che, se si vuole vedere il meglio della natura umana, allora la società deve tornare allo stato della società matriarcale, ma, ovviamente, in una fase avanzata. Anche se questa è la posizione delle donne e anche se hanno la libertà, l’amore, il sesso e le relazioni tra le donne coinvolte nella lotta sono estremamente rare. Le donne e gli uomini con cui abbiamo parlato credono che questi aspetti (amore, sesso, relazioni) non siano appropriati in questa fase, in quanto sono coinvolte nella rivoluzione e devono dare tutto per il successo della rivoluzione. Quando ho chiesto cosa succederebbe se due persone in servizio militare o posizioni sensibili avesse una relazione, mi è stato detto che, ovviamente, nessuno può impedirlo, ma essi devono essere spostati a posizioni o sezioni più adatte. Questo può essere difficile da capire per gli europei. Come si può vivere senza l’amore, il sesso e le relazioni? Ma per me, è perfettamente comprensibile. Credo che sia la loro scelta e, se le persone sono libere di scegliere, allora devono essere rispettate. Tuttavia, vi è un’interessante osservazione che ho fatto, al di là del servizio militare, del Tev-Dam e di altre fazioni. Non ho visto una sola donna che lavora in un negozio, in un distributore di benzina, in un market, in un bar o in un ristorante. Ma, le donne e le questioni femminili nel Kurdistan siriano sono chilometri avanti al Kurdistan iracheno dove hanno avuto 22 anni di proprie regole e molte più opportunità. Detto questo, non posso dire ancora che c’è un movimento speciale o indipendente delle donne nel Kurdistan siriano. Le Comuni Le Comuni sono le cellule più attive nella Casa del Popolo, e furono create dappertutto. Tengono la loro riunione periodica settimanale per discutere i problemi da affrontare. Ogni Comune ha un proprio rappresentante nella Casa del Popolo e nel quartiere, paese o città in cui si forma. Questa che segue è la definizione della Comune tratta dal manifesto del Tev-Dam tradotto dall’arabo: “Le Comuni sono le cellule più piccole della società e le più attive in essa. Esse si formano in pratica nella società, vi è la libertà delle donne, l’ecologia e la democrazia diretta. Le Comuni si formano sul principio della partecipazione diretta delle persone nei villaggi, per le strade, nei quartieri e per le città. Questi sono i luoghi in cui le persone si organizzano volontariamente con le loro opinioni, creano il loro libero arbitrio, danno vita alle loro attività in tutte le aree residenziali e aprono la porta alla discussione su tutte le questioni e sulle loro soluzioni. Le Comuni lavorano sullo sviluppo e la promozione dei comitati. Discutono e cercano soluzioni per le questioni sociali, politiche, per l’istruzione, per la sicurezza e per l’autodifesa e l’auto-tutela dal proprio potere, non da quello dello Stato. Le Comuni creano il proprio potere attraverso la costruzione di un’organizzazione sotto forma di comuni agricole nei villaggi e inoltre di co- muni, cooperative e associazioni nei quartieri. Formare le Comuni per la strada, i villaggi e le città con la partecipazione di tutti i residenti. Le Comuni tengono un incontro ogni settimaha. Nella riunione le Comuni prendono tutte le decisioni apertamente con persone che sono nella Comune e che sono di età superiore ai 16 anni". Siamo andati a una riunione di una delle Comuni con sede nel quartiere di Cor- nish nella città di Qamchlo. C’erano 16-17 persone. La maggior parte di loro erano giovani donne. Abbiamo fatto una profonda conversazione riguardo le loro attività e le loro mansioni. Ci hanno detto che nel loro quartiere hanno 10 Comuni e ogni Comune ha 16 persone. Ci hanno detto: “Noi agiamo nello stesso modo dei lavoratori della comunità con incontri tra individui, con la partecipazione alle riunioni settimanali, verificando eventuali problemi nei posti in cui siamo, proteggendo le persone nella comunità e chiarendo i loro problemi, raccogliendo la spazzatura nella zona, proteggendo l’ambiente e partecipando alla riunione plenaria per riferire ciò che è successo nell’ultima settimana". In risposta a una delle mie domande, hanno confermato che nessuno, nemmeno i partiti politici, interviene nel loro processo decisionale e che prendono tutte le decisioni collettivamente. Hanno citato un paio di cose su cui avevano preso recentemente una decisione. Ci hanno detto: "Una riguardava un grosso pezzo di terra in una zona residenziale che abbiamo voluto utilizzare per un piccolo parco. Siamo andati dal sindaco della città per esporgli la nostra decisione e 39 abbiamo chiesto un aiuto finanziario. Il sindaco ci ha detto che andava bene, ma avevano solo $ 100 da offrirci. Abbiamo preso i soldi e raccolto altri $ 100 da gente locale per costruire un bel parco”. Ci hanno mostrato poi il parco: “Molti di noi hanno lavorato collettivamente per finirlo senza bisogno di ulteriori soldi”. In un altro esempio, ci hanno detto: “Il Sindaco ha volute avviare un progetto nel quartiere. Gli abbiamo detto che non potevamo accettarlo fino a quando non avessimo ottenuto pareri da parte di tutti. Abbiamo avuto un incontro in cui ne abbiamo discusso. La riunione l’ha respinto all’unanimità. C'erano persone che non potevano venire all’incontro così siamo andati a trovarli nelle loro case per ottenere il loro parere. Tutti nella Comune hanno detto di no al progetto”. Mi hanno chiesto delle Comuni e dei gruppi locali a Londra. Gli ho detto che abbiamo molti gruppi, ma purtroppo non siamo uniti come loro, uniti, progres- sisti e impegnati. Gli ho detto che sono miglia davanti a noi. Dai loro volti ho potuto vedere la loro sorpresa, delusione o frustrazione per la mia risposta. Posso capire i loro sentimenti, perché pensano come, in un mondo molto ar- retrato come il loro, possano essere più avanti di noi, mentre noi viviamo nel paese che ha avuto la Rivoluzione industriale secoli fa!! I partiti di opposizione curdi e cristiani Prima ho detto che ci sono più di 20 partiti politici curdi. Alcuni hanno aderito alla DSA, ma altri sedici non l’hanno fatto. Alcuni si sono ritirati dalla politica, mentre altri si sono uniti per creare un gruppo più grande. Ora ci sono dodici partiti costituiti sotto il nome collettivo Assemblea Patriottica del Kurdistan in Siria. Quest’organizzazione condivide più o meno gli stessi obiettivi e le stesse strategie. La maggioranza dei partiti sotto questo nome collettivo sono sostenuti da Massoud Barzani, il Presidente del Governo Regionale del Kurdistan (KRG), che è anche il leader del Partito Democratico del Kurdistan (KDP) nel Kurdistan iracheno. Una storia sanguinosa tra il KDP e il PKK risale sin dal 1990. Ci furono pesanti combattimenti tra i due gruppi nel Kurdistan iracheno che causarono migliaia di morti da entrambe le parti, una ferita che deve ancora essere rimarginata. Devo dire che il governo turco diede una mano nei combattimenti al KDP, aiutandoli nell’attacco al PKK al confine tra Iraq e Turchia. Esiste poi un’altra disputa tra Barzani e la sua famiglia con l’ex capo del PKK, Abdullah Ocalan, per la posizione del leader curdo come leader nazionale curdo. Mentre il popolo curdo in Kurdistan occidentale (Kurdistan siriano) è riuscito a organizzare collettivamente la società, proteggendola da guerre e creando una propria DSA, esso non è ancora in buoni rapporti con il KDP. Il PKK e il Demo- cratic Union Party (PYD) sono stati molto favorevoli ai cambiamenti avvenuti nel Kurdistan siriano. Ma ciò non è certamente vantaggioso per la Turchia o per il KRG. Nel frattempo, la Turchia e il KRG rimangono estremamente vicine. Quanto detto sopra è una spiegazione della ragione per cui il KDP nel Kurdistan iracheno è scontento di quello che è successo nel Kurdistan occidentale, oppo- nendosi sia alla DSA che al Tev-Dam. Il KDP guarda a ciò che vi è accaduto come a un grande business e, tanto se questo business non dovesse funzionare affatto quanto se avesse successo, il KDP dovrà averne la quota maggiore. Il KDP aiuta ancora alcuni curdi nel Kurdistan occidentale finanziariamente e con donazioni di armi, nel tentativo di istituire milizie per alcuni dei partiti politici al fine di destabilizzare la zona e i suoi piani. L'Assemblea patriottica del Kur- distan in Siria, istituita con i dodici partiti politici citati prima, è molto vicina al KDP. Il nostro incontro con i partiti di opposizione è durato per oltre due ore e vi erano presenti la maggior parte di essi. Abbiamo iniziato chiedendo loro a che punto sono con il PYD, la DSA e il Tev-Dam. Sono liberi? Qualcuno dei loro membri o sostenitori sono stati pedinati o arrestati dalla PDU e WDU? Sono liberi di organizzare persone, dimostrazioni e organizzare altre attività? Sono state poste molte altre domande. La risposta a ogni singola domanda è stata positiva. Non sono stati effettuati arresti, restrizioni alla libertà o alle orga- nizzazioni di dimostrazioni. Ma tutti loro hanno condiviso il punto che non vogliono partecipare alla DSA. Hanno tre punti di attrito con il PYD e la DSA. Essi ritengono che il PYD e il Tev-Dam abbiano tradito il popolo curdo, anche per il fatto che la metà di Hassaka è sotto il controllo del governo e che le forze del governo sono ancora nella città di Qamchlo, pur ammettendo che tali forze sono inefficaci e controllano solo una piccola parte di territorio. Il loro punto di vista è che costituisca un grosso problema e il PYD e il Tev-Dam siano compro- messi con il regime siriano. Abbiamo detto loro che devono pensare che il PYD e la politica del Tev-Dam sono la politica del “Né pace, né guerra” per bilanciare la situazione, con successo e beneficio per tutti nella regione, compresi tutti i partiti di opposizione per i motivi già citati in precedenza. Abbiamo anche detto che dovrebbero sapere meglio di noi che è stato semplice per il PYD cacciare le milizie di Assad da entrambe le città con il sacrificio di alcuni dei loro miliziani ma cosa accadrà dopo?!! Abbiamo detto loro che sappiamo che Assad non vuole rinunciare ad Hassaka e, quindi, la guerra ricomincerà con morti, persecuzioni, bombarda- menti e distruzione di città e di villaggi. Inoltre, questo apre una porta per l’Isis / IS e Al-Nusra per lanciare un attacco contro. Ci sarebbe la possibilità che l’esercito di Assad, l’esercito siriano libero e il resto delle organizzazioni ter- roristiche si combattano l’un l’altro nella regione, con la conseguenza di perdere tutto ciò che è stato raggiunto finora. Non ci hanno dato alcuna risposta. L'opposizione non vuole unirsi alla DSA e le prossime elezioni di questo corpo si svolgeranno tra pochi mesi se la situazione rimane la stessa. Le loro ragioni sono, in primo luogo, l’accusa verso il PYD di cooperare con il regime, anche se non hanno alcuna prova per dimostrare questa tesi. In secondo luogo, le prossime elezioni non saranno libere perché il PYD non è un partito democratico, bensì un partito burocratico. Ma sappiamo che il PYD ha quasi gli stessi numeri e posizioni di qualsiasi altro partito della DSA, tale affermazione è pertanto scorretta. Abbiamo detto loro che se credono nel processo elettorale devono partecipare se vogliono vedere un’amministrazione con più democrazia e meno burocrazia. Hanno replicato che il PYD si è ritirato dalla Conferenza Nazionale Curda del KRG, che ha avuto luogo lo scorso anno a Irbil, per discutere la ques- tione curda. Ma successivamente, quando abbiamo verificato questo fatto con 41 gente del PYD e del Tev-Dam, ci è stato riferito di un documento scritto che dimostra di essersi impegnati al patto, ma che l'opposizione non si è impegnata. L'opposizione vuole creare un proprio esercito, ma non sono autorizzati dal PYD. Quando abbiamo posto la questione al PYD e al Tev-Dam ci hanno detto che l'opposizione potrebbe avere i propri combattenti, ma devono essere sotto il controllo delle unità del People's Defence Units e del Women's Defence Units. Essendo la situazione molto delicata e tesa, ciò potrebbe provocare un ulteriore scontro interno, che costituisce una grande preoccupazione non potendo perme- tterselo. Il PYD ha semplicemente detto che non vuole ripetere gli stessi falli- menti del Kurdistan occidentale. Con fallimento, si riferiscono all'esperimento del Kurdistan iracheno nella seconda metà del XX secolo, che durò fino alla fine del secolo scorso, quando ci furono tanti scontri tra le diverse organizzazioni curde. Alla fine, il PYD e il Tev-Dam ci hanno chiesto di tornare dai partiti di opposizione, con il mandato di offrire loro, a nome del PYD e del Tev-Dam, tutto, tranne il permesso di avere forze militari sotto il proprio controllo. Pochi giorni dopo abbiamo avuto un altro incontro durato quasi tre ore a Qam- chlo con i capi dei tre partiti curdi: il Partito democratico del Kurdistan in Siria (Al Party), il Partito curdo per la democrazia e l’uguaglianza in Siria e il Partito per la democrazia patriottica curda in Siria. Nel corso della riunione, hanno più o meno ripetuto i motivi dei loro colleghi nel corso della riunione precedente, ossia le ragioni per cui non si integrano nella DSA e nel Tev-Dam per costruire e sviluppare la società curda. Abbiamo avuto una lunga discussione, cercando di convincerli che, se volevano risolvere la questione curda, avere una forza potente nel Paese per evitare la guerra e la distruzione, allora avrebbero dovuto essere indipendenti dal KRG e dal KDP e non lavorare nell’interesse di nessuno se non del popolo del Kurdistan occidentale. Il più delle volte sono rimasti silenziosi e non hanno risposto alle nostre proposte. Pochi giorni dopo abbiamo incontrato anche rappresentanti di un paio di partiti politici cristiani e l'Organizzazione Giovanile Cristiana a Qamchlo. Nessuno di questi partiti ha aderito alla DSA o al Tev-Dam per propri motivi, ma hanno ammesso che si trovano bene con la DSA e il Tev-Dam concordando con le loro politiche. Hanno apprezzato anche che la loro sicurezza, e la protezione dall’esercito siriano e dai gruppi terroristici era dovuto alle forze del Peoples Defence Units o del Women's Defence Units che hanno sacrificato la loro vita per realizzare tutto ciò che è stato conquistato per tutti nella regione. Tuttavia, i membri dell’Organizzazione Giovanile Cristiana a Qamchlo non erano in armo- nia con la DSA e il Tev-Dam. Il problema era di non avere abbastanza energia elettrica, per cui che cercheranno un’alternativa alla DSA e al Tev-Dam e, se la situazione rimarrà la stessa, allora non avranno altra scelta che emigrare in Europa. Il capo di uno dei partiti politici, presente alla riunione ha risposto loro dicendo: "Di cosa stai parlando, Figlio? Siamo nel bel mezzo di una guerra, riesci a vedere cosa è successo nel resto delle principali città della Siria? Riesci a vedere quante donne, uomini, anziani e bambini vengono uccisi ogni giorno?! L'energia in questa particolare situazione non è molto importante; possiamo usare altri VISITA NEL KURDISTAN SIRIANO, MAGGIO 2014ZA HER BAHER mezzi, invece. Ciò che è importante in questo momento è: sedere a casa senza paura di essere uccisi, lasciando i nostri figli per le strade a giocare senza paura che vengano rapiti o uccisi. Possiamo fare funzionare le nostre attività come al solito, nessuno ci assalta, ci limita o ci insulta... c'è pace. c’è libertà, e c’è giustizia sociale.“ I membri degli altri partiti politici hanno concordato e ammesso tutto ciò. Prima di lasciare la regione, abbiamo deciso di parlare con negozianti, imprenditori, proprietari delle bancarelle e persone al mercato per ascoltare le loro opinioni, che per noi erano molto importanti. Ognuno sembrava avere un parere molto positivo della DSA e del Tev-Dam. Erano felici per l’esistenza della pace, della sicurezza e della libertà e di mandare avanti la propria attività, senza alcuna interferenza da eventuali fazioni. Chapter 5 La trincea vergognosa L’anno scorso il governo iracheno e il KRG hanno concordato, presumibilmente per ragioni di sicurezza, di scavare una trincea lunga 35 km, profonda oltre due metri e larga circa due metri, sul confine iracheno / siriano del Kurdistan. La trincea separa Al Jazera nel Kurdistan occidentale dal Kurdistan iracheno, nel sud. Il fiume Tigri copre cinque chilometri di questo confine, quindi non c’era bisogno di una trincea. I dodici chilometri successivi sono stati costruiti dal KRG, e gli ultimi diciotto chilometri costruiti dal governo iracheno. Sia il KRG che il governo iracheno affermano che la trincea era una misura necessaria a causa dei timori per la pace e per la sicurezza nei territori iracheni, tra cui la regione del Kurdistan. Ma si sollevano tanti interrogativi su tali preoccu- pazioni. Quali timori? Da chi? Dall Isis / Is? È impossibile per gruppi come l’Isis /Is arrivare in Iraq o nel KRG attraverso quella parte della Siria che è stata protetta dalle forze del PDU e del WDU, e inoltre Al Jazera é stata rip- ulita completamente dall’Isis/Is. Tuttavia, la maggioranza dei curdi sanno che ci sono un paio di motivi per scavare la trincea. In primo luogo, impedire ai siriani che fuggono dalla guerra di raggiungere il Kurdistan iracheno. Inoltre, il capo del KRG, Massoud Barzani come già detto, è preoccupato per il PKK e per il PYD e quindi lui e il KRG vogliono impedire a loro o chiunque altro della DSA di entrare in questa parte del Kurdistan. In secondo luogo, la trincea aumenterà l'efficacia delle sanzioni utilizzate contro il Kurdistan occidentale, nel tentativo di strangolarlo e di costringerlo a un punto di resa, in modo da cadere nelle condizioni poste dal KRG. Tuttavia, in caso di scelta tra la resa e la fame per i curdi nel Kurdistan siriano, sento che sceglierebbero la fame. Questo è il motivo per cui la maggior parte dei curdi, ovunque vivano, chiama la trincea la "vergognosa trincea”... Non vi è dubbio che le sanzioni hanno paralizzato la vita curda ad Al Jazera, le persone hanno bisogno di tutto, medicine, soldi, medici, infermieri, insegnanti, tecnici ed esperti delle aree industriali, soprattutto nel settore dei giacimenti petroliferi e di raffinazione per farli funzionare. Ad Al Jazera, hanno migliaia di tonnellate di grano che essi sarebbero felici di vendere da $ 200 a $ 250 a tonnellata al governo iracheno, ma esso preferisce pagare dai $ 600 ai $ 700 per 43 LA TRINCEA VERGOGNOSA ogni tonnellata di grano acquistato altrove. Ci sono persone nel Kurdistan occidentale che non capiscono perché il KRG, come governo autonomo curdo, e il suo presidente, Massoud Barzani, (che si dice essere un grande leader curdo) vogliano far morire di fame il proprio popolo in un’altra parte del Kurdistan. A Qamchlo, il Tev-Dam ha chiamato una grande manifestazione pacifica sabato, 9 maggio 2014. Alcune migliaia di persone hanno preso posizione contro chi ha scavato la trincea vergognosa. Ci sono stati molti discorsi forti da parte di persone e organizzazioni diverse, tra cui la Casa del Popolo e molti altri gruppi e comitati. Nessuno dei loro discorsi ha creato tensione. Le persone si sono concentrate nei loro discorsi principalmente sulla fratellanza, le buone relazioni e la cooperazione tra i due lati del confine, la riconciliazione tra tutte le parti in conflitto e la pace e la libertà. Alla fine è diventata una festa di strada con gente che ballava felicemente e cantava, in particolare inni. Aspettative e timori È molto difficile sapere quale direzione prenderà il movimento di massa del Kurdistan occidentale, ma ciò non ci esonera da aspet- tative e dall’analizzare ciò che può influenzare la direzione di questo movimento e il suo futuro. Il completo successo o fallimento di questo grande esperimento che la regione, almeno per un lungo periodo di tempo, non ha mai registrato, dipende da tanti fattori che possono essere suddivisi in fattori interni (questioni interne e problemi all’interno del movimento stesso e con il KRG) e fattori es- terni. Tuttavia, qualunque cosa accada, alla fin fine dobbiamo affrontarlo, ma ciò che è importante è: la resistenza, la sfida e lo stimolo, non arrendersi, la fiducia e credere nelle trasformazioni. Rifiutare il sistema attuale e cogliere le opportunità è più importante, a mio parere, della vittoria temporanea, perché tutti questi sono i punti chiave necessari per raggiungere l’obiettivo finale. I fattori esterni La direzione della guerra e l’equilibrio delle forze all’interno della Siria. Era abbastanza evidente all’inizio della rivolta popolare in Siria, che essa sarebbe andata a beneficio del popolo siriano, dopo la fine tanto attesa del regime di Assad e che non sarebbe durata a lungo una volta che le persone si fossero unite sia all’interno che all’esterno del paese. Tuttavia, dopo un po’ di tempo, i gruppi terroristici furono coinvolti e cambiarono la direzione della rivolta del popolo, come abbiamo visto tutti ancora vediamo attraverso i media. Ciò è accaduto perché Assad è stato molto abile nella realizzazione di un paio di politiche che hanno colpito direttamente l’indirizzo della rivolta del popolo rafforzando il suo regime. In primo luogo, ha ritirato tutte le sue forze dalle tre regioni curde di Afrin, Kobane e Al Jazera, eccetto poche migliaia nella regione di Al Jazeera, come già accennato. Ovviamente, una parte del motivo del ritiro era dovuto alla pressione dei manifestanti curdi. In secondo luogo, ha aperto il confine con la Siria a organizzazioni terroristiche consentendo loro di fare quello che volevano. Ormai sappiamo tutti ciò che è accaduto dopo. In questo modo, 45 Assad è riuscito a indebolire e a isolare i manifestanti contro il regime e ha anche inviato un messaggio alla cosiddetta “comunità internazionale” secondo cui non c’era alternativa a lui e al suo regime, tranne i gruppi terroristici. Vol evano veramente gli Stati Uniti, il Regno Unito, i paesi occidentali e il resto del mondo tutto ciò? Naturalmente, in una certa misura, la risposta è no. Tutto dipende dai loro interessi. Queste strategie politiche hanno funzionato molto bene e hanno completamente cambiato la direzione della guerra. Quindi, si è aperta la possibilità per Assad di rimanere al potere, almeno per un breve periodo di tempo dopo aver negoziato con gli Stati Uniti, le Nazioni Unite, il Regno Unito e i loro agenti sino alle prossime elezioni. In quel caso, avrebbe potuto imparare una lezione per cambiare la sua politica nei confronti del popolo curdo, ma alle sue condizioni e non nel modo in cui avrebbe voluto il popolo curdo. Se Assad venisse sconfitto nella guerra con i gruppi terroristici con l'appoggio degli Stati Uniti, Regno Unito, UE e la “comunità Internazionale”, e questi andassero al potere, di certo non ci sarebbe alcun futuro per la DSA o il Tev-Dam. Se le forze moderne, come i partiti o le organizzazioni che com- pongono l’Esercito Libero della Siria (FSA) non sono ancora al potere, allora ci sono ben poche possibilità per il popolo curdo in quanto non hanno una buona soluzione per la loro questione, abbandonati qualora salgano al potere. Natu- ralmente, ci sono altre possibilità di porre fine al potere di Assad, con il suo assassinio o con un colpo di stato militare... Il ruolo e le influenze dei paesi limitrofi della regione La gente comune in Siria ha cominciato la rivolta a causa della repressione, dell’oppressione, della mancanza di libertà e di giustizia sociale, della corruzione, della discriminazione, della mancanza di diritti umani, e per alcun diritto per le minoranze etniche quali curdi, turcomanni e altri. La vita per la maggioranza delle persone era terribile; redditi bassi, il costo della vita in continuo aumento, senza-tetto e la disoccupazione sono serviti da ispirazione per la “primavera araba”. Tuttavia, le proteste, le dimostrazioni e le rivolte dal basso sono state dirottate dai governanti vicini in una guerra delegata tra l'Arabia Saudita, il Qatar e la Turchia con il sostegno degli Stati Uniti e dei paesi occidentali da un lato e il regime di Assad, l’Iran e Hezbollah sull’altro. Il governo iracheno non ha annunciato il suo sostegno al regime di Assad, ma voleva, e vuole ancora, As- sad al potere a causa della stretta relazione tra sciiti e alawiti e anche perché l'Iran è il più stretto alleato dell’Irag, e l’Iran è anche molto vicino alla Siria. Ciò che resta dei paesi vicini è stato la posizione del KRG verso ciò che accade in Siria, a causa della vicinanza del KRG, e, soprattutto, del suo presidente, Massoud Barzani, alla Turchia. Il KRG ha annunciato, sin dall’inizio, il suo sostegno all’opposizione siriana al regime di Assad. Qui dobbiamo notare la doppia morale e l’ipocrisia del KRG in quanto, da un lato, è contro Assad pur sostenendo l’opposizione, ma, d’altra parte, è contro i curdi in Siria e il loro movimento di massa popolare che rappresenta una delle principali e più costruttive forze contro Assad. LA TRINCEA VERGOGNOSA Ovviamente ogni Paese ha un grande impatto in quanto alcuni stanno soste- nendo il regime di Assad mentre altri sostengono l'opposizione siriana. Ciò che è importante sapere è che nessuno di questi paesi sono amici o vicini della nazione curda in qualsiasi parte del Kurdistan, tanto nel Kurdistan siriano, iracheno, iraniano quanto nel Kurdistan turco. Non hanno mai avuto un giudizio fa- vorevole alla questione curda e mai, sinceramente, hanno voluto risolvere questo problema, pur tenendo un giudizio positivo sui partiti politici curdi nazionalisti quando questi partiti lavoravano e combattevano nei loro interessi. Tl ruolo della Cina e della Russia Anche se la Russia è diventata molto più piccola e meno potente di prima, ha ancora peso e potenza, in concorrenza con gli Stati Uniti e i paesi occidentali. Non è una sorpresa vedere ora che la Russia non riesce a raggiungere un accordo con l’Occidente sul regime di Assad. Gioca anche il fatto che la Siria, quando il padre di Assad era al potere, si schierava sempre con il campo sovietico. A ciò si aggiunge che la Russia è vicino all’Tran, principale alleato della Siria. Per quanto riguarda la Cina, anche lei ha i propri interessi nella regione, in par- ticolare in Iran. Pertanto, la Cina cerca di proteggere tale interesse in quanto non torna a suo vantaggio vedere Assad cacciato perché sa che il prossimo sarà l’Iran. Così gli interessi della Russia e della Cina e il loro sostegno alla Siria rendono la guerra più lunga di quanto ci sì aspettasse. Da quanto detto, pos- siamo vedere come due paesi potenti dovrebbero affrontare la questione curda in Siria, in particolare con la DSA e il Tev-Dam. A mio parere, gli affari e i profitti decideranno, alla fine, se sosterranno o meno il popolo curdo in futuro. Allo stato attuale, non vi è alcun supporto alla DSA e al Tev-Dam dalla Cina, dalla Russia, dagli Stati Uniti o dai paesi occidentali, mentre i curdi in Siria sono la principale opposizione contro le forze terroristiche come l’Isis / IS, gra- zie alle milizie della PDU e WDU. Queste unità sono costantemente in lotta contro questi gruppi terroristici nelle regioni curde di Al Jazera e di Kobane. Possiamo osservare la doppia morale e l’ipocrisia degli Stati Uniti e dei paesi oc- cidentali. Hanno lanciato una guerra contro il terrorismo, ma mentre il popolo curdo in Siria è l’unico che combatte seriamente le organizzazioni terroristiche, questi paesi non li appoggiano. Le principali ragioni, a mio parere, sono: 1. Non sono seri nella lotta contro i terroristi e il terrorismo perché essi stessi o i loro alleati li hanno creati e appoggiati. 2. Combattono le persone che credono nell’Islam, piuttosto che combattere la religione stessa e il suo libro sacro, il Corano. 3. Possono avere bisogno di questa organizzazione in futuro. 4. Essi non vogliono cambiare o rivedere la loro politica estera. 5. Gli Stati Uniti e il Regno Unito supportano, finanziariamente e moralmente, tutte le fedi reazionarie sotto il nome delle pari opportunità, della libertà e riconoscendo le diverse culture. Possiamo già contare più di un centinaio di tribunali della sharia in Gran Bretagna. 6. Il punto principale è che il movimento democratico di massa nel Kurdis- 47 tan siriano, tra cui la DSA, non ha creato religioni o un potere nazionalista o liberale. Sanno che in questa parte del mondo, hanno dato vita al potere del popolo, dimostrando che essi stessi possono governare attraverso la democrazia diretta senza governo e sostegno da parte degli Stati Uniti, dei paesi occiden- tali e delle istituzioni finanziarie internazionali, quali il FMI, la BM e la Banca centrale europea. I fattori interni Con fattori interni intendo qualunque cosa possa accadere all’interno del Kurdistan occidentale, tra i quali il seguente scenario: La guerra civile del popolo curdo. Non intendo solo una guerra tra i partiti politici all’interno del Kurdistan occidentale, ma la guerra tra il KRG nel Kur- distan iracheno e le forze della PDU, WDU e PKK. C'è un rapporto molto stretto tra il PKK e il PYD che sorregge questo esperimento nel Kurdistan siri- ano con grande aiuto. Ho detto in precedenza che c’è stata una storia di sangue tra il PKK e il KDP e anche una forte controversia sulla leadership curda. Tut- tavia, per qualche tempo, Abdullah Ocalan, in recenti libri, testi e messaggi, ha denunciato e rifiutato lo Stato e l’autorità. Ma fino a ora non ha respinto la pro- pria autorità e denunciato chi ancora si riferisce a lui come un grande leader o chi lavora duramente pet dargli una posizione sacra. L'atteggiamento di Ocalan non può essere corretto se non rifiuta anche la propria autorità e leadership. Al momento, la situazione sta peggiorando e il rapporto del KRG con il PYD e PKK sta deteriorando, quindi c’è una possibilità di scontro interno, special mente dato che il KRG è, giorno dopo giorno, sempre più vicino alla Turchia. Una volta avviata questa guerra non c’è dubbio che Isis / IS e altri parteciper- anno al combattimento dalla parte del KRG e della Turchia. L’unico modo per evitare che ciò accada è con proteste di massa, manifestazioni e occupazioni di massa nel Kurdistan iracheno e altrove da parte degli amici dei curdi siriani. Il Tev-Dam si indebolisce Come spiegato in precedenza, è il Tev-Dam che ha creato questa situazione, con i suoi gruppi, comitati, comuni e con la Casa del Popolo che è l’anima e la mente del movimento di massa. Il Tev-Dam è stata la forza principale nella creazione della DSA. In generale, è il Tev-Dam che fa la differenza nel forzare il risultato di ciò che potrebbe accadere rap- presentando fonte di ispirazione per il resto della regione. È difficile per me vedere l’equilibrio tra il potere del Tev-Dam e della DSA in futuro. Ho avuto l’impressione che nella misura in cui il potere della DSA accrescerà, la forza del Tev-Dam diminuirà e viceversa. Ho sollevato questo punto con i compagni del Tev-Dam. Sono in disaccordo e credono che più la DSA diventerà forte, e più il Tev-Dam diventerà potente. La loro ragione in tal senso consiste nella considerazione che la DSA è un organo esecutivo, che esegue e attua le decisioni prese dal Tev-Dam e dai suoi organi. Tuttavia, non posso essere d’accordo o in disaccordo con loro perché il futuro mostrerà la direzione che prenderà tutta la società e il movimento. LA TRINCEA VERGOGNOSA Il PYD e le sue strutture di partito Il PYD, l’United Democratic Party e il PKK si pongono a sostegno del movimento democratico di massa e sono partiti politici con tutte le condizioni di cui un partito politico ha bisogno in quella parte del mondo: l’organizzazione gerarchica, leader per comandare le persone, e tutti gli ordini e i comandi dei leader arrivano dall’alto in basso alle parti partito. Non c’è stata molta consultazione con i membri quando si trattava di prendere una decisione su grandi temi. Sono molto ben disciplinati, hanno regole e ordini da seguire, segreti e relazioni clandestine con diversi partiti, in diverse parti del mondo, tanto al governo, quanto non. D’altra parte, posso considerare il Tev-Dam esattamente il suo contrario. Molti all’interno di questo movimento non sono stati membri del PKK o del PYD. Essi credono che la rivoluzione deve partire dal basso della società e non dall’alto, non credono nei poteri dello Stato e dell’autorità e si riuniscono in incontri per prendere le proprie decisioni in merito, ciò che vogliono e a tutto ciò che è nel migliore interesse delle persone. Dopo di che, chiedono alla DSA di eseguire le loro decisioni. Ci sono molte differenze tra il PYD e il PKK e il Movimento della Società Democratica, il Tev-Dam. La domanda è: dati compiti e natura del Tev-Dam e data la struttura del PYD e del PKK, come può esserci un compromesso? Il Tev-Dam segue il PYD e il PKK o essi seguono il Tev-Dam, ovvero chi controlla chi? Si tratta di una domanda a cui non posso rispondere e devo aspettare e vedere. Tuttavia, credo probabilmente che la risposta sia in un prossimo futuro. La paura dell’Ideologia e degli ideologi che possono divenire sacri L'ideologia è una visione. Guardare o vedere tutto dal punto di vista ideologico può essere un disastro in quanto ti dà una soluzione o una risposta pronta, ma che non si connette con la realtà della situazione. Per la maggior parte del tempo, gli ideologi cercano una soluzione nelle parole di vecchi libri che sono stati scritti molto tempo fa, mentre quei libri non sono rilevanti per il problema o la situazione attuale. Gli ideologi possono essere pericolosi quando vogliono imporre le loro idee prese da ciò che è stato scritto in libri vecchi, nella situ- azione attuale. Sono molto gretti, molto insistenti, bastonano con le loro idee e sono fuori dal mondo. Non hanno rispetto per chi non condivide la loro stessa opinione, in breve, gli ideologi credono che l’ideologia, o il pensiero, creano le insurrezioni o le rivoluzioni, ma per i non-ideologi, come me è vero il contrario. È davvero un peccato aver scoperto molti ideologi tra il PYD e i membri del Tev-Dam, soprattutto quando si trattava di discussioni sulle idee di Abdullah Ocalan. Questi individui sono molto legati ai principi di Ocalan, e fanno riferi mento ai suoi discorsi e libri nelle nostre discussioni. Hanno fede in lui e, in un certo senso, è sacro. Se questa è la fede che le persone hanno messo nel loro capo provandone timore è molto spaventoso e le conseguenze non saranno positive. Per me, nulla deve essere sacro e tutto può essere criticato e respinto se ce n’è 49 bisogno. Peggio di così, c’è la Casa dei bambini e i Centri giovanili. Nella Casa dei Bambini e nei Centri giovanili, ai bambini vengono insegnate nuove idee, tra cui la rivoluzione e molte altre cose positive che i bambini hanno bisogno di acquisire per essere membri utili della società. Tuttavia, ai bambini viene inoltre insegnata l’ideologia e le idee e i principi di Ocalan e la sua grandezza in quanto leader del popolo curdo. A mio parere, i bambini non dovrebbero essere portati a credere in un’ideologia. Non dovrebbero avere lezioni sulla religione, nazionalità, razza o colore. Essi dovrebbero essere liberi fino a quando diven- teranno adulti e potranno decidere da soli per se stessi. Il ruolo delle Comuni Nei paragrafi precedenti ho spiegato le Comuni e i loro ruoli. I compiti delle Comuni devono essere modificati in quanto non possono semplicemente essere coinvolte nei problemi dei posti dove esistono e prendere decisioni sulle cose che vi succedono. Le comuni devono accrescere i loro ruoli, compiti e poteri. È vero che non ci sono fabbriche, né aziende e né distretti industriali. Ma Al Jazera è un cantone agricolo che coinvolge molte persone in villaggi e piccole città e il grano è il suo prodotto principale. Questa regione è anche molto ricca di petrolio, gas e fosfati, anche se molti giacimenti petroliferi non sono in uso a causa della guerra e della mancanza di manutenzione, anche da prima della rivolta. Quindi per le Comuni queste sono ulteriori aree da in- cludere nel loro controllo, nel loro utilizzo e nella distribuzione di prodotti per le persone secondo le loro libere necessità. Qualunque cosa rimanga, dopo la dis- tribuzione, i membri della Comuni possono decidere e accettare di commerciarle, venderle, scambiarle per le esigenze primarie della popolazione oppure semplice- mente conservarle per dopo quando sarà utile. Se le Comuni non eseguono tali compiti fermandosi a quanto fanno adesso, le loro funzioni ovviamente rester- anno incompiute. La conclusione e le mie parole finali Ci sono così tanti diversi punti di vista e opinioni di destra, di sinistra; separatisti, trockisti, marxisti, comunisti, socialisti, anarchici e libertari sul futuro dell’esperimento nel Kurdistan occi- dentale, che, in realtà, meriterebbero più spazio. Io, da anarchico, non vedo gli eventi in bianco o nero, non ho una soluzione pronta per loro e inoltre non ritornerò mai su vecchi libri per trovare le soluzioni agli eventi in corso o per i loro sbocchi perché credo che la realtà, gli eventi stessi e le situazioni creano le idee e i pensieri, non il contrario. Li osservo con una mente aperta e li collego a tanti fattori, e alle ragioni del loro verificarsi. Tuttavia, devo dire un paio di cose circa ogni rivolta e rivoluzione, perché sono molto importanti per me. In primo luogo, la rivoluzione non sta esprimendo rabbia, non viene creata dietro un ordine o un comando, non è qualcosa che può accadere nel giro di ventiquattro ore e non è un colpo di stato militare, o bolscevico o la cospirazione di politici. Inoltre non è solo lo smantellamento delle infrastrutture economiche della società e l’abolizione della classe sociale. 50 CHAPTER 5. LA TRINCEA VERGOGNOSA Ciò che ho appena detto rappresentano tutti i punti di vista e le opinioni della sinistra, dei marxisti e comunisti e dei loro partiti. Queste sono le loro definizioni di rivoluzione. Guardano alla rivoluzione in questo modo perche sono dogmatici e vedono i rapporti di classe in atto in modo meccanicistico. Per loro, quando accade una rivoluzione e viene abolita la società di classi, è la fine della storia e il socialismo può determinarsi. A mio parere, anche se la rivoluzione ha successo, ci saranno ancora possibilità di un desiderio per l’autorità, nelle famiglie, nelle fabbriche e nelle aziende, nelle scuole, nelle università e in molti altri luoghi e is- tituzioni. Aggiungiamo poi le restanti differenze tra uomini e donne e l’autorità degli uomini sulle donne all’interno del socialismo. Inoltre, rimarrà una cultura avida ed egoista, e l’uso della violenza insieme a tante altre cattive abitudini esistenti nella società capitalista. Non possono scomparire o dissolversi in breve tempo. In realtà, resteranno con noi per un lungo, lungo tempe e potrebbero minacciare la rivoluzione. Così, cambiando l’infrastruttura economica della società e raggiungendo la vit- toria sulla società di classe non si può né offrire alcuna garanzia che la rivoluzione sia compiuta, né che possa mantenersi per lungo tempo. Quindi, credo che ci debba essere una rivoluzione nella vita sociale, nella nostra cultura, nell’istruzione, nella mentalità degli individui e nei comportamenti individuali e di pensiero. Le rivoluzioni in queste sfere non sono solo necessarie, ma anzi devon darsi prima o insieme al cambiamento dell’infrastruttura economica della società. Non credo che sia finita, dopo la rivoluzione nell’infrastruttura economica della società. Si deve riflettere in ogni aspetto della vita della società e dei suoi membri. Per me, le persone risentono del sistema attuale e credono nel cambiamento di esso. Hanno la tendenza alla ribellione, la coscienza di essere usati e sfruttati e, inoltre, una propensione di resistenza, cose estremamente importanti per mantenere la rivoluzione. Come posso collegare queste considerazioni all'esperimento del popolo del Kurdistan occidentale? In risposta, dico che questo esperimento esiste da oltre due anni e ci sono generazioni che ne sono testimoni. Sono ribelli o già hanno la tendenza alla ribellione, vivono in armonia e un’atmosfera libera e sono abituati a nuove culture: una cultura del vivere insieme in pace e libertà, una cultura di tolleranza, del dare non solo del prendere, una cultura dell’essere molto fiduciosi e ribelli, una cultura di fede nel lavorare volontariamente e per il bene della comunità; una cultura di solidarietà e di vivere per l’altro e una cultura in cui tu sei il primo e io sono il secondo. Nel frattempo, è vero che la vita è molto difficile, vi è una mancanza di molte risorse primarie e neces- sarie e il tenore di vita è basso, ma la gente è piacevole, felice, e allo stesso momento, sorridente e vigile, molto semplice e umile, mentre il divario tra ricchi e poveri è minimo. Tutto ciò ha, in primo luogo, aiutato le persone a superare le difficoltà nella loro vita con i loro disagi. In secondo luogo, gli eventi, la loro storia personale e l’attuale ambiente in cui vivono ha insegnato loro che, in futuro, non si sottometteranno a una dittatura, resisteranno alla repressione e 51 all’oppressione, cercheranno di mantenere ciò che avevano prima, uno spirito di sfida e provocazione, senza accettare più che altri prendano decisioni per loro. Per tutte queste ragioni, il popolo resiste senza arrendersi, sta di nuovo sulle proprie gambe, lotta per i propri diritti e resiste al ritorno della cultura prece- dente. La seconda considerazione riguarda quanto alcuni ci dicono: questo movimento ha alle sue spalle Abdullah Ocalan, il PKK e il PYD, perciò, se qualcuno cercherà di deviare questo esperimento, esso si concluderà o un dittatore prenderà il potere. Certo, questo è possibile e può accadere. Ma anche in questa situ- azione, non credo che il popolo in Siria o nel Kurdistan occidentale potrà più tollerare una dittatura o un governo di stampo bolscevico. Credo che siano passati i giorni in cui il governo in Siria poteva massacrare 30.000 persone nella città di Aleppo, nel giro di pochi giorni. Anche il mondo è cambiato e non è più come prima. Tutto ciò che resta da dire è che quanto è successo nel Kurdistan Occidentale non è stata un’idea di Ocalan, come molti affermano. In realtà questa idea è molto vecchia e Ocalan ha elaborato queste idee in carcere, familiarizzando con loro attraverso la lettura di centinaia e centinaia di libri, senza smettere di pensare e analizzando le esperienze dei governi naizonalisti, comunisti e dei loro governi nella regione e nel mondo nonché le ragioni per cui essi sono tutti falliti e non potevano conseguire ciò che essi pur sostenevano. La base di tutto è che si sia convinto che lo Stato, qualunque sia il suo nome e la sua forma, è uno Stato e non può sparire quando viene sostituito da un altro Stato. Per questo, Abdullah Ocalan merita credito. Zaher Baher fa parte dell’Haringey Solidarity Groupe del Kurdistan Anarchists Forum. Traduzione italiana di Stefano F. 52 CHAPTER 5. LA TRINCEA VERGOGNOSA Chapter 6 Kurdistan” G.D.& T.L. Ci sono periodi in cui non si può nulla, salvo non perdere la testa (Louis Mercier-Véga, La Chevauchée anonyme) Quando i proletari sono costretti a prendere in mano i loro affari per assicu- rarsi la sopravvivenza, essi aprono la possibilità di un cambiamento sociale. I curdi sono costretti ad agire nelle condizioni che trovano e che tentano di crearsi, nel mezzo di una guerra internazionale poco favorevole all’emancipazione. Non siamo qui per giudicare. Né per perdere la testa. Auto(difesa) In diverse regioni del mondo, i proletari sono portati ad un au- todifesa che passa attraverso l’autorganizzazione: «Una vasta nebulosa di “movimenti" - armati e non, oscillanti tra il banditismo sociale e la guerriglia organizzata — agisce nelle zone più disgraziate dell’immondezzaio capitalistico mondiale, presentando tratti simili a quelli del PKK attuale. Essi, in una maniera o nell’altra, tentano di resistere alla distruzione di economie di sussistenza ormai residuali, al saccheggio delle risorse naturali o minerarie locali, oppure all’imposizione della proprietà fondiaria capitalistica che ne limita o im- pedisce l’accesso e/o l’utilizzo; a titolo di esempio, possiamo citare alla rinfusa i casi della pirateria nei mari di Somalia, del MEND in Nigeria, dei Naxaliti in India, dei Mapuche in Cile. [...] È essenziale cogliere il contenuto che li acco- muna: l’autodifesa. |...] Ci si auto-organizza sempre sulla base di ciò che si è all’interno del modo di produzione capitalistico (operaio di questa o quella im- presa, abitante di questo o quel quartiere, ecc.), mentre l’abbandono del terreno difensivo (“rivendicativo”) coincide col fatto che tutti questi soggetti si interpen- etrano reciprocamente e che le distinzioni vengono meno, poiché inizia a venir KURDISTAN? G.D. & T.L. meno il rapporto che le struttura: il rapporto capitale/lavoro salariato». [8] Nel Rojava, l’autorganizzazione ha portato (o può portare) da una necessità di sopravvivenza a un rovesciamento dei rapporti sociali? È inutile ritornare qui sulla storia del potente movimento indipendentista curdo in Turchia, Iraq, Siria e Iran. Le rivalità tra questi paesi e la repressione che vi subiscono, lacerano i curdi da decenni. Dopo l’esplosione dell’Iraq in tre entità (sunnita, sciita e curda), la guerra civile ha liberato in Siria un territorio dove l'autonomia curda ha preso una forma nuova. Un’unione popolare (vale a dire transclassista) si è costituita per gestire questo territorio e difenderlo contro una minaccia militare: lo Stato Islamico ha funzionato da elemento di rottura. Nella resistenza si intrecciano antichi legami comunitari e nuovi movimenti, in parti- colare di donne, attraverso un’alleanza di fatto tra proletari e classi medie con la «nazione» a fare da collante: dopo un soggiorno in Rojava alla fine del 2014, Janet Biehl, pur ritenendo che vi si stia sviluppando una rivoluzione, scrive che "la trasformazione che si attua nel Rojava riposa in una certa misura su un’identità curda radicale e su una forte partecipazione delle classi medie che, a dispetto di un discorso radicale, mantengono sempre un certo interesse alla perpetuazione del capitale e dello Stato." [9] Una rivoluzione democratica? In politica, molto sta nelle parole: quando il Rojava elabora la sua costituzione e la chiama Contratto sociale, si tratta di un’eco dei Lumi del XVIII secolo. Dimenticati Lenin e Mao, gli attuali dirigenti curdi leggono Rousseau, non Bakunin. Il Contratto sociale proclama «la coesistenza e la comprensione reciproca e paci- fica di tutti gli strati sociali» e riconosce «l’integrità territoriale della Siria»: è ciò che dicono tutte le costituzioni democratiche, e non c’è da attendersi né l’apologia della lotta di classe, né la rivendicazione dell’abolizione delle fron- tiere, dunque degli stati [10]. È il discorso di una rivoluzione democratica. Anche nella Dichiarazione dei diritti dell'Uomo e del Cittadino del 1789, il diritto di «resistenza all’oppressione», esplicitamente previsto, si accompagnava a quello di proprietà. La libertà era completa ma definita e limitata della legge. Nel Rojava, allo stesso modo, la «proprietà privata» è un diritto del quadro della legge. Malgrado opti per la qualificazione di «regione autonoma» il Contratto sociale prevede un’amministrazione, una polizia, delle prigioni, delle imposte (dunque un potere centrale che raccoglie denaro). Ma oggi siamo all’inizio del XXI secolo: il riferimento a «Dio onnipotente» va di pari passo con lo «sviluppo durevole», la quasi parità (40 % di donne negli organi rappresentativi]) e «l'uguaglianza tra i sessi» (sebbene legata alla «famiglia»). Aggiungiamo la separazione dei poteri, quella tra chiesa e Stato, una magis- 55 tratura indipendente, un sistema economico che deve assicurare «il benessere generale» e garantire i diritti dei lavoratori (tra cui quello di sciopero), la limi- tazione del numero dei mandati politici, ecc.: un programma di sinistra repub- blicana. Se alcuni in Europa e negli Stati Uniti vedono in tali obiettivi l'annuncio di una rivoluzione sociale, ciò dipende senza dubbio dal «relativismo culturale». A Parigi, un simile programma sarebbe motivo di sfottò nel milieu radicale, ma «laggiù, è già non male...». Chi paragona il Rojava alla rivoluzione spag- nola deve confrontare il Contratto sociale al programma adottato dalla CNT nel maggio 1936 (nonché il modo in cui è stato nei fatti tradotto un paio di mesi dopo). Un nuovo nazionalismo Come ogni movimento politico, un movimento di liberazione nazionale si dà le ideologie, i mezzi e gli alleati che può, e li sostitu- isce quando gli conviene. Se l’ideologia [del PKK] è nuova, è perché riflette un cambiamento d’epoca: Non si può comprendere il divenire attuale della questione curda, né la trai- ettoria delle sue espressioni politiche — PKK in primis — senza prendere in considerazione la fine del periodo d’oro dei “nazionalismi dal basso” — socialisti o “progressisti” — nelle zone periferiche e semi-periferiche del sistema capitalis- tico, e le sue cause [11]. Il PKK non ha rinunciato all’obiettivo naturale di ogni movimento di liber- azione nazionale. Benché eviti ormai di usare una parola che suonerebbe troppo autoritaria, è alla creazione di un apparato di gestione e decisione politica su un territorio dato che aspira, oggi come ieri. E non c’è parola migliore di Stato per designare questa entità. La differenza, al di là alla definizione amministra- tiva [<regione autonoma»] è che esso sarebbe talmente democratico, talmente controllato dai suoi cittadini, da non meritare più il nome di Stato. Questo, per quanto riguarda l’ideologia. In Siria, il movimento nazionale curdo (sotto l’influenza del PKK) ha dunque sostituito la rivendicazione di uno Stato a pieno titolo, con un programma più modesto e «di base»: autonomia, confederalismo democratico, diritti dell’uomo e della donna, ecc. Al posto dell’ideologia modellata su un socialismo diretto da un partito operaio-contadino che sviluppa l’industria pesante, al posto dei riferimenti «di classe» e «marxisti», ciò che viene proposto è l’autogestione, la cooperativa, la comune, l’ecologia, l’antiproduttivismo e, in primo luogo, il genere. L'obiettivo di una forte autonomia interna accompagnata da una vita demo- cratica di base non è assolutamente utopico: diverse regioni del pacifico vivono in questo modo, dal momento che i governi lasciano ampi margini di auto- amministrazione a popolazioni delle quali nessuno si interessa (salvo che non siano in gioco interessi minerari: allora si manda l’esercito). In Africa, il So- maliland ha tutti gli attributi di uno Stato (polizia, moneta, economia) tranne KURDISTAN? G.D. & T.L. per il fatto che nessuno lo ha riconosciuto. Gli abitanti del Chiapas (al quale molti paragonano il Rojava) sopravvivono in una sorta di semi-autonomia re- gionale che salvaguarda la loro cultura e i loro valori, senza che siano in molti ad esserne infastiditi. L’insurrezione zapatista, la prima dell’era altermondialista, non mirava d’altronde a ottenere un’indipendenza o a trasformare la società, ma a preservare un modo di vita tradizionale. I curdi, quanto a essi, vivono nel cuore di una regione petrolifera bramata, lacer- ata da conflitti senza fine e dominata da dittature. Questo lascia poco margine al Rojava... ma forse, in ogni caso, un piccolo posto: malgrado la sua vita eco- nomica sia debole, essa non è del tutto inesistente grazie a una piccola manna petrolifera. L’oro nero ha già creato Stati fantoccio come il Kuwait, e permette di sopravvivere al mini-Stato Curdo iracheno. Allo stesso modo, il futuro del Rojava dipende meno dalla mobilitazione dei suoi abitanti che dal gioco delle potenze dominanti. Se il rigetto del progetto di stato nazionale da parte del PKK è reale; allora occorre domandarsi cosa diverrebbe una confederazione di tre o quattro zone autonome su almeno tre paesi, attraverso i confini, giacché la coesistenza di diverse autonomie non abolisce la struttura politica centrale che le racchiude. In Europa, le regioni transfrontaliere (ad esempio, intorno all’Oder-Neisse) non riducono il potere statuale. Un’altra vita quotidiana Come accade in molti casi, la solidarietà contro un nemico comune ha provocato una cancellazione provvisoria delle differenze sociali: gestione dei villaggi da parte di organismi collettivi, legami tra combat- tenti (uomini e donne) e popolazione, diffusione del sapere medico (abbozzo di un superamento dei poteri specialistici), condivisione e gratuità di certe derrate nei momenti peggiori (i combattimenti), trattamenti innovativi per i disturbi mentali, vita collettiva praticata dagli studenti e dalle studentesse, giustizia amministrata da un comitato misto (eletto da ciascun villaggio) che dirime i conflitti e decide le pene, cercando di reinserire e riabilitare, integrazione delle minoranze etniche della regione, uscita delle donne dal focolare domestico at- traverso la loro autorganizzazione [12]. Si tratta di una «democrazia senza Stato»? Nostra intenzione non è quella di contrapporre una lista delle cose negative a quella delle cose positive sbandierate dagli entusiasti: bisogna invece vedere da dove provenga questa auto-amministrazione e come possa evolvere. Perché non si è ancora visto lo Stato dissolversi nella democrazia locale. Una struttura sociale immutata Nessuno sostiene che l’insieme «i curdi» avrebbe il privilegio di essere il solo popolo al mondo che vive da sempre in armonia. I curdi, allo stesso modo di tutti gli altri popoli, sono divisi in gruppi definiti da interessi contrapposti, in classi, e se «classe» suona troppo marxista, divisi in dominanti e dominati. Ora, si legge talvolta che una «rivoluzione» sarebbe in corso o si starebbe preparando nel Rojava. Sapendo che le classi 57 dominanti non cedono mai volentieri il loro potere, come e dove sono state scon- fitte? Quale intensa lotta di classe ha dunque avuto luogo in Kurdistan per innescare questo processo? Di questo non ci viene detto nulla. Se gli slogan e i grandi titoli parlano di rivoluzione, gli articoli affermano che gli abitanti del Rojava combattono lo Stato Islamico, il patriarcato, lo Stato e il capitalismo... ma, rispetto a quest’ultimo punto, nessuno spiega come e sotto quali aspetti il PYD-PKK sarebbe anticap- italista... e nessuno sembra notare questa «assenza». La cosiddetta rivoluzione del luglio 2012 corrisponde di fatto alla ritirata delle truppe di Assad dal Kurdistan. Essendosi dileguato il precedente potere ammin- istrativo o securitario, un altro ne ha preso il posto, e un «auto-amministrazione» definitasi rivoluzionaria ha preso il controllo della situazione. Ma di quale «auto- » si tratta? Di quale rivoluzione? Se si parla volentieri di presa del potere da parte della base e di cambiamenti all’interno della sfera domestica, non è mai questione di trasformazioni nei rap- porti di scambio e di sfruttamento. Nel migliore dei casi, ci vengono descritte delle cooperative, senza il minimo indice di un abbozzo di collettivizzazione. Il nuovo stato curdo ha rimesso in funzione alcuni pozzi petroliferi e raffinerie e produce elettricità: nulla ci viene detto su chi ci lavora. Commercio, artigianato, mercati funzionano, il denaro continua a svolgere la propria funzione. Citiamo Zaher, un osservatore e ammiratore della «rivoluzione» curda: «Prima di lasciare la regione, abbiamo parlato al mercato con alcuni com- mercianti, uomini d’affari e altre persone. Tutti avevano un’opinione piuttosto positiva della DSA [l’auto-amministrazione] e del Tev-Dem [coalizione di orga- nizzazioni di cui il PYD costituisce il centro di gravità]. Erano soddisfatti della pace, della sicurezza e della libertà, e potevano gestire le loro attività senza subire l’ingerenza di un partito o di un gruppo». [13] Finalmente, un rivoluzione che non fa paura alla borghesia. Soldatesse Basterebbe cambiare i nomi. Molte delle lodi rivolte oggi al Ro- java, inclusa la questione di genere, erano rivolte intorno al 1930 ai gruppi di pionieri sionisti insediatisi in Palestina. Nei primi kibbutz, oltre l’ideologia spesso progressista e socialista, erano le condizioni materiali (precarietà e neces- sità di difendersi) che obbligavano a non privarsi della metà della forza-lavoro: anche le donne dovevano partecipare alle attività agricole e alla difesa, il che implicava la loro liberazione dai compiti «femminili», in particolare attraverso l’allevamento collettivo dei bambini. Nessuna traccia di tutto ciò nel Rojava. L'armamento delle dea non è tutto (Tsahal insegna). Zaher Baher testimonia: «Ho fatto un’osservazione curiosa: non ho visto una sola donna lavorare in un negozio, una stazione di servizio, un mercato, un bar o un ristorante». I campi profughi «autogestiti» in Turchia sono pieni di donne che si occupano dei bambini, mentre gli uomini vanno alla ricerca KURDISTAN? G.D. & T.L. di un lavoro. Il carattere sovversivo di un movimento o di un’organizzazione non si misura attraverso il numero delle donne in armi. E nemmeno il suo carattere femminista. Sin dagli anni ’60, in tutti i continenti, la maggior parte dei movi- menti guerriglieri hanno comportato o comportano l'arruolamento di un gran numero di donne combattenti, ad esempio in Colombia. Questo è ancor più vero per la guerriglia di ispirazione maoista (Nepal, Perù, Filippine, ecc.) che applica la strategia della «guerra popolare»: l’uguaglianza uomo-donna deve contribuire a spezzare le strutture tradizionali, feudali o tribali (sempre patri- arcali). É proprio nelle origini maoiste del PKK-PYD che si trova l’origine di ciò che gli specialisti definiscono «femminismo marziale». Ma perché le combattenti passano da simbolo di emancipazione? Perché vi si vede facilmente una immagine di libertà, sino a dimenticare per che cosa com- battono? Se una donna armata di un lancia-razzi può comparire nella copertina del «Parisien-Magazine» o di un giornale militante, la ragione è che si tratta di una figura classica. Essendo il monopolio dell’uso delle armi un tradizionale appannaggio maschile, il suo ribaltamento deve dimostrare l’eccezionalità e la radicalità di uno scontro o di una guerra. Da qui le foto delle belle miliziane spagnole. La rivoluzione in cima al Kalashnikov... impugnato da una donna. A tale visione si aggiunge talvolta quella, più “femminista” della donna armata e vendicatrice che mette nel mirino gli stupratori, i trucidi. Va notato che lo Stato islamico e il regime di Damasco hanno costituito unità militari interamente al femminile. Ma non mettendo in discussione la distinzione di genere, contrari- amente alle YPJ-YPG non sembrano impiegarle in prima linea, relegandole a missioni di supporto o di polizia. Alle armi! Durante le manifestazioni parigine in favore del Rojava, lo striscione del corteo anarchico unitario richiedeva «armi per la resistenza curda». Dal mo- mento che il proletario medio non possiede fucili d’assalto o granate da inviare clandestinamente in Kurdistan, a chi chiedere le armi? Bisogna fare affidamento sui trafficanti internazionali o sulle spedizioni di armi della NATO? Queste ul- time sono prudentemente iniziate, ma gli striscioni anarchici non c'entrano. A parte lo Stato Islamico, nessuno pensa alla formazione di nuove Brigate Inter- nazionali. Allora, di quale appoggio armato si parla? Si tratta di chiedere più bombardamenti aerei occidentali con le conseguenti «vittime collaterali»? Evi- dentemente no. È dunque un formula vuota, ed è forse questo l’aspetto peggiore di tutta la faccenda: questa pretesa rivoluzione serve da pretesto a mobilitazioni e slogan dai quali nessuno si attende seriamente che possano produrre degli ef- fetti. Siamo nel bel mezzo della politica, come rappresentazione. Ci si stupirà meno che gente sempre pronta a denunciare il complesso militare- industriale vi faccia ora appello, se ci ricordiamo come già nel 1999, durante la guerra nel Kosovo, alcuni libertari abbiano sostenuto i bombardamenti della NATO... per impedire un «genocidio». 59 Libertari Più che le organizzazioni che hanno sempre sostenuto i movimenti di liberazione nazionale, ciò che rattrista è che questa esaltazione tocca un mi- lieu più ampio compagni anarchici, occupanti di case, femministe o autonomi, e talvolta amici solitamente più lucidi. Se la politica del male minore penetra questi ambienti, è perché il loro radical ismo è invertebrato (il che non esclude né l’energia né il coraggio personale). È tanto più facile entusiasmarsi per il Kurdistan (come ventanni fa per il Chia- pas) quanto più oggi è Billancourt a far disperare i militanti: «laggiù», almeno, non ci sono proletari rassegnati, che sbevazzano, votano Front National e non sognano altro che di vincere al lotto o di trovare un impiego. «Laggiù», ci sono dei contadini (benché la maggioranza dei curdi viva in città), dei montanari in lotta, pieni di sogni e di speranze... Questo aspetto rurale-naturale (quindi eco- logico) si mescola ad una volontà di cambiamento qui ed ora. Finito il tempo delle grandi ideologie e delle promesse di Sol dell’Avvenire, oggi si costruisce «qualcosa», «si creano legami», malgrado la povertà dei mezzi, si coltiva un orto o si realizza un piccolo giardino pubblico (come quello di cui parla Zaher Baher). Tutto ciò fa eco alle ZAD [14] : rimbocchiamoci le maniche e facciamo qualcosa di concreto, qui, «nel nostro piccolo». È ciò che fanno «laggiù», AK 47 in spalla. Certi testi anarchici evocano il Rojava soltanto sotto l’aspetto delle realizzazioni locali e delle assemblee di quartiere, quasi senza parlare del PYD, del PKK, ecc. Come se si trattasse semplicemente di azioni spontanee. È un po’ come se, per analizzare uno sciopero generale, non si parlasse che delle assemblee degli sci- operanti e dei picchetti, ignorando i sindacati locali, le manovre dei loro vertici, le trattative con i padroni e lo Stato... La rivoluzione è sempre più considerata una questione di comportamenti: l’autorganizzazione, l’interesse per il genere, l’ecologia, la creazione di legami, la discussione, gli af- fetti. Se vi si aggiunge il disinteresse, l’indifferenza nei confronti dello Stato e del potere politico, è logico che si possa scorgere realmente nel Rojava una rivoluzione, o addirittura una «rivoluzione di donne». Dato che si parla sempre meno di classi, di lotta di classe, cosa importa se queste sono assenti anche dal discorso del PKK-PYD? Quale critica dello Stato? Se ciò che mette a disagio il pensiero radicale rispetto alla liberazione nazionale, è l’obiettivo di creare uno Stato, basterebbe rinunciare a quest’ultimo e considerare che in fondo, la nazione — purché sia priva di uno Stato — è il popolo: e come essere contro il popolo? Il popolo dopotutto siamo un po’ noi tutti, o quasi: il 99 %. No? L’anarchismo ha come caratteristica la sua ostilità di principio verso lo Stato (è il suo pregio). Ciò detto, e non è poco, la sua debolezza risiede nel fatto di considerare lo Stato innanzitutto uno strumento di coercizione e senza dubbio lo è — senza chiedersi come e perché giochi questo ruolo. Di conseguenza, è suf- ficiente che scompaiano le forme più visibili dello Stato perché alcuni anarchici (non tutti) ne concludano che la sua estinzione sia avvenuta o sia comunque 60 CHAPTER 6. KURDISTAN? G.D. & T.L. prossima. Per questa ragione, il libertario si trova spiazzato di fronte a ciò che assomiglia troppo al suo programma: essendo sempre stato contro lo Stato ma per la democrazia, il confederalismo democratico e l’autodeterminazione sociale otten- gono naturalmente il suo favore. L’ideale anarchico è appunto di sostituire lo Stato con migliaia di comuni (e di collettivi di lavoro) federati. Su questa base, è possibile per l’internazionalista sostenere un movimento nazionale, per poco che questo pratichi l’autogestione generalizzata, sociale e politica, ri- battezzata oggi «appropriazione del comune». Quando il PKK pretende di non volere più il potere, ma un sistema in cui tutti condivideranno il potere, è facile per un anarchico riconoscervisi. Prospettive Il tentativo di rivoluzione democratica nel Rojava, e le trasfor- mazioni sociali che l’accompagnano, sono stati possibili solo in ragione di con- dizioni eccezionali: l’implosione degli stati iracheno e siriano, e l’invasione ji- hadista della regione; minaccia che ha avuto l’effetto di favorire radicalizzazione. Sembra oggi probabile che, grazie all’appoggio militare occidentale, il Rojava possa (a immagine del Kurdistan iracheno) sopravvivere in quanto entità au- tonoma al margini di un caos siriano persistente ma tenuto a distanza. In tal caso, questo piccolo Stato, per quanto democratico si voglia, normalizzandosi non lascerà intatte le conquiste e i progressi sociali. Nella migliore delle ipotesi, sopravviveranno un po di auto-amministrazione locale, un insegnamento pro- gressista, una stampa libera (a condizione di non essere blasfema), un Islam tollerante e, certamente la parità. Nient’altro. Ma comunque abbastanza per- ché coloro che vogliono credere a una rivoluzione sociale continuino a credervi, desiderando evidentemente che la democrazia si democratizzi sempre di più. Quanto a sperare in un conflitto tra le forme di autorganizzazione di base e le strutture che le controllano, equivale a immaginare che esista nel Rojava una situazione di «doppio potere», significa dimenticare la potenza del PYD-PKK, che ha dato esso stesso impulso a questa auto-amministrazione e che conserva il potere reale, politico e militare. Per tornare al confronto con la Spagna, nel 1936, le «premesse» di una rivoluzione furono divorate dalla guerra. Nel Rojava, c’è innanzitutto una guerra e, sfor- tunatamente, niente annuncia che una rivoluzione «sociale» sia sul punto di nascere. Traduzione italiana a cura della redazione del blogspot Il Lato Cattivo Chapter 7 La democrazia e la Comune: la prima e la seconda Paul Simons Democrazia: "un sistema di governo in cui tutti i cittadini di uno stato o di una comunità politica [...] sono coinvolti nel prendere decisioni sui propri aftari, in genere votando per le elezioni di rappresentanti in un parlamento o assemblea simile”; (a) “governo da parte del popolo; in particolare: a regola della maggio- ranza”; (b) “un governo in cui il potere supremo è attribuito al popolo e esercitato da esso direttamente o indirettamente attraverso un sistema di rappresentazione che solitamente coinvolge elezioni libere periodicamente tenute" (Oxford English Dictionary). Odio la democrazia. E odio le organizzazioni, specialmente i comuni. Tut- tavia, io sono a favore dell’organizzazione delle comuni democratiche. La prima La democrazia è sempre basata sulla mediazione. Se separa il soggetto dal processo decisionale, separa il soggetto da sé o funziona come una scusa per la corruzione e la frode. La democrazia si pone di fronte all’individuo, blocca la comunicazione non mediata imponendo le esigenze della struttura: un risultato, una decisione. E quando viene raggiunta una decisione, arriva solita- mente il metodo più banale e spietato mai inventato: il voto — la tirannia della maggioranza. L’anarchismo ha avuto una storia mista di critiche riguardo alla democrazia. Étienne de La Boétie nel suo Discorso esprime una prima linea di indagine chiedendosi perché la gente si è lasciata governare del tutto; e mentre esplora il problema, egli sottolinea che non importa se un tiranno viene scelto con la forza delle armi, per successione o per voto. LA DEMOCRAZIA E LA COMUNE: LA PRIMA E LA SECONDAPAUL SIMONS Poiché essi arrivano al trono per vie diverse, ma il loro modo di regnare è pressoché identico. Quelli eletti dal popolo lo trattano come un toro da domare, i conquistatori come una preda, i successori pensano di farne i propri schiavi naturali [15]. E a questo si aggiunge che la popolazione soggetta ad un tale abuso non pone domande né una minima contestazione. Il trattato di de La Boétie è vera- mente prezioso; scritto (approssimativamente) nel 1553, completato 250 anni prima dell’emergere dello stato-nazione moderno, contempla esattamente il tipo di guerra sfrenata, di oppressione e di terrore che i governi democraticamente eletti hanno scatenato sulle popolazioni assoggettate e tra di loro. Il potere non può esistere in stasi: esso si esercita da risultato di flussi all’interno e tra le istituzioni e gli individui. I monarchi d’Europa impararono duramente questa lezione nel corso delle rivolte del 1848 osservando i rispettivi regimi dis- integrarsi uno dopo l’altro. Con la democrazia è venuto il calcolo dello scambio — un minimo di potere al cittadino attraverso il voto — e la concentrazione di una grande quantità di potere nel legislativo, nell’esecutivo e nel giudiziario. Non sorprende che i sistemi politici avessero cominciato ad applicare equazioni di potere e di scambio nello stesso momento in cui nella sfera economica il cap- itale stesse introducendo equazioni simili per usurpare il tempo di lavoro negli scambi per la sopravvivenza. Inoltre, un tale scambio lega la popolazione a tutto quanto è più vicino ai governanti. Vaneigem illustra così il dispositivo: Gli schiavi non vogliono essere schiavi a lungo se non sono compensati per la loro sottomissione con un briciolo di potere: ogni sottomissione comporta il diritto a una misura di potere e non esiste un potere che non incarni un grado di sottomissione [16]. Fu Proudhon ad avere un rapporto più variegato con la democrazia, tanto teorico quanto pratico. La sua carriera registra la scrittura a la pubblicazione di testi di analisi critica che denunciavano la democrazia, poi la candidatura alle elezioni, quindi la sua appartenenza all’ Assemblea Nazionale durante la Rivoluzione del 1848 e, infine, il ritorno al suo originale rifiuto del voto e della rappresentanza. Egli ha invitato di volta in volta i propri lettori ad astenersi dal voto, poi a votare, poi ad astenersi dal voto (ancora) e, infine, a mettere nelle urne schede bianche per protestare contro la votazione. Proudhon ha sciorinato una serie di critiche alla democrazia. I toni critici che ha usato variano da quelli puramente psicologici a quelli empirici, e gli obiettivi delle sue battute taglienti hanno spazi- ato dall’intera moltitudine delle banalità democratiche della sovranità al mito de "Il popolo” sino alla realpolitik di come funzionano le legislature. La sua analisi critica del processo decisionale democratico stesso è interessante per il modo in cui analizza il meccanismo del voto e del suo risultato, in particolare la regola della maggioranza: La democrazia non è altro che la tirannia delle maggioranze, più feroce di tutte, perché non si basa sull’autorità di una religione, né su una nobiltà di sangue, 63 né sulle prerogative della fortuna: ha il numero da base, e per maschera il nome del popolo [17]. Ma Proudhon non si ferma qui, denunciando che coloro che sono in minoranza sono costretti dalle circostanze a seguire la volontà della maggioranza; una situ- azione che trova insostenibile, non solo per la coercizione esplicita, ma anche perché la minoranza è costretta ad abbandonare le proprie idee e credenze a favore di coloro che le si oppongono. Questo, osserva sarcasticamente, ha senso solo quando le opinioni politiche sono così debolmente tenute dagli individui da non essere degne di nota. Analizzando lo stesso scenario, William God- win dichiarava che «nulla può contribuire più direttamente alla privazione della comprensione e della dignità umana» quanto richiedere alle persone di agire in contrasto con la propria ragione. Una conclusione sperimentata empiricamente quando si compie persino l’analisi più banale del governo rappresentativo e dei suoi effetti sull’umanità nel corso degli ultimi 250 anni. In conclusione: per me, la democrazia — come sistema di autogoverno, come strumento decisionale, come ideale — è assolutamente privo di valore emancipa- tivo. Funziona da maschera della coercizione, rende l’orrore accettabile, produce infinite conseguenze per l’individuo, per la specie e per il pianeta. Un vicolo cieco. La seconda È a questo punto che la maggior parte degli anarchici e dei teorici tri rapidamente (come Bookchin). Storicamente, i teorici hanno offerto una critica aspra della democrazia per poi regredire immediatamente, affermando che la forma rappresentativa della democrazia nella forma concepita dalla so- cietà borghese (o socialista) non è veramente democrazia. La vera democrazia si riflette in qualche altra forma - per Proudhon, la democrazia delegata, per Bookchin, le città-stato greche o la Confederazione elvetica. L'argomento che emerge allora è che la democrazia può (e dovrebbe) essere recuperata dalla sin- istra nella sua forma efficace [18]. La mia stessa critica si indirizza ferocemente su questo punto, essendo stato spinto dall’osservazione empirica di una forma alternativa di pratica democrat- ica. Recentemente sono tornato dalla regione autonoma curda della Siria set- tentrionale, conosciuta come Rojava, dove ho avuto l’opportunità di osservare una forma unica di democrazia attuata da un movimento sociale rivoluzionario libertario. Alcuni contesti teorici: nel 1999, Abdullah Ocalan, capo della Partiya karkerèn kurdistané (PKK, Partito dei lavoratori del Kurdistan) è stato catturato dalle forze di sicurezza turche, con l’assistenza della CIA del Mossad di Israele. Sfio- rando un plotone di esecuzione, è stato infine condannato all’ergastolo duro; ed è qui che le cose si fanno interessanti. Invece di fare targhe o di lavorare in lavanderia, Ocalan ha iniziato il lungo lento viaggio intellettuale dal nonsense marxista-leninista ad una teoria anarchica più a lungo sostenibile. Alla fine ha LA DEMOCRAZIA E LA COMUNE: LA PRIMA E LA SECONDAPAUL SIMONS pubblicato le sue idee in diverse opere tra cui Il Confederalismo Democratico, Guerra e Pace in Kurdistan e un tomo a più volumi sulla civiltà, in particolare il Medio Oriente e le religioni abramitiche. Nei suoi scritti, Ocalan fa quello che nessuno nell’attuale ambiente anarchico nordamericano è persino disposto a pensare: costruisce, seppure vagamente, un progetto per una società liber- taria. Questo semplice esercizio, a prescindere dai contenuti, è incredibile. Il suo impegno assomiglia molto più al progetto socialista utopico dell’inizio del XIX secolo, di una qualsiasi teoria coniugata con la contestazione sociale, in particolare il marxismo e l’anarchismo operaio; anzi, il suo silenzio sull’analisi di classe, la teleologia marxista, il materialismo storico e il sindacalismo è as- sordante. Ocalan è chiaro nel suo compito quando afferma, in "I principi del confederalismo democratico", che il Confederalismo Democratico è un paradigma sociale non statale. Non è con- trollato da uno stato. Allo stesso tempo, il confederalismo democratico è il progetto culturale organizzativo di una nazione democratica. [19]. Come sottinteso nel nome, c’è una grande fiducia nei processi democratici nel sis- tema conosciuto come confederalismo democratico. Eppure, Ocalan è silenzioso sulla definizione di democrazia — non ne offre mai una - e sulla sua attuazione: non la discute mai dettagliatamente. Infatti, la democrazia è presentata come un dato, come un processo decisionale, come un approccio all’amministrazione e poco altro. Non esiste alcuna preferenza nei confronti dei modelli fondati sul voto o sul consenso, né descrive in nessun modo o in alcun livello (comunali, cantonali, regionali) le forme che prevede per l’affermazione della democrazia. Ad esempio, Confederalismo democratico «può essere chiamato un’amministrazione politica non statale o una democrazia senza uno stato. I processi decisionali democratici non devono essere con- fusi con i tipici processi della pubblica amministrazione. Gli Stati gestiscono soltanto [sic], mentre le democrazie governano. Gli Stati si fondano sul potere; le democrazie su un consenso collettivo.» Ocalan si dilunga su ciò che intende con «processi decisionali» in "I principi del confederalismo democratico": «Il confederalismo democratico si basa sulla partecipazione di base. I suoi processi decisionali sono con le comunità». Bene. Allora come funziona tutto questo in Rojava? In altre parole, come vengono tradotte le idee di Ocalan in istituzioni rivoluzionarie? Ho avuto la mia prima visione della democrazia in Rojava su un piatto di hum- mus e pita nel centro di Kobanî. Ero seduto con Shaiko, un rappresentante del Tev-Dem (Tevgera civaka demokratik, Movimento per una società democratica) in un pomeriggio caldo e polveroso, tre giorni dopo aver partecipato a una ri- unione comunale. In quella riunione, del consiglio della comune di Sehid Kawa C, Shaiko aveva sollevato la questione dei confini comunali e da lì forse per pas- sare a richiedere quanta gente stava rientrando in una Kobane ridotta a sacre macerie. Dopo un po’ di dibattito, Shaiko ha lasciato la riunione, richiedendo 65 una telefonata per sapere cosa si fosse deciso. «Allora» ho chiesto a Shaiko «cosa è successo con la comune? Hanno chiam- ato?». «No, ancora nessuna decisione». «Oh, hanno bisogno di prenderne una?». «No, decideranno quando saranno pronti. Così funziona». Shaiko mi guardò sopra i suoi occhiali con un sorriso e poi tornò al piatto di pita e hummus. Questa è palesemente una visione opposta del processo decisionale democratico, in cui nessun risultato concreto è una risposta altrettanto valida di un "sì" o di un “no”. Mentre ho visto questo aggiustamento al processo decisionale demo- cratico in funzione solo un paio di volte, sembra essere abbastanza comune, specialmente con le persone del TEV-DEM la cui attività sta implementando il confederalismo democratico. Si tratta anche di una "correzione" interessante applicata alla questione dei processi decisionali. In un certo senso, essa nega il processo democratico a favore del discorso, dell’argomentazione e dell’impegno, senza la necessità contestuale di un risultato. La risposta dei rivoluzionari alla tirannia della regola di maggioranza è stata strutturale piuttosto che direttiva. Ocalan descrive le proprie opinioni su una società plurale e illustra come intende indebolire o integrare la regola di maggioranza: «Contrariamente a un concetto centralista e burocratico dell’amministrazione e dell’esercizio del potere, il confederalismo pone un tipo di auto-amministrazione politica in cui tutti i gruppi della società e tutte le identità culturali possono esprimersi in riunioni locali, convegni e consigli generali [...|. Non abbiamo bisogno di grandi teorie, ciò che serve è la volontà di dare espressione ai bisogni sociali rafforzando l’autonomia degli attori sociali in modo strutturale e creando le condizioni per l’organizzazione della società nel suo complesso. La creazione di un livello operativo in cui tutti i tipi di gruppi sociali e politici, le comunità religiose o le tendenze intellettuali possono esprimersi direttamente in tutti i processi decisionali locali può anche essere chiamata democrazia partecipativa.» Quindi, per i rivoluzionari, la formazione, la crescita e la proliferazione di tutti i tipi di "attori sociali" — le comuni, i consigli, gli organi consultivi, le organiz- zazioni e perfino le milizie — vanno accolte e incoraggiate. Questo risuona in Rojava in un mosaico di organizzazioni, interessi, collettivi locali, credenti reli- giosi e... bandiere. Ad esempio, TEV-DEM, l’organizzazione ombrello incaricata di implementare un’autonomia democratica, è in realtà un complesso di diverse organizzazioni più piccole e rappresentanti di partiti politici. Queste diverse organizzazioni comprendono gruppi che si dedicano allo sport, alla cultura, alla religione, alle questioni delle donne e altro ancora. Ad esempio, nel dicembre del 2015 è nata una nuova organizzazione sotto il sistema TEV-DEM; TEV-CAND Jihn, che si concentra sulle donne e sulla produzione culturale. Questa nuova organizzazione è parallela alla generica TEV-CAND; che si concentra sulla so- cietà, in generale, e sulla produzione culturale. Per evitare i problemi con la regola maggioritaria, i rivoluzionari hanno introdotto una condizione strutturale che consente agli individui di trovare un’organizzazione adatta alle loro esigenze, attraverso la quale la loro voce può essere ascoltata nella società. Si noti che LA DEMOCRAZIA E LA COMUNE: LA PRIMA E LA SECONDAPAUL SIMONS TEV-DEM e altri organismi non hanno cercato di illudere sui veri sistemi di funzionamento o di decisione di una comune o di un’organizzazione. Piuttosto, si è cambiato l’ordine sociale in modo tale che se un individuo rifiuta di seguire una decisione da parte di un gruppo, una comune o un consiglio, ha sempre la possibilità di uscire e trovate una assemblea più congeniale. Queste innovazioni sembrano buoni primi passi per trasformare la democrazia da un’antichità senza valore in un principio operabile all’interno della teoria anarchica. Come tali, dovrebbero essere incoraggiati e studiati. La prima Il mio saggio relativo alla forma organizzativa e ai suoi vari mo- menti di dominio, The Organization’s New Clothes, è stato pubblicato per la prima volta nel febbraio del 1989 (e ripubblicato nel 2015), e non vedo alcun motivo per ritirare alcuna parte di essi [20]. Quella critica, dunque, risuona per tutta la discussione che segue, anche se il tempo e lo spazio vietano di usarlo in qualche altro modo se non da prisma critico. La comune è un termine ambiguo. Le sue origini si trovano nella più piccola en- tità amministrativa in Francia, il comune, che corrisponde approssimativamente a un municipio. La parola stessa deriva dal latino medievale del XII secolo, communia, che significa un gruppo di persone che vivono una vita comune o condivisa. Questo è un punto di partenza interessante in quanto, anche allora, il concetto implicava un certo grado di autonomia, sia politica che economica. Fu comunque la Comune di Parigi durante la Rivoluzione Francese (1789-1795) che iscrisse il termine in grandi lettere rosse nel libro della rivoluzione. In quella prima grande esplosione, i/le Comunarde si distinguevano per la loro intransi- genza e le loro richieste di abolire la proprietà privata e le classi sociali, alla fine conquistandosi il soprannome les enragés (“i furiosi”). La comune rivoluzionaria, quindi, ha una natura sovversiva. È pericolosa. È sempre pericoloso quando gli umani interagiscono oltre il rerreno del capitale e dello Stato, o in opposizione a essi. Nel XIX secolo, al di fuori della rete amministrativa della Francia, la parola comune è stata associata a esperimenti socialisti e comunisti e, in un senso più evidente, a tutti i tipi di progetti e comunità utopici: Owen, Fourier, Oneida, Amana, Modern Times. C’è stato un crollo lungo alcuni decenni nella prima parte del XX secolo, e poi, per confondere ulteriormente le cose, sono arrivati gli anni ‘60. La definizione della parola «comune» finisce per molti nordamericani da qualche parte nel 1972, in un turbinio di cattivo acido al mandarino, di amore libero e della famiglia Manson. Ciò non significa che non ci sono stati alcuni progetti importanti. Tra i più interessanti, troviamo i Kommune I (1967-1969) a Berlino Ovest e il contributo dell’utopia Dreamtime Village nel Winsconsin. Ci sono state migliaia (probabilmente decine di migliaia) di comuni durante i due secoli passati: comunità intenzionali, collettivi, cooperative, ognuno con il pro- prio “collante”, ciò che ha riunito le persone e "attaccato” le une alle altre. Nella maggior parte dei casi, questo collante è stata un mix di politica, anarchismo, comunismo, utopismo, sentimenti religiosi (di solito eccentrici), forme di vita, 67 bisogno, droga, sesso o semplicemente un mero detestare la cultura dominante. Quindi, cosa è esattamente una comune? Chi diavolo lo sa? Il problema non è la vaghezza con cui la Comune è compresa; piuttosto, è la mancanza di teoria (e esperienza) che fornirà sfumature a questa vaghezza. L’idea di comune si è persa o si è diluita come risultato di un travagliato contesto storico e quindi facilmente recuperabile nelle forme recentemente assunte. Infine, proprio come la democrazia, la comune sembra un relitto sbiadito e vetusto nel museo della teoria anarchica, catalogato sotto la V di vecchiume. La seconda Come sopra, così sotto. Il mio rapporto con la Comune copre diversi articoli sugli eventi di Parigi del 1871 e comprende il mio impegno con- tinuo con l’enigma dell’organizzazione anarchica. Tutte le mie interazioni con il concetto di organizzazioni che operavano in un contesto rivoluzionario erano avvenute sulla carta — ossia in teoria — finché non ho attraversato la regione autonoma curda. Poi le cose sono cambiate. Le riunioni del comune e del consiglio cui ho partecipato variano ampiamente, a partire da un incontro ad hoc di una squadra dì miliziani YPG Vicino al confine turco del cantone di Kobanî ad un consiglio del comune di Sehid Kawa C, a una cerimonia e incontro tra rappresentanti TEV-DEM nei cantoni di Kobani e Ciziré. In ogni caso, ricordo una serie di impressioni simili. In primo luogo, ogni incontro è stato caratterizzato da un senso di obiettivo, di significato. Ai parte- cipanti sembrava chiaro che ciò in cui erano impegnati, il semplice compito di riunirsi insieme - come un comune, come un gruppo di combattenti YPG - por- tava dentro di sé un seme, un futuro possibile, per la Siria settentrionale, forse per il pianeta. Molte persone hanno commentato in tal senso quando chiedevo loro le opinioni su queste forme politiche. Una donna che ho incontrato a Pa- rigi in un incontro HDP ha fatto del suo meglio: «Stiamo qui reinventando la politica, nei fatti il mondo». Questa percezione, che potrebbe facilmente fa- vorire l’arroganza, sembrava invece produrre una mentalità di determinazione silenziosa in questi partecipanti. Queste persone non erano ricche, lavoravano duramente in un’area dove c’era poco lavoro. I volti degli uomini erano tesi e scavati per le lunghe ore trascorse sotto il duro sole del Medio Oriente. Le mani delle donne erano al tempo stesso delicate e ruvide: con calli e ferite, ma anche con lavanda e profumo. Le voci, i gesti e i volti dei rivoluzionari durante gli incontri erano intensi, concentrati, seri. C’era gentilezza, abbracci per un giovane adulto disabile allo sviluppo, un momento trascorso con una madre che aveva, perso un figlio nell’assedio di Kobanî, e rispetto; come se ognuno parlasse in occasione del corteo funebre delle silenziose ceneri dei loro coetanei. C’era anche la speranza, una quantità che la storia ha tanto negato agli anarchici e che alcuni di noi hanno recuperato — non come eventualità — ma come diritto di nascita. Questa gente credeva di poter cambiare la propria vita, la pro- pria comunità; molti credevano che potessero cambiare (e stare per cambiare) il mondo. Infine, e soprattutto, in ognuno di questi incontri c’era un senso schiac- ciante dell’ordinario. Quando citavano l’autorità cantonale, queste persone ne parlavano in modo laconico come anti-governo o anti-regime. Avevano visto e partecipato a grandi cambiamenti sociali e alla sperimentazione, e nel corso di questo processo era diventato comune, come un pranzo. Questo non vuol dire che non ci fosse gioia, tutt'altro. Piuttosto, ciò che era assente veramente era la paura, e in questo senso si può dire veramente che la rivoluzione sociale nel Rojava era transitata in una fase di maturità e stabilità: l’unica condizione a breve termine era la sconfitta di Daesh. Alcuni teorici avevano sopravanzato l’idea di comune, da direzioni eccentriche, post-sinistre. Peter Lamborn Wilson in TAZ e Utopie pirate sottolinea le ques- tioni del tempo e del fallimento/successo in rapporto alla comune, rifiutando nettamente, come doveroso, il ragionamento tecnocratico secondo il quale più la comune dura, più avrà successo. In TAZ, offre una formulazione specifica di una nuova idea di comune, un incontro temporaneo — ore, forse minuti — segnato dalla gioia e dalla convivialità. Un incontro autonomo perché indipendente e libero per quanto possibile dai vincoli del capitale e dello stato. È importante da capire: la comune è conflittuale, non sottomessa, ecco la base della sua au- tonomia. Invece di delimitare il concetto di comune o di cercare di ridefinirla, io credo sia una strategia più corretta sfocarne il concetto. Vorrei dire che non importa se sia un falansterio con tutta la fauna fourierista al completo oppure un incontro tra amici per rivivere i vecchi momenti o crearne di nuovi, sempre comune è. Perché delimitare qualcosa, perché abbellirla se si presenta come un modello praticabile di organizzazione? Priva di definizione, invece, possiamo avanzare a piccoli passi come un bambino in direzione di una comprensione del modo in cui funziona e di cosa sia inutile nel modello di comune. Mi sembra un passo potenzialmente più promettente verso un impegno di sperimentazione sociale e al contempo di forte contestazione sociale. Infine, su un macro-livello, può ritornare una teoria del federalismo. Se il mod- ello di comune ha un qualche significato, allora il federalismo non è poi così lontano. Ciò riconduce l’anarchismo alle sue radici filosofiche, in particolare Proudhon, ma anche a Pi y Margall e Bakunin. Il potenziale insurrezionale del federalismo sembra notevolmente sottovalutato. Il movimento per dividere la società in unità più piccole e più piccole, la federazione di queste unità per comune accordo e il potenziale di cooperazione economica e di autodifesa condi- visa, rendono il federalismo uno strumento potenzialmente scoraggiante, sebbene piuttosto spuntato. Si noti che l’attuale uso del federalismo — l’accumulo di potere, ricchezza e sapere da parte dello Stato-nazione al fine di controllare e dominare le popolazioni sottomesse — è proprio l’opposto della definizione storica standard del concetto. È stato Pi y Margall, il nonno non-anarchico dell’anarchismo spagnolo, nel suo lavoro del 1854 La Reaccion y la Revolucion, a dare la parola finale alle potenzialità del federalismo: «La costituzione di una società senza potere è l’ultima delle mie aspirazioni rivoluzionarie: dividere e suddividere il potere [per] distruggerlo». [21] La formazione di comuni sembra anche una strategia vitale del mondo reale in quanto realizza due funzioni immediate. In primo luogo, possono agire da supporto, da spina dorsale per il movimento dei militanti da utilizzare rapida- 69 mente in aree dove potrebbero essere richieste le loro attività. In questo modo possono funzionare tanto come hanno fatto negli Stati Uniti le librerie, gli infos- hop e gli spazi alternativi nell'ambiente anarchico degli ultimi decenni, o come i comuni a Kobani durante l’assedio. Le loro risorse possono aiutare nella forni- tura di riparo, di cibo, di assistenza medica e di comfort per i combattenti. Le comuni possono inoltre fornire un’informazione preziosa sulle condizioni locali, sull’applicazione delle leggi e contribuire a identificare quegli obiettivi partico- larmente più pericolosi per la comunità. Detto nell’attuale gergo militare, un tipo di comune può non essere un’arma, ma può funzionare come piattaforma d’armi per i dinamici combattenti anarchici. In secondo luogo, le Comuni offrono ai membri sedentari del giro un laboratorio, un ambiente dove sperimentare nuove idee, nuove forme, piantando, in forma protoplasmatica, i semi delle istituzioni rivoluzionarie ancora da venire. Le co- muni sono vivai dove si instaurano le insurrezioni in erba. Analogamente, ma non meno importante, vi è la possibilità che le comuni contribuiscano a com- pensare l’attrito che ha afflitto l’anarchismo fin dalla nascita come movimento politico. Una vita dedicata alla libertà è difficile da sostenere, e la maggior parte degli anarchici [che possono] alla fine subiscono la chiamata di Cthulhu di auto nuove, grandi case e vite sperperate. All’età di 55 anni ho visto migliaia di anarchici che vanno e vengono; solo i troppo testardi o anti-sociali, come i miei amici e me, sembrano rimanere. Le comuni possono sopportare questa deriva producendo un ambiente sociale adeguato alle varie difficoltà del tipo di personalità anarchica e distribuendo risorse per l’assistenza alle vere questioni planetarie quali cibo, tetto, parto e allevamento, solitudine, malattia, vecchiaia e morte. La comune è un verbo. Il comune è una questione. L’altra cosa L’anarchismo è andato alla deriva sin dalla fine della seconda guerra mondiale. Con poca comprensione delle sue radici, della storia e delle lotte, la maggior parte di noi ha fatto il meglio che potevamo con quello che potevamo rintracciare. Non c'erano organizzazioni da criticare o cui aderire; era abbastanza difficile trovare anarchici a New York nel 1984. Eravamo orfani. La situazione è cambiata: ci sono più anarchici, sono più facilmente contattati e l’esplosione delle informazioni ci ha riportato la nostra storia. Inoltre, le notizie dalla Grecia, dal Rojava, dall’Europa, insomma da quasi ovunque, sembrano andare nella nostra direzione. Chi si trova al loro interno ha quindi alcune scelte da fare su dove riporre energia, dove investire tempo e sforzo, ovvero: che fare? Ci sono almeno tante possibili risposte a questa domanda poiché ci sono anarchici ormai vivi. Come mia risposta, suggerisco: Formare le comuni democratiche. Federarle. Essere pronti. T0CHAPTER 7. LA DEMOCRAZIA E LA COMUNE: LA PRIMA E LA SECONDAPAUL SIMONS Chapter 8 Kurdistan I paradossi della liberazione Janet Biehl Dal 2014 attivisti, indipendenti di sinistra e operatori sanitari hanno attraver- sato il fiume Tigri per conoscere meglio quello che avveniva nel Rojava, l’enclave multietnica indipendente nella Siria settentrionale. Là il popolo curdo, le cui as- pirazioni erano state calpestate da generazioni in tutto il Medio Oriente, stanno costruendo una società con una struttura istituzionale basata sulla democrazia assembleare/conciliare e un impegno per la parità di genere. Il fatto più rile- vante è che tutto è realizzato in uno stato di guerra brutale (la società si difende contro i jihadisti da Al Nusra al Daesh) e si trova sotto un embargo economico e politico (da parte della Turchia a nord). Chiunque aspiri a un’utopia sulla terra è destinato a finire deluso, data la natura degli esseri umani. Ma gli osservatori arrivati nel Rojava, che ammirano le notevoli conquiste realizzate in quei luoghi, notano subito qualche aspetto che molti trovano inquietante: tutti gli spazi interni (con la rilevante eccezione degli edifici dell’autogoverno) espongono alle pareti un’immagine di Abdullah Ocalan, il leader in carcere del PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan). Il disagio nasce dai ricordi dei vari dittatori del secolo scorso — Stalin, Hitler, Mao Ze- dong — i cui ritratti erano dappertutto nei vari paesi che avevano tormentato. Soprattutto i visitatori che avevano vissuto di persona una tirannia sì sono trovati a disagio. Un delegato di origine cubana, nel corso della mia visita nell’ottobre 2015, disse che quelle immagini gli ricordavano i ritratti di Castro, mentre i delegati libici avevano in mente le onnipresenti immagini di Gheddafi. Quel disagio può acuirsi perché gli ospiti lodano spesso Ocalan. Una dei diri- genti del Tev-Dem (Movimento della società democratica del Rojava), Aldar Xelil ha dichiarato: «La filosofia della nostra amministrazione si basa sulle idee e la filosofia del nostro leader Ocalan. I suoi libri sono un riferimento fonda- mentale per noi». Pamyan Berri, co-direttore dell’Accademia della letteratura e della lingua curda di Qamishli, ha detto alla mia recente delegazione: «Ocalan è la personalità più importante. Noi ricorriamo ai suoi libri per insegnare la storia, la lingua, tutto». I suoi testi fanno parte del piano di studi di quella e di altre accademie, come chiamiamo gli istituti scolastici qui (il calendario scolastico in queste accademie prevede solo poche settimane o pochi mesi di fre- quenza, insufficienti per una ricerca approfondita, una valutazione o una critica, ma sufficiente per inculcare un sistema fideistico. Si tratta di istruzione o di in- dottrinamento? ci si inizia a chiedere). Uno dei delegati continuava a chiamare le numerose citazioni delle idee di Ocalan «proclami emanati». Un sistema dal basso creato dall’alto Questa generale riverenza sorprende soprattutto a causa dell’impegno per l’autogoverno democratico del Rojava. Ma allora, il padre di quella democrazia dal basso è lo stesso Ocalan che l’ha con- cepita in carcere e l’ha proposta al movimento curdo, che dopo vari anni di dibattito l’ha accettata e ha cominciato ad attuarla in Siria come in Turchia. Si tratta di un sistema di gestione dal basso generato dall’alto: è un paradosso che finora fa girare la testa agli osservatori. Ma il sincero idealismo della gente di questa piccola comunità assediata offre al visitatore anche un momento di pausa. Non si vede nessun segno tangibile di dittatura, di gulag, anzi, l’ideologia prevalente, quella prescritta da Ocalan, aborre lo Stato in quanto tale. Al “Vertice del Nuovo Mondo” svoltosi a Derik nell’ottobre del 2015, la governatrice di Cizire, Hadiya Yousef, ha così sinte- tizzato per noi l’ideologia dominante: rifiuto della modernità capitalista che fa prevalere il denaro e il potere sul popolo, poiché la classe dei suoi padroni schi- avizza la maggioranza e disgrega la comunità con lo sfruttamento e il dominio. Il suo messaggio è «contro la comunità, per l’individualismo, il denaro, il sesso e il potere». È il Leviatano, ci ha detto, il mostro. Ha poi continuato, spiegando come partendo dal fatto che la vita umana è in- delebilmente sociale, il Rojava cerca di costruire un’alternativa. Contro il Levi- atano si mobilita il popolo perché si gestisca da solo. Contro l’individualismo e l’anomia dell'Occidente valorizza la solidarietà comunitaria; contro il colo- nialismo e il razzismo sostiene l’autodeterminazione dei popoli e l’inclusività. Contro lo Stato (comprese le repubbliche costituzionali e le sedicenti “democra- zie’ rappresentative) insegna le pratiche della deliberazione e della scelta demo- cratica; contro la competizione capitalistica insegna la cooperazione econom- ica. Contro la «riduzione in schiavitù» (come l’ha chiamata) capitalistica delle donne, insegna la parità dei sessi. E in effetti le donne svolgono un ruolo straordinario nella rivoluzione, in campo sociale, politico e organizzativo; la leadership è sempre doppia, di un uomo e di una donna, in ogni ruolo, e le assemblee hanno il 40% di quorum di genere. I centri delle donne nei villaggi e nei centri urbani mostrano come tutte le donne in questa società non siano soggette al dominio patriarcale; il sistema (che ha tre lingue ufficiali, curdo, arabo e assiro) accoglie mussulmani e cristiani, arabi, curdi, siriani e altri. L’altro governatore del cantone di Cizire, Sheikh Humeydi 73 Denham, che porta in capo la kefiah bianca e rossa, nel corso del vertice ha dichiarato di accettare le «diversità culturali e religiose» e che «questa ammin- istrazione è la salvezza per noi e per tutta la regione». Alle radici di questa gestione emancipatrice in una società molto circoscritta c’è l’ideologia proposta da Ocalan, che è la forza motrice della rivoluzione. Dato che il Rojava è completamente tagliato fuori dal mondo a causa dell’embargo e della guerra, la stessa rivoluzione è un trionfo della volontà sulle circostanze. È un’attestazione di quello che è possibile realizzare con la sola forza di volontà. Quello che al Rojava manca in termini economici viene compensato dalla co- scienza, dalla volontà e dall’ideologia — o dalla «Filosofia», come la chiama Yousef. L’immagine dell’ispiratore e la sua Filosofia incarnano l’impegno condiviso della società nei confronti del nuovo sistema. «I ritratti negli altri paesi non sono come da noi», spiega Yousef. «Per noi non sono un legame con lui come persona e come individuo. Sono un legame con la Filosofia, la mentalità per rifondare la società». Certo, la gente rispetta la lotta personale di Ocalan, ma è stato anche grazie a lui «che siamo riusciti a far progredire la nostra società e a difendere noi stessi e la nostra autonomia. È stato possibile solo grazie alle sue idee». La decisa convinzione ideologica della società, ha osservato di recente un ricer- catore di Cambridge, Jeff Miley, dà forza alla mobilitazione militare. Il coman- dante dell Unità di Protezione Popolare (YPG), Hawar Suruc, afferma che nella difesa di Kobane nel 2014-15 gli attacchi aerei della coalizione guidata dagli Stati Uniti «sono stati di aiuto, ma |...] la filosofia e lo spirito del leader Apo (soprannome di Ocalan, ndr) è l’espressione più alta della resistenza di Kobane. È stata la lealtà dei martiri verso il movimento e verso Apo» che ha fatto in modo che le forze della difesa sconfiggessero Daesh. L'efficacia di una rivoluzione etica Dunque la coscienza è un prerequisito di ogni rivoluzione. Non inevitabile, al contrario, per generazioni di marxisti: saranno le forze sociali storicamente determinate a spingere necessariamente in avanti il cambiamento sociale fondamentale, mentre la gente sta seduta ad as- pettare. «I più importanti sviluppi storici», come ha osservato lo stesso Ocalan, «sono il frutto di idee e mentalità efficaci». La coscienza che rende possibile la rivoluzione del Rojava è per di più una coscienza etica, che cerca di riformare il modo di pensare e il comportamento delle persone, in linea con le elevate aspi- razioni sociali e politiche della Filosofia. La quale è così necessariamente anche una forza morale, come ci ha detto Yousef, e indica «i criteri in base ai quali si devono decidere tutte le questioni». In questo riecheggia il pensiero di Ocalan, che nell’edizione inglese del suo libro dal titolo Roots of Civilization, ha scritto: «Serve una nuova etica per un nuovo inizio [...]. Si devono riformulare nuovi cri- teri morali, che vanno istituzionalizzati e fissati per legge» (p. 256). L'aspetto più interessante è che la Filosofia è una forza morale contro il capitalismo. Mur- ray Bookchin, il teorico radicale americano che ha influenzato Ocalan, un tempo aveva auspicato un’«economia morale» contro l’economia di mercato, identificando etica e socialismo. Ocalan concorda: «Il socialismo va visto come qualche cosa da applicare nel momento come massimo stile di vita etico e politico |...]. Il socialismo |...] è l'ideologia di una libertà etica e collettiva». Per questo a Rojava, come spiega Yousef, «la vita comune e comunitaria costituisce la base morale della società». Il sistema scolastico», ci ha detto, «punta a stabilire uno spirito comunitario». AIl’Accademia curda di Qamishlo, ho visto un libro di testo per gli otto-nove anni che istilla i valori comunitari società: l’importanza della considerazione reciproca, per la natura, per le donne. Ovviamente, per riformare il popolo secondo linee morali, si deve cominciare dai bambini. Pochi giorni dopo la mia partenza da Rojava, mentre ero a Londra, ho conosciuto Boris, un giovane della Bielorussia, e gli ho parlato di quel libro di testo. Boris mi ha detto che nell’ultimo decennio del secolo scorso era cresciuto con testi sco- lastici di taglio morale come quello, rimasti così dai tempi dell’Unione Sovietica — e che l’avevano convinto a essere l’esatto opposto di quello che intendevano. Infatti la natura umana è intricata e complessa e una volontà consapevole porta facilmente sulla strada sbagliata. Programmi con le migliori intenzioni di rifor- mare il popolo sono naufragati, come mi ha ricordato la storia di Boris, contro gli scogli di conseguenze non volute. In realtà gli ordini sociali costruiti secondo ideologie politiche si sono per lo più allontanati della visione originale, spesso trasformandosi nel contrario. Lo attestano i vari esiti tirannici dell’originale visione emancipatrice del marxismo; lo attesta l’idea individualista, che era un’idea di liberazione ai tempi di John Locke, e che oggi prende la forma di un egoismo rapace e amorale; lo attesta l’ideale di Adam Smith di un libero mer- cato entro limiti morali che ha prodotto un’enorme baratro tra ricchi e poveri. Quanto a insegnare l’etica, non sembra che sia una proposta facile. Qualcuno l’accetterà con entusiasmo, da Vero credente, qualcuno l’avvallerà, qualcuno l’accetterà passivamente, qualche altro non sarà d’accordo, ma resterà zitto, ma altri esprimeranno apertamente il proprio dissenso. Perfino in una società utopica ci sarà chi non vuole accettare la realtà del consenso e secondo me sarà suo diritto dissentire. Per questo qualsiasi società che si organizzi in base all’ideologia comunitaria deve affrontare la questione dell’autonomia individuale rispetto alla comunità nel suo insieme. Come fa una società collettiva a gestire la libera volontà e il dissenso degli individui? È evidente che società edificate seguendo ideologie emancipatrici si sono rivelate profondamente illiberali. Un filosofo polacco del secolo scorso, Leszek Kolakowski, aveva addirittura scritto: «Il diavolo [...] ha inventato gli Stati ideologici, cioè quelli la cui legittimità si fonda sul fatto che i loro detentori sono detentori della verità». Infatti, «se tu ti opponi a uno Stato del genere e al suo sistema, sei un nemico della verità» (in Modernity on Endless Trial, p. 189). Nel Rojava, se l’ideologia di Ocalan è considerata la verità, che cosa succede a chi non è d’accordo? Yousef, per esem- pio, mette la comunità davanti a tutto, presumibilmente prima dell’autonomia individuale. «Nella vita umana non c’è niente di più importante della comu- nità», afferma, con un tono che sembra quello dei Veri credenti. «Rinunciare alla comunità significa rinunciare alla propria umanità». Per lei, «gli individui aderiscono al comune con la propria libera volontà nella misura in cui ha un valore morale». Secondo lei libera volontà significa scegliere liberamente di sot- 15 tomettersi alla comunità. Un dubbio sulla libertà di stampa Ho avuto un altro momento di dubbio nel corso di una discussione sull’attività editoriale, che sta appena nascendo nel Rojava. Il nuovo editore ha pubblicato l’anno scorso un libro di poesia în curdo che non avrebbe mai visto la luce sotto il regime. Sono in corso di stampa altri due titoli, ci ha detto la ministra della cultura di Cizire, Berivan Xalid, e qualche altro è in programma per l’anno prossimo, con tirature di un migliaio di copie ognuno. Ma leggendo un libro che conteneva le norme recenti (preso nella sede del consiglio legislativo di Cizire) mi è capitato di leggere una norma sull’editoria, che dice che tutti gli editori devono avere un’autorizzazione, che una commissione del ministero della Cultura deve decidere quali libri pubblicare, e che la commissione deciderà «l’idoneità dei libri alla diffusione e la compati- bilità alle norme di legge e l’adeguatezza alla morale della società». Che vuol dire «morale della società»? Me lo chiedo, ricordando che la Filosofia alla base del Rojava è una filosofia morale. Ero accanto alla ministra Xalid, così le ho chiesto il significato di quella frase. Mi ha risposto che non si può pubblicare nessun libro che favorisca il sesso tra adolescenti prima del matrimonio. «È la nostra cultura», mi ha spiegato. Ma la frase non parla esplicitamente di sesso tra adolescenti, e così le ho anche domandato se qualcuno potrebbe pubblicare un libro che sostiene che «lo Stato è buono» o che «il capitalismo è buono». Mi ha risposto (attraverso l’interprete, ovviamente): «Noi dobbiamo rispettare le tradizioni della nostra società. Gli adolescenti non possono andare a letto insieme. Non si promuove il sesso tra minorenni prima del matrimonio». Las- ciando perdere la questione del sesso tra minori, io penso che la rivoluzione del Rojava si rafforzerebbe chiarendo il significato di quella norma oppure eliminan- dola. È potenzialmente una scappatoia per sopprimere l'autonomia individuale degli scrittori e quindi quella dei singoli e il dissenso. Secondo me, si dovrebbe lasciare spazio alla critica. Lasciamo che si pubblichino libri sul capitalismo — come altri libri che lo criticano. Lasciamo che il dissenso sia ammesso e au- torizzato. Il paradosso è che la via verso la solidarietà democratica passa dalla legittimazione del dissenso. Lasciamo che il Rojava accetti il pluralismo e la di- versità, non solo sul piano etnico, ma a quello minimo dell’individuo. Ma forse il mio è un giudizio presuntuoso e la mia preoccupazione è esagerata. Lo Stesso Ocalan quando scriveva in prigione si è dichiarato favorevole all’individualismo. Nel suo testo citato si lamenta che da tempo immemorabile le religioni hanno perseguitato e ucciso chi pensava liberamente. "Rafforzare l’individualità — e così affermare un giusto equilibrio tra indi- viduo e società — può liberare notevoli energie. Energie che possono avere un ruolo rivoluzionario e liberatorio in tempi nei quali le società conservatrici e reazionarie, che soffocano l’individuo, si stanno disgregando. È questa la po- sizione giustificata dell’individualismo, di progresso nella storia." KURDISTANI PARADOSSI DELLA LIBERAZIONEJANET BIEHL Nemmeno la Filosofia di Ocalan è sempre coerente. Negli anni che ha trascorso in prigione, ha cambiato opinione su molti aspetti. Nel suo libro, per esempio, ha perfino lodato il capitalismo: «Nonostante queste caratteristiche negative, dobbiamo ammettere la superiorità della società capitalistica. Il suo contesto ideologico e materiale ha superato tutti i sistemi del passato» (p. 197). Inoltre: "Malgrado tutti i suoi vistosi difetti, il capitalismo è stato chiaramente preferito al socialismo [si intende il socialismo reale] proprio in ragione della sua atten- zione per i diritti del singolo e per i criteri consolidati di libertà individuale (p.238)." To penso che la presenza di queste incongruità nella Filosofia di Ocalan sia vantaggiosa per il Rojava come società. Un’ideologia che contraddice sé stessa più difficilmente si trasformerà nel diavolo di Kolakowski, perché vi possono trovare conferma opinioni differenti e perché entrambe le parti possono citare i suoi scritti, le persone devono riflettere sulle varie questioni, discuterle e svis- cerare le proprie differenze come individui autonomi. La diversità politica del Rojava Non posso fare a meno di osservare che al- cuni importanti esponenti dell’autogoverno democratico del Rojava non sono del tutto d’accordo con la Filosofia come la presenta Hadiya Yousef. Nel corso delle mie due visite, ho sentito due personalità ufficiali parlare di economia in termini che non sono del tutto anticapitalisti. Nel dicembre 2014 Abdurrahman Hemo, allora consulente per lo sviluppo economico di Cizire, ha dichiarato alla del- egazione accademica che i cantoni avevano bisogno di investimenti dall’esterno per sopravvivere. À norma di legge, ha spiegato, quell’investimento dovrebbe conformarsi alle norme dell’economia sociale e arrivare alle cooperative. Ma funzionerebbe in pratica? Ho qualche dubbio. Lo scorso ottobre Akhram Hesso, il primo ministro di Cizire, ha dichiarato alla delegazione del vertice che il Rojava ha un’economia «mista», «con attività pri- vate e pubbliche nello stesso tempo». È come l’economia «sociale di mercato» in Germania, ha detto con un tono di approvazione, con una parità tra pro- prietari di fabbriche e operai. Stranamente questa economia ideologicamente anticapitalista ha almeno un dirigente che non è d’accordo con il programma contro il capitalismo. Che Hesso faccia parte dell’ENKS (Assemblea nazionale curda della Siria), la coalizione di opposizione, e non del PYD, in linea con la Filosofia, è un’altra prova della diversità politica del Rojava. Senza dubbio nei prossimi anni l’economia del Rojava e molte altre questioni saranno messe in discussione, all’interno e all’estero. La mia speranza è che la stima della società nei confronti di Ocalan sia anche la stima per affermazioni come questa: «Uno degli elementi importanti della democrazia contemporanea è l’individualità — il diritto di vivere come individuo libero, libero dal dogmatismo e dalle utopie, pur conoscendone la forza» (p. 260). E spero che la gente del Rojava, come pure chi visita quei luoghi, consideri le immagini di Ocalan sui muri e ripensi TT al suo appello per «una discussione aperta sulla contraddizione tra individuo e società», senza la quale «non è possibile risolvere la crisi in corso della civiltà», e la sua affermazione della necessità di «trovare un equilibrio tra questi due poli» (p. 207). Citare Ocalan a favore della libertà individuale al dissenso: è une dei più sconcertanti paradossi del Rojava. Traduzione italiana di Guido Lagomarsino per «A, Rivista anarchica» CHAPTER 8. KURDISTANI PARADOSSI DELLA LIBERAZIONEJANET BIEHL Chapter 9 Dilar Dirik e la rivoluzione delle donne curde a cura di Norma Santi Nelle prime due settimane di Marzo, la sociologa curda Dilar Dirik, ha tenuto diverse conferenze presso alcune università italiane sviluppando alcuni aspetti del movimento di liberazione curdo, con particolare attenzione al movimento delle donne curde e alla jineologia, scienza 0 paradigma delle donne. In occa- sione di questo viaggio ho incontrato — a Roma il 12 marzo 2016 — Dilar che, prima di partire, ha lasciato un suo contributo poi pubblicato in due puntate su «Umanità nova». Dilar Dirik è ricercatrice al Dipartimento di Sociologia presso l’Università di Cambridge. Laureata in Storia e Scienze politiche, seconda laurea in Filosofia, ha scritto una tesi in Studi internazionali în cui ha confrontato il sistema dello stato nazione e del confederalismo democratico, dal punto di vista della liber- azione delle donne, con uno sguardo alle diverse linee politiche in tutto il Kur- distan e monitorando la rivoluzione in Rojava. Traduzione in italiano a cura di Irene Sirchia. Quando parliamo di tentare di destabilizzare un sistema Quando par- liamo di tentare di destabilizzare un sistema, cosa che sarebbe liberatoria per molte parti della società, è importante rendersi conto che, prima di ogni al tra cosa, dobbiamo iniziare una rivoluzione mentale poiché possiamo constatare come il sistema educativo, la meccanicizzazione dei nostri pensieri e del loro flusso, siano strutturati per generare oppressione, patriarcato e diverse forme di violenza persino istituzionalizzate nella nostra mentalità. Violenza e oppressione sono via via diventate naturali, interiorizzate e normal izzate nelle nostre menti, per questa ragione tutto questo ha avuto inizio. Pos- siamo constatare che oggi le istituzioni dominanti contribuiscono a perpetuare forme di oppressione come razzismo, sessismo e differenza di classe e non sono state concepite per consentire di analizzare criticamente e invertire il mecca- nismo di oppressione, guerra, povertà, morte e ingiustizia. In questo senso il movimento delle donne curde crede in particolar modo che si debba formulare un nuovo paradigma di lotta che non è solo orientato a essere contro qualcosa, come ad esempio capitalismo e stato, ma anche a lavorare su costruire e per qualcosa. Qual è l’alternativa che costruiremo al posto dello stato, del capital- ismo e così via? In tal senso abbiamo bisogno di qualcosa che abbia lo stesso meccanismo della scienza, ma che sia contrario a come l’attuale scienza sociale lavora. Deve fon- damentalmente cambiare il modo in cui noi comprendiamo la società perché non possiamo usare la stessa epistemologia e le stesse categorizzazioni per costruire un mondo nuovo che ha bisogno di un processo creativo prima di tutto ed è difficile immaginarlo specialmente in paesi di tradizione capitalista. La sinistra fallisce nell’organizzazione perché cè una mancanza di immaginazione di come potrebbe apparire un mondo nuovo. Prendiamo l’esempio del femminismo, che nell'Accademia è diventato così astratto, così centrato sulla destrutturazione che in realtà non fornisce alcun sostegno nella vita di molte donne della comunità perché persino il linguaggio è inaccessibile e i concetti sono così astratti e teorici che in pratica non fanno molto per la giustizia sociale come invece faceva orig- inariamente la lotta femminista. Come possiamo avere dunque un nuovo tipo di linguaggio e femminismo, che possa essere coinvolgente e avere impatto sulla vita, ad esempio, di mia nonna, della mia vicina, della donna che muore di fame per strada o che ha dieci figli? L'Accademia purtroppo è concepita per tenere sotto controllo i pensieri di sinistra e radicali. L’idea di democrazia, ad esempio, è stata data in mano a poche persone che sono molto distaccate dalla società e dalla comunità. A tale proposito, con la Jineologia, noi vogliamo rendere visibile un nuovo approccio alla scienza, un nuovo paradigma su come la scienza sociale può funzionare, che può non solo capire la società ma analizzare veramente la complessità della società stessa e i meccanismi che la rendono così com'è, pi- uttosto che concentrarsi solo sull’interpretazione di classe o l’interpretazione di genere. Come possiamo davvero capire la società e soprattutto come possiamo costruire una nuova società? Ad esempio il femminismo tende a destrutturare il genere. Ma su quale modello? Quale potrebbe essere l’alternativa? Questo analizzando i collegamenti non solo ontologici ma anche jineologici tra gerarchia e stato, democrazia, concetto di proprietà e il collegamento tra potere e conoscenza e come questo impatta, soprattutto sulle donne, la Natura, le comunità indigene e i poveri. Il movimento delle donne curde ha iniziato ad approcciare in maniera diversa alla scienza con attenzione alla Jineologia. “JiN” in curdo vuol dire donna e la jineologia non è una nuova scienza ma piuttosto un nuovo paradigma di come noi pensiamo alla scienza, come lo facciamo, che metodo possiamo usare, quale può essere la metodologia in un sistema che usa questo stesso metodo per creare più ingiustizia. Come possiamo decolonizzare il sistema che utilizza l’attuale scienza sociale, come possiamo dare valore a ogni fonte di conoscenza? Perché oggi noi vediamo istituzioni come le università, edifici quadrati nei quali 81 la conoscenza può essere venduta, quindi tu vai lì, paghi e ottieni la conoscenza, ottieni un lavoro e diventi parte del sistema capitalista. Ma noi pensiamo che un’idea di scienza e conoscenza che può essere venduta e acquistata sia la prima fonte di problemi. Cos'è la conoscenza, come possiamo considerare la conoscenza? Per il nostro attuale sistema è soltanto costituita da fatti che pos- sono essere misurati, che possono essere articolati in numeri, lettere o formule quindi questa è la verità, questa è la realtà, perché posso misurarla, uno più uno fa due ma, in realtà, la vera conoscenza è fatta di saggezza. Faccio ancora l'esempio di mia nonna che vive in un villaggio in montagna e altre persone che hanno trascorso la loro vita per secoli qui rendendola via via migliore. Le cose che lei vive e fa e pensa e sente sono anch’esse fonti di conoscenza ma a queste noi non diamo valore. Vediamo il folklore come qualcosa che semplice- mente non è serio perché non contribuisce a questa idea lineare di come la storia dovrebbe funzionare. Ad esempio la storia delle nazioni è il risultato di una corrente di pensiero che crede che fondamentalmente la scienza debba essere un percorso lineare e lo stato, la nazione sia il culmine dell’evoluzione e fine di questo percorso, che lo stato sia il progresso, la civilizzazione, la fede e la più alta espressione del progresso umano. Questo è il frutto anche della divisione soggetto e oggetto, di un dualismo, secondo cui, l’uomo è soggetto e la natura è oggetto. L’uomo specialmente nell’era moderna, legittimato da pensatori come Francis Bacon e René Descartes, incrementa questo pensiero dicotomico per cui l’uomo è la mente, soggetto, e la donna è il corpo, l’oggetto; la mente è il soggetto, l'emozione è l’oggetto: lo stato è il soggetto e la comunità, la soci- età sono l’oggetto. Questo genere di dicotomia che implica fondamentalmente una gerarchia, in pratica, legittima la dominazione e la schiavitù e naturalizza questi concetti facendo sì che, molti movimenti, incluso il PKK, siano arrivati a pensare che lo stato significa libertà, che essere uno stato significa progredire, svilupparsi, significa la fine della nostra oppressione. Questa sorta di pensiero ha portato a convincerci che siamo oppressi perché non abbiamo uno stato, quando, in realtà, è lo Stato il problema. Dunque quando sono stati uniti i concetti di comunità e stato, nazione e stato, libertà e stato, indipendenza e stato, è nato il primo problema della società. Possiamo dunque constatare come l’idea che ab- biamo di storia e il modo di pensare il nostro lavoro sociale siano frutto di questo meccanismo di pensiero. Quindi il nostro approccio con il progetto di Jineologia è un nuovo modo di pensare, un esperimento, un nuovo metodo di discussione. Non crediamo di avere una nuova scienza rivoluzionaria, abbiamo solo un nuovo modo di interpretare la scienza, di dare valore alla conoscenza, di riarticolarla cercando di sovvertire il meccanismo gerarchico che le unisce al potere. Cosa possiamo fare in pratica. Ad esempio noi ascoltiamo tutti, promuoviamo ogni interazione tentando di avere un linguaggio accessibile che non significa un lin- guaggio povero perché non ragioniamo in termini di basso e alto, ma vogliamo che persone come mia nonna, che io amo molto, capiscano cosa diciamo e che vogliamo acquisire conoscenza e imparare ad queste persone. Quindi cerchiamo di sovvertire la gerarchia di chi sa qualcosa su chi non la sa, cerchiamo di rendere il flusso di conoscenza più organico e orizzontale. Vogliamo dare valore a ogni esperienza e a ogni voce non in un'ottica di relativismo culturale per cui questa  9. DILAR DIRIK E LA RIVOLUZIONE DELLE DONNE CURDEA CURA DI NOR) è un opinione e questa è un’altra, ma ci basiamo sull’idea che alcuni principi non debbano essere messi in discussione come ad esempio la liberazione delle donne, ecologia e razzismo. La nostra scienza è dunque connessa anche al tipo di società che vorremmo creare. Noi non ci limitiamo a parlare, categorizzare o analizzare, questo infatti è il problema della scienza sociale attuale che si limita a spiegare, evidenziare un fenomeno, farci ciò che vuole, renderlo gradevole e venderlo 0, meglio ancora, metterci sopra un brevetto. No, noi questo non lo vogliamo. Noi vogliamo venire fuori anche con delle alternative unendo tutte le nostre esperienze perche pensiamo che si debbano includere tutte le persone che sono state escluse dal produrre e riprodurre conoscenza perché la conoscenza è stata loro rubata e poi venduta e loro, in ogni caso, non hanno mai avuto accesso a essa. Questo approccio più egalitario alla produzione, riproduzione e allocazione della conoscenza è un principio fondamentale per una democrazia perché solo se ogni forma di conoscenza viene valorizzata per la sua unicità pos- siamo costruire una società basata su ogni indviduo. Se l’esperienza, la vita di una persona indigena non è valorizzata allo stesso modo di quella di persone all’interno delle università non possiamo neppure avere un’idea di democrazia perché abbiamo già escluso dalle decisioni le persone che contano. Crediamo che ogni tipo di interazione tra esseri umani debba arrivare nell'Accademia perché vogliamo riappropriarci del mondo. Le accademie non dovrebbero essere luoghi fissi, accessibili solo a persone che hanno i soldi e il privilegio per andarci. Noi crediamo che ogni giardino e parco, ogni angolo di strada, ogni stanza, ogni casa possano essere un luogo per auto-educarci, generare conoscenza e utilizzarla per creare una nuova società. "Immaginare un nuovo mondo" Ci sono molte donne nel nord del Kur- distan, così come in Rojava. Stanno aumentando e attirando molta attenzione che dà alle donne nuova felicità ed energia. Ci sono ad esempio le donne che vogliono partecipare alle nuove strutture e alla ricostruzione del Rojava, alle case delle donne, alle comuni, ai consigli o altro, ma anche combattenti sia uomini che donne che ora vengono educati anche alla jineologia. Credo sia interessante sapere come le persone, che combattono contro il sistema del Daesh basato sul fondamentalismo che utilizza la violenza sessuale e lo stupro come motivo di pro- paganda, stiano articolando la libertà attraverso donne che riportano la scienza sociale. Essi vedono in questo il più grande strumento di autodifesa, non le armi che usano dunque bensì un metodo sociologico. In un area molto conservatrice come il medioriente, in un contesto di eserciti di stato e non, è fondamentale la questione della posizione politica, che tipo di pensiero e metodo si vuole pro- porre nella società che si vuole creare. Per questo anche gli uomini vengono educati alla jineologia da donne, e il modo in cui è strutturata, l’educazione, è più una sorta di discussione, di dibattito. C’è generalmente una persona che facilita il processo, ma è una discussione perché è questa che dovrebbe es- sere il metodo principale e sostituire il metodo frontale di trasmissione della conoscenza. Il docente dovrebbe essere anche discente e il discente può essere 83 docente. Nell’Accademia sociale della Mesopotamia a Qamishlo in Rojava le persone non si rapportano tra loro come insegnanti e studenti, ma come amici o compagni, sempre. Questo è importante, a proposito della gerarchia di chi ha conoscenza e chi la riceve, perché è un processo orizzontale. Magari oggi io insegno una cosa perché la conosco e tu no. Ad esempio io non parlo italiano e posso impararlo da una persona che lo parla e questo non significa che io sia in- feriore, ma che posso condividere cose con voi e voi potete condividere cose con me. Questo approccio è una questione di mentalità, di come si percepiscono gli altri, come uguali o meno, di come si possa usare o meno la propria conoscenza come strumento di potere o di abuso di potere. Altri strumenti che utilizziamo sono la critica e l’autocritica, alla fine di ogni lezione, elemento caratterizzante dello spirito della jineologia. L'insegnante viene criticato dicendo, ad esempio, che un fatto esposto non era molto calzante e se ne potrebbe utilizzare un altro. Questa critica non va intesa come qualcosa di negativo, ma di buono e necessario e va accetta non come motivo di abuso ma di collettività, come se ci vengano offerte soluzioni per migliorare. Non ci limitiamo a criticare la persona, ma le offriamo uno strumento per crescere. Facciamo anche autocritica, ed è difficile. Può sembrare semplice, ma criticare le proprie riflessioni è qualcosa che manca totalmente, specie nel sistema capitalista. Questi sono meccanismi di un sistema più democratico. Un altro strumento è il linguaggio. Ho partecipato, ad esem- pio, a una lezione di ecologia all’accademia delle donne. Erano presenti donne giovani e anziane, e qui si delinea la questione delle generazioni. Si parlava di come non si abbia coscienza dell’ecologia perché il popolo non ha possesso del luogo in cui vive, lo stato si impadronisce di tutto e le persone non si sentono parte di un ecosistema. Non si curano di una foresta perché lo stato dice che quella foresta appartiene allo stato e non appartiene al popolo. È perciò difficile di parlare di ecologia in questo posto, ma trovo interessante come l’insegnante abbia chiesto cosa noi pensassimo fosse l’ecologia, cosa significasse per noi. Og- nuno ha detto cosa pensava e questo ha generato un insieme di opinioni diverse ma con tratti comuni e universali. Qui la questione delle generazioni diventa im- portante perché la società, specie capitalista, tende a scartare gli anziani, perché inabili al lavoro, ma ha anche, allo stesso tempo, una tendenza a sottovalutare le parole dei giovani. In entrambi i casi c'è una discriminazione ed è interes- sante notare come al potere ci siano persone appartenenti alla stessa fascia di età. È necessario democraticizzare l’età perché è naturale che ci siano anziani e giovani, chiunque è stato giovane e sarà vecchio. L’idea è quella di valorizzare l’esperienza degli anziani come una fonte di saggezza acquisita con il passare degli anni e valorizzare i giovani come persone che subiscono pressioni differ- enti e hanno idee e prospettive differenti. Non si dovrebbe utilizzare l’età come strumento di potere. Democraticizzare l’età è dunque importantissimo. Noi tentiamo di integrare anche questo, nel nuovo approccio al processo educativo, per renderlo accessibile a tutti attraverso il linguaggio e usando questa nuova relazione con la conoscenza quale fondamento della democrazia. L'obiettivo fi- nale del progetto implementato in Rojava e Bakur è quello di creare una società critica che non abbia bisogno di affidarsi a legge, polizia o stato per rafforzare il concetto di giustizia, ma è essa stessa che genera concetti e idee su come la giustizia dovrebbe funzionare, prendendo decisioni basate su valori e morale. Anche il concetto di morale ormai fa pensare a qualcosa di negativo perché col- legato drettamente allo stato, alla chiesa o alla famiglia. La parola "morale" è diventata una parola sporca, ma anche lottare per la giustizia e l'uguaglianza e contro le discriminazioni sono questioni morali. Questo è l’aspetto etico. AL tro aspetto importante è l’aspetto politico. L’intento è creare una società che non sottomette la sua volontà alle elites burocratiche. Andare ogni quattro o cinque anni alle elezioni pensando sono una persona democratica perché vado a votare, ho fatto il mio dovere, ho votato significa sottomettere completamente allo stato la mia volontà e tutto ciò che riguarda la mia vita e la mia interiorità. Questo conduce a una società lontana dalla politica. L’unico modo in cui oggi le persone percepiscono la politica è quello di andare a votare, ma questa non è politica. La politica ha ben altro intento, ossia organizzare una società giusta e meravigliosa. Dunque unenedo queste due cose, politica ed etica, possiamo avere una società nuova e rivoluzionaria. Noi non crediamo che la rivoluzione sia una rottura nella storia imposta un partito o da uno stato poiché uno stato non può essere fonte di giustizia. La maggior parte delle forme di oppressione negli ul timi 5000 anni della civiltà moderna sono stati creati dal concetto di stato, molti meccanismi di sottomissione nascono con l’emergenza degli stati. Il primo stato come concetto fu in Mesopotamia. I Sumeri costruirono le ziqgurat, strutturate come una piramide molto gerarchica e organizzata. In quel momento avvenne un enorme cambiamento, una transizione, una rottura storica; in quel momento sacerdoti uomini presero il monopolio della conoscenza si costituì il primo es- ercito, le donne furono cancellate dalla scena, in quel momento, la proprietà privata iniziò a distruggere la morale e l’etica del sistema. Possiamo vedere come patriarcato, stato e concetto di proprietà privata si alimentino a vicenda e chi possedeva la conoscenza ha giocato un ruolo fondamentale. È interes- sante notare come, contemporaneamente, 4300 anni fa, si sviluppava la prima parola che ha espresso il concetto di libertà, amargi. Perché questo concetto di amargi si è sviluppato proprio quando l’oppressione è diventato un sistema, un’ istituzione? Perché le persone bramano immensamente qualcosa e il desiderio dell’essere umano di esprimersi in libertà è una meravigliosa lotta così antica e parte della natura umana e ha molti diversi aspetti. Se guardiamo alla lotta delle persone in ogni parte del mondo, agli esempi che possiamo aver visto anche qui in Italia, questi sono connessi a ciò che sta accadendo in Kurdistan. La lotta ha tanti diversi aspetti, ma possiamo vedere che, andare contro lo status quo, il sistema attuale, sia la linea comune perché esso è fonte di povertà, distruzione e guerra che hanno sempre la medesima origine, Ocalan parla di due forme di civiltà, non riguardo la comunità, il linguaggio, eccetera, ma riguardo il sistema. Egli dice che con lo stato sumero la civiltà degli oppressori, quella dominante si è sviluppata, che più o meno è lo stesso concetto di capitalismo e patriar- cato, basato su gerarchia, dominazione e abuso di potere. Di contro, però, si è sviluppata una civiltà democratica fatta da donne, poveri, artisti, esclusi, indi- geni, una civiltà naturale e comunitaria. Queste persone hanno sviluppato una civiltà alternativa rispetto alla corrente dominante. La corrente dominante si è stabilizzata e universalizzata, ma allo stesso modo anche la resistenza è sempre 85 esistita. Forse si espletava in maniera diversa ma è sempre esistita. Possiamo dunque dire che la jinealogia è la vendetta della civiltà democratica contro la tendenza dominante. Questo può essere un modo di guardare alla storia, non in termini di questa o quella cultura, ma di quali siano i tratti che riguardano il patriarcato e le relazioni sociali sui quali possiamo lavorare. Credo che questo sia necessario per mobilizzare la lotta, per vedere nella propria lotta specchiarsi la lotta di qualcun altro. In tal senso ritenianmo che nella produzione e ripro- duzione della conoscenza debbano giocare un ruolo fondamentale le donne per la creazione di una nuova società. Molte donne in Rojava dicono che la loro vera autodifesa è l’educazione, è la rivoluzione sociale, forse un intento comune è più efficace di un kalashnikov. Le persone devono difendersi anche fisicamente, ma il nostro concetto di autodifesa non è solo fisico, non è solo la pietra che puoi lanciare per sopravvivere fisicamente, specie in un territorio in cui per Daesh è normale violentare e stuprare, è autodifesa politica, l'educazione è au- todifesa, avere una società etica che sa organizzarsi, perché fondamentalmente la libertà deriva dall’auto-organizzazione. Il problema è che noi colleghiamo l’autodeterminazione al concetto di stato. Questo è il pensiero che dobbiamo assolutamente sovvertire, un ordine di idee che dobbiamo abbandonare, perché lo stato non può essere la soluzione per un problema di libertà che ha una so- cietà. Perché noi non abbiamo il problema di non avere uno stato, abbiamo un problema di libertà. Posso dire che la jineologia ha dato molto alle donne in Kurdistan e anche oltre, e il loro numero sta crescendo. Ho parlato con molte donne in giro per il mondo di questo argomento e loro danno interpretazioni diverse a metodologie, reli- gioni, scienze a seconda di dove vivono, del loro contesto, della loro voce e la jineologia dà moltissimo valore a questo. Le donne hanno compreso che abbiamo bisogno di un approccio fondamentalmente diverso dal nostro modo di pensare e di sentire il diritto. Dobbiamo fare pratica e nella pratica che utilizziamo nel nostro sistema educativo e nel nostro approccio alla politica dobbiamo includere questo pensiero teoretico, ma anche il vissuto di ognuno e il nostro concetto di democrazia perché l’autodifesa non sia solo fisica ma anche sociale e politica. È questo che molte donne ora affermano che stiamo combattendo questa battaglia contro Daesh, ma che la nostra autodifesa è soprattutto politica, perché è un dato di fatto che ora possiamo leggere e scrivere e organizzarci sotto forma delle comuni o quant’altro e che chi, nella nostra stessa casa, non ci lasciava neppure uscire deve ora accettarci come uguali e in grado di prendere decisioni. Questo è fondamentalmente il modo in cui possiamo immaginare e pensare un mondo nuovo. Rivoluzionari o pedine dell'Impero? Marcel Cartier L’attivista curda Hawzhin Azeez ha dichiarato: Come ha scritto Becky, questa occidentale femminista «antimperialista», «le YPJ avrebbero dovuto scegliere una degna decapitazione, gli stupri di gruppo e i massacri di tutte le donne, dei curdi e dei popoli della Siria settentrionale piuttosto che accettare le armi degli sporchi imperialisti per difendersi contro Daesh!!!». Il suo dito insiste a mettere il punto esclamativo al fine di sotto- lineare la sua opinione, mentre sorseggia un delicato latte di soia al gusto di fragola e crema Frappuccino prima di ricominciare a picchiettare con il suo iPad 7. «Così le avrei senza dubbio sostenute! Ma ora non più!». Scruta con lo sguardo la cameriera messicana che porta il suo ordine — camembert, cheese- cake mirtillo e mascarpone — interrompendola nella sua fondamentale analisi politica rivoluzionaria della Siria. All’esterno, la pioggia scroscia. Becky si siede comodamente in un angolo del suo caffè Starbucks. Per un attimo ignora il suo iPhone, che improvvisamente squilla per ricordargli di cambiare l’ora della sua classe di "hot yoga" in modo che non coincida con l’appuntamento del suo barboncino al Salone del cane. Infine conclude il suo status, con un sorriso di auto-soddisfazione, con questa frase: «La schiavitù per le strade di Ragga e Aleppo, anche sessuale, sarebbe stata meglio delle armi degli imperialisti! Questo è il genere di femminismo che sostengo, per le donne arabe, musulmane, nere e indigene del mondo!». Sembra il paradosso dei paradossi. Gli Stati Uniti e i loro alleati occidentali sono impegnati in una guerra spietata e implacabile conto il governo siriano di Damasco, proprio questi cosiddetti difensori della democrazia e della libertà che sostengono una delle più spregevoli organizzazioni terroristiche e reazionarie mai 87 88CHAPTER 10. RIVOLUZIONARI O PEDINE DELL’IMPERO? CARTIER viste nella storia recente. Poco tempo addietro, il presidente Donald Trump, per la prima volta, è intervenuto militarmente contro le forze governative siriane: una batteria di missili Cruise il cui effetto è stato quello di aiutare quei gruppi che operano nella scia ideologica di Al Qaeda, nel nord-ovest, del paese. E questo non è l’ultimo paradosso. Dopo tutto, il sostegno americano ai gruppi legati o vicini all’estremismo salafita e wahhabita non ha nulla di nuovo: mai dimenti- care l’appoggio degli Stati Uniti ai “mujaheidin" in Afghanistan negli anni ’80. Ancor più paradossale è che gli Stati Uniti stiano fornendo supporto militare a un’organizzazione, nel nord della Siria, che non solo non è reazionaria, ma sostiene di essere socialista e femminista, pur nutrendo legami ideologici con il Partito dei lavoratori del Kurdistan, il PKK: quel PKK in guerra con il secondo esercito della NATO, la Turchia, da oltre tre decenni. Il fatto che il Partito dell’Unione Democratica (PYD) e la sua componente armata, le Unità di protezione del popolo e delle donne (YPG e YPJ), con- ducano una vera rivoluzione sociale nel bel mezzo del caos siriano è fuor di dubbio. Il mese che ho trascorso in viaggio attraverso le zone sotto il loro con- trollo è stato più che sufficiente per convincermi dell’unicità di questa esperienza rivoluzionaria, oltre ogni immaginazione, offrendo una vasta dimensione demo- cratica e socialista. Sono stato costantemente impressionato da ciò che ho visto: dalle strutture comunaliste alle cooperative, delle organizzazioni delle donne alle fiorenti accademie culturali e artistiche. Mi hanno colpito l’onestà e l’apertura del movimento verso le numerose contraddizioni che si sono presentate durante un processo di trasformazione radicale della società. Posso anche dire che per la prima volta nella mia vita, nonostante tutti i viaggi nei paesi impegnati a vari livelli nella costruzione del socialismo (Venezuela, Cuba e Corea del Nord ), ho toccato l’esistenza di una società profondamente vibrante, democratica e popolare, che avevo sempre immaginato potesse — e dovesse — nascere un giorno. Ma la sensazione di grande contraddizione non mi ha mai lasciato veramente. Mi ha disturbato. Non sapevo cosa fare con quello che le YPG/J definivano una “cooperazione militare tattica” con gli Stati Uniti. Come chiunque abbia raggiunto la maturità politica dopo aver frequentato le scuole del marxismo e dell’antimperialismo rivoluzionario, avevo imparato a guardare con la mas- sima diffidenza tutto ciò che proveniva anche minimamente dal Pentagono o dalla CIA, e per buone ragioni. Gli Stati Uniti, infatti, non hanno l’abitudine di sostenere le vere rivoluzioni che si svolgono nei quattro angoli del pianeta. Dopo aver concluso che il progetto portato avanti dalla Rojava ha effettivamente sus- citato un’autentica rivoluzione sociale — nel quadro di quel che pensavo fosse un’operazione di cambiamento del regime, sostenuta dagli Stati Uniti, contro un governo, quello di Damasco, che si era rifiutato di svolgere le regole del neoliberismo globale — ho disperatamente sentito la necessità di ottenere dell risposte alle mie domande: sono le YPG/J che usano gli Stati Uniti? O gli Stati Uniti che utilizzano le YPG/J? Questi curdi non stanno oggettivamente aiutando l'imperialismo americano, se guardiamo al contesto più ampio? O, visto lo scenario complesso del con- flitto, l’imperialismo americano sostiene consapevolmente un processo socialista 89 rivoluzionario? Oppure la verità si trova da qualche parte in mezzo? Ci sono elementi di risposta in ciascuna delle possibili risposte, o non è possibile oggi avere un risposta chiara? Ancora meglio, le mie domande sono corrette o riflet- tono uno status privilegiato e i pregiudizi occidentali? Durante e dopo Kobane È stato durante la fase finale delle YPG/J a Kobané, all’inizio del 2015, che la coalizione a guida Usa ha accettato — sotto l’enorme pressione internazionale — di sostenere le forze curde utilizzando at- tacchi aerei per respingere lo Stato Islamico. Da allora, gli Stati Uniti non hanno mai esitato a dire quanto grande fosse stato il loro ruolo nella liberazione di Ayn al Arab, anche se i miei colloqui con le combattenti YPG/J, in quella città, mi ha permesso di capire che non è andata esattamente così! La loro sensazione gen- erale? La rabbia contro gli Stati Uniti, che incolpano di non essere intervenuti prima e di aver chiuso un occhio sulle sofferenze della popolazione nelle mani di Daesh. Ciò basta per convincerli che il loro intervento era funzionale solo ai propri obiettivi geostrategici, senza costituire un reale sostegno per le YPG/J. Le parole dell’attivista e studiosa kurda Dilar Dirik sono molto illuminanti su questo punto. Recentemente ha scritto un articolo nelle colonne di ROAR in- titolato Radical Democracy: The Frontline Against Fascism in cui solleva la questione dell’incapacità di una parte significativa della sinistra occidentale di sostenere le YPG/J, in particolare a causa del sostegno aereo statunitense du- rante la seconda battaglia di Kobane: L’immagine pubblica delle forze armate di Rojava è improvvisamente cambi- ata agli occhi delle sezioni della sinistra dopo la liberazione di Kobane. Sebbene innegabilmente una battaglia storica, vinta da una comunità organizzata e dal potere delle donne libere, la simpatia diffusa di cui avrebbero dovuto godere sarebbe crollata dal momento che le forze terrestri hanno ricevuto il sostegno aereo della coalizione sotto il comando americano. Dopo essere stati da lungo tempo tra le vittime più colpite dell’imperialismo in Medio Oriente, i curdi e i loro vicini non hanno più bisogno di essere illuminati sui mali dell’impero. Sono ancora freschi i ricordi dei massacri e dei genocidi subiti con il supporto delle forze imperialiste. Le visioni dogmatiche del mondo e le critiche semplicistiche e binarie non offrono alcuna risposta a coloro che lottano per la vita sul terreno. Ancora più importante, non risparmiano vite. Sostegno militare, ma non politico È da ormai oltre due anni che i fascisti [di Daesh] sono stati cacciati da Kobane. Gli Stati Uniti continu- ano a sostenere le forze curde ed hanno esteso il loro ombrello militare sotto forma delle Forze Democratiche Siriane (SDF), mentre all’inizio di maggio [2017] l’amministrazione di Trump ha dato il via libera per l’invio di armi pesanti. Le Forze Democtatiche Siriane includono milizie arabe che stanno combattendo  RIVOLUZIONARI O PEDINE DELL’IMPERO?MARCEL CARTIER anche per la creazione di strutture democratiche ispirate al successo delle am- ministrazioni multietniche e delle comuni istituite in Rojava. Gli Stati Uniti non solo hanno iniziato a fornire l’SDF di armi pesanti: ci sono quasi 1.000 forze speciali americane che operano al loro fianco sul terreno, oltre ad un disp- iegamento di marines. Sono queste milizie che combattono nell’SDF gli agenti controrivoluzionari su cui gli Stati Uniti hanno puntato, dopo il crollo dei gruppi reazionari dell'Esercito Siriano Libero (FSA) che la Turchia sembra a tutti i costi voler far rinascere? Non possiamo fornire una risposta definitiva a questa do- manda, ma è importante segnalare che se gli Stati Uniti sostengono militarmente l’avanzata dell’SDF a Ragga, la capitale di Daesh, con l’operazione “Wrath of Euphrates”, Washington ha fatto di tutto per mantenere il PYD - il braccio politico delle YPG/J - lontano dai negoziati di pace di Ginevra. Inoltre, il sistema federale messo in atto dal PYD e il Movimento per una Società Demo- cratica del Rojava (TEV-DEM) non ha ricevuto alcun sostegno, né uno sguardo di considerazione dagli Stati Uniti che hanno costantemente sottolineato che “il federalismo ad hoc” non è incoraggiato da Washington. La Russia si è spesso mossa in opposizione alla posizione statunitense sul Ro- java. Mentre Mosca è generalmente considerata il braccio militare del gov- erno Ba’athist [di al-Assad|, questi stessi russi hanno recentemente proposto l’istituzione di una nuova costituzione per la Siria fondata, almeno in parte, sul federalismo invocato dal PYD e sul rispecchiamento del carattere multietnico del paese (suggerendo in questo caso di cambiare il nome da “Repubblica Siriana Araba” a “Repubblica Siriana”). La Russia ha anche sostenuto l’inclusione del PYD nel terzo ciclo di colloqui a Ginevra - una proposta non accolta dagli Stati Uniti. Inoltre, il primo ufficio del PYD aperto all’estero è stato a Mosca nel febbraio 2016, e lo stato russo ha facilitato i colloqui tra il governo siriano e il PYD su una soluzione del conflitto che potrebbe portare alla pace tra le forze coinvolte. più recentemente, la Russia si è impegnata a lavorare militarmente con YPG/J per stabilire nella città di Afrin per fine di marzo [2017] una base di addestramento delle forze curde e dell’SDF, e infine per creare una zona cus- cinetto che impedisca alle forze turche di attaccarla. Sembra che Mosca abbia scommesso su di loro, non solo per le ripetute vittorie militari, ma anche per il successo del progetto politico e la resistenza di Rojava. Nemici ideologici La necessità elementare e pragmatica di sopravvivenza è più che sufficiente per spiegare la ricerca da parte delle YPG/J della cooper- azione militare con gli Stati Uniti, rifiutata da alcuni guerrieri della tastiera occidentale e da altri attivisti della poltrona per via della formula molto sem- plicistica di “ballare con il diavolo". Dopo tutto, perché i socialisti rivoluzionari si dovrebbero congiungere con gli Stati Uniti, a meno che, naturalmente, non siano rivoluzionari? Le mie osservazioni mi hanno fatto ricredere che queste forze siano, in realtà, veramente rivoluzionarie. Durante tutto il mio soggiorno, sono stato ossessionato da individuare opinioni divergenti tra i gruppi delle YPG o nelle organizzazioni politiche su come affrontare questa cooperazione 91 con gli Stati Uniti definita "Inherent Resolve”, condotta contro Daesh. Cosa fanno questi radicali delle motivazioni di Washington, con Barack Obama o con Donald Trump, per lavorare fianco a fianco? Come ho scritto in un precedente articolo sulle diverse tendenze della politica curda, un comandante delle YPG, Cihan Kendal, ha affermato all’inizio di quest’anno che «l’ America vorrebbe che noi fossimo il loro alleato principale, ma sa che non è possibile: dal lato militare, ci capita di collaborare, ma, ideologicamente, siamo nemici». È una opinione che Cihan Kendal mi ha ripetuto quando lo incontrai nel nord della Siria ribadendo di essere "Impegnati in una rivoluzione democratica, ma questa rivoluzione è guidata da un partito socialista, quindi, ovviamente, è una rivoluzione socialista. Per- tanto, ovviamente, gli Stati Uniti non la sosterranno mai." Un altro comandante YPG che ho incontrato a Kobane non ha dosato le sue parole: "Ci sono coloro che sostengono che, siccome stiamo lavorando tatticamente con gli Stati Uniti, non si tratta di una vera rivoluzione. Ma dimmi, come dovremmo sconfiggere Daesh e difendere la nostra rivoluzione senza armi pesanti? Sappi- amo che ci daranno armi per prendere Ragga ma, allo stesso tempo, non vogliono che noi governiamo Raqgqa a modo nostro. Sappiamo che una volta raggiunti i loro obiettivi strategici, ci abbandoneranno." Pochi giorni dopo sono stato abbastanza fortunato da incontrare un altro ideol- ogo importante che, con i suoi compagni, ha dimostrato di avere una conoscenza approfondita della storia dei movimenti rivoluzionari. Sul muro, alle sue spalle, un ritratto di Abdullah Ocalan, sotto, un altro di Lenin che arringa le masse di San Pietroburgo nel 1917. Guardando al poster di Lenin, ha dichiarato: "Ecco un uomo che un secolo fa ha accettato di ottenere un treno corazzato imperialista tedesco per tornare in Russia e guidare la rivoluzione bolscevica. Dovremmo oggi considerarlo un agente dell’imperialismo tedesco?" Capire se tale confronto sia veramente corretto è già un interrogativo non da poco, ma il punto sollevato dal comandante ha colpito il bersaglio: «Non siamo pedine o pupazzi degli Stati Uniti. Siamo innanzitutto e soprattutto rivoluzionari». Opportunisti estremisti o veri rivoluzionari? La questione di come finirà la cooperazione militare tra la superpotenza più sanguinaria e i rivoluzionari più radicali del mondo è lungi dall’essere risolta oggi; sarebbe assurdo pensare che i rivoluzionari del movimento di liberazione kurda, un movimento forte di quattro decenni di lotta contro questi stessi imperialisti, improvvisamente dimenticas- sero i loro vizi. Alcuni nella sinistra occidentale possono respingere le YPG/J come estremisti di sinistra che si legano alle forze dell’Impero per opportunismo. Questa analisi non corrisponde alla realtà. È necessario pensare più profonda- mente sulle parole di Dilar Dirk: "Per le persone le cui famiglie sono state massacrate dallo Stato Islamico, la facilità con cui la sinistra occidentale sembra sostenere un rifiuto degli aiuti mil- itari, a favore di nozioni romantiche quali la purezza rivoluzionaria, è incompren- sibile. A dir poco. Questa promozione di un anti-imperialismo incondizionato, staccato dalla reale esistenza umana e dalle realtà concrete, è un lusso che solo chi vive lontano dal trauma della guerra può permettersi. Pur consapevole del pericolo di essere manipolati dalle grandi potenze per poi essere abbandonati, ma stretta tra l’incudine e il martello, ’SDF innanzitutto aveva e ha la priorità di sopravvivere, e di mettere fine alla maggior parte delle minacce immediate alla stessa vita per centinaia di migliaia di persone negli ampi territori che controlla." Di nuovo in Europa, questi testi mi hanno colpito. È incredibilmente facile - se non vergognoso, in un certo senso — sedersi nel comfort delle nostre case occidentali e criticare il “tradimento” di un movimento per via della sua “col- laborazione” con l’imperialismo, quando le vite di così tante persone è letteral- mente in gioco; non appena ci prendiamo del tempo per indagare sul campo e vedere cosa stanno affrontando le YPG/J - un blocco combinato da parte della Turchia, di Daesh e dei nazionalisti del Partito Democratico Kurdo (KDP) in Iraq — dovrebbe emergere una nuova immagine. Il rivoluzionarismo e la solida- rietà della poltrona, condizionati in modo esclusivo dalle nozioni di "purezza", non hanno senso nel mondo reale. Osservando la ragione - e il mondo - come se non fosse altro che un gioco di scacchi, si può facilmente arrivare alla politica del "nemico del mio nemico è mio amico”: una politica profondamente deficitaria e pigra, che può portare a sostenere movimenti estremamente reazionari e non quelli che conducono effettivamente il tipo di politica che vorremmo vedere nei nostri paesi. Le parole del secondo dei comandanti YPG, che ho conosciuto e che hanno risposto alle mie preoccupazioni sugli Stati Uniti, hanno risuonato in me una volta tornato a casa. "Certamente, sarebbe utile se Trump ci mandasse due Humvees, ci serivreb- bero chiaramente nella nostra lotta contro Daesh. Ma ricorda che uno degli F-16 venduti da Trump in Turchia potrebbe annientare questi veicoli in un sec- ondo. Sappiamo dove si collocheranno gli Stati Uniti se dovranno scegliere, e non sarà certo dalla nostra parte." Chapter 11 Intervista ai/le compagn* del DAF (Azione rivoluzionaria anarchica) a cura della redazione di «Meydan» Da due anni a questa parte le fondamenta della rivoluzione sociale sono in fase di sviluppo in Rojava, il Kurdistan occidentale. Sostenendo questo, è difficile igno- rare il fatto che alla base dell’attacco contro Kobané ci sono gli interessi politici dello Stato Turco e del capitalismo globale. Abdulmelik Yalcin e Merve Dilber di Azione anarchica rivoluzionaria, erano nella regione di Suruc, al confine con Kobané, sin dal primo giorno della resistenza contro i tentativi di oscurare la rivoluzione del popolo, in solidarietà con il popolo della regione. Noi li abbiamo intervistati riguardo alla Resistenza di Kobané e alla Rivoluzione della Rojava. Fin dall’inizio della Resistenza di Kobané, avete organizzato molte proteste e fatto volantini e manifesti. Avete anche partecipato alla “catena umana di guardia del confine” che era organizzata nel villaggio di Suruc, vicino al confine con Kobané. Con quale scopo siete andati laggiù? Potete dirci quello che avete vissuto là? M.D.: A causa della Rivoluzione della Rojava i confini tra le parti del Kurdistan che si trovavano all’interno del territorio della Siria e della Turchia hanno iniziato a dissolversi. Lo Stato Turco ha pure provato a costruire un muro per distruggere questo effetto della rivoluzione. Nel bel mezzo della guerra e degli interessi del capitalismo globale e degli stali nella regione, il popolo curdo in Siria ha fatto un passo lungo il sentiero che porta alla rivoluzione sociale. Grazie a questo passo è emerso un fronte reale che porta alla libertà del popolo e, a Kobané, un attacco totale contro la rivoluzione è iniziato per mano dell’ISIS, l’onda violenta prodotta dal capitalismo globale. Quando noi, come anarchici rivoluzionari, abbiamo valutato la situazione a Kobané e nella Rojava, è stato impossibile per noi non essere direttamente coinvolti in essa. Considerando che i confini tra gli stati sono stati aboliti, è vitale essere solidali con coloro che resistono a Kobané. Noi siamo al quindicesimo mese della Rivoluzione della Rojava. In questi quindici mesi, abbiamo organizzato molte proteste unitarie e abbiamo fatto volantinaggi e attacchinaggi. Allo stesso modo, durante l’ultima ondata di attacchi contro la rivoluzione a Kobane, abbiamo fatto molti volantinaggi e attacchinaggi e abbiamo anche organizzato molte proteste in strada. Dovevamo comunque andare al confine di Kobané per salutare la lotta del popolo curdo per la libertà, contro glì attacchi dell’orda dell’ISIS. Nella notte del 24 settembre siamo partiti da Istanbul per il confine di Kobané. Abbiamo incontrato i nostri compagni che sono arrivati un poco prima e insieme abbiamo iniziato la nostra catena umana a guardia del confine nel villaggio di Boydé, a ovest di Kobané. C'erano cetinaia di volontari come noi che venivano al confine da diverse parti dell'Anatolia e della Mesopotamia, formando una catena umana lungo i 25 km della linea di confine nei villaggi di Boyde, Bethé, Etmanké e Dewsan. Uno degli obiettivi della catena umana era fermare il supporto di uomini, armi e logistica per l’ISIS da parte dello Stato Turco, il cui appoggio all’ISIS è conosci- uto da tutti. Nei villaggi di confine la stessa vita si è trasformata in vita comune, nonostante le condizioni di guerra. Un altro obiettivo della nostra attività di guardia del confine era intervenire in solidarietà con la popolazione di Kobané, che era dovuta fuggire dall’attacco contro Kobané, e che era trattenuta al con- fine per settimane e che veniva pure attaccata dalla polizia militare turca (jan- darma). Nei primi giorni delle nostre azioni di guardia del confine, abbiamo tagliato le recinzioni e abbiamo raggiunto Kobané insieme alle persone venute da Istanbul. Potete dirci cosa è successo dopo che avete attraversato il confine verso Kobane? A.Y.: Nel momento in cui abbiamo passato il confine, siamo stati salutati con enorme entusiasmo. Nei villaggi di confine di Kobané, tutti, giovani e anziani, erano nelle strade. I guerriglieri delle YPG e YPJ hanno salutato sparando in aria la nostra eliminazione dei confini. Abbiamo manifestato per le strade di Kobané, Più tardi abbiamo avuto una conversazione con la popolazione di Kobané e con i guerriglieri delle YPG/YPJ che difendono la rivoluzione. È molto importante che i confini che gli Stati hanno eretto tra i popoli siano dis- trutti in questo modo. Questa azione che è avvenuta in condizioni di guerra mostra una volta di più che le sollevazioni o le rivoluzioni non possono essere fermate dai confini degli stati. Sono circolate molte notizie riguardo ad attacchi da parte della polizia militare e di poliziotti regolari contro le persone che hanno partecipato alla "catena umana di guardia del confine” e contro la popolazione rurale vicino al confine. Cosa cerca di ottenere lo Stato Turco con queste prepotenze sul confine? Cosa pensate di questo? 95 A.VY.: SÌ, è vero che la politica dello Stato Turco è quella di attaccare tutti coloro che sono coinvolti nella guardia del confine e che vivono nei villaggi di confine, e tutti coloro che da Kobané provano ad attraversare confine. Qualche volta gli attacchi accadono frequentemente e a volte durano per giorni. È ovvio che ogni attacco ha una propria giustificazione e ha un proprio scopo. Abbi- amo osservato che durante quasi tutti gli attacchi dei militari (gendarmeria), i camion trasportano qualche cosa dall’altra parte del confine. Non siamo si- curi dell’esatto contenuto di questì trasporti verso l’ISIS. Comunque, abbiamo potuto capire dalla potenza degli attacchi che a volte si trattava di lasciar at- traversare il confine a persone che volevano unirsi all’ISIS, a volte si trattava di inviare armi e altre volte ancora di fornire all’ISIS le sue necessità quotidiane. Questi trasporti spesso sono caricati su veicoli con numeri di targa riconducibili alle autorità e altre volte da bande che fanno “traffici" protetti dallo stato. In- oltre queste bande protette dallo stato hanno usurpato le proprietà delle persone di Kobané che aspettano al confine. La polizia militare d’altra parte lascia le persone attraversare il confine con una tariffa di commissione del 30 %. Le politiche dello stato contro la popolazione locale sono rimaste le stesse negli anni. A causa delle condizioni di guerra, questa politica è diventata ora molto più visibile. Gli attacchi al confine sono condotti con il proposito di intimidire le persone che prendono parte alle azioni di guardia del confine e la popolazione dei villaggi di confine. Nonostante lo Stato Turco lo neghi, è abbastanza noto il suo supporto all’ISIS. In ogni caso voi dite che adesso, pure le persone che attraversano il confine per unirsi all’ISIS possono essere viste facilmente. Quindi in questa regione non è un segreto che lo Stato Turco supporti l’Isis. Come funziona questo supporto al confine? M.D.: Lo Stato Turco ha insistentemente negato il suo supporto all’ISIS. Ad ogni modo, ironicamente, ogni qual volta ha fatto una dichiarazione di smentita, un nuovo trasporto veniva organizzato al confine. Molti di questi trasporti sono abbastanza grandi da essere osservati facilmente. Per esempio: diversi veicoli portano "pacchi di aiuti" al confine. Siamo stati testimoni del fatto che decine di "veicoli di servizio" con vetri oscurati attraversavano il confine. Nessuno si domanda seriamente cosa ci sia in questi veicoli. Noi tutti sappiamo che le ne- cessità dell’ISIS sono soddisfatte attraverso questo canale. Potresti per favore spiegarci quale sia, sul piano storico come si quello contem- poraneo, l’importanza per gli anarchici rivoluzionari di abbracciare la Resistenza di Kobané e la rivoluzione di Rojava, soprattutto în un periodo come questo? A.Y.: La Resistenza di Kobané e la Rivoluzione della Rojava non deve essere considerata in modo separato dalla lunga storia della lotta del popolo Curdo per la libertà. Nella terra in cui viviamo, la lotta del popolo curdo per la lib- ertà è chiamata “il problema curdo”. Per anni è stato rappresentato in modo errato come un problema causato dal popolo e non dallo stato. Noi lo diciamo ancora: questa è la lotta del popolo curdo per la libertà. L’unico problema qui è lo stato. Il popolo curdo ha combattuto una lotta di esistenza contro la politica di distruzione e di negazione della Repubblica Turca per anni, e per centinaia di anni contro altri poteri politici in queste terre. Questa lotta contro lo stato e il capitalismo è espressa dal potere organizzato del popolo. Nello slo- gan “il PKK è il popolo, il popolo è qui”, è chiaro chi sia questo agente politico, che si definisce in ciascuno individuo, e dunque chi sia questo potere organiz- zato. Da quando abbiamo fondato nella lotta la nostra analisi, in differenti contesti, la nostra relazione con individui curdi, la societa e le organizzazioni del popolo curdo, è stata di solidarietà reciproca. Noi basiamo questa relazione sulla prospettiva della lotta dei popoli per la libertà. Nella lotta del popolo per la libertà, i movimenti anarchici sono sempre stati dei catalizzatori. Nell’epoca in cui il Socialismo non poteva uscire dall’Europa, quando non esistevano teorie sul “Diritto della nazioni a scegliere il proprio destino”, il movimento anarchico ha assunto forme diverse in diverse regioni del mondo, come la lotta del popolo per la libertà. Per capire questo, è sufficiente vedere l’influenza dell’anarchismo sulle lotte popolari in un’ampia gamma dall’Indonesia al Messico. Inoltre, né la rivoluzione in Rojava, né la lotta degli Zapatisti in Chiapas si adatta alla definizione della classica lotta di liberazione nazionale. La Nazione come ter- mine politico per sua definizione chiaramente comprende lo stato. Quindi men- tre si considera la lotta popolare per l’autorganizzazione senza stato, dobbiamo prendere le distanze dal concetto di nazione. D’altra parte il nostro approc- cio non comprende paragoni e similitudini tra la Resistenza di Kobané e altri esempi storici. Attualmente differenti gruppi citano differenti periodi storici e paragonano la Resistenza di Kobané a questi esempi. Tuttavia, bisogna sapere che la Resistenza di Kobane è la Resistenza di Kobane stessa, che la Rivoluzione del Rojava è la Rivoluzione della Rojava stessa. Se qualcuno vuole associare a qualcosa la Rivouzione della Rojava, che ha creato le basi per la rivoluzione sociale, può studiare la rivoluzione sociale che venne realizzata in Spagna. Nonostante la resistenza a Kobane stia avvenendo al di fuori dei confini dello Stato Turco, manifestazioni di solidarietà hanno luogo in ogni angolo del mondo. Qual'è la vostra valutazione degli effetti della Resistenza di Kobane - pure della Rivoluzione della Rojava -in particolare nell’Anatolia ma anche nel Medio Ori- ente e anche a livello globale? Quali sono le vostre previsioni in relazione a questi effetti? M_.D.: Gli appelli alla serhildan (parola curda che significa rivolta) hanno trovato risposta in Anatolia, in particolare in città del Kurdistan. Sin dalla prima notte (di manifestazioni) tutti nelle strade hanno salutato la Resistenza di Kobané e la rivoluzione della Rojava contro le bande dell’isis e lo Stato Turco che le sostiene, specialmente nelle città del Kurdistan, lo stato ha attaccato la ser- hildan del popolo con la sue forze di polizia e con sicari paramilitari. Lo stato ha terrorizzato il Kurdistan uccidendo 43 dei nostri fratelli attraverso i sicari di Hizbulkontra (un gioco di parole che unisce i termini Hizbullah, orga- nizzazione paramilitare turca sunnita, e Contra, in riferimento alle tattiche di contro-insorgenza. Quindi se Hizbullah significa “partito di dio” Hizbulkontra significa "partito del contra”). Questi massacri stanno indicando quanto lo Stato Turco tema la rivoluzione della Rojava e la possibilità che tale rivoluzione possa 97 anche generalizzarsi nel suo territorio. Attaccando con la disperazione generata dalla paura, lo Stato Turco e il capitalismo globale hanno un’altra paura, che è ovviamente legata alla regione del Medio Oriente. Nel Medio Oriente, nonos- tante tutti i piani, il saccheggio e la violenza prodotta: la rivoluzione riesce ancora a emergere. Questo ha fatto saltare tutti i piani del capitalismo globale e degli stati della regione. Questo è un cambiamento radicale tale che, nonos- tante tutte le efferatezze, la rivoluzione sociale potrebbe emergere nella Rojava. Questa rivoluzione è la risposta a tutti i dubbi riguardo alla possibilità di una rivoluzione in questa regione e su scala globale. Ha rafforzato la fiducia nella rivoluzione, in particolare per le persone di questa regione ma anche a livello globale. Il proposito di tutte le rivoluzioni sociali nella storia è stato quello di raggiungere una rivoluzione socializzata su scala globale. In questa prospettiva noi facciamo appello ai gruppi anarchici a livello inter- nazionale ad agire in solidarietà con la Resistenza di Kobane e la Rivoluzione della Rojava. Con il nostro appello alla solidarietà anarchici da diverse parti del mondo in Germania, come ad Atene, a Bruxelles, a Amsterdam, a Parigi e a New York hanno tenuto manifestazioni. Noi salutiamo ancora una volta ogni organizzazione anarchica che ha recepito il nostro appello, che ha organizzato manifestazioni a partire dal nostro appello, e coloro che sono stati qui con noi nella catena di guardia del confine. Fin dai primi giorni dell’attacco dell’ISIS, i media sostenuti dallo Stato Turco hanno prodotto un sacco di notizie che affermavano che Kobane stava per cadere. Comunque, dopo più di un mese hanno capito questo: Kobane non cadrà! Sì, Kobané non è caduta e non cadrà. Noi, come giornale Meydan, salutiamo la vostra solidarietà con Kobané. C'è qualcos'altro che volete aggiungere? M. D.: Noi, come anarchici rivoluzionari, abbiamo visto, abbiamo vissuto e stiamo ancora vivendo l’invincibilità della fiducia nella rivoluzione: pure nelle circostanze di guerra nella nostra regione. Quello che sta accadendo nella Ro- java è una rivoluzione sociale! Questa rivoluzione sociale, dove i confini sono aboliti, gli stati vengono resi impotenti, i piani del capitalismo globale sono stati messi in difficoltà, si generalizzerà anche nella nostra regione. Noi inviti amo ogni individuo oppresso a vedere le cose dal punto di vista degli oppressi. Con questa coscienza noi li invitiamo anche a sostenere la lotta organizzata per la rivoluzione sociale. Questa è la sola strada per rendere fertili i semi che sono stati piantati nella Rojava e per far vivere la rivoluzione sociale in più ampie regioni. Viva la Resistenza di Kobané! Viva la Rivoluzione della Rojava! Articolo pubblicato nel numero 22 (ottobre 2014) del giornale «Meydan». Fonte: https://meydangazetesi.org/gundem/2014/10/devrimci-anarsist-faaliyet-ile-kobane- uzerine-roportaj-dehaklara-karsi-kawayiz/ poi pubblicato su «Umanità nova» del 13 novembre 2014. Traduzione a cura della Commissione relazioni internazionali della FAI (CRInt- FAI) INTERVISTA AI/LE COMPAGN* DEL DAF (AZIONE RIVOLUZIONARIA AN Chapter 12 Conversazione con un anarchico volontario delle YPG a cura della redazione del sito Rojavan Poulesta Cosa ti ha portato a Rojava e ad aderire alle YPG? Diversi motivi, tutti legati, per me, come per gli altri, alle nostre radici storiche - in particolare all’antifascismo e all’internazionalismo rivoluzionario. Sei stato nel battaglione internazionale? Non sono stato in nessun battaglione internazionale, solo con i battaglioni curdi YPG / YPIJ principalmente composti da curdi (ma anche da stranieri). C'è anche il Battaglione Internazionale Libertà, integrato nella struttura YPG / YPJ, in cui partecipano vari volontari, socialisti o comunisti. Personalmente, non avevo alcun contatto con loro. Sono principalmente marxisti-leninisti. Quali sono le posizioni politiche del confederalismo democratico nelle YPG? Ci sono gruppi molto diversi all’interno delle YPG. I giovani del Rojava, ad es- empio, stanno portando nuove idee al centro dei recenti progressi, ma non sono ancora molto consapevoli della politica o di una prospettiva globale: riman- gono nazionalisti. I curdi del Bakur o di Qandil, d’altra parte, sono già molto rivoluzionari - la maggior parte di loro mostra un alto livello di consapevolezza politica e di capacità analitiche. Puoi parlarci della vita quotidiana delle YPG e della sua struttura di comando? La vita quotidiana delle unità di difesa kurda è diversa da quella che si può CONVERSAZIONE CON UN ANARCHICO VOLONTARIO DELLE YPGA CI vedere in altri eserciti. Si arriva anche a dimenticare che è una guerra gra- zie all’amicizia, alla gioia... e alla danza! La sensazione della rivoluzione è veramente viva! Le unità attribuiscono grande importanza alle relazioni comu- nitarie basate sul confederalismo democratico. In questo modello, l’idea è che la forza di difesa non sia un esercizio, ma una milizia popolare, una forza guer- rigliera. La struttura dei comandi è una responsabilità collettiva. Il Komuran (“comandante”) è dunque l’unico rango esistente. Si dovrebbe piuttosto dire “co- comandante" perché questa funzione, a un livello superiore a quella del gruppo, è condivisa un uomo e una donna. Che tu sia il comandante di un gruppo di 5 persone o di un tabur, questo è concepito come un compito da adempiere tra gli altri. Gli amici seguiranno le vostre scelte e il vostro consiglio perché esiste un rispetto per la struttura. Hai questa posizione a causa del consenso e perché hai esperienza; sei riconosciuto come la persona più capace di svolgere questo compito. Il komutan è la base, il fondamento della struttura, perché rappresenta il legame, l’articolazione tra il corpo e il cervello del collettivo. Essere komutan è una responsabilità enorme, indipendentemente dal numero di amici sotto il tuo comando. Ciò spiega perché la sua figura è così rispettata e non ha nemmeno bisogno, in linea di principio, di dare ordini diretti. Non è necessario. Devono, almeno, dar prova di etica e di disciplina, di intelligenza e di coraggio nella battaglia. I loro ordini saranno seguiti in combattimento; tutti partecipano anche al Tekmil, l'assemblea di autocritica militare, per discutere di tattiche da intraprendere e degli errori commessi. Naturalmente, gli amici- comandanti sono umani... e possono commettere errori. Questo è il momento di far cambiare loro posizione o dare loro riposo per studiare l’ideologia e la strate- gia. Questa organizzazione militare, dalle scuole di guerriglia curda di Qandil, è la più avanzata nella storia della guerriglia e della rivoluzione in materia di arte della guerra. Inoltre, non v’è alcuna manifestazione formale di gerarchia, come le decorazioni o il saluto: il solo uso in vigore è la parola “amico” prima del nome di ciascuno, perché ci ricorda che noi siamo, prima di tutto, tutti amici. Ci rispettiamo gli uni con gli altri e risolviamo i nostri conflitti con l'amicizia. Cosè l'assemblea militare, il Tekmil? È un’assemblea dedicata alla critica: una critica amichevole e costruttiva al suo comandante o ad altri nella sua unità. Si può anche praticare la propria autocrit- ica. Ma, soprattutto, riceviamo critiche, che dobbiamo essere in grado di capire e di integrare per migliorare. Il ruolo del Tekmil è quello di esaminare le situazioni problematiche, evitare i conflitti personali o i piccoli problemi comportamentali che possono degenerare in conflitto. Ho visto poche punizioni o misure repres- sive. Se c’è un conflitto, dà luogo a molte discussioni. Naturalmente, questo è un modello. La maggior parte degli amici in Rojava si confrontano per la prima volta con tutto questo; è il loro primo contatto con la messa in pratica di idee politiche. Ma possiamo dire ciò che vogliamo affrontando chiunque vogliamo al Tekmil. Il suo scopo essenziale è quello di permettere a tutti di proporre il proprio punto di vista al dibattito e di allontanarsi dal proprio ego. Enun- ciare una critica risulta essere una grande responsabilità, per sé stessi e per la 101 persona a cui si rivolge. Ciò comporta la ricerca di una soluzione e quindi la responsabilità. Questo è molto simile al tipo di critica che si rivolge presso il Tev-Dem, l'assemblea dell’autogoverno, dove una questione pratica porterà a una discussione filosofica. È qui che possiamo davvero misurare l'evoluzione del movimento curdo. Cosa hai pensato quando sei entrato nelle YPG? A quale corso hai parteci- pato? L'Accademia delle YPG pone un’importanza particolare alla formazione ideolog- ica, politica e storica. Include anche corsi di filosofia e di “gineology”, la scienza delle donne. Funziona esattamente come una scuola. La formazione può essere breve o lunga, dipende. Sono rimasto lì un mese e mezzo. La formazione fornita all’accademia militare è essenzialmente pratica. Si concentra sulla vita quotidi- ana: come vivere in un gruppo e lavorare insieme - quindi sull’autodisciplina - come mantenere le armi. Ci sono anche accademie specializzate in alcune abilità militari, come sabotaggio o fuoco d'elite. Hai passato tutto il tempo in unità di combattimento? Hai partecipato a un aspetto rivoluzionario dell’organizzazione sociale? No. Ma è difficile collocare il confine tra strutture "civili" e "sociali” in una situazione rivoluzionaria. Ognuno è sottoposto a un processo di formazione e di autodifesa per costruire gli strumenti dell’autogoverno. Ogni istituzione ha una propria autonomia e in alcuni casi perfino degli interessi specifici. Potrebbe sem- brare un gigantesco caos pieno di contraddizioni: ma grazie al sistema confed- erale esiste un’autoregolamentazione. La Tev-Dem e l’autodifesa popolare, HPC (Hèza Parastina Cewheri), sono, a mio avviso, i due aspetti più rivoluzionari dell’organizzazione: forniscono alla gente gli strumenti per difendersi, a volte anche contro l’interesse delle YPG, delle istituzioni del cantone o del suo gov- erno. Hai assistito a una riunione del Tev-Dem? Sì, ma non ho partecipato. To ero piuttosto coinvolto nelle assemblee del Tekmil, nel contesto militare. Il modello di autogoverno dell’assemblea è in procinto di dare una base veramente solida alla Rivoluzione. Come si forma un’assemblea? Quando si presenta un problema, o un nuovo gruppo sociale o di interesse, si deve formare un’assemblea. Se viene visualiz- zato un nuovo argomento o un problema, è possibile creare un’assemblea in seno alla prima. L'assemblea deve anche rispettare le quote di genere e l’uguaglianza delle donne è presente in tutti gli aspetti della società. Quando un gruppo so- ciale, una tribù o un villaggio crea un’assemblea, dipende dal coordinamento del cantone - per esempio per la gestione di una cooperativa. Devono inoltre convocare un’assemblea delle donne in modo da tenere conto del loro punto di vista in materia. La persona responsabile della creazione dell’assemblea non deve essere da sola: era il ruolo del patriarca prima della Rivoluzione; ora c’è la co-leadership di un uomo e di una donna. C’è anche una direzione condivisa per i co-delegati, dove la donna rappresenta il movimento autonomo delle donne locali. Incoraggiare le persone in un sistema di assemblee per risolvere i propri problemi è il modo migliore per pensare alla Rivoluzione... E questo li allontana dalla televisione! Si dice che la costruzione di una società ecologica è una delle principali questioni della rivoluzione di Rojava. Cosa hai osservato a questo proposito? Non granché da quello che ho visto. Il popolo delle montagne o il Bakur sa cosa significa agire ragionevolmente nella conservazione della natura, non tanto in Rojava, né in Siria in generale. Ho sentito spesso "Rojava è bello!” mentre si vedono i sacchetti di plastica che bruciano. Qamislo ha un vero e proprio pro- getto di sovranità alimentare e Kobane diverse proposte e diverse esigenze. Ma non hanno volontari. Hanno bisogno di persone! Non solo coloro che vengono a vederli, ma che conducono progetti seri e sviluppano proposte per costruire una nuova società e nuove infrastrutture. Detto questo, molte persone del Bakur e Iran si mobilitano per sostenere progetti sociali ed ecologici a Rojava. E il movimento dell’economia cooperativa? Hai visitato fattorie cooperative, fabbriche o luoghi di lavoro? Ho notato che i grandi proprietari di terre erano fuggiti per sfuggire al regime [di al-Assad], allo Stato islamico o a Barzani [presidente del governo regionale del Kurdistan in Iraq]. Le loro terre sono state collettivizate dalla YPG/YPI. Ciò include alcune gigantesche fabbriche di cemento dirette da società straniere turche e francesi, che impiegavano i lavoratori siriani delle parti occidentali del paese. Faceva parte del programma di arabizzazione delle regioni curde sotto il regime siriano. Ci sono anche villaggi vuoti; le organizzazioni curde hanno invitato i rifugiati a non fuggire in Europa ma a stabilirsi per diventare pro- prietari cooperativi della propria terra e del proprio lavoro. Ma tutte queste esperienze sono limitate. Non ci sono abbastanza persone e la guerra scon- volge tutto;: l'embargo ha interrotto tutti gli investimenti nelle infrastrutture; manca personale qualificato e dedicato, come tecnici e ingegneri volontari; il suolo è indebolito da anni di monocoltura intensiva; la gente stessa è distrutta socialmente e culturalmente... E poi ci sono interessi divergenti all’interno della realtà "curda". Qualche tempo fa ho letto un testo su internet, una specie di invito all’azione per aiutare i curdi a formare, studiare e mettere in pratica di- versi modelli di socializzazione storica o politica. Non ricordo se provenisse da un'unione socialista o anarcosindacalista. I movimenti e le strutture “rivoluzionarie” tradizionali considerano gli avven- imenti in Kurdistan da lontano; non sono pienamente coinvolti perché è un paradigma di rivoluzione sociale completamente nuovo. Ho sentito molte critiche dell’economia “mista” in Rojava, del capitalismo e degli interessi di classe che dovrebbero guidare la Rivoluzione per diventare una rivoluzione. Ci sono molti socialisti e anarchici di diverse correnti o tendenze che ne parlano sui forum e nelle riunioni, ma pochissimi vanno a lavorare con loro per costruire il social- ismo. Anche se le persone di Rojava non hanno bisogno di socialisti stranieri per insegnare loro cosa fare! Invece, hanno bisogno di costruire la propria realtà per conto loro. Non esiste più un’economia socialista in Rojava che la gente che ci 103 vive non voglia - ne fanno parte le cooperative che funzionano come delle comu- nità socialiste. I governi cantonali e le organizzazioni armate non sono in grado di imporre la socializzazione della produzione e dell'economia. Non possono farlo e non vogliono farlo. Con ciò in mente, possiamo avere un’idea migliore della realtà in Rojava. Esistono molti regolamenti nell’economia e programmi di pianificazione sociale; ma se le persone persistono nel desiderare di vivere relazioni capitalistiche, non ci sono tante altre possibilità se non l’intervento educativo per cambiare i loro punti di vista. Vi è l'emergere di un interesse cooperativo e collettivo a cui la Rivoluzione fornisce il sostegno. Siamo solo all’inizio di un processo di istruzione e di costruzione di nuovi rapporti sociali. Forse sarà necessario attendere cinquant’anni di lotte per vedere che questi semi producano frutti. Il movimento curdo dimostra grande rispetto per i suoi martiri. Cosa ne pensi? Martiri e martirio fanno parte della vita quotidiana per il popolo curdo e per i rivoluzionari. Anche se è andato perduto in Europa, in Medio Oriente la con- cezione filosofica che i martiri non muoiono è viva nello spirito comune. Perché i martiri hanno sacrificato la loro vita per tutti; si sono sacrificati per la vita e la libertà di tutti. È sacro ed è spirituale perché va oltre l’interesse materi- ale dell’individuo. Molti mostrano il loro rispetto per i martiri, mostrando una loro immagine nelle riunioni e li evocano durante i saluti. So che è sconvol- gente per le nostre menti individualiste; preferiamo prestare attenzione ai nostri glutei... La nozione di martire ci sembra coincidere con il fanatismo. Non è pro- prio la più alta distinzione che una persona può rivendicare, diciamocelo. Ma è vero che i nostri martiri non muoiono e che il loro sangue non tocca mai la terra! Ma è davvero così perfetto in Rojava? Hai qualche critica da fare sul processo rivoluzionario in corso? Oggi, guardando indietro, sembra l’ideale. Ma possiamo anche osservare una re- altà difficile e fatta di molte contraddizioni. Talvolta si può avere l’impressione che ci siano più propaganda e progetti aleatori rispetto ai veri risultati. C'è un processo alimentato da intenzioni lodevoli, ma che affronta molte difficoltà di fronte alla realtà. La nostra percezione della realtà è stata scioccata a Rojava. Siamo arrivati lì con una borsa piena di visioni idealistiche e romantiche della Rivoluzione: in realtà essa resta da costruire, se questo è ciò che vogliamo e che a volte implica l’accettazione che tutti intorno a te non hanno la stessa idea della Rivoluzione - a volte la gente non capisce nemmeno perché sei venuto a combattere. Siamo impegnati in una rivoluzione democratica, nel senso che nes- suno intende imporre nulla a nessuno. Ciò va totalmente contro una concezione di rivoluzione che implica una “dittatura del proletariato", sicuramente. Questa concezione democratica permette di lavorare con altre tendenze, spesso con- trarie fortemente alla nostra concezione della Rivoluzione o che hanno pratiche contrarie alla nostra etica. Sì, le bande di Stato di Daesh e turche sono persone cattive, tutti sono d’accordo, ma c’è anche un comportamento razzista nei con- fronti degli arabi. E ci sono tutte queste “alleanze circostanziali” di un giorno, con gli Stati Uniti, con la Russia e il regime siriano. E alcuni sono destinati a posizioni di potere, come ovunque nel mondo... Il confederalismo democratico si oppone al nazionalismo... ma l’idea nazional- ista resta viva per la maggioranza del popolo curdo. Ciò non riguarda solo i diritti nazionali dei curdi (che devono essere rispettati e difesi), ma anche po- sizioni e punti di vista che non possono essere importati dalle realtà e dalle lotte degli altri. Un’altra critica è l’uso opportunistico del capitalismo e la cosiddetta “economia mista”, ma non so quale altro sistema economico sarebbe possibile in questa situazione. Se voglio citare questa critica, è perché abbiamo compagni che vi insistono. È anche importante capire che l’organizzazione armata dei curdi, derivata da una tradizione stalinista, è stata oggetto di un’autocritica collettiva approfondita. È impegnata in un processo che porta a un'etica lib- ertaria, grazie all’idea confederale e alla cultura della critica - ma è un lungo processo. E anche se una gran parte del movimento non è più conforme al modello stalinista, è ancora presente in alcune pratiche: come il gusto per la gerarchia o alcune precedenze. Pensi di ritornare? No, ma chi lo sa... La situazione a Rojava non è confortevole, è una guerra dura. Devi avere le tue motivazioni per metterti in gioco. Avevo bisogno di andare lì per trovare un orizzonte e un significato per le nostre lotte e le nostre vite, ma ora è giunto il momento per gli altri di farlo. Abbiamo bisogno di una generazione con nuove prospettive poiché i nostri movimenti e le nostre cerchie hanno da tempo perso tutti gli orizzonti. Molti amici curdi mi hanno detto la stessa cosa, in situazioni diverse: «Torna alla tua gente e continua la stessa lotta come qui. Non abbiamo bisogno di martiri occidentali, abbiamo bisogno di una rivoluzione nei paesi occidentali!». Dunque, ora che ho personalmente benefici- ato dell’apprendimento e dell’esperienza del Rojava, è tempo di vedere cosa sta succedendo nei nostri paesi occidentali di fronte alla crescita del razzismo e del fascismo. Puoi dirci qualcos'altro sui volontari internazionali - c’erano molte donne tra di loro? Molti stranieri privi di idee politiche, o anche ex soldati, diventano rivoluzionari. È utile ricordare che la gente può diventare consapevole di queste idee una volta nel bagno della rivoluzione e che quindi possono combattere per loro e per dif- fonderla. Alcune donne straniere vengono a combattere, ma personalmente non ne ho vista nessuna. Ma rispetto a quello degli uomini, il loro numero è molto piccolo, aneddotico. C’è una donna internazionalista martire, una marxista afro-europea che ha combattuto nel battaglione internazionalista. E ci sono cer- tamente molte altre provenienti da paesi non occidentali: per esempio, turche, arabe o iraniane. Questo è un punto debole per il femminismo "bianco occiden- tale": non c'è abbastanza impegno da parte sua nella rivoluzione delle donne, purtroppo... Cosa pensi della jineologia e del femminismo? La scienza sociale della jineologia dimostra come l’umanità ha perso a causa 105 delle società gerarchiche e della rottura con la vita delle comunità — uomini diventati soldati, preti, operai, ecc. — come gli schiavi, d’altronde, che sono rimasti tuttavia padroni della loro casa e della loro mogli. La jineologia sp- iega che l’umanità è stata in grado di recuperare la propria natura attraverso la liberazione delle donne e della vita della comunità. Tuttavia, è un problema per cui non sono molto portato. È molto complesso, ma molto interessante da studiare e discutere. Questa è una nuova idea per l’umanità. Abbiamo conosci- uto la storia come quella dell’uomo e la sociologia come la scienza sociale di una società patriarcale. Ma oggi, dopo anni di studio e di dibattito nelle mon- tagne guidato dall'Unione delle Donne Libere, emerge un nuovo strumento per comprendere l’evoluzione del potere nella storia, e il ruolo tenuto dalle donne. La jineologia è uno strumento di liberazione perché la storia è anche la storia della resistenza delle donne, che dobbiamo conoscere e imparare. La jineologia è una rottura con la tradizione del femminismo liberale occidentale. Coloro che sono ispirati dalla jineologia sono in contrasto con il femminismo occidentale perché, per loro e le altre, la jineologia va molto più in là nella sua analisi: non è di parte e non ha tendenze, diverse interpretazioni o gruppi di interesse ma è integrale e universale. Un altro fattore importante è che la jineologia è praticata da organizzazioni di donne autonome e attraverso la co-delegazione nella gestione politica e amministrativa delle comunità. È una vera pratica so- ciale, non la tesi di qualche intellettuale borghese o lo stile di vita di giovani edonisti. La jineologia e il movimento delle donne curde in Rojava criticano così il femminismo occidentale perché è stato costruito all’interno della modernità e del positivismo, perché ha interrotto i legami con la vita della comunità per diventare individualista. Penso che la jineologia sia un buon strumento, in grado di provocare una ristrutturazione del femminismo occidentale — liberale e rad- icale — in particolare perché nessuna nuova idea è apparsa negli ultimi decenni sulle donne e sulla rivoluzione. Abbiamo compagne femministe rivoluzionarie, ma il femminismo stesso non è più rivoluzionario. È la pratica reale che è rivoluzionaria, molto più che le idee o l’estetica. A questo si deve aggiungere che il Movimento delle Donne Libere del Kurdistan testimonia una consapev- olezza politica molto più elevata nell’analisi radicale della civiltà gerarchica e del dominio maschile, rispetto agli uomini del Movimento. E grazie allo studio della jineologia e all’esempio della guerriglia guidata da donne curde. Tuttavia, il movimento delle donne curde deve apprendere meglio il femminismo moderno, soprattutto per quanto riguarda l’individualità e la liberazione sessuale. C'è una repressione sociale in questo settore poiché, credo, sia uomini che donne hanno dovuto costruire un’organizzazione militare rivoluzionaria che doveva difendersi contro gli interessi individualisti e la dominazione sessuale in Medio Oriente. Ma in determinate situazioni, a mio parere e con tutto il dovuto rispetto, essi riproducono dei tabù religiosi del Medio Oriente in termini di corpo e sesso. Il testo originale è apparso il 8 marzo 2017 sul sito Rojavan Puolesta, con il titolo Experiences in Rojava. Interview with an anarchist YPG volunteer, e poi tradotto in francese da Jean Ganesh per www.revue-ballast.fr CONVERSAZIONE CON UN ANARCHICO VOLONTARIO DELLE YPGA CI Conversazione con le combattenti YPJ di Kobane a cura di Eleonora Corace Dopo vari giorni di attesa a Kobané, finalmente, si creano le condizioni per poter incontrare le donne combattenti, in lotta contro Isis. Entriamo nella loro "casa", nella loro base operativa, luogo in cui condividono emozioni, organiz- zano le battaglie. Presenti con noi due traduttori. Veniamo accolti in una piccola sala riscaldata, allestita con foto di martiri donne e uomini. Chiediamo: “chi è?”, indicando una gigantografia di un volto femminile combattente. Una YPJ risponde “È una nostra martire, di qualche anno fa. Di lei mostriamo solo l’immagine”. Ci sediamo a terra, in cerchio, e iniziamo a parlare. Inizialmente sono presenti cinque donne. Tre di loro più eloquenti; in due rimarranno fino alla fine dell’incontro. Questa è la testimonianza scritta e ciò che resta di questo incontro, sperando che possa rendere, almeno in piccola parte, la potenza di questa breve ma intensa esperienza. Perché hai fatto questa scelta di entrare nelle YPJ? Perché le donne sono sofferenti. Vediamo la sofferenza delle donne non solo qui ma anche nei vostri Paesi. Noi lottiamo per tutte le donne del mondo. To in particolare sono nata in Germania, sono stata in giro per l’Europa e in uno di questi Paesi ho fatto giorni di reclusione in prigione per motivi politici. Poi ho deciso di venire qui in Kurdistan e anche le mie amiche sono tutte venute qui. Ho letto gli scritti di Ocalan e dopo ciò ho assunto uno sguardo più globale. Perché sei venuta in Kurdistan? Perché voglio la rivoluzione. Cosa intendi per rivoluzione e perché pensi che il Kurdistan sia particolarmente significativo da questo punto di vista? "Conoscete forse qualche altro movimento nel mondo che chieda la libertà per il popolo curdo?” La tua famiglia? Come ha accolto questa scelta? To ho 28 anni. Combatto da sette anni. La mia famiglia è venuta con me quando ho deciso di partire e ora è qui. To in questo momento non ho nessun contatto con la mia famiglia. Ma quando ho preso questa decisione loro hanno approvato, perché era una scelta per tutte le donne e per una umanità sofferente. Ci sono donne non di Kobané nelle YPJ in questo momento? Tra le combattenti ci sono donne da tutta l’Europa: Germania, Inghilterra, Italia... Anche dalla Colombia. Ma in questo momento non combattono a Kobané. Come hai conosciuto le YPJ? Quando è iniziata la rivoluzione in Rojava ho saputo di questa parte speciale del movimento. Questa parte presente in tutto il movimento curdo. Anche lì dove ci sono i peshmerga, nonostante la loro presenza, li è persino più forte il movimento combattente femminile. Cosa pensi delle relazioni lesbiche? Come vivi il fatto di non avere relazioni? Se scegli di entrare nelle YPJ scegli di abbandonare le tue personali relazioni d’amore. Le relazioni lesbiche sono anch'esse relazioni d’amore. Se ami la per- sona con cui stai puoi anche scegliere di abbandonarla per amore dell’umanità tutta, per amore delle persone oppresse. Questa è la parte militare del movi- mento. Se scegli di combattere è impossibile farlo mentre pensi “Cosa farà la persona che amo se io muoio?”. Per questo stesso motivo la maggior parte di noi sceglie anche di non avere figli. Secondo voi perché tra le persone che attualmente combattono in Kurdistan ci sono più YPJ che YPG? Tra le donne c’è il sentimento materno. Vedere i bambini di tutto il mondo sof- frire ci rende più forti e coraggiose, a differenza degli uomini che non possiedono questo specifico istinto. Hai mai avuto dubbi rispetto alla voglia di essere madre? No. Noi non abbiamo mai perso la voglia di essere madri, ma questa maternità, questo amore, è per tutti i bambini, per l'umanità. Non è mai successo che una YP.J cambiasse idea, e avesse voglia di uscire dal movimento e avere dei figli. Oggi le donne in Kurdistan stanno scrivendo la storia, è importante fare domande su questo. Cosa pensate quando siete in prima linea a combattere, insieme agli uomini? Noi in prima linea non combattiamo solo contro il nemico, ma anche contro il 109 dominio dell’uomo sulle donne e contro il capitalismo. Dunque siamo insieme agli YPG e se ci sono delle incomprensioni si risolvono dopo con dei meeting, non appena c’è l’opportunità. Avete percezione del fatto che ciò che fate è una spinta per il movimento fem- minile in tutto il mondo? Certamente. Ci sono particolari momenti nella vostra vita da combattenti in prima linea di cui volete parlare? È difficile spiegare il nostro spirito quando si è al fronte. Noi non vogliamo uccidere persone. Ma, mentre combattiamo, sappiamo cosa fanno i daesh; ucci- dono senza motivo. Noi lottiamo per l’umanità. Sappiamo che se non li uccidi- amo noi ci uccidono loro. Ma il momento della battaglia non si può descrivere a parole: solo standoci si può capire veramente cosa si prova. Conoscete il rac- conto delle quattro farfalle? Quattro farfalle volavano attorno al fuoco, la prima più distante capì che il fuoco era vita, e tornò dalle altre a riferirlo. La seconda, incuriosita, si avvicinò attratta dalla luce e scoprì che il fuoco dava luce, e tornò a riferirlo alle altre. Anche la terza andò verso il fuoco, sempre più vicino, e scoprì che dava calore; e lo riferì. La quarta voleva comprendere fino in fondo lo spirito del fuoco: si avvicinò, dunque, talmente tanto che morì arsa dalle fiamme. È mai i capitato che parlaste col nemico nel momento combattimento ? No. È capitato che i daesh parlassero attraverso le ricetrasmittenti per tentare di deprimerci psicologicamente, ad esempio fingendo di avere tra le mani una nostra compagna e descrivendo gli abusi e le torture su di lei. La nostra risposta era: "Perderete". Solitamente dopo questo morivano. Avete visto combattenti daesh visibilmente drogati? Sì, sappiamo che assumono ecstasy ma sul fronte li abbiamo visti spesso ini- ettarsi in vena nelle braccia sostanze di cui non sappiamo l’origine. Il loro corpo, una volta morti, diventava come di plastica. Durante il combattimento è necessario colpirli più volte alla testa per ucciderli. Solitamente i loro corpi si decompongono molto più lentamente. Sospendiamo la conversazione: è ora di pranzo e alcune di loro hanno cuci- nato per tutti. Dunque mangiamo insieme e una volta finito continuiamo a conversare. Cosa pensi della situazione politica e sociale in Europa? Pensi che sia pos- sibile un movimento ugualmente forte anche lì? L’Europa sta attraversando un momento molto complesso. È urgente che an- che lì sorga un movimento forte, ma non sarà mai uguale a quello curdo. Ogni movimento ha bisogno di rintracciare e scoprire una propria specifica identità. A questo punto è una di loro a porre una domanda: “Pensi che in questo mo- 110CHAPTER 13. CONVERSAZIONE CON LE COMBATTENTI YP.J DIKOBANEA CURA DII mento le donne in Italia o in Europa siano libere?” No. Dunque è urgente e necessario che le donne si sveglino in tutto il mondo. Il patriarcato storicamente è stato ed è tutt’ora oppressione degli uomini sulle donne. Questo rafforza il sistema capitalistico. Dunque un movimento è forte se a risvegliarsi e a lottare inizia la parte oppressa. Il movimento contro il pa- triarcato è forte se a lottare sono le donne in prima linea. Ci siamo mai chiesti perché non ci siano state mai singole donne alla guida di un movimento o di una rivoluzione? Perché ogni qualvolta questo accadeva il potere le reprimeva. Per questo motivo è importante studiare e conoscere la storia dell’umanità, e delle donne come, ad esempio, Rosa Luxemburg... Per rendere un movimento forte e sempre in grado di migliorarsi, è necessaria la pratica dell’autocritica: criticare e autocriticarsi è fondamentale per costruire relazioni alla pari e superare i problemi che si pongono. Ricevere una critica non deve suscitare rabbia. Nel criticare e autocriticarsi riconosco i miei amici e questo mi aiuta ad essere una persona sempre migliore. In tutto questo, gli uomini cosa fanno? Se il movimento è forte ed è in atto una rivoluzione antipatriarcale gli uomini “supportano”. Non bisogna mai credere nell’esistenza di una rivoluzione solo perché qualcuno lo dice. Così come non esiste vittoria senza dolore e sofferenza. Hai mai amato un uomo? Ho avuto varie relazioni quando ero più piccola ma nessuna rispondeva a quel che sentivo profondamente; fin quando ho deciso di abbandonare tutto questo e iniziare a combattere. In molti modi il capitalismo ci allontana dall’essere veramente noi stesse. Anche indossare accessori o piercing o cambiare il colore dei propri capelli è un modo per allontanarci da quello che siamo, perché se non ci fossero le fabbriche che producono i prodotti per il makeup, non sentiremmo questo tipo di esigenza. Ma talvolta uno stile stano può rappresentare, in certi contesti, una rottura degli schemi preimpostati, delle forme di immagine dominanti. Sì, siamo consapevoli di questo. Esistono anche culture ancestrali come quella degli aborigeni, che usano molto agghindare il proprio corpo con oggetti di vario tipo, metalli o tatuaggi. Queste culture hanno un fortissimo legame con la terra e con la natura, vivono in armonia con essa: "con" e non “contro”. Ma il presidente australiano ha fatto un appello per la salvaguardia di questa popo- lazione aborigena che è in via di estinzione. Il capitalismo la sta piano piano distruggendo. Secondo voi è possibile uscire dal sistema capitalistico restando in un contesto urbano ? No. È necessario ristabilire il contatto con la natura, dunque bisogna uscire dalla città, per poi anche tornarci. Ma è necessario recarsi nei luoghi della natura. 18 febbraio 2015 tratto da www.dakobaneanoi.noblogs.org CONVERSAZIONE CON LE COMBATTENTI YP.J DIKOBANEA CURA DII Chapter 14 Conversazione con 1 compagni dell’IRPGE a cura di Enough is enough Un paio di giorni fa abbiamo ricevuto la comunicazione della creazione delle IRPGF. Non è il primo gruppo guerrigliero che opera in Rojava. Qual è la dif- ferenza tra l'International Antifascist Tabur e le IRPGF? Per prima cosa, IRPGF è un progetto esplicitamente anarchico che ha una se- rie di obbiettivi specifici per far progredire la causa dell’anarchismo, non solo in Rojava ma in tutto il mondo. In tal senso, avere inserito il termine “Inter- nazionale” nel nostro nome è significativo per due motivi: il primo e più ovvio è che il nostro battaglione comprende compagni provenienti da varie parti del mondo; il secondo è che la lotta contro il dominio è una lotta senza confini e che ci accomuna, e che naturalmente implica le ribellioni (in curdo serhildans) in ogni quartiere del mondo. Pertanto, IRPGF non è solo un gruppo militante di anarchici che si sono uniti alla guerra contro Daesh, ma è anche un gruppo che ha creato delle infrastrutture che permettono agli anarchici e alle anarchiche di partecipare e imparare come portare avanti la lotta nei propri paesi di orig- ine una volta tornati a casa. I membri del IRPGF sono consapevoli che una rivoluzione abbraccia la sfera militante e sociale della vita; per questo motivo, crediamo che sia cruciale che gli anarchici e le anarchiche vengano in Rojava ad acquisire esperienza sia nell’ambito combattente che in quello civile, se lo desiderano, al fine di sviluppare una concezione più completa di ciò che significa una rivoluzione che parte realmente dal basso. Per questo motivo ci proponi- amo anche di sviluppare progetti civili a cui gli anarchici possono partecipare. Queste sono solo due delle principali caratteristiche che definiscono l’unicità delle IRPGF. Secondo voi, qual'è il ruolo che la rivoluzione in Rojava gioca nella lotta transnazionale degli anarchici e delle anarchiche? CONVERSAZIONE CON I COMPAGNI DELL’IRPGFA CURA DIENOUGHI. La rivoluzione in Rojava è una lotta indigena contro lo stato, il capitale, il colonialismo e il fascismo. Inoltre, pone la liberazione della donna e la dis- truzione del patriarcato come obbiettivi prioritari della lotta, perché si è con- vinti che la dominazione dell’uomo sull’uomo e sulla natura non può essere fermata se la dominazione sulla donna rimane intatta. Così anche se non è una rivoluzione anarchica, sicuramente ha in sé molti aspetti libertari e per questo è una rivoluzione che tutti gli anarchici e le anarchiche dovrebbero sostenere. Come è naturalmente necessario per gli anarchici e le anarchiche sostenere le lotte dei più oppressi ovunque si trovino. Il Rojava è importante per la lotta a transnazionale perché mette in luce come una rivoluzione potrebbe essere re- alizzata e mantenuta. Dall’organizzare, ad esempio, le assemblee di quartiere, alla formazione dei gruppi di autodifesa militante che possono resistere contro i fascisti nelle strade, abbiamo già visto come la rivoluzione ha ispirato e addirit- tura fornito un modello per gli anarchici e le anarchiche su come far sviluppare e progredire i movimenti, in particolare in Occidente. Ribadiamo che il IRPGF vede tutte queste lotte collegate tra loro e importanti per la rivoluzione in tutto il mondo, noi ci impegniamo per questo e facciamo un appello affinché tutti gli anarchici e le anarchiche vengano sia ad aiutare sia a imparare dalla rivoluzione. Nel comunicato è stato scritto che le IRPGF stanno lavorando “per difendere le rivoluzioni sociali del mondo, per combattere apertamente contro il capitale e lo stato e far avanzare la causa dell’anarchismo.” Nei giorni successivi abbiamo letto le vostre dichiarazioni di solidarietà alla Bielorussia e agli squat in Atene. Le IRPGF stanno lavorando per il collegamento delle lotte? Noi crediamo che lotte contro la dominazione e l’autorità siano già collegate semplicemente per loro natura. Ciò che vogliamo fare è far rivelare e rafforzare tali connessioni at- traverso atti simbolici e pratici di solidarietà. In più, come si è detto, l’aspetto internazionale del nostro approccio si sviluppa in due modi, pertanto ci impegni- amo a sostenere e dare impulso alle lotte internazionali che possono poi portare a delle vere e proprie rivoluzioni internazionali. Per farlo abbiamo naturalmente bisogno di mettere in luce e rafforzare le connessioni esistenti tra tutti e tutte noi nella lotta per la libertà. Nel documento di posizionamento è stato scritto che "per le IRPGF, i metodi pacifici non sono în grado di affrontare e distruggere lo stato, il capitalismo e tutte le forme di potere clericale. Anzi, nei fatti agiscono in modo inverso.” Potete spiegarci perché a vostro parere î metodi pacifici non possono sconfiggere il capitalismo? È abbastanza chiaro storicamente che qualsiasi movimento di resistenza contro il dominio basato strettamente su "metodi pacifici" solo non riuscirà a favorire un cambiamento significativo ma al contrario servirà a chi detiene il potere come mezzo per convogliare il legittimo slancio potenzialmente rivoluzionario in qual- cosa di inefficace, non pericoloso e stagnante. Considerando il numero di lettori della pubblicazione, non pensiamo che sia opportuno discutere questo fatto in modo dettagliato; tuttavia, vogliamo ricordare a tutti la diagnosi di Ward LeRoy Churchill sulla patologia del pacifismo, considerato delirante, razzista e suicida. 115 L’attivista politico afferma, inoltre, che “con delle attività che si auto-limitano a una fascia relativamente stretta di forme rituali, gli attivisti pacifisti sacrifi- cano automaticamente gran parte della loro (potenziale) flessibilità di fronte allo Stato. All’interno di questa stretta fascia, le azioni diventano del tutto preved- ibili piuttosto che valorizzare l’effetto sorpresa. L'equilibrio nell’uso della forza, che sta alla base di questa concezione, rimane inevitabilmente ed essenzialmente all’interno della sfera statale, e pertanto la possibilità di trasformazione sociale liberale si esaurisce, riducendosi a un livello di non-esistenza. Esempi di questo tipo si possono riscontrare anche all’interno della storia della guerra civile siri- ana stessa. Omar Aziz era un anarchico, o almeno così si auto-definiva, che attuava prettamente una resistenza non-violenta. Questo tipo di impegno ha avuto come solo risultato l’incapacità del suo movimento di difendersi contro la repressione di stato, i suoi consigli locali non sono mai riusciti a raggiungere il loro pieno potenziale e lui stesso è morto in prigione. D'altra parte, YPJ e YPG, che sono nati dai gruppi di difesa armata che si sono formati in risposta ai tumulti avvenuti a Qamislo nel 2004, hanno dimostrato di essere l’unica forza sul terreno capace di resistere al fascismo e all’egemonia dello Stato. I metodi pacifici hanno come unico effetto il mantenimento dello status quo e/o la morte di quelli che li utilizzano — quindi, o prendete la pistola e partecipate alla re- sistenza armata ora o preparatevi a essere in grado di farlo quando arriverà il momento. Sempre nel documento è scritto “Noi crediamo che la terza guerra mondiale sia già avviata e che i conflitti in Siria, in Ucraina e in altre parti del mondo siano solo l’inizio. Il sistema capitalista, avvicinandosi alla sua fine e dopo aver saccheggiato il mondo spogliandolo delle sue risorse, sta affrontando una delle sue crisi più acute" Come pensate che si svilupperà tale situazione? Le IRPGF credono che i conflitti, soprattutto nel sud del mondo, stiano diven- tando e diventeranno sempre più complessi e contorti, con la messa in campo di rapporti tra attori statali e non statali che trascendono i confini ideologici. Questo fatto si può riscontrare già nelle guerre in Siria e Ucraina. Unito a questo fattore, c’è il fatto che le popolazioni rurali sono (semi)proletarizzate, si stanno riversando nelle città già sovraffollate, per esempio in Cina, e la crescente quantità di baraccopoli e favelas porterà a esplosioni spontanee e insurrezioni da parte di chi viene emarginato o addirittura escluso dal sistema capitalistico. Vale a dire che il sistema capitalistico stesso, non essendo in grado di includere ampie fasce della popolazione, porta a una crisi dovuta al surplus di manodopera e a una sempre crescente classe operaia informale. Le IRPGF non pensano che una futura rivoluzione sia una certezza. Infatti, può non accadere o non nei ter- mini che desideriamo. Tuttavia, si verificheranno insurrezioni contro l’autorità e il capitale senza precedenti nella storia. Noi saremo lì con la gente per le strade e nelle montagne per combattere questo sistema di oppressione e perme- ttere ai quartieri e alle comunità di emergere come entità libera, autonoma e auto-organizzate. L’anarchismo non è una garanzia per il futuro, né ci consid- eriamo missionari di una sacra dottrina. Le IRPGF saranno lì a combattere e operare all’interno delle rivoluzioni sociali, mantenendo alcuni principi che riteniamo imprescindibili per una vita liberata. Le rivoluzioni e le insurrezioni sono disordinate, ma noi siamo pronti a sporcarci le mani. E tu? tratto dal sito itsgoingdown.org Interviews With IRPGF Comrades “The IRPGF Will be There to Fight and Work Within Social Revolutions Around the World”. Pubblicato su «Umanità nova», 16 aprile 2017. Chapter 15 Non per il martirio di CrimeThinc Alla fine di marzo 2017 si è diffusa la notizia che in Rojava si è andato formando una nuova formazione guerrigliera anarchica, l'International Revolutionary Peo- ples Guerrilla Forces (IRPGF). Il loro stato di emergenza ha rilanciato le dis- cussioni sulla partecipazione anarchica alla resistenza curda e alla lotta armata vista per il cambiamento sociale. È stato difficoltoso comunicare con i compagni in Rojava, dato che stanno operando in condizioni di guerra e circondati da ne- mici su ogni lato. Perciò siamo molto emozionati nel presentarvi la discussione più completa e critica mai apparsa sulle IRPGF, che esplora il contesto com- plesso della guerra civile Siriana e le relazioni tra lotta armata, militarismo e trasformazione rivoluzionaria. Gli sviluppi della situazione siriana ci stanno portando verso un futuro in cui la guerra non sarà più limitata a specifiche zone geografiche ma diventerà una condizione pervasiva. Gli attori statuali e non sono stati ineluttabilmente coin- volti nei conflitti, che ora si estendono ben oltre i confini siriani; oggi in molti paesi che non vedono la guerra sui propri suoli da oltre 70 anni si è ricominciato a pensare alla guerra civile. Le guerre su procura, che un tempo erano geografi- camente contenute, si sono ora diffuse in tutto il mondo, mentre le confessioni religiose, le etnie, le nazionalità, i generi e le classi economiche divengono esse stesse i mandatari nei vari conflitti tra le ideologie e le elite. Fino a che il capitalismo genererà crisi economiche ed ecologiche sempre più pesanti, questi conflitti saranno inevitabili. Ma mentre ci offrono nuove opportunità di sfidare il capitalismo e lo stato, difficilmente riescono a focalizzarsi sulle relazioni di coesistenza pacifica e di mutuo appoggio che gli anarchici desiderano creare. È possibile per gli anarchici prendere parte a questi conflitti senza abbandonare i nostri principi e i nostri valori? È possibile coordinarsi con forze che perseguono agende diverse riuscendo a preservare la nostra integrità e autonomia? Come dovremmo approcciare queste situazioni senza trasformarci in una macchina da guerra militarizzata? Dagli osservatori privilegiati di Europa e Stati Uniti siamo in grado di sviluppare analisi limitate su queste posizioni, anche se è necessario riuscire a formare il nostro pensiero critico. Siamo grati per aver avuto la pos- sibilità di conversare con i combattenti in Rojava e speriamo in futuro di avere altre opportunità simili con chi sta sui fronti caldi e sulle linee di battaglia in tutto il mondo. Per anni le forze Kurde hanno chiesto sostegno internazionale per combattere al loro fianco. Come fa questa chiamata a realizzarsi in pratica? Vi considerate partecipanti equi e autonomi sia nelle battaglie che nella trasformazione sociale? O ritenete di essere degli alleati a supporto della loro difesa? Per prima cosa è importante sottolineare come non tutti i sostenitori inter- nazionali vengano in Rojava, o comunque più in generale in Kurdistan, per gli stessi motivi. Come di certo saprete, per decenni c’è stato un grosso flusso di volontari internazionali che si sono uniti alle fila del Partito kurdo dei lavoratori (PKK). Inoltre il supporto internazionale è giunto anche dai paesi confinanti e da altri partiti e gruppi guerriglieri come l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP) e l'Esercito segreto armeno per la liberazione dell’ Armenia (ASALA). In tempi più recenti comunque, i volontari internazionali sono giunti nella regione principalmente per la crescita di Daesh (Isis) e dei suoi rapidissimi attacchi in Iraq e in Siria. Qualche anno fa, quando erano in corso la battaglia di Kobané e la campagna genocida di Daesh in Rojava e Shengal, arrivarono a combattere molti individui e gruppi di volontari, per le ragioni più disparate. Ad esempio, i Leoni del Rojava attrassero coloro i quali avevano motivazioni ideologiche e prospettive di tipo militarista, destrorso e religioso. Allo stesso tempo arrivarono anche i militanti delle sinistra turca, segnatamente del Par- tito comunista marxista-leninista (MLKP) e del Partito comunista marxista- leninista turco (TKP/ML), che successivamente inclusero le United Freedom Forces (BOG) che si formarono dopo i fatti di Kobane. Queste forze hanno aderito alla lotta armata nello sforzo di sostenere le forze Kurde non solo in Rojava, ma anche a Bakur (Kurdistan del Nord, Turchia) e in Turchia. Così, durante quei mesi chiave a Kobane, erano presenti contemporaneamente fonda- mentalisti cristiani, fascisti e islamofobi che si trovarono a combattere fianco a fianco con comunisti turchi e internazionali, socialisti e perfino qualche anar- chico. Questo non vuol dire che tutti i combattenti occidentali erano o fascisti o di sinistra. Al contrario, molti volontari internazionali si sono semplicemente identificati come antifascisti, sostenitori delle battaglie Kurde, femministe liber- ali, sostenitori della democrazia e persone affascinate dal progetto di confederal- ismo democratico che si stava svolgendo in Rojava. La situazione è cambiata sul terreno e molti destrorsi e fondamentalisti religiosi non combattono più con le Unità di protezione del popolo e con le Unità di difesa delle donne (YPJ/YPG}), mentre c’è sempre un mix eclettico e niente affatto monolitico di volontari in- ternazionali. In pratica, i sostenitori sono stati piazzati in vare unità secondo determinati criteri. Ad esempio, il personale con precedente esperienza militare che arriva può avere accesso alle unità Kurde che non sarebbero accessibili a chi questa precedente esperienza militare non ce l’ha. Tra queste persone vi sono ad es- 119 empio cecchini (suikast) e unità di sabotaggio (sabotaj taburs). Chi giunge qui con motivazioni ideologiche, anarchismo, comunismo o socialismo, può scegliere di andare in una delle basi dei partiti turchi per addestrarsi e combattere come membro aggiunto nelle unità di guerriglia. La maggior parte dei volontari internazionali comunque si unisce a qualche unità curda interna alla YPJ e alla YPG e combatte insieme a Kurdi, Arabi, Yezidi, Armeni, Assiri e altri gruppi all’interno delle Forze democratiche siriane (SDF). La posizione sociale dei volontari internazionali in relazione ai membri indigeni delle forze militari è per forza di cose complessa. Per gli abitanti del Rojava, e più in generale per il movimento di liberazione curdo, è un onore avere dei supporti inter- nazionali che vengono a difenderli quando per almeno un secolo si sono sentiti abbandonati dalla comunità internazionale nella loro lotta per l’autonomia e l’autodeterminazione. Tuttavia, attorno a certi occidentali che vengono qui a combattere si crea un’atmosfera che li rende quasi delle celebrità, senza contare che alcuni elementi dell’establishment politico e militare locale contribuiscono a creare attorno a questi volonarl un’aura paternalistica e a farli diventare dei simboli. Naturalmente queste cose dipendono anche dalle ragioni per le quali i volontari vengono in Rojava, Ad esempio, alcuni provano un enorme piacere a mostrare i loro volti, posano con le armi in pugno e gongolano dei loro suc- cessu. Altri preferiscono nascondere le loro facce, per motivazioni sia pratiche che politiche. Non c’è dubbio che alcuni volontari internazionali abbiano us- ato il conflitto in Rojava come veicolo per farsi pubblicità, che fa un po’ parte della logica dell’età dei selfie e dei social media. Questo ha permesso ad al cuni di loro di guadagnare piccole fortune scrivendo libri e usando la rivoluzione per i loro guadagni personali. Questa è la peggiore forma di avventurismo e di opportunismo. Sia chiaro che questi rimangono una piccola percentuale dei combattenti internazionali e non sono in nessun modo rappresentativi delle motivazioni e delle azioni della maggior parte dei foreign fighters. Mentre c’è molto apprezzamento per coloro i quali sono riusciti a portare il conflitto e la rivoluzione all’attenzione di un pubblico più ampio, non va sottovalutato il fatto che chi combatte qui può, in molti casi, dimenticarsi del conflitto e poter avere il privilegio di tornare al comfort delle loro vite. Arrivano anche dei turisti della guerra, che vengono perché attratti dai conflitti e dai combattimenti. Si compiacciono delle loro esperienze militari, e molti hanno servito nella Legione straniera francese. Quando vengono interpellati, esprimono spesso il deside- rio di andare in Ucraina o in Myanmar per continuare a combattere una volta lasciata l’area. Questo ci porta a una importante posizione teoretica che ab- biamo assunto come IRPGF. A nostro avviso, crediamo che la maggior parte dei volontari internazionali, soprattutto occidentali, riproducano i loro privilegi e le loro posizioni sociali in Rojava. Vorremmo ora introdurre il concetto di "conflitto sicuro”. Poiché questa guerra è sostenuta dagli Stati Uniti e dalle potenze occidentali, è abbastanza sicuro combattere il nemico senza affrontare le ripercussioni di essere un’organizzazione ideologicamente Apoista (Apo è il nomignolo affettuoso di Abdullah Ocalan, tra i fondatori del PKK) e legata quindi a un’organizzazione dichiarata terrorista. Non si hanno vere e proprie sanzioni se si viene a combattere in Rojava, a meno che non ci si unisca a qualcuno dei gruppi più radicali. Ad esempio, i cittadini turchi che combattono qui, vengono dichiarati terror- isti dallo stato turco e perfino i compagni del Partito marxista-leninista (ri- costruzione comunista) sono stati arrestati e incarcerati e i loro uffici in Spagna chiusi con l’accusa di avere contatti con il PKK. A parte questi, che sono casi ec- cezionali, la stragrande maggioranza dei volontari internazionali che vengono a combattere Daesh e ad aiutare i Kurdi sono al sicuro dalle azioni penali nei loro paesi. Inoltre, in alcuni casi, qui viene riprodotto l’esempio di attivisti e intellet- tuali occidentali pronti ad applaudire un conflitto che si svolge oltre le frontiere dei propri paesi ma non disposti a sacrificare la loro comodità e i loro privilegi portandosi le lotte in casa. Alcuni vengono e fanno i rivoluzionari per sei mesi o un anno, si possono applaudire, si fanno i complimenti a vicenda e tornare poi alla normale esistenza. Non sono la maggioranza, ma qui sono visti come un problema. Capiamoci: non vogliamo degradare o ridicolizzare chi viene a com- battere per qualche mese o un anno, anche perché qualunque volontario mette a rischio la propria vita semplicemente scegliendo di entrare in una zona di guerra, D’altro canto però i sostenitori internazionali mentre rischiano la vita imparano nuove tecniche e si aprono loro nuove prospettive e quando ritornano a casa potrebbero continuare la lotta in diversi modi. Alcuni volontari internazionali hanno perfino cambiato le loro posizioni ideologiche. La maggior parte lo ha fatto positivamente vedendo la liberazione e l’autodeterminazione delle donne come componenti per una vita più liberata. Una piccola minoranza ha matu- rato invece delle posizioni negative, dichiarando che i Kurdi sono combattenti incompetenti, che la rivoluzione sta fallendo o fallirà presto e che l’esperienza in Rojava non ha fornito loro combattimenti sfrenati come avrebbero desiderato. Ci domandiamo cosa succederà in prospettiva? Cosa succederà quando le forze internazionali gireranno le spalle al progetto in Rojava e non saranno più utili per le forze rivoluzionarie? I sostenitori internazionali avranno la forza di com- battere contro l’esercito turco 0, per dire, quello americano? Staremo a vedere. A differenza dei sostenitori internazionali appena citati, ci sono coloro i quali sono arrivati con analisi profonde e chiare delle loro ideologie politiche, della geopolitica regionale e della guerriglia. La miscela, la qualità e la quantità di guerriglieri comunisti, socialisti e anarchici non ha pari in nessuna parte del mondo. Questo ci offre nuove opportunita e ci consente di essere innovativi, come nella creazione della Brigata internazionale per la libertà (IFB) o delle operazioni di formazione congiunta, ma evoca anche lo spettro della storia che si ripete. Tirando le fila, crediamo che coloro i quali sono giunti qui per motivi ideologici o per supportare le genti del Rojava e le loro lotte partecipino egual mente sia alle battaglie sia al processo di trasformazione sociale, mentre gli altri, una crescente minoranza, che sono venuti come esperti militari o come turisti di guerra non hanno questa attitudine, dato che pretendono di sapere più cose della guerra rispetto alle forze locali sul terreno. Questo ha comportato anche degli scambi piuttosto duri e talvolta scontri fisici e intimidazioni. Noi come IRPGF siamo allo stesso tempo partecipanti autonomi allo scontro e alleati per la difesa popolare. Non li vediamo come capi separati ed esclusivi. Però in 121 qualche modo la nostra autonomia è limitata dal fatto di far parte di un fronte ampio di battaglia con strutture militari, combattiamo sotto le YPG, il che significa essere parte delle SDF che in questo momento cooperano con le forze militari statunitensi e di altri passi occidentali che stanno combattendo Daesh. La nostra è una posizione basata sul pragmatismo, che non ci fa cambiare opin- ione sul fatto che gli Stati Uniti, come Daesh e come qualsiasi altro stato siano nostri nemici. Riconosciamo anche che sono state proprio le politiche estere statunitensi a creare in qualche modo Daesh e quindi ora devono assumersi la responsabilità di combatterlo. A parte queste complesse alleanze internazion- ali, questa lotta contiene sia caratteristiche indigene che internazionali che ne rende più importante la difesa. Ciò su cui ci stiamo ora interrogando e che sti- amo imparando attraverso l’autocritica, la teoria e la pratica è la relazione dei rivoluzionari internazionalisti anarchici con una lotta indigena che vede sé stessa come parte di un movimento rivoluzionario internazionalista che si diffonderà ben oltre i confini di tale lotta. Siccome la maggior parte delle nostre energie è incentrata sulla lotta armata, al momento abbiamo progetti limitati per ciò che concerne la società civile. Attualmente stiamo lavorando nel supporto di attività anarchiche nella società civile. Anche se la trasformazione sociale non è l’unico progetto che bisogna affrontare. Ad esempio, gli abitanti dei villaggi arabi nelle vicinanze della nostra base sono venuti quotidianamente per darci latte e yogurt che producono, mentre in cambio noi gli forniamo zucchero o altri beni che loro non avevano in una sorta di mutuo appoggio. Tutto ciò ha creato legami di solidarietà e di vita collettiva. Abbiamo anche buone relazioni con un piccolo numero di famiglie armene nella regione. I soli semplici atti di bere chai insieme o di baciarci sulla guancia per salutarci sono i primi passi fatti insieme per costruire relazioni che a lungo termine possono contribuire a porre le basi per dei progetti che portano alla trasformazione sociale. I combattenti internazionali, segnatamente gli anarchici e i comunisti, per qualche tempo si sono organizzati separatamente in Rojava. Come mai? Qual è la vos- tra relazione con le altre strutture kurde? Come già accennato prima, la maggior parte dei combattenti internazionali anar- chici, apoisti, socialisti e comunisti, oltre a quelli che più generalmente si definis- cono antifascisti e antimperialisti, hanno tentato di organizzarsi separatamente. Fino a qui nulla di nuovo. Per rispondere alla domanda bisognerebbe fornire una descrizione della situazione storica della sinistra turca e dei numerosi gruppi armati operanti in zona. Per ciò che concerne la sinistra turca e specialmente quella parte coinvolta nella lotta armata e che mantiene unità guerrigliere, la relazione tra vari gruppi è una cosa che è cambiata e si è adattata nel corso degli anni. Ci fu un tempo in cui i partiti della sinistra turca si vedevano ne- mici l’un l’altro, molto più di quanto considerassero nemico lo stato turco o il sistema capitalista. Questo ha portato a violenze interpartitiche e perfino alla morte di alcuni militanti. Intanto, come la storia ci ha dimostrato, lo stato turco si è dimostrato molto più forte e resistente di quanto ci si sarebbe mai immaginati. In precedenza la maggioranza della società turca non ha promosso la lotta, a differenza dei partiti, in quanto essendo tradizionalmente marxista-leninista credeva dogmaticamente che tutto si sarebbe svolto come risultato di una necessità storica. Nei fatti, con l’avvicinarsi del referendum in Turchia e con Erdogan praticamente sicuro di una vittoria del sì, i partiti hanno avvertito la necessità di unirsi e di lottare insieme. Ciò non significa che non lo avessero già fatto in precedenza. Infatti la maggior parte dei partiti, il più grande dei quali era il PKK, hanno collaborato nei gruppi di guerriglia nella vasta regione montagnosa della Turchia, condividendo risorse e adestramento e perfino effet- tuando operazioni congiunte. È solo il 6 Marzo 2016 però che si è fatta la storia, con la formazione del movimento rivoluzionario unitario del popolo (Halklarin birlesik devrim hareketi). Questo fronte unitario comprende dieci del maggiori partiti impegnati nella lotta armata e li lega sotto la stessa struttura e la stessa bandiera nella lotta contro il governo di Erdogan e lo stato tutco. Bisogna poi guardare più in generale alla storia del medio oriente per capire in che modo i vari partiti turchi agivano nei vari paesi e partecipavano ai vari conflitti. Ad esempio il Partito comunista di turchia/marxista-leninista (TIKKO), ASALA e il PKK operarono in Libano (nella valle di Begaa) e si addestrarono insieme all’OLP e ad altri gruppi guerriglieri palestinesi, libanesi e internazionali, conducendo an- che operazioni congiunte. In Siria il PKK costruì dei quartier generali e aprì sedi di partito e strutture di formazione in Rojava dagli anni ’80 fino alla metà degli anni ‘90. Abdullah Ocalan fu libero di operare in tranquillità con il supporto del regime siriano, che vedeva la Turchia come un nemico. Le crescenti tensioni turco-siriane e la minaccie di guerra costrinsero Hafiz Al-Assad a tagliare tutti i ponti con Ocalan e a espellerlo dal territorio siriano. Il collasso dell’Unione So- vietica costrinse molti gruppi guerriglieri turchi e internazionali a nascondersi e a limitare mobilità, risorse, addestramento e operazioni. La guerra civile siriana e la rivoluzione in Rojava fornirono un’altra occasione ai partiti turchi illegali clandestini e nascosti sulle montagne a spostarsi in Rojava e creare basi e oper- azioni per supportare la lotta, organizzarsi e poter comunicare più liberamente ed efficacemente. Ciò ha portato molti partiti ad aprire dei quartier generali (karargahs) in Rojava. Quando il conflitto in Rojava si è intensificato e i partiti hanno avvertito la necessità di condividere risorse, intelligence e operazioni mili- tari questi, sotto la guida del MLKP, hanno formato la Brigata Internazionale di Liberazione. Questo esperimento di condivisione di comando e gestione che ha unificato i vari partiti e gruppi sotto una bandiera per combattere, fu il primo di questo tipo in Rojava, precedendo la formazione del movimento rivoluzionario unitario del popolo (HBDH). L'esperimento diede risultati altalenanti. Ad es- empio, l’IFB era gestito secondo i principi del centralismo democratico con i quali noi del IRPGF non siamo d’accordo. Preferiremmo essere completamente orizzontali e rispettare l’uguaglianza per tutti i gruppi e i membri. Inoltre, la stragrande maggioranza dei gruppi, dei partiti e dei combattenti all’interno dell’TFB sono turchi, per cui il carattere prettamente internazionale del gruppo veniva compromesso. Perfino le forze curde si riferiscono all’IFB chiamandoli cepé turk, sinistra turca. Detto questo, dobbiamo soostenere che il gruppo ha avuto un valore positivo e simbolico e ha riscosso diversi successi militari. Ha dimostrato che i vari gruppi e partiti, incluso l’IRPGF, possono lavorare, ad- destrarsi e combattere insieme contro un nemico comune, unendo le energie e 123 le forze per raggiungere e vittoria sia in combattimento che all’interno della società civile. Sebbene la Brigata Internazionale per la Libertà ricada sotto il comando della leadership congiunta dei vari gruppi e partiti che afferiscono in essa, in ultima analisi fa parte dell’YPG e quindi delle SDF. Quindi mentre siamo autonomi per ciò che concerne strutture militari, organizzazioni di unità e movimenti individuali, attendiamo ordini e direttive direttamente dall’YPG circa la nostra posizione e i nostri movimenti sul campo di battaglia, esatta- mente come il resto della IFB. Questo ci colloca direttamente sotto il comando dell’YPJ/YPG e quindi anche noi condividiamo alleanze e campi di battaglia con tutti quelli che conducono le operazioni congiunte. Tuttavia i gruppi e i partiti mantengono la loro autonomia come entità separate al di fuori dalla struttura della IFB e possono dissentire con le posizioni delle forze Kurde e perfino criticare certe politiche e certe decisioni. Allo stesso tempo, in quanto parte di IFB facciamo molta attenzione a esprimere posizioni, punti di vista e prospettive quando operiamo col nome e nelle strutture di IFB stessa. Ultima- mente IFB si è rivelata un laboratorio e un esperimento unico che attrae persone di estrema sinistra e radicali di tutti i colori e li persuade a combattere in una stessa unità e sotto un’unica struttura di comando. Considerando che l'alleanza tra gli eserciti kurdîi e statunitensi non durerà per sempre non permetterà di creare spazi per progetti radicali in Rojava, come si posizionano gli anarchici in questo conflitto? Riuscite a mantenere una certa autonomia nelle decisioni prese da altre parti coinvolte in questa alleanza? Il termine alleanza può essere molto fuorviante, è una parola forte e assoluta. Gli Stati Uniti e i loro alleati, per ragioni politiche ed economiche assolu- tamente indipendenti, hanno messo in piedi un progetto di eliminazione del gruppo armato di Daesh, dal quale la rivoluzione si deve difendere e che anche le YP.J/YPG vorrebbero eradicare. Quindi le YPJ/YPG stanno sullo stesso campo di battaglia degli americani. Data la condivisione di un comune nemico e dato che l’antagonismo politico, ideologico ed economico tra le due parti è lontano dall’accendersi per una certa priorità nel combattere ISIS, la cooper- azione militare non è sorprendente. Non c’è nessuna alleanza politica tra gli Stati Uniti e i rivoluzionari del Rojava. Infatti noi riteniamo che la cooper- azione tra i rivoluzionari e gli USA non possa durare. Naturalmente anche qui esistono forze che vorrebbero costituire uno stato-nazione o che utilizzano sen- timenti nazionalisti per stimolare il sostegno americano. Appena fuori dalla porta di casa abbiamo il Governo regionale kurdo (KRG) di Masoud Barzani, che è un ennesimo pupazzo degli Stati Uniti nella regione. Barzani e il KPD sono visti da miolti come traditori per essersi alleati con la Turchia a spese dei Kurdi e degli Yezidi di Shengal. Inoltre il KRG cerca di mescolare le carte, sia politicamente con gruppi quali il Consiglio nazionale kurdo (ENKS) e il KPD all’interno del Rojava, sia militarmente con i peshmerga del Rojava. I nemici di questa rivoluzione sono innumerevoli. È abbastanza noto che pensatori anarchici come ad esempio Murray Bookchin hanno contribuito in maniera rilevante alla rivoluzione sociale, con posizioni che hanno portato Abdullah Ocalan a muoversi dal marxismo-leninismo fino a creare la teoria del Confederalismo democratico. Indipendentemente dalla precisione di questo dato, è un fatto che oggi gli anar- chici possano avere un forte impatto sulla rivoluzione, sia nella lotta armata che nella società civile. Attraverso il dialogo e i progetti congiunti, oggi possiamo lavorare con le comunità locali e sviluppare relazioni che possono ulteriormente rafforzare gli utili della rivoluzione e spingerla in avanti. Con più gli anarchici e la loro filosofia influenzeranno il dialogo con le persone e le strutture sociali in Rojava, con più ci sarà la possibilità di costruire insieme qualcosa di nuovo e di concentrarci sulla trasformazione, non solo in Rojava, ma nel mondo intero. Qui sta l’importanza di connettere le lotte tra loro, come già facemmo in pas- sato con Bielorussia, Grecia e Brasile. La battaglia in Rojava è la battaglia di ogni quartiere oppresso, di ogni comunità. È la battaglia per una vita liberata ed è qui che gli anarchici possono avere un impatto devastante. Come anar- chici siamo senza ombra di dubbio contro tutti gli stati e le autorità. Questa cosa non è negoziabile. Mentre riconosciamo pienamente il ruolo dei vari par- titi nelle lotte e nelle battaglie per liberare il territorio sia in Rojava che nella più vasta regione montuosa del Kurdistan, crediamo che la solidarietà critica ci permetta di lavorare, lottare e anche morire accanto ai partiti, pur mante- nendo l’autonomia di restare critici verso le loro ideologie, le loro strutture, le mentalità feudali e molte delle loro politiche. Mantenere l’autonomia significa che possiamo essere in disaccordo con le loro posizioni o scegliere di non com- battere se le alleanza delle forze rivoluzionarie vanno oltre la sopravvivenza e le pragmatiche necessità geostrategiche. In ultima analisi, se le forze rivoluzionarie dovessero formare alleanze formali con le potenze statali e facessero diventare il Rojava stessa un’entità statuale, anche se questo stato fosse socialdemocratico, le IRPGF abbandoneranno la lotta e sposteranno le loro basi operative ovunque si continui una lotta realmente rivoluzionaria. I progetti anarchici intrapresi nella società civile sarebbero comunque in grado di funzionare e continuare fino a che ci sarà la volontà di portarli avanti, ma è probabile che ai gruppi guer- riglieri anarchici e comunisti non sarà più consentito di operare in Rojava. Avete avvertito della tensione tra l'impegno nella lotta armata e lo sviluppo di progetti sociali in Rojava? In che modo questi due aspetti si compenetrano e si rinforzano l’un l’altro? E in che modo sono in contraddizione? Il nostro gruppo ha appena iniziato a sviluppare progetti sociali in Rojava. Per un’unità è difficile organizzare e portare avanti progetti sociali quando è impegnata nella lotta armata e manca di risorse in termini di personale e in- frastrutture. Servirebbero più persone; dobbiamo raggiungere la massa critica necessaria per sviluppare un progetto che abbia successo. Alcuni nostri com- pagni prima di venire qui hanno lavorato nella società civile e sono stati attivi nel creare nuove iniziative che siano al contempo sostenibili e fattibili. Questo ci consentirà di impegnarci nei nostri rispettivi impegni nella lotta armata e nella rivoluzione sociale. La guerra in Rojava ha sottoposto altre strutture sociali ai suoi imperativi? Es- istono degli spazi o delle sfere dell’esistenza poste sotto il controllo dei gruppi militari, determinando di fatto relazioni gerarchizzate? In una comunita in 125 guerra, come si prevengono le priorità militari che determinano chi detiene il potere in quelle situazioni? Sicuramente la guerra in Rojava e le guerre civili in Siria e Iraq hanno drasti- camente cambiato le relazioni tra civili e militari. Ciò che ora sta accadendo in Rojava può essere descritto e caratterizzato come “comunismo di guerra”, secondo la definizione di alcuni compagni (hevals). La situazione attuale ha sot- tomesso gran parte dell’economia e della società civile allo sforzo bellico. Questo non ci sorprende. Il Rojava è circondato da nemici che cercano di distruggere questo nascente esperimento rivoluzionario. Daesh è un attore parastatale es- tremamente letale ed efficace, con ingenti risorse finanziarie e militari e delle forze sul campo che si misurano in decine di migliaia. E come tale è una delle minacce più brutali e abili per la Rojava. Se non fosse stato per gli enormi sforzi bellici di grandi segmenti della società, in particolare della resistenza di Kobane la successiva vittoria che è stata un punto di svolta fondamentale, Daesh sarebbe uscito vittorioso e avrebbe continuato la sua rapida espansione. Con la guerra e con Daesh che ora opera in Iraq e in Siria, la Turchia è entrata nel conflitto cercando di soffocare gli sforzi di YPJ/YPG per garantire la contigu- ità tra i cantoni di Kobane e Afrin. Bisogna essere consci del fatto che quasi quotidianamente l’esercito turco ai confini del Rojava bombarda uccidendo sia civili che militari. Allo stesso modo a est, in Iraq, il Governo regionale kurdo (Bashur) con la leadership di Masoud Barzani e il Partito Democratico Kurdo (KPD) continuano a imporre un embargo virtuale sul Rojava oltre ad attaccare con i Peshmerga le Forze di difesa popolare (HPG) e le Unità di resistenza di Sinjar (YBS) a Shengal. Infine Barzani e il KPD colludono con Erdogan e il fascista Partito per la giustizia e lo sviluppo-Partito del movimento nazionalista (AKP-MPH) e con lo stato turco condividendo intelligence, risorse e conducendo operazioni militari congiunte. Senza dubbio la guerra conduce di fatto a relazioni gerarchizzate e ostacola se- riamente le relazioni orizzontali e il potere delle comunità. Nei fatti esistono numerosi livelli di relazioni gerarchizzate. Ci sono gerarchie interne alle strut- ture di partito che permeano le strutture sociali e si estendono più in generale nella società civile. Possono esser di diverso tipo, ad esempio riguardano il fatto se un aderente è un qadro o no, da quanto tempo si è nel movimento, la formazione e le conoscenze ideologiche, la loro esperienza, i contatti e l’abilità in combattimento. Tutto ciò può essere percepito come un sistema di rango, privilegio e avanzamento. E in realtà è così, ma è un qualcosa che opera in contrasto con un partito che è critico su questo e con un’ideologia che cerca di trascendere queste relazioni nel bel mezzo di una rivoluzione sociale realmente esistente. Mentre i qadri dei gruppi militarizzati hanno una posizione sociale più elevata rispetto ad altre persone della società, questi invece servono le per- sone attraverso la struttura comune e nel contesto più ampio della Federazione Nord-Siriana. In definitiva, queste relazioni gerarchiche esistono come necessità militari nel mezzo di una guerra brutale. Come anarchici le vediamo e capi- amo come mai siano necessarie, sebbene critichiamo la loro esistenza cercando di sfidare queste relazioni centralizzate di autorità e di controllo. È possibile criticarle attraverso il Tekmil (un’assemblea di democrazia diretta per criticare un comandante o altri gerarchi nelle unità), una pratica vitale di critica, auto- critica e autodisciplina che trae le proprie origini dal Maoismo. Le relazioni di potere gerarchiche, sebbene a volte necessarie per esigenze militari e priorità di combattimento devono esistere come qualcosa che vogliamo e desideriamo l’un l’altro per permettere a tutti di agire in modo efficace. Quando è tempo di deliberare, possiamo discutere, criticare, e prendere decisioni collettive. In com- battimento ci si aspetta una guida immediata, istruzioni, protezione, certezze e responsabilità dai compagni più esperti e meglio informati, perché ci sono molte decisioni da prendere e compiti che ricadono sul gruppo e che non si possono prendere da soli o essere gravati da tali compiti. Ciò vale anche per le fasi di formazione e reclutamento. Ma queste relazioni possono avere il potenziale per minare la natura autonoma, orizzontale e autorganizzata delle comunità se non vengono intese e praticate secondo altri principi ideologici. Come possiamo noi anarchici e membri dell’IRPGF prevenire le relazioni gerarchiche in questa serie di contesti sovrapposti? La complessità di questa domanda rivela inoltre un problema intrinseco al come viene inquadrata la questione. Vale a dire che in qualche modo le priorità militari o la difesa della comunità sono faccende sep- arate dalla comunità stessa: faccende imposte dal di fuori, da qualche attore che non vive nella comunità. Sebbene sia vero che a volte le priorità militari sono imposte alla comunità, ad esempio quando si tratta di evacuare dei villaggi che si vengono a trovare sulla linea del fronte, sotto pericolo di attacchi e con le abitazioni che temporaneamente vengono utilizzate come avamposti militari, è vero pure che in Rojava le comunità locali, di quartiere, quelle etno-religiose sono responsabili della loro stessa difesa. Non è un fatto nuovo. Tornando ai disordini di Qamishlo del 2004 (una rivolta di Kurdi siriani nel Nord Est), ricordiamo che si erano venute a creare delle iniziative di difesa comunitaria che precorrevano quelle che sarebbero diventate le YPG. Per proteggersi con- tro la più grande struttura difensiva, le YPG appunto, nel caso queste avessero imposto la propria volontà con un colpo di mano militare che avrebbe tolto il potere alla comunità, le comunità stesse crearono le loro unità di difesa, le HPC (Hézén parastina cewherî). Mentre le YPG rappresentano l’esercito popolare guerrigliero in Rojava, ci sono anche organizzazioni più piccole, ad esempio il Consiglio militare siriaco, che è formato da cristiani Siriaci e mira a proteggere quella comunità. La difesa stessa è decentralizzata e confederata ma allo stesso tempo mantiene la capacità di schierarsi rapidamente, di richiamare le truppe e perfino di coscrivere, qualora fosse necessario. Crediamo e riaffermiamo che le comunità in guerra debbano essere responsabili della loro stessa difesa. Tut- tavia, con grandi stati, attori parastatali e non statuali che attaccano queste comunità per eliminarle, c’è necessariamente bisogno di forze militari più in- genti. Ciò può richiedere dei processi che in tempo di guerra possono ridurre l'autonomia di una comunità. Questa realtà è quella in cui siamo costretti a vivere. Fondamentalmente c’è una dicotomia e una tensione palpabile tra le co- munità in guerra e le forze militari che affrontano nemici molto più numerosi di loro. Noi, per quanto possibile, ci impegniamo a garantire che le comunità con- servino la loro autonomia nei processi decisionali mentre contemporaneamente cerchiamo di proteggerli e garantire loro la sopravvivenza. Ripetiamo che le co- 127 munità doverebbero comunque essere le responsabili ultime della loro sicurezza; quando ce n’è la necessità, tutte le comunità dovrebbero unirsi per formare una forza militare più grande per la loro protezione collettiva. Ciò significa che ogni comunità costituisce una componente fondamentale della forza il cui compito è la protezione di tutte le comunità. Insomma, questa tensione tra la comunità e l’apparato militare non è altro che un altro aspetto della tensione filosofica che intercorre tra il particolare e l’universale. Il nostro compito è garantire che questo squilibrio venga ridotto al minimo, per consentire alle comunità di ri- manere autonome e, in ultima analisi, avere l’ultima parola sulle loro priorità e sulla loro difesa. Cosa distingue le formazioni e le strategie di lotta armata anarchiche da altri esempi di lotta armata? Se vi opponete a eserciti permanenti o a gruppi rivoluzionari calcificati, ma poi asserite che la lotta armata può essere necessaria fino a che diventerà impossibile imporre istituzioni gerarchiche a chiunque, qual è la differenza metodologica che possa preservare sul lungo termine le forze di guerriglia anarchiche dal funzionare allo stesso modo di un esercito permanente o di un gruppo rivoluzionario calcificato, concentrando cioè il potere sociale? Una cosa che ci viene spesso chiesta è in che modo ci differenziamo dagli altri gruppi armati dell’estrema sinistra. E quali sono i nostri tratti caratteristici. Come formazione di lotta armata anarchica, come altri gruppi anarchici in tutto il mondo, ci battiamo per la liberazione individuale e delle comunità che si basi sui principi fondamentali dell’anarchismo. Non siamo né dogmatici né ortodossi nel concepire l’anarchismo, ma sempre iconoclasti e innovatori. L’anarchismo è un’ideologia sempre in movimento e in crescita che è impossibile separare dalla vita stessa. Mentre altri gruppi di sinistra non anarchici potrebbero volere una sorta di socialismo o di comunismo; noi ci distinguiamo per il modo in cui inten- diamo l’autorità, sia all’interno del gruppo che all’esterno. Non abbiamo leader. Non abbiamo culti della personalità né nostri ritratti appesi ai muri. Prendi- amo esempio dagli Zapatisti che coprono i loro volti per focalizzarci meglio sul collettivo e non sull’individuo, perché noi, come collettivo di individui, rappre- sentiamo identità e posizioni sociali uniche. Prendiamo decisioni per consenso; quando siamo sul campo di battaglia ci accordiamo affinché uno o più compagni divengano responsabili dell’operazione. Non esiste una struttura di comando permanente nelle IRPGF. Le posizioni di responsabilità ruotano, la nostra log- ica non vuole riprodurre quella dei ranghi militari o delle strutture di classe tecnocratiche. Le formazioni armate anarchiche non sono una novità. Ad esem- pio vi sono gruppi anarchici in tutto il mondo, come la Cospirazione delle Cellule di fuoco, la FAT-IRF (Federazione anarchica informale - Fronte rivoluzionario in- ternazionale) o Lotta Rivoluzionaria. Non siamo necessariamente d’accordo con tutte le posizioni dei membri di questi gruppi. Non cerchiamo di essere elitari o di essere dei guerriglieri di montagna che escono dal mondo e si concentrano solo sulla guerra popolare, anche se questo è un aspetto importante della lotta. Cerchiamo di portare le montagne nelle città e viceversa. È importante cercare di connettere tutte le battaglie, in quanto esse sono già intimamente interconnesse dalla natura dei vari sistemi di oppressione e di dominio esistenti. Anche noi "caghiamo su tutte le avanguardie rivoluzionarie del mondo” come il Subco- mandante Marcos. Non ci vediamo come avanguardia anarchica. Siamo tutto fuorché quello. Le IRPGF ritengono necessario stare in mezzo alla gente e capire il carattere sociale del processo rivoluzionario. Non esiste rivoluzione senza la partecipazione di comunità, villaggi e vicinato. Non cerchiamo di glorificare le armi che possediamo, ma piuttosto le vediamo come un veicolo per la liberazione collettiva. Ma la liberazione non si può ottenere senza una rivoluzione sociale. Non siamo un ennesimo gruppo di guerriglia urbana che cerca solo di distruggere senza costruire qualcosa di sociale e comune. Ovviamente possedere armi e uti- lizzarle in battaglia porta con sé un’enorme responsabilità e un grande pericolo, non solo per noi stessi, ma per il potere che possediamo. Concordiamo con quei guerriglieri che ripetono spesso il principio Maoista secondo il quale non dobbi- amo sottrarre nemmeno uno spillo alle persone. Siamo rivoluzionari guidati da dei principi, non una gang di ladri mercenari. Queste sono le basi sulle quali, come IRPGF, cerchiamo di sviluppare un'etica collettiva e una comprensione della lotta armata. Sapendo bene che le lotte armate possono durare anni, se non decenni e sapendo anche con il passare del tempo le strutture divengono sempre più trincerate e rigide, ci preoccupiamo per la creazione di determinate dinamiche di gruppo che possono portare alla formazione di gerarchie e a una concentrazione del potere ovunque ci si trovi. Per minimizzare il rischio, cre- diamo non solo che bisogna essere rivoluzionari di professione a tempo pieno, ma nel contempo anche membri di una comunità. Significa che dobbiamo essere parte attiva sia delle lotte locali sia dei progetti della società civile. Laddove un esercito permanente o un gruppo rivoluzionario cementificato vedono che il loro compito è un lavoro professionale o una dedizione alla lotta, allo stesso tempo mantengono le distanze dalla comunità e dalla vita quotidiana. I gruppi guer- riglieri anarchici devono rimanere entità orizzontali e resistere alla tentazione della necessità strutturale di centralizzare e concentrare il potere. Così fecendo fallirebbero, non sarebbero più né anarchiche né liberatrici secondo noi. Come IRPGF, capito questo pericolo, sentiamo che la maniera migliore per resistere alla creazione di gerarchie sociali sia lo sviluppo dei progetti e delle relazioni con la società civile. È un processo che potrebbe essere pregno di errori e di con- traddizioni. Eppure è proprio attraverso queste contraddizioni e queste carenze, accoppiate con i meccanismi di autocritica e a una struttura autorganizzata orizzontalmente che si combatte la creazione di un gruppo rivoluzionario ossifi- cato che centralizza la propria autorità e concentra il potere. Come avete detto, i conflitti in Siria, in Ucraina e in altre parti del mondo rappresentano solo l’inizio di quello che sarà un periodo di crisi globale lungo e caotico. Quale pensate che sia la relazione corretta tra lotta armata e rivoluzione? Credete che gli anarchici debbano cercare di iniziare le lotte armate entro un pro- cesso rivoluzionario al più presto oppure cercare di rimandare più che si può? E come possono gli anarchici rimanere fedeli a loro stessi sul terreno della lotta armata quando molto dipende dal come ottenere le armi, il che di solito significa stringere accordi con attori statali o parastatali? 129 Per prima cosa non esiste una formula generale per capire quanto sia neces- saria la lotta armata per iniziare e far avanzare il processo rivoluzionario, e nemmeno a che punto dovrebbe iniziare. Come IRPGF riconosciamo il fatto che ogni gruppo, comunità o quartiere debba decidere in autonomia quando si debba iniziare la lotta armata, che deve essere contestuale alla situazione e alla posizione specifica. Ad esempio, mentre lanciare una molotov contro la polizia è quasi normale a Exarchia ad Atene, farlo negli Stati Uniti potrebbe costare la vita all’esecutore del gesto. Ogni contesto locale ha una soglia differente sul livello di violenza ammessa dallo stato. Questa ovviamente non deve essere una scusa per l’inazione. Crediamo che la lotta armata sia fondamentale. In defini- tiva le persone devono essere disposte a sacrificare la propria posizione sociale, i propri privilegi e se necessario anche le proprie vite. Naturalmente non stiamo chiedendo a nessuno di lanciarsi in missioni suicide per cui si richiede l’estremo sacrificio. Questa non è una battaglia per il martirio, ma per la vita. Qui in Rojava e in Kurdistan, che saranno parte del conflitto armato e del processo rivoluzionario quando si disvelerà, ci saranno dei martiri. Il conflitto armato non crea necessariamente le condizioni per la rivoluzione e ad alcune rivoluzioni potrebbe bastare un conflitto minimo o addirittura nullo. Sia la lotta armata che la rivoluzione possono essere atti spontanei o pianificati da anni. Tuttavia le rivoluzioni locali e nazionali, che in alcuni casi sono state pacifiche, non creano le condizioni né per la rivoluzione mondiale, né tantomeno sfidano l’egemonia del sistema globale capitalista. Ciò che rimane della domanda quindi è: quando si dovrebbe iniziare una lotta armata? Per cominciare, bisogna che ognuno sia in grado di analizzare la situazione e il contesto locali. La creazione di forze di difesa formate dalle comunità locali e di quartiere che siano palesemente armate rappresenta un primo passo importante per assicurare autonomia e autopro- tezione. Questo è un atto profondamente simbolico che certamente attirerà l’attenzione dello stato e dei suoi apparati repressivi. L’insurrezione dovrebbe avvenire ovunque e contemporaneamente, non necessariamente con le armi spi- anate. In ultima analisi, la lotta armata deve sempre avere una correlazione con la comunità, cosa che preverrà la formazione e lo sviluppo di avanguardie e di posizioni sociali gerarchizzate. Le rivoluzioni non sono cene di gala e, cosa ben peggiore, non siamo noi a scegliere gli ospiti delle cene. Come possiamo noi anarchici rimanere fedeli ai nostri principi politici quando dovremmo affidarci a enti statali, parastatali e anche non statali per ottenere armi e altre risorse? Iniziamo a pensare che non esistono lotte armate o rivoluzioni ideologicamente pure e intonse. Le nostre armi sono state fabbricate nei paesi ex comunisti e ci sono state date da partiti politici rhia, usa, irpgf, rivoluzionari. La base in cui ci troviamo, le vettovaglie e le risorse che riceviamo arrivano direttamente dai vari partiti attivi in zona e direttamente dalla gente. Chiaramente noi anarchici non abbiamo liberato il tipo di territorio del quale avremmo bisogno per operare per conto nostro. Dobbiamo stringere patti. E la questione diventa la seguente: che principi debbono seguire questi patti? Abbiamo relazioni con partiti politici rivoluzionari comunisti, socialisti e apoisti. Combattiamo contro lo stesso ne- mico ora e i nostri sforzi congiunti possono soltanto favorirci in battaglia. Poi rimane inteso che la nostra alleanza e solidarietà con loro è sempre di tipo 130 CHAPTER 15. NON PER IL MARTIRIO DI CRIMETHINC critico. Siamo in disaccordo sulle loro mentalità feudali, le loro posizioni ideo- logiche dogmatiche e la loro visione di come prendere il potere statale. Sia noi che loro siamo coscienti del fatto che un giorno potrebbero conquistare il potere statale, e in tal caso diventeremmo nemici. Ma per ora non siamo solo alleati, ma compagni di lotta. Questo non significa che abbiamo sacrificato i nostri principi. Al contrario, abbiamo aperto un dialogo sull’anarchismo e criticato le loro po- sizioni ideologiche, mentre abbiamo trovato e affermato i principi e le posizioni teoretiche che abbiamo in comune. Questo dialogo ha trasformato entrambe le parti, in quello che pare essere stato una sorta di processo dialettico: la neces- sità sia della teoria che della pratica per fare avanzare sia la lotta armata che la rivoluzione sociale. Per l’IRPGF, fare accordi con altri gruppi della sinistra rivoluzionaria per trovare un terreno comune d’azione è una prassi che viviamo quotidianamente. Però dobbiamo ammettere che la maggior parte delle strut- ture guerrigliere delle quali facciamo parte stringe accordi con gli stati. Quindi, mentre riaffermiamo con la forza la nostra posizione contro tutti gli stati, che non è negoziabile, la nostra struttura stringe accordi pragmatici proprio con gli stati per cercare di sopravvivere a un altro giorno di battaglie. Per il momento tutte le nostre forniture e risorse provengono dai partiti rivoluzionari con i quali siamo alleati, che a loro volta fanno patti e accordi con enti statali e non statali. Sappiamo di essere in contraddizione, ma è dura la realtà delle nostre condizioni attuali. A seconda del contesto e della situazione, gli anarchici devono scegliere quali tipi di patti possono stringere e con chi. Potrebbero avere la necessità di essere pragmatici e stringere patti con stati, associazioni parastatali o non statali per acquistare armi, per tenere il terreno su cui operano o semplicemente per sopravvivere e un giorno saranno criticati e attaccati per tutto ciò. Saranno i collettivi e le comunità a decidere sul come avanzate nel processo rivoluzionario e come usare i vari attori statali e parastatali a loro vantaggio, con l’obiettivo di non avere più bisogno di loro e distruggerli. In definitiva, la lotta armata è necessaria per il processo rivoluzionario e le varie alleanze che stringiamo le riteniamo necessarie per raggiungere il nostro obiettivo di un mondo liberato. L’IRPGF crede e afferma il concetto proveniente dalla Grecia secondo il quale le uniche battaglie perse sono quelle che non si combattono. Prima o dopo ogni rivoluzione si divide nelle sue parti costitutive che neces- sariamente entrano in conflitto. Questi conflitti determinano il risultato finale della rivoluzione. In Rojava è già iniziata questa fase? E se si, come la hanno affrontata gli anarchici? Se invece ancora non è iniziata, come preparerete i compagni sparsi în tutto il mondo alla situazione che si verrà creando quando i conflitti interni alla rivoluzione arriveranno in superficie e sarà necessario capire le posizioni differenti delle forze in campo? Alcuni compagni al di fuori del Ro- java non sono certi di comprendere alcune relazioni provenienti dall’interno, perché nella nostra esperienza vi sono sempre conflitti intestini, anche nei peri- odi più floridi di rivoluzione sociale e le persone che parlavano dell’esperimento in Rojava erano molto titubanti nello spiegare quali erano questi conflitti. Capi- amo bene che dovrebbe essere necessario non parlare apertamente di questi scon- tri, ma ogni prospettiva che ci potete offrire, anche in astratto, sarà molto utile 131 per comprendere la situazione. La risposta più semplice è sì, questi conflitti sono già iniziati in Rojava. All’interno di una struttura confederale sono emerse le contraddizioni delle diverse fazioni. Ci sono coloro i quali vorrebbero portare pienamente a compimento la rivoluzione e altri che sono pronti a scendere a compromessi su alcuni aspetti della rivoluzione per mettere in sicurezza le conquiste fatte finora. Ci sono coloro i quali ancora sognano un Kurdistan marxista-leninista e altri pronti ad aprirsi all’occidente e alle forze democratiche. All’interno della lotta armata vi sono coloro i quali vorrebbero scatenare una guerra con tutti gli effettivi, mentre altri sostengono che la fine della lotta armata si sta avvicinando e che lentamente si debbano cessare le ostilità. All’interno di questa arena politica caotica, con una serie di acronimi praticamente infiniti, come ci muoviamo noi dell’IRPGF in queste acque torbide e pericolose? Come anarchici navighiamo nelle complessità e nelle contraddizioni con l’obiettivo di cercare di fare guadagnare più terreno possibile all’anarchismo. Ci allineiamo con quei partiti e quelle fazioni della rivoluzione che sono più vicini a noi. Le alleanze che forgiamo sono quelle che più ci facilitano e che meno richiedono assimilazione. Cerchiamo di tenerci lon- tani dall’assimilazione sia come ideologia che come gruppo. Essere in uno spazio autonomo che supporta i nostri obiettivi ci offre enormi opportunità. Esiste uno spazio libero che il partito lascia ai gruppi come il nostro per la formazione, per sviluppare progetti utili alla sperimentazione rivoluzionaria. Più anarchici arrivano in Rojava per aiutarci a costruire strutture anarchiche, più saremo influenti e avremo la possibilità di tramutare i nostri obiettivi in realtà. Per esempio, i giovani, estremamente critici sul loro passato feudale e tradizionale, si pongono all’avanguardia di enormi cambiamenti e progressi sociali. Vogliamo lavorare con i giovani per formare una cooperazione educativa e, da anarchici, focalizzarci sulle nostre teorie e sulle questioni inerenti il queer, il gender e la sessualità (LGBTQ+) che qui sono tabù per la maggior parte delle persone. C’é un vasto spazio per costruire e sperimentare strutture anarchiche che con- tinueranno a rivoluzionare la società e liberare tutti gli individui e le comunità. Crediamo che il nostro lavoro di anarchici, sia nella lotta armata che nella so- cietà civile del Rojava, sarà valido per l’intera comunità anarchica mondiale. Speriamo di poterne condividere i risultati, grazie alla solidarietà continua di tutti e agli anarchici che si uniranno a noi venendo qui. Traduzione di Luca Felisetti NON PER IL MARTIRIO DI CRIMETHINC Chapter 16 All’interno della rivoluzione curda Intervista con due anarchici a cura di due membri di una rete anarchica internazionale Il movimento di resistenza curdo, dal successo della difesa di Kobané contro Daesh nel 2014 — In particolare ’YPG (la milizia degli uomini) e l'YPJ (la milizia elle donne) — ha catturato l’attenzione dei media internazionali. Du- rante questo stesso periodo, la loro esperienza nella costruzione di una società apolidia, nei cantoni autonomi del Rojava (Kurdistan occidentale), ha affasci- nato gli anarchici di tutto il mondo. Tuttavia, per comprendere la resistenza curda del Rojava, è necessario avere una visione più ampia delle lotte per la libertà e l'autonomia nella regione. Nel rapporto di un’intervista del 2015 in Germania con due membri di una rete anarchica internazionale, che hanno trascorso del tempo in Bakur (nel Kurdis- tan settentrionale), permettendo loro di saperne di più sulle lotte in corso. La loro narrazione inizia con un ricordo storico dell'emergenza del movimento curdo e del “nuovo modello” adottato dal PKK nell’ultimo decennio. Poi descrivono come le loro esperienze in Kurdistan hanno cambiato la loro comprensione delle lotte anarchiche in altre parti del mondo. Potresti darci il background storico dell’emergenza del movimento curdo e descri- vere le lotte che si stanno verificando oggi in Bakur (Kurdistan settentrionale)? Bene, la storia inizia molto tempo fa con persone sedute attorno al fuoco nell’alta Mesopotamia. Circa quattromilatrecento anni fa, una nuova struttura sociale cominciò a emergere in Medio Oriente, una forma molto vigorosa di organiz- zazione sociale che minò le strutture comunitarie già consolidate: lo stato dei sacerdoti sumeri. Il processo storico che ha portato alla rivoluzione del Rojava non può essere compreso senza il riconoscimento della lunga tradizione di re-sistenza e insurrezioni nelle aree curde attorno alle catene montuose di Zagros e Tauros. Probabilmente è la prima regione a essere stata colonizzata dal sistema statale poi in formazione, le cui radici si trovano nella Bassa Mesopotamia (ora nel nord dell’Traq, e che è anche l’antenato dello stato come lo conosciamo oggi in Occidente). Il PKK e il movimento curdo fanno parte di questa lunga tradizione di resistenza anti-governativa e si definiscono la 29a insurrezione curda nella storia. Le re- gioni curde sono sempre state ai margini di potenti imperi e sono state attaccate da quasi tutte le strutture imperiali che sono emerse nella regione per alcune migliaia di anni. Grazie al terreno montagnoso e all’organizzazione sociale de- centralizzata, adottata dai villaggi dai curdi, queste regioni non sono mai state totalmente conquistate o assimilate. Di conseguenza, per millenni hanno dovuto affrontare il peso delle potenze straniere per conquistare il loro territorio e nom- inare delle élite curde feudali per assicurare l'obbedienza e prevenire (o almeno isolare) qualsiasi forma di ribellione. Spostandoci rapidamente nel ventesimo secolo, vediamo che queste dinamiche sono ancora rilevanti quando è emerso il sistema degli stati nazione. Lo stato turco fu fondato nel 1923 a seguito del crollo dell’impero ottomano, che aveva dominato i territori curdi verso est, ma garantiva loro l’indipendenza culturale e persino politica. Durante la prima guerra mondiale, gli ottomani si erano alleati con gli im- peri centrali, stabilendo particolari legami politici e ideologici con la Germa- nia, legami che esistono ancora oggi. Dopo la sconfitta degli Imperi Centrali e il crollo dell’Impero ottomano, i gruppi nazionalisti turchi combatterono per il proprio stato. Fin dalla sua fondazione, l’ideologia di questo nuovo stato era ultranazionalista. Proclamarono la Turchia come stato per tutti i turchi e definirono la gente che viveva all’interno dei suoi confini come parte della grande nazione turca, collegando così lo stato a un senso di superiorità etnica. Di con- seguenza, tutte le persone che rivendicavano diverse origini o identità etniche, siano essi Assiri, Armeni, Curdi o altri, sono stati trattati come traditori e ter- roristi separatisti. Fino agli anni ‘90, il curdo e altre lingue diverse dal turco erano ufficialmente bandite in Turchia; non solo nell’apparato statale ma anche nella sfera privata. Ci riferiamo a tutta questa storia perché è importante comprendere la durezza delle condizioni in base alle quali è stato fondato il Partiya karkeren kurdistan (PKK), il Partito dei lavoratori del Kurdistan. Il movimento curdo contem- poraneo è emerso durante la rivolta giovanile turca del 1968, dove il principio rivoluzionario si è diffuso attraverso organizzazioni socialiste, studenti radicali, lavoratori e contadini. Negli anni ’70 un gruppo di amici curdi e turchi si riunì ad Ankara attorno ad Abdullah Ocalan, Kemal Pir, Haki Karer e al- tri; questi amici iniziarono a discutere la questione curda attraverso un prisma rivoluzionario. Una delle loro idee principali era che il Kurdistan era una colonia interna e doveva essere liberato dall’oppressione coloniale per creare un’utopia socialista. Il PKK fu fondato nel 1978 e fu organizzato intorno ai precetti dalla teoria marxista-leninista. Sotto questo "vecchio principio” come lo chia- mano oggi, il PKK mirava a stabilire un avanzamento politico e iniziare una 135 guerra rivoluzionaria per liberare i territori curdi e stabilire uno stato curdo, che sarebbe poi stato usato per stabilire il socialismo. Nel clima altamente oppressivo della Turchia negli anni ‘70, molti stavano solo aspettando la possibilità di combattere per una vita migliore, e la strategia e la convinzione del PKK si diffusero rapidamente. Nel 1984, iniziarono una guer- riglia che si trasformò in una violenta guerra civile. La guerriglia ha ottenuto un notevole sostegno all’interno della società e inoltre, in molte aree non era possi- bile separarla dalla popolazione nel suo complesso. In risposta, l’esercito turco, la polizia militare e i servizi segreti hanno organizzato campagne di rappresaglia per combattere i ribelli e intimidire la popolazione. Sotto l’egida del programma anti-comunista “Gladio” sostenuto dalla NATO, hanno distrutto quattromila vil- laggi e ucciso più di 40.000 persone. In seguito a questo spargimento di sangue, il movimento di liberazione curdo ha iniziato un processo di riflessione e autocritica nei primi anni Novanta. Oltre a doversi confrontare con la repressione violenta da parte dello stato e dei gruppi paramilitari, i guerriglieri furono minati da problemi interni, con alcuni leader del PKK che agivano come signori della guerra con una logica militare basata su una sanguinosa vendetta. Era diventato chiaro che una semplice lotta militare non avrebbe risolto nulla. Il "vecchio principio” aveva portato a una guerra im- placabile e non avrebbe mai potuto rispondere ai problemi sociali nei territori curdi o difendersi efficacemente dalle minacce esterne. Il PKK ha dichiarato unilateralmente un cessate il fuoco nel 1993, interrompendo la guerra civile per creare lo spazio affinché il movimento formulasse un nuovo concetto che avrebbe portato a una trasformazione sociale. Il movimento curdo ha affrontato molte battute d’arresto e sfide durante questo processo di riflessione: ci sono stati ripetuti interventi dello stato turco per provocare situazioni che avrebbero po- tuto condurre a una nuova guerra civile, il rapimento e l’imprigionamento del leader del PKK Abdullah Ocalan e l’ascesa di partiti curdi con un modo di fun- zionamento feudale, come il clan Barzani nel nord dell’Iraq. Nonostante queste sfide, tra il 1993 e il 2005, il movimento curdo ha sviluppato quello che ora chiamano il “nuovo principio”, che cambierebbe profondamente la strategia e gli obiettivi del movimento curdo. Un duro colpo per un processo di cambiamento interno è venuto dal movimento delle donne curde. Migliaia di donne si unirono alle forze di guerriglia durante la guerra civile. Spesso si sono trovate in conflitto con i comandanti ormai sor- passati che hanno cercato di tenerle in ruoli di genere tradizionali e non furono trattate allo stesso modo. In risposta le donne curde, hanno stabilito completa- mente dei gruppi autonomi di guerriglia, che era un atto piuttosto rivoluzionario nel loro contesto culturale, si sono prese il diritto di combattere in battaglia e si sono organizzate, all’interno del movimento, ma in modo da prendere le proprie decisioni in modo indipendente. Come i nostri amici ci hanno detto, cera anche una differenza nel loro modo di combattere: negli uomini o unità miste, il comportamento competitivo persisteva come eredità dalle generazioni della società gerarchica, che, fino a oggi, è rimasto un problema. Le dinamiche delle combattenti erano meno competitive rispetto ai loro colleghi maschi; in tal senso possiamo vederne le prove nel numero di caduti combattenti. La maggior parte delle vittime ci sono state durante le missioni, dove l’atteggiamento di sfrontatezza e l’orgoglio di vincere tra i combattenti di sesso maschile era molto comune. Tuttavia, nelle unità delle donne, la cui vigilanza tendeva a essere a lungo termine, le combattenti hanno dimostrato di essere meno vulnerabili a causa di questo eccesso di fiducia degli uomini che potenzialmente gli è stato fatale. Oltre alle unità militari autonome, le donne curde hanno formato comitati sociali e politici per discutere i problemi dell’oppressione patriarcale. Oggi, l’organismo principale del movimento delle donne è la Komalen jinen Kurdistan (JK) la con- federazione delle donne del kurdistan, che fa parte del KCK, la confederazione generale, ma prende le decisioni in modo indipendente. Inoltre, il movimento delle donne è in possesso di un diritto di veto sulle decisioni prese dai gruppi di uomini o le assemblee generali. Sotto la loro influenza, il movimento curdo ha sfidato i modelli patriarcali e gerarchici insiti nei loro modelli organizzativi da lungo tempo. Il processo di cambiamento verso un nuovo paradigma è stato portato avanti da un’ala ideologica nel PKK formata intorno al loro presidente Abdullah Ocalan, che ha avanzato l’idea di confederalismo democratico dopo aver intrapreso un’approfondita analisi storica del sistema gerarchico del mediooriente o anche oltre questo ter- ritorio. Ha sottolineato che i problemi di potere, oppressione e violenza sono emersi dal processo storico della civiltà stessa, a partire dagli antichi sacer- doti, che inizialmente hanno sfidato l’adozione di forme egualitarie precedenti, spesso matriarcali, di organizzazione sociale. I problemi dell’oppressione, della guerra e della ricerca del potere sono legati all’istituzionalizzazione delle re- lazioni patriarcali nelle strutture statali e nel sacerdozio. Il sistema capitalista, lo stato-nazione e l’industrialismo sono concetti che si sono evoluti in questi modi gerarchici e sono stati dominati dai modi di pensare maschili. Ocalan ha anche evidenziato le idee dell’anarchico americano Murray Bookchin che ha condotto un’analisi del potenziale utopico di confederalismo democratico che ha sotto- lineato l’importanza di adottare un nuovo paradigma ecologico, democratico e liberato dai ruoli di genere tradizionali. Centrale per la progettazione di questo “nuovo paradigma” del PKK era l’idea di comunalismo, dove ogni settore della società dovrebbe organizzarsi e raccogliersi in una confederazione comunalista decentrata. Ispirato da questo nuovo paradigma, il Komalen ciwaken Kurdistan (KCK), la confederazione delle società del kurdistan, è stata fondata nel 2005. Si ritrova, alla sua base, un sistema di consigli nei quartieri, villaggi e città, che ha dato impulso al contro-potere per favorire lo sviluppo dell'autonomia dallo stato- nazione e dall’economia capitalista. Il KCK costituisce il nucleo del sistema dei consigli in Kurdistan, compresi i delegati di tutte le regioni curde parte- cipanti. Essi eleggono un organo esecutivo, incaricato di lavorare su questioni importanti per tutte le regioni, come la rappresentanza diplomatica globale, le proposte ideologiche e strategiche e le questioni riguardanti la difesa. Inoltre amministrano le Forze di difesa popolari (HPG) incluse le ali armate di tutte le parti del movimento. Nell’ultimo decennio, nonostante le pesanti condizioni di repressione e di guerra, il movimento nel Kurdistan settentrionale ha creato 137 strutture per una società democratica ed ecologica, priva dei tradizionali ruoli di genere. Come il KCK, che comprende le strutture di autonomia democratica in Kur- distan, il Demokratik toplum kongresi (DTK), Il Congresso della Società demo- cratica, comprende un sistema di consigli nella regione del Bakur nel nord del Kurdistan, che rientra nei confini dello stato nazionale turco. La struttura fed- erata del DTK inizia al livello più basso del villaggio o del quartiere, cioè il distretto, la città e, infine, la più grande regione di Bakur. AT livello più alto della federazione, l’assemblea DTK, si trovano i delegati re- vocabili da più di cinquecento organizzazioni della società civile, i sindacati e i partiti politici, con una quota di genere del quaranta per cento, nelle assemblee dei posti sono riservati alle minoranze religiose, così come un sistema di posti dove uno è riservato a un uomo e l’altro a una donna. Nel modulo standard di base, i partecipanti cercano dì risolvere i problemi a livello locale e solo se non riescono a trovare una soluzione, passano al livello successivo. Le persone non curde prendono parte ad alcuni dei raggruppamenti, compresi i membri delle comunità azera e aramaica, Inoltre, i giovani si organizzano, sia all’interno di queste strutture che in parallelo, con lo slogan "Il capitalismo è un uomo - siamo un movimento che ha creato poteri unificati di donne e giovani" e questo sen- timento ha sottolineato l’importanza dei giovani e l’organizzazione delle donne per superare l’eredità della gerarchia radicata nella società curda, ma riflette an- che la filosofia che la gioventù non è davvero una questione di età, ma piuttosto uno stato mentale molto simile allo slogan zapatista preguntando caminando, ossia, avanzare mentre ci si interroga. Questa struttura federata di assemblee e di organizzazioni civili è stata cre- ata per risolvere i problemi comuni e sostenere l’auto-organizzazione dell’intera popolazione attraverso processi democratici dal basso verso l’alto. Quindi, anziché essere definito unicamente in termini di etnia o territorio, il concetto di autonomia democratica propone strutture locali e regionali attraverso le quali le differenze culturali possono essere liberamente espresse. Di conseguenza, c’è una varietà colorata di organizzazioni educative, culturali e sociali e di esperienze con cooperative che si sviluppano intorno al Kurdistan settentrionale. Vale la pena di mettere in evidenza le commissioni di mediazione, che mirano a trovare un consenso tra le parti in conflitto e quindi un accordo a lungo termine, piut- tosto che rinviare il problema attraverso la punizione. Questo porta spesso a lunghe discussioni, ma riflette anche un concetto di responsabilità collettiva, in cui gli imputati non dovrebbero essere esclusi con le sanzioni o la detenzione, ma devono essere messi nella condizione di venire a conoscenza dell’ingiustizia e del male che ha causato il suo comportamento. Ciò ha reso i tribunali di stato superflui in molti campi del movimento di liberazione curdo. Accanto a questi comitati di mediazione e altre proposte, si possono trovare centri sociali per i giovani e le donne a tutti i livelli della società, con attività che vanno dai corsi di lingua curda e seminari politici a gruppi di musica e teatro. È in questo contesto che dobbiamo capire il successo della rivoluzione in corso in Rojava. Il movimento curdo può guardare indietro a quaranta anni di lotta radicale, con fallimenti, riflessioni e progressi. Sebbene la formazione dell’autonomia democratica nel Kurdistan settentrionale si sia dimostrata molto più caotica, ingarbugliata con le vecchie strutture statali, lottando per una guerra sociale ed ecologica piuttosto che militare, è comunque meno rilevante rispetto ai processi attualmente in corso in Rojava. Una domanda che gli anarchici si stanno ponendo di questa lotta è di sapere come la recente direzione antiautoritaria della lotta curda — comprese le strut- ture del confederalismo democratico, i principi della liberazione delle donne e così via — sia venuto dall’alto verso il basso, a partire da Abdullah Ocalan, verso la direzione del PKK. Ci sarebbe un’apparente contraddizione se una rivoluzione antiautoritaria fosse stata diretta dall’alto! Qual è il tuo punto di vista sulla re- lazione tra l’ideologia dei leader di queste organizzazioni e la trasformazione delle relazioni e delle strutture sociali in Kurdistan? Questo è un punto piuttosto importante su cui abbiamo molto discusso e che, al meno in Germania, è legato ad alcune paure derivanti da brutte esperienze nelle lotte rivoluzionarie. Certamente, la questione della leadership e dell’iniziativa è una delle più difficili quando ci occupiamo di auto-organizzazione ed è anche difficile per il movimento curdo. Le vere domande sono: come può esserci un cambiamento radicale rivoluzionario nella società? Chi valuta la necessità? Chi prende le decisioni sull’orientamento? La risposta deve essere: tutti, per tutto, sempre. Forse l’evoluzione del movimento curdo e del PKK può offrire un esem- pio utile, che deve ancora essere pienamente compreso nel mondo occidentale, Ocalan e il PKK non agisce soltanto da un motivo ideologico o un sistema dog- matico fisso, come unica vera via del marxismo leninismo asserito dagli ex stati socialisti. Quando non guardiamo oltre l’immagine e non approfondiamo ulte- riormente, forse l’immagine del socialismo rivoluzionario - del leader barbuto e oscuro, del guerrigliero disinteressato — ci inganna. Quello che vediamo oggi in Kurdistan, sia nel Rojava che nel nord, è un nuovo ap- proccio attraverso il quale tutta la società è sulla strada per arrivare a un nuovo stato di coscienza. Se si considera la persistenza dello stato e dell’oppressione patriarcale come un problema di persone che rimangono incoscienti dalle pos- sibilità di resistenza, si vede l’importanza di attivare la coscienza della società. In tutte le parti del Kurdistan, dove è organizzato il movimento di liberazione, troviamo comitati di formazione che si chiamano accademie. Un’accademia può assumere molte forme diverse, ma possiamo facilmente comprenderla come uno spazio collettivo per formare una coscienza comune. Alcuni potrebbero essere semplici focus group che si riuniscono una volta alla settimana, ma ci sono an- che quelli più intensivi e a lungo termine, a cui partecipano tutti gli attivisti (e negli ultimi anni tutti i membri di collettivi che vogliono partecipare possono aderire). Le accademie sono sempre collegate ad altre organizzazioni sociali; i gruppi giovanili e il movimento delle donne hanno le loro accademie, mentre altri gruppi organizzano accademie generali per tutti. Ciascuno di questi gruppi enfatizza l’autoemancipazione e in queste istituzioni le proposte avanzate da Ocalan e dal PKK sono intensamente discusse e criticate. Questi leader non sono gli unici a suggerire proposte: ogni istituzione, ogni comitato e ogni indi- viduo può propagare le proprie idee. 139 Questa pratica si è sviluppata sulla base del processo di educazione politica all’interno dell’ex PKK, in cui lo standard per ogni militante e combattente della guerriglia doveva ricevere l’addestramento sia militare che ideologico. Con il nuovo paradigma emergente, divenne chiaro che l’obiettivo non era solo quello di creare un’avanguardia filosofica ben istruita come nel vecchio sistema di strut- ture leniniste, ma anche di liberare la coscienza di ogni persona che prendeva parte al processo di formazione della nuova società. Coloro che vogliono auto- organizzarsi devono riflettere sulla loro relazione con il mondo, il che significa un approfondimento della loro esplorazione filosofica. Un metodo spesso usato in queste accademie è quello che potremmo chiamare analisi associativa. Nello studio di un certo argomento, ognuno lo propone alle proprie associazioni; attraverso un processo in cui ogni persona condivide le proprie impressioni ed esperienze, mentre gli altri ascoltano attentamente e cer- cano di capire l’argomento. Nessuno, allora potrà formare un consenso. A livello teorico, questo approccio altera la possibilità di “oggettività” e crea una forma di soggettività multiple. Quando identificate la vostra posizione su una deter- minata tesi, includendo sia la vostra volontà di agire che le paure che sorgono in voi, allora ciò che è necessario diventerà più chiaro in termini strategici. Oggi, il ruolo e la posizione degli attivisti del PKK e del PAJK (il partito delle donne) sono cambiati rispetto agli anni 80 e ‘90: la loro immagine di sé è diven- tata più vicina a ciò che può considerarsi una personalità militante anarchica: lottare per la propria autodeterminazione e l’aiuto reciproco. Sotto il vecchio paradigma, l’attivista doveva essere disinteressato e dare prova di abnegazione. Sebbene questa concezione non sia completamente scomparsa, sta cambiando e le discussioni all’interno del movimento rigettano tale dicotomia e sostengono, allo stesso tempo, la lotta per un approccio individuale all’autotrasformazione così come per la bellezza e la forza collettiva. Quando il disegno del ruolo degli attivisti è cambiato, hanno respinto l’idea ormai superata di diventare un’avanguardia. Invece, si limitano a vivere sotto forma di una vita secolare e ascetica ben organizzata basata sull’idea che combattere per i nostri amici e per la rivoluzione è il modo migliore per vivere una vita. Quali lezioni hai imparato dal tuo tempo in Kurdistan per le lotte radicali in Germania e oltre? In primo luogo, il mio coinvolgimento con il movimento dì liberazione curdo come una lotta storica e di società in rivolta, mi ha permesso di credere ancora una volta non solo che questo mondo è assolutamente inaccettabile, ma anche la possibilità di lottare per un altro mondo. Mi piacerebbe chiamare questa riconquista il potere dell’immaginazione, che ha innescato un enorme senso di motivazione ma anche un certo senso di gravità in molti dei nostri amici. È stupefacente vedere la grande coscienza collettiva nella società curda. Guardando indietro alla vita metropolitana occidentale, sembra ovvio che il patriarcato e il capitalismo si siano diffusi in ogni ambito della nostra vita. Penso che abbiamo fatto enormi passi avanti nella comprensione della nostra storia e della nostra società, attraverso discussioni con i nostri amici del movi- mento giovanile curdo. In particolare, l’enfasi sulla filosofia e l’auto-percezione ALL’INTERNO DELLA RIVOLUZIONE CURDAINTERVISTA CON DUE AN. ha chiaramente dimostrato quanto noi, anarchici o sinistra radicale, siamo os- tacolati dal moralismo. Abbiamo imparato a basare le nostre azioni su queste nozioni di buono/cattivo, vero/falso, e la colpa/pietà e siamo stati rasserenati attraverso la religione, il mondo accademico e la teoria, piuttosto che attraverso i nostri attaccamenti veri ed etici comuni, come le nostre amicizie. Per iniziare il processo di liberazione di noi stessi, dobbiamo superare la person- alità liberale borghese e il comportamento capitalista e superare lo stato interno suscitato da questa mentalità. D'altra parte, in Germania e più ampiamente in Occidente, ci troviamo di fronte all’individualismo e al liberalismo interiorizzati, non solo nella società in gen- erale, ma anche nella nostra “scena” politica - una scena con una tendenza generale verso stili di vita nichilisti e politiche basate sull’identità. Nella mia osservazione, la maggior parte degli attivisti nella nostra scena po- litica, così come la maggioranza dei giovani liberali, danno la priorità assoluta alla “libertà” dell’individuo, semplicemente seguendo le inclinazioni che vengono loro, in un ambiente in cui tutto è permesso. Allo stesso tempo, c’è una sen- sazione di sottomissione e quindi di accettazione di un ambiente immutabile predeterminato. Ciò porta spesso, da una parte, un senso di paralisi, pessimismo, disperazione e depressione e, in secondo luogo, una ri-radicamento di colpa la cui identità è alimentata dalle strutture di potere che criticano (bianco, di classe media, privilegiato) e la immersione in varie forme di forme di vita commercializzate (punk, hardcore, sinistra radicale, “anarchico”)... che insieme sono il risultato di questo individualismo dilagante. Penso che potrebbe essere interessante analizzare l’impatto delle ribellioni gio- vanili del 1968 perché ha dato un forte impulso a questo sviluppo. Siamo di fronte a masse di persone intorno a noi che danno la colpa dell’incoscienza alla società, ai politici, ai poliziotti o fascisti spaventapasseri, ma hanno completa- mente perso la loro presa sulla realtà e sotto la propria responsabilità e ordine del giorno. Invece, molti di noi continuano a vivere il mito liberale del successo economico e della pensione, fuggendo verso studi, lavoro, ricreazione, attivismo politico privatizzato, vacanze, feste, droghe, consumo, suicidio! La linea è sottile tra la concezione occidentale dell’anarchismo e del liberal ismo. Anche se gli anarchici classici come Emma Goldman hanno riconosciuto l’importanza della libertà positiva, "libertà per" il liberalismo sottolinea la lib- ertà negativa, o “libertà”, l’idea che le persone sono libere nella misura in cui non sono vincolati da leggi e regolamenti. Questa comprensione della libertà scivola facilmente nella filosofia dell’individualismo, la proprietà privata e il capital ismo, negando completamente il rapporto dialettico tra l’individuo e la società, e il fatto che gli esseri umani hanno sempre vissuto in comunità come individui sociali, vincolati da regole e valori comuni. Noi pensiamo che i valori umani sono socialmente determinati e che le norme e i regolamenti sociali per la difesa non rappresentano delle restrizioni a certa libertà preesistente, ma fanno parte delle condizioni di una vita libera, che devono comprendere le singole e collettive delle libertà. Come contro-esempio alla “libertà” liberale degli anarchici in scena della sinistra radicale in Occidente, vale la pena ricordare che il movimento dei 141 giovani curdo è in lotta seriamente rigorosa contro l’uso e l’abuso di droghe perché lo stato turco chiaramente sta cercando di distruggere il movimento non solo con i gas lacrimogeni e arresti, ma anche con tutti i mezzi disponibili alla contro-insurrezione moderna, incluso il supporto per il traffico di droga e della prostituzione. Noi crediamo che ci deve essere una riflessione collettiva su come il consumismo, l’individualismo e altre forme di agire del liberalismo agiscono come funzioni di contro insurrezione e di sapere come li abbiamo interiorizzati nella nostra mente e nel nostro comportamento. Abbiamo bisogno di organizzare un auto-difesa contro gli attacchi delle ideologie capitaliste che ci riducono a niente di più che dei consumatori e degli imprendi- tori / lavoratori autonomi, intrappolati. A differenza di tali illusioni liberali, le nostre esperienze con i compagni del movimento curdo ci hanno dato una prospettiva sull'importanza di risolvere questa polarizzazione a Ovest tra l’individuo e la società, concentrandosi sui valori piuttosto che sui punti di vista politici e identitari. Ispirati dall’esempio del movimento curdo, penso che dovremmo studiare e ot- tenere la nostra storia nel processo di sviluppo di auto-consapevolezza per ri- solvere il dilemma che in occidente abbiamo di fronte. Grazie alla critica della civiltà e all’analisi del nostro patrimonio comunalista e democratico, possiamo sviluppare consapevolezza storica e fiducia in ciò che facciamo. Ocalan ha provato,nei suoi scritti in carcere, di aver scavato abbastanza in pro- fondità nel contesto storico della lotta dei curdi, in modo da avere la possibil ità di confrontarlo con le precedenti esperienze di lotta rivoluzionarie. Diversi membri del PKK sono emersi oggi da quella storia per fare una riflessione crit- ica sulla loro ideologia e le strategie, l’integrazione nel loro processo di auto- interrogazione e la creazione della propria filosofia della liberazione, che è forse una mitologia rivoluzionaria. Allo stesso tempo, non significa indulgere nella nostalgia. Invece, dobbiamo es- sere ispirati dalla forza innovatrice della gioventù, che va sempre avanti mentre si mette in discussione. Non aver paura dell’auto-sviluppo; sii aperto alle critiche e impara dai tuoi stessi errori e da quelli degli altri. Lascia che il processo rivoluzionario di cambiamento inizi con te stesso. Forse è anche una buona cosa per gli anarchici europei ricordare: il processo rivoluzionario non è mai qualcosa al di fuori di te; deve essere identico al tuo progresso verso la libertà, così da diventare una parte simbiotica di una società libera. Penso che ogni attivista anarchico dovrebbe accettare la nostra responsabilità storica e l'opportunità di raccogliere e organizzare il nostro potere collettivo per costruire e difendere una società basata sulla creatività, sulla diversità e sull’autonomia. Ma questo sig- nifica che dobbiamo vivere secondo il modo in cui pensiamo e parliamo. Quindi, dobbiamo spazzare le nostre idee liberali nella spazzatura della storia. Solo così potremo andare oltre un comune accordo teorico e poter “cambiare tutto” come dici tu! Il legame tra l’anarchico e sinistra radicale e la lotta di liberazione curdo sembra essere forte in Germania, con molti anarchici attivi negli interventi di solidarietà che in gran parte guardano al Rojava e altrove in Kurdistan. Puoi parlare della storia di questi legami di solidarietà? Quali sono le forme concrete che questa solidarietà potrebbe prendere? All’inizio, i gruppi di solidarietà emersero dal movimento degli squats in Ger- mania. Dagli anni ’90, i compagni tedeschi si sono uniti alla lotta di guer- riglia. Alcuni di loro sono morti in guerra, come Shehid Ronahi (Andrea Wolf). Doveva scomparire perché era perseguitata dallo stato tedesco per le sue azioni nella Frazione dell’Armata Rossa, era entrata nel PKK e aveva combattuto come internazionalista. Diversi militanti tedeschi si sono uniti alla lotta armata curda e quindi ci sono compagni più anziani che possono condividere le loro esperienze e riflettere sugli errori commessi in quel momento. Negli anni ’90, c'erano molti problemi, da entrambe le parti, tra la sinistra tedesca e il movi- mento curdo. Da un lato, il PKK era ancora radicato nel vecchio paradigma e una forte attenzione sulla lotta in Kurdistan, con l’esclusione di ogni altra cosa, assicurandosi che era difficile stabilire un rapporto reale amicizia. D'altra parte, i tedeschi hanno mantenuto i nostri modelli classici di tenere a bada, crit- icando senza capire e dimostrando l’arroganza della metropoli. Quando Ocalan fu arrestato e il movimento lottò per sopravvivere, questa tenue solidarietà si spezzò. Fortunatamente, quando il nuovo paradigma ha iniziato a emergere, è iniziato un nuovo processo di apprendimento, anche se si stava delineando molto lentamente e timidamente per molto tempo. Alcuni compagni tedeschi hanno visitato di nuovo il Kurdistan e sono stati in contatto con organizzazioni della diaspora, mentre altri si sono uniti alla lotta di guerriglia. Il PKK si consid- era internazionalista e considera il fatto che i collegamenti internazionili sono rinforzati in quanto di grande valore per tutte le parti. È sempre stato difficile organizzarsi con le comunità curde nella diaspora e, onestamente, rimane un grosso problema fino a oggi. Sebbene ci siano molti curdi che vivono in Europa, i legami tra loro e altri radicali europei non sono molto forti. Ci sono diversi motivi per questo: uno di questi è il fatto che la società tedesca è molto razzista e che molte comunità di migranti sono organizzate solo tra la propria gente come una sorta di meccanismo di autodifesa. Inoltre, il nazionalismo tende a essere più forte tra i curdi della diaspora, e la società della diaspora è ancora spesso organizzata lungo le linee feudali. Negli anni ’90 c'erano manifestazioni comuni e oggi i tedeschi e i gruppi curdi camminano di nuovo insieme. D'altra parte, a livello di auto-organizzazione comune, siamo ancora deboli. Dopo l’attacco dello scorso anno a Shengal e l’assedio di Kobané, l’attenzione è stata immediatamente ripresa e tutta la scena radicale della Germania ha reag- ito. Da allora, le cose hanno iniziato a muoversi lentamente, sempre più persone hanno cercato di tornare al Rojava e alcuni si sono uniti ai ranghi del YPG / YPI. Quali suggerimenti daresti agli anarchici altrove su come imparare e mostrare solidarietà alla lotta per la liberazione curda? Crediamo che gli anarchici debbano considerare la lotta della liberazione curda come la propria lotta, come una lotta internazionalista. Trarre beneficio dai compagni del Kurdistan può aiutarci a superare le illusioni liberali che abbiamo discusso. 143 Ci deve essere riconoscimento, consapevolezza della responsabilità sul dilemma del Medio Oriente. L’apertura e la volontà di impegnarsi filosoficamente e teori- camente con l’ideologia del movimento è importante, in modo che possiamo esprimere queste possibilità in molte lingue e colori. Ciò richiede di sostenere anche la lotta per i problemi di comunicazione, che può essere uno dei molti modi per supportare a livello tecnico. Inoltre, c'è sempre stato un caloroso invito a visitare il Kurdistan per imparare, criticare e affinare le idee sull’organizzazione locale e internazionale. Come hanno ripetutamente sottolineato i nostri amici curdi, sono coloro che vivono nella metropoli occidentale che devono costruite i propri movimenti rivoluzionari: questo è il più grande supporto che possiamo dare loro perché è un’opportunità per la difesa reciproca. Da quanto possiamo sentire, è necessario un aiuto pratico su diversi argomenti: conoscenze ingegner- istiche, rimedi medici e ogni genere di cose pratiche possono essere utili. Puoi darci un aggiornamento sulla recente repressione da parte dello Stato anti- curdo che si svolge in Turchia? In che modo il movimento curdo risponde a questa violenza? Attualmente siamo in una situazione di escalation. In risposta alla pesante sconfitta elettorale del suo partito alle elezioni parlamentari del 7 giugno 2015, il presidente turco, Erdogan ha dichiarato guerra contro la popolazione curda e così è finito il processo di pace avviato da Ocalan nel 2013. Dalla strage che ha ucciso 34 giovani dei gruppi curdi e turchi, nella città di confine di Suruc, sulla strada per Kobané, alla fine del mese di luglio, ci sono stati migliaia di arresti e bombardamenti sui campi dei guerriglieri del PKK, sia in Bakur (Nord Kurdistan / Turchia sud-orientale) e nei territori di Medya difesa Bashur (Sud Kurdistan / Iraq del Nord). Il conflitto militare è aumentato, con molti militanti e civili uccisi dallo Stato, mentre gli attacchi, pogrom contro i curdi e gli altri movimenti sociali hanno avuto luogo per settimane nel nord del Kurdistan e tutta la Turchia. Più di recente, l’esercito turco ha assediato la città di Cizre per una settimana, mentre ultranazionalisti turchi hanno attaccato i curdi e gli uffici della HDP (un partito politico curdo) nel paese. Molti negozi curdi sono stati incendiati dai sostenitori del AKP, il partito di Erdogan, oltre che da membri di organiz- zazioni fasciste come i lupi grigi, un’organizzazione giovanile fascista del Partito del movimento nazionalista. Attacchi simili contro i curdi e altri oppositori della guerra ha avuto luogo in Europa negli ultimi giorni, mentre il governo tedesco tace sugli attacchi da parte di nazionalisti turchi, attivisti curdi sono stati crim- inalizzati e arrestati. Di fronte a questa violenza, il movimento ha sviluppato un modello chiamato teoria dell’autodifesa o teoria della rosa. È una metafora basata sull’idea che ogni essere vivente deve difendere la propria bellezza lottando per sopravvivere. Tutti gli esseri devono creare metodi dì autodifesa secondo il loro modo di vivere, crescere e legarsi con gli altri e, dove non si mira a distruggere il proprio nemico, ma piuttosto a costringerlo a cambiare la sua intenzione di andare all’attacco. I guerriglieri parlano di questa strategia difensiva in senso militare, ma lavorano anche su altre scale. In sostanza, possiamo considerarlo come un metodo di ALL’INTERNO DELLA RIVOLUZIONE CURDAINTERVISTA CON DUE AN. auto-emancipazione. Per molto tempo i guerriglieri del PKK non fecero nulla, dando per scontato che lo stato turco avrebbe continuato i negoziati, perché sapevano che non potevano sconfiggerli militarmente. Se sei abbastanza forte e segui la tua strada, la violenza non sarà necessaria; diventa semplicemente una questione di organizzazione. Anche questa comprensione dell’autodifesa fa parte del nuovo paradigma. Dato il complesso contesto geopolitico della lotta curda tra i diversi stati ostili e le forze armate, credi che una vera rivoluzione anti-autoritaria possa davvero radicarsi e diventare l’ultima nella regione? Bene, come abbiamo imparato dallo studio di altre rivoluzioni nel corso della storia: l’unica opportunità di durare per una rivoluzione è quella di diffondere, allargare i propri orizzonti e superare tutte le frontiere stabilite per per con- tenerlo. Come spiegano i nostri compagni curdi, ci sono due pilastri della lotta rivoluzionaria. Il primo e più importante è il processo di costruzione dell’autonomia democratica; si riferisce alla semplice domanda su come vogliamo vivere, come organizzare la nostra vita quotidiana. Al momento, è difficile con- centrarsi su questo problema perché l’intera regione viene incendiata e coinvolta nella guerra. Questo è il motivo per cui il secondo pilastro è l’autodifesa con tutti i mezzi necessari. Entrambi sono essenziali e devono essere applicati a diversi livelli. Le esperienze rivoluzionarie nel corso della storia, in Europa e altrove, dove l’uno o l’altro di questi pilastri è stato trascurato, sono stati in- evitabilmente sconfitti. È davvero importante rafforzare la posizione rivoluzionaria in Kurdistan, non solo militarmente, ma anche sviluppando la comunicazione con i compagni di tutto il mondo. Mentre il sollevamento rivoluzionario in Turchia e il sostegno all’interno dell’Occidente sta crescendo, c'è meno spazio per le altre potenze regionali per attaccare il movimento curdo. Inoltre, per ampliare la nostra prospettiva, dobbiamo riconoscere l’enorme potenziale che l’esperienza di questo movimento ci offre. Fin dall’inizio si sono organizzati in una situazione che era più disperata della nostra e tuttavia hanno avuto successo. Direi che è, in un certo modo, trattando con un pericolo concreto che li ha resi così forti. Inoltre, sarebbe molto produttivo scambiare esperienze. I metodi e gli strumenti dei movimenti anarchici occidentali sono molto creativi e potrebbero offrire molto supporto su questioni specifiche di auto-organizzazione. Troviamo nel Medio Oriente, al momento, una strana situazione di relativo equi- librio di poteri, con il Rojava posizionato nell’occhio del ciclone. Questa è la grande visione della politica dell’islam sunnita, spinta principalmente dai gov- erni di Turchia e Arabia Saudita, ci sono anche stati sciiti dell’Tran, dell’Iraq e dei resti del regime di Assad in Siria. Infine, c’è la NATO, di cui la Turchia è membro e dove afferma i propri interessi, nel centro, troveremo anche lo Stato Is- lamico (Daesh), un esercito di zombie che non può essere controllato da nessuno, anche se è stato probabilmente creato e sostenuto per schiacciare la resistenza curda e il regime di Damasco. Quindi, in questa situazione caotica, il Rojava è ancora per esempio, perché è l’unica opzione locale affidabile che è in grado di infliggere una sconfitta a Daesh. Quindi sì, il Rojava è in qualche modo bloc- 145 cato tra tutte queste potenze militari. D'altra parte, come abbiamo imparato in molte rivoluzioni, la guerra non riguarda solo la matematica. E più legato a un certo modo di combattere e a una questione di coscienza. Dovremmo imparare da ciò. Ci puoi spiegare cosa si intende per “come combattere”, o forma specifica di coscienza nella lotta armata, che è il carattere distintivo della resistenza curda? Lasciatemi condividere una storia che un amico mi ha detto una volta. Ha preso parte alla guerra nelle montagne Qandil nel 2011. In quel tempo, c’era un’alleanza pragmatica tra la Turchia e l’Tran e il movimento curdo temeva che le capacità militari a disposizione del guerriglieri fossero un problema. Qandil forma l’estremità meridionale della difesa dei territori di Mediya , le montagne controllate dai guerriglieri nelle regioni di confine dell’Iran, Iraq e Turchia. Mi ha raccontato di una situazione in cui un migliaio e mezzo di IRGC, i reggimenti di fanteria dell’Iran, hanno cercato di prendere d’assalto la collina dove i guer- riglieri si nascondevano. C’erano solo trenta compagni che difendevano la loro montagna. Ha spiegato che ciò che l’esercito iraniano ha cercato di usare contro di loro sono state solo le loro munizioni e la paura della punizione da parte dei loro comandanti. Così le IRGC corsero alla cieca verso la cima e furono sconfitti. Non avevano convinzione, nessuna energia, nessuna amicizia tra loro. D'altra parte, mi ha detto, quando i suoi compagni hanno difeso la loro posizione, non hanno semplicemente usato le armi. Hanno combattuto per i loro villaggi sac- cheggiati, le loro famiglie spezzate, tenendo presente i loro amici caduti e di essere consapevoli del fatto che l’esercito che stava attaccando avrebbe bruciato le montagne e le foreste dietro di loro e avrebbero distrutto la natura della loro terra. Hanno combattuto per coloro che erano troppo deboli per stare da soli, per tutti i membri della società che si sono levati in piedi dietro di loro e li hanno sostenuti in cambio. Forse è difficile capire se non lo senti da solo. La loro energia è stata alimentata da una lunga serie di amici, dalla oppressione stori- camente condivisa, dalla difesa reciproca - amore per la vita e convinzione di credere in se stessi. Tutte queste cose vengono prima di tutto, dice, quando ti siedi accanto ai tuoi amici nella posizione di guardia e alzi le tue armi per difenderti: la tua fiducia nei tuoi compagni, la tua gratitudine verso coloro che credono in una società libera che vive nelle valli e coltiva gli orti e vi nutre, la tua tristezza per gli orrori che lo stato ha inflitto ai tuoi amici e alle tue famiglie. E alla fine, c’è il proiettile che spari a quelli che arrivano nella tua direzione. Come potrebbero vincere? ha chiesto con un sorriso. Anche il combattente oggettivamente più debole può produrre una grande forza, se combatte per il suo bene e per coloro che possiedono il suo cuore, senza essere spinto in una direzione o da un’ideologia, o avere fretta di fare qualcosa che non vuole fare. Coloro che combattono per la loro società e le relazioni simbiotiche che hanno protetto e nutrito tra loro sconfiggeranno sempre metodi convenzion- ali basati sulla distruzione o interessi egemoni e strategie basate sull’ostilità. Mi ha ricordato le parole che amici filosofici in Occidente avevano già detto una ALL’INTERNO DELLA RIVOLUZIONE CURDAINTERVISTA CON DUE AN. volta: la realtà collegata ai propri desideri ha un significato rivoluzionario. Se sai veramente per cosa combatti, se percepisci gli elementi essenziali della situ- azione in cui ti trovi, puoi metterlo in relazione con la tua volontà dì vivere, che ti darà bellezza anche oltre la morte. Questa guerriglia mi ha insegnato che si considerano i guardiani della vita, usando le proprie capacità per proteggere la vita della loro società. Mi ha impressionato molto. Egli pone anche la domanda: da dove verrà l’energia rivoluzionaria per l'Occidente? Comprendiamo a malapena la nostra situazione, spinta da decisioni pragmatiche basate su un complesso sistema di dipendenze. Forse questa è la lezione che dob- biamo imparare per noi stessi: qual è la realtà della nostra situazione comune che dobbiamo prima capire? Questa è la vera ragione per cui nessun altro esercito al momento può respin- gere le forze di Daesh in Siria. Nel difendere Kobané, l’YPG/YPJ ha basato la sua difesa su questa stessa coscienza. Nessuno poteva credere che avrebbero liberato la loro città; va oltre il razionalismo. Si basa più sulla fede in te stesso e sulla credenza nella tua energia rivoluzionaria, che si evolve dal tuo desiderio di vivere. È questa cosa che è stata quasi evacuata da te se fossi cresciuto nel capitalismo occidentale. Un altro amico ha aggiunto che se vuoi davvero creare una nuova società basata su relazioni non oppressive, stai cercando di costruire qualcosa che ancora non esiste. Qualcosa che fa parte di un nuovo mondo, di un altro mondo. Come hai potuto capire razionalmente dal tuo punto di vista oggi? Non è scritto nei libri. Dovresti impazzire per rompere lo status quo; devi essere convinto dalla tua immaginazione e dal tuo desiderio. Questo è il tuo problema in Europa, ha concluso: hai dimenticato come farlo. Tradotto da: @cetautremoi_mia Fonte: Info Rojava-Kurdistan Chapter 17 Siria, anarchismo e Rojava Intervista con David Graeber, 2 luglio 2017 a cura di Real Media David Graeber: Sono stato in Siria una volta. Sono stato nel sud della Turchia. Sono stato in Iraq. Sono stato in svariate aree all’interno dei territori curdi che stanno sperimentando la democrazia diretta. Intervistatore: Puoi parlarmi di che cosa ti ha portato là, e certamente fin dal vero e proprio inizio? Più che averli trovati io, sono loro che hanno trovato me. Ci sono persone im- pegnate nel Movimento curdo per la libertà che ... è cominciato ... è emerso dal PKK, che all’origine è un gruppo guerrigliero piuttosto convenzionale, marxista- leninista. Ma qualcosa riguardante [incomprensibile] lo ha portato in questa direzione radicalmente nuova e molto di questo cambiamento è arrivato da un processo interno di donne guerrigliere che in un certo qual modo hanno affermato sé stesse, introducendo il femminismo come un tema forte. Parte di ciò ha avuto a che fare con la particolare evoluzione intellettuale del loro leader [Ocalan] che è divenuto questo ... dal suo arresto e detenzione in questa isola-prigione in Turchia, ha letto molto di Murray Bookchin e molto della teoria femminista e in un certo modo è arrivato a una posizione più anarchica, fondamentalmente. Hanno deciso che anziché pretendere uno stato proprio volevano semplicemente rendere irrilevanti i confini e dissolvere interamente gli stati. Cosa piuttosto sensata per gente di quella parte del mondo: ricorda che i curdi sono una popo- lazione divisa tra Iran, Iraq, Siria e Turchia. L’idea che da ciò si costruiscano un governo pare improbabile. E loro anche fanno piuttosto ... un punto di cui si sente parlare molto, in realtà; la gente dice: «Beh, sapete, in questa parte del mondo siamo arrivati a renderci conto che chiedere un paese proprio è fondamentalmente la stessa cosa che “chiedere il SIRIA, ANARCHISMO E ROJAVAINTERVISTA CON DAVID GRAEBER, 2 Li diritto di essere torturato da uno della polizia segreta che parla la mia stessa lin- gua”». Non è granché come rivendicazione. Così hanno cambiato idea arrivando a quella di una democrazia diretta dal basso e di una specie di eliminazione dei confini come modo migliore per poter arrivare a qualcosa di simile a un Kurdis- tan che abbia senso. Dunque quello è il posto? Posso addirittura dire che il posto è là? C’è un luogo fisico cui accenni. Kurdistan. Sono stato in Rojava. Il Rojava è — o il Kurdistan occidentale — è la parte siriana del Kurdistan. È una vasta parte della Siria settentrionale lungo il confine turco, e circa due milioni di persone sono impegnate in quello che ritengo considerato uno dei grandi esperimenti storici. Mio padre ha com- battuto nella guerra civile spagnola, dunque in un certo senso sono cresciuto in un luogo in cui erano molto vivide le memorie di ciò che accadde in Spagna nel ’36, 37, ‘38. Dunque un motivo per cui sono arrivato a essere anarchico è perché, dico sempre, la maggior parte delle persone non ritiene che l’anarchismo sia una cattiva idea. Pensano sia una follia. Niente polizia e la gente comincia ad ammazzarsi a vicenda. Nessuno ha in realtà mai organizzato le cose senza capi. E, di fatto, mio padre era a Barcellona quando la città era gestita secondo un principio anarchico. Si liberarono semplicemente dei colletti bianchi e, poco ma sicuro, scoprirono che si trattava di cazzate, come lavori; che non faceva alcuna differenza se non esistevano. Dunque, essendo cresciuto così capisco che è possibile, ma da allora non ci sono stati esperimenti di dimensioni simili a quanto accaduto in Spagna e nell’area controllata dai Repubblicani, e specialmente nelle aree controllate dagli anar- chici curdi, perché tutti sono così terrorizzati dal fatto che sia il popolo a gestire le cose. Non importa tanto che la gente dica «vi odio, voglio rovesciarvi», quanto che dica «voi ragazzi siete ridicoli e non necessari». È questo che realmente temono. Dunque i nemici che piacciono sono quelli che cercano di sostituire i marxisti, fondamentalmente. Quando i marxisti arrivano, la polizia ci sarà ancora. Prob- abilmente ce ne sarà di più, vero? Arrivano gli anarchici e l’intera struttura sarà cambiata. Alla gente sarà detto che è del tutto superflua. Dunque è di quel genere di esperimento che hanno davvero paura. Tendono a estirparlo prima possibile. Così questa è la prima volta, penso, dopo la Spagna che si ha una vasta area di territorio sotto il controllo di persone che cercano di far questo; cercano di creare una democrazia diretta dal basso senza uno stato. Dove altro è stato tentato? Voglio dire, è stato tentato dovunque nel mondo per gran parte della storia umana e ha funzionato bene. Ma nelle condizioni industriali moderne ci sono stati vari tentativi. Nella storia più rivoluzionaria si parla della Comune di Pa- rigi, avevano [incomprensibile]; si parla di [incomprensibile] in Ucraina. Ci sono stati tentativi. Ma solitamente tutti, su ogni schieramento compresa la sinistra, li attaccano e cercano di sopprimerli. 149 Dunque, quali sono le cose minime di base che occorre organizzare o che... Amministrano le città. È un paese di economia reale; è povero e sono sotto embargo. Ma ci sono automobilisti, c'è un codice stradale, ci sono officine e fabbriche che producono cose, ci sono fattorie. Fanno tutte le cose che ci sono in una società normale. Occorre provvedere alla manutenzione delle strade. Ma essenzialmente quello che hanno fatto è creare ... è molto interessante. Ho detto... l’ho descritto come una situazione di potere duale, ma questa è la prima volta nella storia umana, penso, in cui si ha una situazione di potere duale in cui la stessa persona ha creato entrambe le parti. Così hanno qualcosa che appare come un governo; hanno un parlamento, hanno ministri; approvano leggi. Ma hanno anche la struttura dal basso. La struttura dal basso è ciò che chia- mano «confederalismo democratico». Ogni quartiere ha un’assemblea, e ogni assemblea ha un gruppo di lavoro. Si tratta di persone che si occupano di speci- fici problemi; ad esempio problemi sanitari o problemi di sicurezza. E ciascuno di questi gruppi, ogni assemblea e ogni gruppo di lavoro, ha anche un gruppo di donne. Devono avere il 40 per cento di donne oppure non avranno un quorum, ma hanno anche un gruppo interamente di donne con diritto di veto. Dunque deve essere ... tutto è bilanciato a livello di genere. Tutte le cariche sono duplici: un uomo e una donna in ogni cosa. Anche l’esercito è così. È per questo che hanno tutte quelle famose immagini di donne con le armi, ma anche questo è politico. Lo dicono molto esplicitamente; dicono: «Beh, guardate, noi siamo anticapital- isti. Siamo sempre stati anticapitalisti. Ma ...» Io penso, hanno detto, «che la lezione della storia riteniamo sia che non ci si può liberare dal capitalismo senza liberarsi dallo stato. E non ci si può liberare dallo stato senza liberarsi dal patriarcato». Bene, come ci si libera del patriarcato? Beh, assicurandosi che tutte le donne abbiano accesso alle armi automatiche è un punto da cui partire. Non si pos- sono maltrattare le persone se sono armate. E hanno anche la loro polizia delle donne ... Così hanno una democrazia diretta e ciò parte da questi consigli di quartiere e tali consigli si confederano in consigli regionali e poi municipale e tutti inviano delegati, non rappresentanti, per prendere decisioni insieme in un sistema vasto ed elaborato. Ma la chiave è che c’è questo sistema dall’alto e questa struttura dal basso. Beh, quello che dicono è che questo non è uno stato chiunque abbia un’arma è tenuto a rispondere alle strutture dal basso e non a quelle dall’alto. In questo modo quelli che stanno in alto non possono costringere nessuno a fare qualcosa che non vuole. C’è un’eccezione e si tratta dei diritti delle donne. Così hanno leggi come l’abolizione dei matrimoni infantili, o roba simile, e di- cono che alcuni di questi villaggi probabilmente li ripristinerebbero se fosse loro permesso. Ma ciò è interdetto. E hanno un meccanismo per far rispettare il divieto, ma si tratta di una polizia interamente delle donne che fa valere questa regola specificamente relativa alle donne. Da quanto vanno avanti così? SIRIA, ANARCHISMO E ROJAVAINTERVISTA CON DAVID GRAEBER, 2 Li Tre o quattro anni ormai. E quale è stata l’ispirazione? Quel signore che hai citato nel ... Ocalan. Abdullah Ocalan. La sua immagine è dovunque. È interessante perché, parlando in generale, aggirano in larga misura il problema del culto della person- alità. In effetti non hanno mai immagini di nessun vivente, eccetto lui. Hanno immagini di morti, dunque ci sono immagini di martiri delle guerre dovunque. Ma non mostreranno mai un’immagine di qualcuno ancora in circolazione per- ché sarebbe antidemocratico rendere qualcuno un leader carismatico. Lui è l'eccezione, ma è perché è in carcere per il resto della sua vita, dunque è il leader e tutti lo accettano come tale. Ma il fatto è che la Turchia stava per giustiziarlo ma voleva anche entrare nella UE a quel punto; così non ha potuto farlo. E in conformità alla legge egli ha potuto presentare ogni testimonianza relativa al suo reato, ha avuto il diritto di scrivere ogni cosa. Così ha deciso che al fine di spiegare e contestualizzare il suo reato avrebbe dovuto scrivere dodici libri diversi, compresa una storia del Medio Oriente in tre volumi. E così questo lavoro è uscito in continuazione ed è utilizzato come una sorta di fondamento per il dibattito all’interno del movimento curdo. E lui ha fatto tutte quelle dichiarazioni: «Dobbiamo uscire dal modello della lotta puramente di classe e capire che l'oppressione delle donne è la cosa più primordiale e immediata con la quale dobbiamo fare i conti. Dobbiamo capire che l’ecologia è ugualmente importante per lo sfruttamento.» Così sono diventate questa specie di esercito ecologico femminista basato su principi di democrazia diretta. Le sue opere sono disponibili in inglese? Oh sì. Non tutte, ovviamente, ma escono volumi in continuazione. E, sai, da un punto di vista anarchico, in un certo grado è un po’ sospetto. Vai là e ci sono tutte quelle immagini del grande leader; sono arrivato a chiamarlo Zio Eoj, come Zio Joe al contrario [allusione non chiara; probabilmente allo “zio Joseph” (Stalin)]. Lui è l’opposto perché è come il leader autoritario che dice a tutti di leggere dell’anarchismo e smettere di essere autoritari. E mette gli autoritari vecchio stile in un impaccio terribile perché devono fare tutto ciò che il leader dice. Il motto del leader recita di pensare con la propria testa. Ovviamente i giovani sono molto entusiasti. Non sono anarchici ma abbracciano un mucchio di idee anarchiche; leggono sull’anarchismo. Sono contro lo stato, cosicché il nome che si danno davvero non conta da un punto di vista anarchico, fintanto che uno è contro lo stato e contro il capitalismo. Come proteggono il territorio? Credono nel concetto di autodifesa. Beh, il fatto è che sono i combattenti migliori in Siria. Qual è la differenza tra lo stato e quello che stanno facendo loro? Perché hanno un loro territorio e così sicuramente ... Consiste nel proteggere la società. Loro dicono che ... la tesi che hanno è... Non si tratta comunque di una differenza semantica? Beh, loro pensano di no, perché quello che direbbero è che poiché lo stato è un monopolio dell’uso legittimo della forza, ovviamente, nel territorio, loro non hanno un simile monopolio. È un’organizzazione democratica dal basso. Non c’è alcuna istituzione che possa fare ciò, Così allora loro dicono: «Beh, ogni istituzione deve difendersi, tutto in natura deve difendersi». La difesa è una ... ma si tratta di condurre guerre aggressive, attaccare [sic] ... Perciò il loro esercito si chiama Unità di difesa del popolo. Ed è anche democratico; eleggono i loro capi. Ogni sera discutono le decisioni e le criticano [incomprensibile] le cancellano 0 così è tutto in larga misura un esperimento di democrazia. E si penserebbe che sia, tipo, «Splendido. Non appena avranno bisogno di un es- ercito vero, vediamo che cosa succede». Beh, loro vincono sempre. Sono andati sistematicamente sconfiggendo l’Isis sul campo e al momento stanno marciando sulla capitale dell’ISIS. Dunque si tratta di «Ci copriamo le spalle l’un l’altro»? E quella loro atmos- fera? Quella è la loro idea e hai detto che stanno marciando su ... Raqga. Gli statunitensi sono nell’ironica posizione di dover appoggiare un branco di anarchici. Sono le sole persone che sono bravi combattenti militari nella regione e che cercano realmente di eliminare i fascisti. Ho pensato che era molto strano; arrivando qui pensavo che avrei potuto fare domande a David sul project management, considerato il tuo lavoro sulla buro- crazia e î lavori del cazzo. Ma in un certo modo queste persone esemplificano una specie di buon project management, vero? Oh sì. La gente fraintende; pensa che si sia contro ... che gli anarchici siano contro tutte le forme di qualsiasi cosa che abbia appena l’apparenza di una buro- crazia; qualsiasi forma di amministrazione, qualsiasi forma di gestione; persino qualsiasi forma di organizzazione. Questo è ... sono sicuro che ci siano persone così. Ma come soleva indicare Malatesta: «Se dici che gli anarchici sono sem- plicemente dei matti che sono contro qualsiasi cosa, tutti quelli che sono matti e contro qualsiasi cosa cominceranno a definirsi anarchici». Ciò non significa davvero molto a proposito di ciò che diranno altri che si definiscono sempre anarchici. L’anarchismo non è contro l’organizzazione. Significa che le persone non devono essere obbligate a organizzarsi. In realtà credono nell’organizzazione più di chi- unque altro. D'accordo, perché in realtà la cosa su cui mi interrogavo era: quali sono le 152 SIRIA, ANARCHISMO E ROJAVAINTERVISTA CON DAVID GRAEBER, 2 Li tue ciliegine a proposito di ... le tue dritte riguardo al project management? Beh, penso che il dovere di rispondere sia la chiave. Se hai un sistema in cui tutti possono dire quel che vogliono, dovrai emergere e nessuno può essere obbligato a fare qualcosa. È ovviamente stupido. Dovrai renderlo buonsenso. Ad esempio il processo del consenso, Tutti ne parlano come se fosse un insieme complesso di regole, come le Roberts Rules of Order, che si devono imporre. Ma si sbagliano. L’idea è che nessuno dovrebbe essere costretto a fare qualcosa cui si oppone violentemente. Se non hai i mezzi per far questo, qualsiasi cosa tu faccia sarà un consenso perché dovrai ascoltare ciò che pensano gli altri, e dovrai arrivare a una posizioni che nessuno trovi violentemente obiettabile, il che è ciò che fondamentalmente è il consenso. Ma che cosa succede quando viene detto: “Non abbiamo abbastanza tempo per ascoltare tutti”? Beh, allora dipende dalla situazione. Se qualcosa deve essere fatto, allora va bene dire: d’accordo, per le prossime tre ore Tizio è a capo. Non c’è nulla di sbagliato in questo se tutti sono d’accordo. Oppure si improvvisa. Ma il consenso è la modalità predefinita e tutto ciò in cui credo è accettare quel principio fondamentale che se non si può costringere le persone a fare cose che non vogliono o che considerano assolutamente sbagliate o idiote, allora si dovrà sviluppare una struttura di ascolto delle persone. È la sola cosa su cui non accetterei compromessi. Tutto il resto riguarda quale sia il modo più efficace per fare questo. Ad esempio in Kurdistan sono in effetti venuti fuori con una soluzione molto interessante e creativa a questo. Dicono che fanno una distinzione tra questioni tecniche e questioni morali o politiche. E dicono che nelle questioni tecniche si può procedere a maggioranza. «Ci riuniremo alle quattro o alle cinque?» Si alzano le mani. Se si tratta di «Dovremmo essere violenti o non violenti?», beh, allora si deve arrivare all'unanimità. E poi naturalmente la questione è ovviamente chi decide qual è una questione morale e quale una tecnica. Così qualcuno potrebbe dire: «Beh, la questione delle quattro o delle cinque pesa sui disabili, ed è una questione morale». Cosic- ché la cosa diventa un po’ una partita a calcio. Ci sono sempre cose da discutere e punti di tensione. Ma ciò nonostante si può essere efficienti quando si deve, ma si è efficienti nel caso di cose in cui l’efficienza è più importante della posta in gioco. Una volta ti ho chiesto della burocrazia nei circoli attivisti, se ne avevi mai vista. E mi hai detto che avresti probabilmente potuto parlarne all’infinito. Ma se potessi giusto parlarmene ... È esattamente ciò di cui sto parlando. Ora, quelli che non capiscono che questo è un insieme di regole intorno alle quali si può improvvisare e trovare ciò che è meglio per un particolare gruppo di persone e per una particolare cosa che si sta cercando di fare, tenderanno ad agire come se tutto sia un insieme di regole cui bisogna obbedire. E questo è così frustrante per me. 153 Spesso nel movimento Occupy ho avuto a che fare con persone che erano con- vinte che io fossi il tizio che pretendeva che ci fosse un manuale di regole sul consenso, perché io aborro il consenso. Voglio dire, io non sono per l’unanimità assoluta, per il consenso modificato. Deve sempre esserci qualcosa [incompren- sibile] Ci sono sempre una o due persone matte o irragionevoli o qualcosa del genere. Dunque tutto deve essere nell’ambito della ragione, compresa la ra- gionevolezza. Ma ciò nonostante ci saranno alcuni che pensano che io sono il tizio del manuale delle regole e altri che affermano che sono l’anarchico matto contro tutte le re- gole, e forse questo dimostra che sto colpendo il punto giusto nel mezzo. Ma sì, c'è una tendenza alla burocratizzazione strisciante e ci sono diversi motivi per questo ... una delle cose che mi ha interessato considerare nel libro è perché ciò accade. LA LINGUA è un grande esempio di questo. Da un lato le lingue cambiano in continuazione. Non c’è lingua sulla terra che sia la stessa di cent’anni fa. Perché? Beh, alle persone piace trastullarsi. Tutti quelli che fanno le cose in modo leggermente diverse, si divertono un po’con questo. E gradualmente le cose non importa che uno sia in Svezia o in Nuova Guinea o in Ecuador o in qualsiasi altro posto. Alla gente piace divertirsi. Si trastulla con la lingua. Ma d’altro canto, se dici alle persone che sbagliano, ti crederanno. Così se prendi un manuale di regole su com'era la lingua e dici: «Guardate, guardate. Avete corrotto la lingua», loro diranno: «Oh Dio mio, hai ragione. Insegnaci come parlare bene». Useranno il gergo e batteranno la fiacca e verranno fuori con nuovi modi divertenti di parlare e poi ti crederanno se dirai che non dovreb- bero fare così. E in un certo modo questo è il dilemma fondamentale che rende possibile la burocrazia. Dunque intendi dire, ad esempio, che il linguaggio è qualcosa che cambia e se qualcuno si presenta a dire [incomprensibile] ... Ma le regole cambiano in continuazione. Giusto. Pensi che semplicemente ci piace essere dominati? Non so se è così. Voglio dire, alcuni ovviamente sì. A volte si tratta di pigrizia; semplicemente non vogliono avere la responsabilità di dover decidere in contin- uazione. Uno dei motivi per cui ci piace essere dominati è perché in quel modo possiamo incolpare qualcun altro quando le cose vanno storte. C’è un certo peso di responsabilità quando costantemente devo partecipare a ... la persona che prende la decisione. Voglio dire, gli aspetti del potere che sono piacevoli sono bilanciati dagli aspetti del potere che fanno paura e per alcuni decisamente l’idea è che valga il rischio e godono le parti piacevoli molto più di quanto siano spaventati da quelle pau- rose, e per altri vale il contrario. E questa è una cosa che consente al potere di emergere. Voglio dire, sento con grande forza che la partecipazione obbligatoria alla democrazia diretta sia semplicemente tanto sbagliata quanto non permettere alle persone SIRIA, ANARCHISMO E ROJAVAINTERVISTA CON GRAEBER, 2 Li di partecipare. In ogni esempio di democrazia riuscita di lungo termine che conosco alcuni non si presentano. Solitamente, in realtà, il quorum è forse un terzo delle persone in un kibbutz o qualcosa di simile. Sono i fanatici della procedura. Sono i politici. Ma agiscono nella consapevolezza che se fanno qualcosa che non piace alle per- sone, quelle si presenteranno alla riunione successiva, indipendentemente da quanto siano state pigre in precedenza. Così in un certo modo devono tenere ... avere presenti gli interessi di tutti perché non hanno il diritto di rappresentarli. Da ZNetitaly Lo spirito della resistenza è vivo www.znetitaly.org Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/syria-anarchism-visiting-rojava/ Originale: The Real Media traduzione di Giuseppe Volpe Chapter 18 Postfazione di Norma Santi L’abolizione degli eserciti e l’autodifesa, le comuni e i consigli di quartiere fanno parte del progetto rivoluzionario nel Rojava e, anche non trattandosi di una rivoluzione anarchica, tuttavia ha in sé gli aspetti di una rivoluzione sociale at- tualmente basata su una democrazia senza stato che ha costruito una struttura autogestionaria dal basso comunalista e ecologica e che, soprattutto non intende diventare rappresentativa come lo è invece, la democrazia creata secondo il mod- ello statuale e neoliberale. Tutto ciò ha aperto un’altra finestra sul mondo e ha rilanciato una sfida verso l’utopia per alcune generazioni che, mettendosi in gioco, stanno cercando di arginare gli effetti catastrofici del capitale e del patriarcato con la lotta, la soli- darietà, l’azione diretta e stanno sostenendo il sistema confederato nel Rojava, in una prospettiva libertaria, nelle regioni del kurdistan come in altre regioni del mondo. Il Rojava, l'occidente, ha tolto tra l’altro un po’ di granelli di polvere dal tavolo della memoria, non troppo lontana, dove sono conservati e non archiviati alcuni racconti orali e scritti della Resistenza difficili da redimere, nonostante l’impegno revisionista e negazionista di una parte della nostra popolazione e, ancor di più, questa rivoluzione sociale ha attualizzato il dibattito italiano aperto e mai con- cluso su cos'è lo stato, il capitale, la nazione, la guerra di indipendenza nazionale e con un coraggioso volo pindarico sta attraversando il tema del federalismo lib- ertario arricchito oggi di altri saperi e accadimenti storici che hanno attraversato gli ultimi due secoli. [23] La coalizione in alcune aree tra l’esercito usa e i partigiani e le partigiane delle Unità di autodifesa del popolo e delle donne curde, sono documentate, in diversi comunicati e interviste, in cui è spiegato che queste alleanze, negli ultimi anni, sono state di tipo tattico e non strategico e che questa temporaneità non avrebbe inciso sulla continuità dei principi della rivoluzione sociale nel Rojava. Di fatto tale coalizione è venuta meno in diverse situazioni e le Unità di autodifesa sono state le sole a difendere la popolazione civile. L'osservazione di alcuni dati e le recenti traduzioni del libro di M. Bookchin e articoli letti in relazione agli scritti di A. Ocalan, mi hanno fatto inciampare nella semantica del lemma inglese radical una parola importante, che assume un significato più grande quando parliamo di rivoluzione, sia essa socialista o comunista libertaria o anarchica, sores, in curdo. L’attenzione si è posata sul dettaglio che, nel XXI secolo in occidente, si è con- tinuato a parlare di radicale ma, affinché questa definizione non sottintenda unicamente, un’interpretazione edonistica liberale o banalmente progressista di livello marginale e astratta, l'immaginario libertario, alternativo al sistema at- tuale, è sensibilmente scivolato nella responsabilità di non escludere le cause che hanno determinato alcuni effetti indesiderati, apparentemente non sostanziali e a tratti poco raffinate, ma la cui considerazione aiuta a riflettere e tra queste il fatto che, negli ultimi decenni, il passaggio a una società ipertecnologica ha reso più facile ad alcuni esseri umani il superamento della fatica ma, coincidendo tutto ciò con la diffusione e il controllo della massa attraverso la diffusione di una cultura conformista e paternalistica, è evidente come la coscienza, per molti e molte, si stia rivelando a tratti intorpidita e distratta dal regime, dalle scelte del consumo e della rivalsa sociale. Negli ultimi decenni sono state molte le iniziative radicali, a livello globale, pro- mosse per arginare o contrastare la disgregazione sociale e rendere possibile la realizzazione di una vivibilità alternativa sottratta alla sopraffazione dominante, all’astrazione o alla temporaneità degli eventi di protesta e al parrocchialismo, tuttavia è venuta meno la continuità e la creatività nella lotta vissuta dal basso e realmente nel sociale per una meno spettacolarizzata prospettiva libertaria per tutte e tutti. La frammentazione sociale in atto è oltremodo incrementata dalla propaganda emergenziale e di pari passo si va diffondendo la cultura della guerra di stampo neocoloniale, e nel nostro paese ne sono un esempio, l’aumento negli ultimi anni, delle spese militari e delle cosiddette “missioni di pace” in Africa e in altre re- gioni del mondo dove protagonisti sono unicamente l’esercito e il profitto per i produttori di armi mentre le fasce di povertà e le diseguaglianze sociali, nel nos- tro territorio, si sono ampliate sempre di più e le scelte dei governi, che si sono succedute, si sono rivelate tutt’altro che di ricerca di uguaglianza e benessere per tutte e tutti. I confini mutevoli degli stati nazioni, resi variabili dalle guerre, le guerre civili, così come le alleanze bipolari degli stati, meccanismo bellico del quale anche lo stato italiano è partecipe, sono stati utili all’accumulazione delle ricchezze solo per alcuni, rendendo la variabile geografica e demografica dell’emisfero terrestre ancor più irrispettosa della dignità degli individui e delle comunità che sono mi- grate per secoli e, mentre le guerre si vanno aggiungendo alle guerre, nel mese di aprile 2018, anche lo stato francese ha calato la maschera dell’esportatore “democratico” nascosto dietro le mentite spoglie pacificatrici dell’uguaglianza e della fraternità e, inseguito al bombardamento e all’utilizzo di armi chimiche a Douma in territorio siriano, il presidente della repubblica francese Macron, ha affermato nel suo discorso: «Non abbiamo dichiarato guerra, difesi i nostri valori». 157 Le dichiarazioni di Macron hanno posto l’accento semantico sul vecchio lemma guerra, che nonostante il goffo tentativo del presidente di dividerla in generi, pur considerando le diverse circostanze in cui la guerra si esplica, sia essa di invasione o civile, interna o esterna, dichiarata o non dichiarata, purtroppo la realtà concreta ha dimostrato che essa non ha subito cambiamenti, sia nella forma che nella sostanza, poichè non risultano esistere guerre “buone” e, a oggi, non risulta ci siano state invenzioni per migliorare i suoi effetti cruenti contro la popolazione né che esistano nella realtà eserciti, a qualsiasi genere di stato essi appartengano, che non abbiano obiettivi di offensiva o di dominio, tantomeno risulta nella realtà che le industrie delle armi, nelle diverse nazioni, abbiano abbandonato le finalità di profitto o che gli stati abbiano rinunciato a investire nell’industria bellica. Insomma la dichiarazione jupiterien di Macron sembra superare di soli quattro centimetri, considerando de facto la differenza di statura tra i due, le parole che il guerrafondaio Bonaparte usava per istigare il suo esercito: «C’est l’argent qui fait la guerre» e monsieur le president sprofonda a piè pari nel baratro proto- canonico di cui oltremodo è stato anche ufficialmente insignito. Attualmente le vostre guerre, i nostri morti sono gli unici risultati dettati dal vecchio gioco costruito sulle alleanze bipolari tra gli stati nazione, compreso lo stato francese, che stanno continuando a intrecciare accordi e a perpetuare i massacri in medioriente e lo stato turco secondo questo paradigma, il 20 gennaio scorso con il suo esercito ha invaso Afrin, enclave curda (Rojava) in territorio siriano, per un accordo tra la Turchia, la Russia e l’Tran. L'esercito turco così ha bombardato per settimane Afrin e il 13 febbraio, quando Erdogan è arrivato in Italia, come se nulla stesse accadendo in Turchia, è stato accolto dal papa in Vaticano, dal presidente della repubblica Mattarella e dal capo di governo Gentiloni al fine di consolidare i loro accordi economici e la città di Roma per 48 ore è stata blindata e è stata dichiarata una green zone con l’interdizione per ogni tipo di manifestazione. Nonostante il sostegno di Erdogan allo Stato islamico, il petrolio venduto dalle milizie del terrore allo stato turco e passato poi nelle mani di imprenditori ital- iani (JETCO “Joint Economic and Trade Commission" e SACE “Sezione per l'Assicurazione del Credito all’Esportazione”) e europei (accordo UE-Turchia per i migranti), i suoi programmi di espansione stanno continuando in accordo con l’alleanza saudita, approvati da usa, Russia e dall’UE, con gli invii di armi anche italiane con la quale è stata bombardata Afrin, cercando così di minare il cuore della rivoluzione sociale nel Rojava. In genere togliere il velo dagli occhi aiuta a vedere meglio, a uscire dall’indifferenza e con lo sguardo rivolto al presente e al sé, abbracciando una visione solidaris- tica internazionalista, non si può che accogliere l’invito e “restare umani”, molto diffuso negli ultimi anni, tuttavia nel fare proprie queste parole, non si dovrebbe escludere o sottovalutare che, una parte del genere umano, storicamente, non va sottraendosi dal farsi protagonista, nel fascismo come in democrazia, dal farsi complice o essere indifferente alle barbarie, dal farsi schiavo o fautore di strutture e apparati egemonici a sostegno di una cultura gerarchica di dominio e sopraffazione, anche sulla natura, e soprattutto non si può non tener conto soprattutto del fatto che, negli ultimi due secoli, lo sviluppo industriale, non ha messo a disposizione i mezzi produttivi, organizzativi e comunicativi a rutto il genere umano che vive sul pianeta così come nei singoli paesi celebrati come “sviluppati”. Infatti, come alcuni dati sostengono, secondo questo modello, solo lo 0,5% della popolazione su quasi 8 miliardi sta detenendo la ricchezza globale, 40 milioni di persone, cioè sta utilizzando più del 50% delle risorse e dei mezzi produttivi tecnologici e comunicativi mondiali. Tenendo conto che tutto ciò sta avvenendo sfruttando il resto degli altri esseri umani, la natura e tutte le sue specie animali e vegetali, c'è da osservare poi che, tra questi 8 miliardi c’è un’altra percentuale, 800 milioni di persone, che non sono ricche come lo 0,5% ma sono definite comunque privilegiate rispetto al resto e vivono in Europa, Nord America e in alcuni paesi dell’estremo oriente come il Giappone e la Corea del sud. Da questi dati si evince che, mentre una consistente parte del genere umano è stato quasi del tutto privato degli strumenti di conoscenza e sussistenza pri- maria, un’altra parte del genere umano, definita privilegiata, possiede solo teori- camente una piccola e media padronanza dei saperi, dei beni primari e di con- sumo [26]. Escludendo i ricchi che comprendono solo lo 0,5% ciò significa che, una parte del genere umano, considerato privilegiato, a livello locale e globale, si accontenta delle informazioni offerte, in termini di una presunta razionalità e va inoltre mas- simizzando la sua soddisfazione e utilità, conforme all’efficienza del mercato e va perseguendo i suoi desideri senza porsi la domanda dell’utilità o inutilità, che si tratti di pane o escrementi, l’importante è che si acquisti al prezzo migliore. A tutto ciò si aggiunge che una parte della popolazione non è più interessata al valore del suo lavoro, cioè non può concedersi di fare la differenza se si tratta di un’opera effettivamente utile e di cura della persona, svilita e sottopagata dal sistema come lavoro di merda o se si tratta di lavori completamente inutili e che non hanno cioè alcun tipo di utilità pratica per il genere umano, come ad esempio i lavori manageriali o di super visione, definiti bullshit jobs dal punto di vista antropologico, sulla quale si basa buona parte del controllo dell’attuale lavoro sfruttato, considerato da questo modello comunemente di prestigio, elo- giato e ben pagato [27]. Tale smantellamento della ragione in nome di una presunta rivalsa e “benessere” sociale si è protratto ed è avvenuto attraverso l’informazione e l'omologazione di massa, ha rotto gli argini degli schermi, ha inondato gli spazi privati e, analizzando gli strumenti della comunicazione mediatica di massa, è assai difficile oggi non comprendere il motore di ricerca Google, una delle più importanti aziende informatiche a livello globale, i suoi fatturati e come questi monopolizzino i saperi e chissà che non stiano già influenzando l’agire e la consapevolezza di alcuni umani, accompagnati per mano nel vicolo cieco della filosofia del «crescere o morire». Per tutto il Novecento, durante il fascismo come in democrazia, la classe piccola e media, che era venuta ad ampliarsi, per certi aspetti si è rivelata, una gran di crescita in termini di denaro, politico, e sociale aprendosi a un’era di relazioni fondata su un insieme di nazioni sul modello dello stato nazione europeo e il 159 connesso controllo demografico delle masse che è andata di pari passo alla mili- tarizzazione di corpi e luoghi. L’agire di alcuni umani, positivo o negativo che sia, è stato utilizzato nell’applicazione dell’egemonia esercitata da una parte della popolazione sull’altra e sull'ambiente e l’organo o apparato anatomico, tra i più significativi usati dal dominio statuale, è stata la sua mano militare con cui ha cercato di cancellare da sempre qualsiasi tipo di dissenso e opposizione sociale e la nazionalizzazione e il nazionalismo; il centralismo, la globalizzazione e la razializzazione si sono rivelate, anche oggi, le vecchie terapie adottate per mantenere la nota mentalità del profitto, dello sfruttamento, della discriminazione, dell’ingiustizia e delle diseguaglianze sociali e geografiche egemoniche su cui si tiene in piedi la macchina “capitale”. Parlando della rivoluzione nel Rojava, osservandola in maniera tridimensionale locale, è pressoché impossibile slegare gli attacchi contro di essa dal contesto em- bolico del sistema globale e, allo stesso tempo e in contemporanea, non vedere le relazioni con ciò che accade nelle altre regioni del Kurdistan, Bashur, Bakur e Rojhelat, o ignorare la sua posizione nella Mesopotamia nord orientale, che sia la terra tra il Tigri e Eufrate, o il fatto che questa regione sia abitata in prevalenza dai curdi ma anche da altri popoli quali gli assiri, gli arabi, i turcomanni, gli armeni, gli azeri, i ceceni, i circassi e i tartari oppure non far caso e non riuscire a mettere a fuoco, con i dati in possesso, che il medioriente è stato da sempre un’area strategica politica e militare importante e accaparrarsene l'egemonia ha significato, per gli stati nazione, pretenderne il controllo compreso quello delle risorse energetiche e idriche. Non si può non osservare inoltre che i curdi sono circa 35 milioni e attualmente è il popolo più grande a vivere senza stato, e, nel caos della guerra permanente, potrebbe essere utile considerare la rivoluzione nel Rojava un progetto che si sta difendendo, il cui risultato è indefinibile ma inequivocabile nella rielaborazione dei contenuti, nella partecipazione e soprattutto nel tentativo di sviluppare dal basso la solidarietà internazionalista per autodifendersi e soprattutto prendere atto che il Rojava come una farfalla, con il battito delle sue ali dal basso, ha generato una catena di movimenti di altre molecole fino a scatenarne delle altre più complesse e caotiche, e con la sua modesta variazione di dati in ingresso sta andando a ripercuotersi evidentemente sulla soluzione, in maniera esponenziale. La presenza del pensiero anarchico oggi nel Rojava è da attribuirsi ai gesti e alle rielaborazioni teoriche ma anche alle lotte e alle risorse libertarie ed è la testimonianza della vitalità di un pensiero che nelle varie declinazioni si è rivelato storicamente disinteressato alla presa del potere o alla creazione di un contr-opotere, basti pensare alle esperienze comunarde e auto-gestionarie nella rivoluzione spagnola, un pensiero che nella sua ri-elaborazione libertaria non ha abbandonato l’utopia concreta di un’autorganizzazione sociale dal basso, senza stato, governo, sfruttamento e gerarchie, di un pensiero senza dogmi ed es- erciti, leaders o guru, un pensiero ispirato alle esperienze e agli scritti di Bakunin e Malatesta, Virginia Bolten, Louise Michel ed Emma Goldman, tanto per fare alcuni esempi, le cui proposte e azioni sono state descritte, condivise, spiegate e giunte utili alla nostra attualità. Negli anni Ottanta e Novanta la maggior parte degli attivisti curdi erano ar- 160 CHAPTER 18. restati e le donne hanno svolto il lavoro di autorganizzazione dal basso, fino alla rielaborazione della loro autodifesa e questi sono diventati oggi alcuni prin- cipi essenziali per il Movimento delle donne libere curde attive sulle montagne di Qandil e nel Rojava dove sono numerose le case delle donne e il loro nome ha ricordato l’esperienza libertaria delle Mujeres Libres e attualmente stanno applicando il principio della doppia carica, nelle comuni, nei consigli, nelle com- missioni con la compresenza di un uomo e una donna e tutto ciò sta avvenendo nella società civile e politica, dove la presenza delle donne è stata determinante.  La filosofia di Ocalan e Cansiz in quegli anni hanno assunto un ruolo decisivo e i loro metodi, per restituire dignità, alle donne sono diventati basilari per la costruzione di una nuova società. La presenza attiva delle donne nell’esperienza rivoluzionaria c’era sempre stata ma assicurare la loro autorganizzazione ha fatto si che assumessero la responsabilità delle proprie vite e, diventate capaci di prendere le proprie decisioni, hanno osservato e teorizzato i modi in cui il sistema patriarcale di dominazione stava mantenendo il suo potere dividendo e isolando le une dalle altre, gli uni dagli altri. Nel Rojava è stato abbandonato il progetto di costruzione di uno stato e è venuta a determinarsi una rielaborazione teorica di critica radicale al potere, all’egemonia e alla gerarchia allontanandosi così dall’idea di costruire una nazione e il paradigma denominato Confederalismo democratico, dove si riconoscono i contributi sostanziali del pensiero socialista utopista, comunista libertario e an- archico, è basato su una democrazia diretta di tipo assembleare, a differenza del concetto occidentale di democrazia rappresentativa, statuale, neoliberale e neocoloniale. L’analisi del movimento di liberazione curdo si è allontanato dalla necessità dello stato tenendo conto anche dell’analisi storica, sociologica e antropologica del suo territorio uscendo dalla centralità del materialismo storico che aveva le sue radici nell’industrializzazione sviluppatasi nell'Europa dell’ottocento e quindi quasi del tutto estranea all’organizzazione economica e sociale che aveva caratterizzato quei popoli e quella regione nel corso dei secoli. Importante per il movimento di liberazione curdo è stato il ruolo del partito dei lavoratori del kurdistan, di A. Ocalan e Sakine Cansiz, un’organizzazione con la struttura gerarchica marxista leninista del partito che, nei primi anni di costituzione scelse la strada della lotta armata e dell’avanguardismo, una forma centralizzata legata a forme classiche di liberazione nazionale, abbandonata in seguito. Le donne curde inoltre hanno riconfigurato la loro etica ed estetica ridefinendo i loro valori in contrasto con la cultura patriarcale e riconfigurando la loro arte e cultura e si sono fatte promotrici di una loro ricerca la Jineologia (Ji in curdo significa donna), che sta arricchendo di contenuti, dati e riflessioni la scienza dal punto di vista della schiavitù antiegemonica. I comitati delle donne solidali alle curde si stanno autorganizzando anche in Italia e nel resto d’Europa per portare la solidarietà ma anche per condividere forme e contenuti della rivoluzione in atto nel Rojava in tutto il territorio del kurdistan e nei paesi vicini, e questo sta influenzando il pensiero femminista 161 ortodosso per le sue rielaborazioni antigerarchiche e anticapitaliste. Per quanto riguarda l’economia nel Rojava la chiusura della frontiera dello stato turco ai commerci, attraverso l’embargo sostenuto dal re e la chiusura al mercato internazionale, ha permesso alle autoproduzioni locali di svilupparsi attraverso le cooperative per una economia comunalista integrando le strutture tradizionali in una nuova e alternativa economia sociale. Tale sistema è nato dalle analisi dei dibattiti nel Tev dem basato su un sistema partecipativo, soste- nendo le risorse naturali che ha come obbiettivo la società. Il progetto di un sistema economico, politico e sociale basato sul comunalismo e municipalismo ha visto il determinarsi di fatto di un’organizzazione sociale non più piramidale di tipo gerarchica dove la base è costituita da un sistema assembleare e fino ai più grandi villaggi l'economia è basata sull’agricoltura nelle zone pianeggianti e sulla pastorizia nelle colline. Le terre, che erano dello stato sotto il regime siriano, sono passate alle comuni che le hanno distribuite alla cooperative agricole. Un sistema di cooperative è stato creato anche nelle città e quindi la produzione locale è decentralizzata e ci sono cooperative gestite solo da donne. Il controllo della produzione è affidato alle comuni, sulle quali si basa il sistema consiliare del MGRK. Il Contratto sociale insieme alla dichiarazione di autonomia della Federazione Democratica della Siria del nord, è stato il risul tato di 50 organizzazioni e partiti radunate insieme che hanno disconosciuto lo stato-nazione e il regime centralizzato, e riconosciuta l’uguaglianza di genere, l’ecologia sociale e non hanno attribuito una particolare supremazia ai curdi rispetto agli altri popoli. Il clamore della resistenza nel Rojava ha raggiunto i paesi vicini e oltre dunque non solo per l’autodifesa dallo stato islamico ma per la caparbietà del popolo curdo e dei popoli che vivono in queste regioni a non sottomettersi alla strategia delle superpotenze neocoloniali e capitaliste neoliberiste le cui spartizioni hanno legalizzato e sancito un genocidio, sostenuto e strumentalizzato per tutto il nove- cento, durante e dopo la prima e seconda guerra mondiale, la guerra fredda, la guerra del golfo e le attuali guerre neocoloniali. L’antimilitarismo e l’abolizione degli eserciti secondo il modello statalista è sp- iegato oggi nel Rojava con la teoria della rosa basata sul concetto di legittima autodifesa. Senza essere militarista, la società si sta astenendo dall’imitare i concetti statuali di forza, interiorizzando l’etica dell'amore per la comunità pi- uttosto che fare affidamento, come stanno facendo gli eserciti statuali, sulle leggi applicate dallo stato capitalista e dal suo apparato di polizia. Come le rose con le spine hanno sviluppato i loro sistemi di autodifesa non per attaccare ma per proteggere la vita così l’autodifesa sta lottando contro il sistema patriarcale militarista ma anche per creare insieme un sistema alternativo per una vita au- todeterminata più giusta e più libera per tutte e tutti. I saggi di questa antologia narrano alcune testimonianze, esperienze maturate, suggestioni e frammenti di vita di comunità e individualità che hanno dato il loro contributo al dibattito aperto negli ultimi anni in merito alle scelte sociali e politiche libertarie attualmente operate in Kurdistan. Uscendo dai confini esclusivamente teorici e critici dello spettatore domestico gli 162 CHAPTER 18. POSTFAZIONE autori e autrici di questa antologia si sono confrontati senza dogmi e pregiudizi con le esperienze rivoluzionarie sociali e radicali dal basso, scevre dal timore di toccare e mostrare le contraddizioni e i limiti appartenenti alla vita reale, nel cammino per l’autodeterminazione e l'emancipazione sociale, politica, econom- ica ed etica. È un’antologia che include osservazioni, saperi e riflessioni, sudore e bellezza, rabbia e amore. Il nativo digitale ha superato la soglia della tastiera e ha sciolto la struttura unicamente nozionistica e riappropriandosi del corpo ha ripreso vitalità con la responsabilità dei risultati raggiunti e degli errori, delle vittorie e delle sconfitte, includendo entusiasmo e delusioni e ha usato il media della tastiera per trasmet- tere la ricerca, per comprendere attraverso l’approfondimento e la verifica dei dati concreti o delle fonti e, aprendosi alla realtà, è uscito dallo stato ipnotico dell’indifferenza e dell’illusione liberale omologativa, attraversando le pareti de- boli e transcalari della segregazione abitativa. Il libro/oggetto in genere è il prodotto di ricerca e assemblaggio di fonti recu- perate e vissute da altri, in altre circostanze, epoche e luoghi. Altro metodo è attraversare l’argomento e portare un contributo all’analiticità associativa della ricerca e al dibattito dialettico senza aspettative di conferme identitarie. Nella trama non ci sono tutte le realtà e le emozioni che hanno accompagnato le cronache e le analisi anarchiche prodotte fino a oggi, tuttavia gli articoli, le conversazioni e le testimonianze raccolte in questo libro hanno dipinto un pae- saggio dove la rivoluzione sociale nel Rojava oggi è un villaggio in memoria del futuro, lo scrigno beffardo in cui è racchiusa la sfida libertaria disillusa di avere in tasca le soluzioni per una vittoria. Graeber, Perché il mondo sta ignorando I rivoluzionari curdi?, trad. it. in Rojava, Una democrazia senza stato, a cura di D. Dirik et al., Milano, Eleuthera, . Dilar Dirik sottolinea la forza attrattiva della rivoluzione curda (Rojava: il coraggio di immaginare), mentre Bill Weinberg evoca ad- dirittura il No pasaran! spagnolo (La rivoluzione curda: elementi anarchici e sfida solidale, entrambi ivi). Yassin-Kassab, L. AT-SHAMI, Burning Country. Syrians in Revo- lution and War, London, Pluto Press, 2016; M. Knapp, A. Flach, E. Ay- boga, Revolution in Rojava, London, Pluto Press; L. Declich, Siria, la rivoluzione rimossa, Roma, Alegre; CollettIvo IDRISI, Prima che parli il fucile. Omar Aziz e la rivoluzione siriana, a cura di Lorenzo Declich e Caterina Pinto, Messina, Mesogea, Levi Strauss sostiene che Ocalan abbia letto in carcere «gli scritti del subcomandante Marcos», oltre Bookchin, Foucault, Clastres, Anderson Benjamin, Walletstein, Braudel e di altri autori (Rojava. Una democrazia senza stato). Mustafa, Kurdi. Il dramma di un popolo e la comunità internazionale, Pisa, BFS. Biehl, Bookchin, Ocalcan, and the dialectics of democracy, «New compass». 16 febbraio 2012; Impressions from Rojava, 15 dicembre 2014; Thoughts on Rojava. An Interview with Janet Biehl, «ROAR Magazine»; Una giustizia dal basso, in Rojava. Una democrazia senza stato, cit. Un confronto tra il municipalismo libertario di Bookchin e il confederalismo democratico è rintracciabile in R. Taylor , Revolucion social en el Kurdistan, «Tierra y libertad», n. 316, noviembre 2014. Mi sia consentito infine rinviare a S. Vaccaro, Communalism e la terza rivoluzione , Prefazione a M. Bookchin , Democrazia diretta, Milano, Eleuthera; Uno stimolatore di riflessioni, in Dossier Bookchin, «A rivista anarchica. Il che non impedisca a Peter Lamborn Wilson di considerare Ocalan «un anti-autoritario fautore della democrazia diretta radicale» (Abdullah Ocalan, in Rojava. Una democrazia senza stato Cfr. le ambivalenti considerazioni di Evren Kocabicak nell’intervista con- cessa a lsyandan.org (Rojava. Una dmeocrazia senza stato). Il lato cattivo, «Questione curda», Stato Islamico, USA e dintorni, http://illatocattivo.blogspot.it /. BECKY, A REVOLUTION IN DAILY LIFE, http://peaceinkurdistancampaign.com. Le citazioni virglettate sono tratte dal Contratto sociale del Rojava. Il Lato Cattivo, «Questione curda», Stato Islamico, USA e dintorni, cit. Eclissi relativa delle disparità sociali, poiché i curdi più ricchi si sono dis- pensati dal partecipare all’auto-amministrazione dei campi rifugiandosi in paesi dove le condizioni sono più confortevoli. Z. Baher, «Vers l’autogestion au Rojava?», Ou en est la revolution Rojava?, infokiosques.net /. ZAD (zone a defendre): neologismo militante che sta ad indicare l’occupazione di un’area (solitamente a cielo aperto) volta ad impedire la realizzazione di un progetto di devastazione del territorio. In particolare, si designano in questo modo le occupazioni di terreni presso Notre-Dame-des- Landes, nei dintorni di Nantes, dove dovrebbe sorgere un nuovo aeroporto (ndt). E. De La Boétie, Discorso sulla servitù volontaria, Milano, Chiarelettere, Vanegeim, The revolution of Everyday Life, Rebel Press, London, Proudhon, Oeyvres completes de P.J. Proudhon, Paris, A. Lacroix, Verboeckhoven & Cle. Il recupero è un concetto elaborato dai Situazionisti per descrivere il pro- cesso in cui le idee e strategie che un tempo erano funzionali ad una agenda rivoluzionaria, sono riappropriate dal capitale e dallo stato per conservare lo status quo. A. Ocalan, Democratic Confederalism, Transmedia Publ., Londra-Colonia, Simons, The Organization’s New Clothes, in Black Eye: Pathogenic and Perverse, Ardent Press, Berkeley, 2015. F. Pi y Margall, La reacciòn y la revoluciòn: estudios politicos y sociales, Barcelona, Anthropos, Editorial de l’hombre, 1982, (Reaction and revolu- tion, in Anarchism. A Documentary History of Libertarian Ideas, vol. 1, Montreal. Black Rose Books Le Robert’s Rules of Order costituiscono uno schema standard di facil itazione dei processi deliberativi e decisionali collettivi, che assumono i diritti della maggioranza e della minoranza, dei singoli individui, nonché degli eventuali assenti, usati prevalentemente nelle procedure parlamentari americane (NdC). Workers Solidarity Movement, Turkey, Ankara: report of funeral of Anarcho-syndicalist Alì Kitarci, wsm.ie — R. Zibechi ha paragonato la rivoluzione nel Rojava al grido di Buenaventura Durruti nella difesa di Madrid; «Portiamo dentro di noi un mondo nuovo; e quel mondo sta crescendo in questo stesso istante» (Una pratica di lotta e organizzazione, «Umanità nova») - DEVRIMCI ANAR- SIST FAALIYET IL KOBANE UZERINE ROPORTAJ, Dehaklara Karsi Kawayiz, Report di AZIONE ANARCHICA RIVOLUZIONARIA (DAF) dal titolo Contro le divinità, meydangazetesi.org — ID., Siamo tutti Kawa contro Dehak, settembre 2014, pubblicato in ital iano su «Umanità nova»,  - D. GRAEBER, No, questa è un’autentica rivoluzione, in D, Dirik ET AL., Rojava. Una democrazia senza stato, Milano, Elèuthera, intervistato da Pinar Ogiing, Graeber afferma che «nel Rojava è un’autentica rivoluzione» — M. Israet, membro dell’TWW di Sacramento (usa), morto il 24 novembre 2016 in seguito a un attacco aereo turco nei pressi di Manbij, nel suo profilo facebook afferma che «la lotta del Rojava è il movi mento rivoluzionario più dinamico e rivoluzionario del nostro tempo» GRAEBER, Pensando la Resistenza: distruggendo le burocrazie (trad. in italiano dal video, Università di Amburgo Au- dimax) nella terza conferenza ha affermato che «Ia rivoluzione nel Rojava è probabilmente la cosa più importante che accade su questo pianeta dalla Spagna. Questa è una magnifica opportunità e la rivoluzione nel Rojava è ormai durata più a lungo della rivoluzione spagnola» — Tev Dem ECONOMIC COMMITTEE, The experience of cooperative Societes in Ro- java, www.libcom.org, KNAPP, A. Flach, E. Ayboga, Revolution in Rojava, London, Pluto Press, Lembo, Il feder- alismo libertario e anarchico in Italia: del Risorgimento alla seconda Guerra Mondiale, Livorno, Sempre avanti, Ocalan, Bir Halki Savunmak, traduzione in italiano Oltre lo stato, il potere e la violenza. Scritti dal carcere, Milano, Punto Rosso,  — J. Biehl, Bookchin, Ocalan, and the Dialectics of Democracy, May 24, 2017, workshop for international study, critical analysis for collective action — Id., Bookchin, Ocalan, and the The following speech was delivered at the “Challenging Capitalist Modernity: Alternative concepts and the Kurdish Question’ conferenza in Amburgo,  V., Non mi- tizziamo Bookchin, Volontà» Bookchin, Per una società ecologica, Milano, Elèuthera, Id., La prossima rivoluzione. Dalle assemblee popolari alla democrazia diretta, Pisa, BES, 2018, «leftists e radicals due termini che non è sempre possibile tradurre in italiano Varengo La rivoluzione ecologica, Milano, Zero în condotta- Castanò, Ecologia e potere, Milano, Mimesis, Foucautt, Le parole e le cose: un’archeologia delle scienze umane, Milano, Rizzoli, «Le lingue, sapere imperfetto, costituiscono la memoria fedele del suo perfezionarsi» —Id., Nascita della biopolitica. Corso al Collège de France, a cura di M. Senellart, Milano, Feltrinelli, 2005. pp. 47-48. In queste pagine Foucault apre anche una parentesi a proposito del radicalismo inglese, datandone la nascita tra la fine del XVII e l’inizio del XVIII secolo. Il termine radicale si riferiva a coloro che volevano far valere i propri diritti — originari (quelli dei popoli anglosassoni prima dell’invasione normanna) contro gli abusi di potere reali o possibili del sovrano. Il filosofo continua dicendo che allo stato attuale la parola radicale si è caricata di una nuova valenza stando a indicare l’opposizione alla governamentalità in nome della sua utilità o inutilità. MILEZ, Le spese militari nella 17 legislatura, milex org/2018/03/28/spesemilitari=17legislatura . Campagna d’Africa, «Left», maggio 2018. Defense Technical Information Center, RTO Technical report 71, Research and technology organisation, Urban Operations in the year 2020 (Operations en zone urbaine en l’an ) - ; è il rapporto finale del gruppo di studio sas-030 nelle operazioni urbane nell’anno 2020. In questo studio vengono fornite raccomandazioni a RTA e NATO ed esaminato il futuro ambiente urbano, sottolineando la crescente importanza delle operazioni urbane e le capacità derivate necessarie a livello operativo per operare con successo in tale ambiente Nello studio è stata analizzata la struttura concettuale usect (Understand Shape, Engage, Consolidate, Transition) e sono stati sviluppati e selezionati concetti operativi futuri e più tradizionali. Sulla base delle capacità a livello Operativo, sono stati sviluppati nuovi concetti dì sistema e queste soluzioni materiali sono state analizzate durante un Wargame sul Seminario Urbano in cui sono state esaminate anche soluzioni non materiali. Durante lo studio la valutazione estesa è stata utile per determinare i concetti di sistema più promettenti e altre soluzioni, www.rto.nato.int — sipri, ‘(Stockholm International peace research institute) Trends in world military expenditure, 2017, Relazione stilata è affermato che il settore militare italiano sviluppa un volume di ricavi pari a circa 15 miliardi e impiega almeno 40.000 addetti. Più dell’80% del fatturato viene realizzato da Finmeccanica S.p.A, holding industriale controllata al 30,2% dallo stato attraverso il ministero dell'Economia e posizionata nella classifica, all’ottavo posto fra le più grandi società produttrici di armamenti nel mondo, www.sipri.org — PHILIPS, Research paper: Isìs-Turkey Links, Columbia University, New York; è un’indagine svolta alla Columbia University dagli Stati Uniti, dall’Europa e dalla Turchia dove è descritto nei dettagli come il governo turco ha fornito all’isis: cooperazione militare, armi, supporto logistico, assistenza finanziaria e servizi medici. È tratta da www.humanrightscolumbia.org/publications /research-paper-isis-turkey- links— L. Longo, Come Colpire il petrolio per fermare l’isis. Secondo questa relazione, pubblicata sul MIT Technology Review, la voce maggiore del “Prodotto interno lordo” dello stato islamico è stata la vendita di petrolio che sta passando attraverso i confini con Turchia e Giordania a prezzi minori di quelli di mercato — “Global action for Kobane on 1 November” — N. Chomsky, Vergognosa l’Europa su Siria e Turchia, «L’insoddisfazione verso le istituzioni negli usa è estesa. L’unica istituzione che sembra essere sempre rispettata è quella militare» ha dichiarato Chomsky a Tofani . Chomsky fu ospite del convegno «Dice2016» organizzato dall'Università di Pisa e il Comune di Rosi- gnano «Spacetime-Matter- Quantum Mechanics», www.ilmanifesto.it, 4 novembre 2018 — Another attack repelled in Afrin, anfenglish.org  — AA. Du Buisson, A geopolitical primer on the Afrin Crisis, A, theregion.org — Id., A blood-soaked olive: what is the situation in Afrin today, www.theregion.org Turchia -A Istanbul prima riunione Jetco, www.esteri.it, Erdogan not welcome), umanitanova,org, ZEROCALCARE, Questo è un paese dove per farti ascoltare devi farti spaccare la testa in piazza, novembre 2017, intervista per www.radiocittàdelcapo.it Bologna — Protest against Turkish invasion of Afrin on Labour Day in Europe, www.anfenglish.org, Statement IWW - Anna Campbell - Rest in Power Fellow Worker, Anna Campbell, «O andrò a casa e abbandonerò la vita come rivoluzionaria o mi manderai ad Afrin. Ma non lascerei mai la rivoluzione, quindi andrò ad Afrin» aveva detto Anna Campbell quando la Turchia e le forze armate turche hanno lanciato un assalto alla città di Afrin. Anna trascorse i suoi primi mesi nel paese combattendo nelle Unità di autodifesa delle donne (YPJ) a Deir ez-Zor, l’ultima roccaforte dell’isis. Femminista ed ecologista è stata una delle pricipali organizzatrici del gruppo IWOC dell’TWW, essendo anche coinvolta con il collettivo Empty Cages, Smash IPP e Bristol ABC, www.iww.org.uk ANSA, Davos: Oxfam, 1% Paperoni come 99% mondo, www.ansa.it, ISTAT, Documenti con tag: disuguaglianza, la vita delle donne e degli uomini in europa - Un ritratto statistico, www.istat.it, ottobre 2018 — Id., La povertà in Italia, giugno 2018; Indagine su reddito e condizioni di vita (EU-SILC), aprile 2018; Con- dizioni di vita, reddito e carico fiscale delle famiglie; Disuguaglianze , distribuzione della ricchezza e delle risorse finanziarie, istat.it - G. Di Francesco, M. AMENDOLA, S. MT- NEO, low skilled in Italia, Evidenze dall’indagine Piaac sulle compe- tenze degli adulti, Osservatorio Isfol,  Isfol OA, www.isfoloa.isfol.it /handle/123456789/1262; anche Tullio De Mauro, nel 2011, considerando alcuni dati pubblicò varie interviste in merito all’analfabetismo di ritorno in Italia e non solo - D.M, Gotp, Review: Chomsky Focuses on Financial Inequality, in Requiem for the American Dream, «New York Times; R. ZisecHI, Le nuove frontiere della società estrattivista, http://comune-info.net /2016/10/lestrattivismo- come-cultura, Graeber, Bullshit jobs. A theory, Milano, Garzanti, 2018 — S. Boni, Homo confort. Il superamento tecnologico della fatica e le sue con- seguenze, Milano, Eléuthera, Galimberti, Nobel per l'economia a Richard Thaler, studioso delle scelte (da correggere) dei risparmiatori, «Il Sole 24 Ore», 9 ottobre 2017 — M. Lieberman, The Digital-Native debate, www.insidehighered.com/digital-learning/article/2017/08/09/are- digital-natives-more-tech-savvy-their-older-instructors — M. PRENSKY, La mente aumentata. Dai nativi digitali alla saggezza digitale, Trento, Er- ickson, 2013; S. Cansiz, Tutta la mia vita è stata una lotta, Neuss (D), Mezopotamia Verlag; E. Vega, Pioniere e rivoluzionarie. Donne anar- chiche in Spagna, Milano, Zero in condotta, 2017 — M. Knapp, A. FLACH, E. AYBOGA, Revolution in Rojava, cit. - M, Cicek, Terra de Nadie. Perspectivas feministas sobre la indipendencia, Gatamaula, Pollen Edicions; D. Dirik, Kurdish women radical self-defence: armed and political, www.internationalistcommune.com, july 2015. — Wozrer weav- ing in the future, Conferenza Francoforte  — Nadia Mu- rad e Denis Mukvege, Parliamo di stupri di guerra, Conferenza, Casa in- ternazionale delle donne, Roma, 26 ottobre 2018 A.P. Platonov, Da un villaggio in memoria del futuro, Roma, Theoria. Nome compiuto: Salvatore Vaccaro. Salvo Vaccaro. Vaccaro. Keywords: congiunzione e disgiunzione. Luigi Speranza, oer H. P. Grice’s Play-Group, “Grice e Vaccaro,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.

 

Luigi Speranza --  GRICE ITALO; ossia Grice e Vailati: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della semantica filosofica di Peano– la scuola di Crema – filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Crema). Abstract. Keywords: formalists and neo-traditionalists. Grice: Why Vailati, in a typically Italian fashion, does not QUITE fit!” -- The phrase ‘Grice italo’ is meant as provocative. An Old-World philosopher like Valiati would never have imagined to be compared to a tutor at a varsity in one of the British Isles, but there you are! It is meant as a geo-political reminder, too. Many Italian philosophers have been educated in a tradition that would make little sense of Valiati as a ‘Grice italo,’ but there you are. My note is meant as a tribute to both philosophers. Grie has been deemed an extremely original philosopher, and by Oxford canons he certainly was. He was the primus inter pares at the Play Group, the epitome of ordinary-language philosophy throughout most of the twentieth century. His heritage remains. Valiati’s place in the history of philosophy is other. But there are connections, and here they are. Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Crema, Cremona, Lombardia. Essential Italian philosopher. an important figure in the history of formal semantics, influenced by PEANO, who in turn influenced Whitehead and Russell, and thus Grice. V. è, per certi aspetti, una figura anomala nel panorama della filosofia italiana. Matematico, allievo di Peano, aderisce a una forma di pragmatismo sovente caratterizzata come ‘pragmatismo logico’, che si ispira al pensiero del filosofo Peirce. Pensatore asistematico, V. è stato assimilato a Socrate per la capacità di dialogare con i principali protagonisti della cultura internazionale. Fautore di una filosofia che si deve sviluppare in stretto rapporto con la scienza, ritene essenziale che anche le discipline scientifiche dovessero tener conto della storia del pensiero scientifico. Dopo avere studiato a Monza e a Lodi presso Istituti dei padri barnabiti, s’iscrive alla facoltà di Matematica dell’Università di Torino. Pur laureandosi in ingegneria e matematica, coltiva una straordinaria quantità d’interessi che vanno dalla filosofia alla storia della scienza, dalla psicologia alla pedagogia e all’economia. Su proposta di Peano, diventa assistente di calcolo infinitesimale presso Torino e viene nominato assistente di geometria proiettiva e quindi assistente onorario di Volterra. Tiene corsi liberi di storia della meccanica, poi abbandona l’università per entrare nella scuola secondaria. Le ragioni di questa scelta sono probabilmente molteplici: desiderio d’indipendenza, consapevolezza delle difficoltà intrinseche al conseguimento di un posto di ruolo all’università, ma soprattutto la presa di coscienza di possedere un temperamento che mal si adatta ad applicarsi esclusivamente allo studio di un’unica disciplina. Così, sebbene continui a insegnare matematica nei licei -- prima a Pinerolo e poi a Siracusa -- e negli istituti tecnici -- a Bari, a Como e, infine, a Firenze --, si applica con sempre maggiore intensità a coltivare la filosofia, che diverrà ben presto un interesse totalizzante. Si può dire, infatti, che le sue incursioni in altri settori della cultura -- per es., economia e psicologia -- hanno tutte l’impronta di una personale riflessione filosofica.  In Sicilia, V. conosce Brentano, con il quale, in seguito, si mantene in rapporto epistolare, mentre a Firenze incontra Papini e Prezzolini, allora direttori della rivista «Leonardo», ai quali si legherà di sincera amicizia. Inizia a collaborare al «Leonardo», e continua a pubblicare su riviste accademiche dei più svariati settori disciplinari. Il suo trasferimento all’Istituto tecnico Galileo Galilei di Firenze coincide con un incarico presso l’Accademia dei Lincei di Roma per curare l’edizione nazionale delle opere di Torricelli. È nominato membro della Commissione Reale per la riforma delle scuole medie e ciò lo impegna a trasferirsi a Roma. A un convegno di psicologia che si tiene a Monaco di Baviera, conosce Calderoni, con il quale inizia un sodalizio che lo porterà a scrivere insieme i primi due capitoli di un saggio sul pragmatismo rimasto incompiuto -- con l’aggiunta postuma di un terzo capitolo portato a termine da Calderoni. Mentre si trova a Firenze, si ammala. Successivamente, si reca a Roma, dove spera di rimettersi, ma la malattia si aggrava e lo porta alla morte. Nel corso della sua vita, V. partecipa a numerosi congressi in Europa, mantenendo rapporti epistolari con alcuni dei principali filosofi e scienziati del tempo e sviluppando una corrispondenza di mole ragguardevole -- Epistolario, a cura di Lanaro. Scrive soltanto saggi e recensioni, che pubblica soprattutto in riviste e che, nella quasi totalità, sono raccolti in un volume postumo edito a cura di Calderoni, Ricci e Vacca -- Scritti. La stampa fu resa possibile da una sottoscrizione internazionale, alla quale aderirono numerose personalità come Brentano, Duhem, Enriques, James, Mach, Russell, oltre a Croce e Gentile. V. si distacca dalla maggior parte dei filosofi suoi contemporanei per alcuni tratti peculiari, primo fra tutti l’uso di una lingua italiana terso ed essenziale, che rifugge da qualsiasi orpello retorico. Egli ha, inoltre, un’idea estremamente moderna del lavoro filosofico, inteso come un’attività di analisi concettuale che attribuisce grande rilievo alla lingua italiana e che si sviluppa in stretto rapporto con i risultati della ricerca scientifica.  La conoscenza come attività costruttiva Una delle caratteristiche salienti della proposta filosofica di V. consiste nell’intento di valorizzare le «attività costruttrici e anticipatrici dell’intelletto umano rispetto a quelle puramente ricettive e, per così dire, classificatorie -- Scritti. Ciò è in accordo con la prospettiva d’ispirazione pragmatista, che egli mutua, in gran parte, dai filosofi Peirce e James. Sulla scorta di Peirce, anche V. riconduce a Berkeley l’idea guida del pragmatismo:  Come è noto, Berkeley mostra, o cerca di mostrare, che quando noi diciamo, per esempio, “il tale oggetto esiste” noi non intendiamo dire, né possiamo intendere di dire, in ultima analisi, se non questo: che, se noi, o degl’esseri simili a noi, si trovassero in determinate circostanze, essi proverebbero determinate esperienze o sensazioni. In altre parole, che tanto il termine “realtà”, come gli altri analoghi “sostanza”, “materia”, ecc., non indicano che determinate “possibilità di sensazioni” -- Scritti filosofici, a cura di G. Lanaro.  In quest’idea di Berkeley, osserva V., a Peirce sembra di riconoscere l’esemplificazione di un procedimento più generale, caratterizzabile nei termini seguenti. Il solo mezzo di determinare e chiarire il senso di una asserzione consiste nell’indicare quali esperienze particolari si intenda con essa affermare che si produrranno, o si produrrebbero date certe circostanze.  Le esperienze in questione non devono essere intese nel senso di una dipendenza attuale dalle nostre azioni. Può trattarsi – Grice, “Negation and privation,” “Personal identity” -- anche di una dipendenza puramente “virtuale”, atta a diventare attuale solo nel caso che si verifichino certe condizioni, il cui verificarsi potrebbe anche non dipendere dalla nostra volontà.  L’adesione al principio metodico richiamato da Peirce implica, secondo V., una revisione del concetto di proprietà. Di solito, quando ci riferiamo agli ‘oggetti’ che incontriamo nella nostra esperienza, li pensiamo come qualcosa di statico, determinato da caratteristiche stabili, che sono chiamate, appunto, proprietà. La parola proprietà, tuttavia, è soltanto un nome per indicare la nostra aspettativa in base alla quale l’oggetto, che diciamo possedere una determinata proprietà, si comporta nella tale o tal altra guisa determinata, allorquando sia assoggettato a date manipolazioni -- in senso largo. Epistolario. Così, rappresentarsi le proprietà possedute da un corpo, non equivale a rappresentarsi dei fatti presenti, bensì dei fatti, che avverranno, o che avverrebbero, se tale corpo venisse posto in tali o tali altre circostanze -- Scritti.  Questa concezione dinamica della realtà implica un riferimento essenziale sia alle aspettative del soggetto conoscente sia alla sua capacità di concepire scenari ideali, capaci di descrivere gl’effetti, sotto determinate condizioni, delle proprietà delle ‘cose’ e dei fenomeni considerati. A conferma di ciò, V. osserva che anche in fisica, con il nome di legge non s’intende tanto riferirsi a quel che avviene effettivamente, quanto piuttosto a quel che tende ad avvenire, vale a dire a quel che avverrebbe se fossero verificate certe circostanze che raramente o mai sono suscettibili di trovarsi perfettamente realizzate. V. interpreta il principio adombrato da Berkeley come una regola da usare per determinare il significato degli enunciati. L’esser vero o falso di un dato enunciato dipende, in primo luogo, dal fatto che esso effettivamente significhi qualcosa oppure no. Il ricorso all’esperienza è riguardato dai pragmatisti come un mezzo, non soltanto di verificare o provare una teoria, ma anche di determinare o mettere in evidenza quella parte di essa che può essere oggetto di proficua discussione.  La questione di determinare che cosa vogliamo dire quando enunciamo una data proposizione, non solo è una questione affatto distinta da quella di decidere se essa sia vera o falsa. Essa è una questione che, in un modo o in un altro, occorre che sia decisa prima che la trattazione dell’altra possa essere anche soltanto iniziata -- Scritti filosofici. Le riflessioni sul significato iniziate da V. verranno sviluppate, dopo la morte di questi, dall’allievo e amico Calderoni, il quale, tenendo conto degli appunti dello stesso V. e delle discussioni che avevano condotto insieme, mostra di avere ben chiaro quali siano le condizioni affinché un termine o una proposizione ha un significato:  Ci è molte volte non meno impossibile di precisare che cosa significhi una intera frase, facendo astrazione dall’insieme, o dai vari insiemi di frasi di cui fa parte, che di precisare che cosa significhi una singola parola – Grice, “shaggy” -- o termine all’infuori della frase o delle frasi in cui il termine stesso figura.  Prescindendo, infatti, da un piccolissimo numero di parole – per esempio quelle che i grammatici chiamano interiezioni – i vocaboli della nostra lingua italiana -- nomi, aggettivi, verbi ecc. -- non bastano affatto, enunciati isolatamente, ad esprimere uno stato di animo determinato od una determinata opinione di chi li pronuncia. Essi non possono servire a tale scopo se non comparendo raggruppati gli uni insieme agli altri in modo da dar luogo ad una frase o proposizione – V., Metodo e ricerca, a cura di Loré. Vero e utile Nei riguardi della verità, V. rifiuta fermamente l’idea che per un pragmatista sia l’utilità di una proposizione a renderla vera. Egli distingue, in primo luogo, il fatto che una determinata proposizione ha un significato dal fatto che ha un significato praticamente importante per noi -- per un certo gruppo di persone. Affinché una proposizione ha un significato praticamente importante, si rende necessario che sia capace di indicare cosa avverrebbe se si verificassero certe condizioni -- vale a dire: si richiede che ha un significato -- e che, inoltre: sia alla nostra portata la realizzazione di tali condizioni; le conseguenze implicite in esse dono da noi desiderate o temute: che cioè il loro verificarsi, o non verificarsi, sia un fine al quale noi attribuiamo qualche importanza. Se non è questo il caso, la proposizione potrà bensì avere un significato pratico ma non un’importanza pratica -- Scritti.  Analogo discorso si applica alle proposizioni vere. Alcune sono importanti dal punto di vista pratico, mentre altre non lo sono, ma la loro verità non dipende dal loro essere utili. Il fatto che una proposizione vera serva a un dato scopo, per quanto importante, non basta a renderla vera -- né in fatto né in diritto, cioè né in psicologia né in logica -- Epistolario. Unica possibile eccezione sono le proposizioni che esprimono nostre convenzioni sul mondo:  Per una sola classe di affermazioni mi pare si puo concedere che esse sono vere o false a seconda degli scopi, e queste sono quelle che esprimono delle nostre convenzioni sul modo di rappresentare ciò che indaghiamo o vogliamo comunicare agli altri. Riguardo alla parola vero V. osserva che tra gl’aggettivi che usiamo nella lingua italiana comune se ne possono distinguere due tipi: quelli che indicano certi effetti che un dato oggetto esercita sui nostri sensi -- per es. bianco, nero, esplodente; e quelli che indicano certi effetti che un dato oggetto eserciterebbe sui nostri sensi, date determinate condizioni -- tali sono, per esempio, buon conduttore del calore, solubile nell’acqua, esplosivo, ecc.. L’aggettivo ‘vero’, secondo V., appartiene al secondo tipo, non al primo. Io ritengo cioè che, tanto nel caso dell’aggettivo “vero” applicato ad un’opinione, come nel caso dell’aggettivo “esplosivo” o “solubile” applicato ad un corpo, l’unica definizione che possiamo esigere è che ci si indichi qual è il fatto o l’insieme di fatti il cui aver luogo è da noi -- a ragione o a torto -- preveduto o aspettato quando diciamo: “La tale opinione è vera”; “Il tale corpo è esplosivo o “solubile”, etc. Nell’Epistolario, discutendo con Prezzolini, V. riconosce il carattere puramente formale -- ‘privo di contenuto’ -- della definizione di verità e distingue chiaramente il fatto che una proposizione è vera, dai metodi impiegati per l’accertamento della sua verità. In una lettera, per es., replicando a un’osservazione critica del suo corrispondente, scrive. Se dicendo che il significato che io vorrei attribuire alla “verità” è contraddittorio, intendi dire che da esso non risulta come si dovrebbe fare ad accertarsi se una data opinione è vera sì o no, tu dici cosa che anche a me pare vera.  Quel che conta per V. è il come si accerta la verità, quali siano i metodi cui si ricorre per render conto della verità di una data proposizione.  Di conseguenza, la tradizionale definizione ‘statica’ di verità che troviamo in Aristotele, AQUINO (vedasi) e così via, intesa come corrispondenza – “with reservations” – H. P. Grice -- di una proposizione ai fatti che essa descrive, è accettata senza problemi da V. È da notare inoltre che, col dire che la verità è un adattamento o una corrispondenza tra le idee – credenze -- e i fatti, non si pre-giudica affatto la questione dei mezzi coi quali tale adattamento o corrispondenza possono essere ottenuti o accresciuti, né si esclude menomamente che tra tali mezzi possa, o debba, aver posto, oltre all’osservazione e alla contemplazione dei fatti -- spontanei o provocati --, anche l’esercizio di quelle attività organizzatrici ed elaboratrici dell’esperienza, le quali, pur semplificando, impoverendo, schematizzando artificialmente la realtà, non hanno tuttavia altro fine che quello di rendere possibile la rappresentazione e il possesso più completo di essa -- Scritti.  La concezione tradizionale è dunque compatibile con una visione meramente strumentale delle teorie scientifiche, vale a dire con l’idea che le teorie scientifiche non siano tanto descrizioni adeguate, fissate una volta per tutte, della realtà quale si offre nell’esperienza, quanto piuttosto il risultato di attività organizzatrici ed elaboratrici, che ci fanno intervenire sulla realtà medesima, modificandola. Nelle scienze deduttive, quel che conta è il nesso, e quindi la verità della dipendenza, di determinate conclusioni da premesse date. E la verità di tale dipendenza è compatibile tanto con la verità come con la falsità delle premesse o delle conclusioni, e sussiste da qualunque punto la si consideri. Nel caso delle scienze non deduttive, è l’accordo o il disaccordo con il ‘dato’ -- presente o futuro -- della coscienza, come la chiama H. P. Grice, a costituire la verità o falsità delle nostre affermazioni: è la conformità di queste a ciò che effettivamente la nostra coscienza – come la chiama H. P. Grice -- ci presenta -- o ci presenterà --  che costituisce quella qualità che noi intendiamo attribuire loro, quando diciamo che esse sono vere. Epistolario. Ciò spiega, secondo V., in che senso si possa parlare – impropriamente --  di relatività della verità: a esser relativa non è la verità, bensì la diversa utilità delle proposizioni che vengono riconosciute vere. A proposito del relativismo – cf. H. P. Grice, utterer-relative significance --, V. osserva:  La parola “relativismo” non mi pare abbastanza espressiva delle caratteristiche di esso, tra cui la principale è quella di considerare le teorie come dei mezzi (per il raggiungimento di dati fini, non escluso quello della “previsione” pura e semplice).  Le verità nascono e muoiono -- cioè sono rilevate, enunciate, ricordate, trasmesse -- secondo l’importanza e l’interesse che presentano per dati scopi individuali e collettivi. In questo senso, vi sono verità che sono riconosciute come utili fino a un certo momento storico e che poi cessano di esserlo. Poiché la verità, sia nel caso deduttivo sia in quello di scienze non deduttive, ha sempre un carattere contestuale, relativamente ai metodi e alle tecniche per accertarla, è evidente che, all’interno di un determinato contesto, una particolare proposizione, se vera, non può diventare falsa. A cambiare sono i contesti di riferimento; e i ‘contesti’ vengono determinati in base alla loro utilità ed efficacia pratica. Gli scienziati, infine, fanno come i bugiardi con le loro invenzioni. Gettano via le teorie che non servono più, e ne adottano altre appena si accorgono che sono migliori. Ricordare a uno scienziato una vecchia teoria è come ricordare ad un bugiardo una sua vecchia menzogna: lo si fa arrossire -- Scritti filosofici. Grice: “My view, on the other hand, is that in theory-theory, all rejected theories must be kept – call me a hoarder!” -- Nonostante V. osservi esplicitamente che non è necessario che s’introduca il più piccolo cambiamento nella definizione tradizionale di verità, ritiene, tuttavia, che in luogo di parlare di corrispondenza o di adattamento delle idee ai fatti sia più opportuno parlare di corrispondenza delle credenze ai fatti, intendendo così che ci si riferisca non soltanto a fatti anteriori o co-esistenti con le credenze in questione ma anche, e soprattutto, a fatti futuri, preveduti o anticipati da esse -- Scritti. La sostituzione del termine ‘idea’ con ‘credenza’ mette ulteriormente in luce il tentativo, da parte di V., di dare un’immagine attiva della conoscenza: avere una credenza significa avere un’aspettativa, assumere un atteggiamento ‘aperto verso il mondo’, non limitarsi a farsene una rappresentazione, a possederne un’immagine inerte. Al tempo stesso, egli sottolinea fermamente che la verità è indipendente dal fatto che qualcuno la creda:  Dico che la verità d’una data proposizione sussiste anche se nessuno vi crede, quando la proposizione è tale che, se fosse creduta da qualcuno, ingenererebbe in lui delle aspettative che non sarebbero deluse -- Epistolario.  V. ritiene infine che, entro certi limiti, siamo noi stessi a creare la verità alla quale crediamo. Più spesso di quanto pensiamo, la presenza delle nostre convinzioni è tra le circostanze che contribuiscono a determinare il fatto di cui esse affermano l’esistenza. Tutte le nostre azioni volontarie, infatti, sono prodotte dalla nostra previsione delle loro desiderabili conseguenze o dal fatto di poter essere impedite dalla nostra previsione che tra tali conseguenze ve ne siano alcune che ci dispiacciono sufficientemente -- Scritti. Grice: “Exactly my view! “Intention and uncertainty”, “Probability, and Desirability”.  Carattere (tendenzialmente) contingente dei principi della conoscenza Un’ulteriore conseguenza dell’impiego del termine credenza -- o opinione --, invece del più filosoficamente blasonato idea, nel definire la verità, è quella di suggerire una prospettiva fondamentalmente soggettiva al problema della conoscenza. Nella vita quotidiana, come nell’indagine della natura, gli esseri umani si trovano a gestire un insieme di credenze suscettibili di essere cambiate in qualsiasi momento, di fronte al tribunale dell’esperienza. In tal senso, V. rifugge dall’idea critica di Kant  dell’esistenza di concetti e principi a priori della conoscenza validi in ogni tempo e in ogni situazione storica. V. ha sempre mostrato, nei confronti di Kant e del kantismo o criticismo -- assai diffuso all’epoca, non solo tra i filosofi ma anche tra gli scienziati --, un’aperta ostilità. A suo giudizio, Kant scambia, per es., come condizioni universali e permanenti di ogni attività mentale quelle che non sono che limitazioni, o costruzioni, o artifici di rappresentazione, proprii a un determinato stadio di cultura -- Scritti. La stessa legge di causalità non sarebbe altro, in accordo con il modello proposto da Hume, che il risultato del fissarsi di un’abitudine. Anche in questo caso, quel che V. contesta a Kant è l’avere insistito sulla mera certezza e apriorità della nozione di causa, più che sulla sua fecondità e capacità di produrre conoscenza. Secondo V.  La legge di causalità non è semplicemente l’espressione di una convinzione salda, o di una generica credenza, all’esistenza di cause per tutto ciò che avviene e alla regolarità di andamento di fenomeni naturali. Essa è anche, o anzi soprattutto, la enunciazione di un modo di procedere che a noi è utile e spesso necessario seguire nell’avanzarci dal noto verso l’ignoto. Essa cioè è importante, non in quanto asserisce che di ogni avvenimento o fatto esista una causa, ma in quanto ci spinge a cercarla e ci indica come una buona via per trovarla, nel caso che esista, il cominciare a supporre che essa debba esistere e il regolare le nostre indagini sopra questa supposizione.  Con la legge di causalità, in altre parole, noi non formuliamo un dogma ma caratterizziamo un metodo di ricerca; un metodo che, semplificando, si potrebbe riassumere dicendo che, «per accrescere la nostra conoscenza delle leggi naturali, è necessario supporre che leggi fisse dominino anche là dove noi non siamo ancora riusciti a scorgerle. La legge di causalità assume in questo modo i connotati di un ideale regolativo della ricerca, somigliando più a un’idea nel senso kantiano (come quella di mondo) che non a un concetto appartenente alle condizioni a priori dell’esperienza. Di nuovo, quel che interessa a Vailati è l’aspetto dinamico, ‘esposto verso il futuro’ dell’indagine scientifica della natura. Nel caso specifico della legge di causalità, la sua importanza deve essere ricercata più nella sua fecondità che nella sua certezza.  Rifacendosi all’empirismo classico, prekantiano, Vailati vede nell’attribuzione di necessità a schemi mentali o a leggi fisiche un prodotto dell’abitudine:  la maggior parte delle nostre pretese “necessità mentali” (analogamente a molte delle nostre necessità fisiche) non sono che un prodotto dell’abitudine e […] in tale qualità, non provano quindi altro che la presenza costante nella nostra esperienza passata di dati caratteri o aggruppamenti costanti atti a farle sorgere -- Epistolario.  Contro Kant, V. difende, come metodo di ricerca, lo historical plain method proposto dall’amato John Locke:  In tutte le direzioni, dalla psichiatria allo studio delle società animali, dalla storia delle scienze a quella delle religioni, dalla filologia e dalla semantica alla filosofia del diritto, i metodi che si son manifestati più fecondi ed efficaci sono quelli basati sulla comparazione, sul confronto, sulla ricerca delle analogie, delle connessioni genealogiche e storiche (Scritti, cit., p. 634).  Analogamente, in ambito morale, Vailati sente più affine un atteggiamento ‘consequenzialista’, ispirato a John Stuart Mill, che non il rigorismo kantiano: dire, con Kant che un dato modo di comportarsi è morale quando è tale da poter essere esteso a norma universale per tutti gli uomini conviventi in una data società, non differisce affatto dal dire che, per giudicare se una azione è morale o no, ciò a cui conviene badare sono le conseguenze alle quali porterebbe il fatto che altre azioni simili venissero ripetute dai singoli componenti la società stessa. È quindi solo apparentemente che Kant riesce a scartare dal suo sistema di morale la considerazione dei fini, o della tendenza delle azioni a produrre determinati risultati.  V., tuttavia, non approva completamente l’approccio utilitarista e, tra i fini, egli ritiene di dar maggior rilievo a quelli connessi alla stabilità e conservazione della convivenza sociale, invece che a quelli che riguardano i vantaggi e le soddisfazioni individuali dei singoli consociati.  Il rapporto con il marxismo Tra i molteplici interessi culturali di Vailati, quello per l’economia teorica e le scienze sociali in generale ha un ruolo importante. Buon conoscitore dei classici del pensiero economico (i fisiocratici, Smith, Ricardo), V. si schiera decisamente a favore della teoria marginalista, che aveva preso ad affermarsi nella seconda metà dell’Ottocento. Egli saluta come un progresso l’introduzione, nell’analisi economica, del concetto di ‘utilità marginale’:  Si potrebbe dire, a questo riguardo, che l’introduzione del concetto di “utilità marginale” rappresenta nella trattazione delle teorie economiche un progresso d’indole analoga a quello rappresentato in meccanica dal concetto matematico di “accelerazione” -- Scritti.  Un aspetto sul quale Vailati insiste è che non bisogna farsi fuorviare dall’espressione utilità marginale: di per sé, dal punto di vista della teoria economica che su di essa si fonda, non si tratta di valutare utilità o piaceri (un equivoco all’epoca piuttosto diffuso) «ma di porre a confronto l’attitudine che una differente quantità di diverse merci può avere a determinare le scelte da parte di un dato individuo o di date classi di individui.  Del marxismo, V. critica perciò, prima di tutto, la teoria del valore-lavoro, l’idea che nella società capitalistica il valore di scambio delle merci sia determinato dalla quantità di lavoro umano in esse incorporato. Nella teoria dell’utilità marginale egli vede, in contrapposizione alla concezione di Karl Marx, un potente strumento unificante; e non è da escludere che Vailati abbia spinto Calderoni a estendere il concetto di utilità marginale all’ambito della stessa morale.  Se cerchiamo un elemento unitario nelle critiche che Vailati rivolge al marxismo, questo risiede nel rimprovero di unilateralità. Il marxismo, secondo V., riconduce la spiegazione dei fenomeni sociali a un’unica causa: l’economia; e indica nel solo conflitto di classe la vera causa dei mutamenti nella costituzione della società. Il progresso, inoltre, è inteso dai marxisti unicamente come sviluppo delle forze produttive e non anche come progresso morale e spirituale. A proposito della concezione materialistica della storia, V. afferma:  Questa si fa da molti consistere nel riguardare le condizioni economiche come i soli fattori efficaci dello sviluppo e delle trasformazioni sociali, e nel qualificare tutte le altre manifestazioni della vita collettiva, e in particolare le più elevate, come semplici superstrutture o riflessi ideologici di quelle, prive per se stesse di qualunque efficacia o impulso direttivo -- Scritti filosofici.  Contro i sostenitori di siffatta teoria, V. osserva che, comunque, ammettere l’influenza preponderante dei rapporti economici «nella formazione e nello sviluppo delle singole specie di attività cui dà luogo la convivenza umana, non implica che queste ultime non possano alla lor volta agire come cause modificatrici della struttura e della vita stessa economica delle società in cui si manifestano. Anche in questo caso, però, occorre usare con grande cautela la parola causa: più che di un rapporto di causa ed effetto, si tratta di un rapporto di mutua dipendenza.  Sensibile all’importanza del linguaggio e al ruolo delle definizioni in filosofia e nelle argomentazioni in genere, V. denuncia anche, in certe tesi fondamentali della concezione marxista, una sostanziale ambiguità tra momento descrittivo e momento normativo, che sovente risultano sovrapposti e confusi. Così, a proposito della frase di Marx: «Due merci sono di egual valore quando la loro produzione esige uno stesso numero di ore normali di lavoro», V. osserva che è intesa qualche volta come una definizione del valore di scambio, tal altra volta come un’asserzione relativa alle circostanze dalle quali la ragione di scambio di due merci dipende, tal altra volta, infine, come l’affermazione d’un criterio che dovrebbe essere adottato per determinare le proporzioni in cui le merci si devono scambiare, in una società nella quale ciascun membro abbia diritto al “prodotto integrale” del suo lavoro.  Il punto di maggior distanza di V., rispetto alle posizioni del marxismo, risiede nel ruolo attribuito all’individuo e alle scelte individuali nella storia e nella società. Sebbene fosse ostile alla concezione di un homo oeconomicus incentrato esclusivamente su se stesso e sui propri bisogni egoistici, Vailati vede nell’individuo, nelle sue aspettative e credenze, il centro da cui muovere per svolgere le proprie riflessioni in qualsiasi settore dell’attività umana. Isolato nel suo tempo e poi pressoché dimenticato, Vailati sarà comunque, nel secondo dopoguerra, proprio per questo aspetto peculiare del suo pensiero, una fonte d’ispirazione per Bruno De Finetti, ormai riconosciuto unanimemente come uno dei pensatori e scienziati italiani più influenti del Novecento (Parrini 2004; Parrini 2011).  Opere Scritti, a cura di M. Calderoni, U. Ricci, G. Vacca, Firenze-Leipzig 1911.  Il metodo della filosofia, a cura di F. Rossi-Landi, Bari 1957.  Epistolario 1891-1909, a cura di G. Lanaro, introduzione di M. Dal Pra, con un “Ricordo di Giovanni Vailati” di L. Einaudi, Torino.  Scritti filosofici, a cura di G. Lanaro, Napoli 1972.  Metodo e ricerca, prefazione di M. Calderoni, nuova ed. a cura di B. Loré, Lanciano 1976.  Bibliografia «Rivista critica di storia della filosofia», 1963, 18, fasc. 3 dedicato a Vailati, pp. 275-523.  G. Lolli, Le forme della logica: Giovanni Vailati, in Id., Le ragioni fisiche e le dimostrazioni matematiche, Bologna 1985, pp. 107-32.  I mondi di carta di Giovanni Vailati, a cura di M. De Zan, Milano 2000.  P. Parrini, Dal pragmatismo logico di Vailati al probabilismo radicale di de Finetti, in Filosofia e scienza nell’Italia del Novecento. Figure, correnti, battaglie, Milano 2004, pp. 33-55.  P. Parrini, Pragmatisme logique et probabilisme radical dans la philosophie italienne du XXe siècle, «Revue de synthèse»,  2011, 132, pp. 191-211.Si laurea a Torino. Insegna a Torino, dopo aver lavorato come assistente di PEANO e VOLTERRA. Lascia il suo posto universitario e così puo proseguire i suoi studi in modo indipendente, e si guadagna da vivere insegnando matematica. Scrive saggi e recensioni che toccano un'ampia gamma di discipline. La sua opinione nei confronti della filosofia è che essa fornisse una preparazione e gli strumenti per il lavoro scientifico. Per questa ragione, e perché la filosofia dove essere neutrale fra opposte convinzioni, concezioni, e strutture teoriche, il filosofo evita l'uso di un linguaggio tecnico specialistico, ma usa il linguaggio che la filosofia adotta in quelle aree in cui è interessata. Ciò non vuol dire che il filosofo debba soltanto accettare qualunque cosa egli trovi. Un termine del linguaggio ordinario potrebbe essere problematico, ma la sua carenza e corretta piuttosto che sostituite con qualche nuovo termine tecnico. La suo filosofia sulla verità e sul significato e influenzato da filosofi come Peirce e Mach. Con cautela, distinse fra SIGNIFICATO e verità. La questione di determinare che cosa vogliamo dire quando enunciamo una data proposizione, non solo è una questione affatto distinta da quella di decidere se essa sia vera o falsa. Tuttavia, dopo aver deciso cosa si vuole dire, l'azione di decidere se ciò è vero o falso è cruciale. V. ha una filosofia positivista moderata. La tattica adottata dai pragmatisti in questa loro guerra contro l'abuso delle astrazioni e delle unificazioni consiste nel proporre che, anche nelle questioni filosofiche si esiga, da chiunque avanzi una tesi, che egli sia in grado di indicare quali siano i fatti che, nel caso che essa fosse vera, dovrebbero, secondo lui, succedere o esser successi, e in che cosa essi differiscano dagli altri fatti che, secondo lui, dovrebbero succedere o essere successi, nel caso che la tesi non fosse vera. Le influenze e i contatti di V. sono molti e vari, e spesso e etichettato come "l'italiano pragmatista". Deve molto a Peirce e James – V. è uno dei primi a distinguere i loro pensieri --, ma subì anche l'influenza di Platone e Berkeley -- che egli vide come precursori importanti del pragmatism -- Leibniz, V. Welby-Gregory, Moore, Russell, PEANO e Brentano. V. corrispose con molti dei suoi contemporanei. La prima parte della sua filosofia comprende scritti sulla logica matematica. In questi saggi, focalizza l'attenzione sul suo ruolo in filosofia e distinguendo fra logica, psicologia ed epistemologia. La dottrina recente pone V. e il suo allievo CALDERONI (vedi) nella categoria storiografica del pragmatismo analitico italiano.  I suoi principali interessi storici riguardarono la meccanica, la logica e la geometria. Egli da un importante contributo in molti campi, compreso lo studio della meccanica post-aristotelica, dei predecessori di GALILEI (vedi), della nozione di definizione e del suo ruolo nell'opera di Platone e Euclide, delle influenze matematiche sulla logica e sull'epistemologia, e sulla geometria non-euclidea di SACCHERI. S’interessa particolarmente  ai modi in cui quelli che potrebbero essere visti come gli stessi problemi sono inquadrati e trattati in periodi differenti. Il suo lavoro di storico della scienza e strettamente connesso con quello filosofico. Per le due attività, infatti, utilizza gli stessi pensieri e metodologie di fondo. Vede lo studio storico e lo studio filosofico come differenti nell'approccio ma non nell'argomento. Crede, inoltre, che dovesse esserci cooperazione fra filosofi e scienziati nell'approfondimento degli studi storici. Ritene anche che una storia completa richiedesse che si tenesse in conto anche il background sociale pertinente. Il superamento delle teorie scientifiche, grazie a nuovi risultati, non comporta la loro distruzione, perché la loro importanza aumenta proprio per il fatto di essere superate. Ogni errore ci indica uno scoglio da evitare mentre non ogni scoperta ci indica una via da seguire. La posizione di V. sulla storia della scienza ricalca quella di una serrata critica al positivismo, in un contesto teorico dove il pragmatismo ammette nuovi strumenti di comprensione e anche di valutazione della scienza, come mostrano anche le vicende di CALDERONI (Pozzoni, Il pragmatismo analitico italiano di Calderoni, Roma, IF Press) e di PEANO, il quale vanta certe affinità con il pensiero filosofico del periodo (Rinzivillo, V., Storia e metodologia delle scienze in Una epistemologia senza storia, Roma, Nuova Cultura, e PEANO, Contributi invisibili in Una epistemologia senza storia, Pozzoni, Il pragmatismo analitico (Villasanta, Liminamentis); PEANO, In Memoriam, Bolletino di matematica,  Pozzoni, Cent'anni di V.” (Liminamentis, Villasanta); Zan, “La formazione di V.” (Congedo, Galatina); Sava, La psicologia tra V. e Brentano, in "Il Veltro", Roma, Giordano, V., filosofo della scienza (Firenze, Le Lettere); Pozzoni, Il pragmatismo analitico italiano di V., Liminamentis Editore, Villasanta,  Ronchetti, L'archivio in Quaderni di Acme, Bologna, Cisalpino, Scritti filosofici. Treccani Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana; Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana; giovanni-vailati.net. Fondo archivistico e librario conservato presso Milano, Il contributo italiano alla storia del Pensiero: Filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Couturat  e Leau, Histoire  de  la  langue  universelle  Paris,  Hachette. Rivista  Filosofica. Non è solo pel fatto di contenere un’esposizione accurata e particolareggiata dei numerosi progetti di  lingua universale che si sono succeduti a cominciare dai primi di cui si ha notizia (Urchard, Dalgarno, Wilkins) fino a H. P. Grice che la storia di Couturat e Leau  ha il diritto d’intitolarsi una ‘storia’ della questione della lingua internazionale. Il saggio merita tale titolo anche in un altro e più  importante senso, in quanto i suoi autori riescono con esso a provare che la serie di tentativi d’essi  presi in considerazione, lungi dal presentare l’aspetto d’una successione di sforzi  indipendenti e incoerenti, lascia trasparire le traccie d’una graduale evoluzione verso uno schema il cui carattere generale è già fin d’ora suscettibile d’un’approssimata determinazione, el e cui linee fondamentali vengono in certo modo a sovrapporsi a quelle segnate dal processo spontaneo che porta irresistibilmente, per quanto lentamente, le nazioni civili ad aumentare sempre più il  patrimonio di vocaboli e d’espressioni che possiedono in comune e persone, anche colte, che non hanno avuto occasione di riflettere sull’argomento non si fanno facilmente un’idea esatta della quantità di parole nter-naziona1 che esse adoperano, e della parte sempre crescente che queste vengono ad occupare, non dico nei dizionari compilati dai letterati o dai puristi ma nel dizionario  reale ed effettivo dell’uso corrente – “the little Oxford dictionary,” nelle parole di Austin rapportate da Grice --, nella lista cioè dei vocaboli del CUI significato s’esige e si  presuppone la conoscenza anche in chi non conosca altra lingua che la propria – cf. Crusoe’s Friday. Così, per esempio, nessun italiano può addurre la sua ignoranza del gallo o del tedesco, come  giustificazione del  suo non conoscere il SIGNIFICATO (o senso) di parole come le seguenti: òuffet, bureau, chèque, club, hotel, itufiresario, meeting, menu, metier, bete noire, restaurant, rdclame, record, reporter revolver, sport toilette, traimvay, tunnel, etc. Il che vuol dire che, se si prende come criterio dell’italianità o cruscacita d’una parola il fatto ch’essa è usata e intesa agl’italiani – cf. H. P. Grice, “native speaker of English,” William James Lecture V -- (e non si vede quale altro criterio si puo prendere – sta nella Crusca? --,  da chi a meno non sia disposto a negare che siano ITALIANE anche le parole alcool, ze-7itth, ovest, gas pel fatto ch’esse ci provienneno dallarabo o dall’olandese, i vocaboli sopra riportati hanno ben più diritto a essere qualificati come  ITALIANI , se non romani, di quanto n’abbiano tanti altri che i dizionari registrano solo perchè usati da scrittori di qualche secolo fa  -- i don’t give a hoot what the dictionary says – Grice to Austin : come,  per esempio,  allotta, arrogi ,  < gttagnele, millanta,  etc. Ne al fatto  he alcune delle suddette parole contengono lettere o sillabe  venti valore fonetico diverso da quello che loro spetterebbe nella nostra  ortografia può essere ormai attribuita molta importanza dal momento che tale circostanza non è più considerata come un ostacolo alla trascrizione esatta dei nomi proprii stranier,  com’Erberto,  di luogo e di persona. Oxford, vade vobis. L’esigenze pratiche s’alleano ora al senso estetico per trattenerci dallo scrivere Stoccarda o Conisberga invece di Stuttgart e di Konigsberg. E se a  molti non ripugna ancora lo scrivere Volfango invece di Wolfgang, o Mabetto invece di Macbeth, a nessuno verrebbe certo ora in mente d’imitare il obtuso napoletano VICO (si veda) citando Renee Descartes sotto il nome di Renato delle Carte, quando Chomsky preferisce Cartesio! Un esempio caratteristico di creazione di nuove parole internazionali mediante un espresso accordo  tra  gl’interessati c’è fornito dal sistema di unita C. G. S. adottato e promulgato dal congresso  degl’elettricisti tenuto a Parigi  e le cui denominazioni sotto forma invariabile, volt, ampire, ohm, etc., sono ora adoperate dagli scienziati e dagl’elettrotecnici di ogni nazione europea, e non solo la Gallia. La  gran maggioranza tuttavia  delle parole che possono praticamente essere riguardate  come già in effetto internazionali non è costituita da quelle che figurano nelle varie lingue sotto forma assolutamente identica, ma bensì da quelle che vi si trovano leggermente modificate, sopratutto nella desinenza, a seconda dell’indole dei rispettivi linguaggi, come avviene ad esempio pelle parole: caffè, cioccolata, tabacco, garanzia, posta, vagone, consolato, oasi, concerto, etc. E in  questa categoria che rientrano i numerosi termini tecnici, di scienze, d’arti, di sostanze chimiche, di strumenti, di malattie, etc., derivati dal greco, come chirurgo, estetica, ossigeno, fonografo, emicrania, etc. A projiosito dei quali giova notare come parecchie radici o prefissi greci. come  —logo,  —grafo,  z=.geno,  fono—,  termozzz,  baro=,  archi—,  end—,  anti—,  i^o —, filo —, geo—,  etc., pure non figurando, sotto qualsiasi forma, come parole isolate, nel dizionario d’alcuna lingua, tuttavia pel solo fatto di trovarsi ripetutamente adoperati, econ un senso ben determinato, nella composizione di parole appartenenti a ogni linguaggio civile, finiscono per essere correttamente interpretate anche da chi si trovi sprovvisto di qualsiasi conoscenza della lingua dalla  quale provengono --  cf. Hare, a good phylostysometre. La stessa osservazione si può ripetere per quei VOCABOLI LATINI che, pure non potendo essere qualificati come internazionali nel senso che essi appartengano ad altre lingue oltre che alle  romanze o neo-latine, lo sono tuttavia nel senso che le lingue romanze o neo-latine non sono le sole nelle quali esse figurano come elementi  di parole composte. Cosi per esempio le parole romane o latine navts, oculus, currere, secretum, ovum, pubblicus, annus, etc. non possono essere riguardate come del tutto estranee a un britannico o a un tedesco dal momento che a sue lingue appartengono le parole oculist, concurrence, secretary, ovai, Publizist, Annalen, etc. E specialmente in virtù di questa circostanza che i più recenti  progetti di lingua universale – il deutero-esperanto di H. P. Grice, o il basic latin di Ogden --, quanto più deliberatamente si propongono di costruire il dizionario in base al criterio pratico della massima effettività internazionale delle singole parole o radici, criterio che viene a essere naturalmente imposto dalla necessità di ridurre al minimo gli sforzi richiesti dall’apprendimento di  parole interamente nuove da parte di chi conosca già qualcuna delle lingue civib''europee, -- cf. Grice’s and Austin’s Eskimo implicatdures -- e dalla convenienza di rendere il dizionario della lingua internazionale quanto più è possibile utile per facilitare l'eventuale apprendimento delle lingue civili europee da parte di chi non ne conosca alcuna. tanto più si trovano condotti ad attribuire  una parte preponderante all’elemento LATINO tratto da Peano, sine flessione! La maggior parte di tali progetti finiscono anzi per differire tra loro assai meno di quanto possano differire due dialetti – toscano e genovese -- di una stessa lingua – la toscana -- , e per avvicinarsi anche senza volerlo, per ciò almeno che riguarda il dizionario, ai progetti avanzad dai fautori d’un ritorno  all’uso  internazionale del LATINO, in quanto anche questi sono costretti ad ammettere i neo-logismi indispensabili per esprimere cose e concetti moderni, e a rinunciare quindi a qualunque pretesa puristica e letteraria. Come è naturale, il latino più ricco d’elementi internazionali non è quello classico di CICERONE (si veda) o di  TACITO (si veda), ma quello usato dagli scolastici come Aquino da Roccasecca a Parigi, e dagli scienziati del medio evo; non quello, per esempio, in cui il ministero della pubblica istruzione sarebbe chiamato Summus moderator studiorum, ma quello in cui verrebbe semplicemente indicato come  mnister  publicae instructionis o, anche meglio, de publica instructione. Ma a rendere difficile un completo accordo tra i fautori d’un latino  comunque modernizzato e semplificato – il SYMBOLO di Austin --, e quelli che propongono la costruzione d’una lingua affatto artificiale, per quanto costruita con materiali tolti in gran parte dal latino, si presentano le questioni relative alla grammatica o morfo-SINTATTICA. Benché gl’uni  e gl’altri si trovino d’accordo nel riconoscere che le difficoltà inerenti all’adozione del latino  come lingua internazionale puo venir notevolmente diminuite coll’introdurre nella sua grammatica delle modificazioni semplificatrici d’indole analoga a quelle che si sono spontaneamente prodotte ne le lingue neo-latine, pure essi non cessano per ciò di differire grandemente nell’apprezzamento dei criteri da seguire in tale semplificazione. Vi è chi si contenterebbe di regolarizzare le  declinazioni o le coniugazioni, togliendo la loro inutile molteplicità e permettendo, per esempio, che si dicesse ati t o e legebo come si dice amabo e monebo, o loqtiivi, currivi invece di locutus  S2tm  e di  czicurn. Altri abolirebbero senz’altro ogni declinazione dei nomi indicando invece i vari casi colle preposizioni come fanno le lingue neo-latine 1 armenti sopprimerebbero le varie  flessioni dei verbi corrispondenti alle persone, bastando, per distinguere queste, l’impiego dei pronomi. Anche per indicare i diversi tempi dei verbi v’è chi propone s’abbandoni l’impiego di speciali desinenze o modificazioni adottando invece l’artificio dei verbi ausiliari  -- Grice, Socrates whatted in Athens? Drank hemlock -- anche pel futuro.  Un passo piu avanti è fatto da quelli che  propongono si’abolisca la distinzione tra i generi dei nomi e tutte le regole di concordanza ad essa relative, indicando solo, quando occorra, il sesso con  uno speciale prefisso – aquilo -- come si fa in inglese: he-goat, she-goat, he-bitch. Ne qui SI arrestano le proposte di semplificazioni, tra le quali la più radicale è rappresentata dal Latino sine flexione di PEANO (si veda), riattaccantesi  a un ordine di ricerche il cui primo impulso risale non a Grice ma a Leibniz. Già questi osserva che, allo stesso modo come l’uso delle proposizioni rende inutili, pei nomi, le flessioni corrispondenti ai differenti casi, così anche l’uso delle congiunzioni potrebbe sostituire, per i verbi, le flessioni indicanti i differenti modi, modes, not moods – Grice – Follesdall – Stanford – Moravsik.  Così,  per esempio, la differenza di SIGNIFICATO (O SENSO) tra l’indicativo e il soggiuntivo è già sufficientemente espressa dalla sola presenza, pel secondo, delle congiunzioni: ut, quod,  “si,” (if) – cf. H. P. Grice, “Indicative Conditionals” --,  etc. La ragione perche Boezio non vuole parlare di preghiere! Non occorre quasi notare che anche il modo imperativo –il primo secondo Vico: I, FAC, STA, DA,   non ha affatto bisogno di venire indicato d’alcuna modificazione del verbo, bastando a ciò premettere, o far seguire, a questo l’indicazione del comando o del desiderio, opto,  peto,  quaeso,  etc – the door is closed, please -- Hare., come già del resto si pratica in più d’una lingua  (PLEASE – R. M. Hare: “The door is closed, please” --,  bitte,  s’il  vous  plait,  etc.. Un’idea più ardita, suggerita pure da Leibniz a PEANO (si veda), è quella dell’inutilità di qualsiasi flessione per indicare il plurale dei nomi  -- sheep, shep -- {videtnr  pluralis inutilis in lingtia rationali – Warnock, Tigers are dangerous – Metaphysics and logic. La distinzione tra singolare e plurale sembra a PEANO (si veda) puo essere sufficientemente espressa dal semplice  premettere al nome, quando occorra, un aggettivo numerale – Me Tarzan You Jane You You DUE Jane,  U7tus, aliqtds, omnis, plurcs, duo, diversi, etc. – Altham, the logic of plurality – aleoethetca, pleonethica. Geach Occam. A questa stessa conclusione è pure antecedentemente venuto anche un altro filosofo che s’occupa molto a fondo delle questioni relative alla grammatica razionale, BELLAVITIS, di  Padova, di cui l’importante saggio, portante il titolo “Pensieri sopra una lingua universale e su alcuni argomcnli  analoghi,” Memorie  dell’I.  R. Istituto Veneto, è sfuggito, tipico d’un gallo orgoglioso, all’attenzione di Couturat. Tra l’altre proposte originali e suggestive che il saggio di BELLAVITIS (si veda) contiene è da notare quella relativa all’adozione di una speciale preposizione anche per  distinguere il soggetto (“Fido”) dal predicato (“is shaggy” – Grice) – Strawson Subject and predicate in logic and grammar, Irvine – Grice – d’una proposizione, d’adoperare, s’intende, solo quando ve ne è bisogno. Tale è il caso, per esempio, quando si tratti d’una proposizione il cui soggetto (“Fido”) o attributo (“shaggy”) è rappresentato d’un  pronome relativo, il quale, per ragione di chiarezza [Grice, DESIDERATUM OF CONVERSATIONAL CLARITY: “Be perspicuous [sic]”. -- non può venire troppo allontanato dal precedente nome cui si riferisce, e non può  quindi  indicare, per mezzo della sua posizione rispetto al verbo, se dove essere inteso come il suo soggetto o il suo predicato.  Quest’osservazione  di BELLAVITIS (si veda) non è priva anche d’una certa importanza filosofica in quanto costituisce in sostanza una critica della distinzione tra verbi transitivi e intransitivi e di quella tra verbi attivi e passivi. Essa mira infatti a sottoporre non solo l’accusativo (o CAUSATIVO, strettamente -- come già avviene in alcune lingue, p. e. nella  spaglinola), ma anche il nominativo a norme analoghe a quelle  che reggono gl’altri casi, sopprimendo l’inutile complicazione della  costruzione [Atti  della  R.  Accademia  di  Scienze  di  Torino; Leibniz [citato da Grice – “one of the greats”]. Opusculcs el Fragnicnt inédils publiés par Couturat. BELLAVITIS (si veda)  ha su questo punto dei precursori fra gli scolastici, in CAMPANELLA e Occam [cf. il sermone mentale – discusso da Geach e Grice e Leibniz – PARIDE AMA ELENA -- e Alberto di Sassonia. L’apprezzamento espresso su quest’ultimo da Prantl – lesso da LAMENTANI (si veda) nella sua Storia  della Logica, precisamente a questo proposito, è da deplorare come erroneo e ingiusto. COUTURAT  E L.  LEAU,  HISTOIRE  DE  LA  LANGUE  UNIVEKSELLE] passiva – Strawson, “The exhibition was visited by the King of France” --,  ed emancipando nello stesso tempo la frase d’ogni restrizione relativa alla collocazione delle sue varie parti rispetto al verbo. Anche sull’uso dell’articoli e delle  particelle dimostrative l’osservazioni di BELLAVITIS (si veda) apportano un contributo prezioso alla soluzione delle controversie che ancora si dibattono tra gl’autori di vari progetti di  GRAMMATICA RAZIONALE, come il Deutero-Esperanto di Grice. Un concetto dominante sul quale egli ritorna frequentemente è questo che  l’adozione di date preposizioni o congiunzioni  o articoli  -- “voci  grammaticali,” come egli le chiama -- per indicare date relazioni tra le parti d’una frase non implica che tali voci devono essere sempre adoperate per  esprimerle. Esse  possono e devono invece essere omesse ogni qualvolta la loro assenza non produce ambiguità – cf. Grice, “Avoid ambiguity” – Me Tarzan, You Jane. Blake, “Love that never told can be”. Tutte queste semplificazioni, le quali, del resto, potrebbero applicarsi, come al LATINO, anche a qualsiasi altra lingua, finisceno, come si vede, per far capo al concetto d’una lingua suscettibile di venir  compresa e adoperata indipendentemente dalla conoscenza di qualsiasi regola grammaticale – O. P. Wood, The Rules of Language, The Aristotelian Society, read by Austin and Grice on a Saturday morning. E in fondo l’ideale che si presenta già alla mente di CARTESIO – the rules of discourse, Grice -- [vide Grice, “Descartes on Clear and Distinct Perception”] in quella sua lettera a Mersenne nella quale, discutendo un progetto d’ignoto filosofo chiamato ERBERTO GRICEUS HARBONIENSIS che ritiene aver costruito una lingua  (“Deutero-Esperanto”) atta a essere interpretata e scritta col solo aiuto d’un dizionario – Grice: “The Little Oxford Dictionary? Austin hated it! --  conclude che ce n’est pas mcrvetlle que les esprits vulgaires apprennent en moins de  six heures à composer en cette langue. – cf. Prince Maurice’s Pirot -- Cartesio, Opere, edit. Tannery e Adam). Ed e questa stessa idea d’una lingua ARTIFICIALE [Deutero-Esperanto], costruita, per quanto riguarda il dizionario, con materiali tolti alle lingue viventi e sottoposta  invece, per quanto riguarda la grammatica – strettamente, morfo-SINTASSI --,  alla massima semplificazione  razionale – cf. RULES OF FORMATION OF SYSTEM G-HP di MYRO], che Rcnouvler sembra avere in vista in quella frase, da Wilkis, quasi profetica, che appunto Couturat riporta a questo proposito. La langue universelle doti ciré empiriquc par son vocabulairc o LEXICON, et  PHILOSOPHIQUE, logica, ragionata, PAR SA SINTASSIS, ou grammaire. (ReNOUVlER, De la question de la langue  universelle, Revue. Non voglio chiudere il  presente cenno senza richiamare l’attenzione su un altro saggio italiano sul soggetto della lingua universale, del quale pure, ma tipicamente d’un orgoglioso e miope gallo, non è fatta menzione nel volume di cui parliamo. Esso è pubblicato a Roma col titolo, “Riflessioni intorno all’istituzione  d’una lingua  universale,” -- lettera di Glice Ceresiano a Giotto fllo  Eugenio.  L’autore  ne  è il filosofo SOAVE (della Svizzera, si veda), il quale si propone in esso d’esaminare un progetto di lingua universale da Kalmar. Questo è tutto ciò che mi ò riuscito di sapere sul contenuto del detto opuscolo, che finora non sono stato in grado di rintracciare  e che conosco solo dalla menzione  che ne è fatta in un’altra  opera italiana, pure ignorata, com’e d’aspettare di un miope orgoglioso gallo come lui e,  da Couturat -- FERRARI (si veda), Monoglottica, Modena. Di quest’ultima V. ha conoscenza per mezzo di MERIGGI (si veda), appassionato cultore di questi studi e autore lui pure d’un progetto di cui sono segnate le traccio in un volumetto  pubblicato  a Pavia, Frat. Fusi.  Como. Grice: “My favourite Vailati is an essay cited by Peano (I wouldn’t have heard of it otherwise). It is concerned with the Italian counterparts to “non,” and the ‘congiunctioni’: “e”, “o”, and “se”. La  Grammatica  dell  Algebra.   iRivisla  di  Psicologia  Applicata,  A Parlare dell’algebra come d’una linguag. In che senso ^ f Quali  sentii  corrispondmio tn  al~   e d’una sua  speciale  J.  Come  si  presenti in algebra la distin-   gcbra ai verbi. Loro  carcittere  r . V-   l'altra, ad ussa corrispondente, tra  ìionè tra verbi transiti e verbi  Dei verbi molteplice-  nomi  (o aggettivi, shaggy)  relativi,  e gH^izioni  Carattere grammaticale dei segni mente transitivi, e dell  / caratteristiche dei segni d’uguaglianza j • fiirtincri e oarlando d’essa come di uno spe-  LParlando  d’algebra  a dei  attribuire, alla  pa- ciale  lingua, devo  pregarli d, P ^ essi  le  attribuì- rola  . lingua  >. astrazione d’un scono ordinariamente. di  studiano  — i quali tutti hanno per loro  carattere  comune  ai ^^ttendomi  d’applicare lo stesso nome anche elementi delle parole – L. PARABOLA, Grice word-meaning P^^  rivolgono ad altri sensi che non sono ad altri SISTEMI DI SEGNI eh, f„n7inni  dei lingue propriamente dette,  radilo, adempiono wttavia  alle  tCTfpo^J^   e„  „r„SS'e  ^.-—nLròne,  piò   pir"arhVL“rr^ « UpÓ  . Ideo^radoo  nel,uall  le  ooae [11  .ommario e le pari.,  che,u  „„p„ve  ..ella  Xmsh  *'  «to-  parentesi quadre, non sono mclus carte di V., che a lu.  serve pella comunicazione da  lu  p • grammalicali  e SINTATTICI della lingua delle  Scienze  (Firenze)  sotto  il ti  . Rivista di Scienza  algebrico, e che in parte è riprodotto in una  i^Algèbre  ati  point de vue Hngui-   ., intitolata: PiiLr  it^de  de  l’Algebre  ? ^ stiquei\  ai cui si voleva comunicare  Jos^'dvano  il  nome  nel  Un-   scura alcun riferimento ai gruppi d,  suoni  che ne lingua parlata rappresentati, di quei rapporti Per indicare il sussistere, tra  g i ogg  proposizioni, le scrit- che dalle lingue parlate sono espressi in principio ad espe-   ture di questa seconda specie dovetter affatto dienti, alterazioni nella forma, nell ordine  g > preposizioni, analogo a quello che, nella lingua parlata  etc.  ai segni di PREDICAZIONE (“... is shaggy” – GRICE),  d ;Jggiare  interesse per quei  sistemi di  L’esame di tali espedienti presenta panico  ^ „,,iea. ve- notazioni ideografiche che, come  cs-  g ordinaria, subiscono in certo nendo impiegati contemporaneamente alla  ^ avrebbero finito per  soc   .nodo la cencorreusa di questa,  p.eferibill  per  1 partico- combere se qualche speciale carattere no lari uffici ai quali sono applicati – cf. Grice, ONTOLOGICAL MARXISM: If they work, they exist d.. dell’algebra, la ragione di  Dire che, nel caso che ora  c,  Jgg,or brevità e pre- tale preteribilltà stia  nclPattltudlne sua  a j ancora  rlsob cislone le proposizioni relative a. numer  determinare da quali vere la  questione.  04  che  Importa dipendano: Uno a che  circostanze le suddette  proprietà  del  >”^8,  geografiche al posto delle punto cioè esse si riconnettano  f ‘j; ‘7^'®°„gÌ„o  .“orso, fatto dall’algebra,;role. e per  nurdrpontTltguag parlata, per dare senso alle  Afferenti combinazioni dei esempio caratteristico  sto. non certo nel  fatto che le cifre sia  P ^,e„e  attribuita  ^alrmrrrsrrg^Sa"^  della posizione che esse occupano in hT  prop™^^  f rrti soprattutto d’attribuire  i strumento di ricerca e di dimostra- che come mezzo  di  ^a  avere indotto uno dei piu grandi  zione. Tali  vantaggi sono  rivolgere  modestamente a sè  stesso una   ^a^  cbe  è rivolta da Schiller a un poeta  presuntuoso, in quei noti versi . pi confronto  tra  i “cTriuogo'*!’ impiego  dei segni derivano dall’impiego delle  . q un’altra distinzione importante dell'algebra,  si  P""“  ehe occorre fare tra i sistemi di notazione  ^;:.'lomTa;;unT:df’e  de, .'aritmetica,  o le note  musleaii [AND GRICE WOULD PLAY THE PIANO AT CLIFTON – la notation della pavanne de Ravel – MEISTERSINGER is for children – He loved MAHLER, Song of the Earth --,  hanno solo  I uf-    La grammatica – morfo-sintassi -- DELL’ALGEBRA mnorre nei loro elementi, dati gruppi di sensazioni  fido di descrivere,  e di decom  ^ ^pp^nto  il   0 di azioni complesse, e queg,, chimica, si presentano come capaci  caso dell’algebra  o '5'“'  ^, in  parole e frasi del definirla o caratterizzarla  m modo  f perrtlirco'nicio chiunque abbia coll’algebra una sufficiente -f;:Ìadiffierenzachesiba--   à^e   potr^rcorr  'linana, le proposizioni relative ai numeri e alle loro proprietà. differenza equivale ad ammettere implicitamente che Il riconoscere una tale differenz espressione e come strumento la speciale efficacia  ^°^t^ibuire,  non tanto all’impiego che in essa di ricerca e di  "arposto^ parole della lingua  or-  dintio!  q^a^P^uttostra  delle  particolarità  d’indole SINTATTICA. meren i  "Esamffiar'e  iTche cosa gua algebrica, ricercare e propriamente dette: que-  riscontrano, in maggiore o minor  grad  J . sembrano bene degne  di Tra le distinzioni, che si trovano ‘‘I,elle  che si  riferiscono rittcair;‘:.rc:ot^Una  frase  spesso ripetuta dai filosofi della lingua, colla quale essi tentano di precide ciò che costituisce il tratto caratteristico d’una vera lingua  -- cf. COMPOSITIONALITY AND THE ESSENCE OF LANGUAGE – H. P. Grice, “Meaning Revisited” – open-endeness, finite means, potentially infinite utterances>,  hi opposizione alle forme meno perfette  d’ESPRESSIONE ISTINTIVA [natural groan – Grice] di stati d amm  .  qualf  si riscontrano anche negli stadi inferiori di sviluppo della vita animale – Romolo e i fanciulli.' la  «pcriiente  • « la lingua comincia dove l’interiezioni (GROANS AND FROWNS, MOANING AND MEANING) finiscono. Se noi ci domandiamo, alla nostra volta, in che cosa differiscano effettivamente l’interiezioni – Grice’s GROAN -- da quelle che i filosofi della lingua chiamano le  altre parti del discorso, ci accorgiamo subito che esso sono le sole parole che,  anche  enun-  flTLàtalnte, bastano, per sé stesse, a esprimere  -^^Ye  Qualche  opinione, di chi le pronuncia, mentre l’altre specie  d .   i nomi  eli aggettivi (shaggy),  i verbi, etc., non possono, d’ordinario, servire  a a e p  se  non  comparendo  raggruppate [TERZA ARTICOLAZIONE] l’une insieme  all’altre,  in modo da dar luogo a una frase o a una proposizione – GRICE: UTTERER’S MEANING, SENTENCE MEANING, WORD MEANING]. Quando emettiamo [UTTER – GRICE], per esempio, il suono  brr,  (ho freddo) o il suono  " • ^  abiamo bisogno d’aggiungere altre parole per fare  intendere  a  ^Ze  che sentiamo del freddo, o che desideriamo che egli non faccia nimore. SeTnvece  pronunciamo, per esempio, il nome d’un oggetto  --a accompagnarlo con qualche parola o GESTO, che  indica cosa vogliamo dire d’esso  -  fhe  diefiii cioè: se vogliamo dire che lo vediamo, o che lo desideriamo, o fotmilmo,; che ne aspettiamo la comparsa etc. aifatto alcuna nostra opinione, o disposizione d’animo, ma al  piu segnaliamo  -- SIGNIFICAMO, SEGNALARE -- che  stiamo pensando a quell’oggetto, senza dire nulla di ciò che ne pen segue  --Fido, ... is shaggy -- che l’interiezioni possono qualificarsi come quelle, tra le parole della nostra lingua, che hanno PIÙ SIGNIFICATO (“more meaning”) di tutte le akre, e in certo modo, come le sole che n’abbiano, quando sono prese a se.  mentre altre sono soltanto capaci d’acquistarne, nel caso che siano  assunte a far parte una frase che n’abbia. L’affermazione riferita sopra equivale, dunque, a dire che la vero lingua comincia colla prima introduzione di  parole (shaggy, brr. Ah, ouch -- che, prese per se stesse NON hanno alcun SIGNIFICATO, e che di tanto una lingua e °  più rilievo hanno in esso le parole –shaggy -- che si trovano in questo caso, di front litro che, anche enunciate isolatamente, esprimono qualche opinione d’animo – shaggy, hairy-coated --, di chi le PRO-NUNCIA. Si ha una conferma di ciò nel  fatto che le parole che  hanno MENO SENSO delle altre  - quelle cioè alle quali è necessario aggiungere un piu grande numero d’altre parole per ottenere una frase che voglia sono apppunto quelle che compaiono piu tardi – non da da, ma ma -- ,  tanto  nello sviluppo storico della lingua che Romolo e Remo sono segnalato dalla lupa capitolina, quanto nel processo individuale o gemmelli del loro apprendimento della lingua del Lazio.  Tra tali parole sono da porre, in primo luogo, le pre-posizioni (via va, Grice, to Roma d’Albalonga) in quanto esse hanno l’ufficio d’indicare le varie specie di relazioni che possono sussi-  fi) La trovo citata tra gl’altri da ZOPPI (si veda), nella sua Filosofìa della  Grammatica  (Veron), che trovato pieno d’osservazioni suggestive sull’argomento qui trato.] stere tra gl’oggetti di cui si parla. Esse infatti, appunto per questa ragione, non indicano assolutamente nulla se non sono accompagnate dalle parole che denotano gl’oggetti tra i quali s’asserisce aver luogo la relazione che ad esse  corrisponde. Così, quando pronunciamo, per esempio, le parole: accanto, sopra,  dopo, etc.,  -- cf. Grice, ‘betwen’, not aequivocal, and ‘the sense of ‘to’ senseless  -- senza indicare quali siano le cose di cui INTENDIAMO (GRICE M-intending) affermare che runa è accanto all’altra, sopra l’altra,  etc., -- zu zu Jew -- noi non comunichiamo a chi ci ascolta alcuna determinata  INFORMAZIONE (si veda FLORIDI) sulle cose di cui parliamo. A considerazioni analoghe si presta il confronto delle varie specie di verbi e, in particolare, la distinzione espressa comunemente coll’opporre i verbi transitivi ai verbi intransitivi, col porre in contrasto, cioè, i verbi che, come per  esempio: desidero,  respingo,  nascondo,  indico,  etc., richiedono che alla loro enunciazione segua l’indicazione di qualche oggetto al quale si riferiscono, coi verbi che invece, come per esempio:  dormo, cresco,  rido,  muoio,  etc., non hanno bisogno d’alcuna ulteriore determinazione o specificazione di tal genere. Qui è tuttavia d’osservare che la suddetta distinzione, in quanto è stabilita dai grammatici in base al criterio puramente formale consistente in ciò ch’il verbo esiga, o non esiga, ciò ch’essi chiamano un  complemento diretto, non coincide esattamente con quella che,  pel nostro scopo, è opportuno è posta in rilievo. A nessuno certo può venire in mente di dar torto ai grammatici quando essi si preoccupano di distinguere i casi nei quali l’indicazione dell’oggetto, a cui si riferisce l’azione espressa d’un verbo – il causato o accausato – accusativo -- avviene  per mezzo della semplice aggiunta del nome di tale oggetto, come quando si dice per esempio: desidero la tal cosa  -- wants to marry Mary — dai casi nei quali invece è necessario che, tra il verbo e il nome, sia interposta una preposizione, come quando si dice per esempio, di certi nomi come quelli che abbia'mo sopra citati, è ordinariamente indicato col qualificarli come nomi relativi. Della connessione tra i nomi  relativi e i verbi transitivi si ha una  chiara manifestazione anche  nella possibilità, frequentissima, di tradurre frasi, in cui a un dato oggetto, o persona, è applicato un nome esprimente una relazione, in  altre  si, equivalenti, nelle quali figura invece un verbo transitivo. Non vi è,  per esempio, differenza tra il SIGNIFICATO (O SENSO) – ma si dell’implicatura -- delle  frasi, il tale  è nemico del tale altro,  o il tale oggetto c più alto del tale altro, e le  altre: a tal persona odia la tal altra,  o il tale oggetto supera, o sopramnza, il tale  altro,  etc.  Peirce [su cui Grice insegna a Oxford], che più d’ogni altro s’è occupato dell’analisi e della classificazione delle varie specie di relazioni, è stato portato dalle sue ricerche a stabilire una distinzione tra i verbi o nomi ed aggettivi transitivi, a seconda che essi esigano l’aggiunta d’un solo o di più  nomi per acquistare un SIGNIFICATO (O SENSO) determinato, per diventare cioè capaci d’affermare qualche cosa degl’oggetti e delle persone  a cui vengono ap-  LEIBNIZ PARIDE AMA ELENA, Sono, per esempio, verbi doppiamente transitivi, o bivalenti diadici, come si potrebbero chiamare con una opportuna immagine tolta dal linguaggio della chimica, comportanti cioè l’aggiunta di due nomi – he fell on his sword -- i verbi seguenti: insegnare  qualche cosa a qualche persona,  dare qualche cosa a qualche persona, e i corrispondenti  nomi:  maestro di qualche cosa a qualcheduno, donatore – VARRONE derivativo -- di qualche cosa a qualcheduno,  etc. Sarebbe forse più proprio chiamarli tri-valenti o triadici, in quanto anche il soggetto rappresenta una  valenza. Sarebbero allora bi-valenti i verbi  semplicemente  transitivi,  uni-valenti  i verbi  intransitivi – it rains, what is ‘it’? --,  e nulli-valenti o privi di  valenza  gli impersonali come  piove, nevica  etc.  – “As Srawson once asked me, “it is raining – what is ‘it’?” – Grice. Gl’impersonali latini come  pudet  me   piget  me  mihx  tur  etc. sono bi-valenti  come  i verbi transitivi. Come  esempio di verbi a quattro valenze tetradici si potrebbe citare il verbo scambiare  wife-swap nel senso commerciale -- il tale scambia colla tal  persona, la tal cosa colla tal altra, o più semplicemente, le tali due persone si scambiano fra loro le tali due cose – their pairs of socks. Esempi di verbi  tri-valenti  capaci cioè, o esigenti, di venire  o comperare, vendo  un oggetto A a una  persona  B, per un prezzo C, compro un oggetto A d’una  persona B, per un prezzo C. Nel caso di questi verbi  pluri-valenti polliadici,  o molteplicemente transitivi, si scorge chiaramente quale sia l’ufficio che hanno le preposizioni, in quanto servono quasi d’organi connettivi, per applicare a ciascun verbo ordinatamente  i rispettivi complementi, pare ordenato. Quanto più cresce il numero  delle valenze tanto più cresce naturalmente il bisogno di speciali segni o particelle destinate ad evitare le’ambiguità  nell’assegnazione di diversi complementi a uno stesso verbo. Servono a tale scopo, nel linguaggio ordinario, le preposizioni o le flessioni corrispondenti ai diversi casi dei  nomi.  Finché il verbo, pur essendo a più valenze, è tale che, come avviene per esempio in quelli  sopra citati, i diversi nomi richiesti per completarne il SIGNIFICATO (O SENSO) appartengono a categorie cosi distinte da rendere impossibile qualsiasi equivoco –you gave Mary to the book? -- o confusione tra loro; quando, per esempio, come nel caso del verbo dare, l’un complemento deve indicare una persona, e l’altro un oggetto, può parere sempre superfluo l’impiego di  qualsiasi  preposizione. Si tende infatti ad abolire queste in tutti quei casi in cui s’ha particolare interesse a fare ECONOMIA [principle of economy of rational effort – GRICE] di  parole – avoid prolixity of expression [sic],  come per esempio nei telegrammi, negl’indirizzi, negl’avvisi economici delle quarte pagine dei giornali. Se si telegrafa, per esempio spedite plico segretario nessun  dubbio  può nascere che il plico è la cosa spedita e il segretario la persona a cui la spedizione è fatta, e non viceversa – give dog bone send package secretary].  – cf. PECCAVI – Grice. Ma quando, invece, i diversi complementi d’un verbo appartengono tutti a una medesima classe, quando sono, per esempio, tutti nomi di persone, come per esempio nelle frasi, dico male di Tizio a Caio,  dico  male  a Caio  di  Tizio, l’omettere le preposizioni equivarrebbe a togliere ogni mezzo a chi ascolta di distinguere le diverse relazioni in cui i diversi nomi stanno col verbo, e a esporsi quindi a esser capiti a rovescio. Se, tenendo presenti le considerazioni svolte sopra, ci proponiamo di determinare quali siano gli speciali caratteri grammaticali  e SINTATTICI o mortfosintattici per  i quali  il linguaggio algebrico si distingue da quello ORDINARIO, un  primo fatto notevole che ci si presenta è l’assenza, nel  linguaggio algebrico, di qualsiasi specie di verbi, cioè  l’eguaglianza  e e oro aree, resta, per ciò solo, precluso il suo simultaneo impiego per esprimere qualsiasi altra relazione tra figure, come per esempio, quella d’egualanza propriamente detta  o sovrapponibilità,  quella di similitudine,  etc. I inconvenienti ai quali, in casi di questo genere, potrebbe dare occasione l’impiego d’uno stesso segno, per indicare relazioni affatto diverse puo essere evitati in algebra  ricorrendo, come, infatti, qualche volta si fa, all’introduzione di nuovi segni che, accanto a quelli  d’eguaglianza  e di diseguaghanza, assumessero l’ufficio che, nel LINGUAGGIO ORDINARIO, spetta alle diverse specie di verbi transitivi, il tale edificio è eguale all’altro in altezza ; i tali due cliL si’equivalgono per salubrità, etc.  ner  T Preposizìone è, per così dire, accidentale; in greco,  cusatir^Tn  questione, posto  All’accusativo, in LATINO s’adopera l’ABLATIVO. Ma v’è anche un altra forma che possono assumere le proposizioni del tipo suddetto, ed e quella che si presenta nelle frasi: la statura della tal persona eguale a quella della tale altra,  l’altezza del tale edificio   e.u^le  a    0 Sull’opportunità di ricorrere a questo espediente, nel caso delle relazioni tra gl’enti geometrici considerati nel calcolo vettoriale,  s’è molto discusso recentemente al congresso tenuto a Roma a proposito della relazione presentata su tale soggetto da FORTI (si veda), dell 'accademia militare di  Torino, e LONGO, di Messina. i ormo;  e aiarcoqtiella del tale altro, la salubrità del tale clima à eguale  a q^lella  del  tale  altro,  etc. Queste espressioni, nelle quali figurano al posto del soggetto e del predicato, i nomi, non più degl’oggetti [GRICE, obble] di cui si parla, ma delle qualità [GRICE, SHAGGY] d’essi – where is Banbury’s disinterest? -- e dei caratteri rispetto ai quali essi sono posti a confronto, corrispondono precisamente all’espressioni che compaiono nel linguaggio algebrico o ARIMMETICO o matematico o FORMALE quando, per esprimere, per esempio, che due angoli, a e b, hanno uno stesso seno, si scrive, “sen  a = sen b,  o quando,  per indicare o significare che  i triangoli  ABC e DEF  hanno una stessa area, si scrive: “area  ABC  = area  DEF.” I due  esempi citati, quello del seno e quello dell’area, possono servire a mettere in luce una differenza che è importante segnalare. Mentre dell’affermazione che un angolo ha un dato seno si può definire perfettamente il SIGNIFICATO (o SENSO) anche senza considerare alcun altro angolo oltre quello di cui si parla, per il caso, invece, dell’AREA, il  SIGNIFICATO (O SENSO) della  frase o proposizione, ‘La tal figura ha una data area,’ non può venire determinato se non  ricorrendo, o riferendosi, direttamente o indirettamente, a quell’operazioni di confronto tra  l’AREA  di’una figura e l’area d’un’altra  -- la quale altra può anche essere, per esempio, quella che si è scelta per unità di misura dell’aree  -- il metrodi Witters -- che sono richieste per riconoscere se due date figure hanno, o non hanno, una stessa area. In altre parole, mentre nel caso del SENO d’un angolo si può prima dichiarare o definire che cosa esso sia,  e poi passare a riconoscere se il seno d’un dato angolo sia eguale, o maggiore, o minore del seno d’un altro,  nel caso  dell’AREA,  invece, tali due procedimenti sono inseparabili,  e non possono neppure essere concepiti indipendentemente  l’uno  dall’altro. II modo ordinariamente impiegato per distinguere i casi dell’una specie dai casi dell’altra consiste nel dire che, mentre, nei casi analoghi a quello del SENO, si definisce  *ESPLICITAMENTE* un nuovo SEGNO di FUNZIONE. Nei casi invece analoghi a quello  dell’AREA, il SIGNIFICATO (O SENSO) del nuovo nome introdotto è determinato soltanto, non esplicitamente, ma IMPLICITAMENTE, o, come anche si dice, per mezzo d’una definizione per astrazione. Il più antico esempio che di definizione per astrazione ci presenta la storia del linguaggio matematico è la definizione della parola RAPPORTO (logos), che si trova posta a base della trattazione sulla PROPORZIONE a:b::c:d nell’Elementi d’Euclide. Questa definizione, che la tradizione fa risalire ad Eudosso, consiste infatti soltanto nel determinare esattamente sotto una forma applicabile anche al caso delle quantità incommensurabili il SIGNIFICATO (O SENSO) della frase o proposizione, ‘Le tali due grandezze hanno lo stesso RAPPORTO (logos) delle tali altre due.’ Oppure: il RAPPORTO (logos) tra tali due quantità è eguale a (=) (o  maggiore (a>b), o minore  (a<b) di)  quello tra le tali altre due quantità. Per mezzo d’un tale procedimento, una relazione tra quattro grandezze    la relazione cioè che s’esprime dicendo che esse  formano la PROPORZIONE a:b::c:d    viene a poter essere espressa sotto forma d’una  eguaglianza fra due termini, in ciascuno dei quali  figura uno STESSO nome, o SEGNO,  di FUNZIONE (tra due VARIABILI). Mentre della parola ‘RAPPORTO’ (logos) non è data, e non occorre  c e s, altra definizione oltre quella che consiste nell’attribuire un determinato alle frasi in  cui si parla d’eguaglianza  o di diseguaglianza tra rappor quantità. Sui numerosi esempi che del suddetto genere di definizioni ci presentano ! diversi rami della matematica  e le varie scienze nelle quali essi trovano  apph- C3^ion0 non  c oni il Cciso di fcrnicirsi. Si presenta opportuno invece il domandarsi quali siano le condizioni da cui dipende l'applicabilità del procedimento descritto sopra; il domandarsi, cioè, in quali  circostanze una definizione per astrazione è possibile, e in qua casi è lecito,  o conveniente, introdurre un nuovo SEGNO DI FUNZIONE per  mezzo di  6SS6  j. Ciò equivale a domandarsi quali sono le  proprietà di cui deve essere dotata una  relazione  o una corrispondenza tra oggetti di una data classe perche il suo sussistere, tra due oggetti e à di  tale  classe,  può venire espresso per mezzo d’eguaglianze del  tipo:/«=:/^.  ove del  SEGNO – o dispositivo formale --  / non e finizione oltre quella  che risulta dal SIGNIFICATO (O SENSO) che s’attribuisce alla forra condizione indispensabile pell’applicazione d’un tale procedimento è, anzitutto, questa: che la relazione di cui si tratta ha in comune colla relazione d’eguaglianza la proprietà che, pel caso di quest’ultima, viene espressa d’un ASSIOMA. Se a è uguale  a e -5 è uguale a r, anche a e ugna  e a c. Se infatti questa condizione non si verifica  — se, cioè, la relazione in questione è tale che, dal suo sussistere tra due oggetti  a e -5,  e tra due altri,   e et non derivas senz’altro il suo sussistere tra  a e r -, il servirsi d’una  espressione del  tipo; fa—fb,  per indicare il fatto che essa si verifica tra due oggetti  a e b, porta alla conseguenza assurda  -- o, ad ogni  modo, incompatibile con una proprietà,  fondamentale, del segno d’eguaglianza, usato da Peano e Grice (x=y) che, ^lle  eguaglianze : fa±ifb,  e fb—fc.  non si può dedurre l’altra. Per una ragione analoga, la relazione di cui si parla dove anche godere d’un’*altra* proprietà. Essa dove cioè essere tale, che, dal suo sussistere tra due oggetti « e à, si può sempre concludere che essa sussiste pure, all’inverso, tra  b ed a. Altrimenti  si dove ammettere che, dalla  formula  fa  =/à,  non si può passare all’altra fb—fa, contrariamente a un’altra delle proprietà caratteristiche dell’eguaglianza. Soddisfano a questa condizione, per esempio, le relazioni di perpendicolarità e di parallelismo, mentre non vi soddisfa, per esempio, la relazione di divisibilità. Dall’essere un numero  n1 divisibile per un altro  n2 non deriva  certamente ch’il secondo n2 sia divisibile pel primo n1. Il  nome di definizioni per astrazione è stato introdotto da  PEANO – e usata da Grice nel suo metodo di psicologia razionale alla Ramsey. Il riconoscimento dell’importanza del procedimento che conduce ad esse, risale a Grassmann, AUSDEHNUNGslehre. Un notevole contributo alla loro analisi è apportato  da PADOA (si veda), Atti del sfi Congresso della SOCIETÀ ITALIANA DI FILOSOFIA, Parma. Le relazioni che, pur soddisfacendo alla prima delle due condizioni sopraccennate – cioè, a quella che chiamo ‘TRANSITIVITÀ sillogistica’, non soddisfacciano alla seconda, possono, per ciò solo, venir rappresentate d’uno qualunque dei due segni di DIS-UGUAGLIANZA (a>b e a<b), poiché tanto pell l’uno  come  pell’altro d’essi si verifica appunto la prima, e non la seconda delle due condizioni  suddette. Le due condizioni enunciate sopra, oltre che necessarie, sono anche sufficienti perchè è lecito il ricorso a una definizione per astrazione, e all’introduzione, per tal via, d’un nuovo nome o d’un nuovo SEGNO DI FUNZIONE. La sola obiezione che qui può presentarsi è quella che  consiste nel dire che, venendo il SEGNO DI FUNZIONE così introdotto a essere definito solamente in quanto figura in espressioni d’una data forma -- cioè, in espressioni del tipo fa—fb  --, esso rimane privo d’ogni significato in tutti i casi in cui si voglia adoperarlo isolatamente, o combinato diversamente con altri segni della stessa o diversa di specie. A questa obiezione si può rispondere  osservando che, allo stesso modo come s’è attribuito un SIGNIFICATO (O SENSO) all’espressioni  del  tipo  fa  —fb,  così nulla vieta di determinare ulteriormente anche il SIGNIFICATO (O SENSO) d’altr’espressioni nelle quali, d’un lato, o d’ambedue i lati, d’un SEGNO D’UGAGLIANZA (Grice: x = y),  figurano, non già dei termini isolati, come fa o fb, maf dei determinati  aggruppamenti d’essi, come per esempio  f a ^ /^, composti interponendo determinati segni d’operazione. Perchè ciò può farsi occorre, naturalmente, che la relazione di cui si tratta soddisfisce a un certo numero d’altre condizioni, in aggiunta a quelle che, come s’è visto, sono richieste perchè il fatto che essa sussiste tra due oggetti  a e b può venire espresso d’una formula  del  tì^o: f a f b. Quali sono queste condizioni risulta in ogni caso dall’esame delle proprietà che caratterizzano le diverse operazioni i cui segni figurano nelle formule da definire. Il caso che si presenta più frequentemente è quello di relazioni tali che, mediante esse, si può attribuire un SIGNIFICATO (O SENSO), oltre che alle formule del  tipo    yo!  — fb, anche a quelle del  tipo: fa  fh  + f c,  e per conseguenza anche a quelle del  tipo;  fa—fb  — fc, nonché a quelle del tipo;  fa  — kfb,  ove  “k” rappresenta un numero – cf. il sufisso di H. P. Grice, “VACUOUS NAMES”.  Si ha un esempio d’una relazione appartenente a questa categoria, nel linguaggio tecnico della FISICA, in quella relazione che s’esprime dicendo, di due dati corpi, ch’essi hanno una stessa massa  (‘m’),  o due masse che stanno fra loro in un dato rapporto – cf. Ramsey, Bridgman, The language of physics. Un altro esempio c’è fornito da tutto un altro ordine di rapporti, da quelli, cioè, riferentisi al valore di scambio delle merci. Mentre infatti gl’econo-  [Posso rimandare il lettore, che desidera maggiori schiarimenti, a un saggio che recentemente pubblicato su questo soggetto, nel Nuovo  Cimento, ‘Sul  miglior modo di DEFINIRE  la MASSA nella meccanica – in “Opere” Sul  miglior modo di definire la Massa in una trattazione elementare della  meccanica. Nuovo  Cùnento. La via comunemente seguita, nei testi di Fisica in uso presso le nostre scuole secondarie, per arrivare al concetto di massa è, com’è  noto, la seguente:  Enunciata la legge d’inerzia, e definite le  forze come le cause che tendono a modificare lo stato di  moto o di quiete d’un corpo, s’accenna anzitutto al modo di confrontarne e misurarne l’intensità per mezzo dei loro effetti statici. Si passa poi ad enunciare, come  ^®®®lerazione volte più  Come un fatto sperimentalmente constatahiio  .i-  chio,  Mach indica poi anche questombelf  ‘'‘PP-®-   c se, a un corpo di massa; rispetto  £>te  Mechanik  in  ihrer  Enlwìcke lituo- hi  et ,, risc/i.krtlisch  dargeslelU.  Leipzig,  Brockliaus,   SUL MIGLIOR MODO DI DEFINIRE LA MASSA  8oi   a un dato corpo, se ne aggiunge un altro di massa /«',  essi, presi insieme, si comportano come un corpo di massa  m + nC .  Per ben chiarire la distinzione tra peso e massa, Mach consiglia poi di ricorrere direttamente alla  considerazione delle diverse resistenze che  oppongono, al cambiamento del loro stato di moto o di quiete, apparecchi nei quali, come, ad esempio, un volante, o una carrucola da cui pendano eguali pesi dalle due parti, i vari pesi che si muovono siano disposti in modo da controbilanciare i propri effetti. Le differenze sostanziali tra la via seguita da Mach, Leitfaden  der  Phy-  sik,  per  stabilire il concetto di massa, e quella che, con qualche differenza di dettaglio, è seguita in pressoché tutte l’ordinarie trattazioni della meccanica pelle scuole secondarie, possono quindi ridursi alle due  seguenti; Invece di definire la  massa d’tm corpo,  Mach definisce il rapporto della massa di due corpi; si limita cioè a precisare il senso delle frasi: Il tal corpo ha massa doppia, tripla,  etc., d’un altro. Tale definizione è da lui effettuata ricorrendo ad un’esperienza nella quale i due corpi in questione sono fatti agire l’uno sull’altro; nella quale cioè le forze uguali, che sono constatate imprimere ad essi accelerazioni diverse, sono rappresentate dalla tensione d’un filo che li congiuiige l’uno all’altro. E da notare che questi due caratteri della trattazione di Mach sono  affatto indipendenti l’uno dall’altro, nel senso che si potrebbero immaginare altre trattazioni le quali avessero con essa comune il primo carattere e non il secondo. Ciò è tanto più interessante a rilevare in quanto, tra gl’inconvenienti che presenta il metodo ora ordinariamente impiegato, parecchi, e non dei meno gravi dal punto di vista didattico, dipendono unicamente dal fatto che in  questo, a differenza di quanto si fa da Mach, si ricorre, pella prima determinazione del concetto di massa, al confronto delle diverse velocità, o accelerazioni, che un dato corpo assume col variare delle forze di cui subisce l’azione, invece di ricorrere al confronto tra le diverse velocità, o accelerazioni, che diversi corpi sono capaci d’assumere sotto l’azione d’una data forza.  Ora è fuori  di dubbio, come è stato osservato nel corso della discussione da BONETTI, che sono i fatti e le esperienze di questa seconda specie, e non quelle della prima, che sono particolarmente atte a dare un contenuto concreto al concetto che si vuol fare acquistare dall’alunno.  Che una spinta, data a una barca scarica, la faccia muovere con più velocita, o la fermi con più facilità, che non la  stessa spinta data alla stessa barca quando sia carica; che, in generale,  per citare letteralmente la proposizione come si trova già enunciata  nella Fisica d’Aristotele, una data forza sia capace di fare acquistare, alla metà d’un corpo, una velocita doppia di quella che, a parità di condizioni, farebbe acquistare al corpo  (M Non mancano però eccezioni. Il procedimento seguito, ad esempio,  nel testo di PITONI s’avvicina molto a quello che più innanzi  propongo. intero; queste e l’altre analoghe esperienze costituiscono la prima sorgente, o il primo nucleo, attorno al quale il concetto più preciso e rigoroso di massa può gradatamente formarsi e organizzarsi nella mente dell’alunno, come si è gradatamente formato e organizzato nella storia della scienza.  Per convincersi  della scarsa connessione che sussiste, invece, tra l’esperienze relative al diverso modo di comportarsi d’uno stesso corpo, sotto l’azione di forze differenti, e il concetto di, basta semplicemente pensare che questo ultimo conserverebbe tutta la sua importanza teorica e pratica anche in un universo pel quale la  legge di proporzionalità tra le forze, STATICAMENTE misurate, e le  accelerazioni d’esse rispettivamente impresse a un dato corpo, cessasse affatto d’aver vigore, purché, in tale universo, i rapporti tra l’accelerazioni, che le varie forze, agendo per un dato tempo, impritnono rispettivamente ai vari corpi, restassero fìssi (indipendenti cioè, per esempio, dalla direzione e intensità delle forze, dalle posizioni presentemente e antecedentemente occupate dai  corpi, dal tempo pel quale questi sono stati tenuti in riposo, dalle velocità loro, dalle forze che su essi contemporaneamente agiscono, etc. Come  giustamente è stato osservato, Clifford,  The  Commo7i  Sense  of  thè  cxact  Sciences,  London, ciò che dà importanza alla nostra conoscenza della massa dei corpi è semplicemente questo: che, d’essa, noi siamo messi in grado d’applicare  la nostra eventuale conoscenza degl’effetti che date circostanze, tensioni, urti, pressioni, etc., producono sul modo di muoversi anche d’un solo corpo, per determinare gl’effetti che le stesse circostanze produrrebbero sul movimento di  q7ialu7ique altro corpo. Ma se, pel primo dei sopraindicati due caratteri, la forma d’esposizione proposta da Mach si presenta, a mio parere, come  preferibile a quella seguita nella trattazione ordinaria della massa nei testi pelle scuole secondarie, ben diverso mi sembra il caso pel’altro carattere che resta da considerare, quello cioè che concerne la scelta degl’apparecchi e dell’esperienze su cui basare la  prÌ77ia  co7istatazio7ie  del diverso modo d’accelerarsi di corpi diversi sotto l’azione di forze uguali. Il ricorrere, per questo  scopo, ad esperienze in cui le forze uguali considerate sono rappresentate dall’azioni che due corpi esercitano l’uno sull’altro, sia che queste vengano provocate per mezzo dell’apparato a forza centrifuga descritto  sopra, sia con altre disposizioni. per  esempio, come  propone  Love,  Si ritrova questa stessa proposizione, e sotto questa stessa forma, anche nei manoscritti di VINCI  (Cfr.  l’edizione  di Ravaisson-Mollien.  Paris.  Cioè,  per servirmi d’una locuzione, opportunamente introdotta d’Enriques, Problemi della Scienza,  Bologna, 1’importanza del concetto di massa non sta solo nel suo designare una data specie di sosliluibililà, o equivalenza, dei corpi, ma nel fatto d’indicare come differisca il comportarsi, rispetto alle forze che su essi agiscano, di due corpi  meccanicamente noti sostituibili. Come Mach gentilmente m’informa, egli stesso non è perfettamente soddisfatto di questa parte del suo procedimento. A ricorrere all’esperienze con quell’apparato a forza cen-  facendo urtare tra loro due corpi elastici appesi a due fili, e confrontando l’altezze da cui si sono lasciati cadere con quelle a cui risalgono dopo l’urto, sembra a me presentare  dal lato didattico dei gravi inconvenienti.  L’esperienze, alle quali in tal modo si viene a fare appello, esigono, per essere interpretate e riconosciute adeguate allo scopo a cui sono rivolte, una quantità d’ipotesi e di cognizioni preesistenti, la cui considerazione, anche se non offre speciali difficoltà, tende però a distrarre l’attenzione dell’alunno, e a rendergli più difficile il chiaro  apprendimento del principio che si tratta d’illustrare e di  provare. Il condensare e il far quasi coincidere, come vorrebbe Mach, in un solo enunciato, da provare e verificare con una stessa serie d;esperienze,  due principii così  diversi, a primo aspetto, come, d’una parte, quello dell’uguaglianza dell’azione alla  reazione, e, dall’altra parte, quello della costanza del rapporto tra l’accelerazioni prodotte d’una stessa forza su corpi di diversa massa, se corrisponde a un’ideale altamente apprezzabile di trattazione teorica, non mi sembra affatto raccomandabile  come espediente didattico. Ciò di cui ha soprattutto bisogno l’alunno, nella prima fase di studio della meccanica, è d’avere a propria portata dei tipi d’esperienze che, anche senza prestarsi a verifiche quantitative rigorose, gl’offrono dell’illustrazioni immediate e dirette delle singole proposizioni su cui la trattazione si basa. E, per quanto riguarda la massa, sembra a me che l’esperienze  che meglio soddisfano a questa condizione siano: in primo luogo, quelle in cui si confrontano le velocità ch’assumono dei corpi mobili (per es. carrelli su guide, galleggianti, etc.) in un piano orizzontale (naturalmente in condizioni d’eliminare più che sia possibile l’attrito) sotto l’azione di date spinte o trazioni, rappresentate da dati urti, o pesi; in secondo luogo, quelle in cui le velocità  che si confrontano sono quelle ch’assumono, su due piani diversamente inclinati, due gravi i cui pesi siano prima stati constatati esser tali da produrre una stessa tensione su due fili paralleli ai rispettivi piani, da cui essi prima pendevano; in terzo luogo, l’esperienze colla macchina d’Atwood, o con altri analoghi  apparati in cui, per esempio, i due gravi, pendenti dalle due parti della  carrucola, possano esser fatti muovere lungo piani diversamente inclinati, etc. Della difficoltà, o impossibilità, di rimuovere l’influenza perturbatrice degl’attriti, non si dovrebbe qui preoccuparsi più di quanto si faccia, per esempio,  nelle prime esperienze relative alle condizioni d’equilibrio delle macchine semplici. essere stato indotto dall’obbiezioni che,  al suo modo di far dipendere  il concetto CI  massa da quello d’azione reciproca tra due corpi, erano state mosse d’alcuni suoi eg I tra gl’altri Boltzmann, i quali asserivano che il definire la massa in tal modo implica la considerazione di’azioni a distanza. dell’inconvenienti didattici, notati nel corso della discussione d’Ascoli, zamend*^ Prematuro della macchina d’Atwood sono interessanti l’osservazioni e gli  apprez-  «w/ "i" rapporto sull’insegnamento della meccanica elementare, negl’Atti del Jirtixsh Association Meeting, Johannesburg. Solo in seguito, quando l’alunno abbia bene afferrato il SIGNIFICATO dei principii fondamentali, potrà esser conveniente guidarlo, per successive approssimazioni, a tener conto dei vari ordini di cause perturbatrici, e ad apprezzarne anche quantitativamente  l’influenza. Tenendo presente quest’ultima osservazione si potrebbe anche procedere ad un altro ordine d’esperienze: quelle cioè che si riferiscono alla caduta dei corpi in liquidi di diversa densità. Porre l’alunno davanti a un apparecchio in cui figurino, pendenti dalle due parti d’una carrucola, due corpi d’ugual forma, i cui diversi pesi siano scelti in modo d’equilibra/  1 quando l’uno  e l’altro dei detti corpi vengano rispettivamente immersi in^^itic dati liquidi di diversa densità, e invitarlo a prevedere quale dei due corpi scenderebbe con maggior velocità se ciascuno fosse lasciato libero nel rispettivo liquido, e a rendersi ragione del fatto che il più pesante scenderebbe, in tal caso, più lentamente del più leggero, pare a me costituisca un ottimo mezzo per indurlo a riflettere sul SIGNIFICATO  e sulla portata della distinzione tra peso e massa. E da notare che è appunto per questa via, e attraverso considerazioni di questa specie, relative cioè a campi di forze in cui gravi si muovono sotto l’azione d’una parte soltanto della forza rappresentata dal loro peso, che, nella storia della meccanica, il concetto di massa si è svolto ed elaborato come distinto  da quello di peso. É molto interessante a questo proposito il seguente brano che trascrivo dalla prefazione di BALIANI alla sua De motu gravitivi, nel quale la suddetta distinzione si trova esplicitamente formulata, e applicata al caso della libera caduta – H. P. GRICE FREE FALL -- dei gravi, con parole poco diverse da quelle che furono, più tardi, adoperate da Newton, spesso  erroneamente citato, a tale riguardo, come il primo cui si debba un’espressa definizione del concetto di massa. E fui condotto a pensare che, mentre il peso, gravitas, si comporta com’un agente, la materia si comporta invece come un paziente, e che quindi i gravi si muovono secondo la proporzione dei loro pesi alla loro materia, onde se cadono senza impedimento verticalmente, si  devono muovere tutti colla stessa velocità, poiché quelli che hanno più peso hanno anche più materia o quantità, di materia, plus materiae, seti materialis quantitatis. Quando invece vi sia qualche impedimento o resistenza, il moto si regola secondo l’eccesso della virtù che agisce sulle resistenze e sugl’impedimenti al moto, secundum excessum virtutis agentis super resistentiam passi,  seti impedientia motum; in altre parole, secondo il valore di quella parte, o componente, del loro peso che può effettivamente agire, e che è rappresentata dallo sforzo che si dovrebbe esercitare, in direzione contraria al moto, per trattenere il grave dal cadere).]. economisti utilitarii – futilitarii citati da Grice -- possono, e devono, determinare e definire esattamente il SIGNIFICATO (O SENSO) di frasi come le seguenti. IL VALORE della tal merce è UGUALE al valore della tale altra.IL VALORE MONETARIO della tal merce è UGUALE alla SOMMA dei valori delle tali due altre. Etc. Essi non hanno alcun bisogno, e neppure alcuna possibilità, a meno di cadere in tautologie, di definire isolatamente la parola “VALORE.” E tale impossibilità non dà luogo, nè qui, nè negli altri casi analoghi, ad alcun inconveniente o ambiguità. Precisamente, come nessun  inconveniente deriva nel  LINGUAGGIO ORDINARIO (GRICE, ORDINARY LANGUAGE PHILOSOPHY) dal fatto che noi NON siamo in grado di dire che cosa significhino [SIGNIFICA] isolatamente le parole “stregua,” “solluchero,” “josa,” “zonzo,” “acchito,” “chetichella,” “vanvera,” etc., bastandoci del tutto conoscere il SIGIFICATO (O SENSO) di tutte le frasi in cui tali parole compaiono – cioè, delle FRASI: “giudicare a una data STREGUA,” “andare in SOLLUCHERO,” “averne  a  JOSA,” “andare  a ZONZO,” “di  primo  ACCHITO,” etc. – CHETICHELLA. VANVERA. STREGUA – GIUDICARE A UNA DATA STREGUA – SOLLUCHER –ANDARE IN SOLLUCHERO – JOSA – AVERNE A JOSA – ZONZO – ANDARE A ZONZO – ACCHITO – DI PRIMO ACCHITO – CHETICHELLA – VANVERA -- [to judge by a given standard, to go delighted, to have joy, to go for a round, at first glance. -- Il frequente impiegò che è fatto, nei vari rami della matematica, di locuzioni – the meaning of ‘and’ or ‘if’--, o segni di funzione, il cui SIGNIFICATO (O SENSO) è determinato solo per mezzo di definizioni per astrazione, viene a confermare ciò che già è stato asserito indietro, quando s’assegna come uno dei tratti caratteristici del linguaggio algebrico – utterer’s meaning, sentence-meaning, and word-meaning -- di fronte al LINGUAGGIO ORDINARIO [informalists di Grice], il maggior rilievo e la maggiore  importanza ch’assumono in esso i segni i quali, non avendo, quando siano considerati isolatamente, alcun SIGNIFICATO (O SENSO) – what is the meaning of ‘of’? Is ‘between’ ambiguous? The meaning vs. The use of ‘if’ -- separatamente enunciabile, sono capaci di venire definiti solo in modo IMPLICITO – cioè, solo coll’indicare il SIGNIFICATO (O SENSO) d’intere espressioni (utterer’s meaning) -- o formule -- in cui il segno da definire compaia associato con altri segni. Il riconoscere come affatto legittimo l’impiego di segni o parole, che si trovano in questo caso, e come affatto irragionevole l’esigenza, per essi, d’una definizione – o analiai in termine di condizioni necessari e sufficienti -- ESPLICITA, non è privo d'importanza, teorica o pratica, anche fuori  del campo delle scienze matematiche. Basta dare uno sguardo alle prime pagine degl’usuali libri di testo, o ai manuali elementari di qualsiasi ramo d’insegnamento, dalla grammatica al diritto costituzionale, dall’elettrotecnica alla  musica, per convincersi del grave danno che deriva alla chiarezza e alla intelligibilità, e nello stesso tempo anche alla precisione e al rigore, dell’esposizione  dalla tendenza dei trattatisti a riguardare come unico mezzo, pella determinazione del SIGNIFICATO (O SENSO) dei termini tecnici, il ricorso alle DEFINIZIONE *propriamente dette*.  Che il procedimento ordinario di definizione, quello cioè secondo il quale, prendendo in considerazione la nozione da definire, isolatamente e indipendentemente dalle frasi nelle quali essa dove poi  essere adoperata per DIRE – dictive content --  qualche cosa, si mira a decomporla nei suoi elementi – utterer’s meaning, sentence-meaning, word-meaning, facendola comparire, in certo modo, come il risultato dell’intersezione d’altre  nozioni più  generali  — [il fratendimento di Mrs. Jack sul reduzionismo di H. P. Grice, “to mean” “to intend”, asymmetricalista -- può essere, in dati  casi, utile e anche necessario, non è da porre in dubbio. Ma, anche senza tener conto del fatto che, anche seguendo tale procedimento, si dove pure arrivare, presto o tardi, a nozioni che non possono essere in tal modo ricondotte ad altre più generali – il punto essato di Grice quando preferisce dare una definizione IMPLICITA di ‘willing’ – cf. ‘shaggy’ x is shaggy, Fido is shaggy--, anche senza tener conto, dico, di questa circostanza, ch’espone gl’elementi di qualunque scienza o rama della filosofia – Grice definition of izzing and hazzing -- non dove mai trascurare di domandarsi, ogni volta che si tratti d’introdurre un  nuovo segno, e di spiegarne il SIGNIFICATO (O SENSO),  se, tra i due modi, visti sopra, di procedere alla determinazione di questo  - tra quello,  cioè, che consiste nel darne una definizione – o analisi -- propriamente detta, e l’altro invece che consiste nel precisare semplicemente il senso di determinate frasi – valori di verita o satisfattoriera -- nelle quali il termine da definire – analysandum --figura  -, sia più conveniente il primo o il secondo. Se, per esempio – cf. Grice on psychological laws --, quei concetti (più generali di  quello che si vuol definire – the is and the ought, the legal and the moral), ai quali deve essere fatto appello quando si proceda nel primo modo, siano poi veramente più chiari e piu facilmente apprendibili, dagli alunni o dai lettori, di quanto non sia il concetto stesso (‘mean’) che si vuol definire,  e se, ad ogni modo, quest’ultimo non possa essere più facilmente d’essi acquistato mediante  la diretta osservazione dei fatti e delle relazioni che esso dovrà poi servire ad esprimere. Grice on Squaarel Toby EATING --  Le discussioni interminabili sul tempo, sullo spazio, sulla sostanza – izzing hazzing --,  sull’infinito, etc„ che occupano tanta parte in certe trattazioni filosofiche, forniscono numerosi e caratteristici esempi delle varie specie di questioni fittizie alle quali può dar  luogo la pretesa di dare, o di ricevere, definizioni propriamente dette –cf, Robinson citato da Grice --, in quei casi in cui le parole o nozioni delle quali si tratta di determinare il SIGNIFICATO (O SENSO) O ANALYSANS sono di tal natura da non poter essere definite – glory: a nice knowckodwn argument, impenetrability: let’s change the topic --  se non ricorrendo a procedimenti  analoghi  a quelli rappresentati, in algebra, dalle definizioni per astrazione. [Si è parlato fin qui dei mezzi che l’algebra ha a disposizione per esprimere proposizioni isolate. Ma quando si discute, o si cerca, o si dimostra, si ha altresì bisogno di  poter collegare le proposizioni l’une coll’altre. Si ha cioè bisogno di mezzi per esprimere i rapporti di dipendenza o d’indipendenza che  sussistono, o che si vogliono stabilire, tra esse. A tale scopo servono, nel LINGUAGGIO ORDINARIO, quelle particelle che i grammatici distinguono col nome di “congiunzioni”.  E piu facile spiegare ‘p v q’ che il SENSO di ‘o’ – in fatto, suona straneo di questionare per il SIGNIFICATO O SENSO di “o” o “a” (to) – Grice.  L’ufficio di queste, rispetto alle  pro-posizioni, si può  paragonare a quello ch’adempiono le pre-posizioni – il ‘to’ di Grice -- rispetto ai nomi. Allo stesso modo come una pre-posizione, posta tra due  nomi, dà luogo a una locuzione atta a esercitare l’ufficio di un nuovo nome – “Jones e tra Williams e Smith” – CHE SENSO? FISICO, MORALE? --, così anche una congiunzione – il ‘o’ di Grice --, posta tra due asserzioni, o ordimi-- da  luogo a una nuova asserzione o ordine – feed the creature and she’ll bite you,  la cui verità o falsità – o satisfiattorieta -- può anche essere indipendente dalla verità o falsità  o satisfattorieta -- di ciascuna di esse.  Per una scienza a tipo deduttivo, come e appunto 1’algebra, le piu importanti congiunzioni sono naturalmente quelle che servono a indicare che, di due date asserzioni, l’una è conseguenza dell’altra. Al posto delle molteplici particelle, o perifrasi, che sono adoperate a tale scopo nel linguaggio ordinario  -- “dunque”,  “quindi,” “perciò,” “donde,” “di  qui,” “per  cui,” “se,” (Grice, if); “quando,” “in  caso  che...,”  “ne  deriva,” “ne  consegue,” “ne  risulta,” etc. -- non si ha bisogno – tonk plonk -- in algebra che d’avere a disposizione un solo segno, il horseshoe.   Altre congiuzioni assolutamente indispensabili in qualsiasi trattazione algebrica, che non è una semplice raccolta di formule, sono le seguenti. Una per indicare ch’una proposizione enunciata non è vera, un  segno cioè corrispondente al “non” del linguaggio ordinario – cf. Grice, “Negation and privation” – “We may do without ‘not’ but we would need to introduce one of the strokes, making our conversational moves go against the maxims”). Altre due, corrispondenti, rispettivamente,  all’ “e”  e all’”o” del  linguaggio ordinario, per indicare che due date  proposizioni sono simultaneamente vere, o che d’esse una, e una sola può essere vera.  L’avere introdotto quattro speciali segni per indicare i suddetti quattro rapporti tra le proposizioni, e l’aver riconosciute le  curiose analogie che sussistono tra le proprietà di tali segni e quelle degl’altri segni già adoperati in algebra, e merito di Leibniz e dei fondatori della cosiddetta logistica, scelti  e costruiti deliberatamente in vista degli scopi ai quali devono servire, e il cui sviluppo non è soggetto a leggi o uniformità del genere di quelle che lo studio comparato permette di riconoscere e di formulare per  i linguaggi  “naturali,” non mi pare ha gran peso. Alla distinzione stessa tra lingue “naturali” e lingue  “artificiali” – formale – formalisti di Grice -- mi sembra difficile che dagli stessi glottologi può venire attribuito alcun senso preciso e scientifico, quando essi ammettono che nella formazione e nello sviluppo di qualsiasi linguaggio, per quanto “naturale” (lay) e non colto (learned, blue-collar),  una parte non trascurabile è pur sempre d’attribuire ai fattori volontari e individuali o idiosincratici che ne determinarono i successivi adattamenti alla sua funzione di strumento per esprimere e comunicare determinati sentimenti  o idee – Austin. Grice to Warnock: How clever language is! For it had done for us distinctions we needed. And who needs ‘visa’? Influencing and being influenced by others -- È strano del resto che mentre l’obiezione dell’ARTIFICIALITÀ NON è considerata valida per escludere dal campo della glottologia e della SEMASIOLOGIA lo studio dei gerghi propri delle classi più infime della società – il ploari --, essa dove aver vigore soltanto pel caso di  quelli che, nella peggiore  ipotesi, ci contenteremmo di veder classificati  come dei gerghi ideografici – le parole sonodi CROCE (si veda), propri ai cultori delle più progredite tra le scienze].  Accenno infine a una considerazione, d’indole tutto aflfatto pratica e attuale, che mi ha fatto parere tanto più opportuno richiamare l’attenzione dei filologi sui caratteri, per così dire, linguistici dell’algebra. Va diventando sempre più un luogo comune – Grice’s commonplace --,  nelle discussioni sull’ordinamento degli studi nelle nostre scuole secondarie, il lamento sui danni derivanti, allo studio delle lingue antiche o moderne, dall’impiego di metodi  troppo “grammaticali” o “filologici”,  -- Grice insegna greco a Rossall per un periodo -- dalla troppa  parte, cioè, che  è fatta ordinariamente, nei  primi stadi dell’insegnamento, all’enumerazione delle regole grammaticali, in confronto allo scarso tempo e alla minor cura dati invece agl’esercizi d’interpretazione e di conversazione. A questo che si ritiene comunemente essere un difetto particolare dell’insegnamento delle  lingue, fanno riscontro, a mio parere, dei difetti, non solo analoghi, ma addirittura identici in quella parte dell’insegnamento scientifico che ha per scopo di  fare acquistare agl’alunni la capacità di servirsi delle notazioni dell’algebra. Promuovere un chiaro riconoscimento di questa specie di solidarietà tra due rami d’insegnamento che la tradizionale distinzione delle “materie” in letterarie e scientifiche – Snow’s two cultures -- tende a far riguardare come eterogenei e privi di qualsiasi rapporto tra loro equivale a render possibile, tra i cultori  dei due ordini di disciplina, uno scambio d’idee che non mancherebbe di riuscir fecondo d’eguali vantaggi per ambedue le parti. Nome compiuto: Giovanni Vailati, Vailati. Keywords: Peano. Refs.: Luigi Speranza, "Grice e Vailati: la semantica filosofica," The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Valdarnini – scuola di Castiglion Fiorentino – filosofia toscana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library  (Castiglion Fiorentino). Filosofo italiano. Bologna. Abstract. Keywords: category. The Play Group worked their slow and meticulous way through it during the autumn of 1959. Austin, in particular, was extremely impressed.  Grice characterised and perhaps parodied him as revering Chomsky for his sheer audacity in taking on a subject even more sacred than phi-losophy: the subject of grammar. Grice's own interest was focused on theory formation and its philosophical consequences. Chomsky was taking a new approach to the study of syntax by proposing a general theory where previously there had been only localised description and analysis. He claimed, for instance, that ideally 'a formalised theory may automatically provide solutions for many problems other than those for which it was explicitly designed'. Grice's aim, it was becoming clear, was to do something similar for the study of language use. Meanwhile, ordinary language philosophy itself was in decline. As for any school of thought, it is difficult to determine an exact endpoint, and some commentators have suggested a date as late as 1970. However, it is generally accepted that the heyday of ordinary language philosophy was during the years immediately following the Second World War. The sense of excitement and adventure that characterised its beginning began to wane during the 1950s. Despite his professed dislike of disci-pleship, Austin seems to have become anxious about what he perceived as the lack of a next generation of like-minded young philosophers at Oxford. It became an open secret among his colleagues that he was seriously contemplating a move to the University of California, Berkeley? No final decision was ever made. Austin died early in 1960 at the age of 48, having succumbed quickly to cancer over the previous months. Reserved and private to the last, he hid his illness from even his closest colleagues until he was unable to continue work. His death was certainly a blow to ordinary language philosophy, but it would be an exaggeration to say that it was the immediate cause of its demise. Grice, who seems to have been regarded as Austin's natural deputy, stepped in as convenor of the Play Group, which met under his leadership for the next seven years. Individuals such as Strawson, Warnock, Urmson and Grice himself continued to produce work with recognisably 'ordinary language' leanings throughout the 1960s. Grice's interests at this time were not driven entirely by philosophical trends in Oxford and America; he was also turning his attention to some very old logical problems. In particular, he was interested in questions concerning apparent counterparts to logical constants in natural language. For instance, in the early 1960s he revisited a theme he hadfirst considered before the war, when he gave a series of lectures on 'Negation' . In these, he concerns himself with the analysis of sentences containing 'not', and with the extent to which this should coincide with a logical analysis of negation. Consideration of a variety of example sentences leads him to reject the simple equation of 'not' with the logical operation of switching truth polarity, usually positive to negative. He argues that 'it might be said that in explaining the force of "not" in terms of "contradictory" we have oversimplified the ordinary use of "not"! In another lecture from the series he suggests that the lack of correspondence between 'not' and contradiction 'might be explained in terms of pragmatic pressures which govern the use of language in general'® Grice was hoping to find not just an account of the uses of this particular expression, but a general theory of language use capable of extension to other problems in logic. He would have been familiar enough with such problems. The discussion of some of them dates back as far as Aristotle, in whose work he was well read even as an undergraduate. In Categoriae, Aristotle describes not just categories of lexical meaning, but also the types of relationships holding between words. To the modern logician, the use of terms in the following passage may be obscure, but the relationship of logical entailment is easily recognisable. One is prior to two because if there are two it follows at once that there is one whereas if there is one there are not necessarily two, so that the implication of the other's existence does not hold reciprocally from one.' The relationship between 'two' and 'one', or indeed between any two cardinal numbers where one is greater than the other, is one of asymmetrical entailment. 'Two' entails 'one', ', but 'one' does not entail 'two' A similar relationship holds between a superordinate and any of its hyponyms, or between a general and a more specific term. To use Aristotle's example: 'if there is a fish there is an animal, but if there is an animal there is not necessarily a fish.'º The asymmetrical nature of this relationship means that use of the more general term tells us nothing at all about the applicability of the more specific. Aristotle also considers the relative acceptability of general and specific terms, and in doing this he goes beyond a narrowly logical focus. For if one is to say of the primary substance what it is, it will be more informative and apt to give the species than the genus. For example,it would be more informative to say of the individual man that he is a man than that he is an animal (since the one is more distinctive of the individual man while the other is more general)." Applying the term 'animal' to an individual tells us nothing about whether that individual is a man or not. Therefore, if the more specific term 'man' applies it is more 'apt', because it gives more information. This same point arises in a discussion of the applicability of certain descriptions later in Categoriae. Aristotle suggests that: 'it is not what has not teeth that we call toothless, or what has not sight blind, but what has not got them at the time when it is natural for it to have them.'2 A term such as 'toothless' is only applied, because it is only informative, in those situations when it might be expected not to apply. Here, again, the discussion of what 'we call' things goes beyond purely logical meaning to take account of how expressions are generally used. Logically speaking a stone could appropriately be described as toothless or blind; in actual practice it is very unlikely to be so described. Grice's self-imposed task in considering the general 'pragmatic pressures' on language use was, at least in part, one of extending Aristotle's sensitivity to the standard uses of certain expressions, and examining how regularities of use can have distorting effects on intuitions about logical meaning. He was by no means the first philosopher to consider this. For instance, John Stuart Mill, in his response to the work of Sir William Hamilton, draws attention to the distinction between logic and 'the usage of language', 13 He reproaches Hamilton for not paying sufficient attention to this distinction, and suggests that this is enough to explain some of Hamilton's mistakes in logic. Mill glosses Hamilton as maintaining that 'the form "Some A is B" ... ought in logical propriety to be used and understood in the sense of "some and some only" ' 14 Hamilton is therefore committed to the claim that 'all' and 'some' are mutually incompatible: that an assertion involving 'some' has as part of its meaning 'not all'. This is at odds with the observations on quantity in Categoriae and indeed, as Mill suggests, with 'the practice of all writers on logic'. Mill explains this mistake as a confusion of logical meaning with a feature of 'common conversation in its most unprecise form'. In this, he is drawing on the extra, non-logical but generally understood 'meanings' associated with particular expressions. In a passage that would not be out of place in a modern discussion of lin-guistics, Mill suggests that:If I say to any one, 'I saw some of your children to-day,' he might be justified in inferring that I did not see them all, not because the words mean it, but because, if I had seen them all, it is most likely that I should have said so. 15 Mill draws a distinction between what 'words mean' and what we generally infer from hearing them used. In what can be seen as an extension of Aristotle's discussion of 'aptness', he argues that it is a mistake to confuse these two very different types of significance. A more specific word such as 'all' is more appropriate, if it is applicable, than a more general word such as 'some'. Therefore, the use of the more general leads to the inference, although it does not strictly mean, that the more specific does not apply. 'Some' suggests, but does not actually entail 'not all'. Besides his interest in logical problems with a venerable pedigree, Grice was also concerned with issues familiar to him from the work of recent or contemporary philosophers. In both published work and informal notes he frequently lists these and arranges them in groups. Part of his achievement in the theory he was developing lay in seeing connections between an apparently disparate collection of problems and countenancing a single solution for them all. For instance, in Concept of Mind, Ryle argues that, although the expressions 'voluntary' and 'involuntary' appear to be simple opposites, they both require a particular condition for applicability, namely that the action in question is in some way reprehensible. If they were simple opposites, it should always be the case that one or other would be correct in describing an action, yet in the absence of the crucial condition, to apply either would be to say something 'absurd'. Similarly, although if someone has performed some action, that person must in a sense have tried to perform it, it is often extremely odd to say so. In cases where there was no difficulty or doubt over the outcome, it is inappropriate to say that someone tried to do something: so much so that some philosophers, such as Wittgenstein, have claimed that it is simply wrong. Another related problem is familiar from Austin's work; it is the one summed up in his slogan 'no modification without aberration'. For the ordinary uses of many verbs, it does not seem appropriate to apply either a modifying word or phrase or its opposite. Austin was therefore offering a gen-eralisation that includes, but is not restricted to, Ryle's claims about 'voluntary' and 'involuntary'. For many everyday action verbs, the act described must have taken place in some non-standard way for anymodification appropriately to apply. Austin offers no theory based on this observation, and indeed Grice was unimpressed by it even as a gen-eralisation; he claimed in an unpublished paper that it was 'clearly fraudulent'. 'No "aberration" is needed for the appearance of the adverbial "in a taxi" within the phrase "he travelled to the airport in a taxi"; aberrations are needed only for modifications which are corrective qualifications. 16 Grice's general account of language, conceived with the twin ambitions of refining his philosophy of meaning and of explaining a diverse range of philosophical problems, gradually developed into his theory of conversation. Like his project in 'Meaning', this draws on a 'common-sense' understanding of language: in this case, that what people say and what they mean are often very different matters. This observation was far from original, but Grice's response to it was in some crucial ways entirely new in philosophy. Unlike formal philosophers such as Russell or the logical positivists, he argued that the differences between literal and speaker meaning are not random and diverse, and do not make the rigorous study of the latter a futile exercise. But he also differed from contemporary philosophers of ordinary language, in arguing that interest in formal or abstract meaning need not be abandoned in the face of the particularities of individual usage. Rather, the difference between the two types of meaning could be seen as systematic and explicable, following from one very general principle of human behaviour, and a number of specific ways in which this worked out in practice. In effect, the use of language, like many other aspects of human behaviour, is an end-driven endeavour. People engage in communication in the expectation of achieving certain outcomes, and in the pursuit of those outcomes they are prepared to maintain, and expect others to maintain, certain strategies. This mutual pursuit of goals results in cooperation between speakers. This manifests itself in terms of four distinct categories of behaviour, each of which can be sum-marised by one or more maxims that speakers observe. The categories and maxims are familiar to every student of pragmatics, although in later commentaries they are often all subsumed under the title 'maxims' Category of Quantity Make your contribution as informative as is required (for the current purposes of the exchange). Do not make your contribution more informative than is required. Category of Quality Do not say what you believe to be false. Do not say that for which you lack adequate evidence. Category of Relation Be relevant. Category of Manner Avoid ambiguity of expression. Avoid ambiguity. Be brief. Be orderly.!7 Grice uses the simple notion of cooperation, together with the more elaborate structure of categories, to offer a systematic account of the many ways in which literal and implied meaning, or 'what is said' and what is implicated', differ from one another. In effect, the expectation of cooperation both licenses these differences and explains their usually successful resolution. Speakers rely on the fact that hearers will be able to reinterpret the literal content of their utterances, or fill in missing information, so as to achieve a successful contribution to the conversation in hand. The noun 'implicature' and verb 'implicate' (as used in relation to that noun) are now familiar in the discussion of pragmatic meaning, but they were coined by Grice, and coined fairly late on in the development of his theory. In early work on conversation he suggested that a 'special kind of implication' could be used to account for various differences between conventional meaning and speaker meaning. He ultimately found this formulation inadequate, together with a host of other words such as 'suggest', 'hint' and even 'mean', precisely because of their complex pre-existing usage both within and outside philosophy. H. P. Grice’s Play-Group at Oxford works their slow and meticulous way through it. Austin, in particular, is extremely impressed. Grice characterises and perhaps parodies Austin as revering Chomsky for his sheer audacity in taking on a subject even more sacred than philosophy: the subject of grammar – as in “grammar school,” a derogativeterm at Oxford. Grice's own interest is focused on theory formation and its philosophical consequences. Chomsky us allegedly taking and self-promoting an approach to the study of syntax by proposing a general theory where previously there had been only localised description and analysis. Chomsky allegedly claims, for instance, that ideally ‘a formalised theory may automatically provide solutions for many problems other than those for which it is explicitly designed'. Grice's aim, it is becoming clear, is to do something similar for the study of language use. Meanwhile, ordinary-language philosophy itself is in decline, especially in the eyes of those who never made it to Oxford! As for any school of thought, it is difficult to determine an exact end-point, and some commentators have suggested a date as late as 1970 – “around Christmas” (Mark de Bretton Platts, ‘when sobre’) However, it is generally accepted that the hey-day – to use Grice’s cliché -- of ordinary-language philosophy is during the years immediately following what Flanagan echoing Chamberlain calls “The Phoney War.” The sense of excitement and adventure that characterised its beginning begins to wane – “Always the same! Each blooming Saturday morning” – Grice never complaid. Despite a professed dislike of discipleship, Austin seems to have become anxious about what he perceives as the lack of a next generation – ‘knock knock knocking on the door,’ as Grice hummed -- of like-minded philosophers at Oxford. It becomes an open secret among his colleagues that Austin is seriously contemplating a move to Berkeley ‘just to prove that ‘westward the empire strikes its way,’ Grice adds. No final decision is ever made. Austin dies, succumbing quickly to cancer over two months. Reserved and private to the last, Austin hides his illness from even his closest colleagues until he is unable to continue work. Austin’s death is certainly a blow to ordinary-language philosophy – “if ever there was one” (Grice) --, but it would be an exaggeration to say that it is the immediate cause of its demise. Grice, who seems to have been regarded as Austin's natural deputy, steps in as convenor of Saturday-Morning Play-Group, which meets under his leadership. Grice – now the senior – and his colleagues, former pupil Strawson, Urmson, and Warnock, Urmson, to name just a few, continue to produce work with recognisably 'ordinary language' leanings. Grice's interests are not driven entirely by philosophical trends in Oxford – as he had been (as he SHOULD) as a pupil at Corpus. Grice is also turning his attention to some very old philosophical problems. Having taught logic to Strawson for a term, Grice seemed particularly interested in this or that question concerning this or that apparent or alleged counterpart to this or that so-called logical ‘constant’ a language like Greek, Latin, or English – “Not to mention Italian” he would add. He revisited a trick of an ontological theme that he had first considered before this Phoney war, when he gives a series of lectures – or classes – in a ‘seminar’ on, just, 'Negation' In these, Grice develops his two example sentences of his previous essays – “This is not red” – and a variation on an example by Ian Gallie, “Someone is not hearing a noise” -- concerns himself with the analysis of sentences containing 'It is not the case that…', and with the extent to which this should coincide with a conceptual analysis of negation – the Fregean ‘sense’, as he calls it. Consideration of a variety of example sentences, in his typical manner, slightly out of context, and with a peculiar type of peculiar addressee of the Oxonian type in mind – a ‘pupil,’ usually -- leads him to reject the simple and simplistic equation of 'It is not the case that…' – as Strawson has it in “Introduction” – never an – to Logical Theory -- with the logical operation of switching truth polarity, usually positive to negative. Grice in fact argues that 'it might be said that in explaining the force – OR SENSE -- of "not" in terms of "contradictory" we have oversimplified the ordinary use – OR IMPLICATA -- of "not"! In another lecture or class from the series or seminar Grice suggests that the lack of a strict – ‘sillily Peanonian’ -- correspondence between 'It is not the case that…' and contradiction 'might be explained in terms of this or that PRAGMATIC pressure which governs the use of language in general.’ Strawson recalls: “Grice could feel pressuerised at times – especially by me!” --. Grice is hoping to find not just an account of the uses of this particular expression, Strawson’s “It is not the case that…” -- but a general theory of language use capable of extension to other problems in logic, but more importantly – since he never saw logic as a part of philosophy but a lower division for ‘blue-collared practitioners’, as he called them. Surely Grice was more than familiar enough with any such problem! The discussion of some of them dates back, in the proper Oxonian fashion, not to Kant, or Giambattista Vico, but as far as Aristotle – whom Ryle had turned into Oxford’s Guardian Angel – ‘Cambridge has Plato,” Ryle said – referring to Cudworth but scorning Bosanquet, Bradley, Wollaston, Pater – and the GENERATIONS of Hegelians who would have had Plato any day --. Grice: “Aristotle cannot be understood without Plato, so that’s a relief!” -- , in whose work he was well read even as an pupil of Hardie – for all terms but one (The tutor who tutored Grice for that one term would compalin to Hardie about Grice’s ‘obstinacy to the point of perversity.’ Grice: “Hardie later explained to me that that was a good example of two non-substantials packed into one!”. In Categoriae, Aristotle describes not just categories of lexical signification or meaning – Grice’s ‘way of words’ to echo Locke’s way of things and way of ideas -- , but also the types of relationships holding between words, phantasmata, or pragmata. To some Cantabrian philosopher, Grice notes, the use of terms in the following passage may be obscure, but the relationship of logical Moore’s ‘entailment’ is easily recognisable. ‘One’ is prior to ‘two,’ because: if there ARE two, it follows at once that there is one. Whereas: if there IS one, there are not necessarily two – think testicles: “My ball itches” --, so that the implication or implicature of the other's existence does not hold reciprocally from one. Grice: “My pupil Acrkill translated this for HIS pupils – whereas it should have best left UN-translated. What’s the use of learning the Ancient Languages, if your tutor is to offer his gross rendering of this or that passage?” -- The relationship between 'two' and 'one', or indeed between any two cardinal numbers where one is greater than the other, is one of what Moore – “‘playing the logician,’ being Irish, for one” – Grice comments -- asymmetrical ‘entailment.’ To use Moore’s coinage – Grice: “Not really a coinage, since’entail’ entails a long history in Norman England! --, 'Two' entails 'one', ', but 'one' does NOT entail – or indeed means (although perhaps it implicates, pace Humpty Dumpty – One cannot, but perhaps two can -- -- 'two' A similar relationship holds between a super-ordinate and any of what Aristotle confusingly calls a hypo-nyms – Grice: “What’s wrong with homo-nym – aequi-vox --?” -- or between a ‘general’ – Grice: “Strawson despises my use of ‘universal’ to mean almost the universe!” -- and a more specific – Grice: “Or indeed, ‘particular’ versus ‘total’ as Hamilton would have it -- term. To use Aristotle's example: ‘If there is a fish there is an animal.’ Rendered by Urmson: “If there is an animal in the backyard, I usually do not mean an ant, or my aunt – but a middle-size MAMMAL” – “But if there is an animal, there is not necessarily a fish.' Grice calle this an example of “ichtyological necessity”. The asymmetrical nature of this predication relationship – Grice: “I will say as much as this: all of Owen’s existential ARE ultimately predication relations!” -- means that use of the more general term – what Grice symbolizes as G in “Aristotle on the multiplicity of being” -- tells us nothing at all about the applicability of the more specific. – What again Grice symbolizes as S in that same essay. Aristotle also considers the relative acceptability of general (Grice’s Gs) and specific (Grice’s Ss) terms – Grice adds the D of DIFFERENTIA, rendering Wiggins’s DIAPHORON – Wiggins’s essay on Plato --, and in doing this Aristotle goes beyond a narrow ‘focus’ (Owen: pro-hen). For if one is to say of the primary substance (prote ousia) WHAT it is – “or IZZES, as I prefer” – Grice --, it will be more informative and apt – cf. Urmson, “Intensionality,” Aristotelian Society, the principle of aptness – and Urmson’s Duckworth Dictionary of Greek Philosophical Terms -- to give the species (Grice’s S) than the genus (Grice’s G). For example, it would be more informative – Grice: “Acrkill’s for some obscure Hellenism” -- to say of the individual man that he is a man than that he is an animal – Grice: “or brute” -- (since the one is more distinctive of the individual man while the other is rather of a more general application. That’s logic for you! Oxford logic – as Tweedledum said to Tweedledee! Applying the term 'animal' to an individual tells us nothing about whether that individual is a man -- or not. I. e. if it fails to be man. The Tortoise to Achilles: “Why should I FAIL to be a man?” --. Therefore, if the more specific (Grice’s S) term 'man' applies, it is more 'apt' – Grice: “Or ‘apter,’ as Ackrill prefers” -- , because it gives you – or thee -- more information. This same point arises in a discussion of the applicability of this or that description. Aristotle suggests that: 'it is not what has not teeth that we call toothless, or what has not sight blind, but what has not got them at the time when it is natural for it to have them.' Grice: “My point exactly in my ‘Negation and Privation’ – Cicero needed to distinguish the phenomena lexically, as did the wise Ancient Greeks!” A term – TERMINVS, horos, DE-FINITIO -- such as 'toothless' is only applied, because it is only informative, in those situations when it might be expected NOT to apply. Here, again, the discussion of what 'we – the few and wise, not the many of the LEGOMENA -- call' things goes beyond pure ‘signification’ or meaning to take account of how an expression is generally used. Strictly speaking – Grice: “And Austin was such a literalist!: -- a stone could appropriately and truthfully be described as toothless -- or indeed blind. In actual practice, except at Oxford – the land of Humpty Dumpty -- it is very unlikely to be so described. Grice's self-imposed task in considering this or that general 'pragmatic pressure' on language use is, at least in part, one of extending the typically didascalian Oxonia Aristotle's – not Plato’s – Grice: “Plato couldn’t care less. He was upper-class enough to know that the Many never learn!” -- sensitivity to the standard uses of this or that expression, and examining how a regularity of use may have a distorting effect on what Mrs Julie Jack once described to Grice as ‘her intuitions’ about ‘signification’. Grice was by no means the first Oxford ordinary-language philosopher member of the Satuday-Morning Play Group of Post-War Oxford to consider this. For instance, Mill – Grice: “an autodidact – more Grice to your Mill?” --, in his response to the work of Hamilton, draws attention to the distinction between ‘signification’ and 'the usage of language.’ Mill reproaches Hamilton – Grice: “As Aristotle of the Lycaean dialectic had reproached Plato, of the Academian dialectic” -- for not paying sufficient attention to the distinction, and suggests that this is enough to explain some of Hamilton's fatal mistakes in logic. Grice: “They led him to the grave alright!” .. Mill glosses Hamilton as maintaining that 'the form "Some A is B" ... ought, in – Varronian, if not Ciceronian -- propriety to be used and understood as "some and some only" – Grice: “Id est, NOT NOT TOTVM”. Hamilton is therefore committed to the claim that 'all' (x) TOTVM and 'some' (Ex) PARS are mutually incompatible: that an assertion, or more generally, utterance – as Grice: “What is necessary is possible” -- featuring 'some' has as part of its ‘signfiication’ 'not all'. This is at odds with Aristotle’s observations on quantity in Categoriae and indeed, as Mill suggests, with 'the practice of anyone with a brain'. Mill explains this mistake as a confusion of ‘signification’ – Grice: “Typical of Hamilton” -- with a feature of 'common conversation in its most unprecise form'. In this, Mill – Grice: “You still want more Grice to the Mill?” -- is drawing on the generally understood 'signification’ – implicitly conveyed -- associated with his or that expression. In a passage that would “not be out of place at Cambridge even!” -- Grice-- , Mill suggests that: If I say to any one, 'I saw some of your children to-day,' my addressee *might* be justified in inferring – never implying! -- that I did not see them all, not because the expression signifies THAT, but because, if I had seen them all, it is most likely that I should have explicitly conveyed so by way of what Varro has as a proloquium. Mill, like Humpty Dumpty – vide Sutherland, Language and Lewis Carroll – Mouton -- draws a distinction between what this or that expression ‘signifies’ and what Humpty-Dumpty and Alice generally – vide “Impenetrability” -- infer from witnessing an expression proferred. In what may be seen as an extension of Aristotle's – “And indeed Urmson’s – Grice -- discussion of 'aptness', Mill is arguing, with Dodgson, that it is a very gross – Grice: “even vulgar, by implicature” -- mistake to confuse these two very different types of significance, or ‘signification.’ A more specific, more informative, “Stronger” (Grice) expression such as 'all' may be more appropriate, if it is applicable, than a more general, less informative – “LESS STRONG” (Grice) word such as 'some'. Where is your wife? B: In some room. Where are we going? B: To somewhere in the South of France. He saw a woman? “Yes, his own wife!” -- Therefore, the use of the more general – Grice’s G -- leads to the inference, although it is not the case that the expression – Grice: “If you’re stuck with ascribing ‘signification’ to an expression’ ‘signifies’, that the more specific – Grice’s S -- does not apply. 'Some' suggests, hints, ‘means’ (vaguely) but does not actually entail or say – as Varro’s proloquim is one’s DICTUM -- 'not all'. Besides his interest in such crucial problems with a venerable Graeco-Roman pedigree, Grice is also concerned with issues familiar to him from the work – Grice: “usually laughable” -- of recent or contemporary philosophers – Grice: “That I happene to interact with at Oxford – not that I would even READ their silly essays!” In both published work – notably in that brilliant list in that LONG Excursus on ‘Implication’ at the Aristotelian symposium with A.R. White at Cambridge under the patronage of R. Braithwaite -- and informal notes Grice frequently lists these and arranges them in groups – Grice: “When I can.” Part of his achievement in the theory Grice develos lies in seeing connections between an apparently disparate – “to the Cambridge brain,” he adds -- collection of problems and countenancing a single solution for them all – “and more!” he adds. For instance, in The Concept of Mind, Ryle argues alla Austin and Hart-Hamphhire – especially the latter three, since Grice interacted with them on Saturday mornings -- that, although the expressions 'voluntary' and 'involuntary' appear to be simple opposites, they both require a particular condition for applicability – an appropriateness condition, as Grice in deliberate pompous idiom puts it -- , namely that the action in question is in some way reprehensible. If they were simple opposites, it should always be the case that one or other would be correct in describing an action, yet in the absence of the crucial condition, to apply either would be to say something 'absurd,’ – Grice: “Ryle thought, as Austin, and Hart and Hampshire should have NOT!” -- Similarly, although if someone has performed some action, that person must in a sense have tried to perform it – “unless you’re exercising your muscles against a wall, as Pears often does in the Meadow!” – Grice -- it is often extremely odd to say so. In cases where there is no difficulty or doubt over the outcome, it is inappropriate to say that someone tried to do something: so much so that some philosophers, such as Witters, have claimed that it is simply wrong – Grice: “if not FALSE – whatever the German Viennese idiom of his choice would have been!” – Grice. Another related problem is familiar from Austin's work; it is the one summed up in his slogan 'no modification without aberration'. For the ordinary uses of many verbs, it does not seem appropriate to apply either a modifying word or phrase or its opposite. “I do not believe it is a goldfinch. I KNOW t is!” “I truly know it is!” --. Austin was therefore offering a generalisation that includes, but is not restricted to, Ryle's claims about 'voluntary' and 'involuntary'. For many everyday action verbs, the act described must have taken place in some non-standard way for any modification – without aberration, the tea party -- appropriately to apply. Austin offers no theory based on this observation, and indeed Grice was unimpressed by it even as a generalization. Indeed Grice claims that it is 'clearly fraudulent on Austin’s part.’ 'No "aberration" is needed for the appearance of the adverbial "in a taxi" within the phrase "he travelled to the airport in a taxi.’ Aberrations are needed only for modifications which are corrective qualifications. Grice's general account of language, conceived with the twin ambitions of refining his philosophical theory and analysis of ‘signification’ or meaning and of explaining a diverse range of philosophical problems, gradually develops into his theory of conversation. Like his project in 'Meaning', this theory of conversation draws on a 'common-sense' understanding of language: in this case, that what people say and what they mean are often very different matters. This observation is far from original, but Grice's response to it was in some crucial ways entirely new on the Saturday mornings of the Oxford of his time. Unlike formal philosophers such as Russell or the logical positivists, Grice argues that the differences between literal signification – Grice: “Or dictum, as I prefer” -- and speaker ‘signification’ are not random and diverse, and do not make the more or less rigorous – Grice: “to the extent that a philosopher can be rigorous – philosophy ain’t a science, nor are my pupils LEARNING it!” -- study of the latter a futile – or ‘futilitarian’ as Grice preferred mocking Bergmann’s accent -- exercise. But Grice also differs from other members of his Saturday-morning Play Group -- philosophers of ordinary language, in arguing that a more or less moderte interest in formal or abstract – ‘Aristotelian’ or ‘categorial’ – sgnification in terms of ‘universalis’ – or meaning need not be abandoned in the face of the particularities of individual Oxonian usage. Grice: “I met the Warden of a college who kept referring to his dog as a cat!” -- Rather, the difference between the two types or ‘categories’ of ‘significatdion’ or meaning may be seen as eschatologically systematic and explicable, following from one very general principle of human behaviour – Grice: “Whatever Haugeland thinks of computers” --, and a number of specific ways in which this works out in practice. In effect, the use of language, like many other aspects of human behaviour, is an end-driven endeavour. People engage in communication in the expectation of achieving certain outcomes, and in the pursuit of those outcomes they are prepared to maintain, and expect others to maintain, certain strategies. This mutual pursuit of goals results in cooperation between speakers. This manifests itself in terms of four distinct categories of behaviour or experience – Grice: “Oakeshott went overboard!” --, each of which can be summarised or encapsulated by one or more maxims that convesationalists are expected to observe --- Grice: “At least in public”. The categories and maxims are not unfamiliar to every student – Grice: “Always bear in mind that only the poor learn at Oxford” --, although in later commentaries they are often all subsumed under the title 'maxims' . Category of Quantity. Make your contribution as informative as is required (for the current purposes of the exchange). Do not make your contribution more informative than is required. Category of Quality Do not say what you believe to be false. Do not say that for which you lack adequate evidence. Category of Relation Be relevant. Category of Manner Be perspicuous [sic]. Avoid ambiguity of expression. Avoid ambiguity. Be brief. Be orderly. “Add: “Frane what you say” and you get the ten commandments, almost!” Grice: “Or the Conversational Immanuel, as I may call it1” -- Grice uses the simple notion of cooperation, together with the more elaborate structure of this or that category – the four Kantian SUPER-categories: “strictly, the categories are 12 in Kant, geometrical as his spirt was!” – Grice --, to offer a systematic account of the many ways in which literal or explicit and implied or implicit ‘sgnification’ or meaning, or 'what is said' – or dictiveness – Varro’s proloquium -- and what is implicated', differ from one another. Grice: “I hope Hare is happy that his phrastic and neustic survived his Oxford examination – where he used ‘dictum’ and ‘dictor’!” Grice: “In fact, Hare was not, and went on to multiply sub-atomic particles of logic beyond necessity: the phrastic, the neustic, the tropic, and the clistic! Once you start! I tol him!” -- In effect, the expectation of cooperation both licenses these differences and explains their usually successful resolution. Speakers rely on the fact that hearers will be able to re-interpret the literal content of their utterances, or fill in missing information, so as to achieve a successful contribution to the conversation in hand. The noun 'implicature' – Grice: “I borrow from Sidonius” -- and verb 'implicate,’ as used in relation to that noun, are now not unfamiliar in the discussion of pragmatic ‘signification’ or meaning – Grice: “I always found ‘semantic signification’ a pleonasm!” -- , but they were coined by Sidonius – and later borrowed by Grice – but never returned – Grice: “In fact, Sidonius NEVER coined implicatura: it is a productive – analogous – exit of ‘implico’, as Varro would have it!” --, and coined fairly late on in the development of his theory. In early work on conversation Grice implicated or suggested that a 'special kind of implication' – Grice: “Sidonius’s implicatura implicates entanglement! –” could be used to account for this or that difference between conventional ‘signfiication’ or meaning and ‘signification’ as ascribed to the utterer or speaker meaning. Grice ultimately found this formulation inadequate, together with a host of other words such as 'suggest', 'hint' and even 'mean', precisely because of their complex pre-existing usage both within and outside Oxonian philosophy. Grice: “Witness Humpty-Dumpty!”. Filosofo toscano. Filosofo italiano. Castiglion Fiorentino, Toscana. Profesore di filosofia, BOLOGNA. V. di Castiglioni, professore in Bologna di Alpini PERCORSO: Fatti, personaggi, documenti ed oggetti testimoni di vita e di storia > questa pagina Alpini ringrazia il geometra Rossano Gallorini che l’offre la possibilità, tramite due lettere del suo archivio personale, di approfondire un ulteriore aspetto della famiglia di V. per anni docente di filosofia teoretica a Bologna. V. proviene d’una modesta famiglia di lavoratori della terra, ma, nonostante ciò riusce a studiare prima presso gli Scolopi in Castiglion Fiorentino, poi a Pisa dove consegue la laurea. Dopo aver insegnato in vari licei vince la cattedra presso la prestigiosa Bologna ove insegna CARDUCCI (vedasi) e PASCOLI (vedasi). V. è un tenace assertore dell'esistenza obiettiva d’una realtà assoluta e infinita, dell'anima e di Dio. Il confronto con il positivismo lo conduce ad affermare la supremazia della metafisica sulla scienza, anche se, secondo V., la metafisica dove essere critica e positiva ravvivata dal progresso delle scienze sperimentali e dalle altre discipline. V. ricordato a Castiglion Fiorentino, dall'associazione Spazio aperto", con l'evento, Il percorso umano e culturale di V: dall'amata Castiglioni alla dotta Bologna. Narrazione e mostra documentaria” V. partecipa attivamente alla vita politica della sua città natale e ne è sindaco nelle file del partito veramente monarchico e veramente democratico. Nel primo dopoguerra fonda, sulla scia di PASCOLI (si veda) e CORRADINI (si veda), a Castiglion Fiorentino l'Associazione Nazionale, ma quando questa, si fuse con il Fascismo troviamo V. segretario del fascio locale. Dal matrimonio con Vittoria Tocci erano nati ben sette figli. I due maschi, Corrado e Virgilio, muoroo in modo prematuro. Le figlie: Valeria, Virginia, Clara, Ida e Giorgina ereditano dal padre un cospicuo patrimonio composto da diversi poderi, due case in Castiglion Fiorentino ed una villa a Cegliolo in comune di Cortona e titoli bancari. Valeria, la più grande, vive a Modena ed sposa un Tavernari. Le altre sorelle viveno a Castiglion Fiorentino. Ida che sposa un Ferrari è nominalmente la responsabile delle sorelle V. delle quali una aveva forti problemi di salute. Nel dopoguerra le condizioni economiche sono peggiorate e non navigano in buone acque, ma, nonostante ciò le sorelle cercano di mantener fede ai desideri del padre che ha espresso questo desiderio nel suo testamento di rimanere unite. Probabilmente la sorella che vive a Modena è quella che se la passa meglio e quindi speravano in un suo aiuto concreto. Valeria ospita per circa un mese alcune sorelle, ma non poteva lesinava aiuti concreti. Di ciò se ne duole Ida in una lettera che non abbiamo. Nella risposta che abbiamo a questa missiva appaiono chiaramente le prime crepe ed i primi dissapori. Anche il nipote Vittorio che, probabilmente ha un buon stipendio in quanto dipendente di una Compagnia di Navigazione, nell'inviare dei soldi, fa pesare il sacrificio che gli costa il farlo e esterna i sacrifici che deve fare stando lontano da casa per mesi. Oggi vivono a Castiglion Fiorentino solo parenti lontani che hanno partecipato attivamente al ricordo che l'Associazione Culturale "Spazio Aperto" ha organizzato con il titolo "V.: dall'amata Castiglioni alla dotta Bologna. Narrazione e mostra documentaria". Nell’Istituto Superiore di Magistero ^kmmiwilp: in jlox* FIRENZE COI TIPI DI M. CULLIMI E C. alla Galileiana Oli esemplari di questo libro non muniti della firma originale dell’Amore si riterranno falsili a 0 i n lore procederà contro I ralsiflcnlnn. FILOSOFIA. SULLA TEORICA DELLA DIANA CONOSCENZA E DELLA MORALE IN RELAZIONE COLLE DOTTRINE DI ARISTOTELE E DI KANT. Argomento o sua opportunità. Nozione del Vero e del Bene. Loro fondamento reale. Principali facoltà conoscitive o morali dell'uomo. Leggi razionali e legge morale. Loro fondamento c valore. Senso, intelletto e ragione pura speculativa secondo, il Kant, ed ufficio loro. Valore c limiti della ragione para speculativa. Tre ordini di cognizioni umane. Differenza tra la Ma¬ tematica, la Fisica e la Metafisica, secondo il Kant. Distinzione kantiana del fenomeno dal noumeno. In qual senso vero può ammettorsi tal distintone. Teorica della relatività della conoscenza umana. Conno sul Neokantismo. Cenno sul nuovo Criticismo o Realismo tedesco ed inglese. L’ inconoscibile di Spencer. In qual senso c dentro quali confini la conoscenza umana si può e si deve ammettere come relativa, -r- Obbietto o valore della ragiono pratica o morale, secondo il Kant. Vi li a contraddizione fra la Critica della ragione pui a eia Critica della ragione pratica? Giudizj opposti di varj filosofi. Due criterj, secondo noi, per risolvere il quesito. Criterio soggettivo : Secondo 1 intendimento del Kant vi è contraddizione fra quello due Critiche? Breve raffronto delle tro Critiche di lui. Criterio oggettivo: Le ideo morali sono assolute ed oggettive anche pel Kant, oppure sono relative e soggettive? La ragione umana può scindersi in duo facoltà, in ragione speculativa e in ragione morale, opposte fra loro? L’intoresse teorico può egli separarsi dall'interesse pratico della ragione? Le dottrine di Kant sulla conoscenza umana o sulla Morale, considerate oggettivamente, non isfuggono alla contraddizione. La relatività della conoscenza umana e dolla scienza, nell'odierno significato, implica logicamente una Morale affatto relativa. Nostra dottrina sulle relazioni oggettive, necessario o naturali fra il conoscere o l'operare umano, o però tra il Vero ed il Bene. Tre fatti notabili ed importanti nell’ordine filosofico e scientifico e nell’ordine morale mi paro dovrebbero fermare oggidì l’attenzione dello studioso e del pensatore. Questi fatti sono: La moderna teoria della relatività della conoscenza umana, il ritorno di parecchie menti, specie in Germania, alla filosofia speculativa e pratica del Kant; una tendenza quasi generale presso gli odierni scienziati c filosofi a porre in discussione la Morale ed a cercarne nuovi fondamenti, considerandola alcuni come reiva instabile ed evolutiva, altri come assoluta oggettiva, universale ed iucrolkbil» • sistemi scientifici e filosofici. Di quei tre fatti mi propongo d’esaminare con brevità nel presente lavoro i primi due segnatamente, e di vedere così qual relazione logica c naturale corra fra il sapere o il conoscere e l’operare umano, e se il Kant cadesse o no in contraddizione co’suoi principj teoretici diversi da quelli morali. Determinato così il campo di queste indagini, non debbo nè voglio qui esaminare i varj sistemi morali antichi e moderni: i quali ultimi, come accennai in altro mio lavoro (Studj critici di Filosofia morale e sociale, Firenze), possono ridursi principalmente alla Morale razionalista ed assoluta, alla Morale indipendente, alla Morale dei Positivisti e alla Morale evoluzionista; mentre la Morale spiritualista e la teologica son comuni sì all’evo antico e sì al moderno. Il Vero ed il Bene sono concettiuniversali. Universali, perchè gli uomini tutti, anche i meno civili e colti, hanno un certo sentimento ed una certa nozione della Verità e del Bene, come si ravvisa- altresì nei loro discorsi e giudizj e nell'azioni loro. Universale il concetto di Vero, perchè la mente nostra l’applica agli esseri tutti che vengano in qualche modo in attinenza con lei ; anzi l’applica alle stesse operazioni dello spirito, e quindi a’sentimenti, a’pensieri, alle cognizioni, a’giudizj, ai ragionamenti, alla scienza, all’arte, agli stessi atti della libera volontà. Dunque così al gran mare dell’essere come a tutto l’ordine del conoscere e, sotto un certo rispetto, all’ordine dell'operare si estende il concetto di Vero. Universale il concetto di Bene, perchè la mente nostra riconosce c giudica buone le cose tutte, che siano quello che debbono essere por natura loro, che sieno amabili o per intrinseche perfezioni, o per Tatile e pel diletto che ci procurano ; e perche a tutti gli atti umani, in quanto procedono dalla ragione c dalla volontà libera, e sono conformi alla legge inorale, si applica dalla mente il concetto di Buono.-Se pertanto il Vero ed il Buono hanno il carattere dell’universalità, in che troveranno il loro fondamento? Non possono averlo, quali concetti, nello spiritò umano, anzi in veruna mente finita, perchè le menti finite sono contingenti e individuali, non necessario ed universali, c perchè non possono fave a meno di usare, fra gli altri, quei due concetti. Non possono averlo in alcuna delle cose mondiali, perche l’individuale e il particolare non può mai scambiarsi coll’universale. Il vero fondamento del Uro e del Beno non può ravvisarsi che nella natura medesima degli enti in universale -, e però il ero ct i,i Bene hanno il carattere dcll’obbiettività. »2"T iemm » « i. nota ad altro * r* ° l0tlavÌ!l 'l ue3t l esser quindi giudicarla ver, o fll |,, duna . 0Ma > 0 intanto, la cosa in .a * 3 '’ uona 0 catt ' va 1 ma, v»a o no» vi“1"““'’ T"° C ',e a !"*» ’ bU0 ” a 0 ”™ ^ona, indipcnden- dell’umana conoscenza e della modale 7 temente dal giudizio è dal volere delle menti finite. V'ha pertanto il Vero oggettivo universale, come il Bene oggettivo universale, fondati sulla stessa natura degli enti. Anzi il concetto universale che noi abbiamo del Vero e del Bene conserva questo carattere di universalità, perchè fondato in una necessità non formale, nè soggettiva, si materiale od ontologica ed oggettiva. D’altra parte', il Vero ed il Bene oggettivi possono stare disgiunti da ogni intelligenza e da ogni volontà? No, perchè' il Vero suppone una mente che lo' conosca, e il Bone suppone una volontà che l ami e che lo voglia conseguire. Le cose tutte, vere od intelligibili, o buone od amabili, richiedono pertanto una relazione naturale coll’Intelligenza e colla Volontà. Inoltre, gli esseri finiti corno avrebbero in sè stessi, e specie gli enti irragionevoli, il carattere della verità e della bontà, senza una Monte ed una Volontà infinita che li abbia appunto creati e veri e buoni? E questa Mente e Volontà assoluta non potrebbesi concepire se non come essenzialmente vera e buona in sè stessa. Il Vero ed il Bene, benché fondati sulla natura degli esseri, hanno dunque attinenza naturale e necessaria coll’Intelletto e colla Volontà. Ora, nell’uomo esistono diverse facoltà deputate a conoscere il Vero, ad amare ed operare il Bene. Ogni entità, come ha natura e leggi sue proprie, così ha un fine speciale ; ogni funzione ed atto ha un termine proprio : e io : e però termine, fine, oggetto immediato- della Intelligenza è il Vero ; termine, fine, oggetto immediato della Volontà il Bene. Qui non mi fermo- a dimostrare le intime relazioni da una parte fra il Vero ed il Buono, dall’altra fra il concetto di fine e il concetto di Bene, avendone discorso a lungo ne’ miei Elementi scientifici di Etica c Diritto (Roma). Diconsi intellettuali, conoscitive, razionali tutte quelle facoltà onde l’uomo intende, conosce o scuopre il Vero; diconsi morali quelle facoltà ond’egli ama, vuole c pratica il Bene. Quattro sono le facoltà principali dello spirito umano : il Senso, l’Intelletto, la Ragione e la Volontà. Le prime tre appartengono all’ordine della conoscenza, l’ultima all’ordine della moralità. Il Senso ha immediata relazione con gliobbiettisensibili e porge all’intelligenza la materia del conoscimento. L Intelletto apprende le cose sensibili ed intp.llio-i'hn; dell’umana conoscenza e della morale !) ha . leggi suo proprio. Ciò. posto, quali sono le leggi dell’Intelligenza e della Volontà umana, e qual fondamento e valore hanno esse? Poiché l'Intelligenza e la Volontà sono due facoltà diverse, come diverso è l’obbictto loro, cioè il Vero ed il Bene, anco le rispettive leggi dovranno essere differenti. Queste due facoltà umane non potrebbero varcare dalla potenza all’atto e conseguire il fine loro, senza una regola, una norma, una legge che le indirizzasse alla vespettiva mèta. Ora, le leggi che governano la Intelligenza nel conoscimento e nel possesso del Vero diconsi razionali, c ne tratta di proposito la Logica ; la legge che governa la Volontà nella pratica del Bene dicesi morale, c ne parla espressamente l’Etica. In queste leggi dello spirito umano c segnatamente nelle razionali, va distinto l’elemento formale dall’elemento materiale . L’elemento formale risguarda più direttamente l’intelligenza, forma del conoscimento ; l’elemento materiale risguarda più diretta- mente Soggetto, la materia del conoscimento. Dico più direttamente, non esclusivamente, perchè ogni conoscenza suppone due termini distinti ma inseparabili, cioè un soggetto intelligente ed un obbietto inteso in atto o capace di essere inteso. E quindi non può darsi una Logica puramente formale, come non può darsi una Logica puramente materiale. Imperocché le nozioni, i concetti, i giudizj, iraziocinj sono atti ed operazioni della mente ; la forma nel giudizio, nel raziocinio ed' in ogni ragionamento è posta dalla mente nostra ; i giudizj, i raziocini son governati da leggi proprie : ma intanto, lo nostre idee, le nozioni, i concetti sono vuoti d'ogni contenuto, non sono oggettivi, non hanno cioè alcuna rispondenza colla natura degli obbietti? L’csperien- za e la ragiono dimostrano che vi ha naturale rispondenza ed armonia fra i concetti nostri, le idee c gli obbietti. Ove non esistesse questa relazione, potrebbesi domandare: Come c donde la mente nostra formerebbe le idee, i concetti, .le cognizioni tutte? Ogni giudizio, poi, ed ogni raziocinio ha la rispettiva materia, oltre la forma; c la varietà dei nostri giud'izj e raziocini dipende non tanto dalla mente unica clic li forma, quanto dalladiversità della materia onde risu.l ; tano. Lo leggi logicali ed i priucipj della ragione hai), no, pertanto, un fondamento reale ed un valore oggettivo, perchè fondati sulla reale attinenza fra la mente nostra e le cose intelligibili, è perchè mostrammo già che .1 Vero e oggettivo ed universale. Può cHi darsi- JW ‘T' C,1,! SÌS ° Mri U " senza la' Z “ lT" eS “ dmi una qua-, PC “v 60s,anza ? »«. poo formo : .>C d ir caosaiì,a • «• ~ -» D’altra parte Finteli cd apoditticamente, la C ausr;“ tt0 PU C ° nCC P Ìrc »tto senza È logicamente imponibile .\ S ° 3tan “’ e vicCT ersa? Je ggi razionali hanno un fi» i^® 1 P r,nci PJ « le ore oggettivo, C però u„. nda “ 5ato rca le, un va- Se questa ò la nnt .. * CCI tezza assoluta. !eggi razionai; che diw taLT* 10 et U Valore de,lc della legge morale ? Come le leggi razion ali non sono fondate esclusivamente sulla forma della conoscenza o sulla mente nostra, ma principalmente sull’essenza degli obbietti intelligibili, e però sul Vero oggettivo ; così la legge morale non ha il suo fondamento sulla volontà umana, ma sulla natura stessa degli enti amabili e rispettabili, c però sul Bene oggettivo. E come la natura delle cose intelligibili e il Vero oggettivo servono all’uomo di criterio c di norma nelle sue cognizioni e ne’suoi giudizj ; così la natura degli enti amabili e rispettabili c il Bene oggettivo gli sono di criterio e di norma nelle sue libere azioni. Può l’uomo disconoscere il Vero c non seguire le leggi naturali del pensiero nell'ordine della conoscenza ; può ribellarsi alla legge morale, non praticare il Bene e giudicare non rettamente le sue azioni e quelle degli altri : ma restano sempre il Vero ed il Bene oggettivi, ma non si distruggono per questo le leggi eterne ed immutabili del pensiero e della volontà. E come gli errori di alcuni uomini, i sofismi e lo scetticismo di altri uonlianno alterate, non che distrutte, le leggi del pensiero limano, nè abbattuta la Verità oggettiva ; così le prave azioni di alcuni e le false dottrine morali di altri non hanno cambiata la legge morale assoluta, non hanno abbattuto il Bene oggettivo, nèsradicata dal mondo la moralità. Tuttavia l’errore torna sempre funesto nella speculazione e nella pratica, e conviene quindi adoperarsi a tutt’uomo a fuggirlo ed a combatterlo. Fermate tali verità, passo ad esaminare brevemente le dottrine speculative e morali del Kant in SULLA TEORICA relazione colle teorie moderne delle relativi* delle conoscenza umane, 1» quel teorie mene log,cernente ad una Morale soggettiva e relativa. \r Il Kant è generalmente considerato non solo qual fondatore del Criticismo filosofico, sì anche quale autore della moderna teoria della relatività della conoscenza umana. E ciò nondimeno, tutti riconoscono che non v’ha sistema filosofico morale più rigido ed assoluto di quello dol Kant ! Come si spiega questo fatto? Il Kant non ammise relativa, nell’odierno significato, la conoscenza umana, oppure nella Morale si contraddisse fondandola su principi assoluti ed oggettivi ? Ecco il quesito che dobbiamo esaminare, gettando un rapido sguardo sulla filosofia kantiana. So negli scritti del filosofo di Ivo— nigsberga la chiarezza della forma e la coerenza logica, in senso formale o materiale, fossero pari alh novità dei concetti, alla profondità e all' acutezz; dell ingegno critico c speculativo di cui dette provi l’autore segnatamente nelle tre Critiche, io pensi che nessun filosofo antico o moderno potrebbe ugua ! “ Kimt Ma “mnquo vogliasi giudicaro on può negarsi che la filosofia c la scienza in gc 2“™ Smunte del nuov K il fT,'* 6 *«*»» s P ccu lczione 4 stata considerata unallndc rl*^ P '" &iandc Introduzione alla Filosofia pura ed alla Scienza in generale, come dissi altrove (Principio, intendimento c storia della classificazione delle umane conoscenze secondo Francesco Bacone. Parte terza, capo XI, 2 a edizione, Firenze, 1880). Come gli antichi supponevano che il sole e gli astri girassero intorno alla terra, così il Kant nella Critica della Ragionpura volle far girare gli obbietti intorno allo spirito umano per ricercare e determinare le leggi dell’umana conoscenza. Ma se in Àstronorniail sistema Tolemaico fu abbattuto, perchè falso, da quello di Copernico, potrebbe avere ugual sorte nella Filosofia speculativa il sistema del Kant? Crediamo di no, benché questo sistema non possa accettarsi, per gli errori, ond'ò viziato, qual canone certo, inconcusso e definitivo della mente, e quale sulstratum della Filosofia e della Scienza. Che posso io conoscere e sapere ? Che devo io fare? Che posso io sperare? Ecco le tre domande che il Kant rivolse a sè stesso nella Critica della Ragion pura, e nelle quali sta il germe di tutta, la Filosofia speculativa e pratica di lui. Alla prima domanda non si poteva rispondere senza esaminare 1 origine e il valore delle nostre cognizioni, c le attinenze loro con le facoltà del nostro spirito e con gli obbietti. Nelle nostre cognizioni ravvisa il Kant due elementi : uno formale, soggettivo, a priori, puro, necessario, permanente; l'altro materiale, oggettivo, a posteriori, contingente, mutabile. Il primo elemento è fornito dallo spirito, il secondo dagli obbietti distinti da noi e fuori di noi. Il tempo o lo spazio, le rapprosentazioni o intuizioni, i concetti puri o le categoria sono gli elementi a priori, formali, necessarj, universali, della nostra conoscenza. Ma da chi e in qual modo si conoscono gli obbietti ? Tre sono pel Kant le principali facoltà umane conoscitive: Senso, Intelletto e Ragione. Dico principali, perchè egli, dopo aver distinto recisamente il Senso dalla Intelligenza, suddivide quest’ultima in Intelletto, Giudizio c Ragione. Il Senso porge all'Intelligenza l'elemento materiale, molteplice c variabile delle cognizioni sperimentali. L'Intelletto è la facoltà dei concetti puri, apriori, o categorie, che non hanno per sè alcun . \alore nè reale nè oggettivo, nelle quali però consiste 1 elemento formale, necessario ed universale della conoscenza. L Intelletto prende i suoi materiali dal Senso e li ordina secondo alcuni de'suoi concetti puri che costituiscono la forma di tutti i giu- d.zj Dcdici, com'è noto, sono i concetti puri, a pluralità! ! ? atCS ° nc clementar i e sono: unità, L* 11 ’ re>lli ' . ne 8. MÌ0M > ‘imito; sostanza, Quest'’T'r a ’ possiljlllt à, esistenza, necessità. «sto trm puri ° c * tcsoHc cic - categoric comnles alle c l uattr o grandi *««® c di modaiS. r nt ; tà> di quaiità; di rcia_ dall’esperienza m ° a e ^ or * e non derivano qual modo ? sotto nonlT 0 ! re ? dono Possibile. In 1 fenomeni alle cate e chepcrò tra- gettivo, non ci dà un v Spazi0 ’ non ha valore og- dl cui parla non li pos J° Sapere ) lacchè gli obbietti fotal b le colonne d’K rc ^ m °i U “ in essenziali ed uccido t v m Generatesi distinguono L o Valiti. essenziali foriti’ ° “ c01 ' ;1 " 1 ' io forme o leggi del * ° T® Ìn S ° lo cate S oric > applicare ai fenomeni nSlCr ° ^ blS0 ° na solamente Occorre appena osservare el,o 1 >c che la prova diretta dell’umana conoscenza e della MODALE rJ della relatività della conoscenza sarebbe valida solamente quando fosse dimostrato vero e fondato il Criticismo, clic tutta la realtà vuol ridurre ad un mero fenomeno, ed i nostri concetti e le leggi del pensiero a mere forme dello spirito, vuote d’ogni valore oggettivo e reale. La prova indiretta, poi, risguarda il metodo seguito dal Kant e le conclusioni a cui egli giunse nella Critica della ragion pura, allorché tolse in esame le tre massime idee della ragione e tento di conoscere la essenza intima dell’/o, dell Universo e di Dio, applicandovi le sue categorie! GRICE: “I LIKE THAT!” Aristotle: “To say ‘anima’, when you mean ‘man’ you are being less informative thn is required. Categoria – da: kata, agorein – against, speaking to the assembly. Oxonian dialetic, Athenian dialetic – CATEGORY – Kant’s derivative use of Aristotle’s categories -- I noumeni, le cose in sò medesime, sono adunque inconoscibili ; e quindi la scienza degl intelligibili o Metafisica non ha un valore oggettivo, anzi non è possibile. E tuttavia il Kant colle sue distinzioni tra il fenomeno e il noumeno, fra la intuizione sensibile c la intuizione intellettuale, fi a le puve idee, le cose di fatto e le coso di coscienza, fra il sapere teorico e il sapere pratico, e quindi avendo ammesso come fatto certo e primitivo la legge morale, non rannicchiava tutta la coscenza umana nel puro sensibile, nel fenomeno ; o almeno, lasciava aperto qualche sentiero alla ragione pei penetrare nel mondo intelligibile e delle cose in sè. Beu diversa, e sotto alcuni aspetti assai più ristretta, è la teorica della relatività della conoscenza nei principali rappresentanti del nuovo Criticismo e Realismo tedesco ed inglese. Dico sotto alcuni aspetti, perchè il nuovo Criticismo e Realismo ha dato al fenomeno un valore diverso da quello kantiano, ma per altri riguardi, e nulla tuona della conoscenza e soprattutto nella Morale, ò rimastodi gran lunga inferiore al Kant. IX. Gl’immediati successori del Kant, movendo dalla pura intuizione intellettiva o trascendentale che permetteva di cogliere il nuomeno e l’assoluto, cercarono di penetrare l'essenza intima delle cose e di ricostruire così tutta la Metafisica, oltre dare un valore oggettivo alla Morale ed ai tre postulati kantiani. Ma il Comte in Francia e l’FTamilton in Ingkiltera si opposero recisamente all’ Idealismo trascendentale e ad ogni Metafisica, dichiarando vana la ricerca delle cause prime e finali, e propugnando la relatività della conoscenza. Visto bensì che il mero Positivismo non dava ragione di tutti gli elementi della conoscenza, nè valeva a spiegare * datamente l'origine e la natura de' varj ordini e di* S C r L C Vedut0 COme,e dottri ne di Ilerbart travano molta Caduto ^egelianismo, incon- e scienziati 1 avore 5 in Smania alcuni filosofi elative del GH ' alle dottrine S P 0 ' cerearono negli C ° me 1,HeImholtz ' della raoio* - k ntlam anteriori alla Critica ' 80fi -CCall% fil .r fia n ^;edifilo- ch lari re e consolidare W ra 9 ion P ura P er ela fi losofia critica. VvÌ ttnna della conoscenza tengono conto dei nr e °l vantia ni da una parte wi -^p;cr:^,rr“ sperimOT - uct0 sapere umano deriva dal pensiero, non potendosi concepire il mondo senza il pensiero. Principali rappresentanti del Neokantismo filosofico in Germania sono il LaDge, il Liebmann e lo Schultze (1). Secondo il Lange, la coscienza e la sensazione sono il limite d’ogni cognizione; il mondo non c che una nostra idea. Difatti, la realtà o la cosa ò un gruppo di fenomeni che noi concepiamo uniti per astrazione di ulteriori nessi e di mutamenti interni ; la forza è quella proprietà della cosa clic abbiamo conosciuto per determinati effetti su altre cose ; la materia ò ciò che, in una cosa, poniamo come base dello forze conosciute e che indi non possiamo sciogliere in altre forze (2). Dunque materia e forza, egli conclude coU’Helmholtz, sono astrazioni nostre dal reale. Ma esiste questo reale, ed abbiamo noi conoscenza della cosa insè? Il fenomeno ci mena per fermo al concetto d’un che problematico c che dobbiamo ammettere come causa del fenomeno. Ma intanto la cosa in se, il noumeno, è una mera creazione della nostra mente, ed ignoriamo se abbia (1) Lange, Gcschichte des Materialismus, 18 74 - Liebmann, Kantvnd die Ejpigonen, 1865. Zar Analysis der Wirhlichlceit, ISSO. - Schultze, Kant und Darwin, 1S75. Philosophie der Natunoissenschafl, 1881-S2. (2) Vedi G. Cesca, Storia e dottrina del Criticismo, 1884. - Vedi pure duo pregevoli scritti di Barzellotti : La nuova Scuola del Kant e la Filosofia scientifica contemporanca in Germania, 1880-, o Le condizioni presentì della Filosofia c il problema della Morale, un significato fuori della nostra esperienza ! - Alle medesime conclusioni e venuto il Liebmann. I pi in* cipj a priori, leggi della ragione, son necessarj (egli dice) per osservare, sperimentare c pensare. Bensì tutto il nostro mondo è un fenomeno ; più, tutta la realtà è fenomenica od empirica, dacché noi non possiamo uscire dalla sfera sensibile delle nostre rappresentazioni. Tempo, spazio, moto, causalità, per noi sono concetti puramente soggettivi. E però il Liebmann ammette solo una realtà empirica, non riconosce alcuna realtà assoluta e nega ogni valore alla cosa in sé. Anche lo Schultze concorda in sostanza con Kant e arriva alle stesse conclusioni del Lange c del Liebmann. Salvochò lo Schultze nsguarda il tempo e lo spazio non quali ' concetti ma quali intuizioni a priori, ed ammetto la causalità quale unica categoria. Ciò posto, tutte le nostre rappresentazioni, egli dice, hanno un carattere sog- Sciti™, l lerellè " m Vha rappresentazione senza coscienza, ne questa senza quella. E però noi,ttal * in 86 ’ raa,] " alc carico e e.seil„zl:: h ;~ Ì0 “;- H °" a ° ouali fon,..., • r, 1 uca son P 01 la stessa cosa, Idi che? della cosa h, ”oe possiamo noTreTcsiT™ 0 la . natara ’ ma di cui rebbo la base dM ì 1S enza ' altrimenti mauebe- Vicn d ^que ammem dallo Scrk 00 ' La ^ ** rispetto alla nostro, Schultzo come ipotetica, alo,,. ... * D0Stra c °Sn.zione. E però egli non dà alcUD valore oggettivo* ^otafisica ed ai tre dell’umana conoscenza e della morale 33 massimi concetti di Dio, dell’Anima e della Materia, perchè non sono obbietti della nostra intuizione, ma nostri meri concetti. Dal fenomenalismo de'più recenti Kantiani in Germania diversifica il nuovo Criticismo tedesco ed inglese, il quale pone e riconosce alcun che di reale nelle nostre cognizioni. Diamo un cenno, a questo proposito, delle teoriche di Helmholtz, Wundt, Goring e Riehl, di Spencer e Lewes (1). L'Helmholtz ammette la causalità come una legge a priori ; ma all’intuizione dello spazio dà un'origine sperimentale, come pure agli assiomi di Geometria. Quanto alla sensazione e alla percezione, vi distinguo l’elemento soggettivo dall’oggettivo. La sensazione, nell’aspetto fisico, è un effetto della qualità esterna sopra uno speciale apparato nervoso ; c riguardo alla nostra rappresentazione, ella fe un segno di riconoscimento della qualità oggettiva. Le nostre intuizioni o rappresentazioni, poi, sono l'effetto che gli obbietti percepiti o rappresentati han cagionato sul nostro sistema nervoso e sulla nostra coscienza, e però sono segni o simboli delle cose. - Il IlroLiinOLTZ, Pkysiologischc Optile, 18G7. Die Tkatsachen in dcr Walirnchmung. Wundt, Dogi!:, ISSO. Grundxiigc dcr physiologische Psychologie. GoRING, Sistcm dcrkritUche Pkilosophic, .IIieul, Derphilosopische Krilictsmus. Spencer, First Principici. Principici of Psychology. Lkwes, Problema of life and Mind. Gcschichtc der neucrcn Philosopkie (trad. tcd.). Wandt non mena buono al Kant che spazio e tempo siano forme a priori della sensibilità. Lo spazio,, per lui, oltre non essere a priori, sarebbe un concetto e non già una intuizione. Vero ed unico principio a priori è il pensiero logico co’suoi caratteri di spontaneità evidenza ed universalità. Il pensiero logico, postulato d’ogni nostra esperienza, segue, operando, alcune leggi che derivano dalla sua stessa natura, quali sono gli assiomi d’identità, di contraddizione, di ragion sufficiente. Da queste leggi del pensiero provengono lo categorie di sostanza, db causa e di fine. Le categorie, per la stessa origine loro, hanno un valore non assoluto ma relativo, perchè si applicano entro i limiti della nostra esperienza. Così, il concetto di forza c la causalità supposta inerente alla materia; il concetto di materia- ha un carattere ipotetico; il concetto di spirito doma da una nostra illusione' TI n- • i a differenza dei .. TT, 11 Ge gnoseologica.,5* ZZng*** V ual ° ci PJ pari a priori JclK ' “8"’™"°-1 P"«- essere scoperti dallo cenza non potendo dogmaticamente quali n' M ’ bÌS ° Sna ammetterli tenta di mostrl-e c ' 11 Rio H invece, Kant s’asconde il rca i- 10 10, 11 fonora cnalismo del cognizione oggettiva C .'° ren“ ooe - II tempo ò la, V, 1 tcm P° 0 lo spazio- coscienza- lo ^ a ^ re * az ‘ on i colla nostra esterne colli m!/ 210 ° ' a coes ' ste nza delle relazioni dotto delle nostre^ n ° Stra ’ Dicesi materia 51 F 0 ' o consisto esistenti che oppongono resi- dell' umana conoscenza e della morale 37 stenza ed occupano lo spazio. Dai concetti di materia, di spazio e di tempo non può andar separato il moto, il quale è una sintesi dall’esperienze di forza, di tensione muscolare e cambia continuamente di posizione. Ora si domanda: Questi concetti e fenomeni, realtà, tempo, spazio, materia, moto, hanno essi un valore puramente soggettivo, od anche un valore oggettivo? Sono essi realtà unicamente per noi, o sono realtà in se medesimi? Questi fenomeni, non essendo un mero prodotto della nostra coscienza, hanno anche per Spencer una realtà oggettiva. E tuttavia egli tiene fermo più che mai sulla relatività della conoscenza. Imperocché se Spencer ammette una causa reale assoluta di tutti questi reali relativi, cioè una realtà, un tempo, uno spazio, una materia, un moto ed una forza assoluti, compresi tutti nella formula dell’Assoluto inconoscibile; egli però conclude che le nostre cognizioni non hanno alcuna attinenza con l’Assoluto inconoscibile, e che indi questa Realtà assoluta è ignota ed inconoscibile alla mente umana. Segni o manifestazioni di questa medesima Realtà ignota ed inconoscibile sono pure la Materia e lo Spirito. - Accennata così la dottrina di SpcDcer, potremmo, fra molte altre obbiezioni, rivolgergli questa : Se tutto le nostre conoscenze sono relative, conforme voi ammettete, con qual diritto asserite che in noi e fuori di noi ci sono certe relazioni assolute? Il realismo di Spencer, fondato sui segni o simboli delle cose sentite e percepite, e che cerca gg SULLA TEORICA di comporre il dissidio tra realisti e idealisti, è un realismo trasfigurato. Il Lewes non va pienamente d'accordo con lo Spencer e fonda il realismo ragionato (nasonaded Roalistnus). Perche realismo ragionato? Perchè afferma la realtà di ciò che vien dato in ogni fatto o negli stati di coscienza, e perchè giustifica quest’affermazione. Il Lewes, pertanto, muove dalla coscienza, che ci rende certi di due fatti, cioè del me e del non-ms, uniti fra loro. Di- fatti, non possiamo negare la sensazione e l’esistenza del mondo esterno. La psicogenia mostra che l’ordine esterno determina l’interno, e non viceversa. Gli idealisti, per negare la realtà dell’oggetto, son costretti a dividere colla riflessione il soggetto dal- 1 oggetto •, la qual divisione non accade nò può farsi nel|a sensazione. Ma la distinzione fra il soggetto e 1 oggetto comincia nella percezione. Questa, pel Lewes, non è un simbolo dell’azione esterna, ma una gitante che non altera il reale: il simbolo cS™ ri4 “- La dell» persi 6,7 “ un * «pM°a ma il ;r os T wtra ' ^ «w™. 0 b °uo, r cose come nosco la realtà ■ ■ meutre d Lewes rico- fisima della Combatte uomeno e noum Pnn 1 .’ La dlst,nzi one tra fe- e Può ammettersi so^am^'t ^ ha valore oggettivo, nazione: i n ta l caso •. “ 6 Come art ificio di clas- in rel azio ne colla mc'nt» . ’ 1 l>uvo fenomeno. Errano giqdealist° Ve SÌ, fermin0 al e PWa idea non possi™ W Wtl ’ perche dalla sola Posino varcare alla realtà, o perchè dell'umana CONOSCENZA E DELLA .MUIIALE la scienza non può fondarsi a priori. Errano i Soggettivisti, perchè i concetti e le idee hanno attinenza non pure col soggetto intelligente, si anche e in modo principale con gli obbietti ch'esse ci rappresentano. Errano quindi i seguaci del puro fenomalismo, perchè il fenomeno stesso, vuoi interno (stato della coscienza) vuoi esterno, è una realtà, perchè il fenomeno implica l'esistenza e la natura della cosa in cui esso appare, l’esistenza e la natura del soggetto senziente ed intellettivo al quale appare. E che tutto non sia fenomeno venne già dimostrato dallo scienze sperimentali e segnatamente dalla Geologia, la quale dimostra che un tempo gli esseri sensitivi ed i ragionevoli, cioè i bruti c l’uomo, non esistevano sulla Terra, eppure questa già esisteva con le sue qualità, con le sue forze e le sue leggi ! Errano i nuovi Realisti, perchè, esagerando la parte soggettiva nella sensazione o nella percezione, o togliendo il suo reale fondamento all’ astrazione, alcuni riducono a mero simbolo il sentire, il percepire e il concepire, altri dicono non potersi mai e in vcrun modo conoscere le cose in sè stesse, cioè le naturali e vere loro qualità. La diversità delle nostre percezioni c sensazioni, dei nostri stati di coscienza, non che la varietà dei nostri concetti e delle nostre idee, implica la diversità naturale dogli obbietti sensibili e intelligibili da noi percepiti, sentiti e intesi, c distinti da noi. Certo, la facoltà di sentire o di percepire è nostra, come nostre sono le sensazioni e le percezioni ; certo, chi pone forma nei nostri giudizi e la mente nostia . ma, d’altra parte, le nostre sensazioni e percezioni, i nostri giudizi mutano col mutarsi degli obbietti, o dei modi in clic gli obbietti a noi si palesano. E che il Senso e l’Intelligenza non s’ingannino, nè clic si foggino a loro talento le cose, ne abbiamo una conferma luminosa e certa, quando l’esperienza ci mostra (per cagiond’esempio)che le coso reali,gii percepite, conosciute c giudicate da noi, se poi misurate c pesate, decomposte ed analizzate, corrispondono ora esattamente, ora approssimativamente ai nostri modi di percepire e sentire, di conoscere c giudicare. Dunque, materia, spirito, realtà assoluta, sostanza, cause, forze, leggi, c va dicendo, non sono meri fenomeni, nè mere nostre astrazioni, ma sono realità in sè stesse e relazioni oggettive d’esse realità colla natura e con le leggi dello Spirito nostro. Ma dunque, mi sichiederà, la conoscenza umana è relativa od assoluta? Relativa, rispondo io. Relativa c non assoluta, perchè limitata, imperfetta, relativa è men f nostra ’ la 1 uale non avendo create le cose, p o conoscerle in modo perfetto ed assolato, come “il" * T‘° ‘ nfìllìU 0 Piattissima. Relativa, t Attiva o natalo 't,“r T 8 1““* k* oggettiva. ^^^°rt“ oi r,igìfai ' : ^ rohè fattive dell? mi X f lM1 T 00110 ss, «lai «mo 50 im Mlo ‘ “°™ ««^ien- assorge alla scienza e dii • daUarte spontanea a pratica, in armonia io dell’umana conoscenza e della morale collo spirito e colla natura! Relativa, perchè la forma e la materia del conoscere hanno intima relazione fra loro. Relativa, infine, perchè ha persilo immediato fondamento la coscienza nostra, non solitaria, ma con tutte, le sue relazioni, con sò stessa, con gli enti ragionevoli, coll’universo sensibile e con Dio : relazioni che bisogna riconoscere talquali, perchè poste da natura ed inseparabili. Fermato ciò, sensazioni, percezioni, idee, giudizi,ragionamenti, verità, scienza hanno valore oggettivo e reale; materia, anima ed assoluto non sono mere astrazioni ; e la mente umana può cogliere, entro certi confini, la natura delle cose valendosi dcH’csperienza e della ragione: quindi è possibile una scienza degl’intelligibili, la vera Metafisica. XI. Dalla ragione pura speculativa il Kant distingue la ragione pratica o morale. È noto che nella Critica della ragione pura egli esaminò le condizioni ed i limiti della ragiono teoretica, por rispondere alla sua dimanda : (Rie posso io sapore? Invece nella Critica della ragion pratica e nei Fondamenti della Morale esamina l’obbietto e il valore della ragione pratica, per rispondere alle altre due dimande : Che devo io fare ? Che posso io sperare ? Ufficio della ragione pratica non ò veramente lo speculare, ma l’operare, ed ha per obbietto suo il Bene, l’attuazione del dovere colla virtù. Il Kant aveva già distinto profondamente il mondo della Natura dal. mondo della Libertà inorale, per riservare quest’ ultimo alla ragione pratica ed assegnarle un primato sullaragionc speculativa. Esiste la legge morale, come fatto primitivo, certo ed universale:ecco il punto dal quale muove tlVO, Certo eU UU1 Versali;.UUUU II («uiu uu-i mnui c il Kant. La legge morale comanda e obbliga assoluta- mente, è un imperativo categorico (Katcgorisches Imperati?). Ma a chi comanda essa? Comanda agli enti ragionevoli che sono fine in sè stessi ccl a sè medesimi. Chi l’effettua ? II Volere buono, che ha un valore assoluto e supremo. Questo Volcresi determina da sè e per sè, è autonomo e libero essenzialmcnte.Macomelibero essenzialmente e come autonomo, e che indi opera solo pel rispetto alla legge o non per altri motivi, il Volere buono e libero appartiene al mondo sovrasscnsi- bile, non a quello sensibile o fenomenico. E cosi Ragionepratica pura, Volontà pura, Legge morale sono inseparabili nel regno dei noumeni c dei fini. Ma uomo aqnal mondo egli appartiene’Pcl ICant, l’uomo appartiene al mondo sensibile, come fenomeno, e al mondo intelligibile, come noumeno. Adunque l’uomo nel pnmo rispetto nou è libero, perehò sottoposto allo •oggi e alla causalità della Natura sensibile ; nel se- nd„ r, sp0tto 6 libero . Pe r divenire buono ed acqui- doveritLT ^ a " Ch ' I ’“° m0 «"»P̰ro il lc.ge morale “ pratloare 11 kt " s por la stima della A PW “ llri Ma intanto l’uomo, modo conseguirla? V^^ falioità ’ In I ™ 1 disinteressalo alla ?| 0Ì! Co1 ris P olt!> do moralmente sè si ’ 0 ln d I porfezionan- La Boralo cosi con “ al Bene sommo. 51 “"«P’ta, affinché abbia iU„ 0 pieno dell’ umana conoscenza e della morale 47 e vero compimento, esige tre postulati : la libertà, Y immortalità dell’anima e l'esistenza di Dio. Senza libertà, come il volere potrebbe uniformarsi alla leggo morale ? Ove lo spirito non fosse immortale, come attuare il sommo Bene e conseguire nella vita presente la santità o la massima perfezione morale ? Senza Dio, creatore e Legislatore morale del mondo' e giusto Giudice, come attuare il Bene sommo e quindi armonizzare la felicità vera colla virtù ? È chiaro che la Ragiono pratica ha un valore assoluto anche pel Kant, perchè ella non si contenta del fenomeno, ma parte dal noumeno, cioè dalla Legge morale assoluta ed universale ; cd esige, qual suo termine e compimento, il noumeno, cioèitrc postulati morali. “ In questi postulati la Ragione pratica, vincendo tutti gli ostacoli, ci porge dello affermazioni, alle quali la Ragione teoretica non poteva autorizzarci; ed infatti coll’asseverare l’immortalità dell’anima scioglie un problema nel quale laRagiono teoretica non trovava che paralogismi; coll’ammettere la libertà e il mondo intelligibile al quale noi, come soggetti liberi, apparteniamo, stabilisce un principio in cui la Ragione teoretica non trovava che antinomie; c finalmente col porre nc\\’ Ideale della Ragiono (in Dio) la condizione dclsommoBcne, riesce per suo proprio uso a determinarlo quanto basta, mentre la Ragion pura lo doveva lasciare affatto indeterminato n (Cantoni, E. Kant, voi. II, p. 191). E qui sorge un quesito tanto grave quanto difficile : Vi ha non dubbia contraddizione fra la dottrina speculativa c la dottrina morale del Kant, fra la Critica della ragion pura e la Critica della ragion pratica? I giudizj d'uomini insigni non sono concordi su questo punto, anzi gli uni opposti agli altri. I più ammettono che vi sia contraddizione ; pochi altri affermano il contrario. Per esempio, Cou- sin, B. Saint-Hilaire, Renouvier, Barni, Conti, Fouil- lée direttamente, e il Rosmini indirettamente vi ravvisano contraddizione ; il Cantoni e il Fiorentino (1) vi riscontrano anzi conciliazione ed armonia. Preferiamo di accennare la difesa e poi diremo l’animo nostro. Il Cantoni più volte nega vi sia contraddizione ed osserva: u Kant avverte nel modo più esplicito e risolato che i principj e i concetti morali, riguardanti nella Ragione pratica il mondo nouraenico, non hanno e non possono avere nessun valore perla Ragione teoretica, e non valgono in nessun modo ad allargare il **'!■ ™>; ni, r.403). sto nlnnun 11 • * *' raon ^° intelligibile, rima- “ r “ s,0M Eretica, s ; dischiude alla «toliic, 185G. - R>’vr\irTr, ; ' e / a 'U>ne alla Morale d’Ari- 1859. -Barxi, Examen, rfc ^ ri tique générale, 18M - ■t'OSTl; Storia della Pi rUl bene su- l’uomo si pronono n c con dizionc soggettiva onde- filale consiste il bene mmo è la ^cità, nella «“'e fdicitìi dipoiT m ° «.«io- dsli'armooia dollVono c„n °®f CÌ ° 6,a v ‘rtù. Ora nu cstp 1 eg S c borale mediante 1 Kt ° dM “Risicai, necessarie por dell’umana conoscenza e della modale ò 3 conseguire il fine ultimo prescritto dalla legge morale, non le vediamo unite c armonizzate dalle cause della natura : dunque per la libertà si richiede un’altra causa, Dio, affinchè la Morale abbia il suo compimento. Quest’armonia esiste, dunque Dio esiste necessariamente. Ecco il nesso, da una parte, fra la Critica del giudizio e la Critica della ragion pratica e, dall’altra, fra la Morale, la Teologia morale o la Religione ; sebbene il Kant si adoperasse di continuo a voler mantenere autonoma la Morale, cioè indipendente non pure dalla Religione, sì anche dalla Teologia razionale. XIII. Ora lasciamo i criterj soggettivi del Kant, gl’in- •tcndimenti suoi, per fermo retti e nobili, e consideriamo oggettivamentele sue dottrine speculative e morali. Ecco, secondo me, il vero criterio per risolvere il quesito posto qua sopra. 1 ® I concetti puri dell’ intelletto vedemmo esser privi, pel Kant, d'ogni valore oggettivo e reale, ed acquistarlo soltanto applicati, nelle intuizioni sensibili, non alle cose in sè, ma ai fenomeni : le tre massime ideo della ragione, l’Io, il Mondo, Dio, non avere alcun valore oggettivo, ma essere solo principj regolativi non costitutivi della ragione nelle sue speculazioni. Dunque i concetti e le idee non hanno pel Kant valore oggettivo ; o se pure, ne acquistano uno ristretto e relativo, applicati al mondo fenomenico. Ciò posto, le idee morali come le risguarda il Kant? Che SULLA TEORICA valore assegna loro ? Alla legge morale, ammessa anco da lui come certa, dà un valore oggettivo, assoluto e universale. Dunque l’idea della legge morale non c un puro concetto, una categoria deH’intelletto nostro, c ancor meno una forma della.sensibilità ; e quindi è un’idea oggettiva, assoluta, necessaria anco pel Ivant. L’idea della legge morale implica le altre di volere puro buono, di sommo bene, e quelle di libertà, di Dio, d’immortalità, per avere il suo compimento c la sua efficacia. Ora tutte queste idee morali non sono relative e soggettive, ma hanno caratteriopposti, non dipendenti dalla nostra intelligenza. 2° Legge morale, libertà pura, fine, Bene, e va dicendo, sono anche pel Kant noumeni o fenomeni? Sono cose in se, noumeni, non fenomeni. Ma se la Ragione speculativa non può trascendere il mondo sensibile e fenomenico, poteva il Kant entrare colla sua ragione nel mondo intelligibile, dei noumeni, al- meno p er aver l’idea di Legge morale, del dovere categorico ed assoluto ? calativi"^ V “ l8 ' 111 ' Iisli ” 2Ì0n0 fra la legione spe- P à „ i S T r‘“ : '» —« Ragione *. T m suiie Terit “ moraii - Tanto i voto elio i| Kan, ” Mrl teorici. speculativa e sì l a • ‘‘ ama pura s * la Ragione distingue la Filosofia C?- 81 ?' I ^ oltrG . c gli stesso ™ro(i moral ° s “P e ‘ Morale, Critica della P • ^ meta Mù della corale elementare 0 a '^ l0n P rat ^ ca ) e in Dottrina e - Oia la scienza morale non va eoo- Òl> fusa coll’aWe, colla pratica della moralità. Quindi il Rosmini osservava giustamente: u La filosofia è una specie di dottrina, non è azione. Quando si dice filosofia pratica, non vuole intendersi che la filosofia sia attiva ; ma solo, clic quella parte di dottrina c ordinata a dirigere l’azione della vita .,. 4° Del rimanente, si accetti pure la distinzione: ma va notato elio altro è distinguere, altro separare e contrapporre. Kant non si restringe a distinguere la Ragione speculativa dalla pratica, ma contrappone l’una all’altra: imperocché, mentre la prima si ferma al fenomeno, nulla sa di certo intorno al noumeno e però intorno alla legge morale, alla libertà, all’anima, all’universo, a Dio ; la seconda, invece, ammette come certa la legge morale, ed esige il valore oggettivo e reale, sia pure nell’interesse pratico, dcl- l’idce di libertà, della vita oltremondana e di Dio. Qui, adunque, non v’ò più. mera distinzione o subordi- nazioue, ma vera contrapposizione di due facoltà, che sostanzialmente sono identiche formando nell’uomo la stessa e unica Ragione 1 5° Similmente, non può ammettersi la separazione del fine o interesse teorico da quello pratico dacché questo supponga quello e anzi ne dipenda, secondo l’aforisrao: Nil volitum qninpraecognitum. E il Ivant stesso diceva, che ogni interesse della ragiono é finalmente pratico. Nou vale pertanto distinguere il sapere teorico da quello pratico, dacché la pratica o l’arte riflessa richieda per necessità la teorica •, c 2 'Jg perchè, ad ogni modo, il sapere pratico non deve mai trovarsi in opposizione col sapere teorico. Esaminato così il quesito nei suoi veri aspetti e però con criterj oggettivi, non si può negare che fra le dottrine speculative del Kant e quelle morali, come risulta dall'esame comprensivo della Critica della Ragion pura e della Critica della Ragion gnat ica, non siavi contraddizione. XIV. Poiché il sapere pratico suppone lo speculativo, e la pratica viene preceduta o illuminata dalla teorica, il principio della relatività della conoscenza umana, nell odierno significato, implica per necessità una Molale soggettiva o relativa. Ogni nostra cognizione, la verità, la scienza sono relative ? Or bene, le idee e le venta morali c la scienza morale saranno parimente ic ative pei la mente nostra, per la mente di ciascun omo. e i elativa è la conoscenza, se questa non può ma. coglier» la natura dell» coso, vice a mncar0 il or, «rio assduto, oggettivo, nulvctsaledd Vero. Ma non La' e " 0 °86 ctli ™, assoluto del Vero, Mt™ assT!”?,n PPm a otitoi ° «turale, og- bruivo, assoluto del Bene F ■,, . illuminata e preceduta dall ^ ? * V ° l0ntà °P era =»"«tti, principj » V*» ■relative non mro • - J teoricl rel ativi saranno 1 «MfcJ SU cu** “T m0ra,i «uomo, si anello *“ Potranno non aow"''ii° 8 '‘ prItlei P.i morali re 11 cara ttere della relatività :ì7 dell’ umana conoscenza e della morale •e quindi un carattere soggettivo, contingento c mutabile. Nè si opponga, per avventura, che i concetti •ed i principj morali costituiscono il sapere pratico c sono indipendenti dalle speculazioni della mente e dalle opinioni scientifiche, perchè abbiamo visto qua sopra non potersi ammettere questa separazione. E volendo anche far tale concessione, volendo per esempio ammettere col Kant clic l’uomo sia certo a priori, naturalmente, della legge morale e dei suoi caratteri, resterebbe sempre la difficoltà di sapere scegliere tra beni e beni conosciuti, di attenersi a un partito anziché a un altro, di confrontar bene l’azioni colla legge morale e però di giudicarle rettamente. Inbuonalogica, la relatività della conoscenza mena dritto dritto alla relatività della Morale. E difatti, Erberto Spencer nei Dati della Morale non discorre egli d’una morale relativa e di una morale assoluta? La morale relativa governa la condotta delle presenti società umane, imperfetto nell’esser loro, e che hanno cognizioni relative ; la morale assoluta potrà effettuarsi, egli dice, •quando l’uomo e la società avrauno conseguita, pei legge di evoluzione, la loro perfezione vera : allora l’Etica assoluta formulerà la condotta ideale dell’uomo e della società. Ma che significato e valore attribuisce Spencer alla morale assoluta ? La morale assoluta per lui consiste nell’ideale della condotta che, sotto le condizioni derivate dall’unione sociale, dev’essere attuata per assicurare a ciascun uomo ed a tutto il • consorzio civile la massima felicità. Dunque 1 assoluto (dice il Guyau stesso nella Morale inglese contemporetnea), vagheggiato dall’Etica evolutiva eli Spencer/ è semplicemente il limite a cui tende l’evoluzione della vita. Altra conferma l’abbiamo in Kant stesso. Egli ammise la Morale assoluta, necessaria,universale, non particolare, contingente c relativa: bensì per fondare questa Morale, non si attenne più a’suoiprincipj speculativi, alla relatività della conoscenza e al fenomeno, ma partì da un principio morale certo ed universale, penetrò e rimase nel mondo intelligibile o dei noumeni. Questa contraddizione logica e metafisica nel sistema del Kant gli salvò la sua Morale, formalistica o astratta se vuoisi, ma nobile, pura, elevata. Spencer, invece, propugna una Morale evoluzionista, con- ■orme alla relatività della conoscenza umana : ma egli pure non evita ogni contraddizione, quando nel- l^meny le dimenila affatto la EeaL assohUcl Z"«‘ mmCSa Pt!TO P 01 ' meta Usi le qua,, che, osserva giustamente il Fouiilée (li- nan Z1 al concetto d’uoa Tto„n-, uce, ai nere indifferente il monisti ! P ° tCSS ° al quesito su\wiócc'° l j ‘,l | r ’ l0S 'j fo ° '° SM " zia ' gnisioni, e però il divento modellT' * T"* °°' l'crso^'UomoeDio haun'effi ° 0MeI,irc rUn! - neHascienza rnotai,, 0 nella^““«lutareopemiciosa La dottrina sulla cono^ * a pnvata e pubblica. garsi dai Principj morali ^ Umana Q on può segrego c dentro quali ' ’ Abblam ° Mostrato in qual a conoscenza umana r ’ ^ ° relaliva anche per noi ““«^iuoènni iirr’ 50 ‘ "*»; U con- * ° l'altro di rda- oO siona, perchè l’ordine sta nell’armonia di relazioni. Queste relazioni sono reali e ideali, onde gli enti sono ordinati fra loro, e questi hanno relazione colla nostra coscienza e colla mente nostra mercè le idee che li rappresentano. La coscienza non è mero fenomeno, ma realtà sostanziale ; non vive solitaria, ma in attinenza col mondo c con Dio. Il Vero e il Bene sono oggettivi perchè fondati sulla natura e sul fine degli enti : le leggi del pensiero e la legge morale hanno un valore oggettivo, non sono mero creazioni della mente, pure nostre astrazioni. Fra il senso, l’intelletto e gli obbietti sensibili ed intelligibili passano naturali e necessarie relazioni, come pure fra la volontà e la legge morale assoluta. Come dalle particolari nozioni e da’giudizj dell’uomo va distinta la verità oggettiva, universale; una; cosila legge morale c il Bene oggettivo ed assoluto vanno distinti da’liberi atti e da’giudizj morali degli uomini. Negato il valore oggettivo alla Verità c al Bene, tolte le reali e necessarie attinenze tra le facoltà dello spirito nostro e gli esseri ; la cognizione, la verità, la scienza, la moralità, la coscienza, l’universo, Dio, ci parrebbero illusioni o meri fenoneni : sicché avrebbe avuto ragione il Leopardi quando cantava l ’infinita vanita del tutto ! Ogni linguaggio veramente umano, clic sia capace di esprimere un certo grado d’incivilimento d’un popolo intero, ha vocaboli proprj e distinti per signifare oggetti non pii materiali, come Anima, Spirito, -f, Zo Cesctenca, Pensiero, Dio. E questi vocaboli, pefatonars, dei linguaggi e eoi progredire deliri ■ornila non 81 cancellano nò dal volgo né dal dotti óTsSr,:; dclla sc!enM ™.r«;r:r i, ' mMiodivCT “-” ra P iic,e - P°to. m mono oerto è querfXf°tt b °°“ ^ T ^ le cose più car e l v ‘ 10 fatto universale, clic avvi una parte • enerato del genere umano sparisco al senso ^ ^T 81 ’ C, ' e n ° n ® cor P° e non J a coscienza l'iò ;i C pur esiste e si sente, vi llere umano ha semnro ^ ° Sp,rito - E come il ge- gando altari e terjp qUalche divinità, eri- “ ik “-liver:itai'r tMnd0 "» • bigioni, u 'o: abbia mo infatti la Rei ' CI ” P ® v mirabili pro- coltào, se vuoisi,^stTfatt POtUt ° T ’ subentrano due altre seienzeTp t UmanÌ ' AU ° rft fisica, per ricerca™, ? Psicolo G ia e la Meta- di ciò che dimandai !| rminare n ° n ° he la natura i! fine della Materia ^ raSÌOne stcssa ed 13 lnor e an ma ed organata. E così GO dalla nozione scientifica della Materia passiamo alla ricerca della nozione scientifica dell’Àniina umana. Como si è rinnovata profondamente la Fisica, non può non rinnovarsi la vecchia Psicologia o l’antica Metafisica, perchè nell’uomo corpo e spirito sono congiunti, perchè nell’universo ci sono esseri matcrn-vli, sensitivi o ragionevoli, e perchè le scienze tutto hanno parentela più o meno stretta fra di loro. Abbiamo già detto in che consisteva l’antico e il moderno Spiritualismo. Conviene ora esaminare la nuova dottrina scientifica intorno all’Anima umana. La scienza positiva contemporanea ha un metodo suo proprio, il metodo d’osservazione, analatico ed oggettivo, opposto al metodo deduttivo, psicologico e soggettivo, tanto caro allaMctafisica ed alla Psicologia tradizionale. E non si contenta l’odierna Scienza positiva di osservare ed analizzare il mondo corporeo, ma vuol descriver fondo a tutti gli esseri mondiali, spiegare le cause, le leggi, lo attinenze, l’ordine, l’essenza, l’origine ed il fine delle cose tutto ^ insomma, vuole surrogarsi alla vecchia Metafisica, che ritiene orinai non solo spodestata, si anche morta c seppellita! In qual maniera studia essa latto l'uomo? Lo studia valendosi dell'osservazione esterna, dell’esperienza sensibile, c dell’analisi fisica e fisiologica : quasi che nell’uomo non ci sia altro che una massa di materia organata, un sistema di forze meccaniche c fisiologiche. di moti meccanici e vitali, di organi c fanzioni, da sottoporsi direttamente o ai sensi esterni,. o ai nuovi e mirabili strumenti dell'osservazione c dell’analisi sperimentale, come il dinamometro, il microscopio, la bilancia chimica, il termometro, il coltello anatomico, e somiglianti !La nuova Psicologia scientifica o sperimentale crede di spiegar tutti i fatti dell’uomo, i sensitivi, gl’intellettuali ed i morali, mercè l’osservazione esterna c l’analisi fisiologica, facendoli tutti generare dal puro nostro organismo. Vediamolo brevemente. Noi siamo capaci, come gli animali bruti, di sensazioni e di moto ; ed infatti il corpo nostro ha distinti organi per sentire e per muoversi. Che anzi, recenti esperienze hanno scoperto organi della percezione esterna distinti da quelli della sensazione. Così, tagliando i lobi cerebrali, si perde subito la facoltà di \edeie, mentre il nervo ottico ò ancora- eccitabile, sensibile la rètina, mobilissima l’iride. Non solamente alla facoltà di percepire e dì sentire, si an- ff a " e allr .° «Mollo Olle avrebbero per sede • ° 801150 0 1 istinto anima li cervelletto i cem- CGri l 1 ' 1 mediani clic riuniscono ’ ° Mf i *.a« 0 va dicendo ili sansa lì La Vita sociale spirituale, l’immaginazione, il pensiero, la volontà e quindi tutti i sentimenti morali, tutti gli atti razionali e volitivi, risederebbero nei centri superiori o nei lobi cerebrali. Quanto alla coscienza, la Fisiologia non è giunta a scoprirne la causa vera ed efficiente, ma ne può determinare l’organo e la condizione. Secondo l’Her- tzen, l’attività mentale, di cui è tipo la coscienza, seguo i cambiamenti della forza nervosa \ cresce o decresce conformo i cambiamenti d'innervazione o d’enervazione che subisce la temperatura vitale. La integrazione della forza nervosaòcondizione organica della coscienza. E già Claudio Bernard aveva dimostrato che ogni fenomeno della vita, dalla più semplice funzione vitale sino ai fatti più elevati dell’iutelUgenza e della volontà, ha per causa un lavorìo d’organamento, e per effetto un lavorìo disgregativo d’elementi fisici e chimici. I progressi ed irisultamenti analitici della Fisiologia c della Psicologia sperimentale hanno certo giovato a rischiarare le tenebre da cui era avvolta la vecchia e tradizionale Psicologia, quando presumeva di spiegare l’unione fra l’anima ed il corpo, e di stabilire le attinenze fra il morale ed il fisico della vita umana. Ma la nuova Psicologia è riuscita, almeno finora, a spiegare la natura dell’uomo, le cause tutte e le leggi del senso, della intelligenza e della volontà? Ha potuto essa fornirci co’suoi metodi una nozione esatta e scientifica della coscienza e dello spirito? No, dacché il filosofo e la comune degli uomini non possono certo appagarsi di queste definizioni : Il pensiero è un moto o una trasformazione della sostanza cerebrale ; lo spirito è un polipaio d'imagini; la virtù ed il vizio sono meri prodotti come il vetriolo ; il genio è il predominio d'una facolta organica sulle altre; l’attività dell’intelligenza è una danza continua delle cellule cerebrali; il me o la coscienza è un gruppo di fatti organici. A dimostrare false scientificamente queste definizioni valga esaminare un sol fatto dello Spirito. Se il pensiero fosse un moto cerebrale, e quindi se fosse materia per le sue rispettive proprietà, noi saremmo incapaci di fare qualunque giudizio, e di poterlo analizzare e spiegare, dacché il confronto di due idee (soggetto e predicato) c il giudizio ricavatone, sono attributi del pensiero che ripugnano assolutamente con a impcnctiabilità, 1 estensione e la divisibilità e a materia c con le prerogative del moto. Rife- mm„ gl. argomenti addotti dalli cigno modico 0 no- 2,? «T° fa ' ini fan» con notrèbb r “ I>1 "' K0 ",ati ™ «idea !>, perché Parimente il moto |,llla ' lca percezione ? 4d giudizio, si polrobbo PMt,0e !l ra W >rescntativ0 4ai moti dolio pai-ticoilo A '°7 re,ldor re e dimostrate delle scienze positive, ha rimesso in onore l’osservazione interna ed ha rinnovato il metodo psicologico e metafisico. In ogni epoca i grandi pensatori hanno distinto il scuso intimo dai sensi esterni, l’esperienza sensibile dall'ospericnza interiore, il metodo induttivo psicologico c storico, dal metodo induttivo lisico. Per quali ragioni ? Perchè due sono gli ordini dei fatti che a noi si manifestano, i fatti del mondo esteriore c del corpo nostro, ed i fatti della coscienza o dello spirito, i quali ultimi non possono essere spiegati dalla mera osservazione esterna -, perchè due sono gli ordini delle realità mondiali, la realtà fìsica e la realtà dell’io negli esseri pensanti-, e infine, perchè nelle cose tutto bisogna distinguere l’elemento sensibile dall’elemento intelligibile o, pausare la lingua della scuola di Kant, il fenomeno dal noumeno. L’esperienza interna o la coscienza non pure sente e indaga gli atti spirituali, ma ne spiega le cause, lo facoltà e le leggi, distinguendo ciò che spetta all’organismo da ciò che spetta alito, allo spirito, e coglie finalmente la realtà stessa dell io. Se pci- tanto ha un gran valore l’esperienza clic indaga i fatti dell’universo materiale, compresivi quelli del corpo nostro, non ha minor valore positivo lossena- zione interna che ci fa conoscere quest altro ordino di fatti c ci rivela l’essenza eia realtà dell io. Che anzi, l’osservazione interiore illumina c perfeziona l’esperienza esterna, applicando i principj universali di causalità e di finalità ai fenemeni del mondo sensibile e materiale. Affermando ciò non intendo ammettere con qualche filosofo esagerato che tutto nel mondo sia spirito : come falso o il materialismo universale, così falso è l’idealismo e lo spiritualismo universale. In ogni nostra cognizione vi è l’idea, fatto dell'intelligenza, ma vi ha la sua parte anche il senso ; nell'universo esiste la materia sotto mille forme, ma v’è anche lo spirito, che si palesa in noi ed a noi come senso, come pensiero, come volontà, come amore, come coscienza. Impcrtanto il nuovo Spiritualismo scientifico, valendosi dei risultamenti e progressi delle discipline positive, e rimettendo in uso ed onore il microscopio della coscienza, fa della Psicologia una scienza veramente induttiva e si travaglia nella soluzione dei grandi problemi metafisici, riponendo nel- 1 esperienza interiore, come già praticarono Aristotile, san Tommaso, i più insigni e migliori Cartesiani, il oibnitz cd altri, il principio fondamentale ed il me- concCn- COmPÌUt0 de " C SUC Ì,UlaSÌ,1Ì 6 dcll ° SU ° unioni* è ^ ; neI1 ’ uomo vi « mei tà. Ecco i risulf 6 1 S ° StaUZe ’ ma vera e propria un Positiva modem^Ifatr ^ C ° nclusÌ0ni dclla Scienz fenomeni del covn * ' S P Illtuad ‘ son o congiunti ; dirsi, a tutto rie-nr •* le * azi onc. E se non pi dell’anima hanno i Tìm^-’ ^ h SÌnsolc faco11 esempio che alla facoltà d r/sni CerQhrali > 1 5( 1 onda esattamente que la data parte del cervello, alla facoltà B il cervelletto, alla facoltà C i lobi cerebrali, alla facoltà D i corpi striati} il fatto si c che da un lato .varie sono le potenze dell’anima, c dall’altro vediamo nel corpo nostro organi diversi, e che ogni fatto spirituale viene accompagnato da un fatto fisiologico. Vero ò che la Psicologia scientifica sperimentale non ammetto nell’uomo facoltà distinte, quali il senso, la intelligenza, la volontà ; riconosce solamente i fenomeni psichici, vale a dire le sensazioni, i pensieri, le volizioni. E lo stesso Hcrbart impugnava la vecchia distinzione e pluralità di potenze originarie nell’ anima nostra. Eccettoehò si potrebbe osservare che una è certamente l’essenziale energia dello spirito umano 5 ma la varietà irriducibile de’suoi atti implica la varietà delle sue potenze, pur non cessando d’essere una nel fondo suo. Comunque sia, queste correlazioni tra i fatti della coscienza ed i fenomeni del corpo, questa rispondenza fra lo attività dello spirito c la struttura del corpo e segnatamente del cervello, questa medesima unità della vita umana, portano forse scientificamente e logicamente a concludere che materia organata ed Ànima sono in fondo cosa identica, c che però gli organi cerebrali generano le facoltà dette spirituali 0, se vuoisi, che i fatti psichici non diversificano sostanzialmente dai fenomeni fisiologici ed hanno in questi la loro causa vera, unica cd efficiente ? Ecco quello che, stando pure alla scienza nei confini dell’osservazione, non può menar buono neanche lo Spiritualismo scientifico moderno. Il fisiologo osserva le funzioni del corpo vivente e distingue gli organi rispettivi ; analizza gli clementi della vita, procede man inano dal semplice al complesso, dalla vita locale alla centrale, dalla varietà dei fenomeni vitali all’unità apparente delle cause della vita stessa. Ora, il metodo puramente fisiologico vale come analisi sperimentalo, ma non può valere come sintesi ove presuma di ricercare e stabilire la causa vera, il principio di tutti i fatti della coscienza. E, a buon conto, la sintesi fisiologica vi darà sempre un’unità fìsica, cioè un’unità apparente, non reale, non vera, ma sempre composta c molteplice, perchè materiale ; vi darà insorama la risultante di più funzioni organiche e nicnt altro. Con questi metodi non si può dunque analizzare i fatti veri dello spirito, quali sono le idee, i pensieri, i sentimenti, gli affetti, le volizioni, e ancor meno si può i icci'carc c stabilire il principio unifi- utoie di tutti quei fatti, perchè la coscienza ci attesta la semplicità, l’unità, l’identità, l’attività e la berta delh o.U q Uestc sono vane par0, 0 destituite ogm valore oggettivo, ma sono fatti reali, inconcussi, quantunque siano fatti rio . •coi sensi esterni d potcrsi P ei ’ ce P irc io i temi; Rechiamone alcune prove. |loÌa hanT StarC . Ch ° nè ]a Flsica > ^ la Fi- ^ della inteUigLta cldl trar ? he ^ ^ M 8 ° n “ effetto di causo o v r ° a Volonta sono un mero che, non può rev ^ ^,Ucccanicllc e fisiologi- ?SÌchic o, 8e ^aziontTensie n ro dUb r°- veQ ga e sia da noi aJL ' V ° llz,one > Perchè av vento spiegato, esige non solamente la condizione organica, ma un soggetto uno q indivisibile, non materiale, che senta, pensi, voglia, ed abbia coscienzadei rispettivi sentimenti e pensieri e delle sue volizioni. Ora, questa unità reale e indivisibile, sensitiva, intelligente e volitiva, consapevole di se e degli atti suoi, e quindi personale, domandasi appunto me, io } spirito. Altri la chiami pure Causa o Forza, ma è sempre una Forza vivente e reale, non astratta c però inerente ad un soggetto \ una Forza spirituale, cioè sensitiva, intelligente e volitiva, non meccanica nè fisiologica come le altre forze della Natura o del corpo nostro. 2° Mentre nel corpo vivente non si dà vera unità, ma unione soltanto, ed i fatti fisiologici non possono tutti ridursi ad un solo principio ; invece il me unifica, nel senso stretto della parola, tutti i fatti del sentire, del conoscere e del volere. Il che dimostra che 1-Jo è davvero uno e impartibile nell’csser suo, e che si mantiene identico a se stesso in mezzo a tanta varietà di fatti clic genera ed unisce, c dei quali ha coscienza. 3° Crii atti più elevati e cospicui dell’animo nostro oltrepassano evidentemente nell’obbietto, nella durata, nel fine, nel valore, ogni fatto del corpo vi - vento. Certi affetti, certi sentimenti spirituali, certo idee, certe volizioni possono,.attuate, cambiare la vita d’un uomo, decidere le sorti d’una nazione, dare impulso ad una nuova civiltà. Il principio, la causa vera di essi fatti, non può dunque trovarsi nel corpo nostro e negli obbietti sensibili, ma nel pensiero, nella volontà, nella coscienza. E di fatti, Keplero, Newton e Faraday non confessarono d’aver dovuto ad una rivelazione interiore lo loro più mirabili scoperte scientifiche ? Nò va dimenticato ciò che scrisse Colombo uc’suoi Bicordi: u Quand’io stava a meditare solitario lungo il mare, la voce delle onde accorda- vasi alla segreta voce dell’anima mia per parlarmi di questa nuova terra 4° Il principio di causalità domina tutti gli esseri materiali e sensitivi: nel mondo corporeo signoreggia il determinismo. Anche gli atti del pensiero e della volontà umana hanno le rispettive cause e leggi. ma con questa differenza, che ogni essere della natura obbedisce o ciecamente o istintivamente alle cause ed alle leggi prefisse e costanti dell’universo ; mentre la ragione e la volontà dell’uomo ora trasgrediscono, almeno in parte, queste leggi; ora pongono da se certi motivi diversi da quelli della materia el senso, e si propongono altri fini nei loro atti ; a».r,loUau°al S e„so ed * mater!, „ sm 1 evento. Ad„„ que il «, ollre aTW oirasc „, ZZ rrr*,iWo 0 «“onomo,almenoentro 5,j “ a malcna inorganica ed organata, le cause fin ^ ° i’ lnto ' oomc 'diligenza, comprende perfezionando sé rii n UmvcmIe del Bene, ignorando e tra’sfor m a T eSSen Umani P ensanti> sensibile che 1 Dd ° in Parte lo stesso mondo ossi, insieme con gli *- - utto armonioso e perfettibile in sommo grado. Ecco quello che riconosce ed ammette lo Spiritualismo scientifico moderno. La scienza positiva contemporanea non può negare queste verità, che diversamente invaliderebbe i suoi principj fondamentali e, oso dire, il metodo e la maggior parte delle sue conclusioni. Il nuovo Realismo scientifico ammette le cose in sè, oltre i fenomeni. L’esperienza testimonia che ogni realtà è una nella sua varietà, molteplice nell’unità sua. La scienza positiva ammette il processo evolutivo, insenso di perfezionamento, delle cose tutte mondiali, crede non perituralamateria, ma solo trasformabile. Or bene, lo Spiritualismo scientifico moderno, facendo tesoro della stessa scienza positiva, riconosce lanaturaela realtà deH’io, oltre distinguere i fatti dello spirito da quelli del corpo vivente ; mantiene l’unità dell’io pur ammettendo la varietà de’suoi atti; proclama l’anima umana perfettibile indefinitamente ; non la separa dal corpo e dal mondo, ma le riconosce proprietà e leggi sue particolari ; la considera come una forza ed una causa, ma qual forza e causa personale. E seia materia, come realtà e forza, ò indistruttibile, non avrà diritto anche lo Spiritualismo scientifico mo— derno, ch’è un progresso della Filosofia perenne, di credere indistruttibile ed immortale, perchè consape • vole di sè, quest’altra forza e realtà dell’universo, l ’anima umana ? Il vero Spiritualismo scientifico moderno non può adunque consentire, in nome della stessa scienza positiva, con certi insigni cultori dellaPsicologia fisiologica, quali il Taine ed il Ferrière, che l’anima umana sia una. pura individualità vitale, una risultante di forze organiche; che l’istinto e la volontà siano il risultato dell’azione riHessa dei nervi ; che la volontà ecl il pcusicro umano vengano sottoposti alle cause ed alle leggi fatali, costanti, generali del mondo corporeo; che non esistano le cause finali nell’Universo ; che Dio sia la pura legge di tutte le forze cosmiche onde si genera l’armonia universale. Ammessi questi principi) natura umana c l’universo intero sono inesplicabili, quando si voglia proprio indagare il midollo c non la sola corteccia delle cose, quando si voglia ricercare c stabilire le cause, le ragioni, le leggi, l’ordine supremo di tutto il reale. Vi. ila il nuovo Spiritualismo, oltre essere in ar-, ”',odo 6 Wwi certi c positivi dell) STt'. 1 * dÌ fa “° ° civili e po- La differenzatrarr... uu i tì C1 010410 S0(:i età animali a o* «indo, essenziale, fra la vera soci et; umana, capace di progresso indefinito, e le parziali ed imperfette associazioni di alcune specie di animali, ci fanno subito arguire una radicale differenza tra l’uomo ed i bruti. Nò si opponga che questo divario trova la sua ragione, nell’essere l'uomo il più perfetto degli animali. Sì, l’uomo è il più perfetto dogli animali, ma non tanto per il suo organismo e per il senso, quanto per la sua intelligenza e per la sua volontà, che lo fanno consapevole di se, che lo costituiscono persona, che lo sottraggono in parte alle cause e leggi fatali dell’universo materiale, che formano insomma il suo spirito. La vita umana sociale può dirsi non abbia confini, perchè dalla famiglia si estende a tutta l’umanità consociata, e perchè le presenti società civili sono figlio delle generazioni e società umane ora spente, come noi prepariamo le future società civili. La perfezione graduata della vita sociale consta di più o diversi clementi, quali sono: verità e scienza, linguaggio e letteratura, economia privata •e politica, moralità, doveri e diritti sociali, consuetudini morali e giuridiche, istituzioni civili e religiose, arti manuali cd arti belle, e per ultimo lo Stato. Questi ed altri elementi della vita sociale non sono dati dal puro organismo e dal senso dell’uomo, ma sono effetto principalmente della nostra intelligenza e volontà, sono prodotti dello spirito umano. Il corpo nostro perisce, ma le opere dello spirito sono immortali ; tramontano le generazioni umane, ma sopravvive sotto mille forme la loro civiltà; cade la potenza materiale delle nazioni, ma restano in piedi le sane loro istituzioni civili. Così, la Grecia fa domata eolie anni dar Romaui; ma la Filosofia, la Letteratura, le Ai ti Belle, produzioni dello spirito greco, dominarono poi le menti romano. Che resta oggi del Partenone e dell’Acropoli di Atene ? Poche rovino ; ma la Scienza, la Poesia e l’Arte greca hanno trionfato sulla matcriae sul tempo. L’impero romano, opera segnatamente delle armi conquistatrici, non c più da secoli ; ma il Diritto civile romano vive c vivrà perpetuo. La vita sociale umana è dunque armonia di varj elementi, come armonia di elementi varj è la civiltà che ne deriva. Questi elementi non possono affatto segregarsi dal corpo e dal senso, nè possono recarsi ad atto senza l’aiuto del corpo vivente; ma intanto sono vera opera dellaniraaraziooale,non delcorponèdel scuso. Inoltre, la eh iltà ed il piogresso umano tengono arcanamente unite le presenti generazioni colle passate, non tanto per le memorie, gli affetti, le tradizioni dei nostri cari, quanto per la scienza, la letteratura, le arti liberali, le istituzioni civili, politiche e religiose, cose tutte che costituiscono .1 fondo o la parto essenziale della mila presente. Aneto il mondo raa(erÌ!ll mantiene salde CCCì M S!0V “ ri00rin0 ’ cI ’ e 0 segnatamene 1 °r> ' ‘ UlCCu le Scienze Naturali enctemente k B„ta nicia ^ (0 Orni, ptrij., v, l, c Iv 8 nuove piante, precorse Linneo ed altri insigni botanici moderni in una sistematica e razionale cassazione dei vegetabili, divinò per esperienza e per ragionamento la grande circolazione del sangue ; e quindi precorse l’ITarvcy, come in Fisica ed Astronomia Copernico aveva preceduto Galilei, come questi precorse il Newton, e come nei principii del Diritto internazionale applicati alla guerra ed alla pace un altro grande Italiano, contemporanco del Cesalpino, vo’dirc Alberico Gentile, col suo trattato Dejure belli aveva preceduto Ugonc Grozio. Ma questa, per ordinario, c la sorte dell’ingegno italiano, novatore per eccellenza ; il quale o resta dimenticato per alcuni secoli, come avvenne a G. B. Vico, o gli stranieri no usurpano e gli contendono le sue vere scoperte. Bastona, infatti, c’inscgnachepiù volte gl’italiani hanno- seminato i più peregrini e fecondi prodotti dell'ingegno ; ed i forestieri li hanno poi mietuti, vagliati c spacciati come propri ! In secondo luogo, il Cesalpino non fu un gretto commentatore di Aristotile ed un seguace servile del- Peripato, ma riusci egli pure novatore nelle Scienze Naturali, senza l’aiuto del microscopio, inventato 17 anni dopo la sua morte, e privo di tutti quei mirabili ed efficaci strumenti de’quali dispongono gli scenziati dei tempi nostri ; e tuttavolta in più rami dello scibile sgombrò la via a’suoi successori, quali furono Marcello Malpighi, Harvey, Grcw, Tournefort, Linneo, Pristlcy, Morgagni ed altri. Continuando l’indirizzo positivo che Leonardo- '.ili Ali da Vinci aveva salpino facevasi •a dato alle Scieuzc sperimentali, il Ce- isi forte dell’autorità di Aristotile nel metodo induttivo, ma spesso ne abbandonava le orme dove non poteva seguirlo, come nella Fisica •, e però coglieva il meglio dei libri logici dello Stagirita ed attingeva largamente alla Storia dagli animali, lodata assai dal Buffon c dal Cuvier. Non intendo dire con questo che al nostro fflosofo naturalista non deb- .basi imputare alcun errore nello studio della Natura inorganica ed organata, e che rispetto al metodo sperimentale Francesco Bacone c il Galilei non facessero .clic perfezionare il metodo seguito dal Cesalpino. Intendo solo dire ch’egli cooperò moltissimo a rimettere in onore l’osservazione e l’esperienza, soffocate dalle ascetiche idealità del Medio Evo, dalle minute distinzioni e dai sillogismi della Scolastica \ e quindi richiamò le Scieuze sperimentali al retto loro' sen- tieio. Il senso e 1 esperienza non debbono essere di- gel, il più ardito metafisico del secol nostro, seguendo le dottrine fisiche di Platone affermava, verso la fine dell’agosto 1801, dovervi essere una lacuna tra Marte e Giove : mentre il nostro Piazzi circa otto mesi prima aveva scoperto Cerere ! Adunque il Cesalpino, non solo per le sue mirabili scoperte nella Mineralogia, nella Chimica, nella Botanica e nella Fisiologia, ma ancora pel metodo sperimentale da lui seguito, per l’uso razionale dell’autorità scientifica e per taluni concetti nuovi, come dimostreremo più avanti, segua il principio dell’età moderna. Onde scrisse il Mamiani nel Rinnovamento dell'antica Filosofia italiana : l£ Se faremo studio profondo nel Cesalpino...., vedremo quanta sapienza riluce dentro quel senno, e come la Filosofia odierna sperimentale in Italia si appicca al filo delle opinioni che aristoteliche si addimandarono. „ Il Cesalpino lo chiainamrnoqua sopra novatore e filosofo. È novatore non solo per le sue stupendo e utili scoperte scientifiche già note, sì anche pel metodo onde vi giunse : e questa novità di dottrine e di metodi la sente egli stesso e ne discorre apertamente. Come il Machiavelli nel proemio a’suoi Discorsi immortali dice d’essereentrato pcruna vianou ancora battuta da alcuno rispetto alla Scienza politica; come Alberico Gentile fin dal principio del suo famoso trattato Dejure belli dichiara d’intraprendere un'opera ra e difficile, quella cioè (li stabilire le leggi alla ... t • _,11 miftefA mnn fi n nuova -- ww disumana di questo mondo, alla guerra ; così il Cesalpino nella dedica o prefazione* delle principali sue opere accenna d’essere novatore e filosofo.-Non panni cosa sterileillibrochesonoperpub- blicare, dopo avere studiato Filosofia per molti anni, dim in philosophice studiis versor multosjam annos, egli premette alle Questioni peripatetiche. Ài nostri tempi, scrive nella prefazione alle Questioni mediche, sono stati ritrovati rimedj nuovi ed ottimi ( nova qui- dem remedia atque optima ) ignoti agli antichi. Per essere utile agli studiosi, aggiunge nel proemio al trattato sulle Piante, mi sono ingolfato in un vasto mare : ingrcssus autem sum gurgitem vastum. Ed ivi prosegue nel chiarire il fine ed il metododella sua nuova classazione delle piante, cassazione conforme non pure ai dettamidellasanalogica,sìanchealle qualità essenziali deivegetabili.“ Ogni scienza, egli dice, consistendo nell’unire lo cose somiglianti e nel distinguere le dissimili tra loro, mi sono studiato di fare nella storia universale delle piante una distribuzione di esse per generi e per classi o specie, secondo lo differenze desunte dalla natura stessa 5 sccundim uxgerentias rei naturavi indicantes. „ Bensì alla partizione universale delle piante era egb armato mercè l’induzione, ebe ha da precedere a divisione. Tre, pel filosofo Aretino, sono ! processi peir I ' i “ ellcll ° toccare la divisione P 1 P 1 °gressu.„. perfectionem CESALPINO FILOSOFO  attìngimus : inductione scilicet, divisione, definii ione. Colla induzione vediamo la somiglianza e la convenienza ; colla divisione, la dissomiglianza e la differenza ; colla definizione, la sostanza propria di ciascuna cosa. L’induzione va dal singolare all’universale e porge alla mente ogni materia intelligibile; la divisione trova la differenza degli universali tendendo a quegli enti che nella specie sono individui; la definizione poi risolve le specie nei loro principii fino agli elementi, cominciando dal singolare. Imperocché siapiù facile, a mo’d’csempio, definire l’uomo che l’animale. E quindi Aristotile insegnò doversi ascendere dal singolare all’universale; e dove non arrivano i sensi vi supplisca l’analogia (2). Nè diversamente aveva PÀlighicri concepito l’induzione, quando stabiliva che la natura delle cose e delle potenze loro non può conoscersi che per gli effetti : Ogni forma 9ustanzial, che scita È da materia, ed è con lei unita, Specifica virtude ha in sò colletta, La qual senza operar non è sentita, Nè si dimostra ina’chc per effetto, Come per verdi frondo in pianta vita (3). Ed eccoci entrati nel campo vero della Filosofia speculativa del Ccsalpino. (1) Qincst. pcrip., 1, 1. Appendìx ad Quccst. perip., c. V. (3) Purgatorio in. S’illuderebbe chi nelle opere del Cesalpino volesse ritrovare un sistema rigoroso e compiuto di Filosofia razionale. Come le regole logicali del Galilei vannno desunte dai varj suoi scritti c specialmente dal Saggiatore ; così lo dottrine filosofiche del Cesal- pino bisogna ricercarle soprattutto nello Questioni peripatetiche e ne\Y Appendice allo medesime, pubblicata l’anno stesso della sua morte 1603 e nou facile a trovarsi dovunque. Il metodo, la filosofia prima e la scienza, gli universali, Dio e le sue relazioni col mondo, l'uomo e le sue facoltà, non che l’ultima sua destinazione, formano anche pel Cesalpino il subbietto della Filosofia ; le quali materie mi accingo ad esporre e ad esaminare brevemente. Stabilito cheilsensoel’intclletto sono le due facoltà necessarie alla conoscenza umana, e che il corpo non è necessario alle operazioni del senso e dell’intelletto, perchè le cose sensibili ed intelligibili ricevonsi nell’anima senza la materia, quantunque gli organi del senso non possano stare senza materia (1) ; egli fissa \ Chej SeC ° ndo 1 P recetti di Aristotile negli 1, a . 1C1 P os ^ et ù°ri, deve usare la mento umana e a ricerca del vero e nella formazione della scienza. •He 0086 Daturali dobbiamo elevarci al soprassensi. Perip-, c. IV. Appendix ad Quceet. bile per via naturale (via naturali), che consiste nel muovere eia quello che a noi è più noto, per quanto all’uomo è dato di sapere. E quali cose a noi sono più note ? Le cose individuali e sensibili ; queste poi si rendono intelligibili, astratte le condizioni della materia ; e così abbiamo l'universale che forma l’obbietto della intelligenza : unde universale consurgit. quod est obiectum intellectus. L’operazione dell’intelletto, poi, non è quiete, ma un certo moto. La Filosofia Prima è scienza universale : quod prima philosophia universali sit scienlia (2). La Filosofia Prima, fondamento di tutte le altre scienze, non si vale della dimostrazione, nè della definizione: primam philosophiam ncque demonstradone, ncque definitine uti. Per qual ragione? Perchè si fonda su’prirai principii o questi sono superiori all’intelletto umano e da esso indipendenti '.prima principia non in nostra sunl potestate. La Filosofia Prima tratta del primo genere della sostanza *, dovecchè l’Astro- logia tratta del corpo sensibile ed eterno : de corpore sensibili et (eterno agii; le Matematiche hanno per ob- bietto le sostanze incorruttibili ; le Scienze Naturali riguardano le sostanzo corruttibili (4). E manifesto che il Cesalpino distingueva le scienze secondo i gene- Appendi® ad Quasi, perip. Quoeat. pcrip. ri della sostanza, e però mirava ad una classificazione obbiettiva del sapere umano ; come nell’appendice alle Questioni peripatetiche ammetteva le idee in senso oggettivo ed universale, aventi cioè un essere proprio [smini esse habent in se) e quali note od ioiagini delle cose che rappresentano tutti gii obbietti della stessa natura. E così evitava gli errori del soggettivismo, che mena facilmente allo scetticismo negando la naturale relazione fra l’intelletto nostro e le cose intelligibili mercè l’idea, fra la mente e lo cose. Infine, ogni scienza dipende da principii notissimi, tali sarebbero quelli di sostanza e di causalità, approvati dall'universale consentimento: oranis enim scien- tia pendet ex principia notissimis omnium consensu approbalis. Se la sostanza è un principio, e se la Filosofia Prima tratta del primo genere della sostanza, che intendeva mai per questa il filosofo Aretino ? Sostanza c ciò che sussiste per sè, c non aderisce ad altra cosa: Substantia dicitur qua per se subsistit, non enim inest alteri. Or qui vuoisi notare che le definizioni della sostanza date posteriormente da Cartesio e da Spinoza non differiscono da quella del Cesalpino, salvo- e a cu ma, diversa e meno chiara, tale insomma da ingenerare il sospetto di Panteismo reale. Giusta i pi’incipii del nostro filosofo, la sostanza si spiega per quello che sia e indi risguarda l'essenza ; mentre gli accidenti, che non esistono fuori della sostanza, si riferiscono alla quantità, alla qualità, insomma si riferiscono alle altre nove categorie o predico menti, secondo ladottrina Aristotelica. Inoltre, la sostanza non riceve il più ed il meno, perchè è indivisibile ed immateriale : quea sine, maleria est. La sostanza prende anche il nome di forma, a cui si contrappone la materia. La forma, secondo Aristotile, veniva prima della materia, perchè l’atto semplice è prima della potenza: onde l’atto puro ammet- tevasi come principio di tutte le cose e costituiva la sostanza. La materia poi non era sostanza per sè, ma in virtù dell’atto § della forma (1). Movendo da questa teorica il Cesalpino considerava pur la sostanza come fine c come perfezione degli esseri : finis cnim et perfectio substantia est ; ed aggiungeva sapientemente che il fino di ciascun ente si conosce dallo sue operazioni (2), come dall’effetto si arguisce la causa. Dalla sostanza o forma indivisibile, immateriale, una, dipendono le sostanze finite o, com’ci le chiama, le forme naturali, che sono certe partecipazioni del sommo Bene, o come tali non sono divisibili la definì : per subslanliam intellign id, qnod in se est et per se concìpitur. Appendi.* ad Qucest. perip. I nò materiali ; ma si dividono accidentalmente, in quanto cioè sono ricevute nella materia, per cui la natura corporea ad esse tutte si rende necessaiia . solum natura corporea omnibus necessaria est. Adunque, le forme naturali o sostanze finite vanno a individuarsi, per così dire, nella materia ; ma questa alla sua volta non può del tutto separarsi dalla forma : quia omnino Materia separari nequit a Forma. E qui non ti sembra di ravvisare nel Cesalpi- no il precursore di Spinoza? Io sono propenso a crederlo ; ma con questo divario : che il filosofo olandese, oltre non aver distinto la sostanza infinita dalle sostanze finite, e quindi non far cenno aperto della creazione sostanzialo, libera, ad extra, perchè tutti gli esseri mondiali, così estesi come pensanti, non erano che modi di due attributi infiniti, dell’estensione e del pensiero divini : in quel cambio il filosofo di Arezzo non pure distingue la sostanza o forma dalla materia, e però la sostanza infinita da quelle finite, ma distingue chiaramente l'Intelletto divino dal- 1 umana intelligenza, che si moltiplica secondo la mol- ìtudine degli uomini ; oltre il pensiero ammette an- « • aiurnubbu i che il senso non dorìva+A/Un» • i. ., Avpendix Qmst. per i p., c . L seri tutti, e quindi anche la materia, in quanto le cose tutte scorrono da Lui 5 ed ora sembra che si avvicini aU'Emanatismo spirituale, come quando afferma che ogni anima ripete la sua prima origine dal cielo, c che il lume, interiore, cioè l’intelletto onde l’uomo conosce le cose, gli viene partecipato dalla sostanza immateriale che sola genera la scienza \ ed ora pare si accosti al Dualismo aristotelico, ammettendo da una parto Dio, intelletto infinito ed eterno, e dall’altra la Materia prima, non generabile e indeterminata ( 3 ); non bisogna al tempo stesso dimenticare che nella prima del quinto delle Questioni peripatetiche aveva distinto la successione degli esseri nel tempo per leggi c cause naturali dalla prima creazione di tutti gli animali c degli altri esseri per efficienza dcH’Entc primo : cum alia sit prima omnium animalium et cceterorum entium creatio, guce a primo Ente in principio ejjluxit ; alia eorundem successio. Ed altrove accenna alla conservazione e provvidenza del mondo per opera dell’Ente uno e supremo : ab Uno igitur sunt omnia et conservantur. D'altra parte, il Cesalpino dmmise la generazione spontanea degli esseri organati, in vii tù del  Appendix ad Quaist. perip., c. V. u Nos igitur dicimua primain Materiata ultiranm esse Bubiectumin quod resolvuntur trasmutabilm quatenus trasmutabilia sunt-, neque componi amplius actu otpotentia, esset enim generabili n. Qucest. perip., IV., V. (4) Appendix ad Quasi, perip., c. I. calore e dell’azione del sole ; disse che ogni generazione si eflettua nel tempo j che bisogna pai tiie da ciò ch’ò meno perfetto per avere ciò cli’è più perfetto, anche secondo Aristotile ; che la prima generazione degli animali perfetti procede dal verme ; e. da ultimo, asserì non potersi dare altre sostanze fuorché le animate e le parti degli esseri animati. Laonde a taluni è parso di ravvisare nel Cesalpino il precursore di Lamarck e di Darwin rispetto alla dottrina dell’Evoluzione o del trasformismo delle specie. Non può negarsi una certa analogia fra queste proposizioni dell’insigne nostro Naturalista ed alcuni punti fondamentali della teorica Darwiniana. Ma, dopo le cose da noi esposte, come sarebbe non conforme a verità cd a giustizia accusare il Cesalpino d aver negato assolutamente la creazione dell' Universo, ed accusarlo anche d’ateismo e d’empietà, come piacque a Taurel  cd a Parker, e non dargli tutto ciò che gli spetta qual fisiologo e filosofo naturalista, nel che sbagliò lo stesso Puccinotti; così rato n vuole che non si possa a tutto rigore considerare qua e antesignano dell'odierna teorica dell’EvoIu- zione, perche il Cesalpino nelle Questioni perita- “ m,so "»» s «'» videniia divina. e le forme naturali non si fanno nò si corrompono: spe- cies autem et forma neque fit neque corrumpitur (1); e quindi affermò lespecie essere eterne, e solo corrompersi in qualche tempo gl’individui (2). E nella prefazione al trattato sulle Piante aggiunse che la natura non produce nuove forme, nò dà vita a nuove bellezze delle cose : non quod natura novas edat formas, aut novas rerum pulchritudines ejjingat. Il qual pronunciato senza dubbio pecca di esagerazione ; ma intanto ò chiaro che si oppone all’odierno trasformismo. Piuttosto conviene ammettere che il Cesalpino, medico insigne e filosofo ad un tempo, accennasse qua e là meglio di tutti i suoi predecessori e contemporanei la stretta relazione tra il corpo vivente, il senso, l’intelletto e il mondo esteriore, e quindi precorresse l’odierna Psicologia sperimentale, senza però confondere una cosa coll’altra, e senza cadere nel materialismo e nel sensismo. Imperocché s'egli errava nel- l’insegnare che tutta l’anima sensitiva risieda nel cuore, peraltro distingueva gli organi corporali dal senso, dimostrava tutte le sensazioni esser provate ed unificate dall’anima ; la ragione essere differente dal senso ed a questo superiore ; l’anima umana essere immortale. Quanto alla conoscenza, distingueva le sensazioni dalle idee che sono oggettive, ammet- Quasst. perip., IV, 8. • c °me Carlo Alberto, Maz- Gioberti, M a miani t0 M O a EUlanUele, ManZOnÌ ’ •«co, nè filosofo della storia* 011 ^ ^ St °” P^ò i diritti del futuro pi *’ ® anC ° r men ° USUr ' del nostro politico e mn, ® dd futur0 0mei '° •di Mamiani ® d 1 menti filosoficl Questo nome suona caro e venerato all’animo nostro. Rari in ogni tempo e presso qualunque nazione sono stati gli uomini che coll’ingegno, coll’ani- mo, coll’operosità, col carattere, coll’esempio, abbiano saputo e voluto nobilitare l’uomo, il cittadino, la patria, il mondo delle nazioni, la scienza, la filosofia, la civiltà umana. Il più grande fra tutti gli elogj d un uomo preclaro è sempre la verità : ed io pure mi atterrò al vero, sicuro che al Mamiani non potrà venirne danno nè macchia, a lui che del vero fu sempre amante passionato, e ricercatore acuto e indefesso. IL L’ingegno, l’animo e la vita del Mamiani furono sempre dominati o ispirati da due nobili sentimenti, da duo eccelsi ideali, cioè dalla patria nostra diletta c dalla filosofia. Egli vagheggiava un modello perfettissimo del cittadino e del sapiente ; onde ricordava con ammirazione Socrate e Platone, Varrone, Maico Tullio e Boezio, Dante, Michelangelo e Campanella, c l’antico popolo di Reggio e di Metaponto, popolo di filosofi, morti por la libertà e per la sapienza. Miserande erano le condizioni politiche e civili d’Italia, e non liete nè prospere le sorti della Filosofia nazionale nel primo quarto del secol nostro. La Patria serva e divisa 5 la Religione cristiana fr&ntesa da molti, che pareva la volessero nemica di libertà -, laFilosofia speculativa imbevuta del sensismo di Con- diUac. Ora, la potenza 0 la grandezza dell’antica Roma signora di sè ] gli splendori e la libertà dei nostri Comuni ; l’antica purezza e 1 efficacia moiale del Cristianesimo, religione divina in se ma essenzialmente umana e civile ne’suoi effetti ; le glorie della Filosofia italiana dalla scuola Pitagorica fino a G. B. Vico, e quindi il primato civile e intellettuale d'Italia già venuto meno : queste rimembranze, al cospetto delle miserie ed umiliazioni italiane dopo i nefandi trattati del 1815o dopo i moti infelici del 21, dovevano straziare l'animo del giovine Mamiani, nato a cose grandi. Ma egli non disperò : la Storia gl’in- segnava che il popolo italiano cadde più volte, ma non perì mai e risorso più tardi con forze nuovo e gagliarde. E però una fede invitta e perseverante nei futuri destini della Patria animava l'ingegno c il cuore del nostro giovine patriota, poeta, letterato, pensatore, filosofo. L Italia è sacra e starà eterna! Ecco il motto fatidico che ripeteva sovente il Mamiani agli oppressori e agli oppressi, nella patria sua e fuori durante il lungo esilio. La suamente, robusta e moltiforme per natura, nudrìtadi studj svariatissimi e profondi, vagheggiava unaquintaenuovaepocadiciviltà italiana,chetornasso a splendore c profitto dclfuniverso mondo civile. La nuo\a foima della nostra civiltà doveva soprattutto essere incarnai ndJa indipendenza e libertà d’Italia; ne a distinzione dell'Autorità spirituale dalla Potestà i e e P°^| ca * a Loma stessa.Fin dalla sua gioventù, T ani ? a men ^ cet Ll cuore, il pensiero e il senti- en o, apoesiaekscienza, il cittadino eilfilosofo cooi- onevano una stupenda armonia ed unità. E queste doti e qualità diverse sono appunto necessario a concepire un alto ideale, ad avvisarne i mezzi per attuarlo, a porsi davvero all’opera per dagli almeno le prime fattezze, lasciando ad altri, fossero pure gli avvenire, il compimento q la perfezione dell’opera grande. Napoleone I disse che nel mondo sociale vi sono due forze poderoso ed efficaci, la spada e lo spirito ; ma soggiunse che lo spirito vince finalmente la spada. Al risorgimento politico, intellettuale e morale Italia, e però ad iniziare la nuova epoca di nostra civiltà, il Mamiani reputava esser necessarie quelle due grandi forze, la spada e lo spirito, le armi o il pensiero. E della necessità di contcmperarc alle armi gli studj abbiamo esempj antichissimi in casa nostra, nelle città famose di Metaponto, Crotcme, Taranto, Locri eReggio, famiglie e collegj di filosofi e di guerrieri. Ma lo spirito, vale a dire la intelligenza e l’animo, la letteratura, l’arte, la scienza, la filosofia, insomma la rigenerazione intellettuale e morale degl’italiani dovevano, secondo lui, precedere edaccompagnare le armi, perchè bene apparecchiata, illuminata, compiuta e durevole fosse la vittoria di queste, e indi perchè alle imprese guerresche potesse e dovesse soprastare la opera feconda della civiltà vera. E qui appare tutta la nobiltà del conte Mamiani, come patriota, cittadino e uomo di Stato. Già fino dal 1838, assai prima di Cavour, l’esule Mamiani inculcava ne’suoi scritti doversi abituare « le menti, e sopratutto le giovanili, a scorgere ed a riverire nell’eccelsa Roma la sola e legittima città capitale d’Italia E sul cadere del 47 vaticinava prossima e solennemente giurava la salvezza dell'Italia intera. M Cademmo per le discordie e la corruttela (egli diceva ai Perugini), e per li soli con- trarj loro noi potremo risorgere. Inebriamoci, a così dire, della carità cittadina, e un qualche tempo almeno viviamo dimentichi di noi stessi e ricordevoli unicamente della patria comune : cd io vel giuro per gli spiriti sacri e immortali dei martiri della libertà, noi salveremo l’Italia, e tutta la salveremo o per sempre „. E ancor dopo le italiche vittorie e le sconfitte del 48 e 49, gloriose le une, non umilianti le altre ; dopo la caduta di Roma e di Venezia c la sconfitta di Novara, egli non disperò delle sorti d’Italia, e ripeteva in Genova sopra la fredda e venerata spoglia di Carlo Alberto : L’Italia farà da sè. HI. Ma quali furono gli atti più cospicui del Mamia- m come patriota e statista, e quali mezzi ravvisava eg cconcj ed opportuni a rigenerare politicamente «ralente l'Italia ? Nato a Pesaro il !0 settembre Eom ''7' “ nlara a K> e " a 22 anni ed era studente a ^ -do avvennero ipr ìmi ffioti UboraU nol _ mtramonr° r n ‘ ltttori Principali » fileno » fa- tatti d'aver 1 -a ^ pr ' s ‘ oni delio Spielbergo, rei Sol i no tr! Cra ‘° k Ub “ a dd 'a patria In nostro giovine patrizio non solo attendeva a larghi studj letterarj, filosofici e storici, ma s’ispirava insieme alle glorie passate di Roma e d’Italia; e non tardò guari ad esprimere, in una certa sua poesia, concetti e sentimenti liberali. Onde il padre suo, conte della Rovere, lo richiamò a Pesaro, dove fioriva in allora la scuola classica marchigiana del Pcrticari, del Leopardi, del Cassi e di altri minori, e che fu anche patria del principe dei musicisti italiani, dell’immortale Rossini. Chi non percorre la nostra bella Italia non può conoscerla nò amarla degnamente ; clic quanto più si conosce c si pregia una cosa, e tanto più si ama. Dal 1826 al 30 il Mamiani percorre l’Italia media e la superiore, e ritorna più volte alla nativa Pesaro. Nel 26 conobbe in Firenze i principali scrittori dcl- l'Antologia fondata dal Vieusscux, quali erano Gr. Capponi, Tommaseo, Niccolini, Giordani, Poerio, Collctta : ingegni tutti liberali, robusti ed eletti, che non potendo in allora e da soli bandire e combattere una guerra di nazionale indipendenza intendevano col pensiero c colla penna a rigenerare la Penisola serva e divisa. Più tardi lo vediamo a Torino, dove insegna per due anni le patrie lettere nell’Accademia militare. Ma il primo periodo d'intellettuale e civile preparazione pel giovine patriota ò oramai finito. Mentre il Mamiani attende in Pesaro a dar compimento, degna e classica forma a’suoi Inni sacri perchè meglio ritraggano i suoi nuovi ideali civili, politici e religiosi, ne viene distolto dai moti liberali del 31 nelle Romagnc c nell’Italia media. Risponde lieto c volenteroso all’appello della patria ; eletto a deputato di Pesaro, siede poi a Bologna ministro dell’Interno c però membro del Governo 'provvisorio ilelle provincia unita italiane. M’avvicinarsi delle truppe austriache, solo il Mamiaui corre animoso dal generale Zucchi scongiurandolo a resistere colle poche milizie cittadine. Ma prevalse londa straniera invadente e il Governo provvisorio dovè trasferirsi ad Ancona. Dopo il fatto d’ariuc, non inglorioso, di Rimini, disperando oramai di potere più a lungo tener fronte alle agguerrite e soverchiane forze straniere, il Governo provvisorio venne a patti col cardinale Benvenuti, stabilendo di concedere amnistia generale agli insorti, c di restaurare il Governo pontificio. Ma al giovine o delicato Mamiani non parve dignitoso quell’atto c rifiutò sdcgnoeamcntc di firmarlo, anteponendo l’esilio volontario all’amnistia 1 Sul ponte del vascello che portava lui con altri pri- gonicu italiani a Venezia, il cugino del Leopardi, pieno di fede nei destini d'Italia, nonostante i fatti dolorosi e la realtà del presente, concepì l’inno stupendo ai Patriarchi. Dalla prisca civiltà, dalla storia del popolo italiano sempre risorgente c dall’eccelsa natu- a c uomo Egli traeva gli auspicj perle sorti non 1 e o piogressive del genere umano e segnata- nente della stirpe latina: XItalia è sacra c starà eterna ! Ma ogni fede, c però anche la fede del cittadino ta c snrrptt^T’if ' ana ’ c l uan ^° non sia accompagnala c sorretta dalle onpm T,’’ • P c. L Mamiani si accinse subito a corroborare la sua fedo di patriota ed a colorire il suo ideale col pensiero, colla penna, coll'esempio, coll'azione, colla vita intera. Da Venezia fu condotto a Marsiglia, dove gli fu comunicata la sua condanna all'esilio perpetuo. Dal 31 al 47 visse dignitosamente a Parigi, dedicandosi tutto all'avvenire della patria, al culto delle lettere, al rinnovamento della filosofia in Italia. Considerando tutte le reali condizioni della nostra penisola e d’Europa non gli sembrava guari fattibile il disegno ardito c vasto di Mazzini, esule egli pure fino dal 31. E però dopo un breve carteggio col fervido ed eloquente apostolo dell’italica democrazia, il Mamiani, pur concorde con lui nel fine supremo, di far cioè libera e indipendente l’Italia, opinava si dovesse battere altra via. E così di fronte alla Giovine Italia si costituì un Comitato nazionale presieduto in Parigi dal Mamiani. Pensiero ed azione; Dio e popolo : ecco il motto assennato e pratico dell’apostolo civile genovese. Pensiero, concordia ed azione ; rigenerazione intellettuale e morale degli Italiani; miglioramento economico del popol minuto, osservanza e fiducia nel medesimo per liberare l’Italia : ecco le massime fondamentali che dal canto suo predicava e inculcava il Mamiani. E poiché l’azione dev’essere preceduta e illuminata dal pensiero, così la letteratura, la poesia, la storia, la filosofia sono principalmente rivolte dall’esule Pesarese a rivendicare la libertà c indipendenza della patria. Compone \'Ausonio, c vi canta patrii e civili sentimenti. Scrive il Rinnovamento dell’antica Filosofia italiana, e (oltre dedicarlo alla sua città natale) vi pone in maggiore evidenza il pensiero speculativo e insieme pratico degl Italiani j con esso libro richiama alla mente de’ suoi connazionali e fa meglio conoscere agli stranieri il nome, le dottrine, il metodo scientifico d’ingegni nostrani, quali furono il Pomponaccio, il Cremonini, lo Zaba- rella, il Cardano, il Eizolio, il Telesio, il Della Porta, il Valla, il Bruno, il Campanella, e Andrea Cesal- pino, ingegno sommo, inventivo e acutissimo non pure nelle fisiche ma eziandio nelle metafisiche discipline. E così il Mamiani accennava ad altri la via per fare nuove ed impensate ricerche. Ma non contento di questo, chiude il suo libro col vivo desiderio ed augurio che sorga presto nella nostra patria una scaola novella da cui si pigli ad ereditare con franco animo l’antica sapienza speculativa e le antiche arti metodiche. In progresso medita i Dialoghi dx Scienza prima, ove distilla il succo nutritivo oave della sua mente profonda, e vi raccomanda, speme per l’Italia, una filosofia alta e piena di vita, Um / aCC - lUd M let ? raassime Perfezioni dell’essere 0106 ll - pens, ’ ero s ùnte, la fede incrollabile . t ZI 6 li offre nel 46 al Popolo TÌZT maiPerÌtUr °’ ÌQ 8 e S Q0 d ’ a *ore immenso e ui sublime speranza. tesse avvenire^ ^ nsor81mento politico italiano po- aal a Q escogitarne i mezzi pratici e morali. Come Dante per ritornare a civile grandezza l’Italia, già donna di provinole, mirava prima col suo divino poema a rigenerare moralmente l'uomo e la società civile e religiosa ; cosi il Mamiani credeva necessaria la rigenerazione delle menti e degli animi italiani perchè indi risorgessero politicamente. Di qui il suo concetto dell’educazione morale e intellettuale del popolo, dei modi per attuarla, dei doveri e diritti delle moltitudini: cose tutte esposte è determinate magistralmente nei Documenti pratici, che seguono al Parere dello stesso Mamiani sulle cose italiane, e che meritano d’essere anche ai nostri giorni attentamente considerate. Dalla pubblicazione di quei pratici Documenti alla proclamazione delle varie Costituzioni italiane nel 48 corse appena un decennio ! Il pensiero e gli studj precedevano dunque le riforme civili e le armi, e ne assicuravano le prime vittorie. Anche le solenni riunioni dei dotti italiani nelle più colte e principali città della Penisola giovarono assai a maturare il risorgimento politico della Nazione. Ora vuoisi notare che la prima idea dei nostri congressi scientifici si deve al Mamiani, avendone egli accennata la utilità e convenienza ne’ suoi Documenti pratici. Del primo congresso di Pisa nel 39 non potè il nostro esule partecipare ; ma nel 73 convocò sul Campidoglio la XI di queste riunioni e potè bandire al mondo civile che oramai u libero il pensiero, una la patria, il congresso degli scenziati italiani scioglieva in Roma l’antico voto n . Ma riprendiamo o seguiamo rapidamente gli eventi. Per opera di Carlo Alberto, il Mamiani aveva nel 47 rimesso piede in Italia, ospitato prima a Torino, poi a Genova. Ma ne a Pc3aro, nè a Roma volle far ritorno se non dopo la promulgazione dello Statuto pontificio, avendo giurato che sarebbe rientrato in patria solo pa' la povta dell’onora ! A Genova fonda il giornale politico la Lega italiana, il cui vasto e nobile programma, mentre era una conferma delle sue idee intorno alla rigenerazione intellettuale e morale degl’italiani, rivelava le doti eminenti del pubblicista ed i sani principi sulla vera missione della stampa, detta oggidì il quarto potere dello Stato ; come pure faceva palese le nobili aspirazioni del cittadino c del filosofo a ricollocare nel primo seggio la sapienza civile degl’italiani. E sotto questo ì ispetto 1 opera del Mamiani si riannodava alle idee dell’autore del Primato o del Rinnovamento civi e d Italia. Eletto a deputato di Pesaro e poi nominato Ministro dell'Interno, propone all’Assemblea romana liberali e savie riformo d’ordine politico ed amministrativo ; parla nobile c franco a Pio IX, mira 6 empre, come deputato e ministro, col pensiero, colla esilV:f 1 :, att, ',H 1,UnÌV - a ltalia > e s P osa a ^ e reali della civili et P ° ^ et * tl 1 ficozza e pre- IbnTdf *T r “ "" KC ° vera .iniani Non 1 6 ancora si s P in S e il Ma- Non solo ammetto la > reaRj^obbietUva u _^lle j- AtX idee, ma pare voglia conciliare l’esperienza interna ed esterna con {'intuito delle idea, intuizione che non è più sentimento nè percezione. E dopo aver propugnato che ogni idea universale è ante rem, mentre ogni nostra cognizione è post rem, conclude reciso : “ O credete all’idee, ovvero disperate di mai salire a certezza c universalità di scienza „. Ne’ Dialoghi di Scienza prima scrisse che Dio era conosciuto dalla mente nostra non quale oggetto immediato d'intuito, ma sotto la relazione comune dell’essere. Invece nei Principj d’Ontologia non pure fa consistere l a pietra angolare di tutta la scienza n el reale sussistere dell'Assolu to, ma propugna che la mente umana intuisce l’Assoluto, cioè il Vero, il Bello, il Buono, il Santo. Onde quel contatto marginale della nostra mente coll’ Assoluto e la famosa teorica degl’m- flitssi divini, che vogliamo compendiare colle stesse parole del Mamiani: “ L’a zione occ ulta dell’Assoluto sull’animo nostro ha cinque forme originali e diverse, e cioè la creativa, la in telle ttiva, la estetica, la morale c la re ligio sa. Per la prima aziono l’uomo esiste, per la seconda egli afferma, per la terza ammira, perla quarta ap prov a, per l’ultima adora „. Certo,queste dottrine filosofiche sono ardite ed esagerate. Ma chi potrebbe dire che non abbiano alcun fondamento, clic siano false tutte c di sana pianta, ove si consideri tutti gli elementi neccssarj a formare la conoscenza umana, ove scrutiamo a fondo Tesser nostro in sè e nelle suo relazioni, ne’suoi concetti più elevati e sentimenti più nobili, ove infine si badi alla natura purissima della scienza clic rispecchia nella mente nostra finita ed imperfetta, la realtà, la grandezza e la perfezione dell’universo? Del rimanente, ogni gran pensatore e novatore ha sempre qualcosa di manchevole e di erroneo accanto ai suoi peregrini concetti ed alle sue verità. Por esempio, al Vico, creatore della Filosofia della Storia, fu contestata la teoria dei corsi storici ; al Leibnitz, autore del famoso trattato sulle Monadi e che avea chiarito da pari suo ed applicato universalmente il concetto di forza, venne a buon conto rimproverata l’armonia prestabilita. Ma l'ingegno filosofico del Mamiani spicca alto c sicuro il volo nei Principj di Cosmologia, là ove segnatamente discorre della vita e del fine nell’Universo, e dove stabilisce e compie la nuova teorica del Progresso. Tesoreggiando la parte inventiva, sana e vera delle dottrine del Leibnitz circa l’origine, la natura e l’ordinamento dell’Universo, o giovandosi dei mirabili progressi delle scienze sperimentali, due grandi nostri filosofi hanno scrutato a fondo c con novità di concetti l’essenza intima, la prima origino, le correlazioni supreme, l'armonia e l’ordine, nonché il fine ultimo dello cose tutte: >1 Mamiani nei detti Principj di Cosmologia, e più taici il Conti nell Armonia della cose. Io penso che mora nessuno li abbia superati su questo subbietto capita issirno della Filosofia, trattato da essi con acume e larghezza di vedute, con sapere consumassimo e, specie del Mamiani, con analisi fine perciò che risguarda i principj causali c formativi, le relazioni supreme e finali così della vita vegetativa ed animale, come della vita umana e razionale. La teorica dell'umano progresso non è nuova; si deve segnatamente al Turgot, al Condorcet, al- l’Herder, al Kant e al Fichte. Ma il nostro Mamiani ha dimostrato con novità di prove razionali c sperimentali la necessità del progresso indefinito non sulla Terra unicamente, ma nell’Universo intero mercè la vita razionalo c morale degli esseri .intelligenti e liberi. E quanto al progresso umano sociale, questo dovrà alla perfine condurre alla massima civiltà, armonizzando le forme parziali di progresso e d’incivilimento dei varj popoli, che tutte possono ridursi a sei, cioè l’attività, la scienza, la libertà, l'arte, lo Stato e la moralità. E poiché il risultamento- finale e durevole del progresso e perfezionamento di molte nazioni non può esser mai l’opera esclusiva di ciascuna di esse, come la Storia dimostra ; esso vuol essere attribuito a certo organismo occulto di tutte, che si svolge e si perfeziona per disegno e lavoro ma- raviglioso della natura. E così il Mamiani rinnovava e compivalaTeorica del Progresso, e stabiliva l’Unità organica del mondo delle nazioni. Questa cd altre dottrine del Mamiani, come la sua teorica della Percezione, hanno davvero fattezze native e indole schiettamente nazionale, e basterebbero da sole a far glorioso il nome d'un uomo e a dar vita ad una Scuola filosofica italiana, teista spiritualista civile e liberale ad un tempo. Il Mamiani credo Valdarninì 9 TERENZIO ATAMANI nc fosse internamente persuaso; onde vi tornava sopra più volte c sotto diversi aspetti nelle «altre sue opere, c segnatamente nella Rivista di Filosofia delle scuole Udirne da Ini fondata e diretta per 15 anni. V. Ma la filosofia del Mamiani fu non meno speculativa e profonda, elio pratica c civile : a nessuno dei più gravi problemi sociali del nostro secolo rimase straniera. Tutte le questioni sociali si possono in fondo ridurre a quattro : religiosa, morale, economica (l), politica. ÀI Mamiani parve ornai risoluto presso di noi il problema politico, ritenendo egli sufficienti c sicure le nostre guarentigie costituzionali, e stimandola libertà più c meglio che un diritto, un dovere. Al problema religioso rivolse egli la mente «no dalla sua gioventù, mirando ad una religione pura, ottima, universale, conforme alla natura razionale O religiosa dell'uomo, o olio fosso ad un tempo eminentemente civile o morale. A questo idealo egli mirò »« vai;, suo, scritti,dagl'/,,,,; sacri „ W|, r 1" ^•"‘l’oMvae^tua id D 0 .° n ^ cm P 0 > lordine morale, l’ordine giuiùdico e or me economico ? L’ingegno umano e la scienza, ani ™ ancora ns P 03t ° a questa formidabile do- * . SC . P Urc Un Scorno arriveranno il pensa sti nrp* ^ SC ‘ enZa . ad armonizzare quei tre ordini fiJLT 6 r dÌVCrSÌ elementi sociali, dubitiamo V aVUa prati0a 8i «"* -empre e do- daiia mmie acuta»! ‘ h “ "r7- KMt ’ cne * ra * e arti umane due sono le più difficili : l’arte d'educare e quella di governare, gli uomini. Quindi ogni secolo ha avuto gravi problemi sociali da risolvere. Di questi problemi alcuni sono di indole generale perchè riguardano il mondo delle nazioni o l’umanità consociata, tal sarebbe il riconoscimento pratico e giuridico de’diritti naturali degli uomini ; altri sono particolari, riguardanti cioè una sola nazione, tal sarebbe il modo di conciliare l'unità c la integrità dell’impero Austro-Ungarico col principio d’autonomia e di libertà delle varie schiatte e popolazioni che oggi formano quell’impero. A quattro possiamo ridurre le principali questioni sociali dei tempi nostri e sono le infrascritte. 1° La questione morale, non tanto per la varietà e moltiplicità dei sistemi scientifici morali che oggi più che mai si contendono il campo, quanto per lo scadimento pressoché universale del senso etico. Quindi convien ricercare le cagioni tutte di questo fatto, ravvivare e rinvigorire negli uomini il sentimento morale, e praticare nelle relazioni vuoi private vuoi pubbliche i sommi principj di moralità e onestà e di equità naturale. 2° La questione religiosa, non solo pei doveri dell’uomo verso Dio e nell’interesse della sua destinazione oltremondana, ma per istabilire e mantenere in modo più sicuro l’unità morale fra gli uomini tutti. Ai nostri tempi, invece, non solo permane la diversità delle religioni positive che possono dar ésca a divisioni di popoli e fomentare guerre sterminatrici e da barbari, ma sempre più vivo si palesa il conflitto fra la ragione e la fede,, tra il domina e l’esperienza illuminata, fra la scienza c la religione. In qual modo comporre il dissidio tra i principj della scienza e i diritti della ragione da un lato, fra le verità di senso comune e le aspirazioni dell'anima umana dall’altro, essendo l’uomo costituito dalla natura animalo religioso ? La questione politica, la quale risguarda non tanto la forma di Governo, lo più sicure ed ampie guarentigie costituzionali, quanto e meglio la libertà civile e politica, che le democrazie moderne vorrebbero portare col fatto all’ultima sua espressione. Oia ognun vede che siffatto problema presenta gravissimo difficoltà, ove specialmente si riconosca cs- • sere la libertà per gli uomini particolari e per le nazioni, pei governati e per gli stessi governanti, non solo un diritto ma un dovere. 4° La questione economica, vale a dire la ricchezza d, pochi e la quasi indigenza dei proletari che cosi,tu,senno i quattro quinti del genere umano! Il rim to d, proprietà individuale e le condizioni miser- r k > Ìl Capi ‘ ale e U “"0 «peeial- fii T„ ", ”T° ' 1Uasi in aperto co,, - „ lìr r r p0n '° “«evolute « ™io. alla nel’ itt0 ' d,e tla U«"i » spinto «no Può il°.e 0 ', 0 ' ° dlntt0 1,1 Possedere c di testare? pili "° S . lro -P'-omettar.i di risolvere il Ln Z) m (00me il 0 nella »™‘'“»‘a Ma sorbir M salario e quindi nella reale a compita emancipazione del quarto stato ? Lo quattro grandi questioni sociali si riducono in sostanza a due : al problema morale cd a quello economico sociale, che hanno carattere di universalità vera e propria, riguardando essi il genere umano nell’ampio giro del tempo o dello spazio sulla Terra. Noi ci occupiamo qui della sola questione economica sociale e del modo di risolverla praticamente in Italia, secondo le dottrine c gli espedienti del Mamiani, desumendo lo une c gli altri dai varj scritti di lui. Ma prima diamo un cenno storico della questione medesima. II. La questione economica non c nuova nè moderna, ma può dirsi rimonti alle prime società civili. Ogni epoca e ogni grande Istituzione sociale, come lo Stato c la Chiesa, han tentato di risolvere o a modo loro o in conformità dei tempi l’arduo c complicato problema. Ma è stata sempre una soluzione parziale e provvisoria, mai totale, generale o definitiva, sia per la natura dei mezzi adottati, sia per la stessa nativa diseguaglianza degli uomini c per le nuove esigenze della civiltà progrediente. La istituzione delle caste nell’antico Oriente, la divisione legale fra i liberi e gli schiavi nella Grecia c nel mondo romano, le corporazioni religiose istituite dalla Chiesa, il sistema feudale nel medio evo. le stesse corporazioni d’arti e mestieri appo i nostri Comuni c le nostre Repubbliche, si credettero spc- dieuti efficaci a risolvere la questione economica so- cialc, e quindi furono adottati per Scongiurare il pericolo. Ma nè il Paganesimo che negava agli schiavi ed ai servila personalità morale e giuridica, nè il Cristianesimo che riconosceva nei volghi servili la personalità umana c l’eguaglianza morale, e predicava ai ricchi la carità, ai poveri la rassegnazione, nè le istituzioni sociali del medio evo in Italia ed altrove, riuscirono a risolvere la questione economica, ma ol’aggiornarono semplicemente, o la indirizzarono per una nuova strada. I nuovi principj del Cristianesimo neppure nel medio evo valsero ad appagare sempre lo plebi, a distoglierle dai beni presenti esortandole a restar povere e tranquille. u I pensieri c gli affètti dell'uomo staccati a forza dalla vita presente, nondimeno di tratto in tratto vi tornavano, c il sentimento della vita irrompeva fortemente e violentemente. È questo sentimento che in Italia nel 1035, al tempo della lega dei valvassori minori contro i maggiori, faceva cospirare anc ie gli uomini di servii condizione contro ipadroni, e darsi giudici, ragioni e leggi. Parimente nel 1387 vediamo nel Canavcsc, Vercellese e Vallese, nella mna e Tarantasia e in altre parti, il popolo i nnViT 10 a^ 6 t0lrc 0 ca «)pagna sollevarsi contro mm-P ì tl * vast ‘ mot i dei contadini misero a ru- di li fn eBta “ Ìa - la ricchezza c la povertà. Col sistema dello p.ccolc industrie, l’operaio poteva sce- :r c tra ; d,vcrsi P adl '°"i quello che gli faceva mi- ST COnd ' Z10 "' ; 11 Ch0 «« “'-va di stimolo a rcn- *«*“» “1 ambita Papera m Si voro V),. 0,- e ’i " n C ° rt ° ei l ailibrio tr a capitalo e 1»- AtomtVoll b ° n °| ZJ n °" Si 1WSSOno P iil avcr0 001 « s“ V-'; ° Ì,,dUSl, ' !a - » * 'intedia co- -i caoitalist' asolanti, PCi-cU alla lega di questi P'tabst, possono contrapporre la propria eoa piti HI sicura e pronta efficacia. Venendo meno le piccole- industrie e scomparendo gradatamente il ceto medio, alla perfine il cajiitale e il lavoro si troveranno l’uno di fronte all altro. JE già il conflitto è cominciato qua e la in più luoghi e sotto aspetti diversi : vi è un cumulo di odii mal repressi che anelano la vendetta o almouo la rivincita. Tantoché, ove non si pensi in tempo ai firnedj, vi è da temere uno sconvolgimento sociale nell’ordine politico ed economico. Ma quali rimedj adottare e come prevenire un rivolgimento sociale, clic potrebbe essere il più terribile nella storia del genere umano ? Ecco l’arduo- problema economico sociale, ecco la sfinge moderna, che preoccupa la mente del filosofo, del filantropo,, dell’economista e dell’uomo di Stato. Alla pratica soluzione di questo formidabile problema in Italia il nostro compianto Mamiani involse per oltre quarant’anni (1S3S-.1SS2) la mente, il cuore, gli studj suoi ampj e consumati. “ Quella comunanza di uomini (egli scriveva fino dal 1838) elio non sa- trovar modo, o non vuole, di schermire dalle necessità estreme della vita gl’indigenti onesti e d’ogni fatica volonterosi, non può dirsi con proprietà sa- piente e civile, ma sotto apparenze molto contrarie è- barbara e insipiente tuttavia. Le genti educate ed agiate sono dalla natura e da Dio costituite madri e tutrici delle infime plebi, e di queste hanno a. render conto molto severo sì innanzi alle società urnane e sì innanzi a Dio padre dei poveri „ (1). Fermato ciò, il Mamiani rigettando le strambe utopie dei Comunisti e dei Socialisti moderni perchè ingiuste e non attuabili, e scegliendo quelle riforme e quei miglioramenti sociali che erano o che gli parevano possibili e praticabili in Italia, esule a Parigi segnò ne’ suoi Documenti pratici intorno alla rigenerazione morale intellettuale ed economica degli Italiani, alcune linee di quel vasto disegno onde il secol nostro intendeva e intende a migliorare le condizioni del popol minuto. I mezzi da lui proposti per soddisfare ai diritti che riguardano la sussistenza sono gl’infrascritti. 1° Abolire i dazj c le imposte d'ogni natura che gravano più propriamente sull’infimo popolo. 2° Francarlo dalle viete tasse parrocchiali assegnato all’ adempimento di certi atti solenni, civili e religiosi. •j° Moltiplicare e perfezionare gli ospedali, i ìicovcri, i monti di pietà c simili altri istituti di pubblica beneficenza. Propagare il più che si può tali istituti anche per i villaggj e le campagne, c imitare da per tutto esempio d alcuni Comuni rurali, che a loro spese provvedono i contadini di medico e medicine. ò Rifornì are ed ampliare le leggi e i regolamenti circa ai patti e alle mutue relazioni tra i fab- Scritti politici, edizione renze, Le Monnicr. ordinata dall’autore. - Fi e la questione economico- soci a Lubricanti, capomastri e bottegai da un lato, e gli operai, giornalieri, manuali e apprendisti dall.’altro, porgendo a tutti i secondi guarentigia e soccorso nei termini dell equità, e contro l'egoismo e la durezza dei primi. G° Istituire in ogni città, dove gli operai sovrabbondino, due sorte di lavorerìe pubbliche permanenti : 1 una pei rozzi braccianti, l'altra per gli operai delle arti comuni. 7° Tali istituti ordineranno per guisa i rego- menti c le discipline proprie, c con si fatta misura proporzioneranno le loro mercedi, da non sopraffare in nulla le industrie de’privati; mentre toglieranno a queste l’arbitrio di soverchiare gli operai in nessuna cosa. • 8° In tali lavorerìe ed officine pubbliche non debbono gli operai nè esser costretti a vivere rinchiusi, nè perdere alcuna porzione di quella indipendenza, di atti c pensieri che la civile libertà concede ad ogni uomo onesto. I lavori, poi, scelti e ordinati in quelle saranno volti con provvidenza ed accorgimento alla pubblica utilità, e segnatamente a quella del popol minuto. 9° L’ammissione a tali opificj sarà concessa ad ogni operaio il quale darà prova di aver offerto invano l’opera sua nelle officino privato. E il pericolo della soverchia c non strettamente necessaria frequenza degli operai in quelle lavorerìe sarà evitato, con fare strette più dell’uso ordinario le discipline, le quali poi debbono esser pensate c trovate con ingegnò SÌ fatto da convertirle in buoni e quotidiani metodi educativi. Tutto ciò richiede che il tesoro arricchisca abbondevolmente per altre vie. Nuova fonte di ricchezza pubblica può divenire la tassa detta progressiva, ed una sull’eredità trasversali proporzionata al grado più o meno stretto di parentela, e il rendere mobili e circolanti i beni immobili c camerali, o per ultimo il fare sparmio di tutta l’immensa moneta che inghiottono e scialacquano i grossi eserciti stanziali, i gran favoriti di corte, i doganieri, e mille altre specie di ufficiali e di salariati o perniciosi o superflui. 11° Con molto valsente tenuto in. riserbo, si ovvierà a quegli accidenti imprevisti che turbano a un tratto 1 economie delle industrie e del lavoro quotidiano. Così gl’italiani, antichi fondatori delle Case di lavoro, perfezioneranno conforme ai bisogni dell età nostra il pietoso trovato degli avi loro. 12 Riguardo alle campagne, bisogna in primo luogo riformare ed ampliare il codice forese od agrario, perchè si tutelino con più efficacia i patti e le relazioni giornaliere fra i possidenti e i coloni, migliorando le condizioni di questi ultimi, e mallevatole contro ogni ingiustizia e sopruso. 13 In secondo luogo, bisogna istituire in ogni P noia compagnie di assicurazione (sovvenute dal mune) contro i danni delle gragnuole, delle carestie, jpizoozie ed inondazioni, affinchè i contadini si veg- accertato ogni anno il frutto del loro sudore. E quando il raccolto sarà favorevole ed abbondante, i contadini concorreranno per la lor quota al pagamento della tassa di assicurazione. 14° Un Consiglio superiore, aiutato dai succursali delle provincie, prenda in cura speciale lo studio e la vigilanza degl’interessi del popol minuto. A questo Consiglio saranno ascritti molti uomini pratici e versati in dottrine particolari relative ai fini proposti, e tutti splenderanno di specchiata probità o di zelo grande verso i poveri. 15° Una parte del Consiglio medesimo prov- vederà specialmente alla vita sana del popolo, promovendo le società di temperenza felicemente iniziate in America e in Inghilterra, ed esaminando l’interno delle officine, la materia e la qualità dei lavori, i cibi quotidiani, gli alloggj, le vesti e simili obbietti. E sarà bene imitare Leopoldo I di Toscana, il quale a spese dell’erario fece murare in luogo arioso gran numero di casette decenti ed acconce per l’infimo popolo. Questi pagherebbe una modica pigione. 16° L’altra parte del Consiglio veglierà gli andamenti del popolo, la qualità delle sue industrie e de’suoi negozj. Vedrà pure ilConsiglio quel che sia da ristorare degli antichi Statuti delle arti e quello che sia da aggiungervi : ad ogni modo, promoverà le congregazioni e consorterie legali degli operai, dei ca- pomastri e d'ogni specie di artieri, con l’intento di accrescere ad ognuno i mezzi di produzione, e se- gnatamentelo spirito di fratellanza e disciplina. Similmente, il Consiglio promoverà con zelo perseverante le anioni e consorterie dei piccoli proprietarj e dei fittajoli, compensando per tal guisa i danni e gl’inconvenienti dei poderi troppo angusti. Veglierà, infine, sulle pubbliche mostre, sui comizj agrarj, sugl’incoraggiamenti e sui premj da assegnare ; studierà il valore de’ nuovi ritrovati e degli ultimi perfezionamenti, ed agevolerà ai poveri artieri lo smaltimento de’ rispettivi lavori, contro il monopolio dei troppo ricchi, cd a freno degl’ incettatori e rivenditori. Il Consiglio procaccerà di mettere in buono accordo fra loro gl’ istituti di carità e beneficenza, facendo che si accostino tutti a certa unità di massime direttrici, e che l'opera dell’ uno v P rcndo a chiarire e ad inculcar! cono circa la questione sociale. Mentre il essa Lettera esaminava il Mamiani se la nuova Ke- pubblica francese potesse fornir lavoro quotidiano agli operai che ne mancassero, tornava a raccomandare la istituzione di lavorerìe pubbliche, ma con lo infrascritte cautele affinchè non divenissero perniciose allo Stato c non turbassero 1’ operosità economica dei privati. 1° Lo pubbliche officine debbono istituirsi universalmente c poco meno che in qualunque grosso Comune, per evitare una soverchia accumulazione di popolo in quelle sole città dove fossero pubbliche lavorone. Converrà, inoltre, cercar compensi nuovi e gagliardi, noll’istituiro officine in tutto lo Stato a favore dell'agricoltura, affinchè i contadini non siano indotti a lasciar la villa e ricoverarsi nelle città. 2° Bisogna decretare che nello officine dello Stato sicno raccolti solamente quegli operai a’quali nessuna privata industria ha potuto fornir lavoro. Imperocché le lavorerìo pubbliche sono costituite per supplire e riparare alla insufficenza delle industrie private, dalle quali ricevono limitazione e misura. 3° Il Governo procaccerà, per non rovinare molte industrie private, elio i lavori molteplici e svariati da lui condotti siano di qualità da non potersi dai privati cittadini imprendere con profitto. Il che importa che le manifatture pubbliche quanto più crescono, e tanto più costino e siano a maggiore scapito del tesoro. 4° Avviata la generale istituzione degli opificj •comuni, il prezzo della mano d’opera non potrà sminuire tanto e sì presto, quanto si vede ne’paesi dove il numero delle braccia soverchia il bisogno. Però, tutte quelle industrie le quali competono con gli stranieri, mercè del buon mercato e del potere scemare' fino all’ultimo estremo i salarj, cesseranno e si annulleranno. Dalla teoria conviene a suo tempo scendere all’applicazione. E così fece il Mamiani. Divenuto Ministro costituzionale sotto Pio IX, nel giugno 1848- il Mamiani compilò e sottopose all’Assemblea romana una proposta di legge per la istituzione di un .Ministero speciale di pubblica beneficenza . È pregio dell’opera riferire, tralasciando le funzioni speciali e straordinarie del nuovo Ministero, le sue funzioni generali non tanto per far conoscere la natura e la. missione di esso Ministero, quanto perchè ci sembra, che quelle funzioni ed attribuzioni generali possano anche oggidì servir di lume per la riforma e il riordinamento dello nostre Opere pie. 1 II Ministro di pubblica beneficenza procura in genere la riforma, il perfezionamento e la moltiplicazione degl’ istituti e delle opere di beneficenza c ie sono in atto, e la fondaz ione e 1’avviamento detuzionc cd ogni opera rivolta all’educazione morale e intellettuale delle infime classi. 2° Procura con mezzi mediati o immediati di approssimare le opere tutto di beneficenza a certa unità e collegamento, affinchè se ne aumenti da ogni lato l'efficacia, e non ne siano gli effetti o troppo parziali o manchevoli. 3° Promuove presso i Consigli deliberanti le leggi c gli ordinamenti giovevoli alle classi indigenti c al popolo minuto. 4° Sopraintende agl’istituti laicali di beneficenza da lui fondati o dal Governo posseduti, e a qualunque disegno e impresa *da lui o dal Governo attuata, e la quale intende al sollievo e all’educazione delle classi inferiori. 5° Sopraintende similmente a quegli istituti e opere laicali di beneficenza e di educazione popolare, le quali sono posto dai fondatori sotto il riguar- damento e la cura immediata di chi governa. G° S’ingerisce, d’accordo coi Municipj o coi Rettori privati, nel regolamento di quegli istituti ed opere coraunitativc o private, alle quali viene in soccorso il Governo con il denaro pubblico, o con altra maniera efficace e ragguardevole di ajuto. Quanto alle fondazioni e congregazioni, o similmente a qualunque specie ed atto di pubblica beneficenza, dipendenti al tutto dai Municipj o dalla carità di privati, c che si rimangono esclusi dalle tre dette categorie, il Ministro ne piglia cognizione esatta e particolareggiata, ed esige copia autentica degli statuti c dei regolamenti. Invigila clic non contravvengano in nulla alle leggi universali dello Stato. Promove e propone in seno de Consessi legislativi quei provvedimenti c quelle cautele che impediscono alle beneficenze d’istituto municipale o privato di fuorvia.e c corrompersi. Risponde ai consigli richiesti, e invita per via officiosa a modificare, migliorare, propagare e in ogni guisa perfezionare l’opera della beneficenza. Similmente invita e procura la colleganza e reciprocazione degli ufficj ed aiuti fra l'uno istituto e l’altro, o in genero favorisce e caldeggia per ogni modo l'azione loro. Occorre appena far notarle che il Mamiani, mettendo così in pratica le sue nuove dottrine sociali, tentava di dare all’opera del Governo quell’ampiezza e quell efficacia che si accorda generalmente con le libei tà co privati, e con ogni trasformazione c progresso nello spirito di associazione e di civile consorzio. Sulla quale Istituzione egli ritornò più. tardi nei Saggi di Filosofia civile. Ma è noto che il Ministero di pubblica beneficenza non ebbe fortuna negli Stati Romani, mentre alle idee del Mamiani si fece m sostanza buon viso in Toscana, dove al Ministero ella Istruzione pubblica fu aggiunto l’ufficio di tubare c dirigere la pubblica beneficenza. lennpir/ il Mamiani fece a tutti manifesto so sociali D i eC0 6U ° P on ^ crato volume sulle Qucstion ’ ° ° ln mczzo a tante vicende politiche italiane ed europee dal 48 in poi, in mezzo a’ suoi profondi studj filosofici cd alle sue occupazioni di statista, non aveva perduto d’occhio i progressi teorici e le fasi pratiche della questione economica sociale nelle diverse parti d’Europa. Girando l’occhio della mente nell’essenza profonda e nelle attinenze della questione sociale, c pur tenendo conto dei suggerimenti dell'esperienza e della riflessione por oltre quarantanni, nella suddetta opera Egli esaminò acutamente i due massimi problemi dell’età nostra, fra loro distinti ina non separati, cioè il problema inorale c quello economico. Intorno al secondo problema, ecco in breve le dottrine o le proposte che il Mamiaui professava e additava per risolvere in Europa e segnatamente in Italia la questione sociale. L’autore delle Questioni sociali ammette legittimo il diritto della proprietà individuale ; affer- * ma, contro certi Economisti, che il lavoro non crea, ma presuppone la proprietà ; rigetta le strambe teoriche di Proudhon e le altre nò giuste nò praticabili dei moderni Comunisti c dei Socialisti esagerati; reputa non assoluto il diritto al lavoro. Ma, d’altra parte, egli deplora gli effetti della libera concorrenza che ritiene sia causa dell’ anarchia economica ; è seriamente preoccupato dal fatto che i quattro quinti del genere umano formano la classe intera dei pro- letarj : e quindi pensa e propone un sistema di riforme rivolte ad armonizzare la produzione e il capitale, gl’interessi e le sorti del proletario, sistema che si compendia nelle seguenti proposte : Istituire un magistrato speciale col nome di Tribuni del popolo, eletto dal corpo intero dei lavoranti, il quale tuteli ed invigili i diritti e gl’interessi del proletario. 3° Abolizione del dazio consumo. 2° Fondazione di colonie per riparare all’ eccedenza annua della popolazione, secondo la teorica di Malthus. 4° Favorire e proteggere 1’ emigrazioni volontarie, quando pure al Governo apparisse nè difficile nò dispendioso il tragittare i nostri emigranti da una provincia interna ad un' altra, per esempio in Sardegna, nelle campagne romane, in più parti disabitate ed incolte della Sicilia c della Puglia. 5° Proteggere ed allargare le Società cooperative, nelle quali il lavorante, oltre alla sua mercede, divida coi socj il modesto lucro ricavato dalle pioduzioni, e pelò sia nel tempo stesso comproprie- taiio. Quanto si dilateranno questo società, tanto più effettuabile apparirà la Cassa di pensioni per i 1600 i e gl invalidi, alimentata da quoto versatevi a ogni libera corporazione di artigiani, e da elargizioni del Governo in proporziono delle somme risparmiate o dai singoli membri o da una intera • norT A 1 i rtÌerÌ ’ C CU ‘ amm i Q istrazione però °" “ ai i» mano del Governo. del l a T? com P r °P r ^ario anche il lavoratore del fondo da lui coltivato. oc ni Gn | are 1° imposte ai contadini proprietari. on are Scuole governative professionali, lo3 cioè di arti e mestieri, in unione con le Provincie ed i Comuni quanto alle spese ; nelle quali scuole sarebbero accolti i figli dei lavoranti, compiuta 1' istruzione elementare. 9° Riformare le Scuole tecniche, adattandole ai mestieri ordinarj ; e quanto alle grosse borgate c alla campagna, ammaestrarvi i contadini suburbani negli clemeuti di agricoltura e di pastorizia. 10° Provvedere ad un Manuale popolare di agraria. Dove manchi l'insegnamento elementare, supplirvi con le scuole dette ambulanti. 12° Prestazioni al buon colono per ajutarlo a divenire comproprietario ; e dono degli utensili al giovine proletario, ghà prestatigli quando entrò nelle officine urbane e noi fondi rustici in possesso ed uso dello Stato. Dall’ attuazione di queste riforme e proposte il Mamiani si riprometteva la graduata cessazione della servitù del salario e quindi la emancipazione reale a compita del quarto stato. Ma in qual modo lo Stato avrebbe provveduto a quello nuove ed incessanti spese ? Con le infrascritte riforme, secondo il Mamiani, oltre al provento delle consuete imposte. 1° Cancellazione dell’ esercito stanziale. 2° Imposta prediale e mobiliare temperatamente progressiva. 3° Incameramento dell’ eredità trasversali dal terzo grado in giù. Sbassamento della rendita pubblica dal quattro al tre e al due e mezzo, secondo luoghi e tempi. 5° Amministrazione disimplicata e scemamente di ufficiali e di paghe. 6° Ogni legatario pagherà una volta soltanto il decimo del valsente legatogli.. 7° Monopolio delle miniere. VII. Non tutte le riforme c le proposte sociali messe innanzi dal Mamiani sono guari praticabili, nè tutte collimano con la inviolabilità del diritto naturale di proprietà individuale, oltre accordare un soverchio ingerimento allo Stato moderno nelle materie economiche. Noi non potremmo quindi accettare senz’ alcuna restrizione e temperamento tutte e singole le dottrine economiche e sociali del Mamiani, nè crediamo che si possa mai giungere a pienamente e stabilmente risolvere il problema conomico sociale, come ci studiammo dimostrare a suo uogo in due nostri libri, negli Elementi scientifici di Etica e Diritto o nella Filosofia morale e sociale (1). Ma intanto, nobile, alto, eminente- ” e -i°iT,le • Gd . Umanitario « il fine a cui rivol- rifnrm anai ^ n * 1° su La disciplina o educazione ci fa passare dallo stato di animale a quello d’uomo. Un animale è pel suo istinto medesimo tutto ciò che può essere ; una ragione a lui superiore ha preso anticipatamente per esso tutte lo cure necessarie. Ma l’uomo ha bisogno della sua propria ragione. Costui non ha istinto, c conviene che formi da so stesso il disegno della sua condotta. Ma, siccome non ne possiede la immediata capacitò, e viene al mondo nello stato selvaggio, ha bisogno dell’aiuto altrui. La specie umana c obbligata a cavare a grado a grado da sò stessa colie proprie sue forze tutte le qualità naturali che appartengono all’umanità. Una generazione educa l'altra. Se ne può cercare il primo principio in uno stato selvaggio o in uno stato perfetto di civiltà -, ma, nel secondo caso, bisogna pure ammettere che l’uomo sia poi ricaduto nello stato selvaggio c nella barbane. La disciplina impedisce all’uomo di lasciarsi deviare dal suo destino, dall'umanità, pur Io sue inclinazioni animali. Occorro, por esempio, oh essa lo moderi, perché egli non si gotti noi porle» o corno no animalo feroce, 0 come uno stordito^ a dina è puramente negativa, perche si resinose soovliarc l'uomo della sua selvatichezza; 1 istruzione, ^ ° -nèh parte positiva dell’educazione. “ir ™ ioho- coiste nell' indipondeoza da,, • T a disciplina sottomette 1’ uomo alle r Lvfmou» e lincia a fargli sentirò la E, l'autorità dolio leggi stesse. Ma ciò dovesse. Valdarnini la pedagogia di e. kant fatto per tempo. Così, maudansi per tempo i bambini alla scuola, non perchè vi apprendano qualcosa, ma perchè vi si avvezzino a restare tranquillamente seduti e ad osservare puntualmente ciò che loro vien comandato, affinchè in progresso di tempo sappiano cavar subito buon partito da tutte le idee che verranno loro in mente. Ma l'uomo è così portato naturalmente alla libertà che, quando vi abbia preso una lunga abitudine, le sacrifica tutto. Ora questa è la precisa ragione onde conviene per tempo ricorrere alla disciplina ; chè altrimenti sarebbe troppo difficile di cambiar poi il carattere di lui, e seguirà allora tutti i suoi capriccj. Parimente, si vede che i selvaggj non si abituano mai a vivere come gli Europei, quantunque restino per lungo tempo ai servigj loro. Il che non deriva già in essi, come opinano Rousseau ed altri, da una nobile tendenza alla libertà, ma da una certa rozzezza, perchè l'uomo appo essi non si è ancora spogliato in qualche maniera della natura animale. E però dobbiamo avvezzarci per tempo a sottometterci ai precetti della ragione. Quando all uomo si è lasciato seguire la piena sua volontà pei tutta la gioventù c non gli si è mai resistito in nulla, ci conserva una certa selvatichezza per tutta la vita. Rè alcuna utilità reca ai giovani un affetto materno esagerato, dacché più tardi si pareranno loro dinanzi ostacoli da tutte le parti, c troveranno dovunque contrarietà quando piglieranno parte agli affari del mondo. Un vizio, nel quale ordinariamente si cade ncl1’educazione dei grandi, e quello di non opporre loro alcuna resistenza nella loro gioventù, perché son destinati a comandare. Nell’ uomo la tondenza alla libertà richiedo ch’egli deponga la sua rozzezza : nell’animale bruto, al contrario, questo non e necessario per l’istinto di lui. L’uomo ha bisogno di sorveglianza e di cultura. La cultura abbraccia la disciplina e l'istruzione. Nessun animale, che noi sappiamo, ha bisogno di quest’ultima ; imperocché veruno di essi apprendo alcun che da’ suoi antenati, salvo quegli uccelli clic imparano a cantare. Infatti, gli uccelli sono ammaestrati nel canto dai loro genitori ; ed è mirabil cosa il vedere, come in una scuola, i genitori cantare con tutte le proprie forze davanti ai loro nati e questi'adoperarsi a cavare gli stessi suoni dalle loro tenere gole. Se taluno volesse convincersi che gli uccelli non cantano per istinto, ma clic imparano a cantare, basta ne faccia la prova ed è questa : levi ai canarini la metà delle uova loro e vi sostituisca uova di passero ; ed ancora coi piccoli canarini mescoli insieme passeri giovanissimi. Li metta in una gabbia donde non possano udire i passeri di fuori ; essi impareranno il canto dai canarini e così avremo passeri cantanti. Nò meno stupendo e il fatto, che ogni specie d’uccelli conserva m tut e le generazioni un certo canto principale; cosi la tradizione del canto è la più fedele nel mondo L’ uomo non può diventare vero uomo che per educazione ; egli e ciò eh essa, lo fu. \ uolsi notai e eh’ egli può riceverò questa educazione soltanto da altri uomini, che l’abbiano egualmente ricevuta dagli altri. Quindi la mancanza di disciplina e d’ istruzione in certi uomini li rende assai cattivi innesti i dei loro allievi. Se un essere di natura superiore si prendesse cura della nostra educazione, vedrebbesi allora ciò che noi possiamo divenire. Ma siccome l’educazione, da una parte, insegna qualcosa agli uomini, e, dall’altra, non fa che svolgere in loro certe qualità, non si può sapere fin dove portino le nostre disposizioni naturali. Se almeno si facesse una esperienza coll’ aiuto dèi grandi e col riunire le forze di molti, ciò ne illuminerebbe sulla questione di sapere fin dove l’uomo può arrivare per questa via. Ma una cosa tanto degna di osservazione per una mente speculativa quanto triste per un amico dell’ umanità si è il vedere, clic la più parte dei grandi non pensano che a se stessi e non pigliano alcuna parte alle interessanti esperienze sulla educazione, per fare avanzare di qualche altro passo verso la perfezione la natura umana. 3. - Non vi ha alcuno clic, essendo stato trascurato nella sua gioventù, siaincapaco di ravvisare nell’età matura in elio venne trascurato, vuoi nella disciplina, vuoi nella cultura (poiché si può chiamar cosi la istruzione).Chi non possicdecultura di sorta e bruto pollinoli Ita disciplina o educazione e selvaggio. La mancanza di disciplina è un male peggioro della mancanza di cultura, perche a questa si può ancora rimediare più tardi, mentre non si può più mandar via la selvatichezza e correggere un difetto di disciplina. Forse l’educazione diverrà sempre migliore, e ciascuna delle generazioni venture farà un passo di più verso il perfezionamento dell’ umanità ; imperocché il gran segreto della perfezione della natura umana dimora nel problema stesso dell’educazione. Si può camminare oramai per questa via ; difatti, oggidì si principia a giudicare esattamente e a vedere in modo chiaro in clic proprio consiste unabuoua educazione. E reca dolce conforto il pensare che la natura umana sarà sempre più e meglio dispiegata e migliorata dall’educazione, e che si può arrivare a darle quella torma che veramente le conviene. In ciò consiste la prospettiva della felicità avvenire della specie umana. L’abbozzo d'una teorica dell’educazione è un ideale nobilissimo, c che non tornerebbe punto nocivo, quando anche non fossimo in grado di effettuarlo. Non bisogna considerare un’idea come vana e ritenerla come un bel sogno, perchè certi ostacoli ne impediscono l’effettuazione. Un ideale altro non è ohe il concetto d una per- lezione che non si ò riscontrato ancora noU'esporicnza : tal sarebbe, per esempio, l'idea 4 una repubblica perfetta, governata secondo le regole dell» g.nst.z.a. Si dirà dunque impossibile? Basta,,u pruno nego, Che la nostra idea non sia falsa; in seconde lungo, ohe non sia impossibile assolutamente d, vincere luti, „u ostacoli per tradurla in atto. Se, poniamo cascano mentisse, la veracità sarebbe per questo una chimera ? L’idea eli una educazione clic dispieghi nell'uomo tutte le sue disposizioni naturali è vera assolutamente. Con l’educazione presente l'uomo non consegue appieno il fine della sua esistenza. Imperocché quanta diversità non corre tra gli uomini nel loro modo di vivere ! Ne tra loro può essere uniformità di vita se non in quanto essi operino secondo gli stessi principj e questi principj divengano per loro come una seconda natura. Noi possiamo almeno lavorare intorno al disegno d’una educazione conforme all’intento che dobbiamo proporci, e lasciare istruzioni agli avvenire che potranno a grado a grado metterle in pratica. Osservate, per esempio, i fiori detti orecchi di orso: quando li tiriamo dallo radici, hanno tutti il medesimo colore •, quando invece se no pianta il seme, otteniamo colori tutti differenti e svariatissimi. La natura ha dunque riposto in loro certi germi del colore, e basta, per isvilupparvcli, seminare e piantare convenientemente questi fiori. Il somigliante accade nell’uomo ! Vi sono molti germi nell'umanità, e spetta a noi svolgere con debita proporzione le nostre disposizioni naturali, dare all’umanità tutto il suo dispiegamento, e adoperarci a conseguire la nostra destinazione. Gli animali compiono il loro destino spontaneamente e senza conoscerlo. L’uomo, al contrario, e obbligato a cercar di conseguire il fine suo ; il che non può egli fare se prima non ne ha un’idea. L’individuo umano non può compiere da se questa destinazione. Se ainmettesi una prima coppia del genere umano realmente educata, bisogna sapere altresì com’essa ha educato i suoi figli- I primi genitori danno ai loro figli un primo esempio ; questi lo imitano, e così dispiegansi alcune disposizioni naturali. Ma tutti non possono esser educati a questo modo, giacché ordinariamente gli esernpj si offrono ai bambini secondo l’occasione. In altri tempi gli uomini non avevano alcuna idea della perfezione onde la natura umana è capace ; noi stessi non l’abbiamo ancora in tutta la sua purezza. È corto del pari che tutti gli sforzi individuali, clic hanno per fine la cultura dei nostri allievi, non potranno mai far sì che costoro giungano a conseguire la loro destinazione. Questo fine non può esser dunque conseguito dall’uomo singolo, ma unicamente dalla specie umana. L’educazione c un’arte, la cui pratica ha bi- sogno d’essere perfezionata ila più generazioni. Ciascuna generazione, provvedala delle conoscenze dello precedenti generazioni, è sempre pii in grado di arrivare a una educazione che in una giusta piopoi- zionc c in conformità Sol loro fine svolga tutte le nostre disposizioni naturali e cosi guidi tutta la spc- eie umana alla sua destiuazionc. - La Provvidenza ha voluto ohe l'uomo fosse obbligato a cava™ da se stesso il bene, 0 in qualche modo gli dice Edia nel mondo. Io ho mosso in te ogni speco d. alt tudin. porilbcno. Ora a te solospcttasvilupparlcpcr,1 bene; e quindi la tua felicità 0 la tua infelicità dipende da te ., Cosi il Creatore potrebbe parlare agli nomini ! L'uomo deve innanzi tutto svolgere le sue attitudini per il bene ; la Provvidenza non lo ha messe in lui bcll’e formate, ma come semplici disposizioni, c però non vi è ancora distinzione di moralità. Render se stesso migliore, educare se medesimo, e, s’egli è cattivo, svolgere in sè la moralità, ecco il dovere dell'uomo. Quando vi si rifletta consideratamente, si vedo quanto ciò sia difficile. L'educazione, pertanto, c il più grande e il più arduo problema che ci possa esser proposto. Di fatti le cognizioni dipendono dall’educazione, e questa dipende alla sua volta da quelle. Onde non potrebbe l'educazione progredire elio di mano in mano ; e noi possiamo arrivare a farcene un’idea esatta solo in quanto ciascuna generazione trasmette le sue spe- rienze e le sue cognizioni alla generazione posteriore clic vi aggiunge qualcòsa di suo c le tramanda così aumentate aqucllachele succede. Qual cultura e quale sperienza dunque non suppone questa idea? E però essa non poteva sorgere che tardi, e noi stessi non 1 abbiamo ancora innalzata al suo più alto grado di purezza. Si tratta di sapere se l’cducazionc nell’uomo singolo debba imitare la cultura che l’umanità in gcnciale ricevo dalle suo diverse generazioni. -Lia le umane scoperte ve ne ha duo difficilissime, e sono l’arte di governare gli uomini e l’arto di educarli ; c però si disputa ancora su queste idee. Ora, donde principieremo a svolgere le naturali disposizioni dell’uomo ? Bisogna muovere dallo stato barbaro o da auo stato già culto ? Non è agevol cosa il concepire uno svolgimento partendo dalla barbarie (per la difficoltà somma di farci un’idea del primo uomo) ; e noi vediamo che, ogni qualvolta si sono prese le mosse da questo stato, 1 uomo è ricaduto nella selvatichezza, e che però sono stati sempre necessari nuovi sforzi per uscirne. Anche nei popoli assai civili ritroviamo un avanzo di barbarie, attestato dai più antichi monumenti scritti a noi tramandati ; e qual grado di cultura non suppone già la scrittura stessa ? E da questo punto, cioè dalla invenzione della scrittura, si potrebbe anzi far cominciare il mondo, rispetto alla civiltà. Poiché le nostre disposizioni naturali non si svolgono da sè stesse, ogni educazione è un’arte. - La natura non ci ha dato per questo hnc alcun istinto. - L’origine, come il suo relativo progresso, dell’arte educativa, è o meccanica, senza disegno sottoposta a date circostanze, o ragiona « L«to •d’educare non risulta meccanicamente dalle caco . stanze in che apprendiamo per esperienza se una data cosa ci è dannosa od utile. Ogni arte di questo -onere clic sarebbe puramente meccanica, con i s „ 1-ioune perche non seguirebbe f b0 m0lt ' Cn oln-c “ia’nto Che l’arte delMn- alcnna norma. 0 1 W caziono 0 1» P f*°” io „,J, or,„odo d» con- nata ” 0 d « linnzion m I genitori, ebe hanno sognuo I. educazione, sono gin 3i rcgoinnoirr,i.Mn ..or rendere LA PEDAGOGIA DI KANT questi migliori, è necessario di fare uno studio della Pedagogia ; diversamente nulla se ne può sperare, e l’educazione viene affidata ad uomini educati non bene. Al meccanismo nell’arte educativa bisogna sostituire la scienza, altrimenti ella non sarà clic uno sforzo continuo, cd una generazionepotrebbe distruggere quanto un’altra avesse edificato. Un principio di Pedagogia, al quale dovrebbero mirare segnatamente gli uomini che propongono norme di arte educativa, ò questo : Che non devc- si educare i fanciulli secondo lo stato presente della specie umana, ma secondo uno stato migliore, possibile nell’avvenire, cioè secondo l'idea dell’umanità o della sua intera destinazione. Questo principio 6 d’una importanza tragrande. I genitori educano per 10 più i loro figli per la società presente, sia puro corrotta. Dovrebbero, al contrario, dar loro una educazione migliore, perche un miglioro stato ne possa venir fuori nell’avvenire. Ma qui si parano dinanzi due ostacoli : 1° I genitori non si curano per ordinario che di una cosa sola, ed è che i figli loro facciano buona figura nel mondo ; 2° I principi ri- sguaidano i proprj sudditi oomc strumenti dei loro disegni. I genitori pensano alla casa, i principi allo Stato, fxli uni e gli altri non si propongono per fine ultimo 11 bene generale e la perfezione a cui è destinata 1 umanità. Le basi fondamentali d’uu disegno d’educazione fa d uopo che abbiano un carattere mondiale. Ma il bene generale è un’idea che possa tornar dannosa al nostro bene particolare? Niente affatto ! Imperocché, quantunque sembri che gli si debba sacrificare qualcosa, veniamo cosi a lavorar meglio pel bene del nostro stato presente. E allora quante nobili conseguenze ! Una buona educazione è proprio la sorgente d’ogni bene nel mondo. I germi che sono riposti nell’uomo debbono svilupparsi ognor di vantaggio ; imperocché nelle disposizioni naturali dell uomo non v’ha principio di male. La sola causa del male sta nel non sottoporre a norme la natura. Nell uomo non vi sono che i germi per il bene. Da chi dee provenire il miglioramento dello stato sociale? Dai principi o dai sudditi? Conviene clic questi si migliorino prima da sé stessi, 0 facciano la metà di strada per andare incontro a go verni buoni ? Se, invece, devo partire dai principi questo miglioramento, si cominci dunque a riformare la loro educazione; poiché si é commesso per lungo tempo questo grave sbaglio, di non resistere „vii stessi principi nella loro gioventù. Un albero°cho rosta isolato in mozzo ad un campo pei de la sua dirittura nel crescere c stendo lungi . suo. rami ' al contrario, quello elio cresco nel mezzo una foresta si mantiene diritto, per la reste» a ohe «li oppongono gli alberi vicini, e cerea al di- olio 0 i opp j A vviene lo stesso nei ffirn- ^-“rnvale a Meglio siano educati da qua,- ouno dei tafsudditi che dai loro pari. Non si può attendere il bene doli-alto so prima non vi sava migliorata l’edncazionel Qui bisogna dunque con- 23G la pedagogia, di i:. kant tare più sugli sforzi dei privati che sul concorso dei principi, come hanno giudicato Basedow ed altri ; dacché l’esperienza c’insegna che i principi nell’educazione badano meno al bene del mondo che a quello del loro Stato, c vi scorgono solo un mezzo per giungere ai loro fini. Se col denaro soccorrono la educazione, si riservano il diritto di stabilire le norme che loro convengano. Lo stesso va detto per tutto ciò che risguarda la cultura dello spirito umano c l’incremento dello umane conoscenze. Questi due risultamenti non sono procurati dal potere c dal •denaro, ma solo facilitati ; bensì potrebbero procurarli ove lo Stato non prelevasse le imposto unicamente nell’interesse del suo erario. Ncppur le Accademie li hanno dati finora, ed oggi più che mai non si scorge alcun segno ch’esse comincino a darli. La direzione delle scuole dovrebbe pertanto dipendere dal senno di persone competenti ed illustri. Ogni cultura comincia dai privati e da questi poi si diffonde. La natura umana non può avvicinarsi di mano in mano al suo fine che per gli sforzi di persone dotate di generosi e grandi sentimenti, le quali s’interessano al bene del mondo sociale e sono in grado di concepire uno stato migliore, come possibile, nell’avvenire. Intanto alcuni potenti riguardano il loro popolo come, in certa guisa, una parte del regno animale, e mirano solamente alla propagazione. Al più desiderano ch’esso abbia una certa abilità, ma solo a fine di potersi giovare dei proprj sudditi come di strumenti più acconcj ai loro disegni. I privati devono certamente badare al fine della natura fisica, ma devono soprattutto curare lo svolgimento della umanità, e far sì ch’ella diventi non solo più abile, ma ancora più inorale \ da ultimo, cosa molto più difficile, adoperarsi a elio i posteri arrivino ad un più alto grado di perfezione. L’educazione, pertanto, deve : Disciplinare gli uomini. Disciplinarli vuol dire cercar d’impedire clic la parte animale non soffochi la parte veramente umana, così nell’umano individuo come nella società. Dunque la disciplina consiste semplicemente nello spogliar l’uomo dc.la. sua selvatichezza. D evc coltivarli La cultura abbraccia la istruzione ed i varj insegnamenti &sa fornisce labilità : 0 questa è il possesso d un attitud,ne sufficiente a tutti i lini elio possiamo proporci. Lss. dunque non determina da sé alcun tino ma lascia dunque • . costjinzC . Alcune arti sono utili questa cura comc sarebbero le arti in ogni cinp ^ nitro non sono buone elio di loggoi l’arte della musica, elio in riSpCt, ° v,H J itTfe possiede. L'abilità 6 in rende M** ° M molti fini elio certo modo infinita, et Jovn altresì enrarc che l'uomo divenga „ crrt autorità. Questa dicesi propriamente civiltà. Essa richiede certi modi cortesi, gentilezza c quella prudenza onde possiamo giovarci degli altri uomini pei nostri fini ; e si regola secondo il gusto mutabile di ogni secolo. Così amiamo ancora, dopo alcuni anni, le cerimonie in società. 4° Deve, finalmente, curare nell’uomo la moralità. Ed invero, non basta che l’uomo sia capace di ogni sorta di fini ; occorre altresì clx’ ci sappia farsi una massima di scegliere tra quelli soltanto i buoni. Diconsi buoni que’ fini clic sono necessariamente approvati da ognuno e che pouno essere al tempo stesso i fini di ciascuno. 9. - L’uomo può essere guidato, disciplinato, istruito in modo affatto meccanico, ed illuminato •veramente. Si guidano i cavalli, i cani, e si può guidare anche gli uomini. Ma non basta guidare i fanciulli ; preme soprattutto eli’ essi imparino a pausare. Occorre badare ai principj dai quali derivano tutte le azioni. È dunque manifesto quante cose richiede una vera educazione! Ma ncH’educazionc privata la quarta condizione, che è la più importante, viene per lo più assai trascurata; poiché insegnasi ai fanciulli ciò che stimiamo essenziale, e intanto si lascia la morale al predicatore. Ma non ò forse importante d’insegnare ai fanciulli a odiare il vizio, non per la semplice ìagione che Dio l’ha proibito, ma perchè di natura sua è spregevole ! Altrimenti e’ si lasciauo indurre nel vizio, pensando che il male potrebbe esser lecito se Dio non l’avcsse vietato, c clic si può far benissimo una eccezione a favor loro. Dio, ch'e l’essere sovranamente santo, non vuole se non ciò cb’ò buono. Egli vuole che noi pratichiamo la virtù per il suo valore intrinseco e non perchè Ei lo esiga. Noi viviamo in un’epoca di disciplina, di cultura e di civiltà, ma che non è ancora quella della moralità vera. Nelle presenti condizioni si può dire che la felicità degli Stati cresce di pari grado colla infelicità degli uomini. E non si tratta ancora di sapere se noi saremmo piu felici nello stato di bai- barie, dove non esiste tutta questa nostra cultura, che nello stato presente. Come si può, difatti, render felici gli uomini, se non li rendiamo morali e savj ? La quantità del male appo essi non verrà così diminuita. Bisogna fondare scuole sperimentali prima di poter creare quelle normali. L’educazione e l’istruzione non debbono essere puramente meccaniche, ma riposare su principj. Tuttavia non hanno da fondarsi sul puro ragionamento, ma in un certo senso anche sul meccanismo. L’Austria non ha guari che scuole normali, istituite giusta un disegno contro il quale si sono a buon diritto sollevate molte obbiezioni, ed al quale si poteva rimproverare un cieco meccanismo. Tutte le altre scuole dovevano regolarsi su quelle, e si negava altresì un ufficio pubblico a chi non avesse frequentato quelle scuole Tali prescrizioni dimostrano quale e quanta parte abbia in certe cose il Governo ; e non e possie di arrivare a qualcosa di buono con sbatti ordinamenti. Si crede da’ piu che non sia necessario di fare spcricnzc in materia di educazione, e che si può giudicare con la sola ragione se una cosa sara buona o cattiva, ila qui sta un grave errore, c l’esperienza ne insegna clic i nostri tentativi hanno spesso dato risultamcnti opposti affatto a quelli che ci attendevamo. È dunque chiaro clic, sondo qui necessaria l'esperienza, nessuna generazione d uomini può fare un disegno compiuto d’educazione. La sola scuola sperimentale clic abbia finora incominciato in qualche modo a battere questa via c stato l’Istituto di Dessau. Nonostante parecchi difetti che gli potremmo rimproverare, ma che del rimanente si riscontrano in tutti i primi sperimenti, bisogna concedergli questa gloria, ch’esso non ha cessato di spronare a nuovi tentativi. In un certo modo esso è stato l’unica scuola dove i maestri avessero libertà di lavorare secondo i prò* prj metodi c disegni, e dove fossero uniti fra loro c si mantenessero in relazione con tutti i dotti della Germania. L’educazione comprende le cura necessarie ai bambini c la cultura. La cultura c: 1° negativa, come disciplina clic si restringe ad impedire le colpe ; 2° c positiva, come istruzione c direziono ( Anfilhrung ), c sotto questo rispetto merita il nome di cultura. La direziona serve di guida nella pratica di ciò clic si vuole apprendere. Di qui la differenza tra il precettore, che è semplicemente un maestro, e il governatore [Hofmeister), che è un direttore. Il primo dà soltnnto l’educazione della scuola; il secondo, quella della vita. II primo periodo dell’ educazione è quello in cui l’allievo deve mostrare soggezione ed obbedienza passiva ; il secondo, quello in cui gli si permette far uso della sua riflessione e della sua libertà, ma purché sottometta l’una e l’altra a certe leggi. Nel primo periodo il costringimento è meccanico, nel secondo è morale. L'educazione b privata o pubblica. Quest’ ultima si riferisce all' insegnamento che può sempre rimaner pubblico. La pratica dei precetti si lascia all’educazione privata. Un’educazione pub - blica compiuta è quella che riunisce ad un tempo la istruzione c la cultura morale. Il suo line consiste nel promuovere una buona educazione privata. Una scuola dove si pratichi questo si chiama un Istituto di educazione. Di somiglianti Istituti non può esservi gran copia, né potrebbero essi ammettere un gran numero di allievi ; imperocché sono costosissimi, e la semplice istituzione di questi Collegi richiede molte spese. Lo stesso va detto degli ospedali. Gli edifizj loro necessarj, il trattamento dei direttori, dei sorveglianti o dei domestici assorbiscono la metà decentrate : ed è oramai provato che se si distribuisse questo denaro ai poveri nelle ispettive loro case, e’sarebbero curati assai meglio. - ^difficile ancora di ottenere che i ricchi mandino i loro figliuoli negl’istituti educativi. Fine di questi Istituti pubblici e il perfezionamento dell’educazione domestica. Se i genitori o quelli che li assistono nell’educare i loro figli avessero ricevuto una buona educazione, la spesa degli Istituti pubblici potrebbe non esser più necessaria. Quindi bisogna farvi delle prove e formarvi persone adatte, affinchè ci possano dare in progresso una buona educazione domestica. L’educazione privata è data dai genitori stessi, o, se per caso non ne abbiano il tempo, la capacità o il gusto, da altre persone che li aiutano in ciò, mediante una ricompensa. Ma questa educazione data così da persone ausiliarie ha il gravissimo difetto di dividere l’autorità fra i genitori ed il precettore. Il fanciullo deve regolarsi secondo i precetti dei suoi maestri, e deve in pari tempo seguire i capricci de’suoi genitori. E necessario che in questo genere di educazione i genitori depougano tutta la loro autorità in mano dei maestri. Ma fin dove l’educazione privata è preferibile alla educazione pubblica, o questa a quella ? L’ educazione pubblica, in generale, sembra più vantaggiosa dell educazione domestica, non solamente in rispetto all abilità, si anche in rispetto al vero carattere di cittadino. L’educazione domestica, oltre non correggere i difetti appresi in famiglia, li aumenta. Quanto tempo deve durare l’educazione ? Fino a che la natura ha voluto che l’uomo si governi da se stesso, fino a che si svilpppi in lui l’istinto del sesso, fino a che egli può divenire padre cd esser tenuto di educare alla sua volta, ossia fino al- . 1 età di circa 1G anni. Decorsa quest’età, si può ricoiiere a maestri clic proseguano a coltivarlo, e sottoporlo ad uua celata disciplina, ma la sua educazione regolare é finita. La soggezione dell’allievo è positiva o negativa. Positiva, in quanto ei deve fare ciò che gli viene comandato, non potendo ancora giudicare da se c non avendo ancora appreso l’arte d’imitare. Negativa, in quanto l’allievo dee faro ciò che desiderano gli altri, se vuole ch’essi dal canto loro facciano qualcosa che gli torni piacevole. Nel primo caso egli è esposto ad essere punito; nel secondo, a non ottenere ciò elio desidera : o qui, benché possa oramai riflettere, ei dipende dal suo piacere. Uno dei più grandi problemi dell’educa zione si ò di poter conciliare la sommissione all autorità legittima coll’uso della libertà, Imperocché l'autorità é necessaria! àia in qual modo coltivare la libertà per mezzo dell’àutorità ? Bisogna che io avvezzi il mio allievo a soffrire che la sua libertà venga sottoposta all’autorità altrui, c che in pati tempo io gl’insegni a far retto uso della sua libertà. Senza questa condizione, in lui non vi sarebbe che puro meccanismo ; l’uomo sfornito di vera educazione non sa far uso della sua libertà. Fa duopo ch’egli senta per tempo la resistenza inevitabile della società, perché impari a conoscere quanto o difficile di bastare a sé stesso, di tollerare le privazioni c di acquistare quanto basti a rendersi indipendente. \, Cui devesi por mente alle infrascritte regole. 1» Bisogna lasciar libero il fanciullo fino dalla sua prima età c in tutti i suoi movimenti (salvo in quelle occasioni in cui può farsi del male come, per esempio, se prendesse in mano uno strumento tagliente), a patto bensì di non impedire la libertà altrui, come quando grida, o manifesta il suo brio in modo troppo l’umoroso e da recar disturbo agli altri. 2 11 Gli si deve mostrare ch’ei può conseguire i suoi lini, a patto bensì ch’egli permetta agli altri di conseguire i loro proprj •, ad esempio, non si farà niente di piacevole per lui s’ei non fa ciò clic desideriamo, come d’imparare ciò che gli viene insegnato e via dicendo. 3° Bisogna provargli che l’autorità, il costringimento a cui si sottopone, ha per fine disegnargli ad usar bene della sua libertà, che lo educhiamo ed istruiamo affinchè possa un giorno esser libero, cioè fare a meno del soccorso altrui. Questo pensiero sorge assai tardi nella mente dei fanciulli, poiché non riflettono nei primi anni che dovranno un giorno provvedere da se stessi al loro mantenimento. Credono che la cosa andrà sempre come nella casa paterna, cioè ch’essi avranno da mangiare e da bere senza darsene alcun pensiero. Ora senza questa idea, i fanciulli, segnatamente quelli dei ricchi ed i figli dei principi, restano per tutta la vita, come gli abitanti di Otahiti. L’educazione pubblica ha qui manifestamente i più grandi vantaggj : vi s’impara a conoscere la misura delle proprie forze ed i limiti che c impone il diritto altrui. Non vn si gode alcun privilegio,poiché vi sentiamo dovunque la resistenza, e ci eleviamo sopra gli altri solo per merito proprio. Questa educazione pubblica e la migliore immagine della vita del cittadino. Resta ancora una difficoltà clic non vuol essere qui dimenticata, e riguarda la cognizione anticipata del sesso, .a fine di preservare i giovinetti dal vizio prima dcll’elà matura. Vi ritorneremo sopra più innanzi. La Pedagogia, o scienza dell’educazione, si’ distingue in fisica e in pratica. L'educazione fisica c- quella che l'uomo ha comune con gli animali, c ri- sguarda le cure della vita corporea. L’educaziom pratica o morale (si chiama pratico tutto quello che si riferisce alla libertà) c quella che risguarda la cultura dell’uomo, perche costui possa vivere come ente libero. Quest’ultiraa è l’educazione della persona, 1 educazione d’un ente libero, che può bastare- a sè stesso e tenere il suo vero posto in società, ma. che altresì è capace d’avere per sè un valore intrinseco. % Quindi 1 educazione consiste: 1° nella cultura scolastica o meccanica, che risguarda l’abilità ; essa pertanto è didattica (e sta nell’opera del maestro) ' r “° ne ^ a ^ura prammatica, che si riferisce alla prudenza (e sta nell’opera del governatore) ; 3° nella cultura morale, e si riferisco alla moralità. L uomo ha bisogno della cultura scolastica o ella istruzione, per mettersi in grado di conseguire tutti i suoi fini. Essa gli dà un valore come in— re che La disciplina non tratti i fanciulli come schiavi,, e far sì ch’e’sentano sempre la loro libertà, ma in guisa tale da non ledere quella degli altri: ne segue pertanto che conviene abituarli alla resistenza. Parecchi genitori ricusano tutto a’ioro figliuoli per esercitare così la loro pazienza, esigendo da questi più che da se stessi. Ma è una crudeltà. Dato al bambino quanto gli abbisogna, e poi ditegli : Tu nc hai abbastanza. Ma è assolutamente necessario che questa sentenza sia irrevocabile. Non fato alcuna attenzione alle grida dei bambini e non credete loro, quando credano di ottenere qualcosa per questa via; ma se lo dimandano con dolcezza, date ai medesimi ciò che loro torna utile. Si avvezzcranno'così ad essere sinceri; e, come non importuneranno alcuno colle grida, ciascuno sarà, in compenso, benevolo]con essi. La Provvidenza pare veramente abbia dato ai fanciulli un aspetto piacevole per incantare lo persone adulte. Nulla v’ha di più funesto per essi che una disciplina ostinata e servile, intesa a piegare la loro volontà. Per ordinario si grida ai medesimi: Eh via! non ti vergogni, questa cosa c indecente ! e somiglianti espressioni, le quali non dovrebbero mai adoperarsi nella prima educazione. Il bambino non ha ancora idea alcuna di vergogna e di convenienza ; non ha di che arrossire, non deve arrossire ; e diventerà solamente più timido. Si troverà impacciato dinanzi agli altri, e fuggirà volentieri la loro presenza. Quindi nasce in lui una riservatezza male intesa cd una molesta dissimulazione. Non osa più dimandar dell’educazione fisica 261 nulla, mentre dovrebbe poter dimandar tutto;nasconde i proprj sentimenti, e si mostra sempre diverso da quello che è, mentre dovrebbe poter dire tutto francamente. Invece di star sempre appo i suoi genitori, li evita c si getta nello braccia dei domestici più compiacenti. Nè meglio di questa educazione irritante giovano la burla c le continue carezze, d ulto ciò rende tenace il fanciullo nella sua volontà, lo rende fìnto, •e, manifestandogli una debolezza ne suoi genitoii, gli toglie il rispetto dovuto ai medesimi. Ma, se viene educato in modo clic nulla possa ottenere con le grida, egli diverrà libero senza essere sfacciato, o modesto senza essere timido. Non si può tollerare un insolente. Certi uomini hanno un aspetto così insolente da far sempre temere qualche villania ; ve n’ha degli altri, .all’opposto, che al solo vederli si giudica suino incapaci di dire una villania a qualcuno. Possiamo sempre mostrarci aperti e franchi, purché vi si unisca una •certa bontà. Si sente dire spesso che i grandi hanno un aspetto veramente regale; ma questo m essi al ro non 6 die un certo sguardo insolente, a cu. s, abl- -tuarono da giovani, non avendo trovato alcuna ics, 5t °° Tutto ciò riguarda solamente Mutazione negativa. Difatti, molte debolezze delfuomo non prò- vengono da quanto non gli insegna, ma » q«c tanto che gli comunicane le false «F-, W d'esempio, lo jmbùoi parlando dei ragni, dei rospi, bambini potrebbero certamente prendere i ragni,, come pigliano le altre cose. Ma, siccome le nutrici, veduto un ragno, palesano nella faccia il loro spavento, questo si comunica al bambino con una certa simpatia. Molti lo conservano per tutta la vita e, sotto questo rispetto, rimangono sempre fanciulli. Imperocché i ragni sono certamente dannosi allo mosche, e il loro morso è per esse velenoso, ma l’uomo non ha di che temerne. In quanto al rospo, è un animale innocuo al pari di una rana verde- o di qualunque altro animale. 32. - La parte positiva dell’educazione fisica è la cultura ; per questa l’uomo si distingue dal bruto. La cultura consiste principalmente nell’esercizio delle facoltà dello spirito. Quindi i genitori debbono porgerne ai figli occasioni favorevoli. La prima cd essenziale regola è di fare a meno, per quanto e possibile, d’ogni strumento. Bisogna dunque abolire 1 uso delle dande e delle girelle, lasciando che il bambino si trascini per terra finché impari a camminare da sé, giacché a questo modo camminerà più sicuramente. Gli strumenti riescono dannosi alla abilità naturale. Così, ci serviamo d’una corda per misurare una certa estensione, ma si può fare ugualmente colla semplice vista ; ricorriamo ad un oriolo pei determinare il tempo, ma basterebbe guardare la posizione del sole ; ci serviamo d'un compasso per conoscere in qual regione é situata una foresta, ma si può anche sapere osservando il sole se di giorno e le stelle se di notte. Aggiungiamo che--dell’educazione fisica 263 invece di servirci di una barca per passare nell'acqua, si può nuotare. Il celebre Franklin si maravigliava che l’esercizio del nuoto, cosi piacevole ed utile, non fosse appreso da ognuno : e ne indicava così il modo facile per apprenderlo. Si lasci cadere un uovo in un fiume dove, stando tu ritto e toccando co’ piedi il fondo, la testa almeno ti rimanga fuori dell’acqua. Cerca allora quell uovo. Nell’abbassarti, fa risalire i piedi in alto, e, perche l’acqua non ti entri in bocca, solleva la testa sulla nuca, ed avrai così la giusta posizione necessaria a nuotare. Allora basta mettere in moto le mani, e si nuota. — L’essenziale sta nel coltivare 1 abilita naturale. Il più delle volte basta una semplice indicazione; spesso il fanciullo stesso è fecondo d’invenzioni, e si crea da se gli strumenti. - Ciò che bisogna osservare nell’educazione fisica, e però in quella del corpo, si riferisce o all’uso del moto volontario, o all’uso degli organi e senso. Nel primo caso il fanciullo deve semprei am- tarai ila sè. Quindi ha bisogno di fora», d, ab.», di colorita, di sicurezza. Egli devo. P«' e J • poter traversare luoghi stretti, sabre su altezze a piceo, donde si scorge l'abisso dinanzi c no, ca^ r ; i, . «:ii„Tifi Se un uomo non può minare su palchi vac.llan . cte far tutto questo, egli aoi . T) es . potrebbe essere. Pache ['Istituto Mantrop «* sau ne ha dato l'esempio. imi.b siicu stìtati . genere sono stati fatti co, fa-°" ndo 00me gli Restiamo assai meravigliati m ie a Svizzeri sino dall’infanzia si avvezzino a salire sulle montagne e fin dove li spinga la propria agilità, con. quanta sicurezza traversino i luoghi più stretti e saltino al di là dei precipizj, dopo aver giudicato con un’occhiata di potervi riuscire senza pericolo. Sia la più parte degli uomini han paura d’una cadu- tapresentata loro dalla immaginazione; e questa paura ne paralizza talmente le membra che por essi ci sarebbe davvero pericolo disaltare oltre. Questa paura cresce ordinariamente coll’età, c si riscontra in specie negli uomini che hanno molte occupazioni mentali. Simili sperimenti nei fanciulli in realtà non sono i più pericolosi. Per l’età loro, il corpo è meno pesante del nostro, cnon cadono tanto gravemente.Di più, non hanno le ossa nè cosi fragili, nò cosi dure come sono quelle degli adulti. I fanciulli sperimentano da se stessi le loro forze. Ad esempio, li vediamo spesso arrampicarsi senza un fino determinato. La corsa è un moto salutare c clic fortifica il corpo. Saltare, alzar pesi, tirare, lanciare, gettar sassi verso una mira, lottare, correre, e tutti gli escrcizj di questo genere sono eccellenti. La danza regolare non pare convenga ancora ai fanciulli. Il tiro a segno, vuoi per la distanza vuoi per colpii e il bersaglio, esercita pure i sensi e particolarmente la vista. Il giuoco della palla è uno dei migliori pei fanciulli, perchè richiede una corsa salutare. In generale i migliori giuochi sono quelli che, oltio s\ilupparc labilità, sono ancora esercitazioni pei sensi; ad esempio, quelli clic esercitano la vista nel giudicare esattamente la distanza, la grandezza e la proporzione, nel trovare la posizione dei luoghi secondo le regioni, il che si può fare coll'aiuto del sole, e via dicendo. Tutti questi esercizj sono eccellenti. Assai, vantaggiosa ò pure la immaginazione locale, ossia l’abilità di rappresentarci tutte le cose nei rispettivi luoghi dove si sono vedute j ossa da, per esempio, la soddisfazione di ritrovarci in una foresta, osservando gli alberi vicino ai quali siamo prima passati. Dicasi lo stesso della memoria locale, onde sappiamo non solamente in qual libro si è letta una cosa, ma altresì in qual parte del libro stesso. Così, il musico ha il tasto in mente, onde non ha più bisogno di cercarlo. È del pari utilissimo di coltivare l’orecchio dei fanciulli, e d’insegnar loro a discernere se una cosa c lontana o vicina ed in qual direzione. Il giuoco alla mosca cicco elei fanciulli era già noto appo 1 Greci. In generale, i giuochi dei fanciulli seno pressoché universali. Quelli noti o praticati m Germania ritrovansi anche in Inghilterra, in Francia ed altrove. Hanno lo propria origino da una corto naturaleinclinaaionc dei fanciulli! ilgiu.coal .mosco cicca, per esemplo, nasce in css, dal i sapore corno potrebbero aiutarsi so fossero pm.d un senso. La trottola é nn giuoco particolare ma -,u- sorte di giacchi da bambini foro, seon g— argomento di riflessimi 1 ultcriouj,so^ ^ esmpilJj casiono d'importanti scopei °, questo scrisse una dissertazione sulla t.otio, i poi fornì ad un capitano di vascello inglese 1 ’ occasione d’inventare uno specchio, col quale si può misurare sopra un vascello l’altezza delle stelle. I fanciulli amano gli strumenti rumorosi, come le piccole trombette, i piccoli tamburi, e cose simili. Ma questi strumenti non hanno alcun valore, perchè i bambini stessi li rendono disadatti. Meglio sarebbe che imparassero da sè medesimi a tagliare una canna, dove potrebbero soffiare. Anche l'altalena è un buon esercizio ; può giovare alla salute dei fanciulli e anco delle persone adulte ; ma i fanciulli han qui bisogno d’essere sorvegliati, perchè il moto che vi cercano può essere molto rapido. L’aquilone è un giuoco innocentissimo 5 serve a coltivare la destrezza del corpo, stantecliè il sollevarsi in aria dell’aquilone dipende da una certa posizione riguardo al vento. Pigliando interesse a questi giuochi il fanciullo rinunzia ad altri bisogni, e così a grado a grado si avvezza a privarsi di altro cose di maggiore importanza. Di più, acquista l’abito a star sempre occupato, ma i suoi giuochi debbono avere anche un fine. Imperocché, più il suo corpo si fortifica e s’indurisce in questa guisa, più e’ divien sicuro contro le conseguenze corruttive della mollezza. La ginnastica stessa deve ristringersi a guidar la natura; non deve procurare grazie forzate. Alla disciplina, e non alla istruzione, spetta il primo passo. Educando il corpo deifanciulli, non va però dimenticato che li formiamo per la società. Rousseau dice : u Non arriverete mai a formare dei savj, se prima non fate dei monelli „. Ma da un fanciullo svegliato si caverà piuttosto un uomo dabbene, che da un impertinente un cameriere- discreto. Il fanciullo non ha da essere importuno in società, ma non deve mostrarsi neppure insinuante. Verso quanti lo chiamano a se, deve mostrarsi familiare, senza importunità; franco, senza impertinenza. Per ottenere questo da lui, bisogna non guastarlo in niente, non ispirargli idee di decoro, che varranno solo a renderlo timido e selvaggio, o che, d’altra parte, gli suggeriranno il desiderio di farsi valere. In un fanciullo niente v’ha di più ridicolo che una prudenza senile, od una sciocca presunzione. Nel secondo caso è nostro dovere di far maggiormente sentire al fanciullo i suoi difetti, ma procurando insieme di non fargli troppo sentire la nostra superiorità ed autorità, perchè egli si formi da so stesso, come un uomo che- dee vivere in società ; perocché se il mondo è abbastanza grande per lui, dev’essere non meno grande anche per gli altri. _^ Toby, nel Tnstram Shandy, dice a una mosca] oh» l’avo™ molestato per tango tempo o oh. lasca soapparc dalla finestra: « Va’, catt.vo ammalo .1- mondo h abbastanza grande per me e pe. e. „ Ciasouno potrebbe pigliare questo detto per dms . Non dobbiamo renderei importa», gl. um «gb il mondo è abbastanza glande P ei *, . 34,-SiamoeosU^ta.U^Unrm. tl «a dalla Liberti,. Altra eosa b dar leggi alla libertà, ed altra coltivar la natura. La natura del corpo e quella dell’anima si accordano in questo : coltivandole devcsi cercare d'impedir loro che si guastino, e l’arte aggiunge ancora qualcosa alla natura del corpo ed a quella dell'anima. Si può dunque, in un certo senso, dimandar fisica la cultura dell’anima quanto quella del corpo. Ma questa cultura fisica dell’anima si distinguo dalla cultura morale, poiché 1’ una si riferisce alla ^Natura, l’altra alla Libertà. Un uomo può essere coltissimo fisicamente; può avere ornatissimo lo spirito, ma esser privo di cultura morale, ed essere un cattivo uomo. Bisogna distinguere la cultura jisica dalla cultura pratica, che è prammatica o morale. Quest’ul- tima si propone di render l’uomo più morale clic colto. Divideremo la cultura Jisica dello spirito in cul- tuia libera e in scolastica. La cultura liberà si riduce, sto per dire, ad uno svago; mentre la cultura scolastica è cosa seria. La prima è quella che ha luogo naturalmente nell’allievo; nella seconda, egli può essere considerato come soggetto ad un obbligo. Anche nel giuoco possiamo essere occupati, il clic si chiama occupare i nostri ozj ; ma possiamo essere obbligati ad occuparci, e questo dicesi lavorare. La cultura scolastica sarà dunque un lavoro pel fanciullo, c la cultura libera uno svago. Sono stati proposti varj sistemi di educazione per cercare, cosa davvero lodevolissima, il miglior metodo educativo. Si è pensato, fra gli altri, di lasciare clic i fanciulli apprendano tutto come un divertimento. Lichtenberg, in una puntata del Magazzino di Gottinga, deride l’opinione di quanti vogliono che si tenti di lasciar fare ogni cosa ai fanciulli come un divertimento, mentre dovrebbero essere abi tuati per tempo a serie occupazioni, dovendo essi entrare un giorno nella vita scria del mondo. Quel metodo produce un effetto detestabile. Il fanciullo devo giuncare, aver le sue ore di ricreazione, ma deve anche apprendere a lavorare. È bene certamente di esercitare la sua abilità e di coltivare il suo spirito,, ma a queste due sorte di cultura vogliono esser dedicate ore diverse. La tendenza alia infingaida 00 ine costituisce per l’uomo una grande infelicità; e piu egli è abbandonato a questa tendenza, più gli torna poi difficile di mettersi al lavoro. Nel lavoro l’occupazione non è piacevole per se stessa, mas’ intraprende per un altio fine. L°c cupazione nello svago è piacevole in se, nò qumc c’c bisogno di proporsi alcun fine. Se vogliamo passeggiare, la passeggiata stessa ò fine, c quinci p lunga è la strada fatta, più ci « Le distrazioni non devono osser mai tollerato, almeno nella senola, porctó finiscono per degenerare in una certa tendenza, in una corta abitudine. An che le più bolle qualità dell'ingegno si perdono in un uomo so-ctto alla distrazione. Quantunque . fan- ossi non i— metà, rispondono in senso contrario, non sanno quei che leggono, c somiglianti. La memoria devesi coltivare per tempo, procurando bensì di coltivare insieme anche la intelligenza. Si coltiva la memoria : 1° facendole ritenere i nomi che trovansi nelle narrazioni ; 2° merce la lettura e la scritt ura, esercitando i fanciulli a leggere- attentamente e senza bisogno di compitare ; 3° conio studio delle Lingue, che i fanciulli debbono capire, avauti di passare a leggerne qualcosa. Quello clic di- cesi il mondo dipinto (’orbis pictus), quando sia descritto convenientemente, rende i più grandi scrvigj, e possiamo incominciarlo dalla Botanica, dalla Mineralogia e dall a Fisica generale. Per descriverne gli obbietti, fa mestieri d’imparare a disegnare e a modellare, e quindi vi abbisognano le Matematiche. Lo prime cognizio ni scientifiche debbono soprattutto aver per obbietto la Geografia così matematica come fisica. I racconti di viaggj, spiegati per via d’incisioni e di carte, condurranno poi alla Geografia politica. Dallo- stato presente della superficie della terra si risalirà, al suo stato primitivo, e si arriverà alla Geografia antica, alla Storia antica, e via dicendo. Leli istruzione del fanciullo bisogna cercare di •anirc a grado a grado il sapere e il potere. Fra tutte le scienze la Matematica pare sia la più adatta a far conseguile questo fine. Inoltre, bisogna unire la- scienza e la parola (la facilità del dire, l’eleganza eloquenza). Ma occorre altresì che il fanciullo impari a distinguere perfettamente la scienza dalla mp ice opinione e dalla credenza. A questo modo ouncià in lui una mente retta, e un gusto giusto dell’educazione fisica 275 se non /ne o delicato. Il gusto da coltivarsi sarà prima quello dei sensi, degli ocelli specialmente, e infine quello delle idee. Vi debbono essere norme per tutto ciò che pu^ coltivare l’intelletto. È anche utilissimo di astrarle, affinchè l’intelletto non proceda in modo puramente meccanico, ma abbia coscienza della regola che segue. Riesce ancora di grande utilità l’esprimere le norme con una certa formula c tramandarle così alla memoria. Se abbiamo in mente la regola e ne dimentichiamo l’uso, non si pena molto a ritrovarla. E qui si domanda : Convicn principiare dallo studio delle regole astratte, o le si devono apprendere dopo averne fatto uso, oppure conviene far procedere i pad passo lo regole e il rispettive uso? Quest ultimo è il solo partito conveniente : nell alito caso l’uso rimane incertissimo finché non stame arrivai, alle regole. Occorre altresì, ove s, presenti 1 occasione, ordinare per classi le regole; e necessarieHuano unite fra loro. Dunque, sotto questo diversa dalla cultura P^^'^^gna alcun che rxtrsrr--— dello spirito. Essa e fisica ^ m ^ S a) Nella cultura/ ^ fano gll 0 non ha bisogno tica c dalla disciplina c ‘ di conoscere alcuna massima. È cultura passiva pel discepolo, che deve.seguire l’altrui direzione. Altri pensano per lui. b) La cultura morali si fonda sulle massime, e non sulla disciplina. Tutto e perduto, quando la si voglia fondare sull'esempio, sulle minacce, sulla punizione, e via dicendo. Sarebbe allora una pura disciplina. Bisogna fare in modo che l’allievo operi bene secondo le proprie sue massime e non p#r abitudine, e che non faccia solamente il bene, ma che lo faccia perchè è bene in sè. Imperocché tutto il valore morale delle azioni risiede nelle massime del bene. Tra l’educazione fisica e l’educazione morale corre questo divario : la prima è passiva per 1 allievo, mentre la seconda è attiva. Fa d’uopo ch’egli veda sempre il principio fondamentale dell’ azione e il vincolo che la rannoda all’ idea del dovere. 2° Cxiltura particolare dello facoltà dello spirito. Questa cultura risguarda l’intelligenza, i sensi, la imaginazione, la memoria, l’attenzione e lo spirito (Witz) come qualità peculiare. Abbiamo già parlato della cultura dei sensi, per esempio della vista. I 11 quanto alla immaginazione, devesinotare una cosa ed è, che i fanciulli son dotati di una immaginazione potentissima, e però non ha bisogno d’ essere sviluppata ed estesa con favole e novelle. Piuttosto dev'essere frenata e sottoposta a regole, senza lasciarla però disoccupata del tutto. Le carte geografiche sono una grande attrattiva per tutti i fanciulli, anche pei bambini. Benché stanchi d’ogni altro stadio, essi imparano ancora qualcosa per mezzo delle carte. Questa pei fanciulli è una distrazione eccellente, dove la immaginazione, senza divagar troppo, trova da fermarsi su certe ligure. Onde si potrebbe far loro incominciare gli stu- dj dalla Geografia, cui sarebbero unite figure di animali, di piante, eccetera, destinate a vivificare la Geografia stessa. La Storia dovrebbe venire più tardi. Riguardo all’attenzione, vuoisi notare ch’essaba bisogno et d’essere fortificata in generale. Unire fortemente i nostri pensieri ad un oggetto meglio che una prerogativa è una debolezza del nostro senso interiore, il quale si mostra indocile in questo caso e non si lascia applicare dove noi vogliamo. Nemica d'ogni educazione si c appunto la distrazione. La memoria suppone l’attenzione. 2S. - Ora passiamo alla cultura delle facoltà superiori dello spirito, che sono l’intelletto, il giu mio « 1» ragione. Si può cominciare dal formare in quaò- chemodo passivameli tel’iiitollotto, chiedendogli esernpj che si applichino all. regola, o al centrano I. dinon "P 8tel “ oltane certe cose che por ammencì senea capirle! E fi ‘ PriMÌPÌÌ - bisogna por lente ohe 9 «i si tratta d’una ragione non ancora diretta o educata. Essa pei tanto non deve sempre voler ragionare, ma badare di non ragionar troppo su quanto è superiore alle nostre idee. Qui non si parla ancora della ragione speculativa, ma della riflessione su ciò che avviene secondo la legge degli effetti e delle cause. V’ha una ragione pratica sottoposta al suo impero ed alla sua direzione. Il miglior modo di coltivare le facoltà dello spirito consiste nel far da se tutto quello che si vuol fare; per esempio, mettere in pratica la regola grammaticale che abbiamo imparata. Si capisce segnata- mente una carta geografica, quando possiamo eseguirla da noi. Il miglior mezzo di comprendere è quello di fare. Quello che s’impara e si ritiene più stabilmente e meglio è appunto ciò che s’impara in qualche maniera da noi stessi. Ma pochi sono gli uomini che siano in grado di far da maestri a se medesimi. Questi chiamansi grecamente autodida- scali (a, j~c5'.5icx“oi). Isella cultura della ragione bisogna praticare il metodo di Socrate. Costui infatti, che chiamava so stesso 1 ostetricante della intelligenza de’suoi uditori, ne suoi dialoghi, conservatici in qualche maniera da Platone, ci dà esempj del come si può guidare anco le persone d’età matura a tirar fuori certe idee dalla loro propria ragione. Su molti punti non ò necessario che i fanciulli esercitino la mente loro. Non devono ragionare su tutto. Non hanno bisogno di conoscere le ragioni di quanto può conferire alla loro educazione ; ma quando si tratta del dovere, necessita dell’educazione fisica farne loro conoscere i principj. Tuttavia si deve in generale fare in modo da cavar da loro stessi le cognizioni razionali, piuttosto che d’introdurvcle. Il metodo socratico dovrebbe servir di norma al metodo catechetico. Esso è certamente un po'lungo ; e torna difficile il condurlo in maniera tale da fare imparare agli altri qualcosa, mentre si cavano le •cognizioni dalla mente d’uno. Il metodo meccanicamente catechetico giova pure in molte scienze, come nell’insegnamento della religione rivelata. Nella religione universale, al contrario, devesi praticale il metodo socratico. Ma per tutto ciò che dev essere insegnato storicamente, si raccomanda il metodo meccanicamente catechetico. 39. - Dobbiamo qui trattare anche la cultura del sentimento del piacere o del castigo. Dev essere negativa; il sentimento non dev’essere effeminato. La inclinazione alla effeminatezza c pei 1 uomo il più funesto di tutti i mali della vita. Dunque preme sommamente d’avvezzare per tempo i gio\ani a punto all’ altro, per cada loro qualcosa di sinistro. Il padre, invece, che li sgrida, che li picchia quando non sieno stati buoni, li conduce talvolta in campagna, e quivi li lascia, correre, giuocare c divertirsi a loro posta, conforme alla loro età. Si crede di esercitare la pazienza de’giovinetti facendo loro attendere una cosa per lungo tempo. Il che non dovrebbe essere punto necessario. Ma essi hanbisognodipazienza nellemalattio einaltre contingenze della vita. Di due sorta è la pazienza: consiste o nel rinunziare ad ogni speranza, o nel prendere nuovo coraggio. La prima non c necessaria, quando si desideri unicamente il possibile; e si può aver sempre la seconda, quando non altro si desideri che il giusto. Ma tanto funesto è il perdere la speranza nelle malattie, quanto è favorevole il coraggio al ristabilirsi della salute. Chi ò capace di mostrarne ancora nel suo stato fisico o morale, non rinuncia alla speranza. Non bisogna render più timidi i fanciulli. Que- sto accade principalmente quando ci rivolgiamo ad essi con parole ingiuriose e quando si umiliano spesso. Conviene pertanto biasimare quelle parole che molti genitori indirizzano ai loro figli : Eh, non ti vergogni ! Non vedesi di che i fanciulli potrebbero vergognarsi, quando, per esempio, mettono in bocca il loro dito. Si può dir loro che ciò non sta bene, questo non essendo l’uso: ma dobbiamo dir lo*' 0 che si vergognino solamente quando mentono. La natura ha dato all’ uomo il rossore della vergogna, perchè si palesi quand'egli mente. Se dunque i genitori parlassero di vergogna ai loro figli solamente quando mentono, essi conserverebbero fino alla morte questo rossore per la menzogna. Ma se li facciamo arrossire di continuo, si darà loro una timidezza che non li abbandonerà più. Come abbiamo detto qua sopra, non devesi piegare la volontà dei fanciulli, ma dirigerla per modo- che ella sappia cedere agli ostacoli naturali. Sulle prime il fanciullo deve obbedire ciecamente. Non è conforme a natura eh’ egli comandi con le sue grida, e che il forte obbedisca al debole. Dunque non va mai ceduto alle grida dei fanciulli c dei bambini stessi, perchè ottengano così ciò che vogliono. Qui i genitori per lo più &’ ingannano, e credono di poter rimediare al male più tardi ricusando ai loro figli quanto dimandano. Ma e assuido i negar loro senza ragiope quello eh’ essi' attenti on dalla bontà dei genitori, coll’unico intento vogip ie du r T ii"Tr::r la loro volontà ed i un trastullo ordinariamente sino « o do Jn cui co _ pei genitori segna et ind J enZ a reca loro minciano a parlare. L’opposizione ai conoscere come debbono governarsi. — Importante la regola da praticarsi coi bambini è questa : andare a soccorrerli quando gridano e si teme che non accada loro qualche male, ma lasciarli gridare quando lo fanno per cattivo umore. E una somigliante condotta bisogna costantemente tenere più tardi. La resistenza che in questo caso trova il bambino è affatto naturale e propriamente negativa poiché rifiuta semplicemente di cedere a lui. Molti figliuoli, invece, ottengono dai loro genitori quello che desiderano, mercé le preghiere. Ove si lasci ottenere loro ogni cosa con le grida, essi divengono cattivi ; ma se ottengono tutto con le preghiere, diventano dolci. Bisogna dunque cedere alla preghiera del fanciullo, salvo che non ci sia qualche potente ragione in conti ario. Ma quando ci siano queste ragioni per non cedere, non bisogna lasciarsi più commuovere da molte preghiere. Ogni rifiuto dev’essere irrevocabile. Ecco un mezzo certo per non ripetere così di frequente il rifiuto. Supponete che vi sia nel fanciullo (cosa da potei si ammettere assai di rado) una tendenza naturale alla indocilità; il miglior partito si è, quando egli non faccia niente per rendersi a noi piacevole, di non fai niente per lui. — Piegando la sua volontà, t, ispiriamo sentimenti servili ; la resistenza naturale, al contrario, genera la docilità. 40. La cultuì a morale vuoisi fondare su certe massime, non sulla disciplina. Questa impedisce i - 5 1 ucllc formano la maniera di pensare. Bisogna fare in modo che il fanciullo si avvezzi ad operare secondo le massime, e non secondo certi motivi. La disciplina non genera che gli abiti, i quali svaniscono con gli anni. Necessita che il fanciullo impari ad operare secondo certe massime, di cui veda egli stesso la convenienza. Non occorre dimostrare come sia difficile di ottenere questo dai bambini, e come la cultura morale richieda molte cognizioni da parte dei genitori e dei maestri. Quando un fanciullo mente, per esempio, non si deve punire, ma trattarlo con disprezzo, dirgli che in avvenire non gli crederemo più, e somi glianti. Ma se lo castighiamo quando fa male, e Io ricompensiamo quando fa bene, egli a b° ia a * bene per essere ben trattato ; e quanc o piu a entrerà nel mondo dove le cose procedono altnmcn >, dove cioè egli può fare il bene ed il male senza riceverne ricompensa o castigo, non penserà mezzi per conseguire il suo fine, e sarà buono o cattivo secondo 1’ utile proprio. Le massime della coadotta amaca vanno "tesante dall' nomo stesso. Dcvcsi ceicaic p d'inculcare ai fanciulli, mediante 1.• l'idea di ciò che ò bene o male. S.^-^ dare la moralità, non bisogna punire. ^ ' è qualcosa di così santo c sn ^appari colla abbassare a questo P»"‘° ° |M „1 C deb- disciplina. I primi sfora' ., qualo consiste buco tendere a fermare .1^ • ’ imc . Queste nell’abito d’operare secondo cerio dapprima sono le massime della scuola e poi quelle dell' umanità. Sul principio il fanciullo obbedisce a certe leggi. Anche le massime sono leggi, ma personali o soggettive, perchè derivano dall’ intelligenza stessa dell’uomo. Niuna trasgressione alla legge della scuola deve restare impunita, ma la pena vuol essere sempre proporzionata alla colpa. Quando si vuol formare il carattere dei fanciulli preme assai di mostrar loro in tutte le cose un certo disegno, certe leggi, che essi ponno seguire fedelmente. Quindi, a ino’ d’esempio, si stabilisce loro un tempo per dormire, per lavorare, per ricrearsi; questo tempo, stabilito che sia, non devesi più nè allungare nè abbreviare. Nelle cose indifferenti si può lasciare l’elezione ai fanciulli, a patto bensì che poi osservino sempre la legge che han fatto a sè stessi. — Non bisogna tentare, per altro, di dare a un fanciullo il ca- ìatteie di un cittadino, ma-quello di un fanciullo. Gli uomini che non si sono proposti certe regole non potrebbero inspirare molta fiducia; spesso ci accade di non poterli comprendere, nè mai sappiamo da qual verso conviene pigliarli. Vero è che non di rado si biasima la gente che opera sempre secondo certe i e^olc, come un tale che ha sempre un'ora cd un tempo stabilito per ogni azione ; ma sovente questo biasimo è ingiusto, e quella regolarità è una favorevole disposizione al carattere, benché sembri una tortura. Elemento essenziale del carattere d’un fanciullo, e segnatamente d'uno scolare, è soprattutto l'obbedienza. Questa è di due sorte: prima, un’obbedienza alla volontà assoluta di cbi dirige -, seconda, un’obbedienza ad una volontà riguardata coma ragionevole c buona. L’obbedienza può venire dal costringimento, dall'autorità, e allora è assoluta ; o dalla fiducia, c in questo caso è volontaria. Importantissima è la seconda-, ma anche la prima è assolutamente necessaria, perchè questa prepara il fanciullo al rispetto delle leggi che dovrà più tardi osservare come cittadino, quand’anche non gli andassero a genio. Si deve dunque sottoporre i fanciulli ad una certa legge di necessità. Ma questa legge, dev’essere universale, e bisogna averla sempre dinanzi al a mente nello scuole. Il maestro non devo mostrare alcuna predilezione, alcuna preferenza pei un a ° cl tra molti : chè diversamente la legge cessele universale. Quando il tannilo vedo> d». tu», gli alivi non sono sottoposti alla medesima legge nomo lui, diviene ostinato. presentata in Si dico sempre che ogni cosa P . clin£lzion e. modo tale ai fanciulli che la faccl ‘™ P ma pareC chic Il che in molti casi è c J 0 dove ri. E ciò cose vogliono esser loio p . tutta la vita, in progresso tornerà loro ^ funz ioni unite Imperocché nei servizj p u > ^ solo pu ò alle cariche, ed in molti a Ove supponessimo guidarci c non la indinone. ^ sare bbe che il fanciullo non compien . c d ’ a ltra parte sempre meglio di forniig ienC f - u ii 0 quantunque egli sa che ha doveri come veda più difficilmente d’averne come uomo. Se comprendesse ancor questo, il che solo con gli anni è possibile, l'obbedienza sarebbe ancor più perfetta. Ogni violazione d’un ordine pel fanciullo è un mancare di obbedienza, che porta seco una punizione. Ma non è inutile di punire anche una semplice negligenza. La pena è fisica o morale. La pena è morale quando si attutisce la nostra inclinazione ad essere onorati cd amati, due aiuti, della moralità, come quando si umilia, o si accoglie freddamente il fanciullo. Tale inclinazione dev’essere, finche si può, conservata. Ora questa sorta di pena è la migliore, perchè aiuta la moralità; per esempio, se un fanciullo ménte, castigo sufficiente ed il migliore per lui è un’occhiata di disprezzo. La pena fisica consiste o nel ricusai’e al fanciullo ciò che desidera, o nell’infliggergli una certa punizione. La prima sorta di pena si avvicina a quella morale, ed è negativa. Le altre pene vanno adoperate con precauzione, affinchè non generino disposizioni servili (indoles servilis). Non conviene dar ricompense ai fanciulli, perchè ciò li rende intei essati e genera in essi disposizioni mercenarie (indoles mercenaria). Inoltre. 1 obbedienza risguarda ora il fanciullo, 01 a il giovinetto. Il mancare d’obbedienza deve sempio avere la sua pena. Questa punizione, che si merita l’uomo per la sua condotta, o è affatto naturale, come sarebbe la malattia che si procura il fanciullo quando mangia troppo ; e questa specie di pena è la migliore, perchè l’uomo la subisce non solamente nella infanzia, ma per tutta la vita. 0 la pena è artificiale. Il bisogno di essere stimati ed amati è un espediente sicuro per rendere i castighi durabili. Le pone fisiche vanno adoperate solo come rimedio alla insufficienza delle pene morali. Quando il castigo morale non ha più efficacia e si ricorre alla pena fisica, bisogna rinunziare per sempre a formare con questo mezzo un buon carattere. Ma sulle prime la pena fisica serve a riparare la man canza di riflessione nel fanciullo. Non approdano i castighi inflitti con segni manifesti di collera. I fanciulli non vi scorgono allora che gli effetti della passione altrui, e considerano sè stessi come vittime di questa passione. In o ene rale, bisogna fare in modo che i fanciulli stessi ve dano come il fine vero e ultimo delle pepe inflitte sia il loro miglioramento. È assurdo pietendere c e : fanciullo da voi punito vi renda grazie, ^i ac mani, e via dicendo -, sarebbe un volerne ai schiavo. Quando le pene fisiche sono c i lC fl ripetute, formano caratteri ‘“Egoismo quando i genitori puniscono 1 fig P . „ Lo, non fanno cberonderlUncorapmcgo ^«n sono sempre i pm cattivi qrxo facilmcntc intrattabili, ma questi spesso * con le buone maniere. i nuella L'obbodionna de, giovinetto o -ve- del fanciullo, e sta nel sottomette- », v dovere, l'aro una eosa per dovere eqn.vale bedirc la ragione. Parlar di dovere ai fanciulli è fiato sprecato; essi alla fin fine concepiscono il dovere come una cosa da farsi sotto pena di essere fiustati. Unicamente dai suoi istinti potrebbe esser guidato il fanciullo ; ma, quando cresce, gli necessita 1 idea del dovere. Parimente, non dcvesi cercare di mettere innanzi ai fanciulli il sentimento della vergogua, ma riserbarlo alla età giovanile. .Difatti non può aversi tal sentimento se prima non siasi radicata la nozione dell’onore. Una seconda qualità, cui bisogna soprattutto mirare nella formazione del carattere del fanciullo, è la veracità. Questo infatti è il tratto principale e l’attributo essenziale del carattere. Un uomo che mónte non ha carattere, c 6e v’ha in lui qualcosa di buono lo deve al suo temperamento. Molti fanciulli hanno una tendenza alla menzogna, che spesso deriva unicamente da una talquale vivacità d’immaginazione. Ù dovere dei padri segnatamente di badare che i figli non contraggano questo abito, poiché le madri non vi annettono per ordinario che niuna o poca importanza ; se pure esse non vi trovino una prova lusinghiera delle attitudini e dello capacità superiori dei loro figli. Qui torna opportuno di ricorrere al sentimento della vergogna, poiché il fanciullo in questo caso lo comprende benissimo. In noi si manifesta il rossore della vergogna quando mentiamo, ma questa non ò sempre una prova di aver mentito o di mentire. Sovente arrossiamo della impudenza onde altri ci accusa d’una colpa. Non devesi cercare a ve- mn costo di trai’ di bocca ai fanciulli la verità per via di punizioni, avesse pure a cagionare qualche danno la loro menzogna : e’saranno allora puniti per questo danno. La sola pena che ai mendaci convenga è la perdita della stima. Possiamo dividere le pene ancora in negative o in positive. Le negative si applicherebbero alla infin- gardia, o alla mancanza di moralità o almeno di gentilezza, come la menzogna, il dispetto di cortesia, la insocialità. Le pene positive sono riservate alla malvagità. Preme sommamente di non tener rancoio verso i fanciulli. Una terza qualità del carattere del fanciullo c la socialità. Egli deve pur conservare con gli altri relazioni di amicizia, e non vivere sempre c tutto per sè. Parecchi maestri, c vero, sono contrarj a questa idea; ma è ingiustissimo. I fanciulli debbono cosi prepararsi al più dolce di tutti i piaceri della vita. 2 dovesse oggi pagare il suo creditore, « T\ Itf “suo creditore, farebbe cosa gia- occorre sia libeio eia 0 meritoria ■ ma pa- correndo un povero foJ. mi0 . Si domando- “n'oTtro se l’a necessiti. ' pud giustificare la tÌloX 'Sdì certo I non si potrebbe concep.re un solo caso in cui potesse ciò scusarsi, almeno davanti ai fanciulli; clic altrimenti essi piglierebbero la più lieve cosa por una necessità e si permetterebbero spesso di mentire. Se ci fosso un libro di questo genere, gli si potrebbe consacrare con grande utilità un’ora ogni di, per insegnare ai fanciulli a conoscere ed a pigliare a cuore i diritti degli uomini, che sono ' eccitamento posto da Dio sulla terra. In rispetto all’obbligo di essere benefici, questo ò un dovere imperfetto. Occorre meno affievolire che eccitare l’animo dei fanciulli per renderlo sensibile alle sventure altrui. Che il fanciullo sia tutto penetrato non dal sentimento, ma dall’idea del dovere! Molte persone son divenute realmente dure di cuore perchè, altre volte essendosi mostrate compassione- voli, furono di sovente tratto in inganno. E inutile di voler far sentire a un fanciullo il lato meritorio delle azioni. I preti commettono assai volte l’errore di presentare gli atti di beneficenza come qualcosa di meritorio. Anche senza riflettere che, agli occhi di Dio, non possiamo far mai che il nostro dovere, si può dire che adempiamo semplicemente 1’ obbligo nostro beneficando i poveri. Difatti, la disuguaglianza del benessere tra gli uomini deriva da mere condizioni accidentali. Dunque, se posseggo beni di fortuna li debbo a quelle circostanze che han favorito me o chi mi ha preceduto, c però devo pensaro anco alla società di cui sono membro. Si eccita l’invidia in un fanciullo avvezzandolo a stimare sè stesso giusta il valore degli altri. Deve, al contrario, stimar se giusta le ideo della sua ragiono. Cosi l’umiltà vera e propria è un confronto del nostro valore colla perfezione morale, La religione cristiana, per esempio, comandando agli uomini di paragonar sò medesimi al modello sovrano della perfezione, li rendo umili piuttosto che insegnar loro la umiltà. Far consistere l'umiltà nello stimar se meno degli altri c assurdo. — Vedi come questo o quel fanciullo si porta bene! e somiglianti espressioni. Parlar così ai fanciulli non c certo il modo d’inspirar loro nobili sentimenti. Quando l’uomo stima sè, giusta il valore degli altri, cerca o di elevarsi sopra loro, o di abbassarli. Il secondo caso c proprio dell' invidia. Allora non si pensa che a trovar difetti negli altri-, solo a questa condizione si reggo al confronto, c si riesce superiori. Lo spirito di emulazione applicato non bene produce l’invidia. Quando volessimo persuadere alcuno che una cosa 6 fattibile, qui l’emulazione potrebbe giovare : come, puta caso, quan o esigo da un fanciullo un certo compito e gli mostro che altri han potuto farlo. A un fanciullo non va permesso di umiliare gli nitri in qualsiasi modo. Conviene ndoprarsi a soffocare ogni superbia fondata sui vantaggi na. Ma bisogno fondare m pari tempo a ^ cioè una modesta fiducia in tó “f*'” 0 . r",:^rro g auro,obestane, non curarsi affatto dc’giudizj altrui. Tatti i desiderj umani sono o formali (libertà c potere), o materiali (relativi ad un oggetto,) cioè desiderj d’opinione o di piacere -, o, lilialmente, riguardano la semplice durata di queste due cose, come clementi della felicita. Son desiderj della prima specie quelli degli onori, del potere e delle ricchezze. Appartengono alla seconda specie i desiderj del piacere sessuale (voluttà), delle cose (benessere materiale) c della società (conversazione). Sono, infine, desiderj della terza specie l’amore della vita, della salute, delle comodità (il desiderio d’essere scevro di cure nell’avvenire). I vizj sono quelli o di malignità, o di bassezza, o di grettezza d’animo. Alla prima specie appartengono la invidia, la ingratitudine e la gioia per la sventura altrui -, alla seconda, la ingiustizia, la infedeltà (falsità), il disordine, vuoi nel dissipare le proprie sostanze, vuoi nel rovinarsi la salute (intemperanza) e la propria reputazione ; alla terza specie, la durezza di cuore, l'avarizia c la infingardi (effeminatezza). Le virtù sono o di puro merito, o di obbligò' sione stretta, o d 'innocenza. La prima classe comprende la magnanimità (che consiste nel domare se stesso, vuoi nella collera, vuoi nell’amore del benessere materiale e delle ricchezze), la beneficenza, il dominio sopra sè stesso. Spettauo alla seconda classe l’onestà, la decenza e la dolcezza’, alla terza infino, la buona fede, la modestia e la temperanza. Si domanda : l’uomo è moralmente buono o cattivo per sua natura ? Io rispondo : egli non è moralmente buono nò cattivo, perchè non ò un essere morale per natura ; ©'diviene morale quando innalza la sua ragione fino alle idee del dovere e della legge. Si può dir tuttavia che l’uomo racchiudo in sè tendenze originario per tutti i vizj, avendo inclinazioni ed istinti che lo spingono da una parte, mentre la sua ragione l’attira dalla parte opposta. Egli dunque potrebbe divenire moralmente buono solo in grazia della virtù, ossia d’una forza esercitata sopra se stesso, quantunque possa rimanere innocente finche non si destano le suo passioni. La maggio.' parte dei vizj dorivano dallo stato di civiltà quando fa violenza alla natura; c c.ò nond.- meno la nostra destinazione corno uomini « 4. usci dal puro stato di natura dove non cor» d.fle.on» tra noi o gli animali bruti. L'arto perfetta ..teina alla natura. p .i Nell’ educazione tutto dipendo, a . ‘ g[ ò: si stabiliscano dovunque buoni P ri “ W facciano comprender bene od Questi debbono imparare a sos . uue U d.o 1 ..cedi tutto surdo ; il timore dclh P P stima di sò degli «“ ini istori.™ JPepini». *«™i; medesimi o la le c la condotta a. il pregio ìntrinseo a, sentimento ; una moti del cuore, l inre “ *» devozione mesta, pietà serena odi animo boto a una de cupa e selvaggia- Ma bisogna anzitutto preservare i giovani dal pericolo di stimar troppo i meriti della fortuna ( merita fortunaà). Se togliamo ad esame l’educazione dei fanciulli nella sua attinenza colla Religione, la prima questione da risolvere c questa : Si può inculcare per tempo ai fanciulli idee religioso? Ecco un punto di Pedagogia sul quale si è molto disputato. Le idee religiose suppongono sempre qualche Teologia. Ora, come insegnare una Teologia alla prima gioventù, che non conosce ancora il mondo, c neppure se stessa ? I fanciulli, che non hanno ancora la nozione del dovere, come potrebbero capire un dovere immediato verso Lio ? Ciò che v’ ha di certo si è, che se potesse avvenire che i fanciulli non fossero mai presenti ad alcun atto di venerazione verso 1 Ente supremo, e non udissero mai pronunziare il nome di Dio, sarebbe allora conforme all’ ordine delle cose d attirare prima la loro attenzione sulle cause finali e su quanto si addice all’ uomo, di esercitarvi il loro giudizio, d’istruirli sull’ordine e sulla bellezza de’ fini della natura, di aggiungervi poi una cognizione più estesa e perfetta del sistema dell universo, e di venir così alla idea d’ un Ente upiemo, d un Legislatore. Ma siccome ciò non e possibile nello stato presente della società, come non 1 o \ietaisi che i fanciulli non odano pronunziare i nome di Dio e non siano presenti ad atti di de- ìonc veiso di Imi, se volessimo attendere per insegnar loro qualcosa intorno a Dio, ne deriverebbe dell’educazione PRATICA nel loro animo o una grande indifferenza per la divinità, o una idea falsa, come il timore della potenza divina. Ora, poiché bisogna evitare che questa idea metta radice nella immaginazione dei fanciulli, devesi cercare per tempo d’inculcar loro idee religiose. Il che, per altro, non vuol essere un mero esercizio di memoria, nè una pura imitazione affettata, ma devesi al contrario seguir sempre a via naturale. I fanciulli, pur non avendo ancora 1 idea astratta del dovevo, dcll'obbligazione, della condotta buona o cattiva, capiranno esservi una leggo del dovere, o ch'cssa non consisto noi piacere, nell ut.le o in altri simili considerazioni elle la ma in qualcosa di generalo che non s. fonda sm • capriccj umani. Bensì il maestro medesimo d toi p q r;sit;e tutto riferire a Dio nella indura, e attribuire ancor questa a Lui. lei ]a mostrerà in primo por Lequilibrio loro, ma ind^rcttameute^ancbe^per 1’ uomo affinchè possa rendersi felice. fin a* principio un’idea La miglior via pe m .. a o- 0 nare per ana- chiara di Dio sarcb c que^ ^ m paJre 0, ie logia il concetto di . cosi fclieemento abbia cura di no,1““^ onere nn,ano corno nna a concepire 1 unita sola famiglia., Tfeliffione ? La re- ° b °’ aÌ "T;Sr^2ei, inquanto ligione è la legge che risied riceve da un legislatore c da un giudice l'autorità che ha su noi ; è la morale applicata alla cognizione di Dio. Se la religione non si unisce alla inorale, essa altro non è che una maniera di sollecitare il favore celeste. 1 cantici, lo preghiere, il frequentare lo chiese, tutto ciò deve servire unicamente a dare all' uomo nuove forze ed un nuovo coraggio per diventare migliore ; altro non deve essere che la pura espressione di un cuore animato dall’ idea del dovere ; tutto ciò c preparazione al bene, ina non costituisce il bene in se. Non possiamo piacere all’Ente supremo se non diventando migliori. Ai fanciulli conviene anzitutto insegnare la legge che hanno entro di loro. L’uomo ò dispregevole agli stessi occhi suoi quando cade nel vizio. Questo disprezzo ha la sua ragione in sò, e non già nella considerazione che Dio ha proibito il male ] imperocché non è necessario che ogni legislatore sia nel tempo stesso autore della legge. Così un principe può vietare il furto ne’ suoi Stati, e nondimeno egli potrebbe non essere 1’ autore della proibizione del furto. Quindi 1 uomo riconosce che la sua buona condotta può solo renderlo degno della felicità. La legge divina deve nel tempo stesso apparire come una legge naturale, poiché non c arbitraria. La religione rientra dunque nella moralità. Ha non bisogna cominciare dalla Teologia. La religione elio sia fondata semplicemente sulla Teologia, non può contenere alcun che di morale. Essa non ispirerà altri sentimenti clic il timore da una dell’educazione pratica 30S parto e la speranza del premio dall'altra ; e quindi produrrà un culto superstizioso. La Morale deve pertanto venir prima della Teologia. E così abbiamo la Religione. Dimandasi coscienza la legge considerata in noi. La coscienza è veramente 1’ applicazione dello nostre azioni a questa legge. I rimorsi della coscienza resteranno inefficaci, ove non li consideriamo come rappresentanti di Dio, il cui trono sublime è fuori c sopra di noi, ma che ha pure stabilito in noi un tii- bunale. D’ altra parte, quando la religione non è accompagnata dalla coscienza morale resta inefficace. La religione senza la coscienza morale, come abbiamo detto, è un culto superstizioso. Si pretende servire Dio con lodarlo, per esempio, col celebrarne la potenza e la sapienza, senza curarsi di osservare lo leggi divine, senza neppur conoscere e studiare a sapienza e potenza di Lui. Taluni cercano in quelle lodi una sorta di narcotico per la loro coscienza, o una sorta di cuscino sul quale sperano riposare tran- non * i» g-* «.-*» lo idee religiose, me posiamo tuttavia loro alcune ; queste bensì debbono essere piuttosto negative efaL positive. È inutile d. ar re tare ^ mole ai fanciulli 1 questo non pub dar loro eh u idea falsa della pietà. La vera sta nell'opera,-e secondo 1» volontà d Ln. . e massimale si devo i^— terossc loro ed anche nosti, I ^ nome di Dio non sia profanato così spesso. Invocarlo nei desiderj e negli augurj, sia pure con intendimento pietoso, è una vera profanazione. Ogni qualvolta gli uomini pronunziano il nome Dio, e’ dovrebbero essere tutti compresi di rispetto ; dovrebbero pertanto farne uso di rado e mai leggermente. Il fanciullo deve imparare a riverire Dio, prima come signore della sua vita e dell'universo, poi come protettore o provvidente deH’uomo, e finalmente come suo giudice. Dicesi che Newton si raccogliesse uu momento ogni qualvolta pronunziava il nomo di Dio. Unendo e rendendo ciliare nella mente del fanciullo ad un tempo le nozioni di Dio c del dovere, gl’insegniamo a rispettar meglio le cure provvidenziali di Dio verso le sue creature, e lo preserviamo dalla tendenza alla distruzione ed alla crudeltà, che in tanti modi si compiace di tormentare i piccoli animali. Si dovrebbe nello stesso tempo istruire la gioventù a scoprire il bene nel male, mostrandole, per esempio, modelli di nettezza e di operosità negli animali di rapina e negli insetti. Essi fan ricordare agli uomini cattivi il rispetto della legge. Gli uccelli che danno la caccia ai vermi, sono i difensori de’giardini ; c così prosegui. Bisogna pertanto inculcare ai fanciulli certe nozioni intorno all’Ente supremo, affinchè quand/cssi vedono gli altri pregare, sappiano a chi o perchè si fanno quelle preghiere. Ma poche hanno da essere tali nozioni e, come dicemmo qui sopra, puramente negative. Devesi cominciare ad imprimerle fin dalla dell’educazione pratica 301 prima età neH’animo dei fanciulli, ma insieme badare ch’essi non istimino gli uomini secondo la pratica della rispettiva religione ; imperocché, nonostante la diversità dei culti religiosi, trovasi dovunque unità di Religione. Aggiungeremo, per concludere, alcune osservazioni, rivolte particolarmente ai fanciulli che entrano nellagiovinezza.Aquest’età il giovinetto principia a fare certe distinzioni che non faceva prima. Viene ili luogo la differenza dei sessi. La natura ha in qualche modo gettato là sopra il velo del segreto, come se la ci fosse qualcosa di meno decente per l’uomo e che per lui fosse un mero bisogno della vita animale. Essa ha cercato d unirlo con ogni sorta di moralità possibile. Gli stessi popoli selvaggi conservano su questo punto una specie di pudore e di ritegno. I fanciulli curiosi fanno talvolta certe dimando su questa materia alle porsone adulte, per esempio : Donde nascono i bambini ? Ma possiamo contentarli facilmente o dando risposte insignificanti, o dicendo loro che ia dimanda è propi io da barn ini Meccanico è lo svolgimento di questo tendenze nel giovinetto; e, come in tutti gl'istinti che si dispiegano in lui, non ha bisoguo di conoscerne prime^ oggetto- È dunque impossibile di mantener qui, g panetto nella ignoranza e nella innocenza o i compagna. Il silenzio non fa che aggravalo li male; Dna prova ci è fomitadall'edncaz.ono dei noeta “ 0 nati. Secondo l'educazione dell'età nostra giustamente che di queste cose bisogna pollare «, vinetto senz’ambagi, in modo chiaro o preciso. Per fermo si tocca un tasto delicato, poiché non so ne fa volentieri soggetto di conversazione pubblica. Ma tutto sarà ben fatto se gli parliamo di ciò in modo serio e conveniente, e se penetriamo nelle sue inclinazioni. L’età dei 13 o dei 14 anni è e quella ordinariamente in cui la tendenza per il sesso dispiegasi ne' giovinetti (se avviene prima, vuol dire che i fanciulli sono stati corrotti e perduti da cattivi escm- pj). A quell’età il giudizio loro si ò già formato, c la natura l’ba provvidamente preparato affinchè possiamo allora discorrere di tal oggetto con essi. Non v’ò cosa che tanto fiacchi lo spirito e il corpo quanto la specie di voluttà che l’uomo consuma sopra sè stesso ; non occorre diro ch'essa è contraria alla natura umana. E quindi non si deve più tener celata al giovinetto. Bisogna mostrargliela in tutto l’orrore suo, e dirgli elio si rende cosi disadatto alla propagazione della specie, che rovina le sue forze fisiche, che si prepara una vecchiaia precoce, che consuma il suo spirito, e va dicendo. Per fuggire le tentazioni di questo genere bisogna stare occupati sempre e non concedere al letto ed al sonno altre ore che le necessarie. A questo modo il giovinetto caccerà via dalla mente i pensieri cattivi 5 poiché, sebbene l'oggetto esista nella pura immaginazione, egli usa ancora la forza vitale. Quando la inclinazione si porta sull’altro sesso, almeno s’incontra sempre qualche resistenza; ma quando è rivolta sopra DELL’EDUCAZIONE l'UATlCA l’individuo stesso, può ad ogui momento essere appagata. Rovinoso ò l’effetto fisico’, ma le conseguenze morali sono ancor più funeste. Qui si varcano i confini della natura, e la tendenza non è mai sazia, perchè non trova mai alcuna soddisfazione reale. Rispetto ai giovani, alcuni precettori han posto la qui- stione : Può ad un giovane permettersi di formare unione con una persona di sesso diverso? Sebisognasse scegliere uno di questi duo partiti, il secondo sarebbe certamente migliore. Nel primo caso il giovane opere- rebbe contro natura -, ma nel secondo, no. La natura ia destinato a diventare uomo, e quindi anche a propagare la specie umana, appena è in grado di proteg gere sè stesso; ma i bisogni, a’quali deve necessariamente sottostare l’uomo nella società civile non gli consentono di poter ancor» allevare .suor SgU. Qui pertanto egli va contro l'ordine ernie. U n,^' partito pel giovane, e questo k per In. «ohe u vere, sta nell'attenderc ohe sia in grado d uni... regolarmente in matrimonio. P“ ra “ 0 ^ btl on mostrerà non solo uomo dabbene, s. cittadino. tempo a dimostrare alla Il giovine apprenda pe. ^mp ^ mMÌlMn0 donna tutto il rispetto c 0 ^ j, epararsi così la stima con lodevole operosità, ed a piepa all'onore d’nna ““ il gi»™* 110 ’ La seconda diff corainc ia a porre e oramai ad entrare nel dei ceti e ladisu- quella che risguarda la fanciullo, non guaglianza degli uomini. Finche bisogna fargli notare questa differenza. Non gli si deve permettere di comandare ai domestici. S’egli osserva che i suoi genitori comandano ai domestici, gli si può sempre dire : Noi li manteniamo, e però essi ci obbediscono. I fanciulli ignorano del tutto questa differenza, se i genitori non ne porgono loro l’idea. Convien dimostrare al giovinetto come la disuguaglianza degli uomini sia un ordine di cose derivato dai vantaggj onde certi uomini hanno cercato di distinguersi dagli altri. La coscienza dell’eguaglianza degli uomini, nonostante la disuguaglianza civile, può essergli inspirata a poco a poco. 45. - Fa mestieri di avvezzare il giovine a stimar se giusta il proprio valore, c non secondo il valore altrui. La stima degli altri, in tutto ciò clic non costituisce affatto il valore dell’uomo, è vanità. Bisogna, inoltre, insegnare al giovine a fare ogni cosa coscenziosamente, ed a porre ogni cura non tanto di parere, quanto di essere. Avvezzatelo a far sì che in ogni contingenza della vita, presa ch’egli abbia la sua risoluzione, questa non resti vana ; meglio sarebbe di non venire in alcuna deliberazione, e di lasciar sospesa la cosa. Insegnategli la moderazione ne’suoi rapporti col mondo e la pazienza nel lavoro : Sustine et abetine ; insegnategli la temperanza nc’ piaceri. Quando l’uomo non desidera unicamente i piaceri, ma sa ancora essere paziente nel lavoro, diviene un membro utile alla società e si preserva dalla noia. Conviono pure istruire il giovine a mostrarsi DELL'EDUCAZIONE 1MIAT1CA festevole e di buon umore. La serenità dcH’anirao deriva naturalmente dalla coscienza tranquilla. Raccomandatogli pertanto di conservare lo stesso temperamento. Con l’esercizio egli può arrivare amostrarsi sempre di buon umore in società. Abituatelo a considerare molto cose come doveri. Un’azione dev'essere pregevole, non perche si accorda colla mia inclinazione, ma perche nel farla io compio il mio dovere. Bisogna educare il giovine all’amore verso gh altri c poi a tutti i sentimenti verso l’umanità. Nell’animo nostro v’ha qualcosa che vuole c'interessiamo di noi stessi, di coloro coi quali siamo cresciuti non dio educati, o del bene universale. Va rose fam.liaro questo interesse ai fanciulli perchè riscaldi le anime loro. Essi debbono gioire del bene universale, quando anche non torni a vantaggio della patria o d, ‘“ 0d Conviene abituarli ad nneordare una mediocre stima al godimento de'piaoen ndln vi• • nirè i, timore puerile Eseguire strare ai giovani che il P ia ciò ohe promette. loro atten2 ;„ne Bisogna, per ultime, torma a „ U a ii -i* ri! rpndorsi conto 0 o m o sulla necessita di rende ine de n a vita pos- propria condotta, perdi • * acq ùistato. sano stimare debitamen Chi esaminasse con occhio diligente, acuto od imparziale tutte le cagioni e tutti gli umani individui che in un modo o nell'altro concorrono al progresso ed al perfezionamento della specie umana, vedrebbe che alla donna spetta non picciola parte di gloria in questo progresso indefinito. Anzi tutte, come osservò uno storico nostro contemporaneo, se 1 uomo incontra spesso la morte per la salvezza della patria, la donna corre pericolo della vita ogni qualvolta mette alla luce una creatura umana. Onde il Leopardi (Canto notturno di un pastore errante del' l'Asia ) scrive: Nasce l’uomo a fatica, Ed è rischio di morte il nascimento. Dalla cuna alla tomba, dalle più modeste cure della famiglia a'più alti e gloriosi ufficj dello Stato, dai primi rudimenti del sapere e del viver civile alle più nobili manifestazioni del pensiero ed al più squisito incivilimento cui sieno pervenuti gli umani consorzj, nella prospera e nell’avversa fortuna, in pace ccl in guerra, nelle arti, nelle scienze e nelle lettere, in ogni tempo e presso le nazioni tutte, per via più o meno diretta, in modo ora occulto ora palese, vi scorgi sempre l’opera e l’efficacia della donna ne vaij- suoi ufficj di sorella, di figlia, di amante, di sposa, di madre, di cittadina, di cultrice d’ogni arte liberale od ispiratrice de’più nobili sentimenti, d’eroina del dovcree,seoccorre,di martire del sacrifizio. Senza la donna, oltre non potersi' conservare o perpetuare il genere umano, l’opera divina della creazione non sarebbe stata compiuta, non avi ebbe avuto i più bello e vero coronamento. IL Sollevata dal Creatore ad un grado sì nobile, destinata a sì alto ufficio, la donna non fu m » tempo c debitamente pregiata dagli uomini, n ellastessa o non volle sempre corrispondere al a sua missione. Nel paganesimo essa o fu tenu a s • j o fu considerata del tutto inferiore all’uomo e qual mero strumento di voluttà. Pei atio un 8V0 iaero basso e misero stato, se ufficio, tutte le sue facolta e compì umana non mancò affatto nel progresso della -v ^ l’opera di lei, giacché la natuia s . res trin- di quando in quando i calpes a i invano prò- le donne si volevano appa ^ Qultara in^ cacciavasi loro una buon tellettualc, chi nei più aspri pericoli della patria, nelle arti e nelle lettere faccvasi tuttavia sentire l’impulso animatore della donna greca. Infatti; dii non ricorda come la giovinetta, la sposa e la madre inspirassero animo forte alla greca gioventù, che prima della battaglia acconciavasi la bella persona, quasi .traesse a convito e alla danza? Chi non ricorda come Socrate rassomigliasse il suo modo di filosofare all’arte della madre sua Fenarete ? Chi non ricorda le ispirazioni di un'Aspasia, c il valore poetio dell’infelice Saffo, molti versi della quale possono reggerò al confronto di quelli più affettuosi d’Anacreonte? E questi non imitò poi la fanciulla di Lesbo ? - Invano l’antica lloma negava alla donna ogni personalità giu- 'ridica, che ivi pure non mancavano stupendi esempi di amor patrio c di senno. Chi non ricorda infatti la pacò fra i Romani ed i Sabini, stipulata (checche ne pensi la critica moderna) per int.crcessiono delle rispettive donne? E, per tacere dello influsso della ninfa Egeria su Nuraa Pompilio, la storia non ha essa glorificato l'eroismo di Clelia ; le preghiere, ispirate da vivo amor patrio, della madre e della sposa di Coriolano ; il sacrifizio di Virginia ; la rettitudine e l’anuegazione delle madri dei Gracchi e degli Scipioui, esempio rinnovato ai nostri giorni dall’eroica madre dei fratelli Cairoli ? L’opera della donna non fu adunque del tutto manchevole od impotente nella civiltà pagana, e presso le schiatte che abitavano al mezzodì c all’occidente del mondo antico. Rinobilitata dal Cristianesimo e tenuta in.maggiorc stima appo i vigorósi popoli del settentrione, La clonna ; ritornò man mano signora di sò, fu proclamata degna o ■ inseparabile compagna dcH’uomo. Èssa allora comprese tutta la nobiltà della sua natura, andò via via perfezionandosi, e cooperò efficacemente a rialzare la stessa dignità umana, e a far progredire la civiltà. Lasciati gli Dèi falsi c bugiardi, abbracciata la religione di Cristo, la donna se uc fa la più valida sostenitrice c propagatine©, come ci,testimonia la madre di Agostino il santo, la imperatrice Eletta madre di Costantino; Teodolinda regina dei Longobardi, c' molte altre rioordate dall’istoria. Nel medio evo i più intrepidi c cortesi cavalieri cingono la spada-in difesa della donna e della fede; un Abelardo,'famoso disputatore nelle più aride c nelle pm alte questioni di filosofia e teologia in Paii D i ne colo XH, ò attratto dalla bellezza c dall’ingegno d'Eloisa, nobile creatura (dico il Cousin) che amo come santa Teresa e scrisse talvolta come eneca " . donna ispira il canto dei trovatori, e porgo ra alle’ lingue romanze ; Beàtnce si 6 che sia stare l’ingegno più universal l . a]la vissuto nei tempi di mezzo al Ugnato Papato, lo richiama a a LA .MISSIONE DELLA DONNA suo vero ufficio. Instigatrice a nobili imprese, la donna piglia non di rado la lira, ne trae suoni armoniosi e delicati, come Gaspara Stampa, Veronica Gambara e Vittoria Colonna. Altre maneggiano con onore il* pennello, come SofonisbaAnqùisciola, Barbara Longhi e Teodora Danti, pittrice c matematica insigne; e talune maneggiano perfinolo scalpello, come a'dì nostri la ' egregia e valenteAmaliaDuprè. Moltissime poiriesco- no eccellenti nella musica. Una Margherita illuminae rende civile la Scozia ; più tardi Maria Teresa c Caterina II a governano sapientemente due più temuti Imperi d’Europa. In tempi a noi più vicini la signora di Stiicl predicava la Comunione intellettuale dei popoli; Albertina-Necker scriveva di Pedagogia, ed in molte osservazioni sullo sviluppo della intelligenza e degli affetti del bambino fu più acuta di Emanuele Kant. La signora Swetchino, oriunda della Russia, onorava gli uomini più illustri della Francia contemporanea e alla sua volta era da essi meritamente onorata. In Ginevra tenne cattedra di lettere italiane la nostra Caterina Ferrucci, e poi scriveva un insigne trattato smW Educazione morale della donna italiana. Taccio poi gl’illustri nomi dello signore De Spuches Galati, Milli, Fuii Fusinato, Alinda Brunamonti ed altre, per ricordare quello della perugina marchesa Florenzi, che a nostri giorni coltivò con onorato successo una delle più difficili e la più universale delle discipline razionali, vo dire la Filosofia. Ecco ricordati, in questi pochi csempj, i meriti insigni del gentil sesso. NELLA SOCIETÀ ODIERNA ni A questi meriti la donna moderna può e deve aggiungerne degli altri, adempiendo sempre il suo nobile mandato, perfezionando sè stessa, e cooperando efficacemente ai multiformi aspetti della civiltà e dell’umano progresso. Poiché la uatura della donna non cambia, e poiché dal Cristianesimo é stata sollevata al suo più alto c vero grado, ella ha sempre c dovunque il medesimo fine da conseguire. Ma m gran parte variano i modi per adempiere sì alta missione, secondo che mutano le condizioni politiche, intellettuali e morali della società in mezzo alla quale, vive la donna. Questa, inoltre, si é perfettibile e non perfetta, né può sottrarsi, in mezzo agli sp e della civiltà nostra, alle leggi che governano il graduato avanzamento del genere umano, osi, po in oggi la donna ispirare animo al guerr.ero pei la stessa idea e per le stesse cagioni onde Io ispira tempi di meco ? E le sole doti mota!., da Ima conveniente cattura intellettuale sainbb no oggidì sufficienti a .cadere, non diri. spettata la donna, “‘.^““notanefieo o potente congiunture della vita tatto influsso negli nomini «1» consistere il Vediamo, portante, >n ‘ ^ nelIa 80 „ietà vero e compiuto ufficio d ^ ^ cavat teri odierna, tenendo fermi da ™ giuste o essenziali, e dall’ altro tenendo con razionali esigenze dei nostii temp Nel suo librò La dolina e là scienza -1' onorevole SalvatdreMorelliassegnavaun triplice scopo alla donna, cioè di partorire 1’ uomo, di educarlo, di muoverlo o dirigerlo al bene. E per l’illustre professore ginevrino, Ernesto Naville, il véro ufficio della donna consiste in opere di educazione, di pietà e di misericordia (Il Dovere: discorso alle signore di Ginevra c di Losanna). E sta bene: ma noi'vogliaiio considerare la donna in modo più esplicito c sotto qualche altro aspetto, vale a dire in tutte le sue più affet- tuose e più solenni manifestazioni. Cominciamo a riguardare la donna come sorella. Dopo il rispetto che il figlio deve ai genitori, viene quello verso la sorella. Ah ! chi può mai comprendere tutta la dolcezza e la soavità di questo meno ? I più gentili e nobili sentimenti clic poi fanno caro e degno di stima 1-' uomo in società, egli deve apprenderli ed esercitarli in famiglia e specie con le sorelle. Queste, per ordinario pazienti, soavi, graziose, capaci di profondo c puro affetto fraterno, destano rispetto ed amore, raddolciscono l’animo, fanno più miti le correzioni dei genitori, formano a piu bella e fida compagnia del fratello. Quando esse lasciano la casa c il nome del padre per assii- meie quello d un altro uomo, o quando inesorabile morte le rapisco anzi tempo, la casa paterna pare cnenga un deserto. È la sorella Paolina che, nel primo caso, inspira al Leopardi uno dei più belli suoi canti. È la buona Manétta Pellico che rinunzia alle gioie torrone, si ritira in un chiostro e prega pel fratello Silvio prigioniero allo Spielbergo; e quel- 1' atto magnanimo ispira versi affettuosi all’ amico di lui, all’intrepido Maroncelli ! “ La sorella è all’uomo la prima compagna, la prima amica, quella che all’ uomo fa presentire le dolcezze innocenti del1’amore di donna. L'ineguaglianza degli anni e la severità de’ modi pone tra genitori e figliuoli certa distanza che accresce 1 affetto vero rinforzandolo co rispetto, ma clic richiede come a ristoro altri eser- cizj del cuore. Col fratello ogni cosa comune: la memoria, le gioie, i patimenti, i piccoli enoii.... n luoghi di pochi e poveri e sovente divisi, abitanti la famiglia è patria e universo. La sorella in que ire tenaci infonde qualche parola di amoie . lo sguardo, le lagrime di donna ritemprano, per fiera che sia, la virile durezza, e a generosi a spengono. Onde sorella è dolce e poetico nomerò di questo nome si rapilo nel 1874 all'Italia, alle lettere, alla V. a „ annsa la donna ha un Se poi diviene amante P > opGr0 sità. più vasto campo dove eterei ai ^ . zi È il- forte adopra o pensa. E voi specialmente, donne italiane, abbiatevi: pure questo vanto, o sappiate ognor più meritarvelo : a vostro senno molte fiate pensa ed opera il letterato, l’artista, l’uomo di scienza, e talvolta anche l’uomo di Stato ! Per citarvi un solo esempio, senza l’impulso, il conforto e l’approvazione di due egregie- donne, la contessa Balbo e la siguora Pellico madre di Silvio, questi avrebbe egli scritto e reso di pubblica ragiono Le mie Prigioni, libro che ha fatto palpitare tanti cuori, che noi da giovinetti leggevamo piangendo e fremendo, e che ha cooperato, più di molte battaglie, alla libertà e indipendenza d'Italia?' Sicché la donna, oltre poter da so coltivare non senza gloria lo lettere ed alcune razionali discipline, e divenire eccellente nelle arti liberali, può c deve inspirare il letterato c l'artista, animare lo scienziato, c può altresì correggerlo quando certe suo- teorie pugnino con i più nobili sentimenti dell’animo e col senso comune, che il più delle volte lasciando parlar la natura, diceva il Mamiani, fa- la spia della verità. Infatti, se il Rousseau avesse pensato a sua madre o se avesse potuto interrogarla, avrebbe egli scritto quel terribile voto, che i figli non dovessero mai conoscere i loro parenti ?' E se alcuni oggidì, oltre dover meglio badare alla prova certa e compiuta dei fatti e alle sane regole «ella logica, pensassero alla nobiltà dell’uomo e interrogassero il cuore profetico della donna, verrebbero essi a certe conclusioni c teorie che proclamano non punto dissimilo da quella dei bruti la discendenza di nostra progenie ? Quanto alle lettere, tanta c l’efficacia della donna, che se ad una letteratura moderna rimangono estranee le donna, e’vuol dire eh’essa non ha vita. l>en è vero che la donna, soggiungo quel dottissimo ed acuto ingegno del Bonghi, devo entrare in una letteratura più come direttrice clic come operaia 5 allora col suo criterio lino c giusto, con quella sua delicata spontaneità di sentire, con quella sua attitudine a scovrire le pieghe del cuore,.... con quel suo vivere nel presente, colla sua inclinazione a non accontentarsi, secondo l’indole, se non o d un pensiero ben circoscritto 0 d’un affetto infinito 0 col potere tutto suo di sancire col sorriso e colla grazia il giudizio ch’esprime, ha un influsso potente ed utile nella letteratura d’un popolo moderno. Oltre di clic, per il suo posto nella fami glia e nella società, la donna è lo -strnmen 0 pm adatto e più sicuro della diffusione della^ coltuia 0 por la natura dolio suo ocoupao.cn, P°^bbe fcr niro il maggior numero do’lcttcr. d'un l.bro (R. Boa 6K iwS lu Matura italiana non *..• in Italia. Lotterà prima). donna Dieeva egregia^ diretammt0 dello scoraggiamento. Infelice quell'uomo che, tutto assorto nelle questioni politiche, non ha poi un conforto nel seno della famiglia ! E quanto l’aspre e continue battaglie della politica .snervino l’uomo, noi già lo vedemmo negli ultimi anni e nella fine del compianto deputato Civinini: l’amorevoli curo della madre c il pensiero dei figli non furono più capaci a salvarlo da morte immatura! Non vi dirò poi come gli affetti domestici e la soavità della donna possano informare a pacatezza ed a maggiore equità l’animo del legislatore e dell'uomo di Stato, poiché la vita umana dev’essere, tutta un’armonia. Così una saggia economia domestica ottenuta per cura della donna, può servire di norma, fatte le debite pro- . P orz ‘oni, a chi deve amministrare il tesoro del Comune, della Provincia, dello Stato. IX. Ove poi consideriamo la donna come prima educati ice de figli, essa deve infondere per tempo nell'animo del giovinetto non solo i precetti morali, ma può eziandio, secondo l’opportunità, fargli conoscere alcuno massime di prudenza e di saviezza politica. E non si creda che sia questo un mero sogno, un vano parto della mia fantasia. No, era il Tommaseo stesso che raccomandava d’iniziare per tempo, ilici cò 1 educazione, i giovinetti alla conoscenza c ‘ a pratica di quelle norme che si riferiscono al viver civile e politico. Mi sia concesso, pertanto, di riferire 1’ autorevoli parole di quell’ uomo illustre, clic non fa alieno dalla vita politica, ma che anzi ebbe tanta parte nel risorgimento della nostra nazione. u Ed io tengo per vero (scriveva egli nel trattato sulla Donna) che la politica nostra sia cosi piena di miserie c di passioni e di pericoli, appunto porche troppo tarda disciplina è a’figliuoli nostri; appunto perchè primi maestri di politica sono ad essi le tragedie dell’Alfieri e i giornali di Francia ; appunto perchè il nome di patria suona loro nella mente innanzi che nel cuore, o suona come figura vettorica Sicché la donna può e deve giovare all uomo in tutto, non pure nella scienza come abbiamo accennato, ma talvolta anco nelle dispute filosofiche e religiose. Narra inflitti S. Agostino che la madie, i lui entrò nella stanza dov’egli con un amico ragionava di filosofia, c i dialoghi si scrivevano di mano in mano : si scrissero anche lo d, lo. ; al le Monica mostrando di mcrav.gliarsi, disse j ? esser olla sapiente: « E peschi, non saro o, * jL italiane oggi non manca, salvo pocio ®° modo di apprendere siffatta.educazionee^ ^ ^ Nò voglio dire con c i ueS \ ‘ Uo occupazioni rinunziare, per lo studio, a fi ^ c j ob proprie della sua indole, de ^Jdrc’di famiglia; s’addicono alla donna di ca, ‘ d bban fare un nè presumo che le donne m K alunn i di corso di studj, come viene pi dell’Università: u» Liceo, „ donna in che allora tanto vaueb scenziato, in ingegnere, in avvocato, in medico, letterato di professione. È noto che il Boccaccio fu tra i primi col suo libro De clarìs mulieribus ad illustrare 1’ ingegno femminile. Più tardi, uno scrittore del Quattrocento volle dimostrare la preminenza della donna in tutte le facoltà e in tutte le doti, nell’intelletto, nella bellezza, nella nobiltà, nel conversare (Vedi E. Magliani, Storia letteraria delle Donne italiane). Altri hanno sentenziato, come Francesco Coccio nel libro sulla Nobiltà della Donna, aver la donna sortito da natura, al pari dell’uomo, forte ragione, mente c favella, e tendere ad uno stesso fine. Invece il Lamennais, il Cousin ed altri negarono alla donna prerogative intellettuali. Noi certamente non siamo dello stesso parere •, anzi manteniamo elio se qualcuna di esse, fornita di non comune ingegno, avrà tempo agio e voglia di attendere a studj speciali o di coltivare qualche parte nobilissima dell’umano sapere, ciò non le sarà nè dovrebbe esserle vietato dagli uomini e dalla società, vuoi per intolleranza, vuoi per invidia. E ne abbiamo prove luminose nei due recenti Istituti superiori di Magistero femminile in Roma e Firenze, dove si dà una istruzione quasi universitaria alla donna e dove parecchie alunne hanno conseguito con felice successo il diploma supcriore nelle discipline letterarie, storiche, morali e pedagogiche. Ma io intendeva parlare di quella soda e retta cultura intellettuale e morale, di cui oggi piu che mai abbisogna non pure la giovinetta delle classi piivilegiatc dalla fortuna o di nobile linguaggio, sì anche la donna del ceto medio o della borgbesia, salvo le debite differenze. E per conseguire questo intento, basta che da un lato si riordini le nostre scuole femminili, segnatamente le Scuole normali, che per cultura e nel fine pedagogico sono inferiori a quelle tedesche; dall’altro, chela donna comprenda meglio il suo ufficio, e quindi sprechi meno tempo e danari nelle mode ricercate, nel lusso c in certe frivolezze che la fanno apparire più/unwwioc ìe donna. In quanto all’istruzione media femminile, invece di fare apprendere alle nostre giovinetteuu po di grammatica c di far loro pronunziarealla meglio qual- che centinaio di vocaboli francesi ed inglesi, tanto per mostrarsi dotte o brioso in alcune società, non sarebbe più utile insegnare prima alle medesimo a parlare c scrivere convenientemente Inaiano? invece di tenerle per lungo tempo rinchiuse fra quattro mura d'un monastero o d'un Istitutoi no, sempre arioso ed igienico e tenerlo occ*to per molto ore al pianoforte, ai ricami e a a 11 femminili, non sarebbe più vantaggioso cond I • respirare le pure auro dell'aperta campagna del giardino, e cogliere il destro d' insegnar 1™ ^giene menti di scienze fisiche d, stoua^na^^ Ma domestica, e somiglian M dell’Istoria ritrarrebbe la donna dal P ^jjjg, ariosamente antica e moderna, piuttos mani? di leggere ogni — ignoro Io non nego la beata ‘ cs, ere coltivata; ma che l’immaginazione pu p rome ssi Sposi, i buoni romanzi, a comiuci si contano sulle dita, e l’immaginazione dev' essere governata dalla ragione, come il cuore dev’essere illuminato dall’ intelletto. Or bene, dirò io alle donne italiane : Siete voi disposte a rinunziare ad ogni frivolezza che vi renda meno perfette o meno degne di stima ? Siete voi disposte ad arricchire, anche a patto di qualche an- negazione, il vostro intelletto di sode ed utili cognU zioni? In caso affermativo, come ne ho fiducia piena, voi mostrerete di comprendere l’alto ufficio che vi spetta nella società odierna, potrete compierlo degnamente, c sarete stimate dagli uomini probi ed .assennati 5 diversamente, oltre venir meno alla vostra missione, voi non otterrete che il plauso dell’uomo fiivolo 0 dell idiota, e troverete chi v’aduli, non mai chi vi stimi e vi ami d’un affetto sincero e duraturo. L qui voi potreste accusarmi di troppa franchezza, non mai (lo spero) di poca lealtà e di poco rispetto e interesse per la vostra dignità e pel vostro avvenne. Ma questa è la sola ricompensa ch’io at- -tendo dalle gentili mie legatrici c dal cortese lettore. XI. Un altro dovere incombe oggi alla donna, se uo tutelare la propria dignità, se vuol meglio garantire la sua indipendenza entro i confini del convenevole, se ama di aver qualche parte nella pubica vita 0 di concorrere, al pari dell’uomo, ad a ^ CLlnc ^ unz i°ni ' per esempio quelle del 1 ico insegnamento, ed altre simili più confacenti alla natura di essa. Alla donna insomma, a qualunque ceto appartenga, occorre una professione. Ed invero, si trova ella in una condizione non pnnto o non molto agiata ? E ragion vuole che provveda onestamente alla propria sussistenza. La fortuna le concesse un avito censo ? Ma chi prevede tutti i casi della vita ? E quindi è prudente consiglio apparecchiarsi per tempo*, onde la comune sentenza: Impara l'arte a mettila da piarle. Nè alla donna agiata e di non oscuro liguaggio mancheranno vie, secondo le sue naturali tendenze, dove spiegare la sua attività : come le lingue, la musica, le lettere, la pittura, 1 piu delicati c squisiti lavori femminili ; non occorre poi dire che ogni specie di lavoro onesto ha la sua no biltà, o almeno il suo pregio. • Quanto al proprio stato, la donna s amaca a- ruomo par formare la famiglia? E m tal caso eli davo concorrerà colla sua abilità, mossone quand, abbia suadenti beni di fortuna, « rendere mano non gravi residenze del matrimonio. 0 la donna, sia pei elezione ^ non vuole o non può 1. divenire sp0 sa assumere quello d'un altro uomo 0 “™“ ?„ il 0 madre? E allora si fa “ >“ fa su» bisogno di provvedere on ' s ‘““°“ slrel, a da necessitò sussistenza. 0, senza css i n _ economiche, desidera di dipendente dall'uomo, e 1 P* ^ ? £, ori d on to clic modo agli uffici dc ”“ moltOT i in grado di oc- in tal caso la donna, cuparo degnamente quei tali uffici e però di ap- parecchiarvisi con sufficiente istruzione, deve pur anco esser capace di esercitarli con tutte quelle virtù che sono richieste dalla vita civile e dalla natura stessa di quel dato ufficio. E qui pure giova ricordare la grave autorità del Tommaseo, il quale, dopo aver raccomandato che tutte le donne abbiano alle mani una professione che, occorrendo, possa loro campare la vita, scrive queste formali parole : lt A taluno dei più facili esercizj civili si addestrino ; e affrettino il tempo quando la donna potrà vivere la vita indipendente daU’uomo, potrà seco trattare da pari a pari, e per amore e per ragione e per dovere gli cederà, non per legge iniqua o per necessità ferrea 5 quando in molte funzioni della privata e della pubblica vita la donna potrà tenere le veci dell’uomo, ed essergli aiutatrice ed amica nel pieno significato del nobilissimo nome ; quando il tempo di fare il bene le mancherà, non le vie {La Donna). „ XII. E sia questa e non altra, 0 Donne italiane, la vostra più alta e vera emancqyazìona. Chi di voi andasse in cerca di altri privilegj, od agognasse uno stato ben diverso da quello destinatovi dalla natura e nobilitato dal Cristianesimo, e volesse di donna convertirsi in uomo, verrebbe meno alla sua missione, snaturerebbe se stessa e comprometterebbe la sua dignità. E quei pochi tra gli uomini che van predicando 1’ assoluta vostra emancipazione o la vostra eguaglianza in tutto e per tutto coll' uomo, o essi non hanno un giusto concetto della donna, o non sta loro a cuore la dignità e il vero perfezionamento di lei. Quella donna, infatti, che presumesse tener le veci dell uomo in ogni disciplina razionale, in tutta l’interminabile scala degli ufficj civili e politici, e in ogni pubblica rappresentanza, dovrebbe innanzi tutto abbandonare le pacate care della famiglio, rinunziare ai più dolo, affetti di madre, e quindi sottoporsi a lunghi e severi studj, temprare l'animo ed il gracile corpo a duro fatiche, allo quotidiane ed aspro battaglie della pubblica vita. Oh! se sapeste quanto ma, costone cari agli uomini-certi onori, certi elog), «rie glorie non sempre durature; oc sapeste quanta prudenze quanto sapere, quanti sacrifici, quanti trav gli t chiedono certe incombenze onorevoli e - A » «J* della pubblica vita, e qual cumulo 1 P, >1 .. nitro chi disconosca od ignori seco ! Non v a, P c ’ yogtra immaginazione quanto possauo esalta, titoli, come certi gradi sociali, alcune igm £ su premo, di Prefetto, di Magistrato>, d i P di Deputato, di Sen f*°”' to \ Q difficoltà di ben go- Ma avete ma. °°“ 81 un tumulto, di prevernare un popolo, innocue tutte " ^ -Si 0 :—^' ti ° politici P Avete le conseguenze deg agitazioni della di- mai considerato la g» plomazia, le controv - pu bblica stampa, le d’ una critica smoda a go Vàldarn%n\ la missione della donna ire dei partiti politici, le difficoltà della tribuna, gli odj segreti, le basse invidie, la guerra sovente implacabile c sleale di chi vuole occupare quel posto eminente o lucroso ? E, al postutto, clic mai significa donna emancipata ? Significa donna francata da ogni giogo, che ha x'igettata l’obbedienza di figlia, la dolcezza di amante, la dipendenza di sposa, la nobile servitù di madre •, in una parola l’onore stupendo del sacrifizio ! Una donna che oltre ripetere uguaglianza di diritti.coll’uomo, vuol con esso comunanza di ufficj ; una donna insomma che nelle pagine inalterabili dell’ indole sua, che nelja storia della sua gentilezza, che nello specchio del suo cuore, che nei decreti dell’Archetipo eterno legge assolutamente a rovescio di quel che sta scritto sulla missione di di lei (A. Alfani : La Donna). Ora, non è questa l’emancipazione che deve cercare la vera donna, cioè la donna, onesta ed assennata. Noi pure vogliamo l’emancipazione di lei; vogliamo ch’ella si emancipi dall’ignoranza, da certi pregiudizj religiosi e sociali, da ogni frivolezza, dal- l’imitare certe mode o corrompitrici del buon costume o rovinatrici d’ogni patrimonio, dal ripetere c spesso praticare quella sciocca e superba sentenza: Oggi si fa cosi! Per amor del cielo, griderò io pure con Paolo Ferrari, non emancipatevi, gentili Signore! Appena emancipate cessereste di essere così utili apostoli delle nobili e caritatevoli imprese; perchè appena emancipate cessereste di comandare. Senza crnan.- cipazione, noi uomini crediamo di comandare noi ! E voi nel segreto confidente de’vostri amabili ci- caleggj, ridete pianino pianino della nostra maschia e gloriosa dabbenaggine, per la quale crediamo di comandare, c si obbedisce ! La vostra potenza morale c fisiologica sta ncH’osscre donne: se diventaste uomini (s’intende per quella finzione giuridica che chiamano emancipazione), ogni prestigio vostro svanirebbe. Ma finche siete e volete esser donno e vi consacrato all’esercizio delle vostre qualità caratteristiche, la grazia, l’amore, la carità, chi governa il mondo siete voi. Noi andiamo solennemente a deporro i nostri voti in un'urna; ci accogliamo c deliberiamo intorno ai destini della patria ; ordiniamo una guerra, una pace, un'alleanza, o pettoruti decantiamo l’energia maschile, l’attività del senno dell’uomo! No ; dentro di noi in ognuno di quei supremi momenti fremeva un pensiero i o un pensiero di amante, di sposa di figha d «wj* «Ita. .a gio, nel sottoscrivere quel trattato ( conferenze pel Collegio di Amsu Milano). • della donna deve pertanto La vera 61 ° Q iorr n£ n te rispettare ed amare consistere nel farsi m oa te dentro i con- dall'uomo, nel fa '*di sopra, fini e noi modo che » > > 0j se occorro, al reale progresso. lft aocietà civile, che a salvare o almeno raddrizzare li a il suo principio e fondamento nella famiglia, di- cui Ja donua è guida e conforto. Solo per questa via e mediante l’istruzione e l’educazione, ripeterò col brioso ed arguto scrittore G. Hamilton Cavalletti, le donne potranno rimettersi sul capo la loro corona di regine, attirando intorno a se il genio, il talento, l’onestà e il coraggio. Sia la loro amicizia il premio di .ogni nobile sentimento, sia la loro stima il guiderdone di ogni nobile fatto, sia la loro intimità il compenso di ogni nobile fatica. Non è adunque sognando emancipazioni assurde dove non esiste mancipio, non è aspirando alle naturali preminenze dell’uomo, non è coll'addottorarsi nelle scienze giuridiche, filosofiche o naturali, che le donne rialzeranno il vero loro stato sociale ; sì, al contrario, coll’ aumentare il loro valore, col forzarci .ad amarle e stimarle di più, col rendersi ognor più degne del caro nome di spose, del santo nome di madri. Ma (prosegue il Cavalletti) finche al pensatore esse preferiranno un uomo che non ha altro merito che di avere un bravo cavallo da corsa, ed è spesso un mediocrissimo cavaliere; finche al poeta esse anteporranno l'uomo clic sa farsi meglio il nodo della cravatta; finche allontaneranno dalla loro società un uomo che ha il torto di anteporre una forma di cappello ad un’altra ; finche all’uomo sincero, leale, integro preferiranno un uomo che sappia fare i daddoli e le moine ; finché i sentimenti piaceranno loro sulla bocca dell’uomo c non cureranno quelli del cuore ; finchc un uomo volgare con il nnczzo milione di patrimonio sarà più certo di ottenere le loro grazie che un cuore nobile, un animo elevato con cinquantamila lire; finché un babbuino sentimentale riceverà il dolce deposito dello loro confidenze, ed uno schietto galantuomo avrà appena un cenno di saluto ; finché esse saranno una lotteria nella quale troppo spesso i vincitori sono gl imbecilli... ; lo stato morale e sociale della donna non si eleverà certamente: la società si avvierà al decadimento ; le donne pian piano più non saranno che femmine. Ed ora mi pare utile di far l'epilogo delle cose •dette fin qui. Abbiamo accennato dapprima la na- tura e 1’ ufficio della donna, senza la qua P klh creazione non sarebbe stata compiuta, ne po- trebbesi conservare e FPOt«il^ Poi, esaminando in ° volgarc, abbiamo donna presso i P a S ani c ^ dlC la donna, provato colla .tona a anche quando, esercito in gran pa • s, cbbe in coato 7 C r Pa "tedila voluttà; afidi schiava o quale quan t a parte biamo veduto, l’umano progresso ed in- abbia preso a do . dal Cl . ls tianesimo richiamata civilimcnto, dopoché ftlt0 ufficio- E quan- cd elevata al suo ' cl ° c^ sia ] a stessa na- tunque in lei 8 « n P r ° ® abbiana0 detto che i mezzi itura.e lo stesso fino» P per compiere la sua missione doveauo mutare secondo la civiltà, secondo le condizioni politiche, intellettuali, religiose e morali. E però, accennato- l’ufficio che le assegnano il Morelli e il Naville, noi abbiamo considerato la donna in tutte le sue principali attinenze e nelle sue più nobili manifestazioni, vale a dire come sorella, come amante e sposa, come madre, come educatrice ed institutricc, come cittadina, come ispiratrice d’ogni- nobile sentimento all' artista, all* uomo di scienza o di lettere, non che all’uomo di Stato. Abbiamo poi dimostrato la necessità d’ una conveniente cultura nella donna ai tempi nostri, affinchè possa meglio compiere quell’ufficio tanto nobile e così complesso; ed abbiamo dimostrato eziandio la necessità o la convenienza nella donna di apprendere in oggi una professione sì per soddisfare meglio ed in ogni congiuntura all’ esigenze della vita, si per incominciare la sua più razionale o giusta emancipazione c rendersi, dentro certi confini, indipendente dall'uomo. Abbiamo combattuto, per altro, l’assoluta e falsa emancipazione della donna, perchè contraria alla natura e al nobilissimo fine di lei, non che al bene della società ed al progresso del genere umano. Tanta e 1 efficacia delle donne, che da esse vennero sovente grandi ajuti, o grandi impedimenti non solo alla libertà d’un popolo, sì anche al bene- od al male dell' uomo singolo, delle famiglie e dello Stato. La donna è per sua natura la ispiratrice, o, se vuoisi, la regina dell’uomo e della società. Ma. ili suo regno, piuttosto che sconfinato ed assolato, vuole essere un regno di pace, d’ispirazione, di nobili sentimenti; insomma Indonna (siami permessa questa similitudine) a guisa de’principi costituzionali, deve regnare e non governare. — Ma Voi, donne italiane, vorrete appunto regnare, non governare ; Voi, come ' foste di grande ajuto al nostro risorgimento politico, sarete altresì di grande stimolo ed ajuto al nostro risorgimento •intellettuale e morale, che dipende in parte da Voi. In .peata grata Mieta, non saprò, scegliere più acconce od autorevoli parole cito qttd c dell'illustre Tommaseo, per chiudere il P 10S0 “ discorso. La donna italiana, d' sapiente dell'ubbidire, 80 P'“" 1 ® ^ “ d desfas . occorra, c guarentigia a noi di men La creazione di due Istituti superiori di Magistero femminile inltalia, uno a Roma e l’altro a Firenze, in virtù della legge 25 giugno 1882, e l’ordinamento delle discipline scientifiche e letterario che vi sono e vi debbono essere insegnate, secondo il Regolamento organico 19 novembre 1882, ci porgerebbero materia a molte e svariate considerazioni non prive d’interesse speculativo e pratico. Qui non intendiamo di enumeiarle e di svolgerle tutte, ma non possiamo astenerci dall'acccnnarne le più rilevanti e dal pigliare in esame particolare il come nei due nuovi Istituti letterarj e scientifici femminili debbono esseie insegnate alcune materie importantissime, quali sono appunto la Filosofia teoretica, la Morale e la Pedagogia. I. E prima di tutto dimandiamo : Era necessaria in Italia la creazione di due Istituti superiori di Magistero femminile, mentre abbiamo non pure le Scuole normali femminili, ma alle donne stesse non, è vietato dalla legge Casati sull’istruzione pubblica di frequentare i Ginnasj, i Licei, le Università, e di addottorarsi in qualunque disciplina ? Posto così il quesito, non sarebbe giustificata la creazione di quei due Istituti superiori femminili. Ove però si consideri che la missione della donna nella famiglia e nella civile società si palesa chiaramente ben diversa, da quella dell’uomo ; che gli studj femminili debbono esser rivolti essenzialmente alla cultura della donna come madre di famiglia, com’cducatrice ed istitutrice, e non all’esercizio di elevate e gravi professioni sociali, come quelle di avvocato, di medico, d’ingegnere, di capitano, c va discorrendo; che quasi tutto 1 insegnamento nelle Scuole normali femminili ora viene xm^ tito dagli uomini; ed infine, cheidue nuovi Istitutimon sono equiparati interamente alle prime Universitari Regno: la fondazione'loro apparisce »noo«^ tamonte necessaria, certo conveniente ed joituna. Vero è che alcuno j^dìritti^degli uomini m parte, si viene a lede e ^ # pcdag0 _ laureati in Lett ° rc . C e d 16 hanno scelto la car- già, o in altre disciph, _ . u dotto ri piu riera lucrosa dell'insegna p0sto nelle difficilmente d'ora i^ anzl fcmmin ili, avendo per Scuole normali e secondario ^ ^ Istltutl competitrici le donne a ‘‘ ^ italian e, della Storia all’ insegnamento delle Uet Lingue e Geografia, della Pedagogia o ^ tcdesca . E moderne straniere, franooso, m B un’osservazione eli questo genere non sarebbe destituita di fondamencnto ; ma starebbe sempre il fatto clic l’uomo, laureato in qualcuna di esse discipline, ha una più larga ed elevata carriera dinanzi a se. E poi, come negare alla donna questo diritto in una società liberale e civile, che non pure vuol rialzata la condizione intellettuale e migliorata la condizione economica della donna, ma che tende ogni giorno a dilatare una certa eguaglianza civile e giuridica della donna stessa ? Altri, invece, potrebbe osservare che le donne in generale o non sono portate a lunghi e severi studj, o che esse non hanno capacità mentale ed attitudine didattica pari a quelle dell’uomo. La quale obbiezione certo non reggerebbe dinanzi a fatti storici e ad esetnpj particolari, e dinanzi al fine stesso di quei due Istituti, il quale consiste nel compiere e rinvigorire l’istruzione secondaria della donna, e nel formare abili insegnanti in alcune materie (qui sopra ricordate) per le Scuole normali e secondarie femminili. Ad ogni modo, la più elementare prudenza consiglierebbe di attendere nuove prove e nuoA'i risultainenti di questa prima istituzione italiana. E diciamo nuove prove e nuovi risultamene, perchè quelli già dati in questi tre anni da ambedue gl’istituti sono favorevolissimi e confortanti. Le allieve che vi studiarono e vi ottennero il diploma, ora sono direttrici abili di Educandati e Istituti femminili, o insegnano con valore nelle Scuole normali femminili, inferiori e superiori. Alcune di esse alunne mostrarono attitudine anche ai gravi studj filosofici e pedagogici, c si segnalarono, in specie all’Istituto superiore di Roma, negli esami di Stato pel diploma in Lettere italiane, m Pedagogia e Morale, e in Storia. In quanto a noi, che abbiamo sempre avuto un alto concetto della donna c della sua nobile missione sociale, noi vogliamo anzi riguardare la.fondazione di questi due Istituti superiori femminili non solo come opportuna c conveniente pei le accennai - gioni, ma altresì come uno dei tanti mezzi ondo avviarci alla pratica colazione della »«“*: che da ogni parto minaccia d’irrompere fimo»",d. sommergere quanto le si pari dinanz,. Imporoe * noi siamo d’avviso cho la quest,ono somalo va con sidorata sotto vario forme o sotto ir™» ’ Additiamo di volo ipriaeipali. sono probi tive famiglie onde si compone la nazione P e morigerati, oppure si fanno s ° ostu ™ ‘ ]o ha viva to morale della questione sociale Un P P c giusto, e quindi amme °° vit j O itrcmonda- una giustizia soprannatura e mate ria e del na; oppure non va piu. ia ^ ^ caIc0 l 0 e all’utile senso, tutto per lui si J e y a questione- bone inteso ? È l'aspo»» g oye rao ch’è adat- sociale. Scelta quella forma e morali, ta alle sue condizioni civi i, ^ forma, esercita una data nazione si contenta senza ne . saviamente la libertà e 1 V ^ ^ |£ e parlavo de gare i suoi doveri ; opp ul 348 sull’ordinamento degl’ istituti superiori suoi diritti, vorrebbe la libertà spinta all’eccesso, è desiderosa di novità rendendo instabile ogni reggimento politico e tutte le altre istituzioni clic ne dipendono ? E l’aspetto politico della questione sociale. In quella stessa nazione, mantenendosi l'armonia fra i diversi ordini della cittadinanza e vivo il rispetto del diritto di proprietà individuale e collettiva, si stabilisce un’equa proporzione di mercede e d'utilità fra 1' operaio e il capitalista ; e nelle famiglie si •consuma e si spende in proporzione almeno dell’entrata e del guadagno : oppure, inimicatesi fra loro le diverse classi sociali, il capitalista non si cura di far lavorare o non ricompensa equamente il lavoro, svogliato è l’operaio, vede nel proprietario il suo mortale nemico e ritiene essere una ingiustizia, anzi un furto la proprietà individuale? E nelle famiglie non abbienti o poco agiate l'entrata è minore dell’uscita, o non si pensa coi modesti risparinj al dimani ? Ecco l’aspetto economico della quistione sociale. In tale stato di cose, la donna colla sua spedalo missione nella famiglia e nella civile società, c come esempio vivente di pace e di rassegnazione, o come educatrice ed istitutrice, e come massaja e, nel caso nostro, come professionista, può efficacemente con- tiibuire o a risolvere in parte l’ardua c complicata quistione sociale, o ad attenuarne gli effetti, quando a lei non fosse dato nè di risolverla parzialmente, nò di ritardarla o di arrestarla. Ma perchè la donna sia capace di quest'opera altamente morale civile -ed utilissima, in lei che cosa si richiede ? Nella vera donna, di cui intendiamo parlare, si richiede moralità a tutta prova ed in tutta l’estensione del termine, non disgiunta da un puro ed elevato sentimento religioso; si richiede una soda cultura, in cui entrino anche lo nozioni elementari circa lo Stato e l’economia; si richiede un’attitudine speciale, studio molto e singoiar valore nell’insegnamento, quando voglia o debba esercitare questo nobile ufficio ; si riduce e, infine, costante dignità o modestia, condito di soavità c di grazia, evitando così ogni frivolezza nel dire, nel fare e nel vestire, come ogni presunzione e verso l’uomo o verso lo altro donne forse lei mn non per questo meno degno d. stima.Tutelò supera le forse naturali della donna inette da sana 0 vigorosa educamene ed tstrumone da un sentimento c da un elevato conre 0^ ^ dimand ar sioue sulla terra ai „ e au „„ esiger troppo troppo alla donna. Ano i vodia, e da lei, purché essa V0 ^,a ^ tC " aCe a ” te del ]’ a o.no in senza ch’ella presuma di * 1 ^ alcune società e di emanciparsi, tota ’ ÌMm egua- donno vorrebbero bramando ali ' 1Um » glianza di diritti, non badando esse « “o, dei diritti implica l’eguagbansa Jet do^ ^ ^ Premesse c chiarite queste co » Magistero dinamento dei due Istituti sU P conducente al' femminile sia in tutto c pei fine da noi vagheggi^ 0. IL la uno Stato libero e civile come il nostro, ogni Istituto educativo e d’istruzione secondaria, sia tecnica sia classica, deve mirare (secondo me) a tre principalissimi fini inseparabili tra loro, a voler eh’ esso riesca utile davvero e sia bene ordinato. l°Deve impartire agli alunni, destinati a diventare .liberi cittadini, una buona cultura generale, sia pure elementare, tanto letteraria quanto scientifica. 2° Deve preparare convenientemente agli studj su- riori. 3° Deve poter avviare alle professioni manuali cd agli impieghi minori quegli alunni che non potessero o non volessero proseguire gli studj. A questo triplice fine dovrebbero pertanto mirare non solo gl’ Istituti tecnici, i Licci, e le Scuole normali maschili e femminili, ma la stessa Scuola tecnica. Le Università e gli altri Istituti superiori in generale hanno, invece, o debbono avere per fine speculativo .la ricerca del vero e il progresso della scienza, e per fine pratico le professioni liberali e le carriere superiori negli ufficj dello Stato. I due Istituti superiori di Magistero femminile, non essendo equiparati in tutto e per tutto ailc Università, ed essendo destinati alle donno esclusivamente, dovrebbero mirare direttamente a compiere c rinvigorire la cultura letteraria o scientifica della •donna, e a x-enderla capace d’insegnare nelle Scuole normali e secondarie femminili. E questo, invero, •c stato il duplice fine che ha guidato la mente del legislatore nel coordinare la quantità e la qualità delle materie di studio nei due Istituti superiori femminili. A tutte le alunne, pertanto, corre obbligo di apprendervi Lettere italiane, Geografia e Storia generale, Storia d’Italia, antica medievale e moderna, Elementi di Logica e Psicologia, Morale e Pedagogia, Istituzioni d’igiene, Matematica, Elementi di Fisica e di Chimica, Storia Naturale e Geografia fisica, Lingua e letteratura francese, inglese e tedesca, Disegno e Lavori femminili. Ciò per la cultura superiore della douna. le quanto alla professione loro di maestre, le future insegnasi! hanno facoltà di scegliere ed approfondire nel secondo biennio quegli studj che debbono metterle in grado di conseguire il diploma d-insegnamento o nello Letttere italiane, o nella Storia e Geografi*ella Pedagogia e Morale, 0 nelle Lingue mo niere e sono francese, inglese c te,, Non possiamo ohe lodare . legislatore da.ve, mantenuti obbligatorj 1 Uvon faccia questi Istituti superiori, pur la maestra, non ces P . uj a i] a donna guida principale delta pressoché quo- occorre speciale abilita Digean0 poi, si rende tidiano in siffatti iavon.• don ° neschi pi ù squisiti necessario per gli > stessl vido consiglio di met- e delicati-, e pero e s a p jf c il 0 studio delle terlo fra le materie obbh ° ‘ to anche alle isti- Scienze sperimentali sl, e oeuza di questa di luzioni d’igiene, perche la cono 3o2 sull’ordinamento degl’istituti superiori sciplina nella sua applicazione risguarcla tutti, e segnatamente chi deve attendere alla famiglia ed alle cure domestiche, e chi deve educare la prima gioventù, come appunto è la donna; che anzi, l’Igiene fa parte dell’educazione fisica, quantunque Alessandro Bain opini il contrario. La Matematica, gli Elementi di Fisica c di Chimica, la Storia Naturale, gli Elementi di Logica e la Psicologia, parrebbe dovessero alla donna servire di mera cultura superiore, o di sussidio e di complemento allo studio di certe altre materie. Imperocché, secondo il Regolamento organico di quei due Istituti, non può l'alunna essere abilitata legalmente ad insegnare Matematiche, Fisica, Chimica e Storia naturale. Clic alla donna siasi negato il diploma di magistero in Matematica e nelle Scienze spcrimeutali, la cosa spiegasi facilmente perchè nei due nuovi Istituti non si dà ora un corso compiuto e superiore di quelle scienze, e porche nelle Scuole normali o in quelle superiori femminili l’insegnamento delle Scienze fisiche e naturali tiene un posto secondario o dcv'esscrvi impartito in modo elementarissimo. Inoltre, quelle Scienze non riguardano direttamente la prima e vera missione educatrice della donna, nè sono le più confacenti alle naturali inclinazioni della donna in generale, segnatamente la Matematica e la Chimica. Ma qui pure abbiamo notevoli eccezioni, perchè talune allieve hanno mostrato singolare attitu - dine allo studio delle Matematiche e delle Scienze fisiche. Il Governo, poi, suole affidare l’insegnamento elementare anche di queste materie nello Scuole preparatorie o inferiori normali alle giovani che in uno de’due Istituti superiori conseguirono il Diploma o in Lettere, o in Storia, o in Pedagogia! Non sarebbe adunque più logico ed opportuno concedere addirittura il diploma nelle Scienze fisiche e ila- tematiche, ed ampliarne il relativo insegnamento ? ni. Ci resta da esaminare il modo in che l’insegnamento delle materie filosofiche propriamente dette e della Pedagogia viene ordinato cd affidato nei due nuovi Istituti. A tutte le alunno è fatto obbligo di studiare per un anno nel primo biennio gli elementi di Logica e di Psicologia, e la Morale nel 2‘ biennio. Più, nel secondo biennio tutte debbono seguire un corso di Pedagogia. Finalmente, le S*™.. dm amano d'cssorc abilitato « 11 -iosegn.mento. tirila P* dagogia teorica c pratica debbono stod,a,c pe. 00 T°ti P dftdt F int°rodòt.a anche negl. dell' intelletto. Ma non s »PP‘ a filosofiche, ossia le ragioni per cui tutte e a Pcdago gia deb- Logica, Psicologia e Mora e gsbre! q uì l'onorc- bono essere affidate ad un s Q poteva e può volo Ministro Baccelli, al qua e Oberali e buona negare elevato ingegno, 8 ® atl “ rQZ i 0 ne in Italia, volontà di migliorare la pubblica ist ^non fu ben corrisposto da chi ebbe il mandato di fare nuo schema di Regolamento organicopercoordinarvi anche le materie filosofiche e pedagogiche, c di stabilire il modo in che l’insegnamento di queste discipline doveva essere affidato c distribuito. E lo dimostriamo brevemente. Il professore di Filosofia c di Pedagogia sarebbe tenuto a fare non meno di undici lezioni per settimana nei respettivi corsi ! E noto che i professori •di Filosofia ne’Licei fanno da sei ad otto lezioni la settimana, e tre lezioni i professori di Università. Come presumere seriamente clic un Professore dia con zelo ed efficacia non meno di dodici lezioni per settimana in materie difficili, disparate c soltanto affini tra loro? Diciamo in materie dispaiale, poiché la Logica e la Psicologia sono ben differenti dalla Morale e più ancora dalla Pedagogia. Nè si dica, per avventura, che ivi trattasi di dar nozioni elementari sii quelle scienze ; imperocché, oltre restare il fatto che le son materie ben diverse, la istituzione elementare risguarda soltanto la Logica. materia nuova per lo alunne, ma non risguarda la Psicologia e ancor meno la Pedagogia e la Morale, già studiate elementarmente dalle giovani o nelle Scuole normali o nelle Scuole secondarie e preparatorie all’ Istituto superiore femminile. Chi vuole ottenere il diploma in Pedagogia, deve seguire un corso speciale di Psicologia : ma ognun sa che questa ultima scienza ai nostri giorni ha fatto progressi notevoli, nè può essere affatto separata dallo studio delle scienze sperimentali, come per esempio la Fisiologia. Che anzi, noi troviamo un altro difetto nell’ordine delle materie obbligatorie per conseguire il diploma in Pedagogia. Ivi ò detto che 1’ alunna potrà scegliere un corso di Matematica, o di Fisica, o di Storia Naturale. Non sarebbe stato più razionalo di prescriverle addirittura il corso speciale di Storia Naturale, in mancanza d’ uno studio a parte su la Biologia e la Fisiologia ? Ritornando alla Morale ed alla Pedagogia, queste due scienze, fra loro assai differenti, non possono nò debbono essere insegnate in modo elementare nei due Istituti femminili superiori. La Morale pura e applicata, individuale e sociale, e c c 8U PP 0 "® cognizione di altre scienze affini, quali sono le discipline giuridiche e sociali, ò molto vasta e complicata, fi i> ità d’ un solo docente. L inse ° n qecon dario, non può servire.di meio aj ^ cittadino si i Doveri .;i ^“ormali secondarie, perni» studiano già nelle oc obbligate a le alunne de’due Istituti supei‘ 0 ro hò infine studiar l’Etica nel secon o » anche ]a Scieu- il diploma di Pedagogia compren za Morale. i a Morale come So poi si volesse eonsidciare s „ p8 . deile materie di P uia ragione del- una riore, allora non ragione de,- 336 sull'ordixajiento degl'istituti superiori l’assoluta dimenticanza d’ogni più elementare istituzione di Economia sociale e di Diritto. Come ! in un Istituto superiore d’ educazione e d’istruzione femminile si prescrive’l’insegnamento dell’Igiene e della Chimica, e non si fa parola de’ primi rudimenti d’Economia e di Diritto positivo, mentre in uno Stato libero, coni’ e il nostro, si affida legalmente alla donna il nobile mandato di fornire la prima educazione ed istruzione ai futuri cittadini d’Italia, di educare ed istruire le future maestre e madri di famiglia, oltre la missione propria di ciascuna donna, cioè di farsi ella stessa educatrice dei proprj figli e savia amministratrice dell’ azienda domestica? Anzi, ritornando al nostro concetto (esposto qua sopra) intorno al giovamento grande clic può la donna fornire nella soluzione pratica della complicata e formidabile quistione sociale, anche nell’aspetto fioUtico ed economico, a noi parrebbe necessario clic nei duo Istituti superiori femminili dovesse pur trovar luogo l’insegnamento comune delle prime nozioni di Economia sociale e di Diritto, segnatamente del Diritto civile e privato e del Diritto costituzionale. Veniamo alla Pedagogia. Le giovani tutte, che amino dedicarsi all’ insegnamento privato o pubblico, hanno da apprender bene l’arte difficilissima di educare e d’istruire; e molto più devono attendere a questa scienza ed a quest’arte le alunne clic vogliono abilitarsi all’ insegnamento della Pedagogia stessa. Ora, è noto che secondo i più recenti prògramini governativi. i maestri c le maestre per conseguire la patente elementare di grado supcriore, i maestri per essere dichiarati idonei all Ispettorato scolastico, son obbligati a sostenere, fra le altic prove, un esame di Pedagogia storica, teoretica ed applicata. E questo largo, elevato e compiuto insegnamento della Scienza pedagogica, teoretica, pratica c storica, viene oggidì propugnato anche in Italia da valorosi c dotti pedagogisti ; i quali pensano clic la Pedagogia teoretica, so vuole uscire dal campo delle generalità e cessare di ridursi ad una metodica astra ta o formalo, non possa fare « mono d. mollc scienze affini, quali sono la Biologia» fisica, In Psicologia o la Logica, la Morale h Sociologia c la Filosofia politica. Ma sottoponili US a^u» tara considerevole questa smnma ; scienze «ffini troppo elevala, o nducendo 1 ms» mento pedagogico nei fino entro più modesti limiti, P » ^,„ torario o monto elio deve “ 8S ™“| 0 d Minano pur seni- filosofici,e università, tale insomma pre una sci^ tutto il sapere o tutta da richiedere tutto i "‘o o l’operosità d’ un solo piofcssoi convcl . 1 . e bbc divi- Pcr queste principali ragi » sup6 rio- doro, anello «O »^ "^„o delle tre re, l'insog, lamento della. » posologia, Logica e disciplino pura, non o 1 aUr0 „ duo professori. Morale, affidando 1 una e 3o8 sull’ordinamento degl’ istituti superiori E allora si potrebbe anco estendere a tre anni l’insegnamento teorico e pratico della Pedagogia per le alunne che amassero di prendervi il diploma : ove tale insegnamento si volesse mantenere per soli due anni, il professore di Pedagogia dovrebbe insegnare anche la Psicologia applicata alla Scienza pedagogica. Gli studj superiori di Lettere italiane, di Storia, di Filosofia, di Pedagogia e della stessa Botanica, a voler che riescano scrj e fecondi, richiedono la conoscenza della lingua e letteratura latina. E però ameremmo clic presso i due Istituti superiori femminili fosse istituita una cattedra di Lettere latine, come pare no abbia intendimento 1’ on. ministro Coppino. Ma altre innovazioni bisognerebbe fare nei due Istituti, fissando e ripartendo nell’infrascritto modo le discipline sia per la cultura generale, sia per gli studj speciali in attinenza co’ varj diplomi di abilitazione. Discipline comuni da studiarsi nel primo biennio : Lettere italiane, Storia generale, Psicologia e Logica, Fisica e Chimica, Storia naturale e Geografia fisica,Matematiche, Lingua latina, Lingue moderne straniere, Disegno, Istituzioni d'igiene, Lavori femminili. I diplomi speciali dovrebbero essere cinque : 1° Diploma di Lettere italiane 5 2° di Storia c Geografia; 3° di Pedagogia e Morale; 4° di Lingue stra- DI .MAGISTERO FEMMINILE nicrc, francese, inglese e tedesco ; 5° di Scienze fisiche e Matematiche. GT insegnamenti speciali per otteuere ciascuno di questi Diplomi di abilitazione sarebbero ripartiti nel seguente modo: Pel diploma in Lettera italiane: Lettere italiane, Letteratura greca e latina comparata coll’italiana; Storia d’Italia, antica, mediocvale e moderna -, Morale; Pedagogia; Lingua c letteratura latina; Due lingue e letterature straniere moderne a scelta de - l’alunna. ... Pel diploma in Storia a Geografia : Le discipline identiche a quelle pel diploma in Lettere italiane, ad eccezione della Letteratura greca c latina comparata coll’ italiana, alla quale sarebbero sostituite la Fisica terrestre e la Etnografia. Pel diploma in Pedagogia e Morale: Pedago teoretica e pratica; Filosofia morate-. Ps.colog ; Fisiologia umana; Igiene aPP 1 ^ 3, “ nt *J e mo der- Lcttere italiane; Storia i « ‘ > j; n °„j ese e tedesca Le italiane; Let, età,una “„^i» ««- contpanateoon.aLe»».^-^. iia, antica e moderna, = „ Pel diploma m j Cosmo grafia ; Fisica; Chimica; Geometria c Trigonome- Storia Naturale; Al D eb 360 sull’ordlnauento degl'istituti superiori ecg. (ria; Igiene e Chimica fisiologica; Disegno; Contabilità domestica; Lettere italiane; Pedagogia; Morale ; Lingua latina. Non occorro dimostrare che l’attuazione di questo largo disegno di studj femminili superiori esigerebbe la riforma parziale delle nostre Scuole normali femminili. Come son ordinate presentemente, massime per ciò che si attiene all’insegnamento letterario, morale e didattico, le nostre Scuole normali, oltre non essere coordinate bene con i due Istituti superiori femminili, non corrispondono adeguatamente al fine loro speciale, c si rimangono inferiori alla Scuola normale tedesca (Das Lehrerseminar) dove si preparano i veri educatori del popolo. Koi siamo fermamente persuasi che una riforma e un riordinamento, di studj, come abbiamo a larghi tratti delineato qui sopra, tornerebbe di grande utilità e decoro al fine speculativo c pratico dei due Istituti superiori di Magistero femminile, creazione ancor questa dell’Italia nuova che molto si ripromette dall opera salutare e benefica della donna. So**»»». - I. E.gta- rf to. — Ginnasio c Liceo ; buio la teem leoni». Loro somiglianze e rione secondarie classica e Iconica in 111 >’ J" 6 ìin /ìniii. «àcuolc secondarie in Geimanit • nata con quella delle - ^ 8trat ‘ v0 Distratti da questioni P ‘ deraro i problemi finanziarie, non avvezzi a co pedagogici e gli ordinamenti delle scuole sott’ogni loro aspetto, morale intellettuale ed economico, gl’italiani in generale poco o punto badano al modo in clic viene ordinata c impartita la pubblica istruzione. Lo stesso Parlamento non crede necessario di spendere molto tempo e cure speciali in questo ramo di pubblica amministrazione ; bensì il Ministro dell’Istruzione pubblica va soggetto egli pure alle vicende politiche, alle crisi parlamentari e ministeriali ; e non di rado la politica invado anche il tempio pacifico di Minerva, e fa sentire i suoi influssi al personale insegnante. Eppure si tratta di formare gl Italiani stessi \ trattasi del modo in che debba essere educata ed istruita la crescente generazione ; si tratta del come e quando i novelli cittadini ed i futuri governanti d’Italia debbano compiere i loro studj ; si tratta di stabilire quanti anni debbano consumarvi e quanta spesa vi occorra ! La sarebbe dunque una questione di alto interesso morale ed economico, teorico e pratico, privato c pubblico. Il Paese, invece, poco opunto vi bada: ed ceco una dello principali cagioni per cui l’istruzione pubblica incendale, e segnatamente l’istruzione secondaria classica e tecnica, letteraria e scientifica, non ha avuto ancora presso di noi un ordinamento stabile e razionale. E poiché ogni Ministro che sale al potere, come ci ammaestra 1 esperienza di questi ultimi anni, fa o pi omette innovazioni nel pubblico insegnamento secondario ; c poiché i lamenti nel pubblico non sono cessati, e gli esami di licenza tecnica c liceale (ma soprattutto liceale) non sempre corrispondono alla viva espettazione del Governo e del Paese ; stimo esser cosa utile ed opportuna il ripigliare qucst’ardua questione di vivo e grande interesse nazionale,dibattuta più volto, sebbene per altri fini e rispetti, in pregiati periodici e specialmente nella Nuova Antologia, da uomini insigni quali sono il Villari, il Luzzatti, il Ferri, il Gabelli, il Barzcllotti, ed altri. Come insegnante, io non parlerò qui della capacità intellettuale, letteraria scientifica o didattica, dei nostri professori nelle scuole secondarie, delle norme e cr.terj nelle nomine e promozioni del corpo delle condizioni economiche fette da o - > Provincie e dai Comuni ni professor, anched f ut egli nitri pubblici ufficiali ; ne istituita gu paragone tra i nostri insegnanti e M-tdolla Gc nanfa, dell' Impero Anstro-Unganeo, do a I ...» o di altre nazioni. Ma facendo tesoro;«£££. lunquc siasi esperienza da me acqui, gnamento liceale, tecnico o «“P'™. ' onte ordina- sè Btesso e nei suoi effetti socia i letteraria mento della nostra istruzione sei} manEcne re tal c scientifica, per vedere so ‘ Q quale, ovvero se debba essere mod n. • s’ rltslln. le"ge Casati 13 uo È notorio che in vir u 0 secon daria in vcmbre 1859, la istruzione ; n Massica e in . Italia si distingue indue g iaI ^ nuindi abbiamo tecnica o industriale e professici quattro sorte d’istituti: GINNASIO E LICEO, Scuola tecnica c Istituto tecnico, aventi ciascuno un essere proprio, e dai quali istituti gli alunni escono forniti d’una licenza o diploma. Bensì il Ginnasio serve nel tempo stesso di fondamento e di preparazione al Liceo, •come la Scuola tecnica agl’istituti tecnici professionali c industriali. Difatti, nel Ginnasio s’insogna oggigiorno italiano, latino e greco, storia antica, geografia, matematica, storia naturale c disegno ; nel Liceo poi lettere italiane, latine c greche, storia e geografia, matematica, filosofia, storia naturale, fisica e le prime nozioni di chimica. Ideila Scuola tecnica gli alunni sono ammaestrati in italiano, storia c geografia, matematiche c contabilità, calligrafia c disegno, francese, elementi di fisica c di storia naturale, doveri c diritti del cittadino. Dell’Istituto tecnico, secondo 1’art. 275 della legge Casati, s insegnavano : letteratura italiana, storia c geogiafia, lingua inglese c tedesca, istituzioni di diiitto amministrativo c di diritto commerciale, economia pubblica, materia commerciale, aritmetica sociale, chimica, fisica c meccanica elementare, algebra, geometria piana e solida, c trigonometria rettilinea, disegno ed elementi di geometria descrittiva, agronomia e storia naturale. E con 1’ ultimo Decreto furono stabilite le infrascritte materie, suddivise nelle rispettive cinque sezioni dell' Istituto : Agraria, Calligrafia, Chimica, Computisteria, Costruzioni, Diritto civile, commerciale ed amministrativo, Disegno, ELEMENTI DI LOGICA E D’ETICA, Economia, Estimo, Fisica, Geografia, Lettere italiane, Lingua francese, inglese e tedesca, Legislazione rurale, Matematica, Merciologia, Ragioneria, Storia civile, Storia naturale, Statistica e Scienza finanziaria, Topografia. Ognun vede qual notevole differenza corre fra gl’istituti classici o letterari e gl’istituti tecnici o- professionali : in questi prevalgono le scienze positive, in quelli le lettere. I primi servono, in modo speciale, di gradino nll'Cniversitlt; i secondi avviano 'alle professioni ed agli uiliej minoiine o . ta o mitre, lo Scuole classiche e le Scuole tecniche hanno questo di comune: Che sì lo uno corno le altre danno ài giovani una cultura generale, fondamento degna altro studio, e corrodo necessario ad ogm vern o. tadino che sia degno di tal nome, che e.o togli» rendersi conto dei propri doveri socia i et bene i suoi diritti civili e politici. ni. per quello clic si rifcriacea fonnQ ^ g,. 8tu dj. e al modo in che s’insegna uberalo vorrebbe Fortunatamente, nessun > • ‘ ^ naz ^ on alità e imitare il sistema tedesco m ‘ r j amc ntari, quale di franchigie costituziona i e p ^ ^ Bismarck. viene inteso e praticato e a ^ ^ ^ quintessenza dei Ma quanto agli studj, P aie metodi educativi e didattici e del sapere umano si ritrovi in Germania, e solo in Prussia la si possa apprendere : il cervello del mondo prima era Parigi, oggi è Berlino! Confrontiamo adunque l’istruzione secondaria tedesca con la nostra, che già conosciamo. In Prussia l’insegnamento secondario viene impartito in tre specie d’istituti nazionali: ne’Ginnasj, corrispondenti al nostro Ginnasio e al nostro Liceo riuniti, onde in alcune parti della Germania il Ginnasio è detto anche Liceo •, nelle Scuole Reali ( Beai- schulen ) di moderna istituzione, le quali hanno una certa somiglianza colla nostra Scuola tecnica ed Istituto tecnico uniti*, nei Proginnasj e nelle Scuole borghesi ( Biirgerschulen ), che servono di preparazione quelli al Ginnasio, queste alla Scuola Reale, o sono strettamente coordinati gli uni a’Ginnasj superiori, le altre alle Scuole Reali superiori. Le Scuole borghesi della Germania (una specie delle nostre Scuole tecniche) hanno per fine, considerate in sò stesse, più una cultura generale inferiore, che un insegnamento pratico o professionale. Vi si compie generalmente il corso intero in 6ei anni, e in qualcuna s’insegna anche il latino. Ma le discipline comuni a tutte le Scuole borghesi tedesche sono le infrascritte: Religione, tedesco, francese, inglese, geografia, storia, matematiche, fisica, storia naturale, disegno c •calligrafia. Ora, qual fine educativo e scientifico si propongono i Ginnasj tedeschi e le Scuole Reali, c quali materie vi sono insegnate? u Fine diretto del GINNASIO G(dice Pullè nella sua erudita relazione sulla Istruzione secondaria in Germania) c quello di preparare per lo studio scientifico delle Università. L’istruzione clic vi viene impartita però, nel suo contenuto c nella sua forma, c ordinata in modo da rendere la monte atta e fornita dei mezzi necessari per raggiungere qualunque grado e specie di coltura intellettuale. Il centi o di gravità degli studj ginnasiali c l’insegnamento linguistico, e si fonda pei Ginnasj tedeschi sulle tre lingue letterarie che rappresentano la vita delle tre più grandi famiglie umane, attrici della storia c della civiltà europea : la greca, la latina e la tedesca. “ Il concetto informatore del programma deg 1 studi ginnasiali si ò : nella conoscenza dello lingue, aprire al pensiero lo spirito dell’antmhità e le forme dell’espressione ; abbracciare nella stona 1 con ■ dell’umanità e del progresso civile e nel a s o tararia formare l'idea nazionale. Nella geogr ^ storia, naturale, nella fisica e nella «nata» ^ prender le relazioni dell'uomo eolia naturi ^ di quello colle forze di questa : • ' amca to all’esattezza del ealcoloedeig.^^“ dei mezzi pratici e delle necessda posavo. _ ^ a contemplare dalla elevatezza . iuoven( j 0 da un comprendendoli nel loro spiri ° ^ dcl]c CO sc. Colle ■criterio morale, P roCoa ° V ®', ivor8e materie, messe in cognizioni acquistate 0 ' da]la disciplina sco- contatto c collegate dal consapevolmente . letica, l'intelletto giovanile s, v. abituando e si conquista questo liberalissimo modo di pensare, che poi applicherà o ai suoi studj futuri o alla pratica della vita.“ Lo Scuole Reali invece, conforme alla loro origine, hanno un fine più limitato c più direttamente pratico. Esse sono destinate a fornire una generale coltura scientifica, come preparazione a quelle professioni, per le quali gli studj universitari non sono richiesti. La loro principale differenza dai Ginnasj consiste in ciò, clic l’insegnamento classico scema, e di altrettanto cresce in suo luogo quello delle materie scientifiche. Il latino vi c mantenuto, ma ridotto a due terzi dell’orario settimanale nelle classi inferiori, alla metà incirca in quello superiori. Il greco n’ò escluso del tutto : invece si dà un posto maggiore alle lingue moderne; il tedesco c il francese hanno un orario più ricco clic non nei Ginnasj; vi s’insegna l’inglese nello treclassisuperiori, ed in alcuni casi, facoltativamente, lo spagnolo o l'italiano. Questo ricco apparato linguistico però non viene trattato, come nei Ginnasj, da un punto di vista scientifico, ma solamente da quello pratico, per l’uso moderno e del commercio. E però nel ginnasio tedesco s’insegna: religione, tedesco, latino, greco, storia e geografia, matematiche, storia naturale, fisica; e in alcuni ginnasj superiori della Prussia, come nel Ginnasio Federico Guglielmo, s’aggiunge l’insegnamento del disegno, del francese e dell’inglese. Le stesse materie s’insegnano nella scuola reale, fuorché il greco che viene sostituito dal francese, inglese o spagnolo. Ecco pertanto gl’inscgiramenti che si danno nel Ginnasio e nella Scuola Reale superiori, uniti insieme : Religione, tedesco, latino, greco, francese, inglese, ebraico, storia c geografia, aritmetica e matematica, storia naturale, fisica e chimica, disegno c calligrafia. Più tardi, in alcune città della Germania sorsero scuole industriali per soddisfare a certi bisogni e tendenze locali 5 coinè tra noi, per cagione d'esempio, e sorta la Scuola industriale e professionale di Vicenza che ha surrogato quell’istituto tecnico, perchè più vantaggiosa a coloro che, a poca distanza, a Schio lavorano nel grandioso e prospero stabilimento industriale del benemerito seuatorc A. Rossi. Presso la Scuola industriale nel centro di Berlino s'insegna: Religione, tedesco, francese, inglese, storia e geografia, aritmetica, materna- tica pura ad applicata, fisica c chimica, chimica pratica nel laboratorio, storia naturale, calhgia ., disegno a mano libera c disegno geometrico. Il Ginnasio superiore tedesco, con 1 esame b sturila o di licenza, schiude le Porte dol^ versità; c le Scuole Reali di l u ‘ m01 J degl’inge- loro licenziati di passare ai IL/ W” V gneri, di essere ammessi ^^o'di’volontariato, di tare e a godere i benefi ‘ nci Ministeri. E qui gio- aspirare alla carriera u ‘ . licenziati dai nostri va ricordare che anche a * ;1 benefizio del Licei ed Istituti Aitare, sono am- volontariato quanto , i;ce{iU) e a n a facolta di messi all’Università (t sezione fi s i c0 -ma- matematiebe quelli (tecni .) tematica ; inoltre possono tutti aspirare ai pubblici uffizj minori, come nelle Poste, nelle strade ferrate, nelle Prefetture, nelle Intendenze di finanza e nei Ministeri. . Ed orapotrebbesi domandare: Perchè nei Ginnasi tedeschi non è compresa la filosofia, e nelle Scuole Reali non s’insegna economica politica, statistica, diritto positivo, computisteria c ragioneria, estimo ed agraria, che troviamo invece presso i nostri Istituti tecnici, ne’quali bensì manca il latino ? Nei Ginnasj tedeschi (eccettuati alcuni pochi dove si studia la logica formalo, o la propedeutica filosofica) non avvi l’insegnamento della filosofia per due ragioni: 1° perchè, a differenza d’Italia per il contrasto e la separazione fra la chiesa e lo stato, là si mantiene vigoroso l’insegnamento della religione, sia cattolica sia protestante, secondo la confessione religiosa degli alunni; perchè i giovani, oramai bene apparecchiati c riflessivi, apprendono la filosofia nelle Università ordinate diversamente dalle nostre: di fatti nelle Università tedesche la facoltà filosofica comprende altresì quella filologica e storica, quella fisico-matematica e di storia naturale. Per altro, se ai nostri Istituti tecnici manca il latino, onde i giovani licenziati (eccetto quelli della sezione matematica) non sono ammessi all’Università, e in fatto di cultura letteraria sono generalmente inferiori ai licenziati dal Liceo; le Scuole Reali tedesche, paragonateagl’Isti- tuti tecnici italiani, hanno il capitale difetto di non apparecchiare direttamente gli animi alle lotte nobilia feconde della vita pratica sociale ed agli ufficj amministrativi, perchè non vi si danno le principali nozioni di scienze morali o sociali, come la morale, l’economia politica, la statistica, il diritto, la computisteria, e somiglianti. I nostri G-innasj e Licei non hanno subito notevoli e sostanziali cambiamenti, almeno in ciò che riguarda la natura e il numero delle materie d’insegnamento. Non così gl’istituti tecnici, dalla loro creazione: e però giova esaminare i principali mutamenti introdotti in essi coi programmi. Nei programmi non si provvedeva sufficientemente alla cultura letteraria e morale de giovani ; non si distingueva un doppio orine 4. stadi negl'istituti, studj penerai, c teorie, da un, V Mi . pratici dall'altro; infine la temone fis,=o-ma, ematici era unita a quella industnalo A que* inconvenienti si procuri di rimodare dal Mistero d’agricoltura industria e commercio ( pendevano allora “Mastico, grammi al principio d de p a circolare precedati dalle relative is ruz ^ sanzionat ; con ministeriale del 17 otto re ’ l’onorevole R. Decreto del 30 marZ °,? 8 '^ iglio superiore per Domenico Berti, a nome Qtta relazione al l’istruzione tecnica nella ™ r neva ques te savie Ministro riforme: P Ripartizione della sezione di meccanica c costruzioni in sczìodc fisico—matematica, c in sezione industriale; Prolungamento del corso delle sezioni negl’istituti; Ampliamento o miglior distribuzione della cultura generale c scientifica, c della cultura speciale ; 4 a Riordinamento dei programmi d’insegnamento; 5 a Connessione degl’ Istituti tecnici con le Scuole superiori, c nonno per l’attuazione del riordinamento degl’istituti. In ordine a tali riforme, il corso degli studj tecnici da tre fu portato a quattro anni : gli studj del primo anno comuni a tutte le sezioni, giusta il Regolamento del 18G5, furono estesi a tutto il primo biennio in comune e determinati nelle seguenti materie : Lettere italiane, storia c geografia, lingua francese, inglese o tedesca, matematiche elementari, storia naturale, fisica, nozioni generali di chimica, c disegno ornamentale. Clic anzi, per rinforzare la cultura letteraria e morale, alcuni insegnamenti di cultura generale, come l’italiano, la storia c la geografia, vennero protratti nelle varie sezioni per tuttala durala del corso tecnico ; agli studj lettcrarj si volle aggiunto ed unito lo studio della Psicologia c delle principali nozioni ed applicazioni della Logica, restringendo ilprimoalle facoltà essenziali dell'anima, alloro svolgimento e al destino immortale di essa, il secondo alla teorica del giudizio e del raziocinio, e alle norme fondamentali dell’ arte critica. Imperocché il Consiglio superiore di istruzione tecnica é d’avviso (diceva 1’ esimio relatore Berti) u clic nulla tanto giovi a restaurare gli studj letterari e all’ incremento della cultura generale quanto i buoni studj filosofici. Speriamo clic il tempo ci concederà d’introdurre noi nostri Istituti un vigoroso insegnamento di morale, che, oltre al servire di preparazione o di aiuto alle diverse discipline giuridiche ed economiche, tornerà eziandio di vantaggio all’educazione dell’animo, alla quale si deve mirare negli Istituti tecnici non meno operosamente clic nelle altro scuole Finalmente, le sezioni degl' Istituti furono divise in cinque : seziono fismo- matcmctica, industriale, agronomica, commerciale, c quella di ragioneria ; lo prime quattro da compiersi ciascuna in quattro anni, 1 ultima in un . dopo aver conseguita la licenza nella sezione coin mordale., Ma pii. notevoli c piofonde mno^.on sul» Menzioni sai piograni™ bcllcmc,iti delle Commissione «I ^ jc larevisione scienze sperimenta, g j u dj Z io e al- dei programmi stessi ’ ”,priore distriuione V approvamene del C°™=> ctl n »ovi programmi, tecnica le opportune n j> Decreto u n0 ~ gVIs,itati farete ai «se riforme, . Ilcco 1 l . paragonate con quelle c c Fu ristretta al solo primo anno la cultura generale, comune a tutte le Sezioni, facendo prevalere nei tre anni successivi la cultura speciale- tecnica. 2° A chigavesse ottenuto la licenza ginnasiale o di scuola tecnica, fu data facoltà di iscriversi al. secondo anno d’istituto, purché avesse prima superato l'esame nelle materie del primo. Fu ristretto rinsegnamento delle matematiche per la sezione fisico-matematica 5 ma vi faaggiunta la trigonometria sferica, che non s’insegna nelle Università^cui debbono presentarsi gli alunni dell’Istituto col diploma di licenza, anche senza lo studio del latino, prima d’essere ammessi alle scuole di applicazione. La sezione agronomica fu distinta in due, con nuova distribuzione di materie c con indirizzo- più pratico : in sezione di agronomia, destinata a formare gli amministratori rurali c i direttori di p aziende agrarie ; in sezione di agrimensura, per co lmo clic si danno alla professione di periti stimatori di fabbriche, e di periti misuratori di campi. 5° Alla sezione commerciale fu riunita quella di ragioneria, da compiersi in quattro anni perchè 1 esperienza fatta in alcuni Istituti aveva già dati buoni risultamenti. G° In quest’ultima seziono la statistica fu unita all economia politica ajiplicata, avendo sempre cura di far prevalere nell’Istituto la parte applicata alla teoretica. Bensì mentre nei programmi del 1871 il diritto amministrativo era obbligatorio nella sezione di ragioneria, in quelli del 1816 non se ne parla affatto ! 7° L’economia politica teoretica, qual parte della cultura generale scientifica, fa estesa a tutte le sezioni. 8 ° Infine, s’introdusse un nuovo insegnamento comune a tutte le sezioni, e che nell’anno scolastico 1S77-7S fu reso obbligatorio in tutti gl'istituti tecnici del Regno, cioò gli Elementi scientifici di Etica civile c Diritto, con doppio intendimento : di prepa- rare lo menti allo stadio del Dirittoposavo e del- l'economia politica, o di temperare .1 cara, o de giovani formando non solo « abita profe^—,, ma cittadini degni per virtù moral. e emù E - il nobile desiderio acconnato lino da presidente del Consiglio snpenore ca, onorevole Berti, venne urc dal il ministro Calatabiano irebbe lodo P Consiglio stesso e dai P 1 ’ 0 ^alfeta grande- gli uomini imparziali . della crescen te mente a cuore l’cducazion generazione. . v i 1077, ecco per- Secondo i nuovi program*speciali, tanto la distribuzione delle male ^ Lettere Insegnamenti comuni a a o-QQtrrafiii., matemati- italianc, lingua francese, sitera, b ° natur ale ; che, disegno, fisica, chinu ca » ^^ cnt - scientifici. di economia politica teoietic., dalle nozioni di etica civile e di diritto, P lC 370 sulla riforma de’ licei psicologia c di logica. Seguono le materie speciali delle cinque sezioni (oltre le materie in comune) nel- •J’ordine infrascritto : Sezione fisico-matematica : Lingua inglese e tedesca. Sezione di agrimensura: Costruzioni, geometria pratica, agraria, estimo, diritto privato positivo. Sezione agronomica : Costruzioni, geometria pratica, diritto privato positivo, agraria, estimo, chimica applicata all’agricoltura. Sezione di commercio c di ragioneria : Diritto privato positivo, teoria della statistica ed ccouomia politica applicata, computisteria c ragioneria. Sezione industriale : Teoria della statistica ed economia politica applicata. Ritornati gl’ Istituti tecnici sotto la dipendenza del Ministero dell’Istruzione pubblica pel Decreto leale del 26 dicembre 1S77, si pensò j)iù volte in questi ultimi anni a riordinare la istruzione tecnica di primo c di secondo grado. Il Ministro Baccelli aveva nominata una Commissione per la riforma della Scuola tecnica c dell’ Istituto tecnico. L’ on. Ministro Ceppino ha fatto tesoro delle proposte di netta Commissione ] c quindi abbiamo la recente riforma degli studj tecnici, approvata con Decreto reale del 21 giugno 1SS5. Alla Scuola tecnica si è conservato il suo duplice line teorico e pratico, cioè di preparare i giovani all’Istituto e di fornire “ una certa istruzione reale e pratica ai giovani che volessero darsi al piccolo traffico, agli umili ufficj pubblici ed alla milizia E però nel terzo ed ultimo anno gli alunni si dividono in due sezioni, con diverso programma di studj e con metodi di csercizj convenienti e prò- prj, sccondochè intendono di passare all’Istituto, o di sottoporsi all'esame di licenza per entrare nella vita pratica del lavoro utile. Per 1’ ammissione al- V Istituto tecnico si richiede l’esame m queste materie : Calligrafia, Disegno, Geografia, Lingua francese, Lingua italiana, Matematica (Aritmetica razionale e Geometria), Storia antica, orientalo e gioca, Storia d'Italia, Dovari a Diritti dal rioni di Storia naturala. Por ffr* 1» ““tannica si richiede olirà lo’ io ‘ 8 teria- (salvo la Storia antica), 1 esame 1, t i Un Escrcizj di Lingua franaata, no. . di Aritmetica, nelle Lozioni di Mineralogia. . on o conservate Riguardo all’Istituto toc» co, s “° la sc . le cinque vecchie sezioni, sue l '* . Commcrc io c zione industriale in due lami, „-. n0c Ragioneria Ragioneria privata, diAmniinis sezione pubblica. Gli studj dal . tutti gli Fisico-matematica si sono 1 s tadj speciali alunni dell’Istituto, de terni nn q . 0 ^ cr ciascuna tecnici e pratici ncl^ sCC ° UC . 1 ° in( | 0 i e s ua particolare, sezione, secondo il fi nc e . vo n’cbbc a for- Ondo la soriana Fisino-matamatic marcii Liceo scientifico moderno, e le altre Sezioni altrettante Scuole professionali. Ecco, pertanto, le materie comuni a tutte lo sezioni : Chimica generale ed clementi di Chimica organica ; Disegno ornamentale geometrico c a mano libera; Fisica elementare; Geografia Lettere; italiane; Lingua francese; Matematica (Algebra e Geometria) ; Storia generale ; Storia naturale. Materie speciali per le rispettive Sezioni. Sezione Fisico-matematica : Chimica (esercitazioni) ; Disegno di applicazioni ornamentali c di architettura ; Elementi di Logica e di Etica ; Fisica complementare ; Lettere italiane ; Lingua inglese o tedesca ; Matematica (complementi c Trigonometria) ; Storia complementare. Sezione di Agrimensura : Agronomia, Agricoltura ed Economia rurale ; Chimica (esercitazioni) ; Costruzioni e Disegno relativo ; Estimo ; Fisica (Meccanica e Idraulica) ; Legislazione rurale ; Lettere italiano ; Matematica (Trigonometria ed esercitazioui, Geometria descrittiva c Disegno relativo) ; Topografia e Disegno relativo. Sezione di Agronomia : Agronomia, Agricoltura ed Economia rurale ; Tecnologia rurale e Zootecnia ; Chimica agraria ed esercitazioni ; Elementi di Topografia e di Costruzioni, e Disegni relativi; Fisica (Meccanica, Idraulica o Meteorologia) ; Legislazione rurale ; Lettere italiane; Storia naturale applicata all’Agricoltura. Sezione di Commercio e Ragioneria: Calligrafia ; Computisteria e Ragioneria (parte generale e speciale); Scienza economica, e degl’istituti TECNICI IN ITALIA 37S> Economia applicata, Statistica e Scienza finanziaria; Elementi di Diritto civile, commerciale ed amministrativo ; Merciologia ed esercitazioni ; Lettere italiane; Lingua francese, inglese o tedesca;Storia complementare (delle colonie o delle industrie c dei com- merej). Sezione Industriale : Chimica; Disegno 01 - namentale ; Fisica elementare ; Geografia ; Lettele italiane ; Lingua francese; Matematica; Storia generale ; Storia naturale. Questa riforma segna certamente un notevole progresso nell’ordinamento generale dei nostri s u ] Liei di primo e' di secondo grado. *£» ^ ohe sia una riforma compiuta c e ' pare davvero : ansi nella Beiamone al He si fa co ^ prendere che dallo stesso Ministero «sente_ desiderio di ulteriori modificamo»! e '‘"Jf della nefica intorno all’assetto “'S 1 * 01 ® °. n p attuale istruzione tecnica secondaria. > te0 _ Scuola tecnica e bene Cù0Vcl |^ a S cu|Ìc pre nci alle Scuole di arti 6 “ Cb ’ iftndi? La seziono fessionali inferiori, per „i e or dinaria- Fisico-matematica dell'f 8tlt ^ j vcrH ità, come può mente prepara i 8 * ova ?'^ moderno, so non vi si dirsi un vero Liceo scic ^ ^ noto c he in Ger- studia affatto la lingua latina. gQ ]ft Scuo i a mania il latino si studia ano ^ ^ i#| e re- Rcalc. Perchè abolire le no della Logica e stringere l’insegnamento e ^. o _ roa t e matica? Dcl- dell’Etica alla sola sezione i alcan bisogno la Logica e delia Morale no» ha»»gli scolari delle altre quattro sezioni, i quali poi lasciamo affatto gli studj ? Infine, perché abolire gli elementi scientifici del Diritto razionale, mentre questo è fondamento del Diritto positivo c della stessa Economia sociale ? Il presente ordinamento della Scuola c dell’ Istituto tecnico non ha dunque raggiunto il suo ideale. VI. Ma dall’altro lato, si può egli diro che l’istruzione classica da noi sia perfetta sott’ogni rispetto? I nostri Ginnasj e Licei sono in piena armonia coll’esigenzc de’buoni metodi, coll’avanzamento delle lettere c dello scienze, coi bisogni e collo nuove condizioni della società odierna? E tutte lo nostre Scuole secondarie mirano esse ad un fine principale, ad infondere nell’animo della gioventù una sana o vigorosa educazione morale c civile? Ognuno si troverebbe fortemente impacciato a rispondere a queste domande : il che significa, clic molto ci rosta ancora da fare per le nostre Scuole secondarie, classiche c tecniche. Vero è che un compiuto c razionale ordinamento della istruzione secondaria presenta non poche c serie difficolta per natura sua ; e difficilmente presso qualunque nazione può essere opera d’un solo periodo di tempo c d un legislatore solo. Quindi non deve recar meiaviglia so nell’Italia nuova, tenendo conto ancora delle sue condizioni politiche, intellettuali c morali, il giavissimo problema d’un compiuto c stabile assetto delle Scuole secondarie non ha avuto fin qui la migliore ed ultima soluzione. Quattro, secondo me, sono i principali quesiti a cui deve rispondere un razionale fecondo e stabile ordinamento dei nostri Istituti se- condarj vuoi lotterarj o classici, vuoi tecnici o professionali : a) Cultura generale degli alunni. I) Metodi in armonia con lo svolgimento graduato delle facoltà umane, e in pari tempo con 1 progressi e fini della scienza. Relazioni fra i Ginnasj, i Licei c le Universi,, fra lo Scuole tecniche, gl'Mtutì e la Un,ver- sitò, i Politecnici od altro scuole saperlo,,. Attinenze dello nostre scuole s“™ d ”' c0 ° ' la vita pratica c con gli uffici minor. «1 “ Statm^ Ed ora esaminiamo brevemente 1 qua ^ per vedere poi quali rimedj principali oceor.aco . nostre scuole. a; Quali materie si dovranno tn*&* ciascun istituto secondai io P‘^ ss nell’Istituto? nasio e nel Liceo, nella Scuo a ec ” . ò e3S3r c La scelta eia quantità di osso matouc,^^ arbitraria, oppure deve cs.cic ^ ^ v ; debbon me, a criterj ben definiti . ^ definiti, i q uab essere certe norme, anzi cn ^ gtcss0 c he si prosi desumono principalmente a ^ ^ogni sociali pone il legislatore, vero interpre ^ ^Hoscuole, nell’istituire o nel riordinare cia finc immediato Ogni istituto ha due fini esscn cioè di provvedere alla cultura generale della crescente gioventù studiosa e dei futuri cittadini ; un fine mediato, che sta ora allappateceliiare le menti a studj superiori, ora nell’abilitare a certe professioni, o a certi ufficj minori nello Stato, e all’amministrazione delle proprie sostanze. La cultura generale cambia secondo i progressi dello scibile umano e secondo le peculiari condizioni della società civile. Trent’ anni fa, per esempio, dalla classe più numerosa dei veri cittadini, dalla borghesia, in Italia non si sentiva il bisogno di apprendere certe cognizioni politiche e scientifiche, perchè allora la borghesia aveva minore importanza sociale di fronte al clero e all’ aristocrazia, e perchè mancavano al paese istituzioni liberali, che portan seco nuovi diritti c doveri. A voler compiere ed esercitar bene questi doveri e diritti sociali, richieggonsi opportune cognizioni c un più alto grado di cultura intellettualo. Come pure dalle nuove condizioni sociali è sorta la convenienza di rendere più colta ed istruita la donna, senza cadere per questo nell’opposto eccesso. Ma la vera c soda cultura d’un popolo non deve consistere soltanto nell istruzione della mente, si anche e principalmente nella retta educazione dell’ animo, come richiedono la natura e il fine dell’ uomo considerato e in sè stesso, e in relazione colla famiglia e colla società, senza qui entrare nel campo religioso. L’istruzione non è fine a sè stessa e all’ umana società, ma piuttosto e mezzo all’ educazione morale e civile. La prima ha per fine diretto la conoscenza del vero -, la seconda mira alla pratica del bene. Ciò posto, se le materie clic oggidì s’insegnano nelle nostre scuole secondarie soddisfano in generale ai bisogni della mente e alle nuove condizioni sociali, per ciò che attiene al sapere, non sono pero le piu adatte, considerate fra loro c da sole, ad invigorire il scuso morale, a prodarre mia 0 educazione, che torni vantangiosa alle singole famiglie o all' intero consorzio civile. He. da°*ogici e scientifici, in buona parte della stampa a “liberalo, nel Parlamento e ne. paese pressai generali o frequenti sono le "ri « sècot rizzo educativo delle nostro scucem» darle. AU’ insegnamento. re ìgm mim care c razionalmente impaitito, tare come in nessun grado delUi— 9Ì ‘ giudicano molti uomini i us ii secondarie voluto o saputo contrapporre mo ingegnamen to in generale un vigoroso stadj CODS iderati morale, coordinandovi pu» | . q molta parte della nell’aspetto educativo. d eleva to sentimento nostra gioventù manca 1 P, no bili, l’affetto del bene, l’entusiasmo pei e c s j t i retti, il ca- disinteressato, la fermezza n rattere morale. Vili. n0 arduo ed importante b) Altro quesito non m ^ sapcre inse di è quello del metodo, non gnaro quanto nel coordinare le materie di studio: quesito che non si può risolvere convenientemente, ove non si badi al graduato e armonico svolgimento delle facoltà umane. Con qual ordine si svolgono le facoltà dell’uomo ? Prima il senso, la fantasia c la mo- moria ; poi la immaginazioncintellettiva e la ragione, colle sue varie operazioni o facoltà secondarie, come l’attenzione, la riflessione, l’astrazione, l’analisiclasin- tesi, la comparazione ; per ultimo, la volontà libera. Ora, queste facoltà non sono l’una dall’altra separato, come l'esperienza o la ragione ci attcstano ; ma sono invece strettamente congiunto, perchè tutte dipendono dallo stesso ed unico principio che in noi sente, intende e vuole. Bensì 1’ una prevale sull’altre nelle diverse età dell’uomo, e secondo la natura degli obbietti a cui son rivolte le operazioni intellettive e morali di lui. A questo naturale c graduato di- spiegarsi delle facoltà umane, a quest’ armonia loro meravigliosa, deve sempre corrispondere l'ordinamento degli studj e un acconcio metodo d’insegnamento nelle nostre scuole, dalle prime classi elementari all’ Università. Per chiarire meglio le nostre ideo, gioverà qui fare un’osservazione’ pratica. In virtù del R. Decreto 22 settembre 187G, la filosofia s’insegnava in tutti e tre i corsi liceali ; mentre prima cominciavasi a studiare nel second’anno di Liceo. E nella Relazione che precedeva quel R. Decreto diccvasi che nel prira’anno liceale l’insegnamento della filosofia dovesse consistere segnatamente nella lettura e nello studio di luoghi filosofici Latini, e nella spiegazione della nomenclatura filosofica, di cui tanta parte si chiarisce colla lingua greca. — Senza disconoscere le intenzioni più che rette del legislatore, a noi pare (confortati in ciò dall’esperienza) che sarebbe stato miglior partito ritornare alle vecchie disposizioni, cioè principiare lo studio della filosofia nel secondo anno di Liceo, perchè le menti de giovani sono allora più riflessive e mature, ed hanno acquistato nuove e più sode cognizioni di letteratura, di storia e di matematica nel primo anno liceale, dalle quali trarranno poi giovamento nello studio della filosofia stessa. Vediamo infatti che in Austria s insegna la propedeutica filosofica solo nella classe Vili, od ultimo anno del Ginnasio-liceo ;, e no Gmnasj di Boltzen o di Klangcnfilrt la logica /orma studia nello ultimo duo classi, comspondentmdfecondo e terzo anno del nostro Liceo In Trace . poi, ««ero corso di l'ultimo anno d. Liceo ' ; l nostri otto ore d'insegnamento P« “ ge . alunni, appena usciti a un ver o insc- ncralmente ben prepara liceale, sia per gnamento di filosofia sa perficiali la tonerà età, sia pei aWtuatialla n- cognizioni, sia per no poteva giovare flessione e al ragionamen o - - m0 co rso liceale gran, fatto spendere tutte » 1 p. oso fica, che si nell’ insegnar loro la nom p 0 studio delle può di mane in mano apprendere singolo parti della filosofia elementare 5 e ancor meno avrebbe giovato spenderlo per intiero nella lettura o nello studio di luoghi filosofici latini, por esempio nel De OJJiciis e nel Da Leyibus di Cicerone, perchè tali studj c letture presuppongono un corso ordinato, già compiuto, di filosofia razionale e morale. Più tardi l’insegnamento liceale filosofico si restrinse a soli due anni, cominciando lo studio della Psicologia e della Logica nel secondo, e riservando al terzo la Morale. Ma con P. Decreto del 23 ottobre 1884 l’insegnamento filosofico è stato di nuovo esteso a tutti e tre i corsi liceali, assegnando al primo lo studio della parte più generale della Logica. - Per le ragioni suddette, converrebbe tornare al vecchio sistema, cioè principiai’e addirittura lo studio della filosofia elementare nel secondo corso liceale, e compierlo in due soli anni. Siffatto ordinamento c siffatto metodo converrà poi che nelle scuole secondarie si trovi in armonia perfetta con i progressi della scienza o con i fini dell’ insegnamento. Lo studio della Filosofia e dello •Scienze naturali, a cagion d’ esempio, deve esser fatto in modo ben diverso da quello in che facevasi venti anni addietro: e qui siamo già incamminati per la retta via. LA STORIA ROMANA dovrà essere insegnata nel ginnasio e nell’istituto tecnico in modo differente, per la diversità del fine di esso studio nei due istituti; all’insegnamento della chimica non potrà darsi nel liceo quell’estensione o profondidà che deve avere presso l’istituto tecnico. Governo e professori debbono pertanto aver di mira questi quattro punti essenzialissimi: lo svolgimento armonico di tutte le facoltà umane; la cultura generale degli alunni; il progresso dello scibile; il fine pratico della ccuola. Come le scuole inferiori od elementari, oltre avere un fine proprio, debbono servire di fondamento e di preparazione agl’istituti secondarj, così questi vogliono essere coordinati razionalmente allo scuole superiori e di perfezionamento. E però i nostri licei ed istituti tecnici, specialmente in alcune seziom, come in quella fisico-matematica e di a S ron0 “ ia ’debbono avere stretta relazione col or inam .degli studi nelle Universi.!., «M*-*** Scuole superiori di per la stessa ragione, i G. J ^ tcomcho ag Ii legati strettamente a U, 1 ha m flM Istituti professionali, be U rog i on di più speculativo che pratico, S ® . P ge ins ° mm a à mezzo die di fine, a ' 0S ^ip er il Liceo, parrebbe destinato a preparale g j s6 avere un fine che anche la Scuola tecnic re p arar e le più speculativo ch ® ^Jistìtuto tecnico, anziché menti a studj super io fes9 i 0 ni, per quanto presumere di abilitare a ^, ione precoce super umili sieno, e di dare un * s ^ dimostrato non Sciale inefficace, che 1 es P erI v uon0 risultamento. .condurre da sola a verna pratico e Ma se la Scuola tecnica, com’era prima ordinata, non corrispondeva nè al suo fine speculativo, cioè di dare una conveniente cultura generale, o di. preparar bene gli alunni all’Istituto, nè al fine pratico, ossia di abilitare a’più modesti ufiicj nella vita privata e pubblica; anche il Ginnasio, il Liceo e l’Istituto, nelle attinenze loro cogli studj superiori, hanno i loro difetti. Così, nel Ginnasio si dovrebbe insegnare la lingua francese, materia non solo di cultura generale, ma eziandio necessaria agli studj successivi nel Liceo e nelle Scuole superiori ; c lasciar da parte la Storia Naturale, che viene ripresa nel Liceo in modo più esteso e profondo. Inoltre, come studiar bene le Scienze naturali senz’aver prima studiatola Fisica ? Nel LiRco, poi, hanno troppa estensione alcune materie, come la matematica, le scienze fisicochimiche ed il greco, dacché queste materie, spinta oltre i debiti confini, non sono d'interesse generale,, non danno per se un risultamcnto pratico, si riprendono quasi daccapo nelle rispettive Facoltà università) ic, richiedono molto tempo nel corso liceale con grave scapito delle altre materie. Tale inconveniente non ha luogo negl’istituti classici della Germania. Ecco quello che scriveva in proposito l’egregio professor Pullè nella citata sua i dazione: “La parte più importante ve l’hanno l'aritmetica e la matematica ( elementare, come si vede dai piogrammi) per far vero il principio, che le lingue, classiche e la matematica sono il centro dello studio ginnasiale. Yicn dopo lamica, quindi la storia natuvale. La chimica e per sè, o perchè ancora troppo poco è venuta a scientifiche conclusioni, ed è tuttavia da riguardarsi come in via di sviluppo, non viene, nei Ginnasj almeno, accettata come materia obbligatoria. Così anche alla storia naturale non si dà una sostanziale importanza : anzi per regola, dove manchi un buon maestro per questo insegnamento, nella classo IV c V le due ore vanno impiegate per l'aritmetica eia geografia. A questo punto va fatta un’ osservazione importante. L’insegnamento delle scienze positive nei Ginnasj o Licei c ordinato non tanto ad un fine pedagogico, quanto acciò che il .giovane, che vi compio la sua educazione, ne esca con una generale coltura, sappia qual posto occupa ciascuna scienza nell’ insieme dello scibile e si avvezzi a liberamente pensare. Per questo vai tanto m e- gnamento realistico per coloro che -n d Una ti a professioni giuridiche, alle V ÌnSCSnan,e ^° m“ peTqueste ultime, quel tanto che scienze esatte Ma per q ^ ^ do, tutt0 se ne apprende nel L la fisica, lachi- insuffieientc, poiché al rfetfa mat6 . mica, la storia naturale, e &U ? a n ^ llcipio e ripetute matica, vengon riprese quasi calzallte è quello quasi alla lettera. L’ esempio P ^ anni ne l della fisica generale, che appi ‘ ^ bienna le al- Liceo, viene ripresa pei un a, ti tem po eia l'Università. Or» per Ucw, o lo fatica sono irrornss, talmente p» sono all’ Università. Ad ogni modo, chi volesse approfondirsi nelle matematiche elementari e nel greco, per indi proseguire i medesimi studj nelle Facoltà di scienze fisico-matematiche e di lettere, potrebbe frequentare alcune lezioni facoltative da stabilirsi nell’ ultimo anno dei nostri corsi liceali. Nell’ Istituto tecnico, poi, converrebbe insegnare la lingua latina nella sezione fisico-matematica, essendo questa direttamente coordinata all’Università. X. d) Finalmente, un compiuto e razionale ordinamento degli studj liceali e tecnici deve provvedere non solo alla cultura generale degli alunni e ad apparecchiare le giovani menti e studj superiori, quando esse vogliano e possano dedicarvisi, ma deve altresì avere un fine pratico, abilitando i giovani a certi ufficj minori presso le società private o presso 10 Stato, e fornire tutte quelle cognizioni che fanno 11 buon cittadino. Non tutti i giovani ch’escono dai nostri Licei sono in grado, per le condizioni economiche della famiglia o per altri motivi, di proseguire i loro studj nell’Università e negl’istituti superiori. Essi pertanto cercano un’occupazione negli Ufficj postali, comunali e provinciali, nelle Prefetture, nelle Intendenze di finanza, nei Ministeri, nelle Strade ferrate, nelle Biblioteche, c via dicendo. Coloro poi che frequentano gl Istituti tecnici si dànno tutti, meno quelli della sezione fisico-matematica ed altri pochi fortunati acl una professione libera, come i periti agrimensori; o ad un impiego presso le Amministrazioni private o pubbliche, secondo i lori studj e la capacità. Inoltre, il diploma di licenza tecnica o liceale, conferisce loro certi diritti pubblici, non solo il diritto al voto politico, sì anche 1 altro di essere giurati (a 25 anni) presso la Corte d’Assise. Or bene, come potranno adempiere convenienteinentesì gravi doveri ed esercitar bene sì nobili diritti quei giovani, che, secondo l’attuale ordinamento dei nostri Licei, non vi hanno apprese nè vi apprendono le nozioni piu •elementari del diritto pubblico interno, e che (potendo anche sedere nei Consigli amministrativi del Comune e della Provincia) non. sanno mente d. Economia politica c d’Amministraz.on= ? So pò. cacano un modesto collocamento nello Poa *®> letture, nelle Intenderne di finanza, nelleStradefer rate, nei Ministeri, come potranno sostenere, gl, am, j; „nn avendo appreso nel Uinnasiu senza nuovi studj 1 ^ n *u contabilità c la enei Liceo ne ^ itiv0 ? E quindi, o computisteria, 1 dovran no sostenere questi nuove spese o fatiche ^ classiclie> od avremo giovani licenziati . f Quanto ag u alunni dei- in società altri sjjos •  diritto amministra- l’istituto tecnico, le sezioni* 1 come nel tivo vanno estese aim ento, a tutte le se- furono estesi, con savi I economia teoretica, ziom dell fstitnto g ^ di etica civile e dii ut SULLA RIFORMA DE’ 1ICEI Ed ora concludiamo. Quali pronti cd efficaci riraedj vanno recati ai nostri Istituti secoudarj classici e tecnici? A mio parere, eccoli brevemente : Si metta obbligatorio lo studio del francese nel Ginnasio, e si tolga la storia naturale. 2° Si restringa il programma di matematica, di fisica e chimica, e del greco nel Liceo per quegli alunni, che non si danno poi nell’Università alle matematiche, alle lettere ed alla filosofia. 3° Nella terza classe liceale si stabiliscano corsi superiori facoltativi di matematica e di greco pecchi ha interesse di approfittarne. 4° Vi si insegnino pure le nozioni elementari di economia politica e di diritto amministrativo. Quanto agli studj tecnici : Si coordini nettamente e definitivamente la Scuola tecnica all'Istituto tecnico nel terzo anno. 2° Si renda più. pratica la Scuola tecnica per i licenziandi, collegandola altresì alle Scuole professionali inferiori o di arti e mestieri. 3 Si metta obbligatorio il latino per conseguile la licenza nella sezione Fisico-matematica dell Istituto. 4° Si estendano a tutte le sezioni dell’Istituto gli Elementi di Logica c di Etica. Si icnda obbligatorio lo studio dell’Economia teoretica sociale a tutte le Sezioni, eccetto a quella Fisico-matematica. G° Si ristabilisca il corso elementare di Diritto razionale. Si porti a cinque anni il corso compiuto dell Istituto, quando non si credesse meglio di stabilirò in quattro anni il corso teorico o pratico della Scuola tecnica. A questo modo, mi pare che i nostri Licei ed Istituti tecnici possano davvero rispondere al fine loro speculativo e pratico, alla ragione dei tempi e alle condizioni del nostro paese, e riuscire superiori o migliori dei Ginnasj tedeschi, e delle Scuole reali e borghesi della Germania. Comunque sia, in ogni riforma de’nostri Istituti mezzani e superiori, classici e tecnici, non dimentichiamo la massima che inculca Mamiani ne'suoi Documenti pratici intorno alla rigenerazione intellettuale e morale degl’italiani: u Gli studj che mirano a poco alto fine e versano sopra materie futili ne emano di nudrirsi di scienza profonda, snervano 1 intelletto e l’animo. GENTILE E IL DIRITTO INTERNAZIONALE. Allicricus ilio fuit, qucra non Brilannia modo, seti et tota Europa pracccplorom in Jure suum eolil et agnoscit »• Jl. PrecuiD, Elogio di Scipione Ganlue. Fra tante e nobili glorie italiane fin qui dimenticate v’era il nome di un insigne Marchigiano, che. più d'ogni altro meriterebbe di far parte quella storia, « magnifica e peenhare de,U Ita liani fuori d'Italia, che Cesare Balbo m fine gin nani jwn* « » . connazl0 nali. vissinri «itti nato a San- Questa gloria italiana m0 rto ginesio (provincia di Macerata) nel UM esule in Inghilterra a 19 e t “"j” a metà del Visse dunque ABonc» e la se» secolo XVI, che fu una dell epoc P ^ religiosa. E questo Q Bran0 e di Cam- Francesco Bacone, i Elisa betta : epoca famosa, panella, di Filippo II e di JM per grandi avvenimenti politici e religiosi, per ingegni preclari e fortissimi caratteri. Matteo Gentile, valente medico, venuto in sospetto d’avere abbracciato la riforma religiosa, esulò dalla patria conducendo seco il giovine Alberico e l’altro figlio minore Scipione. Alberico, ebe avea già studiato la scienza del diritto nell’Università di Perugia ed avea tenuto l’ufficio di magistrato in Ascoli Piceno, non poteva non essere amato e pregiato nella culta Germania, dov’erasi rifugiato col fratello e col padre, che fu protomedico in Carniola. Il duca di Wiirtemberg, l’Elettore Palatino e tutte le Università dei loro Stati tennero in alto pregio il nostro Alberico per il suo ingegno e per la molta sua dottrina. Più tardi, Matteo ed Alberico si recarono nella dotta ed ospitale Inghilterra, mentre Scipione rimase in Germania ; e, stimato egli pure e di forte ingegno, divenne successivamente professore di Diritto nelle Università di Heidelberga, di Altorf e di Norimberga, dove morì a 53 anni nel 1016. Matteo fu archiatro della regina Elisabetta, e morì a Londra nel 1602. In grazia d’un suo eloquente discorso che salvò da morte l’ambasciatore spagnolo nella corte di Elisa- betta, Alberico Gentile fu eletto dal re di Spagna ad avvocato della Corona e dei connazionali dimoranti in Inghilterra. Fu inoltre professore al Collegio di San Giovanni Battista in Oxford, l’Atene d’Inghilterra, e in appresso fu lettore primario di Giurisprudenza in quella celebre Università, che in occasione della festa anniversaria fu visitata, com’è noto, da un altro insigne italiano, da Giordano Bruno. Onde a vcrun altro, meglio che ai tre Gentili, ma soprattutto ad Alberico s’attagliano quelle splendide parole clic C. Balbo lasciò scritte nel Sommario delle cose d’Italia : “ Mirabile ingegno italiano che, chiusagli una via, ne trova altre ed altre infinite ; che, chiusagli la patria ad operare, opera fuori, corca, trova campi in tutti i paesi, in tutte lo colture ! „ IL Se non che, somma ed universale gloria si ac- smistò Gentileper le sue opere e spcoialmente pel suo famoso trattato Dejwre belli. Non meno d. quaranta sono gli scritti fin qui conosciuti deU illu- stre Marchigiano. Primeggiano su tutti le ha oji lutato universalmen ditfeoGrozio, autore Mica dirilto, e quale P" ccurù /pradier-Fodóró ael De jvre Belli et scrisse che (Grotius et son temjps), a ^ . mcgnasse u leggi Gentile fu ^ P quello ohe dice su della pace e della guerra . Ecco q tal proposito Eraerico Amari nella Critica di una scienza delle Legislazioni comparate (cap. IV, art. ir, in nota), opera non conosciuta degnamente, come avviene spesso di altri libri italiani : lt Sebi bene il titolo dell’opera di Gentili sia solamente De jure belli, pure io dico avere fondato la scienza del diritto della guerra e della pace, sì perchè il libro III di quello tratta interamente delle paci, come perchè in altri due trattati, l’uno De Legationibus e l’altro De armis Eomanis in due libri, nel primo dei quali tratta delle guerre ingiuste, c nel secondo delle giuste dei Komani, copiosamente parla del gius delle genti della pace ; laonde in queste tre opere tutto il diritto internazionale è compreso. Lo stesso Grazio, quantunque per debolezza d’amor proprio d’autore ne abbassi il merito, pure per candore di scienziato confessa essersene non raramente giovato; e chi confronti le opere di questi due grandi uomini, vedrà che Grazio non esagerò gli obblighi suoi col nostro Gentili Che altri ingegni italiani avessero trattato della Guerra e qualcuno di loro avesse per avventura tentato di applicare la scienza delle leggi all’uso della guerra prima di Alberico Gentile, ciò non viene impugnato dallo stesso autore del De jure belli o dal Grazio, e lo attestano il Tiraboschi, £. Amari e P. S. Mancini. Ma prima di Alberico nessuno e rasi elevato sì alto ; ond’egli stesso rivendica a sè questo primato fin dal principio del suo trattato famoso : Magnam atque difficilem rem aggredior. Non baleni libri illi de hoc jure, non olii vili, qui cxtcnt. Non ti sembra egli che quelle prime parole trovino un degno raffronto in queste altre, onde il Machiavelli, restauratore della scienza politica in Italia, palesa c attesta la novità del suo metodo e dell'opera sua ? lt Ho deliberato entrare per una via la quale, non essendo stata per ancora da alcuno pesta se la mi arrecherà fastidio c difficulta, mi poti ebbe ancora arrecare premio, mediante quelli che umanamente di queste mie fatiche considerassero {Discorsi, I) „• Agl’intelletti novatori non può man- care la consapevolezza dell’opera loro, come non mancava al grande contemporaneo del nostro Gentile, all’autore del Nuovo Organo, il quale sapeva di additare alle scienze sperimentali un metodo veto, ma nuovo e non ancora praticato fuor, d Italia : • quac via vera est, sed intentata. Mirabile potenza dell’ingegno italiano, nevato e speculativo e pitico ad un tempo! Cocce .. m PÌ ^ÌTn7^:r S rMe “cono 1 Fimi. P" alla mente enciclopedica. dj^ ^ di rÌ3 a- taneo del Gen * lle ’ D ° albeggi delle leggi (leges lire alle fonti del 111 ’ trattat ° S Tilla Giustizia um- legum) e di scrivere ^ ^ dovea C om- versale. Ma delle cinq tratt ò c he della prima, porsi l’opera sua, per aforismi, che risguarcla la certezza delle leggi nella loro intimazione (1). ni. Ma veniamo senz’altro a dare un cenno dell opera insigne di Alberico, Dejure belli. Questo trattato, che fu dall’autore dedicato a Roberto conto d’Es- sex, è diviso in tre libri. Rei primo, data la nozione della Guerra, si esamina in chi risiede l'autorità di muover guerra, e per qual fine s’intraprende ; poi si dice quando la difesa è necessaria, quando utile c quando onesta; infine si esamina le cause che spingono alla guerra, che vicn fatta ora per necessità, ora per utilità, ora per cause naturali ed umane-, e si conclude che, dovendosi anteporre l’onesto all’utile, la guerra vuol esser fatta per una causa onesta. Il secondo libro tratta del come e quando si dichiari la guerra, dell’inganno e degli strattagemmi ; e qui l'autore detto clic “ fondamento della giustizia è la fede vuole con Marco Tullio che il giuramento e la fede sicno rispettati anello dai combattenti: tueri inter bella fiderà. In progresso tratta delle regole che vanno osservate verso i belligeranti, verso i parlamentarj, verso i prigionieri, verso quelli che hanno deposto le armi \ e infine Vedi i nostri due libri: Bacone e la Classificazione delle scienze. Firenze. Elementi scientifici di Etica c Diritto, Roma] parla degli assedj, del come vogliono essere trattati i non combattenti, del rispetto cioè verso i supplichevoli, le donne e i fanciulli, della facoltà di dar sepoltura ai morti in battaglia, la violazione del qual diritto da parte dei nemici sarebbe improba ed empia. E termina questa seconda parte •con fervide parole a Dio, perchè si rimuova dalle guerre la barbarie, la crudeltà, l’odio inestinguibile; e perchè non le genti cristiane dai barbari, ma questi da quelle apprendano le leggi ed i modi più equi ed umani di guerreggiare. Il terzo libro c •tutto consacrato al fine vero ed ultimo delle guerra, vo'dire alla pace, ai modi più equi nel ristabilirla, All’amicizia ed alleanza tra Stato e Stato. Questo breve cenno mi pare sia sufficiente a dimostrare la grave importanza di tale r,Opera : onde ai spiega facilmente perchè tutti i P m insigni trattatisti moderni del pubblico diritto ricordino con molte lodi il nome e la dottrina di Gentile. CI se iù quel suo trattato egli non sempre indaga, ? * metodo rigorosamente scientifico, le a fondo, e co eminenti del giure ragioni supreme e le le OD 1 universale di gu*»» ^ esemp j 0 con mirabile erudizi,^ . occorre tener autorevoli e n vivesse il nostro Gentile, e -"In prto» ad « ltore ^ *°. de “ 0 ° fcui ^mirava, questo il concetto -fine altissimo a cui e nobilissimo pei’ cui il nome di Alberico va associato ai nostri tempi e vivrà immortale. Non pago di u^ eie stabilite e di volere applicate le leggi alluso della guerra, non pago di aver raccomandato clic la guerra sia fatta sempre per cause oneste e giuste, quel forte e magnanimo intelletto invoca dal Padre del— l’eterna giustizia, clic voglia rimuovere ogni motivo di contrasto fra i popoli, che cessi ogni guerra, sia pur mossa da cause giuste :Tu pater justitiae, Deus „ eliam has lolle causas nobis, tolle bellum omne : eia, Domine, paceni in diabus nostris, da •pacava (I, e. 25). Nò si creda che Alberico, esule della patria, e che viveva in un secolo pieno di persecuzioni e tristamente famoso per tante guerre politiche e religiose, abbia invocato una pace transitoria, la pace solo per l’età sua e per i suoi contemporanei !No ; egli, am¬ maestrato dalle discordie e dai gravissimi danni di molto e diverse guerre, dai mali che esso arrecano •all'umanità, dal ritardo e dagli ostacoli clic ne provengono alla civiltà ed al progresso dell’umana fami¬ glia, invocava, precorrendo ai magnanimi tentativi di Leibnitz e di Kant Disegno di pace perpetua fra le nazioni ed allo aspirazioni di molte anime generose, la pace perpetua ed uni¬ versale, con quelle memorande parole onde chiudeva il suo trattato : u Deus autem optimus maximus faciat, principes imponeva bellis omnem Jìnem, et jura pacis ac foederum colera sanctc. JEtiaiU Deus, etiam impone tu bellis finem : tu nobis pa- cem effi.ee n . e ir. Diurno internazionale Chi può, adunque, negare la importanza tra¬ grande di quest’ Opera e la sua opportunità ? Sono ornai decorsi circa tre secoli da che fu scritto il Da jurahdli, ma le crudeltà della guerra non sono affatto cessate, ed anche a’nostri giorni ne abbiamo avuto tristi esempi in conflitti memorabili ; nè ancora tutta Europa sembra disposta a custodire santamente i diritti della pace e dei popoli. Bensì il Diritto internazionale, che può dirsi fondato dal grandeMarchi- giano, ha progredito non poco, e gli ultimi congressi europei ne sono stati la più solenne testimonianza, e, se non compiuta, certo la più retta ed umana applicazione. Quanto all’epoca d’una pace universale e perpetua, clic sì ardentemente invocava il nostro Alberico, se per ora appare assai lontana, giova per altro ricordare lo splendido e solenne trionfo che  riportò in Ginevra il principio delUròifrafo Muterà la sua indi- omaI, ‘Coiaio, u proclamatasi «tomento pondon» od unita-  olto3tM .u dinaosi al di ordine 4. cavdt ^, cbi primo formuli, mondo mteiolas.it 0 „ acrra c d invocò il diritto dolio g0"*> la pace universale. Il Romagnosi fu il primo a dire- che l’Italia doveva rendere ad Alberico la debita giustizia. Questo voto fu accolto dall’illustre professore P. S. Mancini e dal Municipio di Sanginesio, quando seppe clic Tommaso Erslcine Holland, pio- fossore di Diritto internazionale nella celebre Oxford, aveva in un pubblico discorso- rivendicato gl’insigni meriti del suo immortale pre¬ cessore, Alberico Gentile. Ma la gloria d’aver dato corpo e vita, per così dire, a questo nobile desiderio, spetta all’operoso e fervido pubblicista Sbarbaro, mentre insegnava Filosofia del Diritto nell’ateneo di Macerata. Di fatto, il Consiglio accademico di quella Università, convocato in adunanza straordinaria, udita una bella relazione dello stesso prof. Sbarbaro, unanime de¬ liberava di esprimere pubblicamente il voto che si costituisse, sotto la presidenza dell’ insigne giure-consulto P. S. Mancini, un Comitato internazionale per erigere in Italia un monumento a Gentile. Questa nobile iniziativa fu encomiata universalmente. Osiamo dire che forse mai somiglianti proposte ebbero un successo più splendido. Tutti i più autorevoli periodici d’Italia vi fecero plauso, o la proposta fu bene accolta anche dalla stampa estera, specialmente in Inghilterra, Germania, Francia e Belgio. Parecchie Università e le principali Accademie scientifiche c letterarie del Jlcgno aderirono alla proposta dell’Ateneo maceratese. I più insigni uomini (l’Italia in ogni ramo del sapere, illustri statisti e scienziati stranieri, tra’ quali vanno qui ricordati Bismarck e Gladstone, Holtzendorff, Er- skine Holland. Laurent e il compianto Laboulaye, o accettarono di far parte del Comitato Merita d’essere riferita per intiero la seguente lettera, che in quciroccasiono scrisse al prof. Sbarbaro, segretario del Comitato internazionale, l’eminente giureconsulto, storico c pubblicista E. Luboulayc. Mon elici- Profcsseur, a Versailles. L’ idée d' honorcr la mdmoiro à'Alberico Gonidi est oxcellcntc; jc m* y associerai bica volonticrs. Alberico a ctd le précurseur do Grotius, et à ec t.tre .1 ménte qu o lo tiro de T ombre où on 1’ a laissd trop longtemps .i 1 on pouvait donnei: un. boa». ddi.lo» d. »» Jur, MU «J rdunir dea documenta sur sa vie, et des lett c, esiste, on lui roudrait lo plus parfait Uommago que puu^ désiror uu bomme de lettrcs apres sa tcmps dori vaine, qui sommes ravement pensée s dcrèto et cn notre pays,, '°^ av0 " s 01 | ;P ] U3) n os iddes sewi- qu’un jour, quand nous n j rumnn itd. C’est eetto rout la cftUSe d ° 1 ’faìt dddftìgncr la fortune, Ics placcs et illusion qui nous fait dd 6 C3 tdans l’aventi-. tout co que lnfoule cn ' ic ’^ sa tom bc, ne sernit-il paa Gcr Si Gentili pouvnit sortii: do cc ^ a to «td pour de penso.- qu’on se aei-ico Ma- gistero f0 “ ” aegii ìstitaH Tecnici Sulla riforma de Licei o b . in Italia.. Gentile c A.pp© udicC- il Diritto internazionale. DELLO STESSO AUTORE. Elementi scientifici d’etica e di diritto. Filosofia morale e sociale. La Teodicea di A. De Margerie, con una Prefazione di Conti. Principio, intendimento e storia della classificazione dell’umane conoscenze secondo Bacone. Dottrina dell’Evoluzione e sue conseguenze teoriche e pratiche. Discorso Accademico. Elogio funebre di Ile Vittorio Emanuele II. Opuscolo. Esposizione critica del sistema filosofico di Wahltuch. Opuscolo. Critiche varie. In corso di pubblicazione: Elementi scientifici di Psicologia e di Logica. Nome compiuto: Angelo Valdarnini. Valdarnini. Keywords: semantica, semein, significare, io significo, ego significo. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Valdarnini,” pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Valent: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della forma della lingua – la scuola di Treviso – filosofia veneta -- filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Treviso). Abstract. Keywords. forma. Filosofo veneto. Filosofo italiano. Treviso, Veneto. “Some like Vitters, but Valent’s my man.”Grice. Grice: “Valent wrote the only legible introduction to Vitters’s thought!” Essential Italian philosopher. Insegna a Catania e Venezia. Si occupa di ontologia, logica dialettica, linguaggio, storia e interpretazione delle grandi categorie della filosofia. Dai primi studi sull'empirismo-scetticismo, sulla filosofia e sull'analisi del linguaggio (Wittgenstein), è giunto ad indagare attorno alla teoria della negazione e del divenire in chiave dialettica. Sulla base di tali premesse, che orientano verso una rilettura dei canoni e dei presupposti del rapporto ragione-follia, si è impegnato a ri-disegnare, insieme con un gruppo di psichiatri e psicologi del centro psico-sociale di Orzi nuovi cresciuti nel solco dell'esperienza critica inaugurata da BASAGLIA, un modello della psiche adeguato alla comprensione e alla cura della malattia mentale, dando vita a quello che è stato definito l'approccio dialettico-relazionale. Collabora con il gruppo teatrale Scena Sintetica nella messa in scena di testi filosoficamente rilevanti (VELIA, VELINO, Eraclito, Melville, SEVERINO, GALIMBERTI). Presso Moretti l'edizione delle sue opera. La sua filosofia muove da un'originale riformulazione di alcune questioni legate alla filosofia di SEVERINO (vedi), alla tradizione neo-idealistica italiana (GENTILE) ma anche neo-scolastica (BONTADINI), e dipendenti dalla riconsiderazione speculativa del concetto del negativo. Descrivendo la sua formazione si define resciuto a una scuola filosofica di ispirazione ontologica, screziata da un netto disegno dialettico e pungolata dallo scrupolo fenomenologico. Analizzando le implicazioni concettuali e pratiche della negazione così com'è stata pensata in uno dei punti più alti e rilevanti della tradizione dialettica, ovvero nella “Scienza della logica” di Hegel, critica l'idea intellettualistica della negazione intesa come esclusione, proponendo al contrario una negazione come inclusione e una filosofia animata dal principio di ospitalità. Il "no" della negazione, lungi dal dar vita a una realtà separata, è ciò che innerva il reale nella sua essenza metamorfica e vitale, nella sua splendida apertura alla novità, alla trasformazione e al cambiamento di cui il filosofo è appassionato investigatore. A questo scopo e in evidente autonomia rispetto all'impianto destinale della filosofia della necessità di SEVERINO, esplora la categoria modale della possibilità, cercando di mettere in discussione sia l'opposizione frontale tra realtà e irrealtà, sia la priorità assoluta della positività del reale nonostante la negatività dell'irreale. L'esserci e non l'essere è, per V., che legge Hegel con Wittgenstein, la determinatezza semantica e sintattica, il plesso grammaticale e vitale che ricongiunge l'esperienza intesa come luogo dell'emergere della differenza e dell'incalzare degli eventi con la teoria della razionalità quale analisi del permanere e della necessità. Ecco che di contro all'ontologia fondamentale di Severino si fa largo l'idea di una micro-ontologia intesa non come una “ontologia del piccolo”, bensì, piuttosto, nel senso che non c'è nessun evento che non si disponga per virtù propria in una peculiarità di significato, nel vigore elementare e insieme metamorfico di un qui. Ma micro-ontologia anche come ontologia del remoto, dell'avverso-diverso, dell'improbabile, dell'anonimo, del folle: di tutto ciò che insieme si ritiene minore nella capacità di realtà. Con la proposta di una micro-ontologia intendeva sottolineare l'autonomia e la resistenza del diamante della dialettica come principio di determinazione semantica fondato sulla relazione-negazione inclusiva e situato nella prospettiva strategica propria dell'esserci, rispetto al rischio delle ricadute nella mistica dell'essere e di quella totalità assoluta che, in quanto tale, appare separata e isolata, esercitando la sua imposizione distruttiva al di fuori della logica della relazione e dell'inclusione. Di contro all'autentico totalitarismo di questa idea di totalità assoluta propone la ripresa del detto eracliteo del Panta δια pánton, ossia di quel tutto attraverso il tutto che è la forma radicale della illacerabile relazionalità della vita. Solo se ogni differenza tra gli umani è un modo differente di essere il tutto allora le discriminazioni tra piccolo e grande, forte e debole, femmina e maschio, nero e bianco, ricco e povero, sano e malato, non avranno ragione d'essere (se non in quanto differenti manifestazioni dell'identico, invece che differenze di principio e di valore. Saggi: “Verità e prassi” (Vannini, Brescia); “La forma del linguaggio: studio sul Tractatus logico-philosophicus” (Francisci, Abano Terme, Padova), Invito a Wittgenstein, Mursia, Milano; “Asymmetron, Quaderni de "Il Palazzo della Grande Utopia", Milano; Dire di no. Filosofia Linguaggio Follia, Teda, Castrovillari (Cosenza); Dire di no. Scritti teorici, Opere (Moretti, Bergamo); “Asymmetron: micro-ontologie della relazione. Scritti teorici in Opere di V., a c. di Tagliapietra, Moretti e Vitali, Bergamo. Panta διαpánton. Scritti teorici su follia e cura, in Opere di V., a c. di Tagliapietra, Moretti e Vitali, Bergamo. La forma del linguaggio. Studio sul "Tractatus logico-philosophicus. Scritti su Wittgenstein, Sophón. Aforismi per l'anima, a. c. di Valent, con un saggio di Tagliapietra, Moretti e Vitali, Bergamo. Opere. La filosofia, prima di ogni altra definizione dotta, è amore per la realtà. In ricordo, in "XÁOS. Giornale di confine", Dire di no. Scritti teorici, Panta διαpánton. Scritti teorici su follia e cura. Nome compiuto: Italo Valent. Valent. Keywords: la forma del linguaggio. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Valent”, The Swimming-Pool Library. Valent.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Valenti (Roma). Filosofo italiano. Insegnante di filosofia e storia nei licei e artista italiano. È il creatore della filosofia di strada: lezioni di filosofia nelle piazze delle città.  È stato:  creativo pubblicitario nelle maggiori agenzie pubblicitarie di Milano (DDB, Saatchi&Saatchi, Leo Burnett, Tita), vincendo vari premi nazionali e internazionali.  Artista visivo, presso la galleria di Lino Baldini con due personali che hanno suscitato numerose polemiche: “Dog is a palindrome” e “mafia, un altro mondo”.  Mostre collettive in Italia e all’estero: 5° Biennale di Praga, Factory Art Gallery (Berlino), Festarte Videoart festival (MACRO, Roma), Farm Cultural Park (Favara, Agrigento), Famiglia Margini (Milano), Palazzo Farnese (Piacenza). Museo Zauli (Faenza), Fondazione Bevilacqua La Masa (Venezia). Ha vinto il premio speciale residenza d’artista al premio internazionale Arte Laguna e il premio Yicca, International Contest of Contemporary Art, finalista al Festarte Videoart festival, Roma. Studia e pratica i principali percorsi spirituali e di crescita personale. Nome compiuto: Davide Valenti.

 

Luigi Speranza --- GRICE ITALO!; ossia, Grice e Valentino: la ragione conversazionale a Roma e l’implicatura conversazionale di Romolo divino -- filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Abstract. Keywords: eschatology. Filosofo italiano. He moves from elsewhere to Rome where he created a sect called ‘The Valentinians’, who Valentino described as being the only ones who would save themselves. Grice: “Eschatological!” -- Ippolito di Roma did not like him. Nome compiuto: Valentino. Keywords: Roma antica, Ippolito. Per H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Valeri: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dello spazio tra sè e sè – l’antropologia filosofica come ricerca dell’inter-soggetivo – la scuola di Somma Lombardo – filosofia lombarda -- filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Somma Lombardo).  Abstract. Keywords: il me di Grice, il noi della conversazione. He argues in these lectures that thinking seriously about context means thinking about conversation; this is the setting for most examples of speaker meaning. He proposes, therefore, to compile an account of some of the basic properties common to conversations generally. His method of limiting his hand was to result in certain highly artificial simplifications, but he made these simplifications deliberately and knowingly. For instance, the relevant context was to be assumed to be limited to what he calls the 'linguistic environment': to the content of the conversation itself. Conversation was assumed to take place between two people who alternate as speaker and hearer, and to be concerned simply with the business of transferring information between them.  A number of the lectures include discussion of the types of behaviour people in general exhibit, and therefore the types of expectations they might bring to a venture such as a conversation. Grice suggests that people in general both exhibit and expect a certain degree of helpfulness from others, usually on the understanding that such helpfulness does not get in the way of particular goals, and does not involve undue effort. If two people, even complete strangers, are going through a gate, the expectation is that the first one through will hold the gate open, or at least leave it open, for the second. The expectation is such that to do otherwise without particular reason would be interpreted as deliberately rude.  The type of helpfulness exhibited and expected in conversation is more specific because of a particular, although not a unique, feature of con-versation; it is a collaborative venture between the participants. At least in the simplified version of conversation discussed in these lectures, there is a shared aim or purpose. However, an account of the particular type of helpfulness expected in conversation must be capable of extension to any collaborative activity. In his early notes on the subject, Grice considers  'cooperation' as a label for the features he was seeking to describe. Does  'helpfulness in something we are doing together'  ', he wonders in a note,  equate to 'cooperation'? He seems to have decided that it does; by the later lectures in the series 'the principle of conversational helpfulness' has been rebranded the expectation of 'cooperation'.  During the Oxford lectures Grice develops his account of the precise nature of this cooperation. It can be seen as governed by certain regu-larities, or principles, detailing expected behaviour. The term 'maxim' to describe these regularities appears relatively late in the lectures.  Grice's initial choices of term are 'objectives', or 'desiderata'; he was interested in detailing the desirable forms of behaviour for the purpose of achieving the joint goal of the conversation. Initially, Grice posits two such desiderata: those relating to candour on the one hand, and clarity on the other. The desideratum of candour contains his general principle of making the strongest possible statement and, as a limiting factor on this, the suggestion that speakers should try not to mislead.  The desideratum of clarity concerns the manner of expression for any conversational contribution. It includes the importance of expectations of relevance to understanding and also insists that the main import of an utterance be clear and explicit. These two factors are constantly to be weighed against two fundamental and sometimes competing demands. Contributions to a conversation are aimed towards the agreed current purposes by the principle of Conversational Benevolence. The principle of Conversational Self-Love ensures the assumption on the part of both participants that neither will go to unnecessary trouble in framing their contribution.  Grice suggests that many philosophers are guilty of inexactness in their use of expressions such as 'saying', 'meaning' and 'use'  ', applying  them as if they were interchangeable, and in effect confusing different ways in which a single utterance can convey information. For instance, Grice refers back to the discussion at a previous class he had given jointly with David Pears, when the exact meaning of the verb 'to try' was discussed. This, of course, was one of the specific philosophical problems he was interested in accounting for by means of general principles of use. Stuart Hampshire had apparently claimed that if someone, X, did something, it is always possible to say that X tried to do it. This was challenged; in situations when there is no obvious difficulty or risk of failure involved it is inappropriate to talk of someone's trying to do something. Grice's answer had been that, while it is always true to say that X tried to do something, this may sometimes be a misleading way of speaking. If X succeeded in performing the act, it would be more informative and therefore more cooperative to say so. Therefore, an utterance of 'X tried to do it' will imply, but not actually say, that X did not succeed.  In his consideration of the desiderata of conversational participation, Grice initially compiles a loose assemblage of features. By the later lectures these appear in more or less their final form under the categories Quantity, Quality, Relation and Manner (or, sometimes, Mode). Inarranging the desiderata in this way, Grice was presumably seeking to impose a formal arrangement on a diverse set of principles. But it seems that he had other motives: semi-seriously to echo the use of categories in such orthodox philosophies as those of Aristotle and Kant, and more importantly to draw on their ideas of natural, universal divisions of experience. The regularities of conversational behaviour were intended to include aspects of human behaviour and cognition beyond the purely linguistic. Grice's collaborative work with Strawson had been concerned with Aristotle's division of experience into 'categories' of substances.  Aristotle's original formulation of the list of such properties allows that they can take the form of 'either substance or quantity or qualification or a relative or where or when or being-in-a-position or having or doing or being-affected'.38 He concentrates mainly on the first four, and these received most attention in subsequent developments of his work. They were the starting-point for Kant's use of categories to describe types of human experience, and his argument that these form the basis of all possible human knowledge. In the Critique of Pure Reason, Kant proposes to divide the pure concepts of understanding into four main divisions:  'Following Aristotle we will call these concepts categories, for our aim is basically identical with his although very distinct from it in execu-tion. '39 These are categories 'Of Quantity', 'Of Quality', 'Of Relation' and  'Of Modality', with various subdivisions ascribed to each. Kant's claims for both the fundamental and the exhaustive nature of these categories are explicit:  This division is systematically generated from a common principle, namely the faculty for judging (which is the same as the faculty for thinking), and has not arisen rhapsodically from a haphazard search for pure concepts, of the completeness of which one could never be certain.  40  Kant goes so far as to suggest that his table of categories, containing all the basic concepts of understanding, could provide the basis for any philosophical theory. These, therefore, offered Grice divisions of experience with a sound pedigree and an established claim to be universals of human cognition.  Early in 1967, Grice travelled to Harvard to deliver that year's William James lectures, the prestigious philosophical series in which Austin had put forward his theory of speech acts 12 years earlier. Grice's entitled his lectures 'Logic and conversation'. He was presenting his current thinking about meaning to an audience beyond that of his students andimmediate colleagues and was clearly aware of the different assumptions and prejudices he could expect in an American, as opposed to an Oxford, audience. 'Some of you may regard some of the examples of the manoeuvre which I am about to mention as being representative of an out-dated style of philosophy', he suggests in the introductory lecture, 'I do not think that one should be too quick to write off such a style.'41 Addressing philosophical concerns by means of an attention to everyday language was still a highly respectable, even an orthodox approach in Oxford. In America it was seen by at least some as belonging to an unsuccessful, and now rather passé, school of thought. In pleading its cause, Grice argues that it still has much to offer: in this case, the possibility of developing a theory to discriminate between utterances that are inappropriate because false, and those that are inappropriate for some other reason. Despite the difficulties inherent in such an ambitious scheme, and the well-known problems with the school of thought in question, he does not give up hope altogether of 'system-atizing the linguistic phenomena of natural discourse'.  Grice's ultimate aim in the lectures is ambitious and uncompromis-ing; his interest 'will lie in the generation of an outline of a philosophical theory of language' 4 He argues for a complex understanding of the significance of any utterance in a particular context; its meaning is not a unitary phenomenon. Conventional meanin g has a necessary, but by no means a sufficient role to play. Indeed conventional meaning is itself not a unitary phenomenon. Some aspects of it involve the speaker in a commitment to the truth of a certain proposition; this is  'what is said' on any particular occasion. Other aspects may be associated by convention with the words used, but not be part of what the speaker is understood literally to have said. The examples 'She was poor but honest' and 'He is an Englishman; he is, therefore, brave' convey more than just the truth of the two conjuncts, more than would be conveyed by 'She was poor and honest' or 'He is an Englishman and he is brave'.  '. An idea of contrast is introduced in the first example and one of consequence in the second. These ideas are attached to the use of the individual words 'but' and 'therefore', but do not contribute to the truth-conditions of the sentences. We would not want to say that the sentences were actually false if both conjuncts were true, but we did not agree with the idea of contrast or of consequence. We might, rather, want to say that the speaker was presenting true facts in a misleading way. These examples demonstrate implicated elements associated with the conventional meaning of the words used, elements Grice labels  'conventional implicatures'There is another level at which speaker meaning can differ from what is said, dependent on context or, for Grice, on conversation. In 'con-versational implicatures' meaning is conveyed not so much by what is said, but by the fact that it is said. This is where the categories of conversational cooperation, and their various maxims, play their part.  The onus on participants in a conversation to cooperate towards their common goal, and more particularly the expectation each participant has of cooperation from the other, ensures that the understanding of an utterance often goes beyond what is said. Faced with an apparently uncooperative utterance, or one apparently in breach of some maxim, a conversationalist will if possible 'rescue' that utterance by interpreting it as an appropriate contribution. In this way, Grice offers a more detailed account of the idea he explored in 'Meaning', and in his notes from that time: that there are three 'levels' of meaning, or three different degrees to which a speaker may be committed to a proposition. His model now includes, 'what is said', 'conventional meaning' (including conventional implicatures) and 'what is conversationally implicated'.  The presentation of the norms of conversational behaviour in the William James lectures is rather different from Grice's handling of them in his earlier work. The maxims, or the categories they fall into, are no longer presented as the primary forces at work. Instead, all are assumed under a general 'Principle of Cooperation'. The principle appeared late in the development of Grice's theory. It enjoins speakers to: Make your conversational contribution such as is required, at the stage at which it occurs, by the accepted purpose or direction of the talk exchange in which you are engaged.'43 The name 'Cooperative Principle' was even later; it was added using an omission mark in a manuscript copy of the second William James lecture. Grice may well have been attempting to give a name, and an exact formulation, to his previously rather nebulous idea of cooperation or 'helpfulness'. However, the effect was to change what was presented as a series of 'desiderata', features of conversational behaviour participants might expect in their exchanges, to something looking like a powerful and general injunction to correct social behaviour.  In the development of his theory of conversation, Grice was much exercised by the status of the categories as psychological concepts. He questioned whether the maxims were the result of entering into a quasi-contract by engaging in conversation, simply inductive generalisations over what people do in fact do in conversation, or, as he suggested in one rough note, just 'special cases of what a decent chap should do'.  He remained undecided on this matter throughout the development ofthe theory, content to concentrate on the effects on meaning of the maxims, whatever their status. By the time of the William James lectures, however, he seems to be closer to an answer. He is 'enough of a rationalist' to want to find an explanation beyond mere empirical generalisation.  4 The following suggestion results from this impetus:  So I would like to be able to show that observation of the Cooperative Principle and maxims is reasonable (rational) along the following lines: that anyone who cares about the goals that are central to conversation/communication (such as giving and receiving information, influencing and being influenced by others) must be expected to have an interest, given suitable circumstances, in participation in talk exchanges that will be profitable only on the assumption that they are conducted in general accordance with the Cooperative Principle and the maxims.45  This is a wordy explanation, and also a troublesome one. It seems to create a loop linking the aim of explaining cooperation to an account of conversation as dependent on cooperation, a loop from which it does not successfully escape. The link between reasonableness and cooperation is far from explicit. Nevertheless, this passage offers Grice's account of his own preferences in seeking an answer to the question over the status, and hence the motivation, for the Cooperative Principle. His preference, particularly his reference to 'rational' behaviour, was to prove important in the subsequent development of his work.  However derived, the maxims operate to produce conversational implicatures in a number of different ways. In many cases, they simply  'fill in' the extra information needed to make a contribution fully coop-erative. A says 'Smith doesn't seem to have a girlfriend these days' and B replies, 'He has been paying a lot of visits to New York lately'. B's remark does not, as it stands, appear relevant to the preceding remark.  But it is easy enough to supply the missing belief B must hold for the remark to be relevant. B conversationally implicates that Smith has, or may have a girlfriend in New York.46  In other cases the speaker seems to be far less cooperative, at least at the level of 'what is said'. In order to be rescued as cooperative contributions to the conversation, such examples need to be not so much filled out as re-analysed. Because of the strength of the conviction that the speaker will, other things being equal, provide cooperative contri-butions, the other participant will put in the work necessary to reach such an interpretation. In perhaps his most famous example of con-versational implicature, Grice suggests the case of a letter of reference for a candidate for a philosophy job that runs as follows: 'Dear Sir, Mr X's command of English is excellent, and his attendance at tutorials has been regular. Yours, etc! The information given is grossly inadequate; the writer appears to be seriously in breach of the first maxim of Quan-tity, enjoining the utterer to give as much information as is appropri-ate. However, the receiver of the letter is able to deduce that the writer, as the candidate's tutor, must know more than this about the candidate.  There must be some reason why the writer is reluctant to offer the extra information that would be helpful. The most obvious reason is that the writer does not want explicitly to comment on Mr X's philosophical ability, because it is not possible to do so without writing something socially unpleasant. The writer is therefore taken conversationally to implicate that Mr X is no good at philosophy; the letter is cooperative not at the level of what is literally said, but at the level of what is impli-cated. In examples such as this a maxim is deliberately and ostentatiously flouted in order to give rise to a conversational implicature; such examples involve exploitation.  These examples, and others Grice discusses in the second William James lecture, are all specific to, and entirely dependent on, the individual contexts in which they occur. Grice labels all such example  'particularised conversational implicatures'. There are other types of conversational implicature in which the context is less significant, or at least can operate only as a 'veto' to implicatures that arise by default unless prevented. These are implicatures associated with the use of particular words. Unlike conventional implicatures, they can be cancelled: that is explicitly denied without contradiction. These 'generalised conversational implicatures' account for many of the differences between the logical constants and the behaviour of their natural language counterparts. In effect, Grice claims that there simply is no difference between, say '', 'n', 'v' and 'not', 'and', 'or' at the level of what is said.  The well-known differences are generalised conversational implicatures often associated with the use of these expressions, implicatures determined by the categories and maxims he has established.  Part of Grice's motivation for this proposal was the desire for a simplification of semantics. The alternative to such an account was to posit a semantic ambiguity for a wide range of linguistic expressions. Grice argues against this, proposing a principle he labels 'Modified Occam's Razor', which would rule against it in decisions of a theoretical nature.  The principle states that 'senses are not to be multiplied beyond neces-sity' 47 Grice's reference was to William of Occam, or Ockham, thefourteenth-century philosopher credited with the dictum 'entities are not to be multiplied beyond necessity'. This is known as 'Occam's razor' although it is not clearly attributable to any of his writings, and it is not at all uncommon for philosophers to discuss it in isolation from Occam's actual work. It is taken as a general injunction not to complicate philosophical theories; the best theory is the simplest theory, invoking the fewest explanatory categories. The preference for simple philosophical theories that do not add complex and potentially unnecessary categories was one with an obvious appeal to philosophers of ordinary language. Indeed, when Gilbert Ryle published his collected papers in 1971, he commented on the 'Occamising zeal' particularly apparent in the earlier articles. Another contemporary philosopher to draw on an Occam-type approach to discussions of meaning was B. S.  Benjamin, whose article 'Remembering' is referred to in the first William James lecture. He does not draw an explicit comparison to Occam's razor, but he does pose himself the question of whether the verb  'remember' should be analysed as multivocal or univocal. For Benjamin, a 'universal core of meaning is preserved in its use in different contexts'.49  Grice himself did not develop the connection between conversational implicature and the logical constants in any great depth, either in the William James lectures or elsewhere. This is perhaps surprising, given that he introduces his theory in terms of the question of the equiva-lence, or lack of equivalence, between certain logical devices and expressions of natural language. The implications of this question, together with the specific answers offered by conversational implicature, are treated in detail by others.5° A. P. Martinich has suggested that the initial concentration on, and subsequent abandonment of, the logical particles is a serious flaw in the construction of the second, and most widely read, of the William James lectures. In a book aimed at describing and promoting good philosophical writing, Martinich identifies this as 'one of the greatest articles of the twentieth century', but argues that the more general theory of 'linguistic communication' ought to have been made the focus from the outset. He comments that on first reading Grice's article he was unimpressed by what he saw as an unacceptably complex mechanism to solve a very particular logical problem: 'Once I realised that the solution was a minor consequence of his theory I was awed by its elegance and simplicity.'51  Grice's discussion of logic is mainly restricted to the fourth William James lecture, which he later labelled 'Indicative conditionals' after the chief, but not the only, logical constant it discusses. Indicative condi-tions had been a central theme of some lectures on logical form Grice delivered at Oxford while working on his theory of conversation. There he had commented extensively on Peter Strawson's treatment of this topic in his 1952 book Introduction to Logical Theory. Grice does not mention Strawson at all in this fourth William James lecture. In an Oxford seminar which, for one, he gave on his own, on ‘Conversation,’ – which had followed one with Strawson on ‘Meaning’ -- Grice argues that thinking seriously about context means thinking about CONVERSATION. This is the setting for most examples of utterer’s meaning – when ‘mean’ is ascribed to the utterer, never to the expression. Grice proposes, therefore, to compile an account of some basic properties common to ‘conversation’ generally. Grice’s method of limiting his hand is to result in certain pretty artificial – but never to Oxonian ears – simplifications. Grice makes this or that simplifications deliberately and knowingly. For instance, the relevant CONVERSATIONAL context – or OF CONVERSATION, if you want to sick with the substantial type -- is to be assumed to be limited to what Grice calls the 'linguistic environment': to the content of the conversation itself. Conversation is assumed to take place between TWO people who alternate, as in a board game – in their roles as utterer and addressee – or recipient --, and to be concerned simply with the business of INFLUENCING EACH OTHER by transferring information between them with a view to a shared common goal that was assumed caeteris paribus – “Why not just leave off otherwise?”  A number of Grice’s lectures include discussion of the types of behaviour people in general exhibit, and therefore the types of expectations – alla Parsons or Weber -- they might bring to a venture such as a conversation. Grice suggests that people in general both exhibit and expect a certain degree of helpfulness from the other co-conversationalist -- usually on the understanding that such helpfulness does not get in the way of thi or that particular goals that the person may be wishing to reach, and does not involve undue Samaritan effort. If two people, even complete strangers, at Oxford, are going through a gate – not Bishop’Gare in London, where people are so rude --, the expectation is that ‘the one of the pair that happens to be first one through’ HOLDS the gate open -- or at least leave the gate open, for the second – unless you are Austin, and it’s the gate to your front yard! The expectation is such that, to do otherwise, without a particular reason, would be interpreted, at Oxford – not its suburbs where Austin lived -- as deliberately rude (“At London, rudeness is caeteris paribus assumed,” Grice dictates.)  This type of helpfulness exhibited -- and expected to be exhibited -- in conversation is more specific because of a particular, although not a unique, feature of conversation. It is a collaborative – etymologically, the co-labour of love “as when we call a Party the Labour Party,” Grice indoctrinates -- venture between the two participants. At least in the simplified version of a conversation discussed in the seminar – or ‘lectures’: as one attendee remembers: “Grice was lecturing about the maxims! And we were supposed to be TESTED on them!” -- , there is a shared aim or purpose. However, an account of the particular type of helpfulness expected in conversation must be capable of extension to any collaborative – again, etymologically, as in the Co-Labour Party -- activity. Grice considers  the rather pompous noun 'cooperation' – co-operation, or co-operation with an umlaut -- as a label or tag or keyword for the features he is seeking to describe. Does  'helpfulness IN something WE – il me di Grice, il noi della conversazione -- are doing together,’ Grice wonders, equate to 'cooperation,’ co-operation, or co-operation with an umlaut? Grice seems to have decided that it more or less does – as far as investing on label things for the sake of one’s pupils at Oxford. By the later lectures in the series belonging to this seminar – classified by the Oxford syllabus as being on ‘Conversation,’ -- 'the principle of conversational helpfulness' has been rebranded the expectation of 'cooperation'.  During the Oxford lectures, Grice develops his account of the precise nature of this cooperation. This co-operation can be seen or conceived as being ‘governed’ by, or displaying, certain obvious regularities, imperatives, or principles – he would use ‘principle’ in the plural on occasion --, detailing the expected – by the addressee – behaviour – of the utterer. The term 'maxim' to describe such a regularity appears relatively late in the lectures, but it stuck! Grice's initial choices of term is 'objective' – rather than the more obvious ‘imperative’ --, or 'desideratum'.  Grice is interested in detailing the desirable – indeed DESIRED – he took ‘desideratum’ etymologically -- forms of behaviour for the purpose of achieving some joint goal of this or that conversation. Initially, Grice posits two such desiderata: those relating to candour on the one hand, and clarity on the other. The desideratum of candour contains Grice’s general principle of making the strongest possible ‘statement,’ or ‘move,’ as he would often say,  and, as a limiting factor on this, the suggestion that a conversationalist should try not to mislead – via equivocation, or other. The desideratum of clarity – a pun on Lewis, Clarity is not enough -- concerns the manner of expression for any conversational contribution, or, again, move. This desideratum of clarity – ‘Be perspicuous [sic]’, as his ‘maxim’ ran! -- includes the importance of expectations of relevance to understanding, and also insists that the main import – ‘gist,’ as he parodies Winch – ‘not the truth’ -- of an utterance, or move, be clear and explicit, or ‘explicatory’ – making fun of Byron: “His explication would require another explication”. These two factors are constantly to be weighed against two fundamental, yet sometimes competing, demands. A contribution – or move -- to a conversation is aimed towards the agreed current purpose by a principle, that Grice ironically pompously, tages The Principle of Conversational Benevolence. The principle of Conversational Self-Love, a similarly deliberately pompous tag meant to make fun of Reverend Butler --ensures the assumption, on the part of EACH of the two participants, that neither will go to unnecessary trouble – do not let trouble trouble you until it troubles you -- in framing their contribution. The verb ‘to frame’ re-appears as commandment 10 – frame your response in the most appropriate manner --. Grice suggests that many philosophers, English and Oxonian, too – “unlike Benedetto Croce, who is a purist” -- are guilty of inexactness in their use of expressions such as 'saying' – CICERONE: dictiveness -- , 'meaning' – Aristotle, semein, translated by BOEZIO as ‘signare’ or ‘significare’ -- and 'use'  ', applying them as if they were interchangeable, and in effect confusing different ways in which conversationalists mutally influence themelves his addressee by exchanging information – that each ‘conveys’. For instance, Grice refers back to the discussion at a previous class – lecture in the seminar – ‘You can call the ‘classes’ -- he had given jointly with Pears, when the alleged exact meaning of the verb 'to try' is discussed. He was exercising his muscles, so he pushed the wall, not trying to topple it, of course. This, of course, is one of the specific philosophical problems Grice is interested in accounting for by means of general principles of use. Stuart Hampshire had apparently claimed that if someone, X, did something, it is always possible to say that X tried to do it. This was challenged; in situations when there is no obvious difficulty or risk of failure involved it is inappropriate to talk of someone's trying to do something. Grice's answer had been that, while it is always true to say – for his pupils about to earn a degree in PHILOSOPHY – within Lit. Hum. -- that X tried to do something, this may sometimes be a misleading way of speaking. If X does succeed in performing the act, it would be more informative and therefore more cooperative – or helpful -- to just say so. “But of course, when exercising your muscles, you can hardly succeed unless you are Hercules with the Pillars --. Therefore, by uttering an utterance of 'X tried to do it', the utterer – unless he is referring to Hercules at the Pillars -- will imply, or implicate, or hint, or convey indirectly or implicitly, but not actually say, via dictiveness -- that X did not succeed.  “I won’t say ‘fail to succeed,’ becauseI fail to understand why silly people use this periphrasis when they haven’t even TRIED!” In his consideration of the desiderata of conversational participation, Grice initially compiles a somewhat loose – as most Oxonian pupils prefer – only the poor learn at Oxford -- assemblage of features. By the later lectures these appear in more or less their final, ‘if still imperfect’, Grice allows -- form under the categories Quantity, Quality, Relation and Manner (or, sometimes, Mode – a big joke on Kant!. “One pupil was especially annoyed by the fact that Kant was never so mannered!” Inarranging the desiderata in this way, Grice is presumably seeking to impose a formal, taxonomic, systematic, scholastic, ‘even Cantabrian, I would go as far as to say’ -- arrangement on a diverse set of principles – ‘Again: I can use ‘principle’ in the plural, but YOU do not dare!”. But it seems that Grice had other motives. Semi-seriously: to echo the use of the idea of a category – indeed a ‘conversational category’ as he prefers -- in such orthodox philosophies as those of Aristotle and Kant – especially KANT as he goes on to provide a weak transcendental justification of the set of maxims in terms of universability – ‘but Aristotle came first!’ --, and, more importantly, to draw on both Aristotle’s and Kant’s ideas of natural, universal divisions of experience. The regularities of conversational behaviour are intended to include aspects of human behaviour and cognition beyond the purely linguistic. Grice's collaborative work with Strawson had been concerned with Aristotle's division of experience into 'categories' of substances. Aristotle's original formulation of the list of such properties allows that they can take the form of 'either substance or quantity or qualification or a relative or where or when or being-in-a-position or having or doing or being-affected'. Aristotle concentrates mainly on the first four, and these received most attention in subsequent developments of his work. They were the starting-point for Kant's use of categories to describe types of human experience, and his argument that these form the basis of all possible human knowledge. In the Critique of Pure Reason, Kant proposes to divide the pure concepts of understanding into four main divisions:  'Following Aristotle we will call each of these concepts a ‘category,’ for our aim is basically identical with his although very distinct from it in execution. 'These are three categories of judgements of– TOTVM PARS NVLLUM – under 'Of Quantity'; three categories of judgements of AFFIRMATIO, NEGATIO, INFINTVM -- 'Of Quality', -- THREE categories of judgements – CONJUNCTIO, DISJUNCTIO, CONDITIONALITY -- 'Of Relation'; and three categories of judgements – NEUTRAL NECESSARY POSSIBLE -- 'Of Modality', with systematically THREE subdivisions, as we have listed ascribed to the four groupings. The categories for Kant are strictly then TWELVE, with the subdivisions, and FOUR without tem. Kant's claims for both the fundamental and the exhaustive nature of these categories are explicit: This division is systematically generated from a common principle – an ancestor of Grice’s principle of conversational helpfulness, which deliberately equivocates on Kant’s categoric imperative in the Critique of Practical Reason – but here in the Critique of PURE reason being, namely the faculty for judging (which is the same as the faculty for thinking), and has not arisen rhapsodically from a haphazard search for this or that pure concept, of the completeness of which one could never be certain. Kant goes so far as to suggest that his table of four fundamental categories – twelve if the subdivisions count -- , containing all the basic concepts of understanding, provides, in Abbott’s translation that Grice used for the entertainment of his pupils -- the basis for any philosophical theory. These, therefore, offer Grice a division of experience – conversational experience, now -- with a sound pedigree and an established claim to be a universal of human cognition. Grice had been entitlig his lectures – or seminar – ‘class’ is a term of abuse at Oxford – just ‘Conversation'. Pupils would get from other pupils that ‘he was the one obsessed with ‘meaning’’--. Grice was presenting his current thinking about meaning to an audience beyond that of his students and immediate colleagues and is clearly aware of the different assumptions and prejudices he could expect in, say, a Sorbonne, as opposed to an Oxford, audience. 'Some of you may regard some of the examples of the manoeuvre which I am about to mention as being representative of an out-dated style of philosophy', Grice suggests in the introductory lecture, 'I do not think that one should be too quick to write off such a style.' Addressing philosophical concerns by means of an attention to every-day language is still a highly respectable, even orthodox, approach at Oxford – not La Sorbonne, or Bologna! Grice would have been seen by at least some as belonging to an unsuccessful, and now rather passé, school of thought, to whose tenets they had NO INTEREST in subscribing! In pleading its cause, Grice argues that Oxonian ordinary-language philosophy still has much to offer – ‘even if you are not an Englishman at Oxford’: in this case, the possibility of developing a theory to discriminate between this or that utterance that is inappropriate because it is is ‘plain false,’ and this or that utterance that is inappropriate for some other, more obscure, even political, reason. Despite the difficulties inherent in such an ambitious scheme, and the well-known problems with the school of thought in question, Grice would hardly give up hope altogether – the obduarate he was -- of 'systematising the linguistic phenomena of natural discourse'.  Grice's ultimate aim in the lectures is ambitious and uncompromising. His interest “will lie in the generation of an outline of a philosophical theory of language, of the type of which Varro and Cicero only dreamed!” Grice argues for a complex understanding of the ‘significance’ – “as Cicero would have it – I signify, I make signs” -- of an utterer by his uttering this or that utterance in a particular context. The utterer’s ‘signification’ or meaning is hardly a unitary phenomenon, “even for the Roman displaying th most grave of gravitas!” Conventional ‘signification’ or meaning has a necessary, but by no means a sufficient role to play. Indeed conventional ‘signification’ – what the utterer SIGNIFIES -- or meaning is itself not a unitary phenomenon. Some aspects of so-called ‘conventional’ signification involve the speaker in a commitment to the truth of a certain proposition – “or as Varro has it, proloquium”. This is  'what is said' – the DICTVM that Grice Englishes as ‘dictiveness’-- on any particular occasion. Other aspects of meaning – “Or ‘ways of meaning,’ if you want to use silly Platts’s silly redundancy!” -- may be associated by this or that convention with this or that words used – “The Italians are good at this!” --, but not be part of what the ‘utterer’ or ‘proferrer’ is understood literally to have said: the dictum he is putting forward. The examples from the Great-War ditty – an utterer uttering: “'She was poor but she was honest, and her parents were the same, till she met a city fella, and she lost her honest name' and Jill saying of Jack having witnessing the cracking of the crown -- 'He is an Englishman; he is, therefore, I trust brave, or courageous enough' – in these two utterances, each utterer conveys more than just the truth of the two conjuncts, more than would be conveyed by 'She was poor AND she was honest' – which still scans -- or 'He is an Englishman, AND he is brave'.  An idea of contrast is introduced in the Great-War ditty – a Tommy tun -- and one of consequence in the second. These ideas are attached to the use of the individual word -- 'but' or 'therefore' -- but do not contribute to the truth-conditions of each utterance. We would not want to say that the utterances are actually false if both conjuncts are true, but the utterer does not agree with the idea of contrast or of consequence. We might, rather, want to say that the utterer is presenting true facts in a Oxford-type misleading way. – “At Oxford, you are supposed to teach your pupil to ARGUE – not to philosophise about freedom! Everyone can do the latter!” -- These examples demonstrate implicated – or ‘implied’ – “Implicate” as in ‘She was implicated in the scene of the crime – cf. Sidonius on implicatura -- elements associated with the conventional meaning of the words used, elements Grice labels a 'conventional – and therefore Uninteresting -- implicature’. There is another level at which what the utterer means or SIGNIFIES (more properly, for a classicist like Grice and his pupils --  can differ from what is said – the dictum or dictiveness --, dependent on context or, for Grice, on conversation. In a 'conversational implicature – “my cup of tea,” Grice said – but his pupils: “Implicature happens --, meaning is conveyed not so much by what the utterer says, but by the fact that it is said. “This would have perplexed Austin!” This is where the categories of conversational cooperation, or strictly, of CONVERSATIONAL reason -- and their various maxims – as counsels of prudence, now --, play their part.  The onus on a participant in a conversation of the Griceian – “I like that spelling of my surname!” --  to co-operate towards their common goal, and more particularly the expectation each participant has of cooperation from the other, ensures that the understanding of an utterance often goes beyond the utterer says or EXPLICITLY conveyes. Faced with an apparently uncooperative utterance, or one apparently in breach of some maxim, a conversationalist will if possible 'rescue' that utterance by interpreting it as an appropriate contribution. In this way, Grice offers a more detailed account of the idea he explored in 'Meaning' – with the appeal to the category of RELATION in the final paragraph --, and in his notes from that time: that there are at least THREE 'levels' of meaning upon which an Oxford pupil may be expected to be tested by Grice --, or three different degrees to which this or that utterer may be committed to a proposition, or prosloquium “as I may say to echo Varro.” Grice’s model now includes, 'what is said', 'conventional meaning' (including any attending conventional implicature) and 'what is conversationally implicated'.  The presentation of the norms of conversational behaviour in different lectures is typically rather different from Grice's handling of them in his earlier work. “I have to amuse myself – since there is hardly anyone else to foot the bill, to echo Wilde.” The maxims, or the categories they fall into, are no longer presented as the primary forces at work. Instead, all are assumed under a general 'Principle of Cooperation'. The principle appears late in the development of Grice's theory. “It was a Thursday afternoon,” a pupil recalls – “I know because I was taking the late train to London!” -- It enjoins speakers to: Make your conversational contribution such as is required, at the stage at which it occurs, by the accepted purpose or direction of the talk exchange in which you are engaged.' – which echoes of course the ‘Be strong’ of his “The Causal Theory of Perception.” The name 'Cooperative Principle' is even later – “even if more grammatically incorrect!” --; it was added using an omission mark in a manuscript copy of a lecture. Grice may well have been attempting to give a name, and an exact formulation, to his previously rather nebulous idea of cooperation or 'helpfulness'. However, the effect is to change what is presented as a series of 'desiderata', features of conversational behaviour participants might expect in their exchanges, to something looking like a powerful and general, ‘authorative, Kantian, and anti-Oxford!” -- injunction to correct social behaviour.  In the development of his theory of conversation, Grice is much exercised by the status of a ‘category’ as a psychological concepts. Grice questions whether each maxim is the result of entering into a quasi-contract – the Conversational Immanuel, as he called it -- by engaging in conversation, simply inductive generalisations “over functional states” -- over what people do in fact do in conversation, or, as Grice suggests in one rough note, just 'special cases of what a decent chap at Oxford is expected that he should do'. Grice remained pretty undecided on this matter throughout the development of the theory, content as he was, qua representative of The School of ordinary-language philosophy,’ as he amused himself to describe hisemf -- to concentrate on the effects on ‘signification,’ or meaning of the maxims, whatever their ‘friggin’’ one Cockney pupil put it -- status. By the time of the lectures, however, Grice seems to be closer to an answer. He describes, after mocking Kant, to feel like being 'enough of a rationalist' to want to find an explanation beyond mere empirical generalisation. The following suggestion results from this impetus: So I would like to be able to show that observation of the Cooperative Principle and maxims is reasonable (rational) along the following lines: that anyone who cares about the goals that are central to conversation/communication, such as giving and receiving information, influencing and being influenced by others, must be expected to have an interest, given suitable circumstances, in participation in talk exchanges that will be profitable ONLY ON  -- hence the weak transcendental justification --  the assumption that they are – not possible, but appropriate – if they are conducted in general accordance with the Cooperative Principle and the maxims.This may a wordy explanation, if not by Grice’s and the Griceians’s standards -- and also a troublesome one to some! It seems to some to create a loop linking the aim of explaining cooperation to an account of conversation as dependent on cooperation, a loop from which it may not successfully escape, but of course it does by the canons of what he describes as ‘metaphysical’ or transcendental argument. The link between reasonableness and cooperation is far from explicit, when being explicit would be being boring. Nevertheless, the passage offers Grice's account of his own preferences in seeking an answer to the question over the status, and hence the motivation, for the Cooperative Principle. Grice’s preference, particularly his reference to 'rational' behaviour, is to prove, as it should, pretty important, if not crucial, in the subsequent development of his work. However derived, the maxims operate to produce conversational implicatures in a number of different ways. In many cases, a maxim simply ‘fills in' the extra information – or gist -- needed to make a contribution fully cooperative – if ‘really cooperative’ sounds a bit of a trouser word. A says 'It does not seem to be the case that Smith – or Hampshire -- has a girlfriend these days' and B replies, 'He has been paying a lot of visits to New York lately', or ‘Paris,’ as the case may be. B's remark does not, as it stands, appear relevant to the preceding remark.  But it is easy enough to supply the missing belief B must hold for the remark to be relevant. B conversationally implicates that Smith – or Hampshire, as Mrs. Warnock’s rendition goes -- has, or may have a girlfriend in New York, or Paris. In other cases the conversationalist seems to be far less cooperative, at least at the level of 'what is said'. In order to be rescued as cooperative contributions to the conversation, such cases need to be not so much filled out as re-analysed. Because of the strength of the conviction that conversationalists will, other things being equal, provide cooperative contributions, your co-convresationalist will put in the work necessary to reach such an interpretation. In perhaps Grice’ most famous example of conversational implicature, ‘He has beautiful handrwiring’ -- Grice suggests the case of a letter of reference for a candidate for a philosophy job that runs as follows: 'Dear Sir, Mr X's command of English is excellent, and his attendance at tutorials has been regular. Yours, etc! The information given is grossly inadequate; the writer appears to be seriously in breach of the first maxim of Quantity, enjoining the utterer to give as much information as is appropriate. However, the receiver of the letter is able to deduce that the writer, as the candidate's tutor, must know more than this about the candidate. There must be some reason why the writer is reluctant to offer the extra information that would be helpful. The most obvious reason is that the writer does not want explicitly to comment on Mr X's philosophical ability, because it is not possible to do so without writing something socially unpleasant. The writer is therefore taken conversationally to implicate that Mr X is no good at philosophy; the letter is cooperative not at the level of what is literally said, but at the level of what is implicated. In examples such as this a maxim is deliberately and ostentatiously flouted in order to give rise to a conversational implicature. Such examples involve exploitation. These examples, and others Grice discusses in the lectures, are all specific to, and entirely dependent on, the individual contexts in which they occur. Grice labels all such instantiations of a  'particularised conversational implicature'. There are other types of conversational implicature in which the context is slightly less significant, or at least can operate only as a 'veto' to implicatures that arise by default unless prevented. These are implicatures associated with the use of this or that particular word. Unlike an instantiation of a conventional implicature, they can be cancelled: that is, explicitly denied without contradiction. “Implicatures are not factive”. The phenomenon of the 'generalised conversational implicature' accounts for many of the differences between the logical constants and the behaviour of their natural-language counterparts. In effect, Grice claims that there simply is no difference between, say '', 'n', 'v' and 'not', 'and', 'or' at the level of what is said. The well-known differences are generalised conversational implicatures, often associated with the use of these expressions, implicatures determined by the categories and maxims he has established. Part of Grice's motivation for this proposal is the desire for a simplification of ‘semantics,’ to use Cicero’s rendition of Aristotle’s ‘signification.’. The alternative to such an account is to posit a ‘semantic’ ambiguity for a wide range of linguistic expressions. Grice argues against this, proposing a principle he labels 'Modified Occam's Razor', which would rule against it in decisions of a theoretical nature. The principle states that 'Fregeian – “as I may call them” -- senses are not to be multiplied beyond necessity'. Grice's reference is to a village in Surrey, properly Latinised, whence hailed a failed pupil at Oxford – The Ockham Society is still the name of a pupils’s organization in the City of the Dreaming Spires -- credited with the dictum 'entities are not to be multiplied beyond necessity'. This is known as 'Occam's razor' or navicular -- although it is not clearly attributable to any of his writings – one in which he speaks of the beard of Plato may be relevant --, and it is not at all uncommon for philosophers to discuss it in isolation from Occam's actual work, unless you are Zipf – and cf. Hazell, who makes the razor Grice’s own. It is taken as a general injunction not to complicate philosophical theories; the best theory is the simplest theory, invoking the fewest explanatory categories. The preference for simple philosophical theories that do not add complex and potentially unnecessary categories was one with an obvious appeal to some philosophers of ordinary language, unless you were Austin, Strawson, Hart, of whom Grice liked to make fun. Indeed, when Gilbert Ryle published his collected papers, he commented on the 'Occamising zeal' particularly apparent in the earlier articles. Another contemporary philosopher to draw on an Occam-type approach to discussions of meaning was a colonial that Grice cared to read, Benjamin, whose article 'Remembering' – only because he quoted Broad that Grice had used in  his ‘Personal identity’ -- is referred to in a lecture. This colonial does not draw an explicit comparison to Occam's razor, but he does pose himself the question of whether the verb  'remember' should be analysed as multivocal or univocal, equivocal, plurivocal – “or what not”. Grice is amused. For Benjamin, a 'universal core of meaning is preserved in its use in different contexts'.  Grice himself did not develop the connection between conversational implicature and the logical constants in any great depth, either in the William James lectures or elsewhere. This is perhaps surprising, given that he introduces his theory in terms of the question of the equiva-lence, or lack of equivalence, between certain logical devices and expressions of natural language. The implications of this question, together with the specific answers offered by conversational implicature, are treated in detail by others.5° A. P. Martinich has suggested that the initial concentration on, and subsequent abandonment of, the logical particles is a serious flaw in the construction of the second, and most widely read, of the William James lectures. In a book aimed at describing and promoting good philosophical writing, Martinich identifies this as 'one of the greatest articles of the twentieth century', but argues that the more general theory of 'linguistic communication' ought to have been made the focus from the outset. He comments that on first reading Grice's article he was unimpressed by what he saw as an unacceptably complex mechanism to solve a very particular logical problem: 'Once I realised that the solution was a minor consequence of his theory I was awed by its elegance and simplicity.'51  Grice's discussion of logic is mainly restricted to the fourth William James lecture, which he later labelled 'Indicative conditionals' after the chief, but not the only, logical constant it discusses. Indicative condi-tions had been a central theme of some lectures on logical form Grice delivered at Oxford while working on his theory of conversation. There he had commented extensively on Peter Strawson's treatment of this topic in his 1952 book Introduction to Logical Theory. Grice does not mention Strawson at all in this fourth William James lecture.Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Somma Lombardo, Varese, Lombardia. Essential Italian philosopher. Grice: “I especially like his idea of anthropology, alla Kant, as the search for the subject.” “Tra se e se.” Si laurea in filosofia a Pisa, quale allievo pure della scuola normale superiore, discutendo una tesi sul pensiero di Lévi-Strauss, con relatore BARONE (vedi), si rivolse agli studi di antropologia, conseguendo un dottorato di ricerca a Pisa. Le sue ricerche riguardarono molti argomenti, fra cui, i sistemi politici, la parentela e il matrimonio, la ritualità, così come l'antropologia sociale ed economica, la storia comparata degli usi e costumi dei popoli, che condusse lungo la linea di pensiero del suo maestro Lévi-Strauss. Gl’è stato assegnato per i suoi studi e le sue ricerche di antropologia culturale, il premio ”Guggenheim Fellowship“ per le scienze sociali.  Fra i molti suoi saggi, cura pure diverse voci antropologiche per l'Enciclopedia Einaudi.  Tra le sue molte saggi, il saggio “Uno spazio tra sé e sé. L'antropologia come ricerca del soggetto” (Roma) può considerarsi una sua autobiografia intellettuale. Ghiaroni, "Società, soggetto, sacrificio. La teoria del sacrificio di V.", in Studi e materiali di storia delle religioni, Ghiaroni, ”Società, Soggetto, Sacrificio. La teoria del sacrificio di Valerio Valeri tra Hawaii e Indonesia“, Studi e materiali di storia delle religioni. Natura e cultura: introduzione alla teoria dello scambio e della parentela di Levi-Strauss, Pisa. Per notizie biografiche più esaustive, riferirsi alle  xxvii-xix dell'opera: in merito alla rilevanza di V. come studioso e ricercatore. Nome compiuto: Valerio Valeri. Valeri. Keywords: antropologia. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Valeri” per H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!: ossia, Grice e Valeriis: implicatura, categoriology – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Venezia). Abstract. Keywords, categorie – Definizione escatologia in Grice.  Some time ago the idea occurred to me that there might be two distinguishable disciplines each of which might have some claim to the title of, or a share of the title of, Metaphysics. The first of these disciplines I thought of as being categorial in character, that is to say, I thought of it as operating at or below the level of categories. Following leads supplied primarily by Aristotle and Kant, I conceived of it as concerned with the identification of the most general attributes or classifications, the summa genera, under which the various specific subject-items and/or predicates (predicate-items, attributes) might fall, and with the formulation of metaphysical principles governing such categorial attributes (for example some version of a Principle of Causation, or some principle regulating the persistence of sub-stances). The second discipline I thought of as being supracategorial in character; it would bring together categorially different subject-items beneath single classificatory characterizations, and perhaps would also specify principles which would have to be exemplified by items brought together by this kind of supracategorial assimilation. I hoped that the second discipline, which I was tempted to label "Phil-osophical Eschatology," might provide for the detection of affinities between categorially different realities, thus protecting the principles associated with particular categories from suspicion of arbitrariness. In response to a possible objection to the effect that if a pair of items were really categorially different from one another, they could not be assimilated under a single classificatory head (since they wouldbe incapable of sharing any attribute), I planned to reply that even should it be impossible for categorially different items to share a single attribute, this objection might be inconclusive since assimilation might take the form of ascribing to the items assimilated not a common attribute but an analogy. Traditionally, in such disciplines as theology, analogy has been the resort of those who hoped to find a way of comparing entities so radically diverse from one another as God and human beings. Such a mode of comparison would of course require careful examination; such examination I shall for the moment defer, as I shall also defer mention of certain further ideas which I associated with philosophical eschatology. For a start, then, I might distinguish three directions as being ones in which a philosophical eschatologist might be expected to deploy his energies: The provision of generalized theoretical accounts which unite specialized metaphysical principles which are separated from one another by category-barriers. Fulfillment of such an undertaking might involve an adequate theoretical characterization of a relation of Affinity, which, like the more familiar relation of similarity, offers a foundation for the generalization of specialized regularities, but which, unlike similarity, is insensitive, or has a high degree of insensitivity, to the presence of category-barriers. To suggest the possibility of such a relation is not, of course, to construct it, nor even to provide a guarantee that it can be constructed An investigation of the notion of Analogy, and a delineation of its links with other seemingly comparable notions, such as Metaphor and Parable. Can this list be expanded? At this point I turn to a paper by Judith Baker, entitled "Another Self': Aristotle On Friendship" (as yet unpublished). On the present occasion my concern is focused on methodological questions; so I propose first to consider the ideas about methodology, in particular Aristotle's methodology, which find expression in her paper, and then to inquire whether these ideas suggest any additions to the prospective subject matter of philosophical eschatology. (1) Judith Baker suggests that Aristotle's philosophical method, which is partially characterized in the Nicomachean Ethics itself as well as in other works of Aristotle, treats the existence of a common consensus of opinion with respect to a proposition as conferring atleast provisional validity (validity ceteris paribus) upon the proposition in question; in general, no external justification of the acceptance of the objects of universal agreement is called for. This idea has not always been accepted by philosophers; to take just one famous ex-ample, Moore's attachment to the authority of Common Sense seems to be attributed by Moore himself to the acceptability of some principle to the effect that the Common Sense view of the world is in certain fundamental respects unquestionably correct. Unfortunately Moore does not formulate the principle in question, nor does he identify the relevant aspects. If my perception of Moore is correct, he would in Aristotle's view have been looking for an external justification for the acceptance of the deliverances of Common Sense where none is required, and so where none exists. (2) Though no external justification is required for accepting the validity of propositions which are generally or universally believed, the validity in question is only provisional; for a common consensus may be undermined in either of two ways. First, there may be a common consensus that proposition A is true; but there may be two mutually inconsistent propositions, B, and B, where while there is a common consensus that either B, or B, is true, there is no common consensus concerning the truth of B, or the truth of By; there are, so to speak, two schools of thought, one favoring B, and one favoring B,. Furthermore (we may suppose), the combination of B, with A will yield C,, whereas the combination of B, with A will yield Cz; and C, and C, are mutually inconsistent. In such a situation it becomes a question whether the acceptability of A is left intact; if it is, a method will have to be devised for deciding between B, and B2. (The preceding schematic example is constructed by me, not by Aristotle or Judith Baker.) Second, to cope with problems created by the appearance on the scene of conflicts or other stumbling blocks the theorist may be expected to systematize the data which are vouched for by common consensus by himself devising general propositions which are embedded in his theory. Such generalities will not be directly attested by a consensus, but their acceptability will depend on the adequacy of the theory in which they appear to yield propositions which are directly matters of general agreement. When an impasse (aporia) arises, the aim of the theorist will be to eliminate the impasse with minimal disturbance to the material regarded as acceptable before the impasse, including the theoretical generalities of the theorist. Judith Baker claims that a typical example of such an impasse is recognizedby Aristotle as arising in connection with friendship; the threefold proposition that in the good life no good is lacking, that the good life is self-sufficient, and that the possession of friends is a good, each element in which is a matter of general agreement. This seems to validate the inconsistent proposition that the good life both will and will not involve the possession of friends. It is Judith Baker's suggestion that Aristotle's characterization of a friend as another self (another me) is a serious theoretical proposal which is designed to eliminate the impasse with minimal disturbance. (3) Judith Baker mentions also a certain kind of criticism, an example of which, leveled at Socrates's treatment of justice in The Re-public, was produced about twenty years ago by David Sachs. Sachs complained that in response to a request from Glaucon and Adeiman-tus to show that the just life is a happy life, Socrates first recharacter-izes the just life in terms of the conception of a soul in which all elements maximally fulfill their function and then argues that a life so characterized will be a happy life. This response on the part of Socrates is guilty of an ignoratio elenchi; what Glaucon and Adeimantus want Socrates to show to be happy is the just life as understood to be the life to which the word "just" applies in its ordinary sense, but what Socrates does is in effect to redefine the notion of the just life as that life which exemplifies justice where justice is defined in terms of fulfillment of function. But that the just life is happy is not what Socrates was asked to show; what is wanted from him is a demonstration not that the just life is happy but that the just life is happy; and this he fails to provide. There seems plainly to be something wrong with this line of criticism; Sachs calls Socrates to task for exhibiting in his rejoinder just those capacities which have earned him his reputation as an eminent ethical theorist, which are indeed the very capacities the presence of which has marked him out as a specially suitable person to respond to the skepticism of Thrasymachus. Surely he cannot be debarred from using just those talents which he has been more or less invited to use. There is the further point that the mode of criticism with which Sachs assailed Socrates could be adapted for use against any theorist of a certain very general kind, which could embrace many theorists who have no connection at all with philosophy; in fact, I suspect that any theorist whose theoretical activity is directed toward rendering explicit knowledge which is already implicitly present would be vulnerable to this kind of charge of having "changed the subject." So it seems to me that a detailed anal-ysis of the illegitimacy of this kind of criticism would be both desirable and at the same time by no means easy to attain. The reflections in which I have just been engaged, then, suggest to me two further items which might be added to a prospective subject matter of philosophical eschatology, should such a discipline be allowed as legitimate. One would be a classification of the various kinds of impasse or aporia by theorists who engaged in the Aristotelian undertaking of attempting to systematize material with which they are presented by lay inquirers, together with a classification of the variety of responses which might be effective against such im-passes. The other would be a thoroughgoing analysis of the boundary between legitimate and illegitimate imputations to a theorist of the sin of "having changed the subject." Beyond these additions I have at the moment only one further suggestion. Sometimes the activities of the eschatologist might involve the suggestion of certain principles and some of the material embodied in those principles might contain the potentiality of independent life, a potentiality which it would be theoretically advantageous to explore. This further exploration might be regarded as being itself a proper occupation for the eschatologist. One example might be a further examination of the theoretical notion of an alter ego, already noted as a notion which might be needed to surmount an impasse in the philosophical theory of friendship. Another example might be the kind of abstract development of such notions as movement, that which moves, and that which is moved, which is prominent in Book 1 of Aristotle's Metaphysics, which forms a substantial part of what is thought of as Aristotle's Theology. I shall not, however, at this point attempt to expand further the shopping list for philosophical eschatology. I shall turn instead to a different but related topic, namely the possibility that in Plato's Republic we find a discussion of justice which does as it stands, or would after a certain kind of reconstruction, serve as an example of an application of philosophical eschatology. I shall first develop this idea, and then at the conclusion of my presentation furnish a summary account of its argument. The idea occurred to H. P. Grice that there might be at least two somewhat competing distinguishable sub-disciplines, each of which might have some claim to the title of -- or a share of the title of – what Russell calls Stone-Age Metaphysics. The first of these two sub-disciplines Grice thinks of as being ‘categorial’ in character – “Most things were categorial in Grice’s life,” his Oxfor pupil Strawson complained --, that is to say, Grice thinks of this sub-discipline of CATEGORIALOGY as operating at, or below, the level of any given category. Following leads supplied primarily by Aristotle and Kant –on which Grice had a mandate to teach at Oxford, often with his pupil Strawson --, Grice ends up conceiving of CATEGORIOLOGY as concerned with the identification of the most general attributes, predicates – like ‘shaggy’ -- or classifications – where ‘class’ is taken alla Peano --, the summa genera, under which the various specific subject-items and/or predicates -- predicate-items, attributes -- might fall, and with the formulation of metaphysical principles governing such categorial attributes – e. g. some version of a Principle of Causation, or some other principle regulating the persistence of substances. A second sub-discipline Grice thinks of as being SUPRA-categorial in character – by which Grice means that ‘It’s bound to go over Strawson’s head’. SUPRACATEGORIALOGY would bring together categorially *different* -- C1 and C2 -- subject-items, beneath a single UNIFIED classificatory characterisation, and perhaps would also specify this or that principle which would have to be exemplified by those (at least two) items brought together by this kind of supra-categorial assimilation. Grice hopes that this second sub-discipline, SUPRA-CATEGORIOLOGY -- which he was tempted – and indeed yielded to the temptation -- to label philosophical eschatology, would provide for the detection of this or that affinity between at least two categorially different realities, thus protecting a principle associated with a particular category from suspicion of arbitrariness – or rather adhocess. In response to a possible objection to the effect that if a pair of items ARE categorially different from one another, they ARE not to be be assimilated under a single classificatory head. The anti-supra-categorialogist would argue that such two items would be incapable of sharing any attribute or property, Grice plans to reply that even should it be impossible for two categorially different items to share a single attribute or property, this objection is not inconclusive. SUPRA-CATEGORIOLOGICAL assimilation may take the form of ascribing to the two items assimilated not a common attribute or property but an ANALOGY. The items would be ANALOGICALLY united. Traditionally, in such disciplines as theology – that Grice’s father detested --, analogy has been the last resort of those, like Vio – whom the Catholic Italians call Saint Cajetan -- who hope to find a way of comparing entities – like Plotinus, did, too, when it came to ‘life’ and ‘soul’ -- so radically diverse from one another as God – or IL DIVINO, as Cicero prefers since we don’t know His Gender -- and the class of human beings – or HUMANS. Such a mode of comparison – as oppose to METAPHOR or SIMILE or ALLEGORY or PARABLE -- would of course require careful examination. Such examination temporarily defers, as he also defers mention of certain further ideas which Grice associates with eschatology. For a start, then, Grice wishes to distinguish three directions as being ones in which the eschatologist might be expected to deploy his energies – Grice counts Judith Baker as ‘he’ --. The provision of a generalised theoretical account which would unite at least two specialised metaphysical principle which are separated from one another by this or that category-barriers. Fulfillment of such an undertaking involves an adequate theoretical characterisation of a relation of ‘affinity’ – as in “Spots ‘mean’ measles” “His remark meant that he meant that he couldn’t continue to exist without his spouse” -- which, like a more familiar relation of *similarity* -- as in SIMILE: She is like the cream in his coffee --, offers the foundation for the generalisation of such specialised regularities, but which, *unlike* similarity, is insensitive, or has a high degree of insensitivity, to the presence of a blunt category-barrier. To suggest the possibility of such a qualified relation of ‘affinity’ – say between Rachmanichov and Ravel -- is not, of course, to construct it, nor even to provide a guarantee that it can be constructed/ Then, there’s the investigation of the notion of ‘analogy’ itself, and a delineation of its links with other seemingly comparable notions, such as Metaphor, Simile, Allegory, and Parable – all good old Ciceronian terms. Can this list be expanded? Sure it can! At this point Grice turn to JOACHIM on Aristotle on PHILIA, as presenting an aporetic logically developing series. Grice’s concern is focused on methodological questions; so he proposes to consider the ideas about methodology, in particular the methodology of that branch of Athenian dialectic that Grice calls Lyceal Dialectic – as opposed to Accademic Dialectic, that Aristotle originally practicsed on the other edge of Athens, until it bored him to tears --, which find expression in JOACHIM, and then to inquire whether JOACHIM’s ideas suggest any additions to the prospective subject matter of eschatology. JOACHIM suggests that Aristotle's philosophical method, which is partially characterized in the Nicomachean Ethics itself as well as in other works of Aristotle, treats the existence of a common consensus of opinion (ta legomena) with respect to a proposition – what Varrone has as a prosloquium -- as conferring at least provisional validity -- validity caeteris paribus, or defeasible, weak, not undefeatable strong validity -- upon the proposition in question. In general, no external justification of the acceptance of the objects of universal – within the LYCAEUM -- agreement is called for. This idea has not always been accepted by philosophers who do NOT come from Stagira. To take just one very infamous example from GRICE’s Other Place, Cambridge: Moore's attachment to the authority of Common Sense seems to be attributed by Moore himself – he was Irish -- to the acceptability of some principle to the effect that the Common Sense view of the world is in certain fundamental respects unquestionably correct. R. M. Hare has used Irishism to qualify the exact opposite thesis – “a calm storm”. Unfortunately, Moore, being Irish, does not formulate the principle in question, nor does he identify its relevant aspects. If Grice’s perception of Moore is more or less correct – “I have no blood of Irishness in me, unlike my colleague Warnock, whom I refer to as ‘Irish’!” -- , Moore would, in Aristotle's view, have been looking, in a congenial Irish sort of way, for an external justification for the acceptance of the deliverances of Common Sense where none is required, and so where none exists. Though no external justification is required for accepting the validity of a proposition which is generally or universally believed, the validity in question is only provisional. A common consensus may be undermined in either of two ways. First, there may be a common consensus that proposition A (Peacement is a good thing – Chamberlain --) is true. But there may be two mutually inconsistent propositions, B, and B, where while there is a common consensus that either B, or B, is true, there is no common consensus concerning the truth of B, or the truth of B2 (Churchill: Apeacement is silly). There are, so to speak, two schools of thought, one favouring B, and one favouring B2. Grice: “I know because I suffered it, as I was drafted to the Navy!” – Furthermore, we may suppose, the combination of B, with A will yield C1, whereas the combination of B, with A will yield C2; and C1 and C2 are mutually inconsistent – as Hitler well knew! In such a situation. it becomes a question whether the acceptability of A is left intact. If it is, a method will have to be devised for deciding between B1 and B2. The preceding schematic example is constructed by Grice, not by Aristotle or Joachim, whose thoughts on ‘logically developing series’ were posthumously published by Rees. Second, to cope with problems created by the appearance on the scene of conflicts or other stumbling blocks, the theorist may be expected to systematise the data which are vouched for by common consensus by *himself* devising a general proposition which is embedded in his theory. Such a generality – a bit like a third-degree Kneale generalization, as he attempts in his essay on Induction -- will not be directly attested by a consensus, but its acceptability will depend on the adequacy of the theory in which it appears to yield this or that proposition which is directly matters of general agreement. When an impasse or aporia arises – as it often happens – at Oxford, where there is such a thing as J. L. Austin – You don’t like that argument? I’ll give you another! -- , the aim of the theorist – Grice, or someone who sympathises strong enough with him -- will be to eliminate the impasse with minimal disturbance to the material regarded as acceptable before the impasse, including the theoretical generalities of the theorist. JOACHIM claims that an instance of such an impasse is recognized by Aristotle as arising in connection with the Greek word ‘philia’: the threefold proposition that in the GOOD life no good is lacking, that the GOOD life is self-sufficient, and that the possession of a friend – for GOOD, not pleasure or utility -- is a GOOD -- each element in which was a matter of more or less general agreement at the Lycaeum – originally a gym, you know – The Italians spell it LIZIO. This seems to validate the inconsistent proposition that the GOOD life both will and will not involve the possession of a friend, philos, for GOOD. It is Joachim's suggestion that Aristotle's characterization of a friend AMICVS as another self -- another me, alter ego -- is a serious theoretical proposal which is designed to eliminate the impasse with minimal disturbance. Joachim mentions also a certain kind of criticism, an example of which, leveled, not at Aristotle, for whom ‘just’ or dikaios’ is ANALOGICALLY unfied – but at Socrates's treatment of justice in The Republic, was produced. Joachim complained that in response to a request from Glaucon and Adeimantus to show that the JUST life is a happy life, Socrates first re-characterizes the JUST life in terms of the conception of a soul ANIMVS ANIMA in which all elements maximally fulfill their function or metier and then argues that a life so characterized will be a happy life. This response on the part of Socrates is guilty of an ignoratio elenchi; what Glaucon and Adeimantus want Socrates to show to be happy is the JUST life as understood to be the life to which the word "just" applies in its ordinary use. What Socrates does is in effect to change the subject and re-define the notion or CONCEPT of the JUST life as that life which exemplifies the just where the just is now defined in terms of fulfillment of function or metier. But that the JUST life is happy is not what Socrates is asked to show. What is wanted from him is a demonstration not that the JUST-2 life is happy but that the JUST-1 life is happy; and this he fails to provide. There seems plainly to be something wrong with this line of criticism. JOACHIM calls Socrates to task – a task not that perfectly performed by Aristotle either with his relapse to quantity in his qualitative account of JUST in terms of merit and demerit -- for exhibiting in his rejoinder just those capacities which have earned Socrates his reputation as an eminent ethical theorist, which are indeed the very capacities the presence of which has marked him out as a specially suitable person to respond to the scepticism of Thrasymachus. Surely Socrates – or Plato, let’s be honest -- cannot be debarred from using just those talents which he has been more or less invited to use. There is the further point that the mode of criticism with which Joachim assails Socrates could be adapted for use against any theorist of a certain very general kind, which could embrace many theorists who have no apparent connection at all with philosophy; in fact, Grice suspects that any theorist whose theoretical activity is directed toward rendering explicit knowledge which is already implicitly present would be vulnerable to this kind of charge of having "changed the subject." (Think of The Pope!). So it seems to Grice that a detailed analysis of the illegitimacy of this kind of criticism by JOACHIM would be both desirable if at the same time by no means easy to attain. The reflections in which Grice has just been engaged, then, suggest to Grice two further items which might be added to a prospective subject matter of eschatology – or SUPRA-CATEGORIOLOGY _-, should such a discipline be allowed as legitimate. One would be a classification of the various kinds of impasse or aporia by theorists who engaged in the Aristotelian undertaking of attempting to systematize or unify material with which they are presented by this or that lay inquirer, such as Moore’s ‘ordinary-language speaker’ endowed caeteris paribus with common sense, together with a classification of the variety of responses which might be effective against such impasses. The other would be a thoroughgoing analysis of the boundary between legitimate and illegitimate imputations to a theorist of the sin of having “changed the subject." Beyond these additions Girce has one further suggestion. Sometimes the activities of the eschatologist or SUPRA-CATEGORIOLOGIST -- might involve the suggestion of a certain principle and some of the material embodied in that principle might contain the potentiality of independent life, a potentiality which it would be theoretically advantageous to explore. This further exploration might be regarded as being itself a proper occupation for the eschatologist. One example might be an examination of the theoretical notion of an alter ego, already noted as a notion which might be needed to surmount an impasse in the philosophical theory for the explanation of the word ‘philos’. Another example might be the kind of abstract development of such notions as movement, MOTVS, that which moves, and that which is moved, MOTVM, which is prominent in Aristotle's Metaphysics, which forms a substantial part of what is thought of as Aristotle's theology, or the science of the DIVINE. Grice does not, however, at this point attempt to expand further the shopping list for philosophical eschatology. Grice turns instead to a different but related topic, namely the possibility that in Plato's Republic we find a discussion of justice or THE JUST which does, as it stands, or would after a certain kind of reconstruction, serve as an example of an application of eschatology. Grice first develops this idea, and then at the conclusion of his presentation furnishes a summary account of its argument. L'immagine dell'albero delle scienze – e della filosofia come regina scientiarum, nelle parole di H. P. Grice, non a caso ripresa da Bacone e da Cartesio, è particolarmente fortunata, ma, soprattutto, agisce a lungo nella filosofia d’Europa l'aspirazione verso un corpus organico e unitario del sapere, verso una sistematica classificazione degl’elementi della realtà – H. P. GRICE, REALIA – Lectures on language and reality, Meaning Revisited: Language, Thought, and Reality. Non mancano, certo, suggestioni derivanti d’altre fonti e da altri ambienti di cultura, ma Lefèvre d’Etaples e Bovillus, Gregoire e l’italiano veneziano V., Alsted e Leibniz fanno preciso riferimento, affrontando questi problemi, ai testi di Lullo e a quelli del lullismo. A conclusioni griceane giunge il patrizio veneto V. che, nell’“Opus aureum,” riprende, modificandolo e integrandolo, il progetto dell'arbor scientiarum – H. P. Grice on FILOSOFIA REGINA SCIENTIARVM. Nel testo di V. il problema dell'albero delle scienze viene presentato come strettamente connesso con quello della formulazione delle regole della combinatoria. V. tratta la cognizione necessaria al raggiungimento della conoscenza degl’alberi. Sono gl’alberi dalla cui conoscenza dipende l'intera conoscenza degl’enti e che V. illustra con esempi. L’arte generale vada ridotta a questa impresa d’insegnare a moltiplicare i concetti e gl’argomenti all'infinito, mescolando le radici con le radici, le radici con le forme, gl’alberi con gl’alberi, e le regole con tutti questi e molti altri modi. L'interpretazione che vienne data delle figure dell'arte appare fortemente influenzata dal commento d’Agrippa e anche dalle tesi di BRUNO (si veda) nei suoi saggi mnemo-tecnici. Più che ad Agrippa e a BRUNO (si veda), V. si richiama tuttavia più volte a Scoto e allo scotismo -- de aliorum dictis non curamus, Scotum praeceptorem sequimur -- introducendo una dottrina dei PREDICATI (Grice: ‘shaggy’) assoluti e RELATIVI (Grice: “want”). L'esigenza di un'arte aurea nasce in ogni modo, anche in questo caso, dalla constatazione del carattere pluralistico e caotico dell'orbe intellettuale, della povertà delle cognizioni umane, dal bisogno d’un singulare ac mirabile artificium mediante il quale fosse possibile rendersi conto dell'ordine del cosmo al di là di una caoticità apparente e dar luogo ad una situazione nella quale gl’uomini, dopo infinite fatiche, potessero riposare perpetuamente e sicuramente all'ombra degli alberi della scienza -- Nec sine maximis incommoditatibus et multis vigiliis id perfecimus ut philosophiae imbuti valeant se aliquando ab infinitis ambagibus liberare et viri in scientiis consumati post infinitos labores peracti possint sub felici harum arborum umbra perpetuo et secure quiescere. Anche per V. le radici degl’alberi coincidevano con i principi dell'arte, mentre lo stesso ordine di successione dei vari principi vienne presentato come dipendente dalla natura. Magnitudo vero, quae est secunda radix, non fortuito primam sequitur, sed maximo naturae consilio. È proprio la scala naturae che forniva inoltre il criterio cui far ricorso nella difficile applicazione delle radici o principi dell'arte ai subiecta. Nell’uniforme applicazione di queste radici ai sudiecta è da impiegare la più grande diligenza bisogna osservare la scala della natura e tutto ciò che, nel grado inferiore, denota una perfezione priva di imperfezione, dev'essere attribuito al grado superiore. L'operazione attribuita alla PIETRA, che occupa il gradino infimo, dev'essere attribuita anche ai vegetali che occupano il secondo grado della scala naturale. Ciò che comporta una imperfezione, se conviene all'inferiore, non è da attribuire ad ogni superiore. Ne deriva che la contrarietas e la minoritas non devono essere attribuite al divino, anche se convengono alle cose inferiori. Il divino ordina secondo nove soggetti ed alberi la scala della natura. Colui che desidera sapere molte cose in ogni discilina si formi questa scala. Su V. cfr. CarrERAS y ARTAU, La filos. cristiana. Per la prima edizione dell'opera si veda RocenT Duran, Bibliografia. La citazione riportata nel testo dall'opus aureun: in quo omnia breviter explicantur quac Lullus tam in scientiaruni arbore quam arte generali tradit è ricavata dalla edizione ZETZNER. Orbum aerum. AUREUM SANE OPUS, IN QUO EA OMNIA BREVITER EXPLICANTUR, QUÆ SCIENTIARVM. V. Ex bibliolhcca majori Coll. Rom. Societ. Jesu AVREVM SANE OPVS, IN QVO EA OMNIA BREVITER EXPLICANTVR. QVffi scicnti*arumommuin Parcii«, LvLLVs, cam m fcicntiarum arbore, cp artc Krali AVTORE V. M, D, AVGVSTA VINDELICO-rum imprimebat Miclutcl ^ Mangcr» Coffl gratia et Priuilcgio S^CseCMay* ILLVSTRI ET CieN&KOSO BARONl DOMINO Antonio Fuggcro» Domino Kirchbergx di VVnnTenhoTni, Autorpcri pecuarobfrruaiuix er» g6 de dicai, 7: L.LVSTR . ET GENB- rofc vir, Mccognas perpetuo Iionore colcndc; quod tempua cranscgi Augufta > libcraliori' bus Citrrcuacionibus dandum cxi(limaui: quod piicarcm cflc curpifsimum ; G, quac c!a- baturcommendandi occafioi amc ncgligc^ rccun Ergo Ray mundi Lulli craditioncs ad- huc SchoIii$ brcvibus illuftravi : racus quip- pc, quod rcs, dignifsimam cflc ciufccmodi lcicquz digna efc cof^nicione fui. i Vaferif. Eu^anex dulcilsimagtona gencis. Prllege.quod fummz e(l dexcericacis,oput. Ha6Venus in cjrca iacuic caligine Lullus. in Uicem reuncacquem labor hi(cc novut* Hunc npc|legeris my Reria magna videbit, Quar nunquamdo^itvifa fucre prius« Addr quod tngenuas gremio comple(5licur artCi^ i Arcuquz verenomenhaberequeunt» Aucori mericas igicur perfolvico graces: £(rc Dcimunusnemonegarepocert« i (lNpiLVLLANy£ AR. * tiS R ARx^ EXPLICA- tioncm Valcri) dc Valc lijs VcninV M^xfma pirs iuhUit* nuva cm»fcifnt?a Lulli Raymfidi rxf.^^ac: pars quocp magna ncga^ Eccittcfrra ndfsfR, tradido^martt vlum; V jt Mcndacis ficriDzmonts arrf frtufir* '* Spiritus hos agirat cundlos c rroris aman'; Qut lovar cf mnunt optima dona facri« Pauca olim LuUus nobis pnrcf pta rcliquirs Volvlf quarafsidu^do^a catcrva manu: Hancctiam docuit Bruno lordanusad Albim ^ Irriguum, gratusquimibi doAorfrat» Tradidit at mctius, mihi crcdc, ValcriusiHc: Itala qucm gcnuit> Tcutona, tcrra. favcr« Maximushimc vfutdocurtcommittcrcprarfot Quar prodf quf nnc iam tibi doS» cohort*. Artc ncc c(l vfus Rc gts phlcgcthont is dC aftu ; AuAornon Darmon, (cd Drutarcitcric» £t liCiC f minf ac nuHut fplf ndor^ dccus^ Rcs tamcn c(l vcrbit antcfcrcnda bonit* Ert^o non duhica.quinccrca (cicnria rradi Raymundi pofsic: quaro capc, volvc>IC(;C Lf^(o lcAa placcc, lc ^am rraduciro adv fum* ^dgrauc ptinciphim; fru^hit amicusciib (> • - 1 AD LECTOREM. NOuiquidem, amice Lecflor.intereot quofdam eflTc qui fe fapientes cxiftimat, qui verborum potiu$,eIe^ •\tjam, quam al- Cifsimos fenfus curant« f^uni verb res ipfae ponderandse potius quam verba fuere* Mo- re etenim fcholafticorum quod vnico verbo cxplicare potui libentifsime feci^nec verbo' rum concinnitatem curauu Non fuit ociuoi crrata corrigendi. Candida igitur meor cc ipfe corrige, ac impreiroht currenti manui Hmul igQofcc^Valc» .M3;iOrD3JUA 1.lii ccl . -TJTrn m^: . h INTENTIO AVTORIS EXPLICATVR, IXIT ANNIS ABHINC Raym»„. circiter irtccntii tnpgnii quidam Vir fummx e- Lullus uditionkdc fapientije,nccmi/iorii (Brfdn) fdn- fepp^ 6htdtis. nomine Raymundui tuUws, qui maxi^ ecqualisfu \ndm difficulatem in fcientijs quihuscunc^, confti* crit. ^tutam admirdns, dc edrundem inter fe uarietd^ ♦Duos l\. temcontempldnsyhominis miferidmdef>lorauit,quod longo tempo bros Lull» rislhdtioperdeuidfcientiarumerrdndo, uixtandem oh immenfum *c'^'pfif.ad laboremi non mmus confujdm quam exiguam rerum cognitionem aj- ., fequnetur: Cupiensq; Uterarum cultores db ooc feruitutls wg) /i» paradas. berdre^ dc breui temporis curriculo in fummdm omnium fcientiarum Qija re pau noticiam deducere : nefcio quo diuino dfflatui furorcy inter cxtctd ci ad noti- 9duos Ubros ddomncs fcientias djjequenddf confcripfit : quoruunum ciam artiu breucmdrtcm, dlterumucrbgcnerakmdppcUdt, cx quo poileriori "V. priorcm coUcgit.Veriim ob lon^m cxpcricntiam deindc cognofccns jjjyg^jJJJj* pdUcosddiUdrum cognitiottem deucnirt, tnm propter fin^Urc dc ^ arboa ddmirabilcdrtificium, quoda>ntincnt ; tiim ctim ob prxceptorum rcm rcien? pducitdtem,quibuiimmenfum fcientiarum chaos impUcatur, uoUiit tiaruiti clas mclariwi fentcntidm fuam cxpUcare; tdU amcn modo nc fdCra dpro- rui s _ Lu11i phdnif contdmindripoffent, cr non nifi fummdlnffniddrcanorum •'■'^'ctu cx penetrdUddeguitdrcnc. Ad quod pcrdgendum Librum cdidit, quem nominarc uoUtit thrborcm fcientidrum, nec immcrito : quoniam ea cnciaru no omnid»qu4e db omnibui fcientijs unipoffuntcoprxhcdi, LihcriUe imeriro ra. qudtuordccim tintum arboribws di^inShts miro modo confiderat. lis dicicur. Q£icumddmdnusnofiriudeuencrit,curduimui mdiori, quam fieri Intetio Au poterdtffdciUtAtCteimUbrifenfumdperirc^a-circahoc unumton «hoiis clr^ noflrd mtctttioHcrfdtur. Qu^ddm cnim inutilid fubtrdximut i aU- ci^^od > qud ucrb uddcncccjfdrU ddiidunut;[lcutilpdrjim m toto opcre tcr» QuxprjB^ mpoteflyCt potijiimu in primaetquartx pttrtCy'mquaruprimi,pir^' cipuein pri ter animJtducrllonesin totoLuRiartificio siimc nccijjaridis fabricd' mx ct quar ^j-^j^ Catc^rias,ucL,ut uulg» intcUi^t prddicamcn qu£ cnti* AiK*-'fiiu coucnirc pofjunt, quxcuq-fint iflj fiucrcali4,fiueab iih- addira. tcUcCht fibricata.fluecrcatd ucl incrcatd.*Adiccimu^ mfupcr in fc Qnibusca- cunda parte arboriunicuic^proprixs formaSy ea omnia brcuitcrcx* regorixno pUcando^qux ad arborcmquamcunc^ rcducipotcrant. Intcrtiaut* ftrx conue j-o p^rte cr quarta proprio lAartemulta dcfumpfimuiy «t i«grnw/2 . cognofcere potcrunt: NecfJne maximis incommoditatibm cTmultis funHn*ia^ wgrZ/yj id pcrfecimus. ut VUlofophit imbuti ualcant fe aliquando ab nteaddira*. infinitis ambagibus libcrareya' Viriin fcicntijs confumati pofl infi* Quarchoc nitoslaborcs pcrxBcs pofsint fubfclictharumarBorum umbra per» opus Aut: petub CT fccure quicfccre. Isonrcprthcndant nosEloqucnti£ culto* cdcrcvolu resfirudi Mincrua in fcribcndo ufi fumuty quoniam fatis trit (ut ar» "j^*, bitramur) fi fub rudi cortice DoA Eloqucntcs fua ^loqucntid tie* Bonreprx* crgM^?4rf poftrint. Hi>«r ^Morww prxcognitio neccffaria c/? ad confequendam In fccuda, ftrbortmcognitioncm. infccundapartequatuordtcim arborum n4« turam icclarabimuSy ex quarum notitia tota entium cognttio depen» In tertia, dct^ I n tcrtia exemplis iUvftrabimus qu£ tum in prima quam in fet In 4ta.quf cuniapdrtetraduntur* In quirta uerb ct ultima moiumo^endt^ doccaniur p,^,^^ fpf^ gencralis ars Kaymundi adhoc opus fit rcduecndai cgrcgu, iQcdidoulteriiis multiplicare fcrme m infinitum conceptui» rfrgir* mnU utt cuiuscunq; dUctiut gentrk cmf>Uxd tim pro piYtc un4 quimfalpitmifceniordiiccscumridicibui, ndiccs cunformift dr^ bores cum arboribut CT rcgulM cum hii omtnbus^ CdUjsmuUiS De primaepartis divifione» PRtm4 pirs in quinq; partcs fubdiuiditur, in quarum primdrd* Principall». dicum ndturd arborts cuiuscunq; oflcnditur, Infecundd arbo ^^P^ ^jj rumfDLidnumerdntur,dcdccldrdntur, In tcrtid fvrmdrumcf [tntid expUcdtur^ In qudrtd qudJUonum uel reguUrum quidiitdi dc et * numcrui (locetuK. In quinta ucro cr uUimd animaduerfiones qud* ^t* ptc tuor prxccdentium.pdrtium ponuntur,qu4rumnoticidddLuUio mniu fecretiord intcUigenda c{t neccOfaridf ' " ponuncau ^ lecrcraLul DE R ADICIB VS in Communi» liinucaiga da. LOquuturi de principijs iUk uniuerfdUoribus qu£ quodUbct cn ti/s gemps circunda nt dtq; infcnfibilitcr pcnctrant, ncmpe dc Bo^ Enum erai nitdtc,Mdgnitudine, Duratiofie, Fotc(tdtc, Sdpientid uel cognitione.VoluntdteuiU^petitu, VirtUtCy Veritdtc» G/orw, D»^-* 5^- rcntidy Concorddntid^Contrdrietdtc, Principioy McH/o, Fwe, Miff^emid^ Concorddntid dc ContrdrietAtc» cum tribus pnmk rd- iicibm dbfolutis concordet : quid ficuti BonitM notdt effenlidmy Md" gnituio perjeBionem rei efjentidlem, cr Durdtio tiusitm rti fxi- S^entidmuel fubft^entidm, ficper Concoridntidm cr Diffrrtntidm habeturiettrminans cr ieterminjbilt tx quibu* unAconiunfbsrti cxifientidpeniet dc perfcCho. Cwttrdrietsiutro Durdtioni reffton» det, quonidm res extrd caufdm fudm exi^entcs Udrijs paj^ionibui af' ficiuntur,qudrum ratione uarijs quoq; oppofltionibm funt futie^^*. Stcuniuitriingulws qiti e{lie Principio, Meiio dc Fiiit cum tribu$ pofttrioribus rdiicibM optime conutmt, quid poffe operari quoi Foteftdtidifcribitur. Principiumrequirit^ quodeftauthor operdti- onfs. Cum Medio fsmbolum habet mdximum Sdpientid uel cognitio» O* t conutrfo, quid utluti Mtdium intcr duos limitts conftitutum tft, itd cr Sapicntid, inttr potentidm cognofctnttm cr cogmtuw obie» Oummeiiat.Tinlsutrodpprimi Appttitui ucl Voluntdti propor* tionatur. quia nihiiiefiieraturnifxob aliquem finem. Tertius cr ul. timus tridn^lu4 ie Sidioritdtt, Atqualitdte cr lAinoritdtt opti' mdmhabttSymmetridm,cumultimis tnbus raiictbus priork arii* nis. qudmfic ofieniitnui : Cum Virtute S\diorit4x mdximi conuenire iicitur.quid Virtuf eit fons ^ ortgomultirumoperdtionum.qu£ iuo maioritatem qudnidm infinudnt: Vcritati Atqualitds ti^iunfbl cum VeritMfitditqudtioquxidm uclsqudUtMeffentit di fuam i» iedm. Etdeniq;Gloridueldeleditiocumab ommbu4 non ^qualiter ftt pdrticipdtd,fed d quibufddm m mdiorigrddu (fifds tftfic bquiy Vdk cr ab alijs in minori, ah aUquihm proptic CT e&iuisjicuti cr uicifum iUa dc bonitate ^ ^*' (imo quodUbet dc quolibet cr de omnibut prxdicari dicitur) ideo efl iUis ratio cur bona. uocentur cr quatenui talia bonum producere pof* fint, Omnes igitur arbores acearum partes qu£cunq; d Bonitate ge- neraltbonjc dicuntur^a-ficutibonitas ffneralifefi fui ipfiut picnA^ cr cttenrum partium : (ic BonitM particulark datur. qut fui ipfi* B oniras q '/^ P^^' ^ aliarum partium, Tunc ^nerilis Bonitdt cfi fuiipfiut modo fit plcns, protit concernit bonificatiuum, bonipcare, crbonificabile^ plena fuii- Tunc uero diiirum partium pleuA exiflit, quanio per mgnituii* pfius. nem r magnA, per Durationem durans, atq; per cxterat radices td^ Bonitasqii Hf^i^ffndicaturdcBonitateinparticulari^s. Trunci, Brancharum aijar u m -^yy^ arborum partium. ConfimiUter quoq; dc unaquaq} radi* liulicplea. ^j^^^ j^ncenimfuiipfiuiplena erit, quando potcntiam proximant p proximm iffndi, a^m dc corrcUtmm connotihit» fcd exterarum partium, quinio 46 dijs earum limdituiinem fufcipiet^ JEjJent ipfi* ui Boniatis qudmpLurtm^ proprieaxtes defcribenix.quM Pythd^* rj(y Arijio : t^umeniusPUtonicuf, MercuriusTrime^ftMi P^' Dialo: fo> cr pUto enumerant, mter qu4s tlercu : Trim : ai Tatium loquens^ nouem dj^ignAt, quonidm txlium proprietdtum notio plurimum proi deji pro txornAniis conceptibus dcmeiijsdrgumentorum muenien* iiSy iequibu/idlidsuerbdfdciemws.VdriM uerb Boniatis iiuifiones tu ipfe ooUigito ex iiuajd drborum iiflm^one : ii^ poterk obfer* UdreicdUjsrdiicibus» De Magnftudinc» MAgnituio efl ens rdtione cuius omnes rdiices funt mkgnt dc q^\^ (Jj c£terd entid. Cuiui iefinitionis pdrtes confwiili moiofunt Mzgnhii» explicdnixyjicuti m Bomafff iefinitione explicdtx funt. do. t(.cf}dt tintum ofleniere plures mdgnituiinls dcceptiones,quje tres Variz ma- funt nempCy uirtutky moliSyVoperdtiomim, qud^ LuUm optbneco gnitudinis gnouitium lnquit» Mdgnituio cfl ambiens omnes extremiates ef. ^cccpiio- ftnii, pcr qux ucrbd inmit triplex effe^f effcntit cr fpiritudle^ cui conuenit primum mdgnitudinis grnw icquoabunic dicctur m Cdte* ^rid QUdntititis : aliuiefl efje ccrporeumy cuimagmtuio molis ac uirtutiscompetit. Tertiumefieffcm d6kperoperdtioncm, cui re* lj)onietoperdtionummdgnituio. Et h£c ultimd magnitudo multif moiis uariatur, flcuti cr udrix funtoperdtionum jf>ccics, rcalcs, in Va rix ope^ tentionAles j immanenteSy trdnfeuntes : ndturdlcs^ dcciicntalcs : rationum proprit, dppropridt£ : re^it, refiexjc : fj>irituales, corporalcs % ^P^cics, necclfdri£y contmffntes : inftdntdnex, cr in tempore faiit i fj mlt£ diix qut Philofophis cr Thcologts funt nott, De Duratione, c l^urdtio Daratioqd T^Vrj^io eftensy per quoi rddices cmnesdcrdiquientUda* (i u I J rdnt: V multiplex efi. Qu^eddm enim uocdtur timput conttp Multiplex nuum, qud res fuccefiiu^e dimcfurdntur^ utmotui omnes.Mid duratio» jfQcafur Aeuum, qud fj>iritudles fubftdntix finita nec non corpore£, absc^ udridtione fuccefiiud conJiderdt£ mefurdntur. Vltimd uerb Ae* ternitds dppeUdtur, qut foU Deo compctit, nec fucce^ionem dlU qudmuclmutxtioncmflgnificdt. liec eft cenfendum Deum menfurd- f.li:sntiar. ridurdtionedliqudycummenfurd menfurdtoflt prior digniate uel i.q.dift: - HAturd :atq; finitis folum conueniens ut mquit Cdpreolus^Et Ucet dim Quomodo cdtur,€ternitdtemT:>eieffemenfuram,ficdicituryquid Deusa nobk ^ternitas^ 4pprffc««eciefu4 titu aftiuo conferudndd. Ex quibus uerbis pdtet eum mtcUigerc dc ddiuoi intelligai. quem omnid entidhdbent,quidindliqucm finemtendunt. £t ndtU' rdUs cft, qui ndturdlcm pr/fupponit cognitionemy qut longe melius Cognitio Dirigentis cognitio potcft nomindriDci f benediBi omnid, in fuos Dirigctis. p^^^ perduccntk. Sic homo. m fuum finem tendens^ ndturdUm hdbet dppetitum, idemdcbrutisdicds, licctddutilidprofcquendd, crno- ciuduitdndd in hominedcbrutodUus dppetitus uigcdt didusq; fen* In h oiet ret ^n^s cum his, qui Voluntdjs dicitur eft in eodem homine, quo •ppctitui. ^^p^^ .^p,^ j^^^^ utendK, cr Htitur f-utndis^ Dc Virtute ANDREIA Vlrtusellori^unionkridicumomnium. Et orituruirtwthjtc Qu\d Virt» A rciunitxteyqudtcnut dClum proprium rcs cAdemuirtuose ^ ^ndc o- producit.EtutprobcinteUi^s. tiibiLaliudejl uirtus (qum intcUismui)qudmfacultdfilld innAtxrei,qu4 eliciuntur operatiof yj^j,^ nes conformes. Et dilHnguiturdPotejldte optrdtiomm, de qud fuf j^u^j^ ^jj prdloquutifumuiyquidPotefldsantumdicit non rcpugnjjitidm ai ftinguicur. operdndum : Virtus uero toUit utiq; rcpugndntidm, cr prxtercd co. notitm opcrdntehdbiliatemuelproprieatem qudnddm fccundum qudm conjimiUs operdtio producitur. Nim^J prolixui clfemlimultas tiirtutkJpeciesdcfcriberem.Tuipfcdifcurre per drbores omnes dc per omnium drborum pdrtes, v^cudrids diftm^bones.dc mfinitum mmerum proprieatum hdrum^ uel uirtutum inuenies. Difcrimen timenfdcito mterinnAtds uirtutesdcquifitM, cr infufds^ Dc Vcritate* VEritd/Sy efl id quoduerum e{l de rddicibuff cr de omnibus enti» Qutd Vcri. bws. Qtt£ueritdi uclref^icitreiexiftentidm, uel eiusdem ef^ tai. fentidm. Siextjlemidmy tunchdbetur ueritds cont'mffns:cr Veritas qe- iftomodo propolifiones de fecundo ddidcente fintuerje cr etidm de >£»ltciiiiam tertio ddiacente in contivffnti mdterid : fi ii notit propofttio quod d p p ^ j j, pdrtereifuit ueleft. Si dutcm effentiam ueritds rejficit, tuncneceffd- ^^^^ xiAeftcumeffcntis ed notet, qux tjliterfuntuniti.quoiunumline cundo et glio cjfe nonpo^it, V unum eftdceffentiddlterimcrdmbounum tcnio vcr£* tertium conftituunU Dc Gloria vel Dckflatione* Lorid eft ipfd deleSkLtioy in qua rddices omnes cr cxterd en- ^.^V* tid duiefcunt, Notxre oportet, quoddc rdtiont Gloric duo S -* funtJciUcctquodquiefcdt,cr delea&tmem prxbedt, quo» ^tio^gio. nmdUcrumfiremoutbisGlori^mnoncognofcef.lidm Lapif fur fj, coSdd. C > fmn und^ G fum detentuf ((uiefcit cettejei non dcle^tur. Hkceli^ quod fton efi gloriofut* Homines quoe^ muninnif deUdantur^quU tnmeneorum Cloria im - appetitut non efi fitUTy iieo glorioji non funt^ Clorid boc m looo Droprieco proprieconliierdturyfcilicct pro qudcunt^ completa, dcle^tiont, hdctzi hic rciconueniente, feicum quictej quAomnidfruuntur. VropriA autem Gloria pro Gbrid duplex c/?, qutediam »«cre4ta, qua Deui bedtuicj} fruenio fem pria cft du- jrfircri uerb crwt» dicitur^ qudtenwt m cretturd recipitur, «b P wcrcdto tmen Dfo, prmcipdliter in uolunntem proiuih» cr a>/w EpUog* cs r^ totim dnima rffentidm rdtiomiH credtura. Ef fic hd' orum qux besnouemdbfolut44rdiices,qu4rumprimatresdrboribufCTedrum diCtk (Unt. pdrtibuf tribuunt cffentidm, perfe&ionem efjentix, CT Durdtionem Utl e%ifltntidm,Tres uerohdx immeiidte fequentes, potentidm ope» rdniiyiuplicioperdniimodoqudUficdam fignificint, uiieUcet ru^ turdli, quiper Cogtutionem inteUi^tur, c^Libero, qui per dppeti- tuM expiicdtur. Per ultimds dutemy Gloridm, f cr que edm prace*. iunt, inteUigefinemt Seidirejpe£hud(rdiices efl ieuemenium,qu£ Arboribm extrirtfecum effe Ur^untur, z^multum fdciuiH di cognot'^ ftenidm Mturm cuiuscunq; rei, De Differcntia* Quid DiU T^TCplicdtkdcdteUrdlkdbfohitkrdiicibuf^refidt ul idrtjffe*. fercntia. f^jSiudrum iecUrdtionem ieuenidmut. ?riu* amen quaidn prrmittere uolumat qut fumme fluiiofi obfcrudre iebent. \Ha Kota, ter omnid hoc prtcipuum efl^ ne rdiices iflx fumdntur pro dbfolHtB edrum effe^ dlids mdximd fidtim oriretur confufio, mter prioret CT hMrdiices,qu£Confuflocdufdr€tur, quoineq; reindturdexplicdri poffet, necminut m probdnio, iocenio, uel confuttnio iuuenk fuum Qualitcr confequereturpropofitum. Confidereturigitiir Diffvrentidnonpf Diffcretia dbfolutoiUo,quo abfoluaresdbdliddiffrrt,fiuehoc Jf>e&tddiiffi^ fit confidc- rentidmcommunem, propridmyCrjpecificdm ifedpro reUtione iU U, qu£ m bkfuni4t«r, cr ii(m inteii^tur dt Concorddntid, Coit* tftm* m ff trdrieate icatijs. Ex quibui pdtim errormdttiftfiaidppdutliettri- Ettot €iComelij Agnpp£,quirddicesiUdiUtlpr'mci{>id,fubdbfolutoelfe g''PP»» confiderdt.Vir ijle do^j^imut.qudndo de Mdgnitudine loquitur,qu€ ^eopdriterwmittAtur dbfolutum principium iUdm difiinguit, in uirtudlemy m corp&redm ; qu£ dicitur Mdgnitudo molky cr m iUdm qujt m opcrdtionibui rcperitur.VirtudUs Mdgnitudoiex D.Augufli li.'^.dcTifc nifententid i nobis m cdp : dt Magnitudine dUe^a^nibildUud eji,q ♦ perfeBio fffentit^ qud perfrBione dliquod unum db dlioejfentiiUter diffrtt qu£ dUo nomine fi>ecificd uel DifjircHtid magis proprid, uo* cdtur, qudm idemmet Agrippd mcdpide Difftrentid fub rdtionet' ddem quoq;confid(rdt.dum diuidit Dijfrrentidm incommunem,pro* pridm» cr magls propridm:quod fuperfluum efl CT uitium^cum prx» dicdtihxccr priordhdbedntoppoflamnuturdmy V eonfequenter oppofltum conftderdndi modum» hoc etidm contrdintentionem ^ y^. huUi omnino uidetttr, qui dumdeflnitDiffrrentuim, inquit,Diffr» grippx, eft retidefiid, rdtioecuiHfBomtM,Mdgnitudoetc;funtrdtiones incon^ contraLui fuf£. SiinteUigeret ipfenonde reldtione,fed de re dbfobtd,no diceret: lum. Bifjrretid efl idyrdtioecuiusBonitd/t etc:funtrdtionesincdfuf£f AnU Animad- mdduertendus quo^ efi ordo fuprddfiigndtusycuius cognitionon pd. Tum efl utilfs ddfoluendum drgumentit Kec minus principid hxcy o* mnibut tX quibufcun^ entibus conueniunt, qudm dbfolua» li£ccuM dignd fcitu dc necefftrid effedrbitnremur, omittere nokimu^, ne i- gnordntit uelnegUffnti^e ttotd reSnrdtione nos fludiofl crimindri foflent, Modo expUcemus Diffcrentidw, Diffrrentid efl idy rdtiont DifferelU cuius rddices omnes cr cxterd entid funt inconfufd CT diflindi.Quid quid! fddix ifld efl fummte utilitdtis utter entid omnid^ i qud omnk ornd* tusdcpulchritudo mdximd, dtpendet: nonpiffbit eius Utifiimdm nd* turdm oflendere, ut difcrimen omne uel diuerfltdtem inter res omnes ^dre cr perff>icue cognofcdtur. Totd DiffvrentiiC ndturd dd h£c cd» DtfTeretrx pitd reducitur ^f dd DiMi/io/iew, DiflinHioncm cr No« identitdtem* ^ ca pica» Etifidtridflcddinuicmfunt ordindtdy quod fecundumefl fuperiui ^rdo. it Quare di- y?{„(ffoy ab aUjs duabus pcrfonts, crtamennon elidiuifusabiUis; uiliono fit quiidiuijiofempcro' in quocunq; reperiatur, notat imperjiBio* in diuinis. ^cctidm in corporcis tantum inucnitur cuiufmodinon efl Deus^ difiindiouerojiperji^ionemdUqudmnon lignificdt neq; imptrfe^ Noniden aionem^l\omdentitisuerb,efidddifiin(iioncmfuperior, quid qus liutis rta funtinttrfedijUnihyparittrfunt^ noneadem:nontamcn ftquitur: tura& in q f^qu£funtnoneddem,effediflin{bi,qHoniam KonidentitM repcri* b»inueu£. ^^^ pojitiud,uehfjirmdtiud,dutucrdentid, fcde- tim hdbct locum inttrentia, quorum unum tjlajjlirmdtiuum CT aU* ud nt^tiuum, ut intcr tffe c non cffe : unum pojitiuum cr aliud pri' udtiuum, ueluti inter uifum CT cxcitdtem ; unum ucrum cr dliud fi» {btium, jicuti inttrPetrumcChimxrdmiCretim mtercd, quo* rum unum dChiaUter txijlit, aUerum dutem nequdquam, qucmdd* modum mtcr Pctrum, quinunc efi, cr Antichriflum creandum, fei D*ninaio hkreperitur, quorum quodlibet pofitiuum efi, utputd ubi fic. i^'»* ^ftrum tT Paulum. Ef Ucet pro ne^tio noflro, tam diuifio quam dijiindio, fy nonidentitdf fint neceffdrid : dttdmen dijimdio mdiorcm exhibet oommodititem, quid de rdroentidne^tiua, imt poj^ibtUd dd exifiere, cr priudtiud ueniunt confidcrdndd,qut ptr nonidentitdtem poffunt feiunp, ideode Difimdione cr eiu4 Jpeciea bus loqudmur. Si tamen dUjs partibus uti erit opiis, earum naturd 4C OCto difli- '/^'"^'^«'^cb/f qu£di(kifunt manijrfij reUnquitur. Ododiftinaio* ftionu ge- numffnerj,crtotidemidentitdtum,ATheolo^rum omnium Vrm» nera. cipe fubtiUj^imo Scoto funt exco^tatd: quorum ufus m fcientijs quii bufcunqx tft udlie necrffnrius pro ueritate inds^nid CTfdlfitdte co$ gnofcendd. Dediftindiombus ftjtim erit fermo fed de identitatibuf, Primu ge», in fequentibus, ubitrdMitur dc Concorddntid. Vrimm Diftinfiio» nhffnus t7 tiUffnm uocdtur diHm^ordtionkiqut irdtmAli pottntUori^* ntm ducit, m quantum tandem rtm ab ilUmet di'iinguity ftcunduni gUum er dlium conftdtrdndimodum. Ctrtum tft» quod bomo m pro^ pofltiont dUqud confidtrdtus ut fubijciturt ut prttdicdtur.dfei^ pfodiflm^itur, qutmddmodumcrpricdicdtumJifuhit^h i non rtt gUdi/lm&ionttquididemAftipfo rtalittr diuidi non pottfl, i^tur fdtiondUy quonidm tsUf di/lmfbo folum rdtionH bcntfcio tfi mutn* m^Stcundumffnuttlly diftm(ho txnAturdrei:queinttriUdmuf • mtur,dtquU>us contrddiBorii pr^dicaa utri prxdicdntur,uel ndti funtpradicdri^nuUomttUt^concurrcnte, qbtorum tiltm n^tu* rdm,Pcutipottfldici(inquiuntScDtift4tcbtntydt InttUt^ Dti, crVoUintxtt* inttUt^UiStnimDticumtfftntiddiuinAdd ¥iUj ^nt* IntcIIc£luf rdtiontm concurrit, cr non uoluntM : cr concurrcrt» cr non wncur* ^* rtrt funt contrddidorid : inttr inttUe^m igitur cr uoluntdtem, di ^^[J,* pinHio tx ttAturd reioonfurgit. \dtm dicunt dt ffftntid diuinA cr r« Essetifbci Utionibui perfonAUbut ; quiddutinA tjjentid tribut diuinis ptrfonk 4 rcUtioiii- tommunit txiftit^ non duttm rtUtionts ptrfonAUs, erg) tx rti UAtu- but diftiiu. rd iUd db his dtftinguitur.Ntedtfunt incrtdtk infinitd txtmpU. qu£ ^^0* trtuitdtis gratuomittimut. Ttrtium grnwcft, diftinSho /ormaUs : 3™' S^" • CinteriUdeft^quorumunumdliudnonincUidit in primo modo di» ctndi ptr ft, cr hocmodo fuptrius quodUbttibinfrrioritftdiftinm ibimiCnoni contrd j utl iUa, qut habtne diutrfxf dtfin> tiones, dt- . fcriptionts, uel uarios conctptus k parte reiy hac difiin^bont funt dif ftin^.ftcutihomo O" fuarifibiUtis. Quartum gf/J«4c/^, dtftindio 4111 gen% modaliSyqu£oriturinttrtlJentUmrtiaUcuiui,Gr fuummodum in* irinftcum: quxdcfaciU pottft inueniri inter aWedinis cffcntimt CT 'grddus eiuidtm ptrfiSbonaUs: utlinter effentUm caUditatls,CT fuos grddus : utl inter Dti effentiam cr infinitatem (fcoc uerum prdfup» ponendo.quodinfinitds fit modm intrinfecw in Dro, ut omnts fire Scotifiit parioonftnfu affirmdnt) utl inter unum modum intrinfccum cr dUum, uti inutnitur inttr grddut dWtdinis CT tiut txifttntiam» Cmintumffnuitft dijlinibo rcdUSfqujcconfurgittxrt cr rt. Rts ^m.gen*. D in proi tt m propoPto dccipitur pro eo omm, quod poteft corrumpi cr defiru^ alio remancnte cr ccontrd, ut dlbedot qu£ potefl deflrui fubie^ mdnente,reaUterifubie£hdif}in^itury idem dtcatur de nigredin» tyalijsaccidentibuiy cr deomnibus fubflantijs primit. lUa quoc^ res nominantury quorum unum cft ffnerans,cr aliud genitum^ cr hoc li : prim 0 "» tiocdtW.fedinahliritShyUt nifjvrentU ultimd Vttri» eli VetreitM, if{£ dijlindiones omne genut entis circundgnt, omnesq; prtter penuUimdm conueniunt (fuo modo) entibut d ratione fabri ^ ecies confiituit, fgntiz fpci quarum priorrepe^itur intcr fenfudle cr fcnfudle, quemddmodum LuWo afi> inter Uominem cr Afinum. Secundam confittuit inter fenfuale cr w« ngn»cH expUcdt£ continentur, qufrftt- tuendum. Optimatdmeneflintcr 'tnteUc(fuale cr inteUeftudle con* corddntid, ueluti dc intcUe^bt cr uoUintdte poteft cognofci, qu£ cb eorum lf>iritudlem nAturam nontdntum in cffcntid conueniunt.fedf tidm in operdtionibu/ty quid quod uoUintas acceptdtvel refutat, idtm inteUeduscognouit. Hoc femper animdduertendo : quod frnfudledC» cipitur pro iUd re.qMC fenfu priM cognofcitur, cr inteU edti pojieri* us : fed per inteUeii Udle id tdntum conpderatur : quod ab inteUedu ^uocUnq; modo cognofcitur. Adhas concorddnridx uel fccundum Lul - lum dPignAtdSy uelfecundum Scotifldrum fubtiUtdtes, concordanti^ f. omnes proculdubio reducuntur : uerum fi numerum infinitum hdrum ?rkadiin'/ identHdtumtibicompdrdreuolueris,poterhhoc utH medio', difcur^ finitasidci rendo uideticet per quvnq; prxdicdbiUdy per decem prtdicdmentd^ dtates« pcr oMecim prfdicdtd uel rddices Lwlli, cr demum per formds : i« iemobferudrepoterii dd muUipUcdndum quoicunq; prtdicdtam^ tamdbfolutumqttdmrejpe^liuumyrecurrendoetidm dd nouem fub* ie^ cr reguUs uel quxftiones, DcContrarictate vcl Oppofitionc^ NOn efl oput muUd expendere in iecldranio quiifit oppofltioi cum A Difjvrentid uel Di{iin(iione, ic qud fuprd locutifumws, nonmuUumfltiiucrfd^nonmUdtdmcn diiucemus ut huiui Contrarie- ^i^ ^i fi^^' ^ontrdrietd* fk iefinitun Us quid ? Zontrsrietd/i f quorunidm mutua reflflentid. Pro cuius iefimtiontt expUcdtione fcirc opottet : hic non lo^ui nos ie contrdrietdte iUd, proprid^ 1 »3 pTopriiy qu£intcr qudtuor primM qualitdtts inucnitur : quoniamin de (^ua co- ommbas cnt^us, nmpc rdtiondlibui dc rcdlibuflocumhdhcrcnon tf*iictate potc{t,nc(^ de cd inuUigcndum ciitdc qu^Antoniut Andredt loqui* Ij!^ tur:cuifcxproprictdtesconucnirctcit4tur,qudmq;ftridjim oppo^ taph?* Q 6 fitioncm ucl contrdrictdttm uocdt* Scdbic Contrdrictdf confidcrdn^ • *i* • dd pro qudcunqi oppofitionc, qudtenus unum dlteri opponitur ; fiuc mcdidtc ucLimmcdidtc : compLcxc uel incomplcxc^ ticc imdgind* ridcbes tdndcm cffercmcum Dtffcrcntid: quid Diffirtntim confi- "nttio r r ^ n contrarics dcrdmi'4yUtpcr cdm enttd inconiu^ rcmdncant ; Oppofitioncm jjjj, ^ ^jj^; autcmutnonfolum rcs dijlingiidntur» fcd ctidm intcr fc qudnddm fcrcntia» pugndm hdbcdnt, Secus ctenim rdtiondlUdif confidcrdtur ; pro ut db irrdtiondlitdtc diiiinffiitur ; CT qudtcnm irrdtionalitdti opponitur, quid oppofitio rcpugndntiam dicit, cr nc^t, id pojje ficri,quod eS' dem rcs fccundum idcm cr fimul oppofitd in fc habeat ; diilin^io ttc- rbineodemacjlmulinucniripoteit.lnfuperoppolitio ucra interea cjfe dicitur^ qu Ex multorum dccidentim com» Inultrq.Ii: munim cognitioncuirtutcintcM uidifcurrentiiydeuenitur in cot i. PoHc ^nitionm alicuim proprij, quodq; m fu£ caufe notitidm ducit, dtf» fircntue uidelicet effcntialis, eciem reptjefentdtum, cum tddem potentid conneBit, Medium dUud dicitur menfurt, de quo R4>: hxcponit exempld, mquiens: Sicut centrum. quod eft m me» dio loco circuU; cr cdUftcere., quod eii in medio calefdcientis CT cc* E X citi xt uesdiciturTink nt^tionk : quo iUd tfu^percorruptionem quomm docunq; confideratdm fuum ejje ptrdunt, finiutttur. Tertia CT uUit Wd nomindtury priuattonkt quid priudtiofub ratione finis termtndt» Zthocmododdc£ciatemuifuitermindtur^ Cr dd furditdtem dudi» twtt Hkq; tribut /peciebuf Fink» uel und dut dudbui^ tntid omnid tetm mindntur, ut difcurrenti per arbores omnes dc tdrumpdrtesfdtk poteflpdtert. De Maioritate, VdmuU dUquod unum ens dlio mdiwt dici pofiit^ rdtiont dlh quot prxdicdtorum abfolutorum^ uclrrfpeiliuorum,dut forp 'marumy ueldeniq^ultimi fubie^ii, fub quo nouem dccidentif prxdicdmentd continentury tres tdmen Mdioritatk J)>ecies dfignarc tres Maio- poffumus, ddquas omnes dUjereduci poffunt. Maioritas quxdam in»' nutisrpes. uenitur mter fubfiantidmdcfubftantiam.quxdttenditur penes wi- iorem cr minorem effcntix perfidionem : ty fic Homo t{t Afino mdior. Pdid interfubftdntidmtjdccidens i quemadmodum ejl intet Hominem dc eiut qudntitdtem. Et qu^dam dlid inter dccidens cr 4C# cidens ddtur, ficutitxempUficaripoteft de omniquaUtatt per com» pdrdtionem dd qudntitdtem, cr de omni dccidente /piritudU refpedm MaToritat corporei. ^iecdUudeji Mdioritdt, qulm ratiOy qud dUquo di&crum quid ? modorum unum ejl aUo maiwt^ ucl pluribm. Et hoc in loco fubflanti4 dccipiturnon tdntum pro corporea, fed ttidm ^iritudUdc infinits» DeJEqualitate» *ICQttdUtdfin hoc toco dccipitur^ non ut tfl pafiio qujntitdtk prxdicdmetttdlk, fedqudtenus cum ente conucrtitur trdnfcen» dtntifiimo: cr in hoc diffirt x Concorddntid : quid A equdUtds efl eiu4 ^qualitaj finis. AequdUtat inuenitur inter fubflantiam cr fubflantiam ; ficuti auuir""*'* '«^«•'«4iwe^uis rddicibui omnes entium f^ecies cir» €uit. In diuinis amen nec Mdioritdi nec^ Minoritds bcum bdbet,qui4 iftorum uter^ imperfifhonem mdximdm pgnificdt, Hxc dc rddici^ bus tm dbfoUitis qum rejpe^uis dida fint, DE NOVEM CATEGORIIS transcendencibus -- H.P. GRICE J L AUSTIN CATEGORIAE -- D^^cUrdtis principijs dbfolutk cr reJpeHiuky qu£ m uha qudq^ drbcMre pro rddicibui funt prmda^ reftdt ut fecundo U>* co de folijSy qux omnibui drboribuf pro fiuQuum conferudti* cnty dc totiui arboris oruAmento funt communidy pertrddnnus. Et ^?.^^^J^ Ucet dUqudntulum d trdmitcLuUidecUnauerimus itt modo trddendo, ciinau quotmcredtis quAm diuinis drboribus htc omnia. filid oonuenire popint: qu4C dpud Peripdteticos nouem dccidentis prttdicdment» ho« €Mtur : ignofcdnt t^men nobis LuUimatoreSj quidii obftrudre «0* Qnire Aii- luimui,ut conceptuum dr^imentOYumlonglor ftticfUi qudcUn^ thora Lul ntdtcridhabcretur. Hjecetcnim trdnfcendentifiimd confiderarc n*. lo dcclincc ^^jp, . p^^^ realiquolibet Ente CT rdtiondU prxdicdri co^dcrari^ poj^wf. qutre/pe^h Entis trdnfcendentipimi mfrriordfunt; fed dt dcbcat iftx principijsquoq; tdmabfolutis qudmrefpediuls, qux cum Ente iHo CJitcgo rix. conuertuntury CT dequibut fstis fuprd egimm. Quibut prdmi^^, di unmcuiuAq^ contempUtioncm ueniendum efl. De Quantitatetranfccnclcntiffima* Quantita- Vdntitecies ponimus, quarum primd continud nomindturt tjnuactd^i- dUerd difcrea^ Contimd quidem efl in quintum perfiHio copuUt «• fcreta. napotentidm proximam, aShimy correUtiuum ;utifl quis homi- Continaa nis cfJentUlem perfeftionem contempletury de qud efl pr^fens nodrd quid Gc. conflderdtioyfl fldtim ddaiium reducdtur, potentUm proximdm uo- eamui, eddem ucro proximd potentU in ddum dedu^bi» dum efl m uiiddbominis produiiionem, diius uocdtur^ cr ipfum produdutn dppeUdre debemui terminum potentitt» uel producentis correUti- uum. Qtit trU 4 LkDo iccipiunturmiUe in locis pro 1 VO, ARE CT Quid fcet BILE ; quorum primum refpondet potentix proximxj fecundum ds luu, Afc,6c fiui. cr tertium correUtiuo. Difcretx auttm Quantit^ nafcitur d difftrentUyquteflinterperfrdionemuniusentiscr dUeritn. Cuius n^^^nStll^ rei ddbimut excmpUimt m his, quibut hiccqudntitss repugnare uide qn]^ (^^. tury ut LuUifbidiofws tuto pof^U unicuiq; enti appUcare. Diuinuit i»* Exemplu teUe^uiCTUoUtntdS tiUs funtnaturx, quod fldefiniripofftnt^alUm de difcrct* fhrmilem inteUe^atrationemhabtrct, cr aUdmuoLuntM : fcd quU Quatitaia definitione nequcunt d nobU intcUigiy eorum tamen d£tus neceffarij aUud fatii decUrdnt cr mdnifefldnt ; quorum unu^ tfl Filij generatio, £ 4 quim* duarein- quimttUefiulconuenitidUtruerh, Spirimfdniii fpintio, qul tcllea* Dei yi„^uolunntidttribuitur : quitmtniiiutlicproprid determindn^ no ficprin- py^„cipid cum effentid requirunty ut «nw, nempe, generdre, k di &uSlG^ uoluntdtc,Grdlter fc:fpirdre, dbinteUeaunonpojiit ejjc. Nec dli' taigeiicra- dmrdtioncminuenircquispotcrit, niPquiddiuiniintclle{iut cr tto- di. luntAtisdlid^dlideflrdtiotcrtn hdcdiftindioncdifcretdqudntitM Quantitas confiftit. \dem dc tribwidiuinu pcrfonis cenlcd^^qux Ucet cd ratto^ diicrcta in ffg^qu^incffentidconucniuntynonftntdifcrct^ : tdmen in qudntum dTuinas"" pernotiondlef propricates diftinguuntur. difcrctd qudntitdx cisco* pericur. P'^*^ • P^** continuidiuifionemcdufdturyjicutipr^dicdmcn- Latittlao tdUsJedunumquodq; ensndturdlittrfequitur. Ethactfttdntxld* quatiuiis. titudinis, ut cr qudntitdti ipft prxdicdmcntdU conucnire dicdtur: fed pr£dicdmentdlis,finitis tdntum a^Umitdtis rebmy de qud kri&l uidcinprxdicdmentis, De Qualitate» POftQudntitdtisconfidehitionem fequitur QUdUtdtis conteMi pldtio.quam ftc dcfcribcrc pldcet^ Qu^Utdfcft uniuscuiusi^ " entislecunddridperfraio,fiu€ proprU, fiuc dpproprUtd. U quid huiwi defcriptionitpdrtesdecldrdtioneeffnt, id fdcercnon pU pbit, Dicitur perfcd.io fecunddrid^ ut Qudlitdtis CT QUdntitdtit difcrimencognofcdtur Sdtisemmexdidisin cdpite dc Qudntitdte pdtetj ibi efftntidlm perfrdionem confiderdH : hic dutem iUdmyqux Diam* inco, fcd pnite crcdttt, drborum rd^ dicibws,ut rddiccs funt itruncis uero ut potcntid funt brdnch£, rd» mi, foUd, fiores v fiuilus^ Sed dd Keldtionem fermonem rftr/^m w. R Dc Rclatione^ l£ldtionumcognitiofdtkdifficiUscli\quidoh cdrum debilcm DeRclatTo cffentiamfunddmenturcquirut,dquohdbentxffciet terminu, f^^nda- quofuumcomplctum cfjewnfequuntur, quitcrminusinfub "^cco&tcr f Jldntijs 34 jiintijs cr abfolutk non ejl cotrtUtiuumy fcd abfolufumy In quo cor* rcUtiui reUtio funddtwr : qu£ dcfdciU non a>gnofcumur, cr ipfnm ReUcionis yeUtionemqualiobfcurdnt. Scd iaiReUtioadqujtiCunq;reUtioncs dcfiniuo. communii dejinitur^ ReUtio eftratio, qua unum ad aliud refertur, ut de paternitdteo' fiUationc oftenditur :hje etenim dux reUtiones faciunty quodfuppojitum uel perfona um. aliam rej^iciat^ \t abfo* DiuiHo re- pa i ls iJJiud filij per paternitatemy cr fiUj abfoUitum reiie piratio Patri cr Ftlio in tffeconfii^ tutis (quajiyaducHiens, c:rji>iratiopaj?iua qua Spiritus fanQus i» effeperfonAUconjiituitur, jujlinendocum D. ihoma Franc* Mayi Scoto, pcrfonof diuinas reUtiua ZT non abfoUta proprietate in idaS in*^' ^lJ^P^f''*^ Siih reaU quoq; reUtionc conjidxrantur re> concincli^ idftoncfiH^, quadogici conjiderant atq; dijiingiiunt m reUtiones p h -^ca ^^c ^* ^'^^ membrum primx diuijionfs Adaiiqd. iccipiatur, quddam pariter in Deo repcriuntur, dc quibut fuprx Quare rela memionemjvcimu4, incapitedc Quantitatc ;qux ideo non dicuntur tiones rois ReUtionesrationif,quiaab mteU€^fabricantur: fcd quia non o- inDconnt mnes conditiones eis conueniunt, qux ad realem funt requijitx^ Dc Kclaiion ^"^* matcria,jicupls arcanA cognofarcy Scotijiaf confulc. Qjjxdam creac«, ^'^^ f**^ creats, qu£ ab inteUc&isa^bi dcpendcnc, ut identitas imdem adfcipfum ; cr dijlin^o eiusdem afeipjo, prout idcm in pro* pofitionc Apartc fubieSU vprxiicdti concipitur at^ prxiicatunt Relationii a fubicSh cfl dijiinChimtBtharumreUtionum cognitio cfl ualde «r# ncfclT^*^ c^fi/rfrWj quia meriiante KeUtione cr habitudine (quam r^ices cu» itttcunq; arbork habentadtruncum^crtrunciadbranchai, crbran- ch£ ad ramos ; cr/?c dc ommbus arborum partibw) carundem cjjen» lU cognofcitur, Df A&oiu^ l i1 De Adionc^ VT didiuin^A crhumdndx optrationtt, immdnentes ucl trdns- euntes confcendcre pof^k: banc breuem ipfiws aBionis notato defcriptionem, aHio efi refpeCks operantis di operitum: \Ci\oU de- nondicimui dffmis 4d pdffum.ite Utijiimui aShonis ^nsin riuulum fcriptio o- tuaiat. Affns emm cum pafjum rcjj>iciatt cf tn DtonuUumjit paf pJim** fum, cum imperfvdiotum arguat^ ncc a^ntis ai paffum rejpe^ks 'tffe potefi : cr tamen funt ibi operationes ac produSbones : operati' 'ones quiiemy prout Deus effentiam inteUi^t, cr taniem fumme d* Ptdt : proiu&iones uero in quantum iiem Dews, ut fuppofitum notat, tdlesoperationesproiucit: quxficproiu^l£,aLtera uocatur filiuSy cr dlterd fi>iritw! fandus. Proiucit quoq; Deu6 ab eeterno credturax ^ in esse cognito et uoUto, nec tdmen ptffum poffum dici, cum idem fint tg ^ n o p ro* redliterquodDeus, Etut latiorem differendi campum habeas, non ducitcrca- tdntum relpcBiueipfam aRionem confidcrare pottris : fed etim ab- turas. folute,ficuti crnosconfiierauimus, ium ie proiu^lionibus cr ope* rationibui uerba faceremus^ diflingiicndo de adione immanente cr iranfeunte tXm in diuinis quam creatis : iUo tamen fublato in buiwt» tnodidHionibut. ut Deo dttribuuntur, quod imperfvdionm notat : dependentti uideUcet, d^ntis ad aihm cr e contra ; CT fi quid dUui ejl quod imperfr^ionem notet* Necdiuerfd ddionum ^ncra notabi' mus,utlo^cicrphyficipdndunt : fed tdntum iUui dnimaiuetten' 4um putduimus : nuUum iari etts,cui ddio dUqud non conutnidt. Nullu da{ l\dteri£ emm prims ddio conuenit, cr aU/s boc ente iebiUortbus.fi ^(k\o nonrealis, faUem intentionAlis, prout obiciii rationcm hdbet. Et "^? quintum profit huiui tranfcenientis cognitio breuibus expUcari poffe haui puto,cum d latif^imk iUis raiicibui, de quibus fupra cm Hionismcdio,pcromnespartescuiuscttnq;arboris dijfufje, inde ai^ mirabiUsjruihtSj tam creati, quam incrcati, puUuUnt, DePafsionc» N: ' On erit Uhoriofum, per ed» ^U£ ie A^iont fiint expUcdtd, CT ruturam pa^ionis mamfrfljire ; cum mutuo a^io cr pajiio fe refpiciant^ de qua non multa dtihri, fic eam defcribimUs, Pafiionis Va^io elirejpcihis opcrantls adoperatum ; cr pafiio htc» fifiu efi, defcripuo. ut pdjiio nomincturydiuinis nonrepugnAt : quia produ^x perfon^ Pafsio p'*f prodMcentemuelproducentesrefpiciuntjUt fatis notum cfl : fine td^ uinisno fnendependentiaaliqui. ApudLuRumadio pcr Aif^E notatur, CT ^ " A^^fo &C ^ Bl LE, per bontficare» botutatis adio habetur^ CT pet bot. Dafiio a- nificabile magnitudinis^ duritionisueLaUcuiu^aUeriu^radicis habc pud Lullu. magnitudinis cr durationls pa^io* Uec minoris ejl utilitatis paf» fionis cognitiot quamadionis, cum per iUam^ res uario modo deter* ninAtas, uel quafi quaUficataSy cognofcere pof^imus : cr inde muUos conceptut fabricare* QU£ de adione didn funt CT de pafiione pro» portione quadam poffunt dicitjic crgp tot erunt jpecics ucl pafiiooii f^nerd, quot ddionis^ De Habim* V^lutireUqud prjedicamentd dd omnidcommunij^imd conjide^ rauimuiiitdcr habitum conjiderare oportet, Habituser^ non efl habitus ad habituatum rejpe^lus, ut in Cdte^rijs tn» Habit^qd ? quiunt Logici ;fed uniuicuiusq; rei proprietas.qua habituatum ordi- ^uk^tAi'^^ n dnffLo CT homini conueniunt : quonidm uoUtntdx in dffn» dointeUe^mprtffuppomtyquidmLuoHtumnilicdgnUumy cr mc morid 'mteUe6hmcr uoluntdtem ; mteUe^my ut potentidm pro* dudiudm» fed uoLuntdtem ut pdrentem cum prolc copuLdre po^it. 1/1 crtdtis quoq; corporets,mdterid form^prafupponitury quum nd* Sit» in crc^ turd fdtem priui eft perjrBibUe ipfo perficiente, tT in C£teris cor^ atisr pore exptrtibut : compofltis tdmen ex dChi cr potentia, ueL ex grnc* re V differentid^ueLex pofitiuo et priudtiuo,fituf cr ordoreperitur: W confufto, qudm Hdturd pdti nequity ddmittdtur, Hmc Kijmundo A ni mad- deuotioptimednimdduertdntyttecumconfullonequdddmy prmcipid, uctfio» uel radices rtbui applicent j quonidm,ficuti ab t tr ddmirdbiii ordinc funt defcriptdy ut uLtimum primum pr^efuppondty qudmais unum cum dLio dUquo modo conuertdtur :itd V ipfl cuftodidnty w quodU* Ut prmcipium fluc dd ^robdndum fiue dd improbdndum, in- ^ F j dijfhtiuer 5« dtfjrrcnttTdffumdnt.QUdlkdtttcmllt intcr principid iUd ordo, tx hi/f qu£ ic rddicibws dida funt, fdtis confiAty dtq; in commcntarijs nofhU m nrtcm brcucm Idtiut dccUrdbimu*. Nec multoi ordinis mO' doicxplicdrcmodooportcty quii in cnumcrdndis formis, omnibm tntibus communifiimis, intcr quds ordo numcrdturt idfictt. H DcTempore» » 'i On potefl fdhc djiignAri tcmput rcdlc quibitscunq; entibtH conucmcns, cum eorum tdntum fxtmcnfurd, quacontinue in^, P ftdbilitdti funt fubic^y dc corruptioni obnoxid : intcr qu^ o rcpucnat dnnumcrdri uerc potcfl, mli didboUca mrnj, ip/?j?i* mo Didbolo nequiory id non minus impie,qudm irrdtiondbiUtcr dc ftuUecogitdret, cm CT crcdtur^ qtt^ddm in entium ordtne repcri» antur, qu£ tempordncx mutdtioni mimmc fubiaccnt. AnffU uiitU» cct ac rationalcs animx i corporibus proprijs exutsc, Quomodo n*- ^ affcqui potcrimui intcntum nofirum^ quiuoluunus ommbus enti* bus hdf nojirM latifiimds catc^rias conuenire i DicimuSy ipfa expe^ Tcp*omni rientidnobisinjinudnte,fecundummodumnoflrum cognofcendi, dd» b' couenit ritempwsquoddamommbusentibu* indifjrrens. Et ne impofiibiUd fecundum uii(amu/t affcrere, de Dco differendo tcmpuA noflrum conuenirc fic m od u n o oHendimus, Certum efi diijvrentes operationes ad intrd rffcv dtcr» flru m coO- ^j^^j ^^ ji cathoUcus expUcare contendit. fub ratione prxte» derandu ^.^^y^^ p^^^ffj f^^m tempofis, expUcabit ; inquiendo, Dc* ut Dcum^nuitcrffnerdbit. Deus Antichrillum ab dterno cogno' vit4 Et undc hoc i propter inteUeihs noflri imbeciUitatemy qui ma« dofuoresdiuittdscognofcityCrnonftcutifunt, Tempus igiturquoi fccundum modum nofirum concipichdi res (quafi) menfurat : in nu* merum trdnjcendcntiumponimus^ DeLoco» Kottejl NOri efl ddinoium difficile oftendcrCf non tdntum credturdi corporcM in loco fjfe, uerum etidm Jj>iritudlcs fubfldntids tdmfinitdff qudm infinitd/sJicetdiuerfomodozTUdldetequi- uoce. \mpofiibUe dutem fire putOydUqudm loci defcriptionem dfiig Qu-^g fQ.» ndre,propterudriosmodos(\Jendi\li: dt quibwin j\.,Vhyf: Arifl. dcfcribino trdBitfV propter oppofitu modum ejfendi in locojDeo cr crcdturt pofiiu conueniens ; quum credturd fit in loco^ ut contineturJi loco. Deut du* tem ut locum continenSfCy conferudns. Sed fdt erit cognofcerecor^ Corpora^ pordeffcinbcoperfeyUeldimenfurdlitery circumfcriptiue, occupd ^*"^ tiucy cr repletiue ; qujc omnid idem fignificdnty pdrtesq; eorum inte- grdntesy cr dccidentid^ per dccidens : pdrtes autem effentidles dumfunt^a^potentidtdntum funt pjtrteSy dicuntur e(fe per fe in lo» co. EthocdiciturobdnimdminteUeftudmpdrtem hominis cffentid' lem,qu£cumccorporemigrdty'dtq;tdntumpotenti4Us pdrs effich tur^ tunc inloco efi, cr eo modo quo Angeli, quifunt in locOydefini* Angeli sut tiue.Eteffeinlocotdlipd^hefteffcinloco^O' nonoccupdre /oc«w, inloco dc^ in uno nuncy quod nonindliotnifidliterdiuinduirtut dijj>enfa- Anitiue. ret : nec locus femper compdrdtione dd Angelum pro fuperficie fu- mitury cum cr in pun^ pofiit definitiuc exifiere. Deus uero immens o. liueinomnilocoefi.dtqiomncmlocumv locdtd confcrudt. Sdcrd^ ^° * * tifiimum dutcm Chrifti fdludtoris noftri corpus cft inhoftidfdcrd' chriflicor inentdUttr, crfichdbesdiuerfosmoioscffcndiin loco, conuenientes p^quomo- exiftintibus uelfubfiftenttbus. hd uerd qu£ tdntum rffe effentit uel do (it in lo5 cognitum hdbenty proprtc non funt in loco : poffunt tdmen dui in ios co,prout ihdnimdconferudnturyfi funtJffecicsinteUi^biles, dCks '^? inteUigendi uclhdbitus : p uero uniuerfdUd inteUe{ks operdtionem a^determindntidydicdXCdiffeininteUe^hobieBiuCy dt inconcduo tf,^ quomo orbisLun£obcoruminflMitdtcmtdnqumin loco, ubi cr flulto* do fint in rum cogitdtiones qi^iefitint. Hxc funt qu£ de Cdte^rijs trdnfcent loco, dentifiimis proponereuoluimuSyUt dptior ftudiofus fteret in dppli- cdtione cuiuscunq^ dd quoicunc^ : qu£ fi optime contemplabitur, non exigiidm utiUtdtcm confequetur, F 4 Drcii' 4» D tor forma» husentibusconuenirepoffunt : nec inconfuUo id obferuduimwSy ne^ td, qutfud nAturd fum trdnfcendentijiimd,fierentminws ^nerdUd ; *^P^* unicate» tdte^udet: qut nomin&ripotefi identitdtis unitdi, quid per ipfdm dttribua omnid, ncc non cr proprictita omnes in dmnAm trdnfeA unt efjentidnu Dc Pluralitatr», EXft/f qus diSti funt de unitnte facile erit diiudicdre de ippt plurdUtdte: unumtxntum idobferudre prxcipimu/s, quodplup YdUtds trdnfcendcns i» rddicibw cr pdrtibus drborum efi femi*- mti, m qudntum efi fuiipfiui plend^.f cum proximd potentid dd d* ^him fibicomenientem, cumd^ cr fuo correlatiuo : qut nomindn^ turplurificdtiuum,plurificdre cr plurificdbile, Quot enumerdui* Qug pliira- mmunitdtismodos.tot funtplutdUtdtis. inDeouero efi pUtraUtds Jitas in Dc- pnfondrum, dc etiam dttributorum^ qutexnatura rti funt dtfiinih. ut optim (UiHcmt Scotifit, 3. D( Sim 5, DcSimplicitace. j PKout quMet drbor inuifibilm fubjldntidm Ji radicibuf flmt plicibui\recipit,flmplcxnomiudtury crfecundum fc toam *^£)gqua fitn qudmlibet fuipdrtem : necioquiintendimwsdeedpmplicitdtet pijcicatc qux opponitur plurdliati, quid titem plurdliatem hic immedidte ^[QiQf^^jj^f^ fuprd concefiimut :fed de iUd qu£ non pdtitur compofltioncm exdli* quo potentidU cr x^dli : dlittrfvrmd hxc drbori diuittdli non con- uenirety qut nuUdm prorfut hdbet compofltionem. Exquo fequitur^ qu6dcompofltio,qujt pLurium tintum pofltionem nont^ potefl mter formds hdAce locum hdberc. \n dlijsuero drboributy qu£ pro crcdtk rebus funt condituttj compofltio ex ddu cr potentid etid reperitur* 4^ Dc Forma* FCtmno ut perficiens.fedut kt efjerc tdntumconflituityin qud' pQr,„jo,„. cunq^drborepotejlinueniri, quid nec diuinx effentis ^«"pM^* nib**arbori ndt, qu£ cum diftindis proprietitibus reUtiuis, perfonds dif bus conuc- ^finfhs conflitvit. Mdteridm dutem omnino remouemuxj quid m dr niens fir. bore diuindli inumri non potefl,licet Henrico non uidedturinconuet M^feria k nien s,Effentidm diuindm cffe qujfl materidm in diuinis produBioni* ^^' hws, ut fubtilifiimus Scotus recitdt in fecundd q diit : ^.primifen Suh:\[[ril' Untidrum, m' Scoruf. ' DeAbftracflo* Iii qudlibet drbore funt dbftrd^, f rjdices : Verum cum ipfje ^^^jj^gj fubftdntidm fudm tribudnt quibuflibet drboris pdrtibas., dtq; fujuabftra- njturdm iUdrum indudnt: nec dmpUm bonitds uH mdgnitudo flm {i^^ qj^i,„^> pUciterdicuntur, fedcumddditione. Vtfuntin trunco, nomindntur ionitdfuelmdgnitudotrunci,cridem dicdtur ut funt in brdnchis, rdmifj/olijSyfloribuscrfi-uihbuii . G 2 ^.DeCott. 44 6^ DcConcrcto, Q: VU ut di^.um cft fuprd, dum de plurdUtdte dgtbdmut* wuf qu£q; Tddix in qudmcunq; drboris pdrtm defcendity ut ejl m proxtmd potentid dd diium^ cum ddu v ]uo correUtiuo, quorum primum cr ultimuminconcreto fumuntur .f. pro IVO CT . BILE, ideo tdUd concretd per omtusdrborei funt diJPerfd dc femis c6creta^^n "^"''» dumddexercitumddum uenimutMcendo : omnib*ar Tntncus e{l bonus,mdgnus CTc; Brdnchtt funt boiue, mdgnx CTc: borib^ pa^ frudus funt bonijmdgni (jc: fic demedijsdrboris pdrtibus difcut' exerci rendof tum. 7* DcGcncratione» Qwariterge Enerdtiofeiun^dmutdtione lic conftderdtury qu£ Tddici* neratio co ^J"f>Mf omnibus dttribuitur, ut undconuentdnt dd uniuSt uei pUt* Bderctur.  produikonem: eo modo, quo produccre poffunti c hoc Suppofitii pUcuit dicere, quid tdntum fuppofitk produiho proprie conuenit :tm produ?,, ., / ri i • r (Xio coueit* ^""'^ dutcm ueL qu£ dd moium formdrum [e hdbenty m tdttone folu principij formdUs iobbdnc foUm cdufdm Thcologi non dffirmdre notadedi' dudent^dttiindmeffcntidm generare ucl Jpirdrej ncq^ gencrari uel uinaefsen- J^trdri^crqu^efintrdtiones.uidedpudSootuin i,q, ^,di^:primi. tta* Dc Plcnitudinc* \Lenitudo,utmquitLuUus,el!generdU principium m drbort qudcunq; femindtumy cr dcriudtur drddictbuSt non tdntumut rddixundcitfctpfdplend,fcdetidm ut fimiUtudo dUdrum rd» Forma h dicum pdrtictpdt icrdebis pUnitudinibus totd drbor c/i plend. Sec kphi ralira^ formd htc efi eddem cum plurdUtdte, quid effentiales pdrtes pUrdU» le dift ing u i f ^ tjntum re/picit ucl integrdntes : hxc uerd cr iUdf, cr dlurum mmumfimiluudinemt uddUqudrum^ p; ^ DeTotalitatc* TOtsiliUi hic conlidtrdtur, in qudtttum drboret totdm fudm ndturdm i ffnerdU omnium radicum infiuxu confequuntur, qudm quidem totsiUtxtem trunci brdnchtSt brdnchx rdmk, CT rdmi/oLifS, floribw cr fruBibut communicdnt. huius rei txempUim m quaUbet drbore defdcUi potefl muemri : de drbore txmen diuinds UexempUficabimufyCuiminus totiUtdx conuenire uidttur. Kddices Excplu de mbdcarbore funtbonitM» mdgnitudo arc: contrdrietxte excepa, totalicatep C aU£quximptrJr8ionemarguHnt,qu£ m totnmtruncittAturdm arbore di- Deifcifubfldntiam mfluuntyproutfuntfub mfiniti rationt dc ptr- "^^*^*» frHione.confidtrdts: non quod rddicts fint ipfo trunco priortSy dc d^ UquU mrdtioneprincipij m Deiefftntiaminfludnty cum rddicts i- Radices in ft^tquxmDtojunt perfiSionts, d diuimx puUultnt tffcntid : ftd Oiuina ar- quid mttUtiiwsnofltrcognofcitDeum cr creaturdm cotmenire m borcqmo- tranfcendentiyratione bonititis ^mdgnitudinis^ durxtionfs, potefld- y°'^jJJ"*^* tiSy CT dUjs tranfiendentibusj qut conuenientid uel confhrmitdi non poteflefje ddaUquod mfrriws, quid dd mfrriordefidiffrrentiaier^ maUquofuperioriytyfuptriu^ femper infiuentiam babet dUquam,, ddmfvriora : fi cfl fuptriuf m tfjindoy babet mfiuentidm realem : fi gj^^jQgjjJJ ht pnedicdndo^rationxlemfc: ptrmodum prjtdicandi. Truncufutro pjj(jicado. branchis fuam totxUtxtem coinmunicdt, cr brdncbx rdmis, per iden- titdtem fdUem. Ex diSis pdtet non ejje confiderationem de totxUta,- tt, ut efl rdtio, qud aUquid proprie totum dicatur, fei improprii^ to» DePartialitate*. VAiicit^ Obicdum uero extra di' citur,quoddBiudpotentidnonrelpicittdnqudm correUtiuum pro» prium, fedextrdneumy utmdgnitudo, duratio CTc: qu£ d potentid Obie^lu ex dHiud bonitdtk tdntum extrinflce afpiciuntur. Verum tdmen efi quoi tra (itiira. obie^um extru^fitobie^umddintrd, quando uirtute potentijt a&i* U£ iUud inproprUm fui naturdm conuertit dgens, ut in motu gene* Tdtionis cr dugmcnti mdnifcite dppdret, ip Df A^». ACtusdupUcirdtioneconlidcr4tur:primomodo pro operati' ^Q^^, ^ one, qux i potentia aShud procedit, qui m omnibus arbori ^ bui locum habet : fed dlio modo pro aih.quo res prius in po* tentii exiftenSj fit m 4c7a, qui entibws iUis conuenit tantum, qux muationidlicuifubidcent.Perd^impriorem radicum mfluxuf, d* lidrumqidrborum pdrtium cogiofcuntur : dt per fecundum formdm Yei uel ejjentidm in credtis inteUi^mus» " io^ DePriontate» QVidinteromnesformdfVrioritdscrPollerioritds funt prt-^ poncriorfJ cipux,cumdb ipfis totusrerum ordo pendeat, mdiori egtiu ras.funtp^ mquiptioneMeoplurcsmodos prioriatk dfiigttAbimus, ut cipux. probccognofcdmfludiofi^quomodo indpplicatione huius formx fe Nora ufq; debednt ^bernAre; ne impofiibilid Deo dUqudndo dttribudnt, cr ^J^^^' qu£diuinfsconuemunt,repugttAreopinentur, Quinq;modosprioi di^^?' rititis Scotiflx in fuis firmdUatibus afiigttAnt,quorum prior eft pri Prfmus"*' oritdf perfr^onis^ zrfic in quoUbet gpncre entium ddtur unum pri- mum, quod rdtionem mcnfurx habet, inteUis^ndo de menfurd perfvt. ihonif, Vt in genere fubfldntix pro menfurd extrinfeca Deus afig^ Dc' eft m ci mtur:fedpro intrinfecd oonuenientcr dj^ignxre poffcmus Luci(et exaiii rumyquo ddfudndturdUd.quid in perfiSboneyquamcunqi creatu* 'p liquidcommumcatur^utaliquidpariterretribuaty quodcunq-, fit iU lud, Et ab his nAturalibui conditionibui exeuntartificiales, quibm t» mentes C ueadentes, ac cxtcri quotidie utuntur, 2$* Delntentione* Ibltentio rdtio c/?, per qudm res operantur ob finem aliquem, ]gt Intetio ^d? nk dando acri fuam caliditatem^ hdc mtentione ducitur, ut bonu/t cognofcatur, quia fe ipfum diffundit, Volendo aittcm deftruere aquam, quic imer aerem terrammediatyhocideo factt, ut maio' rem cum terrx habeat concordantiam ad recipiendum ipfim ficcita- - f rw, quod non fatk commode fieri potej}, proptcr aqux fripditd* tem^ impedientem. QU£ intentio dupUx efl : primd fc: C7 fecunda. ^* Vrimd eft finis ultimui rei: Secunda uero, efl finisfub fine, 'Et exrur-^ ^^* turaUbus intentionibMy artipcialesoriuntur, 29. De Ordinatione* P^ErordinAtionemresfuntinconfuf^cr diflindie, qux ordita Perordlna tionontdntumrequiritur interdrborumpartes,fed etiam m- tioncm ter rddices, tTnon folum in effendo, fed m operdndo quoq; . Ex ? ndturdlibut ordindtionibus homines dcceperunt drtificidles,qu£ mo" tes, operdtioncs cr tdlid ordinant, Plures funtmodi ordmis, qui fub ttomine prioritdtis fuprd funt expUcdtit. 3 o. De Operatione» EN/w cum nonfint ociofa, ttdturales fuds hdbent operdtionef, quibm Udrios producunt ejfiCks. Ncc dluui enti dene^tur o- ptrdtio dUqudfUel reaKs uel mtentiondlis^l Intetiodu- p 5J» Dclnnucntia» lcrinftuentidm res jlmilituiinemfum rebufdlijscommttmcdttt^ Vnde rddices in Truncum infiuunty cr Truncu* in Brdncbdt: flc inducendouiq;ddindmiduainclullue,(lU£in dlid infiuunt, ut direfie feipfd.uel indireae confcruetu^ ^x. DcRcfluentiaf HAccformdAConditionedifJvrt, Per conditionem,ut diximut^ dliquid fuo communicdntiy iUe cui fit communiedtio, ""l *yrJ"^ reddit \flue iUudfuidemcum co, quod communicdns trddi». acoditioc. ^f pf^cnonl fedRefiutntUrell^icitin correUtiiio fuum reUtiuum, Qdrcrpict ftcundum edm fbrmdm. qudm correldtiuum d reUtiuo dccepit, C«u« au m exemplum trddere non efl oput, cum hdnc KefiuetUidm quotidic in his perJpicidmM, qui ntdlum pro mdlo redduntJ;oniiq; pro bono^ 33. DcProdudiione^ Vid perOpcrdtionem nonrequiritur, ut dliquod tertium re» fultet,utpdtetdeimmdnente,fedin produ^onc requiritur, 'ideointer fe du£ iflx /ormx funt difiin^tx, tdnqudm mdgis cr Diffcrentis minuicommunes.Diffvrtquo(i;h£cf6rmdAffnerdtione, de qud di* inrcr Pro ximut, quU efl opuf ndturs, ?roiu£ho dutem eflUtior. Dicimus es duaioncm sptnV«T« f^n^um produci, non tdmen ^nerdri. Diffvrentidm ct gcneutis j^n^ ddmodum notdre oportet, ne wu confunddntur^* cr edrum ndturd ignoretur, Vonit Kdyl LuUui duju formds, fc, Ori' De oricinc ^nemcrExHum,qu£cumpojiiHtdefdciUconfufioncmcjufdre wd- et cxitu. ximdm in litc9u cuimcuuq;,ob conuementidm qudm hdbent cum his uiielicet Generdtione, Augmctitdtione, Conditione^ Operdtione, Itifiuentidy t^efluetitU, VroduiHonecrdlijs, ideo ei^ omittimus* Sei fi fubtdis uolucrit hds quoq; cognofcere, h£c pducd, fi' Orico qd? bi fufficiint. Ori^ ponitur pro operdtione iUd, qud fuhU^m E itusad? quodltbet proprUmpdfiionemproducit. ExitM uerb d{hii dccom» ' moidttir ; qui ib d^ud potentU efl, non compdrdnio ipfum dd term. mituim^ q; 5r mmmy^luUtunctlfctutlffturdtio, uclproiuiHo, utl tUi^ud aUs opcrAtiot 34, DeSeparabilitace* Llcct uidcmr, quod ifld formd flt adcm cum cxterioritdte^udU j^. ^^y^^ jj j detdmcndifjvrunty quiacxtcrioritdf cfiinteriUd, qu£ aliquo ^ modo intcr fefunt dijlinddy fepirabilitdf ucro tdntum in hH repcritur, qux fecundum exiftentiam funt dif\in6h^ ut, Pdter, FUi* ut, tirborcrfru^s.quinoneflindrbore. Et quid flc hdnc fort Hxcforma mdm confidcrdndo nonomnibM entibu4 potcfl conucnire, quid tdli ^ difiinBioneentu omnid nonfunt diftiniai,ideo pofjumwdicere, ed tib»conue- cffcf(pardtd,quorum unum cognitum eflr, aliud non. In homine nircpofsiu quidcmcflbonitdia' mdgnitudo, quem fl conflderauero ut bonut tdntum, tunc in eo bonitj^ cr magmtudo crunt fcpdrdts», 3^» De Infeparabilitate* ^p\Er cd, qu£ de fuperiori immedidtd formddiSh funt^ huim fatif erit notd efjcntid, oppofltum meditdndo^ Et ueluti eam duplicimodo confldcrauimut, realiter fc: CT rdtiondUtcrx itd^yhancijsdcmmodii contemplar! dcbcmut, \flx dux firmx in homine funt idcm rcaUtcr fc: Bo/»>quxinmUoent€inuemturjCum ndturam deftrtut^ prd* ter qu4m in chim^rdi q^m ima^ndtio noftrd ex impofibiltbut ftbricat. Hxc omnia funt impojitbiUdy uidcUcet : Bonitdt non eft md» gnd : Bonitds non eft in Deo : Bonitds non eft in credturd, Et per omnes drbores eft ne^tiuc dijperfd* De Similitudine – GRICE: ANALOGIA, METAFORA, SIMILITUDINE, ALLEGORIA, PARABOLA --. Secundum Teripdteticorum fententidm, propric ftmiUtudo in qudUtdte funddtur, non eft tdmen inconueniens, ut Urge pmiUtudinem dccipicndo cr in qudntitdte dc fubftdntid fit ; quid cr identitdx uel diuerfttOitt qux in fubftdntid proprie lib:io.Me funddtur,interentidq. *cunq;inueniturJefteArift,quiinquit^ taph : tcx. mneensomnienticpmpdrdtum, eftidemuel diuerfum. Q|f4fc»Mecietin ffnere conueni» tntid funt dc flmiUd» V qu^e numero difjvruntyin fj^ecie dj^imiUntur» 39. DcDirsimilitudinc. REsomnes, qu£ diflinSbishdbent ndturdx^ inter fe dif?imiles nuncupdntur. Ethsc difimiUtudo dttenditur penes quam- cunq^ diffrrentidm, quemddmodum a" fimiUtudo pcnes omnc conuenientUm uel identitd tem» 40» DcNatura. NAturd in omni drbore eft neceffxrU, propter Udridt ^nerdti* ones uel produStiones in iUit repertdx, qu£ fieri minime pof» funt dbsq^ ndtur^beneficio, quid principium eftdUcuius fir* }n£dbfoUtt£» 4 Dc Pundualitatc» NOriw»««f metipljorUehocin loco dcerpntuf pun^dUtjt, quimlonfttudo. Utitudo CT profunditds, dc quibus fuprd didumejl. Vimc efitquodpunChdlitM efl d^s, fub rdtionf 'mdiuifibiUoittt confldcritut, quimedidtmterrelatiuum dliquod CT correUtiuum fuum, ucluti bonilicdrey quod mediurc uidcmut inter bonificdntem cr bonificdbile^ Delnftrumcntalitatc* QVdmuk h£c formd \n unA qudq; drborelocum hdhedt pecuU' drem, utuidcbimut : ftincrt nccfibirepugn&t, ut etim dlijt drborum pjrtibui fe communicet, quid nihil dliud efl^ q^m potenttj (ubdShiopcrdndiacccpti;qu£ddinftar 'Ml}ramenti drti» fcidlitpropinquioreftfuofflT^hti^quim^etredd effvShtm ordinX' tx . Cuiui reifl exemplum dcfldcrdty fume pottntum uifludm fubdCh fuo, qu£ mflrumcntum dppelUtur uiflonis, 4j» DcNccefsitate» NOn efftt htc formd omnibui rebuicit operationemM Diffirt ^oq^ d potentiaa^ua, quia h£c af> iUa fupponitur, nec efl idem cum Virtute de qua fupra loquutum efl, ^uia ibi uirtws m effe quieto confideratur, hic autem fub adu. Q» Utijiimdm iUdi rum ttAturdm und alijs omnibui eommunis r/?, quemadmodum de ri* dicibui fuprd diximMi quodLuUidrtipciu generdUhoc txpojluUtk p: Dc Qua!ftionc VTRVM. I Er hdnc (jutftionem de rei cffe quxritur, fccundum omnes f f w pork difftrentids ; cr regidjLtur pcr pof^ibilitatem. Eiut fpeciei tresfuntjejle LuUo^ in prlncipio quartr pdrtis principalit HzC qu«s Artis fu£ generaliSy uidelicet DubitdtiOy JKffirmatio CT Nfgafw; flio tres ha qudrumpriorrcjpe^ueorum ef},qu£ ddutrumltbct dicuntur,ucl qu£ becfpecies* contingeatU funt. Secunda ucro de his quxrit, qujt neceffarid cognom fcuntur. Tertii dutem efl de impoj^tbdibus: dd quas rejpondendunt efl per dffirmdtionem uel ne^tionem^ dut per po^ibilitdtem, contin^ gentidmy impofiibilitdtem uel neccfitdtem.flcuti mdgis expediens €# Noca« rit: id tdmen obferudndo, ne per rejponfionem principid deffruantur^ ideligendo quodrdtionon difbit^ Si enim fidt quxfiioy Nmm knti» chriflus flt credndM i fldtim per priticipid uel rddices tdm db^olutdi, quim refpeEhuis difcurrere neceffdrium efi, c id concedere quod tnagis Bonitdti, Mdgnitudini, Diffvrentije, Concordantix CT dlijt rddicibusconfonat. Toterisquoq^arbores uel fubic^ contempUrif quibusflnonrepugnabityfubfeidcontineredequo motd eflqutfiiot tunc eligendum crit, Quid f rg) non inconuenit honitdti dc dlijs rddi* €ibu4 ddbominem conflituendumy ut unidntur fimul, ideo Anticbri» flw homo, crednduA efi. Diuinx quoq; ^onitdti, hldgnitudini cr Po* tefidtinondduerfdtur Antichriftum credre, ut fatis pdteie potefK Ncqf; ArborihumdndUrepugndt hunc fufium producere, cum ndtu» tdfu4bonusPt,UcetprdU4UoUtntdte fceUJlipimus : ob\id dUqudnda trit.Si trit. Siuero decie:necminu*perregiiUsueLqu£ftiones dtfcur^ fendOjdUqudpolJunt mueniri,pcrqu£ Chimtrje dtfinitio oftcndd- tur.Perbdncrepildmdefinitio mdi^rinonpotellt cum de rci efjfe Quarc pet ^U£r4t^ quod m definitione (juacunq; fupponitur. y^^^U 'd^e' DcQuxRioncQyiD. ^(1^'"' QV^^io hfCf qu£ per Quidditntem, ^ffentidmt Ndturim dc B^edlitdtem reguldtur^ qudtuor hdbet j^ecies prmcipdles, fub quibuA plures dlue cotitineri poffunt» Primd Jpecies eft de defi' Prima fpe^ nitione cr dcfintto, quomodocunq; fumdturdefinUio,fiue fit quiddit> cics» titiudcrpcr mtrmfecdffiuequietdtiud cr per extrmfecd muentd, dummodo cum fuo definito aonuertxtur : CT huiusmodi definitiones poterk multiplicdre, recurrendo dd Topicdm Arifto: Secundum hdnc primdm fpeciem fumuntur definitiooes rddicum, dum dicimus, Boni» tM eft rdtio qud Mdgnitudo^ Durdtio dc cxtene rddices bonx funt, uel Bcnitds eft, cui competit bonificdrexfuo modo de quibufcunc^ ent tibu/sdicendumeft. Kecdtfinitionesiftt ineptx funt, ut inepti qui» ddm opituntur^ quid multx funt,qu£ ffnere cr diffcrentid cdrent, ex quibui dcftnitia confidtun ueluti funt trdnfcendentid omnid dc gcnet rdUfimd generd^ qux fi definire uoUteris^ bdc meUorem nunqudm in- uenieSyqudmLuUus docet. Secunddfpecieseft, qudndo de re Secudatfpt quxritur, quid hdbedt in fe nAturdUter dc effentidUter : cr rcfpon- Cici» dendum eft per edyfine quibut res effe non potefty ut puti per IVVM, ARE, cr BILE. crfic Bonitdx CT dUtrddiceshdbent plurd coeffen» tidUd uelconnAturdUd. Etmodus ifte definiendi eft Udlde tutMf cum per mtimd reidf^ignetur^ udletq; dd confbruend^is dcmonftrdtiones ic tdtiones neceffdrinf, InteUiff timen per I VVM, ARE, cr BILE non l l qudtenm quitenwiiiUidwtt, quU hoc efl per Accidenf t ]cd uthrc trii indifjvrenter fe habent dd omnid, cr hoc ijfentiale cfi». Vluribwtdlijs modisaUquid mfeaUud hdbere dicitur, quos rcciart nonexpedit, acfi^Uitim lUorum unumquemcj; defcrtbere j hoc cxnt tum tibi fatHflt cogMfeerty entid m feaUquid babere,altquo tfiorum modorumueLpluributtUideUceteminenttr. uirtualitcr m ejje reaU, Plures mo uirtuaUter m efje cognito, potentiaUter, aduaUter, identice» uniti' di habcdi. immenjiue, per domimum, per mjiuxum, per mixtionem,per mot dum U>ci tim communif quam proprijy uel ptr modum pcrficientk^ fiue fubflantiaUtcr flue dcctdentaUter, uel aU/s modit de quibui ubit^ Arif}o:dif[erity quosq; defaciU mucntre pottrif,dtfcurrendo per Rtf # Tertii fpc; dices, Arbores, partesq; lUarum. Per tertiam jfpeaem qu^ritUTf Qvidfit res in alio { Et uarijs modis ad hanc quxjUonem rej^ondat» dumefiyquiavdiuerfimodcunacr^adem res potefi cffe m aUquo uel m pluribwt. Bonitas entm uel i>\agnttudo dtcuntur tn aUquo effe^ quatenus iUud efl habituatum, ut fecundum BonitAtem ud Magnitun dinem a^t uel patiatur. Hanc Jpeciem poterls muUtpUcare eo modo, quofecunda f^tciesmuUipUcaa efl, difcurrcndo ettam per fubteibk omnia, radices, acregulM. OuaUteruerb definuiones fumend^ fint, n «rta r unicoexemplomanifrfiabitur.cumdereetilis omnibm tradatum e» ^ rit. Ouarti fpecies efi^qua quxritur, Quidres in jUohaheatjf cuirc* Jpondendum efi per ea, qut aBionem uel pafiionem flgmftcant ; ut wteUe^ts m obieBc c/?, tUud mteUigendo,atq; in jpecie inteUigibUi^ quia eam recipiendo patitur Deu^ in tredtis ommbiu ptr faptenti- am^potentiamcT effentim i^reatA uero in co reperiuntur, quis eonferuantur tj diriguntur. De Qua?flione DE QVO* Af c qu£flio,per materialem rationem in rehuA impUcatm rc ^Latur, quoniamdehis qutrit, qutad rem aUquam confli' tiundtimfuntncceffxriA/flueiUa mtranufint ucl extrancA: jCriibetdrtsffecies. Vrimdpetit unie ueUCTregnuntKegiS4 Huius fj^eciei quxftiones pof* Hxc qnio (unt muLtipUcari, difcurrendo per omnia, qut refbedum aLiquem q"o»podo DeQuxftioneaVARB» ^ Hkecqu£ftiOy interro^tderei ejjentia, quatemts ad exiHere uel operari ordinatur: iieo huiuf qu£fiti du£ funt fpecies» Per exiftere nonmteUi^mut (ffeextra caufam fuam, aliter pcr cxiftcv dd entia omnia qu^ftio h£c non effet uniuerfalk, fedmdifjvrenterac' rc quid in>. dpitur pro quocun^ effe,fiue reaU.fiue cognito, Sipcr primam ft[>e$ iclligatui» tiemieinteUe(luqu£ratur^quareexiftati reff>ondendum eft, quia »'Q>ccics«. hoc i, proprid pLenitudine habet, nempe ab inteUefhuo^ inteUigere cr intcUi^bili, tum quia ptrBonitxtemy Magnitudinem ac c£terM radices^ fuum effe confcquutus e{i. Per operationem uer6eH,utin* ». fpecicf* teUi^t cr cognofcdt fuum finem^ aliorumqi entium naturam, CT ut per eam,homines uarios fcientiarum habituf acquirant, Dc Qu2cflionc> cufus rcgula eil QVANTITAS. SecundumtuUumihmus qu^flionk iu£ funt fhecics gentralet^ P°*, Af* I 4 wMat, fccundum hanc qut- rendi furmulam^nequdquam quxrere uel dubitiire poffemus 'Xonjidc q qo jj, retur erg) hic temporalitMjpro duratione quacunq;,uel eo modo,quo j „ tepora» d nobk in Cate^rijsdeclaratum eft j cr tothabet /pecieSy quot fc lica» hicco cunda, tertidt >w«a, cr decima quxftiones habent. Sub ijs uerb j^eci*^ lidcrctur. tbui diuijiones fumere poterfs, diuidendo durationes per /ignd uel m* ftantidy fl aliam diuijlonem nequiuerint admittere, quemadmodum Aetemitas cr Aeuum, facilefatifeft,peraliarum quxftionum ft>eci' ts.huiutqutftionis ^eciesquoq; inda^re : exemplum tamen dabi' mus quomodo ftnt petendx d fecundo quxfltOyUt promptiorftt ftudi' _ '^|^ j ofusadreliqua mquirenda^Si quxratur per primam ft>ecicm iUius fpccfcbui! quxflti. Qttando eft homo f tunc effe debemm fateriy quando iUius ef* fentia fubfiftit^ Per fecundam Jpeciemitunc eft homoy quando fuan partes effentiales habet. ?er tertiam . f quid ftt In alio ecies,quotaj^ignAuimui,fed mdiffirentcr cr omnit do loc* (ii busiUismod(t,quihusresunAmaliapoteftef[e,flue fecundum deter cofidcrad* minAtum quoddam ffnm ucl j^edem» aut fecundum tranfcendens ali» i K quoi^ Exc U fc exmpUy qudittr perfpeciei aUqu^tyhiteUei^ cundu ua- ^^^fit ln locoy utlociefjentu magk cognolcatur, qux defcrtbcreuo- liat fpccici luimus, Pcrprimam Jpecicm fccundLe qtuej}iontfyinteUe{ks efl inubi jiue loco, quia ejl m fud effentia.* Pcr fecundam ejl in feipfo, JicuH partcs m fuo toto. Per tcrtiam eji m alio, quia in anima Jiue homU nc. Per quartameft in ilLa uirtutCyfecundum qium habethabitumfci»^ endi. Per primam Ipeciem terti biliSyfed per 'mteUie^im cognofcibiUs folum* Perfecundam, fua fifft» ra uijibilif O" imaginxbiUs cft, non q^o ad effemiam. Per tertiam lo» CMe{lcoUocatipa}^idcntislocum,licut caUfaChim poj?id(t caUdit%^ ttm, ipjo habituato caUdLnte Et fubiun^t LuUus^ quod^pcrhas tres- ^ecies attin^tur ejfendaloci per mteUiftre tanium i ita quodlocm- particularis m fubie^ fuftentato eft diffufus, cr dcriuatur a loca uniuerfaU in fubieSh uniuerfaU fuftentato» Quilocu4 uaiuerjaUs Iop cat omnia locata^ftcut omnLi caUda funt caUda, ptr uniuerfalem c^ Uditatem* Per primam Jpeciem nont quxftionis,loci nAtura cogno» fciturinAmptrhocquodparseft in parte,ftcutignis 'm acre,tttpa^ tet in elementato, Jorma m materia C7 amnes partes mfuo toto^ ^ e conuerfo, fic unus locus ed in aUo per accidens, ty omnia loca par^ Ucularia mloco uniuerfaU. Locus ulteriut a)g*iofcitur per fecundam ln' 4. par: Jpeciemiquiaeft iiiftrumentttmfhbftdntix,quolocdtpartem in par^ principali. ^ j^ j^ Vbitradit LuUus, in Arte fuaffneraUi Dc Qujcftionc OyO MODO» cuius icguiacn MODALLTAS. huii*"''ft"* A ^) innumer£ tmett nis ifit fpc- jfj^P^IP*"^ 'B^-> T^^^i^fs omnest dc prddicamenta omnid acm ClQ9^ cidentaUd cum fuis ffneribut, Jpeciebm^ dc proprietatibuf confideratdfUnamquami^ rcpt faUm crcdtdm poffunt modificdrt^ ^7 ^teicumeUte m^dificdtioiik, fjfccies huius qujejiti confurgunt* Sed quxPntiUtquituorJpeciesquMRjjy^tndit* rejlit uiiere. Pnwrf I. fpccttf» eih, quando de re aUqus qutritur, Quomodo jit in fe f qut [i appU» ledu qu^rituryCXaofff^^^^o fit in aUoyU- iUud idem in ipfof cui hoc modo fatisfAciendum efl.f intcUe^um in uoUtntatehabere fuum effe, ipfac^ in eo exiflere^quatcnus cum memoria animam rationAlem con» ftituunt, Tcrtia petit» Quomodo intcUe^lus rft in partibus fuiSy par* j> tesq;iniUof adquamrcjjfondcrepoteriSyhocideo effcy quia per e- dndcmmetnaturamquaipfcconflatex proprio inteUcBiuo^ inteUi gt biU, cr intcUi^e, fic cr hrc trid eius partes dicuntur, Qtfarta au- 4, tem inquirit. Qjtomodo inteUe^us fuam fimiUtudincm ad extrd tranfmitterr pofiU f Et huic dubitationi brcutbus fatkfacerc quis po» tcrU, fi eundcm inteUe^lum aUquo habitu infDrmatum confidi rauerit gxtranea inteUiffre, Dc Quxftione C VM QV O, cuiiis Rc gidAcft lNSTRVMENTALITAS. HAecqu^eflioqutrUdcinflrumcntPs CT medijSy quibus res in Notioptlf fulsoperationibusutunturyfiueiUa effentiaUa fint. quemad*^^* modum anima rationalis infirumcntum c^t, quo homo ii:tctti' git, uuU cr memoratur ; fiuc paj^iones uel proprictatcs, /icutiin jir' roe{i grauit4f, cr in igne lcuitas ;aut fint accidentia communiay fe» tundum qujt fubflantije operantur, uclutifunt noucm acciicntis prtt. Mcamenta ; cr deniq; qutflio hxc petit de omnibus accidentibus mo' raUbuSyft^quibusuirtutcsomncsacuitia contincntur, ac etijm de iUis corporibus quibus lAccanici in diuerfis eorum artibus utuntur, B.ay'.autcmquatuor J}>eciesiUlsbaudabfimUts,enum(rat qu£ im^ mcdiateprioriqu£fitofuntappUcat£, ?er primam quxritur. Cum f. fpccies ^uo inteUcdus c anims^ars t Et rej^onderi dcbet, quod cum Boni K i tMte^ tatCy TiiffircntU^ ConcorddniU dc omnihus radicihuty contrarieUfe txcepta. perfecundam^ Cum quo inteUtilus alia a fe inttUi^tf Di- CAtur, quodinteUi^one. pertertism. Cum quo inteUedus cil uni* niuerfaLis ud particuUris { R ejpondeatur, quod ratione Ipecttrum, quicji uaiuetlalium funt^ uniutrlalis fit, Ji particuUrium^ particw Urif, Per quartam, Cum quo inteUc^us extra fe, fuam mittit fimiU" tudmemt Potellrejponderi,quodcum proprio inteUe^iuo, inteUi» gibtU,acinteUiffre,cumquibusfacitJpecicscUe inteUe^inSy CT prr j^ nemoriam recoUbiLesacetijm peruoluntatcm amatiles* Et e£ quf fiiones omnes, intcr fe non funt tam diucrjx ac dijparatJty quod uns deijs,qu£ad omncs aUas rejponfum fft, quarcre ucL dubitare non pofiit; imo oh earum maximam ^neralitatem funt tam connex£^ quod de una quaq; datd rtjponjione, fccundum omnes, homo potefi ueritdtem inuejli^rc. Modusfumendi Dcfinitionescx QuxHionibus* ^^omiflmus exemplis odendcre, qualiterrei uniuscuiusq; deftm nitiones quamplurimx, ualeanrfabricariex qux/}ionibus,quo(i Jlatim obferuarecurabimus, de AngeLo id manijcjlandot Dixi» ■,Definit|o^ mus,primam quiejlionem non ejje ad propojitum huius ne^tij, quo» b^'fh ^dl' '*^'*"'*PA^ 'J(7^?"^»  dcfinttiontbus fupponitur; ptr lumprz. ' TcliquM igitur intcmum noflrum explicabimus : Ptr primam Jpeci» £x fcc u da. fecundx qurJ}ionis AngeLus definiri potejl, AngcUs eit tUd creA" turdy qute magis r DeoJimiLis. Per fecundam. AngeLus e{i, quihd' bet partes fuds effentUleSj tanqudm conjiitucntes eius tjfe, per tertii dm. quodddfbonem^ AngeUis eit, qui id agit, quod fud uoluntM uulttinteUcdus inteUigit, acmemorU memordttir, cr hoc jine fuc- cefiionc crfantdfmdte ddiuuante. Quo adpafionem AngcLus bonat cft » qui A Deo recipit immediate infiuentiM. Angelus uero mdLus iUe f ft, quidh extrd recipit pdjiiones, qudndonequit homines ad peccdtt' dmindnctrtfUelquidDcoptT grdtidm dbeJi,fuo fine Jrujlrdtus^ Per^uurtiiMU F Terqudrtimy Bonuihabctm Deoglorimy in tnferionSui pott* Ex\» ftutem, MdlM ucro panam^Fer primam fpcciem tertijequx/l. An- gf/w eft A Dto creatuSy non dcmateria aUqua*. Pcr fccundam,eft de omnibuf radicibui uet prmcipijs^m ejje /piritualiac compLeto confti» tutui. Pertertiam., tftDei creatura cum bcnedi£bone cr gloria, fl bonui tft iftmaluieft^ utiq; Deicreatura dicitur, cum eonlradi£ho' neydoloreacpariA Per primamjpeciemquartx qujrftionky eodem 5x4. nodo dcbet definirit ficuti deftnitus ed in fecunda jpecie tertix qu^t' ftionit.Perfecundamucro idco efty ut Deum mteUi&t ac dili^t, prxbendo obfequia hominibut, Per quinam qux{iionem,Anffluf «n. Ex f ♦ tui efty quant^funt eius partes tffentiales,fiue dtfcretx jint, uel con* tinux. Perfextam qutftionem^ quoadqualitates proprias. An^lui Ex tit.cuiui mteUiffrecrueUe efh efjicacijiimum, uel qui m tcmpore impcrceptibilimaximum tranfxt fpaciumyUclquinoneft nAtwi uniri corpori. Secundum uerb appropriitax qualitateSy An^lui eft fecun- diim diuer/os habitui in inteUeiht uel uoluntate fubiedatoSy logicuty grammaticuiyUel philofophwf iaut fapiens., prudenSy bonuif humi' lis,fideUi,mitiiy patienSy cr uerax.ft bonus r/f, fl uero maUUy quo ai ta qu£ ad uoluntatem fpeibt, oppofitum conjiderd*. Per feptimam Ex/» qu£ftionemyqu£ eft de tempore, AageUa e{l, cuius effe in xuiternita* te exifttt. perhuiui qu£{iionis jjfecies difcurrere poterk* Ver oAl- Ex8. uam quxfiionemy AngeLui eft UAtura completa, in loco exiftens, non tamenlocum occupans» Perprimam fpeciem nonx qurftionts» An Ex 9, geluieftfubiiamiaqutdamfpiritualif^cuiuitffeeft per fcy cr non cum aUqua re coniunCium. Per fecundam, Angelwi eft in CaloyUt mo* tor, calumq^ in eo ratione poteSiatis. Per tertiamy Angelui eft in fuk partibui efJentiaUbut.per propriam naturam utl tfjentiam, partes^ w eo reperiuntury eadem de eaufa^ per quartamyAngeluseit^ qui uoluntate fua ac potentia exequutiua, uarijs modis operatur. Per primamfpeciemqu^ftionisdecimg^ Angeltti eiiyquicum^Bonitateac Ex 10» dUjsradicibu4 exidityContrarietate excUtfa. Perfecundamy AngeUts t&, cum fuk prmipijs innatis cr naturaUbuft aUx funt buiut qu£* K 5 fliotik dionli fPecicSy de tjuibut exmpU tion ddducufUur, C[U£ tdmcn quiWt bctinuemredcfdcilipotcrityli optimc JpccuUbitur, Poffunt quot^; res definiripcr rddiccs omnes, ac udrijs alijs modiSy quos aliqudnio ttuimcrabimus (Deo concedente) fcd pro nunc contentut eflo» ANlMADVERSIONES pro - Radkibus. PKincipdlis prims partk hjec pars quintd critUimd, pdued qui^ dcm continett fcd admodum neceffdrU fcitUy quonUm in hac explicdmur qu£ db drte LuUi omnem ambi^titdtcm toUurit, Ani mad- ^ rdiicibm igitur dujpicaturi, hxc crit primd dnimdduerjio, non rd » uerdo t* dicibwt folum accommoddndd, fcdetidm Cdte^rijs dcTormls Quod liccth^comnid natura fud fint trdnfcendcntifiimd, tdmcn qudndo fubfldntijs pdrticuUribuidppUcdntin-per prxdicdtionem, ucl acci* dcntibws, tunc pdrticuUrU fiuiU; nec dmpUus cdndcm obtinent fa* cuUdtem,qudtrdnfcendentifiitncconfidcrdtd,ndtd funt frui; ncmpt ut rddix mid ucl dUquid tdU,dc dUerd in dbftrach prjcdicdri pofiit^ Vndc propofitiones ifitfdifs funt, donitd^ petriy eft Mdgnitudo Pc- tri» Mdgnitudo Pctri, efi Durdtio Petri; quid dbihdikm de dbdri^ £kncquxqudmpr£dicdripotefi,nijiqudndodmbofunt infinitd poi fitiue uel permij^iue, ucl fxUcm dUcrum iUorum ; quod de prxdicatk iUis ucrificdrinonpotcfl ad Petrum compdrdtis;fecui erit fi incom creto fumdtuur. De hdc mdtcrid pUrimd omittOy qux pofjunt uidcri In dirt apudiUumindtum MayMijectdmcnpropofitiouerdeR. Bonitd/sPe» fui Coflat' tri, eih Mdgtiitudo, uel Mdgnitudo Petri, fft Durdtio ; quid prtedi- tdtum non fumitttr UmUdtc, fed trdnfcendentifiimc ; CT fecutidum buncmodumoptimedcUmitdtofubieSh prjcdicdri potefi ; quia Ucct pofitiue formalUer noninfitiitum fit,tdmen pcrmif^iuc, quonidtn DeopotefidppUcdri>quiJormdUterefiinfinitus4 Nec /r«/?rub ^>fcrimtnintcrriiiias4crtU,iu,i,^r,, rm(M Aai/i;,,. " "i^n». ?«« w i, Diffi. 7. "iriridicumnituritHrrru^«A, /• ''^oppofl.ofuonon.pp^Zur l^t ' L" ANIMADVERSIONESpro uiickctt itiideliathit Cdte^oriit /^tcimtrddererddicibus dc firmff, ftcun- dm qudt pojjunt ales nomindri. BonitAS etenimf Vnitd/s uel 2lurd* UtMylicetfpeciemqudnddmrecipiantAfubiedis iUis quibws dppli* cdnturf ddbuc tAmennefciturquii determinAte fint, nifi dd Cdtc- goriM tecurrdtur. Scio quidem undm C edndcm rem plures hdbere Ydtiottes, fecundum quM diflMe concipipotefl ; quam fi confidcrd* uero bondm ucl mugn^m, qudteniu eft homo uel bpis, nec ddkuc o» ptimdm iUius boniatis uel mdgnitudinis noticidm habtbo ; prout tBonitdsconuenireadxqudtedicituriUirei* Si ucro rm edndem fc' cundum Cdte^riM ordinduero^ tunc per dpplicationcm rjdicum uel formdrum, in hdnc deuenidmcognitionemfciUcet.dlidmejfe homi- nis uel Upidis effentidlem boniatem, dliam fecundum qudlitntcm proprixmuel dppropridtim, CT dlidm fecundum Cdtcgorids reli» quds, diuidendo dc fubdiuideiJo ommbui modis pofibilibus. Ntc ncs '^muihxc pariter drddicibu^ uelfhrmif jf>ecificiri, quii dque funi trdnfcendentifiimd. Vicifiim igitur J^ecificdntur, fcd ab ijs omnibus, drboresKTfubicOn^ Admirdbilemutilitdtemconfequeris^fihtcpridicdmentd dij^o* u fucrfs eo modo, quo rddices dijponumur,• cd dliqudndo confiderdndo A d m i rabi* dbfolute,dliqudndorefpeitiue, cr ex iUis quatuor figiirds confiitu- ^** utiHus. €ndo4 Vrimdm, qud omnid hic dbfolute confiderentur, cr unum dc Noca» 4iUopr£dicetur,imoomniddc uno, Secunidm, m qud Qbdntitxs^ Q^dlitdSyCTHdbitu^ordincnturproprimo tridngulo. A^Ho, Re« IdtiOyCr Pdfiio pro fecundo. VbiQudndocTSitus pro tertio, mif»- cendounum tridngulum uel dngulum cum dlio, rc^c, obtiquc, CT irdnfuerfaliter. Tertid fi^rd, unJi hds duM fiourds connedct, camc» Tds trigmtd fexconfiituendo i c fecundumundm qujmq; cdmtram duodecim propojitiones elicies dc uiginti qudtuor qujefiiones, uti LuUus hoc de rddicibuspoffefieridocuit* Inqudrti uer6, poterft primdm,fecunddm CT tertidm figunt comun^re, dtq; mjximdm tdbuldmoonftruere.qud infinitdsrdtiones ucl dr^menix conficiet» Qu« onmA itt qmu pdrteprincipdU cUriora fient, per ed quje de L qudtu&t n qujtuorp.gurk iLuUo hmnlU eicplicAhttntur. jlt dupUcdtm b4ftbi6 LuUiartem. Bxc proCati^riJs tibt fufficiAnt. ANIMADVERSIONES pro Formis. i.Anknad Q^Olita fudiitffnij per/f^icdcitate LuUus /Drmas inuenityUt e^runt uerllo. ^^mediomagis atqimagis m rei cognitionem inttUe^s deuenire pojbit i cx cteninty cum nibU aUudfint quan rerum proprietatef^ quieareidtffrrehtia uel modo intrinftco emanAntt ipjis cognitis^ V Tci (jjentid cognofcitur j cr hunc modum cognofcendi ubiq; mon» In li: pofl Ar. CiModaufcmfcoc/itwcrMm, ttmco exmplo uideamui. Ar#. Metaph: 7 in Ubris pbificorum^ fubie^ totiui nAturalis phdofopbiirilualt ueUtm Drttw de 'cnbtrty hxc utiq^ dtfcriptio inanls efjtt, quia An* ^loo" dinmjcrationaUac Jpccicbut inttUigibiUbut competere pom tefl. Siuerodicam* Dm cfl necrffariuiomninoimmobilifabomniq^ compofitione fcgrc^tusi htc utiq; defcriptio bona. exiftimabUuK Dicet aUquis, I Ua fanc defcriptio bona eft, fed unde habeatuTy nefci^^ ^ ^ Nofti optime qu£ fequuntkry^fcies. Quando aUcuiws reiignoran' Adhabeda tur paj^iones proprix, ftatim ad iUiui oppofiti naturam recurren* pafsi^oriu m ' ^*""* P- poliefiorutn in Uli fcdU indi^re pipionis, et qudf^u^ ccgnitione, tiwi de quo cupis, pcrrejpedus unrios, pdfiionesco^nolies. Qudrt* do Deum defcripfhficmifuprd pstet, credtunm contempUtut fum, quje m rdtione diuiiionis entif Deo opponitur, cuiu^ pafliones prx' xipu£, cum fintcontinffntid, mobilitd^ cr compojitioy oppojivm Heoconutnireconjidcrduiytdeooptimedefcripji. Plurd pojfem di» tere,fed fubtiles fubtilid qu^erdut. ANlMADVERSIONES pro Quxnionibut. EKijsqu£ieQU£j}ionibws di6k funtyfdtk edrum dnimdduer»i, Animad fionesfuntnotx:nonnuUdtdmenmdnijrlldre non piffbit, dt ucrCo. cum breuioite. frimumdnimdduerteredcbes* QJidndodered' liqud quxjitum erit ; licet perpropridm quxjlionem rej^onjio fujji» cienselicietur^huic txmen comunffre potertt rejponjionemy qudm iUd qujeflio expofiuldt, qutdb hdc originem ducit: mutuo enim fe iebent ddiuudre, ut ref^onjio cUriorjit, Secundum ejl, utcdueds m j^; . dcfinitionibut d quecict ^ oes inteUigibiUs.uThabit* etiu reaUu; de hoc quoq; in Arbore huanaU tradit ((Kdtione originis temporalisi crftc habetur Arbor (Credto comjtAdternalis.ubideCloriofiftimdVir^nt Mdridsa |lfl» l iunikm ^bundediffeiitur, [^^^'J [^dtionehypoftatici cffeide quo miro modo traSkt ) inarborc Chriftianalif diuivaU tt humanjU ftmuU [IncrtdtumtAmuidequgArhoTuUim diuinalis lateo' digitsem^ 7» NOnttcoiilutUt mict tfbis mdnifvfti fi- unt pcr formis, dc quibm m primd pdrtc di^m cfi, dcctidmdiCcfur.cumHcmcntaUs drbor cxpUcdbi0 ^cgctdntis J turyplurcs numcrdndo j ucrius amcn pergenerdti^ ctrboris pdr 1 onem, corruptionem^ priudtioncm cr rcnoudtio^ US, ncm, quim per reUquds firmdf, FoUd funt mucm dccidentis prtdicdmcntd, Florcshuiusdrborfsfunt mjlrumcntx qutddm, qutex tribusfuntcon(}itut%.fcx potcntidy obic^ cr OuyUt fruCbtmgencrdtioncmucl tffe gcnitu, rcj^i0 ciunt, Tru^s funt uegctintid omnid pdrticuldridy qu£ di qudtuor cldffes poffunt reduci, ficuti cr qudtuoY funt elcmentd qux in ipfis hdbcnt doniimm^ iuxti fhccicrum udrictdtcm^ DB I DE ARBORE SENSVALI QV^ecunq; in hdc drhore conflderantury priws ca rdtione quA fenfudlid funty conftderdri dtbent^ cr demde qudtenm dud* rum prxcedentium drborum ndturdmpdrticipdnt. 'Kddiccs, e£dem penitm funt, qut \n prioribuf drhori» bmfuntconftitut£, TruncwSyC^ uniuerfdlechdos, omnid fenfudlid conti» nens. Brdnchx, funt fex fenfut exteriores .f uifu/S, duditws» td^Sj giiftuiy odordtws C7 dffutu^t. Arhork Rdmi,funtfenfualismembrd interiord CT exteriord; fenfudif ^ interiora, ut cor, epar, f^len, cr pulmo ; exteriors partes funt uero, caput, pedes, crura cc. ¥oUa,funt eadem» dequibm inprioribus diihm eft, fuh triplicitamen ratione confiderda, F/orcj, funt operationes fenfudlis corporh, ficuti uidc» re, dudire, ^ftdre CTC. ?Tu6hiS. funt omnid dnimdntia. qudtenuf fenfuaUd^ we- fftxntiatO^elcmentAtifunt. DE ARBORE IMAGINALI. IK hac arbore fimiUtudines cr idola eorum omnium qux in drbori» bwi fenfuaU,uefftiU ZT elementaU cotttinentur, coiifiitrandd ft offrrunt.Etptrimaginatiuam,noneamuntum potentiam dcci* pere debemu«,qu£ fenfuscommunk/pecics confiruat, fcd potentiat omnes interiores ; nempefenfum communem, ima^nAtiuam, xftima- tiuamyUelcogitdtiudmy phantaflam ac fenfualem memoriami qu£ firte,TAtione diucrfdrum operatioimm dtfiinguuntur, cr non in ef. fentid* M ArboT^ \ r» 'RaiiccSyfuiU e£dem,qux In trihat drhoribm funtcan* pdcrutje, pro ut potentix alicui mtcriori uel omni» I bui,per Jpeciem reptjefentantem funt prxfentef,, Truncut^ eftllmilitudo trucicuiutlibet arborls priori^, I alicui potentix mteriori obbta, Mbork I' \Branch£,funtpmilitudinesbranchdrumdrborumpri* ma^nAlis { oru,i* ritualtm, ia c pars quxUbet arboris fjwitw, fecunium hanc dupUcem nxturam confiierania efli corporea dutem quairu* pUciierationeexaminAnidreimquitury^f quatenws efl elemetalif, uefftdnSyfenfualiscrimdginAlis* Ex quibuicoUigitur,quaUbet huius arboris partem, quinqi moiis efjeconpicrdniam, fRdiices iUxmet funt, ie quibu^ fuprd» quinq; moifs conflicrdtie, TruncuSyefl^ecieshuntdnAuelchdos, m quahomine$ omnes funt contenti, Erdnchx huiui drborls corporex funt cr prjtcipuc arboris Ima^nAlis^ folia,funt uouem dccidentid» ex quibus uirtutes funt orndtjc. FloreSy funtuirtutum mcritHy crmtdtipUcdntur dduir- tutum multiplicationem. Fr«(ff««. funt mtritorum mercedes^crnt Deui honorc* tur uirtuose^dc eiferuiitut, M 2 Artor Arhork mordlls uU tes lunt. Arbor Vitiorum»'Kd^ttm hdcarbore^qu^ddm funt principilioret, qutdd uero minui prmcipdUs ; prmcipdliores funt, ^\dlitidyStultitid,Fdlfitdi,a' Priudtto finis; qui" hws ex minus principdUs funt connex^, uidelicet Udgnitudo, DurdtiOy ?ote(id^, Voluntd^y DeUih^ tio, DiffirentidfConcorddntidy ContrdrietdSyVrm* cipium^ Uiedium, Mdioritds^ Aequdlitds dc Mi/w* ritd4» ' Truncu^yefl confufio ffnerdlis, in qud funt omniJpdrti^ culdrid uitid contentd* Brdnch£dlijefuntprincipdUs,dli£dbijs originem fu*' dm trdhentes ; principdUs funt Guld, Audritid, L«- xurid,SuperbiayAccidid, Inuidid C7 Ird j reliqu^ dutem funt Iniuridy Indiffretio, Debilitds cordis, lft# temperdntid^ InfideUt^, Dejj^erdtio, Crudelitds, Trdditio, Homicidium, l^trocinium, Mendacium^ MdUdidio, Impdtientid, inconfldntid, Immundici^t^ fdlfitds, Vigritid, incuridlitds cr Inobcdientidt \ Rdmid Brdnchk oriridicuntur, c funt iUd quibus uiti» orum hdbitus ffnerdnttsr, cr oppojitx uirtutet re» ifciuntur* FoUd,funtdccidentidnouem,quibus uitid funt qudUft* Cdtd» lloreSi funt culpt iuitijs mdndnteu JeruduSffuntpocn^, oh mtia peccitoribm hfHdf^ DE ARBORE IMPERIALl •f IKhdcdrboreeaomnUconliderdntur, qutdd regimen unmerfUc Ipe^redicuntur» qudtenwt tileregimenejltempordleuelfeculd* re. Nfc hoc in Locoyimperatorid MaieftiU txntum ejl confideritnddy fedetidm cuiuiuis dlteriui perfonjedominium, inqudntum legibu4 im* perdtorijsfuUiturdc refpedum hdbet dd Impcrdtorem. Et htc drbor m duM pdrtes diuiditur^ primd quarum rejpondct prioriparti drbo» ris moraliSy cr fecunda fecundic i hinc eji quodiRdrum duarum pdrti--^ um debet fieri m omnibm huic drbori dpplicdtio, fecundum uirtuo^ fum effe aut mtiofum,lmptrdtoris^ 'Kddices,funtiU£,qu£inprioribufdrboribus funt con- jidtrdtsc. Truncu«,eft commune regimen f£culdre,quodlignificdt communem perfondm imperdtoris^ Brdnchjtyfuntdecem .f Bdrones, MiliteSy Burffnfer^ ConfiliarifjProcurdtoreSyludices, Aduocdti, Nwi- cijyZonfejfariwi zilnquifitores^ Arbork\m palts par- ^Kami,funtijdem quilttmoraliarbore funt conlideratt, tes funt cr pr£ter hos, feptem quoq; dj^ignAntur f luftitia^ Amor^ Timor, SapientUf Poteflasy Honor ac JLi» bertax, ¥olia, funt nouem accidentia, de quibus fupra^ Tlores, funt Imperatork iudicia ac fuorunt miniflroru. TruChsy efl pax ffntium, ut ht pace Deum dili^re poft l fint. n $ DEAR* DE ARBORE APOSTOLICALl EA omnid qutt hominem di Datm ordindnt, hdc m drbore confl* dcrdmur, ty Ufrfxtur circaperfonds cr res eccUfidfticdx Qu * dd Truncum cr BranchM,potrfi conjiierari ommbut moin qui hut drbores prxceitntes funt conjiierdtjey prster Imperidlemy qu£ pdriterpriores omnes continet,fdUem,quo di Truncum cBrdncbdf^ 'B.diices,funt Virtutes Theologics CT CdriindleSy qud* tenuf d rdiicibui uniucrfalioribus funt w/ormdtx^ Truncuf.efi perfonA ^neralk, qut iicitur fummw Po« tifrx, fuccrffor Pe^hnt dd GLORIOSISSIMAM CT SANCTISSLMAM DEI HOMI» NlSqi MATREM, ViRGINEM MARIAM, qu£ Mund0 feperit h^undi Sdludtorem, fRddices, funt pnes hominum recredtorumy qudtenui l gencrdlioribuf principijs [unt injvrmdta dc orndt^, Truncutt eft hdbitut quiddm generdlPSy rdtionc cuiui VIRGO M ARI A dicitur refugium efje peccdtorii, Brdnch^y funt dux uAturx, uidelicet diuind arhumdnd, ArhorUmd qu^iUud diuinum fuppofltum conflitucrunt^ cuiut terndtkpdr « VtRGO mdterfuit, Virgine permdnentct Uifutit Kdmiy funt SpatFietdS^dHocdtiotUumibtdScryirf ginitM^ FlorcSy funt dignitdtum M ATRIS DEI. TruChsyeflmvscH¥dSTVS,ciiiutcruore, 4' tnortt ^ Uber^tifmmi DEAIU DE ARBORE CHRISTIANALI. Il^illd.drboreeA conflderdri debcnt, qux dd vncdrndtum diuinum Vcrbum jpe^bint : cuim drbork du£ fitnt partes prkicipdliores .f. Diuind cr huntdnd, ficuti cr m Chrifto du£ funt natur£; cr fecurt' dum utrdmq; eft cxdimittAndd i rdtione bumdniatiSt pdrtes omncs ar» boris funtytlementtilcst Vcfftdntcs^ Scnfitiux, Imdgindtiut ^dtin onales irdticncuero DeitdtiSf pdrtes proportione qudddm funtfn* mendjc» fRddices, funtgenerdlii principid diuindchumdnSt I J Truncus, eftlESVS CUKlSTVS ; qui truncws unitt tfi j rdtione bypoftdfls, fcd duplex rdtione ndturdrum^ hrdncb£, funt du£, uidclicet ndturd diuind. cr humdnA. Krboris Rrfwt, funt rcfpe^ks, quos ift£ du£ ndtur£ hdbcnt, »»- Chriftiddlis ecificdri CT determindri;ideo qudndo confidcrdntur drbori* "f-Qj^^j^ bus trddcre cffe, neceffmum ejl iUjK confidcrdre dformis prius udrio modo informdtdt CTptrfr^s : ex qudrum pcrfiBione drborum pdr- tibus inefl quoq-, pcrfe^o. Berddicibuspducd ddmodum infequenti* bus dicemus, quid proUxitdlem CT inutiles eiusdcm rei repetitionet uitire intendimus. H/c igitur qu£ de ijsdiximusobfcrud^C pur^ mente contempUrc» N 3 Dr Truncou J»4 DE TRVNCO. V, . nr^R««cwfr dutem dcbedt inteUi^y in mixto eUmeutd ejfe ; unicuianriai mumm terminum ; cr h£c duplex eft f pcrmancnscr fuccefiua ; ^^J,'^"' ^ permdncnsycuius psrtes quxshabet funtjimuli fucccj^iud autem, cu» fucceUiu» ius pirtes non funtftmul ; quod dcbet in utrdq; qudniitatfs dcfimtiot qu id. ne intcUigi.noude pjrtibus effentUUb'J4, fed tdntum mltgnnti. fcw orqudnrititiuts Difcreta cft, cuiui pjirles un.i pcr tirmintm dU 'crefa quem communem nonconiunguntur, QUic ut cdptafdaUordftnt, \n ^u*'^^»^**» m9dm drborh dij^ofuimut^ Qudntitdi4 * U4 ^q6 'Lined fjutefl logitudotdnm tmn, Superfiaes, qu^pr^terlon^ ^Venmnens^ gitudmem habet Utitudmc^ I Corpui. quoiefllongumM' [ tum, profunduwq;. (Continud l f lAotut,cT cjl aOtis etif,qu4> I tenui in pjtetnid. I \Juccepiud ^TempufyCreflnumeruimoA tm jecundum prius cr pot fteriut* fOrdtio, (juatenut eiui fyUabx menfurdn» j tur breuitate uel longitudme» iw pro* Difcretd i mnctando. I (Effentidlit.utdigitui drticu» (V^ejpefhu^.utpdr^ Accide-i pdnter pdr, pdri' tdlis \ tertmpar^c. \^QSdlitdtiumcrefi tUe quiimportdt pguriyUt affcret^ fbbi.pararelli.pt' des crc. Pf op rlu m Qniiuitdtk efl proprium.ut fecundm ipfam res £qudLes uel mxqud^ Omnls oualitas ry^rqudlitdtemresqudlesdicunturiut per iuflitidm homini m# nat fubie Xr^''''* Hccqud- du. ct qiia^^ denomindtfubiedum m quo efl, mp in eo fit utenfd; !€• . blttcefi DE dVALITATE. r t4tisfuntqua\ tHor \ tol hmcefl(juoidqudtepidjne(li edUdd neq; frigidi poteft flmpliciter nomuun i retiuiri^ur quoicidnt,*uelquodddc6* Propria rc uertentUm de feip/is prxdicentunquod jint flmui naturd ^i. na- latiuoru, turali inteUigentid j CT quod uno pofito, dlttrum ponatur» cr *f*>gnani, deflru^, deflruatur^ Non mc Idtet, mdteriam hdnc effeddmodm dtfficilem, plurai^ expoflulare j hxc tdmen procompendio fufjiciat^ DE ACTIONE ACfio non dcbet confiderdri pro formd dih, uel mdteridUter, .. fcdfvrmaliter CT pro rej^eOu ; cr mhil dliud efl quxm refpe. fi u5- {ks quidam, quo dgens reftrtur ddpdffum.^ropriumefid' fidcrandal (tionif, ut jit rdtio qu4 pdjiio iiifirdtur. DE PASSIONE EX diihs hic immcdidte fuprd> fatis crit paj^ionls ndturd manifr^ fid } dejinitur tamenjic, Paj?io ejl rejpe^ius pdtientis ddagens^ Proprim c{h huiusy ut injirdturdb dSHone^ DEPOSlTIONEudSlTV. POjitiOy efl ordo pdrtium dlicuiustotius ddipfumtotuniy CTdd ^oCulo ab locum-y cr w hoc po(itiodbubidiffhrt,quidubijigndttdntum "^i^ii^cru rej^eiium ddlocum, pofuio dutem prxtcr hunc^ dlium denotdt, utpdtet» DE HABITV. HAbitus hoc in /oto, non dccipitur jicuti inprimo qudlitdtit moio dccipicbatur ; fed pro rejpedu rei dlicuius^ db extrinfe- co dltcrirciddidcens^ pcrmodum orndtus uel deorndtus: fiu$ totum uel pdrtcs multas rejpicidt iutrejpe^usintcrulxddeumqui td ejl indutus i fiue minimam pdrtem ; ut anuU re^eiiusdddigiM. tum, DE VBI ucl LOCO* VBi, tj} rejpeaus lo€' citfdjiigndt P(trus hy^dnus, qu£ nuUius funt momenti^ O 4 JDEQt^do^ DE QVANDO» QVdndo^ellrefpeCknemporkddrmtempordUm j ut rtjf>i$ L%s huiu4 bor^j dd rem tali tempore exHlentem, cuiui operd' tiouelmotui menfuratur. Duplex quoqipotefttlfe.aaiuutfi Uideliceta-pdj^iuum^licutcrubi, \demde bdbitu dia poffet. Huiuf dccidcntistresaj^ignAnturproprietdtet, quarum cognitto cum non ddmodm im6 parum uel fvrfan nihil profit, fcribere non curauimw^ Hjtc de fvlijs omuibw! corporek rebus conuenienttbM, dida \ufj\ci*^ 4tvt Q^ndo igiturdere aUqud materiaU traihbitur, poterit luUi Pndtofuipnhtc accidentid edm fdtit ornare, poteritq; Cate^riat nofirM non folum reijppUcdrcfedetiam cuicunq; horum dccidentui. DE FLORIBVS. AJ^dmis foUd generantur v fiorts ;de /vlijs di&in efljed dt fionbm aqmbw frudusdcpendenty rcfiatut nonnuUa uidea* mwi4 F los hic dccipitur pro re iUd qut fruOui uel efjviiui e(l Flos quali p^^^i„i^^. mfhrumentum dicitur quo res dcquirit tffe. ?ere4 rcr accipu defaciUdignolci,quidperi>\f\ru* Dubia Lul mentumuelfiosueUt;uidcturetenimquodpro mfhumtnto optratij li fenteru onmdccipiat,^ tamenremabaUomotamquandoq;proeodem ca» defloribusy|4(|.4f. t« uero brcuiter nobtfcum poterii afjirmare; principaUus Opcratio e ^Hfumentum operationem cjfe, quia fruCkiuatdeeit proxima: ftcUM. ^*^^ tipdtetdifciirrenttperomnet motuf ff>eciesi remotum ucro iUui mcntum. ^ difpontt, ut mdefequaturfi-u^hisificuti ignifcahr» quid calore combufiibtU uel caUfj^bile dt)j>onnur» ut formam ignis fufcipiat : dUud remotijiimum datur, quod motum ab dUo recipit : CT duplex f f nAturale CT drtificidle ; ndturale ut minui. pesO-c: dr- uficiAeut funttUd qutbus tAechanici CT aUj utuntur.Et omntbuf ijt tnodis mjirumentHm uelfiospotej} accipi, ftd jecundum LunHnten» tum (ut m fequentib^4A patebit) uerius optrationef fiorts uel infiru» mtntd dicuntur, quJim cttera quxnmirauimM. Hoc quoq; fidcmfd. cit,qui4 tit,quU in(hmenU duobut uUimk modk conjldcrdtA, dut funt qud» litdtes dijj>onenteSy qux cum elementit cor^iderantHr iUel fuiH tl^ menatA^ qu£ pro jruShbui dccipiuntur, DE FRVCTIBVS» Flnts cr compUmentum rddicumy Brdncdrumy rdmorvmy foUo- rum cr deniq; florum,frui^s funt ; qui per eminentiam quant flu^^i^^*^^ damomnesarbbrk pdrtes continenc^nec unquam partes arbo' ° rlf quiete fruuntur, mji quando fru^is fuumcffeconfequutifunt» pK«(f?wy huiiuarboris funttUmentiL omnid(feclufiseUmentis com^ pofitiSy qux pro rais funt accepn) quxcuq; fint iUayfiue perfiet&^ fiue imperfida, de quibu^ in quatuorUbris Meteororum d^U Philofo' phut. tion eflprxfentis ne^^tij de ifs traShreyfedqujc finc numtrd* bimui faUemy cr nonnuUd forfan deiUis diccmus. D«o funtmixtorum generayquorum primumimperfe^rum dtcitun quoniam tefte Ari- flo: in primo Meteororum, fecundum naturam minus ordinationm Duo mix- fiuntyquJim reUqud corpord ; uel quia fubito mifcenturac ffnerantur, " gcnc- Etfubhoc mixtorum ffnere meteorica omnis imprrj?io contmetury " 9"«fint UtUquetuidereex fcquentiarbore. AUcrum mixtorumpnut perfit ^4"*^» {htm efiyfub quo lUa omnia comprxhenduntur, qux in terrx uifctri- hut generantunqux fnnt difjicilis mixtionis, ffnerationis, ac ccrru^ ptionis i de quibtu Ar: traibAt m 4 Ub Mettororum, cr funt Upi^ deSy metxUayfales cr fimiUa. Ab imperftEhs aujpicaturi ; qu£ cr uu ffnerationis perjvdiora prxceduntyhanc tmprcj^ionum omniumad' uotduimus diuifionm j utfdciUus qux fittt, cognofca tur, y P Omnfc OmnkMtte oricd imprcft fo cdufatur utl flno^UiLSphxrd.utGaUxi^ Sine upore, vfubit^tuf { \n acre, cr tx radiorum folk refie^ aut [^xiom fiti ut Hnlo, Irif, Pdnhelif^ (Comdt4 fSteUd i Bdrbdti I Colu^ [cduidti In fupremd dtrlt j nxpyrmidAles» *Sicco cdli' do CT m-* fldmmdto Vdpore 'Simplici^ I regione,ut fune « lii medid^ ut inmfima,ut CdndeU drdctes Lance£ ardetes, Titioyquidicituf Afub» 'Cdprt fdltdntes ec'iem ^rit lapidfs vellutidccodi: qui defcendendocorponquantumuis durd pcrcutit ac eucrtit. Si uipor cleuatus efl mixtu* fulphtire uelargento uiuo ; tunc ex dccodione v infiuxu coclefti, -quaodoq; infiuftumfcrriucl chalibls conuertitur. Venti turbink ong) abaqueanuht; (fl,quite' Deuenio nus contincttcrreflrcm uaporcm i ex nubis fradione vaporiUc tcn* ^urbinii. dit maximo cum impetu terram uerfus, crd tcrra repercvlfus^ fecum trahit quxinuenit, DeimprcfsionAus gcmtis no cx iiaporibus, fed ex reBsxione folis uel Lunxauc ScelUrum. DVm dcr uentorum impetu non molcflelur, folct aliquando ap^ og Halo- pirere circultu albu4, circd folem aut lunam ud fteUam ; qui ne, Lorond Ldiinc, cr Udlo grxcc iiomindtur ; crgencniurflc^ Quando I fi4 Qudndo hmni£ui ttdparfurfum dcudtof cjl, nec tmtn attigitmtd^ Amaeris regioitm^ ritionerdritatis fuxoptimcluminis (fi fufctptu- mt» GT migii in medio quim in cxtrcmitatibus,* quii co m loco tft intcnfion corpuiq; lucidumuaporH ccntrum diamctralitcrradifsfuig iUuminatiSyhumidiat*mdeftruiti qiut ciccntro rtccdcns ai pcriphf rit partcs conftkgit, cr bocpu^ fit circuhu j qui cum tUuminetuTt nobis albut apparett quia ntc adhuc uapor m nubtm denfam cft con» DeTride. ucrfas. \ris gmcratur cx reftexionc radiorum foLarium uclalicuittt dlttriui ttflny m dupliciroratione cr nube detifay tx oppoftto foOiS dut altcrim aftri conftitutis ; pcr duplicem rorationcm mtcUigc im* brcm dupliccm^ fubtiltorcm ./*♦ cr crafsiorcm, Quando nubcs denfd cr aquofa cum duplici iUd roratione Soli ucl altcri aftro e regione opponitur>adeo ut radij oblique incidant itt camt nec petietrare ua- Uantt tunc fitradiorum refttxio^ m qua rtftxxioncy carporisluminoll ima^ (^fedimpcrfrilc) reprcfcntatur: cr quia talif rcprefcntatio fit fecundum arcuaUm ftgiiram»ideo iris nominAtur^ Colores in Iri- de caufanturuirij^exuarictxte fubic(ht m quo fubic^bitur. Tcrru prlsenimuapor uel nubes denftfsima, nigrum colorcm prxbet ifT quanto magis accedit ad terreftreitatcm cr denfitatem ucLrecedit» tanto magk colot adnigredinem uel albcdinem dccedcns cdufatut^ Multa effcnt dicendd tam dc pluralitate Iridis quim cius figurddrcn^ Ofc P:iahe alicrcoloribus, qux omittimuscaufabrcuititis* ParabcUj, funt Sa« ^i**- lis jimiUtndims, quicaufantutex rtftexione radiorum folis in nube dquofa ualdc denfa dc rotunda AUtere foUs txiftcme ifi plurcs con» jimilcs nubes aUtere folis mueninntur» CT plures parabclij caufdtu tur. Ex tranfitu radioruw Solis in tiube non continud fcd pcrforatdt udin.aUqiubiM partibtts rarior^ ftib foU tamtn pcrpcndicularitcr rxU [icnte, folent nobis apparcrc cordt virg^^ diucrfls coloribtM-or» Calaxiaq nat£; cr ij colorcs ex tranfituradiorum pcr nubem caufantur* Efl modo ge aUerd impref^io qud-tiecm uaporibut fubiefkitur, neq; ex uapori' ncrctur. conftat, cr eft GaUxia, qurfic caufatur, 1« o^ua Sph^ra md^ tte funt PeUs^ aUqux uifu notabtUs, cr aUqute non i qud cwn Uicid^ flnt . Tiiios emittuitty fcd ex minhnd dd inuicm litUdrum iUdYum di* ftdntix rjdi/rcfnnguntur^circulMq^fummealbuicaufatur, quird* tione t^ntx glbcdinis ladcus dicitur. Hunccirculum Vulgwt appeUdt uittm fin9i Ucobi^ qud mortuorum dnim£ priusqudmcoclumcoti- fcendjnt, iUuc perueniunt, Dc MenUis cr reliquiSt ^U£ in terrd uel Urrxuifceribuigenerantur, mt fumus di^ri, ut Alcbimiflis [obiidiud^ dd firmdfciicntdcni» fd^dU. potentiaU, dd£qudtum. mddtqudtum^ fixmdU. prxmdrivofu ftcunddrium* [InffiUre* uniuerfiU^ Itntitdtiuui, qwus txtUcdufmfum ttiHii^ txt fperji^onk, I originif, topriotitds ^ndtur€» dignitAtk» ordink, Stcundarioritmi TertioritM» f pcr iuxtipojitioncm illc dugetur iofl^ tio 1 f Vroprie tdS t,6Vropor> tio 17 Coditio s8 mttntio I propriiy cr repcritur (KdtionaliSy C tH interiUd qu£ und comuni inttr qudniUdtcsi menfurd mcnfurdntur^utbicubitum uel tri* cubitum, qu£ cubito mtnfurantur^ CTina- fn&turdlk» ritbmeticis numeri omnts^ quid comunimc' ^ furd >f unitdtc dimcntiuntur* [drtijicidlif, [irrdtionAlis^c^f^ft intcriUd, qut und co^ nunimcnfurd ncqudqudm pojfunt mcnftu 'primdrU, rari, mlt^ funt tdm rdtiondiis qulm ir^ rationaHsqudntitttif JpccicSt qu£ dpui fecmddrid» UUtbemdticos pojjuiu uidcri. ip Ordiua^ tlf I tcmporis» Ordinxtio\originiS0 \jxcrcitM» (morditer, (bona^ 3 o Opndtio ^ [entitdtiur» I f mordliur* [mdld^ [cntitdtiua fbonl^ f rtdUSf eciesdptitudine :fT gicu cc phi \ Jduplex eft, phificum c logicum j phiflco ffntrt ^udent que* lic u «^uid ? cunq; ex §aiem mdteria funt conftitutx, ut corporalia omni^ fic ^ruplex corrupttbilid. Genuslogiciimduplexeft.f generalifiimum cr fubal» logtcum» ffYtium ;generalij?imum fkpra quod aliudgenui non daturylicet tran^ fcendcns po^it ddri:fubalternum, quod rcfpeShi fuperiorum eft Jjfti Quare ge^ des,injtriormiter6 genw. Genut logicum eflunumdequinq-pre^ C^^inu^de ^''" quatcnus de pluribus dijfrrentibut ft>ecie ac numer» bnq- ^5di prtdicatunfedobbdnc C4ufdm, cr prtterta, quid tdntum parten^ CAblliblll. s ^cnti4ef}>ecichuicotmunicdt:& i /^cie difftirt, ^nU hdc iotm ScotizjU rJJentUm mdiuiiuis Urgitur^ De Specie Secies est qu£ Jub fe plurd mdiuidud tdntum continet, ucl ttAtd efi contincre. HMabsci; conliderdtione pofuimus in hacff^ecicidcfia, Notl» nitione hM p^icaiix, uil wt(a eft contincft, quidfumquxddm JPecies,cChimi prior m iUk corporibui rcperi* turyquitndjx funtaeterkcorporibuiUuioribus fupereminere^ pcundd ucro m iUk qu£ grduioribut utroq^ modo, 13» DcPondcrofitatc uel grauitatc. GKduitdt cfl rdtia, qud corpord ndtd funt dcorfum tendere j qutdupUx cfiy jimpUcitcr cr per rcjpe^umi primo modo corpord iUd fum grduid» qux infimum omnium locum ndt4 funt occupdre^ fccundo dutcm modo qu£ fuprd hxc tdntum Locumjibi uendicdnt. i4^DeMotii» VThreuibui Idnc/Drmdmdcfiniendomeexpedidm, motum td' tioncm tffc dico, qud crcdtd cundn mouentur. Ldrge motum Accipiendogaitrdtioui cr corruptioniconuenit, dc quihm /»- &. 5 quuti quuiifumut ; hic tdmen firi^ie oDn/lderArevoUimui^ Motui (^eclet muUgfuntfUtftdtimtibidemonflrabuur. j Augmentdtio^ O" efi augmentum qudntitatk» 2 Dimtnutio,creJldecrementumquantitattf, ) Altetdtio, cr efi mutatio de und qudlitite in dUdm, 4 Loci mutntiOf CT ofitk tribuit, nepUtribut m rdtio* ne fuperiork fc communictnt. AfsignAntnr diuerfa indiuidu» Qrum f l ' WMgtntrd iitempe, flgtutUm iniiuiiuum^ ex demoftftrdtiotie, ud* gKf», cr tx hypotbeji. Qtiod horum jit difcrimetiy Logid trddunt^ ji» Dc Attrafpeciesobiedcrufuorum4ttrahut, 3 2* De Contingentia» OMne id quod i cdfuueljortundeuenitthocmodocontingent efl, Sihomo templum uolensddire, d iapide deorfum cadente ' in capitc Udatur» contingens efl, Si tripoix cadens e fupremo \ locojfiat aptx fcdcs, contingensefl. Behaccontingentia fub nomine in 2« phi0» cdfut dutjhrtunx mteUiffttda, pr^eclara Mo: tradit. , Dc Imperfeflionc» Ih^iperfr^o pcrfr^Honk ef} oppofitum, ideo quot perjrBionU Jj>f« ciesexplicanturuclexpUcaripoffuntttot cr imperfiihonk* Iw* pcrfeBio e/? rattOy qua aUqtdd non habet effe completum. Sic ho9 mo A ndtiuitdte caccus aut furiws ucimancuf, imperje^s efi, 34. DeColore* r ^dndis cft colortm uis, quonidm eorum medio m cognitionem [ qudmplurimarum rerum dcucnitur. Plura etenim corpora re» I periuntur colore uel lumine affc^y quitn aUjs quaUtatibus ut f fatis notum reUnquitur de coelo. Cobr igitureflratio,qua mixta funt colorata ; nota wtxf», quomam elementi quaUtdtibus fecundis carct, 3^,DeSono» SOnui efl tmiucrfale quoddam ad otnnes fonos^Moc Ln loco fotuim izcipe et quatcus icorponbus fottatibui proccdit,et ct ut efi qu4- S i Uidii «« Utds qu£ddm vn derm imprrlJj, ipfumci: ptrcutiens, ie quo eonllde^ Ydtur et^Um m dtbore fenjudUjed per dccidcns.ubi dc pottntijsfenji» tiuis exterioribut obie£hstrdditur notitid, FVmdUs eudpordtionts i corporibus odorifiris excuntes^ dcrc^ mouenteseumdUcrdndoyddor^num olfdCks dtueniuntyquoi in dudbut nirium cdrunculis conjifiity crjlc ptrcipiunturodo» tes* iUcuit breuitcr oRendtre olfdciendi modum i tu dutem in fe odo» resconflderdf cr ([Udtenus dd potentidm ordindntur^ .Dc Saporc» _ . 1" Sdpore muUd effent diccnddt brcuitdte tdmen ^udenteSy macen^^" 1 J tangrmus. Saporis mdterid fubU^h, tjl bumidum^ cui ddmixtum efi flccum terre/lrc i humidd enim tdntum^ non _ . funt fdpiddt quid nimfs fubtiUd ; neq; flccd tdntum, ut dc finiUo '  ^ bMtM4W0({i fdtif dppdrct. Hocmodoftpor potefl definirL Sdpor efl humidi pdflio iJUtd iflcco tcmftri, quod a cdUdo pdtitur i unde perhumidum,receptiuum faporis txpUcdtur ;ptrflccum ttrre» arepalJum, efficiens propinquum ; pcrcdidum m ficcum dgenSt tffi» ciensremotum. Sdporlt muUxfunt J^ecies. 1 Dulck, confldt ex cdUditdte cr humiditdte mgroffd fubfldntidi medidtq; eius compUxio intercdUditdtem G" fiigidudtem^ 2 Suduky ex cdUditdtedchumidUdtemfubtiUfubfldntid; eiutq; com^ plexio efl medid*. 3 Pinguist ex cdUiUdte dc humiiitdte in fubfldntid mediocri ;eflmf dixcompUxioniSt 4lnflpiduf, exfrigUitdte ; eU quoq; meiix compUxionkt^ f Sdlfus,excdliditdtevflccUdteinfubfldntidmediocri; compUxi^ tdcdUidt 6 Amdrus» txcdUiitdte cficcitdtc in^xoff^i i compUxi^ efi tdiem eumprdceienti. 7 AcutMy ex cdlidiute CT ficcitite In fubtili s complexio efi eddem, t A cetofwsy ex frigiditate cr jiccitite m fubftamia fubtili ffnetdtur t tomplexio efi frigidd. 5> Stipticui, exfrigidintecrflccitite «t mediocriiedde eflcopUxio^ 1 o Ponticuty exfrigidiate c^liccitdteingroljd j crefteundem complexionls cum Stiptico Acetofoq;, Korum fdporum multdt poffcm ajiignAre operdtioncsccdufu opc^ rdtionumf ^udx conJiderundM rclin^uimut Medick» jS^DeScnfu» HAncformdm uult huUui fub fe ^flum bL^muc contincre, fiy Recitantut cutiexeiuiuerbiscoUigiLlnquitcnim^SenfuteflfemittAtusm Lulli vec- drbore elementdli^ qui diJf>ofitui cfl rdtionc fenfUiux mfert£ ba. in elementdtiud ej ue^tdtiud^ quod ex tUod^s nMurdle dnimdtunt htd{hmdeducdtperfentire,cdloremdUtfrigiditdtem,fdmem v fi* tim dc tuihtm» Non effet tamen mconutnientf hdnc fotmdm dccipert fudtenut cuilibet fenfui efl dpplicdbilis. 3 9. Dc Conceptionc» * PErhdncformdm mteUigendx funt conceptioaesndturdtefy qu£ Concepti* ddffnerdtioncmfenfitiuiucL uegetdtiui ordinAntur. Ali^lunt ones naies etidmconceptiones.f mentdlcs, quarum pdrtui func cxplicdti eimetales* 9ncs qux fcripturd» nutibut dut uerbis fiune. DcDormitionc4. Dormitio uel fomnut efi dnimdUs perfeib uel impcrfeBi pdf^io; ficuti ey uigilis^ hhic efl quodcd qu£ fenlibiit cdrent, ijs quoq; cdrere ncccfje efl. Somnusdtiimdntibudnccefptriut efi dupUdS on* quk" decdufdi primo ut uirtutes nAturdUs quibut uti nequdquam pofju^ reaniman- mutfineiUdrumfdti^tionCyinterdumquiefcdnti fecundo ob uirtu^ ccffariui"* tcs ue^tdtiudty qu£ continuo motu k fuis operdtionibut impediun* turiCT hocuerum efje ex efftibbut cernitur ; exptrimurenim bomi- ms JludiofoStmultum^ fenfibus utcntes non admodum efje pinguer, S> ) obmA*- 1 M4 ob ntdldm nutritionem (jux m t:h ft i ex oppojlto ucro quidm kuH uiuntur ignuuit^ ocio, fomnodediti^quitdmpinguesfunt^quoi Somni gc nilfuprd.Generdturautemfomnutbocmodo. Obciborumdecodio- neratio* nemyd corde uapores eleudntur, cerebrumq^ petunt, qui Ji nimid ctre* brijri^ditdtecondenfantury replentq^ uenM dcmedtun, quibui d cem rebroor^nii uirtutfenfitiud communicatur j C2r fic ItQ^ntur orQind uel impediuntur ne pofiint fenjationcs fudf exerctret 4J* De Vjgilia. DE uigilid oppofitum eiuf quod de fomni ndturd di(km efl, con» jiderandum reimquitun conuenit pariter uigilid dnimdntibun cr nihil dliud efi, qum folutio fcnfuum ad exteriores d^is, per cdlork ndturdlis reiicrjlonem ab mterioribuf dd extiriord, *De Somnio* Definitar T) txplicdturi quid fomnium fit, dicimm effe dppdritiom fomnium. J^nem quanddm exrecurfulimuUchrorum a phdr^tjfldyptr com* pofittonem ucl diuifionem uario modoconfiitutamy ad jenfum communem j quibu^ phantafmatibiu homini dormimific effe ad ex* trd uideturut ipfa mouent, nu Uo cxtrinfeco agente in ftn [unu per re* prxfentdntk modum : non jine caufa pofuimui hdt pdrticula^ (per reprxfentantif modum) quonim per modum excUantk exirinfecs qu^dam ad fomniorum caufationem rcquiruntur. Corpora enim cae» leftta concurrunt adhoc; cum pbanthajid dccttert mteriorts pote* ti£materialesfint,dcmdtcrijles obit6hrum ff>ecies retincdnt^ qu4t Coeli &E_ mfiuxuf ccelcflk funt rcccptiute» Elcmentorum quoq; qualitates di lcmentoru fonmiumefjliciendumopcranturdc conducunt; ndm corpork pdrtes. ad ro'nii*iri "''^'P^^^W"'^ pariter afficiunt quali» concurrut, ^'^> hinceH quodfidormicntii manw uel pcdes m aqium fri* Nota. gidam ponatur, ftjtim fe in dqufedere fomnidbit. Mult£ funt fom* fiiorumfj^eciesqud/srcUnquimmt, ,DeGaudio» GAuiium fink tft potcnturum fire omnium : dppetit dnimalt timtt, irdfcitur, proftquituraliquid, CTdliuiuitdttob dcUdi» tioncm CT ^uiium, qudtenut did^s tttles iire^ie uel indire' Ae fequitur^ucloppolitumeiusuitatur. Efl^tiiium rdtio qud 4nu tudl ic bono ddepto uel ddipifcendo, dut mdlofugiendo Utdtur» 44^Delra# IKdex concupifccntid oritur, dt4*, 41 Hrfcrogcnritaf. 42 Ingroffdtio, 4 3 liltgMdlrt/ffif. 44 IncoAo. 4 f Imprepibilitdit 4d IncodguLi t(0. 47lffii' 4 7 uil^h^ €p Penetrdth» 4.8 mjiammitio^ 7 o Kemifiio» 4p inquiMtio, 7 r Rtjpiratio» 5 o InfclubilitM» 7 2 RctfflMaf 5 i U d Putrtdo^ 8 8 VniuerfalitdS, 67 Putrcfd Hio» S ^ VioUnidtio, 6 8 PorrofltdS, p o VflibilitdS» Tlures formdt fdbricire poterts m undqudq; drbore, fl pjrtes omnes 4rboris conflderduerk dc indd^ucris edrum partium proprietdtes, ^udtlocoformdrumpoterkhAberei quid Mt dixi dliqudndo, form^ iooo proprietdtumafiignAntur, qut meliusm reicognitionem ducunt qudm cetetd txtrinfeci prxdicdOi* Dedimus modum fMcdndimul tis formdSt Sdt uolmm de /ormis dixiffe, dc de primd drborc. T DEAR. R ^> f ^ DE ARBORE VEGETALL ris demc^ contempUtiodrbor(sutffalifyquonum fccundum nttur^ or» talis ad ve- dinempoftlimpUxclfcquoirebwtconuenit.fcquituruiucrt.quo getancem. melfcncbiUonconftituunturinec altiorcm gndum poffunt corpo» rea cntii unqu4m coafequi, nifi ue^tans uitj prxfupponatur. Inh^c drborcomnufumconliderandafub dupUci rationcy uideUcet qudte* nwi habent effetf^enhxtiuum CT uegctitiuum, boc ettnim lUud prr» fupponit» DE RADICIBVS. AdiceshuiMarborkeiedem penitns funt, qute pro etementsU arborc funt firiitatXi aquibus omnes arbork Jpartes fuum effe dccipiunt : nec aUquidradicibtM oonuenity qum arborum par* tibut fccundario conucnidt. DE TRVNCO, TKuncu/s efi qttoddm uninerfale corpWy m quo potentiaUttr particularestrunciwntinenturdcreliqua omnia, qu£ iruncu fequuntur. Nam uirtutenAturaUumaffntium qu£ m eo jun^ potenttaUterada^mdeducuntur* DB BRANCHIS. BKancl£ funt quatuory fciUcet potentidappetitiudydigejUHd^ retcntiudy cr expulfiud. Per appetitiudm quodconueniense^ pctitiua uefftantibwfy defideratur, dc beneficio nAtur£ fruitur^ ?rouid4 uelatcia£li HAturd diuerfls diMerfat trddidit uirtutes, quibwt conuenientiddttr^ bunturut m effe conferuentur, Quoniam uero quod dttrd^m e/J, ad attrahentis membra roboranday qu£ nAturalH calorls ui ac MrtM- te debiUoitA fuere, nunquam efl aptum, nift membrk nutriendls flmile fiat; ob id opm efl difffiiua^ qua alimentum concoquaturyac digem. rantnr ea qu£ f^eciem cr formam membrornfufcipere noo apta funt^ £tioc TEt Idcalimcntum tfuodih extrinfeco ucnit, quii m tcmpdrc impcr* ^ ccptibilinonpotcjltranfmutdri ac conucrti in aliti fubfldntiiMyoh mbcciUcmtr>insmutantif aibonemcicpafircfiflcntiam: idco ncccft farid cfl quicdam rctcntiuafacultast qua nutrimcntum tamdiii rctinc' Reteatiui^ dtury quoaduiq; nutritio fiat, At propter impuritatcs abifcicndas, qu£mrtutc digcfliux pottntix, d purioribusfubtilioribwsucfuntfc- g«gifno ; qutdam inquiunt, effe cor, aOj controuer- neruum^nonnuUic^rne ;cum omnibus idem pottris afferereiinteUii notadui* 'jgendo cor effe radicale orginum, non ta^us folum fcd aliarum etiam potentiarum ; neruus uerb efl or^nnm defirens ff>ecies j caro fufcipi* ens per tnflrumenti moium i caro deniqi ncruofa eft totale or^num^ Veeius quoqiUniateuelmultiplicititemultx funt lites, qud/t fic po Oeunitate .Uris fedare. Plnres funt uSus non raiione diuerfarum formarum et plurali* fubftanlialiumy fedrjtione diuerforum contemperamentorum quali^ tateta£tus« tatum; aliud enim eil contemperamentum faciens ad percipiendam ealiditxtemcr frigiditatem, aliudreffyedu humiditatis cr ficcitxtit, Affatus (mquit LuUus) eftiUe fenfus, per quem mMifeftatio fit t» Dc Affatu» fermone,quieftintraconceptmtCrd4texempU» Sicut homoquilo' quituriUudquodcogitat, CT 4ttw flmiUter i ficut ttiam ^Uinaqus tUmatxdfiUosfuos^ DE RAMIS 4 RAmihuius drboris triplicis funt natur^, ut fupra oftenfiim e^ de qudUbet huius arboris parte ;crfutu membra unimaUum tam mteriora qulm exteriora, m quibus Ht renouatio perut*, getatiuam potentUm, compofitit per elementaiem ndturum, com municitio uero idfenfus omesper fenfitiuam uirtutem^ T 4 DEIO DE FOLIIS, FOlid funt ediem dccidentU qu^CTin prioribus drhorihus rept* riuntur, sub triplici tdmtn rjitmeconfiierdtdicrhocrjttioni fubicdi A quo icnomindtionem dliqudm recipiunt i cum igitvr • gnimdliatriplicis[intitAturx,Pc&dcciientidiniUk fubie(htdcon^ Jimilif nxtura fiunt. Non ignormus hdnceontemplttioncmfatis effc impropridm, fei fcquimur Frxceptorem DE FLORIBV8» OVerdtiones omnes qu£ db dnimdliprouenirepolfunt^qudte' nus hdbct fffe,uiutre vfcntire extrinfccumy flores iicuntur» Nfc plura ii^bit rdtio ut ie ijs iicamus, can in qudcunq^ /fre 4rbore,optrdtion€sloco florum hdbcdntur. DE FRVCTIBVS Quituora Tn»ai«ffttf funt dnimdntid omnid fuh qudirupliciratione conflit* nimalium h^r^fi, quorumqutidm funt igned quid inigneuiuunt^ dliquddk'» rpccics, red^quonism tdUlocofruuntuT^nonnuUd ttrrcflrid.vqudijm 4qued; ii(iinguunturigiturinqudtuorcUlfef. No« eltprafcntitne* gocij dnimdUumfpeciesnumerdredc eoruniem proprietdtcs oflen» dere,Q^iieijsmuUdcognofcerecupit,le^t Ariftot inUbris ie porid, ie pdrtibus^ CT ie generdtione dnimdUum, DE FORMIS. ItHter formdx dnimantibus conuenientes ifl£ qud^modoielinidhh muslocumhdbent,qudrumcognitiononpdrum utilis erit*. Bt ne iiipLex fit Ubor nofler, formds unJi coniungere uvlumus, qu£ ^nimdUconueniunt, qudtenus e(t exterioribus fenfibus dc intcrmi» bus fenjitiuum* l Apprxhenfio. ' /^AflutU, 1 n ppetitus fenjltiuus, ^ Auidcid. 5 Alfenfus, 6Affmsd^Ut, 7 AeflimA* Hf tf Atdiittdtios 28 Intdgindri, S Auditiu diiut» 2p inffnium. 9 0 lrecies in fenfucommuni recipiuntur Uuiut fenfus ncccjiitM efly ut de fcn fmm exttriorum fft^ ciebui iudicium fucidtiUndm ab dlid diftinguendo^ dtq; ut fit dUqus potentid que cognofcdtuifum uiderCt duditum dudire, cr fic de reU^ quiffenlibui;ipftenim ob eorum mdteridUtdtem nequeunt fuprd fc ipfos uel proprias optrdtiones d^m habere rrflexiuum ; qui tdmin De im.igii= fcnfuicommuninonrepugtuLt. Imd^nAtiud ftnfum communem ftdtitn ^^^offi^io^ /f ^ Mi>«r, cMiwi pro^nnm f/? cj« db eodim jenfureceptdsconfcr» ^ * uirezrretinereinAm fenfusconmuntis t^ntwn retinet ^ecies exti4 riorum fenfuum dum m obieiU tendune, inimdgindtiuddutemdM conferudntur^ Aeliimdtiud hoc hdbet priuilevium ut imdsinAtiudtn ClUlUelCOf^ r r ^ n t • • r gitatiua e P^q^ ^ttiiiinonidrtturtirumj^tcierutn conferudtricem^qux dh tfiimd* tXHd uel phdntafid funt fabricdtx» ideodlid potentid ddri necej[drium eji, qu£ dppcUdri pottfi Mtmorid fenfitiud ; qu£ non ejl eddtm cum De Memo- inieUediud utquiddm fdtk inefjicdcittr probdnt^ dc txiftimdnt. Et 'ia fcnfici- flccompletus eflordoudldcddmirdbiUfinttrhdfcepotentidf. Dcrc' minifctntidynihil omnino dicere uolumm»cum dmemorid non diffvrdtt nifi in qudntum memorit funt proprix jpecies^ rtminifctnti£ utro dUtn£. Stcundum hdt pottntids td qux in pritcedentibu* drboribut eontintntUTj confidtrdri pottrunt DE RADICIBVS. Slmilitudintsrddicumrtdlium drborum pr£ctdtntiumthuiui drt horis funt rjidices, ut tdlesfimilitudines fbrmdliter ueluirtudlitcr u°? interioribuf potentijs obie{h ofleniuntt J^diere hds pirticuldf U|*tuau"cc ntceffariumfuit,f. fvrmdlittr utl uirtudliter, qutd non omnes rddicts^ jcn cat, propridfbdbtntJpecieseMreprxfentdnttSjfcd uirtutt dlidrum notx fiunt ; ut pofjumus dt bonitdtty ucritdtt, cr dlijs dicere. Hoc idem de Rclati oncf quibufddm dlijs inttUiffrepottrlty ntmpt dt reldtiotiibut tdm intrin- qaom od o fecui dduenientibui qum txtrinfecm i qu£ rdtiont funddmtntorum^' titftum cognofcuntur. DE TRVNCO A^borlsimsgindistruncufexfuif rdiicibus confiat ; dtq; tfl fimilitiido coiifufd truncorum reliquarum drbortm ic quibut trdd^iuimas : in quo funtjimilitudines truncorum pjtrticuU* rium.Quifintilii trunci ptrhuncrcprxftntdtinon efioput rep^erc^ atm fupn bis falttm hoc minififldium fit. DB BRANCHIS. R dnchx ifiiM drboris funt fimilitudines brdnchdrum drhorUm, ie quibu^ fuprd Ohonim ucro nyn omnes iU t brdnchje fuam poffunt ciufdrclimtUtuiintm, ut p^ttt de potenti^ uiflui, audi- V 2 tiudM B 14^ tiud» guftdtiud» trd^ud^ cr dlijs in drhort fcnfudli nttmerdtts cr dt0 cUratift dc etidtn de brdncbis uefftdntisi quid interiores potenti^ obie^ potentidrum exteriorum cognofcunt, non dutem ipf^s pottn*. tMU,nili per opentiones CT dCiusiiieodddiiusMlddtdUdiritudUm fecundum ordinem fupe* riui obferudtum mdnifrlldbimut, oficndendo quds pdrtes flbi conuc* nianf. DE RADICIBVS» HViws ndtunerddices/ffiritudles funty cumcripfx/lt J}>iritud- Inter hui* Lis ; intcr quM txmen non efi dnnumerandd ContrartctM, pro* *f borislra- priecontrdrict%tcmdccipicndoy quid m cdnec qudUoLtesrc* c5crar?crat periuntur, in quibut funidtunSiuero contrdrietds confideretur pro ouiic^ repugndntid dliquorum iuorum aiiquoi tertium diuidentium, ibi uti^ ^ repentur, dc m omnibus qu£ fub ente continentur ; cr ueritu in ijs qu£rdtionc difjrrcntidrum V nonmoiorum intrinfecorum ai Wio* cem pugndnt, DE TRVNCO. TKuncuiefl qu^ddm fubfldntid gencralis CTconfufdy qux plu* ParticuT» rimat fubHantiat parttcularcs ac Jpirituales, fed corponbus explicaict ndtasconiun^ ln ratione /vrmx in^rmantiSyiiciturpotentid* definitio- luer continerc. tion absq; ratione m hdc definitione plures particuU ncm» €XpUcdtiu£ funt pofitx, ut magis buius trunci adtun cognofcatur, ac difaimen buiits dtrunco drboris dngeUcalis. DB BRANCHIS. N^turdh^c ff>iritualls tribus brdnchis confidt, qudrum prior int(Ue^tseft,poftecie inteUigibili. R huUus dehk tnbus branchis differendo ek applicat formas conuenientes^ quam proUxitatemuitamuSyCum modum appUcanii formas entibus omnibusttm pcranimaduerfiones tum per expUcationem traiiit' rimus. DE RAMIS. RAmi iy?iKf natur£ funt concreta effentiaUa brdncharum . f in- Ra m i cn teUediuumy inteUigerCy cr inteUigibtlc ipfius inteUe^us ; uot meraQCur, Utiuum uelnoUtiuum, ueUeuelnoUc^ uoUibUeuelnoUibile,uo» tuntdtts; memarue uero memoratiuum, memorariy memorabile, Su6 iflif expUcatdrum poteniiarum concrctk effentiaUbuSj omnid entid continentury in rationt obiedcrum, a&u^ potentid propinqitdy CT remotd, i pprxbenfibiUum. DE FOLIIS. SVomoiondturtiftifoUd, €onueniunt,qu4e fuptd dlifs drboribus conuenire iocuimus ; uerum tamen eft, quoi absq; labore uUo o" t meUus cathc^rix a nobis traiitx potcrunt appUcdri^ Siper c4» the^rias Ariftotelis ie JpirituaU ndtura finitd cr Umitdtd iifferert volueri/s^qudntitdtem tibi fume difcretam, quaUtxtem innatam uel dcquifitam^ reldtionem dd principium eius produibuum dut con» feruatiuum uel etidm dd operationes diutrfdf qudm operdtur, dHioi nem pcrmouentis vinformdntk modum, dutmouentk tdntum; pdf* fhnem qudtenus primi principif recipit inteUe8ionem ; cr fic dt dUjsfuomodo. Siuero peromnes iUds cdthe^rids nequdqudm pott* rk difcurrere dd propriM confugito, Kdy: LuUus hdnc drborem ex^ ninando per cdte^rids omnes, ubi de babitu differit artes mecbdni* CM dcfcientidf enumera^t i cr rdtioqux mouitipfum dd pertrdfkw dum de ijs hoc in loco, ej non in cate^ria de quaUtattf r/?, quia fa» V 4 cultdtes o Artes ct U', fuluta iftje qu4s ftib brcuitdte tdrtffmns in finchuius opnts, plum cuitaKS o. AdiUiigtndo,quiif Pigrippdinlib. dcVdnitdttfcientiarum cnumerdt, mnci Ju :.i i^tiruiiuntdrtificidles^quiA ndturaUbus cmdndnt. Holo difcutere pitc !li 1^ fiiij}fn(Yit uel mdle f cr dn eius rdtio udlcdtf ficaisignlt Secundum udrict4tem hdrum fdcultdtum uel habituum edruiidemip ^prii ob- proprictdtummultse fDrmxpoterunthuicdrboridfiigndri, qudtcnus iccia^ jiu furd corpordli dclpirituali confldt. Hdbitus iflifire omnes, homi- ni conuetiiunt non rdtione dnim£ tdntum, fcd coniun^i^ DE FLORIBVS4 Verdtionesdb dnimd rdtionaliprodeuntesflbiqi peculidres fT \nonconin^ijfunthMUS4rboTisfiores quodddlterjm pdrtcrn cotifiderdtx* At operdtiotics qus dmmdconcurrentedccon porcy funt fiorcs drboris humdndlis ex corpored iyf}>iritudlindturd €onftitut£, DE FRVCTIBVS. NHcefJe efi hicfiuChisconfiderdre,utdb drbore hdcexutrd^ ndturd confiitutd proueniuntj quonidm rdtionefj>iritUdlis nd* ma anima turtfiv^lus nuUi ddri pofjunt in effe fimpliciter produSlu non gcnc- qni^^tiimddtimdmtiongenerdtnec producit, ob immdteridUtdtem '^^* qud feperpetuo confcrudre polefi m mdiuiduo, Tiunt etenim m cor# ruptibiUbui generdtiones ut tdUd in tcuum confiruentUTyfaUem \n 'ff>ede. Generdt tdmcn dnimd fccundum quid, qudtcnus obit^lum quodpotcntiderdtinteUigibile, diUgibile CT recoUbile, fit ddu tdle uirtute inteUc^ius, tioluntd tlSy ucl memoride, qudrum uirtiulem fdUi m imginem gerit, dd mfitr fiuiim refj^edu fut cduft uel drborls. ¥ru* t Luiii* €endd/fiproUxiatemnonuirxrtmus^ hoctimen fcire decety eleSHo* nem tintummodo ex oonfequenti prudenti£ conuenirey mqudntum iUHiontm ptr conliUum diri^t. Oihfunt pdrtes prudentidm 'mtt' Oflo^^tcf grdntes,qudruvtquinq;fibiconueniuntutell cognofcitiud .f memo. prudctiac f M, rdtioy inteUe(lu4y dociUtM dc folertid^ tres uero ut prtcipit .f prouidentid» circumJpeBio^vcautio, dequibu/s trdfkt D. 'ShomM ^^J,/^ m fecundd fecundx, TortitudofectmdumLuUumeflhdbitu^a' uirtufy per qudm ho» OeFoititO mines funt fortes contrd uitid, cr nituntur dd Uicrdndum uirtutes» dinc» Hi/ic definitioni dUudit TuUj defcriptiojnquientir^ Tortitudo efl con» fiderdtd periculorum fufceptio,KJ Uborum perpefiioMiCc uirtus md^ gts d potefldte perficitur qudm ab dlijs radicibus, quii prmcipdUor eiwtd^isellimmobiUterjiftere m pericuUt,quod poteftdtem mdxit ndm dicityunde CT Arifto. uuU quod in fuftmendo triftid mdximd,ll 3. Ethl. aUquifortcsdicdntur fedminus prmcipdUter; tion omnk firtitudo tftcardinAlHuirtm.quidfipro fortitudine dccipidtur firmitdx quX' dim dnimi^ tunc conditio eft qutedam omnium uirtutum qudrum pro» j jg, q, prium eft firmittr ty immobiUter operdriut inquit D. Tho: 1 2 j, ai: i^. Ver tmperjntidm repriinuntur conatpifcenti^cTdele^tionef, pcTepcri- non qu£ funt fecundum rationem, fed qu£ rdtioni dduerfantur, CT qudtenu^taUsdeUfbitionesfuntcdrnAleSyUndelfidorufdity Tempe Hb. Etym. rantid eft qudUbido concupifcentidfi;refiendtur, cr Ar: uuU tempet 3» Ethi* Tdntiam tjje delc6htionem a{his moderdtiudm^ Nw ed qu£ JtD. AHgM. dicunturhis refia^ntur, quando ait. Temperdntideflmcoer^ j^qj! g^^j. cendisifsqu£nosduertuntdU?tDei,quonidmibi loquitur de tem* ca. ij^» perdntid, qut cfl ftnerdlis uirtus cr non JpecUlis. Certum ndmeCiueorumqua eiui capacitdtem excedun^ ddquietdmenordtHAturi quddam ei quoq; debent conuenire, quibui Humana ilU pofiit dttinffre» Qjtx humandm excedunt fdcultdtemeft ipjeDem facultate,^ acbedtitudoy wteUeik cr uoluntdte dttingibtLid,quatenut inteUe» excedecia. ^utperfidem iv/ormdtur, ut ed qu^e lumine nAturdli percipi ne^ queuntyUerd effe creddt, CT uoluntdf per Jpem m Deum mouedtur, dc Virtutes percbdritatemeofiudtur. Hdc dicere uoluimus ad oftendendam «ir* •^* od^o Te theologicdUum fufficientidm,fed quid qudUbetfit modo oftenm excedat 6c '*'* ^^deSyJpes v charitas ideo theologic£ uirtutes dicuntur, quom, non* theologicum obie^m re/piciunt, nempe Deum fuper omnid be* nedi^umy C hi hoc tmUdm hter fe hdbent maioritdtem uel minori* tdtem,Uceted ratione qud und propinqutoreftDeodlid, fecufoplM^ 4undum fit;ndm chdritdf qux dmdto dmans coniun^t, fidedcjpe perfi8ior eft,cum ift£ quandam diftantiam figntficent, iUd uero con». iun(bonem, propter quod deipfd dicitur. Qui mdnet m chdritdte, m i, loan. 4« mdnety cr Deut m ro» LulUi6 n 6 fidcs,ut ait LuUuty eft uirtut qut compeUit inteUedum dd dffir^ tccipicfide mandum ud ne^ndum pofitUte lUd qu£ uerdfunt. HicLuUuinon pcoprie. confiderdt fidem theologicam, fed indiffcrentem dd acquifttam cr fttfam i quonidm de omnibw quje uera funt non eft fides mfufdy fcd dc Deo tdntum, tanquam de obtedo formdU. CT de trdditk m fdcra fcri» pturd Mt de obiedo mdteridli^ Fidcm igitur U€rdm CT mfufam optimc D. P4lf« i>. Pdulitfdepnit qudndo hquit, Tiics efi fublldntia ff>erdnddrum AdHeb. f f rerumy ar^imentum non dpparentium ; ndm ut dit D.ThoXum ddwt »x.q.4» fideifitcreiereexuoiuntdtisimpcrioy debet fignificdre ordinem dd obieiium InteUe^ui cr uoluntdtk ; obiedum uoluntdtk efi res ff>erd* tdyfidei ucro non uifx: qu£ duo obie&a, explicanturycum dicitur: Sub» fidntid .1. primd Inchodtio rerum fperdnddrum in nobls per afjenfum fideii cr drgumentum non dpparentium . i, eorum quibiis firmiter affentiendo ddhtremw. Quid uerb ex frequentdtk ddibui credendiy Fides.rpcf, /}>erdhdidcdUiff-ndiDeum»hdbitu5'iUis ddibus confvrmes generdn ficcharitai tur.ideoprjeterinfufMhdfceuirtuteSjdcquifitdsquoq^ in homineeffc *cquifii«. affirmaredebemits* SpescumexfententidD, Augufi^fltfoUusboniardninondddlium Enchir. fed aife pertinentH, ideo ad uoluntdtem pertinet, cuius proprium ^^?* ? ' in ente fub ratione bonifcrri ; cr non in quocunq^ ente bonoy fed in ^** iUo quoi omnem habet bonitatem cr perfe^ij^imo modo.hince^ Spcs quj^j quod LuUu^ fpem definitns, dit. Spes eff uirtu^ qut ait Aut alterius ': quoi perhoc uelit inteUigere in ratione p nts, fed in ratione excitdntfs, cii- iusmodifunt dnfflicufloies, cr boni homines^iuelprafupponentfs, quidfiiesprarequiriturfperdntiiundea' ClolfafuperiUud Math^ j . Abraham^nuitlfaac: inquit.i. Fidesfpem. EtquodRay. loqud' D. Tho, la tur{dcuerdJpe,patet,quandodit,Adquemuenirecreditplusper po- »/• iefldtem crc« quam fuam. 7» Chdritat di uoluntxtem quoq- pertinet, cum eius obiedum flt De* q y^^^ us fub ratione diligibilitdtlSy uel proximum ut in Deo. Kdnddtum hd* tatc tfcmus i DtoydTt lodn, qui diligitBeum, dili^t fratrem fuum. Per hanc enim uirtutem utfupra diximus, homo Deo coniungitUTy c ob iduirtutumomr^iumeflexceUentiflimdy ut ttidmD^ Vdulus teftdtur |, Qqj tiki inquit, mior horm efl chdtitM, Nfc dUqud uirtus fimpliciter * ' X 4 ueri too Mrru flne chdritdte tlfcpoteli, ut iicm fdtduteoiem loco dit. U l^t connt- Ihibuerofyf^CbdritcLtemvc. nihUmilnprodcft.Rdy: LuUus con$ xione vir- neiiit qudmltbet uirtutem cdrdinAlem cumqualibet cdrdinali dc tht* tutum srh ologicdy qudtenucunddUdm infDrmdtiquodutmeliuscognofcj^jexc' Lullu vidc quxdam fubijcerepldcuit. DeluftitidO' Prudentid dit. Frudem excmp 4. ^.^ iijponit iuftitix obiedd fud,in qudntum inquirit licitd cr iUicitd» quideftoperdtiointeUe£lus,quiiUdinteUigit* De Tortitudine c lu* fiitid.Fortituioiuftitidmfortificdtcontrd iniuridm tunccum bomi" nes fvrtitudine utuntur. Sicut iudex cum tentdtur ut ob pecunidm det fdfum iudicium, ipfeconfiderdtfDrtituduiem multipUcdtdm ex boni^ tdte,mdgnitudine,fdpientidyUoluntdte, uirtute,ueritdt€ CT gloridB qu£ meliord funt qudm pecunix, cr tunc contrddicit iniurix cr fortts remdnetijifuoiudicio. De\u(litid(jlide. Vult iuftitidquodinteUe» Hus feip fum in crcdendo utrd cr dltd cdptiuet, licet ed non wfcD/gtf * D« luftitid cr fpe. Uftitid prxparat ffiei fud obie3tk,in quantum iu* flum e{i,quod homines mdtorem Jjjcm bibcdnt in poteftdte Det,cr in eius bonitdte,mdgnitudine,a' uoluntdte, quim in poteftdte credtd». Fer horum cognitionem tu ipfe poterk per omnes uirtutes difcurrert conneikndo qudmlibet cum omnibus. Trdiiat LuUus de quibusddM alijs uirtutibus mordUbus qut numero funt 1 6 cr dprioribus depetu dent, de quibus breuijlimis uerbls dUqud dicemus, 1 Sdn^itdf eft iUduirtus, per qudm fdn^i funt innocentes CT 4 ptc» cdtis mundi» . z ?dtientid eft uirtuSy perqudm homo pdtienteromnid fuftinet^ 5 fibftinentid eft, per quam homo db lUicitk cibH fe dbftinet* 4 WumiUtM eft, perquam homo propter Deum fc nihil effe reputdt.. 5 ?ietdf eft uirtuSyqud cordlt bona afjv^io fe extenditdd parentes CT patriam, cuUum eis exhibendo. 6 Caftitds eft uirtuSy per quam concupifcentid 4 rdtione cdfti^tur» • Ldrgitds uel UberdUtds eft uirtus, qut confiftit in medietdte qudda^ circd pecunids uel diuitids. 8 Le^Utdx uel jideUtdiS eft uirtus, qu£ id obferudre fdcit quoi promissum rft« p Prr cotu y Ver conftdntUm.homo pttfcuctit in hom pVopofttol I o pcr dUi^ntimt ju^ chariatis funt homines qu^ruiU ae pigrU tim peUunt, I I SumtMhominesti^tchdritAtkumcuto, ut pdtientidm cr hu* miliatem dmple^tiinturt. 1 z ConfcientUt, ntione timork ii cdufttf ut homines hnum fdciint milumq; uitent* I 3 Timoriifljicit,neDeum dut diipsuoriinAtdlomines ofjvnidt».  Conlritio ejl iolor perfeChs ie peccdtk commifis, cum propoJU to non peccdniidmplimt. 1 5 Vcrecuniidy licet non fit proprie uirtuf, tnmen ejl pdfio qujtidm Iduidbilis, qud homo turpituiinem timet, Obeiicntid eftuirtus, qud homo liberfe dlietim uoluntitifubijcit propterDeum, DE RAMIS. PEr Tdmos dUdrum drborum potefi hdberi cognitio rdmorum huiuf drboris, fei potij^imum per rdmos drboris imdginAlis^ QuosjiiijlinBiuscognofcere cupls, hdbeds potentidtuirtuti* hustnformdtdf, d quibus conftrmes prouenidnt operdtioneSytcrmf nenturq; di obieih qu£idm ; crjic habchis uirtuoft drboris rdmos, qui di uirtutum muUipUcdtionem pdriter multipUcdri iebent^ DE FOLIIS. FOlidyfuntdeciientidiequibus fuprd muUotics loqiiuti fumutp conformiter uirtutibus dppUcdtd. Non icbes imagijuLri uirtu» tcm pofitionem locumq; hdbere propric, cumfit Jpirittidle quoi* ddm dcciicns ih£c tdmen hdbet eomoio quo in Cdte^rijs trdttft cendentij^imis expUcdtum efi, DE FLORIBVS FLoresuirtutum funt meritddcquifltd;crdiuirtutum iillin^» oncm fequiturmeritorum Helfiorum ii(lin^iO ; imo rdtione rdt X dicum. t4» dicum, qu£ udrib modo uirt)tl^s pnpciuHt, flous diutrp pofjuni coUi^idb urtAcadmqi uirtutc puUuUntcs. DE FRVCTIBVS. DVogenera funt fruCkum huiut arborls, frimum efl merctt mentorum, qu£ uariatur ad uariationcm uirtutum, fecun» dum eft feruitui ac honor Deo exhibitus uirtuosc. ARBOR VITIORVM. Itihacarboreconftderantur uitia utrtutiBu^ oppofita priuatLUe; quorum cognitiononparum proderit ad uirtutes cognofcendast^ dequibu^aCbmefi: nam oppofuum inoppojiticognitionemaU» ^uam»deducitf DE RADICIBVS. HVitw arborts radices prmcipaliores quatuor funt, uiielicet malitia qut bonitati opponitur, ftultitia lapientue, faljitas ueritatiypriuatiofiniSifinipoJitiuo; qu£ tamen ab alijsrd' iicibm exceptk bonitatCi fapientia, ueritatCy cr fine mfbrmantury ac tas mformant unde non minus uerum eft dicerc. Stultitia magna>du» rans,appetibil{s,cognofcibtlis,fyc: quam magnitudo {^ulta,falfki nia[a,acfinepriuata:di(currcndo per radices omnes tamablolutoi quam ref^eChuax,huic arbori conutnientes. TRuncus ex radicibus fuis conftat,qui diciturmos confufu/icT generalis fed prauus, m quo particularia uitia funt potentiali* ter contenta, qu£ perlibtrum affns ad aChim reducuntur, pro Ut tfoluntas inordinAta id quod deberet refutare» eligit^ DE BR/VNCHIS. PFr ea qu£ de branchk arboris uirtuofe di^ funt.habetittum dentiam fatis cUram, qux de hHiui arboris brmhis pojjunt di* ci^curm. ti, cum oppofito moio fint eonfiderdnii. Septem prmipdiores bri» chx dfiign^ntur, uidelicet GuU.cuiabjlinentix opponitur ikudritii Numerai cuiLiberalitM uelUrgitas aduerfatur; Luxuria qujt ptr continentiam ^ toUttur j Superbid pcr humiUtatem deflruitur ; Accidia per diUgenti gj'-^ oppo- «wi ; inuidia percharitatem ; CTlr^ per manfuetudinem uel fuauitdt tem ; de quibwt omnibui poterk difcurrere conne6kndo quodUbet ui* tium cum quoUbety quemadmodum de uirtutibm di^him efl. Ab bis puUulant ac emanant uitia aliay qu£ nominare placetcum fuif oppO' fltkt Iniuria eficontra iuflitiamy mdifcretio contri prudentiam^ de* biUtix cordi^ contra fortitudinem, intemperantiacontratemperam iidmt mfideUtaf fideUtatiopponitur, dej^eratiofj^ei^crudeUtan chd* titatiytraditio defrnlioniyhomicidium diUBioni proximi, Utrocini' m UberaUtdti uel temperantijey quia per guUm ut plurimum tatrocinium committitur, mendacium ueritati, maUdiBio charitati^ impatientU patientix, mconflantU prudentix cr /Drtitudini, im^ tmindicid fxn^litati, pigritU diUgentije, cr mobcdientU obedientie DE RAMIS, RAmitfunteffentLiUd correUtiud uitiorumy quibut uitid gentc rantur iflcuti^iU rdmi, funt adiuus mordinAtm appetitu/s comedendi, d^uiy cr correUtiuum ific crde reUquisuUijs fenticndum efl, DE FOLIIS. FOlU funt nouemdccidentUyUitijs coouenienter dppUcata ; quo' rumnonnuUd cr uitij naturdm foUnt dUffre dtq;mutare^t reum ante iudicem uocarty ac etiam punire, iuxa iudicl/s uel \n:pera0 torts decretum. Tnquifltores ut inquirantt an a miniftrts utl alijs bferui» d£ conftitutiones^t poftea tim ex parte uendetis qum cmcntis snmd prxcij pro quatit4te;pro qualitMe^bonitat rtiucdit£ dtq; pecumarUi Yj proreldA pro reUtione mplor C ueniitory ftc de dlljs lolijf cohpicrdniA DeFlorib' flores funtiudicixlmperdtoris fuorumq^minijiroruny omnesq; \ms perdLtoris ddiones dc operdtiones reUt£dd fuipopuU utilintem^ uet regimentjiores quoq; pojfunt dici, idem cenfedtur deceptio» Diffdmdtio, Turtum*. iMxurid*. Proditiot Vomicidium, Blafphemid* Inobcdientid* Menddciumt. Indiffntid, fortuna. Voluntdrium, Ignordntidt^ Obliuio» Libertdt* Seruitut, Vrtefumptio^ DE ARBORE APOSTOLICALI. QVs indrborei/lu fintconlidcrandd, mdnifrlla reUnquuntur cx bis i qux in typo arborum ntdmfiftdta funt, DE RADICIB VS, Trunco, et Ramis» RAdices funtCdrdinAlesuirtutes dc TheologicXt infimtdtxi rddicibuiunius,bonicxte,f mdgnitudincy CT dlijs omnibut. Supra mdnifrftdtum est quod eodem modo radices non sunt omnibufdrboribufdpplicdndtfcd secundum exigentidm ed rumaieo non eft opws repetere. TKVSCVS eft perfond generdlis, Tdtione /piritudlis poteftdtiSy cr eft fummus Vontijixy ?etri j/wccf jjor C lefu Cbrifti Vicdrius j wt quo cxttrx dignitdtes eccleftdftict conti- Hentur potentidUtcryreducunturq; dd d^bim per optimum rddicum ufumfummiPontificlf. Hic truncus potcft confiderdri qudtenus eft bonus uel mdUu, cui CT conformes rddices funt appUcandx; non quoi ttdturd fuiunqudm pofiinteflemjlje,fedrdtione prduiufus.^KAii* CHAE funt CdrdiiidleSy Pdtridrchx, Archiepifcopi, Epifcopi, Ab» bdteSy PrioreSt Miniftri. CT dlit perfonx communes eccUfidfticx^ quorum officium eft, curdm torm ffrere qui fibi creditifunt, E/i optimd brancdrum cr trunciconcorddntid, qua medidnte, inter bxc duo confur^t pcrfi6ho reUqujrum rddicum^ contrdrietdte exceptj» hocfuppofitoquodconcorddntidfitbond. RAMI funt qudmplurimi, inter quos etidm funt iUifeptem quos in drbore imperidU expUcaui* musy proprij uero funt decem prxctptJi decdhgi .f Vnum DeHmco- Prxcepra lere^Sdbbdtum fdnibficare, Komen Deimuanumnon dffumere» Va dccalogu rentes uenerdri^Teftimoniumfjlfun non perhiberetNonfurdri,tion occidert.Kon luxurijrit Non dcfiderdre dUeriwt uxoremy Neq; rent proximi, Worum prxceptorum fufficientidm optime mdnififtdt Ec ]i. ^.sntiar* cUjix doBcr cr CdrdinaliA D. Jionduenturd Nrfm cum prxceptd (fu ^ ift ^ 7. q. 1 pUcid fint uidelicet primx tabulx cr fecundx tabulx i. quxdam re ^"fiiciecia fi>e(lu Dci, CT nonnuUa rej^eik bominumi omnia adu perficiuntur; j^^i^ Y 4 quid^ui t6t quiA^sfi er^lifmelltunedHutdicifuroptfk uet orls dut eof^ dls;lioperishdb(!turddordtionispr£ctptum,llork, iUui quo pro* libetur Dciudnd vmocdtioifidutc cordis, dliui bdbctur ic Sdbbdthi fan(hficdtione. Siuero tdlis dftus efl f rga homines, dUt tft fecundum inuocentiam dut bcneficid cxhibcnid,fihocmodoypr£ccptum dc\pd» rcntum reuerentia hAbetunft primo moio, uel eft fecundum diium cordiSy oris dut opcrisifi tcrtio modo,dut cft pro confcrudtionc pro* ximi» cr tunc habcturpraccptum de non occidendo, ucl fpccici, ejflc prohibctur luxurid, ucl dcniq; opcris priccptum eft de bonorum co» fcrudtione dc polfefiionc, ut eft iUud No« fiirdri } fi oris eft^ iUud habctur, Konfalfum tcftimonium perhibcbis,* ji iuxtdcordit De prxcep ^^iinuclcftdenonconcupifccndddltcriitfuxoreyuclre, Etflccftcx* tis uctctis plctu*numcrusdcnariuspr£ceptorum4Aliter Kdy, trddit pr^ccpm lcgif ♦ torumfufficicntiam quam pro nunc omittimus. In uetcrilegc fucrunt ccremonialid cr iuiitialid prxcepta, qutcpoft Chrifti pafiionent fuc» runt cuacuata, diucrdmoie tamcn : priord flc,quoinonfolumfunt mortud, fci ctidm obfcrudntibus mortiftrd, fed poftcriord utiq; mor* tudfuntnontdmcnmortifird,niflfubditiiulfu Principis iUd obfcrf uarcnt tdnqudm hdbentid uim obfcrudtionis ex uctcris lcgls inftituth oncy quid tunc etidm mortifird tffent^ In uetcri quoq; teftdmcnto multd funtfcriptd cr trdiita prxceptd, qu^mordlid uocdntur, qus Deut: 18, adcddccdlo^rcducunturyflcutiliquetuidcrc in pluribus fcripturs ^ ! /.. i^^jg^ ^j^^ funtobferudnda non cxui inftitutionis,ficuti iudicidUd CT ?! * ^ M ^uid hdbcnt cfficdcidm ex diOA» Exo. . ' ^in^i^^dlisrdtionvs DE FOLIIS. HVius drhoris folid qu£iam funt proprid crqurddm eommu* nid } proprid funt feptem EccUfix fxcrdmentd cr regtiU omncs in iure cdnonico fcript£, communid ucro eadcm funt de quibui in dlijs drboribus diiium cfi, Uon concediturut diutius Augu». p£ mdne* Ildmdncm, pr6pterimpedimentiqu£d4m quibtu fum agCks iter Quare aa-* umperc* Dico i^tur quodpropterbteccoaCiusfumbrcuibuf boc o- torin fe- puis dbfoLuerc, atq; propru uoUtnati morem nongcrere, Si boc aon ^ "cntibus effcty de Sdcramentn muLn cr quidem digna, tradcrcm, ZT m reUqUH J^jj^ fcntentiamLulLifufiu^explicarem} diutna tamen adiuuante grdtia, brcui tempore Uiorumdcjideriomeoq; fatHfactamy ubi artem brcucmcxpUcauero, Ecclefix Idcramenta funt fcptem, qu^ tantum ^ ffominabot v dd quid jint ittjlituOL ojicndma, Bdptifmu6 ordt^ *'1 MtM efl ad toUendum pcccatum originale^ Confirmdtio in remcdium 5. a m . ifUbiUatk fj^iritualis. hucbanfliacontra faciUtitcm ad pcccandum^ De Sacra- xPanitentiacontrapeccatumA^hiale. Extrcma un^o contra peeca» mencii* Jtorum rcUquiaSi Ordo contra dijfoUitionem muUitudinifi p" l\Atri* momum contra carnaUm conwptfccntiam DE FLORIBVS &Fruiflu. jT^Lorcs^ funt quatuordceim articklinoflr^e fxdei^ m Symbclodpof Quatuor- jH^JloLorum explicati, quorum feptem pcrtincnt ad duanitatem, CT dccim arti ^ feptem ad mcarnationts myficrium, Priora funt btc ♦/ de unitx- culi fidei* tt Df I, de pcrfonarum trinitatCt tribut articulls expUcata, de creatit pneydcfan^bficatione^ de refurreihone CT ^teruA uia Poficriord uero funt de Lhrifii conccptione,natiuitate, pajiionCy morte, fepul» tura, de defcenfu ad mftroSy derefurrcBioneydeafcenjlone CT de adt uentu ad iudicium, Sub uniatecT omnipotcntia omnia dudnd attrit huta contUtentur. Nr c iticonueniens eji, ut quampLurima naturali ra* tione cognofcantttr, nt de fapientia, bonitate cr ali/s notum eft, f^onitd(, Mdgnituda, CT c£ttr*t ContrAtie» «f» TXCfpti, quoniam catcfiid aorpoYd dlicuiw qudititd con 'ifUptitt£nonfuntfufceptifnUd.Tr«ncmrftqaoddm corput commu^ ni : o ff T .1 > ndtum dd motum cirenlirm ac ptrpxtuumyntqudqudm corrupth jp .idci(r2^ hordrumy quo motuc^teriorbes mouentur. Cfcrjr* Firmame M^^^^ ratione perf^icuitdtk dc trdnfpartnti£ flc dicitur, quci tum. f^Yirmdmentum uero fieUk fixk CT mnumerk abuodati . quodAflronomiprimummobileuocdnt^ BRANCH^ . IMdgindti funt Afironomt m coelefii Jf>hardy pr^ter multipUcn circulos edm itqudiiter uct in^qudUter diuidentes, circulum efje Zudiaci» qucnddmedndtm in pdrtes ^quales diuidentemy obUqwe tdmen^ cuifolum Idtitudo adfcribifur. Duodtcim efi gru duum, quorum fex ti Delineae. reUquk difiingtiuntur perUnem qudnddm, qu* ^cUpttcd uocdtwtti clyptica. quix foie cr Iwid per hdnc moucntibus etUpfis cdufdtur ; uocdtur eti» muid folk^quonidm nuUut planetdrum i fole, potefl totum fuum motm W hdcUntdperficere. }flf iiem cinidns lcngitHdinem bdkct iuoictimlignorum^quorum quodUhet tri^ntd gfiduunt hngituii^ mmpojitict. titc ligm^ nomim fumpftr^ qHorunlim animantium, ctflteUarum muLtarwi uxrim di/politionem.qu^diMltdriUorum ^q^^^\^9 gnimdUum funt m cocLo Appdrentu ; dut rjtione iiutrfarum quaiitd^ nommcn£ tum, quM mhsc mfhiord mjiumt, qujeconlpiciunturbjbcredU' quoi m buimmodidnimintibwtdjminium Horum fignorum nomirtA slUnimut i qut uero numerum flellarum ex qmbu4 mtcgrdntur, cw fUcognofcerc^dcproprietdtes, mfluxui, cr fimiUd; confuldtbuiu4 m perttos. Anrr, Tdurm, Gmini, Cdncer, Lro, Virgp, drticd fimt, ^ntun ^uid contigud fitnt fiolo drtico. Librd^ ScorpiiM, Sdgittdruu» Cdpri- cornut, Aqudriws, cr Pt/ccf, dntdrticd func, « pob dntdrtico fic U» GtL Q»r omnU jignd bww drboris fwubrdncb*» k trunco origincm trdbentet. ^ De R AMIS, FoliK floribus R friK^^ibus. RAmi funt ftptcm piinetx, qui ntione motws quem mllgnk Dc Satuf- Zoiiaciperficiunty db ilHi tdnquam Jt brdnchk depenieht* "o» Vrimws omnium efi Sdturnui, qui ndturd fud mdleuolui eft, dc wciuus, cum ficct dc jrigiitpt compUxionis, m quibu4 uitt priud- j tio con(iitua. efl, Huic fucceiit lupiter totw heneuolws, cuidifcri* ^unturcdUiitdi cr bumiditis, uit£ conferudtrices, l/?t uerb proximus j^ajtj tfi Mjrj, quiUcetnoxiws fitrdtione ficcitdtii, cdUiicxte tdmendU iqudntuLum malitidm fuam tempcrjt. inter quos Ifummo opifice « . diwconfiitvtweft \upuer.,utria^c^; mdUtium temperdns. Mdrti S6l ° ^ fucceiit, dquotaim fupcriin-csqudmmfirtorespLdnetx fuum hjbent yencrc Umen ihuic cilor uitdli^tZy^ re^c quiiem,dttribmtur. Veneri uero qux folem fiucoriente fiue occidente, fempcr comitdtur, conufnire 4icitur humor uitdllt, in quibui duobus viid conjiflit ; hinc efl quod in Jfoetdrumfdbulnhdbetur.,SoUm yeneremq; mdijfMiU mdtrimo* nio Deum coniunxiffe.^x quibui proLcs innuml l\ercuriiU niturd fud nes arborit fchemdtcdiximutyconfiderdrt memnria, I oportct,duodbrdnchxinhdcruturddicuntur tfje pcrjhicdcio» oC voluufl p. rct audm m hominibttf i duas compdrare poterit ad Deum, ncl funt bran quantitdtem difcretdm dc contmtu hunianali. am cum c^teris prxdicdmetUis confidcrabis, Operdtiones utra i brdnchif exeuateSy uel qudtenits txUs,U£Lpro ut rddicibm pcrficiun* tur.tibifiorestrddunt. i^eUqua mfchcmdte confiderd, Dcdinius moa. dum formds conficiendi, iUum obfcrua cr multas inuenies». DE ARBORE ^VITBRNALL Bde hk^ qu£ m huiuf drborft breui dercriptione diximui, me^ ritA dcquifitd uel demerita, per humdnatis drboris brdncas mo* ralit cr dn^Ucalls ^numerum radicum complercy ex quibm tTuncuiconfurgit,qtacft meritorum uel demeritorum duratio pet* petud, qu£ udriarinon poteft, cum nonampiiut deturpanitendif^d- cium.Depdrddifodtq;HifhnonuUutambigit, cum Deus fit ipfdiu* ftitidy qu£ pro iuftis prxmium uutt, pro irtiuftis poenam ac tormentd. A bruncd pdudiji tres rdmi exennt, ^uorum prior iufiitue rdm ut r/l, qui4 ^id Dfi« bonum probono opetdtortddit j cT i^ujtenui mttitu bo, A branct 'mm reiditqudmcxpofcantmeritAjfecunduibabctMr,quigf^ijc di* P^f^diH q iitun tertiui improprie pafiionum dicitwTy quu abagentc Deo,ik^ '^*'?' dondconfvrunturyquibmreUtionemhabetddaffns- AbrancamRr* - m rdmuiiufhti£exit,icpd)itonum ; crproprie hocm toco accipitwr fgjjjj quj^ pdjhoyUidxLicet pro dobre in eorpore pofi iudicij diem,cr tn animtl iriflUia.QupniAbedtoruma^s er^Deum funtgloria vUMipo^ tentijs mteUe^halibus cxeuntesy fecundum aibts ucL operdtiones bo» ndrum rddicum; ideo fiores xuiterndlis bontt arboris funt; rejpe^lu malorum,oppol{tumdic, Frudui qui afiore procedit, 'm bedtis[efi quies fumma potentUrum ac radicum ; nam ficuti m fummo inteUigi^ hili, dtUgibiUacrecolibiUyquie[cuntmemoria, uoluntd« CTinteUeiius; ficmfummqbonificdbiUymdgnificdbiUq^iefcunt bonitat CT magnitudo; per reUqu^tt rddices difcurre, Oppojitumconfiderddefruilu iamnatorum : qui proprio fiiu ob maUtUm CT reliquM prduds radi^ ces fruflrati,finem dUum ddeptifunt^quo cod^c perpetuo debentfrui DE ARBORE MATERNALI. POf} primi pdrentis Upfum, mxti diuin£UoUintdtis xternum de» cretumy¥iUj Dei incarnatio bominum faUtandorum finis fuit, Cum uero buius fdcratijlimx mcarndtionls medium fuerU G/ori» ofd Virgp suridy ipfd quoc^ eorundem fink cenfenda efi^ quitdkeh priori fubordindtur. hic finis licet m fe unicui fit^ amen rdtione eo* rm qui hunc finem intuentuTymuUipUx efl, quem fidtuo m bdc drbo* ft pro radicibM, quatenuA kbonitatemagnitudine acalijsmformd* tur. Dt TruncD hi fcbemate fttts habes* hrtuichx^f diuiiia cr humd* na natura hoc m lococonfiderantury quatenus in uno fuppofito funt, tui natiuitsx attribuitur ; ndturis enim ndfcinon competit. SpeSy Pic- AduocdtiOyrdmifuntyfiuein Gbriof(tVirgutecottcipUntur,fiu€ ht peccdtoribusy quatenm ad edfn confugiunt. HumiUtas uero cr «ir» ginitdt in Virgine Mdrid rdmifunt; in rdtione exempli. \n fchemdte nrboTUbumnonfuntpofitd folU (nefcio cuiux mcurU) qtke eaden Z 5 ejfecom- •m tffi conpieTdhlfy ([U£ slijt iriorihm fttnt dtifihtttd. A^lr omneS fd* dicumAcuUqudrumdtgnitatumdGUriofd Virgine exeunteSy qu^* ttnm Mjtcr efi Dd» lunt hum drbork floret. DE ARBORE CHRlSTiANALL Atione humdn£ naturt didfunt Chriffo dttribuenid, VT dlis rdtione diuimetdiuerflmode quo(^ tonflderdtd Secundum f nV orem confiderdtionem Chriflo omnid conueniunt, eibt et quxda bedtitudinii dnim^e conuenientis, Ucct dUter fit quo dd /}>em de cor« alix - forisglorificdtione. Timor quoq; qudtenusignordntiam prdfuppo» D'\utc!lii\ ^^^* ^ CbW/?o remouetur, dc etiam Contritio. Kdtione ^ui ne ndturA td omnid Chriflo conueniunt, qur in arborts diuiniUs fchemdte diStk fant. Br4«rhe^sdiuinx naturjeyddhumdnaminChrifioyfy humdU£ dd diui^ tuimi fecundum omnes potentiof dc uires in humdnd ; cr in diuind quo etdinteUigere uejle,prxdi diflia* mire ad Spiritum fan£lum : cr intcUigimus de termino ad^quatofj S"*"** monfomaU i quoniam utriusq^ proiuihonit formalis ttrminus eft 4km,tfftntiauidelicetdiuind. Dealicrum diihs non curamus, Seo* ium ptxccptorem fcquimur. Tolia funt nt^tiones catr^riarum Af mftotclis, uelnoftrarum afjirmationes* Floresptnt probationesdiu^- Mdrum produShonum, dtfumptdt aradicibus, Bonitof enimdiuina ff fUfidum inteUciium CT uoluntatem fe ad itttra communicat: Sic fk eommunicare eft magnum ; v cum ab £tecies efl, CT ffnuf eius ignorofi uelad Jpeciem.fi indiuiduum efi; nec erit impojii* bUebocobferuarerecurrendoadarbores,uelper enth omnem dmi* lionemulq;ddgenufproximumuel fpeciem defcendendo; fl /f>eciem non cognouerity recurre ad propriat paj^iones ueladnaturaletrei dOus, qu£ cum a diffcrentia magts proprid emanenty te w j}>eciei c(h ^tionemdeducent, qu£exffnerecrdiffvrentia magis propria im tegratur; deinde uer6priorcsnouem radtces .f, abfoUta prmcipid^ fum,equxcumrei effentiam notem, uel qu£ immediatc eam confe* ^ntur, priw rei conueniunt; ey per omnia iUaprincipia difcurreru do uariM dcftnitiones fumes,iuxta. prdcepa in prima parte knoblt obferudta;dum definiebamus rddices;boc tamen obferuando, netrafm ^edidris naturam generls uel fpeciei, ad qux fubkihmreduciturt ^uodoptimc poteris obferuare^ quiaut dixmus in traSkitu de radU tibm ; perbonitatem CT cxtera prtncipia inteUiqit LuUm rei mtrit^ ftcdy quje non femper eddem funt^fed dd uariattonem fubiefh ipfk quoq; udridntur. Pofied quodUbet principiumabfolutum,cum quoU^ het abfoWto et refpeihuo, cu quaUbet formd.dc f^ecie quefiionis cu* iusUbet definiendum efi, quod cr obfcruari dcbet m definitiont etiam fkbieSifUel rrjpedini prmcipij, aut formje uel quxflionis alicuittt» Inde recurre ad refpcibua, deinde ad formaSy pofiea ad accidentia.cf dtwicfi adqurfiiones CT qiuefiionum ff>ecies. Simagis conceptus muU tipUcare uoUteris, refolutre poterls rc in principid fua, cr ^ibct rt» Uuipirmcipiumut iUius cfiJefinire;peromna radius.formas, acei» dcntia V quxfiioes difcurrcd; ucl rcfolucre poteris in ea omuia,qit€ - de ipf4 1 dc ipfa pYddicdtttur, qudtenut futk iim fuhie^, cr quodUBet iUorii omnibM diais modts muUipUcare. mUipUcabis oonccptus m infini^ tum^flpdrsaUcuiut arbork omnibui arboribut comparabk, educe/u doconcordantiMUcldiffrrcntiai, aut maioritAtcs, uel minoriatett dutomnidflmuLH£cfiobfcrudutrif/mfinitosdcundquaq;re babt^ bit conceptut. Obfcrud mfupcr dnimaduerflonet noftrat, cr uti diU. ffntU in continud appUcatione, cr cognofcts td praxk prdfiare, ^£ nobis.impofiibiUa uidcntur. OtAtuUi generalis ars conflftit in quatuor figurlt, nouem fuh^ leas, ac eorum cognitione. Primam figuram ex noucm prmci» pt/sdbfoUitlsfabricatyqudfuntpriores nouemradiccs. Swm- dam conftituit ex nouem rcfl>cault, qu^funtpoftcrioresradiccs^ Tcrtiam a prima crfccunda dcducit, cr quarcxm ex prima» fccundd» a-tcrtUclicit.UabcsfigurMcx radicibus. Habcbis fubic^d nouct£ P confldcrabk ea qu£ m drboremoraU,impcrUU,apoftoUcaU,cr mdternaU, ut taUsfunt; cffc accidcntU qu£dam, ncmpc rcUtioncsfu» pcrioritatkydignititis,crhonorls,qu£ ad mftrumcnt^tiuam rcdum cuntur; ucldi homincm; quatenut h£c omnU circahomincm fiunt. AeuitcrnaUt quoq;arhor adhomincmy ucl ad anfflumrcducitur: o* C hriftUnalit adDeum, qui cft primumfubieCkm i LuUo ordindtum^ Hk notxtity de figiirit nonnuUa diccre pUcct. Vrima figiira qu£ abfolutorum eft, noucm hahet cJimcrat : cr cft circuUris, quU quodUbct abfoUuum rcf^eChi cuimUhct, habct ratioM. nem fubicm cr pr^dicati. Necfolum huiut figurt prmcipU de fcipfls pr£dicantur, fcd dc omnibut quo^ txtrdneis,qu£cuttq; flnt iUd dum- modo non flnt horum oppofltd. * Secunda rejpeaiuorum eli, cr totidcm hahet camerat, eodcm mo» do dijj^ofltas.quo primaicuiomnU coueniHt qux de priori diOnfunt. TertU cx duabm dfiignatit conftat, cr habct oOuaginta crundm cdmerdXyquarumqu£UbetduatUterdtcontinet, qu£ notxm prmci* piorum abfoLutorum ac rc/peaiuorum naturam, per Uterdi flgnificd* tiinotantq; uUcriut qu£ftiones UtcrH rc}j?ondcntes, Caufttur cx A4 rcuol»$ L. 9tuolutianecdmerjLrumpfim£p^rf,ful>und fccnndr, fr mnium fccuniUfubunaprimje. LuUui Umcn tantum trigintd fcx cmcxdx dcccptAt^ut uiiebk in fcquenti fchcmdte iquoniam propofitiones nt e^uibm idem de feipfo pr^cdicatur, non faciunt ad nc^cium pro de» monflrationibM, m quihut debent tffe tres tcrmini diuerft, quod nott poteft effc,P idem ucL Inmaioriuelmminoridefeipfoprtdicetur: hQcautemaccideretifi omncs camerof acceptaret. Etut cognofcat quibu4 literis jignentur prmcipia uel quicftioneSt^ fequcns fchemd confiderd» Scheaabrolucoiu. Schea refpediuoru* Schema qusftionu» C Magnituinj. D Duratiot EPoteftof, F Sapientid^ GVoluntaxt KQlorid^ BDifjirentia^ C Concordantid. D Oppofitio, E Frmcipium^ F VLedium^ Gfink^ H Maioritdi. I Aequalitas,. KUi inoritM, Figuia cerCia* B V^rKW. C Quid^ D De quo^ E Quare. fQuantum. CcXEale* KQuando» ivbi^ K Qjiomodo etCuft^,. he be ci ce hh ch hi ci hk ck de dZ dh di dk eh et ek h fh fi hi hk i% Ex qualibet cdmera duodecim eliciuntur propofitiones, cr uiginth quatuorquicfiiones. fropofitiones ftcbabentur. Accipe primam c4* merm *f b crfiic e, 4eb, pncdicetHrquo 4d fua SIGNIFICATA cr eeontr^: e contrd.cr <juodetidm .h. de feipfo,fccunium dliui Pgnificdtum^dh iSo pro quo ejl fubiedum.c; jic tres propofitiones hdbebif ; quid ucc fo UterdquxUbctduohabet Hgnificdtd . f . dbfolutum cr rejpeSUuu^ er du£ funt Uterx, rrg) qudtuor erut pgnificdU-y qut fi tripUcctuff. refuLtdt numerm duodendriut. CuiUbet uero propofitioni ji dfiigrtM' uerif qusfliones, per iUiwi cdmer/e Uterat fignificdtdSy hdbebis Qudrtd figurd ex tribm dfiigndtis con/idt,qu4ecummdximdm tdbuidm producdty dtq; difficilis fdtisfit,crlon^ effdtdecUrdtione^ dt ed uerbd fdciemus m expofttionedrtlsbreuis LuUiiibi^ dd pleimm mnijeftdbimus, qux hic tdntum tetigimut, De fcicnciarum arcrum^obic6!i'f. NOnpermittitdnffi^idtcmporkyUtfitftus de fcientidrum o5. iedis txdihmus, dc eorum numero;ideo htc pducdnotdnd^ proponimufAnreUquis uideHenricum CorneUum AgrippS^ in eo Ubro, qui de udnitdte fcitntidrum intituUtur. Crdmmdticxobiedumyeft ens rdtionitf quod m ordtiwte pinddttt, qudtenus congrud eft uelincongrud^ (datum^ B^ethoricx,ens pdriterrdtionis,inordtioneomdtdUel inorndtd funt^ Vogic£,SyUogifmuiunwerldUterdcceptntt fecundum Scotuminft* cundd q. uniuerfdUum* philofophix ndturdUSy forpm ndturdU* Kietdphiftc^Ci ens qudtenus ens*. Theobgije, Deui fub rdtione deitdtk» „^ — Ceometrixt CXUdntitdi continudi mdterid dhftr^Stu . . V iirtthmetKt,Uumerux a mdterid legreQitm, ^ ^lgLW-^^S ^^ KuficeSy Kumerus fonoruA, AftrohgLf, qudntitds cotitinud, qudtenus mobdisi Ipo PANDIMIGLIO AFR. c t 4 V. Nome compiuto: Valerio de Valeriis. Valeriis. Keywords: implicatura. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Valeriis,” pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; osia, Grice e Valerio: la ragione conversazionale a Roma e l’implicatura conversazionale della morale togata – il gentiluomo romano-- filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Abstract. Keywords. Filosofo italiano. A philosopher of little originality, and a notorious flatterer of TIBERIO (vedi). He is best known for producing his IX books of memorable doings and sayings – the work is designed primarily as a resource for moral education by means of examples – showing how virtue is rewarded and vice punished. It preserves many otherwise lost snippets taken from a variety of sources – including newspapers. His ‘saggi’ are not much regarded today, but they were bestsellers throughout the dark ages and the Italian renaissance, “and I do find them incredibly amusing on a lazy after-noon,” – Grice. Morale pretesto. Ed Shackleton, Loeb. Skidmore, “Practical ethics for Roman Gentlemen”. DEI DETTI ET FATti Memorabili. Traiotti di inToscmoiU Ditfl Fiorctino, '.OTPC/ ROMA r. BREVE DESCRITTIO della vita di V. tradotta in lingua toscana. Nato in Roma HobilSiUtgue, cr deU^ ordine Patritio consume la maggior parte della sua giouinezza nelli studij delle let tirecT arti liberali. Quindi prefoU ^Toga Vinleip diede alia militiajioue tgli(fecondo che p afferma') andatof’ 9^ Di quelli, che dalla nobiltà del padre hanno degenerai to* cap* r* _Deglihuomini eccellenti, che nel uefliretrapaffarono il cojlume della citta. Della confidenza, di f e medepmot Della cojiantia Della moderafione decimammo, Di quelU^ che diinitnictdiueètarono amici. Della AslinenzacT continenza – H. P. GRICE AKRASIA --, Della poverta. Della Verecundia. Dell’amore tra moglie e marito. Dell’amicitia – H. P. Grice on the logically developing series of philia -- Della liberalità. Dell’umanita. Della gratitudine. Della ingratitudine. Della pietà. Della pietà verso i frateUL Della pudicitia. Delle cose che fon fiate dette 0 fatte a la Ubera. Della severita.De i detti e fatti con guattita. Della giuslitia – H. P. GRICE, justice in Plato’s republic, Aristotle on ‘just’ as analogical. Della fede publica. Della fede de mogU^ verso i mariti c. A 4- r* 6. 7* iti 177 ij. r A\ Pf?j feJe dei Cervì ucrfoi padroni. Dique% che mutarono jìa tOj er di qiit ( che^i mutarono di costumi. Di qn eUi.,ch c d: baffo grad 0 Jonuenutiìn grande jhto etrtputatione. Dell’acciden:icr mutamen ti uarij di fortuna. Della felicita – H. P. GRICE, NOTES ON HAPPINESS Acrkill eudaimonia --. Dei detti e fatti saviamenti. Dei detti e fatti aflutamente. pfi.i Stratagftm. Delle Rep ilfe. Deaaneajfta De tejhmcntiyckefuron fatti e di poi anu "ati.c.y, De tefUmcn, che furono ap ,puatiper bcfatii.c.S.2^ 2 Veqlli che furono fati bere dì conaFopìone d^ognuo. Degli iiuominiw fami, che accufap furon P,o ajf aiuti, o condannati,:; perche cagione. -}4 QvdM tt jìen 0 gran digli effetti dell' arte, 2r> Di certe cose che l'arte non puo espnmere. che agli' uno s'intende bene dell'arte sua: cr rendene buon contOè Dellaueuhiezza Della cupidità della Gloriq» - «S* zSo co Umézo^fyil cognome. Delle prerogatiue(T premi de Ufìmil\enobi c.\ nentiedegltbuoì c A G*^topocta. Della suontuosua CT deVea Ji\ Adriano tura del vivere. czSó A fframa moglie di Licinio. Della crudeltà. Bruttione. Dell’ira, et dell’odio.- Qafsilinad ^ Cavalieri Ronta f 0.1 68 Catone maggiore Sj.iou 2^ Catone minore y6» yy* j. 5>f*  cfpriotti Ciro %6,2^t ckereiocancetlien  cintone t6f  ciwW 3*7 cinna ,  crifippo  contd 272 coriolano t^o  cadrò K$ / ^^9 Cornelio R'fpilo Cornelio Scipione Corneliogaflo C omdio mertda ComclioBdbo Cornelù t3t avola 22 2U 1S7 Démodé 292 Dcmocnto ' 292 Dìonijìofiracufttno  ?6,2o8 125* "Diomedonte DiJTroijmi ColÌ4ntÌ4 deUi AmbafcU* Dione firacu fano dori Romani  us* CojlumideLicij 5*9 Diogene oìHume antico dei Roma Dtfilo ni arcagli fpettacoU, fz DripetinadiMitridaie  2tr  16 z6  Cote ouer codro Clodia Clodio Cotta Curioni Curione D Dafida Damajtppo V4mone loj Di duoi Spartani 104 2rS di una donna »8^ 299 diuno Ateniefe 22$ 258 di un Vecchio 25* j 2($8 di un condannato 240 29 7 [l’d wor d^un padre uem fo il figliuolo 219 4j dipintore diunochemeffefuoconel 158 Tempio di diana  DdHo 8S,ifj. 1^4.220 donne Romane non beeuo  no nino  donneindiane  donne Aff ricane  donne romane * done morte d'alegrezaz^t 1J7 donnapracufana i8> Dandone Deiotaro DeaViriplaca DedmoBruto Decio bruto Decimo Lelio DemoHene  donna milanefe 299 T A V del figliuolo di mxrc’anto* tuo di due pulzelle Sirocofane 9Ì duoidiArciiU ?7 duoi fratelli 1^5. druf 7 germanico 1 2 o E Ubucia moglie di menennio Agrippd Efilate »o8 ZgUfamio 42 Bgnatio metéUo 18S pioTuberone  ÌE^ pretore 167 Bliomantiu >8; Elia famiglia 127 Emilia uergine masjtmai 4 Epaminunda 89.103 Epimenidegnopo 260 Epil 260 Equitio 298 Ero panfilo 42 Efchtlo poeta 29^ Efchine 2fr Etiopi 2> 6 Eumene re (Papa 47 Euripide poeta '« 3 f Vabritio  O t A Eacritio tuòno 7^ ♦ > 2 1 idiicw Fo^^om'o 183 Eabiomatpmo 14 ^4.81» jor.»>«4o.i5'»-2o;.2j8 2,-8.276 , Eabio rutiliano 1 70 Eabio masfimo feruilianot 17S Eabio Gurgite 96.122 Fabio pittore 122*20$- Fabio dorfo Fcrenice 266 Filemone Figliuoldicrefo >64 Ftg/ttt oi di P. if do * Filippo Re Fileni/r  G. Vario «• 1G^ fimbria .  GMeluio china ' G.cofsio  G-T uranio GgaUio G Sempronio Fabritio 126 g,Fefcenino 179 g,V alieno 1S7 g.Vlautio G.Bloftò 124 g,VlotinopUnco 201 gTettio ^ g.SeruiUo 24? g.Licinio ‘ zpz galli T9 gratiiio  gneo martio 120 gn.Domitioi ^5*  gn, Deciano 259 gnScipione 127 gn Popdio Untiate gn.Lentulo 18^.297 gn.cornelio Scipione afina 20 5'>-2o> f* Hippone Homero Horatiococle Horatio Hor4^^o PttpfSfo 297 Hortenfio ^72 lentulo Spintcr 74 278 2J4 Hortenpo cartione lettorio MS' Hortenpa 243 lelio 272 licinia )88 I licinio fimbria 2>0 licinio detto Ho^omaco UfonePereo 42 247 ^ ìafone  licim'o Bruttionc 242 ìunioBru.ìS2 22yt ì66 ucli ìulio Cc/244 M- 1 Pi fané 2J7 M4. Platone. 7. «f. 2 ij 248. 217# petilio 42 PeHilenz7 6 Rmetenzu de i Giouani rem. Publio meuio  uerfoiVecdn  Tubilo Ventidio Pionudo 22b.8o Tubilo Vdio 2^0 Roma t97>*99 Tubilo Scrudio *^4- Romani *ÌK  Q. Ro/c(0 QSatulo }, 2tf5'*R«6rw 271 247 *99 B r A V SdcerdoteKo^ 216 Saguntini  Sar:firc.  Satelliti Utollunia» 2S6 Samij. 26 Saturnio Vetullione» 1 19 Sporta. Spartani, 1^7,  Statua di Vulcano d*Atcame . ne* V 2,-(J Statua di Venere 2f6 StafippoTegeate, Sempronio fofo» »Sp Senato Romano, 17, J42. 14?.^^ «S'4.. Sergio Galbu, 2^5'* 24Z 5^10 Or4^ ' Scleuco, 24 U7 SeftoPompeio ijp 'htjioTarqidno. 22y SettitU. «. 2^2 ' Sette fauL ' SerpentetnarauigUc{o, 44 SeruiotulUo, 26 9^ ■ i^tempronia, io4 semiramtf. : 228 OLA sfTMo i( ìSiOrc^ Antonio,  terno di Mario,  seruodi Plotino, 200 terno di Panopione  i ternìo fulpitio 14 27 GSo Scipione maggiore. Zi  uu Scipione figliuolo dtimig giare, 97. '27, Sfipioneminore, 60 6^, 6p, 112. U9.97« S2 , i8u Scipione^ Emiliano % \6, 12), 190 Scipione Ajmco, »>> , Scipione Nafica, 8j, 10^ .id , Hh T ‘Wpione suocero di Pom* Teopompo Terenna(tì cicerone aoS Terentioue/rone Terentio Culeo 108* Tefeo Tcnj ìSof le  Tinwite dipintore» 2^6 . " Tim:ipteo 9U 212 i> .. peto siface [fimonide tOCTAte 192 solone ' 2^» soMe } soldati di poinpeio ; 466 2S4 soldati di stlU ' soldati d^albino ' tpurini  spurio Caff o ■ spurio Melio T . T acquino fuperbo L Tarquino Pri/co Tolete Taciofubino TerentiaEmilta TertU Erutta Teramene Tcogene Teodoro IO ti7 iv8 17 in Teosofo C»rcne« i8>- 20 Ttbcriocifarc Tiberio gracco.t q. 22 J t2, nS.1^4. ijf. « 4r Tttogracco 28^ TAubtleo Capuano »8? titinio cenlunone 286 tBarrulp ^  A'ftoSe(!p ^ 2^9 t. Celio ,, iqì t.Eterio 292 t.^ufdio . 9^ t^ublio ruttilo  »4 tiVeturio 179 ioìommeo Re tPZgkto ' ^4 270.:^o;274  tolommeo re di c^ril ^9   toscani tomirircg^na]  B U Tmohu f9 Traphuìo» Traccnp, TrehciioCaUo» Tribuni della^lebe^ Tribù PoUia, TuUoHoftdio, 9J 291 TuUo capuano dcVolfcLiii Turulio, TuUio Hannah» 239 TuUkdiTarquino» TuUtaVtrgineVeshli. 2? 6 TufcuUni. 2 6 TurU moglie di Lucrctio, . V Valerio Pubìicola Vatefio» 5'j Valeno cornino» 80» 2^, 2Ó4 VaUriomefsaU» 71* Vj/w'o fc'Ucco» Ss'» 296 Vendetta d^ApoUo 7 Ventidio Vecchio Ateniefe» » 1 ® VibioAfCO» 85*, 297 Virgmio»  Vo(/crt4» 2,70 VnccrfoRe* 21 3 Vflo cbe fi faceua fratello (POtauia» 299 V«o cfee J?/4cc«4 figliuolo diSertorioO' un'altro di Gn»Ajsidione» XenocT4ff« Xenofilo Calcidiefe* 25*9 Xcr/e^  f z Zeleucotocrenfe» Zenone VELIA VELINO Eleate Zenone» 92 Zt«|i Dipintore^ 102 li u qualunque altrofplenééfsimo ey omatif" urne oa rro triomfJe. NDÌGaio PabioDorfo, Bl medesimo tempo cT trauaglideUa republicd^' Cdo fabio Dorfodiededijeun memorabile efjfempio circa l^offiìuanzadeìla religionCiimperoche ejfertdo dai franzeii ujfediato il campidoglio , CT uenuto il di che la famiglia de Fubddoueua fare certo faoificio faH monte ^uirinde^coBui^pernon pretermettere corale cerimonia ueftitotiin habito Gabino^ CT portando in mano CTÌnfn le /palle le cofe necejfarieaì facrifido^paffo pel mez o del campo de inemicitO' si condujfef alno fuH detto monte^ [hH duale fatto folennemente le debite cerimonie, cr du poi fatto riuerentia alle uincitriciatmi dt romulo^ non aU trimenti,chefe e fujfe fiato uincitore, ritorno falnó in Campidoglio, Di P,CorneUo,iDionifioSiracufano. R fi w ««4 Siracufa,diean JLV hjif^^f degii or rubamenti , che noi trouiamo esfer Mfftdaki,feglipafsòfempreco face « CT rtdteuUJacendofi beffe della Religione. Egli più C iit miermente hduendo rubato i l Tempio di Proferpina de. i Locrenfìjpartitojì dipoi con PamatayCr hauendo fem» preiluentoinpoppa,uoUatojì ai compagni dijjeriden^ do. Vedete uoi come gli iddìi mandono buon uento a chi gli ruba. "Et pmilmente nella citta di Anania , hauendù tratto didojfo alla Statua di Gioue Olimpio nelfuo Tem^ piOyUn Màtelletto (Poro di molto pef », donatogli da Hie rone Tiranno di Sicilia, qud hebbe da Scipione delle fpo/ glie de Cartaginep , et mejpjgUin cabio di quello un^aliro di panno lano,dijfe,che quello che era d'oro , la State era grane, CT l'inuerno teneua freddo , ma che quel di Lana erabuonOyneU'una,vnetCaltrapagione. InEpidana ro citta PAcaia fece leuar la barba alla datua di Efadam pio che era Poro, dicendo che e non Pana bene che Apoi lo fuo padre f affé fenza barba , cr egli con la barba , Togliendo ancora de Tempii, tauole d'oro CT d'argen* to, chep confagrauono agli iddìi, nellequali, perche f e* condo laufonza de Greci era fcritto,queUi ejfere beni de gli Iddiiydijfe quiuiapopolo,chep udeua del bene de gli iddìi: Leuandopmilm^nte di detti Tempii certe pguret» . te d'oro, che rapprefentauanolaDea Vittoria ,^7 c^te Tazze , CT Corone pur Poro ,chep ufauano offerire , O’ porre in mano alle HaJtue di quelli Iddii, diffe , che non le rubaua , mache porgendognene ejft iddii le accettaua, uolendo pgnipcare, che tenèdole quelli con le maniffor teUnnanzi, gliele porgeuono , cr per tale argumento affermaua,ejfèr cofada Poltinon prendere quei beni,che afono porti da coloro,che noi preghiamo,che ce gli dia* no. Et benché Tlionipo non riceueffe in uita pago con* ' ueniente alle fue fceleratezejio riceue nondimeno doppo . I . io morti con U miferk cr calamita di Diom^io fuo figliuo* lojl quale , poco dipoi [cacciato del Regno ,p condujfe doppo molte infelicità a uiuere molto uituperofamen» te . imperoche L* I R A degli iddìi ,non corre a furià d uendicarfi , ma ricompenfa Pindugio con lagrauezza dellapena. Di Timafìteo Principe di Lipari^ Ma Timafìteo Principe de Liparotti, per non incor ' rere nelfira degli iddìi . con fomma prudèntia prò uide a fe iìeffo , er con utile effempio a t fuoi Cittadini^ Perchehauendo efsi, andando in corfo^prefe in Mare certi Ambafciadori R ornarti Se erano mandati a Delfo al Tèpio d" Apollo ad offerirliuna Tazza (Coro di gran pef 5 , per la decima delle fpoglle de Veienti , botatcdidé Cammillo nella prefa di Veio,tolfero loro dettaTaz* za,cr facendofipoi tra la moltitudine molta inftantia, che la preda fi diuideffe^come Timafìteo intefe che i Rò« mani Vhaueuon o edificata ad ApoHo,lafece f ubilo re{H* tuire agli Ambafciatori, liberandoli, accio che poteffero andare a fodisfare il boto» Di Cerere. C Brere MUefìa^effendo la Citta di Mdeto prefa da Aleffandro,cr entratii Soldati per f orza nelTem pio di quella per faccheggiarlo , fece apparire un Lampo di Fuoco , che rinuerberato loro negli occhigli accecò, DePerfi. ICerp^effendo per forza di uenti [pinti neWifola di Deio con una armata di mille Vlaui, [montarono in terra,ZT uifitando ilT empio di Apollo^gli donarono piu prejlo Se gli rapijjero cofa alcuna* C iiii , ^ De gli Atenicfi, GIÀ Ateniefi cacàarouo uia Diagora Vilofofo , per^e che hebbe ardire difcriuere primieramente che nofi fapeuafe erano gli lddii,appreffo [egli erano, quali e jìif fero. Condannarono ancora a morte Socrate, paren* do loro che e uolejfe introdurre una nuoua Religione» I medejìmi,dicendofidia,chelajlatuadi Minerua ftaua meglio a farla di marmo che d’auorio,attefo chela bian* ebezzacr il lujhro del marmo ft conferuauapiu lungam mente,gUpreliarotto orecchi, ma foggiugnendo , perche ancorailmarmo era di manco jfef a, gli comùdaronoche taceffe» DiDiomedonte. D\omedonte(juno di queUidieci Capitani, cheinuna medejìma battapia a gli Ateniefi acquiftarono U uittoria,et a loro fief fi procacciarono la morte per hauet combattuto contro aUo editto dd Senato") fendo menai» a morire,non dijfe mai cofa dcuna,fe non che ricordo lo^ rOfChefujfero contentifodisf^e quei boti , che gli haue» ria fatti par fdute dello efercito» DI qjelli che per EFFET- tuare i lor dif igni fiferuirono della Refi* gionc» Cap» ni. Vma Pompilio, fecondo Re de Ro^ mani, perche il Popolo Romano ap pUcajfe ben Panano alle cofe diurne, gli daua ad intendere , che di notte p ritrouaua con la Dea Egeria, cr che per conpglio di quella , ordinauà PRIMO. 2f quei ficrìficìjyùìe fujfero accetti agli Iddij immortali^ Di Scipione A ffricano . Non andana mai Scipione A ffricano a far facendo 0 pubUche 0 priuate^che prima non dimoraffe aU quanto foto nella cella diGioue capitolino ^fingendo di non far cofa alcuna ,/e non con Vautorita er configHo di quello . Ef per quefta cagione fi credeua che efuffefigU» uoldiGioue^ Dii, Siila. LVeio Siila , ogniuolta che eglifi proponeua diuoler combattere,perinnanimireifuoifoldati,eauauafuo ri una immaginetta di Apollo tolta già a Delfi , cr quella nel confpetto de fuoi [ oldati imbracciando , pregaua che gliacceler^ele^omeffe^comefeda quello glifuffejìa^ to promejfo la tùttoria . Di Q^Sertorio. Q Vinto Sertorio, porgli afprimonti di Portogallo, menaua feco una Cerna bianca,dicendo, chimera da ‘quella auuertito,qualicofefujferodafare, CT quSdaa^enerfene. DE GLI ESTERNI. DilAinosRediCandu. VSauaMinosKedi Candia entrare ogni none anni foto, dentro una certa cauema molto profondarci per antica religione confagrata. Etdimoratotdunpez^ ZO i quafi che ejfo parlaffe con Giove, di cui fi diceua esser nato,recaua una certa premtnentia er autorità alle leg gi, che egli dona a quei popoli, come fe da quello Vhaueft [ericeuute* Di Pifijìrato Tiranno d" Atene. r ìpfirdtOfper ricuperare in Atene la perduta HrannU ^ dCyCojìderato che Minerua era in quella citta in gran difsima ueneratìone, ueftiin habito di ejfa Dea una donna quiui non conofciuta^ chiamata ?ta, grande di ftatura, dr nello afpettouenerandaiCT fattala entrare dentro atU citta in fu un carro cop ornata ,facendolagridare ad alta uoccyche rendejfero a Pipflrato il principato, crfmgen* do di ejfer da lei condotto nella rocca della città , con quc fio ingann o ottenne quello che egli depderoua * DiLigurgo» p T Ugurgo^ diede ad intendere a i Lacedemoni, che ^ le leggi, che gli haueuadate loro cop rigide CT fe» uere,le haueua compojk col conpglio di Apollo , Di Seleuco, S Elenco ancora apprejfoi Locrenp di Grecia ,fù tenti to prudenti fimo, come quello che daua nome di con pgliarp in ogni co fa con la D ea lAin erua, Et FacuUa Sa* cerdote,con direcPeffeme fiato auuertitoda gli Idd^, tolfe uia Fufanza di celebrare di notte le fefie di Eacco , riducendole d giorno, auuenga che fujfe tanto oltre fcor fo con la sfrenata licentia ,che era pericolo non ne feguif* fe qudche dif ordme » DEGL’AVSPICII. , UH. Di Luttatio, Luttatio , che dette fine alla prima guerra de Romani cotro a i Cottagi nep ,fu prohibito dd Senato, Ugo* uemarp fecondo gU aufpicijcT tre* fponp della DeaFortuna de i Prene - Primo, la flifff, giudickndo che e f uff e bene reggere cr anmmfflrm cr feliciaufpicijfi haueffe a tranf mutare nel no meVeientano^ey' Vhonore CT lo splendore di cofi chiara uittoria dello acquijio di Yeio^s'haueffeai ofcurare cr fommergere tra le rouine (Cuna città guada cf def alata . Et CammillOjche di fi rara er eccellente opera fu Auto» refiubitando forf e, che di co tanto acqui fio , gli iddij non hauefferoinuiiiad popolo Romano, alzad gli occhi al cielo ,gli prego , che fe alcun di loro portaua muidiaaìla troppa felicita deRomani,ifogaffero tutto dmdef opra di lui. Et detto quefloyfi éce^cbe fubito cadde in terra , il qud fegno cr annutio parue che dipoi in Uà fi uerificajje, quando fu mandato in Efìlio.Etpero fi éfputauaqud fujfein un tanto huomo maggiore, 0 la laude di quella uit toria,mediantelaqude fi accrebbe affò, lo imperio Ro/ man 0, o de pietofifsim i prieghifatti,che il mde ch^opra fiauaallapatria,nepropr'ij danni fuoi, fi conuertijjcy I  DcL. Patio cr Terentidfud pgUuotà Et che diremo noi di do che atuennc a Ludo Paolo Confalo , tanto degno di memoeia f Egli hauendo fortito Vefpeditione contro al KePerfa,tornatofene di Senato a cafa , er baciando una fua pgliuolina chiamata Terentia, la trono tutta mal contenta^v con le lacbrime fu gli ocà)i , cr domandatogli la cagione perche la jieffe cop mePa,rifpofe,perche Perfa è morto, éae era il nome iCm fuo cagnolino , cheg^i era morto ilquale effa tanto haueua caro,che fempre fe lo teneua in coUo.Prefe adun que Paulo per un buono annuntio le parole dette a cafo da quella fua figliuola promettendo^ quap al certo fd^bé uere a tornare uittoriof o da quella imprefa . Di Cecilia moglie di Metello, Ma Cedila Moglie di Metello Jendo andataamez* za notte in un Tempio , cr poH la Romani Jei mila fatti prigioni, cr uentimila mefsi in fu* ga,etr il Confalo ancora ui rimafe morto il corpo del qua le,per comandamento di Hannibale fu fatto cercare per fé pelirlo , tlqual Conf olo , in quanto à fejhaueua feppelito VimperioRommo, Oppo il temerario ardire di Gaio Flamminio feguita la oftinatione cr pazzia di Gaio HoiUlio Manci* nOyilqualeejfendoConfolo, t^douendo andareinlffia* gna ^imprefa di Numantia,gli occorfe, che uolendofar f acrifido à Lanuuio,i Polli,dal beccar de quali (ì haueua i prendere Vagurio , canati fuori del poHéo, fuggirono in una felua quiui uidna,ne per diligentia che uifi ufa[fe,fi po teron mai ritrouare» Et fendo fi dipoi imbarcato à Monaco, doue à piedi fi eracondotto ,fenti una uocejenza ue* dere ondeVufcijfe, chediffe, Viandno fermati , Egli aUhora fpauentato, dato uolta indietro, fe ne uenne 4 GenouayCr quiui entrato in una Scafa uidde apparire in un fublto una Serpe grandifsima, V’inun fubito ffiar^ uia , cr non hauetido egli tenuto conto alcuno di queU&, Di GaioHoftilio, D mi che egli dccetutttitio quefii tre prodigi} , gli aeri fico con d trettante calamita, con hmer perduta la guerra, con haue^ re accordato, co i Kummtini uituperofamente, CT con h efferp dato a loro difcretione , il che fu cagione della fu4 morte,auuengacbe il Senato fenzere. Per il che, auuertito Marcello a non toccare imprefa alcuna teme* raria mente afsicurcUop nondimeno,per il troppo fuo ar^ dire ondo la notte feguente con pochi caualli, afpecuìare intorno al campo dei nimìci,CT dato nelle loroinfidie, cr circ ondato da gran numero di quelli, fu ammazzato» laqual cofa non manco dolore che danno arr ecco alla pa* tria fua» Di Ottauio Confalo» HEbbeOttauio Qonfolo grandifsima paura di qud lo che ad ogni modo gli auuenne ♦ Perche effendofì da per f e f piccato ilcapoallaStatuacPApoUo,zr nel co* [care fittafi in terra (Uforte,che nonp poteua cauare,fe^ cecomettura,checio non uolejfe altro pgnif icore, chela fua morte , ritrouandop mafsime aUhora in difcordia , CT uenuto alVarmi con Cinna fuo compagno nelConfolato» che era Efule . Et coji auuenne che il f ofpettofn che egli fiaua ,fi chiari col finemiferOyC infelice della fua uita .  Terche entriti 0 Cinnain Komainpeme con Mario jio mazzoyCT fattoli leuare il capo dal buHo^ lo fece porre in Ringhiera y crii capo della Statua iP A pollo, che prima non s* era potuto finuottere dif otterrayitilhora p potette ca uareageuolmente. Di Marco Crajfo, Arco Crajfoydegno ueramente di ejfer connimera» ÀV Ito, tra quei cittadmiyche furono digrandtfsimo dan^ noafRomano imperiOynonmilafda tacer di lui, poi che Iftauentato ùinanziper molti [egni euidentifsimi,non uoU Icynonàmenoritrarp daHaimprefa, che fu cagione delU rouinafua,cr di quella della Kepublica . Hauendo addun* que à condurtefercito da Carra,cotro ài Parti, gli fu data Uuepe,chepf oleua dorerò bianca , ò dtpurpura à tutti gli lmperadoricrCapitaniycheufciuonoinguerra,(Pun colo re negro crfmorto. l Soldati ancora, della feconda fcbie* ra,che per ordine antic o, eronf oliti farp innanzi nella pri* ma baldanzof amente, cr con uoci cr grida dlegr ecciti cr mePi entrarono nella zuffa. Delle due Aquile che fi por tauano in guerra per injegna dello eferdto , Puna appena che la p poteffe canore di terra doue Vera tra/altra,con fa ticagrande cauatane,nellofcuoter delPhaPe,puenne igi^t rare,cr.riuoltorp indietro.Qrandiueramente furono que Pifegni,ma molto maggior cofafu,à uedere Pocciponc di tantejìoritij sime legioni, tante infegne tolte da i nemici, tantoffplendore cr ornamento delk R omana mìlitia ofcn rato cr guaflò dMacaualleria de barbari, uedere ancora i lacH nop occhi di effo Graffo , nel conf petto del quale era fiat 0 ammazzato Craffo /ito pgliuolojgiouanetto di otti* ma e[pettatione.juedere pndmenteil corpo di effo impera I PRIMO. 50 éore^tra i monti de morti dmenuto preda crpaHo de gli uc teìU, cz delle f duatice fiere . 1 0 uorreij di copftUta ca» Umitàypoter parlarne meno acerbamente^ ma la uerita mi [brigneà parlamein quefto modo.Cop addunque indirà* no glilddij cantra quelli che p fan beffe di loro difprez* Xando la religione,cop fongapigati coloro , cheilor uard conpgli prepongono a quelli degli ìddij. Di Gneo Vompeio» GNfo Pompeio ancora, era Pato affai manife^amen* te auuertito dal Sommo Gioue, che non uolefsi far con Cefarein guerra , Vidtima prona della Fortuna . Ha* uendo effe Gioue con le fue f nette fulminato le fquadre di quello neWufcir di Durazzo, ofeurando CJ" togliendola uiBa delle infegne dello ef erato , con gli [dami delle Pec/ chieder con hauere ripieni gli animi defuoiSoldatidi fubi* tameffitia cr maninconia, mediante la paura fcr il terrore di piu fegni nello eferdto dinotte apparp , cr pnalrnen* tehauendo fatto fuggire da gU altari le uittime che egli uoleua facrìfware. Mai Fati che fono ineuitabili, non lafdarono aPompeio, che in tutte Vdtrecofeera ffato prudentifsimo , efaminare, CT rettamente conpderare, diche importanza piffero cotali f egni cr prodigij. Egli addunque per far poca ftima delPautorita cr grandez^ za di Ce fare , che era uenuta a tanto , che Pecedeuail gra* do di priuato cittadino , in un folgiorno perde tutto Vho » note CT larepututione , che pno dagiouanetto p haueua acquijlato,tale che non fologlibuomni^ma ancora gli id* éj gnenehaueuono inuidia . Ondcc manifeÙodn alcu* tu Templi ejferptrouate le jìatue de gli \ddij, che da per I LIBRO toro fi erano riuoUateindietro.Et neUa atta di Antioch'4 cr di Tolmaida , ejfetjì udito un rumore di Soldati , CT jhrepito d^armiytanto grande ^che quelli della terra erano corjiaìlemurap difenderle , A Eergamo^efferft [entità^ neluoghifecreti de Templi , un fuono diTamburi^ Età TraUe,nel Tempio deìLt Vittoriafottola fatua di Cefa* re^ejfernataytrale comettiture delle pietre del pauimento del detto Tépio una palma uerde cr di buona gràdezz^ Et tutti queìii fegni apporfero per diuinaprouidenùa^ accio che e fuj]emanifcilo,gli iddifhaueruolutof onori* re la grandezza di Cefare^ej a Popào dimoiare la fua fallacia . lo adunque, o Diuo lutto, con quella humilta et riuerenza,ehe fi ricerca inuerfo ituoi altori,^^ facratisfi* miT empii, ti prego che benigno cr fauoreuole ,uogli4 degnarti, che gli errori et lerouine di tanti huomini eccd lenti,fi ricuoprino fatto la ombra del tuo efiemplo» Per* che noihabbUmointefo,che il gjiorno (nel quale ornato di porpora fopra il feggio d’oro nel Senato ti rapprefen* taiii,folo per dimolirare,che tu non dijfrezzuui quello honore cr quel fupremo grado, che dal Senato, con tan^ tof onore ti era Jiato conceJfo)auanti che comparufi al co Jfetto del popolo, che tanto defideraua di uederti, attenm dejìi prima al diuin culto, nel quale tu ancora doueui effe* re adorato cr reuerito . Et fatto ammazzare nel facri* fido un bellifsimo Toro,cT non trouando nelle interiorct. il cuore, domandato lo ArufpiceSpurinna, quel che do uolejfefigni ficare, ti rifpofe, nel cuore confiàerelapru* dentia cr la ulta delThuomo, Onde era necejftrio che tu ti hauefii cura, cr ti fapefsi bengouernare . Q«/»di poi fucceffelo impetuofo patriadio di quelli, la cui intentio* PRIMO. fi ne fu di Iettarti del numero degli huomini , CT tra gli id* dij ti collocarono. Termini adunque ndtuo effemplo ^ la naratione de proiigij domerà, accio che neluoler pài oltre in quellicjbndermijo nonfuf li meritamente ripte» f t>, trappaffando contro al douere , dalle cofe diuine alle human e. Toccherò adunque breuemente de gli efiernr^ iqualibenche apprejfo deiLuini, non habbino moltocre dito,noémeno p la uarteta recherano altrui dilettatione, DE GLI ESTERNI. Di una Qaualla che partorì unaL epre» •p Cofamanifefta.jnelloeferdto di'Xerfe^ che egli con* ^ dujjein Grecia, una Caualla hauer partorito una Le* prejaqual cofa tanto moftruofa lignifico Vefito di fi gran de preparamento , perche coftui che baueua ricoperto il Mare di legni , la terra di Soldati, fu conjiretto dalla paura,no altrimenti che fugace CT timido ammalerà ritor ttarfì nel fuo regno . Al medefimo ancora, pajfato il mo te Ato acanto a ida, atlantiche e dis facete la città d^Ate* ne,tr aitando di andare ad affalire Sparta,gU occorfe, me tre che eglicenaua,un marauigUofo prodigio , che facen* dofi dar bere duino nella fua tazza, fi conuerti in Sàgue, C3T quefio non foto la prima, ma la feconda, cr terzauol ta,Onde egli domandato di do d parere de Magi dil?er* fta,come ottimi hiterpetri et indouini lo auuertirono, che firitracfsi dalla dcfìinataimpre fa contro a gli Spartani^ Et fe in lui fiftiffe trcuato punto di fenno,o di prudentia, boria fchifato il danno cr la uergogna grandifiima che eglineriporto,hauendo medianted ualore di Leonida et de compagni di quello,potuto chiaramente comprendere ilfucceffo di quellaimpreja* ‘ • r» I . DiMida, Al Rr IAidd,fotto U cui imperio uenne la frigia ef fendo fanciulto,zT dormendo, furon portate dai leFormiche alquantegronelladigrano in bocca, tTdom mandato [uo padre glt indouini,quel chedofìgnificauo^ rifpoftro,Mida douer auanzaredi ricchezze tuttigli aU tn hu omini, ne fu nano quedo pronoftico, perche ejfo fo' io di ricchezze CT di danari, aiianzb quajì Vhauerc di tut ti gli aUri Re , CT crebbero in tanto le [ve f acuita, C7 /« tanta la abbodàtia deWoro CT argento che egliaccumula che largamente fi uenne a uerifìcare,quel che gli idd^, co tal prodigio,gU haueuono nella fua pueritia promefjo • Di Platone, P Armi cof a ragioneuole, il preporre alle Formiche di Midalo Pecchie di Platone , Quejie a Pilone , fendo infafce CT dormendo, portarono il mele in bocca, ilche fufegno éperpetuacT eterna feliciti. Quelle,di , cof e fragili a‘caduche,Etgliinterpetri,diuulgatafi la co fa delle Pecchie,dijfero che della bocca di Platone ne ufci rebbe una fingulare et fuauifima eloquetia. Quejie,come , injligatedalleMufe,parechefuecialfero,noifoauietodo riferi fiori del monte Himeto,ma de colli d^Heliconafiio^ riti d*ogni fortedt dottrina,^ dipoi nel grande o’pro* fondo ingegno di Platone jiiUafiero idolcifsimi liquori dalla fapientia, DE yOGNI. CAP. Vii Auendo io tocco breuemente delle ricchezze di Mida, CT della fapien* tiadt Platone,annutiate loro dorme t do, narrerò al prefente di quante fpetic dij ogni A gli huomini fon o occorp cr uerificatip: Nc mi pure poter fare principio migliore^che dalla facratifsH ma memoria del diuo AuguHo . Dirò adunque , come ad Artorio medico di effo AuguHoJUnotte auanti^ebe pfu/ ceffe il fatto d^ arme tra Augufto cr Marcanto* nio ne campi Filippici^dormcdojapparfe infogno la Dea Minerua laquale gli comandò che facejfeintédere a Cefi re che era grauem ente amalato^che per do nò reiiajfe, di non ptrouare al fatto d*arme , ìlche fendo da Artorio à Cefare referitofi fece portare nella battagUain letticaxet métre che egli jlaua tutto intento alla uittoria^ifuci allog giamentifuron prep dallo ef trcUo di Bruto . Che pofsU mo noi adunque penfare altro, fe non che do fujfe fatto per prouidentk diurna, aedo che il capo di Cefar e già de* pinato aUaimmortalità,non fentijfela uiolentia della For tuna, indegna,ueramente di offendere uno fpirito diuinof , Ma lo ef empio frefeo di luUo Cefare infegnò ad AguUo Cqu^nque egÙperil naturai uigore delVanimofuo, an* tiuedejfe fottilméte tutte le cof e) ubbidire al fogno di Ar torio. Perche gli haueuaudito ére,che Calfurnia moglie di tulio Cefare fuo padre,in quella notte , chefù l^uhma che egUdimorajfem terra, haueafognato,Cefure giacerli ingrembo pien o diferite,Gr fpauentatapgrandemtnte p cop horribdefogno,non huuer mancato di pregarlo, che il di feguente non uoleffe andare in Senato,Ma che egli p noip^eredircfhreperun fogno diunadonna,derauo luto andare in ogni mcdo,doue affalito da i congiurati. fu co molte ferite ammazzato, Certaméte ira tulio Ceja^e et Agufb» fuofigliuolo,nÒ é lecite far diff^etia o cÒpura* rione dcunahauédoamédui cÒfeguitatoil fórno grado di Ifefeacl fc fSS.  diuM, perche Vuno di già, con lefue operegloriofe ,/i hmeud aperta laftrada di falire al Cielo, aWaltro rejhua ancorain terra a fare molte opere egregie cr uirtuofe. Per lagnai cofa,uollono gli iddij immortali, che lulio Ce fare cognofceffe , che ^a era uehutoil tempo di mutarla uita mortale conia gloria immortale. Ma che Augujio nonfcUmentelocognofcelfe,maancoralodfjferijfe,4C» fioche il cielo fi godejfe Pano di qaefti duoi ornamenti, CrPaltro infuturo fi promettejfe» Di P. Decio cr Mallio Torquato. rV ancora affai marauigliof o cr eludente ilfogn o,che in una medefimanotte fecero Publio Decio cr Tito Mallio Torquato Confoli, eT Capitani .fendo accampati^ uicinoalmonteVefuuióin quellagucrra contro a iloti ni tanto importante, pericolo f i. Erojìo,chegli erail crudele cr trijlo Fato di Sicilia cr di Italia , cr che fcioUo che egli fuffe sfarebbe la rouina dimolte Citta,dqual fogno il difeguente fu dalei diuulgatojper tutta Stracufa,cr coft poi che la F ortuna,con traria alla liberta di Siracufa,CT nemica de i buoni,oppof e allatranquilUta CT pace di quella Cittailf opradetto Dio* nipOffcioUo delle celcHi Catene cr come un folgore uenu* to in Terra,fubito , che Himeralo uide entrare nella Citta tra la m oltitudme di quelli della terra, che lo accompagna^ uano,cr correuono a ucderlo,grido, lui ejjer quello che et tain fogno haueuauijlo Alche intefo Dionifto , ordinò fé* gretoììiente ,che la fu ffe ammazzata* Fiufìcuro addunque fu il fogno della Madre di effo Diompo,laqude portando* lo ancora nel uentre,gli parue hauer partorito un Satirett^ to,cT ricercato uno interpetre,che tal fogno gli dichiar af* fe,glifitr€fpoiio^che quello chela partomebb€,farebbed Primo. 57 piufmof [),er il piu potente buomo ^ GrecùfComefi td» de poi con gli effetti. Di Amilcare, AMilcare Capitan 0 de Cartagineff,campeggiando S» racufajgli paruein fogno udóre una uoce che écejjè che egli il difeguente cenerebbein Siracufa , rallegratofi dunque^come fe diurnamente gli fu ff e jlata promejfa la uùm tona , cr mettendo per ciò in ordine lo ef eretto percom* batterla, nacque difeordia in quello^tra i cartaginejì CT SU cilianLOndeiStracufaniufciti fuori della Citta cr affalitili in un fubitoyprefero i loro alloggiamenti cr dentro ne me naron 0 prigione Amilcare, ilquale ingannato piu dalla fua falfa credenza che dal fogno,cenò prigione inSiracufa,cr non uinatoreycome egUs^erapromeff'o, DiAJdbiade, ALcibiade anqpr9 Zd piegare ò ritìrarp un paffo^furono uiSHC^fiorcfr Poi luce prendere h parte de i Romani^ ^udi roppero ddtut to cr és fecero l'eferato inimico. Slmilmente ynet tempo della guerra contro al Re Pefy fa^Publio Vatinio Prefetto di Rieti, uenendo di notte . 4Rom4, uideuenirjt incontro duoigiouarùdi bellifsimo af petto [opra duoi Ùanchi CauallL^qUiiU gli dettero nuoue comeil didauanti,ilRe Perfaerajìato prefo da Paulo Emì tiojllche bauendo referito al Senato ,fu meffoin Carcere, I - w 9 » / Per fa in quel di era flato pref o ,non fedo fu liberato di Caf cere,ma ancora gli fu donato una poffefsione , cr fu fatto efente da tuttelegrauezzc. E ancora manife^Oyche Ca^o recT Pollucelìeronouigilantiperfalute dell'imperio Ko manOyollhora che fkdèti loro,cT i Caualbfurono uijii rin» frefearfi CT bagnarfi infìeme con quelli, nel Lago di lutur* nOyCT l^ porte del Tempio loro , che e uicmo al fonte del detto Lago fi làdero per lor medefime ejferfi aperte. Ryf A per dimoHrare, quanto ancoragli M iddijfujfea 1 Vi rofauoreuoli a quejìa nofhra Otta, dico che ejfendo élatagia tre annila pejie in effajne uedendop ,ò per jiitdna mifericordia.oper rimedifhumani^n che maniera fi potè/ fepor fine a tanta, CT cop lunga calamita, pofto(co« me ne auuertironoi Sacerdoti ) mente a t libri Sibillini trouarono, chenonpoteuono altrimenti purgare il cor^ Di Publio Vatinio. Della Pepilentié, LIBRO roto aere tfe e nonfaceuonouenire EfcuUpio da Epidate ro , Per il che ui mandarono Ambafctadori , prometten* dofì conti f onore (htale iddio Cpcrladeuotione,chegia di lui per tutto era grandissima') potere impetrare tal grò tia . Ne/« uatna tale oppinione^uenga che con la mede pmafedefù loro promejjo CT attenuto il foccorfo , con laquale efsi lo domandarono . Arriuati adunque che fu* tono i detti Ambafciadori , incontinente, dalla città di Epidauro,furono codotti al Tempio di EfcuLpio, ebbero cinque miglia lontano, Et quiuigUinuitarono humanifsi* mamente a prendere,^ portar uia a lor piacere del det* to Tempio , tutto do che penf afferò doiter^ejfere alla lor patria falutif eroda cui prontezza CT hberalita,fu anco* ra accompagnata dalla benignità dieffo iddio , approuan . , do le promcjfe di qucQt con metterle in efeculione, pero eh e, quel Serpente,che rade uolte era f olito dimofìrarfe . Qafiio adunque ( dt cuinonmà fi deue par, lare,fenza prima hauerlo chiamato publicopatnciday ri. ^ trouandofi nellaguerra Earfdica,CT combattendo fero^ cifsinupnente , gli parue uedert ,che Cefare in habito cr, - forma,chehatieuapiu del diurno che deWhumano ,gU «e niffe incontro uefiito diPorporaconuolto minacceuole corredo a tutta brigUaionde fpauentatofi diede a fuggire 4icettdOychepofs*iofar ffiuije Vhauerlo mortonon bafio^ j- T et, 41 fXafappio C4^o^cìt€tnnon ÀìnazTCifUOefare^perchc itett fì può in alcun modo uccidere la diuinita^ ina hauenm dolo tu offefoy mentfeche egli informa humana era tra . noi , merUmente , dipoi che gUara fatto iddio , Vbauefl. per crudele inimico, ' DiL,Lentulo, T ^5*0 Lentulo , colieggiando il lito del Mare^ doue . 4-^ co certi pezzi d'una fcafa rotta p ardèùa il corpo di ^ompeio magno à tradimento fatto morire dadKeTo torneo, zr uedendo.una pamma talché fapenda.cbe den . tro uiardeuacofOfdi chela fortunaphoueadauergogna f£^dijfe a iftÙH Soldati.Chifa fe dentro i quel fuoco ui p i obbruaa il corpo di eneo Pompeio.Le cui parole diurna*, Wtente mandate fuora,ppojfono ueramente metter nel numero pe miracoli: ufeirono qu^e di bocca (Punhuo tno,ma queUo che al prefente diremo ufd di bocad^Apot' lo,ondep conobhelamorte di Appio,fecondo che da ef*i fo erapato predetto, Coftui nella guerra oiuiU quando[ Gneo Pompeo,confuarouina, et danno della Kepublica^ p ^oppe con Cefare,depderando di intendere lo euentó éd oop importante motiuo, perche atPhora eraprepoflo con , hefcrcito alla Acda,coprinfe per forzala Sacerdotejfa, principale, del tempio ApoUineDelpco'^chehaueualà^ cura del luogo fccretó delio oraculo, a fetndere neUa piu profondaparte deljfeco /aerato dtejfo lddio,nelqualeJi. comep dauano i re&onp piu certi,a chiglidomandaua,cù. pper ejferele dette uergini troppo ripiene del diuinojfi* nto lepiuttolte ne periuono.Lauergine adunque inpanui mata di profetico furore con noce horribde , mentre che eUaofcuramentclecofe future preéceua, manifePò 4Ì t  Appio U fui morteécendoli^Tu nonhii ò Komxno che fare in quejiaguerriyò terrai li Cella di Euboea. Egli ere deniojì per uolere di AppoHo ejfer*auuertito,che egUfug gijfe quel pericojoje n'andò in quella regione,che è poflj tra Rannunti^nobile parte del contado Ateniefe,CT tra Carijio^uicìno al mare dt Calcidia,chiamataEuboeay nel/ qual luogo amaUndojì m ori iana'izi alla guerra farfalla caye3‘ cojìhebbe quelluogo per fepoUur4t che da quello Iddio glier~a Ihato pridetto. Poffonp ancora connumerare tra i tAiracohyche ejfendo arf o U fagreSHa de Sacerdoti di Marte chiamati Salij,no fi ntrouò alcuna cofa intera fe no laTromba torta di Romulóy^ ancora effendó arfodTc pio della Èortuna,la Statua diferuio TuUfonmiftinuioU tayCT finulmentelafiatua diQSiauiwJiqualeera pofté nello andito del Tempio di M arte ejfendo due uolte quel Tépio arf o,una nel confai ito di P. N tfica Scipione,cr L; Be^iyValtra di M.Seruilio^ CT L . Lamia^ rimafe fopra U fuabafoyfenzacjferedalfuocó ojfefa» Di Attilio, . ' D Ette anchora qualche ammirationeaUanodra Cit tà il corpo d'Attilio AuioU , quando fu abruciato fecondo il cojlume anticOydquale giudicato morto da i me diciyCr fuoi familiari pilette alquanto difpacio dijiefo in terraydipoiprefo ex pojlo f oprali fuoco come egli fenti il caloreygridò'jthe erauiuo ,chiamandó in aiuto il fuo pe/ dagogOyilqudequki jolo erarimalio^magiacircundato dàa fiamma non potette riceuere alcun foccorfoalfim* le fi dice ejfer' accaduto 4 iMcio Lamia, che era fiato Ere* tore, Degli Esterni. ‘ ^ 1 Duo miracoli fopra djtti, paiono meno marauigliofi ; per quél che duenune di Ero Panfilio > ilquale ferme PU tone, che ejfendo [opra molti altri morti'Jn battaglÙL x.giomi ri mafto come morto^ey duoigiorni doppò , che dùjuiui era Unto leuato poflo [opra il foco , rifufeitò , CT narrò cof e marauigliofe^che egli hauea in quel tempo ue* dute.Vnhuomo anchora dottifsimo in Atene hauendo ri* ceuuto unafjjfattanel capo^ con tanto dif piace* ¥e la doU^z^a di quelli» » DcUa moglie di iìaufiment,CT di Egle Samio, p lumarauigliofaenondinienolanarratione delcà fofégue'nie. La moglie di iJaufiméne Ateniefe,ab* batkhdofì a ued&e il figliuolo con la figliuola camalmen te ufae,offefa neWanimo da cofa fi uituperofa, CT fuori ét ogni oppinione,perche lanon potejfeaUhora cruedarfe ne,ne dipoi parlarne diuentò mutola,CT loro fpontanea* mente ammazzandofi pagomo le pene della commejfa Jceleratezzaietcofi lacrudelFortunaaUamadre tolfeiì parlar a i figliuoli la uitadaquale a Egle Samiogiuca* tor di lottai mutolo fu propitia»crfauoreuole, perche ejfendo fiato uincitore in tal giuocQ'^ gli fu uoluto torre il j^emio^et Vhonore^he eglifihauena acquijiato, et tante F /i . . tfl't R O fitio [degno ^che egli nè pref z^che e n^dcquijiàla fmelUt Di Gorgid Epirotcu . . V ancora marmgliofo il nascimento di Gorgia di Epi F rocche fu dipq\perfo^arara,cr ecceUente^ilquaUu* [ci del uentreddla madre mentre che Verauina (VmacafOypercheritroUandofi 4 et nain cafa di Scopai» Cranone,cbe e un Camello di Teffa gtia,glifu detto, che alla porta,erono duigiouani ^ che lo pregauano,che eifujfecontento uenir [ubilo fino 4 baffo, che glihaueuono da parkre,egUf abito uenuto alla porta, cr ufeitofuora non ai trouo negano, ma in queUo inUan Hrouinò kfala»doifecenauano,cr ucOfe Scopa con tuta èo il reBo de conujhti^ nellaqua leuag'ianoa;jH.gUfaceitonoptrlarepinterpreti,Et do uoleuonofì offeruajje^nofolo nella deta diRoma,maan cera in Grecia et in Apaper quelli che e mandauano a go uerno delle Prouincie^accioche la lingua Latina co piu ho nore cr riputatione per tutto il mondo p dilataffeEtq tr fio uoleuono^no perche e non fuffero dotti et bine inerti ti nella lingua Greca co me negli altri Pudijy ma perche pé reua loro che i Greci douejjero effère in ogni conto infe* rion aiRomanhEtche e fu jfe co fa ì legna et intollerabde che la gràdezza et riputatatioe del R ornano impiojì def fein preda, et p tafdajfe pigliare dagli aUetamétiy cr dalla fuauità cr dkcezzei di ql parlare efquiptOyCt artificiofo, P Di G. Mano, Eriaqual cofaftu,o Gèo Mmo^non debbieffer ri .  prefq ne hUjìmato della tuarozezz^t cr rigidità, U hauendo due uolte trionfato, per la uittoria ottenuta di ìugurta in Affrica, per quella de Cimbri T euton ici a picdeWalpi , ncn uoleiii , che la tua uecchiezz^ ornata ìdidoppio Allojrp,ji rendeffepiu calta CT piu ornata «te* diante la eloquentia di quei Popoli, che da te crono itati f aggiogati? Perf udomi eh e tu ilfacefsi,accioche nel culti tiare et efercitare lo ingegno al coftume delle genfiftrane, non parejje che,come ferito fuggitiuo tifuffialloiitaiudQ da i coflumi cr ordini della tua Patria, Che fu adtinque il primoyche ne i tempi nofiri, aperfela porta del fenato al la lingua Greca,Onde bora le orecchie de Senarori i^or/‘ 4ano in udire i fatti occorrenti de i Greci, Certo non- fii oltricheM olone Apollonio_,maejlro deWarte Oratq>»> ria sfotto ilquale Cicerone diuennedottifsimq yferchee- ntanifejlo che coflui fuil primo f or ejiicre chefujfe udito parlare in Senato fenz Je da CauaUoyCome era debito raprefentandop dauàtiad un Cofolotnon p mojfe.di che accortopil pgliuolo,glim4 dò f abito 4 co madare per un o Littore che fmotaffe. Fabio aUbora ubbidiente, f cefo da cauaUo,p apprrfentò d contt fpetto del pgliuolo dicendoli. Io non ho fatto quePo,per n on rendere alla dignità à co folate il debito honore, ma peruedere, fe tu fapeui ejfer Cofolo. Et fo bene qual p4 il debito del figliuolo uerfo il Padre, ma cotd debito et riucrenza no debbe ejfer àgli ordini publiciantepojia. Della conjìantia di certi Ambafeiado* ri Romani. DOppo tl laudabile ef empio di Fabio Mafsimo , mi fi ojferifce la conpontiagrandiftima de gli Ambafciait doriRomani,che furono mandati dalSenato à Tarento 4 recuperare certe Kaui cariche digrano, che da i Tarenti ni crono Paté prefe. QuejH ejfendo fiatiin quelluogo mot to ingiuriati cr uihpepjettraglialtri,e[fendo fiato gettato deU* orina addojfo ad un o di loro, codotti ( fecodo la ufan Z D' un certo ordine,cbeerainMarfilia* Ma pèriornarealkOttadiMarplia,dcn(feio n^x ra p'artit&. Non u oglion o i Marfiliani , che ninna entri nella Terra con arme,ma le fanno lafdare alla por* ta,doue è deputato chi le riceuei crollo ufcire le rende lo ro,perchefi come e fono f oliti di rìceuere cortefemente i forejìien^cojì uogHon o effere patri da loro, D^una certa ufanza de Gdli, V Setto della Citta di Marplia, mi prapprefenU quella antica ufanzn de GaUi,iquaU Cfecondo che p troua prittoy ufauano prefiar danari die perfone, per rihauemealcrettantt nelV altro mondò effendo fatolor perfuafo Camma e jf ere immortale, io gli chiamerei Bolit fe pitragord òefugreco,non hauuej]e haute la medep* ma oppimone dicoPoro^che erano Frahzcp» De Cimbri CT Celnberi. La Tìlof ofìa de Galli era fondata foppra Vaudritia et fopra leufure^ma quella de Cimbri f3‘ de Celtibt^ ri , par che hauejfe per obietto la baldanza crfoftezXd '' acìTdnhno: perche quando fi ritroudfuno é combàttertp ty ne i maggior pericoli della »i morto il marito uègono a contéfa et dipoi a giuditio qual eUloro babbi piu fuifceratamente amato il Maritoiit quel Id y che piu amoreuole è giudicata sfacendone molta ìefià onne,che non ha^ neuon modo da maritarfi,nel Tp4 rendo loro coja conuemente^ebe colui chepritrouainrt gale altezzu,per mantenerp in piu grado cr riputadone^ debba aHenerp da quelle ufanze, che uolgamente p ufo tiopnodagliinfimi et plebei, Delladifciplinamilitare, Cap, lì. Erremo bora a trattare del principila leornamento,etfoPegnodel Romd no imperio che pno ad oggi confabi teuole perfeueranza de i Romanifi e mantenuto pneero cr inuiolato. Que Hoeilfeuerocrrigido offeruamen* to degli ordini della militia , nel cuifeno , O" fotto U cui protettionejì conferua ilferen o cT tranquillo Poto dellé > beata pace. Di Scipione minore, PVblio Cornelio Scipione,quello alqualefu commef fa Pukima guerra contro ai Cartaginep « Onde f secondo; 6t eomeVAuolo ttedcquifto il cognome di Affrìcdno^effenm do ConfolOjCr mandato in Spagna Capitano dello efer^ cito R ornano, per isbattere cr reprimere gli inf denti ani mi dei Numàtini,infuperbiti per colpa di quelli, che aum ti a lui cieron fiati mandati Capitanijubito che egli arriuò in Campo,mandò bandi, che fufierà leuate uia dello efer cko,tutttle co/enon neceffarie,cT che ui eron fiate con* dotte per dar piacere ai Soldati; O’ mandò uia tutte le b ocche difutili . Onde fgombrarono (come è manifefioy di quefio efercito mjìeme con un gran numero diriuendi* toricr Saccomanni, dumUa Meretrici, Et cofi lo efercito R oman o purgato cr n etto di cotale brutta cr difutile ge neratione,^ che poco auanti per afi>rejfa uilta cr codar dia fi era fuergognato,medianteil dishonefio CT làtupe* rofo accordo fatto co i Humantini , riprefe la fua prifiina uirtu,1 bemgnan i loto antichi nel tempo della gmra Tarentina-cònf (TMtigfi . 6S h toriófo di dupi de gli inimici y cr ne riportajfe le fpoglie* Eglino adduuquettrouandop legaticon pdureeT ufpfé conditioni,come che poco auantifuffero Pati uile et abiet to dono del Re Pirro , gli dùtentarono crudéipimi inimici . La medepmd ira fulmino d Senato contro é coloro y che ndU rotta di Canne abbandonarono U RepubUca , perche hauendo il Senato con afpritpme conditioni y cT piu horribili che la morte conpnatili ih SiciliUy CT hauendo dipoi riceuuto lettere da lAarm co Marcello c che era pàto mandato in queWlfola d^- ta efpugnationedi Siracufa) perlequali ricercauadSe^ nato y che gli dejfe Ucentia di potere in quellaimprefi feruirp de i detti conpnati* Rifpofe àie e non crono degni di effere accettati nello eferàtoRomanOypure che èra contento yche e faceffe in ciò tutto quellOy che giu* iticdM Htdeèlty efpedienteper laRepublica yconqu^ . LI B R O pero j che dafcuno di efii fuffe del cottrìnouo occupdtp fenz^ mai ftare in otiojn qualche eferdtio^o" cheenon poteffero riceuere premio o dono alcuno , ne 'tornare in, Italifty fedai nimicinon fuffe Hata occupata . Tate è aduh que Vodio, che portano i Forti et ualorop^a i timidi etpof planimiE ancora d4 conjìderare^quantofàgrandeil di* fpiacere^cheil Senato pre/e, hauendo intefo^che Quinto PetilfoConfoloy mentre che egli ualórofamente coni tigurUomhatteuOyfuffejlato daifuoiabbcfndpnato , CT hfd^oinpredadeinemidi,che l'ammazz O. * Degli ordini del Triomfare, Cap, III. Lcuni Capitani Kontaniydtfidtrand*^ che e fujjcl oro [latuito il Trièfo, per cof e piccole et leggieri sfatte da loro, furon cagione che il Senato prouide^ per leggijcheniuni) Capitano poteffè triomfareje m una fola battaglid,nS haueua morti almeno fei mila de inemiciumperocheino Briantichigiudtcauonoychelo ^lendorefj^^l^ornamento della citta,conlilìef[e,non nella moltitudine de Triom/?^ ma nella grandezza dello acqmùo.'Et perche a queflaleg ge copncbilejtion fi potere in alcuna maniera contraffa» re per la troppa cupidità di triomfare lafortificarono eS lo appoggio d’unalira Itggicjp) cpo/ìa da Ludo Mario CT Marco catone tribuni della plebe ^perlaquale fi punì» \cono quelli capitani, che in alcun modo ardif ceno dfp* gnificarealSenato,fa1famente lini mero dei nemtcìue/ af,cr de cittadini H emani morti , Et uuole che /ubilo, che e temono in Roma giurino dauanti a i Camarlinghi della citta, di hauere fcritto al Senato, il uero numero de morti,fi de i ntmici come de ih emani . Doppc hauer parlato à quefi leggi, non faro fuori di propàfito far mentione in quefo luogo (Tutta fententia,che fu data fo pra il fatto del triomlare,trattata cr difa jja tra perfo» ne eccellenti. HauendoLucianoccnfolofy Quinto Va ierto pretore rotto cr /confitto in Mare una belUsfma ormata de Cétaginep,o’ hauendo perdo U Senato deter mmatoilTriomfo a Luttatio,et procurando Valerio di ottenerlo anchoraegli,Luttatiop oppofe,dicèdo che no I (rit t / r èrd conuemhte , che in cotale honore, il Prétofehdueffe andare ara^udglio del Cónfólo : etiieituta la cofaingranr difsime contefe , Valerio ójferfea Luttatio di prouargli^ , che e non poteua domandare il Triomfo, effendo egli Hi to queUo , chehaueua rotto tarmata deCartaginepy CT Luttatio accettò offerendoli diprouargliin contrario,cf“ dWcordo eletto Attilio Calatino^ giudice in queHaloro' d^erentia : Valeriojl primo parlò , cr ejpofe dauanti al Qmdìce,come il Cònf olo^quando fi fece lafattionefi trai uaua nel Letto amalato ^Ondea lui era tocco a fare inte ramète Vtffficio del Capitano, Calatino allhora,prima che Luttatio comindaffe ad efporre le ragioni fue^ dijf : cofi^ Dimmi VateriOife tra te et il Conf :>lo fi fujfe confuUato^ [egli era hene combattere o »ò,ef i pareri tra uoi f afferei fiati diuerfi,qual parere era cagioneu oleiche fuffe apprò uato^C^ meffo in effecUtione il tuoo quello del C onfolof Rifpofe Valerio, che non negma che il parere del Confo Io,no« haueffe andare innanzi a tutti gli altri,Hor dimmi ancora dijfè Calatino ,fe Vuno CT Vdtro di uoi haueffe prefigli Aufpiàj^etf afferò Hatidiuerp, fecondo quali eroi egli douere, che uoi piu tójlo ui rif oluefsi, fecondo i tuoi 6 fecondo quelli del Confalo i Riffof e Valerio, fecondo quelli del Confolo,Hor ifeDio nuaiuti) diffe Cal N D O, 7* imitale due uolte era flato confola O’utMUoUa^ Dittato* rf,cr in tutte q te^e degnita p hmeua acquiPato grandif pmarìputationeyfudalui priuato della dignità Senatoria perche egli hmeua comperato certi uap (Pargento, che pc fauono dieci libbre parendoli che un tale ejfempiofupè atto a corrompere la parpmoniacT pmplicita Romana» Pomi uedere che le lettere del no(lro fecolop riempano di (lupare cr* di marauigliathauendop ad accomodare ad efprimere efempU tanto rigidi cr feueri , CT che le Piano h dubbio, fe gli e da cr^dere,che nella citta noPra pano n temenute quelle cofe,chein fecontengono,che appena c credtbile,che dentro alle medepme mura, lo hauere il ma do a comperare dieci libbre d^ argento recajf ; altrui carim cOfSr lo ejfer pouerofuffe per cofa uiUftima reputato, DiM.A«^onlo crL.F/dcco. - ■ MArco Antonio, O' Lucio F lacco ccnf ori, rimoffe* 1-0 del Senato Duronio , perche ejfendo Tribuno della PiebeJjaitéua propojio,ehe efujfe annidato la prom uipone ey l^gg«(t miarfio ‘Éìùf"^ ^1 '>?"■«*' /«io for Vaiolo etPMo Smpronioin Siti. fpnó oejf ctonie gUpruiarono deauM del Publito ^ P^^P^^^AttHioKtgidoett.Pmo. £S^C2Sesss6 K t I hftueuond4tQ Ufedcdianiirfene fèco ^'ahhindond* re Italia» TuttiqueUianchorayche neUi medtjima rotta rimajii prigioni di Hannibale.cr mandati dipoi da ìui am* bafciadorid Senato Romano, per conto di permutare i prigioni^non hauendo do ottenuto , non ritornarono ad HannibJe altrimenti,furono da efsi Cenforì feueramen* te puniti cr condannati , fi perche al [angue Romano apparteneua mantenere la fede fi anchora perche Mar co Attilio Regalo molto afpramente procedeua contro a I* mancatori di fede. Era co^i figUuolo di quello At* tilio Regulo,che uoUe piu tojio morire con ajprifsimi et crudeliffimitormenti,che mancare a i Cartagineft delU promeffa fede, C ofi adunque l* autorità de Cenf ori tra* pajfo daUadtta nello efercitoJUqualenb uoleua,nc com* ’poTtauOycht il nemico fu jfe ne temuto ne ingannato. Se* guitono duoi efemplifimdi,fopraiqualidarenfinea^è* &atnateriel medeimo Catone» : \ ^ S Tondo il medefimo a ueder lefejle, chififaceuonó{ in honore della DealFlordylequaUM.efsio Edile foé è^eua celebrare Jl Popolo fiuergogno in prefetiÈùt4i Cam tonerà domandare^che queUe,che talfefta raprefentauom nOyfifpogUdjfero nude fecondo il confueto, BeUbe fett dpauertito daF.auonio amiàfsimo fuorché glifedeuaalm iato^fi parti del Tedtropernonimpedire conia fuaprem fenzdyVnfanza di queìùfelia.Et quando il Popolo uide,^ «. che eglifen^andauOjp leuo tutto a romore, CT facendone molta fejla cr allegrezzajeguitarono di celebrarti cbitComeficollumduatdimoJlrandoptaltattOycbeepor/ tauon piu rifpetto ZT riuerenzaa Catone foloyche a tutti lor altriyche uierono pref mti. Hor qiudiruchezzctqualì ItnpprijyZr quabTriomji furon mai in tanto pregio ap/ prèjfoil PopolofHaueuaCatonepiccole facultOyeracon tinentijjìmoynon fi cura che lacafa fuayfpogliataiTogpi ambùioneyfuffe molto frequentatajolo uno tra i fuoi an tichirìfplendeua,Èranella fronte ouflerOyMa la uirtu fu4> fu compiuta cTperfettajin tutte le partiy onde f e alcuno- Huol denotare un buomo dabency CT unuirtuofo Cutadi noybafia cb e egli dicaegli e un Caton e» u . DE G Li*l ESTERNI. ' n . . • Di Harmodio p^ Ariftogitonct * * J ; 5 -. ELbtfopta,chenoiin qu^iU mdtmifAcdm parte aiuora agli cfierntyAcciocbe trai domejlici mcfco* . latiporghinoy per tale uarieta^ai leggenti magf^ porMetto.llRe-SQerfc.fuperatdU citta di Atene ytoU (eie JhauediArmodiocrdtAriftogitoneycbe Mbronm Zo erano ji^e pojìe loro da gli Ateniefi ,jper la forza dìe ferpnù di liberar la patria dalla T irantùde,CJ' portare nelfuo Regno.cr moltianni dipoi SeUuco ordì* no che le f afferò riportate la onde Vertuto jbUe leuate. Et t Rodiottrbauendo tocco Ulor porto queUi^cbele ripor* tauano^gU inuitarono cr riceuerono in uno aUoggumert to dal publico ordinato JCT le Hatue. finche quiui dimora*, fònoytennero tra'queUe de gli iddifEt qual memoria piu febee dt quefia : che rapprefentatain un poco di bronzo, ^ fndaogtVunohoHUtainfigrandetten^atione, . I DiXenocrotr. ^ yf A quanto ancora fuVbonorefattoin Atene a1^* nocratehuomo cT perfapientia cr per fantitadi cofbtmi^ raro cr ecceUante i fZofiui effendo citato af unacertate(bmDmanzAyt!T ^^^(iatofi (fecondo il cojM me) allo AltarcyperdarpnmailgiuramentOytuttiigiuà*^ d unitamente fi leuarono in piedi,gfidando,dìe non giu* ^ raffe,parendo loro cheaXenocrate perla fua bontà CT > fincentafi doueffe concedere il non giurarcycofa che non tróntper concedere aloro medefimi , iquali ai^tiy che e defferolefententie,eronftmilmentetenutiagiurare» DetVapparenz inuenarttìioutyperAfptrfiiii»»^ Uore.RomuMtiWffimdtikb^ iUlfoprilìinteperi(xlo,cojicomeglier44emito,pgeM nel Teuere,ercertmentegU iddij rifgUirdindoUmt» trfortezZidMoriUogUfuronofiUoreuoW^^ faimoperiretpercheegUneperVaUezXiddfiitottq coOitofunepirtigmezzddeaWmmfrintofi,^ morM’icqmingUottito,nefin^entedii^ iiognilmiagU erano linaitt,offe[o,nomdopeoduf fedwentroUeitt4.Cofiuifoloaduque,ttuolfa^^occhiditìHciudmiRomini,&ditito:numero^din auelUyCon ilupore cr m4rMÌglU,quettibor4cojittegret li hòucÓ timore rifguurdUolo.Ueghfoh^ne , coft fituproui^fpertireduoieflercitic^fF^^^^^^ i«Gemippccati, l’unocolreprmerloJuUr^^^ Mo.^gUpndmeHtefu Ji unto SiolumeiùofoH con il fuo feudo, itti n0Pucitt4,quMtoilreumconUfu4 m ^ben dire.tioiuiiKem motuttii Ranmi, enmfol Ra minojiamtinoù i ‘ DeUiVerginca^^ ' r ,, L ^irergiwCldir.MHf**P di^enticftre id mio proponmmo,^ràicndmedcfmùtmpo cr nd  8o medepm o fiume cr contro al n etnico medejimo ufo gran difsima uirtu cr ardtre, Ejfendo co^ei infieme con molte ^ dtt't pulzelle R omane^dJta per ijlatici al Re Porf :nnd^ , ufcttafì dì notte del luogo, doue Veruno tenute in guardia^ cr montata foprajm cauàUo,d primo che gli diede tra nu nojpacciatamentf co quello pajfo il fiume a rmoto entro di Roma , ìlche fu cagione non folodi liberar la patria dado affedio,ma i cittadini ancora ddla paura . Petmna u$ ramente, perlafuauirtudegnrimo,cbeintaliéòdl timentijp acquiftajje pregio, cr honore, cr Goffo nonfe • ce poco dcqui^o^ che andò in do imitando le uepigiedi Komulo, Di M, Marcello, A ^giugneremoancoraaquePicop chiari e/cmpH, JiX. quello di Marco MarceUoJlcmualore CT animo intrepido fu tal e, che glihafto la uifla, con pochi caualli af [altare fu larwa del Po il Ke de Galli ^ che quiuicon un graffo efercito fi rùrouauacT quello ammazzato ^ CT (pog'iato,dedico le fpoglte a Gioue Yeretrio, DiT^MalUoyValerio Coruino,& Sdpione, ' Sarono in quello modo di combattere la medefì* mauirtu.Tito Mallio Torquato, Valerio Comi* no,CT Sdpione Emiliano . Cofiorotuttiatre chUmatta combatter e dai capitani dei nemici, gliucciderono, ma • perche do era occorf o fotta lo aufpido de conf oli , non conf cerarono le fpoglìe acquiflate,a Gioue Eeretrio, Sci* pione emiliano pmiknente militando in Spagna fatto Lu cullo capitano dello efercUo,e:^ hauendo affediata Inter cada terramolto forte,fu il primo, che montajfe [opra la tnuraglia,ne era in quello tfercito dcuno,che piu di lui dg ueffe conferuarfì cr rifpiarmarfi,p perla nobiltà cr uir* tu,che ih lui appariuafi ancorap la fperàza grandifsima^ 'che col tempo di lui fihaueua,ma Sora igiouaniRoma* ni,quanto piu erano nobili , tanto piu fi affSeauano. , et metteuanfì ne pericoh,per difendere Upatria^o per am* plìayeVimperio,fiputandòfiauergogna, efferediuirtu auanzati dàqueHi,che per nobiltagli crono inferiori. Et pero Emiliano domando al Confolo,quellafattìonc,cbe dagli THRZÒ ■ , . ia gli dtrìeomc difficile cr pericolcfi era iUtdrecufatd» j" DÌM.T«Ì/Ì0» IN trdgli altri efempli di fortezza, tnife ne offerim fcewìoÀdco et marduigliofùA Komani effendoflati rotti cr mefsi infuga^dallo eferdto franzef f,cr forza* tt a rttrarfì in Campid aglio ,cr nella R occa,er no fendo il luogo per tutti capace, cofìretti dalla necefsita , pref on per partito dilafciare iuecchi ne piano della Citta,perche igiouani piu comodamente poteffero flore a difendere, quel coUe che fola refiaua in poter loro, Ma la citta ancor ehe condotta in tale miferia CT calamitd,non per ciò fi di* mentico della antica fua uirtu, peròe quei uecchi che gf4 trono Sati di magiflrato, apertele porte delle lor cafe^p pofero a f tdere f opra le f ìdie curuU,con le infegne intor nOfCr con tutti gU ornamenti dei magidrati cr officijfa* eerdotali^che già baueuono amminiftrato, aedo che hauB do a morire, ritenejferopnoallamorte, la Maie^a cf lo fplendore,de i loro anni paffati ,cral Popolo cr alla Plebe defsino ardire s uenireinpoter di quello, procacciatali Poccafìone iillk morte,uenne apurgare ogniinfamiazr difhonorc.pc// àie egli con la bacchetta da caudeare, mentre che gli era menato prigionecauo un occhio ad un di quelli Barbari, Uqude pel dolore s^accefein tanta ira, che con un pugna le paffb i fianchi a Crajfo,zr amazzoUo. Et cofi neluen dicarfi,uenneinfieme a liberare il capitano Romano dal éfhonore della perduta mdejia»Et Crajfo per quefio uer fo mofiro dia fortuna quanto indegnamente ,Vbaueua uoluto offendere,ZT dìjhonorareun tde huomo, cr che con la fua prudentia (^ fortezza haueua faputo rompe re'iUcci,cbe per farlo feruotefe gli haueua, alquanto at mantenere ilgrado,o‘ la digttitafua, ricuperare f e me d^mo già dcjlinato preda di Arifionico, - . j '• Li  • * Di Scipione, La medefmafortezzà et ref olutione^ufoin f e ^jjfo Sdpionejuocero diQneo Pompeio.llquale,uinuti fuperatiin A^cad Pompeiani in éfefu de quali egli fi n ' trouo^ndàdofene in ìfpagna.con V armata, et foprag^ to da i Qefariani,come e idde effere prefa da loro la N4r ue, doueuain pre ^0 U uirtu, uolle ejfere in uerf 0 di te,ey de i i/^cr da!^ leparolegrato conofeitore ,hauendoti dipriuato « feUto Centurione, Di L,Sicimo Dentato, PAmi che ìmcìo Sicimo De tato, per quoto s'afpetta d ualore dei forti cobeUtitori, meritamente debba effer pofto in quefto luogo ^ per Pultimo dei Romani efempije cui eccellenti opere, cTglihonori, (y'premij quindiriportatine,ppotriagiudicare,chepajf afferò il fe» gno delùueritiffe damQltifcrittori,degni di fede crfpe dalmenteda Marco Varronenonfufferotejìificati,alfer mando coPui, cento uenti uolte efferp trouato infatti d^arme,er con tanta fortezza per conto della Kebellione, cr fendoU intra tanto fiate, prefentate lettere del Senato , che gli oriinauano , che non douejfe piu oltre procedere contro a i condannati^ uenne alla prefentia fua Tito lubelio uno de i condannati . cr con uocepiu chiara CT ifpedita,chegUfu pofnbile,gli dtffe. Foi fin tu hai o F ululo tanta fete cr auwdita itlfott , . SS Cdptmo , pèrche indugi 4 farmi tdgUàr U tefìa > con -quella (aire , che di già e macchiata del [angue de gU diri no^faccioche tu poffagloriartidi hauer fatto morire un huomo cr piu forte cr piu cofìantedite.Etrifpondendo ii PuIuiOfCheda luinonrejìerebb€,fe le lettere del Sena* to non glie Phauejfero prohibito.RifpofeTito-Horpor* rat mente ame^alqude non e fiato comandato cofa dcu* na del SenatOychefaro «n*o pera grata agli occhi ft#o»,CT maggiore che tu non penfj. Et dette quejie parole, inconti nente in prefenzadiFuluio ammazzo la moglie eri fi* gUuoliyòeeronoquiuiprefentiy CT dipoi ammazzo fe fiejfoycon un coltello medejìmo.tìor che fortezza d*ani mOyCr che coilantia penjìamo noi^chefuffe in cofiui f il* qude con la morte dei fuoi piu cari, er di [eBejfo,ublè dimoflrareydihauer piutofìo uoluto fegnare la crudeltà di Fuluio,cbe uderjì della clementia CT benignità del Seà nato DE GLI ESTERNI* DiDario, HOr conpderiamo quanto fuffe lo ardore^cy taf or* tezza deir animo di Dario yilqude mentre chegU era alle mani di liberare i Perfi dalla crudele tiranni de de i Magi cr hauendo gittata in terra in un certo luogo buio uno di detti tiranniyey'falitogU [opra cr mfragtten* doloyuenne uno de i congiurati^per darli con la fpada ma dubitando di non dare aDariOyritenneilbracdo,ZT Drf* riogUdilfe,enonbifognachepermio rtfpettOyturcjlidi ferirlo an cor che tu ci paffafsi amendui con la fpada , pur ' ckequedo tiranno muoia preflo,  Di Leonidaf*' > - ^ ' l A, £  RAppfefeHtmijì in queftóluogo lo Spartano L ^ta et fuperata Pantiqua gloria della loro dtta,CT /penta c meom ra mediantei pro/peri fuccefst ,hauutiapprejfo Leuttra cr IJlantineaJia uirtu di quel popolo, che permpno a tU^ho rauiuitti/simas^eraconferuata allapne papato d^un alan da, crfentendoft mancar gU/piriti, per VidfondantL t del f angue, ehe gli u/ciua della feritOydomando afuoi eh e,gU ftauanodatornoaconfortarlo,feil/uo feudo era /» duo, apprepofei nemici crono rottiinteramente, cr e/jfe/ ido* gUrifpojio dip/oggitmfe. Questo 0 Soldati, CT con tpa» gnimiei,noncUJme della mia uita,ma e un prindpio di ui ta migliore cr piu felice,perchehora na/ce il uojiro Epa mtnunda,morendo egli cop, loueggiolanoPra l^^ebe ePcr fatta capo della Grecia,per opera et prouidetia mia, cr la atta di sporta tanto forte cr inuitta,dalle noP re a mi abbattuta. Veggio la Grecialiberata dallaacerba T i* tanntie de Lacedemone Et fe bene io non bopglè foli, non pero muoio fenzajafdaado due beUifsime pgln H  ‘ 9? Ito della Piazza fpadaignuda^comando a tutti i Citta dini^che a duoia duoUombatteffero injìeme , con qucjìo fiicU perditore fu jfe tagliata la teiìacrgittatoilfuo cor po in quelfuocOyOnde ejjendo in quefia guifa morti tutti^ alleiamo non rejìando mo altri che lui, da f e ilejfofi ^itto nel fuoco. ' JDelUmogVe 4U Afdruhale. m yf A per raccontare quello ,che o^corfenelU deBrut ,ÌV1 tionediun^'alra dttanon meno inimica d popolo R ornano. Effendoprc fa Cartagine, cr hauendo Afirua éaleimpetrota graHa deUauita daScipione,fdegnatapU mogUe,0' rimproueratoU laimpictaufatauerfo àlei,et dei fuoi fìgliuoUspernonhauereun(o,perlorointercef» fo ,gU ptefe per man tutti a tre, cr condottolifeco in, un luogo nleuato delUcùta,contenti dimorile inpmecon Idp precipitarono nel fuoco,cbe ahbruciaua Cartagine» Di due pulzelle Stradi fané. Aquefto bellifsmo ejfempio di femminile fortezd, n'aggiugnero uh"altro,no men forte di quello,co,neidetellabiliraccontamenn delle guerre ciuiliybd [landò hauer tocco foljmen te quefi duoi^cbe cont eng o no te lode di due nobil'fsime famigUe,cT non cofa alcund dipublicameùitio^affero agli efempli degli Ejiernù \ \ DiPompeio, -  it-cr :: T . ‘ DcgliEliernL ’ : **rimr^ CT I piu n oblìi fitnciuUi della citt'a, dfertfirlo,Vn de 1 QVELLI CHE DI bassa CONDIR tiene fon pervenuti ad Altezza^ c • t Cap. mi. V i i , DiTuHoHoflilio» ^ \ Acque TuUo Uofiilfo itima Capata cr jìmilmentefu nella fuagiouinez za Paflore^ dipoiperuenuto alla eU piu matura, gouerno cr accrebbe V imperio KomanOyCrncUafuauec iruetmedfommo grado di degniti. Ma quejto Tulio nantunque itfuo accrefcerfiy&‘inalzarfii,fia fiato gran^ p,C2T marauigliofo,nondwtetto,perche e fu RotnanOjC anco da marauigliarf ene, DiTarouinoPrtfco, rtKZOl 94- L ATorhmdtoiutulJe Tarquinio PrìfcoìnKomoypef farlo Rejlquak tanto eralontano da p fatta grani» dezZntll>afu» perdio Demojlenei PI OyELLI CHE. DALLA NOBILTÀ dii pddrehannò degenerato» Cap» V* Erutteremo bora Poltra pai^ede^ promejfi no(ird,corrifpondentealle ofcurate memorie de gUhuomìniim I fìri,pchenoipc(rleremodi(luemqua I li come M oliti nella nobilta,per le lo ro Brutte et uituperofe opere degent f trono dalla uirtu de i loro Progenitori Di Scipione figliuolo deWaffrtcano» C» He cofa mai ejùta piufmilead un mo{tro,cheScteoja r4A gioneuole, che ùoi mi accompagniatein CampidogUo,4 rend^ ^a tic agli iddii. Le cui parole tanto ejficaci jubito furoti 0 mandate ad effetto, perche inuiandop lui in uerfo il Campidoglio al Tempio di Gioue,tutto il fenato. i ^ uaUieri,0‘ le Plebe lo feguitarono ,non reftaua altro, fe n oh che ejfo Tribun 0, eh e Phau eua chiamato mgiudidOi con grandifsimo fuo carico rimajìo quiui in piazza fole» dipendejfePaccufa controa Scipione: ma egli aneborap euttare fi fatta uergognayfe gli auto dietro in CampidoM glìo.crdoue gliera uenuto per dccufarlo CT uituperarlOi fi condujfe cogli altri a reuerirlo , CT honorarlo^ Dì Scipione Emiliano. SCìpioneEmiliano,fucceffore eccellentifiimo delgà nerofo fpintodel fuo auolo,hauendopo{io Pafje* dio ad una atta fortifma, CT configlkndoio alcuni^ ebe terzo ioa intorno atte mura di queHd.fpargel[e Trìboli diferrOy ef per tuttiiluoghìfdoue il fiume fi poteua guadare yfaccjje mettere tauolc di Piombo prenidi chiodi acutifsimi cole punte uolte allo infuyoccio che gUauuerf arii ,non poteffe roaJfaUreilnojiro efercrto dia fprouedutOyRifpofe lo^ rOfChe un Capitano non poteua nel mcdijìmo injìante iiincere,cj’ hauer paura d el nemico» Di Scipione trofica, DOuunqueio mi riuolgOy pertrouare e/empi degni di memoria^ ouoglio o no^micouienedardi pet to negli SapiOHi. Et chi potrebbe mai in quejto luogo tra paffar cofiUntio Scipione Naficatilqualeyohredlo hauer motìrograndifiima confidentiOydijp ancora una eofa me morabile.Crefcendo ognidipiulaCoreWamKomayGa io Curatio Tribuno della PÌebe^attiuenirei Confoli dam uantialpopolo/aceua loro grandi filma infiantiaychee proponejjeroin Senato,di far prouifione di Granii cr/o pra do deputaffero Commiffariiper mandar fuora a cotti perarglLAirhoraScipioneNaficayperìmpedtrey che e no fi introducete tale ujfunzOyCome pemitiofa alla R epubli ' cOyComindoa parlare in contrano»cJ‘ facendonela Pie beungran remore CT bìsbigUoydijfe, Pernoièra fe,Ko^ inani &ate cheti^perche io fo meglio di noi, quello chefia il bif ygno della Kepublica , dia qual uoce congrandifiim ma reuer enza tutti fi r acchetar onoy hauendo piu rifpet* to alla autorità di cc^ùycbe allafamey dalla quale crono eppref Ff* De Ltuio Salmatore» \/ GgUamo ancora far mentiont ' del generofo animo • di Limo Sdinatoreflqualefhaucdo nell' Vmbria dif fattoci rottolo efferato de A/drubale^ C2T quello de ì . M liti l LIBRO- Cartiigìnelì^et fendoU refertto^che i GaUt CT i Liguri Jett zu capifdni cr fcnztt infsgnefe n^andauano alU sfilata ft fi pqtsuono,con pochi foldati opprimere, rifpofcy chegU era pene perdonarla loro, accio che nere(ì^>jfe (pualcuno^ cheportajfe.lanuoua della gran rotta, chegU haucuono nceuUto» •' ^ Di P, Furio Filo, - D'ìmoflro iiuio SSiatore \n guerra^ lafua generojt ' ta cr grandezza d'animo, ma non meno fidimo^ jirogenerofo ^ prejlafite,PubUo Furio Fdojtìcl Sena* to Impero che egli cofh'hi fe evinto JMeteUo , cr C^uin* sto PpmpdohuominicofoUriad andar feco per legati in • ìfpagna ja^uale amminijlratione gUeru tocca in forte^V (juc$ fr ono fu oigrandifsimi inim\ci,ej ad ognipo* co gh rimprouerauono Vambitione , che gli haueua duna /[rato in dejiderare quel Gouemo,neUa qual conjidentia, fi dim oRro non f olamentc di grande animo,ma ancora te merario,ejfendoJì ajficurato di metterfì ut mezt> cr generofitagit ritraffe da quello oflinato propojìtOycheglibaueua di^eguitarlo^ Di Marco Scaurp. , . , INteruenne il fimile a Marco Scauro^elfendogìq confé lui molto vecchio ex robuflp.CT con la medepma grd dezz^iPanimo.Percbe efjendo accufato dinaìzi^popo' lo cheglihaueua prefo danari dal Re Mitridate per tradii re la Repùblxafi difef e con quefte parole , N on par cofa giufla 0 R omani che io habbia a dar conto dcUa mia aita d coloro , che non eron nati a- tempo delle mie attieni, pi* gliero nondimeno confidentia di interrogar uoi, ancor U maggior parte non fi fia potuta trouare ne ejfer prefente quando io fon {lato in magijìraro,o adoperato, perla Re publica.Vario Sucronenfedice, che Marco Emilio Scau* ro , corrotto con danari, ha uoluto tradire URcpublxa, fiLarco Emilio Scaurortfponde-icheenon e uero,tXche non ha mai fatto tale mancamento , ditemi a chi credete . uoipiu toàoiDaUe cui parole commojfo il popolo eogrd _ m * t /  difshtre^d^ diede falla ucce ayarby^fecionlo depfr re da quellaimprefa tanto infoiente ej temeraria; Di M.. Antonio, MArco Antonio,quello eloquentifsipmo ,perU con trario jnon ricujando Vhauerp agiufif icore appref fo al popolo y dimcPro l\nnocentufua. Egliandando^ ^ejhre deWApayCr ejfendogia a Brindifì , gli furono prefentate lettereycomegli era fiato in K orna accufatOytt citato a comparir dauati a hucio Crajfo Prctore,per adui tirò, da cui rcfidenza.per ejfer quello tanto rìgido cr fe* uerOyCra chiamata lofcoglioydoue pcoteuono i mah fatto- rb‘et potendo egli far di non comparire,p uirtu della leg ge M emia,che non u oUuOyche le querele & accufe pojlè a coloroyche erano ajfentiyper conto della Kepublicafuf fero accettate, noiimeno tomo in k orna agiujlificarfiyet cop per quefia fua larghezz tro rimedio, che il promettere di andare a foldo di Pont * pelo genero di ejfo Scipione fenza temere di cofa dama I rifpofe, IO tiringratio o Scipione della tua humanita CT « cortefia, ma amenon torna bene accettare la ulta con cà fi tefiaconditione. Gaio Meido fimdmente Centurione del i Dwo augujlo di fangueignobile, nelquale fi ritrouaua U n wedefima nobiltà c coSantia (Patiimo, hauendo piu uoU H te neUa guerra contro a lAarco Antonio fatto di b eUifsi* mepmoue,aUa fine dato nelle infidie de i nemici, cr cofi f dotto a Marcantonio in Alefiandria,Et dicendogli Mar* [i tantonio che habbiam noia far de fatti tuoi, rifpuofefant ì, ini fcannare,perchene col prometter di donarmi la uita, X ne col minacciar di tormela ,farcih mai , che io lafdafd II ecfore , per te. Cofiuiadunque quanto p.'u c.:Bantemen* te mofiro di noti curar la uUajtanto piu ageuolmite la im petro, perché Marco Antonio hauendo rifpetto allauir* o ni  . iufuii’ glieli dono . de GLI ÈSTÈRNI. DiBlaJjo Salapino, ' ^ Skrtbhonci anchoramolttjsimiejfempUidelld Roì manu CoHantU^ma mi pare che e non Cfa dal infjftidi rei leggenti^cr pero pajfercmo alle cofe eterne, tralci quali faruil primo Blafw Salapino ,iiquale di fermezzd cr cojiantia inanimo auanzo ogh’ altro, C oflui depderan dolche Salapia fua patria, occupata cr guardata dai Car« taginefi,ritorn alfe /otto la giuriditione de i Komam,prè f e ardire, mojfo piu dallo ardente de fiderio di condurre tale imprefa,che da/peranz^^che egli ci hauejfe,di tenti re Inanimo di Dafio, ilquale era molto contrario alla fué oppinionene i c^i della Kepublica,cr aderiuainteramett te alle parti di Cannibale , ma egli fenza lui non poteué mandare ad effetto queflo fuo difegno,Grcoft conferitali Ìaco/a,Dapo incontinente, andò ^ referilÌoadtìanntf> bale,aggiungnendoui molte altre cofe, per acquiftarfi piti il fauorecr la gratiadi quello,^' metter Val^óin mag* gior disgratioyfurono adunque amendui citati da Hanni^ baie, l'uno per prònareVaccu/a, l'altro pergiuftificarp^ Ettrattandofi lacaufadauanti al fuo Tribunale^crjli do chiunque eraiuiprefente intento a tale efamina,metrif che per uentura fiattendeuaad un'altro n^ocio di mdg gioreimportantia,BlaJìo cop chenon pareua fuo fattà^ /■otto noce comincio a perfuadere Dafio,che uoteffej^U prepo pigliar la parte de i Romani, che quella de iCair tdghiep, Dapo all'bora comincio ad alzarla.ucce.dicen* do,chc Blapo haùeua anco ardire in pr^entìaài ejfo . f\ibaleii JtimUarlo a pigliar la piffte^dei Romani, SAap  10^ non Vhduer fentito altrt^che lutane hduendo U cofd puné to del ueriJìmile,per/uadendoJÌ ogn^un o , che egli Io fct» tejfe,permaligmta^maUuolcnza,nonfu dato fedeà ^uel che in fatto era ueroyMa tanta fu la coJìantiaCT per feueranza di Blajìo,chenon molto dipoifecep^cheetiro Dapo alla uogliafuayCT oparonoinpeme di manieraychc ' cr lacittadisMpiajOr cinquecento iiumidiycheuiero/ nodentroaguardia,uennero inpoteredei Romani» Di F odane, Ateniefununa imprefago* uernati contro d fuo conpgUoyZ^ fuccedendo dipoi lacofaprofperamenteytantofuperfeuerante CT coPan* te in defenderelafua oppinioneycheparlàdoin publico, dijje che p rallegraua ddabona Fortnatorójma che qUo chegPhaueua conpgliatOyfarebbe fiato miglior partito^ f^onuoUegia biapmarequet cheerafuccejfoabeneyper che gli Ateniep peron gouernati bene in quello,chedtt altri èrano fiati mal conpgliati,affermando cfce lo efpedii te,cheprefo haueatio era fiatò ptu fortunato, che da bua mini prudenti, et che quello che haueua egli conpgliato, farebbe fiato partito piu fauio , auuenga che U piu delle uoltela Fortuna aiutai temeranj, cóme quella che fenim pre fauorifcepiu i maliconpgli,che t buoni, ey per pò fer e unaltra u olta m aggiorni en te' nuocer e,aiu fa dtrui dò uee manco f per anza di f alate, Fu quefio Phociónedind tura molto quieta, benigna, cr liberale,^ nel pratticare^ modefio,intero,cr trattabile,Et pero fu da tutti i Qut^ dilli Ateniep giudicato degno di ejfer chiamato ilBuonò Fodoe. Et copia codàtia , che naturafinete appare afpra € rigida>p ritrouo nel petto dicofiui piaceuole et màfueta.  '‘s , ,' Di Socrate. LO animo di Socrate,armato di fortezza etiaril té, netdimojirarela fuacoHannafu Alquanto piueccet lente, perche il popolo Ateniefe traportato daWimpeto cr furore , hauendo condannato a morte quelli dieci Crf pitani,cheapprejfodi krginufa haueuono rotto l^arma* ià dei Lacedemoni,et ritrouandopperuentura Socrate^ nelmagijìratOjche era f òpra V ordine cr approuarelede liberationi della Plebe, parendoli cofa molto iniqua,che tanti Cittadini, et che fi erono portati tanto bene per U Republicafolfero atorto dagli inuidi CT maligni codot ti amorte fi fece feudo con \a fuacoBantia , contro alU incónfideratamoltituéne ne lo poterono coftringere ne con romori ne con minaccie , che eglimai acconfenteffe Hi fottofaiuerfi a quel temerario giudicio popolare, et cé fi laPlebe,opponendofi lui, non potendo perula ordina tia procedere, fi leuo tumultuariamente contro a ifopra detti et ammazzòiK^^fpauentopunto Socrate Pejjerfì pofto a pericolo dimetteruilauita, et ejfer tra quelli Pun decimo. Dì Efilate. LOefempio,ttenuta nella prouinda di ejfo Saìinatore,Ma ep può di* re che egli ancora triofajfe f enzu queUapompa,il cui trio fo fu ancoro piu eccellente cr magnifico deWdtro , pche ^ di Salinatore era f diamente lodata la uittoria , di Nerone era celebrata inpeme la uittoriac^ la modelHa* Deiminore Ajfricano» il minore Affrcxno uuole , che noi lotrapafsiamo con plentiojlquale ejfendo Cenfore ,crf accendo U defcrittioneuniuerfale del popolo Romano cr redtand$ prima i. . / M  iiif f>rìm4Ìlc4ncelliereJecondo era foUto^nel facrifieio alm ’ m ucrfi, feriti nelle publiche TauoU,nei quali fi pregaua- no glt ìdJii mmortali^che profperajfero cr agumentajfe l^olecofedei Romantydijje Scipione. Lo flato de i Ro^ titanieprofperocr ampliato affa, CT pero io prego gli ìddij ychelo mantenghino nellagrandezzctin cheegli fi truoua^er cojì fece incontinente racconciare quel uerfo nelle TmioU publiche in quella fententia, laqual modera tione di Prieghiyufarono dipoi tutti iCenfori. Conobbe prudentemente Scipione^che aWhora fi haueua a domcrp pofe in animo,qudntunque efuf* fe Pretore, Gmdice^ec teHimone cantra dilui,trattarlo da amico,non oPante,che e p uedeffe donanti il tempio della Dea Vepa,dentro alquale depderando colui , mediante fi brutta dccufa,rouinarlo et farlo mal capitare., haueua con dfprifsime cr uenenofe parole parlato contro di luù DiCaninio Gallo, CAninio Gallo cop nello ejfere accufato , come nel* Vaccufare altri,p porto marauigliofamente,pàglian do per moglie la figliuola di Antonio,che ejjò haut ua condannato, CT faccenda Proccuratore delle cofefuc Marco Colonio,dalquale era dato condannato» . ^ DiCelioKuffo» S' Wl . I come idishonejìicojìumi di Ciglio Kuffo furono fom marne te dabiifimare,cop la compafsione,chegli heb^ be inuerf 7 (^nto Pompeio^merita di effere grandemen telodata^ilqualedaluiin co fa pertinente alla Republica accufato^et fatto mandarein ElUio,glifcrijfeper trouarfì in tale trauaglio,chefujfe contento di pigliare la fuapro* tettione contro a Come Ita madre de i Gracchi,crfuaTu tricejaquolchauendoamminiihratole fue poffefsionino uoleua refiùuirgnene. Celio adunque fece molto caldamé te quanto daejfo PompeiogU era {lato ferino, cr p muo Mere piu i Giudici a compafsione di lui lejfe loro una letle^ ra da quello fcrittagli, per laquale appariua,come egli fi ri trouaua in ejiremanecefsita,cr que^fu cagione di farli ottenere la hte contro alla infatiabile auaritia di Cornelia, T ale opera odunqueMnehe lafujfe d'una per fona uitio* fa qual fu Celio, nondimeno merita di effere commenda^ ia,pche in effafi uene a cognofeere gràdfsima humanité^ DELLA ASTINENTIA, ET Continentia, On grande jludio{y diligenza e da narrarequanto gli huominiiOuflrili sforzaffero di difcacciare deipetti loro gU empiti della Auaritia cr del la Libidine fimili ad unfurore,tem* -p . pcrandofi cr gouernandoficol frem no ej cofiglio della ragioneJSi nel uero,queUecafe,quel le Citta,quei regni perpetudlmenteficonferuono , doue non può ne P Auaritia ne la Libidine,perche oue penetro no quefle duepejli deWhumanageneratione,quiuifignott jreggianole ingiurie cr regna la infamUMeremo adun  detfuo nmico Apatico ytnd egli haucnio prima giurétol che non p era riconciliato con gli Sàpioni^reàto appref* fo il decreto fatto da lui in quefto modo,Parmi cofaindem gnacj" molto aliena dalla Maefta del popolo Romano, che Lucio Cornelio Scipione pa mejfo in carcere, doue egli trionfando ha fatto metterei Capitani de i nemici con dotti dauantialfuo carro Trionfale prigioni dentro a que Pa Citta^GT per do non fono per comportarlo , in modo alcuno, il popolo Romano aWhora hebbe molto caro de effere rimafo ingannato della fua oppinione^ej con debi te G’ conuenienti lodemagnifico lagrandezz^C^ mode {Ha deWammo di Tiberio, Di G,Claudio Nerone^ GAìo Claudio Nerone,debbe ancora effere connumea rato tra color o,che hanno dato effempi digrandifsim mamoderanz EraPato partecipe della gloria é Liui^ Salinatore nello ammazza fAfdtiibale cr rompere lo efercto Cartaginefe^ondimenouoUe piu topo accom* pugnare con gli altri a cauaUo effo Uuio Trionfante, che Jederli accatto fopra il carro Trionfale come compa* gno di tal uittoria ffecondo che dal Senato era Poto oriti* nato.Laqual modejìia uoUe u fare ^per che tal uittoria p era ottenuta nella prouincia di effo Salinatore,Kla ep può iti* re che egli ancora triòfaffe fcnzn quetUpompa^l cui trio fo fu ancoro piu eccellente cr magnifico deWaltro , pche di Sidinatore era f diamente lodata la uittoria , di No’Offf tra celebrata infume la uittoria cr la modetiia* Del minore Affricano, • U minore Affreano uuole , che noi lo trapafsiamo ^ con plentiojlquale effendo Cenf ore , CT f accendo la defcrittioneunmrfaU del popolo Romano cr recitando prima /  11^ pnmdilcdtttcéUiereJcconio era folito,nel [acrifieio alm ' ni uerjìjcriti nelle publicheTauoU.nei quali fipregaua. no gli ìdJii ^tnmortali^che profperajfero cr agumentajfe foleeofedei Komaniydtjje Scipione. Lo flato de i Ro/^ inani e pr of pero o* anipliato affai, Cf pero io prego gli ìddij ychelo mantenghino nelUgrundezzain che egli fi truoua^cr cofi fece incontinente racconciare quel uerfo nelle T juole publiche in quella fententia^ laqual modera tione di Prieght , ufarono dipoi tutti i Cenfori. Conobbe prudentemente Scipione^che aWhora fi baueua a domane dare lo accrefeimento del Romano imperio^quan'do i co fini de i Romani non fi diflmdeuonopiu^che fette miglia intorno cr come gl: era cofa troppo ingorda cr ambitio* fa,poffedendo i Roma:n quaft la maggior parte del Ma do^iefiderare d pojfederepiu oltre, parendogli che lafen licita di quelli fuffe grande abbafianza ogni laolta, che e non perdeffero dello acquiftatoMofiro ancora la medefi ma moder anza,mentre che eifaceua far lar^egna cr la modra de i CauallLperd)ehauendo uiflopafjare Gaio Li mio Sacerdote,che era Boto letto ercitato,diffecbefa* peua,che ghhaueuagiurato ilfalfo maUùo fornente pero che era per farne tefiimonanza a qualunche lo uenif fe adaccufare, ma non andando neffuno ad accuftrlojuol top a Licinio gli diffe,paffa uia col tuo cauaUo,G‘ metdin tonto d'uuanzi quefìa condannagione,che io non uoglio, che tppoffu dtre,cheSapionefta fiato contro di te nel me depmo tempo accufatore,tefhmone,Qenfore,ej giudice^ Di Sceuola. La medepma modeBia fu ancora notatain Qww^o Sceuola huomo raro cr eccellente. Perche chiama^ P 15 1r to àfar tcBimonanzfen zadanariricchifimOyO' fenzafamiliarhda moltiaccom pagnato:perche lo faceua ricco, ncnU pojf edere ajfaùma il depderar poco^ Et cop la fua cafa p come Fera uota del SUme dell^ Argento cT deUi Schiaui che i Sanniti gli b4e CL -  Uf4n mindato t cop fu ripiena églorÌ40c fui uedendo chiaramente quanto egliuennea pcjfedere in uita,poi che in morte non fi trono tanto ,chefi potejfe, far le efequie. Di lAenennio Agnppa. F'Acdmente poffiamo comprèndere di quanta, au* tonta fujfe Menennio Agrippa nella nojlra Cita taypoiche egli fu eletto dal Senato, cr dalla Plebe orbi*. ti.  I2tf trodcomporrclelorodtf cordie, Qumto eaddunqueid fiim Bifolchi Di Attilio C (datino, HAuendo il Senato fatto Capitano deWef ercito, Af# tilio CahainoJ^u trottato da quelli jche f ir on man* dati a chtamairlo,che e fcmìnaua,ma quelle mani cd tofeercottf limate dallo AratrOjCr dalla Zappafermo* ronocrIiabiUrono P imperio Roman o,et melerò in rat ta ilpotentifstmo efercito deinemici,eT le mtàefvme, che poco auimtihaueuono guidato ilgiogo degli orantiBuoi, rejfero il freno detcarritrionfalijnep uergognarono,de pojio lo f cetra eburneo, ripigliare il manicodello Aratro,, Vojfonoi poueri con lo ef empio d* Attilio racconfolarp^ ma molto piu i ricchi deuriano imparare , quantopano di foperchio CT pieni d*anpetagli acquipi delle ricchezze A ehi brama arricchirpdelUueragloriay cr omarpd*un4 perpetua laude, ■ Di Attilio Regalo: ATtilioRegulo del medepmo nome CT del medep* mofangue, gloria della primaguerra contro a i cor tagmepyes’ di quelli prima dejìruttionejhauendo in Affri ca con molte uittorie abbajfato,cr indebilito l e inf olentif pme forze de i cartaginep,o‘ intef » come il SenatOy per tenerp di lui ben f erutto lo baueua rajfermo,perPànofe* guentejfcriffeaiconfoli}cheilUuoratore, che etenettain unfuopoderetto di fette lugeri, in Pupinia, eramorto Cera un lugero tanto terreno quanto Uuorauain Un di, un péodeBuoù ey'cheun^altro, che gUhaueua condotto 4 opereperaaniuto con D/o,cir portatone certi ferramen ti da uUlajperogli pregauo^che efujfero contenti màdarli . 127 lofc4mbio,percbe rimanendo (odo Upodere;non haueuà 4i che fomentare la moglie CT ifiglmolLìlcbe intefo dal Se natOyOrdino fubitOyche eglifuffe trouatom lattora^ore, crcheafpefeddpublicolamogUe cri figliuoli fujfero prouiUidiao che giihaueuono dibifognOy tr i ferrameli ti ricoperati.tiealtro cojio alnoUro Erario L uirtu d^Atm tdioydel-cuiefempioKomappotragloriarementre , che la fiara in piedi Di Quinto Cinannatc « NOn furono maggiorii poderi di Lucio Q^ntio cm cinnatOydi quelli di Attilio yperche egUancora foto fi ritrouaua fette \ugeri di terrenOyde i quah fu forzuto af fegnarne tre alilo Erario per pagare la cSdànagione ’<>nofecttoffmomuonPidrcuorfoUM P^d,euno ft tfuip grunU er ^iorénurit : cr Mjgutu parche li n heobtanqueccmo mdi.fu cognominiti li Dotiti. U Senato ineoa ccmeUbcnlc dudeli Doti éifigliuoi U i, Fibnth Lucino CTiquclli di Scipione, perche non biueutno iltro che redare de t Pairiloro eccetto il buon n^ecrUncn gloria. Di H. Sauro. 'J^rUircoSciuro,qu^tifufegrinJeURe i-/teni,eglillelJoloriferijéenel primo libro chegli a ualj mtedi trctacìnque mda tiumLEt due* fUf orono lencch^zte con lequéifu nutrito quel chiaro vumo aduque porci d^uàti agli occhi quefH efempi^etco tfn coJoUrci,not dico^che no facciamo altro,che ramati* aarà delle piccole f acuita pche bora noi no ueggiamo nei le caf r il poco argéto.d pie o/o numero de U Schtaui/fette iugert di ondo terreno,! bifogm delle cafe,i Mortori pza idanortfleFiduUefé^a dotCjpta uegtatno bnglihonoroioU  Conf oliti Je m^mgliofe Dittature^ ttionfifenzd nmt ro. perche aduque ci i ogliamo noi tutto dì della noBrapo uertaicomefe niunaltro male magior di quejio fi ritrou^f /f,cr pure ha quefia pouertd nutrito fedelmente ^f e bene parcamente i Publicoli^U EmiliiyiFabritii,icurii ,gli Scù pioniygli SicauriyCr tanti altri ualorofi huomini fimigliait ti a quejlifoUeuiamo /adunque gli animinojlriy cr conti memoriadi quefliatitichi efempirecreiamogUfpbritiinde ' bili daUe tanto defiderate ricchezza • Cheiouigiuroper tapìccolacafadiKomulo y peri bafsiedificii deWantico Campidoglio yC:S‘ per li eterni fuochi della Dea V^iyche ancora ne i uafi di terra fi conferuonoyóe tutte le ricòez ze del mondo non fi pojfono agguagliare dUa pouerta dà quejhhuominiecceUentU DELLA VERECVNDIA. Armi che il pajfare dalla pouerta aUa VerecundkyUenga bora molto a prò pofitoyconciofiayche queita habbiain fegnato a gli huomini buoni o* giuJH, deprezzare le f acuita priuateyCr fat togli f oUiciti in accre fiere quelli del ptt tlico.Degna ueramenteychein fuo honore fieno edificati I TempliyCT conf aerati gli Altari non dtrimenti,che in ho tiore di efsi iddu, perche ella e madre d^ogni honejìo confi gh'o, Protettrice dei buoni CT neri officiiyMaejlra deWin* nocentiaycUa e cara al profsimoyaccetta agli firaniyeUa fi* talmente in ogniluogo cf tempo fi dimojìraa ciafiuno benigna CT fauoreuole. Del Popolo Romano* T]J, T peruenire doppo-le lode a gli effetti di quella.Dé .XZi laedifkationedi Romayfineal Conjolato di Scipio ne . , 129 ne Affricuno^z^ Tiberio longojedeuti il Settàto zxUpo polo jfenzd dama didintione di gradi a uedergU Spettai coU,non dimeno ninno vUbeop trono md^ che nfaffe di porfi a federe di f opra a i Senatori, tanto fu la honefta V'il rifpetto del popolo in uerlo le pcrfone honorate,ll thè ficognobbcpw chiaramente ùi quel. di,nel quale Lic- cio plàminto p pofea federe neJdmpàno luogo del Tea* trOjj^er ejfere Rato prinato deWordine Senatorio da Mar co worte cr Lucio Placco cen[ori,zT perche gli era già Poto confalo,^ era fratello di Tito Plamminio Vincita* ■ re della Macedonia CJ" del Re ¥ilippo,tuttHo forzaron no a paffàre a federe in quel lnogo,che era al fuo graia ^ tomcniente. Di Terentio Varrone, '"1^ Erentio Vairone per il fatto (forme , chcgtiappicco a Canne tanto temerariamete fece cafear le braccia alla Republica,\lmedepmo poi non uolendo accettare la Dittatura conferitdi dd S enatq f:;' dal popolo unitamen " te,uenneptd rifpetio C2T henePa apurgare la colpadelU^ rotta crudcUpima^he gli fu dataiet copfece^chetdemo ^ dePia fu attribuita alla fua buona natura, cr il danno del , la rotta alTira er crudeltà de gliiddij. Onde piu chiaro fia i il fregio della fua imagine,doue apparirà la rccufota Dit* ' tatura,che qu^o , chef ut ornato delle prone di quei, che ' V accettarono^ Di G,Sctpione,c;‘ Cicereio Cancelliere^ H Or paPumo piu oltre aduna opera molto egregia della uerecundiaLa Eortuna congrandfsimo fuo aarico,nella creatione dd Pretore ,conduffe in capo Mar rio Gneo Scipione figliuolo del primo Affricano,Cf Cicc reio Cancelliere,onde ella come troppo infoiente era bia fimata cr lacerata dd molgo^ che l'baueffe fatto compe K i: I B R o teretdntdnobiltddi fongucyconunaperfond p ignobile^ non dimeno Cicereio conuerti quel bidjìmo della fortu* nainloiedi lemciepmo,perchecomeègUuideinqtieUs creationCychegU era da tutto Hpopolo preferito a Scipio nejcef e a baffo^ CT cauatopUuejle candida, con la quale fi compariua, comincio nel popolo a procacciar fauorip detto fao Competitore, parendoli che e fujfe piu conue* niente in tdedegnìta hauer rif petto dia memoria dello Affricano,che a fe medepmo.Et quantunche Scipione fuf fè quello, che mediante la cortepa et mode^ di Cicereio hàueua ottenuto quella degnita , non dimeno il popolo piu ajfdp rallegro con Ocereio che con Scipione» DiLucio Crajfo, 'pT per non ci partire coptojio di campo Martio , Im* ^cio Crajfo dejìderando (Ve jfer fatto Con[olo, et ejfen dò forzato nel domUarlo ai andare a tornoccomepco flumaua'ìcon la uejìe candida indolfo,a pregameli popo ìo,non p potete mai recare afarp in cotalguifa uedere,d U ptefentia di Quinto Sceuola fuo fuoeero,huomodi grandifsimofapere CT riputatione, CT pero lo prego, che fuffeconteiUo partir fi di quid fino a tanto,cheglihaueffe fatto quella cofi inetta cerimonia, uergognàdo fi piu di far tdcofarifpettoaUadignitaiel fuocero , che rif petto dU H>abito,colqude fi doueuarappre/entare. Di Pompeio magno, T Pompeio} Magno entrando in Lariffa il di dipoi e che e fu uinto da Cefare nel fatto d*arme di Forfè tia,cr effendoli uenuto in contro tutto il popolo di quella terra, dijfe loro,Andate,CT quejlo honore, che uoi fate a ne fate lo d Vindtorctlo ardirci di dire,ebePom  6 t jo pdo non era degno di effer mto^fe Cefarenon fujfejia to egli il Vincitore.Uianel nero Pompeio fi dimojlromo defló affai in tanta calatnita , perche n on potendo uolerji deUagrandezZf cr dignità fua,p udlfe della uerecun^ dia^ ■ Di G. tulio Qefare, Q Vanto qaeda uirtufuffe ancora eceeUenfein Gaio Qefare jì vide molte uolte per ifperìentiay come an torà chiaramenteapparfeneWuìtimo di della fuauita IW peroche ejfendoPato affalito da i congiurati, non bebbem roforzauentitre ferite da queUt riceuute, di farlo fmar rire, che egli mentre,cheil fuo éuinofpiritoeraper fey psrarp dal mortai corpo , non fi ricordaffe della uerecu dia, auuenga che con Vuna CT Inoltra mano fi mandaffeU Toga a baffo, aedo chele parte inferiori del corpo nel cafeare m terra ueniffero ricoperte. No» fongiafoliii gli huomini di morire in cotdgùifa» ma pbfne gltlddif immortali ditornarfene in Oelo* i l •• DE GLI E5TER« 1 K. ni diSpurina, LOefempio,chefeguitaper effer feguito auantichei Tofeani fuffero fattiCittaéniKomanilo mettere* mo tra gli Ejierni , In Tof zana , fu un Giouane (U afpet to bM fiimo chiamato Spurina,ilquale perla fuamara uigliof a bellezza, molte nobilifiime donne del fuoamo reaccendeua,la onde accorgendofìlui,che iloro mari ti et paréti ne erano gelop diuenuti , co molte ferite che egli nel j^lto fi diede, guajlo qUa beUezzd et leggiadria eheinejfoappariua,eteleffepiuprelio,cheadisformato uoUo facete fede della fua bota, che e no uoUe.che la [ua • t  ; (>eUezZii4ccendej[cgli altrui dishonelkdppetitL Di m certo uecchiq Ateme f , IN Atene ejfenio uno già codòtto alTulUìtt^uecchiez za andato a uederele feSle,chendTeatro jì cele* hrauanocrnpntd ejfendo alcMnoy chegli facejfe ìuogp .4 federe, fi condujfe per uentura in (Quella partendone [c deuano gUAn^afciadori de LacedemoniìquaUmofsidal ia età di queluecchip fi rizzarono tx fecioii reuerenza a gli anni a fuoi canuti capelli^ cr coj? lo pofero tra lo* roa federe nel piu honorato luogo.ilcbehauendoilpo* polo conjìderatOnConil fegno^che fece diaUegrezza,di mcftro efferliliatograto cr accetto il rifpetto^die bebbe ro__queiforeàleriad un lor cittadino^ Dicefi, che dl*hofa modi detti Ambafciadori di(fe,AqueJlo modo gli Ate nlejì conofconqil bene,0’ non lo fanno fare, . I? EI.LO AMQRE, T R A moglie cir lAartio, Cap, vi, . j' [Afferemo bora da unfaffetto d*animo l^ceuole et quieto ad un*altro nome kno boneflo di quello^ ma alquan^ piu [ardente cr impetuofo ,cr porremo 1 dauantiagli occhi de i leggenti non al itrimenti che certe immagini da fpec» cbiarui/i dentro con graniifsima uener adone alcuni ef m pidicijlo cr legittimo amore yUarrando fucàntamente della fede cojiantifsimaofferuata tra moglie eT marito, cofa neramente difficile ad imitare , ma molto utile a co^ nofcerla^perche colui che legg e cr confiderà le opere ec cellentiffime,cop degU buomini come delle donneffie aU meno nonfisfQrzain qualcheparte dtimitarle,conuiene^ ' i^f thturrofàfat^&nonpAfii fenza fuocxrìco CT ucrgo». ~ gna, I9i T. Gracco^cT Cornelia fua moglie^ IN cafa diTiBerio Gracco ejfendo flato prefo due Set pe il mafchio cr la femmina^ CT domandati gli Art# /pici quel che do uolejfe pgnificarejlo aumfarono^cheU fciando andare il majchiola moglie fua frapoco p morm rebbcyC^ taf dando la femminajtoccherebbe a lui a mori refende egli^che amauapiula falute della mogfie.che U propria.comando^chela Serpe femmina fujfelafciataoJt dare^cT il mafchio uccifo. Etcop nel fare uccidere il mà fchio in prefenza della moglie^uenneinpeme a dimoftrai^ lische uoleuapiu preflo m orir egli^che f apportare di uea derleimorire.Ond^ionon fo feio mi debba direte ome Ua ejfere fiata piu felice per hauer hauuto un marito tan io amoreuolcio piu mìferaperhauerloincotalguifap& àuto* Di AmetoRedi Teffaglia. Ma tuo Ameto re di Teffaglia: che rifpondendo Vo racolo d^ Apollo Calquale mandafli per fapereilfi ne della tuagrauijsima maMd) che allhora fanerejU: che qualcuno per te alla morte p efponeffejopportafli di per mutare la tua morte con quella deUa tua moglie, er poi che ella per dare a tela ulta p eleffeuolontaria morte, tt pati ancor Vanimo diuiuere,zr fé,che prima haueui ten^> tato Vanimo de tuoi parenti cr de gli amici per far proua fe alcuno diloro per te uoleuamorire,cT ninno pnalmc te trouaili tanto amoreuole^e tanto fedelein uerfo di te quanto la tua moglie. Di Gaio Plautio, Gaio Plautio ì^umidaiancorcheefuffe ddV ordine Senatorio, funon dimeno dimàco riputatione affai R (il ' di Tiberio Gracco, quanto allo amore in uerfo la ft$4 moglie non meno di Lii amore noie, auuenga che egli an coradiueniffeuittima della iniqua Fortuna, perche fendo li fiata pgnificatalà morte della moglie^ fu da tanto do lare afjalito^che non potendo piufofienerlo fi diede (Ttm coltello nel Petto, ma fopraggiuntodaqueidi cafanon potette dar fine al fuo proponimento ,iquali lo fecero medicare, ma fubito che egliuidel'occafione,lhrappatoft^ con le proprie mani le fafce , con lequali haueua legata laferita,cr con gfrandifiima cofiantia, quella sbranando con molto pianto ej dolore mando fuorilo fpirito.te* flificando per cefi fatta morte, che ardore CT quali fiam me fieffero racchiufe dentro al [uo mifero petto,cbe dd maritale amore accefo Vhaueano* BiM.Plautio. MAreo Plautiocofi come gli hebbe ilmedefimo co gnome cofi non meno fuifceratamente amola fua moglie, imperoche effondo luiandato per ordine del fenato a ricondurre in Afia una armata di feffanta nauide i confederati dei Komani,zT hauendo tocco a TarantOjOrefiilla fuamoglie , che [eco haueuamenata^ quid ammalondofi fi mori, onde egli fattoli Vefequie, xy pollo il corpo fuo nel luogo doue e fi haueua ad arde re,mentre che fecondo il cofiumelaungeuacrbaciaua, pref 0 d pugnale fi ammazzo. Gli amici airhora,cofi to* gato CT ueHito come gli era,congiunfero il corpo fuo co quello della moglie O" appicatoil Fuoco infiemegliarde rono,nel qual luogo fu fatto un fepolcroadambi duci, che ancor oggi ui fi uide, nel quale fu f dritto in Greco Tonfdonton,cioedi duoi amanti, QndHomi rendo cer Qjr A R r e quello, che non Vhauefje tenuto c;' [a Vdite quejle pa roUytalefuUaliegrezZt* » cheinfperatamente prefe gli animi di coloro^che ogn^uno da pnnapio fi tacque, come fe e nonfufjeueroychegli bauejj'ero udito quel, che udito haueano,ma replicato appreffo il banditore le parole me* defime,riempierono l^aere,di fi alte grida cr romori, che fi dice per cofauera,che gli uccelli , cheaUhora perl^aere uoUuano,cafcoronoaterrasbalorditùSatiaflatacofjpur affai generofa cr liberale fe a tanto numero d^homini fuf fe flato renduto la liberta,quante furono aHhora le Citta nobilifsime cr ricchif$ime fatte libere dal popolo R omae no,AAacuÌNìaiefiaficonuienc iadema,cbeeglibaueuagittatain terra,cr impojìoU cer te conditioni lo rejìitui nel fuo ftato,parendoli ejfer cofa cofi honoreuole renderlo fiato ad un Re come torglielo» Et quanto e chiaroloef empio di Pompeio per cofi fai* ta humanita ufata in uerf o di TigraneiBt quanto fu mife rabileichegUbauejfe dipoi a defiderareperil fuo fcam* poValtrui humanita c;' clementiaf perche quello,cbeha ueua ricoperto con la C orona R egale il capo di Tigrane, uedendofidel fuoleuare tre Corone trionfaUneWulti* me regioni del mondo fulafciato fenza Sepoltura, et la fua tefia fenza honore cr fenza ejequie fu mandata dal traditore di Egitto a farne un donoaluincitore,ch€ fu ancora cofiretto ad haueme compafsione, perche fubi toiche Cefare lo uide,dìméticatop della inimicitia hauuU conPompriOyComeSuoceropianfe non foloperfe^ma ancoraperla fua figliuola,p crudele tT fceleratamorte^ freon infiniti cr pretiofif simi odori fece ardere quella honorata ttftOfCbe fe Vatimo di queQo Prmpt nonfi^  »47 felldto tilmedepmOsche non fu mai da huomo det mondo fuperato,ejfendoli forza cedere alla natura cr aUafortunaschelo oppreffe,quantunche già aggrauato dalla forza del uelenojn letto p fentijfe mancare ^non dimeno f o Ueuatop ^quanto fuUe gomita porfe la dePra à tutti queiyche glie la uolfero toccare , cr chi faria fiato quello, che non Vhaueffeuoluto toccare cr baciare, poi che già uidnaaUa morte.piu per forzai d^humanita.  14S éìt per W^OY naturale tanto p mantenne,che la fece con tutti queifche uollono,la dipartenza^ Di Pipdrato, PPiHeremo dprefente dellihuntanita di PipPrato Tiranno d* Atene^nellaquale fe bene non apparfe queluigoreiche in quella di Alepandrojneritanon dime nocche e fe ne faccia mentione.Era Pipftrato moltopj* molato dalla mogUe^che e face jfe morire un GiouanettOy ilqualeiaccefo grandemente dello amore della figliuolat nelrifcontrarp Phaueua nel mezodella^radabaceiata, Cr egli finalmente èffe alla moglie: fe uoiupamo crudel ta uerf 0 di queUi:che ci portano affettione,chefarè noia queUi^che ci portano odiof Non metitono parole tanto humanetche e p dicJycheteu/ciffero di bocca di uoiTira no.Cop adunque f opporlo Pip^ato Vingiuriafatta aUa figliuola^ma con piu fua laude f opporlo quell ajche in fe proprio riceuette. Perche ependo molto a/pramente ad un conuitoidi parole ingiuriato Trapppo fuoamicoino fece pure minimo cenno di fdegnarfene: mati Marco Coriolanos Et per cominciare dalle cofepubliche.Faccèdo Marm co Cori alano ogni sforzo di opprimere la patria fua,CT ejfendo uenuto fino [etto le mura di quella con un grande efercito diVolfci^minacciando tutta uia di dijirug gere cr rouinare ^imperio Komano.Veturiafua madre, cr Volumna fua moglie andate fuori a trouarlo cygittam tofegliaipi€yconleloro pietofe preghiere placandolo^ non lafciaronfeguirecofi crudele cr federata imprefa* Onde il Senato in honorloro lUuflro Verdine delle Mam trone,CT gentil donne con moltihonori cr priuilegij» P« roche fece una legge, che gli huomini nel nfcontrgm re le donne dejfero lorolajirada, in tal modoconfefm fandOylaKepublica eff ere fiata allhorafaluatapiuper epe radeUe donnesche per uirtu de glihuomini» Et conoejfe / LIBRO toro, eh t oltre aigioielU et ortutmentiycheper priutle^o dittico leportduano agUorecchi,portajferoancorainte* fld una nuoud maniera di benda cr dcconeiatura,accioche le nobili fujf ero daWaltrediffcrentiatCjZT ftmilmenteche ìepotejfero ueWre diporpora^CT portare collane cr mi niglie d'^Oro.Oltra diquejio in quel luogojoue CorioU* no era élato placatogli Senato fece edificare un tempio, co uno altare alla Dea della Fortuna Muliebre,per tejlificare conqueBaoperareligiofa , la gratitudine del fuo animo uerfo di quelle,per il beneficio da effericeuuto. Dimoftro ancora la mede firn a gratitudine al tet^o della fecondi guerra contro a i Cartaginefi, perche ejjendo loro affedii ti in Capua da Quinto Fuluio, CT ritrouandofi due donne CapuaneJLequali ritennero fempre ne gli animi loro la he neuolentia uerfo il popolo romano , Vuna dellequali eri madre di Famiglia chiamata Vedia Oppida , laquale ogni éfaceua facrificio per falute del roman o efercito.Valtra Meretrice,chiamataCluuiaFacula, laquée non manco mai portar da mangiare ai romani,che eron dentro diCi pua prigioni.il Senato come Capua fu racquijlata refiitui ìalibertaaduedonneinfieme conilor beni offerendofi ancora aconceder loro ogn^altragratia, che Pbauefjfero domandato.fu certamente cofanotabile,chei Senatori He Vallegrezza di fi fatta uittoria,non folamente dimofhraf* f ero hauer grato il beneficio nceuuto da due femmine uU li cr abiette, ma che ancora le remuner afferò. Della Giouentu Romana. C^Hifi porto mai tanto gnUamente,quanto quelligio* •uaniromani,iquali Cai tempo diQjnntio cT tio Confalo ) per dar aiuto crfoccorfoaiTufculanico» r . ifl trodgUEquicoli, che haueuonooccupittoi loro conjvd t'offerfero cr con giuramento fi obligarono fpontanea^ mente di andare a queUaimprefa,perche pochi mefi auoft tifi Tufculani con molta codantia cr ualore haueuono dU fefo Vimperio RomaneX olì adun quei che no s^udi mai piu) Ve[erdtoKomano,perdimofir areiche U patria loro nonmancauaàgratudine, s’ondo a fare fcriuereperft medefimo. DiFahioMafsimo» JN Fabio Mafsimo fi conobbe chiaramente ^ quanta fujfelagnuitudine del popolo Komanoypche ejfen^ io Uduenuto amorte doppo cinque conf olatifelicemen^t te cr con folate della republica da lui amminifirati,fece il popolo agora a portar danari,accioche le fue efeqme con maggiore cr piu honorata pompa fi celebrajferoXbinem gheraadunqueipremij della uinUfnon ejfer grandi, confi derato che i corpi m orti degU huomini uirtuofi fon piu ho norati et hauutiin pregio fChe no fono i uiui et pufillanimL Di Hinutio M.aeHro de Caualieri FV ancora ufata non poca gratitudine a Fabio KlafsU mo mentre, che egli uiueua,imperoche ejfendo fato^ to Dittatore neUaguerra contro ad Hmnibale in San DÌo,er fendoli dipoi per deliberatione della plebe dato p compagno Minutio Maefiro de caualteri Ccofa non md p Vaddietro ufatap) fi diuifonointra loro lo efercito,cr cfit fendo Minutio uenuto die mani con HannibalefCon lafua parte dello e jer cito, accorge dofi Fabio del trifta fine, che era perfeguire di quella battaglia,per ejf nrui andato co* luimolto temerariamente,ZT che già fiauaper andare in rotta,lofoccorfec;‘trajfefduodi quel pencolo» Onde e^Uriconofcédo il beneficio Jio chiamo padre, et comodo \ oogl LIBRO « tutti i SolJuti che crono [otto di lutjcheglì faceffero ri « I J LIBRO biuerfo di Hfì trajje di te{h,cr rizzo/si in pie, O" dtrà U0U4 ancor J uiHolo uenire f monto da cauaUo^ er diffc in prefenz^Hala Seruilio, Et Mola SeruiliOy che haueua ucdfo Spurio Vielio Maejìro de cauaUeriiche afpiraua allaTirannide.pa gole pene dello hauerconferuato in liberta i fuoi crtfj/ dini, con Pejfer mandato in efilio* Hora fi come noi dobbiamo paffarcela di leggieri a biafimare il furorcì trPhnpeto del Seaató & del popolo: agitatotcomed Mare da tempeflofi uenti jcofipojfidmo piu liberamene é'sfogareil hojiro sdegno contro (dlaingratitudine de » priuati 'y CT dì quelli maffime,che prudenti CT di giu* dicio reputati, hanno prrpofto la fceleratezzl corfofuo co/lrrt/o . morir, ii. in carcere in luogo del morto paire.Puo/siaJ»gue glori dreil feliolo d’uno ecceBiliftimo Capuano, etchcancor eoli era fi jfcéifo-e al medefmogrado.dt baaer nceuto p reditapaternafolo la pngioneer le efene. D, Anjlide. A RilWe fimilmenle,che da tutta la Greetaper^jip A lìmo ecelebrato,crtenutoancoraano fpeccbioiU c5tinenza,fucojlrcttopercomMamentode^^ ni a partirfi della citta et idarfene tn efilio. febei Athemefi fepriuatilìdicolluipotcrontrouareun altro cofibuon» cramoreuolecittadino dellapatriafua,Muenga cheinjte me co Ariftidc partiffe ancora, guanta bota era in Atene, DiTemiftocle, Et Temiflocle^rarifsimo efempio tra quelli iqualiprom . 1^9 MéTono td itigratiludine deUd.pdtrid , hduendoU contd mrtufua 4sicuratii,dmplUtd CT illujlratd,Qr fattola anco r gh hauejferp,fece portare Ufuo corpo uicino agUalloggiamenti^Gr‘ copertoio d^una prea tiofa uejlelo pofefoprad R^ogo^dipoiappìccatouiilfuo^ co, incontinente con U medeftmafpada con lacuale batea ammazz^ito il fratello jì pajf ) da un canto a Pdtroo" git tatofì f opra il corpo di quello uolle-ardereinpeme co luì, Poteua coftui con lafcufa di non l^hauer conofciuto,fen^ za fuo carico con feruarp in uita^mAuoUe piu tojio ufar^ un tale atto di pieta,che { eruirp di una tede feufa , per far compagnia ancorain morte al fratello, DELLA PIETÀ VER50 LA l^atria, Cap, V L A fatUfatto fino a quila pietddigra* di piu flretti cr piu propinqui di con fanguinita,rePdihora afdtisfare aU la patria , alla cui maefta cede ancora la pietà inuerfo il padre cr la madre, che fi agguagliaa quella, che dobbùu mo hduereuerfo degltìddij,cedelidncorduolentierikc4 ritd frdterna,e:f certo con ragionegranéfsima, perche ro uinata una ca/arefla qualche uolta in piedi laRepublicd, ma la rouina della citta di necefsita fi tira dietro la rouind di tutte le cafe de i priuatiMa che bif ogna multiplicare in parole fopra queàa materia,ejJendo la forza della pietà in uerfo la patria tanto grande,che alcuni con la ulta pro/ priaVhànno dimoflro. Di8ruto,primo Confalo,^ . D Kuto il primo Conf olo, che fujfe fatto in Roma, co battendo per la patria contro a i Tarquini Jì affron^ to con Aronte figliuolo di Tdrquinio fuperbo^ crfu fin contro di forte, che Vuno cr Inoltro mortdmente ferito  cdfco in terra morto. Votrebbejì meritamente dire al pon polo RomanOfChe per la motte dico(lui,gUcofldjfe mol/ to cara la liberta. Di Curtio» ESf mdo in R orna nel mezo della piazza apertop in un fkbito il terreno crfattofi una buca molto larga cr profonda^niandarono i Romani allo Oracolo tPApol lojl^uale houendo dato per rifpojia,cheuolendOyche la (i tìchiudejjè per euifar quel pericolo^era neceffmogittarui dentro quella cofa^ che nella Republica Romana era di maggior pregio cr udoretCurtio allhora di [angue et (ta nimo nobtlifsimogiouanettojbauendofrafejìcjfo penfan losche qllo in chela nojira citta ualeua piu,et era piu eccel lente erqno Pormi , armatofi tutto da capo a pie monto 4 Cauallo,zT [pronatolo^GT correndo a tutta briglia , ui p getto dentrOji cittadini allhora per honorarlo , a gara gli gittaronfo^a dimolte biade^cr incontinente la buca p ti dìiu[ f,cr ritorno il terren 0 nelPeffer dx prima.Seguirono dopo Curtio molti alari huominieccellèti orhamèti della nopra citta, nodimeno non p legge ef empio piu chiaro di quejlo de la pietà uerfo la patria,alquale,come quellò,che inqueftafpetiediuìrtu tiene il principato ^ foggiugnerq unpmile* DiGenì io Cippo Pretore, • AQenitio Cippo Pretoreatfeendofuor di R ornane* aito cr ornato dacapitano,occorfeun cafo molto nuouo negtamai udito^llacquero a coflui in un fubito co* me due cornain tefia ergUfu dato per ri/pofta dallo Ora coloychefe ritornaua detro a la citta n e diuerrebbeRe.il che accioche non p neri ficaffe, uolontariamente p elejfe Bplioperpetuo.Opietaimmenfacr inepimabile, degna uermentcdiejfer preferita quanto alla gloria ai fettere \  di R0WM.L4 fe/lrf di coib4Ì^perfniafu difcacciata daLettimio Matcntiiiico^^ comeuoghonoalcun*altrida Herafjlrato Medico^ pchc {tondo lui a federe apprejfo ad Antioco^o" accortofì,che all^entrare di Stratonicam camera^ ilgiouane arofiuo cf ripigliaua uigore,cr aWufcirfene,impalidiua c^fofpiro^ uojondo con maggior curo offeruandolo^cr cofiuennea Htr cuore Vorigme del fuo male, perche prefolopUbrac do ad arte:conobbe,che ne lo entrare di colà in camera,il polfo batteuapiuforte^etnelporttrpqualild tuttofino* jcondeuoOndeccfìuiincotinétematiifeflo a Seleuco lo co glene di quellainfirmitd.'El effo intefo la cofo,non bebbe rtfpetto alcuno a cocederlt Stratonico, quale egìifommo* mente amaua,incolpando la mala forte, r.heil Giouane dì cotale amore accefo fifuffe, et a la bota et riueréz^ di ql lo attribuédo,Phauer più tofto eletto di morire, che mani fefiarlo. Hora ponghiamoci dauÒti agli occhi un Keuee* chio,€thamorato,hauercoceffo in tal modo la moglie,et potremo conofeere, quoto i Paterni affetti fianopotcti a kìctre ognidifficulta» Di AnobarzonerediCapadocùu COneeJfe Seleuco alfigliuolola moglieima Ariobar* zane in prefenzd di Popeio,coceffe al fuo il R egno, hrafalito Ario barzanefopra il tribunale di Popeio,& inuitato da lui a federe fopra la fedia Curule,et hauédo ut fio il figliuolo ejferfi polio in quella parte de lo eferdto, doue eiail CÒcellieryio pitto coueméte al grado fuo,non potette esportare di uederlo in luogo inferiore a lui, ma fubito fcefo di fieda fi leuo la Diadema di capo, et lapofe , in capo alfigliuoloiefortàdolo a porfi a federeionde egli sWa leuato , Vennero giu le lacrime a\ Giouane,uenneli ancora menotrj nel cadetegli cafeo di telala Biada X Itti LIBRO w C^AjfiO imitando lo ef empio diBruto,perche il fuo fi Jgliuolo, quando era Tribuno de la Plebe, fu il prL ino, che proponcffela legge Agraria con molti altri mezzi fi ora ambiti ofamete obligato gli animi delpopo  • 17^ lo,finito che gli hebbe il m4gi(hrato,raguno in cafafua tut ti gli miciu" parenti, cr pref 0 U parere di ciaf cuna, con* danno il detto fuo figliuolo per hauer^afpirato alla Tirati tùdeyCr fattolo battere,cr dipoi ammazzare,confagro 4 Cerere luti 0 il fuo hauere. Di MaUio T orinato» Tito lAallio TorquatOjper molte fue opere ualorom fe,rarocT ecceUente^O" dotifsimo in leggi ciuili^ cr pontificali fn una cofa fimigfiante a queUa,non gli par ue già dadomondame il parere ne dei parenti, ne de gli amici.Peroche hauendo i macedoni mandato Ambaf :ia* dorial Senato a far molte querele contro a Dedo Stilano fuo figliuolo,che era (lato agouerno di quella. prouinda, prego il Senato,che non uolejfe deliberare di cofa alcuna, prima che e nonfujje bene informato della differézdjche era tra i Macedom,cr il detto fuo figliuolo. Dipoi con co fenfo di queUo,CT de i detti Amhafciadori,pref 0 a giudi* care la lite jfi fece la refìdenza in cafa^ey folo duoi diala fila diede udienza a Vuna cr l'altra parteAl terzo di, ha* uendo a baftanza cr diligentemente ef minato iTeÌHmo niydiede la fententk in quefto modo.Hanno prouatoiMa cedoni SiUan 0 miofigbuolo hauer pref 0 danari da i cofe der^^ di lettere ancora ornatojafciatop tirare da i cattiui conpt* gli nella amicitia di Catiltna cr andando per ciò inconpde ratamente aritroudrlo nel fuo efercito fopraggiunto dal padre amezoil cammino 'fu da quello ammazzato,dicen do prima che ciofacejje,che e non Fhaueua generato,per che e uenijfein compagnia di Catilina contro alla patria, ma perche efuffe defenf ore della patria contro a Catilina poteua ¥uluio,mentre che duraua quellaguerra ciuile,con tenerlo rinchiuf 0 , proibirli tale andata , ma [egli hauejfe fatto copjarebbepato cauto CT prudente, CT non rigido cr f eueroMa accioche Vaf prezza cr rigidità de i { opra detti p uenga alquanto a temperare con la clementia di quei padri,ch e furono di natura più dolci et manfuetijog giugneremo alla rigorofa punitione di [opra narrata , la facilita del perdonare DELLA TEMPERANZA DE P adri imtrf 0 de i figliuoli. Cap, IX. Di L.GeUio. VClO GELLIO, chedaCen fore infuori era Pato di tutti gli é* tri Nlagtprati , hauendo apaimanit* f ePo inditio , il figliuolo hauer ufa • to carnalmente con la Matrigna, cr cerco ancora di ammazzarci lui, no perciò p moffe cop a furia agapigaHo , ma confuUatala LIBRO cofa,qu"-e zr lu Dea Minerà ua,chetuttoil male chedoueua auuenir e f oprati Popolo Komano,lo uolgefferofopra de la cafa mia,Vanno adun cheUcofe profperamente: perche fendo^ti efaudiHi mieiprieghi,hanno quelli operato diforte,cheuoiui hauè te piu tojlo a doler mec ode la mia auuerpta , che io habm biaapiangere de lauof^a.Soggiugnero ancora un^altro degli effempi domeftM,cr entro dipoine le cofe efiemo DiQ^iiiarioKe,  Q vìnto Vidrtio Ke,compdgno nel ConfoUtodelpri moCdtone^rimafepriuod' un figliuolo molto re* „„ent'i&‘mormokuerfcmi,nclìudehMm^» difsinM(peranz La libertà del parlare,che ufo la donna, che apprefiti racconteremo fu non foto di grande animo, maanco rabebbe molto ddpiaceuoletCojìeicondottap a Vejhre* mode Ufua uecchiezza CT pregando tutti gli altri di Si* racufagli iddij,che Dionifio tiranno moriJJe,lt per la cru dele natura fuafi ancora per le grauezze infopportabili, che egUponeua hrò'yejfa fola ogni mattina al far dd gior no pregaua lddio,chelocònferuaffe fono cT fatuo» ìlche hauedo là intej o ZT marattigUatofi de la bencuoleza,dje codei gli portaua la fece chiamare afe,:iiala punitionCychedi copmfu prefa fare una legge , per Uqiiale p prouedeuoi che ninno patritio potere habuare ne la Rotea o in Cam pidogUoyperche quePó Malliohaueuala cafain CumpiV dogUoidoue bora ueggiamo il Tempio de la Moneta, Di Spurio Cajpo / Slmile fu lo sdegno de i Romani contro a Spurio Cafsio,alquale nacque piu il fofpetto yche s%eb* he di lui cbc e non cercajfe di farp Tiranno y che non gligiouarono tre honoratipimtconfoUtiy ejduoibel* Ufimi trionfi perche il Senato cr il popolo Roma* no non comento à hauerU toholauitay gli fece anco* rafpianarle Cafe per affliggerlo an.or p:u conia de* ffruttione de i fuoi idéj famigliari y cr w edifico fo* pra U Tempio della Dea Tellurcy CT cofì quel luo* go, che era flato prima habùatione di un huomo tanto grande CT potente y e bora una perpetua memoria ^u* nareUgioja feuetita. A A ii r •  T>ì Spurio Melio. Pmo nello hiuendo tentato difareil medejìmo Jja milmentefu in tal modo punito jO" il piano che rima fe de U fuÀ cjfa ronitiAtayatcìoche la f tueragiujtitia^chc jt erafatcadiluijujfea i Pofleripmmanifejht, fi* chiama* to Equim dio. Di Fiacco Satumin o. Q Vanto gli antichi portajfero odio intrin fao a i nemi ^^cidelalibertajlo manifcjUronOyCon Urouinedel* le cafe di quelli, cf" perdo tagliathche furono a pezzi. Marco Fiacco, CT" Ludo Saturnino , huomini f editiojìjfi* mi, furono [pianate le lorcafe fino a i fondamenti, cT ' ejfendoiltcrrenodoue eralacafa di Fiacco fiato un tem pofenz* efferuijt edificato alcuno edificio, fuaV ultimo ornata da QJZatulo,deUe f paglie cr Trofei de CimbrL Di Tiberio o‘G.Gracco. LK nohilta CT^lo fplendore di Tiberio CT Gdo Groc cbfugrandifimo ne la nojlta dtea,cr fi hebbe di lo fo un tempo ottima fperanza,ma hauendo per ma di fe* dittoni con ogni sforzo tentato di rouinare lo fiato de la Republica, furono mordi tT i corpi loro laf ciati fenza fcpòltura,rimaf ero ancora fenzma nonhameno di grafiifa^queU a che fi e ufata per co feruar e la dignità^ cri buoni ordini de la KepublicaiDet te il Senato in poter de Corfi Marco Clodio^ per hauer fatto con loro una pace éihcnorcuole, crnon bauendo quellt uolutolo accettar edo fece morire in prigione. Hot ateditn quanti m odi il Senato fu feuero uenécatore de U fuàira contro acofluiiper bauer foto unauoUa offefoU Macfia del imperio Romano, i^on approuo Raccorda, che gli haueuafatto^tolfegli la hberta,priuoUo delauita, fecelifare incarcere uitupcrpfa morte , CT poiché e fu morto jlo fece precipitare d terra de le f cale Cemonianet CT ce) tamente ccjìui ncnnieritaua minor punitipnedd Senato. I^iCorneìio Scipione, A/t ^ Cornelio iapione figliuolo di Hifpalofu 1 VJ punito dal Senato primaicbe egli lo meritaffeiper* tbe JendoU tocco per forteil^uerno de la Spagnajfeat ce unpartitoiche e ncnutandaJje^aUegàdo cheenon tra fufficiente adamminifirarU, Onde Cornelio perla fda inhoneHa uito^ancor che e non fu jfe andato al gouern o di quella ptcuinciainon dùuenp. fM condannato comefee A A Hi  Vh^ueffe male amminidrdtayUcetto foto, cheenon heb^ beadarcontodelaammtnijirationc. Di G Varìcnù, Non manco il Senato di procedere ancora feucrami te contro a Gaio Vatieno^ilqualepernon ejfercos pretto a trouarp n c la guerra Italica p taglio le diti de U mano pmlirajil perche conpfeato i /uoiòenijocondari* no a carcere perpetua,Onde copiò, che non hauea uolu* toin guerra morirehonoratamenteiconfumoU fuauita ne le catent,xongrandipmo uituptrio cr dishonore» DiM. curio Confalo, l" A ntedepntafeuerita del Senato ondo imitando Marcò ^ Curio confolóulquéeeffendo corretto a far gente co grande celerità contro alKe Pirro, cr non hauendo alcu no de ipVigioiiani ne lo fcriuerelo ejfercito uoluto dare il nomeime jfe tutti inomidele Tribuinun uafoaUefor a,CTlapnma,cheufcijfefulaTribu PoUiaiquindi poi co minciato a ìrarreiufci il primo un Giouanettoiqualefece fubito chia'màre,cr non rifpondendo,feceuendereifuoi benialo incanto,t3‘ come il Giouane Vintefe.ricorfefu* hito donanti al Tribunale de C onfoli,a' scappello a i Tri bum\AWhora Marco Curio diffe, chela Republica noli ueabifognodiquei cittadiniichenon uoleuano ubbidire, cr cop uende ancora luiaWmcàtopnpemecon ifuoibea ni. Dii, Vomitio Pretore, Non fu mcn duro cr opinato nel fuo propopto tu cioOomitioJlquale (jfendo Pretore della Sicilia Cr ejféndoli prefentato un Cinghiale di fmifiirata granr dei^tUìfece iteuìre a fe il pallore, che lo hauea ammaz* s t sr o, iss Zàto,f3‘ diìHeOìicitohcon checofahduejfe ocàfoftgran hejhay cr troudto che e l*haueu4 ammazz,^ "y' Qgliamo eptiquefìi efempicogiungere ancora qucÈnf dipubUo Sempronio Sofoydqnalerepuào la moglie^ non per altro che, perche VhaHeuahaij^Q. ftr dire di onda  re a Ufejte fenzd fitd faputa^ar co fi mentre che i Romd4 chtt Camerini p poterono rallegrare della rouinaloro^ i quali in queflo modo uennero come arinaf cere* Quello èie io per infino a qui ho referito, non fi diftefe oltre a i confiniyCr luobgi conuicìni della citta di R oma,ma quel* lo èe feguita fi fparfe per tuttoil mondo, Delmedefimo.cr difabritio T*Ìmocare (PAmbraciap offerta Pabritio confolo di fareauuelenare ri R e Pirro dal figliuolo,che lo fer* uiua per Coppiere^ llcbe fendo referito al SenatOyO' ri* cordandofiche effendo la citta di Koma edificata daKo mulofigltuol di Marteje guerre fi haueuonoafar con Varmtc" non col Veleno^mando fubito Ambafeiadoria Pirro auucrtendoloychephaueffe diligente curada fimi* liinpdie cr tradimenti.Hon uoUe giail Senato in ciò no* minar Timocare, cr cop neWuna cr V altra cofa dimojìró la fua retta cr giufia intentione , non hauendo uolutone tradire il nemico, ne far male a colui, che haueua cerco di far lor bene. Di Quattro Tribuni della Plebe, Vìdep ancora nel medepmo tempo un grandijfimó effetto digiufUtia in Quattro Tribuni de la Plebe, per che hauendo L.Hortenfio pmilmente Tribuno chia* maio dauantial popoloLudo Atracino,fottoilquale,ef^ fendo lui capitano de Veferdto R ornano cobra a i Volfd, epi Tribuni appreffo d lago Perrugineremediarono in* fieme con tutto il refto de la Caualìeria,che le no/lre gen/ ti chegiacominciauono allegare, non andaffero in rotta: giurarono dauanti alpopoloiche ereno per ifiar tutti di mala uoglia,fin che Atradno lor capitano flaua in quel pe ricolo iPeffer condànato. No» esportarono Giouatp mrtuofi et ecceUetùtrouàdofi tribm,di uedere entro la dt t  tiUcondotto 4 pericolo deUuit4,coluichein gUefTàhdue , uono col [angue con le ferite difefo CT fuluato *Ondc tutto ilpopolo comrfiojfo daWe^uitadeUeofa^collrinfe Uortenpo 4 torfi da quellaimpref ijne dirimenti, fi odo* pero nel caf 0 fegu ente. Di T. Gracco cr Claudio ^ HPiuendoTiberioGraccoGr G.Claudio Cenfori,per c^afi portati troppo rigidaméCe in tal magistrato, efafperato,quafituttaUcitta:^arcoPompdioTrtbuno de la Piebegli chiamo dauantialpopoloagiuJlijicarfi,fen do inqmfitiyCome rebelh et inimici de la Patria,moffb non f Diamente da hgrauiinglurie che efaceuanoa lo unìuerm [de^ma ancora da fuo [degno particulare, (perche gli ha ueuono coÉtretto RutiUo[uo parente arouinare un muro de la[ua ca[a,che toccaua di quel publicoynel qualgiudi* ciò, perche molte Centurie de la prima Clajfe condannai t^ono apertamente effo Claudio, pareuacheuniuer[M tnente tutte , accon[enteJf^o ad ajjoluere Gracco, effo giuro,checfa[cunolo [enei,che[ein quelle co[e doue glie rainteruenuto in compagnia di Claudio era aggrauato piu Claudio: che luì,ejJendo la colpa equale,[en^an(hebi in eJUìo infieme con lui. Bt cofi mediante quejia equità di Gracco uennero amendui liberati da fi urgente motiuo. Perche il popolo affolue Claudio cr ULPompilionopro cede piu oltre con Vaccu[ar queWaltro. Del Collegio de Tribuni Riporto ancora gràdifiima laude quella mano di Tri buniylaquale,non uotendo un di loro,cbe[u L. CoC ta.pagdre chi haueuabouer da hi, rifiiando(ì,che mentre, Veglierà di quel magiiiraionon poteuaefierJireUo da  I lefcentia cr nel tempo de lafecondaguerra contro a t Carta ginefi fu molto dedUo a la moUtie er delicatura, ma fatto Sacerdote da Publio Licinio pontefice maffimo^ perche e fi hauejfe piu ageuolmentea rtirarre da quella ut ta,applico di modo Panano a la cura de le facre cerim onie che hauendo U religione per if corta de la continenza lequali non émeno nonimpedirono , cheenon diuenijfe col tempo il principd Cittadino de la nojira citta , cr che il fuo nome nonrifplendejfe CT" appariffe nel piurileuatoluogho del Campici aglio, cr conùfuauirtunon ifpegnejje laguerra amie uenuia fu con grandijftma rabbia cr furore. Vdo Siila per fin che e fu fatto Q^efiore fectuna Di QJEabio Maffimo, modicoSluinelafua uecch ezza. DiQJZatulo, * 104 UÙd molto Idfàud cr lujfuriofd,come quello, che erdtuU '■ to dedito al uentre cr d libidine, a fejie CT giuochi, doue ferui ancora d prezzo per H'jìrione. il perche ft dice, che Gao Nlahoieffendo Confolo hebbe molto per male, che la forte gli haueffe dato d*hauerjì a feruire ne la imprefa deW Affrica d^ un Quejlore tanto moUecT effemminato, quale era SiUa.Ldwrtu poi del med^mo édUd,comtfe Vhdueff r rotto i legami cr la prigione de la nequitezz^t che Vhaueudin preda, prefe prigione tsr meffelt catene a lugurta,T enne a freno Mitridatejlibero la patria da la ca lamtta de laguerra Sociale,fpenfe la Tirannide di Cinna, V'cofhnnfealandarinEfìUo Mario in quella Prouinda, ne laquale da lui era dato dìfprezzato per Quejlorede^ quali cofe tanto diuerfe. cr tanto contrarie Vuna da VaU tra,fe alcuno le uoglia diligentem ente conpderare cr an darle f eco fiejfo efaminando,crederainun foto foggetto efferedato dueperfoneMoeun SiUagiouaneuituperofo, cr un'altro, che nella età matura ardirei di dire, che e me ritajje d'ejfer cognominato ualorofoje egli per fe mede fimo non haueffipiu prejìo uoluto Felice cognominarfi. Di Q.VELLI CHE DI BASSO gyado fon uenutiin grande flato erri putatione, Cap, X. I come noi habbiamoauuertito quetU che, fon nati nobilmente , che rauuedu tifi de i lor trijii portamenttihabbino ri guardo alaloro nobiltà, cojì uoglia* mo bora parlare di queUi,che hanno bauuto ardire di afpirare a cofe piu al* $e,chenon comportaua lo fiato loro. CC iiii LIBRO "DiTito Aufidio, t sfendo Tito Aufidiogia uno abbieto rifcotitore irmdcufd,pri fatto cinquanta Talenti,cr cojt uollela Yortuna^cbeco* luiyche era V ornamento cr lo fplendore del mondo,den tro ad una Fufta di un Corfalejujfe coftretto a rifcattarji fi piccola fomma di dannari.Che bifogna adunche rammà riarp piu deli Fortuna, poi che non pure a gli altri , ma ne anco a coloro la perdona,che non altrimenti,che quel la fi fia, f on dagli huomini deificatiMa quel diurno fpi* rito fi uendico de la ingiuria riceuuta,perchefra poco tem po dipoi Jendoli dato ne le mani quejìi Corf digli fece fu bito portuttiin croce.Habbiam fatto mentione dele cofe domefiiche con molto affetto etattendone,entreremo ho rain quelle degli Bfierni,cr conpdu pofato animo Iettar reremo* , DE GLI ESTERNI» Di PolemoneFilofofo* POlemone Ateniefe fu giouane molto lafciuto CT lu[furiofo,ne folamente fi dilettaua di fare il male, mapigliauaancorpiacere,chefi rifapeffecrd^effer infa maio per àshoneéo.Cofluieffendo jiatoadun contato tutto un é c/ tutta una notte, nel tornarfene a cafa hauendouifio apertala Scuola di y^enocrate Filofofo, cofi come glìera caldo ancoYadelVmo,tuttoprofumma to cr pieno di unguenti odoriferi,con la Ghirlanda in te* fiacT molto fontuo fornente uefiito entrala dentro,doue fi ritrouaua gran numero di huomini da bene ^diofi, CT ' litterati,negh bailo quefioyche e fi pofe ancora afeder tra loro fenzarifpetto o riuerenzaalcuna,non per aUro cheperifchernire CT sbeffare con quei fuoimodi lafdui cr d^ubriacOyìl parlare eloquentiffimo cr igrauiffimi pre celti di quel Filofofo,Et come che tutti quelli, che erano presenti, come par cofaragioneuole, fe nefdegnajferau yienocratefolo non fi turbo, ne fi cambio in uolto in mo do alcuno.Ma laf ciato andare lamateria, /opra lagnale egUparlaua,comindo a trattare ielaMoiefiia O'de la temperanzaicon tantagrauita CT facundia,che Polemom ne forzato in un certo modo a tornare infe medefmo^ primieramente trattop di tefia la ghirlanda, lagitto in ter fa , appreso fi ricoperfccol mantello lebraccia,nemol* to fette, che eglicomincio tutto acambtarpinuolto,non parendo queUo.chedalconuUo erauenuto.Vindmente de poponon foloVhabito, ma ancora ognipenpero lafciuo CT dishonefoyCT hauendo con quel fdurì fero rimedio del parlare di 'Kenocrate racquUlatolafanita,di Putta* niere uituperofo ZT infame,ne diuenne grandijpmo filo* fofo,Cop,V animo di co{ìui,comepertranfìto cammino per la uia de le fceleratezz^yCr nonuip fermo * DiTemifiocle» SAmmimatedi haueread entrare ne lagiouinezzctStftato. M Andando il Senato Claudi j Verone cr Lucio Saìt natore ConfoU^concro ad Hannibute^cr ueggendo che come gli crono diuirtu apuli ^cosi crono acerbisfìs mi inimici luno de VaItro,glinconcil'o ir.sicme , accioche perlelorodifcordiela Kcpublicanon iu ntj^ca patire in quella ammmiliratione^pcr che quando V autorità e diui* faintraduoUnon fendo tra loro concordia ,fempre acca deschi rimo cerca piu digiia[iare i fatti ddraltrOyche dW conciare i fuoi^ma doue l*odio e ojiinato zj grande Juno e piu inimico aialtro, che luno cr Ultro non fono inimici allo auuerfario.U Senato ancora per fuo decreto libero luno laltro(,ejfendo àccufatida Gneo Bebio Tribuno della Plebe dauantialpopolo per ejfersi portati troppo af ìpramente n ella loro Cenfura") di non haucre a compa* rire CT tifponderedle accufe Icr fatte, ajfoluendoda ognipregiudicioguelmagiftratocr quella dignità, che era dialo ordinata, per riuedere il conto ad altri cr non pcrdar conto dife.Hon meno prudentemente fece anco rail fenato in quedlo,in punire er far morire Tiberio ■ Gracco Tribuno della Plebe, perche hatieua hauuto adire di proporre la legge Agrai ia,cr dipoi per un bel decreto fece che per tre diputati, fecondo quella legge si diuidejfe quelcontudo al Popolo,C7' cosi nel medesimo tempotol •Je uta CT autore CT la cagione di quella prjìifera feditio ne. Quanto prudentemente si porto egli dipoi col Re Mafsiniffe.pcrchehaiiendofelotrouato proniifsimo con tro ai Cartaginesi, C" conofeendo, che gliera destderofo ^diaccrcfcere CT agnmentared fuo Regno, fece far una leggi-, per làquale 0) dinaua,che Mafsiiiijja nonfujfefot  2i2 iopojio in cofd alcuna al Komano imperio , "Et m guejìo modo Jt mantenne fempre Vamicitia di coluiyddquaie era fiato benignamente feruito,CT uenne ancora alenar jt da ' uanti . cr liberarjì dai contmout fajUdij de t^umidi CT : Mauritani , CT deWaltre genti Barbare CT efferate loro I uicinc,chenon maiyne fono lapacencfotto altre condii ' tioniyfì quietauonoMancherebbemiiltempofeio piu dU I morasft rn raccontare efempi dei Romani , perche il no^ I {ho Imperio fi mantenne ar accrebbe non tanto per for I d^arme^quanto per uirtu cr uigor d\iimOy Trapajfe* i remo aidunque con tacita ammtrationela maggior para I te delle co je prudentemente f aite da lorOy per entrare ne I gli efempi ejìerni [oprala medefima materia. DE GLI ESTERNI. Di Socrate Eilofofo. S Ocrate ^quafi un trrrefire Oraculo deWhumana fa* pienzaygiudicauanon efferda domandar altro a gli D'ijfe nonychecidesfmo del bene,perche loro fìnalmena te fapeuono quelche era util a ciafcuno.ajfermandoyche noi molte uolte domandiam loro quelle co[e,che farebbe meglio non Phauereimpetrateypche egli diceua. O mete de mortali in ofcurisjìme tenebre inuoltu,Quanti fon grà dicr manife^Ugli errori ne iquali tu cieca incórri con le tue doUe preghiere,Tu defideri ricchezza « lequalifono fiate la rouina di molti^Tu appetifaglih onori, che infini tihanno condotto alfondo,Tu ud ad ogn'hora riuclge doti per la fantapa R egni cr principati , il fin dequali fpejfeuoltep uede miferabile,Tu tiintrometti negli fple didimatrimoniijqualip come alcuna uoltalecaf e iìhìbra no cofi benefpefjo le diftrugono etinteramete rouinanc^ DD a li f LIBRO Pon fine adiunquc o jìoltacr infuna, drJeJtdcrare ctuidaa mente queUecofe,comefeUcisfìine,chepojJono ejferca^ gione della tua infelicità rimettiti interamente nella diurna prouidenz‘t^pcrche gli iddij, chef oìio per natura molto facili cr benigniin concedere ilbenejanno ancora moU to meglio eleggere queRo,che fa al proposto nofìro . il medefimo diceua,che quelli huomini per uia corta cr ifpe ditaperu€muonoallagloria,chefi sforzauono d’efjere infatto,quali d'ejfer tenuti in apparenza s'ingegnauano, con le quali parole manifejiamente ci ammaejìraua , che gli huowini cercajfero piu prejìo di acquijlarji ej^a uirtu, cbeueHirji deWombra di quella, il medefimo domandato da ungiouanettoje e lo conjìgliaua a ter ìnoglie,o no,ri^ fpofe,che o pigliandola o non la pigliando fe ne pentireb be, dicendo, f e tu non lap'gktu muerai/olo^non haraifi» g\[uoli.fpegnercaUcafatua,rcderaituoi beniuno jiraa no. Btfetula piglt,liarai in continua anfietajin contmuoi rimbrotti cr rammarichìi , faratti rimprouerata la dot* ta , i parenti faranno teco in fui grande Jiarai la feccag* gine dcUa Suocera intorno a gli orecchi , farai in gelo fa di coloro , chegliuanno da torno . Ne farai per que fo certo à^hauer figliuoli. N on uoUe Socrate , con ha* uerli ordinatamente prepofodcommodo cr Vmeommo dolche quelgiouanef rifcluc jje co fi prefo in cofa di tan taimportanza,come dolina cofapiaceuole .1/ medefmo» hauendologli Atenief,per laloro federata pazzm mi* quamète condannato a mor/e,er hauendo pref o dimano del Carnefice con uolto intrepido, cciiante la beuadi del VenenOydai Giudici fatuitali,ey’ gridando cr pian* genio la fua M.ogUe Santippa , che egli digia s^er apofo  ^Bicchiere a bocca con dire che e lo ammazzarono u tot to^gli dijfe. Aduque tu uorrejìi che io come colpeucle mo ri/si a ragione? Ograndfjf mia fapienzadi Socrate Jaqiu le non ft potette dimenticar di lui per injìno al punto de la morte. Di Solone. Vanto era prudente quel detto dì Solone ? ilqtiale ^giudicaua, ìAiuno^mentre che egli uiueua , d ouerjì chiamar beato,perche diceuaVhuomo ejferfottopcjìout (ino aW ultimo di de la fua ulta agli acciden ti uarij cr ftra boccheuoh di fortuna.La morte adunche e queUayche dir» chiara fe Vhuomo debbe ejfer chiamato felice^ 0 nOyla^ quale chiude il paffo a tutti i mali. 1 1 mede fimo, Uedeudo uno de luci amici grauementeattrijìarpylo condujfeneU laKoccad’ Atene,Qy di jfeliicbe guardaci tutti i cafamen ti, che crono dutorno,^ poi che eglil'hebbe fatto,dif^ fe,Penfahora teco medefvno, quanti affanni cr miferie ft ritrouino [otto quejii tetti, cr quanti giauifcne for» no ritrouatiyCT quanti per Vhauuenircfono perritrouar fenCyCr fahoramai fine di piangere, come tuoi proprij incomiuodi communi CTumuerfali . Et con questo modo di confolarlo uoUe dimoftrare, che le Citta erano alber* ghimiferabdi,de le calamita cr affl'ttioni deglihucmini. il meiepmo dìceuaje tutti glthuominiragunajfero aafcu noi fuoi maliin un\medepmoluogo:ne conjeguirebbe, che ciafeuno fe ne uorrebbepiu tofo riportare ^ Juoi a cafa,cheparticiparecon gli altri per rata. Pertiche con-» Jhiudeua,cheglihuomininondoueuano dolerp degliacct fidenti di Fortuna,come di cofa dura cr mfopportabile. BCiiB'ante Pneneo. lante,hauendo i nemid ajfdito lajua Patria Priene^ LIBRO CT tutti quelli jchc hunean potuto euitareiìpe ricolo de U morte^portandone con loro le cofedimctgs gior pregio CT ualorejendo dimandito.perche e^U/ug^ gendoliiniìemecongiialtri,nonlportaiu [eco cofaalcu na de i fuo: betn, rifpofe. Io ancoraìporto tuttii miei beni con cffo mcco,0' ben dijje il nero , perche i [noi beni gli dortaua dentro J petto,non [opra lefpaUeiey non fjpo tetton uedere con gli occhicorporali^majì bene con quel li de U mente fi patena comprendere quali e fi; jfero^per che^coDocati cr racchiup dentro a Inanimo, non poteuo* no ejferguajh ne rapiti da le mani degli huomini ne anco rada quelle delli ìddi[z7 p come e fono pròti c ama no di chi ne la fuu patriddimora^ cop ancora non ab ban donan oiquando l'huomo e corretto di quella a dipartirp. Di Platone Yilofofo. M otto hrcue cr tif oluta^nia di grandijjima fujìanzto,di ufarprma con unapublìca Meretrice, ale età prc* ghiere, hauendo il giouanetto ubbidi^o^ cr hauendo p ciò sfogato queli^impeto cr quello ardore,che labbrucciaua, ^ . prima con colei,con laqud e a fua pofa poteua ufare,aué ga che gli andajfe a trouar Paltra,gia [atto crripucco^ poco a poca uenne afpegnerfi in luiPardentifsimo amore f'kc e\jog!i portaucu , ‘ i ^ 220 I ^  f '• t Di uno che andana con PApno, ^auhjiato auuertUo AlejfandroKe de Macedoni j dàW^raculo^che nelPu jicir de la porta de la citta fa i reffe am mazziere il primo^che egli rijconiraua^ peruentu 1 rad primo ^che egliri/contro,fuuno:cheguidauaun Afi ( tiojcbmando adunche^che efujfe prefo per ammazz pf dando molto di quel mandato, non giirifpof e cofaal» > cunà,màmenatolofeco nell’orto con una bacchetta , che : ^thaueuain mano andana [mozzicando cr gittando d - rtJTd tutti i capi di quei Papaueri,cht tròno piu alti j che' gli altri, ilche referiló algiouanetto dal mandato , n'onp:- toPohebbeintefotalcofa,cheecomprefequel che il pa^ dreuoleuapgnipcare.CT conobbe,che e lo conpgliaua;o a sbandire, 0 a far morire tutti i principali della terra ^ Ef; copfece,ondehauendofpogliato quella citta di coloro,^ che erano piu atti a difendcrlaja dette in poter del padre\ poco mancOfche con le man legate;' ' • 5 ; Df RoTOrf/JÌ . . FV ancora con maturo conpglio , cr con profpero e^ uento proueduto da i noflri antichi, che haucdo ifri cefi prefo la citta cr affediata la fortezza del Carnpidom gm,&'conofcendo,cheloro foto per fame penfauano di efpugharla,uf orno un tratto aPutispmo,che moilràdó diuolerp tenere ctpfcuerare nel diféierp,da piu parte de larocafecionogitarpatienelo eferdto de nemiciidella* !  qnahofd Ibipi fottìi nemici^ CT crcdendop , che ai noflri aiunzaff ! grdti copia df uettouagliefuro corretti a ueni* re a gliraecordi.Certamcte^che alhora Gioue hebbecom puipon e deUa uirtu i e i romxni,iquali rie or f tro p foccor fo allaaliutia^Uedédo^chein quella firettezz^ cr necetpM ta di uiuere.gittÀuan 0 il pane a i nc wici,cr cop diede faln tiferò euen to a quél partito Jlquée no fu manco aftuto, che pencolofo.il medepmo Gioue dipoi fu femprefauo* reuoleagli a^lutiprouedimenti cr auuip de noUri prePà tifpmi capitani y per che gujjhmdo Hannibale un fianco de la Italia^ty V altro hauedo A5drubaleaffalito,acctocbe àccozzandop inpeme Vuno cr Inoltro efercito^non def* fero il tracollo a le forze nofirejequali crono molto fiac. chejy indeboUte, prolùdono a do Claudio neronecolfuo gnmedere da una banda cr Uuio Salìnatore delPaltra co lafua rara prudenza, perche Serone bauendonei Luca* ni ridotto in un luogo jhretto Veferdto di Hannibale , cr dipoi partitofidt campo con gran celerità cr fecretùpma mente,tdeche Hannibale p perfuadeua,che efujfe nello efercitoC perche laragion della guerra gh haueuaa far creder cop") ondo a dar foccor fo al compagno, che era molto lontano da Imì,0" Salìnatore trouandofi neWVm^ briauicino al fiume Nletauro,^ il difequente , hauendo ad ejfer alle mani co i nemici con graudispma arte riceuè dinotte Heronein càpo,hauédo ordinato,che i Tribuni da t tribuni, i centurioni da i ecturioni , i cauaJli da i Ca* ualli,c^ i Fanti apie da i Fanti a piefojfero aafeuno fenm ZaPrepito riceuuti,ej quel terreno,doue gli erono atten dati,che affatica era capace per unfoloef erdto. Henne 4 metterfene un'altro in corpotonde auuenne,cbe Hafdru* LIBRO hdenon feppe prima di haucr a fare con duoi p uaìenA Capitanijche egli prono con fno donnola uirtu delTuno cr deWétro,v cop raftutia Cartaginefe tanto nominata per tutto il Mondo, fu airhorafcornatadalla prudentia romana,hauendo dato in preda diUerone HannibaleyCr • Afdrubde,diSahnatore. BiQMetello confalo, u - Emorabile e ancora lo ef pediente , che prefe quinto ^^metellOyilquale^effendo Vtceconfolo in ifpagna, guereggjiaua co i Celtiberi,cr non potendo ef pugnare la citta di Trebia,capo di quelUj>rouincia,penfato cr ripe fato longamentefeco medepmo,che manieragli hauePe a tenere allapne trono modo di mandare ad ejfetto ilfuo dif egno, con quepiPratagemLFaceuacoPui marciar l e* ferdto^conducendolo borain quefio bora in quell altro paefejboraoccupMaquedi monti bora quegli aUrùOn^ deniunonedelVamicinedelliinimicipoteuadi do penajfo conVe* fercito in Affrica, per reprimer e la paura con U paura, . erlauiolenzaconlamolenza^crnonfufenza effetto, perche fmaritip i cartaginep perlafuauenuta a Vimpro^ uifOfUolcntieri ricomperarono fe medepmi con l iherare ì nemici,o‘ conuennero,cbe nel mcdtfmoiftante i Sicilia ni fi partijfero d^ Affrica, CT gli Affricani di Sicilia ,Cbe fe Agatoclefuffe fiato fermo in Siracufaadifenderp,Si* racufa farebbe fiata oppreffa dalla calamita della guerra, Cr Cartagine fi farebbe goduta in pace CT tranquilita,mà nel muouer guerra a quelli ebe a lui mojfa Vbaueano , cr nel andare ad offender piu prefio gli altri , che é fendere femedcpmo,quantoeglipiufaalmenteprifoluealafcia re il proprio Kegno , tanto piu ficuramente lo uenne 4 ^ ricuperare » DiUannibale» CHe diro io di Hannibale.Uqude hauendo molto be nefpeculato lo ef eretto de Romani prima che egli ueniffecon loro alle mania canne ,con molte c^utie CT lacciuoli inuilupdtilijgli conduffe a quella efirema calami^ tOylmperocbe ejfo primieramente prefe il uantaggio del Sole, tenendo m odo, che quello, cr la poluere c che qui' uiingran quótttaperil tirar de iVentie folata dialzarp) FF I  f «cnrjjc 4 dnfnd uif o.aiK ontani , appreffo ordino , che parte del fuo efercito quando la zuffa era appiccata , in pruoua fi meUeffeinfuga,onde partendop. una banda del lo efercito Romano per dar loro addoffo^gUconduffea dare in una imbofcatOyche quiui uicina haueua fatta, dalla quale tutti furono ammazati,cr pnalmente mando quat trocento cauatlijquah.fingendo d'efjerp fuggiti da Ha* nibalcyp rapprefentarono al confolo R ornano, CT com4 dato loro, che fecondo il coirne defuggitiut ,depoPe Varmcfieffcro nell’ultimo della battaglia, loro prep cer* ti colteOiychegli haueuono afcop tra la camicia er la co'* razza andauono tagliando dì dietro lecoggiunture delle ginocchia a i Romani mentre che e combatteuono , Que He furono le prodezza C ualenterie de Cartaginep or* mate diinganni,aftutie,cr tradimentiyìlche e grande fcufa ala uirtu dei Romani d’effere Rati in tal modo aggirati con inganni, perche nel uero p può dire,che e f afferò piu prePo ingannati che uinti, .DELLE REPVLSE, Cap, V. L diàìUrare qualpa la natura del po polo nel dijkibuire i magiRrati , nel campo Martio,fara un preparare gli animi d coloro,chep danno alla am bùione cT gouerno della Republica afopportarepatientementefecopfa almente non otterrann o alcunauolta , quello che gli ha* •ueffero addomandato,perche poPo loro dauonti a gli oe cUhuominieccellentispmiefferepati recufatic nbattu ti, conofcendo ^ehee non ne può auuenìr loro maggior ilishonore,ehe a questi fi fia ctuuent4to fi come gli andran . no piu rattenuti cr piu aiuti nello addimandare^cofi anco ra terranno in memoria non efferfuor deWhoneflo , che datuttiinfieme fia dinegato adun folo qutdche cofa, ha* uendo molte uoltegUhuomini priuati giudicato ejfer le* iitOyche un foto fi opponga aU a uolonta di tutti yfa^en* do ancoraychefi debbe cercare di ottenere con la patien Z^tqueUOfchenonfiepotuto ottenere con f onore» Vinto E/ro Tuberone,pregato da Quinto fabio^ (he nel conuito^che egÙfaceua al popolo R orna* • no per la memoria di Publio Africano fuo zio uoleffe parareil luogo del conuito,prefe Lettaci alla Cartagine* fe^ej gli coperfe difopra con pelli di CaurettOyCT in cam bio diVafi d* Argento orno la Credentiera di uafi di ter* fOyilquale ordine cofi uilecr abbietto dette tanto nel Nd* /o alla moltitudine,cheejJèndo egli per altro tenuto huo mo fplendido cr generofoyCT comparendo in capo Mar tio, nello hauerfi a creare il Prctore^a domandare infieme con alcuni altri tal dignità, fondatofi nello fplendoredi tucio Paulo fuo Auolocrdipublio Affricano fuo zio materno, fe ne parti fcomato cr affrontato,percheino* fri antichifficomeglieranoin priuato parchi CT continen tiycofi in publico teneuongran conto di comparire fplen didicT magnifici. Onde la citta nofira,non reputando, che foto quel numero de conuitatifuffe feduto foprale pelli di cauretto ma tutta la citta infieme,fi uendico di quel la uergogna con lo fcom o,che Vhebbe dipoi a fare in ca po martio a Quinto Elio Tuberone, Di Q^Elio Tuberone. Di P. Scipione Ncfica» FF a LIBRO PVtflio Scipione napcahuomo pred Della Citta di R orna» A L tempo, che Gèo Mario cr Gneo Carbone erano ^Confcli,& tra loro cr Ludo Siila fi combattcua, nel qual tempo non fi ccrcauaconlauittoria di far acquifto a la Kepublica,ma effaKepub, era il premio del uincito re,per partito del Senato fi fonderonotuttiiuafid*Qro cr di Argento,che crono ne templi fiacri, perche non mà Caffiero le Paghe ai Soldati.i^eluero VunaCT Valtrapar te haueuagiufi a cagione di/pogUare i Templi dellt Iddij, per poter dipoi. future la fina auddtaconilcondamiare ' CT torre i bentai lor CutadinuÌ!ion furono adunchei Senéoriicbe fiironodiftender e quel Decretotmafu [enti t 1 6 to per cotiMiiamento de U atrocijfmd et crudelijftm ne cejfttiL Del Diuo ìulio, LO eferàto deldiuo Iulio,cioe lainuittadefìradelo in uitijfimo CapitanoJìMendo con le fue forze chiufd intorno cr affedUta U citta di Nlunda in ìfpJgna.O" ntan candoU materia da fare gU Argini er i Badioni^prefe i cor pi morti de inemicif er podoh Vun (opra V altro gli alzo da terra tanto quanto euoUetcr mancandoli Pali gagìiar dhper ficcare intorno aidettiripan cr fortificarli a gui fadijieccatofi feruideVarmiinhada^aU RomanacT4 la Pranzefe. De la cui nuoua maniera di fortiftcatione la N ecejfitanefu Cap o maefiro, DelDiuo Agudo. Et perfoggiugnerelaDiuinamemoriadel figliolo a quella delfuo celefie padre ^uedendofì che Phrate re dePartiyfìauatuttauiaperifcorrerecr ajfaliréi Paeftet le Prouincie /ottopode alnojlro imperio, cr ejj'endo an ‘ cora tutti fottof opragli altri Paejì a quejle conuicini per haiserpre/entitocoft fubiti tumulti armouimenti di guer ra^uenne tanta careftia di uettuaglie lancio ftretto hof/o rano,che iluafodeWolio puendeua feimila danari per ogni Medio di Frumento fìdauauno Schiauearin» contro , mala diligenza di Agujio\fotto la cui tutelati Mondo all’hora figouernaua,prouide a quella grandijjì* macarejìU DE GLI ESTERNI. DeCretenfì» *^f On hebbero quejio foccorfo i Cretenpjqualihaue doliMeteUoajjmvicrcondottiaPultima necejjf ta,conUloro orinaci con quella de le Giumente no mi 5 J r  tigitròno UfctrMd per parUr piu correttméteUafpreg giarono cr incruieUrono^perchehauendo paura dincn elferutnti^fopportaron quello^cheUuincitorenon bareb he fatto lor f apportare. De Sumantinl, Ifjumantinicircundatidagli Argini CT dagU Steccati à Scipionejìiumdo coifumato tutte quelle cofe^co lequali fi erano potuti cauar lafameyalVultimocomirm ciaronoa feruirfi per Cibo deU came'humana:ondefcn dogiaprefalaCitta^fene trouoron molti co i pezzi in terra di quella maniera . Ala fu cagione quefto /peetacolOfCbe Leto Tribuno de la Plebe, con tl cenfen» GG ini LIBRO fo di tutti^cotttitndOychiGalriniofuff'e abolito CT litew tiatotdcctoche e fujfe effttnpio AgU aUn^che ne te profp^ r ita nò Jtlafdafjerouinceredalafupfrhia'.O’ neleoMier fìta nò jÌAhbandonajTeroAlche ancora pcrUnarratione^ che fegiùta parimente fi mamfe^A. Di Appio CUudiQ» Appio Claudio ,nd qudenon fo qual debba ejfer reputato mag^ior^òil difpreggto , che egli fece de Ia religione, 0 la perdita,chegb arreco ala Patrunperche quanto a la religione j difpregmi coftume antìdrjfimo di queHd,qiwito a la patria perde una bcllijjìma armatale f « j_endp accufato datutniial popolo,cbe ejruforteméte iae* guato contro diluL,allborA,checiafcuKo penfauA,cbe.eHQ la poteffe campareyamodo alcano,uenne da cieloin unfit bìtounagrofsaacquatUqudefu cagionetchee fuf$e kbe ratoipercheànterrottaper aÌihòra,Uc$faì tfPU upUfirp» poi metterai piu (e mamtcome /epròptiogli iddij gU ha* uefseimptditt. Et cofi cglui iLqualebttempejia del mare hi ìtcua condotto dauantialpopoloa fentètiarp, quellàdel eieiolo libero da quel pericolo», • Di Tutta Vergine Vefl^e» j • • » I «Tvl fimil maniera fu liberata T utiay ' Vólto flauio efjcndo aerato donanti d popolo . Gaio Valerio Edile tCr condannato da quat ióriiciTtibu.grido che era fententiato a tortO iélqude Valerio medéjimamettte gridando rifpofe , che a lui int/ portano poco fee tnonua a torto o a diruto pur che emo jaffe^Lceuicoft afprecruiUe iie parole gli feton uolt'àe in f onore tutte PaltreTribu.creofi coiìui bauendoabbat , luto £T sitato in terrailucmcOyUoleiidoU porre il pi^ r.3 iéinfuUgoUjfti cagiont,chc ejjo fi rthebbtyfsr Vaci^^odtUauittoriarmafeptrdiiorg, DiG.Co/conio. . •pT ancora Gaio cofconio accufàto per laUggc Seruilia per infiniti CT rui dentisfimi [mi delitti fcnzà alcun duhiocotpeuoleju difefo dateniutrfi di Valerio Valé tmo,cht rhaucuaaccufato,iqudli furono recitati dauanti ji igluéci , doue con fintione poetick fi conteneva effere fiato corrotto da lui un giovanetto cr unauergme nobili avvenga che ai givdiuparejfe cofamoltoiniqva,attribui telau\ttoria a colvubenon meritava riportarne Vhono redellldtrvifpogUeyma che altri di Ivi le ripórtaffe . • F» addunque tpaggiqre la condatmagione di Valerio per effere fiato ajfolvto Cofconioychenonfv l'affolutioheé CofconÌOycbemeritauad!*effcrcendannato. Vi Aulo Attilio Calatine, ^ Arler o ancora di coloro, iqvah meritando la m orto peri loro delitti CT fceleratezze , furono ajjoluH per lo fpleiidore er chtarezzvdei Parenti.Avlo Attilio calatiho,per haucr tradita la citta di Sera, accvfato O' ili tupcratogratìdemente,flando per efjere condannatbfu affoluto , mediante alcune parole, che furono ufate da quinto fabio masfimo fuo juocero ,ilquale diffe , chefe glihauejfe creduto, che fi fuo generò haueffe copimeffo ■ un fimileecceffo, bar ebbe disfatto f eco il Parentado. Bt cofi il popQlotche di gita haueua deliberato CT fermo nel Inanimo fuo di condannar lojfiando fene foloólpareredi '^Quinto, lo afjolue, giudicando cofaindegnanoh darfede a le parole di colui ,alquale , egli fi ricordava , ne i rnagm gior travagli dtUaKepvbhca,hauer con faluudi^elU  2jS còtnmèffoil fuo tftrcùo. Di M. Emiho Scmro, • MArco Etmlio Scauro ancoraacckfatOyporhauer dato mal conto itila Juaammin^firationcycon fi deboli et fredde ragioni compari ingiuduio a difender fitchc dicendoli Caccufato're^che egli poteua produr con* tro cento ueTUitejhmoni fecondo chela legge ordinaua, et che era contentOjche efujfe ajfolutojc egli ne produ ceuaaltrettantiin fauor fuorché dice jfero cr ttjbfiiaffe rocche e non haueuarubato cof a alcuna nella prouinaay non hebbef acuita ne modo di poterfi ualere di quei buon pattiycheglifaceua Vauucrfatio ,fu nondimeno affoluto per l^antua nobiltà fua^v per la buona C fitefea me moria del padre. .. Di Cotta, MAyp comelofplcndore degli huomini eccellenti hebbe grandisfima forza in àfender quelli, che fi trouauano accufoti per lor difetti cr mancamenti , cefi non hebbe mo Ita autorità nel fare, che cf afferò gajliga* ti,anzilohauer loro acerbamente proceduto contra di quelli fu cagione molte volte dtfajitaffoluere,Luao Sci* pooneEmilianoaccufo cotta daumti al popolo, ^ben* chetale accufafaffe di grandisfima efficacia contro al De Imquente ( per ejfer èatii portamenti é quello molto fc Aerato cr che taf afe Hata fette uolte differita CT prò lungatam fuo prcgiudicio ,non dimeno Pottaua 'uoUa, che compari dauanti ai Giudici fu affoluto, pcr^ che etfi dubitauano condannandolo ,chce non paref* [e^heeVbauefferofattoa compiacimento dcU*Aecufa* torepeffercgbpfona di grande autorità, immagmomi LIBRO che esjì pudici parlafjero netl^animaloro in colai ^uif,fu manfueto giudice, V Sergio Galba,\ j E sfendo accufato Sergio Gdba cr con pungenti, & efficadpurole molto aggrauato dauàtial popolo dà Libone tribuno de la Plebe,cbe effendo Pretore in ifpam giiahaUeUàìnorto. fitto la.fedeun grandiffimo numero, de Portoghepycbe figli erondati, cr bauendo f opra tal acca fa parlato Catone,cbeeragiauecchio cr conforma* top con Poppinione de i Tribuni cr qaeUa approuando, come ^gh nel libro de le [uè origuù affermo, conofeendo Sergio nenhauer remedio alcuno del tutto abbandona* tofì, piangendo comincio a raccomandare 'alpopoloifuoi piccioli figlinoli, CT il fi&tuàio di Gaio Stilpitio Gallo, juo nipotc.cnde mitigc^o d popolo,cT uenuto in. copafu •V ^ flòne dìiuiìftr ejferjì tanto humiliato^Cf' Tàccomandato'^ que^OfChe negli animi de lo uniuerf ale eradigUfenten ttato a mortetHon trouo quajì alcuno^cbe no gli fujfe nel rendere il partito fauoreuele. fu adunche in fauor di GaU banon Iagwftitia,ma la mferuordta^chefu quellatcle lo dtfefe, perche non potendo ragioneuclmente ejfereaffo» tuto^per ejjtr colpeucle^fu liberato perla compaffione, che fi hebbe de fuoi figliuoli CT n ipotu Quello che feguità e molto conforme al fopradetto. Di Aulo Gabmio, AVlo Gabmio accufato da Goto Memmioper grauif fimi delitti^ty trouandofi a dif erettone del popolo^ iche Vhaueua a giudicar e,tr a già quafi del tutto difpercUOf perche l*o€cUjh^che gli era fattacontro ,era fondata fp* fra gagUardifiime cr ualidtff mi ragioni,cr quelle che ef fo adduceuain fuadefenfione crono molto deboli crint» ferme^tr quelli che haueuono adare la fententia , aceefi da grande ifdegno centra di lui,pareualor miPannidi co dannarlo.Haucua aduncheil mifero dauaiuia gliocchijl Crppo,c7 la Mannata^quando eccola Tot tana fauorem kole^cbeio Ubero in un lubtto da tutti quefii fofpetti CT pericoli, perche SifennafigÌMolo di ejfo Gabiniouintù 'dalàpaffionediuedereil padrein pericolo de lauitOyCO* me una cofa pazza vfuriofa^figittogmocchioni,ai pie diMemmio,pertrcuaruenìacr cempa/sione perii Pam dri appreffo dicotm^che di tutto d male era fiato cagione, HiaPauuer fario tutto turbato nel uolto^con tantafuperm bialo nbutto,che ne lo fcuoter de le maniglt ufd PAnet* lo dt dito,et f DpportOychcil pouero Ciouaneftelfelm grà ' pezze in terra di quella maniera . Ma fu cagione quefto fpettacolOyche lelto Tribuno de la Plebe, con il confetta G'G fili d: LIBRO fo dituttiycomàndoycht Gabiniofuffe ajfoluto crtkeM tiiUotdccioche e fujfe cjfempio agli altn^cbe ne pzofpc rlta noflla/ciajjtro uincere di U fup^rbiaicy ne le a^uer (ita no fi abbindonajf&o.llche ancora ptrlanarration^^ che feguita parimente fi ntamfeila. JDi Appio CUudiQ» * A CWio ,ml qiidtnon fo quai debba effer reputato mag^ior^ó il difpregpo , che egli fece de Urcligione,o la perdita^djegli arreco a la Patriaiperche quanto a la religione, difpregioii cofiunte anticlrffimo di queUa,qtWito a la patria perde unahdliffma artnata^ej^ fendo accufato damanti al popolo^cbe eruf orteméte tae^ guato contro dtlm,r tgUfd^ Vdc^ijìt^dtUauittoriarimafepirditore» * DiG.Co/ccnio, . •pT ancor A Gaio cofconio accufàto per la legge SeruilÌ4 ' per infiniti & euidentisjìmifuoi delitti fcnzà alcun dubio colpeuoleju difefoda cfniuerjt di Valerio Valè tino,Sé rhaueuaaccufatQ,iquali furono recitati dauanti A igluéci , doue con fintiqne poetick fi conteneva effere , fiato corrotto da luì un gi ouanetto cr una uergme nobili auucngacbe ai giudici pareffc cof amolto miqua/atribui reta vittoria a coluUhenon meritava riportarne Vhono redeWaltruifpoglie,ma che altri di lui le tiportaffe . • F» addutique maggiorejacondannagione di Valerio per ijfere fiato ajfoluto Cofconioychenonfu l^affolutione di CofconiOjchemeritouaiPejfcrcendannato, ‘-r w* ViAuloAUiiioCalatino, ' Aria 0 ancora di coloro, iqùali meritando la morto t periloro delitti fceleratezze ^furono ajjoluH per lo fpleudore cr chiarezzadeiParcnU.Aulo Attilio calatino.per hauer tradita la citta di Sera, accufato CT iti tupcratograndemenie,tìando per ejjere condannatbfu ajfcluto j mediante alcune parole, che furono ufate da quinto Pfibio masfimo fuo Juocero,tiqualediffe , chefe gli hauejfe creduto , che fi fuo genero hauejfe co^fimeffo unfimile ecce jfojhar ebbe disfatto f eco il Parentado, Bt cofi il popolesche di gjia haueua deliberato CT fermo nel Inanimo fuo di condannarlojfiando fene f olo al parere di '^Quinto, lo afjolue, giudicando cofaindegnanoH darfede a le parole di colui ,alquale , egli fi ricordava , ne i tnag* gior trauaghdtUaKepubhca, hauer con faluudi^elU r 2jS cdtnmkifoilfuoefercito, DiM.EmìltoScauro» MArco Emilio Scauro ancora acckfatOy per hautr dato mal conto della Juaammin^fiirationcyCon fi deboli cr fredde ragioni compariingiuduio a éfender finche dicendoli Vaccufatore^che egli poteua produr conm troxento uentitejìimoni fecondo chela legge ordinaua^ Cr che era contento, che efujfe affolutoje egli ne produ celta altrettannin faaor fuorché dice jfero cr ttjbficajfe rocche enon haueuarubato cofaalcunanella prouincta, non he bbe facilita n e modo di poterjì ualere di ^uei buon pattt,cheglifaceua Vmuerfano ,fu nondimeno ajfoluto per PanUca nobiltà [ua^ej per la buona V frefca me mona del padre, DiCotta, MA,P comelofplendorc degli huomini eccellenti hebbe grandispmaforza m éfender quelli , che fi trouauano accufati perlor difetti es" mancamenti , cefi non hebbe molta autorità nel fare, che efujfero gajUgam titanzi lo hauer loro acerbamente proceduto cantra di quelli fu cagione molte volte dtfarkaffolu€re,lMao Scim pione Emiliano accufo cotta dauantt er Lucio seftdio.  Via 240 VoWoyCT iMdo ScjhUoTrimtdrt\per elfer eórp tardU ft^gnere il fuoco ,chef\ era appiccato neOa uiafacrJy fm do fiati citati dauanti al popolo dd Tribuno della ‘ /ubito che e comparirono furono condannati , » Di Publio Biblio Triunuiro, - ' ^imilmentePublio Bdio uno dei tre deputati a far U guardie la notte per la citta.accufato da P. Aquilio Tri buno della Plebey^ dalpopolo condannato, perche era fiato negligente nel far le Cerche la notte per la citta» Di M.Bmdio Porcina, F V égrandisftma feuerita quet iùdido del popolò, cheeffendpaccufatò n.Bamlio PorcinadaU Casfto di bauere edificato nel contado Alfino una cafa in luogo ^oppo rdeuatp , la condanno in grànditjìma fomma di danari, DiunCondann^iUo, On e da trapajjar con plentio la condannatone di coluiyilquale amando troppo ardentemente m fuo ragazzOfpregato da lui in Viila,chefacejfe apparee chiare a cenaun Lamprcdotto di Bue , non fi f accendo c^eM Bue in uicinàza,nefece ammazzare unó di q/iet U che arauono il podere, per contentarlo , cr per tal cém gionefu accufato cr con.dawiato,cr ciò gli auuenne^er effer nato in quei tempi alla antica, che hoggi di^nfe ne /crebbe tenuto conto alcuno, Di una donna, che ammazzo . o li Madre, -à \ j^t^chorp parlare di queU i,che cafcatiin pena della uU td^on furono neajjoluti,ne condannati, fuacufiua dì uàzl^ Mirco popilio lennatePretorcuna certa donna, che co un pezzo dilegne baueua morto la maire,dtìla^ fiV r. , is>rB R. o . iófanon fi diede fenHntu ne in prò ne in contnr, perché era manifedo^che noffitdd dolore de ifi^uoli,che dd* Umdrefua^p^r cdtv,^eUteneuafeco erano flatiauUc lenatiÌhaueu4MeùMc^o)hmÀ, fceUratezz^i conMdtral Vuno deiquaUdcìitiifugiudioàto indegno ejjfcrt affolfé tà cf Vétro d^ejJerpunUaìf^i'ì ‘ ^ ^ P , . . . - • « ^ . -V •V ■ tTj ^ Dimà Dottna^'mmazz^ ’ xM .-r. .v.MU-marUo-^ X T^pmdeckfòf^t,cbeDolobelUvicenifòl^^ ' V VAjtayhauendone n'dtr fententUfietto^é^nto con VanimofofpefchVpa matronadi Smirnehanea nfor* toiLmmto cr d figfiteold,perbauer ritrotMtOy che da h ro era flato occifo unfmfiglittóh;gióuane mtnóf cf • dèotfinrsifpparenz^éje Vbóueuahamto del pròno nta^ rùa^ioptd coJatappOTma dottanti à DolobelU la rime/ fein Atene dgiudùiodcgUArCopagitUpereheegltnon firifobteua diajfoluere éoiei^khe hmeffecmmlJh duoi homiàdt,ne iadtrahanda punirla, battendone hauutofi giaflacagione.Dolobella in uefo'coìne Viceconfolo cr Konmo,procedeintdeafò molto eonfideratamenteo’ tontnmfttetttdine,manemor4fgli Areopagitip gouàra narono in do manco prudenteniente,iqudi conpierató cr difcujfodcafOyintpoféroAltré^ era la accu fata,che dì qém a cento aftnitorhajfero a loro mosfi dd inedefimo affetto,chcDfi i^uHacr V a^a 'parte trottò maniera diìwnhattère a dare una tdfentén* ìcatT>dobelU conrimetterla agii AriopogUi Et gli Ario 'pagàkol differirU ^ ^ * - degmiid  24t DE GJVDICII PRIVATI. ' Cdp. II, ‘ ^ Di CLmdio CenturriAlo, ,) I QiucUcij publici aggtugneremoi prim u Op. III. DiAmtfia ^ Ataccre non e ancora di quelle Don ne lequM audacemente dauand a i Magijtrati difefero in perfona le lor ragionici d*altri,non bauen* do ri/petto ne dVefser Donne, ne al* IhoneBa , che a la StoUa,che in dofio portauano,fìruercaua- Amefìaaccufata dal Pretore dtf e felefueragionicongrandifsimo concorfo dipopolo da* uantiai Giuàci, che efso pretore Ludo Titiodauantial fuo tribunale haueua fatto ragunare^ZT hauendo animo* famente,cr con grande artificio u/ato tutti igeili ermo di di diretchefi ncercauano qr importauono alafua dife fa,fuafsolutaalprimo,ne hebbe qfi alcuno diquei^udi ci in disfauorè. Et pche ella rapprefentaua in habito di Do naVàio uirileiera chiamata Andtogtne,che uuoldire una DonaMafehia» Di A ffraniamog, di Liei Bruttionc» G Ma Affranta moglie di Licinio Bruttioe: molto prò taa littgare,difefe fempre le fu e ragioni perfe me* defimadauàti al pretore, no perche gli mancajsero Auuo eatiftna perche era molto ardita cr fenza uer gogna, perdo mettendo ogni giornoa romorei Tribunali,diuc neil fuo nome di maniera irf^me, che uolendo ancor og gi dire aduna femitM,che L^esfauiita etfenza uergogna, /egli dK€,Gaia AjframaMoricojietaltempo di Gaio Cc fare la terza uoitOtCife e fufattoConfolo,ZT da Seruilioz fkefy lafecondOfCbee par molto pm conuenietUe dar no I  24^ titìd dd tempo^ che mori un jimil M ojko, che del ternm poin che egli nàcque^ Di Hortepa figlio. di Q^Horté. Et HprtenpafigliuoUdi Quinto Hortenpoxeffendo le gétil Donne Romane da grandiffune grauezz^ opprejje da i Triunum,ne bauendo ardire perfona alcu* na di prendere la loro protettione, parlo ej[a in perf ona donanti a effiTrmuiriindifefafua cr deWaltre molto animofamente^cr con grandiffma efficacia , perche fen^ dop in lei riconofciuta l^eloquentia del padreiottennegra tia de la maggior parte de danari.che crono fiati loro im* pofii. Quinto Hortenpouennea refufcitare in perfona de la iigliuolayCrgli diede lo fpirito cr le parole, ma la eloquenza degli Hortenpi,termmo inpeme con Voratio* ne di cofiei. llche non farebbe feguitoife i defcendètid^n tato Oratorchauejfero uoluto imitare le uejh'gic di qllo' DELLE ESAMINE ET , - inquiptionù . ^ ; »Tf er parlare apieno di quefia materia 'iudiciaìe,parleremo di coloro a i quali: lefaminati, no e fiato creduto dai Ciudi jcijCr di qUi ancora a iquali e fiato creda Ito fenza copderationeJcua.Ad un fer }uo di Mar, Agrio,Argé,fu oppojto che gli hauia tnprtoAlefferuo di Tito Fmio,etptal cagione tprmetuato dal Padrone, confejfo cr raffermo cop effer. la ueritOyOnde datolo in potere diPanniofugiuftittatoi et di quìuiapoco tempo colui,chepenfauano ejfcre fiato da lui ammazzuto,torno a cafSfti Di P. Craffo, E S fendo pubUo Graffo andato in Afia capitano, a de* bellare il Re Ari/ionico, fi diede tanto a la intelligen za de la lingua greca,cheparlandofi quella in cinque mo di in tutte le m, miere Vapprefe benisfìmojaqual co fa gli acquifio affai di beneuolenza tra i Confederati del popots lo Romano^perchein quella lingua che e ueniuonodaud tialfuo Tribunale a domandar ragione, nellamedefima rifpondeua cr daua ifuoi decreti DiRofciOp uogliamo trar del numero di quefU, ancora R 0* fcio,f empio chiarisfimo deVarte Scenica,Uquale non mà hcbbe ardire di ufare ogefìo 0 atto alcuno di perfont in prefenza del popolo, fe egli prima non s'era pronità in cafa.Onde queSi^arte non nobilito Rofcio,ma effo no* bilito Parte,CT non f olamente s^acqutdo il fauor del po^ polo,ma ancora Pamicitia de principali della citta, Que* fiifono ipremij di chi e aUento,foUecÙo,cr perfeueran* te in talifb*dij,mediante iquah non fora fiata prefuntione che uno Hifirionepsiameffonelnumero disi fatti huo* mini, T>egliEfiemi.diDemofiene, j^Rdgioneuole,cbe la induca de Greci per hauer gio* *^uato affai alla nofira,gu^H ancora il frutto deHelan» ncl€Uer€,Demofien€Ctl cui nomcperuenuto M orcc* OTTAVO ^8 iictro^deUquide fette poteffe uenire a cdpo^ehe egli et nel tempo, che fi conueniua,cr conpreHezz Di Appio - - Direi, che lofpatìo de la uUa (eAppiùfujjeJtatotait to^lianto egliuijfefenzd ejferpnuodeHume de gk ccchi^ddquale flette priuato una infinita j I ^ :  ro profejfionejiqudli nonprefmnmono di fc medepmì^ cr che di fe parlando moderatamenteyO' quando hanno a parlare d^dtri lo fanno con rijpetto cr prudentemète. Di Platone fdofofo , : I L mede fimo pUe tenne PlatonejUqudCy fendo ueniUi * * a configUarpfeco coloro^che haueuonó prefo afabri careilfacro Altare, del modello^ cr forma di cjfo,éjfe loro,^€ andaffero ad Euclide Geometra,K!T coptienneà cedere alla Scienza anzi a la profejfione di EucUde, • DeUi Atèniep,^^ difione» D AUegrap Atene ddfito Arfanée, or meritamente, . ^^perche un tale edipcìo, et per la bellezza CTper la fpefa,che ui ua dentro, e cofa marauigliofa. Varchìtetto» re del quale chiamato Pilone p éce,che nel Teatro rende ragione deldifegno di quepafuaopera con tantagraHaet eloquenzat^he quel popolo, ilquale naturalmente e elom quente,attribui,non manco laude alafua eloquenza, che aH^arte, Diuncerto Artepce, 1^ Arauigliofamente ancor arifpofc ApeUe,che foppor ^to patientemente tPeffer riprefoda un Calzolaio de le Pianelle crfibbie,d^unaimagine, cheglihaueuadipìn* ta,cr uolcndoil medepmo riprenderete gambe ancora • di ejfa pittura,gli dijfe,chealui non$*apparteneua parlm piufuychedelefcarpe Della uecchiezza* Cap,XIIIh A uecehiezza ancora condotta aU^ul* timo fuo termine, p e uifia in quePa me depma opera tra dquantiefempU di queUi huominiecceUentifp orlando de lainduPria,trattereme ,non dimeno ancora in quello luogo parttculannen  1^8 ie^acaochee non ffoia,che noi hMUm micato di far mi éonodi quella part€:allaqualc gli ìddij furono tanto pro^ pitij crfiuorxuoU cr per darli ancora con lafperanza di potere fempr e utuere piu qualche anno , come un ba&on cr fojlegno di ejjauecchiezza,ai quali appoggiandoli^ cr cotfiderando ala felicita de gli antichi uecchi fi um con piu contento cr aOegrezza.Et per cóh fermare anco ra la tranquilita dein ojirofec olo^delquale in fin o a qui niu noejlatopiubeatoycon quella fperanzachegUha cheti n ojiro ottimo principe habbia con [akte de la no^ra CiN talungo tempo auiuert yprofperando fetnpre dibenein meglio. ^iM.ValerioCormo, MArco Valerio Cornino fini il centepmo anno cr tra il primo cr il Sejiofuo Confolato uifu quanti annxjcj' nonfolamente gU baflarono gagliardamente t$ forze delcorpo intere CT fané ad ammiiujirar le coft piu importane de la Kepublica^ma ancora a.cultiuare diHgen tijjimamentele fue pojjefsioni; efempio certamente defi» dcraPiUfC^ quanto a lo ejfer Cittadino cr quanto a lo ef fer padre di famiglia. • Di Metello. Vlffe il medefimo [patio di tempo , M etello,et quat Uro anni époi,chegU erajiato Confolo cr Capita uoifeudo (iato creato già molto uecchio pontefice majfi/ mo^hebbe laCura de le cerimonie cr celebratiohide gli diuimuciuiduqt anni f mantenendo fempr e la uoce chiara cr e/pedituMe inaigli tremarono le maiune lo axn tnini^rare Le cofe pertinenti ai [acrifiaj,' QDi Qjcabio Majfimo, Vnito Fabio Majfimo ef eretto Fuficio Sacerdo* KIC il i • ^ LIBRO tiJedtrU Auguri fejfantaduoi anni hauendo ottenuto tal égnita che glieragia ne Veta uirile, tale che connumerm do et coput^oinjìeme Vuno e^Valtrof patio di tempo, uerranno a fommare quajtil numero à Cento anni, ■ ] Di M, Perpenna, C He. diro io di Marco Perpenna^che foprauiffeatul ti quelli Senatori^ che al tempo del fuo Conf alato fi crono ntrouati aconfultar [eco ne lefacende de la Re» puBlica,crdatui erono dati dimandati del lor pareremo’ Setteuide folamente ejjer rejiattuiuidi quelli che furon da lurclettiSenatoritquandofu Cenforeinpeme con Lum cioFilippo, onde lafuauitautnnead ejjer piu lunga di quella ditutto il refto degli altriSenatori,che crono mor ti Di Appio - -- Direi, che lo [patio de la uita Appio fujfe fiato tan toqiumto egli uijfe fenzd ejfer priuo dellume de gli ccchijddquale flette priuato una infinita (Pannhfe egìi,an cor che t'fiiffe condotto in quella calumita^non hauejfe ua toro/amètite retto CT gouemato quattro figliuoli mafchi CT cinque femmine^zT ungran numero di fuoi partigiani €T CbientuUfCr la Republica ancora . Pw oltre,trouan* dofigia aggrauato dagli anni,p fece portarein Lettica nel Senato per dijfuadere lapace uituperofa , chealhorà fi trattaua con Pirro Et chifaraqueUo,che chiami Appio Cieco^chefi dalungeuide queUo,che a la patria era utile cr honefio,etfu cagione cheefsauiprouedefsallcheper femedepmanonuedeua, ^ Di Liuia móglie di Kutilio,diTerentia moglie di Ci ^ M cerone, ér di Clodia figliuola (P Aulo, Olte donne ancora uifsero longo tempo, ma farle roSycioe de la Senettu, doue afferma , che il Re de Latini uijfe ottocento anni.Et acciocbe e non pareffe,chefuo pa drefuffe trattato fcar[amente,gliconfegno in [uà parie fecento anni, DELLA CVPIDITA DELLA Gloria, , Nrfe habbia origine la gtorÌ4,cr qua U ellapa^o perche ui fi debba acquiti ftarla,a’fegli e fi meglio non ne te* ner conto , come cofa Ma uirtu non necejfarta , penfinui coloro Jquali co , f^^uno il tempo nella fpaculatione ima cofano- a t quali ancora e fiato conceffo dipotere KK Hit  eonelo fi uentffe a fpegnere, imicàdo lo esèpio di Fi l ia , che nello feudo di minerua ut comejfe la jua effigie, di maniera,chefcomcttcdoft,fiuem ua a feometere tutto lo feudo. Degli eflernidi temiiiocle, 1^ A poi che egli fi dilettaua di andare altrui immitàdo, ^piu prudentemente harebbe fatto ad imitare l^ardoa re diTemiHocle,ilquale dicono, che agitato cr traua^ to dallo {limolo deuagloria.Et per do non pofandomd la notte,cr domandato, perche cofi a quell ^horafuffefuo ra di cafa,rifpoje. Perche itriomfi di milciade mi tolgono il f onno. N on e dubio,che Maratone Artemifia cr Salo* mina,chedoueuano dipoi ejfereiUuIìrate con fi h onorate uittorie,cr in mare CT in terra tacitamente lo innanima* nano cr accendeuono.il medefimo andando uerfo tlTed tro,per ueder celebrare lefefie Sceniche , cr domandato qualuoce di coloro,che haueuono a recitare, credeuache fu jf t piu per aggraiirli,rifpof eaHhora: Quella che me* / /  2(52 gUo cantandoli fapeffecfprimereVdrte^che io ho tenuta CT la prudenzajche io ho ufata inguerra,cr nelgouerno dcUaRepublica.Etcojì uenn'e quapyCome cofa lodeuole, a render gloriofa la dolcezza > che Vhuotno ha della gloria . DìAlelfandro magno. L* Animo (VAlejJandro magno fu neramente infatÙM bilenche referendoli Anajjarcofuo compagno^ alle gando V autorità di Democrito fuo maeftro , che ci erano ancora oltre a quello^che noi ueggiamo un gran numero di mondiJiffe.O poueroame^cheancora^un foto non tai fon potuto mpgnorire . Parue ad un huomp m ortale piccola cofapojjeiere un mondarla cui capacita e baHan* te a riceuere tuttigli iddif immortali. Di Arijiotilc fìlofofo. ^Oggiugneremoallaardentispma cupidità d^uno,cht ^ era giouane crKeJafete infatiabile,che hebbe Ari* Potile deWhonorez:rd€llagloria.Haueuacolh4 donato * a T codette fuo iif cepola i libri da lui compoJU delParte j Or atorUyperche effo gli mandajfefuora in fuonome^dif prezzare. t>\a in qualtique modo jÌ4 da interpretare la disfmulatone di quejhtaliyeUa certame te e piu tollerabile yChe la professane dfcolqrOyiqudi pu rCyche e posfmo ppetuareilnome loro ^ no hàno hauuto rifpetto ad acqmjlarf do ancora con le fceleratezze Ne/ numero de quali non fo fe paufania tengati principato^ perche hauendo domandato Hermocle,in che maniera egli potejje in un fubito acquiliarfì nome^ar rifpondcdo hychefeglianmazzaiia qualche perfona iUu[he CT ho* norata,che tutta laglonadicoluiuerebbeinltiia tranfc* rirp. andò incontinente cr ammazzo FilippOy cr ne con feguito quel che egli defìieraua , perche quanto Unome di FilfppOymcdiente la fua uirtu era per uiuere illullre ap^ prejjo deiposleriytanto eraforza^cheper hiuerlo mor* toutuejfe ancora il nome di pauf anta. Di unoyche per acquijiarp nome uoUe met* • : - ter fuoco nel tempio di Diana» FV bene facrilega la cupidità della gloria di coM, ilqua le uolle meter fuoco nel Tcpio di diana efefìa,aàoche mediante lo incédio di un tèpio tanto celebratOylafuafa* ma p tutto il mondo ji diuolgajfcyp come egli dipoiyePen do torment:UOyConfejfoMagli efepydepderando , che il nome di cofui in tutto pfpegneffeyhauean prefo buono ìfpedientefacccdo un DecretOypilquds: probibiuono ai ogn^uno il farne mètioeyfeTeopopo homo digràdispmo ingegnOyCt cloquèza no Vhauejfepopo nelle fue hiftorie. \ I  ' 26^ delle prerogative et premi- nentie de gli huomitu eccelUnti.Cap.KVì. Gli animi purgati cr ftnceri, fu fem* pre digràdtsjìmo piacere yilueder e il* lujkaticr magnificatijecodo t ìor me riti gli huominiuirtuofi or eccelle ti, p che debbono ejfere jìimatigìi honori pari a meriti di ejfa Virtu.Et par che naturalmétegU huomini f empire fene ratlegrinOyaoeyche I uirtuofì cerchino (fejfereyCy fieno honoratiMa quanti queiofentadmio animo in quefio luogo tutto acce ierji CJT infiàmarfi a celebrare la cafa di Aguflo , tepio d^ogni honoreet Uberalitayno dimeno piuapropoftto mi pare d raffrenarloycociofiajehe fe bene in terrai* attribuifca ho norigridisfimiacoloro,che fi hòno fatto dar luogo in eie io, no dimeno non fi puoméaggiiugnereai meriti loro, T>ell*Affricano maggiorOyO' del primo Catone, FV fatto confolo l* Affricano maggiore innanzi al te po dalle leggi determinatOypcheVefercito Romano pgnfieo alSenato ejfer cofit necejfmo.Ondc e mal ageu o le agiudicare, qualcofaglirecaffe magi ore bonore,olau tonta de i padn f enatori,che lo eleffiro , 0 il Gndicio de 1 foldatiychelo domàdarono,pchelaTogalo creo tapita* no coirà a Cartaginefi, cr Vatmilo propofero , quelli^ h on ori, che in uitaglifuron 0 f atti gràdisfimi,far ebbe co* fdlungail raccontarli,p effer. numero infuuto,cr no necef fono al farne metione,p haueme difopranarratila mag giorparte.Etperofoggiugneroquellololamete,cheintra tutti gli ètri ancor a oggi dilui fi celebra come cofa hono reuoUsfima,E po^a lajfuaStacm nella ctlla digme otti* , Libro no majtmOfCr ogni uolta.che detU Gente ComeKd , o per magillrdto cr dignità ottenuta o per altra honoreuol cagioeft ha a celebrare qualche feftaye tolta di quel luogo cr codotta a tale celebratione er a lui folo il capidoglio ferue in cabio di palazzo fi come ancora laJlatuadiCato ne maggiore fi trahe dellaCurìaper il medepmo conto. Grato certamente fu ilf enato in uerfo di Catoncychenol le che quel cittaiinoyche fu tanto utile alla Repubucayrtc co di tutte le uirtUyCr piu p ifuoi meriti che per beneficio dellafortuna, grande, GT reputatOydelcontinouofeco ha bitajfe.Dal cui c onfiglio caTtaginefu opprejfa prtma,chc dalParmidi Scipione. Di Scipione iìafica. -C Ancora Scipione Uaftea un chiaro fpecchiodihon ore ^percheilfenatof come ^Oracolo d^Apollme pitto auertito Vhauea,uolle che per le fue mani , non fendo lui^ ancoraftatoQiu^llorefufericeuutalaD^ da pesfmonte, perche dal medefimo Oracolo s^ramtefo, che Ci eleggeìTe il migliore er il piufatito cittadino di Ro ma per rieuerlacon quelle cerimpnie,che s^apparteneua no fpiegacrriuolgituttigU Aniiali,pontidauantugU oc chituttiicarritriomfali,che non trouerrai nelle preroga tiue di tanti huomini eccellenti alcun oychelo trapaf ri. Di Scipione Emiliano. Ad ogni poco ci SI rappref entono gli Scipioni , aedo chemtuttiiluoghisia fatto da noi mentione della lorcuramrtua-eccamz-t. il popolo Romito, do. mMdjndo SdpioneEimlmo EdiU.lo fece confolo,0‘dipoiun'dtruuoludomMdondodteiierf4. to Qiie&ore , er bollendo per competitpre aw»f o mofsim figlmlodelfrdtUoJu à miouo folto confalo. l  2^4 il Senato ancora gl', diede per lo flraoriùnario l^ammini^ Granone cr gouerno prima dell^A jfrìca^dipoi dellaSpa gna.^^ ninna di quejie dignitadi ottenne come cupido ciC fadinOyO come ambitiofofenatoreyft come dimofiro chia ramente non folo il corfo feuenspmo della fua iòta , ma ancora la morte, che a tradimento CT per inpcke gli fu data. Di M.. Valerio. FV ancor a Marco Vaia io parimente bonorato da gUhuominicr dagli iddijcon duoifegni euidentisji mi,gliiddii,mandando miracolofamente un Coruo,com» battendo ejfo con unfrancefe, chein quel Duello l^m* tafieconfeguirlauittoriail romani,facendolo confalo di uentUre anniOndein memoria del fatore,cheallBorari ceue dagli iddìi la cafa antichispma cr nobile dei Vale»^ rmp fanno, dal cognome di ejfo V(deno,àìiamareiCorM uiniyCr nel beneficio crfauore riceuuto dal popolarsi re pula a grande honore,PeJfereinnanzitempo illor Valem rio fatto confolo,zy"Veferejìato il primo che introdu» eejfe in cafa loro tale degnila. E la gloria ancora di Qinnto Scéltola ,che hebbe' per compagno nel Coufolato Lucio Crajfo,fupo^ co illudre cr honorata, ilquale tant fe rouine,ancora la citta di V olf maJEra abbondati* tisfìma,tra ornata di cojiumi cr di leggi era tenuta il capo della Tofcana^ma poi che la Jt comincio a dare alle deli* tiecr alùiLujJuriacafco nel profondo del uituperiocT delle miferie^tale che ella fu tiranne^iatafin dalliSchia uhde iquali pochisfimo numero prejero ardire^ da princi pio di occuparci luoghi de Senatori, dipoi occuparono tutta la R epublica uoleuono,che i T eUamenUftfacejfero a uoglialoro3prohibiuano,aUa nobiltà il ritrouarfì injiem me a conuiti,o adallre ragunate,pigliauano per moglie le figliuole dei lor padroniylEmlmente f crono una legge, che efuffe lor lecito fuergognare cr uiolare cop le Vedo ucycome le maritate fenza pregiudido alcuno, CT che niuna Vergine nobile n^andajfe a marito , [e prima dadi* cun diloro non erajlata manqmefia» Di Xerfe, Xlàrfegran Mspmo ostentatore delle factdtaKegaU p compiacque tanto nella Lujfuria, cr nella Ubim dincycbeaqual puoglia,che hauejfe ritrouato qualche nuoua maniera di piaceri ,haueua ordinato per publico bando, che gli fuffe pagato un tanto, ma mentre che egli fi lafcio troppo trafcorrereinquefiefue delitie , nefegui la rouina di quello imperio^laquale fopra ad ongn^altra fu grandispma» Di Antioco re di Siria» Amtioco ancoraKe della Siria don meno incontiné te cr iMfiuriofo di Xerfe, imèando il/uo efercitp- LIBRO UciecddTÌnfdtutLuffuria di quello Jtà ntdg^or piL, Siila, VdoSdlaJlqualenonfipuomai abboBanzaloda* ' re 0 uituperare, perche neW^tcqdfìar l e uittorie rap prefento Sdpione al popolo romano^nel ualerfene rap* prefento Rannibaleyperche^poi cbegli bebbe egregkme tediffefoleparti della nobiltaffece crudelmente correre per la citta di roma^cr per tutta la Italia i fiumi del fan* gue ciuile/ece ammazzare quattro legioni della fottio ne contraria,che sperono afficurate fottólafede fua^in una cafa,che era del publico in campo Martio,aUaq^e non ualfe il raccommandarfia quella defira,chebauea mancato deUa^omeffafedeJccuilamentcuolifiridaper I libro umercncUetrmMthrecciie4(IUalU,^3Teune SMcofottoilgrMe pe/o JìeronoJl4tiJime«o/oIopercleer rofi}>aue«^o uno , chegU referma qual fujfno tutte le ÌuoneBorfe,ondepottjfe cauar danari. Volfeft ancora monUfuacrudeUacontroaìledonne,non gh parendo l4«er fatto 4ainello DiHannibale, JL Capitano di cofloro Hannibale, c la uirtu del quale confijleua la maggior^ parte ne la crudeltà^) fatto de 1 eorpiKomani un. ponte foprailFiume Gdoatifece paf* ' fiffcifuo efercito fOccioéelaicrrafperimentaffe lafse* MM LIBRO ter4t4 paffotd de Io efercito terrejire Cartdgtnefr,p come Hettuno hauea fperimètata queUa del m^e. li medepmo, hauendo prima {tracco cr affaticato i prigioni Romani da ipaepyche cponeuono loro addoffo, CT dal cammino , uenen^ doli édopoUcredione de i Confoli molti atroua o a cafa per dimandargli conpgUoUutti ne gli mandoidicen doiVoifapete ben dimandare conpglio,ma hon fapde già eleggere,chiui configli cr prouegga a i fatti uojtru Hebbe quefo detto in fegrauita ; cr non fu detto f e non a ragione , non dimeno farebbepato aìquuntomeg che non l'hauejfe detto, I De Patriùj Romani, Mperochechie quello che giudamente pojfaadia MM iùi libro fàffi colpopolo KotnuftofEt pero non Tneritono todeUi queUiyche al pre/ente narrcr:mo,bcche quello che eferonojtancoperto dato fpUndore de la nobiltà loro, équalhperche Gneo Elauio huomo di bajfa cr utl conditio nehmua ottenuto U Vretura, ìndignatifene gli traffono dt ditto le Aneila , cr cauorono ancorale briglie a i fuoi CauaHifT le gettarono nel mezo de laftrada.Etcofinon potendo predominare ale lor pafftoniyia piagnere in fuo ra,ne ferono ogn^ altra demojiratione. QueltimoiiuiQ 1 ra coft impetuofìjfurono di perf one parliculari, o dipo» chi contro a tutto il popolo,nta quelli che appreffo narre» remo furono di tutto il popolo contro a i nobili cr princi pali» Di Giouani Romani, di MaUio Torquato, Fabio Majfmo» Ritornando MaUio Torquàtoin Roma, crwpor* tondone la uittoria de i Latini,cr de i Capuani, fa cendofeli incontro tutti j uecchi pieni diaUegrezzatdei Giouani non gnen^ando incontro alcuno, perche baueua fatto ammazzare il figliuolo:perh(Mer contro al fuo co mandumeuto combattuto udorofamente coi nemici, CT riportai one la uittorit Hebbero compaffione queigioua» ni di uno detta età loro tanto rigorojaméte punito,ne per quejìo affermo, che quello : che efeceroifujfc ben fatto, ma dim oUro quaU ftano le forze detterà ùquale hebbe forza di dividere Veta cr’gli ajf ettiinetta medcfima»CUta, La medcjìma ira hebbe ancora tanto di potere,che ejfen* do tuttala Cauatteriadel po.Ro, mudata daFabio Con folo et capitano alla coda de i nemici,potcdo qttafaciliné tc et ficuraméte r5perli,ncordàiojì che il detto fabio era NOMO 37 7 undiquelUychehiUiM impeditola legge Agraria ^no9 uoU e combattere* Di Appio Claudio* LAmedepmairarendendo odiofo Appio So eferd to per effere (tato il padre molto acerbo inimico del la plebe,in fauor della nobiltà cr del SenaiofecCycbe uo ' lontariamenie fi mejfeinfuga per non fot e acquifiare U ustoria cr d triomfo al fuo capitano* Qu^te uolte adì» dunque uenne ad effer Vira mncitnce delia uittorialPrima nonlafciandoìGtouani romani andata fi a rSegrarecon Torquato del triomfo de i Latini cr capuani ,0“ a Fabio togliendo la piu bella occapone,chegli haue jfe bauuto in uincere U nemicOyCT ad Appio [accendo uolgere'jn fuga tutto lo efercito* Del popolo Romano, Aquanta fulauiolenz cr crudeleiuenne fenz Paceua Haunibale profefsione diguerreggiare contro a i Romanùcr tuffa jtaUa,magouernandop nei modifopradcttt\no uenn'eglì i(combatterepiutopQcontro ad effa Pede^pigliadop pia» cere delle menzogne cr dei tradimenti^come un'altro fa tebbe (Tuna bella Sdtnz^ o d^una fingulare mtu • Onde K O M O ^ ^ ndcque^cU douegU era per Ufciar Hfe lafao in dubio qual fuffe maggiore , o ùgrandezKn del fuo nomerò la fua trt^ùU cr maluagjta, DELLA VIOLENZA ET SBDI- tione, Cap. VII, el popolo Roma. A per raccontare le Seditiom et lào lenti: feguite^ no folamente dentro aBaCitta*ma ancora nello efercUo, Ludo Equitio Uquale fi focena figlio lo di Gracco , cr dimandano ^ejfer fatto tribuno mfieme con Ludo Som tuminOf contro a quello, che difponeuano le leggi , pofto . iti prigione da Mano:gia la quintauolta Confolo.fu catta iodi prigione dalpopolo,ilqaale hauendo rotto la carco-. re,neloportouia di pefocon grandjfimafejia CToRe* grezz4.ll medefimonon uolendo Quinto MeteUo Cen^ ■ fare pigliare il Cenfo da e ffoicome figliuolo delfopradet to Gracco jcerco di farlolapidare, perche il detto Metdm lo affermauOfChe Gracco hauea hauutdfolo tre figliuoli, de qualuuno era alfoldo ì SardignatPaltro a,Preneile a Ba ' lia, il terzo, doppo la morte dd padre era morto in Rom ma:cr che non era ragioneuole, che fintili perfone uili KT abiette cercajfero annidiarfi tra lefamigUenobi!i,auuena^ gacheintraqueflealtercationila incon/ìderota temerità cr pazzia del popolo fi leuajje contro al C onf jlo,zx ^ tro alCenfore molto imprudentemente cr con grande audacia,cr non la/dajjè indietro co fa alcuna arrogante et , profuntuofaiche la non ufajfe contro a i fuoi principali et NN Hi I LIBRO magpori Fu quejld fediHone deUa Plebe R ornimi [ol(b» mente temerma^mi quelli che mene ipprejfo fu ancori fanguinofaiperche il popolo primamente caccio fuor di cafa fui cr dipoi ammazzo lAumio competitore di Satur nino, hiuendo gii creatinoue Tribuni , arrecandoli foto duoiCompetitori perildedmo,acciochecon lo ammaz zare un Cittadino tanto buono, fi defsefaculta ai un tri» fio cr fcelerato di confeg Atare il Tribunato» Di certi creditori,cr di UCafsio ♦ JL furore cr impeto di certi, che crono Creditori di puf perf one in un fubito Ituo in capo contro a Sem» pronio AfeUione pretore Vrbano,iÌquale perche haueua pref 0 la parte de i debitori irritati da Lucio Cafsio Tribù» no della Plebe, Pandarono atrouare furiofamentein Pia za donanti al Tempio dela Concordia,doue eghfacripca uOyCr cofirettoloafuggirefuor di Piazzalo perfeguùa fono fin dentro ad unaBottega, doue egli s* era n^co» fOyCT quiui lo tagliarono a pezzi- E cofa certamente de^ teiiabilache quel luogo, doue fi tiene giujiina cr ragione^ fufsefottopojìoa takinconuenknti,mafe noi ciuoltere monile feditioni dello eferàto molto maggiormente ci perturberemo. De Soldati di L.SiUa,cr della morte di Gratidto» E Sfendo la Prouincia deWkfia , per la legge Sulpitia data ingouemo a Gèo Mario aVhora priuato,pfar Vimpref a contro a Mitridate, cr hauendo fpedito Grati* dio fuolegcUo a Lucio SiHa Confalo per condurrete le» gioni, fu tagliato a pezzi dai Soldati ^fiegnati d*hauerc auenirefouo Ì*ubiieìenza i^un priuato^O" leuarfida \ NONO 284 ^ueUd di un Confolo,Md chifoppùrteramà^che i 5o^ tt bambino a correggere conU morte de i Mcmdatarij i den creti del popolo fio efercitofece quelli uiolez^t perPbo fiorccr conferuationedel Confolo,m4 quel che [eguiU fu contro al Confalo. De Soldati é Gneo Pompeio,cr della mor tedi Quinto Pompeio. PjErche Quinto Pompeio compagno diSilUnetConm folata ycfsendo mandato dal Senato fuccef sore aUo ef eretto che comandaua Gneo Pompeio, Uquale piu che non permetteuono gli or MnideUa Citta z!r contro aUauo^ glia de i Cittadini ne era (lato Capitano ,fu afsaltato da i SoldatitCorrottidaUelupnghedeUo ambidofo Capitano appunto che haueua cominciato a facrificarcj cr co/i 4 gmfadi Vittima lo ammazzorono: cr U SeM^o, che in .quello confefso cedere al furore dello ^eràtó^mi^o di non accorgere di tanta sceleratezz^ ■ h - *• 1 Come Gaio Carbone fu moro ' ’ todaiSoldatU r * A Ucorafubruttaier federatala molentia di queUé ' A efercito, ilquale ammazzo Gaio Carbone , fratem lodi quel Carbone^ che era fiata tre uoUe confolo^eT qfio,p hauer lui uohto ridurli fiotto la difciplina militare troficorfaper le guerre ciutli,cr raffrenare ancora la lo ro licenàoyUn poco troppo rigidamente f EtccfiuoUelo efercito piu tojìo macchiarjì con quella fi grande fceleraa^ tezza f che correggere i fiuoi corrotti ’o" abbomineuoti coftmLl • NN itti ’ / \ • r, \ /\ DELLA TEMERITÀ Cap, Vili. Ono ancora gUimpetiicUaTmt^ rita cofi /ubiti, come uehementijd le punture de tquakpercojfe le méd deglihuominiytion cono/cono ne ì pericoli,loro,ne poffon rettamente giudicare altrui opere» Del maggiore A jfricano» Q Vanto fu temerario V Affncano,che diSpjgna con due^ QMnquereme pajjoin Affrica al Re S^ace,ri* mettendo alla dtferelione di quel Re pieno di fronde , CT diinfidie la fua falute,€r quella della patria , CT co fi nel metterli a pericolo di effer fatto prigione o morto da ejfo Siface,mejfe ancora in un medejimo tempo a pericolo tul io lo Stato della Republica» Di Gaio Cefare» Ma parlando di Gaio Cefare,cT del pericolo alquà le egli fi meffe,ancorà)e e fujje difefo CT guarda to da i cel^i lddij,pure io noi pojjo refertre f enza tutto raccapricdarmiiChenon potendo ajpettar piu lo indugio di quelle genti , che haueuono a pafiar da Brindifi in Ap* poUoniattnolìrando di fentirfi in dijpo^o fi leuo da tono* Ìa,CT firaueèitofi agm/a d^un Seruidore monto [oprauna BarcOyCrgiu pel fiume {^addirizzo alle bocche del mare ’AdriaticOyCr nonoftantecbe efu/seunagran,tempefta^ comando fubito al Padron della barca, che fi mette/se in mare.ll perche dato un pezzo aUa dura a coneraftdre co Vonde CT co t uenti,cede alla fine necefsttato , cr quando e uide non poter far altro» NONO i8^ T^efoldati di Albino capitano, A incora fu crudele ZT furiofaUtemcrita di queifoU datìJUqualéfu cagione , che Aulo albino cittadino egregio per nobilta^per cofiumi, cr per hauer ottenuto nella citta tuttigU honoricT degnita per uane vfalfe fu fpitionifulfe in campo lapidato dallo efercito , delquale era capi lan o. Et quel che fu piu crudele dogn' altra cofano che raccomandandojt lui cr pregando di potere gium ftificarfi^cr direkfue ragioni, non gli fu mé uoluto concedere. DE GLI ESTERNI* Di nmnibde, O^dedte^o manco mi maxauigUo che HannibaU fendo di animo feroce cr crudelejnon lafàafie di* fenierfi,ne ditele fue ragioni ad un gouematore della . fua amata di mare^dìe fi trouaua innocente. Egli partito fi di petiUa con tarmata per pajfare in Affrica, cr ariua* to al faro àtAespna,non credendo,cbef Italia CT Usici liafuffero fpiccate Vuna da ValtrOyammazzo U detto Go uernatore,chiamato Peloro,per/uadendop^che e Vhauef f e uoluto tradir e.Et dipoi conpderOta meglio cr con piu dtligenzalaueruadeUacofagli perdono quando non u'e ra piu rimedio, faluo che farli una bella honoranza.Et co - fi UP^a di quello fopra quel promontorio di Sici* liaCche di qmfu clamato peloro^uoltainuerfo lo Pret* to, laquale a quelli , che nautgano innanzi CT indietro ,fi rapprefenta donanti agli occhinon folo per memoriadi ejjo Peloro,maanchoradelfurorecr beffialita mbale . Degli Ati nifi, t- i I t I B R Ò Kinésfifnafu ancòraU temerità degli Ateniepj qudefu cagione, che gU ammazz poteuonoalfùjiondiedcmaivfidodlcuno,4 quelli detm f ìatribupoUla^quandoincampomartiocopariuano adom . , • mandarlo,per non farehonore rie f onore a coloro > haueuoncerco di torUiatdta,che per quanto fafpettoua • ad ejfa Tribu,erano ^ati fpogUatì della (dtacr della liher \ I ta.laqual umdettaper confenfo del Senato^O" di ogn^um I nofuapprouata. « VcUanendettaderomanì contro ad Adriano, ^ A Drianohauendo mal trattato i cittadini romantg ' che erano in Vtica,cr per tal cagione ejfcndolU^ to da loro abbrucciatouiuo, no fene fece in romane quc rclOfiiefegno alcuno di pufUtia, DegleftcrnideUareginatmof%v*heremce, . L*una cr Valtra regina, timori^ cr Berenice , honorem . uolmente p uendicarono.Tomiriferuandop della tc fta di Ciro cilquale epa haueua occifo, in uendetta del firn gUuolo }perbcreìn cambio di tazza con dirli, S A N*i G V E ptipiytT io difangue t*empio.Ét Berenice j altrié menti Laodice, per efferp grandemente f degnata, che A fuo figliuolo Ariarate era^toatradimento morto, per ordine é mitridate fuof rateilo, monio fopra un carro,ar matOfO'perfeguitando quel Satellite ddre^chiamato par I LIBRO nome Ceneo.chc er4^perchey efsen* do dipoi per comandamento é detto Mario, mediante le difeordie CiuiH,cofUretto a morir sintonico la fua Carne ra tutta di frefoc cr accef oui dipoi un gran fuoco di Cor* boni ui fi rinchiuf e dentro onde offefodal uaporeeyfu* modi efti in queUahumidita; incontinente fimorù Uebe fudigrandifsima uerogna a Mario in quel fuo trionfo: che un tale huomo fufse condotto afurudelenecefsUadi morire. NONO ‘ Di Lucio Cornelio Merula» NEiquali franagli della Reputlica ludo Comelté Menila, che era flato Confolo cr Sacerdote di Gio ue,pernon epere il giuoco a- lo fcherzo di fi crudeli er infoienti uincitori^tagliatojì le uenenel Tempio di Gioun fchfola morte uitupcrofa^ chedatnemiàgh eraftatuap» parecchiata,cr co fi gli antichi filini fuochi di quello li* diofuron o imbrattati del f angue del fuo Sacerdote» Di Hcrcnnio Siciliano» AN cera fu animof o cr forte tifine di Herennio Sicì liano.delquale Gaio Gracco,come amico ffì era fer Ulto per Arufpice. ìmperoc he fendo menato in carcere fot to il nome di cotale amicitia , neU^en trar dentro fi batte il capo di forte ncUo pipite deUa prigione , che fubito cafeo mortoichcfc gli andana piu oltre un pafso dona nelle mam rt i del Carnefice^che lo doueua uccidere» Di Gaio L/cimp. TA/c, nclÌ*ammazznprequePoPilein^ardarekfuaperfona:Egli,leua itti (dintorno tuttiifuoi amici, elefe alla fua guardia huo mmi diferocifsima natione,er Schmirobudifsimi, tratti delle Cafedeipiunobilidi queUa citta. Et anchora per paura de i Barbieriinfegno radere aHe/uefigUuole^et pOi Libro cfce Verone crefeiute^non fidando ancora aloro il ferro in mano,arrouentauaigufci dinoce,cr delle GhiandCiCt sifaciua con quelli a bronzare i peli della barba^ej i ca* pelli. He si fido piu delle fig^uoUyche di due mo^ie , che gli haueua una di Siracufa chiamata Aridomache , Valtra locrenfe,chiamata Doride con lequaUnon ufo maifepri ma non Vhauea fatte per tutto diUgentemente cercare fe Vhaueuono armùoUra di quefio fece fare unfojfo molto largo intorno al fuo letto non altrimenti,che si faccia in^ tomo ad un^efercito accampato,hauendoui fatto ancora il ponte a leuatoio. tenendo alla porta di fuora le guardie Cr di dètroferandola di fuo mano molto bene a ftanga* Di quelli che nel uolto CT fattezze del corpo sifomigliarono, Cap. XV» VeUiyChe fono di piu profonda fden tia piu fottilmente deputano di colo rocche nei liniamenti del uolto et fot tezzedel corpo sifomigliarono ; de iquali alcuni fono d^opennione tche talsimiglionza nafea tra quelli: che fon del medesimo fangue:& hanno la medesima origine: ptgliandotpernon piccolo argumento: lo effempio degli altri onimaliuquali nafeon quasifempre simili a chi gli ba generati. Altnniegono do auuenire per ordineejlegge deUanatura: maloattribuifconoal cefo ZT alla fortuna, affermando di qui nafeere : che molte uolte si uede iVu^^ b eWhuomo naf cerne una brutta creaturaicr iunOicheltf ^ ìlKegifiro . • « abcDefghiklmnopqrstvxyz. Tutti fono Quatemi eccetto pp che duerno» in Vine^a Del M D L I. I %»> R. S1LVA."E7ZA' RcSTAU^O Zia Val S3 Tal. Qj3.22^ f. Nome compiuto: Valerio Massimo. Keywords: Roma antica. Per H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Valerio: la ragione conversazionale alla villa di Roma – filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Abstract. Keywords: il filosofo alla villa. Grice: “Unlike most of us, Austin preferred to spend his weekends alone in his Oxfordshire villa!” -- Filosofo italiano. He has a statue erected in his honour in his own villa (‘Ain’t that cute?’). Nome compiuto: Publio Avianio Valerio. Keywords: Roma antica. Per il H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vallauri: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’interpretazione giuridica – la scuola di Roma – filosofia romana – filosofia lazia -- filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Abstract. Keywords. Implicatura, IVSTVM. Ross's suggestion about 'good' would, moreover, be at best only a description of one special case of analogical unification, and would not give us any general account of such unification. I might add that little supplementary assistance is derivable from those who study general semantic concepts; such persons seem to adhere to the principle that silence is golden when it comes to discussion of such questions as the relation between analogy, metaphor, simile, allegory and parable.  So far as Aristotle himself is concerned it seems fairly clear to me that tie primary notion behiad the concept of analogy is that of 'proportion'.  This notion is embodied, for example, in Aristotle's treatment of justice. where one kind of justice is alleged to consist in a due proportion between return (reward or penalty) and antecedent desert (merit or demerit) but it remains a mystery how what starts life as, or as something approximating to, a quantitive relationship gets converted into a not-quantitive relation of correspondence of allinity. It looks as if we might be thrown back upon what we might hope to be inspired conjecture.  I take as my first task the provision of an example, congenial to Aristotle, of the unification by analogy of the application to a range of objects of some epithet. I shall expect this to involve the detection of analogical links between the exemplifications of the varicty of universals which the epithet may be used to signify. My chosen specimen is the verb grow. Filosofo romano. Flosofo lazio. Filosofo italiano. Essential Italian philosopher. “Italians, especially noble ones, love a long surname, so this is Luigi Lombardi Vallauri. I say: if he wants to keep the Vallauri, that’s what he’ll go with by!” Grice: “He favours animal rights, as I do.” Professore universitario italiano. È stato Professore di filosofia del diritto a Milano e Firenze. Insegna all'Università degli Studi dell'Insubria e all'Università degli Studi di Sassari, dalla quale è stato chiamato per chiara fama. Nipote del predicatore gesuita Riccardo Lombardi, cugino del direttore della Sala stampa vaticana Federico Lombardi, nonché nipote di Gabrio Lombardi, si avvia alla formazione teologica alla Gregoriana di Roma. Si laurea in giurisprudenza col massimo dei voti a Roma, suo maestro è stato BETTI. Dopo la laurea perfeziona gli studi giuridici in Germania e vince molto presto il concorso per la libera docenza. Diviene professore in filosofia del diritto a Firenze, dove ha insegnato anche argomentazione giuridica e filosofia del diritto. Ottiene la cattedra in filosofia del diritto a Milano. Dopo il collocamento a riposo insegna presso le Como e Sassari. Massimo esperto di teoria dell'interpretazione giuridica, già direttore dell'Istituto per la documentazione giuridica del CNR e presidente della Società italiana di filosofia giuridica e politica -- è autore di saggi filosofico-giuridici. Con il suo Terre: Terra del Nulla, Terra degli uomini, Terra dell'Oltre ha aperto un nuovo filone della sua ricerca, dedicato alla filosofia della religione e della spiritualità. Al saggio Nera Luce, V. ha consegnato la sua critica serrata ai dogmi del cattolicesimo e l'approdo all'apofatismo. I suoi interessi recenti riguardano la tutela giuridica dei diritti degl’animali. È vegano. Fonda e conduce, un gruppo di meditazione teso a esplorare le possibilità di una vita contemplativa all'altezza del sapere moderno. Il suo libro traduce in scrittura il seguitissimo corso di meditazioni tenuto dall'autore per Radio Tre Rai, propone una mistica laica, ossia una mistica che prescinde da rivelazioni soprannaturali coniugando il pensiero scientifico occidentale con le tecniche di meditazione tipiche delle filosofie orientali.  Allontanamento dall'Università Cattolica. Insegna filosofia del diritto presso l'Università cattolica di Milano. Tiene una conferenza a Bari e all'inizio decide di sedersi in terra, giustificandosi presso l'uditorio con la frase. Del Dio che emoziona non mi sento di parlare seduto su una sedia, quindi, mentre parlerò di questo Dio, starò seduto in terra». Sospeso dall'attività didattica a causa del suo insegnamento ritenuto eterodosso rispetto alla dottrina della chiesa cattolica. Fra i punti problematici secondo le autorità ecclesiastiche, un giudizio di V. sul dogma dell'inferno, da lui definito:  incostituzionale in quanto nessun atto per quanto grave può meritare una pena eterna e perché è contraria ai princìpi più avanzati del diritto, e specificamente del diritto influenzato dal cristianesimo, una pena che in nessun modo tenda alla rieducazione/riabilitazione del condannato. Il professore ha affermato in seguito. Quando i giudici ecclesiastici mi hanno cacciato fuori dall'Università Cattolica non riuscivano a formulare l'accusa ed io ho detto. Ve la do io, il papa è quasi infallibile nell'errare. Dopo l'esito negativo dei ricorsi giudiziari interni, si è rivolto alla corte europea dei diritti dell'uomo.  La corte si è pronunciata a favore del ricorrente, ritenendo che fossero stati lesi i suoi diritti alla libertà di espressione (per il provvedimento adottato dalla cattolica senza contraddittorio) e a un equo processo (per il rifiuto a pronunciarsi opposto dagl’organi giurisdizionali amministrativi), entrambi garantiti, rispettivamente, dagli articoli della convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali.  Nei suoi corsi e libri V. si è occupato di varie tematiche: filosofia del diritto, critica dei riduzionismi, filosofia della mente, misticismo, buddismo, sessualità, meditazione, diritti degli animali. Riassumeva la situazione storica attuale tramite la seguente formula: [E = (m+e) + i (ab) + fd + oid] -> [N.O.] -> [(N. e/ax/es)] + (I.P.)]  La prima parte è l’equazione del riduzionismo ontologico. L’essere è riducibile alla somma di materia, energia e informazione. L’informazione è di due specie: algoritmica e biologica. Il riduzionismo diventa poi scientismo tecnologico, con l’aggiunta di un fattore di dominazione, ossia la teoria baconiana del conoscere per dominare, e dell'organizzazione industriale del dominio portata dalla rivoluzione industriale. Le conseguenze dello scientismo sono il nichilismo ontologico, ossia la scomparsa di ogni tipo di spirito (dio angeli anima), il quale può avere due esiti antitetici: le filosofie del soggetto assoluto e quelle della morte del soggetto. L’ultima conseguenza del processo è il nichilismo etico assiologico ed esistenziale, ossia la negazione di norme e valori oggettivi. Esso genera un vuoto, che nella nostra epoca viene occupato dall’individualismo possessive, ossia la credenza che gli unici beni sono ricchezza successo e potere. Occorre dunque articolare una risposta filosofica al riduzionismo, individuando quali realtà si sottraggano alle sue pretese. L’oggetto principale che sfugge alla riduzione è la mente. Saggi: “Saggio sul diritto giurisprudenziale” (Milano); “Amicizia, carità e diritto” (Milano); Corso di filosofia del diritt (Padova); Cristianesimo, secolarizzazione e diritto moderno (Milano) Terre: Terra del Nulla, Terra degli uomini, Terra dell'Oltre, Milano. Il Meritevole di tutela, Milano, Logos dell'essere Logos della norma, Bari, Nera luce (Firenze); Riduzionismo e oltre: Dispense di filosofia per il diritto, Padova, Trattato di Bio-diritto. La questione animale, Milano,  Meditare in Occidente. Corso di mistica laica, Firenze,  Scritti animali. Per l'istituzione di corsi universitari di diritto animale, Gesualdo,  Note. Magister, L'inferno? Una vergogna, L'Espresso. Guadagnucci; Scritti Animali. Per l'istituzione di corsi universitari di diritto animale, in Visionari, Gesualdo (AV) (Gesualdo, Guadagnucci); Bosco, Cristo o l'India, Verona, Fede e Cultura, Guadagnucci. Sullo scarso fondamento dei fondamentalismi, Nuovamente. V., Neuroni, mente, anima, algoritmo: quattro ontologie, Lettura magistrale al VI congresso della Società italiana di neuroscienze,  Guadagnucci, Il filosofo degli animali, in Restiamo animali: Vivere vegan è una questione di giustizia, Milano, Terre di mezzo,  Meditare in occidente Corso di mistica laica, ciclo di trasmissioni radiofoniche su Radio3 Rai. Meditare in occidente Corso di mistica laica, ciclo di trasmissioni radiofoniche su Radio3 Rai, Meditare in occidenteL'anima di paesaggio, ciclo di trasmissioni radio-foniche su Radio3 Rai, edizione. Conferenza/lezione tenuta dal titolo: Non-violenza e Animali: un tema antico come le montagne e sempre più ricco di futuro. Evento organizzato da Progetto Vivere Vegan,   Interviste Sì agli interventi che aiutano i nascituri, intervista di Perna, LIBERO, l'Unità, Firenze, e Rassegna stampa sul "Caso V." I Nuovi Inquisitori, di Pace, a Repubblica, A dialogo con V., di Pollastri, Phronesis, Note, di Franza, Officina sedici. Luigi Lombardi Vallauri. Vallauri. Keywords: implicatura, IVSTVM. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Vallauri” – The Swimming-Pool Library. Vallauri.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Valle: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della volutta – la scuola di Roma – filosofia lazia -- filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Abstract. Keywords. Cicerone, dialettica, rettorica, la filosofia del linguaggio ordinario, ordinary Latin language philosophy, ordinary Italian language philosophy, H. P. Grice, Athenian dialectic, Oxonian dialectic, Roman dialectic, dialettica atenese, dialettica romana, dialettica fiorentina, dialettica oxoniensis – boves vedum OX-FORD. Filosofo romano. Filosofo lazio. Filosofo italiano. Essential Italian philosopher. Umanista. M. Roma. Di famiglia piacentina, studiò a Roma, dove il padre era avvocato concistoriale. Nel 1429 lasciò Roma per Pavia: qui insegna eloquenza; due anni dopo, lo scandalo destato tra i giuristi dello studio dalla sua epistola de insigniis et armis lo costrinse ad abbandonare la città. Peregrinò allora per diversi luoghi, finché  si stabilì a Napoli, segretario di re Alfonso di Aragona, che costantemente lo protesse. Deferito all'Inquisitore in seguito a una sua polemica con frate Antonio di Bitonto sull'origine del Credo, fu salvato appunto dall'intervento del re. Da varie accuse si difese presso il papa con l'Apologia adversus calumniatores; tuttavia solo piu tardi poté stabilirsi definitivamente nell'amata Roma, scrittore e, sotto Callisto III, segretario apostolico e insegnante di eloquenza a titolo privato e all'università. Complessa e significativa figura del Quattrocento italiano, V. esprime la più matura cultura umanistica per la connessione posta tra le humanae litterae e la vita civile, per la polemica contro i barbarismi della cultura scolastica, per l'impegno filologico e storico. Nel suo De voluptate (titolo della prima redazione, 1431, nuova redazione col titolo De vero bono) egli svolge una vivace polemica contro l'etica stoica e l'ascetismo cristiano, in difesa della natura, ministra di Dio; di qui la celebrazione di una morale che è impegno e gioia di vivere, ricerca di piaceri giustamente equilibrati secondo il loro minore o maggiore valore. Ma dove più forte appare l'influenza dell'etica epicurea (V. rifiuta però l'atomismo e la fisica di Epicuro) si inserisce senza contrasto l'insegnamento etico cristiano: anche questo indirizza al conseguimento del piacere, del più alto e più puro che si realizza nella vita futura presso Dio, ma che non è necessariamente in contrasto con il godimento di beni terreni; questa posizione ispira l'assidua polemica antiascetica e la celebrazione del piacere sino alla divina voluptas. Nello scritto posteriore De libero arbitrio, è in primo piano la polemica contro la ragione dialettica e sofistica, per celebrare il primato della fede, sulla scorta dell'insegnamento di s. Paolo. Il bersaglio è Aristotele e la teologia scolastica aristotelica, soprattutto il tomismo. Sulla linea della polemica antiaristotelica si svolgono anche le Dialecticae disputationes, dove si ribadisce la condanna di Aristotele per la sua astrattezza, per l'incapacità di offrire insegnamenti validi nella vita associata, nelle scienze pratiche; ma la polemica si allarga contro il dogmatismo, contro le futilità della logica, contro un sistema che sostituisce le parole alle cose. Sullo sfondo della polemica antiscolastica si comprendono meglio la difesa della lingua come strumento di comunicazione e di conoscenza, la difesa della grammatica e della retorica come scienza del pensiero e del linguaggio. Le Elegantiae linguae latinae sono da questo punto di vista un testo esemplare: la lingua latina offre, nella sua purezza, lo strumento per conoscere quello che è il patrimonio di cultura più elevato della storia umana e un mezzo di comunicazione e trasmissione dei valori proprî di quella cultura. Ma soprattutto in V. lo strumento linguistico si presenta come strumento critico e storico: di qui l'importanza delle sue Annotazioni sul testo del Nuovo Testamento (pubbl. da Erasmo) e del De falso credita et ementita Constantini donatione in cui V. dimostra, con ragioni filologiche e storiche, la non autenticità (del resto già sostenuta da Niccolò da Cusa) del documento che avrebbe comprovato la donazione di territorio fatta da Costantino alla Chiesa, e quindi il diritto dei pontefici al potere temporale. Polemico contro gli ecclesiastici è il De professione religiosorum. Acuto critico della tradizione anche storiografica, non fu però egli stesso storiografo eccelso: i tre libri Historiarum Ferdinandi regis Aragoniae sono, più che una storia del regno, una biografia aneddotica del re, padre di Alfonso. Tutta l'attività di V. e le sue aspre polemiche (con Antonio da Rho, con B. Fazio, col Panormita e soprattutto quella con Poggio Bracciolini) significarono l'affermazione d'un metodo filologico e storico, in stretta connessione con le esigenze di una nuova comprensione del mondo latino e della elaborazione di strumenti idonei a una vita nella città terrena.Nato da genitori di origini piacentine -- il padre è l'avvocato Luca DELLA V. -- riceve la sua prima educazione a Roma e Firenze, imparando il greco da Aurispa e Aretino. Lo guida lo zio Scribani, un giurista funzionario in Curia. Il suo primo saggio e il “De comparatione CICERONIS Quintilianique” in cui elogia Quintiliano a scapito di CICERONE (vedi), andando contro all'idea corrente e mostrando già in questo primo saggio il suo gusto per la provocazione. Quando muore lo zio, spera di ottenere un impiego nella curia pontificia. Ma i due autorevoli segretari, Loschi e Bracciolini, ferventi ammiratori di CICERONE, si opponeno all'assunzione. Grazie all'aiuto di Beccadelli, detto il panormita, e chiamato ad insegnare retorica a Pavia, succedendo al maestro bergamasco BARZIZZA. Questi anni furono fondamentali per lo sviluppo della sua filosofia. Pavia e infatti un vivo centro culturale e puo approfondire le sue conoscenze giuridiche, osservando inoltre l'efficacia del procedimento di analisi critica dei testi, che lo studio pavese applica con rigore. Acquire una grande reputazione con il dialogo “Della volutta”, nel quale si oppone fermamente alla morale del Portico e all'ascetismo, sostenendo la possibilità di conciliare la morale ricondotto alla sua originarietà, coll'edonismo dei filosofi dell’orto, recuperando così il senso della filosofia di LUCREZIO (vedi), che sottolinea come tutta la vita dell'uomo è fondamentalmente volta alla volutta, intesa non come istinto, ma come calcolo dei vantaggi e svantaggi conseguenti ad ogni azione – alla GRICE: Morality cashes in interest. A conclusione del “Della volutta”, sottolinea, però, come per l'uomo la suprema voluttà e la ricerca spirituale. Si tratta di un saggio considerevole. Per la prima volta, una tendenza filosofica che è rimasta confinata nell'ambito della filosofia romana classica e ri-valutata. Le polemiche che seguirono alla pubblicazione del “Della volutta”, gli costringe a lasciare Pavia. Da allora passa da un luogo all’altro, accettando brevi incarichi e tenendo lezioni in diverse città. Fa la conoscenza d’Alfonso V al cui servizio entra. Il re ne fa il suo segretario, lo difende dagl’attacchi dei suoi nemici e lo incoraggia ad aprire una scuola a Napoli. Durante il pontificato di Eugenio IV, pubblica sulla falsa donazione di COSTANTINO, “De falso credita et ementita Constantini donatione". In esso, con argomentazioni storiche e filologiche, dimostra la falsità della donazione di Costantino, documento apocrifo in base al quale i cattolici giustificano la propria aspirazione al potere temporale. Secondo questo documento, infatti, e lo stesso COSTANTINO, trasferendo la sede dell'impero a COSANTINO-POLI, a lasciare al pontifice massimo di ROMA il restante territorio del principato. La dimostrazione di V. è accettata e lo scritto è datato all'VIII secolo o IX secolo. “Quid, quod multo est absurdius, capit ne rerum natura, ut quis de CONSTANTINOPOLI loqueretur tanquam una patriarchalium sedium, que nondum esset, nec patriarchalis nec sedes, nec urbs nec sic nominata, nec condita nec ad condendum destinata?” “Quippe privilegium concessum est triduo, quam CONSTANTINUS esset effectus christianus, cum Byzantium adhuc erat, non Constantinopolis.” V. dimostra che anche la lettera ad Abgar V attribuita a Gesù e un falso e, sollevando dubbi sull'autenticità di altri documenti spuri e ponendo in discussione l'utilità della vita monastica e mettendone in luce anche l'ipocrisia nel “De professione religiosorum” suscita l'ira delle alte gerarchie ecclesiastiche. E obbligato, pertanto, a comparire davanti al tribunale dell'inquisizione, alle cui accuse riusce a sottrarsi soltanto grazie all'intervento del re. Visita Roma, dove i suoi avversari sono ancora molti e potenti. Riusce a salvarsi da morte certa travestendosi e ritornando a Napoli. Vengono divulgati gli “Elegantiarum libri sex”. Il saggio raccoglie una serie straordinaria di passi desunti dai più celebri scrittori latini – CICERONE, LIVIO, VIRGILIO -- dallo studio dei quali occorre codificare i canoni linguistici, stilistici e retorici della lingua latina. Il saggio costitue la base scientifica del movimento umanista impegnato a riformare il latino sullo stile di CICERONE. In le "Emendationes sex librorum Titi LIVII" discute, col suo modo di scrivere brillante e caustico, correzioni ai libri di LIVIO in opposizione ad altri due intellettuali della corte napoletana Panormita e Facio che non avevano il suo stesso spessore filologico. Con la morte del re, la sua fortuna inizia a volgere in meglio. Recatosi nuovamente a Roma, e ricevuto da Niccolò V. Assume il ruolo a lui più consono di professore di retorica, ma non perde nemmeno il suo spirito caustico e inizia a criticare la Vulgata, facendo confronti con l'originale greco sminuendo il ruolo di traduttore di GIROLAMO (vedi) e DONATO e giudica spuria la corrispondenza tra SENECA e Paolo. Sotto Callisto III raggiunse il culmine della carriera, divenendo segretario apostolico. È quasi impossibile farsi un'idea precisa della sua vita privata e di suo carattere, essendo i documenti nei quali vi si fa riferimento sorti in contesti polemici e, pertanto, fonte più di esagerazioni e calunnie che di testimonianze attendibili. Appare comunque come persona orgogliosa, invidiosa e irascibile, caratteristiche cui però si affiancano le qualità di elegante umanista, critico acuto e scrittore pungente nella sua continua e violenta polemica sul potere temporale dei cattolici. -- è un personaggio di eccezionale importanza soprattutto quale rappresentante del più puro umanesimo. Con le sue spietate critiche ai cattolici e un precursore di LUTERO contro VIO, ma è anche il promotore di molte revisioni di testi. La sua filosofia si basa su una profonda padronanza della lingua latina e sulla convinzione che è proprio un'insufficiente conoscenza della lingua latina la vera causa della lingua ambigua – piena d’implicature -- di molti filosofi. V. e convinto che lo studio accurato e l'uso corretto della lingua e l'unico mezzo di acculturazione feconda e comunicazione efficace. La grammatica e un appropriato modo di esprimersi sono a suo modo di pensare alla base di ogni enunciato e, prima ancora, della stessa formulazione intellettuale. Da questo punto di vista, la sua filosofia e tematicamente coerente, in quanto ciascuna delle parti si sofferma innanzitutto sulla lingua latina, sul suo impiego rigoroso e sull'individuazione delle applicazioni erronee della grammatica latina. Il profondo distacco storico ci permette di distinguere la sua filosofia in due filoni, quello filologico e quello critico. Sebbene sa mostrare eccezionali doti di storico negli saggi critici, questa capacità non è però riscontrabile nell'unico saggio definito storico, cioè nella biografia di Ferdinando d'Aragona, tutto sommato un modesto elenco di aneddoti. Il principato romano inizia a tramontare, il che si palesa non solo nell'indebolimento delle forze politiche e militari, ma anche nello sfaldamento dell'ordinamento interno e soprattutto nell'imbarbarimento della cultura. La crisi generale e l'accettazione di molte genti non italiche tra i cittadini romani provocano un lento ma significativo allontanarsi dalla lingua latina verso forme dialettali e meno eleganti, come l’italiano. Si evidenzia la necessità di uno sviluppo della lingua latina che presuppone la canonizzazione della parlata popolare e della sua semplice grammatica. Sono i primi sintomi della nascita del volgare, che necessita di un millennio per svilupparsi pienamente. Durante questa lunghissima transizione, in tutta l’Italia ci è un'enorme incertezza linguistica. Il romano classico cede lentamente il posto ad una mescolanza di nuovi idiomi che combatteno pella supremazia. Gl’effetti di questo periodo di passaggio sono ben visibili soprattutto nelle traduzioni che via via nasceno dal romano verso l'italico, poché la linea di demarcazione tra il romano e il volgare e fluttuante e nessuno dei traduttori puo dirsi un vero esperto in materia. E il primo a stabilire un limite alla volgarizzazione, decidendo che un cambiamento oltre tale limite e già parte del processo di sviluppo. In questo modo, riusce non solo a salvaguardare la purezza del romano, ma pone anche le basi pello studio e la comprensione del volgare nato dal romano. Si pone tra i maggiori esponenti dell'umanesimo non solo per il suo costante apporto di punti di vista umanistici, bensì anche per la sua annosa avversione alla cultura scolastica. È indicativa ad esempio la sua tesi in “Della volutta” sugl’errori de PORTICO praticato dagli asceti che non avrebbero preso in debita considerazione la legge naturale. La morale consiglia infatti, a suo avviso, un'esistenza allegra e godereccia che non preclude in alcun modo l'aspirazione alle gioie del paradiso. Analogamente, nelle “DIALECTICAE DISPUTATIONES”, confuta il dogmatismo di Aristotele e del LIZIO e la sua arida logica che non offre insegnamenti o consigli, bensì discute solo di parole senza raffrontarle con il loro significato nella vita reale. Altrettanto critico si dimostra nelle “Adnotationes in Novum Testamentum” quando usa la sua profonda padronanza della lingua latina per provare che sono state le traduzioni maldestre di alcuni passi del Nuovo Testamento a causare incomprensioni ed eresie. È a lui dedicata una fondazione che in collaborazione con Mondadori, pubblica la collana dei romani i in cui vengono proposte edizioni critiche di testi classici. L'arte della grammatica, Casciano (Milano, Mondadori); “La falsa donazione del principe Costantino”, Pepe, Firenze, Ponte alle Grazie, Scritti filosofici e religiosi, Radetti, Firenze, Sansoni, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, “Repastinatio dialectice et philosophie” (Padova, Antenore). Treccani enciclopedia, Il Contributo italiano alla storia del Pensiero: Filosofia) ; Garin, "La letteratura degl’umanisti", in Cecchi-Sapegno Letteratura italiana (Milano, Garzanti); Basilica Papale SAN GIOVANNI IN LATERANO, su Vatican. Pubblicate per la prima volta da Erasmo da Rotterdam. Antonazzi, “V. e la polemica sulla donazione di Costantino, Roma; Camporeale, Valla. Umanesimo e teologia, Firenze, Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento, Fink, Laffranchi, “Dialettica e filosofia in V.” Milano, Vita e Pensiero; Mancini, “Vita di V.”, Firenze, Sansoni; Regoliosi, “V.. La riforma della lingua latina, della lingua italiana, e della logica, Atti del convegno del Comitato Nazionale, Prato; Firenze, Polistampa, Donazione di Costantino. Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Enciclopedia Italiana, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Rita Pagnoni Sturlese. Su treccani. in Il contributo italiano alla storia del pensiero Filosofia, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, La falsa donazione di Costantino, su classic italiani. La tomba su Penelope uchicago. LAVRENT Ad uetenm denuo codicum fidem ab loarnie Rtnerio emendata omnia. Kjran i APVD SEB. GRYPHI VM IVGDVNI, 4 o* STVDIOSO LECTORI S. Hd£« /etfor optime hos elegdntidru libros multo quum diu tehdcurtqudm prodierint,emdculdtioref,loanis Rtcnerij opc- ' rd,cu/m nonnullis dnnotdtionibus, tibi hdudpdrum profuturis , ab eodem in mdrgine ddditis. Veterum dutem dutorum cxem- pld,qu / V d/c lcttor,Rjcnerijqi ld- ’boribus fuere. 1 1 .«jiiJDiO I lOANNI TORTELLI r9. Aretino , cubiculario Apoflolico,Theologo* nat iUam dignitatem,quam ab ida ornetur. Nec ego minus ueneror cius uirtutes apud me, quam datas a Deo Apoftolicas claues , d(aues,quum pro: fert im [cientia [aerarum literarum.ilauis ud* cetur,ab eodem Deo tributa,qux apcrit,cr nano claudit: cf ait* dit,cr nemo aperit, Jftuj utraq manu clauei gcflat,[apientix altera,altera potejhtis. Quare ( ut libere quod fentio dicam) uel magis mihi lxtnndum,atq; gloriandum erit, fi a taminte * gro,tm fan (tortam fapienti uiro,quamfid fummo Pontifice, laudabor. Summi enim Pontifices imlti fuerunt, [e d qualis hic, uix unus,aut alter : quem ab fit ut emerendi fauons gratia im* penfius iaudauerim, quippe qui fciant er me improbaturos ho mines, fi mentiar.ej illum talem effe,qui nec feipfum ignoht,' crteflimonia fuarurn laudum malit in pettoribus efje,quam itt* linguis. Neq; uelim te hanc ei epiflolam oflendere. I n qua etft laudatur, id tamen non ideo fit, ut has laudes ipfe, fed ut exteri legant:cr (quod ad nos attinet ) magna [ane honori tuo , ac meo fiet accefiio ex hac Nicolai pontificis commemorationes Etenim fi in arcubus triumphalibus ,cr columnis,cxteinsq; id genus operibus in honorem aliquorum cxtruttis,qu6 fintau * guftiora,cernimus interdum alicumDci,aut D eo finuhs imaginem [uperpofitamicur ipfe naputem mihi ficiundu/m,ut huic mex columna (non aufim dicere arcui ) duodecim paffus alta, quam ego opifex tibi ob fingularem eruditionem, fummarn beneuolentiam,maxima in me merita dicaui , imaginem ‘ N icolai fummi Pontificis mea manu fcalptam in cui mine collocem, ut operis decori quadam etiam , ex ipfo prxfidc maieflas accedat { ita er noflra in illum reuerentia ,ac £ -* religio , cr illius in nos ” fauor , fylendorque ! conflabit. Vale. 4 i LAV £ A  PATRI TII ROMAni , er de LINGUA LATINA bene meriti , in fex Elegantiarum libros elegans , er do= admodum prafutio. WM fepemecwm noflrorum maiom res gc{l as, aliorum# uel regum , uel populorum con fidero , uidentur nuhi non modo ditionis noftri homncs,uerum etia lingua: propagatione exteris omnibus anteceUuifie. N P er fas quide, M edos , Afiyrios,Grxcos,aliosq ; permultos lon* ge,late# rerum potitos effe:quofdam etiam,ut aliquanto infi* nusquam Romanorum fidt,itx multo diuturnius imperium te nuijfe conflatinuUos tamen ia linguam fuam ampliare, ut no* firi ficeruntiqui (ut oram illam 1talia: , qua magna olim Gracia dicebaturiut Siciliam, qua Graea etiam fuitiut omnem I tt* liam aceam ) per totum pene Occidentem , per Septentrionis , per Aphrica non exiguam partem , breui Jpatio linguam Ro= manam (qua eademhatina a Latio,ubi RoHia^hdicitur) celebrem,zr quaji reginam effecerunt,^ (quod adif)fas prouftt , cias attinet ) uclut optimam quandam frudem moralibusnd fu* ciendam f 'ementem prabuerutiopus nimirum multo praclariui , multo# Jf>eciofius,quam ipfum imperiti propagajfe.Qui enim imperium augent, magno illi quidem honore affici folcnt,at $ imperatores nomindtur.qui autem beneficia aliqua in homines contulerunt ,ij non humana, fed diuina potius laude celebrantur : quippe qui non fua tantum urbis amplitudini, ac glori a confulant, fed publica quo# hominwm utiliatl,ac faluti. lai # noflri maiores rebus bellicis, pluribus# laudibus exteros horni* nes \ PRAEFATIO, 7 tics fuperaruntjingux uero fu£ ampliatione feipfis fuptriores fuerunt,tanquam relido in terris imperio,confortium Deorurtt . in ccclo confcQUti. An uero ( Ceres quod p'umenti,Liber quod * tHniyMinerud quod olei inuentrix putatur , multify alij ob ali*t quam huiufmodi bencficctiam in Deos repojiti funt) Unguant Latinam nationibus didribuijfc minus erit , optimdm frugem, e r uere diuinam , nec corporis, fed animi cibum i H £c cninf. gentes idos , populos qj omnes omnibus artibus, qu£ liberale i. uocantur,instituit:h£c optimas leges edocuit:h£c uid ad omne fapientiam muniuit : hxc deniq ; prxft itit , ne barbari ampliUf - dici pojjent. Quar? quis £quus rerum aftimator non eos pro* firat,qui facra hterarum colentes,ijs,qui bella horrida geren* teSydari fuerunt i illos enim regios homines,hos uero diuinqs iuflifiime dixeris, d quibus non (quemadmodum ab hominibus debet, fit) auftn rcfpublica ejl,maie;}asq; populi Romani folum,fed (.quemadmodum a dijs ) fallis quoq; orbis terrarum: eo^quidem magis,qu6d qui imperium noftrum accipiebant, fuum amitte* re , er (quod acerbius efl) libertate fpoliari fe exidimabanty — nec fortajfe iniuriaiex fermone autem Latino non fuum immi* nui , fed condiri quodammodo intelligebant : ut uinirn pofte* riusinuentum,aqu£ ufum non excufiitmec fcricum,lanam,li* numq; : nec aurim,c£tcra metalla dcpojfcfiione eiecit, fed re * tiquis bonis accefiionem adiujixit. Et ficu t gemma aureo adi* gata anulo non deornamento cfl,fe ' . ' Ex quo oftendit cr Mifitw» , cr /rw#u cffe declinatio * nis, genere aute diffirre.Ego uero reperio ancipite apud Mar* tialem fcripturd,cr frequentius fic, «t cr ipfe puto feribendu: .Cum dixi ficos, rides quafi barbara uerba. Et dici ficus Cacilianciubes. Dicemus ficus,quas fcimus in arbore nafei. Dicemus ficos Caciliane tuos. Ante omnia,cur ille ridffet Martialem, quod diceret ficus? An non reperitur ficus,faltem pro arbore,atq ; etiam pro frttttu, in numero fingularii Non hoc ergo iUe ridebat. Quid ergo? quod genere abuteretur?ne hoc quidem. Quippe cum dico ficus,quo genere utar, nono intcUigit. Certe ridebat quod alia declina* tione uteretur, qumea,qua debebat, ut ex fecundo uerfu, in quo mutata efl declinatio , apparet. Quod fi igitur Cacilianus de declinatione agebat , non de gencre,debuerat Martialis ad, declinationem , non ad genus refpondere,ut efl putandum:atq; adeo neceffe efl eum rcfpondiffe. Siquidem ( ut o flendi) iUe re * prehcnderat,quod hic ficos diceret , non ficus. Qua reprehen* fio fi ueraefl, ut Prifciano uidetur,qui uult ficus magis effe quarta , que tandem modehia poeta fuiffet,eum qui refte ad* moneat, tam execrabili,etiam uero crimine inceffere? ergo con* iunxit accufationem imperitia cum accufatiotte flagitij per io* cum,cr dicacitatcm,ut moris fui efl,quod ille adeo flolidus,non folum nequam ejfet,ut negaret ficos reperiri, quos fetum, femper, cr quidem cum dolore gefhret : quod minime mirum efl reperiri,quum profruftu , ad cuius fimilitudinem morbus ap* peUatus efl,in fecunda declinatione, cr ( ut opinor) in genere mafculino non modo apud poetas, fed apud oratores quoq ; pro* hatifiimos reperiatur.ut Horatius, Pinguibus cr ficis paflum iecur anferis albi. Et Plinius ad Oflnuiwm Rufum, Qua nunc cum ficis,cr hole * Lib.i.epi* tis certamen nondum habet. Et Cicero de Sene£lute,Ex tantulo grano ii.3 Scr. i.faty.J. v* 7 14 Lib.i. Satyra io.  grano fici. Quidam grammaticorum recentium3idefl3imperl U torum,aiunt pro fruttu quarta , pro arbore fecunda effe decli - nationis3quum pro arbore fit fapius quartaiut idem de Orato * re : V x orem fuam fujfcndijfe fe de ficu. Seciida autem ut apud luuenalem : -Ad qua Difcutienda ualent flcrilis mala robora fici. 8atur«}.cx. ip, Macrobius er ipfe in fecunda declinatione femper fire utitur, er plurimos ueterum oftendit ufos. Prifrianus uero uult pro fruticer morbo quarta ejfe3cr hoc autor itote Martialis. Hem . que ego inficior ultimum illum uerfum poffe fic legi , ut recitot Prifcianus-.fed id ioco magis 3qukm ferio a poeto accipimus effe dittum.Neq-y enim feipfum3quod ficos dixifjet3fed illius er ne* quitiam3zr imperitia reprehendere uoluitmon ignorans ficos & Latine 3Fd“uldm potm,qum fretus cithara, fideculdm dndlogU exigit . De dutoriMc fdtisfecerit Tetius S fe atraT f °mpeuts,iufcribenst Udes genus cithara,diae,quod ttntm int"Je chord* *»*?“«■» inter homines fides, concordent. fiSL”S. p£ arr TVT fidi1cuUt™g‘‘* fides, fleut sedicula ab ahidiius , nat tdesjedteula a fides , cedicula i cedestnon edeculaSedecula, ** iambos dius mafculina,in eda faminina,in cllu neutra.Culter cultellus . Liber libellus.Puer puellus . T ener,tenera tenerum,tcnellus,te* nella,tenettu:mifer,mfera, mtferfrmifeUus, mifeUa.mifeUu :facer% facra/acrum,facellus/acella}faccllu. unde hoc facellu,pro tem* pio modico.Hinc fidum eft, utfceminina quoq ; fubjhntiuom eodem modo,quo adicdiuoru,ficeret diminutiua. Caper,capra, capella. Puer,puera,puella.Liber, libra,libcUa:licet multo aliud libra,qud liber (ignificct.Hac diminutiua in cUus, et eda exeut. *> Sunt quada m iUus , illa, interea aute priora Prifcianus ponit Ala,uultq; ficere diminutiuu afcclla: Cicero tamc inter pofterio Cic.de Onto* ra. Duo enim mafculina , totideq j foetninina donat hoc genere ?td* * ■ terminatiois:Palus,paxillus:Talus,taxilliis: M ala maxilla: Ala, axilla. Sunt tamen cr alia in hanc uocem exeuntia. T T L.k 4U0% diminutiua, que finiunt in afler, imitationem po * A tius,qum diminutione fignificant: necfc enim ea ratione di* b citur *t> •  citur Oleader,Pinaftcr,Apiadrum,Menthadru, Siliquadrwntp quod/it parua olca,parua pinus, partium dpirn , parua mttha, ' parua pliquaifcd quod fylueftria,oleam, pinum,dpiu,methdm, ftliquam imitantia : cr,quo quidam utuntur pliader pro priui* gno,non paruus filius eft, fed imitatis filiumtcr parafttafter,no Pdruuf paraptus ( aliter enim no diceretur a Comico, parada* aft*cimVaiu fler paruulus ) fed imitator paraptorumiut apud M. TuUiu pro Tuu.pro Vjjre yareno,Erucius hic noder Antoniadcr cft.Et ad Atticum lib. |i. ).>.|us (Sora X I i. Omnino folet effe E uluiadcr .id eft, Antonij, F uluify imi* f*01^ i.uc au- totor.EthincAMgujhtuu appdlat pbilofophadrum:non(ut pu* defidtratur, to)paruum philofophum yfed imitatorem philofophorwm : nifi SeSSScS ^cas iwtotionem effe diminutionem quanddm perftftiontf * nuib. 7.ciZis\ushUyuri\ pro fuflU gatione. Carnarium non locus , ubi caro falfa fuff cuditur , fed caro ipfamifi contentum pro continente accipiatur . Donaria, Ser.fn illud %. no lacus repofitorius donoru , fed ipfa donailicet Seruius dicat, ribS8di'^osai ubi dona oblata funt:ficut leftifternia dicutur,ubi homines fede u ad donaria ye in templo confucucrut. ita in exteris adbibenda efl in fimiliu &c% nominum fignificatione accuratio. EijM^ftmmiisTWtinwthi ' n f culina, fcxtmn in a,cr communia,ofjicia homimm,qualmtcmq. ; fignificant. Caprarius,faltuarius , camparius, horrearius, clafiia* riusicuflos exercitorue caprarum, faltus,campi , horrei, clafiis. Sagarius, lintearius, uefliarius : uenditor fagorwm , linteoum, , ucfliu. Proprietarius, Fruduariits,vfuarius:cuius efl proprietas prxdij, cuius fruftus, cuius ufusiqux omnia fignificant a&ione, t # . I. « poffcfiionanq;,numero quidem incomprehenpbilid.Vauca dutc qu£ papiui- acciptitur:Legdttrius,Comoddarius,Depcptirius, Benepciarius, lideicommiffarius: qui legatum , commodatum, i ■. depojitum, beneficium , pdeicommiffum accepit , e r fiqudfuttt * e tiam nomina quadam re * rum,Calana, Sulphuraria: ubi calx coquitur, er fidphur fit. Atque hac a nominibus fere proficifcuntur: dia uero magis 4 uerbis,ucl a tierbabilibus in or, ^msinrta^drium, dftionem pgnipcantia,accufatorius,pd^ortUs, depnforius,p* deiuflmus,inftitutorius , exercitorius , tributorius. N am T rU butarius uenit a tributm,Tributorius a tributor , peut depop* tmus 4 depojitum , Depop tortus a depoptor. Signipcat itaque Tributarius, qui foluendo tributo obnoxius ejl: ut Stipendia* rius,qui foluendo ftpendio-.cr Depoparius,qui reddedo depo* pto: ut Munerarius , qui dat munera populo , gladiatoribus in arena exhibenda. 1 deofa uas efcariwm dicimus,^ uas potoriu : quia hoc a nomine uerbali uenit, illud non uenit. P rator, fena* tor,holitor, littor,no opinor dcfcedere a uerbisifed quia uocem uerbale obtinet,pcut cenfor,cr qua8or,pc formaucrut fua dea nominatiua pratorius, fenatorius, holitorius,Uftoriiis,ceforw, C quaftcrius. Holitor autetn , cft qui horti holeru exercet, que nonnulli hortulamm uocant.Ep er holus,unaqu£^herba,qua ucfcirmr.Namfhrt^x^iivrii rmhvIftTl^^dyrWrib^ conp ti,cr uoluptatis gratia comparati: ut horti Salluftiani,Pompes iani,LUculliani,Claudiani.Lidor, minifter confulis,proconfu * lis,prinetum,uepretm,fimdia^ : tamen dicimus fenticetu, non fentetum. DccucntUjiuflTujpcrmKrUjiugwo. c a p . vir, EVentus in fingulari generis mafculini, er dcclinatiois quot tt eft:cuius plurali M . Tullius fiepifiime in neutro genere , C r declinatione fecunda utitur:ut de Oratore , Ex aliorum fa* &is,aut di(tis,aut eventis, l dem de Diuinatione:Si eventu qux * *”£-«*•* rimus, qux exquiruntur extis .Et ad Luceium : Tabulam reru, euentorumfy mcorum.Et ad Atticum: Sempcr enim cauf!lh feL, *3 hiffu,er pcrmiffu tuo,quorum pluralia funt potitu fecunda de* clinationis, injingulari fire nunquam . Necjj cnimdicerc fole* : ■ pius iuffo tuo,fed iujfu:non permiffo tuo,fed pcrmiffu . Horatius tomen, V ttr permiffo - id eft, re permijfa , no mrte permifiioemec p1, *• dixijet permiffo tuo, nec iufiibus , permifiibusq; tuis/ed iufiis, pernufaq; tuis:ncc iujfm,pcrmiffusqi tuos/cd iuffa,permijfaq; Eclog>g CT in eodem opere: Na uolucri ferro tindilc uirus inefl. T onfile buxeti, er tofilcs oles legimus,qu6d tofe funt , er in orbem,ac comam putatce . E t hac nomina in participium pafiuu rcfoluutur,qua pafiuu habef.qua uero pafiuo carent , in prafcntis participiu , qualia funt neutra: ut anima uolatihs, quafi uolasicr quidam uolatilia uolucres uocdt, quia uoldt: ut altilia animalia,qua alutur.Sefilcs laduca , quafi fcdetes,quod licet a participio non ueniat,tame eiufde natura efl , cum in fi= gnificatione confentiat,cr d fupino nafcatur.Vmbratilis uide* twr couenire cum catcris,quafi umbratus:ut uita umbratilis , er ires umbratiles: id efl, uita, umbra er opaco marcefcens :er res per inuolucra,er inanitatem,qualis umbra efl,duda,umbrati* les appellantur. V erfatilis quoq; fcetia uidetur fgnificare,quod uerfaturhuc, er idue, no quod uerfaaefl:cr axis ucrfatilis,cr gladius angeli uerfatihs,qu6d uerfatur. Quidam autem uerjilis fccna,cr dudilts dicunt: uerfilis quidem quod quum tota machi tiis quibufdam conuertebatur, aliam pidura faciem ojlenderet: D udiUs uero,quum tradis tabulatis hdc,atq; idac,Jpecies pi= dura nudabatur interior . Plicatilis crijh upupa , quod plica* tur,non quod plicata efl:& nauis plicatilis,qua plicatur, quuto foda efl cx corijs . Eifilis arbor , fi file lignum , fi file robur y tum quafi fiffum cuneis , tum quia finditur , quafi fifibile : ut ap.fi. Plinius libro x v i. H ac maxime fi filia,alia frangi celeriora , quam findi, idem paulo pofl: NutUsfy fi file rimis hoclignum. Dehac foiutiii id cfl,fifim . Solutilis etiam nauis dicitur ( qualis nauis in qua pinx&iuu^- ASnPP,n4 * Nerone filio per infidias pofita , naufragium gio , uide Su«t. ficit) quafi folubilis , qua facile foluipofjet. Ego uero malint & CoriTaci folutilem dicere folutm , er non fideliter confutam . E t f 'edi * itb;i4. lc porrum legimus , non tam fedibile ( quid enim non esi fe* dibilcf  J. tj flibileOquam fettum,cr fua /ponte concifum,cr [eftu intror* fum.¥utiUs,uanus,uel inutilis: uel a futio futo, unde effutio effu tisiuel 4 fuo futum:uel per apocopen ab alio fupino,quod ab a* '*Fnioiom fntd I ijs diurnari malo,qum a me profari . Aquatihs}a nonune3uel u«bi futuo, 4 uerbo3animal in aqua degens. Saxatilis, incola faxorii Pifcis fluuiatilis , incola fluuij , nonmans , aliarumue aquarum pifcis. Pluuiatilis aqua, 4 pluo3uel magis a pluuia. Deadie&iuis inbundus. cap. ix. PKifcianus libro quarto inquit: In &«n Unis fkftmivr pdnis triticeus,hordaceusue, non exfolo triti* co,bordco'ue copofitus cft,fcd ex aqua quoq;,licct triticeus utri ; ufq; harwm,dc quibus loquor, firmarim uideri pofiit, er magi/i idius,cuiusfunt creteus, arundinem, er fimlia.Namtriticaceus J icere deberet, nifi dicimus euphonU caufa,ca,fyUabamcffe fub * latm:quod mihi ita uidctur efje , quia dijiuntfa eft ftccies eoru, qii£ exeunt in ceus,cr eorum qu£ exeunt in eus. Huius generis ^"pj^aanto eftuinaceus,quum ejl adicftiuu: ut,uitiaceo grano legimus que- rciib.^c^.a* damfuffocatum. pro acino uu£.et uinacea fubjhntiuum plurale pro granis uu£ iam preffie. Dicimus tame mons terrenus potius, quamtcrreus,aut tcrraceus. Sunt item nomina finita in itius,de * fcendentia ab habentibus t,in ultima fyllaba: crfid nominibus quidem, fi gnificant materiam: fi a fupinis uero,pafiionem quan * dam:ut,Cratitius,Stramcntitius, Lateritius, C & ,Mmor comparatiua funt per imminutionem. Eft enim Sic. tt in iiiud fcnior non fatis fenex , iunior non fatis iuuenis , intra iuuenem, Jd«UrefSSat ficut pMpwior intra paupercmihoc autem dicit varro in libris pefote nocc*. fuisad Ciceronem : quam rem a Vdrrone trafttum conprmat etid Plinius:Hac Seruius.Si uero hoc varro , e r Plinius ait, quis non cernit pbijpp repugnare rationemhancfEft enim naturi comparatiui fuperare in ea qualitate , quam obtinet poptiuus, quafuperatio quoties incolumis e p,no pofiis tunc dicere fidi effe imminutionem. Ponamus exemplum huic rei pmilimu/nu. Antiquior te ego fum: id efl, maior te natu fum. ttem,adolefu* tior tcfumiid caminor natu te fumiita, iunior te fum: id cft,mis fioris a tatis quam tu}uiJiliuifawWtymtfHpwnlh:quc in modum accipitur illo in loco Scruij . Ergo no per imminutione, fed proprie. Quare ut in iunior fallitur, itaet in fcnior falli dicU dus e p :qu£ tamen omniaCut fentio)pro pofitiun accipi folent. quemadmodum etiam ocyus,pro ocyter.Tftmus pro non,jempcr'+Z~f ftre accipitur : pequentifime tamen iundm cum pn , aut cum quo, pro ut. Sin minus,id cfl, p non: Quo minus, id ejhut non: ficut,Quo fecius , etiam pro ut non. Quid de hoc comparatiuo minus pei mentionem, aliquid etiam de ipfo dicam. Placet aute mihi non modo d paruum uenire , fed etiam d parum : ut parum pecunu habco,no autem paruum pecunU:ergo minus pecuniA dd parum pecunu potius, quam ad paruum pecunu uideturre PriiUib.jj. ferri. Addam aliquid econtrario demagis. Ait idem P rifeianus, omnia comparatiua mittere aduerbia pmilia ueutro generi . Atqui magis, non in us exit more diorum, fed in is: quod coma paratiuim ejfe er uis ipfa huius uocis indicat, er multo poft ( nefeio quomodo)fatetur hic autor. Pr* tereo quod a maius nui Ium aliud aduerbiu eji , er aliquod ejfe debet. Dicimus enim iu* ftius queror, melius feribo, peius canto, plus gaudeo, minus do* leo unaius gaudeo non dicimus, fed magis, quod a magnum po* fitiuo compar atiuum ejfe uelhinc palam efl,quod omnes fic lo* equimur: magis poterat Pompeius, quam Cte Jar, fed poftea mda jc ime omnium potuit Cafar. Ex quo apparet eiufdem pofitiui, quod eji magnum, comparatiuum ejfe magis, cuius fuperlatiuu eji maxime, mutata u in g:er appofita i. Qjqod quum ita jit, cur per magis er pojitiuum refolui comparatiuum Prifcianus uo* luit,taccns de ceteris que eundem ufm prejhnt* fortior, plus fbrtis,uebementius fortis, ualidius fortis , er que funt eiufmodu Opinor quod non putabat hoc ejfe comparatiuum , ut quod 4 uocc compar at iui recejferat-.aut fi putabat,abfurdum uidebatur comparatiuum per comparatiuum refolui cum pofitiuo, quum prefertim ipfum magis , more aliorum comparatiuorum rcfoU uendum fit, quod fieri nequit. Quod fi refolui nequit, ne' aliud quidem poterit. Quale cfl fi dicam,quod efliflorum mdius edi* ficium,dut quod ualidius i abftirdum ( ut dixi ) quibufdam uU deri pofiit, fi refoluatur magis magnum , er ualidius ualidum * Adde quod ficut refoluit comparatiuum per magis , ita debuit refoluere fuperlatiuum per maxime : forti fimus Grecorm A* chilles,maxime fortis Grecoru,no aute fuper oes Grecos fortis . hoc modo fuprafe fortis erit, quod fieri nequit. Item fine appofito,fbrtifiimunon longior, medius.Horatius,0' maior iuuenum- in cpift.Mcd. ln4M,t : d£* *uos cmw p*fones patrem, filium# feribebat. OuU ad iaf. * dius in perfona Medea, qua duos' filios habuit , Quum SJ   Qnm minor ex pueris iujfus, Jludiofy uidendi Conjtitit ad gemin £ limina prima foris. Et Cecfar,fiue alius pro C£farc,in comentario x i.intejkmen* toPtolemei patris, Haredes erant feripti ex duobus filijsma* 3 uebcUiua. ior,e? ex duabus ea,qu£ etate antecedebat . ideo maior A iax, CT ntinor.ille Telamonis,hic Oilei filius. Maior,et minor Atri = des:iUe Agamemnon , hic M enelaus. M aior Cato , er minor , * JVI aior,*? minor Scipio, de duobus A pbricanis. Maior Cyrus , er minor.fiue fuperior,*? pofterior : nam tepus fignificamus, non dignitate maiore,minorcm'uc.De malis tame non maior, c? minor dicimusiut, Dionyfius fuperior, er Dionyfius infirior* Qui numerus quu fuperat,non per coparatiuu, fed per pofitU uum,aut per fuperlatiuu loquinutrut , Magnus A lexader, M a* gnus Pompeius, Fabius Maximus, Valerius Maximus. E tb tu es doftior fenibus , iuuenum c longe k  longe do ftifiimus. Gr.|. poft quafi imprudens , quod negauerat , conjtjfus ejly prior re- ferri ad unum, primus ad plura ( quod antea Diomedes, Dona* tus,cr Seruius dixerant ) ideoq; illud iungi ablatiuo more com * paratiuoru , hoc autem genitiuo more fuperlatiuoru. Qua: non fignijicant melior, & optimus ( quemadmodum ipfe uult) jicut nec potifiimu,optimum,in Phormione apud Terentium:vbi tu Aft.i/ce,». dubites, quid fumas potifiimu,fed in his omnibus principalior, c 3. pritt  principdlifiimus3zr printipalifiimm. Quod quum ita fit (ut irt fumma colligdm , cr brcuitcr dicam 3 ut d principio inftitui ) compar atiuum inter duo cjfe,fupcrlatiuum inter plurd3fi modd tria funt imparia : ueluti fi in duas parteis duitas diuifa ejl , ut beilo ciuili P ompcij,er C£faris3rcfte dicas3maior pars Quiri « tiumfequcbatur Pompeiim^minor C qum fordidetur.Plaut.in Cdptiui duo: Ego qui tuo moerore macaor,macefco,cofenefco,cr txbefco mi fer.Tro codc pene decipit maceror *er macefcomifi quod mace * rordd dnimum magis pertinet, quafi affhgor.macefco magis ad «orpus. Videtur autem ratio dici uelle potius maaefco , ut ni* fefcOypigrefco,ccgrefco : fcd etiam dici potejl macefcOyUt ace* |co. Crebre fco tamen potius dixerim, quam crebefco. Verum dd rem. Ediuerfo Vergilius: Gcorg.T. -Maria incipiunt agitati tumefeae. -Et iterum: Acncid.7. Elutius ubi primo coepit cum albefcere uento * Et iterum: Georg.3. sin in proceffu coepit crudcfcerc morbus. Vbi quid opus erat dicere,quod incipiant res twmefcere, albe * fcercycrudcf : er e -quum fatis , imo magis proprium fuiffet dicere, quod tumefcebant,albefcebant,audefcebat:id ejl , quod incipie * bantyfiue inchoabant tumere , albere , flue audere. Quid ago fignificant uaba inchoatiuaf N empc(ut breuiter finiam) quod uabd compofm a fioycalefioftigefioyfordcfiojnualefioyccgre* fioyCT arde fio: qu£ ideo in ufu non funt , quia fupcruacuum cf* . fetyduas nos uoces habae idcmfignificanteSynec nift ubi altau deficityaltaius prafidio utinutr. Calefies, pro cdlefiens utimur: cr pdtcfcenSypro patejiens,quanquam utrunq j reperiatur , pa* tefcoy cr patefio : quoniam ne infimplici quidem fuo reperitur ... fiens,nec quod ab hoc formaretur fiedus.Dicemus itaq cadefces, cr calefaciendus.Hec defunt qui fiens utantur ,fid in eo,de quo loquor fignificatomt in pfalmo x x 1. Etfdtitm efl cor meum , tanqua cera liquefies in medio uentris mei.Quum in alia tranf* latione dicatur liquefiens.Ex quo liquet eiufde utrunq ; ejje fi* gnificationis.ldiomate quoq ; Italico, atq; Hifi>ano(quod ex I tx lico oriundu ejl) adfiipuldte , apud quod pene L dtina uoce h£C uerba pronuncidntur3cr cate in hunc , quem ego dico finfum: quale '•H. . f. 'ff quale efl hoc,ogni di magrifco.hoc efl,omm die maere fco : per quod,incrcmentwm afiiduum,atcfc cotinuwm declaratur , no in* choatio. Quod fi quid inter huiufmodi uerba in fco , er in fio , intererityhoc efje arbitror , quod hac in fco pafiionem in fe ha* bentyiUa uero extrinfecus allatam. Vt in Aegypto Corfar quum C3tt* hoffes fugeret , elata Leua natabat, ne libelli , quos tenebat, madefierent : melius , quam madef cerent. E t quum fores ape * riuntur , melius patefiunt dicitur , quam patefeunt . At quum quis in balneo fudore irrigatur, er fores fua fpote aperiuntur, magis ille madefeit, quam madefit : er h£ magis patefeunt, quam patefiunt. I nchoatiuorum autem dicuntur prateria ea * dem ejfe,qu£ printitiuorum : tamen paucifiimis cur £ eft digno i fcere,quando a primitiuis funt,quando'ue ab inchoatiuis , quo* rwn multum differt fignificatio , licet crebrior fit ida inchoa * tiuorim:ut,pinguit, macruit, frixit, caluit : idem efl quod pin* guis fidus eflfnon autem pinguis fuit : macer fidus e(l,cr fii * giduSyCr calidus fidus , non autem macer , fiigidus,cr calidus fuit. Nam pinguet,idem eft quod pinguis efl:macret, friget ,ca* letyidem quod macer eft, frigidus eft,calidus efl: quorum prate* ritu funt pinguit,macruit,frixit, caluit : uix unquam in hoc fi* gnificato,pinguis,macer,frigidus , calidus fuit: fed in illo, pin* guis, macer , frigidus , calidus fidus efl , ut etiam in hoc aper * tius patebit exemplo : Tam cito macruidi f tam fero pingui * fii f non id fignifico, quod tam cito macer, aut tam fero pinguis fuifli , quafi nunc talis non fis,Ced quod pinguis , aut macer fi* dus es , atque etiam talis es , fiue tunc eras , fi de alio tempore loquimur. Qg£ prateria quia a prinutiuis non veniunt (.ut fignificatio indicat ) neceffe efl ueniant a deriuatiuis in fco. Vnde probatur etiam inchoatiua non fignificare inchoatio * fio». Quare Seruius uiderit,qui his uerbis prateritwm non tri = Scrufus in Do- buit, quorwm frequentius efl,quam fuorum primitiuorum. Nam ntum‘ quod ait, quia inchoatiua funtjdeo carere proteritis, cafja ratid eft, quum > E eft,quum hoc ucrbum inchoo etiam prxteritum habeat. V erunt hcc uerba nec inchoatiua funt, fiue calefit , quafi mcditt.tur.id efi, ut calcat exercetur. Terent. ».fcc.i. Hunc nide utrum uis argentum accipere , an caufam meditari tuam ) ea in fo inchoatiua , hotius,aut no ai^ryman".0 men,quum inquit:$wuhter etiam accujatiuo cafu utimur,quu ad G qu* dic. nolumus abfolutam jacere elocutionem^ per gerudij modum aliquid dicere : ut. Petendum nubi cjl cquum,codicem,uinim. Hinc Verg. -Pacem Troiano ab rege pete dum. N am fidixc* ris, petendus cjl codex,iam non per gerundij modum, fed par * ticipialiter loqueris. Hoc non aliter participium cjl, fcu nome , quam iUud,pctendum efl mihi iumctwm,prTfcrnm qudd'geru* ^WTnorc^^ pafriuKfed attiuc, .  fatiuo:ut,eo ad falutundun r fi-atrem,ad fatuandam fororeni,a4 — ' fatuandum fidus,ad fatuandos fratres,ad fatuandas forore 9, ad fatuanda fidera. Quod elegantius dicitur,quam cwm regi * nune:ut,eo ad fatuandum fratres, ad falutddum fororcs,ad fa* luandii fidera.P er alias quoq ; prxpofitioncs jimliter:ut inter, fed raro habet cum gerundio fubslantiuu , rarius regimen. Li* uiusame lib.i. Etipfc inter Jf otiandum corpus holiis ueruta pcrcuffus. E t iterumilnter accipiedas de fuis comodis rogatio * nes. De ante,nuUum ale imprcefentiarum exemplum occurrit . I n ablatiuo fine pr£pofitione:ut , fit iniuria domino fundi ud defringedo ramo,ud ligno iticidendo:res eunt ordine lite aut cate ufi* txte dicamuSypro eo quod eft , cupio filiam meam nuptum ire , er nos fidum ire: cupio filiam meam nupturum effe, & nos fidurwm effe: quum dicendum fit nupturi effe,erfiduros effe • dico aliud effe oratum ireter oraturum effe. Ego quidem cce* tiaturus fumynon tamen eo canatum,uel ad ccenadum. Etfcio te coenaturu effeyfed no protinus ire cocnatu}uel ad ccenadum . Nam participium futuri cu uabo fubdantiuo no habet adio * ttem illam,er motwm,quem habet uabum eo. Atqui in pafiiuo fuerat uaifimilius , fi dixiffet (quo etiam frequenta utuntur autores) idem effe , damnandum effe er damnatum iri. Nam eodem loco dicae poffumus,aedo peccatu meum refcifcedu/m effe,er refeitu iri. ItemjnteUigo , fcio9uideo,opinor,exidimo pecca .lir ELEGANTIARVM LIB. I. ?f peccatum meum patefaciendum effe,uelpatcfaftum iri:& ca* ter a uerba huiufmodi. I lia autem qua ad faturum rejf>iciunt,ut timeo,metuOyUereor,jf>ero,cupio,non idem faciut, quibus ma* ior difjvrentia ejl cu. pafiiuo participio faturiiut ucreor peccd* tum meum patefactum iri, magis quam patefaciendum eJfe.Cu* pio culpam meam celatum iri,potius quam celandam effe. 1 tcm timeo peccatu meum patefactum iri. Et pro iUo modo per pafa fi uu participiu faturi fubflituimus huiufmodi : timeo peccatu meum ncpatefidt,uel ut patefiat: quod fieri nequit in alijs uer * bis. Non enim licet dicer c,fcio peccatum:, ut refcifcatur,fed re* fcitum iriiuel refcifcendum effe. Denty (ut eo rcuertar , unde egrejfus fum) ut femcl Prifciano rejponded, non idem effe ora * tum ire,cr oraturum effe,dterum prafentis temporis e ji,ut ui* deo te accufatum ire mc,id cfl,nunc:alterum faturi,ut uideo te accufaturum effe mc:zr tamen accufatum iri me abs te uideo , accipitur pro eo quod eft,uideo te uel accufatum ire me,ucl ac* cufaturmn ejfe me,uel abs te accufandum effe me. Dc Supino in tu. ‘ c a p. x x i x. ID em autor , er in eodem,quod fuprd dixi,opufculo,ita ait : Hoc intercfi inter amando ,er amatu: quod amddo ejl in ipfo amore,amatu uero pro amatione,uel pro amoreiid efi,pro ipfa re accipitur. Et hoc manifijht ipfa etiam interpretatio Graea. Sed an hac difjvrentia uer a fi\t,eftu,quu/m dft icitur: crfiqua funt alia. At homo fuperbus ditto , er diftis,non di * tiu.Seuus JaClo,e? JaCtis,no jattu:id eft, quum dicit,non quum dicitur: quum Jacit, non quum jit. R es uerof*uafattu,z?dus fiu,id eft, quum fit,aut dicitur, non quia Jacit, aut dicit. Scipio clam adminiflratione bellorum dicitur ,*? adminiftratu beUo* rum,quando eft ablatiuus, id eft, admini&ratione. Cato dignus ddminiftratione Rcipub.cr adminifiratu, eodem modo. At Re* Jpub. digna eft adminiftratu,uerbum eftiid eft,ut adminiftrctur, nip addendo genitiuum Jaciat nomen , adminifiratu Catonis. Quare in illo vergiliano,quod P rif nanus affert: N ec uifu facilis, nec diftu effabilis ulli: _ ‘u quandoquide abeft genitiuus,non eft nomen,ut ille uult,pro ui* ^ fwne,cr diftionr.fed uerbum , pro eo , quod eft ad uidendm, Macrobtin6, uel dicendum. Nec ignoro a multis legi ajfabilis,non effabilis, Ssuw,ap.»« quod putatur fumptum ex illo ucrfu Accij in P hilo flete: Quem neq; tueri contra,net jj affari queas. Quod p ita eft , nomen effc* confttebimur,fed tamen nequaquam fupinum. Multi fcripferuf de cultu agroru,nomen eft:id eft , de cultione,*? cultura agro* rum.Locus autem faxofus non eft dignus cultu, nempe ut cola * tur,uel dignus coli. Homo dignus amatu,puer dignus doftufti* ber dignus leftu:id eft,qui ametur,doceatur,legatur. I deo# quii ex omnibus uerbis paftiuis liceat uti talibus fupinis, raro tamen . eifde tw cibus utimur loco norninu. Quis enim dicat,tu es priua v tus amatu meo,exclufus adoftu ntco,dofluspne leftu meofpro* feflo T *  - — *— fitto nemo. Ex quoapparet,quu in ufu uulgatifiimo fintpr 9 uerbis,ut ille liber ejl dignus leftu,no poffe inter nomina nwmc rari. E d. tamen qu£ ambiguum ufum habent uerbi, er nominis, dnimaduertendum ejl utram in partem accipi debeant:ut,tu es dignus gubernatu : fi pro gubernatione, nomen erit: fi pro eo quod ejicit guberneriSyUel dignus gubernari,uerbum : feino» mini accommodare folcmus,aut etiam debemus genitiuu:ucrbo nec debemus , nec folemus. Deniq ; ex duobus fupinis alterum aftiuo uerbo dare popis , alterum pafiuoiut amatum fit ab amo, amatu ab amor. De Participio praeteriti temporis fignificante aeftus,ConfiJeratus, D ifer* tus,Cautus,T utus,ignotus,Argutus,Falfus,Contctus, Tacitus , Profufus , Fluxus, Scitus,cr quo nonnulli utuntur, Difcretus. Circumjfettus ejl, non qui circumjicitur, que folemus appeU lare cojicmmff d qui circumjicit ,er in omnem partem more lanijcftntihoc cjl,prudens,cr fagax. Cbfideratus,inconfide 3 • ratusq;,qui agenda con fi der at, aut fecus:non qui confideratur, aut non cofideratur. Difertus,qui probe dijferit, non qui diffe* :> ritur. Cautus,qui fcit fibi cauere,non cui cauetwr. N onnuquant tamen res cui caueturiut pro Cecinna Cicero, Quo res mulieri effet cautior. Tutus portus , tua urbs, quod tueatur alios , non quod ab alijs defindatur. Tamen fepepafiiue in hominibusiut , tutus fim ab hoftibus , quod munitus , cr fine periculo furit, t>*dun.s, jgnotus etiam fiepe attiue,ut Quintilianus: Ne quis amen er a ret ignotus, non eftfilij mei nouerca,fed mater. Ignotus dixit pro ignordns,cr pro hojite,cr alieno,non pro ignorato. Ar» gutus,qui ejl acutu quadd,cr accuraa folertia, quafi acute ar* rnAnto.aA.1. &ucn*iGr Mftig4tts,non aute ab altero acute intetlettus,cr ue* fcc*. * fligatus. Falf ts,qui fallit;ut Taitius;Cenfeny ullum me uerbum potuijfe 77 ELEGANTIARVM LIB. I. petuiffc proloquti Aut ullam caufam ineptam faltem,falfdrn,ini* quamt Aliquando etiam pafliur.ut idem , Falfits es:id efl, dece* f"c J1* * ptuses,ait Pamphilus C drino. Et SaUuflius: Nec ed res mcfil- fim habuit. Contentus,qui continet,quod animo fatisfdcit,non qui continetur. Tacitus homo, tacitum as: qui tacct,non qui ta* cctur. Vergilius tamen pofuit pafiiue: Quis te magne Cato tacitum,aut te Coffe relinqudtt Rtn.6. Profufus,er fluxus dftiue apud SaIluftim:Alicni appetensfui lnCadl* profufus.quafl profufor. Namdiuitiaru , er forma: gloria flu * xa,cr fragilis habetur. Scitus qui fciens eft, er argutusiunde fcita Platonis interrogationes dicutur,afluta,er uafra,ac cum In magna arte compoflta.Vt apud Terentium quoq Scitu her* f«.*. cie homine,hic homines prorfus cx fluitis infanos jacit. N ifi ac* cipere uelimus pafliur.ut apud eundem , - Scitus puer natus efl f"Tt,tn ** P amphilo.quafi fleite , er dofte natus. Difcretus, qui qualitates pcrfonarum,er rerum momenta difeernit, non qui di) cernitur, Compldcitus autc ab aftiua uoce fleut fluxus uenit , habetq, fl* gnifledtione nec aftiua planc,ncc pafliuam, fleut fluxus , er in* ueteratus,quod er ipfum ab aftiua uoce defcendit,inueterafco C neutralis enim uerbi,er aftiui una uox cft, fleut pafliui, et de * ponentis, atq; communis) cui flmile efl iuratus aiuro. luratos enim iudices dicimus , qui iurarunt : er excretos hocdos apud Grorgo.Mtd- Vergilium,ab excrefco. E t exoletus ab exolefeo , quod dum efl JJUJUSJJS fubfhntiuim,flgnificat fcortum mafculum , er pracipue iam «ibus haedo*. adultimidm efl adieftium , fignificat adultu , fed raro repe = . ritur.ut apud Plautum,Keliqui domi exoletam uirginem.AduU Prifc tus ab adolefco. Defiftus quoque qui deficit. V t Martialis: »ib.9. Dulcia defcftfi modulatur carmina lingua Lib* 1 ,,cpt77‘ Cantator cygnus funeris ipfe fui. Quintilianus, Deftftnq-, labore feneftus,magna pars mortis ni * hil mihi reliquit,ni(i diligentiam. E t hac quidem flgnificationis aftiua in uoce pafliuatpattciora funt in aftiua pafliua.Euidens nego .Ii 78  negotium dicitur,quod uidetur aperte, er inteHigitur.no quoi Dedm! «o* I ndulgentior Jacies apud Quintilianu pro * pulchra,no qu£ dijs indulgeat,fed cui alij indulget. Ide in dio trib«4t Theb. loco : Fili indulgentifiime uidi te,nec femel uidi. Vnde Statius: Pulchrior haud ulli trifte ad diferimen ituro * Vultus, cr egregie tanta indulgentia jbnne. Pr£terel honorificentifiimos , magnificentifiimos, munificent tifiimos ludos quum dicimus , uidemur pafiionem fignificare in participio prefentis teporis:ab honorifices enim,magnificens, munificent ueniunt , ubi ficcns pro Jaciens dicitur : uel certe 4 tnagnificus,munificus,honorificus : que a facio componuntur, quod eft attiuuycr tamen ita accipiuntur,quafi honori fice, mu* mfice,magnifice Jatii,non aute facietes. Sed caufa efijquod h£C ipfaa Jacio copofitatam atiiue,qumpafiiue fignifiedt. Siquit dem uocamus homine magnificu,cr opus magnificuiiUum qui * dem magnanimiter Jacientem , hoc uero magnanimiter futium* Participium prxfentis temporis pro praeterito poni, Solent autores nonnunqudm pro pr£teriti participio fubfii* tuere iUud pr£fentis:nec folum Latini,qui carent participia pr£teriti atiiui,fed Gr£ci quoq^qui non carent. Cicero in Bru Dedar. Orat» toiQuwm e Sicilia decedens R hodum uenijjem. N on enim quis lopctoc. difcedens applicat. Multum inter principium uie,cr finem in* terefi.Vrimiim difcedimus,potiquam uero difcefiimus , nauigd* mus,uel iterfacimusipotiea quo tendimus,peruenimus. Quoma do ergo dixit decedes e Sicilia ueni Rhodu! nempe utens pre* fentis participio loco pretcriti,quod deefi. Quod probatur per diquod uerbum , cui non defit huiufmodi participium : quale e fi proficifcor . N eque enim dixijjet , quum e Sicilia profici* fcens,fed profitius.vt idem de Officijs libro tertio:Si exempli caufa uir bonus Atexandriaprofitius, magnum frumenti nu* merum Rhodum aduexcrit. Nec tamen quis in omnibus uer a,pr Lconardi Aretiniiquoru alter G race legens doyalter Latine feribendo ingenium extitxuit meum : ille pra* cephris(unUnim mihi legcbat)hic emendatoris, uterq f,- paretis apudmclocu obtinens. Ad quos quum feparatim depropofito dnimi mei rctulifiem,deguJkitionemq; quaedam operis demon* fo-a f]e)n,uterq>profe,ut pergerem,horutus efl,cr utfeautore edere ,iufiit:ut iam integru nuhi non ejjet illoru autoritati repu* gnare,ft repugnare uoluijfem. Sed currente (ut dicitur) incia= runt.0" uiros omni laude dignifiimos. O' de literis,ac de Utera* tis optime meritos. Non ueremini,nc alii eo,quo peruenijhs (li* cct perquam arduum fit) perueniant: Jedhortamini,incenditis9 er quafi de alto manu [candenti porrigitis. Quare quarentU bus,atq; mirantibus audaciam meam , ito rejfonftm uelim , me fummis uiris fiuadentibus hoc opus er condidiffe, er edidijje. . ; / Quanquam (quod ad cupiditate meam attinet) qua tonde fo* cordiytq; ignauiamea extitijfct,fi commififfiemyut alius hanc laude mihi qualemcuq; prariperett Sunt enim qui nonnulla ho* ru,qua d me pracipiutur,uel de me,uel de auditoribus meis au* ' dito(nunqudm enim ijh fupprefii)in opera fiua retulerint,fffti* Jiantq} edere,ut ipfi priores inuenijje uideatur. Sed res ipfa de * prehedetycuius domini uere fit hac pojfefiio. Q uoru unius libeU los quofdampro amicitia quum tegendos eo prafiente cepiffem , deprehedi quadam meater qua me amifijfe nefciebd,furto nuhi fubUa cognouiPdrco mius nomini, Erat aute locus de per,zr f * quam 94 Prifc.lib.iti Prifc.Ub.i3* Prifc.lib.i7* LAVRENTII VALLAE quam in compofitione,de qua re proximo libro dijputaui:er de quifq;,quum aiiungitur fuperlatiuo. N cgligenter ille quidem , CT infeite trafhtuv.ut feires aliunde deccrptuynon cxfeprola* tum:cr auditumynon excogitatu ejfe. Conturbatum tamen fum , CT inquam homini: Hanc ego elegantiam agnofeo , er manci * pium meum affcroytcq; plagiaria lege conuenirepojfum.At ille erubefeens , ioco tamen atq ; urbanitate elufit y qued diccrctyuti rebus amicent licereyut [tus. At islud,inquam,abuti efl,non uti. N ibit enim mihi reliqui fit , ubi tu huim rei,in qua ipfe laboret* ui, palmam fauci occupaueris. Tum ille etiam urbaniui ,quod malui parens ej]emyqui filios, quos genuiffem , er educafjemye contubernio eijcere:ipfe tim mifericordia, tum amicitia noftra. ad fe domum fuam colligeret , atq; educaret pro fuis. Deftiti in illum ftomachariyintclligens multo magis nuhi bona mea negli '* gentiyquam illi bona ab ahjs neglcffa colligenti , uitio dandum ejfe. Quare quis non uidet,non inhoneflum ejjcyea me mandare literis ex me inuentayqu£ alij ne furto quidem fublatayturpe fibi ducunt faiptis fuis infcrcre ? Adduttus fum igitur ad hoc opus componendum non modo magnorum honunum confilio , fed etiam ncccfi itate. Nunc ad inceptum redeundum eft. De tribus pronominibus, Mei,Tui, Sui. c a p. i* V L T 1 S in locis P rifeianus tefhtur nihil intereffe , an utamur primitiuo , an deriudtiuo in illis pronotninibusymeiytuiycr fui. Quid eft, inquit y meus eft filius , nifi mei filius t Et alibi: mei ager cfl,zr mei agri inftrmcntu : crymei agro dedit:crymei agrum colo:pnuliter,mei agriygr mei agro* rum,cr mei agros dicimusifinuliter tui agrii , er tui agrosifui agrum,?? fui agros: no ftri agrii,?? noftri agros : ueflriagfu , er ueflri agros. Et alibi: Amat iUefuwm filiim,?? amat fui fi* lium:benedicitfuo filio,?? benedicit fui filio:petit a me ut pro * fim fui filio , er projimfuo filio : er in alijs adhuc locis . Nifi hac 8* ELEGA NTIARVM L I B. II* hacratione,utipfius utar ucrbis , STtffa tmefypojjcfaio in pof= Sifpfa rtmeiu fetiore faciat tran(itioncm,non ejl conor uu uti genitiuo primi- &c. Pnfdani tiui pro poffefaiuo,quta unn habet copojiti Gracuut, Cico-oni ,7 1 i - i * i • r • ecs omnes mea cdufd,ut me unum expleat f Et plduu quidem idm ft cimus, tres iubcat,u5 mei. gcnitiuos mci,tui,fui,pajHuc femper poni:mcus,tuus, fuus,ple* runque poffcfiiue. ldcoq ; cum utendum efl ilhs primitiuorum gcnitiui5,i7uinri fonumdei, ind. Nunc dliqitd dddcnddfunt de his diftionibus,qu£ legitime coniunguntur cum huiufmodi pronominum genitiuis:nec enim omnes poffunt. AUU' fuo fuftinet:ut , fili noli dos mo recedere rcjpeftu mei patris. Quod non txm pldcuijfe Pri* fcidno reor,qum per imprudentium effc Idpfum , quum dicit , Prifc.iib.j’. Mei Prifcidni cges,tui P rifeiuni egeo. Et alibi: Ego Va-gilius, tu V crgiliuSfiUe Vergilius, mei Vcrgilij,tui Vcrgilij,illiusVer gilij.H£c enim ordtio declarat mcu Frifcidnu^Vergiliumfa, aut tuuminon me Prif :ianum,V ergilium 'ue,aut te : non aliter quum fi dicas, eges mcipatns,egeo tui domini. Quod profcfto non ejl primitiuorum, ab eo quod efl ego, er tu : fed deriudti* uorum,ab eo quod efl meus,cr tuus. Neq; diferime facit, quod hic dppeUdtiuum nomen ejl,ibi proprium. Vergilius : Si qua tui Cory donis habet te cura,ucnito. Et alibi: Aenc.c mihi cur/t tui- Lucanus : A enctcq; mei. Qua a mcus,tuus,non ab e go,tu,ueniunt.Itu$ fic emendemus Prifcianm,qui quum de lingua Latina compo nit,antiquitxtm omnmrrs^^^i^^^ml>atine proh qui nefciuitiMei qui fum Prifcianus cgcs:turtgco,qui Prifcid nus cs:ucl3me P rifeiano egesite Prifciano egeo.Ndm illud apo ftoli Bdog.7. flen.r* . 11 ftoli ad Corinthios,Salutatio mea manu Pauli,e Grxeo efl flm* ptum : « omti&fibi tS \fi» x«f* Tertium uero exemplum , quod idem protulit,illius Prificiani eget , refte dicitur. Non ha* bent enim extera pronomina ancipitem naturam,ut illa tria, de quibus diximus. A deoty uerum eft,hos ipfos genitiuos refluere confortiwm fiubjhntiui , ut ne in poffiejtiuortm quidem firma illud pati uclint. V idimus licere dicere,meam unius operam,tuu folias Jludium : non trnen dicemus , meum Laurentij Jludium, futim P rifeiani prxdium : fed meum Jludium , qui fum Lauren* tiusiprxdium fuum, qui ejl Prifcianus. Ne tamen ob id exclu * do,ft genitiuos hos pafiiue accipiamus , eo modo quo exempla rgennwurr ponemus. alterum aftiue, alterum pafitue pofitum uulemus una iungiiut, lnCat.Maio» Quid de P. Licinij Crafiiiuris er ciuilis , er pontificij fludio loquar' \ta fit in pronomine , ut idem autor ad Atticum : Mihi fuit er laudis noftrx gratuldtio tua iucunda , er timoris confio* latio graca.Et iterum : Vehementerq; tua fiui memoria dclcftfc tur. Quod Ji igitur hxc pronomina , fiue in genitiuo pafiiue , flue mutata in uocem pojfefiiuorum adiue non admittunt geni* tiuos fubfantiuoi tmjwiquid ddimmwrimmit Mmtiiwtt* ' No opinor.fied proprie fioloruparticipioru participialiucp ge* rundioru , cr frequentifiime illorum trium(ut quidam uolunt ) prono>ninu,unius,foliits,ipJius,zr fiqua alia,qux rara fiunt , de quibus mox dicam. Per genitiuum cum participio : Cicero ai Lentulu, quocunq; tempore nuhi potejhs prxfientts tui fuerit * P er focmininum , fied cum gerilndio. o uidius Heroidum: Sit modo placandx copia parua tui . Ep{ accn( ja Per uocem mutatam in pojfiefliuuiut ad Ciceronem Cato:Liben = udip. ter facio,ut tuam uirtutcm,innoccntiam, diligentiam cognitam ^a£llb* 'St in maximis rebus domi togati,armati fons pari induftria admi- nistrare gaudeam. Cicero de Oratore: L. CraJJum quaji colli * gendifiui caufiafe in T uficulanm contulijfie. Sed hoc gerundiis g efl. ,3 4 efl.E t ea exempla,qulud caput, ijh manus,\Jh ciuitastdc tertia, aute perfo* na illud caput,illa manus,i!la duitas. Cicero in Antoniu:Remo* uc paulijper islos gladios. Et in eodem lib. T u iftis faucibus, iftti lateribus, ijh gladiatoria totius corporis firmitate tantum uini in Hippia: nuptijs exhauferas , ut tibi neceffeeffet in con* Jpettu populi Ro. uomere pojh-idic. H ocefi, iftis tuis faucibus, ifiis tuis latcribis , ijh tua firmitate. Vnde nafcuntur aduerbia Epl. lo.ii.i.fa. iftic, iflinc,ijhc,iftuc,iflorfum,i>ld. vt idem ad Valerium iu* rifconfultum : Qui iflinc huc ucniunt, partim te fuperbum effe dicunt, crc.id e fi, qui ab ijh prouincia,in qua agis, huc,id eft , 'in Italiam , Romarnty ucniunt. Aliquando fdmeti tfic accipitur pro hic:ut idem , er in eundem Anto. Cum ifio tempore fient cum gladijs amati.Et Quintilianus: I uuenis ifie,de quo fumma in rebus humanis monfira gignuntur. Et iterum: I uuenis ifie patris fui hares folus inuentuseft.lUcquoq; nonnunquamper dignitatem , aut per eminentiam ponitur , indicans ejfe, quod omnes debeant nojfc : ut, Alexander ille Magnus.lUe Cenforius fce.j. . No» potuijfeituaq; animam hanc effundar dextra! nec Vcrgil. Ad T erentid aute C icero : Meti e ntiferu in tantas te calamitates mea culpa incidiffeiEt itera in Bruto:Tum B ru= tus admiratus, tantamne fuiffe obliuionc iri quit, in fcripto.pr£= fertim,ut ne legem quide fenferit,quantuflagitij comifijfet! ln bis oibus placet mihi fubintelligiyuere^c ita. efl,me non pojfe d* uertere Italia rege T eucrorutcr cetera . Plinius J unior ad A- Epi.3.ub.4. drianim : Homincm'ne Komanu td Grxce loquifid efl,uerc'ne itaejli uel oportuitne , jiuc oportet! f Terentius in Andria : Seruon 9 fortunas meas mecommififiefiitilit DeEn} eafu iu gitur.ut ide,Ecce tibi jhtus nojler.Cu a(to aute no memini me apud ordtores legijfe, fcd ne apud poetas quide. N a iUud apud T ere t.in Eunucho, Ecce aute altcru nefeio qd de amore loqtur, Alter feribi dcbet,no alteru,Donato qttoq; probate. Sed demus aliquddo reperiri,ut fcntcl apud Plaut.in Bacchidibus , Opus ne erit tibi aduocato trifli,iracudofEcce mc.Eccu,eccd,cccos, cc* (OftelluyeUdyeUos^^ab ecce copofmfunt, et fecu uidetur ge* rereca* Acn.i. : Aco.»»*  rerc cafum,fcd no gerutiqux Prifcidnus ita refoluit,Ecce eu,ec* ce cam,ecce cos,ccce eas.eccc i'Uu,ccce iUam,ecce illos ,cccc illas . Sergius quo «j; commcntmns Dondtum ait,mbil Jignijicat ellumy ttiji ccceiium.Pduloqi pofliQuum ago ellum fu cccc illum,cr ellam eccc illam, nihil pojjiimus dicere, nifi magis dcmoslraiiue. Sed pace Prif ciani,Sergqq; ,cr alioru,hoc nec uerum,nec con= ueniens fignificatuef.Nam inter ecce eum,ej ccce iHum,quii inter cjk Potius diccdum eratieccum, eccc hunc: eccos,eccc hos , de quibus agimus.Tahs erat couenicntior intcrprctatio,fed qu£ nec uera foret. Refoluuntur enim hxc per aducrbid,no per pro* nomina: cccum,ecce hic,fubinteiligc uirum , de quo agebamus . eccam,ecce hic,fubintelligc fxnunam,de qua metio erat.EUum , cilii, eccc illic uiru,fxminam'ue, fubinteliige, de quo, de quaue agebatur. N am ut de hoqgne,qui ante conjpeftum nojlru adeft , refte dicas, ccce ille,ucl ccce ego,Jiue ecce illum, uel eccc me : it% male loquaris, ellum hominem,uel ellum mc:er rurfum de longe, pofito ,eccu. T erit. Eccu Pamcnotic:.ciccro:ia iungetis,ut ncueaftere concurrantjieue M* Lib.i Mucantur.Lucanus fine compofitionc aliqua: JSec quenquam iam firre potefi Ccefa/ue priorem, ' Pompeiusuc parem-id efi,non potejl iam aut C nefiar fiuperiore firrc,aut Pompeius parem . An er ne, coniun6i folentpro an, quod magis poeticum cfkut apud tcmulos Vergihj, Dic nubi Damoca,cuim pecus, an 'ne Latinumi illud Cice* roms multi ia legunt : Quo nubi etiam indignius uidetur ob* trctt&tu ejfe,Gabinio dicd,anne Pompeio, anne ulrityidquod efi uerius.sinc interrogatione durum uideturiut Vergilius, Gcorg.it -Vrbes'ne inuifere Cxfiar, An deus intmenfi ucnias maris,ac tua nauMygre. Anne nouwm ardb fydus te menfibus addasi ‘ ideo dixi durum , quia per interrogationem quiddam urgen * titis,cr injhntius cjt in hac genunationc an'ne,quam in idafint pliciate an,quod hic non fit,ut ex alijs compofitts elucebit: Vcrg.cdog.s* NoMnC feit jatitu trifies Amaryllidis iras, AtqyfiiperbaparifaSliditinoniiefAcnalcami V«rg. j.cdogt Non'ne ego te uidi D antoms (pefiime) caprum Excipere infidijst- ^ Y 1 n hac interrogatione non id agitur , ut rejpondeas neficienti, fed cogaris ajfcntiri fidenti. Nec alia uis orationis efi, qudmji s • diceres an non, quod magis urget, quam fiolii nonjicet er hoc fiolum pro Hio compofito accipi f oleat . Alia copofia (fi modo compofia fiunQhrc funt:lane:crgo'nc:qu£ interrogando re* JJjonfionem non poficunt, fcdaffenfium extorquent. De Nedum , 3c non folum^Non modo, dC non tantum, , N Edum , duobus modis periti uti fiolent . V no modo em utranq ; fiententiam eodem claudimus uerbo : altero,quum fiuum utriq: fiententk uerbm damus.Primo modo fic : tonde* rem . fij ierem pro te fanguine,nedim pecuniamSecudo fle: funderem pro te fanguine , nedum pecuniam tibi crederem .er hoc affirs matiuc.Ncgdtiue fic: Non perdere pro te obolum,nedum fans guinem.ltem,Non crederem tibi obolm,nedtm pro te fundes rcmfanguinem. A tq; in affirmando, id quod plui eji , maioriscfc momenti in prima parte eji ponendum:in negddo , id quod mu iioris.Pluscjt,er magis momentofim, fundere f anguine , quam pecuniam:er minus efl,er leuius,perdere, aut credere obolum% quam perdere, aut fundere fanguine.lmperiti uero hanc dittio* nem decipiunt pro non foliimfflc dicentesiNedwm laborem pro tc fufcipere,fed etiam morte, quod fic dicedum erat. Morte pro te fufciperem,nedum labore. Aut per non folum ( nam cotrarm modus efl per no folum, er non modo,ei ir 4 X E DeNifi. c a p. xix. Nlfi,quoties principium fen tenti* cft3 indicatiuum dcfide* rdt , dius etiam fubiunftiuum. Cicero pro Milone: Nifi . forte putamus dementem P. Scipionem Africanum fidffc , qui quum per feditione a C. Carbone interrogaretur,quid de Ty* berij Gracchi morte fentirct,reft>ondit , iitre fibiaefum uideri. Et Quintilianus : Nifi forte imperatorem quis idoneum cre* dit in prcelijs quidem flrcnuum , er fortem , er omnium qua : , pugna pof :it artificem, fcd neq; dclcttus agerc,nec copidis con* trdbcre,dtq; infirucre , nec pro[J> icere comeatus , nec locum ca* pere cdftris fcientem.?r£ter principia autem fentcntidrum,fic: l VdpulabiS,nifi caucs:uel,nifi caneas. In illo fuperiore,nifi adefl uerbum principale,hic non adefl. De coniunftione Quod. c a p. x x. aVod feribas gaudeo:cr,quod feribis gaudeo:utrocj; mo* do dicitur. Volo quod ferib as :non autem , quod feribis. Illius fuperioris haefimdia funt,credo,opinor,puto,Letor,uo* luptxtem capiOyZT reliqua. Huius pofterioris hac , mando , iu- beoJmperOjexigo, poftulo,cr reliqua. I n illo tamen fuperiorc caucndum efi, ne diucrforum modorum uerba copulemustqua = le foret illud T erentij,qitod nonnulli fic legunt: An quod uidm ignordnt , an quod iterperfirre nequeant i Cum fit dicendum aut fic: An quod uiam ignoret , an quod iter perferre nequeantf dut fic,An quod uiam ignorat, an quod iter perferre nequeunt? Tmat^b Eu- illud aliud efi apud eundem: -Nihil quum efi, nihit fce,*, V. \ ' defit tmen.quum fit potius legendum defit,non defit, ut bonis autoribus placet. Et in prooemio Ciceronis ad Hcrennimfic quidam legunt : E tfi negotijs familiaribus impediti , uix fatis otium ftudio fuppeditare pofiimus,cr idipfum quod datur otij9 libentius in philofophia confumere confueuimus. quum fit po= tius legendum poffwmus,ut modi cocordent , quuopula medici coniunguntur: quanqum crfotw ipfc, utpotc in curfii medio periodi ,  * II.' it S periodi^ commentior efi in pojfimus , qudm in pofiimus. E fi etiam diti caufa7cur hoc non liceat,quam modo fubiungam. DcEtfi,Quanqudn),Quamuis,5^Ltccc. cap. xxi. ET fi3quanqu4m7quamuis,licet7eiufdcm fignificationis funt9 aliquid in utendo difcriminis habentia. N dm mdior qu£* dam. dignitas data ejl primis duobus7qu ii8  rari , ttwn maxime in his fludijs,qu£ fero admodum expetiti fit hanc duitatem 'e Gracia tranflulcrunt. idcrn autor opus de Natura deorum pe inchoat , quod quidam deprauare folent, dicentes pnt , profunt : Cum mult£ res in philofophia nequam quam fatis adhuc explicata; functum perdifficilis Brute (quod tu minime ignoras) quaftio cft de natura deorum. Prifcianus quoque uix grammatice locutus eft in prooemio magni operit, er quidem in prima didione , atque adeo in prima fyUabd, dicens : Cum omnis eloquentia; doflrinam , er omne fluctio* rum genus fapientia lucc prxfulgens a Gr£corum fintibui deriuatum, Latinos proprio fermone ihuenio cclebraffe. CT catera , qu£ tinti funt pr£cedcntia uerbtm principale, ut non modo Dcmodhenes , qui contenti uoce , er uno fpiritu com* plures uerfus pronunciabat , aut Hercules, qui flncreffiiratio* ne unum fhdium decurrebat , fed nejnouettus quidem Tor * quatus Mediolancnps,qui uno ffiiritu tres uini congios flccd* bat,poJJet illam fententiam , atq; periodum unauocis conten* tionc pronunciarc. Tandem uerbum principale fubiungit : Conatus fum pro uiribusrem arduam quidem, fed officio pro * feflionis non indebitam fupra nominatorum uirorum pr£ce* -.io,e,n sed quantum ego f mtio , in rebus paribus : ut Quint. N ec in* dignetur Herodotus £quari flbi T. Liuium , tum iti narran* , do mir£ iucundititis , clariflimiq jjj candoris , tum in concioni * + bus, fupra quam enarrari potefl , eloquentem , iti dicuntur omnia tum rebus , tum perfonis accommodati . Taceo de eo ' modo quando accipitur pro aliquando : ut, tum hoc,tumiI2ud .. dicas : id cfl , aliquando hoc , aliquando ittudiuel , modohoc, modo illud - dc  huius, minas. E t alibi: -Si hoc celetur, . ak j.fce.4.0”'* in metu : fin patefit , in probro fiem. N onnunquam fin unum . Inbd.iug. reperitur, fed quod fecundi loci uicem obtineat.ut Sallullius , lmperat,ut pretio ,ficuti multa conficerat,infidiatores Mafi* nifia: paret , ac maxime occulte : fin id parum procedat , quo « uts modo N umidam inter ficiat.id efi , fi potefl,occulte:fin non potefttUtciwfy Quorudam tamen ufus eft}ut dicant,fin autem , , ■ .. i r /  IT. «•it? + " *_■ • • ' v- pro to quod ejl, fi non, quafi in firt , aut in autem Jit negatio. Mirar er de uulgo,nifi id dpud quofddm prxftdteis uiros rc * perjre. Qttdle ejl illud in ApocalypfiiSin aute,uenid tibi cito , CT mouebo cddelabru tuu. Quii prctfertim paulo pofldi cdtur , Si minus,uenia. Ego uero in utroqi dixijjem fin minusiuct, fin aliter. Et inEudgelio:Si ibi fuerit filius pacis,requiefcet fu per illu pax ueftra:fin autc,ad uos reuertetur. Et alibi , Si qui * de ficerit jrudie.fi n aute,fiuccides illa. In qbus omnibus Grxce negatio adefi. Seruius uult nonunq fi accipi pro fiquidciut ibi, -Tua fi tibi M xnala curte, quod mihi tninime placet. Gcorg.x, De Quippe, V epote, Profe&d, V tiq^Ncmpe, Nimis rum,Sane,Ccrt£  i i. avippe,cr utpote, prcftfto,er utiq nempe, er nimiru, fane,er certe,uel certo, fimiliorafunt quidem in fignifis ’ cato , quam illud quod modo dixi (de p quidem loquor) fed ad hoc ipf m proxime accedunt prtefertim duo, quippe, er utpo* te:qux licet uulgo accipiantur pro certe, cui non omnino equi* dem repugno,tamen malim accipere pro caufatiuisiut Quintis lianus,Ealfa enim ejl qucrcla,paucifiimis hominibus uim percis ub.r.cap.»*' piendi qutc tradantur,ejjc conceffam,plerofq ; uero laborem,dc tempora tarditate ingenij perdere: N am cotra,plures reperias , ' er faciles in excogitando,er ad difccndum promptos.Quippe id ejl homini naturale. Ac ficut aues ad uolatu,equi ad curfrn , ad fteuitiam firx gignuntur.ita propria nobis ejl mentis agitas ] tio,atq i folertia,undc origo animi coelcfUs creditur. Atq ; licet huiufmodi diftiones eodem tendant , tamen ufu difiident, er quafi diuerfo itinere ad idem perueniunt.Vt enim pro quippe hoc in loco rette dicam fiquidem,ucl nam,aut nanq;,uel enim, aliqua difiionc antecedente , ad hunc modum : ici enim ejl homininaturale : ita rarius per Quoniam , qucapiIf in nefirio crimine,& fraude capitali effet ponendum. Quintii, dta pria. Non autem ut quicquid praecipue neceffitrium ejl , fic ad cfji = ciendum oratorem maximi protinus erit momenti. E t iterirn: Ne dut prateriti aut futuri.Pr£teriti pc:Pridic quam intrarem ma* rejux ferena julpt. Futuri pc : Pridie quam intres patriam , fa» cripcium jacito. id cft,die pr£cedcnti}quo aut mare intrafli,atxt patriam intrabis. ltem,Poftridie quam pater mortem obijt}eptt lum fici.Et,Poflridie quam uxorem duxero, nauigandm mihi efl.Vcl eugenitiuope: Pridie illius dici.CT, poflridie illius diei, quo dut hxc fvci,uel jaciam. Vel pne quam,cr pne diei,ftc:Ve * nit ad me Chremes poPridie clamitans, fupple illius diei: quo hjtc gejh funt.Et , Ctwn intraui urbcm,audiui hominem pridie receptjjc. Dicimus tamen. Quum has Uteros dabam, erat pridie Calendas Augufti:ucl,poflridie Nonos : er hodie eft pridie lu* dorum Circenptm: cras erit poflridie nundinarum. Refirtur enim afe teinpus non ad hodiernum , craftinumq j diem, fed ad alium quendam, ueluti ad eum, quo hslitene legentur. Jdeoq; errauit,qui ferippt pciQuum R omx domum eius loquendi grd tia adijfem,orauit me,dicens, Poflridie ad me redeas: Dicendum erat, cras: aut pc,poRridie ut redirem orauit. Rurfusnon refte dixijfeipcicras ut redirem orauit, fed poflridie. Atque ut non dicimus nudtuffecundus,ita nec fecundo Calendos, fecundo No* tios,fecudo' Idus: fed pridie Calendas, pridie Nonas,pridielctifo Item, ut non dicimus nudiusprimus , ita ne primo quidem Calpt das,primo Nonas,primo idmfed C alendis, Nonis,ldibus.Pr£x tereaexhis duobus alterum firmat ex fe denominatiuum,altc* rwfi uero minime. Ex pridie flt pridianus, ex po&ridie non pt poflridianut, aut in ufu non efl: fed pro.eo abutimur cra&inus, per quod pgnificatur no modd dies fequens hodiernum, fed etH quemlibet alium. V ergilius G eorgicorum primo: Sin uero adfolem rapidum, lunosq ; fequentes Ordine refyicies, nunquam te craft MfiUet Hora, , Horc^neq; injidijs nodis cupiere ferent. Eodem quoq; modo abutimur hedernus pro pridianM.Terent. -Ex iure beflerno panem atrum uorent. Cicero: Vide* tn Eoftaft,/; re uideor alios intrantes , alios exeuntes , quofdam ex uino ua * fcabeamer,dum culem,in quem cotis ieflus dejvrrctur,compararetur.Terent. Ego tc memn ejfe dici fnHcautont. txntijfer uolo,Dum quod te dignum ejl, facies.Sunt tamen qui pro t&ntmodo accipiant. Sunt qui etiam pro interea. Q ater a quoq; fic a per copofita,ad teporis breuitatem referutur: Parus per,paulijfer,aliqudtijfer. Sunt qui per imperitiam hac accis piut pro fuis primitiuis,que funt paru,paulm,aliquantulm . Dc Fer Temere. c a p. xlix. FEre fignificationem habet non omnibus notam,niji quan * do fignificat pene, cuius fignificatio efl,paulu abfuit quin: Ut,pene, fiue fere in manus boftiu incidi, id cfl,paulum abfuit , quin in manushoitium incidere. Altera fignificatio efl , qutm fubintelligitur aliqua uniucrfalitas:ut Qtfint. Ha funt fere eme date loquediyfcribendiq ; partcs.id efl,jere omnes. Ideoq} fere omnes adiungitur.ut idem,Nam in omnibus fere minus ualent pracepta,qum experimeta.Similiter de loco,de tepore, fimdis busq^.utjUtor fere hac ucflc in faciedis facris.id efl,in omni fere I k trnpo icia,an me fcqui pofiit, fiam, uariant# dicam,subindc refyicio, Cicero autem diceret identidem. Nam n£urJ* subinde uti no folct,ne aequales quidem eius,varro,Salluilius, Ccefar.licet iUi utantur nouifiimo pro ultimo,multiqi alij,qucd Cicero no facit. I tidem, er l tem, fignificant id,quod fimiliter. H * urinator mirifice natxt,duraiqi fubter dqudm, - 1 De Sicut,lta,lucp,SC Sic. c a p. lui i. Slcut,habet nonnunquam uenujhtem magnam,dt. » . iit De Iterum, Antehac3Pofthac5Dcinceps,•« ualeas,mecj; mutuo diligas.hoc cfl,rmhi in amore refpondeas. De Srilicet,ero,cr opto) non lcgulei,fed iu * rifeon fulti euadent. Quod ad meum aute hoc opus attinet , non fraudabo iuris conditores debita laude. Tantum igitur deberi puto huius facultatis libris , quantum illis olim qui Capitolium ab armis Gallorum, atq; infidijs defenderunt : per quos jaftum cftyUt non modo tota urbs non amitteretur, uerum etiam ut to * ta reditui poffet. Itaque per quotidianam lettionem Digedo* rum,cr femper aliqua ex parte incolumis , atq ; in honore fuit lingua Romana, er breui fuam dignitatem , atque amplitudi* nem recuperabit. Sed ad reliqua pergamus. Dc T anti,• uerfam conuicimus naturam effe : er prater hac unum, cuius, l»b.«, cuia , cuiwm : quod a ueteribus non inter nomina , fed inter pronomina numerabatur, ut meus mea meum. N ec Graci relatiuum , unde hoc nomen defeendit inter nomina, fed in * ... /1 ter articulos codocant: er nos pronomina quadam articularia ^ folemus appedare. i deoq;,ut dicimus, mea eft, tua eft , Jua eft: er mea, tuafia intereftiita cuia eft, er cuia intereft. P lau* tus in Epidico : Ego dium conueniam , atque adducam ad te, cuia eft fidicina, Cicero pro MurxnaiEa cades potiftimum cri * l mini / j. tU ^ , Atini datur ei, cuia interfuit: non ei, cuid nihil interfuit. Igitur j intcrrogatiiCuius hominis cjl hoc opus i rejpondcbimusmewn, non mei.Cuius domini hic fundus: tuus3aut fuusmon tui,dutfut . Rtirfiim, Meurnnc fundum pofidcs,an tuumf rcfpondcbo neu* triusyucl illius. Interrogamus adhuc, rcfpondcmusq ; pcruanos fdfus:Meum'ne prrdiuefl, an illius: rcjpondcbofeUi uscerte, non tuum* Similiter de Cuius nominatiui cafus, ad quod nuqyatn re* , , ' fbondcM per eu dem cafum, nifi in tribus pronominibus deriua* — tiuisiut, cilium pecusfrejpondcas meum ,-ucl illius. Interrogatur ?. ctfa m per diuerfos cafusiut, cuium pecusftuum nc,an Meliboei? fcd per talem diftionem nunquam rcjpondctunnifi dicas,ejt eu* ium ejl:uel,eft cuittm ejfe debet .er fi quid efl firnlc. C1* f De Tanti, Quanti, MagnijPjruijCum interelt E Adcm mti,eciemq; non pofuit. Septuageno,ii ejl,feptuaginta coitibusj>er fingulas nodes. Nam ita h£c nomi* na exponuntur.ut creabantur olim bini confules.id eft,per fttt* gulos annos duo. vtuntur ergo oratores legitima j ignificatio * ne horum nominum: binus enim,jiue binqfignificdt fingulis • duo:ternus,fwe terni,finguhs tres:quaternus,fiue quaterni,fin* ‘gulis quatuor. At poctx non ita. Septenus enim gurges non ejb fingulis feptem/ed feptem tantu uni flumini Nilo. Nec in jingt* lari modo flgnificdtione hac abutuntur ,uerumetiam in plurali ^£eorg.u yt Vergilius: Per duodena regit mundi f )t aureus afbrd. Prifcjib.». aftr^pro duodecim adra.At hoc fepteno , Prifcianut exponit feptenario:quod nubi non placet , quum inauditwm fit flutnen aliquod habere feptenarim alueum , zr fontem edere feptenarium riuum. Siquidem haec nomina numerum aliarum rerum qu£ non nomindtur,indicant,non multiplicationem fui *^ ipforumiuty lapis centenarius,non quod jit centuplus lapis, fed ' centum librartm:homo centenarius,non quod fit centum gemi* nus}fcd quod habet centum annos: grex centenarius , non quod jfint centum gregestfcd grex centum capitum. Rurfus non dici* mus centenariam libram,fed centuplammec centenarium annu , fed centuplum annorum.T amen dicimus centenarium,feptena * rium, duodenarium numerum. Siquidem numerus omnia com* plebitur, flue centenarius, flue decenarius, fiue alius quiuis nu * merui . U-j fcwriw c£teraru reruf^^aru, annorumfwulify. ldecq; rctlc dicimus ceimnariu umerum anttoru ingrejjus ejhnon autem, centenarium ann titfWfjr* 9tulenanum numeru portat pondo: no autem, nulcndrid pondo. Potuijfict igitur P rifeianus commodiui cxponerc,fcptcno gurgite, pro feptenarij mmeri gurgite.Qua expofitione utifolnnus in illis numeralibus, qua ultimu numeri cius fignificant:dccimM,undccimM, cete fimus, mdcjhnus,id efi, qui ultimus cjl ^ decem, ex undecim,ex centu,ex mile.Aliquan = do etiam fjc:hoc aruu dttulit centefimum, illud ucrofcxagejhnu, tuum ucro trige fimum frudumiid ejl,cetenarij numai,fcxage= tiarij, tricenarii fruftum,uel centuplum, fexagentuplu,triccntu^ plum.vhnitfs lib.x v 1 1 i.Admifcetur huicfkr,ut mitiget ama- Cap.i6, rjtudinem cius, er tamen fic quoq; ingratifiimmn cjl uentrv.na = fcitur qualicunq; folo cum centefimo grane: ipfumq •, pro latx= ' — * — ine.efl.Non ultimum granu/m e centenario numero intellexit % ’ fcd grana centenarij numeri, fiue granu cetuplum, fiue ccntcnu, eo modo quo idem autor dixit uiceno.Hac etiam ratione appcl c lata cjl quadrage fi ma, quod quadraginta dies continet: quo uo * cabulo eloquentifiimi Cbridianorum utuntur. Quidam etiam quinquagefima, fexagefima, feptuagefima. Atq; ( ut ad ranxc= deam ) utiniur fuperioribus illis nominibus crebrius in plurali numero, finguli,bini, terni.Tnnum igitur cum habeat fin gula* — ,y , — , rem numerum, apparet non efjc natura iftorwm. Quinimo non memini compcrijfe mc illud in plurali, licet cr fingularc parra * furnfit. , ut trinum nundinum. Promulgari enim debebat antis quitus rogatio apud Romanos trinonundinoiqubdCut opinor ) aut tribus in locis uno die , aut tribus diebus uno in loce celebra batwr.ut trimus triu annorum, ita trinus trium dierum, aut triu locoru. Prijcianus autem ait trinundinum pro trinundinarum, prffCiijb>7, Ciceronis ex emplo pro Cornelio : Primo ex promulgatione tri = ^ C} i nundinum dies ad ferendum potejhsq; ucnijjct. Quod fi ita efi* ^ — /cf,4 tris compofitum eJJet,non a trinum,ut ait Prijcianus, ficut l 4 trinodium : i6t  —fc», trinodium:fcd ferfan per apocopen dicimus trinundinum, prd Cap.4. trinum nundinum , aut plane trinundinum. Quintilianus libro ^ fecundo,Siue no trino forte nundino promulgati, /tue non ido* ~~ neo die,ftue contra inter ccfiionc,uel aujficia, aliud ue quod le* gibus obdet, dicitur lati ejfc , ucl ferri. T itus Liuiuf libro tertio: oftquam uero comitia decemuiris creandis in trinundinum in» didafunt.l dem libro quinto,nife editioni meda inefe,ait:Antei — ^ trina loca cum cotentione fumma patritios cxj^crc folitos, huc ~~ iam oftoiuzcs ad imperia obtineda ire. Donatus tamen hoc no* mine utitur, er difcipulus eius, non tamen magiftro indodior, Hieronymus,cum alibi,tum ad MarceUamiEt Trinam negatio* ne,trina poftea confefeione deleuit. idefe,triplici. Catcri quotfc eodem nomine Utuntur. Vnde didi ejl trinius, trium perjona* rum una diuinitis.Seruiusfuper illud vergilianum, tib.8. AenriV* -fer na arma mouenda:ait,¥igura poctica:Nd trina debuit di* cerc. Arma enim funt tantum numeri pluralis. Sed hac ratio Ser* uij,qu'am fit efficax, ipfe uidcrit,qui uult hoc nomen^aptum effe nominibus numeri pluralis : quod etiam reperimus coniundum eum nominibus fingularem numerum habentibus. Et quid prae* terea dixiffet,fi apud Vergilium feret quaterna armat nunquii legendum effet quatrinaf V erum non ejl trinum de numero eo* rum de quibus dijfeutauimus, quorum fingularem non frequen* tari ab oratoribus diximus , fcd a poetis , er quidem improprie . Etiam nonnunquam improprie pluralem, quod aliquando ipft quoque oratores faciunt , fcd nccefiitatc in his nominibus qua fingulari carent, ut codicilli (licet I uftinianus utatur)ut liberi, ut pugillares, ut nuptia, ut arma, ut cadra. Aut fi non carent, funtej; uel diuerfi generis , ut nundinum, er nundinajcli cium, er delicia, ucl diuerfie fignificationis , ut haejedes , er ha ades: uel diuerfi er generis, er fignificati, ut epulum, er epu* ie. Neceffarium efl autem dicere binos codicillos . er ternos > C r quaternos, non duos, tres, quatuor, ratione di dante. Quid enim . enim fi de diuerfis codicillis dicendum mihi fit , quomodo di* cam,duos codicillos fcripfit patcr,umm ad me,alterumad uxo remiiUud enim unim,& illud alterum ad quid referturi ad co * dici'dum,quod non reperitur i Dicendum efl ergo unos . Quod fi unos,ergo er binos dicendum erit, quod ex Cicer . exemplo liquebit. Duplices finulitudines effe debent , uiue rerum, alter« Diruit^dificatymutat quadrata rotunda. Dc Liberi, Pugillares. cap. viii. I beri profihjs fingularem non agnofeit, cuius natura a fu * /perioribus dijfentit.Na ut dicam , Lego Titio ternas ades, unas in jvro,altcras in J atiiculo , tertias in Suburra:ita no dica , ex ternis liberis meis,unos,alteros,tertios : fed ex tribusliberis meis unum in alienam familiam dedi yalterum abdicaui , tertium haeredem injlituiXuius rei caufa ejl, quod quum dico unum,aU tcrum,tcrtium3adiungi folet filium: er tres liberos , quafi tres filios: quod ita non fit in ades , cr in Uteros , nifi fubintelligas domum , cr cpifiolam. Sei quid facies in caterisf ut in nuptias , Cr in pugillares i ab furdum fit dicere,unam nuptiamyunum pu * gillarem.Pugillares aute fignificat tabellas cereas , jiue ligneas. Apud Mode- fiue Acrius mater is >in quibus Jtylo feribimus . Liberum tamen ninu dt.de Pac. pro filio cr apud Quintilianu,cr apud P.Ut>.)6. aempUrU bdbcit iuodcmpntiolymfuic.llm proximo li« bro: Atque adeo duodequadragenum pedum l.ucullei marmo* ris i» atrio Scauri collocati. Duodequadragenum , pro duode * quadragenorum. T. Littius libro primo : Buodequadragcpmo ferwc anno, ex quo regnare coeperat T arquinius. Dc Domus. c a p. x genitiuos fatos habet, unum fccund£, alteru quarta \ ) declinationis, domiyCr domus. Sei ptior fignificat locum , ubi quis manet.poRerior corpus ipfuin,atq ; e,fumm,nc dicam fceleratm,cr im* pm C otior. &,Vrudens, ne dicam fapienshcmo. N am fipo* tumui in accufatiuo,perquam abfurdm fvret:fic,Crudclis,ne dicam [celeratum, cr impium Casicrcm.cr,Prudcns,ne dicam fapietem hominem. In priore enim modo fubintcUigitur eumz fic, Crudelis Catior, ne dicant eum f 'celeratum , e r impium. 1 n alijs cafibui non efi hoc nety diuerfm,neq. ; caufa-.ut idem, An jperajjet hoc uiuo Milone, nc dica Cbfuletuel fic,An fccraffet hoc uiuo,ne dicam Confule Milonef Illud eiufdcm in libris ad H crinium neq; difiimlchis , neq ; ufqiicadeo funde efi : Obfuit plurimum eo tepore Rcip.confulum jiue malitiam, fiue ftulfitii dicere oportet, fiue potius utrunq;. N ani ubi erit ftippofitumi certe deefi. illud nanq ; uerbum quod intericftm efi, de nomi * natiuo mutxuit in accufatiuum.Sed ficut in Luripo,aut Sicilio ) l damtli tfreto inflata uento ucla,aquaru impetui retroire cogitiia ora * donem lege grammatica euntem autoritxs ipfa, confuetudofe inhibet,ac repeUit. V erum (ut grdmaticoru expctfntioni fatis * fidam) fic erit cotiruendumiaut Jlultitia cojulum, aut malitia, aut potius utriiq; obfuit plurimum eo tepore Reipub. fiue illud fftum confulum dicere oportet Jlultitiam, fiue malitiam, fiue potius utrunque-.uel pc,objitit plurimum Reipub. eo tempore confulum fftum , fiue illud malitiam , fiue Jlultitiam eorum j fiue utrunque dicere oportet. Dc infinitiuo ud incerienu * mero,er gcnere:ut,Ego illum de fuo regno,iUe me de no * jlraKep. percontatus eft. Dtio fuppofia funt,ego,cr iUe,quo * ru/m utriqi uerbum accommodatur. Sed fequenti palam,ante* cedenti per fubinte!ledione:ut Jit,Ego illum de fuo regno per* conatus  t9f tontatus fium,iUe mede noAra R epub. per cotatus eft. Conuerte ordinem perfionarum , fimul perfionam uerbimutaueris:fic,lUe me de no Ara R epub. ego illum de fuo regno percontatu s fwm ♦ genus fic.cgo illam de fuo regno,illd me de noAra R ep„ percotm eft. Muta numeros ficiego illosjlkiuedefuo regno, iUi ilhc'ue mede no Ara R epub. percontati, pcrcontat^ue funt: er item econtrario. fu i.ijjuh fvrmkm llon cadit , quo- tics per compdrationein}dutyjMilitudincm loquimur,quale ejh Melius ego iAud,quam uos , jrftffcnunon autem,quam uos fi* cifictis. Hoc ille ita prudenter,ut ego,ficijfiet:non autem,ut ego JiciJJem. Hic enim fubinte!Iigitur,Jtc:Hoc ille ita prudenter,ut '-r-cgofeciyW ipfieficifiet. Melius ego iAud,qum uos ficiAis,fi* cijfem.Vcrbum enim principale debet efferri, fubinteUigiaute quod non ejl principale. Vbi collocandum Gc adfaftiuum. c a p. x x v. ADieftiuo,quum praceditydcbent obfequi fubftantiud,ali* teruitiofum cftiuthoc modo,Nulld uirgo eft dicenda cor*t~* rupto uel animOyUel corpore. Dic pro animo mente : jie. Nulla uirgo dicenda eft corrupta uel mente,uel corporr.autyconuptor* uel corpore,uel mente,non erit Latinum. Q uodeontra jit aut 90 ffafedente fubJhntiuo,aut reicAo in finem adie£liuo:fic,Nul la uirgo dicenda efl,uel mente corrupta, uel corpore : aut , uel corpore corrupto,uel mente. J tem,uel mente , uel corpore cor* ruptoiautyucl corporeyUel mente corrupta. Similiter in plurali ( uariabo exempla ad euitandum fislidium) Nemo diues eft, uel ualetudine infirma,uel fenfibus:aut,uelfenfibus infirmis,uel todetudine. item , nento filix ejl uel conficientia , uel membris affvAis:autyUel membris, uel conficientia ajfida. Cicero tamen in Philippicis inquitiOptima fiunt er mente, er uiribus. Ne * fcio an culpa librariorum fit,qui ita ficripfierunt , pro eo quod cfi , cr mente optima fiunt, zr uiribusmel,optbna fiunt mente . & uiribus. Qgti o  Quid momenti faciat c5iunctio,aducrbium£g difiunr* Aiuum ex collatione. , EX his qux tradidimus,palm efl,ncquaquam refte dici,cor rupto uel corpore, uel mcnte.Debet enim adtefiiuum idui ad utrunq; fubfhntiuum applicari in gencrc,zr numero. N eq; de Vel tantumodo intclligo , fcd de exteris quoq j coniunftioni * bus.per Et,ut modo ex CiccrOneattuli ex c pium : per Nf c,per Siue,per extera huiufmodiuieqi hoc folum ubi adefl fubjhnth uum cum adiefiiuoffcd etid fine eo,quale hoc efl:Tu nec fice» res,nec ego permittere. N on efl hic fermo Latinus. Dicendum ndnqi erat,nec tu faceres, nec ego permitterem: aut fic,Tunec faceres, nec a me facere pcrmitterens.'l on rflfWOMTto det a prima dittione. I tem,potcs cognofcere partim ex aliom fermone,partim te docebit ipfe abeUd)‘ius:no ejl Latinum:fed fic, Partim potes cognofcere ex aliorum fermone,partim ex tx» bellar io. i tem,puto tum ex fuperioribus literis te omnia inteU ■ lexijfe,tum ex his intelligere potes : dicendum erdt,tum ex his intelligere pofje. I tem, paratus fis uel pugnare, fi qui te lacef» funt,uel fi qui no funt,nc recufes facere paceidicedwm erat aut fine illo,ne recufes: aut fic, uel paratus fis pugnare. Ex his quae dixi,uideor reprehendere legem illam duodecim tabularumiLi» *■ * > beri parentes in egefhtc aut alant,aut uinciantur.quafi diccn» dum fuerit,liberi aut parentes in egefiate alant, aut uincidtur » Sed no efl uetufias illa reuoedda ad hanc regulam,qux confiat ex ufu eoru,qui more illo uetufio non funt locutiuametfi haud dubie opinor priimm Aut, a quibufdam adicfttm ,■ legiq ; ia in uetufiifimo quodam codice Declamationum Senecx:Liberi parentes alant, aut uinciantur.Huius etiam loci illud efl,nc hoc modo uerba commifceamus diuerfam naturam habentia , quale efl, ille mihi nec nocuit unquam , nec adiuuit : ego nec offendi em,nec profuiidicedunt erat,iUe mihi nec nocuit unquam,nec profiitiaut fic, ille nec nocuit mihi unqud, necadiuuit:ego nec offendi  t9t effindi cum,nec adiuui:aut,ego nec offendi eu,nec eide profui. De ufu negationis, , TRes aliquando negationes no plus efficiut quam du fed ne luna quidem ad folcm ferudt Jp lendore fiuu,rette dicitur . 1 tem hoc modo rcttc:N on modo nulla jlclLc, fed ne luna qui * dem,cr ca ter a. At quoties diftionibus quadam adefl cotrarie * tas,no pofiis tollere alteram negatione, ut hoc modo: No modi fteUa no apparent , fed etid luna ad folcm obfcuratur. Sine ne * ■gatione geminata no rette loquaris. I tem, no modo no dbfoluo hunc , fed ne leui quidem poena cum eo tra figendum effeputo » Quidam tume nuper fcripfit:Non modo abfoluedum huncjed nec etiam grauiter puniedum puto:quum dicere dcbuijJct,non modo no abfoh6‘ tuere,defende,ama,ncrclinque.Hic nos Quintilianus admonet, ne pro illo,ne feceris,dicamus,non feceris:quia alterum negans, di efl, alterum uetandi. ideoq ; ne cum prima perfona fingula = ris numeri nunquam coniunttum inuenimus , ob eadem caufiam propter quam imperatiuum caret prima perfona in fi ngulari, quia nemo fibifoli imperat, aut uetat. Vnde jrequeter legimus, ne timuaimus,ne timeas, ne timutritis,ne timeant . Nunquam autem ne timeam,nifi ne pro ut non:fed non timeam,no aufim, non fperem,non timuerim, non fperaucrim,non crediderim : id efl, timere, audere, ffeerare,credere,non pojjum: aut non debeo: n ita in t ita in aliis perfonis:ut idem Quintilianus, Non expcdcs,ut fk* tim prati# agat, qui fanatur inuitus. id ejl, expedire non de* bes Non enim eo modo hoc dixit, quo dicere folemus,quum ue* tamus,ne me expedes amplius . Hic enim negatio ejl, nonueta* tio. I a, N on expedMens,cr ue expefauens, q uorwm alterm praeteriti temporis ejl,ncgat$:alterm futuri , c r ucat, De lepore Si non,« Nifi.cum aliis uerbis. HOcattodadbucdc negatione fubijciam,ad[otamclegaiu tim dicendi pertinet: quod quale /it. fdwlhs ««P“ Dedam... per feapparebit. Quintilianus: Non ejl difia e ut maritum uxor occtdntjjtno ejl difficili* ut filius patre. tdeM^eo cauf- fm dimttimus.ut no fit abfoluedus adolefcens, ntjt etta lauda* im. I dnt-.Quare non pclit,«t tmfertt putetis.mfi er «»“«" V*-'"-'- &crit:non petit, ut afflidum alleuetis, nijt cr ) lnfiliciorem,qu6d patrem amifit,quam quod oculos, Serum ... «tuloitiucAt itero malum ejl liberos -«attere. Malum.mfi boej fptfl*'4- peius fit, Sic Mfcrrc, V pnpdi. Samius: Tamtediotmul in.Catij. PLt|1|’t p Jc pudicitia, fifimafua,fi dijs,aut honumbus an.) nuam «ili pepereit. Ignojiite Cethegi adelefcentuinifiltenm patria bellum ficit. TitatLiate libro trigrjtmoprimo: Nant a»6i «a ea attinet, qua nobis obtecif,m/i gloria digna jmt, pu teor ea defendi non pofje.0uidius lib. deennotertto Meantor. Nec omen hac feries in caufam projtt Acbitn, Si «abi eam magno non ejl communis Achille. Huic finale eji, quale apud eundem, hb. i i.eiufdem operis: Mentior obfcurum nifi quum nox fecerit orbem, Nuper honoratas fumnto mea uulnera eoclo videritis ftellas- Et Quintilianum: Mentior.ni/t 4«utn pere» erinatio mea nos aia«eeref, maluit effe cum matre. Et iterum. Allidere enim, cibos miniftrare, manum pom gere cjutlibetpo» terat, mentior nifi /udum ejl, idem uerbumapud Atnbrojmm . Jl'l. t9S fode modo pofitu,tum in libris Officioru,tum Hexameron,tim in alijs reperies. Et apud Cyprianum ad Donatum : Mentior , nifi alios qui talis ejl , increpat : turpes turpis infamat. De V ter V tri,Altep Alteri, Neuter Neutri,36 Quis Cui. VT er utrum accufat Latine dicitur.ut C icero pro M ilonf, Vter utri infidias ficerit, Vterq; utriq; uix aufim dicere. Heuter neutri omnino no dixerim.Teretius in Phormione inqt: A&rJctj' Quia uterq ; utriq ; ejl cordi . In duodecimo quoque comentario rertt a Cafare gejhru,fiuc ab Hirtio,fiue ab Oppio ( nam inccr CjeCIib ftngidiyCr tamen per hoc idem compdrdtiuum loquimur.ut uo * cdui te prior,percufii te potierior,fupple quam tu me.Nonuqua unus hinc efl, illinc plures:ut , uocdui uos prior , fupple qudm uos me:uocduimus te priores,fupple quum tu nos. Ide de fuper ldtiuo,ubi mula mcbrafuntiut primi nos uenimus,uos potierio res, ille ultimus:primus ego intrdui uaUu,tu ferior, iUi ardifiinu. Dc regimine nominum Criminalium,S£ Poenalium. SI quis furetur rem fdcrdmde prophano , teneturne fderile* gij,dnfurti,dn utroq;fnon dutem,dn utriufq; . Qui futiule* rit rem fuam de fdcro,furti'ne tcnetur,dn facrilegij , dn neutroi non dutem,dn neutrius. Accuftre hunc potes uel furti,uel facri * legij,uel de utroque,uel de ambobus : non autem utriufque, aut amborum. C ondemndrc non licet de utroq; , fed de altero, uel furti, uel fderilegifinon autejed dltcriui,uel parti, uel facrilegij. Cur itu fit, ut demus uarios cafus eidem uerbo, prxfertim fiub coniunftionibus,quecide,fed in his etiam qu A» Cedo, non mitius hominem ipfum,qum ius commune defenfum uelU tis.Quintilianus:An iitcidijje in fordidum nomen,non eo con « temptum hominis,quem dedrudum uolebat,auxiffe. C A P* ' L. PropoGtiones, rationes c£ interdum mifcerl o Nam aio  NAm ubi uitici neceffe e ft,ex pedit cedere: (tue plura funt de quibus qujeritur , ficilior erit in ca-teris fides : fiue unum , mitior poena f olet irrogari uerecudi£. M ifcuit hoc loco Quina til. propofitiones,rationcsq;,quum fit ufitatifiimum fic dicere: Siue plura funtje quibus queeritur, fiue unum. Si enim plura , ficilior erit in cectens fides: fin umt,mitior poena folet irrogari tfb.i.capA uerccundU. Atq; iterum : Firmis aute iudicijs,iamqi extra pe a riculum pofitis,fuaferim er antiquos legere ( ex quibus fi ajfiu* i matur folida,cr uirilis ingenij tus , deterf o rudis feculi fqualo* re, tum hic nofter cultus clarius enitefeet ) er nouos, quibus er ipfis multa uirtus adefi. Alius dixijfet,fuaferim er antiquos,cr nouos -.antiquos quidc,cr c£tera:nouos uero,zrc. Cic.in Ana Philip.*» toniu : o' te miferu, fiue illa tibi noti no funt ( nihil enim boni nofli) fiue funt,qui apud tales uiros tam imprudeter loquare. . De ufu uemifto uerbi V ideor. c a p. li. NOn uidetur tibi quod bene ficiam: cr,ntihi non uidetur- quod beneloquaris. Sicut uobis uidetur quod male ficta mus,iti nobis uidetur quod maleficitis : uidetur tibi quod iUe bene fcribat,ej uidetur mihi quod isli bene arent. Rufticanus hic fermo eft,er agrestis. Eruditi enim fic loquuntur:^ on uia deor tibi bene ficere : w,tu non uiderismihi bene loqui. Sicut uobis uidemur male ficere , ita nobis uos uidemini : lUe uidetur tibibene fcriberacr,ifti mihi uidentur bene arare. De uulgari quodam ufu Mihi3 De h; JIT. zij De Id quod; cum alio antecedente, c a p. l x i r. Xr I deo te amatorem fiudiorum , quod me maxime iuuaf.uel, V qua res me maxime iuuat:uel,id quod me maxime iuuat, amator es fiudiorum.item,uideo teyquod me maxime iuuaf.uel qua res me maxime iuuatiuel , id quod me maxime iuuat,ama* torem fiudiorumiqua exempla fibi quifq - conquirat . Dc Aliquis^uifqu^Quifpia^ VIIus. c a p. LXIII, AUqutstquifquam , quijpiam , ullus idem fignificant , diffi* runt(h d quidam,ut in alio opere ( quod de dialectica pro* pediem edemus) obtendetur. vUus tamen quodammodo claudi * cat3nec fere citra negationem,quafi citra baculum ingredi po * tejl,niji interrogatiue:ut , uocat me udustaut fubiunftiue:ut,fi idlus me uocat. N unquam plane affirmat iue,jicut ida fuperiora. De eadem perfona tanquam alia, c a p. lxiiU.^. A/T Eoccuputo adminihratione magiftratus , nudum tem* A. 1 pusfeponere adjludendum poteram. V el,me o ccupato in adminisbratione magiftratus , nudum tempus mihi reliquu erat. Rarifiime Latini fic locuti funt, Graci frcqucter,fed hoc modo potius:Occupatus in adminisbatione magiftratus, nudum tem * pusfeponere ad ftudia poter am:uel , Occupato in adtmniftra* tione magiftratus,nudwm mihi tempus ad fludia reliquum erat. Dixi rarifiime,non tme nunqudminam quidam fic locuti funt* ut Horatius de Arte poetica : Laudator temporis afti Se puero,cenfor,caftigatorq; minorum. Quintus Cicero ad T yronem : N on potes effugere huius culpa EpHlpcnuit. poena te patrono, Marcus efi adhibendus. fubintedige,pro ipfo ,ib-,6*'pi£a* p atronus.Simile quiddam fapit per,qualeejt apud McTuttium: DeOnto.U,«. Quum cr per meipfum cgijfem,etper Drufum fiepe tentxffem. illud enim per,fignificare folet mediu quendd,ahuq j intercefio * re. Ni uc uero quis queat medius effe inter fe er aliufcr tume fic uulgo loquimr,per meipfum rogaui , per teipfum obtinuifti. o i Auxit  Auxilium do,fcroc^:Opem fero cantum, e a p. l x v. AVxilium do,fero(f; dirimat . Opem do non di cimus, fed fi* ro:unde Opitulor,quod T uUianuuerbu. cjje Seneca autor eft: quo txmen er Sallufhus utitur,cr Plautus,^ alij nonnuHL De A\Ex,5cri,cr nifi de uia feffus effet , continuo ad nos uenturum fuifje . Quafi de labore uic I Qtjintilianus, «ledani... Ub.9tcap.i7*  xt9 D( In diem,In diesjn horam,In JjoraSjPropediem, ac Propemodum. c a p. ixvii.i, IN diem aliud multo efi3qum in dies. lUud plcrunq; cm hoc ucrbo uiuit jungitur, vt Quintilianus : Non ut fere noluere prafentu modo cibi memores in diem uiuunt, duratum hyeme reponitur uiftus. Aliquando,fed raro3cum alio iungitur uerbo ; ut Salluftius3Panem in diem mercari, quafi dicat,prafcntis diei fnlugutt, habere ratione, nihilfy cogitare $ craftino. 1 n dies idc ejl quod quotidiefed proprie cum quodam incremento : ideotfc plerunfy cum comparatiuo : ut , Quum in dies malum arftius premeret . Et, Quum in urbe infinitum malum ferperet , idq ; manaret in Cic.Phiiip,t. . dies latius.Etiam fine coparatiuo3fed tamen per uerbum figni* ficans incrementum : ut Liuius , Crefcente in dies multitudine ► Quod non liceret dicere, concurrente in dies multitudine , fed quotidie:aut in dies magisiquum tamen liceat fuperiora exepla dicere per quotidie : quum quotidie malu arftius premeretis, quum in urbe infinitum malum ferperetjdcfc manaret quotidie latius. Et per in fingulos diesiut Cicero ad Atticum,Quotidie , uel potius in dies fingulos 3 brcuiores ad te literas mitto, id ejl, non modo quotidie brcuiores ,[ed etiam in dies.Nam ha quoti * diana Utera funt brcuiores his3quas antea mittere foleba : qua poterant ejfe omnes pari brcuitate.Atqui ha quas in diesfingu los,fiue in dies mitto breuior es, tales funt, ut hodierna fint bre* uiores hefiernis, er craftina hodiernis , er perendina craftU nis: er ita afiidue. Et peftilentia in dies fit maior , er quotidie fit maior : fic pojjunt uidcri hac duo differre, quod in hoc pof* funt hodie fupra numerum hefternum decefiiffe quatuor, quum heri decefferint decem fupra numerum eorum , qui deceffe* rant nudiuftertius . Non ita in illo , ubi ultimus qui fque dies maxime increfcit : ut fi nudiuftcrtius decefferint duodecim, hc* ri quatuordecim , hodie ncceffe ejl decedant faltem decem er feptem ieras faltem unus er uiginti, perendie faltem fex er uigintL no  E uigintuEandem difjlenentiam habent in hora,cr in horas,quant Phiiipp.fi in dientyGT in dies. Cicero in Vhtoppicis:Hgoty,«ocor in Jpem, ingredior in fpemmo tantum fpeifir* ' mitAtefignificat,quatum, colloco in tcjpc,c? repono in te fpe. OeOtaUib.i, cicero; I n quibus tum fpem maiores natu dignitatis fu£ collos carant. Quin tilianus:In quo fpem unica fenettutis reponebam. De uerbis ad recordationi per tinctibus, c a PriStxxifryj- I Umentem uenit mihi, occurrit mihi, fuccvrrit mihi,fubit -5r mihi , pro eodan accipi folent. Sei hoc ultimum frequentet* quoque admiferationem. Quin tilianus:N obis uero natura ais uerfus exanimes ingenuit non folum miserationem ( qu£ cogis tationi noftr* fubit ) fed etiam religionem, vbi non ita decuifs ftcncid.*. fet, fuccurrit , occurrit , in mentem uenit.Vergil -Subijt chori genitoris imago. Aea.*. -Subijt defert a Crcufd. vbi nequaqud decuiffet,in mente uenit mihi dc choro genitere, er de C reufa deferta. Jungitur etia hoc ' Lib.j. uerbu cum accufatiuoiut Curtius , Sera pcenitetia fubijt regem. Dc uerbis ad uifionem pertinentibus, c a p.lxxxiii. VI deas,uiderc licet,licet cernere : apud quofdam etiam cers nere efl,pro eodem decipiuntur. V t, ltaq; uideos iuftos ins • iufHs rebus maxime dolere , imbecillibus fortes , moderatos ims • modeflis. Licet uidere nonnullos tanta ftultitio,ut uix differant, d natura brutorum. Licet ora cernere iratorum3uti mutentur. Offl.*. Ciceronis hcquus,uchiculu,Jignificdt potius id quod uehitur, qui ejl homo. CiceroiTame er fummi gubernatores in magnis tepcjkb 6. ue^orj(fUf admoneri folet. Quintii. Sic in nauimfilij mei male permutatus ueftor imponor. Non tamen ueftorc accipias pro nauta.Hinc efe quod inuenimus nonunqud diftu , nautas er ueftores. Sunt enim ueftores , qui pretio in aliena naui uehutur, lde Quintii. Cur infeanatis equis ueftor infedetf N onunqudnt pro ei qui uehit,ut Seneca in Hercule infano: Tyria per undas ueftor Europa nitet, lde in Hippolyto: Pro fua ueftor timidus rapina. Q uu deeode tauro,eadeq $ Europa loqueretur. N a ca * tera fere qua d fupitns ueniunt, tm aftiue, quam pafiiue accipi folet.ut accufatio Marci TulUj,aftiuc:accufatio v erris,pafiiue: donatio mariti,aftiue:donatio uero bonoru,pafiiuc: er catera. De Bene 3C Male, cum uerbis. g a. p. lxxxvii.. Ale iuiico, male cenfeo , male pronuncio , male opinor male fer, t io , male exislimo , hoc male ad meipfum re * in Cato .M aio. fertur ,erroremq; meum declarat. Male cogito, ad alterum re * fertur, fignificatq ; perniciem , non erroremiut CiceroiCartha* ginimale iam diu cogitanti bellum inferatur, multo ante de* nuncio, de qua non ante ucreri defenam,quam excifam cogno «* uero. M ale cogitantem , uidelicet mala in alterum, perniciemq ; cogitantem , non autem feipfam fwdentem. J tem male dico tibi , male opto , male precor tibi , male, imprecor. Hw nonnihil fe* irulia funt , male de tefentio , male tu deme exiftimas , mede de iUo Mi *• H | illo iudicamus.Non error hic fientientis,exiflimanti>,iudicatiscfc innuitur,fied uitium dc quo indicamus , ex iHimamus ,fientimus. Male quocfr audio , id ejt , infamor crinuna mea audiens , cum contrarium efi,male dico.Sallufiius in Ciceronem: R effiondebo tibiyUt fi quam male dicendo uoluptatcm cepifti , eam male au * die do amittas . Bene quoq ; maxima ex parte huic finule ejl: ut, de te bene fientio,bene tibi precor, bene de te mereor . Dc Loco patris, dC In locum patris,& fimilibus. LOco patrn,loco fratris , loco filij te habeo , non ita accipU tur,quod ubi illa antea erant , ibi tu nunc apud me fis , fed quod in ea ckariatc qua idi , aut fuerunt , aut funt , aut effient, aut efifie debent: ut Chry fis Pamphilo apud Terentium loquU tur:Si te in germani fratris dilexi loco, Cicero in Verrem : In parentum loco quafloribus fiuis pratores effie oportere. lUaau» tem fiententia in locum potius , quam in loco, requirit tale alia quod uerbwmyquoie ejl apud QuintiL N am quomodo pugnant ineuntibus tot fimul metus laborum, dolorum, postremo mortis ipfim e xciderut, nifi in eorum loeu pietas, er fortitudo ,er ho= nefti prsfiens imago JuccejfierinttEt f alibi: Non perdidit filium quifquis occiditxxplicat a dolore patre, quod fibi uidetur freifi Je re maximam, er iuuenis in loeu amifii , fiubfiituit de uanitate folatium.Ergo ita dicitur ,ubi aliud erat, aliud fiuccefiit. quee die uerfia afiupcriori fiententia ejl . Loco uoluptatis mihi cfl,loco tur pitudinis,loco honoris:id efl,uoluptuofiim,turpey honorificum ~ Illud autem hac in patre competit,ut dicamus,non recordari me an ufiqud repererim genus illud fiermonis , quo Ecclefiaflici pafie fim utuntur : Ego habeo te in patrem : tu es mihi in filium:ace cipio te in fratrem. Dicunt fnim ucteres, habeo te loco patris, tu es mihi loco filij, accipio te loco fratris:uel,habeo te pro pae tre, tu es mihi pro filio, accipio te pro fratre.cr nonnullis alijs modis.Atqucbic uidetur aliquid non uti$ tale effie, fied perinde p * 4JZ **?  cjfc, ac fi tale foret.ldeocfs expofi dones noftrx locum habet, ubi loam 19. ale aliquid non ejl, ut dixi,ficd pro tali habctur.ut in illo, Ex iU U hora accepit eam dificipulus tn fiuam. quod liceret dicere, ac* cepit eam loco matris, ucl pro matre,fiucpro fua:non autem in in illo,quod pro uero accipi debet: Ego ero illi in patre er ipfe erit mihi in filium. 1 icuijfit ergo dicere, id cfl,dixijjcnt ueteret, ego ero illi pater,ipfe trit mihi filitis:fied more Grxconm, unde hxc fimpa fiunt , noflris ccclefiafiias ia loqui placuit. Ude ue* teres qui illo modo locuti no fiunt, fic amc loquebatur: reuertor in patrem,tibi redij in amicum: fiedhic uerbumejl fignificans motum.Quintilianiis:Et pojl exitum anuci reuertor in patrem . QuintilCurdus lib. v. igitur rex arci Babyloni t Agadcen in "... . prxfidemefifieiufiit. CAP, txxxix. De uerbis ad autoricatem pertinentibus. MOre maioru. comparatu ejl, legibus ia coparattm efijegi bui itxconfiitutu eft,ia natura comparatum efi,ia natu * ra confiitutm ejl , ia natura prxficriptum. Hoc nobis ipfia na* tura prxficribit, nobis natura datum ejl, ut periclinntes aUcue* mus.liocrado ipfia pr- De Memoria,& Memor iter,cuin alqs uerbis. . MEmorid teneo, non memoriteriprotiuntio memcriter,non ntemoria.de. Memoria teneo bello Marfico cum Quin* Dc Amfci to Otfauio. idem: Quintus Mutius AugurSciuola mula nor = prfnc# rare de C.Latio focero fuo memoriter cr iucude folebat.Rcpeto memoria, & memoriter. Quintii. Si logior coplcttcnda mano * tto.t , c3p ,t, na fuerit oratio, proderit p partes cdifccre. dc. Copleflebatur ' memoriter , diuidebat acute. Quintii. Mcmoriarepeto couiftos Lib.i.cap. to. d me , qui reprehendere erant attfi. , quod hoc uerbo pepigi ufus effem. Terent.- Cognofcitne i C. ac memoriter. Aliud amen efl ille ablatiuus,qudm illud aduerbim. M emoria enim quid flgnu fcne.^un0 aA,f* ficat,apparet. Memoriter uero efl , quod literdtorcs noftri im= periti dicunt,corde tenus,mente tenus. Apud Vliniim amen ad Ep&ti- Kb.*. Romanum tego : Tu facilime iudicabis, qui am manoriter te* nes,ut ern hac conferre popis, fi rette fieferiptum efl, redefle dici iudicabo. De Fado tibi iniuriam:&,Afficio teinitiria. FAcio tibi iniuriam:cr,ficio tibi contumeliam. A fjkio te in * + iuria : cr, afficio te contu/melia. Rado tibi molestiam, non p i ia «,o ia libenter dixerim ut, afficio te moletiia. De ucrbo Impono. c a p„ x c v. IM pono tibi hoc onerts,notu efl quid fignificet.lmpono tibiy ide quod decipio tc. Quintilianum: Quid quod hocipfum tm placide, am quieti ficit, qua fi captet imponeref Etalibr.Fcftl* lit te ingenitu* honejhs animis glori a amor, f es tibi perpetua laudis impofuit.vnde impotiores dicuntur,qui alios uerbis ma* gna pollicentibus , incantatio nibusq; feducut,ac decipiunt. Pau* l mitem aleatores, er uinarios non contineri editto, quofdam yejpondijfe Pomponius aitiqucmadmodwm nec gulofos , nec im* potiores , aut mendaces , aut litigiofos. vlpianur: Non tamen fi incantauit , fi imprecatus efl, fi ( ut uulgari ucrbo impotioris utar ) exorctzauit ,jton funt ifh medicina genera, txmetfi fint qui hos fibi profuiffe cum pradicationc affirment. De uerbo Speftac. c a p. x c v i. AD me Jpetfnt.id efl, ad me pertinet. Admortem fefint. ii ejt, ad mortem quafi reficiendo tendit. Cicero Officiorum libro tertio : Ad extremm fi ad perniciem patria res feftte pedam. i/. bit, patria falutem anteponet faluti patris. Quinti* ; lianusin Paupere amatore :Et quod ad pcf* fimum feflnt euentum , miferabilis fis oportet , ut amator effe uidearis. i i?¥ Z \ ‘ , • \ • • • * '• *r -V *« . -• • . . ‘ i ,1 E IN C^VARTVM L 1= B' R V M E L £ GAN* TIARVM PRAEFATIO» C I O ego nonnullos, eorum prxfertim qui fibi [aniliores , er religio (iores uidentur , aufuros meum infiitutumboc,laborem $ reprehendere , ut indignum chrisliano homine , ubi adhortor exteros ad librorum fecularium lettionci quo * ?um,quod Jhdiofior cjfet Hieronymus , cxfumfe flagellis ad tri bunal Dei fuijje confitctur,accufatimq; quod Ciceronianus fb* tione correpti fuijjcnt. N eque enim una omnibus medicina con * uenit,vr alios aliud decet. N eque femper, er ubique idem aut permittitur, aut uctatur : neque ille hoc alijs uetare aufus efl ne. ficerenticontraq; plurimos laudauit tum fupcriorum,tum fuo » rm temporm eloquentes, verum quid /mitis agimusiQuii Hieronymo ipfo cloquentiusiquid magis oratorium i quid ( li > cet iUefxpc difiirmlare uelit)bcne dicendi folicitius,fiudio(ius,- obferuantiusfQuidiquod ne difii/mlabat quidem {nam obijei * ente fibi hoc fomnium Rufino , hominem deridet ) planeq ; fi» tetur fe lettitarc opera gentilium , er leftitarc debere, l dq; cum in alijs multis locis ( quanquam etiam fine confifiione pa * lam efi) tm uero. cpiflola illa ad magnm Oratorem. I nunc, C r uerere,ne aliena accufatio tibi obfit,quum illi non obfuerit fua:cr non audeas jacere , quod ille refeiffa pattiotic facere na timuit. Tametfi non defunt, qui credant em puerili xtate illa percepijje,femperqi poflea memoria tenuijje. O' ridiculos horni nes. . xtf ties, & omnis dottrin # imperitos , qui opinentur em tantam rerm copiam,ac [cientiam,qua nulli chrijiianorum cedit , aut, tam cito potuiffe di[cere,aut tandiu non potuiffe dedifcere3 quu er rarifinu reperiantur , qui centefimam partem [cienti# illius affequi popint3cr non nunore labore (ut antiquitus dUtu efl), h#c facultas retineatur ,qudm paretur.Et tamen quantulum in* terejl inter furdri, & furtum non rcdderef Quid prodeft alijs, fiirtwm prohibere,ne furentur, fi tu furto tuo palam potiris! Si non debemus difcere eloquentiam, nec uti certe, fi didicimus Quid quod libros gentilium [#pe in teflimpniu afimit! quos > fi no licet legere,minus profitto legedos exhibere:^ fi nos de*, hortaretur d lettione gentiliu(quod non facit ) magis intuendi i. putarem,quid ipfe ageret ^quam quid agendm ahjs diceretiue* runtamen femper ipfe idem dixit , er ficit. Nam poftqudm te * neram iUam #tatem faluberrimo [aerarum [cripturarm alimen to pauit,ac in ea quam dcfpcdm habuerat, [cientia fibi uires ficit, iamq; extra periculm pofitus, ad leftionem gentilium rcdijt,fiue ut illinc eloquetiam mutuaretur, fiue ut illorm bene difln probans,male diftn reprehenderetiquod exteri omnes ha* tini,Gr#ciq ; ficerunt,HildrM,Ambrofi,us,Auguftinus,Ldtfan*. tius,Bafilius,Gregorius,(jhry[oflomus,alijq ; plurinti,qui inom ni #tate pretio fas illas diuini eloquij gemmas, auro argento ^ eloquenti# uejlierunt, neq; alteram propter alteram [dentiam reliquerunt. Ac mea quidem fententia,fi quis ad [cribendum in theologia accedat,parui refirt an aliquam aliam facultatem afjt rat an non:nihil enim fire extera confirunt:At qui ignarus elo * quetix efl,huc indignu prorfus qui de theologia loquatur, exi * fiimo.Et certe [oli eloquetes , quales ii quos enumeraui, colunx ecclefix [unt, etiam ut ab apofloUs ufq j repetas , inter quos mi* hi Paulus nulla alia re enunere,qu 'am eloquentia uidetur. Vides igitur ut in contrarium res ipja recidit. Non modo non re* prehendendum ejl fiudere eloquenti#, utrum etiam reprehen * dendu. zj6 dendwm,non fiudere.Etego ftc ago, unquam eloquenti* cotrd c almniantes patrocinium prteflem , quod efi maius propofito meo. Non enim de hac , fed de elegantia lingu £ Latina: feribi* mus,ex qua omen gradu* fit ad ipfam eloquentia, v erum fi. quis eloquens non fit, ita demum no erit caftigandu*,fi talis non po* tuit euaderc,no fi hunc laborem effugit. Qui uero elegater lo* qui ncfcityZr cogitationes fuis literis madat, in theologia pr** fcrtim,impudentifimi* efi, er fi id confulto jacere feait , infx* ttifiimusiquanquam nemo efi qui nolit eleganter ,er facunde di * cere:quod quum ipfis no contingit,uidcri uolunt ( ut funt pera, uerfi ) nolle, aut certe non debere fic dicere . 1 deoq; aiunt gena tiles hoc modo locutos effe, non decere eodem loqui C hristia* nos:quafi illi,quos nomnaui,more iftorim locuti fint , er non more Ciceronis,c*terorumq ; gentilium : qui qualiter loquatur nec cognitum ifii,nec expertum habentmon lingua gentilium,, non grammatica , non rhetorica , non dialeftica , c*tcr*g4mi«, cuius libertusi non autem cuius libertinus. Rcftodeturfyejl libertus meus,aut tuus,aut iU lius,aut Catonis taut nullius. Atque libertus fine patrono, patro* naue non e fl, liber tinus effepoteft, quamuis necejfe eft eum ali* quando habuijje : quo fdftm ejl , ut dicamus colliberti , collis berteqi,quemagri ad arandum idonei. Idem in eifdem: Quid poffefliones datas3quid ereptas proferam, i I dem de Oratore : Tot locis jefi Lfb.t, fiones gymnajiorum. id efl,tot fedilia.Ea tamen,qu£ funt in us, pro perfoms accipi folent. Conttentus non efl couentioyfed ho= mines, qui unum inlocum conuencrunt. Confeffus non efl con* fefiioyfed homines uno inloco confidentes. Obferuatio,&Ob(eruanria. c a p. 1 1 1. OBferuatio,cr obferuantia fimdi quodam modo , ut accef* fittygr acceflio differunt. Obferuo nanqueduo fignificat: unum efl quod cu&odio aliquid oculis,animoq ; in modum Ibe * culatoris,ne nos fllentio,tacitoq; pr£tercat:ut obferua tranfe* untes. Obferua filium,quid agat, quid cum illo conjilij captet . quafi cuftodiyCr adnota. Et hinc jit obferuatio , quafi annota* Tct&.inAnfc tio, cr animaduerfio. item obferuo non Jpeculantts modo, fed aA•I•rce•,• ‘ ddmirantiSyUcneranttsq-y c r id tantum in homines , non in res, quoties quem ucluirtutc,uel dignitate fufcicimus, cr colimus: unde fit obferudtia,qu£ efl ueneratio qu£dam, cr honoris ex* bibitio. Quare melius obferuadonem, quam obferuantiam hi, qui nominantur fi atres,fuum inflitutum nominarent . * Potus,3£Porio. c A P. I Ii i. POtu* , er potio non differunt nipob huiufmodi caufam. Potus enim uini,aqu£ flnuliumq ; dicitur. Potio uero d me. * dicis datur £grotanti,quod Gr£ce dicitur fxf/uzHsp. N onnun* quam tome potio,pro potus accipitur. Seneca de tranquillitatr. Aliquando uefatio , iterq ; , er mutata regio uigorem dabunt, conuittusfycr liberalior potio, Cicer.in Tufculan. Quid quod 4 ne - ^ • »*9  cj]e, ac fi ale foret, ideoy cxpofitiones noBra locum habet,uhi loan* is. ale aliquid non eft, ut dixi/cd pro ali babctur.ut in ilio, Ex iU U hora accepit eam difcipulut in fuam. quod liceret dicere , ac* cepit eam loco matris, uel pro matre,fiucprofua:non autem ia in tio,quod pro uero accipi debet : Ego ero illi in patre er ipfe erit ) rabi in filium . 1 icuiftfct ergo dicar, id cfi,dixijfent ueteres , ego ero illi pater,ipfe irit mihi filius: fed more Grxcorm, unde bsc fmpafunt , noBris ecclefiafiias ia loqui placuit, lide ue* teres qui illo modo locuti no funt,fic amc loquebatur : reuertor in patrem,tibi redij in amem: fed hic uerbum eft fignificans tnotum.Quintilianus:Et poft exitm amci reuertor in patrem. Quintii Curtius lib. v. igitur rex arci Babyloni x Agaticen in prxfidemeffeiufiit, De uerbis ad autoricatem pertinentibus. MO re maioru comparatu eft, legibus ia coparatm eft, tegi bus iaconftitutu eft,ia natura comparatum eft,ia natu * ra conftitutm eft > natura prxfcriptm. Hoe nobis ipfa na* tura prxfcribit, nobis natura datum eft , ut periclitantes alleue* mus.Hoc ratio ipfa preftu,ficut per patroniLldeccfr libertinus adieftiuu efi, ficut ingenuus ajS  E ingcnuus:eoY inoa- Et hinc fit obferuatio , quaflnnnot^ Tna.fafa* tio,cr ammaduerfio. i tem obferuo non fteculantis modo fed adnurams9ucnerantisqi9 er id tantum in homines , non in res quoties quem ucl uirtute9uel dignitate fu ft icimus, er colimu s: unde fit obferudtia,qu£ efl ueneratio qwedam, er honoris ex- hibitio. Quare melius obferuationan, quam obferuantiam hi qui nominantur fratres, fuwm inflitutum nominarent. Potus,& Potio. , p Otus , er potio non differunt nifiob huiufmodi caufant. MT Fotus enim uim,aqu£ finuliumq; dicitur. Potio uero d mea dias datur £grotanti,quod Grace dicitur N onnun* quam tme potio9pro potus accipitur. Seneca de tranquillitate- Aliquando ucfatio 9 iterq; , er mutata regio uigorem dabunt \ tonuittusfycr liberalior potio. Cicer. in Tufculan. Quid quod q ne Ut  ne mente quidem rette uti pofJumus,multo cibo,cr potione re* In Cato Ma. plctifEt alibi: Tantum cibi, cr potionis adhibcndum,ut refi* ciantur uircs,non opprimantur. Senes, Veter es3& Antiqui. c a p. v. SE «a uocantur, quantum ad priuatzm ipforum uit&m, qubi ufq; ad fenilem anatem uixerunt. V cteres , quantum ad pu* blicum tempus,qucd alia dcfote uixerunt, etiamfi ad fcniu/m non pcruenerunt.vnde quidam iuniores fiicrunt fcniores ueteribus . Antiqui utriq ; dicuntur,fed magis ucteres,qu.mfenes. Defeftus,Culpa,e lucri : cuius ft>ei caufa plcriquc ludunt, ideoq; ludum talarium dicimus, non lu* fum: er ludum ale.*. quum inquit: Hoc in ludo non pracipitur , fociles enim caufe ad pueros deferuntur. Et Jhtim pojl:Hac ejl in ludo cauftrum fore formula. Nam,ut inquit Quintilianus,Rbetores [uas pars Lib.i.cap.»* tes omiferuntyC? grammatid alienas occupauerunt. Siquidem grammatici Latini , rhetoricam etiam docent , quod indicant ipjius quoque Ciceronis uerba , quum pueros,non iuuenes nos nunat. Ejl cr ludus armorum, qui idem (ut[entio) gladiato* rius dicitur, ubi difeunt gladiatores : ut apud Quintilianum, Quod me diu pirata in carcere retentum , quia diuitemiUius promiferam patrem,in ludum uendiderunt , tanquam decepti. Et iterum: Et inter debita noxa mancipia contcptifiimus tyro gladiator, ut nouifiime perderem calamitatis mea innocentiam, difccbam quotidie [celus. Ludos tamen gladiatorios frequetius , qudm ludum dicimus,quotics unum , pluraue paria gladiato • rim ad fpeftnculum pugnatura producuntur. Qua res , mu * nus gladiatorium appeUatur,quia populo tanquam munus do* natur. Et qui donat , munerarius : er qui fomliam gladiato * rum habet , gladiatoresq • domi in difciplina , er (ut dixi) in ludo exercet , ac postea uendit, L anifta. V ocantur autem Ludi gladiatorij , jicut Ludi Apollinares , Ludi Circenfos , Ludi q 1 focu * 4 ZSO  V Ait AE feculares. N am fficft&cula publica utique in honorem Deorum ludos antiqui uocabant : ut non abfurdum fit folenniatan in natali die fanttorum,pr£fcrtim cum apparatu illo, cr pompa, ludos uocari. Nam quo alio nomine uocemus illam fcefta culi exhibitione, qualis fit in multis I talia: ciuitxtibus,cr ( ut audio ) in multis alijs prouincijs f Hutxre,que ple * runq; fiillax efi, er in primis ( nifi fideli fundamento nitatur') friuoLa.vicinia autem non tm homines , qui eundem incolunt uicu/m , fignificat,quam qui prope domum tuam habiant.Vi * cinitas autem no homines, fied propinquiatem:proprie quidem uicinorwm,abufiuc uero etiam ceteraru rerum. Nonnunquam eotinens pro cotento:ut,laudanda,uel potius amanda uieinitts. Commentarium. c a p. x x i. C Ommentari] nemen quid fignificet,tertio Declamationum libro Seneca declarat,quum dicit: Sine commentario nun* quam dixit, fied commentario contentus erat , in quo nuche res ponuntur. E t Cicero in Bruto: Non efi oratio,fied capita reru , cr orationis comentxrium paulo plenius. Et Quintii. Pleruncfc gjfctoaap, autem mula agentibus accidit, ut maxime neceffaria , er utiq; initia t}4  initid fcribant:c£tera qux domo affirunt,cogitatione comple '* fantur, fubitis ex tempore occurranf.quod ficiffe M. Tullium fuis commentaris apparet. Sed feruntur er aliorum quoty, & inuenti forte,ut eos difturus quifq ; compofuerat, er in libros digerar caufaru,qu£ funt afa a Seruio Sulpitio,cuius tres orationes extant. Sed hi,de quibus loquor, commentarij, ita funt, exadi,ut ab ipfo mihi in memoriam pofteritatis uideantur effe compofiti. Per hac Quintiliani uerba colligitur , non modo id quod dicebam, fimulq; in plurali hoc nomen effe generis ma* f 'culini,quwmin fingulari fit neutri, de quo mox etiam dicam : Herum etiam commentarios idem effe quod libros iquod Cicero confirmat,tum tertio libro de ¥ inibus , dicens : Tuipfe quum tantum libroru habeas,quos hic tandan requiris comcnttriost quofdam inquam Ariito teli cos. tum fecundo de Oratore : Tres patris Bruti de iure ciuili libellos tribus legedos dedit, ex libro primo forte eucnit,ejc. Ac jhtim pofhvbi funt hi fundi B ru* te,quos tibi pater publicis commentarijs confignatos reliquitf quod ttifi pubere te iam haberet, quartum librum copofuiffet, er fe in balneis locutum cum filio feriptum reliquifiet : E cce eandem rem tribus uocabults Cicero declarauit , libeUis,libris, commentarijs. Quare ia fentio, omnes comentarlos libros effe, ' ^ fed non continuo libros comentarios. Nanq; ubi res funt late, difjfufeqi explicata, er non breuius,quam potexant,trafatx , libri tantum funt,non comcn tarij. Vnde Ca faris commentarij, in quibus ad exequendam kiftoriam alijs uidetur fubieciffe ma* teriairr.quifi fuerint finguli,commentarim,uel commentarius, uel liber dicitur. Liuius lib.x l v i i i. Quari iufiit ab eo, quem de his rebus comentarium a patre acccpifiet. Quum re * ffondiffet accepiffe fe, nihil prius,nec potius uif m effe, quam regis ipfius de fingulis rejfonfa accipercjibrum popofcerunL Si plures,primus,cr fecudus comentarius,non primu , er fecit* 4m comcnt&imiut Hirtius, fine Oppius, quiacccfiionc adie * cit . i/J c it Ccfaris comrnentarijs,ait:Proximus,alter'ue commentarius, tiunqum commentarium. 1 ta nuhi in magnis autoribus uideor annotaffe. Quidam tamen aliter faciunt,utique in alia flgnifu cationc,qu£ eft (ut fentio) expofltio ,er interpretatio autoru, titroq; genere pronufcue utctesiutAul GeUius,Efl adeo Probi grammatici commentarius fotis curiose faftus.Et it erum: Non* nulli grammatici,qui commentaria in Vergilium compofuerut. Iterum quoque: No fler Scaurus in primo commentariorum , quos in Gorgiam Platonis compofuit, feriptum reliquit . Boe* thius:Quod in his commentarijs diligentius expediuimus , qui a nobis in eiufdcm Ciceronis Topica feripti funt. Et iterum: Quo autem modo de his diale dicis locis djft>utetur,in his com* mentarijs , quos in Ariflotehs Topica d nobis translata con* fcripfimusycxpeditum eft. Quidam etiam talia huiufmodi ope * ra commentum uocauerunt.ut Nigidius , Donatus,Prifcianus , edijqi nonnulli. Seruius commentarium , commentarios $ pro rniiiud.Defeift homine accipere uidetur,quum inquit in v i uAeneid. Dicit Htfperiam,& quidam commentarius,conueft& legendum.Etin Georgicorum primum: Superfluo mouent qweflionem commentari].' Fu aiud.prf* Coenaculum,# Carnario. Cenaculum locus ad coenadum in loco fuperioti:ccendtio ««mm, _ locus ad cocnandiMyfed in imo potius, luuen. . tem rapiat cocnatio folem. Veruntmen coenaculum non tam *** pro loco cccnandi,qum pro parte domus fuperiore accipitur , qu£ frequenter hoftitibus ad habitandum locari folet , qui to * tam domum conducere non pojjunttcr parte inferiore, flue illa taberna, flue officina fl t,non habent opus. Cuius rei proferrem exempla,nifl abunde Varro fufficeret,dicens : vbi ccenabant Ub.de coenaculum uocitabant. Poftqttam in fuperiore parte cocnitarc ^s* €ccperut,fluperions domus uniucrfa cotnacula difia,pdfl quam ubi coe nabant, plura facere coeperunt* EpuL*JEpulum,# Dapes, cap, x x i i i. EP uU [unt cibi minifterio hominum , er in noftrum ufum comparati. Epulum , folenniores quadam epula , er pro * prie publicum cbuiuium in propatulo uniuerjis ciuibus exhi * Miww, fiue in dedicatione templi alicuius, fiue in honore De o* rum,uel in magnificentia; oftenationem , fiuc in funere magni alicuius uiri. Cui fimde eft,quod hoc tepore fit , quum publice pafeimus pauperes ,ut in mortibus propinquoru.Quod idem efl pene quod paretare,fi Hieronymo credimus,qui ita tertio libro in Hicremiam inquit: Mos aute lugentibus,frrre cibos,& pro:* parare couiuiu,qu£ Graci ntfu /lama uocat,CT dmoftris uulgo appellantur parentalia,eo quod a parentibus ijh celebrantur Dapes uolunt effe uel Deoru,uel noflras in facrificijs Deoru . Sementis, & Melsis. . S Ementis efl fatioy(iue (ut fic dicam ) f rminatio. L iuius: C am pani [ementem facere poffent. Miror quare quum in alijs locis apud Hieronymum plurimis, tum in Genefeos principio [ementis pro femine pofitu efl. Mefiis tum ipfa mefiio efl, tum LDm. [eges iam matura. Cicero de Oratore : vt [ementem f iceris , in metes. Seges,& Fruges. c a p. x x v. _cs efl eorum [cminum9ex quibus coficitur pamsynodtm • demeffa. Nonunquam cotcntum pro cotinente ufurpantes, ipfam humu ad accipieda [emina fubaflnm , fegetem uo camus, Gcorg.i. ut Vergilius: I Ua [eges demum uotis refpondet auari AgricoLe,bis qua: [olem,bis frigora fenfit „■ F ruges uero quicquid ex firuftu terne in alimoniam uertimus. Liuius:Eam gentem tradit fama dulcedine frugu,maxime uini, noua tamen uoluptate captam, idem: Non arbore frugifera, i. tf>c*p.u non -n jpm ydiftif' Plinia titulum dedit de naturis ar * borum frugiferarum. Malleolus, & Sarmentum, c a p» x x v i. MalUo CE ges &deme\ Mi  tfj ' AUeolus a fomento fic dijht,ut pars a toto. E fl enim md Jeolus(ut placet Colimcllx ) in modum mallei roftrd ha= Ubixapt, bens,aptus plantationi Quando autem arefitfo farmenta funt . cum malleolis igni referuata , indifferenter uocantur. Nam er ^ Annibalemjegimus farment&cornibus boum alligajje , eaq; in * ccndiflhyUt koftes fideret. Et nonnullis ciuibus Romanis, qubd$^?t0 domos haberent plenas malleorum , ad Capitollj , uel urbis in- riu J,emint* cendia,fraudi fuit. Arbor 3C Frutex. cap. x x v i r. (0~mk R hor a frutice itn differt,ut frutex ab herba. E fi enim fu* tex,qui ad iuflrn magnitudinem arboris non ajfurgit , cr flatura flmdis efl multis herbis, fcd non demoritur , neq; arefeit ut herba, fed perenis efl. I nter frutices eflfoboles quoq- illa ars borum,zr plantula.Ab hac fruticari uerbutn,quap futicem res nafei ex arbore. Marcus Tullius Ad Atticum : E xcifa efl enim arbor,non euulfc.itxq; quam fruticetur uides. Nam illud, quod fepe legimus fruticari pilum,translatum efl. Acinus , Bacca t Pomum , 8C Nux. .  X Cinos inter er baccas hoc intereffe puto, quod acini inb J\fruttus minutiores arborum , fruticumuc.denflus nafcuns turibaccr uero dijperflus,?? rarius. Inter acinos enim numera* . tur grana uu£,grana hederr, grana fambuci, grana cbuli,grd* na mali punici,addo etiam moru, «- nitjylueftris enim,?? pallio porcorum efl . Cafhnea in nuces fimafylua/v* reflrtmunde Verg . Cajhneasq • nuces - peut pinus,corylus, gjjj* flue a loco aucllana,amygdalus, iuglans,cr fi qua funt his pmi r lia, non Z)I lid,non poma dicuntur,fid nuces. Nonnunquam acini,CT boo* C£ indifferenter ponunturiut Vergilius , E4qb-1?* Sanguinas ebuli bacas, minio q; rubentem . c a p. xxix. Crepitus,S crepicus3Fremitus,xw. I ugulus anterioryunde uoxyhdlitusq; procedit. Collum omnes partes infolidu coplettitur.Et quonia nerui, qui corpua erettuyrigidumq ; faciutyin ceruice funt collocatiydicimus horni * nc durx ceruiasyquafi indomdbilcymore ferocium bou.ucl quod qui ceruice erettay%r rigida cttycotmaciam quandayzr rigore mentis pr Hunquid dij erant comites Troianorum , atque Aeneae , an duces i certe dij penates comites erant , confcfiione tum Aenea , tum ipforum quoque deorum . Nam libro primo Aeneas ait: - Raptos qui ex hode penates Claffeueho mcctm . Et in tertio dij aiunt: N os te,Dardania incenfa,tuaq ; amafecuti : Nos tumidum fub te permenfi clafiibus aquor. Sub te,id eft,te duce : er te fecuti fumus : id efl,tui comites fui* \ , mus . j dem quoq ; de Gracis dicendum efl , er de eorum deis . Idem etiam de Sibylla , er de Aenea, quanqudm modo hic,mo* do illa dux erat,aut comes : tamen quiafequebatur Aenea uo* tuntate Sibylla,cr quafi miniflrd fe prabcbat,comes erat. Quid uero ducebat pramondrds iter, e? declaras ca qua ignorabat, dux • -* e£fatio:ut,o'' Jpeftnculum ntifcrm, atfy acerbum . gt»- Vttr( . [em promontorijs. I dem x l v. Adiunftaq; infula Euboea, er excurrente in altum, uelut promontorium, Attica terra fit*. Officina, 8C Taberna. Officina,ejl ubi opera fiunt. Taberna ubi opera ipfa, cate* raq; merces uenditantur.officina ejl Jhtuarij, fuforis,fla * toris,calatoris,excuforis,uitrearij, f ut om, fibri : qui multiplex ejl,li gnarius, er hic no unius generis ".ferrarius, nec hic fimplex: lapidarius , qui cr ipfc in multas diuiditur jpecics. Taberna uo catur uinanajanaria, olearia , er mille huiufmodi:unde opifi* ces,cr tabcrnaAj uocantur.Cicero pro Lucio flacco: Opifices, er tabernarios,atqi omnem illant ficem ciuitatu,quid ejl negotii concitare: Nec negauerim aliquando unum , eundemqj loeu of * ficinam,cr tabernam effe, ut futrina,in qua calcei c? fiunt, er uenduntur. Quadam igitur artificia ( quanqudm fola artificia funt opificum) catera quaftus,zr opera dicuntur : fed quadam huiufmodi femper habent fuum nomen , ut hac ipfa futrina fu* toris,cy lignari j proprie fibrica,aurificis aurificina, cauponis caupona-.tamen er eam, qua uinum uenditat , cauponam uoca* mus. Quidam malunt dicere cauponam , pro loco. Argentarij argentaria,quod nomen quidam,pro artificio ,cr argentarium , pro artificelqui idem ejl aunfixjaccipiunt : atq; ita ejl in Hir * remia.Titus autem L iuius, C icero, Quintilianus,cateraq; omnis antiquitas pro his accipit, qui campfores uulgo dicuntur , non illos dico minutos, qui nummularij , er menfarij a nobis, xs- Ac&s-ai d Gracis dicuntur,qui ijdem trapezita uocari poffent. Nam colybisla trapezas habent. Sed Elautus in Curculione tret peditam, er argentarium pro eodem accipit, Auis,ertilionem,qui utroque caret , quatuor enim pedes ha* bet,zr (emimus ejl. Volucris ejl quacunque uolat, nec auis fo* lim,fed illa bestiola quoque minutiores, ut apes , uejfia, culex , tabanus xyx Dedam. >}• laCato.Maio. tib.3. Ub.i.decad.1. Ub.j. Lib.i.decad.3. f  tabanus , locujh,mufca,cicada.Siquidem Quintilianus apes uo* lucres uocat. Et Plinius non femcl hoc Jignat, undecr Cupido uolucer dicitur. Indoles. c a- p. x l v i. IN doles ejl nonfolum in pueris, er adolefcetibus jignificdtio futura uirtutis: ut apud Quintilianum , ln prinus annis lau* daretur indoles. Cicero : Vtenim adolefcentibus bona indole praditis fapientes fenes delebantur. Et Valerius titulum de in* dole jecit ynon tantum puerorum, ddolefcentiumcfc exemplarepe tens, fed etiam in uiris , er quidem prafentis uirtutvs ,ut idem Cicero deOjficijsiln quibus ejl uirtutis indoles, commouentur . idem pro Calio:Si quis iudices hoc robore animi , atefc hac in* dole uirtutis, cr continentia: juit. Liuius de Lauinia iam matre , er pojl mortem Aenea res adminijlrantc inquit : Tanta in ea uirtutis indoles juit . Lucanus: indole fi dignum Latia,) i [anguine prifeo Robur inejt animis- lndolc quafi generojiate quadam uirtutti,dtq; dnimi.liuius ai malam quoq; partcm,cr ad muta, atq; inanimata transfert, lo* quens de Annibdle,fic: Cum hac indole uirtutum, cr uitiorum trienio fub Hafdrubale imperatore meruit. Et alibi: Sicut in jru gibus , pccudibusq ; non tantum femina ad feritandam indolem ualent, quantum terrae proprietas, ccclity fub quo alutur : gene* rojius in fua quicquid fed re unam legem, fed ab infiniti* interpretibus legum , infinitus leges effe iudicantes. Etiam titulum de uerborwm fignificatio* ne non legem imo leges appellant: quo quid abfurdiusi AccruuSjStrueSjStrages, 8C Sarcina, cap, xlix. Ceruus minutarum proprie rerum congeries efl, ut firu*. .menti,cr leguminis, ut [alus, interdum aliquanto etiam Vetgii. Aen.s_. maiorum,ut aceruus fcutorum apud Vergilium :er fire gene* JnilaVadem rdlc ad omnia efl. Strues aute proprie lignorum. Strages uero r seft pauper ue,aut inter hos medius.Ego fim pofitus in hac coditio * ne:id eft, fortuna, ac forte. CicerorO' miferd conditione admini* ftradi cofulatus. Huic figni ficato illud pene par eft,quwm inter plura eligeda fortis eft oblati eleftio:ut apud M ar. Fabiu, O b* lati eft 'aiuuenibus tyranno coditio , ut dimitteret alteru ad ui* fendam matrcm3ad diem praftitutum reuerfurumfiti ut nifi ac*, cur 14  curriffct ad diem , de eo , qui rejlitcrat , poena f 'umeretur . Dici* mus igitur offvro conditionem, uelfiro , ud pono conditionem. Hunquam fere per aliud uerbum. Q ue conditio dum placuit , u etiam fere femper dicimus,accipio conditionem. Vb apud Te* rentiu/m , amatores C hry fidis tulerunt muluri conditionem,ft uellet cis more gerere, fe daturos iUi pretium , liberalem $ mer* cedem. I pfa itero accepit conditionem.boc efl,paftioni,promif* fioniq; ajJenfit.Ab illo jignificdto non longe abfunt,offi:ro cie* dio n an, do optione. H ac time folent efje inter plura,illud uerd in uno frcquentius:ut,ojjiro elettione utru uelis eligedi: ej,do optionem,quod udis potifiimum optandi:dcinde tu aut digere te dicis,aut optare.Ofjvro conditionem Chryfidi,unam fcilicet. Frondes, 8C Folia. cap. lxviii. FR ondes arborum funt tantum. Folia autem er arborum , er herbdrum,cr florum quoque. Excubiae,# Vigiliae. cap. l x i x. EXcubie diurne , er noftume. vigilie tantummodo no* fturrit c. Suffragia. cap. l x x. OiVffragid funt ( ut fic dicam) uoces , qua dicebantur ad co * & mitia, in tabeHa'uc feribebantur , quibus fuam quifq ; decla* raret uoluntatem de aliquo eligendo in mdgidratum: qualis cjl hoc tempore cie ftio fummi pontificis, er eius quem Cefdrem Augudum chridiani non crubefcunt appellare,a damnatis no* minibus tyrannorum,qui nonmodo oppreffere Rempublicam, ut nemo iam pofiit uocari rex Romanorumjed fub eorum gle* dio, rex uerus cocli , er terre occifus eft. E t pedea idi infa* ni,CT nodre religionis immemores, uocant diuum Augufhm, diuum Claudium,diuum Traianum,quafi uulgus, atque horni* nes pofiint principes referre in deos. Sed hec omittamus , hoc tantum dicentes, Romanos non agnefeere regem aliquem. Et quum cetere gentes in libertate fc ajferuerint , hoc multo megis nobis licere, Suffragia igitur(ut dicebam ) funt uoces in ele* dionibusiquod fufiragium,quia cuiprjejhmus , nimirum eidem gratum facimus,hinc fddu ejl,ut fuffragium pro auxilio fepe ponamus : er fuffr agor, pro auxilium fero. Refragor repugno, proprie quidem in didisjed nonnunquam er in fidis. Catulus,Pullus,Hinnulus,5C Foetus, . CA tuli funt feraru fiue immitium,fiue mitium. Nam er ca* tulos murium legimus. Pulli uero pecudum. Foetus auium, er pifcium:quanquam er hoc generalius nomen eJl.V nde foe* tificare , pro panre: er fcetura pro partu , ad omnia animalia muti pertinet. C eruor um hinnulos dicimus,capreolorum quo * quc3caprearum,damarum9leporum,jhndiumqi. Catulos quoq; f'erpentum,ut Vergilius de colubro: -Catulos tedis,atq; oua relinquens. Immaniumq, pifcium,qui Geore>i» non edunt oua.Propric tamen catuli funt filioli canum . Vergi* £ . lius: Sic canibus catulos finules- 8,4 C icero de Diuin. Erat autem mortuus catellus eo nomine, Lfl>. u Lucs,& Peftis, c a p. ixxn, LVtf,cr pefiis hoc differunt , quo genus , er ffecies. Nam ' quum in urbe,aut in agro fibrisyaliud'ue genus morbi fie* uit,fiue folos homineSyfiuefola pecora,fiue utrofq ; corripiens, lues dicitur: interdum etiam fi arbores , ac fati. Pedis uero aut cito occiditydut cito abit ab co,qucm inuafit3quer hominem corpulentum potius,quam (ut aliqui loqutin * tur) carnofum. Quintilianus in fexto : Corpulento litigatori, cuius aducrftrius item puer circa iudices erat , ab aduocato la* t tus,quid faciami te ego baiularc no pojfum.ltem in primo:Offa detegunt: qux ut effe er aflringi nems fuis debent, fic corpore o perien * - zt6 t * o perienda funt.ldem in quinto,Neruis^illis,quibus caufa eoius tinetur,adijciunt,indufti fuper corporis frecietn. Et alibiiHf* ret aftrifta nudatis ofiibus cutis , er in fame fua homine cofum *= BpHLt7.iib.7. pto iam membra fine corporc.Cicero ad Gallunr.Ego hic cogi* to commorari , quoad me reficiam. N am er uires , er corpus anufi.Sedfi morbum depulero , facile (utfrero) illa reuocabo • Qjjod etiam fignificauit M artiahs , 7«adCcf. Viucbant laceri membris jlillantibus artus, V 'inqi omni nufquam corpore corpus erat. » Videlicet quod in corpore illius non erat caro, * Lamina, 8c Braftea. . LAminam tum farream , aream, plumbeam , fhnneam, quam auream,argenteam,eleftream,orichalceamdicimus:Brafte* am potius ex his poflcrioribus. Aut certe braftea tenuis efl,cr fua fronte plicabilisiL arnina ucro crafiior,ex qua armatura co* ficitur,er qua incenfa olim homines torquebanturmec erepi * tat, ut braftea pr,«# proprie, afjvftum dicimus, illa igitur (ut ego quidem fentio ) af* ap,u feftio Grace dicitur, quam noRrates philofophi in Lati * num uertentes appellant dijpofitionem. Aliquibus tamen uide* ri pojjet definitio illa Ciceronis hunc quoq; fignificatim , qui efl arao©- complefti. Quibus, quia ad rem non imltu/m attinet, non fune repugno: cum pr£fertim omnes fere iurifconfulti, os mnesq • ecclefiaftici feriptores ajjvttione pro affcdu accipiant . Efl autc affvttus pars illa anim£ qualitatis,qu£ e regione ratio* nis efl, Quicquid enim in anima, pr£ter parte illam memori*, ratio non efl, affvdus efl : er rurfus , quicquid non ejl affvftus, ratio. Ab hoc fit affvdo,quo etiam Cicero ipfefepe utitur in li* bris ad Herennium : Non tam affectanda, quam ill£ fuperiores, L}Jj fed tamen adhibenda nonunquam.Apud eundem nunquam(nifi me incuriafefederit,aut memoria fidat ) legi afje£hitionem,fre * quenter apud Quintilianum ,er c£teros,ut ibi : Nihil odiofius dffe&ttione,id efl,afjvRu, conatuq; £tmlandi alterius uirtute , quam ajfequi nequeas refragante naturaiuel nimio afjvftu, ni * mioq \ conatu alterius uirtutem amulandiiitt ut turpe fit,ac de * forne, fic auide £muldri. Latebrar,& Latibula, . LA tebr£, hominum proprie dicuntur : Latibula , ferarum. Quintilianus ; Et quamuis odio euerforis noRri euocatus Dedam.», t i latebris x9o  E U.i.de offif, c latebris fuis populusjubfellia non implet . Cicero: Videant, ne quxratur latebra periurio.id ej},excufatio periurij.LatibuU no ^ nunquam hominunr.Latcbrx etiam fer arum. Liuiuslib. xlyii. Jnter uepres in latebris ferarum nodem unam delituit. De Luce,& tcnebris:Die,ac nofte,  *♦ LV cc,er tcncbns,pro die,ac node accipere folemus. Differt tamen prima luce, d prima dic. Nam ibi intelligitur prima pars diei, er quafi diluculumihic autem prima dies. Ita primis tenebra, er prima node, ibi de prima parte noda loquimur 9 hic de node ipfd. ldcoq; ante lucem melius dicimus quam ante diem,fi diluculum figmfecumtu, Nam ante diem, pro ante tem * pus, dici foletipratcrquam fe de certo dic loquamur.ut , ante dii flerim um:ucltar.te fextm calendarum Noucmbriu:idcfi9fcxto die ante calendas Noucmbm. 1 n quo loco praecptum Pauli in* ferere non inutile fuerit, qui ait: Ante diem decimum cakndaru* C 7 pojl diem decimum calcndarum,£quc utroq ; fermonc unde* cima dies fegnifecatur. Verum non quemadmodum ante lucem tndius,quam ante diem, pro diluculo dicimus: fic ante tenebra^ quam ante nodc,pro crepufculo.fcd cdiuerfo potius. Keperitur autc luci pro luce } ut uefyeri pro uefe>cre,cr ruri pro rure. C ice Philip. « »;eros,crp qua funtpmilia. vtrunq ; tamen aliquan do recipit exceptioncm.Nam er non fcmel legimus projpcram alicuius ud letudinem:ut Suetonius de C affare, Tuiffccum prcftcrdualetu* g £♦£ dine.id eftybond,cr quapplici.Et de T yberio,ualctudinc pro* fi>errima ufum eum effe ait. Salluflius : Sed pofi quam res ciui= jn catiL bus,mwris,agris fdtis aufolyfdtisqy proftera uifa efi. Rurfus V er gilius:Sis ftlix,noflrum^ leucs,quacun% laborcm.Vro eo quod Aca.u efl,ps profl>era,cr benigna . Saluber }& Sanus, c a p. txy vitt. SAluber, pue ( quod ufitatius cft ) falubris, dicitur der, cibus, potus,locusymulaq ; huiufmodiiidcm fire quod falutiprypue falutaris.Sanus homo dicit ur,c£t er aty animalia.Res falubris prat bet fanit*tcmyhomo uero recipit : qui poteft er praberc , tunc# faluber,quap falutifer dici. Sed in utroque etiam aliqua reperis tur exceptio. Siquidem fanum aere, fanum cibu/m , fanum tocum t 4 uocamui i »JJ x9(' lavrentii vallae uocamus,quaji falubrem ,er praebentem fanitotem. Contra flaltt* lalugurth* bns profano. Salluflius:Gcnusbcminufalubri corpore, uelox , patiens laboru,plerosq; feneftus dijfloluit.Liuius : Grauiore tem pore anni iam circimafto , dcfunflfo. morbis corpora falubriori cjfe coepere. Martialis dm deferibit uitom beatm,inquit: Lt10.cpig.46. ^ jj nunquam,tom rara, mens quieta. Vires ingenu£,jalubre corpus. p rudens pmplicitos,pares amici. Hi tres quos produxi loci, idem nomen habent coniunflm cum corpore. Quare non auflm dicerc,ut dixit Boethius in transla* tionibus fuis. Aeger an faluber.Nam de aequali fuo Cafiiodoro , qui apud nonnullos in pretio e fl , nunquam ideo jacio mentio * nem , quia cum regibus fuis Theodorico , c r A larico, quorum feriba Juit,Gotthicum fonat,zr barbarum. Iucundusi& Gratus. c a p. lxxxix, IVaiduSjCr gratus pc differunt, quod iucudus proprie in pro * fteris. Gratus in aduerps. lucundu uoco no qui Utus efl, fed qui Utitije efl alteriiut projfer,ac falubcr.vfqueadeo potefl qs trishs,mocflusq; effle, er tamc iucudus: ueluti quu hofhs meus in dolore efl,tucnuhi iucudus efl: er ego gaudens, fu/m idi minimt EpilW.ii.4. fc. q uarc n3 locutus efl,q ait , I ucudos nos jaciat fu quod bonum honestum, fed idem quod benignitas, a' primo fit bonus uir,bo* nus feruusybonus iudexiid ejl,iujlus, er exequens offici j fui de* bitum : ab hoc bonus pater , bonus dominus , bonus deus,bonus Acncai:hoc ejl,bcnignus,cr clemens , qua altera infliti£ parte cjfc conslituuiu,uocantcs eandem beneficentiam . Nam iuslitia partiuntur in duas partes:lusUtiam,quargo humi flores: CT flcrno lettum p allio :pro eo quod efl, flerno pallium lefto, Acqualis, libidinemq j decla* rantytum iniurUmmam er proterud, petulantemq, ; eodem loco dc inhonejh focmina apud Ciceronem legimus pro Calio:Si uU diu libere yproterua petulanterydiues ejfusc,libidinofa meretrU cio more uiucrct.Proterudm minore gradu, quam petulante fi * gnifecauit.PetulanSypro libidinofojdfciuoq j accipi notu ejl:ut, -P etulansq; iuuenta. E t O uidius: Quinetiam ut peffem uerbis petulantius uti. Non fcmel ebrietas efl fvmlatx nubi. Id ejlylafciuius , er licentius . Procaces quoq; meretrices legi * mus, qualis Bacchis Terentiana , catera:# impudica: mulieres, quae pudori fuo(qu£ una dos fpeminarm eft)ite uerbis quidem mordacibiiSyfbml er turpibus parcunt, dfeipfis ,fuccq; condi* tionis [amittis capientes principium.ProteruiaJeuior quxdam contumelia , Procacitas maior. Petulantia maxima. Cicero in Sadu&iwm-.Nein idem incidam uitium procacitatis , quod huic obijeio. Et iterum : Non enim procacitate lingua ,uita fordes eluuntur. Atq; iterunr.Nam quod ijh inufitata rabie pctuldntcr in uxorem, filiam# meam inudfifti,Et iterum in eadem : D efine bonos petulantifiima itifcftari lingua : define morbo procacia* tis itio uti. SaUuJliusin Ciceronem:Grauiter,cr iniquo animo malcdiftn tua paterer Marce Tulli , fi te f cirem iudicio animi magts,qum morbo, petulantiaijh uti. Et iterum:Bibulu/m pe= k***» tulantifiimus uerbis Udis. Hac eadem nomina in fittis quoque nonnunquam reperiunturutfi quis ambulans per impotentiam mentus,obuium cubito .feriat , aut cum contumelia fibi cedere cogat , hunc proteruum dicimus. E t Vergilius Aufiros proca* Verg.t.Aea, ces uocat. Et ab eodem : -Har diq; petulci floribus infultent - diftum efi,quod hoedi foleant iniuriam facere , per animo fio* procacibus au- tem quandam tranfeendendo fepes,zr in alia loca penetrando: Seorg.*, qua iniuria petulantia ejl. Orbus, dc Coelebs. c a p. cvr, ORbus,eJl quicunq; aliqua re chara priuatuseft. Proprie autem parens amifiis liberis , quafi anujja luce oculorum . V nde illud frequens, Parens liberorwm,4n orbus fit , plurimum difht. Et hinc orbitus, qua ejl illa qualitas patrum pofl amifios liberos , ut uxoris uiduitas poft amiffum nutritum. Quintilia * Qs*n‘»'UJb.r. nus de patribus, in ipfos loquens pro uxoribus,ait : Non habet cap*,0• orbitas ueftra lacrymas fuper ardentes rogos , tenetis incon* cuffam , rigidamq ; faciem. Contrarium huic ejl, quum dicitur crbus,quafi orphanus,ut apud Teretium: Orba,qui fint gene* inPhorm. a& re proximi , H is nubant .- E t hinc orbitas apud Marcum Tui * *•&on furum inuaferunt.Vr ucl ab* fente patrc,ucl mortuo, filia (ut qua eamte^atq^ adeo ea me* te Jit) prostet. Sufficiant igitur huic operi quatuor fuperiord Uolumma,quintuml £ hoc de uerbis , accedente [exto de notis autorum. Quod fi etiam plura feribendi facultas, tepusep, fup* peteretynefeio an jaciendum putarem : ciim fciam , ea qua uel optima3atqi pulcherrima funt,niji compendij gratia iuuentur, ut pontificales olim cccn£3 longitudinis futtidio laborare : fi* mulqi huius, de qua loquor, materia, neminem (de prudentibus loquor ) uniuerfim corpus aggredi effe aufum,fuam fibi unuf* quififc particulam ad feribedum delegit,fiue ne longiore opere legentibus faftidium mouerct (quod enim uocabuhm no fuam habet in fignificando elegantiam r) fiuc immenfitatem , in fini* tatemq, uoluminum ucritus. Quibus rebus me quoq • motu fuiffc futeor,cum mea Jponte,tum illorum exemplo maxime,ne [em* per imperfc{hm,ne femper inclufum habere,ne femper efflagi * tantibus opus negare uideamur:ne'ue quibus obfequi,crd qui * bus laudim fujjragia nancifci cupimus , cifdem iufta querela , iuslaq j uituperationi/s materia pr abeamus. T um eo quod in fi * diatores , er fures re expertus (ut fecundo libro dixi ) cauerc debeo,quos nunc multo plures effc,ac fore amici oflendut:quai caufa P rifeiano (ut ipfc testatur) fuit,ut ftftinantius opus iU ru, ^ P lud de arte grammatica ederet. Hac eadem nos caufa,c? cate* rif, quas enumer animus , fumus adatti non modo ut fiftinan*  IS tmlibros noSlros,uerwmetiam ut pauciores ederemus. Et illi tentum xmulorum infidit nocebant , mihi etiam prxter extera fii(crum,atq; amatium ftudia nocent. Tradatur ergo aliqua * do uiro puella, contenta hac (quantulacunfy) dote. N on enim fdrmofam effe credibile eft,qux maritum,nifi magnitudine do* tis conciliant e^non inuenerit,uirgo prxfertim. Maritum autem puellx catum literatorwm intelligimus,a quo fanftitatem uxo * ris,pudorem'q j CT custoditum effe cupimus,?? cuStodiri debe* re tcftamur. Sed ai promifiam uerborm diffutationem ( cuius hoc libro locutu tt eft) defeendamus. C / DiicoJEdifco,Dediico,Dedoceo,5c Inftruo* I SCO, er edifeo maniftSte differunt. Nam difccre eft,ut inteUigas: edifeere uero , ut me * moriter coplcdaris. ldcoq; caput apud tilianum , quod inferibitur de edifccndo , i incipit: illud ex cofuetudine mutandum fus exiStimo in his,de quibus nuc differimus xtatibus,ne ot qux fcripferint edifcant,e? certa,ut moris eft, die dicant . difco,quod didici,obliuifcor. Dedoceo te,oStendo fulfum effe, quod doftus eSydocens quod uerum eji : ut apud eundem in fe* cundo,Et quidem dedocendi grauius,ac prius , quam docendi lllud,quo quidam utuntur, InStruo ( quale eft , inStruam te in uia hac,qua gradieris ) nobis apud idoneos autores incomper ** tum eft . Dicimus enim InStruo clafiem, inStruo aciem , inStruo caufam, inStruo militem : non autem difcipulum , aut mentem alicuius,nifi eo modo,quo inStruimus ea,qux dixi. Excogito , Reperio , Inuenio , Offendo. Naftusfum. c Excogitare, eft per cogitationem inuenire , idefc tum incorporeas pertinet:ut , excogitauit argumenta , tiones. 3t*  tiones,figuras,cdufas. E flergo excogitare,^ inuenire , con * Ub. «.Metam, flUjireperire uero fortuna. VndcOuid. -Tu non inuenta,re* perta es. Sed iam ufus obtinuit,ut idem fit reperio , quod in * uenio. E fl dutan inuenire ucl confilio,uel cdfu , fiue corporea, fiue incorporea repcrire.offvndo fere quodrcperio,nefy folurit reuertendoicrad jbtum rerum publicarum, uel priuataru per * Oc.in Som. tinet:ut,offrndes republicdm perturbatam cofilijs nepotis mei: p* Verumetid fine his,ut idem CiceroiSed tme. nemine tm mate ficum offendi , qui illum negaret A ntonij dignu fenatu. N dftuf fum etid pro inueni , feu reperi frequeter accipitur.Vt idem in - PdradoxisiEum tu homine terreto , fi que eris ndftus,iftis mor* iis, aut exilij minis.Et de Senefiutr. Vitis quidem, qua natura caduca efl,cr nifi fulta efl, fertur dd terrdm,eadem ut fe erigat, clauicuhs quafi manibus,quicquid efl na£h,complettitur. Defipio,Defipifco,# Refipifco. c a p. ur. . D Efl pio , fiue defipifeo fignificat,uel quod aliquid a com* muni fenfu, f apientia $ minus habeo,uel quod d meo f en * fu deftituor. Quod fere uitiim aut ex aetate uenit,dut ex mor* bo,auttimore,autamore,dut finuli aliquo affvttu. Cuius con* trarium efl refipifcerc:cr fenes quidem iam demetes nunquam refipifcuntycateri autem refipifeere, id efl,dd priorem mentis Jhtum,uel ad meliorem mentem redire folent. Terentius : fnHeaoto*. - Multo omnium nunc me fortunatifiimum Faftum putoeffe gnate,quum te intelligo R efipiffe. Prohibeo,# Inhibeo. ; - T3 Ro^,^co uel Zenerqu£fcilicet peti debentmon aute de appetendi s: ex quo deriuatur appetitusyqui irmcnfa, cr immoderata cupis ditas dicitur. Quare qui dixit , Omnia bottrn quoddam appe * tere uidenturymiUem dixifjet expetere. Vendico,li - E ode modo dicimus , tulit filium,ut fuftulit.Suctonius in Domitiani uia:Deinde uxorem Domitia * ni, ex qua in fecundo confulatu fuo filium tulerat ,repudiauit. Alia duo fignificatx notiora funt,quorum alterum efi,fmr.mo= uijfe,ut Vergilius: -lubetcr fublatt reponi Pocula. - Alte* Acn-8» ru,in altu, tuliffe: ut idem:-Et fublatum alte cofurgit in enfem. Qu£ duo declarantur ex illo in Neronem epigrammate r Su«o.in Nero Quis neget Aenea magna de ftirpe Neronemf cap. j>. ' Suftulit hic matrem,fu8ulit ille patrem. # Hic fuflulit matre, quia occidit, cr de medio abjlulit. lUe fufiu* Iit patre.id efl,fupra humeros fumpfit, er ab incendio eripuit . Prouoco,3£ Laccflo. . -J PRouoco,in mala partem dicitur ,er in bona. De mala notii cfi.Debona uero,Cicero adBrut . Tuisliteris amatifiimis fum prouocatusXaceffo plerunq ; in malum:ut idem , Sed iufti= om*h tia primu munus ejl , ne cui quis noceat, nifi lacefiitus iniuria. Sed nonunquam in bonuiut idem quinto Tufcul.Tuis me ama * tifiimis libris lacefiifii.Et ad Atticum lib. xm. Cum ipfe ho* mo nunquam me lacefiiffet.id efl,nunqudmme libris fuis prouo cajfet ad refrondendum.E fi autem prouocare,cr lacejfere,tcn* tureadpugnam,er ad concertationem . HHiOjHifco,& Dehifco. c a p. x v. lare ejl aliquid fua fronte, er externa aliqua ui diffinde * ' * j re,ut S x6  re , ut tellus uel in comparatione fui.Et alibi:Pr£ fe utilitatem gerit. E t alU biiTamen iniuriam a te in me fittmjcmper ante me duxL cap, xviii. r Rationem habeo, & Ratio condat. RAtionem habeo , idem eft quod rejfteftum habeo , fed tan* ttmmodo in bonum:ut, habenda eji ratio falutis, ratio ho* nom,ratio rei f miliaris : non autem infirmitatis , turpitudinis , incommodorum , ut quofdam annotaui feribentes . er, tu ficis contra rationem ualetudinis. id eft , non habes reffieftum uale * .tudinisfanitatis inquamtnon aegritudinis : qu£ duo , hoc fi gn i* ficat nomen. Q u£ exempla , quia pafiim inueniuntur , omit* toXicero ad Marium inquit inufitatius : Pudori tamen malui , Epift.j.iib.6* fimteq j cedere, quam falutis mea: rationem ducere . Et in fecun* ^«P** do Officiorum : Siue ratio conJhnti in 3jo in animo Ciceronem ad Cs forem mittere.lUud uero,eft delcShtf, Dc Amic. (ypUcet.Vt idemiUaque non tm me ijh fapientis,quam modo Fan nius commemorauit , fima deleftat, jalfa prafertim ,quam quod ffero amicitis noftrs memoria fempiterna foreiidq ; mihi eo magis e fi cordi , quod ex omnibus fecuLs uix tria , aut qua* tuor numerantur paria amicoru.Quo in genere fferare uideor in And aft. * Scipionis amicitiam er LsHj,nota>n pofteriati fire.id eft , eo ice... * *’ magis me dele£ht,cr placet. Terentius: Aut tibi nuptis hsfunt ai" 1 fcfc™* C0Y^ E f uter(b utriciue eft cor^ > l ,4a cunds funttibiyCT uterq; alterum amat. Inuerco, creditoribus uendebdtur.De quibus magna apudLiuiu fit men* tio.Et Addiftus mort^dcilinatus dicitur. CICERONE (vedasi) de Off.lib.uu Et is, qui morti addiftus ejfct, paucos fibi dies commendandoru fuoru cauftpoflulaffct3udS faftus efi diter. Aliquado (ine aufti* - one fit licitatioiut apud Curtiu de Dor io, qui pollicebatur pre * Lib*^ tium pro capite A lexddri, fi quis eu. dolo occidi(fet, ita inquit: Et quum habeatis arma, licitamini hoftim capita. Si quid tome inter liceri3cr licitari differt , id efi, quod liceri uidetur aut fine reffeftu effe diorum emere uolentium3aut tantum fcmcl deferre pretium» 354 lavrentii vallae pretium. Licitari ucro cum mitis, er fepius augere pretium» ut emere uolentes deterreas ab emendo. Audio ,5^ Exaudio:Oro,• exaudita deorum Vota precesq; me Ingredior. c. INgrcdior componitur quidem exintfed diucrfa ratione: nunc ad locu/m,ut ingredior fbrwm , ucl in forum. Qui mo^^ dus loquendi nenuni ignotus eft. Nunc in loco,quod eft ambu * to,cr incedo. Vergilius: Georg.j. Continuo pecoris generop pullus inaruis Altius ingreditur,^ mollia crura, reponit. Cicero libro quinto ad Atticu : Si dormis,expergifcerr.p fhs9 EptfUj.Ub.f ingredere : p ingrederis, curre : p curris, aduola. idem eft ergo ingrederis hoc loco,quod graderistquod eft ambulas. y 4 Con 144 Confulo te,SC ribi.ConfuIco,Confulcor,ConfuU tus,& Inconfultus. c a p. xu COnfulo te,confilium peto k te,uel interrogo , er inquiro « QuintiL Quid per fidem facere uultis i luuenem quem de parricidio confuluit pater iile feruatus,miror hercule (non di* Ubto.cap.i. xiffe uolui ) fum ueneficus , /ion parricida. 1 dem:Ergo primum e)i,ut quod imitaturum eft,quifq ; intettigat,cr quare boriu. fit, fciat:tum in fufcipiedo onere cofiulat fuas uires.Et iterum:Ego aures cofiulens meas. Confulo tibi , cofilium do tibi,uel proui* deo tibi:fed hoc frequetius,et magis proprie in rebus:ut,cofule uit£ tu£,cofule ualetudiniycofulc dignitati, cofule [aluti,cbfiule rebus tuis:adeo frequetifiime,ut quii dicitur cofiulere uolo mihi, er liberis meis,intelligatur potius de corpore ,er de rebus ex* ‘ , tcrnis,qukm de animo. In plurali aute numero interdum repe* ritut,finc appofito tame:ut,confiulunt fenatoresiquod ficque* tius dicimus,cbfultant.id eft,deliberant. N ifi enim ddfit qui co* filium petat, er qui confilium det,non ait deliberatio, fiue co* fultatio. Atq; ut confidunt dicimus,pro confiuhant,hoc efi,quod altaa pars petit, altaa dat confilium : ita econtrario nonnun* quam confultare efi unius,non plurium partium, fed ita fi apud fe duas partes fuftinet, fecumq; delibaat.Hinc duo nomina na fcuntur,confultor,zr confultus.Confultor fire pro eo,qui aliti confiulit,dccipi foletinonunquam tamen pro eo,qui alij cofulit. SaUuftius in lugurthaiSimul ab eo petiuit, uti fautor, conful * . . . torq; fibi ddfit. Etiterum:lta cupidine,atq ; ira,pefiimis cbfut* toribus,grdffari,neq; j afto,neq -, ditto abftinere. Con fultus , efi ■ homo prudens, ac [ciens, dignusq, ; a quo confilium petas. C£* terum non occurrit mihi ubi repererim,nifi aut participium:ut ,B ^Oufntn* Mi, Con fulti medici dixerunt eundem efje languoran. Aut no* nten pro iurifconfiulto,ut Horatius lib.u Serm. Saty. i. uif "S,u° -Em 'M“' moJf mles> , reddere iut«. Mercator,tu eonfultus,modo rufticut- Quintilianus in feptimo: Scripti , er uoluntxtis frequenti fima inter co fultos quajlio efl L iuius tme libro primo , ait de Nma Pomplio: Con fulti fimus uir,ut iUaquifqua £txte ejfe poterat, omnis diuini , atq; humani iuris.Et in decimo: Cadidos, filer* tesq; iuris,atq; eloquetia confultos. Horatius primo C arminu: Parcus deorum cultor, cr infrequens, I nf tnientts dum fapientu Confultus erro- . t I n compojitione frequens efr,fed ddiettiuuiut apud Quintii. o' **’ incon fultam tmliebre femper amcntiam.id efl, imprudenti, in* €onfideratm,cr nudius confrlij. Alterum quoti; compofrtum,p compojitu efl , iurifconfultus,quod etiam dici [olet iureco fultus. Honnunquam in fimplicirut Quidius primo de Arte amandi: Sit tibi credibilis fermo,confultaq; uerba. ' Ago gratias. Habeo, Refero, ac Recido gra* . furnum £que,atq; faciendo. P Uncus dd C icer.oncm : I mmortates t9‘ dgo tibi gratus, agamq^dum uiudm: ndm relaturum mc, affar* mare non poffim. Tantis enim tuis officijs non uideor ituhi re * Jpondcrc poffe. E ccc refpondcrc officijs , cr fatis facere bene fi* cijs,eft gratias referre. Catcrum fa-cquentius ejl refiro gratiam , quam habeo gratia, item frequentius habeo gratiam, quam ago * gratiam. V ix enim audiuimus ago gratiam,fcd gratias. E t raro refiro gratias, fed gratiam. Cuius rei tefiimoniu ejl illud in libro x l v i. Titi Liuij:Satiatusqi tandem complexu filij, Renucia* te,inquit,gratias regi mc agere, refirre gratia aliam nunc non poffe,quam ut fuadeam,non an.te in aciem defeendat, quam ut incaflra me redijffe audierit. Dicimus item ago grates, fcd fe* pius apud pocas,qui necefiitate uerfus,ago gratias dicere noti In Somnio Sd- poffunt. Nonnuquam etiam apud oratorcs,ut Ciceronem: Ali* pionis. quantoq; pofi fu jf ex it ad codum,cr, Grates tibi , inquit,ago fumme Sol, uobisqi reliqui calitcs. N ifi legendum ejl gratias* CT non grates,pro eode fignificato , fiue pro eo quod cjl,reddo , grates.Seneca in tragoedia, qu£ inferibitur Agamcmnon,dixit i Reddunt grates tibi grandceui,Lafii fenes compote uoto. . Reddunt grates , id e fi (ut ego interpretor') agunt gratias . Quis enim refirre pofiit gratiam Deot quod etiam fando nun* quam cognitum ejl,praterquam apud quofdam recentes,nihil tiifi barbare loqui fcicntcsifcd gratias agimusjarb etiam.Grd* tiam dijs habere dicimur,quoties agnofeimus, apud q; nofipfos AA 4*fcc*4« fatcrmr ^ Mis beneficium accepi} fc , citra fpem gratiam refi* rendi:ut in Andria Terentius: -D ijs pol habeo gratias, Cum in p oriundo aliquot afj uerunt libera \ Gratulor,# Grator. c a p. x l i t. GRatulariJfi uerbo tejkri te gaudere fortuna,dc filicitxte alterius apud eum ipfum , qui affaftus ejl filicitatc. Non^ it unqud apud teipfm ob tuam filiciatem^ldeo % firc poflulat dati . iatiuum:ut gratulor tibi ob tuam praturam adeptam: gratulor manibus meis,quibus ut te contingerent, datum efl. Quintilia = nws:Non efficiet tamen infandum prafentis reatus,indignumq; difcrimcyUt mifcra puella non gratuletur jibi , quod ipfam pau* peraccufarc iampotefl. Poeta nonnunquam pratcreunt dati* uum,utiq; quum fuerit pronomen , qua fuit caufd , ut quidam exiftimarcnt,quorwm eflApuleiusJjocuerbum idem fgnifca* re, quod gaudeo . Ouidius in Heroidibus : Gratulor Oechaliam titulis accedere noeris. Gratulor inquam tibi,ucl mihi,uelno * bis. Idem tertio de Arte amandi: Prifca iuuent alios , ego me nunedeniq; natum.Gratulor - GratulorfubinteUige , rmhi. Et interdum etiam oratores. Quintilianus in P afto cadauere:Gra* tulemur iam,quod nulla duitas fame laboret.fubintellige nobis. Verba autem Apuleij hac funt in apologia , de magia : Eo in tempore,quo me non negabunt in Getulia mediterraneis mon * tibus fuifje , ubi pifces per Deucalionis diluuia reperiantur. Quod ego gratulor nefeire i&os,lcgifJe me, ere. Pratermifit datiuum:aut gratulor,pro gaudeo accepit. Quod tantum abejt Ut approbem,ut pofit gratulari quis, quum minime gaudeat , atq; adeo doleat: quod frequenter ufu uenit, utique inter falfos amicos, quum alter inuidus,atqs atmlus tacite quidem dolens , quod alter honoribus auttus fit,tamen ili gratulatur. Torte er Apuleius fubinteUexit mihi. I n eadem fgnifcatione accipitur grator,fcd poeticum, hifloricumq; efl. Vergilius: 1 nueni germana uiam,gratarc f irori. Titus Littius libro v i i.Twam fequeptes currum,louti optimi maximi templum gratantes,ouantesq ; adire. Dicimus ahquado gratulari pro eo quod efl,gratias agere: fed no fere nifi dijs im* mor talibus, ldcoq; proprie idc efl, quod fupplicarc. Siquide tri* umphantes in Capitolium afeendebant, I oui optimo maximo , ca tcrisqs dijs gratulatum.Eiufdcm quoque jignificationis for * tufis ejl grator,quod fgnificatLiuius lib . x. dices: Itxcfe prator extern Dedam, i;» Epift.Dcian* adHcrcul. Dcclam.ui 4. Aeneii. extemplo edixit ,uti aditui  At in rebus incorporeis frequentius, ut crefcant. Quintilianum Sed alere fdcundiam,uires augere eloquentia pofiit. Perinde ac fi dixiffet, Augere facundiam , augere uires eloquentia pofiit . Cic. Sed nec illa extinttt t funt , aluntur jk potius , er augentur cogitatione ,er memoria.Coniunxit er tpfe h ^uoh,uel ad illius, qui eligitur dignitatem. De* . v legit fibi fpararc e& antea parare pbi,qur utilia funt,autfbre credit . Appara* re}ad dignitatem quandam,ac uerius pompam, ideofy oratores pr£parant,quibus obtinere caufam pofint . At proatmum ap » paratum reprehenditur , quod plus pomp£, atq j odcncationis, quam utilitatis habere uideatur. Cicero Officiorum primo:? aci* le totius curfum uit£ uidet , ad eannj; degendam praeparat res neccf) ariat, ut pajlum,ut latibula, ac alia generis eiufdem.ldcm de Oratore tertio : illa qu£ in apparatu ffiri appellantur inp * gnia. Quanquam apparatus uidetur interdii pgnificarc utru ut apparatus belli,quap praeparatio . Sed ut dicimus naues non modo indrudas,fed etiam ornatas , quod quo res inflrudiorcs ad bcUu/m,eb pulchriores funt,itt apparatum belli uocamus,ubi inftrumenta bellica etiam adornata funt. Praefum,# Praelideo. cap. lxv. PRccfim er prspdeo dipvrut.Ab hoc pt prtfcs,pcut a de* p deo defes,d repdeo rcfes.Ab illo uero prtefens , quod afuo uerbo inpgnipcato recedit : de quo ante diximus. P rateffie, eft preepoptu epe rei cuipiam gcrend£,atqiie adminiPrandtf.Vra pdcrc,cp ad opem prafiwdam prcceffe,quam proprie prtjhnt .. homines iniuriam quidc patientibus,aut in diferimen addudis: dij uero benepeentiam puoremcp, inuocantibus.Aliquddo tame Cap,6‘ indijfirenter.Suctonius de T yberio:Vr£fcdit er Adiaas ludis, quap dixiffiet,pr£piit.Cic.pro Sylla: Noli animos eorum ordi * num,qui pr£funt iudicijs,oj]r;ndere.ldem pro eodem:Quam ob rem uos dij,cr patri] pendtes,qui huic urbi,atque imperio prae* pdctis.ldcm pro Milone : Vos inuidi , er in ciuis inuidi peri * culo centuriones, ateu milites ,uobis non modo infoctkintibus, fc ante tabernam fcilicet , uel ante cum locum, in quo negociatio exercetur, non in loco remoto ,fed euidenti : literis Groccis,an hatinistputo fecundum conditione, ne quis caufari popit igno rantiam Uterorum. E t alibi: Caufari tempeflatem,ac uim flumi* num.vbi liceat dicere,excufare ignorantiam literarum,ej ex* cufaretempcPatem,ac uim fluminum. Mando,Praedpio,Iubeo, Impero, Edko,em,mctum'ue tibi oftendo,ut foliata* re plebem: uel inquicto,cr tibi curam inijeio. Gratum facio,& Gratificor, cap. l x x v r. G Ratum facio, .ij.epig.»f I pfe ego,quem dixi, quid dentem dente iuuabit Rodere! carne opus ejl,fi fatur ejfe uelis . Ne perdas operam,qui fe mirantur, in illos V irus habe,nos hac nouimus effe nihil. Se mirantur dixit , quafi fibi placent, uel de fe magnifice ' fentiunt. ' • • A i Moror Sr 57* Moror te,6C Manco te. cap,. xcin. MOror te,er maneo te, a quibufdam exponuntUr,pro ex* pedo. Sed mea tamen fententia , magis poetice , qudrm Anu io. oratorie . Verg. Et tua progenies moralia demoror arnuf. Terentius: Quem hic manes i Oratores potius accipiunt, mo* ror te, pro retineo te,cr in mora teneo. I dcocfc hac duo uerbd fapeiunguntur,ut apud Quintii. Quid me adhuc pater deti» ttestquid moram abeuntemi Manco pro eo,quodeJi, futurum Awu6* efi,ut ipfe accipio,apud ipfos interdum etiam poetas. Ve rg. Te quoq? magna manent regms penetralia noftris. Philip... ldejiytibi futura funt.Cicero:Cuiws quidem tefatu,ficut C.C u rione manet.hoceft,cuius fatu tibi futuru cft,ficut fuit Curioni . cap. x c 1 1 1 1. r Conflaui, Contraxi, & Diflolui aes alienum. COnflaui hoc eiufdem fit exemplum: N on imprecamur debili* totes,naufragiajnorbos:paupcr fit,cr amet quueunq ; meretri * cem,cr amare no def nat. Quod crebrius accipitur in malum. Habeo orarionem^Fario termonem.- c a h>. xcvii. HAbui orationem, non feci orationem. Feci fermonentpo * tius,quam habui,nonunquam etiam habui.Cic.de Seneft. Cyrus quidem in eo fcrmone,quem moriens habuit,quum ad* modum fenex efflet, negat fe unquam fcnfiffle feneftutem fuant imbecilliorem ju£fam,quam in adolefcentia fuiffet. PolliccriJConuenirc,r ^ te>eft diquid in te cofvro : fi bcncficif quidem, lyibene mereri de te dicor.Jtn autem ofjvnfoms,male de te '• mereri. . |Sr matri, N onnunquam utrunq ; reticemus , fed in ambiguum fen fum:ut,quid dc te fu/m meritusi N onnunquam per negatione: fic,honunes nihil de me meriti. id eft, qui nihil in me beneficij , aut officij contulcrunt.Quibus exemplis omnes AI. Tullij libri fcatent. Demereor quoq; pro bene de aliquo mereor , accipi* tur,fed cumaccufatiuoiut Ouidius Heroid. Dic nuhi,quid fecLnifi nonfapienter amauii *" Ph>-1- Crwune te potui demeruijfc meo. Et Quintilianus: simul ut pleniore obfequio demererer ama-, in proom.ii.i tifiimos mei. E mereor,idcm pene eft quod mereor , prxteritum Ll^t* eius emeritus.vnde emeriti ftipcdia,qui militia perjuntti funt , nominantur. Et in fignificatione pafiiua , ftipendia emerita . ut idem,Emeritis huic bello Jlipcndijs.Et per translatione a Ver * gilio emeriti boues dicuntur , er qu£dam alia : Emeriti autem fenesfolent habere eos , qui pro fe laborent , qui dicuntur pro alio opus agere. Quintii, de apibus inquit: Habebam qui pro Deciam, fj. me opus agerent. Refero,S£Fcro. c a p. c. RE tulit Pompeius ad Senatunuid eft , confuluh. I n eadem tamen fententia Pompeius ad populum tulit. Ex illo fit Senxtufco fultum, ex hltem,pr£ clare tecum agitur, optime cum iUts agitur :melius cum hominibus ageretur , p pdruo contenti ej[ent.ia,male DeAmic. necum agitur,®* peius, incommodius'ue , er pefiime. C icero: Cum illo uero quis neget attum ejfe praclare , mecum inconus modius? Nonunquam aftiue.valerius Max.libro quinto:Bcne egijfent Athenienfes cum Miltiade , p cum poft trecenta milia Perfarum in Marathone deuifta,in exilium protinus mipjfenf, ac non in carcerc ,er uincuks mori cocgiffent.Attum eft,fem* per in malam partem accipitur:ut,Aftm efa deRepublica,id efl,rejpublicd ex tinfld,dcjpcraa, cr perdia efl. Salio,# Salto. c a p. . c 1 1 1. SAlio,undc [altus, pro eo,quodep [altum facio. Salto, tripli* dio:unde [datio. interdii [alio pro [alto.Verg. 1 1. Georg. Mollibus in pratis unttos faliere per utres . Quid aute diftet [altus,et [dlatio,notu eft. Saltus enim eft qua* lis cerufiri4,leporuq;:fdlatio uero,itla hominu id6buio,qua uuU go tripudiu uocat.Et licet f ‘alio pro [alto accipiatur,no amen [altus pro f alatio , [dlatus'ue, qua eiufde pgnipedtionis funt. Lflj»i,abutb. i_iU Ycrrc,dc per urbe ire cum tripudijsjolenniq ; falatu iufiit. Abdico, & Exhsercdo. c a p. c 1 1 1 1. Bdicare,efl expellere d bonis plim,dum uiuit patcr.Ex* .haredare uero,pofi morte. Sed abdicare efl grauius,quod etiam in [e exheredationem continet . aVIMTI LIBRI. JIJ IN ELBGANTIARVH lingua Latina Librim fextwm , qui de Notis autorum infcribitur , prooemium . VLPITIVS ille Seruiusyeuius quanti in iure ciuili fuerit autoritasyplurimorum monu * menti tcftantur , fiue aliorum exemplo, fiue priuato conplio fretusynon exiftimauit turpe fibi ad famam fbre,ut librum de N otis Scauo * a confcriberet,non modo antiftitis in ea /ncultate,ati £ omniti principis 3uerum etiam praceptoris fui. Cogitabat enim neq;ii poffe fibiuitio dari , quod publica utilitatis caufa fufciperet, neq; iniuriam illi fieri, qui reprehenderetur yp modo rite repre * bendatur,quod infe frijfet ipfe fkdurus , p errata fua animal * uertijfct. Probe iaq, Sulpitius,cr ingenue , ac uere Romane. Quin ipfe quoq ; populus prudenter,cr grato inuicem animo, qui fidum huius non reprchenpone, fed laude dignu e r gloria putauit. Nec minore uolumen hoc,quam catera , honore pro* fecutuscft . Nam pracepta aliqua dodrina tradere , cuilibet mediocribus faltem literis imbutoypromptum efr. Errores ma * ximorum uirorum deprehenderejd uero cum dodifrimibomi • nis eftytum opus utilipimum ,er quo nullum dici pofiit utilius. Quis enim dubitet,non minus agere3qui aurum 3argentum3ca • teracfc metalla expurgatyquam qui illa ejfoditfqui triticu mun* datyquam qui metittqui pinus}amygdaiaycaterss(p nuces feli * gityquam qui eafdcm legit 1 1 ta emyqui emedat ( nip paucifii * mafuntyqua emedat) no inferiorem existimare debemus, quint ipfum iUum inuentorem , nec minorem ab iUo , quam ab hoc percipi frudum. Infuperq ; non modo huic ex idius castigatio* ne nudum damnum affrrri, atfy iaduram»uerum etiam pretw, aedi ac digniatem}pcrinde atq; auro,dc C£teris,qu£ modo comme* moraui,qudtum corpori purgatio ipfa detrahit,antum rejiduo pretij C ut dixi ) cr dignitate accrefcit. Adeo plui utilitatis in parte ejl , qU£ fuperat , quam qu£ fuerat in f 'olido . Quare fi quis apud inferos Sc£uoU de Sulpitij fatto fcnfus fuit (qu£ eratiUi £quias,cr iufliti£ amor) aufim affirmare fuiffegaui * fum, fecumq ; pr£clare aftwm effe dixiffe,quod fudrum libroru aurum ab omni fcoria efferae fece copurgatum : nihilq ; foreir per quod conciucs fui per eius f cripta ) illi poffent. N eq; irrne* Bpifl.ij.iib.3. ritb Plinius I unior ad amicu ia feribit : I a enim magis credam c£terd tibi placere, fi quxdam dijflicuiffe cognouero. Quomo do igitur non fit beneficium id offtrre,quod folet beneficij lo * co populari i Quod fi hoc non praftatur aut iam defunttis}dut tale beneficium rejfuetibus,profift6 his pricijs,charo datus ibat alumno . Dure nimis (ne dicam inerudite ) uirfane eruditus expofuit9 quafi nefeiamus non domini mortem a feruo,ucl comite Vergi * lium freiffe deplorari, fed quod ejl plustquam fi ucl E nuder ip * fe fuiJfet occifuSydc multo trijlius ab altore , fiue nutritio morte eius quem aluerat , cr quem loco filij habebat : qualis Phoenix ille Homericus in Achillem fuit , quem quoniam educajfct , fU B lium 2Hr* 58 6 lium femper appellaturo alumno .Et certe armigeri mdgttorX principum femper cr ipfi magni uiri fuerunt. Siquidem (ut eu ceamde Phoenice qui bonx parti Myrnudonm imperabat) Patroclus auriga Achillis , princeps erat : er Sthelenus Cdpa* nei regis filius auriga Diomedis : er Meriones inter primos duces Crctenjium auriga llionei : er Hettori aliquis fratrum fere aurigabatur currum. T ahs fuerat Acctes Euandro . Ergo non eratfcruus,aut feruo f inulis apud Euandrum , multo minus apud fHiutn,fcd patri findis , cr pro patre , prxfertim iUo ab» fente. Duo autem hjec nomina , qu£ ab eadem litera incipiunt , armiger,?? aujpicium, qu£ apud Vergilium modo legimus, no nota omnibus etiam explicemus. Armiger cft,qui in pr nequaqua cotra hoc, quod prxeipio jacit. Na fwrno fupplidu,fmo poena, na in me, B | fd „o fed a me,in alium infligi inteUigitur . I deotfc adiungitur abld* tiuiu cum prapofitione dc.Cicero : De iUo paulo pcjl fiuppliciu In argum fimitur. Quintilianus:V t nifi occurriffiet ad diem,de eo qui re* drim u,I# abunde tantum foli , ut releuare caput , reficere oculos , reptare per limitem, unam femitam terere, omnesq ; uiticulas fuas nofje, • er numerare arbufculas pofiint. idem: Frcquentior currentis bus,quam reptantibus lapfus efi. T erentius in Adelphis: P«r= reptaui ufq; omne oppidum, ad portam, ad lacwtfi,Qup noni - Ln eundem,de Carpere. c a p. v r. Arpere,inquit,pro attenuare,?? aperire. Verg. Georg.w \*-JNecnofturna quidem carpentes penfa puelle. . . HocnepueUdC quidem ipf£ dicerent. Nam ut carpimus linum virens ex humo,quum udlimus:ita puelle fmiftra manitdc colo penfum trahentes, fenfimq; u edentes carpunt. Et ut decerpimus rofam primis digitis,fic puelle primis er ipfe digitis decerpunt particulatim linum, lanam ue. Iterum carpere, celeriter pretes rire. Vt Verg.- Et acri Georg.j» Carpere prata fuga. Et in eodem: Carpere mox gyrum incipiat. Quafi in primo non celeritas ida magis intedigatur per hoc , quod dixit fuga , qui efl celer curfus,quam per idud , carpere. Et in fecundo fignificetur ues lociter preterire. Aliud nanque efl ire in gyrum , aliud pr!cc minus in- icrcabarbas.in canaij? menta. Saty.s.libro »♦ Sermo. Cap. 13. Georg.3- Gcorg. accufando. Quid autem dcincufandof Certe fi illud non efide maiore in minorem , neefc hoc erit de minore in maiore : er alio « qui nullo unquam in indicio auditum e fi nomen incufationis: quid porro extra iudiciumf V ergilius inquit: Quem non incuf tui amens hominum'ue,detm 'uci . Dij quidem maiores Aenea funt,bonuncs uero Troiani duntu Xdt minores. At ejl apud Terentium pater ad filium loquens: -Quid me incufas Clitiphof Hoc enim ifli exemplum ponunt, ceterorum exempla onuttunt,que contra eos Jaciunt, que fiunt infinianut Cefar Commentario primo , H ec quum animaducr* tijfct Cefiar,conuocato confilio,omniumq [j ordinum ad id con* filium adhibitis centurionibus, uchemcnter eos incufauit. Sed (ne multis morer) accufarc,efi uel apud iudices uel apud alium quemis,etiam apud illum ipfium,quem accufcs , fignificare, at* queofiendere aliquem peccajfc-.lncufiare uero reprehendere mo res alterius, cr pleni impexis induruit horrida barbis, magis dc hominibus didum ejl,qum de hircis. E t illud: Nec minus interea barbas, incanaqi menta Cyniphij tondent hirci.- ad multos hircos refirtur , perinde ac fi diceremus caudas, quum tmen fingule fingults hircis jint, 1 ita cr % i« er barba.Sunt etiam er barba alioru quam quadrupedum: ut Plinius in x x x.q uum Genunos tranfit fol,cri£Us)Cr auri* Cap.n. busyGT unguibus gallinaceorum. Si luna , rafis barbis eorum . In eundem, de Nuntius,# Nuntium. c a p. x/v! NVntius, inquit idem,eft qui nuntiatiquod autem nutiatur9 licet neutro dicatur , tamen inuenitur er mafculino. Mi* ror cur ita dixerit. Ego quidem nufquam hoc nuntium legi : at tte ip[equidem}ut opinor ^quum EeUus Pompeius uetuSHor eo autorjtx fcribat: Nuntius er res ipfd,er perfona dicitur. In eundem, de Arceo, Abigo, Abigeus , AbaAor, Abigeatus. . A R cere idem ait ejfe prohibere. Sed mihiuidetur potius effe hm r\uetare,ne accedant hi , qui ueniunt. 1 unofeptem tantum ESfrSS' annos arcuit Troianos ab 1 talia,quam ubi contigerunLno ar- 'ffiprohtbebit.Tnnsfirtur (ut pfoap de corporeis ad incorporea. Cic.in Paradoxis • nU£ Tum«w. m enim ejl,qu£ magis arceat homines ab improbitate r fy,ui,/*u/f- fenferint nullum in deliais cjfe difcrimentCotrariwm huicueL  " bo 4 ibtgerejuod ftgmjtat i loco fugire.itq, expdlcre.ut, tbtgamfcss i ficte meifcrtbcntis-.ibige cane, i popim tui- dngcfiumosfonitu i uinei.Quintil.lbo inlittmrnifcr,pUn. (hbiUiuesibtgim.De pecoribus uero idem, quod de citeris inimMusueapteim efkquafi nobis oiiofifunt, ibigimus. ousx“Pr«4*os,ib bortisfi uinctis , i futu. Qsqjfi ta non fit, fed furto toSUmus, utiq; oretstim abigere ibudfigmficitfid e fi, furto tollere , iut etism litroci. nto-Mt ipud eundem. Adhuc (folii trinfcuntium.o- ibidi pe- corum greges fub hoc titulo defindebintur.Vnde ibidore, mcsnturpecuirtoru immitium fitres,Utrunculi'ue. Hos qui . dsm ibtgeostiocit. V Ipiinus iutem inquit : Abigei proprii hi bibentur, qut pecori ex pifcuis,ttel ex irmentis fubtr ibunt er quodimtutb depndintur.v ibigedifludiu qttifi irte exer = C ccnt. 40 & cent,equos de armcntis,uel oucs de gregibus abducentes. C Archimedes ille geomctricus,globum ad fmlitudinem coeli fi * bricatus cjl,in quo effigies coeli aderat, magnitudo non aderat . * I dem fit de tibula illa depifh ad finvlitudinc orbis ter)'dru,qud noaufm dicere depifhm itiftar orbis terraru. Ncg- alia mula huiuf nodi:ut,insbar Antonij ambulas, in flar patris fcribis,m - jhr languidi fedes:fed ad fimlitudincm , uel in fimilitudinem, uel in modum,ucl in morem,uel ficuti,zr fimilia. In flar potius jignificat ad *quiparatione,uel ad mefurd : ut apud Vergiliu, Argolici clypei,aut Vhceb** lampadis inflor. Cicero : Hc= Acnrfd.,. xamctroru injhr uerfuit . N am illud apud eofdcm : I njhr mor- n nfr ... tis putant:cr ,turbinis Marifignificat ecquiparatione doloris Vcrg. a™. in morte, impetus ex turbine. Quod siquando reperiatur h°lat-a1!irar# proxime accedere ad fignificationem pmilitndinis , admoniti ’ funus, ut nimiam utedi licentiam deuitemus. Nrfjw ego fic auderem uix uti,ut Seruij fimiliarifimus M acr obius a:mfquiim generaliter.Hocenim fignificat,omnia fimul , quxfub genere funt,amplcftendo:illud uero pcrfingula genera, feu maghper fingulas ftecics. Siquide frccies genera uacamus:ut,quot fiunt Georg.*. genera arbor um,uitiu, potius, quam quot funt jfecies. V erg. -Genaatim difeite cultus. Varro: Non in uolucribus gener atim feruatur analogia. Non ex aquilis aquiU,neq; ex turdis procreantur turdi. Sic ex reli* quis fui quifty genens. An alita hoc fit,quam in acre,quam in aqua: non hic conch£ inta fc genaatim innumerabili numao finules.Ecdem modo,ut genaatim perfingula genaa dicimus , ita fummatim pa fingulas fummas: aliquando dicimus fimma * tim,cr genaatim,non pa fingulas fummas,genaaq; , fed pa unam,untim'uc:ut,dic4 dc hac re fummatim. Cicaodc Oratore lib. 1 1. 1 n finitum mihi uidetur id dicae , in quo aliquid gene* ratim quxritur,hoc modo:cxpetedane effiet eloquctiafexpete S di'nc honores i Caterum quomodo differat ab illis adfummam , infumma3po§tca reddam.v iritim3pcr jingula capita uirorum: utyGracchus diuidebat uiritint fex modios frmenti.T amcn de uno ahquado dicimusiut apud Curtii i , Si quis uiritim dimicare Ub.7, - ueUet,prouocauit.Nomnatim,per nomina fingulorum:ut3afii* gnati funt coiurati nominatim cuftodi carceris.Et de uno etid: utyAlte extollens M. Brutus cruentum pugionem3nominatim phiiipp.i, Ciceronem clamauit. Membratim,per membra. c,3«cap.4« Lib. 10» c .»9* » VU 407 TA tidcm idem disponi non necefiititis , fed ornatus caufd, s fte&tbit id folwm , ad quod accingitur. E t alibi: 1 acebat haec infomnis,inquicta,quum diceret, iam jhtimappas rebit,iam Jhxtim ueniet,nunquam tamen tardius uenit. Mifcram me fili, proxima node iam ucncras.Ecce iam medios fidera tes nent curfus,indignor,irafcor.lta mihi demu fatisfufies, fi apud tib.io.c.»4* patre fuifti. ideo autem dixit folum,(iue omnino, quod Plinius uidetur accipere pro omnino de hirudine dicens: Ea demu foU auiu,no nifi uolatu depafeitur. Q uidd uolut ab is er demu cos Omd.Eicg.Rue pom' Quid.pro demu,pofuit deniq;,libro tertio fine titulo : gu°‘! ‘3‘ *" Si qua metu dempto cafta e fl,ea denty coda ejl. . . r . I» 40f • . VI. In Macrobium,de Stella,& Sidus, cap, x x i i. QlTeflacr fidus differunt, fi Macrobio aedimus,ita fcribenti: O N tmcuideamus,qu£ fint duo h Neqfte I. 4» N-eque folum deprecari cjl uocc , fed etiam per ea , qua injfar uoas obtinere folcnt,uultum, geflumq-. Etenim Bucephalum, qui prata unum Alexandrum omnem alium recufabat fefio* rem,non inepte dixeris deprecari alios fefiores prata regem. Denique deprecor magis fignificat uel difto , uel fafto recufo , quam illa qua Aulus G ellius attigit . In Pri(cianum,de Situs. cap. x x v. Situs (Frifcianus inquit) dicitur pro negligentia,ut Vergil P^drcafln» Acneid.j. Sed te uitfn fitu,ueriq ; effoca fenettus. Sed non ia efi,potiusq ; fordes illa , er illuuies , qualis nafeitur inter opaca domus , qua diu non repurgatur. V nde inquit M. Lib.i,cap.3. Fabius, E xcianda mens , er attollenda femper eft, qua in hu* yiufmodi feaetis aut languefcit,cr quendd uelut in opaco fitum ducitiaut contra,tumefcit inani perfiuafione. Huiufmodi igitur quidam fitus fedet in uultu,capite , tototy corpore uetularm, er habitUyprafertim inopum , qualem illum Vergilius inteUi * ^ 6 git,cr Lucanus de malefica anu ait: Foeda fitu macies - Quod ' 4 • etiam padorem poffumus appellare:ut idem Lucanus , Lib.». -Longusq; in carcerc pador . Et Cicero in Tufculanis: P adores muliebres. Et iterum: Barba padorc horrida. Miror Prifcianum hoc in loco eciale uero neftus effe.Cic.in Rhetor icis,cr libris ad Hercnn.cr alibi fepe ait: Veneno necatus. Quintii in m r. Hinc adulter loris ctcfus efl,fkme necatus. Nec unqua neftus di * citur,fine certo genere mortisiut, E neftus fiti Tantalus. Nec td mortuus,q propemodwm mortuus:ficut exanimatus pro eo, qui jinuhs efl mortuo:ut fime, fiti enefti. qu£ plurima funt exepld. DeNaejSS Nc. c a p. x x i x. VT Ae pro ualde idem dixit, nec tume [olus. Terentius in An= I N dria: N£ illa iUum haud nouit. - Mihi uidetur idem apud nos fignificare, quod apud Gr n«ifOK?it xsaap» ajftxo Sttioidlp. Cicero ad Atticum indicatiuo huius uerbi ufus efl, dices: E i faU ucbis a meo Cicerone.Vlautus in Truculento in prima pofitio * ne utitur:Salue. fatis efl mihi tua: falutis , nihil moror , non faU ■ - HfO* . 4tj Ueo. Martialis etiam dixit,ualebis: Quum pinguis mihi turtur er it, lactuca ualebis, Llb . 1 1 » epig. Et cochleas tibi habc,pcrdcre nolo famem. C tctcrum (ut ad inflitutum redeam ) qui, ualeant, pro exeera* tione acceperunt , forfian hoc argumento indutti funt, quod nonnunquam hoc uerbum languorem fignificat : ut idem de Cratorc,Sicut medico diligenti prius , quam conetur agro ad= ub.t. hibere mcdicinam,non folum morbi cius , cui mederi uolet , fed etiam confuetudo ualcnttf,zr natura corporis cognofcenda efi. V nde ualetudo pro languore frequetifime accipitur: er tejles iialetudinarij nominantur, idem ad Terentiam : Valetudinem tuam cura diligenter.hoc cJl,languorem,cr infirmitatem. Alibi pro fanitate:Sed nunc ualetudini tribuamus aliquid.Frcquenter tamen apponimus adieftiuum,uel fiujlum,uel infhuflum,ad dU fiinguendum Jhtum corporis: fi quidem indifferenter fignificat more fui primitiui. Dicimus enim,ut uales * quomodo uduijli* . 5 : qualiter ualet filius* Sic,qua ualetudine es i’ qua ualetudine ejl filius: Refpott debis,infirma,aduetf t, mala ualetudineiuel con* tra,bona,incolumi,optima. In V arronem,dc Vas ,8C Obfcs. c a p. x x x r. Lib f 4 _ VAs,inquit V arro, appellatus ejl , qui pro altero uadimoniu Latini * *' promittebat. Confuetudo erat , quu reus pa.ru effet idoneus inceptis rebus, ut pro fc alteru daret. V ideturV arro (ignificare vadem eum effe,que fidciuficre uocamusicr uadimonium,fide* iufiionem. N os hoc negare ita e jjequi poffumus, cum varro omnium cofenfu jit Romanoru eruditifimus,cr lingua Latina periti fimus* qui Latinas liter as fecit cr Latiniores , er Utera* tiores * Qua quam multi funt, qui cum quibufda in locis repre * henddt:qu£ jaculas praecipue difcipulis Quintii adeffetjonge Varrone doftioris, atque eloquentioris. Verum ego non aufittt reprehendere, fed antiim affirmare , me non legiffe (dunaxat quatm aut recoriorfaut intelligo) uade cm effe^ui uadimo* * tiim 4itf  niumpro altero dat (fi uadimonimfignificatfideiufiionem ) fed eum , qui Jfconfor efl alterius in capitii periculo , fiue idem fupplicium fubiturus,fiue pecuniam foluturusiut apud Quin» tiliarium in Declamatione , qu£ infcribitur , A truci uades . Et apud Ciceronem libro quinto Tufculanarm Queeflionm de Pythagorea amicaiquorum alteri quum tyrannus diem mortis dixijjet , alter pro anuco ad uifendam matrem ituro uas fk&ut Lib.i.ab urbe efl.Et apud LIVIO (vedasi) de Ca fone capitis reo, ita dicentem: condio. j n uifjculj conijci uetant.Sifli rem , pecuniamq ; (nifi fijhtur) populo promitti placere pronunciant,fummam pecunia: quan» tam de -r\Ecuriones,inquit idem,primi fingularum decuriarm di* Ung.Lat. JJ qUQ(} profrat Temperamus ille apud Titm hiuim9 quod 'S  4T7 quod & ipfe approbat fehus. idcmq; ait : Decuriones appeU lantur , qui denis equitibus prafunt. Ejl ergo di diu decurio 4 decem , ut centurio a ceu im. N am(ut aitPadianus)dccuria funt nobUiorum,ccnturia inferiorum. Quidam uolunt ( quorum ejl fronto ) decurionan pracffe turma, qua conjht ex duobus CT triginta equitibus. Ncq; belli folum , fed domi quocp decurio dU eitur,nome quoddam prapoptura pgnificansiut Suctcnitis in Domitiani uita,Saturius decurio cubiculariorum.!: t hoc quidem CaP*r» apud R omanosiin municipijs autem ( ut mihi quidem uidetur ) idem ejl decurio,qui Roma fenator. N am qui in Senatu,zr co * filijs reipublic £ municipalis interejje poterant. Decuriones erant. C icero pro Sextio : Qua de caufa e? tum conuentus iUe Capua huic P. Sextio apud mc maximas gratias egit , er hoc tempore beneficium, fidemq; hominis teflimonio declarant, pe* s riculum deprecantur fuo decreto. Recita quafo , P .Sexti, quid decreuerunt Capua decuriones. Quod autem diffzrant decurio Romanus, c r decurio municipalis, ex epiflola quadam P linij p ** 1 unioris e primo libro declaratur,dicentis:Effe autem tibi centu milium cenfum fatis indicat,quod apud nos decurio es. Igitur ut te no decurione foliim , uerum etid equite R omano perfruamur , offero tibi* ad implendas equitis Romani facultates, trecenta mi* tia nummum. Non dicitur itaque decurio, aut quod decem pra* pt militibus ( ut quidam uolunt ) quem Graci uocant, ? quum decurio pt maior equite, eques ecnturione,eenturio de * carcho, ut ex ftipendioru magnitudine datur in multis libris in telligi:aut in municipijs , qui decem equitibus praefi, quum pt equite duntaxat Romano minor. An quia decem prafit equitU hus municipalibusfaut hoc erit dicendum, aut P omponij J urif* confulti opinio fequenda , dicentis -.Decuriones quidem di flos diunt eo,quod in initio quum colonia deduceretur,dccima pars eorum, qui deducerentur,conplij publici gratia confcribi fclita pt* Quare eum , quem nunc militem appellamus, aut falfa dU D gnatione 4 uidetur band.e, aut orndnd£ cdufd , qu£ pgnipcdtio nota cfi omnibus . Vndc pars probationis uocatur ab exemplis , er in elocutione omifif iu hoc cxanplum inter ornamenta numeratur. «c^ariu^i- In Bocthium,dc Perfona. c a p. xxxiiii, dum efl: Bcrt- -ryz.rfona eft ( inquit Boethius ) incommutabilis natur£,in* meem alteram, J "fdiuidua fubjhntia: existimans fe argumentatione colle* gijfe, quare non pt qualitas , nec aliud prwdicamentum uUm , fcd fubfhntia. Sed huic homini Romano oftedam Romane lo* qui ncfcire.Verfona ndnfy non eft in D eo magis,quam in bruto, peut humanitas, peut alia plura. Sed demus, ut in deo etiajnpt perfonatquxro, quamobrem ea non pt qualitas, pue de homine toquimw,pue de deo f Nam in homine quidem perfona pgnift* cat qualitatem,qua alius ab alio differimus , tum in animo, twm in corpore, twm in extra poptis , qu£ a rhetoricis enumerantur in attributis pfon£.Animi:'ut quo ftudio fe exerceat, medicinx, an iuris ciuilis,an militU.Et qua mcteiiracudus, an moderatus : auarus,an Uberalis.Corporis:iuuenis,anfenex:pulcher,an defir mis:firtis,an imbeciUis:mas,anfamina.Extra poptorm: diues , an pauper:darus,an obfcurus:maritus,an coelebs : parens libe * rorum,an orbus:*? his pmilia.ldeoq i pgur£, er pgilla qu£dd, qu£ roflris , aut alia corporis parte aquam fontanam emittunt , quia repratfcntant uarios hominum uultu s , er gcHus, pcrfonrtis,diuitis,nobilis, er interdum contraria. Nam ad fors tifiimm,pulcherrimm,ditifiimm,nonfumfortis,nec pulcher, nec diuesfcd imbecillis,defbrmis,pauper. Alia ituq; ad huc per * fonafm, quam ad em cui in his omnibus dntccello.Et ad P ria mum fum perfona filij , ad AftyanaCb perfona patris ,adAn * dromacham perfona uiri,ad Varidem perfona fratris, ad Sarpe * donem perfona amici,ad Achillem perfona inimici. Quo fit, ut adfitmihi multiplex perfona ac diuerfa,fed una tantum fub* fkintia.ln deo autem perfonam ponimus,uel quod nullum aliud uocabulum quadrat : non natura , quo ueteres utebantur : non fubjhntia,quo Graci utuntur : uel quod uere in deo triplex efl qualitas. Atqui hic mihi os comprimet Boethius , neq, uocem prodire permittet , dicens qualitatem eam effe , qua: pofiit etiam abejfelpmer fubietti corruptionem. Hanc ego definitionem (ut Grceculam , er ineptam ) derideo:Dico lucem,uibrationem, calorem infoleeffe qualitates , er hoc dico Latine omnibus, qui unquam Latine locuti funt, confentientibus , quanquam de hac re fuo loco in no&ro opere de dialectice dijferuimus. Tales qualitates fhtuo in deo , er has dico effe perfonas , qux ab eo abeffe non poffunt,ej qualitatem fignificare , nonfubflantiam, ut Boethius uoluit, qui nos barbare loqui docuit. Hinc enim fbrfitan adduttum uulgus,utfic loquatur , tres perfon cim exirent antea in mcn,ut ueflimenycalccamcnjnunU nten, lenimen , nutrimen,fiiramcn,medicamcnyuelameny quibus adieftn tum, fit mummentum,lcnimenttmynutrimentm,Jptra* mcntumymedicamentmyuefiimcntumyuclamcntm,calceamcn* tumiitt tejhmen addita fyllaba tum, fit tejhmcntum.Qupd fi 4 mente defeenderet tefimentm, tefimetia diceremus, quernadm modum dementia,cr amentia. Nihil habet magis ridiculu hac, de qua loquimur fcictia,quam ctymologiam,in qua ipfe quo$ Varro er lufit?cr lufus efi. In Donatu,de Syncerum. cap, . Qyncerum (Donatus inquit) quasi fine cera, mel simplex , Cf O purum , er fine fico, l mo cum cera potius. Syncerum a componitur non a fineyqua nunquam compositionem admittit, quod ipsa etiam feriptio declarat, qua y, habet , non i. E fi enim ex duobus Graecis compofitm, ex ovp er cera,qua ab illis dici * turxHfh , uel d oVvxKf©- conuertimus. Quo magis uenujh, at$ apta huius auroris etymologia efifindicatur etymologia pleruck fiUaccm ejje: quia figmficatio hac non ita abfoluta, er uera efi. Quid uenufiius atefi aptius dici potefiyqudm fide ideo uocatm, quia fiat quod dicitur i Quam etymologia fallace effe declarat, quod hoc nomen chordam infirwmetimufici fignificat.Et tamc licet dicere fyncerum , quali cum cera mei , quod integrum efi, C r fclidum,cr nulla fui parte fi audat\m:ut fi diuidere frudum communium alueariorum cum focio uclim , partemq ; tantim t mellis afiignem» nimirum non ago fyncere , quod fine cera meU la dedi. In Iurifconfulcosjde Mulier,  v r i u Mvlitru appellatione (Laius inquit) etiam uirgo uiripo» tens continetur ; vlpianus autem quodam loco ita ait: Quod Quod fi ego me uirginem emere puarem,quu effet mulierem* ptio non ualebit.Hic mulierem appeUat,qu£ uirgo non cfl : ille etid qua uirgo cfl.Et vlpiani qmde locutio reda, ejl, CICERONE (vedasi) Qst^1*1**6* tcftimonio,qui obiurgantibus , quod fcxagcnorius Popilia uir* ginemduxiJjet,Cras mulier erit,inquit. Sed Caij quoty defini* tio locu habet aliquando:ut fi quis uidens decem focminas,qua* rm aliqua uirgo fit, £ tate tamen qua mulier ejfe pofiit , dicat, uidi decem mulieres . Quo modo etiam in Euangelio dicitur : Quid mihi9er tibi eft mulieri Sed ex Gr£Co fumptum ejl uel 6S\vitquo fignificatur uel foemindyuel mulier , 1 dem quoq ; Vlpianus inquit: Mulierem ia axftamjut mulier fieri no pofiit , fana no uideri conjhxt. E ande dixit er muliurem,CT no mulic* remiprimm pro ea,qu£ eftfixmina: fecundum pro corrupta, lneofdem,de Munu$,5cDonu. , Mvnus^Paulus inquit)tribus modis dicitur. Vno donu,cr inde munera dici dari,mittu:e. Altero onus, quod quii re * nuttitur9uocationem militi£,muneriS(fc pr£jht: inde immunita tem appellari. Tertio dicitur officium , unde munera miliaria, C r quofiam milites munificos uocari . I gitur municipes dici, quod munera ciuilia capiant. Idem alibi: Municipes intelligen* di funt er ij9qui in eodem municipio nati funt.vlpianus: Mu* nicipes quidem proprie appellantur muneris participes9recepti inciuiatem ut munera nobifeum facerent. Sed nuncabufiue municipes dicimus fu£ cuiufq ; ciuiatis dues, utputa Cdpanos, Puteolanos. Pomponius ia ait:M unus publicwm,efl officiu pri* uati hominis, ex quo commodwm ad fingulos,uniuerfosq j ciucs, remq; eorum imperio magiftratus extra ordine peruenit. Mar* cusautem fir.Munus proprie eft,quod necejfario fubimus,tege, more, imperio ue eius,qui iubendi habet potefhtem. Dona autc proprie funt,qu£ nulla necefiiate, aut iuris officio ,fed fronte pr£jhntur:qu£ fi non praftentur, nulla reprehenfio ejl, cr fi prxftentur, plerum £ laus ejl. Sed in hoc uentwm ejl , ut non D f quod f 4ii  quodcunfy munus fidcmfy donu, decipiatur. At quod donu fbf* rit,id retre mutiut decipiatur . Quomodo hi iurifconfulti inter fe conucnidnt , cr dn aliquid defit alicui horum , Accurfiut cu/nt B artholo, B aldoq; confultct,dumq; mihi ( ut more ipforim lo* quamur)ambo,tres'uc rejfondeant, afjirmentcp, quod Marcum ait , donum ejfe Jjeciem,rmnus ucro genus. Idemq ; contrarium, ejfe lierbis V Ipiani dicentis:! nter donu,ej munus hoc intereft , quod inter genus, e* ifantim , fient facrilegium rerum facrarm . Inde depeculor , quod quidam ad facrilegium etiam transferunt. In eofdc,de,Fudus,Ager,V iUa,Praediu. cap.xli, Fvndus,Vlpianut ita finit,Locus eflno fundusfed portio fun di aliqua.Fundus autem aliquid integru efi.Plerunq; fundu fine uiUa accipimus. I dem alibi: Ager efl locus , qui fine uiUa e fi . lAodejlinus uero fic.Quaftio effindat d pojfefiione,ueldgro, ucl praedio quid diftet. Fundus efl omne quicquid folo contine* tur. Ager eflfiecies fundi , qu£ ad_ ufirn hominis paratur . P ojfefiio ab agro iuris proprietate difht . Quicquid enim apprehendimus , cuius proprietas ad nos non pertinet , aut ne* quit pertinere , hoc poffefiionem appellamus. P ojfefiio ergo ufus , ager proprietas loci efl. Nam c r ager , er poffefiio huius appellationis ftccies funt . Florentinus: Fundi appellatione omne aedificium , er omnis ager continetur . Sed in ufu urba * na itia, horrea in urbe.Cicero in Philip . Poffeftiones notabat er urbanas ,er rufticas . Puto non tantum pradia , fed er c£teta , qua immobilia uulgo appellantur . Addamus ad hac aliquid de hoc fundum, quod an a fundo fundas , an potius fiindo afundu, fiue a fundus ueniat ambigi poteft. Quidam fundus a funda dici uolunt.Cic.in quodam ioculari libello: Eundum varro uocat, quem poftit mittere funda, Ni Id elegantiarvm LIB. VI. 4JX N i lapis exciderit, qud caua funda patet. Hifi hac fentcntid fit, tam paruum illum fuifjc fundum , utjun * da prehendi,® in morem lapidis iaci pojfet.Fundum igitur efl ima pars rei,proprie aliquid liquoris intra fe continens, aut ai continendum fudi ut dolium,ut nauis,ut alueus , uel fluminis , uel lacus, uel jhgni,uel maris. Na fundit turris( ut quidam feri* pferut)ipfe no dicerc.Fundametu(ut omnibus liquet ) aliud efl, quam funndum : ® tamen fundare magis ad fundamentum, quam ad fundum pertinet. Fundamus enim domwminon naucm aut doliim:ut Verg. 1 Ue urbem Argyripam patria cognomine gentis, Aea. i V iftor Gargani fundabat 1 apygis aruis. Nam fundamentxre non reperiturmec fundare quidem efl fane frequens,nifi per translationem. Quintii . in Gladiatore : Hoc Ded3m‘9t fundatam paternis,auitisq j opibus domum exhaurit . E fl enim flequentius iacere fundamenta,etiam per translationemiut idem libro primo , N am inde er contemptus operis innafeitur , er p • • fundamenta iaciuntur impudenti*,®- (quod efl ubiq-, pernicio = fiflimum)prauenit uires flducia.Et Ciceroil n quo templo(qud * twm in me fuit) ieci fundamenta pacis .Sine translatione , Sue * tonius de uitx C aij: ln arce Capitolina noua domus funda* menta iecit.Caterim hoc differunt fundare , er fundamenta ia* cere,quod fundare efl ualidis fundamentis fulcire . Fundamenti iacere, quafi qualiacunq} fundamenti facere, er quodammodo dare rei principium . N eq; ucro fleut reperitur fundus,® fun * dwm,ia reperitur punttus, er pun dum . Errant q; philofopbi, quujpundus,® linea dicunt. Nam de pundu,quod efl breuif* fmu ^ pus, nulla lis efh ut T cretius in Phormione, Tu teporis mihi pun dum Ad hanc rem efl- Pro eo aute fenfu in que utun = tur philofophi,Cicero pro Vlancio:Nd quod queftus es, plures te tedes habere de Velina, quam quot in ea tribu pundi tule * ris. Quidam momentu prometitus fit, qti£ ad libri fcripturam fiujficerent : ut puti quum haberet Homerii totum in uno uolumine,non quadraginaofto libros compuabimus,fed hoc unum Homeri uolumen pro libro accipiendum eft. vlpianus Homeri opus nunc unum librum , nunc quadraginttofto libros nominat. N ec tamen ait librum duo fignificarc,ipfum opus,cr ceram operis partem. Pratcrcd opus,fiue opera Homeri librum appeUat,ZT uolumen, quorum utrunque inauditum e fi. Vergilij Aeneis, non liber efi,fed duo* decimlibri. Georgica, non fiunt itemliber ,fcdlibri quatuor. Bucolica, unus fiber efi,idemq; unum uolumen. Georgica,qua* tuor uolumina: Aeneis,duodecim. Ouidius: DcTrn n Sunt quoq ; muat£ ter quinq ; uolumina firme. *lcs' 3’ Sed quid exemplis agimus,quum nufqua plura afferri pofiint i At vlpianus puat etiam fi omnia opera Didymi, quo nano plura fcripfit,in unum codicem conglutinarentur , tinum tan* tum debere uolumen appellari,quod nemo neepoffet euoluere, nec firre uellet.Efi enim uolumen uel a uolo, quod in libris uo * lunas apparet,uel ( quod magis fcquerer ) a uoluo,quod uolui * . tur, quales libros hodie Hebra;i quofdam habent , qualesq; in ueteri,cr nouo tejhmento leftiamus fiiffe. Et Romani,qui in libris arborim,id eft,corticibus fcribcbant-.quod libellos illos , quo firrent commodius,complicabant,uolumina firte appella* uerut.laq; uolumina libellis fimiliora fucre,qtum libris.Qtiod ex eo quoq; loco apparet, ubi Plinius de libris auunctili loqitcs, Epiftjjftj ait: Studiofi (fcilicet libri) tres in fex uolumina propter am * plitudinem diuifi.quafi dicat in fex minores libros, ut fintuo * lumina aliquanto mnora,qum libri. Quod etymologia quoq ; nonnihil probat, ut oftcndi.Vndc adhuc durat uerbum euoluere libros , pro eo quod efi aperire libros leftiandi gratia , quafi rem complicaam explicare: quemadmo du reuelare,eft rem uela* tam detegere. Ni fi dicamus euolui libros propter numeru pa* ginaru. Accipitur autem nunc euoluere libros, fiue autores,pro E eo Subdi titia runt e0 quo,ingerut probra, £gre abilinent quin ca * fira oppugnent. Q u£ duo nomina tanqud fimilia eode loco Ci* cero coiunxit in Catone Maiore: Mihi uero,ej flacco neuti * quam probari potuit tam fiagitiofa , cr tam perdita libido,qu£ cum probro priuato coniungeret imperij dedecus. P r£tered nc jinulc quidem efi fane probru opprobrio. Non enim Latine di * Scijfet C icerc:qu£ cum opprobrio priuato coniungeret imperij deiccas:qucmxdmodm in Sallufiium dixit: Itaq; timens ne fa* cinoracius clam nobis ejjcnt, quum omnibus matribus familias ueflris opprobrio ejfet3confijfiis efi uobis audientibus adulteriu 4i$ Ejl autem opprobrium aliquando fallo, fed frequentius uerbo . Ham Sallufiius ( utuult Cicero) uel exeo quod quibus cum fenum s habuiffet ufum,erat notum : uel quod ipfe illis uulgo impudicitiam obqcieb at, opprobrio erat. Horatius: Satyra,»; Sic teneros animos aliena opprobria fepe 6crm* Abfierrent uitijs— Quintilianus: toodo maledittis , opprobrijsq} uulgi , modo crebra riualium D(dam contentione pulfatus,abigi tmcn,compefci$ non pojfet . Op= probrijs dixit,quafi exprobrationibus,atqi conuitijs. Et alibi: Solebat indignatio uefira , conuitia noftra frrre non pojfe: er D*dajB‘I* matronalis indignatio dicere uidebatur, Non parcis erga me marite uerbis , nullam habet nodri tuus fcrmo reuerentiam,fii* cile prorumpis in opprobria , facile quodlibet obijcis. Pro eo* dem fere pofuit opprobria ,cr conuitia. Nec inficias eo , non* nunquam hoc modo accipi probrum, ut Liuij proximum exem* plum,cr Ciceronis ad Atticum:EpiRoUs mihi legerunt plenas Ep™  omnium in me probrorii Sed de hoc fignificato vlpianus non P ‘ intellexit. A' probro unum uerbum componitur , quod e fi ex* probro,quod fignificat tum qualemcunq; culpam impropeto9 ut apud Ouidium libro x u i.Metomorphofeos: Scit bene Tytides,qui nomine fepe uo catum C orripuit,trepidoq; jugam exprobrauit amico . Tum ingratitudinis, ut Terentius in Andria. -Nrfw ihhac commemoratio Quafi exprobratio efiimmemoris beneficij.Sed pro hoc fignificato frequenter nos uitij alieni nomen apponi* mus: frequenter etiam nomen no fori meriti CICERONE (vedasi) de Amicitia: Quorum plerique aut queruntur femper aliquid,aut etiam ex* probrant,eo$ magis fi habere fe putant,quod officiose,et ami* ce,cr cum labore aliquo fuo fattum queant dicere. Odiofim fane genus hominum officia exprobrantium. Exprobrare ergo beneficia fua,eft immemore beneficij accepti inculpare. Impu* ttte ucro frequenter ad fignificationem exprobratis acccdit,fed E * citra  V V ' _.^'v " -Sr  v'"'- SJsS®55 - / 4l6 lavrentii vallae citri rcprehenfionemiquod an apud Ciceronem fit , nefcio. I n Dedam.». posterioribus ucro creberrimum ejliut Quintilianus, Neutatio,ad ea quae euidenter falfa funt,perducatur.Hoec duo s bus in locis vfpianus. C. autem inquit: Si calwmnietur,ej mo* retur, er frujlretur. Inde calumniatores appellati funt,qui per fraudem , e r frufkationem alios uex arent litibus. Inde er cau uillatio didb ejl. Caius nullam fecit mentionem de euiden* ter uens,dut euidenter falfis , nec de breuitate. Nec puto faci * endam fuijje , quum plerunque cauillatio jit tcftn, cr infrdio» fa,multisq;,dc longis frequenter ambagibus utens , er quae uix db acutis deprehendatur. Quare cauillatio ejl fubdola ratio, quam nos confcij nobis mendacij , uincendi tamen caufa pro*, ferimus. I n hunc fenfum femper iurifco fulti ufi funt,cr Quin * Siliani frre feculum. Cicero autem pro genere quodam jace* tiarim , er hunc imitatus Aulus Gellius : Titus Liuius utroque modo. mode. I pfe quoq; CICERONE (vedasi) definit libro fecundo de Ordtore,din cens:Etenim quum duo Jint genera facctiarum,a\terim aquae liter in omni fermone falfum,alterum perdeutum er breueifue perior cauillatio, altera dicacitas nominata ef. Catarum C dius uidetur fentire,idem effe cdlimnidri er cauiUari. Quod no feri tit Mdrtianus,tantum dccufdtori tribuens calumniariiquii ait, Cdlimnidri ejfefdlfa crimind intendere : quod per legem iUdm decldrdtur x 1 1. tibuUrum:Cdlmnidtor idem patiatur,quod reus, fi conuittus effet. In cofdem5de Pr aeuaricator,T ergiuerfator,,er translatiue munere accufandi defungitur, eo quod proprias quidem probationes difiimularct, falfas uero excufationes ad * mitteret. Quod nos quidem ueru fatemur ejfe,legemq; antiqui * tus de prxuaricatoru poena fuiffe,ut Cic.Philipp.lib. i i.Vfreor Patres Cdfcripti,ne ( quod turpifiimu ejl) prxuaricatorc mihi eppofuijfe uidear. Catcrum (ut prxtered,quod Cicero idem in U i Parti  Partitionibus ait,pr£uaricatione definiri nunc ab accufatore » nunc a reo corruptelam effe iudicip reperio nonunquam pr£* tutricatore ex parte rei quofyneq; perfidia tantum,ac malitia, fed imprudentia etiam ,er negligentia peccdtem. Quintilianus infeptimo:Vtin prxuaricationum criminibus , ut abfoluatur reus, aut innocentia ipfius fit,aut interueniente aliqua potefta* te,aut ui,aut corrupto iudicio,aut difficultate probatioms,aut prxuaricatione.nocentcm fiijfe confiteris,nulla poteAas obfi* fiit, nulla utiicorruptwm iudicium non querem,mdla probddi difficultas fuit.Quid fupcrejt , nifi ut praruaricatio fuerit ? Hic pro perfidia accufatoris accipit, alibi ticro aliter. Sed dcuiu caufa loqui fuperuacuum ejl. Ego in uniuerfm neq j oratorii puto cjje unquam prtuaricarimccfc litem intclligo,m qua pars utraqi idemuelit. ldeoq. ; praruaricatcrcm appellamus,quicil(fc 4 prarferipto officij fui deflexerit, atq; aberrauerit. Phn.libro . x v 1 1 1. Arator nifi incumts,pr£tiaricatur.Tlinius lunicr ai flpiftao.iibw, comelim Tacitum: Alioqui prauaricatio efitranflre diceda. Prtuaricatio ejl etiam brcuiter,cr cttrflm attingerc,qti£ funt inculcanda, infigenda,repetenda. Et Adam praiutricatu fuiffc dicimus. T ergiuerfari uero non ejl (quantm ego intclligo) ab accufdtione defi flere. Illi uidentur ex hoc trahere fignificatio « nem, quod qui terga uertunt,d pugna defiflunt. Verutimen no protinus,qui terga uertunt,d pugna dejiflunt,utPmhi. Itacfc quiuertentes terga,adhuc tamen pugnant, nec rationibus uo* utnt fcuiftos agnof fignificat idemyquod inuitoyno obtiatyquum a fuo quoq $ finu» plici,qucd eft uitoyinfignificatione magis ditietyqudm conuU tium d fuoyfiue illud fit uito , fiue uitium. Ipfa quoq ; con pra* pofitio in bonamycr malam rem accipi folet , ut conficio , pro perficiOyCr pro eoyquod eft confauciando trucido, inde coft* tiores ftrarum. Conuitium igitur , d uitiim , uel potius d uito defcendityut uitupero:txjnetfi no omnino repugne feribi per c, ut quibufdam placet9non per t. Et hoc quidem de etymologia, qua fi pro Labeoneyvlpianoq;ynon pro me fdceretytmen dea finitioni repugnare audercm3nufqu non licet . ldeoq; femper difiinifa hac duo repcrimus,cr femper addi ait erum (de uejlitu loquor)quia alterum,quod efl uiftus,hoc etiam fignifi* catum no compleftitur.alioqui na diceretur uittus,er uefiitus. Significat etiam uittus genus uita, quantum ad mores , ut qui * buscrn quis uiuat, er a quibus infiituatur,er quibus moribus. At neq ; de penu lurifconfultis affentior , multa qu« dixijfe etiam faneris. Nec tamen, ut ei credamus , exemplo pro* bauit.Quid quod ex frigus fHgoris fit refrigero i quid quod ex tempus temporis fit tempero f ex littus littoris fit oblittero f ex penus penoris (ut fentio ) fit penctroi additu t , quafi ad locum * F * penoris ■y 41* penoris intro.Tam enim penus, quam penetro breui primd fyU laba ejl.Aut mihi quidc propria, & aera pignoris ftgnificdtio effe ei uidctwr , unde ucrbd deriuantur . N ihil enim illi alij /i* gni ficato cum his uerbis : e rfilij ( ut fentio ) non alia ratione appellati funt pignora,nifi quod pignus quoddam inter coniu* ges funt, tum uinculi , ne aliter forte diuortium fieret, tum cha * ritatis. Cuius rei argumentum efi , quod legimus fepe pignord Cap.7. fUioru , ut apud Suetoniu in Tyberij uita:Comuni$ filij pigno * fo Augu(U.»i ra.Etiterum:Tdmmarium,quam faminarum pignora. In eo(clem,de Ferrumino* c l v i i i. F'Erruminatio,Caius apud Paulum ait , per eandan materia facit confufionemipUmbaturd non cfficit.lde fentire uide « tur Pomponius,dicerts:Si tuum fcyphum alieno plumbo pium * baueris^lienouc argento fbruminaucris,non dubitatur fcypku c tuum effe,ej a te refte uedicarLScyphu enim argenteu intolle* '1p‘n* xit.Cum ijs pleriq; no fentiunt,quoru efl Plinius, qui libro de * cimo 4ir:Nd(T; furculo fuper bina oua impofito,ac ferruminato alui glutino,j ub dita ceruice medio, aqua utrinq; libra, depor* txnt alio.Ferruminato dixit,quafi agglutinato materia illa. 1 de . x i.E t medulla ex eodem uidetur in iuuenta rubens,in fenedute albefccsinon nift cauis hac opibus, nec cruribus iumentoru, aut cammiquare fradn non ferruminatur . Quaft non glutinatur , . nec codlcfcit,cr colligatur.] dem x x x 1. Carrhis Arabia op* pido,rmros,domos(p, mafiis falis faciunt aqua ferruminantes . Cip,,y* quaft glutindtes.lde x x x v. Calas quoq; ufum bitume pra * Cap.tj. buit,ita ferruminatis Babylonis muris. Ide x x x v i.E amaxU me caufa,quod fulto calcis fine ferrumine fuo camcta coponun* Cap.t6. tur.Quafi dicat glutino. er in eodetvitrum fulphuri concodu ferruminatur in lapides, quaft conglutinatur in forma lapidis. . ide x x x v 1 1. Infefhntur plurimis uitijs , fcabro ferrumine, maculofa nube,occulta aliqua uomica,praduro, fragiliq j cetro. quaft glutino,*? comiffura, fiuc iundura,ftue ligatura . Ergo ferruminatio ferruminatio non ubiq; per cande materiam facit confufionenty fed interdii quoque per alid.Plumbatura per folu plumbu efju cit confufione,ut ipfm indicat nome , fi bxc cofufio diceda efl. In eofdem,de Vcterator,S£ Nouitius. cap, lix. SEruus,ut cft apud v enuleiu/m,tzsn ueterator , quam nouitius dicipotefhfed ueteratorem no ffiatio feruicditfcd gcnere,GT caufa effe utxre,ubi infinita fuppediant . Dixi A turba fieri turbo , cuius genitiuu grammatici quidam uolunt effc pro ludicro iUo infir umento, turboms , quod uel ex hoc fiU fm effi, documentum efi, quod firmam acumine fiftigiato uo * camus turbinatam, ad fimilitudinem ligni illius.Falluntur igitur gramatici in turbo turbonis, quomodo in cardo cardonis, quod nec ipfum inuenitur. In eofdem,de Exautoro. c a p. lxh. IGnominiofa autem mifiio ( fi luliano credimus ) toties efi, quoties is qui mittit , adijeit nominarim ignominia fe caufa ntittere.fempcr enim debet imperator addere, cur miles mittatur . Sed fi em exautoraueritfinter infimes efficit , licet non addi* F 4 dijfet x . V 4S6 J dijfet ignominia caufa eum exautoraJfe.Pace tam en J uliani,ex* autorare,cJl ducem ab imperio fuo dimittere , uel rniffum milite Dedam. 3. ficcre,illumq; donare mifiionc militia plerunq ut apud Quin * tilianuin Milite M ariano, Pater huic cmerius bello flipendijs, tum,cum totafubnixum Numidia fregimus lugurtham , exau * foratas armis manus, agrefli labori fubegit. Titus Liuius ab ur* be condita Ub. xx x v. Volonum quoqx exercitus , qui uiuo Graccho fumnta fide fhpcdia fecerat , uelut exautoratus morte duas a /ignis difcefit.Et in x x i x.vbi hoc modo exautoratu equite cu gratia Imperatoris uiderut, fe quifq; excufare,ej ui* cariu accipere.Et in l x i i. vbi is uenijfet,omnes nulites ex * autorati domum dimitterentur,prater quinq; milia focium bis9 quos obtineri circa Ariminum prouinciam fatis ejfc. ) dem lib. xxxv. Fosi ero die cocione aduocata de rebus a fegcslis , er de iniuria Tribuni bello alieno fc illigatis , ut fua uirtoriafrw * rtu fe fraudar et, quum defer uijfet nulitcs,exautcratos dimifit. In eoOcir^de Depectus. c a p. lxiii. DEpertus(fi vlpidno credimus) dicitur turpiter partus.Mi hi aute pro JimpUci potius accipi uidetur id,quod in muU tis fit,ut,demiror,deambulo,defumo,dcmonJlro,dcofculor, de * pingo,dcpofco,dcuito,dcguflo,di moror, deprecor , demulceo. Quod jt quando reperiatur pro turpiter partus(quodnon me* nuni legijfe mc)id fit no magis ui prapofitionis, qua hoc uerbu cdponitur,qudm ui ipfius uerbi,quod citra compofitionem no* nunquam turpem partione fgnificat.Cic.in Paradoxis: Si quo tidie fraudas, decipis, pofeis, pacifceris, aufers, eripis, fi focios ffolias,arariu expilas,fi tejhmetx amicoru expertas, ac ne ex* pertas quidc,atqi ipfe fupponts: hac utru abudantis, an egetis figna funttExcmplu uero,quod depertus no fignificat turpiter , partus, fed tantum partus,apud T eren.in Phormione: ltamcdij bene amct,ut mhi liceat txndiu, quod amo, frui ,1 am dcpecifci A A. ijtct^morte cupio,- T alc efl hoc T erentianu, quale efl illud Vergilij , Vi Vf$tm$ uolunt pro laude pacifici. iRud quocj; apud M.T udium,ficcundo Rhetoricorum: Quidam cum circunfedcretur,neq; effugere ullo modo pojfiet,depetius ejl cum hotiibut,ut arma,w impedimenta rclinquerct,nulites edu * ceret, lttfy ficif.armis, cr impedimentis amifiis,prxter ]}cm mU lites confieruauit. Non eft accipiendu pro turpiter pdttusabdu tore ejfe pofitu. Quippe qui caufdm narrat, de qua controuer* fia eft,an ille turpiter patius fit : non autem fatim hominis da* mnatio' aliquoties futium hoc,paulo pofi pdtiionem uocat.Et in libris ad Herennium hanc eandem rem gejhm ia exponitiut quod erat fui officij nefy accufiet,ne $ excufct, fed antwmmodo patium inter Pompilium , er Gallos ia fuijfie fignificet: hanc# controuer fia ab accufatore , atq; ab reo declamddam proponat . In eofdem,de Gemma, Sc Lapillus. cap. l x ii i i. GEmmas,lapidosq; vlpianus fic dijlinguit, dicens: Gemma: funt perlucida materia : quas ( ut refert Sabinus ad V itcU lium ) Seruius 'a lapidis fic ditiinguebat,ed quod gemma effient perlucida materia,ucluti Smaragdi, ChryfioUti,AmcthyfU: la* piUi contraria fiuperioribus tidtura,ut Abfidni,Neuctani.Mdr* garias autem nec gemmis, nec lapidis contineri fiatis confiitiffie idem Sabinus ait:quia concha apud rubrum mare er crefcit,zr coaleficit. Murrhina autem uafia in gemmis non efific Cafiius fieri bit.Hoc falfium ejfe, pace horum quatuor lurificofifiultorwm,cum omnes autores probant, quoru titulum Plinius degemms non translueetibus ficit,cr murrhina in gemmis numerat ,er omnes lapides precicfios,prater Margaritam ( cui unio nomen , quod tantum lingua Latina habet ) gemmas appedar.tum ipfia ratio. N am quis non uidct,lapidus,quod generale nomen ejt omnium paruorum lapidu,fied fiubintedetiione pretiofius,idem efific quod gemmula: Nam gemmas etiam accipimus multorum cubitorum inueniri:quas ut uere lapides, non lapidos appedarc pofiumus , ita quum mlnuU fuerint , lapidos appellare debemus. Quod fi F i lapides 411 Acndd.jt Ub.j7* Plin.U.9.c.3f« Jr* 4it LAVR. ELEG. LI B. VL Upides tam grandes translucidi non fuerint , fiue perlucidi,queritis,oratoribus,quatiim deniq ; omnibus fermone utetibus conducit rerum, uerborumq; interpretxtio,quod proprium e fi eloquentia i Certe hoc, cuius uim, iusq; interpretamur, tanti Jaciendum ejl inter extera uo- cabula,quanti Pluton inter reliqua numina triwm maximorum deorum er unus,er frater tertius.Kides uicifiim comparationis hyperbolen. T u uero uel per me licet rideas, tccum etiam rifu* Ub.Semui. rum,quum(ut inquit Horatius)ridetcm dicere ucrum Nil uetxt. Rideas inquam, non derideas. Nam er propius ad ueritate ac* cedet mea fuperlatio ridicula, quam tua cum detraftionc deri* fio. Nec nihil bella, nec inconcinna, nec inepta fane comparatio erit. Siquidem quemadmodum tres filij Saturni(fi uetujhti crc* dimus)omnia inter fe diuifereiut J upiter calum„Ncptunus ma* ria,Pluton infrros fortiretur. ita tria pronomina er inter fe ger mana,cr inter teteras uoces primaria,tum omnem perfonarum numerum complebuntur ( Ego finule loui,cuius prima ejl dU gnitas:Tu finule Neptuno,cuiusfecuda:Sui finulePlutoni,cuiui tertianum omnia dcriuatiua per totidem cafus fingula fibi uen dicant. Nam quid efr,quod non meum,auttuum, aut fuum dici que at i er licet fui non contineat tertiam omnino perfonam, ta* men illius ueluti fons ejl, perq ; ipfum ea tota nuncupatur , ditius nimirum ac locupletius utroq ; aliorwm: quoniam plures uoces po fidet tertia perfona,qukm reliqu£. Et hinc quoq; Plutoni co parandum,qui Dis k diuitijs,cr eadem caufa Grtce Pluton ap* pellatur. Et eo quidem magis, quod ficut Pluton defrbum lucis fentit,eiusq ; imperium omne ex alieno pefidet orbe, quod hinc iUuc aninu defcendunt,finc quibus non exifterct illius regnum: DE RECIPROC. SVI ET SVVS. ia SHf,er defcttim nominatiui habet , er ttiji regime cius aliun de pendcat, nequit fubfiftereizr ( quod ad rem maxime facit) qucadmodum Plutone prae fide bene , maleq; fittoru iudicia ex * erccntur,(ic in ufu diftioms,huius bene , maleq; loquentes prx* cipue iudicantur: ut qui ex hoc iudicio abfoluti difcefferint, ij optimo iure anquam ad Elyjiim eant , cu/mq; Vergiliano An * chifa dicant : Quifq; fuos patimur mancsiexinde peramplum Mittimur Elyfium, er pauci Lea arua tenemus. Quare fi pronomen ijlud anto Deo comparari potefl, cur eius trachtio perexigua, perq; exilia exiflimeturf Libuit iocariloan nes , dum no flram materiam (munus uidelicet in te meum) non effe antoperc contemnendam oflcndere uoluimus. Sedidipfa trachtio planum fkciet,me'q; non modo potuijJeiUam Labyrin tho coparare,fed forafiis etiam intus Minoaurtm,id efl, dejpe* rationem habenti.De cuius natura,zr ufu cum alij ueteres grd* matici nonnulla,tum Pnfcianus(cui inter caeteros ftre tribuitur pa\ma)permula pr£cipit , er haud fcio an ulla de re diligetius , ut nurcr liclapfam loquendi confuetudinem defluxijfe de uia. Noy huiufmodi erroris caufas (ut aberrantes reducamus in uia) quoad facultas fbrct,diligentius tradere conabimur. In quo dident Sui, I temq; pro his duobus apud cofdem aliud pronomen , id c% wmi, oii^,o&o70f» , ufurpari: quod proprie eji ipfius ipfi ipfu/m ipfo:uel ex utrofy compofitum , Wn>5 , e rc. Et licet nonnihil difjerant,tamen crebro illud pro hoc poni , ut uixfcias, quid in * ter ipfa interfit. Neq± me fugit dd figndndam differentiam illud afpirare folere , quum pro hoc ponitur : fed nefcio dn omnes id fcriptores obferudrint. Certe nec omnes editiones feruatu/m habent, c r qux habent,uix ubiq;: er fi ubify haberent , non fit* mem in totum lingu£ Latin £ refponderet. Pneterea hoc ipfunt compofitum prims, fecumUq; perfon £ accommodari , non fo= tum tertU , ut xfo/txfy wlpSoujTvii, apud nos ( fi uerbum fit e uerbo ) abfurdif.imwm , attendite nobis fibi, fiuc nobis fibijpfis: cum tantundem fignificet nobifipfis.Poftremo apud Homerum, er fi qui funt alij,fexcentn in locis reperiri oS.oi.l, hoc efl, fui , ftbi,fe:pro eius,ei,eum,eo:fiue pro illiui,illi, illum, illo:cuius au= toritatcm imitatum noftrum inuenio ncminem.Uacrfuam natu = ram interdum deferit hoc pronomen , er in locum fuum aliud fuccedere pdtitur.Quod nobis adeo denegatum efl,ut ficuti mei er meus , tui er tuus:ia fui er fuus nequeant alterum pro aU tero poni, quum non Ldtina jit , fed barbara oratio , ego amo amicum mci,uel tui, hic amat filium fui,pro meum, tuum, fuum: cr,hc me credit omnia facere amore meo , odio tuo , inuidia fua, pro mei, tui, fui, qu£ apud Gr£cos non efl differentia. Si* quidem ( ut alibi probduimus ) fui,ut mei,tui,noftri, er ueftri, pafiiue femper dccipitur.Suus u ero, ut meus, tuus, noftrum, ue* fbrwm, nosler, uefler, pofiefiiue, uel dftiuc.quod Prifcianu igno * raffe ob Grxcam fbrfitan imitationem quam mirum , tam ueruM eft.Quum ergo tot fint quibus d Gr£ca noftrd diffentit oratio, non quidflli dixerint efl intuendum,ne in eundem in quem no* nulliificut olendam ) errorem incidamus: fed quid noftri,quo * rurn autoritatem imitamur : Non t DE RECIPROC. SVI ET SWS. 463 Non efle tria genera construAionis praediftorum pronominum, sed reciprocationem sufficere, c a p. ii. HAec prafutus,ad rem ipfam uenio, cuius Prifcianus triage* ner a facit. Vnum , quod, uocdt reciprocum , quum pronos men in feipfum refleftitur.ut , Cato amdt fe. Alterum quod uo* cat tranjitionem,quum per deriudtiuum eius loquimur: ut,Cd* to amat fuum filium , fiue Catonem amat fuus filius. Tertium, quod uocat retrdnfitionem , quum accedit alterum uerbum : uel in primitiuo, fic:Cato precatur me, ut fui nuferear.Vel in deris uatiuo,fic: CATONE (vedasi) precatur me,ut fuifilij mifcrear.Sed optimum fuerit eius ad literam fubijccrc uerba , cdq; aliquanto longius repetita ( quoniam non in unius tantum quajlionis ufum repes tentur ) quahaefunt: Poffefiiua uero modis con&ruuntur tribus, quum uerba uel a poffefiore in pojfefiionem , uel a pojfefiione in poffefiorem, uel extrinfecus trans firuntur. A' poffefiore in poffefiioneiut, doceo meum filium,doces tuum difcipulum,docct Ulc fuum auditorem. A' pojfefiione uero in poffefforemiut paret mihi meus filius, pa* ret tibi tuus cliens , paret Uli fuus feruus. Extrinfecus : ut doces tu, uel ille meum filium,doceo ego , uel ille tuum filium , doceo ego,uel tu fuum, uel illius filium. Sed melius hoc per tranfitio * nem:ut,rogat ille me,ut doceam fuum filiwm.Quum enim fuum jitrelatiuum , exigit, ut prius cognofcatur perfona poffeffom fui,ad quam referatur. Et fciendu quod omnia poJfefiiua,poffef» fons quidem perfonam fecundu primitiuu fignificant. P offefiio uero ipfa tertia ejl perfona,utmeus,tuus,fuus,quomodo er nos tnina quibus iunguntur:ut,mcus pater,tuus filiusiexcepto uoca * tiuo,qui folus in prima perfona poffcfiiuis inuenitur, quum f ex- eunda copulatur perfonaiut , mi pater, 6 mea Tullia , 6 noficr Chremes. Omnia tamen poffefiiua in genitiuos primitiuorum, non [olm nominibus 3fcd etiam uerba tranfitm fociata, pof* I 4 64 funt rcfolui:ut,amicwm meum moneo,pro amicu mei: er E Udtts drium filium Turnui interjecit , pro Eudndri filium : er Ddu* nius filius ab Aened uiftus eji , pro Dduni filius. Hoc dutcm in * terefl inter poffefiiuum pronomen , ut meus,tuus,fuus,cr primi * tiuwm mei, tui,fui,quod uoce poffefiiui genus, er cdfus, er nu* merus ipfius poffefiionis obtenditur , er fubjhntiud quide uerbd poffefiiuis coiunttUdd poffefores refiruntur. ut, tuus fim filius , C r mei« pdter es,ej fuus efl illius feruus. Et aliquanto poflc* rius.Nos uero primitiuis quidem , id eft,fui , fibi, fe,a fe, uel per rcciprocdtionemiut, fui potitur,(ibi indulget : uel perretranfis tionem utimur: ut, hortatur me iUe, ut fui potidr.ro gat te iUe,ut fibi indulgeds. Poffefiiuis uero quum in ed poffefiiuorum fidt trdnfitio:ut, fui ferui miferetur , er fuo feruo prodeft , er fuum feruum diligit. Nec dliter tamen poteft fupradiflum poffefiiuum tertis perfons con&rui cum alijs extrinfecus perfonis , ni fi per trdnfitionem(quomodo er primitiuum eius ) id efl, nifi prius a poffeffore eius proficifcdtur in dlidm uerbi perfondm: er fic db iild rurfus dd pofiefiione tertis , ficut er dd fe:ut,rogdt me idc, ut fuus feruus miniflret mihi uel tibi : precatur me ut fui patris ntifercdr.petit te ut fuo profis filio:obfecrat Cicero Vdrronem, ut fuum erudiat gnatum. Et notandum quod quum a tertia in tertiam fit tranfitio perfondm ,in dubium venit , poffcfiio di quam pertineat earum:ut , rogat ifle iUum ne fuo noceat filio, ambiguum, cuius filio fuo,iftius,dn illius: id efl,an rogantis , an eius qui rogatur : quomodo er apud Grscos, srofansTv? ita«- tcov« Ae/so[tAHjci»« Tfljv WtoU ondijfct,etidm:crgo,inqudm, etiam ueslro testimonio dici debet Aristoteles, non AriSlotiles,ut fieri pofiit Ariftotelicus. jn deriuatiuo autem quod cofequens eft,quum hoc fit eiufdem natur£,quodilli tamquam genitori,ucl domino , ucl duci non licet yid huic uel filio,uel feruo,uel militi non licere. Prima caufa,cur Sui,# Suus abutamur pro Eius, ucl Ipfius,ucl Illius, c a p. v. V Erum hic quijpiam,neq; hac mea ratione contentus,neefi p rifeiano fatis fidei habens, aget nobifem autoritatibus. DE RECIPROC. SVI ET SVVS.  opponetq; V ergilianum iUud: Reaeid.i» Tumbreuitcr Barcen nutricem affata Sichxi , Nrfiftft fuam patria antiqua cinis ater habebat. Quod haud dubie iUi fitmlt eft,Seruus fuusminiBrat mihi:fiue, feruu fuum uidi,cr extera qux protuli paulo ante per omnes cafus exempla. vbi,etfi abefi ad quod referatur fuus , id tamen fubauditur.nemo enim dicit fuus,nifi de eo, cuius habita jit me * tioiut fi roganti,ubi efl Titus f rejf>ondeos,nefcio , feruusfuus efl hic,uel feruu fuum nidi. I n quo fi folcecifmus eft,cr in uer* fu Vergiliano fit neceffe eft. Sin in hoc non erit, falso ait P ri* fcianus in illo effe. Q uid igitur ad hoc dicemus f Si Vergilium damnamus,tantuuirtm,er poetarum Latinorum longe prin* cipem,quis ferat fer non eius autoritatem qualibet ratione po* tiorem exiftimetfSin Prifcianum,iam omnis huius rei ars fub * uerteretur,nullamq;,aut fuperuacud maximorum autoru juiffe dicamus obferuationem oportet.Ego etfi uideo Prifcianum (fi modo animaduertit) hoc difiimulaffe,tamen ipfe nondifiimu* labo,aut iam non difiirmlaui potius : quippe qui fuperioribus exemplis fimile effe confiffus fum. Seduel poeticam licentiam excufandam reor,uel operis imperfittionem. Etenim credere libet Vergilium,quum talem quendam uerfum faceret, Nanq; fuam patria liquerat tellure fepultam, impeditum prima fyUaba uerbi longa,mutaffe formam dicedi: atqj ita in foloccifmum ( fi diftu fas efl ) incidiffe. An non illud huic ex fuperiore libro,etfi non perfimile , tamen non difiinule prorfus ejlf V iuite filices, quibus efl fortuna perafta I am fua- Arndd, j. Pro ueftra,pofitum efl fua. Quod fi quis dicat pofitum effe pro propria,refteq; hoc dici:ut id refte diceretur, V iuite filices, quibus efl fortuna perafin I am propria , hic nihil dicit , quum fuum etiam pro proprio acceptum naturam tertix perfonx no mutet , nemoq; fic loquatur : efl mihi , aut efl tibi fuus feri * bendi mos, qum tamen dicamus , efl tnihi, aut efl tibi pro* G z prius r-4*» I JUndd.6. i EpiftPendop. adVljf. Acadd.7» JUneid.».  prius fcribcndi mos. N am in illo huius eiufdem poeta uerfu : Quifq; fuds patimur manes : non refertur id fuosad primam perfonam,quia jic refoluenda cfl oratio : nos patimur manes , fed quifii noslrum fuos. Eiufmodi pafiim reperiuntur exenu pla:ut,quum in bibliotheca nos ad fuum quifq; ftudium libros euolueremus. Non ejl autem huic V ergiliano,de quo dijfuta- mus,Ouidianum illud finule: Refficc Laerten,ut iam fua lumi * na condasivbi nonnihil rationn eft,quod utrunq j uerbum cis dem fuppojito [eruit. Hac igitur Vergilij autorit&s (er fi qu4 funt eiufmodi apud alios loca,quorum nonnulla pofterius at * tingam ) prima extitit caufa (ut iam caufts enumerare inci» piam) uulgaris erroris. Secunda eiufdem caufa. c a p. vi. AL tera,quod nonnulli* in locis fiue hominum , fiuc tempo* rum culpd,libri corrupti funt: ut apud Ciceronem in SaU lucium. Quod fiiftius uia memoriam uiccrit , aliam V utres Confcripti,non ex oratione, fed ex moribus futi fteftttre de* betis. Quem locum (nifi emendetur) non confido me expofi * turum. At qui fe exponere poffe confidunt,ut in toafententia, fic in uerbo fuis,quid ratio pofcat , non rejficiunt. N cc folum communis ejl huiufmodi menda librorum , fed etiam priuaa in fuis cuiufq ; codicibus. Nec aliunde /ittum ejl, ut refiram hac omnia fuis locis,ac temporibus,non eorum. Caufa cur Eius> Ipfius, Illius, abutamur pro Suus. c a p. IX. A T que ex ijs quidem qua: comrnemoraui,non modo fi&um a\eft,ut multi pro eius, fiue ipfius, fiue illius , uterentur fuus: uerum etiam ut econtrario pro hoc illis abuterentur ( de quo foloccifmo nullam facit Prif cianus mentionem) qualia fiunt mea proxima exempla:ut,uideo columbam triftem in periculo puU G i lorum  Ioni eius,uel columba luget pullos eius,cr quale Donati gram* matici (ut grammaticos potifimu fua artis admoneam, fi moda Donati grammatici libellus cjl dc uita Vergilij,in quo alterius quoq; genens uitia reprehendas)ait enim loquens de V ergilioz Voluit etiam eius offa Neapolim trans fvrri,ubi diu er fuauifii* me uixerat. Ac paulo pcfi: Translata igitur iuffu Augufii eius offa (prout Jhtuerat) Ne apolim, fuere fepula uia Puteolana intra lapidem fecundum,fuoq; fepulchro id diftiebon, quod fe* cerat,infcriptum e]}. Et iterum: J tem rogauit , quo patio quis alam, feli cemq ; eius fortuna [eruar e poj] et. Superius uerc:Quod quum magi»ler Jhbuli A ugujlo reciaj)'et,duplicari fibi in mer* cedent panes iuftit. Et alibi aliquoties fibi , uel fuo pro eius,cr eius pro fuo, uel fibi. Verum e Graea quoq ; figura non mini* mum caufc accefit huic crrori,id quod me pollicitus fum ofte* furum. Nam quum pro uno oir liceat dicere tum fuus,tum eius, tum ipfius,tum illius ( non tamen quodlibet femper) tardus,aut indiligens interpres quando hoc,cr quado illud competat, non difpicit. Quo uitio in interpretatione quidem ecclejiaflicorum librorum omneis interpretes decepit lingua peregrina. Sed nos indigni reprehenfione , qui maioribus aedimus : illi uero digni , qui maioribus fas credere noluerunt. Quo magis exijs pro* cipue uitiofadme funt exempla proferenda , ut errorem no* flrum,ubi fontem eius agnoucrimus,dcuitemus : quum tamen ex hoc nec contum clia ulla fiat libris ccclefiaflicis,H ebraa tantum, aut Graea lingua loquentibus (nefeio an honor potius habea* tur)ncc magna eorum traductoribus: fi modo dignitatis horum ratio habenda eft, qui uel incerti funt , uel ignoti , uel inter fc di fident es. Hoc mihi difi/nulandum non fiat, uel ob id,ne quis nubi iCtorum obijeeret autoritatem. lnpfulmis igitur (quos Hieronymus certe non tranflulit ) ubi pleraq; huiufmodi refte translata funt, illud non refte : A' gloria eorum expulfi funt: pro a gloria fua. Et iterum : Qui exacuerunt ut gladium lin* gUM DE RECIPROC. SVI ET SVVS. 47* gi las eorum: pro linguas fuas. Et iterum:Sdturdti funt filijs,zr dimiferunt reliquias paruuhs eorum:pro fuis.Et iterum: Peric* runt propter iniquitatem eorum:pro fudm . Neque uero me Id* tet,in quibufdam codicibus refte legi,fua , fuas , fuis,fuam. fed ego rcm,non hominem noto.Nccnon ibi:E t abjlulit jicut oues populum eius:quod melius alibi legitur fuum: Jicut ibi quoque : Sicut locutus ejl per os fanttoru fuorum,qui a feculo funt,pro* phetarum cius: alibi melius , Per os fandoru prophetarum fuo* rum,qui a feculo funt. In his omnibus Gr£ce ejl genitiuus «««£, cuunsiOujT&p, ille pluralis ,hic Jingularis . Aliquando etfi eiusfeu ipfius,feu illius tolerari potefl,tamcn Latinius ejl fuus:ut in eif* dem pfdlmis, N eq; defcendctcim eo glorid eius, pro fud:tametji aliqui non legunt eius.Et itcru:Defidcrium cordis cius tribuifti > et, er uoluntate labiorum eius nonjraudajli em : pro fui , er fuorm.Et iterum:Brachium eoru non faluauit eos , pro fuum . Et itenm:Benedicite domino omnes dngeli eius,benedicite do* ntino omnes uirtutes eius,b en edicite domino omnia opera eius t pro fui, fu£,fua: quale ejl illud in Apocalypji: Opera enim iUo= rum fequuntur illos: quod ego citius dixijfem , opera enim fua. Huius tamen genens non ejl,ji interuenit ucrbum,ad hunc mo * dm:Quod pater non amarit te , Jiuc patre non amaffe te,pro* bat ipfius tejhmentu, potius quam fuum:ut ejl apud Quintilia* num libro primo. Quomodo er ipfum er Vergilium quoque fcripjijfe manus eorum docent. Nam in itio apud pfalm. Omnia a teexpcdztnt,ut des illis cibum in tempore, dante te illis colli * gent : illis pro fibi pojitum ejl:de fecundo,illis , magis loquor , quod fibi quoq; translatum inuenio.Suo autem pro cius ( quod fuperioris generis uitium ejl) illic: Ad nihilum deduftus ejl in conjpedu fuo malignus.Et itent: Si autem dereliquerint filij fui legem meam.quanquamlego in quibufdam editionibus utrobi * que eius. Et iterum : Anima autem mea exultabit in domino, er deleftnbitur fuper falutari fuo: nam id fuo ? ad dominum refirtur,non ad animam: quemadmodum Gwc owr. At ibi nec fcias an uarieate gauifus interpres Jit , an conjilio uutaueritz Quoniam fecundum altitudinem coeli d terra corroborauit mi » fericordiam fuam fuper timentes fe. Quomodo mferetur pater filiorum,mifertus e jl dominus timentibus fe. Et in eodem pfaU mo paulo pcfliMifericordia domini ab xterno,cr ufifcin xter * num fuper timentes /e: er iujlitia illius fuper filios filiorum, his qui feruant tejhmentum eius.Et: Memores funt mandato* rum ipjlus.Pro his quinque noflris, fuam , fe, cius3ipfius,illius, unum e Jl pronomen Grxce cfav,ofoity,o2uni. idem, quod modo dixi,quod nunc ajpiretur necne, non attinet dicere , ut aceam raris in codicibus pj almorum reperiri hanc diligentiam . NdWf exterorum ecclejiafiicorum librorum in nullis adhuc reperi , nec eam ( iudicio meo) fatis exa£hm.V ter tamen fermo melior , fuper timentes fe,an fuper timentes eum, lucis dunaxat gratia, fuper timentes eum,uel ipfius interpretis teflimonio, qui prio* rem quodammodo pofteriore correxit : nifi uarieatts gratia ii frcit.Huius genens ille quoq ; locus efh Stabunt iujli in magna conjhntia aduerfus eos, qui fe anguftiauerunt : quod fi dixijfet aduerfus eos, qui ipfos angufiiauerunt,obfcuriatem deuiajfet. Ut taceam quod magis ad uerbum etiam tranfiulijfet. Quomodo uidecur amphibolia in Sui, 8C Suus. c a p. x. ENimu quomodo manus er DE RECIPROC. $V! ET SVVSi 4*S ipfius er Vergili) docent cos fcripfiffe. Sed hoc tranfeo,cr c 4.85 Aleator , Aleare , Alea ludere 1.6 Aliquantifrcr ».48 Aliquanto m* Aliquis i.6.cr 3*1* Alius x.itf.crj.5^ Aliter tii6 A Ueuo 5*8i Allocutio prmatura 4.107 Alludere 4.16 Alo 1.46 Alter alterum accufat 3.30 Alter 3-59 Alfi/tf i.s Aluearim 1,6 Alumnus 6.1 Amamus nos inuieem , mutuo , er parifer 3.74 Amator 7.37 Amatorium 1.6 Ambitio, AmbitUS 4.19 Ambitiojits ibidem Ambulo ' 7.79 Amicus, Amica 5.17 Amiculum 1.5 Amo • 5.37 D fc X. Amor 4.^8 Amorem conciliare 5.5 » Amoueomanm 5.9° An,Anne 1.17 Anacreon poeta 1,11 Andromeda . 5.* AnguiUalubrica 4.101 Animaduerto $.69 Animofus i.xc. Anniuerfarius 4.108 Anniculus 1.5 Annona 4.35 Annuatim 6.60 Ante uim habet comparatiui 1.16 Antecedetis a relatiuo difeor * dantia uenujh 3.19 Anfe dic ucnire,adej[e 4.80 A n tebae, ante illud x.76 Antiqui 4.5 Aper 4.4* Apertm,Apcrtile r.8 Apes non apis dicendum ».5 Apparatus belli 7.64 Apparo ibidem Appellationis uerba 3.9» Appendo 5.8* AppetitutyAppeto '5.7 Apud te - 6.14 Aquatilis r.8 Antf io 4.» H 5 Artor . I N E » E X. Arbor 4.*7 At «ero 1*14. Arceo 6.16 A uttio,Autliondri 4.3* . ArcejJo,cr Accerfo T.Zi Audis ibidem Architriclinus 4-34 Audiens fm tibi 3.4*. Ardi mulier 6.38 Audio te, er tibi 7**9 . Area 4.33.z?6.4i Audiui a patre , de patre , er Argentarius 4.4*.cr 44 ex pdfre 3.0* Argutus 1^30 Audire habeo 3.9* Armamentmm , Armarium Auditorim J.6 J.6 Autor 4.3*.er 5.3® Armenta,Armentarm 4.4* Autoramentm , Autorare Armiger 6.1 4.3* Arra, Arrabo 0.77 Autoritas 3. 8 8. er 4.3* Artificia. 4.44 Auerfor • 3. 80 J • --•«y Arum 4.77.er0.4i Aucrfus,Auerto . 7.90 Afcijco . 7.80 Aue 4.3P Afcribo 347 Auis \ _:;(4f47-. Afcriptitius X,K Aula 4.34 AjfcdAri 5.77 Auricula,Auris Attentor 6.66 Aufculto 3.4* Affeuero 3*7 Aufficdri,Auff>ex,Aufbicim AfiidcOjAfiido 3* 6. 1 / .v; . 1 Ajinus 4.4* Aut x.xi Afylm' 6. 19 Autem, Autem non iy*4 - Ajl *.i7 Auxilium do,cr fero 3.0* Ajier,Aftrm 6.z.i b Ajfmo 0.3 pA«i( *.*8 Affurgo - 3. 1* X3b^4,B4T^ 0.14 AtyAttaiuen i.*7 Beatitudo,Beatus » • 4.04 Atej; *.78 Bd Im 4.04 Atramentarium f.4 Bene *.7*.CT3*87 * * » Bene I N D 'E X. Bene cenfeo3Benc precor3Be* Calmniator,Cii Capio Jpem de te 5.81 Bimus ».7 Capio,Cdpior oculis «3 B inoftiiM *.33 Capitalis 4.109 Binm}Bini codicilli 3.7 Captus *.3 Bis centum,Bis nulle 3.4 Cardo : 6.61 Blandior 7.$* Car eo 7.87 B ombarda *. 3 4 Caritas,Charitas 4.4* Bona corporalia,!? incorpo = Carnarium x.tf ralut 4.98 Carnofus,Caro 4.73 Bonrt Decrcui3Decretm efi i.*4 D ecuru 6.Ji Decurio , Decurio municipa * lisDccurio Romanus ibide Decus3Decoro 4.’ti Dedecus3Dedecoro ibidem Dedere nox£ &}} Dcdititius I.II DedifcoyDedoceo ** Deduco •5.77 De)aiigatus3Defkiigor 4-99 Defeftio3Deficere 4> Defedus x.}o:& 4* Defendo 6.i4 Defero 7.44 D eftffut 1 4.5»? Deficio ' > , 4* £ De/ore rrt6 Defimgor3DeJunftus 2.7. 4 er 44 Dehifco Deinceps ±.)6 Delabor 1-19 Deliber aui 2.*4 a e x. V- - * Deliberatum ejl mihi ibidem Diligo3Deleftm agere 1.60 Dementia 3.36 Demereor 2-9? Demigro 7-9* pemwm cu compofuis 6.ZZ Denic/i t - ibidem Deorfum ' *-77 Depeftus 6.63 Depeculor 6.40 DepofitiriiM , D epofitoriut r A Deprecor 4.t4 De repetundis pecunijs i.x-4 Defcendo 7.J* Defcifco 2.$* DefcSyDefideo 762 Defideratiuauerba 7.*3 Definetmcter quo cu coparatiao t .n er s. 66 Epitiola j.6 Exanimatus 6.t$ Epulum 4.z} Exaudio i.z9 Epula: ibidem E xautoro 4.6 z Eques 6.jz Excandefio 6. ix Ev renibus 1.19 Excedo 7.97 Ergo z.4i Excogito l.i.er 10 Ergo'nc x.17 Excretus 1.30 Eripio 1. 83 Excubite 4.69 Errabundus 1.9 Excw/o 7,^7 E/c4 4.75 Exemplar,Exmplum 6. 53 Ejfi cordi, er in animo i,zz Exemplarium ibidem I Exequor INDEX. Exequor iujft *.6s Ex ufuyUtilitite ibidem Ex £quo 3- 1 9 F Exhanredo 5.104 T^kbrica 4.44 Exhibeo negotium 5-88 17 Fdccfio T.ZJ.CT5.88 Exhorreo 5.101 Facies 4.rj Exigo 5.* 4 Facile i.xS Eximius 3. i ) Facio certiorcm,iafturd3cre. Exiflimo J.zo 3.6) Existimatio 3.8 6 Facio dele fi; um 3.60 ExiftityExto 3.3 i Facio gradum *.** ExitialiSyExitidbilis 6.i s Facio gratum 3.76 Exoletus t.jo Facio copiam 4.63 E xfomnis i.zo Facio potefhtem ibidem Ex, cr inter cum interroga* Facio inuidiam r.zt tione i. iz Facio paria 5.74 Exoro 3.2.9 Facio tibi iniuriam 3.94 Expedit 3.49 Facio iter,cruiam , *** Expendo j.8z Facio negotium 3.88 Expeto 3.7 Facio potejhtem 4.18 Explicit 3.4r Facio fermonem 5-97 Explodo 3.9 Facio ftipendia 4.1*0 Exploratum ejl mihi , Expio* F acio ut *.*7 raui 3.t4 Fafiio 4.6i Exploratores ibidem F ador 4.3*- E xpoStulo 3.3 S Fdl/itf I. 30 Exprobro 6.44 Fallit me 3.80 Expugno 3.62. Fama 4.7 Ex fententia habere 3.70 Fama mea^zT mei z.t Ex tempore3ExteporaUs ). *9 Famofus}FamoJa mulier r.zi Exturbo 3.89 Fafces 4.84 Ex uinculis 3,19 Fdftidiofus V I.. I N fafiidium mem,cr mei x. i fatigatu* 4.99 fatuus 4.1x3 febris annua ,cr quotidiana 4.108 felix 4.87.0“ tt4 felicitas 4.«4 Femen, Ff»K>w,Frfflor4 4.77 femoraliOjfeminalia ibidem fex 6.61 ferx 4.41 Fere x.49 Fero, Fero f/M acceptu/m 7.100 Fero conditionem 4.61 fero auxilium,zr opem 3.67 ferox,ferus 4.97 ferre fententiam , cr legem 7.48 Ferri 4. 71 ferruminatio , Tenit/mino 6. 78 ferrumen ibidem fejfus 4 .99 fejh Scptimontdia 4.43 fcjliuuSyfeJlus 4.ji’ finitius, fiditis ficus,ficulnus 1.4 fides pro tormentis 1.7 fides 7.30 fides non fidis, fidicula x.7 D E X. Fiw* no» tiicifwr r.i* filiafier ».7 filius 3.70 finis,et propofiti uerba 3-87 finitionis uerba 3.78 fihgo Fio'; 7.43 I.XX Fio tibi obuius 3.77 fifiihs 1.8 flageUayflageUare «.47 flagitiwm 4.78 flagito 7.78 fleo 7.7X fluuiatilis 1.8 fluxus 1.30 f ceneratitius i.ir Fanero,Faneror f oenus fcctificare^foetura foetuofus fatus fatura, Fatifi> 4.71 care folia F ore,et Ejf/e cu copo/itis t.z6 Formidolofus Ut frago nauim,cr finulia 3-77 fremitus 4.3-9 frequens, Frequentia 4.96 frondes 4.68 . fruges 4.3 7 fruor 77 I x frumen f N D E X. frumenti pramtaturd 4.107 Gejh 4.9 frumenti copia 4-7> Geflus,Geflio 4.Z frutex,Fruticari Glans 4.^ fuga . i Gladiatorium munus 4.1* fundus, Fundum Gloriofus *.» X. 4** fundare , Fundanis tum ibidem Gradum Jacio er iacio 3.** fungor 3.} Grammatici audaces er fu* fustigare 6.47 percilioji z.x futilis 1.8 Gratiam ago , refero , habeo , futurum comunttiui, quo di- er reddo 3-4* fcct a proterito ciufdcm mor Gratiam ineo non dici 1.U di 3.18 Gratificor 3.7* futurum participij  Grator,Grdtulor 3.4i . G Gratum Jacio 2.7* 5.6 Gratus Gaudeo,Gaudiim 6.it GrauiSfGrduidus Gemma 6.6 4 Gregatim Gemo Greges Gena Gremium Generatim, Generaliter  Tuvi 4.38 Genitworwm SIGNIFICATIO z.i H Genitiui er ablatiui affinitas t tA beo ad uo tum 5.70 > 3.17 llHd&eo 4 patre 1 manda* Genitor, Genitrix 3.70 tum 1.1I Genuinus dens 4.?i Habeo cum gerundiis 1.1* Genuino rodere ibidem Habeo copias omnium rerum Gerundiorum Jignificdtio er 4.05 ufui Habeo audire er't>7 Habeo conuenire ibidem Gertmculum Habeo dclettum 3.60 Habeo Habeo fident 5.60 Homo manfuet a er betue con Habeo gratiam 5.4 1 ditionis 4.67 Habeo in animo *.*5 Homo maturus , er primatu* Habeo iter  rusmlitu  Habeo orationem  Hortus t .«.er  Habeo rationem 7.18 HcJpcs,HoJpitim 4. Si Habeo polliceri Hofpiales ibidem Habeo fermonem  Huc *57 Habeo te excufatum 7.67 Huc ades, pro adjis 55* H abeo te loco patris, er fimi* Hypotheca 0.37 lia 3.88 1 Haud aufyicato 4.1 T Actre fundamenta, 4.4* Hei X. 11 llacHre gradum 5-*5 Hem x.r5 laculariyldculm 6.5 Heri,Heflernwt X.ii lamtlanuam  Herba 4.17 lamdiu i. 35 He fler no dic 4. 8r lamdudum ibidem Heu X.II lamuero x.x4.er47 Hic *5 lamolim 35 Hic nubi gloriaturae. 3.5* Iampridem x.34 Hic non ejl cum illo compa* lam ueniet , er wm pr I N D Igitur x.43 Ignominio fa tnifiio 6.62. Ignorans,! gnoranter Ignotus ilis terminata nomina 1.8 lUaborotim *.*9 lUe x.4 Ittuc x.7 7 1 mago mea €T mei x.r Immigro 7-9* immunias 4.39 lmpendens,lmpendeo *.4X impendo 3.4*.CT2.sx lmperiofus . r.xi Impero 7. 48 lmperatiuo deejt pnma per* fona J.xS Imperfonaliwm quorudam re* gimennouim 3.44 Impertio *«33 Impertior pafiium er depo * nens ibidem Impleo 3.33 Imploro Imponoylmpoftor 3*9* Imprecor 2.96 er 4.x 4 Improbare 4.44 Imprudens 4.94 Imprudenter non dici 3 fed per imprudetiamjiue per igno* E X. rantiam 1 ibidem Impugno *.4x Imputo 4.44 Mycumuerbis 3.37 lnagendo,lnccena 3.?* I n animo ejt *.xx mannos 4.40 In auro, in tes 3.t* Incedo *.79 lncefio 1.4* Inceflus 4.4* Inchoatiuauerba I.XX lncidoin(Cs,uelin(erc 3.1* I ncifim 4,io Incola 4»*4 Inconfideratus I.JO Inconfultus *.40 Incorporeus 4.9* Increpare 4.2-9 Incumbo 3.44 Incuria r.xf I ncufo 4.IJ Indico, Indiftum *.68 indiem 3.48 Indoles 4.44 Indulgens pafiiuc fumptum 1.30 I ndulgentia,Indulgeo 4.1* I nduftrius i.xt lnclaboratm *** Ineo Ineo gratum lnefl rei er in rc lnfrnfus,lnfiftus lnfijhre Inficiatis fhtus I nfeiens,! nfeienter jeci 4.94 2. 32 t.zo 6.18 4.1* 6.44 }.*4 2-t 6.3.0 6.4 i.ij 39* 3.42 Infigitis 4.m Infomnis ibidem lnfhr 6.9 I n&itutt,! nftitutiones 1 nfi cias ire, I nficidtor ibidem I nftrattm 1 njidus 4. 1 0 3 I nftruft* ndues I n finit iuorm effc er fore dif= I nslruo firentid 1.3.6 lnfummd lnfinitiuum interiettum , uel lntendo,lntcntio posipofitum 3. zi Infer Infinitiuo ubi utendum 1.3.3 Inter aftionem l nfinitiuus loco fuppofiti ibid. Inter dgendrn, Inter ccendn * lnfrd 1.2 3 dum ibidem Ingenium pratcox 4.107 Intercedit 3-73 Ingenuus 4.1 Intercludo 2.69 I ngredior 3. 19 Interdico 3.39 Ingredior in ffiem 3.81 interim i. 49 Ingurgito 3.33 lnterefi cum fuppofito x.r Inhibeo 3. 4 lnterrogdtio cr refbonfio in lnhoram,In horas 3.68 diuerfis cdfibus *.2<> lnitim,lniens 3.34 Interrogo 2.61 In loco, In locum 3.88 Interfepio 2.6 9 ln mdnibus 2.3 4 Interunto 2.*3 In mentem uenit 3. s z Intimus *. r.17 ln morem 4. n lntrd  lnnocuus,lnnoxius 6.17 lntrocludo  ln primis 3.71 Intueor te,cr in te 3.29 inquilinus 4.24 lnuenio 2.* inremprtefentem 4,n* lnucrto 2.i2 Inue I 4 T /“ I N D inueftigo J.4J inucteratus r.30 Inuicem 2-.J9.cr 3.74 I nuidia, I nuidiofus j. x 1 I ocufylocdriy I ocularia 4.1* Ipfe x.i 15 x.J Is demunt o.xr I#e ow» dduerb. iftic er dlijs x.4 Itu comparatum fcuconjlitu* tumcjl 3.89 I tt ciwn fupcrldtiuo 1. 1 j Ittrejponfiuum x.jo Itaproualde x. J4 Ifcwie i.17 x.J4 J ter ficere,zr hdbere 5.7* Item>ltidem x.jo Iterum x.jo Iterum conful 3.J9 luteo J.68 Jubendi uerbd j.xs Jucundus 4.89 ludicij uerbd 3.9X Iugtrum 1.7 lugulus,iugulum petere 4.3 * lugum 4.43 Iunftus 1.30 Iu**, luris naturalis fpecies 4.48 E X. Iurifconfultus ibidem lurijperitus nemo nifi Utera* rum peritus 3 .inpraf. 1 uri fcon fultus J.40 lurijperitus 4.48 I m* ndturdle , Iu* ciuile ibidem lujfus 1.7 luftitium J.* luudt 3.4* luucntA,luuentus 4.4o L LkbdfcOyhdbo J.J9 L dbor9eris. Labor , orts ibidem L deertofus Ldccjfo Lalifio L dmentor Lamina Ldnijkt Lapidare Lapillus LdpfuS Ldjfus LdtebrSyLatibula 4.79 Lauo,eius (fc deriuatiua r.x Luxus 4.99 L egutio pr amatura 4.107 Lege* 4.48 Legibus comparatum feucott Jlitutum ejl 3. Lego i.xt X.X3.CT J.i4 4.4X J.J* 4.74 4.1^ . er J.J9 4.99 index: Lego,cr pertego j.SO Lucrum j.i * Lenticula 1.6 Lufluofus I.*C Ldeabundus 1.9 Luflus 4.60 Ltctor,L£tUS 6. i* Lucus 4.7* Leues 6.8 Ludere 4.16 Leuo ?.8l Ludibundus Liberari 6. 43 Ludicrum 'i.* Libere loqui 4.17 Ludus 4.16 Liberi 3.8 Lues 4.7* Litor i ingenui 4.110 Lupus 4.4* Libera 4.1 LufiOyLufus 4.16 Liberas 4.17 M Libertinitas 4.1 A yr Aeetium 4.1S Libertinus,Libertus ibidem i.* X Maceror, Macef. I.i* Libra pro pondo 3 .1} Magis I.I* Licentia 4.17.CT 18 Magi fler, Mdgiflra 4.38 Liceor,Licitor 7.X8 Magiflratus officium 4.10 Licet Z.1T Magna autoriate uir 3**7 Liflor, Li florius . , Lintearius Magnificens 1. 30 i .6 Magni intercfl 33 Literd,Liter£,arum 3 .6 Mdgniloquens,cr fud compd Loco patris 3.8S ratiud,z? fuperlatiua : r.io Locorum quorundam nomina Maior, Maius i.ii 4.87 Minor,Mdximus ibidem Locus celebris et jr eques 4.96 Maiores 6. 77 L ombardia 4.87 Mala Longe M7. CT 18 Male i.4i.CT3.Lotium X.i Malcdiflum Lubricus 4-tor Malcdicentiffimus T.IO Luculentus 4.91 Malleolus 4.»-6 Luce, Luci 4.80 Malum 6.41 I 7 Mando I N D Mdtldo Maneo te 3.93 Mango 4.no.c T6$9 Manipulatim 6.x o Marinus, Maritimus 4.9 i Margariti 6.64 Mater j.7o.eT4.38 Materia 4-3S.c T6.3z Materies 4.38 Matuta dea 4.107 Maturi' er P rxmaturc ibide M aturef :o, M at uro ibidem Maturrimus, Maturus ibidem Maxilla 4.;x- M ea x.i.er i.x Me cum infinitiuo er accufa * tiuo z.14 Meditatiua uerba r,x4 Meiytui, fui, pronomina x.r Membrum 6. 10 Membratim 6. ro. er x o Membranee Vergamen Mone x.x Memini Memoria mea er mei x.r MemoridyMemoriter ■ 3. $>3 Menda 4.6 Moenia 4.8 Meno,Mcntio 3,2$ Men; , Mentu/m , Mentior, Menti ibidem Menfarius Mentula Meo dormientis Meoiure  Meo nomine Me occupato, er fimilia Mereor Merere 4. no M er itor ius puer, M eretrix0.4 th Mefiis 3.14 Metuo 3.X7 M cww er mei differunt x. r Meam folius ibidem Migro $ Mihi 3.3Z Miles r.T4.er <>.}x Miles frequens Jfcflntor prolintidm ».3* N«fo 7.84 Olus 3.4 Omni Omnium rerrn copias habeo o uis 4.6$ P Onager 4.4* ”r\A bulum  Opcmfiro  JT Pacatus fum. Pacificatus Opcra,ne,Opencpretiu 4.7 6 fum 3.7 5 Opcrofus i.xi P’ 4.3* Vefiime i.7*. Pocmtet 3.4^.CT4.i8 PeftilentidyPeftri m4.7* Polliceri habeo Petere iuguhrn 4.36 Poma cruda 4.ii4 Peto 7.78 Pomtf pra cocta , prmaturOy Petulans 4.107 zrferotina 4.107 Petulantia ibidem Pomarium i.4 QxfUciYSp 4.4 Pomeridiamm ibidem Philomela 6.x 0 Pomum 4.X8 Pompa t I Pompa Pondo Pono conditionem Populabundus Populnus Populus faequens Porcus Porro Fora Forari Portitor, Portorium Pofco Pojjcfio Pojfet te pigere N D E X. 4.J9 Prduum Prae,in compofitione P roecepa, praeceptiones Praecipio Procclarus,Prxclare Praecoquus Praecox Praeditus Praedium P raegnans Praelium Praematurus F rae me fero F racparo 6.40 J.Jt 4.» 7.68 4.9* 4.I07.CT 7.J* 6.40 M* 4.64 4.107 7.17 7.64 Ppjfcfiiua nominum quorundd Pracpofitiones accufatiuo , er locorum 4.67 abUtiuo iunftac i.ty Poti,uim habet comparatiui Praeripio Praefcribit ratio s.69 6.77 Prae fe fcrt,Prac fe ducit 7.17 ibidem Prae jxrt,Prae fe gerit ibidem 3.31 Praefens .CT 4.11X' i.76 Proefenaneum 4.11*. x.xo.cr 33 Praefes, Prae fi deo 7 .67 4.107 Praefidcs hoies,Praefidiu 7 .66 7.78 Praejhns 4.111 z.i P rtjhre 6.16 4.4 Praetiofum Pracful, Praefum,Pro:. x? Praeterquam 3.74 x.x Prtffor,Pr.*7 Prudens fici Pudor Pueri catamiti Pueri meritorij Pugillares Pugna PuUaftra Pullus Pulfare,Pulfatio ibidem .^4 i.7 4.^7* /i» PUrt « Punftum Punftim Punio Pupillus Q. aV adringeni Quadrin genti, Quadragefi nui 37 Quadrimus t.f Quadrinoftio a.jj Qualitas *.J4 Quam pro quantum Quam, ubi deceat 3.74 Quam pridem , Qum dudum - ^.34 QM4m cum gradibus 1.1-7. er is Quammfub diftione, tamen, fubintelligi i.40 Q«4m ut, quam qui, quam pro 1.17 Quamobrem 3.43 Quamuis Quando, Quandoquidem Quando utimur nominatiuo pro uocatiuo Qua pietate es Qjtanqudm x#iI Qy^4Qttid interejl inter prateri* tum er futurum coniuntti* uimodi , r8 r.,7 K x Qki ' Qyiddm J.I6.CT zi QjiiihQuinetUm 4. 4 5 Quippe a'*1'7 Quippidm il6 quis quis er i/i in parcnthcji 5.84 Quis cui proponendum 3-i° Quifquts,Quicun^ i.rf Quijpiam,Quiplum 3.65 Quifq; x*14 q uifque cm uerbo , dut par* ticipio 3.60 Qiiodypro quo res 3 QU0,O~cb i.i5.CTi.37 Quod autem , Quod uero 4.55 Quod comitio *. 40. er 39 Quod feribis gaudeo , et quod fer ibas gdudeo 2..10 Quodeunefc 3>l6 Quodq ; *•*! quo mnM,Qup fecius 1.14 Qjtomodo 4.5 4 Quoniam 4.47 Quoquo 3* 16 Quoquo uerfus 4.8 Quoqj dblatiuus ».*4 Q tjpq; 4.5S E X. q uorundam locorum nomi,* nd, 4.8* Quotannis 6.60 Quotidiana febris 4.108 Quotidianus ibidem Quoties 4. 49 Quot modis iubemus 3. 4* QUOtUS 1-14 Qwwn M* R RApio J.8j RdptMI 6.ZO Rdjlltf R dtio Rationemhdbere , Rdfto coris jht,Rationem ducere Rationum, er propojitiontm inculcatio Re Recompofta Recaludsler Recerfo Receptor – H. P. Grice: “I like ‘receptor,’ but I use ‘addressee’! -- Reciprocatio Recludo Reconcilio Recordationis verba R ccrudefco 4."* R eddo,pro do Reddo gratias 3.41 "R ^ /fm 'Redeo zj6 Reputo Reditui parenthefes 3.11 Refcifco 6.1 3 Reduco R cfyojtdeo 3.45 Refero ad Senatum ?.roo Rcjpondeo fubaudittm Referogratias ?.4r Refes,Refideo i.6f Refero tibiycr ad te 3.38 Refipifco 7.5 Refert cwm fuppofeto x.i Refegno,retego,retcxo iM Refertio, Refertu* 3.33 Rewrrfor Refigo j.6} RbeginenfeSyRhegini 4.87 Refi-agor 4.70 Rfcftor 4.81 Regimen nominum crimina = t«w»,er poenalium Regimen uerboru cwm diuerfa eorum fegnifecatione 3.4* Regionatim <>.10 Relatiui cwm antecedente di * f cor dia elegans 3*9 Religiofws Mr Remaneo 2*3 Remigro 2*2 Reperio 7. i Repeto 2**3 Repetundarum , Repetundis M4 Repignero *.27 RepOjRepto *2 Reporto *.2r Repofco 7.63 Repono intejfeem 3.?r Repofitoriwm Repurgo 2-31 Riditulus i.f Rixa 6.61 Rogatione s 4.43 Rogatos uelim r.2.7 Roma urbs Septicollis Rofarium,Rofctum 1.6 Rumor 4,7 R«rt , 4.S0 Rurfus xj6 S SAccIluiJaJum r.$ Sacrarium x.6 Sacrilegum Salto , Sit/ttfio , Salto J.IOf Saltus ibidem ,cr 4.7* SalubcTybris 4.33 Salue3Saluebis *.3o SaluctOySaluco, Salutare ibide Salutifer 4.88 K j Saltem Saltem}Sane z.17 Sedicula t.7 Sanus 4.98 Seditio 4.63 Sarcina , Sarcinam compone* Seges 4.*f re9uel colligere 4.49 S eget es promatur Sarmentum 4 ,16 Semel rf.10 Satio uerbum, Saturo j.78 Sementis 4. »4 Saxatilis Scmindrim Scala SemifomnusScaturio Sentfor Sciens fici 4.94 Senatorius i.j.er Scilicet Scifcitor 7.6r Senatus frequens 4.9* Scitus S cnatufconfultum 7.100 Scomma ?.io SeneSkjSenedus 4.40 Scribo 5.30 Senes 4.7 Sculptile 1.8 Senilis otas matura Scurra 4.ji Senium Secunda uiceconful Senpbilis9Senplis Secius j.it Sentina 6.61 Sedile i.s Separatim 6.ZO Sedor j.t Sepulchra Secundm propoptio z. Septicollis urbs Roma Secundus Septingem Septingetem Secus uim habet comparatiui Septimonmajejh Series Triumphale Vbi primum Triumphdtor vbify  Triuiahs feientid 4.16 ve x.17 TudyTudinterejl 3,2, veflntio,Veflor 3.8* Tui i.i vefligal 4.59 Tum z.zz vel z.17 Tum uero z.z 4 VelutyV eluti ViUd 6.4* Vindico,vindiftA 2.S Vir 3.70 Vir mdgnx, purus, mediocris conditionis Virgo Viritim 6.10 Virtuofus non dicitur MI Virtutis,?? uitij indolei 4 .46 Vifo • • I.A| Viabundus  Vitium 4.*. er 2.8 Vitium cdpiale Viuarium 1.6 Vitro citrocu A. J 7 VUus 3*3 E X. Vmbr utilis r.8 Vnu A.Jl vnio 6.64 Vnus 3-*7 Vnusaut alter Vnufquifquc - 1.14 vocaiiui in nommatium mu tatio 3.1A Vocare in inuidiam r.ir Vocaui te a uti, e uti, , de uti 3 Vociferor 2.2 a Vocor in fecm Volatilis X.8 V olitxre,Volatus Volo Volucris 4.42 Volumen Vcluptuofus 1.1* Vrbani uiri 4.AO VrbsRoma ibidem Vrbs, frequens 4.9* Vrbs Septicollis Roma 4.43 vfquam - 6.19 Vfy a. e.& • 4.11A vfqueadeo A. 44 vfqucco ibidem vfurpo 220 vfus 2.2 Vfus nominatiui, pro uoedtis uo,z? contra 3.ai index. V fus pluralis, pro jingulari 3.ii Vfus nominatiui , pro accufa= tiuo 3.4} Vfus negationis 3.47 Vtc£tcros 3. xi Vtc£tcri ididem Vt, cum facio,?? committo i. 33 Vffr, er Q uis}cum interroga tione 1. r 3 Vter Kfraw accufit 1.30 Vtcrque cum uerbo,uel partU cipio 3.60 V f,er I ftt,cu fuperlatiuo 1 1 5 Vti *.36 Vtileeft 3.4 9 x.x7 Vtpote ibidem Vtor i.i Vt primum j.tj Vt , pro quam, ucl quantum ibidem Vt?pro quippe , feu utpote z, 18.36.cr ^4 Vtquia *. 3 7 Viqttod ibidem Vtroq^ uerfus x.s Vfrum i.ij V t,fuperlatiuo iunttum i.ij Vt tamen, abijeitur ab oratio = «e z. 40 Vuaceus i.it Vu£ pr£coces, er ferotime 4.107 Vftlftw 4.13 Z Zf«gm4 3.44 FINIS. t 'il SEBASTIANV GRYPHIVS GERMANVS EX CV* D H B A T L V= * GDVNI, annl m4 d4 . Nome compiuto: Laurentius Vallensis. Lorenzo Valla. Valla. Keywords: Cicerone, Virgilio, Quintiliano, Livio, rinascimento, grammatica, dialettica e rettorica, elegantia linguae latina. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Valle” – Luigi Speranza, “Valle e Grice,”per la Fondazione Lorenzo Valla, The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Valletta: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dei liberali, libertari e libertinisti – la scuola di Napoli – filosofia napoletana – filosofia campanese -- filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Napoli). Abstract. Keywords: storia della filosofia classica, Cicerone, Bruto, Cassio, L’Orto, Il Portico. Filosofo napoletano. Filosofo campanese. Filosofo italiano. Napoli, Campania. Eessential Italian philosopher. Grice: “He was a libertine from Naples. I like him. His oeuvre published in Firenze. Studia dapprima letteratura presso i gesuiti per poi dedicarsi al diritto. Insieme a Andrea, e fra i fondatori degl’investiganti, che da impulso al grande rinnovamento culturale che prende grande avvio. Nelle accese polemiche filosofico-scientifiche tra progressisti e conservatori, insieme a CORNELIO, ANDREA, CAPUA e agl’altri investiganti appoggia attivamente i progressisti. Istituì a sue spese la cattedra di lingua greca a Napoli, affidando l'incarico di insegnamento al suo maestro ed amico MESSERE (vedi), illustre filosofo. Cura l'edizione napoletana delle opere e del Bacco in Toscana dello scienziato toscano REDI. Grande appassionato e conoscitore di libri, meritandosi l'appellativo di Helluo librorum et Secli Peireskius alter. Grazie all'interessamento di VICO, il fondo librario confluì nella biblioteca dei girolamini. Saggi: “Lettera in difesa della moderna filosofia e de' coltivatori di essa”, “Historia filosofica”. Lombardi, Storia della letteratura italiana, Tipografia camerale. Nicolini, V., in Enciclopedia Italiana, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Gl’Investiganti Andrea, Redi, V.,, nipote di V. Breve scheda biografica, Redi. Scienziato e poeta alla corte dei Medici. Lettera di V., napoletano in difessa della filosofia, e de’coltivatori di essa, INDIRIZZATA ALLA SANTITÀ DI CLEMENTE XL Aggiuntavi in fine un'ojf umazioni sopra la medesima. IN ROVERETO Nella Stamperia di Pierantonio Berno Libr. ALL’ XLWSTRISS. SIC. AB. ’f FRANCESCO PARTINI * è ;DE N AJOF, • f + • Nobile Provinciale del Tirolo, ec.ec,, l Olto tempo è, Jlluflriffmo Signor Abate, che per darvi qualche piccio- lo contraffegno della divoZioa mia verso di voi, io vado tra me ftejjo meditando, qual co/ a, non del tut- to di] pregevole, e di . voi indegna, do - vejft offerirvi . Ed ora ufcendo da’ miei * 5 tor- .4 . p t * •# . è ..- j» % T“ » 'f '' i*' -ì r .! *orri &; la prima volta una dotta * ed erudita Opera del Sig. Giufeppe V., la quale manofcritta lungamen- te era andata per le mani de* virtuofi; quefta appunto ho . difegnato d' indiriz- zare a voi, sì 5 per darvi un picciolo faggio del de fiderio ardentìjfimo > eh' io bo d' incontrare con e fio voi ferviti, sì ancora per fare un pubblico attediato al mondo della /lima grande, ch'io con- fervo della voftra ragguardevole Perfo- ra . E nel vero fé, com * a tutt' altri è in ufo di fare, io voleffi raccoglier qui le glorie de * trapaffati, teffendo un lunoo catalogo di tanti e tanti glorio fi Antenati della vofira nobile Famiglia, i quali e nell' armi, e nelle lettere rifplendendo, non meno il vofiro Ceppo, che tutta cotejìa Patria ili ufi r areno ; certo de non; uno > ma ben mille moti- osi io avrei per indurmi a ciò fare. Concioffiachè allora egli . mi fi farebbe . tofto innanzi la fingolar perizia nell' ar- mi di PIETRO, illu (Ire, e .antico ger- irne della vofira onorati fiima prosapia, il quale da Galeazzo Vìfconte Duca di Milano meritò d* ejsere fatto Condot tiere delle fue. armi > Mi . fi prefent crebbe fitto gli occhi il valore di quell* altro PIET RO d' età ma ? non di merito inferiore, a cui i eccellenza nel mefiier te ftmil mente della guerra, acqutfiò l* uffizio d) Capitano dell*. Imperador Maj • fimifiano J. i, e di ALESSANDRO altresì, che in qualità pur di Capita • no fi morì in Ungheria. Ma molti, e molti ì anche fiudiof amente, trapalan- do y come potrebbe . poi .fuggirmi dalla vijìa la, decantata dottrina ., fingolar- mente nell* arte Medica > e la probità 9 e integrità de' cofiumi di FRANCESCO PARTINI, il quale in quel feli- ce fecola del cinquecento cotanto s* avan- zò > e ft difiinfe, che meritò le lodi, e gli applaufi d'uno de' maggiori letterati di quell'età, che fu Mattioli • e d'ef- Nell* Epiftola dedicatoria de 1 Di/cor fi /opra Diofcoride al Principe Ferdinando d* A u Aria . Venezia. E negli fte/fi Difcorfi /opra il libro 4- di Diofcoride. e d' e ([ere fatto Prot omedico dì due Ce- fali, cioè Ferdinando I ., e - Maffimilia- no li.'? Cèrto che i pregi di co fiat, i quali di molto accrebbero lo fplendore del- la vofira Stirpe -, io non potrei per mo- do alcuno non Jommamente celebrare: e tanto meno que' di MELCHIORE fuo figlio i il quale dalla matura pru- denza pur di Maffimiliano li. Impera - dorè » di cui era ' Configliero, > fu' (celta a far efeguire ^Imperiai comandamento di por giù /’ armi, fattola'- judditì del Finale in Italia '.(*) Ma io non ne verrei sì toflo a' capo, : quando 'a’ me- riti degli Avi'-vojìrì i.'com' -bó det- to piuttofiò chea voi mede fimo va- le jft riguardare . I pregj degli ante- nati' apportano più (limolo >3 -che lode a' (uccefiori \, ed è molto ' mifer, abile la condizione di colui -, ' il quale noti po((a in altro . mod o diftinguerft, che col! aprire i (epolcri de’ fuoi maggio- ri » \ • r t • r i n* •* a Rofeo Storie del Mondo. a io4« ri, e temendo nn lungo panegirico del- le loro gloriofe azioni, far fi corona al capo di meriti non fuoi.Per la qual cofa, ponendo da /’ • un de' lati quelle lodi, le quali non fono sì proprie dì voi, che comuni non fieno an- cora a tutta la Famìglia, ed alle fole voftre t in cui gli altri non v* hanno parte alcuna rifiringendomi ; dico > che quello, che principalmente rn ha invogliato a procacciarmi luogo nel no- vero de' vofìri fervidori t e che non pojfo fe non grandemente ammirare, fi è quella incredibile gentilezza, e foavità di coftumi.y e di maniere, per mezzo della quale ben fate chia- ramente apparire da qual . forgente traete t origine, e i natali . h non fo per cagion di quefla con qual fronte poffano riguardare in voi cer- te anime t le quali non riflettendo > che • /’ e (fere nate nobili è fiato un accidente, cui altro loro non appor- ta, che impegno di ben imitare gli antecejfori ; di tanta rufiicìtà, e fai - V3&7' falvatkhe^za ripiene comparirono folamente nell * afpre, ed altiere fembr ano .avere ripofia la loro gloria . Poi fiete certamente di un amaro rim- provero a tutti cofioro % e C umanità vofìra, quando attentamente vi riguar- da Q ero, non potrebbe che riufcir loro di jomma vergogna, e confo fione . Ma fic- come y nè alterigia, o di / prezzo altrùi la nobiltà della Famìglia, per chiara, eh' ella fi fa, è fiata giammai baftan- te ad infpirarvi, . Così nè al fafio y o al- la. libertà le •comodità » e gli agj > che dalla fortuna avete : nè .alla vanagloria o alla prefunzione le nobili qualità. dell’ animo voflro, hanno giammai potuto aprirvi la firada, Tanti rari pregi- finalmente, tutti infieme uniti, non fono -fiati valevoli a feemar punto di quella vofira naturale affabilità, e dolcezza di tratto, la quale quanto in altri è più rara > altrettanto in voi ab- bondantemente appari fee t e campeggia . Qttefta vi eccita la maraviglia di tut- ti coloro, che di voi hanno alcuna co. no- • >. . 't d - 'V. •4 ami. difienpì guefia concilia ì* amore, e ^uCfi^nera^iòni de- vojìri Concito adì* . niy^ 0?quefia finalmente induce, anzi con una dolce violenta quaft rapi* ffce, e sforzai cìafcbeduno a farvi un volontario tributo de* fuoi affetti, e del fuo cuore . Ma che dirò di quel - i* bontà j ingoiare, con cui prendete a protteggere qualche perfona ingiù • fiamente oppreffa, e oltraggiata > fa- cendo vedere, non altrimenti effervi fenfibili- i torti > che fi fanno alla ragione, e alla gtufiìzia, che fe a voi me de fimo f off ero fatti ? Voi con quel rincrefcimento fiete folito fentìre i colpi t che la fortuna vibra con - tra /’ onefie infelici perfine > col qua- le gli fentirefie, fi contra voi me- ' de (imo foffero fcagltati ; e con queir occhio riguardate gl’infortuni » e mi- ferie altrui, con cui riguarderefie quel- le de* vojìri più cari congiunti . Di qui è y che e col configlio, e con /’ opera non mai vi mofìrate fianco di fivvenire > e beneficare coloro i quali per la loro innocenza fi ren- dono meritevoli della vofira protezio- ne ; ; ed avendo avvertito, che il ve- ro carattere degli animi nobili, an- zi quello, che piu .all' Al tifiimo ld- dio viene ad accodarci, è * il f allevamento delle per fine \o dalla malignità degl’uomini, >o dall' .avver- ata della fortuna inìquamente fir ac-' date ; voi perciò, avete creduto im - prefa degna di voi lo fendere a que- > fie benignamente il braccio, acciò la Patria vofira potefse andare altiera ; e dar fi vanto -, d'. avere d mercè di voi maifempre aperto un a filo all ' innocenza, re .fempremai pronta una fpada cantra la malvagità, e la co* lunnia . Con tal- mezzo voi rifiorate - i danni, che la me de [una '.per /’ immatura morte dì MELCHIOR PAR- TINI vofiro . degnifsìmo, Fratello ha que fi* anni addietro, fifferti # e quello ~ fplendore le ritornate,%che allora per efser ella refiata priva -d'-uno de'-fuoi più cofpicui, e qualificati Cittadini, ave- aveva pèrduto l ; A che fero molto t molto contriluifcono ancora gli altri due vofìri meritevoli (fimi Fratelli, dico PARTINI Abate della Reai Badìa di San Pietro di Loreto nell’Abruzzo, e il Padre CARLO PARTINI, Definitor Perpetuo Carmelita- no t la prudenza, e pietà di cui è così nota, e pale/e in quefìa Cit- tà. .y che. inut il cofa farebbe il farne per me qui parole . Ma troppo chiaro io m’aveggio d’avere già foverchiamente la modejìia vofira offefa, non ri- flettendo f che una delle maggiori lo- di > che vi fi debbono, è appunto il franco rifiuto, anzi difpregio, che voi fate delle medefime, Solo mi re- fia adunque di fupplicare il generofo animo voflro a ricevere in buon grado ia piccolezza del dono, che umilmen- te vi offro, non alla qualità di ejfo, ma al de fiderio dei donatore riguardan- do \ e pregandovi in fine a non difdirmi la fofpirata grazia d’effere anch' io allogato tra i voflri ~ fso v • y i,,, • Di V.S . f . i l Rovereto; V *'> 1 ^ «a ^ V . o V ^ / «' • 1 t i  t • V « • 1 J VmìUfs. Devotìfs. ObbUgatìfs. Servo Pierantonio Berno. lo Digitized by Google LO STAMPATORE A CHI LEGGE. NON poco tempo e (Tendo, che va per le mani degli ftudiofi una Lettera manoferitta di V., letterato napoletano, in difesa della filofofia, e d’ alquanti Tuoi concittadini profeflori della medefima, dirtela: ed avendo rav. v ifato, com’ella è molto avidamente ricercata, e letta dagl’intendenti ; ho (limato di far colà grata al pubblico, ed alle per* Ione letterate, dandola fuori per mezzo delle (lampe, sì per renderla più comune, e sì ancora per levare la briga a chi deli* dera averla, di farla tralcrivere.* (concia co*, là parendomi, che un così utile lavoro ve* nirte tuttavia contaminato, e guado dalla trafeuraggine, e fonnolenza de’copifti. Io a» vrei per verità molto caro avuto di abbattermi (e non all’ Originai medelimo dell’Autore, almeno a qualche copia elàtta, e fedele; il che per diligenza ufata non m* è venuta pienamente fatto di conlèguire. Spero però,' che mercè 1’ afliftenza da perlbne delle buo- ne lettere amanti predatami > le quali lì fono validamente adoperate in correggerla, rive- dendo poco men che tutti i palli nel proprio fonte, e togliendovi que* moiri, e quali in- finiti errori incorfivi nelle copie ; il cottele Lettore non avrà molto che deliberare . V* ho in fine aggiunta un’Offervazione fopra la medefi ma, affai tortele mente dal Sig. Gir ola- 7 ino Tartarotti Róveretano comunicatami, la quale fono più che certo, o Lettore, che non t’ increfcerà d’aver Ietta. Vivi felice, e - favorirci col tuo aggradimento la buona incli- nazione,- ch’io ho d’adoperarmi a tuo van- taggio . La fegùente notizia, polla per più contezza dell* Autore dell’Opera, è tratta dal Leffico degli Eruditi del Sig. Burcardo Men. thenio . Giureconfulto Italiano, na. Io in Napoli . fece la pratica nella sua patria, e ranno una copio, ftffimd libreria, injìeme con un gabinetto prezio fo di monete antiche, in frizioni ecì Corrifponde . va co ’ più infigni Letterati d’ Europa . Traduf- fe alcuni libri dall ’ Inglefe in Italiano . Scriffe un libro della necejjìtà della [olita pratica in ma- teria di religione, come pure un ’ opera toccante V impresone di monete move. BEAT1SSIMO PADRE. f * » 4 %# * • * t • f f • f l,i * ; r r* « * I. s. »4 I Ntichìflìmo coftumefu Beatissimo Pad re,o dir il vogliamo naturai genio, ovvero inclina- zione, o qual egli fi .fia avvenimento degli uomini, i quali a’pofteri hanno avuto in penfiero di lafciar qualche memoria per mezzo delle lettere, di muoversi a tal opra da picciola e lieve oc- cafione, ed. alle voi ce incominciare da balle, e aHai deboli fondamenta, ed indi poi pian piano p a dare più olcre fin- ché al defiato fine fi aggiunga ; e quali Tempre digiuni, e non mai fazj di di- vorare fulle carte il tempo, e l’ore. Quindi è, che veggiamo, che una fatica, la quale fui principio fu ftimara opra di pochi fogli, tratto tratto li avanzi » e fi accresca in tanta gran- dezza, e mole, che a gran pena fe ftelfa comprenda . Lo ftelfo eflere av- ' venuto a me io già divido; ma non fo com’egli avvenuto fia . Perocché avendo già per foddisfare al gènio de* Deputati » incominciato a fcrivere una lette- ra indirizzata alla Santità' Vostr a intorno al procedimento del Santo Uf- fìzio nella noftra città di Napoli ; certo è, che io non ebbi altra intenzione che di raccorre breve e femplicemente le ragioni) ch’ella ne tiene. ..Indi po>i crefcendo da giorno in giorno, o ciò folfe per l’ampiezza della materia > o per la moltitudine delle ragioni, e va» rietà degli argumenti, e delle autorità che fi recavano in prova; s’ è tant’ol- . tre la fcrittura avanzata., eh* è -per comporre un volume intero. Così io mentre pensava d’avere già compita tutta la fatica, volli ancora inveftigare la cagione, el’origine de’movimenti e tumulti della nostra città, acca» » duti per tal procedimento nel tribunale del Santo Uffizio ; quand’ecco che io conobbi-, Ae vidi chiaramente, che la cagione-di tai tumulti altro non fia fra- ta c che una tal gelofia, per così dire, di Scuole coll* occafione d' una . certa filosofia, nomata comunemente moderna, avvegnaché dia fia anct» chiffima, e profetata dagli uomini mi- gliori, e più fa vj della noli r a città. £ perchè la cofa o non è pur ben intefa, ovvero fe intefa, per ambizione, por aftio, o per altra cofa, è contrafiata a campo aperto, fono forzato, come av« vifai nella fuddetta altra fcrittura > con quell* altra lettera, indirizzata pari- A 2 racn- f i mente alla santità vostra, dimoi Ararne apertiflinumente la verità. ( per ordine ancora datomi da’ medefimi De- putati ) acciocché niente li taccia per quello, che convenevolmente appar- tiene alla difefa così della vita » come della fama de’nostri cittadini; e difendere un lungo ragionamento per far palefe una volta e più chiara teliimonianzaal mondo dell’empietà della Filofolia Ariftotelica dell’innocenza di quell’altra che chiaman moderna; al di cui manifeflamento ben poteano dare opera gli altri, e non ftarfene sì lentamente a ripofo in una causa pubblica, e di tanta, importanza, pella quale ne lìamo malignamente tacciati, echi per eretico – H. P. Grice: “This New-Jersey philosopher, G. P. Baker, had the CHEEK to call me a ‘heretic’!” --  e chi per Ateo» secondo il livore e l’ignoranza di quelli banditori del peripato; mentre vene sono pur molti intendentilììmi di quella filosofia, che meglio di me» e più profondamente l’appararono» il che loro eforco a fare ugualmente, per non cadere almeno nel bialìmo» che CICERONE da a coloro, che appretto di fefolirengon na 'corti i tefori delle lettere!,, senza farne partecipi gli altri; così dicendo nell’orazione a favore di Archia . Pudeat, ft qui ita fe litteris abdiderunt, ut nibil po fjìnt ex bis, neque ad communem adferre fruSìum, ncque in : adfpeSìum, lucemque proferì re . Ma non con animo, che pubbli- candoli quella fcrittura » vi lìa taluno, che fcrivcndo full’ifteffa materia, del- le medelìme co fe li avvagha, facen- done un’ altro edificio, in cui non vi ila di nuovo che una deferente figu- ra, e dimenfione. Laonde tralafciando la parte difpu- tabile, dalla quale fempremai la veri- tà fugge, e ne va lontana, opponen- doli ragioni a ragioni, . argomenti ad argomenri, e fpette volte iofifmi co* fofifini pugnando » con aliai delibera- to conliglio ho, fcelta la-parte idonea, in qua ponete, argumenta licei, non argument ari ., La quale ettendo màe- fira della vita, e de’ tempi, e de’co- A 3 ftu- fiumi allo ferì vere di Cicerone fteflò j potrà affai bene acconciamente com- parire più fchietta, e più finceramen- te difenderli avanti la Santità Vostra la caufa oneftilfima, e il diritto di quella Filofofia iniquilfimamente oltraggiata dalla turba de’peripatetici. Così furon degni di grandiffima loda tanti fcrittori, e Greci, e Latini; i quali all* i fioria fi appigliarono, ponendo perpetuo silenzio alle dispute, tormento degl* ingegni delle Scuole licenziofiflime delle feienze: così ancora fu degnilfimamente commendato anche dagli eretici fiefii il dottilfimo Baronio, il quale dovendo scrivere delle cose appartenenti alla nostra chiefa cattolica lasciando a’chiostri le controversie, e le questioni, eresie con assai maturo, e più fano avvedimento la parte ifiorica per trarne le confeguenze- più vere, e reali . Plus enim Annate s Baranti > quam Controverfue Bellàrmini bar etici s necuerunt . • .£ qui io avrei già finito, nè bifb. gnerebbe più dilungarmi: ma perchè 1* origine di tutto ciò è. d’ uopo che Ha palefe, prima di paflare più oltre, e affine,,-cbe niente fi taccia per quello, che appartiene alla difeia, così della vita, come della fama de’noftri cittadini; egli è neceflario far noto ancora alla Santità' Vostra, che 1 * origine di quelli nuovi rigori dell' Inquifizio- ne ella è data, che vedendoli pur trop- po fuora de’chioftri dilattate le lette-, re, e propagata nella noQra patria la Filofofia, la quale o fia. propria fata- lità / portando fempremai feco defla difagj, e fyenture, come dice Boe- zio, Atque boe ipfo affine s fuiffe vtde- mur maleficio, quod tua imbuti dìfcU pìtnis o Pbìlofopbia :o-fia per propria- gelosìa delle fcuole degli altri Filofo-, fanti ; perchè Nibil volunt inter borni' nes credi jmlius, quam quod ipfi te w, nent / ha cagionato a’ medefimi fai movimenti,. che fi fon lafciati a dire, .che quella fpffe di pregiudizio aliano* Ara fede, perchè da’ principi d’ A-ri-, A4. fio- . /•» Itotele lontana fia, come per la tanta autorità data ad Arinotele, diede motivo a taluno di dire fcherzando: Se»* %a Ariftotele noi mancavamo di molti articoli dì fede : come fe quelli fossero (tati cavati dalla dottrina d' Ari- notele, e non dalla facra Scrittura, e da altro ; che tanto dir non fi po- trebbe di S. Paolo, quanto alcuni han detto d’ un autore gentile, quando, come fcrifle un altro autore, e con fenno : Sanila fanliorum non babet _ bete Pbilofopbia . Ma prima di venire allo fcioglinaen- to di quelle vaniflìme oppofizioni, egli è di bifogno ricordare alla Santità* Vostra, quanto fia (tata commenda, ta la Filofofia non meno da' Gentili, che da’santi padri medesimi. Ecco quel che se diffe Tullio CICERONE. Philosophia am vita parentem, et hoc parricidio fe quifquam inquinare audet y et tam impie ingratus esse, ut e am accufct, quam vereri de ber et etiamfi minus percipere potuijfet ? Giuftino così : Philosophia est revfrà maximum lonutn t et poffeffio i et apud Deum verter abili fi qua" ducit ad eum > et fi flit fola et fanti i, beatique Htì, qui mentem et donane. E più oltre: Nemo fine Pbilofopbia reti am rationem intelligit; quare omnes homines pbilofopbari % et barre pracipuam fanti ione m ducere (de. San Clemente 1* Aleflandrino n* avvifa lo fteflò, e Sant* Agortino parimente co- sì : Qui Pbilofopbiam fugiendam putat % nibil vult aliud, quarti noi non amara fapientiam . E 1’ A portolo quando dif» fe, Videte ne quii vos decipìat per Pbi- lofopbiam t egli intefe di quella Filofo- fia, la quale con folli argomenti da Sofirti > e fecondo lemalfime del mondo 6 produce; il che chiarirtimo fi feor- ge dalle parole che feguono, a ut ina • nem fallati am % fecundum traditionem bomìnum, fecundum dementa mundi . 11 che vien dichiarato da Sant’Agoftk no medefimo, detto luogo fpiegando: Et quia ipfum nomen Pbiiofopbia ft con- fiderete rem magnam, totoque animo appetendam ffgnifieat fiquìdem Pbiìoì fophia e fi amof yfiudìumque fapienti, . cautifftme Apcfialus h ne ab amore fapie a*, ti* deterrere videretur, fubjeeit fecun - d*m dementa bujus mundi . . Egli è dunque affai ben chiaro, che nè Satv Paolo, nè Sant* Agoftino, o niun altro fanto Padre, Greco, o La- tino, abbia giammai pretefo, che quel» la apparare non fi doveffe ; anzi che leggiamo tutto il contrario, come s’è detto. Al che aggiugner u può - l’avvertimento di S. Clemente l’ Aleffandrino fopral lodato; Pbilofopbiam ante Domini adventùm, Crucis ad jufiitiam fui (fé neeeffariami nunc autem ad pei caltum t et pietatem utilem effe (*j La m* * » i j C|tt3e l • ...(*) Quello non fi vuol in terpefrar In modo, che S* Clemente Aimafle, che I Greci fi giufti6catfe- ro per mezzo della Filofofia .» Egli credeva, che la Filofofia remotamente gli difndnetfe alla cogni- zione di Crifio, dando lor notizia del vero Dio, c fomminiftrando loro i mezzi per isfuggire gli er- rori . Per altro fenza la Divina grazia, la fede, la carità &c. non credette, che uom fi giuftificaf- • fe. Vedi Naral Alefiàndro Dijfert. Vllh in Hijior ., E cc kf. f*c. IL Digltlzed by Google qual co fa ugualmente avverti il Cardi* nal Palla vicino : La Fibfofia nelle dot- trine Teologiche è utile come i foldati frante ri negli eferciti; cioè in maniera che fervano > ma non comandino. Imperocché a tutti fi permette la liber- tà di fìlofofare. Bona mene ( dice Se- neca ) omnibat patet, omnes admittit, omnes ad hoc fumus nobile r, nec rejicit quemquam Pbilofopbia, nec digit > omni- bus lue et . Tanto maggiormente che la natuta invidiofà per così dire a li- vellare i fuoi Segreti avarifiimaraen- te permette, che ora una cola, ora un* altra fi fveli, come s’ è finora fperimentato per tante ofiervazioni fatte e che fi fanno in molte cele- bri Accademie dell* Europa, (copren- doli fempremai novelli arcani » non che nuove, e plausibili opinioni nel- le Filosofie . Jn Pbilofopbia ( lafciò fcritto Seneca fcefio ) re maxima, et involai iffima, cum etìam multum atìum fuerit, omnis tamen atas, quod agat, inveniet . Quindi Atenagora, che det- tò k* tè un’ Apologia . a prò de’Criftiani agl* Imperatori Antonino, e Commodo ambeduo filofofi, dille : Nulìum in Pbilofopbia rcdundat Crimea .. £ più oltre così : Profeto autem bac crimine vacat . Tutto ciò però intender fi dee per la cognizione di quelle cole > che dipendono da caufe naturali, non altri menti foprannaturali. Il che fu con- fiderà to dal medefimo Seneca, ancorch* ei fofle gentile . Perfeveras ire ad bo~ nam mentem, quam fiultum ejì opta - re, cum pojfis a te impetrare. Non fune ad Ccelum eleva» da marnisi &c. £ pri- ma di lui avvisò Simplicio, Eos folum de cauffis naturalihus pbilofopbari fiata « ifie: nequaquam autem de Ut ^ qua fa « fra naturam exifiebant . r : Ora fia lecito d* efaminare più efpref- famente, fela Filofofia, che chiama» Moderna fia d* alcun pregiudicio alla noftra fede cattolica. Primieramente è neceflario, ch'io rinnovi alla mente della Santità* Vo- stra quei tempi più frefchi, in cui sì felicemente apparò le feienze tut- te, e con ciò : io rinnovèlli, e rallegri infìeme . 1* idee della prima fua età ; perchè non v'è co fa (come ditte Bentivoglio ) che maggior- mente I’ animo ricrei, che la memo- ria degli anni fcolarefchi, perchè ciò egli non è altro, che un tornare a vi- vere quella vita innocente, e piò lieta dell’ uomo. Si ricorderà dunque Vostra Santità», che malamente quefta Filofofìa fia nomata moder- na, perocch* ella è più antica, anzi la primiera d’ Bardefane, ed altri difenfori della Religione, furono tutti Platonici • Ed a chi non è palefe l’A- leffandrina fcuola in Oriente, ripiena di tanti fanti Padri, e tutti Platonici? Origene, Clemente, Cirillo, Eraclio, Dionifio, Atanafio, ed altri, io modo che Aleflandria, non meno per lofplen» dorè della difciplina Ecclefiaftica, che della domina, fu dimata un’altra Ro- i ma, e la feconda fedia Patriarcale do» po quella di S. Pietro . Sant’Agoftino nel libro delle Confefttoni di fe fteffo, e \ d* altri rettifica eflere flati Platonici, quando e’ narra la vilìta, che fece a Si m> pliciano > maeftro dì Sant’ Ambrogio, raccontandogli i libri eh' egli aveva letto de’ Platonici, da' Vittorino Ora- tore Romano tradotti in Latino, che morì poco dopo d’elferfi fatto Criftia- no . Sopra la qual cofa fè palefe anco- ra il piacere, che ricevette Simplicia- no in fentire, che non era caduto nel- la lezione d'altri libri di Filofofia, pie- ni di menzogne, e d* inganni; ma lo- lamente in quei de' Platonici, che in* fegnavàno la conofcenza di 'Dìo, e del Verbo Divino, le di cui parole fono qu ette: Gratulatiti eft ntìbi, quod non in aliorum Pbilofopborum f cripta incidi f- fem, piena faltaciarum, et deceptionum, fecundum dementa bujus mundi : in illh autem omnibus in ftn aari Deum ' % et ejus Verbum . Indi Agostino ileflo poi gli 1 chiamò i Filofofi di Dìo amatori ; ed Eufebio nel libro XI. della Demolirà- zione Evangelica, narra, commendan- do tanto le contemplazioui di Plato- ne, averle tratte da’facri libri degli Ebrei, cioè dell’Ente primiero ndelPI- dee, deli*, immortalità dell’ Anima, della produzione dell’ Univerfo,;del bruciamento del Mondo, del R i forgi - mento de’ morti, della Terra cele (le* e del Giudicio'. ultimo : il cbe vieti ri- portato ancora da Teofilo Galeo in di- fefa della Filofofia Platonica; ed Eu- febio. (lefib la difugualianza tra la Fi- lofofia Platonica,.e T Ariftotelica in quella maniera divisò : Mofes, Hebra't- que Pro.pheta beate Divendi finem tn P r ih mòdo • che fecondo la jua dottrina il Mondo * non è già - una monarchia, ma poliarchia y o piuttòflo anarchia p. ciò che -San 'Gregorio Na%i. anzeno ha' affai ben condannato . * II, Platone chiama 'Dio nofìro sovrano Padre: Arinotele non conosce ver fin Dio per padre . 1 * «4 u«>v > -.-v. -> Platone nella sua Repubblica – H. P. Grice, “Plato’s Republic and Philosophical Eschatology” -- affìcura, che Dio fia > una fo fianca (empiici fftma : • Arinotele ah duo- decimo della fua 'Me taf (tea, lo pone nelC ordine degli animali > e dell' effe n^e compone. B 3 IV- il Platone nel [e fio della fua Repubblica, che Dio fta nofro fommo be- ne : Arinotele al duodecimo, della fua Metafiftca, che' Dio fta un bene, che conviene folamente al primo Cielo > del quale egli è Motore. >, Platone nella sua Repubblica – H. P. GRICE, PHILOSOPHICAL ESCHATOLOGY AND PLATO’S REPUBLIC -- y che Dìo fta la fovraha Sapienza: . Arinotele y che. fta un' intelligenza, che conofcendo le cofe un he rf ali » non, f appi a le. particolari. Platone nel Timeo y che il divino sta onnipotente. Il Lizio nell opere sue, che, non abbia altra potenza che di far muovere il cielo. L’ACCADEMIA nel.Filebo, nel Sofista e nel Parmenide di VELIA % thè . il divino crea le sostanze incorporee: il LIZIO che tati . ? X; Piatone, che il Mondo offendo' un corpo, abbia . una potenza finita: Ari-, (tot eie, che il Cielo, e il Mondo abbia- no una potenza infinita dì muover fi . Platone y che il Cielo, e il Mondo come corporei ftano corruttìbili Atintotele incorruttibili « - = XII. Platone, che- Dìo [taf opra ogn\ e fiere, J opra ogni foftaitzai Arifioteic-y. cbe’fìa falò foftanza . X /. . Platone che hi fogna pregare D.io .a fiacche ci ' faccia buoni.: Anfiote - le,, che Dio. -non .poffa- fentire, le no fi re preghiere, non conofcendo le cofe parti» eoi ari . XXllvP laton* i/ebe p uomo di buo- na vita. i:. fta gradevole' a Dio: Art fia- te le, che non .io gradifc4-\ t % 'non cono» fcendolò\ «'Vi (. ^ viv, Platone, che dopo morte, 7* anime de * malfattori fatto gafligate : ' A- ri flot eie-, ube /’ anime e fendo corrotte Col corpo i non -patif canti- più altro . XX^fV.- Piatone y^ thè, i' morti rifer- gerantio' 1 Arijìotele, che dalla privanti* otte all'abito non vi fia "rif òr pimento . Piatone, che V anirne derub- ili faratino collocate in luogo y dove fa- ranno molto' felici i' Arinotele non cono- fce alcun- luogo di quefia fori a . Quindi il Sidonio-difle, Explicatut Plato, ìmpiicat ut Ari fot elei, 'e il Pei trarca del difcorfo dell* ignoranza di fe ftefloy e d’altri, attéfta, che Pia* toner» Divinum, Ari fot e lem Damo» iuta Grati nuncupabant ; e però nel Trioni» fo della Fama, così di lui. degnamene te canto: A • • t I n it . V'olfimi dà man manca, e vidi . Plato, Cfo n quella fcbiera andò più prefr, . fo al fegno, . s «* 4 / ?«*/ aggiunge, a chi dal cielo ^ dat o • .. E finalmente tutti concordano, che la filofofia dell’ACCADEMIA fia fiata la più favorevole > ed acconcia, e quella d* «Ariftotele la più contraria, e pregiu- diciale alla dottrina della nofira Chie- fa cattolica, E Sant* Agoftino attefla. Platonica f amili* Pbilofopbos facillìme omnium, paucifque mutatiti r fieri poffe Cbrifiianos, Anzi un Autore, che fé* ce una Diftertazione del modo di ftudiare la Teologia, impreca coll’altre di Ugone Grozio De Jìudiis inflit uendis, vituperando aifatto la Filofofia Ari» fio te lica, e ragionando egli degli anti- chi Filofofi Crifiiani, così dice \ \Qm quis effet Arifiot elicti s, eo minus • Còri- flianum fuiffe E, de’ Padri foggiunge : Olir» multi viri pii, (S doElì % Origene: t Clemens Alexandrinut, Jufiinus, Augu - jlinu !, et alit y ex Plafoni s fcbola ad £c- clefiam Cbriftianamtranfierunt : f ed nul- li y aut certe pattei ex fcbola Ariftotelis, qui metaphyftcis ejus fpeculationibtn, et arguti is inferii erant . E il medefimo autore dice f che Pietro – NOT STRAWSON – GRICE -- £amo erafi d’opinione, che fi dovefle bandire da T tutte le scuole, ed Accademie la Me-t tafifica d’ Ariftoteleu Petrus Ramasi I ( fono parole dello fleflò Autore ) stiri do fi us, et perfpicacis in Philofopbia ju- dici't ( luet Ariftotelici contra fentiant ) Tbeologiam illam, quam ? Arinotele s in Metapbyjica docet » impietatem omnium impie tatum maxime execrabìlem, et de-> tefiabilem effe confirmat, adeoque ex A- cadem'ùs exterminanàam, ut a multi s fa- flit atum efi . Avendo egli ancora propo- fto> fecondò l'ufo dell’ Uni ver (Ita di Pa* rigi, primach’ ei fofle creato Maeftro, e primachè caduto fofle nell’erefla, pub* bliche Conclufioni,per le quali foftenne, Qutecumque ab Ari jlot eie dì fi a funt^falfa 4 et commentiti a effer, e perciò ifuoi fcrit- ti in Francia in grandiflimo pregio fono tenuti . £ di Guftavolte di Svezia rap* porta il medeflmo Autore > che Omnes Metapbyficas a regno fuo expulit t et exfu- Idrejuffit . Come primamente Antonino Caracalla, conofcendo ancor egli quefra verità, vietò affatto l’ Accademie de’Peripatetici, 'facendo bruciare ancora tutti i Iibrrd’ Arinotele . E Pietro Poi- ret nel libro de Deo, le diede più. che bando dalle fcuole con quella ’ defini- zione: Pbilofopbia e fi contemplatiti, vel cotnpages nugarum Scbolafìicarum ) Ari - fiotelicarutii t vel fimiVtum, ad oblivi] ce n- dum Dettm, mentemque tumidi s tenebri! t et inquieta - pet ulani ta implendam ; In modo che da’ mèdefimi Eretici fi con- feda edere la Filosofia Ariftotelica dan- nofilfima al Criftianefitrio. : £ chi potrà giammai dubitare, che la Fftofofia Ariftotelica- fia Hata l’uni- ca e fola cagione, anzi l’origine ftefta di tutte 1* creile, eflendo ciò mani fe- llo per l’autorità di tutti gl’lftorici, e di tutti i fanti Padri, ' che in quei tempi fiorirono, i quali erano predenti alle difpute, e ne’ Concili ftefti per confutarle ? Aezio Vefcovo d* Antiochia ne’ primi tempi appunto della no- ftra Chiefa, non fu egli Eretico, e poi foprannomato Ateo: Astìus Atbe- usì non peraltro, fe non perchè troppo addetto alle Categorie d* Arinote- le egli era, come nota Svida; ed Epi- fanio, e Gregorio Nifi'eno lo ftefio afr fermano.. De Chrijìo magis Academico t quant Eccleftaftico more f ape differebat. E fattoli pertai fofifmi Eretico, e poi Ateo, coro’ è detto,; fu. privato della Chiefa, e la fua fetta,,ch’è la ftefla, che l’Eunomiana, detta da Eunomio fuo, difcepolo, e compagno nell’erefia; fu fino alla morte perieguitata dagl* Imperadori Onorio „ è Arcadio ; e Te- miftio Ariftotelico, come nota Svida ftefio, chefcriffe fopra il trattato del- la Fifica ». dell*. Animai» e d’altri libri d’ Arinotele, fu Eretico, come Gio- vanni Filopono. ; N ice foro così d’eflb loro dicendo : Johannes ifte Philopone - us Alexandrìnus, . ita ut diximus T rithei- tarum i hdereticorum pr afe Bus fuit, prò- inde atque olim Tbemiftius Pbilofopbut jub .Valènte Agnoetarum feft et, qua conventi» lucis ad Be- Hai? £ S. Gregorio Nazianzeno ugual- mente ne fa molta doglianza, dicendo : In Ecclefiam irrepftffe captiones fopbiflicas, ac pravum art if cium Arinotele# artìs, et bujus generis alia, veìut ALgyptiacas quafdam piagar . E altrove così . Abjice Ariflotelis minutiloquium, Jagacitatem, et art ifi cium: abjice mortale s illos fuper Anima fermones,& human a illa dogmata. Ed in altro luogo deteftando in tutto e per tutto Ariftotele il chiama Struggit »• re della provi de n^a Divina . Ireneo in in quefto modo ne parla: Minutiloquium, et fubtilitatem circa quajìiones, cum ftt Ariflotelicum, fidei inferre conantur : Lattanzio così ; Arijlotelem de Deo ìpfum fecum dtfftdere, et repugnantia di- cere t et Jentire immo Deum nec colu- ti, % nec curavit « San Girolamo ad Eu- ftochio feri vendo : Attende et tu fa - tuorum fapientum princeps Ariftoteles . In altro luogo . Omnium b*reticorum do- ppiata fedem fthi et requiem inter Art - fiotelif, 0 Cbryfippi [pineta reponunt, et Ut fub diem cunfia concludam fer mo- ne, de illis fontibus univerfa dogmata argumentationum fuarum rivulis . trabunt . E femprcmai.con aperto vocabolo Gi- rolamo fteflb verfutiet chiama gli ar- gomenti di lui. Origene ne* libri ch’ha fatto contro Celfo, grida in più luo- ghi contro d’ A ri Itotele come nocivo al Criftianefimo > e la maggior parte degli altri fanti Padri fono del mede- limo fentimento, come Sàn Giuftino nel Dialogo per la verità della religio- ne Criftiana- con Trifone Giudeo : S. Clemente PAleflandrino nelfuo avver- timento, . che fa a’ Gentili ; Eufebio in più luoghi delle fue Opere: Sant’Ata- nalio contra Macedonia no : San Gre- Digitized by Google gorio Ni fieno eontra Cunomio : San Gregorio Nazianzeno più voice nelle fue Orazioni ; Sant* Epifanio ne* libri contro l’ercfie : Sant’Ambrogio di nuo- vo ne* libri degli Uffizi : S Gio. Grifo- ftomo fall* Epistola a* Romani ; e fo- pra tutto, quel» che ne feri fie Tertul» liano in più d’un luogo nel libro delle Prefcrìzioni, e dichiarando egli quel di San Paolo, Ne quii tot decipiat per Pbilofopbiam, intende egli quella d’A« riftorele vana, e fallace per fentenza di tutti. Quindi Cirillo l’ A leflandrU no gridava.* Heeretici- nìbil aìiud, quarti Arifiotelem ruSlant . E Sant’ Ambrogio con ugual fentimento, e colle lagrime agli occhi dicea, Reliquerunt Apofiolunt » fequuntur Arifiotelem . E fra Moderni Melchior Cano così ; Habent Arifiote- lem prò Cbrtfto, Averroem prò Retro, et Alexandrum prò Paulo . E tant' ab tri, i quali l'hanno riprovato, e con* futato, foto per timore, che non s’irn- primefle al Criftiano un carattere deb fa fua dialettica » per efler tutta con» *• C tratraria alla femplicità della fede > la qua» le altro non richiede, che una umile fommiffione» e totale credenza, fenza veruno ragionamento, e difcorfo uma- no . E finalmente lafciar non fi dee ciò, che ne fcrifle S. Vincenzo Ferre-- rio » che fremeva contro un tanto abu- fo nelle Scuole . Quel Predicatore io dico tanto zelante, che introduce la vigilanza dell’ Inquifizione .per man- tenere la purità della fede, non appel- la egli queft-a dottrina d’ Arinotele, e quella d‘ Averroe fuo feguace, Pbia ìas ir che nell’ anno MCCIV. fotto Filip- po ;1* Augufto, per pubblico confi- gli©,' come dannevoli alla noftra fe- de i libri della Metafilica, che al- lora folamente veduti s’erano, e tut- ti gli altri ancorché, non veduti, e foflcro per ^comparire, fu ordinato > che fi ì mandafiero alle fiamme . Ec- co le : parole ., dell’ Iflorico riporta- .te dal medefimo Padre Petavio > in diebus .uillis .legebantur, Parifiis. li- belli quidam ab Arinotele > ut dice ? » C i ban- bamur, compo fiti t luì aocebdnt Meta - pbyftcatn, éf 4 Graco in Latinum translati; qui quoniam non folum pre- dilla bareft fententiis (ubtitibus occafto * **0» prabebant, ò»/»o 6 * 4/»/ sondane investii pr abere poter ant, jufi funt 0- mnes comburi t et fub paena excommuni- eationis cautum eft in eodem Concilio, ne quìi de cetero eoi fcribere, legere fra fumerete vel quocumque modo b abe- re. Esfei anni dopo che fu condanna- ta ia Metafilica dei medeiimo, il Car- dinal di S. Stefano mandato in Fran- cia da Innocenzio III. in qualità di Le- gato, proibì a* Profeffori dell* Oniver- fità di Parigi d’ infegnare più la Fifica del medefimo Arifrotele, il che fu con- fermato poi per una Bolla di Gregorio IX. come ancor prima per lo Concilio •Tu rose fe fotto Aleflandro IIL fu pa- rimente vietato leggerli più la Fifica a’Religiofi ; quindi dall* Università del- la Facultà Teologica di Parigi, c da Francefco primo fu fcabilito > Che s* r infognale la f 'anta Scrittura, i fanti Canoni > i fanti Padri, la Teologia an- tica con tutta la purità e femplicità pofjtbile, e che fe ne sbandi (fero tutte le vane fattigliele, come riferifce coll* autorità di molti, M. Baillet . Alma* rico ( narra il medefimo Ifrorico, ri* portato dal P. Petavio (tetto ) non fu egli eretico, come feguace de* princi* pj d* Arifrotele? Simone de Turne ce* iebre Profettòre di Teologia della me- defima Univerfità di Parigi, e David Dedinant, poco tempo dopo, non fu- rono acculati per eretici, come trop- po attaccati, a* fentimcnti d* Arinote- le ? Gli Abailardi t i Lombardi, i Poi- * tierfi, i Porretatii» come Iettatori del medefimo, non furon eglino eretici ? Quefte fono le parole del prologo del libro contro le fentenze de* medefimi condannate « Quii quii hoc legerit, non dubitabit quatuor labyrintbos Francia, id efl Abaelardum, et Lombardata, Pe- trum PìEìavìnum, et Cilbertum Porre* tanum uno fpiritu Arijìotelico affiatos, C j dum 3 * . dum ineffabtìia Trmitatis, et Incarna- tionìs fcholaflica levitate t raffi arcnt, multai barefet olim vomuiffe, et adbuc errore s pullulare. I Luteri, i Calvini, iMelantoni, i Buceri, i Zuinglj, e ' gli altri loro feguaci, ancorché apparen- temente fi dimoftraflfero nemici. d’Ari- ftotele, gettarono, e coltivarono i loro velenofi Temi, non con altri ^principi fe non 'con quelli d’Ariftotele ftefio . I Pomponazj, i Porzj, ed altri traligna- rono da’ veri fentimenti deirimmorta- lità dell’anima, non con altro errore, fe non con quello d* Ariftotele medefi- mo . I Serveti, i Socini, i Poftelli, non con altra direzione che di lui ftefio divulgarono que’ loro pefiimi ritrovati ; e fceleratifiìme innovazioni alla noftra Religione . 11 Macchiavellifmo, ch’è lo ftefio che l’Ateifmo Exiit ( dice il Campanella, col fentimento ancora di Melchior Cano, dottifiimo Spagnuolo, ed uno de’ più facondi Scola dici del Tuo tempo, ed il maggior ornamento della famiglia Domenicana, degnifiimo Vescovo nell* Ifole Canariè, e fu eziandio uno de'Padri, che intervennero ahCon- cilio di Trento) exiìt t torno a dire,, ex peripateticifmo Il quale aggiunge ancora: Ex Arinotele nata sunt IN ITALIA pe* fiifera illa dogmata de mori alitate animi, et divina circa res bumanat improvi dea- tia. £ Seneca ancorché del portico, perchè la filofofia del portico del cristo li agguaglia,' come dice Girolamo il Santo nelle Aie Epistole non fu valevole ar cancellare dal cuore di NERONE (vedasi) Aio discepolo que peftilènriflìmi. sentimenti, che imprefli. gl'avea. Alèssandro d\Egea Aio primiero maeftra f efilofófo peripatetico. Come peripatetico è ancor Sergio, il maeftrcnperfidilfimodi Maumety il che vien riferitò da PICO (vedasi); avendo ancoi egli -- Aridotele io dico -- d’una maniera- insegnato la sua filosofìa ad Alessandro, e d’um altra in Atene, quasi che varia, ediverse la.l natural filosofìa insegnar si dovesse ad un principe ciré al popolo; del che molto-de me. querelò Alessandro  cor» 4 ®. Arinotele fteflb, il quale è ambiziofó nel dominio delle lettere, come fa di più mondi . £ il Carpentario, ancorché eretico, nel principio del libro della fua filosofìa libera, non dice libera mente così tjQuis enim ita server si genti e si, qui mecum nitro non fateatur., philosophorum principi – d’Arinotele, non di H. P. Grice ei parla -- ut bomini multa falja » et erronea ; : ut etbnico, et pagano mul* ta impia, et profana ; ut primo in* fìauratori multa . manca, et $mperfe * fi a excictife». £ il Padre Petavio ftef- fo, torno a dire, il genio veramente della Teologia * e delle feienze, il qua- le degnamente appellare fi dee il fior degl’ ingegni, e ’1 primiero letterato tra i Padri Gefui ti, allegando l’auto* rità. d’Anaftafio Sinai ra, non dice egli così ?, Anaftaftus Sinaita . in eo libro quem Via: Ducem nominavif, tefiit e fi, ha* reticos omnet, qui vel contra Incarna* tionit dogma nefarium movere belìum, ex ilio Ari fìat elico fonte fuxiffe . Indi egli è, che 1\ Autore fiefib della filosofia volgare re fatata ; così contro i fetrarj del medefimo grida : Et adbuà Arifiotelem leghi s t interpretamini, de- fenditi !, et exornatis. Quindi egli è, che da’fan ti filmi Pa- dri medefnni, e da molti favillimi, e dotti (fimi Autori è (lato ancora nota- to di gravifiimi errori . S Giuftino fcrif- fe tutto un Trattato contro i dogmi a e le fentcnze d* Arifiotele, nel princi- pio del quale così ragiona : It nibil dà rebus, quas definiendas ftbi commentationibus fui f ftatuit . San Cirillo nel li- bro contro a Giuliano fra i Filofofi » eh’ hanno errato, principalmente ri- pone Arinotele . E' perciò molto deri- fo da Bafilio, e particolarmente per quello, eh’ egliafierì intorno alla Ma- teria prima, e che la materia abbia una limpatia naturale d* unirli i e per- fezionarti colla forma - Eufebio nel li- ti ro della Preparazione dell’ Evangelio* e in quello contro i Filofofi detefia non (blamente la vita» i cofiumi, la Filo- fofia morale > e naturale ; ma la fua Metafifica, come una pelle delle Re- pubbliche. Lattanzio Firmiano il dan- na come Sofilla ., ed a fe fteflo contra- rio . Ambrolio ugualmente come va- rio, e incollante.- Come menzognero, efavolofoil riprendono Ago (lino, Teo-, doreto, S. Bernardo, e il .Beato Sera- fino da Fermo . San Tommafo allegane do Agoftino medefimo coll’autorità del Gcllio, prova, che fia un impoflore > come rapporta il Campanella.. Scoio, e Francefco Mairone, come un igno- rante affatto della Metafifica, e che le cofe tra effo loro repugnanti a-yefle ap- provato . Gio. Pico della 'Mirandola, e Francefco Patrizio il riprendono nel- la Geografia, e nell’ Agronomia, nel- le Meteore, nejl’jftorie degl’ animali; e eh* egli abbia ! malamente creduto, che la terra fia più elevata verfo il Settentrione, che altrove.* che’l Danubio prenda l’origine da’ Pirenei . Pie- tro Gaflcndp lo biafima nell’errore in- torno alla Galaflìa, all’ origine' delle Vene, c jje* nervi del cuore t c in molte s V N te altre fimili cofe . Telefio, Duran- do, Baccone, Baffone,. l’ Harveo >• Cherneo, Galilei, Maurneo, e Pie- tro Alliacenfe, e Niccola di Cufa Car-, dinali, ed ultimamente il P. Valeria- no Magno, piiffimo, e dottiamo au- tore Cappuccino, che fu Miffionario al Nord, il confutano» l’ acculano, e lo tacciano di molte altre limili fcioc- chezze . La fomma, e la foffanza fia, dice il medefimo Gaffendo,che non v’è per fona, che fenza roffore diffen- der lo poffa, nè fenza tema, e nota ef- preffa d’infamia, e di vituperio, che l'eguire lo voglia nell’ impoffibilità del- la creazione per lo ftabilimento del fuo principio, che noii fi faccia niente dal niente: che il Mondo fia eterno» e l’a- nima mortale : che la previdenza di Dio fia talmente limitata nelle cofe ce- letti, che non fi eftenda più di queir lo, ch’è fopra la Luna, negando an- corai’ idee, e confeguentemente il Ver- bo di Dio, non che Dio fteffo auto- re di tutte le cofe : l’efiftenza degl’Angeli, de* Diavoli!, l’Inferno, eia gloria beata,, e con ciò le pene adat- tivi, e i premj a ’ buoni . Inferni, et Supere s, effe fabulas Legislatori! e' dif- fe nel libro II. e XII. della fua Meta- filica. £ tutto ciò o fia propria difav- vedutezza, o fi a perchè fi ano fiate trafilate, e guade le fue opere, co- llie vogliono alcuni, perocché egli fa uno de’ maggiori Filofofi della Grecia» di cui molto n* hanno celebrata la fa- ma, e la dottrina, come dice Macro- bio : Nibil tantus vir ignorare potuit. Certo egli è nondimeno, che leggia- mo predo Diogene Laerzio, antichif- fimo autore, che Cleante Stoico fin da’fuoi tempi dir folea, Peripateticit idem uccidere, quod litteris, qua cum bene fonent, fé ipfas tamen non nudiunt * £ che il medefimo Arifiotele fof. fe fiato chiamato in giudicio a pena capitale dagli Ateniefi, per non poter (offrire anche nella loro politica, e falfa religione quei bugiardi, e corrot- ti principi d’ Arifiotele, diruttori per così Digitized by Google così dire dell* uomo, e di Dio freffo } la qual pena egli fchifò colla fuga . Per la qual cofa in quella maniera fcla- mò il Campanella di fdpra lodato; Et nos Cbrtfiiarìt retinebimus tanquam ma - gijlrum, ne àum tontra Patres > et Con- cilia / aera jubentia, quod jubebant A *> tbenienfes ; et quod jus : naturar damnat in illis, fciolonm au£lori%abit in nobisì Abfit Cosi il fuo difeorfo conchiu* dendo. O Ecelefia prudente r paftores, et o prudente s priucipes, vefirum eft banc domenicani perni eiem agnofeert » et prodigate . : i . £ quel, che maggiormente reca maraviglia egli è, che quei medefimi, che 1* hanno comentato, difendono Platone, dove Aratotele lo danna, e quei > che 1* hanno feguifato in molte cofe, non folamente 1* hanno contrad* detto y ma 1* hanno quali infamato . Alberto Magno l’arguifce, Quod ani- mai Coeli mot or e m facit . San Tomma* fo lo beffa, Quod bine Mundi eterni- tatem adferuit > illine animarum immor • 4 « t alitatevi fili contradixerit . Scoto il fot- tiliffimo Io. fchernifce, Quod tam in - conflanter de anima fenferit . E quel, che fommamente notar fi dee egli è, che il mentovato Alberto Magno, tan- to feguace d’ A ri (lo te le, per lo dubbio, ch’egli aveva» fe bene, o male avef- fe ragionato, in quello modo prote- •ftandofi ne’ Tuoi comentarj, conchiu- fe : In bis nibil.dixi fecundum opimo- nem me am propriam ; fed juxta pofitio - nes Peripateticorum ; et ideo illos l.au- det, vel reprebendat, non me. Quindi AQUINO (vedasi) stesso, discepolo d’Alberto Magno, si avvalfe nella fua teologia di quella filosofìa, e di quella morale d’Ariftotele, che più. purgatamente è difcefa in compendio ! da S- Gio. Damafceno, avendo da ef- •et * % «, v - ^ * W fo prefo un modo, più particolare, e (incero ; e il Campanella afferma, che S. Tommafo . Nullo palio putandum efl Ariftotelizaffe ; fed tantum Arifìote- lem expofuiffe, ut occurreret malis per I Arifìotelem illatis. E S. Tommafo medefìmé^iì lamentò molto con altri Filosofi più giudiciofi del fuo tempo, che gli Arabi, e i Mori colà nell' Àfri- ca avevan contaminata laFilofofia, e T Opere tutte d’ Ariftotele, per non faper eglino molto bene di Greco; per la quai cofa Giovanni Lomejero nel fuo libro della Biblioteca n* avvisò ; Qtiod fi Graca exemplaria corrupta fuerunt, quid de bis putandum e fi, qua in Lattnum.converfa funt ? Sed melius cum eo a Slum efi, qtsam cum aliis, . quorum opera funditus perierunt, et ipfe c auffa cxtitit cur multa per irent, qui aliar um gloriam adfetraxit .. Indi Monfignor Ciampoli chiamolla Filo- fofia Morefca t Monfignor Minturno Barbarica, e tutti Pagana-. E benché in «tempo poi dello /cadimento dell’imperio, e dell; Imperatore Pa- leologo > venuti alla noftra Italia i Greci filosofanti, e, fcienziati, forte ri- fiorita; la nobiltà dell’ idioma Greco 9 delle filofofie, e delhaltrd Scienze, ap- prettano! già eStinte e tamraerfc coll’innondatone de* Barberi ; eglino parò fi manifeftarono gagliardi difenfori della Filosofia Platonica e particolarmente il Cardinal BeiTarione Arcivefcovo di Nicea, e il più dotto tra elfi fai merito di cui tolfe il Papato laru* fiicità dell’arcivefcovo Perotti Tuo famigliare » e concia viftaj dicendo in primo luogo contro i Peripatetici, eh* eglino .malamente . Conantur Ariftote • lem ex gentili) et infitteli Apoflolum f& sere. Quoniamfides nojlr Religionis cum Feripatcticorum dottrina no» convenite Ne formò molte E pi (loie ; il quale fu poi feguitato da' maggiori ingegni Italiani» cioè da Marfilio Ficino, Gio. Pico della Mirandola, e da altri cat- tolici, e particolarmente da Niccola di Cufa, e da Pietro Bembo ambe* due Cardinali ; il quale contro d* Ari* itatele così fclamò: Fovemus ferpentem inter vifeera noftra . Di maniera che vedeli per lo più Tempre ofiervata là Platonica t la Democritica, e 1' Epi- curea Filofofia « e (fendo che fono tutte uniformi in concedendo, che gli Ato- mi foflero i primi principi di tutte le co fé corporee, e che il fovrano bene del piacere non confìtta ne’ diletti in- degni, e brutali ; ma (blamente nell» animo, e nella vitaonetta, e tranquil- la della virtù : non come altrimenti voleva Arittotele, conti* è detto. Fu notato bensì L’ORTO per così dire plagiario > avendo pubblicati per fuoi i libri degli Atomi di Democrito, «dannata in lui l' opinione della mortalità dell’anima. Gii altri fuoi fentimenti, per la fua moderazione, e moralità, fembrarono così giutti, e ragionevoli a Girolamo il Santo, che propofe a’Crittiani di fuo tempo la lezione de’fuoi libri ; e da molti fanti Padri eì fu commendato . E San Gregorio Naziao- zeno, così ne ragiona: jQuis crederete Mode rat us, et cafìus dum vixit fuìt fi- le, dogma moribui probans. E Sant’Am-. brogio ancorché più fevero d'ognaltro fanto Padre, e nelle Filofofie più ri- gido» pur egli ftimò effere più cpmpatìbili gli orti d’Epicuro, che d’ Arinotele i portici, come affatto dannevoli non che pericolofì ; perocché ne* libri degli uffizj al Cri diano apparte- nenti » così n’ avvisò ; Epicuri Hortot tolcrabiliorcs effe Lyceo Arinoteli. Il che rien confettato ancora da Lattanzio e da Origene contra Cello . Ari* Jlotelem effe deteriorerà Epicurei / . Que- lla Filofofia adunque d’ Epicuro, o fe altrimenti chiamar fi voglia Democri. tica » vien molto largamente di vi fata, e comprovata dall* incomparabile Pier Gattendi > Canonico, e poi Propoflo nella Chiefa di Digne fua patria, Teo- logo, e profeffore delle Matematiche feienze in Parigi» il quale fu di pura e cadiflìma vita, e uno de* più illuftri ornamenti della Francia» o quali l’ora- colo detto delle lettere del fecol no- Uro» di cui giudamente dir li potrebbe, eh’egli intorno alle cofe filofofi- che » e feienze Matematiche ne diede il giudicio cóme Pittagora, e fpiegolle come Platone. Indi il volere qui ripetere, anche in menoma parte quel* 10, eh* egli medefimo n’ ha fcritto, farebbe un ridire miferamente ciò » eh’ egli felicemente ne diffe ; e tanto mag- giormente, quantochè noi richiede la prefente fcrittura, per edere il tutto notiflìmo alla Santità' Vostra. An- zi in qualunque altra occalione che fofle, farebbe un cimentar la propria ftima, ed acquetarli certamente la rota di temerario, e d’arrogante. Ma da lecito farne qualche parola, e dir folo > che Galìendi avendo apprefo nelle, fcuole la Filofofia d’ Ariftotcle, e da eflo poi tutti i varj fiftemi degli antichi Filofofanti, per quanto gli fu permeilo dalla condizione umana » e dal fuo proprio intendimento » e abi- lità ; volle dopo feguitare, e perfezionare quella d’ Epicuro, come piti acconcia, e proporzionata Filofofia d’ognaltra, ammettendo gli Atomi principi di tutte le cole corporee ; come fende di fe Giacomo) Colonna 11 Vefcovo a Petrarca: Da Se 5 Se le parti del corpo mio diflrutte, E ritornate in atomi > e faville. Softenendo però, che Dio gli abbia creati, e che Dio averte lor dato il movimento) e il dirtendimeato, e la figura. E che il corpo umano, fia di minu- ti ffime particelle coni porto, leggefine* libri del diritto Civile, e propriamen- te nel Titolo de judiciis, nella Lege ' Proponebatur, così dicendo A1fono Varrò, gran Filofofo, e gran Giurcconfulto, e console di Roma, Quod fi quis pittar et, partibut commutati s, aliam rem feri: f ore, ut ex ejus ratione nos ipfi non idem eflemus, qui abbine anno fuiffemur, fropterea quod, ut pbilofopbi dicerent, ex quibus particul'ti mìnimts confliteremus, bue quoti die ex noflro corpore dee e dere nt, aliaque extrinfecus in earum locum acce* derent. Ouapropter, cujus rei Jpecies e a- dem confifieret, rem quoque eandem ef- fe exifìimari &c. Quelta Filofofia è (lata feguitata / v in io molte i e quali innumerabili carte- dre dell’ Europa, e ballerebbe fol di- re, eh* ella non è altrimenti proibita da verun Pontefice voftro predeceflb- ; re; anziché quali in tutti i luoghi cat- tolici pubblicamente s’infegna, ù. ap- para, e li profèta . Sia ancor lecito aggiungere a tante dottrine che li ad- ducono dal mede fimo G a flcndi, e da altri, per corroboramento di tal filosofia, un’ altra autorità di S. Gregorio Vefcovo di Nilfa, la primiera «fé-: dia della Cappadocia, il quale viveva nel quarto fecolo, fecondiamo di tan- ti e tanti fanti Padri, e Dottori della noftra Chiefa, fratello di S. Balilio il grande, e di S» Pietro Vefcovo di Se perocché egli diffe: Fuit fuhita, urgebat, nova rei fui fa - bat aures. £ finalmente foggiunfe, Che Veritas placet, et vincit. Cartesius bene intelleflut, nibsl cont'met ma- li . Onde ravvedutili gli altri, fi di- chiararono ugualmente Cartefiani. Soggiungendo ancora altriTeologi, che fentimenti di Renato intorno all’efi» ftenza di Dio fi conformavano con quei medefimi di Sant* Agostino, diftefi nel librò X. della Trinità > e -propriamente nel capitolo X. Ed un dotti f- fiimo Padre, di cui ne lafcia il no- me lo fcrittore della vita di Rena- to, vi aggiunfe molte altre limili dot- trine > eh’ egli aveva ritrovato in pro- va delle opinioni di Cartesio; in mo- do che ciò fu di gran gioja.a Renato fteflò, in fentire, che i fuoi penile- ri erano uniformi con quei di Sant’Agoftino, e di Sant'Anfelmo nel libro, detto Profologio, e d’altri fanti Padri. E per li fentimenti dell' anima io vi aggiungo Glaudiano Mamerto, uno de’ più celebri fonti Padri, . che fiori nel quarto fecolo ftefiò della noli ra Chiefa, che compofc un divinilfimo Trattato dell’anima t in confutando quell’ enormilfimo errore di Faufto, Ve f covo di Rems nella Francia, che tenea quella falfiffima opinione >xhe nelle creature non vi fia niente d’ in- corporeo; ma Solamente in Dio . Quello Trattato fu dedicato. a Sidonio Apollinare, amiciflimo di Mamerto; .ed egli è molto elegantemente, e con foni- fommo giudicio, e finimmo • ingegno dirtelo, in cui trattanfi le queftioni metafifi che con ogni chiarezza, e fa- cilità poflibile in prova dell’immorta- lità dell’ anima in modo che non vi è fiato chi migliore, di lui ciò abbia comprovato . Fondando egli con ro« bufiifiitne ragioni, che l’anima operi tutta intera ne’ Tuoi movimenti: che non fi mova nè verfo l’alto, .-nè verfo il baffo, o altrove ; eh* ella non fia nè lunga» nè, larga, nè più alta r eh’ ella non abbia parti interne, nè efierne ; e eh* ella penfi, ella fenta, ella immagini, e penetri tutta in tutte le fofianze : eh* ella fia tutta intendimento, tutta fentimento, tut- ta immaginazione, tutta di. qualità» e non altrimenti di quantità; e final- mente, che fia immagine di Dio » e confeguentemente incorporea, e im- mortale. Et quia imago Dei efi, non e fi corpus . E che però cerchi Tempre Dio, e defideri conofcerlo, non con al- tra immagine di Divinità, chedelia /ua 6o propria ; e che fola mente il corpo fi tnifuri per lo fuo di (tendi mento in lunghezza» larghezza, e profondità, e con altri fomiglianti principi, de* quali fe la maggior parte fi veggono nelle Meditazioni, e negli altri libri di Renato » dir fi potrebbe, o che Renato gli abbia stolti da Mamerto, ò ch’egli abbia avuto un ingegno geo» metrico » giudo » e uguale a quello di Mamerto . Da tutto ciò adunque fi vede » che quelli principi di Renato fiano gl’ ideili d* un Tanto Padre, che fu Mamerto » gran Filofofo, e gr.and* Oratore, il quale fu giudicato uno de’migliori, e favillimi Padri del- la Chiefa: che meritò la dima d’ effere tenuto dotto, quanto Girolamo; dedruttore degli errori, quanto Lat- tanzio ; provatore della verità » quan- to Agodino; e che fia levato in alto t quanto Uario ; che abbia ancora fa- vellato, come Grifodomo ; riprefo, come Bafilio ; confortato» come Gre- gorio/ e che fia dato fertile » come Orofio; robufto, come Ruffino; nar- ratore, come Eufebio; dettatore, come Eucherio ; declamatore, come Paolino ; e foavitfimo, come Ambrogio. Quella adunque nuova Filofofia, o rinnovellata per dir meglio Filofofia di Renato, è fiata feguitata, e dife- fa dalle migliori Uniycrfità, e proviti- eie dell'Europa, ed infegnata pubbli- camente nelle cattedre più rinomate del Mondo ; e i cattolici fieffi ne fo- no difenfori, non che gli autori, e fer- rar] ancora, così attefiando il dottif- fimo Sorel ne’ Tuoi libri della Scienza universale . La dottrina di Momìt Defi cartes oggigiorno è feguitata in molte, Accademie, e conferenze . V* ha de* Prof e (fori di Filofofia, che /* infegnano. Molti fe ri appagano piu, che del - la Filofofia antica . La quale vien con- fermata con pubbliche (lampe da mol- ti Religiofi, che n’han divifato tanti e tanti libri che nulla più, approvati da’ loro Superiori, e fpeciali/fimamente ne fono Seguaci nelle cofe più prin- cipali i dottiifimi Padri Merfenni, e Detei, e Niceron Minimi . Maignani, e Barde : T incomparabi- le P. Nicolle, e Malebranche, che nel fuo libro de inquirenda Verità - te vi pofe tutti i principi, e tutti le parti della fua Filofofia Opera, che fi potrebbe appellare ' 1’ ultimo sforzo dell’ ingegno umano ; ed altri Padri dell* Oratorio di Parigi, i quali furo- no ancora amiciffimi di Renato, e fo- pra ognaltro affezionati (fimo, e mol- to famigliare di lui, e della fua JFilo- rf * fofa feguace, Arnaldo uno de» maggiori Teologi della Sorbona, e che M per la fublimità del fuo ingegno, ed eccellenza della fua dottrina, fi può - £ /giustamente chiamare l’Aquila degl* ingegni, lo Splendore dell’età noftra, e il più gagliardo foftenitore della fe- ‘uWw^r^de Contro il Calvinifmo ; il quale col fuo libro della perpetuità della fede, in cui con robufte ragioni, e con eloquenza veramente Grifciana – GRICIANA – GRICEIANA --ha fondata 1* eli* J e fi (lenza reale di Cri (lo nella santissima Eucaristia, e poi con altri volu- mi, autorizzando colle fentenze de’ santi Padri e Greci, e Latini di feco- lo in fecolo, e della Chiefa Orientale ancora, che fervirono di ri fpofta al li- bro di Monsù Claudio, Minirtro di Charenton, approvati da tutti gli Arci vefcovi, Vefcovi * e Curati della Francia > e da altri Teologi, e Dotto- ri della Sorbona ; ha dato tal confu- sone a'Calvinirti, colla lezione di quel* lo, che molti d’elfi illuminati, fi fo- no uniti alla nortra Chiefa, come il Vefcovo della Roccella, uno degli ap- provatoti fuddetti l’attefta: e per tan- ti altri libri, che quali ogn’ anno di fua vita ha dato alle (lampe, fe ne va carco di gloria, e d* anni con quella folitudine, propria d* un let- terato in Olanda, dove gran tem- po menò la fua vita ugualmente Renato, con rifiuto magnanimo delle cofe del Mondo . Parimen- te furono di Renato amorevoli il Cardinal de Bagne, e il Cardinal di Ecrè, e il Cardinal Berul, e il Car- dinal Barberino* quando ei fu Lega» to alla Francia il quale tanto fu a- mantiflìmo delle cofe dell’anima > che non per altro . pare * eh* egli avelie trasportato dall’ idioma Greco al no* Uro Italiano la vita di Marco Aure* lio Antonino Imperadore, eh* ei defcrifle di fe fteflb a fa fteffo * fé non per dedicarlo all’ anima fua, come Specchio veramente, e dottrina, quel libro* delle cofe morali * che ponde- rar fi debbono dall’uomo ; perciocché tutte le cofe di quaggiù, anche in ai- tiamo grado confiderate * fvampano in nulla . Fu protetta » e difefa anco* ra quefta Filofofia da tutti i Principi* e potentati ftelfi d* Europa } e particolarmente dal Re di Francia* che grati- ficò di due penfioni Renato* e dalla Re- gina di Svezia in cafa di cui egli mo- ri * ed ella in grembo della Chiefa ; coftà venuta, e fatta cattolica per o- pera fola d’un folo Renato com’ ella fteffa afferma in fua lettera, che fi legge nella vira del medefimo; l’auto- re della quale narra ancora, che la iua maniera di parlare della Religione fece convertire alla noftra. Chiefa il Marefciallo di Torrena, un Ateo, e due Proiettanti; e dalla Principcfla Ehfabetta r fu nomato il refugio de’ cattolici di Olanda, ed al medefimo furono celebrati i funerali con aflìften- za di molti Prelati, e delì’Ambafcia. tore di Francia -, e d* altri perfonaggi illuftri t ed Ecclefiattici, e fu compian- to con funeftiffime Orazioni, e lugu- bri apparati dalle migliori Accademie, a cui ugualmente furono rizzati più e. pitafj e maufolei, ed impreffe medaglie in memoria della fua pietà, e dottrina. Ed ancorché i Padri Gefuiti, i quali poffono dar norma, ed efemplo per la loro dottrina, e - fantità di coftumi, abbiano, particolare infti- tuto, e regola di feguitare affolu- tamente .la . Filofofia d’ Ariftotele ; il che vien riferito ancora da uno E fcrit- 66 fcrittore, così dicendo : Apud Jefuitas ie gibus fauci curii e fi, neminem in Pbilo - fopbia prater Ariftotehm [equi, qua caufja e(ì, cur rnjtltt Ortbodoxi non alia de c auffa Pbilofopbiam rimentur, quam qmd abfque ea non poffe cum Jefuitis rette difputari ; nulladimeno vedefi, che molti d’ elfi di celebre .fama, e d’ una vita efemplare, non fedamente la FUofofia.Ariftotelica hanno trala. fciata, ma quella novella forma difi- lofofare hanno abbracciata, come sono Fabbri, Casati, Grimaldi, PLana, Pardies e Bartoli . La qual cofa li olTerva per lo modo di filofofare, fpiegando gli effetti della natura per mezzo delle particelle, eh’ eglino -han tenu- to ne’ loro libri già pubblicati alle (lampe, le quali non altrimenti permettonli fe non coll’ approvazioni d’altri Padri,, a ciò deflinati dal medefitno lor P. Generale, o Provinciale . Il P. Char- let, ugualmente Gefuita, che fu affi- ttente Francefe del P. Generale della Compagnia, e milfionario nell’Attjefica, non fu egli amico, protettoref^é direttore di Renato? 1} rJ*>j Dinet ^Provinciale nella Francia,:^* conf flore di Lodovico XIII. e di Lodovico XI V. non fu affezionato di Re-- nato raedefimo ? Ilr:P.: Braudin firnil-j mente Gefuita, benché una volta, gli? avelie contraddetto » e riprovate lo, Meditazioni, non fu egli medefimo £> che ravvedutoli, fi riconciliò con Re» nato IfelTo per mezzo del medefimo P.; Dinet ? Kircher preoccupato una volta dall’odio contro Renato, non procacciò poi la fua amici» zia, e corrifpondenza èri! P. Miland ugualmente Gefuita, non fu feguace della Filofofia. di Cartesio, riducendo; in compendio le di lui Meditazioni, ed in metodo Scolallico per infegnarle a’ fuoi difcepoli ? Anzi quello medefimo Padre prima di partire per 1* America, volle oflequiofamente, e con particó* lar fentimento dar. 1* ultimo addio: a Renato fuo amiciflìmc, quali che in £ 2 tal 68 ' tal dipartenza non fendile altro cor- doglio, che di lafciar Renato, non già i Tuoi compagni, i parenti, e la patria fteffa. Il P. Stefano' Noe! non fu egli parziali (fimo di Renato, e fat- to Rettore del Collegio di Chiaramonte a Parigi, non dedicò i due fuoi li- bri di Filìca a Renato, conformandoli co’ fentimenti del medefimo ? Pren- dendo ancor egli la difefa contro Paf- cale per l’opinione toccante il Vacuo. IlP.Vatier, parimente Gefuita, non fu egli fettario di Renato, ed appro- vante delle maniere di fpiegare il fa- crofanto mifterio della Santilfima Eucariftia, fecondo i fuoi principi, e ra- gioni? Grandamy gli fu finalmen- te amiciflirao i II P. Francò, il P# Fournier furono tanto amici di lui, che gli dedicarono i loro libri-. Fonseca, benché Portoghefe, e il P. Ciermans Fiamingo, ma ugualmente Gefuiti, fecero un elogio alla Metafi- lica del medefimo . In fomma tutti i ' Padri-Gefuiti de’Collegi della Francia furonoapprovatori, e fettatori della filofòfia di Renato, co’ quali egli ebbe una continua corrifpondenza, e vicen- devoi commercio di lettere ; e della Tua vita ne' due libri ultimamente pubbli- cati. Ed ancorché pochi anni fono ilP. Rapini, Umilmente Gefuita fi fia al- quanto allontanato da’fentimenti di Renato, dicendo egli molte cofe contra lui, ie quali quanto fian meritevoli di rifpo- ila lo dican gli altri, noi comportando la prefente Scrittura ; nulladimeno il xnedefimoP Rapini, parlando egli pri- 3 fiieramente di Digby, essersi egli troppo attratto nel suo trattato dell’immortalità dell'anima, così di Cartesio favella: Le meditazioni metafisiche di Cartesio hanno avuto della refutazione j perch'egli s'interna più che al - .trinci midollo di queste materie. Soggiungendo a queste parole l’autor della vita di Cartesio. Senza eccettuarne t Suarez, e Fonseca, de’quali prima egli parla, e che p affano per i migliori, e più profondi metafisici delle scuole. Aggiungendoli ancora, che vedendo le universìtà protettami di Basilea e d’Olanda esser pur troppo pregiudiziale la filofofia di Cartesio al Calviniimo, Il concitarono tanto contro Cartesio, che non contenti di fori vere con- tro la fua dottrinargli ordirono anco- ra contro la per fona molte calunnie, in modo che GisbertoVoezio Miniftro d* Utrecht, per avergli oppofto con malignità il Ir r» V t t ì t .ì r tìamo le vivande fenza penfarci, dice il dottiffimo Boezio, noi refpiriamo dormendo fenza ciò considerare, e tan- to meno faper fi, pofTono 1* altre cofe naturali, e celefti . Jacent ( ne laSciò fcritto Cicerone ) ita omnia crajjts oc» calta, et circumfufa tenebris, ut nul- la acies bumani ingenti tanta fit, qua penetrare . in coelum, et terram intrare pofjit i Corpora noftra non novimus, qui fit fitus partium, quam vim unaquaque pars, babeat ignoramus . L’Angelo del- le Scuole manifestandone la ragione nella fua Somma, così favella : Quia ratio bumana in rebus bumani s ejl multum defciens, cujus fignum ejl, quia Pbilo/o- pbi de rebus bumanis naturali invejìi- gatione perfcrutantes in multis errave • runt, et / ibi ipftt contraria \fenferunt .. Il che Similmente avea detto Crifo. Homo ; Hi ipji, qui ad omnem pom- pam de Pbilofopbia gloriantur, multos, et plurimos de eifdem cauffts fcribentes libros, non modo fimpliciter difcepta- rmt t fed ttiam ftbi contraria pleraque ' di » X 1S dixerunt . Quindi Sant’ Agoflino fteflb, delle cole Metafifiche ragionando, con* figliò : Noli qu^rere quid fit Veritas % fiatim entra fé' oppone nt calìgine! imagi • num corporalium, et " nubila pban t af- ta at a, et pertutbabunt ferenitatem t qua primo iftu diluxit tìbi, ut dìcerem Veritas. Non perchè quella non vi lìa ; ma perchè di quella capaci non fu- mo, dille il medelimo ! Cicerone . Ve- ri effe al'tquìd non negamut, pertipi pof- fe negamus : E altrove : Non enim fu- mar ii, quibus nihil verum effe videtur ; fed qui omnibus veris fai fa quidam a- djunSla effe dicamus tanta fimilitudi - ne y ut nulla inftt certa judicandi, et difcernendi nota . £ quella è la cagio- ne, per ria- quale tanto fi lamentava A gofiinò medelimo dell* ignoranza u- •mana. QUomodo hoc fcio, quando quid fit tempus nefcioì-An forte ne feto que- madmodum- die am quod fcio ? Hei mi- bi, qui nefcio faltem '-quod nefeiam ! Come Plinio parimente compaifionan* do tutto l’uomo, ftimollo in ciò piò mi* L 9 f 1 $ i an incredibili celeritate vol- vatur : quanta fit terra crajjitudo, aut qtitbus fundamentis librata > et ( ufpen - fit . £' volere ciò difputare, e con- ghietturare Lattanzio il medefimo dice, non e (Ter altro, che difeorrere, e giudicare di cofe fatte in remotifiime parti non mai da noi vedute, o fapute . Quindi il medefimo Lattanzio, così ragionando, il fuo difcorfo con- chiude : Si nobis in ea re feientiam vendicemus, qua non potejl feirì, non- ne infanire videamur, qui id affirmare audeamus, *» quo revinci po/Jimus ? Quanto, magis, qui natura Ha, qua jet* ri ab bomine non poQunt, /city />«-, furìofi, dementefque funt ju di- cati di ? £ A rnobio così ; X?*»*/ incerta r fuf- penfa ; magìfque omnia verifimilia, quam vera, Minuzio Felice dille, Indi il Poeta .j Incerta bac ft tu poflules Battone certa facere nihilo plus 1 agas > Quam ft des operata, ut cum ratione infantai . £d in confermamento di ciò, fs noi riguardar vogliamo a quel, che n’han giudicato i medelimi, e i primi fetta- tori delle Filofofie, ritroveremo, eh’ eglino fteffi han detto > aver fondato il filofofare fu i principi dell’ ignoran- za medefima, comen’avvifà Arnobio fteflo . Ipft denique principe t et feti a- rum patres, nonne ipfa e a, qua dicunt, fuit eredita fufpicionibus dicunt* Zeno- ne, e tutti gli Stoici negarono 1’ opi- nazioni ftefle .• Opinar i entra, te feire, quod nefeias, non ejl fapientis, fed te- mer a rii potius, ac fluiti . Socrate, Quod neque feiri quicquam poteft, nec opinati oportet. Adunque Tota Pbilo- fophia fublata efl, difle Lattanzio. Ariftotele fteffo ne’ libri della Metafi- sica così ; De bis- enìm omnibus non modo invenire veritatem difficile ejl, verune ncque bene ratione dubitare facile ejl . Gli Accademici contro a’ Filici, Nul- la m effe fcientiam, ed ogni cola probabile . Democrito, che la verità delle fcienze ftia nell’- abiflò nafcolta . Arce- fila ( narra Epifanio ) nomato il mae- ftro dell’ignoranza da Lattanzio ftef- fo, niente doverli affermare di certo, negando all’ uomo la fcienza, riponen- dola lolo in Dio, e Dio ftelfo Non nifi ignorando fcire pojftmus Là onde Cice- rone così tutto il fuo detto fiabililce : Arcefilas ftbì otnne certamen inftituit, non pertinacia, aut fludìo vincendi, ut mihì quidem videtur, fed earum tettine ohfcuritate, qtu ad confejjionem ignora- tionif adduxerant Socra tem, et velutì a- mantes Socratem, Democrìtum, Anaxa- goram, Empedoclem, orane s pane vele- rei ; qui nìbil cognofci, nihil per dpi, ni- hil fciri pofje dixerunt : angttjlos fenfus, imbecillos animoiy brevia curricula vita t et y ut Democritus, in profundo verita- tem effe demerfam; opinicnibus, et injìitutìs ornata teneri : . nìhil ventati reità* qui : deinceps omnia tenebri! circttmf ti- fa effe dixerunt . £ della varietà di tan- te opinioni, dell* incertezza delle faenze y e della moltitudine di tanti Fi- losofi giudiciofiffi ma pirico così ne ragiona : Ita etiam in' hunc mundum, velati in quamdamma - i gnam domum, accefjìt multitudo Pbi - lofophorum t ad quarendam veritatem, quam qui acceperit e fi veriftmile e am non credere, quod reEìe conjecerit . li quidem certe non dicit ejse \aliquid, quod judicetur verità!, propterea quod 4 in eorum,r qua funt natura, nìhil pef- ftt comprebendi . Il che vien confermato ancora da Galeno, così dicendo: Scien- tiam neque apud Pbilofophoi, prafertim dum rerum naturam perfcrutantur, in- ventai . Ammonio tanto fettario d’ A- riftotele fteffo n’allega la ragione: Quia diverfitate opinionum, diverfo modo rei ef- fe verni velf alfa! : quoniam autem opinio- ne ihominum varine funt,& incerta, ideo fcientiat quoque e] se variai, et incerta!, ac F l proinde nuìlam effe rerum eertam f, eie ». tiam, et veritatem. Avendo ciafcuno il fuo fenfo, e la fua fantafia a parte, perchè, come fi dice, quanti uomini, tanti pareri: m Mille homìnum fpecies, et rerum difcolor ufus. Per la qual cofa è egli moltd virifimi- le, che ognuno dipenda dalle fue fan- tafìe, ed opinioni, Cum fit ftngulis o- pinio affluxus diffe Empirico fletto; di qui viene, che Eraclito nominava Opìnìonem facrum morbum . Quella è quella, dalla quale fìam tocchi, e non dalle co fe medefìme, la quale dipende dalle prevenzioni, ed anticipazioni della mente, Sua cuique cum (tt animi cogitatio, colorque prior . Come ancora per la flima fuperiore al meri- to, eh’ ognuno fa di fe flefTo * cagio- natagli dall’ amor proprio, eh’ è il più cieco, ed il più violento d’ognalero,, a niuno ceder volendo : Pbilautia enim ejl omnium amorum violentiffìmus, cete- ToJ- i *7 rofque fuperat ; vien fempremai a darli cieco, ed imperfetto il giudicio. Amor, ftcut odium, ventati! judicium nefcit, ditte Bernardo il Santo. E 1* uomo non ha altro di proprio, che il mentire, e *1 peccare . Nemo enìmba v het de fuo y nifi mendacium, et pecca - tum . Per la qual cola, torno a dire con Lattanzio fteffo: dov’eglièla Fi- lofofia? O coll'autore de’ cinque Dialoghi, della Filofofia fletta parlando : Non e fi enìm de terminisi fed de tota profefftone coment io . Cioè, che non vi fia affatto certa, e determinata filosofia, anche Propter natuv alerti borninum ad difjentiendum facilitatem. DELLE CARTE medesimo per primo principio nelle fue Meditazioni non pone egli 1’averli Tempre a dubitare nelle cofe filofofiche? In modo eh’ e’ con mo* deftiflima protefiazione la Tua Filo- fotta dirtele, confettando egli . dì fe fletto nella IV. Meditazione così . Cum enìm jam feiam naturam me am effe vai - di tnfirmam, et limitatam . Ed essendogli (lato una volta aspra, ed acerbamente jfcritto contro da un Padre Gesuita, di cui virtuofameate non volle palefare il nome alle (lampe, fé ne la- mentò benignamente in una lettera, che fcriffe al P. Dinet Tuo amico, ri- chiedendogli, ch’ei tro valle il modo, acciò gli fi notificaflero gli errori, per emendargli, così dicendo-; Nibil enim inibì cptatius efl, cjuam vel opinionum mearum certitudinem experiri, fi forte a magni! viris ex aminata nulla ex parte falfa rsperiantur, vel faltem errorum admoneri, ut ìpfos emendem . Come di (e (teffo Agoftioo il Santo : Si ahquid vel incautius, vel tndoSìius a me pofitum, ab aliis merito reprebenderetur, necm't- randum e fi, nec dolendum ; fed pottus ì- gnofcendum, atque gratulandum, non quia errai um eft ; fed quia improbatum. E pure quello Padre non aveva lette, nè vedute l’opere di Renato ; così egli fcrivendo nella medefi ma lettera: Etfi enim mibi valde indignum videretur, hominem Rtligìofum, cum quo nulla n mibt unquam inìmìcitia, nee quidem notitia intercejjerat, tam . publice t tam aperte, tam infolenter de me ma • le dixìfje, nibilque aìiud balere excu « f atlanti, . quota quod diceret, fe Dif* fertationem meam de Metbodo non le gip-- \ • £ tutto quello perchè ben Sapeva non eflervi certo filtema di Filofofia, che l’uomo Scuramente Seguitar do* vede ; elfendo ella in tante fette di- vifa j che Varrone fin da* Suoi tem- pi ducento ottantotto ne conta, e Temiftio trecento: onde Sant’Ambro- gio gridò: lnter bas diffenfiones, qu& veri potejl effe affina t io ? £ Lattanzio ugualmente così : In qua ponimus veritatem ? In omnibus certe non potejl Or che direbbero Ambrogio, e Lat- tanzio Hello fe foffero a* tempi noftri, ; vedendoli in maggior numero Sopraggiunte, ecrelciute ? E quella fra Religiofi (ledi, dalla Chiefa non con- traddetta, quella io dico sì fiera, e da non mai rappattumarli, e quietarli tra AQUINIO AQUINISTI e Scotisti, nominali, realisti, ed altri, e tutti del LIZIO, a sembianza degl’arabi, de’greci, e latini, i quali eran discordi in seguire, ed interpetrare 1’opinioni del medesimo LIZIO, come rapporta PICO. Per la qual cosa Teodoreto fin da’suoi tempi sciama: In litibus omne fiuditim, ornai s nibiì denique de quo universi una mente, ac voce confentiant . £ San Basilio di quei, che furon tenuti i primi savj della Grecia, dice non efiervi nè anche una sola ragione ferma, e collante. Nee sola quidem ratio, apud Gr ita ut eos refellere nibil fit negotii, cum illi propria dogmatibus evertendo fujficiant. E Teodoreto (ledo in quella maniera favella: Et Ht fiorici, et philosophi, et Poetà tum de anima, tum de corpore, tum de bominis genitura, et confiit ut ione inter se litem exercent, dum olii qttidem bac » alti vero illa pr a ferunt, alti rurfus et bis et illis contrariam opinionem adducunt, neque enim veritàtìs dicentes studio, et desiderio tenebantur; sed inani gloriola et ambitioni fervientes, ex quo fané faBum efi, ut in errores multo: inciderint. Per la qual cosa in quella maniera n’avvisa Minuzzo Felice: Itaque indignandum omnibus y indoloscendumque efi, audere quofdam certum aliquid de summa rerum, ac majeftate decernere de qua ab omnibus faculis feftarum plurimarum ufque adbuc ipsa philosophia deliberat Ed i t Ed allora che le filofofie de’greci incominciarono a comparire al cielo romano, i romani stessi non s’appigliarono a veruna d’esse, foggi ungendo CICERONE, perchè non eran sì balli gl’ ingegni romani, che avelfero a foggia cere alle altrui discipline; perocché Roma t che trionfa nel’armi, non comporta farli servile alle lettere: anzi i romani stessi non si manifefìarono giammai fettatori d’alcuna filosofia, ed i nobili li guardavano, come da una pelle, di non esser tenuti tali; perchè certi, che avevano professato la setta del PORTICO, come BRUTO, e CASSIO; ARULENO, e Sorano; Seneca, e Trasea, ed altri erano tutti mal capitati, come macchinatori di congiure quantunque Seneca flelTo avelie altrimente prote flato in una delle fue .Epi Itole, dicendo : Non me cu'tquam mancipavi, nttllius nomen fero, multum magnorum ingenio virorum tribuo, aliquid et fi meo vindico . Onde lubito che alcuno attendeva alla Filofofia, cadeva nell* ifteflo fofpetto, come di (Te TACITO d’AGRICOLA suo socero. E a 'tempi notòri dal re di Francia con un fuo arrefio delli d’Ottobre 1668. fu proibito a tutti i fuoi fudditi di chia- marli l’un l’ altro fettario > e fpecial* mente Gianfenitòa. I fanti Padri me- defimi avvertirono non dover elfere fettario 1 * uomo, e fra gli altri Cle- mente 1’ Aleffandrino > così dicendo: Praterea non particularìs fefia efi eli- genda, [ed quidquìd omnes reile dixe - runt Stoici, Platonici, Epicurei > Ariflo- telici . Hoc totum [eie Slum dico Pbilofo- pbiam. E Sant’Agoftino nel libro deh le Confezioni, diffe, Non iftam, a ut illam feti am, [ed ipfam, quacumque ef- jet, fapientiam diligebam > q vare barn, et ampie Sì ebar, Quindi San Tommalo ne’ fuoi Opufcoli infegnò con Agotòino medefimo, Non effe adfentiendum alieni Pbilofopbo in fcbola Cbriftiana, [ed ex omnibus decerpendum^quodreiìe dixerint. E fra moderni filofofanti Pietro Petito afferma nelle dissertazioni, che fa incorno alla filofofia ftelfa di Cartesiò, doverli notare d’arroganza colui, che* preflumcr voglia d’ alfentire più ad u- na fetta, che ad un’altra, la ragione egli rendendo : Ne uni precipue inba- rentes, in alias fotte me Hot e s, iniqui, et contumeliofi viderentur . Ed ancora quell’ altra» perchè non puote perfo- na veruna, benché a tutt’ uomo vi s* applicale, apparare, e farli capace di tutte; conciolfiecofachè non potreb- be darne retto giudicio, lodando più una, che un’ altra Filofofia . Omnium ( die’ egli ) fetta rum fieri perfette pe- ritum, humanum piane captum excedit . E a fen lenza d’ Euripide .* Unus non omnia vìdet . E Galeno così : Dif- ficile effe, ut qui homo fit, non in multis peccet, quadam videlìcet peni- tus ignorando, quadam vero male in- dicando, et quadam tandem negligen- tius fcriptis tradendo . E quando vo- glia alcuno vantarli di fapere, appet- to di quel, che non fa, egli è nul- la, dille Temiltio . Ea, qua novimuty portione minima contìnentur, fi .colla* ta, et comparata bis fuerint, qua igne* ramus. E Paganino Gaudenzio Teolo- go, e Protonotario A poftolico nel Li- bro degli errori delle Sette, parlando egli delle Scuole di Zenone) di Platone, di Democrito, e d’ Arinotele, così n* avvisò : Illusi quoque colligendum, in iis, in quibus nobis Cbnfiianis diffi- derà licet > non effe exploratam verità * tem. Magna nobis fas e fi uti liberiate extra illa, qua arcem Re ligio ni s non refpidunt, ut defendamus, quod nobis probabilius videretur., Ora egli è vero, com’ è verinimo, che quei medesimi tanto seguaci d’ Arinotele fono gli autori, oppu- re gli approvatoti neflì dell* opinione probabile nelle cofe Morali, ammet- tendola per lo parere di due, ed an- che alle volte d’un folo Teologo, dot- to, e dabbene ; perchè nella Èilofofia non ammettono ugualmente la proba- bilità per tanti, e tanti gravifiimi au- - tori, e Teologi, e fanti Padri medesimi, dove ancora vi è la libertà di file* fofare, fecondo Ariftotele fteffo ? Per- chè concedere la probabilità nelle co- fe Morali, e poi nelle Fifiche negarla? Perchè amettere la probabilità in quel- le co fe, che riguardano i precetti del Decalogo, e di Cri Ilo, e poi contrad- dirla nelle Filofofie, così incerte, e dubbiofe? Perchè approvar, per co- sì dire, la libertà di teologare, e poi oppugnare la libertà nel filofofare ? In- trodurre il probabile nelle cofe fpiri- tuali, l’improbabile nelle feienze uma- ne : magnifiche opinioni nel mefiiere dell’ anima, Gretti cancelli nell* ope- razioni dell’intelletto, argomenti nel- la Morale, freno agl’ingegni : fetenza nelle confcienze, confidenza nelle fet- enze : ed in un motto, Accademici nella ^Teologia, Dogmatici nelle Filo- fofie : Filofofi nella Teologia, e nella Filosofia Teologi? Di qui neceffariamente nefegueper forza de’ loro argomenti medefimi, o che neghino affatto la probabilità nelle co fé Morali, o feguitandola, la con- fe(fino .lunga certamente s’ in- gannerebbe, perocché eflendo.fi dopo tante fette fcòvérro, -nuove' delle, nuo- vi pianeti, ed altri fenomeni,: e tane* altre cofe, e quali :un nuovo Mondo * par eh’ egli era d’uopo di nuova Filo- fofia per inveli igarle, non badando 1* antiche, per le quali torno 3 dire con Seneca dedo, Multum adhuc re fìat 0- - perii, multumque refìabit ; nec ulti noi to pofl mille facula pracludetur oc c a fio aliquid adbuc adjiciendi . E altrove c Veniet tempus i quo po/leri nojìri tam a+ perta noi nefcìffe mirentur . Plotino predo Teodoreto così : Multa, qua nobis 'ohm latebant, ipfa die i invenie tJ Ed il Poeta: • v . Multa dies 9 tabilii avi f 4 k • • Rettulit in melius   0 t  t E noi fopravanzando in due mila anni d’ efperienza, fiam piuttofto fuperiori . . Indi Cicerone tteflò fin da* Tuoi tempi vantava d* efferfi la fua etàl.u- gualmente fatta fuperiore nell’ arti, e nelle» feienze, perchè più finamente refe migliori, e perfette, come ugual- mente de’fuoi tempi affermò Tacito .• Nec omnia apud priores meliora, fed nojira quoque atas multa laudit > . et art tu m imìtanda pofleris . £ che i Mo- derni abbiano trapaflato, e fopraftat- to gli Antichi > egli è chiaro per tanti G 3 fpevariufque lai or ma- I sperimenti, e. nuovi inftrumenti per elfi fatti nelle celebri Accademie di Firenze, della Fraocia, della Germa- nia, dell’Inghilterra, di Lipfia, ed al- trove ; come ancora per molti libri ciò fi comprova,• e particolarmente per quelli delPerhault nel paragone tragli Antichi, e i Moderni; e di Rapini nella comparazione de’ medefimi %, i « V * dottilfimi in vero, ed eloquenti Ili mi fcrittori . Quelle fono le parole del me* defimo P’ Malebranche : Si quis Ari- jìoteiem, et Platonem taf allibite s fui ([e crederet, tum ih folis dumtaxat intei « ligendis merito • forte incumberet, [ed quii id credat, cui faltem mens jana fuerit ? quin ratio noe monet ìpfos no- vi s Pbilofopbis inferiore s effe, quippe bis mille annorum, quo tempori s fpatio silos Pbilofophos fuperamus, experien- ti a nos efficere debuit pe/tticres . E più nobilmente da Renato {ledo in quella maniera : Non eft quod anti- quis multum. tribuamus propter antiqui- tatem, (ed nos potius jis antìquiores dicendi ; jam en'rn fenior e fi mundus t quatti tutte » major emque babemus rerum experientiam . Il che fu detto fi foll- mente prima da Poflevini dottillimo, ed eruditismo Gefuita - \Quamobrem fi diutius vtxijjet Anftotekt, vel fi jam revwifceret pofl tot fxcttla » quibtts ali £ res innumera t ac propemodum alter orbis emerfit, mul- ta effet correSìurus, quia contraria not experimur . Ed anche fulle feene dal latiniStno Comico . • r- I Res y tetas, ufus » aliqtiid adportet novi y Aliquid admoneat, ut qu quos varia de parte Ventai éff anditi- non cernant, propte>ea quod uni fefe Arinoteli non dediderunt fnodo y fed adeo devoverunt, ut fi fue - rit opus, prò dogmatibus ejus tuendit in fierrum, fiammamque ruaUt;' in cu - jus Pbilofopbia fi quafdam opinione s pra- va! conce perù ut $ ut iffum, fi furgeret e a defiomacbaturum putem &c. -E vicn confermato ancora dal medesimo So- rel, così dicendo .* Noi ci' prete jìia- mo di voler men male ad Arinote- le, che agli 'Arifiot elici . ; JZjfi fono guelfi, che ofiinatamente #* oppongono a cofe > ch’egli, fe vive (fé riceverebbe con piacere, per far profitto de' nuovi lumi, che ai .Mondo comparir vedreb- be. Lamentandoli ancora il medesimo Malebranche, che li ut piar imam, qui adverfus quafdam Pbilofopbia veri - ’tates : ree e ns ‘ compertas pertinacia s ob- firepunt, quibufdam innovatìonibus in Tbeologia detefiandis, pertinacia! a db at- tere 1 et indulgere videntur-. Quando i fe- Digltized by Google iò 5 i feguaci fteflì d” Ariftotel®, Ammonio dico e Simplicio: antichissimi autori, avvertirono non dover effere gl» Interpetri ^cogì attaccati a’fentimenti delmedefimò» cornei ex tripode pro- nunziati, e tanto meno, come fetta- rj fcguirgti . Ammonio così: Horum . vero explanatcr debet ; neque per bene - volentiam afiruere conari ea, qua per - per am funt ditta, ac velati a tripode ea recipere t fed fuum ìpftus adferre dicium . Simplicio in quell’ altra ma- niera : Dignum autem Ariftotelicorum fcriptorum expofetorem oportet, non ef- fe vacuum undequaque magnitudine il- lius mentis . Oportet quoque judicium babere fwcerum^ jut neque ea, que re- tte ditta funt, malo more fufcipiendo, invalida ofiendat, neque ft quid ani- madverftone indigeat, omni contentane inculpabilia moneret, velati in Pbilofo- pbi fettam fe fe infcripfe/tt • Anzi infra i Giureconfulti ancora, i quali a guifa di Filofofanti fi divife- ro ugualmente in fette, chiamandole Tul- v ioS Tullio Famtlias diffentìentet ; legge fi, ch’eglino non erano cosi pertinaci in feguire le loro fette, che liberamen- te non dicefiero i loro proprj lenti- menti, ed alle volte a quei della con- traria fcuola non aderifiero, come fi vede praticato tra Capitone, e La- beone > i quali furono i primi fetta- tori affatto contrari fotto Auguflo,* e fotto Vefpafiano, ancorché vi folle quella de' Proculejani, e Pegafiani, e l’altra de’Sabiniani, e Caffiani, af- fai più contrarie fra efiò loro, perchè quei 1’ Aritmetica proporzione, e quc- fti la Geometrica feguitavano, gli uni Stoici, e gli altri Accademici elfendo; nulladimeno fu riguardevole la loro modeflia in non aderire tanto fervil- jnente alle loro famiglie, che volle la loro modejflia avellerò apportato freno alla libertà delle loro opinioni. Matiifejia futi, et confpicua vtterum Jurifconfultorum mode fi a y quod non ita nec certa alicujus feSìa opinionibus, nec futi quoque peculiaribus fententiis inh il quale ragionando di Cello; contrario alla fetta di Jabo* leno, fotto Adriano e Antonino Pio f così loggiunge : Et fané videtur bh Celfus non adeo partium fiudiis addiSlut fuiffe ; • quintino Uberrima voluntate in utraque verfatut barefi, et qua ( ibi ad palatum fuere, nullo babito feSìa fua refpetlu [elegiffe . E in ritornando al medefimo Arinotele, leggeli nell’ O- pere di effo lui, ch’egli non prelume- va tanto di fe, che altri onninamen- tefeguitar lo doveffe. Nec alìud ( dif- fe un autore ) noi docet Arìftoteles * quam quod etiam docuerat Plato : ni» mirum fe ipfum refutare. Dicendo dife quello medelimo autore. Omne equidem genus Pbilofopbia peragravi, nulli acqui e f- co, et quamvis ex pr : mis fludkrum rudimen- ti!, Peripatetici, Stoici, aut Ac aderitici audivimus, pofiremotamen fapientijjimum quem- IO? f uemque Scepticam faSlum, tanquam ffanum aliquem in fetenti* campii in - gredientem video . E chi fece la nota al libro del fuddetto autore, foggiun- fe : Plato docuit Veritatem omnibus re* bus effe anteponendam . Male ergo fibi confulunt, qui veterum, a ut Arijlote - ìis placitis ita ob finate inbarent, ut tnalint cum illis . Uro Lionardo da Capua ne’ Tuoi Pare * r», e nelle Mofetc, e di Redi . Il nobilissimo ritrovamento dell* argento vivo ne* cannelli per la prova del vuoto del Torricelli, efaminata alla lunga dal P. Bartoli Gefuita : de* Vortici del gran Renato ; e di tanti, e tant* altri ritrovati del Verulamio, del Sorelli, del Keplero, del Gil- berto, dello Steiliola, del Campanel- la, del Digby, del GaSTendi, del Boy- le, ed’ altri. Neil’ Algebra il Cardi- nal Slulio, che non ha rinvenuto col fuo libro Mefolabium, e Ricci in quello De maximis, et mini- mii ? Nell’ Agronomia che non hanno fcoverto i moderni ? dimostrando i Cieli edere fluidi, e non più orbi So- lidi, come vollero gli antichi : i pia- neti Stimati prima fare i loro giri in- ili >» torno alla terra, muoverli intorno al Sole; Venere mutar le lue fall, o figure a gutfa di Luna : Mercurio, e Marte ancora far lo' Hello: Giove « t edere circondato da quattro delle, chiamate Medicee, e Saturno da cin- que altre, come ditte il Cattini .* ef- fer la Lunà un corpo di fùperficie di- fuguale, e montuofa : ritrovarli nel-- la faccia del Sole molte macchie di' difuguale grandezza, e di varia dura* zione, agli antichi affatto ignote; eia qualità, e difpolizione delle Comete» e d’altri corpi celelti non intefe da A- riftotele, ed ; inveftigàte da Ticone ; e da Galilei: la Zòna torrida ere- duta inabitabile, etter abitabile, Antì- pode!, qui imaginarìì dicelantur, nunc rt- vera effe t et alia f excent a, ditte il noftro Luca Tozzi nella fua Lezione: e final- mente l’agghiacciamento de* liquori non etter condenfazione.ma rarefazione contra Ariftotele:ne’gravi cadenti accelerar- fi il moto fecondo i numeri fpari, ed ef- fer il tempo radice quadrata dello fpazio de- r I « ì * Jt # Ir I t IM ' '#1 J ij V I 1:i r 11. ' avverandófi quello, che dagli antichi (ledi fu pre- detto, e fi confeda da Cicerone anc'o^ ra : O pintori um commenta delet dies 't natura judicia confrmat . E però egli è vero, che quella Filofofia d’ Ari- notele dagli Àriftotelici (ledi non è altrimenti commendata, così dicendo 1 il ; medefimo P. • Podevini i' Deiride monjìrandum ( id quod etiam tritura ejì apud omnet Ariflotelicos ) nidiata- e!}e in Arifìotelis libris fcientificam de- fnonftrationem qua ' perfedìiffma fit y et omnibus numeris abfoluta' it agite nàti effe ipfius doSlrinam inconcuffam . La quale ha avuto- tanta varietà, ed incodanza di fortuna, óra 5 abbrac- ciandofi, ora rifiutandoli > che nul- la più, dome fi può- leggere Irt quel libro di Giovanni Launoi ^ quin- di in fimil calo ebbe a dire un au- tore Francefe : In effetto fi vede 1 '; che la fortuna ugualmente efercita il fuo capricciofo impero . fopra 1‘ opinio- ni, che jopr a /’ altre coje umane ; . H ma ma. non già fopra ìe mentì purìffime, e tétte de’ Tanti Padri, da* quali lem* pre è (lata bìafi mata, come nociva al* la noftra religione, e proibita da’ Sommi Pontefici, e da* Concili ltefli, com* è detto, e da quello Lateran eTe nella Seflìone ottava affatto vietato da infegnarfi piu nelle Scuole, come rap- porta il Campanella, e Neri nel libro, detto Setta Pbilo - fopbica, dicendo quefti ; Pracepit Con- ciliarti Scbolajiìcìs in Pbilojopbia drijlo- telila non immorari, quoniam babet ra- dica infetta!. ' J i ., Ma Te, come poco dianzi io dilli, fra tanti Filofofì, i prìncipi di Rena* to fono piìi conformi alla nollra reli- gione, chi non dirà, che colf ui, più che Ariftoteie .feguìr li debba ? Perocché chiunque hlofofar voleffe fra noi Cri- lliani co* medelimi principi di Renato, li uniformerebbe Co’ fentimenti d’A- goftino il. Santo, da cui o avvertito Renato, o Renato col proprio fpirito cristiano, e filofofico meditandogli, US gli ha pubblicati, e dirteli. Parole del Santo, nella Città di Dio, fecondo i documenti -del quale compofe il fuo Cftema Renato : Quìcumque igitur Pbi- lofophi de -Dea fummo > et vero ifìa jen- jerunt y quod et rerum creatarum fit ejfefior y et lumen cognofcendarum, et borni m agendarum » quod ab ilio nobis ftt et princtpium'- natura meritar doZìrin# * et felicita s vitee, five Pla- tonici accomoda tius numupentur ? fi ve quodlibet aliud fu a feti a. nomea impo * nani ; five itant ammodo J onici generiti- qui in eit precipui -fuerunt, ifìa jenfe - rinty ficut idem Plato, et qui eum be- ne intellexerunt : five etiam Italici prò- pter Pytbagoram, &• Pytbagoreos, et fi qui -forte alii: ejufdem Pententi# in ìd idem fuerunt : -.five -. aliar um quoque gen- tium, qui f apiente t y vel Pbilojopbi ba li, Hi f pani., alìique reperiuntur, qui boQ viderint., ac docuerint ; eos amnes. ceterii' anteponimi •;» eofque nobis . prò -tV* H 2 fin - x 1 6 pìnquiores fatemsir . Chi filofofa f vo- lt fle co’principj diRenatofi unifor- merebbe con S. Gregorio Nifleno, di- cendo egli nella narrazione della vira di Moisè : Si immortalerà effe animarti Pbilofopbus perbibet tic, et Deum effe non negat, - creatoremque omnium, d quo curiti a depende nt, et vere adfeve - rat, ac rationibus quantum fieri potè fi, demonftrat ; propìtius nobis Dei angelus fiet. Quella adunque è la Filofofia ve- ramente Criftiana, e non altrimente Pagana, come quella d’ .Arinotele Quella è la '. Filofofia veramente cat- ' tolica, fecondo gli avvertimenti de’santi Padri. Quella è quella Filofofia di Rena- to, il quale fdegnando di vedere piò- involte, e deturpate le fcuole Criftia- ne nelle Filofofiede’ gentili, meditò, e diltefe una Filofofia affatto lontana dal Paganefimo, conformandola, alla, noffra fanta religione, alla quale pa- reagli, che folo mancafle,* per laper • egli molto bene, che Definitisi! erat - - i Pia - » r «7 Plato J et Arinotele }, po/l mortem Cbri - fii, et eo rum I afte atta in Ecclefta pro> nibilo' babetur, come il dottiflìmo Re- my l’Arcirefcovo di Lione, re l’ avea infegnato colla fentenza fuddetta; de- liri dimando le Filosofie d’ ambedue il piiflimo. Prudenzio, in quella ma-: niera dicendo .,t Confale barbati delir amenta Pia - >tonis .« Confale » et birce fot Cynicos > quos • fomniat, Ó* quos Texit Arijloteles torta vertigine, -nv- nervotv • Quella .è quella Filofofìa di Renato il quale confederando, che tutta la Filofofìa Agoflino il Santo diftinfe in due foli principi, che fo- no 1* immortalità dell’anima, accioc- ché noi ftelfi riconofciamo ; e 1’ efi- lienza diDio» acciocché riconofciamo la noftra origine . Pbilojopbi# duplex guaflio e fi, una de Anima > altera de Deo . Prima ejficit y ut'nofmet ipfot nove rimas : altera originerà noflram ; H 3 fon- ri8 fondò i principi dei fuo fi'lofo/are fu quefte eterne,. ed infallibili verità., v ; Quella è; quella Filofofia di Rena-, to, la quale non folo, come didi, fu > lodata da tanti e tanti Relig'tofi, ed uomini di fantiffima vira,. -ma fpecial- mente dal P. Merfcnni, intendentifli- xno delle Matematiche, e 'Teologiche fcienze, così dicendo in un' Epiflola : Son refiato forprefo, che .un -uomo, il quale non ha fluitato in Teologia, ab - ha rifpofio sì fondatamente / opra punti import antijfimi della noftra religione . lo l'ho trovato così uniforme- collo, fpirito, e dottrina dì Sant' Ago fino., che. offerì vo quaft le cofe.. medeftme negli .ferii ti dell'uno, e dell altro . E più oltre così : Lo . fpirito di Monsu Defcartes infptra Soavemente l' amor di Dio, di modo che non pojfo perfuadermi, che la Filofofia di lui non fta, per Aornare in bene, e in ornamento dell a.. ver a re - ligione . Ed in un’ altra Lettera., che fi legge registrata nel primo Tomo della Geometria . del medefimo P. Merferini, cosi feri ve à Retiatd fteffiò:' Quibus omnibus, cum a udì am Pbyfii cam illam 'ab eruditi: viri: adeo exo- ptatam, prope dieta edìturum, qud longe perfeSfius cum dofir# fdei myftfr riis conveniat > omnium catbolicoriim nomine iibì maxima:,qua: poffum, gratids b’abtó > qui non folum Pbilofp- pbicis » fed' edam Tbeologicìf verltatV bus tam feliciter patrocinarli V ’ ', . Quella è quella Fflofófia di Ruba- to, alla quale diedeiJtìtolo Moiìsù Parlier Antiqua' fide:, Tbeologia no? va perchè Vincenzo Lirinefe dicea, Ecclefiam non dovere nova, fed nove \ Sòltenendó egli, che i principi di Renato sono più acconci > ed oppdrtuni di quelli, onde fi fervono' volgarmén- te gli altri, in ifpiegando ì mifteij della nolfra religióne -, ‘ e :che non "vi fia cofa nella fua Filófofià > che non s’accord» co* principi della hofira Chie- fa cattolica, così il detto Parlier at- teftando ; Ma egli ba fatto altresì ve- dere t non avervi altra Filo fifa,~che d H 4 me- 1 t V !, .1 b* H*’ •h »• .t no meglio della fu a j* accordi co’.prinìcpj della fede della Cbiefa: .Quella è quella Filofofia di Renato, della quale il profondo, ed acu- tilfimo ingegno 4* Monfignor Caramu* .cle ne diede il giudizio ., e prefagio infieme, dicendo., che 1' opinioni di Renato faranno un giorno comuni . ed univerfalmente ricevuta, toltene però alcune pochiflìme cofe, copie ri* ferifle llaut I pj;e G della vita del medefi- mo . • Monfignor \ Caramuele ba predetto, che l opinioni del • DejcarW,. diverrei  » « Li V. • • » »* A'i . botto un.', giorno affatto comuni t e fareb» fono univer/aìmente ricevute ., rr»r alcune poche . E con ciò verificandoli 1* altro prefagio d’Alefiandro Taf- fone, intorno ad Arinotele Iteflò, di- cendo cosi; i L‘ opinioni d* ziri fot ile, le quali innanzi (e vittorie di Siila non erano introdotte, nè conofciute in Italia, potrebbe venir tempo, che non oftante /’ ofiin anione degl ’ idolatri di quel Filofofo, fi vedranno f cartate, * . / r Quella è quella Filofofia di Renato la V ' Cattolica religioni* profefftone perfeverans y me prafente, et exbortante, mortem cum vita commu- tanti, Cbrifti Salvator» redemtionem petit ur us . In ipforum fidem coram Dee tejìimonium perbibens, prafentem Aflum fubftgnavi in Conventu SanEìi Augufli - ni de Urbe r Rom* t die nona Ma ìì . Que- o pur per geiofia di gloria» da cui vien tócca, e facilmente turbata la Repubblica de’ Letterati . E fe in alcune cofc la Tan- ta .Sede-ha voluto, che refii donec cpYrigatur, potrebbe alla fine la San- tità' Vostra purgandola, fedare tan- te liti, e difpute, ancorché il contra-, rio malamente pretenda, e con danna- bile temerità la famiglia d’ alcuni Re. ligiofi, Solo per mantenere odi nata- mente le loro opinioni nelle loro Filo- fofie, come vien riferito dal P. Gre- gorio di Valenza, dal Vefcovo Fra Melchior Cano, e da altri . Ma refiino pur nelle, fcuole que- lli, e sì fatti argomenti, e ragioni intorno alla varietà delle Filofofie, e Vostra Santità* a cui s’appartie- ne di fiabilirne la verità./ perocché non **$ non ceffan mai tali contefe ; concor. dandoci piuttofto, come Seneca ditte» la divertirà degli orologi ne’ momenti» che de’filofofànti le fcuole,e partico- larmente tanto più fiere, quantochè fono d’ ingegno ; ond’ ebbe a dire uni certo autore: Citiut in gratiam, pojt mutuai cladei ingerita redeunt 'regei- »' quam partium fìudio infiammati pkilo- fopbi . Vnaqueque enim feda ( Lattanzio ditte-) omnei aitai- evertit, ut fe j fitaque confrmet, nec ulti - alteri fapere conce dit, ne fe dèfipere fateatur . Ita ut ( foggiunfe Eufebio non lingua, et calamo foltim, verum etiam manibui pralium -geratur . E sì fiottili ? e facili in rifutando beifando 1* una 1’ altra, com’; egli’ è più agevole il riprendere, .che 1* insegnare; il convincere la bugia, che ritrovare la verità E. in vero che ha che fare la Filofofia u— mana colla - ' celefte, eh’ è • la reli- gione, così appellandola Crifnftomo in più luoghi ? Religio Cbrijìiana vera » et caelejlìs Pbilofopbia eft . Che hi che fare la Filofofia umana > o fia l’an- tica, o fia la moderna colla fede, quan- do non v,’è altra Filofofia più vera, che la dottrina della Chiefa ?• Hanc ipfam folata comperi efse ver am, atque utilem Pbilofopbiam .» di/Te Giudino . C fe al- cuna cofa di vero avellerò detto i Fi- Iqfofi, come ingiudi pofleflòri di quel- la-rgli riprende Agodino . Si qua Pbi- lofopbi vera dix/rqnt, ab eis effe tan- quam injufiis poffefforibus vindicanda . E però 1* Apodolo delle genti, fopra ognaltra cofa efprelfamente comandò: Captare intelleRum in obfequium jidei noe debere qua rat ione demon - firari nequeunt . Conciolfiecofachè la nodra fede derivi da principi altiflìmi, e fopraqnaturali . Che ha che fare la ragione umana colla Teologia ftelfa ? Qjtemadmodum enim ( dice il Ver u la- mio ) Tbeologiam in Pbilofopbia qua* rere per inde e fi, ac fi viver quarat inter mortuos, ita contra Pbilofopbiam in Tbeologia quarert aliud non e fi V quarti mortuos quarere inter v'tvos . Oltreché la Filofofia egli è ancella, e ferva della Teologia medefìma la quale, come regina, delle fcienze, tragge dietro di fe incatenate tutte 1* altre facoltà > e difcipline umane ; la. qual cofa in piìi luoghi vien detta da S. Gio Grifo domo. Ex Pbilofopbia res divinar intelligere velie, e fi candent. ferrant i, non forcipe yf ed digito contee Slare . Lo fteffo in quelF altro modo. Nihil commune habet humana ratio collata in divinis; ideoque blasphemia I 1 '4 *# fu' condannata per comune parere de’ mede li mi Arillotelici, • a tellimonianza del, !*. PolTevini di fopra lodato ; ardirono di dire quella eflere la vera -, quella elTere la più certa, quando mon effer- vi niente di vero, e di certo nelle Fi* lofofie, Porfirio dilTe : Nulium effe in Pbilofopbia locum non dubitabìlem . Lo Hello altrove : De rebus Pbilofopbia multa diSla effe a Gradi, veruni ex conjeSìura . Quindi è, che.Adexerci- t attorie m ingenti Pbilofopbias > effe inven- tar,-Seneca manifellò . £d altrove co- sì : Pbilofopbias ft elegantias, et argu- tias dixero, reSìe cenfeam appella fj e . Anzi dalle ciance, e favole de’ Poeti } efler quelle originate arrelìa PlutarcOi Omnes videlicet P biìofopborum feSlas ab fìomero originerà fumfiffe . lpfeque Art - fioteles fatetur Pbilefopbos natura Pbi - lotnytbos, hoc efi fabularum fludtojos --J li* effe. De’ quali per li loro fogni, e fe- gni dati alle delle, diffe Manilio Fit totum fabula Coslum. Vuole però Macrobio che Nec omni- bus f abititi Pb lo jopbia repugnai, nec o- mnibus acquìi'fcit . E San r ’ Epifanio fpezialmenre chiamò' la Filofofia d’AriItocele quoddam fabulamentum . Leg- gendoli preìfo Varrone' ancora : Porre- mo nemo agrotus quidquam (orrtniat tam ìnfandum, quod non alìquis dìcat Pbi - Jofopbus . E predo Cicerone lo (ledo: Nefcto quomedo nibil tam abfurdi dici potelì, quod non dicatur ab aliquo Pbi - lofopbo . E parlando della barbarica Filofofìa Clemente 1’Aledandrino cosi ne lafciò fcrirto: Quod hi novi Pbilo • fopbi apud Gr fecondo il Paflavanti, diconfot- tigliezze, e noviradi, e varie Filofo- fie con parole miftiche, e figurate, che nulla conchiudono, come di Por. firio l’Ariftotelico, tanto nemico de* Crittiani, e della Criftiana dottrina cantò il Petrarca: Pot firio y .cbe d'acuti, fillogifmi Empiè la dialettica faretra, Facendo contea s / vero arme i fo- fifmi. Dicendo fimilmente il Petito, eh’ e- glino (ledi non intendono quello, che dicono, e tantomeno gli uditori. Non ìntellìgunt neque, qua loquuntur, ne- que de quibus affirmant . Il,he fece dire al Verularmo : Habet hoc ìnge - nìum bumanum, ut cum ad folida non fuffeccrìt, in futihbus atteratur . Po- co o nulla badando, quando fentono altrimeore parlare nella Teologia dell' Evangelio, de’ Padri, de’ Concilj Aedi, come n’avvifa il P. Malebran- che . Nejcio tamen qua mentis per- turbatione nonnulli eferantur, fi ali- ter quam Arijìoteles, pbilofopbari a si- de as, dum parum curant, an in re- bus T beolcgicis ab Evangelio Patribus t et Concilìis non difeedas . Il che fu detto primamente da Monlignor Ciam- poli, chiamandogli in primo luogo ambizioni di parere più Peripateti- ci, che Cattolici, poi fclamò; Che perversione di gìudicio è quefia, volere f .Il f f ! i fk •,j t| Sì Ir introdurre una religione più fedele ad Arijlotele, che a Dio ? E quel eh’ è di maraviglia, proccurano coltoro ('dice l’autore de’ cinque Dialoghi ) Di jof- fogare tutte l' altre fette nella maniera dagli Ottomani ujata, i quali non la- j ciano vivere alcuno de’ fuoi fratelli, per ijlabilire sì magi fralmente i loro do- gmi in tutte le fctiole Crìfiane . Come riferifee d’ Arinotele fteflo il Verula- mio. Arifìoteles more Otbomanorum re- gnare jebaud tutopoffe putaret, nifi fra - tres fuos omnes trucidaret . Credendo ancora di ritrovar in quello loro mae* Aro la falute, e di Ilare con elfo lui sì llrettamente attaccati, come ad un fallo, ad uno fccglio, qualìchè foffe- ro buttati da una tempella per fuggi, re il naufragio . E così appiccati, ed ubbidienti, dice un altro autore alla Filofofia del medefimo, che fembra lor commettere un delitto di fellonia il partirli un menomo punto da lui, in modo che non dicefi Peripatetico chiunque in tutto non s’ abbandona a’ fen. feriti menti del medefimo. Eaàem mente dice il medefimo Malebranche in un altro luogo Philosophia ista discenda eji, qua leguntur bì fiori ; fi enìm eo licentia deveniat ut ratióne et mente tua Utaris > ..nonefi quoà fpe- res te evafurum effe in magnum Philo- fopbum : oportet enim difcipulum ere. dere > £ il giudiciofiflìmo Sorel di fo- pra lodato, in quell’ altra maniera .* Jntantb quefii ciechi volontari ar di) co- no di pubblicare, che non bi fogna Sof- frire alcuna innovazione nè' riformazione nelle .fetenze ; benché quefio fi a il. filo piezzo per. renderle perfette . • Ma. a chi creder affi; piuttofio, a degli f chiavi, e mercenari* che non. fanno jemplicemente, che. difiribuire per gli feriti i t e per le loro lezioni la dottrina, ch'eglino hanno tro- fvata negli,.fcr itti degli altri} E pi fi oltre il medefimo Sorel così : Ci fino delle perfine così f empiici, che credono, che non fi debba ; rivocar pili in dubbio quello, eh' è in Arjfiotele, che quello » eh' è nell' Evangelio. Non mancandovi ancora degli altri, ì quali per difendere cotefta lor Filo-, fofia fi danno alle maldicenze, ed alle fatire, poco avvertendo non ef- fervi fatira maggiore > che quella della ragione llefla, la quale rende bugiardo, ed ignorante colui, che vien convinto da fbrtifiimi argomenti, facendo ingiuria ancora a tanti uomi- ni dabbene, e a tanti Religiofi, co- me fono i Padri de’ Minimi, e i Padri dell’ Oratorio, ed i migliori Gefuiti, eh han feguitato la Filo- fofia moderna, e foraftieri, e Ita- liani, e in Bologna particolarmente, dov* è Campata la Filofofia moder- na, fotto nome Burgundi a, infegna- ta pubblicamente a tempo, che Vostra Santità’ era ivi Legaro . E perciò coftui in quella maniera vien riprefo da Sant* Agoftino : Illius [cri- pta fumma funt, et au fioritale dignif- ftma, qui nuìlum verbum, quod revo- care deber et omifit . Hoc quifquis non efi adjequutus fecundas babeat partes modeftU, quia primas non potuti ba- lere Capti nti et catbedrar primas ambiente s ; in quello modo con in- crepazione favella : A deo nimirum altercando • non modo verità f arnitti- tur, jed caritas exjìinguitur, et dif- pntandi modum majorum exemplo tan- tum agreffos, nulla modeftia repagu- la cohibent ; ; Onde Luca Holftenio eruditilfimo Bibliotecario, -dolendoli della difunione della Chiefa Orien- tale, ed Occidentale ebbe a- di- re : LuEluofum fcbtfma Orienti!, et Occidenti s Ecclefias divìdens induxit dijput aridi pruritus, omnia in quafito- nem, et controverfiam > • poftb abita cantate, adducens ; nulla venta » ' tis cura, fed uno vincendi ftudio ; .e a confuet udine, vel opinione aliis legern fr^jcribens » et quod • mife- ra, * 3 $ ra j ó* afflìtta fortuna duri (firn atto ha- hjet, é? iniquijfmum efi, qttod ir, fugati- ti um ludibriis impune pateat -, Dicendo un altro autore : Jd nec Pbìkfophum, multo minus Cbrijlianum decuiffe videtur. Nè qui termina la loro baldanza, ar- rogandoli, ]a medelìma poteftà della SENTITA'- Vostra in condannare quel- lo., che non mai ha condannato nè Vostra Santità’, nè altro Pontefi- ce, dico, 1’, opinare nelle Filofofie, for- zando gl’ ingegni umani a feguir folo ifentimenti d’un gentile. Peripatetico, e con noyp giogo privarli di quella li- bertà, ch’.abbiamo per diritto di na- tura, e per legge d’ Iddio, che ci ha Jafciato il liberamente penfarc e medi- tare :> il che è quali l’ unica, e fola ra. gione, colla quale provali, che l’uo- mo lia ragionevole, e l’anima immor- tale . Quindi è, che prefe giufta oc- cafione Tommafo Moro ( alle di cui lodi ogni penna è ..vile per elTer egli chiari (fimo non meno nelle lettere, che nella pietà Criftiana, per la quale *39 facrifìcò fa vita, c i beni, e la fami- glia della ) di formare appodatamen- te una DilTertazione intorno a que* Teologi di fuo tempo » dandole que- llo titolo : Differtatio Epiftolica de a- lìquot fui tempori s Tbeologaftrorum ine • pt'jis ; non per altro, fe non perchè quedi co* principi d’ Aridotele difen- dere voleano, o piuttodo offen- dere la Teologia, • in quella ma- niera fgridandogli : Quamobrem piane non video qu qui in fuo fterquilinio fuperbit > ac. extra illa fepta fi panilo producatur longius » illico ignota rerum omnium facies, tene- bras > ac vertiginem offundit . E più ol- tre il fuo dilcorfo feguendo : Et mi- rum in modum verfa rerum vice contin- gity ut qui prius omnes fapie ntia numeros in argumentoja loquacitate pofuerat > jam I fenex infantijfimus omnibus rifui foret ~ nifi fluititi^ fu* fuperciliofum fuentium t fapientia loco pratexeret ; imo potute hoc ipfo ridìculus, quod qui fuerat Stentore 'damo fior, taciturnior pj[ce reddatur, et inter loquentes fedeat, v" * ' % Per fon* muta > truncoque ftmìlli- tnus Herma. E Umilmente Gio. Gerfone il gran Cancelliere della Chiefa, e dell’U* niverfità di Parigi, non potè atte- nerli di non- querelarli ancor egli de* Teologi di fuo tempo, in que- lla maniera dicendo : Cur appellati- tur Tbeologi nofìri tempori s fopbifl*, ut verbofi, imo et pbantafiici, nifi quia r elidi is utilibus, intelligibilibus prò auditorum qualìtate > transferunt fe ad nudam Logicam, vel Metaphy • ficam, etz/nw Mathematica™ > ubi t et, quando non oportet, i». ten fionc formarum, nunc de div'tfione continui, nunc detegendo fopbifmata Theologicis termini s adumbrata, prioritates quafdam. in Divini!, mensuraf % ' durationes, injìantias SIGNA natura, éf similia in medium adducentes, vera r et soli da essent, sicut non sunt, ad subversiotiem tamen magie audientium, vel irriftonem, quam re Sì am fidei adipe ationem proficiunt. Come eziandio de’filofofanti diiuO tempo il giudiciofiflimo Niccola Leonico, {limato il più dotto delia sua età, nel dialogo, a cui da il titolo di peripatetico, così lascia scritto: An non ego decem integros annos, borum auditori a, ne die am ìufira, ad fidu a contrivi opera ? om - nesque illorum ineptiat, et futile s co- ptionum tricas, ficcis, ut ajunt, an* ribus ebibi ? anxie femper quteritans fi quid inde excerpere poffem, ne va- cui s, quod dicunt, manibus et ofei- tans domum rtdirem . Verum, Dii immortale s, quam rerum inanità - tem apud silos, quantam ? u ? r I y i r4.it: mìb't magis fapere vifus fum, f »» quod cum Ulti de fi pere aliquando de (li- ti ; » così egli' ragiona ? Quofdàm pbilofopbantium avibus fimiles vide ri, qui levitate quadam, et ambi- tione ingenti e lati, alta petunt, et Phiftca fcrutantur tantum : aliot cani- bit t, qui laniare, et vellicare avidi * foli Logica adbarefcunt ut pelli, et in ea rixantur, et mentem ad ulteriora non mittunt. Indi leggiamo predo Laerzio, che da Euclide fofle fiata no- mata la Logica Rabiem difputandi : e leggiamo ancora che Arifione antichif- firno Filofofò quelli tali Cum iis compa - rabat, quicancros comedunt . Nam prò- pter exiguum alimentum circa crujìas, et teftat diu occupantur. Quindi Mario Nizolio, che fece un Trattato de' veri principi, e del vero modo di filofofare, fi lamentò non po- co di Leonico parimente, e di Pico, com’ eglino s’aveflero folamente rifen- tiro degl’ Intepetri e non d' Arino- tele, origine, e caufadi tutti. i mali* così dicendo: Hac quoque Jo Pieus Mi- randola co» tra barbato* Ariflotelis Inter- prete conqueritur, et vere Me quidem t Jed quemadmodum Leonicus, non cami- no jujìe, quia pratermittit eum, qui tan- forum illis errorym. c auffa fuerat, boa eji Arijìo telem . Sed o Bice non re Sì e faci*, cum de foli s Ini erpretibus Arifto- teli $ quereris, ipfum autem Ariflotelem, qui omnium malorum cauffq, et origo f it- iti. » omittis ; dìcen* te perdidiffe meliores anno*, tantafque vigilia apud Interprete Arinoteli, et nollens illud dicere quod erat verius, eadem illa omnia te multo ante perdidiffe apud Ariftot.elem ; Per la qual cofa pareagli, che miglio- re d’ ognaltro avefle fatto il Valla, che lafciando gl’ Interpetri fi prele la briga in dar la colpa ad Ariftotele, co- me vero autore, e primo fonte di tan- ti errori, e fallita, riprendendolo a- pertilfimamente dov* egli andò errato. Maravigliandoli grandemente il mede- fimo Nizolio ancora della barbarie del, lor favellare, Qui 5 e fi enim in fcbolit ijiorum pbilofopbaflrorum tam parum ver* fatti s, qui non centies audierit, potentia - Ut atei, quidditates . entitates, ecceitates, univerfalitates, formalitates, materiali - tates, et alia Jexcenta hujufmodi verbo - rum monfira, qua qui pattilo frequentiut ufurpant, ufquc adeo l^duntur, et per • vert untar, ut neceffe ftt eos, non folum valde falli, et errare in pbilojophando, fed etiam in loquendo, et fcrìbendo ve - hementer fadari, et confpurcari . Come ugualmente molto fé ne querelò Apulejo per alcune novità di parole a fuo tempo introdotte, le quali difle egli non fervire che all’ofcurità delle cole. Datar venia novitati ve ri or um, rerum obfcuritatibus fervientibm . E fi- nalmente cosi il medefimo Nizolio tutto il fuo difcorfo conchiufe: Quibus ita monftratìs, ut tandem aliquando et Caput hoc pofìremum, et totum bttnc Librum abfolvamus, ita concludi - K mus, X4$ tnuf, ut reììnquamus duo memoria man» danda, et adfidtte diligenter cogitanda omnibus, r^iìte pbilofopbari cupiunt, quorum unum e fi, Ubicumque, et quot» Cumque dialettici, metaphyscique sunt, ibidem, et totidem effe capitales . veri i latti bofìes : alterum vero Quandiu in fcboiii pbilofopborum regnabit, Ari fio - rrtex 7/te Dialetticus, Ó* Metapbyftcus, fonditi in eis et falfitatem et barbari - fi» „ fi non lingua et orit, at perocché la Pitagorica > nomavafi Italiana } ila Platonica per efler egualmente Pitta* gorica non potea (limarli, anzi piut- tolto dottrina, e Capienza > tche •Filo* fofia, come dipendente da quella de* gl’ebrei. Il portico poi, il giardino, o (ìa Democritica riguarda più la Mo* tale, e il regolamento de’coltumi .che altro. E quella d* Arinotele io 'fon per dire edere la medeiima con quella d* A ree fila, (limata la più enorme ; per- chè quelli malamente (i ferviva della Platonica, infegnatagli da Crantore Platonico t imbrattandola co* (odimi di Diodorot (ottilifiuno dialettico, e col mutabile» e fuggitivo di Pirrone acutiflìmo fillogilta. Indi egli è » che dicealì di lui » come narra Plato > 'ex pojìerioribus Pyrrbo * ex mediti Diodo • rui ; E (eguitando Eufebio (ledo » cosi parla di lui : H/c autem fubtìlìtch tibus-. Diodori, qui actttui dìalefttcus erat, . et Pirrbonis ratiocinationibus Pia* tonte am eloquentiam feedavit, et modo K a toc y «I * qua ! pria ! aflruxerat, confutare . Erat igitur Hydra capita fap proprio enfe amputanti nec aliquìd habem utile », nifi quod libenter > et audiretur, et videretur . E dell’ of- curità, e ftrepiro di parole, di cui fon pieni i libri d’ Arinotele con ter- mini vaghi, e generali, in modo che appena rinvenire fi poflan due, an- corché fuoi feguaci, e Tettar j, che convenir fappiano in un medefimo sentimento; ecco Malebranche come ne fa chiari/lima testimonianza: Quamvii cairn Pbilofopbiipftus do Sì ria am fc docere adfeverent et autument, vìx tamen duo reperientur, qui circa ejat fententiam inter fe conjentiant ; quanti, am revera /iriflotelis libri adeo objcurl funt, totque fcatent termini t vagit et generalibui, ut eorum opinione s, qunC ipft maxime adverfantut non fine verift- milìtudine pojfìnt ipft trtbuì . In non- nulla illìus operibus quidlibet ipft adfcri- bere lìcet, quia in ijs ntbil pene dicìt t quamvts multa magno (Irepitu deblate- ret : quemadmodum pueri campwnas fo- ndu fuo quidlibet dicere fingunt, quia campana ingentem edunt fonum, nec quicquam dicunt . ' \ Quindi non fenza roSTóre de’ me- desimi Ariftotelici Gio. Sculero nell’Orazione per cosi dire inaugurale, eh’ ei fece intorno al riftauramer- to della Filofofia con quel principio-: i diffe : Quid magli noxiura Cbrijlìanre }uventuti Cógitarì fot e fi, a tenerti audire ? Quid periculoftus quarti tene* riniti eofum animiti > qui ad majo » ra defìinantut, et qu bui > juo tempore > fine ReìpubVtca » fitte Eoclefue ad L tninìfiratio committenda, talia, in fi ahi» lire, aperte Tbeologis Cbriftian qui ex prafcripto propri t inftitu- tì \ five ex adfeSlu erga praceptores. certi! opinionibui adharent, omnia fe- cundum illos dtjudicanl, quacumque auEìor ìtale y et demonflratione po fi b abi- ta, ad eafdem trahentes quidqutd au- diunt i qmdquid ìegunt . Il che fo al- mamente difpiacque ancora a Rodol- fo Agricola, uno de’ primi - letterati del fecolo pattato, (*) che di tanti FU lofofi 'dell’ antica età era folamente 4 ri- m 1, -»«,Cioè del fecolo fedicefimo, mentre V. srive la sua lettera in punto: ma veramente Agricola non tocca plinto il decin*ofefto secolo, pbiché nacque Tan- no *44 x.e mori, come notò il Trite- mio • * v Ci u ir tì ì 1 f y v»A' r i I t I 'I Jil f :n ; -ib, pra coftui muore T ultimo Audio de*, vecchi . ... Ecco le Aie parole ? Quid de Ari ftotele die am ? hic gnìm prope* modum [ohi omnium prife a alati! Pbi- ìojopborum permanfit in manibui : hunc [ohm, -, qui \ Pbilojopbite, defìinantur, attìngunt : hunc .primum pueri difeunt buie ultimum jenum jl uditi m immori - tur : hunc artet omnei, omnia fiu* diorum genera terunt, trahunt,, dif* cerptmt . Ma non già dopo che il Cartello aprì, il vero fentiero al mi- gliore, e più certo modo di filofo* fare;, che ad un Criftiano convenga*. Come ugualmente tutto ciò fu con» fiderato dal dottilfimo Vanhelmon- zio, dicendo ; Jndignor et merito » quod ScboU •• Pbilofopbia ethnica ado » lefcentet male ìmbuant . Lamentan- doli egli fra 1* altre cofe, non ben convenire la definizione pi che Ari* Itotele diede all* uomo chiamando- lo Animai ' Rat tonale ; non avendo egli conofciuto la Tua creazione > nè T effetto d’ ella ; e perciò 1, dice il fud« detto autore malamente fervirfène le fcuole Criftiane Vituperai am ìtaqttc definitìonem exìfiimo t qua homo Ani * mal rat tonale, vel e a effenti ee defcrì- ptione depìngitur . Siquidem ex ulti • mato fine dejìinationum . proprietatibus in creando - dejiniendut erat, fi .finii fit cauffarum prima ex Arinotele . Qua- propter nec hominii de fini fio e fonte Pagani f mi mendicanda erat ì qui ere* ationem, ejufque fines piane ignora* vit, Così egli defìniendolo ; Homo ergo eft creatura vivent in corpore • per. a rum am immortalem oh honorem Dei * fecundum lumen » &: ad tmaginem Ver- bi . Quando Arinotele -diede una definizione all* uomo che nulla va-» le » - non 'Vedendoli in quella nè crea* tura di Dio, nè immortalità dell’anima, da ‘esso lui affatto negata come Cerna verun dubbio l’ affettano Ciucino nella Parerteli, Teodoreto nel Libro della natura dell* uomo, Gregorio Nifleno nel Libro dell* Ani- ma Origene in più luoghi delle Tue Opere, Gregorio Nazianzeno nella dif- puta contro Eunomio, il Cardinal Gaetano nel Trattato deli’ Anima, Plutarco y Galeno, ed infiniti altri fcrittori profani . Per lo che non fen* za ragione chia mai Io Tertu]]iano«?//é- to f dicendo nel Libro delle Ptefcrizio- ni Miferum Arijlotelem ; foggiung; ndo, J Qui illis Diale Che am inHituit, artifi - eem (Intendi, et defiruendi verfipellem t in fententiìs co a Cium, in conjeCìurit nec t allietate Panos -, oec ar* tibusGracos, nec denique hoc ipfo bu - jus' sentii, et terra domenica > . nativo • que - fenftt Jtalos iffoi > et Latìnot $ fed pktate, ac religione, atque naiionel ’ que [uperavìmus . • :i E finalmente eonofeendofi ancora dagli Ebrei, la Filofofia d’Arinotele ef- li • è 1 f r f Ì-1 h È i l - i Ir À, • I f .» t •1 a # • i li I t5* eflere in pregiu diciò della religione, fa. pubblicato decreto nel Sinedrio de- gli Afrnonei ( come fi legge nell* irto- ria de’ loro tempi ) così dicendo .• Ma- le diti us qui docet filium fuum Pbtlofo- pbiam G rac am . : Il che vien riferito ancora da Arrigo Enefiio nel fuo Li- bro Vir fapiens . Quindi, non fia ma- raviglia, quando leggiamo preffoCle- mente 1’ Aleflandrino, Grata itaque • Pbilofopbia, ut alti volunt, a Diabo- lo mota e fi i Anzi i Giudei dopo la venuta del noftro Salvatore, ancorché * empj, pur dannarono la Filofofìa d’A- riftotele ; perocché avendo pubblicato il Re Moisè un Libro» a cui diede il titolo 1 Mereh Nevekim, fu acculato, dagli altri Dottori d’aver corrotta la loro religione » per aver in effo pur troppo mefcolata la Metafilica d’ Ari- flotele, come narra il P. Si mone nel fupplemcnto al Libro delle cerimonie/ e de’coftumi de’ Giudei di Leone Mo- dena .. Ed io in finendo dirò di lui con il gran Pico della Mirandola ; Mali prtnctpiì finis masut . Da turco ciò, che fi è fin qui rap* portato, potrà la Santità 1 V ostra pienamente avvifare quànto fian da ri- prenderti co fi oro, ì quali ardi (cono di biafimare quefta Filofofia, che mala- mente chiaman moderna, e nuova, e dannarla come fcandalofa, e mala - r quando finora nè la Santità’ Vostra* nè gli altri fantiflìmi Pontefici antecefi» fori hannola giammai penfiata con- dannare . Anzi il contrario leggiamo riabilito dalla Santità d’Innocenzio XI» in una Bolla ; ciò egli è * che niuna. cola tra filofofanti, ed altri, che fico- lafiicamente fi contende, giammai fi' danni o in difiputando* o fcrivendo, o in pubblicando, che pria dalla Santa Romana Chiefia condannata non fia ; Ma quando anche ciò non fofie, qual furore, o fpinto dii zelo ijpinge tant’oltre, cofioro ad incagionar coma- rea e mala una Filofofia che ha per autori uomini cattolici, dabbene, e di integrifiìma vita ; avendo per lo con* x$8 trario la lor Filofofia per autori fio. mini gentili, e tra gentili i più per- vertì, e federati ? Qual ila (iato già il lor Padre Arinotele, e di che coftumi l’iftorie de* Greci, e de’Latini ne fan piena, ed affai- ampia tedimonianza ; Quai fentimenti, e quanto perniziofi sì alle Repubbliche, sì alla j religione, che a’Tuoi tempi lì tenea tra Greci, egli lanciato abbia a’ poderi la San- tità' Vostra, rivolgendo l’occhio a quello, che per 1* autorità d’ infiniti fanti Padri, e di molti altri autori pro- fani fi è riportato, porrà benignamen- te giudicarlo., Non evvi Tanto Padre, che per otto e più - fecoli riprefo -, e biafimato non l’abbia, nè mai leggia- mo, che alcuno l’abbia feguito, o fia dato così dettamente legato alla di lui dottrina, come tuttavia fon codo- ro. Dottrina veramente tre volte per- niziofiflìma, madre, e fonte di tante e tante erefie + che per tanto tempo didurbarono. ed affliflero la Chiefa, e di Crido la vede lacerarono. E fe: rifor- riforgefle il gran Bafilio, quanti equa-' li de’ noftri tempi riprenderebbe più fortemente, che non fece ad Eunomio^ ed agli Eunomiani- de’Tuoi tempi j t - quali giuravano Tulle parole d’Arinotele, come full’Evangelo > e pofero in ifcompigtio la Chiefa d’ Oriente? Che diremo degli Atanasj, e degli A leffa n* dri Vefcovi d\ Aleffandria ? . Quanti Crilìiani taccierebbono d’ Arianifmo, yeggendogli così attaccati ad Arinotele, onde Tempio Ario prefe Tarmi, e le faettc contro del Verbo ? Non farei per mai finirla, fe voleffi addurre par* titamente tutte Terefie, • che da’fegua* ci d’ Arinotele fono fiate indotte nell» Romana Chiefa per tanti fecoli, e di giorno. in giorno van riforgendo. Baffi fol dire, che da fei, o più. fecoli tutti gli errori fian venuti da oriondi per così dire, e figliuoli del grande Aridetele ... i ' « Ma fliafì pur colla fua pace Aridotele, con quella pace, che nel più cu- po dell’ Inferno, ov’egli fea.giace, dar > fi può i6o fi può- Siali ' flato Arinotele non tan- to federato ; anzi dirò più, fiati (tato uomo dabbene, avvegnaché gentile ei lì (offe . Sianli Santi tutti gli Arifto- telici, i quali hanno avuto, ed hanno il nome di Criltiano . Siali la lor dot- trina ottima-, e di niun pregiudicio j non però avrà che far nulla colla no- Itra l’anta' religione nè di buono, nè di malo . Siali io dico, e ridico la lor dottrina profittevole in ifpiegare gli ar- cani della natura, la natura delle pian- te » degli animali, e che lo io ; non dovran perciò biafimare tutte 1’ altre Filofofie, eh’ eglino non profèlTano, quando quelle niuna cola infegnano, che contraria lia a’ buoni collumi, alle leggi naturali, ed alle leggi del cristo, e della chiesa. Coloro, che rin- novate l’hanno tutti fon già morti cat- tolici, ed in feno della Chiefa, lenza veruno fofpetto, quantunque minimo d’erefia. E conceduto, che in qual- che Libro d’ alcun Filofofo Criltiano vi folle qualche opinione » chiaramente con- rii 'contraria alla verità della religione, fenza dubbio 'veruno toccherebbe alla Chiefa di condannarla . Potrebbe!! pe- rò ( parlo pieno di rifpetto, e di zelo, con quella riverenza ed ubbidienza, che lì dee alla Santità* Vostra, ed alla Santa Chiefa ) dìdimamente con- dannare quella opinione eretica, ovvero fcandalofa > come fece per molte dichiarazioni AlelTandro VII. ed altri Pontefici ; e non ributtarli tutto il cor- po d’un libro, il quale lì compone d* infinite, e varie opinioni, delle quali la maggior parte niuno attaccamento ha, ovvero dipendenza colla verità della fede. Così leggiamo Origene, e Tertulliano lìcuramente, avvegnaché ambedue in molte co fe lian traviati, come poco ollervanti della nollra reli. gione . Così leggiamo ancora ' San Ci-' priano Martire, quantunque folle fia- to d'opinione, che i battezzati dagli eretici lì doveflero ribattezzare ; laqua- le poi fu dannata dalla Santa Chiefa' per mezzo d’ un Concilio come ancora tanti altri errori di Lattanzio d’Arnobio e d’altri. Or fe ciò fia lecir- to nelle cofe di tanta importanza » cioè nella Teologia, potrà ancora efler Tecito nelle Filosofie, le quali van decorrendo femplicemente degli arcani della natura. Il filosofare, Beatissimo Padre, fu Tempre mai, conforme s’è dimoftrato, libero, e permefiò a chi che fia, purché contrario egli non fia alla religione > alle leggi umane > ed a’ buo- ni coftumi. Non han cofa gli uomini» che fia più lontana e men foggetta al- le poteftà terrene, che il loro Spirito. Nè v’ è cofa più intollerabile, cl}e quando fi veggono rapire la libertà de* loro penfieri ; perocché tanto è toglie- re la libertà del filosofare, quanto è togliere la libertà dell’ opinare ftefTo, non effendo altro le filosofie che opi- nazioni Quindi è, che coloro, i qua- li per dura legge delle genti fono schiavi delle altrui volontà pur fi riman- gono liberi nelle loro opinioni, ed i lor padroni > i quali han poteftà della lor vita, non poflòno difporre de’ loro li* beri fentimenti . Solamente lo fpirita dell’ uomo a Dio è tenuto renderli avvinto, elfendo egli folo la prima veri- tà per elfenza, la quale non può giam- mai nè ingannarli, nè ingannare ; ed iòdi poi ancora la fua Chiefa > la quale ci favella da fua parte, toccando a lei d’interpetrare gli oracoli, ed arca- ni di Dio . Indi quella ubbidienza del- la nollra ragione libera all* autorità Divina fu fempre giudicata da tutti la prima, e più grata vittima, che noi dobbiamo offerire a Dio. Il facrifizio certamente non è egli fanguinofo, è ben però il più pregiato, e caro ; perocché conduce gli fpiriti nollri, na- turalmente di ripofo impazienti a sì felice fervi tù, principio » e mezzo d’ogni nollro bene, e falute. Perchè li dee in ciò ufare grandilfima diligenza, nè legare sì llrettamente quello nollro libero arbitrio in cofe, le quali poco, o nulla montano ; perocché potreb- Lz beli befi temere di qualche rivolgimento, o per così dire temerità dal vederli sì ftretto, e incatenato . Oltreché po- trebbeli da ciò dar luogo di penfar malamente, che la noftra fede dipcn- deffe da’ principi delle Filofofie, e che la noftra religione » ed Arinotele fot fero sì Erettamente uniti, e me (cola- ti, che 1' una fenza l’altro non polla da noi crederli. Sarebbe ben tre volte incollante la noftra fede, fe ftabilita folle fopra così balle, e poco (labili fondamenta, ed andalfe dietro a’fogni, ed alle frafche de’ Filofofanti . La verità vien ricercata si dalla Filofofia,• ed è Hata ricercata già per migliaia d’anni ; ma non giammai però è Hata ella ritrovata ; perocché Iddio ha vo- luto lafciare il Mondo all’efercizio in- nocente delle Filofolie, ed all’incerto inveftigamento delle cole naturali, e però alle difpute . Mundum tradidit difputation'tbus eorum. Conforme anco- ra va dimoftrando San Gregorio Nazianzeno in un difeorfo, ch’egli detta delle dìfpute. La Teologia fola ha ri- trovata la verità, perch’ella fola s’ ag- gira intorno alla vera luce, e prima 1 ferità, eh’ è Iddio, principio d’ ogni j noftro fapere; onde gloriavafi 1’Apoflolo di non fapere altra cofe, che Critto crocifitto. Quefla verità ritrovata nella teologia altri non poffede, che 1 la noftra fanta religione, la quale quan- tunque contrattata, ed afflitta da tan- ti e tanti tiranni, pur fempre mai vìttoriofa per tanti » e tanti fecoli ha trionferò, e trionferà per fempre più gloriofa . Veritatem ( ditte un autore ) Pbilofopbia quper ciò fare ha volu- to fervirfi ; perocché verfando quefte intorno ad una caufa, la quale al prefente fi può dir prelfochè comune, di comune, ed univerlal difefa ancora elleno pedono molto acconciamente fervire. Recando adunque le molte parole fue m una, quella nella foftanza fembra edere fia- ta T idea di lui . Egli ha come in due parti divifa tutta la Lettera, in una delle quali s* è ingegnato di biafimare, e deprimere il pia che ha potuto Ariftotile; e nell’altra lodare, e portare alle ftelle Renato Defeartes. Egli ha depredo Ariftotile, comparandolo prima- mente con Platone, e inoltrando, che il principato tra i filolòfi è di quello fecondo; L 4 che da tutti i fanti Padri molto è flato cele* brato: che la fua filofofìa è la più favorevo- le, ed acconcia alla Chiefà cattolica ; e che quella d’ Ariftotile è la più contraria, e pre- giudiziale . S’ e poi ingegnato di inoltrare, che Ariftotile è flato 1’origine di tutte l’eresie. eh’ è flato biafimato da tutti i fanti Pa- dri, e finalmente tutto quello ha raccolto, che può fèrvire di biafimo, e di vitupero di quello filolofo • Di qui è pallato a glorifica- re il Defcartes . Ha mcftrato da quanti e quali uomini e fiata la lita filofofìa appro- vata, e ricevuta : com’ ella s’ uniforma a’fen- timenti de’ fanti Padri : come ferve molto per difi reggere l’erefie, e così fatte altre cofe af- fai. Onde porta l’incertezza di tutte le filo- fofie per cagione del corto intendimento u* mano, e porta Umilmente la libertà di giu- dicare, eh’ hanno gl’ intelletti nelle materie fìlofcfiche y ha concitilo, ellère molto da riprovare Tattaccarfi fidamente ad Ariftotile. C jntra il quale molte colè di nuovo adducendo, e moltiflime altresì a favore di Renato, della filofofìa di cui teffe un lungo panegiri- co ; finalmente conclude, effere forte da ri- prendere coloro, che ardifeono biafimare la filofofìa moderna, la quale non fido al paro coll’ Ariftotelica può andare; ma in oltre ad erta dee ellère antiporta, come quella, che dalla Platonica fi deriva, e per più altre lodi, ch’egli affai minutamente, e a lungo ya numerando. Ora volendo (opra cosi fatta argomentazio- ne col medefimo fine dell’autor fuo, cioè a prò della moderna filofòfia, alcuna colà offervare; dico in prima, non effere molto da commendare Io ftabilire la difefa di effe mo- derna filofòfia fopra la depreffione d’Ariftotile, e fopra la deificazione, per dir così, di Renato delle Carte. Quantunque volte un eccellente fcrittore ha occupato un poftocon- fiderabile nella repubblica delle lettere, non manca mai la fazione di quelli, che Pefàltano, e di coloro, che lo deprimono fuori del dovere . Vero è, che ci fono ancora difcreti eftimatori delle cole, i quali il buono dal reo feparando, quel prudente mezzo eleggono nel dar giudicio, che fecondo dirittura di ra* gione fi vuol tenere. Molti efèmpj io potrei addurre per confermazione di ciò: ma perchè fopra Ariflotile procede ilnoftro ragionamen- to, volentieri io non mi partirò da eflo. Per efempio adunque de’ glorificatori affettati di quello filofofo fia Averroe, il quale in que- llo modo lafciò fcritto di lui : j4riflotelir do Urina efl Stimma Veritas, quoniam ejus inteilelhts fuit finis bumani intclleftus ; quare bene dicitur de ilio, quod ipfe fnit creatus, et da tus nobis divina providentia, ut non ignori mus Doffibilia feiri . E nella Prefazione alla Fisica; Complevii ( Ix>gicam, Ethicam -, óc Metaphyficam ) quia nullus eorum, qui fecu * ti funt eum ufque ad hoc tcmpus, quod efl mille et . quingentorum annorum, quidquam addidit, nec invenies in ejus verbi s errorem alicujus quantitatis, # ta/ew £// per quan- to egli raedefimo ne dice, venti anni interi fpefi avendo iti Squadernare i libri d’Ariflotile, anzi oracolo, che giudicio è da repu- tarli . Così adunque egli fcrive nel Prolago al libro JY. del fuo Examen vanitati* dottrir Tue gentium : Multa apud Ariflotelem erudì . f > tio, multa eleganti a fcribendi, inulta etiam, fcrtajfe verità: fed certe non parva vanita - JLo fcrutinio fin qui da noi fatto di varj, c oppofti giudicj intorno al medefimo fog- getto formati, può fervir di regola nel giudi- 1 care di. tutti gli eccellenti fcrittori. Noq bifir gna nè alla bellezza della virtù, nè alia brut- tezza de’vizj lafciarfi cosi rollo ingannare, nè fafcinare in modo la vi (la, che fi travegga e fi finarrilca quel fenderò dì mezzo, per cui Tempre colla (corta della ragione dobbiamo proccurare d* incamminarci . Ma egli fi ritro- vano uomini d’ immaginazione tanto gagliar- da e forte, che poiché hanno fidato la men- te nella qualità d’ un oggetto, non (anno tanto o quanto fidarla per dominarne le al- tre - Conoro confederano ' le colè (blamente per quel verfo, a cui dal moto de* (oro fpi- riti fono portati, e di qui è, che o il bene folo, o il male precifamente contemplano » Quello predominio dell’ immaginazione in nelfun’ altra opera per mio avvilo meglio fi fcorge, quanto in quella de veris principiis, et vera ratione pbilofopbaudi di Mario Nizo- iio. Quello fcrietore avendo al principio con- ceputo della (lima verfo Cicerone, e vdeldifi credito per • Ari dotile,‘a poco a poco s* è lafeiato condurre a tale, che nuli*- altro che il lodevole in quello, e in quello nuli* altro che il biafimevole egli vedeva . Gli è fi- nalmente» paruto, eh’ ogni cofa, anche 1’ imperfezioni del primo roderò divinità, e le cole anche buone del fecondo fodero vizj, e magagne . Di qui è, che negli accennati li- bri, egli conculca ogni opinione, e lèntenzia d’ Arillotile, e glorifica ogni detto di CICERONE (si veda); per qualunque definizione anche de- bole, e imperfetta del quale, egli s’ ingegna di ritrovare principi, da cui fi deduce com* ella è giuftiflima, e vera. Quella lòrta di li- bri può efler utile per quelli, che all* oppo- fla parte fono dalla palfione portati / perchè fcorgendo nella lettura di elfi il rovescio, co- me fi dice, della medaglia, può avvenire, che s’inducano a dubitare di quello, che fi- no allora aveano tenuto per fermo . Per al- tro e l’uno e 1* altro di quelli eflremi merita grandilfimo biafimo, nè v’ha colà,che più i retti giudici impedifca quanto quello fv la- mento della ragione, a cui la fantafia ha tolto la briglia di mano,. Intanto la vanità, e lafu- perbia dell’ uomo fi palce molto di così fat- to cibo, perchè o colla deificazione, o colla deprelfione altrui o coll’uno e l’altro inlìeme, fi fpera di potere llabilire la propria fama « Egli avviene nonpertanto, che la colà il più delle volte va tutt’all’ oppollo . Nulla è che minor imprelfione faccia nelle menti de- gli uomini, e che più agevolmente dimentichino, quanto quelli sforzi violenti : degl’ intelletti da troppo gagliarda immaginazione trafportati : non altrimenti appunto, che 1* azioni llravaganti, e inufitate de’ pazzi, ap- pena s’oflèrvano . E chi è egli, che fìlolò- fando fi Ila giammai attenuto a’ principj di- Mario Nizolio? lo non ritrovo appena regi- flrato il filo nome tra i nemici d’Àrillotile. Ma ritornando in via, dico, che l’autore di quella Lettera fembra effere (lato alquanto tocco dal prurito y di cui abbiamo fin qui favellato, mentre con tutto lo sforzo dello fpirito s y è ingegnato di raccogliere il polfibL. le con tra Ariftotile, e dall* altro canto por- tare fino alle ftelle il Delcartes ; ogni prova facendo > e nulla intentato lalciando per ap- pannare, e far violenza agl’intelletti de’luoi leggitori . Per contraflegno della fila palilo ne, anche dentro a cancelli di puro raccoglitore degli altrui giudicj, offervifi il modo, eh’egli tiene in iftorcere vio- lentemente contra Aristoeile alcune parole del P. Petavio, dette ad altro intendimento, anzi in propofito tutto conti ario. Quello Pa- dre nel capitolo III. numero V. dei Prolago alla fua Opera de* Dogmi Teologici, dopo avere addotto un lungo palio di S. Bafiiio, nel quale lèmbra, eh* e* rigetti in tutto la filolòfia Ariftotelica, foggiunge al fine cobi: Ceterum iifdem in verbi * videtur Bafìlius in totum abdicale, ac rejecijje ab fidei, Theo* hgiécque conjortio univerfam Ariflotelis philofo* phiam tanquam Cbriflo irrvifam, et inimicami atque ab bofle illius Diabolo proferì am . Quam uonmllorum opinionem refellit Clemens Ale*an- drinus in primo Stromateon > ut alibi memini - mus . Sed ab bujufmodi Jufpicione Bafilium paullo pofl purgabimus . Ora il nollro autore prende da quello palio quelle lòie parole ; Ari m Ari flotti is j>hilofophiam tanquam Chriflo invi, fam, et inimicam i atque ab hofle illitis Dia. bolo profeti am ; e le porta come un detto del P. Petavio contra la fìlolòfia d’ Ariftotile. E chi non vede però che il prurito di conculcare quello filofofo ha fuggerito all’autore della let- tera una sì aperta, e abominevole ftorpiatura? E pure y fe per 1* altro verfo vogliamo ri- guardare e Arillotile, e il Delcartes, non ci mancherà motivo, nè fcrittori, i quali ci a- prirànno la ftrada a deificare il primo, ed a deprimere, e conculcare ancora il fecondo, lènza nè pure aver bifogno di ricorrere a tali artificj . Ogni volta che uno fcrittore s’ha a. cquiftato un gran nome nella repubblica del- le lettere, e mafTìme per lungo tratto di tem- po, ’è pazzia l’immaginarli, che tutte le co- fe lue pollano eflère tee . Il buono làrà mi- fto col men buono, come di tutte l’ umane cofe, che perfette giammai non li videro j fiiole avvenire ; e però quelli, eh’ amano dì cogliere negli eftremi, troveranno in amen. - due le parti da làttollarli. Il punto Uà, che non lì lufinghino d’innalzare una fabbrica, che non polla eflère da alcun altro colle ilei* fe forze diftrutta, per non ritrovarli contra la loro efpettazione ingannati. Un altro, che riguardi lo fteflò oggetto dal lato oppofto a quello, che 1’ hanno riguardato efli, ritro- verà tolto gli liromenti da dilhuggere in quella fletta fucina dov’eglinò gli avevano ri. trovati per fabbricare - Di quella difputa d’ Ugone da Siena, al tempo del Concilio, che fi cominciò in Ferrara, riferita dall* autor della Letteta, come cola inftituitaperefalta- re Platone, e deprimere Ariftotile, così nel., la fua Cronaca lafciò fcritto Filippo da Ber- gamo : Cumque Nicolaus Marchio, et multi in Synodo congregati pbilofophi excellentes ad - venijfent, cuniios in medium philofophia jocos adduxit (Ugo) de quibus inter fe Plato ± Arifloteles fuis in Operibus contendere, ac magnopere dijfentire videntur, cdocens eamfe partem defenfurum y quamGraci oppugnandam ducer ent, five Platone m y fi ve alium je fequen - dum arbitrarentur . Lo fletto atteftano Enea Silvio nel capitolo LI I. della Dedizione delF Europa, e Andrea. Tiraquello nel de Nobilitate. Ecco pertanto, che il fine d’ Ugone non fu V efaltazion di Platone, e Pabbaflàmento d* Ariftotile, come vien fuppofta : ma fi profefsò di voler difputare problematicamente, che vai a dire, difendere la parte impugnata, e per confe- guenza difendere o l’uno, o l’altro di quelli due fUofofì . Cosi il Concilio Lateranefe V. a torto vien portato alla facciuola 114. come difàpprovatore, e condannatore della filofo- fia Peripatetica nella Scffione Vili. Bafta fo- to leggere P accennato luogo per chiarirli, che quello Concilio non condannò nè Anda- tile, nè Platone, nè alcun altro filofofo in particolare : ma generalmente della filofòfia ragionando, proibì primamente I* abufo a que’ tempi introdotto di difendere nelle pub- bliche Tefi, che circa lo dello punto, quel- lo era da dire fecondo la filofofia, e quefto fecondo la verità : ovvero tal colà fecondo la filosofia e r a vera, che fecondo la fede erafal- fa . In fecondo luogo ordinò a tutti i Lettori pubblici delle Univerfità, chefpiegando i fìlofòfi, avvertilfero la gioventù degli errori loro, alla fede noftra contrari, -confutando* gli, e riprovandogli . E finalmente (labili, che niunCherico doveffe dopo io ftudio della Grammatica appigliarli a quelloodeilaPoefia, o della Filolòfia, lènza ftudiareinfieme Teolo- gia, e Canoni, acciocché, foggiugne, In bis Janlìif, et utilibus profijfionibus Sacerdotes Domini inveniant, unde infili a s Pbilofopbia, et Poe fi s r adice s purgare, et fanare valeant. E tanto è lontano, che i Padri di quefto Concilio abbiano avuto in animo d’oltraggia- re Ariftotile, eh’ anzi lette le poco fa accen- nate cofe, e ricercato, fe alcuno avelTè pun- to che dire in contrario, fi levò fufo Niccolò Lippomano Vefcovo di Bergamo, e sì difle^ Quod non pìacebat fìbi, quod Tbeoìogi impo - nerent Pbilofopbis difputantibus de veritate in - ielle fi us tanquam de materia po/ita de mente M LIZIO y quam [ibi imponti Averroes: lieti fecundum verità rem tali opimo e fi fai fa. Similmente di queir Aezio Vescovo che dall’autor dell’epistola è rapportato come uno che per troppo starsi attaccato alle categorie del Lizio, cadesse in eresia e diventaflTe ateifta, Socrate nella sua storia ecclesiastica cosi ragiona. Hoc aiitem facit categorii s LIZIO sic liber iU le e fi ir. scriptus fidem habens ex quibus disputando ac se ipsum fallendo y non int clienti y ncque a feientibus didicìty quis fìt LIZIO feopus. Ille namque propter fopbifias philosoph'ue lum illudentes id genus exerctiii conscripsit y et Di al etite en per sophismata novis fopbiflis dicavti. Itaque academici qui ACCADEMIA y ac Plotini scripta e L 9 immaginazioni belle piut- rollo ad udirli, che fiifliftenti e fode, le quali sono fparfe per tutto il corpo della fua filolofia y e che tinta di fanatifmo T hanno fatta comparire. I vortici, che da fonti torbidi italiani, come sono quelli di Bruno, ha prefi il. Descartes – H. P. Grice, DESCARTES ON CLEAR AND DISTINCT PERCEPTION -- per far girare la fila triplice materia; sono colori, che possono servire a fare un ritratto di lui tutto diverso da quello, che ha fatto l’autor della lettera Malebranche mede, fimo l’uno de’più acerrimi difensori, e approvatori della dottrina di Renato, così lascia scritto nel libro ili. patte L della ricerca della verità. Mortsù Descartes è anch'egli uomo y soggetto all’errore, e all’illusione, come gli altri . Non v 9 ha alcuna delle sue opere y non eccettuando nè pure la sua geometria y in cui non sia qualche segno della debolezza dello spirito umano. Non bisogna adunque fiare alla sua parola; ma leggerlo cautamente, com 9 egli ftejfo ci avvertijfe. Non sono anche mancati uomini dotti, i quali hanno fatto vedere, che la sua filosofia è di pregiudicio alla fede, i8i ed è contraria a molti dogmi cattolici AIcuno ha pretefo, eh ella rinnovi l’eresie di Pelagio, e di Neftorio: ed altri, eh’ella sia la firada allo spinosismo, e all’ateismo Io sò, eh’è slato risposto a questi tali, e che vi si risponderà: ma quello appunto è quello, che il di sopra da noi detto conferma, e che mostra quanto agevol colà sia o, ecceder nella lode, o ecceder nel biafimo, quando non s 9 ami di fidar l’occhio che o ne’sòli vizj, o nelle sole virtù. Non sembra adunque, com’ho detto, degno di molta lode il disegno di stabilire la difesa della filosofia sopra le lodi, ell’esaltazione di Descartes, e sopra i biafimi, e depreflione del LIZIO, ficoome sopra un fondamento, che si può distruggere con quella stessa facilità, con cui s è innalzato: e per mezzo del quale, fermo e inconcuflò renando, si verrebbe a slabilire quello, che l’autor filo medesimo in alcun luogo con molte parole s 9 e ingegnato di diftruggere, cioè il farli seguace indivisibile d’alcun filosofo particolare come H. P. Grice. Ora diciamo alcuna cosa della principal ragione, sopra cui l’autor della Lettera ha piantato la difesa della filofofia; la quale si è, che derivando ella dal fonte dell’ACCADEMIA, fìlosofo superiore al LIZIO, approvato dagli antichi padri, e riconosciuto come molto vicino a’dogmi cattolici; ella non vuol eflere riprovata, massimamente in confronto del LIZIO, la quale, secondo lui, è J }a* fa l’unica, e sola cagione, anzi l y orìgine JìcJfa di tutte l’eresie. E quanto al primo, cioè quanto al principato, tra l’ACCADEMIA e il LIZIO; molto difficile, molto dibattuta, e da niiino per anche decite quistione ha preso a diterminare il nostro autore, augnandolo al primo. La difficoltà di tal decisione procede, che molti essendo i pregj delfinio e dell’altro filosofo, amendue ancora hanno le loro imperfezioni. Secondcchè pertanto si vogliono riguardare sì nell’uno, che nell’altro più quelli, che queste, si ha campo ancora di antiporre, o pote porre l’uno all’altro. Ma per quello, che riguarda il secondo y cioè quanto al far uso dell’uno, o dell’altro nella teologia, e nelle cose della religione, non sono pure ben d’accordo tra loro gli uomini dotti qual sia da preferirli. Se per L’ACCADEMIA sta l’uso, che mostrano averne fatto i primi padri della chiesa: nè anche il LIZIO va privo in tutto di fimi! pregio, mentre al riferire d’Eusebio nella storia ecclesiastica, in Alessandria, anche al tempo, che i dottori apostolici rifpJea« plendevano, il LIZIO (cuoia fioriva. Clemente Alessandrino Stromatam, riferita, che Ariltobolo con molti libri prova, la filosofia del LIZIO dalla legge di Mosè – IL DECALOGO H. P. GRICE THE 10 COMM --, e dagli altri profeti derivarli. E Gioleffo nel lib. I. contva Appìonem, insieme col mentovato Eusebio nel de preparatane evangelica, recano un luogo di Clearco, ditapoIo d’Annotile, da cui si scorge, come quello filosofo, eliendo m Asia, tenne lunghi, e sciendfici ragionamenti con un dotto, e savio ebreo, da cui apparo molte belle, ed eccellenti cose ne’divini libri contenute. Anzi fu opinione d’alcuni, che lo «elfo filosofo, avendo avuti per mezzo d’Alessandro i libri di Salomone, molte cose da quelli raccoglielTe, e trasportalfene’ fuoi. Ne mancarono fra moderni lasciando per ora da parteltare i libri de vietate il LIZIO, de f alate Anflotchs, ed altri limili dati fuori chi comparazioni tra la scrittura sacra, ed il LIZIO facendo, s insegnarono a tutta lor polla di mostrare, eh ealino pattano d’accordo, come Trapezonzio, Zeifoldo, Steuco, ed altri. Sopra così fatta lite pertanto a muno, s’io non vado errato, dispiacerà il prudente giudicio di Cano, stimato meritamente dall’autor del la lettera il maggior ornamento della famiglia domenicana. Divo Augusli, wofdice quell’ autore nel de loets Tbeologicis Pialo summus est: Divo Gazeo, di Teofìlo Patriarca d’Antiochia, di Lattanzio Firmiano, d’Eusebio Cefàrienfe, d’Epifanio, di Gregorio Nazianzeno, di Girolamo, di Crisostomo, e di Teodoreto, ne’quali, tutti concordemente biafimano, e {gridano l’ACCADEMIA, e la sua fìlosofia, come quella, ch’è fiata l’origine, ed da palcolo e fomento ad infiniti errori ed eresie. Ecco adunque che IL LIZIO non è fiata la sola pietra dello scandalo. Ecco ch’egli non è l’unica cagione di tutte l’eresie. Ma L’ACCADEMIA senz’alcun dubbio, in quella parte lo supera, ed è stato guardato di malocchio da padri; e l’accollarli, ch’egli fa in qualche modo più a noi, è ridondato in nollro maggior pregiudicio. Di qui fu però, che negìi ultimi tempi, quando Gemillo, il cardinal BelTarione, Gufano, e FICINO (si veda) illullrarono, e fecero rifiorire la ACCADEMIA limola, quali tutti non pertanto stimarono miglior avviso, o almeno minor pericolo, attenerli tuttavia al LIZIO. Sen. tali lòpra ciò 1’ avvedutiflìmo Giovan Fran- celco PICO (siveda) Mirandolano, il quale nel libro 1 V. capitolo IL del fuo Ex amen vanìtatis dotivi, ttee gentium, in quello modo lafciò Icritto. Alti nihilominus, Platone poflhabito, haferunt Arifloteli, exiflimantes illum noflr et exatìe, fed in comuni defumta ) prxbere aditum faci - lius po/fit, quam Arifloteles, qui rationibus, non fide, foleat plurìmum et fere femper inni - ti . Ma il talento di avvallare Ariflotile, e cacciamelo del mondo, e della memoria degli uomini; non ha lalciato Icorgere all’ au- tor della Lettera, non dico le lodi fue ; ma nè pure i biafimi, «Squali i medefimi Padri ne’medefimi luoghi, in cui nello ripigliano, » anche il fuo maedro fogliono non punto di- verfamente trattare . Per cagion d y efempio nel capitolo XJ. del Libro intitolato Regala Monacharum, a Girolamo già attribuito, fi leggono quelle parole ; Attende, et tu fatuorum fapientum princeps Arifloteles . Elleno però fono Hate tolto notate dal nodro auto, re, e nella lettera aliai avidamente inferite: ma queir altre: Verum non fine labore didicu ) fii tuam Japientiam fatuam Plato y folamente due verfi lontane, e quelle ancora aliai vicine; Non banv fatuitatem doéìijjimam Athenis Plato didicit, non Arifloteles y non Anaxagoras > non cete - rorum fiultorum mundi fapientum turba percepita non fono Hate avvertite da lui, nè notate, non altrimenti, che feo non iforitte, o rafe, e cancellate Hate li fodero. Ma che diremo, che dopo quel detto da lui in difcredito d’Afrillotilc recato, immediatamente al medefimo . filofofo quedo elogio è teduto, o leurato fi mil- mente, non fo come, c tolto agli occhi del nollro autore? Et fi fueris abfque dubitano, ne prfdigium, grandeque miraculum in tota na+ tura y cui pene videtur infufum, quicquid naturai iter efl capax humanum genus, 43c. Le quali parole anzi della foiocca abbjezione, e viltà del Chiofatore Arabo, che del- la gravità Geronimiana tenere mi sembrano r no Vero è però, che da tutti i Critici efl fendo coiai opera da quelle di Girolamo fe parata, e come lavoro di più baili tempi, non fu Averroe nella Prefazione alla Fifica 4 parlando d’ Afiftotile difTe : Talem ejfe virtutem in indi- viduo uno tniraculofum et extra neum exifiit . A che pare, che corrifpondano qtìeft e parole : Si fuerir ab - fque dubitation e prodigi um 3 grand eque mìraculurn in tota natura . Averroe ancora fopra il libro JL della generazione degli animali, così lafciò fcrirto : Lau* demur Deum, qui feparavit lune virum ab a li ir in perfezione 5 appropriavitque ei vltimam dignità tem bumanam ò quam non omnis homo pottft in quacumque £tote attingere . Alle quali parole s } accofta- no ùmilmente quell* altre : Cui pene videtur infu - fum, quicquid naturaliter efl capax bumanutn gsnut . Di qui fi può formar conghiettura, che cotal Libro non fia flato feri ero, in cui fiorì Averroe. Oltre a moire voci de 9 tempi baffi, e parecchj veftigj di fcolaftico, e Parigino idioma, che vi s* incontrano y e che pofTono fervire per confermazione di quello 3 maggiormente ancora tutto ciò fi ftabilifce dalle parole, che fi leggo* Do nel Ut quafi quorundam pbilofo - pborum videretur in eis verificavi opinio, qui unam ponunt in bominibur univerfir animar» folam . La qual è opinione venuta fu ne* tempi baffi,dai rappor- tato Averroe mefTa fuori e difefa, impugni 3 da S. Tommafo,e finalmente condannata nel V. Con- cilio Lateranefe alla Seffione Vili. Ma perchè per . altra parte dell* accennata opera fi fa menzione del pranfodo- po nona ne’ dì di digiuno ; il qua! ufo s’è nella chiesa confervato fin verfo il fine del XIV. fecole 5 perciò potrebbe argomentarli 3 che il Libro non fof9i fna giudicata non era da farfi arma fuor di ragione contra lo Stajprita del nome d’un tanto Padre . Ben piu vantag- giofo e per V autore della Lettera, e per la verità flato farebbe, eh’ egli nelle vere ope- re i veri '(entimemi di sì gran Santo intorno a ciò rintracciato, e quafi fpigolato avefle, mentre in quella guifa il perfeguitato Arifto- tile dal glorificato Platone non mai guari lon- tano ritrovato avrebbe - Come (opra il capi- tolo X. v. XV. deir Ecclefiade. Lege Platone m: Arifloìdis revolve verfutias y et probabis verum esse quod dicitar : labor flaltoram affliget eos . Sopra il Salmo v. Vi. al- tresì. Nane ipji hareticì licet per Arìftotelern y et Platonem videantar fimplicitatern Ecdefi e fin dove fi debba fèguitargli • Poflòno è vero accodarli f chi piu, e chi meno a* dogmi della noftra re- ligione, fecondo i fonti da* quali attinie* ro le loro cognizioni ; ' ma non è però giammai da fperare, che ferifcano il fe. gno, perchè le tenebre, nelle quali viveano, loro non permettevano d y arrivare tant* alto . Altro dunque non fi può in /quella parte, che com piagnere la mifèria, e infelicità loro : per altro il biafimo, e la lode non ha propriamente luogo fòpra elfi,?fe non quando fi confiderano • da fe, come puri filofòfi, e fèparatamente da* do- gmi de* Criftiani. T Ora palliamo a dilcorrere brevemente dell* idea generale, che P amore della prefènte Lettera ha avuto ; il quale ha divifato > che la difefà di Defcartes fia la difefa della filofofia moderna, e la condannagione d’Ariftotiie fia la con. dannagione cella volgare. Incorno a ciò è da avvertire, che la mo- derna filcfòfia non è in modoconftituita dalla filofofia del Defcartes, che Cartellano, e N Mo' Moderno fìa la medefitrià cofa. E 1 ben vero, che non fi può eflère Cartellano lènza eflère ancora Moderno; ma non è vero, che non fi pofla eflère Moderno fenza eflère Cartefiano, Per la qual cofa la filolòfia Cartefiana fi ha alla Moderna, come la fpezie al genere. Ancora è da notare, che avvegnacchè la volgare fiJtfofia abbia voluto unicamente ac. taccarfi ad Ariftotile, tuttavia eflèndofi ella lèrvira per intenderlo dell* ioterpetrazioni de- gli Arabi, i quali per l’ignoranza delle lirt^ gue, e per mancanza d’erudizione, peflima- mente 1’ hanno iotefo: nè lette avendo gli Scolaflici quefte interpetrazioni nell’idioma, in cui da’ loro autori erano fiate fcritte; ma dall’Arabico trafportate in LATINO, o come alcun dice, in Ebreo dall’Arabico, e po. fcia dall’Ebreo in LATINO trafvafate ; può et fere per ciò aflai facilmente avvenuto, che la mente d’ AriflotiJe per lo diritto intendi- mento prefo, fia del. tutto oppofta a quella degli Scolaflici, e cosi la mente degli Scola. Ilici a quella d’Ariflotele. Ora di qui ne fégue, che come vituperandoli, e condannan- doli i modei ni, per avventura nè fi vitupe- rerebbe, .nè fi condannerebbe il Defcartes; ' così per l’oppoflo lodandoli, e difendendoli il Defcartes, può eflère, che nè fi lodino, nè fi difendano i moderni . Similmente fi ccome vituperandoli, e condannandoli gli Sco- la- lattici, è facil cotti, che nè fi vituperi, nè fi condanni Arittotile • cosi potrebbe dare il calo, che vituperandoli, e condannandoli Ariftotele, nè fi vituperaflèro, nè li con- dannaflèro gli Scolatici, eh’ è quanto dire la filolòfia volgare. E* ben vero però, che quell’ ultima . eiTendo colà dilEcilittima, e preffochè imponibile ; perchè non è da cre- dere, eh’ elfi Scolatoci perverlàmente intendendo Arittotile 1’ abbiano migliorato : ma piuttotto piggiorato affai ; cosi il vituperare, e il condannare Arittotile pare, che provi molto quanto al vituperare, e condannare la filolòfia volgare . Ma per 1’ oppofta {ra- gione il lodare, e il difendere Renato Dett cartes non pare, che provi tanto per quello^ che fpetta al lodare, e difendere la filcfofia moderna; Perbene adunque, e acconcia diente difen- dere, e lodare quella filofofia, {ómbra di me* ftieri cercare il fuo verocottitutivo, dalla bon- tà ^.o difetto del quale, la lode, e il bia* fimo ad eflà Umilmente fe ne derivi. Ora quello, che fembra la filofofìa moderna conttituire, e alla volgare degli Scolali ici immediatamente oppofta; renderla, fi è lo lcotimento del giogo Peripatetico, e di qualunque altro particolar filolòfo ; e la pura ricerca della verità. dove, e in qua- lunque luogo ella fi fia . La ichiavitù nel. N * la la quale, feguendo gli Arabi, gente d f ani* ino baffo, e fervile, avevano pollo il loro intelletto gli Scolaftici, per ellere dapper- tutto fparfi, e difufi, s’era ancora dapper^ tutto difufa, e inoltrata, ed avevano cbbligato tutto il mondo a non filofofare con altra mente, che con quella ' d’Ariflotile. Avvegnaché fopra infinite quiflioni di filo- lofi a 7 col là pere* la mente di quello filofo- fo, non fi fappia per anche nulla y tuttavia eglino s* erano immaginati di làper tutto. Nequc erìnn- Philofophum ; ( cóme dice Giovan Francesco PICO (si veda) ) fed Pbìlofopbi* legem pkrique omnès arbitrobantur . Quella però è la cagione, che fi fono veduti fopra tal qui. ftionepiù libri, deflinati ad eliminar la men- te d’ Ariflotile,' che a ricercare la lidia veri, tà della colà . Molti hanno incominciato a riflettere, che quello era un travaglio molto penofò, e che il frutto non -iftance era aliai tenue. Hanno offervato, che per quella via, al più non fi’ poteva venire in cognizione che di quanto fapeva Ariflotile, che vuol dire di pochiflìme cofe, rifpetto a quelle, che s* avrebbono potute fcoprire . Dove 1’altre ar- ti al tempo de* primi ritrovatori • fono Tempre comparlè rozze tempi d’ A ri Rotile >' di Piatone, di Demo- erito, e d’ Ippocrate, molto fi làpeva per squelPctà, allo ’ncontrocol tratto del tempo era venuto anzi perdendo che no, e le fet- enze s* erano piuttolìo abballate, e o Taira te, ^he illuflrate, e innalzateli, com’era di ra- gione - Conchifero adunque, che quello modo di filofofare degli Scolatici èra irragione- vole, e barbaro, e non tendeva ad altro, che a coprire tutto il mondo d’ una miferabile ignoranza, mentre, come avvertì anche Sene» .Qui aitimi fequtiur tiibil inventi, imo ne* que quarti.. Valla Romano fu il pri-, che a’ adpprò a trarre la filofofia del mi. fero fervaggio, in cui li giaceva, inoltrando èllere lecito fentire diverfo da Ariftotile co* duci tre Libri Diale Elie arum difputatwmm, che fcriflfe a ^quello fine . Anche .Giovati Francei- co Pico Mirandolano ne’ tre .ultimi Libri del fuo E* amen vanitati s dottrina gentium, molte colè difputò contra lo lìdio filofofo ; e mol- te altresì ; Lodovico iVives ne* fuoi Libri de cauffts corrupanrm artium, per non dir nulla delTelefio, del Patrizio i e d’altri fomiglian. ti,ii quali pure tennero la ll'eflà via . Dietro le velìigie di coltoro BONAIUTI (si veda) in Italia, e Barcone, in Inghilterra inftituirono Un modo di frlólòfare libero, e del tutto oppolto, all’ antico. Scola Iti co, e gittarono le prime fondamenta di quella ft- r«o n ? • io. lotcfia che fi chiama Moderna/ non perchè fidamente ora Ì fuoi principi fieno /tari po. Iti in ufo; che Tempre, e in tutti i fiecoli gli uomini ragionevoli altra via non hanno mai tenuto ne! tilofcfare; ma perché dopo ? in. fezione orribile, e univerfale degii Scolaftick iqtiali amava n meglio di fcioccheggiare coti Ariftotile, che con altri tàggiameme'iditcop* rere, come alcun diffe j q netti ottimi pria, eipj fono fiati felicemente richiamati, e pa. fti in ufo da moderni . Aperta cosi Ja fi rada da queftì due nobili, e valorófi ingegni . primo de’quali fu il primo ancora, che chia. mo in ajuto della filofofia le Matematiche, e che con profpero avvenimento Je v’ intro- dufie; comparvero ben tofloCartefio, e Gali, do ?r, r £ na . altri ec. celienti filofofì, i quali t a n te ^ e sì diverte ecfe e in cielo *, e in terra difcóprirono, e cosi fatto utile recarono a tutte I» altre arti, e fpecialmente alla Medicina, che ben fece, ro conofcere cogli effetti, quanto infelice, e miterevole fia la condizione di qpefti aridi, f d, g' 1 ™ d* Ariftotifc; e quanta fia la necetfita di battere altra via per ben fìioi babugemus in Italia Galil quotiefeumque ipfi permittitur libere quo* cumque vagari. Verumenimvcro nec argumenta in oppofitum defunty pracipue quantum ad pbilofopbiam. ^Ecce quanam plus minufve . /. Ouod nonHdeo rerum fcìentia aequiritur y fla- tim ac auttpfis innotefeit opimo 5 quacumque aliter fentiendi, aut fcribendi pr aclu fa facuh tate . Ih Qupd fape fapius temporis multum fruflra tranfigitur, germanum vefligando prò* prii auttoris fenfum > fpeciatim in aliquibus con- troverfiis y quas ipfe fubobfcure refolvit. Hinc ea penitus non declinari y qua timentur abfitrda, hoc efl circa opinandi libcrtatem ; Magifler enim nonnibil acutuSy auttorem quem- piam ad proprhtm fenfum jugiter potè fi expo - . i ntn - tot tendo trabere, ita ut in eunlfis fihi patroci. nari videatur. IV. Quod in pbilcfapbicis libe . rum unieuique effe debeat fuopte nutu de re. .rum natura fentire, et quod fcrutanda veri, tati plurimum obefl ita jur are in verba dolio, rum, ut borum auHoritatì, baudquaquam li. eeat refragari.V-, Quod iflopotifftmum loco Divi Atfguftinì norma m fequi cportet, adferen. tis, quantavis auiloritate, ac fanlìitate fulge. fit aliquis aulior, ipfi tamen indubitatum, fir. tnumque affenfum co folum effe prabendum, ? to rationes ejus illum a nobis extorqent . VI. andem Deum onice. effe, cujus auHoritati, nipote maino infallibili, fit tace fidendum. 4 t 1 » i INE. 0 •* • :t \ ; u M s i Delle cofe notabili, contenute nella preferite Lettera, . e -nell’; ; ; Offervazione. M si pone in Dio. 84. gran fbfifta. AriflptplicìJ Vedi Perl pitici . Tjf J AriflotUe rfòvetchia autorità dataglida alcuni 8 . * 1 ?4- condanna Platone, e n*è riprefo. 1 j.fiioi * : ièguaeV eretici . . pròBaMJifti venerato còme idolo. . i59.bia/tmatoda > fanti Padri ..da altri . . fuoi libri condannati . . notato di gravi errori da’ Padri, ed r, altri. 41. 4Z. .,'fu uno de 9 maggiori filo- . lòfi delia Grècia 44. fu chiamato in giu- *5 ^icio . . fuoi principi bugiardi . .; infa- mato da 1 fuoi feguaci lteffi ., 45-46. fe ve- nifle ora al mondo fi difdirebbe. c noniftimò di dover eflère norma univerfà- le . . e 1 origine di tutti gli errori de interpetri. i^.fwacrfcurità. . è li ìóJò tra tanti filofofi,(:he fia ftudiatq, fxid ila V n izio ne deIL*iTOii\c> biajtj ma|? -- immortaJi^delranima.. fua Logica T fofìftica . . lodato affettatamente . flrabocchevolmente biafimato> giudici retti fopra il medefimo . . non •%• • C Ano ( Melchior ) ; Tuo elogio •: . giu- ì dicio del medefimo intorno a Piatone e jAnilotile Capitone : fct raggiante i, ; Caramuele ( Gio. ) : ilio prelag io intorno al-, la filofofìa Cartefiana. . {, 120 Cartefto ( Renato ): lii che fondamenti pian- « tane il fuo fiftema - .. fiioi principi giu* ili y e buoni. . fuoi fèguaci. «‘ fo*! fuoi protettori converte la Regina di Svezia e altri lupi fentimenti fi conformano v «> n que, de y Padri. n8. chiamato il refu gio de J cartoli- onori fattigli. . calunniato dalle univerfità Protettami . . fuoi nemici - fiioi difenlòri . pone per primo principio il dubitare . 87-fua prote- it azione, $7. a ma d’effère corretto. . per- chè fine meditate una nuova, fflofofìa. lodato dal P. .Merlènni . . s’uniforma fo’ftntimenti di Platone. 121. fuoi coltami. iiz. giudicio fòpra il medefi. ino del Malebranche . . fua filofofia -difefa dalle migliori univerfità d’Europa. . ù »Ojr . fi dee antiporte a quella d* Ariftolile.. è veramente Criltiana lodata. prefagio del Caramuele intorno al* la medefima- . è tratta dalla Genefi perchè contraddetta da alcuni ha dato motivo a molti di dar in pazzie . ed empietà. 179. fuoi difetti U ha alla Moderna come la fpecie al genere Cartellano, e Moderno non è lo fteflq. P. C a fati: abbraccia la fìlolòfia Moderna. Caffi ni: fila oflervazione . ili Celfo: contrario a J a bolero. CeJ alpini ( Andrea ) .* fua. (coperta. Charlet : amico del Cartello Cbiefa: fua dottrina è la vera fìlolòfia . è interpetre degli arcani Divini . 163. Ve- di Teologia . P. Cbirchero ( Atanafio ): proccura 1’ amici- zia del Cartello Clemente ( AlefTandrino ): non iftimò, che i Greci fi giuftificafièro per mezzo della fìlo- lòfia. Cicerone ( M. Tullio ) .* divinizzato dal Nizo- Ito. Cielo : (ita grandezza, materia, e moti ignoti. • '>'••• ' Cipriano Martire: fao errore . P.Ciermans : loda il Cartello. Concilio Latermefe V. : filo luogo alla Seflìone Tie 8. fplegato . D Daniel ( Niccola ) : impugna Cartebracciata fua opinione intorno alla i . P- Detei: Cartellano . Defcartes . Vedi Carte fio. Digiuno : fin quanto abbia durato nella Chie- *'• là il pranlò dopo Nona. p. Di net ( Giacomo )ì amico del Cartello . > Dio: è la prima verità. Difpute : la verità fogge da eflè . 5. fono un tormento degl’ingegni . 6 . hanno diftrut. * to la filolofìa . altro lor pelfi- mo effètto. 137. Vedi Filofofi i Perìpate. E Berardo Gio. difende il Cartello.Epicuro : plagiario. - commendato da’ Padri. fua filofofìa abbracciata. anche da’ Padri meri. •• tò della medesima . . illultrata dal tiri) Sette. E Gal' v ; G^irenaiv T " - ; ' ° Erbe : non fi fa la loro virtù Ereboore : ( Adriano ) : Cartellano. 7 O Euclide: fuo detto ’ ; \ r \ * : f ’ Eunomiam: giurano 4 filile parole d’Ariftotile. .,Etintìniicr: compagno d’ Aezio nell’erefia . ^ fi vanta di conofcer Dio r . : è riprefo da’ Bafilio.'’" : i ! ', * Eurìpo : fuoi vortici non fi fa donde derivi- ' •1 no*. «, • .op * u:- t \ r r *jLvì r r f r *• » /i # ' »IA «4 • al *,1 *l*v* • 1 I • # Fabbri i abbraccia la fìlofofia Moderna. p. Farvagtie : difertfore del Cartefio. • 5^ Fede : 'richiede fommiffiorie. 34. Vedi Chic. *'/», ‘ : v>- ! v . Ecmrib( S. Vincenzo ) : introduttore dell In. '• cfuifizione Fìlopono X Giovanni ) .* eretico .Filosofare : è permeilo à tutti . -ir. liberta di •' éffo .. die fine deb- : bà avere.' • ^ ^ Filofofi'r contrari a fe medefimi .' 74. ton- ’ dano i principi del fi lofofare foli’ igno. •' -L 'i. a_ . 1 14 fri- • I • t “ «•. ?» tii.t 22.'fonó amanti delle favole . • i-! o *J°» 1 ZIO dicono le maggiori pazzie. *3 1. fé. ne - può trar bene, e male per la religione, 19^ non poflòno eflère biafimati di queftó • non bilbgna fperare, che parlino da Cristìiani biasimo 1 e lode quando abbia, luogo lopra euì. ' Filofopa: commendata’ da’ Gentili ) $ da^Pa- dii. . io. 11. ip. non è fapienza..rV7^ : non è altro che opi nazione non . ve n'ha al mondo. divife in mille fette .. fua incertezza . . non abborrifce Je novità . fogget- ta a nuove (coperte. . ancella della Teologia. . è (tata ritrovata per efercitazion dell’ ingegno Jia avuto t. origine dajle fàvole de’ Poeti . non è . contraria a tutte le. favole. 131.nan.haan. cor trovato la verità. .,-y '^ Filofofia Antica : fua / debolezza . j Hj-è up • giuoco fanciulldco Vedi Àrtjlotùc ~ y . 'Peripatetici t Scelffiiai • Fihfofià, ' Moderna : malamente n; ’4 • v - ." j; - :l ;;;;i 51 Gtfitttr:' hanno partkolar irtftituto di feguita* c re Ariftotile. 65. molti hanno abbracciato la fìlofofìa Moderna*. Gianfenifla : titolo proibito in Francia.  G indie io : norma .da tenerli nel. dar gfridició. .cr . noti bifògna dar negli cftremi Giureconsulti : non fono così pertinaci, come v : i iPcripa tctìdl*;! f: >\ fi j . vui !;; . Giuflino ( Martire ) : convertito per mezzo -ideila fìlofofìa Platonica i \ :U iV *7 f. Grandamy : amico del Cartello .  O 2 Grandini: non fi fa cóme s’ingenerino. 8r S, 'Gregorio ( Nifleno ) fuo elogio. 53. Epi- _ laureo. . .. 53- 54 P. Grimaldi : abbraccia la filofofia Moderna. • L ^' t \ * ;, M • -\ • «•..*# t 4 ( / 1 »» M « ^ 1 f » V • * ' i »»•' #..*•> « y i » • f . r II Gnoranz* ì et uo panegirico. 1 -- : % V« % ’ Incendy: ne* monti, non fi fa come fi i-ì facciano. . • :,. ' \ r . »... » ir f-.' % » “ 1 . «ili i • » r - • r » M ' • « 1 » t : i Lampi : non n fa come s’ ingenerino. . ci. ; P. Lupi : fi fa Cartellano. 56. perchè. , ? . S . • Stoici : negano 1’opinarionì lofpetti ap- po i Romani. T Affitti - f Alefiàndro ^ : fuO prefagio in- torno ad Ariftotilc verificato a Temiflio: eretico. ’ *9 Teologi: loro> difetti- • • 1 ^ - * ° Teologia : le novità in eflà fimo pericolofe . 98 ammeflè dagli Scolali ici. . è regina delle fcienze. 127. non ha che fare colla fi-, lofofia.. . ha ritrovato la verità. 165 Icolallica non fi dee riprovareperchè fa ufo . • d* Arittotile Terremoti : non fi là come fi facciano Terra : ignoto fu qual baie fi libri, e quanto Ila grande. "8* Tejt pubbliche : loro abufo al tempo del V. Concilio Lateranelè . Ticcùne: file {coperte: • Aquino: come, e a che fine iludiafle Ariftotile . 46. fuo lamento . » • •,, - ' • - iZlO Tmricdli : .dio ritrovamento . . ' jio De Turne ( Simon ) : perchè acculato d* ere- fia., ... 22 f • f V ' “ f*** j »' i I V ' Alla ( Lorenzo .) r Tuo penfiero approvato da Nizolio. Fu il primo a li. re: nega Topinazioni. sua setta sospetta appo i Romani. Nome compiuto: Giuseppe Valletta. Valletta. Keywords: storia della filosofia classica, Cicerone, Bruto, Cassio, L’Orto, Il Portico, Accademia, Lizio, Filosofi italiani, Pico. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Valletta” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.

 

Luigi Speranza -- Grice e Valore: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’inventario del mondo – la scuola di Milano – filosofia milanese – filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Milano). Abstract. Keywords. Pegasus is Pegasus. H. P. Grice, Aristotle on the multiplicity of being. The ‘is’ of identity is reducible to the ‘is’ of ‘exists’ and ultimately to the ‘is’ of the copulative predication. Pegasus = Pegasus iff Pegasus exists. Filosofo milanese. Filosofo Lombardo. Filosofo italiano. Milano, Lombardia. Essential Italian philosopher. Grice: “Having philosophsided on what Italians call ‘valore,’ I admire Valore!” Si occupa di metafisica, di ontologia generale e delle implicazioni ontologiche delle teorie formali. Si interessa anche dei progetti di linguaggi artificiali e di lingue ausiliarie. Si laurea in filosofia a Milano, vi ha conseguito il dottorato di ricerca con uno studio su riferimento, rappresentazione e realta. Ricerca a Milano, dove insegna storia della filosofia. La sua prima produzione è stata dedicata principalmente a studi sulla filosofia dell'Ottocento e del Novecento e alla riabilitazione di una prospettiva trascendentalista soprattutto in metafisica. Partecipa al gruppo fondatore della rivista Problemata. Quaderni di Filosofia, di cui è stato caporedattore. Quando la Facoltà di ingegneria industriale del poli-tecnico di Milano gli ha affidato un corso di "Verità e teoria della corrispondenza", la sua ricerca si è spostata su tematiche sempre più teoriche, collegate alla filosofia analitica, alla metafisica e all'ontologia analitica. Organizza e cura il progetto. Diviene quindi professore aggregato di storia della metafisica a Milano, di filosofia teoretica al poli-tecnico con corsi dedicati all'ontologia formale e di filosofia degl’oggetti sociali (ontologia sociale) a Milano. Fonda In Koj. Interlingvistikaj Kajeroj, rivista di studio e discussione accademica sulle tematiche dei linguaggi artificiali. È stato membro del gruppo di ricerca European collaborative research finanziato dall'European science foundation e è il responsabile del progetto  per il programma Euro Scholars USA European Under-graduates Research Opportunities. Lavora su un suo progetto di ricerca di ontologia formale per il quale ha vinto una sponsorizzazione Fulbright nella categoria Fulbright Visiting Scholar. Collabora con la Rivista di storia della filosofia, è nel comitato scientifico delle riviste Materiali di estetica, Rivista Italiana di Filosofia Analitica Junior e Multi-linguismo e società ed è direttore delle collane di filosofia Biblioteca di Problemata (editore LED di Milano) e Ratio. Studi e testi di filosofia contemporanea (editore Polimetrica di Monza). Saggi: “Trascendentale e idea di ragione. Studio sulla fenomenologia di BANFI” (Firenze, Nuova Italia); “Rappresentazione, riferimento e realtà” (Torino, Thélème); “L'inventario del mondo. Guida allo studio dell'ontologia” (Torino, Pomba); “La sentenza di Isacco: come dire la verità senza essere realisti” (Milano-Udine, Mimesis); Curatele BANFI, Platone. Lezioni,  (Valore), Milano, Unicopli, Forma dat esse rei. Studi su razionalità e ontologia, Milano, Led, Paolo Va Ars experientiam recte intelligendi. Saggi filosofici, Monza, Polimetrica, Da un punto di vista logico. Saggi logico-filosofici (Milano, Cortina); Materiali per lo studio dei linguaggi artificiali (Milano, Cuem); “Questioni di metafisica” (Milano, Il Castoro); Quine (Milano, Angeli). Monaco di iera, Grin Verlag,. Pubblicato anche come “Inter-linguistica e filosofia dei linguaggi artificiali”, come numero monografico per la prima uscita del giornale accademico multilingue InKoj. Interlingvistikaj Kajeroj. Pisa, E di studio, Dispense universitarie La categoria di sostanza in Aristotele, Milano, Cuem, Introduzione al dibattito sulla distinzione tra analitico e sintetico (Milano. Cuem); Questioni di ontologia (Milano, Cusl); La struttura logico-analitica dell'ontologia di HERBART (Milano, Cusl); Laboratorio di ontologia analitica (Milano, Cusl); Verità e teoria della corrispondenza (Milano, Cusl); Philosophy of Social Objects (Milano, Bocconi); Bibliografie ragionate Ontologia, Milano, Unicopli, Verità, Milano, Unicopli, Saggi e articoli Acme,  "Idealizzazione della verità e coerentismo. Due perplessità sul realismo della 'seconda ingenuità'", in Iride. Filosofia e discussione pubblica, "La 'posizione' esistenziale e il giudizio ipotetico nell'ontologia di HERBART: il caso degl’oggetti inesistenti", in POGGI, Natura umana e individualità psichica. Scienza, filosofia e religione in Italia (Milano, Unicopli); “Sull'idea di una logica trascendentale", in Chora. Laboratorio di attualità, scrittura e cultura filosofica, "Alcune note sull'attualità dell'ontologia nella filosofia contemporanea più recente", in  V., Forma dat esse rei..., "L'interpretazione semantica del trascendentale e l'ontologia del mondo reale in PRETI", in V., Forma dat esse rei...,  "Il mestiere antico e nuovo del filosofo", in la Repubblica, (Milano).  "Fisica e geometria come modelli di lavoro per l'ontologia. Un'interpretazione del metodo delle relazioni”, Dall'epistolario di PRETI a BANFI", Ad BANFI cinquant'anni dopo, Milano, Unicopli, "Due tipi di parsimonia. Alcune considerazioni sul costruttivismo e il nominalismo ontologico", in La filosofia e i linguaggi, Macerata, Quodlibet. "Cosa c'è che non va nell'idea di una lingua cosmica. Il caso del LINCOS di Freudenthal", in Multilingusimo e Società,  "Nothing is part of everything", in Giornale di filosofia, Ontologie, Milano, Volume recensito da Utri sulla rivista Iride. Filosofia e discussione pubblica, Secretum on line. Scienze, saperi, forme di cultura,  e da Marazzi sulla Rivista di filosofia neoscolastica, Volume recensito da Gesner sulla rivista Belfagor. Rassegna di varia umanità, Volume recensito da Bianchetti, Chora. Laboratorio di attualità, scrittura e cultura filosofica,  Volume recensito da Giardino sulla Rivista di filosofia, nell'articolo "Tra i cavalli alati e la realtà" – cf. H. P. Grice, “Pegasus is Pegasus” Nomi vacui, su Il manifesto, Armezzani su SWIF Volume recensito da Corsetti su “L'esperanto. Revuo de itala esperanto-federacio”, recensito da sulla rivista web Secretum. Scienze, saperi, forme di cultura Si tratta di un Book accessibile con password. Si tratta di una replica critica all'articolo di Valduga "Filosofi all'anagrafe", pubblicato su la Repubblica, sezione Milano. Profilo accademico su immagini della mente. Elenco completo delle pubblicazioni sul sito universitario academia.edu. Nome compiuto: Paolo Valore. Valore. Keywords: Pegasus is Pegasus. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Valore” – per il H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vanghetti: implicature di Deutero-Esperanto – la scuola di Greve in Chianti – la scuola di Firenze – filosofia fioretina – filosofia toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza (Greve in Chianti). Abstract. Keywords: Deutero-Esperanto. Filosofo fiorentino. Filosofo toscano. Filosofo italiano. Greve in Chianti, Firenze, Toscana. Medico, laureato a BOLOGNA, esercita la medicina a Empoli. Durante la guerra mondiale è volontario assimilato della C. R. I. È l'ideatore dell'amputazione cinematica per prostesi cinematica, cioè del motore plastico (v. amputazioni; cineplastica). Per tale idea, del tutto nuova e originale, gli fu conferita la medaglia d'oro della C.R.I. Egli ha chiamato cinematizzazione ogni operazione basata su questo principio: "In un'amputazione o disarticolazione attuale o pregressa, il tendine o il muscolo provvisto della necessaria protezione fisiologica (pelle, vasi, nervi, ecc.) potrà in generale servire alla prostesi cinematica, qualora con esso possa formarsi un punto d'attacco artificiale sottoposto alle medesime condizioni di protezione". Il miglioramento della tecnica prostetica ha contribuito e più contribuirà in avvenire a dimostrare l'utilità del motore plastico nella massima parte delle amputazioni. Ha scritto: Plastica e prostesi cinematiche, Milano, e in Arch. di ortopedia; Vitalizzazione e prostesi cinematiche, relazione alla III conierenza interalleata per lo Studio delle questioni riguardanti gl'invalidi di guerra; Arcimeccanica e cineprostesi, in Scritti biologici); congresso Soc. ital. ortop., Pellegrini, Cinematizzazioni: primo trentennio della teoria vanghettiana, Bologna 1929.I progetti e l'influsso del Latino sine flexione di PEANO (si veda), interessante. Nonostante la fama inferiore rispetto ad altre LAI, è innegabile che, in seguito alla pubblicazione dei lavori di PEANO (si veda), si assisté a una proliferazione dei progetti di inter-lingua di base latina, ispirati proprio a quella del matematico piemontese. I numerosi tentativi sono testimoni del fatto che molti esponenti della comunità dei filosofi italiani condivide il pensiero che la lingua latina, opportunamente modificata, puo divenire il  mezzo perfetto per la comunicazione. Per i primi tentativi d’emulazione si devono aspettare a quando il filosofo italiano Vanghetti, esperto di lingue moderne e internazionali, pubblica le sue proposte di carattere esperantido, il Latin-Ido e il Latin-Esperanto. Con il termine “Esperantido” si intendono quelle lingue inventate ad uso internazionale che presentano un certo numero di caratteri tipici dell'Esperanto – cf. H. P. Grice, “Deutero-Esperanto in One Easy Lesson” -- entrambe si configurano come commistione delle idee di PEANO (si veda) e di altri sistemi, presentando un vocabolario di base ispirato al Latino sine flexione accostato rispettivamente alla struttura grammaticale dell'IDO (cf. Grice, Studies in the Way of IDO” --  e dell'Esperanto. A Empoli, mentre è membro della commissione, nominata dalla Società Italiana per il Progresso delle Scienze, che dove occuparsi della promozione dell'uso e dello studio delle lingue internazionali, commissione di cui fa parte anche lo stesso PEANO (si veda) - pubblica nella rivista “Riforma” anche un saggio intitolato «Questione de lingua auxiliario internationale in Italia» a riprova del suo particolare interesse per la materia. Giuliano Vanghetti  Voce Discussione Leggi Modifica Modifica wikitesto Cronologia  Strumenti V. V. M. Empoli -- è stato un medico ortopedico italiano, famoso per aver condotto innovative sperimentazioni di protesi per arti amputati, in particolare quelli superiori. Di un certo rilievo fu anche il suo interesse alla linguistica: conoscitore di molte lingue, si occupò della promozione degli studi sulle lingue ausiliarie internazionali: l'interlingua e il latino sine flexione di PEANO (vedasi). Dopo i primi studi a Greve in Chianti, dove il padre Dario si era trasferito da Empoli per svolgere l'incarico di pretore, conseguì la maturità a Siena e si iscrisse poi all'Università di Bologna. Qui frequentò ben tre facoltà - fisica, matematica e medicina - prima di optare per quest'ultima, in cui si laurea con un modesto 80/110. Iniziò la professione come assistente alla Clinica Dermosifilopatica di Parma ma, quando il padre si ritirò in pensione, rientrò con lui a Empoli accettando supplenze come medico condotto nei paesi circostanti.  L'esigenza di mantenere la famiglia che si era intanto formato (la moglie e i due figli Dario e Flora) e il desiderio di viaggiare e "conoscere il mondo", evadendo in qualche modo dalla dimessa routine della sua vita, lo spinsero allora a imbarcarsi come medico di bordo su navi in genere di emigranti italiani. Compì in quegli anni numerose e lunghe traversate soprattutto alla volta di Australia, Stati Uniti, Argentina e Brasile, imparando così l'inglese, il tedesco, il francese, lo spagnolo e interessandosi anche ai primi studi sull'interlingua.  Protesi "cinematiche" Come un po' tutti gli italiani, anche Vanghetti si crucciò alla notizia della disfatta di Adua, ma rimase pure angosciato nell'apprendere della doppia mutilazione (mano destra e piede sinistro) inflitta a un migliaio di àscari fatti prigionieri dagli abissini, ai quali poi il governo italiano aveva fornito degli inerti "pezzi di legno" in sostituzione degli arti mancanti. Riflettendo sul come dare "movimento" a tali protesi, in particolare a quelle della mano, il "dottorino" toscano giunse alla semplice e geniale conclusione che esse dovevano essere collegate proprio a quei muscoli e tendini che erano stati recisi dall'amputazione: era il principio delle protesi "cinematiche" (talora definita anche "cineplastica").  Lasciate quindi navi e piroscafi, rientrò a Empoli per rintanarsi nella casa paterna in frazione Villanova, suddividendo il proprio tempo fra il pollaio e il laboratorio da lui improvvisato accanto allo studio del primo piano, in cui sperimentò le sue teorie testandole su delle galline alle quali aveva amputato una zampa e applicato delle protesi "mobili" in legno. Vanghetti e la sua domestica, promossa assistente, le visitavano ogni giorno con la soddisfazione di vederle tornare a camminare dopo qualche mese. Nell'aprile 1898 pubblicò a sue spese Amputazioni, Disarticolazioni e Protesi, breve memoria illustrativa del suo metodo che tuttavia non ebbe alcuna eco nel mondo medico e scientifico.  Nel 1900 riuscì a compiere il passaggio decisivo dalla teoria e dalla sperimentazione sugli animali alla pratica chirurgica sull'uomo presentando direttamente le sue idee al professor Antonio Ceci, direttore della Clinica chirurgica di Pisa, che le applicò in un intervento di amputazione all'avambraccio destro utilizzando una protesi realizzata dal rinomato ortopedico pisano Giuseppe Redini. L'operazione e il paziente furono presentati a Pisa, al congresso italiano di chirurgia, suscitando i primi timidi interessi per la "cinematizzazione" dei monconi d'amputazione (oltre allo stesso Ceci, i chirurghi Roberto Alessandri di Roma, Galeazzi di Milano e pochi altri). Dal canto suo, V. cercò di dare forma organica alle proprie concezioni in varie pubblicazioni, soprattutto nel saggio Plastica e protesi cinematiche, che ottenne un premio d'incoraggiamento dall'Accademia Nazionale dei Lincei.  Solo dieci anni dopo, con lo scoppio della prima guerra mondiale, tornarono di tragica attualità il problema della funzionalità delle protesi e quello connesso della reintegrazione sociale dei mutilati. Augusto Pellegrini, primario di chirurgia all'ospedale Melino Mellini di Chiari, prese allora Vanghetti con sé e, con il grado di maggiore della Croce Rossa, lo incaricò di organizzare e dirigervi un Centro per mutilati. Del resto, le necessità belliche incrementarono rapidamente e in tutta Europa i progressi della tecnologia e dell'efficacia protesica e molti chirurghi tradussero in pratica i principi di Vanghetti pur senza riconoscergliene pubblicamente la paternità (non così il celebre Ernst Ferdinand Sauerbruch, che attribuì al medico empolese la primogenitura dell'idea). Allo stesso modo, anche i dispositivi ortopedici da lui elaborati vennero utilizzati e brevettati da altri per produrre protesi funzionali; è il caso ad esempio della "mano Marelli", di fabbricazione italiana, in cui, in base ai principi di Vanghetti, due tiranti consentivano i piegamenti delle dita e la chiusura del pollice sul palmo.  I riconoscimenti e gli ultimi anni Alla fine arrivarono anche i riconoscimenti, seppur pochi e tardivi: dall'Accademia Nazionale dei Lincei, come detto, dall'Accademia di Medicina di Torino con l'assegnazione del premio Alessandro Riberi, e dalla Croce Rossa Italiana, che gli conferì un diploma di benemerenza e la medaglia d'oro. La Società Ortopedica Italiana lo accolse come socio onorario in occasione del congresso nazionale, tenutosi a Milano sotto la direzione di Riccardo Galeazzi e con tema "Sull'amputazione cinematica. Patologia e cura dei monconi d'amputazione". Nello stesso anno gli giunse particolarmente gradito l'invito a visitare l'Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna, dove il chirurgo Codivilla era passato dall'iniziale diffidenza a un convinto sostegno per le protesi cinematiche, così come il suo successore, Putti.  Dopo la parentesi bellica, comunque, V. torna a isolarsi nella campagna empolese occupandosi da un lato del figlio Dario, immobilizzato da una grave malattia, e dall'altro di disegnare e costruire nuovi apparecchi meccanici (fra cui un corsetto correttivo della scoliosi). Usciva di casa raramente, in genere il giovedì per recarsi in città al mercato e poi dal farmacista, dal meccanico e dal falegname: per l'abbigliamento un po' trasandato e per queste sue abitudini poco socievoli, che gli facevano preferire i polli agli uomini, passava per un eccentrico, uno strambo, un "matto" inoffensivo.  Dopo la morte fu sepolto nella cappella di fronte alla sua vecchia casa, sul cui portone d'ingresso il municipio di Empoli fece affiggere, nel secondo anniversario della sua scomparsa, una lapide: «In questa casa degli avi suoi, schivo di onori, sdegnoso di lucro, ricreò lo spirito curioso d'ogni cultura, V., riformatore della tecnica delle amputazioni, ideatore geniale della vitalizzazione delle membra artificiali, il cui nome l'Italia e il mondo hanno meritamente iscritto nell'albo dei grandi benefattori dell'umanità».  Successivamente, l'officina-laboratorio-studio di Vanghetti è stata ricostruita in due ampi locali nel sottotetto della Biblioteca Comunale "Renato Fucini" di Empoli. Contiene tutti oggetti originali dell'epoca, donati dalla figlia Flora, come attrezzi, libri, calendari e protesi funzionanti. Greve in Chianti, suo paese natale, ha intitolato a V. un viale.  Empoli, sua città avita e di adozione, gli ha dedicato una via, prossima al centro e, una delle scuole secondarie di I grado, in Via Liguria. Sulla rivista scientifica Neurology è apparso un articolo che presenta Vanghetti come il pioniere della neuroprotesica. La copertina dello stesso numero è a lui dedicata. Se ne occuperà soprattutto negli anni precedenti e in quelli successivi alla prima guerra mondiale, entrando anche a far parte del consiglio direttivo dell'Academia pro Interlingua di Giuseppe Peano, votata alla promozione delle lingue ausiliarie internazionali e, in particolare, del latino sine flexione di Peano. ^ cineplastica, in Treccani.it – Vocabolario Treccani on line, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. ^ cinematizzazione, in Treccani.it – Enciclopedie on line, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Vanghetti, in Treccani.it – Enciclopedie on line, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. ^ «L'animale più indicato per questi studi sarebbe la scimmia, ma il prezzo d'essa, l'indisciplina e l'ingombro sono tali da renderlo impossibile ad esperimentatori di mezzi limitatissimi. I polli, dal pulcino al tacchino, sono gli animali che meglio si prestano per la loro docilità, per il prezzo svariato e per avere i tendini del tarso facilmente accessibili all'operatore.» Riportato da Nunzio Spina, Porro e Lorusso, Pellegrini. Contributions to surgery and prosthetic orthopaedics", in Journal of Medical Biography, Journal of the American Medical Association. Tuttavia, secondo Antonio Conti e Donatella Lippi, "La formazione sanitaria ad Empoli da Chiarugi ad oggi", in Ciampolini (a cura di), L'innovazione per lo sviluppo locale. L'università per il territorio (atti del convegno di studi, Empoli), Firenze, Firenze , «Il chirurgo tedesco Sauerbruch, dopo aver letto gli scritti di Vanghetti, se ne impossessò, iniziando ad applicare a tappeto la sua cura. Forte della sua fama e delle evidenze raccolte da V., rivendicò a sé la paternità di queste scoperte.» ^ Francesco Mattogno, Loredana Chiapparelli, Roberto Pellegrini e Marco Borzi, Manuale dispositivi ortopedici e classificazione ISO, ITOP - Officine Ortopediche, consultabile Archiviato  Internet Archive.). Sul cosiddetto "Museo V." si possono vedere: Rasetti, "Il Museo Vanghetti nella biblioteca cittadina di Empoli", in La Restitutio ad Integrum. Da Giuliano Vanghetti al Corso di laurea in fisioterapia, seminario di studi, Empoli (consultabile on line Archiviato in Internet Archive.); Ilenia Castaldi, "Il genio sperimentale del 'dottor' V.", sul quotidiano on line gonews Archiviato Internet Archive. il sito della scuola Internet Archive. Tropea, Alberto Mazzoni, Silvestro Micera, Massimo Corbo, Giuliano Vanghetti and the innovation of “cineplastic operations”, in Neurology, vCover Neurology, su neurology.org. Bibliografia Giuliano Vanghetti, Amputazioni, Disarticolazioni e Protesi, stampato in proprio, V., Plastica e protesi cinematiche. Nuova teoria sulle amputazioni e sulla protesi, Empoli, Traversari, Franceschini, La ricostruzione delle membra mutilate, Milano, Sonzogno, Pellegrini, "Come Vanghetti preconizzava le trazioni sullo scheletro mediante filo", in La chirurgia degli organi in movimento, Pellegrini, "Traitement des fractures des membres par l'archet de forgeron et les tractions sur le squelette par fil métallique selon la méthode de V.", in Bulletins et mémoires de la Société nationale de chirurgie,Maccaroni, "Vanghetti", in La riforma medica. Città di Empoli, Le onoranze a V. nell’anniversario della morte, Firenze, Noccioli, Landi, Mario Mannini e Pier Luigi Niccolai (a cura di), V.. Mostra documentaria, Empoli, Comune. Vannozzi, "I 'ferri del mestiere' di Vanghetti: possibilità di una indagine storica", in Giuliano Vanghetti: nascita, sviluppi e tendenze della chirurgia protesica dei mutilati (atti del convegno di studio, Empoli), Empoli. Antonia Francesca Franchini, "Empoli per V.: l'importante convegno di studio sulla nascita, sviluppi e tendenze della chirurgia protesica dei mutilati", in Oris medicina, Spina, "Giuliano Vanghetti e le mutilazioni degli ascari: quando compassione e sensibilità scatenarono l'ingegno", in GIOT Giornale Italiano di Ortopedia e Traumatologia Tropea, Alberto Mazzoni, Silvestro Micera, Massimo Corbo, V. and the innovation of “cineplastic operations”, in Neurology, V. su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Portale Biografie   Portale Linguistica   Portale Medicina Categorie: Medici italiani Medici Medici Italiani Italiani Nati a Greve in Chianti Morti a Empoli [altre] Il Latino sine flexione di PEANO (si veda) ed altri, cioè l'Inter-Latino, o latino  internazionale, è già in uso vantaggiosamente in altre discipline, anche  in forma ufficiale (v. per es. le circolari dell'osservatorio di Cracovia).  Il soggetto è trattato in modo conciso, ma completo, dallo stesso O.  sulla Riforma Medica, in latino internazionale perfettamente  intelligibile a prima lettura da ogni persona colta di qualunque paese  anche se conosce bene solo l'inglese od una lingua neo-latina  più specialmente ad un medico, ed a chi ha studiato il latino. Lo scrivere in latino internazionale costa poca fatica, senza necessità  di studiare una grammatica e senza possibilità d’errori. Del resto esi stono già dizionari appositi (BASSO (si veda), PEANO (si veda), CANESI (si veda), Pinth) che lascian  solo da applicare s al plurale o poco più.  L'Esperanto richiede studio di grammatica e di vocabolario. Questo  ultimo è in via di esser LATINIZZATO per più facile comprensione. Ma la  grammatica, per quanto ridotta rispetto alle lingue naturali, è sempre un  po'complicata rispetto all'inter-latino che non ne ha affatto per il lettore,  e quasi nessuna per lo scrittore, e ad ogni modo non è obbligatoria. Anche astrazion fatta da ragioni politiche *contro* l'esperanto, non  è ammissibile l'obbligatorietà dello studio di esso nelle pubbliche scuole, come neppure quello di alcun altra delle lingue artificiali, nessuna delle quali è ancora perfettissima. La Società delle Nazioni, respinse alla quasi unanimità detta pretesa; e pur rimandando la questione generale  allo studio dell’Intesa Intellettuale, mostra propensione alla base inter-latina. Intanto, oltre che a scopo di corrispondenza scientifica praticamente già constatata facile e vantaggiosa, è nell'interesse della scienza italiana della sua lingua spesso ignorata e spogliata per scarsa diffusione  anche in quanto riguarda l'ortopedia, che gl’articoli  originali dei nostri periodici scientifici portassero un sommario in latino  internazionale. La società internazionale per lo studio del problema è attualmente in Italia, e presieduta da PEANO, via Barbaroux, Torino, insegnante di calcolo in quella R. U. Nome compiuto: Giuliano Vanghetti. Vanghetti. Keywords: Deutero-Esperanto. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Vanghetti,” pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!: ossia, Grice e Vanini: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dei peripatetici del lizio – la scuola di Taurisano – filosofia leccese – filosofia pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Taurisano). Abatract. Keywords: Filosofo pugliese. Filosofo italiano. Taurisano, Lecce, Puglia. Essential Italian philosopher. “If you speak Italian, you should never confuse Vanini with Vannini” -- Grice. – H. P. Grice: “When this American philosopher, G. P. Baker, of New Jersey, called me a ‘heretic,’ I don’t know what he was _meaning_!” -- V.  Spirito inquieto, che si sente investito del compito civile di un profondo rinnovamento politico-culturale dell’uomo e della società, Giulio Cesare Vanini conduce agli albori dell’età moderna una sistematica demolizione del sapere teologico medievale e rinascimentale nell’ottica di un razionalismo radicale, quasi preilluministico, e apre la strada a una rifondazione del sapere sulla base dell’autonomia della ragione e della natura, con esiti spesso eversivi dei valori etici e culturali della tradizione cristiana.  Nato da Giovan Battista e da Beatrice López de Noguera, V. prende i voti con il nome di fra Gabriele nel convento napoletano del Carmine Maggiore e, qualche anno più tardi, consegue la laurea in utroque iure presso il Collegio dei dottori, annesso allo Studio partenopeo. Si trasferì a Padova nell’intento di seguire i corsi accademici in teologia o forse in artibus, ma le sue aspettative sono bruscamente interrotte da un grave provvedimento disciplinare del generale dell’ordine carmelitano, Silvio, che mirava a relegarlo in un oscuro convento del Cilento. Associatosi al confratello Ginocchio, V. preferì tentare la fuga in Inghilterra, dove forse spera di affermarsi come filosofo-teologo, critico dei principi del Concilio tridentino. La via della fuga fu accuratamente preparata dall’ambasciatore inglese a Venezia, Dudley Carleton, che lo affida alle cure dell’amico Chamberlain e lo pone sotto la protezione del potente primate d’Inghilterra, Abbot, arcivescovo di Canterbury, il quale lo ospitò a Lambeth Palace fin dall’arrivo a Londra. V. pronuncia nella Mercers’ Chapel l’abiura del cattolicesimo. Il difficile rapporto con Abbot induce V, a riprendere i contatti con il mondo cattolico attraverso l’ambasciatore spagnolo a Londra, Diego Sarmiento de Acuña, e il nunzio di Francia, Ubaldini. Egli fa pervenire a Paolo V un memoriale, purtroppo andato perduto, il cui contenuto ci è reso noto da un verbale della Congregazione del Sant’Uffizio (Archivio della Congregazione per la dottrina della fede, S. O., Decreta). Sappiamo così che, insieme al confratello Ginocchio, chiese al papa l’assoluzione in foro fori, la liberazione dai voti della religione del Carmelo e la possibilità di vivere in abito secolare o sacerdotale. Le sue proposte furono esaminate dal Sant’Uffizio nelle sedute  (Decreta), in cui il pontefice concesse il perdono previa comparizione spontanea e formale abiura della religione anglicana. Venuto a conoscenza del suo tentativo di lasciare l’Inghilterra, Abbot pone V. agli arresti, dapprima in Lambeth Palace e in seguito nella Gatehouse. Lo fece processare davanti alla High commission. Dal verbale della second examination (Archives of the Archdiocese of Westminster) sappiamo che egli fu sospettato di aver avuto contatti con i cattolici imprigionati a Newgate, di aver tacciato di antitrinitarismo e di arianesimo il calvinismo e il puritanesimo britannico e di essere miscredente per aver lasciato nella sua cella i libri di Niccolò Machiavelli e di Pietro Aretino «super institutiones» (con evidente riferimento al Principe del primo e al Ragionamento delle corti del secondo).  Fuggito dalla Gatehouse con l’appoggio dell’ambasciatore spagnolo e con il sotterraneo consenso dello stesso Giacomo I d’Inghilterra, Vanini si recò da Ubaldini, chiedendo di pubblicare con licenza della Congregazione del Sant’Uffizio un’Apologia pro Concilio Tridentino, in 18 libri, purtroppo perduta. Ma le autorità ecclesiastiche si dimostrarono interessate, più che a esaminare il testo, a riportare a Roma l’ex transfuga per processarlo nel tribunale del Sant’Uffizio. Tale fu, infatti, il suggerimento del nunzio apostolico -- lettera all’inquisitore romano, Millini -- e tale fu anche la proposta del pontefice (decreto del Sant’Uffizio, Archivio della Congregazione per la dottrina della fede, S. O., Decreta). Ma Vanini si guardò bene dal raggiungere Roma e si fermò a Genova, dove strinse amicizia con Scipione Doria che gli affidò l’incarico di insegnare la filosofia al figlio Giacomo. A seguito dell’arresto di Ginocchio per ordine dell’inquisitore genovese, intuì di essere nel mirino del Sant’Uffizio. Si affrettò a lasciare la Repubblica e si recò a Lione, dove diede alle stampe l’Amphitheatrum.  Dopo un ulteriore incontro con l’Ubaldini nel luglio del 1615, ruppe definitivamente il legame con il nunzio e cercò protezione e successo negli ambienti di corte e nei circoli libertini che proliferavano nella capitale francese. Parigi gli aprì le porte dell’agognato successo e gli offrì la protezione di personalità di primo piano, quali Arthur d’Épinay de Saint-Luc, François de Bassompierre, Nicolas Brûlart, Adrien de Monluc conte di Cramail e, infine, Henri II duca di Montmorency. All’interno di tale milieu culturale Vanini poté respirare quel clima di libertà intellettuale che lo indusse a dare alle stampe il De admirandis naturae reginae deaeque mortalium arcanis, stampato da Perier. Il libro ha un immediato succès de scandale ma, ad appena un mese di distanza dalla pubblicazione, la facoltà teologica della Sorbonne intervenne con una sentenza di condanna -- Archives Nationales de France, Reg. MM. Costretto a cercare un rifugio più sicuro, Vanini si trasferì nella cattolicissima Tolosa sotto la protezione del Cramail.  Quando ormai la politica di normalizzazione di Luigi XIII non poteva più tollerare le punte estreme del radicalismo di Vanini, Tolosa gli riservò la tragica fine del rogo. Arrestato dai capitouls Paul Virazel e Jean d’Olivier  e deferito alla Cour de Parlement, fu condannato sotto le vesti di Pomponio Usciglio, forse perché la corte si convinse che il nome Giulio Cesare fosse stato adottato dal filosofo per erigersi a novello Cesare, conquistatore delle Gallie al verbo dell’ateismo. In quello stesso giorno nella Place du Salin il boia eseguì scrupolosamente la sentenza: strappò al condannato la lingua con le tenaglie, lo appese alla forca, lo gettò sul rogo e, infine, sparse al vento le sue ceneri mortali.  L’ateismo vaniniano tra critica della tradizione e impegno civile Le pagine introduttive dell’Amphitheatrum e del De admirandis ci fanno intuire che il filosofo maturò il proprio pensiero in stretta correlazione con il proprio tempo storico. L’esperienza del soggiorno londinese, a contatto con l’intransigenza e il rigorismo dell’ala più estrema del puritanesimo inglese, e quella del soggiorno parigino, caduto negli anni più tragici della reggenza della regina madre Maria de’ Medici, che non esitò a scatenare un sanguinoso conflitto civile, pongono il Salentino di fronte alla grave crisi morale, politica e religiosa che attanaglia l’Europa del primo Seicento.  Egli individua le radici di tale crisi europea nella tradizione culturale cristiano-teologica medievale e rinascimentale, la quale, sottoposta a un’indagine critica, gli appare intessuta di menzogne e falsità, di frodi e di inganni, di imposture e di superstizioni. A differenza di altri spiriti del tempo che aderiscono a generiche formule deistiche (per es., i libertini) o irenistiche, che restavano comunque all’interno di quella tradizione, Vanini approda a un ateismo teorico, inteso come filosofia liberatoria ed emancipatrice capace di chiudere un processo storico e di inaugurare una nuova tavola di valori per l’età moderna. Perciò egli si presenta come un innovatore, portatore di una nuova filosofia che segna una discontinuità e una netta frattura rispetto al passato.  Egli è convinto che la battaglia per la liberazione e per l’emancipazione dell’uomo non può non assumere la funzione antistorica di demolizione del patrimonio ideologico-culturale dell’Occidente cristiano. In tale atteggiamento, che si potrebbe definire preilluministico, trova la sua più profonda motivazione quella dimensione critica, distruttiva, demolitrice del suo pensiero, spesso segnalata dai suoi interpreti. L’eredità medievale e umanistico-rinascimentale ne esce a pezzi: egli demolisce il mito dell’antropocentrismo, scardina i principi del platonismo cristianizzato, fa scricchiolare i pilastri dell’aristotelismo concordistico, smantella la costruzione di un universo compatto, finito, armonizzato, avente al suo vertice Dio e la schiera delle Intelligenze angeliche, stronca ogni forma di teleologismo, sfata il mito del primato dell’uomo nella scala degli esseri viventi, manda in frantumi i più consolidati principi dell’etica cristiana, smaschera le illusioni della magia e dell’astrologia.  La messa fuori gioco dei cardini del cristianesimo si accompagna a un ritorno all’antico per almeno due ragioni fondamentali. La prima è che Vanini sente il bisogno di riallacciare l’ateismo moderno a quello antico («veteres philosophi ut qui illorum praesidio innituntur moderni athei», Amphitheatrum). Non a caso egli registra nell’album atheorum soprattutto pensatori come CICERONE (vedasi), Protagora, Diagora, Diodoro Siculo, Luciano, PLINIO (vedasi) e, tra i moderni, MACHIAVELLI (vedasi) e CARDANO (vedasi). La seconda è che la filosofia antica è il terreno su cui è possibile operare un recupero della ragione naturale, che Vanini identifica con la ratio aristotelica precristiana, non ancora imbrigliata entro le pastoie delle categorie religiose. Ne consegue che il suo pensiero assume una curvatura razionalistica e radicale perché non sottrae al vaglio critico della ragione naturale alcun dominio o oggetto privilegiato. Esclusa ogni dimensione sovrannaturale o metafisica, l’ateismo moderno coincide per Vanini con la costruzione di un nuovo sapere, fondato sui due pilastri dell’autonomia della ragione e dell’autonomia della natura. In tale prospettiva egli assegna a sé e al nuovo secolo emergente una funzione eversiva di emancipazione civile e intellettuale.  Le pagine introduttive dell’Amphitheatrum e del De admirandis insistono su un netto capovolgimento di valori: l’età dei conflitti ideologici conseguenti alla proliferazione dei settarismi e delle eresie sortite dal crogiolo della Riforma è definitivamente chiusa. Il nuovo che avanza è una secretior philosophia, che coincide con l’ateismo, rappresentato con la metafora di una lussureggiante vegetazione che si espande e invade tutto l’orbe europeo. Il termine secretior non deve trarre in inganno: esso non ha nulla a che fare con il misticismo teosofico platonizzante o neoplatonizzante. La terminologia di matrice platonica ha nei testi vaniniani una mera funzione di copertura. L’ateismo è per Vanini l’antidoto al misticismo. Esso è secretior perché, per sottrarsi all’occhiuta censura degli inquisitori, si maschera nel chiaroscuro di una tecnica compositiva del testo in cui l’ambiguità e l’ironia si alternano al gioco mimetico della simulazione e della dissimulazione. In ogni caso, la chiave di lettura che Vanini ha del mondo moderno è abbastanza trasparente: all’età del predominio ideologico della religione, egli vede susseguirsi un radicale processo di laicizzazione dei valori politico-sociali. È significativo che nella nuncupatoria al Bassompierre egli presenti il suo ingegno come un arboscello che, cresciuto nel terreno sterile della filosofia tradizionale, rischiava di non dar frutti significativi, ma, rinvigorito sotto l’azione del seme turgido e vigoroso («protuberante, turgenteque semine») dell’ateismo, gli ha permesso di oltrepassare le mete degli antichi filosofi e di superare le difficoltà dei moderni («veterum philosophorum metas transiliens et recentiorum obstacula superans», De admirandis. Ma ancor più pregnanti sono le pagine del Dialogo I, ove la nuova filosofia (l’ateismo) è presentata come una luce improvvisa che ferisce la vista di chi a lungo è vissuto nelle tenebre («fit laesio repentina, illata luce ijs, qui diu in tenebris commorati sunt», De admirandis). Anche qui la terminologia risente di reminiscenze platoniche, ma ha in Vanini connotazioni di segno opposto, perché fuor di metafora le tenebre sono il sapere tradizionale e il tema dell’illuminazione improvvisa suggerisce l’idea di una svolta filosofica destinata a modificare profondamente la sensibilità dell’uomo moderno. La metafora della luce allude cioè a una renovatio che però non ha più coloriture di carattere religioso ma coincide con la liberazione dalle menzogne e dalle frodi della tradizione cristiana («fraudes detegere», «figmenta patefacere», De admirandis). E il compito storico, morale e civile del filosofo è quello di trasmettere almeno una goccia («gutta») del proprio rinnovato sapere alle giovani generazioni. L’ateismo vaniniano si delinea così sulla base di una nuova concezione dell’uomo e del mondo. L’universo vaniniano è autonomo nella sua composizione materiale e nei suoi principi costitutivi di moto e di quiete. Vanini ha in mente un modello meccanicistico; il mondo è lucrezianamente inteso come una machina, che ha al suo interno e nella struttura dei suoi ingranaggi, non dissimili da quelli di un orologio prodotto dagli artigiani tedeschi, leggi certe e stabili che rinviano a un interno principio di movimento. Altrettanto meccanicistico e materialistico è il modello che serve a spiegare il funzionamento degli organismi viventi, compreso l’uomo. La vita fisica e psichica dell’uomo è in un rapporto simbiotico con l’ambiente naturale e umano. I caratteri psichici dipendono dal cibo, dalle abitudini, dai costumi sociali, dalla trasmissione del seme. La vita fisica e psichica dell’uomo è tutta interna alla natura e alla società non solo nel senso che ne è un prodotto, ma anche nel senso più radicale che la natura e la società sono l’unico orizzonte entro cui si sviluppa e si dissolve la vita umana con esclusione di ogni altra dimensione extranaturale. Le ragioni che concludono a favore della mortalità dell’anima sono più consistenti e più forti di quelle a sostegno dell’immortalità. La vita dello spirito ha le sue radici nella materialità del corpo e nel moto meccanicistico degli spiriti vitali e naturali. L’anima stessa non è che uno spiritus che coincide con l’aër perché spiritus deriva da spirare che è l’atto materiale del respirare (De admirandis).  L’autonomia della ragione e della natura non è veramente tale se non è autonomia dal soprannaturale. V. recide alla radice il rapporto tra Dio e la natura: non solo egli nega l’atto creativo, ma esclude altresì l’attività assistenziale, provvidenzialistica e finalistica di un’intelligenza sovraceleste. Dio non è il fine ultimo dell’ordine universale. In quanto autonomo, il cosmo è eterno, non ha né inizio né fine; non è perfetto, ma è, secondo il celebre paradosso empedocleo, perfettibile proprio in forza della sua imperfezione. L’Amphitheatrum è il testo in cui è condotta la più radicale confutazione dell’idea di provvidenza: in esso ogni sorta di teleologismo è respinto; non ci sono interventi straordinari della divinità nel mondo; la distribuzione del bene e del male è del tutto casuale; i miracoli o sono riconducibili alle causae naturales o risultano essere frodi di sacerdoti e di politici; nell’ordine naturale non v’è traccia di un’intelligenza o di una volontà organizzatrice, come provano le deformità studiate dalla teratologia. Tutto si riduce a materia vivente e vivificatrice, senza gerarchizzazioni e gradi di realtà, poiché unica è la materia di cui sono composti i corpi celesti e quelli terreni fino ai più umili come lo scarabeo. La vita è l’effetto casuale della generazione spontanea. L’uomo non fa eccezione; rigorosamente radicato nel regno animale, è anch’esso una produzione casuale e spontanea della materia: il suo passato è a quattro zampe e nella sua anima non v’è traccia di un’impronta divina.  Se non è fine ultimo, Dio non è neppure causa prima, né nel senso di una causalità libera e contingente, né nel senso di una causalità necessaria. Vanini esclude, da un lato, il volontarismo e il contingentismo scotiano e, dall’altro, il necessitarismo tomistico. Se fosse causa libera, ovvero se fosse volontà assoluta o potenza infinita che non ha limiti o ostacoli al proprio potere, Dio comprometterebbe l’ordine della natura, e, viceversa, se l’ordine della natura si conserva nella propria rigida regolarità, la potenza libera e assoluta di Dio resta, di fatto, inattiva e priva di effetti. D’altra parte la causalità libera coincide con l’agire in modo contingente. Ma se Dio può agire e non agire, se può determinarsi ora in un modo ora nell’altro, vuol dire che Egli è, di volta in volta, ora indeterminato ora determinato, e che in Lui c’è, come in noi, il passaggio dalla indeterminazione alla determinazione oppure il passaggio da una determinazione a un’altra. Ma tutto ciò implica imperfezione e non è compatibile con l’essenza immutabile di Dio. Né è possibile che Dio sia causalità necessaria, perché altrimenti il mondo sarebbe stato creato necessariamente fin dall’eternità e sarebbe coeterno a Dio, con l’ulteriore conseguenza che la causalità necessaria escluderebbe il libero arbitrio umano.  L’ulteriore passo di Vanini è lo smantellamento delle tradizionali prove dell’esistenza di Dio, da quelle cosmologico-a posteriori a quelle ontologico-a priori. La confutazione della prova ontologica non è diretta solo contro Anselmo, ma anche contro la scolastica suareziana che alla vecchia questione dell’an sit Deus? aveva sostituito quella del quid sit Deus? Vanini collega strettamente i due interrogativi del teologo, e mostra come la risposta al secondo costituisca implicitamente una risposta al primo: definire il quid dell’essenza divina significa evidenziarne l’intima contraddizione e quindi l’impossibilità dell’esistenza. Stessa sorte ovviamente tocca alle prove cosmologiche. Nulle sono le prove ex motu o e pulchritudine universi. Tutte si scontrano con l’impossibilità che l’ente eterno e immutabile sia compatibile con il moto o con la novità della creazione.  Naturalmente l’athéisme de théorie non manca di accompagnarsi a punte di carattere dissacratorio che fanno della filosofia vaniniana una filosofia dello smascheramento: portare allo scoperto le frodi e le menzogne è il suo tratto più eversivo. Il bersaglio privilegiato sono le religioni che, originatesi dal timore («primos in orbe deos fecit timor», De admirandis), appartengono al mondo della favola. E l’arma di V. è la derisione, fino ai limiti del sarcasmo, l’ironia sottile, il proposito di smitizzare e desacralizzare ogni cosa. Non si salva neppure il testo biblico, equiparato alle favole di Esopo; anzi, si fa notare, non senza un malizioso compiacimento, che non se ne è mai trovato l’originale. I versetti salomonici, lungi dall’essere rivelativi di una sapienza divina, sono lascivi, ineleganti, privi di qualsiasi valore razionale e zeppi solo di proverbiucoli popolari. Il racconto mosaico della creazione del mondo è degno di spugna e di carbone; le resurrezioni bibliche sono storielle abbellite fuco sanctitatis oppure sono riconducibili a fenomeni di morte apparente. Conoscenza umana e conoscenza divina: l’impianto antimetafisico L’orizzonte filosofico vaniniano non è solo antiteologico, ma è altresì antimetafisico. Ciò significa che egli esclude non solo l’esistenza di un volere libero e intelligente, ma anche il complesso apparato delle essenze eterne e necessarie della metafisica classica. Il banco di prova della battaglia antimetafisica è quello della gnoseologia, o meglio della contrapposizione tra la conoscenza umana e quella divina. Gli strumenti della conoscenza umana sono la ratio e l’experimentum, ossia la ragione e il senso. La ragione è, come si è già detto, la ratio naturalis, che è autonoma, antidogmatica, critica, non ha origine divina, né è assoluta e astratta, ma è uno strumento flessibile e malleabile, capace di cogliere la multiforme varietà della natura nel suo stesso divenire. Calata interamente entro l’orizzonte umano e mondano, la ragione non è più contrapposta alla sensibilità e agli appetiti animali.  Nulla è più estraneo al pensiero vaniniano di un’attività speculativa e contemplativa, pura e impassibile. Se la mente umana fosse di origine divina – egli scrive – dovrebbe pensare sempre verità divine o quanto meno umane («si divina mens nostra est divina semper vel humana saltem vera cogitaret», De admirandis). Per V., al contrario, la razionalità umana è concreta; si risolve nelle stesse procedure e tecniche argomentative e raziocinative le quali richiedono a loro volta strumenti materiali («materialia instrumenta ad ratiocinandum requiruntur). Per evitare fughe verso la metafisica V. precisa che la razionalità è insita nella materialità del corpo ed è in linea di continuità con l’istinto animale. Capovolgendo la filosofia stoica, che traccia una netta linea di demarcazione tra l’umano e l’animale, egli riconduce la ragione all’istinto. Ciò che in noi è chiamato ragione – scrive – coincide con ciò che negli animali definiamo istinto di natura («quod in nobis vocatur ratio, in brutis naturae instinctus a nobis dicitur). Il che è quanto dire che la ratio appartiene all’ambito della realtà naturale e animale. Se l’istinto è la guida della vita animale, la ragione è la guida della vita umana. La sola differenza è che il primo determina nei bruti un comportamento univoco e ripetitivo e la seconda garantisce all’uomo una più ampia gamma di scelte. Ma in entrambi i casi si tratta di comportamenti che hanno come unico referente l’ambiente, puramente fisico per l’animale, fisico e culturale per l’uomo.  In quanto naturale, la razionalità umana è nel tempo perché è nel divenire stesso della natura; a essa sono precluse le verità eterne e assolute. Vanini respinge la concezione aristotelica della duplicità dell’intelletto, attivo e passivo. La conoscenza umana non dipende da un intelletto che coglie intuitivamente gli intelligibili, ma dipende da un diretto contatto con l’ordine contingente della natura. L’intuizione intellettuale delle essenze eterne è respinta perché non ha alcuna ricaduta sul sapere scientifico. Le verità scientifiche sono per Vanini una faticosa conquista, perché le nostre facoltà teoretiche sono discorsive e sono scandite da componenti soggettive come l’assensus o il dissensus, la credulitas, la fides e le consuetudines. Ne consegue che è messa fuori gioco la scientia dei, la quale da un lato non può avere accesso alla varietas del mondo naturale e dall’altro non può essere causa delle cose, perché nell’uno e nell’altro caso essa è incompatibile con il divenire naturale. Se la mente divina conoscesse le cose singole, mutevoli e contingenti, sarebbe, come quella umana, soggetta al mutamento e all’errore; e viceversa, se non ne ha conoscenza, il sapere e il potere divino subiscono una limitazione incompatibile con la natura della divinità.  Il principio logico, di derivazione aristotelica, da cui muove V. è che la natura della scienza dipende da quella degli oggetti conosciuti. L’oggetto della scienza – egli osserva sulla scorta della posterioristica aristotelica – non può essere di natura diversa da quella della facoltà conoscitiva. Non è possibile che si dia una scienza certa di ciò che è di per sé incerto. Vanini utilizza tale principio per tracciare una sorta di linea di demarcazione tra la scienza divina e la scienza umana. La teologia non ha fatto altro che trasferire nella mente divina le essenze e gli intelligibili di matrice aristotelica. La scienza divina è certa perché ha a oggetto essenze necessarie e universali, ma ha come contropartita l’impossibilità di inglobare come propri oggetti gli enti singoli e particolari che sono sottoposti al divenire e al mutamento. Non a caso Aristotele aveva affermato che se Dio ne avesse conoscenza, ne sarebbe degradato. Con una punta di radicalismo Vanini ne deduce che Dio non ha conoscenza di tutte le cose; anzi, quanto ai singoli, non ha neppure la conoscenza che ne hanno i bruti (Amphitheatrum, cit., p. 243).  Con la teologia cade, dunque, anche l’ideale epistemico dell’aristotelismo che ha il suo fondamento nella scienza dell’universale. A che serve – osserva Vanini – sapere che Socrate, Platone e Aristotele sono ‘uomini’ se poi ignoriamo le specifiche individualità per le quali ciascuno si differenzia dall’altro? La metafisica essenzialistica è inadeguata a costruire un sapere scientifico. I parametri della scienza vanno ridefiniti a partire dalle reali condizioni entro cui si produce la conoscenza umana. Per V. la nostra facoltà intellettiva è operativa ed è in perenne movimento e in continuo divenire, come tutti gli altri enti naturali. Ciò significa che la sua gnoseologia assume una curvatura in senso soggettivistico: il nostro intelletto non ha a oggetto verità eterne che precedono l’esperienza: noi – scrive il filosofo – siamo circoscritti entro i limiti del tempo e dello spazio; la nostra conoscenza muta con il mutare delle cose, non ha la stabilità della conoscenza divina, ma passa dall’assenso al dissenso, dalla verità all’errore o viceversa.  Vanini non spinge la sua analisi fino a sconfinare nel fenomenismo o, peggio ancora, nello scetticismo. A differenza dei libertini, egli si mostra fiducioso nella scienza. L’intelletto umano è sì inchiodato entro le maglie del tempo, ma è altresì una facoltà congetturale e operativa che, agendo sul materiale fornito dai sensi, accresce indefinitamente il proprio sapere, proprio come accade nei processi di indottrinamento (Amphitheatrum), in cui si produce un’organica accumulazione delle conoscenze. Ma il problema di fondo è quello di stabilire quali sono i presupposti della certezza della conoscenza umana. E in proposito egli ha in mente un mutamento del modello epistemologico di scienza, non più ancorato alla necessità delle essenze universali, ma alla necessità intrinseca al rapporto causale. La dimensione della certezza non è preclusa alla conoscenza umana perché l’ordine naturale coincide con la serie causale che lega gli eventi e le cose. La stessa facoltà congetturale consiste nel prevedere possibili effetti a partire da cause presenti o da cause passate. In breve la necessità intrinseca al nesso causale è garanzia dell’ordine e della conoscibilità delle cose e perciò anche della certezza della scienza umana. Alla luce di questo mutamento di prospettiva si spiega la continua insistenza del Salentino sulle cause naturali che tolgono alle cose o agli eventi lo smalto dell’arcanum e dell’admirandum. Sottratta alla natura divina, la causalità, come connessione necessaria e intrinseca alle cose, è calata nel mondo fisico, ne è anzi una sorta di legge interna o di regola su cui si fonda la certezza del sapere umano. Il mondo naturale non è più soggetto al capriccio o al volere o al potere di un agente esterno, ma è un ordinamento autosufficiente, governato da propri principi.  Sfortunatamente Vanini compie un passo verso la fondazione della scienza moderna solo nell’ottica di una cornice meramente teorica, dalla quale è assente la matematica che ne è, invece, lo strumento principe. Men che mai egli è attrezzato sul piano della ricerca sperimentale, poiché il suo concetto di esperienza è per lo più equivalente alla semplice osservazione empirica. Ne consegue che l’individuazione delle cause prossime è da lui condotta con una buona dose di approssimazione. Ciò fa sì che la sua ricerca scientifica resti per molti versi di tipo congetturale; gran parte dei suoi risultati sono caduchi; spesso, in mancanza di una puntuale individuazione delle cause prossime, egli si perde in una farraginosa ridda di ipotesi talvolta infelici, talvolta persino elementari e semplicistiche, talvolta forse troppo condizionate da propositi dissacratori o eversivi. Si salvano talune sue brillanti intuizioni nel campo della biologia, che a qualche studioso sono apparse addirittura precorritrici del darwinismo e che forse meglio sarebbe ricondurre nell’alveo di un ingenuo o primordiale trasformismo biologico.  La politica e lo smascheramento del potere: l’etica laicizzata Il filo conduttore del pensiero politico di Vanini è dato da un machiavellismo ampiamente contaminato dalla teoria dell’impostura di origine lucianesca e da una forte contestazione del potere delle corti di matrice aretiniana. Di conseguenza, nelle mani del Salentino il machiavellismo si traduce in una sorta di strumento utile a smascherare il nesso tra potere religioso e potere politico. Il compito del filosofo è quello di denunciare l’assoluta arbitrarietà dell’uno e dell’altro; anzi, è più precisamente quello di svelarne l’intimo intreccio per cui il primo appare essere il supporto ideologico del secondo; entrambi si reggono su un sistema di menzogne che condizionano le libertà civili e intellettuali le quali sono vitali per la libera espressione dell’arte e della scienza.  Ciò spiega la natura eversiva del pensiero vaniniano, che non è evidentemente interessato alla salvaguardia o alla conservazione dell’ordine politico-sociale, ma alla sua demolizione attraverso la demolizione delle Leges. Se i libertins érudits sono allineati sulle posizioni ideologiche della borghesia conservatrice e se il libertinismo dei poeti che si muovono nell’entourage di Théophile de Viau si alimenta del ribellismo delle classi aristocratiche e sconfina in forme di empietà e miscredenza per lo più gratuite e prive di consistenza teoretica, Vanini teorizza una legge di natura che ha una duplice valenza, etica e politica, ed è alternativa alla religione e al diritto storico-positivo.  Tutto ciò che si allontana dalla legge di natura è arbitrio, è violenza perpetrata sugli uomini. Lo smascheramento del potere passa attraverso un serrato confronto tra governo divino e governo terreno che sono speculari l’uno all’altro ed entrambi arbitrari. L’accento cade spesso sul tema della vendetta. Tanto la giustizia divina quanto quella umana si configurano più come vendetta che come equità. Il dio del sacro codice (si noti la sostituzione della terminologia giuridica a quella religiosa) è vendicatore dei delitti; i giudici terreni sono i suoi ministri. In quanto fa derivare il suo potere da un’origine divina, il sovrano legittima la propria potestà di amministrare la giustizia. Gli interventi punitivi del principe terreno hanno effetto immediato, quelli della giustizia divina rinviano i premi e i castighi a una favolosa vita futura, in modo che l’inganno politico-religioso non sia facilmente smascherabile («ne fraus detegi possit», De admirandis) e contribuisca a perpetuare lo stato di schiavitù e di soggezione psicologica del popolo (Amphitheatrum; De admirandis). Togliere al potere del principe il fondamento materiale e spirituale significa per Vanini svelarne il carattere arbitrario. Qualunque potere, sia esso divino o terreno, non è che arbitrio, non vincolato da nessuna legge, poiché la legge non è altro che la stessa volontà di Dio o del principe terreno. Ciò significa che per il potere, divino o umano, tutto è lecito: se Dio ci rende tutti peccatori, non agisce in violazione di alcuna norma, semplicemente perché agisce in conformità del suo volere (Amphitheatrum). Lo stesso vale per il principe terreno. Ma se il potere è arbitrio, vuol dire che non è più di origine divina ed è di conseguenza contestabile. Ciò che trattiene il popolo dalla ribellione non è il timore della punizione divina, ma quello della reazione violenta e persecutoria del principe terreno. Gli stessi filosofi hanno dovuto piegare la testa e si sono rifugiati nel silenzio, incalzati dal timore del pubblico potere. L’esempio di Socrate è stato per tutti un ammonimento. Aristotele abbandonò Atene per evitare che si commettesse un nuovo delitto contro la filosofia. La libera espressione delle idee è sempre avversata dal potere religioso e i libri di Protagora furono bruciati nella pubblica piazza, in un clima di intolleranza non diverso da quello dell’età controriformistica (De admirandis, cit., p. 367; Amphitheatrum).  Tanto il potere politico quanto quello religioso si fondano sull’astuzia, sulla finzione e sull’inganno. Non ne è esente neppure il cristianesimo. La figura del Cristo è disegnata da Vanini secondo i parametri dell’astuzia volpina di stampo machiavelliano: fingendo di conservare o di portare a compimento la religione giudaica, Cristo la sovverte dalle fondamenta e istituisce al suo posto la religione cristiana. Poi, per preservarla dal rischio dell’inevitabile corruzione, mette in circolazione la profezia dell’anticristo. Il nuovo profeta cioè si comporta alla stessa stregua del principe novello: per consolidare il proprio potere, che nella fase iniziale è più debole, impiega l’astuzia o le armi. Cristo scelse di fondare la legge cristiana, immolandosi ed esponendosi a una morte ignominiosa, in modo che il suo esempio non fosse appetibile da parte di altri sedicenti messia; Mosè procedette sempre armato e seminò stragi e sangue sul suo cammino. Le religioni, mosaica e cristiana, ebbero vita lunga perché si sposarono con il potere dominante; Apollonio di Tiana fondò una religione di breve durata perché predicò la povertà ed entrò in conflitto con gli interessi costituiti (De admirandis).  Ma non basta denunciare che le religioni sono fondate fin dalle origini sull’inganno e sulla menzogna. L’obiettivo di Vanini è di evidenziare che esse esercitano anche una tirannia psicologica. L’inganno – egli osserva – per essere duraturo deve incidere sui bisogni fondamentali dell’uomo, deve far presa sulle sue speranze e sulle sue paure: solo queste esercitano sui credenti una tirannia psicologica, intellettuale e sociale. Si spiega perciò come l’azione del principe o del profeta sul popolo sia di seduzione e di plagio (De admirandis). Lo stratagemma cui comunemente essi fanno ricorso è quello di far credere al popolo di avere un rapporto diretto e privilegiato con la divinità, in modo tale che l’opposizione al loro potere sia immediatamente percepita come una violazione del volere divino. Tutti gli atti del profeta mirano a consolidare tale credenza. Il dominio politico e quello sacerdotale, per perpetuarsi nel tempo, si costituiscono in modo da non essere suscettibili di contestazione. Per perpetuare la religione da lui fondata, il novello profeta mira a esercitare un dominio culturale che si estenda oltre la sua morte. A ciò è funzionale lo stratagemma della resurrezione o dell’assunzione in cielo. Mosè si gettò in un abisso in modo che il popolo lo credesse risuscitato. Lo stesso fecero Empedocle e il profeta Elia. E il sottinteso, neppure tanto velato, è che lo stesso fece Cristo per consolidare la neonata ‘servitù cristiana’ (De admirandis).  Nessuna religione positiva, nessuna civiltà storica ha una durata infinita: Vanini ha un forte senso della storicità delle istituzioni civili e religiose: le città, i regni, le religioni sono soggetti alla ferrea legge del divenire naturale. Egli tende a porre un forte accento sulla legge naturale della generazione e della corruzione di tutte le cose: omnia orta occidunt – tutto ciò che nasce è destinato a perire. Nulla dura in eterno: i valori, i costumi, le tradizioni, i modi di pensare, le credenze, le norme etiche, le organizzazioni civili e religiose: tutto è travolto dalla legge del divenire. Cosa c’era di più santo e di più nobile del nome di Giove secondo la fede dei gentili? E cosa è più vile e più esecrando di esso nella fede cristiana. I regni e le religioni sono prodotti storici: nascono, crescono, raggiungono l’apice della loro vitalità, ma poi iniziano il loro inesorabile processo di senescenza e di esaurimento. Nella fase della nascita della nuova religione i miracoli sovrabbondano, perché il profeta vuole apparire come figlio di Dio o come un suo inviato; poi lentamente vanno scemando, fino a scomparire del tutto. Infine a una religione se ne sostituisce un’altra. E poiché il mondo è eterno, i riti ritornano periodicamente: quelli oggi in vigore sono stati attivati migliaia di volte e torneranno di nuovo in vigore, non però secondo l’individuo, ma secondo la specie, cioè non nella forma della loro individualità, ma in quella della loro essenza specifica (De admirandis).  Radicale e deteologizzata è altresì l’etica vaniniana, che ha una forte vocazione naturalistica fin quasi ad appiattirsi in un’indagine medico-scientifica o fisiologica delle passioni e delle affezioni umane, ricondotte per lo più a un meccanicistico moto di spiriti vitali. Il dato più rilevante è che si tratta di un’etica autonoma sia da considerazioni metafisiche, sia da presupposti teologici o da valutazioni religiose. Come nel pensiero politico è assente il parametro di uno Stato ideale, così nel pensiero etico sono assenti le dimensioni dell’assoluto; la condotta morale è vista solo in chiave relativistica in rapporto alla struttura composita del soggetto agente. Naturalmente si tratta di un’etica spregiudicata, nel doppio senso che è priva di pregiudizi condizionanti ed estranei alla morale, e insieme è sforzo, tensione e lotta contro ogni gratuito pregiudizio che mortifichi la vita naturale dell’uomo. È dunque in primo luogo un’etica liberata ed emancipata dalla connotazione del peccato, ricca di venature epicuree, fortemente tesa alla rivalutazione del piacere.  Nella riflessione etica vaniniana il piacere sessuale occupa un ruolo centrale, se non altro perché è ciò che presiede e garantisce la perpetuazione della specie. La stessa vita sulla Terra correrebbe il rischio di andare in rovina se la natura non ci avesse dotati dell’istinto all’accoppiamento. Perciò la sessualità è liberata da ogni connotazione negativa: gli organi sessuali non meritano il nome di pudenda, perché sono gli artefici e i maestri della riproduzione («procreationis magistrae et opifices», De admirandis). Il Dialogo è una piena e radicale rivalutazione del piacere sessuale, proposto come sesto senso e come cosa dolcissima (dulcissima res) per essere in funzione della riproduzione. L’edonismo etico vaniniano è ben lontano dall’assumere venature spiritualistiche: il piacere non è concepito come un’affezione dell’anima, ma del composto, cioè del sinolo, aristotelicamente inteso come unione di anima e di corpo. Il piacere perciò non può non avere una componente corporea e materiale.  Ciò significa che la felicitas non consiste né nella copulazione averroistica né in una visione-contemplazione della divinità trascendente, ma è una felicitas tutta terrena, che Vanini per prudenza proietta nella sfera rarefatta di una Respublica celeste in una sorta di utopia politico-sociale rovesciata, in cui i disvalori del modello sociale esistente sono capovolti: «Una repubblica in cui la partecipazione è senza invidia, tutti vogliono che agli altri sia partecipato quello che c’è […] poiché chi vuole vuole che gli altri vogliano le stesse cose e fa sì che noi pure vogliamo ciò che egli vuole» (Amphitheatrum; trad. it. Anfiteatro dell’eterna provvidenza, a cura di F.P. Raimondi, L. Crudo).  Ed è proprio sul tema della felicità o beatitudine, intesa come fruizione del sommo bene, che franano le pretese di un’etica di matrice religiosa. Vanini, infatti, insiste sull’impossibilità di un’unificazione di finito e infinito. Solo Dio infinito può identificarsi con sé stesso come ente infinito. Dunque solo Dio può essere beato. Ancora più radicale è l’osservazione che l’agire può avere un fine a condizione che il fine non superi la facoltà dell’operatore. Detto in altri termini: la finalità in generale non può eccedere le condizioni materiali di colui che agisce. Come la carrozza, che è termine finale dell’operazione, non oltrepassa le potenzialità del carpentiere, così il fine della volontà non può trascenderne le potenzialità. La volontà umana non desidera immediatamente il bene sommo, perché è presa dal desiderio dell’essere. Perciò se il bene è l’ente, la nostra volontà desidera l’essere non in quanto ne è priva, ma in quanto lo possiede. Noi cioè non desideriamo l’essere che già siamo, ma desideriamo la sua conservazione. Imboccata questa strada, viene meno qualsiasi finalità soprannaturale. Noi, infatti, non desideriamo l’essere di Dio, perché coloro che desiderano, desiderano la propria perfezione. Se desiderassimo l’essere di Dio, desidereremmo la nostra corruzione e la nostra distruzione -- Amphitheatrum.  Opere Amphitheatrum aeternae providentiae divino-magicum, christiano-physicum, nec non astrologo-catholicum. Adversus veteres philosophos, atheos, epicureos, peripateticos et stoicos, Lugduni, apud viduam Antonii de Harsy; rist. fotomeccanica Galatina (trad. it. Anfiteatro dell’eterna provvidenza, a cura di Raimondi, L. Crudo, Galatina).  De admirandis naturae reginae deaeque mortalium arcanis libri quatuor, Lutetiae, apud Adrianum Perier; rist. fotomeccanica Galatina  (trad. it. I meravigliosi segreti della natura, regina e dea dei mortali, a cura di F.P. Raimondi, Galatina).  Opere, a cura di G. Papuli, F.P. Raimondi, Galatina, Tutte le opere, a cura di F.P. Raimondi, M. Carparelli, Milano. Corsano, Per la storia del pensiero del tardo Rinascimento, II, V., «Giornale critico della filosofia italiana. Namer, L’æuvre de V.: une anthropologie philosophique, in Studi in onore di Antonio Corsano, Manduria, trad. it. Un’antropologia filosofica, in Le interpretazioni di G.C. Vanini, a cura di G. Populi, Galatina).  A. Nowicki, Centralne kategorie filozofii Vaniniego, Warszawa (trad. it. parziale Le categorie centrali della filosofia di Vanini, in Le interpretazioni di V., a cura di G. Papuli, Galatina).  G. Papuli, introduzione a V., Opere, a cura di G. Papuli, F.P. Raimondi, Galatina, Marcialis, Natura e uomo in Giulio Cesare Vanini, «Giornale critico della filosofia italiana. V. e il libertinismo – H. P. Grice, “Humpty-Dumpty e il libertinismo”, Atti del Convegno di studi, Taurisano, a cura di F.P. Raimondi, Galatina. Cavaillé, V.: la langue arrachée, in Id., Dis/simulations: Jules-César Vanini, François La Mothe Le Vayer, Gabriel Naudé, Louis Machon et Torquato Accetto. Religion, morale et politique au XVIe siècle, Paris V.: dal tardo Rinascimento al libertinisme érudit, Atti del Convegno di studi, Lecce-Taurisano, a cura di F.P. Raimondi, Galatina, Raimondi, V. nell’Europa del Seicento: con una appendice documentaria, Pisa-Roma Raimondi, Monografia introduttiva, in V., Tutte le opere, a cura di F.P. Raimondi, M. Carpanelli, Milano.  Si veda inoltre:  Istituto per il lessico intellettuale europeo e storia delle idee, Filosofi del Rinascimento, archivi storico-documentari: Giulio Cesare Vanini, iliesi.cnr.it/Vanini/. Fra i primi esponenti di rilievo del libertinismo erudito. Nasce al casale di Terra d'Otranto, nella famiglia che il padre, uomo d'affari originario di Tresana in Toscana, costitusce sposando una Lopez de Noguera, appartenente a una famiglia appaltatrice delle regie dogane della Terra di Bari, della Terra d'Otranto, della Capitanata e della Basilicata. Anche un successivo documento scoperto nell'srchivio segreto vaticano, lo qualifica pugliese, confermando il luogo di nascita ch'egli si attribuisce nelle sue opere. Nel censimento ufficiale della popolazione del casale di Taurisano figurano solo i nomi di Giovan Battista Vanini, del figlio legittimo Alessandro, e del figlio naturale Giovan Francesco. Nessun cenno della moglie e dell'altro figlio legittimo Giulio Cesare. Si ha motivo di ritenere che il padre sia ri-entrato a Napoli. Sistemata ogni pendenza economica, entra nell'ordine carmelitano assume il nome di Gabriele e si trasfere a Padova per intraprendere gli studi. Giunge nelle terre della repubblica di Venezia quando le polemiche provocate due anni prima dall'interdetto di Paolo V sono ancora vivacissime. Durante il soggiorno padovano entra in contatto con il gruppo capeggiato da SARPI che, con l'appoggio dell'ambasciata inglese a Venezia, alimenta la polemica anti-papale. Consegue a Napoli il titolo di dottore in utroque iure, superando l'esame che gli consente di esercitare la professione di dottore nella legge civile e canonica. Come verrà descritto in documenti posteriori, assimila una grande cultura. Parla assai bene il latino e con una grande facilità, è alto di taglia e un po' magro, ha i capelli castani, il naso aquilino, gl’occhi vivi e fisionomia gradevole ed ingegnosa. Divenuto maggiorenne, si fa riconoscere da un tribunale della capitale erede di Giovan Battista. Con una serie di rogiti e procure notarili redatte a Napoli, inizia a sistemare ogni pendenza economica conseguente alla morte del padre. Vende una casa di sua proprietà sita in Ugento, a pochi chilometri dal suo paese d'origine. Dà mandato a uno zio di assolvere incarichi dello stesso tipo, incarica l'amico Scarciglia di recuperagli una somma e gli vende alcuni beni rimasti a Taurisano e tenuti in custodia dai due fratelli. Partecipa alle prediche quaresimali, attirandosi i sospetti delle autorità religiose. In conseguenza dei suoi atteggiamenti anti-papali, e allontanato dal convento di Padova e rinviato, in attesa di ulteriori sanzioni disciplinari, al provinciale di Terra di Lavoro con sentenza del generale dell'Ordine carmelitano, SILVIO, ma fugge in Inghilterra, insieme con il confratello genovese GENOCCHI. Nel viaggio, toccano Bologna, Milano, i grigioni svizzeri e discendono il corso del Reno sino alla costa del mare del nord, attraversando la Germania, i paesi bassi, il canale della Manica e giungendo infine a Londra e a Lambeth -- sede arcivescovile del Primato d'Inghilterra. Qui i due frati rimarranno per quasi II anni, nascondendo la loro reale identità perfino ai loro ospiti inglesi, poiché è provato che lo stesso arcivescovo di Canterbury, ABBOT, li conosceva sotto un nome diverso da quello reale. Nella chiesa londinese detta dei MERCIAI o degl’italiani, alla presenza di un folto auditorio e di Bacone, V. e il suo compagno fanno una pubblica sconfessione della loro fede cattolica, abbracciando la religione anglicana. In realtà i due frati non hanno tagliato i ponti con i loro ambienti di provenienza: infatti nel GENOCCHI viene raggiunto da una lettera molto amichevole di un amico e confratello genovese, SPINOLA. A loro volta, le autorità cattoliche vengono subito informate di questo caso. -- è il nunzio a Parigi ad avvertire la segreteria di stato vaticana che due frati veneziani non meglio identificati sono fuggiti in Inghilterra e si sono fatti ugonotti, che un vescovo italiano sta per seguirli e che lo stesso SARPI, morto il doge e privato della sua protezione, per non cadere in mano dei suoi nemici, è sul punto di fuggire in Palatinato tra i protestanti. Analoga notizia, arricchita di altri particolari, viene inoltrata dal nunzio in Fiandra al cardinale BORGHESE a Roma, che risponde mostrandosi già al corrente dei fatti e dell'esatta identità dei due frati. Sa che la fuga di V., di GENNOCHI, di SARPI, e di un non ancora identificato vescovo italiano potrebbe portare alla ricostituzione in terra protestante del gruppo di opposizione al papato già operante nella repubblica veneta al tempo dell'interdetto. Il nunzio UBALDINI da Parigi continua a inviare a Roma dettagli sulla condotta dei due frati rifugiati in Inghilterra, sulle loro predicazioni, su come sono stati accolti a corte e dalle autorità religiose, su come si continui a parlare dell'arrivo del vescovo italiano. La segreteria di stato vaticana esorta il nunzio in Francia ad attivare i suoi confidenti in Inghilterra al fine di scoprire l'identità del vescovo intenzionato a rifugiarvisi. Il cardinale UBALDINI da Parigi assicura alla segreteria di stato tutto il suo impegno in merito all'argomento dei due frati. Nello stesso dispaccio afferma che non mancherà di informare di ogni dettaglio anche il cardinale ARROGONI, che gli ha scritto in merito per conto del papa e della congregazione del sant’uffizio. Evidentemente a quella data la condotta veneziana e la successiva fuga dei due frati era già diventata argomento di discussione dell'inquisizione romana. Un'altra lettera del cardinale BORGHESE invita il nunzio in Francia ad essere vigile sulla faccenda della fuga del vescovo in Inghilterra e, nel caso egli passi per il suolo francese, a far di tutto per «farlo ritenere», come suggerisce il Papa e «come sarebbe molto a proposito». In dicembre il Nunzio UBALDINI invia da Parigi al cardinale BORGHESE notizie dettagliate e di tenore molto diverso rispetto alle precedenti sui due frati, attestando la buona reputazione di cui essi godono in Inghilterra e la fiducia che possano presto essere recuperati alla chiesa di Roma. Questa lettera viene poi trasmessa al tribunale dell'inquisizione romana che nei primi giorni del gennaio successivo inizia di fatto a istruire il processo contro V.. Nei mesi successivi si hanno varie notizie di un gran traffico di suppliche e lettere dei due frati a Roma, specialmente tramite l'ambasciatore spagnolo a Londra, per ottenere il perdono del papa e il ri-entro nel cattolicesimo. Le autorità religiose inglesi ne vengono segretamente informate e dispongono un'attenta sorveglianza nei confronti dei due frati.  Tra la fine dele l'inizio del V. si reca in visita a Cambridge e poi ad OXFORD (cf. H. P. GRICE). A OXFORD, V. confida ad alcuni conoscenti la sua ormai imminente fuga dall'Inghilterra, cosicché in gennaio i due frati vengono arrestati dalla guardie dell'arcivescovo dopo una funzione religiosa nella chiesa degli Italiani e rinchiusi in case di alcuni servi dell'arcivescovo. Scoppia un grande scandalo e dell'episodio vengono informati il re e le massime autorità dello stato, in quanto nelle operazioni di recupero appaiono chiaramente coinvolti agenti di nazioni straniere accreditati nelle ambasciate a Londra. Altissime personalità cattoliche da Roma seguono la vicenda e la favoriscono con grande calore.  GENOCCHI, eludendo la sorveglianza e con l'aiuto di agenti stranieri, fugge dalla prigione e dall'Inghilterra. In conseguenza di ciò, viene trasferito in luogo più sicuro e rinchiuso nella carzel publica, ovvero nella gate-house adiacente all'abbazia di Westminster. Dilaga lo scandalo. Volano le accuse di leggerezza nei confronti dei fautori della fuga dei due frati dall'Italia, mentre cominciano a circolare apertamente i nomi del cappellano dell'ambasciatore veneto a Londra, MORAVO, e dell'ambasciatore spagnolo quali autori del clamoroso recupero. Dalla curia romana si continua a seguire la vicenda e a favorirla in ogni modo.  A Londra viene intanto istruito il processo a V. Il frate rischia una severa punizione, non il rogo come i martiri della fede -- come il carmelitano scrive con enfasi poi nelle sue opera --, ma una lunga deportazione in desolate colonie lontane, come l'arcivescovo ABBOT suggerisce al re.  Anche V. riesce a evadere di prigione e a fuggire dall'Inghilterra, sempre grazie all'aiuto degli agenti dell'ambasciatore spagnolo a Londra, incoraggiato da alte personalità romane e del cappellano dell'ambasciata della repubblica veneta, che si avvale anche dell'opera di alcuni servi dell'ambasciatore stesso, ma all'insaputa di questi.  II anni dopo, durante il processo della repubblica veneta contro l'ambasciatore FOSCARINI per spionaggio e per aver consentito ad ABBOT di sottoporre ad interrogatorio il personale dell'ambasciata, vengono alla luce anche dettagli sulla complicità della fuga di V. da Londra. V. e GENOCCHI arrivano a Bruxelles e si presentano al nunzio di Fiandra, BENTIVOGLIO, che li attende da tempo. Vengono iniziate le prime pratiche per la concessione del perdono per la fuga in Inghilterra e per l'apostasia e viene loro accordato di tornare in Italia e di vivervi in abito di prete secolare, senza più indossare l'abito religioso, ma con il vincolo dell'obbedienza al loro superiore. Forti di tali concessioni, alla fine di maggio i due frati vengono posti sulla via per Parigi, dove devono presentarsi al nunzio di quella città, UBALDINI. All'incirca nello stesso periodo giunge a Parigi anche l'ultimo frate recuperato dall'Inghilterra, MARCHETTI. Altri due frati, invece, non ottengono il perdono dalle autorità cattoliche. A Parigi, durante la permanenza presso la sede del nunzio UBALDINI, V. si inserisce nella polemica relativa all'accettazione dei principi del concilio di Trento in Francia, che tarda ad arrivare a causa del rifiuto di parte del clero gallicano. Per orientare gl’animi nella direzione voluta dalla santa sede, scrive i Commentari in difesa del concilio di Trento, di cui egli poi intende avvalersi, come scrive UBALDINI ai suoi superiori in Roma, per dimostrare la sincerità del suo ritorno nella fede cattolica.  Riprende quindi la strada per l'Italia, dirigendosi a Roma, dove deve affrontare le difficili fasi finali del processo presso il tribunale dell'inquisizione. Dimora per qualche mese a Genova, dove ritrova l'amico GENOCCHI e si guadagna da vivere insegnando filosofia ai figli di DORIA. Nonostante le assicurazioni ricevute, il ritorno dei frati non è del tutto tranquillo. GENOCCHI viene inaspettatamente arrestato dall'inquisitore di Genova. A Ferrara accade lo stesso all'altro frate "recuperato", MARCHETTI. V. teme che gli accada la stessa sorte, fugge nuovamente in Francia e si dirige a Lione. Gl’esiti finali delle esperienze capitate al frate genovese e a quello ferrareseche vennero rilasciati dopo un breve periodo di detenzione e restituiti alla normale vita religiosasembrano indicare che forse V. esagera il pericolo insito in queste operazioni di polizia dell'inquisizione. A Lione, pubblica l' “Amphitheatrum”, che egli intende esibire in sua difesa alle autorità romane, come si legge in un dispaccio di UBALDINI alle autorità romane. Esso è dedicato a CASTRO, ambasciatore spagnolo presso la santa sede, già collegato con la famiglia V., da cui il frate fuggiasco s'aspetta un aiuto nell'operazione della concessione del perdono da parte delle autorità romane. Poco tempo dopo, grazie anche agli appoggi acquisiti presso certi ambienti cattolici con la pubblicazione della sua opera, V. ritorna a Parigi e si ripresenta al nunzio UBALDINI, chiedendogli di intervenire in suo favore presso le autorità di Roma. Il prelato scrive al cardinale BORGHESE, chiedendo chiare indicazioni sulla sorte dell'ex-carmelitano. Non si conosce la risposta del segretario di stato. V., comunque, non ritorna più in Italia e riesce invece a trovare la strada e i mezzi per entrare in ambienti molto prestigiosi della nobiltà francese. V. completa un'altro suo saggio, il “De Admirandis Naturae Reginae Deaeque Mortalium Arcanis” ed l'affida a due filosofi della Sorbona perché ne autorizzino la pubblicazione, secondo le norme del tempo vigenti in Francia. Il saggio è pubblicato in settembre a Parigi. Esso è dedicato a BASSOMPIERRE, uomo potente alla corte di Maria de' MEDICI, ma è stampata da Perier, tipografo notoriamente PROTESTANTE. Il saggio vede la luce in un ambiente ricco di pubblicazioni che vengono guardate con sospetto e che provocano pesanti condanne. L'opera del V. ottiene un immediato successo presso certi ambienti della nobiltà, popolati di spiriti che guardano con interesse alle innovazioni culturali e scientifiche che vengono dall'Italia. In questo senso il “De Admirandis” costituisce una summa, esposta in modo vivace e brillante, del nuovo sapere. Dà una risposta alle esigenze del momento di questo settore della nobiltà. Diviene una specie di manifesto culturale di questi esprits forts e rappresenta per V. una possibilità di stabile permanenza negli ambienti vicini alla corte di Parigi. Tuttavia, pochi giorni dopo la pubblicazione del saggio, i due teologi della Sorbona che espressano la loro approvazione alla pubblicazione si presentano ai membri della facoltà di teologia in seduta ufficiale e li informano di aver letto, a loro tempo, certi dialoghi scritti da V. Di non avervi trovato allora niente che contrastasse con il cattolicismo; di averli restituiti muniti della loro approvazione alla stampa e con la condizione che il manoscritto da essi controfirmato fosse depositato presso di essi a pubblicazione avvenuta, a testimonianza della fedeltà del testo pubblicato a quello da loro approvato; che ciò non era avvenuto e che circola invece un testo dell'opera diverso da quello approvato e contenente alcuni errori contro la comune fede di tutti, per cui i due dottori avanzano la supplica che il saggio non circoli più con la loro approvazione e che tale richiesta venga trascritta nel libro delle conclusioni della facoltà stessa. La Sorbona accoglie tale richiesta che costituì di fatto un DIVIETO di circolazione del testo. La Sorbona, però, sembra non occuparsi più del saggio di V., non prenderne più in esame l'opera, non elencarne o denunciarne, come da prassi, gl’errori da emendare, né mai condanna il suo contenuto o il suo autore. Comunque, una condanna espressa dal vicario episcopale di Tolosa, RUDÈLE, a sottoscritta anche dall'inquisitore BILLY. Inoltre anche la congregazione dell'indice pronuncia una condanna con la quale il “De admirandis” e condannato con la formula del “donec corrigatur” -- in base alla quale il SOTOMAIOR colloca V. nella prima classe degli autori proibiti nel suo indice. La collectio judiciorum de novis erroribus qui ab initio duodecimi seculi post Incarnationem Verbi, in Ecclesia proscripti sunt et notati, di ARGENTRÉ, dottore della Sorbona e vescovo, edita a Parigi, esamina le censure e le conclusioni espresse dalla facoltà che aveva condannato l'Amphitheatrum Aeternae Sapientiae di KHUNRATH e la “De Republica Ecclesiastica” di DOMINIS) non menziona invece provvedimenti contro V..  Tutto questo porterebbe a ritenere che non vi siano stati atti ufficiali specifici di persecuzione contro V. da parte delle autorità parigine, né religiose né civili, né in questo periodo né negli anni seguenti. Ma solo proteste e minacce nei suoi confronti da parte di alcuni settori. Una condanna del saggio di V. non avrebbe trovato fondate giustificazioni, né sul piano giuridico né su quello culturale, in quanto gran parte delle teorie esposte da V. non costituivano una novità.  Fuggito da pochi mesi dall'Inghilterra, impossibilitato a ri-entrare in Italia, minacciato da alcuni settori cattolici francesi, V. vede restringersi intorno gli spazi di movimento e ridursi le possibilità di trovare stabile sistemazione nella società francese. Ha paura che venga aperto un processo contro di lui anche a Parigi, per cui fugge dalla capitale e si nasconde in Bretagna, in una delle cui abbazie, quella di Redon, è abate commendatario il suo amico e protettore, SAINT-LUC. Ma intervengono anche altri fattori di preoccupazione. Viene ucciso a Parigi CONCINI, favorito di Maria de MEDICI, uomo potentissimo e molto odiato in Francia. L'episodio, seguito poco dopo dall'allontanamento della regina dalla capitale con il suo odiato seguito di italiani, crea notevole turbolenza politica e suscita un vasto movimento di ostilità nei confronti degl’italiani residenti a corte. Altre cronache del tempo segnalano la presenza di un misterioso italiano, con un nome strano, in possesso di una grande cultura ma dall'incerto passato, ancora più a sud, in alcune città della Guienna e poi della Linguadoca ed infine a Tolosa. Nella particolare suddivisione politica della Francia, il duca di MONTMORENCY, protettore degli esprits forts del tempo, sposato con la duchessa italiana ORSINI, è governatore di questa regione e sembra poter accordare protezione al fuggiasco, che continua comunque a tenersi prudentemente nascosto. La presenza a Tolosa di questo misterioso personaggio, di cui si ignora la provenienza e la formazione culturale, ma che fa mostra di grande sapienza, di grande vivacità dialettica specialmente e di affermazioni non sempre allineate con la morale del tempo, non passa inosservata ed attira i sospetti delle autorità, che cominciano a sorvegliarlo.  Dopo averlo ricercato per un mese, le autorità tolosane lo fanno arrestare e chiudere in prigione. Lo sottopongono ad interrogatorio, cercano di scoprire chi egli sia, quali siano le sue idee in materia di di morale, perché fosse arrivato fin in quel lontano angolo della Francia meridionale. Vengono convocati testimoni contro di lui, ma non riescono ad accertare nulla, né a farlo tradire. Il misterioso personaggio viene improvvisamente riconosciuto colpevole e condannato al rogo. Ormai isolato, braccato, impossibilitato a chiamare a sua difesa un passato travagliatissimo e ricco di nodi mai sciolti, abbandonato dai pochi amici rimastigli fedeli perché impotenti ad organizzare una chiara strategia in sua difesa, muore di morte atroce. Il Parlamento di Tolosa lo riconosce colpevole del reato di ateismo e di bestemmie contro il nome di Dio, condannandolo, sulla base della normativa del tempo prevista per i bestemmiatori, alla stessa pena cui erano andati incontro, in luoghi diversi ma in circostanze analoghe, certi FREMOND e FONTANIER. Gli viene tagliata la lingua, poi è strangolato e infine arso. Subito dopo l'esecuzione furono pubblicati due anonimi che fanno esplicitamente il nome del V. e quindi nel misterioso italiano giustiziato viene riconosciuto V., l'autore del “De Admirandis” che suscita i sospetti di alcuni settori cattolici parigini. Comparvero le Histoires memorables di ROSSET, che, con la quinta Histoire, divulga con poche modifiche il secondo dei due citati canards. RUDELE, teologo e vicario generale dell'arcivescovado di Tolosa, avverte pubblicamente di aver esaminato le due saggi di V. insieme con BILLY e di averle trovate contrarie al culto e all'accettazione del vero Dio e assertrici dell'ateismo, emettendo ufficiale ordinanza di condanna e proibendone la stampa e la vendita nella diocesi di Tolosa, territorio posto sotto la sua giurisdizione. In precedenza, La Sorbona non ha comunicato di aver adottato analogo provvedimento. Saggi: “Amphitheatrum Æternæ Providentiæ divino-magicum, christiano-physicum, necnon astrologo-catholicum adversus veteres philosophos, atheos, epicureos, peripateticos et stoicos” (Lione). Il saggio si compone di esercitazioni, che mirano a dimostrare l'esistenza di Dio, a definirne l'essenza, a descriverne la provvidenza, a vagliare o confutare le opinioni di Pitagora, Protagora, CICERONE (vedi), BOEZIO (vedi), AQUINO (vedi), l’orto, Aristotele, Averroè, CARDANO, i peripatetici dei LIZIO, il PORTICO, ecc., su questo argomento. “De Admirandis Naturæ Reginæ Deæque Mortalium Arcanis libri quattuor” (Parigi, Périer). Il saggio si divide in IV libri:  un Liber I de Cœlo et Aëre; un Liber II de Aqua et Terra; un Liber III de Animalia Generatione et Affectibus Quibusdam; un Liber IV de Religione Ethnicorum; in forma di dialogo -- che avvengono tra lui, nelle vesti di divulgatore del sapere, e un immaginario Alessandro, che si presta ad un gioco sottile e divertente nel corso del quale, con un atteggiamento compiacente e un po' complice, tra espressioni di meraviglia e ammirazione per la vastità del sapere di cui l'amico fa mostra, sollecita il suo interlocutore ad elencare e spiegare gli arcani della natura regina e dea che esistono intorno e all'interno dell'uomo. Così, in un misto di rilettura in nuova chiave critica del pensiero degli filosofi antichi e di divulgazione di nuove teorie scientifiche e religiose, il protagonista del lavoro discetta sulla materia, figura, colore, forma, motore ed eternità del cielo; sul moto, centro e poli dei cieli; sul sole, sulla luna, sugli astri; sul fuoco; sulla cometa e sull'arcobaleno; sulla folgore, la neve e la pioggia; sul moto e la quiete dei proiettili nell'aria; sull'impulsione delle bombarde e delle balestre; sull'aria soffiata e ventilata; sull'aria corrotta; sull'elemento dell'acqua; sulla nascita dei fiumi; sull'incremento del Nilo; sull'eternità e la salsedine del mare; sul fragore e sul moto delle acque; sul moto dei proiettili; sulla generazione delle isole e dei monti, nonché della causa dei terremoti; sulla genesi, radice e colore delle gemme, nonché delle macchie delle pietre; sulla vita, l'alimento e la morte delle pietre; sulla forza del magnete di attrarre il ferro e sulla sua direzione verso i poli terrestri; sulle piante; sulla spiegazione da dare ad alcuni fenomeni della vita di tutti i giorni – SUL SEME GENITALE -- sulla generazione, la natura, la respirazione e la nutrizione dei pesci; sulla generazione degli uccelli; sulla generazione delle api; sulla prima generazione dell'uomo; sulle macchie contratte dai bambini nell'utero; sulla generazione del MASCHIO e della femmina; sui parti di mostri; sulla faccia dei bambini coperta da una larva; sulla crescita dell'uomo; sulla lunghezza della vita umana; sulla vista; sull'udito; sull'odorato; sul gusto; sul tatto e solletico; sugli affetti dell'uomo; su Dio; sulle apparizioni nell'aria; sugli oracoli; sulle sibille; sugli indemoniati; sulle sacre immagini dei pagani; sugli àuguri; sulla guarigione delle malattie capitata miracolosamente ad alcuni al tempo della religione pagana; sulla resurrezione dei morti; sulla stregoneria; sui sogni. Empio osarono dirti e d'anatemi oppressero il tuo cuore e ti legarono e alle fiamme ti diedero. O uomo sacro! perché non discendesti in fiamme dal cielo, il capo a colpire ai blasfemi e la tempesta tu non invocasti che spazzasse le ceneri dei barbari dalla patria lontano e dalla terra! Ma pur colei che tu già vivo amasti, sacra Natura te morente accolse, del loro agire dimentica i nemici con te raccolse nell'antica pace. Hölderlin. L'interpretazione naturalistica dei fenomeni soprannaturali che POMPONAZZI (vedi) chiamato da V. magister meus, divinus praeceptor meus, nostri speculi philosophorum princeps da nel “De incantationibus” “aureum opusculum”, è ripresa nel De admirandis naturae, dove, con una prosa semplice ed elegante,fa riferimento anche a CARDANO, a BORDONI e ad altri cinquecentisti.  Dio agisce sugli esseri sub-lunari (cioè sugli esseri umani) servendosi dei cieli come strumento. Di qui l'origine naturale e la spiegazione razionale dei pretesi fenomeni sopra-naturali, dal momento che anche l'astrologia è considerata una scienza. L’esere supremo, quando incombono pericoli, dà avvertimenti agli uomini e specialmente ai sovrani, agli esempi dei quali il mondo si conforma. Ma i reali fondamenti dei presunti fenomeni sovrannaturali sono soprattutto la fantasia umana, capace a volte di modificare l'apparenza della realtà esterna, i fondatori delle religioni rivelate, Mosè, Gesù, Maometto e gli ecclesiastici impostori che impongono false credenze per ottenere ricchezze e potere, e i regnanti, interessati al mantenimento di credenze religiose per meglio dominare la plebe, come insegna già MACHIAVELLI, il principe degli atei per il quale tutte le cose religiose sono false e sono finte dai principi per istruire l'ingenua plebe affinché, dove non può giungere la ragione, almeno conduca la religione. Seguendo ancora POMPONAZZI e PORZIO nella loro interpretazione dei testi aristotelici, mutuata dai commenti di Alessandro di Afrodisia, nega l'immortalità dell'anima. Anche il cosmo aristotelico-scolastico subisce il suo attacco distruttivo. Analogamente a BRUNO, nega la differenza peripatetica tra un mondo sub-lunare e un mondo celeste, affermando che entrambi sono composti della stessa materia corruttibile. Scardina nell'ambito fisico e biologico il finalismo e la dottrina ile-morfica aristotelica, e, ricollegandosi a l’orto di LUCREZIO, elabora una nuova descrizione dell'universo d'impianto meccanicistico-materialistico. Gl’organismi sono parago orology. E concepisce una prima forma di trasformismo universale delle specie viventi. Concorda con gl’aristotelici del LIZIO sull'eternità del mondo, considerando in particolare l'aspetto temporale. Ma, contro di essi, afferma il moto di rotazione terrestre e appare respingere la tesi tolemaica in favore di quella eliocentrica copernicana. Se il primo curator CORVAGLIA e lo storico RUGGIERO, ingiustamente, considerarono la sua filosofia semplicemente un centone privo di originalità e di serietà scientifica, Garasse, ben più preoccupato delle conseguenze della diffusione della sua filosofia, li giudica la filosofia più perniciosa che in fatto di ateismo fosse mai uscita negli ultimi cento anni. E stato ampiamente ri-considerato e ri-valutato dalla critica, mettendo in mostra l'originalità e le intuizioni metafisiche, fisiche, biologiche, talvolta precorritrici nei tempi, dei suoi saggi. Visto che nasconde la sua filosofia, secondo un tipico espediente della cultura del suo tempo, per evitare seri conflitti con le autorità religiose e politiche costituite, conflitti che, come paradossalmente e sfortunatamente avvenne, nonostante le cautele, lo condussero infine alla morte), l'interpretazione del suo pensiero si offre a diversi piani di lettura. Tuttavia, nella storia della filosofia, resta di lui acquisita un'immagine di miscredente e persino di ateo (il che non era). E questo perché avversario di ogni superstizione e di fede costituita (meglio un proto-agnostico), tanto da essere considerato uno dei padri del libertinismo, malgrado avesse scritto persino un'apologia del concilio di Trento. Per una sintesi della sua filosofia si deve guardare da un lato al retroterra culturale, che è quello abbastanza tipico del Rinascimento, con prevalenza di elementi dell'aristotelismo ma con forti elementi di misticismo platonico. Dall'altro lato egli trae dal Cusano dei tipici elementi panteistici, simili a quelli che si ritrovano anche in Bruno, ma più materialistici. La sua visione del mondo si basa sull'eternità della materia, sulla omogeneità sostanziale cosmica, su un Dio dentro la natura come forza che la forma, la ordina e la dirige. Tutte le forme del vivente hanno avuto origine spontanea dalla terra stessa come loro creatrice. Considerato ateo, nel titolo del suo saggio pubblicato a Lione nel Amphitheatrum aeternae providentiae divino-magicum, christiano-physicum, nec non astrologo-catholicum adversus veteres philosophos, atheos, epicureos, Peripateticos et Stoicos dimostra di non esserlo. Come precursore del libertinismo vi sono invece molti elementi che lo avvicinano al pensiero dell'ignoto autore del trattato dei tre impostori anch'egli panteista. Pensa infatti che i creatori delle tre religioni monoteiste, Mosè, Gesù Cristo e Maometto, non siano altro che degl’impostori. In “De admirandis Naturae Reginae Deaeque mortalium arcanis libri quatuor” stampato a Parigi nelvengono riprese le tesi dell' “Amphiteatrum” con precisazioni e sviluppi che ne fanno il suo capolavoro e la sintesi della sua filosofia. Viene negata la creazione dal nulla e l'immortalità dell'anima, Dio è nella natura come sua forza propulsiva e vitale. Entrambi sono eterni. Gl’astri del cielo sono una specie di intermediari tra dio e la natura che sta nel mondo sub-lunare e di cui noi facciamo parte. La religione vera è perciò una religione della natura che non nega Dio ma lo considera un suo spirito-forza. La sua filosofia è abbastanza frammentaria e riflette anche la complessità della sua formazione. E un filosofo, un naturalista, un religioso, ma anche un medico e un po' un mago. Ciò che ne caratterizza è la veemenza anti-clericale. Tra le cose originali della sua filosofia c'è una specie di anticipazione della teoria dell’evoluzione, perché, dopo un primo tempo in cui sostiene che le specie animali nascano per generazione spontanea dalla terra, in un secondo tempo -- lo pensa anche CARDANO -- pare convinto che esse possano trasformarsi le une nelle altre e che l'uomo derivia d’animali affini all'uomo come la bertuca, il macacho e la scimmia in genere. Appaiono due saggi che consacrano il mito del V. ateo: La doctrine curieuse des beaux esprits de ce temps, di GARASSE e le Quaestiones celeberrimae in Genesim cum accurata explicatione, di MERSENNE. I due saggi, però, anziché spegnere la voce del filosofo, la amplificano in un ambiente che evidentemente e pronto a ricevere, discutere e riconoscerne la validità delle affermazioni. Il nome di V. viene nuovamente proiettato all'attenzione della filosofia in occasione del clamoroso processo che viene celebrato contro VIAU. Il progetto di interrogatorio che il procuratore generale del re, Molé, predispone con ben articolati capi d'accusa su cui interrogare VIAU, contiene impressionanti analogie colla filosofia vaniniana, cui vien fatto esplicito riferimento mentre MERSENNE torna a martellare su V., analizzandone alcune affermazioni nel suo “L'Impiétè des Déistes, Athées et Libertins de ce temps, combatuë, et renversee de point en point par raisons tirées de la Philosophie, et de la Theologie”, nel quale porta il suo giudizio concernente CARDANO e BRUNO. Anche Leibniz, oppositore al pari di Mersenne del libertinismo, si esprime duramente contro V., considerandolo un empio, un pazzo e un ciarlatano. Je n'ai pas encore vu l'apologie de V., je ne pense pas qu'elle mérite fort d'être lue. La philosophie de ce personnage e bien peu de chose. Mais un imbécille comme lui, ou pour mieux dire, un fou ne méritoit pas d'être brûlé. On étoit seulement en droit de l'enfermer, afin qu'il ne séduisît personne -- Epist. ad Kortholtum in Opera omnia, Genève. Ancora la leggenda nera creata intorno alla figura di V. sopravvive al passare del tempo, si espande ed affascina molti studiosi, che si avvicinano alla sua filosofia e ne tentano dei profili biografici. Così anche la cultura inglese mostra interesse per il filosofo di Taurisano ed è soprattutto con BLOUNT che V.entra nella filosofia inglese ed acquista una dimensione che non abbandona mai più, quando diviene un elemento cardine del libertinismo e deismo. Un manoscritto inedito della biblioteca municipale di Avignone custodisce delle Observations sur Lucilio V. redatte da Velleron, ma fornisce solo delle incerte notizie sul filosofo, in gran parte rettificate dagli ultimi studi. Viene effettuata una copia manoscritta dell'Amphitheatrum, su commissione di Uriot, il quale la trasferisce poi nella biblioteca ducale del duca di Württemberg. Attualmente essa si trova nella Württembergische Landesbibliothek di Stoccarda. Un'altra copia manoscritta del saggio si trova nella Staats und Universitätbibliothek di Amburgo, a testimonianza del perdurante interesse per V. Viene data alle stampe a Londra una biografia vaniniana con un estratto delle sue opere, dal titolo “The life of ‘Lucilio’, alias V., burnt for atheism at Toulouse, with an abstract of his writings. Il saggio, pur ricollegandosi alla consueta storiografia vaniniana e quindi con i soliti errori d'origine, sottopone ad un dibattito ponderato la figura ed il pensiero del filosofo italiano, a cui riconosce qualche merito. Ma la strada per una collocazione europea di V. e del suo pensiero è ormai aperta. Saggi: “Amphitheatrum aeternae providentiae divino-magicum, christiano-physicum, nec non astrologo-catholicum adversus veteres philosophos, Atheos, Epicureos, Peripateticos et Stoicos, Auctore Iulio Caesare Vanino, Philosopho, Theologo et Iuris utriusque Doctore, Lugduni, Apud Viduam Antonii de Harsy, ad insigne Scuti Coloniensis” (Galatina). “Iulii Caesaris Vanini, Neapoletani Theologi, Philosophi et Iuris utriusque Doctoris, De admirandis Naturae Reginae Deaeque mortalium arcanis libri quatuor, LPombaiae, Apud Adrianum Perier, via Iacobaea” (Galatina). Le opere di V. e le loro fonti, Milano (Galatina,); “Opere” (Porzio, Lecce); “Anfiteatro dell'eterna Provvidenza” Galatina; “I meravigliosi segreti della natura, regina e dea dei mortali” Galatina); “Opere (Galatina); “Confutazione delle religioni “Anna Vasta, Catania, De Martinis et C.); “Opere” (Milano, Bompiani). Bucciantini, Lutero in Campo dei Fiori, in Il Sole 24 ORE Terzapagina. Filosofia ed ecologia per il "compleanno" di V., Una lettera dell'ambasciatore inglese a Venezia, Carleton, fa risalire l'episodio a nove anni prima. Raimondi, “V. e il libertinismo” Atti del Convegno di Studi, Taurisano (Galatina,  Raimondi, “Dal tardo Rinascimento al Libertinismo erudite” Atti del Convegno di Studi, Lecce-Taurisano Galatina, Spini, “Vaniniana” in «Rinascimento», Paola, “Il primo seicento anglo-veneto” Cutrofiano; Paola, “V. da Taurisano filosofo europeo, Fasano); Paola, “Documenti per una lettura di V., in «Bruniana et Campanelliana», Raimondi, Documenti vaniniani nell'archivio segreto vaticano, in «Bollettino di Storia della Filosofia dell'Università degli Studi di Lecce», Raimondi, Il soggiorno vaniniano in Inghilterra alla luce di nuovi documenti spagnoli e londinesi, in «Bollettino di Storia della Filosofia dell'Università degli Studi di Lecce», Raimondi, “La Santa Inquisizione, Taurisano, Raimondi, “L'Europa del Seicento. con una appendice documentaria, Pisa Roma. L'appendice contiene la più completa documentazione sulla biografia vaniniana: documenti dalla nascita al rogo. Fasano, Fazio, V. nella cultura filosofica (Galatina); Marcialis, “Natura e uomo in V.” in «Giornale Critico della Filosofia Italiana»; Marcialis, V. nell'Europa del Seicento, in "Rivista di Storia della Filosofia", Paganini, Le Theophrastus redivivus et V., in «Kairos»,  Papuli, Le interpretazioni di V., Galatina, Perrino, "V. nel Theophrastus redivivus", in «Bollettino di Storia della Filosofia dell'Università degli Studi di Lecce», Raimondi, V. e il "De tribus impostoribus", in «Ethos e Cultura», Padova, G. Spini, Ricerca dei libertini. La teoria dell'impostura delle religioni nel Seicento italiano, Roma, Firenze); Teofilato, V. nel III Centenario del suo martirio, Milano, Tip. Ed. La Stampa d'Avanguardia. Teofilato, V., in The Connecticut Magazine, articles in English and Italian, New Britain, Conn, C. Teofilato, Vaniniana, in La puglia letteraria, mensile di storia, Roma; V., Riflessioni sul problema V., in Bertelli, Il libertinismo in Europa, Milano-Napoli, Vasoli, V. e il suo processo per ateismo, in Niewohner e Pluta, Atheismus im Mittelalter und in der Renaissance, Wiesbaden); V. in Inghilterra. La seguente è una lista di alcuni documenti in cui è possibile trovare riferimenti alla presenza del frate carmelitano a Lambeth a Londra. Trascrizioni complete, riassunti e contesto di questi documenti sono disponibili. "V. e il primo seicento anglo-veneto" e in "V. da Taurisano filosofo europeo", Schena Editore, Brindisi. Documenti: London Public Record Office State Papers Venice Notizie sulla Mercers' Chapel a Londra, dove V. sconfesso la sua fede cattolica e tenne vari sermoni. London Public Record Office State Papers Petizione di due Carmelitani, V. e Genocchi, a Carleton, ambasciatore inglese a Venezia, per essere accettati in Inghilterra. Venezia. London Public Record Office State Papers Lettera di Carleton a Salisbury. Da Venezia, Carleton informa Salisbury che due frati gli hanno chiesto permesso di rifugiarsi in Inghilterra per evitare persecuzioni dai loro superiori. London Public Record Office State Papers. V. a Carleton. Da Lambeth. V. manda a Carleton informazioni riguardanti alla sua ricezione a Lambeth e la buona stima di cui gode lì. London Historical Manuscripts Commission De L'Isle and Dudley Manuscripts, Sir John Throckmorton al visconte Lisle. Flushing. Corrispondenza tra i due statisti riguardo ad una missione segreta di Florio, che forse accompagnò V. e il suo compagno a Londra. London, Manuscripts of the Marquess of Downshire preserved at Easthampstead Park Berk. Papers of Trumbull. Albery a Trumbull. Londra. Albery, un mercante inglese e corrispondente di Trumbull, agente inglese a Bruxelles, manda informazioni sull'arrivo di V. e le sue esperienze a Venezia. London Historical Manuscripts Commission Report on the Manuscripts of the Marquess of Downshire, Trumbull Papers. Albery a Trumbull. Londra. Una copia della lettera da una fonte diversa. London Public Record Office State Papers Da Spinola a Ginocchio. Genova London Public Record Office State Papers Wake a Carleton. Londra London Public Record OfficeState Papers Wake a Carleton. Londra London Manuscripts of the Marquess of Downshire preserved at Easthamstead Park Berk. Papers of William Trumbull the Elder Alfonse de S. Victors a William Trumbull Da Middolborg (Middelburg) London Historical Manuscripts Commission Report on the Manuscripts of the Marquess of Downshire, Trumbull Papers, Alfonse de St. Victor a William Trumbull. Middelborg. London Public Record Office State Papers Domestic Series Jac. Chamberlain a Carleton. Londra, London Public Record Office State Papers Carleton a Lake. Da Venezia London Public Record OfficeState PapersDomestic Series, Biondi a Carleton. Da Londra LondonPublic Record Office State Papers, Carleton a Chamberlain. Da Venezia London Manuscripts of the Marquess of Downshire preserved at Easthampstead Park Berks. Papers of William Trumbull the Elder. George Abbot a William Trumbull. Da Lambeth. London Historical Manuscripts Commission Report of the Manuscripts of the Marquess of Downshire,  Trumbull Papers, Abbot a Trumbull. Lambeth  London Public Record OfficeState Papers Carleton a Chamberlain. Venezia, London Public Record Office State Papers Carleton a Giovan Francesco Biondi. Venezia, London Public Record Office State Papers Domestic Series, Abbot a Carleton. Lambeth London Public Record Office State Papers Sarpi a Carleton. Venezia London Record Office State Sarpi a Carleton. Venezia, London Public Record OfficeState Papers Paolo Sarpi a Sir Dudley Carleton. Venezia, giugno. London Historical Manuscripts Commission Report Hastings,  Notes of speeches and proceedings in the House of Lords. London Historical Manuscripts Commission Hastings, Notes of speeches and proceedings in the House of Lords London Public Record Office State Papers Carleton a Sua Signoria l'Arcivescovo di Canterbur. Venezia London Manuscripts of the Marquess of Downshire preserved at Easthampstead Park Berks. Papers of William Trumbull the Elder Abbot a Trumbull. Lambeth London Historical Manuscripts Commission Report of the Manuscripts of the Marquess of Downshire,  IV, Trumbull Papers George Abbot, Arcivescovo di Canterbury, a William Trumbull. Lambeth Archivio di Stato di VeneziaInquisitori di Stato, Istruzioni degli Inquisitori di Stato all'ambasciatore in Inghilterra. LondonCalendar of State Papers on English Affairs in the Archives of Venice and other Libraries of North Italy Inquisitori di Stato, busta Venetian Archives. Gli Inquisitori di Stato a Gregorio Barbarigo,  London Calendar of State Papers on English Affairs in the Archives of Venice and other Libraries of North Italy Inquisitori di Stato, Venetian Archives. Examinations for Foscarini. Archivio di Stato di Venezia Inquisitori di Stato, Londra, Interrogatorio di Lunardo Michelini sulle modalità della fuga di V. da Lambeth. Archivio di Stato di Venezia Inquisitori di Stato, Interrogatorio di Alessandro di Giulio Forti da Volterra sulle modalità della fuga di Vanini da Lambeth. Archivio General de Simancas fondo Inglaterra Legajo foglio privo di indicazioni. Bentivoglio a Sarmiento. Bruxelles. Il nunzio apostolico a Bruxelles informa l'abasciatore di Spagna che Vanini e il suo compare sono arrivati sani e salvi dopo la loro fuga da Londra. Archivio General de Simancas Bentivoglio a Sarmiento. Bruxelles. Il nunzio apostolico a Bruxelles informa l'abasciatore di Spagna che Vanini e il suo compare sono partiti verso l'Italia, come era stato concordato a Roma. Documenti inclusi nell'opera di Namer La seguente è la lista dei documenti inglesi inclusi nel lavoro Documents sur la vie de V. de Taurisano di Ėmile Namer, che può essere considerato come un utile punto di partenza per la delineazione di una biografia di Vanini, e di cui la nuova documentazione deve essere considerata un completamento. London Foreign State Papers. Venice. Carleton ad Abbot. LondonForeign State Papers. Venice.Abbot a Carleton LondonState Papers Domestic. James I.  Carleton a Chamberlain. Venezia, London Foreign State Papers. Venice. Sir D. Carleton all'Arcivescovo di Canterbury. London State Papers Domestic. James I. Chamberlain a Carleton. Londra, London State Papers Domestic. James I.  7 Chamberlain a Carleton. London Foreign State Papers. Venice Abbot a Carleton. London State Papers Domestic. James I.  Carleton a Chamberlain. London State Papers Domestic. James I. l'Arcivescovo di York al conte di Suffolk. London State Papers Domestic. James I. V. a Dudley Carleton. Da Lambeth, iLondonState Papers Domestic. James I.  Giulio Cesare Vanini a Sir Isaac Wake. Da Lambeth iLondon State Papers Domestic. James I.  John Chamberlain a Carleton. da Londra. London State Papers Domestic. James I. Abbot a Carleton. Lambeth London State Papers Domestic. James I. John Chamberlain a Dudley Carleton. Da Londra London State Papers Domestic. James I.  Biondi a Carleton. Da Londra London Foreign State Papers. Venice. Carleton a Abbot.  London State Papers Domestic. James I. John Chamberlain a Dudley Carleton. Da Londra London State Papers Domestic. James I.  Abbot al vescovo di Bath Da Lambeth. London State Papers Domestic. James I.   Lake a Carleton. Dalla corte a Royston, London State Papers Domestic. James I.  John Chamberlain a Sir Dudley Carleton. Da Londra London Foreign State Papers. Venice Carleton a Abbot London Foreign State Papers. Venice. Carleton a Sir Thomas Lake. London State Papers Domestic. James I. Abbot  a Carleton a Venezia. Lambeth, London State Papers Domestic. James I.  John Chamberlain a Dudley Carleton. Londra, LondonForeign State Papers. Venice.  Carleton a Abbot. Archivio de Simancas, Estado,  Cardinale Millino a Alonso de Velasco, ambasciatore spagnolo a Londra. Roma, Archivio de Simancas, Estado,  Cardinal Millino a Diego Sarmiento de Acuña, ambasciatore spagnolo a Londra. Roma, Archivio de Simancas, Estado,  Cardinal Bentivoglio a Diego Sarmiento de Acuña, ambasciatore spagnolo a Londra. Bruxelles, Archivio de Simancas, Estado,  Bentivoglio a Diego Sarmiento de Acuña, ambasciatore spagnolo a Londra. Bruxelles,V. e l'Inquisizione di Roma Elenco di alcuni documenti presenti nella corrispondenza tra alcuni Nunzi apostolici in Europa e le autorità vaticane, dove è possibile trovare informazioni relative alla fuga, permanenza e rientro segreto dall'Inghilterra del frate carmelitano. Le trascrizioni complete, i sommari e le contestualizzazioni di questi documenti sono disponibili per studiosi e lettori in V. da Taurisano filosofo europeo, Schena Editore, Fasano (Brindisi), Il pontefice Paolo V e l'Inquisizione in Roma furono informati continuamente della vicenda di V. con dispacci dei Nunzi apostolici in Venezia, Francia e Fiandra e con missive dell'ambasciatore di Spagna a Londra, a cominciare dalla sua fuga da Venezia sino al suo desiderio di rientrare nel mondo cattolico.  RomaArchivio Segreto VaticanoSegreteria di StatoNunziatura di Francia,  Ubaldini, Nunzio papale in Francia, al Borghese, Segretario di Stato di Paolo V, de Parigi.  RomaA. S. Vaticano Segreteria di Stato Nunziature diverse, Fiandra,   il Nuntio alla Segreteria, Bentivoglio, Nunzio papale in Fiandra, al Card. Borghese. (Bruxelles) Roma A. S. Vaticano Segreteria di StatoNunziature diverse, Francia, lettere scritte al Nuntio in Francia Borghese a Ubaldini. Di Roma li Roma A. S. Vaticano Segreteria di Stato Nunziatura di Francia, Ubaldini da Parigi a Borghese Roma A. S. Vaticano Segreteria di StatoNunziature diverse, Francia, lettere scritte al Nuntio in Francia Borghese a Ubaldini. Di Roma Roma A. S. Vaticano Segreteria di Stato Nunziatura di Francia,  Ubaldini a Borghese Rom aA. S. Vaticano Segreteria di StatoNunziature diverse, Francia, lettere scritte al Nuntio in Franci Il card. Borghese a Ubaldini. Di Roma Roma A. S. Vaticano Segreteria di Stato Nunziatura di Francia Registro Ubaldini a Borghese Londra, British Museum, Lettere di Ubaldini, nella sua Nunziatura di Francia, Ubaldini a Borghese Roma A. S. Vaticano Segreteria di Stato Nunziatura di Francia, Ubaldini a Mellini, membro del Sant'Uffizio, il Tribunale dell'Inquisizione di Roma. Roma A. S. Vaticano Segreteria di Stato Nunziature diverse, Francia, lettere scritte al Nuntio in Francia da Borghese, Borghese a Ubaldini. Roma A. S. Vaticano Segreteria di Stato Nunziatura di Francia,  Registro di Lettere della Segreteria di Stato di Paolo V al Vescovo di Montepulciano Nuntio in Francia Il Segretario Porfirio Feliciani vescovo di Foligno al Nuntio in Francia. Roma, RomaA. S. Vaticano Segreteria di Stato Nunziatura di Francia, Ubaldini al Mellini Roma A. S. Vaticano Segreteria di StatoNunziatura di Francia, Ubaldini a Mellini RomaA. S. Vaticano Segreteria di Stato Nunziatura di Francia Registro Ubaldini a Borghese. Di Parigi RomaA. S. Vaticano Segreteria di Stato Nunziatura di Francia Registro Ubaldini a Millini Roma A. S. Vaticano Segreteria di Stato Nunziature diverse, Francia,  lettere scritte al Nuntio in Francia dal Card. Borghese, Il card. Borghese a Ubaldini. Di Roma Roma A. S. Vaticano Segreteria di Stato Nunziatura di Francia Ubaldini a Borghese Di Parigi.  RomaA. S. Vaticano Segreteria di Stato Nunziatura di Francia Registro Ubaldini a  Millini Roma A. S. Vaticano Segreteria di Stato Nunziatura di Francia Registro Ubaldini a Borghese Londra, British Museum, Lettere del Card. Ubaldini, nella sua nunziatura di Francia, Card. Ubaldini a Borghese Parigi, Bibliothèque nationale de FranceDepartement des Manuscrits, Italien Registro di Lettere della Nunziatura di Francia di Ubaldini dell'anno lettera, Ubaldini a Borghese Parigi) Roma A. S. VaticanoSegreteria di Stato Nunziature diverse, Francia,  Lettere del Sir. Card.le Ubaldini nella sua Nunciatura di Francia Ubaldini a Borghese Treccani Enciclopedie Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Enciclopedia Italiana, Amphitheatrum e De admiandis. Raimondi Il contributo italiano alla storia del Pensiero: Filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Giulio Cesare Vanini. Vanini. Keywords: Vanini, Oxford. Refs.: Luigi Speranza, “Vanini e Grice,” Villa Grice, Luigi Speranza, “La statua all’aperto di Vanini,” Luigi Speranza, “Il medaglione di Vanini a Roma.” Vanini.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vanni: la ragione conversazionale dell’azione e l’implicatura conversazionale dell’inter-azione conversazionale – la scuola di Città della Pieve – filosofia perugin – filosofia umbra -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Città della Pieve). Abstract. Keywords. aiuta, etologia, aiuta conversazionale, imperativo d’aiuta conversazionale. Filosofo perugino. Filosofo umbro. Filosofo italiano. Città della Pieve, Perugia, Umria. Essential Italian philosopher. Filosofo italiano. Filosofo e giurista. M. Roma. Laureato a Perugia, è nominato professore di storia del diritto nella stessa università; passa a insegnare la filosofia del diritto a Pavia e quindi a Parma; è chiamato a BOLOGNA e a Roma. Nella filosofia in genere, e in quella giuridica in specie, segue piuttosto il corrente indirizzo positivista, ma non ciecamente e con metodo empirico, ché anzi egli è uno dei più strenui propugnatori del metodo critico. Tra le sue molte opere ricordiamo: Sulla consuetudine – cf. H. P. Grice, costume – sitte -- -- Perugia --; Lo studio comparativo delle razze nella sociologia -- Perugia; I giurisii della scuola storica di Germania nella storia della sociologia e della filosofia positiva, Rivista di filosofia scientifica; Saggi critici sulla teoria sociologica della popolazione, Annali dell'università di Perugia; Prime linee di un programma critico di sociologia, Perugia; Gli studii di Maine e le dottrine della filosofia del diritto, Verona; Il sistema etico-giuridico di Spencer -- prefazione alla traduzione di Spencer, La Giustizia, Città di Castello; La funzione pratica della filosofia dei diritto, Prelezione, BOLOGNA; Il diritto nella totalità dei suoi rapporti, Prelezione, Rivista italiana di sociologia; La teoria della conoscenza come induzione sociologica, e l'esigenza critica del positivismo; Lezioni di filosofia del diritto, Bologna, riproduzione del corso tenuto a Roma. Inizia la carriera a Perugia e successivamente insegna a Parma, Bologna, e Roma.  Tra i fondatori del positivismo soziale, la sua filosofia si ispira a Kant e agli principali filosofi del positivismo. A lui si deve anche una originale lettura positivista della dottrina storicistica di VICO. Il suo è stato definito un positivismo critico, che vuole distinguere cioè tra la scienza dell’uomo dalla filosofia’ dell’uomo, contestando e rifiutando l'assimilazione positivista di quest'ultima con la morale e la sociologia, dottrina nata nell'ambito del positivismo, verso la quale V. ha un interesse particolare cercando di teorizzarne il carattere scientifico differenziandola però sia dall'evoluzionismo che dalla biologia. V. considera essenziale l'autonomia teorica del ‘ius’ o devere dai rapporti con gli aspetti storici-etnografici delle istituzioni giuridiche. V. è convinto che la filosofia, come analisi concettuale, del diritto ha la funzione pratica di definire il ‘fine’ (métier) della inter-azione umana. In questo modo, V. ribade l'impostazione criticista kantiana che acquista un tono metafisico criticato dai positivisti ortodossi che lo accusano di eclettismo. Saggi: “Della consuetudine nei suoi rapporti col dritto e con la legislazione” (Perugia); “Saggi critici sulla teoria socio-logica della popolazione” (Città di Castello); “Prime linee di un programma critico di sociologia” (Perugia); “Il problema della filosofia del diritto nella filosofia, nella scienza e nella vita ai tempi nostril” (Verona); “La filosofia del diritto” (Verona); “La funzione della filosofia considerata in sé ed in rapporto al socialismo” (Bologna); “La filosofia del diritto e la ricerca positivista” (Torino); “Il dritto nella totalità dei suoi rapporti e la ricerca oggettiva” (Roma); “La teoria della conoscenza come induzione socio-logica e l'esigenza critica del positivismo” (Roma); “Filosofia del diritto” (Bologna); “Filosofia sociale e filosofia giuridica” (Bologna). Biografia in Scuola normale superiore, Pisa, su picus.unica. Marino, Positivismo e giurisprudenza, Napoli, Cuculo, La sociologia positivista di V., in A. Millefiorini, Fenomenologia del disordine. Prospettive sull'irrazionale nella riflessione sociologica italiana (Nuova Cultura, Roma); Amelio, Positivismo, storicismo, materialismo storico in I. Vanni, «Quaderni fiorentini per la storia del pensiero giuridico moderno», Pusceddu, La sociologia positivista in Italia (Roma). siusa. archivi.beniculturali, Sistema Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche.  Opere u open MLOL, Horizons Unlimited srl. Opere. yh ^ t j5^5Xu ^ Voi.. II. BIBLIOTECA QIIJIÌIDICA MATOALL ICILiu VANNI IL PROBLEMA DlU.tA FILOSOFIA DEL DIRITTO NELLA iiLUiUi^JA, NELLA SCIENZA E NELU VITA AI l'EMPl NOSTKI VERONA TEDESCHI. % 4^f^^4k ALTRL SCRITTI DI FILOSOFIA SOCIALE DELLO STESSO AUTORE Lo studio delle razze nella sociologia contemporanea Perugia, Santucci. / Giuristi della scuola storica di Germania nella storia della sociologia e della filosofia positiva, WXdSiQ'Tonrio, Dumolard Estratto dalla Rivista di Filosofia scientifica. Saggi critici sulla teoria sociologica della- popolazione. Città di Castello, Lapi, 1886 (L Teoria biologica e teoria sociologica della popolazione — IL Questioni malthusiane in Germania ed il momento etico della teoria della popolazione).. Prime linee di un programma critico di sociologia, Perugia, Santucci, 1888. 0*+ ICILIO VANNI Professore ordinario di Filosofia del Diritto nella R. Università di Parma ^,' ^ e IL PROBLEMA DELLA FILOSOFIA DEL DIRITTO mU FEOSOFIA. NELLA SCIENZA E NELLA VITA AI TEMPI NOSTRI VERONA TEDESCHI. / r ^*»;AS^iN-- •• ' WI*«L'*»W - ' -aWSr » ,jp-«»_ . , Verona,  — Stab. Tip. di Civelli. PRELEZIONE LETTA NELLA R. UNIVERSITÀ DI PARMA AVVERTENZA In uno scritto precedente^ tracciando le prime linee ^di un programma critico di sociologia, l'Autore ha lungamente insi- stito sulla nééessità di sottoporre ad un processo di revisione critica, di sistemazione e di organizzazione le scienze sociali, e dette anche le ragioni teoriche e pratiche, che inducono a rite- nere come indifferibile tede impresa per talune fra esse, e piìc specialmente per la morale e per la filosofia^ del diritto. È na- turale quindi che, iniziando un corso di quest'ultima disciplina, egli dovesse restare fedele al suo programma ed affrontare senz altro il problema. Ma i limiti di una prelezione consenti- vano appena sfiorare un tema che esigerebbe ampia trattazione e gli svolgimenti propri di un libro. Perchè l'esame critico di una scienza, come la filosofia del diritto, potesse dirsi compiuto, occorrerebbe rannodare^ il suo stato presente allo svifuppo cJte; ha avuto nel passato, esaminarne gli indirizzi e i sistemi piti recenti, discutere ad uno ad uno i piti importanti tentativi che si sono fatti per adattarla alle esigenze della ricerca positiva, vedere se - é - ò fin dove questi sien9' riusciti allo scopo y e, nel caso che nofi lo sieno lo sieno solo in parte^ porre le. basi di una ricostru- zione, la quale potrà sembrare inopportuna o superflua soltanto a chi non abbia coscienza, o si senta soddisfatto del momento gravissimo che la filosofia del diritto attraversa. Ma per quanto si sia cercato riassumere e condensare il proprio pensiero, e si sieno aggiunti nelle note alcuni sviluppi e schiarimenti, che pa- rtivano indispensabili, nello spazio di poche pagine non fu pos- sibile che accennare i punti principali di così vasto e difficile argomento. Quindi F Autore ben conscio di ciò non pretende certo di far^passare questa sua prelezi(Me come l’adempimento di una promessa, che fa parte integrale del programma propostosi , mira semplicemente a portarvi, ispirandosi allo stesso indirizzo e agli stessi criteri, un primo quanto modesto contributo. ^Parma. Se nell’assumere l’insegnamento di una disciplina si dica di avere piena coscienza della gravità del proprio compito e di sentire a questo sproporzionate le forze, si corre rischio di non essere creduti, perchè la generale consuetudine di tale ^chiarazione la fa apparire più come un luogo comune ed un opportuno espediente di arte oratoria, che come l'espressione di un sincero convincimento. Senonchè potrebbe essere che, anche posta da parte qualunque considerazione personale, la natura della scienza professata e le condizioni in cui essa versa fossero tali, non solo da imporre quella dichiarazione, ma da attribuirle un valore ed un significato affatto* speciali. Finché si tratta di una scienza la cui legittimità nessuno pone in dubbio, e la cui individualità è rigorosamente- definita, di una scienza sicura di sé, già costituita e sistemata nella fissazione dell'og- getto suo proprio, del campo delle sue ricerche, dei principi fondamentali direttivi di queste, si potrà fare soltanto questione della sua maggiore o minore difficoltà. Ma ben altrove il caso di una scienza, per la quale — diciamolo subito senza ambagi* e senza mezzi termini — si agita il problema dell' essere o non — è — essere. La crisi gravissima, e tanto più grave se, come d'or- dinario avviene, non la si avverta o non ce se ne preoccupi, che travaglia tutte le scienze* relative alla convivenza sociale, più d' ogni altra ha colpito proprio quelle che, come la morale e il diritto, riguardando la condotta e le norme onde ha da essere regolata, sono le più importanti al punto di vista delle esigenze pratiche, e per le quali sarebbero quindi necessarie le basi più solide e sicure. È un vero processo di intima disorganizzazione che in esse si viene operando, ed arrivato ora a tal grado di acutezza, che per taluna fra loro, come appunto per la filosofia del diritto, non solo v'è ragione di chiedersi che cosa più essa sia e in che veramente consista, ma di fironte alle recise denegazioni degli uni, alle incertezze e ai dubbi degli altri, di fronte all'ambiente di scetticismo e di diffidenza: formatosi a suo riguardo, ^ la sua stessa esi- stenza, la sua possibilità e legittimità scientifica che è posta in questione. Se non sono molti quelli che senz'altro la con- siderano come destituita di ogni ragione d'essere e arrivano fino a pretendere che non se ne abbia più nemmeno a par- lare, tendono invece a prevalere opinioni e indirizzi, pei quali essa avrebbe a trasformarsi radicalmente non solo nell'oggetto e nel contenuto, ma financo nel nome, o, perdendo la propria individualità distinta, verrebbe sostituita da una nuova più ampia disciplina; e in questa assorbita e confusa. Persino in alcuni di coloro, che pur ne mantengono fermo in sostanza il concetto tradizionale, si osserva^talvolta l' influenza della nuova corrente di idee, tanto che l'amalgama del vecchio col nuovo accresce Y incertezza, e rende sempre più vacillante il terreno. Se dopo ciò la filosofia del diritto accenna a perdere della sua importanza nell'ordinamento degli studi, se se ne vagheggia • o dimanda o anche se ne tenta l'abolizione, se il pensiero di surrogarla coli' insegnamento della sociologia, dapprima impli- cito e sottinteso in certi indirizzi, si afferma ora in proposte concrete, come quella fatta dal Saint-Marc per le facoltà giu- ridiche della Francia, non ve certo da far' le meraviglie (0. I. Né meraviglia può suscitare il fatto stesso della crisi, come d'altra parte rivelerebbe mancanza di senso storico il ritenerla prodotta da cause meramente accidentali e transitorie, effetto di esagerazioni ipercritiche, di tendenze innovatrici, di dissen- sioni eterodosse. Chi invece senza preconcetti riprenda in esame la storia della filosofia del diritto, osservi le fasi per le quali è passata, e il suo organismo di scienza, quale risulta dall'in- sieme del suo sviluppo, ponga a raffronto coli' indirizzo del pensiero contemporaneo, coi criteri e metodi che lo caratte- rizzano, cogli abiti mentali che ha introdotto e fatto prevalere, coi profondi rivolgimenti che ha generato in tutti i rami del sapere, non può non venire nella persuasione che il moto era di lunga mano preparato, e che per ineluttabile necessità si doveva riuscire alla crisi. Cosi si possono scoprire ed asse- gnare le vere ed intime ragioni di questa. E innanzi tutto fa d'uopo considerare l'opposizione mossa alla filosofia del diritto come conseguenza, come applicazione ad un caso particolare; di ciò che fu detto contro la filosofia in generale. Una volta dichiarata superflua o impossibile questa, non poteva logicamente non ripetersi lo stesso di quella, che ne era una parte. La fine della filosofia pareva dovere essere il risultato inevitabile del processo di formazione storica delle :v.. 1 •^ to — Scienze. Queste si sono costituite come studio indipendente di parti distinte della realtà fenomenica, distaccandosi progressi- vamente dalla filosofia, che si era affermata dottrina dell'es- sere, quindi scienza universale, e mirava a spiegare, movendo dalle sue astrazioni, ogni particolare entità. La filosofia veniva cosi a poco a poco, uno dopo l'altro, spogliata dei suoi do- mini, e colle scienze, postesi ormai per la propria via e fatte sicure dei loro progressi pel diverso metodo che adoperavano, si trovò in aperto, profondo, apparentemente insuperabile dis- sidio. Onde non solo le si contestò ogni valore, ma, con pre- cipitazione pari alla superficialità dell' indagine, si concluse che, mancandole un campo speciale di ricerche, non le rimaneva più ragiona alcuna di essere. Ultime a distaccarsi e ad assu- mere autonoma individualità, ultime ad abbandonare la via infeconda della vuota speculazione e a rinnovarsi mediante la ricerca positiva, sono state le così dette scienze morali e po- lìtiche. La costituzione della sociologia per opera del Comte mirò appunto e, diciamolo pure perchè in ciò è riposto uno dei maggiori e meno contestabili meriti di lui, riuscì a strap- pare alla metafisica il dominio più lungamente e più gelosa- mente custodito. Quindi anche la morale e il diritto, riguar- dando fatti e rapporti della civile convivenza, dovevano ne- cessariaménte essere attratti nell'orbita delle scienze sociali. È il processo che si matura e sì compie sotto gli occhi nostri ; ed è dà questo processo che è venuto il primo impulso e motivo a dubitare, se ci possa essere più posto in una orga- nizzazione positiva delle scienze per una dottrina filosofica del diritto. E il dubbio rimane, come rimane il problema, nono- stante che ora la filosofia, rinnovandosi su basi scientifiche e critiche, riabiliti sé stessa, e affermi altamente non solo la sua risurrezione, ma anche la sua perennità. A tenere vivo il pro- blema concorrono altre ragioni. • ---fi - Si può dire che la filosofia del diritto . abbia dovuto vìa via trasformarsi, cambiare nome e programma, restringere" le sue pretese, quanto più progrediva e si diffondeva lo spirito della ricerca positiva e della^ critica. Le fasi del diritto natu- rale, del diritto razionale, del diritto dedotto dall'essenza, ri- tenuta invariabile, della natura umana- ed opposto alle forme imperfette e caduche del diritto vigente ; le fasi delle costruzioni a priori^ della speculazione a^ratta, dei filosofemi dommatici sono state superate, e lo si può sperare, per sempre. Le teorie dei principi di giustizia assoluti, eterni, universalmente valevoli, nelle quali i prodotti di un convincimento soggettivo o tutto al più gli ideali etico-giuridici di un certo momento storico erano trasformati in categorie logiche, 'e sollevati fino ad archetipi ti- ranpeggianti il passato come il presente e l'avvenire della storia umana, hanno dovuto inevitabilmente piegare di .fronte alle più legittime tendenze ed alle più sicure conquiste del pensiero con- temporaneo. Da una parte le dottrine critiche dimostravano, in- fondato, illegittimo,. destituito di valore scientifico ogni processo mentale che trascenda i limiti dell'esperienza, che pretenda giun- gere a, nozioni assolute, e penetrare nella regione inaccessibile dell'essenza delle cose. D'altra parte, preparata per vie diverse e molteplici, in rami i più disparati e lontani di studi, quindi in modo affatto indipendente e senza la tirannia di un sistema preconcetto, si veniva a poco a poco* formando una nuova spiegazione dèi mondo. Come correnti che dopo avere per- corso ciascuna il proprio cammino convergano jn un punto, e quivi sì unifichino in una grande fiumana, così i. risultati, con- cordi di tante ricerche si congiungeyario in uno stesso con- cetto fondamentale; Il modo di considerare le cose §i spostava completamente; alla rappresentazione di forme fisse,. di essenze quiescenfi, di entità ideali, e schematiche si sostituiva una in- terpretazione dinamica, genetica e storica della natura; sull’antica e profondamente radicata credenza delle creazioni ex niliiloy dei tipi preformati, dei disegni prestabiliti prendeva il sopravvento Tidea che tutto nellunivèrso è formazione e svi- luppo, che tutto per leggi naturali si fa e diviene. E notisi poi che a disporre e ad abituare le menti a questa concezione contribuirono con gravidissima efficacia le scienze storiche e sociali, che essa si affermava prima d'ogni altro solennemente per opera -^ella scuola storica -dei giuristi tedeschi proprio nel campo del diritto, e in aperta opposizione ai principi del di- ritto filosofico. Che il diritto sia uà fatto sociale, un prodotto della cultura, urta realtà concreta della vita ;*che esso nasca e si tPGsformi con processo organico di sviluppo nel corso della storie ; che a determinarlo ed a foggiarlo variamente nello spazio e nel tempo concorrano il carattere nazionale e il complesso di condizioni, di elementi e di fprze, onde risulta lo stato generale di una società in un dato momento storico; tuttociò è un patrimonio acquisito che dobbiamo a quella scuola ed alla sua efficacia rinnovatrice degli intelletti. Le ricerche posteriori non hanno potuto, per quanto almeno riguarda il concetto dinamico ed evolutivo del diritto, se» non confermare, avvalorare ed allargare 1§ sue induzioni, comprendendole nella più vasta sintesi di un sistema filosofico. Di fronte all'evidenza di queste la filosofia del diritto, seb- bene mantenesse d'ordinario — r non essendo mancate tendenze realistiche di alcuni sistemi — il suo carattere speculativo, seb- bene mirasse pj»jr sempre ad una spiegazione astratta del •prin- cipio fondamentale d^l diritto, non potè però più trascurare il momento storico dì questo, dovè modificare le sue dottrine e cercare di. comprendervi 1§ spiegazione di ciò che si muove, si sviluppa e si attua nella realtà. Fu tentato anche trovare, e non già sotto un aspetto puramente formale ed esteriore, sib- bene nell'intrinseca ed organica unità di un processo dialettico, V ' • li punto di congiunzione e di accordo dell'idea col fatto, del razionale col reale, dell'assoluto col relativo. Per quanto però ingegnosi i .tentativi,* per quanto grande la metamorfosi che il vecchio jus naturae aveva subito, tuttavia rimaneva se;jnpre il suo vizio originario ; rimaneva X idea del diritto che tra- scende e precede i fatti, che non è un fatto essa stessa, ma un puro prodotto del pensiero. Era poi naturale che, come nelle dottrine più generali, così nelle applicazioni particolari si rivelasse il dissidio della filosofia del diritto coi sistemi po- sitivi e critici. Talvolta anzi vi appariva anche più manifesto e più acuto, perchè intanto sotto l'impulso o in armonia di quei sistemi si erano istituite ricerche su alcuni speciali argo- menti, le quali, come, j)er ricordare un esempio caratteristico, le ricerche sull'origine, sulle forme e variazioni storiche della proprietà, riuscivano a porre in contradiziòne coi fatti le ca- tegorie assolute e le giustificazioni apriqristiche della filosofia del diritto. Dato tuttociò, si comprende come dovesse nascere necessariamente il quesito, se sia compatìbile la sua esistenza, o come eventualmente lo possa essere, coli' odierno indirizzo filosofico e scientifico. Ad accrescere le incertezze si aggiunse la sociologia. Ho detto già che l'prigine di questa si collega nel pensiero del suo fondatore col proposito di estendere alle scienze morali e sociali lo spirito e i metodi della ricerca positiva ;* ed ho fatto anche intendere che ci si deve vedere un grande prò» gresso. Però l' innovazione racchiudeva un pericolo, che cioè rimanesse vago e indeterminato sia il contenuto specifico della sociologia, sia il suo rapporto colle scienze sociali particolari, e con ciò si aprisse l'adito a farne una designazione generica di queste, o, che è peggio; all'assurda pretesa di costituirla unica legittima scienza sociale surrogante tutte le altre fuse in una enciclopedica e caotica unità. È quello che poi § avvenuto. Incerta di sé e delFessere suo, preoccupata più di esten- * dere i suoi confini che- di determinarli, vera nebulosa vagante nello spazio scientifico, la sociologia ha voluto, comprendere anche il diritto, farsi sociologia giuridica, togliere alla vecchia filosofia del diritto nome, contenuto,. autononiia(3). IL Tale, riassunto a larghi tratti e ricondotto alle sue cause prossime e remote, lo stato della crisi ; la quale, come si vede, oltreché colpisce la parte formale e la struttura esteriore del- l'organismo scientifico, penetra addentro e sconvolge i principi fondamentali. La crisi della filosofia del diritto si risolve in sostanza nella crisi del diritto, parallela ed in parte legata da Un rapporto di dipendenza a quella che fu designata ed ener- gicamente descritta come la crisi della morale. È il diritto stesso che é posto in questione ; è intorno al suo concetto, alla sua natura, alle sue basi, al suo scopo, alla sua ragione di essere nella vita sociale, che il pensiero contemporaneo si dimostra mal sicuro, oscillante, pontradittorio. Io non starò qui a ripetere cose abbastanza note e già poste in rilievo efficacemente da altri (4). A me preme richiamare l'attenzione sopra un punto, che riguarda più da vicino il problema pro- postomi. È un fatto sicuro, perché concordemente dimostrato dalla psicologia e dalla storia, che nella coscienza * umana, quanto più alta e sviluppata, tanto più il sentimento del di- ritto si è differenziato e reso indipendente dal sentimento di mero rispetto per le prescrizioni legali dell'autorità ; tanto più si è consolidata l'idea che a fondamento e giustificazione di quelle prescrizioni vi sia o abbia ad esservi una ragione su- periore all'autorità stessa, un motivo intrinseco ed oggettivo. Ed è tale idea* che, come vedremo, ha dato origine e im- pulso alle ricerche filosofiche intorno al diritto. Ora in questi ultimi tempi, riabilitando e ringiovanendo antiche dottrine in nome di un malinteso naturalismo, si tende invece a far pas- sare come un suo corollario che nel diritto si debba soltanto vedere un fatto d'opinione, e non gli si possa riconoscere altro fondamento se non l'autorità di chi lo costituisce e lo crea (5). Del pari, mentre nella coscienza collettiva si è formata ri- guardo a certe norme giuridiche una vera e propria ovifiio necessitatisi tantoché le ripugnerebbe come contrario a giu- stìzia che esse non esistessero o fossero diverse, vale a dire che rimanessero senza protezione e garentia certe forme di attività e certi scopi della vita, alcune teorie filosofiche attri- buiscono invece al diritto il. valore di una pura forma, e lo rassomigliano ad una veste che può coprire qualunque conte- nuto, rimanendo il contenuto stesso affatto indifferente pel diritto (^). Cosi si è arrivati a creare un dissidio profondo tra la scienza e la coscienza etico-giuridica dei popoli civili ; la scienza si trova ridotta o a trascurare questa, vale a dire a non tenere conto, perchè incomodo, di un fatto psicologico e storico di tanta importanza, o a dichiararla senz'altro una grande illusione. E non basta. Contro la metafisica, che aveva creduto trovare il diritto nella natura, fu agevole al positivismo dimostrare che esso non apparisce se non nel pensiero umano. Non restava quindi che interrogare questo, e osservarne 1 prodotti accumulati nel corso della storia, per potere legitti- mamente affermare il diritto come una realtà d' esperienza. Invece si è visto uno scrittore, il quale pure tenta con sforzi ingegnosi ricostruire una dottrina etica conciliabile col natu- ralismo, concedere a questo che il diritto e la libertà non sono %tti verificabili, e non saper trovare altro modo di man- tenerne il concetto, se non relegandolo in un mondo ideale ^7). Quando il Fouillée ci dice* che il diritto ribn è una realtà, sibbene una pura idea, che tende ad attuarsi pel fatto di essere concepita, e quindi, come tuttociò che è virtuale, più che il passato riguarda Tavvenire, e ne deduce che pratica- mente i diritti delfuomo derivano soltanto dall'avere esso Fidea del diritto, si potrebbe chiedere con qualche ragione se il sentimento comune non sia in grado, meglio che le teorie dei filosofi, di illuminarci intorno alla nozione del diritto. ni Senonchè la crisi non esiste nella scienza soltanto, ma anche nelle coscienze; non solo agita la scuola, ma travaglia e turba la vita. Né potrebbe essere diversamente in un tempo come il nostro, che propriamente appartiene a quei periodi detti dai filosofi della storia periodi critici e di transizione, nei quali la struttura sociale si trasforma, ed un profondo rivol- gimento si opera nei sentimenti e nelle idee, negli abiti men- tali, nel modo di intendere la vita. Chi guardi bene addentro nelle varie manifestazioni dello spirito pubblico degli ultimi anni^ riesce a colpire una tendenza che si viene sempre più accentuando. Usciti dal momento storico della rivoluzione, du- rante il quale si combattè una lunga e gloriosa lotta pel di- ritto, e ad alte idealità sociali si assicurò il trionfo e la consa- crazione del riconoscimento giuridico, è venuto dopo a poco a poco sbollendo l'entusiasmo e diminuendo la fede, che aveva determinato e accompagnato quel moto. Gli ideali, già così ■/.;.^^^^;a.^A^*-  VIVI ed efficaci nelle menti, hanno molto perduto della loro attrattiva e del loro valore; una corrente di scetticismo ha incominciato a serpeggiare negli animi, minacciando di affievo- lirvi il sentimento giuridico. Si potrà anche ritenere che tale mutamento implichi per certi riguardi un progresso, risolven- dosi in un trionfo del senso critico e positivo, del senso del reale e del limite, e contrassegnando una reazione salutare di fronte al carattere assoluto, inflessibile, dommatico da prima attribuito a certi principi, specialmente per opera delle teorie scfentifiche dominanti, comprese quelle della filosofia del di-' ritto non ancora uscita dallo stadio metafisico. Ma sarebbe d'altra parte* errore gravissimo disconoscere* che la reazione si è spinta troppo oltre, e chiudere gli occhi dinanzi al peri- colo che un tale stato di cose minaccia alla società moderna. Ed è questo stato di cose che ci riconduce novamente per altra via al problema della filosofia del diritto. Una ra- gione pratica si aggiunge a quella scientifica per dimostrare la necessità di sottoporre la nostra disciplina ad una rigorosa revisione critica, in cui essa, riprendendo in esame sé stessa, discuta la sua possibilità e legittimità, il suo valore teorico e le condizioni che si richiedono per assumere il carattere di ri- cerca positiva ; e cosi riesca a determinare in modo non equì- voco il suo oggetto, il suo contenuto, il suo scopo, ed a cal- colare nel tempo stesso il suo valore pratico e l'efficacia sulla vita e sulla società. Come si vede, è una questione pregiudi- ziale che fa d'uopo risolvere ; e sono così gravi, così decisive del suo avvenire le condizioni nelle quali la filosofia del di- ritto nel momento presente si trova, che non si saprebbe com- prendere come ce ne potesse essere altra più importante. La possibilità della filosofia del diritto altro non significa se non la possibilità di considerare il diritto filosoficamente. Ciò implica che siasi prima stabilito che 'sabbia ad intendere per filosofia, di quali condizioni e caratteri particolari abbisogni il sapere per assumere quel nome, e distinguersi così dagli altri gradi del conoscere. Dissi già come venga operandosi sotto gli occhi nostri un vero rinnovamento filosofico. Mentre s era creduto — e non manca chi tuttora lo crede — che la scienza emancipata dalla filosofia e in ogni sua parte co- stituita sulla base dell'esperienza l'avrebbe interamente sur- rogata, è accaduto invece l'opposto. Quanto più le scienze progredivano, tanto più facevano capo a problemi, la solu- zione dei quali trascendeva le loro forze ; tanto più si ren- deva indispensabile una ricerca ulteriore,, in cui avrebbero do- vuto trovare il loro compimento. Così è stata la scienza stessa che ha dato occasione ed impulso, fornito elementi e materiali per una nuova filosofia, rendendo possibile comporre l'antico dissidio e stringere fra loro saldo e fecondo connubio. Donde una filosofia che è scientifica, sia perchè posa sul medesimo terreno e segue i medesimi procedimenti, metodi e criteri della scienza, sia perchè emana dalle viscere di questa e ne elabora i risultati, pur sollevandosi là dove le scienze parti- colari non possono giungere ; una filosofia positiva in quanto fondata suU' esperienza, ma ad un tempo critica in quanto sottopone ad esame il fatto stesso dell'esperienza ; una filosofia in cui GOif^ergpno, si uniscono e fondono spogliati di ciò che - 19 - hanno di sistematico ed unilaterale, mantenuti in tuttociò che vi è di vero e legittimo, corretti e completati l'uno collaltro i due grandi indirizzi del pensiero contemporaneo, positivismo e criticismo. Per quanto si sposti il punto di vista da cui considerarlo, e mutino gli strumenti e le vie onde si tenta risolverlo, ri- mane il problema che affatica e tormenta da secoli l'intelletto umano, e al quale questo è condotto dalla legge fondamen- tale della sua costituzione, legge di integrazione progressiva, per cui l'attività conoscitiva npn s'arresta e non s' acquieta se non giunta all' ultimo grado di generalità e di unità ; rimane il problema dell'essere e del sapere, dell'universo e della co- noscenza che ne abbiamo. Mentre le singole scienze ci danno solo una interpetrazione frammentaria e limitata della realtà fenomenica, senza farci colpire gli intimi nessi onde le parti si ricongiungono l' una all' altra e formano una inscindibile unità, vi deve essere una scientìa altìor qhe spieghi il reale nella sua interezza, e possa veramente dirsi una teoria cosmica unificatrice del sapere. Questo in primo luogo il compito della filosofia ; un compito, come si vede, esclusivamente suo. E sotto tale aspetto ha nome e valore di filosofia sintetica, non già, quale la voleva Comte, limitata a coordinare e a riassu- mere in un corpo di dottrine omogenee l' insieme delle cogni- zioni fornite dalle scienze, ma intenta a fonderle, ad integrarle e ad organizzare logicamente le loro sintesi parziali in un prin- cipio unico, che rappresenti le ultime generalità, che com- prenda in sé e domini e spieghi tutti i fenomeni particolari. Sollevando a sistema le induzioni, alle quali, come già accennai, uniformemente riescono le moderne ricerche sia nel campo della natura sia in quello della storia, la filosofia ha formulato fino da ora una dottrina, che è. senza dubbio un'ipotesi, ma ipotesi legittima, avvalorata ogni giorno più da prove dì fatto, e ad Ogni modo l’unica non contradicente ai dati dell’esperienza. Ricondotta la totalità dei fenomeni ai loro ultimi fattori, materia e movimento, il modo, onde questi si ridistribuiscono, dà luogo ad una ritmica vicenda di evoluzioni e dissoluzioni. Dobbiamo quindi rappresentarci l’universo ed ogni particolare esistenza sensibile come una formazione naturale prodotta dall’energia inerente alla sostanza cosmica, e questo sistema solare, di cui facciamo parte, come una evoluzione unica che procede continua, senza salti e senza interruzioni, e si eleva di forma in forma, di grado in grado, mantenendo sempre la nativa medesimezza, ma ad un tempo differenziandosi qualitativamente, in quanto presenta in ciascuna forma e grado ca- ratteri nuovi e specifiche modalità. Che se di {ale grandioso processo evolutivo si cerchi la ragione che lo spieghi e lo dimostri necessario, fa d'uopo cercarla in un primo principio sperimentalmente dimostrabile, il principio della conservazione e trasformazione dell'energia. Ma che cosa in fondo noi conosciamo e possiamo conoscere deir universo? Ecco la seconda ricerca che deve istituire la filosofia. È la ricerca critica iniziata da Locke, sviluppata da HuME, divenuta per opera di Kant fondamento della più grande rinnovazione che conti la storia del pensiero filosofico ; ed ora proseguita, allargata, corretta, anzi radicalmente tra- sformata e resa rigorosamente scientifica dal nuovo criticismo inglese e tedesco. Oltre i fatti datici dall'esperienza, v'è un altro fatto da chiarii-e, l'esperienza ; occorre cioè vedere come essa sia possibile, che valore abbia, quali leggi la governino, dentro quali limiti si circoscriva. Se le scienze particolari si rivelano impotenti a compiere quella che può dirsi l' opera- zione finale, ossia la sintesi dei loro risultati, non lo sono meno, perchè anche qui si tratta di un problema a tutte co- mune e a tutte superiore, a darci una teoria preliminare che concerne la scienza stessa, le origini e il fondamento del sapere, le condizioni oijde è reso legittimo. Anche qui dunque un oggetto esclusivamente proprio della filosofia. Ed essa in questa sua parte è in grado di fornirci insegnamenti preziosi e sicuri. Condizione assoluta del conoscere l'esperienza, ma, contraria- mente a ciò che vorrebbe il puro empirismo, inseparabile ad un tempo da essa il concorso dell' attività mentale del sog- getto. Relativa la cognizione, vale a dire limitata ai fenomeni, alle cose come appariscono a noi, a quello che è dato nella nostra coscienza. Quindi l'impossibilità invincibile, dovunque si spingano i progi'essi del sapere, di penetrare al di là, e colpire, come pretende il dommatismo e vecchio e nuovo, razionalista o positivista che sia, ciò che non si trova con noi in relazione, la cosa in sé. Per quanto però questa resti inconoscibile e formi l'eterno insolubile\mistero dell'universo, costituisce pur sempre la base del mondo fenomenico, ed il fattore i)ggettivo della sensibilità ; e come tale 1' analisi critica ne afferma, e contr^*iI fenomenismo, l'idealismo e lo scetti- cismo ne dimostra la reale esistenza. ^ Ma la filosofia non si limita a spiegare il fatto del co- noscere ; oltreché gnoseologia essa vuol essere una teoria ge- nerale delle scienze. Lswsua funzione centrale si dispiega qui sotto un altro aspetto. Come nella sua ope»a di generalizza- zione mira a cogliere la connessione delle cose e a ricostruire r unità dei fenomeni^ così procedendo a classificare le scienze» a sistemarle, a porre in rilievo i rapporti onde si legano X una all'altra e mutuamente dipendono, si propone integrare il la- voro diviso del sapere in un organismo ideale, che riproduca e rispecchi la realtà. Nel tempo stesso, e sempre in forza di questa sua funzione centrale, assumendo di fronte alle scienze speciali il carattere di scienza direttrice e, come dicono i te- deschi, normativa, iniprime loro il movimento, le ispira e con- •?4 ''v^.vJ.^^v■w:,5;■r^;■^y;--i*^:^J«Jvr^>,:'^-♦^T:•:■ - • , 7~ "^nfg^.^^x^^ f2 -- trolla, assegna le condizioni di loro positività, le pone in grado di aiutarsi scambievolmente, ne coordina gli sforzi verso una meta comune. Determinato l'oggetto della filosofia, rimane ad aggiun- gere che i risultati delle due ricerche, sintetica da una parte e critica dall'altra, vanno messi in relazione fi*a loro, in modo che, completandosi reciprocamente, ne scaturiscano nuovi prin- cipi fondamentali. Ed anzitutto, se la sintesi unificatrice della filosofia, scientifica non è un sistema fondato, come lo sono quelli metafisici, sopra un supremo principio che la mente abbia posto a priori, e dal quale si deducano poi le verità partico- lari in esso virtualmente contenute, ma un sistema derivato dai dati deir esperienza e dal generalizzare i risultati delle scienze ; segue che, come queste e quella sono senza limiti progressive, così progressiva deve pur essere la lord integrazione filosofica. Quindi si dimostra recisamente anticritico e schiettamente dom- matico qualunque tentativo di sintesi definitive, che yogliano esaurire il sapere e circoscrivere nel eJjwolo chiuso di formole sistematiche, assolute, immutabili la spiegazione del mondo. In secondo luogo, se relativa è la conoscenza, non si potrà, ed anche qui per un' esigenza critica, attribuire alla legge di evoluzione^ altro che un significato ecj^n valore relAivo ; legge dei fenomeni, noa già delle cose in sé ; legge delle manife- stazioni dell'essere, non dell'essere stesso, come pur si pretende da chi, negando la fondamentale distinzione e riponendo nel fenomeno tutta l'essenza del reale, riesce a convertire il rela- tivo in assoluto, e ci riconduce così senza volerlo in nome del monismo in piena metafisica. In fine dal momento che tutto è formazione, anche il fatto della conoscenza deve necessaria- mente rientrare nel processo generale. Non è più una pro- prietà originaria ed immutabile che s' ha da sottoporre all'ana- lisi, accettandola qu^le è; ma si tratta di sapere donde prò- t ^c'S^ -di- viene, sorprenderne la genesi^ seguirne gli sviluppi, determi- narne i fattori. Mutano anche qui i termini del problema, la dottrina dell'evoluzione rinnova quella dell’intendimento, la ricerca critica sì converte in una ricerca psicogenetìca e storica, V. S€ Innesta è Y idea che ci delibiamo formare della filo- sofia, sono posti i fondamenti e Ì criteri per determinare che cosa possa essere la filosofia di una scienza speciale. Anche l'ordine delle cognizioni, come quello della realtà, procede per gradi ; non si passa tutto ad un tratto dalla scienza alla fi- losofia, ma attraversando un territorio mediano che non ap- partiene air una più che all' altra, partecipa di entrambe, e serve a congiungerle. È ÌI campo delle filosofie particolari, intorno alle quali fa d' uopo dire qualche parola, perchè i dubbi e le questioni insorte a loro riguardo contriMiscono non poco ad -©scurare il concetto della filosofia del diritto. Nella discus- sione che ci occupa non va mai perduto di mira un criterio fondamentale. Allorché nel processo intellettuale, salendo ja scala di progressive integrazioni, arriviamo a certi concetti che si vede non essere propri di una scienza piuttostochè di un'altra, ma a tutte comuni, possiamo stare sicuri di trovarci sul ter- reno della filosofia. Del pari in ogni gruppo di scienze vi sono concetti per quel dato gruppo ultimi e generali, vi sono pro- blemi che nessuna di quelle scienze potrebbe di per sé stessa indagare, se non oltrepassando i propri confini e Iq proprie forze ; e allora anche qui il segno è sicuro, quel concetto e quel problema sono filosofici. È la filosofia dì un gruppo di -J^-^ji^A,*. ■•  scienze. Finalmente anche in una scienza singola ha luogo la stessa gradazione ; riducendo il molteplice ad unità si sale sempre più alto, e si giunge a principi che sono i più generali possibili in quel dato ordine di fatti. La coordinazione m'etodica di questi principi, vere idee madri di una scienza, costituisce la sua filosofia. Ed è per essi che le scienze si ricongiungono alla filosofia prima, fornendole i dati necessari per la sintesi finale, in modo che quella sopra designata come filosofia scien- tifica altro non è in sostanza, se non la generalizzazione su- prema delle filosofie particolari. Così, se la sintesi si fa consistere nella dottrina dell' e- voluzione, perchè- l'ipotesi possa convertirsi in tesi, l'evoluzione ha da essere provata in tutte le molteplici sue forme ; le sue leggi debbono venire j^^ccolte da ogni ordine di fenomeni cosmici, dai siderei ai sociali, per aver diritto a chiamarsi universali. Ed ecco allora il compito e il contenuto delle filo- sofie particolari ; determinare la legge di evoluzione come ciascuna 1' ha trovata esplicarsi nell' àmbito suo proprio, vale a dire colle note e gli elementi comuni a tutte le forme, e ad un tempo SSìle note e gli elementi che, essendo specifi- • camente propri di una forma, la distinguono da ogni altra. Dissi già che il processo evolutivo, piJr mantenendo la sostan- ziale medesimezza ed unità, è sempre un processo di diffe- renziazione e di qualificazione. Quindi si cadrebbe in equivoci assurdi e, specialmente trattandosi di fatti umani e sociali, in aberrazioni pericolose, se non si tenesse conto di ciò che di nuovo e diverso presentano i singoli gruppi di fenomeni nelle lóro condizioni oggettive, e per conseguenza anche delle mo- dalità assunte in ciascuno di essi dalle leggi universali. Le * differenze nell' unità : questo è il vero e compiuto concetto dell' evoluzione cosmica, al quale però non si potrebbe giun- gere senza l'opera delle filosofie particolari, 4 # ^ 2i -^ Senonchè, mentre dai seguaci dei più opposti sistemi e dai positivisti quasi concordemente esse vengono ammesse, mentre di parecchie scienze si è fatta o tentata la filosofia, ed alcune posseggono già a questo riguardo ' una ricca ed anche famosa letteratura, mentre tutte le scienze si mostrano ora animate da spirito filosofico ed agitano problemi filosofici, non manca chi contesta qualunque legittimità alle filosofie par- ticolari, e ne dichiara perfino erroneo il concetto. Di filosofie, si è detto, non ce ne può essere che una, quella che unifica il sapere. La filosofia di una scienza non solo manca di un oggetto suo proprio, ma è termine contradittorio, perchè la filosofia implica l'universale e la scienza ÌI particolare» La più alta verità, a cui una scienza possa riuscire, riguarda sempre un ordine parziale di «fatti ; quindi è scienza, non filosofia. Così nel sistema evoluzionista, T evoluzione essendo una ed universale, il formularla e determinarne la legge non può spettare altro che alla filosofia, la quale, scendendo a dimo- strarne l'applicazione a tutte le specie di fenomeni, potfà anche suddividersi in parti e assumere, se si vuole^ varie denomina* zioni, ma resta sempre vera e propria filosofia* In sostanza questo è pure il pensiero dello Spencer. Anche egli esclude recisamente che vi sia filosofia al dì fuori del sapere unificato^ se parla di una filosofia speciale distinta dalla generale e la sviluppa poi, come è noto, nelle appli<5azioni alla biologia, alla psicologia ed alla sociologia, la intende appunto nel senso accennato, che cioè movendo da verità universali già stabilite interpetri mediante esse le verità particolari!'^). Senza dubbio l'obbiezione è grave, e a prima giunta si presenta anche come ragionevole. Perchè però realmente lo fosse, farebbe d'uopo che fra la scienza e la filosofia esistesse una separazione così recisa ed assoluta, da doverle considerare come due modi di conoscenza di natura affatto diversa. Invece ^«i— 2^ Tunità fondamentale che presenta il processo intellettivo dalla più semplice esperienza fino alla più alta speculazione, non consente si parli di differenze di natura,, ma solo di grado. n sapere, le dissi già, è come una scala per cui progressi- vamente ascendendo ci eleviamo a vedute sempre più vaste e comprensive. Quindi non si può, perdendo di mira gli stadi intermedi, contrapporre senz'altro il primo all'ultimo, l'uni- versale al particolare; ma va tenuto conto del valore gerar- chico che ogni generalizzazione superiore assume di fronte a quella inferiore. La giustificazione delle filosofie particolari sta tutta qui, I primi prirtcipì della filosofia, dice lo Spencer, hanno colle più ampie verità scientifiche lo stesso rapporto che queste hanno colle verità scientifiche più ristrette. Ma se il rapporto è lo stesso, come non dovrebbe esseriio anche il nome? Per- che non s'avrebbe a chiamare filosofica quella parte di una scienza che ne formula le più generali dottrine ? Per una filo- sofia che proclama sé stessa scientifica, è questione di logica ; non si ^uò dimenticare che secondo essa la filosofia non è qualche cosa* di aggiunto e di sovrapjposto alla scienza, ma ne costituisce- parte integratìte, la pervade tutta, vive per dir così nel suo medesimo seno. Né giova opporre l'unità deH'e- voluzìone, che anzi deriva proprio da essa l'esigenza delle filosofie particolari. La quale esigenza -non si soddisfa certo applicando in via deduttiva le leggi universali ai vari ordini di fenomeni ; metodo falso e pericoloso che costituisce uno dei più gravi difetti del sistema spenceriano, non a torto accusato di invertire così i termini del problema, di dare per dimostrato ciò che s*ha da dimostrare, di cercare nei fatti non già una prova, ma una conferma di idee prestabilite. E v'ha di più. Dal momento che l'evoluzione presenta in ogni sua forma pro- prietà tanto diverse, l'estensione analogica indistinta delle leggi universali è illegittima, perchè trascura le differenze. Solo col processo induttivo si può salire fino ad una generalizzazione, che fissi i caratteri specifici dell' evoluzione in una certa sua forma. Ed è appunto questo il momento in cui la^ scienza assume veste filosofica ("). Ma Tassume anche in un altro momento, poiché oltre la funzione già assegnata ne spetta pure alle filosofie particolari una seconda, analoga a quella compiuta dalla critica nella filo- sofia generale. La parte di una scienza (e dicasi lo stesso per un gruppo di scienze) che ne costituisce la teoria propedeu- tica, che indaga la possibilità, le condizioni ed i limiti del conoscere in quel dato ramo del sapere, che s occupa della sua sistemazione ed organizzazione, fissandone Toggetto, lo scopo, il campo proprio, i rapporti con altre discipline, distin- guendone le parti, e risolvendo quello che parve a Kant il problema capitale di ogni scienza, il metodo, deve ritenersi come una parte essenzialmente filosofica. Così supponenao trattarsi di scienze sociali, sul limitare stesso ci troviamo di fronte a questioni gravissime. Quale è la natura dei fenomeni sociali, per quali caratteri differenziali si distinguono da tutti gli altri ? Sono essi regolati da rapporti costanti di coesistenza e di successione, in modo da poter costituire oggetto di scienza ? E se esistono vere e proprie leggi sociologiche, presentano nulla di specifico? La previsione, ad esempio, vale a dire la determinazione del corso futuro del fenomeno è mai possibile, o almeno dentro quali limiti ? A tali domande e a tante altre congeneri^ che si potrebbero aggiungere, jè incompetente a ri- spondere Tuna piuttostochè Taltra delle scienze sociali; fa d*uopo che intervenga la loro filosofia. Certo esse formano già oggetto della critica generale, e proprio di quella sua parte che in aggiunta alle due kantiane il Dilthey ha designato come la critica della ragione storica, cioè della possibilità che ha Tuomo di conoscere sé stesso e la società e la storia create da lui('^), i -Ma il problema si ripresenta in modo più immediato e in forma più concreta nella trattazione speciale. VI. Senonchè il concetto delle filosofie particolari qui breve- mente delineato è giusto finché si riferisce alle scienze teo- retiche, a quelle cioè che studiano i fenomeni e i loro rap- porti causali, che spiegano le cose come sono, le loro pro- prietà, i modi, le condizioni, le teggi del loro prodursi. Sarebbe però affatto insufficiente quando si avesse invece da fare la filosofia delle scienze pratiche, più propriamente destinate ad applicare le cognizioni teoriche al conseguimento dei fini umani, a dare norme^ principi direttivi, precetti per la condotta vuoi individuale, vuoi collettiva. La quale riserva va pur fatta nel caso che una stessa scienza presenti il duplice aspetto teore- tico e pratico ad un tempo, e debba, come appunto accade alla morale e al diritto, da una parte considerare il fenomeno storicamente sviluppatosi, dall'altra formulare in modo impe-. rativo regole dell'agire umano. Comunque i due aspetti si de- nominino, si riservi anche al primo soltanto l'appellativo di scienza, si dica arte il secondo ; quello che importa è tenere ferma la classica distinzione che il pensiero greco ha raccolto dalla realtà oggettiva delle cose, che non ha perduto e non può perdere del suo valore, perchè le filosofie passano, ma quella realtà resta ; resta la differenza fra il conoscere e Y ope- rare, alla sua volta fondata sullo specificarsi dell'attività psichica nelle due ben diverse funzioni dell'intelletto e della volontà ('3), Ed è nellaver messo da parte tale distinzione, dichiarandola o supponendola vieta e infondata, che va riposta uria delle cause principali delle incertezze, delle confusioni e degli equivoci do- minanti ora nelle scienze relative all'uomo e alla società; la causa decisiva per cui, restringendo l'attenzione ad un lato solo delle cose, si è riusciti a non intendere più la vera natura della morale e della filosofia del diritto, e, se non nel nome, almeno in fatto ad eliminarle. Nonostante che i grandi maestri del positivismo insegnino ben diversamente, nonostante che uno di essi, lo Stuart Mill, abbia formulato colla solita pro- fondità la teoria logica delle scienze pratiche e di quelle etico- sociali dimostrata perentoriamente la necessità, si crede invece da molti essere una conseguenza del positivismo stesso che, anche trattandosi di rapporti morali, giuridici, politici, estetici^ nessuna ricerca possa aver luogo diversa da quella praticata riguardo ad ogni altra formazione naturale. Fenomeni e leggi di fenomeni, induzioni che comprendano tutta la storia di una particolare entità, il suo passato, le forme presenti, le preve- dibili modificazioni avvenire; ecco la scienza. Ma trascurando 1 rapporti normativi non meno reali dei rapporti causali, la scienza resta mutilata, ed il positivismo avviatosi per questo indirizzo ha finito col fare dell'arbitraria restrizione la sua de- bolezza, il suo pregiudizio, il suo massimo errore^ e finché non riuscirà a spezzare il cerchio dì ferro in cui si è chiuso, rimarrà in contradizione colla coscienza etica, incapace a sod- disfare le più imperiose esigenze della società umana, impo- tente a governare la vita f '4), Tuttavia che esso sia giunto a queste dottrine, fino ad un certo punto si comprende e si spiega, perchè ha voluto reagire contro gli eccessi dei sistemi speculativi, e le reazioni difficilmente si mantengono dentro i limiti dovuti. Più difficilmente invece s'intende che anche nel- l'opposto campo dell'idealismo vi sia chi, per un ordine affatto diverso di considerazioni, escluda, come ad esempio ha fatto / 4 ' il Lasson, la funzione pratica della scienza e della filosofia t^sì. Da qualunque parte però esso provenga, Terrore è sempre il medesimo. Allorché si tratta di fenomeni relativi*alla condotta", a meno che non si voglia assumere T atteggiamento di un ìn- ^ differente quietismo, e disconoscere che un essere intelligente può bene porre a se stesso il quesito di ciò che vi sia da fare di meglio, lo studio del fenomeno non basta, rendersi conto di 'quello che, esiste non costitiiisce l'ultimo termine» e nemmeno lo scopo più importante della ricerca scientifica. Resta a sapere' qual valore abbia il fenomeno, se vi sieno » ragioni che inducano a volerne e a favorirne la continuazione, o additino al contrario la necessità di modificare, perfezionare, innovare. In altre parole resta in tutta la sua interezza e nella sua formidabile gravità la ricerca del dover essere. Dal mo- mento che razione è diretta dall'uomo verso un fine coscien- temente voluto, è il fine stesso che fa d'uopo prendere in esame, determinando in base ad un principio scientifico quali fini sieno da desiderare e da recare in atto, quali i mezzi a •'^- ciò più* idonei, quale l'ideale a cui tener fisso, come a meta deir esistenza, lo sguardo e dirigere gli sforzi operosi. È dun- que una norina che alla scienza domanda la vita; le induzioni storiche^ etnologiche e statistiche a ben poco servirebbero, se non se ne traessero ammaestramenti per migliorare le condi- zioni, del genere umano. Data tale natura e funzione delle scienze pratiche, è fa- cile vedere in che debba consistere la loro filosofia. Si limiti questa ad una sola fra esse, o si allarghi fino ad abbracciare tutto il gruppo, e nel secondo caso la si consideri come filo- sofia particolare, o se ne faccia, col nome di etica preso nel senso più largo, una parte integrante della filosofia generale, la nozione, salve le differenze di grado, è sempre la stessa. Va richiamato anche qui Tinsegnamento del Mill» secondo il ? • "T- quale, come vi sono i primi principi della conoscenza, cosi debbono esservi ì ' primi principi della condotta, una philoso- pìtia prima riconducente tutte Iq norme particolari della con- dotta stessa ad un principio unico, che fornisca la misura per giudicare il valore dei fini desiderabili* Ma il pensiero del grande scrittore ha bisogno di molti complementi. Ed anzitutto, perchè tanto le regole fornite dalle scienze pratiche' quanto il primo principio in cui le assomma la loro filosofia posino su basi po- sitive, e resti escluso qualunque elemento soggettivo ed arbi- trario, hanno da consistere in una applicazione rigorosa di leggi naturali antecedentemente accertate. I fini deiresistenza sono già contenuti nelle condizioni dell'esistenza stessa, considerate sia riguardo agli individui, sia riguardo al tutto di cui fanno parte. Dalle leggi che governano Tuomo e gli organismi sociali è stabilito un rapporto invariabile fra le azioni e gli effetti da esse prodotti» Quindi da queste leggi e da quelle condizioni si può dedurre a mo' di corollario quale abbia ad essere la norma da seguire. Il fine, che si doveva assegnare come desi- derabile, si rivela allora come necessario, necessaria lazione diretta a conseguirlo, necessaria la norma che la prescrive \ e sempre una necessità intrinseca, perchè esprime un rapporto di causalità naturale. In secondo luogo i primi principi della filosofia pratica debbono porsi in relazione coi risultati otte- nuti dallo studio del fatto storico correlativo. Non va mai dimenticato il duplice aspetto della ricerca in tuttociò che attiene alla condotta umana. Se da una parte si formula il dover essere come ideale, dall'altra abbiamo una realtà feno- menica, la cui osservazione conduce alla legge di ciò che è. Trovare laccordo fra questo e quello, e fondere cosi i risul- tati delle due ricerche in un principio comune costituisce il grande problema, di fronte al quale gli sforzi più ingegnosi della speculazione astratta si sono rivelati impotenti. Essa cerca nel pensiero quello che solo può esser dato dalla realtà delle cose. È nel corso dell'evoluzione, è nella vasta circola- zione della storia che V essere e il dover essere tendono a ricongiungersi come momenti di uno stesso processo. La con- dotta e tutte le formazioni psico-sociali ad essa relative, prese nella totalità del loro sviluppo, realizzano appunto quell'adat- tamentp progressivo alle condizioni di esistenza, che costituisce il primo principio della filosofia pratica ; quindi le norme di questa rappresentano ciò che si è in parte attuato e prose- guirà ad attuarsi nel tempo^ T'ideale designa un risultato cui si dovrà giungere, anticipa un fatto che è nel suo divenire. Per questa stessa via si giunge ad ottenere che le scienze pratiche e la loro filosofia soddisfino anche un' altra esigenza. Esse non avrebbero valore di sorta, qualora non armonizzas- sero coi risultati della filosofia generale e non si ispirassero sia ai principi posti dalla teorica della conoscenza, sia al concetto dell'universo e della vita rivelato dalla sintesi cosmica. L'or- dine pratico deve riposare sulla stessa base dell'ordine teorico ; nessuna cocitradizione deve esistere fra la legge del sapere e quella dell' operare ; dal fondo medesimo della spiegazione positiva del reale deve rampollare un ideale conforme. Potrà dunque dirsi veramente scientifica la dottrina della condotta solo quando sì mantenga nei limiti imposti al conoscere, non trascenda V esperienza, e. sia progressiva quanto lo è il fatto che ne costituisce l'oggetto. Sarà filosofico il suo supremo principio se comprenda l'esistenza umana come parte integrante deirordine cosmico, e si risolva in un' applicazione particolare della legge di questo. E tale è appunto il principio che pro- pone l'adattamento qual fine della vita, e designa come ideale lo sviluppo perfettivo. Esso si fonda e trova la sua ultima ragione nel processo di evoluzione universale, la cui forma più alta r uomo è chiamato ad attuare in modo cosciente e  riflesso; rappresenta, convertita in norma imperativa della condotta, la legge stessa della causalità naturale. Onde ad esprimerlo con una formola sintetica può ancora valere, ma riripreso in un senso positivo, concreto ed anco eticamente più elevato il precetto del portico: ó/ioXoyov/xénog xfj (pvaec. Cosi è aperta e tracciata ad un tempo la via per decidere se conservi ancora la sua ragione d'essere, e in che debba consistere la filosofia del diritto. In tutto quello che sono, venuto dicendo è già compresa la risposta recisamente affermativa al primo quesito. Farmi anzi ne emerga luniinosa la prova della sua necessità, e se ne possa trarre ragione di credere che essa non solo sia in grado di superare la crisi, ma, come è. proprio dei forti organismi, di uscirne ringagliar- dita e rinnovata. Una concezione filosofica del jjiritto è tanto una esigenza indeclinabile del processo conoscitivo, quanto lo è la filosofia in generale. La legge fondamentale dell* intelligenza che rende necessaria in ogni altro ramo dèi sapercela coor- dinazione, l'unificazione, la sintesi delle cognizioni particolari in un primo principio, non subisce certo un' eccezione allorché si tratta del sapere giuridico. Né le molteplici e varie disci- pline sia storiche, sia sistematiche, delle quali questo si corri' pone, differiscono dagli altri gruppi di scienze per il doppio privilegio di trovarsi in grado di risolvere ognuna per suo xonto i problemi più generali e comuni, e di potere da loro stesse, spontaneamente, comporsi ad unità. ^Sarebbe poi contradittorio ammettere la legittimità della ricerca filosofica in genere, e negare nel tempo stesso che ÌI diritto possa essere considerato sotto tale rispetto. Una volta che la filosofia ci abbia fatto conoscere le ragioni del sapere, e data una spie- gazione deir universo, della vita, deir uomo, del posto che esso occupa nella natura, come potrebbe tuttociò non riflettersi nel modo di concepire il diritto? Sarebbe forse il diritto qualche cosa di estraneo al mondo e alla vita ? Se i fini di questa restano incomprensibili qualora si astragga dalla* sua indisso- lubile connessione coli* intero ordine cosmico, qual significato, qua! valore avrebbe mai nel caso che non vi fosse pur essa ricongiunta, la norma diretta a garantire quei fini? Intanto la ^oria ci avverte che, qualunque sia stata, non dico la teoria, *ma r idea, anche la più rudimentale, cheluomosi è formato delle cose, egli Tha estesa sempre a spiegare l'ordine giuri* dico. Anche il selvaggio, che nelle norme e consuetudini ob- bligatorie vede un comando dell'antenato, e, associando l'au- torità di quelle *al culto di questo, trova un freno alla sua condotta ìlei -sentimento pauroso in lui provocato dall' imagine del morto, si rappresenta il diritto in una forma adattata al complesso delle altre sue rappresentazioni. Dalle intuizioni spi- ritiste dell'uomo primitivo fino ai più elevati prodotti della speculazione filosofica, il parallelismo non si è mai smentito; e basterebbe esso solo per autorizzarci a credere serenamente nella perennità della filosofia del diritto. Perchè però la sua giustificazione sìa compiuta, è d' uopo stabilire in modo più concreto sotto quali aspetti il diritto esiga una trattazione filosofica, E r indagine va fatta^ oltreché direttamente, anche e prima di ogni altro, benché qui solo, con brevissimi cenni, per via indiretta, esaminando cioè i tentativi che sono stati fatti in questi ultimi tempi per trasformare in senso positiva e realistico la scienza nostra. Ebbi già a rilevare come si tenda a farne un tutt' uno colla sociologìa. Su questo punto, che è decisivo, bisogna spie- garsi subito e chiaramente. K affatto infondata T opinione in cui convengono tanto avversari della sociologia quanto alcuni dei suoi più ardenti sostenitori, che cioè, una volta accordato diritto di cittadinanza alla nuova scienza, non si possa più logicamente riconoscere la legittimità dell' esistenza autonoma della filosofia del diritto, anzi nemmeno la legittimità di questa denominazione C^^). Le due discipline debbono invece ritenersi come perfettamente compatibili, entrambe hanno ragione di essere, V una non può ridursi ali* altra, perchè la sociologia non è un termine generico da impiegare qual denominatore comune di un gruppo di scienze, tanto meno poi è la scienza unica dei fenomeni sociali. 'Impossìbile rifare qui una dimostrazione che ha formato il costante obbiettivo dei mìei studia 7), Sol questo dirò : la sociologia si risolverebbe sempUcemente in un bar- barismo inutile di più, qualora non la sì intendesse come dot- trina generale della società, la quale, coordinando e integrando i risultati di tutte le sìngole scienze della vita sociale, mira a spiegare questa nella sua interezza, nella sua organica unità. Una scienza dunque sintetica e filosofica. Mentre poi ad essa fanno capo le scienze sociali particolari, come raggi luminosi convergenti in un fuoco centrale^ da questo riflessa torna e si diffonde su loro una luce più viva. Tutte concorrono a pre- parare 1 materiali necessari a spiegare Y insieme ; tutte traggono da tale spiegazione nuova forza, per cui s'accrescono e si per- fezionano* È la sociologia che loro dischiude nuovi orizzonti, addita nuove vìe, e prescrive ad un tempo dì uniformarsi ai criteri della ricerca positiva, assegnando come i più essenziali fra questi il riconoscimento della naturalità del fenomeno so- ciale, e la necessità di non perdere mai di mira i rapporti di quel particolare fenomeno, che ciascuna studia, con tutti gli i — 3«5- altri, dal momento che essi coesistono in una così intima so- lidarietà organica, e tutti dipendono e sono spiegati dallo stato generale della società. Sotto questi rispetti è giusto che si parli del rinnovamento della filosofia del diritto per opera della sociologia, se ne cerchino le strettissime attinenze, si affermi anzi la loro inseparabile connessione ; sotto questi rispetti hanno molta parte di vero i tentativi di trasformazione, ai quali al* ludeva testé. Non è facile, sia a causa della varietà dei sistemi e delle dottrine, sia perchè non di rado vi si riscontra qualche cosa d' incerto e di vago, poter designare con caratteri ben definiti e con termini precisi i recenti indirizzi, tanto più poi che fa d'uopo non trascurarne alcuni, i quali, sebbene contengano implicita una concezione filosofica del diritto e concorrano quindi a determinare la nuova fase della filosofia* giuridica, tuttavia non si propongono come scopo diretto od esclusivo la riforma di questa disciplina, e talvolta nemmeno sono stati ad essa espressamente applicati. S' afferma però ad ogni modo decisa e prevalente nel tempo nostro la tendenza a conside- rare il diritto come una realtà fenomenica, della quale o prin- cipalmente s* investiga il processo di formazione, o più spe- cialmente si pone in rilievo il fondamento, il significato, la funzione sociale. Il primo, come si vede, è un punto di vista genetico- evolutivo, quindi filosofico per le ragioni dette grà, connesso colla dottrina dell' evoluzione cosmica, o ad essa, anche quando -ig- nori lo si annunci per tale, facilmente riducibile. Che poi ad una scienza ispirata a questo concetto vengfa conservato, come pur fanno alcuni, T antico nome di filosofia del diritto^ o che invece la si converta, per quanto secondo me illegittimamente, in un ramo della sociologia, designandola col termine non molto proprio di storia naturale del diritto^ o addirittura con quello ibrido ed equivoco di sociologia giuridica, la cosa ri- mane sempre la stessa ('^). Colpire, mediante lo studia delle sue forme più semplici e rudimentali, la genesi del diritto, e, seguendone le fasi successive nella continuità della storia, de- "terminare le leggi che ne regolano Y intero processo evolutivo, fino a potere spingere lo sguardo nel lontano avvenire, e dalla previsione di più alti gradi di sviluppo indurre la nozione dei suoi ideali \ ecco il concetto sostanziale in cui s' accordano sistemi^ che pure si ramificano in varie direzioni. Né da essi r evoluzione giuridica viene studiata in modo indipendente ed isolandola, sibbene ricongiunta con tutti gli altri aspetti, ele- menti e forze della vita sociale. Penetrando anzi nelle più re- condite fibre di questa, si mira a comprendere il diritto nel suo fondamento psicologico, vale a dire come manifestazione del carattere nazionale, come risultato di un latente, intimo e condnuo lavorio spirituale della coscienza collettiva, come un prodotto di idealità sociali, la cui formazione naturale un no- stro pensatore, rARoiGÒ, assegna appunto qua! contenuto della filosofia positiva del diritto f '9). Ad una così vasta elaborazione sintetica forniscono poi ì materiali tutte quelle scienze particolari, che col magistero di pazienti ricerche vengono ora ricostruendo il passato della specie umana \ V antropologia, V etnologia, la storia della civiltà, la psicologia dei popoli, e più specialmente la storia univer- sale delle istituzioni giuridiche, ed una disciplina anche più recente, la quale, conscia dei risultati onde è stato fecondo il » - SUO metodo nello studio di^ altri fenomeni sociali e in quello delle forme organiche, si annuncia, e non a torto, colle più larghe promesse. Alludo alla così detta giurisprudenza com- parativa, o giurisprudenza etnologica. Iniziata nei lavori im- Hìortali del Sumner Maine col carattere prevalente di archeo- logia giuridica e nelle comparazioni ristretta a certi gruppi ^etnici soltanto (^°\ si è allargata a poco a poco allo studio degli istituti di tutti i popoli, di tutte le razze della terra, in tutti i gradi del loro sviluppo storico* Un pensiero largo ed eminentemente filosofico la muove le dirige. Mentre la vecchia filosofia giuridica veniva costruita generalizzando i dati di pò-' chissimi diritti storici e principalmente quelli del diritto romano, processo tanto assurdo quanto lo sarebbe per la scienza del linguaggio fondarsi sull'esame di una o due lingue e non più; mentre alle intuizioni puramente soggettive, alle rivelazioni della coscienza giuridica individuale, agli ideali etico-giuridici di un certo tempo e paese si pretendeva accordare un valore assoluto ed universale, la nuova scuola esige invece che nella sua interezza sia ricostruita la coscienza giuridica umana, os- servando ad uno ad uno, senza limitazioni o preferenze, e ponendo fra loro a raffronto tutti gli istituti, nei quali essa ha preso forma oggettiva e concretammo. Certo questo conte- nuto filosofico essa non se Fé proposto subito come scopo, né tutti i suoi seguaci V intendono allo stesso modo. Cosi nelle ' ricerche del Bastian, che hanno carattere puramente etnolo- gico, non se ne rinvengono traccieC^^); ma comincia ad aflfer^ marsi nel programma intorno al quale Bernhoft, Cohn e KoHLER hanno raccolto una legione di valorosi C^3) ^ e si solleva alle altezze di sistema per opera del Post, che va- gheggia confidente la meta di una filosofia del diritto speri- mentale, indotta dai dati della sociologia etnica, e integrata nell'unità della sintesi universale mediante il rilievo della dipendenza del fenomeno giuridico da tutti gli altri, che lo pré* cedono nella serie cosmica C^^). Con proposito anche più im- mediato e diretto mira il Dahn alla filosofia del diritto , Mentre però nella comparazione storica ed etnografica vede l'unico mezzo, perchè quella, cessando di essere una raccolta di frasi ^ divenga scienza vera, pure, ispirato a tendenze ecclettiche 5 conciliatrici dell'elemento storico collo speculativo, la vuole diretta, sempre però mediante la comparazione, a scoprire un* intima necessità ideale di ragione, che secondo lui ji rea- lizza sempre nelle istituzioni giuridiche positive C^5), Quindi non sarebbero più le leggi di uno sviluppo storico il vero e pro- prio obbiettivo dell' indagine; come non lo sono nemmeno per coloro, fra gli altri il Bekker, che si propongono solo racco- gliere, astraendolo dalla totalità dei fatti osservati, quello che chiamano, senza però definirlo con sufficiente precisione, il principio del diritto {Rechisbegriff) (=^X Ad ogni modo quali che sieno le particolari vedute, onde si cerca completare o correggere un indirizzo in fondo comune, sta in fatto che questo si estende e consolida ogni giorno più, che raccoglie adesioni perfino là dove meno si sarebbe aspettato ; e basti ricordare che un insigne romanista, Alphonse Rivier, lo designava pochi anni or sono in una occasione solenne come la vera filosofia del diritto destinata a trionfare nell* avvenire C^7), Né ad arrestare il moto così vigorosamente iniziato hanno valso o varranno certo le obbiezioni, colle quali un campione della filosofia sperimentale e critica, lo Schuppe, ha creduto dimostrarlo secondo i criteri di questa erroneo nel suo fonda- mento. Egli esclude, che X oggetto e i problemi della filosofia giuridica sieno di quelli che comportano il metodo storico e comparativo; e d'altra parte afferma che nelle molteplici for- me particolari assunte dal diritto nella storia vi sia sempre un elemento comune, identico, universale, vale a dire il principio i del diritto stesso, a rilevare il quale non la comparazione^ sib- bene V osservazione psicologica della natura umana e ranalisi delle idee hanno da essere impiegate (=*). Come possa dirsi filosofia empirica questa che ammette la storicità del diritto, e pretende nel tempo stesso indurne la nozione per una via diversa dalF esame oggettivo dei fatti, nei quali esso rivelasi, non si riesce davvero a comprendere. Se Y universale è con- tenuto è vive nei particolari, il buon metodo esige che lo si astragga da questi e non viceversa ^ se vi ^ono idee da ana- lizzare, esse sono- appunto idee storiche 5 se il principio del diritto va posto in rapporto colla natura dell' uomo, anche qui non è con una astrazione ma con uno sviluppo che abbiamo da fare. Al metodo oppugnato lo Schuppe ne sostituisce un altro che, senza volerlo e nonostante le sue proteste, ci ricon- durrebbe direttamente alle teoriche dei sistemi trascendentali. Oltreché l' indirizzo genetico-evolutivo, o filosofico-storico che voglia dirsi, ne accennai un secondo. Veramente questo non si distingue il più delle volte dal primo, anzi con esso^ sotto certi aspetti sì compenetra e fonde. Infatri mi fu d'uopo avvertire che la spiegazione adeguata sia dell'origine sia dello sviluppo del diritto viene ricercata in tutto il complesso di azioni 'e reazioni, onde risulta la vita di una società. Tuttavia si può e giova discorrerne a parte, in quanto in certi sistemi contem- poranei il diritto viene di preferenza considerato sotto l'aspetto sociale, e si tende, sebbene per vìe diverse, ad elaborare quella che è stata giustamente designata come la teoria sociale del ^ 4i - diritto stesso, e che si potrebbe anche dire la sua fisiologia, se fosse più opportuno adoperare termini analogici dopo il tanto abuso che se ne è fatto. Ed è vera fisiologia perchè riconduce il diritto alle forze che lo determinano e producono ; ricerca gli scopi, i bisogni, gli interessi che neU' ordine reale e concreto della vita si offrono come sua base, condizione e ragione \ sottopone ad analisi i rapporti che esso è desti- nato a regolare, le molteplici forriìe di attività umana che rev clamano il suo intervento protettore, ,i vari ordini di cultura dei quali assicura lo sviluppo. È Vera fisiologia perchè da tutto - ciò induce quale funzione"* esercita il diritto neirt>rganismo so- ciale. In altre parole oggetto vero dell* indagine diventa qui il contenuto del diritto, vale a dire che 1* indagine è traspor- tata in un campo che non è più propriamente il diritto, ma il soUosuolo^ se posso cosi esprimermi, dal quale il diritto ram- polla* Mentre rimanendo alla superficie se ne veggono solo le forme esteriori, per sapere che cosa veramente esso sia, si vuole scendere neir interno^ e scrutare i più riposti e profondi meati di un mondo finora ignorato, in cui vivono e s' agitano e si combinano i suoi elementi generatori (^9), È facile scorgere 1! alto significato filosofico di questa dot- trina e dì questo metodo- Certo non è una nuova filosofia giuridica che mirano a costituire la maggior parte almeno di coloro che se ne fanno banditori ; anzi più specialmente e più direttamente il programma riguarda la vera e propria giuris- prudenza, e si propone riformare in modo radicale le singole discipline sistematiche onde essa risulta. Ma se per questa via si giunge a determinare la natura e il fondamento del diritto, non implica forse tale determit^zione un' idea filosofica ? Idea geniale e feconda, che -la scienza nostra può, anzi deve far sua^ sviluppandola con piena indipendenza. Né costituisce osta* colo il fatto che, ad esempio, lo Stein, al quale si deve la i ^ 42 " più originale, la più profonda, la più sistematica teoria del nuovo indirizzo^ sia stato impedito dalla logica delle sue dot- trine di applicarlo alla filosofia del diritto. Se egli relega questa nel mondo metafisico di un diritto assoluto, eternamente uguale, fondato suW essenza di una personalità vuota, astratta, quie- scente ; resta sempre da utilizzare, per quanto con molte ri- serve e correzioni, l'altra parte del suo sistema che riguarda la vita effettiva della persohalità, che spiega i mutamenti e il divenire del diritto, e t^ova la ragione ultima di questo nel complesso delle condizioni economiche e sociali, dal grande pensatore riassunte nelF unity*delIo flato f^o). Del pari si può trarre un contributo prezioso dalle dottrine che neir economia ripongono la base vera del diritto, e lo interpretano, per dirlo con linguaggio matematico^ in funzione di quella, La con- siderazione della enorme complessità del fenomeno non per- metterà di consentire col Marx, cól De Greef, col Loria e con gli altri che, sollevandosi arditamente alle altezze di una vasta sintesi sociologica, fanno r-ampollare le molteplici mani- festazioni deir attività sociale, comprese quindi le giuridiche^ dalla forma di organizzazione economica dominante in un certo periodo storico, e le' riguardano come^ una superstruttura ed un riflesso, del fatto economico; fatto, secondo loro, il più ge- nerale di tutti, su tutti preeminente, di tutd supremo genera- tore f32). Ma, una volta spogliato di ciò che vi può essere di unilaterale o dì esclusivo e ridotto alle sue vere proporzioni, abbiamo anche qui un elemento indispensabile per la soluzione del problema. Più direttamente collegati colla trattazione filo- sofica del diritto sono invece i sistemi di Jhering e di Schaffle. In quello il principio sostanziale del diritto ricondotto agli in- teressi e scopi della vita, e l' idea di orna meccanica sociale, che più esattamente però dovrebbe dirsi una statica, dove le condizioni di esistenza della società, costituenti appunto un ^ 4Ì ^ sistema di scopi, trovano la loro garanzia nel diritto, il quale concorre così con altre forze a tenere in freno gli interessi divergenti e cozzanti, e a produrre come ultimo effetto V equi- librio (33), Nel secondo prevalente, come è noto, il punto di vista dinamico ed evoluzionìstico, il diritto compreso organi- camente nella fisiologia del corpo sociale, e, al pari della mo- rale, riguardato qual norma ordinatrice e regolatrice delle lotte sociali per la vita, diretta a promuovere l'adattamento utile e ad assicurare la conservazione collettiva (34), Così a poco a poco e di progresso in progresso la nozione del diritto, già cristaUizzata nella forma astratta di una categoria assoluta, rientra nella via regia della realtà fenomenica, e s'integra nel- r unità dì tutto il sistema sociale. Senonchè tutte queste nuove vedute da me ricordate sono esse di per sé sole sufficienti a darci una filosofia giuridica veramente^ compiuta ? Certo, prendendole in coaaplesso, si vede subito che le anima con forza rinnovatrice lo spirito della ri- cenca positiva. Ed è del pari incontestabile per molte quel carattere e valore filosofico che ho via via rilevato ; soprat- tutto in quanto mirano a dimostrare la naturalità del diritto e la sua dipendenza dalle forze cosmiche, in quanto si pro- pongono come ultimo scopo risalire alle cause e leggi della sua formazione, e queste sussumono nella Sintesi delle leggi universali. Ma, oltreché in alcune prevale o domina esclusiva- mente r elemento storico o T elemento tecnico-sociale, tutte presentano i difetti e le lacune che sopra lamentai come pro- prie del positivismo di fronte alle esigenze delle scienze pra- tiche e della loro filosofia. Fenomeni e rapporti fra essi di coesistenza e successione, di somiglianza e di differenza; fatti e leggi storiche ; cause e condizioni sociali, ma non altro. Non ci si dice^ nulla se nella costituzione stessa delle cose vi sia . qualche ragione intrinseca che giustifichi il fatto, o additi un / compito air attività modificatrice e miglioratrice dell* individuo e dello stato. Gli scopi, gli interessi, le condizioni di esistenza vengono riguardati solo come cause e motivi determinanti di quello che è, ma non se ne ricava una teoria di fini deside- rabili e di norme necessarie (35), Quindi, pur facendo tesoro dei nuovi indirizzi, occorre che si proceda a correggerli e in- tegrarli, e, abbracciando tutti i Iati di un problema assai com- plesso, si tenti una dottrina la quale armonÌ2:zi coi pripcipi della filosofia positiva e critica, e ad un tempo risponda ai bisogni della vita e della società. X. Perchè la filosofia giuridica concordi colla filosofia gene- rale e nel campo suo proprio ne riproduca V organismo ^ i caratteri^ è anzitutto un problema critico che le fa d'uopo affrontare. Che cosa possiamo noi sapere riguardo al diritto ? Quale è l'origine, il fondamento, il valore dell'idea che ne | abbiamo ? Dentro quali limiti dovrà mantenersi, per poterla dire legittima, un'S, teoria che ne voglia definire la naturai'». J Tutte questioni, come ognuno vede, che esigono di essere decise, e in modo ben sicuro, prima di fare un passo sqjo in avanti nella ricerca scientifica» Per una duplice via la filosofia del diritto può giungere ad una identica soluzione. Trattasi in primo luogo di applicare ad un caso particolare I risultati delle indagini gnoseologiche, che dimostrano, come si disse, la re- lati vita del conoscere, V impossibilità di trascendere T esperienza, r impenetrabilità dell' essenza delle cose. Per ciò ^lo resta eliminata come dommatica e destituita di ogni valore oggettivo i qualunque dottrina intorno al diritto^ la quale parta da principi CL prioriy si fondi su presupposti teologici o metafisici, affermi più di quanto è contenuto nei dati dell' esperienza scientifica- mente determinabili. Inammissibile quindi che il diritto possa sussistere al dì fiiori del pensiero umano e dei suoi prodotti 5 inammissibile quelV idea assoluta del diritto per cui gli onto- logi, convertendo in realtà effettiva un concetto astratto, harfno fatto del giusto in sé una vera entità ipostatica. Ma per quanto •smagliante T aureola, onde è stata da Platone in poi circon- data, non regge alla prova dell' analisi critica. E dì vero og- getto del diritto è il bene umano considerato in certi speciali rapporti. Ora il bene è sempre necessariamente qualche cosa di relativo alla nostra coscienza, perchè, appunto per poterlo dire un bene, è la nostra coscienza che deve averlo giudicato cosi, E non solo relativo a noi che lo pensiamo, ma relativo anche a qualche cosa, perchè bene altro non significa se non la proprietà di ciò che adatto al raggiungimento di un certo fine. Se dunque esso implica una doppia relazione, la nozione di un bene assoluto si risolve in una contradizione in termini ; un bene ed un male, un giusto ed un ingiusto indipendente- mente^da questo nostro mondo, dair umanità e dalle sue con- dizioni di esistenza, al di fuori di ogni rapporto di spazio e di tempo» sono semplicemente una cosa impensabile. Ripeto una 'dimostrazione che è stata fatta le mille volte. j n riconoscimento della relatività della conoscenza e della T scienza deve essere dunque un caposaldo anche pei: Is^ filosofia del diritto. Con questo però sono ben lontano dal dire che vi si possa fondare sopra una teoria Jntorno al principio del diritto stesso, come ha preteso di fare il Foucllèe, Traducendo il concetto della relatività dal campo speculativo in quello pratico^ egli se ne vale a spiegare 1* ordine etico-giuridico tutto quanto. Secondo luì, poiché la nostra conoscenza dell' uomp  non è nemmeno essa assoluta, e, mentre conosciamo il me e le altre coscienze, non si riesce a comprendere che cosa sia la 'coscienza in sé stessa, la persuasione di questo elemento inconoscibile deve esercitare un' efficacia sulla condotta ; T ir- razionalità del domniatìsmo teorico implica V irrazionalità di ! un dommatismo pratico, che consisterebbe nel fare di sé un assoluto di fronte agli altri ; dai limiti dell' intelletto deriva necessariamente quella limitazione reciproca della libertà^ *che costituisce la giustizia. Così, partendo da una premessa t:riticaf si arriva ad una nuova metafisica del diritto fondata sul dubbio e sul mistero, e più di ogni altra contrastante con quello che gli uomini pensano ed hanno sempre pensato intorno alla giu- stizia come esigenza della vita civile. Ma la premessa ha un valore puramente gnoseologico, e non si può senza contradi- zione trasportarla in un campo diverso. In qualunque modo si stabilisca, sia pure in un senso limitativo, un rapporto del sentire, del volere, dell' operare umano colla nozione delFìn co- noscibile, il rapporto è già per se stesso una determinazione, per cui quello cessa subito di essere tale. Tutto che trascende r esperienza non serve a spiegare una realtà d'esperienza; ed il diritto appartiene all'ordine della realtà. Però il Fo%n.LÈE, come ebbi già a notare, ciò non ammette e da qui tutti g]ì errori del suo pure ingegnosissimo sistema (37X Ma oltre questa accennata v* è un' altra ricerca critica da fare intorno al diritto ; sottoporne cioè ad analisi Tidea quale 31 manifesta nella coscienza individuale e collettiva, giovandosi dei dati della psicologìa, soprattutto comparata, e di quelli forniti dalle diverse discipline che studiano il diritto sotto l'a- spetto storico ed etnico* Anche qui, come sempre, si riesce a constatare una formazione naturale, e la ricerca diventa essen-* zialmente Dsicogenetica e storica. Quell'idea del diritto che si era creduta^ e voluta far passare per innata e primitiva, conie I ' ~  se da una forza invisibile fosse stata impressa nella mente dell'uomo, al pari delle altre deve la sua origine alle espe' rienze accumulate, organizzate e trasmesse di generazione in generazione nel corso del tempo ] al pari delle altre riassume il lento e faticoso acquisto della razza ; al pari delle altre rac- chiude in sé stessa la sacra eredità psichica e storica dei padri nostri. L*idea del diritto è dunque, come la designava Vico con una parola che rivela la sua geniale intuizione e riepiloga la sua grande scoperta, un* idea umana, un' zdea storica ; quindi necessariamente relati va^ necessariamente diversa nello spazio e nel tempo, proporzionata alle condizioni particolari che de- terminano tutta la vita di un popolo, al grado della sua men- talità, alla forma della sua organizzazione sociale. Oggettivata negli istituti giuridici e nelle norme positive che li disciplinano, essa ci si offre come una realtà di esperienza, come un fatto tanto verificabile, quanto lo sono in generale i fatti della storia. Ma se è così, il problema critico anche sotto questo aspetto è risoluto, e trova nuova conferma la dottrina dei limiti per altra via assegnati al* sapere riguardo al diritto* Nel tempo stesso rimane dimostrata V impossibilità che esista un diritto diverso da quello fenomenico e storico, un diritto superiore e trascendente. Anzi il vizio logico inerente al processo mentale di chi per tanto tempo lo è andato fantasticando, è posto in , piena evidenza come un' illusione metafisica, consistente nel co- struire il diritto mediante il pensiero e neir oggettivare poi il concetto soggettivo in una legge giuridica naturale, creduta ed affermata esistere realmente e dover valere, solo perchè tale, come diritto. Arrivata a questo punto la ricerca critica necessariamente si allarga all'esame dei diversi sistemi filoso- fico-giuridici, che sono tanta parte delF umano pensiero. Per accertarsi della loro validità essa" non ha che giudicarli alla stregua dei suoi principi fondamentali ; e, non perdendo mai di mira questi, sarà facile alla mente orientarsi in mezzo a varie ed opposte dottrine. Le quali poi dovranno ritenersi tanto più infondate e contrastanti alle esigenze del criticismo, quanto più pretendono darci un sistema chiuso, immobile, definitivo. Se Tidea del diritto è un'idea storica e progressiva, se rappre- senta un fatto in movimento e una integrazione graduale, segue inevitabilmente che la scienza relativa ed anche la sua filosofia abbiano a svolgersi parallelamente a quel moto, rispecchiarlo, e via via pur esse progressivamente integrarsi. Una filosofia del diritto, che s intenda fatta una volta per sempre, non è né scienza, ne filosofia^ è domma. Tutto ciò costituisce, come si vede, una teoria critica della scienza giuridica. Né fa bisogno, poiché s intende facìU mente da sé, fermarsi a rilevare quanta luce e che indispen- sabile sussidio ne debbano trarre le singole discipline. Del pari sarebbe superfluo stabilire la posizione della filosofia del diritto di fronte ad esse, non potendosi fare altro che ripetere quanto si è detto della funzione centrale, sistematrice, direttrice e coor- dinatrice a proposito della filosofia in' genere e delle filosofie particolari. Aggiungo solo che, non potendo spettare alle sìn- gole discipline giuridiche né quella funzione né T indagine cri- tica, rimane dimostrata sotto un primo aspetto la legittimità e ad un tempo V indeclinabile necessità della filosofia del di- ritto. Senonchè, oppongono alcuni, a compiere l'ufficio che si attribuisce alla ricerca filosofica bastano le scienze stesse prese nel loro congiungimento naturale. Non esiste, dice il Dilthey cri ti cista eminente, una speciale disciplina filosofica del diritto; quello che v*era di legittimo nel problema, che essa si pro- poneva, rientra e può essere chiarito nella connessione (Zu- sammenhang) delle scienze pesitive dello spirito, fondata su basi filosofiche e sulla teorica della conoscenza OS). Ma la connes- sione non si effettua in modo naturale e spontaneo ; an^l» quanto maggiore è il progresso scientifico^ quanto più speda* lizzato è il sapere, tanto più vengono perduti di mira i rap- porti. La connessione non può essere che lopera di una ricerca superiore, distinta dalle ricerche particolari, quindi rispetto a queste filosofica. XI. Con questo però è tutt' altro che esaurito il compito della scienza nostra. Al pari della filosofia generale e delle altre filosofie particolari, deve pur darci una spiegazione sintetica, unificando in un primo principio le idee madri e fondamentali di tutte le scienze giuridiche speciali e storiche e sistematiche. Oltreché una crìtica, essa è dunque una scienza dei primi principi del diritto* Ma dobbiamo rammentarci che il suo og- getto, mentre appartiene alla realtà fenomenica, costituisce an- che una norma dell* agire umano coordinata ad un sistema di scopi, e come tale ha bisogno di essere non più soltanto spie- gato, ma altresì giustificato (39), E sappiamo pure che le due ricerche hanno da procedere così armòniche da convergere in un sol punto, e quivi unificarsi, entrambe poi debbono con- cordare coi dati della filosofia generale. In quanto la filosofia del diritto prende a considerare il fenomeno, è ad una teoria evolutiva che essa deve riuscire, perchè trattasi di una formazione naturale, parte integrante di un processo più vasto e regolata dalle medesime leggi. Sotto questo aspetto non sì può non aderire alla nuova dottrina, di cui sopra ho discorso. E dì vero, il diritto è un fatto storico- sociale^ ma decomponendolo e rintracciandone la fonte prima i donde scaturisce, si risale all' attività fisio-psichica della quale i fenomeni tutti della vita comune non sono che un prodotto. L* attività fisio-psichica alla sua volta, per la legge della tra- sformazione ed equivalenza delle forze, dipende ed è determi- nata dagli altri fatri antecedenti della serie cosmica; quindi il diritto per il tramite di quella pur esso vi si ricongiunge^ ri- vela la sua naturalità, si afferma come una delle ultime e più alte manifestazioni di quelFunica forza, che, affaticando di moto in moto r universo, arriva per un processo di differenziazioni e integrazioni progressive fino ai prodotti ideali della cultura umana. Così il concetto del diritto è in armonia col concetto del mondo, la sua spiegazione è quella stessa di tutte le cose \ concetto unitario, spiegazione dinamica* Ma non è soltanto la verificazione induttiva delle leggi generali dell' evoluziojie che spetta, come si disse, alla filosofia di una scienza- è il carattere, il significato, il valore partico- lare che quelle leggi assumono, qualificandosi in un dato or- dine dì fenomeni, che fa d* uopo porre principalmente in ri- lievo f^o). Generalizzando il materiale empiricg fornito dalle scienze storiche^ la filosofia del diritto ha da essere una vera e propria filosofia della storia del diritto, e proporsi la ricerca delle leggi deirevoluzione giuridica colla loro impronta speci- fica. Non si può scindere la legge dai fatti ; essa rispecchia fedelmente le condizioni oggettive che li caratterizzano. Ora le note differenziali del fatto sociale umano si assommano nella evolubilità storica o storiciià, intesa in un senso largo e stret- tamente tecnico, vale a dire come continuità intellettuale che rannoda le une alle altre le generazioni^ ed assicura in modo la conservazione 'e la trasmissione dei prodotti materiaU e im- materiali accumulati, da rendere possibile che questi divengano alla loro volta impulso, causa, strumento dello sviluppo ulte- riore* f40 Partecipando naturalmente anghe il diritto di tale — SI — carattere, segue che le leggi della sua formaxione sono leggi storiche, storico il primo principio a cui esse ci conducono. Questo primo principio altro quindi non può essere se non queir elemento comune e costante, che pure si riesce a colpire nel flusso dell* evoluzione storica, astraendo dalle va- rietà particolari. Qualunque forma assuma il fatto giuridico, in qualunque tempo e luogo lo si osservi, lo si trova sempre con- sìstere in una norma obbligatoria della condotta, norma che è il prodotto di una elaborazione psichica collettiva, e^mira a ga- rantire le condizioni di esistenza, ad assicurare la conservazione e lo sviluppo dell'aggregato sociale e delle unità che lo com- pongono. Da ciò solo risulta che ne la coscienza collettiva nella formazione di quelle idealità che esprimono i suoi con- vincimenti intorno a ciò che è giusto, né T autorità^traducen- dole in legali prescrizioni, non hanno fatto e non fanno opera capricciosa, arbitraria, accidentale, cui si debba attribuire un valore puramente soggettivo. Sarebbe questo un assurdo psico- logico e storico ad un tempo, A base della formazione stanno invece le esperienze di utilità parte immediate^ proprie cìoè^i una generazione vivente in un dato momento, parte accumu- late nel tempo e apprese per tradizione. Alla loro volta poi le esperienze di utilità hanno un fatlore" oggettivo, riflettono un ordine reale di rapporti, vengono determinate appunto da quelle condizioni di esistenza, oke, generando per Y individuo e per la società un sistema di bisogni, di interessi, di scopi, reclamano anche la loro garentia, È dunque un' esigenza vi- tale dell'organismo sociale che ha prodotto questa funzione re- golatrice della condotta; è per rendere possibileil fatto stesso della cooperazione che la norma si è stabilita come legge di proporzione, di armonia, di equilibrio. Donde lalfo ufficio eser- citato dal diritto nel corso dellevoluzlone stoiica, e la ragione di annoverarlo tra i primi e più efficaci fattori delrincivilìmentpt - Questa stessa necessità intrinseca, che dà origine agli istituti giuridici, concorre a spiegarne la diversità delle forme ed i can- giamenti che ne costitubcono la storia. Dico concorre, perchè^ se da una parte bisogna tenere conto di tutte le circostanze e di tutti i fattori interni ed esterni, originari e derivati, na- turali e sociali che determinano in generale Tevoluzione storica, se quelle circostanze e quei fattori danno ragione del modo onde un popolo ha considerato la vita, le condizioni e gli scopi di questa, quindi anche della particolare impronta della sua coscienza etico -giuridica, conviene altresì non trascurare, come d'ordinario accade, un altro capitale elemento^ le condizioni di esistenza C4^\ Alcune di esse infatti hanno un carattere di uni- formità e costanza, rappresentano ciò che è più strettamente e generalmente necessario alla conservazione ed alla prospe- rità sì degli individui che dei gruppi -, e vi corrisponde appunto quella parte del diritto che meno è sottoposta a mutamenti e meno diversifica da popolo a popolo; una parte anzi che viene considerevolmente aumentando, e per più di una ragione, col progredire della civiltà. Per altre invece non può dirsi cosi\ Sebbene si conformino ad una legge imperante nell'ordine so- ciologico come in quello biologico, in virtù della quale gli ele- menti più essertziali Sond anche i più stabili e più lente le loro variazioni, certe condizioni di esistenza differiscono nello spazio e nel tempo ; e le loro differenze sono sempre correlative alla forma tipica dellorganizzazione sociale e al grado di sviluppo. Nello stesso modo e per le stesse ragioni hanno dovuto va- riare e variano e varieranno ancora le norme dirette a tute- larle. Un popolo giunto a ordinarsi a stato in confronto del^ Torda primitiva, un popolo stanziato sopra una terra che ha messo a cultura in confronto di quando errava nomade cac- ciatore, un popQlo pacificamente industre in confronto di un • altro bellicoso "e in continua lotta coi suoi vicini, rappresen- -ai- tano tipi sociali diversi, pei quali, come è diverso il grado di vita, così diverse sono le necessità che questa impone. Tutto- ciò dimostra all' evidenza qual bisogno vi sia, per intendere adeguatamente il signify^ato^ la natura e Tuffi ciò degli istituti giuridici, di ricercarne T intima ragione nel multiforme e com- plesso intreccio di azioni e di reazioni onde risulta lo stato generale di una società, e, per assorgere alle leggi di loro va- riazione, di ricondurle alle leggi più vaste della dinamica so- ciale. E poiché né queste né quello possono abbracciarsi nella loro interezza se non dalla sociologia intesa nel senso legittitno, segue che già sotto questo aspetto la filosofia del diritto ha da trovare in essa ìl suo vero fondamento. Così, scrutata nei suoi elementi sostanziali e in quel fondo comune che presenta, Y evoluzione giuridica ci si rivela come una formazione storica determinata da esperienze di utilità e diretta a produrre un risultato utile, rendendo possibile me- diante la garentia Y adattamento degli individui e dei gruppi alle condizioni di loro esistenza. Considerata poi quell'evolu- zione nell'insieme del suo moto storico, troviamo che riproduce pienamente i caratteri generali che distìnguono lo sviluppo so- ciale j voglio dire la prevalenza progressiva dei fattori storici sui naturali, Y efficacia via via crescente delle energie ideali accumulate nel corso del tempo, la parte sempre più grande che vi prendono la riflessione e la volontà. Quindi a mano a mano che si eleva il grado deirintelligenza e della cultura, la coscienza collettiva elaboratrice del diritto viene acquistando un'idea sempre più chiara, più ampia e soprattutto più riflessa delle condizioni di esistenza, e degli scopi da queste determi- nati. Tale processo graduale della coscienza giuridica esclude già per sé stesso che nel valutarne i prodotti sì possano ap- plicare criteri, che costituirebbero una specie di ottimismo storico^ e si voglia far credere essere stata sempre quella coscienza interpetre fedele delle esigenze della vita in comuae, e infallibile produttrice di utilità. Errori, pregiudizi, interessi di ogni specie possono averla offuscata e deviata ; potrà anche dimostrarsi che in certi casi la norma ^giuridica non fu o non è adatta a** raggiungere lo scopo, che sia perfino riuscita ad ostacolare, in luogo di favorire, la conservazione e lo sviluppo individuale e sociale- Né può nemmeno disconoscersi la parte che nella formazione del diritto hanno avuto gli interessi par- ticolari delle classi sociali dominanti, circostanza questa che per divèrse vie e in -forma diversa 4o Stein eJo Jhering hanno sollevato fino a principio generale, ed il Gumplowicz esagerato per farne puntello al suo sistematico pessimismo sociologico f43i. Ma che monta tuttociòP In primo luogo, per quanto T impulso muova da false o interessate vedute, non per questo si crede meno di assicurare o promuovere colla norma- il benessere della convivenza. Si mira all' urilità sociale tanto vietando la stipu- lazione dell'interesse nel prestito della Ihoneta pel motivo della naturale sterilità dì questa, quanto proclamandone la libertà per il riconoscimento della sua vera funzione economica, D' altra parte quando negli ordinamenti giuridici si voglia sempre ve- dere un mero strumento di dominio, e da tale generalizzazione molto discutibile si tragga motivo per negare che essi abbiano giovato a tutta la comunanza, non solo si arrida ad una illa- zione che oltrepassa la premessa, perchè T effetto potrebbe benìssimo essersi prodotto anche indipendentemente dall* inten- zione degli autori di quegli ordinamenti, ma si cade nel fa- cile errore di fermarsi alla superficie dei grandi processi della storia. Considerando invece questi in ciò che nascondono di più profondo e nei loro ultimi risulta ti ^ non è raro il caso di constatare che istituzioni, nelle quali a prima giunta apparisce solo r interesse della classe prevalente, per lo stato della so- detà in quel dato momento, corrispondono altresì air interesse - 55 - comune, o finiscono a lungo andare col favorirlo* Ad ogni modo poi gli errori, i pregiudizi, gli interessi di classe ed altre cose simili non solo non escludono, ma confermano la legge generale, ne forniscono anzi una prova ulteriore. La corrispon- denza della norma giuridica alle* condizioni di esistenza si viene appunto stabilendo a poco a poco mediante un processo inte- grativo, lento e graduale. Se non fosse così, in che mai con- sisterebbero r evoluzione e il progresso ? Una ' corrispondenza pienamente e razionalmente effettuata non può essere un fatto compiuto, mentre dipende da uno sviluppo che si fa; non può essere un risultato acquisito, mentre designa una meta altis- sima ma lontana da raggiungere. Tale e non altra e sempre la stessa la storia e la legge della specie umana; e ne ve- dremo a momenti le conseguenze. Intanto se la fenomenologia giuridica, colpita in quello che ha di più generale, rivela un rapporto indissolubile fra essa e il processo adattativo degli individui e delle società; se il di- ritto in tutta la sua storia esercita un alto ufficio di tutela, mediante il quale si preservano, si accrescono^ si perfezionano le attività della vita; se per il concorso indispensabile di una forza organatrice e regolatrice, quale è la forza del diritto, la vita vissuta in comune si solleva dalle forme più basse fino agli stadi più elevati deirincivilimento \ tuttociò vuol dire che r evoluzione giuridica, anche considerata nel suo aspetto spe- cifico, ha sempre un significato ed un valore cosmico, fa parte integrante dell'evoluzione universale arrivata alla forma cosciente di sé. Ed ecco novamente ricongiunta la sintesi della filosofia del diritto colla dottrina generale del mondo. - s*- xn. Non resta che T ultima parte del problema, ma già seno poste le basi per la sua soluzione; la ricerca filosofico -storica prepararla via a quella filosofico-pratica, e designa il punto centrale della loro convergenza e del loro intimo accordo* L'in* duzione storica ci ha mostrato anteriori alla norma giuridica le idealità sociali, che, se non sono^ come vuole TArdigò, di per se stesse il diritto» tuttavia costituiscono una esigenza etica del diritto medesimo sorta nella coscienza collettiva, ad ogni modo poi Io preparano e lo determinano, Donde il fatto fi-e- quentissimo di una sproporzione e di contrasti fi"a il diritto vigente e le idealità sociali giunte ad un più alto grado di intuizione etica, e reclamanti la riforma di quello. Però — ed anche qui sì chiarisce incompleta la dottrina del filosofo italiano, che ripone la giustificazione e l'autorevolezza intrinseca della legge nella semplice corrispondenza colle idealità sociali — r induzione storica ci mostra pure che queste non sono un fatto d' opinione o di convenzione arbitraria, ma riflettono reali esigenze e condizioni, quale che sia stata l'attitudine a interpretarle, Così l'analisi stessa della formazione del fatto giuridico, smentendo 1 vecchi ora rinnovati sofismi, vale già a spiegare e a soddisfare la coscienza etico-giuridica, la quale come dissi, in un certo stadio della cultura sociale, e con forza proporzionata al grado di questa, sente che l'autorità del diritto dipende da ragioni superiori all' autorità del potere poibblico, e afferma e protesta che il diritto non lo crea il potere . ma trae da ben altra sorgente origine, fondamento e motivo I risultati di queir analisi ci conducono anche più là; ci rivelano Telemento di vero che pur giace in fondo alle teorie della vecchia filosofia del diritto. Movendo in sostanza dallo stesso concetto a cui s'ispira la coscienza sociale progredita, essa si era posta alla ricerca di principi di diritto che aves- sero un valore intrinseco ; credè averiì trovati mediante la ra* gione nella natura dell' udmo^ e li contrappose come diritto superiore e tipicamente ideale al diritto vigente. Tale in mezzo alla varietà dei sistemi la sua tendenza costante. L'antitesi tra la <pi&atg ed^il vófiog, tra ciò che è giusto od ingiusto per natura e ciò che lo è per legge positiva, pel costume, per la tradizione, per V ethos sociale, si afferma spiccatissima fino dagli albori del pensiero greco, ispira la speculazione e dà motivi air arte, genera una controversia, colla quale ha vera- mente principio la filosofia del diritto. Al grido tragico dell’Antigone sofoclea che oppone fieramente gli àyQajtta tfew vó- fu^a al tiranno divieto di seppellire Y ucciso fi-atello^ fa eco la dottrina di Ippia di Elide, detto a ragione il Grozio del- Tantichità, che formula nettamente V idea di una legge di natura, opera divina C46). Da allora in poi quella intuizione pri- mitiva ha costituito sempre gran parte del pensiero filosofico, fino a rivivere, pur tanto trasformata, anche nella teoria eti- co-giuridica dello stesso maestro della filosofia evoluzionista, con molta meraviglia degli avversari e con grave scandalo dei seguaci. Ora, per quanto erroneo il concetto di un diritto tra- scendente la realtà storica, non è meno assurdo il disprezzo con cui da qualcuno se ne parla; non è meno antiscientifico ignorare o trascurare queir anima dì verità, che può trovarsi anche nelle dottrine più false, D* altra parte poi sarebbe uno strano modo di interpetrare 1 fatti psicologici e sociali, se si facesse risolvere in mera illusione un sentimento, come quello dei diritti personali, a poco a p6co cresciuto fino a formare — sé - parte della nostra costituzione mentale ^ a commuovere poten- temente l'animo degli individui e di popoli interi, a determìnare grandi avvenimenti storici; se non si riconoscesse valore di sorta ad una opinione cosi profondamente radicata nella coscienza del mondo civile, maturata anzi dall' incivilimento come uno dei suoi prodotti più alti^ divenuta sistema nel pen- siero dei più forti intelletti. Ma non manca, io dissi, un elemento di vero ; ed è quello stesso sostrato oggettivo che si trova in fondo all'evoluzione giuridica ; è la tendenza costante, e nella sua totalità progres- siva, del diritto, a produrre un effetto utile ; l'effetto cioè che deve derivare dalla tutela accordata alla realizzazione degli scopi della vita, da cui dipende Y adattamento alle condizioni di questa, L' induzione storica ricavata dal passato la filosofia del diritto deve sollevarla a primo principio direttivo del pre- sente e delFavvenire, determinando la ragione per cui gli scopi sono non solo desiderabili, ma anche necessari, necessairia quindi la norma di loro garentia. Essa è chiamata così a sta- bilire, ma per una via-scientifica e positiva, non più metafisica ed astratta, quel fondamento intrinseco ed oggettivo del di- ritto cui ha sempre mirato. E tale fondamento risiede nelle leggi della vita individuale e della vita sociale, trovate dalle scienze respettive mediante losservazione dei fatti, vale a dire dalle scienze antropologiche, intese nel senso più largo, e dalle scienze sociali. Ha qui piena applicazione ciò che dissi intorno alla filosofia pratica e all'etica in generale. Date cioè quelle leggi, data una certa costituzione delle cose, per un rapporto di causalità naturale dalle azioni umane derivano inevitabil- mente certi effetti. Data resistenza, sono poste anche le sue condizioni ; perchè essa possa conservarsi ed evolversi, le con- dizioni hanno da essere rispettate, air attività diretta a rag- giungere gli scopi da quelle- dipendenti non debbono opporsi Ostacoli, il rapporto naturale fra Tazione e i suoi effetti esìge la più rigorosa osservanza, iData la vita in comune .e le re- lazioni, che ne derivano, una limitazione reciproca nelle sfere di attività diventa inevitabile, e la giustizia non è soltanto, come rha definita TArdigò, la forza specifica dell' organismo sociale nel senso che ne coatituìsce la formazione caratteristica rrià è anche la condizione specifica a cui è legato Tessere suo. Se la società è un aggregato, al pari di tutti gli aggregati deve avere la sua statica; e questa implica che i rapporti fra i membri della comunanza, cofhe pure fra le parti e il tutto, sieno di tal natura da ottenersi l'equilibrio indispen- sabile per una armonica cooperazioné (48)^ Ed allora una legge di proporzione e di garentia che renda obbligatoria V osser- vanza dì certe forme della condotta, relative alle condizioni . più strettamente necessarie della vita in comune, è da queste che ripete la sua intrinseca giustificazione. Chi^ credendo svi- luppare le conseguenze pratiche del naturalismo^ ha detto che nella costituzione personale dell'uomo non e* è nulla che possa fondare il diritto di vivere ^^^\ ha dimenticato una cosa sola : la vita. Cosi lo stesso pensiero che, partendo da esperienze ac- cumulate di utilità, è* venuto poi assumendo storicamente una forma sempre più definita, chiara e riflessa nella coscienza giuridica e nella legislazione^ si compone a sistema scientifico e filosofico. È il sistema dell' utilitarismo* razionale. Questo tra- sportando nell'ordine pratico V idea della costante relazione tra i fenomeni, su cui riposa ogni altra verità scientifica, fa sca- turire dalla natura delle cose la necessità dei risultati \ sottrae così alFempirismo le norme dell'operare, non facer^dole più di- pendere da calcoli di utilità incerti, variabili, soggettivi \ addita r utilità non più come un fine prossimo e immediato, ma me- diato e remoto che si raggiunge solo ottemperando alle leggi della vita; pone la stessa causazione naturale a fondamento e giustificazione razionale di ogni comando e divieto legislativo; ricongiunge in un comune principio^ pure distinguendoli, il di- ritto e la morale; mette in piena luce il contenuto essenzial- mente etico del diritto medesimo. La considerazione degli ef- fetti intrinseci ; questa ha da afifiwmarsi come criterio supremo, criterio che^ mentre è disconosciuto o non compreso adegua- tamente nei diversi sistemi etico-giuridici, costituisce il pregio maggiore, per quanto il meno avvertito, e la parte non ca- duca di quello di ^^erbert Spencer. A luL si accosta sotto questo riguardo e Io precorre Romagnosi nostro, con quella sua veramente geniale dottrina del diritto fondata sulla connes- sione delle cause e degli effetti, sui rapporti reali e necessari della natura, ai quali fa d'uopo conformarsi per ottenere il meglio ed evitare il peggio Cs^X Senonchè lo Spencer dalla tesi individualista, clie tanto Io preoccupa, è condotto ad erronee deduzioni ; egli ritorna^ con insistente compiacenza al vieto con- cetto di un diritto, che ci viene da natura ed esiste pel solo fatto che le cose sono costituite in un certo modo, il grande filosofo non vede che, se la natura dà le condizioni di esi- stenza, i finì, quindi anche la necessità del diritto, non può mai dare il diritto, al quale perchè abbia realtà, oggetto di esperienza, è indispensabile il fatto storico e sociale. Ad esclu- dere quella possibilità 'bastava la logica di tutto il suo sistema filosofico. Ma non e bastata ad impedire nemmeno un* altra incoerenza. Nel tempo stesso che egli fonda una filosofia, la cfti idea madre è il cangiamento di tutte le cose ; mentre pone così luminosamente in rilievo l'elemento relativo del T etica e ne addita I^ ragioni perentorie, attribuisce poi alle condizioni di esistenza un carattere cosi deciso di uniformità e costanza, da risultarne una legge invariabile, assoluta, universale, e da dovere necessariamente designare questa solo come legge d; I \ - ^I ^ una», società ideale e dell' uomo arrivato al più alto grado di adattamento. Apparisce qui evidente un ultimo inconscio re* siduo di quelV Idea Divina, nella cui realizzazione aveva 'già riposto il primo principio della morale e del diritto ^5'), E un residuo però inconciliabile colle dottrine della filosofia scienti- fica. Sta bene che si risalga alla costituzione delle cose, al fondamento che natura pone; ma quella non è già Tessenza quie- scente, la specie stabile supposta dalla metafisica, sibbene la natura quale si rivela e sì attua nel mt)to e neir evoluzione. Le condizioni di esistenza non concernono esistenze astratte ed isolate dal mezzo in cui vivono, ma esseri reali, concreti, determinati da molteplici circostanze di tempo e di luogo. E allora non è possibile considerare Tuomo al di fuori della vita in comune, che fa di lui un ente storico ; non è legittimo par- lare di condizioni e di leggi, che non seguano le vicende di una formazione storica, quale è la formazione sociale. Spencer ha sempre di mira Tuomo quale è dato dalla biologia ; non esiste per lui Tuomo della storia, vale a dire il vero uomo» Certo necessario ed assoluto è il principio della cau- salità naturale; ma esso implica appunto che a cause diverse rispondano effetti diversi. Nonostante la costanza di alcune, variano, come già dimostrai, le condizioni dì esistenza ; quindi è razionale che muti anche la norma giuridica, dovendo ad esse conformarsi. Di immutabile e di assoluto non c'è che lesjgenza di questa conformazione. Per stabilire come tale esi- genza nei casi particolari abbia ad essere soddisfatta, subentra il criterio della relatività storica, desunto cioè dall'esame og- gettivo di tutte le contingenze di fatto. Siccome però la filo- sofia del diritto non può accingersi a farlo da sé, cosi le è d' uopo novamente ricorrere a quelle scienze, che le forni- scono i dati per le sue deduzioni, e Soprattutto alla sociologia. Dissi Soprattutto la sociologia, perchè soltantcf dallo studio complessivo deir organizzazione sociale si apprende quali sì©«o i caratteri, e quindi anche le necessità specificamente proprie delle singole sue forme e dei singoli gradi del suo sviluppo ; solo le leggi generali dell' evoluzione storica possono fornirci almeno gli indizi dei cangiamenti ulteriori che sì preparano, e degli stadi più alti ai quali essa tende \ solo la conoscenza piena, profonda, sicura della società considerata in tutti i suoi aspetti, in tutte le sue forze, in tutti i suoi prodotti, designa chiaramente gli scopi* sui quali deve spiegarsi la funzione giu- ridica tutelatrice. Mentre si nega che la sociologia abbia a sostituire la filosofia del diritto, si riesce però per una duplice via e per un duplice intenta a riconoscere che questa non avrebbe valore scientifico alcuno» se non fosse basata su quella, Rimane cosi dimostrata la legittimità della filosofia del diritto anche come filosofia pratica, dimostrata pure la con- cordanza del suo principio fondamentale colle induzioni della ricerca filosofico-storica* Da una parte un processo graduale, per cui nelle idee sociali intorno alla giustizia e negli istituti giuridici si attua sempre rìù adeguatamente, e in modo sempre più consapevole e riflesso, la loro corrispondenza con ciò che impongono la natura delle cose, le leggi della vita e dello sviluppo. Dall'altra una dimostrazione scientifica della necessità razionale che questa corrispondenza non solo continui, ma si faccia via via maggiore e si .compia. L’accordo non potrebbe essere 'più completo. Né minore è l'accordo colla teoria filo- sofico-critica del diritto e colle dottrine della "filosofia generale. E di vero il fondamento assegnato al diritto resta nei limiti dell'esperienza e della più rigorosa positività, procedendosi per via di deduzione da leggi scientificamente accertate. La filo- sofia del diritto cosi intesa, lungi dall' essere qualche cosa di immobile e chiuso, si aff<?rma eminentemente progressiva, in quanto riflette la' realtà della^ vita sociale nel suo storico divanire. In fine il supremo principio da essa formulato è lo stesso principio di evoluzione; la razionalità che si esige nel ^diritto non è altro che T applicazione delle leggi dell'ordine universale* S' era creduto e s* era detto che la filosofia del di- ritto sarebbe rimasta per sempre sepolta sotto le rovine della metafisica abbattuta dalla filosofia positiva trionfante ; ed ecco invece che questa, rigenerandola nello stesso suo seno, la fa risorgere a vita novella, e la designa come il suo necessario compimento. Ma, intesa nel modo che si è detto, qual valore potrà avere la filosofia del diritto per la vita, quale funzione sociale gqtrà esercitare ? Giova ripeterlo : essa non si propone più né di trovare, né di foggiare un diritto diverso da quello vigente : sa ed afferma anzi che il diritto non può essere il prodotto del puro pensiero. Il compito suo, come di tutte le scienze pratiche, è quello di una mentalità che illumina, promuove, dirige. Ed anzitutto essa è in grado di cooperare con gran- dissima efficacia affinchè prosegua e si compia il processo sto- rico già spontaneamente e da tempo iniziatosi, vale a dire affinchè nella coscienza sociale si formi la chiara e piena per- suasione della ragione oggettiva della norma giuridica, e il sentimento di ciò che è giusto od ingiusto si leghi definitiva- mente alla considerazione degli- effetti intrinseci delle azioni, alla esigenza etica di uniformarsi alle leggi della vita, e di osservare le condizioni di una armonica cooperazione. Che se, - 64 — come prevede lo Spencei^, quella persuasione e questa senti- mento costituiranno un tratto caratteristico del tipo sociale più avanzato, verso cui siamo diretti, possiamo consolarci del poco.- credito in cui al presente da molti è tenuta la filosofia del diritto, pensando che è destinata a trionfare nel futuro come una teoria dominante della pubblica opinione C5^>., Ma non basta. Dal momento che, come abbiamo visto, il moto progressivo del diritto consiste nell' assumere questo forme effettivamente corrispondenti alle condizioni deiresistenza umana; dal momento che nel corso dell'evoluzione sociale tali condizioni si modificano, sì rinnovano, si fanno più complesse e più alte ; segue che la filosofia del diritto, spingendo lon- tano lo sguardo, è chiamata a designare V ideale di una ulte- riore e più perfetta corrispondenza, e a dirìgere verso questa meta Y evoluzione giuridica. Con ciò essa rivela il suo carat- tere eminentemente etico, compie la funzione di vera scienza etica^ che non può consistere solo nello scoprire le leggi se- condo le quali si producono i fatti, ma, trattandosi di fatti umani e sociali, deve prefiggersi di cooperare alla loro trasfor; mazìone e al loro progresso. Ed anche qui si resta nei limiti dell* esperienza e della ricerca positiva. L'ideale vagheggiato dalla filosofia del diritto non è un ideale astratto, che la mente ricavi da sé stessa e voglia imporre alla vita, quindi arbitrario e senza valore oggettivo ; ma un ideale che erompe dalle vi- scere stesse del reale, dalF esperienza del passato, da tutto il moto della storia; un ideale progressivo quanto lo è lo svi- luppo sociale in cui deve attuarsi ; un ideale necessario, per- chè rappresenta ciò che avverrà e simboleggia cosi la più alta realtà dell* evoluzione. Non tragga dunque in inganno la somi- glianza delle parole, mentre tanto diverso ne è il significato* La metafisica abituata a trasformare il soggettivo in oggettivo poteva bene dare valore dì diritto ^Ue sue concezioni^ e par I ~ 65 - lare di un diritto ideale;, ma la filosofia positiva non vede dinanzi a sé altro che una formazione storica, e addita F ideale soltanto come un grado più elevato di questa formazione. La metafisica proponeva ai legislatori un modello tipico di norme giuridiche, valevole per tutti e sempre \ la filosofia positiva non aspira che ad imprimere una direzione scientifica alla forma- zione delle idealità sociali, dalle quali dovrà erompere il di- ritto dell'avvenire, , Come poi sia possibile attribuire tale funzione alla scienza nostra di fronte al moto dell' evoluzione sociale, che pure si compie necessariamente^ spinto da una forza intrinseca e se- guendo sua legge ^ si spiega benissimo richiamando quello che dissi costituire il carattere differenziale ài. detta evoluzione, la storicità. Sappiamo infatti che in conseguenza di questa sulla nativa ed inconscia spontaneità prende a poco a poco il so- pravvento la riflessione ; i cangiamenti sempre più si effettuano in vista di uno scopo coscientemente proposto e voluto, e spesso in seguito di grandi sforzi e di lotte lungamente com- battute ; si accresce T efficacia motrice e direttrice dei cosi detti fattori storici, quindi delle idee, della cultura, della scienza, deir azione dello stato. L'incivilimento, che per eccesso di rea- zione al razionalismo ricostruttore e riformatore della società si volle e si vuole far passare da alcune scuole positive come un processo fatale, non dissimile da quello della pianta che cresce per la sua forza vegetativa, considerato più attentamente e più serenamente alla stregua dei fatti, si rivela invece come un laborioso risultato di quelle energie intellettuali e morali, che viene via via accumulando^ tanto da essere autorizzati a sperare che esso finisca col divenire in tutto e per tutto lopera di un pensiero che attua sé stesso* Naturalmente ciò trova piena applicazione anche nel campo del diritto ; e allora si può dire a ragione che la sua filosofia rinunziando e per sempre 5 L air assurda pretesa di produrre il diritto, vuol essere solo uno dei principali fattori dell' evoluzione giuridica. Né sarà certo questo un fatto nuovo nella storia. Forse nessun' altra disciplina può vantare, come la filosofia del diritto e la filosofia polìtica, tanta influenza spiegata sugli spiriti e sugli avvenimenti. Qual rapporto vi sia fra le teorie astratte della scuola del diritto naturale e le applicazioni concrete del periodo rivoluzionario, è troppo^ noto, costituisce un esempio classico e tipico. In generale poi si osserva questo : nel mo- mento in cui si preparano grandi trasformazioni sociali, nei tempi procellosi e difficili dai quali escono nuovi periodi sto- rici, allorché s' incomincia a sentire V imperfezione degli ordi- namenti vìgenti, e n^iove idee di giustizia, per quanto ancora vaghe, germogliano negli animi, le dottrine filosofiche intorno al diritto e allo stato si fanno coscienza pubblica ^ e in qualche caso la speculazione solitaria esplode in moto collettivo. Se r efficacia, specie neir esempio ricordato, sia stata razionale e benefica, qui non occorre indagare; come non occorre sog- giungere che la filosofia del diritto invocata e augurata diret- trice del progresso giuridico, è una filosofia scientifica, una filosofia legata intimamente alla storia, quindi non ignara che le condizioni della relatività e l'ordine naturale di successione storica non sono state mai impunemente violate dagli uomini. Sotto questo riguardo il principio stesso che costituisce Tes- J senza del positivismo, è già per sé solo una garanzia \ si deve al positivismo la dimostrazione delle fatali conseguenze, alle quali inevitabilmente conducono gli errori di metodo della teoria applicati al governo della società umana. Ciò dimostra che alla funzione pratica della scienza nostra è associata una grande responsabilità. E adesso forse più che mai* Noi ci tro- viamo appunto in uno di quei momenti difficili che accennava testé* Problemi nuovi» gravi, paurosi agitano la società con- mmm - 67 - temporanea^ e chiedono anche al diritto la loro soluzione. E tutto V odierno organamento sociale che è posto in discussione ; non v' ha istituto contro il quale non diriga gli attacchi la critica demolitrice. La filosofia del diritto non può certo rima- nere indifferente ; quei problemi essa deve affrontarli senza esitanza e senza preconcetti, serenamente, con piena coscienza della responsabilità che le spetta. Così il problema, che io mi era proposto, è stato preso in esame sotto tutti gli aspetti; descritto lo stato presente della filosofia del diritto, dimostratane la legittimità, ricercato quale abbia ad esseme il contenuto, lo scopo, la funzione so- ciale. E dopo ciò io confido avervi persuaso, o Signori, che, se sul principio io dichiarava formidabile il compito di chi la coltiva e la insegna, esprimeva un profondo convincimento. Come vedete, quella dichiarazione sintetizza tutto quello che io penso di essa, contiene una professione di fede filosofica, un sistema scientifico, un programma didattico. Ma insieme alle difficoltà intrinseche, desunte dall'indole propria e dallo stato presente della scienza, io non mi nascondo quelle che dipendono da cause estrinseche, e soprattutto dall' essere 10 chiamato a professarla qui^ in questa Università, dove la filo* sofia del diritto ha tradizioni gloriose, dove chiunque salga questa cattedra deve sentirsi T animo commosso e trepidante pel ricordo di un nome immortale. Ma non è soltanto a fine di mostrarvi ciò che io provi in questo momento, che evoco il nome dì Romagnosi. Chi parla dalla cattedra sua meno d\ .1 —Ogni altro può dimenticare che molte dottrine di quel sovran o \ intelletto, lungi dall'essere invecchiate e dall' appartenere solo alla storia, spirano ancora una freschezza tutta . moderna, e contengono germi preziosi da svolgere e fecondare. E voi lo sapete, voi che ne udiste pochi anni or sono una magistrale dimostrazione dal forte pensatore, cui sono fiero di succedere, e alla cui memoria mando un riverente saluto, a nome mio e vostro, a nome di quanti in Italia e fuori rimpiangono an- cora la sua fine immatura. Da queste memorie io traggo gli auspici, per quanto esse rendano anche più grave l'impresa, cui non mi sono accinto se non dopo lunga esitanza. E a vincerla mi ha confortato solo il pensiero che la filosofia sociale attraversa tale momento, da imporre gravi doveri anche a me, l'ultimo dei suoi cultori. Bt g^i » J » W i » 5g^fe*yyìfaigga^HBÉ ■*•■ •^La crisi della filosofìa del diritto è stata avvertita da parecchi scrittori. Ricordo fra gli altri : G. Carle, La vita dal diritto nei suoi rap- Jfarti coila vita sociale^ Torino, — A* Prins, La Philo- sùphie du droit tt técaie historiquE^ Bruxelles, Pachmann, Ubir die gegenwàriige Bewegung in dtr Rechiswissemchaft^ BerliDj i88z § I- — F. Dahn, Rechtsphilosophi$che Studien {Bamttine^ Band IV, Berlin), — C. Nani, Vecchi e nuovi prùhhmi del diritto, Torino, 18S6, — É. Beaussire, Les principes du droit, Paris, 1888, Préface, — R. Wallaschek, Studien zur Rechtsphilosopkie, Leipzig, 1889, dal quale si pilo apprendere corae uno dei più espliciti e risoluti a contestare la legittimità della filosofia del diritto sia lo Steudel {Zum Pro- blem einer MecHtsphiios&phie) affermante senz'altro che « die Aufstellung einer Kechts philo Sophie ein purer Schwindel sei 1 e che « von einer philo- sophischen Rechtslehre oder einer Rechtsphilosophie ferner nicht mthr die Ride sein solite ^, In uno scritto, che nel titolo prometteva un'ampia discus- sione dell'argomento, J. Bahnsen {Ist eim Réchtspkilosophìe ilherhaupt m'oglick und unter welchen Btdingungen^ resp. Einschrànkungen^ nella Ziitschrift fur verghickende Rechfswissenschafi^ Dritter Band, p, 219-231) né ha visto il problema in tutta la sua complessità, né è ritiscito per alcun verso a chia- rirìo. Seguace delle idee dello Schopenhauer egli crede salvare la filosofia del diritto col ricondurre il diritto alla metafisica della volontà che lo ge- nera e, nella sua dialettica reale comprendendo in sé le forme storiche più varie ed opposte^ ne spiega tutte le contradizioni, "Ma se non le restasse altra base che questa, bisognerebbe affatto disperare dell'avvenire della filosofia del diritto. Per quanto concerne la posizione della nostra disciplina neir insegna- mento, non si può disconoscere che esiste già e tende sempre più ad in- — to — grossare una corrente ad essa sfavorevole ; tutti poi ricordano che cosa st tentasse farne in Italia coi Regolamenti del 1875, Recentemente anche la, vecchia cattedra di diritto naturale al Collegio di Francia fu trasformata in quella di psicologia sperimentale e comparata. Benanche un critico noxa. sospetto, P. Janet {Une chaire de psychologie expérimentale et comparée c^s^ ColUge de France nella Revue des Deux Mondes, i*"^ Avril 1888) ne a-v- verte che s*interpetrerebbe falsamente il fatto se gli si desse il significato di una proscrizione. La vorrebbe invece sostituita coli' insegnamento delLa sociologia H. Saint-Marc {Droit et Sociologie nella Revue Critique de Le- gislation et de Jurisprudence, Janvier 1888), dicendo che è questa la vera, filosofia del diritto e costituirebbe il miglior corso di diritto naturale. Ad evitare qualunque malinteso intomo all'apprezzamento della scuola storica, richiamo ciò che altrove cercai dimostrare rettificando e com- pletando le conclusioni del Bruci (7 Romanisti della scuola storica e la sociologia contemporanea, Palermo Non si può certo dire che essa abbia precorso la filosofia positiva e nemmeno che abbia applicato al diritto r idea di evoluzione quale s' intende oggi ; ma eminentemente positivo fa lo spirito che l'animava, e per essere informate ad un concetto dinamico del diritto e della società le sue dottrine, come pure quelle della stessa scuola in altri campi di ricerche (economia, lingua, miti, religioni etc), ebbero un significato filosofico, e concorsero anphe esse a preparare il terreno alla teoria dell'evoluzione. Cfr. I. Vanni, I Giuristi della scuola storica di Ger- mania nella storia della sociologia e della filosofia positiva, Milano-Torino. Le idee da me sostenute ebbero poi un'autorevole conferma nello scritto di G. Barzellotti {Il concetto delle scienze storiche e la filosofia moderna nella Rivista di Filosofia Scientifica), il quale anzi si spinge secondo me troppo oltre nel rilevare il contributo delle scienze storiche e sociali di fronte a quello delle scienze naturali. La giustificazione. di quello che dico qui della sociologia trovasi nel mio libro, Prime linee di un programma critico di sociologia, Perugia. Vi si parla anche (Gap. Vili) della trasformazione che in nome della nuova scienza si vorrebbe fare della filosofia del diritto, rilevando che perfino scrittori, i quali pur non aderiscono al così detto indirizzo sociologico ed alle idee filosofiche da esso presupposte, riconoscono e ammettono in so- stanza quella trasformazione. ' H Filomusi Guelfi ad esempio {La codifica- zione civile e le idee moderne che ad essa si riferiscono, Roma considera la sociologia come un nome nuovo dato alla filosofia del diritto. Oltre gli scritti sopra ricordati del Pachmann, del Nani e del Beaussire veggansi: O. Gierke, Naturrecht und, deutsches Recht, Frank- furt,  FouiLLÉE, r idée moderne du droit, Paris. Della — yt ^ Crisi della morde parla quest'ultimo Bell'altra opera, CrìHqm da syttìfàsi é^e morale cùnfemparains^ Paris, 1883, Préface; e più largamente il Beaus- SIRE nei Principe s de la morale Paris, , In trod action, Four les naturalistes, le droit est consécutif à T action sociale, il est unfait d^ opinion. 11 n'y a dans la constìtiition perso nelle de Thomme rien qui puisse l'ondar le dioit de vivre^ de se notirrir, de posseder etc. La socìété De se borne pas à definir et à sauvégarder le droit; elle le canstitue^ puisque le droit n'est pas autre cìwse que la valeur aitrihuée à la personne bumaine dans un pays donne ^, Così A, Espinas, Études socio- i^giques en Francc nelle Revue PhihsQphique, ; e si potreb- "bero moltiplicare le citazioni. Come sarà detto più ipnanii, questa dottrina contiene un elemento incontestabile di veritài che cioè il diritto sia un fatto sociale e non possa concepirsi al di fuori e senza di esso ; ma trascura del tutto l'elemento oggettivo che nella formazione delle idealità sociali deter- mina il convincimento di una intrinseca necessi^ della norma giuridica. Insiste ripetutamente su questa idea P, Cogltolo, Saggi sopra r evoluzione del diritto privato^ Torino, 1885, Cap* IV; Filosofia del diritto privato, Firenze^ 1S8S, passim. Eppure egli aggiunge che certe norme non possono divenire oggetto del diritto, sebbene talvolta per ignoranza o per nequizia si sia rivestita questa parte incoercibile di veste giuridica. Ma per quale ragione la si dice incoercibile, una volta che il contenuto è indifferente?^ Cfn A. FouiLLÉE, L^idée moderne du droit^ Liv. IV. ^ (8) Sarebbe impossibile chiarire punto per punto la dottrina filosofica qui fugacemente delineata. Il lettore versato in questi studi comprenderà subito quale sia il modo di vedere dell'autore nelle questioni fondamentali che dividono gli stessi seguaci della filosofia scientìfica. A scanso di facili equivoci aggiungo solo che la distinzione tra fenomeno e cosa in sé, da molti di loro, specialmente in Italia, respinta come teoria dualistica, è da me mantenuta in un senso strettamente ed esclusivamente gnoseologico. Se non la si ammette, tutto Tedificio di quella filosofia crolla, perchè la cono- scenza non sarebbe più relativa. Ma appunto perciò la distinzione ha un valore incontestabile, nota giustamente il WuNnx {Ùher die Anfgahe dar Philosophie in der Gtgenwart, Leipzig, 1874, p* 11 e s.), finché si rimane sul terreno della teoria della conoscenza, fuori di questo, vale a dire se presa a fondamento della spiegazione del reale, nesyoo. Se, come fa lo Spencer, si trasformi la cosa i^ sé in un assoluto inconoscibile e la si rappresenti quale un potere che sì manifesta nei fenomeni, allora si sono' superati i limiti dell'esperienza, ed è giustificata Taccusa di dualismo. Del pari e per la medesima ragione T ipotesi monistica è legittima finché concerne e mira a ricondurre ad unità i fenomeni, le loro forze e leggi; ma, se è traspor- tata a significare V unità dell' esserej implica la possibilità di conoscere fl fondo delle cose e diviene subito un'ipotesi metempirica»  Sulla teoria veramente fondamentale del momento qualitativo nel- r evoluzione ho insistito a lungo nel Programma di Sociologia^ E v' insisteva contemporaneamente, approfondendola e chiarendola in t\itd i suoi aspetti, A, Angiulle nello stupendo libro La Jthsffia e la scuoia (Napoli), che è stato pur troppo il testamento scientifico di quel gagliardo intelletto. Veggansi anche le pro- fonde osservazioni del Lewes nei Frohkmcs of Life and Mind, 1, 96 e ss. (io) H. Spencer, First Prìncipies, §§ 37 e 38. Anche nel modo come questi le intende la ragione d'essere delle filosofie speciah è negata dal mo espositore G» Cesca, L'evoluzionismo di Erherto Spencer, Verona-Padova. La questfone è stata ora ravvivata, e a proposito della filosofia del diritto, da V. Wautrain Cavagnari, La filosofia dd diritto secando i^ scisma vwderna, Bologna i e z^ il quale la risolve conformemente alla dottrina spenceriana per dimostrare che quella disciplina non può con- sistere^ come vorrebbero alcuni, in una ricerca delle leggi deirevoluzione giuridica.  Fra i molti che accettano e giustificano, per quanto per ragioni diverse, la nozione delle filosofìe particolari ricordo: E, De Robert y. La Sùciologie; Essai de philùsophit socioiogique, Paris SCHIATTARELLA, / presupposti del diritto scientifico e questioni affini di filosofia contemporanea^ Palermo. Cogliolo, Filosofia dd diritto privato  Angiulli^ La filosofia e la scuola. Più specialmente la illustra H, Girard, La phiiosophie sdsn- tifique, Paris-Eruxelles, che dalla filosofia ultima o cen- trale distingue la filosofia di un gruppo di scienze e la filosofia di una scienza, assegnando come contenuto costante della ricerca filosofica da una parte la sintesi, dall'altra la determinazione del r entità scientifica od obbiet- tivo e del metodo. Ma meglio delle giustificazioni astratte giovano le appli- cazioni concrete, e di queste è ricchissima la letteratura scientifica contem- poranea. E che cosa è in fondo la grande opera dì A, Comtè, se non una coordinazione delle filosofie delle scienze fondamentali ? Né si creda che sieno i soli positivisti che le ammettono. Pochi ne hanno formulato così esplicitamente e cosi precisanaente la teoria come lo Schopenauer, « Hat jede Wissenschaftj egli scrive, noch ihre specielie Phjosophie..» Hierunter ist nicbts Anderes zu verstehen, aìs die Hauptresultate jeder Wissenschaft selbst vom hòchsten, d. h, allgemeinsten Standpunkt aus, der innerhalb derselben mòghch ist, betrachtet und ausammengefasst, .. Diese Specialphi' losophien stehen vermittelnd zwischen ìhren spedellen Wissenschaften und  <i^r eigentlichin Philosophie etc. ». (Cfr. Die We/i ah Wilk und Vcrsttl- lT€^zg^ Leipzig, 1873, Zweiter Band, Kap. la). Anche il AVuNDT nel suo recente Syst€m der Philosophie^ Leipzig, Einleitung, dividendo e s\iddivìdendo la filosofia in varie parti, riesce da. nltimo a filosofie speciali che riguardano singoli gruppi dì fenomeni vuoi della natura, vnoi dello spirito, compreso fra i secondi pure il diritto. Ho insistito su questi richiami perchè a qualcuno è sembrato che il parlare della filosofia di una scienza fosse quasi nna strana novità.. DiLTHEV, Einhitung in dit Geìsicswissensckaftm: Versuck einer 4^undUgung fur das Studium dir Gesellsckaft und der Geukichte, Leipzig. {\'^''Emmriii'ìqq d^^a}gì}ttHÌjg fJÀv yàg téXog àkTJéetmf TZQaHstxìjc d'EQyov. Aristotelis, Metaphysica. La stessa distinzione in Platone, Poli- iìcus^ 25S, e, (14) Sarebbe superfluo ricordare come tanto il Comte quanto lo Spencer tengano fermo il concetto tradizionale delle scienze pratiche^ giu- stificato da J* Stuart Mill nel System oj Logic rattocinative and inductive, Book VI, ph* XII, Più specialmente per V etica è da tener conto della nozione che come scienza normativa ne dà il Wundt, Ethik: Bine Unter- zuchung der Thatsachen der sittUchen Lehens, Stuttgart, Eìnleitung, p, 1-14, e della profonda dimostrazione delVANGiULtr^ La filosofia e la scuola, p. 16 e ss-^ 80 e ss., 347 e ss,, il quale l'allarga fino a farne la filosofia pratica universale.  A, Lasson, System der Rtehtsphilosophie, Berlin und Leipzig Egli si riferisce appunto all' etica ed alla filosofia del diritto, che dovrebbero essere reine Theorie von dem was istj nicht eine Anweisyng za dem was sein solite. v (16) Così per A. Fkanck [Les prtmipes du droit nel Journal des Savants) se la sociologia fosse una vera scienza, cosa secondo lui impossibile fino a concepirsi, la filosofia del diritto, o meglio il diritto naturale, sarebbe necessariamente in essa assorbito. Ne ha' voluto invece dimostrare la compatibilità H, Joly {Le droit naturd et la science sociale Bella Nouvelle Revue); ma non può dirsi una conciliazione riuscita perchè non sono stati esattamente posti i termini della questione^ e le cose da conciliare intese in un senso che non è vero. Si vegga il citato Programma di sociologia Cosi lo SCHiATTARELLA, uuo dei più decisi sostenitori del con- cetto evolutivo, nei citati Presupposti del diritto scientifico, p. 1 e s., 134 e ss,, Goerentemente alla definizione delle filosofie particolari in gfenere, mantiene la denominazione tradizionale. Fra j molti che ne faupo invece un^ parte della sociologia ricordo: P, Alex, Du droit et du positivhmsy Paris; Tu. G, Masaryk, Vcrsuch eintr concrtUn Logik (C/^s- sificaiion und Organisatiùn dcr Wissenschafien}^ Wien ; e<J É, Dltrkiheim, C&urs de science sociale^ Le fon d ouverture^ Paris, iBSS, p. s 3^, il quale anzi, dimenticando i precedenti che pure contano i sistemi più roo - derni, afferma il diritto sollevarsi da pura arte a dignità di scienza, soltanto mediante rapplicazione recentissimamente tentata dei principi e dei metodi sociologici. La trattazione più sistematica e più schiettamente filosofica eli e sia stata fatta in questo senso, per quanto se ne debba dissentire su molti punti fondamentali, è quella di R. Ardegò, Movendo dalla considerazione che la form^ione jiaturale della giustizia costituisce il fatto caratteristico dell'organismo sociale, egli riduce la sociologia ad una vera e propria filosofia del diritto. Cfr: la sua Morale dei Positivisti^ Padova e la Sociologìa, Padova, 1886, passim. Dovendo limitarmi ad accennare soltanto ciò che vi è di più saliente e comune nei nuovi sistemi, duolnaì non potere q^ui, come pur vorrei, distinguerli e classificarli metodicamente, ricordare ad uno ad uno i principali almeno dei loro autori o^sostenitorì, e porre in rilievo speciale quello che si è fatto e si viene facendo in Italia- GH studi odierni intorno al momento psicologico del diritto e i loro precedenti si trovano ora riassunti nel libro di G. Vadala Papale, Dati psicologici nella dottrina giuridica € sociale di G . B. Vico^ Roma, 18S9. (ao) H Maine stesso ha delineato magistralmente lo scopo e Timpor* tanza della ricostruzicyie delle idee giuridiche primitive n^XY^Ancìeni Lmx^^ Ch. V, e 1 vantaggi del metodo comparativo nelle Villagt-Communities in the East and ìVesl, Lecture I. Cfr. pure ivi a p. 203 e ss, (Ed, London^ 188 1) Tàe ^ects ùf observation of India on modem earopean thought. (21) Isolata e affatto priva di fondamento è a questo riguardo Topì- nìone sostenuta d^ Cogliolo nei Saggi sopra l'evoluzione del diritto pri- vato, Cap. VI, e nella Filosofia del diritto privato, § i. Mentre vuole in- dotte mediante *la comparazione le leggi generali del fenomeno giurìdico, dichiara poi né fattibile né utile lo studio del fenomeno stesso presso tutti i popoli e tempi ; e insegna doversi prendere ad esame — cosa secondo lui permessa e consigliata dalla logica positiva — i fenomeni tipici^ bastando per r induzione anche un solo diritto storico che abbia, come il romano, completezza di sviluppo, o sia passato, come il germanico in materia di proprietà, per tutte le fasi evolutive possibili. Coslj aggiunge, fanno le scienze naturali, cosi fa la mineralogia che sceglie il cristallo più puro e più perfetto, SenoncHfe l'esempio non solo non è a proposito, ma prova tutto l'opposto, perchè tra i fatti naturali ed ì sodali, insegna davvero la — 75 — logica positiva, corre una differenza grandissima riguardo al valore tìpico; e appunto al fatto del trovani questo in tnininao grado nei secondi — tantoché il Rumelin ha potuto dire essere tifica l'unità nella natura e in- dividuale nel mondo umano — è dovuta la necessità assoluta della più larga comparazione possibile, sia storica, sia statistica. Né vale il dire, come fa il CoGLiOLOj che diventa superfluo ripetere più volte una uguale osser- vazione, quando si sa che nelle stesse condizioni sociali non può a meno di sorgere una stessa regola di diritto* Lo si sa però perchè ce lo dice r indagine comparativa, e non già in forza del principio astratto di analogia. Se r analogia si potesse applicare in questo modo nelle scienze storiche, sarebbe davvero un sistema comodo ; conosciuta la storia di un popolo, sì farebbe presto a conoscere quella di tutti gli altri ; invece di studiare i fatti, basterebbe dire: deve essere accaduto così. Mala somiglianza delle condizioni sociali, sulla quale si fonda tutto il ragionamento analogico, è precisamente ciò che deve essere prima constatato e dimostrato. Del resto non la mineralogia, ma la linguistica, la mitologia comparata e la scienza delle religioni possono ofirirci il modello di ciò che occorre fare nel campo del diritto. Una comparazione ristretta a pochi fatti, peggio poi ad un fatto solo, è contradizione ed ironia ad un tempo ; una filosofia giuridica fondata sui pretesi diritti tipici non significa altro che il ritorno a quelle vedute ristrette ed esclusive, che per tanto tempo hanno reso impossibile una filosofia degna di questo nome, e dalle quali il metodo comparativo ci ha liberato. Quali sieno i caratteri, Festensione e gli intenti delle ricerche com- parate nel campo dei fenomeni sociali, puè vedersi nel mio s«wlto. Lo studio comparativo dei le raz^e inferiori nella sociologia contemporanea^ Perugia, 1884. Per quanto però riguarda la ricostruzione delle origini dell'incivilimento ricavata in via indiretta ed analogica ^dalla- osservazione dei popoli selvaggi, c'è bisogno, come ho detto nel Programma di sociologia^ Gap, XIX, di sottoporre sifiatto metodo ad una ulteriore revisione critica, circondarlo di maggiori cautele, circoscriverlo dentro limiti più rigorosi. Non v'è da spe- rare di giungere a risultati soddisfacenti nella soluzione dei gravissimi pro- blemi dell'origine del diritto e delle istituzioni primitive, se prima non si sia ben sicuri e concordi sul valore che si può legittimamente attribuire ai dati etnografici, e sul rapporto che corre fra le razze inferiori e Tuomo deUa preistoria. (22) A. Bastian, Die Hechtsverhàiinisse bei verschiedenen V'élkern der Mrdti Ein Beitrag sur virgleichenden Eihnologie^ Berlin Alludo alla Zeitsckrift filr vtrghichenden Recktswissenschaft che sotto la direzione dei tre ricordati scrittori sf pubblica a Stuttgart ^no. Neirartìcolo che ne costituisce il programma, Ubtr Zweck und Mittd i dcr vcrgkkhemUn Rechi swisstnsihajt (Erster Bandr p. i'3S)j e ne 11' altro Vhtr die Grundlagtn der RcehUentwkheìung bd den indagermanische^ V^i* kern (Ivi, Zw. B,), il BERNHorx assegna appunto come ultima meta della nuova disciplina trovare la legge generale dell' evoluzione giu- rìdica e dare un fondamento scientiiÌGO alla filosofia del diritto» II programrna della scuola è riassunto anche da J. Kohler, Rechisgeschkhte und I^ec/its- iniwkkeiungy Ivi, Ftinf. B. — Da^R^ccht ah Kiditurerschciriu^^* Einieitung in die vergkichende Rechfswissenschaft^ Wii^^bu^g, iSSg. L'applicazione dei dati dell' etnologia ueOa filosofia del diritto Tton è però senza precedenti. Sebbene precoce per difetto di materiale empirico, tuttavia rimane sempre cooie il tentativo più notevole quello di K. F. Voll- CRATF^, StautS'Und Rechtsphilosùphit auf Grundlage eimr wisstnschaftiichen Menscìun und Vólktrkunde (Cfr. Neue Ausgabe v. J. Held, Frankfurt, Se poi si prescinde dalla più larga base del metodo etnologico, non va di- menticato che il nostro E. Amari {Critica di una sciettza delie kgisiazìani tomparak^ Genova) sì fondava sulla comparazione per assorgere ad una sintesi potente di filosofia della storia del diritto* Ma dei precedenti ve ne ha uno che a ratti sovrasta, tutti meravigliosamente li anticipa. QueUe die oggi si chiamano scoperte^ induzioni, ricostruzioni, dovute a lunghe e faticose ricerche, erano divinazioni pel genio di VICO (vedasi)  L' intento filosofico -giuri dico che Post si è proposto e prosegue da molti anni con infaticabile costanza, \ ha designato egli stesso più volte. Cfr. Bausteine filr einc aiigemeine Rechiswissenschaft auf verghi- chtnd-ethn&Iagiiicher Basis, OldenUurg Die Grundla- gen des Rechts und die Grundziige seiner Enhmckelungsge$chichte : Leitge- danken filr den Aufbau einer allgemeinen Rechi swissensckaft auf saciologischer Basis, Oldenburg Einleitung in das Studium der €ihnologischen Jurtsprudtnz^ Oldenburg, 1886, passim, (25) F, Dahn, Die Vernunft im Rechi^ Grundlagm der RechtspMlo- Sophie, Berlin Vam Wesen und Wer den des Rechis ntìla. Zeit. filr vergi, Rechtsw.j Zw. B., p, i-io, Drit, B.j Rechisphilotophischt Siudien sopra citati. Pure riconoscendo le grandi benemerenze del Dahn per la fondazione di una filosofia scientifica dei diritto, non si può dissi- mulare che egli rischia di comprometterne gravemente la positività, intro- ducendo un elemento che in modo troppo chiaro tradisce la sua origine razionalista. Voler trovarela radice ideale del diritto in un bisogno teo- retico e logico che ha la ragione di sussumere il parricolaie nel generale^ e quella dello stato nella tendenza della ragione stessa all'uno, al neces- sario, all' universale, significa partire da una premessa, la quale non è un dato forbitoci né dair osservazione psicologica, né da quella storica. I bi- sogni e le tendenze del pensiero generano la riflessione scientifica, non già il diritto e !e istituzioni polìtiche; \ ùpinla mcessitafìs che si afferma nella coscienza giuridica e sulla quale il Dahn fonda Itutto il suo ragionamento, altro non è se non un riflesso ideale delle necessità della vita sociale. Per vederci qualche cosa dì più fa d'uopo arrivare all'assurdo di supporre negli uomini delle società primitive la mentalità di un filosofo. (a 6) Cfr. E. J. Bekker, Uòer din Mtchtsifegriff n^là. Zeitsch, f, vergL J^echtsw. RtviER, Discours de prorectarat ch^ ^teztò.^YIntr&du€H(m hìstorique au droit romaiuy Bruxelles, 1881, p- 69-77. (38) W. ScHUPPE, Die Methoden der RechtspkUosùphu nella Zdtsch. f. vergi, Rechtsw. Fiinf. B,. In un* altra sua opera, Grundmgi dir Ethik und RickUphiiùSQphie^ Breslau,  1, trovasi applicato il metodo e sviluppato il sistema, che egli contrappone a quello comparativo.  È in questo trasferimento dello studio del diritto al suo conte- nuto che propriamente risiede la novità della cosa. Ma non è ana novità la considerazione dell' elemento sociale e dei rapporti reali della vita nem- meno nella trattazione filosofica del diritto. Anzi nella storia di questa si rivela nel seno stesso della scuola metafisica come reazione alF astrazione razionalista^ che Kant e Fichte avevano portato al grado più alto. Possono quindi trovarsene i precedenti in Schelling, in Hegel, in Stahl, in Trend elemburc, più specialmente ed ampiamente in Krausk e Dell' Ahrens, Pel lettore ITALIANO c'è appena bisogno d’aggiungere il nome di ROMAGNOSI (vedasi), sommo maestro anche in ciò, soprattutto nel rilevare la connessione dell'elemento giuridico coll’economico – cf. H. P. Grice, “The Principle of Economy of Rational Effort”. La tendenza a considerare la filosofia del diritto colla larghezza di vedute, che deriva dal porre mente ai rapporti, è caratteristica nei nostri scrittori. H FfLOMUSi Guelfi [Enciclopedia i filosofia del diritto Roma) ha delineato un programma dì filosofia del diritto e dello stato, in cui è fatta larga parte alla scienza sociale. Da questa trae Gabba nelle sue confcrenzi nuova e viva luce pella soluzione di problemi giuridici. Più direttamente sottopone ■ CARLE (vedasi) ad un profondo studio la viia del diritto nei utoi rapporti colla vita sociale. CAVAGNARI (vedasi) insiste nel porre in rilievo la necessità di stabilire gl’intimi nessi del diritto colla totalità di questa e con tutto l’organismo della civiltà, deducendola dalla considerazione dell'eie* mento storico di quello {Corso di filosofia del diritto  Padova). MIRAGLIA (vedasi) vuole che la filosofia del diritto è anche cognizione dei supremi principi dell'organismo sociale -- Filosofia del diritto, Napoli -- ^ la ricongiuiJle all*economia e rileva acutamente l'aspetto economico dei sin- goli istitud. Il Liov^ allorché tratta dell'oggetto del diritto, vi comprende, i analizzandoli ad uno ad tino, i vari ordini di cultura {Della filosofia ,^e£ di- ritto^ Firenze). E si potrebbero moltiplicare ie citazioni ricordando i più giovani, come lo Sc*attarella, il Puglia, il Rava, TAgnetta Gen- tile, il Vadala Papale, il Wautrain Cavagnari, I'Abate Longo, il Mar- LETTAj il Bonelu, il MiCELf etc, che aderiscono o più s'avvicinano al po- sitivismo e alla sociologia.  Cfr, L. V, Stein, System der Staatswissenschafl^ Zweiter Band, Die Gesellsehaftsiehre, Stuttgart und Augsburg, G^egen- wart und Zukunft der Rtchts-und Staaiswissensckaft Dtutschlands^ Stutt- gart, 1S76, passim j dove la dottrina è largamente sviluppata e applicata. Quali che sieno le riserve da fare riguardo al suo sistema filosofico e so- ciologico, nonostante il grave difetto di separare artificialmente la perso- nalità da tuttocià in cui realmente si manifesta, e così sottrarla al flusso deir evoluzione, nonostante le arbitrarie e sistematiche ricostruzioni storiche, lo Stein ci offre un modello stupendo di quello che valga a rinnovare in un senso largo, comprensivo e veramente organico la concezione del diriEÉO il porre a suo fondamento la scienza sociale.  Uno dei principali sostenitori di questo indirizzo è il Dankwardt, Nationalókonofuie und Jurisprudenz^ Ro stock,  — National'ókùnomisch- civilistische Studim, Leipzig, Applicandolo ad un caso speciale ha studiato la struttura economico -tecnica del diritto K v,. Bòhm-Bawerk, Rexhte und Verhdltnissc vom Siandpunkte der volkswirihschaftlichen Gilier- lehre, Innsbruck, , Cfr. specialmente il § IL  Marx – cf. H. P. Grice, “Ontological marxism” -- , Zur Kritik der poUtischen Oekommù^ Berlin, , Vorrede G. De Gre£F, Introducti$n à la sociologie, Prem. Part., Bru- xelles-PariSj. Con maggiore larghezza, e de ducendo ne tutte le conseguenze colla coerenza logica propria della sua mente pode- rosa, ha sviluppato questa idea il nostro Loria. La legge della dinamica sociale fondata sull'economia, obbiettivo costante di tutti i suoi scritti, è ora da lui riassunta e formulata -néM Analisi della proprietà capitalistica, Torino, 1889. Il rapporto fra Pnomo e la terra, alla sua volta generato dall'incremento della popolazione, determina il rapporto economico fra uomo ed uomo, e col variare di questo variano corrispondentemente le molte- plici forme della vita e del pensiero, i rapporti domestici, giuridici e po- litici, le idee religiose e filosofiche, il modo di concepire la moralità e la giustizia. Cfr Voi. II, p. 465 e ss. Riassumo e non discuto, sperando di potere, quando che sia, giustificare i dutbi che su queste costruzioni sin- tetiche ho sollevato nel Programma di Sociologia, Gap. V. Un egregio sociologo, alla cui benevolenza sento il debito di professarmi piftblicamente grato, N. CoLAjANNf, La sociologia criminale, Catania, imi appunta di non ammettere la pjeeminenza del fenomeno economico, riaentre pure riconosco che esso preesiste ed è condizione perchè tutti gli a.ltrl si producano. Ma io aveva espressamente detto che m quAto senso la preeminenza è un dato di fatto incontestabile, restringendo le mie obbie- :&ionì all'altro ben diverso significato che le si vuol dare da chi colla sola economia spiega Y intera vita sociale. Può bene una cosa essere condizione airesistenza ed allo sviluppo di un*altra, ma ciò non implica menomamente che ne sia nel tempo stesso anche la causa determinante»  R. JherinGj Der Zmeck ini Recht^ Zw. Aufl-, Leipzig. Si confrontino specialmente i Kap. VII e Vili, e per seguire il processo del suo pensiero si tenga conto del concetto del diritto che aveva già formu- lato in senso realistico nel Gdst des r Omise hen Rechis auf den verschudenm Stufen sdner Entwickdung^  A, E. F. SCHAFFLE, Bau uftd Zcèen dcs sociaien Korpcrs.  Anche Pachmann nello scritto già ricordato, t/òer die gegen- wàrtìge Bewegiwg in der RechisTjuissenschafi, § I^ mette benìssimo in rilievo V insufficienza del nuovo indirizzo riguardo alla filosofia del diritto, che vuol mantenuta distinta. Non si riesce però ad intendere in che egh la faccia consistere, assegnandole troppo vagamente lo scopo di generalizzare le idee giuridiche fondamentali continue e comuni a tutta \ umanità.  Mill – H. P. Grice:”More Grice to the Mill” --, On Utiiitarianism, Spencer, The Data of Ethics. — G. v. GrzYCKT, Maralphilvsùphie ge- meinversiàndiich dar g€ steli t, Leipzig, iSSS^ Erst. Abschn'., . — G. Cèsca, La morali della filosofia scientifica^ Verona -Padova A*FourLLÉE, Critique des sysilmes de mar aie cùntemporains, Conclus. E idée moderne du droit^ Liv, IV, § S ^ ConcL Per le stesse ragioni deve ritenersi infondata l' accusa di incoerenza che ripetutamente egli muove allo Spencer, per aver lasciato il suo inconoscibile nel! inerzia e privo di rife- rimento alla moralità. Sebbene il filosofo inglese faccia illegittimamente del- l' inconoscibile una realtà assoluta, pure non poteva nemmeno lui determi- narlo più oltre senza con tradirsi, Dilthey, Einleitung in die Geisieswissenschafien^ ai e, p. . Va tenuto conto dell'opinione di questo scrittore che si è accinto — e già ce ne ha dato un saggio che è una grande promessa — alla vasta impresa di sistemare su basi critiche quelle che molti continuano a chia- mare le scienze dello spirito. Del resto egli non esclude che la divisione del lavoro e le esigenze didattiche possano consigliare di mantenere ancora distinta la filosofia del diritto.  WuNDT {Logia: Eine Unttrsuckung der Principien der Erkent- niss und der Methoden wissensckaftlicher Eorschung, Zw. B., Stuttgart. , i — èo — ) mentre dimostra non potersi il diritto sottrarre alla conside- razione filosofica, anche egli la distingue in due parti. Tona storica che rientra nJa filosofia della storia, T altra etica che si collega all' etica gene- rale e mira a valutare le forme giuridiche reali alla stregua delle norme etiche, e a trame induzioni per T ulteriore sviluppo etico del diritto* Si vegga anche quello che dice m^ Ethik s. e*, p, 484 e ss.  Giustamente insiste COGLIOLO (vedasi) sulla necessità di ricercare questo elemento specifico, ricavandolo dalla storia intima degh istituti giuridici - Evoluzione del diritto privato^ ; Filosofia del diritto^  Questa teoria secondo me fondamentale della storicità trovasi largamente esposta nel mio Programma di sociologia^ , e posta in rapporto colle leggi del progresso sociale nei miei Saggi critici sulla teoria^ sociologica della popolazione. Città di Castello. A questi rimando il lettore anche per l'applicazione concreta, per quanto circoscritta ad un caso speciale, della teoria etico-giuridica qui sostenuta, (42) Non sarà inutile, per eliminare il pericolo di false interpetrazioni, avvertire che le condizioni di esistenza ^ono una cosa ben diversa dalle condizioni di fatto^ onde risulta lo stato generale di una società. Erronea- mente vengono confuse spesse volte le une colle altre. Giusta il significato proprio della parola, le condizioni alle quali è sottoposto un essere vivente designano dò che ad esso è necessario perchè la sua vita possa preservarsi ed espandersi,  La teoria sopra accennata con cui io Stein spiega il diritto con- siste appunto nel riferirlo alla composizione organica della società e al modo onde la forza sociale si distribuisce fra i vari ordini e classi- Cfr, Die Ge- selhchaftshhrt s. e, passim e in specie p. 56-73 ; Gegenwart und Zu- kunft dtr Rechts^und Staaiswissenschaft^ s, e, II, 4 e IH. Lo Jher[ng {J^er Zweck im Eecht) & derivare il diritto dal prepotere dei più forti, che per proprio vantaggio, per saggia e interessata politica pon- gono essi stessi delle limitazioni alla forza» Pel Gumplowicz poi dall' urto di gruppi sociali eterogenei e dalla signoria dei più forti sui piii deboli assoggettai nascono ad un parto lo stato e il diritto, che necessariamente significano servitù e disuguaglianza. La sociologia pessimista ritorna così alle idee di Trasimaco. Gfr. Grundriss der Sociologie, Wien. Fra i sostenitori di questo sistema va annoverato anche VACCARO (vedasi), che lo ha sviluppato di recente nel libro Genesi e funzione delle kggi penali ; Ricerche sociologiche^ Roma, i88g. (44) Ho accennato alle dottrine deirARtucò, ma un apprezzamento critico non può farsene senaa sottoporre ad ampia discussione tutto il suo sistema etico-giuridico. Mi limito quindi ad una sola osservazione. Egli V tiistixigue il diritto positivo, opera del potere costituito e funzionante nella società, da quello che clfl^i^' diritto naturalt o potenziale, dal diritto cioè corrispondente alle idealità sdtiali assolutamente vere e giuste, quindi as- saitito come la natura onde emerge. Ma se si intende il diritto naturale nel senso attribuito dal positivismo alla parola naturalità, perchè non do- vretbe dirsi tale anche il diritto positivo, che pure, secondo T Aroigò, è «ieterminato e prodptto dalle idealità sociali? Non è diritto naturale, egli aggiunge, anzi non è diritto vero se non Rutilo fondato sulla natura del* /* z^omo che vuole Uberamente secondo i dettami della ragione. Ciò fa dubitare c"h€ la parola sia presa in un doppio significato, 1' uno proprio della filo- sofia naturalistica, l'altro mutuato al linguaggio del vecchio diritto di na- tura. Perchè il potere da cui emanano le prescrizioni è un potere violento e tirannico, esse non sono meno una naturalità. Se invece si vuol trovare nella natura una ragione giustificatrice, allora fa d'uopo che lo sia non solo rispetto al diritto positivo, sibbene anche rispetto alle stesse idealità sociali. Al fondamento intrinseco di queste sembra alludere I'Aruigò nella Fska- iogia come scienza posiiiva (Mantova, 1883, Parte ST, § i), dove dice che la loro formazione non ha un valore semplicemente soggettivo, perchè il lavoro dell'individuo e della società nel produrle ha la sua ragione nella stessa statura per la quale agiscono, come la forma che assume il seroe germogliando. < E come la forma assunta dal seme per la germogliazione, pili che sé stessa, rappresenta quell'ordine di cose, che ha determinato la formazione della specie vegetale a cui appartiene, cosi Fidea di un uomo, pili che r operazione accidentale, soggettiva, variabilissima di esso, rappre- renta, secondo che dicono giustamente gli ontofogisti, quell'ordine assoluto e immutabile, almeno qiianto la natura, nel quale è la ragione oggettiva del fatto »* Ma, se questa può essere una spiegazione psicologica della for- mazione deiridea, siamo ancora ben lontani dal concetto di una esigenza ^ naturale a cui risponda la formazione storica del diritto, e che serva di base ad una teoria razionale di esso. Le idee dell^ Ardigò qui discusse pos- sono vedersi principalmente nella Morale dei positivisti s. c-, ", % Gap. i, e -aéìsi Sociologia s. e,  SopHOCLis, Antigone, vv, 449-455. (46) Si vegga la magistrale ricostruzione storico -critica di ChiapPELLI, Sulle teorie sociali dei Sofisti Grecia Napoli, Ardigò (vedasi), Sociologia. Pel concetto della statica sociale e per le deduzioni che da questa debbono trarre l'etica, il diritto, la politica, veggasi il mio Programma di Sociologia È il pensiero dell' Espjnas riferito nella nota 5. * Lo studio fortunatamente ora nnas(|eote delle opere .del Roma- gnosi dispensa dall' addurre citazioni. Basti Vicordare V Assunto prima iieila scienza del diritto naturale^ passim, e soprattallo il § 3. Una certa affinità colla teoria spenceriana ha pure quella di Jhering, pel quale il diritto as- sicura le condizioni di esistenza {Lebensòedingungen) della società, M^a, oltreché egli non tiene conto che della società sola e riesce a fare di questa il soggetto finale del diritto, mira più ad una spiegazione storica che ad una ricerca razionale del fondamento del diritto stesso ; non pone in rilievo il momento della causazione necessaria ; non dà, delle condizioni di esi- stenza un* idea compiuta ed esatta ; ne esagera la relatività, e finisce col farle apparire come qualche cosa dì soggettivo* Cfr. Der Zwtck im Rec/zf^ Kap. Vm. Ad ogni modo però il suo sistema così vigorosamente pensato, cosi ricco dì idee larghe e feconde^ segna sempre un avvenimento importante nella storia della filosofìa del diritto. Chi poi sfa addentro nella 'storia dei sistemi etico-giuridici f%cilmente potrà da sé rilevare che le condizioni di esistenza^ come le intende la filo- sofia positiva^ non hanno affinità di sorta, nonostante V apparente somiglianza dei vocaboli, con quelle alle quali riporta la nozione del diritto la scuola dì Krause» e dì vero per questa scuola, il cui pensiero è lucidamente ia* terpetrato dall' Ah re NS {Nafurrechi oder Phihsùphie des Eechts und des Staates^ §§ 17-20), le condizioni di esistenza stanno a designare quei rap- , porti dì reciproca determinazione e dì mutua dipendenza^ che neir ordine sociale legano le une alle altre le varie sfere di persone e di beni. Cosa ben diversa da vere e proprie leggi che rappresentano le esigenze della vita in comune. Data una cosi sostanziale differenza, rimane esclusa la pos- sibilità che si ripetano riguardo al concetto del diritto, come è stato qui delineato, le obbiezioni mosse comunemente alla cosi detta teorìa della con- dizionalità* La teoria di Spencer intorno al diritto è abbastanza nota, ma non lo è altrettanto la prima fase per la quale è passata. 11 punto di par- tenza per la ricostruzione del suo pensiero va cercato nella Social Statics ; or the conditions esscntial to human happiness specified, London, 1850 (New- York, 1877, alla quale edizione bisogna riferirsi, perchè arricchita di ag- giunte e di importanti dichiarazioni dell'Autore intorno al valore che ora accorda alle sue dottrine di un tempo). Questa in sostanza e principal- mente costituisce una vera e propria filosofia del diritto, una teorìa delPeqna costituzione della società e delle giuste relazioni fra gli uomini {system of equitf). Dopo avere combattuto l'utilitarismo {the doctrine of txpcdicncy) e la opinione di coloro che da Archelao in giù ripetono non esservi un giusto per natura, ma solo per legge, lo Spencer assegna qual fondameDto della morale ^ del diritto T attuazione delFIdea Divina. Dio vuole la felicità del- l' uomo, e questa si raggiunge solo coir uniformarsi alle leggi deiresistenza, le quali sono assolute ed inflessibili, e, determinando una connessione in^ dissolubile tra le cause e gli effetti, tra la condotta e i rtsultadp determi- nano anche ciò che è necessariamente bene o male, giusto od ingiusto. Se al benessere umano è indispensabile T esercizio delle facoltii, ne conseguono il dovere delP esercizio da una parte e dall' altra il diritto, cioè la libertà uguale per tutti, entrambi del pari voluti da Dio, Un sistema etico cosi assoluto non può tenere conto delle imperfezioni attuali, quindi rappre- senta la hgge deir umanità ideale. Eliminato il concetto teologico e teleo- logico, Videa fondamentale del sistema, tanto nella parte che è vera e legittima, quanto in quella affatto insostenibile, nonostante le grandi meta- morfosi subite, rimane anche nelle dottrine posteriori del filosofo inglese. (Per quel che riguarda il diritto si confrontino Frison Eikia negli Mssays — Frindples of Psychohgy^ § 5^4 — Tìic Data &f Ethics, passim, e più specialmente  — Principks of Socwiogy, F, Politicai ìnstihdians,  Tht Man versus ihe Siate). Rimane la ragione intrinseca della morale e del diritto desunta dalle condizioni di esistenza; rimane, anzi s'accentua via via fino ad incontrarsi colla scuola del diritto naturale, T idea che il diritto non è creato dallo stato, ma de- riva dai rapporti stabiliti dalla natura. Ma anche l' elemento teologico Don è sparito secondo me del tutto ; e questo serve a spiegare, come ho ac- cennato nel testo, quello che v' è di meno accettabile tìel sistema. Parlando della costituzione necessaria delle cose, lo Spencer pare ancora animato da quel sentimento mìstico, che nasce dalla rappresentazione di una volontà soprannaturale. Le idee di un pensatore (e qual pensatore I) non si inten- dono, se non si rifa, per cosi dire, la storia della sua mente. È per questo che mi sono trattenuto a richiamarne i precedenti. (52) Cfr. H, Spencer, Principies 0/ Socioi&gy^ V^ FùHHcal Insiitutiims^ § 534- (53) Giuseppe Levi inaugurava il suo corso colla splendida prolusione: Dti caratteri megiio determinante la filosofia di G. D. Romagnosi, veduto specialmente nella dottrina filosofica dei diritto^ Parma, . I t i A OPERE DI GIURISPRUDENZA PUBBLICATI DALLA CASi EDIXHICE DONATO TEDESCHI & FIGLIO VERONA . IL IMO CODICE DI COHERCII ' ILLUSTRATO dagli Avvocati Ascoli Prospero — Borafflo Le&ne, Prof, d di' Università di Parma — Cafuci Eugenio — Cuiinì Emanuc re, Direttore deUa Gazzella Ledale — Vi vanto Cesarei Prof. deirUniverailà di Bologna — Supino Davide, Prof, dell' Un ivefsìlà di Pisa — Moriara Lodovico, Prof, dell' UDlversità di Pisa — Marghìeri Alberto^ Prof, deir Università di fiapoli, ' n presente commentario è diviso in otto volumi e così distribuito : Voh L — Titoli I a Vili del libro I commentati dairAw, Leone Bolaffio. IL — Titolo IX dal Prof. Alberto Marghieri (completo). IIL — Titolo X dal Prof. Davide Supino (completo). Titoli XI a XIII dairAw. Eugenio Caluci (com- pkto), , V, — Titoli XIV a XVI da VIVANTE (vedasi)  (com- pleto). — Libro II dairAvv. Prospero Ascoli (completo)'. Libro III dairAvv, Emanuele Cuzzeri. » Libro IV dairAvv. Lodovico Mortara (completo). CONDIZIONI DI ASSOCIAZIONE » L L'opera consterà di circa 50 fascicoli in-S a due co- lonne di pag. 80 al prezzo di L. 1.50 ciascuno. Terona ~ Donato Tedeschi e Figlio  Terona.  n. n pagamento dei fascicoli si effettuerà ad ogni quattro anticipatamente mediante invio di Vaglia di L. 6 alla Casa. Editrice in Verona. in. L'associazione importa elezione di domicilio in Verona* IV. Compiuta Ik pubblicazione dell* opera, se ne aumen- terà il prezzo. JPtfòòMeafe Atmpen^e 49* Sotto i to^^ehit dimpewèum , . È oramai troppo nota la grande importanza di quest'o- pera: è il più completo commento sul Codice di Commercio, e senza perderci in maggiori parole su questa nostra impor- tante .pubblicazione, ci è cosa grata riferire quanto scriveva YBco di Giurisprudenza Commerciale: € Sono infatti completi i volumi III, V e VI ed è pros- simo ad esserlo anche il IV, Il volume IH, dovuto al- l'egregio Prof. DAvroE Supino, contiene il commento del Titolo X, libro I del Codice di Commercio, ossia tratta delle cambiali e dell'assegno cambiario- Il volume V con- tiene il commento ai Titoli XIV a XVI ed è particolar- mente dedicato all'importante materia delle assicurazioni, nella quale è competentissimo il Prof. Vivante, che ne è l'autore. Il volume VI, opera dell'illustre Aw. Prospero Ascoli è dedicato al Diritto 'marittimo. € Non è nostro intendimento ragionare qui dei pregi di ciascuno di questi volumi ; possiamo però assicurare i nostri associati che nessuno di essi smentisce la bella fama che nel campo della scienza giuridica commerciale hanno già acquistato i rispettivi autori. E F ottima riuscita di questi tre volumi, non che il nome di quegli egregi, cui è affidato il compimento degli altri, assicurano all'opera intrapresa dai diligenti editori Donato Tedeschi e Figlio, il primato sopra ogni altro commento finora pubblicato intorno al nuovo Co- dice di Commercio >. Terona — Donato Tedeschi e Figlio — Terona -  - IL CODICE ITALIANO DI PROCEDURA CIVILE ILLUSTRATO DALL'AVV. CAV. gUZZERI e aximeaUla, ttonteneule la raccolta della ginrlspmdfflata a tutto 11 ISSI e completata ùòW Annuario della Ftvcedura Oivìle. mm : Tol I L.ÌO - Yol II e III L 6 cìascniKi - Tol. IV L. 10, Tolnme V sotto i torcliu m Di quest' opera così scrive recentemente nel Bibliofiio (anno V, n* i) T illustre comm, Carlo Lezzi, presidente alla Corte di appello di Bologna: € Il Cuzzeri è un procedurista di primo ordine; la prima edizione del suo Commento da tutti lodato fu ben tosto esaurita. Questa non è una ristampa, ma opera da capo a fondo rifatta, in cui colle più studiose e intelligenti cure si è tenuto conto di tutto ciò che può interessare la pra- tica del Foro, e si è fatta una sintesi veramente magistrale delle dottrine, e una critica arguta sì di queste come della giurisprudenza, oltre a copiosi e continui raffronti. Co- scienziosamente consigliamo di provvedersi di quest'opera chiunque non sia in grado di formarsi o non abbia tempo di consultare per ogni questione una intera raccolta di libri di procedura cfvile ». Alla pubblicazione del Voi. IV or , ora uscito cosi si esprime la Rivista Italiana pelle scienze Giuridiche di Roma ; € Non è per raccomandare questo magistrale commento del codice di procedura, che annunciamo la recente pubbli- cazione di un altro volume della seconda edizione ; poiché Teroaa — Donata led^scM e Figlia — Verona i --  - • * il lavoro det Cuzzeri da gran tempo ormai non ha bisogno di raccomandazioni. Il volume testé venuto in luce, il quarto interessa in particolare maniera gli studiosi del diritto giudi- ziario per la imporl;^nza degli argomentF che vi sono com- presi. Ne indichiamo i principali: Querela di falso; Peren- zione d'istanza; Contumacia; Azioni possessorie. Anche questa volta il valente autore ci presenta un vero e completo rifa- cimento della sua opera già accolta con tanto e meritato favore. Ed il rifacimento attesta il molto e fine ingegno» il grande amore e lo studio costante. Tutto quanto è stato scritto neir ultimo decennio sulle materie trattate nel presente volume, è conos<3uto dallesimio procedurista: tutte le nuove controversie che si sono agitate nel foro hanno fornito tema alla di lui meditazione ^ e codesta copia di materiali arricchisce la illustrazione dei •singoli articoli del codice, già così egre- giamente fatta nella prima edizione. E in tutte le questioni nuove e vecchie, il Cùzzeri reca la nota originale del suo pensiero acuto ed illuitiinato, dove enunciando opinio'nì sue proprie, dove corroborando con nuovi ed efficaci argomenti quelle a cui aderisce, dove esercitando una critica serena e temperata che vince quasi sempre le dottrine combattute. Nel felice avvivamento degli studi sul diritto giudiziario in Italia non poca è stata la parte del Cuzzeri fin da quando iniziò la pubblicazione del suo commento, il quale se non ebbe da principio le forme e lo sviluppo di un lavoro scientifico, fu però guida ed ausilio prezioso anche ai più valenti fra coloro che trattarono poi della procedura in forma dottrinale. La nuova edizione pone l'autore in un posto eminente anco fra 1 teorici, non pochi dei quali possono invidiargli la 'completa erudizione, la pronta intelligenza di tutti i problemi, il retto criterio che lo conduce alla ricerca delle soluzioni *. Terana — Donato Teseseli 1 e Figlio — Terona - - mWim DELLA PROCEDURA CIVILE Diretto dairAvv. Cav, CUZZERl ÀEDeaiice alla mmk ^Mm m ConiiÉElo al Coaice il ProcaSiira CMe Hello stesso autore Preiio (fogni voìmma L %0^ , i a die vaiunÈt pubblicaii li* 70. L* Annuario contiene tutte le sentenze e gli scritti pub- blicati nei diversi periodici di giurisprudenza e moltissimi arti- coli originali estesi dai più chiari scrittori d* Italia, relativamente alla procedura civile ed alFor din amento giudiziario, nonché un commento alle leggi ed un cenno sulle opere uscite nell'anno che a queste materie si riferiscono. Il primo volume racchiude la giurisprudenza, e l'ultimo volume quella del 1885 e perciò T Annuario completa il Commento, di guisa che coloro i quali possederanno r uno e r altro, senza ricorrere ad . altre opere e giornali, avranno quanto loro potrà abbisognare per la soluzione di qualsiasi questione concernente il rito civile, Deir Annuario se ne pubblicarono sette volumi, di circa pagine 700 ciascuno. Sotto stampa il primo fascicolo del volume Vili (1890)^ V abbonamento pelC intera annata costa L. 10. Terona — Donato Tedeschi Figlio — Terona AMft ^*Aioario cito ili Mwàm Mmià COMPILATO DAI PEOPESSOEI ERCOLE TIDABI e LEONE BOLIFFIO Anno VI (18SS) Anno II. HI, IV, V, L.  • « Questo Aaniiario che vede la luce da cinque anni raccoglie tutte le deci— «ioni uscite durante ognìftfho sulif^riuova legislazione commerciate e le illu- stra risalendo ai phncipiì fondamentali della materia. È dunque la collezione più completa di giurisprudenza pratica 3ul nuovo Codice di Commercio. E perciò che la Ditta editrice ritenne di farne qui un'Appendice al proprio Commento al Codice di Commercio. E perché l'opera riuscisse per quanto è possibile perfetta ottenne che vi collaborassero, non solo gli egregi redattori prof. Vidari e Bolafflo, ma sì ancora gli altri giuristi che attendono al Com- mento delle singole partì del Codice. In tal modo il Commento è sempre messo al corrente della giurisprudenza, e ^Annuario diventa un indispensabile com- plemento deiropera dottrinale con tanto farore aceolta dagli studiosi italiani, CONDIZIONI DI ASSOCIAZIONE L'opera consterà di 5 dispense circa di fogli 6 di stampa a tutta pa^na nello stesso formato del nostro Commento al Codice di Comm^ercio, al prezzo di L, 1.50 cadauna. Si è pubblicalo il primo, ftecondo^ terzo e quarto fascicolo dell'anno VI (ISSO). ^ Il quinto &. sotto i torchi. Riportiamo quanto scrive nel sao giornale l'egregio signor L» Sampolo ; E. ViDARi; L. BOLAFFEO — ^rm^^'ario critico della Giurisprudenza commer- ciale,  — D. Tedeschi e Figlio, Verona — . Alla prima è succeduta a breve intervallo la seconda dispensa, la quale ha principio con la parola Cambiale, seguita da queste: Capitano; Check; Commerciante; Commissione, e finisce con la parola Competenza. Vi si trat- tano importanti questioni di diritto cambiario, tra le quali notiamo le se- guenti: La girata e l'avallo devono sempre e necessariamente contenere it nome e cognome di colui che si *sottoscrive ? Per conservare l'azione cam- biaria contro r avallante, il protesto deve farsi anclie al domicilio a danno deiravallante? II difetto di una cambiale stesa originariamente in bollo in- sufflciente è difetto radica^p, o può sanarsi col regolarizzare il titolo, nei riguardi del bollo prima di presentarlo in giudizio? Di quale natura debbono essere le eccDzioni personali che il debitore cambiario può opporre per la sospensione della condanna al pagamento ? Le osservazioni sono tutte Armate dal chiarissimo prof, Leone Bolafdo- L, SAMPOLO- Terona — Donato Tedeschi e Figlio — Verona Biblioteca Siuridica Nazionale -*o*p^o-o-sp- Inauguriamo la nostra BIBLIOTECA GIURIDICA NA- [RIONALE coti l'opera: ] iiffl 1 il ■ M mi DI L. TARTUFARI I VoL di pag. 416 circa in 8 grande — L. T. opera che ottenne il* premio Romagnosi, istituito presso la R- Università di Parma, — È lavoro che, per la novità della tesi, per il modo originale con coi è svolta, e per la lar- ghezza delle ricerche^ troverà indubbiamente accoglienza fe- stosa presso i cultori delle scienze legali. La nostra BIBLIOTECA GIURIDICA NAZIONALE, cosi inaugurata, vuole distinguersi dalle altre che si pubbli* cano in Italia» Essa è specialmente diretta a far conoscere gli ingegni più promettenti e più colti dei giovani usciti dalle nostre Università, i quali ottennero, pei lavori compiuti, il plauso dei loro maestri od un posto di perfezionamento al- l' interno o allestero. Terona — Donato Tedeaclii e Figlio — Terona Noi aprìamo così un nuovo arringo airattività scientifica dei giovani, i quali sentono come la dignità della patria si consolida e sì eleva, sopra tutto^ col prestìgio delle scienze e delle lettere* Nella nostra opera siamo sorretti dal consiglio autorevole di alcuni 'professori delle Università italiane. I quali non hanno il compito di vagliare in sede d appello il giudizio già favore- volmente emesso dai loro colleghi. Questo compito, né essi avrebbero accettato, ne noi avremmo loro offerto* Bensì di affidarci sul carattere speciale che deve avere un* opera per rispondere alle esigenze della pubblicità. Una ricerca storica^ la conciliazione di leggi romane, possono avere, ad esempio^ una importanza scientifica eccezionale \ senza che per questo la loro illustrazione interessi la maggioranza dei lettori. Ciò non significa — è opportuno intenderci — che il- criterio pratico sia sovrano nella nostra Collezione. Anzi di- ciamo subito che in essa non figureranno né com mentì, né compilazioni, né volgarizzamenti di legge o di giurisprudenza^ La BIBLIOTECA GIURIDICA NAZIONALE è campo riser- vato alla scienza. Ma a quella scienza , che non astrae dalla realtà; che si svincola dalF empirismo, dalla casuistica, senza però dimenticare la vita in cui il diritto fimziona^ e per cui soltanto funziona. La BIBLIOTECA rappresenterà queir illumi* nato connubio dell' elemento teorico e del pratico^ che solo può creare una letteratura giuridica rigogliosa, solidamente basata sopra la sapienza dei nostri maggiori, ma continuamente vivificata dall' esperienza. Terona — Donato TedescM e Figlio — Terona ^//r/^ ECONOMIA E DIRITTO LE OPEEAllI DI CREDI LE CARTELLE AGRARIE ' DELI.' A VV.  ERRiqpA Prof, titolare nei II. Istituto Tecnica e Prof, incancctto nella fi. Università di l^apoli * SOHMAHLO ; Testo delle Leggi e del Regolamenti sul Credilo Agrario - Decreti h Girtolarij Moduli, Formnltì — Regolamenti ÌDternì per 1* esercìzio d&l Credito Agrario — GoDsiderazlo&i eco- nomiche © giuridiche — Norme pratiche -^ Manuale per i prostitl e i conti correnti agrari, per i mutui ipotecari, per lo emissioni delle cartello da 100 e da 200 lire - Leglalaaione comparata — Statistica — Bibliografia. • f YoL di pag. S20 circa in-8 grande — L. 5- L' importanza di questa ^pera risalta non soltanto dalla indiscutibile competenza dell'esimio autore e dalla cura messa dallo stesso nel farla, ma anche dair argomento che è palpitante d'attualità. Per gli uomini di affari giova couoscere l'indole di queste cartella da loo e 200 lire che saranno emesse per parecchi milioni ; i proprietari, gli agricoltori vorranno sapere come possono ottenere prestiti agrari, conti correnti agrari, mutui ipotecari con le nuove leggi, pubblicate nel 1887 e 88 e non ancora bene cono- sciute. Gli avvocati, i notai, gli impiegati agli ufììci di registro, i consiglieri comunali e provinciali, i professori di diritto negli Istituti tecnici e nelle Università, gli uomini politici non hanno ancora un hbro che si occupi, completamente, del nuovo privilegio agrario, delle innovazioni fatte al Co- dice civile, del nuovo registro che dovrà essere tenuto presso l' ufficio delle ipoteche, delle differenze giuiidiche fra credito fondiario e agrario, secondo le leggi ed i regolamenti, che, quest'anno, avranno una pratica attuazione. Quest'opera inoltre è un manuale indispensabile per tutti gli Istituti di Credito ordinario, agrario e fondiario. Eanche popolari, Casse di risp*- mio. I Sindaci ed i Prefetti avranno fii ^ssa, per la prima volta, una rac- colta delle circolari, dei moduli, ^deUe istruzioni date dal Governo. Avendo Fautore unita alla parte prettamente scientifica, un largo cor- redo di nozioni pratiche, di documenti, di statuti, di statistiche, il suo trattato troverà favorevole accoglienza presso il pubblico. Terona — Donato Tedeschi e Figlio — Verona 4 Togliamo da! Orrkre di Napoli, N. 234: n Banco ed il Credito agrario, Napoli ha avuto il meriEo di iniziare il credito agrìcolo per me^zo dell' on. conte Giusso; ora imo degli insegnanti deir Università napoletana pubblica la prima opera completa sulle nuove leggi e sul regolamento in proposito. Il libro del prof Alberto Errerà € Zi ùperazioni di crediiù ava- ria e k cartelle agrarie (Verona, Tedeschi) > tratta la questione economica, giuridica e statistica: analizza il credito agrario ili Italia e all'estero; è il vade mecum dei proprietari, delle banche popolari, degli avvocati e dei depìitati che si occuperanno di ciò» Inoltre, sarà utile consultarlo per le questioni generali sulle imposte e sulla legislazione fon- diaria, ' ^ Raccomandiamo l'opera a quanti desiderano di avere cognizioni teo- riche e pratiche in proposito; essa è poi indispensabile nelle librerie ^i ogni uomo còlto, che vuole conoscere il problema più grave che s' agiti in Italia, cioè del credito, dell'agricoltura. Alla iniziativa del conte Girolamo Giusso fa riscontro questo risveglio di opere del Capuano, del Mortara e sopratutto di Alberto Errerà. Togliamo 'dal Corriere di Napoli del 27-28 Agosto \%%^t N*^ 238: Un libro utile. Negli ozi campestri la questione del benacsere dei contadini, dei pìc- coli e grandi proprietari, ritoma alla mente « al cuore degli italiani. L'editore Tedeschi di Verona ha ora data alla luce un'opera di un nostro economista, il prof. Alberto Errerà, che si intitola : Operazioni di credito agrario^ e che sì può leggere cosi dai dotti come dai profani, Mentre il pubblico avrà fra breve la gradita sorpresa di cartelle emesse dal Banco di T^apoli a vantaggio degli agricoltori, in tutta Italia questo libro dell' Errerà le presenta a noi tutti, dicendo come sono fatte, a che valgono e in quale modo si può acquistarne. Fatta la presentazione di un titolo^ che non è di speculazione, ma di vero benefìcio all' agricoltura V Errerà prende occasione per descrivere le condizioni agricole dell'Italia, confron- tandole con quelle degli altri paesi. Nulla gli sfugge: il contadino e T u- suraio : i processi recenti per le rivoluzioni rurali : la crisi e le imposte : le riforme fatte e da fare. In molte cose l'Erfera si dichiara dell'opinione che il Corriere ha sempre sostenuta: in altre fa proposte proprie che do- vrebbero essere accolte dai proprietari e dal Parlamento. * Il libro è quasi di occasione, malgrado il metodo scientifico, e sarà di buona compagnia nella villeggiatura per quelli che si raccolgono nel silenzio per operare cose utili alla patria, all' Italia^ che è e sarà agricola per quanto noi abitanti della città talvolta sembriamo dimenticarcelo. Terona — Danaio Tedeschi e Figlia — Terona - 9S - CODICE PENALE ITALIANO COMMENTATO - dairiTT. LUIGI MAJNO COI lavori preparatori, con la dottrina e con la giurisprudenza. La imminente attuazione del nuovo codice, che deve unificare la 'legislazione penale del nostro paese, ci ha fatto pensare alla opportunità di un Commento che possa pronta- mente valere come sussidio per la pratica applicazione. E ne abbiamo affidato T incarico air^rt^* M^èmìì/Ì MMaJwèa dli btMnaii ,, e M*è-af. di Di^in& IRe^ui^ uitU-' MÌve;»*3Ìttk fif M*ntyÌ€M e già noto ai cultori delle crimi- nali discipline per varie monografie e per la ultimazione del- l'opera di Borsani e Casorati sulla procedura penale. Il commento sarà fatto secondo lo stesso programma con cui gli illustri giuristi Ascoli, Bolaffi o, Caluci, Cuzzeri, Marghierì, Mortara, Supino e Vivante impresero il commento ad codice di commercio, edito da noi e tutt'ora in corso di pubblicazione. Sarà quindi fatto sulla scorta della dottrina e dei lavori preparatori in quanto utili ad illustrare le disposi- zioni del codice, avendo pure riguardo alla giurisprudenza siccome pratica guida per la risoluzione delle questioni con- troverse. Il Commento al nuovo codice penale consterà di circa 8 fascicoli, ciascuno di 5 fogli di stampa, di formato e tipi iden- tici a quelli del surricordato Commento al Codice di Com- mercio. Si è pubblicato il primo e secondo fascicolo, e i succes- sivi seguiranno, a intervalli non maggiori di tre mesi. Il prezzo d'associazione è fissato in L, 1.50 per ogni fascicolo pagabili ali* atto della consegna. Finita Tassociazione e quindi completata Topera il prezzo dei fascicoli sarà portato a L. 2.00. Teraiia — Donato Tedeschi e Figlio — Terona i PEREQUAZIONE FONDIARIA Testo àelia legge t mi^ im t Mi « Eegolanififlto 3 Afflato 1887 t 4871 con ircrmm^nfo deUa légg^ tavole di eonù^onto col re^olamettto e note per elascnn capo di «questo M'an. pL UOSE EMENO //. £tfie< f vof, in ^, (fi ^00 pag* circa — predio L. 6» ALTRE OPERE DI PROPRIA EDIZIONE BellaTite L. Della respanaabililà dello Stato pei danùl aventi attinenza cnufiaU dìrMla ed indiretla con esso, 1 opuacolo in-8, — V^7Àoné Pnoliam. t voi. irv-8 Bibìfofpca Giuridica teorica-pratìt^a pubbl per cura deiravv. G. Teiìescbì: /. Trallatì dì Giun3pruden7,a storica dì F, C. Savìg-ny, 2 voi. in- 12. IL InslitQzioni di Gajus^ iii-12 IfL Le Fonti del Diritto CìvÌIr, in-t2 /K Introduzione al Manuale delle Pandette Boia filo prnt avv. tu — Nozioni elementari di Diritto Civile patrio ad uso degli Istituti tecnici. Le principali Riforme del nuovo Codice di Commercio, 1 voi. in-S Boslo dott. C* — Deìla proprietà delle acque e della necessità dì rettificare la pratica vigente nel Veneto circa alla distinzione dì quelle in pubbliche e private. Cenni con raggiunta dei lesti di legge. 1 op, di pag. i3, in-8- Oaran! G« — Manuale di Contabilita Comunale, contenente tutte te Legi^i, Regolamenti, Massime di Giurisprudenza sulle Imposte e Sovraìmposte Co munalij ecc. ecc. 1 voi. in 8 di pag. G80 . , , . Codice dì Commi^rcio (il nuovo) del Regno d'Italia con le dìsposiziouì tran sitorìe. 1 voi ìn-32 >,.,,-., Regolamento per l'attuazione del Codice dì Commercio del Regno d'Italia, i voi. in-32 — Disposiz. transitorie del Codice dì Coram. del Regno dltalia, 1 voi. in-312, — Disposizioni transitorie e Regolamento per l'attuazione del Codice dì com- mercio del Regno d' Italia. 1 voi in-3'2 . . • . - Codice Penale Itàl, — Testo con le disposizioni pell'attuazione. 1 voi. ìn^32 Fagioli avv. i* — Dell'impotenza virile al malrinsonio secondo il diritto e la medicina legale. 1 voL in42j  Lebrecht dott. G. — Il risparmio e la educazione del popolo. Studio sullo Casse dì Risparmio italiane ed estere. 1 voi. iu-12 di pag. iSS < Legge  S sulle tasse e depositi gìudiziaril col Regola- mento, approvato col R. Decreto 10 dicembre 1882 n. 1103 per la ese- cuzione aella Legge. 1 opuscolo ìn-8 , , , LeYÌ Li La questione monetaria durante il Congresso dì Parigi del 1889. Morpnrgo E* — Roma e la Sapienza. Compendio di notizie storiche sulla Università Romana. 1 voi. in-S Monselice avv. Ugo, — Legge e Regolamento sulle Tasse e Depositi giù- diziafii, annotate. 1 opuscolo  Stoppato A- — Infanticidio e procumto aborto. Studio di Giurisprudenza penale. 1 voi. in-12 Sopliio D. — Cambiale ed assegno bancario. Commento al titolo X del libro I del nuovo Codice dì Commercio. 1 gr. voi. in-8 , ToiìMo Gè — Sulla distribuzione della Ricchezza, 1 voi. in- 12 1 30] 3 801 2 — 1 1 tSOj 6 — ! i 2» -  1 m ì — a  90 - 7»i 2 - t m 3 ^ 10 - 3 -^^SS^- Teraiia — Domito Tedeschi e Figlio — Terona RUUVO CODICE DI COMMERCIO ILLUSTRATO - '' ' -..io — Cusserf Ihannuci i^ '^, Prof. fk'irL'(iIr.-.-.,.n il i- "■ M 11,,.,. j, • i'ir,p - «arali i«rt Alberto. Prof. a«jmii»itrejj4 Il prosUHJ© Cotnmwiujj (i! e mvi-vo iu uiiu volumi ■striboilo : 'il' Vr.ì l - TiirtU r a Vra del LiJbiu 1 cammotiiati Uall'Avv. Lwae JJolaflio, " jj: — 1'"olo rx fJa) Prof. Alberto Mar?ìlti<«ri (comftff^in> 1 m. — Tjiojp X tìiU Prof. CI.. " IV. — Titoli XI 4 XJil <Jul!.;. .. i.Ui:vlHU > ,-> » V. - Titoli XrV a XVI ihì \>n>r. C-nm \ . .i) • VII. — Libro ni .-li"", r .j Condizioni di Associasloae : L L'opera cnmùivh di circa 5i» fìtsoicoli Ij^^ u dite u-Utum) di pag. 80 ui pi-eznu di !>. l.BO cùiiicoriy. IL II pajT^nentQ dei fastìlcnli si efTetUiwli ad ouni quailro n,,. "^ njediiinto Invio fl£ Vn^Iia di L. 6 altii Cai» Haìlrìcm UI : luu ira[X)rti» sfoaìone di <loraii5ÌlÌo in VeroniL uouipiuta lii publ>licaj|,me fkU'opei-a, -}« ne «qaiwtera il PubbttMlo rtiManic 42, — Botte I torciti: «tpeitn M-44. A^MAfiio \)]\\\ viummiiK rrvii.R ilm» iuUn SNNÙ VII - Vrm^ dui vt^ìmm i. Il», l/AiìnuaiJo tunlit'Hf^ luW.^ Ir' ^^^uìvu/a' e izìì imiti l'tiì/titìrall ufl tlrVcfii ni 4U ili' pi. rie. iiiiii <ii «Irc8 pgino 700 eroseti Sotto «ttuiDpa 11 I'* fiieitncol» ileiranoate Vili* 18ÙM, i-uiui iAKiuFARI DEI CONTRATTI A PAYOKE BI TERZI CODICE PENALE ITALIANO con affqluntq ff» Di$poir2toni Traf)$U9rit e le U1iiUH»nl pf?lf nppttgaiìonfs {follò stostò formato tn^cabìle ìd*^4* ottida KiIIzIoub U I.StK CODICE PENALE ITALIAN COMWCNTATO DALL' AVV. LUIGI MAJNO CJl \mn prepsTìlorl, cui l^i M II Elnrlsjriiilcnxi U Coiti tiiPii Io al nunvo Cùini^^i fii^nik conslerà di cirm S fnideoli, cin^tinu di 6 ] J s. Ili iti «1 i,.,. ^jÌ7V*« Sotto stampa il III fascicolo. 15:5jBr iS è pBtililicalo il M IV ilei Cddiwj IH Proceéira CiTlIe. r HARVARD LAW LIBRARY FROM THE LIBRARY OF RAMON DE DALMAU Y DE OLIVART MARQUÉS DE OLIVART Received December 31, 191 1 IL SISTEMA ETICO-GIURIDICO DI SPENCER. Come dice H. P. Grice, un sistema filosofico non può dirsi compiuto se non comprende anche una teoria etico-giuridica. È la natura stessa della filosofia che lo esige; è la logica delle sue dottrine che ve la conduce. Dal momento che la filosofia mira a spiegare l'universo e la conoscenza che ne abbiamo, il posto dell’uomo nella natura, la vità e i suoi scopi, non può a meno. i di mettere in rapporto con questa spiegazione tutto ot ciò che attiene all’operare umano. Tale esigenza viene anzi sentita tanto più vivamente, quanto più profonda è la persuasione che la scienza sia fa ta. per la vita; onde è avvenuto riguardo ad alcuni si-_ stemi filosofici che la soluzione del problema etic giuridico è stata considerata dai loro autori come È. meta finale, a cui tutto il resto doveva servire di preparazione, e a cui tutto doveva convergere. Qi NE sto appunto è il caso dello SpENCER il quale, inau- «2A gurata la sua attività di scrittore nel campo della Do filosofia pratica, ebbe poi ad elaborare tutto il eran- 3 dioso sistema di filosofia sintetica per ritornare là. rs donde era partito, avendo sempre, como egli stessc ; ne avverte, a scopo ultimo dell’opera sua trovare una base scientifica per i principî regolatori. della condotta. L'etica e più specialmente quella parte di essa che riguarda l’equa costituzione della società, la giustizia, considerata come la prima delle cond >. zioni essenziali della felicità umana, fu l’arsomento della Statica Sociale pubblicata nel 1850. Ed a ques e sta fa d’uopo risalire per ricostruire la storia de lin pensiero etico-giuridico dello SPENCER, per c prenderne le trasformazioni successive, e soprattut per colpire certe idee madri le quali, mentre dann a quel pensiero l'impronta caratteristica e ne d terminano l’intrinseco valore, ne costituiscono anche il fondo rimasto costante, per quanto via via corretto integrato con altri elementi, e ricongiunto al siste ma filosofico generale nel frattempo elaborato dal l'Autore. Prendendo le mosse dalla Statica Social : sì può seguire passo passo lo sviluppo che viene fa- "ag cendo nella mente di lui la teoria della giustizia e di del diritto. Liberata dal presupposto teologico e se fondata già su hase rigorosamente scientifica, Veli Si  vir teoria fin dal 1860 riapparisce nelle sue linee gene-. Veda E; rali e viene applicata alla penalità nel saggio sul- V'Etica della Prigione; è avvalorata nei Primi Prin- È 200 cipî, in quanto implica un alto ideale da raggiungere, dalla previsione che l'ideale sarà effettivamente rea- lizzato in quello stato ultimo di equilibrio, verso cui tende l’evoluzione progressiva dell'umanità; si arricchisce dal lato psicologico di complementi no- tevoli mediante l’analisi del sentimento e dell’idea della giustizia, che fa parte dei Principî di Psicolo- 4 gia; trova nuove conferme nelle induzioni ricavate nei Principî di Sociologia da quegli aspetti della fe- nomenologia sociale che più da vicino vi si riferi scono; riceve una formulazione più rigorosa e di- MG viene parte integrante di una teoria più generale, allorchè nei Dati dell’Etica vengono poste le basi di tutto il sistema dei principî concernenti la condotta; {°° nell’ Individuo contro lo Stato è riaffermata energica- | È mente per dedurne la soluzione del primo e più A grave dei problemi etico-politici; finalmente prende i le più vaste proporzioni di una trattazione speciale e sistematica esclusivamente dedicata alla Giustizia, di cui il saggio sull’Etica Politica assoluta costituisce una specie di programma. Il libro della Giustizia è dunque l’ultima e più : compiuta espressione del pensiero dello SpPENOER su questo argomento. Ma è naturale che, volendo approfondirlo ed apprezzarlo adeguatamente, non sì possa prescindere dagli altri scritti precedenti e dal rapporto con tutto il rimanente della dottrina dI sofica di lui, al di fuori della quale, come accade — ogniqualvolta si tratta di un grande pensatore, sa- rebbo inesplicabile. È appunto dal fondo dî quella | dottrina che scaturiscono le idee ul Fontamioa So Ù È  tali e caratteristiche del sistema, alle quali feci lusione e che mi propongo qui di porre in rilievo, di rilevarle c'è grande bisogno, perchè in esse è ripos l’importanza vera del sistema stesso; sono esse che racchiudono l'elemento vitale, che Tappresentano acquisto durevole, che costituiscono un progresso ve-_ ro; sono esse che hanno contribuito e potranno vie più contribuire, purchè si voglia e si sappia giovarsene! al rinnovamento scientifico sia dell’etica in generale, della filosofia del diritto. Quindi vanno sceverat distinte da altre che non hanno uguale valore, t: tochè non raccolsero e non possono raccogliere l’ad sione di chi, professandosi indipendente seguace delli SPENCER, vuole restare rigidamente fedele alle pre- messe critiche e sperimentali del suo evoluzionis e da quelle stesse premesse deduce la necessità di. correzioni e complementi, soprattutto nel campo de applicazioni sociologiche ed etiche. A. quali e quanti discussioni queste abbiano dato luogo, e come nel seno stesso della scuola si sieno manifestati profondi | dissensi, lo dice tutta una letteratura che conta chi anni ed è già abbastanza copiosa. Da essa si può raccogliere come alcuni seguaci della filosofia 2 scientifica, giudicando non conformi ai principî d: questa certe dottrine dell’etica spenceriana, sie affrettati a respingerla tutta quanta e posti per conto loro a tentare altre vie, facendo interamente o pres sochè interamente astrazione da quella. Non hanno avvertito che bisognava invece sottoporla a rigor ‘revisione critica, prima di stabilire fin dove s'avesse a dichiararla inaccettabile ; non hanno compreso co- n me quelle stesse dottrine, che loro ripugnano, non. IL cho essi professano. E se ciò è accaduto per l'etica in genere, tanto più avrebbe dovuto verifica la teoria giuridica; anzi rsi per questa per alcuni rispetti e addirittura meraviglia ed ‘he scandalo in certi evoluzionisti. è stata fatta sufficiente avrebbe dovuto destar an Ma non vi attenzione, nonostante che qualche avveritmento non sia mancato intorno al vero carattere della dottrina giuridica spenceriana!, Ora che questa apparisce nella veste di una tratta- sione compiuta e speciale, diverrà oggetto di stadi più profondi; e i dissensi, se ne può essere certi, sa- ranno vivissimi, alte le meraviglie, fiera le prote- Ma si avrebbe gran torto anche qui di non distinguere ciò che è conforme ai principî del eri- ticismo e del positivismo da ciò che non lo è, Vele- mento essenziale, legittimo e vitale dall’elemento accidentale, arbitrario \e caduco. È di quello che va tenuto conto; è su quello che bisogna insistere, procedendo anche, se è necessario; a rettificarlo ed a compierlo, come lo esige per sua natura la filo- sofia scientifica, che non è circolo chiuso di formule assolute e definitive, ma progressiva integrazione di verità. 1 Fin dal 18S8 nel Programma critico di sociologia (Cap. VIII, e poi con maggiori sviluppi nel Problema della filosofia del ni- itto ($ XII), io abbi a rilevare il rapporto della dottrina dello Srrxcer colla scuola del diritto naturale, e, pure adilitando la necessità di rettifiche e di complementi, insistetti nel mostrarne le piena legittimità e l’alto valore, in quanto mira a stabilire il fondamento intrinseco e ln giustificazione razionale della” morale e del diritto. Mi permetto questo ricordo personale an, che perchè mi fornisco occasione ad avvertire, una yolta per sempre, che in quei due miei scritti e nell'altro più recente, Gli studi di H. Sumner Maiîne è le dottrine della filosofia del diritto; il lottore potrà trovare la conferma ed una dimostrazione più ampia, sia sotto l'aspotto della oritica, sin sotto l'aspetto della ricostruzione, delle cose dette qui.  de Di accingersi a tale lavoro, sia pure nei limiti angusti di una prefazione, v'ha anche una ragione di opportunità. Non è improbabile che qualche av- versario della filosofia scientifica, facendosi forte di quelle parti della teoria etico-giuridica dello Spen- CER che rientrano, o gli sembrano rientrare, nell’or- dine d'idee da lui vagheggiato, trascurando le altre, e soprattutto dimenticando gli indissolubili rapporti ; con tutto il resto del sistema, cada nell’equivoco dî È ritenere e pretenda poi far passare la Giustizia per l'opposto di ciò che è in sostanza. Può essere an- che che ci accada di vedere esaltato il caposcuola dell’evoluzionismo, come se avesse cessato di esserlo #9 solo perchè parla di diritto naturale, di etica ASSO luta, di principî a priori. Data siffatta ipotesi, sarà fica bene fino da ora mostrare a questi avversari la 1 o= a cessità di andare molto cauti, di non fidarsi troppo ai dell’insperato soccorso, e in particolar modo di non perder di vista il fondo della dottrina, perchè in fondo c'è appunto quella filosofia che essi combat- tono e disprezzano. L'accettazione anche parziale, — che facessero della teoria, potrebbe essere per loro A e = molto pericolosa, oltrechè sarebbe sempre una vera | Su ingenuità. ‘Per lo meno dovrebbe agitarli il sospetto che turbava l'animo di Margherita, allorchè Faust or le parlava di Dio: quelle cose all'incirca le diceva | anche il parroco; ma le diceva in un modo diverso! i II pas É palo 1° 00 Se non si sapesse quante ragioni possono con- | correre ad impedire l’adeguata comprensione den pensiero altrui, potrebbe sembrare strano essersi di solito avvertito ed apprezzato mono nel sistema e v em ci renzia, non ‘solo pel nome ma per E, di da altri sistemi nei quali, eccettuatone eri tip gli & si avvicina; quell’ idea o fa inte me) il carattere della necessità. Si tratta di sap un'azione sia ‘ed abbia ad essere. riputa cattiva, giusta od ingiusta. Vece tormenta la coscienza umana, eacui sia mai riusciti a comporre il lor Alla volontà di un potere s RISO di questo, fa ricorso la Gan lazioni intime della coscienza, r ed infallibile, si affida l’intuizionismo della ragione ed alle leggi del pens dell’ethos, risale l’ idealismo; dall’os effetti utili o dannosi corivindi RD sere MG empirico ricava lo SRO lu cerca etica alla constatazione. in fatto, senza preoccuparsi d pagano dell'autorità che alla. dallo stesso processo d S convincimenti della coscion: a sa zioni di. un pone impera : N: Ar xIÎ spiegazioni di necessità intrinseca o non v'ha ATAOS] cia, o non è abbastanza giustificata, o non scaturi- sce da dimostrazione scientifica. La vera necessità intrinseca, risponde invece lo SPENCER, è quella che si fonda su rapporti di causalità naturale. ‘Pol modo stesso onde le cose sono costituite, esiste un Tapporto uniforme e costante fra causa ed effetto, fra l’azione e i suoi risultati. Certi modi di condotta produco- no conseguenze vantaggiose, certi altri producono conseguenze funeste ; a le producono necessariamente, Quindi ciò che è bene o male, giusto od ingiusto, lo è in forza di questa necessità; esiste una ragione intrinseca per dichiararlo tale, e por subordinare la condotta a norme corrispondenti. E poiché la na- tura delle cose, che determina il rapporto necessa- rio fra l’azione ed i risultati, si rivela nelle leggi della vita e nelle condizioni del suo completo svi- luppo nello stato sociale, segue che da quelle leggi e da queste condizioni si debbono dedurre le norme etiche tutte quante. Così l'etica diventa veramente scientifica assu- mendo a base quello stesso rapporto causale tra fe- nomeni, su cui riposa ogni altra cognizione sciontifica; 0 sodisfa le esigenze proprie di una ricerca oggettiva procedendo per deduzione rigorosa da leggi naturali antecedentemente accertate. E non basta, Una dot- trina della condotta che mira a ricondurre tutto le norme particolari di questa ad un principio unico, vuol essere ed è essenzialmente filosofica, Sotti questo aspetto il suo valore è misurato dal rapporto. che la lega colla dottrina della conoscenza o colla nozione sintetica dell’universo; fa d'uopo cioè che ‘6888 formi con queste un tutto coerente ed armonico in modo che l'ordine pratico coincida coll’ordine te II Pensiero e ) 0 SPENCER sodisfa anche questa i di : È » Hdi vero, la spiegazione ultima che, procedendo di generalizzazione in generalizza- zione, la filosofia scientifica ci dà dell’ordine rico, Videale della vita colla RA, 7 € LI ; si dello coso. Ora l esposta teoria, sebbene] non l'abbia messo m evidenza, seconda condizione. ie SEA 2 cosmico, si assomma nel principio di causalità. D'altra dae te questo è anche supremo principio gnoseologico, condizione fondamentale di ogni conoscenza, legge dol pensiero implicata nella stessa nostra costituzio- ne mentale. Quindi, se alla causalità naturale risale la dottrina della condotta come ultimo suo fonda mento, segue che non solo convergono, ma s'imme- desimano e si unificano, la legge del sapere, la legge dell'essere, la logge dell’operare. | Wîha poi fra Pe tica e la concezione dell'universo un rapporto anche più immediato, quello che lo SPeNoER stesso ha tenuto a rilevare quale conseguenza del suo sistema filosofico. Da una parte l’universo è spiegato come una formazione naturale, come evoluzione; dall'altra l'etica, mostrando la necessità di uniformarsi alle condizioni di esistenza e valutando la condotta dal grado più o meno alto di questa corrispondenza, riesco a designare nell'adattamento la norma diret- trice della vita e nello sviluppo perfettivo il suo ideale: Così la vita è compresa qual parte integran- te dell'ordine cosmico, e la legge dell’operare umano sì risolve in una applicazione della legge dell'evo-. luzione universale; un’applicazione che concerne la forma più alta dell'evoluzione stessa, perchè conver- tita in idealità ed attuata in modo cosciente, riflesso, volontario, Quale è ora il nome di questo sistema che ripone la ragione della morale e del diritto nella causazione necessaria? Spencer l’ha chiamato utilitarismo razionale. Nella Statica Sociale non aveva ancora questa designazione, e non poteva averla perchè il concetto fondamentale del sistema era combinato con 3 elementi teologici e teleologici, rappresentandovisi la ; costituzione delle cose come un ordinamento divino, e l’uniformarsi alle condizioni di esistenza como at- tuazione dell’Ylea Divina. Sostituita più tardi l'in- terpetrazione scientifica, venne anche il nome diretto a significare, ein modo non equivoco, la differenza. dall’utilitarismo empirico. C°è appena bisogno di avvertire che l’appellativo di razionale è preso qui in un senso affatto diverso da quello proprio della. ne: scuola razionalista, la quale faceva della morale e del diritto un prodotto del pensiero. Denota invece in questa, come in altre scienze, quel grado mag- n giore di perfezione che raggiungono quando, supe- i rato lo stadio induttivo, riescono a spiegare dedut- tivamente i fenomeni come conseguenze necessarie di una legge generalissima. La trasformazione quin- di dell’utilitarismo da empirico in razionale costi- tuisce un momento della massima importanza nella Storia dell’etica. L’utilitarismo empirico non va al di là delle generalizzazioni raccolto osservando gli effetti derivanti dalla condotta, ed è condannato a smarrirsi nel labirinto di calcoli incerti, soggettivi, variabili; non riesce a spiegare perchè quegli effetti necessariamente arrivino, e nemmeno quindi a ren- dere ragione della necessità della norma. L'utilità è un mero risultato, e il raggiungerlo dipende dal “U conformarsi alle condizioni di. esistenza, Ora, se si ripone nell’utilità il fondamento dell’ordine etico- giuridico e lo scopo immediato della condotta, si vie-. ne a fare del risultato un principio regolatore o del  | consecutivum un constitutivum. Vero rismo empirico difende vigorosame zione; ma se un suo eminente I Sip@WICK, muove con successo gli a: iti co lati deboli del sistema spenceriano, no a scuotere la superiorità che a qu l’idea dei rapporti di causazione nece todo di dedurre dalla conoscenza dei rapp regole della condotta 1. IZ Aa i E o nell'avonisna quell idea con rigore sistematico facendoi saldo della teoria; ma, enunciata par incidentalmente, la si riscontra già in denti, compreso l’utilitario. Ve nh accennai, strettamente affine con quelli e certo a lui sconosciuto. Ki il sistemi nostro. Anche per RoMAGNOSI vo e il sapere pratico fanno capo al cipio, il concatenamento delle cause ed la necessità che erompe dai rapp ti rea tura. Tali rapporti costituiscono una leg antecedente, ossia un ordine necessario, ( mali, in vista del quale certe cause producono benefici effetti e certe altre € Per conseguire i beni ed evitare î mali allora che gli uomini nella loro condo 22 0 x st “RITO 1 H, Sipawicx, Mr. Spencer's Ethica! The methods of Ethics, Third Edit., London, Noa 4, Quanto sia profonda la differ a dichiarazione di Stuart Miti riguardo alla cer. Questa vuole che “si bra modi di azione tendono necessaria? IBID quali il contrario,. Eglisi ad eccezione della parola “ Ch. V). In questa riserva c'è to Miun, sn # ATe da bili XVI  quell’ordine, e sia posto modo e regola alle relazioni sociali. Donde un ordine di diritti e di doveri, o legge naturale conseguente, che va dedotta dai rap- porti reali e necessari della natura. Così dalla na- cd tura sono poste le condizioni pel raggiungimento 2 dell'utilità; la vera utilità razionale, che consiste £ nella più felice conservazione accompagnata al più rapido e completo perfezionamento, dipende dall’at- tuazione della giustizia. Quindi l’utilità, per quanto formi un carattere perpetuo ed essenziale di qualun- que diritto e dovere, è sempre un effetto; e ne deriva teoricamente l’esicenza di risalire ai rapporti reali —— /{_° della natura e alle sue loggi indeclinabili, che FOTO la sorgente del bene e del male e determinano quel- l’effetto! Non fa bisogno di commenti per dimo- strare una affinità che si pone in'ilievo da sè e nel modo più evidente; come d’altra parte è superfluo aggiungere che sarebbe assurdo spingere il parallelo più oltre. Nel modo d’intendere i rapporti della | natura cominciano subito, e sostanziali, le differenze. Il concetto della causalità, la considerazione degli effetti intrinseci delle azioni, il processo di deduzio- ne da leggi naturali, questo c'è di comune; 0 questo È basta perchè, parlando di una corrente di pensiero — dalla quale, purchè congiunta con altre, potrà uscire il rinnovamento della filosofia morale e giuridica, si. possa e si debba associare il nome de? due grandi filosofi. } ue 1 G. D. Roxaaxosr, Assunto primo della scienza del diritto na- E turale, 68 1, 2, A, 17; Introduzione allo studio del diritto pubblico universale, 870; Genesi del diritto penate, 88 994-1009; Zstituzioni A Cito soltantoi civile Mosofia ossia Giurisprudenza teorica, 8 1408, passi più salienti,  TODI Senonchè la geniale e feconda dottrina dell’uti- litarismo razionale perde molto del suo valore pel modo onde lo SPENCER intende le condizioni di esì- stenza, e quindi i caratteri dell’etica. Egli, l'autore di una filosofia per cui tutto perennemente sì tra- sforma, considera, ed ha sempre considerato, come uniformi e permanenti le condizioni di esistenza, le condizioni, secondo lui, necessarie per una vita com- pleta nello stato di associazione. Da queste deduce una legge oetico-giuridica invariabile, universale, as- soluta, la quale per conseguenza non può essere altro che la legge propria di quello stato ideale, verso cui l’evoluzione no Sospingerebbe; propria cioè di un’umanità perfetta, di uomini completamente adattati alla vita sociale. Donde la concezione di un giusto in sè, a cui corrisponderà, come è detto nei Principî di Psicologia, la formazione di sentimenti fissi ed universali !; donde la distinzione fra l’etica assoluta © l'etica relativa. La prima, seguendo un pro- cesso metodico che è quello stesso della meccanica astratta, a cui viene con signiticantissimo paragone rassomigliata, stabilisce quali sieno le eque relazioni fra individui perfetti in una società ideale, o per ciò non può tenere conto alcuno, come fa la seconda, delle circostanze e delle esigenze proprie di forme di associazione puramente transitorie. Così, per un esempio caratteristico, la subordinazione dell’indi- viduo e il suo eventuale sacrificio al bene comune, nel caso di guerra difensiva, sono giustificati dal- l'etica relativa, e quindi finchè dura il conflitto dei gruppi, non già dall’otica assoluta che è l’etica dello 1 Cfr, s 624, Stato permanentemente pacifico, e, come tale, incon- L dizionatamente afferma la legge dell’uguale libertà, dalla quale non possono essere riconosciute per le- gittime altro che le limitazioni reclamate dalle ne- cessità della coesistenza. i Ora è stato appunto tale carattere assegnato al- l’etica e alle sue leggi una delle cause che più ha contribuito a procurare oppositori alla teoria, e ad impedire che se ne vedessero i pregi. Obbiezioni gravissime furono sollevate, nè lo SPENCER è riu- scito, rispondendovi, a rimuoverle; anzi colle appli-. cazioni concrete e particolari, fatte adesso dell’idea | sua nella Giustizia, le ha giustificato più che mai, Lt 3 Si prescinda pure dalla legittimità dell'ipotesi di uno stato di completo adattamento, e dalla possi- bilità di prevedere in modo definito quali ne sareb-. bero la natura e le condizioni. Resta sempre, ed implica contradizione, che la legge dell’uguale li- | bertà, affermata come propria di condizioni sociali | F: ideali e perciò affatto diverse dalle nostre, venga poi in realtà assunta, e largamente, a regola anche di queste, tantochè non sì sa dove finisca l’etica re- lativa e dove cominci l’assoluta, e nessun criterio Ù viene assegnato per decidere se sia bene, o per lo meno dentro quali limiti lo sia, seguirne fino da or. n i dettami. Tranne le limitazioni reclamate dalle ne- cessità della difesa, i diritti particolari, dei quali nolla Giustizia si stabilisce il fondamento, derivano dall’etica assoluta; eppure si afferma, ed a ragione, | che abbiano ad essere riconosciuti fino da adesso, anzi si constata che lo sono di già nei paesi civili. AS ! Fra i tanti che mossero le criticlio basterà ricordare: H Spawick, Op, @ loc, ci t.@F. W. MarrrawD, Hr. H. Spencer*8 Theo-. ty 0f Society, I, The ideal state (Mind, VIN), atei ga ig i DI HERBERT SPENCER XIX Ma, se è così, essi rispondono non già alle esigenze di una remotissima ideale umanità, sibbene proprio Simo stato. 0% poi tradizione nel ritenere come propria di una società ideale la legge dell’uguale libertà. Questa implica limitazioni reciproche; ma în tin mondo composto di uomini, costituiti psicologicamente in modo che il mantenimento fra loro di equi rapporti si effet- tuerebbe colla spontaneità di un’ abitudine organica, e sarebbe dovuto agli impulsi di irresistibile sim- patia, come si può più parlare di restrizioni e di Ji- miti, e quindi della giustizia, se non in un senso puramente nominale ? E tuttavia queste ed altre obbiezioni dello stesso genere, che possono muoversi, non hanno che un va- lore secondario in confronto di ciò che deve essere opposto in nome dei principî fondamentali della filo- sofia scientifica. ‘Per poterle dire conformi a tali principî, le teorie hanno da adeguare i fatti, rispec- chiarne la natura, comprenderli nella loro interezza. Se trattasi quindi di una cosa che si fa, di una cosa che è in movimento 6 sviluppo, la scienza che la studia deve seguirla passo passo, spiegarla non già solo in un particolare momento main tutti, e rimanere sempre aperta in modo da integrare nell’avvenire le sue spiegazioni. Ciò vale naturalmente anche per le scienze Dratiche, perchè, deducendo esse le norme della condotta da rapporti reali, dovranno pure te- ner conto delle modificazioni che avvenissero în que- sti rapporti. Ma a tale esigenza contradice la no- zione di etica assoluta. Lo SPENCER fonda il suo Sistema etico-giuridico sulla natura delle cose, e que- Sto ne determina il grandissimo valore. Ma chi meglio di lui ha dimostrato che la natura delle cose, ben lungi dal costituire l'essenza quiescente supposta dalla metafisica, si viene invece facendo a poco a poco ed ha per conseguenza carattere evolutivo e dina- mico? Le leggi della condotta, egli aggiunge, van- N no dedotte dalle condizioni di esistenza; e senza dub- bio è questa la vera via. Ma le condizioni, di cui si parla, non concernono esistenze astratte, sibbene esseri reali, concreti, determinati da molteplici cir- costanze di tempo e di luogo; e quindi non possono ritenersi come immutabili ed universali. Vero è pu- re che quelle condizioni alla loro volta dipendono. da leggi naturali, le leggi della vita individuale e le leggi della vita in comune. Ma non si evolvono forse la vita e la società? Si evolve la vita, e per conseguenza le sue leggi assumono caratteri, signi-. ficato e valore corrispondenti alla natura propria Ghio nn processo evolutivo; dal grado stesso di sviluppo, dall'ambiente diverso in cui la vita si svolge, dall’in- tervento di nuovi fattori ed elementi, derivano nuove condizioni ed esigenze e rapporti nuovi. Si evolve la Sa à società passando per forme molteplici e varie, ognuna sa È dello quali, come presenta caratteri specifici, così ha A A le sue condizioni e le sue leggi. Soprattutto poi va tenuto conto che l'evoluzione sociale è una formazione. essenzialmente storica, e che l’uomo, di cui s'ha; Ci considerare la natura per derivarne le norme di con- “a dotta, è un ente storico, e non può quindi venire compreso nella realtà sua al di fuori della storia. mu Donde la necessità che nel determinare le condizio- È ni di esistenza, lungi dal procedere per via di astra- LA zione, si ricerchi quali effettivamente esse siono in un dato momento storico. Certo sarebbe ‘esagera zione dire che variano tutto e sempre e incessan SEDE SLIERIZE I TT OT DI SPENCER Alcune hanno il carattere di una certa uniformità e costanza, rap- presentano ciò che vi è di più generale e comune nelle esigenze della conservazione e della prosperi- tà individuale e collettiva, quali che sieno le parti- colari circostanze di tempo e di luogo. ì progredire dell'incivilimento, che co a attenua le differenze e accresce le somiglianze, ten- de a stabilirsi sotto questo riguardo una sempre maggiore uniformità fra le varie aggregazioni uma- ne. Certe altre condizioni di esistenza, invece, sono soggette a variazioni, alla loro volta determinate dallo sviluppo fisio-psichico degli individui e dalle trasformazioni dell’organizzazione sociale. Ed è na- tarale che sia così. Se il grado di vita si fa più elevato, se il tipo sociale diventa più complesso, più elevate e complesse condizioni si debbono cor- relativamente produrre. mente le condizioni di esistenza. Ora se variano, almeno in parte e dentro certi limiti, le condizioni di esistenza, segue necessariamente che debba pure variare, nelle stesse proporzioni e negli stessi limiti, la norma etico-giuridica derivata da quelle. ‘E segue pure che una norma corrispondente in tutto e per tutto alle esigenze proprie di un certo grado di sviluppo individuale e di una certa forma di organizzazione sociale, o quindi la meglio adatta ad assicurare il benessere dei singoli e del gruppo, s'ha da ritenere, finchè durano tali esigenze, tanto razionale e tanto necessaria quanto la norma corrispondente ad altre condizioni. Perchè dovrebbe ossore riservato il pri- vilegio della giustificazione intrinseca alla leggo dello stato ideale? Soltanto sì potrà fare questione di maggiore o minore perfezione, non già desumen- dola, come l’idealismo pretende, dal rapporto con X XII IL SISTEMA ETICO-GIURIDICO un archetipo astratto, sibbene misurandola dal grado piò o meno alto, più o meno progredito, di vita 6 di svi- luppo, a cui una data norma 0 istituzione risponde. Come è facile vedere, colla correzione reclamata da una più positiva considerazione delle cose, non è che varî il principio; variano solo le sue applica- zioni. Il supremo principio etico-giuridico resta sem- pre lo stesso, l'adattamento degli individui e delle società alle condizioni di loro esistenza. Ma nelle applicazioni esso va subordinato al criterio della re- latività storica, deducendo cioè la norma dalla con- creta realtà dei rapporti, da quelle particolari con- dizioni ed esigenze alle quali l’uomo e la società in È un dato momento storico sono sottoposti. Affinchè i non nascano equivoci, sarà bene esemplificare. Do- vunque e in qualunque forma esista una organizza- zione politica, essa implica un rapporto di autori- no tà e di subordinazione. L'esigenza di questa, lungi dall’appartenere ad uno stato transitorio secondochè vuole lo SPENCER, appartiene appunto alla catego- Mi ria delle condizioni che abbiamo detto uniformi e È costanti. Ma il grado di subordinazione necessaria non è sempre lo stesso, varia col variare del tipo sociale. Una società organizzata giusta il tipo mi- * litare più puro, vivento in uno stato di continua ostilità con altre, esige, come condizione assoluta della sua preservazione, una tale integrazione da subordinare in grave misura gl’interessi e gli scopi di: degli individui a quelli della comunità. Im conse- guenza di uno sviluppo progressivo, alcune società | hanno invece raggiunto una forma di organizzazio- ne più elevata, che non solo consente, ma esige, anche quale condizione dell’ulteriore progresso suo, È il riconoscimento di una maggiore autonomia individuale. Nell’uno come nell’altro caso la norma che determina doveri e diritti, ha una ragione di intrinseca necessità; ma nel secondo caso, come più olevata l’organizzazione, così più perfetta deve ri- tonersi la norma. E si consideri pure una società cui le nature indisciplinate e ribelli difficilmente si piegano alle esigenze comune, e solo le raffrena la forza del costume che, ritenuto sacro ed inviolabile, incute un senso di pauroso rispetto. primitiva, in degli uomini della vita in Chi è che non vede essere allora il rigido impero della “santa, consuetu- dine e della tradizione non discussa una condizione essenziale di sopravvivenza ? La libera critica agi- rebbe come forza dissolvente. D'altra parte lo svi- luppo psichico è ancora così limitato, che la libertà di esame non è divenuta una condizione della vita individuale; e infatti manca quello che sì può chia- mare l’indice psicologico delle condizioni di esisten- za, voglio dire il bisogno. Che cosa invece debba farsi in una società la quale abbia superato questo stadio, è inutile aggiungere. E si potrebbero mol- tiplicare gli esempi, Lo osservazioni fatte fin qui portano a conelu- dere che l’utilitarismo, pure restando razionale, ha da essere combinato col principio dell'evoluzione ed informato al criterio della melatività storica, Nè la sostanziale modificazione, che si deve apportar- gli, implica contradizione di sorta col principio di causalità, fondamento del sistema. Anzi ne è una 1 L'afformazione del Wuxpr (Ethik, Zw. Absoh,, Kap, III, 4, c) che il sistema spencoriano, implicando la variabilità delle condizioni di esistenza, finisce coll’essere un relativismo utili= tario, da quanto si è detto risulta affatto ingiustificabile. Egli non tiene conto dell'etica assoluta, [ehe in sostanza è per lo Sennorr la vera etica, AR ente LI i  conseguenza, un'applicazione ed una conforma nol à tempo stesso. Se mutano le condizioni di esistenza, : mutano anche i rapporti causali; cause diverse, od operanti in circostanze diverse, producono effetti diversi. E ben lo comprese Romagnosi che, domi- nato sempre da un senso profondo della realtà, in- segnò una teoria sotto questo riguardo ben più po- sitiva di quella dello Serworr. Dalla varietà dei | rapporti egli appunto deduceva non poter rimanere sempre la stessa la norma della condotta, ogni po- sizione dovere avere il suo ordine proprio di ragione, e il diritto naturale, che non costituisce una formula algebrica, essero tanto esteso, pieghevole o OE i forme quanto lo sono le necessità naturali. * IV. Così, nonostante l'elemento relativo e storico con. D cui va completata, la dottrina dell’utilitarismo ra- ) zionale mantione la sua piena validità, in quanto assegna alla morale e al diritto un fondamento in- trinseco ed una ragione oggettiva nella natura stessa. — delle cose. Fa d’'uopo ora vedere quale ne. sia da vera portata e quali ulteriori conseguenze ne deri vino, considerandola più specialmente in rapporto al -# diritto. Essa trovasi, come accennai già, in aperto contrasto coll’idea di coloro che nel diritto non ve- dono nulla al di lì del fatto, al di là della norma positiva, leggo o costume che sia, lo dichiarano un | fatto d'opinione e ne ripongono la giustificazione nell’autorità di chi lo costituisce e lo sanziona. Ka | TÒ Bluziov nal td alokpiv ob qploer Add vbjup. Non 1 Sì vogga più spociaImonto l'Assunt Ta sdlèRaa del diritto naturale, 88 5, 26, 27. SRI Dara dalla natura ma dalla loggo derivano il giusto e lin- giusto. E la vecchia idea ospressa la prima volta appunto în questi termini da AROHELAO, ripetuta via via tante volte e sotto forme diverse, ravvivata ai tompì nostri, integrandola però con nuovi elementi, dallo storicismo, o ritenuta ora da molti l'unica com- patibile con una teoria positiva e naturalistica del’ diritto, Ciò che lo storicismo v*ha aggiunto di nuovo è stato, oltre la formulazione più rigorosa, una com- prensione più larga del fatto ricavata dalla sua spie- gazione storica; ed in forza dì questa il diritto viene inteso come il prodotto di una elaborazione psichica collettiva, come un'idealiîtà sociale formatasi nella coscienza popolare, onde la giustificazione vera della norma vigente la sì fa consistere nella sua effettiva corrispondenza coll’idealità sociale che la prepara e la determina. Il progresso che con ciò ha fatto la teoria è certo notevolissimo, ma îl difetto sostanziale rimano. Sebbene trasferito dal volere «del legisla- tore ai convincimenti della coscienza collettiva, il fondamento del diritto resta pur sempre estrinsaco. Risorgo e ricove nuova applicazione l’obbiezione del- lo SPENOER che sì disconosce la causalità naturale. Se a giustificare il diritto bastano l'opinione e la volontà o di uno o di molti o anche di tutti, e non interviene la necessità che esclude l’arbitrio, vuol diro che nel mondo umano e sociale tutto è inde- terminato, o che una leggo può indifferentemente ritonersi buona quanto ùn’altra. Ma se esistono * rapporti causali, se tutto è reciprocità, allora esiste anche una ragione per cuì una legge agisce sugli uomini associati più beneficamente di un'altra. Se gli atti cho la leggo preserive producono effbtti be- neficì, © gli atti cho la legge divieta producono effetti dannosi, non si potrà certo dire che l’effetto deriva dalla legge; dunque non dalla legge ma dal- l’effetto che naturalmente produce dipende il valore dell'atto, e non dall'autorità che l'emana ma dalla natura delle cose è giustificata la legge. E ciò im- plica che oltre 0 prima del fatto c'è la sua necessità; idica non può non essere od essere Due la norma giuri diversa. Il suo contenuto è già dato. Data la vita, sono date anche le condizioni perchè essa si conservi e sviluppi; data la società, sono dato le condizioni perchè possa raggiungersi una cooperazione armonica, efficiente, progressiva. Ed ecco allora il fondamento naturale del diritto. £ ‘Raffermandolo, lo SPENOER riprende, ravviva e rafforza con dimostrazione strettamente scientifica i una tradizione costante del pensiero filosofico-giuri- | | dico, che ha sempre mirato @ ricercare quel fonda- È mento. Ricerca legittima, che per un vero pregiu- de dizio s'è voluta condannare in nome del positivi. Ca smo; disconoscendo così la natura e la funzione pro. pria di una scienza etica, quindi chiamata, stabilendo P ciò che deve essere, a governare la vita. Ma non fa d’uopo insistere su tale legittimità. Piuttosto in- teressa rilevare come la dottrina spenceriana intorno alla ragione intrinseca della norma giuridica, o tutta la secolare tradizione a cui essa si rannoda, sodisfino un bisogno della coscienza umana, 6 trovino una giu- — bi stificazione ulteriore in un processo psicologico il quale s'è compiuto nel corso dell’incivilimento, ri- sponde ad un aspetto essenziale di questo, ne costi- tuisco anzi uno dei più alti prodotti. Il processo ha consistito nella differenziazione dell'idea di giusti- zia da quella di legalità. Osservando i gruppi sociali — effettivamente progrediti o giunti ad uno stadio ab  Xxvn pastanza avanzato di cultura, si trova che l’idea della giustizia, associata da prima con quella di autorità o divina od umana, a poco a poco se ne distacca, e finisce col rendersene affatto indipendente. In Se guito di questa. differenziazione, nella coscienza, quanto più è sviluppata, la ragione giustificatrice delle norme giuridiche viene riposta, o per lo meno ricercata, in qualche cosa che sta al disopra del- l'autorità del potere sociale, in qualche cosa d'in- trinseco ed oggettivo, tantochè ripugnerebbe come contrario ® giustizia che non ci fossero certe norme di condotta 0 fossero diverse, e in aleuni casi si ar- riva a trovare le norme vigenti în contradizione con ciò che si ritiene dovrebbero essere, le sì procla- mano ingiuste, o se ne domanda la riforma. Se que- sta differenziazione non fosse avvenuta, di progresso non si potrebbe parlare, e irrigidite in una immo- bilità orientale sarebbero rimaste anche le società nostre. Essa infatti presuppone che gli animi sì affrancassero dalla tirannia della tradizione e della leggo immutabili, che s’iniziasse colla discussione o colla critica quell’era della liberazione a cuì in- noggia GOETHE, © che così fosse resa possibile la rinnovazione cosciente e deliberata degli istituti so- ciali. A questo moto di emancipazione si ricongiun- go l'origine di una dottrina che ricercava al di là dol costume e della logge il principio del diritta; anzi si deve vedere in essa la manifestazione riflessa di ciò che intanto era avvenuto nella coscienza di tutti, Ma l'evoluzione psichica differenziatrice del- l’idea di giustizia da quella di legalità non solo spie- ga l'origine di quella dottrina, ne fa comprendere altresì l'importanza storica che ha avuto, @ designa. la funzione sociale che può compiere ancora. il sentimento comune che ne fa un'esigenza. Se in- fatti la scienza non desse al diritto altro fonda- mento che l'autorità del potere, acuto e invincibile sarebbe il dissidio fra la scienza e la coscienza dei i popoli civili, e per eliminarlo bisognerebbe ricorrere È all’assurdo di ammettere che i più alti prodotti di questa si risolvono in una grande illusione. È Ta giustificazione psicologica del suo sistema etico-giuridico è stata fatta anche dallo SPENGER, ma per una via diversa e sotto un aspetto affine sì ma distinto. Già nella Statica Sociale egli si era valso, come di una riprova, delle rivelazioni del senso mo- rale, e trovando che la coscienza dei diritti perso- nali, oltre di essere un fatto costante, si afferma in modo sempre più vivo ed energico, ne induceva do. ver essa corrispondere a qualche elemento essenziale della nostra costituzione morale. Applicando ora le sue teorie di psicologia evolutiva, considera il principio della giustizia, ossia la legge dell’uguale libertà, come un dato a priori della coscienza nel senso dell’innatismo ereditario, nel senso cioè che. l’intuizione dell'individuo deriva dalle accumulate ed organizzate esperienze della razza. E siccome fo la legge fondamentale dell’intelletto implica l'adat- tamento delle relazioni interne alle esterne, così le Si m esperienze dovettero essere determinate dalle neces- sognerebbe esaminare se veramente l'intuizione eti- co-giuridica assume quella forma così specificamente definita 6 distinta che lo SPENCER afferma, ed OLD (o  tenuto proprio quella legge di uguale libertà in cui egli fa consistere tutta la giustizia. Ma ad gra modo deve ammettersi che intuizioni relative vo erti principî fondamentali di giustizia fanno parte della costituzione mentale dell’uomo civile, accom- yagnati © avvalorati dalla persuasione della loro in- \rinseca necessità. Ora questa persuasione, questa opinio necessitatis, presuppone che l’idea di giustizia si sia differenziata dall’idea di ciò che è prescritto, presuppona compiuto il processo del quale abbiamo discorso. Dunque nella natura delle così il vero fondamento del diritto. Ma con ciò si vuole forse dire che esi- ste un diritto naturale? Ecco un altro punto in cui è necessario dissentire profondamente dallo SPENGER. Egli afferma che esiste; dalla Statica Sociale in giù lo ha sempre affermato, e con calorosa insistenza. Anzi il suo pensiero prende in ciò un atteggiamento che ricorda molto da vicino la scuola del diritto na- turale, non già, s'intende, nelle fantastiche ipotesi di uno stato primitivo di natura e di un diritto pro- prio di questo stato, ma in ciò che ne costituiva la sostanza vera, vale a dire in quanto riteneva dalla natura provenive il diritto, un diritto diverso dal diritto positivo e ad esso superiore. E non solo nelle dottrine, nelle applicazioni, talvolta perfino nel lin- guaggio, sì riscontra una stretta affinità, ma anche o soprattutto negli intenti pratici. La scuola. del diritto naturale fu, considerata nelle sue tendenze per col più comuni, l’espressione teorica di nu moto di eman- — cipaziono politica e religiosa, nacque dalle lotte della vita, lottò anche essa e cooperò efficacemer rivendicazione dei diritti indivuali. Per Ra UNO v  to, e nel “diritto divino ,, dei parlamenti, per la difesa della libertà compromessa dall’ingerenza dello stato che viene preparando la “futura schiavitù ,, combatte lo SPENCER, 0 da quasi mezzo secolo, con ardore di apostolo. Se si fosse tenuto conto dell’ idea ultraindividualistica che ispira tutta la sua filosofia sociale, non sarebbe dovuto sembrare strano il ri- torno alla teoria del diritto naturale. Ciò che invece è strano, è che nella storia di questa non si sia mai pensato di assegnare alla Statica Sociale il posto di onore che le è dovuto, e non si sia compreso che proprio in essa la logica della teoria era spinta ine- sorabilmente alle ultime sue conseguenze, comprese le conseguenze rivoluzionarie ed. anarchiche, com- preso il riconoscimento nel cittadino del diritto di ignorare lo stato !. Ma in questo ravvicinamento sarebbe affatto inutile insistere qui, tanto più che accanto alle somiglianze dovrebbero essere rilevate le differenze. Differenze profonde e sostanziali, per- ché, non lo si dimentichi, la natura, di cui parla lo SPENCER) è sempre la natura quale egli se la rap- presenta in forza di una interpetrazione scientifica dell'universo. Su questo nessuno si deve fare illu- sioni, e a questo bisogna badare per dare alle idee di lui il loro vero significato. per Fatta tale riserva, resta però sempre fuori di dubbio che egli ammette un vero e proprio diritto dato dalla natura, Le leggi della vita nello stato di associazione si convertono, secondo lui, in una legge giuridica naturalo, da cui la legge positiva, qualora — s ga 1 i 1 Cfr. Part III, Ch. XIX. Questo capitolo non lo si trova — più nella recento edizione (Social Statics abridged and revised, | London, 1892). L’'averlo tolto conferma quello che risulta dal- l'intero raffronto della Statico colla Giustizia, essersi ciod lo idee dell'Autore venute a poco a poco notevolmente temperando, niformi, trae ogni sua autorità; e quindi pri- jconoscimento legislativo, e indipendente- anzi prima ancora che si sia formato vi si U ma del © ‘o da 0850; monto (o a CS co È organo regolatore, gl’individui, come tali, hanno g RA pel solo fatto di essere OE in un certo modo 5 di possedere certo facoltà. Lo cla parecchio tempo che siffatta concezione del diritto è stata dimostrata illegittima, ® in modo definitivo. Nè la dimostra- zione è venuta soltanto dalla scuola benthamiana, dallo storicismo dal positivismo. Anche nei suoi indirizzi puramente metafisici, tutta la filosofia giu- ridica, dopo TANT © Fronte, da prima si è rivolta a correggere ® integrare la nozione del diritto natu- rale, poi ha palesato una tendenza sempre più de- cisa, che ormai si può dire prevalente, a non am- mettere l’esistenza del diritto altro che come diritto positivo, pur volendolo subordinato ad esigenze ra- zionali o ideali. La dottrina dello SerNoER appar tieno dunque ad una fase del ponsiero filosofico-giu- ridico di già superata. Non v'è allora ragione di opporre ad essa argomenti tante volte ripetuti. Ma v'è un’altra cosa da fare e che non è stata fatta, valu- tare cioò l’idea del diritto naturale alla stregua di quei principî del criticismo, ai quali lo SPENCER non può nogare il suo assenso. E tanto più è necessario far- lo, in quanto l’affermare con lui un fondamento na- turale del diritto e negare contro di lui l’esistenza î del diritto naturale, può sembrare a chi guardì le | cose alla superficie come una contradizione, o per lo | meno una questione di parole. lì invece questione di rispettare o no le leggi della conoscenza cho il criticisimo ci ha rivelato. Ammettere un fondamento intrinseco della norina giuridica, significa riconoscere un'esigenza che la norma stessa nella sua formazione, non fatale ma cosciente e volontaria, deve sodi sfare; e ciò è legittimo ed è scientifico; laddove af- fermare l’esistenza di un diritto, che non sia quello positivo e prodottosi storicamente, equivale ad affer- mare una non entità, ad assumere come reale ciò che non è dato dall'esperienza, vale a dire a ricadere nel dommatismo metempirico. E di vero, il diritto si offre a noi come realtà d’esperienza solo in quanto è un fenomeno psico-sociale, ossia un'idea umana che si concreta e si oggettiva in una norma di condotta, norma obbligatoria e, nello stadio della sua forma- zione compiuta, fatta valere dall’autorità dello stato. Sempre e dapertutto una norma vigente, un diritto positivo e, come sua origine, un’idealità umana e sociale; ecco quello che ci dà la realtà storica, niente altro. Il diritto invece che si fa derivare dalla na- tura non è una realtà. La natura dà l’esistenza, i suoi bisogni, i suoi scopi, e con questo dà anche il contenuto e la materia del diritto; la natura dà le condizioni alle quali è legata l'esistenza, e quindi. anche la necessità di una norma garantitrice; ma la natura non dà la norma, per la quale occorre una mente, anzi più menti associate, che la pensino e la vogliano; non dà la garantia che presuppone, supe- rati gli stadi primitivi e imperfetti della difesa di sé, la costituzione dello stato e la sua autorità. Da qui si scorge come la nozione del diritto naturale sia nata e si mantenga per la confusione di duo coso affatto distinte. La leggo, in quanto esprime rap- porti causali di fenomeni, è confusa colla leggo nel senso di norma della condotta; anzi la logge fonome- nica viono senz'altro convertita in legge otico-giuri- dica, e sotto il nome di legge di natura viene com- presa tanto l’una quanto l’altra; si applicano alla seconda i caratteri della prima, e ci si aggira così in un equivoco che è tutto riassunto nella tanto ce- lebrata definizione di MoNTESQUIET: “log lois sont les rapports nécessaires qui dérivent de la nature. des choses,. Mai rapporti ne me, stabiliscono solo ciò che 1 e alla coscienza sociale, che 1 deale da tradurre in realtà. cessari non sono nor- a norma deve essere, elabora, additano l’i- Vi Sorge allora spontaneo il quesito, in quali rap- porti effettivamente si trovino il reale e l'ideale nel corso dell’evoluzione giuridica. Per quanto non se lo presenti in questa forma, tuttavia al quesito ri- sponde lo SPENOER; e risponde in modo da arrecare, purchè lo si rettifichi e completi, un altro contributo prezioso alla costituzione di un sistema otico-giuri- dico scientifico. Nell'ultima parto del suo primo lavoro, sollevandosi a considerazioni sintetiche di dinamica sociale, mostrava la coincidenza della legge dell’incivilimento col supremo principio etico. L'u- manità progredisce verso 1° individuazione, la quale consiste nello sviluppo il più completo dell’indivi- dualità di ciascuno salva l’uguale individualità di tutti gli altri, ed implica quindi il riconoscimento dei diritti personali. Questa la legge dello sviluppo progressivo; questo il fatto della Storia. E questo vuole puro la legge etica dell’ugnale lib tà, che è la lesge dell’ individuazione perfetta, | Più tardi l’idea di tale coincidenza sì combina, anzi addirit- tura s'immedesima, coll’ ipotesi dell'evoluzione, 6, trasformata, diventa l’idea dominante del sistema. La leggo dell’etica assoluta, la legge dell’uomo ideale bh }4 ti “ A nella società ideale, designa precisamente il limito al quale tende l'evoluzione della condotta, l’ultimo stadio di quell’adattamento che s'è venuto e si viene facendo. Infine nella teoria della giustizia la coin- cidenza ricove nuova applicazione, e in forma più conereta, più definita, più suscettiva di essere con- fortata da prove di fatto. Quella teoria, infatti, è fondata dallo SPeNOER sui risultati concordi di un processo deduttivo e di un processo induttivo. Da una parte, come si è visto, la deduzione dalle leggi della vita nello stato sociale; dall’altra l’induzione in cui, sulla base di dati etnografici e storici, gene- ralizza le esperienze dell'umanità registrate nella legislazione progressiva. Da queste raccoglie come, nel corso dell'evoluzione sociale e dell’evoluzione mentale che l’ha accompagnata, i sentimenti e le idee, le consuetudini e le leggi si sieno venute sem- pre più conformando al principio della giustizia, la legge dell’uguale libertà, tantochòè il principio in genere ed i singoli diritti personali, che ne derivano quali corollari, hanno ricevuto via via progressiva- mente riconoscimento e sanzione. ; È evidente che il rapporto stabilito dallo SPENcER tra il fatto e la legge etica dipende ed è inse- parabile dal carattere e dal contenuto a quella as- segnati. ‘Posta la legge come assoluta, ne deriva necessariamente un tipo anch’esso assoluto, quindi invariabile ed universale, verso il quale progredirebbe il diritto positivo. ‘Posto il principio dell’uguale li- bertà come supremo, unico e incondizionato, il moto. storico del diritto, pur così ampio e così multiforme, viene racchiuso nello rigido maglie di quella for- mula, e tutto il progresso, o già avvenuto o che av- verrà, fatto esclusivamente consistere nel riconosci- iti iii st DI HERBERT SPENOER mento della libertà individu da parte per ora l’unilater prescinda ancora una volta ipotesi dell? adattamento com s'avanza verso la terra promessa dello stato idea- le. L'essenziale è ristabilire, in conformità di ciò che sopra si disse, che il progresso del diritto va riferito a condizioni ed esigenze variabili, e quindi misurato secondo una stregua che varia, si Sposta, s'innalza con queste. Ed una volta rie via di un'indagine più (una via che le difficoltà zazioni storiche impon la necessità di consid un aspetto wiiversale, e lineare, ma in rapporto ai vari XXxV ale. Ma si lasci pure alità del principio, e si da ogni questione sulle pleto e dell'umanità che gruppi sociali, in o arbitrariamente del pro- gresso continuo dell’umanità, si parlî più modesta- mente, ma legittimamente, di società progredite e di momenti storici progressivi, distinti da società e da momenti che non si dimostrano tali. Ciò implica che si debba dare all’induzione una base ben più ampia che non faccia lo SPENCER, il quale sì limita a mettere insieme, scegliendo qua e là nell’etnogra- fia e nella Storia, alcuni fatti, o Ji adduce più che altro ad illustrazione e conferma di ciò che ha tro- vato in via deduttiva. Insufficienti sono i materiali, non sistematico il processo, non sempre legittime le induzioni. Hi invoce tutta la storia del diritto che va posta a contributo, giovandosi specialmente dei ri- sultati dello odierne ricerche comparative; è l’intera evoluzione giuridica che va colpita in quello che presenta di comune e di costante per poterne pages gnare i caratteri e trovare lo leggi. Le cose, sì disse, vanno comprese nella loro interezza e spie- gate in tutti i loro momenti; perciò l'indagine filo- sofico-storica, lungi dall’essere un elemento secon- dario e quasi avventizio della teoria filosofica del dliritto, ne forma invece una parte principalissima e integrante. Da quell’indagine si può ricavare fino da ora un risultato che, mentre conferma ciò che v'ha di più essenziale nell’idea dello SPENCER, la restringe però dentro certi limiti rendendola schiettamente posi- tiva. È, come vedemmo, un’esigenza razionale che la norma giuridica rispecchi l’ordine naturale delle cose; e dal conformarvisi dipende la possibilità di riuscire per opera sua ad ottenere l’effetto utile di as- sicurare la conservazione e lo sviluppo progressivo degli aggregati sociali e delle loro unità. Ora que- sto fondamento naturale non solo non è stato estra- neo alla formazione storica del diritto, ma în una certa misura ha costantemente concorso a determi- narla come suo fattore oggettivo. Considerata in- fatti l'evoluzione giuridica nel suo fondo sostanziale, la si trova indissolubilmente legata col processo adat- tivo degli individui e dei gruppi alle condizioni di loro esistenza. La coscienza sociale nella conce- zione delle idealità, che esprimono i suoi convinci- menti intorno a ciò che è giusto, per una legge psi- cologica confermata dall’analisi storica, è determi- nata da precedenti esperienze di utilità. Vengono cioè sperimentati gli effetti derivanti dalla condotta, o allora nasce l’idea che per evitare effetti dannosi e per ottenere il benessere comune, si debba pre- scrivere obbligatoriamente alla condotta stesi: servanza di certe norme. Alla loro volta poi le espe- rienze di utilità riflettono quell’ordine oggettivo di rapporti, di bisogni e di scopi, che nasce dalle con- dizioni della vita in comune. Naturalmente la co- scienza sociale comprende tali condizioni per quanto può e sa, le interpetra secondo il grado d’intelligenza e di cultura, e sotto l'impulso delle idee, dei senti- menti, degli interessi dominanti. Quindi non pos- siamo aspettarci che i motivi di utilità abbiano sem- pre pienamente corrisposto all’utilità vera, e la nor- ma giuridica a ciò che effettivamente esige la natura delle cose. Lo stabilirsi di tale corrispondenza è l’opera lenta del tempo e della civiltà, presuppone lo sviluppo psichico che. faccia acquistare un'idea più chiara, adeguata e riflessa delle condizioni di esi- stenza, implica quel concorso di circostanze favorevoli da cui dipende che una società S'avanzi o s’arresti, Crescendo la corrispondenza, l’evoluzione giuridica sì rivela progressiva; e tanto più progressiva se, in- nalzandosi nel caso di una società sviluppata il grado di vita e delle sue esigenze, il diritto si trasforma in modo da garantire le condizioni inerenti a que- Sto più alto grado di sviluppo umano. Donde lu- minosa e feconda, applicando lo stesso criterio alle trasformazioni future, scaturisce la nozione del suo ideale. L’induzione, dunque, conferma la deduzione: en- trambe convergono allo stesso risultato. Giò che questa stabilisce come un'esigenza a cui il diritto positivo ha da conformarsi, quella dimostra essere un fatto che si Viene compiendo lentamente e per gradi nel corso dell'evoluzione, se progressiva. Ciò che ci rappresentiamo come il momento ideale del diritto, | è la realtà stessa dol suo divenire storico in quanto raggiunge forme più elevate. So è così, possiamo dirci avviati verso la soluzione positiva del formidabile problema che ha tanto affaticato il pensiero filosofico; voglio dire l'accordo e l'unificazione del reale e dell'ideale. La metafisica, specialmente per opera di HEGEL e della scuola sua, feco uno sforzo poderoso per ricongiungerli nell'unità di un processo dialettico, in forza del quale l’idea del diritto si svi- lupperebbe e si attuerebbe per gradi nella storia. Il tentativo fu geniale, ma segnò l'estremo limite della speculazione che trascende l’esperienza. Non sola- mente si trasformò il soggettivo in oggettivo, e del- l’idea, cioè di un prodotto del pensiero, si fece una vera e propria entità, ma la si convertì in una forza capace di determinare e produrre la realtà. La dot- trina evoluzionista invece, intesa nel modo che si è detto, rimane nei limiti rigorosi dell’esperienza. Non si parla più di un diritto razionale o ideale che si tra- duce in diritto positivo; si parla soltanto di diritto positivo che nelle società progredite si viene uni- formando sempre più adeguatamente a ciò che im- pongono le condizioni della vita, in modo che per opera dell’incivilimento l’essere e il dover essere si ricongiungono nella vasta circolazione della storia. VI. Tutto ciò che s'è detto fin qui riguarda più che altro le basi del sistema etico e giuridico spence- riano. ‘Resta a parlare del contenuto di quest'ulti- mo, contenuto che si riassume nella formula della giustizia. Trattandosi di adulti, ciascuno dove es- sere soggetto alle conseguenze della propria natura e della propria condotta, ricevendo i boneficî in pro- porzione dei meriti. Questa è l’espressione otica della legge suprema che, avendo per risultato la s0- avvivenza del più adatto, ha presieduto all’evolu- La Jella vita in tutte le sue forme. Perchè sia ora e: il rapporto normale fra la condotta e le e; Dea e quindi assicurata la responsbilità, è Y e, negli individui la piena libertà di eser- citare le attività occorrenti alla conservazione @ allo sviluppo della vita. La libertà costituisce l'elemento 23 positivo della giustizia, il quale deriva così dalle leggi È: della vita. Trattandosi però di creature viventi nello stato di associazione, perchè sia possibile una coo- perazione armonica ed efficiente, bisogna che inter- venga una limitazione reciproca, che cioè l’attività di ciascuno sia coercitivamente limitata quanto è reso nocessario dalla simultanea attività degli altri, e s'impedisca fra loro ogni aggressione compiuta o di- Sa rettamente o indirettamente violando il contratto. RE La limitazione alla sua volta costituisce l'elemento Di negativo della giustizia, e questo deriva dalle condi zioni proprie dell’organizzazione sociale. I due ele- to menti si raccolgono nella formula della libertà di cia- ì seuno limitata solo dall’uguale libertà di tutti gli altri; principio generale da cui poi discendono le varie forme di libertà, i diritti particolari che sono altret- -G tante condizioni, senza le quali i fini della vita non possono essere raggiunti. Oltre quella resa neces- saria dal fatto stesso della vita in comune, la legge etica fondamentale del rapporto fra la condotta e le conseguenze subisce due altre modificazioni o limi- (Sd tazioni; l’una che provvede alla conservazione della specie, onde ai generati, finchè sono immaturi, deve essere in proporzione della loro incapacità prestato aiuto dai generanti; e l’altra che subordina la vita e la libertà dell'individuo alle esigenze della difesa comune. Ma tali ulteriori limitazioni non fanno ve- RR E RS TE 1 RIE, Pn XL IL SISTEMA ETICO-GIURIDICO ramento parte della giustizia; non la prima perchè Spetta all’etica della famiglia in cui, a differonza dell'etica politica, vige il principio, non della giu- Stizia, ma della gonorosità; o nemmeno la seconda la cui giustificazione etica, come si video, è soltanto relativa e transitoria. Questo il contenuto della teoria giuridica dello SpeNoER. Sottoponendola ad analisi, si trova che tro elementi hanno principalmente concorso a determi- narla. Uno anzitutto che si distingue per l’origi- nalità e la novità, cioò la spiogaziono biologica del fatto etico. In secondo luogo l’idea individualistica del diritto o dello stato, per la quale lo SPENCER si ricongiunge alla scuola del diritto naturale e più specialmente alla dottrina Kantiana, sobbone vi sia giunto, come attesta egli stesso, in modo affatto in- dipendente. V’ha concorso infine la teleologia otti- mista propria della scuola economica dello armo- nie naturali, che dalla fede in un ordino benefico - di natura deduceva dover bastare il riconoscimento della libertà per rimuovere gli ostacoli all’attuazione di quest'ordine, e per far regnare nel mondo la giu- stizia, la prosperità, il progresso. L'ispirazione è evidente nella Statica Sociale dove la teleologia predo- mina, e perdura nogli scritti posteriori nei quali la teleologia è attenuata di molto, non tanto però da scomparire del tutto, nonostante lo ripetute dichia- razioni dirette a sconfessarla, Questi tro elementi, dirò così, generatori si combinano poi insieme, in modo che l’uno servo di base o di complemento o di conferma all’altro, e si fondono in una teoria mira- bile per Semplicità, armonia, o rigore logico, Se- nonchè la storia più recente delle scienze morali 6 politicho è là a dimostrare como l’idea individualistica del diritto e dello stato e l'ottimismo econo- mico abbiano doynto cedere il campo di fronte ad una vigorosa e salutare reazione. Alla sua volta l'applicazione delle leggi biologiche alla società e all'etica tende ora a rientrare per opera della cri- tica nei suoi logittimi confini. Riflettendo & ciò, sì comprende come la teoria spenceriana della giusti- zia abbia già dovuto e debba sempre più dar luogo a dissensi ed opposizioni vivissime. Sarebbe però, lo ripetiamo, un grave errore se, preoccupandosi sol di quello che non paro accettabile, non si vedesse e non sì mettesse a contributo la parte vera, legitti- ma, feconda. Il pregio grandissimo, singolare anzi, del sistema perdura sempre; si procede cioè per una via che è quella propria della ricerca Scientifica, della ricerca oggettiva. La promessa donde si muove non è qui, come nei sistemi metafisici, un primo principio che îl ponsiero ricava dal suo proprio fondo o dal quale viene svolgendo le verità particolari, ma una leggo naturale già data da altre scienze, la biologia e la sociologia. È il metodo della dedu- zione positiva. Il difetto sta nell’essere le promesse assunte in modo incompleto ed esclusivo, con un si- gnificato e un’estensiono non in tutto legittime. Ma la via è aperta per ristabilirlo nella loro integrità, per assegnarno il giusto valore e i limiti rigorosi; ed è aperta appunto perchè si tratta di un sistema scientifico, che porta în sò stesso gli elementi vitali del suo perfezionamento progrossivo. Dalla breve osposiziono fattano risulta che lo SPENCER deduco tutta la sua teoria dalla legge fon- damentalo che determina, mediante la sopravvivenza del più adatto, tutta l'evoluzione organica. Ora il principio dell’otica e quindi della giustizia non può esser dato dalla pura biologia. Senza dubbio il prin- cipio è quello dell'adattamento alle condizioni di esi- stenza; ed è pur vero che, trattandosi di esseri vi- venti, non si può mai prescindere in tutto ciò che li riguarda dalle leggi della vita. Ma poichè condizione principalissima di esistenza è per l’uomo la socie- volezza, così l’etica esige 6 pone come vero srande ideale umano l'adattamento dell’individuo alla so- cietà. Quindi la legge di adattamento, in quanto diventa norma di condotta, non è più pura legge biologica, ma assume fattezze, condizioni e determi- nazioni essenzialmente sociologiche; l'individuo del- l'etica non è già l'individuo quale viene dato dalla biologia e fatto dalla natura, il che equivarrebbe ad una vera astrazione, ma l’uomo come ce lo dà la sociologia e l’ha fatto la storia. Lo SPENCER stesso, rispondendo alle critiche del LaveLEYE,! energica mente rileva che il processo, o meglio uno dei pro- cessi, onde la sopravvivenza del più adatto risulta, la lotta cioè o concorrenza vitale, ha da rimanere sottoposto nell’ambiente sociale a due limiti rigorosi stabiliti dall’etica, la giustizia e la beneficenza. Ma 80 l’etica, e come morale e come diritto, assegna lo condizioni e i limiti entro i quali deve operare la legge biologica, segue che non può essere principio supremo dell’etica quello, che l’etica ha invece da modificare. E anche prescindendo dai limiti etici, sta in fatto che la legge biologica della sopravvivenza del più adatto trova di fronte a sè nell’ambiente so- ciale tali e tante forze perturbatrici, da restarne pro- profondamente alterata l’azione. Lo SPENOER, con- (1) Si confronti la polemica snll’Individuo e lo Stato fra lo Spencer 6 il LaveLeve, ripubblicata in appendice al Socialisme contemporain di quest’ultimo, siderando astrattamente l’uomo nelle sue proprietà biologiche, assume che le doti intrinseche 6 la con- dotta degli individui ne determinano la sorte, pur- chè vi sia in tutti uguale libertà, la quale basta per conseguenza da sola, secondo l'ipotesi ottimista, a fare ottenere la retribuzione secondo i meriti che costituisce la giustizia, ad assicurare il trionfo dei superiori, la scomparsa degli inferiori, il progresso della razza. Ma più volte e giustamente è stato os- servato in quali condizioni infinitamente diverse si effettui la lotta nel mondo sociale in confronto del mondo organico, e come per un complesso di circo- stanze sociali e storiche, ossia per ragioni puramente estrinseche che conferiscono vantaggi artificiali, sia avvenuto e possa sempre avvenire che i peggiori trionfino. Fra la libertà e la retribuzione secondo i meriti non c'è quel vincolo necessario che la teoria gratuitamente presuppone; e ritenendo, come lo SPEN- cvR esplicitamente dichiara! che la giustizia è so- disfatta quando nessuno ha patito aggressione e quin- di tutti hanno avuto uguale libertà di agire, anche se si trattasse di una libertà affatto nominale, si ri- cade nel vecchio formalismo della libertà che è fine a sè stessa. Sia dunque per le modificazioni che deve ricevere, sia per quelle che dì fatto riceve, la legge biologica non può essere supremo principio etico e contenere la formula della giustizia. Per quanto S'abbia a tenere conto delle esigenze dell'individuo, come tale, e risalire alla sorgente biologica donde derivano, va invece tenuto fermo che l’olemento co- stitutivo dell'etica risiede, secondo il vecchio ma LT notevole a questo rignardo ciò che dice, rispondendo al Mrans, noi Data of Ethics, Appendix, replies to oriticisms. sempre vero concetto aristotelico, nella vita in co- mune, nella cooperazione sociale. ARI E 5 Il difetto che si riscontra nella premessa natu- % ralmente si estende alle deduzioni ricavatene, e le va è spiega; donde le critiche che furono fatte alla no- al zione del diritto data dallo SeENoER, © lo altro cho | possono aggiungersi! Esaminiamole brevemente. Partendo dalle leggi della vita che implica essen- : zialmente l’individualità, la logica del sistema con- duce a riporre esclusivamente nell’individuo la ra- gione, il fondamento, l’esigenza del diritto. Essen- do il diritto una condizione per conseguire i fini della vita, l’uomo ne è rivestito solo pel fatto che ha esso è una individualità, non in quanto si trova in un ordine concreto di rapporti, che lo legano alle pe altre individualità e all’aggregato sociale di cui fa “ parte. Dei fini propri di questo non si tiene alcun — conto, il fattore sociale non interviene se non per de- Dr terminare l’elemento negativo del diritto, la limita zione reciproca delle libertà. Vero è (sebbene i suoi N° critici non l'abbiano avvertito) che in un certo sen- so lo SPENOER fa scaturire anche l’elemento positivo 1 Basti ricordare fra i tanti, senza però intendere con que- Sto di aderire pienamente alle loro conclusioni: Marr- ss LanD, Mr. H. Spencers's Theory of Society, LI, The law ofequalli. | berty (Mind, VIII) — F. 0. Moxrague, Limits to individual liberty, à Trad. OrLaxpo nella Biblioteca di Scienze Potitiche, Vol. V, Cap. k 1,2,4,6,7 — È. De Lavrevers, Op. e loo. cit. — G. BrLor, Ju- Pi stice eb socialisme (Revue Philosophique, Fèy.) —ANZILOTTI, j La scuola del diritto naturale nella filosofia giuridica contemporanea v @ proposito del libro di H, Spencer “Justice, Firenze,  — G. La- M i, Viosa nell’acuta recensione fat'a della Justice nella Rivista italia- na per le Scienze Giuridiche (Vol, XII, pag. 872-881). È poi notevole, non per valore intrinseco, ma come esempio caratteristico e sin- tomatico della contrapposizione dell'idon socialastica del diritto L all'idea individualistica, il libro di G. Laoy, Liberty and Law: È being an attempt at the refutation of the individualism of Mr, H. ; Spencer, London, , 1 diritto dalle leggi della cooperazione sociale, in del di anto questa esige, come una condizione sua, il man- È o del rapporto normale fra gli sforzi e i di la libertà. Ma poichè la vita della cietà non ò per lui altro che la somma delle vite singoli, e le proprietà dell’aggregato a DE, determinate da quelle delle sue unità, così il criterio individualistico riprende ilsopravyento, nella vita individuale il diritto finisce sempre per trovare il suo vero fondamento, ® dalla sola tutela dei di- ritti individuali vien fatto dipendere il benessere della società. La dottrina giuridica rispecchia così pienamente quella sociologica, e ne riproduce il di- fetto capitale. Là come qua, non è riconosciuto nel- l'organismo sociale ciò che appunto lo distingue da un’aggregazione atomistica diindividui, vale a dire il prodursi in forza della combinazione organica proprietà e condizioni nuove, che non si trovano negli elemen- ti singolarmente presi. Ponendo attenzione a questo sd che è decisivo, si comprende perchè al diritto venga € data una base così esclusiva. Si comprende perchè la teoria non solo non ricerchi nelle stesse neces- sità organiche della socievolezza la ragione anche di. quelle norme che più sembrano dirette a garantire il singolo, ma non ne vegga altresì scaturire un con- tenuto ulteriore del diritto, determinato da scopi col- lettivi, distinti dagli scopi individuali e non meno di questi bisognosi di garantia. E sì comprende pure come, ammettendo soltanto diritti dei singoli, non si — vogga nello stato altro che un istrumento per la loro. preservazione; di vero o proprio diritto pubblico non qu tonimento de ponoficî e quin so dei titti li 1 Più che nella Giustizia, questa idea trovasi svilu da prima nella Statica, poi neì Dati dell Etica 0 nell’ Ln contro lo Stato. (a a  , È RSA di si parlî nemmeno, anzi si affermi che quanto v'è nel l'ordinamento politico da potersi chiamare diritto, merita tal nome solo in vista dell’efficacia sua a tu- Viene bensi riconosciuto che questi telare i diritti. ca abbiano asubirele limitazioni indispensabili per la difesa collettiva, e la proprietà privata paghi co- l'imposta le spese della tutela giuridica; ma trattasi di esigenze transitorie e non contemplate dalla pura giustizia, che fissa gli sguardi in quello stato ideale in cui non si avranno più a temere aggressori nè ester- ni né interni. Decisamente la teoria giuridica e poli- tica dell’individualismo, trovata nella biologia la base scientifica, arriva alle ultime sue conseguenze. Con- seguenze tanto unilaterali quanto lo è la premessa, Eppure, diciamolo di passaggio, anche questa affer- mazione così esclusiva e rigida del principio indi- viduale, considerata come reazione, non è senza im- portanza nel difficile momento storico che attra- versiamo. Mentre nelle dottrine e nelle tendenze pratiche l’opposto principio della socialità pretende di erigersi esso a regola unica e assoluta della vita; mentre accenna a illanguidirsi la coscienza dei di- ritti individuali, e qualcuno arriva fino a riguardarli come un comodo ritrovato del predominio borghese; mentre si dichiarano antagonistiche la libertà o la giustizia, e di questa separata da quella si fa un nuovo ideale; in un momento siffatto la reazione è salutare, equivale ad una battaglia in difesa della civiltà di cui il socialismo minaccia le più preziose conquiste, Ma proseguiamo a rilevare lo conseguenze ulte- riori della premessa individualistica, Questa doveva necessariamente condurre lo SPENOER a riassumere la giustizia nella legge dell’uguale libertà, 6 quindi a intendere – H. P. Grice: IO SIGNIFICO, IO INTENDO -- il diritto come mero principio di coesi- stenza, per assicurare la quale è sufficiente la limi- tazione reciproca, il mantenersi ciascuna attività nella sfera sua, il non invadere le altre, dalle aggressioni. incerte init l’astenersi Dunque una nozione negativa, l’essenza del diritto riposta nel non fare, regola suprema il neminem laedere. Ma questo è un ritorno, si è detto e abbiamo detto anche noi, alla vecchia filosofia del diritto e a KANT in particolare. Sì, è un ritorno, se consideriamo le conclusioni. Quanta distanza però nella via per cui vi si giunge, e quanto progresso! Là il principio della coesistenza meta- fisicamente affermato come una necessità logica, qua dedotto scientificamente dalle leggi dell'equilibrio sociale. Tutta la dottrina della Statica, mantenuta e anche meglio spiegata negli scritti posteriori, ! sì appunta nell’idea centrale dell'equilibrio. Come in un aggregato qualunque v'è equilibrio allorchè le sue unità agiscono e reagiscono le une sulle altre con forze uguali, così nell’aggregato sociale la con- dizione principale dell’equilibrio, indispensabile per un’armonica cooperazione, consiste nel bilanciamento delle forze, in modo che ciascuno si mantenga nella propria sfera d’azione e non invada quella degli al- tri, vale a dire che sì rispetti la legge dell’uguale libertà. Ora, se la coesistenza non può legittima- mente pretendere di essere l’unico principio del di- 7 ritto, certo è ad ogni modo che ne costituisce un momento essenziale, Quindi l’averlo rigorosamente dimostrato, facendolo derivare dalle leggi e dalle esigenze della cooperazione, è pregio grande e du- revolo del sistema spenceriano. Il difetto suo, è 1 Reasons for dissenting from the Philosophy of M. Comte, o he Data of Ethics, sempre l’unilateralità. Quello esigenze infatti non riguardano la coesistenza soltanto; la funzione del diritto non sta tutta nel risolvere un problema di meccanica mediante un sistema di forze difensive che si facciano equilibrio; non basta garantire alle sfere d’azione individuali una libertà uguale perchè la giustizia sia sodisfatta, e perchè possano dirsi realizzate le condizioni alle quali è legata l’organiz- zazione sociale. Appunto perchè questa è coopera- zione attiva, solidarietà, integrazione reciproca, coor- dinazione delle parti fra loro e col tutto organico da esse formato, fa d’uopo che il diritto valga come principio, legge e forza di organamento, prescrivendo non già sole limitazioni negative, ma anche quel contributo positivo di prestazioni indispensabile alla conservazione e allo sviluppo dell'organismo. La giustizia, secondo il suo classico concetto mantenuto dallo SPENCER, è proporzione; quindi vuole che a ciascuno, sia individuo sia collettività, venga dato ciò che gli spetta, il suum necessarium, E allora, ol- tre a garantire la libertà e ad assicurare così l’equi- librio, l’armonia, la coesistenza, il diritto deve pure da una parte regolare l’attività dei singoli in modo che resti sempre coordinata e, nei limiti di stretta necessità, subordinata alle esigenze e agli scopi del tutto sociale, e dall’altra nei casi e nei limiti di Stretta necessità, giusta Ja formola romagnosiana, imporre atti positivi di soccorso. Invece lo SPENCER riesco ad escludere addirittura dal dominio della giustizia la coordinazione e subordinazione degli in- dividui alla comunanza; 6 per ciò che riguarda la seconda esigenza, la formula che ciascuno debba rac- cogliere i vantaggi oi danni della sua natura e della sua condotta, espressa così rigidamente e senza limitazioni di sorta, conduce inesorabilmente alla con- tO sacrazione giuridica del puro egoismo. V?è si lali- mitazione relativa al soccorso da prestare alla prole, ma deriva dall’etica della famiglia, dall’etica che prescrive la generosità; non appartiene alla giusti- zia. Tanto non v'appartiene, che, siccome bisogna pure rendere obbligatoria la prestazione allo scopo di tutelare i fanciulli, così per la logica della teoria È si ricorre all’espediente di dichiarare i loro diritti sostanzialmente differenti da quelli degli adulti, e di distinguerli col nome di legittime pretese (rightful claims). Un espediente che contradice non solo, come è stato acutamente osservato, ! alla coscienza comune, ma a tutta la storia del diritto domestico in cui quella coscienza concordamente sì rivela. E basterebbe da sola tale esclusione dei diritti dei fan- ciulli a dimostrare non poter essere il vero principio del diritto e della giustizia una formula, che non comprende in sè stessa (e non lo potrebbe senza di- struggersi) una così larga parte di umanità, Quale è allora la conclusione da trarre dall’ana- lisi che abbiam fatto? Quella che dicemmo già. So la teoria del diritto ha da far capo alle leggi che regolano l’uomo e la società, se questo è il metodo seguito dallo SPENCER, e tutto ciò cho vha di difet- toso dipende da un punto di vista unilaterale nello stabilire lo premesse, segue che si tratta di com- piere, non di rifare, di proseguire per la via ampia e sicura, che egli, il grando pensatore, ha tracciato, non d’imprenderne un'altra. E soprattutto sì tratta di determinare il rapporto in cui sì trovano l'ele- $ mento individuale e l’olemento sociale nel diritto e la parte che bisogna faro ad entrambi, muovendo da 1 Dal Laviosa nolla citata recensiono, RR e sAletcà ci  ri lol: iva realtà delle una premessa che rispecchi l’offottiy i x gli individui e il tutto or- cose. Ora questa ci dà g ostituito. Da una parte dunque ab- L ganico da ess © i SN biamo la vita colle sue leggi e condizioni, 10 proprietà e attività, coni suoi bisogni e scopi; ab- biamo una individualità fisio-psichica, alla quale, facendo parte di una comunanza, è necessario; per- chè possa conservarsi e svilupparsi, di essere. ga: rantita nella sua esistenza e nella sua attività, ri- conosciuta come autonoma, elevata a persona giuri= dica. Così in una esigenza fisio-psichica, determinata e regolata dalla leggo di individuazione, risiede già il fondamento del diritto. Dall’altra parte abbiamo un aggregato che, sebbene per caratteri suoi propri si differenzi essenzialmente dagli organismi indivi- duali, pure è anche esso un organismo, e raggiunge coll’ordinamento a stato quel grado di integrazione e quell’unità di volere e di azione, che lo rendono analogo, non identico, alle individualità vere e pro- prie. Donde un nuovo ordine di bisogni e di scopi, una nuova e più ampia sfera di attività, ed' un com- plesso di condizioni dalle quali dipende l’esistenza, la prosperità, lo sviluppo dell’aggregato. Donde una ulteriore esigenza, l’esigenza sociale, determinata e regolata dalla logge di organizzazione. È evidente quindi che il principio del diritto non può risiedere nè esclusivamente nell’individuo, nè esclusivamente nella società, ma va trovato nella congiunzione dei due momenti, inseparabili l'uno dall'altro. In qual modo poi e in quale misura abbiano ad essere com- binati, lo si raccoglie dai caratteri e dalle condi- zioni proprie dell'organismo sociale, che è un orga- nismo etico di formazione storica, Etico per la natura delle suo individualità costituenti altrettante indi- a na ai PERA I le ui cool rt DI  SPENOER LI vidualità autonome, per il vincolo che: lo associa, per il rapporto di scopo e mezzo reciproco interce- dente fra esse e il tutto; di formazione storica, per- chè l’organizzazione non è stabile e a tipo definito, ma si fa, si rinnova, si evolve nella storia, ed evol- vendosi in senso progressivo sviluppa, rafforza, ac- cresce i suoi caratteri etici. Segue da ciò che quanto più la società nel corso della storia diventa orga- nismo etico, tanto più intimo si stabilisce un rap- porto di reciprocità fra l’individuazione delle parti e l’organizzazione del tutto, in modo da essere la prima causa e condizione della seconda, e viceversa, E allora l’accordo delle due esigenze, l’equilibrio delle due forze, il contemperamento dell'autonomia individuale colla solidariétà sociale, rappresentano l'ideale del diritto; idealo che le società progressive ‘ vengono attuando nel corso dell’incivilimento. An- che qui dunque un'esigenza che segue il moto del- l’evoluzione, e resta soggetta al criterio della rela- tività storica, Come si vede, tutte queste formano una serie di deduzioni tratte da principî di biologia e di sociolo- gia, È sempre il metodo di cui lo SPENCER forni- sce il modello. Così non solo per ciò che riguarda le basi, ma anche per ciò che riguarda il contenuto, il suo sistema si rivela focondo d'insegnamenti, i quali, se da soli non bastano, sono però indispensa- bili, anzi fra i più essenziali, alla rinnovazione scien- tifica dell’etica o della filosofia del diritto. Tutti quelli allora che vogliono tale rinnovazione, tutti gli aderenti al programma della ricerca sperimentale e oggettiva, non possono non tenerne conto, o preten- dere di ricominciare, essi, da capo. Bisognerebbe prima provare che i principî di quella ricerca non Se dalle dimostrazioni di una cri- tica rigorosa risulta che una parte del sistema non vi è a questa che deve limitarsi il dissenso. Ed è poi la parte destinata necessariamente a passare, Ciò che non passa è proprio la parte alla quale in- È vece avversari e seguaci generalmente fanno meno attenzione, e che quindi premeva rilevare. Ciò che non passa è la spiegazione della condotta ricongiunta all'interpetrazione scientifica della natura; è l’etica fondata su quello che costituisce il primo principio di tutte le cose e di tutte le nostre conoscenze, la causa- lità; è la ragione intrinseca assegnata alla morale e al diritto nelle condizioni di esistenza; è il metodo di deduzione da leggi biologiche e sociologiche; è la con- forma induttiva di ciò che deve essere ricavata dal- l'osservazione di ciò che in fatto diviene. Giò che uel concetto profondamente filosofico furono rispettati. corrisponde, non passa è q {i È della vita, per cui all’operaro umano, individuale e i collettivo, viene additata colla calma serena del vero $ sapiente la necessità di conformarsi alle leggi della natura. La filosofia morale e la filosofia giuridica potranno, dovranno anzi, superare quello che lo i Spenonr ha fatto per il loro progresso; ma non ; sid dei E RA A fr possono, non debbono prescindere dall’opera di lui, Al di là di questa, ma non senza di questa; prose- guirla e compierla: ecco il segreto del loro avye- nire. Parma, Tornio VANNI [X-Info] V. Della consuetudine – cf. H. P. Grice on Kant on costume -- nei suoi rapporti col diritto e colla legislazione. (V. Santucci) (page images at HathiTrust) [X-Info] V.: Filosofía del derecho (Librería francesa científica y casa editorial E. Rosay, F. y E. Rosay), also by Hernando de Lavalle, Adrián Miguel Cáceres Olazo, and Juan Bautista de Lavalle (page images at HathiTrust) [X-Info] V. I giuristi della scuola storica di Germania nella storia della socialogia e della filosofia positiva. (Dumolard) (page images at HathiTrust) [X-Info] V. I progressi della legislazione civile in Italia dopo la riviluzion; discorso letto nella libera università di Perugia. (Perugia,  (page images at HathiTrust) [X-Info] V.: Il diritto nella totalità dei suoi rapporti e la ricerca oggettiva. Prelezione al corso de filosofia del diritto letta nella R. Università di Roma l'xi gennaio MDCCCC ... (Rivista italiana di sociologia, ) (page images at HathiTrust) [X-Info] V. Il problema della filosofia del diritto : nella filosofia, nella scienza e nella vita ai tempi nostri. (D. Tedeschi) (page images at HathiTrust) [X-Info] V.: La funzione pratica della filosofia del diritto, considerata in sè ed in rapporto al socialismo contemporaneo. (Bologna) (page images at HathiTrust) [X-Info] V. Lezioni di filosofia del diritto. (N. Zanichelli) (page images at HathiTrust) [X-Info] V.: Lezioni di filosofia del diritto. (Zanichelli) (page images at HathiTrust) [X-Info] V.: Lezioni di filosofia del diritto ... (N. Zanichelli, 1904) (page images at HathiTrust) [X-Info] V. : Prime linee di un programma critico di sociologia. (Tip. di V. Santucci) (page images at HathiTrust) [X-Info] V. Saggi critici sulla teoria sociologica della popolazione ... (S. Lapi) (page images at HathiTrust) [X-Info] V.: Saggi di filosofia sociale e giuridica. (N. Zanichelli), also by Marabelli (page images at HathiTrust) [X-Info] V. Saggi di filosofia sociale e giuridica (N. Zanichelli) (page images at HathiTrust). Nome compiuto: Icilio Vanni. I. Vanni. Vanni. Keywords: action, interaction, azione, interazione, Vico, positivismo, positivismo critico, etologia, ethology -- Refs.: The H. P. Grice Papers, Bancroft MS, -- Luigi Speranza,, “Grice e Vanni: azione ed inter-azione” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vannini: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del mistico – scuola di mistica -- di ‘Vitters’ – la scuola di Sa Piero a Sieve – la scuola di Firenze – filosofia fiorentina – filosofia toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (San Piero a Sieve). Abstract. Keywords: mistic. Witters. Filosofo Fiorentino. Filosofo toscano. Filosofo italiano. San Piero a Sieve, Firenze, Toscana.  Essential Italian philosopher. “Never to be confused with the vain Vanini!” -- Grice. Dopo gli studi al ginnasio Michelangiolo di Firenze, si laurea in filosofia a Firenze, discutendo una tesi su “‘Vitters’: metafisico e mistico”! Ha vissuto nel convento agostiniano di S. Spirito a Firenze, ospite di Ciolini. Ha compiuto viaggi e soggiorni di studio in Europa. Insegna filosofia nei licei. Per un triennio storia della filosofia a Firenze e storia della mistica all'Istituto di scienze religiose a Trento.  Ha tenuto seminari e conferenze in università ed accademie italiane e straniere: Genova, Trento, Ancona, Perugia, Urbino, Pavia, Pisa, Macerata, Napoli, Fermo, Parma, Arezzo, Chieti, Roma, Avila, Strasburgo, Berlino. Considerato il maggior studioso di mistica o anche il più importante studioso italiano di Eckhart e della mistica cristiana, ha curato l'edizione italiana delle opera latine di Eckhart, nonché quelle di altri autori spirituali, come AGOSTINO, Gerson, Fénelon, Porete, Taulero, Anonimo Francofortese, Lutero, SILESIO, Czepko, Franck, Weigel, ecc. Lungo un percorso ormai di quasi mezzo secolo, è stato traduttore e curatore di importanti testi della mistica; critico della fenomenologia, da un punto di vista teoretico e storico; filosofo della religione, soprattutto nei suoi rapporti con la ragione e con la fede. V. legge il fenomeno mistico in maniera innovativa ma, soprattutto, pone lo stesso a fondamento di ogni forma ed esperienza religiosa. Tale presupposto impone come fuori da un'esperienza diretta di questo tipo sia pressoché impossibile cogliere il senso, le modalità e le finalità delle varie dottrine e pratiche religiose. Per V., la mistica è un sapere spirituale, inoggettivabile ma, soprattutto, un sapere che è un essere: è l'identità mistica il vero e proprio criterio per discernere il vero dal falso. Tale ermeneutica costituisce una propedeutica all'inverarsi in senso mistico della religione cristiana.  La filosofia di V. si basa su una esperienza spirituale, unitiva e teo-morfica. Centrali appaiono pertanto concetti appartenenti alla sfera semantica della divinizzazione, dell’homoiosis theo, quali vuoto, fondo dell'anima, generazione del logos, complementarità tra distacco ed amore. Tale esperienza risulta comprensibile solo quando si è fatto il vuoto nell'anima attraverso il distacco, diventando in tal modo recettivi alla luce proveniente dall'alto, tali da rendere il soggetto esso stesso luce eterna. Al vuoto in cui si perviene nel distacco corrisponde una pienezza, una traboccante ricchezza ed energia, una gioia sconfinata ed inesauribile. Il rapporto tra il divino e uomo non è quindi statico, di mutua esclusione, ma “dialettico” o dinamico, di reciproca compenetrazione. La “salvezza” viene letta nei parametri teologici di una escatologia realizzata nel presente, come immanente esperienza dello spirito. Essenziale diventa perciò il recupero della antropologia classica corpo, anima, spirito ove l'uomo è un corpo, piccola parte dell'universo; una psiche, fluttuazione infinita di pensieri, sentimenti, volizioni, soggetta al determinismo del tempo, dello spazio, delle circostanze. Ma soprattutto uno spirito universale, eterno, libero, uno nell'uno. L'attualità e l'originalità della posizione di V. ha suscitato e continua a suscitare un acceso dibattito in seno al panorama culturale italiano, filosofico e teologico: nei confronti dell'autore vari infatti sono stati i commenti, le recensioni, i contributi e gli interventi critici da parte di personalità quali (in ordine alfabetico) BOZZO, BALDINI, BIANCHI, CACCIARI, MONTICELLI, ESPOSITO, FORTE, GIVONE, MANCUSO, MUCCI, RAVASI, REALE, TORNO, VATTIMO, e VOLPI.  La particolare rilevanza della filosofia di V. può trasparire anche, ad esempio, dalle seguenti affermazioni in meritocitate in ordine sparsodi alcuni dei suddetti illustri filosofi. GIVONE: “A V., cui siamo debitori d'un lavoro filosofico estremamente prezioso, rivolgiamo questa domanda. A V. dobbiamo non soltanto edizioni impeccabili delle opere di Eckhart, Porete, Silesius, Gerson; ma anche il pensiero vigoroso e chiaro, qualunque cosa gli si posa obiettare, che la mistica è da un lato il cuore e la radice viva di ogni religione, ma dall'altro “la filosofia nel suo senso più reale e profondo”, la conoscenza e la pratica dell'essere e “la gioia dell'essere”. CACCIARI: “È un grosso debito quello che la filosofia e la teologia hanno accumulato in questi anni nei confronti di V.. Grazie al suo instancabile lavoro o sotto la sua direzione il nostro paese può oggi contare su impeccabili edizioni di Gerson, Silesius, Porete ed Eckhart. MUCCI: “In questi tempi di declino dell'ontologia, V. è certamente, in Italia, fuori dell'ambito ecclesiastico, il più illustre studioso di mistica.” REALE: “L'esperienza mistica è comunque per sua natura connessa con il religioso, come viene mostrato nella filosofia di V.i “La mistica delle religioni (Le Lettere) in questi giorni in libreria. V., uno dei massimi esperti in materia a livello nazionale e internazionale, analizza in modo dettagliato questa esperienza spirituale nell'induismo, nel buddismo, nell'ebraismo, nell'islamismo e nel cristianesimo.” TORNO: “Segnalare un livre de chevet, vale a dire una di quelle opere maneggevoli che mai dovrebbero allontanarsi dal capezzale, è diventato difficile oltre che inattuale. Eppure qualcosa circola, come prova l'ultimo delizioso saggio di V. sulla grazia». FORTE: “L'ultimo bel libro di V. su “Mistica e filosofia” rivela ancora una volta la sua straordinaria competenza di storico e interprete della mistica.” Al pensiero di V. è stato dedicato “Mistica e filosofia in V.” Saggi: “Lontano dal SEGNO. Saggio sul cristianesimo” (La Nuova Italia, Firenze); “Esame della certezza” (Cenacolo, Firenze); “Eckhart. Opere” (Nuova Italia, Firenze); “Dialettica della fede” (Marietti, Casale Monferrato -- Le Lettere, Firenze); “L'esperienza dello spirito” (Augustinus, Palermo); “Mistica e filosofia” (Piemme, Casale Monferrato -- prefazione di CACCIARI -- Le Lettere, Firenze); “Il volto del Dio nascosto: l'esperienza mistica dall'Iliade a Weil” (Mondadori, Milano); “Storia della mistica occidentale” (Mondadori, Milano; Lettere, Firenze); “Introduzione alla mistica” (Morcelliana, Brescia); “La morte dell'anima: dalla mistica alla psicologia” (Lettere, Firenze); “La mistica delle grandi religioni” (Mondadori, Milano; Lettere, Firenze); Tesi per una riforma religiosa (Lettere, Firenze); La religione della ragione” (Mondadori, Milano); “Sulla grazia” (Lettere, Firenze); “Prego Dio che mi liberi da Dio: la religione come verità e come menzogna” (Bompiani, Milano); “Lessico mistico: le parole della saggezza” (Le Lettere, Firenze) – under M, ‘scuola di mistica fascista’; “Il santo spirito fra religione e mistica” (Morcelliana Brescia); “Oltre il cristianesimo: da Eckhart a Le Saux” (Bompiani, Milano); “Inchiesta su Maria: la storia vera della fanciulla che divenne mito” (Rizzoli, Milano); “Indagine sulla vita eterna” (Mondadori, Milano); “Introduzione a Eckhart -- profilo e testi” (Lettere, Firenze); “L'Anti-Cristo: storia e mito” (Mondadori, Milano); “All'ultimo papa: lettere sull'amore, la grazia, la libertà” (Saggiatore, Milano); “VIO contro Lutero e il falso evangelo” (de' Medici, Firenze); “Il muro del paradisoL dialoghi sulla religione” (Medici, Firenze); “Mistica, psicologia, teologia” (Lettere, Firenze); liceo ginnasio Michelangiolo, Firenze. Mancuso, Lutero è vivo e lotta con noi, s.a., in: <Panorama> Azzarà, su Materialismo Storico   Bio-  Givone, Luce mistica dei moderni in: «Il ManifestoAlias», in il manifesto Alias, V., Mistica e filosofia, Prefazione, Firenze, Le Lettere, Mucci, Il pensiero di V., in «La Civiltà Cattolica»; Reale, Il misticismo vive in tutte le culture. Il testo di V., le «Upanishad» riedite, su corriere. Torno, Alla ricerca della grazia nel segno di Eckhart, «Corriere della Sera», Cultura, Forte, Mistica, l’enigma dell’altro, in «Avvenire», Schiavolin, Mistica e filosofia in V. (Nerbini, Firenze). Mistica Misticismo cristiano Mistica renana Meister Eckhart Hadot Henri Le Saux. Marco Vannini. Vannini. Keywords: the mystic, das mystische, la scuola di mistica fascista. Refs.: The H. P. Grice Papers, Bancroft MS – Luigi Speranza, “Vannini e Grice: il mistico di ‘Vitters’ – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria.  

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vannucchi: la ragione conversazionale – filosofia italiana – Luigi Speranza (Caltanissetta). Filosofo italiano. Caltanissetta. M. Roma -- è stato un filosofo ed attore italiano.  È il padre dell'attrice Sabina V. Onorato e V. in una scena di Uomini e topi  V. nei panni di Don Rodrigo e Girotti in una scena de I promessi sposi V. nacque in una famiglia colta e agiata. Molto presto la famiglia si trasferì in Cirenaica per motivi di lavoro, e dopo tre anni torna in Italia per stabilirsi a Roma, dove V. trascorse l'infanzia. Durante la guerra il padre accetta di lavorare a Modena all'ufficio del Catasto. Qui V. frequenta brillantemente il liceo classico e si interessa alla letteratura e alla poesia. Alla fine del liceo, contro il parere dei genitori, decide d'iscriversi all'accademia nazionale d'arte drammatica di Roma, diplomandosi assieme ad attori del calibro di Mauri, Graziosi, Sperlì e all'allora allievo regista Camilleri; già durante i corsi ha modo di segnalarsi come attore promettente in occasione dei saggi di fine anno. Prima ancora di diplomarsi, i suoi docenti Amico e Costa lo fanno debuttare nella parte di Cristo nel lavoro teatrale Donna del Paradiso. Studia contemporaneamente filosofia -- entra a far parte della compagnia Gassman-Squarzina, e ottenne successo con rappresentazioni classiche: affianca Gassman in Amleto, interpretando la parte di Laerte, poi interpretò Tieste, I Persiani, Antigone e Prometeo. Passa alla compagnia del Teatro Nuovo di Bosio con diversi spettacoli, tra cui la trasposizione teatrale di Buio a mezzogiorno di Köstler. Ardenzi lo coinvolse in una tournée nell'America del Sud - Brasile, Argentina, Uruguay - organizzata con l'appoggio del Ministero dello Spettacolo. Fra i partecipanti attori del calibro di Anna Proclemer, Giorgio Albertazzi, Renzo Ricci, Eva Magni, Tino Buazzelli, Glauco Mauri, Davide Montemurri, Franca Nuti e Bianca Toccafondi. A parte il Re Lear di Shakespeare, che vedeva riuniti nello stesso spettacolo tutti gli attori principali della compagnia, il repertorio era tutto italiano: Corruzione al Palazzo di giustizia di Ugo Betti, Beatrice Cenci di Alberto Moravia in prima mondiale, Il seduttore di Diego Fabbri.   Luigi Vannucchi in una scena del film I giorni della violenza  Luigi Vannucchi in una scena de Il cappello del prete. cominciò la collaborazione con Memo Benassi nella compagnia del Teatro Regionale Emiliano, con gli spettacoli Inquisizione di Diego Fabbri e Hedda Gabler di Ibsen. fu scritturato dal Piccolo Teatro di Milano per la parte di Saint Just ne I Giacobini[6] di Federico Zardi con la regia di Giorgio Strehler e nella parte di Florindo nell'Arlecchino servitore di due padroni. Negli anni sessanta diventò protagonista televisivo delle più grandi produzioni Rai, raggiungendo una grande popolarità e recitando in più di trenta sceneggiati, quali Tutto da rifare pover'uomo, Una tragedia americana, Delitto e castigo, lo storico I promessi sposi nel ruolo di Don Rodrigo, e in quello di Guido Cavalcanti in Vita di Dante, a fianco di Giorgio Albertazzi.  All'inizio degli anni settanta Vannucchi entrò nella compagnia Gli Associati con Fortunato, Sbragia, Garrani, Fantoni, Ciangottini, Mannoni ed altri. Alla base di questo sodalizio c'era la volontà di emanciparsi dai teatri stabili, in cui spesso gli attori dovevano sottostare a contratti discutibili e a limitazioni della propria libertà e creatività. Con Gli Associati Vannucchi partecipò a spettacoli di grande successo: Strano interludio, Otello, Inferni, e tanti altri. Uno degli allestimenti più importanti di questa Compagnia fu la rappresentazione de Il vizio assurdo di Lajolo-Fabbri, sulla vita di Pavese di cui V. era protagonista. A questa intensa attività V, affiancò il cinema, la televisione, la radio, il doppiaggio e altre attività.  Televisione La carriera televisiva lo rese molto popolare al grande pubblico. Oltre ad apparire come attore in spettacoli teatrali trasmessi dalla televisione, partecipò come ospite a trasmissioni di intrattenimento, ma soprattutto continuò ad essere protagonista di sceneggiati televisivi di grande successo: I demoni e Il cappello del prete, con la regia di Sandro Bolchi, A come Andromeda, Giocando a golf una mattina.  Radio  In radio fu il conduttore per due volte di "Voi ed Io" lo storico programma d'intrattenimento radiofonico del mattino tutti i giorni dal lunedì al sabato dalle 9,15 alle 11,30 sul  Programma Nazionale Radiorai. Per quanto riguarda il cinema, non sono moltissimi i film girati da Vannucchi, e non tutti di grande successo. Tra questi, La tenda rossa  di Mikhail Kalatozishvili, L'assassinio di Trotsky  di Joseph Losey e Anno uno  di Roberto Rossellini, in cui interpretò il ruolo di Alcide De Gasperi.   Luigi Vannucchi in una scena di Johnny Yuma Morte Nel pieno della maturità artistica, morì suicida ingerendo una forte dose di barbiturici mista ad alcolici nella sua casa di Roma, ma il cadavere fu trovato dalla domestica solo la mattina dopo. È sepolto nella tomba di famiglia, nel cimitero della Certosa di Bologna.  Filmografia Il vetturale del Moncenisio, regia di Guido Brignone  Il conte Aquila, regia di Guido Salvini  I fratelli corsi, regia di Anton Giulio Majano  Su è giù, regia di Mino Guerrini (1965) L'arcidiavolo, regia di Ettore Scola  Boris Godunov, regia di Giuliana Berlinguer  Le piacevoli notti, regia di Armando Crispino e Luciano Lucignani  Johnny Yuma, regia di Romolo Girolami  I giorni della violenza, regia di Alfonso Brescia  Domani non siamo più qui, regia di Brunello Rondi  Tiffany memorandum, regia di Sergio Grieco Il tigre, regia di Dino Risi La tenda rossa (Krasnaya palatka), regia di Mikheil Kalatozishvili  L'assassinio di Trotsky (The Assassination of Trotsky), regia di Joseph Losey  Anno uno, regia di Roberto Rossellini  Il mio uomo è un selvaggio (Le Sauvage), regia di Jean-Paul Rappeneau  Teatro La guerra di Troia non si farà di Jean Giraudoux, regia dell'allievo Mario Ferrero, Teatro Quirino di Roma, Saggio accademico Il Poverello di Jacques Copeau, regia di Orazio Costa, Festa del Teatro a San Miniato  Piccolo Teatro della Città di Roma. Parte: Nel Coro Drammatico Donna del Paradiso, mistero medievale tratto da laudi dei secoli XIII e XIV a cura di Silvio D'Amico, regia di Orazio Costa, personaggio: Cristo, Teatro Eliseo di Roma. Un cappello di paglia di Firenze di Eugene Labiche e Marc Michel, regia dell'allievo Francesco Savio, personaggio: Achille di Rosalba, Teatro Eliseo di Roma, . Saggio accademico Dialoghi delle Carmelitane (L'ultima al patibolo) di Georges Bernanos, regia di Orazio Costa, personaggio: Il Cavaliere, Festival di San Miniato  Amleto di William Shakespeare, regia di Vittorio Gassman e Luigi Squarzina, Teatro D'Arte Italiano, personaggio: Laerte, Milano e tournée Tieste di Seneca, regia di Luigi Squarzina, Teatro d'Arte Italiano  Tre quarti di luna di Luigi Squarzina, regia di Luigi Squarzina, Teatro d'Arte Italiano  Agamennone di Eschilo, regia di Orazio Costa, Festival di Ostia antica  La fuggitiva di Ugo Betti, regia di Luigi Squarzina, personaggio: Veniero, Teatro La Fenice di Venezia, e breve tournée  I Persiani di Eschilo, regia di Luigi Squarzina, parte: Coro, Roma e tournée  Leonora di F. Troiani, regia di Luigi Squarzina, Roma e tournée  Antigone di Sofocle, regia di Guido Salvini, personaggio: Messo, Vicenza  Prometeo di Eschilo, regia di Luigi Squarzina, aiuto regia di Luigi Vannucchi, Siracusa  Romeo e Giulietta di William Shakespeare, regia di Guido Salvini, parti: Coro e Paride, Verona e tournée  Anche le donne hanno perso la guerra di Curzio Malaparte, regia di Guido Salvini, personaggio: Hans, Biennale di Venezia, XIII festival internazionale del teatro  La vedova di G. B. Cini, regia di Guido Salvini, Vicenza  Corte marziale per l'ammutinamento del Caine di H. Wouk, regia di Luigi Squarzina, personaggio: Tenente di vascello Thomas Keefer, Roma e tournée  Il sacro esperimento di Hachwalder, regia di Gianfranco De Bosio, personaggio: Don Esteban Arago, capitano. Roma e tournée  (Registrato anche per la televisione) Buio a mezzogiorno di Arthur Koestler, regia di Gianfranco De Bosio, Roma e tournée Re Lear di Shakespeare, regia di Franco Enriquez, personaggio: Edmondo, tournée in Sud America (Santos, S. Paulo, Montevideo, Buenos Aires), compagnia Ricci-Magni-Proclemer-Albertazzi Corruzione al Palazzo di giustizia di Ugo Betti, regia di Gianfranco De Bosio, tournée in Sud America Beatrice Cenci di Alberto Moravia, regia di F. Enriquez, tournée in Sud America Il pellicano ribelle di Bassano, regia di Renzo Ricci, tournée in Sud America Sei personaggi in cerca d'autore di Luigi Pirandello, regia di Renzo Ricci, tournée in Sud America Monsieur de Pourcegnac di Molière, regia di Sandro Bolchi, compagnia del Teatro Regionale Emiliano, impresario Cappelli, Emilia-Romagna, Torino, Sanremo, Genova  Inquisizione di Diego Fabbri, regia di Memo Benassi, compagnia del Teatro Regionale Emiliano, Emilia-Romagna, Torino, Sanremo, Genova  Medea di Robinson, regia di Gianfranco De Bosio, compagnia del Teatro Regionale Emiliano. Emilia-Romagna, Torino, Sanremo, Genova Enrico IV di Luigi Pirandello, regia di Gianfranco De Bosio, personaggio: Il Marchese Dinolli, compagnia del Teatro Regionale Emiliano, Emilia-Romagna, Torino, Sanremo, Genova  Hedda Gabler di H. Ibsen, regia di Sandro Bolchi, compagnia del Teatro Regionale Emiliano. Emilia-Romagna, Torino, Sanremo, Genova  La Giostra di M. Dursi, regia di C. Di Stefano, compagnia del Teatro Regionale Emiliano, Emilia-Romagna, Torino, Sanremo, Genova  Tragico contro voglia di Anton Čechov, regia di Memo Benassi, compagnia del Teatro Regionale Emiliano, Modena  I Giacobini di Federico Zardi, regia di Giorgio Strehler, personaggio: Saint Just, Piccolo Teatro di Milano La Vena d'oro di A. Zorzi, regia di Sandro Bolchi, compagnia del Teatro Regionale Emiliano, con Terrieri e Grassilli, Teatro Duse di Bologna  Bertoldo a corte di M. Dursi, regia di Gianfranco De Bosio, personaggio: Il Re, compagnia del Teatro Stabile di Torino  Ore disperate di J.J. Hayes, regia di Gianfranco De Bosio, personaggio: Hank Griffin, fratello di Glenn, compagnia del Teatro Stabile di Torino  I nostri sogni di Ugo Betti  Uomini e topi di John Steinbeck, regia di E. Ferrieri, personaggio: George, Teatro del Convegno, Milano  Arlecchino servitore di due padroni di Carlo Goldoni, regia di Giorgio Strehler, personaggio: Florindo, Germania (anche TV), Belgio, Polonia, Cecoslovacchia, Regno Unito (Londra)  - seconda tournée: Paesi Bassi, Stratford, Marocco, Algeria, Tunisia Angelica di L. Ferrero, regia di Gianfranco De Bosio, personaggio: Orlando, compagnia del Teatro Stabile di Torino, Venezia, Torino  Processo a Oreste, spettacolo con Vittorio Gassman, per l'Estate a Taormina  I sette a Tebe di Eschilo, regia di Mario Landi, personaggio: Messaggero, tournée estiva in Sicilia (Taormina, Palazzolo, Gela, Selinunte, Agrigento, Palermo)  La figlia di Iorio di Gabriele D'Annunzio, regia di M. Ferrero, personaggio: Aligi, Pescara  Il castello in Svezia di F. Sagan, regia di M. Ferrero, personaggio: Sebastiano, compagnia Fantoni-Occhini-Vannucchi, tournée  Acque turbate di Ugo Betti, regia di M. Ferrero, personaggio: Gabriele, compagnia Fantoni-Cechini-Vannucchi, tournée  Anfitrione di Plauto, regia di Silverio Blasi, personaggio: Mercurio, tournée estiva (Pompei, Ostia)  Il primogenito di C. Fry, regia di Orazio Costa, personaggio: Mosè, Festival di San Miniato (anche Sassari e TV)  Il diavolo e il buon Dio di Jean-Paul Sartre, regia di Luigi Squarzina, personaggio: Heinrich, Teatro Stabile di Genova, tournée in Italia e Russia  Ciascuno a suo modo di Luigi Pirandello, regia di Luigi Squarzina, personaggio: Michele Rocca, Teatro Stabile di Genova, tournée in Italia e Russia  Riunione di famiglia di T. S. Eliot, regia di M. Ferrero, personaggio: Harry, Festival di San Miniato  (anche TV) Troilo e Cressida di William Shakespeare, regia di Luigi Squarzina, personaggio: Troilo, Teatro Stabile di Genova, Genova, Torino, Milano Zio Vanja di Anton Cechov, regia di Edmo Fenoglio, personaggio: Astrov, con Turi Ferro, Teatro Stabile di Catania  Serata al Club S. Alessio, Teatro privato in casa di Vittorio Gassman, Letture da Flaiano, Arbasino, Soldati Otello di William Shakespeare, regia di B. Menegatti, personaggio: Otello, Teatro Stabile di Trieste Jean Paul Sartre, a cura di Gerardo Guerrieri, regia di Edmo Fenoglio, spettacolo del Teatro Club, serata unica, Teatro Valle di Roma, 26 aprile 1966. Rose rosse per me di Sean O'Casey, regia di Alessandro Fersen, con Ileana Ghione, Teatro Valle. Moravia, per esempio..., a cura di Giuseppe D'Avino e Gerardo Guerrieri, regia di Edmo Fenoglio, spettacolo del Teatro Club, unica serata, Teatro Eliseo di Roma, 15 giugno 1967. La dodicesima notte di William Shakespeare, regia di F. Torriero, personaggio: Malvolio, tournée estiva, Portovenere, Marina di Grosseto, Roccasecca  La Gioconda di Annunzio, regia di F. Piccoli, personaggio: Lucio. Vittoriale di Pescara  Trieste con tanto amore, recital Trieste, ottobre 1968. Oreste di Euripide, regia di M. Stilo, personaggio: Oreste, compagnia Vannucchi-Cavo-Bosic, tournée estiva, Tindari, Taormina  Persefone di R. Lupi, regia di G. Chanalet, parte: Voce recitante, Firenze  Oedipus rex di Igor' Fëdorovič Stravinskij, regia di Luigi Squarzina, parte: Voce recitante, Firenze  Poesia all'Olimpico, serata presentata e condotta da Giancarlo Sbragia, Teatro Olimpico di Vicenza. Otello di William Shakespeare, regia di Virginio Puecher, personaggio: Jago, compagnia degli Associati, Verona e tournée estiva e invernale  Strano interludio di Eugene O'Neill, regia di Giancarlo Sbragia, personaggio: Sam, compagnia degli Associati, debutto a Padova e tournée  La figlia di Iorio di Gabriele D'Annunzio, regia di Paolo Giuranna, personaggio: Aligi, Pescara, Torino  Antonio e Cleopatra di William Shakespeare, regia di Luigi Vannucchi, personaggio: Pompeo, compagnia degli Associati, Verona e tournée  Inferni, spettacolo comprendente Canicola di Pier Maria Rosso di San Secondo e Porte chiuse di J. P. Sartre, regia di Giancarlo Sbragia, compagnia degli Associati, tournée, Roma  Il vizio assurdo di Lajolo-Fabbri, regia di Giancarlo Sbragia, personaggio: Cesare, compagnia degli Associati, tournée, Padova, Roma  - seconda tournée: Milano, Torino, terza tournée: Prato, Sardegna, Sicilia, ecc…, anche registrazione TV) La nuova colonia di Luigi Pirandello, regia di Virginio Puecher, personaggio: Currao, Teatro Quirino di Roma, 21 marzo 1975. Misura per misura di William Shakespeare, regia di Luigi Squarzina, personaggio: Il Duca,Teatro Argentina di Roma,  Il Mercante di Venezia di William Shakespeare, Regia di G. Cobelli, personaggio: Shylock, estate teatrale veronese Prosa televisiva  Luigi Vannucchi nei panni di Laerte e Memo Benassi in una scena di Amleto  II sacro esperimento di Hochwalder, regia di Silverio Blasi  Kean di Dumas - Sartre, regia di Franco Enriquez  Edipo re di Sofocle, regia di Franco Enriquez  Amleto di William Shakespeare, regia di Vittorio Gassman, regia televisiva di Claudio Fino  Ventiquattr'ore felici di Cesare Meano, regia di Claudio Fino  I nostri sogni di Ugo Betti, regia di Gianfranco de Bosio Arlecchino servitore di due padroni di Carlo Goldoni, regia di Giorgio Strehler  II Tricheco, commedia di R. G. Bosswell, regia di Alberto Gagliardelli, trasmessa  Ragazza mia di W. Saroyan, regia di Mario Landi, Roma, romanzo  Il fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello, regia di Daniele D'Anza  Tre giorni a Roma, regia di Giancarlo Zagni  Tutto da rifare pover'uomo di H. Fallada, regia di Eros Macchi – sceneggiato  Un ispettore in casa Birling di J. B. Priestley  Francillon di A. Dumas, personaggio: Enrico de Symeux (1960) Letture natalizie, regia di Edmo Fenoglio, con Anna Maria Guarnieri, Roma  Italia d'oggi, letture, Roma  All'uscita di Luigi Pirandello, regia di F. Fulchignani, Roma  Ritratto di Donna, regia di Edmo Fenoglio, Milano  Essi arrivano in città di J. Priestley, regia di Anton Giulio Majano, Milano Chiamami bugiardo, regia di Anton Giulio Majano, Milano – sceneggiato  Il più forte di Giocosa, regia di Edmo Fenoglio, Roma (1961) Lettura telescuola, regia di Edmo Fenoglio, Roma  Lettura per bambini, Milano  Errore giudiziario di G. P. Calegari, regia di G.P. Calegari, Milano  Il giro del mondo di C. G. Viola, regia di Anton Giulio Majano  Una tragedia americana di T. Dreiser, regia Anton Giulio Majano  Un braccio di meno di C. Bernari, regia di Anton Giulio Majano, Napoli  La grana di Dersi, regia di Silverio Blasi, Napoli  I diritti dell'anima di Giacosa, regia di Carlo Di Stefano, Milano  Delitto e castigo di Dostoevskij, regia di Anton Giulio Majano (1963) Prima di cena di Rostov, regia di Anton Giulio Majano, Roma La Maschera e la grazia di Giacosa, regia di Anton Giulio Majano, Roma  Smash – ospite (1963) II Potere e la Gloria di G. Greene, regia di Mario Ferrero, Roma  - La donna di fiori di Casacci Ciambricco, regia di Anton Giulio Majano, Roma, romanzo, personaggio: Ronald Fuller – sceneggiato  Vita di Dante di G. Prosperi, regia di Vittorio Cottafavi, Roma, tre puntate, personaggio: Guido Cavalcanti  Un mondo sconosciuto, commedia di Henry Denker, regia di Mario Ferrero, trasmessa . L'Ammiraglio di M. Tobino, regia di Anton Giulio Majano  Giulio Cesare di William Shakespeare, regia di Sandro Bolchi  Notte con Ospiti  Nascita di Cristo  I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, regia di Sandro Bolchi  - L'Approdo, regia di Vito Molinari – sei presentazioni (voce fuori campo in Lanterna, Lezione sul Boccaccio, Lezione su Pascal, Attualità di Gramsci) Milano – ospite  Venezia città di sogno – voce fuori campo  Ritorno a Firenze  Un grande Europeo, un grande uomo (Adenauer)  In trappola di Pierre Caillol, regia di Flaminio Bollini, traduzione di Roberto Cortese  Non cantare, spara di Leo Chiosso, regia di Daniele D'Anza  Almanacco (Napoleone), Roma – voce fuori campo  Un mondo sconosciuto di H. Denker, regia di Mario Ferrero Il processo Slansky, regia di Leandro Castellani  Cristoforo Colombo, regia di Vittorio Cottafavi – voce fuori campo  Un volto una storia – voce fuori campo  Giocando a golf una mattina di Francis Durbridge, regia di Daniele D'Anza Il cappello del prete, dal romanzo di Emilio De Marchi, regia di Sandro Bolchi  Settevoci – ospite  Quel giorno: fatti e testimonianze degli anni '60  Cinema '70: Taccuino di viaggio di Luchino Visconti – voce fuori campo  Incontri musicali: incontro con Fifth dimension, Roma, Incontri musicali: Incontro con Odette, Roma, A come Andromeda di Fred Hoyle e John Elliot, regia Vittorio Cottafavi I demoni, dal romanzo omonimo di F. Dostoevskij, regia di Sandro Bolchi, trasmesso. La Giostra di Massimo Dursi, regia di Sandro Bolchi  Ieri e oggi, regia di Lino Procacci – partecipazione  Qui squadra mobile, regia di Anton Giulio Majano, Roma – sceneggiato  Chi?, regia di Giancarlo Nicotra, Milano – ospite  Il vizio assurdo di Davide Lajolo e Diego Fabbri, regia di Giancarlo Sbragia, regia televisiva: Lino Procacci La scuola dei geni di M. Hubay, regia di Andrea Camilleri, Roma, monologo per la serie "Attore solista" (album di monologhi a cura di E. Mauri)  Storie della camorra, regia di Paolo Gazzara – sceneggiato  Misura per misura di W. Shakespeare, regia di Luigi Squarzina, Prosa radiofonica Rai Angelica, dramma satirico di Leo Ferrero, regia di Gianfranco de Bosio, trasmessa. Elettra, tragedia di Hugo von Hofmannsthal, regia di Mario Ferrero, trasmessa . Doppiaggio Tony Musante in Metti, una sera a cena, Il caso Pisciotta Richard Widmark in Rollercoaster - Il grande brivido Jean Desailly in La calda amante James Coburn in La battaglia di Midway Dean Martin in Bandolero! Clint Eastwood in L'uomo dalla cravatta di cuoio Roy Scheider in Il maratoneta Philippe Noiret in Il deserto dei Tartari Robert Duvall in Quinto potere Clark Gable in Via col vento (ed.  Dirk Bogarde in La caduta degli dei Norman Alden in Tora! Tora! Tora! William Devane in Complotto di famiglia Peter Graves in La donna del West Andrew Duggan in A noi piace Flint Cameron Mitchell in Hombre Edward Mulhare in Caprice - La cenere che scotta Charles Cioffi in Una squillo per l'ispettore Klute Michael Brill in Il mostruoso uomo delle nevi Discografia (parziale) L'uomo Carducci - 33 giri  - Istituto Internazionale del disco Poesie ispano-americane - 33 giri  - Istituto Internazionale del disco Rainer Maria Rilke - poesie - 33 giri  - Istituto Internazionale del disco A. Joszef - poesie - 33 giri - Istituto Internazionale del disco La ballata di Porta Pia - 33 giri, documento sonoro per celebrare i cento anni di Roma capitale - Discografica Editrice Tirrena (DET) Mettiti uno specchio nell'anima - 45 giri  - Warner Bros., distribuito da Dischi Ricordi S.p.A. Altre attività Nel 1976 fu testimonial della casa produttrice di Grappa Piave, per Carosello, il contenitore pubblicitario della Rai, e per i manifesti murali della stessa campagna.  Note ^ Sabina V. su Mymovies http://www.mymovies.it/biografia/?a=23096 ^ articolo a pag.7 de "L'Unità" archivio.unita.it. Tesi di laurea su V. tesionline.it/default/tesi.asp?idt=29661  Appendice al libro di Maurizio Giammusso, La fabbrica degli attori, pubblicazione  della Presidenza del Consiglio ^ Sito ufficiale di Anna Proclemer Copia archiviata, su annaproclemer.it. .  Archivio del Piccolo Teatro di Milano archivio. piccoloteatro.org/foto/index.php?attore=Luigi+Vannucchi ^ Gli Associati su sergiofantoni.it sergiofantoni.it/index.php?route=imprese/Gli+Associati ^ Il vizio assurdo di Diego Fabbri e Davide Lajolo, Ed. La Nuova Cultura, Bruzzone, Piccolo grande schermo. Dalla televisione alla telematica, Bari, Dedalo, . ^ Foto del Film ANNO UNO – V. - ROSSELLINI - Archivio del Cinema, su photocinema.it. "L'estremo saluto a Luigi Vannucchi", articolo a pag.7 de "L'Unità" del 2 settembre 1978 Copia archiviata, su archivio.unita.it. Estate Teatrale Veronese estateteatraleveronese.it/ nqcontent.cfm?a_id=13056&tt=estateTeatrale Repertorio del Piccolo Teatro di Milano Tesi di laurea di Sara Ridolfo: Tre maschere di un attore. Per un ritratto di Luigi Vannucchi - Università degli studi di Catania - Il vizio assurdo, di Diego Fabbri e Davide Lajolo, Ed. Nuova Cultura, Roma Dizionario del cinema italiano: Gli artisti. Gli attori - di Enrico Lancia e Poppi,  - ed. Gremese EAN Gli attori, di E.Lancia e R.Poppi, Gremese editore - Roma Piccolo grande schermo. Dalla televisione alla telematica, di Mariagrazia Bruzzone. Ed. Dedalo - Bari 1984 La fabbrica degli attori, di Maurizio Giammusso, pubblicazione della Presidenza del Consiglio - Roma 1989 Altri progetti Collabora a Wikimedia Commons Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su Luigi Vannucchi Collegamenti esterni V come Vannucchi A come Attore (canale), su YouTube. V., su Discogs, Zink Media. Luigi V., su MusicBrainz, MetaBrainz Foundation. V., su MYmovies.it, Mo-Net Srl. Modifica su Wikidata Luigi Vannucchi, su Il mondo dei doppiatori, AntonioGenna.net. Vannucchi, su IMDb, IMDb.com. Modifica su Wikidata (EN) Luigi Vannucchi, su AllMovie, All Media Network. Luigi Vannucchi, su AFI Catalog of Feature Films, American Film Institute. Portale Biografie   Portale Cinema   Portale Teatro   Portale Televisione Categorie: Attori italiani Nati a Caltanissetta Morti a Roma Attori teatrali italiani  Morti per suicidio Sepolti nel cimitero monumentale della Certosa di Bologna Attori televisivi italiani Attori cinematografici italiani Attori radiofonici italiani[altre]. Nome compiuto: Luigi Vannucchi. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Vannucchi,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vannucci: la ragione conversationale (Pistoia). Filosofo italiano. Pistoia. M. Bagno a Ripoli -- è stato un filosofo, presbitero e teologo italiano dell'Ordine dei Servi di Maria. Ordinato sacerdote, ottenne la Licenza in Teologia presso l'Ateneo Pontificio "Angelicum".  Insegna esegesi, ebraico e greco biblico negli istituti dei Servi di Maria. Si associò per un anno, con alcuni confratelli, alla comunità di Nomadelfia, animata da Saltini.  Con Turoldo, organizza iniziative sociali, come la “Messa della carità”, nella città di Firenze. Da vita a una nuova comunità – dedita al lavoro, all'accoglienza e alla preghiera – all'Eremo di San Pietro a Le Stinche, nel Chianti.  Da allora lascia l'Eremo solo per tenere incontri ed esercizi spirituali, oltre che corsi di Storia delle religioni presso la Pontificia Facoltà Teologica "Marianum".  Le sue attività e i suoi insegnamenti sono di particolare ispirazione per Ronchi.  Opere Il libro della preghiera universale, Libreria Editrice Fiorentina, 1978. Invito alla preghiera, Libreria Editrice Fiorentina, La vita senza fine, CENS, 1985; Servitium, Ogni uomo è una zolla di terra, Edizioni Borla, Il passo di Dio. Meditazioni per l'Avvento, Edizioni Paoline, con Maria di Campello) Il canto dell'allodola. Lettere scelte, Qiqajon, Alchimia e liturgia, Lorenzo de' Medici Press, Camici, Uomo di luce: mistagogia e vita spirituale in Giovanni Vannucci, Il Segno dei Gabrielli, Roberto Taioli, La preghiera cosmica di Giovanni Vannucci, su gianfrancobertagni.it. Portale Biografie   Portale Cattolicesimo Categorie: Presbiteri italiani Teologi italiani  Nati a Pistoia Morti a Bagno a Ripoli Serviti italiani [altre]. Nome compiuto: Giovanni Vannucci.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vantaggiato: la ragione converszionale: occidente ed oriente  (Roma). Filosofo italiano. Professore a contratto  Dipartimento di Storia Culture Civiltà  Dipartimento di Interpretazione e Traduzione  Curriculum vitae. Laureato in Lingua e Letteratura cinese presso l'Università Ca'Foscari di Venezia. Cnsegue il dottorato di ricerca nel medesimo ateneo con una tesi sul manoscritto Xìng zì mìng chū. Durante questo periodo ho trascorso due anni nella Repubblica Popolare Cinese, dapprima a Wǔhàn (Húběi) e successivamente a Dàlián (Liáoníng). Negli ultimi cinque anni ha affiancato le attività di docenza e di ricerca a quelle di interprete giudiziario per la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Ascoli Piceno, la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Bari e inteprete di Conferenza a Pechino presso l'Istituto Confucio dell'Università di Macerata. Nome compiuto: Luca Vantaggiato.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vanzina: la ragione conversazionale (Roma). Filosofo italiano. Alla Cerimonia di presentazione dei candidati ai Premi David di Donatello per l’anno 2023 David di Donatello David di Donatello alla carriera 2023 Enrico Vanzina (Roma, 26 marzo 1949) è uno sceneggiatore, produttore cinematografico, scrittore e regista italiano.  Biografia  Leone d'Oro per meriti letterari ad Enrico Vanzina nella prestigiosa sala Zuccari del Senato della Repubblica Primogenito del regista e sceneggiatore Steno, al secolo Stefano Vanzina, e di Maria Teresa Nati, nonché fratello del regista e produttore Carlo Vanzina, vive sin dalla nascita a stretto contatto con il mondo del cinema: oltre al padre regista, suoi amici in adolescenza sono Claudio e Marco Risi, figli del regista Dino Risi. Ottiene il Baccalaureat francese al Lycée Chateaubriand di Roma nel 1966[1] e si laurea nel 1970 in Scienze politiche all'Università degli Studi di Roma "La Sapienza". Nei primi anni settanta il padre lo vuole al suo fianco come aiuto regista per le riprese di L'uccello migratore con Lando Buzzanca, La poliziotta con Mariangela Melato e Piedone a Hong Kong con Bud Spencer; tuttavia capisce presto che la regia non lo interessa e preferisce diventare uno sceneggiatore.  In quarant'anni nel cinema, è stato autore di oltre cento sceneggiature. La prima è quella di Luna di miele in tre del 1976, seguita nello stesso anno da Febbre da cavallo, che molti considerano il suo capolavoro. Ma è assieme al fratello regista Carlo che scrive sceneggiature di film come Sapore di mare, Il pranzo della domenica, Eccezzziunale... veramente, Vacanze di Natale, Yuppies - I giovani di successo, Le finte bionde, Sotto il vestito niente, Via Montenapoleone, Il cielo in una stanza, Ex - Amici come prima!, Mai Stati Uniti e Non si ruba a casa dei ladri.  Nel 1986 fonda la casa di produzione Video 80, che finanzierà sia prodotti per il cinema che fiction televisive.  Ha inoltre prodotto molti programmi televisivi, tra cui le serie I ragazzi della 3ª C, Amori, Anni '50 , Anni '60  e Un ciclone in famiglia.  collabora con la Penta Film di Mario e Vittorio Cecchi Gori come consulente generale e capo della produzione.  Autore anche di commedie teatrali tra le quali Bambini cattivi, messa in scena da Giuseppe Patroni Griffi, e Febbre da cavallo musical ispirato al celebre film, ha pubblicato pure i romanzi Colazione da Bulgari (Salerno Editrice), La vita è buffa (Gremese editore), Le finte bionde, La sera a Roma, Una famiglia italiana (Mondadori), Commedia all'italiana, Il gigante sfregiato, Premio Internazionale di Narrativa Città di Penne, Il mistero del rubino birmano e La donna dagli occhi d'oro (Newton Compton). vince il Premio Fiuggi sezione Epistolari e Memorie con il suo libro "Diario Diurno" (HarperCollins). -- è iscritto come giornalista pubblicista all'Ordine dei Giornalisti del Lazio. Dopo aver collaborato per sette anni al Corriere della Sera, cura una rubrica settimanale di costume per Il Messaggero. Oggi è considerato uno dei massimi esponenti della commedia all'italiana, autore di film di enorme successo di pubblico. Enrico Vanzina ha dichiarato in più occasioni di essere liberale[4], come il padre Steno (che collaborò anche come giornalista al Giornale di Montanelli), e di fede cattolica.  debutta alla regia con Lockdown all'italiana, cui segue due anni dopo Tre sorelle.   Il Presidente Sergio Mattarella saluta Enrico Vanzina, vincitore del David speciale riceve il David di Donatello alla carriera.  riceve il Leone d'Oro per Meriti Letterari al Senato della Repubblica da parte del Gran Premio Internazionale di Venezia, con nomination del Vice Presidente Avv. Pasquale Auricchio e il Patron del Leone d'Oro Dott. Sileno Candelaresi[7].  approda su Cine34 con la rubrica Vi Racconto[8].  è sposato con Federica Burger.  Filmografia Sceneggiatore Oh, Serafina!, regia di Alberto Lattuada  Febbre da cavallo, regia di Steno  Luna di miele in tre, regia di Carlo Vanzina  Von Buttiglione Sturmtruppenführer, regia di Mino Guerrini  Tre tigri contro tre tigri, regia di Sergio Corbucci e Steno Per vivere meglio divertitevi con noi, regia di Flavio Mogherini La patata bollente, regia di Steno  Figlio delle stelle, regia di Carlo V.  Arrivano i gatti, regia di Carlo V.  Il lupo e l'agnello, regia di Francesco Massaro  Fico d'India, regia di Steno  Una vacanza bestiale, regia di Carlo Vanzina  Il tango della gelosia, regia di Steno Miracoloni, regia di Francesco Massaro  I fichissimi, regia di Carlo Vanzina  Eccezzziunale... veramente, regia di Carlo V.  Sballato, gasato, completamente fuso, regia di Steno  Sesso e volentieri, regia di Dino Risi  Viuuulentemente mia, regia di Carlo V.  Dio li fa poi li accoppia, regia di Steno  Vado a vivere da solo, regia di Marco Risi  Sapore di mare, regia di Carlo Vanzina  Al bar dello sport, regia di Francesco Massaro  Il ras del quartiere, regia di Carlo V.  Mani di fata, regia di Steno  Mystère, regia di Carlo V.  Sapore di mare 2 - Un anno dopo, regia di Bruno Cortini  Vacanze di Natale, regia di Carlo V.  Un ragazzo e una ragazza, regia di Marco Risi  Amarsi un po'..., regia di Carlo Vanzina  Domani mi sposo, regia di Francesco Massaro  Vacanze in America, regia di Carlo Vanzina  Mi faccia causa, regia di Steno  Sotto il vestito niente, regia di Carlo Vanzina  Yuppies - I giovani di successo, regia di Carlo V.  Italian Fast Food, regia di Lodovico Gasparini Il commissario Lo Gatto, regia di Dino Risi  Via Montenapoleone, regia di Carlo Vanzina  I miei primi 40 anni, regia di Carlo Vanzina  Montecarlo Gran Casinò, regia di Carlo V.  Cronaca nera – film TV Animali metropolitani, regia di Steno  Ti presento un'amica, regia di Massaro  La partita, regia di Carlo V. Big Man – serie TV, 2 episodi  Le finte bionde, regia di Carlo Vanzina  La più bella del reame, regia di Cesare Ferrario  Fratelli d'Italia, regia di Neri Parenti  Tre colonne in cronaca, regia di Carlo V.  Miliardi, regia di Carlo Vanzina  Piedipiatti, regia di Carlo V. Sognando la California, regia di Carlo Vanzina  Piccolo grande amore, regia di Carlo V.  I mitici - Colpo gobbo a Milano, regia di Carlo Vanzina  S.P.Q.R. - 2000 e ½ anni fa, regia di Carlo Vanzina  Uomini uomini uomini, regia di Christian De Sica  Io no spik inglish, regia di Carlo V. Vacanze di Natale '95, regia di Neri Parenti ( Selvaggi, regia di Carlo Vanzina  Squillo, regia di Carlo Vanzina  A spasso nel tempo, regia di Carlo Vanzina  Fratelli coltelli, regia di Maurizio Ponzi  A spasso nel tempo - L'avventura continua, regia di Carlo Vanzina  Banzai, regia di Carlo V.  Simpatici & antipatici, regia di Christian De Sica  Cucciolo, regia di Neri Parenti  Anni '50 – miniserie TV, 4 episodi  Il cielo in una stanza, regia di Carlo Vanzina  Tifosi, regia di Neri Parenti  Anni '60 – miniserie TV, 4 episodi Vacanze di Natale 2000, regia di Carlo Vanzina  Quello che le ragazze non dicono, regia di Carlo V.  E adesso sesso, regia di Carlo Vanzina  South Kensington, regia di Carlo V. Un maresciallo in gondola – film TV  Febbre da cavallo - La mandrakata, regia di Carlo Vanzina  Il pranzo della domenica, regia di Carlo Vanzina  Le barzellette, regia di Carlo Vanzina  In questo mondo di ladri, regia di Carlo V.  Il ritorno del Monnezza, regia di Carlo Vanzina  Eccezzziunale veramente - Capitolo secondo... me, regia di Carlo V.  Olé, regia di Carlo V. Piper – film TV  - Un anno eccezionale, regia di Carlo Vanzina  Matrimonio alle Bahamas, regia di Risi  Un ciclone in famiglia – miniserie TV, 22 episodi  Un'estate al mare, regia di Carlo Vanzina Vip – film TV  Piper - La serie – serie TV, 2 episodi  Un'estate ai Caraibi, regia di Carlo V.  La vita è una cosa meravigliosa, regia di Carlo V.  Ti presento un amico, regia di Carlo Vanzina  Sotto il vestito niente - L'ultima sfilata, regia di Carlo V.  Ex - Amici come prima!, regia di Carlo V.  Vacanze di Natale a Cortina, regia di Neri Parenti  Buona giornata, regia di Carlo V. Area Paradiso, regia di Diego Abatantuono  Mai Stati Uniti, regia di Carlo Vanzina  Sapore di te, regia di Carlo V. Un matrimonio da favola, regia di Carlo Vanzina  Ma tu di che segno 6?, regia di Neri Parenti  Torno indietro e cambio vita, regia di Carlo Vanzina  Miami Beach, regia di Carlo V.  Non si ruba a casa dei ladri, regia di Carlo V. (2016) Caccia al tesoro, regia di Carlo V. Una festa esagerata, regia di Vincenzo Salemme  Natale a 5 stelle, regia di Marco Risi  Sotto il sole di Riccione, regia degli YouNuts!  Lockdown all'italiana, regia di Enrico V. Tre sorelle, regia di Enrico Vanzina  Sotto il sole di Amalfi, regia di Martina Pastori  La canzone romana, regia di Enrico Vanzina e Elena Bonelli Produttore Italian Fast Food, regia di Lodovico Gasparini  Cronaca nera – film TV  Il vizio di vivere – film TV  Il decimo clandestino – film TV  Mano rubata – film TV  Cinema – film TV La moglie ingenua e il marito malato – film TV  Gioco di società – film TV  Vita coi figli – film TV  Maximum Exposure – miniserie TV, 4 episodi  I mitici - Colpo gobbo a Milano, regia di Carlo Vanzina  Io no spik inglish, regia di Carlo Vanzina  Selvaggi, regia di Carlo Vanzina  Fratelli coltelli, regia di Maurizio Ponzi  Buona giornata, regia di Carlo V.  Miami Beach, regia di Carlo Vanzina  Non si ruba a casa dei ladri, non accreditato, regia di Carlo Vanzina  Natale a 5 stelle, regia di Marco Risi  Sotto il sole di Riccione, regia degli YouNuts!  Lockdown all'italiana, regia di Enrico Vanzina  Tre sorelle, regia di Enrico Vanzina  La canzone romana, regia di Enrico Vanzina e Elena Bonelli Regista Lockdown all'italiana  Tre sorelle  Attore L'ultimo gattopardo - Ritratto di Goffredo Lombardo, regia di Giuseppe Tornatore  Titanus 1904, regia di Giuseppe Rossi Libri Le finte bionde,  Sotto il Colosseo niente, Colazione da Bulgari,  La vita è buffa,  Vacanze di Natale Il mio mondo Commedia all'italiana: ritratto di un paese che non cambia, 2008 Una famiglia italiana,  Il gigante sfregiato Il mistero del rubino birmano,  La donna dagli occhi d'oro,  La sera a Roma,  Mio fratello Carlo, 2019 Una giornata di nebbia a Milano,  Diario diurno,  Il cadavere del Canal Grande,  Noblesse oblige, Riconoscimenti Grolla d'oro Premio De Sica Premio Flaiano Nastro d'argento Premio Charlot Telegatto Premio America della Fondazione Italia USA Premio Agnes per il giornalismo Special Award del Premio Alessandro Cicognini Premio Anna Magnani, la VII edizione Premio Sette Colli  David di Donatello Premio Villa Bertelli  Leone d'Oro per meriti letterari al Senato della Repubblica  Gran Trofeo del Premio Letterario Internazionale Casinò di Sanremo Antonio Semeria. Note ^ Fonte: MYmovies. Enrico Vanzina biografia | MYmovies.it. Vedi anche un suo intervento sul Corriere della Sera del 2 ottobre 1993. Archivio Corriere della Sera ^ Enrico Vanzina | Aqua Film Festival, su aquafilmfestival.org, . ^ Albo Nazionale dei Giornalisti -, su odg.it.. ^ Come, in diverse occasioni, sulla sua rubrica su Il Messaggero ^ Come ha dichiarato nel libro Mio fratello Carlo   Annarita Borelli, Venerdi' 24 settembre. Sala Zuccari Senato della Repubblica. Gran Premio Internazionale di Venezia. Conferenza sulla Pace e consegna dei Leoni D'Oro., su Obiettivo Notizie. ^ Contatti e Organigramma, su Leone doro. URL . ^ Vi Racconto: la nuova rubrica di Enrico Vanzina su Cine34, su Magazine tivù 3. ^ Chi è Federica Burger, la moglie di Enrico Vanzina, su donnaglamour.it. ^ Copia archiviata, su cityrumors.it. Premio Anna Magnani, la VII edizione, su terzapagina.it. ^ David di Donatello 68ª edizione, David Speciale a Enrico Vanzina, su rainews.it. ^ Premio Villa Bertelli 2023, su villabertelli.it. ^ Il Leone d'oro va al pronipote di Enrico Mattei » Pensalibero.it, su Pensalibero.it, Informazione laica on line Altri progetti Registrazioni di Enrico Vanzina, su RadioRadicale.it, Radio Radicale. Modifica su Wikidata Enrico Vanzina, su MYmovies.it, Mo-Net Srl.  Enrico V., su IMDb, IMDb.com. Enrico V, su AllMovie, All Media Network. Enrico V., su filmportal.de. V · D · M Vincitori del Premio Internazionale di narrativa "Città di Penne" Portale Biografie   Portale Cinema Categorie: Sceneggiatori italiani del XX secoloSceneggiatori italiani del XXI secoloProduttori cinematografici italianiScrittori italiani del XX secoloScrittori italiani del XXI secoloProduttori cinematografici Produttori cinematografici Nati a RomaSceneggiatori figli d'arteStudenti della Sapienza - Università di RomaVincitori del Premio Flaiano di cinematografia David di Donatello alla carriera [altre] Sceneggiatore e produttore cinematografico italiano (n. Roma). Cresciuto a stretto contatto con il mondo del cinema (è figlio del regista S. Vanzina, noto come Steno), negli anni Settanta ha cominciato la sua lunga carriera di sceneggiatore (con Luna di miele in tre), che lo ha portato a scrivere per importanti nomi del cinema italiano. Insieme con il fratello C. Vanzina, nel 1984 ha fondato la casa di produzione International Video 80. Grazie alle sue commedie (prime fra tutte quelle del ciclo “di Natale” degli anni Ottanta e Novanta), autore tra i più amati dal pubblico italiano (è del 2011 Ex: amici come prima!, del 2012 Buona giornata Mai Stati Uniti, del 2014 Sapore di te e del 2016 Miami Beach e Non si ruba a casa dei ladri), ha esordito nella scrittura con il romanzo Il gigante sfregiato, a cui hanno fatto seguito Il mistero del rubino birmano (2014), La sera a Roma, il testo autobiografico Mio fratello Carlo e Una giornata di nebbia a Milano. ha diretto e sceneggiato la pellicola cinematografica Lockdown all'italiana e nel 2023 è stato insignito del David di Donatello Speciale.Nome compiuto: Enrico Vanzina.

 

Luigi Speranza – Grice italo!; ossia, Grice e Vanzon: la ragione conversazionale – filosofia italiana – (Istria). Filosofo italiano. He was an Istrian by birth, in a location within Istria. He moved to Venice, where he completed his classical studies. While his dictionary works were published in several Italian cities, including Livorno and Palermo, his origin is cited as Istrian. A tiny portion of the Istrian peninsula is still part of Italy – speciafically, the area around the town of MUGGIA. The Italian section consists of the communes of MUGGIA and SAN DORLIGO DELLA VALLE, located just south of the city of Trieste. Muggia is the only Italian port town that lies within the historical and geographical bounds of the Istrian peninsula. The current borders where finalized by the Treaty of Osimo, which formalized the de facto division of the former free territory of Trieste. Padova, Veneto. Venezia, Veneto.  Livorno, Toscana. V. is the author of the Dizionario universale della lingua italiana, ed insieme di geografia antica e moderna, mitologia, storia sacra, politica, ed ecclesiastica, published in Livorno . His more famous work, Grammatica ragionata della lingua italiana, is an exposition that served as the extensive grammatical introductin to his larger dictionary. GRAMMATICA RAGIONATA DELLA LINGUA ITALIANA Riveduta dall’ autore, e da Iti accresciuta di due elaboratissimi trattati, uno di Ortologia, 1’ altro di ()rtografia; di sei copiose raccolte di modi di dire usitatissimi co’verbi essere, Aocere, andare, dare, stare e fare; di molti eserpj famigliari dell'uso comune – H. P. Grice: “What Austin, but not I, would call ‘ordinary language’ – meaning AIN’T use! --; e di un gran numero di paragrafi nel corso de’capitoli, contenenti precetti ed osservazioni. Grammaticorum, sine ratione, testimoniisque auctoritas nulla est. Sanctius, in Minerva. LIVORNO Dai ToncHi pr Lurci ANGELONI t ù 4 x 126% .38% n f NC LETTERA DELL’ ILLUSTRISSIMO Zannoni (vedasi) SEGRETARIO DELL' ASSCADBNIA DELLA CRUSCA ALL' AUTORE DELLA PRESENTE OPERA. Firenze. ORNATISSIMO SIGNORE l’accademia presentata d'un esemplare della di lei grammatica ragionata della lingua italiana, mi ordina renderle le debite grazie. Le opere che î veri dotti scrivono sulla dolce nostra favella, cura continua dell’accademia, in molto pregio tenute sono da essa, che del patrio decoro unicamente sollecita, e non’signoreggiata d’invidia o gelosia, pronta è a trar profitto dagli studj altrut per la sua impresa del correggere e aumentare il vocabolario. Dee ciò accerlar lei della soddisfazione con che ha il corpo accademico ricevuto il suo libro. Esso non le ne da alcun parere, perchè è sua massima di non giudicare che degli scritti inviati a’concorsi. Non è però vietato darlo separatamente a ciascuno degl’accademici. Laonde io francamente le fo noto il mio. È ottimo il suo divisamento di comporre una gramimatica dt nostra lingua in che s’ha per iscopo il far riflettere l'alunno su ciò che sa, anzi che insegnargli la propria lingua; e al divisamento ben corrisponde l'esecuzione. Ragionata è la sua grammatica nella disposizione delle parti, e nel particolare sviluppamento di esse. Tuito è chiaro, e tutto conosciuto intimamente, e con molta sagacità; cosicchè ne sembri chiusa la strada a chiunque s’augurasse, nel ere poter oggi far meglio. Le ne fo pertanto le più sincere congralulazioni; e con istima ed ossequio, ho l'onore di dichiararmi Di Let ornatissimo Signore Dev.m° Obbl.m° Serv. ZANNONI. Avvegnachè valenti maestri abbiano in var) tempi fatto dono all’Italia di trattati elaboratissimi sulla lingua, e si vada perciò da: molti dicendo esservene a dovizia da soddisfare a’ propr) bisogni, pure a me sembra che scarsa copia siavi di’quelli che, per natura loro, e senza l' altrui opera, adattarsi possano‘al sistema d'istruzione in uso a°* dì nostri. IL’ ideologia, giunta oggimai-a grado sì eminente, riducendo, mercè le dotte ed industriose ricerche dei suoi'coltivatori, lo studio delle lingue ad un sistema analitico, vorrebbe eziandio che i principj grammaticali avesser per iscopo il far riflettere l’alunno su’ciò che sa, anzichè insegnargli la propria lingua; e che, contro la fin qui avutane opinione, si dove la grammatica considerare, non già qual via che ad altre e più sublimi scienze conduce, ma bensì quasi fosse meta del cammino, come perfezionamento di queste; non altro essendo la scienza grammaticale che un SISTEMA di parole, RAPPRESENTANTE – H. P. Grice: words are not signs, but they represent! -- quello delle nostre idee, nel nostro spirito, allorquando comunicar le vogliamo nell’ordine, e co'rapporti, che tra loro scorgiamo. Il riguardare la grammatica sotto un tal punto di vista, è omai comune appo le nazioni più colte dell’Europa; imperocchè scrittori del più sagace discernimento, già da più d’un secolo, si son fatto uno studio onde ovunque venisse l'ideologia, come parte della pubblica istruzione, introdotta. Ma un così plausibil cambiamento a stento trovò qualche’seguace in ITALIA, mentre di tanti egregj italiani, che scriveno intorno alla favella loro, uno solo fuvvi, il più moderno, egli è vero, che, imitando felicemente i più celebri ‘ideologi francesi, fa vedere agl’italiani quanto sino allora avean mal camminato nel seguire servilmente il RANCIDO METODO LATINO, dal quale, prima di lui, par che avessero scrupolo i più sapienti grammatici italiani d’allontanarsi nella benchè minima cosa, quasi che le loro opere ad altro non dovesser tendere, che ad insegnare la italiana favella a coloro che già nell’ idioma latino sono ammaestrati; e se difettoso‘si volesse’ trovare quel dottissimo autore in alcune parti della sua grammatica ragionata, sarebbe per ‘avventura l’essersi egli di soverchio esteso con ragionare di cose di pochissimo momento, e l’avere, all'opposto, ommesse affatto altre che valevan bene il pregio a parlarne. Oltracciò gli s’appone da taluni troppa profondità in molti de’suoì ragionamenti in guisa che sovente le sue dottrine riescono oscure, e non a tutti del pari intelligibili: difetto, per altro, che pregio può dirsi appetto a quello del comune de’grammatici suoi antecessori, i quali, copiandosi l'un l’altro, e limitandosi allo stabilire precetti superficiali, fondati sull’uso de'classici autori, non s'immaginaron nè pure che la lingua si puo meta-fisicamente trattare. Troppo manifesto è l'inconveniente che gl’antichi metodi racchiudono, perchè gl'istruttori ragionevoli d’oggidi nol veggan chiaro, e l'utile che da’nuovi risulta, è omai troppo sperimentato, perchè il possano ignorare; ma, ciò nonostante, noi non veggiamo peranche, nè i primi affatto tolti di mezzo, nè i secondi del tutto in vigore, lo che forse ad altro ascriver non deesi che a’ pregiudizj scolastici, che tuttora presiedono agli ammaestramenti di molti, e forse an- cora al passaggio repentino e immediato dalla per sì lungo tempo usata superficialità degli antichi al pensar profondo de’ moderni, le cui opere filosofiche, adottate come guide nel nuovo sistema d' istruzione, offrono sentieri, quantunque brevi, troppo spinosi per un gran numero di ammaestratori, poco avvezzi a pensare. Tali considerazioni crearono in me il pensiero che non sarebbe per riuscir disutile una grammatica ragionata, che, quasi medio cammino, dall' uno estremo e dall' altro egual- mente si dilungasse, e che, distruggendo parte delle preoc-. cupazioni degli scolastici, e parte accettando delle filosofiche dottrine, rendesse quelli meno schivi di queste, e li condu- cesse quasi insensibilmente alle già incominciate riforme. _ Ecco i motivi per cui divisai di scrivere la grammatica che offro al Pubblico, e stimerommi felice, se il fine del- l' opera risponderà a quello, che nell’ impresa mi proposi. . Ma se nell’ esporre i precetti di lingua, ho creduto do- vermi, per le allegate ragioni, discostare dall’ antico metodo, 1 precetti stessi non sono perciò men quelli del Buommattel, del Cinonio, del Salviati, del Corticelli, del Pistolesi, del Mastrofini, e d' altri accreditati grammatici; sì come, in s0- stegno di essi precetti, mi son fatto un obbligo ( senza por l'uso in dimenticanza) di attenermi all’ autorità de Padri del- la lingua, voglio dire de' primarj classici del decimo quarto —or—€ _@ | VII secolo; citando ancora, in mancanza di quelli, o quando, pet altra ragione, è caduto in acconcio, qualcuno degli approvati cmquecentisti, e poeti, e prosatori. Lungi dal volere io far l'apologia della mia grammatica, ne lascio il giudizio all’ imparziale filologo, che spero porrà mente all' infinite difficoltà che incontra chi imprende a per- fezionare, semplicizzando , simili opere; e al precettore, che, sposando opinione più favorevole per quel che porta l'im- pronta di novità, saprammi grado di avere ad esso allegge- rito il peso dell’ ammaestrare, e abbreviato, di gran tratto, il cammino al suo discepolo, per giungere al segno che que- sti, cominciando, proponevasi. UNA PAROLA SU QUESTA SECONDA EDIZIONE. La prima destinazione di quest’ opera, allorchè presi a comporla, fu di servire, col titolo di Esposizione Gramma- ticale, quasi come d’ aggiunta al mio Dizionario Universale; per la qual cosa, onde non ingrossar di troppo il primo volu- me di esso dizionario, mi fu forza restringere i limiti della grammatica, e lasciarla mancante di molte cose, se non ne- cessarie, per lo meno assai rilevanti; nè la potei cor- redare di cosa alcuna riguardo a quelle due somme par- ti della nostra favella, voglio parlare dell’Ortologia e dell’'Or- tografa, riserbandomi per miglior tempo il perfezionarla e pubblicarla separatamente. Ad onta di ciò, per quanto imperfetta l’ opera paresse agli occhi miei, fui indotto dal consiglio di molti a farne stampare 500 copie fuori di quelle attaccate al Dizionario, cambiandone il titolo in quest'altro di Grammatica ragionata della lingua ttaliana. Pubblicato il libro, oltre ogni mia aspettativa, ottenni il compatimento, per non dire il plauso, dell'intelligente pubblico: e l'Accademia stessa della Crusca, in una lettera scrittamìi allora dal Cav. Zannoni segretario di lei, mi fe’ conoscere la sua va- levole approvazione; ma quel che d' allora in poi, mi è stato di maggior conforto, si è che la mia Grammatica ha servito di modello e di guida per la compilazione di altre gramma- ticali dottrine. Il breve tempo in cui quella edizione è stata esaurita mi ha finalmente persuaso a farne un' altra, che è la presen- te. Regna in questa lo stesso metodo praticato nella prima, VIII siccome quello, a parer mio, più agevole allo studioso, e più istruttivo, cioè evvi la sinfassi esposta insieme con la eti- mologia, in guisa che ogni regola di questa abbia, in una sottoposta. annotazione, la sua sintassi. n . Di tali annotazioni, circa un centinajo di più che nella precedente edizione, si trova sparso in questa, la quale in oltre dall’ altra distinguesi per l'aggiunta di due elaboratissimi trat- tati, uno di Ortologia, l' altro di Ortografia; di sei copiose raccolte di Modi di dire usitatissimi co’ verbi essere, avere, andare, dare, stare, e fare; di molti esempj famigliari dell'uso comune, e di un gran numero di nuovi paragrafi nel corso de’ Capitoli, contenenti importanti precetti ed osservazioni altrove ommesse. Oso sperare che se la prima edizione, im- perfetta com'era, è stata benignamente compatita, anzi encomia- ta, i citati miglioramenti e accrescimenti faranno sì che questa wenga più gustata da chi ne sa apprezzare il valore. Tm _— suo: » ti —111_+_7+7=&lt;Ò—_—rFmÀkÉLlÉ_._w---—rr-_PPP——_——__—__————————— _— ——t1nìîìm o ]: © pR&gt; Eee Ne, ee n | |—|_*e—1—rr|L-IL-®x[ JE EL TAVOLA —. DOSLii dAs538BBVIATUBB DEI NOMI DEGLI AUTORI E DELLE OPERE CHE SI CITANO IN QUESTA GRAMMATICA. 2} 3 IIS {nn A Pa (RA Panda. Agnolo Pandolfini. diam. Eleg. Coll. Alamanni (Luigi). Elegie.—Coltivazione. Albert. Volg. Tral. Albertano Giu- dice da Brescia. Volgarizzamento de’ tre Trattati. Aldòtr. Aldobrandino (Maestro) da Siena. Volgarizzamento di un trat- tato di medicina. A. Trag. Alfieri. Tragedie. Alf. Pazz. Rini. Burl. Alfonso de’ Paz- zi. lime burlesche. Ambr. Cof. Bern. Ambra (France- sco d' ). La Cofanaria.—I Ber- rardi, commedie. Amet. V. Bocc. sn: Ant. Ammaestramenti anti» chi. Ar. Fur. Sat. 5 c. Supp. Len. Ariosto (Lodovico). L’ Orlando fu- rioso.—Le Satire. —1 cinque canti. x Supposili, e la Lena; comme» ie. | Arrigh. Arrighetto. Volgarizzamento d’ un trattato dell’ avversità della fortuna di Arrigo da Settimello. B Bel. Man. Rim. Ant. Rime antiche di Giusto de’ Conti da Valmonto- ne, intitolate Bella Mano. Bemb. Asol. Lelt. Pros. Stor. Bem- bo (Cardinal Pietro). Asolani.— Lettere volgari. — Prose intorno alla volgar lingua. — Volgarizzamento della Storia latina di Venezia. Beno. Cell. Oref. Vit. Benvenuto * Cellini. Due Trattati della Orefi- ceria, e della scultura.—Vita sua, scritta da sè medesimo. Berni rim. Orl. Berni (Francesco). Rime Dburlesche.—Orlando inna- merato. Bocc. Proem.Inirod.Gior.Noo.Canz. Conclus. Amet. Amor. Vis. Com. D. lL'ium. Filoc. Filostr. Luber. Lett. Ninf. Fies. Teseid. Test. Vil. .D. Alizg. Boccaccio (Giovanni). Il Decamerone, cioe il Proemio. L’ Introduzione. Giornata. Novelie. Canzoni.  Conclusione. Ameto. Amorosa visione. — Co- mento sopra i sedici Capitoli dell’ Inferno di Dante.— Fiammetta. — Filocolo.—Filostrato, MS. — Labe- rinto d’ Amore.—Lettere.—Ninfale fiesolano, MS.—Teseide, MS.—Te- stamento.—Vita di Dante Alighieri. Boez. Farch. V. Varch. Borg. Orig. Fir. Arm. Borghini (Mor- signor Vincenzio). L’Origine della città di Firenze.—-Delle Armi delle Famiglie fiorentine. . Borg. rip. Borghini (Raffaello). Il Riposo. Brun. Tesor. Brunetto Latini (Ser). Tesoro. Buon. Fier. Tanc. Buonarroti (Mi- chelangelo il giovine). Commedie : cioè la Fiera, e la Tancia. Burch. Son. Burchiello Sonetti. but. Com. luf. Par. Pur. Buti (Fran- . cesco). Commento, o Lettura sopra Din. Comp. Dic. il poema di Dante, MS. C Capit. della Comp. dell’ Imp. Capi- toli della Compagnia della Madon- na dell’ Impruneta. Car. lett. Matt. Son. Caro (Annibal Commendatore). Lettere famigliari. — Sonetti burleschi, chiamati Mat- taccini. Cas. Galat. Lett. Casa (Monsignor Giovanni della). Il Galateo.—Let- tere. Casligl. Cortig. V. Cortis. Castigl. Cavale. P’ungil. Specch. Cr. F. rtl. Ling. Cavalca (Fra Domenico). Pungilingua.—Specchio della Cro- ce.— Trattato de’frutti della Lingua. Cecch. Dot. Mogl. Sliav. Cecchi (Gio- vammaria). Commedie, cioè: La Dote, la Moglie, la Sliava. Comm. {. Commentatore di Daute, MS. Cortig. Castigl. Il Cortigiano, del con- te Baldassare Castiglione. Cr. Crescenzi (Pietro de’). Trattato dell’ agricoltura, MS. Crescimb.. Ctescimbeni (Canonico Gio. Mario). Storia della volgare poesia. Cron. Morell. Morelli (Giovanni). Cronica. Cron. Vell. Cronica di Velluti (Do- nato). D D. Inf. Purg. Par. Rim. Conv. Canz. , Pante Alighieri. Commedia divisa in tre parti: Inferno, Purgatorio, pa — Rime. — Convivio. — Canzoni. D. da Majan. R. A. Dante da Ma- jane. Rime antiche. Daov. Tac. Ann. Scism. Davanza- .ti (Bernardo). Volgarizz. delle ope- re di Cornelio Tacito.—Annotazio- ni.-—Scisma d’ Inghilterra. Dep. Decam. Annotazioni, c Discor- st sul Decamerone, fatti da’ Depu- tali. Dial. S. Greg. M. Volgarizzamento de' Dialoghi di S. Gregorio Magno. È Storia di Dino Compagni.—Diceria, MS. Dittam. Dittamondo. Poema di Fa- zio degli Uberti, MS. E Ercol. Monsignor Ercolani. Poesie. F Fao. Esop. Volgarizzamento delle Favole d' Esopo, MS. Fiamm. Filoc. V. Bocce. ‘il. Vill. Filippo Villani. fatta alla Storia. Fior. d' Ital. Fiorità d’ Italia, MS. "or. S. Franc. Fioretti di S. Fran- cesco. Fir. As. Disc. Anim. Nov. Luc. Trin. Dial. Bell. Don. Firenzuola (Agno- lo).Opere, cioè: 'Traduzio ne dell'A- sino d’oro d’ Apulejo.— Discorsi degli Animali. —Novelle 8.—Com- medie, cioe: Lucidi, e Trinuzia.— Dialogo delle bellezze delle donne. Fra Giord. Preda. Fra Giordano. Prediche, MS. Fra Guitt. V. Guilt. Fra Jacop. da T. P. Fra Jacopo da Todi. Poesie. I’ran. Barb. P. Francesco da Bar- berino. Poesie. Fr. Sacch. Nov. Op. Dio. Franco Sacchetti. Novelle. —Opere diverse, MS. Aggiunta G Galat. V. Cas. Galat. Gal. Lelt. Sist. Galileo Galilei. Let- tere.—Dialoghi sopra i sistemi del Mondo. set Sport. Gelli. La Sporta , comme- ia. Gio. Vill. Giovanni Villani. Storia. Grad. S. Gir. Volgarizzamento de’ Gradi di S. Girolamo. Guar. Rim. Past. Fid. Guarini ( Bat- tista). Rime. — Pastor Fido, tra- gicommedia pastorale. Guid. Giud. Guido Giudice. Volga- rizzamento della Storia della guer- ra trojana, MS. — Rime. » Guitt. Leti. Rim. Ant. Fra Guitto- vid ne d’ Arezzo. Lettere, MS. — Rime Antiche. ; Imit. Vit. Crist. Imitazione della Vi- ta di Cristo, MS. Intr. Vir. Introduzione alle Vir- tù, MS. J Jac. Most. Pis. R. A. Rime anti- che, di Jacopo Mostacci da Pisa. L Lasc. Gelos. S:bil. Spirit. Streg. Pinz. Parent. Lasca (Anton Francesco Grazzini detto il). Commedie 6, cioè : La Gelosia, la Sibilla, la Spi- ritata, la Strega, la Pinzochera, i Parentadi. Lib. di Similit. Libro di similitudi- ni, MS. Lib. Son: Libro di sonetti, o Rac- colta di 146 sonetti di Messer Matteo Franco, e Luigi Pulci, MS. Lio. Dec. MS. Volgarizzamento del la prima e terza Deca di Tito Li- vio, MS, Lib. Mot, Libro de’ Motti, MS. Lor. Med. Nenc. Canz. Ball. Loven- zo de’ Medici. Stanze alla conla- dinesca in lode della Nencia. — Canzoni a Bailo. Luis. Pulc. Morg. Luigi Pulci. Il Morgante maggiore, poema. M Machiav. Comm. Mandr. e Cliz. Ar. della Guer. Disc. Machiavelli ( Se- gretario Fiorentino). Commedie, ciot : La Mandragola e la Clizia.— Arte della Guerra. — Discorsi so- pra la prima Deca di Tito Livio. Maff. Merop. Maffei. La Mevope. Mutesp. Stor. Fior. Malespini (Ri- cordano). Storia fiorentina. Malmunt. Malmantile riacquistato, poema di Lorenzo Lippi. Matt. Vil. Slor. Matteo Storia. Menz. Rim. Sat. Menzini ( Benedet- to ). Rime. — Satire, MS. Villani. XI Mess. Cin. Rim. ant. Son. Messer Cino. Rime antiche. — Sonetti. Metas. Metastasio (Abate Pietro). Opere drammatiche. Moral. S. Greg. Volgarizzamento de’ Morali di S. Gregorio Magno, di Zanobi da Strata. Morell. Cron. V. Cron. Morell. Morg. V. Luigi Pulc. N: Ninf. Fies. V. Bocc. Nov. Ant. ll Novellino, ossia Cento Novelle Antiche. O Omel. S. Gio. Gris. Volgarizzamento dell’ Omelia di S. Giovanni Gri- sostomo. P Pallad. Volgarizzamento di Palla- dio, MS. Passav. Passavanti (Frate Jacopo). Specchio di vera penitenza. Past. Fid. Y. Guar. Pecor. Nov. Novelle di Ser Giovanni Fiorentino, intitolate ll Peco- rone. Petr. Son. Canz. Cap. Frot. Lett. Lett. Sinisc. Pist. Uom. illus. Petrarca ( Messer Francesco ). So- netti. — Canzoniere. — Capitoli, ovvero Trionfi. — Frottola. — Let- tera, MS. — Lettera al Gran Sini- scalco Acciajoli, MS.— Pistole vol- garizzate, MS. — Vite degli Uo- mini illustri, volgarizzate, MS, Pros. Fior. Prose fiorentine, Provo. Com. Fir. Provvisioni del €o0- mune di Firenze, MS. Q Quist. Filos. Quistioni filosofiche, MS. R Red. Esp. Nat. Cons. Rim. Redi (Francesco ). Esperienze intor- no a diverse cose naturali. — Con- sulti medici. — Rime. XT Rim. Ant. Rime Antiche, o sta Rac- colta di Sonetti, Canzoni, ed altre rime di diversi antichi poeti to- scani. Rim. Ant. M. Cin. V. Mess. Cin. S Sag. Nat. Esp. T. Saggi di Naturali esperienze, pubblicate dal Tar- gioni. Salo. Avvert. Oraz. Salviati (Cava- lier Leonardo). Avvertimenti della lingua sopra il Decamerone.—Ora- zioni. Salo. Pros. Tosc. Salvini (Abate Antommaria). Prose toscane. San. Girol. V. Grad. Sannaz. Arc. Sannazzaro (Jacopo). Arcadia. S. Cauler. Lett. Santa Caterina da Siena. Lettere. Sign. Pred. Mann. Segneri (Paolo). Prediche. — Manra dell'anima. Segn. Stor. Vit. Nic. Capp. Segni (bernardo). Storia fiorentina. — Vita di Niccolò Capponi. Segr. Fior. V. Machiuo. Scn. Pit. Volgarizzamento delle Pi- stole di Sencca. Serd. Sior. Storia di Serdonato. Serm. S. Agost. Volgarizzamento ‘ de’ Sermoni attribuiti a S. Agosli- no, fatto da Frate Agostino da Scar- peria. Stor. Ajolf. La Storia d’ Ajolfo, MS. Stor. Barl. Giosaf. Volgarizzamento della Soria di Barlaam e Giosa- fat, MS. Slor. Pist. Storie pistolesi. Stor. Semif. Storia della guerra di Semifonte, di Messer Pace. È T Tac. Dao. PV. Dao. Tae. Tass. Ger. Amin. Lett. Rim. Tase so (Torquanto). Gerusalemme li- berata. — Aminta, favola bosche, reccia. — Lettere. — Rime. Tesor. Brun. V. Brun. Tesor. Teseid. V. Bocc. Tes. Brun. V. Brun. Tesor. U + Urb. Urbano. Opera erroneamente attribuita al Boccaccio, V Varch. Stor. Erc. Sen. Ben. Boez. Varchi (Messer Benedetto). Storia fiorentina. — Ercolano. — Tradu- zione de’ libri de’ benefiz) di Se- neca. — Traduzione della consola- zione filosofica di Boezio. Vinc. Mar. Rin. Lett. Vincenzio Marteili. Rime. — Lettere. Vit. Beno. Cell. V. Beno. Cell. Vil. S. Gio. Batt.Vita di S. Giovanni Battista, MS. Vit. S. Girol. Vita di S. Girolamo, MS. Vit. S. Mar. Mad. Vita«di Santa Maria Maddalena. Vil. SS. PP. Vo!garizzamento delle vite de’ Santi Padri. Z Zibald. Andr. Zibaldone, o sia Lî- bro di varie cose, MS. di Andrea Andreini. SI Li “{ ‘ _r—OrTOLOGIA. Dell’Alfabeto, delle Vocali, de’Dittonghi, Trittonghi, e Quattrittonghi Delle Consonanii Delle Sillabe Dell’ Accento ORTOGRAFIA Della Sillabazione Del Raddoppiamento Re5 le consonanti. Dell'Accrescimento delle parole  Dell’ Apostrofo Del Troncamento delle parole in fine Delle Interpunzioni » ETIMOLOGIA E SINTASSI Delle Parti del di- scorso in generale Definizioni delle otto parti del discorso. Delle Parti variabili e invariabili Del Nome Divisioni del nome Nome comune – H. P. Grice, Fido e irsuto -- Nome proprio Nomi astralli horseness H. P. Grice Nomi figurativi Nomi caratteristici Nomi verbali Accidenti del nome Varietà di genere Osservaz. su i due generi Genere de’ nomi proprj. de’nomi in a. de’nomi in e. de’ nomi in 3. de’nomi ino. de’nomi in u. Nomi eterocliti ; Gen. de’nomi caratteristici. Del Numero Regole sul plurale de’'nomi Nomi eterocliti nel plur. Varietà di grandezza, e di valore de’nomi. Degli Accrescilivi De’ Peggiorativi Dei Diminutivi Varietà di rapporti Rapporti del nome con un verbo De’ Casi Rapporto di un ‘nome con aliro nome Varietà d’ estensione de’ nomi, e degli articoli. Articolo determinante Articolo composto Sull’Uso dell'articolo Articolo indeterminato – H. P. Grice: “Someone is not hearing a noise” -- Articolo partilivo Del Pronome Pronomi personali Pron. person. primilivi Pron. person. relativi. Osserv. su i pron. sè, si. » — su i pron. il, Vo, li, gli. » Sull'Uso de’ propormi personali . : » Osserv. su i pron. ne, ci, vi. » 60 ivi 62 ivi 63 65 66 ivi Dell’Accozzamento di due pron. pers. pag. CAP. IV. pron. person. dimo- strativi . . » Pron. person. indetermi- nali. . . v SEZ. QUARTA. Dell’ bito Cap. I. Degli Add. in generale. » 1 GAP. 1I. Add. qualificativi. » 11 Sulla Concordanza degli ad- diettivi . : ; » Accrescilivi , peggiorativi, e diminutivi degli add. » Sul Posto dell'add, nel di- scorso . » Cap. MI. Gradi di | compara: ‘ zione . Grado eguale — maggiore e' minore. Superlativo relativo . Superlativo assoluto . Cap. \V. Add. pronominali. » Li 108 124 ivi 126 129 131 133 Add. pronomin. possessivi.» ivi CAP.V.Add. pron. congiuntivi. » 138 CAP. VI. Add. DIOROEN DIET: butivi. Cap. VII, Add. pron. ‘indefiniti. » CAP. VIII. Add. dimostrativi. &gt;» Cap. IX. Add. determinativi. » Add. quantitativi. » Add. numerali . » Numeri primitivi. è » Numeri composti. - » Numeri ordinativi » Numeri collettivi. » SEZ. QuInTA. Del Verbo. Cap. I. Del Verbo in generale. » Cap. I. Del Modo . » Cap.Ill. Del Tempo, della Perso- na, e del Numero. 3 » Tavola de’ tempi. È » CAP. IV. Della Conjugazione. » De’ Verbi ausiliari essere, ed avere - Conjug. del verbo Essere. Modi di dire con Essere. Conjug. del verbo ddere. Modi di dire con Avere. Cap. V.De’ Verbi principali. Prima conjugaz. in are. Seconda conjug. in cre. © Uve Ù vu » 147 148 154 156 159 161 ivi 162 163 164 165 169 371 r72 175 ivi 179 183 185 1880 190 193 198 . CAP.JX.Verhi della 3za.conjug. CAP. V. Terza conjug. in'ire, ima, classe - - pag. Terza conjug. in ze, 2da. classe . » Conjug.de’verbi i irreg. in are. » Modi di dire col verbo dn- dare » — — col verbo Dare. » — — col verbo S/are. » — — col verbo Fare. » Prosodia de’ verbi in are. » Cap. VI. Osserv. gener. su i verbi della 2da. _conjug. Verbi regol. in ere. CAP. VII. Verbi in ere irregol. Verbi in ere in parte irreg. -Verbi in ere interam. irreg. Cap.VII.Verbi in ere difettivi. — della 1ma. classe. — della 2da. classe. Verbi irreg. in ire. Sez. SESTA. Sull’ Uso de’ modi e de’ tempi. Cap. I. Del Modo infinito. » Cap. ll. Del Participio oltre e del gerundio . » Sx us Uu &lt;&lt; uu xÌuer Cap. III. Del Modo soggiuntivo, » ag5 Cap. IV.Sull’Uso de’tempi, ec. » 300 CAP. V. De Verbi passivi, neu- tri, e neutri passivi Del participio passato Delle Quattro parti invariabili. Cap.I. Dell’Avverbio —. » 325 Cap. II. Della Preposizione. » 336 Della Prep. DA . . » 337 Della Prep. A _. A » 340 CAP. III. Della Prep. pi . » 344 CaP.IV. Delle Prep. con,ir, per. » 350 CAP. V. Delle Prep. senza, so- pra, ec. Delle altre Preposizioni Della Congiunzione Dell’ interiezione Della Costruzione Dell’ Accento oratorio Delle fig. Grammaticali INDICE alfabetico ragionato. » 38% NU.| i LÌ GRAMMATICA RAGIONATA DELLA LINGUA ITALLANA. Per lingua, favella, idioma, intendesi l’esposizione delle nostre idee e de’nostri pensieri per mezzo della VOCE ARTICOLATA, facoltà particolare, e dopo quella della ragione, più preziosa dell’uomo, imperciocchè visibilmente dal bruto il distingue. La lingua altro non è che un immenso AGGREGATO – o sistema -- di SEGNI, pace H. P. Grice—H. P. Grice: “I allow words to ‘signify,’ even if they themselves are NOT signs!” --, detti parole, vocaboli o termini, inventati per mutua comunicazione delle nostre idee; e siccome nascono queste in noi dagl’obbietti che ci si presentano a’sensi, egli è necessario che ogni idioma tanti segni contenga, quanti sono gl’obbietti esistenti, e quanti ne abbisognano, onde esattamente e con chiarezza possiam rendere tutti.i nostri pensamenti. L'esporre le nostre idee mediante la voce artico- lata, o, che è lo stesso, il parlare, è antico quanto l'origine dell’uman genere, e per lungo tempo non fu che un mero bisogno dell'uomo; ma a misura che progrediva lo spirito umano verso la perfezione, i linguaggi divennero essi pure un obbietto di studio; e la chiarezza , l'esattezza, l'ordine e l'armonia nelle espressioni, nacquero negli uomini dal de- siderio di piacere e d' insinuarsi nell'animo l'uno dell’ altro. S. IV. È opinione generale che i Greci i primi furono che a leggi sottoponessero il linguaggio loro , prescrivendo regole e precetti per la retta espressione delle idee, ed in fine un’ arte ne formassero, che GRAMMATICA chiamarono (I), nome che poscia in tutti gl'idiomi venne adottato onde indi- care la stessa cosa per cui il destinarono i Greci. (:) Grammatica, voce greca, da gramma yeàmua lettera, perché le Jet- dere, come poi si vedrà, sono gli elementi del linguaggio, e questo il sub- bietto intorno a cui sé occupa la grammatica. Gramm. Ital. 2 b |  ‘ $. V. Per Grammatica adunque s'interide l'artè di espii- “mere correttamente i pensieri, sì con parole che in iscritto, e chiamasi con lo stesso nome il libro che contiene una colle- zione di precetti grammaticali. S. VI. I precetti di grammatica sono, o universali, in quan- to che possono a tutte le lingue applicarsi; o particolari, al- lorchè solo si estendono a princip) di tale o tal altro idioma, insegnando il modo con cui, persone bene allevate, parlare e scrivere debbono l’idioma loro. S. VII. Una grammatica, perchè interamente al pro- osto scopo corrisponda, debbe in quattro parti esser divisa, e quali con le greche voci Ortologia, Ortografia , Etimolo- gia, e Sintassi chiamansi. | $. VII. L' Ortologia (2), ossia Retfa pronunzia, è l'arte ‘di conoscere il valore delle lettere, e di {4 loro il suono e I’ articolazione, secondo la convenuta maniera di pronunziare. L' Ortografia (3), ossia Retta scrittura, è l'arte ‘di conoscere la quantità e la qualità di lettere che entrano in una sillaba , ed il numero di sillabe, richiesto per la for- mazione delle differenti parole di un idioma. | i $. X. L'Eumologia (4), ossia Zero discorso, tra le quat- tro parti la più essenziale, ha per oggetto le parole signi- ‘ficative, dessa essendo l'arte di conoscere il vero significato ‘de’ vocaboli secondo ta loro natura, vale a dire isolati ed ‘Indipendenti; di scoprirne, analizzandoli, l'origine e la derivazione; d’indicarne le variazioni; ed in fine di ben distinguerne le stabi- lite modificazioni, per cui viene il sentimento loro diversificato. (© $. XI La Sintassi (5), ossia Costruzione, 0 Disposi- ‘ zione, tratta le parole non più isolate, ma fra di loro corre- ‘lative, costruendone le forme , e additandone le posizioni , secondo che l’ esigono i mutui loro rapporti. S. XII. L' Ortologia e l'Ortografia sogliono regolarsi se- - condo l’idioma di questa o quella nazione, per lo che estra- nee sono alla grammatica universale. Della prima non occor- (2) Ortologia, voce greca c6S0X6y/a da 06996 retto, e Adyse discorso. (3) Ortografia, voce greca 0'9%ezpap/e da de9òs retto, e ypeperr scri- .vere. i (4) Etimologia, voce greca erumedoyia da drupog Vero, e A0y06 parola, senso, ragione, discorso. Etimologia cerrisponde al latino Zero/loguium voce usata da Cicerone. (5) Sintassi, voce greca euvrat:s da eur con, e rat: ordine, da rdersr ordinare disporre ; vale propriamenie: Ordinata disposizione e connessione di più cose qualsivogliano. Come termine grammaticale significa Collega- zienc, disposizione, ed ordine delle parole. | | INTRODUZIONE 5 i rerebbe punto ragionare nella presente opera, se lo scopo di questa sol tendesse ad ammaestrare }a gioventù italiana + ma mirando noi, nel pubblicarla, che anche gli stranieri attin- gervi possano quanto può esser loro giovevole per appren- der bene la nostra favella, così, quel che saremo per dire dell’ortologia italiana, sarà più agli stranieri perchè acqui- stino una buona pronunzia, che agl'Italiani stessi diretto. L’Ortografia poi, scienza assai necessaria, ma sovente pur troppo negletta da’ più de’ giovanetti o per propria trascurag- gine o per difetto d'ammaestramento, ci studieremo di esporla e schiarirla con precetti facili, che, a dovere osservati, abilite- ranno ognuno, e Italiano, e Straniero, a scriver bene la lingua. L’Etimologia verrà da noi tutta percorsa e. spiegata. In quanto alla Sintassi, anzichè formarne una parte se- parata, ci è paruto ben fatto di esporla in una coll'Etimologia, vale a dire far sì che ogni regola di questa, occorrendo; sia seguita in una sottoposta annotazione dalla sua sintassi ; metodo; al parer nostro, più agevole allo studioso, € più istruttivo. % - PARTE PRIMA ORPOLORIA - o SEZIONE PRIMA. o DELL'ALFABETO E DELLE VOCALI. 8. I. Essendo la voce umana sviscettiva di ‘molte più ar= ticolazioni , che non ci fa mestieri per la comunicazione delle nostre idee , si cominciò, perchè lungi fosse ta nostra mente: dal confondersi, a limitarne le variazioni a tanto numero , quanto per la occorrenza del linguaggio fosse necessario, ed a prescriverne gli elementi, i quali Zeffere 0 Caratteri si chiamano. ‘ — $. II. Le Lettere adunque sono i primi materiali delle lingue; ma da ciò non segue che il numero di esse in tutti i linguaggi debba essere eguale; avvi idiomi che ne contano ven- ticinque, altri ventisei, ed altri ancora ventotto. L'italiano ne ha ventidue (4), che sono: È A. B. C. D. E. F. G. H. T, J. L. M. N. O. P. Q. R. $. T. Ù. V. Li. | ° . (+) Non è ancara gran tempo che generalmente senza JT, e senza V, cioè con sole venti lettere s’insegnava l’alfebcto italiano, confondendosi im- propriamente queste due lettere, l’una coll’ I,l'altra coll’U, invece di dar loro il posto nell’ alfabeto cui, pel carattere loro distinto, ben meritano; imperocchè egli è ovvio oramai ad ognuno, che J è talvolta conso- nante, segnatamente in principio di parola, quando è immediatamente se- guito da a, e, 0, odu, non esigendo mai innanzi a sé l’elisione di alcuna vocale, come all’ opposto la vocale I spesso 1’ esige; e talvolta co- me lettera doppia prendesi in fine de’ nomi, î quali in segno del plura- le, due % domanderebbero. Più chiara ancora si presenta la distinzione del V dall’ U, non venendo la prima di queste due lettere mai altrimen- ti, nell’ italiana lingua, che come consonante /udizle riguardata ed adope- rata, così În principio come in mezzo di parola: quindi sarebbe pur de- siderabile che si cessasse una volia di mescolare ne’ dizionarj lo J_col- l'I, ed il V coll’U nel progresso alfabetico delle voci che da queste lettere cominciano, il che, se altro non producesse, gran comodo per lo mena lecherebbe a quelli che apesso nella necessità sono di avere tali libri per re mani. si. tro ell o ‘at so rt A 0 ce RE: TE. —@«&lt;&amp;€—66m—TmT—m—m———@6@—6&lt;@666mr_-rr__r_r_—___-_--=——ttt—}@è-ÉÌ/|E...-i/@l@i@GGSZSSG&lt;&lt;&lt; 4 D _ ORTOLOGIA | È S. ITI. Cinque delle lettere anzidette, cioè A. E. I. O. U. si dicono vocali, perchè di per sè forman suono. Nell’ alfa- beto latino evvi una sesta vocale, cioè l'Y (l' epsilon dei Greci), quantunque una tal vocale non fosse a'Latini più ne- cessaria di quello che lo è agl'Italiani, i quali in vece di essa ado- perano l'I, che par loro sufficiente; perocchè sembra certo che anco presso 1 Latini il suono dell'Y fosse lo stesso che quello dell'I, e ch' eglino solo l’adoperassero per seguire esatta- mente l'ortografia greca, nelle voci dalla greca lingua prove- menti. | | S. IV. La prima, la terza, e la quinta delle vocali non vanno soggette ad alcuna sensibile variazione di pronunzia : il suono loro è unico e costantemente lo stesso. Ma evvi due varietà notabilissime nel. suono dell’ E ed in quello del- l'0, cioè il suono chiuso, ed il suono aperto; e dipende în gran parte, non v' ha dubbio, il pronunziare o rettamente, o difettosamente le parole italiane, dal dare o non dare a queste due vocali il vero suono o chiuso o aperto, che lor compete. S. V. Trattasi ora di sapere quando la È e l'O dovranno esprimersi con suono chiuso o aperto. (Nota Bene. Per maggior chiarezza delle seguenti spiega- uoni, le vocali E ed O negli esempj saranno segnate d' ac- centi o acuto (‘) o grave (), secondo che dovranno pro- nunziarsi o chiuse, o aperte.) | } VI. E, si proflerisce chiusa : °, Nelle voci monosillabe, come fe (per fede o fece), re, tre, me, te, se, (2) ce, ve, ne, che (per poichè). (3) 2, In fine di parola, ancorchè non sia monosillaba, ogni volta che è accentuata come in merce) perche’, poiche’, ed in tutti gli altri composti di che; ma in cioé, e ne’ voca- li stranieri come /acché , aloè , Noè, Moisè, Giosuè, ec., ‘€ finale pronunziasi aperta. 5°. Nelle terminazioni emo (4), ete, della prima e se- conda persona plur. del pres. indic. della seconda Conjugazio- ne, come godemo, leggemo , godette , leggete. ._ 4°. Nelle terminazioni eco, evi, eva, dell’ imperfetto lndicativo della 2da conjugazione , come leggevo , godevo , legevi , godevi, leggeva , godeva. d9. felle terminazioni ei, estî, e, emmo, este, erono, (2) Così pure ne' composti di questi pronomi méco, féco, séco. (3) Traane è, terza persona singolare del verbo Essere, mè per me- glo, dè’ per deve, d'è per diede, piè per piede. (4) Terminazione poetica ‘per iano, come godiamo, leggiamo, ec. PARTE PRIMA nel passato definito indicativo della seconda conjugazione ; come crede, godet, credesti, godesti, crede, gode, credemmo, godemmo, credesie , godeste , crederono. (3) | 6°. Nelle terminazioni remo , rete, del futuro di tutte le conjugazioni; come altresì nelle terminazioni restz, remmo, reste, del condizionale, come: ameremo, goderemo, finirema; amerele, goderete, finirete; ameresti, goderesti, finiresti; ameremmo, goderemmo, finiremmo; amereste, godereste, fini- reste. (6) ‘+ ‘©. Nelle terminazioni ena , eno , era, ero, ete, eto, “ove non sia immediatamente preceduta da 7, come:im cena, pena, rena , lena , balena, catena , seno, meno, sereno, cera, sera, pero , vero, mero (salvochè in alcune voci tri- sillabe, come in sevéro , sincero , allero , ec), rete, abete, aceto , pometo , albereto , €. Lit. rie an. —_—$. Nelle terminazioni eggio , egno, egola, esco , evole, ezza, come in passeggio, corleggio , soslegno , condegno ,. tegola , pegola, lupesco , canesco , agevole , piacevole, ami- oh altezza, contenlezza , cc. 9°, Nelle terminazioni mente (negli avverbj) , e mento (nei nomi verbali), come altamente, lietamente, andamento, pensamento , ec. «40. Nelle terminazioni e7t0, eta, ne diminutivi sì de'so- stantivi che degli addiettivi, come Zibretto, ragazzetto, agreito,; soletto, donneita chiavetta , ec. . VII La E avrà il suono aperto: o. Ne' principj e ne' mezzi delle parole , semprechè da due consonanti sia seguita, salvo ne’ casi esposti a'numeri 8,9,c 10, del $. precedente, come in senso, certo, pezzo , bello , uccello , arrésio , conténto , senténza , affétio , effetto , ec. | . 2°. Nelle terminazioni esima , esimo, come in cresima, millesimo, centésimo, ventesimo, ec. Tranne battesimo, qua- resima, in cui la e è chiusa, =—__ ; 3°. Nel dittongo se, innanzi a tpualsivoglia consonante , come fiéle , ciélo , micle , fieno , schiéna , téena , fiéena, al- uéra , pensiero, britee., allitvo , quieto , lieto, ec. 4°. Nella terminazione ea non dittongo, come in Dea , (5) Nella terminazione è4/ero, come credettero, godettero, ec. l'e è aperta. (6) Nelle terminazioni del condizionale rei, (prima pers. sing.), rebbe (terza pers. sing.), e rebdero, (terza pers. plur.), la e è aperta, come cre- derèi, crederebbe, crederèbbero; goderti, goderìbbe, goderèbbero. | | _ _ORTOLOGIA 7 idea, assemblea, Européa, Cesaréa, epopéa, Andréa, Dorotta, ec. (7 HI) Nelle voci dette sdrucciole, aventi l’ accento tonico nell'antipenultima sillaba, come in Pélago, medico, décimo, Venere, sécolo , Pergamo , termine , zéffiro, Genova, e si- , mili ; fuorchè Zina, in cui l’ e è chiusa.. -- cr S.. VIII Per tutti gli altri casi non evvi che l’ uso che possa servir di maestro. Noteremo soltanto che in moltissime parole egli è assa1 malagevole all’ orecchio il distinguere se l'e o tra le chiuse o tra le aperte debbasi classare ; e cre- diamo che non anderebbe molto errato chi s' avvisasse di stabilire una terza varietà nel suono dell’ e che tenesse il mezzo tra l’ aperto e ”1 chiuso. Una tale varietà troverebbesi nella pronunzia delle nella penultima sillaba, non accentuata delle voci dette sdrucciole , come in àlbero , burbero, con- &gt; tra, lbero , leggere, mòvere, ed altre simili; come altresì nell’ e finale non accentuata di qualsivoglia vocabolo , come m Frode, grànde , felice, mùre, cc. S. IX. S' incontrano non di rado nella lingua italiana due voci, che sebbene sieno della medesima ortografia , al t ide biano un significato differente , il quale solo dai due suoni dell'e si distingue. La maggior parte di tali voci, che Equ? voche chiamansi, si troveranno nella qui sottoposta lista. LISTA ALFABETICA DI VOCI EQUIVOCHE PER LA DIVERSA PRUNUNZIA CHIUSA O APERTA DELL’ E. E chiusa. E aperta. Accétta — strumento di ferro. Accétta--verbo , e add. f. Affetta — taglia a fette. Affetta — passione d’ animo. Aléga, e léga — parlando di denti. Allega -- adduce in testimonio. Ammézza — imputridisce. Ammezza -- divide per mezzo. Bei — per bevi. Pei —- per belli. Berla — per beverla. Berla — erba. Capéllo — pelo. Cappello -- coperta del capo. Cencio — straccio. Cencio -- dim. di Vincenzo. Cera — lavoro delle api. Cera — volto (si dirà meglio (Cera). Cétera — strumento musicale. Cetera -- abbreviazione. Colletto— piccolo colle. Colletto — raccolta. Ché-- particella soggiuntiva. Ch' e -- che è. orreggia — cintura. Corrîggia -- per corregga (poct). (7) Non è compresa in questa regola la e negl’ imperfetti accorciati, come: Facéa, vedia, credéa, avéa, ec. in vece di L'acéva, vedéva, credèva, aviva, in cui le è chiusa.  Créta-- terra. | Crèta —- isola di Candia. ni De-per dei delli. Dèi — plur. di Dio , e per devi. Déa--per debba o deva (in rima). Dea — diva. Déssi — per essi stessi. Dessi -—- per devesi. Detti —da dire. Detti — per diedi. È —per ei, egli. . È — lerza persona del verbo essere. Elle — esse. Èlle — lettera consonante L. Esca — nutrimento. Esca — verbo da uscire. Ésse — elleno. | Esse — lettera consonante S. ssi — eglino. Essi — si è. —- Este — queste. Este — nome di famiglia. Feéllo — lo fece. Fello — perfido. Féro — fecero. Fèro — per fiero , feroce. Feste — faceste. Fèste — giorni festivi. Léga — accordo. —’ Lèga — distanza di 3 miglia. Légge — decreto. Legge — verbo da leggere. Léssi — bolliti. Lessi — verbo da leggere. Mé — pronome personale. . Me’ — per meglio. ° Méle — pomi. Méle — miele. Meénalo —fconducilo. Mènalo — nome proprio di monte € 1 città. Ménola — io la meno. Mènola — sorta di pesce. Mesce — verbo da mescere. M' èsce — mi esce. Messe — plur. di messa. Messe — il ricolto. Meta —- sterco. Meta-- scopo, termine. Mézzo-fracido, o assai maturo. Mezzo — metà. Péra — frutto. Pera -- perisca. Pésca — pescagione. Pesca— frutto. Pésta—add. femm. Pèsta—nome di città. Péste—-add. pl. fem. da pestare. Peste-- pestilensia. Péto — tratto. Petto — parte del corpo animale. Préso--da prendere. | Presso — vicino. Sé -- avo. e pronome. Se—sei e siei. Stélle — astri. Stelle— le stette. Stémmi — mi stiede. Stemmi — armi gentilizie. Té pronome. Tè tieni ed erba. Télo—una larghezza di panno. Telo dardo. Téma—timore e verbo da temere. —Tèma—argomento di discorso» Témi-—dal verbo temere. . Temi —Temide. Veggia — per vegga. Veggia — botte. Veéglio — verbo per vegghio. Veglio — per vecchio. Velle — vedile. Velle — svelte. Véllo — vedilo. Vello — pelle lanosa. Véna — arteria. Vena — avena. Venti — due volte dieci. Venti — plur. di vento. Vergola -- piccola verga. Vergola — barca. Véschi — plur. di veschio. Veschi — nome di famiglia. (e PARTE PRIMA o __ 9 REGOLE INTORNO ALL’ O CHIUSO, ED APERTO. | Dell O chiuso. S. X. 1°. L'O non accentuato è sempre chiuso, tanto nei principj, e ne' mezzi, quanto ne'finali delle parole, come in odorifero, eccetto ne’ casi esposti nel numero 4, del $. XI. 2°. È chiuso nelle terminazioni 0j0 od oso, ogna, ognò, ore, ore, osa, oso, in voci trisillabe , e polisillabe, come in avo/- 10/0, deg , strettojo, menzogna', vergogna, carogna, sogno, lisoeno uffone, affannone , donnone , onore, fercdre, am- ministratore, Certosa, Vallombrosa, famoso, amoroso, come pure ne femminini e ne' plurali di questi addiettivi. 5°. Nelle voci derivanti dal latino , in cuì l’ O è sosti- tuto all U latino, come in colpa, moglie, molto, mosca, volpe , siollo , ec. | | 4°, È pur chiuso in quelle voci derivate; ove nel la- ino pronunziasi aperto, come in’ mostro, ascoso, toso, Al- onso, ec., imperciocchè in latino . mònstrum , abscònditus , ionsus, Alphònsus, profferisconsi. 5°. Ne pronomi noi, vot. 6°. Ne verbi in orrere come, ‘Accorrere, concorrere, soc- correre ; percorrere , ec, € ne loro derivati , come accorso, CONCOFSO , SOCCONSO , percorso ; i0 corro , concorro , soccorro , percorro, ec. | 7°. Nell’ antipenultima sillaba nelle voci dette Sdrucciole, come in folgore , forfora, brontola , logoro , tortora, ec.; ma questa regola soffre molte eccezioni, come in cronaca, fomite , tròttola , arròtola , ed altre. Dell' O aperto. 7 XI. L'O ha il suono aperto: | , 1°. Nelle voci monosillabe come in dò, stò, sò, tò, Pò, mo, nò , CIÒ , può $ oh. 2°.. In tutte le parole bisillabe , trisillabe , e polisillabe, uscenti in O accentuato, come in Amò, considerò , parlerò, Niccolò , ec. 5°, Nel dittongo vo come in cuòre, suòno, giuòco, buò- . no, ec. Gramm. Ital. 3 , 10 ORTOLOGIA 4°. In tutte le bisillabe, ove si trovi nella prima sillaba, come in mòdo , nòdo, tòro, gòdo, mòro ; eccetto in coda, foce , roda , ora. (8) Ho. Nelle voci bisillabe e trisillabe, in cui sia susseguito da una delle liquide 7, o r, come in fola, tòfa, mòlle, colle , vòlli , Apòllo, òro, pòro , pòrto, òrco , vòrtice , conforto. (9) 6°. Nella maggior parte delle voci in cui sia preceduto da r come in pròvo, tròeo, tròito, fròllo, ec. tranne Tromba, e tronco. | 7°. Nella sillaba gz0, nelle voci bisillabe, come in g10]a, Giòve, Giòna , eccetto giogo , in cui l'o è chiuso. 8°. Nella terza persona sing. del passato definito de' verbi regolari in are, e nella prima persona del futuro di tutti 1 verbi, nelle quali raddoppiasi la consonante dell’affisso, quando che uno ne ricevano; come: amò//o, parlònne, daròtti, ameròvsi, ec. 9°. Nelle desinenze oglio , oglia , oglie , ogli, come in dòglio , vòoglia , accòglie , toglie , ec. 40°. Allorchè precede ad una sillaba composta di due vocali ; come in memòria, glòria, storia , fandònie , folio , avòrio , òzio , ec. 41°. Allorchè precede ad una consonante composta {vedi la seguente Seziorie, S. VI.) di due o tre lettere, di cui la prima sia la S, come in ròspo, òstro, vostro, chiò- stro, ec. ciole , come in arròtola , tròltola. | S. XII Oltre agli anzi esposte regole, che esse pure, per quanto generali sembrino essere , forse patiscano eccezion , Finalmente 12°. nell’antipenultima delle voci dette Sdruc- i nulla di più puossi stabilire di certo su i due suoni dell'O; saranno leggi T uso, e I orecchio ove manca il dettame dei precetti. S. XIII. Sovente la differenza di significato tra due voci della medesima , 0 quasi medesima ortografia, emerge dalla sola pronunzia o chiusa, o aperta dell'O, sì come si è ve- duto che lo stesso accade pel doppio suono dell'e. Di tali voci evvi copia nella nostra lingua, e la susseguente tavola ne contiene una raccolta. (8) Avvertasì che, in generale, nelle voci derivate, in cui VO corri- sponde all’ au de’ latini, quest O debbasi pronunziare aperto, come în òro(aurum), moro (maurus), ròro (raucus), /oro*(taurus), fesòro (thesaurus). (9) Eccetto in f6rma, érno, forno, forse, pòrre, 6rma, sérgo, sorcio, ingérdo, gilfo, sélfo, 0 26lfo. - LISTA ALFABETICA DI VOCI EQUIVOCHE PER LA PRONUNZIA DELL’ O CHIUSO O APERTO. O chiuso. Accérre — da accorrere. Accérsi—da accorrere. ida accortare. oppia — raddoppiare. Addéito-- da dota Miéga—da affogare. Apporti -- per apponerti. Allora— avo. Arréto — giunto. Létte--vaso di legno da vino. Cogli con gli. Cigno — cugno. Cla --da colare. C6l—per con il. Colla--per con la. Célico—verdo da colcare. lle-per con le. Cillo—per con lo. Coléro— verbo da”colorare. Colto— coltivato. Cippa— parte del collo. rre-da correre. Corsi — da correre. Corti —p1. di corte,e dell'add. corta. Césta — per consta. Dézlio— vaso di terra cotta. O aperto. Accòrre—per accogliere. ‘Accòrsi—da accorgere. Accòrto — avveduto. Adòp;ia —alloppia. Adòtto—da adottare. Affoca—da affocare. Appòrti—da apportare. Allora — sorta di pera. Arròto — per arruoto. Botte--plur. di botta, percossa. Cogli — da cogliere. Cogno—congio , misura. Còla- abbreo. di Niccola. Còl--abbreo. di colle. Còlla — bitume. Colco-- nome di regno antico. Colle— collina. Collo-- parte del corpo fra la testa e le spalle. Coloro — quegli. Còlto—add. da cogliere. Coppa — tazza. Corre — per cogliere. Corsi--nativi della Corsica. Còorti—per coglierti. Costa — costola, e riva. Dòglio—verdo da dolersi. Déno — (nome) regalo, e (verbo) da Dònno—signore. Onare. Dippio—due volte tanto. Félla—calca, moltitudine. Folle plur. di folla. dra— pertugia. dro -- pertugîo. Fésse— da? verbo essere. Chiozzo — pezzetto. mito— gombolo, cubito, Gotta — podagra. Gétto — per goccia. Mpértì -- imponerti. nedél!o — inculto. éttlo —[]da induyre. lngélla — ingoja. - articolo determinante. — pron. ‘pers. e possess. = fango. D’ òppio—di oppio. Fòlla—io la fo. Folle-- matto, pazzo. Fòra — per sarebbe. Foro-- piazza. Fòsse--pl. di fossa. Ghiòzzo — pesciolino. ax Gòmito—pcr comiîto di galea. ha Golia — per gota. e. Gotto — bicchiere. Importi — verdo da importare. Incòlto — da incogliere. Indòtto — ignorante. Incòlla — attacca con colla. L'ho — verbo lo ho, TL’ òro — metalio. 13 ORTOLOGIA Mosco = muffa verde. Mozzo (zz asp.) — tagliato. — Noce — frutto. dra -- nome, € avo. 6rno — verbo da ornare. 6ve — avo. dove. Pollo — gallina. Pimmi — ponimi. Poppa —}a parte deretana d’ un naviglio. Porci — metterci. Porre — ponere, Porsi — mettersi. Pose — verbo mise. Posta — part. f. da porre. Ricorre — verbo da ricorrere. Riporti — rimettere. Ritérne — (poet.) per ritorni. Rocca — arnese da filare. Rodano — verbo da radere, Rodi — verbo da radere. Rogo — sterpo , rovo. Rosa — rosicata. Réso — rosicato. Rozza — rustica. Scdéla — verbo da scolare. Scépo — verdo da scopare. Scérsi — verbo da scorrere. Scdérta — verbo per accorcia. Séle — astro , e plur. di sola. Sélla — non soda. Sélo — add. non accompagnata. Sémma — computo. Sémmi — altissimi. Séno — ia sono , da essere. Séria — part. f. da sorgere. Stdlto — pazzo. St6ppa — nome. T6cca — verbo da toccare. Témo — tombolo. Térme — plur. sciami , squadre, Tdrne -- (paet.) per torni. Torre — alto edifizio. Torta — sorta di- pasticcio. Térvi — add. plur. foschi. Tésco -- Toscano. Volgo — plebe. Volto — faccia. Voto -- promessa sacra; desiderio, Mosco — (poet.) per moscovita. Mozzo (zz dol.) — pezzo di Jegno, parte della ruota. Nòce — per nuocere. òra — (poet.) per .aura. òrno — albero. òvo--uovo. Pòlo — punta estrema del globo. Puòmmi — mi può. Pòppa — mammella. Pòrci — plur. di porco. Porri — erbe. Pòrsi -- prel. da porgere. Pose — plur. di posa , pausa. Pòsta — nome. Ricòrre — per ricogliere. Riporti — 2da pers. da riportare. Ritòrne — per ritoglierne. Rocca — castello. Rodano — fiume. Rodi — isola. Roògo — pira, catasta da bruciare. Rosa — fiore. Ròso — pianta. Rozza — cavallaccia. Scola — scuola. Scòpo — fine, meta. Scòrsi — verbo da scorgere. Scòrta — per guida. Sòle — (poet.) per suole. Solla — la so. Sòlo — (poet.) per suolo. Somma — monte. Sòommì — mì so, da sapere, e mi sono , da essere. Sòno— per suono — io suono, da so- nare, e coloro sono, da essere. Sòrta — specie. Stòlto — distolto. Stoppa — da stoppare. Tocca — fascia di'cete. Tomo — volume (parl. di libri). Tormi— torre a me. Tòrne — per toglierne. Torre — verdo togliere. Torta — part. f. da torcere. Torvi — per togliervi. Tosco — tossico. — Vòlgo — verbo da volgere. Volto — part. da volgere. Voto -- vuoto. PARTE PRIMA 13 S. XIV. Nulla evvi a dire delle vocali A, I, ed U, 1l cui suono non è soggetto ad alcuna variazione. Crediamo per altro dovere avvertire che il suono dell' U è molto più rapi- do, e come sfuggitivo, allorchè si trova dopo il g ed il 9g, come in guardia, guerra, guisa, quando, questo, equità, ec. —L'U ha lo stesso suono rapido quando che innanzi al- lO trovisi, e con essa faccia dittongo, come in wvomo, cuore, buono, figliuòdlo, ec. DITTONGHI, TRITTONGHI, e QUADRITTONGHI S. XV. Due vocali unite nella stessa sillaba, e pronun- ziate ognuna col suo suono, ma in una sola emissione dì vo- ce, chiamasi Dillòngo, voce greca che significa Doppio suono. La lingua Italiana ha quindici dittonghi, che sono: AE, Al, AU , EA (ove l’e non sia accentuata), EI, FEO, EU, IA, IE, IO, IU, OI, UA, UK, UI, come: «ere, aerifòrme, airòne, mai, càusa, aurora, dàrea, medìcea, dei, ebrei, cesareo , Mediterrùneo , euròpa , néutro , mischia , piòggia, schiena, fiero, biògrafo, vario, chiùnque, diùrno, noi, voi, guardia, quando, guerra, questiòne, guida, ruìna. . XVI. L’unione di tre vocali in una sillaba, e pro- nunziate ognuna col suo suono, ma in una sola emissione di voce, dicesi Zri{òngo, vocabolo che vale Triplice suono, come in miei, vuoi, puoi, fagiuòli, figliuòli, ec. l S. XVII. Incontrasi talvolta anche il Quadrittongo, cioè un composto di quattro vocali in una sillaba, come: /ac- ciuò!, figliudî , ec. SEZIONE SECONDA. DELLE CONSONANTI. S. I. Levate dall’alfabeto le cinque vocali,e lo J, le rima- nenti sedici lettere sono Consonànti (quasi dica Sonanti con vo- cale), così dette perchè se non sono congiunte ad una delle cinque vocali, non hanno suono. . S. IT. Le consonanti si pronunziano toscanamente così (1): BI, CI, DI, EFFE, GI, ACCA, ELLE, EMME, ENNE, Pi, CU, ERRE, ESSE, TI, VU, ZETA. (1) Nel modo di pronunziare le consonanti È, e, d, &amp;, P, I, i Toscani differiscono dagli altri Italiani, i quali le pronunziano coll’ e dicendo co- 14 ORTOLOGIA S. III Soglion dividersi le consonanti in mute, in se- mivocali, in liquide, in dentali, in gutturali , ed in labbiate. Mute si dicono B, C, D, G, P, T, Z, perchè in profie- rendo i loro nomi, prima la consonante, e poi la vocale sì sente. Le Semicocali sono F, L, M, N, R, S, così dette per- chè i loro nomi cominciano da vocale. Di queste sei semi- vocali, quattro, cioè L, M, N, R, si chiamano Ziquide per- chè hanno nella loro articolazione quasi come qualche cosa di fluido, e di corrente, onde volentieri ad alcune altre conso- nanti s' uniscono. | Le consonanti C (innanzi e ed /), D, &amp; (innanzi e ed 7), S, T, Z, diconsi dentali perchè coll’ajuto dei denti si prot- feriscono. Gutturàli, si chiamano C e G allorchè alle vocali A, O, U, alla H, ed alle consonanti L, e R_ s' uniscono, perchè la loro articolazione emana pafticolarmente dalla gola. Finalmente le /2b5bià/ sono B, F, M, P, V, perchè Ta forza della loro vibrazione consiste nelle labbra, battendo al labbro superiore all’ inferiore. S. IV. Avanti di ragionare sulla natura e sul valore di ogni consonante in particolare, è mestieri che si conoscano le consonanti doppie, e le consonanti composte o insepara- bili, l'intelligenza delle quali ci solleverà di molte ripetizioni che senza di. lei ne' $$. seguenti saremmo costretti a fare. S. V. Ogni consonante dalla 4 in fuori, può, nella com- posizione di una parola, ovunque di ciò fare siavi mestie- re, accoppiarsi con altra consonante della stessa natura, e dello stesso valore, in guisa da potersi separare nella sillaba- zione, come BB, CC, DD, FF, GG, ec. (2), tali unioni Consonanti doppie si chiamano. $. VI. Siccome due e più vocali di differente natura e valore spesso s'uniscono nella medesima sillaba (vedi $$ XV, XVI, XVII, della Sez. preced.), così del pari due o tre con- sonanti tra loro, sì per natura che per valore differenti, con- giungonsi per formare sillaba con qualche precedente o sus- seguente vocale o dittongo. Le consonanti così unite, chiamarsî possono Consonanti composte, o inseparabili. Le consonanti me i Latini usavano, be, ce, de, ge, pe, te. Le altre consonanti si profferi- scono da tutti gl’Italiani nello stesso modo. | (2) Il Q non sì raddoppia se non che ne’tre vocaboli sogguadraàre, sogquadràalo, soqquadro; per tutt’ altrove scrivesi cgj (vedi $. ALX. dì questa Sez.) Ì — o e erge i a ‘sirio ——rT— o. + 15 composte di dué lettere sono nella nostr&amp; favella ventisette , co: BL, BR, CH, CL, CR, DR, FL, FR, GH, GL, GN, PL, PR, SB, SG, SD, SF, SG, SL, SM, SN, SP, SQ, SR, ST, SV, TR. — Avvertasi di non confondere le consonanti composte di due lettere, colle consonanti doppie (vedi S. preced.), peroc- chè queste separansi nel sillabare quelle rimangono inseparabili. Le consonanti composte di tre lettere sono dieci, SBR, SDR, SCH, SCR, SGH, SFR, SGR, SPL, SPR, STR. $. VIL Fra le consonanti, alcune ve ne sono che vanno soggette a notabile diversità di pronunzia. Noi ci accingiamo di parlare di ognuna delle diciassette in particolare , sì iso- lita che pe suoi rapporti con le vocali , o colle altre conso- Nant, a cui nelle composizioni delle parole, s' unisca. $. VIII. Il B (3), consonante labbiale, si pronunzia in Toscana d7; in Roma, in Lombardia de Ci — Essa si avvicina al p ed al v, dicendosi molte voci coll’ una e col- Paltra, come dalco e palco ,, banca e panca, nerbo e nervo, boce (antiquato) e voce, ec. — Il B forma conso- nante composta con la L, e con la R, ma vi perde alquanto di suono, come in blanda , obbligo , braccio, ombra, ec. —In mezzo di parola consente avanti di sè, ma în ‘diversa sillaba, le consonanti /, m, r, s (quest'ultima in poche voci e per lo più dopo la prep. dis), come in a/bòme, lembo, erba , usber- 80, disbòrso, ec. — Più frequentemente è preceduto da $ nei principj di parole, come sbattere, sbaglio, ec. — Ne' mezzi delle parole il B puossi raddoppiare quando occorra, come m labbro, nebbia, nibbio, gobba, bubbòne, ec. (3) .$. IX. Il € da Toscani pronunziasi ci, ma dagli altri. Italiani ce. — Questa consonante, sì come il G, a cui molto sssomiglia, ha due suoni fra loro affatto differenti; l' uno &amp;utturale dicesi, avendo per solo strumento la go'a; l'altro 8 chiama dentale , perchè ha i denti per organo principale. Le si dà il primo, che è un suono muto e rotondo quando è posta innanzi alle vocali a, 0, u, ed alle consonanti / ed r, come în caro, costa, cubo, classe, croce, ec.; prof- (3) Tuite le consonanti mute, tranne la Z, sono di genere mascclino. (4) Gli Egizj ne’ loro geroglifici, esprimevano il B con la figura di Una pecora, forse a cagione della rassomiglianza che vi ha tra il belamento ! questo animale ed il suono del B, pronunziato be. (5) Presso i Greci il B valeva anche il numero 2, e aggiungendovi un'ac- cento al disotto valeva 200. Appo gli antichi Romani questa consonante era pure tera numerale e valeva 300, e appostavi sopra una linea orizzontale Valeva 3o00, 16 OR TOLOGIA l feriscesi poi col secondo suono più sonante e più aspirato» ‘del primo (la cui emissione fassi quasi come se innanzi al e vi fosse un /, pronunziandosi #e, #é), quando trovasi innanzi alle vocali e ed 7 senza la mediazione dell'A, come in cena, celeste, cibo, citàre. — Il suono dentale del C è di due sorte, l'uno più forte e aspirato quando essa consonante si trova sola innanzi al'e vocali e ed 7 come negli esempj pre- citati; l’aliro più dolce e meno aspirato, quando ad essa, nella medesima sillaba, precede la S, come scemo, scel- leràto , scimunìto , scissùra, ec. (6) — La mezza lettera h posta tra il Ce le vocali e ed 7, fa che il primo prenda il suo suono gutturale, che senza di lei, dentale sarebbe , come in chérico , cheto , chino, chimico, ec. (7) | S. X. Il C forma consonante composta inseparabile con la Z e con la r come in clava, clausùra, cleménte, con- clùso , crespo, crino, croce, accréscere. — Esso ammette avanti di sè in diversa sillaba, le consonanti liquide 7, n, r, come in palco, mancàre , barca , ec. — Una sola conso- nante avvi fra tutte, cioè la s, che, nella stessa sillaba, vo- lentieri al C preceda, e con esso s' unisca, tanto ne' principj che ne’ mezzi delle parole, formante con esso consonante com- posta, come scoperta, fiasco, tosco, ec. — Il C precede a 9 ogni volta che quest ultima lettera si dovrebbe raddop- piare, -come in acqua, acquisio , nacqui, nocqui, ec. (vedi $. XXIII di questa Sez.) - 8. XI. Il C raddoppiasi nel mezzo della parola, ovunque sia necessario, sì col suono gutturale, che col dentale, come im sacco, becco, attàcco, accettàre, ecceziòne, faccia, ec- cidio. Avvertasi per altro che nel raddoppiare il G, nel suono dentale, il primo si pronunzia quasi come un f, dicendosi a4- cettàre , eiceziòne , falcia , elcidio , ec. (6) Notisi che i soli Toscani, irregolarmente sì, ma per maggior dol- cezza, profferiscono il C pressochè in quest’ ultima manicra ancora che non ci vada unita la s, ogni volta che esso è posto fra due vocali, la seconda delle quali sia e od i come in brace, croce, fece, bruciare, macina, ec. (7) Il CH posto davanti a’ dittonghi ia, ie, f0, iu, ottiene unsuono gutturale sì, ma più schiacciato che non ha quando è seguito dall’; sem- plice, come in chiave, chiesa, chiodo, chiùdere, macchie, buc- chie , occhio, ec. nelle quali parole, e simili, l’articolazioni del- le sillabe chia, chie, chio, e chiu, è notabilmente diversa da quella della sillaba chi seguita da consonante, come per esempio in chimico, chilo, chino, ec. 1} medesimo suono schiacciato sentesi in pronunziando la sillaba chi ne’ plurali orècchi, picchi, occhi, mucchi, ec. quantunque appo i poeti cotal suono non impedisca la rima coll’ al- tro rotondo de’ plurali sfeechi, chicchi, tocchi, stucchz, ec. a =. — PARTE PRIMA © 17 ‘ $ XII Per la parentela che il C ha col G_ scambiarono sovente i nostri antichi, in non poche parole, l'uno per l'altro, scrivendo indifferentemente acùfo e aguto , castigàre e ga- sligare, acro @ agro, secreto e segreto, sacro è sagro; ec. lo che in oggi pure, sebbene meno, praticasi. — Il CT dei latini si è convertito da noi, ove in #, come in patto , fatto, tatto, (pactum, factum, tactus), ove in z, come in azione , perfezione , (actio , perfectio). (8) 6. xIL Il D, consonante dentale, pronunziasi di da To- sani, e de da'Romani, e Longobardi. Ha stretta parentela col T, e perciò molti vocaboli latini, nel farsi nostrali, hanno mu- tato 11 T in D come più dolce di suono; onde da 4Zitus, poker, ec., diciamo lido , padre, ed altri vocaboli or con d or con # si scrivono, come potestà e podestà, imperatòre e imperadore, armatùra e armadura ec. — Il D forma con- sonante composta con la s avanti, e con la r dopo di sè; co- me: sdegno, sdolcinàto , sdurre, drago, drudo, quadro, mandra, ec. (9) $. XIV. La F, che si pronunzia effe, è una delle lab- ali, ed è assai simile al v per l'aspirazione’ con cui ambo profferisconsi. (10) — Essa fa consonante composta con le li- qude 7 ed 7, come in /làuto, fresco, ec. Ammette le stesse consonanti 7 ed r avanti di sè, ma in diversa sillaba, come in a/fiére, forfora, ec. — Riceve più sovente avanti sé nel principio di parola la $ come in sfera, sfioràre, sfratto, sforzo , ec. (11) . $ XV. I G (19) , pronunziasi da’ Toscani gi, e dal mmanente degl Italiani ge. Questa consonante ha, come 1l c, ue suoni diversi ,.-l'uno dentale (che fassi quasi come fosse preceduta da 4, pronunziandosi dge, dgi), allorchè posto (8) Il C è lettera numerale romana è vale cento ; raddoppiato 200 , triplicato 300, ec.; e montato da una sola lineetta orizzontale, dinotava presso gli antichi Romani centomila, da due duecentomila, ec. (9) Il D è lettera numerale romana e vale 500. (10) La F tiene, appo noi, luogo del pà usato da’Latini, come Phe- bus ) pharetra , phulosophus, ec. che da noi si scrivono, Febo, farèira, fi- ofo. (11) La lettera F è nome di una delle chiavi della musica ; e, posta solto le note musicali, segna l’abbrevazione della parola forfe, e ff quella lla parola fortissimo. (12) Vuolsi che avanti la prima guerra punica, i Romani non cono- xessero il G, e che in vece di questa lettera usassero il c, e ciò vedesi nella colonna rostrale eretta da Cajo Duilio sopra la quale évvi sempre un ‘ Invece d'un g; supponesi ancheche fosse Carvilio il primo a distinguere que- Se due lettere, e che inventasse la figura del g. Gramm. Ttal. | 4 13 ORTOLOGIA innanzi ‘e ed i, senta l'intervenzione della A, come in gente ; giro , ec.— Questo suono soffre una variazione notabile, di- ventando più dolce, quando il G è preceduto da s, come in Pelasgio, ec. — L' altro suono è gutturale rotondo, avanti a, 0, ed u, come în gallo, gota, gusto. Ha pure il suono gutturale innanzi e ed 7, allorchè tra queste vocali ed il g, in- terponesi la 4, come in ghetto, ghindana, ec. il qual suono gutturale sarà per altro più sottile e schiacciato nelle sillabe ghia, ghie, come in ghianda, ghiera, ec ll G profferiscesi con suono liquido e schiacciato nelle sillabe g/5 ; glia, glie, glio, gliu, come in egli, vegliàre, maglietta, maglio, fogliùto ; salvochè in negligénza, negligente ,_ ne- gligenteménte , negligentissimo , negligere, ed im alcuni vo- caboli e nomi proprj da altri idiomi nel nostro intredotti, come glicònio , glisciàre , glifoglicera, glicina , roglifero , anglicano, ec., nelle quali parole il G conserva il suo suo- no gutturale rotondo. — Aggiunnto alla n perde gran parte di quel suono, che diventa quasi nasale, come in ragna , agnello, Agi , pegno, cagnùccio, ec. (13) $. XVI. Il G nel mezzo della parola, e in diversa silla- ba, consente avanti di sè le consonanti /, n, r, s, come in svolgo, vanga, verga, disgràzia, ec. — Non ricusa nè pure l'essere preceduto nella stessa sillaba, ma solo in principio di parola, dalla s, che con esso costituisce consonante composta, € vi si pronunzia col suo suono rimesso e sottile come sgarbo , vii 7 sghignàre , sgom’nio, sgridàre, sguscio, ec. — Il raddoppiasi sovente ed în ispecie avanti all’ 7, come oggi , spiaggia, poggio, ec. ove il primo g pronunziasi quasi com&amp; un d dicendosi odgt, spiadgia, podgio, ec. (14) S. XVII. La ti ; che nell’ alfabeto pronuziasi acca, può chiamarsi mezza lettera, perchè da sè non ha vibrazione alcuna. Essa, di vin uso tanto frequente nella lingua latina, lo è di poco nella nostra, dove in alcune parole, non serve che di contrassegno; ed ignoriamo persino con qual suono i Latini la pronunziassero (15). Questa lettera da noi s' usa solamente: (13) Il G era anticamente lettera numerale, e significava 400, e postavi sopra una lineetta indicava 40,000. (14) Nella musica la lettera G è il quinto suono della scala diatonica, detto. nell'antico solfeggio gsol re, g solre ul, e nel nuovo sol. Dal suono G prende il nome la chiave di violino. — Presso î medici greci antichi il G éra il segno d’ un’ oncia. (15) 1l Buommattei prova che i Latini aspiravano la H, da quell’epi- gramma di Catullo intitolato De Ario Aspirante, che comincia così: — Chom- moda dicebul si quando ‘commòda vellet — Dkere , et Hinsidias | Arius = dù A : ‘  19 f°. Nelle quattro qui appresso voci ok, hai, ha, hanno, onde non confonderle, la prima con @ (congiunzione), la se- conda con ai (articolo composto), la terza con 4 (preposizio- ne), e la quarta con anno (nome); eppure in quelle voci avean già taluni cominciato a sopprimerla, sostituendovi un accento, posto sopra la susseguente vocale, scrivendo ò, di, è, ànno; ma tale innovazione pochi seguaci trovò. 2°. Nelle seguenti interiezioni ahime, oh, ohi, ohimé ; deh, doh, eh, uh, sebbene errore non sarebbe lo scrivere le prime. quattro senza l’%, così aimé, 0, oi, oime. 3°. Finalmente servizio maggiore ne presta la H colla frequente sua unione al C ed al G, innanzi alle vocali e ed , dando l'articolazione gutturale a queste due consonanti (veggasi $$. IX. e XV). + XVII. Lo J pronunziasi come z. Quando questa let- tera è iniziale, o frammezzo a due vocali, ella è consonante di valore, come in /attànza, noja, abbajàre, ec.; quando poi in fine di parole trovasi per indicare la contrazione di due sz, allora è vocale come in principj , esempj , varj; per principzi, esempii, varii, ec. 6 Xx La L, una delle quattro liquide , si pronunzia elle. Essa si raddoppia, dov'è necessario, in mezzo alle parole, come in dallo, anéllo , stilla, collo, frullo, ec. — Non ammette mai dopo di sè, nella stessa sillaba, altra lettera fuor- chè le cinque vocali 4, e, #, 0, u; ma in diversa sillaba, e dopo di sè, tutte le consonanti, dalla r in fuori, possono se- gurla facendole perdere alquanto di suono, come in du/bo , talco, caldo, solfo, alza, melma, salnìtro, talpa, alquanto , bolso, alto, alzare, ec.—Essa forma rare i consonante composta di due lettere con le consonanti è, c, Sf. &amp; P, s, come in blanda, òbblizo, clava, conclùdere, flato, conflitto, gloria , agglutinàre , pIacido , esemplàre, slacciàre, ec. — Più di rado la precede il #, e solo im qualche voce forestie- Ta, non divenuta ancor nostra affatto, come in afléta, atlànie. — Ammette innanzi a sè la r, ma in diversa sillaba, come ghirlànda , orlo, merlétto. — Dopo il g la L, allorchè è se- guta da 7, ha un suono sottile e schiacciato (vedi $. XV. della presente Sez.) — Notisi che qualunque consonante, con che la L si accoppj, sì dopo che avanti di sè, le fa perdere al- quanto del suo snono primitivo, salvochè la r avanti, ela s dopo, glielo lasciano mantenere intero. (16) (16) La L è Jettera numerale, e vale 50; con una linea ‘orizzontale Postavi al di sopra vale 50,000; anticamente un I posto innanzi alla L , ORTOLOGIA — i - $ XX. La M, seconda delle liquide, sì pronunzia emrze. Riceve innanzi di sè, e in diversa sillaba, le consonanti /, r, s, come in alma, ‘orma, risma. — Forma consonante com- posta, nel principio della parola con la s, che in tal caso profferiscesi col suono sottile, come smania, smarrito, smil- zo , ec. (17) ì S. XXI. La N, terza consonante liquida, sì pronunzia enne. Dopo di sè, e in'diversa sillaba, riceve le consonanti c, d, f, g, s, t,v, 2, ed allora si pronunzia con suono al- quanto rimesso, come in danco, banda, enfiàto, van- gelo, mensa, vento, convito, stanza, ec.— Ammette avan- ti di sè, in mezzo di parola, e in diversa sillaba la r, come in ernia, scérnere. — La s non le si trova mai innanzi n mezzo di parola se non che ne' verbi composti colla particella dz, come in disnebbiàre, ma nel principio più spesso, formando con essa consonante composta, come snaluràto, snello, sno- dàre, ec..— La N posta dopo il G perde una gran parte del. suo suono primitivo, ed essa stessa ne toglie al G, come n da- nàre, agnéllo, insignire, bagno, ec. (18). — Sì come e altre consonanti, la N si raddoppia ovunque faccia d'uopo, come in panno, cenno, Sponno: ec. (19) S. XXII. Il P, una delle labbiali, è da' Toscani profferita pi, e dagli altri Italiani pe. È prossimo affine del B (vedi . VIII. di questa Sez.), e del V, onde indifferentemente si ice coperta e coverta, sopra € sovra, soprano € sovrano, sopèrchio e soverchio, ec. — Forma consonante composta con le consonanti / e r, sebbene rade volte con la prima si ‘trovi, come in placàre, plico , pralo, presto , pen one: capro, ec. — Nel mezzo della la: ma in diversa sillaba , ammette avanti di sè /, 72, r, come in a/péstre, temporàle , corpo, ec.—Al P s'aggiunge volentieri la s onde formare in- sieme con essa consonante composta, come spada, spinta, specchio, aspettàre, ec. @ in questi casi la s ha il suono gagliardo, mentre il p perde alquanto del suo. S. XXIII. Il Q nou è considerato, al par della #, che | toglieva a questa una diecina del suo valore, onde IL valeva quaranta: oggidi per altro per segnare quaranta, si scrive XL. (17) La M è lettera numerale, e vale mille; e presso gli antichi, al- lorche si poneva sopr’essa una lineelta orizzontale, acquistava un valore mille volte mafgiore , cioè un milione. (18) IP union» del'e due consonanti g e 7, trovasi anche, ma di rado in principio di vec.bolo, come in graffe, gnau, gnocco, gnomòne, ec. (19) Appo gli antichi la N era lettera numerale per significare no- vanta, € sorinonta:a da una lineetta novantamila. a  21 come mezza lettera. Esso, senza l'accompagnamento dell' u, non ha vibrazione che possa rilevare elemento, come im quat iro, quello, quinto , quotidiàno, ec. — Il Q in vece di rad- doppiarsi, ammette avanti di sè il c, come in acqua, acquisto; salvochè in queste tre voci sogguàdro, sogqquadràre , s0q- uadràto. S. XXIV. La R, quarta delle liquide, è lettera di suono aspro e veemente, e nell'alfabeto pronunziasi erre. Essa forma consonante composta inseparabile con le consonanti è, c, d, f. g. p, t, ©, ricevendole dopo di sè, sì ne' principj che nei mezzi delle parole, come in draccio, ambra, crudo, in- crespàto , drago, andròne, a , refrigério, gralo , aggradìre , prato , rappresàglia, trave, intrecciato , s0- vruno, ec.—Fa altresì consonante composta con la s, avanti di sè come sradicàre , sregolàùto, ec. — Nel mezzo della parola ammette dopo di sè, ma in diversa sillaba, tutte le con- sonanti, come morbo, parca, lardo, forfora , òrgano , iorlo, arme, ornàre, scarpa, serqua, verso, corle, nervo, ar- silla, ec. — La R raddoppiata accresce maggiore asprezza nel pronunziare, come in carro, borròne, ec. (20) . XXV. La S (21), consonante dentale, pronunziasi nel- l'alfabeto esse. Questa lettera concorre a formare ogni sorta di consonanti composte non che di due, ma anche di tre lettere. Per quelle di due lettere, a tutte le consonanti, dalla h e z in fuori, uniscesi, come: sbuttere , scala, sdegno, sfoglia , sgomento , sloggiàre, smania , snodùre, spurio , squartàre , sregolàto, studio, svi'àre. — Per la formazione delle consonanti composte di tre lettere, essa congiungesi alle composte br, ch, cr, wi gh, gr, pl, pr, ir, come: strac- ciàre, schiera, scrupolo, sdrùcciolo , sfratto, sgherro, sgranàre, splendido , spremere , strada , ec. ; e così pure nel mezzo delle parole. (Veggasi Sez. II. $. IV.) Nota bene. La S unita ad altre consonanti, nel modo di sopra espesto, chiamasi $S' impura. $. XXVI. La S ha nella nostra lingua due var) suoni, uno gagliardo, l’altro sottile, entrambi estesissimi, ma più il primo, che è anche a noi più famigliare del secondo. Cosa utilissima sarebbe almeno pe’ non Toscani (conciossiachè i Toscani rarissime volte, (20) La R era anticamente usata come lettera numerale per dinotare 80, e sormontata da una linceita 80,000. (21) Questa lettera, posta in composizione con un vocabolo primiti- vo ha forza ora di privativo, come calzare scalzàre, montare smontare, ec. ora d'accrescilivo come porco sporco, munito smunio, ora di frequen- talivo , come buttere sbattere ; ed ora non opera nulla valendo lo stesso come campòre scampare, bandire sbandwe , befare sbefage, cc 29 ORTOLOGIA I per non dir mai, rimangono esitanti nell'applicazione de'due suoni anzi nominati), e per gli stranieri; se con regole si po- tesse determinare quando. la $ col primo o col secondo suono debbasi profferire; sfortunatamente siamo costretti a riconoscere non esser ciò fattibile, e in ispecie allorchè essa consonante tra due vocali è posta, non essedovi che l' uso e l’ orecchio che servir possano di maestri e guide. Ciò nondimeno, volendo noi con quanto è in poter nostro porgere una mano soccor- revole allo studioso straniero, onde condurlo per tutte le pur trop- po spinose vie per cui passar debbe chiunque, non essendo T'o- scano, pretenda giungere al puro e pretto parlare la lingua di Dante, ci studieremo di ajuiarlo anche in questa importantis- sima parte della pronunzia italiana, stabilendo alcune poche sì, ma generalissime regole ; quindi, siccome la S gagliarda è di gran lunga più estesa che non è la sottile, daremo una lista alfabetica della maggior parte de’ vocaboli in cui essa consonante col suono sottile suole esser pronunziata. S. XXVII. La S ha il suono gagliardo: 1°. Ne'principj delle parole innanzi a qualsivoglia vocale e in congiunzione colle consonanti c, f, p, 9, 1, come savzo, servo, sino, sopra, superiore; scala, sforzo, spirito, squa- dra, stare, ec. | 2o, Quando è raddoppiata, e in tal caso entrambe han- no il suono gagliardo, come basso, Lar ec. 3°. Ne' mezzi delle parole quando è preceduta dalle con- sonanti Z, n, r; e notisi che ove la precedente consonante sia n, il suono della S è tanto gagliardo che molto si avvi- cina a quello della z (vedi $. XXXI e seg. della pres. Sez.), come in falso, bolso, mensa, compénso , sospensione , arso , borsa , ec. | 4°. Negli addiettivi uscenti in oso, osà, 052, ose, come amoròso , virtuoso, gloriòsî, invidiòsa , ec. be. Nella terminazione eso degli addiettivi provenienti da' verbi in endere, come preso da préndere, inteso da intén- dere, sorpréso da sorpréndere; e così anche nelle terminazio- in plur. e femm. degli stessi addiettivi esi, esa, ese. 6°. Ne' superlativi e negli avverbj derivati dagli addietti—- vi menzionati ne' due numeri precedenti come glorzosissimo, virluosissimo, amorosaménk , estesìssimo, intesamente, intes- sìissimamente, ec. 7°. Nella terminazione ese, de nomi di nazione, come: Inglese, Svedese, Pistojese, ec. eccetto in Francese, Lucchese. 8°. In tutte quello voci che non si trovano tra quelle 1n  — 23 ei la S ha il suono sottile, e che sono comprese nelle re- gole susseguenti e nella sottoposta lista. . XXVIII. La S ha 11 suone sottile: °. Nelle consonanti composte sb, sd, sg, sà, sm, sn, sr, so, come in sbaglio, sdegno, sguardo, slegàre, smania, snello, sradicare, svenire, ec. o, Nelle desinenze aszone, esione, istone, osione, usione, come in persuasiòne, lesione, adesiòne, divisione, esplosione , confusione, ec. 3°. Nelle terminazioni asivo, esivo, istvo, usivo, degli addiet- tivi provenienti da’ verbi in adere, edere, idere, udere, come im Persuasìvo, lesivo, decislvo, conclusìvo, ec. 4°. Nelle terminazioni aso, eso, is0, uso, degli addietti- vi provenienti da’ verbi in adere, edere, idere, udere, come in invàso , leso, diviso, acclùso; eccetto chiuso , e conchiùso , da verbi chiùdere, conchiùdere. 5°. Nelle terminaziozi esima, esimo, come in crésima, battesimo , paganèsimo, cristianésimo, e in tutti ì numerali in esimo co’ loro plurali e femminini, come vizesumo, cen- tesimo, millesimo, ec. 6°. Nella particella iniziale dis, allorchè la seconda parte della composizione cominci da vocale, o da una delle conso- nanti liquide 7, mn ,n,r, come in disabitàre, disamàre, . diseredàre, disinteresse, disonòre, disuguàle, disleàle, dismi- | sura, disnaturàle, disradicàre, ec. (22) | 7°. Nelle terminazioni asta, esìa, isìa, osìa, usia, ne' ter- mini di scienze ed arti, come in mefonomasìa, fantasia, ere- sia, idropisia, galattoposìa, alusìa, ec. come pure nelle ter- minazioni asi, esi, osî, usi, parimente in termini scientifici, come in peràfrasi, pràtasi, anàspasi, pòstasi, estasi , pa- rentest, sintesi, sinderesi, sinéresi, anafònesi, ipòtest, tisi, cri- si, ptist (tisichezza), sìnfisi, anastròmosi, sineuròsi, sinartrò- st, jatréusi, ec. come altresì ne’ nomi propr)j geografici, come n Mesta, Mista, Frisia, Austrasia, Prusta, ec. __ 80. In tutte le sillabe iniziali esa, ese, esì, eso, esu, come m esaminàre, esùrca, eseguire, esémpio, esìgere, esìlio, ésito, esofago, esorbitànte, esuberànte, isulima ec. 90. Nella particella tras, nella composizione di alcuni vo- caboli, ogni volta che la seconda parte della composizione co- (22) Notisi però che, ove in vece della particella dis si scriva di, a motivo che la seconda parte delle parole componenti comincia da .$, que- sta deve avere il suono gagliardo come in Di-sacràre, di-sigillàre, di-sotter- Tare, ec. dA iu ORTOLOGIA minci da vocale, o da una di queste consonahti £ ,l,m, n, r, o, come in frasamàre, trasandùre, trasordinàre, trasgre- dire, traslatàre, trasmutàre, trasnéllo, trasricchìre , trasviàre , ec. LISTA ALFABETICA DI VOCABOLI IN CUI LA S PRONUNZIASI N. B. conservando la S ne'vocaboli derivati lo stesso suono che ha nei . NEL SUONO SOTTILE. (24) primitivi, questi soli saranno registrati nella qui appresso raccolta e saran- no regole per quelli. Abuso. Accluso. Accusa. Acquisizione. . Acrisia. Acrisio. Adasio per Adagio. Addisiare. Affisare. A josa (a00.) A isonne (avv.) Alliso. Allusingare. Ambrosia. Ammisurare. Anisocicli. Anciso. Aposivpesi. Apposito. Appresentare. : Archibuso. Arfasatlo. Arrisicare. Arrosare. Asciso. Asecuzione. Aselliano (T. anat.)Basina. Asempro. Asequio. Pe. Asercitare. Basoffia. Asia. Basoso. Asiarca. Biasimdre. Asilo. Bisaccia. Asima. Bisante. Asio. Bisanto. Astruso. Bisarcavolo. Asuliere. Bisavo. Asuro (verme). Bisavolo. Ausilio. Bisbetico. Auso. Bisbigliare. Ausonia. Bisdosso. Avvisaglia. Bisestare. | Avviso. Bisestile. Basa, base. Bisesto. Basilischio , basi- Bislacco. lisco. Bisleale. Basalte. Bislessare. Basaltina. ‘ Bislungo. Basamento. Bismalva. Baseo. Bismuto. Basetta. Bisnipote. Basilare(T.anat.) Bisnonno. Basilica. Bisognare. Basimento. Bisunto. Brasile. Basioglosso ( T. Busecchia. anal.) Busilli. Busino. Busna. Buso. Casacca. Casimir. Caso. Casuro. Causa. Cesale. Cesare. Cesarie. Cesatura. Cesello. Cesenese. Cesio. Ceso. Cesoje. Cesone. Cesura. Chiesa. Cisma. Clausola. Clausura. Clesia. Commisurare. Commiserare. Compositivo. (23) Ma quando la seconda parte della composizione cominci da S, in vece di #ras si scriverà fra "e la susseguente S_ dovrà pronunziarsi col suono gagliardo , come in fra-sàvio, tra-sudàre , tra-soàve , tra-so- gndre, ec. (24) Ne vocaboli in cui si ritrovassero più esse in diverse sillabe, quella che dovrà pronunziarsi col suono gagliardo, sarà impressa con carattere Cor- sIvo. pe sms LÀ ° Cipparosa. Cortese. Cosacco. Cosimo. Crasi. Creso. Crisalide. Crisantemo. Crise, crisi. Crisma. Crisoberillo. Crisocolla. Crisocome. - Crisòlito. Crisomela. Crisopazzo. Crisopéa. Culiseo. Cusella. Cusòffiola. Cusoliere. Deserto. Desertore. Desinare. Desinenza. Desio. Desmologia. ‘ Desolare. Diesis. Diocesano. Diocesi. Disuso. . Dose. Druse. Ecclesia. Efeso. Elemosina. Eleusi. Eliseo. Visir. Hisirvite. Eliso, elisio. Episodio. Fresia. Eresiarca. Ermesino. Frisipelatòso. Esistere. Esoso. Esostosi. Esplosione. Esquisito. : Fase. Fiesole. Filosofia. Filosomia. Fisica. - Fisicare. Fisima. Fisiologia. Fisionomia. Fisitero. Fiso. Fisonomia. Francioso. Frapposizione. Frase. Frisato. Frosone. Fuso (25). Gasòmetro. Gènesi. Gesù. Gerusalemme. Ginnasio. Giosaffatte. Giosuè. Giuseppe. Gi NR Glosa. Grisatojo. Grisello (T. mar.) Grisetta. Grisetto. Grisola. Grisolampo. Grisolita. Grisòlogo. Grisostomo. Guisa. Icosaèdro. Jdrosarca. Imbasamento. Imbisacciare. Imbisognato. Imbusecchiare. Immisurabile. Impersuasibile. Impositore. Imposizione. Improvviso. Incrisalidare. Indisia. Indosia. 25 Indiscare. Mesolabio. Indisposizione: —‘Meson. Indisusata. Mesopicini. Inesatto. Mesotipa. Inesauribile. Mesopotàmia. Inesausto. - Misagio. Ineseguibile. Misalta , misaltare. Inesercitabile. Misantropia. Inesicabile. Misavvedutamente. Inesigibile. Misavvenire. Inesione. Misavventura. Inesorabile. Misdire. Inquisire. Miselio. Insoso, insuso. Miserabile. Inusato. Miseria. Inusitato. Misericordfa. Invasellare. Misero. Invaso. Mislea. 3 Invisibile. Misleale. Tosa , josa. Misura. Isapo. Mosa, mosella. . Isenterico. ‘Mose, Moisé. Isiaco. Musa. Iside. Musacchino. Isleale. Musaico. Isocrono. Musare. Isola. Museo. Isomeri. Museruola. Isonne: Musetio. Isoperimetro. Musica. Isopico. Muso. Isopo. Musoliera. Isoscele. Musonare. Lasagna. Musone. Laserpizio. Musorno. Lesina. Narciso. Lesura. Nausa, nausea. Limosina. Nemesi. Lisimàchia. Occasione. Lisirvite. Occaso. Liso. Occisio. Lusinga. Odrisio. Marchese. Oppòsito. Maso per Tommaso.Osalida. Mausoleo. © Osanna. Medesimo. . Osare. Melarosa. Osiride. Mesenterio. Oituso. Meseraîco. Paese. Mesocolon. Palese. Mesocoro. Paracentesi. Mesodos. Paradiso. (25) Da fondere; non già fuso, quell’ arnese su cui s'avvolge il filo. Gramm. Ital. 26 ORTOLOGIA Paràfrasi. ’ ‘Pasigno. Rosola. Tisico. . Pausa. Pusillanime. Rosolare. Tommasella. Pegaseo. Pusillo. Rosolio. Tommaso. Pelusio. Quaggiuso. Sbasoffiare. Tosa. Pesello. Quasi. Sbisacciare. Tosare. Peso (26). Quesito. Shusare. Tosello. Pesolo. Ragusa. Scasimodèo. Tosetta, tosetto. Pisello. Rappresentare. iSchisa. Toso. Pisolito. Rasente. ‘ —«Scortese. Tosone. Piusore. Refuso.(T.disiam-Scusa. Trasoriere. Poesia. perìa.) Segnacaso. Travasare. Polesine. Requisito. Sesamo. Travisare. Polinesia. Resia. Simposiaco. Trisavole. Posilipo. Resecare. Sisamo. Usignuole. Positivo. Revisore. Sisaro. n. prop. Usitato. Posoliera. Ribisognare. Sisimbo. Uso. Posolino. Ricesellare. Smisurato. Usoliere. Prtesistere. Ricisa. Soppositorio. Usufrutto. Presentare. Ricusa. . Soso. Usura. Presepio. Ripositario» Spasimo. Usurpare. Presio. Risicare. Sposo, sposa. Vaso, vase. Presontuoso. Risigallo. Squasimodeo. Vesuvio. Presopopea. Ri.ipola. Squisito. Visibile. Proposito. Ritosare. Stafisagra. (pianta)Visibilio. Prosa. Ritropisia. Susina. Visiera. Prosapia. a. Suso. Visionario. Proselito. Rosario. Tarabuso. Visire. Prosentico. Rosecchiare. Tesauro. Visita. Prosodìa. Rosicare. Tesoro. Viso. Prosutto. Rosolia. Testo. Visorio. Pròtasi. Rosignuolo. Tisana. Visuale. Provvisare. Roso. Tisica. s XXIX. Il T pronunziasi da' Toscani #, e dagli altri poli d' Italia fe. La sua articolazione è quasi simile a quel- a del D, e molte voci or coll’uno or coll’ altro si scrivono, come etàte etade, potere podere, potestà podestà, lito lido, ec. — ta consonante perde alquanto di suono allorchè riceve dopo di sè lar come in trace, atrabile, scaltro, ec. — Consente tal- volta anche dopo di sè la 7, ma malagevolmente perchè una tal congiunzione non è suono italiano, nè sì adopera, se non in voci, le quali non sono interamente nostrali, come in atlante, atleta, ec.—- In mezzo di parola riceve avanti di sè, ma in diversa sillaba, le consonanti /, n, r, s, come in alto, punto, orto, distendere. —1l 'T forma consonante composta di due lettere con la s avanti, e la r dopo, come state, stoviglie, tremare, truppa; e di tre lettere con la s avanti e la r dopo, (26) Peso per Pisello — Peso per gravezza ha la S gagliarda. PERA pae en Le REI ar gi arr ‘ © 27 come strada, strépito, stridòre, astro, ec. — Raddoppiasi nel mezzo della parola egualmente all’ altre consonanti. (27) $. XXX. Il V, consonante labbiale, pronunziasi vu. Que- sta lettera è assai differente dall'U; ed a noi pare che, ove essa abbia avuto sempre la stessa vibrazione che ha appo noî, non sia mai stata altro che consonante; checchè ne dican taluni, i 1 s’ostinano ad insegaare essere ella ialora vocale (con- fondendola erroneamente coll’ u) e talora consonante (vegga- si la nota (f) della pres. Sez.). — Per essere il V molto si- mile al 5 ed al p, parecchie voci or coll’ uno or coll'altro, indifferentemente si dicono come ne'$$. VIII, e XII, parlan- do del B e del P, abbiam detto. — Il V riceve avanti di sè, nel mezzo della parola, le consonanti 4, n, r, s, come in mal va, convito, serva, disviàto, misvenire, ec. — Forma consonante composta con la r dopo, e la s avanti di sè, e in amendue i casi con molta perdizione di suono, come in avrei, dovreste, sovràno, svariàre, svenire, svinàre, ec. —Il V si raddoppia, co- me le altre consonanti, nel mezzo della parola, come in 0v050, ravvòlito, ec. | S. XXXI. La Z, lettera dentale, sì pronunzia zeta, ed è assai in uso appo gl'Italiani. Essa dopo di sè non ammette nissun'altra consonante, nè in principio nè in mezzo della pa- rola, e non riceve avanti di sè, che la 7, n, r, e solo in : diversa sillaba, come in dalzo , Zenza, scherzo, ec. —- La Z si raddoppia sempre ogni volta che si trova tra due vocali, salvochè alla Z seguiti uno de' dittonghi 52, se, #0. . XXXII. La Z ha tre suoni diversi cioè l'aspro o’ ga- gliardo , il dolce, e il sottile. Il primo fassi sentre come se alla Z precedesse il £, come in zappa, pezzo, sitto, zòccolo, zucca, ec. che pronunziasi fzappa , petzo , fsitto , tsùccolo , lzucca. L'altro , detto anche rozzo , sì fa quasi che innanzi alla Z vi fosse un d, come in sanzòra, gazza, brezza, azzùrro, zòtico , che si pronunziano dzandzara , gadza, bred:a, adzurro , dzotico. In quanto al terzo suono, detto sottile, tiene questo il mezzo tra l’aspro e "l dolce, ed è assegnato alla Z scempia, semprechè sia seguita dai dittonghi #2, ze, #0, come in grazia, Lizia, paziénte, spezie, aziòne, precipìzio, ec. Questa regola è generalissima. a (27) Il T, come nota numerale, indicava presso gli antichi 160 , e con una lineetta orizzontale sovr' esso, valeva 160,000. i 28 O'RTOLOGIA La quasi insuperabile difficoltà cui offre il distinguere le due prime diversità di pronunzia della Z, farebbe desiderare o che carattere differente fosse assegnato ad ognuna, o che almeno con regole si potesse indicare la via alla conoscenza di entrambe; ma non essendosi fatto l' uno, che si sarebbe potuto fare, e l’altro essendo infattibile , lo studioso è ridotto ad affidarsi in ciò, del pari che nella pronunzia della $, alla sola guida dell'uso e dell'orecchio. Per altro vogliamo . dal canto nostro: condurlo anche noi per un buon tratte di cammino , coll’ esporgli alcune regole quasi generali, sul quando la Z. abbia il primo suono , quindi gli daremo una «compiuta: raccolta di vocaboli in cui questa consonante pro- munziasi col secondo suono, che è di gran lunga meno nu- . ameroso del primo, talchè quelle voci che in essa raccolta mon saranno registrate, potranno tenersi come aventi la Z. aspra. sE La Z.sì pronunzia col suo suono aspro: 4°. In principio di parola di que’ vocaboli , che, comio- cianti con Z, non sitrovano registrati nella qui sottoposta rac- colta della z dolee. ù | 20, Ne'verbi uscenti in azzare, ezzare, izzare, ozzare, uz zare, ed intuttii derivati da tali verbi, sian participj, addiettivi 0 uomi verbali, come ammazzàre, carezzàre , indirizzàre, | sbozzàre, puzzòre; ammazzamento, carezzànie, shozzòto, ec. d°. Nelle voci in azzo, azza, ezio, ezza, Izzo, 1220, 0zz0, 0gza, uzzo, uzza, siano sostantivi o addiettivi, ‘e ne’lore : derivati, come #u224, piazza, grandézza , pezza, attrézzo, &gt; vezzo, rizza, pòlizza, pizzo, stizzo, carròzza, tavolozza, ba- è «iòzza, pozzo, melùzza, viùzza, lavarùzzo, puzzo, merlùzzo, e « 4°. Nelle terminazioni anza, ed enza ne’ nomi astrati come In zsonorànza, costànza, prudénza, eloquenza, ec. 5°. Quando :è preceduta, in diversa sillaba, dalle conso- nanti 7, n,-r, come in a/zàre, calza, balzo, smilzo, pénzolo, pinza, punzòne, marzo, ‘sferzàre, forza, sforzo, ec. Le poche eccezioni che patiscono queste cinque regole, si troveranno ella sottoposta lista della Z dolce, | LISTA ALFABETICA DI VOLI IN CUI LA Z SI PRONUNZIA COL SUONO DOLCE. N. B. Farciamo avvertito lo studioso che in questa raccolta non si tro- vano registrati che i vocaboli semplici e primitivi, dovendo essi servir di norma pe loro composti suono. - Abbrezzare.. Benzoino. Abbronzare. Bizza. Adorezzare. Bizzarria. Agonizzare. Bizzeffe. Aguzzino. Bonzo. Amazzone. Bozzima. Ammezzare (28). Brezza. Ammortizzart. Bronzo. Analizzare. Buzzo. Anatomizzare. Calenzuolo. Armonizzare. Canonizzare. Aromatizzare. Carbonizzare Arrozzire. Catazzo. Arzente. Catechizzare. Arzigogolo. Cauterizzare. Arzinga. Chimerizzare Assozzarsi. Chiozzo. Autorizzare. Cicatrizzare. Azoto. Civilizzare. Azzimella, azzimo.Cristallizzare. Azzimare. Czar. Azzollare. Czarina. Azzurreggiare. —Dassezzo. Azzurro. Dimezzare. Barzelletta. Dirozzare. Battezzare. Disorganizzare. Bazza. Donzellare. Bazzana. Dozzina. Bazzarrare. | Epizoozia. Bazzecole. Famigliarizzarsi. BazzoUto. Frizzare. Belzebù. Fronzolo (29). Belzuar, Fronzuto. Ganza, e ganzo. Garzare. Garzone. Garzuolo. Gazetta. (sorta di vaso). Gazofilàcio, . Gazza. Gazzarra. Gazzella. Gazzera. Gazzetta. Generalizzare. Ghiozzo. Ghiribizzo. Gonzo. Imbizzarrire. Imbizzocchire. Imbozzimare. Imbuzzire. Indennizzare. Ingarzullito. Insozzare. Intirizzire. Intvamezzare. Intronizzare. Inzavardare. Inzibettato. Inzotichire.. Jozzo. Lapislazzoli. Lazeggiare. Lazzeretto. e derivati, in cui la Z si pronunzia collo stesso Lazzero. Lazzerone. Lazzeruolo. Lazzo (nome) (30). Legalizzare. Lezzo. Magazzino. Manzo. Marmorizzare. Martirizzare. Marzocco. Mezzajuolo. Mezzalana. Mezzaluna. Mezzano. Mezzelto. Mezzina. Mezzo (metà) (31). Mezzodi. Mezzogiorno. Mezzuùle. Mortalizzare. Mozzo (pezzo) (32). Notomizzare. Olezzare. Orezza. Organizzare. Orizzonte. Urza. Urzajuolo. Orzata. Orzese. Orzo. (28) Nel significato di Divider per mezzo; — in Ammezzare, per. divenir mezzo, esser più che maiuro, }e due £z sono aspre. cato di ornamento; (29) Nel signifi £ è aspra. (io) n Luzso addiettivo , le due z2"sono aspre. "os —in Fronzolo, specie di castagna , 31) In Mezzo froppo maluro, fracido, le due 12 sono aspre. (32) In Mozzo servo che fa le verno Mogzare, le due 42 sono aspre. faccende più vili, e in Mérzo add. dal 30 Urzuolo. Uzena. Ozzino. Paralizzare. Patrizzare. Polverizzare. nso. Prodigalizzare. Profetizzare. Rammanzina. Rammanzo. Rammezzare. ORTOLOGIA Scorzare. $corzone. Scozzonera. Secolarizzare. Sezzo, e sezo. Sfronzare. Sgargarizzare. Sillogizzare. Simpatizzare. Singolarizzare. Sinonimizzare. Siza. Razza (pesce) (33) Soavizzare. Razzare (risplende-Solecizzare. re) (34). Razzente. Razzese. Razzimato. Razzo. Razzuolo. Rezzo. Rezzola. Rinfronzire. Rinverzicare. Rinverzire. Romanto. Reonzare. Ronzino. Rozzo. Ruzzo. Satirizzare. Sbizzarrire. Sbonzolare. Scandalizzare. Scanonizzare. Scarzo. Schiribizzo. Scommezzare. Scorza. $. XXXIII. Nell' alfabeto latino, ed in quello eziandio di molti altri idiomi, trovansi due consonanti, che straniere sono alla favella italiana, K ed X. La prima, greca, d' origine, non è a noi necessaria, avendo il C, e 'l CH che ne fanno le veci; e neppure i Latini se ne servivano, se non qua e là în alcune voci dal greco provenienti. Alla X sostituiscesi da noi la $, in alcune voci scempia, in altre raddoppiata, secon- do che in latino questa ‘consonante profferivasi o con. molta forza, o leggermente, come: Axrioma, Alexander, exercitus, Solennizzare. Sottilizzare. Sozzare. Spiritualizzare. Spolverizzare. Spulezzare. Staza. Strafizzeca. Suzzacchera. Suzzare. Suzzo. Sverza. Sverzare. Tartarizzare. Teologizzare. Tesaurizzare. Toscanizzare. Tramezzare. Tramezzo. Utilizzare. Verzella. Verzicare. Verzicola. Verzino. Verzotto. Verzume. Verzura. Volatilizzare. Volgarizzare. Zafferano. Zaffetica. Zaffiro. ‘ZLagaglia. Zaimo. Zaino. Zamberlucco. Zambra. Zambracca. Zanca. Zancato. Zanco,. © Zangola. Zangoni. Zannire. Zanzara. Zanzariere. Zara. Zerbino. Zero. Zeta. Zeugma. Zerzolo. Zibaldone. Zibellino. Zibctto. Zibibbo. Zienda. Zimarra. Zimino. Zimatecnia. Zinginare. Zingo. Zizzania. Zizzita. Zizzito. Zizzolo. Zodiaco. Zofito. Zoilo. Zolla Zollata. Zona. Zonzare. Zoofito. — Zoofourico. ZLoografia. Zoolatria. Zoolito. Zoologia. Zootomia. Zopiosa. Zotico. Zurigo. Zarlace. . Zurlo. Zurro. — (33) In Razza sé&amp;rpe, schiatta, le due zz sono aspre. (34) In Razzare per rassolare del cavallo colle sampe davanb, le due 25 sono aspre. A È. e PARTE. PRIMA si eristere; ec.; Assioma, Alessandro, esercito, esistere, ec. Con- servasi però questa lettera anche nell' idioma italiano in al cuni latinismi, posti avverbialmente, e composti dalla prepo- sizione latina er, come: er-abrupto, ex-professo, ertempore, e., e così pure nel nome proprio Xeno, onde non conton- derlo con Santo. DELLE SILLABE. S. I. Ogni vocale o di per sè sola o unita ad una o più consonanti, forma quel che comunemente sì chiama sillaba. I dittonghi, trittonghi e quadrittonghi (veggasi Sez. I. $$. XV, XVI, XVII), o soli o uniti ad una o più consonant, fanno parimente sillaba. Ù II. Dall’umione di più sillabe si costruiscono le voci articolate significative, quantunque una sola sillaba possa ezian- dio formare voce -significativa, detta monosi/laba. (4 Le altre parole dal numero delle sillabe loro s1 chiamano bisillabe, quando di due; trisi/labe quando di tre ; quadrisik ] i labe quando di quattro , e polisillabe quando di più fino a undici sillabe sono composte, come : VOCABOLI BISILLABI. A-la, e-bro, t-dra, o-ro, u-no, fiu-me, oc-chio, squa-dra, nac-qui, ac-qua, gon-z0, frul-lo. TRISILLABI. , A-mò-re, ai-rò-ne, Eu-rò-pa, cré-de-re, me-di-ceo, prin-cì- pio, a-ziò-ne, ta-glià-re, scan-dà-glio, ga-gliòf-fo, oc-chiél-lo, scu-dì-scio, na-t-0, càn-di-do, O-tran-t0, còr-re-re, tàr-ta-ro, chie-che-ra, ac-quì-sto, quàc-que-ro. | (1) Il numero delle voci monosillabe nella lingua italiana, alle poche *fuenti si restringe: a, ad, ah, ahi, ai, al, ce, che, ci, chi, ciò, col, con, da?, dai, dal, deh, dei, del, di, dì, do, doh, è, e, ed, ch, ei, fa, fai, fo, fu, fui, gli, giò, 84, gru, guai, ha, haî, ho, i, il, in, la, le, lei, li, lo, lui, ma, me, mi, miei, ne, nè, nel, nei, no, noi, non, 0, od, oh, oi, pel, pei, per, più, Po, poi, puh, qua, quel, fù, re, sa, sai, se, sei, sO, si, sì, s0, sta, stai, sto, su, suoî, te, thè, ti, toh, vu, fuoi, va, vai, vi, vo, voi, vuoi. Sonovi poi molte parole che diven- ‘ano monosillabe per avere la vocale finale, o anche l’intiera sillaba finale, | troncata, di modochè tali voci non possono riguardarsi come monosillabe, i ‘ome sarebbero: ur, pur, fin, ben, fe’, più, vo’, ec. invece di uno, pure, fino, bene, tale, fede, piede, vogli, ec. 32 ORTOLOGIA QUADRISILLABI. | . A-rò-ma-t0, ma-nè-vo-le, Me-ne-là-0; cur-pen-tiò-re, am° mai-nà-re, cru-de-li-tà, fi-noc-chiét-t0, so-prac-c}-glio, di-ve-gle- re, ac-qui-stà-to, rag-gua-glià-re, spia-cè-vo-le, squàc-que-ra-n0, chias-sa-juò-lo, ar-ma-juò-lo, schia-maz-zì-0, schia-vac-cià-re, schic-che-rà-t0, sme-mo-ràn-te, mi-nac-ciò-so. POLISILLABE — DI CINQUE SILLABE. Al-ci-bì-a-de, im-bro-do-lù-re, fran-gi-bi-li-tà, qua-dri-là- | le-ro, a-mo-ro-set-to, chiac-chie-ra-tò-re, fra-sta-glia-tù-ra, am- mi-ni-co-lo, e-stin-guì-bi-le. DI SEI SILLABE. o e CÒ i ; ® LI i Im-mi-nen-te-mén-te, con-si-de-rà-bi-le, mi-se-ri-cor-diò- so, for-ti-fi-ca-ziò-ne , si-gno-reg-gia-tò-re ; in-tro-du-swn- | ce &gt; (9 È DI SETTE SILLABE. Ap-pas-sio-na-tìs-si-mo, stra-or-di-na-ria-mén-te, in-con- si-de-rà-bi-le, i-per-bo-leg-gia-tò-re, so-pra-e-sal-ta-ztò-ne. DI OTTO SILLABE. For-sen-na-tis-si-ma-ménte, ir-ra-gio-ne-vo-lis-st-m0, n. com-pren-st-bi-li-tà-de, co-stan-ti-n0-po-li-tà-n0. DI NOVE SILLABE. 5 = _ Vi-tu-pe-ro-sis-si-ma-mén-le, im-mi-se-ri-cor-dio-sa-mén-tt DI DIECI SILLABE. In-con-so-la-bi-lis-si-ma-mén-te, vi-tu-pe-re-vo-lis-st-ma- mén-te. | DI UNDICI SILLABE. Im-mi-se-ri-cor-dio-sis-si-ma-mén-te, pre-ci-pi-te-vo-lis-s | me-vol-mén-te. Pa rea © - DELL’ ACCENTO, OSSIA DELLE SILLABE LUNGHE E BREVI. $. I Per accento intendesi quella posa che si fa coù- la voce, nel profferire la parola, più in su d'una sillaba, che in sull'altre ; e, nel pronunziare un discorso, più su d’ una fra- se che su d’ un’altra. Nel primo caso l’ accento è sopranno- minato fonzco, nel seconda oratorio. Nel nostro presente as- sunto non ci occorre parlare che dell’accento fonico, spettando l'accento oratorio, a’ precetti di rettorica. S. II. Quella tra le sillabe su cui fa posa la voce, è det- ta lunga, le altre brevi. | Nel sapere quando le sillabe componenti una parola deb- bansi pronunziare lunghe, e quando brevi, consiste quella par- te di grammatica chiamata PROSODIA. Accento dicesi anche al segno, consistente in una piccio- la linea (") con cui sovente viene contrassegnata la vocale della sillaba in sulla quale si fa la posa. 8. III. Appo i Greci, l’ accento significava alzamento o abbassamento di voce, e perciò essi avevan tre distinti accen- ti, cioè l acuto (‘), il grave (°), e "1 circonflesso (*) (1). Non avendo l’ accento presso di noi la forza che aveva presso i Greci, non servendo esso che ad accennar la sillaba su cui si deve posar la voce, un solo segno ne sarebbe bastevole, pur- chè fosse legge gencrale di linguaggio che in tutte le parole trisillabe, quadrisillabe, e polisillabe, le sillabe lunghe andas- sero segnate d’ accento. « Un tale uso » dice un celebre no- stro grammatico « riuscirebbe d' un grandissimo comodo per « gli stranieri, i quali durano molta pena ad imparare quale delle nostre parole si abbia a pronunziar breve, e quale lunga; d' un grandissimo comodo pe' fanciulli che comin- « ciano a leggere ; e d’ un comodo non picciolo anche per noi, massimamente per determinare la pronunzia o breve o lunga de’ nomi proprj, molti de’ quali per la mancanza « appunto d’ un segno che li distingua, restano affatto inde- «terminati. » Quest’ osservazione è giustissima, ed i nostri vo- ù non sono meno ferventi per un miglioramento in questa sì 2 2 z k_| (1) Di quest’ ultimo accento si è da taluni tentato d' introdur | uso nella lingua itaiiana scrivendo 6, di, d, daro , volo, core, séno, léno, in vece di Ro, hui, hanno, vuoio, cuore, suono, luono, ec. Graumm. Tal. l 6 od ORTOLOGIA importante parte del linguaggio a favore degli stranieri, e de- gli inesperti fanciulli italiani. Per altro fa d’ uopo considerare che la Prosodia italiana, non essendo tanto ingombra di pre- cetti quanto la greca e la latina, agevolmente con poche re- gole può essere schiarita anche agli stranieri; ed 1 fanciulli italiani divenuti adulti, potranno, per norma loro, le medesi- tbe regole seguire. . IV. Il sovrapporre l’ accento alle vocali, non è uso obbligatorio nel nostro linguaggio, se non che in sulla vaca- le finale, ogni volta che su di essa si appoggia la voce, il che ha luogo: P « 4°, Ne' monosillabi contenenti un dittongo come in gzà, ciò, può, giù, piè, più, ec. tranne qua, e qui che sì scrivo- no senz' accento. Qo, Nelle parole tronche, uscenti in vocale, come in cz4- tà, bontà, mercè, appiè, virtù, servitù (2); di cui le voci in- tere sono ci/ltade, bontade, mercede, appiede, virtude, servi- tude. 3°. Nella terza persona sing. del passato perfetto indica- tivo, di que’ verbi in cui questo tempo non è anomalo, co- me parlò, lodò , credè, temè, pentì, finì, ec. (3) ' 4o, Nella Ama, e 5a, persona sing. del tempo futuro di tutti i verbi, come parlerò, parlerà, crederò, crederà, sentirò, sentirà , finirò, finirà, vorrò, vorrà, ec. (4) Bo. Nella 3. pers. sing. del tempo pres. indicativo dei tempi composti di fare, e sfere, come assuefà, confà, con- traffa, disfà , liquefà, misfà, rifà, soddisfà, sopraffà, stu- LU DI pefà; distà, instà, ristà, soprastà, ec. (2) Come pure nelle seguenti voci: falpalà, sofà, costà, taffettà, taunà (sorta di lavoro d’intaglio); «imè, canapè, cioè, dorè, lacchè, madiè, oimè, to- lè, vicerè, ventitrè, trentatrè, ec. ; abbicci, chermisi, chicchiricchì, così, altresì, bensi, madesì, oggidè, luttodì, lunedì, martedì, mercoledì, giovedì, venerdì, così; acciò , perciò, però, imperò, oibò, falò, landò, lolò, madenò, madiò; ingiù , laggiù , colaggiù, quaggiù, insù, lassù, colassù, quassù, Belzebù, Corfù, Perù, meù, Gesù. (3) Notisi che, ove tali voci ricevano uno degli affissi (V. Parte ter- za, Sez. III., Cap. II.), l'accento si ommette, raddoppiandosi la consonante dell’affisso, come parlòommi, lodòtti, sentinne, finìllo, ec. checchè ne dican taluni che pretendono doversi ciò non ostante segnare d’ accento la voca- le che precede alla consonante raddoppiata; ciò per lo meno sarebbe su- perfluo, imperocchè ì verbi, unitivi in tal guisa gli affissi, sono compresi mella regola ga noi data nel $. VII num. 5 della presente Sez. (4) La nota precedente è applicabile eziandio a questa regola , come. parlerommi, crederàvovi, finirolla, ec. | i PARTE PRIMA at Go. Nelle voci composte della congiunzione che, come perché, pit dacché, imperocchée, conciossiachè, ec. (5 8. V. Avvi nella lingua italiana certi monosillabi di due diversi significati, per distinguere i quali, ad uno sovrapponesi l'accento, nell'altro si omette, come: é (verbo), e (congiun- zone) ; dà (verbo), da (prep.); dî (nome, in signific. di giorno, e imperativo del verbo dire), di (prep.); /à, e 2 (avv. di luogo), Za e li (articoli, e pronomi); né (congiunz. nega- tiva), ze (pronome); sé (pronome), «e (congiunz.); sì (inter- posto affermativo, e nel signific. di così), sé (pronome). Da questi casi di doppia significazione in fuori, è errore il segnare d’ accento qualunque altro monosillaba: errore in cui cadono tuttodì i meno esperti, scrivendo , a cagion d' esempio, do, fo. fò, fà,nò, stà, stò , rè, ed altri simili, che senz'accento debbonsi scrivere, perchè non hanno che un solo significato. Da molti l’ accento suolsi imporre eziandìo a' vocaboli di senso equivoco, ancorachè non siano monosillabi , il.che , quan- tunque non sia da alcun precetto comandato, pure il repu- tiamo cosa ottima per l' utile che ciò reca a’ poco istruiti leg- gitori. Intanto daremo una lista della maggior parte di tali voci equivoche: abitino — verba da abitare. agala — pietra preziosa. àncora — nome. Bàcino — verbo da baciare. Balia — nutrice. Bellico — guerresco. Bùchino — verbo da bucare. Camice — ornamento sacerdotale. Canone — regola. Canova — luogo dî rivendita. Cantino — verbo da cantare. Capitano — verdo da capitare. Compito — lavoro assegnato. Condito — fatto. Cupido — add. avido. Destino — verbo da destare. Lùstrino — verdo da lustrare. Maledico — add. Malvagia — add. fem. . Mandola — Zo szessa che mandoria. Martire — n. car. Martora — animale quadrupede. Moria — nome di monte. Abitino — susl. dim. Agata — colpo d' ago. Ancòra — avo. Bacino — nome. Balìa — podestà, autorità. Bellico — ombellico. Buchino — piccol buco. Camice — plur. di camicia. Canòne — cane granile. Canòva — nome di celebre scultore, Cantino — corda di violino. Capitàno — nome. Compito — add. perfetto. Condito — confettato. Cupido — Dio d'amore. Destine — nome. Lustrino —.specîc di drappo. Maledico — cerdo da maledire. Malvagia — sorta di vino. Mandola — strumento musicale. Martire — par Martirio. Martòra — tormente. Moria — mortalità. (5) La congiunzione che, è ella stessa da taluni odierni scrittori se- gnata d’ accento, semprechè porti il significato dì perchè, poichè, giacchéz € questa un’ innovazione da nissun plausibile motivo appoggiata. ‘56 . ORTOLOGIA Ntttare — nome di vino. Nettare — pulire. Nòcciolo — osso interno de’ frutti. Nocciòlo — avellano. Omero — spalla. Omero — nome di poeta greco. òntano — verbo da ontare. Ontàno — albero. Pagano — verbo da pagare. Pagano — della religione idolatra. Panico — add. | Panico — specie di grano. Petttine — (2ome) arnese da pettinare.Pettine — parte del vestito. Pistola — lettera. Pistola — arme da fuoco. Preterito — add. passato. Preterito — par. pass. di pretcrire. Principino — verbo da principiare. Principino — giovine principe. Pùntino — verbo da puntare. Puntino — dim. di punto. Rassegnati — verbo da rassegnarsi. Rassegnàti — add. plur. Renano — verbo da renare, Renano — del Reno. Rubino — verbo de rubare. Rubino — gemma. Sàssone — nome di naz. * Sassòne — sasso grande. Seguito — continuazione. Seguito — add. del verbo seguire. Spartano — verbo da spartire, Spartàno — nome di naz. Tèmperino — verbo da temperare. Temperino — nome. Volàno — nome di giuoco. Vòlano — verbo. Niòlina — verbo da violare. ‘ Violino — strumento musicale. Il sovrapporre l'accento all'e ed ; Tungo nelle termina- zioni ea, ta ed 0, scrivendo idéa, platea, Medéa, Astrea, Crimea; abbazia , codardìa , armonìa, anatomìa, epilessia, tintinnio , lavorlo, mormorio , è un arbitrio, al parer nostro non biasimevole , che taluni si prendono. $. VI. Dapa quel che si è esposto ne’ due $$. preceden- ti, e al che si limita quanto si può dire sul quando le sillabe lunghe, o per legge debbono o per consiglio possono esser segnate d’ accento, ci rimane da parlare delle sillabe lunghe senza che sieno da alcun segno contraddistinte ; e comincere- mo con istabilire due regole generali. | PRIMA REG. Nelle parole bisillabe (non comprese quelle | di cui si è parlato nel $. IV), la prima è lunga, vale a dire su di essa la voce s' appoggia più che sulla seconda. SECONDA REG. Nelle parale polisillabe, l' accento cade, a sulla penuliuna, come in finàle, amoroso, preparativo, fal- sificatore, cansideratamente, ec., 0 sull''autipenultima, e iù tal caso le parole si ‘dicano sdrucciole (6), come: zéffiro, màrto- co foigore Venere, màrtire, spléndido, ridicolo, fantùstico, apò- €erifo, ec, . (6) Le sale parole in cui nella lingua italiana 1’ accento toico cada sulla quartultima sillaba, sono le terze persone plur. del tempo presen le indicativo, imperativo, e soggiuniivo di que'verbi in are che all'infinito sono quadrisillabi,onde da darbicàre, peltinàre, operàre, fabbricare, spigo- lare, ricocrère, consideràre, imbrodolàre, cc. vengono bdarbicano, borbichino ; pèttinano, pelli nno ; operano, operino; fàbbricano, fabbrichino s spigola= no, spigolino; ricoverano, ricòverino; considerano, consìderina; imbròdo= dr i ‘PARTE PRIMA n SI S. VII. Lo scoglio insuperabile sta appunto nel saper discernere quali voci abbiano la penultima, e quali l' antipe- nultima, lunga; e non avvi maniera alcuna d’ insegnarlo con precetti, essendo grandissimo il numero di entrambi i casi, senza che d' alcun segno sieno contra:ldistinti. Laonde dovrà lo studioso rimaner pago del poco che saremo per dire su tale materia. O 1°. Nelle parole che escono in due vocali facenti ditton- go, l° accentotonico cade sulla sillaba che precede tale dittongo, come: Danao, Pasìfae, cesùreo, cerùleo, medìceo, invìdia, prin- cipio, esimio, ec. \ . 2°. Quando le due voeali finali ‘non forman dittongo , l'accento cade sulla prima di esse, come Archelùo, Menelùo, avea, facea , assemblea , filosofia , codardìa, natio, mormo- rio, ec. 3°. Nelle parole che hanno un dittongo frammezzo, l’ac- cento tonico cade ora sulla seconda delle due vocali, come în diùfano, didit‘ica, viòla, naziòne;: cd ora sopra una delle sil- labe che trovansi dopo il dittongo, come in compiacénte , fiu- micello, figlivolino, ec. 4°. Allorchè le due vocali nel mezzo delle parole non forman dittongo, l’ accento tonico cade in sulla prima di esse: aricle, Alcibiade, sferdide, argonàuta, Briséide, ec. 5°. Nelle parole polisillabe, in cui la consonante dell ul- tima sillaba è preceduta da altra consonante, sia dello stesso valore, sia di valore diverso, l’ accento tonico dovrà cadere su quella vocale che immediatamente precede alla prima del- le due consonanti, come in Piacénzea, cappello, affànno, za- vorra , Apòllo, fondamento, prudentemente, fanciulletto, ec. ; tranne drzsta, pòlizza, òtranto, Turànto , Lepunto. Patisce questa regola un’ alira eccezione, cioè nelle terze persone plur. di tutti i tempi de'verbi, allorchè hanno l’affisso, come amansti, vidersi, amàronvi, pregàronti, dimostràronvi, ed altri simili. | l 6°. Ne' nomi polisillabi uscenti in zre, l'accento tonico cade sopra l’ antepenultima, come in argine, termine, cèrcine, fiècine, veri)gine, abitudine, piantaggine, sbadatùggine, consue- udine, ec. 7°. Hanno parimente l' antipenultima lunga i nomi in lano, imkròdolino ; ritenendo |’ accento sulla sillaba stessa su cui posa nelle radicali bérba, pèttire, opera, fabbrica, spiga, ricbvero, broda, ec, lali terze persone da taluni vengon chiamate voci bdisdrucciode. » 38 ORTOLOGIA esima, ed esimo, come: quarisima, battesimo, paganesimo , ducentesimo, cristianesimo, ec. 8°. Lo stesso dicasi degli addiettivi in «adzle ed evole , come: consolàbile, desideràbile, giovevole, manevole, arrende vole, precipitevole, ec. | o. L' accento tonico cade egualmente sull’ antepenulti- ma negli addiettivi in zssi4m20, come: amorevolisstmo, negligen- iìssimo, ec. I 10°. I verbi della seconda conjugazione in ee breve, han- no tutti. l' antepenultima lunga, come in ardere, rompere, in- sislere, cospàrgere, comprimere, sottintendere, ec. 14°. In quanto alle cinquanta differenti voci di ogm ver- bo si consultino i modelli di conjugazione esposti nella pre- sente grammatica (Parte terza, Sez. V), e in cui ogm voce ha la sua sillaba lunga segnata d'un accento, onde ciò possa servire di norma per tutti i verbi della stessa desinenza. Si consultino altresì le mostre osservazioni sulla prosodìa de' verbi in @re (Parte terza, Sez. V, Cap. V, $. II). 12°. Molti erroneainente, pronunziano coll’ antipenulti- ma lunga, ce la penultima breve, le prime persone plurali de- -gl' imperfetti indicativi de' verbi, dicendo amavamo, credéva- mo, finìvamo, facìvamo, ec. il che è contrario alla maniera di pronunziare degli scrittori del buon secolo, ed anche dei moderni Toscani, come da' poeti veder si può. Già monta- vàm su Li gli scaglion santi. D. Purg. 12. — E quel baron che sì di ramo in ramo Esaminàndo giù tratto m'avèa, Che a l'ùltime fronde appressavàmo. Id. Pur. 24. Pronunziasi adunque «mavàmo, credevàmo, finivàmo, facevamo, ec.  DELL* DRTOGBATIA — en Serwi come si pronunzia , e non iscriwver più di quello che sì pronunzia, è questa la unica regola fondamentale dell’ or- tografia italiana, dettata dal genio naturale della lingua. | Consiste l' ortografia, in tutti gl' idiomi, nel sapere e- ‘ sporre correttamente in iscritto le parole; una tale facoltà, nel . mostro, non è per natura che una immediata conseguenza di Sta stra quell’ altra cioè di pronunziar bene ec puramente, laonde chiun- que non sia toscano, o che abbia l'orecchio guasto dalle. imperfezioni di alcun dialetto, non può possederla senza un | previo studio de’ precetti da' varj nostri grammatici, antichi “© moderni, dettati. DELLA SILLABAZIONE. . 8. I. Nella Sezione IMI della precedente Parte, i è ve- . duto potere il numero delle sillabe, componenti le parole, ‘ascendere fino a undici; ora trattasi della maniera di dividere le parole in sillabe, il che chiamasi SILLABARE, SILLABAZIO- NE, e su di ciò s'osservino 1 seguenti precetti. La sillaba può consistere: 1°. In una sola vocale, come a-/a, e-co, i-m’no, 0-s0, u- no, ec. 2°. In un solo dittongo, come a/-rò-ne, au-rò-ra, ei-mè, Ewrò-pa, oi-bò, uo-mo, ec. | 3°. In una vocale semplice, o in un dittongo con una consonante semplice avanti di sè, come na-tU-ra, cau-sa, a- zo-ne, feu-do, buo-no, ec. 4°, In una vocale scempia avente dopo di sè una con- sonante scempia da essa appoggiata, come : ar-fe, el-la, in-on- da-ziò-ne, ur-t0, ec. 5°. In una vocale con due consonanti semplici, una avan; 40 DELL'ORTOGRAFIA ti e l'altra dopo di sè: dis-o-nò-re, ber-rét-ta, fur-bac-chiòt- fo, tin-iin-ni0, ec. l Go. In una vocale o dittongo preceduto da una delle con- sonanti composte di due lettere (veggasi Parte prina, Scz. Il $. VI), come: Ble-so, dra-go, flò-ri-do. fra-te, ghi-ro, glo-ria, bru-ma, con-clù-dere, gra-zia, fo-glio, glù-li-ne, a- gnì-no, gra-no, di-plò-ma, pri-mo, sbu-v.-re , scu-lo, sde- bi-t-re, sfo-glia, sgo-mén-to, sle-gà-re, sma-nta, sno-dà-re, spu-rio, squa-dra , sre-go-lù-t0, stu-dto , set-tà-re, ira-ma. 7°. In una vocale, o dittongo preceduto da una de.le consonanti composte di tre lettere, come: sbra-co-re, sclhe-da , schia-màz-z0, scrò-fo-la, sdra-jà-re, sfre-nù-re, sghi-gnà-re , sgra-di-re, sple-né-t-co, spro-ne, stra-da. 8°. In una vocale, o dittongo preceduto da una delle consonanti composte sia di due sia di tre lettere, e seguita da , una consonante semplice; eccone alcuni esempj, dlen-du, brac- co, sbar-ra, spun-tà-re , prin-ci-pe, spran-ga, splén-di-do, sgraf- . »P Des Spratt=g: o fio, spruz-zà-re, strìn-ge-re, schiat-ta, schiop-po, ec. S. IL Nella lingua italiana la sillaba per lo più non ol- trepassa il numero di sei leitere, delle quali o due otre vocali (1). Il maggior numero di consonanti che possa entrare in una sillaba è di quattro cioè, una delle composte di tre let- tere avanti la vocale, e una seinplice dupo, come nelle vuci , spran-ga, spl’n-di-do, ec. $. IIL Dalle quattro monosillabe con, in, non, per, iu fuora (2), non evvi parola nella lingua italiana la cui sil'aba finaie, uon iermini in vocale (3). Bh (1) Come eccezioni a questa regola potrebbersi addurre le pochissime voci, in cui poeticamente si fa entrare il quadriltongo /uoi, come in fi- gliuot, ma-gliuoi, ec. siacopi di fi-gliuo-lî, ma-gliuo-li, ec. (2) Avverto, che chi vuol parlare e scrivere pretto toscano, debba - con diligenza evitare, come producente asprezza e ‘difiicoltà nel pronun- , ziave, l’incontro delle suddette particelle cor, in, non, per, con una sus- seguente S impura (così chiamasi la S seguita da altra consonante in ca- po di parola) e premettere piuitosto a questa un’ 7, dicendo, e scrivendo ‘ a cagion d'esempio con ischerzo, in ischerzo, per ischerzo jio non isclierzo, © anziché con scherzo, in scherzo, per scherzo, io non scherzo. (3) Potrebbersi, volendo, eccettnare le particelle 2, del, al, col, rel, quel, san, un, che finiscono anch’ esse in consonante, ma non di ne- cessità, imperocche il può cangiarsi in /o sempreché un miglior suono il : richieda; le altre sono voci tronche di dello, allo, colo, nello, quello, santo, uno. In quanto alle altre parole, che in tanta copia in consemnan- | te finale trovansi si in prosa che in verso, queste , come tutte le altre pa- role italiane, hanno le loro desinenze in vocali, fe quali però, per pro- rietAà di linguaggio ossono a richiesta troncarsi come altrove verra. » P Spicgalo.  ‘ 3 S. IV. Quando una parola non capisce tutta intera in fn di verso, conviene dividerla tra sillaba e sillaba, in modo che tutte le lettere, appartenenti alla stessa sillaba, si trovino în « fne del verso, e che il susseguente verso cominci con un' al- tra sillaba. Per saper ciò fare, fa d’ uopo osservare: f°. Che una sola consonante posta tra due vocali, fa sem- pre sillaba colla seconda vocale, alla quale deve rimanere u- nita nella divisione delle sillabe, come a-mo, e-ra, a-mò-re, uniì-to, ec. — Questa regola patisce un' eccezione nelle parole. composte di qualche particella che ne cangi il significato , nel- le quali la consonante finale della particella resta unita alla propria antecedente vocale, non già alla susseguente ; come in. dis-o-nò-re, dis-u-nì-re, mal-a-ge-vo-le , in-on-dà-re, in-e- sti-mà-bi-le, tal-ù-n0, qual-ò-ra, ec. o. Che niuna sillaba dee cominciare da due medesime consonanti, e che, ove in mezzo delle parole sì trovino unite due consonanti dello stesso valore la prima appartiene alla sillaba precedente, e la seconda alla susseguente, come; ab5-b0z-z0, chià-cchie-re, ad-dur-re, sof-fit-to, sog-già-ce , ag-guan-tà-re, cap-pel-lo, am-man-nà-re, ec. 5°. Che due consonanti, di diverso valore purchè non for- mino consonante composta, egualmente si dividono, così che la prima termini una sillaba e la seconda incominci l’altra, come: dar-do , fal-so, im-bù-to , pru-dén-za , in-ten-dén-te , sfor- zà-re , ec. 4°, Che le consonanti composte, o di due lettera o di tre, non possono mai separarsi; e, ove faccian parte di una delle sillabe medie della parola, dividendo questa per sillabe, esse sono sempre capo di sillaba , e la vocale o consonante che ad esse” segue’, appartiene alla sillaba anteriore, come: ab-bràc-cio, di-plò-ma, scu-di-s-cio , sciò-glie-re, con-trà-sto, so- gnà-re , que-stiò-ne , a-sper-ge-re, a-spréz-za, co-stru-i-re, ec. Giova osservare che nelle voci composte con le particelle dis e mis, le quali rovesciano il significato della voce pri- Mitiva a cui vanno unite, la s delle due particelle non forma consonante composta colla consonante iniziale della primitiva: onde da essa si separa nella divisione delle sillabe , come : dis-pia-cè-re , dis-grà-zia, dis-gè-lo, mis-cre-dénza , mis-fài- lo, ec. ; S. V. Si è già detto altrove che il gq rarissime volte si raddoppia, e che in vece ad esso uniscesi il c; di un tale accozzamento vorrebbesi da taluni fare una consonante com- Gramm. Ital. uan 42... DELL’ ORTOGRAFIA posta , inseparabile nella sillabazione , scrivendo ac-gu4, na- ui, a-cquìsto, ec. A noi parendo che il c, ne’ casì anzi- nani debbasi riguardare come un 9g, e non potendo una sil- laba cominciare da due medesime consonanti, crediamo poter avvertire che nella divisione della parola per sillabe, il c e "1 9 debbon separarsi, rimanendo il primo attaccato alla vocale anteriore , e cominciando l’altro la susseguente vocale. Scri- Vasi adunque ac-qua , nac-qui , piac-que, ac-quisto, ec. DEL RADDOPPIAMENTO DELLE CONSONANTI. S. I. Non evvi idioma che più dell'italiano sia irregolare nel raddoppiamento delle consonanti; i grammatici non man- cano di darne de’ precetti chi più chi meno , 1 quali per co- piosi che sieno lasciano un numero maggiore d' eccezioni ; sfogliandosi poi il vocabolario, si trovano migliaja di voci abbandonate all’arbitrio di raddoppiarvi o no, la consonante. La miglior regola, a parer nostro, in questo particolare , sì come in tutta l'ortografia italiana, è una pura pronunzia. Chi pronunzia bene, di rado, per non dir mai, scriverà con con- sonante scempia quel che con doppia dee scriversi, e vice versa : laonde quel che siamo per dirne non è che per gli stranieri, pe’ fanciulli, e per coloro eziandio la cui pronunzia non fosse abbastanza felice. Ì II. Nelle parole radicali, la pronunzia facilmente fa intendere dove la consonante debba essere scempia, e dove doppia, così per esempio in pane e panno. Non così facilmen- te sì può questo comprendere nelle derivate che sogliono essere più lunghe. La regola che si può tenere per queste si è di scriver le derivate come le loro radicaii, così da PANE provengono panéllo, pantere, ec., € da PANNO, pannello, pan- niére, ec. e così degh altri. S. III. Le consonanti d, c, g, e p per lo più si raddop- piano innanzi a’ dittonghi 2, #0, come abbia, gabbia, stab- dia, nibbio; caccia, goccia, laccio, staccio, riccio, figliòccio ; reggia, uggia, moggio, raggio; coppia seppia, doppio, oppio, ec. Sono eccettuati astrolabio, Zebia, olibio, bacio, audùcia, fallocia, efficacia, ferdcia, (ed altri simili nomi astratti) pa- dùgio, naufragio, regio, prosàpia, copia, inòpia. Il G non si raddoppia mai innanzi le sillabe zona, done, ioni, iono, ionu, come rajgionùre, ragiùne, prigioni.re, cagio-: nòso, cagionizza, cc. (2%  S. IV. Moltissimi vocaboli si compongono. nella nostra avella, del pari che in altre lingue, con l'ajuto delle particel- le ossian preposizioni inseparabili @, co, de, di, e, i, 0, pre, pro, ra, re, rt, so, su, le quali, sebbene di per sè nulla signi- fchino , pure o rinforzano, o scemano, o in farle mutano, o in- leramente rovesciano il significato della voce radicale. — Ot- to di queste particelle, cioè 4, co, e, i, 0, ra, so, su, richie- dono il radduppiamento della consonante inizia'e (purchè non sa una delle composte comincianti da s) della voce a cui sì uniscono, Come : Abbracciùre, accòrrere, addùrre, afamòre, aggua- A gluire, allestire ammeétiere, avnodare, apppòrre , arrogàre , assumere , altribuire , avvezzure , az- zannàre, ec. . Collegàre, collateràle, commutàre, commuòcere; CO ( connettere, corrispondere, corroboràre. ec. (1) Ebbene, eccòdere, ecceziòne, effemminàre, efferve- E ( scenza, ec. I (IUudere, immòrgere, immòbile, irrevocàbile, ec. ( 2) | Obblizire, obbròbrio, occòrrere, accìdere, offerire, 0} - si = mere off:ndere, ommélttere, oppòrre, opprìmere; osser- vare, ec. ue: Rabbreviàre, rabbujàre, raccattàre, racchetàre, rac- LI LI . LI x cozzàre, raddobbàre, raddrizzàre, raffermìre; RA raffreddàre, raggomitolire, ragguagliàre , rallen- tire, rammarginàre , rammorbidìre, rannicchiàre, rappezzare, rappiccà"e, rassodùre, rattentre , rat- | trappùre, ravvedere, ravvisàre, ec. i . LV o x DI Sobbissàre, soccorrere, soddisfare, soffermàre , sog- SO giogàre, sollevare, somméèttere, sopporre, sopprì- S ° LI i) mere, sorreggere, sossopra, sottacqua, sottana, sovvenire, sovvertire, ec. 9 . e N Subbollire, succedere, suddiàcono, suddividere, suf- fragàneo, suffumìgio, suggerire, sullogàre, sum- SU ministràre, supplica, suppòrre, surrogàre, sussì- dio, sussìstere, ec. ne (1) La particella co, che altro non è se non che uo’ abbreviazione della preposizione cor, s' adopra così abbreviato solamente innanzi alle consonanti 2, m, r, le quali si raddoppiano; iù ogni altro caso, la pre- Po ione con si scrive intera, eccetto innanzi alla s impura come in co- slante, costrutre, cospicuo, ec. i (2) Questo 7 è l’ accorciamento della preposizione în, e s’ usa solo in quelle composizioni di cui la seconda parola componente cominci per 2 » m, r; le altre consonanti ammettono avanti di sè la particella ir intera.  8. V. Dopo le particelle de, pre, pro, re, la consonante non si raddoppia, come in derìdere, premettere, preferìre, ara pòrre, relegàre, ec. tranne provvedere ed i suol derivati , ed al cune altre voci composte di pro, in cui la f può raddoppiarsi o rimanere scerwpia, come in profilo e proffilo, projilàre e proffilare, proferìre e jrofferire, e così pure ne’ loro derivati. La particella di nor fa raddoppiare la consonante, onde dicesi dibattere, dilapidùre, sgh , ec.; salvo la f e la s, . LZ come in differìre, differenza, difficile; dissimile, disserràre , - dissetàre eî.; in difendere e difetto, e ne' loro derivati, la f rimane scempia. — Quando la seconda delle parole componen- ti comincia per vocale, il di si cambia in dis, come disùgio, sn disonòre, disuniòne, ec. a particella r7, vuole il raddoppiamento della n ne' verbi rinnalzàre, rinnaffiàre , rinnegàre, rinnestàre, rinnovàre, ed in tutti 1 loro derivati. — Di tutte le altre consonanti questa par- ticella non ne fa mai raddoppiare nessuna, perciò sl scrive ribùttere, rifàre, rimettere, cc. S. VI. Nelle parole composte, in cui la prima delle com- . ponenti sia 2, la n sarà naturalmente doppia, semprechè la . seconda cominci pure da questa consonante, come inndàso, innarràre, innavigàbile, innestàre, innocente, ec. Allorchè la seconda delle componenti comincia da vocale, . per una irregolare proprietà di linguaggio, la n della stessa . particella #2, raddoppiasi ne' seguenti soli vocaboli, e ne’ loro : derivati: snnabbissàre , tnnacerbàre, innacquàre, innalzàre,. innamoràre, innanellàre, innanimàre, innanimire, innaspàre, innanzi, innarridire, innarràre, innasprire, innebriàre, snnol- tràre, ec. Cominciando la seconda delle parole componenti per è, m, p, la n della particella gn, cangiasi in m, come: imbarcà- re, imbelle, imboccàre, immergere, immòbile, impennàre, im- piùstro, impicciùre, ec. (3) $. VIL La Z non si raddoppia mai innanzi ad ?, fuorchè in dazzica, bazzicùre, pazzia, e in tutti i plurali de' bisillabi In zz0, come: mazzi, vezzi, schizzi, pozzi, ec. S$. VIII. Nelle parole composte di contra e sopra, sì rad- doppia la consonante iniziale della seconda parola componente, come: contrabbàndo, contraccambiàre, contraccìfra, contrad- (3) È regola generale che la n non si trovi mai innanzi al è, alla m, e al p; onde nel fare i composti di due nomi proprj di cui il primo termini in 7, e l'altro cominci con una delle tre consonanti anzidette, sì cangerà la a in rm, dicendosi Giambalista, Aniommarìa, Giampièro, ec. PA LA  23 distinguere, contraddire, contraff ùre, contraff rie, contrammon- dire, contrammàrca, contramminàre, contrannaturàle , con- rappàsso , contrappélo , contrappéso, contrappòrre, contappùn- lo, contrassegno , contravcenire, ec.; soprubbuòno, sopraccà- po, sopraccàrico, sopracciglio , sopraccopérta, sopraddire , so- praddòte, pre àre , sai ine, sopraggìtto , soprauggiùngere, sopraggrànde , soprallodùre, soprummàno , soprammòdo , so- prannaturàle , soprannome 3 soprapprendere s soprarracònio, soprarrivare 3 soprassedere 3 soprassegno ; sopraitetto, soprat- lenere , soprattutto , sopravcenire, sopraveivere , ec. S.IX. Quando la prima delle due voci componenti termina per vocale accentuata, la consonante iniziale della seconda voce sempre raddoppiasi, il che ha luogo nelle voci composte di così, colà, ciò, però, ec. come: cosicché, ciocchè , imperocché, colaggiù, colassù, perocchè, conciossia, ec. Per la stessa ragione raddoppiansi Je consonanti de’ pro- nomi mz, ci, ti, vi, st, lo, la, li, le, ne, allorchè sono uniti come affissi a quei verbi la cui vocale finale è accentuata, come domandòmmi , daràcci , parleròtti, vedròvoi , chiamòssi , udìl- lo, menerùllo , mangiònne , ec. ! Finalmente le consonanti si raddoppiano nelle qui seguenti parole composte: abbdiccì, dubbene, ebbene, sebbine, dacché , checché, sicchè, acciò, oltracciò, sopracciò, laddòve, daddovè- ro, affe, laggiù, quaggiù, allàto, dello, allo, collo, sullo, nello, giammài, sennonché (0 se non che), appiè, eppùre , lassù, quassù, ogriissànti, ed altre sì fatte, DELL’ ACCRESCIMENTO DELLE PAROLE. È proprietà della lingua italiana d’accrescere in alcuni casi le parole di una vocale, o di una consonante, ora in principio ora in fine; sia per togliere l’ asprezza di pronun- ma che nasce dall’ incontro di due consonanti, sta per riem- piere l' iato che risulta dal concorso di due vocal. S. II. Nel primo di questi due casì, che ha luogo in principio di parola, incontrandosi la consonante finale dei quattro monosillabi con, 2, non, per, con la s impura (veg- gasi Sez. I $. III , nota 2), si premette un: alla s, dicendosi, a cagion d' esempio: con isténto, con ischérzo, in isràda, in Ispàgna; egli non istùdia, non ismarrìrti; per isbà-  I glio, per iscòpo, ec. in vece di con stento, în strada, non studia, per sbaglio. (i S. III. Nel secondo caso, cioè in fine di parola allorchè due vocali concorrono, s' accresce di un d la vocale anterio- re, il che suol farsi nella preposizione @, e nelle congiunzio- ni e, 0, come: Ed svi a presso corriva un fiumicel ec. Bocc. nov. 27. — Senza far motto ad amìco, od a parènte fuor- 4 chè ad un suo compàgno. Id. nov. 73. — Essìndo freddi grandìssimi, ed ogni cosa piena di neve. Id. nov. 95. — Non pare indégno ad uomo d' intellétto. D. Inf. 2.— Qual che tu sit, od ombra od uomo, certo. Id. Inf. 1. Notisi per altro che tal uso non è obbligatorio, se non che nell’ incontro di due medesime vocali, cioè dell'a coli'a, dell'e colle e dell'o coll'o; pel rimanente si consulti sempre l'orecchio. - S. IV. Solevano gli antichi accrescere di un d i monosil- labi che, né, e se, scrivendo e dicendo ched, ned, sed, ogni volta che queste particelle s'incontravano con una susseguente parola cominciante per e, e innanzi al pronome so. Quando un nuvol vada Sovr essa sì ched ella incòniro penda. D.Inf. 54. — Sappi ched zo f amo ec. Nov. ant. 100. — Ned ella a me per tutto Il suo disdégno Torrà ec. Petr. son. 158. — Ordinò, che a lui non venìsse persòna, sed egli non man- dàsse per lui. Cronichett. D. Amar. 40%. — Ecco sed io me n° andàssi allo ‘nferno. Vit. S. M. Madd. 15. Oggi tali ac crescimenti non sono più in uso dati $- V. Per isfuggire l’ iato proveniente dall’ incontro dell’ # della preposizione su con quello delle particelle un, una, tro vasi sovente quella accresciuta d' un r come sur un cavàllo ; sur un carro, sur una piazza, ec.; per altro a nol pare che sia meglio e più regolare il togliere un tale iato col frap- porre tra le due particelle, ta preposizione di ,. dicendo 54 d'un cavàllo, su d' una piazza, ec. | $. VI. Per render più sonoro il verso, e talvolta anche per guadagnare una sillaba, i poeti si fanno sovente lecito ll accrescere d'un 0, o di une quelle terze persone s1N80 lari del passato definito indicativo, che hanno la vocale fina- le accentuata, dicendo frocde, mandòe, battéo, perdeo, feo, umo, morìo, uscìo, in vece di frovò, mandò, batt, perd?, fe, UM» morì, uscì, ec. Trovasi anche poeticamente fae, foe, fue, 1% die, sìe, in vece di fa, fo, fu, tu, dì, sì. o . I fe (1) A' poeti soli è lecito di trascurare questa regola. Perch’ 10 3 diri Non sbigottir, ch’? vincerò la pruoca. D. I»f. 8. — Ricòrdali i fece il peccàr nostro Prènder Dio, per scàmpàrne Umana carne © Petr» canz. 4q. | —— -- e —  S$. VII. Possono annoverarsi eziandio tra gli accrescimenti di paro!a gli affissi m, ti, cé, vi, ne, lo, la, li, le;veggasi la Sez. an- tecedente $. IX, e Parte III Sez. IIl Cap. II $$. VII, IX, X. DELL''APOSTROFO E DEL TRONCAMENTO. DELLE PAROLE. S. L' Apostrofo è un contrassegno di mancamento di vo- cale, troncata infine o in principio di parola , per l’ incontro di altra susseguente o antecedente vocale. Il segno dell’ apo- strofo (€) si pone in cima alla consonante, dal lato dove è stata troncata la vocale. S.II. Rimandiamo lo studioso alla Parte TII, Sez. II, Cap. IV, per quel che concerne | apostrofo negli articoli, e alla Sez. III, Cap. II, per quello ne' pronomi mi, ci, #, vi, si. In quanto all’ uso dell’ apostrofo in altre parole, non evvi alcu- na regola che il determini. Solo avvertiamo che le vocali fi- nali accentuate non posson mai elidersi, perchè |’ accento indica che già vi ha avuto luogo il troncamento di qualche vocale. Eccezioni di questa regola sono i composti di che, cone: perché, benchè, ec. laonde puossi benissimo scrivere: per- ch' egli non volle; bench' io nol dissi; ancorch' ella l abbia, ec. S. III L’apostrofo indica talvolta il mancamento d’ una vorale e di una o più consonanti comein de’ per dene o delli, fe per fece, me' per meglio o mezzo, vo’ per voglio, vuo’ per vuole, ve per vedi , e' per egli o eglino, ma' per mali, te per eni, to° per togli, po' per poco, qua' per quali, que per que Îli, ec. S IV. I poeti troncan sovente l o dal pronome 0, so- stinendovi un aposirofo. I’ non so den ridîr, com'è v'enirài. D. Inf.A.--E maledìco’! di ch'i vidi il sole. Petr. canz. 3. S. V. Elidesi l' « della particella una e di tutte le voci che con questa si--compungono come alcuna , nessùna , verìina . ec., semprechè il susseguente vocabolo cominci da vocale; onde scrivesi un’ asta, un’ elza, un'isola, un'ombra , un’ uniòne , alcun’ erba, ec. Questa vocale può elidersi eziandio in fine di altre parole, come senz’ altro, Sovr esso , mezz ora , rob unta, ec. S. VI. La e finale, seguìta da parola cominciante per la medesima vocale, troncasi, e vi sì sostituisce l'apostrofo nelle parole che, ne, onde, come, oltre; come : dopo ch’ebbe finìto; 0 n' ero consapérole ; com’ egli, ond è; oltr essere stato, ec. 48, DELL' ORTOGRAFIA S$. VII. L'; di necessità si tronca, ove la seguente voce cominci con la medesima vocale, nelle particelle di, mi, i, li, vi, si, come: sorta d' insetto; egli m' orrita; c' ingànna; fu t immàgini ; v' illudòte ; s' invòla; ec. Rimane poi nel l'arbitrio di chi scrive, e secondo che, consultato l'orecchio, gli parrà di miglior suono il troncare o no l' 7 nelle parti- celle suaccennate, quando la vocale iniziale della seguente voce è differente dall’ /; onde si può scrivere: d' altra cosa, o di altra cosa; d éssere, o di essere; m'abbracciò, o mi, abbracciò ; vonòra, o vi onora ; s' ùpplica, o si applica, ec. — Eccetto gli (articolo e pronome) che. si tronca. innanzi all’7, e scriversi debbe disteso innanzi alle altre vocali, come g7 insetti ; gl insegnò ; gli effetti , gli offerì , ec.— Le particelle ai, das, ed, dei, coi, nei, e pei, seguendo . alcun vocabolo che cominci da consonante , che non sia $ , impura, possono pure ad arbitrio scriversi distese , o tron- carne l’/, sostituendovi l'apostrofo, come: a: signore 0 4 st gnori, dai fratèlli o da' fratelli, ei vuole o e' vuole, du prìncipi o de principi, coi maésiri o co’ maestri, nei posmi o ne oemi , pet miei O pé mier, ec. S. È talvolta un’ eleganza di clidere, mediante l'apostrofo, l'i della particella #/ sia articolo, sia pronome , precedendo una voce che termini per vocale, come tra ’/ sì e ’/ no, 7, padre e "1 figlio, chi "1 disse? ella "1 vuole. S. IX. Gli antichi in vece di elidere le vocali 4 ed N | degli articoli Za e /o, spesso troncavano l'i iniziale della susseguente parola cominciante per le sillabe 2772 ed mm, di- “ ’ LI N ’ LI cendo e scrivendo: lo ‘mperatòre, lo ’ngànno, la mperadrice; la "ntenziòne sm vece di [ imperatòre i Pi ingànno / [ ampe” | ratrìce , l' intenziòne. Notisi però che ove le consonanii ed n fossero seguite da vocale , o da altra consonante simile , a sè, una tale elisione, cui oggi è meglio schivare affatto, non si faceva mai. DEL TRONCAMENTO DELLE PAROLE IN FINE SENZA APOSTROFO. | S. L Le parole italiane spesso troncansi in fine gu . = 7 x l' intervento dell’ apostrofo , non già per necessità, ma po I vezzo di lingua sulla qual cosa s'osservino le seguenti rego” S. IL Innanzi alla S impura, l' antecedente vocale no" si tronca mai; onde non si dice un spirito, un bel specct0» it  dovein sérivere, ec. tna uno spirito, un hello specchio, dovere arivere, ec. . ; | S&amp;S. III Le parole uscenti in dittongo noti si possono tron- care, quantunque si trovino demòn, testimòn, Antòn, per de- mònio, testimonio, Antònio. sro S. IV. Non possono troncarsi mai le parole che termi-. . nano un periodo, a un membro di periodo, o una frase in- cidente, nè quando è separata dalla parola susseguente, me-. diante qualsivoglia: interpunzione, | ur S. V. Le parole cadenti in 4, innanzi a susseguente cone sonante, debbon sempre dirsi e seriversi distese, onde : non. potrebbesi dire Za buon condòtta, una fier novella, una sol donna, ec. in vece di la duona condotta , una fiera novella ,. una sola donna, ed è pur errore il dire una sol volta, ma-. do che tuttodì odesi ‘profferir ‘(da molti. Sono etcettuati da questa regola le voci ora, gualòra, talora, ancòra , fuòra ,-e: suòra, imperocchè si dice benissimo or bene, qualor, venisse,, ancor meglio, fuor di casa, suor Maria, ec. "LR S. VI. Possona le ‘vocali e ed 0 delle sillabe finali Ze, lo, ne,-re, ro, troncarsi senza ' intervento dell apostrofo, innanzi. a voce che cominci da consonante che non sia s impura;.: onde si può scrivere qual libro, tal cosa, ciel seréno, ciò vuol dire, val meglio, egli vien per te, suol venìre, pan bian-. co, spron battito, buon cuore, cuor benèfico, guerrier valoròsa, ec. — L’o degli addiettivi chzaro, néro, duro, strano, oscu-. ro, ed alcuni altri simili; non si tronca mai per isfuggire il suono troppo aspro che ne risulterebbe. "Gi S. VII. Può parimente troncarsi l o delle finali mo.eno,. nelle prime e terze persone plurali ne' tempi presente ed imper- fetto, e nelle prime persone plurali del tempo futuro; onde amzàr, crediàm, pàrlan, sìnton, finìscon; lodavùm, temevàm, cercà- van, sentivan; parlerèm, scriverìém, sentirìm, ec. per amiàmo crediàmo, pàrlanò, ‘séntono, finìscono, lodavàmo, temevàmo , cercavano , sentivano; parlerîmo , scriverèémo , sentiremo , ec. Può farsi lo: stesso «con la terza persona plurale del passato defi- nito (non ‘già con la prima plurale di questo, temp?), del pre-.. sente dell’imperfetto soggiuntivo , e del’ condizionale, come:. lodàron, credìîron, amàsser, scrivesser, vol?sser, parlerebber 0. parler:bbon, finirèbber , o finirebbon, ec. in vece di lodàrano, cre-. derono, sentirono, amùssero, scrivìssero, volessero , parlerèbbero o parler:bbone, finirébbero ‘o finirebbono, ec.—Nella terza per- sona plurale del futuro, si può troncare tutta la sillaba finale n0, cèòme parleràn, crederàn, vorràn, trarràn, per parlerùnno, crede», Gramm. Ital... a i 8 UE DELL'ORTOGRAFIA | rànnò, vorrànna, frarrànna, ec. — Nel verbo ‘essere, è lecito. ‘troncare l'o della prima persona sing. del presente indicativo, di&gt; ‘ cendosi son per sono, il che non può farsi m sono terza pers.’ plur. del medesimo tempo, dovendosi questa scriver distesa.—La ‘ prima persona singolare del presente indicativo e soggiunitivo, avente l'accento tonico sulla penultima sillaba, non può mai troncarsi, ed in ciò peccò il Tasso dicendo: Amico, hai cinto, zo ti perdòn, perdòna. i MENA Lt S. VIII L'e finale degl'infinitidi tutti i verbi, può troncarsi - ovunque ‘un miglior suono il richieda, come parlàr, creder , è sent, finìr, per parlare, credere, sentire, finire. Gl'infiniti ca- denti in arre, orre, ‘urre, accorciansi sovente dell' intera silla- ba finale re, come trar, por, condùr, per trarre, porre, condur- re, cc. | de ‘8. TX. Troncansi sovente le sillabe finali /o e no: la pri- ma nelle parole finienti in //o scrivendo quel, del, caval, uccél, gonna FESTE, agnel. fratel, fanciul, ec. per quello, bello, cavallo, uccéllo, agnello È fratéllo, fanciùllo, ec. (1); ma secondo il Buommatiei un tal. troncamento non può aver luogo in cristàllo, bollo, corùllo, * ‘callo, fallo, snello. La seconda ne' verbi danno, fanno, han no, stanno, vanno, dicendosi dan, fan, han, stan, van. — Dell le parole grande e santo e talvolta anche verso, seguendo una voce cominciante da consonante, si troncan le finali de, to, e.so, come gran it'òre, gran capitàno, San Pietro, San Pao- lo, ver me, ver Dio, ec. ; — &amp; X. Le voci tronche mel, cel, tel, vel, sel, nol, per me lo, ce lo, te lo, ve lo, se lo, non lo, sono più della poesia che. della prosa. dì APPENDICE, 4 dl DELLE INTERPUNZIONI. Essendo la scrittura, l immagine sensibile della pronun- zia, essa debbe corrisponderle non solo nell' esposizione del- le parole, ma anche nella chiarezza del senso. Per ‘conseguir ciò furono inventati e nella scrittura introdotti, certi segni che servissero a dividere i periodi e le frasi, in modo che bene se ne distinguessero i sensi. Tali segni sono: f°. Punto fer- mo (.), o finale, che si mette dopo avere scritto un senso compiuto, e dimostra la sentenza esser giunta al suo termine; . La pausa che ne risulta è quanto il contar quattro. (1) Trovasi anche fru/ei per fratelli, capei per cupelli, augei per a gel, ed a'tri simili; ma son più del verso che della prosa. i  Si 2°. Il-cofon, o due punti (:). indicano una ‘metta pausa, e ervono a dividere una parte dall altra del periodo, il che si fa specialmente quando ad un senso compiuto se ne ag- gunge un altro che vi ha connessione. Sogliono i due punti mettersi anche quando si vuole indicare che il susseguente di- sorso contiene le precise parole da altrui profferite. La pau- sa del colon è quanto il contar tre. i 3°. Il semicolon, o punto e virgola (;), che distingue gl’in- csi d'un periodo non molto lungo, ed anche due interi mem- rà del periodo: la pausa che ne risulta è quanto il contar ue. 4°. Il comma, o la virgola (,) divide le parti minori del periodo, e spesso le parole d' una stessa parte collegate da congiunzioni. La pausa n' è come uno. 5°. Il punto interrogativo (?) ponesi in fine d' una sen- tenza, per indicare ch’ essa contiene una interrogazione. 6°. Il punto ammiratico (!) che accenna ammirazione. Il segno più frequente nella scrittura è la virgole, e qua- lunque parola, o unione di parole, o proposizione si trovi in un periodo, e che alla costruzione di esso non appartenga, si | mette tra due virgole. Per altro l' uso della virgola è oggi assai meno esteso di quel che fu un dì; imperocchè era legge presso gli antichi di porla innanzi alle congiunzioni e, 0, né e al pronome relati- vo che, e il quale, anche quando non facevano che congiun- gere una o più qualificazioni ad un medesimo subbietto, co- me a cagion d'esempio: egli è pittore, € scultore; vedo il pa- dre, e] figlio; oggi, o domani; né voi, né lui; il libro, che leggesti, ec. Un tal uso è oggi da molti ‘trascurato, per esser cosa affatto superflua, e così anche a noi pare che sia; nul- ladimeno ognun faccia secondo che gli sembra tornar più | comodo. -  BIIMOLOGIA B SINTASSI . I sl  - ig | : “a DELLE PARTI DEL DISCORSO IN GENERALE. — »'. — it» Ml na ‘ ì | . =». | 8. I Chiamasi DISCORSO, ORAZIONE, FRA.SE, 0 SENTENZA un’ unione di parole collu quale, componendo e dividendo k ne , stre idee (1), manifestiamo i diversi concetti (2) dell'animo , nostro. Le parole comprese in tale unione si dicono per , del discorso (9) SI È | «de 4 «Otto sono le parti del discorso, alle quali dassi l' ordme , seguente : i ;} NOME o SOSTANTIVO, PRONOME, ADDIETTIVO, VERBO," | ‘AVVERBIO, PREPOSIZIONE, CONGIUNZIONE, e INTERIEZIONE. Traggono queste otto specie di parole dalla natura stess . l' origine loro, sovra di esse fondasi tutta la grammatica, mm, i a L 4 perocchè non puossi parola alcuna articolare, che all' una, 0, all' altra non appartenga. | .» . - (1) Per idea s’ intende |’ immagine di una cosa che resta come scol- + pita nella mente. | (2) Concetto è un giudizio che fa la mente sulle relazioni delle idee ; che se le appresentano. Non confondasi concetto con nozione, impercioceh* , questa significa un’ idea che, non avendo unito in st il concetto di ester. sione , non offre per st stessa veruna immagine: tale è l’idea di piacere | di dolore, di vizio, di virtù, di verità, di falsità, ec. | si (3) Questa definizione, che parmi adequatissima , è presa dal Corticelli.. i PARTE TERZA 33 NOME o SOSTANTIVO. S. II. Gli obbietti che innanzi a tutto fissano il pénsier dell'uomo al primo aprirglisi la mente, sono quelli che real- mente esistono , per concepire i quali d'altro soccorso non gli fa d'uopo, che di vederli esistere in un cogli attributi, e colle qualità ad essi appartenenti, e le cui immagini, pre- sentatesi ai suoi sensi, gli rimangono impresse nella memoria: quindi i segni, o le parole, che nel linguaggio le prime ven- nero adottate come significative delle nostre idee, furon, det» te sostantivi, cioè nomi di sostanze. Si può adunque il nome nel seguente modo definire: Parola significativa di persona, di cosa, di qualsivoglia sostanza, animata o inanimata , della quale ci è nota T esistenza, reale 0 immaginaria (V. Sez. II, Cap. I S. III.) che nel discorso sola sostiensi, sen- | 3a la concorrenza di altre parole. Onde i vocaboli: Animale, pianta, metallo, uomo, leone, uccello, pesce, fiore, oro, ar- genio, pietra, pan: casa, popolo, e mille, e mille altri sono No- Mi, o siano stanuvi. i PRONOME. $. III. La moltiplice ripetizione de' nomi di sostanze, ove nel discorso avvenga di nominare gli stessi obbietti più volte, riuscirebbe nojosa ed offenderebbe l orecchio ; fu d' uopo a- dunque altri segni cercare che le veci de’ nomi prendessero, tali segni dalla funzione loro nel discorso furono chiamati pronomi (dalle voci latine pro, e ROMENO sono: To, noi, tu, voi, egli, colui, costui, questi, quegli, ella, essa, colei, costei, etc. (Y. Sez. terza, Cap: I e seg.) i » ADDIETTIVO. 8. IV. Quello per cui qualsivoglia sostanza da altre di- singuesi, sono gli attributi suoi, e le sue qualità o naturali, o accidentali, cui fa mestieri di conoscere quanto le sostanze me- desime, onde avere di queste chiara @ distinta idea; a tale ef- fetto venne nel linguaggio introdotta quella classe di parole conosciuta sotto la denominazione di addiettivi, dal verbo la+ tino adjicere, che vale aggiungere, perchè gli addiettivi si ag- fungono ai nomi di sostanze per indicare quegli attributi.e.. quelle proprietà date dalla natura o dal-caso ad esse sostanze, perchè dalle altre si distinguano; come: Czelo PIETOSO, terra FERTILE, mare TEMPESTOSO, animale FEROCE, militare VA- LoRoso, uomo SAVIO (Y. Sez. quarta, Cap. I e seg.). 84 ETIMOLOGIA E SINTASSI VER BO.. _ $. V.I mutui nostri rapporti, le nostre azioni e passioni, l’esistenza degli obbietti che ci attorniano, l'influenza che su di essi hanno le operazioni nostre, l’ impressione che dalle ‘ loro noi riceviamo, non potevano seuza l' intervento di altri segni esprimersi : quindi l'origine de' verbi, o sien vocaboli che dinotano l'esistenza, le azioni, le passioni, e le condizioni degli esseri in un tempo determinato, o indeterminato, come * mangiare, bere, leggere, fare, ec. (V. Sez. quinta e sesta). AVVERBIO. S. VI. Appena ebbe il linguaggio conseguito un certo grado di perfezione, si cominciò a scoprire che l'esistenza, le. qualità e le azioni delle cose, come altresì le loro differenze relatives erano suscettive d'innumerabili modificazioni; e allora * si pensò di arricchire il linguaggio di certi segni chiamati i. 1 quali uniti a' verbi ed agli addiettivi, servono a modificare le ‘ azioni, a specificare, aumentare, o diminuire le qualità delle ‘ sostanze, cioè: Mangiar FESTEVOLMENTE, rispondere CORTE- - SEMENTE , andar PIANO , venire SPESSO, SMISURATAMENTE ambizioso, ec. (Y. Sez. ottava, Cap. I.) PREPOSIZIONE. S. VII. È questa la denominazione grammaticale (dalle © voci latine pre e posilus) di certe particelle, la cui funzione nè! - discorso si è il dinotare i rapporti che hanno le cose fra di ‘ loro , ed il fissare l'idca dell'una per quella dell'altra ; esse precedono i nomi, o i pronomi, de'quali annunziano. le mu- » tue relazioni, e sono: Di, a, con, in, per, dopo, sopra, sotto, ’ entro, dietro, contro, ec. Vi è un giardino dietro alla casa. DietRO indica il rapporto che ha la casa col GIARDINO, e vice | versa (7. Sez. ottava, Cap. II-VI.) I CONGIUNZIONE. Occorre non di rado nel discorso, per rettifica- | re l'idea di alcune sostanze, di qua!che sua qualità, condizio- ne od operazione, doversi queste porre in contatto con altre sostanze, qualità, condizioni, od operazioni, il che per essere le une spesse volte infinitamente dalle altre diverse, assai ma- lagevole sarebbe senza che a tal effetto certi segni nel linguaggio fossero introdotti, i quali, come che sieno di molte specie diffe- renti, perchè molte e differenti sono le occorrenze in cui possano a + ni er - |- ino  ‘65 bisognare, pure da’ gramn.atici genericamente sono chiamati congiunzioni, e le definiscono come se l'unica loro funzione fosse nel discorso, di Congeungere due rurole, o due proposizioni ; 0, co- me altri dicono, e hs, stesso,di wnzre insieme le parti dell'ora- zione (2). Congiunzioni adunque sono le seguenti parole: e, o, né, ma, che, se, così, come, pure, dunque, ancora, perciò, eziandio, anche, perché, oiché, ancorche, apnee acciocche, anziche; comeche, ih? e molte altre, che tutte verranno a suo luogo spiegate e distinte (7. Sez. ottava. Cap. VII.). INTERIEZIONE. . 8 IX Con questa denominazione s' intendono le naturali sgmfcative grida dell'uomo, esprimenti Li: dolore, timore, muraciglia, avversione, e molti altri affetti, e moti subitanei dell'’anuro. Ma tali espressioni furono di tempo in tempo, all'arte accresciute di altre parole, o unioni di parole, per ludicare gli stessi affetti, o anche aggiunte alle medesime nuo- ve sillabe, per meglio intenderne il significato. Le seguenti ne sono le più usitate: 44! ahi! ahi lasso! ahimé! deh! doh! eh! chimé! eja! ho! ocibò! cimé! olà! animo! bravo! ec. (V. Sez. ottava, Cap. VIII.). $. X. Nelle successive sezioni verrà fatto menzione di quan- to spetta ad oguuna delle classi di parole già nominate, delle e è. o. . O è . o. °° . . sue divisioni, modificazioni, ed altri caugiamenti, a’ quali la sottopongono 1 precetti della italiana favella; solo è forza qui osservare, che il Nome, Pronome, Addiettivo, e Verbo sono variabili, cioè cangiano le desinenze loro (3), secondo 1 di- versi rapporti dell’ uno coll’ altro, ma che invariabili riman- gono le rimanenti quattro parti, le quali non cangian mai le loro primitive desinenze, in qualsivoglia posizione si tro» ino (4). . (a) È difficil cosa il dare di questa parte del discorso più chiare no- Zoni, senza dividerla in tante classi, quanti sono gli uffizj che spettano nel discorso ad ognuna di esse; conciossiacht estesissimo è il numero delle Particelle, che in grammatica congiunzioni si chiamano, sebbene avvene tolo sei, o sette, che in tutta la forza del termire sono tali: e però se l'epostone di sopra parrà insufficente allo scopo (come io stesso credo ‘ P P DIE) . . i P LAO) the sia) sarà sempre più spiezativo, e al vero più conforme, che non Ù ‘ pT P P te) , P , t la definizione datane da’ grammatici, la quale, tolto per le poche vere fongiunzioni , per tutte le altre particelle, che passano sotto tale deno- minazione , è impropria e falsa. . (3) L ultima sillaba, e sovente anche la vocale finale di una parola, lamasi desinenza , 0 terminazione. | (4) Non sono i moderni grammatici d’ accordo sul numero delle parti DIVISIONI DEL NOME. Al primo sviluppo delle sue idee, l'uomo attenta: mente considera 1 var) obbietti che il circondano; cerca e scuo- pre in éssi qualità ed attributi, che in taluni differiscono, si assonrigliano in altri: concepisce un’ idea generale di quelle so- stanze, la proprietà delle quali gli pajono uguali, e mentalmente le unisce sotto ad una stessa denominazione, dalla natura del loro attributi ad esse destinata; discerne poi degl’ individui nella massa, i quali, come che agli altri sieno simili in quanto alle proprietà principali, pure dal rimanente della specie di- stinguonsi per qualche attributo particolare, sia naturale, sia ac- cidentale. Quindi nacque in grammatica la prima divisione del | nome in comune o generico, ed in proprio o individuale. -$. IL Il nome dicesi comune o generico, quando è ap. . plicabile ad una specie intera, cioè quando a tutti gl’indivi- . dui della medesima specie conviene. Se per taluno questa definizione d' uopo avesse d' ulte- riore e più chiara spiegazione, ove mai potrebbesi questa me: glio rinvenire, che nella natura stessa delle cose? Il vocabolo corpo è la denominazione universalissima appl- cabile a tutte le cose esistenti, animate, o inanimate, che cadono, 0 del discorso. Alcuni lo portano a dieci , annoverandovi anche l'articolo ed il participio, i quali per altro, a mio parere, non v’ appartengono, ii come a suo luogo spero poter dimostrare; altri dal novero di dette parti , escludono l' addiettivo, dividendo il nome in sostantivo, ed in addietti- . vo: quantunque tale divisione in nulla diminuisca l’ importante carattere degli addicttivi nel linguaggio, pure sembrami, che per maggior chiarezza, e perchè con essi esprimesi la seconda classe generale de’ nostri pensieri, . convenga distinguerli più particolarmente, classificandoli tralle parti del discorso ; altri non v’ ammettono i pronomi, insegnando, che parte di es si altro non sono che nomi (nomi personali ), e parte meri addiettivi; altri finalmente restringono a tre il numero delle parti del discorso, cioè Nome, verbo, e particelle, unendo sotto quest’ ultima denominazione gl! avverbj, le preposizioni, le congiunzioni e le interiezioni; anzi ve n'ha che vanno persino a non volervi ammettere che il nome ed il verbo: sole parti, dicono, di Bi ir ed assoluta necessità per comunicare qualsivoglia nostro pensiero. Vero è, che il nome ed il verbo le chiavi sono di qua- lunque idioma, e che da essi soli, divisi, e suddivisi che sono, retla € chiara idea può formarsi delle altre parti, Je quali, in rigore non ne sono che abbreviazioni; ma è per altro non men vevo, che le rimanenti s@! parti, sebbene non ugualmente necessarie, sono nulladimeno di grandissi; «ma utilità, e servono a render meno complicato lo studio delle lingue.  n 57 pissono cadere sotto ai nostri sensi, sieno esse dalla natura pro- dote o dall’ arte ; imperciocchè tutte hanno comune l' attri- buto di essere visibili, e tangibili. Dai corpi, tre estesissime divisioni formansi, dai naturalisti dette i tre regni della naiu- ra: il rerno animale, 1 regno vegetabile, ed il regno minerale. Tutti gl’ individui d'ognuno di questi tre regni, fino comuni tra loro delle proprietà, che estranee sono a quei degli altri due. G/é animali, vivono, vedono, sentono, si muovono da sé, ec. I vegetabili sorgono dalla terra d'onde prendono nu- trimento, germogliano e crescono; ma non -hanno vita sensi- tiva come gli animali. I minerali produconsi nel seno della terra, ma non hanno vita come i primi, nè germogliano co- me 1 secondi. Il regno animale dividesi in genere ragionevo- k o sia umano, ed in brutale; e questo in quadrupedi, vola- bili, acquatici, insetti, e rettili; i quali nuovamente in dira- mazioni innumerabili sì estendono , tutte soggette ad altre più o meno estese divisioni e suddivisioni. Lo stesso dicasi de' regni vegetabili e :minerali, che amendue si partono in di- verse specie subalterne: il primo, in a/deri, in fiori, in erbe, in dia- ° de ec.; il secondo, in pietre ed in metalli; e questi in oro, in o L Di t ria in rame, in ferro, ec. Procedono del pari le cose, che dall'arte, dall’ industria, o anche dal caso prodotte e destina- te vengono a diversi usi ‘nella società; come: città, fiume, mon- tigna, palùzzo, chiesa, giardìno, ec. prìncipe, virtù, scienza, ec. che tutti sono nomi comuni, quando, nominandoli, s'in- tende indicare tutta la specie. I nomi sono propr), quando applicabili sono ad uno so- lo, o ad alcuni, non già a tutti gl’ individui della medesima | specie (1). Così sono nomi propri] quelli di uomini, come: Giove, } P t k Marte, Romolo, Ciceròne, Cesare Virgìlio, Oméro, Andréa, ietro, Lodovico, Giùlio, ec.; quelli di donna, come: MM: nérva , Venere, Anna, Berenice , Didòne, Marta, Eleonora, Giu- la, Margherìta, Caterina, ec.; quelli di regni e provincie, co- me: Grecia, Persia, Itàlia, Toscona, Lombardìa, Francia, laghiliera, Turchìa, ec.; quelli di città: Atene, Costantinò- poi, Roma, Firenze, Milùno, Parìgi, Londra, Vienna, ec., quelli di fiumi: Nilo, Tevere, Po, Reno, Danùbio, Elba, Tamìgi, ec.; quelli di montagne, come: A/pi, Appennino, ucaso, Etna, Vesùvio, ec. $. HI. I nomi comuni si dividono: (1) Ogni nome comune può divenire nome proprio per l’aggiunta di qualche addiettivo, che qualifichi il significato, onde distinguerlo dagli al- tri della medesima specie. Grumm. Ital.  1°, In SOSTANTIVI propriamente detti, cioè significa tivi di obbietti o sostanze veramente esistenti. (Vedi Cap. pre- ced. $. II. | o, 1 ASTRATTI, o siano nomi d'obbietti immagina, solo esistenti nella nostra mente, per cui vuolsi esprimere la qualità astratta, cioè separata dalla sua sostanza. Dalla de- finizione generale del nome (Vedi Cap. preced. $. Il) sì è potuto rilevare che vi sono nomi di sostanze immaginare, vale a dire, che noi ci formiamo un'idea di diverse sostanze, le quali in realtà non esistono. Tali idee nascono in noi dal considerar prima gli obbietti che cadono sotto a' nostri sensi, în un colle qualità e gli attributi, per cui quelli distinguons; ed i segni de’ quali, cioè le voci, che nelle lingue adope- ransi per esprimere le qualità unite alle sostanze, da' filosofi vengono denominati nomi concreti, come : Iddio giusto, Uomo ricco, ec.; poscia prescindendo dalla sostanza, e non contem- plando che l'attributo , o la qualità che la distingue, ci for- amiamo di questa una sostanza ideale, per l’intendimento della «quale ci è d' uopo impiegare tutta la forza del nostro inter letto, perchè non può esser l' obbietto di alcuno de' nostri sen- -si: ed è appunto perciò che tali nomi, grammaticalmente, si chiamano nomi astratti, in opposizione a' nomi concreti 0 ad: diettivi da' quali derivano. Tal sorta di nomi nella nostra kn gua, per lo più terminano in anza, enza, ezza, ia, isla, izia, ione, ità, tà, ura, come: da ignorante, viene igneran- za; da prudente, prudénza; da bello, bellezza; da audòe, audùcia; da altéro, alterìgia; da giusto, giustizia ; da erudito, erudizione; da generòso, generosità; da buono, bontà; da bra- vo, .bravùra, ec. Sonovi per altro de' nomi astratti, che da’ ver- bi provengono, e perciò chiamati sono verdali (vedi la sesta divisione del nome). î s- ‘5°. In FIGURATIVI (2), i quali, nè sostanze reali st- - {2) Supplico il lettore, una volta per sempre, di non volere ascrivere a vana spirito d' innovazione, nè a desiderio d’ ingrossare inutilmente il ‘volume, se qua e là in questo mio quasi abbozzo di grammatica, alcuni ‘pincip) si trovano alquanto più estesamente spiegati, di quel che forse non seno altrove; al che solo m'indusse la brama i; essere ulile a coloro i qua- li, non avende mai attinto dalle primitive fonti delle due lingue, avolae madre dell’italiana, sono forse ignari affatto di molti termini da quelle a no! tramandati. Le due mie nuove divisioni de' nomi in Figurativi ed in Ca- raileristici, che saranno a prima vista da taluni per avventura corhe 1n- truse riguardate, verranno da molti, non ne dubito, in grazia della verità che contengono, apprezzate come utili a chi studia o il proprio, o qualche straniero idioma, per poco che gli caglia di conoscere ogni cosa che ser- vir possa a dilucidare Je sue nozioni sui principj di lingua , si universali che particolari. Sue Fo i =" è i — A E pi nn _“— è’ e 6@qQ rta ! _f°“ Lal e Az PARTE TERZA 39 puficano, nè possono riguardarsi come nomi astratti, ma fu- rono nelle lingue introdotti per esprimere certe nostre idee, le quali, sebbene indipendenti da qualunque altra, di per sè deinirsi non possono , tali sono: Virtù, fortùna, tempo, ripò- 50 , notte, ora, sonno, vita, secolo, età, cenno , e mille altri (3). £ Tn CARATTERISTICI (4), che di per sè soli non sono nomi di sostanze , ma come tali vengono considerati , nguardo ad altri nomi , 0 comuni, o proprj, significando #- tolo, ufficio, parentela, o altre qualità che servono di carat- tere distintivo alle persone , o alle cose. Tali sono : Padre, madre, amìco, re, regìina, principe , sacerdòte, véscovo, merca- dante, maéstro, ec. (V. nota 2.) Bo. In COLLETTIVI, ch’ esprimono una moltitudine , o unione d' individui della medesima specie come sarebbero: Popolo, naziòne, gioventù, senàto, truppa, ec. (3). 6°. In VERBALI, o siano nomi direttamente derivati da verbi, ed avvene due specie, cioè: VERBALI CARATTERISTICI, quelli cioè che esprimono il subbietto dell’azione, vale a dire, l'agente : questi per lo più hanno desinenza in tore : come: Parlatòre, leggitòre, scrittore, bevitore, ec. (V. nota 4), e VERBALI ASTRATTI, che l' effetto dell’ azione esprimo- no, e talora anche l’ azione medesima, e che hanno desinen- 1a I igi0, igione, izione, mento, tura, come: Servìgio, guari- gione, ammirazione, parlaménto, lettùra, scrittura, ec. (Q). .. (3) Tali nomi inventati per convenzione, ad oggetto di esprimere idee, non già di sostanze (come i nomi sostantivi propriamente detti) né di qualità di sostanze, come gli astratti, ma d'immagini, o dì figure che ci formiamo dello stato di essere delle cose, dei modi onde queste esistono, e de'termini cui tendono ec., e perciò meri segni figurativi possono lamarsi. | . (4) Avvegnachè i nomi caratteristici ne' dizionar) come sostantivi figu- Nino , essi sono nondimeno puri addiettivi; differiscono però dal comune degli addiettivi ; 1. Per essere i medesimi significativi di qualità acciden- lali, che non a tutti i nomi di sostanze, sebbene della medesima specie, si addicong ; onde que’ nomi che posseggono tali qualità, quasî nomi propr) diventano: 2. Perchè più degli altri addiettivi si avvicinano al- l'identità de’ nomi stessi di sostanze, in modo che questi si possono co- noscere, abbenchè non gli accompagnino, nè antecedentemente sieno espressi. (5) A questa classe di nomi appartengono pure molti di quelli in ame tl in ume , come: Bestiàme, ossàme , cordàme, acidume, saloaggiùme , unlume, sucidume, ec. ed alcuni in aglia, come: Ciurmaglia, canaglia , Plboglia. (6) Sono queste ‘le più comuni desinenze dei nomi propriamente detti astratti verbali ; molti nomi pcrò sonovi in 4a, in 0, ed anche in Ira desinenza, i quali, comechè generalmente quai verbali si conside- \ -  $. IV. Sogliono i nomi andar soggetti a sei modificazio- ni, o cangiamenti, che anche aecidenti del nome da taluni sì no, cloòr di genere, Du «di numero,.. . Per la varietà di grandezza, e di valore, de' mutui rapporti, di estensione. VARIETA’ DI GENERE. ‘I Pel termine grammaticale Genere , intendesi la dif- ferenza di sesso nel significato de’ Nomi. La classificazione dei nomi per genere ebbe, non v'ha dubbio, origine dalla disun- zione dei due sessi negli esseri animati ; ma .è non pertanto chiaro ancora che tale distinzione procedeva da altra ante. cedente ragionevole non meno che naturale diyisione degli obbietti in esseri. animati , ed in non animati. i S, II. Alla voce genere, che in grammatica vale sesso , . umiscesi uno dei due aggiunti mascolino , o femminino ; lune pel sessa maschile, pel femminino ]' altro : e natura vorreb- he che ai soli esseri animati fossero essi applicabili, non aven- do , nè potendg avere gl inanimati sesso alcuna, lo che è ben robabile che in origine si praticasse coll'aggiunto neutro (nè Tano nè l'altro) e che con questo la molto più numerosa classe degl'inanimati esclusivamente venisse indicata. Se nelle lingue l uso di tal metodo fosse rimasto co- stante, la classificazione de’ nomi per genere per null'altro entrerebbe nel sistema di alcuno idioma, se non che per la concordanza degli addiettivi, e della maggior parte de' nomi ‘ caratteristici cg' nomi di sostanze, come pure per que nomi primitivi di obbietti animati, i quali l’ opposto sesso in altra maniera indicare non possono, che per qualche conyenuto cangiamento nella loro forma. I legislatori delle lingue greca e latina, v' introdussero , egli è vero, co’ generi mascolino e femminino, anche il ge- nere neutro; ma con ciò non intendevano ovviare all abuso che de’ due primi faceyasi con dare segni dell’ uno, o del ‘rino, pure fali non sono, imperocchè i verbi, piuttosto da quei nomi derivano , anzichè questi da’ verbi; e perciò altro non sono che nomi fi- gurativi , come: dAccusa , abborninio, accorda, ec, ho |  | GI l'altro sesso a nomi di cose che non ne possono avere alcu- n0, più avendo a cuore l’ armonia delle espressioni che l' or- dine naturale delle cose, imperciocchè è fuor di dubbio che un ta- k andamento più d' ogni altro era acconcio a fayorire ed a sorreggere 11 bello e mirabile sistema desinenziale (4) delle sum- mentovate lingue, vale a dire le molte e differenti desinenze de nomi, delle quali tante quasi ve ne sono , quante sonovi lettere nell'alfabeto: cosicchè dirsi potrebbe esser la classifica- | Mione per genere stata piultosto inventata pel sostegno delle desinenze de’ nomi, anzichè queste per indicare il sesso a cui Il significato de' nomi appartiene. . La linguaitaliana in parte batte le orme della madre sua la- tina, nella stessa maniera abusando de’ termini mascolino e femminino, ed in parte se ne allontana progredendo più oltre con rigettare affatto il genere neutro, che a moltissimi nomi dal Latini viene applicato (2). SII Due soli generi adumque si conoscono nella lingna Italiana, il maschile, ed il femminile, i quali in molti nomi dallo stesso significato si rendono manifesti; ma ogni nome porta pur seco il segno del suo genere, consistente in una del- le cinque vocali dell’ alfabeto A, E, I, O, U, che sono le , (1) Mi son fatto lecito di adoperare questo termine che, per dir vero, € Inusitato , non sapendo qual altro epiteto meglio potesse, senza circon- locuzione, esprimere la caratteristica di quel sistema. (2) Cosa può rispondere il maestro al suo alunno, quando questi gli Manda perchè il Palazzo, lo studio sono tenuti come maschili, e /a casa , la scienza come femminili ? Gli risponderà , che quelli terminano 9, questi in a, che gli uni sono preceduti dall’ articolo #2, o /o, gli altri dall'articolo Za ; o più breve, perchè così il vuole l'uso, quel ti- Fanno , cui invano la sana ragione sforzerebbesi di distruggere. ‘Tralle «ni A terna lingue: moderne una sola evvi, quella cioè degl’ Inglesi, in cui all’ ar- monia ed al bello irragionevole siasi sempre la semplice natura delle cosc Preferita : in essa non evvi verun sistema, salvo per lo plurale de'nomi Sostantivi e caratteristici , non conoscendovisi , in quanto al genere, altra stinzione, se non che la vera differenza di sesso , esistente nel signifi- ‘ato stesso del nome. Non avvi neppur legge alcuna di concordanza, nè ' genere, nè di numero per gli addiettivi: perchè sono le sostanze , vi , N dice, non già le loro qualità , che sono mascoline o femminine. Ciò ‘sendo, non recherà sorpresa che una delle più grandi difficoltà che quegli stranieri trovino nello studio e nella pratica della lingua italiana, Sta nel distinguere jl genere de’ nomi, e nel fare accordare con essi i "speltivi articoli e addiettivi nel medesimo genere mediante le apposite Sinenze; mentre nella lingua loro l’unica distinzione regolante sta della differenza reale di sesso, che esiste nell’ obbietto indicato dal no- me. Egli è vero per altro, e gl’ Inglesi stessi il debbon confessare, che è semplicità adottata nell’ idioma loro , priva questo di quell’ armonia che dà l'opposto sistema alla lingua italiana, e a tutte le altre prove- Rienti dalla latina. 62. ETIMOLOGIA E SINTASSI desinenze esclusive de' nomi italiani, e che a noi in .questo ; capitolo serviranno di norma per la conoscenza di cotesti due , generi, premesse che avremo le seguenti regole generali. . 1°. * Maschili, sono i nomi proprj di uomini; e femmi- ,, nili quelli di donna, in qualsivoglia delle cinque vocali fini- , scano; laonde mascolini sono: Andréa, Silla, Epaminònda, ; Socrate, Cesare, Simòne, Luigi, Giovànni, Dionigi, Marco, Teséo, Pietro, ec.; femminini: Anna, Aspàsia, Sofia, Berenice, , Didòne, Rachéle, Clori, Fullide, Amariìlli, Saffo, Ero Erato, . Aletto. 2o, Maschili sono i nomi di mesi e de’ giorni, tranne De- menica. 3°. Maschili sono i nomi degli alberi, fuorchè querciat . palma, ma sono femminini quelli de' frutti degli stessi albe- . ri, eccetto cedro, cedràlo, fico e pomo, che, significando albe- | ro e frutto, sono mascolini. i) ì 4°, Maschili sono i nomi de’ metalli fuorchè /atta. Bo. Maschili sono gl'infiniti de’ verbi, «e gli addiettivi, in | significato di nomi astratti, come : 5 mangiàre, il bere, il dor- «mire, il bello, il grande, ec. . Go. In quanto a’ nomi delle lettere dell’ alfabeto dassi per lo più il genere femminino alle vocali A ed E, e "1 mascolino . alle vocali I, 0 Si U. Tra le consonanti quelle il cui nome, comincia da vocale, tengonsi d’ordinario per femminili, onde $ Jar, la L, la M, la N, la R, la S; e per maschili quelle, che i nell’ articolazione loro fanno sentire prima la consonante, poi la «vocale, perciò si dice il B, il c, il D, il G, il p, il Q, 17° 41 v; tranne z che è femminile. Sembra per altro a noi che, ,; riflettendo che le lettere di per sè non portan marchio di ge- . nere, se non in quanto sì riferiscono ad alcun termine gene - "rale sottinteso, ad ognuno sia lecito il considerarle in quel modo ‘ che più gli piace, attribuendo loro indistintamente o il gene- . .re maschile o il genere femminile, secondo le rapporta o 4 carattere, o a letiera. *. | S. IV. I nomi finienti in 4; sono femminini, tranne: J°. I nomi caratteristici significativi di dignità, professio- : ne, o d'altre qualità proprie ad uomini, come: ! . DIGNITADI; Papa, monàrca, patriàrca, podestà, ba scià, agà, cc. | | PROFESSIONI. Legista, oculista, poéta, anacoreta, ere ‘mita, gesuita, ebanìsta, geòmetra, scriba, ec. * Nota. Per comodo degli stranieri gli esempj trisillabi e polisillabi del presente e seguenti capiloli avranno accentuata la vocale , in su la quale debbe cadere la posa della voce. È  63 SETTE, Erestàrca, deìsta, conformìsta, calvinìsta, gian- misla, anabattìsta, ec. (4) Altre qualità d’ uomini: Apòsiata, ateìsta, deicida, fratricìda, regicida, regalìsta, mlagonista, monopolista, cantafàvola , ec. (3), 2°. I nomi provenienti dal greco iu amma, come: degnma (6), anagràmma, epigràmma , progràmma, ec. ; eli seguenti pure d'origine greca: Anàiemma (T. matem.), anilema , assiòma, apotìgma (acuta sentenza), apostéma, aroma (T. chir. specie di tumore), auiòma , bòrea, clima, diadima, dogma o domma, embléma, enìgma o enìmma, enimema (T. logico, argomento filosofico), entòmata, pl. (7), | fintàsma (8), fìsima (fantasia fisicosa, capriccio), dida , idibta, ipòerita, piané‘a (astro), poema, prisma, problema, réuma, sciloma (ragionamento lungo), scisma (9), sofìsma, sofista, sisma, stemma, strattagémma , sperma , tema (10), teo- rema (prova evidente), #miùma (profumo). | S. V. Più malagevol cosa è il far conoscere il genere ‘ dnomi in e; imperocchè avvene tanti dell’ uno e dell'altro genere, che quasi all’ infinito andrebbesi volendo intiera- mente indicarli con regole, e queste ancora dalle molte ec- cenoni imperfette resterebbero. Ecco quello che di più certo ‘ abbiamo potuto raccogliere. Mascolini sono (14) quasi tutti i nomi finienti: - i ST tali Reni lar“ da ber TO pen (4) Questi e simili nomi, non meno che i seguenti, anzichè di ge- , Nere maschile potrebbersi qualificare piuttosto di genere comune ; impe- tocchi possono applicarsi egualmente a donna che ad uomo senza punto Variare terminazione. (5) Sonovi diversi altri nomi in a di genere mascolino, pe’ quali ! però niuna regola puossi stabilire , come sarebbero i seguenti ed altri: : Allavèla (sorta di pesce), baccalà , cornucopia , pascibiètola (insipido, ciocco), sanfinfizza (ipocrita), scipa (ignorante), Serrabozza (T. marine- co), liralèsta (istrumento chirurgico), ec. (6) Sorta di componimento teatrale, ma nel significato di peso è tmminino. (7) Termine di storia naturale, voce generica d' insetti bacherozzoli, ) (081 terrestri, come aerei. Dicesi anche Enfomati. (8) O fantàsima: ambedue trovansi qualche volta anche in femminino. (9) Questa voce trovasi anche in femminino. 3 | (10) Questa voce è mascolina quando significa soggetto, argomento , ‘ sbbene talora, ma di rado, trovasi pure di genere femminino. LA TEMA bacgue alla lieta brigàta. Bocc. g. 9 fin. 4. — E seguìr oltre alla mia « ‘îga TEMA. Dittam. 1, 15. Ma fema coll’é stretta (timore) è sempre Minino. (11) Per quanto difficile sia il determinare il genere de’ nomi in e secondo le loro desinenze, cioè secondo le consonanti, che precedono la € timale, il Biagiuoli nella sua grammatica ne ha preso l’ assunto, e vi è ‘ nella maggior parte assai bene riuscito; io qui ne trascrivo quelle, regole, % h sr  | f°. In ge, 0 in gge con una vocale innanzi al g, fuorchè lecge, brage. 90. In Ze con vocale innanzi alla 7, tranne dile, indole, iperbole, pelle, prole, sigale, sistole (T. med. moto del cuo- re), valle. | 3°. fn me, fuorchè arme, fame, speme. 4°, lu re, tranne febbre, pòlvere, scure, torre. Bo. Iu ente, eccettuati corréate, gente, lente, mente, se- minte, sorgente. Go. In one, non compresi però quelli in gione, sione, e zione; neppure i seguenti, Cunzòne, comuniòne, obbliviòne, opiniòne,. questiòne, ribelliòne, uniòne. 7°. Gl' infiniti dei verbi presi come nomi, s/ mangiùre , sl bere, sl dormìre; il camminùre, ec.; come pure gli addiet- tivi nel significato di nomi astratti, come: 7 Utile, 4 dolce, ec. S. VI. Femminini sono : 4.° quasi tutti i nomi terminanti in ce, tranne ; alce (specie di cervo), anice, antràce, (carbon- chio), calice, camice, calce, cece, codice, déntice, embrice ( sor- ta di tegolo), friztice (arbusto), ìstrice (porcospino), lince, màn- dice , panace (specie di pianta), pesce, salce o sùlice, spinà- ce, noce poco): vertice, vortice. 2°. In de, toltine àspide, jàspide , piede, spiede, stecàde (sorta di pianta aromatica). | | 5°. In ine, non compresivi ducine, cardine, confine, car- cine, termine, crine, cùlmine, disòrdine, fiòcine (buccia del- l'acino dell'uva), g/tine, ordine (42), pettine, turbine, vérmine, vimine. 4°, In ge, con unavocale, o r innanzi al #, fuorchè: ce- spite, fomile, latte, limite, tràmite, stìpite, vate. Ciò è tutto quello che si può dire di certo sul genere de' nomi in e; solo debbo ancora far osservare, che avveneal- cuni, i quali dagli autori usati sono, or nell’ uno, or nell’ al- tro genere, e perciò vengono considerati come aventi due ge- che parute mi sono le più generali e le più certe, aggiungendovi qualche eccezione ommesse da quel grammaltico. (12) Questa voce ne’ due significati di Disposizione, e di Congregazia- ne religiosa, trovasi usata dagli antichi così nel genere maschile, come nel femminile. ZL? invidiosa ORDINE, delle cose avventuràle nimìca, sempre nega di esser lungamènfe nella somma altèzza. Guid. Guid. — Presa TonDINE Zra loro, il trallàto fue rivelato _al Duca. Sor. Pistol. 171.—.4/ temuo del detto Papa Innocenzo si comincio la santa ORDINE de’ frati mi- nori. Gio. Vill. 5, 24» | Tr SR on PARTE TERZA È‘ 65 : nen, tali sono: dere, àrbore, càrcere (13), cenere (14), fine, Frenze, folgore, fonte, fronte, fune, gregge (13) , trave. | $ VIL Altri sono mascolini, o femminini, secondo quel ‘che significano, cioè: | Fante (soldato, servo), masc. Fante (serva), femm. Dimane (il giorno seguente), masce. Dimane (la prima parte del giorno), femm. " Noce (albero), masc. Noce (frutto), femm. Oste (albergatore), masc. Oste (esercito) masc. e femm (16). i Màrgine (estremità) masc. e femm. Margine (cicatrice) i femm. si $. VIII De nomi in 7, sono mascolini: : I°. I nomi caratteristici di uomini, come: Bal, muftì, ; part, ec. . | 2°. I nomi composti di un verbo e di un nome in plu- . rale, come: guardasigilli, guardabòschi, cavadinti, stuzzi- ; cadenti, storci; gi, guastamesti ri, li ae 3 vammazzaduòli, leccapiàiti, scacciapensieri, altri simili. : 35° Dì) ed i suoi composti mezzodì, lunedì, ec.; come «ancora abbiccè , ambàssi , appigiònasi, barbagiànni, brìndisi, oremisi, soprattiéni , zanni. | ;. Trimanenti in 7, non essendo che grecismi, sono tutti femminini, fuorchè@: àlcali, diisis (T. musicale), eclissi 0 e- chisse (AT). '. Genesi (nome del primo libro del Pentateuco), è usato Mn amendue i generi. . (19) Questa voce è sempre femminina nel plurale, nel qual numero pe- {M non è tanto usata quanto nel singolare d'amendue i generi. La quale li (ARCER fenebrosa , e scura islà per te, e tu lasso nolcredi. Bocce. Ninf. .hes. 143.— Se per questo cieco CARCERE cai per allèzza d'’ ingàgno. D. lol. 1o. — Il comùne fece offerta di lutti è prigioni, che èrano nella CAR- CRE. Gio. Vill. cap. 82, 2. (14) Nel numero plurale questa voce è sempre femminina3 nel singolare, _ dove è quasi poetica , si usa tanto nell’ unn, quanto nell’ altro genere. | È ruppe fede al cENER di Sichèo. D. Inf. 5. — Or vo piangèndo il suo ‘NERE sparso. Petr. son. 275. — Gli racconta come ella covàva la GENE- JE, sedèendosi in sulle calcaàgna. Cas. Galati. g- ‘ (15) Questo vocabolo non è usato al mascolino , se non nel singolare, ! solo in senso metaforico. Raunato così bello e devoto GREGGE. Fior. S. ‘Tanc. cap. 18. Sebbene talvolta si trovi anche in senso proprio. La | Wal di necessità convièn che si faccia da coloro, che il GREGGE sèguitano. Ntsc. Cap. 79- .. (16) Così avoènne nel nostro bene avventuroso OSTE. Gio. Vill. 11, . 35 4— Preslamènte congregò una bella , e grande, e poderòsa OSTE. ; di nov. 17. Ma presso i moderni scrittori, osfe usasi per lo più in ma- olino. + (tm) I nomi proprj di città in 7, si fanno mascolini, o femminini differentemente : 72 del Napoli, la bella Napoli. Gramm. Ital. 10  IX.I nomi in O sono tutti mascolini, tranne: Mano, eco (18), Dido, cl i voràgo (19). $. X.I nomi in 1 , de' quali sel soli sono di proprietà e . CIN . . o o e7 x br AT Italiana, cioè: Gioventù, gru, servitù, schiavitù, tribù, virtu, che sono femminini (20). | I nomi stranieri in v sono mascolinì, come: Fissù, 0 fe sci (specie di fazzoletto di velo o simile), meù (sorta di erba), rasù, Corfù, Perù, ec. DEI NOMI ETEROCLITI. S. XI. Intendesi per nomi eterocliti quelli, che possono : avere due uscite, o desinenze. La lingua italiana abbonda di : tali nomi. Quelli che possono uscire in @, o in e sono di ge nere femminino, ‘come: ala 0 ale (21), arma o arme, basa : o base, canzòna o canzòne, coltra o coltre, doia 0 dote, fronda È e fronde, froda o frode, loda o lode, màcina o màcine, ridina : o rédiîne, scura 0 scure, tossa 0 tosse, vesta © veste, ténebra 0 * tenebre ec.; éiera o élere. è mascolino (22). Quelli che possono finire in e ed in 0 sono mascolini: . . C) . . hd ® ii u, e di tali evvene gran copia in sere ed in zero, come: cavaliè . re e cavaliéro , candelière e candelitro , destrière e destriéro, : giustiziere e giustiziéro , guerriîre e guerriîro , gonfaloniere € gonfaloniéro , mestitre e mestiéro , mulaititre e mulattitro, prigioniere e prigioniero , pensitre e pensitro, ec. (25) (18) In vece di Eco, può dirsi pure Ecco, che è mascolino ; quindi p?- re che usando Eco parimente mascolino, non sarebbe grand’errore; ciò che è certo si è che, Eco, T. mitol. nome di una ninfa, non può essere che femminino. (19) Dido, immàgo, Cartàgo, tesiùdo, coràgo, ed altri vocaboli fem- minini in O, sono voci tronche, e permesse solo nella poesia; il. prosa bisogna dar loro le desinenze ad esse proprie, dicendo, e uo x Didone , immagine , Cartàgine, testùdine , voragine, ec. 1 nomi propr) &amp;. città in O si fanno mascolini, o femminini indifferentemente: 7! vasto M- lano, la vasta Milano. (20) Altri nomi in Z7 non vi sono nella lingua italiana, che Gesù tribu, gru, e tu; le rimanenti quattro, gioventù, servitù, schiavilu, © virtù, sono voci tronche di gioventùde , gioveniùte, gioventùdine; servitùde, servilule , servitùdine ; schiavitùdine; viriùde , virtùte. (21) Trovasi anche Alia , ma è poco usato. Ù U s di (22) Ala, arme, canzòna, dote, frode, fronda, lode, màcina, rèdine, , scure, iènebre, tosse, veste, sono più usati che ale, arma, canzone, dota, | froda , fronde , loda , màcine, rèdina , scura, tènebra, tossa, vesta. (23) Oltre le desinenze sere ed iero, hanno questi e simili nomi una. terza uscita in zeri, ma è questa da schivarsi non essendo che un idio- tismo fiorentino , come: bicchieri, cavalièri, destrièri , giustizièri, mulat- liéeri, ec. Fenèndogli alle mani quel BiccHIERI col velèno , mescolàlo: ec. Pecor. gior. 23, nov. 2. — Come fa il CAVALIERI quando combdlie. PARTE TERZA 67 im Ghaltri sono: abete e abéto, àspide e àspido o aspe (poet.), | iglesse e calesso, cànape e cànapo (per filo 0 corda), cònso- pi ke consolo , confine e confino , fomite e fòmito , interesse im ©Mhleresso, muntice è manbco , otre e otro , pesce e pesci , i nbelle e ribello , salce e salcio , selce e selcio, scolùre e sco- d liro, serménle e sermento , sterpe e sterpo , stile e stilo , vase pi € vaso , verme e verino, vòmere e vomero, ec. Altri nomi sonovi che hanno doppia uscita in 4 ed iu 0, e sono secondo queste o femininini o mascolini, come: Barùffa e barùffo ; balestra e baléstro ; briciola e briciolo ; +4 bada e biado (ant.); caccia e caccio; canéstra e canîstro; cer- ui chia e cerbhio; cesta e cesto; contràsta (ant.) e contràsto; con- |: {gna (ant.) e contégno; cruna e cruno (aut.); dimòra e dimò- k. 10; domanda e dormàndo (ant.); falla (aut.) e fallo; favìlla fo fuvillo; frutta e frutto; gerinoglia e gerinòglio; gesta e ge- rh 500; ghiuccia (ant.) e ghiaccio; gintpra (ant.) e ginépro; grol- | fa egrotto; guadàgna (aut.) e guadugno; îdola (ant.) e ìdolo ; — Inbppa (ant.) e intòbppo; macigna (ant.) e macìgno; merla e ak merlo; midòlla e midòllo; minàccia e minàccio (ant.); minù- ni $eminùgio; nicola e nilvolo; oblia (ant.) e oblìo; orécchia x e orecchio; pastura e pastùro (ant.); rama (ant) e ramo; e "0 (ant.) e riso; scampa (aut) e scampo; scherna (ant.) e {i Schemo ; spera e spero (ant.); timbra e timbro (sorta d'erba), pi Pampa e vampo. — . FORMAZIONE DEL FEMMININO NE'NOMI LI CARATTERISTICI. i: «| —$ XII Im quattro maniere formasi il genere femminino .J nenomi caratteristici ( 7. Cap. 1 ). pl ‘ si 1° Cangiando la finale o ina (24), come: Masstro maéstra, «cugino cugina, figlio figlia, servo serva, ec. (25). “. 2° Cangiando la desinenza fore in #rice, come: re © | bore imperatrice, eleitòre elettrice, parlutòre parlatrìce, ec. (26). (4 q But Inf. 29.—I7 dolore, quasi come carnèfice e GIUSTIZIERI, percuota e la- gi Cavale. Fratt. ling. 323.— Alqguale il MULATTIERI rispose. Bocce. nov. 89. (24) Molti nomi sostantivi d’ animali seguono la medesima regola, co- me: asino asina, cacàllo cavalla, lupo lupa, merlo merla , pàssero pàs- ii. Sera, ec. Uomo fa donna, bue fa vacca, 0 buèssa, verro fa troja, cane » “(cagna , gallo fa gallina , leone fa leonessa. ll. (25) Eroe fa eroina, pastore fa pastorèlla, padròne fa padrona, affan- ;r Moie fa affannona, e forse alcuni altri, ma sonovi pochissimi nomi in one sd che al femminino facciano ona. me (26) Presso gli antichi i caratteristici in lore, trovansi qualche volta 4: I genere comune, cioè applicati anche al sessofemminile. Lasciò la regina ha Giwuuna ricca di grande lesòro, € GOVERNATORE del reame, Matt. Vill. Lib. I. è N fi  30 Cangiando la finale del mascolino in essa, come: prìncipe principessa, duca duchéssa, conte contèssa, fattore fattoréssa, oste (27) ostéssa, poéta poetéssa, cc. 4 Cangiando l'intiero nome mascolino in altro femmi- nino come: Lie $ marito moglie, padre madre, fratello i J sorella, maschio femmina, ec. (28). . DEL NUMERO. S. I. Il termine NUMERO, preso grammaticalmente, : indica la differenza tra uno e più (4). . d Il numero di ur0 chiamasi singolare, il numero del più : plurale. Un nome dicesi essere del numero singolare, quan- è do esprime un solo individuo; e nel numero plurale, quan » do esprime più di un individuo. | ; Il plurale dal singolare deriva mediante un qualche can- . giarnento nella desinenza del nome, il che nell’idioma italia . no ha luogo sostituendosi altra vocale finale a quella con cu . già finisce il nome nel singolare. Indi le seguenti : REGOLE GENERALI: $. II. La finale @ dei nomi mascolini cangiasi in 7, c0- | me: papa papi, drumma drammi, pianéta piunéti, ec. Cap. 9. Ella sola (Madonna Cia) rimase GUIDATORE della guerra, e c0° pituna de’ soldati. 1d. Lib. 7. Cap. 64.—Era molto bellissima PARLATORE. — Vita di S. Mad. pag. 3. Oggi simili licenze sarebbero intollerabili. a (27) Trovasi qua e là presso gli antichi osfe anche al femminino n vece di ostessa. Io ho mangiàto , serberoòlla, e daròlla all’ oste mia. Nov. ant. 58. (28) I Greci davano l'epiteto Epiceri (da sei sopra, e xorvog comune, cioè Più che coinune), a’ nomi che sotto un sol genere comprendevano il ma- schio e la femmina. Di tali nomi evvi pure gran copia nella nostra favella, | nella quale molti ve ne sono che altra desinenza non hanno se non che quella del maschile pe’due generi,come: il corvo, il luccio, il topo, ec. ; altri, che son0 + in maggior numero, escono come i femminini per indicare il maschio e la femmina, come : l'aquila, Panguilla, la vipera, la pantèra, la Ugre, è la volpe, lu lepre, la serpe (dicesi anche d1 serpe), ec. (1) Dico: preso grammaticalmente, perchè in aritmetica sarebbe UM . paradosso jl dire numero di uno, o numero singolare, conciossiachè un? . unità non costiluisce numero, termine usato per indicare un’unione ©! più unità. Credo per altro che per significare l’unità individuale degli ob- bietti sia assai più adatto il termine numzero singolare, che nol sia que. l'altro numero del meno, che vale lo stesso che numero minore. Ogn: numero è minore relativamente ad altro maggiore: Due è minore di trò, tre di quattro, quattro di cinque, e va discorrendo. Laonde per numero del meno , in ogni sorta di calcolo, s’intenderebbe , non già un'unità »  Nei nomi femminini la finale 4 cangiasi in e, come: rina regine, principéssa principésse, colòmba colòmbe , por- la porle, ec. | i Le finali e ed o sia il nome di qualsivoglia genere, can- gasi sempre in 2, come: Principe prìncipi, leziòne leziòni, scolaro scolàri, cavàllo cavàlli, mano mani, ec. Osservazioni. a $. II. 1.0 Rimangono invariabili al plurale i nomi tron- chi, cioè quelli che in sull'ultima sillaba portano l'accento , come: Carità, città, polestà, piè, mercé, virtù, ec., che nel numero del più si dicono /e carità, le città, i potestà, t pie, le mercè, le virtù, ec. Ma quando tali nomi scrivonsi e pronunziansi interi, co- me: carilide o carttite , ciltàde o ciltàte, potestàde o polte- state, piéde, mercéde, virtùde o virtùle, ec., l'e finale si can- gia in 2. Restano parimente inalterabili i nomi che nel singolare escono in 2 onde si dice: Zeclîs.i e gli eclissi, lae le tesi, la e le crisi, il e è barbagianni, il e i balì, lei dì, il ei lunedì, ec. Dicasi lo stesso de’ seguenti: Barbàrie , ef- figie , requie, specie, superficie, série, progénie, tempéèrie, ed alire simili, come pure di Canapé, caffe, lacchè, e dei due monosillabi te, gru. . 2° Nelle desinenze cia, gia, ove le due vocali faccia- no insieme una sola sillaba, l'/ sopprimesi nel plurale, can- giandosi l'a in e, come: traccia , freccia, bòccia, spiùggia, luncla , fràngia, ciriégia, ec. che fanno tracce, frecce , bocce , spiagge, lance, frunge, ciriége, ec. (2). | Quando però nella di desinenza le due vocali za ognuna da sè forma sillaba, 1°, che allora porta l'accento, non può sopprimersi; come in Bugla, magia, elegia , gen- gia ec. ; pluraie Bugie, magie, elegie, gengie. 5.° Nelle desinenze cio, chio, gio , glio, la sola sop- pressione dell'o finale del singolare serve, per formarne il Ma qualsisia numero minore, rispetto ad un altro maggiore, laddove in grammatica per singolare non s'intende altro che un’unità individuale. . (2)Nel singolare di questi e simili nomi, come pure di quelli deli’osserva- lione 3za qui appresso, la vocale non si pronunzia distintamente, e sem- bra trovarvisi solo pel mantenimento dell’articolazione dentale delle conso- Nanti c, e g, le quali altrimenti sarebbero gutturali; mentre al numero el più la posizione dell’; è affatto inutile, imperocchè le suddette conso- Manti conservano il suono loro primitivo mediante il cangiamento del- cme. 70  plurale, come in dàcio, stràccio, lancio, òcchio , mùcchio, àgio, fregio, sbaglio, figlio, ec.: baci, stracci, lanci , occhi , mucchi, agi, fregi, sbagli, figli, ec. (3). 4.° La desinenza zo dittongo, cioè due vocali formanti una sola sillaba, cangiasi nel numero del più in /, come: tempio , 7 size , principio; plurale #empj, proverbi, princip (4). | Ma quando la medesima desinenza zo, forma due sillabe coll’accento sull‘, la finale o cangiasi in 2, in modo che i due :/ distmtamente si profferiscano, come: mormorio , cal- pestio, zio, rio, ec. plurale, mormorìiî, calpestìi, zil, rii ec. 5.° I nomi terminanti in 470 € 070, 0 (come taluni voglio no che debbansi scrivere) 4/0 e oso, troncatane la finale 0, hanno al plurale aj e 07, 0 ai oî, come: fornàjo o fornà- i0, calzolàjo o calzolàio, calamàjo o calamùio, scrittòjo 0 scrittoio , avoltòjo o avoltdio; plurale fornàj o fornùi, cal- zolàj 0 calzolài, calamàj o calamùi, scrittòj o scritidi, avol- t0j 0 avoltòi, ec. 6.° Le desinenze ca e ga de'nomi femminini, si cangiano in che e ghe, come: amìca amìche, stanga stanghe; ma ca nei nomi caratteristici mascolini diventa ché, come: monàrca monàrchi, patriàrca patriàrchi, ec. 7° Le terminazioni co e go, diventano chi e ghi al plurale; ma questa regola è solo generale pe’ bisillabi, come: parco parchi, fico fichi, fuòco fuòchi, giudco: giuòchi, luògo luoghi, spago spaghi, rogo roghi, fungo funghi, ec. tranne: Greco, porco, mago, che fanno Greci, porci, magi. i In quanto ai trisillabi, e polisillabi delle suddette desi- nenze, difficil cosa è il determinare quali escano in ché e ghi, e quali di c; e gi si contentino ; ecco quel che per approssima- zione al vero se ne potrebbe stabilire. Escono in chi e ghi (3) La nota precedente è pure applicabile a' nomi in cio, gio, e glio, solo giova osservare che avvi un certo numero di nomi trisillabi , € anche polisillabi in cio e gio, che indifferentemente si posson far termina- re in z/i0, come: servigio, sereìzio ; giudìcio, giudizio; beneficio, benefiu0, ec.; in questi, 0 simili vocaboli , profferendovisi l’ i alquanto più distin- tamente , il plurale fassi, cangiando zo in /: scrivasi dunque, Servig/, giudicj , beneficj, uffici, ec. (V. osservazione Kta.) (4) Non è questa regola universalmente praticata. Talunì non per- suasi, che j possa aver forza di due #, cangiano l’o in ©, scrivendo prooèrbii, tèmpi?, palù, combii, principiî, ec. Altri, in maggior numero , essendo di contrario parere intovno alla forza dell’ j, sostituiscono questa lettera al dittongo fo per formare il plurale di quei nomi. Onde, siccome nc’ moderni autori e dell'una e dell’ altra maniera trovansi abbondanti escmp) , ognuno la propria opinione segua. i. PARTE TERZA 71 quelli, in cui le finali co e go immediatamente precedute so- no da consonante, come in a/manàcco , albérgo, arìngo, ca- filo, cosàcco, obelisco, ec.; plurale, a/manàcchi, alberghi, aringhi, catafàfichi, cosàcchi, obelischi, ec. Ma se alle finali suddette precede vocale, le desinenze plurali saranno ci e gi, come in amico, aspàrago, canònico, domestico, eretico , teòlogo, ec. plurale, amici, aspàra- gi, ec. Questa regola soffre però l'eccezioni seguenti: àbbaco , antico, aprìco, beccafico, càrico, castigo, drago, catàlogo, fondaco, impiego, intrìgo, mànico, monòlogo, obbligo, opà- ‘o, parroco, pedagògo, presàgo , pudico, rammàùrico, ripiego, sacrilego, stomaco, iràffico, ubbriàco, che tutti nel plurale fmiscono in chi e chi. Ve ne sono che indifferentemente nell'uno, o nell'altro modo escono, come: analogo, astrologo, diàlogo, dittongo, mendìco, pratico, salvàtico, ec. plurale, anàloghi o anàlogi, mendì- chi o mendìci, ec. | 8. Dio, uòmo, bue, mille, fanno al plurale, Dei o Dili, uomini, budi, mila (5). sea . 9° Mane (mattina), miele, progénie, prole, stirpe, non sù usano nel plurale. All'opposto sonovi de’ nomi che al plurale solo sono usati, tali sono: andiriviéeni, annàli , calzòni, esequie, fasti, forbici, lari, molle o molli, nozze, rostri, spezie 0 Spézj (droghe), canni (poetico per ali ). DEI NOMI ETEROCLITI NEL NUMERO DEL PIÙ. $. IV. Sonovi un certo numero di nomi mascolini ter- mmnanti nel singolare in 0, che nel numero del più due de- snenze diverse prender possono, / od 4; e per quest'uliuma uscita da mascolini che sono nel singolare, femminini nel Plurale diventano. Eccone i più usitati (6). (5) Dio, sole, luna, e fenìce, sebbene significano cose uniche, pos-. sno però usarsi in plurale. Dio fa Dei, cioè quei falsi del paganesimo ,. el'uso n'è comunissimo. Sole fa soli. Vissi più soLi (anni) in molla miseria. Amet. 55. — Poi guando’1 verno l’aer si rinfrèsca, Tèpidi SOLI giochi, e cibi ed ozio cc. Petr. Tr. d’ Am. cap. 4. —M'avèa mosiràlo per lo suo foràme Più LUNE (mesi) già, quand' io feci*1 mal sonno. D. nf. 33. — Le sìmili a quelle, che dette abliàmo , sono più rade che le FENICI. Bocc. Laber. 157. .  Presso gli antichi si trovano..molti altri nomi, i quali, masco- lini al singolare , non solo sono fatti femminini al plurale, ma ancora 792 ETIMOLOGIA E SINTASSI Anéllo ; gli Anélli le Anella. (7) Bisogno * 1 Bisogni. le Bisogna Bràccio i Bracci le, Braccia. Budèllo i Budelli le Budella. Calcàgno i Calcàgni le Cattagna. Carro i Carri, . le Carra. Castello i Castelli —. le Castella. Ciglio i Cigli le Ciglia. Cervello ì Cervelli le Cervèlla. Cogno” i Cogni le Cogna. Coltello i Coltelli le Coltella. Comandamento" i Comandamenti le Comandaminta, Confino * i Confini o le Confina. Corno i Corni le Corna. Cuojo i Cuoi le Cuoja, Demònio * i Demònj le Demòpia. Dito i Diti le Dita. Fastillo * ‘i Fastelli le Fastèlla. Fato i Fati . le Fata. , Filo i Fili le Fila. Fondaménto î Fondaménti —. le Fondamenta. (8) Foro * i Fori a le Fora. . Fosso i Fossì lc Fossa. Fuso i Fusì . le Fusa. Frutto i Frutti le Frutta. (9) coll’ accrescimento di una sillaba: tali sono i seguenti e molti altri: àgora per aghi, borgora per borghi, càntora per canti, corpora per corpi, donora per doni, àrcora per archi, càmpora per campi, frùttora per frutti, logora per laghi, làtora per lati, nèrbora per nerbi, nodora per nodi , nomora per nomi, ortora ‘per orti, pàlcora per palchi, piaànora per piani, ràmora per rami, suònora per suoni, tèmpora per tempi, tèltora per detti, tinora per tini, ec. Due sole di queste voci, con quelle desinenze antiquate del plurale, sono rimaste in uso, ma con restrizione di sigaificato, esono donora e ièmpora : la prima, che presso gli antichi significava dormi in generale, significa oggi quel corredo, che si dà oltre la dote ad una sposa quando ella sen va a casa del marito. Dorastimela liberamènte, e adèss0 la ricuoi colle poNoRA. Fir. Luc. 4, 3. — Quattromila contanti senza le gioje e le DONORA, che io vo’ presentàr loro. Lasc. Sibill. 510, L'altra è tempora , che, detta dagli antichi per #empî, è da noi usata per signifi- care i digiuni, detti le gualtro tempora, che si fanno in tutte le stagioni dell’anno. dr, di (7) Le voci segnate d' un desinenza mascolina. ; i (8) Questa voce è eteroclita solamente nel suo significato proprio di Muramento sotterraneo, sopra del quale posano gli edifizj: ma nel sen- so figurato, cioè quando significa Motivo, cagione, ragione determinante; ciò su cui altra cosa posa e si fonda, non s'usa che nella terminazione mascolina , dicendosi solo 7 fondamenti. (9) Dicesi anche al singolare fré/ta, nome femm., significante il parto degli alberi, e di alcune erbe; il suo plurale è allora fruffe, che comu- nemente usasi per indicare 7 pospasto di un pranzo, o di una cena Fruili, in senso proprio e figurato, significa le produzioni di una qual che terra, le readite di qualche possessione’, 0 di una somma di danaro, o anche il guadagno di alcun lavoro o industria. i si usano oggi più ‘comunemente con la - PARTE TERZA 73 Gesto ì Gesti le Gesta (10). Ginocchio 1 Ginòcchi le Ginòcchia. Gomito * i Gomiti le Gòomita. Grano (peso) * ì Grani le Grana. Grant lio ì Granclli le Granella. Grido i Gridi le Grida. Guscio i Guscì le Guscia. Labbro i Labbri le Labbra o Labbia (11). Legno i Legni le Legna (12). . Lenzuòlo i Lenzuòli le Lenzuòla. Letto ° i Letti le Letta. Membro i Membri le Membra (13). Mulino * i Mulini le Mulina. Mantello * i Mantelli le Mantéèlla, Muro , i Muri le Mura (14). 0sso gli Ossi le Ossa. Peccàlo i Peccàti le Peccàta. Piacimento * i Piacimenti le Piacimènta. Pomo i Pomi | le Poma. Prato i Prati le -Prata. Pugno i Pugni le Pugna Quadréllo i Quadrelli le Quadrella. Riso (moto della bocca) i Risi le Risa. Sacco © i Sacchi le Sacca. Sacramento * i Sacramitnti le Sacraminta. Sasso ” i Sassi le Sassa. Solco * i Solchi le Solca. Strido gli Stridi. le Strida. Suolo ‘ i Suoli le Suola, Talènto * i Talenti le 'Talenta. Telàjo © i Telai le Telaja. Tino * i Tini le Tina. Vestigio (15) i Vestigi le Vestigia. Vestimento 1 Vestimeènti le Vestimetnta. I seguenti mascolini in 0, prendono solamente @&amp; nel plurale, e diventano femmimini: Il Centinàjo le Centinaja. Il Migliàjo le Migliàja- (10) Gesto, in senso di Alta impresa, o fatto glorioso, può cangiarsi in gesta anche al singolare, il cui plurale sarà geste. (11) Labbia è più del verso che della prosa. — (12) Nel significato di Legname da bruciare può .dirsi nel singolare /a legna e le legne. Ma nel siguificato di Quella materia solida e compatta de- gli alberi, o in quello di naviglio, si usa sempre /egro, e nel plurale Zegna (13) Membro, ha il suo plurale membra, quando si parla delle parti esteriori del corpo; ma volendo indicare con questa voce gl’indi- vidui di una società, assemblea, accademia, ec. non si può dire altrimenti che membri. | (14) Mura, usasi solamente per indicare i Recinti di sasso, che circon- dano le città. I lati di una casa, o di altro edifizio, diconsi più volentie- ri muri. ù . (15) In luogo di vestigio dicesi anche vestigia nome fem., il cui plurale e veslige. Gramm. Ital. RI È 2 714  ll Miglio (misura di luogo) le Miglia. Il Moggio ' le Moggia. Il Pajo le Paja. Lo Stajo le Staja. L’Uovo le Uova. DELLA VARIETA’ DI GRANDEZZA, E DI VALORE DE' NOMI. S. IL L'idea del maggiore o minor volume delle sostan- ze, o l’espressione del più o meno di buone, o cattive qua- è lità che si trovano in esse, forma la terza varietà, o modifi- cazione a cui vanno soggetti i nomi; quindi la classificazione - di questi in ACCRESCITIVI, in PEGGIORATIVI o AV- VILITIVI, le quali tre classi nell’italiana favella per l'aggiuo- &gt; ta di una, o piùsillabe al nome primitivo si distinguono (1). SEGNI DEGLI ACCRESCITIVI (2). . II. Tre sono le desinenze accrescitive. | °. One, per esprimere maggior volume, o grandezza, come: Nasòne, da naso; 0220 da cappello; cassone, da cassa; poriòne, da porta ( (1) Non andrebbe di molto errato dal vero, chi asserisse esser tal , | pratica di assoluta proprietà della lingua italiana ; conciossiaché dessa è l' unica fra tutte le lingue, sì antiche, che moderne ( dalla spagauola in fuori ), non eccettuatene nè pure la greca e la latina, in cuì tanto si estenda, e con tante variazioni, e a tanto vantaggio dell’ idioma ado- prisi il sistema desinenziale, per la formazione degli accrescitivi, peggi0- | Parri RETTA rativi, dimiautivi, e vezzeggiativi, de’ nomi non solo, ma eziandio de gli addiettivi, e persino de' verbi e degli avverbj. 1 Greci ed i Latini non avevano nè accrescitivi, nè peggiorativi , per supplire a' quali face va mestieri ricorrere a certi avverbj, che preponevansi a’ nomi ; ed 2. pochi riducevasi pure il numero de’ loro diminutivi , formati con app0 sita desinenza. Le lingue francese e inglese, senza far conto di circa una dozzina di diminutivi che ha la prima, posson dirsi affatto prive, € di questi , e degli accrescitivi e peggioralivi , i quali nè tampoco conosconsi nella lingua alemanna;, che abbonda però di nomi sostantivi diminutivi. La sola lingua spagnuola gareggia coll’italiana nel possesso e nell’ uso di tutte e tre quelle sì importanti varietà del nome, le quali per ambedue — le lingue sono come fonti perenni di dovizie., d' energia e di vaghezze. (2) Quel che nel presente capitolo si espone degli accrescitivi, peg . giorativi, diminutivi e vezzeggiativi , ha da intendersi solo de’ nomi di tutte le classi ( 7. cap. 1): nelle rispettive sezioni si tratterà delle me- desime varietà negli addiettivi, ne’ verbi e negli avverb). (3) Ciocchè debbe recar maraviglia agli stranieri, ed io qui ne li fo avvertiti , si è che la desinenza accrescitiva one, rende sempre mascolino il nome al quale s’ affissa, quantunque questo nello stato suo semplice sia femminino: onde da donna fem. viene donnone masc.; da casa fem. casòne masc.; da sirada fem. siradòne masc. ec. , ed è errore il dire la donnona , la siradona, ec. come sovenie odesi dal volgo. —_—_ 4 PARTE TERZA 75 do, Otto, 3°. Ozzo, co' loro femminini in a, per espri- mere forza, robustezza, e vigore, come: giovinòtto, giovinòt- ta, da giòvine; vecchiòtto, vecchiòlia, da vecchio; bacidzzo, da bacio; foresòzza, da forese (contadma). SEGNI DEI PEGGIORATIVI. Le desinenze accio, accia, azzo, azza, astro, astra, aglia, ame, ume, rappresentano la persona, o la cosa significata, come cattiva, laida, ©, per qualsivoglia altra cagione, degna di disprezzo, come: omàccio, donniiccia , popolàzzo, femmi- nazza, poetàzzo, filosofàstro, giovinàstra, gentàglia, plebà- glia, gentàme, curnàme, sudictume, vecchiùme, ec. (4) Uni- sconsi sovente ad un sol nome ambe le desinenze, accresci- tiva e peggiorativa, come: Rebal/do, ribaldòne, ribaldonùcecio; uomo, omùuccio 0 uomàaccio, omacciòne, ec. SEGNI DE' DIMINUTIVI. S. IV. In maggior numero si trovano le desinenze dimi- nutive, le quali sono: 1°. Cello, cino, icello, ticino, 0 tecino, coiloro femmini- ni in a, esprimono la seinplice piccolezza della cosa, aggiu- gnendosi le due prime ai nomi terminanti in ne, e le due ultine ad altri nomi di qualsivoglia terminazione, troncatane però sempre la vocale finale, come: boccone , Bocconcello ; giovine, giovincéllo; porziòne, porzioncella; passiòne, passion cella; padrone, padroncino; canzòne, canzoncina ; campo, canpicello ; porta, porticlla; valle, vallicella; lume, lumici- no; volpe, volpicino; libro, libriccino ; ec. 2o. Ino, ina, esprimeno la piccolezza, ta leggiadria, la graziosità delle cose, come: fanciullino , amorino, canestrino, visino, sorell'na, manina, ec. 5°. Ello, ella, eito, etta, uccio, uccia, uzzo, uzza, oltre la piccolezza, e la graziosità, possono anche esprimere il di- sprezzo, © la poca stima che altri per certe cose sente, come : campanello , vo , fememinélla , libretto, ruscellètto , caprelliccio , boccuccia, occhiùzzo, stradizza, ec. (3) (4) Le uscite anze, ed ume, cltre il disprezzo, indicano una Quantità oun numero di cose prese collettivamente. Avveriasi per altro che non tut- ti i nomi in amc ed ume sovo peggioralivi; imperocchè avvene parec- chi che sono semplicemente colleltivi, cioè indicanti solamente una certa quantità o numero in:leterminato di cose della stessa specie, come deslia- ne, cordame, salouggiume, cc. (5) Le desimenze 220, elfo, ed it femminino in «e, sono non di O vezzeggiative, anzichè avvilitive , e però non è sempre facil cosa il 76  *° 4°. Erello, o arello, erella, o arella esprimono la pic- colezza e la leggerezza, e talvolta ancora una qualche affezio- ne, o tenerezza, come da pazzo, pazzarello, pazzarella; da vecchio, vecchiarello, vecchiarella ; L cosa , cosarélla; da ghiot- to, ghiotterello, ghiotterella. 5°. Uolo, icciuolo , icciatto, ictattolo, esprimono il disprez- ‘10, o mancanza di stima, come: mercantuòlo, filosofuòlo, omicciuòlo, donnicciuòdla, omicciàltto, omictàtiolo, ec. La desi- nenza wolo, non indica talvolta altro, se non che la piccolez- za della cosa, come, da raggio, raggiuòlo; da danàjo, dana- juòlo; da bestia, bestiuòla. 6.° Sonovi molte desinenze diminutive, delle quali altra cagione non si può dare, se non che di essere state introdot- . te dall'uso, e poi adottate come legittime, onde si fa da : acqua, acquerùgiola e acquolina (pioggia minuta o minutissima); . nre iN ra da bacio , buciwucchio ; da casa, casupola, o casìpola; da cervo, :. cerbiàtto ; da corpo, corpùscolo; da fossa, fossatila; da medico, - medicònzolo (medico ignorante); da note, nòtola; da lepre, Jepràtto; da orso, orsàcchio, orsacchiòtto; da paglia pagliuòla; da prete, pretazzuòlo (prete ignorante), ed altri ancora. er . V. Alla desinenza diminutiva, aggiugnesi talvolta altra . desinenza, che oltre l'idea di piccolezza già espressa dalla | prima desinenza, vi aggiugne quella di graziosità, di leggia- | dria, come da cassa, cassétta, cassettino; da vecchio, vecchie réllo, vecchierellino; da campàna, campanello, e t Alla desinenza diminutiva, puossi unire anche- un’altra accre- scitiva, o avvilitiva, come: sfanza, stanzùccia, slanzucciàca; campana, campanella, campanellòtta, ec. Finalmente, possono gl istessi nomi accrescitivi ricevere modificazione da qualche desinenza diminutiva, come da le. dro, ladròne, ladroncéllo; da cassa, cassone, cassoncello,' ec. (6) | discernere , leggendo gli autori, in qual senso sicno adoperate, ove non ' vadano accompagnate da qualche addiettivo, che ne indichi la qualità. Albergò una notte in una casètta d’ una FEMMINELLA ce. (avvilit.). Nov. ant. 36. — Zil FEMMINELLA in Puglia il prende e lega. Petr. Tr; d’ Am. cap. 3. — Una FEMMINETTA (vezzeg.) della contràda, la qual Bru- nètta era chiamàta. Bocc. nov. 54. — Una gentil piacèvol GIOVINELLA Adorna vien d’ angelica viriùde. Mess. Cino. Rim. ant. (6) I nomi sostantivi propriamente detti (7. cap. 1), e di genere . femminino, divenendo diminutivi, possono rimanersi nel genere lor pro- prio, mediante le desinenze ella, ella, ina , uccia, ec., oppure divenit mascotini, prendendo le desinenze ello, elto, ino, uccio, ec.; quindi per modo d' esempio, da campana può formarsi campanella o campa- nello; da strada, stradèlla o stradèllo; da casa, casina e casettina, 0 DELLA VARIETA' DE' RAPPORTI DEL NOME. S. I Quattro sono le relazioni, 0 i rapporti che può avere un nome nel discorso: tre con un verbo, ed uno con altro nome. . ‘Con un verbo: 1.0 Come subdbietto, rappresentante l'agente, cioè quello che fa, o sl suppone fare l’azione. 2.0 Come obbietto diretto, indicante la persona o la cosa operata dal subbietto, mediante il verbo, vale a dire la co- sa su cui cade l'immediato effetto dell'azione. | .° Come obbietto indiretto, esprimente una delle molte accidentali e variabili circostanze che possono accompagnare, e caratterizzare l'azione espressa dal verbo, e le quali per la diversa loro natura vengono nel discorso indicate con diffe- renti segni (preposizioni), che al nome prepongousi (7. $. V). Il rapporto che possono avere due nomi tra di loro si è quello di altenenza, di proprietà, o di possessione, espri- mente che le due persone o cose, dai medesimi significate, reciprocamente sì appartengono, e quasi si posseggono, in mo- do che l'uno dei due nomi indichi il possessore, l'altro la persona o cosa posseduta: quindi a quello dei due nomi dino- tante il possessore, verrà da noi dato l’aggiunto di possessivo. S. II. Nelle lingue greca e latina i suddetti rapporti per le desinenze stesse de’ nomi si distinguono , dividendosi que- st in più classi, ognuna delle quali dè a' nomi in essa com- presi, onde far conoscere i loro rapporti, cinque o sei desi- nenze, dalla primitiva affatto differeati, le quali si chiamano Cast. L' italiana lingua, comechè la primogenita sia della latina, pure nulla con questa ha di comune in quanto al modo d'indicare 1 diversi rapporti del nome: essa non conosce nè cast, nè declinazioni: quindi debbono questi due termini riguardarsi come stranieri ed intrusi nella grammatica italiana, non meno che in quella di qualunque idioma, che non segua il sistema latino. Una breve spiegazione di questo sistema, tasino e casettino, ec. Sonovi nulladimeno molti nomi femminini, i qua- li diventando diminutivi, accettan più volentieri la desinenza mascoli- na, che la femminina, o almeno nell’ uso preferiscesi adoperarli masco- lini, sebbene in amendue i generi si trovino registrati nci dizionarj, € lergansi negli autori; onde più usati sono; derre/lino , bocchino, spadino , lavolino , volpicino , ec. che bderrettina , bocchina , spadina, lavolina, ec. 78  | farà chiaro vedere quanto è fondato quel che m'avanzo a dire, e potrà nell'istesso tempo giovare a migliore intelligenza, non solo di quanto nel presente capitolo s’ espone, ma anco- ra di una gran parte di ciò che verrà trattato ne' susseguenti. S. IH. Le relazioni, o rapporti, che un nome può ave- re nel discorso, sono nella lingua latina sommariamente calcolati esser sei in numero, e sei eziandìo le denominazioni, che prende il nome per indicarli, e che tengono l'ordine seguente: NOMINATIVO, GENITIVO, DATIVO, ACCUSATIVO, Vocativo ed ABLATIVO. Per ognuna di queste denomina. zioni il nome riceve due desinenze (una pel sing. e l'altra pel plur.) chiamate Casus, cioè cadenze, perchè sono qua- si come se, cangiandosi l'una nell'altra, dalla prima desinen- za cadessero. | | ‘Se le sci anzidefte denominazioni in tutti i nomi ogni na invariabilmente ritenesse la stessa cadenza, il sistema latt- no de’ casi sarebbe semplicissimo; ma non in tutti i nomi 1 dodici casi sono della. medesima forma, abbenchè in tutti le sei denominazioni l’istesse rimangano: per la qual cosa ven- gono i nomi latini distribuiti in cinque classi, dette declina zioni, ognuna delle quali dà alle summentovate sei denomi- nazioni dodici casi, 0 cadenze proprie, ma differenti da que le che le altre quattro danno a' nomi loro rispettivi, sebbe- ne siavi in ogni declinazione qualche cadenza, che rassomi- gli nella forma: a qualcheduna delle altre classi, o declinazio- ni, ciocchè qui non occorre spiegare, spettando tali partico- larità alla grammatica Jatina: bastami aver fatto vedere cosa per caso e declinazione debbesi intendere, e con ciò aver dimostrato esser questi termini improprj, e affatto inutili tra ? precetti grammaticali dell’idioma italiano. Una cosa sola rimanemi a far osservare, ed è, che l'or- dine tenuto nel novero de’ casi latini, è mero artificiale, v2- le a dire, che sonò disposti non già secondo l’importanza del loro significato, cioè , de’ legami che ha il nome nel discor- so, o con un verbo, o con altro nome; ma parte secondo la derivazione delle desinenze, le quali tutte dal genitivo di- scendono, e parte perchè forse di mano in mano fino a nol così furon copiati, dietro quello che il primo sulla lingua la- lina scrisse, e che, per avventura , a capriccio nella suddet- ta maniera ordinolli: mentre in vece esserlo dovrebbero nella maniera seguente, che è l'ordine delle nostre idee: pia? n - — 19 NOMINATIVO per indicare IL SUBBIETTO. ACCUSATIVO 0» L'’OBBIETTO DIRETTO. DATIVO ED ABLATIVO . | » GLIOBBIETTI INDIRETTI. GENITIVO » \ .IL POSSESSIVO (1). . IV. I nome subbdietto ed il nome obdbietto direito , tra-quali mediante il verbo esiste strettissima relazione, non han- no nella forma loro, differenza alcuna (2); il posto che occu- pano nel discorso l'uno dall’ altro li distingue, imperocchè per lo più il subbretto, almeno giusta il dettame semplice e naturale de’nostri pensieri, premettesi al verbo, cui segue poi l'obbietto diretto , come: Subbietto _F erbo Obbietio diretio. Alessàndro vimse | Dàrio. Boccàccio (3) scrisse cento novelle. Quest'ordine è certamente quello del nostro primitivo pen- | sare; ma non di rado, a cagione d’armonia, sì in prosa, che in verso, trovasi inversione fatta nella posizione dei due nomi, e segna- ‘tamente del sudbietto , che spessissime volte dopo il verbo vedesi collocato. | | TESTI. verbo. —. , sub, Sedéeva appresso Filòstrato Laurétta. Bocc. nov. 8.— Così verbo, obb.dir. 8 ubb. fu re ilbuonPipinoachetodi Franciaec.Fr.Sacch.rim:42. verbo dir.obb. subb. | —Giùnse con la legiòne séitima , di cui era tribùno Vipsànio. (3) In quanto al vocativo, che è la. denominazione del nome, quan- do chiama 0 invoca alcuno, è questo anche in latino, e per desinenza, € per significato, un caso di pochissimo rilievo , essendo la sua desinen- ta (fuorchè nei nomi in ws della seconda declinazione) sempre eguale a quella del nominativo ,.dal quale neppur gran fatto differisce in signifi- cato; imperocchè esso altro non è che il nominativo di qualche verbo sottinteso nel modo imperativo ; e come tale pure debb'esser riguardato nelle lingue moderne. ) da, (2) Dal fin qui esposto si rileva esser di prima necessità per la retta ntelligenza di qualsivoglia proposizione, la conoscenza del sudbielto e dell’ obbietto direlto, che insieme col verbo le basi sono di ogni discorso. Osservisi inoltre, che solo nei nomi devesi intendere indicarsi questi due Tapporli senza alcuna differenza nella forma, imperocchè ne’ pronomi personali (#4. Sez. 1ii) la forma del secondo notabilmente da quella del Primo differisce , come a. suo luogo vedremo. (3) Talvolta un verbo in un col suo obbielto direito, fa le veci di subbictto, e talora anche una intiera proposizione, come: WYmdana cosa $ AVER COMPASSIONE degli offiiti. Focc. proem. — Che tu con noi rimanga per quesia sera, n’'È cano. Id. nov. 43. 80 ETIMOLOGIA E SINTASSI verbo, obb dir. subb. Dav. stor. lib. 3.— Prése-miî allòr la mia scorta per mano. D. obb. dir. verbo, | subb. Inf. 13.(4)— Messér Tebàldo a loro ogni suo bene lasciò.Bocc. subb. obb.dir. verbo. | nov.13.— Zre volte il cavalierladonna stringe.Tasso,Ger. 12,57. : obb. dir. verbo. subb. : —Quivi superbo st mostra il pavòne. Morg. 14. (9) S. V. Il nome obdbietto indiretto, che esprime le circo stanze caratteristiche dell'azione, come già sì è detto, va sem- pre da qualche preposizione preceduto ; e siccome molte pos- sono essere tali circostanze, molte parimente sono le proposizioni. destinate ad indicarle, precedendo al nome. a 1 Le nostre tre preposizioni di, a, da vengono comune- mente indicate come segni caratteristici, facenti le veci di tre de' casi obliqui latini, cioè del genitivo, dativo ed ablativo, e perciò dassi loro la denominazione di séegnacasi. Che la prep. a, preposta a nome o pronome, e indicante concessione, al * fribuzione o tendenza, corrisponda esclusivamente al dativo latino, .nissuno può obbiettarvi cosa alcuna; ma chi volesse, - ragionando, esaminare alquanto filosoficamente il genio delle © due lingue nell'uso che l'una fa de'casi genziivo e ablativo e l’altra delle proposizioni di e da, molte cose troverebbe | che dire contra la esclusiva prerogativa di queste due particelle. | Egli è vero, che l'istituzione originale del genitivo latino, era per esprimere il rapporto tra due nomi, come tra il produ : tore e la produzione, tra il possessore ed il possesso, tra ll . contenente ed il contenuto, ec. come del pari esprime, ed indica la nostra particella dif; ma quante volte non trovai 11 genitivo latino, dove di tutt'altro trattasi fuorchè de’ rap. “porti summentovati? E quante volte non s'impiega in italiano! Il dî dove in latino l' accusativo, e l' ablativo userebbesi? — ’ Molto meno sembrerà convenire il titolo esclusivo di’ segnacaso dell’ ablativo alla preposizione du, se si consideri . che i Latini non conoscevan quasi limite nell'uso del loro abloti- eo, dandolo per reggimento a molte altre preposizioni, che in ‘ nulla corrispondono col nostro da, e moltissime volte ancora (4) E cosa comunissima il posporre il subbietto al verbo quando . questo sta nel gerundio , ed è quasi mancare d’eleganza il non farlo. Vo. LENDO Perotlo rivestire il conte, per niùna manièra il sofferse. Bocc. nov. 18. — EsseNDO Ve porte. serràie, e'i ponti levati, enirar non vi potè dentro: Id. nov. 12. i (5) Il subbietto , consistente in uno de’ pronomi personali, sovente sottintendesi (7. Sez. IM. Cap. 1). : i  81 savano il caso ablativo senza preposizone affatto, arizi che restri- gnerlo al solo rapporto di separazione, discendenza, o partenza, che col da italiano suolsi unicamente indicare. Risulta dunque da queste osservazioni che proprio sarebbe, o il daré a tutte le pre- posizioni il titolo di segracaso, o molto. meglio, e più con- forme al genio della nostra lingua, a nissuna; stabilendo per principio che ogni nome esprimente un obdbeetto indiretto, o qual- che circostanza accidentale dell’ azione , dovesse esser precedu- to da una delle molte preposizioni esistenti nella lingua, se- condo la natura della circonstanza che esprime. Eccone le più ovvie: | E A, 0 ad; accanto, 0 accanto a; allàto a; a pet'o a; appo , apprésso; altorno a; avîinti, 0 avanti a; con; di; dén- ro a; dietro a; dinànzi a; dintòrno a; dòpo, 0 dopo di; ecchito; fino a; a fronte a; 0 a fronte di; fuòri, o Suda, O fuòri di; giùsta, o giùsto; în; innànzi a; in sino, o in si- no a, 0 da; invérso a; lùngi da; lungo; malgràdo ; mediàn- te; per; presso di, o presso a; prima di; senza ; secondo ; sino a; sopra di, o sopra a; sotto a, 0 sotto di; tra; ver- so; vicino a, ec. TESTI. Marìne conche coN un coltéllo DALLE pietre spiccàndo. Bocc. nov. 46. — Come D' asse si trae chiòdo CON chiòdo. Petr. cap. 3. — Z/ Tirànno , GIUSTO il costume de’ tirànni, vi presiò l'orecchio. Matt. Vill. 10, 24.—In questo consiste la palma degli scrittori ECCETTO i didasec lic. Casa , lett. 75. — Duino Castéllo, ACCANTO il mare posto, st rendé. Bembo, stor. 7.— Sedîva APPRESSO Filòstrato Laur?tta. Bocc. nov. &amp;. — E portàva 1N sua arme il campo verde, e gli aguglini AD oro. Gio. Vill. 7, 80. — Zidi A FRONTE ALLA mia cà- mera 1N un' altra ‘dimoràre due donne. Bocc. filoc. 3. — Aggiugnindo che coN sua licinza iniend’va secONDO la no- stra legge di sposàrla. 14. nov. 42. — Ed alzava’! mio stile SOPRA DI sé ec. Petr. canz. 41.— Présala, soPRA la barca la mìsero e andàr via. Bocc. 46.— Quel filo A cui s attièn la mia sperànza. E quel che SENZA questa donna t0 possa. D. rim. 22. — Fece stimàre tutte le rìndite, e beni de prelùti, e cherici che érano SOTTO sua tirannìa. Matt. Vill. 9. 110. — E iNNANZI l'alba Puòmmi arricchìr dal tramontàr del sole. Petr. canz. 3. — Acciocchè PRIMA della sua partìnza, fosse finita la mia trista sorte. Boce. Tescid. 3. — E siccome il lrapàsso giorno aceàn fatto, così fécero il presénte ; PER lo Gramm. Ital. 1a 82  fresco svéindo mangiàto DOPO alcun ballo, s' andàrono a ripo- sàre. Bocc. g. £. introd. — È così ho fatto INSINO A ii e: intìndo di fare imsino alla morte. Matt. Vill. — Quando in- contràmmo d'ànime una ‘schiera LUNGO l'àrgine. D. Inf. 15. : — Lo tuo Cellière dee èsser CONTRO a seltentriòne, freddo, ‘ e scuro , e lungi da bagno, e DA stalla, e DA forno. Brun. . Tesor. 3.— Ed io, DA che comincia la bell'alba A scuoter pai Tombra 1iNTORNO DELLA terra: Petr. Canz. 3.—E mille lac- ciuòli COL mostràr d' amàrii # avèva tesi INTORNO a’ piedi. | Bocc. nov. 77.— Iddìo mandò our giudicio MEDIANTE il: corso del Cielo. Gio. Vill. 11, . CC. È S. VI. Il rapporto di possesso, di proprietà e di a'fenen- . za, esprimesi particolarmente colla preposizione di posta tra il nome del possessore, e quello della persona, o cosa pos seduta; esempj: Carlo figlio di Lodovìco. — L' oste del re di Frància.—La rocca di Cesena.—Le porte della città di Ro- ma.--Un oriuòlo d'oro. — Una stàiua di marmo.— Un fa sco di vino. — Un mazzo di fiori. DELLA VARIETA' DI ESTENSIONE DEI NOMI OSSIA DEGLI ARTICOLI. S. I. Nel primo .capitolo della presente sezione si è veduto che il nome, detto comune o generico, è applicabile ad un'intera specie di cose, 0, che è lo stesso, a tutti gl'in- dividui della medesima specie., Ma siccome possono circostan: . ze accidentali avvenire per cuì uno solo, o alcuni individui . acquistino qualche qualità, che dagli altri della medesima specie li distingua, naturalmente ne segue che sotto la deno- minazione di tale o tal altro obbietto, s' intende ora l'intiera | specie, cioè tutti gl'individui in essa compresi; ora uno o alcuni individui indeterminati, cioè senza specificare quale, o quali. della massa sieno gli obbietti che vuolsi denominare; ed ora. nuovamente uno od un certo numero d’individui della stessa , specie, ma da una qualche distintiva qualità determinati. Non avendo il nome in sè distintivo alcuno per culo si possa ovviare l'ambiguità, che dal gran numero di obbiet- ti della medesima specie nascer potrebbe nella reciproca co- . municazione ‘delle nostre idee, egli è manifesto che de' segn fuori del nome abbisognano, onde modificare l’ estensione del significato di questo, vale a dire, far conoscere quando ? suo significato a tutti gl individui della specie, quando ad —  85 uno, o ad alcuni determinati, e quando ad uno, o ad alecu- in indeterminati estendesi. Di tali segni ve ne sono due nella lingua italiana, come in tutte le lingue moderne, i quali si premettono al nome , ed articoli si chiamano 1). S. IL. Il primo articolo, detto il DETERMINATIVO, o il DETERMINANTE, consiste nelle tre particelle LO, IL (2), LA, le quali nel numero del più cangiansi in GLI, 1, LE Coi ed il suo plurale GLI o LI, premettonsi a' nomi mascolini, la cui lettera iniziale è, o vocale qualunque, o S seguita da altra consonante, o Z. Avvertasi però che innanzi a vocale l’o dell'articolo, per lo più s'elide, ed in sua vece mettesi l'apostrofo (4), così pure l’7 del plurale gl, ma so- lo quando coll’istessa lettera vocale il seguente nome co- ‘ mincia; esempj: (3) Alcuni moderni grammatici sonosi avvisati di porre l’ articolo nel novero delle parti del discorso, il che è tanto assurdo quanto se tra le stesse parti si volesse dar posto alle vocali a, e, i, come segni, la prima del genere femminino, le altre del plurale. Le parti del discorso sono tante classi di parole, ma di parole significative, vale a dire, ognu- na delle quali ha un significato indipendente, o assoluto ed espresso , come le quattro prime parti, o composto e sottinteso, come le ultime quattro, L'articolo nulla di per sè significa; egli è un mero segno, non me- no che le vocali a, e, i nelle loro funzioni anzidette , colla sola differen- za, che queste sono pospositive, quello prepositivo. Un altro, non meno assurdo principio, ponesi da alcuni pedanteschi ammaestratori di lingua latina, cioè, che gli articoli delle lingue moderne suppliscono a’ casi de’ Latini: quindi |’ idea erronea, e la poco retta intelligenza che gli alunni per lungo tratto di tempo continuano ad avere degli uni e degli altri, finchè, divenuti capaci .di giudicare di per sè, essi veggano e co- noscano, se veramente lor cale di conoscere la differenza nel genio del- le due lingue, quanto poco fondato era il principio insegnato loro. A lutto questo polrebbesi facilmente ovviare, con dare ad essi per tempo giuste nozioni delle funzioni, e dell’ uso de’ nostri articoli, e de’ casi latini, i quali, come si è potuto vedere nel precedente capitolo , non hanno. cosa alcuna di comune fra loro. (2) EL per IL trovasi usato da qualche autore. Tulle EL den loro. Guitt. lett. 1. — Che è di Zaccheria e della mia suora Elisabetta ? e EL fanciullo risponde. Vit. S. Gio. Batt. E al plurale e’ per i. A cui s’ af- fuitan tutti ©’ minòri vostri. Guitt. lett. 13. — Egli lavò E' piedi a’ discè- poli suoi. Grad. S. Gir. 13. — Sappi ch’ E’ tuoi fulli a paròle mi possono poco far danna. Fav. Esop. 105. | so (3) Le 6 particelle formanti l’articolo determinativo, sano prese da quelle che si usano come pronomi personali (7. Scz. IH. cap. 1), ma ciò per nulla influisce sull’ essere delle prime, le quali non per cià non cessano di essere meri segni, ed a cui, essendo di gran frequenza nel discorso è si è cercato dare de’ termini poca voluminosi , e di sottile profferenza, come appunto son quelli de’ pronomi. 3 ; fa i (4) Presso gli antichi trovasi molte volte Lo, innanzi a iutt 1 nomi mascolini, seoza veruna distinzione, come: Lo ubafe , lo re, lo papa, la 84 ETIMOLOGIA E SINTASSI L'albero, gli alberi. "——’— L'erròre, gli ervòri. L'’infànte (5), glinfànti. L'onòre, ’ gli onòri. L'uccèllo, gli uccélli. Lo sbàglio, gli sbagli. Lo zio, gli zii. Lo ztffiro. - gli séfliri.. S. INIT. IL, ed il suo plurale I, usasi innanzi a' nom mascolini comincianti da qualsivoglia consonante, tranne s seguita da altra consonante, e z. Y. $ precedente; esemp): 1l papa, 4 papi. | Îl piantta, i piantti. Il mare, i mari. Il re, ‘ire. I libro, i libri. Il campo, ‘ i campi (6). S. IV. LA, ed il suo plurale LE, premettonsi a’nomi femminini; si noti però, che se l'iniziale del nome è a, l'a dell'articolo debbesi necessariamente elidere ; ma se principia il nome con una delle rimanenti quattro vocali, altri è libe- ro di sopprimere o no l’a dell'articolo. La e del plurale Je | non si elide altrimenti, se non quando questa vocale trovasi esser l'iniziale del nome; esemp) : La donna, le donne. La città, le città. L'anima, | le ànime. L’àncora, —. le àncore. Leda 0} Fee. FASO) reg L'imposta, 0 su L’isola, o ua La impòsta (3 SSUPABOSLE La isola, &gt;. (REGSOlO le ombre L'ombra, o anzi } le uniòni. L'unione, 0 La ombra La uniòne, DELL'ARTICOLO DETERMINANTE COMPOSTO. S. V. L' Articolo determinante dicesi Composto, quando . giudice ; lo nostro signore, lo sol, ec. Dopo la prep. Per i più regolati scrit- | tori adoperano Lo, in vece di i/; e nel plurale Zi in vece di 7, come Per LO quale. Bocc. nov. 41. — Per LO giardin.Id. nov. 36.— Per LI no, stri pietòsi prièéghi. Id. concl. 1.— Per LO balzo . D. Purg. 9g. — Per LO cor-' po. Id. Par. a. — Per Li duo’ sette regni. Id. Purg: 1.— L’ dcque Per LO mar avèan pace, e per Li fiùmi. Petr. Canz. 44. (Y. Nota 11.) (5) Ne’ nomi comincianti dalla sillaba #72:0 in seguita da qualunque consonante, purchè non fosse altra n, 0 n, ironcavano gli antichi piut- tosto l’/ iniziale, sostituendovi l'apostrofo, anzichè l'o dell’ articolo; 00. me: Messer Lo "mperalòre Federìgo avea due grandìssimi saoj. Nov. ant 24. — Gli spiccò dallo 'mbùsto la testa. Bocc. 35. — Lo ’ngannalore rie màne a piè dello ’ngannàto. Id. nov. 19. ; de h 2 L (6) L'; dell'articolo 77, può elidersi colla vocale precedente, vale a dire, può troncarsi sostituendovi l'apostrofo , quando la parola preceden- te termina con vocale, come: Zidi’L maèstro di. color che sanno. Inf. 4. Chi ’1 saprà P Bocc. nov. 5.— Fra ’L sì e’L no. Id. Amet- Una donna più bella assài che ’L sole. Petr. canz. 24. ec. (7) La nota 5 è pure applicabile a questo articolo. Tresorièr di Ma dama LA *mperatrice di Costantinopoli. Bocc, nov. go. le PARTE TERZA 835 preceduto va da una delle altrove già menzionate preposi- zioni, indicanti l’obbietto indiretto del verbo (7. Cap. V, $ V). Sette delle quali cioè @, con, da, di, in, o ne (8), per, su, sogliono al medesimo articolo in una sola parola umrsi, e ciò nella maniera seguente: Invece di si scrive e sì profferisce A lo, a gli, Allo, agli. il,al, Al, ai, 0 a’. A la) a le, Alla, alle. Con lo, con gli, i Collo, cogli (9). Con il, con i, , Col, coi, 0 co’ (9). Con la, con le, Colla, colle. Da lo, da gli, Dallo, dagli. Da il, da i, Dal, dai, 0 da’. Da la, da le, Dalla, dalle. Di lo, di gli, Dello, degli. Di il, di i, Del, dei, o de. Di la, di le, — Della, delle. In il, ini, Nel, nei, o ne’. In, 0 ne lo; in, o ne gli, Nello, negli, o nelli (10). in, o ne la; in, o ne le, — Nella, nelle. Fer il, per i, | Pel, pei, o pe’ (11). Su lo, su gli, Sullo, sugli. Su il, su i, Sul, sui, o su’. Su la, su le, — Sulla, sulle. DELL' USO DELL’ ARTICOLO DETERMINANTE. $. I. Se quel che si è detto in principio del precedente capitolo si è bene inteso, poco ci resta a dire sul quando debbasi usare l'articolo determinante, imperocchè chiaramente ognuno comprenderà che di rigore s' adopera quando, nomi- (8) Ne, è preposizione antica in vece di in; ma oggi non si usa sé non che unita agli articoli determinanti #7, /o, /a, i, gli, le. (3) Non perciò debbonsi rigettare cor lo, con gli, con la, con le; anzi vedesi non di rado questa maniera preferita a collo, cogli, ec. Ma con i, e con i regolarmente non si adoperano, sebbene qua e là qualclie tsempio se ne trovi appresso gli antichi. AZlora # re di Castèllo fece pa- ‘ te co mori e CON IL loro novello re. Matt. Vill. 10, 72. — Zncontanènte CON IL cor rubèllo contra questa si turba. Bocc. vi. 32. — Compiùto l’ uf- fio con 1 sudi frati, ec. Vit. SS. PP. (10) In alcuni antichi scrittori trovasi talvolta la preposizione ir sparata dall'articolo. Ma ben ti prego, che’n la terza sfera Guitton sa- luti. Petr. son. 246. — Dipìnto iN GLI occhi vaghi, che m’han morto. Giust. Cont. Bella man. 10. — E fornossi a dietro IN LE sue terre. Pecor. 8:25, n. 2. — Cade iN LA seloa, e non l’è parle scella. D. Inf. 13.— Drizzami 1N LA cia della salùte. Vit. SS. PP. 2, 304. (11) Vedi nota 4 del presente cap.Inoltre osservisi, che dopo per, meglio adoprasi 4 che gli. AI femminino poi debbesi adoperare per la, € per le non già pella e pelle.  nando un obbietto , s'intende nominare tutto il genere o tutta la specie; esempj: L'uòmo é mortàle.-1 meiùlli dalla terra si tràggono.—GLI uccélli vòlano.—I pesci nuòtano.— 1 filosofi debbono esser pazienti. | Dietro la medesima regola sono preceduti dall’ articolo determinante i nomi astratti, quelli de’ metalli, de’ liquidi, e delle grasce, presi in sentimento generico; esempj: LA giu- siìzia, LA prudénza, LA filosofia, 1L vizio, L'ignorànza, L'oro, L'argénto , L’ùcqua, LA carne ILpane, IL grano, ec. | N II. Dal contemplare le cose in genere, noi sovente scendiamo a considerarne una classe sola, a cagione di una qualche qualità. per cui questa dal rimanente distinguesi, espri- . mendola con lo stesso nome, di cui ci serviamo ad esprimere il genere intero, unendovi però oltre l'addiettivo indicante la qualità, anche l’articolo determinante ; esempj: L'uòmo vr. tuòso. —GLI uòmini virtuòsi.—L'uccéllo marìno. —GLI uccelli marini. | S. III. A più forte ragione usasi l'articolo determinante innanzi a' nomi significativi di uno, o più individui di un genere, o di una specie determinati da qualche aggiunto espres- so, o sottinteso; esempj: IL Zibro che leggo.— LA donna che tanto vi piace.—IL cavàllo sdrucciolò, e il fece cadere. Acc tò IL pane, ma ricusò IL rimanénte. In questi esempj Zibro e donna. sono espressamente de- terminati ; e carallo , e pane, lo sono per ellissi, volendo | significare: Z/ cavallo suo, o che egli moniùàva. — Il part che gli venne ojferto. | I ne S. 1V. I nomi proprj di paesi, di regni, di provincie, di montagne: sono dall'articolo determinante preceduti, quando . di tutta l'estensione loro si parla; esempj: Ho scorso L'Î. talia, LA Francia, L' Inghilterra. — L' Itùlia è siluùla tra due mari. — lr Po èé tiòrbido, l' Itùlia è bella, LA Spagna è spopolùta. —L'àcqua DELL' Arno è fangòsa— IL Tevere bagna gran parte dello stato pontificio. — GLI Ap pennìni sono coperti dî neve, ec. (1) È I nomi propr) ne' citati esemp), sono determinati dai no- (1) Diciamo per altro: 7 popolt dell’Asia o d’Asia; Le città dello Francia o di Francia, secondo che facciamo attenzione all'estensione del paese, di cui si tratta, Usansi talvolta i nomi proprj di paesi, anche sca-. za l'articolo, quantunque vogliasi dinotare tutta la loro estensione, e st gnatamente allorchè sono preceduti dall’addiettivo zufto. Colui, che col consìglio e con la mano A TUTTA ITALIA giunse al maggior uopo. Petr. Tr. DL F. cap. 1.—E quel, che solo Conira TUTTA Toscana fernne il panto d. ibid, . PARTÈ TERZA 87 mi, paése, regno, fiùme, monte ec. che per ellissi vi sono sottintesi, ma essi ricusano l’ articolo, quando sono usati come qualificativi , indicando solo a'cuma parte indeterminata del paese, del fiume, ec. come: Vengo DI FRANCIA, D'ITALIA, D'INGHILTERRA; £ caduto IN ARNO; Mi dissetài con acqua DI SENNA; Fice IN ITALIA; £ nato IN GERMANIA (2); Z/ Danùbio, fiume D'EUROPA. | | . V. Essendo i nomi propr} di città, e di persone, già di per sè abbastanza determinati, egli è inutile il farli pre- cedere dall'articolo determinante, perciò diciamo: Genova è reca , Firenze è bella, Licòrno è popolàto (3); Dario fu vinto da Alessandro, Césare e Pompeo èruno nemìci; l E- neide di Virgilio, le metamòrfosi d' Ovidio, ec. (4). Ma i nomi propr) di persone accettano volentieri l'articolo determinante quando preceduti sono da qualche addiettivo qualificativo, co- me: Z/ prode Ettore, il valoroso Achìlle, l'artificiòso Ulisse, il vecchio Nestore, | infelice Priamo, ec. (5) (2) I nomi Cielo, terra, e mare sono parimente preceduti, o no, dall'articolo determinante, secondo la medesima differenza di significato, cioè, o di una parte, di un sol punto indeterminato, o dell’intiera esten- sione, onde diciamo: Visse santo in terra, ed ora è in cielo.—Non si ve- dea che cielo e mare.—Il gillàrono in mare. Acqua di mare.— Pesce di ‘mare ec. ma sì dirà # cièlo italico, @ dell’ Ialia, il pesce del mar Toscàno, ec. (3) Alcuni pochi eccettuati, a cui l’uso vuol dare l’articolo, come: Il Cairo, PAja, la Miràndola, e forse qualchedun altro. Preceduti da qualche addiettivo qualificativo tutti i nomi propr) di città prendono l’ar- ticolo, come: La bella Firènze o il bel Firenze, la ricca Gènova, il po- polàato Lioòrno o la popolàta Livorno, ec. Si prepone parimente 1’ articolo a’ nomi proprj di città, quando vengon considerati in un confronto di circostanze diverse, dicendosi a cagion d'esempio: L’ Atene moderna non offre alcun’ vestisio della grandezza e dello splendore dell’ Alene de? tempi di Pericle. 1 nomi proprj di montagne accettano l’articolo , perchè vi si sottinteade mon/e, come: Il Vesuvio, PEtna, il Velino, il S. Bernardo, ec. cioè 7 monte Vesuvio, ec. In quanto a' nomi propri] d' isole, essi seguono la stessa regola che quelli di regni e stati, onde diciamo /a Sicilia, la Sar- digna, la Corsica,ec. Avvene per altro alcuni nomi d’ isole che rigettano l'articolo ; tali sono: Cipro, Crela, Candia, Corfù, lschia, Lipari, Majorca, Malta, Minorca, Mililòne, Negroponte, Rodi, Scio, Samos, Procida, e for- se alcuni altri. o (4) I nomi proprj di donne possono sempre esser preceduti dalParti- cdlo determinante particolarmente in istile familiare, o quando di donne della classe comune parlasi, come: La Fiammèita, la Ninètta, la Mad- dalena, la Mariànna ec. ° (5) Ricevono parimente i nomi proprj di persone l’articolo determi- nante, quando ad oggetti particolari si applicano, cioè quando restringon- si ad un solo individuo, essendo appoggiati da qualche altra espressione, che li particolarizzi, o li distingua, come: 72 Giove di Fidia, la Venere di Prassilele, I Apollo di Belvedere, ?° Ercole de’ Greci, ? Orlando del- 88 ° Possono esser preceduti dall’articolo i cognomi, o nomi di famiglia, e ciò perchè o vi si sottintende qualche nome caratteristico, o vuolsi dar loro maggiore determina zione; così dictamo: #/ Petràrca, il Tasso, I Ariòsto, il Boc- :: càccio, il Bembo, il Maffei, I Alfieri, il Cesaròtti, ec: Bi sogna eccettuare i cognomi, quando sono’ preceduti dal ne- © me proprio della persona, che allora rigettano l'articolo; co- me: Zodovico Ariòsto, Vittorio Alfieri, Antonio Canòva, e. In prova di quel che si è detto in questo $ alleghiamo la - seguente stanza dell’ Ariosto : Là BERNARDO CAPEL, /à veggo PIETRO. BeMBO che 'l puro e dolce idé ma nostro Lecàto fuor del volgàr uso tetro Qual esser dee, ci ha col suo esempio mostro I CASPAR OBizi è quel che li vien dietro Ch ammìra e osserva il sì ben speso inchiòstro Io veggo il FRACASTORO , il BEVAZZANO TRiron GABRIEL, e 5 Tasso più lontàno. (6). Ù Canto 46. I nomi caratteristici, siano assoluti, o stano seguiti da un ) nome proprio, vogliono l'articolo, come: #/ papa (7), ire, | l'abàte, il conte ec.; l imperaiòr Federìgo, U re Lodovico, conte Ottavio, ec. (8). I I Ariosto, P Aminila del Tasso, la Mèrope del Maffi, il Temistocle del Metastàsio, ec. Diamo loro pure l'articolo, quando per similitudine ves , gono introdotti nel discorso, onde per esprimere nel più alto grado il v?” lore di un qualche principe, o di un capitano, l’eloquenza di un oralorè, o la saviezza di un legislatore, suol dirsi: Egli è V Alessandro, il Cicero — ne, i Licurgo del suo tempo, del suo secolo, del suo paese. L'articolo tr0- , vasi talvolta posto tra il nome proprio e 1° addiettivo, come spesso nel} Bocc. leggesi i E talora ancora vedesi l’ articolo preposto all’addiettivo, e questo seguito dalla prep. di, indi dal nome proprio, come: 77 cattivèllo di Andreuccio , © lippo il Bornio, Isotta la bionda, Ginèora la bella, © . (6) Evvi una maniera di esprimersi , usata spesso dal Boccaccio , €, consacrata dall'uso, cioè di mettere l'articolo al plurale tra il nome pr® prio ed il cognome, o nome di famiglia , cosicchè diciamo per esempio: — Uberto de’ Favellini, Anselmo de’ Mannùcci ec. che vagliano Uterlo del la famiglia Favellini ec. Se la famiglia è titolata, si premette al cognom® , il nome caratteristico in plurale, come: Ubaldo de’ Duchi Malagram Alessandro de’principi Faviàni, Riccardo dei Marchèsi Arringluèri, ec (7) PAPA, seguito dal nome proprio, rigetta l'articolo come: Papa Gi | vànni, Papa Bonifàzio y di Pupa Benedètio, a Papa Clemènte, ec RE riceve sempre l'articolo, non ostanie un esempio dell’ Ariosto, Fur. cant. 1. st. 1. Di vendicàr la morte di Trojàno sopra RE Carlo Imperal romano. La qual maniera di dire, non è che una licenza poetica. . _. (8) Dio o IDDIO, posto assolutainente, rion riceve l'articolo , come: Do sa . PARTE TERZA 89 S. VII. SIGNORE e SIGNORA vogliono sempre l' articolo determinante, quando seguiti sono da altro nome, sia pro- prio, sia cognome, sia caratteristico , del quale essi sono quasi come addiettivi qualificativi, onde diciamo: Il signor Domenico (9), la signòra Gelirùde, il signòr Mercantìni (10), 22 signòr marchese , la signòra contéssa (i 11). Ponesi l'articolo innanzi agli addiettivi presi come nomi astratti: Z7 grande, il sublime, Ll'eccellìnte, il dolce, l'utile, ec. che valgono: Za grandezza, la sublimità, l'eccellenza, la dolcezza, l'utilità. S. VIII. Gl’infiniti dei verbi facendo funzione di nomi, sono preceduti dall'articolo determinante, onde si,dice: Z/ mangiùre, il bere, il dormìre, il leggere, ec. come: E faticòso 10 studiàr sempre.— Dimenlicùi 1L diri che cc. TESTI. La Reina a Filomena voltatasi le impose 1L SEGUITARE. Bocce. nov. 25. — E IL dire le paròle, e L' aprirsi, e ’l dar del ciòito nel calcogno a Calandrìno fu tutt uno. Id. nov. 73. il sa, Dio lo vede, ec. neppure quando dopo di st ha qualche addiettivo , come: Ippio giusto riguardator degli alirii mèriti aliramente dispose. Bocc. nov. 18. Ma vuole l’articolo allorchè in vece di esser seguito , va prece- duto da un addiettivo, come: 72 buon Dio, l onnipotènie Iddio, ec. Pari- mente quando è seguito da qualche nome che ne limiti il significato per qualche attributo che gli si da, come: JI! Dio di pace, il Dio degli esèrciti ec. Dietro la stessa regola dassi l'articolo al nome Dio nel senso di qualche falsa deità de’ gentili, onde diciamo: il dio Marte, il dio Apollo, il dio del mare ec. (9) SIGNORE e SIGNORA, usati come vocativi, non ricevon ]’ articolo, co- me: Stenore, la prego di scusàrmi— Mi dica signora, come le piace quesito sonèt- lo? e neppure quando sonoseguiti da qualche nome proprio, cognome, o carat- teristico di titolo, come: Signor Rodero, ascoltate, Signor Conte, che ne dite? Le due voci Signore e Signora, in significato di Padrone e Padrona, talora ricevono l'articolo, e talora lo rigettano, come in questi due esempj: Yo sono qui il signòore.—Io sono signore di ciò fare; nel primo esempio vuol- si indicare, che è il padrone di questa casa, palazzo od altro; nel secon- do che ha il potere, che è padrone di fare, o non fare quella tal cosa. (10) San, o sant’, santa, suora 0 suor, frale o fra, © maèsiro, se- guiti da nome proprio, o cognome, non ricevono l'articolo come: San Francèsco, Sant' Antonio, Santa Giùlia, suora o suor Orsola, Fra Ber- nardo, Fraie Santori, Maèstro Brunèlli cc. (11) Gli antichi dissero Messèr lo Papa, Monsignòr lo re, Madàma la reina, Madonna la ’mperatrice, ec. di questi titoli non ci sono rima- i che Monsignore e madama: il primo, seguito dal nome. caratleristico, ° dal cognome, dassi a’soli vescovi, e prelati, ma senza l’aggiunta dell’ar- licolo, dicendosi : Monsignor vescovo Cardellini, ec. Madama all'antica “gia, preponesi ancora a’nomi caralterisiici con in mezzo l’articolo de- terminante , dicendosi: Madama la regina, madkma la contèssa, modi di dire che per altro, da molti, come gallicismi sono riguardati. Gramm. Ital. 13 900, ETIMOLOGIA E SINTASSI — La Donna veggéndo che 11 pregàr non le valeva, nicòrse AL minacciàre. fi . nov. 64. —IL nascer grande è caso e non virtù. Metas. Artaserse. — D' altra parte non è sprezzàbil ri- schio L'avvicinàrsi quella fùria. Maffei, Merope. —Se fu colpa : IL lasciàrti, ecco lammeéndo Past. Fid. at. 1. (42). Lo stesso dicasi degli avverbj che possono esser prece- 4, duti dall'articolo, quando fanno le veci di nomi, onde so- :. vente negli antichi e ne' moderni autori leggiamo: / dose, il come, il quando , il sì, il no, il maiec. Sari contento » di sapére 1. quanno. Petr. son. 305.— Come potrémo noi? IL COME Vo io ben vedùto. Bocc. nov. 76.— DEL COME nor * ti coaglia, 1L rERcHE ti dirò. Id. filoc. lib. 6.— Son certa DEL : sì. Id. nov. 67. S. 1X. Sonovi molti nomi, che, trovandosi co’ verbi avere, dare, fare, prestìre, prìndere, procàre, ec. per proprietà di lin- &gt; guaggio non ricevono l'articolo, come: aver fame, sele, sonno : rin x \ teo. ec; aver voglia, compassiùne, coràggio , intenziòne, ec.; dar - nuova, notizia, ragguàglio; dar apito ec.; far risposta: las Ore, 1 stàr fede , sercìzio ; prender parle , interèsse ; provàr dolore è . SE gr “ 4 i vergogna, ec. Altri co’ verbi essere, andare, avere, stare, vent re, menàre, ec. sono preceduti da qualche preposizione, come: , Andare a casa, in chiésa, in città, a corte, a palizzo, in giare |: dìno, a nozze,in piùzza, a mercàto,a dipòrto,ec. Essere in caso, a letto, ec. Avére in mano, avére in capo, ec. Stare in piùzza, in casa, in istràda, in via, ec. Entràre in città, in casa, n comera , ec. Inconiràre per via, ec. Venire a paròle, ec. Me nàre a spasso , ec. Mettere in bocca , ec. Uscìr di casa , di contàdo, ec. — S. X. In quanto al replicare l'articolo, allorchè due 0 | più npmi si succedono, consiglio lo studioso di ripeterlo sem- pre ad ognuno di essi. Nulladimeno, succedendosi due o più nomi di egual genere, e, o tutti nel numero singolare, o tutti nel plurale, avvegnachè di miglior uso sia il replicar l'articolo, ; LL] Priano pure quello che precede al primo nome può bastare anche per | gli altri; onde può dirsi 2/ padre e figlio è fre e campi; le cok- Dine, calli e pianure ec. Ma la ripetizione dell'articolo è necessa ria ogni volta che i succedentisi nomi sono di genere o di nu- . mero diverso, imperocchè ognuno di essi deve avere 1l suo pro- prio articolo; laonde non si può dire 2) padre, madre e figli, ma (12) Dovendo far ritorno a quest’ argomento quando er officio ragionerò de verbi, mi riserbo per allora il far vedere cuando debbano e «quando possano gl’ infiniti de' verbi esscr preceduti dall'articolo, o dalla prep. di; imperocchè non è indifferente cosa l’' usare o l’ uno o l’ altro. | PARTE TERZA 91 bensì #7 padre, la madre ed i figli; nè vale a distruggere questo precetto un esempio del Guicciardini: Zn questa sospensione ed ansietà grandìssima dell'animo, sopraocèénnero 1 cONFORTI ED OFFERTE de Veneziàni; NE quest'altro del Machiavello: Deliberò vedere se coL NOME SUO E RIPUTAZIONE del padre, ritornàre ne- gli stati suoi di Perùgia pot?va. La ommissione dell’ articolo le innanzi ad offerte nel prinno esempio, e quella dell’ artico'o la innanzi a rivutazione nel secondo, sono errori manifesti contro le regole di concordanza grammaticale (13). Si dirà un'altra parola su questo proposito, allorchè si tratterà della concordanza dell’ addiettivo. (Veggasi Sez IV, Cap. IK. $S IV.) $. XI. Altro in questo capitolo a dire non mi rimane, se non che poche parole del secondo articolo (7. $ II del pre- sente cap.). È questo destinato .a presentare l’idea non già di una specie intera, nè di una classe della specie, nè di qual- che determinato individuo di essa, ma bensì di un individuo qualunque, indeterminatamente preso tra quelli compresi sotto ad un nome universale, o di qualche indeterminata parte di sostanza, di cui il nome, che l’esprime , non è che il segno qualificativo, indicandone ancora in certo modo, sebbene va-. gamente, la quantità. Questo articolo, che da molti erronea- mente zndeterminato vien detto, ma che noi con termine più adequato chiameremo partitivo , nelle seguenti particelle con- siste: ‘Per individui |. Per parti di sostanza. Si (ee Uno, un, Dello, dei, dell. 5° | Fem. Una, un. © Della, dell’. Blur 6 Masce. Alcuni. — Degli, dei, de'. | Fem. Alcune. Delle. ESEMPI. UN re è morto. | IL re di... è morto. Incontrài un uòmo,che mi disse. Incontrài L'uòbmo da voi invià- tomi. I Egli mi dimandò DEL pane. Dopo d' aver mangiàto IL pane. (13) Nè giova voler giustificare tali ommissioni con far credere, sic- come taluni inconsideratamente pretendono , che esse sian lecite quando idue nomi presentano un tutto quasi indivisibile, o quando il secondo nome serve piuttosto a rischiarare |’ idea contenuta nel primo, che a ais gnifcarae una che sia affatio diversa. Ohe jum salis est? LI 92 ETIMOLOGIA E SINTASSI Cominciò a fare DELLE canzò- LE canzòne,ed 1 sonetti che il Pe- ne e DE' sonétti (14). tràrca fece, sono degni d'am- mirazione. | Tant'ovvia è la differenza nel significato de’ nomi re, uo- mo, pane, canzòne, e sonéiti, i quali veggonsi negli um, e negli altri de' citati esempj, che non occorre certo spiegare, come; dall'una parte, mediante l'articolo partitivo, essi sono presi in- determinatamente, e come dall'altra dirimpetto, preceduti dal- l'articolo determinante, il significato loro è particolarizzato. Ho già detto, e si è potuto vedere dagli esempj dati, e . simili, che oltre l’idea di qualità degli obbietti nominati, le par- . ticelle un, del, dei, delle, ec. presentano in certo modo an- che quella di quantità; imperocchè uno , esprime l’idea di un'uni- . tà; del, di una parte, di una porzione; degli, dei, delle, di un — certo numero, potendosi in vece loro adoperare a/coni, alcine. Ma quando prescindendo interamente anche dalla quantità, uni- camente l'idea generale della qualità vuolsi presentare, espri- mendo il nome come un mero segno Lialiicano della cosa, allora muno articolo adoprasi (15). TESTI. Qual che tu sei, od ombra, oduoMO cérto, Rispòsemi, non | TOM, Uomo gzà fui. D. Int. c. 1.— Tanto socra ogni stato UMIL- } TATE esaltàr sempre gli piacque. Petr. son. 4.— Ch' i l'ho negli * occhi,evederseco parmi, DONNE e DONZELLE, e sono ABETI e FAGGI ec. Petr. son. 143.—SUONI, CANTI, VESTIR, GIUOCHI, VIVANDE, Quanto può COR pensàr, può chieder BOCCA. Ar. Fur. c. 4.5. 4 &lt;2.—Quivi SOSPIRI, PIANTI, ed altri guai, Risuonàvan per . È aer senza stelle. D). inf. c. 3.— ORSI, LUPI, LEONI, AQUILE, » CS 4 e SERPI, ec. Fanno noja sovénte, edasè danno. Petr. canz. 11. | giojelli. — Avè vano da lui DI buone merènde. nov: 79. —Io so DI molte bel- (14) Quando il nome in plurale, nel suo significato indeterminato, è — preceduto da un qualche addiettivo, può a questo premettersi la prep. dh | o sola, o unita .all'arlicolo; così leggesi nel Boccaccio: Zo ho DI bell le cose, e DI delle canzonette. ibid. — Egli ci sono DI ben leggiadri che mi. àmano, e voglionmi bene. id. nov. 62. ° (15) Sonovi alcune particolari occorrenze, dove il nome, nel'suo signi . ficalo indeterminato, è quasi sempre semplicemente qualificativo, e 00 |. ha perciò uopo di alcun articolo. 1.0 Quando è preceduto dal verbo e$- sere. Erano VOMINI e FEMMINE di grosso îngègno. Bocc. introd. — Tu che . se’ UOMO dovrè:ti sapère delle cose del mondo. id. nov. 62. 2.0 Nelle com- parazioni d' eguaglianza, quando il nome è preceduto dalla particella com- . . parativa come. Parèa che ruggisse COME LEONE, € bdbelasse COME PECORA; £ . ragliàsse COME ASINO. Dial. S. Gveg.— Non COME UOMINI, mau COME BESTIE moricana. Bocc. intr. 3.0 Quando è preceduto da una delle preposizioni 4; DEL PRONOME. . Seconda parte del discorso. Dalla prima sezione già sappiamo, che per evitare la ri- petizione dei nomi, certi segni nel discorso furono introdotti ad oggetto di richiamarsi alla mente l’idea degli esseri, e del- le sostanze da quelli antecedentemente rappresentati: tali segni, che dalla funzione loro pronomi si chiamano, facendo pura- mente la vece de’ nomi, non solo al par di questi da sè nel discorso si sostengono, ma pure vanno soggetti ad alcune del- le medesime variazioni; ragione per cui noi li chiameremo PRONOMI SOSTANTIVI, onde distinguerli dagli addiettivi © pronominali, dei quali nella 4ta. sezione verrà trattato. vere sf EA dela » a - ‘ Di tre specie sono i. pronomi sostantivi: PERSONALI, DIMOSTRA TIVI, e INDETERMINATI. DEI PRONOMI PERSONALI. S. I. Nella reciproca comunicazione delle nostre idee, due soggetti. necessariamente vi concorrono : 1.° Quello che e- sprime la sua idea, o, che è lo stesso, quello che parla in pro- prio nome. 20 Quello che ascolta, o a cui si parla; inoltre Può avervi gran parte un terzo soggetto da’ primi differente, cio, Quello di cui si parla. # In grammatica questi tre soggetti chiamansi persone, cioè: la prima persona, la seconda persona, la terza persona. I pronomi della prima e seconda persona, diconsi przm:- ivi o assoluti, perchè da nessun antecedente dipendono, e perciò alcuni grammatici li chiamano rom: personali (4). — Quelli della terza persona posson dirsi relativi, perchè 8 riferiscono a cosa già nominata, colla quale in genere ed n numero debbono: concordare. da, di,con, in, per, come: Egli si nulrìsce DI PANE e D' ACQUA. —PER ORO e PER ARGENTO. — CON FANTI e CAVALLI, — Usciron FUOCHI di sollerra, che si Opprèesero A CAMPI, VILLE, CASALI, ec. — CON BUONE PAROLE, e CON MOLTI EEMPLI. Bocc. nov. 23.— Fuori di Roma, INLUOGHI AMENI. Tac. Dav. Ann. — Non alirimènti fan Di STATE i cani, Or col ceffo or co’ piè quando son morsi O DA PULCI, 0 DA MOSCHE, 0 DA TAFANI. D. Inf. 17. —CON DIPOR- TI Iècili se CON VIRTU' non potèssero. Dav. Ann. (1) I pronomi personali da molli grammatici moderni vengono appel- lati nomi personali dietro la mossa a ciò data dal celebre Condillac, il 94 Delle varietà o modificazioni, alle quali già dicem- : mo essere i nomi sottoposti (7. Sez. 11. Cap. IV.), due soli * applica!'nli sono alle due prime persone del pronome perso- nale, cioè le due varietà di numero, e di rapporto (caso); la terza persona poi va di più sottoposta alla varietà di ge- nere (2). Ma la forma di queste tre modificazioni nei pro- nomi personali intieramente allontanasi da quella pe’ nomi stabilita (7. cap. tt, 111, e v. della Sez. prec.); imperocchè , le voci del femminino, e del plurale, sono affatto da quelle del mascolino e del singolare differenti. In quanto poi alla varietà di rapporto, puossi in parte questa con ragione 2/45! © dei Latini paragonare (7. cap. v.), esprimente l'obbietto ora diretto, ora indiretto, con voci del tutto diverse da quelle del subbietto, come dalla seguente tabella potrassi rilevare. * PRONOMI PERSONALI PRIMITIVI. Sub. Obb. dir. . Obb. indîr. Possessivo Prima Sing. lo (3). Mi, me. Me, mi. Di me. persona. Plur. Noi (4). Ci, noì, ne. Noi, ci, ne. Di noì. quale insegnò le particelle 10, TU, NOI, VOr, SÈ, non esser pronomi, Ma ‘| veri nomi, distinguendole dagli altri nomi per l'aggiunto personale (no mi personali). Per valida che possa essere l'autorità di tanto maestro qua fu il Condillac, essa non ha mai potuto farmi riguardare le particelle suddette in altro modo che come meri pronomi, e come tali le espongo» attenendomi in ciò a’ principj posati da grammatici più antichi del citato autore, distinguendole, com’ essi pure le distinsero, per l’aggiunto prim” fivo, dalle particelle della terza persona, le quali, per la datane ragion, verranno da me chiamate pronomi personali relativi. ; (2) La distinzione di genere non è necessaria a’ pronomi personali primitivi, imperocchè rappresentano la persona che parla, e quella a e si parla, le quali essendo presenti, o supposte esser presenti, il genere loro è manifesto. Non è così della terza persona, cioè quella di cul 8 | parla, la quale essendo per lo più assente, anzi non di rado incognita;* &gt;. mestieri farne conoscere il genere icon qualche segno nel pronome, ch. la rappresenta. iti (3) È lecito a’ poeti di elidere 1’ 0 del pronome io, sostituendovi l'apo- strofo innanzi a qualsivoglia lettera, ogni volta che ciò meglio conveng? al metro: fecero i nostri poeti classici frequentissimo uso di questa licenza». e più degli altri il Dante ed il Petrarca. Ma por-h’ è’ vide ch? V non mM partiva. D. Inf. 3.—1’ mi ristrìnsi alla fida compigna. Id. Purg. 3.— Per cui sola dal mondo V son diviso. Petr. son. 15. — Udèndo : 1° no son forse chi tu credi. ld. canz. 4.— Gentil mia donna, V vèggio Nel mover de' vostr' occhi un dolce lume. Id. canz. 19. IA (4) In favor della rima dicono i poeti Nuî e Zui, invece di Not ® Voi. Mi rispo:e, che di NUui Faccia ’1 cammino alcun, per quale i0 vado | D. Inf. 9.— Ju questo stato son, donna, per vUI. Petr. son. 104- - Pit ES vr eni ETIMOLOGIA E SINTASSI 95 Sonda { Sing. Tu (5). i, te. Te, ti. Di te. persona Plur. Voi (4). Vi, voi. Voi, vi. Di vol. | PRONOMI PERSONALI RELATIVI. Subb. Ob. dir. Obb. indir. Possessico. : Egli. Sì, se. Se, si (6). Di sè. PER Sing. ie} ‘esso. Lo, il, lui. Lui, gli, li. Di lui. tai { Eglino,. Gli, li, loro. Loro, loro.’ Di loro. Plur. egli, essi. © i i ’ ù Subb. Otb. dir. Obb. indir. Possessivo. Si (la Si, se. Se, si, Di se. Fi; IN (Essa. La, lei. Lei, le. Di lei. SRESE: Elleno, Le, loro. Loro, loro. Di loro. Plur. Lelle, esse. i | OSSERVAZIONI SU’ PRONOMI EGLI, EI, ELIA, ESSO, ESSA. S. III In oggi Egli, ed Eglino, sono i pronomi di terza persona maschile, più usitati; il primo nel singolare l'altro nel plurale, entranibi per indicar solo il rapporto di subbiet- “to, ossia nominativo. Presso gli antichi però trovansi so- vente £//, Ello, per egli, Elli cd Ellino, per eglino. — Ed ELLI stava molto pensòso. Nov. ant. 7. — ELLO pas- sò per isola di Lenno ec. D. Inf. 18.— Posch'eLLO gli + tolse sotto Jdanza. Petr. uom. ill. — ELLI givan dinànzi, ed t0 solitto Dirtiro ec. D. Purg. 22.— Ma +LLINO per loro grande ardìre e viriù pur vincono la pigna per forza d'arme. Gio. Vill. 7. 6.— £' cecgio ben quant ELLI a schivo m' hanno, Petr. son. 140. | Ello, ed Elli trovansi anche usati come obb. indir. in- vece di Zuz e loro: Fu condòtto a Firenze prigione, e CON ELLO alcùni della sua corte. Stor. Semif. — Che t la gurùta morte, guàrdati ben va eLLO. Fr. Jacop. Lib. 2, liud. 15. — Che alcùna gloria i ret avrébber D'ELLI. D. Inf. 3.— El trovasi talvolta usato in vece d’ Egli. Se così ha dispòsto Iddìo ec... ed EL mì piùce. Bocce nov. 7i.—Quan- do la Reina a Panfilo wvoltatasi, sorridendo, gl’ inipòse ch'EL seguitàsse. idem. nov. 72. — Ch' EL sia di sua gran- d'zza in basso messo. D. Purg. 17.— Egli fu chiumùto, ed ancora SEL vive Arrighétto Capéce. Bocc. nov. + 6. (5) Tue per Tu dicevano sovente gli antichi, specialmente quando st questo pronome cadeva l'accento oratorio. Or figliuolo mio, perchè ti rammàrichi TUE, perchè io mi parta da le? Nov. ant. 71.— O TUE folle , anima perdùla, per quale cagione hai tu cambidia la gloria, ec. Stor.l'arl.3. (6) I pronomi «è e si rimangono invariabili in ambi i generi e numeri, ed in ciò differiscono in parte da quelli di prima e seconda persona, che cangian di forma nel numero del più. 96 PARTE TERZA | ° Eglipresso qualche anticosiè usato comeobb.indir.—Gudr- dati DA EGLI, che sòglion esser fegli. Fr. Barber. p. 255. È se i tu se' CON EGLI, Non seguitàr tu quegli. id. p. 5041; mali « mitarlo in ciò sarebbe oggidì licenza insopportabile. 4 Egli per églino è quasi comune : Se cosa appàre onde EGLI ;; àbbian paùra. D. Purg. 2.—Com' EGLI hanno tre soldi, vò- : gliono le figliuòle di gentiluòmini per moglie. Bocce. nov. 63. |, S. IV. Per proprietà di linguaggio usasi spesso Egli co- ;s me particella riempitiva, come: Egli é vero; egli non è così; ‘i egli è cosa strana; egli fa caldo ec. E s'EGLI è ver, che tua ri potenza sia Nel Ciel sì grande, come si ragiona. Petr. . Canz. 41.—EGLI non sono ancòra molti anni passàti che in «| Firenze fu una giovane. Bocc. nov. 77. io È Due soli esempj troviamo l'uno nell' Ariosto, e l' altro ; nel ‘Berni, ne' quali in principio di periodo, in vece d' Egh 4 leggesi gi :—GLI1 è teco cortesìa l'èsser villàno, Disse il Ur | càsso pien d' ira e di sdegno. Av. Fur. c. 27. st. 77.-GU |, é ben fornìto ed ha la sella buona. Berni. Orl. 4, 3. Non &gt;, bastano per altro questi due esempj per giustificar l' uso, che , il volgo spesso fa di simil cambio, ma che è affatto fuor .; della regola comune. i sud $. V. E? par che sia un accorciamento di Egk, e scerives {| “ancora E *: —Ma poich' È vide ch' ©' non mi partiva, Dist. |; ec. D. Inf. 3. i | l . Ei per eglino è del verso: Ond' EI si gittàr tult 8%, la piaggia. D. Purg. 2.—-Del a giù ch'EI giùnsero in sul, colle pae esso not ec. Id. Inf. 23. A Ei, come obb. dir. in vece di Zz, trovasi. nel Dante: ;, E tu allòr gli prega Per quell''amor, ch' Ex mena; e qui., verranno. Inf. 5. | |» $. VI. EMa, elle ed elleno sono i pronomi di terza per-*; sona femminile, il primo del singolare, il seeondo e tert0 », del plurale, usati tutti e- tre nel rapporto di subbietto. Que| sti tre pronomi derivano dall'antico e/lo. (Vedi $ II.) t Presso i poeti antichi trovansi elle ed e//e usati anche, come obbietto indiretto. E sosterréi quando ‘l ciel ne rappèlla, ì Gìrmen CON ELLA in sul carro D'Elia. Petr. canz. 54. — I. | nuòve erbéite della pièira uscìte, Per caro cibo porgo innanu, ad ELLE. Amet. 52.—Vide, che luomo assuefàito a quelle , Bellezze, mai più non volgéva 1n ELLE Stiipido il guòrdo. Red. rim. a. Ed alcune volte anche nella prosa incontrasi nella stes ; guisa:—Hai perdùto con ELLA quella ch' io {' avréi data.Vi. SS. PP. ec. ETIMOLOGIA E SINTASSI | . VIL Esso, essa, essi, esse, che taluni pretendono dover- » sisolo usare per le cose inanimate, trovansi però ne' classici, sì in verso, che in prosa, al par di Egli ed Eglino, detti di persone.—Non a quella chiesa, che ESSO «avea anzi la mor- le dispòsto, ma ec. Bocc. Introd.—EssI ancòra vi rèbano, do- ve dagli attempàti v'è donòto. Bocc. nov. 77. A uso di questi pronomi come obb. indir. è assai comu- ne, sì in prosa che in verso. Per proprietà di lingua usansi | | pure sovente come ripieno, e per aggiugner forza, ed anche grazia al parlare.-Zo Sommo Ben, che solo ESSO a sè piace, Fece l uom buòno a bene ec. D. Purg. 28.— Non potesse | essere eletto ad 3) strong: senza eleziòne di questi sette prìn- cipt, quali sono Costoro Essi. Gio.- Vill. 4, 2, 54.—Qual Esso fu Zo mal cristiàno, che mi furò la grasta. Bocc. nov. 55 Za quale ESSA lei, che forte dormiva, chiamò molte Mal oca e Vea: volte. Id. nov. 42.0 oe Poste innanzi ad un nome, queste particelle pronomina- li fanno il significato di quello, quella, quelli, quelle, come: Concenne alla pecora vender la sua lana per pagàre ESSO (quel) debito. Fav. EÉs.— Gaudeére non può uom di ESSI (quelli) beni. Guitt. lett. 1, 4.—Z7d' io in ESSA (quella) /uce altre lu- cerne. D. Par. 28. | È Parimente per proprietà di lingua, la particella esso non di rado uniscesi a' pronomi /uz, dei, Zoro, senza che cangi nè di genere nè di numero, il che segnatamente accade allorchè . è preceduto dalla preposizione con, potendosi dire a cagione d'esempio: Èbbero un abboccaménto GON sso LUL;—Egli | trovasi ora CON ESSO LEI;—Si pose a conversàre CON ESSO LoRO, ec. Può dirsi anche: Con esso meco, con esso teco, con ess0 seco, in vece di con me, con te, con lui. Di vero tu cene- rài CON ESSO MECO. Bocc. nov. 15.—Fuggeénte alle calde in- teribra della terra lo ndturàl calòre dell''arbore, e traînte CON ESSO SECO Tumore. Cresce. 2, 22, 12.000 ; Esso sì aggiugne talvolta alle preposizioni /ungo, sovra, | facendo con queste una sola parola, come /unghésso, sovrésso. — Passàndo LuvnGHESSO la càomera dove la figlia gri- diva, ec. Boc. nov. 47. — NoI eravàm LUNGHESSO ’/. mare ancora, Come gente, che pensa a suo cammino. D. Purg. 3, —SovrEsso ’/ mezzo di ciascùna spalla. 14. Inf. 24. OSSERVAZIONI SU' PRONOMI SÉ, SI. S. VIII. Non verrà, spero, dagl' intelligenti biasimato que- sto mio deviamento dal metodo fin ora tenuto da’ grammatci, Gramm. Ital. 14 98 |  i quali soglion‘dare ai pronomi sÈ e SI un posto separato dagli altri personali primitivi, senza. poi darne ragione sufficiente che possa giustificare tale distinzione, | Ecco come gh espongono. DECLINAZIONE DEL PRONOME PRIMITIVO SÉ. - Nom.— Gen. di sè. Dat. a sè, sì. Acc. sè, si. Abl da sè, Indi ‘dopo d'aver detto seccamente esser questo pronome privo — di nominativo, più non ne fanno menzione. Mi sia permesso di far conoscere alquanto più da vicino questo pronome sì, ed il suo derivato SI, e di rettificare, se riescemi, l’idea erronea, che taluni ne hanno forse avuta finora. I a »—Primieramente: nego la premizia del pronome sì, im- perocchè, quel che è relativo a cosa antecedente non può esser primitivo, ed è indubitabile che il pronome sÈ è relativo ad una terza persona agente, espressa o sottintesa. Posato questo principio, ne segue che l'anzidetto pronome ha il suo sub- - bietto ,, 0 nominativo, consistente in una qualunque terza per- sona agente del verbo, espressa o sottintesa, alla quale è re- lativa; ed in ciò il SÈ va del pari colle particelle ME, MI, CI, TE, TI, vi, che hanno per subbietto i respettivi lor pronom .. 10, NOI, TU, VOI; ne differisce però che il medesimo nou può avere per obbietto se nonl’ identica sua persona, rappre- sentata da qualche nome o pronome di terza persona, ove le altre preaccennate particelle possono aver per subbietto o le identiche loro persone 10, TU, NOI, VOI, o qualunque terza persona diversa da loro, tome: Zo mz vesto, noi ci vestiàmo, PE da fu ti vesti, voi vi vestite, egli si veste, églino si vestono, e così . puossi dire: Egli mi veste, ella Hi veste, ec.; ma non mai 10 5! vesto, no? sì vesitàmo ec. ‘Dicesi poi nelle grammatiche, che il pronome sì indie |, che 1’ effetto dell’ azione rziverdera o ritorna sull’ agente stesso . del verbo. Ciò. è verissimo, ed -è naturale conseguenza delli dentità di persona, rappresentata dal sè e dal st come obb. dir. e indir., con quella rappresentata dal nome o pronome subbietto dell’ azione; ma ciò non prova alcun merito parti ‘colare nel pronome sì, imperocchè la stessa ragione milita per le particelle ME, MI, CI, TE, TI, VI, le quali avendo per subbietto dell'azione i loro respettivi pronomi 10, NOI, TU, vOI, indicano, al pari de’pronomi SÈ e si, l’ identità dell'ob- bietto col subbietto. o Le particelle sÈ, e st adunque debbonsi riguardare com? * meri pronomi personali, rappresentanti una terza persona n# |,  rosi obliqui (paranco latinamente ) identica con quella rappresentata dal nome o pronome nel caso retto o nomina- lwo, espresso, o sottinteso. Si dirà, forse, che questi pronomi meritano bene di essere dagli altri distinti, e considerati come primitivi, perchè occorre frequentissime volte farne uso nel discorso in senso generale ed indeterminato, senza che men- zione sia fatta di alcun precedente subbietto (7). Rispondo, che tal particolarità de’ pronomi sÈ e sI, la quale certo, per la natura delle cose non può essere la proprietà : di alcuno degli altri pronomi, nuHa aggiugne alla qualità de' primi, i quali sono e rimangono pronomi identici, e relativi ad un sub- bietto sottinteso in significato generale ed indeterminato. OSSERVAZIONI SU' PRONOMI ZO, IZ, ZI, GLI. $. IX. Danno i grammatici ‘come regola, per l’uso di LO e di IL, quella stessa già stabilita per le medesime par- ticelle, adoperate come articoli determinanti (Y. Sez. ZI, Cap. VI). Aggiungasi che, ove la lettera iniziale del verbo non sia vocale, nè S' seguita da altra consonante, -puossi indifferente- mente-adoperare Lo, o IL, e in fatti tal regola è appoggiata all’uso che delle due particelle fecero i migliori autori; onde può dirsi: #/ vide, #1 chiamò, il condusse; o lo vide, lo chia- mò, lo condùsse, ec., ma è mestieri adoperare esclusivamente LO ogni volta che il verbo comincia da $S impura, come: lo spense, lo scongiurò, lo sforzài, ec., o da qualsivoglia vocale, e in tal caso l’ 0 del pronome può elidersi e sostituirvisi l'apo- strofo, come: do ama, lo edìfica, lo istruisce, lo offende, lo uccise; oppure 7 ama, l'edìfica, l'istruìsce, l'offènde, l'uccìse, ec. TESTI. ul Se d'una cosa sola non LO avesse la fortùna fatto do- lente. Bocc. nov. 41.— Amo Guiscàrdo e quanto viverà L'amerò. Id. nov. 354.— Tanto l'affliziòn di figliudì LO strinse, che ec. 1d. nov. 63. — Ed ella O LO sprezza, 0 nol vede, o non s' avvéde. Tas. Ger. c. 2', st. 16. — Quando la donna 11 vide così il riconòbbe. Bocc. nov. 56. — Ella 1L piùnse assài, ed assàt volte invàno 11 chiamò. Id. ibid. — Il che come voi IL sesate voi 1L vi sapevate. Id. nov. 20. Notisi per altro, che quantunque in oggi l'uso di IL non (7) Osservisi per altro, che la particella si sovente si trova nel di- sorso per esprimere reciprocazione dell'effetto del verbo, come: Amàrsi, ediàrsi, stimàrsi, ec.; cioè a vicenda, reciprocamente, l'un coll’ altro, xDosi per naiuràle amore la moglie «ol morito. Fav. Esop. 147. i  —, sia del tutto bandito, anzi talvolta con leggiadria venga usato, ure LO prevale universalmente innanzi a qualsivoglia lettera iniziale del verbo, solendosi solamente apostrofarne l'o (e ciò neppur sempre) innanzi a vocale. Osservisi in oltre che l'/ di Ir può elidersi, ove la precedente voce termini con vocale. Fat' ei saper che' L fei ec. D. Inf. 10. — Di qui a poco tem- po tu ’L saprài. Petr. Tr. d'Am. cap. 1.— Donna dacche Dio ci ha fatto ben, sì'L ci togliàmo. Nov. ant. 65.0 IL, trovasi qualche volta anche come obb. indiretto nel rapporto d’attribuzione o tendenza, in vece di GLI, o LI. É se voi IL porréte ben mente nel viso,egli è ancora mezzo ebbro. Bocc. nov. 68. “e RE S. X. La regola precedente esiste pure ‘per le particelle pronominali GLI e LI, l'una il plurale di LO, l'altra di IL; ma tanto indistintamente esse trovansi da' migliori autori usate, ‘che non saprei decidere se più conveniente sia il tenersi ri- gorosamente alla regola, o il prevaricarla. I Trovàrono chi per vaghézza di così ampia eredità GLI | uccìse. Bocc. nov. 17.— Sì che per due fiùte GLI dispersi. D. Inf. 10. —VedéndoGLi col prete GLI chiamò e disse. Bocc. nov. 76.— Così bagnati ancòr LI veggo sfavillàre. Pet. Canz. 28.—O LI condànni a sempiterno pinto. Id. son. 214.— Vecchia fama nel mondo 11 chiùma orbi. D. Inf. 15, | SULL'USO. DEI PRONOMI PERSONALI. SUBBIETTO. . I. I pronomi personali come subbietti per lo più in- . nanzi ai verbi loro si sottintendono , avendo questi per ogni persona desinenze proprie, onde quasi inutile rendesi l’espres- !: sione de’ pronomi; sovente però, acciocchè più piena riesca . la frase, egli è eleganza l'esprimerli, e talvolta anche è ne- Marin , F i cessario, per. la migliore intelligenza del discorso. In quanto © al posto di essi, tante volte, per proprietà di lingua , negli autori si. trovano, or premessi, or posposti al ‘verbo, che sa- rebbe perdere e tempo, e fatica, il volere stabilire come re- | gola l' ordine naturale delle nostre idee, il quale esigerebbe, che immediatamente al verbo anteposti fossero : quindi ognu- no sì attenga all'armonia piuttosto che all'ordine, e se com- binarsi possono, amendue li segua, - | OBBIETTO DIRETTO. e: S. II. I pronomi di questo rapporto sono di due forme. Sing. Plur. Sing.. Plur.' ima. persona. Mi, ‘ cì, ne. Me, «noi. ada. pers. Ti, vi. Te, voi. za. pers. m. Lo, il, gli, li. Lui (1), . loro. za, pers. f. La (2), le. Lei (3), loro. za. pers. identica. Si. Se. | $. IMI. Abbenchè in quanto al significato non siavi tra le particelle dell’ una e dell'altra colonna differenza alcuna, pure nel discorso non sempre lo stesso sentimento portano, (1) Odesi in Roma, ed in alcune altre città d’Italia, ed anche in ta- lune di Toscana, usare comunemente ne’ discorsi familiari i pronomi lui, lei, loro, come subbietto del verbo, in vece di egli, ella, ec., il che è errore manifesto di lingua, non potendosi tali particelle adoperare se non che come obbietto o diretto, o indiretto (casi obbliqui). Potreb- bersi però a questa regola apporre tre eccezioni; 1ma. dopo la voce sic- come o come. Costoro che dall’ alira parte èrano siccome LUI, maliziosi. . Bocc. nov. 4; ada. Dopo il verbo èssere, quando questo significa tra- smutazione d’ uno nell'altro. Maravigliossi forte Tebaldo, che alcuno in lanto il somigliàsse, che fosse credùto Luvi. Id. nov. 27; 3za. Quando i suddetti pronomi son0 accompagnati da un addiettivo in senso esclama- livo, esprimente ‘contentezza, o miseria. Bedfo LUI che casio a morte corse. Alam. lib. 1, eleg. 10. Notisi che in queste eccezioni sono pure compresi i pronomi me, le. Credendo esso ch'io fossi TE, mi ha con un baslone tuito ‘rotto. Bocc. nov.-87. — Misero ME! che volli, Quando ec. Petr. cauz.9. — Misera ME! t' ho più che la mia vita amàto. Bocc. nov. 26. (2) Secondo la regola comune non devesi questo pronome adoperare che come obbie:to diretto (accusativo). Ciò non ostante da’ Toscani, e segnatamente da'’Fiorentini, ‘odesi usar familiarmente /a come subbietto, în vece di ella 0 essa.Quest'uso, da’ più riputato come errore, non è privo d'appoggio presso d' alcuni approvati .scrittori: LA mi ha sconcio, in modo, e governato Che più non posso maneggiàr marrone. Lor. Med. Nenc. 10.— Gli chiedèca sempre qualche cosellina come LA sapèva che egli andàsse a città. Fir. nov. 4. — O perìglio fora stala Vl gr E ai Periglio LA si fosse e di morte, ec. Car. En. lib. 4, v. 927. Fra Bartoli ha voluto stabilire un precetto per l’' uso di /2 in vece di ella. Egli dice doversi adoperare il primo ogni volta che qualche antecedente particella termini da e, come sarebbe se, che, perchè, ec., e dire per esempio: Se | la viene, mi fara piucère.— Desidero che LA mi scriva: in vece di se ella viene, che ella mi scriva. Noi crediamo non doversi far caso alcuno di questa pretesa regola, essendovi un mezzo più regolare di togliere l lato, elidendo la E delle particelle summentovate e simili, e sostituendovi 1’ a- postrofo. Si dica adunque: S'ELLA viene mi farà piacère,—Desìdero CH' EL- lA mi scriva, ec. si (3) Zui, lei, loro, quando precedono ad uno de' relativi che, il gua- le, la quale, i quali, ec. diventano pronomi personali dimostrativi, e vagliono coli, colèi, colòro.—Morie biasmàle, anzi luudàte LUI, Che lega e scioglie, e’n un punto apre e serra.Petr. son. 234. — Invoco LEI, che ben sempre rispose, Chi la chiamò confede. 1d. canz. 4g.—E LORO li quali amore vivi non avèva potùto congiugnere, la morte congiunse. Bocc.nov.38. 102 PARTE TERZA usandosi di preferenza quelle della seconda, quando trattasi d'indicare la persona più particolarmente, quasi: con esclusio- ne di qualunque altra: tale differenza fassi anche sentire nella pronunzia della frase, conciossiachè l' accento ‘oratorio cade o sul verbo o sul pronome, secondo che si usano le particelle della prima o della seconda colonna; esempj: Ella tI ama, 0 Vama. Ella ama TE, 0 TE ama (te solo). Egli cu manda. «Egli manda No (nonaln) Miràtent. | Mira ME, o MEmzràle (nonlui). LasciàteMi dire. «_—’—’Lasciàte dire ME (e tacete vol). Io LA (4) voglio. Io vòglio LEI (nessun'altra). . Egli SI propone. —— Egli propòne SÈ, o SÈ proponi. TESTI. do Io ho deliberàto di volére TE avànti che aleunaliroe.. Bocce. nov. 13.— LUI ho preso, e LUI vòglio. Bocc. ivi. — Or come Conòsci ME, ch'io TE non riconòsca? Petr. Tr. d'Am. cap. I. — Diràgli che to amo molto più LUI ch' egli | non ama ME. Bocc. nov. 77.— Za sperànza la quale mi. muòve che io vecchio ami vor ec. Bocc. nov. 10.— Quelk medésime bellezze che présero, e vìnser TE, hanno di pa, preso e.vinto ME.. Tesor. Brun. — Soddisféce alla sua do | mànda, e SÈ ad ogni suo servìgio ec: ata Bocc. nov. 13.— Ferir ME di saetta in quello stato, stràr pur l arco. Petr. Son. 3. E a vOI armàla non mo-| Ognuno di leggieri vedrà, che le particelle me, noi, le; voi, lui, lei, sé, negli esempj suddetti, hanno molto ma8- gior forza di sentimento, che non avrebbero mi, ci, w»f lo, la, si, ec. | OBBIETTO INDIRETTO. ._ &amp;. IV. Sembrami superfluo il ripetere qui cosa debbit} intendere per odbzetio indiretto, essendo stato sufficientemente | spiegato (Cap. V, Sez. preced.), che il nome può avere 0 . verbo delle relazioni secondarie di molte ‘specie diverse, ! - quali nel discorso è'esprimono con qualcuna delle numerose già. accennate preposizioni, le quali ai nomi si premettono., ’ I pronomi, facendo le veci dei nomi, hanno co' ve gli stessi rapporti indiretti, e nella stessa maniera questi, 0006 , (4) Per proprietà di linguaggio il pronome la trovasi in molti modi di dire relativo al vocabolo cosa, come: Non LA so capire. — Ei se . gode. — GlieLA do vinta. — Iddio LA mandi buana. — Egli se LA passa be. ne.— Voi me LA pagherete. — Non ve LA perdonerò mai ec. n mediante una delle preposizioni, si fanno conoscere (5), fiorchè nel rapporto d' atfribuzione o tendenza (dativo), che nel pronome personale non abbisogna di preposizione, essen- dovi nell'italiana favella delle particelle pronominali perfetta- mente corrispondenti ai dativi de' Latini mihi, bi, sibi, no- bis, vobis. Sì prendano adunque in considerazione le seguenti due colonne. | Rapporto indir. qualunque. Rapporto d’attribuzione ec. Sing. Plur. Sing. Plur. IMma. persona Me, noi. Mi, ci, ne. ada. persona Te, voi. Ti, vi. 3za. pers. m. Lui, loro. Gli (6), I loro (7). dra. Agg. f. . Lei, loro. Le (8), loro. za. pets. identica. Se. - Sì. . — $. V. Dal di sopra esposto non ne segue appunto che il rapporto d' attribuzione o di tendenza, non possa esprimersi : con una delle particelle della prima colonna, preceduta dalla preposizione 4, usata per lo stesso rapporto nei nomi; ‘anzi sovente adoprasi queste di preferenza, segnatamente quando indicare vuolsi persona particolare con esclusione di ogni altra dicendo: A ME, A NOI, A TE, A VOI, A LUI, A LEI, A LORO, esemp): — Badàte A_ME; prestùte fede A LUI; il darò A LEI; a A VOI mi rendo; lascia la cura A ME; ec. (5) Possiamo dire e scrivere -meco, seco, seco, facendo contrazione della preposizione CON colle particelle me, fe, sè, come solevan pratica- re i Latini, in vece di con me, con te, con sè. I nostri antichi usavano la stessa contrazione co’ pronomi noi, e voi, dicendo e scrivendo nosco e vosco, in vece di con noi, con voi; ciò che oggi però solo nel verso sarebbe lecito. Tu d’ Anfrìiso pastore a parlar nosco Non ti grave il vernìr. Alam. Colt. 2, 34. — Eurìpide 0 è nosco e Anacreònie. D. Purg. 22. — Gite sicuri omài ch’ amòr ven vosco. Petr. son. 120. . (6) Non si confonda questo gli, che indica il rapporto di attribuzione o tendenza (dativo), coll’ altro gl plurale di 70, usato come obb. diretto (accusativo). ì (7) Gli, nel medesimo rapporto in vece del plurale Zoro; quantunque . oasi tutto dì nel parlar familiare, e sen trovi pur qualche esempio ne- gli autori,. pure è riputato modo di dire scorretto. Y Saracìni riprèsero Jerusalèmme e quasi tutto ’l1 paese che ’1 Sultàno GLI avèa rendùto. Gio. Vill 6, 185. — De’ buòni spiriti che son stati attivi, Perchè onòre e fama GLI succèda. D. Par. 6. — I Fiorentini per queste due terre non si mòs- sero, benchè grave GLI fosse l’oliràggio de’ Pisàni. Matt. Vill. 3, 12.— I quali (i figli) facèvano stupire chi gli conosceva , e la madre facèndoGLI da buoni maèstri insegnàre, GLI fece imparàre tuile le buone arti. Pecor. gior. to, D. 1. (8) E altresì creduto fuori della regola comune l’uso di gli, invece di le femminino, che pur non di rado sentesi nella bocca del volgo, e di cui neppure mancano esempj ne’ classici autori: vedi Bocc. nov. 45, D. Par. a9, Matt. Vill. a, 24. 104 = PARTE TERZA us TESTI” | Signòr mio se A vor aggràda, voi potéie; A_VOL lid andissimo onòre ed A ME, che pòvero sono, grande utilità. occ. nov. 16.— Non vo' dir pérder lei, ché non la perderò dàndola A TE. Id. nov. 98.— Dire A LUI quelmedìsimo che | zo ho detto A TE. Machiav. comm. I OSSERVAZIONI SULLE PARTICELLE PRONOMINALI NE, CI, VI S. VI. La particella ne trovasi sovente, sì in verso che : in prosa, invece di ci, nel signif. di noî, nou solo come ob- | bietto diretto, ma anche come obb. indir. nel rapporto d'at- tribuzione, o di tendenza. di TESTI. . Sole în tanta affliziòne N' hanno lasciate. Bocc. Introd— © IL mandorlo fuòri di casa nostra così infermo NE sarébbe : gran biùsimo. 1d. nov. 1. — Perché crudo Destìno NE disu- nìsci tu, S Amòr NE strigne E tu perchè NE strigni, Se NE parte il destin, perfido Amòre? Guar. Past. fido, At IM, sc. IV.— Che tu con noi ti rimànga per questa sera, Nt - caro. Bocc. nov. 43.— La donna che colùî, ch’ a te NE ‘noia. | Petr: son. 8.—E sì come la vita Fugge; e la morte N' è sovro le spalle. Id. canz. 29.— Scòstati tu, che all'àbito NE sembri I Esser alcùn di nostra terra prava. D. Inf. 16. . S. VII. Non si confonda però il suddetto ne, il quale, ù come si è veduto è pronome di prima persona plurale come . obb. or diretto, or indiretto, coll’ altro ne parimente pronome ma di terza persona, e solo come obb. indiretto, facendo le - veci di qualche nome, sì di persona che di cosa, € ella preposizione di, o da (9); esempj: ZJo NE parlo, cioè Parlo i di lui, di lei, di loro, di questa, di quella cosa. — NE ne | grandi favòri, cioè Riceve grandi favori da luz, da lei, da bro ec:— N’ ebbe paùra, cioè Ebbe paura di ciò, di tale, 0 tal altra cosa.—NE conòsco il valòre, cioè Conosco il valore - di lui, di ciò ec.— Dio è giusto, io NE vénero 1 decréti NE sono contìnto.— Me NE rallégro. — NE sono sorpreso, NE. sento -piacére, NE ho bisògno, ec. » uesto pronome è sovente partitivo, stando in vece di una” (9) Ne è sovente riempitivo per vaga proprietà di linguaggio. La Donne - ec. se NE cenne e del buòn uòmo domandò che NE fosse. Bocce. nov. 12-77 E con buòn vento tosto infìno nella foce della Magra N° andàrono, montàle alle lor castèlla NE salirono. Id. nov, 16. e ec pirte della cosa di cui si parla, come: Avéte voi de' libri? Non Ne ho; ma NE avrò; NE comprerò. — Conòsci tu, i miei figli? s, NE conòsco alcuni. — Le donne mi dàvan sì poco sa- limo, che io non NE poteva appéna pagàre i calzori. Bocc. nov. 24.— Troppi NE avrei, s' io NE volessi. Id. nov. 52. —Poichè ve NE trovò che avessero sentimento. Id. nov. 17. ec. La particella ne è parimente pronome di luogo, stando m vece dell'antecedentemente espresso nome del luogo, donde si fa o si è fatta partenza, e della preposizione da, come: Quando andòte a palàzzo? NE vengo ora.—Ma l altro corpo tato ed immòto, Dimòstra ben che N' è lo spìrito uscìto. Tass. Ger. C. 12, st. 753. - ; $. VIII. Le particelle ci e 07, che di sopra abbiam vedute figurare.come pronorhi personali primitivi, di prima e seconda persona plurale, sono sovente pronomi di luogo, facendo le . veci non solo del nome del luogo in cui si è, dove si va, e per dove si passa, ma ancora delle prep. a e in, come: Andàte vi a Roma? Si, VI vado. Quando ci tornerète? (cioè qui) Nol so per ora, ma quando VI sarò arrinùto (a Roma) vi farò sapere, per una mia leéitera, quando mi CI (qui) do- rele aspettàre. Da questo esempio si vede che usasi CI quando Illuogo è vicino a quello che parla,e vi quando n'è lontano (40). TESTI. Non dùbito punto che tornàndo în Sicilia io non VI i ) Ù N ‘ LI essi ancora grandissimo luògo. Bocc. nov. 46.— Il che non | a se: facindo m'è di questa noja cugiòne, e con questo mi ci mena, e con questo mi CI tiéne. Id. Lab. 10.— Costoro mi cI fanno enfràre per ingannàrmi. Id. nov. 15.—Madònna, questi è un pover ubmo mùlolo, e sordo, il quale un di questi dì cr venne per limòsina. 14. nov. 24.—Io non ci ho a far nulla, anzi CI era venùto per ammonìrgli. 1d. nov. 1.—Sì tardi VI giùnse, che essendo le porte serràte, e i ponti levàti entràr non VI poté dentro. Id. nov. 12.—Io co’ in Olànda Tornùàre, e voi meco a tornàrVi invito. Ar. Fur. 9, st. 93. 7, (19) Abbenchè questa regola sia generale,pure in grazia dell'armonia egli t lecito allontanarsene, allorchè due particelle pronominali di suono eguale, l'una di persona, l’ altra di luogo, nella stessa frase si trovano, Maendosi la particella di luogo lontano in vece di quella di luogo vicino. er esempio il dire: Zo vi vi condurrò; Voi ci ci conducèste, offenderebbe l'orecchio, e però dicasi piuttosto: Jo ci ci condurro; Voi vi ci conducèste, 0 Voi ci conducèste in quel luogo. Adoprasi parimente cò per indicare stanza in luogo, come: Di dì, e di nolle ci silavora, e ballecisi la lana. Bocce. nov. 20. Zi indica moto di luogo, come: Per ogni colta che passar VI solea, credo, che poscia VI sia passato sette ec. Bocc. nov. 47. Gram. Ilal. 15 106 |  CI e vi talvolta sono anche pronomi di terza persona come obb. indir. nel rapporto d’attribuzione, o di tendenza, come : Pensàrci, crederci, badàrci, ec. cioè: Pensare a tal cosa, credere a tal persona o cosa ec. S. IX. Le particelle pronominali mz, ci, #7, vi, sz, ne, gli, lo, la, indifferentemente , o sciolte al ‘verbo premettonsi; 0 in fine a questo s'affiggono, in modo che col medesimo formino una sola parola, esempj: Mi piùce , o piùcemi ; ci disse, 0 disseci; ti dico, 0 dìcoti; vi reco, 0 récovi; si trova, o trò- vasi; ne aveva, 0 avévane; gli pere, o fecegli; lo amàva, 0 amùvalo ; la tengo, o téngola ; li vide, o videli ec. (11) — i PRETI S. X. Il pronome IL, troncatone l'I, trovasi qua e Èì . nel Boccaccio, affisso al gerundio ed all’imperativo; in ogg - però è più del verso che della prosa (12). LoRo non s' af‘ figge mai, ma usasi sempre sciolto, o avanti o dopo il verbo, — in qualsisia modo o tempo questo stia; perciò dicasi /or disse, o disse loro. S. XI. Le dieci particelle suddette, di necessità si affiggono al verbo, quando questo sta nell'infinito nell’imperativo,o nel gerun- ‘dio (45), come: Amàrmi, ùmami, amàndomi ; vedèrci (14), è . (11) Nella terza persona plurale si tronca per lo più l’ o finale del | verbo, sostituendovi l’affisso, come: Parlaronmi, salùtanci, cèrcanti, amò vansi, furonvi, dièdergli, ec. Possiamo per miglior suono cangiare la mì n innanzi all’ affisso ci nella prima persona plurale, e scrivere amidna voglianci, in vece di amiàmci, vogliàmci. VOGLIANCENE noi andàre ancòro' Bocc. nov. 84. (12) Più sovente s'incontra contrazione fatta del pronome 3/ coll’ av- verbio negativo ron troncata la n di questo, e la vocale i del pronome, . ‘ OS : cosicchè ne venga mol, come: Nol so, nol posso, nol niègo, nol fece, ec in luogo di ron lo so, non lo posso, ec. (13) Non ostante questa regola, numerosi esempj sì trovano di appro ria vati autori, in cui le suddette particelle precedono all’ infinito, all'im- perativo, e al gerundio. Fammi rilornàre alla prigione, e quivi quanto TI piace MI fa affligsere. Bocc. nov. 16. — Fa conto non MI acèr ffocalo e fa da TE. Cecch. Dole.— Ed io a lui: Con piàngere e con lutto, Spirio maledèlito, Ti rimani. D.Inf. 8. — Andàlte voi e Siro a irevar Callimaco e GLI dite che la cosa è precedùta bene. Machiav. Comm. — Pòrlamelo, © n . Zi odi "i ee si guarda a non LO versare. Id. ivi. E potrebbesi quasi stabilire come ecce zione alla regola che i pronomi non s’affiggono a’ tre modi suddetti, M ad essi sciolti premettonsi ogni volta che la proposizione è negalivà ponendoli allora tra Ja particella r0r o nè e ’1 verbo, come: Egli r8'im- pose di non Lo pine.—Non MI VEDÈNDO giùngere in tempo, se ne ritorno, benchè mi avèsse promèsso di non S' ALLONTANARE fino al mio arrivo? Non LE DATE reila, NÈ più LA FREQUENTATE. | i (14) troncasi la e finale dell'infinito, e nei verbi in rre si scema il verbo della sillaba re, sostituendovi l’ affisso, come: Condùrmi, porlo, tro'- ne, da condurre, porre, trarre. Se }' infinito è preceduto da altro verbo all’ imperativo le particelle più volentieri a questo si affiggono, che 2 quello, come: FuleLO venire, venìtleci a vedère, la:ciunelo provére,  du, vedendoci; dirgli, ditegli, dicéndogli; partirsi, partendo- s; consolarlo, consolàtelo, consolàndolo ; averne, ùbbine, avén- done ec. (15) i ‘Le medesime particelle (fuorchè g7) raddoppiano le lo- Fo consonanti ogni volta che s' affiggono ad un verbo, la cui rocale finale porti l'accento, cioè nella terza persona singola- re del tempo passato perfetto, e la prima e terza, pure singo- lre, del tempo futuro; e però scrivasi: amòmmi, morròmmi, mostròcci (16), diròtti, daràvvi, partìssi, riconciliòssi, andòn- ne, manderàllo (AT), inghiottilla;in vece di m'amò, mi mor- | rò, ci mostrò, ti dirò, vi darà, si partì, ec. (18) Essendo l'infinito preceduto da un verbo in qualunque altro modo, o tem- po, che non sia l'imperativo, puossi, volendo, come nel parlar famigliare per lo più usasi, affiggere le particelle all’ infinito, o con più vaghezza, | Premetterle sciolte al primo verbo, segnatamente ove questo sia uno di questi: dovère, potere, volère, venìre, solèére, come quasi ad ogni pagina del Boccaccio incontrasi: Atfèndi quello che io TI voglio dire. nov. 13. — Ella repostogli, IL comineiò a guatàre. Id. nov. 85. — Come nol chiàmi tu che Tl verga ad ajutàre. ld. nov. 77. — Niuna cosa più liela LE poteva av- | ventre. Id. nov. 47.— Lq cominciò a soccorrere. Id. nov. 50. In vece di: voglio dirti; cominciò d' guatàrlo; che venga ad ajutàrti; polèva av- venirle; ec. 7 (15) Lo stesso ha luogo dopo il participio passato, sottintendendovi Il gerundio, o qualche altro tempo di uno de’verbi ausiliari avere od ès- sere. La donna GUARDATOLO disse, che avèsle Anichìno ? ( cioè avendolo guardato). Rocc. nov. 67.— E da’ piè LEVATIGLISI, se n' andò ad udir la messa (cioè essendosi levata). Id.nov. 65.— M’hacon un bastone iutlo rotto, © DETTAMI Za meaggior villania (cioè mi ha detta). Id. nov. 67. Affiggonsi | Rello stesso modo tutte le anzidette particelle pronominali (fuorchè si) , all’'avverbio ecco; dicendosi èccomi, èccoti, èccoci, èccovi, èccone, èccolo, , eccola, èccoli. (16) Nel medesimo modo raddoppiasi la consonante degli affissi, quan- . da si uniscono a’ verbi monosillabi ho, ha, è, fu, sa, come: Hommi, | hotli, hollo, havvî, evvî, ènne, fuvvi, funne, sallo, in vece di mi ho, ti ho, SS ho, vi ha, vi è, n'è, vi fu, ne fu, ec. Similmente agl’ imperativi mono- sillibi da, fa, sta, va, dì, come dammi, fatti, stacci, vanne, dille, ec. (17) Apponendosi |)’ affisso alla seconda persona singolare del futuro, a consonante non si raddoppia, ma troncasi l’ 7 del dittongo finale ai, e bonesi invece il segnaccento sull'a. Ya leggi il cornucopia, e TROVERALO. Fir.trin. a, 4 — FARANE questa sera un soffiòone alla tua servènte, col quale ella accènda it fuoco. Bocc. nov. 31.—Io vi li porrò chetamènlte una collricella, e DORMIRAVITI. Id. nov. 13. —DIRAGLI, qualora egli li par- la, più che ec. Id. nov. 77. l i (18) Fo avvertito il lettore, che per tal raddoppiare di ‘consonante, sendo divenuto superfluo il segnaccento, che suolsi porre sulla vocale dl verbo quando la particella pronominale precede, egli è regola di or- ‘grafia il non apporvelo. DELL’ ACCOZZAMENTO DI DUE PARTICELLE PRONOMINALI. Sovente due pronomi personali, l'uno come. obbict- to diretto, l’altro come obbietto indiretto, nel rapporto d'’at- tribuzione o di tendenza mel discorso s' accoppiano, ed è ciò che l'accozzamento de pronomi dicesi, cioè: 4°. I pronomi personali primitivi tra di loro. 2°, Uno de primitivi coll’ identico si. 5°. Uno de primitivi colle due particelle cz, vi, come pronome di luogo. 4.0 Uno de primitivi 727, ci, ti, vi, o l'identico s7, con uno dei relativi 7/, /o, Zu, Zi, gli (1), le, e questiin due ma- niere accoppiarsi possono, o, come gli antichi per lo più pra- ticavano, e che anche qua e là con eleganza da’ moderni usast, cioè di anteporre i relativi a’ primitivi, e all’identico, come: Il mi, lo mi, la mi, le mi, il ci, lo ci, la.ci, le ci, U &amp;, lo ti, la ti, le ti, il vi, lo vi, la vi, le vi, il si, lo si, la si, le si, gli st (2); 0, com'è più comune fra i moderni, di pre- mettere i primitivi, cangiatone l’7 in e, a'relativi, scrivendo e dicendo me lo, me gli, me li, me la, me le, ce lo, ce gli, ce li, ce la, ce le, te lo, te gli, te li, te la, te le, ve lo, vela, ve le, se le, segli, se li, se la, se le. Tutti questi pronomi nell'una o nell’ altra maniera accor- zati, o si premettono sciolti innanzi al verbo o al medesimo af- figgonsi, esempj:— 4cànti che tu MI TI avvicini. —MI VI con viene dire una novelléita, ec. TESTI. Ella mi si presentò dinàùnzi. Bocc. nov. 10.—Nè negort IL MI puoi se 10 il desideràssi. 1d. nov. 77.— A costui s doleva quasi come davànti IL si vedésse. Filoc. 6. — Ilaro (1) Non confondasi questo gli, che è il plurale di /o, coll’altro nel rapporto di attribuzione, o tendenza. , (2) Notisi però che, il mi, il ci, il ti, il vi, non si trovano mai affissi, se non che talvolta al gerundio, ed all’ imperativo troncato |’ i del pro- nome il, come; Dandolmi, dicèndolti, porgèendolvi, mandialelmi, difela €C- Questo pronome, troncatone l’î, accozzasi pure colle particelle 7726, 66, le, ve,ne, se, come: Quèsta maltlìina MEL fe sapère una povera fèmmina. Bocc. nov. 15. — Quello che noi vorrèmo a te, tu TEL vedrai nel tempo avv nire. 1d. nov. 97. — E ch’ egli ci chiùmi , chiaramènte ceL dimostra Né procerbi di Salonione. Vass. 13.— Il che quando avveniva, costùi in gro" dissima grazia sEL ripuloca. Pocc. nov. 22. Come pure colla particella gli aggiugnendo a questa un’e, formando insieme gliel. Non GLIEL celdi, DA Jutto GLIEL' apersi. D. Inf. 10. (lE ascoltò con maravìglia le paròle di Filòcolo, e più volte RTERARLESI fece. Filoc. 7. — Salabattto mio dolce 0 N TI raccomàndo. Bocc. nov. 80.—In fino a tanto che io di qusta cosa ec. te ne avrò fatto quello onòre che TI SI conviene. ll nov. 64.—Se tu fossi stato un di quegli che il pòsero in roce, avendo la contriziòne, SI TI perdonerebbe egli. Id. nov. 1. —E fàttala sopra un palafréno montàre, onorevolmente a ca- sa LA st menò. Id. nov. 100.—Dinànzi a noi tal, quale un fuoco acceso, Ci si fe l der sotto è verdi rami. D. Purg. 29. —Vi si vedéa nel mezzo un seggio altéro, Ove sola sedéa la | bella donna. Petr. Canz. 44.— Poiché tu così promeiti, ‘o sta- È a” rò,mapensa di OSSERVARLOMI. Bocc. nov.47.—RACCOMANDA- LEMI e fatti con Dio. Id. nov. 77.—VENISTEVI tu vago della : ma vila, perché SENTENDOLATI domandàre, prestamènte deli- &lt; berùt di DARLATI. Id. nov. 89.—Non so a che mi tengo che non ti ficco le muni negli occhi, e TRAGGOGLITI. Id. nov. 26.— : FATTALESI venìr dinanzi in presénza di mille, le disse. 1d. nov. 100. (3) d.° Accozzasi uno de' primitivi ed anche l identico si, | cangiatone l’Z in e, col pronome partitivo ne (4); il che, per lo più; si fa in una delle seguenti mauiere; Me ne, ce ne, te | ne, ve ne, se ne, o mene, cene, tene, vene, sene (3), 0 men, cen, | ten, ven, sen. TESTI. To non ME NE maracviglio, né TE NE so ripigliàre. Bocc. (3) Talora si trovano tre particelle accozzate, che vanno sciolte in- ‘ nanzi al verbo. Del mio servir non veo Che gioja Mi SE NE accrèsca. rim. { ant. Enzo re. — Avèndo forse avùio per male ch'io MI vE NE sia dolùta. Bocc. nov. 23. — oi colla buòna ventùra SI VE NE andàle il più tosto che” voi potete. Id. nov. 20. | (4) Queste particelle così accozzate s' affiggono anche a' verbi, e spe- cialmente all’ infinito, al gerundio, all’imperativo, ed al participio passato, (ome: andarmene, dàndocene, liberalosene, valtene, parlàndovene, ec. (5) Ne spesso preponesi a’ pronomi /o, Za, le, gli, e co’ medesimi tal- volta s' affigge, come leggesi molte volte nel Boccaccio ed altrove. Tu fa- resti quello che far dovèvi di MANDARNELO come facèsti. nov. 23. — Pregò taramènie Chichìbio che NE LE desse una coscia. nov. 54. — Là tornàti ton una iavola, su v acconciàrono la fanle, ed alla casa NE LA portàa- fono. nov. 77.—É avèndo alcun denàjo ed il Canigiàno AVENDONEGLI al- quanti prestàti, fece molle balle ec. nov. 80. — L'imperatore , ottenùla acenna, tolse due colonne, le quali èrano nella chiesa di S. Vitale e MANDOSSENE rzel suo regno. Petr. uom. ill. Talora alle stesse particelle si Pospone, ed anche alla particella i. Dopo alguànto tempo la contèssa cor- lesemènte LO NE rimandò in suo paese. Fil. Vill. 11, 78. — E perciò con vostra licenzia io voglio andòre al bosco, e FARLENE venire. Bocc. nov. 4. —Io ti consiglierei che lu 1L NE cacciàssi fuori prima che ec. Id. nov. 47. *» 110  nov. 23. — Tu non CE NE potresti far più. Id. nov. 86.— Ch' io dica il vero, questa prova VE NE posso dare.Id. nov. 41.— Bernabò dopo alcùn tempo SE NE tornò a Genova. Id. nov. 10 — ANDIANCENE zn camera e da una finestrella guar- dimo. Id. nov. 77.—Io prego voi se non VEN sete accorta. D. rim. 17.—L'una gente SEN va, l' altra SEN viene. D. Purg. 25. Ed ancòr non MEN pento Che di dolce veleno il cor tra- bòcchi. Petr. Canz. 33. 6.° Finalmente il pronome personale relativo gli, nel rap- porto di attribuzione e di tendenza, frappostavi Ta vocale e, s'accozza colla particella Ze, nel rapporto di obb. dir. masc. e femm., sing. c plurale (6). TESTI. A41 Catalàno il domandò, e quegli, ancòra che grave gli parèsse, GLILLA lasciò. Bocc. nov. 19.— Portò dg ni pellegrini al soldàno, e GLIELE presentò. Id. ivi.— vendo io giù rendùta indietro la borsa alla femminétta che recata l'avéa, che GLIELE riportàsse. Id. nov. 25. Nella medesima guisa, cioè indeclinabilmente e frappo- stavi la vocale e accoppiasi il relativo #7, col partitivo ne, co- me:— Giunto Ipòcras trovando la n. morta; GLIENE dol se duramente. Nov. ant. 59.— Sotto la mazza d' Ércole, che forse GLIENE di? cento, e non sentì le diéce. D. Int. 3. Per gli occhi che di sempre piùnger vaghi, Cercan dì e not fe pur che GLIENE appùghi. Petr. canz. 8.—Nedindo l'uòmo la, semplicità del fancyillo GLIENE cenne pictà. Matt. Vill. 10. S. AL. Per proprietà e vaghezza di lmguaggio innumerè- bili volte qualcuna delle particelle mi, ci, 17, 07, si, ne, s08 o accozzata, sciolta o affissa, trovasi usata nel discorso, set za che della sua funzione alcun’altra ragione possa darsi, € non che vi sia per solo ripieno, 0, come i grammatica s0- glion chiamarla, accompagnaverbo; imperocchè intiero sareb anche senza di essa il senso della frase. TESTI. To Mi credo che le suòre sien tutte a dormire. Bocc. nov. 21. (6) Siccome in questi esemp) vedesi, gliele, dagli antichi, e segnala- mente dal Loccaccio, è usato indeclinabilmente, cioè senza por mente né al genere, ne al numero della persona, o della cosa, alla quale potrebbe esser relativo. I moderni più volentieri ne cangiano la vocale finale, s€- condo che dicesi di qualche nome mascolino, o femminino, singoiare ° plurale: scrivendo e dicendo glièlo, glieli, gliela, gliéle. ETIMOLOGIA E SINTASSI 111 -Ne so quant'io MI viva in questo stato. Petr. Canz. 8.— limi son giovinetta e volentieri M° allegro e canto. Bocc. Can. 9.— Lo MI so ben ciò che avreste fatto. Dicer. Div. — Ia donna e Pirro dic'vano noi Ci seggiàmo. Bocce. nov. 69. - Con tuo danno ti ricorderàt sempre, che tu CI viverài del nome mio. Id. nov. $4.— Io non so se tu T hai posto men- le come noi siùmo tenùte strette. Id. nov, 45. — Se tu TI con- nti di lasciùre apprésso di me questa tua figlioletta. 1d. nov. 18. — Zo non so se vot VI conosceste Talùno di Molese. - Id. nov. 87.— Voi VE NE potreste scendere al luògo dove è vostri panni avete lusciùti, e rivestîrci e tornàrVENE a casa. ld nov. 77.— Ed ella st sed'a Umile in tanta gloria. Petr. Canz. 27.— Fece vista di BÈRSELA. Fir. Disc. d. anim. — Per più letizia sì mi St nascòse Den:ro al suo raggio la fi- , gura santa. D. Par. 8. — Quando furo matîri (1 fichi) SI ghîne portò una soma. Nov. ant. 57.—I Ghibell:i facendo | laglùre dappiè la detta torre, SI la fecero appuntellire. Gio. Vill. 6, 34, 10. ._ $ HILL I rapporto possessivo, vale a dire quello di posses- sione, 0 d'appartenenza, ne' pronomi personali (7. Cap. V della prec. Sez.) si esprime come ne’ nomi medesimi, cioè mediante la preposizione di, posta innanzi alle particelle me, ‘na le, vor, luz, lei, loro; ma siccome a questi frequentemente sosttuisconsi gli addiettivi pronominali possessivi m%0, nostro, | tuo, vostro, suo, loro, qui non ne faremo menzione, riserban- doci di dirne quel poco che per tal rapporto spetta loro, quan- . do ci toccherà di dover trattare di quelli. DE'° PRONOMI PERSONALI DIMOSTRATIVI. $. I. Così chiamansi quelle voci che han posto nel discor- “ $0 per accennare, dimostrare, e quasi additare le persone ter- e, cioè quelle nelle quali si parla (1). Comunemente nell’idioma italiano, come dimostrativi ri- Conosciamo le voci, che qui colle loro variazioni di genere € di numero seguono. (1) Ovvia è la differenza tra que:ti pronomi di terza persona, e i ai de’ quali ne’ due capitoli precedenti si è tanto diffusamente ragio- ato ; e che a persone e cose riferirsi possono, mentre .queste non mai ‘ Cose ma a sole persone son relative, come nel corso del presente capi- + dolo sì vedrà chiaro. 112. PARTE TERZA Mascolini. Femminini. Sing. Plur. Sing Plur. Questi, cotèsti. ...:... E ME Quegli, quei. si ala gra fe e, Costùi, colùi, Costoro, coloro. Costti, colti, Costòro, colòro. Cotestùi, Cotestòro. Cotestèi, Cotestòro. Desso. Dessi. Dessa, Desse. S. IL Questi, cotésti, quegli non si usano che per addi- tare persona mascolina singolare, e solo nel rapporto di sub- bietto del verbo d): Il primo indica un uomo vicino alla per- sona che parla; il secondo, accenna una persona prossima 4 chi ascolta; il terzo, dicesi di uno lontano, e da chi parla, e‘ da chi ascolta (3), come: QUESTI è un duòn uòmo, ma C0- - TESTI é assùi migliòre.—QUESTI venne premiàto, e QUEGLI go- stigato.—QUESTI fu felice e QUEGLI sforiunàto ec. i TESTI Tu de saper ch'io fui *! Conte Ugolino, E ques. T Arcivescovo Ruggièri. D. Inf. 53.—QuESTI è il mio st. ghòre, QUESTI veraménte, è Messer Torèllo Bocce. 11, 90. — Questi in sua prima età fu dato all'arte Da vender pa- ; roletie,anzi menzògne. Petr. Canz. 48.—COTESTI, ch'ancòr vw, | *e non si noma. D. Purg. 14.—QueGLI allòra mi domandò che peccùto quel fusse. Bocc. nov. 70.—QuEGLI (4) é Cao, | Che sotto 'l sasso di monte Aventino ec. D. Inf. 25. i (2) Contro a questa regola trovansi alcuni esempj in cui Questi € quegli: . non riferisconsi ad uomo.— Ma non sì che paùra non mi desse La vista,cht |. m’appàroe d' un leòne. QUESTI parèa che contra me venèsse. D. lof. 1 Dall’una parte mi trae l’amore ec. dall’alira mi irae giustissimo sdegno — ec. QUEGLI vuòle che io li perdoni, e QUESTI vudle chè conlro a mia nolu- ra in le incrudelisca. Bocc. nov. 31; ma non sono da imitarsi. so (3) Numerosi esempj sonovi si ne’ prosatori che ne’ poeti in cui que? que’ in luogo di quegli s' incontrano. E quale è QuEI, che volente acquista. D. Inf. 1. — O qudli io vidi QuEI, che son disfalli Per lor &amp; perbia! ec. Id. Par. 16.—QUE’ rispose io sono caduto in una fosso. Nov. ant. 36. | (4) Pure contro la regola leggonsi in Dante, ed anche in qualche 28° tico prosatore, quegli e quei come obb. dir. e indir. Che non soccorri QUEI ! che l’amò tanto. D. Inf. a.— Sin mi giùnse al rotto Di QUEI che si piange va con la zànca. Id. ibid. 19.—Io mi rendèi Piangèndo a QuEI, che volen= tièer perdona. ld. Purg. 3.—Si dice che se la radice sua, s’ appìcchi al collo di QuEGLI che ha le scrofole, che gli vale ec. Cresc. 6, 13. — Per 9. quale altri si rappresènta per lo comandamènto della chiesa a QUEGLI che vicàrio di Cristo è nella chiesa. Passav. g1.— Nè mancano esempi) 1". cui quello e quel sono usati in vece di guegli e quei come subbietto € Di: feriti ad uomo. QuEL fu lun de’ sette regi, Ch’ assiser Tebe. D. Inf. hai — QuEL ch’infinìta provvidènza ed arte Mostrò nel suo nmirdlil magistero. Petr. son. 4. — Maggiormente è da amare lo ladro, che QUELLO che $ colidiana:mìnle in bugie. Albert. Cap. 2. ETIMOLOGIA E SINTASSI 113 $. IIL Costui, costéi, costòro si adoprano ognuno nel suo genere e numero per accennare uomo o .donna, uomini o donne prossimi a chi parla; e differiscono dal dimostrativo Questi in ciò che essi possono in tutti i rapporti del nome col verbo adoprarsi, essendo, in quello d'obb. indir., da una delle già altra volta nominate preposizioni preceduti (5). TESTI. Dicean: chi è COSTUI che senza morte, Va per lo regno I della morta gente? D. Inf. 8.— Quando è vidi COSTUI nel | gran disérto. I. Inf. 1. — Che farèm noi, dicèva l'uno all al- fro, dé COSTUI? Bocc. nov. 1.— Noi confessiàmo COSTUI, cioé Dio, essere dignissimamente eccellentìssimo. Bocc. Consol. Fi- losof. pag. 79, — Dio è signòre, e vede quanto fai ec. Saggio è chi ama e séguita COSTUI. Fr. Barb. 113, 9 (6). — Ma che sua parte abbia COSTEI del fuòco. Petr. son. 50. — Tòfano : udéndo cOSTE1 si tenne scornàto. Bocc. nov.64.— Così COSTEI ch'è tra le donne un sole. Petr. son. 19 (7), —0 graziòso Apòllo, Deh ferma il guardo a rimiràr cosToRO. Bocc. Ame- l0-Da costoR non mi può tempo né luogo Divider mai. - Petr. son. 140. Colùi, coléi, colòro vagliono Quegli, e adopransi per “ @CCennare vormo 0 donna, uomini o donne lontani, e da chi parla, e da chi ascolta. Del rimanente sono nell'uso loro in lutto uguali a’ tre dimostrativi del $. preced. (8). (5) Rare volte Coszùi e Costèi come subbictto trovansi; bene spesso Però s'incontrano negli altri rapporti, cioè di obb. dir. , obb. indir. e nel Possessivo. Questi pronomi pure di cose inanimate furon detti da alcuni. Io ho meco questo anèllo. La virtù di COSTUI credo, che ’l1 mio perili- lànte legno ee. ajutàsse. Filoc. 6o.— O Albèrio tedèsco ch’ abbandoni co- STEI (1° Italia) ch’ è fatta indomita, e seloàggia. D. Purg. 6. . ,_.(6) Da quest'esempio e dal precedente puossi rilevare quanto sia falsa l'opinione di taluni, che credono esser segno di disprezzo l’uso di questo pronome, imperocchè approvati autori l’adoprarono, riferendolo anche a Dio. (7) Adopransi talvolta con vaghezza i pronomi costisi, costèi, cosioro nel rapporto possessivo, ponendoli tra l’ articolo cd il nome senza la pre- sizione DI. La COSTUI professiòne era d’ amare santamenle e con in- redibil costanza tutti i giovani fioreriini, i quali fossero buoni o nobili. arc. stor. 10. — 42 COSTUI fempo Leone Papa quarto fece rifàre la chiesa di Santo Pieiro e di Santo Pàolg. Gio. Vill. 2, 16, a. — Salabaètio, lilo ec. 5° uscì di casa COSTEI. Bocc. nov. 80. —JIn Cipri ei in Rodi fu- ‘ono i romòri e’ iurbamènti grandi, e lungo tempo per le costoRO dpere. ‘ nov. 41. Cioè, La professione di costui, Al tempo di costui, Dicasa di coslei, Per le opere di costoro. ‘- (8) Questi pronomi riferisconsi anche a cose inanimate. Nel fempo , Me COLUI, che ’l1 mondo schiara }La faccia sua a noi tien meno ascòsa. D. Inf. 26. — Io son COLEI, (parl. della morte) che sì imporiùna, e fèra Gram. Ilial. 16 114  TESTI. Io ho assài con una colpa offesi gl Iddii uccidindo co- LUI :/ quale ec. Bocc. nov. 98.— Tu dicevi, che eri con, il quale questa notie avevi ucciso l'uomo? Id. ivi. — Vedîr pensàro il viso di corer, Ch' avànza tutte l' altre maraviglie. Petr. canz. 28.— Questa è COLEI, che tanto è posta in croce Pur da coror, che le dovrian dar lode. D. Inf. 7. Cotestùi, colestéi, e cotestòoro vagliono Cotésii; impe- rocchè accennano uomo, donna, uomini e donne vicini a chi ascolta, ed usansi, riguardo a’ loro rapporti col verbo, nella stessa guisa che Costi, Coster, Costòro, ec. TESTI. Di coTESTUI non dico nulla. Passav. pag. 89.— Perch battéte voi corestoRo? Nov. ant. 45. — Egli, ed ella ec. E COTESTUI e COTESTEI di cotàl contrassegno di lettera maji- scola non hanno di mestieri. Salviati, Avvert. 4, 3.— COTE- STUI, che voléte per genero, ha preso un' alira mòglie. Au- br. Cof. 5, 1. *. IV. Desso, Dessi, Dessa, Desse, hanno più forza del . precedenti; imperocchè oltre il mostrare la persona, quasi m'asseriscono l'identità (9); ma in altro rapporto che in quello di subb. non si trovano presso alcun autore, ed usansi per lo più co'verbi essere e parere, come: To son DESS0;—dl, Si è DESSO; — Tu non mi pari DESSO; —Sono DESSI ec. (10) Chiamata son da voi, e sorda, e cieca. Petr. Tr. della morte, cap! E nella stessa guisa che Costi, costèi, costoro, possono anche per m6- gior leggiadria usarsi nel rapporto possessivo, frapponendosi tra l'articolo, o la preposizione e il nome senza la particella DI. Acciocchè il polbsst mètlere alle forche in CoLvI scambio. Nov. ant. 56. — Sùbila speràn:0 prendèndo di dovèr polère ancora nello stato reàl ritornàre per lo COLMI consiglio. Bocc. nov. 17.— Se le giovani serve al COLEI grido da ogni parle non fossono corse. 1d. Fiamm. 5, 116. Cioè, In iscambio di colui, Perlo consiglio di coli, Al grido di colèi. (9) Chiamati perciò da’grammatici pronomi asseverativi, che vogliono dire Quello stesso, quel proprio, quella stessa, quella propria, ec. (10) Talora si dicono ancora di cose. Che quello di che dubilacàmo non fosse DeSSO. Bocc. nov. 18. — La voglio pure scrivere, e questa € prssa. Vit. S. Gio. Bat. 250. Talora vagliono colui, colei, ec. To temo che i parènti suoî non la dìieno prestamènie ad un altro, il quale forse non sardi DESSO fu. Bocc. nov. 98. — 7? dico io di lei cotànto, che se mai! ne trovai alcuna di queste sciocchèzze schifa , ella è DESSA. Id. DOP "i | Le Qualche volta per pleonasmo queste particelle vanno precedute dall a0 diettivo pronominale quel, quella, come: E n° ho sì gran terròr, che ©0 confèsso, Che mai più de’ miei di saro QUEL DESSO. Malmant. 11, 2. TESTI. Parîndomi voi pur DESSO, m' è venùto staséra cento vol- L voglia d'abbraccibrvi. Bocce. nov. 12. — Hai tu sentìto sta- nòlte cosa nitna? Tu non mi par DESSO. Bocc. nov. 98. — Ch' © erido: ell' è ben DESSA; ancòr è in cita. Petr. son. 290. — Gridàndo: Questi è DESSO e non favella. D. Inf. 28. DE' PRONOMI PERSONALI INDETERMINATI ALTRI, ALTRUI (41). 8. V. Queste due voci debbono anch'esse come pronomi personali di terza persona considerarsi, essendo a persone, mai a cose, applicabili. | Altri (12) trovasi sempre nel numero singolare, nel genere maschile, e nel rapporto di subbietto, sebben talora, ma ra- rissime volte, incontrisi preceduto dalle preposizioni di, ad, e da, come: ALTRI /o faccia se vuòle—Se ALTRI mel dicés- se, nol crederéi.—Nè voi, né ALTRI con ragione mi potrà più dire, ch' io non l abbi veduto (13). TESTI. Ne vor, né ALYRI con ragiòne mi potrà più dire, che io non l'abbia veduta. Bocc. nov. 8.— Ond' avovén, ch' ella more, ALTRI sz: dole. Petr. son. 110.— Come avviene a' pupilli, ALTRI spende, e logora, e consùma, e’! pupìllo paga. Mo- relli, Cron. p. 254.— Dinàndal disse, ancòr se più disìi Sapér da lui, prima ch'ALTRI ‘/ disfàccia. D. Inf. 22. — Si vestieno i giòvani una cotia, ovvero gonnella corta, e stret- ta, che non si potta vestire senza ajuto d' ALTRI. Gio. Vill. 12, 4.— Sentendo la Reina, ch Emilia della sua novélla sera diliberàta, e che ad ALTRI non restàva a dire, che a (11) Detti da qualche grammatico pronami di diversità, perchè dino- tano diversità dî una cosa dall’ altra. o = (12) Non confondasi questo A/zrî col plur. dell' addiettivo pronominale Altro, altri, altra, altre. V. Sez. IV, Cap. VIII. (13) Altri nel significato di uno o a/cùno. Egli si vuole inacquòre, quando ALTRI il bee. Bocc. nov. 64. Ma ciò che sorprende si è, che que- slo pronome trovasi talora adoperata in vece del pronome personale pri- mitivo 70 col verbo in terza persona. Zoî potrèste dir vero: ma tullavia non sappièndo chi questo si sia, ALTRI non rivolgerèbbe così di legsièro. Bocc. nov. 3a. — Zo ve lo dico a fin di bene, perchè ALTRI non vorrèbbe poi avèr cagione di adiràrsi. Deput. decam. p. 105. In questi esemp), dice il | vocabolario, ALTRI sta per i0, ed il verbo, per proprietà di linguaggio, in terza persona, in vece che dovrebbe essere in prima persona. 116 PARTE TERZA lei. Bocc. nov. 59.— Von potendo da ALTRI ésser veduto, le st gettò dinànzi ginocchiòne. Id. nov. 52 (14). S. VI. Altrui del precedente è più indeterminato, e come esso solo- adoprasi nel numero singolare e nel genere maschi- le, e non rappresenta mai altro che l’obbietto, ora diretto, ora indiretto, essendo riputato errore l’ usarlo qual subbietto (caso retto), come: Za sciocchezza trae altrùz. di felice stato. — Far male' altrùi.—Non ho detto male d'altrùi.— Gli fece n- spondere da alirti.—L’ alirùi bene.— L'aliràùt capriccio — le alirùi case ec. (Vedi la Nota 16.) (15). TESTI Che mena dritto ALTRUI per ogni calle. D. Inf 1.- Egli s' ingegnàva di cacciùre ALTRUI. Bocc. nov. 27.— Ma sì ch' io ho detto male d' ALTRLI. Id. nov. 1. E se s0 l'aves- si, piuttòsto ad ALTRUI Je presteréi, ch' io per me l'adopròssi. Id. gior. 4 proem.— Che io da ALTRUI, che da lei, udito non sia. Id. nov. 23.— In ALTRUI figuràndo quello che di se, e di lui intendeva di dire. Id. nov. 7. — Per ag quello | / da casa risparmiàre, si dispòse di giltàrsi a voler logoràr dello ALTRUI. Id. nov. 40. Giova osservare che innanzi ad a/irài, nel rapporto d'attr- buzione e di tendenza (dativo), ed in quello possessivo, l preposiz. ad e di possono con eleganza sottintendersi (10) TESTI. a strada, to mn To estimo, che egli sia gran senno a pigliàrsi del bene, quan do Domeneddio ne manda ALTRUI. Bocc. nov. 4.— Uscime | mai alcùno, 0 per suo merto, O per ALTRUI ec. D. Inf. $ (14) Avvi de'modi di dire in cui «2tri replicato, significa d'uno e Pa , N N * peso) tro, come : ALTRI (l'uno ) volèoa venire, ALTRI (l'altro ) restàre.— ALI (1° uno ) lo usserìsce, ALTRI (l’ altro) Zo niega.— Tanto sa ALTRI (1° uno) 1 quanlo ALTRI (l’altro). (15) Non mancan però esempj ove questo pronome come subbicttò leggasi. E d’ altrui colpa, ALTRUI bdbidszzo s’ acquista. Petr. son. 634 perdonano ec. î mortàli, i quali ALTRUY avèsse dimenticati. Passav. 203.7 &gt; Aovegnachè ALTRUI lerga, che ella ec. Fiamm. 7, 8. (16) L'articolo determinante, o semplice o composto, che spesse volte precede a questo pronome, non è sun, ma bensi del susseguente Dome , espresso 0 sottinteso. Ciò per 2 ALTRUI case facendo. Bocc.Introd.— Penso , con gli ALTRUI danni ruffreddàre il suo fervènte amore. ld. nov. 21. 7 &gt; La forza dello ALTRUI ingègro. ld. nov. 25. — Nell’ ALTRUI sangue gil ba- gnàalo e linlo. Petr. son. 29. — Con le voci umili, e munsuòle nel doma dar l ALTRUI. Bocc. nov. 32. Abbandonarono le proprie case ec. e Ci carono ALTRUI. Id. inlrod. — Egli si troverà aver messo l usiguuolo nello sua, e non nell’ALTRUI. Id. nov. E kiénebre nostre ALTRUI fann' alba. Petr. canz. 3. — Acerbo frutto, che le piùghe ALTRUI, Gustàndo, afflig- ge più, che non conforta. Id. son. 6. I DELL’ ADDIETTIVO TERZA PARTE DEL DISCORSO. Mer DEGLI ADDIETTIVI IN GENERALE. Gli addiettivi, siccome nella prima sezione di que- sta Parte ($. IV) si è potuto rilevare, acceunano gli attribu- ti, o le qualità naturali o accidentali de’ nomi. Possono gli addiettivi dividersi in /sicz, in metafisici, in attvi, ed in passivi. Le due prime divisioni si fondano sul doversi le qualità de’ nomi, cioè delle cose da’ nomi rappre- : sentate, sotto due aspetti considerare, come fisiche o reali, e “ come metafisiche o casuali. . $ IL Per addiettivi fisicz s' intedon quelli che negli ob- } Detti accennano qualche attributo intrinseco, sviluppando l' i- : dea espressa dal nome, con aggiungervi quella d' una qualsi- ‘i Voglia qualità esistente nell’ obbietto, ‘e che vi si suppone esi- stere, perchè esiste nella nostra mente; di tali addiettivi, sono: bianco, nero, dolce, amàro, grande, pìccolo, buòno, cattìvo, e mille altri. : Addiettivi metafisici diconsi quelli ch’ esprimono certe |j modificazioni, o qualità accessorie, le quali, prodotte da circo- Stanze casuali, ed indipendenti dalla natura degli obbietti, distin- guono il nome solamente in quanto stia in relazione con altri nomi; tali qualità sono: di possessione, di appartenenza, di fota- lità, di diversità, di numero, ec.(veggasi Cap.IV e seg.della pres. Sez.). Le altre due divisioni degli addiettivi, in a4//v7 ed in pas- sii, riferisconsi alle modificazioni di a/izvità e di passività, cioè alla capacità che riconosciamo negli obbietti di esistere, agendo o sofferendo, vale a dire, che distinguiamo gl’ individui per l'azione ch’ essi fanno sovr' altri individui, o per l' azio- ._ he ch'essi ricevono da altri individui. Tali sono quegli ad- ;; diettivi su’ quali in appresso più a lungo ragioneremo sotto a denominazione di particip) attivi e passivi (vedi Sez. V. Cap. I, e Sez. VI Cap. 111%, come: Amante, scrivente, leggen- le, corrénte; amàlo, odiùlo, slimito, scritto, letto, cc. sg “a 118  S. IIT. Risulta dalla precedente esposizione, che gli ad- diettivi fisicé soli hanno la proprietà di qualificare i nomi, perchè essi soli all’ idea principale, espressa dal nome, aggiun- gono quella di qualche qualità, che I° obbietto , rappresentato come segno caratteristico, in sè tiene: ove i metafisici lascia- no al nome l'originale suo significato, senz' alcuna cosa mu- tarvi, e senza aggiugnervi alcun nuovo sviluppo, esprimendo semplicemente l’ azione della mente, dalla quale |’ ebbietto sotto particolare aspetto è riguardato. Ma per quanto sia giusta e ben ragionata la suddetta divisio- ne, pure sembrami non poter la medesima esser di uguale chiarezza a tutti gl’ intelletti; in oltre la seconda parte (? me- tafisici) avendo mestieri di molte suddivisioni, e perciò dive- nendo complicatissima, confonde piuttosto i meno sagaci, an- zichè servir ‘oro di schiarimento. Più intelligibile adunque credo dover essere la divisione degli addiettivi in Qualificativi, Pronominali, Dimostraiwi, Determinativi, Quantitativi e Numerah. DEGLI ADDIETTIVI QUALIFICATIVI. CS S. I. Gli addiettivi gualifica‘ivi gli stessi sono, che gli al- diettivi fisici. Segue dall’ uffizio dell’addiettivo intorno al no- me, che nel discorso, ove trattisi di conoscere la qualità di questo, per lo più l'uno accompagna l’altro; sovente però il nome sottintendesi, o per dir meglio, l’ addiettivo riferisces ad un nome mentovato antecedentemente. Ma sì nell' uno che nell’ aliro caso l’ addiettivo dee sempre col suo none, espresso o sottinteso, in genere cd in numero, concordare; vè le a dire, la desinenza dell’ addiettivo deve, ed in genere in numero, conformarsi a quella del nome. | Gli addicttivi qualificativi per una figura chiamata Enallage sogliono frequentemente porsi in vece de' loro nomi astratti (vedi Sez. II, Cap. I, $. IV), nella stessa guisa che per la me- desima figura ponesi sovente l’ infinito del verbo in vece del nome astratto verbale: quindi possiamo dire 7 alto (4), il del (1) Ma allora perdono affatto l'attributo di addiettivi, e prendon quello di nome, ed in ciò differiscono da quelli i quali, avvegnachè soli si trovino, e preceduti sieno dall'articolo determinante, od altra parli” cella d'appoggio, pure rimangon meri addiettivi, che a qualche nome ° antecedentemente éspresso, o intieramente sottinteso, come sarebbe uomo, oggèlto, cosa ec. sì riferiscono; così quando dico: L’avaRO nor si con- tenla mai; — Il BELLO è sempre bello; —L’ONESTO dee preferirsi all'U- STILE, intendo dire: L'uomo avaro, l’oggetto bello, la cosa onesta, $ h, il giusto, il grande, ec. per ? altezza, la bellézzà, la giu- slizia, la grandezza ec.; e ne’ vocabolarj tali voci si trovano segnale suslantici. (2) | E parimente per l’ anzidetta figura che gli addiettivi possono divenire avverbj, come: alto, forte, chiaro, dolce, ec. per altamente, fortemente, chiaramente. — Ora, tutto AvVER- TO (apertamente ) #i dico, che io per niùna cosa lascerèi di cristiàno farmi. Bocc. nov. 2. — Ahi lassa me che assài CHIARO conòsco , come io it sia poco cara. Id. nov. 15. —Chi non sa come DOLCE ella sospìra, E come POLCE par- la, DOLCE ride. Petr. son. 126. . $. Il. L’ addiettivo varia di genere e di numero cangian- do la sua desinenza. Due sono le desinenze degli addiettivi ilaliani : e ed 0 (3). La prima per amendue i generi, cangian- dosi nel plur. in 2. La seconda è pel solo maschile sing.; essa diventa a nel fem. sing., 7 nel plur. masc., ed e nel plur. fem.; esempj: Servo fedele e attìco, Serva fedile e attica. — Paese grande e popolàto, Città grande e popolàta.— Servi fedeli e attivi, Serve fedéli e attive.—Paési grandi e popolàti Ciò grandi, e popolùte. OSSERVAZIONI SULLA CONCORDANZA DEGLI ADDIETTIVI. td . $ IV. Quando nella frase vi sono due nomi del mede- Simo genere, uniti mediante la congiunzione copulativa €, ‘addiettivo accorderassi con tutti e due, cioè nel plurale, e nel genere di ognuno di essi, come : Piétro e Giovànni sono POVERI.—Maria e Lucìa sono RICCHE. 2° Quando i due o più nomi sono di genere differente, l'addiettivo si accorderà in numero con amendue, ma in ge- Nere col maschio, come: Z/ padre e la madre sono CONTEN- TI-Le figliuòle e i figliuòli sono MORIGERATI. ‘osa ulile.Laonde credo che nulla siavi di più erroneo,che questa espressione: addiettioi presi sosfantivamente,che spesso incontrasi nelle grammatict e; quasi Ica: addiettiviche fanno le veci di sostantivi. Love maila qualità può sostituirsi alla sostanza ? e non potendosi ciò, l’addicttivo esprimente la qualità, "on può certo prendersi sostantivamente, cioè in vece del nome espri- Mente Ja sostanza. I (2) Secondo il metodo comune fino ad ora seguito di così denomi- Nre tutti i nomi di qualunque specie essi sieno. Nel mio Dizionario Uni- versale della lirgua italiana, ec. tali voci sono contrassegnate come z0- mi astraili, siccome tutti gli altri nomi vi sono indicati secondo la qua- lità loro, e a tenore della divisione del nome da me esposta in questa grammatica (Parte terza, Sez. Il. Cap. 1). .(3) Sonovi addiettivi di doppia desinerza, come Fire e fino, ec. Ta- luni ne hanno tre, come Leggiére, !cggiîri, leggiéro. 120 PARTE TERZA 3.° Nell occorrenza di due o più nomi di differente nu- mero, o di differente genere, uniti non già dalla congiunzione e, ma dalla preposizione con, l' addiettivo puossi liberamente o coll’ uno o coll’ altro accordare, come: Essendosi Dionto CoN gli altri giòvani messo a giucàre a tavole. Bocce. gior. 6. fin — Il re cO' suoi compàgni Rimontato &amp; cavàllo al reò- le ostiére se ne tornàrono. Id. nov. 96.— Esséndosi la don- na col giovane POSTI a tavola per cenàre, ed ecco ec. Id. nov.50. 4° Occorrendo nella stessa sentenza due o più nomi di seguito, di genere o di numero diverso, senza che alcuna particella gli unisca, l’ addiettivo si accorderà coll’ ultimo no- ininato perchè si suppone che lo stesso addiettivo sia sottn- teso per ognuno de' nomi antecedenti, come: Z/ vino, l'acqua . il fuòco è BUONO.— Un tizzo, un carbòne, una favìlla € ATTA dpr fuoco. ste 2 Quando due, o più nomi di cose inanimate $1 S© guono, uniti dalla congiunzione copulativa e, l' addietuvo # accordì pure.-coll’ ultimo, ogni volta che questo non n parato mediante qualche voce del verbo essere, come : d è se» un, ch’ avéa T una e l'altra man Morza. D. Inf. 28 (4).- | Ne la soprabbondùnte pietà et allegrézza MATERNA lo per misero. Bocc. nov. 16 (3). (4) Contro questa regola potrebbesi allegare il seguente esempio del Boccaccio. Se così gridato avèste, ella (la gru) avrèbbe sosì l'allra coscia) ; id + DN È e l'aliro piè fuòr MANDATA. (5) Trovandosi con un nome di maschio un soprannome femmini®®, | I addicttivo si accorda piuttosto con quello che con questo. Gli pr ieghi non giocavano alcùna cosa, perchè quella bèstia (cioè Tofano) era pi DISPOSTO @ volère, che ec. Bocc. nov. 64. Voglion taluni che, esse! uc vi nella frase la voce femminina persona, relativa a nome masco” î l'addiettivo debba accordarsi con questo anzicht con quella: Za RIE quando è TRIBOLATO, e hae molla falica , si dice e pensa che Iddio!" olmo» : in odio. Fr. Giord. Pred. p. 133. — E/ è un hello uomo, e par person _ a molto da bene e costuMaTO. Bocc. nov. 12. Non sembra per altro quest ® kg . . LI “i u- n regola sia generale, imperocchè e nello stesso Boccaccio ed in altri au. ° Ù . . . . . Ul ce tori trovasi moltissime volte l'addiettivo accordato in genere colla Y° persona. i | ° U . . . . ‘ é Gli addiettivi Mezzo in senso di metà, e Salvo nel senso di ecce o. . . ” . . se fo, non s’accordan mai col none femminino, o plurale, col quale po” . . O C) ogo . RX N ci ser trovarsi, ma rimangono invariabili come avverbj); esempi: Once cun e MEZZO per libbra. Gio. Vill. 12, g6. — La moneta di ventitre € de | caràli. Id. 8, 53.— Una libbra e MEZZO di castròne. Burch. son. Rendel” 3,5. gli la signoràa di Lombardìa, saLvo la Marca Trivigiàna. Gio. Vill. SAL- — Fècero ordine, e decrèto che ciascùno potèsse uscire dal bando, vo quelli delle case ecettuàte per Ghibellini. Td. 9g, 317. Il Corticelli, allegando gli avvertimenti del Salviati, vol. 1, € 3, P. a insegna doversi parimente rimanere invariabile ‘1° addiettivo Tullo, pre ceduto dalla particella per, e doversi dire: Soro séalo per TUTTO Roma ilud- . we gi è n i  è. V. Tutte le regole già stabilite per la formazione del plur. dei nomi (7. Sez. II, Cap. III, $. IL e seg.) sono pa- rimente agli addiettivi applicabili; solo ripeterò, che le finali co e go în addiettivi bisillabi cangiansi in ch: e ghi, come: Ricco, ricchi; largo, larghi, ec.; ma gli addiettivi di più di due sillabe’ cangiano semplicemente l'o in 7 senza aggiun- gervi è, come: Faenàtico, fanàtici ; politico, polìtict; scolà- sco, scolàstici: tranne antico , solingo, ramìngo, guardìngo, | che fanno antichi, solinghi, ec. (17). Sonovi alcuni addiettivi in co e go, che indifferentemente ‘ cangiano queste finali in ch ed in cz, m ghi ed in gi, come r sarebbero - pubblico, pràtico, sofistico, salvàlico, stìtico, CI x 0 è. x . . e mendico, anàlogo, ec., che fanno pùbblici, e pùbblichi; prà- ua, e pràtichi; anàlogi, e anàloghi, ec. Ù VI. I cangiamenti di genere e di numero non sono e sole variazioni, alle quali vanno soggetti gli addiettivi qua- hificativi: essi hanno al pari de nomi 1 loro accrescalzri, peg gioralivi e diminutivi, indicanti aumento o diminuzione nella *. 0 © è . © 0. . . qualità, per cui i nomi distinguonsi; e le desinenze, che a tale effetto sì aggiungono agli addiettivi, sono quasi le stesse che quelle usate pe’ nomi, cioè per gli accrescitivi one, otto, occio, L\ LV DI q 0220, come: dellòne, bravòne, grandòne, superbòne, grassòtto, ellbecio, frescòzzo, ec.; per li peggiorativi acco e azzo, come: grandùccio , poverùccio; cagnàzzo (brutto), brunàzzo, ec.; pei diminutivi ello, erello, elto, icello, astro, ino, olino, iccio, igno, ognolo, uccio, uzzo, come: cattivèllo , teneréllo, vecchieréllo, h L) 0 \ N . LN x . bianchétto, grandicèllo, rossàstro, biancàstro, magrìno, picco- È . 67 CU) . q C) LI ino, biancolino, gialliccio, stracchiccio, verdigno, o verdògno, q È . e x amarognolo ( alquanto amaro ), carùccio, umidùzzo, ec. che al femminino cangiano l’o finale in 4 (8). Ho guardalo per TUTTO la strada. Il cerco per TUTTO la casa, ec. in ve- ce di Per tutta Roma, per tuila la strada, ec. Ogni cosa equivalente dll'omne de’ Latini trovasi talvolta in senso neutro, come: Feggéndo OGNI USA così disorrèvole, e così disparùto cominciò a rìdere. Bocc. 55.; nov. € alora in senso femminino, come: OGNI cosa di fiori piena e di giunchi suncala. Id. introd. ua n (7) Le sillabe finali ca e ga negli addiettivi femminini si cangiano sempre in che e ghe, come: Ricca ricche, bianca bianche, vagha vaghe, larga larghe, ec. (8) Sonovi addiettivi, che possono indistintamente prendere due o tre delle suddette desinenze diminutive, e conservare quasi lo stesso signifi- Calo, come: A/l0, alièito, alierèllo; umido, umidètto, umiduzzo; giùllo, gial- letto, giallino , giullùccio; poco, pocolino, pochetto, pocùccio ; bianco, bian- chètto, bianchìno, biancùccio, ec. Talora due ed anche tre delle già dette Sinenze trovansi insieme in un solo addiettivo, come: Rosso, rossetto, Fossellino ; bianco, biancastro, biancastròne, biancastronàccio. Per èssere Gram. Ilal. 17 + 123  . . TESTI. Tu per questo la cosa mi lodàvi, Ch' ella era sì GRAX- DONA, e rigogliòsa. Buon. Tanc. 4, 1. — Accertitevi che invi porlo un BENONE GRANDONE, poichè oltre all' ésser buon compàgno, pizzicate ancòra dî poéta. Caro, lett. fam. par. 1, pag. 124.— Gli altri due giòvani, corsi a dove era quel Ric- CONE, forzàvano ec. Fir. Asin. — Per Dio non vidi mai uò- mint più BELLONI, né più rugiadòsi di questi. Caro, lett. par. .2, pag. 137.— Ha in casa una Jura di queste stiùe, tant alta BELLONA. Cecch. stiav. 4, tarchiùta, giulìva, FRESCOCCIA e grassa. Lor. de' Med. Nenc. — L' altro era un fanciùl PIccOLINO, che ancòra non avtva un anno. Bocc. nov. 86.—Fu finìto il processo di Messer lo tùdice sopma la morte di Pasquìno catTIVELLO. Id. nov. 1. Quel Pietro fu che con la POVERELLA Offerse a san- ta chiesa il suo tesòro. D. Par. 10.—Io una è aggiugne rò, da yna SEMPLICETTA donna adoperàta. Bocc. nov. 64. o — Ma se due dì del consuéto strame I POVERACCI ma rimàngon privi, ec. Malm. 4, 2.— Con una potentissima w- ha e CALDUCCIA. come la mattina Allo spedùl si ; vànda Be dà la medicìna. Red. Cons. 1, 14.— Il gufo si ponga n terra, în luògo un poco ALTERELLO, sicché sta dagli uccelli veduto meglio. Cresc. 10, 25. — Tòrcon quelle BoccuCCE, Fan quei visi AMAROGNOLI. Buon. Fier. g. 4, at. 5, sc. 16.— Vide nuove ragiòni d' uve, al suo intendimento e dove bian- 3.T— Ella è GROSSOCCIA - che di ragione VERDIGNA. Fr. Sacch. nov. 177.—/o non vorrei che noi pigliàssimo un anchio ch’ e fosse ualche vecchio debole, e inreRMmICCIO. Machiav. mandr. at. 4, sc.9. S. VII In quanto al posto che l'addiettivo tiene nella c0- struzione della frase, su di ciò v' è poco da ragionare. Gu- |. sta la costruzione diretta, o sia semplice, che è anche quella | ‘ che segue l’ ordine naturale delle nostre idee, l’ addiettivo sem- — pre dovrebbesi posporre al suo nome. Uòmo MAFERIALE € © rosso senza modo. Bocc. nov. 28. Ma nel'a costruzione indiretta o figurata, per una figura detta Iperbàto, di cuì tan- t uso fassi nella italiana lingua, gli addiettivi si possono a' n0- mi loro premettere (9). O guàrnie MEMORABILI schiatte, quan questo Menicùccio un cerlo BIANCASTRONACCIO senza froppa barba. Firo nov. 7. sa | (9) Talora leggesi il nome posto in mezzo a due addiettivi; costr” zione molto usata dal Boccaccio. I quali (i due cavrioli) Ze parèvano lo più DOLCE cosa del mondo, e la più VEZZOSA. nov. 16. — Un uomo di AMPLISSIME eredità, quante FAMOSE ricchezze, ec. Bocc, lutrod.— Madònna, io non so come PIACEVOLE relna noi wreno di vor. Id. gior. 8. fin. — Quantànque fosse TONDO e GROSso uomo. Id. nov. 253. — Giùnto m'ha amòr fra BELLE e CRUDE braccia. Petr. son. 158 Ea S. VIII. Ragionando sull'uso dell'articolo determinante Sez. Il Cap. VII, si è dimostrato ($. X) quando si può e quan- do si debbe replicare l'articolo innanzi a ciascuno de’ nomi ove due o più di questi si succedono. Ma le regole ivi esposte abbisognano d'uno sviluppo maggiore per applicarle ‘ anomi preceduti da un addiettivo. Quando al primo de' nomi succedentisi, precede un addiet- tivo che si riferisca anche agli altri, l'articolo determinante non si deve replicare, ove non si voglia replicare parimente l'addiettivo, altrimenti questo parrà riferirsi solo al primo no- . me Dicasi dunque: Ze delizidse valli e pianùre; oppure, de deliziose valli e le deliziòse pianùre, non già Ve deliziose valli e le pianùre. i $. IX Quando ad un solo nome s’ uniscono due addiet- tivi, farà d'uopo esaminare se entrambe le qualità nello stesso soggetto si possono addire; nel qual caso l'articolo che prece- de al primo addiettivo non si ripete, come: Y saggi e zelànti cittadini; i buòni e fedéli sùdditi; gli empj e perversi nemìci, ce: o se ognuna delle due qualità, per natura fra loro oppo- ste, ad un soggetto diverso debbasi riferire, ed allora la replica dell'articolo è necessaria, come: I buoni ed i cattivi uòmini; iveri ed i falsi amìci; è filosofi antichi ed i modérni, ec.: se in questi e simili esempj si volesse tacere il secondo articolo, ne risulterebbe un error manifesto, imperocchè la congiunzione copulativa e riunendo ne' rispettivi nomi i due addiettivi, pre- senterebbe l’idea contraddittoria di due qualità opposte nello stesso soggetto. SELLERATA cifa e CORROTTA, il quale ec. Id. nov. 32.—-A piè di una BELLISSIMA fontana e curana. Id. ibid. i la (10) Gli addiettivi per lo più si premettono a’ nomi proprj sì di per- sone che di paesi e città; onde dicesi: IZ valoroso Achille; I arlificioso Ulisse; il divîn Ariosto; la bella Amìinia; Vl inarricàbil Corrèggio ; la ric- ‘a Inghilterra; la popolata Francia; la deliziosa Itàlia, ec. Hannovi alcuni addiettivi che variano di significato secondo che so-. no posti o avanti o dopo il nome, come: galanti’ uòmo (uomo da bene, Onorato), uomo galante (gentile, manieroso); gendi! uomo (nobile), uomo ° gendile (garbato); un grand’ uòmo (assai meritevole), un uomo grande Gilto); un solo uomo (unico), un uòmo solo ( senza famiglia); una gran ‘084 (cosa maravigliosa), una cosa grande (estesa); una cerla. nolìzia (non ben saputa), una notizia certa (indubitata); un doppio amico (due | amici), n em}co doppio (falso); un semplice coniadìno (un solo), un con- ladino semplize (inesperto, soro). DE' GRADI DI COMPARAZIONE. S. I. Uno degli accidenti dell’addiettivo, è il grado di comparazione. Possono due obbietti, sieno essi della stessa o di diversa natura, la medesima qualità possedere, il che, atte- so la necessità in cui siamo, di trovare delle differenze negli obbietti onde distinguere gli uni dagli altri, c' induce a cercar- ne nelle qualità loro, comparando queste per gradi, vale a di- re, cercando se i due obbietti abbiano la stessa qualità in grado uguale, o se questa nell' uno trovisi in maggiore 0 minor grado che nell'altro; e sono queste tre differenze che in grammatica, Gradi di comparazione si chiamano, cioè Gra- do x per grado maggiore, grado minore, grado massimo, grado minimo, i | | bi; II. Per cagione delle anzidette comparazioni gli addiet- tivi dividonsi grammaticalmente in posilivi, che indicano sem- plicemente la qualità del nome senza compararla con quella d'un altro (1); in comparativi, che comparano la qualità d'un nome con quella d'un altro, in grado eguale, o in gra do maggiore, o in grado minore ; in superlativi, che portano la qualità al più alto, o al più basso grado, e si suddividono in superlativi relativi, ed in assoluti, gli uni e gli altri indi- cando il grado eminente della qualità, ma questi ciò fanno po- sitivamente senza comparazione, quelli comparando la quali tà del nome con quella di altro nome. n S. IU I gradi di comparazione vengono nel discorso m- dicati ognuno da due particelle, una delle quali è la compa rativa, e all'addiettivo premettesi, l’altra è la corre/aliva, e qui congiunzione s'interpone tra l’addiettivo ed il nome o pre nome dell’obbietto comparato. I COMPARATIVI IN GRADO EGUALE. Forrnasi la comparazione in grado eguale, con una delle. seguenti particelle: così, sì, tanto, altrettànio ; che hanno pî correlativa una di queste, come, quanto. Come, è la correla- tiva di così e sì. Quanto, di tanto (2), esempj: Una pera 008 (1) Sonovi certi addiettivi incapaci di ricevere comparazione alcuna, perchè le qualità da’ medesimi indicate, sono superiori a tutto quello che si volesse da noi oppor loro in confronto; tali ‘sono: Divino, etèrno, pe renne, mortale, immortale, ed altri simili. (2) Tanto, alirettànio e quanio non sono qui che avverb) tudine, e conseguentemente non sono sottoposti ad;alcuna legge di conce” danza, nè di genere, nè di numero; possono per altro le medesime parl!” di simili. dle 0 sì dolce come lo zucchero. — Questa tela è Si bianca COME la neve.— Génova non era COSì potente COME Venézia.— Egli fu TANTO modesto QUANTO dotto.— Uno spettàcolo AL- TRETTANTO grande QUANTO terr)bile.— TANTO caloròso QUAN- To Cesare. — Egli è ALTRETTANTO diligente QUANTO suo fra- lello è trascuràto ec. ‘#. . TESTI. (3) Delle femmine era COSì vago COME sono i cani de’ bastòni. Bocce. nov. 1.— Se io avessi così bella cotta COME ella, sarèi oliresi guardàta com’ ella. Nov. ant. 25.— Veramente è questi | 00Sì magnifico COME uòm dice. Bocc. nov. 7. — Altri foriu- EI nali avvenimenti si vedrànno, così ne' modérni tempi avve- nuti COME negli antìchi. Id. proem. — Pàreele così bello COME il re l’avéa detto. Id. nov. 97.— TANTO le faccia Iddio trista QUANTO 20 voglio esser lieto, ma COSÌ foss to sano, COME #0 non sono. Bocc, nov. 83. — ComE agl infermi del corpo e | Così a quelli dell’ ànima dee l'uòmo aver pietà. Cavalc. pun- gi. 45.— Se io potùto avèssi onestamènte per altra parte me- nare a quello che io desìdero, che per COSì aspro sentiéro Co- ME fia questo. Bocce. Introd. f. IV. La comparazione in grado eguale può pure aver luogo tra due qualità diverse nella stessa persona o cosa: £ però quella... Volta ver me sì lieta come bella. D. Par. 2. Fassi talvolta la comparazione tra due nomi sostantivi (4) : omo di piacevolìissimo ingégno ec. COME dimòstrano i suoi bellissimi e dotti componiménti COSì in prosa COME in versi. Varchi stor. Ed anche tra due verbi: Gli spaveniàit COSì òdo- no la vanità del pòpolo come i consìgli de' savj. Dav. stor celle essere addiettivi comparativi di quantità e di numero, de’ quali si parlerà altrove. | (3) Puossi elegantemente uma delle due particelle, o la comparativa, o la correlativa, per elissi sottintendersi; onde si può dire: Un oratore tloquènte quanto Cicerone ; un fruito dolce come lo zùcchero, sopprimen- do nel primo esempio così, e nel secondo tanto. Ivi, com’ ora, che nel fuòco ofina, Mi rappresènio (così mi rappresento) carco di dolòre. Petr. canz. W8.—Un vestimènto di lino sottilissimo e bianco (così bianco) COME neve. cc. nov. 96.—Niuna cosa fu mai del fuòco degna (così degna) come sarti io. Id. nov. 23.—Quella inièndo io di guardòre e di servàre QUAN- 10 la mia vita durerà (cioè tanto quanto). Id. nov. 18. (4) In vece della particella correlativa come, ripetesi talora la com- Farativa sì, specialmente nella comparazione tra due nomi, o pronomi. Questo re Rubèrio fu il più savio re che fosse tra’ cristiàni, sì di senno naturale, Sì di scienza (in vece di come di scienza). Gio. Vill. 19. 9.— Uh quanto m’ era ciò caro ad udìre, Sì per colùi che "1 diceva, Sì per que' che ciò ascoltàcano! Bocc. Fiamm. 4.  — Chi il commendò.mai TANTO QUANTO #u ? Bocce. nov. 5. — Ma COME noi veggiùmo assùi sovente avvenìre ec. COSì di questo pòvero palafrenièro avvenìia. Bocc. nov. 22 (5). COMPARATIVI IN GRADO MAGGIORE E MINORE. S. V. Le due particelle più e meno premettonsi all ad- diettivo per indicare la prima, il grado maggiore, l'altra il grado minore, di comparazione, come: Più ricco, meno ricco; ed amendue hanno per correlativa una di queste: di (6), che. Ma non in tutte le comparazioni di grado maggiore, € minore si possono indifferentemente l'una, o l'altra delle due mentovate correlative adoperare, e perciò buone saranno le seguenti osservazioni. 4.2 Usasi necessariamente la prep. di, quando la seconda parte della comparazione è uno de’pronomi personali nel rap- ‘porto di obbietto indiretto, cioè me, noi, te, voi, lui, lei, loro, come: Più lieto di me. — Meno ne avèa di lui. — Più conve- névole di te.— Più poderòsi di noi ec. sE NI 2.2 Adoprasi parimente il di innanzi a'pronomi dimostrativi (5) Quando il secondo termine della comparazione trovasi essere uno de' pronomi personali, o primitivi, o relativi, bisogna vedere se tal pro- nome è il subbictto, 0 l'obbietto diretto del verbo che in tutte le compa- razioni d’ eguaglianza sottintendesi: se n'è il subbietto, si adoprera una di queste particelle: Zo, r0î, fu, voi, egli, èglino, ella èlleno ; se all’ opposto n° è l' ebbietto diretto, dovrassi usare una delle seguenti: Me, zoî, fe, 00h lui, lei, loro. Fa forza che tale differenza conoscasi da chiunque desidera di scrivere, e parlare purgatamente la lingua, e schivare le viziose espres” sioni, che tutto di odonsi dal volgo e da’ meno esperti profferire. Impe- rocch: nulla intendesi più comunemente che le seguenti, o simili dizion! : Egli lo sa come me. Io farò come te. Ella è ricca quanio lui, ec. Per veder chiaro gli errori, che racchiudono tali frasi, si aggiunga ad ognu- na delle suddette il verbo, che in forza della comparazione vi si sottinteo” de: Egli lo sa, come lo so me. Io farò, come fai te. Ella è ricca, quan. to lo è lui; non sono questi solecismi intollerabili? Dicasi adunque : 25° lo sa come io, 6 come lo so io. To farò come iu, 0 come fai iu. Ella è ricca quanto egli, o quanto lo è egli. Se tu vedessi Com’ 10 (vedo) la cal tà che tra noi arde. D. Par. 22.—.Se io avessi così bella colta come ELLA (ha). Nov. ant. 25.—Chi il commendò muitanto quanto TU? (il commen- dasti). Bocce. nov. 31.— Tanto i faccia Dio sano delle reni quanto 10 (so- no). ld. nov. a1. Ma quando il secondo termine della comparazione VIE nce ad essere l'obb. diretto del verbo sottinteso, egli è necessario che s €- sprima per me, fe, lui, ec., onde diciamo bene: Zo # amo come ME. Nov. ant. 33 (cioè come amo me). (6) L'uso della particella di nella nostra favella come correlativa de- gli avverbj più e meno, ha luogo in forza delle parole @ paragone, % comparazione, in confronto o simili, che per ellissi vi sì sottintendono, co- me: Federico è più assiduo (in confronto) di Carlo.— Egli è più ricco (a comparazione) di mio fratello e di me.—Noi siamo meno infelici (a para gone) di lu. —— ETIMOLOGIA E SINTASSI . 127 colui, colei, colòro, costui, costei ec., ed innanzi a que momi che non possono esser preceduti dall’ articolo determinante, come: Più scelleràto di colùi.— Meno débole di tutti — Più antica di Roma ec. 3. Quando la seconda parte della comparazione è un nome capace di esser preceduto dall’ articolo determinante, questo alla prep. 4; uniscesi, formando insieme le particelle del, dello, della, dei, deeli, delle, come: Più lucénte del Sole— Men doito dello scolàro.—Più bianco della neve ec.(7) 42 La particella correlativa che debbe necessariamente adoprarsi quando la comparazione fassi tra due qualità diffe- renti, che allora la seconda parte viene naturalmente ad esse- re un addiettivo, come: Più ricco CHE savio. — Men viriuòsa cHE bella, ec. (8) 5. Usasi parimente il che quando la seconda parte della comparazione trovasi essere un verbo o un avverbio, come: Egli legge più che non iscrìve-— Parla più che non agìsce. — Più dotto che non si crede.— Più ricco ‘che mai.— Più oggi che Jeri, ec. (9) | TESTI. (40) — Nessùn visse giammài Di me PIU LIETO. Petr. canz. 46. —Non so cui io mi possa lasciàre a riscuòtere il mio da (7) Trovansi però moltissimi esempj negli autori, costrutti con la cor- ; relativa che sola, o seguita dall'articolo determinante, ancorchè la secon- da parte della comparazione sia un nome. Che in fre maltine ri: olverà ohi cosa, e rimarrài più sano CHE pesce. Bocc. nov. 83.— Egli è una siovane quaggiù, che è più bella cHe una làmmia. \d. nov. 85.— Una donna più bella assài cHE ’l sole E più lucènie ec. Petr. canz. 24. (8) Usasi talora per seconda parte della comparazione, l’addiettivo Pronominale quello, quel, preceduto dalla particella di, e seguito dal che, . chiudendosi poi la frase o con lo stesso verbo della prima parte, espres- _ Pv % 0 sottinteso, © con qualche altro verbo differente dal primo. Ord’ ella ‘ssi Lucènte PIU assai DI QUEL CH' ell’era. D.Par.5.— Oscuri sempre Sono 0564 PIV gli oràcoli DI QUELLO, CH’ altri sì crede. Guar. Past. fido, at. 1, X. V.-Ma le promìse, e la sua fè le diîde che farìa PIU DI QUEL CH'ella i chiede. Ar. Fur. c. g. 57. ; (9) Terminandosi la seconda parte della comparazione con un verho, ‘ questo lo stesso che quello della prima parte ripetuto, sia altro verbo "ferente dal primo, la correlativa che va sovente seguita dalla negativa i ti Accèso d' altìssimo e nobile amore, forse riv assdicHE alla mia bas- ° condizione NON parrèbbe ec. Bocc. proem. — Molto PIU belle e PIU care : ( si . . * ME noî non siamo. Id. Introd.— 4ffligge PIU CHE NON corforta. Peir. son. 6. tire (10) Facendosi la comparazione tra due rcrri sostantivi, le due Jar- li e meno ‘sono censiderate come addiettivi, stando esse in vece et o mincr numcro, 0 quantità. Sccrgîcasi in questo parlire di U pempa CHE lecltà. Dov. enn. l'b 1.— Pariondclo con quella fenerèzza CH' ella potèva. Fir. As. 120.— Più e PIU Sossi cingen li ca-  loro, PIU conventvole DI te. Bocc. nov. 1.— Chi è PIU mì- sero di colùi che i benefizj dimentica? Varchi stor. — Quanto ciascuna è MEN bella di lei, Tanto cresce il desto, che m' innamòra. Petr. son12.— Deh, se non hai del viso il cor MEN dello, Non impedtr ec. Ar. Fur. c. 4. st. 355. — La moglie, e’ figliudlo non mi sono PIU del padre e della re- pubblica a cuòre. Dav. ann. lib. 1.— Ayputianci nor MEN care che tutte le altre? o crediàm la nostra vita con PIU forte caténa èsser legàta al nostro corpo, cuE quella degli al- tri sia? Bocc. Introd.— Egli è una giòvane quaggiù che è PIU delle cHe una lammia. Bocc. nov. 85.— Come colùi, che era PIU che una donna pauròso. Bocce. nov.79.—Tu hai sapi- lo PIU ch'io t'insegnài. Nov. ant. 76. $. VI. Sonovi alcuni addiettivi ne' quali i gradi di com- parazione d’eccesso, e di difetto irregolarmente si formano; tali sono: grande, p’ccolo, buòno, cattivo, i quali, alla foggia latina, cangiansi in altre voci affatto differenti imperciocchè in - vece di più grande, più pìccolo, più buòno, più cattìvo, dicia- mo maggiore, minòre, migliòre, peggiòre, che sono addieitvi comparativi latini, passati a noi con poco travestimento (11). TESTI. To non potrei irattàre per la salùte de' na con |. o di quello , che to ho trattàto. Cas. Lett. 21.— State certo che io n'ho MAG , GIORE voglia di voi. Machiav. com. — Del suo lume fa'l cielo. MAGGIOR affeziòn d ànimo né con MIGLIOR mo sempre quieto, Nel qual si volge quel c'ha MAGGIOR fretta D. Par. 1.— Bene è miGLIORE 2 suo Iddio che il two. Nov. ant. 78.— E molto MIGLIOR maestro che to non st no. Bocc. nov. 50.— Onde discéende Dagli altissimi monti . MAGGIOR /ombra. Petr. canz. 9.— Onde nel cerchio MINORE, ov'è '1 punto Dell'univèrso. D. Int. 14.— Mentr' è di qua, la donna di Brabànte, Sì che però non sia di PEGGIOR grég- &gt; gia. Id. Purg. 6 (12). sièlli. D. Inf. 18.— Lo buòno pastore che avèa cento pècore, quando $ ,, ne frovò MENO una. Stor. Barl. 36. — Facciasi con PIU onestàie e con Pil | cortesta CHE fare si puole. Nov. ant. proem. (11) Alle particelle più e mero, e agli addiettivi maggiore, minore STI migliore, peggiore aggiugnesi talvolta uno de’ seguenti avverb): Assai, molto, . vie {roppo, di gran lunga, a gran lunga, che hanno forza d’ accrescere ! grado di comparazione. TROPPO PIU bellu gli parve che stimolo non arto , bocc. nov. 67. — Poco dinanzi a lei vedi Sansone Vie PIU forte, che 508 gio, ec. Petr. Tr. d’ Am. cap. 3. — Il profàlio, il qual voi trarrète sof? maggiore A GRAN LUNGA della fatica. Segn. Man. Introd. (12) Gli avverbj dere, e male, fanno i loro comparativi cangiandost ella STO ee pm ca ETIMOLOGIA .R SINTASSI | . 129 SUPERZLATIVER. S. VII. I superlativi relativi, cioè i gradi massimo e mi- himo di comparazione, si formano colle medesime particelle piu e meno, precedute dall'articolo determinante #/, Za, è, k, come: il più ricto, la più bella, i più dotti, le più vir fuse, ec. | Per correlativo de’ gradi massimo, è minimo, adoprasi una delle seguenti particelle 42 (sola o unita all'articolo de- terminante), tra, fra, che (13); esempj: Il PIU ricco DI tut- ta la città.—La PIU della donna DEL suo tempo.—Il meNO diligénte TRA tutti i miei scolàri.— Il PIU eloquinte TRA i i greci oratòri.—Il MENO esperto DI noi. — Il PIU perfetto ca- | piùno cHe È aniìca Roma abbia proditio. —_ - TESTI Subito scorse il buon giudìcio intîro, FRA tanti e sì bei volti IL PIU perfetto. Petr. son. 201. — ME farài IL PIU leto ubmo del mondo. Bocc. nov. T7.— Raccòntano ancòra che tra loro fu Ercole 1L PIU forte di tutti gli uòmini. Tac. Dav. Germ.— Era IL PIU piacevole ed IL PIU sollazzivole umo del mondo. Bocc. nov. 59. — Sarà IL PIU felìce e con- tinto ubmo che si trovi sotto le stelle. Mach. Com. Lo stesso dicasi de’ quattro comparativi maggiòre, minòre, migliore, peggiòre, e degli avverbj comparativi meglio , e Peggio, i quali. preceduti dall’ articolo determinante; hanno pure forza di superlativo relativo. i TESTI. Dirò dì noi e prima del macciIORE, Che così vita e li» erià ne spoglia. Petr. 'Tr. d'am. cap. 1.— Ciascùn sarìa color vinto, Come dal suo MAGGIOR è vinto il meno. D. Purg. 7.— Sentìa il MAGGIOR piacér, la MAGGIOR festa, e sentir possa alcùn felice amànte. Ar. tur. c. 8, st. 81.— Tra belle donne, a guisa di una rosa Tra miNoR fior né in meglio e peggio, amendue derivati dagli addiettivi migliore e peggiore. suoi compàgni racconia ciò che sanno MEGLIO di lui. Bocc. nov. 73. —Picolètto di persona, bruito e barbucìno, parèa MEGLIO Greco che francesco. Gio.'Vill. 12, 8. — Se” savio, e*niendi MF’, ch' io non RAGIONO. + Inf. a. — Che, lutto che stia mal, meria star PEGGIO. Ar. Sat. ., (13) I superlativi relativi altro non sono che comparativi alquanto più estesi; e spesse volte, sopprimendo l’articolo, che precede alla par- licella comparativa, il superlativo diventa comparativo ; onde: Crasso era IL PIU ricco DI tutti i Romàéni; è lo stesso che, Crasso era più ricco che egni allro Romàno, ec. Gram. Iial. o 18 130. PARTE TERZA lieta, né dogliòsa. Petr. son. 244.— Jo sarò il MIGLIOR ma- ‘ rito del mondo. Bocc. nov. 28. — I) MIGLIOR tempo del mon- do prendéndo de modi di Calandrìno. Id. nov. 89.— Che col PEGGIORE spirto di Romàgna Trovàì un tal di voi, che per su’ opra ec. D. Inf. 335.— £eli era il PEGGIOR uòmo che . forse mai nascésse. Bocc. nov. T1.—J/ mal mi preme, e mi spavénta il PEGGIO. Petr. son. 206. — E veggio ! meglio , ed al PEGGIOR m' appiglio. Id. canz. 39.— 0 quante volte avvénne, Che si ricorda un savio detto antico, Che l' uòmo ha solo il mEGLIO per nimîco. Morg. 26. S. VIII. Sovente le particelle più, e meno, indicano i gradi massimo o minimo di comparazione, anche senza essere dall’ articolo determinante precedute, e segnatamente quando , o l’addiettivo precede, in vece di seguire il nome, o la seconda parte della comparazione è un verbo. TESTI. Quello ne’ miei parlàri biasimàndo , che nell'ànimo m'era PIU càro ec. Bocce. Fiamm. 1.—J nemici PIU furiòsi con loro ate persòne, e lunghe aste feriscono da .discòsto. Da- vanz. stor. lib. 5.— Z/ tuo padre ti manda quesio per con- solàrti di quella cosa che tu PIU ami, come tu hai lui con- solàto di ciò che egli PIU amòdva. Bocce. nov. 54. — Or mira A qual di quesi PIU si rassomìglia L'uòm' di cui parli. Guar. Past. fid. at. 5, sc. D. | S. IX. I gradi maggiore, e minore possono essì stessi di nuovo esser comparativi in grado uguale; per la qual com- parazione noi adopriamo Tanto più, tanto meno , tanto mag- giore, tanto minòre, e che hanno per correlativo Quarto più, quanto meno, o solamente guanto o cotànto (14). TANTO PIU dalla natùra conosciùto, QUANTO essi hanno PIU riconosciménto che i giòvani. Bocc. nov. 10.— Ridùrle ad una quiete ch'abbia ad ésser TANTO PIU durévole, QUANTO sarà PIU onorécole. Bent. Lett. 16.— TANTO parce loro PIU bella che il dì passàto QUANTO lora del di era PIU alla (14) Tanto più ha talora per correlativo Quanto meno, come in questo esempio del Bocc. nov. 65: Essa TANTO PIU impazientemènie sositenèoa questa noja, QUANTO MENO si sentiva nocènfe: E talora ha solo Pit per correlativo. QUANTO PIU m' avvicìno al giorno estrèmo ec. PIU veggio "1 tem- po andar veloce e leve. Petr. son. bellezza di quella conforme. Bocc. nov. 61.—Ah che TANTO PIU czeco Son 10 di le, QUANTO PIU sono amante! Past. fid. at. 3. sc. II.—QUANTO € PIU sublime /a foriùna, TANTO i disàstri sono Più gravi. Maff. Merope, at. D.—E TANTO QUANTO /u sez PIU sciocco, e PIU bdestiàle, COTANTO ne divie- ne la mia gloria MINORE. Bocc. nov. 65.—TANTO PIU an- cora QUANTO egli mi pare che niuna. persòna altri che noi ci sia rimàsa. ld. Introd. — Y° è TANTO MINORE i/ dispiacere , QUANTO vi sono: PIU, che nella Città, rade le case e gli abi- tànti. 1d. lbid.—Ma come noi veggiàmo assài sovénie avve- nìre TANTO /' amòr MAGGIORE farsi, QUANTO la sperànza diventa MINORE. Id. nov. 22. SUPERLATIVO ASSOLUTO. S. X. Il superlativo assoluto; il cui ufficio è di dimostrar la qualità di un oggetto nel grado più eminente senza com- pararla con quella d’ altro oggetto (45), non formasi già co- me il superlativo relativo, mediante qualche antecedente par- ticella comparativa, ma col cangiare la vocale finale dell’ ad- diettivo in zssimo, issima, issimi, issime, come: bello, bel- lissimo, @, è, e; caldo, caldìssimo, a, i, e, ec. (16) I quattro addiettivi acre, celebre, integro e salùbre for- mano questo superlativo alla foggia latina, cangiando le silla- be finali re e ro in errimo; quindi dicesi: acérrimo, celebèr- rimo, inltegerrimo, saluberrimo, in vece di acrìssimo, celebris- simo, integrissimo, salubrìssimo. Quantunque contra questa regola leggesi nel Bocc. Fiamm. 6, 65: Colù: che fu del no- (15) Ciò non ostante può questo superlativo, ad imitazione del latino, aver talora relazione comparativa con altre cose dello stesso genere; ma în vece che i Latini usavano in tale combinazione il geritivo, noi adopria- mo ]e particelle dî, #ra, oltre a, ec. La nulùura umana è perfellissima DI /uite le alire natùre. Dante.—O soeniuràlo TRA iulli gli altri svenlura- lissimo! Fiv. Lucidi. —Nella egrègia città di Fiorènze OLTRE AD ogni attra ilolica bellissima. Bocc. Introd.—.St come Vl uòmo, quando è perfetto, è ollimo ‘DI lutti gli animàli. Amm. ant. 256. . (16) Gli addiettivi in co e go ricevono un’ A tra il c o il-ge le fi nali issimo, ec., come ricco, ricchissimo j stanco, slanchìssimo ; lungo, lun- ghissimo ; vago, vaghissimo ec. Negli addieltivi posilivi in 70 dittongo, nell’ aggiungere le terminazioni sssimo, ssima, ec. puossi volendo, troncare o Yo finale solamente, o l’intero dittongo io, e dire seviissimo 0 savissimo da savio; caparbiissimo o capartissimo da caparbio. Ma l’i del dittongo o dcesi troncare unitamente allo nelle desinenze cio, chio, glio, e gio onde si scriverà guercissimo da guercio ; cecchissimo da vecchio; vermi glissimo da vermiglio; malcagissimo da malcdgio. Allapposto l'i deve ri- manere, ove io non formi dittongo, ma bensì duc sillabe distinte, come in yi0 che colle desinenze del superlativo farà y'lssizzo. * 152  stro peccato cagiòne, colùì di quello è stato ACRISSIMO pur- gatòre; e in una delle lettere del Galileo: Senza ricecere e dure compila satisfaziòne e giustificaziòne delle verità 1INTE- GRISSIME di quanto ho scoperto, osservàto e scritta Questi due esemp], di. pajono esser soli, non danno abbastanza au- torità per imitarli. S. XI. Gli, addiettivi Suono, malo, grande, piccolo, hanno due maniere di formare il superlativo assoluto, l'una regolare, come bonìssimo, malissimo, grandissimo, piccolissimo; V al- tra irregolare alla latina, cioè dllimo, pessimo, màssimo, mì- nimo (17). Le volte piene di OTTIMI vini. Bocce. gior. 3. prin. — Essendo stato un PESSIMO uòmo in cita, în morte è ripu- tàto per santo. Id. nov. 1.—Za MASSIMA attività de' raggi solùri. Sag. nat. esp. 4.—Zo MINIMO gent.r di sua delizia. D. Par. 31. (18). i (17) Ottimo e pèssimo possoro ancora aumentar di grado, ricevendo 1’ uno la finale issimo, cioè otlimissimo, ed essendo l’altro preceduto dalla particella più. Questa locuzione è non solamente assai buona, ma ezian- dio mollo òliima, cioè OTTIMISSIMA. Varchi Ercol. 16$.—E già sopra Fa- lèrno copèrlo di vigne portànle vino OTTIMISSIMO ec. Amet. 70. — Colui ch’ è PIU PESSIMO e crudèle di tulli gli uonzini. S. Gio. Cris. opusc. (18) Un addiettivo positivo ha talora forza di superlativo per essere © preceduto, o seguito da qualche dizione esprimente il supremo grado, come sarebbe: sopra ogni aliro j senza modo ; fuor di misura; senza fine, ec. Come stimava il prence SOPRA OGNI ALTRO felice. Bocc. nov. 17. — Uomo materiale e grosso senza MODO. Id. nov. 28.— Dolènle FUOR DI MI- SURA ec. Id. nov. 17. Gli avverbj eslremamente, superiormente, singolar- mènle, infinitamènie e simili, posti innanzi ad un addiettivo positivo forman di questo un superlativo, come: estremamente avaro, superior- mente buono, singolarmente dotto, ec. Formasi parimente una specie di superlativo per la ripetizione dell’ addietlivo positivo; onde diciamo : du- ro duro per durìssimo; freddo freddo per freddissimo; buono buono per .bonissimo ; piccìn piccìno per piccolissimo; allàto allàto per vicinissimo, .ec. Finalmente si possono alcuni addiettivi positivi convertire in superlativi, contraendosi in una sola parola colle particelle arci, fra, stra, tome: ar- cibuono, arcidùuro, arcivèro, arcisicuro, arcisquisìto, ec. per bonìssimo, du- rissimo, verìssimo, sicurissimo, squisitissimo ; tragrànde o stragrande per erandìssimo; trapiccolo 0 strapìccolo per piccolissimo; trarìcco 0 straricca per ricchissimo, ec. DEGL’ADDIETTIVI PRONOMINALI. Gl’addiettivi chiamansi pronominali quando porta- no due caratteri, e d’ addiettivo, e di pronome; indicando, co- me addiettivi, qualche rapporto accidentale e variabile di un nome qualunque che con essi trovisi, o al quale sieno relativi; e prendendo, in qualità di pronomi, le veci dell’ istesso no- me, sì di persona, come di cosa. Sonovi quattro sorte di addiettivi pronominali, cioè Pos- sessivi, Congiuntivi, Destributivi, ed Indefiniti. ADDIETTIVI PRONOMINALI POSSESSIVI.  I pronominali possessivi considerati come addiettivi, denotano la proprietà o l' appartenenza di una persona all’altra, o di una cosa all’alira, esprimendo il rapporto di chi possiede colla cosa posseduta, concordando in genere, e in numero con quest ultima; come pronomi poi, essi rappresentano il nome del possessore. | Gli addiettivi pronominali possessivi derivano da’ prono- mi personali me, noz, te, voi, sé, loro: e come questi in tre persone si distinguono. . TAVOLA DEGLI ADDIETTIVI PRONOMINALI POSSESSIVI. masc. em. Mio, mia. (1) ; i Prima persona Miei, mie, cioè di me, Nostro . mostra. sea ge ri Nostri, nostre. cioè di noi. Tuo tua. i ; ona Tuoi, (2) tue. cioè di te. Vibo al Vostro, Vostra. cioè di voî. Vostri, vostre. (1) Mia, per miei, e mie, è modo di dire plebeo e vizioso. i (2) Tui per tuoi si disse forse a cagione della rima. Mi domando : chi fur li maggior Tui? D. Inf. 10. Mandami solo un degli àngeli Tui. org. 1, I. 134  Suo, sua. (3) : i Teresa persona Suoi, Suo', sue. (4) i cioè Ai st. Loro, loro. (5) cioè di loro S. III. Tutte queste particelle accompagnate dal nome rappresentante la persona o cosa posseduta, hanno per lo più innanzi a sè l'articolo determinante 2/, Za, 2, Ze (0). (3) Per iscansare qualunque anfibologia, in vece di suo e sua adopra- si di lui, dj lei ad imitazione del latino ove in tal caso usasi E/us in ve- ce di Suus, a, um, ogni volta che la persona, o cosa posseduta appartie- ne a persona diversa da quella del subbietto del verbo. Quando dico, per cagion d' esempio : Il padre scrisse a Pietro ed A svo figlio. —Il principe vide la confèssa con SUA nipote : fo intendere che il figlioèt del padre subbietto del verbo scrisse, e che la r2ipole è del principe, subbietto de! verbo vide ; ma se il figlio è di Pietro, e la nipole della contèssa, egli fa di mestieri dire; Il padre scrisse a Pielro ed al figlio DI LuI.—Il principe vide la contèssa colla #ipole DI LEI. Di lui e di lei, dice il vocabolario della Crusca: in ‘questo senso possessico , posti tra l’ articolo ed il nome a cui si riferiscono, forse ‘ non mai usati nel buon secolo, sono schivali da’buoni autori, —In le rico- noscèndo LA DI LvI inmdàgine. Pecor. gior. 23, nov. 2.—LA DI LUI sole udine. Fir. Asin.—Una DELLE DI LEI sorgènti. Id. ibid. 138. Lei trovasi pure talvolta tra l’articolo cd il nome, ommessa la preposizione di.— Sin gegnàva di lenèr pasciùto di parole IL LEI desidèrio. Pecor. gior. 25, nov. 2.—E questa fu LA LEI forma. ld. ibid. Ma tutti questi modi di dire s0- no, secondo il savio avviso del vocabolario, da fuggirsi. (4) Sui per suoi è poetico. Du quel ciel che ha minòr li cerchi SU. D. Inf. 2. Sua, per suci e sue, è modo volgare ed erroneo, quantunque leggasi presso qualche antico. Vide li servi e suddili SUA mollo ordinàli. ît. Sacch. nov. 2.—Z7 farà salvi se osserverèle le comundamènta sua. Vil S. Gio. B.— Diede fede alle sua parole. Bocc. nov. 18. 11 vocabolario della Crusca cita due esempj, l’uno del Boccaccio, l'al- *ro del Villani, in cui suo trovasi per sua; ma ciò che più sorprende si &amp;, che lo stesso vocabolario dice esser ciò per proprietà di linguaggio € pf )' armonia. Lei sempre come suo sposa, e moglie onoràndo; l'amo. Bet nov. 29.—/ènere nel Leòne gradi olto, faccia di Salùrno , e contrade alla SUO triplictà. Gio. Vill. 12, 8. L'ultima edizione del vocabolario, fa ta a Bologna, porta per altro, in seguito de’ due e:cmpj suddetti, la disaP provazione del Monti, il quale asserisce, che ne’ buoni testi leggesi sU È questa improprielà di parlare e sconcordanza, soggiugne quest’ uomo sommo, non può divenlare eleganza per l' autorilà di un copistu,o di uno &lt;«tampalore. i (5) In vece dì Zoro, .trovansi non di rado nei più approvati scrittori, suo, suoi, sua, suc; come: Non «or Yimàse acèrle nè mature Le mem bra mie di lì, ma son qui meco, Col sangue sto. D. Purg. 26.— Che po iràn dir li Persi @’ costri regi, Con è vedrànno quel volume aperto Ne qual sì serìvon tullti suor dispregi? Id. Par. 19.—Efànii sono in terre grandissimi cnimoli cc. e delle ossa SUE è l’acoliv. Put. comm. Inf. 3i. (6) L'articolo è superfluo, e si ommette ogni volta che qualche altra particella determinante precede a’ pronomirali possessivi, onde servir l0- ro d'appoggio, come sarebbe: guesfo, certo, ogni, ec. Se tu di contenti © lasciàre apprèsso di me QUESTA TUA figliuolètta. Yocc. nov. 13.— QUESTA deilezza MIA sarà mercède Del ironcator dell’ esecràbil testa. Tass. Ger. t F PIERI da TESTI. . Per quanto hai tu caro 1L MIO amòre. Bocc. nov. 44.— Una DELLE SUE più care gioje del mondo gli mandò. Id. nov. 54. —1 MIEI sospiri che addolcìscon I àura. Petr. canz: 58.— LA MIA Poflria mi ha nutricàlo saviaménte, e che poss’ to ec. Ammaest. ant. 2, 6. — Meritino el Iddìi sì alta fatica a te graziòso, il quale sì accellécole IL TUO ver- so hai posto ne’ NOSTRI orécchi. Bocc. Amet. 23.—1o vi voglio dire ciocchè 1L vostro amico mi fece stamàne. Bocc. nov. 235. — Non son rimùse acérbe nè matùre Le membra MIE di là, ma son qui meco Col sangue suo e con LE SUE giuniure. D. Purg. 26.— Ed érano GLI occhi SUOI di quel colore che lo grifone. Buti, com. Inf. 4. (7) — Alle lor grida IL MIO dottor st aitése, Volse il viso ver me ec. D. Inf 16. (8) © ; S. IV. In generale si fa precedere il pronome possessivo dall articolo determinante, quando vuolsi il nome della cosa, della persona determinatamente prendere, cioè in tutta l’esten- sione, o restrignerlo ad una certa classe, o ad un certo nu- mero d’ individui, o anco ad un sol individuo, come si è potuto vedere ne’ di sopra citati testi (9). Ma all'opposto sop- primesi l'articolo, come di niun uso, quando prendesi il si- gnificato del nome in senso generale, senza determinarne c. 16. st. 66.—To non posso più soffrìre QUESTI TUOI modi. Bocc. nov. 64. —0 molto amàlo cuore, OGNI MIO ufficio verso te è fornito. 1d. nov. 31. —Gli venne un messo da CERTI svOI grandissimi amici. Id. nov. 5o.. (7) Quando non v' ha luogo d' ambiguità, ommettesi sovente il pro- nominale possessivo per la figura chiamata ellissî e segnatamente innanzi a nomi di parentela, e innanzi a quelli indicanti qualche parte integrale, d'un intiero, come per esempio qualche membro del corpo. LA MOGLIE e "L FIGLIVOLO mi son più del padre e della repùbblica a cuore. Dav. Ann. lib. 1.—Era usalo Tancrèdi di venìrsene alcuna volta iultto solo nella cà- mera DELLA FIGLIUVOLA. Bocc. nov. 31. — Che forài tu 6’ ella IL dire A” FRA- TELLI? Id. nov. 43.— E’l nome, che NEL corRmi scrisse amore. Petr. son. 5.—Aprite li sepolerivoi ricchi e giovani, che andàle COL PETTO eso. Serm. S. Agost.—Già f° ho vedùto co’ CAPELLI asciùtti. D. Inf. 18. Non di rado è maniera vaga di usare i pronomi personali mi, ci, ti, vi, si, gli, le, in vece di r250, tuo, suo, ec. come ne’seguenti, e simili modi di dire: Me Zo prendo in braccio. Mi si sirugge il cuore. Egli le si gellò a’ piedi, ec. (8) Si può, secondo che l’armonia o la forza del discorso lo richie- ) premettersi il pronominale possessivo al nome, o questo a quello, o anche porre il primo in mezzo all’ addiettivo ed al nome; di tutte queste maniere incontransi mille e mille esempj negli autori, si antichi come moderni. (9) Non è peraltro questa regola generale, imperocchè non mancano esemp), in cui, avvegnacht il senso sia generico, pure l'articolo non as- 156 PARTE TERZA n l' estensiofie, o fue quando vuolsi indicare ùno o alcuni in! dividui indetermipatamente tra molti (10). TESTI. In luogo dî quello che morto era, il sostituì e fecelo suo maliscalco. Bocc. nov. 18.— Ordinò ad Annio sto tri bùno militàre che gli recàsse quel capo venerivole imman- tinénte. Notti Romane. — Cimòne così detto, tacitamente al- quànii nòbili giòvani richiesti, che SUOI amici érano. Bocc. nov. 41. — Mostràndo ch' ella fosse in casa de' SUOI parenl. Bocc. nov. 85.— Cesare scrisse al senàto, che în particolire a qualìnque si lamentàsse de' suor liberti, si facésse ra- gione. Tac. Dav. Ann. — Quando fia TUO, come NOSTRO signòre. Petr. Trion. d'Am. cap. 4. (11) In questi esempj maliscàlco, tribùno, umìci, paréni, libérti, signòre, sono presi in senso partitivo, e portano il significato di un suo tribùno, o uno de’ suoi tribùni; un suo maliscàlco; alcùni dei suo? parenti, ec. S. V. Pare da gran numero di esempj ne? classici, che debbasi sopprimere parimente l'articolo determinante innanu al pronome possessivo, quando il susseguente nome è quello compagna il pronome. possessivo. Com’ e’ vedrànno quel volume apèrio, Nel qual si serivon tutti suor disprègi? D. Par. 19. — Di questaira di Do £ NOSTRA correzione mandàta sopra i mortàli. Bocc. Introd. — Qui cid osTRA gente avèr per duce Varròne. Petr. Tr. della F. cap. 3. — Pàssar , VOSTRI #riònfi, e vostRE pompe. Petr. Tr. del Tempo. — Se Germàni € Galli vi condurrànno alle mura di Roma vostra patria, combatlerèkele voi ?. Dav. Tac. stor. cap. 3. (10) Sonovi inoltre numerasi modi di dire, in cui per proprietà di * linguaggio, da’ pronominali suddetti si toglie via ogni appoggio d'articolo — o d' altra particella come: A mia posta, a mio cennò, di mia testa, 0 luo gusio, a nostro talenio, per mio conto, in tua balia, in sua vect,0 suo riguardo; a. mio, a tuo, a suo dispetto; a mio, a tuo, a suo potere; gua presènza, contro sua voglia; mio, tuo, suo malgràdo ec. To non Be so far caldo e freddo a MIA posta. Bocc. nov. 44. — Questi sgrida în SU0 © mome il troppo ardìre, E incontinènie il ritornàr impone. Tasso, Ger. €. da st. 53 — Ed io contra SUA voglia; altrònde ’1 meno. Petr. son. 39» (11) Usasi anche la particella un nel sing. e alcuni nel pi. innanzi . al pron. poss. in vece dell'articolo, quando indicar vuolsi un certo DU mero tra molti, e qualche volta anche per sola proprietà di lingua, onde &gt; dar più forza e grazia all’ espressione. Passando egli da una. possessione i Si ad un’ alira con un SVO bastone in collo. Bocc.nov.j1.— Avevano una lor ; sorella chiamata Lisabètta. Id. nov. 85.— Trocollo con alcuni SUOI vene Id. nov. 88. Non puossi negare’ che sovente la presenza dell’ articolo i9- nanzi al pron. possess. diversifichi il senso della frase; chi non vede la dille- renza tra queste due espressioni? Yo sono voslro amìico,e io sono il vostro amìco. Non è egli chiaro, che il primo modo mi dice essere uno dei 00 siri amìci, e il secondo il primo o il solo vero amìco che abbiàle? = 2 o — ETIMOLOGIA E SINTASSI 157 di qualche stretta parentela, come: padre, madre, fratéllo , sorella, mario, moglie, ec., o di afta dignità. come: maestà, altezza, eccellenza, ec. Così nel Boccaccio (12): Io il dirò A MIO FRATELLO. — Egli ha TUA SORELLA per moglie.—Io voglio che tu ti vada, e. meni teco TUA MUGLIE, e TUO pic- ciolo FIGLIVOLO. — Signòre voi dalla povertà di MIO PADRE togliendomi ec. — Se il conte ama MIA FIGLICOLA nol so, ma eglh ec.— Mio FIGLIO dov'è, e perchè non è teco? D. Inf. 10.—S'? °/ dissi, unqua non véggian gli occhi miei Sol chiùro, e SUA SORELLA (la luna). Petr. canz. 34. — L’ an- no MDXAXAXV che sua maEsTA' fu in Firenze. Varchi, Stor. 9. — Ma ebbi più ch'a lui, rispétto al loco, E riverén- zia, &amp; VOSTRA MAESTADE. Ar. Fur. c. 17, st. 125. — Noi due, secondo che a me pare, stiamo assùi bene con SUA ALTEZZA. Fir. disc. an. 14. Pare altresì che quando il pronome possess. al nome è posposto, 0 quando tra esso ed il nome trovasi qualche ad- diettivo qualificativo, l'articolo non si possa omettere, come: i padre mio, la madre mia, la sorèlla mia, l'altézza vo- stra, iL vostro buon cognàto , il mio dispietàto padre, ec. (13) 8. VI Ama il pronominale possessivo restare senza ar- licolo, e senza alcuna altra particella d'appoggio, quando va congiunto con qualche voce del verbo ESSERE. TESTI. Fu la divina grazia sì favorèvole, che infra pochi di, la mia perdùta libertà riacquistài, e come io mi soleva così sono M10. Bocc. Laber. — Son dispòsta, posciaché vi piaccio, a voler ésser VOSTRA. Bocc. nov. 74. — Né mi offerir di dar (12) Eppure ne’ Classici leggesi qua e là qualche esempio in cui l'articolo accompagna il pronome possess. anche innanzi a’ nomi di pa- fentela o di digaità. Che dirèsle signora se io vi facèssi IL vOSTRO figliuò- lo maggiore riavère? Bocc. nov. 16.—Ecco IL TUO figlio. Past. fid. at. 1.— ÀLLA SUA altèzza Divènni-*servidor con somma cura. Pocc. Teseid. 85. — Avendo riguardo ALLA vOSTRA Eccellenza. Id. nov. 49. Del rimanente quan- ‘ do il nome di parentela o dignità sta nel plurale, l'articolo sempre esprimesi. i l (13) Stranissima è la costruzione che qua e là nel Boccaccio, in Dan- te, ed in qualche altro antico, vedesi fatta delle particelle mio, mia, suo, sua, mutate in m0, ma, so, sa, ed affisse ad altre voci. MOGLIAMA no? mi crederà. Bocc. nov. 76. — Godiàmci i danàri et a MOGLIATA di che li sia stalo imbolàto. Id. Ibid. — Leggiermènte sarèi sentita da FRATELMO. Id. nov. 77.— E non vidi giammài menòre siregghia A ragàzzo aspettà- to da siaxorso. D. Inf. 29. — Allora disse la SUORSA alla reina, vuoi 1u ch'io meni tua sorèlla ? Fior. d' Ital. 0 Gram. Ital. 19  lo scudo in'dono, O quel destriér, che MIEI, non più TUOI sono. Ar. Fur. c. 4, st. 34 — Ma se iu negàssi, tulla la colpa sarà tuo. Mach. Com. i VII. Mio, tuo, suo, nostro, vostro, loro, così n° singolare, senza l'accompagnamento del nome , ma preceduti ‘dall'articolo determinante, significano l'avere, le sostanze, sot- tintendendovisi per e//issi il nome bene, 0 avere. TESTI. — Vedi a cui io do mangiàre 1L MO. Boce. nov. T-Lo ‘vecchia disse a colùi allora: vieni e domànda 1L TUO. Nov. ant. 74.—Se io vi vidi, io vi vidi sur vostro. Boce. nov. 69. - — E la cagiòne fu ch' églino avieno messo IL LORO € l'alinn nel Re Odoàrdo d' Inghilterra. Gio. Vill. 12, 54. | Miei, tuoi, suoi, nostri, vostri, così in plurale, preceduti dall’ articolo, senza nome, si adoprano per significare parenb, amìci, compàgni, seguàci, soldàti o guerrieri, servi 0 famigha- (] ® e . . | ri, nomi che per e/lissi vi si sottintendono. i TESTI. a e - Dimmi, perchè quel pòpolo è sì empio Incontr a MIEI |: in ciascùna sua legge? D. Inf. 10.—Per non vedèr ne TU | quel ch'a te spiacque. Petr. son. 264. — Con tutti i SUOI e / trò in cammino. Bocce. nov. 17.—Vidi verso la fine il sara, cìno, Che fece a' NOSTRI assòi vergògna e danno. Petr. Tr della F. cap. 2.—Mentre ragiòna ai SUOI, non lunge scor I Un Patata stuòlo addùr rùstiche prede. Tasso, Ger. © d, « st. a ' () È E) DE' PRONOMINALI CONGIUNTIVI. — “a S. I Servono questi a congiungere i diversi rapporti di, un nome antecedente, e primario nella proposizione, con Ul . verbo incidente e secondario, e perciò Congiuntivi si chia? no (1). Le voci che nella nostra lingua fanno la funzione di pronominali congiuntivi, cinque sono: che, quale, chi, cul, , onde. Le tre prime sono talora congiuntive positive, e tao"? » congiuntive interrogative. il (1) Chiamansi anche relativi, perchè hanno relazione col nome an cedente, ma ciò che noi abbiamo riferito fa ben vedere, non relalla, DI»; congiuntici esser la denominazione che lor si conviene. i CHE, CONGIUNTIVO. POSITIVO. S. II Dicesi di persona e di cosa; rimane invariabile, cioè si riferisce, senza variar desinenza, ad amendue i generi e numeri, e può indicare, secondo il senso, il rapporto di subbietto, di: ob- bietto diretto, e di obbietto indiretto (2), come: Z' uòmo, CHE vi parlò. I fanciùlli caE giocano. La donne, CHE amàste. Il drappo, ca£ comprài. Gli autòri, CRE leggete. L'affare di cnE ragionàmmo insieme. A cHE egli rispòse. In CHE io differisco da voi. Con CHE si diede fine alla lite, ec. Ne'primi duè esem- p] che indica il rapporto di subbietto; ne'tre susseguenti quello di obbietto diretto, e negli altri quello di obbietto indiretto, TESTI. Potranno conòscere quello, cHE sia da fuggire, e cue sia similmente da seguitàre. Bocc. Proem.— Quella, CH' io cerco e non ritròvo in terra. Petr. son. 161.—Qual fosse la cagiòne, perchè le cose, CHE apprésso si leggerànno avvenisse- ro. Bocc. Introd.—E ’! dubbio passo, DI CHE "{ mondo tre- ma. Petr. Tr. della M.— Questo è il diàvolo DI CHE s0 ti ho parlàto. Bocc. nov. 40.— Gli occhi Di ch' io parlài sì calda-. | mènte. Petr. son. 2541.— Trapassiàmo in quelle cosè, IN CHE ‘ gli accidénti ci ménano. Amm. ant.—Confortàndolo a meri- tirle, DAL cHE Messér Neri per più non poter st scusò. Bocc. nov. 96 (3). | S. III Che, è di genere neutro, e va preceduto dall’ ar- ticolo determinante #/, quando è relativo ad una cosa, ad un’ a- zione o ad una frase intiera, stando allora in vece di /a qual cosa, come: Il cuE mi consòla. Del cHE i genttòri erano mol- to doloròsi. Al car in fine s' appigliò. Dal CHE non fu pos- sibile il distòrlo, ec. i (2) Che, tanto come pronome relativo, quanto come congiunzione, soleva dagli antichi ricevere la giunta della lettera. d, formandosi .ched, allora che, percuotendosi in alcuna vocale, si voleva non isbattere la e, ma pronunziarla e crescere, 0 per miglior suono o per comodo del verso, la sillaba; simile a quel che in oggi sovente.suol farsi, sì in verso che in prosa, colle congiunzioni e, o, cangiandole in ed, ud. Questa leggiàdi a donna CHED io perdo. Rim. ant. M. Cin. 49.— Sappi, CHED s0 # amo sc- pra tutte le persone del mondo. Nov. ant. 100.— Quegli ec. che delle co- se, CHED egli ha non gli dà parte. Gr. S. Gir. 3. ner 3) Che, in vece di quale, © di quanto, talora incontrasi negli autori. Dio sa cne dolore io sento (cioè quanto dolore). Bocc. nov. 60. — Odi gli osti nostri, che hanno non so cue paròle insièéme (cioè quali parole). ld. nov. TESTI. Avevan sentito perchè la Nina presa fosse, IL CAL forse dispiàcque loro. Bocc. nov. 33. — Io vi farei go- dr di quello, senza il CHE per certo niùna festa compiuta ménte è lieta. Bocc. g. 6, finale.—Gli pregò che alcuno di loro insìno al castéllo I accompagnàsse, il cuE due di loro ficero. Id. nov. 43.— Del cuk avvedùtosi Marcello si mosse come per andirsene, e disse ec. Tac. Dav. Stor. lib. 4.4! cHe si va malto adùgio in sìmili casi. Id. ibid. lib. 3 (4). —Portàvasi ciascùno alcùna cosa, dal CHE mangiàre. Vit. SS. PP. 1 (5). CHE, CONGIUNTIVO INTERROGATIVO. S. IV. CHE pronominale interrogativo, corrispondente al quid dei Latini, vale quale? cosa? che cosa? come: Che ce? , che uomo è costui ? Che brami? A che pensi? Di che puro. |: (0) TESTI CUE è tanto greve A lor, che lamentàr li fa sì fore? D. Inf. 3. —CHE ha coléi più di me? Bocc. nov. 26.— Or CHE avésti che fai cotàl viso? Id. nov. 69. — CHE cosa è questi che voi mi avéte fatto mangiàre? Id. ibid. — E se non piangi, di cue piànger suòli? D Inf. 355.— A cHE sarebbe detta la paròla di Cristo agli apòstoli? Passav. pag. 92 (7). (4) In questo senso, che si pone talora senza l’arlicolo. Di CHE Ales sandro si maravisliò forte. Bocc. nov. 13. Come pure nel senso di 9 che e ciò che quando trovasi quasi stesse tra parentesi. L’ un fratello I aliro abbandonàca, ec. e, CHE maggior cosa è, i padri; e le madri if- gliuoli. Bocc. Introd. — Se fu'vudi sapere cHE (ciò che) Ro frocdto, apri è grembo. Seneca, pist. 20. Domandò quanto ec. a CHE gli fu risposto che ec. Bocc. nov. 7. Ommettesi anche la preposizione, che per ellissi vi $ sottintende, come: In quel medesimo appelila cadde, CHE cadile èrano ec. (cioè nel quale) 1d. nov. 31.— Questa vila lerrèna è quasi un pro!» Cune *! serpènte tra’fiori, e P erba giace (cioè in cuî). Petr. son. 78.— io son un di quei, CHE ’l piànger giova (cioè a’ quali). Petr. canz. 8. (5) Che alle valte incontrasi ceme sostantivo in vece di cosa, come: Mi parèca un bel CHE l’èsserne fuòra (cioè una bella ‘cosa). Bera, rim. 1, 71.— Più per un certo CHE di reputazione ec. Stor. Eur. 7, 160» (6) La 1° cosa ora vi è sottintesa per ellissî, ora si esprime I compagnia di che, ed ora questo s’omette, interrogandosi con cosa solamente, come: che voltie ? che cosa volète P cosa volète P Spesse volte, facendosi l’ interrogazione tacitamente, che solo si usa, rimanendo la voce cosa 30!" . tiutesa, ed il susseguente verbo ponesi nel modo soggiuntivo, come: apprèsso entrò in pensiero cHE questo volèsse dire. Bocc. nov. 5. — È del buon uòmo domando cHE ne fosse. Id. nov. 12. (7) Che interrogativo è pur qualche volta seguito dal nome, € 5! eees©€e Che serve parimente a dar più forza all’esclamazioni , nel qual significato è sinonimo di quale, aumentando la qualità di una persona o cosa come: CHE grand uòmo! CHE bella seràta! Pazzi CHE noi siamo! Dio sa CHE dolore io sento! O cHE del morir era oggi è terz' anno. Petr. son. 237.— 0 CHE grave cordòglio! Id. canz. 42.— Ah! cHE vedùta amòra e lrista! Tas. Ger. c. 19, st. 103. QUALE, CONGIUNTIVO POSITIVO. S. V. Questo pronominale congiuntivo riferiscesi a per- sona ed a cosa; è invariabile nel genere, ma cangia la sua finale in z nel numero del più; è atto ad esprimere non solo i rap- porti di subbietto e di obbietto diretto, ma anche quello di obbietto indiretto; ed è preceduto dall’ articolo determinante il, la, î, le (8). L'uòmo iL QUALE. La donna LA QUALE. Il libro 1L QUALE. Gli uòmini 1 QUALI. Ze donne LE QUA- | Li.Quegli, IL QUALE nonsi rispàrmia fa presto a divenìr vec- chio. L'amico DEL QUALE vi ho parlùto. Il giardino per LO QUALE ho tanto dispeso. Il ragàzzo AL QUALE dà la preferèn- za. La lettera DALLA QUALE avete rilevato, ec. (9) TESTI. Lo scolàre, IL QUALE in sul fare della notte col suo fante presso della torretta nascòso era. Bocc. nov. 77. — Ch'ei fu dell'alma Roma, e di sua impero ..... LA QUALE, e’L QUA- LE (a voler dir lo vero) Fur stabiliti per lo loco santo. D.. Inf 2. — Ritràrmi accoriamentie dallo stràzio ; DEL QUAL: oggi vorrebbe, e non può aitàrme. Petr. son. 2. — Una mon- lagna aspra ed erta, presso ALLA QUALE un bellissimo pia- LI in vece di quale. CHE uòmo è costùi, il quale, nè vecchièzza nè infermi- tà, ec. Bocc. nov. 1.—Dissi: maèstro, CHE è quel ch’? odo, E cHE gent’è CHE par nel duòl sì cinta ? D. Inf. 3. (8) Qualche volta trovasi anche coll’ articolo /o, così in prosa come in verso. Numa Pompìlio di me s’ innamora LO QUAL del mio piacèr fanto fu degno. Dittam. 1, 18.— Che vendètia è di lui, ch'a ciò ne mena; Lo QuaL ir forza altrùi presso all’ estrèéme ec. Petr. son. 8. — Non solamèn- le il felice fine per LO QUALE a ragionàre incominciàmo ma ec. Bocc. nov. 47- (9) È regola che guale, in questo senso debbe esser sempre preceduto dall'articolo determinante, sebbene in verso non manchino esempj, in cni senza articolo incontrisi. O diva luce QUALE in tre persone Ed una es- senza il ciel governi e ’l1 mondo. Amet. 98. — E quei: di rado Incontra, D Lian che di nui Faccia'l1 cammìno alcùn, per QUAL io vado. - Inf. 9. (10) Sì in prosa che in verso puossi, secondo l'armonia, elidere l’ e finale scrivendo e dicendo i! qual, la qual; ma è solo licenza poetica 142 © — no e dileltécole sia ripòsto. Bocc. Introd. (10) — Selle giò- vani donne, i nomi DELLE QUALI i0 in propria forma rac- conteréi. Id. Ibid. S. VI. Quale o qual, in vece di colli che, 0 di ciò che, non vuole l'articolo (411). TESTI. Vidi cose che ridìre Nè sa né può QuAr di lassù di- scénde. D. Par. 1.— Folle è QUAL créde che per suoi consì- gli Rimuòver possa l'òrdine del cielo. Dittam. 1, 16. — QUAL più gente possède, Colùi è più da' suoi nemìci avvòlto. Per. canz. 29:— Or ti consìglia, Senz' aliro indùgio, e QUAL più vudi ti piglia. Tasso, Ger. c. 2, st. 89. S. VII. Quale, soventi volte trovasi come rassomigliativo di due nomi, avendo per correlativa la particella #ale, espres- sa, o sottintesa. TESTI. Videsi di tal monéta pagàto, QUALI érano state le der- ràte vendite. Bocc. nov. SO desdi dee bastàre a ciascuno se QUALE asino dù in parete tal riceve. Id. nov. 78. — Tole QUAL tu l'hai cotàle la di. 14. Gior. 3, fin. — Vivéstt QUAL guerrièr cristiùno e santo, E come TAL sei morto ec. Tasso, Ger. c. 3, st. 68.— Piàcemi almén, ch'i miei sospìr sen quaLi Spera") Tevero e l' Arno. Petr. canz. QI. —Divenulo n° viso QUALE è la molto secca terra, 0 la scolorìta cénere. Filoc. lib. 3 (12). i} sopprimere la 2 del plurale, scrivendo quai in vece di quali, e più a0- cora qua’. De’ Quai cadèva al petlo doppia lista. D. Purg. ‘1. — Denkro alle Qua’ peregrinàndo ulbèrga Un signàr valoròso, accàrto e suggio. Petr. canz. 11. SCR S (11) Trovasi alle volte lo stesso quale come indicante la qualità ola naiura di una persona o cosa, come: Narn so QUAL sia. Vedrai s' io sono QUALE iu mi credi. Sarò QUAL mi volèie. QUAL visse tale mori. Talvolta serve a determinare il significato del precedente nome o pronome, e°° Egli, quaL maèsiro dee saperlo. Questo scrillore, QUALE storico, è ass veriliero. Une stranièro, QUAL ambasciatore, è persòna sacra, ec. È talvolta è una particella dubitativa, cioè quando, preceduto da qualche particella negativa, o da altra voce esprimente dubbio, serve a qualificare H nomè che segue, d’ incerto o di dubbioso. La donna comprendèndo QUAL fosse l ànima di lei, lasciò stàre le parole. Bocc. nov. 18. — Non so QUALE Iddio dentro mi stimola ed infèsia a davèrti il mio peccalo confessare» Id. nov. 88. — Spirto beàlo, QUALE Se’, quando altrùi fai tale ? Petr. canz. 26. i | (12) Quale, serve anche ad indicare uno o alcuni di un dato numero, come: Nella vostra elezione sta di torre QUAL più ci piace delle due, 0 56 volete amenduce. Bocce. nov. 63. come - QUALE, CONGIUNTIVO INTERROGATIVO. Quale, pronominale interrogativo, non varia dal precedente, se non che questo rigetta l'articolo determinan- te (13). Esso in tal senso è talora dal suo nome accompagnato, e talora questo è sottinteso, come: QUAL opinione è la vostra? Ecco due cappelli, QUALE volete? QUALI sa; questi libri sono i miei? DA QUAL mercadùnte avéte ricevùto questo drappo? A QUALE daréste la preferenza? | TESTI. | i pia una grazia da chi così mi fa stare. Ruggieri domandò QUALE? Bocc. nov. 46.— State saldo e ci è rime- dio..... QUALE? Machiav. Com. — QUALI leggi, QUALI mi- nàcce, QUAL paùra? Bocc. nov. 98.— QUAL ceradlla vedésti mai senza coda? Id. nov. 90. Lo stesso guale usasi parimente nelle esclamazioni, seguito da un nome, come: Qual ricchezza! Qual folla! Con qua- le ferezza! Con qual fasto il disse!—0 figliuòl mio, QUAL per te fiamma è accesa! Petr. Tr. di Am. cap. 1. — Oh quaL per l'aria stesa Pòlvere î veggio ! oh come par che splnda! Tasso, Ger. c. 3, st. 10.” CHI. $. IX. Questo pronominale significa Colui che; equivale ad un nome, preso indeterminatamente, mascolino, o femmi- mino, singolare o plurale, e può indicare così il subbietto e l'obbietto diretto, come l'obbietto indiretto, esempj: CHI è con- lento del suo, non può dirsi pòvero. Non teme il,male CHI è vriubso. CHI mòdera i suoi desìi è sempre ricco. È pazzo CHI presime di oppòrsi a CHI è più forte... TESTI. A niùna persòna fa ingiùria cHI usa la sua ragiòne. Bocce. Introd.—CRI i/ fece nol faccia mai più. Id. nov. 2%. —dvèva in costùme di domandàr cHI con lui era, CHI fosse qualingue uòmo cedùto avésse per via passàre. Id. nov. 79. —Deh! sàtiro gentìl non far più strazio Di CHI tf adòra. . Fid. — Ch'egli è usùto di pòrgere a CHI troppo non si i (13) Che il pronominale interrogativo non può esser preceduto dall’ar- telo, è una conseguenza naturale dell’ ufficio dell’articolo stesso nel di- : scorso, il quale è di determinare è particolarizzare il significato del no- Me, € però non può trovarsi con una particella che indichi dell’ incertez- {2 Intorno al subbictto od obbietto dell’azione.  mette ne suoi più cupi pélaghi navigando. Bocc. proem.— A cui Dio vuol malk, toglie il senno. Pecor. gior. 28, nov. 2. (14) — Ze quali DA CHI non le conòsce sarébbono, e son tenùte grandi ed onestissime donne. Bocc. novi 80 (15). S. X. Chi, frequentissime volte usasi per interrogare, ma sempre di persona dicesi, non mai di cosa, come: CHI entra? Cui è quel signore? CHI cercàte?. Di cui parlàte? A CHI seri véte? Da cHI lo sapéte? Per CHI mi avéie preso? ec. CHI sitle ‘ voì, che contra’l cieco fiume, Fi ug; tto avete la prigione eter- na?D. Purg. 4. CHI vi ha guititi ? o CHI oz fu lucerna? Id. ibid. — CHI è questi che così starnutìsce. Bocc. nov. dÎ. - CU I. S. XI. E questo un altro pronominale congiuntivo; s- gnifica lo stesso che quale, che, chi; dicesi di persona, € di cosa; serve ad amendue i generi e numeri; ma per propo suo bisogno, non è mai preceduto dall’ articolo determmank, e non indica che l'obbietto diretto, e l’ obbietto indiretto, non potendo esso mai usarsi per esprimere il subbietto dell’azione; come : I} giòvane CUI ricercàte. Le donne Cui salutàùmmo. La batiàglia CUI vinse. La persòna Di CUI ci parlài. L amico . DA CUI aspélto soccorso. La porta PER CUI sono entràto. la casa IN CUI dimòro, ec. TESTI. Così la‘donna non guardàndo cui motteggiàsse, credén do vincere, fu vinta. Bocc. nov. 10. — Coléi marttàndo GU ella amàva. Id. nov. 96.— D'un pìccol ramo, CUI gran fo scio piega. Petr. son. 266.— Vidi Solòn, di cui fu! ib pianta . ... Con gli altri sei, pi CUI Grecia si vanta. Pet. Tr. della Fama cap. 3.— Macchie apparìvano a molti, £ Wi (14) Incontrasi alle volte questo pronominale colla preposizione 2 cn pena: i + PT soltintesa. Fùronoi «forlunatamènie sconfilli; e così avoviène CHI è in vol» la di fortuna. Gio. Vill. 12, 76. (15) Chi talora ha forza di se alcuno. Come pienamènie si legge PT Lucàno poèta cHI le storie vorrà cercare. Gio. Vill. 1, ag. — Quindi s 00 &gt; CHI vuole andàr per pace. D. Purg. 24. Talora sta per alcuno che. Non credi tu irovàr qui cHI il Baltèsimo ti dea ? Bocc. nov. a. — Quwi non © cHI ragioni Di Cristo, nè CHI legga nè cHI serva. D. Par. 1g. — Nè S0M2 cHi m’ ascolti, o mi difèenda ? Guar. Past. fido. Trovasi anche in forza di chiùnque. Parli cai vuole in contràrio. Bocc. Introd. Talora incontra! varie volte ripetuto nella medesima frase, come: CHI dicèa che fu Cimo- bùe, cHi Stèfano, cui Bufalmàcco, cui Bernardo, e CAI uno e CHI UNO altro. Fr. Sacch. nov. 136. — Guanciàli CHI di vellùto, cHI di raso. Fire* As. 256. LA grandi é rade, e A CUI minùie e spesse. Bocc. Introd. SO —Molti son gli animòli, a cui s'ammòglia. D: Inf. Come essi, DA CUI egli credono sono un Bocce. nov.-71. — Ed è sì spento ogni benìgno lume Del ciel, PER «vI s' in- forma umàna vita: Petr. son. T.— Qual cella è di memòria IN CUI s'accòglia, Quanta vede viriù quanta beltàde. Id. canz. 6.— Incontanénte conòbbe là dove stata era, e CON CUI. Bocc. nov. 25. ( 1) $. XII. Dissi nel $. precedente, CUI non esser mai pre- ceduto dall’ articolo determinante per proprio suo bisogno, perchè questo pronominale congiuntivo nel rapporto pos- sessivo (genitivo) ( 7. Sez. II, Cap. II, SS. V,e VI), do quando rappresenta il nome del possessore, che pre- cede, colla preposizione di, segno di tale rapporto , per ellissi sottintesa, può ben esser preceduto dall'articolo deter- | iminante, il quale per altro non è suo, ma bensì del nome che immediatamente segue, e che, come significativo della ‘ Persona 0 cosa posseduta, appartiene al nome antecedente, Tappresentato da cuz; onde, per modo d'esempio, le seguen- tesimili dizioni. Z/ figliuòlo pi cui, la figlia DI CUI, ; figli DI CUI, le figlie DI CUI, possono e con eleganza volgersi in lt cui figlio, LA cuI figlia, 1 cut figli, LE CUI figlie. Quan- ° poi il susseguente nome, oltre l’.esser suo in rapporto pos- sessivo coll’antecedente nome, è di più l'obbietto indiretto di darne verbo, si premetterà all’ articolo quella preposizione che ll senso richiede, e si dirà de/ cui, della cui, de' cui, delle cui, . dl cui, alla cui ec., dal cui, dalla cui ec., nel cui, nella Cu, ec. (18) TESTI. | Gli venne a memòria uno ricco Giudéèo, 1. CUI nome era (16) Per proprietà di lingua, sottintendesi sovente la preposizione a Innanzi a questo pronominale. Quivi sia ‘lo Iddìo regnatore,, CUI iutte | 3Wgidce ed ubbidìsce. Dav. Tac. Germ.— Voi, CUI fortuna ha posto in ma- no i freno Delle belle contràde. Petr. canz. 29. In simil guisa ommettesi lalvolta la preposizione di indicante il rapporto possessivo anche fuori casi mentovati nella nota precedente, sebbene l’incontro non n'è tanto ‘‘quente, come in quest’ esempio del Boccaccio : Il Buon uòmo, in cusa SI morto era (in vece di in casa di cui). Nov. 38. (17) Cui trovasi anche nel senso interrogativo in vece di chi. Sio tesi dire una mia novella, a cui la dico per lo piu savio di noi? Nov. int 37.— Con cui di credi tu èssere stato ? Bocc. nov. 26. (18) Debbo inoltre avvertire che è costruzione, se non viziosa, almen ; contraria al buon uso, e però da schivarsi scrupolosamente, il dire e lo scrivere dl di cui, la di cui, i dicui, le di cui, come da non pochi si sen- | le profferire, ed anche in qualche moderno autore si trova scritto. Gram. Ital. 20 * 146 PARTE PRIMA Melchisedéch. Bocc. nov. 3.— Amòre, LA CUI natùra è tale che piuttòsto per se medesimo consumàr st può ec. Bocc. nov. 57.— Altri so, che n'arà più di me doglia; LA CUI salùte dal mio vìver pende. Petr. Tr. della morte cap. 1. — La Fiammétta, 1 CUI capelli érano crespi, lunghi, e d'oro. Bocc. nov. 5. — Mio padre mi lasciò ricco uòbmo, DEL CUI avére come egli fu morto diediî ec. Bocc. nov. 1.— Narciso, DELLE CUI male paròle con Agrippina dissi di sopra. Dav. Ann. A non desor uesta famòsa spada, AL CUI valòre ogni vittoria è certa. tasso, Ger. c. 2, st. 69. — Una botta è maravigliòsa grandèìzza DAL CUI venenìfero fiato avvisà- rono quella salvia ésser velendsa divenùta. Bocc. nov. 37. — E come che questo a suoi niuna consolazione sta, pure a me, NELLE CUI braccia è morto sarà un piacere. Id. nov. 56. ONDE. $ XIII. Questa particella, che di per sè non è che un avverbio di luogo, e vale di che luogo, da che luogo, da qual luogo, è non di rado usata nella nostra lingua come addiettivo pronominale congiuntivo in vece de’ quattro già spiegati che, quale, chi, cui; ma solo come obbietto indiretto, valendo uno de' suddetti pronominali insieme eon una delle | seguenti preposizioni d/, da, per, con, come: Un riso, ONDE io mi rallégro. Que’ begli occhi, OND' éscono saéttie. Lo sdegno, ONDE tutti erano animùti. Uscit per la porta, OND egli era eniràto, ec. (19) | ati TESTI. Alli casi infelici, OND' io con ragiòne piango, con lagri- mevole stile seguirò. Bocc. Fiam. Prol__F 01, ch' ascoltàte in rime sparse, i suono Di quei sospiri, OND' 20 nodriva il core. Peir. son. 1.— Per la natùra lieta, ONDE deriva La virtù mista per lo corpo luce ec. D. Par.2.—-Lasso ! ben veggio, in che stato son queste Vane sperànze, OND' io viver solia. Petr. son. 151. —Di lor progénie discese il buono e cortese re Artù, ONDE è romanzi bretoni fanno menziòne. Gio. Vill. Lib. 1, cap. 24. —Ch' i aggio in odio la speme, e i desìri. Ed ogni laccio, (19) L’ avverbio di luogo Oce ha pure tal volta forza di pronominale congiuntivo nel rapporto di obbietto indiretto, sottintesavi una qualche preposizione, come: Quanto ingànno sotto sè quella pietà nascondèea, la quale partitasi dal cuore, OVE mai più non ritornò. Fiamm. lib. 1 — Co- me m° ha concio’l foco Di questa viva pelra OV'io mi appoggio. Petr. cans. 9. Z' erba ovE sarà la brina, gènera loro infermitàde. Cresc. 9, 68. »  ONDE '/ imio cor è avvìinio. Petr. son. 75.— Per quelo usciuò- lo OND' era entràto, il mise fuori. Bocce. nov. 12.— Verso quel- la parte ONDE zl dì aveva la fanticella seguita. Id. nov. 13. DEGLI ADDIETTIVI PRONOMINALI DISTRIBUTIVI. S. I. Ognùno, ciascùno (4), ciaschedùno, qualcùno, qual- chedùno, ap ' Sono questi chiamati individuali. perchè non indicano che un solo individuo preso distributivamente mascolino o femminino, e perciò non sono relativi che ad un nome nel singolare sottinteso (2), accordandosi con questo.in genere ; esempj: OGNUNO 52 crede ricco. OGNUNA vuole esser più bella. CIASCUN paese ha le sue usùnze. CiAscuNO baili a' fatti sot. Incoraggiò CIASCHEDUN soldàto con la sua voce. Se v'ha QUALCUNO che senta pietà, mi soccòrra. Gli si mandi QUAL- CHEDUNO con la risposta. n Ognùno vale ogni uno. Con grandissima ammirazione d' oGNUNO. Bocc. nov. 41.— OGNUNO éra pennuto d'ali. D. Purg. 29.— OGNUNO portiàmo qualche cosa da not segnàta. Salvin. Pros. Tosc. 2, 169. — OGNUNA in gi0 tenta volta la faccia. D. Inf. 32. "n | Ciascùno ‘e ciaschedùno sono sinonimi del precedente, colla differenza, che questi vanno talora in compagnia del no- ie a cui sono relativi: Vedrà? gli antìchi spiriti dolenti che la seconda morte ciascun grida. D. Inf. 1.— Quanto CIASCUNA è men bella di lei. Petr. son. 12.— Come a CIASCUN le sue stelle ordinàro. Id. canz. 48.—Comandò a CIASCHEDUN SOL- DATO che portàsse seco del pane per due gior.1.Varch. stor. 11. CrascHEDUNA cosa la quale l uòmo fa ec. Bocc. nov. 1. (1) Gli antichiì in vece di ciascuno dicevano cadùno e catùno. CADU- NA acèa uno mazzero sotto. Nov. ant. 39.—Zedèndo, che GATUNO il volta, mandò per un fine oràfo. Ibid. 72. —D’ogni condizione, di CATUNA età, e sesso. Matt. Vill. 1, 2. In quanto a cadaîino l’ ultima edizione del vo- cabolario registra questa voce, tratta dal dizionario universale dell’ Alber- ti, il quale l’ammette dietro un” osservazione del Bottari, che questa voce, quantunque non si trovi presso niun antico o moderno autore, che abbia scrilto purgatamente, pure, venendo usata da moltî moderni dottì ed eru- ditissimi valentuomini, si dirà un giorno, ad onta dello spiacente suo suono. si - i i (2) Avvegnachè nel comun uso ciascuno e ciaschedùno non abbian che il singolare, pure presso alcuni antichi autori si trovano usati anche al plu- rale. Che desti il nome al loco , ove CIASCUNE sfrane nazioni vollon’ono- rarlo. Fr. Sacch. rim. 47. — Tegnèndo CIASCUNE cose migliori. Boez.—CIA- SCHEDUNI infermi si dèono dipartire dalla compagnìa de’ rei. Amm ant. 21, 3. i 148  __$. IL Qualeàno, qualchedàno e alcàno determinano m individuo qualunque. i due primi sono per lo più relativi a nome singolare sottinteso, con cui s' accordano in genere, nè sogliono usarsi in plurale. Qualcàno per altro trovasi ‘anche o in compagnia del proprio suo nome individuato, o seguito dal nome della specie, preceduto dalla particella di. Ma se pietà ancòr serba L'arco tuo e QUALCUNA saétta, Fa di te, e di me, signòr, vendétta. Petr. canz. 28.—S' èsser non può, QUALCUNA d'este-notii, Chtuda omài queste due fonti di pan- to. ld. canz. 46.— Colùi, che ve lo dice, è QUALCUNO, #6 mi vuol male. Pecor. g. 7. nov. 2. | | S. III, A/cùno, da' due precedenti differisce in ciò chel medesimo con. il suo nome (espresso o sottinteso) s' accorda in genere ed in numero, come: alcùn uòmo e alcùna donna; alcùni uòbmini e alcùne donne; e così pure quando il nome è sottinteso. (3) — DE' PRONOMINALI INDEFINITI E GENÉRALI. S. I. Tali addiettivi sono parte affermativi e parte negativi. . Gli affermativi sono.ognz, chiùnque, chi che sia o chu- chessìia, qualùnque, che che o checchè, qualsisìa, qualsivoglia, che tutti possono da una qualunque preposizione esser prece- duti, ma rimangono invariabili in ambedue i generi e numeri. Ogni (4), significa lo stesso che ognùno, ma non si usa mai se non che in compagnia di un qualche nome, sia mascoli- no sia femminino, sempre però in singolare (2), dicasi adun- (3) Alcùno, accompagnato da particella negativa vale lo stesso che nessuna e niùno ; ma in questo significato non si usa che in singolare Lo stesso dicasi quando ha seco la particella senza. Per Ze quali cose 10 dubito forle, se noi ALCUNA altra guida non prendiàmo che la nostra, te. Bocc. Introd. — E senza la provvedènza d’ ALCUN uòmo si sappiano rego lare. Id. ìbid. E talora al plurale ha forza di vceruno. E fu Claudio mena la fanciùlla dove li piace, e non temere da ALCUNI. Pecor. gior. 20 , nov. 2. — Mi veggio morìre nelle braccia di quelle due persone, le quali io più amo che ALCUNE altre. Bocc. nov. 17. (1) Gli antichi dissero anche ogre in vece di ogni. 0GNE àarimo infermo, il quale per biasimo si dibassa. Amm. Ant. 39, 4. E per la rima Fran- cesco Barberino disse anche ogna. : (2) Ogrni presso gli antichi trovasi talora in compagnia di nome plu- rale. Compensàla OGNI cosa degli alirùi afànni, ll € mici quelli ogni alin lrapassàre di gran lunga desideri. Bocc. Fiamm. lib. 7,. num. 4. Infino alle lastre del detto, e OGNI vili cose non si potèvano saziare nè raffre- nàre di rubare. Gio. Vill. 12, 20 (in alcuni testi però si legge Ogni elle cosa). —Non tanto solo dannifichiàùmo questi detti peccati, ma ancora OGNI aliri peccati mortàli. Capit. della comp. dell’ Imp. 5. — Feci piantare fruth que ogni uòmo , ‘ogni cosa, ogni luogo, ogni virlù, esempj: Con OGNI sollecitùdine. M' interrùppe ad OGNI tratto. Sono pronto ad OGNI vostro cenno. Egli ci scrive due volte OGNI mese. Il popolo accorse da OGNI banda, ec. (3) Ogni cosa (4) spesso trovasi per ogni dove, che vale ogni luògo.— Domandò ? oste là dov' esso potésse dormìre , al quale l'oste rispòse: in verità io non so, tu vedi, che OGNI cosa è pieno. Bocc. nov. 13.— Che pieno esséendo OGNI COSA di guerra, Voléano gir, più che potéano, occùlti. Ar. Fur. 24,95. S. IL. Chianque oe trisillabg) (Bb), e chicchessia 0 chi che sta, solamente di persone diconsi (6). CHIUNQUE altrimén- i fa pecca. Bocc. nov. 1.— Dio la faccia trista CAIUNQUE e/-' la è. Id. nov. 853.—In CHIUNQUE dimòra ànima sì vana. Id. Amor. vis. cant. 42.— Quand’ io ci tornàssi, ci sarébbe CHI CHE SIA, che c'impaccerébbe. Bocc. nov. 72.— Ricòrdati, che iu hai a confinàre con CHI CHE sia. Fir. As. 279. (7) $. IM Qualunque (8), che vale ciascùno , o ciascuno che, può esser relativo e a persona e a cosa, ed usasi o as- solutamente o accompagnato dal nome della persona o della cosa a cui riferisce, ed in ciò è diverso da chiùnque, che so- lo di persona si dice, ed usasi sempre assolutamente, A QUA- d’ oGNI maniere. Lib. di similit. Usasi tuttora OGNI innanzi agli addiet- tivi numerali col seguente nome al plurale, come: Ogni due giorni, ogni c'mue anni, ec. Apparìsce dai medèsimi libri, che è priori si multàvano | OGNI DUE MESI. Segr. fior. | (3) Delle due voci ogni santi si è formato un sol vocabolo, ogrissan- li, usato dal Boccaccio,.e da qualche altro antico scrittore per significare il giorno della solennità di tutti i Santi. — Sen/èrndo lui il dì d' OGNISSAN- TI in Rossiglione dovèr fare una gran festa. Bocc. nov. 29.— Entrò il giorno di OGNISSANTI col gonfalonière, Francèsco Carducci, la nuova Signo- ria. Varch. stor. 10, 304. Questa voce usasi tuttora a Firenze per indica- re, o la festa suddetta, o la chiesa de’ Minori osservanti di detta città. (4) Ogni, talora si trova accoppiato colla voce qualunque con ila con- giunzione copulativa e, in mezzo, e anche senza, come: OGNI QUALUNQUE, O OGNI E QUALUNQUE. Matt. Vill. 11, 6, e rt, 41. (5) Trovasi anche scritto chiùnchey ma oggidi ‘è poco usato. CHIUN- CHE vuol profondamènte ilvero Cercàr, nè fuor di strada uscìr giammài, ec. Boez. Varch. 3, 11. — Sosfenèndo sopra il calcamento di CHIUNCHE passa. Comm. Inf. 23. i (6) Evvi un solo esempio, in cui chiunque riferiscesi a cosa. Lo ce- dro si puote tutto l’anno serbàre in sull’àrbore, ma meglio se nel chiude con CHIUNQUE cvusèllo. Palladio, Marzo, 19- (7) "Tra chi che e sia si può mettere qualsivoglia nome o pronome, © altro vocabolo, come: Con altèinto ànimo son da ricogliere, CHI CHE di esse SIA il dicitore. Bocc. nov. 9g (8) Qualunque par che sia una contrazione delle due voci quale e unque. Qualunche trovasi qua e là presso gli antichi; ora per altro poco usasi. è  LUNQUE della propòsta matèria, che quinci innanzi novelle. rà, converrà che ‘in fra questi t°rmint dica. Bocc. nov. A Ed è mestièr, ch' è senta QUALUNQUE passa, com' ei pesa pria. D. Inf. 23.—E da che diùvol ec. se' tu più che Qua- LUNQUE altra dolorosétta fante. Bocc. nov. 717. rat ing trovasi sovente seguito dal suo nome al plu- |: rale sì mascolino che femminino. QUALUNQUE ajfare, QUALUN- QUE altre cagiòni, costà trovàsti, già déono èsser finìte. Fiamm. * 4, 48.-—O0 QUALUNQUE cavali ràte. Filoc. 6, 267. ec. 40 | , S. IV. Che che o checchè vale qualùngue, o qualinge ‘cosa.—CHE CHE egli oda o vegga, niuna novella, altro ch’ lieta ci rechi di Viale Bocc. introd.— Piùcciavi di ristar qu meco alquànio, f) “ nov. 198.—Non già giusto contùrba in caECCRÈ divégna di lui. Guitt. lett. 3, 18. S. V. Qualsisìia e qualsivoglia vagliono Qualinque, € si compongono dell addiettivo pronominale quale, del prono me personale relativo identico sz, e delle voci s3@ 0 cogha, una parte del verbo éssere, e Y' altra del verbo volére, entra be nel modo soggiuntivo. Che non pòssono ésser rotle € eri, che intòrno a' mìseri dimo- CHX CHE SIA di lei nori mi celùte. D. rm. |. 6.—Sì che to ti priego curaménte (CHE CHE partìto tu tt pren- |- da) che di ciò ec., non se ne dica alcùna cosa. Fr. Sacch. | oe: Parc da QUALSISIA ferro, e da QUALSISIA colpo di pistola Redesp.‘ nat. 15.—Avére apprèsso di sè uòmini valenti e cirtuòst e ID. QUALSIVOGLIA esercizio eccellenti. Fir. disc. an. 23 8. VI. I pronominali indefiniti negativi sono: Messùno 0 . N e DÒ nissùéno, neùno o niùno, verùno, nullo. 1 quattro primi, composti dì né e di uno, sono perfettamente 1 sinonimi, e vagliono né pur uno, corrispondente al nemo de La- — tini (9). Si dicono di persona e di cosa, e si usano 0 in (08° ‘ ‘pagnia del nome, o anche assolutamente, cioè col nome st , tinteso; col quale però, sia espresso, sia sottinteso, debbono sel . pre accordare in genere, ma non mai possono esser relativi i a nome in plurale, come: Nessuna cosa. Nzuna Toria. In | nessùn luogo. To non conòsco nissùno. Non È ho detto amis. (9) Presso qualche antico scrittore trovasi mimo in vece di nessuno ec. Sono contràrj fra loro, che non ponno stare ed uno punto în NINO loro. Guitt. lett. 37.— Questi Romagnuoli non sanno onoràre NIMO co" parole. Buti, Comm. Inf. 33.— Se NIMO fi accùsa io non fi condanner® Albertani, cap. 44. — Ove trovando il passo, e porto franco, IR dentro e non vi scorge NIMO. Malm. 7 89. Questa voce è tuttora 5 da’ contadini. , sùno. Nonl'ama niuno. Niuno lo conòsce in questa città. A nissuno conviene di farlo. Senza che niuno lo veda. (10) Tra mille e mille esempj di approvatissimi autori, che , sì possono citare per l'uso di questi pronominali, molti se ne trovano in cui nessuno, niùno, ec., come che già’ di per sè assai nieghino , ‘pure s' accompagnano eol segno negativo non, ammessovi quasi come per rinforzo del ne- . gare; 1n altri senza altra negazione usansi ; dalle quali difle- . renti costruzioni, i grammatici. deducono come regola, dover» sì 1 suddetti pronominali accompagnare ‘con la negazione non, o adoprarli senza negazione, secondo che essi pospongansi o antepongonsi al verbo (11). (10) Ciò non ostante niùno e nessùno da qualche antico, furono usa- *. ti in plurale. NIUNE maflìe èsser possono, vieni, e usa ec. Pecor. 9, 18, nov. 2. — E i frutti di lali arbori, 0 sono NESSUNI per la freddùra, 0 se- | no sconvenèvoli e non matùri. Cresc. 2, 16, 7.— Crèdere si dee, che le ‘ guise delle loro scriliùre migliori sieno, che NIUNE altre. Bemb. pros. a, 54. (11) Di questa pratica un celebre grammatico moderno dà la seguen- te giudiziosissima e molto fondata ragione: vuole 1° uso (così appresso a poco s' esprime) nella lingua ilaliana ed in altre lingue della slessa ari- gine, che nelle proposizioni negative, contrario all’ ordine naiurale delle nostre idee (a), il segno della negazione pongasi innanzi alla voce indican- le l'azione, acciocchè questa, la quale sempre, e di per sè è affermati ca (Vedi Sez. V. Cap. 1), presentandosi la prima all’animo di chi ascolta o legge, non vi produca uno spiacevole contrasto tra ’° idea affermativa dell' esistenza dell’ azione, rappresentata dal verbo, coll’ idea negati- ca, o di non esistenza, che gli fa concepire il segno negalivo NON. Quindi è facile il comprendere perchè nessùno, niùno ec. s' accompagna- no da altra negazione ogni volta che per proprietà di linguaggio pospon- | gonsi. al verbo, non già che questi pronominali non sieno di per sé ab- ‘ bastanza negativi, ma perchè con ciò fare si segue l’ uso, per cùi gl I- taliani abituati a sentir prima il segno che niega l’azione, indi quello che n’ indica l’esistenza, conseguiscono in ciò interamente il loro in- tento, quando le voci nessùno , niuno ec. al verbo si antepongono, e sarebbe perciò superfluo ilfarle precedere da altra negazione; pratica, che d’altronde è totalmente contraria al ben conosciuto precetto della grammatica latina, e, dicasi anche, della grammatica universale , cioè che due negative fanno un’ affermativa ; massima che scrupolosamente os- servasi anche negl’ idiomi moderni discendenti dall’ antica lingua teutonica, come sarebbe il tedesco , e dietro questo le altre lingue dell’ Europa set- tentrionale, come 1’ inglese, l'olandese, lo svedese ec. in cui senz’ aver riguardo all’ impressione che possa fare il contrasto delle due idee affer- mativa e negativa, posponesi quasi sempre la particella negativa al verbo, in modo che, a cagion d'esempio, le frasi: io non sono, io non vedo nessuno, io non fo niente , vì sì traducono Ich bin nicht, I am not, Ich sche niemanden , I see nobody , Ich thue nichis, I do nothing, letieral- mente: jo sono non, io vedo nessùno, io fo niente, ec. (a) Mi riserbo alla sezione de’ verbi Cap. +1 di soiluppare, e render più intelligibile questo principio universale e filosofico del linguaggio , che | siccome qui viene addotto solo in ikpiegazione di altro principio , dubito non a iutli i miei lettori egualmente chiaro apparisca. ;  ‘ î ° TESTI. Nessun (412) di servità giammòò si, dolse, Né di more, quant io di libertàte. Petr. Tr. della Mor. cap. 1. — Non con- traddice a ciò NESSUNA legge. Cron. Morel. 365. — Lo mae- stro fece ® aneélla così appùnto, che NISSUNO conoscéa il fine altro che ’! padre. Nov. ant. 72, 2.— NIuNA gloria è ad” un'àquila aver vinta una colòmba. Bocc..nov. 77. Egli nen ve n° è NIUNO sì cattivo, che non vi parésse uno imperaiore Id. nov. 79.— Non si può cosa NESSUNA fare a lor modo. . Id. nev. 21. “neo ”, S. Illustrissima, che si persuùda - due cose, I una, che Nruno desidera più di me di servirla, T altra, che NIUNO conòsce più di me la nutùra delle però, ne ec. Casa, lett. 21.—NEUNO ebbe mai gli Dei sì facoreo , li che nel fo gli potesse obbligàre. Fiamm. 3, 84. (19) 8. VIL. zione, sono sovente affermativi, e vagliono alcuno.  TESTI. I di miei, pic leggièr che NESSUN cervo, Fuggir com' om- |. 78.— Quando s' accompano in Nessuno luo- | bra. Petr. son. go per cagiòne di guerra. Buti Purg. 7.— Come dunque NEV- No uomo è sì ardìto, ch' egli usi di pregàre Iddìo per lo dan- no del suo nemìco. Gr. S. Gir. 28. e: Ma si usano le stesse voci in significato di a/cono, a lorchè per modo di dubitare , o d’ interrogare si. adoprano. Aerei io in' bocca dente NIUNO guasto ? Bocce. nov. 69. — Trovòssi in Melàno NIUNO che contradiàsse alla potestùde’ Ì LS (12) Tutti e quattro questi pronominali essendo composti di uno, al par di questo soffrono volentieri lo stroncamento della finale o innanzi a’ nomi che cominciano da vocale, o da consonante che non sia s seguilà da altra consonante. La qual regola per altro non è obbligatoria. (13) Meritano osservazione le seguenti curiose costruzioni del pro ‘ nominale niuno. Infiniti sassî sono in Roma serbàti dal tempo infino 0 questi dì scritli con latìne voci, e alquanii con greche ;: ma con volgiri Nessuno, niuno non accompagnati da altra nega- |.. Sa, NON NIUNO. Bemb. pros. 1, 11. —Il Calmèlta quale autore ci recherà pel. ‘ dimostràrci che ec.P? sicuramènie NON Niuno. Id. ibid. 3a.— Certo men &amp; » manifesterà la loro indegnitàde , se di NiunI onòri chiarìscano. Boet. + è — Oggi poche , 0 NON NIUNA donna rimàsa ci è, la qual ne sappia NA, tempi opportuni dire ulcitno. Bocc. nov. 51. (14) Anche quando nessuno, niuno, ec. sono preceduti dalla ne?” .. zione ron o da senza, vagliono talora alcuno; ma non posso persi? di dermi che in tal significato abbiano il senso affermativo, come vuolsi da . alcuni grammatici. Nor ci è ragione NESSUNA per. la quale e’ debba e . tràre in un {al delerminato grado di velocità. Galil. sist.  Nov. ant. 21.—Se NIUN conosciménto o sentiménto dopo la pulita di quella (l'anima) rimàne a'corpi. Bocc. nov. 38. (13) $. VIII Zerùno, verùna (”. nota 12), vagliono lo stes- so che niuno , niuna, o nessùna, cioè né pur uno.—Quanda venne il tempo, che quella mìsera cenne per parlorire per VE- RUN modo po:éva ec. Vit. SS. PP. 2, 2%. o Veriùno, del pàri che nessùno, nino, vale talvolta a/cà- no, segnatamente quando va accompagnato da particella nega- tiva, o, da senza. Quivi Éolo vERUNA potînzia non ha, ed ‘ogni fronda si ripòsa mùtola. Filoc. 5, 238.— Faréste darmo ‘ anoi senza fare a voi pro veRUNO. Bocce. nov. 79. Talora veràno, perde la forza negativa, e vale A/càno, o qual: che— Allbra guardo inforno, se veRUNO Vede la pena mita, | chem' ha conquìso. Rim. ant. Guitt. 96.— Per le tentaziòni si prua D uòmo se egli ha bontàde vur.una. Pass. 60.— Se veRUNO diméstico vi vuòle impedìre, dite a loro ardita- mente ec. S. Cater. T. 2, lett. 8. l $. IX. Zullo, vale pure niuno ec. e usasi o in compa- gnia di un nome, o solo, riferendosi a nome sottinteso, o po- stoingenere neutro nel significato di niuna, 9 nessùna cosa, cone: NULLO sa se viverà ancòra domuni. È conosciùto da Nutro ec. Ne/lo significa anche di niun valore, senza virtù, i come: Questo contràito è NULLO. Le stipulàte condiziòni sono orandi NULLE.  TESTI. NuLLo martìrio, fuorchè la tua ràbbia, Sarebbe al i dolor compito. D. Inf. 14.—E mai pot non fe NULLO lnpe- radòr d' Ltàlia. Gio. Vill. 3, 8,3.—E "lie qual è, se NULLA nube il cela. Petr. canz. 42. E si era del tutto trasmutàto, Che NuLLo 7 avrìa mai raffiguràto. Bocc. Tes. 4, 28.—-NuL- ‘ Lo parla volentieri al mùtolo e al sordo uditòre. Passav. 249. —Onde felice dicono èsser colùi che non gli manca NULLO 4 su dilélto. Fr. Giord. 20. (47) (15) In questo significato trovasi talora usata la voce persòna in com- Ragnia di qualche particella negativa in vece di Nessuno , niuno, o non alùno, come: Se n° entràrono in una casèita anfica, e quasi tulla ca- dia , nella quale PERSONA NON dimoràva. Bocc. nov. 46. — Nelle quali "ade volle, 0 NON MAI andova PERSONA. ‘Id. nov. 30.— Quindi veggèndomi : Pervenire, NÈ PERSONA conoscèndomi. ld. nov. 63. (16) Trovasi in alcun antico scrittore Nu/ accorciato da nullo. Che NL di noi è forie a sofferire. Franc. Barb. 372, 14.— Amàr senza NUL ; Pro ec. D. da Majan. rim. ant. 86. (17) Nullo fa usato anche per Talùno, alcuno. Ma se forse NULLO si Movesse e dicesse, perchè ec. Vit. SS. PP. 1, 44. Gramm. Ital. =" 154 : ‘—— &amp; X. Non confondasi il suddetto nullo colla particella negativa invariabile nu//a, che vale nzente, non punto, e che pure usasi come pronome, posponendosi, o anteponendosi al verbo, secondo che conduce seco, o no alcun’ altra particella negativa, come: Ed altriménti mai non ne farò NULLA. Bocc. nov. 2.— Chi in alcùna cosa può speràre, di NULLA si di- speri. Bocc. Fiamm. 5, 85.—Dia molto, riceva poco, è NULLA dimindi, Amm. ant. 416, 1. i . XI. Nulla ha senso affermativo, e vale Qualche cosa, quan o è usato per via di domandare, di ricercare, o i dubitare, come: Potrébb' egli ésser ch' io avessi NUL- LA ? disse Buffalmàcco. Bocc. nov. 85. — E se NULLA di noi pietà ti muòve, A vergognàrii vitn della tua fama. D. Purg. 6.—E sono al tuo piacér, se tu vudi NULLA. Lib. son. 95. (18) DEGLI ADDIETTIVI DIMOSTRATIVI. —_—$&amp;.L Sonoaddiettivi dimostrativi (1) quelli che determinano un nome qualunque, sia di persona, sia di cosa, dimostrandolo, quasi additandolo, od esprimendo la vicinanza o la lontananza o ci luogo o di tempo in cui esiste l’obbietto significato dal nomé; avvene quattro: ve (18) Quanto si è detto di Nulla applichisi pure a Niente (gli antichi dissero neente). Questa voce che è sinonimo di Nulla, denotando- priva- zione e negazione, si' usa accompagnata con negativa, e senza, anteponen- dosi più comunemente al verbo, quando adoprasi senza la negativa, e posponendosi quando n’ è corredata, come: NIENTE sarà capàce di sepa- ràrmi da voi. NIENTE dura quaggiù. NIENTE è difficile a chi vuole. NON so NIENTE diquest’affàre. NON ne comprendo NIENTE.—E se iu fai convito, 0 corrèédo bandito, Fal provvedutamènie, Che NON falli NIENTE. Br. Tesor. — Se l’ uomo magnànimo desse ogni cosa per amore, NON gli parrèbbe acèr dato NIENTE. Cavalc. specch. cr. —M'’infiàamma sì, che obblio, NIENTE apprèzza ma dicènta etèrno. Petr. canz. 28. — Non. è per mio mèrilo fatto questo, ch' io per me non sono NIENTE. Vit. SS. PP. 2, 203. Talvolta nulla. e niente sono usati in forza di nomi, come: Questo ragàzzo non si ricorda dî NIENTE. La quanlilà è quasi ridotta al NIENTE. Tullo ciò che si riduce «a NULLA. Chi in alcuna cosa può speràre, di NULLA si dispèri. Come pure in senso affermativo nel significato di qualche cosa, al- ‘quànlo, usasi nelle frasi interrogative e dubitative. Colla mano sùbilto ‘corsi a cercarmi il lato se NIENTE o acvèssi. Bocc. nov. 36.— Senza del suo cruccio NIENTE mosiràre (cioè alcun segno) alla giovine ec. Id. nov. 4. — Come ellu vede un.giovinètto di forma NIENTE (cioè alquanto ,. alcun poco) riguardècole, ella s' uccènde delle sue bellèzze. Fiv. Asin. 40. (1) Avverto di non confondere gli addiettivi dimostrativi co’ prono- ‘mi personali dimostrativi, dei quali altrove si è parlato (Sez. 111 Cap. Il).  Questo, Cotesto, Quello, Ciò. I tre primi al nome premettonsi (2), e con esso in ge- nere ed in numero debbono concordare, seguendo per tali cangiamenti le regole già date (Cap. I, della presente Sezio- ne); non sono mai preceduti dall’ articolo determinante; pos- sono bensì, quando occorre, avere innanzi a sè qualsivoglia pre- posizione. +» | | -_$. HL Siccome si è già altrove spiegato (Sez. III, Cap. I) ogni discorso ha naturalmente tre persone, espresse o sottin- tese, l’ una che parla, l' altra cui si parla, ed una terza di cui si parla: indi l' obbietto da indicarsi, può, riguardo a queste tre persone, trovarsi in tre differenti posizioni di luogo, cioè, o più vicino alla prima che non è alla seconda, o viceversa, o egualmente distante da améndue, ma più vicino alla terza, cioè a quella di cui parlasi, e secondo tali posizioni dell ob- bietto che vuolsi dimostrare, usasi: Questo,.a, e, t, (3) per dimostrare persona o cosa, pros- sima alla persona parlante (4). Cotesto, a, e, t, per indicare cosa, o persona prossima a colui cui si parla. at, a Quello o quel, quella, quelli o quei o que, quelle, per indicare persona, o cosa distante egualmente, e da chi parla, e da chi ascolta (5). : (2) Esto, col suo femminino in a, e plurale in i, e, dall’iste de’ Lati- ni deriva, € trovasi qualche volta. ne’ classici in vece di questo, questa ec. Oggi però è inlieramente poetico. Perchè dunque bel dolce amìco ESTI terreni beni desideràte? Fra Guitt. Sett. — Voi credète Forse che siamo sperti d’ EsTO loco. D. Purg. 2.— Novèlla d' ESTA vita che ‘ m' addoglia. Petr. canz. 6. Da EsTo deriva la particella sta che qualche volta premet- tesi ancora oggidi ad alcuni nomi di tempo, come: Sfamàne, stamallìna, stasera stanòlie ec.—0O diss’io lui per entro in luoghi tristi Venni stAMA- xE. D. Purg. 8. —Di questo di STAMATTINA sarò io lenùto a voi. Bocc. nov. 99- — Ubriaco fastidioso, tu non c’ entrerai STANOTTE. ld. nov. 64. —E converrà che stasera iu smoccoli, Morg. 19, 77. ì (3) Questo in vece di Ciò vale questa cosa, e usasi in senso neutro, cioè senza variar niai la sua desinenza primitiva. Gran ftempo fu in grande tribulazione di resta la Chiesa, e con QuESsTO molia guerra e dis- senziòne ebbe. Gio. Vil. 3, 5. — Assài degli altri ho già fatti, li quali a QUESTO condolto mi hanno. Bocc. nov. ‘27. —IN QUESTO (questa cosa) io non vi piacerò già, credèndomi far bene. Id. nov. 18. (4) Questo preceduto dalla preposizione ir, indica spesso il tempo pre- sente, o supposto presente sottintendendovisi momèn/o, stanle, menire, ec. come nel Bocc. nov. 77. IN Questo /a fante di lei sopravoènne; cioè in questo momènio, in quesito mentre ec. (5) Lo stesso ordine mantiensi per indicare qualunque cosa che sup- ponesi ‘esistere nelle tre persone del discorso, cioè per cosa esistente nella prima persona guesfo ; nella seconda eofèsto; nella terza quello; onde di- a 456  o. TESTI. QuESTO garzoncello s' incominciò a dimesticàare con QUE- STO Federìgo. Boce. nov. 49. — Che perno meco omài QUE- sti sospiri, Che nascèan di dolòre. Petr. canz. 53.— È tu, che se' cost) ànima viva, Pàrtiti da COTESTI, che son morti. D. Inf. 3. — Oimé, Sisnòre, vo mi paréte uom di Dio, come dite voi COTESTE paròle. Bocc. nov. 1. — Il meglio del mondo spero di far QUELLO che m'imporrài. Id. nov. 17. — QuELL' al- &gt;; tro è Derofònie, e QUELLA è Fille: QueLr'è Giasòn, e QUEL- in L'altra è Medéa, ec. Petr. Trion. d' Amore cap. I.—QUE' duo » pien di paùra e di sospétio, L'un è Dionisio, e l'altro è Afes- ». sàndro. Petr. ivi. i S. III Ciò, addiettivo pronominale dimostrativo neutro invariabile, vale Questa, cotésta o quella cosa, e però per gli altri tre, questo cotésto , quello indifferentemente puossi adoprare, e riferiscesi al sing. e al piur., al masc. e al femm., come: Ciò si sente meglio che non si dice. Ciò era da consideràr bene. Ciò vi fa onòre. Ciò dipende da lui ec. (6) E tutii quasi ad un fine tiràvano assùi crudele; CIÒ era di schifàre, e di fuggire gl infermi ec. Bocce. Introd. — Ma tor- nando a ciò che cominciàto avza ec. 1d. nov. 8.— Otto cose sono , che danno mattria a QUESTO peccoto; CIÒ sono ec. Comm. Inf. 5. (7) ec. | | CAPITOLO IX 00° L DEGLI ADDIETTIVI DETERMINATIVI. . I. Gli addiettivi determinativi sono: | o ale, cotàle, altrettàle, altro, stesso, medesimo. O rassi: QUESTO mio 0 nostro difèllo , COTESTO fuo 0 vostro difètio, QUEL .. suo, © loro difetto. ln quanto poi al tempo usasi questo per indicare il tempo presente, e quello o quel pel passato, come questo di, questa state, . quel giorno ec. | pe . (6) Questo pronominale può esser preceduto da qualsivoglia preposi- zione, ma non mai dall’ articolo , come : di ciò, a ciò; da ciò jin ciò, con cio, ec. x ; (7) Ciò, nella medesima sua posizione invariabile, si trova anche re- lativo a persona. St fuggirono dall’ altra parle de’ Sanèsi, e ciò fùrano degli Abàti, di Que’ della Pressa; e più altri Gio. Vill. 6, 80. — Fùrono elètti quatiro Capitàni, ec. e ciò furo ec. ld. 7, 5a. — Ciò leggesi talora nel senso di yualunque, qualsivoglia , checchè , ec. seguito dal nome: Ciò uccèlli che oolano j ciò pesci che nuotano ; Ciò fere che discorrono sono seppellite nel nostro ventre. Amm. ant. 24. SR: , Cîo trovasi per. solo riempitivo. Se ciò non fosse ch'a menzòria m’ ebbe Pier Petlizàgno in sue sante orazioni. D. Purg. 13. | ‘ 4 hi Î y bo Tale s accorda col suo nome espresso è sottinteso, iu mimero solamente, e può essere da qualsisia preposizione preceduto. e talora gli si dà anche l'articolo, dicendo: il fade, la tale, ì tali ec. e significa colùi, colei, colòro ; e sovente eziandio ha un significato indeterminatissimo, riferendosi al nome generico zomo. Ecco degli esempj del vario uso di questo addiettivo: Egli abita nella TAL casa. Il TALE o la TALE me lo disse. Egli va ora dal TALE, or dalla TALE. Co- nòsco un TALE che nol farebbe. TAL minàccia spesso che ha para. TAL ride che poscia piange. TAL ti ride in bocca che dictro fe l'accòcta. A TALE to son venùto (cioè a tale stato, punto, segno, termine ec.): Sono ridètto a TALE che non posso far né molto nè poco. (1) , Tale ha per lo più come correlativo quale, sì come ab- biamo già fatto osservare (Cap. V, S. VII, della presente Sezione) (2). Pensa che TALI sono là i Prelàti, QUALI tu gli hai qui potùti ved‘re. Bocc. nov. ®.— TAL QUAL di ramo in ramo si raccòglie. D. Purg. 28.— TAL QUAL or mi vedéte giovinetta, Quivi accompùgno Ambre. Bocc. Am. vis. 6, 16. (3) S. IL Cotàle ha fo stesso significato che /a/e. Preceduto | dalla particella un significa certo; ma preceduto da questo o + quel vale guesto'o quel medésimo: l (1) Un tale vale lo stesso che un cerfo, come: UN TAL mèdico, UN TAL piltore, UNA TAL nazione ec. Tale e tale vale questo e quello. — Si pro- mélle cerla quantità di pecùnia a chi prima saglie in sul muro e in su TALE E TALE forfèzza della ierra assediata. Cavalc. Espos. simb. 1, 69. Tale vale qualche volta questo. — E ? oracolo è TALE. Caro, En. 7, 137. Tale, replicato, ha un significato distributivo, valendo questi, quegli, o l'uno, l altro, come: TaL risponde TAL ammutolìsce. TALE è troppo ardilo TALE è troppo ùmido. 'TALE lo dice, TALE lo niega ec. (2) Tale , può aver due particelle correlative. TAL QUALE fu ? hai, COTALE la di. Bocc. gior. 3, fin. E qualche volta non ha alcuna corri- spondenza espressa , essendo relativo a nome antecedente. La casa del- l’uomo infermo stalo, o morto di TALE infermità ec. (cioè della pesti- lenza già descritta). Id. Introd. La correlativa di fale può essere come 0 che, in vece di guale. TAL perdono troverà ciascuno ir verso Dio COM' egli farà agli altri. Gr. S. Gir. 23. — Potrèbbe èsser TAL femmina , e figliuola di TALE uomo , ch’ egli non le vorrèbbe avèr falla quella vergogna. Bocc. Dov. /. Tale ha qualche volta forza di alcuno. E TALI furono clie per dilètto di quelle sopra alcùna tavola ne ponìeno. Bocc. introd.—Li loro cani ab- bajivano forte, e TALE pigliàvano per lo lembo, or Vl uno or ’’ aliro. r. Sacch. nov. 140. E talora, aggiunto a signore e signora , serve in luogo del nome proprio. Si volse alla compagna e disse: madonna TALE, Guardàle quanio è bello questo grano. Fr. Sacch. nov. 179. (3) Tale e cotàle pur sovente hanno forza di avverbj, come: E don- na mi chismò corlèse e bella 'TAL che di comandare è la richièsi. D. Inf. 2. — Tar, ch’incomìncio a disperàr del Porto. Petr. son. 156. — id io lo minotàuro far coraLe. D. Inf. 12. o 158  TESTI. Da uN coTAL fanciullésco appetìto mossa. Bocc.nov. 30. '— Per UNA COTAL mezzanità e per contentùre il pòpolo eles- sono due cavalitri frati Godènti ec. Gio. Vill. 7, 15.— £ QUESTO COTALE del luogo o del modo nel quale a vivere ab- biàmo ec. Bocc. Introd.— Ma ancòra il toccàre è panni ec. paréca seco quella COTALE infermità nel toccatòr irasportàr. Bocc. Introd. (4) a Altrettàle, quest'addiettivo, che vale @/tro tale, non 8 trova usato che nel plurale. I cotà/: son morti, e gli ALTRET- TALI son per morire. Bocc. Introd. S. III. Altro è addiettivo determinativo di diversità, e va- le divérso, cioè che non è lo stesso, che è differente in qual- sivoglia maniera da quelle cose di cui si parla. Esso s' accor- da sempre col suo nome in genere ed in numero. Quest ad- diettivo però trovasi sovente in senso neutro, corrispondente all’ aliud de' Latini, e significa altra cosa (5). © TESTI. Teméndo non fosse ALTRO, così al bujo levàtasi, com'era, se n’andò là.Bocc. nov.86.—Sembiànie facendo di rider d'Ab- TRO. Id. nov. 63.—0 ALTRO hai tu fatto? Id. nov. 1.—/0 via tu non sei da ALTRO, che da lavàre scodelle. Id. laber. 208. — Che mi confòrte ad ALTRO, ch'a ‘trar guai. Per. canz. 8. (6) S. IV. Stesso, e medesimo (T) sono addiettivi determi- nativi assevérativi, che solo si usano in compagnia d' un n0- (4) Notisi però che spesse volte queste due particelle pajono al prim® sguardo avverb), mentre sono addiettivi, aventi il nome per ellissi sottt- teso. Io gli darèi TALE (colpo) di questo. ciolto nelle calcagna ch' egli € Bocce. nov. 73. — A TAL son giunto amore (cioè a tale stato). Petr. canz. 31. — Tra gli ladròn trovài cinque coTALI (uomini) Tuoî cittadini. D. Inf. 98 — Io son de’ TALI, e de' COTALI (ciot parenti). Varc. Sen. Ben. (5) Altro talora leggesi nel significato di altrùi. Niuna cosa è mia 0 d' aLTRO Za .quale si può togliere, o perdere. Amm. ant. 41. Come pure nel signif. di altra persona. Ansèlmo che non vede ALTRO, da cui Posso sapéèr di chi la casa sia. Av. Fur. 43, 136. (6) Per altro, vale nelle altre cose, quanto al rimanènte.— Rico € savio, e avvedùlo PER ALTRO, ma avarìssimo. Bocc. nov. 5a. — Lumi del ciel, per li quali io ringrazio La vita, che PER ALTRO non m'è a grado Petr. canz. 18. | (7) Medèsmo per medesimo è del verso non mai della prosa. Di me MEDESMO meco mi vergogno. Petr. son. 1. — Essi MEDESMI elle m' aveon pregàlo. D. Puig. 26. Medèsimo usasi tajora per ripieno colle voci me ETIMOLOGIA E SINTASSI 159 me 0 d’ un pronome, al quale aggiungono forza, e co' quali faccordano in genere ed in numero, come: (8) Zo stesso o sfes- sa, me stesso O stessa, tu slesso © stessa, noi stessi O stesse ec (9). | Li LEA DEGLI ADDIETTIVI QUANTITATIVI. $. I. Sono addiettivi quantitativi i seguenti: molto, poco, assai, tanto, cotànto, altrettànto, quanio, alquanto, tutto. Tut- ti questi addiettivi possono anche esser avverbj, ma allora ri- mangono invariabili. ASSAI non varia mai terminazione nep- pur come addiettivo: Zn ASSAI cose per tema di 10. Bocc. nov. 17.—Ma sendo a far questo impedìto dalle ASSAI fosse che attraversavano îl paîse. Machiav. nov.— Con autorità gran- dissima, e con ASSAI provvisiòne di gente e di danùri. Sega. . Stor. 14, 379. $ II. Si è già parlato altrove delle particelle tanto, quan- lo, a R plfligio podi SII dI Tag a n° BO o pin nd trettàanto, come avverbj di comparazione (Cap. Ill della presente Sezione), ora conviene trattarli come addiettivi, che co nomi loro si accordano in genere ed in numero. Zanfo ecotànto nel sing. indicano grandezza, nel plur. moltitudine (4). Lo stesso dicasi di quanto , che è il costante correlativo espresso o sottinteso, di tanto e cotànto (2). Il maéstro diede %, co, seco, potendosi anche riferire a femmina senza cangiare la desi- nenza del maschile. Za qual cosa la donna udèndo ec. la grandèzza dell’ànimo suo molto seco MEDESIMO commendò. Bocc. nov. 4g. — Certo veder nol dei, nè credo chel vuogli, se savia leco MEDESIMO di consiglt. Fiamm. 1,56. — Medèsimo posto co’ pronomi questo, quello, ‘rimane pure invariabile , ancorchè sia relativo a nomè femm. o plur. Chi # assicura Che quell’ dpere fosser quel meDESIMO? D. Par. 24. ni (8) Stesso sovente usasi in forza di nome sottintendendovi il nome — Neutro cosa, come: Tutto è lo sTtESSO. Lo sTESSO gli ho detto anch'io. Mi accadde lo STESSO in Roma ec. Stesso e medèsimo sono talvolta avverbj, valendo fino , per fino, come: Lo stesso Dante . Lo stesso Pelràrca. In Firenze medèsimo, ec. (9) Stessi nel singolare in vece di sfesso leggesi presso qualche anti- | S scrittore, come: Egli stessi, me stessi.— Siccome il Sol che si cela egli MESSI. D. Par. -5.—Ur perchè mi lodi tu a me stessi. Cavale. Pungil. 144. — Fa nel capo tu sTESSI un nodo scorritòjo. Fr. Sacch. nov. 166. Ma tal modo di dire è disapprovato dal vocabolario, come fuor d'uso; € così | Inre STESSO nel plurale in vece di STESSI. Soro molti che per èssere fenùli | Umili e giùsti spesse volte èglino STESSO si biàsimano. Passav. 162. (1) Tanti e cotànti, preceduti da qualche addiettivo numerale, e così le tanfi o colànii, ire tanti 0 cotànii ec. vagliono il doppio più, e : tre volte più ec. Cento volle tànio, 0 cotànio, vale eèniuplo. i (2) Tanto e cotànio spessissime volte nsansi pure senza la corrispon- denza di quanto. Nel cospeèllo di TANTO giidice. Bocc. nov. 1, prin.—Da ‘ TANTA fede alle paròle di Bruno QUANTA si sarîa convenù- fa di qualùnque verità. Bocc. nov. 79.—E forse in TANTO (tempo) QUANTO un quadrel posa E vola ec. D. Par. 2. TANTE volle QUANT’ ella nella memòria mi viene ec. Filoc. 3, 101.—/o-ci priego per COTANTO amòre, quanto è quello che to vi porto Bocc. nov. 18. (3) S. ITÉ Altrettànto vale altro e tanto, e dinota uguaglian- za di numero, di peso o di misura, come: AL'YRETTANTO pane arrostìto. Bocc. nov. 92.— Cinquànta paternòsiri, e AL- TRETTANTE avemmarie. Bocc. nov. 24. — Una donna più bel- la assai che ’l Sole, E più lucènte, e d' ALTRETTANTA etàde. ’ Petr. canz. 24.— Altrettànto vusasi anche avverbialmente, e * come tale mille esempj se ne trovano ne’ classici autori. S. IV. Alquànto, a, i, e, nel singolare vale un poco, € nel plur. a/cèni, come: Dopo ALQUANTO spazio cominciò a dire. Bocc. nov. 38,-- Con ALQUANTA gente. Gio. Vill.-7, 114 — ALQUANTI uòmini. Petr. canz. 10. — ALQUANTE lògrime. Bocc. nov. 23. $. V. Alquànto trovasi pure come nome astratto. Ch È: ALQUANTO non prende di tempo avànli ec. Bocc. gior. 1, fin. — In lui ritornò lo smarrito colòre, e ALQUANTE delle per- dùte forze. Idem, nov. 14. s. VI. Tutto, a, i, e, richiede tra sè e’1 suo nome l'ar- ticolo definito (4), come: tutto il tempo, iutti gli uòmini, tut ta la notte, tutte le cose ec. (5); ma l'articolo può ommettersì indi in qua COTANTE carte aspèrgo, Di pensièri, di làgrime e d’ inchiostro Petr. Tr. d'Am. cap. 3. Così pure guarito senza il suo antecedente fanlo o colànto.—Nt vi poirèi dire QUANTA sia la cera che vi s' arse a queste cene. Bocc. nov. 79.—QUANTI felici son già morti in fasce! QUANTI mise riin ultima vecchiezza ! Petr. Tr. del T. (3) Tanto e quanto sono talora nomi astratti, e come tali posson0 no, andare accompagnati dall'articolo o da altra particella come appoggi» Quel TANTO, a me, non più del vìver giova. Petr. canz. 18. — E spalan càndo poi TANTO di gola, Urla, bestemmia, ec. Malm. 7, 85.— Che pa- +. gherèste voi? ditemi il QuaNnTO Dicèa Rinàldo. Morg. 18.—La spera otlo- va ci mostrerà molli Lumi, li quali e nel quale, e nel «Quanto: Noter sì posson di divèrsi volti. D. Par. 2. (4) Presso gli antichi era proprietà di linguaggio ed eleganza, di porre tutto tra il pronominale congiuntivo quale, o il dimostrativo questo, 0. il determinativo alfro, e il nome. Delle QUALI TUTTE cose Antonio facèn- dosì beffe. Vit. SS. PP. 1, 18. — Le QUALI TUTTE cose sono da èsser dili genlemènie consideràie. Cresc. 12, a. — Per QUESTE TOTTE edadi questa nobiltà di cui si parla ec. D. Conviv. 195.— Così gli ALTRI TUTTI fiori € frutli al loro tempo èscono ec. Vit. SS. PP. 2, 257. In oggi però più propriamente direbbesi: Le quali cose iutle. Per tutte queste etàdi. Così :. tutti gli altri fiori ec. - (5) Tutio, posto innanzi ad un addiettivo, quantunque propriamente Ò non sia che un avverbio nel significato di interamente, è però conside tome superfluo quando il nome ha senso. indetermiriato o ge- nerico, cioè quando non è che un qualificativo (V. Sez. II, Cap. VII). Ricòrdivi che noi siam TUTTE femmine. Bocc. In- trod. — La gente ch' avéa bontàde veniva a lui da TUTTE parli. Nov. ant. 20.— Colùi, che col consìglio, e con la mano A TUTTA Italia giunse al maggiòr uopo. Petr. "Tr. della F. cap. I. — E quel, che solo Contra YrurrA Toscàna tenne il ponte. Id. Ibid. — Riverìto, onoràto, careggiàto da TUTTA gente. Passav. 48. S. VII. Tutto usato come nome di geriere neutro coll’ ar- ticolo, ed anche senza, vale ogni cosa (6). E quel savio gent], . che TUTTO seppe, Disse per confortàrmi ec. D. Inf. 7. — 6; nel volto di lui che TUTTO vede Vedi 'l1 mio amòre ec. Petr. son. 3035. — Làida è ogni parte che al suo TUTTO non si conviè- ne. Amm. ant. | Tutto pigliasi sovente in significato collettivo, come: Cre- di tu vero TUTTO ciò ch' egli mi narràva? Egli TUTTO seppe. Il TUTTO mi è noto. TUTTI sopra la verde erba si pòsero in cer- chio a sedère ec. Talvolta vale lo stesso che ogni, ciascùno, come: tutto giorno, o tutto dì; lutta città. Tulto usasi anche avverbialmente, come: 4 tutta corso; a tutta possa; tutto solo; tutto sbigolilto ec. | | DEGLI ADDIETTIVI NUMERALI. S. I. Gli addiettivi numerali sono quelli che indicano la qualità di numero nelle cose, cioè stabiliscono un determinato numero di oggetti fra molti, e sono di due specie, primetivi e ordinalivi | Dc 6. II I primitivi, che anche cardinali Gb si dicono, sono o semplici, o composti, o derivati. I semplici sono da uno rato come addiettivo, e accordasi col suo nome espresso o sottinteso. Loro TUTTO rotto e TUTTO pesto il iràssero dalle mani. Bocc. nov. 11.— TUTTA ?icida e rotta nel viso. Id. nov. 73.—Qui TUTTA Umile, e qui la vidi altèra. Petr. son. 89. (6) Tutto quanio vale Tutto intièro. Vedi D. Par. 28, e Inf. 31. — Bocc. nov. 85. — E vale anche Tuzto quello che. Tuti' uno vale Una co- sa stessa. Il dir le paròle, e l’ aprirsi e ! dar del ciollo nel calcagno a Calandrìno fu TUTT’ uno. Bocc. nov. 73. — Congiùnto con tanto legàme d' amistàde, che N ànima di amendùe era TUTT’ uno. Guid. Giud. — Cor- tesia ed onestàte è TUTT uno. D. Conviv. (1) L’addiettivo cardinale , derivante da cardine, come aggiunto di numero , vale principale , che regge, che sostiene, quasi sieno i numerì primitivi come cardini su cui s' aggirano tutte le altre specie. di numeri. Gram. Ilal. gs 22 162 PARTE TERZA sino a dieci inclusivamente: Uno (2), due (3), tre, quatiro, cinque, sel, sette, otto, nove, dieci o diece. A’ quali possono aggiungersi venti, cento, mille. Della voce dieci, insieme con una delle nove antecedenti, si formano nove altri addiettivi numerali, che per ciò a 1 sti si chiamano. Undici, dòdici, trédici, quattordici, quindia, sédici, diciassétte, dicidito, diciannòve. i Seguono altre voci, le quali quantunque sieno semplici, pure dalle anzidette (cioè, fre sino a nove) derivano, e perciò numerali derivativi s' appellano, tali sono: Trenta, quaranta, cinquanta, sessànta, settànta, ottànta, novània. S. IIL Da questi derivativi, come pure da venti, cento € .. (2) Uno s'accorda in genere col suo nome, espresso o sottinteso. Quantunque uno, che come add. di quantità, indica un’unità determinata, sia per sè stesso senza plurale, pure in correlazione coll’ addiettivo Altro, riferendo due cose già mentovate, non solo ammette il plurale, ma rice- ve anche l’ articolo determinante. Tanto l età 1° uno e 7 ALTRO da quello ch’ èsser solècano gli acèa trasformàti. Bocc. nov. 16.— Qu è’ 8 bel ciglio, e P UNA e D'ALTRA stella, Ch'al corso del mio vìver lume denno? Pete son. 258. — Siccome fecero î Suguntìni, e gli Abidèi, gli uni temènti An nìbale cartuginèse, e gli ALTRI Filippo macedònico. Fiamm. 5, 93. — Spe rava Î UNE cresciute, e l’ ALTRE dovèr irovàr scemale. lbid. 3, 22% Uno usasi talora in senso distributivo in vece di Ciascuno, come: Cenlo Scudi per uno. Un tanto per uNO ec. Uno ed una talora vagliono medesimo, medesima. O fiero voto, Che'1 padre, el figlio ad UNA morte ogferse! Petr. Tr. della F. cap. 1. — La nostra città di Fiorènza eh' era UN co” Romàni ec. Malesp. Stor. Fior. p. 43. — Amor e’ cor geniìl sono UN cosa. D. rim. In uno e in una vagliono insième. Ed amor solo con dèbila contem- plaziòne seguitàre 1N UNA ho raccolto le sparse cure. Amet. 3.—E 1N UNO con esso lui salùula il venerabile Pucciandone. Guitt. lett. (3) Due è in oggi dell’ uso comune, quantunque il dire e scriver Dw non sarebbe errore, trovandosi ne’ migliori classici usato al pari di quello: Si si starèbbe un agno in tra DUO brame Di fieri lupi. D. Par. 4. — Una fiera m' appàrve Cacciùta da DUO veliri, un nero, un bianco. Petr. cani. l2. — Domandolli dieci marchi in prestànza, ed ojfèrseline DUO march | guadaguo. Nov. ant. 25. — Dirànno piccola cosa èssere ad un re l' aetr muridile DUO giovinetle. Bocc. nov. 96. Dua, che dal volgo fiorentino tuito di odesi, è riputato errore, se bene non è senz? esempio presso qualche antico. In drecve dato !° ordine, che niuno il sapèsse, che noi DUA. Cron. vell.— Nacque nel DUA diqua del centinàjo. Bern. rim. 1, 69. . Dui trovasi, da qualche poeta, usato perla rima. Che dal tempo d' 0r- lùndo în qua, più DVI Posson, ch? un, che non abbia ajùto altrui. Bern. Grl. 1, 24, 2. Incontrasi anche qua e là in prosa. Proferìto s'era DUA MOR di servire la repùbblica. Bemb. stor. —.Se altri DUI sì forle amore lega; che de' DUI corifa uno, sponsa con ispònso, che DUi sono in uno corpo ec. Guilt- lett. 10, 27. ] 1 Duo prendesi sovente come nome, termine musicale, e significa Canto a due voci insieme, o alternate, e chiamasi pure così la musica com posta per gli strumenti che accompagnano due voci: in vece di Du dicesi anche Dueslo. | IR ETIMOLOGIA E SINTASSI 165 mille, atri numerali composti si formano, cioè ventàno 0 cen- f uno (4), ventidùe, ventitré, ventiquàtiro, venticìnque, ec., tren- fùno, trentadue ec., quarantùno, quarantadte, ec. cinquantùno, cc. centùno (5), ec. ducénto o duecénto o dugénto, cinquecénto, mille (0) , milione. | | Nell uso i numerali, sì semplici che composti, e derivati, adopransi anche come nomi, ricevendo essi non solo l'appog-. gio dell'articolo determinante, ma ammettendo eziandio il se- gno del plurale, onde diciamo: 77 due, il tre, il quattro, due du, tre cinqui, quattro setti cc. (7) | ORDINATIVI. Gli addiettivi numerali ordinativi accennano |’ ordi- ne delle cose riguardo al numero: essi s' accordano co’ loro nomi in genere, ed in numero, e sono ugualmente che i nu- merali primitivi, da' quali quasi tutti derivano, o semplici o composti. i SEMPLICI. Primo, secòndo, terzo, quarto, quinto, sesto, séttimo, ottà- vo, nono, decimo. | COMPOSTI. Decimoprìmo o undicèsimo o undècimo. Dectmosecòndo o dodicesimo o duodécimo o dodécimo. Decimoterzo o tredicesimo © terzodécimo o tredécimo. Decimoguàrio o quattordicésimo o quartodécimo o quattro- décimo. Decimoquìnto o quindicesimo o quintodècimo o quindécimo. Decimoséèsto o sedicèsimo o sestodécimo o sedécimo. Decimoséttimo o diciassettesimo o settimodécimo. (4) Fentùno, trentuno, quarantùno , ec. non variano mai termina- zione; non sarebbe però errare il farli accordare con un ‘seguente nome in femminino, come: Poî per la medèsima via per distèndere alire no- VANTUNA rofa e poco più. D. Conv. p. 116. Notisi inoltre, che quando il nome vien, dopo i numerali suddetti, egli rimane nel singolare, ma si fa plurale quando a’medesimi precede, onde dicesi verzun saldo, qua- rantun anno, o anni quarantùno ec. (5) Di Certo troncasi talora la seconda sillaba unendosi Ja prima ad altro numerale, come: cenquattordicî, cenquìndiei, cenquarània , cencin- quania , censessania, censellània, cennocanita. sn (6) Mille fa al plurale mila. | i (7) I numerali sono sovente preceduti dall’addiettivo plur. suzdi, tulle, e dalla congiunzione copulativa e, come: #uflî o futte e due, tuiti o tulle e ire, iulti o tulle e quatiro, ec.; e se a numerali segue un nome, que-. sto va per lo più preceduto dall’articolo determinante, come: Futl? can- t  Decimottàvo o décimo ottàvo o diciottesimo o ottodécimo. Decimonòno 0 diciannovesimo o nonodecimo. si Ventesimo 0 vigésimo ; ventesimoprìmo o ventunésimo; venti duesimo o ventesimo secòndo ; ventesimoterzo, ec. Trentésimo o trigésimo. Quarantésimo o quadragesimo. Cinquantésimo o quinquagésimo o quingentésimo. —. Sessantésimo o sessagisimo. Seltantésimo o settuagésimo. Ottantésimo o ottagésimo. Novantésimo. Centèsimo. Millesimo. Milionesimo. NOMI NUMERALI COLLETTIVI. . $. V. Dagli addiettivi numerali derivano i nomi numerali collettivi, cioè quelli, che sotto una sola denominazione espri- mono un aggregato di più numeri, tali sono: Ambo, ambi, ambe (8), che vagliono ulti e due, tutle e due. Terno (9), quartina (40), cinquìna, sestìna (11), sett cocàre TUTTI-E DUE li pacificali popoli, ec. Filoc. 7, 330.—Ne’quali TUTTI E CINQUE presentemènle non si scorge allro che ec. Red. In vece della con- giunzione e vi si pone anche in mezzo la particella a. Com TUTTE A TR le cocche (sorta di navi) si dirizzàrono contro l’armata de' Genovèsi. Matt. Vill. 3, 79. | ? (8) Ambo, ambi, ambe, vagliono tutti e due, l'uno e l’altro didue. Ambo è di genere comune cioè riferiscesi al mascolino ed al femmimno Al fin AMBO conovèrsi al giusto seggio. Petr. canz. 48. — I° son colui che tenni ambo le chiàvi Del cuòr di Federìgo. D. Inf. 12. Ambi è di genere masc. plur. Anfornio Natàle, e Scevino, AMBI anima e corpo di C. Pisone. — Tac. Dav. Ann. 15, 220.—Questi amarànti Ti diè pur dianzi il luo viin Filèno. E queste rose che lu porti in seno Da Tirsi avèsti, AMBI novéli amanti. Vinc. Mant. rim. 4. Ambe al solo femminino plur. riferiscesi : Allora stese al legno AMBE le mani. D. Inf. 8.— E sien nel cuor punile AMBE le luci. Petr. canz. 8. Ambi, e Ambe sovente si compongono coll ad- diettivo numerale Due o Duo. Così feriti AMBIDUO siete, oh piaghe fortunate e care. Past. fid. 4, 9.—L’uno e I° aliro savio dicèa vero , pl ciò ad AMBIDUE donde. Nov. ant. 23, 2.—E temo che un sepolcro AMBE DUE chiuda. Petr. canz. 3o.— Allora AMBEDUE entràro nella fossa. Nov. ant. 35. i (9) Terno è per lo più Termine del giuoco de' dadi, quando ambedue i dadi scuoprono tre punti ; ed è pure usato nel giuoco del lotto per si- gnificare la combinazione di tre numeri. Ne’ componimenti poetici in terza rima usansi le voci Terzèllo , iernàrio o ierzina, e così pure in qua- Junque poesia compresa in tre versi; Terzèito è anche termine di mus. € significa Canto a tre voci. , (10) Quartìina , che anche dicesi Quadernàrio, è termine di poesia, e indica strofa di quattro versi ; nella musica dicesi Quartèfto per signi- ficare il canto a quattro voci. (11) Anche sesfina è termine di poesia usato per significare una can- zona composta di sei stanze, e di sei versi di undici sillabe per ogni stanza, le ultime parole de’ quali sono in ciascheduna stanza le medesime, col ritornello o coda di soli tre.versi, che tutte le sei parole finali com- prendono; cd ogni primo verso di ciascheduna stanza termina colla me- desima parola colla quale termina l’ ultimo verso della stanza antecedente Re Sn sr ETIMOLOGIA E SINTASSI 165 no (12), decina o diecìna, dodicìna o dozzina, ventina, tren- ina, quarantina, cinquantina, ec., centinàjo, migliàjo. (13) ‘ NOMI NUMERAZLZI DI PROPORZIONE MUZLTIPLICE. S. VI. Questi parimente dagli addiettivi numerali deriva- no, e chiamansi nomi di proporzione multiplice, perchè in- dicano la moltiplicazione degli ‘oggetti di cotante volte, quante ‘ In sè contengono i numerali primitivi da’ quali sono compo- sti; tali sono: doppio, triplo, quadruplo, quintuplo, séstuplo, sét- tuplo, dttuplo, nonuplo, décuplo, céntuplo, millécuplo. DEL VERBO QUARTA PARTE DEL DISCORSO. DEL VERBO IN GENERALE. Prima che m' inoltri a ragionare su questa impor- | tantissima parte del linguaggio, invito lo studioso, acciocchè n comprenda quel che ne son per dire, di riassumere la let- . tura del primo Capitolo della IV Sezione, e di acquistarsi se- | goatamente perfetta intelligenza delle quattro specie d' addiet- ‘ tivi colà esposte. Quel che in origine ha dato motivo all'invenzione di quel- - la classe di parole chiamata Verbi, par che abbastanza chiaro à noi siasi fatto conoscere per la definizione datane nella , Prima Sezione $. V di questa Parte; e, avvegnachè ivi trovisi verbo indicato come quarta classe generale delle nostre idee, | Purequal terza convien riguardarlo, essendo la classe de'prono- Iiquasi che solo una continuazione di quella deinomi: e in Att dall'invenzione de'segni di sostanze (nomi), e di pel degli | attributi (addiettivi), de' quali gli uni e gli altri da sè non ; offrono che idee isolate o sconnesse, nacque naturalmente immediata necessità d’ un altro segno, atto ad indicare l' u- (12) Nell'uso dicesi anche offavario, e novèna; il primo per denota- ’ P P . Itgli otto giorni che seguono ad una qualche festa solenne nella Chiesa, nale i quali tutte le preci sono relative a quella festa, come sarebbe . i OHavario di Pasqua, l’ottavario de’morti, ec. Il secondo per significare . 2 Spazio di nove giorni consecutivi in cui si pratica qualche particolare " divozione. (13) Centinajo e migliàjo diventan femminini al plurale, e diconsi ninàja, migliàja. MINNIE  Na mione dell’ attributo alla sostanza, vale a dire, ad affermare che quello in questa esiste, e tal segno fu il verbo Esser, per cui altro non deesi intendere, se non che un segno affer- mativo della supposta (4) esistenza di alcun attributo in qual- sisia subbietto. (2) ‘. $. IL Posto quest’ incontrastabile principio, non evvi che un solo verbo, propriamente detto, ‘cioè Essere, che è segno necessario, senza del quale non può avervi proposizione al- cuna perchè non v' è connessione tra le idee, e però nessun retto giudizio puossi formare, ma è pure segno sufficiente, perchè esso solo afferma ciò che noi giudichiamo esistere negli obbietti, cioè, esprime che esiste nella nostra mente l' + dea di qualche obbietto, unita a quella di qualche attributo, sia questo fisico, metafisico, attivo o passivo (vedi Sez. IV, Cap. I). Così, a modo d' esempj, il verbo unico éssere affer- ma l’esistenza degli attributi dolce, amàro, bianco, verde, ar- dénte, vivénte, amànie, amàto, vendùto, negli obbietti o sostanze, zucchero, fiéle, neve, erba, fuuco, animàle, uomo, donna, cavàl- lo ec. dicendosi lo zùcchero è dolce, il fiele è amùro (3), ls neve è bianca, T erba è verde, il fuoco è ardénte, l' animile é vivente, ll uomo è amànte, la donna è amùta, tl cavùllo € vendùto (4). da ‘S. III. Ignorasi per quanto tempo il verbo éssere si man- tenesse in quella sua forma primitiva per ̰ affermazione di (1) Dico .supposta imperocchè l’ esistenza dei così detti attributi negli obbiettt non è che intellettuale, vale a dire la nostra mente giudica che tali vi esistano, perchè esistono in essa mediante i nostri sensi; onde il verbo èssere, affermando la esistenza degli attributi, esprime l' atto della nosira mente , che giudica, cioè esprime un'idea intellettuale, che fuor! della mente non ha alcuna consistenza: ed è questa la differenza tra il verbo èssere ed il verbo esislere , il primo esprime l’esistenza astratta € puramente intellettuale ; l’altro V esistenza positiva e reale; onde vede! quanio vanno èrrati quei che senza. restrizione alcuna spacciano l'uno sinonimo dell’ altro. Essere , egli è vera, può ben divenire sinonimo di esistere nel significato di èssere esistènie, come quando diciamo; Id dio è , vi è un uomo, tali cose sono ec. întendiamo dire.Zddio esisle } un uomo esìste; talé cose esistono; che vagliono: Iddio è esistènle, W uomo è esisitènie, dali cose sono esisiènti ec. (vedi nota 6). . ha (2) In logica il verbo èssere è appellato Copula, quasi che leghi l'at- îributo al subbietto , onde dicesi che una proposizione consiste in su bièllo , copula e attribùlo. 1 , (3) Non portano opposizione allo. stabilito principio: le seguenti € 5- mili espressioni: Zo zucchero dolce, ? fuoco ardènie, bianco come la ne ec. poichò s'intende dire: Zo zùcchero che è dolce, il fuoco che è ardènie, bianca cam’ è la neve ec. | (4) Non bisogna già confondere l’ affermazione espressa dal verbo» con quella della intera proposizione , di cui è parte integrante il verbo; una proposizione può essere affermativa o negaliva, dicendosi negati? ii tulle Je quattro specie d’ attributi; certo si è che colle rifor- me, a cul soggiacque il linguaggio naturale nato coll’ uomo, questo verbo pure degenerò dalla forma sua semplice che eb- be in origine; anzi la proprietà esclusiva di verbo in quella voce, divenne col tempo un principio mero filosofico, e con- servatale soltanto per affermare, o indicare | esistenza degli attributi fisici e metafisici negli «obbietti. In quanto alle qualità atve e passive, furono per l' affermazione di queste, onde abbreviare i] discorso, inventate migliaja di voci, attead esprime- re l'idea dell'attributo, in un coll’ affermazione della sua esi- stenza negli obbietti; cosicchè da esser amànie,ièsser credènte, ès- ser liménfe, èsser senziénie ec. nacquero amàre, temere, crèdere, sentire ec. (d); e.sono queste e mille e mille simili voci, che propriamente chiamansi verdi, ed a cui suolsi dare l' aggiunto di addiettivi per distinguerli dal primitivo verbo éssere, il qua- le per eccellenza vien detto verdo sostantivo (6). Sono adua- que 1 verdi addiettivi che fa d’ uopo insegnare a conoscere, che m' accingo a fare nella presente Sezione. S. IV. Il nome o pronome rappresentante Pl obbietto, sia persona, o cosa, in cui il verbo afferma l esistenza di qualche attributo o qualità, chiamasi subbietto. . $&amp; V. Dalle due specie d’ attributi o qualità attive o pas- sive, da affermarsi negli obbietti, due classi di verbi addiettivi | Tisultano, cioè verdi attivi, e verbi passivi: gli uni e gli altri : © vanne accompagnati dal loro subbietto (nominativo), 0 sono relativi ad un subbietto antecedentemente espresso. I verbi . attivi esprimono che il subbietto agisce, opera, cioè fa l’ azio- Ne: i passivi esprimono che il subbietto soffre, cioè riceve Ì a- zione: ne’ primi adunque il subbietto chiamasi l' Agente, ne se- condi il Paziente, come: quella il cui verbo è accompagnato colla particella mon, ma il verbo da i a .® . . » . * sempre afferma ancorachè la proposizione sia negativa, come: L' ah bero è allo, è proposizione affermativa , L’ albero non è allo , è propo- | Szione negativa, ma in entrambe il verbo afferma: nella prima, che l'attributo esiste nel subbietto ; nella seconda, che non vi esiste. | .. (5) Nelle Tingue antiche una tale riduzione estendesi anche alle qua- lità passive, dicendovisi verbi passivi quelle voci che racchiudono e il verbo èssere, e l'attributo o la qualità passiva. Come, a cagion di esempi, Sono ì verbi latini Laudari, vederi, legî, pumri ec. esser lodato, veduto, | Sono corrisposti nella lingua italiana. I Ù fto, punito. Noi a suo lgogo faremo conoscere come tali verbi latini (6) Da taluni il verbo èssere nella primitiva sua funzione è chiamato ? verbo asfralio , e conseguentemente verbi concrèti si dicono tutti gli altri * Verbi, perchè il primo esprime l’atio della mente che giudica, cioè un’i- ta meramente intellettuale , che fuori della mente non ha nessuna esi- Senza. Altri, con nomi più veraci e più chiavi per l' intelligenza di tutti, ap-  Pietro scrive (è scrivente), Za léttera si scrive (viene scritta). . VI. I verbiattivi sono parimente di due specie, tran- sitivi ed intransitivi. Transitivi sono quelli il cui subbietto agisce, e l' effetto della sua azione estendesi su di qualche per- sona o cosa differente da lui, la qual persona o cosa obbietto diretto, o reggimento del verbo (accusativo) chiamasi, come: Pietro scrive una lettera. Il Nilo fecònda l Egiito. © Intransitici sono quelli il cui subbietto agisce, ma l' ef- fetto della sua azione rimane in esso senza estendersi sopra alcun' altra cosa differente ida lui, come: Pietro corre, Giovànni nuota, l uccello vola. (1) — Ogni verbo attivo transilivo può divenir passivo, cambia: dosi il suo subbietto in obbietto indiretto (vedi Sez. II, Cap. V, S. V), e il suo obbietto diretto in subbietto, come: att. Pie- tro scrive la léttera: pass. La léitera si scrive, è scritta, 0 v4- |. ne scritta da Pietro. . 8 VIL Evvi una terza classe di verbi, che affermano nel lo- : ro subbietto uno stato di essere, presentandolo quasi dicasi ll | uno stato di riposo, nè agente nè paziente, e che perciò ven gon detti verdi neutri (nè l' uno nè l’ altro) (8), come: | Piètro vive, Giovànni muore, Carlo siede, Pàolo dorme. (9) pellano l’ uno verbo semplice, gli altri verbi composti. Ma qualunque #6" {: giunto vogliasi dare al verbo primitivo èssere o sostantivo, 0 astrallo; 0 |, semplice, esso, divenendo sinonimo del verbo esìsfere, e come tale riceven , do un carattere affatto opposto a quello espresso dai tre anzidetti aggili* , ti, dovrà chiamarsi verbo addiettivo, concreto, o composto. (V. nota 1) (7) Sonovi de’ verbi, i quali di natura loro atztici intransilioi, poss *. divenire fransilivi prendendo un obbietto diretto ; onde diciamo Corre posta, còrrere il palio, correr le strade ec. Passeggiàr un caodllo, pos giar la cosla ec. n (8) La grammatica latina divide i verbi neutri in neutri assolulb 19 neulri aitivi ed in neutri passivi, divisione la quale, avvegnache incon patibile sia col significato del termine neutro, pure spiega sufficientemente |. la differenza tra i verbi, il cui subbietto agisce, e quelli il cui subbietto trovasi in uno slalo di essere o di riposo. 1 grammatici della lingua Y9” gare (così un tempo chiamavasi la lingua italiana) volendo seguire "© . tracce della grammatica latina, introdussero nella loro de’ verbi neulri 0 o. . LI . . . LI passivi; noi a suo luogo disamineremo se una tal denominazione 2 verbi — così detti convenga o no. Ciò che per altro ci sembra affatto erroneo, € contrario alla natura delle cose, si è il metodo della maggior parte 0 grammatici moderni, di dividere i verbi in aftici o frensitici, in passi ed in neuiri o inlransilivi, confondendo sotto quest’ ultima denominaz108°; e i veri infransilici, come noi gli abbiamo dimostrati, e que’verbi da nol |. indicati come neutri (vedi il testo}: cosicchè dietro gli ammaestramet!! |. loro, la natura de’ verbi correre e fuggire, a cagion d’ esempio, è la stes sa che quella de’ verbi Stare e sedere. (9) Talvolta i verbi neutri si usano in significato di allivi tro - I, L'idea d' affermazione espressa dal verbo seco . porta cinque altre idee, accessorie sì, ma di. somma necessità, cioè quelle di modo, di tempo, di persòna, di nùmero e di conjugaziòne, che sono come tante modificazioni o accidenti a' quali il verbo -suole andar soggetto. DEL MODO. S. I. Per caratterizzare il significato del verbo, ovvero per modificare L’INTENZIONE DI CHI PROFERISCE [H. P. Grice – “Utterer’ meaning” -- il verbo, sonosi nella lingua introdotte varie maniere con cui un verbo può enunciarsi, le quali da’grammatici chiamansi modi, dal termi- ne latino modus. (4 a 3 II. Cinque modi ha il verbo italiano. .° Il modo infinito, per cui l' azione, la passione, o lo stato di essere, esponesi in una maniera generale e indetermi- nata senza far menzione del subbietto. 2.0 Il modo indicativo, o dimostrativo, così detto perchè esprime il significato del verbo (2) in maniera semplice, po- sitiva, e assoluta. (3 | 35° Il modo condizionale, è quella maniera con cui s' es- prime il significato del verbo sotto qualche condizione, vale a dire, che l’azione, la passione o lo stato di essere, avrebbe luogo o non avrebbe luogo, se tale o tal altra cosa succedesse o non succedesse. (4) . | . silici , prendendo come obbietto diretto l' istesso nome astratto da essi verbi derivato, come: Questa VITA, che noi VIVIAMO, di fatiche innumeràbili piena. Bembo, Asol. 2. — Osano anch’ elle Per la difèsa delle patrie. mura, Gir le prime a MORIR MORTE ornorufa. Cav En. lib. 11. — Dormi- to hai, bella donna, un BREVE sonno. Petr. son. 284.— Si SOGNÒ un grace e maraoiglioso soGNO. Nov. ant. 100. (1) Pel termine grammaticale modo non intendesi già la maniera, colla quale }’ azione affermata dal verbo eseguiscesi per parte del subbiet- to, ma bensì quella con cui l’azione :s’ esprime per parte di chi parla, siane egli medesimo il subbietto, o un altro: la grammatica si occupa solo de’ segni esprimenti le nostre idee: la maniera di eseguir queste è fuori della sua sfera. a (2) Per significato del verbo, parlandosi dei verbi in generale, s’ in- tenderanno d’ ora innanzi i tre attributi affermati dal verbb: 1 azione; la passione, e lo stato di essere. (3) Taluni vogliono denominare questo modo per eccellenza , affer- malivo; perche l’ affermazione, che esprime il verbo, dell’esistenza dell’ attributo nel subbietto, vi si fa senz’ alcuna condizione, nè di- pendenza. i o (4) La maniera di esprimere ]’ azione ec. condizionalmente è un puro modo, non già un fempo, come taluni la credono essere, e come tale la no- verano tra’ tempi del verbo. | Gram. Ital. | 23 170  4.0 Il modo imperativo è la maniera. colla quale sì co- manda, si proibisce, si consiglia, si esorta, o sì prega altri di agire, di soffrire, o di essere. (5) So Il modo soggiuntivo, 0 congiuntivo, che è una ma- niera colla quale il verbo enunciasi relativamente ad un altro verbo precedente o susseguente, a cui va unito o subordina- to mediante qualche particella congiuntiva, espressa 0 sottn- tesa. (0) De S. III. La più parte de’ verbi, previa qualche variazione nella loro desinenza, e senza che perdano alcuno de' loro re- quisiti verbali, possono ritornare alla forma loro primitiva di addiettivi, esprimenti la qualità alia o passiva, aituale 0 passata del subbietto, per la qual doppia loro proprietà dass loro da' grammatici la denominazione di Participro, perchè partecipano e del verbo, e dell’addiettivo. Due sono i partiaip) il presente o attivo, e il passato 0 passivo. (T) i S. IV. Con altra variazione nella sua desinenza il verbo prende la denominazione latina di gerundio dal verbo ge (portare), perchè in quella lingua porta le veci dell’ imtnito. Nella lingua italiana il gerundio non è che una specie di par- ticipio attivo invariabile, esprimente un' -azione passeggiera, che eseguiscesi ‘dal. medesimo subbietto, e nel medesimo tempo è un’ altra azione, della quale la prima può dirsi essere ques come la circostanza caratteristica. | (5) Quantunque questo modo prenda la sua denominazione (impera fivo) dell’ intimazione di comando, tuttavia s’ impiega nelle più umili pre; ghiere e suppliche d’ un inferiore al suo superiore. (6) Sono questi cinque modi necessar), ma sono pur sufficienti per. tutte le rappresentanze del verbo italiano, quantunque molti grammalit, in ogni cosa ligj alla grammatica latina, in vece d’ introdurre nella nostra lingua l’ importantissimo modo condizionale, che dicono non essere © È un tempo del soggiuntivo, v’ammettono un modo, che, destinato pe esprimere il desiderio, o/lalivo da loro si chiama, ma che è tanto ipu- tile nella lingua italiana quanto lo è nella latina , che preselo dalla gre- ca lingua, in cui questo modo ha le sue proprie desinenze differenti quelle degli altri modi, mentre, sì in latino come in italiapo 9% varia il così detto modo ottativo nella benchè minima cosa del 50° giuntivo. | ‘ (7) Il participio appartenendo alla classe degli addiettivi ed a quella . de’ verbi, non costituisce parte separata e distinta del discorso (veggaS! Sez. I, nota 4). In grammatica il participio viene spiegato in un col ver- bo, e non coll’ addiettivo, perchè tien più di quello, che di questo; non indicando come addiettivo che una qualche qualità attiva 6 passiva de Ufy subbietto, mentre come verbo, oltre le altre sue attribuzioni verbali, | come sarebbero le nozioni di tempo, ed altro, ha pure un obbietto diret- to o indiretto; onde fuor di proposito non sarebbe il noverarlo tra” me &gt;. di del verbo. L'uso vario de’ cinque modi suddetti, de’ participj, e del gerundio formerà il soggetto de’ primi due capitoli della VI Sezione. “e DEL TEMPO, DELLA PERSONA, E DEL NUMERO. $. I. La nozione di tempo è la seconda circostanza acces- soria da osservarsi nel verbo. L’ azione, la passione, e lo sta- lo di essere, formanti il significato delle tre specie di verbi alrove mentovate, o hanno luogo ora, cioè, nel tempo stesso in cui si parla (4), o hanno avuto luogo in un tempo ante- more, o avranno luogo in un tempo posteriore. Quindi ogni verbo ha tre tempi: i Il Presente, il Passato, e il Futuro. , $ IL Nell'ordine della natura, non avvi se non che que- sti tre tempi, 1 quali, quantunque di per sè sufficienti sieno per la generale espressione di qualsisia nostra idea di azione, Avvegnachè altra definizione che questa da nessun grammatico diasi, né propriamente possa darsi del tempo presente considerata |’ istan- laneilà, che filosoficamelle vi si deve supporre, pure riguardo al verbo, essa è in parte inesatta, e viene spesso smentita dall’ uso frequente che nel discorso fassi di questo tempo, dove la cosa significata dal verbo non a luogo appunto nel tempo della parola, cioè in cui proferiscesi il verbo, se- Gnatamente trattandosi di azioni che in diversi tempi ripetonsi, o che soglionsi fare per abitudine o per costume, come, a cagion d’ esempio , m queste e simili dizioni. To /o VEGGO spesso ritornare dalla caccia. Noi ANDIAMO ogni giorno a passeggiàre. Egli vENDE del panno. Chi Dice una bugia non sa quanto grande sia la parte che IMPRENDE a fare, concios- Sachè DEBBE irnventàrne venti altre per sostenèr quella. Tutti i verbi di questi esempj stanno nel tempo presente senza che alcuno ve ne sia il cui significato ‘abbia luogo nell’ istesso tempo della parola: onde per con- cordare il tempo presente grammaticale, coll’ idea precisa e adequata, che osoficamente si ha di tal tempo, ragion vorrebbe che si dividesse il lempo presente, come in fatti in alcuna lingua tralle moderne (l’ inglese) Più precisa a questo riguardo, come lo è in molte altre cose, si divide n abituale, ed in attuale. Dimandate ad un Inglese come è solito passa- "€ il suo tempo, egli vi risponderà per esempio: I wrile; I read, I play Cl. Scrivo, leggo, giuoco; ma se, nel tempo che è occupato a scrivere, a ‘gere, o a giuocare, gli si dimandi cosa faccia, egli dirà: Zam writing, I am 'tading, Iam playing, letteralmente: Sono scricènte, 0 scrivèndo, leggènle o èndo, giuocànie 0 giuocàndo. Ciò che per altro al primo sguardo parrà Ul paradosso, ma che realmente non è tale, si è che il tempo passato anderebbe nella medesima maniera diviso, non già ‘per sè stesso , nè per spetto a colui che parla, 0 a cui si parla, imperocchè ciò che è passato Non può essere .attuale; ma come esprimente un’ azione che attualmente Passata, si rappresenta come essere stata presente e simultanea con un’al- tra azione parimente passata. ( Vedi nota 3.)  di passione, © di stato di essere, pure procedendosi nel raf- finamento del primitivo linguaggio, troppo distanti l'uno’ all’altro furon creduti, e troppo vaghi per la precisione che ognor più procuravasi di dare alle nostre idee, quindi si pensò di trovare de' mezzi di approssimazione -tra di loro, introdu- cendo nel linguaggio certi tempi medj e subordinati, che per le differenti loro relazioni. co' tre tempi primitivi, come divi- sioni e suddivisioni di quelli dovessero considerarsi: ma il numero di tali tempi, non formando esso principio universale di grammatica, non è eguale in tutti gli idiomi : la lingua greca più ricca era di tempi che la latina, e tra le lingue moderne talune hanno qualche tempo, che i Latini ignoravano; altre all'opposto ne hagno qualcuno meno. Otto sono i tempi dell’ i- dioma italiano, i quali tutti nel modo indicativo trovansi rion avendone i rimanenti quattro modi, come pure il participio ed il gerundio se non che, gli uni due, gli altri tre, ed al- tri quattro, come dal qui appresso elenco potrassi rilevare; in nu che i tempi del verbo italiano, presi collettivamente, ascendono a ventiquattro, tredici de’ quali sono semplici, per- chè di una sola voce si compongono; undici composti, perchè alla loro formazione due voci concorrono, cioè una delle vo- ci de'due verbi ausiliari (vedi Cap. seg) &amp;d il participio pas- sato del verbo principale. | ‘TAVOLA DE’ TEMPI. MODO INFINITIVO | PARTICIPIO GERUNDIO Tre tempì | -—_ Tre tempi N Due tempi Semplice Presente. Semplici Presente. . Semplice Presente. | . (Passato. EMP". | Passato 0 Passivo. Composto Passato. Composti dt Futuro. Composto Futuro. | (2) Poco s’ accordano i grammatici moderni su delle denominazioni e definizioni dei tempi. I nomi da me adoprati, tratti quasi.tutti dal la- tino, sono appunto quelli usati dalla maggior parte de’ più accreditati gram- malici antichi italiani. ser ù ETIMOLOGIA E SINTASSI © 173 MODO INDICATIVO Olto tempi i ? Presente. Passato imperfetto o Pendente (3). Semplici Passato perfetto o Definito (4). Futuro (5). | di; Passato indeterminato (6). Composti Più che perfetto o Trapassato (7). - Passato anteriore (8). Futuro Passato o Anteriore (9). . (9) Chiamasi così perchè indica una cosa passata, ma non com- piuta, pendente tra il presente ed il passato quasi che con esso si tra- sporli il pensiero in un tempo passato, considerando ciò che allora era presente, ed è perciò che da taluni questo tempo vien detto Passato pendenie. Altri, non impropriamente, il chiamano Passato simultaneo, perchè in fatti con questo tempo esprimesi per lo più un’ azione passata, ma che era, o che supponesi sia stata presente e simultanea con un’ altra azione, come: Zo scriveva quand’ egli entro, vale a dire l’ azione mia di scrivere era presente net tempo del suo ingresso. Jeri a quest’ ora ERA- VAMO a tavola, cioè la nostra situazione presènie a quest ora di jeri, era di èssere a làvola éc. (4) Detto così perchè denota non solo il significato del verbo come affatto finito, ma anche il tempo dell’azione come intieramente passato senz'alcuna pendenza verso il tempo di qualche altra azione, e di cui nessuna parte rimane più da passare, come: Jeri scRISSI una lettera. Tre mesi fa vi FU un incèndio. Colombo PARTI per la scopèria del nuovo mon- do ’anno 1492. Dietro la presente esposizione della vera natura di que- sto tempo, chiaro si vede quanto erroneamente esso da molti vien detto indeterminato, aggiunto che affatto il contrario indica di quel che sotto l accennato tempo debbesi intendere (vedi nota 6.). Con più verità altri gli danno 1’ aggiunto di remoto perche denota un'azione ch’ ebbe luogo in un tempo intieramente passato e remoto da quello della parola, cioè in cuì proferiscesi il verbo. o (5) Col tempo futuro esprimesi che il significato del verbo avrà luo- go in un tempo avvenire. (6) Questo tempo viene impropriamente dai grammatici detto defler- minalo imperocchè la sua’ funzione è d’indicare: 1.° Un’ azione passata senza determinazione di tempo, e più volte reiterata, come: Egli HA mol- fo VIAGGIATO. Y greci si SONO TROVATI spesse volle alle prese co' Persià- ni. 2.0 Un azione che, sebbene passata nel momento in cui si profferisce il verbo, ha avuto luogo in un periodo di tempo, molto vicino al tempo presente, di cui anzi una parte continua ancora ad esser presente, come sarebbe: Oggi, quest'anno, il presènie sècolo, come: Oggi HO VEDUTO. Un avvenimento strepilòso È ACCADUTO quest’ anno. Molle ùtili scopèrle sONO- SI FATTE nel presènie sècolo ec. Per quest’ ultima sua funzione questo tem- po dicesi anche.da taluni passato prossimo. | (7) Questo tempo marca doppiamente il passato, vale a dire, esprime una cosa non solo come passata in sè, ma anche rispetto ad un’altra Cosa parimente passata, come: Zo n° ERA gia STATO avvertito, quand’ egli gunse ad annunziàrmelo. i (8) Chiamasi questo tempo passàto anteriore perchè esprime una co- Sa già passata avanti che un'altra cosa passasse, come: Dopo che ebbi ri- cevuto la sua lèllera m’ INCAMMINAL ad incontrarlo. (9) Questo tempo denota un'azione passata rispetto ad un’ altra azio- 174 ® MODO SOGGIUNTIVO. Qualtro lempi ... f Presente (10). Semplici | Passato imperfetto (1 1). Passato perfetto (12). mposti Composti Trapassato (13). MODO CONDIZIONALE MODO IMPERATIVO Due tempi Due tempi (14) Semplice . Presente. Semplici Presente. Composto Passato. P30 % Futuro. S.III. Per persona del verbo intendesi il subbietto, cioè l'a- gente dell’azione, espresso dal nome o pronome personale (vedi Sez. III, cap. I e II). Ogni verbo ha tre persone (19), ne avvenire, cioè esprime una cosa che sarà passata, rispetto adun'altra cosa che abbia a venir dopo, come: Quando l' AVRÒ COPIATO ve lo mo sirero. Io AVRÒ già FINITO quando arriverànno ec. e (10) Essendo che il modo soggiuntivo come già si è veduto, dipende da altro precedente o susseguente verbo che lo regge, tutti i suoi temp! prendono parimente diverse inflessioni, secondo quello del verho che ad essi precede. Il tempo presente di questo modo non è che: un presente immaginario, conciossiachè marca: di natura sua un’idea di futuro e s'im- piega quando il ‘precedente verbo trovasi o nel presente o nel futuro del modo indicativo, come: BISOGNA che me mne VADA} BISOGNERA' che M ne VADA. Egli VUOLE ch’ io lo FACCIA; egli VORRA' ch’ io lo FACCIA ec. (11) L’ imperfetto del soggiuntivo porta l’ idea d’un passato, 0 d'un futuro indeterminato, ed usasi allorchè il verbo, reggente il soggiuntivo, trovasi o nell’imperfetto dell’ indicativo, o nel presente del condizionali, come: Jeri VOLEVA che me n’ANDASSI. Oggi VORREBBE che RIMANESSI. (12) Questo tempo, che è composto del presente soggiuntivo di uno de’ due ausiliari (vedi Cap. seg.) e del participio passato, esprime un: cosa passata innanzi al tempo presente del precedente verbo, come: Sup- pongo: che ABBIA RICEVUTO.—Dubito che ABBIA AVUTO fanta prudeno7 Egli pretènde che ciò mì SIA STATO vantaggioso ec. dé  Il trapassato del soggiuntivo, formato dall' imperfetto dello st&amp;- so modo: de’ due ansiliari suaccennati, e dal participio passato, esprim* l’idea di una cosa intieramente passata e compiuta sempre però relativa” mente al precedente verbo, il quale devesi ‘trovare o nel trapassato dell'in- dicalivo, o ‘nel passato condizionale, come: Egli AVEVA SUPPOSTO che 10 # fossi stato benignamènte accollo ec. (14) Abbenchè l’ imperativo per sua natura porti un significato futu- ro, imperocchè comandandosi una cosa (vedi nota 5 del capitolo pre ced.), questa sempre si suppone che sia ancora da farsi, pure i nos grammatici, ad- imitazione de’ Latini, e per avventura in considerazione che l'adempimento della cosa comandata spesso segua subito dopo la Y°” ce del comando, hanno creduto ben fatto il dare a questo modo due tem- pi, il presente ed il futuro, sebbene quest’ ultimo altro non sia che quello stesso del modo indicativo, dal quale forse solo si distingue per una ma” niera aljuanto più forte di profferirsi. i (15) Il singolare del modo imperativo non ha che due persone, man / ' È ‘ e siccome il subbietto può essere uno o più, così ogni per- sona ha due numeri, il singolare ed il plurale. L'esposizione di un verbo con tutte le sue varietà, ‘, e Xx . C) . e è. . .. ° " cioè 11 passarlo, a voce o in iscritto, per tutti i suoi accidenti creep e pw di modi, tempi, persone e numeri, chiamasi conjugare, o CONJUGAZIONE, vocaboli che vagliono metter sotto lo stesso giogo, dalle voci latine “jugum,” giogo, e “cum,” con. Il conjugare un verbo adunque altro non è.se non che assoggettarlo e ridurlo alle medesime forme o desinenze, destinate nel linguaggio a caratterizzare i diversi modi, tempi, persone e numeri degli alri verbi della medesima classe. I verbi, rispetto alla conju- gazione, si dividono in eusiliari ed in principali, e questi in regolari, in irregolari o siano anomali, ed in difettivi. 6. II. Sonovi in tutte le lingue moderne certi verbi chia- mati ausiliari (1) perchè con l’ajuto loro compiesi la conju- gazione degli altri verbi; imperocchè con essi i var) tempi passati, detti perciò composti, si formano. L'italiano idioma ha due verbi ausiliari, éssere ed avere. ._ $. IMI. Sul carattere primitivo del verbo éssere nulla ci rimane ad esporre dopo quel che ne abbiamo detto nel primo capitolo della presente Sezione. Il verbo avére, nell’ originale suo significato, esprime possedimento di cosa, e debbe perciò riguardarsi qual verbo principale, avendo esso il suo reggimen- to od obbietto diretto: Zo ho un libro, vale posséggo un libro. Libro è adunque l’ obbietto diretto del verbo ho. | S. IV. Come ausiliari i due verbi Éssere ed Avére con- corrono entrambi al compimento della conjugazione de' verbi principali; col primo, in compagnia del participio passato o passivo, formansi i dieci tempi passati composti di tutti i ver- cando ad esso la prima; e se si volesse giudicare dalla natura di questo modo, gli si potrebbe negare, sì nel singolare che nel plurale, ogni altra persona fuorchè la seconda, imperocchè a questa sola il comando, il con- siglio, o la preghiera dirigesi; al più la prima persona del plurale dirsi Potrebbe non ostare alla naturale funzione del modo imperativo, perchè în essa è pur compresa la seconda. In quanio alle due terze persone, queste propriamente appartengono al presente del soggiuntivo , sollinten- dendovisi il verbo voglio, come per esempio: venga innànzi, che vale c0- glio che venga innànzi ec. (1) La lingua latina non ha che il verbo esse per ausiliare, il quale serve a formare il preterito perfetto , il più che perfetto, ed il futuro pas- salto de’ verbi passivi e dei deponenti. | .  A bi attivi transitivi, e di alcuni intransitivi e neutri; il secondo; accompagnato col medesimo participio, concorre a formare, f.° il tempo futuro del modo infinito; 2.0 i tempi passati compo- sti della più parte de’ verbi intransitivi e neutri (2); 3 tutti 1 tempi de’ verbi passivi. i S. V. Torniamo ora alle conjugazioni de’ verbi principali, per la retta intelligenza delle quali pongasi mente alle seguenti osservazioni. | | 1. Le varietà tutte di un verbo, ascendenti al numero di cinquantuna, non compresi i tempi passati composti, per al- trettanti cangiamenti di terminazioni si distinguono, avendo : ogni tempo semplice, ogni persona, ed ogni numero, la pro- pria sua desinenza. | a Sg |. La forma del modo infinito, o infinitivo, tal quale tro- vasi ne’ vocabolarj, è la radice di tutta la conjugazione, mpe- rocchè da essa, qual desinenza radicale, le altre cinquanta for- me o desinenze si partono e prendon norma. n. 5. Ogni forma radicale di verbo costituisce una conjuga- zione, cioè una maniera propria e particolare di distinguere tutti gli accidenti de’ verbi il cui infinito ha la medesima des nenza. | | —’ 4. Dalla precedente osservazione facilmente deducesi do- versì trovare in un idioma tante conjugazioni quante vi s0D0 forme radicali, ed esser perciò indispensabile che in 089 grammatica abbiavi l’ esposizione di un verbo intero per 080 forma radicale, che serva di modello a tutti i verbi della me- desima radice. o e a i 5. Chiamansi verbi regolari quelli che, dall'infimito sm0 all'ultima persona dell’imperativo, seguono in tutto Ja manie ra di conjugare stabilita pe’ verbi della stessa forma radicale. Irregolari si dicono quelli che nella forma di alcun modo, ten- po ec. dalla maniera stabilita s' allontanano. Quelli poi, che conjugandosi, non possono passare per tutte le varietà comu ni a’ verbi della stessa radice mancando loro o questo 0 quel Imodo, o tempo o numero o persona, che l’ uso non ammet ta, o che nessuno de’ classici autori della lingua abbia adoperato, difettivi si chiamano. ‘_ $. VI Premesse le antecedenti osservazioni, si può stà bilire esservi nell’ idioma italiano, tre sole conjugazioni, non avendovi i verbi che tre forme o desinenze radicali, cioè ABI, (2) Veggansi, alla Sez. VI, cap. III, le osservazioni sul vario pra di questi due verbi, e Te indicazioni de’ verbi intransitivi e neutri, e si conjugano anzi coll'uno che con l' altro e viceversa. 0 zi ne O ETIMOLO@IA E SINTASSI HIT xe (3), RE. La prima conjugazione in ARE, la quale rac- chude dieci. volte tanti verbi, che le altre. due prese insieme, non ha che quattro verbi irregolari. semplici e diciannove composti. Là seconda in ERE è estesissima anch' essa , ma il numero degl'irregolari supera d°’ assai quello de’ regolari: i verbi della terza în TRE possono dividersi in due classi gene- rali, ognuna delle quali avendo una maniera particolare di conjugarsi (vedi Cap. V, $. IV). — | n $. VII. L'importante :figara che fanno nel. linguaggio i verbi essere e avere rende una previa conoscenza della loro conjugazione sommamente necessaria; essi passano per tutti gli accidenti già mentovati ne’ capitoli precedenti; ma sono irregolarission, vale ‘a dire, la forma che prendono nel corso della loro conjugazione è affatto diversa da quella usata ne’ ver- bi principali. $. VIII. Ma prima gioverà dire una parola del metodo che mi è paruto dovere adottare nell’esporre, tanto essi verbi ausiliari , . quanto i verbi principali regolari. Egli è quello, il quale, co- minciato dal Pistolesi, ampliato poi ed illustrato di molte e dottissime annotazioni dal Mastrofini, e di recente dal cav. Gius. Compagnoni renduto a. miglior lezione, e corredato di | previe e ristrette dichiarazioni, toltene le interminabili note e citazioni di que due valentuomini, e portatevi alcune poche | variazioni, dovrà certamente ‘un giorno ritornare in tanto be- | Re pel retto ed universale conoscimento della lingua, quanto | Santaggio fino ad ora è risultato dalle poco atte, e confuse maniere d' insegnare dalla più parte de’ grammatici praticate : — solo m'incresce al sommo, che la necessità di esser breve mi VA E Rn edi costringe di applicarlo solo agli ausiliari, a’ quattro modelli de verbi regolari, e ad alcupi de’ più anomali, anzichè per- mettermi di estenderlo a tutti i verbi ad uno ad uno, che abbian bisogno di maggiore o minore schiarimento, nel far che, i primi due prelodati autori, sonosi resi tanto meritevoli. (3) La prima e della desinenza radicale ere pronunziasi lunga in al- cuni pochi verbi, e breve negli altri; ma non perciò quattro conjugazioni lanno i verbi italiani, come vuolsi da taluni , stabilendo due conjugazioni In ERE, onde, sia a ragione, sia a torto, non distaccarsi nella benchè Minima cosa dal latino. Che i verbi latini abbian quattro conjugazioni , Nulla è più vero e più ragionevole, imperocchè le due desinenze radi- tali ere formano due conjugazioni, affatto diverse tra loro, mon già per la sola differenza di suono nelle radici, ma per le SORIIgAzIonI stesse, le quali nella forma degli accidenti loro intieramente differiscono 1’ una allaltra. Non così in italiano, ove il suono Iungo o breve della e nella desinenza radicale ere non porta variazione alcuna nel resto della conju- Bazione. Gram. Ital. I 24 178  | | 8. IX. La lingua italiana, siccome altrove già osservai, sotto tre aspetti diversi debbesi contemplare, cioè come moderna o co- mune, come antica, e come poetica; e «questa sua triplice fac- cia in nessuna delle sue parti mostrasi tanto chiara, quanto in quella, fra tutte la più difficile e imbrogliata, dei verbi, va- le a dire, delle forme da darsi alle voci ch’ esprimono i di- versi accidenti de’ verbi. Le voci comuni o moderne sono quelle il cui uso, approvato da antichi e da moderni autori,è universalmente: riconosciuto buono, così in verso come in prosa; sono antiquate quelle che, usate da’ primi scrittori della Îin- | gua, sono, per questa o quella ragione, divenute disusate, ma delle quali giova aver conoscenza , onde potere intendere le opere degli antichi; per voci poetiche s' intendon quelle le quali, differenti dalle comuni per qualche varietà nella loro conformazione, diventan più atte al verso che alla prosa, € perciò a' poeti solo è permesso l’ usarle. Evvi poi un quarto lato dal quale puossi guardare i verbi, cioè l'’erroneo, che comprende quelle voci, le quali, di errata struttura, fuori d' 0- gni regola, e contraria all’ uso degli autori, padri della lingua, non s' adoprano che dal volgo, e da persone idiote, onde an- che idiotismi sì dicono. de . Consiste ‘adunque il di sopra accennato metodo esporre i verbi in quattro maniere secondo la quadrupi- ce forma che prender possono, cioè comune, antiquale, poetica, ed ‘erronea: e in tal modo, almeno i parte € quanto il propostoci limite ci ha permesso di estenderci, a biamo anche noi cercato di rendere agevole la conoscenza de’ verbi italiani ne' quattro loro aspetti, ed abbiamo nell ‘. stesso tempo profittato della più importante variazione por? ta dal cav. Compagnoni al metodo del Pistolesi, che è di con- trassegnare : 7.0 quelle voci fra le antiquate, che (dice qu chiarissimo autore) per peculiare loro suono, o per altro buon effetto di loro conformazione ci sembrano atte ad essere con certa accortezza poste di nuovo in corso . . . . Noi abbiamo tra queste distinte quelle le quali possono convenir alla pro- sa (4) e quelle che possono convenire al verso (5). 2.° Quel le, tra le voci poetiche, atte a servire anche alla prosa (0), (4) Tali saranno contrassegnate con asterisco”. (5) Queste abbiam creduto dover lasciare senza alcuna distivizione, onde. non recar confusione per la moltiplicità di segni. (6) Queste si vedranno impresse con carattere corsivo. CONJUGAZIONE DEL VERBO AUSILIARE © ESSERE – cf. H. P. Grice, “Aristotle on the multiplicity of ‘being’”. COMUNE | ANTIQUATO POETICO . ERRONEO = MODO INFINITIVO | . Tempo Pres. Essere ® 0.0 0 00 0 0 0. 0. e. 0.0 0.0 0. Tempo Pass. |Éssere stato Res Tempo Fut. Essere per essere: 0 . Avèread èssere (1) e o e 0 ò e 0 00 o. PARTICIPI I Pres. o Attivojl...... (a) |Essènte di Pass. 0 Passivo|Stato __|Essùto, issùto (3) Suto (3) Fuluro Essèndo per èssere| + - + 0..... dea GERUNDIO È | Tempo Pres. |Essèndo . _{" Sendo (4) Siàndo Tempo Pass. |Essèndo stato o O (1) Non saprei trovare fondata ragione perchè da taluni aggiungasi come tempo futuro dell’ infinito del verbo èssere l’addiettivo futuro, che però da nessuno scrittore è stato mai adoperato se non che come puro addiettivo: sarebbe forse il desiderio di dare un corrispondente al futu- rum esse de’ Latini? Tocca agl’imparziali conoscitori di ambe le lingue a giudicare se questo nostro addiettivo, fuluro abbia altro di comune col ulurum latino fuorché la sola derivazione. , | | (2) Il verbo èssere par che non abbia participio in ente; il Pistolesi gli dà a dirittura Essènfe, che, per dire 'l vero, sarebbe il suo participio presente naturale, e l’usò il Buti: ESSENTE / anno del princhpio del mon- do 6636. Comm. Par. 6; ma questa voce non si è mai resa comune, e nell'uso vi si sostituisce il gerundio essèrndo. i (3) Giusta l' analogia del verbo èssere, il participio passato di questo verbo dovrebbe essere essito 0 issùto, che in fatti qua e là da’ più anti- i scrittori furono adoperati. Za qual porta era ESSUTA cominciata nel 1284. Gio. Vill. 8, 31, 1.— Benchè i Pisani fùssero ESSUTI contènii a ©“ non aorebbe volisto ec. Id. 9, 93, 1.— Spesse volte lo dire de’ buoni kilòri è ESSUTO Zoro grande ajuto. Amm. ant. 11, 1, 10.—Chi credèa che Sossero IssutI alcuni uomini, ch’ èrano passdàli. Fr. Giord. pred. — Sopra Quesle cose ch’ èrano ISSUTE, e che dovèvano èssere. Vil. S. Gio. Bat. cc. a questi particip), che anche allora erano poco in uso, mne sono oggi afatto banditi, ed in lor vece stato ( participio passato del verho s/are) ‘oramai fatto proprio del verbo èssere. In quanto a suto, che da’ gramma - icì riputasi erroneo, trovasi però usato dal Boccaccio, e da qualche al- fo accreditato autore. Tu mi dì che se? SUTO mercalante. Bocc. nov. 1. E 8’ io avèssi credùto, che concedùto mi dovèsse èsser SUTO , lungo tempo È che ec. Id. nov. 16.— La sua virtù è SUTA grandissima e dismisuràta. Sallust. Giug. ec. i | (4) Non comprendo come il Pistolesi e il Mastrofini pongono sendo lra le voci antiquate, dopo averci detto il primo, che si “rova spesso in 580. - PARTE TERZA' _ rr rtttt-tt_tm_—_x@__—_——©—t@m—___m@—@—@—@t—@ COMUNE ANTIQUATO POETICO | ERRONEO MODO =——edee“"aaoni==—_s INDICATIVO | Tempo Pre- {lo sono (5) So, s0e Lasa sente Tu sei Se, * se’ si aa Egli è (6) Ene (7), eve, tel... 00.|00000. . (8), este Noi siamo Semo, siemo (9)] + « + 00] reo Voi siete Sete, se’ e 0000 Siate lino sono Enno, en(10), s0°f ......]e0000 prosa e in verso; e l’ altro, che SENDO per ESSENDO occorre non di ro- ro in verso e in prosa tra gli antichi e tra i moderni anche a' di nosin, e dopo aver entrambi provato il ler detto con numerose citazioni d'au- tori. Petr. son. 200,,—ld. Vit. de’ Pont. — M..Vill. 5, 41, e 6, 2. — Tac. Dav. Vit. Agric. 41. ec. Il Compagnoni lo segna con asterisco, ed io l’i- mito, quantunque sia persuaso che questa voce non istarebbe male tri le comuni accanto a essèrido. (5) Veggasi Sez. MI, Cap. II, S. IT. 6) Notisi che la voce è non di rado trovasi composta, ed in uo sol vocabolo, cogli affissi ri, ci, #, vi, si, ne, raddoppiata la consonante questi scrivendosi emmi, ecci, eiti, eovì, essi, enne, in luogo di mi è, di è, Yi è, vi è, si è, ne è. EMMI tolta da gente che deseroài mai. Gio. Vill. 7, 39 — Ecci di questi miacìgni sì gran quantità. Bocc. nov. 63.— Ed ETTI gre- ve il coslassù ignuda dimoràre, ld. nov. 77.— Ora EVVI così tosto dolla memòria cadùto. Id. nov. 96.— Un aliro ESSI accasàto con la tal donne Segn. pred. 13.—ENNE incolpato il terzo amante. Bocc. nov. 33. (7) Im Firenze, dice il Corticelli, odesi talvolta ene per è, singolar- mente quando altri tarda a rispondere ad interrogazione fattagli, che allora si replica la terza persona suddetta , dicendo ere per istrascico, € riposo di pronunzia. Trovasi però anche nei più antichi poeti. Per # agguagliare Non porìa mai Vl onòre nè lo bene, Che per voi fatto mESE Guit. rim. 9», — Che già virtù non ENE, Se di quella non TENE. Fra Barb. 133. (8) Ee invece di è leggesi in Dante, Dentro ÈE Pf una già se le a rabbiàte Ombre che vanno intorno, dicon vero. Inf. 30. (9) Semo, sele, che tanto odonsi tutto di nella bocca del volgo Pt siamo e siete, sono, secondo alcuni filologi, voci originali italiane; nella nascita della lingua si sostituirono alle voci latine sumus, eshs © | furono per lungo tratto di tempo usate esclusivamente; indi comincio a cangiarle in siamo, sigle, che prevalsero, non però tanto che accredita” tissimi scrittori non continuassero ad adoperarle sovente. V/omiri fummo; ed or SEM fatti sterpi. D. Inf, 13.—E quando noiì a lei cenùti SEMO. Id. Ibid. 17.—D' Olanda si partì donde noi sEMO. Ar, Fur. 21, 13.—Ma dd! mìsero stato, ove noi SEMO. Petr. son. 8. — Che sì tosto cessàle, e SETE stanche. 'Tas. Ger. 11, 6r.— SETE voi quella donna che gli dovèle venùr 7 a parlare P Bocc. nov. 26.—0 estmpj antichi, se oggi fortùna e arlu 6 abbandonano, ove SETE coi? Tac. Dav. stor. 8. (10) Enno, € per accorciamento en, per sono, era usitatissimo pre” so gli antichi, ma oggi più non nsasi che in alcuni luoghi di conta@®. RITI ullo | tata .- cd Li —=. ETIMOLOGIA E SINTASSI 181 COMUNE ANTIQUATO ‘POETICO errors tr_mr_kr® MODO INDICATIVO Imperfetto o Pendenie Era, ero (11). ....... Eri ; e è © cc ce «0 o e è. oe e e e e o © e ec è è©o0 oo o ì ù Era | RE SPRSEI aaa è Eravamo Eramo, savà- Eravàssimo i mo (13) Fravàte Eràte, savàte Eri Erano | vare cera aa e Passato perfet- i loo definito. |Fui Fu anali - Fosti ; Fusti l) fostù e 00 0 0 0 è (13) Fu Fue «+ &lt; . + (mo Fummo — sa Fùssimo, fòssi- Foste * Fuste - è + + è 0 » |Fosti, fusti Fùrono Fauno Furo, fur, fur-|Fuoro i no, foro Pass. Indeter- i | minato Sono stato, CCI i è as 0 0 0 0 0 0 è 0 0 0 0 0 0 0 Piùcheperf. o| (14) | Trapassato Fra stato, ec. e o oe 0 è e o e o oe o o e è e e 0 © è òd e Passato An- leriore Fui stato, Cee. e è 0 0 0 0 0 Emo dannàti i peccatòr carnàli, Che la ragion sommettono al talènio. D. Inf. 3. — Fèrono indebolìr le sante membra, Ch'EN di celèsie onòr, non di mal degne. Lor. Med. rim. i | (11) Veggasi la nota 5 della conjugazione del verbo Lodare. — (12) Saoamo e savdle, per eravamo è eracàte, si leggono presso qual- che antico. E quella cupidità, che noi apparàmmo quando noi SAVAMO lîneri, è radicàla e cresciuta. Sen. pist.— Noi SAVAMO confìnuo, tra uò- miri, donne, fanciùlle e balie ec. più di venti in famiglia. Cron. Mor.— E siccome voi SAVATE partito. Tav. Rit. Del rimanente queste due voci ed altre di simile stravagante forma, come saràbbo e saraggio, per sarò; siindo per essèndo ; hei e haei per ebbi ec. e così pure ne’ verbi ‘principali come: Amerdegio, ameràbbo per amerò; crèo, crìo, crèggio, erèjo, cre’ per tredo ; crederàbbo per crederò, ed altre consimili, che nessuno di buon senso in oggi può supporsi voler adoperare, ben meriterebbero, a parer Mio, esser collocate tra gl’ idiotismi o erronei, anzichè tra le antiquate. (13) Ognuno di leggieri comprenderà che questo fostù altro non è e una contrazione del verbo fosti col suo pronome subbietto #u, che così uniti furono talvolta detti è scritti dagli antichi in vece di #u fosti. i nen YOSTU nudrila in piume al rezzo.. Petr. son. 105. . (14) Stato s' accorda in genere ed in numero col subbietto del. verbo. 182 . PARTE TERZA. n — —-- ———————+@——+_r———Tr________———r——rT_———_—T xy ___—_—_——r _ —f, o o —-- COMUNE ANTIQUATO POETICO ERRONEO — MODO di INDICATIVO l Fuluro Sarò Saràggio , sa-[Fia (15 Saràjo . i ràbbo, serò | | | Sarài Serài, ec. RESOR RE Sarà "ia, fie (15) 0 0 0 0 0 0 è ° 0 00000 Sarèmo 0000 0000 È 000000 |Fiemo Sartte Sertte - e 0 o 0 e os è e o e 0000 Sarànno + è 0 0 0 + » Fiano, fieno] | + 0 --- Futuro pas- | (15) E salo anteriore Sarò stato, ec. e 00 0 0 0 0 ° 0 0 0 0 0 è ° 000000 MODO SOGGIUNTIVO Tempo Pre-| senile Sia e 0 00 0 0 0 e 0 0 0 0 0 0 0 000000 Sii, o tu siafSie iu o Siamo CONTI SET Siate RAR ERE N, Siano + 0000 0 |Steno Siino Pena. oImper-|Fossi ° Fussi ETA SE fetto Fossi *Fussi, fostù | ... 001... Fosse “Fusse, fossi | . ...... soli Fòssimo |" Fùssimo ‘ae Foste ° Fuste 0 0 0 0 0 + » IFusti, fosti Fòssero *Fussero, ‘ fos-[Foòssino - {Fuùsseno f0ss0- ne sono ro Passato Per- |Sia stato, €C.1 ....000 1.000 00% dari fetlo Trapassato {Fossi stato,ec. ica i de 0 00000? (15) È opinione comune, che le voci fia, fe, fiano, fieno sian fi avanzi di un antichissimo verbo equivalente al verbo èssere, ma ora per duto in tutte le altre sue parti. A mio credere però mal non s'appone! Mastrofini, dicendo che tali particelle sien formole spiccate dal verba passivo latino fio, e sostituite alle voci fiam,fies,fiet, fient, quattro persone del futuro di quel verbo ; comunque ciò sia, le voci suddette si pi fe- licemente nel verso, e alle volte si trovano anche nella prosa per le vol sarà e sarànno. Vostro, donna,’ l peccàlo, e mio FIA ’ldanno. Petr. son. 188. — E rieti manifèsto L’ error de’ ciechi, che si fanno duci. D. Purg. 18. Quai rign Ultime, lasso, e qua’ YiEN prime ? Petr. canz. 28.— Fian per 19 più senza cigòr, senz’ arte. Tas. Ger. c. 20 st. 16, — Yo ognora che a grado fi FIA, te ne posso rènder molte per quella una. Bocc. nov. 77. — La qua- 2 A sempre in'V, Ecc. IWlustrissima, e a me ria di consolazane. 8, ett. 10, | ì ca e = i ANTIQUATO ÉRRONEO e — OI === MODO CONDIZIONALE] Tempo Presente|Sarèi - è + + + è. [Fora,saria(16)[Sare' Saresti e 0 0 0 è0 0 0. 0 0 e 0 0 dè e e 000 0 0 Sarebbe Seria, sare {Sarìa, fora ÎSare Sarèmmo SORA Sarebbamo, sa- "I riamo Sarèste cale Sertsti Sartbbero ° Sartbbono Tempo Passalo Sarti stato,ec. giace dee, MODO IMPERATIVO | TempoPresente Sii tu Sie tu RIA .{Sia egli sn erat cale Siamo noi sie ai aaa Siale voi seu Le neRa Siano tglino | ....... 000000 Futuro Sarài tu, ec.f ......, aaa Sarete voi, ec.| ....0., RACCOLTA DI MODI DI DIRE COL VERBO ZEJSSERZ. Essere a fare, a Restare a farsi, a |Essere all’ànimo, Piacere. dire, ec. dirsi. Essere all’ olio Infermo che è de- Essere a’ Confitè- Infermo la cui | santo, siiluito da’ medici. mini, guarigione è di- {Essere a mercàto, Gonirattar del sperala. prezso delle mer- Essere alla candè- Essere alla fine, ci. la, 0 essere al esservicino a spi- |Esserea questiòne, Questionare. lumicino, rare. Essere assài ad ‘Bastare. sere alla prova, Sperimeniare,pro- | alcùno, vare. Essere a uno, Essere servo di uno. Fssere all’insalàta, Esser al fine d’una [Essere a uno, o Andare, irovar- cosa. da uno, visi. (16) Sarìa per sarèi è proprietà de’ poeti, quantunque l’ usasse l’ Ario- sto nella sua commedia La Lena, Atto 5, sc. 1. Ma di serìa, sarìano e ‘ sarieno per sarèbbe, sarèbbero, trovansi numerosi esemp) ne’Classici così poe- U come prosatori. Fora e forano (coll’o largo) per sarèi, sarèbbero sono voci del verso, provenienti dalle latine forem , foret, forent. St mi parlava Un d'essi, ed io mi FORA Già manifèsto. D. Purg. 6.—Mìsero esìlio! avve- Sach io non FORA D' abitàr degno, ec. Petr. son. 37.— Men solitàrie Por- me FoRan de’ mici piè lassi. Id. canz. 26.— Ben rora la pietà premio Maggiore. Tas. Am. Atto. 1, sc. 2. E non ne manca qualche esempio an- che in prosa: Fr. Guitt, lett. 5. Fir. As. d’oro. — Borgh. Ripos. Esser bene d' una Slarne dene, av cosa ° A verne pro. Essere beneomale Essergli amico 0 di uno, ' nemico. Esser buono alla Nor.esser buono a festa de’ magi, nulla. Esser col corpo Esser nell’ ultimo alla gola, mese della gra- | vidanza. Essere con uno, Esser del suo par- o. Essere con uno, Abboccarsi con uno. Esser d’ ànimo, Deliberare. Essere di setteme- Esser fenero, deli- ì calo. si, Esser d’un pezzo, Essere tale , oeri- liero. Essere fatto il Essere aggirato , messtre, menato pelnaso. Esser fatto fare, Esser fiori, ebac- Esser sano , lieto celli, e contento. Essere fuor dei Acer perduto è gàngheri, cervello. Esser fuor di do- Non aver più do- lore, lore. Essere grande con Essere in grazia uno. d' alcuno. Esser grasso di ec. Abbondare, avere gran copia. Essere in alcuno, Appartenere. Essere in amòre Essere amato da d' uno, uno. Essere in essere, Esisiere. Essere in càusa, Essercincaso pra- tico. Essere infame, se- Patir fame ec. te I, ec, Essere aggirato , ‘ beffato. TERZA Essere in fiore, Esser sul buono; sul bello. Essere innànzi del Essere atfempalo. tempo, ” Essere innànzi in Aoerla condolta a una cosa, buon iermine. Essere in odio, Essere odiato. Essere in ogni Adattarsialle cr- lato, costanse. Essere ‘in pratica Zsserein frailalo. di ec. i Essere in sé, Esser sano dimen- le. Essere in su’ con- Aver capilale in tànti, danaro. Essere in su una «fpplicaroisi, sl cosa; diarla bene. Essere in uno, Esserenelsuo slo fo, ne'suoi piedi. CO LI be Essere in via d’u- Esser vicino, accon- na cosa; cio, e in prossima disposizione dic. Essere nell’altro Essere astraéio al mondo, pensiero. Essere nel suo ar- Esser libero € po b:trio, dron di sè. Essere oltre, Essere altempolo. Esser per sè, Non tenere da n na parle. . Essere per uno, Ajutarlo facorito. Esser più là, Aoer vantaggo alcuna cosa sopra un aliro. Essere tra bajànte Andare ira corsoli e ferrànte, e corsale. Essere tutto ac- Esser fino, solile. ciajo, E Essere tutto un Rassomigliarh cotale, CONJUGAZIONE DEL VERBO AUSILIARE AVERE. "i -_ COMUNE ANTIQUATO POETICO ERRONEO MODO _————t____T——_c|__rr_e INFINITIVO Tempo Pres. |Avère SR i I OI Tempo Pass. [Avere avuto |... -... Tempo Fut. Essere per avé- re, 0° Avere ad avere Prin piuma . PARTICIPI — Pres. o Attivo |Avènte (1) |Abbiente |..... Ra Pass.o Passivo |Avùto Abbiùto — {| ..... Aùto Futuro Essendo per a-| ...--...|..... ; vere GERUNDIO i Tempo Pres, Avendo Abbiendo —{|{..... &gt; Poesdl Tempo Pass. |Avendo avùto! ....... RE i MODO INDICATIVO |. | Tempo Presenteilo ho (2) Abbo , aggio,|..... De (3), ajo, hoe, ; hone Tu hai SER TE du [Egli ha (4) |Hae, hane JlAve (5) sot (1) Quantunque avènle sia il vero participio presente del verbo avè- re: pure nell'uso è molto negletto, imperocchè poco si adopera, e ad esso preferiscesi il gerundio avèndo. (2) Veggasi Sez. III, Cap. II, È; I. | (3) Abbo e aggio sono due verbi antichi difettivi: dal primo vengono le voci antiche abbiente, abbiùuto, abbièndo, abbiavate ec. e le voci mo- derne de' modi imperativo e soggiuntivo. Di Aggio altre voci non si tro- vano se non che la prima singolare del modo soggiuntivo. E quan?’ io P ABBO in grado mentr'io vivo, Convièn che ec. D. Inf. 15. — Mentre ch? e» ri esiliàlo, noi ABBIAVAMO fribolazione. Vit. Plut. Strad. — El ABBIUTI i ri- spèlti A suo grado e valère Porrài del iuo acère. Fr. da Barb.—ABBIEN- Do raunàla grande oste in Toscàna si partì di Francia. Gio. Vill. 7, 101, 1. —V° aGGIO profferio il cor; ma a voinon piace Mirar sì basso. Petr. son. 19. —Maltèria ond'AGGIA il vostro nome a scherno. Menz. T. 1, lib.3, canz. 1. —Però signòr mio caro AGGIATE cura. Petr. son. 82. 3 (4) Quel che si è detto nella nota 7 del verbo èssere dicasi pure del- la voce Ha, dicendosi hammi, hacci, havvi, hassi, in vece di mi ha, ti ha, viha, si ha. È gita al Cie!o; ed RAMMI a tal condùtto. Petr. son. 247.— Hacci date le corporàli forze leggiàre. Boct. nov. 89.—Hassi a potàre le vili, si osserva la luna. Segn. pred. 46. Notisi che coll’ affisso vi in significato di vi è, e vi sonosi scrive per lo più senza la &amp; cioè avoi. Ed AVVI lelli, the vi parrèbber più belli che quelli del doge di Vinègia. Bocc. nòv. 79. (5) Questa voce è meno poetica. Mill anni, non vedrìan la mindr Gram. Ital. 25 . COMUNE ANTIQUATO POETICO ERRONEO —————@€&lt;ot6@@ tr MODO ; i INDICATIVO a Luo aLia Tempo Pre- |Noi abbiàmo [|Avèmo (6), a-|....... Ahbitmo: at- senle . viàmo mo. Voi avite nei &amp; leale è Eglino hanno] ......, {000000 fe... (7) ” l Tmperfetlo o |Aveva, avevo|Ave Ava (9) Avàva Pendente (8) | Avevi Avèi ele duga * Aveva ‘0000. |doèa, avia Avie Avevàmo Aveàmo, ab-].....- ‘» |Avavàmo biavàmo ci Avevàte Aveàte {....... Avavàle, avevi Avevano = |...... ‘., |Avieno,avèano:Avàvano, ave- vono Passato per-|Ebbi TEi, hei, ahti { - . .. . +. |Avèi, avetti fello o defi-|Avesti [orale pane la sua nilo Ebbe RETE 0000 + ++ Ave, avette Avèmmo Ebbimo — |....... Ebbamo Aveste 1...... Ri TETTE A vésti Ebbero — Fbbono, avet-{ |. . . ... - {Ehbbano tono, tbbeno Pass. indeler-|Ho avùto, ec. {....... fee. Leo minalo | Piu che perfet-|Aveva avùto ,] ....... {00000 roipwra too ÎIrapas-| ec. | salo Passato anfte-|Ebbiavùto,ec.f ....... |{00.0.. fe riore i ° f parte Della beltà, che m’ AVE.il cor conquìso. Petr. son. 57. — Quando! Ù sol gira amòr più caro pegno, Donna di voî non AVE. Id. canz. È. "è | (6) Acèmo, del pari che Serzo (vedi nota 9 del verbo èssere) vuoi che sia voce originale italiana, ed il Pistolesi assicura non esser la me- , desima da rigettarsi nè pur a’di nostri, almeno da’ poeti, essendo stata dagli antichi usata in verso ed in prosa. Serm. S. Agost. 7.—Petr. son. 8. —ld. Tr. del Tem. — Guid. Giud. 55.—Bocc. nov. 18. e nov. 17. (7) Gli antichi scrivevano tutte le voci del verbo avère coll’; ch’ essa avesse nella pronunzia alcuna forza. Veggasi nota 2 dell’ intr (8) Veggasi la nota 5 del verbo /odore. . (9) Acta e avèano per avra e avèvano non sono voci esclusivamen” te poetiche, imperocchè ne faceano gli antichi un uso frequente ancora in prosa, e così fanno i moderni. Dicasi lo stesso della medesima desinen- za nella più parte de’ verbi della ada. Conjug. (Veggasi S. IX, e nota 24 del cap. VI della presente Sez.) *h,. senta I "I ETIMOLOGIA E SINTASSI COMUNE "MODO INDICATIVO Fuluro Futuro passato|Avrò avùto,ec. anleriore ì MUDO SOGGIUN'TIVO |[Abhia Abbia Abbiàmo JAbbiàté Abbiano Pendente o Irn-|Avèssi perfetto Avessì Avesse Avessimo Aveste Avéssero Passato perfetlo|Abbia avùto, ec. ! Trapassato Avèssi avùto, t . @C. MODO CONDIZIONALE Tempo Presente Avrèi Avréèsti . Avrebbe Avrimmo Avreste. Avrèbbero Tempo Preserte\Abbia, o abbi 187 _——_+€_{}# __ "— — _ € - - - 0-0 —— — T —+-- ANTIQUATO ‘POETICO ERRONEO ‘* Averò , arò ‘Averài, arài ‘Averà, arà l'Averèmo: art- mo “Avertte: artte ‘Averànno: a- rànno o è. . e _ e »0 e °° oè.0 è è 0 00 oe e e. 0. 008 È è 0 0 0 60 è e 0 o 0 sa 0. SS É ss e os0 e e o. e e 0 0 s0 so i e .s0 ec eso se a 0 è 0.0 00 è o o 0 so e °° È oo o e *0 ® è. È è e 0 0. 0.0 e. . o e s0 e e èea° ff e e s0 o e a È o. è è os è dad a o *® e è è oc è. “ Averti, ave-[Avria © rìa,aréi,aria e 0 0 è a osiio' o' ‘Avertbbe, a-{Aorta . veria, aria e _ è. da € è 0 a o 0 ès0 e e è0 o. 0 e ec 0 «&lt;&lt; e e ÉÈ a è.o0 a èe è a «e 0 e eo s 0 0a, È 0 s «e a 0 0s0 » “ Averebbero ,|Avriano , artbbero, a-1 vrieno rieno, © a- vreébbono 0 è e è. è.0 se ss 188 PARTÈ TERZA COMUNE ANTIQUATO POETICO ERRONEO _——m——_____c MODO — CONDIZIONALE Tempo Passato|Avrèiavuto,eci . . LL... |... eee a MODO IMPERATIVO Tempo Presente|Abbi tu Aggi, abbia tu,| .......f 0. abbie Abbia egli Aggia, aja |...... Sl gig paia Abbiamo noi ® 0 0 0 0 cs e 0 0 e 0 s0 60 0. nale re Abbiàte voi |Aggiàte IE AL Abbianotglino|.1ggiano e. + + |Abbino Fuluro Avrài tu, ec. |'Averài RITRO CE Avrete voi, ec. e. 0.0 e 0 è. MP O VC RACCOLTA DI MODI DI DIRE COL VERBO AVERE. Avere a capitale: Far capitale o|Avere ardire: Ardire. stima. Avere a schifo: Avere a vile, schi- Avere accòrdo con alcùno: Essere] fare. i in pace, in concordia. Avere a schifo: Nauseare. Avere a cura: Avere in pregio. Avere a scorno: Disprezzare, ob Avere a dispiacere: Avere a noja, dis-| borrire. piacere. Avere a sdegno: Sdegnare. Avere agio: Tener comodità. Avere a sì; Chiamare a sè. Avere a governo,: Governare. Avere a sospetto: Aver diffidenza. Avere a grado, e avere in grado:/Avere aschio o astio: Astiare.. Gradire. R Avere a stomaco: Avere a schifo. Avere al certo: Tener per corto. |Avere a vile: Tenere in disprego. Avere alcuna casa in sulla punta della|Aver balia: Tenere autorità. lingua: Essere sul ricordarsene ,|Aver bisogno: Abbisognare. ma nan l'avere così tosto injAver buona presa: Aver buona 08° pronto. © i gione. Avere allegrèzza: Rallegrarsi. ———|Aver buon mercato, Avere a buon Avere al salc: Posseder benistabili.| mercato: Aver checchessia con PO” Avere a male: dAoer per male, pro-| co costo. vare dispiacere. Aver buono in mana: Acer sicuriò di Avere a mano : Avere in pronlo. checchè ne sia. Avere a memòria: Rammemorarsi, Aver eapriccio : Aver vaglia. Avere a mente: rammentarsi. Aver caro: Gradire. i Avere amòre: Amare, portare affe-\Aver certezza: Esser certo. | zione. Aver cervello: Esser uomo savio Avere a niente: Stimar nulla. Aver che fare: Essere in faccende: Avere a noja: Odiare. i | {Aver colpa: Essere in colpa. — * Avere appetito: Desiderare, appetire, Aver commissione: Temere ordine. acer voglia, Aver compassione: Gompadire. Avere appetito: 4ver fame. Aver considerazione: Considerare ì { 1 su Aver contràsto: Conzrastare. Aver corso: Che si spaccia in molta guaniità alcuna cosa , aver ef- fetto. Aver corta vista: Zeder corlo. Aver credito: Essere in istima, in riputazione. Aver cuore: Tener vigore, animo. Aver cura: Curare, pracurare. Aver cura: Attendere. Aver dal suo: Aver dal suoparilo. Aver di certo: Tener per certo. Aver di checchessia: Parteciparne. Aver dilettto : Dilettarsi. Aver dilungàto : Tener lontano. Aver discrezione : Procedere con di- screlezza. Aver divoziòne in alcuno: Esser di- volo, credergli. Aver il suo dovere: Aver iutlo ciò che gli si spella. Aver dubbio: Dubilare. Aver faccia: Tenere apparenza. Aver faccia: Aver ? ardire, aver la sfacciataggine. Aver fantasia: Pensare, desiderare. Aver fiato: Aver forza. Aver fidanza: Fidarsì, confidare. Aver fine: Finire, consumare. Aver fretta: Affrellarsi. Aver grado: Aver obbligo. Aver grazia con alcùno: F'arsiamare. Aver guerra: Guerreggiare, ed esser guerreggialo. Aver il capo a far checchessia: Aver volonta. Avere il destro: Aver comodità. Aver il giudizio : Esser giudice, loc- care il giudicare. ù Avere il torto: Contrario di Aver ra- one. Avere in balia: Aver in suo palin: Avere in considerazione : Averne slima. Avere in costume: Costumare. Aver in consuetùdine: Usare, esser solito. | Avere in cura: Aver in custodia. Avere in disprègio: Dispregiare. Avere in grado: Gradire. Avere in grazia: Conservare in gra- zia. Avere gno. in iva: Porfar odio, avere sde- Avere in mano: Possedere, avere in balia. 189 abbor-. Avere in odio: Odiare. Avere in orròre : Znorridirsi, rire. Avere in petto: Tenere, conservare nella menle. ù Avere in petto: Tener celata alcuna cosa. Avere in pregio: Pregiare. Avere in pronto: Tenere a sua di- sposizione. : Avere in pugno: Tenere colla ma- no chiusa. : Averein riverenza: Riverire, onora- re. Avere in sulla lingua quel che è nel cuore: Essere schietto. Avere in vezzo: «doere in uso. Avere invidia: Inoidiare. Aver la caccia: Essere rincorso. Averla con uno: Essere ardito con lui. Aver la lingua in balia: Cicalare so- verchiamente. Aver la lingua lunga: Essere maldi- cente. Aver la mente a checchessia: Averne idea, fantasia. Aver l’amore di uno: Conseguire l'a- more d’ uno. Aver l’ ànimo ad alcuna cosa: Allen- dere ad essa. Aver la paròla: Aver licenza. Aver la ragione: Aver diritto. Aver l'assoluzione. Essere assoluto. Aver la stretta : Essere asirello 0 strello. Aver le fatiche: Slenfare, penare. Aver l'occhio: Riguardare «attenta: menle. Aver l'occhio: Considerare. Aver l’ onòre di alcùna cosa: Vin- cere, rimaner superiore. Averlume: Aver cognizione, conlezza. Aver luogo: Esser necessario , tener posto. Aver mal fiele contro alcuno: Odiarlo. Aver mal talento: Tener cattiva in- tenzione. | Aver meno alcùna cosa: Mancare, î averne difello. Aver mente a checchessia: S/uroi af- lento, farvi considerazione. Aver misericordia: User misericor- dia. Aver necessàrio: Aver bisogno. Aver nella speranza, o in isperanza: Spera nzare. 190 PARTE Aver obbligo: Essere obbliguto. Avere onore: Essere onorato. Averozio: Aver fempo. Aver pace : Aver pazienza. Aver pace: Non aver guerra. Aver paura: Aver timore, lemere. Aver pazienza: Sopportare. Aver pegno: Avere in pegno, tener . sicurlu. Aver pensiero: Dbonsare: Aver pentimento : Pendirsi. Aver per andàto: Aver per morto. Aver per costante: Aver ferma opi- nione. Aver per grazia : Ottenere per grazia. Aver per impossibile: Stimure che sia impossibile. Aver pev istabile o per fermo : St mare che sia rato e fermo. Aver per le mani alcuno: Fur di segno sopra alcuno. Aver per male: Aver dispiacere. Aver per nulla : Non istimar nulla, disprezzare. Aver piacere : Compiucersi. Aver pietà : Usar piclà. Àver posta d'uno: Appostarlo, sa- per dov' è. TERZA Aver potere o podere: Potere. Aver ragione: Zssere assistito dalla ragione. Y Aver riverenza: Ornorare. Aver riguàrdo: Riguardare, conside- rare. Aver rispetto: Aver riguardo. Avere scorno: Riportare disonoee. Aver sembiaànte: Aver faccia, vile. Aver soccorso: Esser soccorso. Aver soldo : Tirar la paga. Aver sospetto : Sospellare. Aver spavènto: Spaventarsi. Avere sperànza : Sperare. Avere spia d'una cosa: Esserne ae- visalo. Aver sulle corna: Odiare. Aver termine: Terminare. Aver vita: Zivere. . Aver voce: Correr fama, essere opi nione. Aver voce în capitolo: Avere aulo- rità. Aver voglia: Aver volontà, desiderio, desiderare. Dalle nozioni date nel preced. cap. ai $$. Il, Ill, IV dell'uffizio de' due ausiliari essere ed avre, e dopo avere attentamente scorse le loro conjugazioni, ognuno di leggien giugnerà a comprendere la maniera di formare i tempi ps sull composti di un qualsivoglia VERBO PPRINCIPALE, conosciuto che avrà la forma del participio passato o passivo di quest ul timo; cosicchè superfluo credo il riprodurre i medesimi tem- pi composti nelle quattro conjugazioni, che. or orà esporrò. Ove per altro nel mal pratico straniero, o nel poco istruito italiano del dubbio ancora rimanesse quale de' tempi degli 2v- siliari applicarsi debba alla formazione de’ suaccennati temp! composti dei verbi principali, il seguente prospetto di corrispon. denza rimioverà ogni incertezza, con indicare i tempi semplici degli ausiliari, aventi dirimpetto ognuno il composto, che da esso componesi. ” — È i VERBI AUSILIARI. | VERBO PRINCIPALE. MODO INFINITIVO. Dal TEMPO PRESENTE formasi IL TEMPO PASSATO. MODO INDICATIVO. « TEMPO PRESENTE formasi IL PASSATO INDFFINITO. « IMPERFETTO, O PENDENTE « IL PIU CHE PERFETTO,0 TRA PASSATO. « PASSATO PERFETTO, O DE- « IL TRAPASSATO ANTERIORE, FINITO « FUTURO | « IL FUTURO PASSATO, O ANTERIORE. MODO SOGGIUNTIVO. « TEMPO PRESENTE fermasi IL TEMPO PASSATO PERFETTO. « IMPERFETTO, O PENDENTE « IL TRAPASSATO. HODO CONDIZIONALE. « TEMPO PRESENTE formasi IL TEMPO PASSATO. GERUNDIO. « PRESENTE formasi IL PASSATO. . Prendasi in oltre per norma generale, che il modo infini- tivo di ogni verbo principale, siccome quello degli ausiliari essere ed acére ha il suo ‘tempo futufo, formato mediante gli Sessi ausiliari in guisa come segue: Avére a, o ésser per lo- dare, cedere, dormire, impedìre ec. e così in tutti gli altri ver- ! (1). Lo stesso dicasi del participio, il cui futuro è Awvin- a, o essendo per lodùre, cedere, dormìre, impedire (2). (1) Non bisogna' confondere queste maniere di dire, esprimenti il fu- luro dell'infinito, con quelle in cui il verbo avre, posto avanti all’ in- nilo del medesimo verbo colla particella «, vale Esser creditore, docèr eoere; e si noti, che alla particella a volentieri sostituiscesi da, per fuggire l'incontro di due vocali, come: Avéère a, 0 da avere; lio a, è avère; lu avèvi a, 0 da avere ec. W)sservisi in oltre che Avère, posto ivanti all'infinito di qualsisia verbo principale colle particelle a, da, che, orma certe frasi esprimenti lo stato, la disposizione, la volontà, in cui altri si trova rispetto alla significazione di quell’infinito che gli vien dopo, ‘tme: Avère a serìvere, a lèggere ec. vale. Dovère scrivere, lèggere, €c. Arr da scrivere, da lèggere, da mangiùre, o Avèr che scrìvere, che lèg- sere, che mangiare, vagliono Avèr cosa da scrìvere, da lèggere cc. Avèr soere, da mantenèrsi ec. vagliono Aoèr con che oivere, con che man- nersi, e così dicasi d'ogni alira simile locuzione. | ho (2) Anche il verbo docére, congiunto colla voce radicale d'altro ver- ù come docèr lodare, crèdere ec. dovèrndo lodare, crèdere ec., ponesi da d'uno qual ausiliare indicante il futuro dell’ infinito e del participio de’ ver- ‘ principali. Noi ci riserbiamo ad altro luogo di far conoscere la natura el verbo dovère e le sue relazioni cogli altri verbi. Veggasi la nota 6 del Seltimo capitolo della presente Sez. 192 PARTE TERZA | Giusta il metodo de’nostri grammatici, la conjugazione in IRE è la quarta in ordine, e le si dì comunemente per mo- dello il verbo sentìre dietro il quale si regolano non più che 45, o 50 verbi, la più. parte de'quali sono in oltre o irrego- lari o in qualche parte difettivi (l’'istesso verbo sendìre è di- fettivo, imperocchè è privo di participio presente). Dato il prospetto del verbo sentìre, che conta così pochi seguaci, 2 mala pena menzione fassi de’ verbi detti /n sco, che tanto accrescono la ricchezza della lingua italiana, e tanta bellezza le compartono, se non in termini generali, e come di verbi irregolari della così chiamata quarta conjugazzone, ove, tanto nel lor numero, eccedente ben dieci volte quello de' verbi det- ti /n 0, quanto per la regolarità del loro andamento, ragion vorrebbe che un verbo preso dal loro numero servisse di nor- ma a tutti i verbi della terza conjugazione, o se così vuoki della quarta, e che senfîre, co’ pochi suoi seguaci, fosser te nuti in conto di anomali. | Fedele al prefissomi scopo di semplicizzare quel che nello studio della lingua offerir si possa di complicato, e non volendo sovvertire intieramente il fin qui da altri praticato metodo, pe isconcio che sia (3), mi è paruto poter dissipare in gran part il bujo che in quello regna con dividere in due classi i verdi in IRE; spero peraltro che nessuno voglia da questa divisione congetturare che stabilire io intenda esservi nell’ idioma ital no quattro conjugazioni, quantunque io sia certo che se talu- no in me supponesse una tale pretensione, assai più ragioni vole reputerebbela che non è quella di coloro che a dirittura insegnano avere i verbi italiani, siccome i latini, quattro (08° jugazioni, attribuendone due a’ verbi in ERE; le quali pero, meno la quantità lunga o breve della prima e componente desinenza radicale, come sarebbe ne’ verbi femere e creo (3) Si; è pur forza il dirlo, l'irregolarità, e la confusione nel modo d’ esporre e d’insegnare le parti più importanti della grammatica italiana, e segnatamente quella in questione, la quale di per sè è intralciatissit)» i sono la cagione che gli stranieri e gl’ Italiani stessi, non trovando gui . sicura nel loro studio, continuano a corroborare con l’ esempio loro la comune e pur troppo veridica opinione, che non evvi nazione come taliana, fra cui i poco istruiti parlino e scrivano più contro i precetti grammalicali, ed in ispecial modo contro lo stabilito andamento de va: hi; prova ne sia quel che ne abbiam fatto osservare nel cap. IV, ed è questo il malaugurato effetto del voler sempre, ed in tutto m re i precetti della propria lingua su quelli d’ un’ altra, colla quale la pr . la o [A a ma non ha per avventura altra corrispondenza, che le sola derivazion delle parole. Le grammatiche italiane pajono a bello studio scritte Pi , solo sieno intese da chi già è versato nel latino, e rimangano inintellig! bili per chi t affatto ignaro de’precetti di quella lingua. I- i odella- i Fa i  persino nella minima parte del loro andamento si trovano l' u- na perfettamente “ul all’ altra. Non potrebbesi già dir lo stesso de’ verbi in IRE se a qualcuno venisse nell’ animo di firne due conjugazioni separate, imperocchè i verbi in sco, nella formazione de'tre tempi presenti, indicativo, soggiuntivo ed imperativo, da quelli in o notabilmente differiscono. CONJUGAZIONE IN ARE. COMUNE ANTIQUATO POETICO ERRONEO c—TT_TrFTTT&lt;TT= | «ce MODO INFINITIVO |Lod-àre | ..... depone PARTICIPJ Pres. o Attivo —ànte |..... cd Per er tie i Pass.o Passivo —àto ff... e EEE GERUNDIO =a0do° ‘Puos ut det ae Paleari Soa sa MUDO INDICATIVO | Tempo Presente —o (1) EER INA II: —i (2) tarde i REI PI —a (3) . e » “ o 06 è è è 0 è e è (1) Ne’ verbi giocare, sonàre, tonàre, e forse in alcuni altri consi- mili, la vocale o cambiasi in wo dittongo, ogni volta che l’accento tonico cada in sulla prima sillaba, lo che ha luogo in tutte le persone sing. e nella terza plur. de’ presenti indic., sogg. e imperat., come suono, suoni, suona, suonano } suoni, suoni, suoni, suonilro; suona, suoni, suoninò : così iure giuoco ec., luona ec. , (2) Ne’ verbi che escono in ciare, chiare, giare, gliare, questa persona, come pure le persone singolari del presente soggiuntivo , si formano tron- cando semplicemente la desinenza radicale are, come da baciare, mac- chiàre j mangiàre, fagliàre, si fanno baci, macchi, mangi, tagliec. Fac- ciasi lo stesso negli altri verbi in are la cui prima persona del presente indicativo termini in i0 di una sillaba, come a cagion d’ esempio cam- biare che fa cambio, cambi, e così gli altri. Ma ne’ verbi in iare, la cui desinenza io faccia due sillabe, le persone suddette formansi ricevendo un i agginato a quello che lor rimane dalla voce radicale, come da inviàre, obbliàre, spiare ec. si formano io invio, obblio, spio; iu inci, obblii, spiù, ec. Terminano parimente in doppio i le persone anzidette de’ verbi «//e- erkre, cariàre, odiare, scrivendosi aMlèvii, vari, odii, per distinguerle dalle stesse persone de’ verbi allevare, varàre, udùre. (3) '[ralle numerose libertà, che fuori d' ogni regola grammaticale, i nostri poeti s' arrogano, o per favoriv la rima, o per tale o tal aliro co- modo di verso, si è certamente una delle più notabili quella di cangiare in e le desinenze a edi, luna della seconda, l’altra della terza persona. singolare del presente indicativo. De ch’ io ‘ntèsi quell’ anime offènse, C%/iinài’1 viso e tanto'l lenni basso, Fin ehe ’1 poèta mi disse che pense ? Gram. Ital. 26 194  r———22—________É____—_—rT—T__—m—_—r_21T_ COMUNE AKTIQUATO POETICO ERRONKO MODO =—— ee _————_—@ INDICATIVO Tempo Presenie|Lod—iamo (4) —àmo ire sboala giga —ale ea 000 00 os 000 e 00000» -—-àN0 sine ce ele. ee 0 0 o 0 ec c è. +—— Ono Imperfetto 0 —aàva, —àvo L, 0 0 e 0 0 è. e e è o 0 0 © o 0 ec e cs 0 o Pendente (5) — Àvi . e ec ec e e e o»0 0 oso o e 0s0 e è e è.» o 0.0 ss 0 o —àva e e 0 o oo oso o. e e s a 0 èe.°. © e eo ® oc os0 o D. Inf. 5.—E quel frustàto celàr si credètie Bassàndo *l viso, ma poco .. gli valse; Ch'io dissi: tu, che Y occhio a terra GETTE ec. ld. Ibid. 18.— , Ma quell’ aliro volèr, di ch'? son pieno, Quanti press’ a lui nàscon par ch' aDUGGE: E parle il tempo fugge ec. Petr. canz. 3g.—Già polrèste sen- Îir, come RiMBOMBE L' allo rumor nelle propinque ville D' urli, e di cor- ni, e rusticàne trombe. Ar. Fur. 24. 8.—Quando seguire il mio piacère v AGGRADE: Faroi pagàni, e per lo nosiro regno Conira l' empio Buglion mover le spade. Tas. Ger. C. so, st. 69. (4) Ne' verbi, che escono in care ed in gare aggiugnesi una A alle desinenze che cominciano con i o con e, cioè, a quelle della seconda per- sona singolare e della prima plurale del presente indicativo: di tutte le persone del futuro, del presente soggiuntivo e del condizionale: della terza persona singolare, e della prima e terza plurale del modo imperativo, come. —+&amp;6—_—€€- ee cenni INFINITO PRES. INDIC. FUTURO PRES. SOGG. CONDIZION. Peccàre Tu pecchi Peccherò | Pecchi , |Peccherti ci ._|Peccherài ’ {Pecchi Pecchertsti : Peccherà — —|Pecchi Pecchertbbe | Noi pecchiàmo|Peccheremo {Pecchiamo —|Pecchertimmo 4 Pecchertte è |Pecchiàte Pecchertste di - |Peccherànno |Pècchino Pecchertbbero ‘. | i Pagàre Tu paghi Pagherò Paghi Pagherti A i Pagberài Paghi Pagherèsti x Pagherà Paghi Pagherébbe i Noi paghiàmo[Pagheremo Paghiàmo Pagherèmmo | | Pagherete . |Paghiàte Paghereste Pagherànno |Pàghino Paghertbbero Non è ciò che un mero cangiamento ortografico, pralico per non togliere alle consonanti c € g l’articolazione gutturale che hanno nella voce ra- dicale del verbo. n. (5) Discordi son® i grammatici intorno alla legittimità delle desinen- ze avo, evo, ivo: chi, avendole per intruse, come idiotismi ed errori, le rigetta, non senza convenire però che le medesime si son fatte comuni mel parlare e scrivere famigliarmente; altri a dirittura Je riconoscono come legittime al pari delle desinenze ava, eca, iva, perchè molti, e COMUNE ANTIQUAT®O POETICO ERRONEO —eces “co enetagg e | Copper MODO INDICATIVO ImperfettooPen-|Lod—avàmo a urne eroi i dente —avàte LL o i —àvi —àvano RENEE EEE ME —àvono Passaloperfetto,| —ài AES EA ‘0 definito de trecentisti e de’ cinquecentisti autori liberamente usavanle, credendo che dovesse arrecar vantaggio alla lingua una più regolata distinzione della prima persona dalla terza, e che con ciò ogni luogo dî equivoco venisse tolto; altri infine, tra i due estremi adottano una via di mezzo, tenendo come più regolare l’uso delle desinenze ava, eva, iva, delle quali riconoscesi esser mai sempre stata costante la pratica perchè ad esse con- formi sono i testi de' più accreditati scrittori, e collocando tra le anti- quate le desinenze avo, evo, ivo, le quali, come che non siano da riget» tarsi affatto, pure, perchè di rado veggonsi usate dagli scrittori del buon secolo, non possono considerarsi egualmente autorizzate che le tre prime terminazioni, | Ognuno, che con cogaizione di causa disamini imparzialmente queste tre opinioni, convenir dovrà che olire il gran numero d' e- sempj di accreditatissimi scrittori’ cinquecentisti, e 'l1 frequente uso nel parlar famigliare, la ragione, il buon senso, e’! vantaggio della chiarezza seno dalla parte della seconda opinione, alla quale i fautori della, pri- ma, lor malgrado, e senza saperlo, in parte si appigliano, in confessan- 0 le desinenze avo, evo, ivo, essersi fatte comuni. Obbiettasi per lo più foniro a queste terminazioni, il molto maggior uso che fecero i padri della lingua dell’ opposte desinenze in a, al quale argomento, il più fot- le che sappiano portare i nemici delle prime, si può rispondere, che quei Padri, anzichè studiare il carattere che andava sviluppando la nascente Iigua volgare, e procurare a questa tutti i vantaggi e comodì de’ quali *$Sa , secondo quel suo carattere, era suscettiva, troppo aveano l’ animo Fivolto ancora verso la moribonda latina, reputando quasi eresia tutto Cio che nella prima non coincidesse in certo modo coll’ altra; quindi , *ppunto perchè ne’ verbi latini la vocale @ trovasi in tutte e tre le desi- lenze singolari dell’ imperfetto indicativo (bam, bas, dal, le quali per altro a hastanza l'una dall’ altra distinguonsi per le tre diverse conso- Banti finali, da von lasciar luogo a temere di equivoco .nel discorso) la _ Bessa vocale x, dovevasi pur trovare nella prima e terza persona singo- are del medesimo tempo ne’ verbi italiani (non è poco che abbian con- ISceso a dare un 7 alla seconda persona ) mettendo in non cale |’ equi- Yoco che può nascere dall’ indistinzione tra la prima e. terza persona, le quali soventi volle non si ravvisano se non che, o dal contesto, o dalla Presenza de’ pronomi personali i0 ed egli. | Del rimanente, comunque abbian fatto i padri delle lingua o benc o male, Xguendo anche in questo narticolare come in tante altre cose Je tracce della “agua latina, noi, aderendo a tutte le ragioni addotte da quei della seconda Opinione, siamo persnasi le tre uscite in 0, esser buone egualmente che quelle Ma, accanto alle quali le abbiam poste nella colonna delle comuni, lascian- al criterio dell’ intelligente .il far uso, o delle une @ delle altre, se- . PARTE TERZA “ 196 : : = - -_— COMUNE , | ANTIQUATO POETICO ERRONEO MODO INDICATIV J 1 Passato perfello| Lod —àsti ° 0.000. o definilo —ò ri ves —àmmo —aàssimo —àste —aàsti —àatrono —oònno, — òorono, —àra- no, —òrno, — arno Fuluro —erò (7) —arò, — errò —erài toni È —era —arà , — errà — eremo —arèmo — erèle —artte —eranno —arànno condo che più lo convincano le nostre ragioni, o quelle degli avversarj, le quali, siam certi, non molti proseliti faranno se tutte sono così poco persuasive, e concludenti com’ è quella del Cav. Compagnoni « E chi non vede, domanda egli, che se AMAVO, LEGGEVO, SENTIVO, e simili, fossero voci regoluri, non sarebbevi difficoltà aleuna onde nel plurale non si aves- se AMAVONO, LEGGEVONO, SENTIvONO? ()r io pure domando: chi non vede che, ove «a causa delle desinenze ava, eva, iva, non abbia d'altronde già il patrocinio di molti, l’ allegata ragione, come conseguenza dell’ uso contrario, più male che bene le dee recare, fosse anche solo per la sua inconsistenza, e per l'assurdità della supposiziotte? Cosa risponderebbesi a chi, partendo dalla forma della prima pers. sing. del pres. indic. amo, leggo, sento, € simili, avesse per irregolari le voci amidmo, leggiàmo, sentiàmo, e supponesse doversi in vece dire e scrivere, amzi)mo, leggiomo, senliomo? (6) E questa ùna contrazione di /oddsfi, e del pronome #u, maniera talora praticata dagli antichi se non forse in questo verbo, almeno in altri della prima conjugazione. 42 tempo del diluvio alcùna setta. Perchè LASSASTU’ rell'arca ec. Anton. da Fer. R. Ant. (7) I vetbi in ciare e giare, perdono la i in tutte le persone del fu- turo e del condizionale, per la medesima ragione che già si è data, discor- rendo della formazione del plurale de’ nomi in cia e gia, cio e gio (vedi la nota 1 del Cap.-HI. Sez. IT). Onde scriviamo dacerò , bacerèi ec. ; co- mincero, comincerèi ec. ; lascerò, lascerèi ec.; alloggerò, alloggerèi ec. ; man- gerò , mangerti ec.; da Baciùre, cominciare, lasciare , alloggiàre, man- giure cc. I A = » x —=rr_——— rr MODO SOGGIUNTIVO Tempo Presente|Lod—i Pendente o Im- perfetto MODO CONDIZIONALE] Tempo Presente MODO - IMPERATIVO Tempo Presenie Futuro — 1 V —i —iàmo —iàte —ino —àssi —àssi —àsse —àssimo — àste —àssero Ve — erti ‘ n — eresti — ertbbe — erèommo — eresle — ertbbero — erétte —eranno “* —assono , àssino | ANTIQUATO "| SNO ST SE " —erebbono POETICO —eriuno , —erleno (8) 197 ERRONEO —arài —arà e * è ss. é —artte —arànno (8) La desinenza erìa per erèi, cioè di prima pers. sing., bisogna lasciar- la a' poeti , i quali nè pure ne fanno frequente uso; ma la medesima desinen- za per erèbbe, come purè ertano e erieno per erèbbero , non solo in verso, stor. 3.—Segn. pred. 32.—Castig]. Cortig. 9. ec. (9) Rendo avvertito lo studioso, e sia detto anche pe «ma anche in prosa sono usitatissime. Vedi Bocc. nov. 7,e 94.—Tac. Dav, ’ verbi ausiliari CONJUGAZIONE IN ZA5. rr ——r——_T_TT_T_@—n COMUNE ANTIQUATO POETICO ERRONEO —-rrr_o__ee | ——- MODO INFINITIVO |Ceéd—ere RR Leila nasa . PARICIPJ Pres. o Ailivo —tnte Lego ae e Pass. o Passivo —uto o 0 è 0 0 0 | Cesso (1) TAZZA: GERUNDIO — ndo e 0 0 0 0 0 0. 0 0 0 0 0 o. a è è 0 00060 MODO INDICATIVO Tempo Presente} —o (2) va eee ea ae —_] o ss o 0 o oso o» . 3 è è è oe o. e d 0 0 è 0 » — @ o_o. s0 os» . o . o eo * e e eo » o e eo s q 0» . LI — làmo —tmo o 0.0 0 e 0 e e 0 0 0 &lt; 0 00 — tle ° e &lt;&lt; 0 © o o» e 0 0 e 0 0.0 . e 0.0 0 0 0 0 +—"Ono € e 0 0 e € o» 0 0 0 eo e e ,0 —2aN0 2ssere ed avère e per tutti gli altri verbi regolari o irregolari, che, ove i comando, il consiglio, îl prego ec. fosse in senso negativo, e perciò richie- « desse l' accompagnamento della particella non, egli è una delle più rimar- cabili proprietà Sella lingua italiana di esprimere questa seconda persona singolare del modo imperativo colla voce dell’ infinitivo preceduta dalla particella non, onde diciamo: Non avere paùra; non èssere così ostinàlo; non lodàre ; non credere la ial cosa; non mi toccare, non far cio, non pèrdere îl tuo tempo inutilmente ec. in vece di Non abbi, non sù, non hdi, non credi, ren mi tocchi, non fa ciò, non perdi ec. (1) Vedi nota 6 della pres. conjugazione. (2) Occorre avvertire, che nel prospetto dei quattro verbi regolari, eccetto in quello della prima conjugazione, la sola prima colonna, quella cioè delle voci comuni, debbasi ‘considerare come generale a tutti i verbi della stessa desinenza radicale, non già le altre tre, le quali ne' verbi noi dati come modelli della gecouda e terza conjugazione, possono bea contenere moltissime voci antiquate, poetiche ed erronee, e le stesse c0- lonne degli altri verbi averne pochissime o non averne punte, e inversa mente. Sia di ciò prova il verbo Credere, che fu dal Mastrofini, e dietro lui dal Compagnoni scelto come norma degli altri verbi della seconda con- Jugazione, e le cui colonne sono zeppe di voci antiquate, poctiche, ed erronce di si strana conformazione, che sarebbe esser privo di ogni senso, il volerle adattare agli altri verbi della stessa cadenza; e pure non sà- rebbe già cosa sorprendente che uno straniero, leggendo le voci antiquale del verbo Crèdere, datogli come regola, creo, crio, creggio, cre’ e simili altre anticaglie di questo verbo, volesse far derivare le stesse storpiature dal verbo Cèdere, per esempio, o da altro verbo in ere, formandosi ceo. cio, ceggio, ce’ ec. Ed è appunto in contemplazione di ciò, che mi son fat- to lecito di scegliere, qual modello, un altro verbo, più regolare anche nel- le suc voci antiquate e poetiche, riserbandomi di parlare altrove del vere bo Credere, e delle antiche sue anomalie. n COMUNE ANTIQUATO POETICO ERRONEO 1 MODO : INDICATIVO Imperfetto o {Ced—tva,-tvol ....... —èa dle Pendente (3) —tvi sfera lago ti —tva Posa —ta (4) dana —evàmo 00008004 a a RARA — evàte È Na - 000000 evi —èvano —ieno —èano .=revono Pessaloperfello,| —ti, —tttij ....... |Cessi (6) Ei o definito (5) — sti sunt |nella a te, —tlte | ....... —to, Cessìt ......, — timmo - 0000000600, Cossamo,— tttamo, —ts- simo — éste ie Rea RS —trono, —| —tttono —tro, Ces-! —èrno, — ettero sero ènno ‘Fuluro —erò —eràbbo, |... 0.100 eràggio, —erde| —rò — erài e cede 0 60 0 0 0 8 0 0 0 6 è 0 0 0» — erà “era; ràl's deu pil variano sereno il'uuicia d ai RSaa —ertte — errète pata aaa ei bi —eranno —ranno . e 00 0 0 0 eh e 00000600 (3) Veggasi la nota 5 del verbo Lodàre. i . (4) Riguardo a questa desinenza veggasi la nbta 16 nella conjuga&gt; none dell’ ausiliare Avere. (5) Puossi l’ una o l’altra di queste due desinenze, cioè ei o elti, è 0 elle, erono 0 etero sì in prosa che in verso indifferentemente adope- fare. Sonovi per altro non pochi verbi, e a suo luogo li farem conoscere, ' quali per 1° asprezza di suono, che darebbe loro la seconda desinenza, ton ricevon maî se non che la prima. (6) Cessi e cesse in vece di cedèi e cedè, e cesso in vece di cedùlo, tono voci da lasciarsi a’ poeti, e appena a questi accordano i grammatici uso di cesso; per la sua omonimia col nome di cesso ( per timore di uzza, dice il cav. Compagnoni ). Alfin con gli altri insieme ei si ristrìnse entro ai ripari, e la vittoria CESSE. Tas. Ger. 7, 121.— Come pariènda affitto tàuro suole, Che la giovènca al vincitàr cèsso abbia. Ar. Fur. 27, 111. la i suoi composti alcuni ve ne sono che qua e là presso gli antichi tro- ‘ansi nel passato definito colle desinenze essi, esse, èssero, e nel partici- Pio passato colla desinenza esso, come concesso, concèssi, concèsse, concès- Mero; successo, succèssi, successe, sucessero ec. Sempre però procederà me- glio e più sicuro, chi si tiene alla regola. - - POETICO ERRONEO. MODO ì SOGGIUNTIVO ° Tempo Presente|Ced—a DARI I —iamo . —làle è dhe o isa a dr eni e eye a —ano ansia rp —ino Pendente o lm- — essi VE IRE PENNINI, (PP RR perfetlo —èssi Ri n'e 000] —è$80 — è sse MEP, Re e — èssimo è è 0. e . da dilata —tste. PURO MESE — esti, — ssi, —Ussivo MODO — ètssero "— essono sasa 9004 CONDIZIONALE —èsseno — Tempo Presente — certi I” ; —eria —ercbbi —ertsti Lasi RI CETTE —er:bbe "RR I er n —ertmmo | ... , diro ana — ertbbamo —ertsle EEE DIO — ertsli — ercssi MODO —ertbbero| “—cerebbono,| —eriano — erthbano IMPERATIVO —eriono perno robeniai-&lt; «o. si Llano ona Lx BPEP » —itu (8) rei be E braa EI —a x e . ° e "BRORa — iaàmo a SI è è; &gt; od- —éte PRO AREE: OR NE: —ano PE : &gt; — ino Futuro SANTE DI PER O Duo Er &gt;; INZONO! COOP LO E O SO i — erà a TE EE à (7) Sono pur pomi di eterna discordia tra i grammatici le due dest- nenze a e î, di questa seconda persona singolare. Chi la seconda desinen- za riconosce come la sola buona e comune, segnando ]' altra tra le erro- nee, chi è d’ opinione affatto contraria; chi ambedue le ammette, volendo però che nell’ uso la seconda desinenza preferiscasi alla prima, perchè Più regolare, ponendo essa un divario tra la seconda, e le altre due persone |. del singolare. Io credo che dietro a’ molti esempj, i quali dell'una € del- È. l altra desinenza trovansi ne' classici autori, si possa tenere entrambe per. buone, e lasciave al criterio di chi intende |’ adoprare, secondo che meglio © all’ orecchio gli suoni, o l’ una o l’altra. Per l’ uso della desinenza a, ved! Bocc. nov. 1.—1d. nov. 49. — Casa Galat. c. 27. — Ar.-Fur. 32, 45.7 Benv. Cell. 284. ec. Per l° uso della desinenza :, vedi Amm. aut. 4» Albert. c. 25. — D. Inf. 12.—Id. Purg. 33. — Petr. canz. 8. ec. questa regola a tutti i verbi della seconda conjugazione. (8) Veggasi la nota g del verbo Zodàre. Ie Estendesi ETIMOLOGIA E SINTASSI 201 cs Ttet111t_—1241mÀ1__Tr_____r___ COMU NE ANTIQUATO POETICO ERRONEO î ? _—ntzzh121112A.A.—ccr_rcr"r—==" —puo MODO IMPERATIVO 47-75. SQMMADIO A POOR RE CI IVI ARI RON, NET ai Ged-céra: Luini ai al ieo — erànno 0 0° 0.0 è . è » e 0° * a. è è. e 0 0 0° 0 è _# ———r—r——eorr-r-e£rec: EF... -.!- TERZA CONJUGAZIONE IN IRE PRIMA CLASSE (1). COMUNE ANTIQUATO POETICO ERRONEO i ARRIVO: ils duo Parker ea A qù N | PARTICIPJ Pres., o Attivo RE EE TO ; male, | bagarre Lisa IP raleaà i Fanco Pool Ao boia aaa pasa ". GERUNDIO so Pons Pep |» MODO INDICATIVO Tempo Presente —o |....... Mr ci iii 1 MO DC VETTE: PE == NNO TOTO RT OT —iàmo "=&gt;. :.:(1 NNO! (C'E SE SO MI sl | Biba isa e RT «Ue RIS Posa —ano Imperfetto o alii Nar PTO RE ET Me VASO STTTI Pendente —ivi vo sd sE ia li lo © ana | n ae “=DNand Tocai danni A PREV (rione Pena —ivi —ivano . —ieno —ivono | Pass. perfetto, 0 © definito —li —i È seu ‘dIievrsaslasbtaba i è Sie Bri È —ì —ìe —itte f —ìmmo CTTERTSTTO PERE —issimo “ sull (Frs Cee vai — isti =1rond dica ia —iro,—ir —inno, — ; ìrno (1) Vedi Cap. VIII della pres. Sez. Gram. Ital. 27 . MODO INDICATIVO d’uluro MODO SOGGIUNTIVO Tempo Presenlie Imperfetto , o Pendente MODO CONDIZIONALE Tempo Presente MODO: IMPERATIVO Tempo Presente Fulure — irtte ‘ COMUNE ANTIQUATO POETICO ERRONEO crceNg scene eo TE Dorm—irò «essi —irài ica ala —irà du —irèmo PR —irtte RARITÀ —irànno Ét.....600 {oesveosoo Loss, ——à 0 A 2 GC LÀ —«i FT. 0 he 4000 —a —i —Jàmo vt —iàte da ai —ano —ino —issi — ss — ssi dual —isse vlad DES (3:11! (INNO GI RT RN AT —iste —isti, —issi —ssero ET — irei sa — irésti La —irtbbe . @ è. 008° — irtimmo —irtbba- mo, — iriamo, — irtssimo —iréste —irtgli,— irtssi ‘ —irtbbero ) j —1otuo= |&lt;. 6 60000 oe 00000 00 —a } —iàmo — |... 1000000 et alle eriadan —ano —irài tu T.60.0600. fede 0 0 ef — irà i . e e 0 00‘ —.irànno 0 e 006000‘ i i 4 i CONJUGAZIONE IN IRE. SECONDA CLASSE (1). COMUNE ANTIQUATO POETICO ERRONEO ————nn | ——Oq | »__ &amp;— MODO \ figa e en INFINITIVO Imped—ire SEE RO SE LR: sie PARTICIPI Pres., o Aitivo Mat (a) Dini 4 , Pass., 0 Passivo| -—ìito ua srata è RE E GERUNDIO —èndo coreane d'a i ue MODO INDICATIVO | Tempo Presente| --isco IF arnA4R bLarianicali ese, —ìsci e ‘e dann da ea © a e è e —isce TRE N A) SEE di a —iàmo —imo - ++ 0 + + «| —ischiàmo — e © Loti SRO (EI SMEG Lui Lapidi sù —iscano Imperfetto o —iva, —ivof ....... —ia PRi Pendente —Ivi sù RIGORE IE —iva EE E PEER —la ns. —ivàmo dala è) LA ep —ivàte GERE RIE —ivi —ivano AA d dev —ivono Passato per- —li —le lu Gabetti fetto, o defi- —ìsti PRE cas a da Ra nito —) LP — lo ILICICITE —immo l.....,. SA RP SEITE —issimo —iste APR SPACASI RI. RAPIRE Re . .| —ìsti —irono PRODI —ìro, —lr —inno Fuluro . —irò n DIL a —irài cogne i Te coke sa —irà —iràe RETI SAEICOO —-irtmo li... + ENT a E EE — irtte POS Ri a o e. è; dal der 6 e ce ee té ®. —irànno eee fee pr (1) Vedi Cap. VIII. della pres. Sez. (2) Occorre avvertire che tra i verbi di questa seconda classe, ve ne sono molti che hanno il loro participio presente in erzfe in vece di lente, tali sono: Abborrire, appetìre, assorbìre, attribuire, contribuire, costituire, costruire, differire, digerìre, distribuìre, fallire, fruìre, proibìre, putìre, re- iIrbure, ruggìire, scolpire, suggerìre, e forse alcuni altri. 204 . MODO SOGGIUNTIVO COMUNE Tempo Presente|Imped—isca sca isca iàmo iàte ANTIQUATO POETICO ERRONEO ischiàmo isciàmo ischiate iscano SE ener lati ischino ssi e 0006 0 00 e 0 0 a 0 0 —issì e e e e s 0 s e 0.0 e 0. è. —15s€ dirai i a La ua —issimo LD dea) See —iste Dogali gie dea fr —issero “—issono,—| ...... Issino Imperfetto , © Pendente o 0 o s 0.0 @ —issi —isli MODO CONDIZIONALE Tempo Presentel —irti ai —irla TE —irésti ene Level —irtbbe Va a —.iremmo 0 0 e es s 0 * ® o». . 0) so è. — irtbbamo, — iressimo — irésti,— n irtssi i so XX “a ita iriano, e irleno ls MODO . IMPERATIVO x Tempo Presente! 000. Lei... . —isci tu iaia PIPIERESA ale —isca . EER La A —iàmo —ischiamo © —ite € 0 0. 6 0 è. 0 è . o e 0600 È i i —iscano e 0.0.0 0 0 0 e 0.0 0 0.0 0 è —ischino — irtste e e e s 0 0 0 * 0. 0 0 0.0 1. *—.irtbbono —irtbbero .F'utura o 0 0.0 0.0 0 0 0. e 0. 0 0 0.0 0. € 0 0 « 0 » oe i — iràl tu o 0% 0 0 0 0 e sc —irà e 06. e 0 0 £ e e 0 è e 0.0 » e 0 e 0 0 0. e 0600 — iréte © 0 0. 0 0. 0 0. e di vd 0000 —irànno e è 6.0 0 è 0.0 e. è. 0 0 0.0 . e St A . CONJUGAZIONE DE’ QUATTRO VERBI IRREGOLARI IN ARE CIO ANDARE, DARE, STARE, FARE. s MODO INFINITIVO (1) |Andàre (2) [Dare (3) Stare (4) Fare (5) (1) In questi quattro verbi anomali della 1ma. Conjugazione, come pure in tutti i susseguenti della 2a. e 3a. Conjugazione, nell’ esporre i quali, | ilbisogno di esser breve non mi permette di continuare lo stesso metodo, * da me tenuto nella esposizione dei due ausiliari, e de’ quattro modelli de verbi regolari, quelle voci che debbono riguardarsi come antiquate sì, ma non tanto fuor d’ uso da non potersi qualche volta adoperare, saran- no segnate con asterisco; quelle che, quantunque sieno più del verso che della prosa, pure, anche in questa, ove |’ uso loro cade in acconcio, pos- sonsi tollerare, saranno impresse con carattere corsivo ; finalmente avran- no amendue i segni suddetti quelle, 1’ uso delle quali non è permesso che a'peeti. In quanto alle altre anomalie antiche veggasi la nota 26 del Cap. VI. (2) Questo verbo considerato di per sè non è punto irregolare, im- perocchè tutte le sue ‘voci che dalla radice lor propria andare, discendo- no, toltane la sincopatura del futuro e del condizionale, hanno le loro desinenze come il verbo Lodare. 11 despota delle lingue però, l’ uso ca- priccioso e irragionevole, rendè, ab antico già, questo verbo difettivo, ri- gettandone quattro voci de’ presenti indicativo e soggiuntivo e tre dell’imperativo, per supplire alle quali, conciossiachè è il verbo andòre, uno di quelli che nel consorzio umano ad ogni ora occorreci avere in sul- le labbra, vollesi, anzichè usare le voci proprie e naturali del verbo @7- $ dare, aver ricorso ad un verbo straniero, del medesimo significato, che è 5: 1 verbo latino cadere. Apparisce per altro da diversi esempj degli anti- x chi, che non sempre il verbo andare sia stato difettivo, o almeno, che siasi fatto uso talora di qualcuna delle voci, proprie di questo verbo ne’su ac- cennati tempi. I! Cielo si abbandona E per terra si ANDA. B, Jacop. Lib. 6, c. 5. — Or vo? che sappi innànzi che più ANDI. D. Int. 4. — Besso quando ANDI alla città sanèse, saluta per mia parte ciascun Besso. Burch. 2, . — AnpaLo ad impendere. Nov. ant. 83. In quanto ai due composti di anda- re, cioè riandàre, e trasandàre, pare che il primo nel significato di An- dar di nuovo, abbia |’ andamento suo eguale a quello del suo semplice, ma nel significato di Rim.è/ter nella memoria, esaminàre, consideràre di nuo- co, abbia tutte le desinenze del verbo Lodare, dietro il quale si conjuga parimente l’ allro composto frasandàre. Alcuni grammatici, come pure il Pistolesi, confondono colle voci del verbo andare, quelle de’ verbi difettivi gire, e ire; ma il Mastrofini riguarda questi come verbi affatto distinti : pensa pur così il Compagnoni, e noi non crediam far male di esser della stessa opinione, e però al lor luogo ne parleremo separatamente. (3) Come il verbo Dare procedono colle stesse anomalie addàrsi, e ridare. (4) Procedono come sfare, i seguenti composti del medesimo verbo ristàre, instàre, ristàre, soprastàre, conirastàre, ma quest’ ultimo solo nel significato di star contro, cioè di resistere, opporsi, contrariàre , im- perocchè in quello di Gareggiare, o di Negare altrui con conililto , sia con parole, sia con atti, una cosa, egli conjugasi regolarmente come .Lo- dàre. Uslare ha sempre un andamento regolare. (5) Questo verbo, che è uno de’ più irregolari che abbia la lingua Ci  PARTICIPI Pres., o Attivo|Andànte Dante Stante Facènte (6) Pass., o PassivolAndàto Dato Stato Fatto GERUNDIO |Andàndo Dando Stando Factndo, fac- cendo MODO INDICATIVO Tempo PresenielVo, vado Do Sto Fo, faccio Vai Dai Stai Fai, faci Va Dà Sta (7) Fa (7), foce Andiàmo Diamo Stiamo Facciàmo Andate Date State Fate Vanno; van (8)| Danno Stanno Fanno,fan(9) Tempo Imper- fetto,o lPendenielAndàva, andà-|Dava, o da-iStava, stavo Factva, fact- &gt; vo (10) vo (10) (10) vo (10),fe : cèa a Andàvi Davi Stavi Facèvi » Andàva Dava Stava Factva,faco |, | "fea Andavàmo Davàmo . [Stavàmo Facevàmo(11) italiana, non è altro che una sincopatura dell’ antico verbo fécere, il qu {. le, giusta la sua desinenza, era della seconda ‘conjugazione. I composti di 1° suefàre, confàrsi, contraffàre, disfare, liquefàre, misfàre, rifare, sfore soddisfare, sopraffare, slupefàre, procedono nella stessa maniera. (6) Gli antichi dissero sovente faccèrnte. I servi sono come i loro # no: gli fanno fare e ubbidiènti e FACCENTI. Agn. Pand. 66.—Ed è un'at ra manièra d’ uve ec. FACCENTE nobile vino. Cresc. 4, 45. — Con so lilissimo velo e purpùreo FACCENTE al chiaro viso graziosa ombra. Box. Amet. ar. (7) Debbo avvertire che nelle voci bisillabe formanti la 3a. person? sing. del pres. indicativo de’ verbi composti Dare, fare e stare, sì 3pp0* il segnaccento in sull’ &amp; finale acciò non nasca alcun equivoco con alle voci anonime, come : Ridà , rifà, confà, disfà, rislà, contrasta € Ta- luni il mettono pure in sull’ o finale di ridò onde non confondere questa voce con la 1a. persona sing. del verbo ridere, rido: proteriscesi peî° soddisfà e soddisfa , e da queste due maniere di pronunziare dicesi anche soddisfànno e soddisfano. | (8) Dante usò vonzo per vanno. Quegli altri amòr che diniorno gli . vonnmo. Par. 28. (9) 11 tempo presente del verbo fare ha in oltre le seguenti voci ab” tiquate, oggimai bandite per lo meno dalla prosa, non potendosi certa mente prescrivere al poeta il non adoperarle: facio, foe, per fo; f904 per fai; fae per fa; faciàmo , facèmo, facciàno per facciàme; per fale ; fàceno , fàciono , fàcciono, fano per fanno. (10) Veggasi la nota 5 a pag. 194  Ha pure questo tempo del verbo fare alcune anticaglie da 02 rsi, come facèi per facèoi; facìa per facèva; facciavàmo, faccevamo per faceoàmo; facciavàle per facevàte ; sono poi errori del volgo, /#9 Lo ti "y A i a ; sl  _— 1r—rrr—&lt;— u jiwWwW.I«J_—te—@@gceec MODO INDICATIVO Tempo Imper-{Andavìte Davàte Stavàte Facevàte fetto, o Pendenie|Andàvano Dàvano Stàvano Factvano, fa- cèano," fèe- ano, * facì- eno Tempo Perfetto |Andài (12) |Detti, diedi(13)[Stetti,stei(14)|Feci, fec’ io o Definito |Andàsti Desti Stesti Facesti, festi (15) Andò Dette, diede, [Stette, sfe |Fece, fec’ egli, diè fe' per facèoa (1a. pers. sing.); facèmio, faceàmo per facevàmo; facèvi, fa- ceale per facevàie ; facèvono per facèvano. (12) Molti sono gl’ idiotismi di questo tempo del verbo andare da sfuggirsi come fuor d’ogni regola, cioè: andièdi e andèiti per andài; an- dèsti per andàsti; undiède e andètte per andò ; andèmmo , andièdemo, andòommo, andèitlamo, e andàssimo per andàmmo ; andàsti per andà- » ste; andòrono, andàrano, andonno ; aundièdero, andètiero, andèttone per andàrono. (13) Attribuisce il Mastrofini al verbo dare oltre le duc maniere co- muri di uscire nel passato definito , cioè detti ec. e diedi ec. una terza maniera cioè , dii, diè , dièrono, alle quali voci pare anche che voglia concedere la primazia sopra le altre, collocandole in primo luogo. Ma in una sua nota, dopo aver fatto l’apologia del diei come voce naturale del : verbo dare ;, che per questo anticamente si disse daere , della seconda conjugazione, siccome credèi è di crèdere , cedèi di cèdere, temèi di te- mere ec. finisce con dire, esser rarissimo l’ uso di dieci, e da non con- cedersi che sobriamente al degno poeta: e così pare in fatti. Diè e diéroro per diède e dièdero sono della prosa e del verso. D. Inf. 25. — Tas. Ger. c. 14, st. 16. — Pocc. Teseid. lib. 22. — Petr. canz. 25. — Bocc. nov. 73. —id. nov.80.—id. vit. Dant. 19.—Tac. Dav. ann. 13.—Segner. pred. 4.— Gio. Vill. 10, 59. Dièr e dièro sono sincopi di dièrono. Dammo, dètiamo, diedamo e dèssimo per demmo ; dèlleno, dèltano, dièdano per dètiero o dièédero sono iutie espressioni volgari e viziose. :  L’unica differenza tra l’ andamento di dare, e quello di sfare, si è che il primo ha due maniere comuni di uscire nel tempo passato definito, mentre il secondo non ne ha che una; onde bisogna ben guar- darsi dal dire o scrivere stiedi, sliede, stièdero, 0 stièédono, che erronea- mente in alcuni paesi d’ Italia usansi dal volgo. lei, e sie’ per sdelli e slelle sono omai vuci mero poetiche. E STEI fir.ch' ella rise in quell’ errò- re. Fir. Rim. 10.—Rimoniò sul desirièro, e STE’ gran pezio A riguardàr che "1 Saracìn tornàsse. Ar. Fur. 23, 96. Lo stesso dicasi di sfèrono, stero, € ster in luogo di s/è/fero, sebbene la prima voce trovisi anche in buona prosa. Li quali moliie più giorni in Firènze stÉRONO. Stor. Semif. 53. — Stérono Roma e Sparia molti sècoli armàie, e libere. Machiav. prin. 12. —Quel dì solamènie STÈRONO in ordinànza, e scarcmucciàrono legger- mente. Sardon. stor. 4, 14, 1. (15) Festi, femmo, e feste voci sincopate di facèsti , facèàmmo, e fa- &lt;èsie sono pur poetiche. D. Inf. 17. — Tescid. lib. 2. — Ar. Fur. 40, r- Fe' in luogo di fece, quantunque qual voce poetica stia segnata , trovasi 208. PARTE TERZA MODO INDICATIVO Tempo Perfelto Andìmmo Detmmo Stemmo Factmmo, o Definito femmo Andaste Deste Steste Faceste, feste Andarono, an-|Dtttero, dièéde- Stettero,"stet-|Fecero ferono daro, andar| ro,"dèltono,| tono,stèro- "dièédono,diè-| no rono, dièr, “dienno,"den- no Tempo Futuro |Andrò , ande- [Darò (17) Starò  [Farò (17) rò (16) Andrài, ande-'Darài Starài Farài rài Andrà, a Starà Farà Andrèmo, an-'Darèemo Staremo Faremo dertmo Andrete, an-'Dartte Starète Fartte dertte Andraànno, an- Darànno Starànno Farànno derànno MODO SOGGIUNTIVO Tempo Presente Vada Dia Stia (18) Faccia nulladimeno frequentemente usata da antichi e moderni prosatori. È seco al fuoco familiarmente il FE' sedere. Bocc. nov. 12.—Partorì due figliul maschi, e quegli YE? diligentemènie nudrìre. id. nov. ag.—E rE' edificare Linte badìe. Gio. Vill. 2, 13. — Se ne FE' dogliànza al Papa. Grov Morel. 318.— Di questo dire ellu non FE' capitàle. Tac. Dav. ann. 10. pocti, ma i poeti soli, usano anche feo, in vece di fece o fe’, come: Con nobil pompa accompagnàarla reo. Tas. Ger. 11, 95.—Zn pìcciol lempo gran dottor si Feo. D. Par. 12. — In oggi fècero prevale a fèciono, quae tunque quest’ultima voce, pure usatissima, fos:e presso gli antichi classiCh in modo che l’una, e l altra per egualmente buone, e comuni teneans Fr. Sacch. nov. 196.—Fior. S. Fran. 82.—Gio. Vill. 7, 48.—Bocc. nov. 4 Fen, fenno, fer, ferno, fèrono per fecero sono tutte del verso. D. Inf. 3. — id. ibid. 31.— id. Purg. 26. — Petr. canz. 4. — Ar. Fur. 42, n3. . (16) Quantunque andrò, andrài ec. così sincopate sieno le più comuni voci del futuro del verbo andare, pure credo poter metter loro accanlo le voci intere anderò, anderdi, ec., tanto è frequente nel parlar famiglia- re l'uso di queste, che in oltre non di rado trovansi anche presso gli 29 tichi in prosa e in verso. S'ANDERA' ornàndo d’ arme, di lètiere, di c0r- fesìe. Bomb. asol. lib. 2.— Se egli ANDERA’ per entro la sua sloria Spa” gîendo alcuna bugiuzza. Cas. Galat.— Noi ANDERÈEMO con questo giorno N nanzi. D. Purg. 6. (17) Vesgasi la nota 26 del Cap. VI. (18) Ti Peiravca usò sf troncando la finale a della voce sta (12. pers.) per la concorrenza d’ altra simile vocale. Pregàndo umilmènte, che i) dì MODO SOGGIUNTIVO O Tempo Presenie|Vada, vadi(19){Dia, dii  [Stia, Stii | Faccia, facci  Vada Dia  Stia  Faccia Andiàmo Diàmo Stiàmo Facciàmo Andiate Diàte Stiàte Facciàte Vàdano Diano , dieno|/Stiano, stieno| Fàcciano 20 Pendente, o Im-|Andàssi Dessi (21) Stessi Facèssi  perfetto Andàssi Dessi Stessi Factssì Andàasse Desse Stesse Factsse Andàssimo Dessimo Stessimo Factssimo Andàste Deste Steste | Faceste Andassero , |Dèssero Stèssero Facèssero , " andassono * facéssono MODO CONDIZIONALE Tempo Presenie|Andrei, ande-|Darti Starti (23) | Farti rei Andrèsti, an-|Darésti Staresti Farèsti deresti Andrebbe, an-|Dartbbe, da-IStartbbe,sfa-] Farebbe, fa- derebbe, an-| ria ria ria dria Andrèmmo, ec.|Darèmmo È {Staremmo Farémmo Andreste, ec. |Daréste Stareste Fareste Andrébbero , |Dartbbero , |Starebbero ,| Fartbbero , ec. “andrtb-| “darèbbono, | ‘ startbbo-{ * farètbbo- bono , an-| dariano , no, staria-| no,’ farìa- driano * an-] * * darteno no, starie-| no,°farìe- drieno no no consenta, Ch? î° sTIa vedère e Vl’ uno e ?’ altro volto. Petr. son. 3r0. IT Pi- stolesi dice che in simili concorrenze egli è ottima cosa l'imitare in ciò il Petrarca. (19) Veggasi la nota 7 della conjugazione del verbo Cèdere Dea, e dèano per dia, e diano , 0 dieno si usarono talora da buoni Prosatori. Bocc. nov. 1.—id. nov. a.—id. nov. 12.—Sen. pist. 10.—Tac. Dav. ann. 4. ec. Di slea e sièano in luogo di stia € stiano trovansi pure non pochi esempj nel Boccaccio, nel Davanzati, e in Dante. (21) Sono errori manifesti Dasse, dassi, dosse, dàssimo, daste, dàssero che frequentemente odonsi, principalmente tra'Romani, per dessi ec. Sono Parimente erronei déssino e dèsseno per dessero. (22) Fessi e fesse cc. sono mere sincopi di facèssi, facèsse ec. ma sono più proprietà de’ poeti che de’ prosatori. E quei pensando ch' io ‘1 FESSI per voglia. D. Inf. 33.— O mìsera Ravènna, 1 era meglio, Ch? al vincitor non FESSI resistènza. Ar. Fur. 14, 9.—Che non feci e non dissi ? e quai non porsi Preghiere al re che resse aprìr le porte? Tasso Ger. € 12, st. 102. Occorre però avvertire che non si confondano quelle due voci fessi coll’ altra che vale si fe’. Se tu ripènsi Come l umana carne FESSI allora ec. D. Par. 7. Veggasi la nota 26 del Cap. VI. Gram. Ital. MODO IMPERATIVO Tempo Presente|Va (24) Dà (24) Fa (24) Vada Dia Faccia Andiàmo Diàmo Facciàmo Andàte Date Fate Vadano Diano, dieno {Stiano, stieno|] Fàcciano Fuluro Andrài, ande-[Darài ec. Staràì ec. Farài ec. rài ec. Andrtte, ande-|Dartte ec. Startte ec. | Faréète ec. rtte ec. RACCOLTA DI MODI DI DIRE COL VERBO AND.fRE. Andare a babboriveggoli: Andare a riveder babbo; morire. Andare a bastonàre i pesci: Andare a remare. Andave a battùta: Canlare a lem- po di balluta. Andare a bell’ agio: Andare con co- modita. Andare a bell’ agio: Andare con circospezione. Andare a bene: Riuscir prospera- menle. Andare a bisogno: Abbisognare. Andare a briglia sciolta: Andare con ogni possibile celerità. Andare a bue: Andare alla peggio. Andare a buon viàggio: Andare fe- licemente. Andare a capriccio: Far checchè sia senza giusti motivi. Andare a caso, o a casìccio: Far checchè sia senza considerazione. Andare a chius’ occhi: Andare cogli occhi serrati. Andare a chius’ occhi: Andare con fiducia. Andare a civetta: Andare a caccia colla civella. Andare a comùne: Apparienere ugualmenle a iutti gl'inleressali. Andare a concorso: Sodtoporsi all’ e- same in concorrenza d'’ altri, per ottenere checchè sia. Andare a corda: Essere in dirillu- ra per appunto. Andare a croscio: Andar cadente, andar piombante. Andare a dar beccare a’ polli al pre te: Morire. Andare addòsso: Investire. Andare a falcone: Andare a cacca col falcone. Andare a fare i fatti suoi: Par firsi. i Andare a ferro e fuoco: Esser dr strutto pér violenza di ferro e È fuoco. Andare affilàto : Andare a diriliuro. Andare a filo: Segur le favole St condo il segno fatto col filo into. Andare a frugnuòlo: Andare fo" la caccia. Andare a fuoco: Esser incendio. Andare a furia: Andare con vee cità. Andare a gambe levàte: Andare 0 basso calle gambe all’ insu. Andare a giròne, o andar gironi: Andare a zonzo. —. Andare a gitto : Andare dirillamente. Andare a grembo apèrto : Procedere con lurghezza. (24) 1 quattro imperativi monosillabi va, dà, fa, sfa (i quali, chee- chè ne dica il Pistolesi, non ricevon mai l’apostrofo ) prendendo uno d&amp; gli affissi mai, ci, #, vi, si, lo, la, le, ne, la consonante di questi si rad- doppia, dicendosi e scrivendosi: Wacci, canne, vùliene, dammi , dalle, Jallo, stacci, ec. LE | È n) dite RT E po i sE fs  Andare ajàto: } Andare alforno per- Andare ajòne: ) dendo il tempo. Andare a isònne: Far checchessia senza spesa. Andare al barlùme: Andar fra’) giorno e la nolite. Andare al cassone: Morire. Andare al consiglio: Seguire il con- siglio. Andare a legnàja: Esser bastonato. Andare al fonte: Andare all'origine delle cose. Andare a lira e soldo: Concorrere a pagamentlo. Andare alla banda: Andare le navi sull'acqua, non col lor corpo di- rillo, ma pendente. Andare alla buona: Operare con ingenuilàe Andare alla carlòna: scuralamendie. Andare alla china: Andare all’ in- giu, Audare alla giustizia, oa giustizia : Andare a’ tribunali ad effello di fare ammiraistrare la giustizia. Andare alla libera : Andare libera- menle. Andare all’ altare: Andare il sa- cerdote all’ altare, ad oggetto di celebrarvci la messa. Andare alla mazza: Essere condotio con inganno a far ciò che è svan- lageioso. e all’ animo, andare a cuore, andare a genio, andare a sangue: Far volentieri, di buona voglia. Andare alla seconda, o alle seconde: Seguilare altrui per iscoprire i suoi andamenti. Andare alla sfilata, e andare alla spicciolàta: Andar pochi per vol- la e non in ordinanza. Andare alle stelle: Sollevarsi assa- Issimo. Andare all’incànto: via dell’ incanto. Andare al sigoòre: Morire. Andare al vento: Andare in vano. Andare a marito: Marilursi. Audare a mensa: Porsi a tavola per desinare 0 cenare. Andare a monte: Non continuare il giuoco, ma risominciurlo du capo. Andare tra- Vendersi per 241 Andare a mostra : Mostrarsi ad efet- to di esser considerato. Andare ancajòne: Andare con aggra- varsi più sur un’anca che sull’ al- tra. Andare a onde: Non andare diritta- mente. Andare a orècchio: Secondare ? al- trui canlo non seguilando arte, ma nalura. Andare a orza: Prendere il vento per parte, onde la nave pende. Andare a oste: Andare a campo, guerreggiare. Andare a padròne: Accomodarsi in servizio d' altrui. Andare a patti: Mar pali. Andare a pericolo: Correr pericolo. Andare a piè zoppo: Andare zoppi- cando. Andare a posta: Andare per quel so- lo effello. Andare a proda: Approdare. Andare a prova: Sodloporsi al ci- mento di esser provalo. Andare a riltnte, o andare a rilènto: Andarecon caulela, con riguardo. Andare a repentàglio: Andare a ri- schio, a pericolo. Andare a ripòrsi: Non poler più comparire. Andare a Roma per Mugello: Fare una strada del lutto contraria. Andare a romòre: Sol/evarsi. Andare a ruba, Esser saccheggiato. Andare a ruba, o andar via a ruba: Spacciare checchessia a gran con- corso. Andare a sacco: Esser saccheggiato. Andare a salvamento : Andare con felice esito. Andare a scavezzacòllo: Andare pre- ciritosamente. Audare a sella: Andare a cacare. Andare a senno: Operar con giudizio. Andare a spasso: Far gita a solo oggello di spassarsi. Andare a spinte: Non andare egual- menle ma per forza di spinte. Andare a spron battuto: Andare con ogni possibile celerità. Andare a tastòne, aadare a lentòne, e andare lentòne o tentòni: .4nda- re tenlando fra le tenebre con la mano, a fine di irovare la via che 212 conduce ad un divisalo luogo, evilando gl’ inciampi. — Andare ri- tenutamenie, adagio , con gran riguardo. Andare a tàvola apparecchiàta: Es- ser nudriti a spese d' altri. Andare a veglia: 4udare a casa al- trui a passare ivi le prime ore del- la notile. Andare a verso, andare a’ versi: Se- condare. Andare a ufo: Andare senza spesa. Andare a volo: ZYolare. Andare a voto: Andare in vano. Andare a zambra: Andare a sella. Andare a zonzo : Andar vagando in qua e n là. Andar bel bello: mente. Andare brancolòni: Brancolare. Andar carpòne, e andar carponi : Camminare colle mani per terra, a guisa d’ animal quadrupede. Andare col calzar del piombo: Pro- cedere con maturilà e cautela. Andar col capo alto: Andare con portamento fastoso. Andar col cuore in mano: Procede- re con ingenuilà. Andar colla corrènte: Scgur 2? opi- nione, la Moda. Andar colla piena: Esser fraporta- to dalla mollititdine.— Per metaf. Seguire D opin'one de’ più. Andar colle buone: Trattare al- triu con buona maniera. Andare colle spingàrde: Operare con Andar piana- difficoltà. Andare colle trombe nel sacco : Partirsi senza conclusione, senza aver dalo effetto al negozio, di che si traltava. Andare col peggio, o andare colle peggio: Rinancre al di sotto, an- dare a capo rollo. Andare con Dio: Modo di licenziare aliru.— Partire. Andare con frottole: Parlare per baja. Andare contr’ acqua: Andare con- tro alla corrente dell'acqua.— Fa- re checchessia contro all’ uso. Andare contr’ a pelo: Operare con- frariamentle. Andare del corpo: Cacare. » È PARTE TERZA Andare destro: Prosedere con de- slrezza. Andare di brigata: Andare in com- pagnia, Andare di buone, o male gambe: Fare checchessia di buona 0 mala vogiia, . Andare di forza: Far checchessia con tutta la forza. Andare di male in peggio: Aggra- vare nelle disgrazie, aggiungere male a male. Andare d’ intorno: Raggirersi, 0 esser d’ intorno a checchessia. Andare di pari, o del pari: Cam minare con uguaglianza. Andare di portante: Ambiare. Andare di punto in bianco: dn dare di subilo. Andare di rondòne: Succeder bene checchessia, senza averne brisa. Andare di sotto in su: Andare dalla parle inferiore verso la superiore. Andar di trapasso: E una parlico lare andalura de’ cavalli. Andar d’oggi in domani: Andare passando da un giorno in un al- tro. Andare dove se ne vende: Ricorrere a’ [ribunali per oltener giustizia. Andare errato: Errare. Andar finto: Procedere con finzione. Audar forte: Contrario d'Andar piano. Andare fra bajànte e ferrànte: E sere di forze uguali. Andar freddo ad una cosa: Andar vi di mala voglia. Andar giò giò: Andar con pa lento. Andar giusto: Andar con. inlera esallezza. Andar grido: Andar voce, esser fa- ma. Andar grosso: Non capacitarsi. Andare il bando: Pubblicarsi con pulblico bando legge, o decreto di checchessia. Andare il mondo in carbonàta : 4- dure il mondo sottosopra. Andare il sangue a catinelle: Esse- re in grado disperato , aver biso gno di prossimo soccorso. Andare in bando: Andare esule. ETIMOLOGIA E SINTASSI ; Andare în berlina: Esser condotto in luogo ignominioso per pena di + delitti commessi. Andare in bestia: Andare in colle- s Ta, imbestialire. Andare in bilància : Stare in equi- librio. « Andare in bilico: Andare in ‘peri- colo di cadere. Andare in bocca: Andare in preda, reslare in polere. Andare in bocca al lupo: Andare in polere del nemico. : Andare in broda: Disfarsi, ligue- i farsi. Andare in buon’ ora: Andare con , @uguri di prosperità. Andare in husca: Cercare. Andare in canzòna: Esser messo in . Tidicolo. . Andare in carovàna: Andare in com- ;. Pagnia. Andare in cenere: Incenerirsi. Andare in conquàsso: Andare in rovina. ; Andare in cielo : Esser esaltato grandemenle. Andare in corso : Corsessiare. -. Andare in dileguo: Dilesuarsi. .. Andare in èstasi: Esser rapilo in estasi, « Andare in fascio: Andare in con- ' li quasso. È Andare in fisima: Andare in col- | lera. Andare in forma: Andare i le forme dovute. | Andare in fovse: Dubilare. Andare in frodo: Esser confiscalo, I a cagion di fraude nel pagamen- lo di gabella. Andare in fumo: Sparire, dileguarsi. Andare in furia: Andare fretltolosa- mente ; infuriarsi. Andare in gogna: Andare în berlina. ndare in infinito: Crescere smisu- ralamente. ndare in isquàdra: Essere in una dirillura di linea, che faccia con altro angolo retlo. îdare in lista: Esser descritto nella lista. Andare in malòra, o andare colla malora: drndare con augurj di disgrazia. secondo 213 Andare in mazzo: Essere unilo, es- ser poslo in massa cogli aliri. Andare in òpera: Essere adoperalo. Andare in ordinànza: Marciare or- dinatamente. Andare in òrdine: Andare apparec- chialo per quello che si ha fra mano. Andare in ovinci: Andare in lonta- nissime parli. Andarsene in pàmpani : Crescere sen- za portar frullo. Andare in perdizione, o a perdizio- ne: Perdersi, capitar male. Andare in poppa: Succedere felice- menle. Andare in romeàggio: Andar pelle- grino. Andare in rotta: disordine. Andare in rovina, e andare a rovì- na: Rovinarsi, esser messo in ro- cina. Andare in santo: Andar le donne, dopo che sono uscite dal parto, la prima volta alla chiesa per ricevere la benedizione. Andare in serbo: Entrare le fan- ciulle ne’ monasteri. Andare in sul fatto: Governarsi se- condo quello che è slato fatio al- tre volle. Andare in tasca : Andare a iracer- so, andar male. Andare in vano: Andare senza sor- tire il fine per cui si andava. Andare in visibilio: Dileguarsi, per- dersì. Andare in'visita: Andare i superiori ecclesiastici, o secolari visitando i luoghi della loro giurisdizione. Andare in volta: Andar atiorno. Andare in zazzera: Portar la zaz- era. Andare in zoccoli: Camminar cogli zoccoli. Andar largo: Camminar colle gambe allargate. Andar lindo: Andare attillato. Andar matto: Diverir malto. Andar meglio: Essere in migliore slalo. Andar molto: Indugiare. Andar nella pace di Dio: Andar con Dio, andare in pace. Esser messo in 214 PARTE Andar netto: Restare esente, restar libero, vestire con lindura. Andar ornato: Andare adornala- mente. Andar passo passo: Andar con len- to passo. Andar pazzo, cotto, ec. di checches- sla: Esserne invaghito strabocche- volmente. Andare pe’ fatti suoi: Andar facen- do i fatti suoi. Andar per disperato: Andar per disperazione, alla disperata. Andar per filo e per segno: Andare con inlera esallezza. Andare per la fantasia: Andare a cuore. Andar per la mala, e andar per la mala via, andar per le fralte: Andare in conquasso, andare in rovina. Andar per lo cuore: Passar per ll’ a- nimo, girar per la mente. Andar per lo mondo: Viaggiare. Andar per òpera: Andare a luvo- rare ad altrui per prezzo. Andar per terra: Andare {toccando con tulla la vila per terra. Andar per una cosa: Andare a pi- gliaria. Andar per uno, o andare da uno: Andarlo a chiamare, andurlo a trovare. Andare pe’ suoi piedi: Dicesi delle cose, che vadano secondo l'or- dine della giustizia. Andar piano: Andare con passi lenti. TERZA Andar ramingo: Andare per lo mo: - do errando. Andar rastnte: Ruseniare, andar su l'orlo. Andar ratto: Andar con presiezza. Andar saltellòne o saltellòni: Anda- re sallando. Andar sano e salvo: Andare senza offesa della persona. Andare scalzo: Andare co' piè nudi. Andare scarso: Usare scarsezia in fare checchessìa. Andare schiavo: Esser fatto schiaw. Andare schietto, aptrto: Procedere con ingenuilà. Andare scollacciàto: Andare col col- lo scoperto. Andare sghembo: Andare obbliqu colla persona. Andare sotto: Trumoniare del st. le, e de’ pianeli. Andare stretto: Andare unilo, e | costo. Gre È Andare terra terra: Andare rasen le alla lerra. Andar tiràto: Andare dirillamenk i senza far molto ad alcuno. Andare tra que’ più: Morire. Andar via: Parlirsi, andarsene. Andar voce: Parlarsi, esser famo. Andar zoppo : Camminare fuori de | la nalurale positura. Andarsene con alcuno: Essere dello medesima opirione. Andarsene in checchessia: Passare il tempo in fare checchessia. Andarsene pel buco dell’ acqualo: Perdersi, dileguarsi. RACCOLTA DI MODI DI DIRE COL VERBO DARE. Dare a bàlia: Dare altrui ifigliuoli ad | Dare a credere: Persuadere per o allattare. Dare a baràtto: Baratlare. Dare a bere: Dar bere. — Dare a credere. Dare a buon mercàto: Vendere a prezzo vile. Dare a cambio: Dare per riavere, oltre la somma, anche l' interesse guadagnato col cambio. Dare accùsa : Accusare. Dare a conòscere: Mostrare, far cor noscere. i Dare acqua: dnnaffiare. più il falso. Dare ad affitto, e a fitto: A/fillare. Dare addòsso: Zrvestire, allaccare. Dare ad intendere: Persuadere, di mostrare. Darsi a discrezione: Rendersi le pa: | ze, 0 le soldatesche ec., alla disert- zione del vincitore, senza altri puth, e capilok. Dare àdito: Fare apertura , po” gere opportunità. Dare a divedère: Mostrare, far 60 noscere. Sg Dare ad opera : Impiegare in alcuna opera. Dare afa: Arrecare altrui fastidio. Dare affanno: Travagliare. Dare afilizione: Affliggere. . Dare a filare: Dare altrui lino, o simili perchè lo fili. : Dare a gambe, e darla a gambe: Fug- gire. | Dare agio: Porgere opportunità. + Dare a godere: Concedere alirui checchessia, perchè lo goda sino al lempo determinalo. Dare a guardia: A4ffidare alla ceu- slodia 0 guardia. Dare a gustamènto e preda: Lascaar che si guasti e depredi. Dare ajàto: Ajuzare. Dare albergo: A/bergare. + Dare a livello: Concedere a licello. Dare alla cieca: Dare senza con- i Siderazione. Dare alla cintola, dare alle ginòc- ;» chia, e dare alla gola, o a gola: Arnoare fino alla cintola , alle gi- i“ nocchia, alla gola, ec. ? ;. Dare alia radice: Levare ogni occa- 1 sione di proseguire alcun negozio. «‘ Dare all'arme: Dare il segno per "venire a comballimento. :s Dare all'erta: Andare alla volla del- . la sommità de’monti. Dare alle secche, o in secco: Inoe- slire in uno scanno, o seccagna. . Dare all’uccello: Colpirlo. , Dare al mondo: Pertorire. lare allo: Accennare, o andare, 0 percuolere verso la parle superio- re. | Dare al vento: Spiegare, spargere | al vento. Dare a macca: Dare in abbondanza. Dare a man salva: Dare altrui colpi | 0 simili, senzachè esso abbia mo- do di difendersi, o di offendere. le a misùra: Dar misuralamente. are a mostra: Mostrare, dare per- chè si consideri. . fare animo: Esorlare, invogliare. ++ Dare a nolo: Accordare per un Prezzo convenuto il servizio di un bastimento per trasporto di effetti, 0 mercanzie. ; Dare a patti: Concedere con condi- uone. ——_. -- 215 Dare appàlto: Appaltare. Dare appicco: Dere speranza, far sì che altri possa sperare. Dare appòggio: Sosfenere, ajulare. Dare apprensione: Medllere in ap- prensione. Dare arbitrio: Conceder facoltà. Dare ardire: Rincuorare. Dare argomento: Somministrare cae ione. Dare a rimpedulàre le cervella: Zscir di sè slesso. Dare a sacco, ea ruba: Accordare, permettere a’ soldati di dare è Sacco. Dare assalto : Assalfare, assalire. Dare asstito: Accomodare. Dare a terra: Cadere, rovinare. Dare attàcco: Somministrar cagione. Dare a vedtre: Persuadere, far cre- dere. Dare a ufo: Dare senza riceverne ricompensa. Dare a un morio: Perder la fatica, i tempo. Dare a usùra: Dare per ricevere, olire la sorle dala, anche l' usu- ra. Dare avviamento : Dare occasione. Dar baggiàne: Dare a credere men- zogne. Dar baldànza: dire. Dar balia: Conceder autorità. Dar bando: Esiliare. Dar beccàre: Dare mangiare ugli uccelli. Dar bere: Porgere da dere. Dar biàsimo: Biasimare. Dar braccio: Porgere il braccio in a]uto. Dar briga: Infaslidire, molesiare. Dar calùnnia : Calunniare. Dar campo: Dar di vantaggio ad altrui alcuno spazio di via nel camminare, nel correre. Dar caréna : Acconciar la carena. Dar carico : Incaricare, accusare. Dar cenno: Accennare. Dare censo: Pagar censo. Dar che dire: Dare occ.isione, ca- gione di dire. Dar che fare: Appreslare, sommi nislrare occasione di operare. Dar chiartzza: Render chiaro. Porgere animo, ar- 4 216 Dar ciance: Dar parole. Dar colòre: Fare, avere appa- renza. Dare colpa: Incolpare. Dar colpo: Colpire, percuolere con colpo. Dare come in terra: Pèrcuolere sen- za discrezione. Dar comiato : Licerziare. Dar comodo: Concedere opporiunità. Dare compagnia: Assegnar persona che accompagni. Dare compimento: Condurre a fine. Dare compito: Assegnare allrui qual- sisia somma di lavorìo delermina- lamendie. Dar conforto: Conforlare. Dar confusione: Confondere. Dar congedo: Licenziare. Dare consolazione: Consolare, con- forlure. Dar contèzza : Significare, far noto. Dar conto: Sigrificare, notificare. Dare contrassegno: Dar segno, reca- re indizio. Dar contro: Contraddire. Dar copia: Concedere. Dare corpo: Dar sodezza, 0 sostanza. Dar credenza: Credere. Dar credito: Credere, fidarsi. Dar crollo: Crollare. Dar cuore: Animare , incoraggiare. Dare il cuore: Basfar l’ animo, aver coraggio. Dar cura: Ordinare, commettere , raccomandare. Dar da fare: Occupare, tenere im- piegato per lo piu con affaticare. Dar danàri sopra checchessia: Pre- stare ec. col pegno. Dare danno: Dannegriare. Dare da dire, o da parlàre di sè: Dare occasione che si parli. Dare da ridere, o che ridere, o di che ridere: Dare occasione al riso. Dare da scdtre: Dare alirui como- dilà di sedere. Dar debito: Descrivere 0 scrivere debito. Dare del bastone, del coltéllo: Per- cuolere col bastone, ferire di col- lello. Dare del ceffo: Baftere il ceffo, ca- dere. Dar del culo in terra: Cadere, ca- scare. Darsi del dito nell'occhio : Opera- re a proprio sovaniaggio. Dare delle calcàgna: Fuggire. Dare delle coltella: Ferire. Dare delle grida, e dar grida: Gri- dare, rampognare. Dar dentro: Assultare ; investire. Dar de’ piè in terra: Battere ù lac- cone, parlirsi in frella. i Dare de’remi in acqua: Cominaare a remare. : Dare de’ :ergozzòni: Offendere con sergozzoni; percuolere con pusni. Dare desinàre, o dare da desinare: Apprestare il desinare , convilare. Dar di becco: Mordere. Dar di berrètta: Trarsi la berrello. Dare di bianco: Tignere di col bianco. — Cancellare. Dar di bocca: Mangiare. Dar di ciuffo : Ciuffare. Dar di collo: Dare ajulto. Dar dicozzo: Cozzare in checchessio. Dare dietro: Seguilare. i Dav difesa: Concedere allrui che 9 difenda. Dar dilètto, e darsi dilètto : Die lare, dileltarsi. Dar di naso: Z'oler vedere, e fi tare ogni cosa. Dar di penna: cancellare , 00 sare. Dare di petto: Uriare. Dar di piatto : Percuotere colla po” le pialta dell’arme, non col lo: glio, nè colla punia. a Dar di pit: Percuolere co’ più scacciar col piede. Dar di piglio: Pigliar slezza. Dar di pinta: Ur/are, spingere. Dare di punta: Ferir colla punto. Dar diritto: Dare per duillura; cogliere per l appunto il berso- glio. Dare disàgio: Arrecare incemodo. Bere disciplina: DisapZnare, addol- trinare. Dare di spugna: Cancellare. Dare di taglio : Ferir col taglio. Dare divitto: Dar impedimento circo il risedere ne’ pubblici magistr ah. Dare di voi, o Dare del voi: Par lare alirui in seconda persona. Dar di zanna: Azzannare. — Dar d'occhio: 4ffissare, rimrore con pre j  Dar dono, e in-dono: Donare. Dar dote: Dotare. Dar dottrìna: Insegnare. Dar dove gli duòle : Promuovere un discorso sopra materia, in cui altri abbia passione. Dar d' urto: Urfare. Dare ecceziòne: Opporre eccezioni. Dare effetto : Effettuare. Dare erba trastùlla: Lusingare con isperanze, ma senza venire a con- clusione. Dar faccenda: Dar da fare, dar da lavorare. i Dar facoltà, o la facoltà: Permet- lre, o dare ad altrui alcuna potenza ch’ e? non abbia. Dar fama: Render famoso. Dar fantasia: Dar retta. Dar fastidio: Arrecar molestia. Dar fatica: Affalicare , travagliare. Dar fatto che che sia, o Dar per fatto che che sia: Avere quella tal cosa per fatta, supporla per lerminata , ec. Dar favole : Dare ad iniendere menzogne, 0 vane cose. Dar favore: Favorire, favorare. Dar fede: Dar credenza, prestar fede, credere altrui. Dar festa: Far feste pubbliche al Popolo, dare spasso. Dar fiato: Soffiare. Dar fine: Finire, terminare. Dar fondo : Fermarsi. Dar fondo : Consumare. Dar forma: Formare, aggiunger fi Or- ma ordinata a cosa che non l'ab- hiu. Dar forza: Rinforzare. Dar fra le mani: Dar nelle mani. Dar freno: Raffrenare. ar fune: Lasciar correr la fune. ar fuoco: Ardere, abbruciare. Dar fuora, o fuori: Mandar fuora. Dar garbo, brio: Adornar vaga- menle. Dar gastigo: Gastigare, ar gelosia: Indurre apprensione. Dar giù: Zenire a basso, calare. Dar giù del capo: Ammalare. ar giusto: Percuolere per appunto nel luogo delerminalo. r gloria: Onorare. Dar gola: Indur desiderio. Gram. Ital.  Dar gratis: Dare senza ricompensa. Dar grazia: Conferir beneficio. Dar grido: Render rinomato. Dar guadàgno: Far guadagnare. Dar guasto o il guasto: Devasfare. Dar guerra: Porfar guerra. Dar gusto: Arrecar gusto. Dare i dossi: Fuggire. Dare il batttsimo : Bazlezzare. Dare il ben guarito : Rullegrarsi con alcuno della ricuperala sanità. Dare il ben tornàto : Rallegrarsi del- l’ alirui felice ritorno. Dare il benvenùto: Rallegrarsi del- VP alirui arrivo. Dare il buon anno: A4ugurare e con- ferire felicità in quell’ anno. Dare il buon pro: Rallegrarsi con alirui d’ alcun suo prospero av- venimenlo. Dare il buon viaggio: Augurare fe- licità nel viaggio. Dare il cencio: Licenziare altrui, mandarlo via. Dare il concio : Concimare. Dare il conto suo : Hare altrui quel- lo che gli si conviene. Dare il cuore: Disporsi, volger l’a- nimo. . . Dare il frizzànte: Aggiugner la qua- lità del frizzante. Dare il gambttto: Attraversare alle altrui gambe improovisamente un piede. Dare il gànghero, o un gànghero: Dare volta addietro, tornare in- dietro. Dare il governo: Concedere l’ am- minisirazione. Dare il malànno: Modo d' impreca- zione ed è augurar male. Dare il mal di: Trattar male. Dare il mi dispiàce: Condolersi del- ’ allrui disavventure. Dare il mi rallèégro: Rallegrarsi del- V altrui avventura. Dare il pane colla balestra: Fare che il benefizio sia di disgusto per chi lo riceve. Dare il partito: Darla vinta. Dare il pepe: TUecellare o sbefare alcuno. : Dare il pieno: Dare quel che s'ap- partiene. Dare il puléggio: Mandar via. 29 218 Dare il resto: Finr di fare ciò che si desidera a compimento del de- siderio. Dare il suo, e dare del suo: Dare le cose proprie. Dare il taglio: Aguzzare. Dare il locco: Dare il cenno. Dare il tracollo: Tracollare, rovi nare. Dare il tratto: Far muovere. Dare il tuffo: Tuffare. Dare il vino, o dare del vino: Con- cedere il ber del vino. Dare il viso: Dirigerlo verso chec- chessia. Dare impàccio: Apportar briga. Dare impedimento: Impedire. Dare impresa : Commellere. Dare in arbitrio d' altvi : Lasciare alla volontà altrui. Dare in baràtto o a baràtto: Ba- rallare. Dare in brocco, nel brocco, o in brocca : Dare nel segno. Dare in budella: Non corrispondere all’aspeltazione. Dare in cattiva sanità : Cominciare a non godere buona sanità. Dare in ceci, dare in cenci: Dare in. ciampanelle. Dare incenso, e dar l’ incenso: In- censare. Dare in alcuna cosa: Imballersi in essa. Dare in ciampanetlle: Dare in bdu- della. Dare indietro: Retrocedere. Dare indizio: Indicare. Dare indùgio: Indugiare. Dare in fallo: Non colpire dove si . disegna. Dare infamia: Znfamare. Dare in frenesia: /mpazzare. Dare in malattia, o in male: Am- malarsi. Dare innànzi: Pendere verso la par- le anteriore. Dare in parite: Percuotere nella | parele. Dare in preda: Concedere ad esser predalo. Dare inquisizione: Inquisire. Dare ia sorte: Concedere. | Dare in sulla testa , dare sulla testa,  e dare in testa: Percuotere la le- sta. — Uccidere. Dare in terra: Percuofere in terra. Dar la baja: ccellare, motleggiare. Dar la benedìca: Rinunziar chec- chessìa. Dar la berta: Zccellare, molleg- giare. Dar la briglia: Allentare la briglia. Dar la buona pasqua: Portare al trui augurj di felicità perla Pasqua. Dar la buona sera: Modo di salu tare alirui nel tempo della sera. Dar la burla: Burlare. Dar la collàta : Percuotere i coll colla spada al novello cavaliere Dar l’ addio: Licenziare. Dar la fede: Batlezzare. Dar la freccia: Chiedere alirui n presto danari. Dare la mala notte: Far patire l nolle. Dar: la mala ventùra: Cagionar allrui male. Dare l’ ambio: Licenziare. Dar l'andare : Lasciare andare. Dar l’anèllo: .Sposare colla for- malità del dar lo sposo l' anello allu sposa. Dar la prima, e la seconda pelle: Dare il primoo il secondo intona a qualche cosa. Dare la stretta: Sérignere. Dare la suzzàcchera: Fare 0 dart alcun dispiacere. Dar lato: Far luogo. Dare le carte: Dispensare le carl a’ giuocalori. i Dar legge: Zmporre legge. Dar le mosse: Dare il segno 000° valli. Dar lena: AWenare. Dar le pesche, e dar pesche: Pe cuolere, e più propriamente MN pugna. sd Dar le prese: Conceder l'arbilito dello scegliere. aa Dar le quelle: Burlare altru. , Dar l' erba cassia: Cassare, privo” di carica. | Dar l’ esca: Vecidere i pesa 00 maleria avvelenala. Par le spalle: Voltare le spalle. Dar le trombe: Zar checchessto Da © ia ton ogni maggiore sforzo e uppa- renza. Dar le vele a’'venti: Cominciare a navigare. Dar libéllo, o un libello: Porgere al giudice la domanda. Dar licenza, o lictnzia: Permettere che altri faccia. Dar lieta faccia: Accorre con liela faccia. Dar lingua: Avvisare , significare. Dar laude, o lode, o loda: Lodare. Dar l'oro: Zrdorare. Dar luogo 0 loco: Conceder luogo , far luogo. Dare mallevadòre: Assicurare con mallevudore. Dar mangiare, è dare da mangià- re: Porgere il cibo ad alirui per- chè mangi. Dar mano: Dar principio, dar ope- ra. Dar maraviglia: Apportare mara- viglia. Dar marito: Maritare. Dar martello: Dar dolore) trava- glo. —Dar occasione di gelosia. : Dar matèria : Porgere occasione o le- ma, Dar mattàna : Molestare, travagliare. Dar mazzate da ciechi: Percuotere con mazza gravemente. ar memoria: ‘Lasciar ricordo. Dar mezzo: Concedere il mezzo A , ° e l modo per arrivare al fine de- sideralo. Dar modo," dare il modo, o dare un modo: Porgere i mezzi, sommini- sStrare }’ opportunilà. Dar molèstia: Molestare. lar morso , e dar di morso: Mor- dere. Dar morte, e dare a morte: Zcci- dere, . Dar mostra: Mostrare. a’ movimento: Far muovere. ar nausea : Nauseare. Dar negli occhi, o nell’ occhio: Presentarsi alla vista. ar nel bue: Non intendere o osti- narsi nell’ ignoranza. ar nel cuore: Addolorare , dar cordoglio. ar nel laccio: Esser preso al laccio. ar nella costa: Investire in lerra 219 o per forza del catlivo tempo, o per ischivare di esser preso dal ne- mico. Dar nella ragna, e dar nella rete: Rimaner preso alla ragna o alla rele. i Dar nella tràppola: Rimaner preso, ingannalo. Dar nelle furie: Infuriarsi. Dar nelle girélle: Impazzare. Dar nelle smanie: Infuriarsi , sma- niarsi. Dar nelle vecchie: Mancar di virtù. Dar nel matto: Far cose da mailo. Dar nel mezzo: Investire nella par- le del mezzo. Dar nel naso: Percuolere nel naso. Dar nel pedànte: Fare o dir cose da pedante. Dar nel punto in bianco: Colpire per appunto. Dar nel quattrino: Colpire per ap- punito nello scopo. Dar nel tisico o in tisico: Cormia- ciare ad intisichire. Dar nel vivo: Colpire nella parte più sensiliva. Dar ne’ lumi: Infuriarsi, adirarsi. Dar noja: Nojare. Dare occhiàta: Guardare alla sfug- gila. Dare odòre : Rendere o esalare odore. Dave ombra: Dar gelosia. Dare òpera, opra: Operare, accu- dire. Dare ostàggio, o per o:tàggio: Cor- segnare persone in sicurezza. Dar pace e dar la pace: Quietare, ‘pacificare. i Dar panzane: Ficcar carote. Dar parola o dar la pavòla: Pro- mellere con sicurezza di osser= vare. Dar parte: Dare avviso. Dar passione: Molestare. Dar paùra: Atterrire.! Dar pe’ chiassi, e darla pe’ chiassi : Nascosumente fuggire, o fuggire uscendo dalle vie maestre. Dar pegno, e dare in pegno: Assi- curare allrui con meltler pegno in sua mario. Dar pena: ARecare afflizione. Dar pensiero: ZIndur lu mente in apprensione,  Dar per Dio, e dare per l'amore di Dio: Far limosina, dare in limo- sina. Dar perfeziòne : Perfezionare. Dar per giunta: Dare in luogo di giunia. Dar per prigione: Consegnare altrui come prigwone. Dar polso: Animare, dar vita, Dar poppa: A4/latlare. Dar posa: Conceder riposo. Dar potere: Conceder balìa. Dar principio: Principiare. Dar pruova o prova: Dimostrare, pruoeare. Dar pugna: Percuofere con pugna. Dar punizione: Gasligare, punire. Dar querela: Querelare, Dar ragguaglio : Ragguagliare. Dar ragione: Approvare. Dav rasente: (Co/pire eicina allo sco/)a. i Dar regola: Prescriver la regola. Dar retta: Dare orecchio. Dav ricàpito: Ricapitare. Dar ricttto : Ricettare. Dar ripàro: Riparare. Dar ripùlsa, o darela ripulsa: Ri- gellare, Regare. Dar ristoro: Ristorare. Dar rossore: Recar vergogna. Dar sacco , e dare il sacco: Sac- cheggiare. Dare scolo, e dar lo scolo : Accomo- dave in forma che l’acqua 0 si mili scoli. Dare sconfitta : Sconfiggere. Dar seccàggine: Infastidire, inqute- tare, Dar sentenza, o la sentètnza: Ser tenziare. Dar sepoltura: Seppellire. Dar sesto: Ordinare. Dar sicurèzza , sicurtà, o la sicur- tà: Assicurare. Dar signoria, o la signoria: Con- cedere il comando supremo d’ u- na terra. Dar singhiozzi: Singhiozzare. Dar Dar sonno : Conciliare il sonno. Dar sosta: Dar riposo. Dar sotto, o di sotto: Colpire nella parle o sulla parle inferiore. Dare spaccio: Spacciare, condurre a fine l'impresa. — Vendere o dar estto a checchessia. Dare spalla: Dare ajulo a portare. Dare spasso: Apportar piacere. Dare spavento: Spaventare. Dare spesa: Apportare dispendio. Dare sprone, dar di sprone, e dar degli sproni: Spronare. | Dare stroppio: Impedire, porre im- pedimento. Dare sturbo: Dare impedimento. Dar sulla bocca: Colpire nella bocca. Dar sulla voce: Interrempere la trui discorso. Dar suòno: Render suono. Dar taglia: Mettere imposizione. Dar tempo: Conceder tempo, indu giare, Dar termine: Zmpor termine. Dar testimoniàanza : Far testimo nianza. Dar tormento: Tormentare. Dar tracollo: Tracollare. Dare un pîantòne: Andarsene senso far motto. Dare up pugno in cielo: Tendare cose impossibile a farsi. Dare uscita o l’ uscita: Dar lugo onde si possa uscire. Dare utile: Apporfare utile. Dar vanto: Attribuir pregio. — Dar vendita, e dare in vendita : Vendere. ‘ Dar via o dar la via: Dar luogo passare. Dar vinto: Conceder vittoria. Dar voce: Far correr fama. Dare volta, o la volta: Yolfare-T Far tornure indietro. RACCOLTA DI MODI DI DIRE COL VERBO S7.fRE. Stare a bocca aptrta: Ascollare con allenzione. Stare a bottega: Eserecilare gli arte- fici qualche mestici@a nelle lutte- ghe. Stare a brace: Sar senza conside razione. i Stare a campo: Essere accampato. Stare a canna badata: Stare (0% tutta l' applicazione passibile. soldo: Dar la paga a’ soldali. Stare a cappello: Esser per l' appun- | . go interamente luminoso, nè del «lo, nè più, nè meno. tutto al bujo. Stare a capriccio: Vivere non usan- | Stare al leggio: Leggere davanti al do la ragione, o senza considera- leggio. : | zione. Stare al fianco d'alcùno: Stargli Slare a caso: Vivere senza conside- allalo, assistergli. , . razione. Stare a lira e soldo: Concorrere ai . Sipre a cavàllo: Cavalcare, essere | conti per rata. ‘al di sopra. Stare a livello: Essere a? pari. | Stare accorto: Aovertire, badare. Stare alla bada: .Sfare a speranza, | Stare a chius’ occhi: Zivere senza | . 0 in aspellatica. + usare la dovuta atlenzione, e il Stare alla bilància: Stare del parì, convenienti riguardi. andare del pari. Stare a competenza: Compelere. Stave alla brocca: Stare gli uccelli di Stare a conto: .So/loporsi al conto rapina imbroccati. da farsi. Stare alla carlòona: Zivere spensie- Stare a corda: Essere nello stesso ralamente, trascuralamente. , _ lello, essere a di;iltura. Stare alla difesa: Difendere. ' Stare ad assèdio: Assediure, tenere | Stare alla grande: Traltarsi con ma- ._ assedialo, dimorare all’ assedio. gnificenza. Stare addittro: Dimorare addietro, | Stare alla larga: Tralltarsi larga- lenersì addieiro, cedere. mente, o comodamente. Stare addittro : Premere, posare so- | Stare alla lontàna: Trattarsi in lon- pra checches sia. lananza. tare a denti secchi: Sfar senza | Stare alla pancàccia: Sedere in luo- gg Pangiare. ghi pubblici a ragionare in conver- ‘Stare a detta: Seguire il dello degli sazione. Ì alri, quietarsi all'opinione altrui. | Stave alla persona: Assistere. tare a dieta: Cibarsi parcamente. | Stare alla. piana: Zivere dozzinal- Mare a diporto: Diportarsi. menie, trattarsi ‘ordinariamente , Stare a disagio : Disugiarsi, patir di- e senza lusso. sagio. Stare alla posta: Sfar fermo al po- Stare a discrezione : Essere sotlo l'ar- slo opporiuno pel fine desiderato. bilrio altrui. Stare alla prova: Sfar saldo, reggere Stare a dovere: Stare secondo il do- all’ esperienza, venire all’ espe- cere, secondo la convenienza, giu- rienza. stamenle. Stare alla riprova: Sozfoporsi ad Stare a dozzina: Vivere con gli altri] ogni più rigoroso esame. a tavola comune, pagando la pai- | Stare all’ arte della lana, seta, ec.: luita mercede. Esercilarsi nel iroffico della la- o Stare a fidanza d’alcùno: Fidarsi di | na, ec. : lui. Stare alla sentenza d’ alcuno: Di- Slare a galla : Sosfenersi sull’ acqua, pendere da alcuno, essere in suo galleggiare. potere, in suo arbitrio, in sua lare a grattarsi la pancia: Essere balia. in ozio vile. Stare alla staffa: Seguìre a piede Stare a grembo apèrto: Sfare appa- colui, che cavalca. lecchialo e desideroso. Stare alla strada: Assassinare. lare a guadigno: Esser frutlifero. | Stare alla vedttta, o alla veletta: Stare a guardia : Esser custodito, es- Stare allenio per osservare. ser in cuslodia. Stare alla vita: Incalzare, pressare. Mare a guardia: Guardarsi. Stare alle grida : Creder quello, che Stare aiàto: Slarsene senza appli- comunemente si dice da aliri, carsi.a cosa ceruna. senza ricercar di vanlaggio. l Stare al barlume: Nor essere in luo- | Stare alle mosse: Trattenersi i ca- pi 4 pi E 229 valli alle mosse, cioè al luogo, donde principia la ‘carriera, per correre i palio. Stare alle mosse: Aver pazienza. Stare all’ erta: Andar cauto nel par- lare, o nell’ operare, per non in- correre in pregiudizj, o non essere grunio. | Stare. all’impazzàta: Vivere da paz- z0, 0 inconsideralamente. Stare all’ ordine: Essere in punto, preparato, 0 acconciato. Stare al macchiòne: Essere nascoso nella macchia, procacciarsi di mnascoso con caulela, e sicurezza avvanlaggi. Stare al pane altrùi: Stare alle spe- ‘se altrui. Stare al paragòne: Sozloporsi al pa- ragone, non cedere, contendere di bontà. Stare al rischio: Sodloporsi al ri- schio. Stare al sicùro: Non correr rischio. Stare alto: Esser in parte sollevata, alla. Stare al tormento: Star saldo alla torlura. i Stare al vento: Essere in luogo, do- 0€ Spiri vendo. . Stare a man giunte: Stare in allo unzile, e supplichevole. Stare a mano manca: Acer il secon- do luogo, o il luogo irferigre. Stare ammalàto : Esser infermo. Stare a modo: Esser conforme al modo dovuto. . Stare a modo altrùi : Esser secondo la volontà, e desiderio altrui. Stare a occhi aptrii: Slar con som- ma vigilanza. Stare a occhio teso, o call’ occhio teso: Usare atlenzione. Stare a once: Slure a slecchetlo. Stare a ordine: Essere în pronio. Stare a orecchi levati: Slare inlen- lissimo per sentire. Stare a oste: Osteggiare. Stare a pane, e acqua: Cibarsi di solo pune e acqua, sfeniare. Stare a paragone, e al paragone: Soltoporsi ul paragone, non ce- dere, contendere di bonià. Stare a parte: Essere @ parte, par- lecipure. PARTE TERZA Stare a’ patti o al patto: Mantenere la dala parola. Stare a pelo: Essere per appunio, corrispondere esallamendte. Stare a perìcolo: Pericolare , correr pericolo. Stare a petto: Slare a fronle per comballtere. Stare a piè pari o co'piè pari: Siar con ogni comodità, e sicu rezza. Stare a pigiòne: Abitare in una casa pagandone al padrone Ì prezzo palltuito per abilarvi.. Stare a piuolo: Aspellare più, ch altri non vorrebbe, o ch'e’ noncon- verrebbe. Stare a proda: Essere verso È esire- mila. Stare a propòsito: Essere in accon cio, tornar bene. Stare a ragione: Esser secondelure gione, e le convenienze. Stare a rigola: Osservar la regola. Stare a rilènte: Andar con riguardo in far checchessia, non se ne rr solvere. 4 Stare a ripentàglio: Correr rischi, esser în pericolo, cimentarsi. — Stare a rischio: Essere in rischio, correr pericolo, esser sottoposto a pericolo. Stare a ritroso: Esser posto al con- trario. Stare al segno o a segno: Sfar c08 rispetto, con timore. Stare a sindacàto: Esser sottoposto al sindacalo, render conto alir@ delle proprie operazioni. Stare a soldo d’alcuno: MiWitare pr lui. Stare a stecchttto: Zivere con istrel- lezza. Stare a stento: SlerzZare, ciwere con istenia. Stare a studio: Tratienersi in alt na università a effelto di studiare. Stare a tavola: Trallenersi a menso per mangiare. Stare a tavola apparecchiàta: 40 la mensa senza briga d’ ordi- narla. i Stare a tedio: Tediarsi. ; Stare a tinèllo.: Cibarsi nelle corb EC w- Stare dubbio, o dubbiòso: alle mense comuni cogli altri cor- ligiani, e servidori, Stare attento : Usare altenzione $ badare. Sare attorno a checchessia: Aflen- dere a checchessia, usarvi diligen- za, alltenzione. Stare a tu per tu: Non cedere a cosa veruna. Stare a vantaggio: Esser al di so- pra. Stare a vedere: Zedere, osseroare, mirare, riguardare. Stare a veglia: Vegliare. Stare avvertito: Usare avoerlenza. Stare bandito: Essere in bando. Star boccone: Giacere colla faccia volia verso la parte inferiore. Star caldo : Tenersi la persona calda. Star carpòne, e carpòni: Star colle braccia, e co’piedi in terra a guisa d’ animal quadrupede. Star certo: Accertarsi, esser sicuro. Star cheto: Non parlare, non re- plicare, acquielarsi. Star col cuore nel zucchero : Ziver contento. Star coll’ arco teso: Badare, at- tendere, usar diligenza. Star colle mani in mano: ozioso |, senza far nulla. Star comodo: Zivere agiatamenle , o colle dovule comodità. Star con altri: persona mercenariamente. Star confùso : Aver confusione, es- sere in confusione. Star consolàto: Essere in consola- zione, viver consolalo. Star d’accòrdo: Vivere in concordia, concordare. Star da parte: Essere separato, non esser partecipe. Stare di buon cuore : nimo contento. Star digiuno: Esser digiuno , giunare. Stare di mala voglia: Essere frava- gliato d’ animo, o di corpo. Star di male gambe: Nom essere nel proporzionalo vigore del corpo. Star di mezzo: Non »’ interessare ne da una parte, nè dall’ alira, de nersi neulrale. Stare Star coll’ a- di- Servire alirui colla €93 Non sa- per risolversi , 0 délerminartsi. Star duro: Persislere nella sua 0- pinione, nè da quella rimuoversi. Star fermo: Non si muocere, fer- marsi. Star forte: rendere , proposito. Non piegare, non s’ar- esser costanle nel suo Star fra due: Non si risolvere, es- sere in dubbiezza. Star fra due soldi e ventiquattro | danari: Non avanzarsi punito, non guadagnare. Stare fra il sì, e il no: Non si ri solvere, non aver certezza. Stare fra l’ incùdine e ’1 martello : Esser di mezzo tra due contrarie forze pressanti. Star giusto: Tornare per appunto, esser secondo la proporzione, e convenienza. Stare grosso con chicchessia: Aver con lui principio di sdegno, essere in mala- «soddisfazione di lui. Stare il dovere: Così convenire, es- ser di ragione. Stare in apòlline: Mangiar lauta- menle. Stare in apprensione: Apprendere, sospellare, dubitare. Stare in arbitrio d’ alcuno: Acere esso la facoltà di risolvere, o far checchessia. Stare in ascolto: Porsi ad ascoltare con altenzione. | Stare in bilico: Essere in atto di prossima cudula , non posare con sicurezza , stare in allo di muo- versi. Stare in cagnesco: Guardare con mal occhio , far viso arcigno. Stare in camicia : Non avere altra vesle in dosso , che la camicia. Stare in capitàle: Non guadegnure; e non perdere. Stare in capo al mondo: Abitare in parte lontana. Stare in cervello: Non si smarrire, non ismagare ; stare all’ erla. Stare incognito : Tratlenersi senza far la figura dovuta. Stare in comàndo : Esser coman- dante, comandare. : Stare in concòrdia: Esser concorde.  Stare in contegno: Usar gravilà , aver fusto. i Stare in contemplaziòne: Contem- plare, tener la mente fissa. Stare in contraddittòrio: Quistionare insieme coll’ avversario davanti al e. Stare in corda: Esser feso. Stare in corte: Esser cortigiano, servire nel palazzo del principe. Stare in danno di alcuna cosa: Non averla , perderla. Stare indarno : Stare ozioso. Stare in deposito: Essere depositato. Stare in dispàrte: Trattenersi in luogo alquanto separato. Stare in dubbio: Dubitare. Stare in erròre: Essere in errore, errare. Stare in tstasi: Essere in estasi, sollevarsi a contemplar cose, che acanzano la condizione umana, uscire de’ sensi. Stare in festa: Vivere allegramente. Stare in forse: Dubilare. Stare infra due: Non si risolvere. Stare in governo : Governare città, popoli, ec.; averne il governo. Stare in guardia: Guardarsi. Stare in mano d’ alcuno: Esser in suo potere. Stare in occhi: Acversi guardia. Stare in’ oraziòne: Orare. Stare in orecchio: Tener 1’ orecchio . allento per udire. Stare in ozio: Vivere oziosamente. Stare in pace: Badare a sè, star- sene pacificamente. Stare in parlàre, o in paròle: Sof- fermarsi a parlare. ‘Stare in pedùli: Esser senza scarpe. Stare in pegno: Essere la cosa ; 0 la persona di che si tratta ) per sicurla. Stare in pena: Acer pena, penare. Stare in pensitro: Essere in pensiero, avere apprensione. Stare in pericolo: Non piegar più da una banda , che dall’ altra, fare equilibrio , rivolgersi sempre in equilibrio. Stare in piedi: Esser rillo, non se- dere, non giacere. Stare in poppa: Essere nelle navi . dalla parte della poppa.  Stare in preda: Essere esposio ad esser predalo, divenir preda. Stare in proda: Esser wicino all e- stremità , o sull’ estremità. Stare in punta di piedi: Regpersi sulle punite de’ piedi, sollevandone da terra il rimanente. Stare in reputazione: Sostenersi, non cedere y non calare dalle prelen- sioni più alle. | Stare in sè: Non si accomunare con gli altri, star sulle sue, esser s0- litario. | Stare in sella: Essere accomodelo nella sella. Stare in sentore: Sfare aspellando con altenzione qualunque notiua. Stare in sospiri : Sospirare, essere in guai. Stare in sull’altrui: Rubare. Stare in sulla nostra: Essere inlw- i&lt; go esposto al pubblico, ad efell d’ esser veduto. Stare in sulla negativa: Negare. Stare in sulla persona: Star dini colla iesla alla. Stare in sulla règola: Andar pi sollile, per appundo. Starein sulle generàli: Non venir e0l | discorso ad espressioni particolan. Stare in sulle stoccate: Stare asl | tamente, e con sottigliezza | su’ suoi vantaggi. Stare in sulle sue: Andar cauto n ‘i arlare , per non esser giuro. L) Stare in sul sagrato: Rilirars 0 * stare in chiesa, cimiterio, 0 db &gt; tro luogo sacro , o sagralo. — Stare in sul saldo: Non partiti dal sicuro. Stare in timòre: Temere. Stare in tormento: Senti tormenti &lt; esser travagliato. Stare in transito: Essere in sul né è rire. Stare in trattato: Acer frallalo, essere in negozio, trallare. Stare in travàglio: Acer iravaglo ; vo esser travagliato. Stare in tuono: Non uscir del tuo o no, accordare. Stare in zucca: Essere u capo 800° | perio. | Stare in zurlo: Tratfenersi n alle: | gria, divertirsi. Star lesto: Badare attentamente. Star mallevadòre: Esser malleva- dore. Star nel cuore: Aver presente nel pensiero. Star nella fede: Mantener la fede. Star nel mezzo: Essere nella parle ugualmente lontana dagli estremi. Stare ne’ suoi cenci, o ne’ suoi pan- ni: Non s' intrisare con persona di riga superiore, non avere desiderj ) olire alla propria sfera. Siare ne’ lirmini: Non uscir del con- venevole, iIrallenersidentro a’ ler- qrini dovuli. Stare palise: Essere palese, dimo- ‘ rar palesemente. Stare pe’ fatti d' alcùno: Operare per li suor interessi. Star pegno: Essere sicurtà. Star per le spese: Servire senza altra mercede, che del villo. Stare per opera: Lavorare con pat- tuila mercede dell’ opera che si faccia. Stare per pegno: Essere la cosa 0 la persona, di che si traltla, per sicurià. Star presente : Esser presente. Slar provveduto, o provvisto: Esser proovedulo, essere in pronio. Star quieto: Acquelarsi. Star ramingo : patria, e casa palerna, senza aver luogo fermo, nè assegnamento fisso. Stor rasinte : Esser fanto vicino, che quasi si tocchi la cosa che è allalo, esser vicinissimo. Star vritenoùto : Esser riguardato, usare avverlenza, o rilenulezza. Star saldo: Star fermo. Star sano : Goder sanità. Stare scollacciàto: Porfare il collo, e parle del petto scoperto. Esser fuori della 225 Star sodo: Star duro. Star sospeso : Essere in dubbio, esse- re in pensiero. Stare sottosòpra: Essere colla parte superiore di sotto, e colla inferio- re di sopra. Star su due piedi: Essere in tstalo sicuro. Star sul cuore: Aver pensiero gran- dissimo. Star sul grande, o in sul grande: Usar fasto, vivere con allerigia. Star sul grave o in sul grave: Usar porlamenti, e maniere graoi, vive- re con gravità. Star sull’ ali, o in sull’ ali: Volare. Star sull’ ali o desto in sull’ ale: Es- sere in desiderio, o risoluzione di muoversi; stare in punto per par- dirsi. Star fede. Star sulla regola: gola. Star sulla sua: Tener suo grado, star sul grande. Star sull’ avviso: Procurar d?’ esse- re avvisalo, far diligenza per aver notizie. Star sulle spese: Zivere con ispesa? vivere fuori della . propria casa con dispendio. Star sull’ orlo di checchessia.: Esser prossimo a fare, o a oitener chec- chessia. Star sul. taglio 0 in sul taglio: Vendere panni 0 drappi a mi- nuto. se Stàr sul vantàggio: Procurare in- dustriosamente i proprj vantaggi. Star terra terra: Essere in basso slalo. Star vestito: Aver Ze vesti in dosso Stare zitto: Tacere, non parlare. sulla paròla: Maniener la Osseroare la re- RACCOLTA DI MODI DI DIRE COL VERBO FARE. Fare àbilo, o l'abito: Assuefarsi. Fare abuso: Abusare. Fare a'capèlli: Acciuffarsi per li ca- pelli contrastando. Fare accalteria: Accatltare. Fare acciàcco: Danneggiare rhessia. Gram. Lal. come+- Fare accorto: Informare s rendere avvisalo. Fare a comune: Parzecipare ad al- cuno le propriè cose. . Fare a credere: Dare ad intendere. Fare a’ cozzi: Cozzare. 30 226 PARTE Fare acqua: Passar l' acqua per le fessure della nave.—Pisciare. Fare afa: Venire a noja. Fare a fanciùllo: Non istare nel concerlalo come fanno i fanciulli. Fare a far peggio: Fare alla peg- gio. Fare affàto: Operare senza distin- zione. Fare a fidànza: curlà. Fare a gara: Compelere. Fare agio: Compiacere. Fare a giova giova: Ajutarsi ?° un ? altro. Fare ala: Allargarsi dando luogo a | chi passa. Fare al fatto: Importare. Fare alla carlòna: Operare frascu- ralamenle. Fare alla grappa di qualche cosa: Gareggiare a portarsela via. Fare alle braccia: Fare alla lolita. Fare allegrezza: Rallegrarsi. Fare alla pugna: Percuofersi ovicen- devolmente colle pugna. Fare altàr contro altàre: autorità conlro autorità. Fare alto: Fermarsi. : Fare a miccino: Consumare a poco per volla. Fare ammenda, o l’ammènda, o eménda : Risarcire il danno. Fare a modo: Operar bene. Fare a’ morsi e a’ calci: Fare una . fiera contesa. Fare andar per filo: Costrignere ad accomodarsi all’ altrui volontà. Fare ànimo : Rincuorare, animare. Fare aperto: Far manifesto. . Fare a posta: Operare a bello stu- dio. Fare a propòsito : materia. Fare a rovescio, e arrovescio: Ope- rare al contrario. Fare arte: ZEsercitare arle. Fare a’ sassi: Percuolersi co’ sassi. Fare aspro piglio: Mare mal piglio. Fare assàggio: Assaggiare, far prova. Fare a stento: Operare con leniezza. Fare atto : Gesteggiare, far gesto. Fare avànzo: Far guadagno , acqui- slo. Fare avvisàto: dar nolizia. Trattare con si- Opporre Tornar bene alla Rendere avvisato,  Far bachi: Generar bachi, Far baldoria: Accender fuoco. — Dare indizio o segno d’ ullegrezza. — Consumar lutto il suo acere, dandosi buon lenpo. Far bambine o una bambina: Com- meltere errori, leggerezze. Far banchètto: Apprestar banchello. Far banco: Esercitar l arle del ban- chiere. Far baratteria: Ingannare. Far batosta: Contendere con pa- role. Far beffa: Burlare, ingannare. Far bica: Ammassare, ammu- chiare. Far bisògna , o le bisògne: Fare i fatti o le faccende. Far bocca da ridere: Dar sregno d voler ridere. Fare bottega : Esercitar bollega, e ser bollegaio. Fare bravàte: Braoare. Far breccia: Aprire le muroaglie, + i terrapieni, colle arliglierie 0 colle mine. Far brigàta: Far conversazione d buon tempo. Far buona o mala cera: Cibarsi bene, o male. Far buona vita: Mangiar bene, low tamente. Far callo, o il callo: Diveni co loso, incallire. Far cammìno, il cammìno: Cam minare. Far canzòne: Cantare, compor con Zoni. Far capitàle, o il capitàle: Penso di valersi di alcuna cosa. Fare capolino: -Affacciarsi di 50 piallo. Far cappòtto: Rocesciarsi del basti mento, sicchè rest la chiglia s0- pr’ acqua. Far carestia, e a carestia : Adoprar con riseroo 6 a miccino. Far carne: Ammazzare,, predare. Far carrièra, o la carriera : Correre. Far caso: Stimare , importare. , Far castelli in aria: Mare disegni vano.—Pensar cose vune € impos sibili. Far càuto : Assicurare , dar sicurtò. Far cedobonis: Far cessione a' ere ditori di tutti ì beni. n N. Far ceffo: Far muso, mostrare d'a- ‘ vere per male una cosa. Far cenere: Incenerire. Far cenno, o un cenno: efccen- nare. Far cerca: Cercare. Far cerchio : Piegare. Far certo: Certificare. Far chiaro: Chiarire, certificare. Far chiasso : Romoreggiare , stre- piulare. Far chiosa, o la chiosa: Chiosare. Far ciancia : Cianciare. Far coda: Andar dietro altrui per corteggiarlo. Far coleziòne : Cibarsi da mattina avanti di desinare. Far colònna: Dare appoggio. Far colpo: Colpire. — Conseguire queslo che si desidera. Fare come i colòmbi del rimbussàto: Siar musorno. sa Fare come il podestà di Sinigaglia : Comandare e far da sè. Fare come i pìfferi di montagna: Andar per dare, e toccarne. Fare come la putta al lavatòjo: Vale cinguetlare. Fare come l’ asin del pentolàjo: Fermarsi ad ogni Iratto. Far comènto, o il comtnto: In- lerpetrare , esporre. | Fare come va falto: Far bene, far perfettamendle. Far comparsa : Comparire. Far complimento : Complire , dir parole di cerimonie. Far composizione: Convenire, com- porsi. Far concttto: Immaginarsi, pro- porre. Far concilio, o il concìlio: Adunare concilio. Far ‘concistoro: Adunar concistoro. Far consapevole : Aovisare , infor- mare. Far consùlta: Consultare. Far conto , a il conto : Eslimare, re- putare. Far contratto: Stipulare strumento, o scrittura pubblica. Far convito: Conoitare. Far coròna: Circondare. Far corno: Mettere in massa. Far corrotto: Piangere , far pianto.  Far cotenna , 0 buona cotènna: Ingrassare. Far credere: Persuadere. Far creditore uno: Scrivere alla partita de’ debiti il danaro rice- ovulo. Far crepatura : Crepare, aprirsi in iscrepoli. Far croce: Arrecarsi le braccia al pelto, a guisa di croce, in alto di preghiera. Far daddovero: mentle. Far dall’ a alla zeta: Far fullo. Far da vero : Operar risolutamente. Far del ben bellèzza: Far bene as- sai; ma si dice più per ironia, e allora vale Spendere, scialacqu are quanto uno ha. Far del grosso: Sfare in contegno. Fare della necessità virtù: Fare per necessità una cosa y che per altro non si farebbe. Far delle paròle fango: Mancar di parola. Far del magno: Ostentare magni- ficenza. Far del resto: Giuocare di tutto quel denaro che uno ha davanti. Fare derràta grande: Dare per poco prezzo. Far diàvolo, fare il diavolo: Usare ogni sforzo. Far di chino: Piegarsi, dichinarsi. Fare di fatti: Operar senza far parole. Far digestione: Digerire. Far di mano: ZLavorar di mano. Far di meno: Far senza , o fare Operar risolula- altrimenti. Far di mestitri: Fur di bisogno, bisognare. Far dimora, o dimorànza: Dimo- rare. Far di quel che non si vorrebbe: Far cose che non si ovorrebbero fare. Far di quelle: Fure delle cose stravaganti. Far diritto: Amministrare giustizia. Far dirittura : Operar rettamente. Far discorso : Discorrere , ragionare. Fare diségno, o un distgno : Pen- sere, disegnare.  Far distéso, 0 un distéso: Disten- dere o mettere in iscrillo. Far divitto: Proibire. Far divizia: Regsalare largamente. Far di voglia: Far volentieri. Far doglia: Recar dolore. Far dogliànza: Dolersi, rammari- carsi. Far dono: Donure, concedere. Far dovere, o il dovere: Operare secondo la converienza. Far dura: Durare, resistere. Fare ecctito: Eccelluare. Fare effitto : Operare. Fare eletta: Scerre, scegliere. Fare erba, o l’erba: Scegar ? erba, raccor Î' erbo. Fare esecuzione: Eseguire. Fare estrcito: Radunare, a;nmas- sare. Far faccende: Operare assai. Far faccia, fav faccia tosta: Esser sfacciato , ardilo. Far fagotto: Affardellare. Far fallo: Far errore, o torto, Errare. Fare falò: Far baldoria. Far fatto: Operare. Far favore: Favorire. Far fazione: Unirsi in fazione. Far fede: Testimoniare. Far fedeltà, o la fedeltà, Giurare fedeltà. Far feria, o feriàto: Asfenersi dal luvorare. Far festa, o la festa: Fesdeggiare. Far fidecommitsso, 0 fidecommisso : Assicurare , 0 vincolare una cosa in forma , che ella non si alieni dal possessore. Far fine: Firire. Far finta: Fingere. Far foce: Sbaccare. Far forte : Forlificare. - Far forlùna: Guadagnare ;, arric- chire. Far frvacàsso : Far romore. Far franco: Francare. Far frutto: Frutlificare. Far fuoco: Accender fuoco. Far furto: Rubare. Far gala: Usar magnificenza, Far gara: Indurre confusione. Far garbiglio : Indurre confusione. Far gente: Assoldar milizia. Far ghiotto: Indurre avidità. Far giornàta : Consumars il giorno. Far giostra: Giostrare. Far gita: Camminare, fare eser- cIziO. Far giudizio: Giudicare. Far giuoco: Fare scherzo. Far glosa: G/osare , ghiosare. Far gola: Indur desiderio. Far gomito: Si dice de’ muri quan do escono dalla loro dirillura. Far govèrno di checchessia : Dispor- re di quella tal cosa. Far grande,: Zugrandire, aggran- dire. Far grido : Gridaré. Far groppo: Aggroppure. Far guadagno : Guadagnare. Far guardia : Guardare, cuslo dire. Far guasto: Deoastare, guaslare Far guazzo : Bagnare eccedente mente. Far guerra : Guerregsgiare. Fare i convenèvoli: Nar le cirimo nie. Fare il becco all’ oca: Terminare D impresa felicemendle. Fare il conto senza l'oste: Pro mellersi troppo , per non aer provvedulo ogni cosa. i Fare il covo: Fare il nido. — Di morare , stanziare. , Fare il fatto suo: Fare i suo teresse. Fare il galàote: Amoreggiare.. Fare il nanni: Zirgersi semplice. Fare il suo partre: Fare a SU modo. Fare il pazzo: Diportarsi da pa» Fare il pianto: Abbandonar chee- chessia, non vi pensar più. | Fare il ponte d'argento: Fare 08 buon parlilo ad altri, perchè st ne vada. . Fare il potere, o il suo pottre : Fare il possibile. Fare il ricco: Osfentare ricchezza. Fare il santo: Affettar sanità. Fare il tenòre: Candare in chiave di tenore. : Fare il voltre d'alcùno: Compia- cer’'o, far la sua voglia. Fare imbroglio: Imbrogliare. Fare impeto: Spignere, e so PT po 2° iù ‘“ Fare imposta: Imporre gravezza. Fare impresa: ZImprendere. Fare inceita: Zncellure. Fare inceitta di chicchessia: Cer- carne. Fare incontro , o incontra : Incon- trare. Farsi innànzi: Accostarsi, appros- simarsi. Fare inquisizione: Diligenlemente ri- cercare, inquisire. Fare intltso: Rendere allenio. Fare inventàrio: Zrnoentariare. Fare invito : Incilare. Fare iva: Concilare ira. Fare i volti: Conzrafare la faccia d’ alcuno. Far la civetta: Dicesi delle donne che iroppo vanamente amoreg- giano. Far la gatta morta, o la gatta di Nasino: Fingersi rimesso e ad- dormenlalo. Fav la guardia: Guardare, cusio- dire. Far la luna: Rinnovarsi la luna. Fare lamentànza: Lamentarsi. Fare Ja ninna nanna: Usere una canlilena propria per addormen- ture i bamlinzi, nel cullarii. Far la paràta: Medlersi in ordinunza di parata per ricevere o fare onore o qualcuno. Far la pera: Apporlare alirui di nasco:0 , e maliziosamente alcun pregiudizio grande. Far lappe lappe: Si dice quando al- cuno desidera ardentemente al- cuna cosa. Fare larghizza: Usare Nberalità. Far la ronda: Mare la guardia. Far la serpe tra l’angaille: Essere accorto , e fraltar co) semplici. Far laude: Operar laudecolmente. Far la zuppa nel panitre: Mur cosa mulile, 0 che non può riuscire. Far lega: Collegar.i. Far legge: Costituir per legge. Far legne: Tgliar legne. Far le màschere: Andare in ma- schera. Far le none: Prevenir colle porole colui, che sì crede voler richieder di checchessia, con dir di non averla. | Far 29 Far lesso : Lessare. Far le stimite , e le stimate: Alzar le mani per la maraviglia. Far letto: Acconciar sostegno, 4 checchessia a guisa di lello. Far leva: Levar soldatesca. Far levàta: Lecare, alzare. Far libbra, o la libbra: Mandare imposta. Fare le voci: Contraffare la voce di alcuno. Fare lieta ricevùta: Far liela acco- glienza. Far lieto: Rallegrare. Far limòsina: Dar limosina. Far l’ indovino: Conghietlurare, in- dovinare. Far loco: Cedere alirui il passo. lar lo spivituàle: Fingere di essere devolo o simile. Far luce: Far lume. Far lungi: AW/ontanare. Far luogo: Conceder luogo. far lustro: Render lustro. Far macello: Xure strage ; dere. Far magazzino: Adunare insieme. mal d’ occhio: dffascinare, ammaliare. Far maleficio: Commetter delitto. Far mal giuoco ad alcùno: Far- gli offesa grave. Far malia: Usare arti diaboliche. Far mal piglio: Fare atto col vollo, con che st esprime naturalmente dispiacere. Far mal volto: Guardar di mal oc- chio. Far marav'glia: Cagionare ammi- Tazio. Far martirio: Dar martòr/. Far masserizia: Usar parcamente di checchessia. Far matitzza: Operar scioccamente. Far memòria: Ricordare, rammen- lare. Far menziòne: Mentovare. Far mercàto: Mercaniare, conirat- lare. Far mercè: Dar guiderdone, con- ceder premio. Fare mestitre, o mestitro: Professa- re arte, far bottega. Far mestitri, o mestitro: Bisognare. Far miràcolo: Operar miracolo. ucci- 250 Far mischia: Venire a questione, a rissa. Fare misericordia : Usar misericor- dia. Far moine: Far carezze. Far monte: Mellere in monile, am- montare. Far mossa: Muoversi, dare segno di muoversi. Far mostra, o la mostra: Mostrare. Far motto: Parlare. Far nimico o nemico: mico. Fare noja: Nojare. Farsi nome: Acquistarsi nome 0 fama. Far notorio: Render noto, b pub- blico. Far nozze, o le nozze: matrimonio. Fare obbligo: Obbligarsi. Fare occhio, o d’ occhio: Accenna- re, dar d’ occhio. Fare occhiolino: Dar d’ occhio col chiuderlo. Fare oltràggio: Oltraggiare. Fare ombra: Jiender ombra.— Dare, prendere sospello. Fare oraziòne o |’ orazione: Orare. Fare orecchie: Dare orecchio. Fare oste: Guerreggiare. Fave osteria: Tener l osteria, dar mangiare e bere a prezzo. Far palese: Palesare. Far pancàccia: Adunarsi o fermar- st a discorrere in luogo esposlo al pubblico. Far pane, o il pane: Impastar la farina. Far parentàdo: Imparentarsi. Far pari: Pareggiare. Far parlàta: Parlare, ragionare. Far paròla: Parlare. Far parte: Far separazione. Fare partita: Partire. Far partito : Concludere un negozio. Far pastùra: Far maneggio per ade- scarej porgere alletlamenti. Far patto, o il patto: Patleggiare. Far pazzia o le pazzie: Operar pazzamente Far pecca: Fullire. Far pedùccio : Ajulare , o sostene- re altrui colle parole. Render ni- Conirarre PARTE TERZA Far pellegrinaggio: Andare in pel- legrinaggio a visitare Ù luoghi santi, Far penitenza: Soddisfare penal- mente pe’ falli commessi. Far pensiero: Pensare, far conto, far ragione. Far perdono o perdonànza: Conce- der perdono. Far pianto: Piangere. Fav piazza: Spianar le case per ri- dur quel sito in forma di piazza. Far pietanza : Dar da mangiare. Far pilastro, o pergola: Star fer- mo, senza operare. Far polvere: Far sollevare la pol- vere. Far popolo: Adunarsi pubblicamen- le, o metlere insieme gente. Far posa: fermarsi. Fav pràtica: Praticare, acqui:tar pratica. Fare pregio: Render pregevole: Fare presa: A4laccarsi, appigliarsi assodare. Fare presa, o la presa: Rappigliarsi, assodare. Far pressa: Importunare, incalzare. Far presso: Accostare, apressare. Far prigione: Catturare. Far pro, o prode: Apportar utile. Far procaccio: Procacciare. Far prodtzze: Operar con calore. Far propòsito: Proporre in sè slesso, con risoluzione d' eseguire. Fav prova o pruova: lare esperienza. Fare pubblico: Pubblicare. Fave pugna: Combattere, pugnare. Fare pulito: Far bene, e netla- menle checchessia. Far punto: Fermare di parlare. Far querimònia: Dolersî, ramma- PICUTMSI. Far quistione: Muover dubbio. Far radice: Radicare. Far razza: Generare. Far resto, o fare resto e saldo: Fi- nire, terminare, saldare. Far vetta: Mar resistenza. Far vicevùta: Far accoglienza. Far'ricòlta, 6 raccòlta, o la ricò!- a: Raccogliere. Far ricordo: Mur menzione. Far ricorso : RiLorrere, Far ripàro: Riparare. w&amp; . *- TIMOLOGIAE Far riso: Ridere, Far ritiràta o ritràtta: Rilirarsi, ri- cogliersi. Far romòre: Romoreggiare. Far rosta: Fermarsi più persone in giro, per impedire checchessia. Fare sacco : Adunarsi, e fermarsi le materie in alcuna parte. Far sacramento : Giurare. Far salita: Salire. Far sangue: ZVccidere. Far sano: Rimetlere in sanità. Far scala: Fermarsi în alcun luogo. Far scalpore : Far rumore, stre- pito. Fare scàndolo: Scandalizzare. Fare scemo: Si dice di chi non può riscuotere l' intero credito. Fare scempio: Fare strage, uccide- re crudelmente. Fare schermo: Schermirsi. Fare scherna, o scherno: Schernire. Fare schiavo: Ridurre in ischiavitù. . Fare schiera: Schierarsi ° Fare scommèssa: Scommellere. . Fare sconfitta: Sconfiggere. ‘ Farsi scorgere: Farsi conoscere. — Farsi burlare. ‘ Fare scorla: Scorfare. ‘ Fare scritta: Ridurre în iscrittura, contrallo, accordo o simili. ‘ Fare scrùpolo: Meter dubbio. Fare scudo: Far riparo, far difesa. ‘Fare scusa o la scusa: Scusarsi. Far segnàle: Far segno. Far segno: Dar cenno, dar dimostra- zione. Far sembiànte o sembiànza : Far se- gno, dimosirazione. Far senno: Operare con senno, giudiziosamendle. Far sentore: Far romore. Fare serenàta: Andar con canti e suoni, avunti la casa della dama per lo sereno della notte. ar sermone: Parlare, sermonare. Far serra: Zncalzare, opporsi con tutte le forze. Far sessione: Znirsi a consuliare sopra alcun affare. Farsi sete ad alcuno: Venirgli sele. Far setta: Unirsi per alcun fine particolare. Fare sforzo: Sforzarsi. Far siepe: Chiudere, circondare.  Fare soggiorno: $Soggiornare, dimo- rare. Fare somma: Mettere insfeme più cose. Fare spalla: Dare appoggio. | Fare spallùcce, o Di spallùccia: Raccomandarsi. Fare spariziòne: Sparire. Fare spervimento: Sperimentare. Fare spettàcolo: Rappresentare, re- cilare. Fare stanza: Dimorare, trattenersi. Fare stare: Tenere a dovere. Fare stenio': Patire. Fare stilica: Generare stitichezza. Fare stomaco: Commooere, pertur- bare lo stomaco. Fare strada, o la strada: Andare avanii mostrando la via. Fare strazio: Sraziare. Fare strida: Stridere. Far taccio, o un taccio: Non con- teggiare minutamente , ma con- cordare i conti così alla grossa per finirgli. Far taglia: Mer lega. Far tavola: Tener convito. Far tempòne: Stare in allegria. Far tenzone: Combattere, tenzo- nare. Far tesoro: Tesaurizzare. Far testa: Opporsi, resislere, di- fendersi. Far trasporto: Trasportare. Far tregua, o triegua: Sospender l offese, sospender l' armi. Fare tribunale: Ammunistrar giusti- zia. Far tumùlio : Tumultuare. Fare vantàggio: Zantaggiare. Far vedere: Operar ch’ altri vegga. Far veduta, o veduto: Far sem- bianza , far vista. Far vela: Disfender le vele, e an- dar via. Far velo: Velare, coprire. Far vergogna: Apportar disonore. Far vezzi: Vezzeggiare. Far via: Aprir la via. Far vigilia: Digiunare il dì che pre- cede alla festa. Far vile: Render vile, aovilire: Far villania: Offendere, usare scor-: lesia. \ Far visita: Yisitare.  i Far vista, viste, o le viste: Zin- | Fare usanza: Usare. gere, simulare. Fare uùtile: U4lizzare. Fare vizio: Operare oiziosamente. | Fare zitto: Fare piccolissimo ro- Fare una cosa fatta: Giudicurla per more. i Salta. Fare zuffa : Combatlere, assuffarsi Far voglia: Indur desiderio. Fare zuppa: Zazuppare. Fare uopo: Fare di bisogno. OSSERVAZIONI SULLA PROSODIA DE' VERBI IN ARE. S. IL L' accento tonico della voce dell’ infinito trovasi sempre sulla prima vocale della desinenza radicale are. Nelle altre voci della conjugazione, (eccetto nelle 3 per- sone singolari e nella terza plur. del te:npo presente de' moli indicativo, soggiuntivo e imperativo), l'accento suddetto si f parimeate seatire sopra una delle vocali componenti la det nenza derivativa, sebbene non in tutte sulla prima, come: pr. pres. ante; par. pass. dlo; ger. àndo. INDICATIVO VRES. -2.1/m0,-ale. Tempo imperf.-èv2,0 -àvo,-àvi,-ùva,-avàmo,-avàle -.i00 no. Pass. def. -az,-àsti,-ò,-ammo,-àste.-àrono. Futuro -erò,-eràl,-era,-erémno,-eréte,-erànno. SOGG. Pres. -/amo,-iùle. i Imperf. -dssi,-àsst,-asse,-Gssimo,-ùste,-àssero. uni CONDIZION. pres. -eréi,-erésti -ertbbe s-eremmo yeres erebbero, o -erìîbbono (28). Sono queste regole universali senz'alcuna eccezione; I quel che generalmente cagiona non piccola perplessità, ser tamente agli stranieri, si è il sapere in su quale delle sillabe si debba far sentire l' accento tonico nelle tre persone sig € . nella terza plur. del tempo pres. de’ modi indicat. soggua e imperat.; conciossiachè la desinenza, che in esse sostituiscett alla radicale, non consistendo che in una sola vocale, l° accento deb5besi far sentire sopra una delle antecedenti vocali: 00! maggior male si è, che è cosa difficilissima, anzi quasi IM possibile, il guidarli in questo particolare con sicurezza, muli &gt; essendovi nell’ idioma italiano di più irregolare ed incerto. Ciò (25) La più parte de’ Toscani, contrario alla regola, fanno per lo più i sentire l' arcento tonico sulla prima vocale delle desinenze avamo, acat*; | evamo, evàle, ivàmo , ivàale, pronunziando essi amdoamo, credecamo» dormìivamo;amàvale, credèvate cc., e si\ha da molti per una pronun?!! affettata il dire amavàamo, credevamo, dormivamo; amovate, eredevale, i sentivale ec. e: (26) Queste regole sono comuni a’ verbi di tutte le conjugazioni. non ostante, puossi chiarir la cosa stabilendo alcune regole, le quali, comechè sieno ben lungi dall’ esser generali e ‘co- santi, pure sarà util cosa il prenderle per norma; perocchè val meglio un sol raggio di luce che un intero bujo. Si os- servino adunque le seguenti quattro regole. S. II. Prima regola. I verbi, che nell’ infinito sono di tre e di quattro sillabe, ricevono l'accento tonico, nelle per- sone suddette, in sulla prima sillaba, come (27): AMARE, amo, ami, ama, àmano, ami, amino. OPERARE, òpero, òperi, opera, operano, òperi, operino. CARICARE, carico, càrichi, carica, cùricano, cùrichi, càri- chino. | Cee e; BRONTOLARE, bròntolo, bròntioli, bròntola, bròntolano, bròn- toli, bròntolino, ec. Scconda reg. I verbi che nell'infinito hanno cinque o più sillabe, ricevono l'accento sull’antipenultima sillaba, come: DISSIMULARE, dissimulo, dissimuli, dissimula, dissimula- no ec. | DIMENTICARE, dineéntico, dimentichi, diménitca, diménti- cano ec. | AMMORBIEDARE, ammòrbido, ammòrbidi, ammorbida, am- morbidano ec. | | DesipEnARE, desidero, desideri, desìdera, des&gt;derano ec. PREGIUDICARE, pregiùdico, pregiùdichi, pregiùdica , pregiù- dicano ec. 0 INTITOLARE, intilolo, intitoli, inttola, inttolano ec. Terza reg. Ne verbi, di quante sillabe essi sieno nell’ in: finito, in cui la desinenza radicale are sia immediantemente preceduta da due consonanti, separabili uel sillabare, l'accento si fa sentire in sulla penultima si;laba, come: . , (27) Questa regola debbesi intendere solo pe' verbi semplici, imperoc- ch ne' composti, cresciuti di una sillaba mediaute qualcuna delle particelle iniziali ad, af, ap, as, co, con, dis, in, ri, ec, che ricevono, l’ accento debbe cadere sulla stessa sillaba che quella de’ loro semplici, divenuta la seconda a cagione dell’accrescimento, come: Adombràare, adòmbro ec. Affer- mare, affermo ec. Appigliàre, appiglio ec. Assaltàare, assalto ec. Cooperàre, toopero ec. Conservare, consèroo ec. Induràre, indùro ec. Insalàre, insà- lo ec. Riamàre, riàmo ec. Soffre poi questa regola alcune altre eccezioni, ome: Onorare, onoro ec. Consolare, consolo ec. Anneràare, unnèro ec. lalicàre, fatico ec. Abdicàre, abdico ec., e forse alcuni altri. Sonovi poi dei verbi che ricevono l’ accento indifferentemente o in sulla prima o in sulla seconda sillaba, come in Miglioràre, mìglioro o migliorò, cc. Pèggioràre, Pèggioro, 0 peggioro, ec. Disputàre disputo o dispùto ec. Reputàre, reputo, 0 reputo, ec. Impetràre tmpetro, o impètro ec. Gram. Ital. 31 lati 254 PARTE TERZA ASSENTARE, assénto, assénii, assénta, asséntano, assenti assentino ec. (28 ANNULLARE, annùllo, annùlli, annùlla, annùllano ec. ATTERRARE, aftérro, atterri, attérra, attérrano ec. AVVEZZARE, avvézzo, avvézzi, avvèzza, avvézzano, awézzi, | avvéezzino ec. CONTEMPLARE, contémplo, contémpli, contempla, contémpla- | no, contempli, contemplino ec. “cl DIsTILLARE, distìllo, distilli, distilla, disùllano, disùll, distillino ec. Pi uarta reg. Ricevon pure l' accento in sull’ antepenuli- | ma sillaba i verbi finienti in TARE, come: \ CALUNNIARE, calùnnio, calùnni, calùnnia, calùnniano, &amp;. | INSIDIARE, insìdio, insìdii, insìdia, insìdiano , ec. ; RISPARMIARE, rispàrmio, rispàrmi, rispàrmia, rispàrmw | no ec. UMILIARE, umilio, umìlit, umilia, umiliano ec. (29). S. IV. Il participio passato de’ verbi della prima con ‘gazione non ha che una sola cadenza, cioè ATO, la quale se condo la variazione di genere e di numero cambiasi in ala, ati, ate; e notisi che nella lingua italiana molte sonovi voci che al primo sguardo pajon semplici addiettivi, ma che realtà sono sincopi de'rispeltivi participj passati (levatone l ‘due lettere 4 e #) e spesse volte per proprietà di lingua si trovano come tali usate presso i classici autori. Eccone alcune: at in» ri Accòncio per Acconciàto | Adorno | » = Adornòìto di Avvèzzo » AvVvezzàto ; Cerco » Cercàto n) Compro, o còompero » Comprìto, o comperilo * Concio » Conciàto i Casso » Cassàto . Crespo » Crespàto È Desto » Destàto A “ Domo » Domìto n Fràcido ». Fracidìto i Guasto » Guastàto (28) Ma quando le due consonanti sono inseparabili nel sillabare, l'ac- cento cade in sulla prima sillaba ne verbi semplici, e in sulla secon ne’ verbi composti, a cagione dell’ accrescimento. Celebrare, cèlebro &amp; | Calcilràre, càlcitro ec. {nlegràre, ìniegro ec. Reinlegrare, reintegro cc. |. (29) 1 verbi Aoviàre, deviàre, inviàre, ovviare, travire, desiare, esp | àre, ricevono l’ accento in sull’ i che precede alla desinenza radicale 074 | come; Avvio, acvii, avvia, avviano cc. Decio cc. Invio ec. Uvoerio € Tiavie ec. Desio ec. Espio cc. Ingombro , ingòmbero per Ingombrìto, ingomberàto . Làcero » © Laceràto Lasso ” Lassàto Lièvito » Lievitàto Màcero » Maceràto Mostro » Mostràto Mozzo » Mozzàto Netto » Nettàto Pago » Pagàto Pesto » Pestàto Privo » Privàto Salvo » Salvàto Sazio » Saziàto Scemo ” Scemìto Sgòmbero » Sgomberàto Scalzo » Scalzàto Tocco » Toccìàto ‘ Tronco » Troncìto Trovo » Trovàto Volto » Voltàto ec. CAPITOLO VI. OSSERVAZIONI GENERALI SU' VERBI DELLA SECONDA CUNJUGAZIONE. 8. I. Quanto facile, sicura, e breve offresi a chiunque la via dell'apprendimento de’ verbi in are, sì per l’ uniformità del proceder loro, comune a tutti i verbi della stessa desi- nenza (1), sì pel ristrettissimo numero di quelli che dalla Tegola comune, o intieramente, o in parte s' allontanano , tanto più ma'agevole, e lungo, è 11 cammino che solo con- uce ad un'intera e perfetta conoscenza de' verbi della 2a. e Fa. ‘ Conjugazione; imperocchè in primo luogo pochi sonovi di quelli stessi, tenuti in conto di regolari, il numero de' quali è pur piccolo, che non soffrano in questa o in quella voce qualche eccezione, o che non sieno in qualche parte difettivi : indi presentasi un interminabile numero di verbi irregolaris- smi, molti dall’ infinito in giù quasi per tutto il corso della Conjugazione; altri ne’ tre principali loro modi; altri nel tempo (1) Non debbonsi già noverare.tra le anomalie della prima -conjuga- Zione, nè tenere come infrazioni all’ uniformità del suo andamento, quel- le variazioni ortografiche che già indicammo doversi praticare ne’ verbi In care, gare, e iare (veggansi le note 2, 4 e 8, della conjugazione di Lodare), variazioni che basate sulle leggi della pronunzia, sono esse stes- se uniformi, giacchè sempre, e solo dalle stesse concorrenze dipendono. 256 PARTE TERZA | : passato definito, e nel participio passivo ; altri, sebbene re: golari, sono difettivi; altri finalmente sono e irregolari, e di- fettivi; e se a tutto ciò s'aggiungano le anomalie antiche, e quelle meramente poetiche, in molti verbi irregolari affatto differenti dalle voci comuni, come mai non ismarrirsi in un così tortuoso laberinto? Certo, se pretende condursi lo studioso attenendosi al filo, portogli dal comune delle grammatiche, dopo lunghi e penosi giri, egli dovrà alla fine esclamare col poeta: Nel luberinto enirùi, nè veggio ond'esca; nè può ne garsi esser non meno arduo l'assunto di chi imprenda di servirgli di guida, e condurnelo fuori per le più brevi e meno scabrose vie. Se seguir dovessi la strada, aperta già dal Pistolesi, al largata dal Mastrofini, e resa poi più piana dal Compagnom, per bella ed instruttiva ch'essa sia, ingrosserei di soverchio i volume della presente esposizione grammaticale, senza, forse, con ciò fare, renderne questa essenzial parte gran fatto più chiara; imperocchè anche le dottissime opere de’ prelodati av tori, pe'sapienti più che per quei che non sanno, pajono scritte. Proverommi adunque nelle seguenti pochissime pagine, se mi riesce, di unire alla concisione la chiarezza, e far sì, che leg. gendo poco, molto s' impari, e che così allo studioso straniero, come all'italiano, nulla rimanga a desklerare di quel che per la perfetta sua instruzione giovigli sapere. , $. H. Comealtrovegià accennai, i verbi anomali della secon- da conjugazione eccedon d’assai in numero i regolari. Comm cerò pertanto con dare un elenco di questi ultimi, tra'quali pè vecchi trovansi, 1 quali, comechè in tutto il rimanente sieno regolari, portano nondimeno in alcune loro parti delle vane- tà, per le quali in rigore essi pure meriterebbero esser chs sificati tra gli anomali. Ma quel che prima d'ogni cosa occor- re notare, si è che, non compresovi il verbo avere (2), novi, circa sessanta verbi, tra semplici e composti, della sud- detta seconda conjugazione, ne’ quali la prima e, componente la desinenza radicale ere, pronunziasi lunga, e sono: 1 B-îre, imb-ère, rib-ére, strab-ère. Cad-ère, accad-ére, &amp;- | cad-ére, ricad-ère, scad-ére. Cap-ére. Cal-ére. Dol-ere, condo I-ersi. Dov-ére. Giac-ére. God-ére, rigod-ère. Par-ère, appare re. Persuad-ere, dissuad-ère. Pent-cre, ripent-ère. Piac-ére. com- piac-ere, dispiac-ere, et "Po'!-ére. Riman-ére, Sap-ert, risap-ère. Sed-ère, rised-ère, possed-ére, presed-ère, soprassed‘- re. Sal-ere. Tac-ère. Tem-ére. Ten-ére, apparien-ére, asten-ert, (2) ] verbi acère ed èssere sano essi pure della 2a. conjugaziona |. È nell’ uno la prima e della desinenza ere è lunga, nell'altro è breve. allen-ére, conten-ére, diten-ère, manien-cre, otten-ére, perten-ére, rallen-re, riten-ére, sosten-ére, tratten-ére, intratten-ere. Val-ere, inval-ere, precal-ère, rival-èrsi. Ved-ére, antived-ére, avved-ére, dwed-ére, provved-ére, preved-ére, ravved-ére, siraved-ére, ira- vd-ere. Vol-ère, disvol-ére, rivol-ére, stravol-ere. In tutti gli altri verbi terminanti in ere, la e suddetta profferiscesi breve, cioè l'accento tonico cade sull’ antepenul- tina sillaba del verbo. S. ILL Altra non meno importante cosa gioverà osser- vare, ed è, che tra' verbi regolari della seconda conjugazione, il cui numero non ascende che a 92, e de' quali quattro so- li hanno lunga la prima e della desinenza ere, cioè capére, godere, rigodére, temére; taluni trovansi in cui la prima e ter- za pers. sing. e la terza plur. del. tempo pass. defin. posso- no in due differenti maniere uscire, cioè in é/ 0 etti, è o élle, erono 0 etero; in altri le accennate persone non possono ca- dere se non che nelle prime delle desinenze suddette, cioè in ei, è, erono. i VERBI REGOLARI IN ElRZ£ CHE HANNO NEL PASSATO DEFINITO DOPPIA DESINENZA ÈI, ÈTTI; È, ÈTTE; ÈRONO, ETTETO. $. IV. Ced-ere, accèd-ere, concèd-ere, ecc°d-ere, intercèdere, precd-ere, procéd-ere,succèd-ere.Crìd-ere (3),discréd-ere, miscred- «ere, riscréd-ere, scrèd-ere. Frèm-ere (4). Gem-ere. Godère, rizod- ere. Pend-ere, dipénd-ere, impènd-ere (3), propend-ere. Pent-ére, (3) Veggasi la nota 2 alla conjugazione del verbo Cèdere. Si pongono come voci antiquate del verbo credere: Cro, crejo e creggio per credo, le quali, rare volte usate anche dagli antichi, ina oggi nè pure i poeti si rermetterebbero d' usare; più soffvibile sarebbe , almeno nel verso , l’uso I cre’ così accorciato e apostrofato per credi e crede. Come cRE' che Fabbrizio Si faccia lieto udèndo la novèlla ? Petr. canz. 11. — E den si CRE che non ne fosser gaari. Bocc. Tes. lib. 7, 19. 11 Montemagni usò cre’ an- che per credo. LE i sospir ch’ io nol CRE’ se mai n' usciro. Monlem. Rime, Teso per credulo, e cresi e crese per credèi e credè ,. sono voci da schi- vari come voci erronee usate dal volgo romano. In quanto a Credèmo per crediamo j crèdeno per credono , credro cc.; credrèi ec. per crederò ec. e crederèi ec. veggasi la nota 26 del pres. Capitolo. (4) Questo verho, come pure il susseguente gèmere, uscivano anli- famente io de, e regolavano l’ andamento loro dietro la terza conjuga- “one 2a. classe. Ode è queruli uccèlli FREMIRE con dolci canli. Bocc. lam. 4.— Chi non possènle raffrenàr lira, rugge e FREMISCE per la slizza, si creda avèr animo di lione. Boez, Varch. 4, 3.— Allora quel frale gli disse: perchè ti turbi e rReMiIScI. Vit. SS. PP. 12. — La colomba St ha nove virtùdi , ella GEMISCE e sceglie lo più bello grano. G. S. Gir. 6. (5) Il par. pass. del verbo impèndere, trovasi talvolta essere i/mpèso. Menaio in carro, lecàndogli le vive carni da dosso, fu YMPÈSA e fatto Morire, Gio, Vill. 12; 51. 258 PARTE TERZA i ripent-ére (6), Perd-ere (1), disperd-ere, spèrd-ere. Prém-ere, sprem-ere , riprém-ere. Ricev-ere. Spànd-ere (8), espànd-ere- pe risplend-ere. Tem-ère. Vénd-ere, rivénd-ere, soprav- vend-ere. Ù VERBI REGOLARI IN ZE2Z A’ QUALI L’ USO MODERNO NON DA CHE LE DESINENZE ( ° ). . ÈI, È, ÈRONO. S. V. Assìst-ere, consìst-ere, desìst-ere, esìst-ere, per- ° q LN LI L‘ ° sisiere, preesist-ere, resìst-ere, sussisi-ere. Bàtit-ere, abbàtt-ere, (6) Penière, e ripenière sono verbi antiquati, ma usatissimi presso gli antichi, in luogo de’ quali però si sono in oggi resi più comuni Per dire , e ripentire, che sono della 3a. conjugazione 1a. classe. Questa cosa non saprà mai persona, e se egli pur si dovesse risapère, si è egli me- glio faure e PENTÈRE, che starsi e PENTÈRSI. bocc. nov. 25. —Ma dopo cosa mula pensdta , e peggio fatta, invano è il PENTERE. Gio. Vill. 7, 15. — Nè PENTÈRE e volère insieme puossi. D. Inf. 27. — E PENTÈSSI (si pentt) d’ averlo menàto a Firènze. Bocc. nov. 34. — Adàm lrovò in Dio mer- cede perocchè egli sì PENTEO, e si conobbe che egli era sotto a Dio. Tes. » Br. 1, 12.— Chi andasse a Roma confèsso e PENTUTO de’ suoi peccàti. Gio. Vill. 12, 10. — Quasi PENTUTA dal non avere alle lusinghe di Peri cone assenlilo. Bocc. nov. 17. (7) Perso, in vece di perduto $ persi, perse, pèrsero, in vece di perdèi o perdèiti, perdè o perdètte, perdèrono o perdèllero , comecht vengano considerate come voci poetiche, pure trovansi non di rado an- che in prosa, ove per altro si farà sempre meglio di preferire a’ queste voci le regolari. Perdo Za vita , ed ho PERSO l'onore. Berni, Orl. lib. 1, c. 10, st. 65. — Signor, l’ alta' beltàde, Vedi che ho PERSO in lutto. Mens. T. 1, lib. 5, canz. 8, st. 6. — Quando egli è siato assai sotto le armi, e che egli ha PERSO quel primo ardore col quale venne. Machiav. Ar. della guer.— Nè mai di vista Montenèro io PERSI. Menz. lib. 10, son. 17. — Là dove il PERSE, e di trovarlo spera. D. Purg. 8. — PERSI tanto, che io non ispèro mai racquislarlo. Ar. Comm. supp. At. 5. sc. 5.— Tra brece tempo PiRSONO ogni aulorilà. Segn. Stor. Disperdùto par. pass. del com- posto disperdere , di rado incontrasi ; si farà adunque uso migliore di dis- perso , par. pass. del verbo dispèrgere. (8) Presso qualche antico ( Bocc. Teseid.) leggonsi spasi, spase, spà- sero, in vece di spandèi o spandèiti ec.; siccome spaso e spanto, in luo- go di spandùlto ; oggi queste voci sono considerate come molto antiquate, e però da schivarsi. Spansi in luogo di spundèi ec. è usato dai poeti. (°) Dico, / uso moderno; perchè pochi sono i verbi, tanto regolari che irregolari, a cui gli antichi nelle tre persone suddette del passato de- finito, non dessero colle desinenze èi, è, èromo, anche le altre tre, è/éi, ètte, èliero, che in oggi in alcuni verbi sonosi conservate, e in altri, a cagione del mal suono, o d’ altro, più non si tollerano. (9) Assistere, ed i suei consimili, hanno nel par. pass. assistito, con- sistilo, desistilo , esisiilo, insistito, persistilo, preesistito , resislilo , sus- sistito. Dall’ aver generalmente i verbi della 3a. conjugazione, mon già della 2a., il loro par. pass. in fo, v'è luogo da pensare, che è mentovati parlicipj assistito ec. ab origine sieno stati le proprietà di verbi in ire, e che, andati in disuso, e poi perduti affatto i verbi assistire, cornsìstire, ec. il participio loro in ito siasi dato a’ verbi assistere, consistere ec. combatt-ere, dibàtt-ere, rabàtt-ere, ribàti-ere, sbàti-ere, strabàtt- ere. Cap-ère (40). Cern-ere (411), scèrn-ere, concérn-ere, discèr- n-ere. Compi-ere, ricòmpi-ere. Èmpi-ere, adémpi-ere (12), riém- pi-ere. Esìg-ere (13). Esìm-ere (14), redim-ere, derìm-ere. Ferv- ere (15). Fied-ere (16).Fònd-ere (17). Mésc-ere, rinésc-ere (18). della 2a. conjugazione, onde supplire con esso al participio in fo che lor mancava. Quel'che però debbe parere strano si è, che nessuno de’ sud- delti participj, sanzionati e consecrati da lungo e universale uso, trovasi nel vocabolario della Crusca; e più strano ancora sembra il non essersi avvisati i compilatori della recente edizione di Bologna d’ inserirvi 1’ usi- tatissimo verbo esistere, se non che, e quasi per grazia speciale, in una appendice aggiunta a quel dizionario, lo che tanto più sorprende, in quanto che nel corpo siesso dell’ opera si legge registrato il verbo preesi- stere, la definizione del quale vi si dà mediante il suo semplice esìsfere, ciot: Esistere avanti, preventivamente esistere. (10) Non veggo ragione perchè taluni si maravigliano che nell’ uso confondasi questo verbo con capire, adoprandosi l’ uno per }' altro. Non è egli la Crusca stessa che li ‘confonde, dando ad amendue il significato di Aver luogo sufficiente , ertrare? e non li leggiamo nello stesso signi- ficato usati tutti e due l’ uno per l’ altro da’ migliori scrittori? E in fat- li, eccetto che capire solo vale sovente comprendere coll’ intelletto, questo verbo è sinonimo di capère, tanto in senso proprio, che in senso figura- to ( veggasi la nota 17, sul verbo capire, Cap. VIII della pres. sez. ): cosicchè la sola differenza tra questi due verbi si è , che l’uno è della 2a. conjugazione e l’altro della 3za, 2da. classe. Capère è intieramente regolare, e procede come cèdere, solo nel pres. soggiuntivo leggesi talora cappia in luogo di capa: Locc. nov. 1.—Fr. Sacch. nov. 156.— Berni, Orl. lib. 2, canz. 2, st. 43. Ma la forma regolare e la più usata è migliore. Caffo per Capùto è errore manifesto, im- perocchè il primo significa preso, pigliato dal latino capius fatto cattivo, participio passato del verbo Capère prendere, pigliare. Yeggio in dlogna entràr lo fiordaliso, E nel vicario suo Cristo èsser catTO. D.Purg. 20.— Tan- li ne furo allora morti, e CATTI. Dittam. 1, 25. (11) Secondo la regola, l’uscita del par. pass. di questi quattro verbi è in ufo, ma non si trova nè scernùlo, nè concernùto. Cèrnere, che par sia il primitivo degli altri ire, e scèrzzere anticamente anche cernìre e scernìre si dissero, irovandosi tuttora il par. pass. del primo cerrifo. Scer- si e scerse in vece di scernèi e scernè, sono vocì usate da’ pocti. Que! pietoso pensièr, ch' altri non scERSE. Petr. son. 98.—Che il triorfàr del ciel Ja morte SCERSE. Alam. lib. 4, Eleg. 4. ° (12) Compiere ed i suoi seguaci sono intieramente regolari, ma han- no in oltre la desinenza radicale ire dicendog ancora Compire, adempìre, empire, ec. che allora procedono dietro la 3a. conjugazione 2a. classe. (13) Esìgere, ha nel par. pass. esatto, che deesi ben distinguere dal- l' addiettivo esàtio. (14) Il par. pass. di esimere è esènio; dirimere n° è affatto privo. In quanto a redimere, vedi Cap. VIl alla nota 45. Questo verbo è difettivo in alcuni suoi tempi, veggasi $. Il del ‘Cap. VIII della pres. sezione. (16) Fièdere, che vale Ferìre, è diftlivo, mancandogli amendue i particip) e diversi altri tempi. Vedi $. Il del Capitolo VIII. (17) Fondere ha doppia uscita nel pass, def. e nel par. pass. 1° una. regolare e l’altra irregolare cioè fusi, fuse, Shise-orfavo. (18) Il par. pass. del verbo méscere è mesciub e misto; di entrambi so piosi esempj occorrono negli autori. Mescio, meschi mieschid mo, mesuo . Mict-ere. Pùsc-ere, rìpàsc-ere (19). Prescind-ere (20), discìnd- ere, rescìnd-ere. Réc-ere. Riflett-ere, circonflétt-ere (24). Ripet- ere, compèt-ere. Sòlv-ere (22). Strìd-ere (23). Succomb-ere, in- comb-ere. Sùgg-ere (24). Tess-ere (25), intess-ere, contess-ere, riless-ere. i VI. Occorre osservare, e sia detto una volta per sempre, che in tutti i verbi, di qualsivoglia, conjugazione, € per irregolari che possano essere nel rimante del lor proce- dere, fuorchè ne’ verbi éssere, dare, fare, stare e dire, sowo- vi alcuni tempi, i quali, o interi, o solamente alcune persone di essi, regolarmente si formano, se non sempre dalla desinenza radicale, almeno da qualcuna delle derivative : tali tempi sono: {.° L' imperfetto o pendente dell’ indicativo. 2° L'im perfetto o pendente del soggiuntivo, che entrambi discendono da'la seconda persona plurale del presente indicativo, cambi dosi le terminazioni di questa, ale, ele, ite, per l’ uno in av, no, meschi, mèscino , mèschino sono errori del volgo , bisogna diret scrivere: esco, mesce, mesciàmo, mèscono, mesca, mescano. (19) Pascere e ripascere sono anomali nel par. pass. dove fanno po- {. sciùlo è ripasciùto , riceveado un i, che non hanno nell’ infinito. Posh | leggesi in Dante: Poi che hu pasciùto la cicogna i figli, E come quel ch'è 1° . PASTO la rimira. D. Pav. 19.—Ecco una pelle e due cerbialli mascoli PASTI È di timo e d’ acetòsa luggiola. Sannaz. Arcad. Egl. 9. (20) Il verbo semplice di prescindere, rescindere ec. par che sia st | dere , il quale presso nessun autore si legge nel passazo definito colle de- sinenze regolari ei, è, èrono ; trovansi però scissi, scisse ec., € nel sl par. pass. scisso in luogo di scinduto. Scisso da remi e du stridenli rostri, Lacero si vedèa spumoso ‘e gonfio. Caro, En. lib. 8. Prescìndert ha prescindùulo, ma poco volentieri si sentircbbe discindulo, € rescindulo, in vece de’ quali si farà meglio adoprare il par. pass. di qualche verbo sinonimo di quelli. | (21) Doppio è il par. pass. del verbo riffe4/ere, secondo il doppio; gnificato di questo , cioè di Considerare diligentemente , ponderare © Lai di Ribaullere , ripercuotere come fanno i raggi della luce : nel primo n gnificato ha riflettuto , nell'altro riflesso. 1 verbi Circonffellere , genufet- tere, inflèttere, non hanno che una sola maniera di terminare il parti: cipio sudd. cioè circonffèsso , genuflèsso , inflesso , non mai circonflellulo 1 genuflettulo , infletlùlo. l (22) Questo verbo ha Ber par. pass. Solùlo. SoLUTO hai figlo den a quesito lume. D. Par. 15. — SoLutosi Subilamènte nell’ dere un gropp° di vento. Bocc. nov. 14. (23) Questo verbo è privo di participio passato. (24) Suggere valg lo stesso che Succhiare. 11 Varchi in uno de’ suoi | fe0 ° . » . que ® . hd ì 5 a | sonelli usò sussi per suggèi, ma non ha imitatori : Ambrosia e netlar &gt; ol invìdio a Giove. Da rose e perle mai non viste altrove, SUSSI con DET, e sì caldo desio. lu vece del par. pass. di questo verbo, che non ne 121 usasi quello del verbo Succhiare. tà (25) Testo per fessùfo, e usato, ma di rado, da qualche poeta, Ù Ger. 18, 8. Più sen:-’Eleggonsi inlèsto e conleslo per inlessulo € i È sùto, che per altro seno a queili preferibili. Bemb. rim. 101.7 ci rim. 101. — Tass. Ger. 9, 82. e, LI o |  tra (26), iva ec., 0 avo, evo, ivo, ec. e per l' altro in assi, es- si, issi ec. fuorchè ne' verbi éssere, dare, fare, stare, e dire. 3.° La seconda persona sing. e la prima e seconda plura- le del tempo passato definito, si formano pure regolarmente in tutt 1 verbi (eccetto ne'cinque summentovati), derivando dalla preaccennata seconda persona plur. del pres. indic. con cangiare le tre desinenze ale, ete, ile, in asti, ammo, aste; esti, em- mo, este; isti, immo, iste. . 4.0 Il presente condizionale, che scende, senz’ alcuna eccezione, dal futuro, trasmutandosi le terminazioni ro, rai, rà, remo, rele, ranno, in rei, resti, rebbe, o ria, remmo, reste, rebbero, o rébbono, o rìano, o rìeno (27). | S. VII Inducendoci, la necessità di esser brevi, a non esporre de’ verbi anomali de’ quali ci accingiamo a ragionare, se non che appunto quelle parti in cui dalla regola comune s allontanano, passando sopra tutte le altre in cui essi rego- larmente, cioè secondo i dati modelli de’ regolari, procedono; e proibendoci lo stesso motivo di tornare ogni volta a di- scorrere nelle sottoposte note delle maniere, o antiquate, o poetiche, o erronee proprie a questo o a quell’ altro verbo, non sarà, noi crediamo, cosa inutile il fare una previa gene- rale rivista di tutte le desinenze le più ovvie che non sono comuni, onde vegga lo studioso di quali egli o pogsa talora e con accorgimento valersi, per essere esse, sebbene antiqua- te, da buoni autori adoperate, o debba affatto astenersene, per essere idiotismi, o errori del volgo. . Ixpic. pres. Le desinenze emo, e imo, che reputate sono primitive, ma coll’ andar del tempo degenerate in /àmo, si leggono in copia presso gli antichi classici autori, e tuttora da’ poeti vantaggiosamente possono adoprarsi, come credémo, sentìmo, impedìmo, ec. in vece di crediàmo , sentiamo, im- pediàmo ec. Nella terza pers. plur. ano per ono, è errore, come pure ne’ verbi in zre seconda classe, ischiàmo o isciàmo per :îmo; iscano per ìscono. ; ” e (26) Già il dissi, e qui ripeto, che le desinenze ca, ed caro, ia, € fa- ro 3a. pers. sing. e plur. dell’imperf. indicativo de’ verbi della 2a. e 3a. tonjugazione in vece di eva, evaro, iva e ivano usitatissime sone in ver- so, e non figuran male nella prosa, ove in fatti copiosi esempj de’ migliori classici autori se ne potrebbero citare. Dicasi lo stesso della desinenza ìe- Ro per èrano, che è per altro più del verso. (27) Ria, riano, e rìeno, comechè desinenze poetiche, pure ne fanno frequente uso anche i prosatori, segnatamente delle due prime; ma rie Per rei (1a. pers. sing.), sebbene alcune volte incontrisi in prosa, non perciò puossi tener per lecita mentre appena i poeti se la permettono, Gram. Ital. 3a 249 | PARTE TERZA 1 Pass. imperf. Le desinenze avàmo, avàte, per evamo, evàfe; ei per evi (2.3 pers. sing.), ev, svi, évono, ivono, per evàte, ivàte, évano, îvano : emio (usato dal volgo romano) per evaàmo; sono tutte fuori di regola, e perciò viziose, e da sfug- girsi (vedi la nota 26 del pres. Cap.). Pass. defin. Le desinenze éo, e Jo per è e ?; ero e iro per érono e îrono, sono usitatissime presso i poeti, e non ne mancano esempj anche in prosa; amo, éitamo, e essimo per éemmo (41. pers. plur. 2.à conjug.); érno, e éitano per erono e ettero; ite per }; issimo per ]mmo; isti per iste; îrno e inno per îrono; sono desinenze erronee, ma molto usate tra "l popolo, e tra le persone idiote. | Futuro. Le desinenze di ‘questo tempo ne' verbi della prima conjugazione erano anticamente arò, arài, arà, armo; arte, arànno. Arbor sacro del sol, ch'io amài tanto, Ed amot AMARÒ mentre ch' to viva. Varchi, son. par. 1. In appreso vi si cangiò l’a in e facendosi erò, era ec. , è così in oggi ce munemente si scrivono rigettandosi la prima maniera; mula zione, per cui, come bene osserva il Mastrofini, si è forse provveduto al miglior suono, ma si è introdotta deil' oscurità nel linguaggio, mentre così non si discerne il futuro dell rima conjugazione da quello della seconda. È errore omai il raddoppiare la r delle desinenze ro, rai, ec. come dagli antichi sovente praticavasi: fanno però eccezione a questa re- gola i futuri sincopati de' verbi in arre, orre, urre, come pure 1 futuri de’ verbi parere, tenere, valere, volère, e quelli poeta de' verbi cogliere, scégliere, tògliere. Le antichissime desinenze, in oggi disusate, in eràggio, eràbbo, erde, sono, secondo la spiegazione che ne dà iP Mastrofini, coutrazioni del verbo principale con gli antichi verbi aggio e abdo (io ho); one da am-àre, créd-ere ec. facevasi amar-àegio -Qbbo; quasi 00 me sì dicesse aggio o abbo ad amàre, aggio 0 abbo a credert; modi di dire indicanti il futuro. Nel progresso di tempo degen?- rando aggio, e abbo in ho, cangiossi pure il faturo de’ verdi e ne vennero amer-hò, creder-hò ec. e più tardi, toJtane la È, in vece ‘di questa vi si aggiunse un'e finale, scrivendos amer-de, creder-de ec. che ben presto dovetter cedere il po sto all'altra maniera in oggi unicamente usata amer-ò, et der-ò ec. SCGG. pres. Nei verbi in cere, gere, e gliere, si scansino co- ine idiotismi le desinenze nel pres. INDIC e SOGG. clizamo, chiate, chino, ghiamo, ghiate, ghino (28). In quanto a que (28) Nella 2a. persona sing. del pres. sogg. di consimili verbi le de- ETIMOLOGIA E SINTASSI 245 sie desinenze ne’ verbi denére, e cenìre (veggansi questi verbi), gno, e non #10, è la desinenza della 3.2 pers. plur. di questo tempo della 2.2 e 3.2 conjugaz., perciò sì dica e sì scriva non già, céedino, séntino, impedìschino; ma cédano, séniano, impe- discuno. Ne' così detti verbi in zsco, guardisi ognuno che de+ sderi parlar pretto, dalle desinenze ischiàmo o isciàmo, is- chiale, e ìschino, che tanto spesso. dal volgo odonsi proffe- rire. SocG. smperf. Le desinenze essono e issono per éssera e issero, leggonsi frequentemente presso gli antichi, e però non potrebbe dirsi errare, chi se ne servisse; éssino, e issino per essero e issero, sono del verso, e non istarebber bene in prosa. Ma abbiasi a schifo quel dare ad una persona la de- sinenza che spetta ad un’ altra, lo che tutto di odesi fare dal volgo, cioè: esse e zZsse per essi e zss7, o queste per quelle, CONDIZION. pres. La desinenza rébbdono per rébbero, è qua- si comune, tanto frequente uso ne fecero 1 classici, e fassene tut ora, e negli scritti e.nel conversar famigliare; ma erebbi per eréi; eréebbamo, e eré-simo per eremmo ; eresti, eressi, per ereste; erébbano per erébbero , sono errori che commettonsi tutto di, e da' Toscani, e da' Romani nel parlare, ed anche nello scrivere. i DE' VERBI ANOMALI DI QUESTA CONJUGAZIONE. Passiamo ora a’ verbi anomali, e diam principio con quelli che nel participio passato o passivo, e nella prima e terza pers. sing. e nella terza plur. del tempo pass. defin. hanno una delle seguenti irregolarissime desinenze, cioè nel participio so, sso,- fo, tto; e nel pass. defin. bi, be, bero,- di, de, dero,- pi, pe, pero,- qui, que, quero,- si, se, sero. Se queste desinenze si unissero alla voce dell’ infinito in cambio della desinenza radicale ere, come suol praticarsi colle desinenze ei, etti; è, elle; érono, ettero, nel verbo cedere, e neghi altri verbi regolari, ognuno di leggieri e da sè capace sarebbe di formare il participio e il pass. def,, basterebbe solo conoscere i verbi soggetti a tali anomalie in ‘un colla desinenza che es- si prendono. S. JI. Ma in costruendo irregolarmente quelle due par- ti del verbo, la caratteristica principale dell’ anomalia loro sinenze chi, e ghi, sono buone e pregiate al pari di ca, e go; quantun- que il Compagnoni metta le prime tra le antiquate.. } 244 PARTE TERZA tn non istà solo nella qualità delle summentovate desinenze ir- regolari, ma nel doversi, adoprandole insieme colla radicale ere, troncar pure una o più lettere, sien vocali o consonanti, che a quella precedono, e che poi di necessità rientrano nel verbo per la costruzione degli altri tempi, formati mediante le desinenze regolari, le quali alla troncata radice ere si sostituiscono. . S. III La difficoltà adunque consiste nel sapere quale, o quali lettere componenti il verbo, oltre la desinenza ere deb- bansi troncare; ed erami forza meditar molto, prima che fos- si meco d' accordo sul come più intelligibilmente esporre e dimostrare un’ anomalia in tal guisa intralciata, e che, quan- tunque a due soli tempi s' estenda, pure spinosissima offresi allo studioso. Finalmente, siccome un certo numero, maggio- re o minore di verbi, vanno soggetti alla stessa anomalia, vale a dire prendono nel participio e nel tempo pass. defin. le stesse desinenze colla soppressione delle medesime lettere, mi è paruto poter giugnere allo sperato scopo, con registrare di ogni numero di verbi uno solo che serva di norma agli altri, aventi la stessa anomalìa, onde ognuno possa più spe- ditamente rinvenir quello, il cui irregolare andamento desi- deri conoscere. Ho creduto in oltre acconcio i} disporli con ordine alfabetico, non già seguendo le lettere iniziali de’ verbi, ma bensì, le consonanti che precedono alla desinenza radica- le ere prendendo per basi le seguenti terminazioni, cere, dere, ere, lere, mere, pere, rere, tere, vere. Del rimanente tutte le ettere da sopprimersi verranno nella voce dell'infinito impres- se con cCaraltere corsivo, e separate, insieme colla termina- zione ere, dal rimanente del verbo mediante il solito segno (—), come, a cagion d’ esempio, in Ascè—ndere. Avverto che del tempo pass: defin. de’ verbi compresi nella susseguente lista non si trovano che la prima e terza ers. sing. e la terza plur.; imperocchè la 2.8 pers. sing., e a 1a e 22 plur. si formano regolarmente (4), e nel modo da noi fatto conoscere nel $. VII dell’ antecedente Cap., co- sicchè ognuno, seguendo la regola datane, potrà da sè trovar- ne la conformazione. (1) Leggendo la dotta e bene elaborata opera, Teorica dei verbi ita- liani, del Cav. Compagnoni, nessuno potrà non maravigliarsi delle poco concludenti conseguenze che trae l’ autore dalla regolarità delle tre per- .sone suddette, onde comprovare che in alcuni verbi errore non sarebbe il dare alla 1a. e 3a. pers. sing. e alla 3a. plur. le desinenze regolari ei, etti, è, etle; èrono, ètlero, in vece delle irregolari consecrate dall’ uso co- mune. Del verbo Distìnguere, a cagione d’ esempio, per nominare uno tra (nr ra LISTA DE’ VERBI CHE SONO ANOMALI NEL PARTICIPIO PASSATO E NEL PASSATO | DEFINITO (2). ZII EMESSO OZZERO RO INFINITO. PAR, PASS. PASS. DEF. INFINITO. PAR. PASS. PASS. DEF. l —si (3) —òcqui (5) Vin—cere —to —se N-—uocere ——ociùto? —òcque — sero — òcquero —ossì (4) C-uòcere —dtto ( 055° —ÒsSsero, “—òssono molti il prelodato autore dice: E ciò che anche più evidentemente prova che codeste terminazioni (le regolari) non posson dirsi nè incerle, nè erronee , stè che si sono conserocale: DISTINGUÈSTI, DISTINGUÈMMO, DI- STINGUESTE, che vengono da DISTINGUÈI. Noi possiamo ben convenire col Cav. Compagnoni, che non andrebbe per avventura gran fatto errato chi nel verbo distinguere ed in alcuni altri verbi, de’ quali egli ragiona sullo stesso tenore, adoperasse le desinenze regolari, ma non c’ induce a ciò credere la strana, per non dire assurda ragione alle- gata dall’ autore, la quale se valesse, inferirebbe che non in distinguere ed in altri, ma in tutti i verbi della 2a. conjugazione, uno nè pure ec- cettuato, si potesse in vece delle stabilite terminazioni irregolari, le régo- lari adoperare; imperocchè non avvi alcun verbo, fuorchè èssere , in cui non siensi le desinenze esfi, emmo, este, conservate, ed esclusivamente in uso rimaste. Non è già questa la prima volta che il Cav. Compagnoni nella citata sua opera, per corroborare qualche opinione, adduca delle ragioni che nulla provano. Vedi la nostra nota 5 nella conjugazione del verbo Lodare, a. pag. 194. (2) Le desinenze segnate con asterisco sono antiquate, ma non tanto da non potersi talora con precauzione adoprare. (3) Vanno come vincere i suoi composti Aovìncere, convincere, rivin- eere, sopravvincere. (4) 1 verbi ricuocere, e concuocere hanno la stessa anomalia. Osser-. visi che il dittongo vo dell’ infinito mantiensi solo in tutte le persone sing. e nella terza plur. de’ presenti indic., sogg. e imperat., onde dicesi: Cwo- co, cuociî, cuoce, cuòocono; cuoca, cuochi, cuocano. Abbiansi poi a schifo come idiotismi viziosi cuocio, cochiàmo, cuocia, cuochiàmo, cuochiale, cuò- ciano, o cochino. (5) Quel che si è osservato del dittongo uo nel verbo cuocere inten- desi pure di quello nel verbo nuocere, ed è questa la regola comune, seb- bene sovente sia trasgredita da’ poeti, e talora anche da’ prosatori: Co- m’ uom ch’ a NOCER, luogo e tempo aspetta. Petr. son. 2. — E s’ egli è cer, che nulla a virtù NOCE. Tass. Ger. 10, 37. — Non ischivàndo nè pru- ni, mè cosa, Che lor potèsse NOCERE. Sannaz. Arcad. 23. — Talora ancora èsser pùbblico nocE. Gastig. Cortig. 16. Il Mastrofini pone mnoccio, moc- tiàmo, nòcciono, e nel pres. sogg. noccia, nocciàmo, nocciano nella colon- na delle voci comuni, accanto a nuoco, nociàmo, nuocono; nuoca, nocià- mo, nuocano. ll Compagnoni le pone in quella delle antiquate, segnate 246 PARTE TERZA ; . Tòr—-cere «to =. (6) e } _scitto{hie (8) BRENTA re —scere zia ai _di 0) —cquero | — dero erò con asterisco, che vale quasi lo stesso che comuni; vedi Cap. IV, . VII della pres. sez. Agli amici così dovèmo far prode che a noi ron NocciaMO. Albert. Cap. 2. — Memo NoccIONO i mali, quando sono pred fi. Amm. ant. 139.— Si odgliono guardare le barbe verdi e novelle, perchè nocciono /oro. Pallad. Febb. 28. — Disse, per conforiàrmi, non ti Noci La paùra. D. Inf. 7.— Che più a le non Nocciano, che a coloro non gt vano. Albert. 1, Cap. 15. Sono però erronee le voci mudchino e noccni per nuòcano o nocciano. Le terminazioni regolari ei, elli; è, elle; erom, ètiero, sebbene in oggi non s’ userebbero così di leggieri, si leggono pero frequentemente in alcuni classici autori. Machiav. disc. c. 17. — Und. 8. Gio. Gris. — Segn. Vit. cap. 20. ec. | | (6) Hanno lo stesso andamento i verbi azforcere, conforcere, distor: cere, estorcere, rilorcere, rallòrcere, slorcere. i (7) Procedono nell’ istessa guisa rinascere, soprannascere. Leggonsi nascèrono e nascènno per nacquero. Rislorò ne' leoni, che tre maschi ni masciRono. Matt. Vill. g, 25.—Quovi NASCENNO e funno nutricàti. Dian lib. 3, cap. 20.—Nasciùlo per nato.—Non meno ancòr, poichè NASCIUTO ae il coni geni il giorno, Brama vedère il ciel di stelle adòrno. Ar. Fur. 32, 13.— St. pe che le era stato rapìlo il figliuòlo ultimamente NAScIUTO. Zibald. Andr. (8) Dietro conoscere e crèscere vanno pure i composti loro, precon&amp; scere, riconòscere, sconoscere; accrèscere, decrèscere, dicrèscere, incrèscert, ricrèscere, riaccrèscere, rincrèscere, scrèscere. Le desinenze regolari ci, li, è, elle, èrono, èllero ne’ verbi conoscere, crèscere ec. si trovano usate presso gli antichi. Tra Ze altre, che io prima conoscèi. Bocc. Am. Vis. ! — Come Santo Francèsco conoscì li difetti de' frati suoî. Fior. S. Fr. © 31. — Tullî conoscERONO che questu era operazione di Dio. Vit. S. Giro. gl. — La maestà nascosa conoscETTE. Tescid. lib. 2, 36.— ACCRESCEI gra? bellèzza al suo bel viso. Vit. Ben. Cell. 35.—CRESCÈTTE il popolo d' Isroîle in Egitto, e molliplicò molto. Caval. At. Ap. 42. ec. Creove per crebbe losò Fra Guitt. lett. 18. E nell'ufficio CREVvE la fama vosira. Pel rimaneate vedi $. VII del preced. Capitolo. i ". (9) TI vocabolario della Crusca registra un verbo Caggere (cadere) di I cui son rimase, dic’ egli, e si usano solamente alcune lerminazioni cerli tempi, adoperale in particolare , e con vaghezzu da’ poeli, comuni pure agli scrittori di prosa , eziandio del secolo migliore. Fin qui la Crusca V?’ è però chi niega l’esistenza del verbo caggere (in fatti il preaccennato , vocabalario non cita alcun esempio di questo verbo nell’ infinito) teueu- dolo per immaginario , inventato perchè non sapevasi quale origine dare alle voci cagsènie, caggèndo , caggio , caggi, cagse , caggiamo, caggiùle, caggiano , che tante volte dagli antichi e prosatori, e poeti sostituivans! a cadènte, cadèndo, cado, cadi, cade, cadono; cada, cadiamo, &amp; diale, cadano. Que che dicono non esservi mai stato .un verbo cdggere» Eouw\hRò|ò=eTTTTTTTTITIà ' Tr_ È... E: LOEONE INFINITO. PAR. PASS. PASS. DEF. INFINITO. PAR. PASS. PASS. DEF. —sìi i —si (10) Invà — dere s —se Chie—dere —sto | —se Li-dere Ì — sero — sero si come non v'è mai stato un verbo dèggere, quantunque si dica deggia, deggiàmo, dèggiono ec., asseriscono le suddette voci caggio, caggi ec. non esser che antiche anomalie del verbo cadère, introdotte dagli antichi poeti, e ado- prate in seguito da’prosatori, portati al sommo gli uni e gli altri adardolcezza alle parole. Or mi sollèvo, or cAGGIO. Petr. son. 191.— Ecco che noi CAGGIA- Mo in Zroppi falli e disdicècoli errori. Salv. Oraz.— Le quali maledizioni non CAGGIONO in terra. Cavalc. Med. Cuor. 60.— Che le tue parole non gli piacerànno, se non di quello che CAGGIA nell’'ànimo suo. Fior. Virt. 16. — Forse, siccome ’1 Nil d'alto caccièrnpo Col gran suono i vicin d' intorno as- sorda. Petr. son. 40.— Di sua nolilità convièn che caccia. D. Par. 7. . Perdo gli occhi offalicàli per veggliore e caccinti nell’ opera. Alberian. 55. Il tempo futuro ed il condizionale del verbo cadère si forma come nel : verbo cèdere, cioè caderò, caderdi, ec. caderèi, caderèsti cc.; non bisogna però considerare come licenza poctica le voci cadrò, cudrai ec., cadréi, ‘ cadrèsli ec, quantunque queste voci, così sincopate, trovinsi anche usate în prosa, e nell'uso frequenti. Ed io per questa volta non cADRÒ dalla &lt; ragiòine mia. Bembo, Lett. 2.— Perciocchè egli maî non CADRA' d' ànimo, : Mai non s' arrenderà. Sen. ben. Varch. 5, 2. E, se non ch? al desìo | cresce la speme, 1’ CADRÈI moro, ove più viver bramo. Petr. son. 64.— ie : Se noi non farèmo penitènza capRimO nelle mani di Dio. Scgner. Pred. 33. ‘ te. Accadère, decadère, discadère, ricadère, scadère yrocedono come il loro primitivo cadère, eccetto che di essi non si trovano le desinenze anomale in aggio, aggia cc. ; se non che accagciano ne’ Saggi de nal. esp., “ € Discaggiono nel .Zes. Br. 7. Leggonsi pure in alcuni autori il verbo ca- . dre ed alcuni de’ suoi composti colle desinenze regolari ei, elli, è, etle, èrono, èttero. Varch. son. — Caro En. lib. 5. — B. Jacop. od. 28. — Tass. er. c. 8, st. 25, e c. 12, st. 10.—Ar. Fur. c. 32, st. 70.—Gio. Vill. 107. —Segner. Pred. 29, e Pred. 3o. (10) In tutti gli altri tempi questo verbo procede regolarmente, e co- pure i suoi composti richiedere , dischièdere, inchièdere. Avvi però di lutti questi verbi un’ anomalia antiquata non indifferente, usata più in Verso, egli è vero, ma pur anche in prosa da accreditatissimi scrittori ; antichi e moderni. Consiste questa segnatamente nella mutazione del 4 ia gg (introdotta probabilmente per più dolcezza di suono) nel par. ° Pres., nel gerundio, e nella più parte delle persone de’ pres. ind., sogg. t imperat.: onde frequentemente in vece di chiedo , chiediàmo, chièdono, chieda, chiediamo, chiediale, chièdano troviamo chieggo e chieggio, chicg- stamo, chièggiono 0 chieggono, chieggia 0 chicgga , chieggiomo, chieggiùte, chieggiano o chièggano. Voci che in oggi pure, anzichè esser affatto riget- late, sono da’ poeti per la loro dolcezza predilette. Non abbiasi lo stesso foncelto di chieggènie , e chieggèrndo, le quali per intieramente antiquate ebbonsi riguardare. Nel quale io vivo arcòra, e più non cueGGo. D. Inf. 15. 9 io dormo 0 vedo,o seggio, Altro giammai non CHIEGG10. Petr. canz. 8. —I bisogni che stanno sempre a bocca apèria e sempre cHIÈGGIONO aleù- Ra cosa. Boez. Varch. 3.—0 meneròlii prigionièr con questa Ultrice ma- no; ove prigion tu" CHIEGGIA. Tass, Ger. 19, st. 71.—Nè può grazia negàr ti 248 PARTE TERZA nr—_121=&lt;_=—m_m&lt;A&lt;\»=A=+=--———__trm=WwW INFINITO. PAR. PASS. PASS. DEF. INFINITO. PAR. PASS. PASS. DEF. Divi—dere È —si (11) —ùsi (13) Assì—dere —se Conf—ondereT—ùso — ùse Ri—dere PS -sero,-sono — ùsero Ucci—dere —si (12)] Ascò-ndere ‘ (—si (14) Accè—ndere —s0 —se Nascò-ndere —sto —se —sero Rispò-ndere — sero che tu gli cHiEGGA. Alem. Colt. 1, 10.—Quanto le parrà che RicHIÈsG la gloria, esaltazione e servigio di S. M. cristianìssima. Cas. lett. 64. Trovasi chèdere e richèdere in vece di chièdere e richièédere, e così senza i per tutta la conjugazione, ed eziandio colla mutazione del d in gg: Onde non già CHEDERE dea ’! valènie uomo. Guitt. lett. a7.—S° io trovassi pielon:a In carnàta figura, Mercè le caEGGERIA. Rim. Ant. Re Enz.—M' ha fell RICHÈDERE per una comparigione del parentòorio. Bocc. nov, 72. — Adun que gli nostri peccàli RIcHEGGIONO che ec. Gio. Vill. 11, 3. — Tromband, e drappellàndo, e RICHEGGENDOLO di batioglia. 1d. 9g, 305. E antichisi- | mamente, ciot nell’ infanzia della lingua, si fece dal latino querere wu verbo chèrere, del quale però non furono usate che la voce dell’ infinito e quattro del presente indicativo, cioè le tre sing. e la 3a. plur. Merd li CHERO dolce mio signore. Bocc. nov. 97-— Che quel si CHIERE, € di que Ù sl ringràzia. D. Par. 3.—Il vulgo, a me nemico ed odiòso (Chi *] pensì ‘i mai?) per mio refùgio cuERO. Petr. son. 198.—Se zi falla cui iu amòo, CHIERI cui fu anti. Amm. Ant.—Chi sa come difènde e come fere Souor so ai suoi perìgli aliro non cHeRE. Tass. Ger. c. 2, st. 85. Leggesi pur qual che volta, ma di rado, il verbo chièdere colle desinenze regolari ci, elli e Tra sospiri, Tra marlìri, Sì cureDÈI qualche conforto. Chiabr. lib. 2, 72-- Agamènnone più volle per suoi messi RICHEDETTE lo re Priamo. Guid. Giul (11) Procedono nella stessa guisa arridere , ancìderey circoncidert, conquidere, decidere, derìdere, elidere, incìdere, intercidere, intridere, pre è cidere, recìdere, ridioidere, suddividere, sollodicidere. (12) Come accèndere si conjugano tutti i verbi cadenti in end6 e sono: appèndere, apprèndere, anliprèndere, ascèndere, altre, comprèndere, condiscèndere, contèndere, disapprèndere, difèndere, disttn- dere, discèndere, dispèndere, disinièndere, estèndere, incèndere, impre re, intraprèndere, intèndere, offendere, pretèndere, prosièndere, protende- re, raccèndere, riaccèndere, riprèndere, rispèndere, sorprèndere, sospendere, stèndere, scèndere, scoscèndere , spèndere, sopraspèndere, solliniendert sopranièndere, tèndere, vilipèndere ec.— Vèndere, rivendere, sopraovendere, .pèndere, dipendere, impèndere, procedono come cèdere. De’ verbi fender» prèndere, rèndere, arrèndere, e tèndere, si parlerà altrove avendo e due uscite nel pass. def. l’ una regolare e l’altra irregolare. Notisi ché fl Petrarca usò accènse, per accèse, e accènso per acceso, forse per favori la rima: Ma fui ben fiamma ch' un bel guardo ACCÈNSE. canz. 4 lerrompèndo quegli spirti ACCÈNSI A me ritorni e di me sesso P cante. 18. (13) Hanno le stesse desinenze irregolari diffondere, infondere, profon dere, rifòondere, sconfondere, irasfondere ; il loro primitivo fondere ® ‘ doppia desinenza l' una regolare, l’altra irregolare. Vedi pag. 64 (14) Come questi procedono corrispondere, contrarrispondere. 1° * "» Ti) Serg Ti En | ansi. | Osser-  + rr _—_——__@——_1__T_mmtremrruueEe”ccooav: INFINITO. PAR. PASS. PASS. DEF. INFINITO. PAR. PASS. PASS. DEF; Ro—dere = —si,-ssi(18) o —s0 —se Fi—gere si —se, —sse Corrò—dere as: Fi ggere - } s0 ietoia ssero Ar—dere Î 3119) | 3°. —s0' —se —ssi (19) SOAGE fr Afli—ggera sso [_ | — ssero Chiù—dere —si (16) Illù—dere- ? —so —se —ssì (20) Intrà—dere —sero, Strù—ggere —tto. &lt;—sse “—sono —ssero . Er—)gere v a —ssì (17) "2: | — essi pi see i. —tto - {--sse. Pb dna —ttto —esse 68 — ssero Pio dil ere | — tssero visi che in vece di ascoslo e nascosto dicesi anche ascoso e nascòso. 1 .; suoi panni sotto un cespùglio NASCOSI, selle volte con la immégine el . Sagnò. Bocc. nov. 77.-Lo duca ed io per quel cammino ascoso Entràm- « mo ec. D. Inf. 34.—Cui non potèa mia ocra èssere Ascosa. ld. Par. a. Ma sarebbe errore il dire risposo e rispuòso ; si seansino pure rispuòsi, ri- $puòse , rispuòsero , e rispuòsono per rispòsi, rispose, risposero. (15) Riàrdere e rimordere vogliono le stesse desinenze. | , (16) Procedono nella stessa guisa corchiùdere, dischiùdere, escludere, indudere, racchiùdere, rinchiudere, schiùdere, socchiùdere, alludere, elude- re, deludere, illudere, esitrùdere, inirùdere. Anche ne’ verbi chiudere, con. chiudere, rirnchiùdere ec. trovasi presso gli antichi, sì come in cadère e chiedere, la mutazione del @ in gg in alcune persone de’ presenti inditàt. € soggiunt. E eran mercè ch’ io non mangio più nulla, E non cHaIvao nè occhio nè orècchio. Berni, rim.-—- Onde GONCHIUGGONO ec. arroganfe tre esser colui ec. Salv. Avvert. 1, a.—-0 qual ni s' apre terra, Che «co mi. ricèva e mi RINCHIUGGA. Caro, En. lib. 11. In oggi però tgptesta anomalia pochi trova che vogliano praticarla. . (17) agi l'andamento di /èggere i seguenti: elèggere, preelèggere, — eleggere, rilèggere, corrèggere, règgere, ricorrèggere, erèggere, scorrèggere, , Prolèggere. I seguenti vanno come friggere, rifriggere, soffriggere, affiggere, confiegere, sconfiggere, infliggere. È (18) Questi due verbi hanno il medesimo significato: il primo, per- chè con un. solo g si scrivono il suo infinito e gli altri suoi tempi rego- li, non prende che un’ s nel par. pass. e nel pass. def. facendo fi-s6, -8t, fi-se ec.; V’altro, avente due gg, riceve due ss; onde dicesi fisso, fis- % ec. Osservisi in oltre che fi-gere hon ha che una sola maniera nel par. | Ba58. ove figgeere ne ha due, e così pure i due verbi infiggere e trafiggere - che hanno inffisso e infitto ; trafisso e trafilio. (19) Come affiggere si formano crocifiggere e prefiggere. (ao) I vexrbi struggere e distruggere hanno le medesime desinenze. i €50  —— —P_.__———tt—t_____——_—_—2t1————l12%#_——————ttt_—_—É_zì@ì@ INFINITO. PAR. PASS. PASS. DEF. INFINITO. PAR. PASS. ‘PASS. DEL. Vol—gere = nu (21) Spàr—gere )_ A dii (20) Indùl—gere = Ter—gere } : — sera — scro Piàn—gere —si (22) Pòr—gere —si (27) Cin—gere —t0 —se Scor—gere ) — to: mee Giun—gere —sero (23) Sòr—gere sero, = sono —$l (24) Svil—=] --si (28) Distin—guere —to —è—se 23 }eto se È Sta Divel=-lere. —$0r0 i —sì (25) i — ùlsi kr—gere tito | —se Esp—èllere —ùlso J-ulse . ; î — sero (— ilsero (21) Procedono come cd/gere i seguenti suoi composti: avvolgere, (0 | . vÒlgere, inoòlgere, rioòlgere, sconcoòlgere, stravolgere, svolgere, travolgere ‘Veggasi $. VII del Cap. antecedente. (22) I seguaci di questi verbi sono: compiangere, ripiàrgere, Foprott | piàngere, fràngere, infrangere, rifràngere, pìngere, dipingere, ridipigit ‘ripingere, retropingere, spingere, risplugere, sospìngere, cingere, araunge i re , discìngere, incìngere, scingere, fingere, infu.gere , tingere, attinge | intingere, rilingere, siingere, aggiungere, congiungere, disgiungere, ingr re, raggiungere, rigiùngere, ricongiungere , soggiungere, mungere, smur gere, uùngere, riùngere, pungere, ripùngere, compungere. Vedi la nola di «di questo Cap. (23) Stringére, astrìngere, costringere, dislrìngere, ristringere ego. no il verbo cingere, nel pass. def. dicendosi sfrimsi, strinse, sirinseroi “astrìnsi, astrinse, astrinsero;ristrinsi, ristrinse, rietrinsero, ec. ma se 00 8” Aentanano nel par. pass. ove fanno strelio, astrèilo, costrèito, dilrilla ristrèllo. i Li i 5 *ù#/) Come questo verbo vanno parimente estinguere, ridisfingttà 6tinguere. | MARS (25) Questo verbo vale lo stesso che erigere, al quale si. conforma . mel participio passato, ma se ne allontana nel passato definito. i (26) Si conjughino nella medesima guisa i verbi cospargere, sot - Spàrgere, asièrgere, spèrgere, aspèrgere, cospèrgere, dispèrgere, rispere” mèrgere, immergere, emérgere, dimergere, sommèrgere. I i (27) Procedono come questi: riporgere, sporgere, accorgersi, risorgati v însorgere, sùrgere, risùrgere, consùrgere, insùrgere. (28) Soèllere e divèllere, oltre |’ andamento loro irregolare nel pi”: | pass. e nel pass. def., vanno soggetti a varietà molto importanti. la PI ‘mo luogo essi hanno tre desinenze, differenti nell’ istesso loro infinito cio: Soè-llere, divè-Mere, soè-gliere, dioè-gliere, sver-re, divè-rre: indi nel corsì |, della conjugazione seguono la prima delle tre desinenze, dovendosi 080% |. mo ben ghardare dal dire sveglio, divèglio ec. 0 soerro, divèrro ec. che gr |. selani ‘errori sarebbero. Avvertasi però che la 1a. pers. sing. € la da È plur. del pres. indicat., come pure tulle e tre le persone singolari € la da i tale: - ‘ 51 RD TO INFINITO. . PAR. PASS. PASS. ‘DEF. INFINITO.. PAR. PASS. .PASS. DEF. é Pià —gner i I | —essi (29) AI —nsì (31) Oppr—imere —tss0 — esse. Ci —gnere =nto. - &lt;—nse © o Li —tssero Giù— griere —nsero i —nsi (30) o —uppi (32) . A:sù=-mere. —nto —nse R—ompere —òtta ©: d—uppe, e ‘— {-nsero ‘ — ùppero rlur. del pres. sogg'unt., e finalmente le due terze persone sing. e plur. dell'‘imperat.: banao doppia uscita, l'una regolare, cioè svello €. divello, . svellono e divèliono ; svella e. divella, soèllano e divèllano ; l' altra irrego= lare cambiandosi la seconda 7 in g. come: svelgo e divèlga, svèlgono e di- eeigono svelga e divelga, soèlgano, e divèlgano. (29) Così pure comprimere, deprimere, esprimere, imprimere, reprà mere, sopprimere, supprimere, sprìmere. lì primitivo di tutti questi verbi ‘ premere cangiatane la prima e in i, il quale siccome sprèmere e riprè» mere forma il suo par. pass. e pass. def. colle desinenze regolari. ulo,. ci, elli, è, elle, èrono, èilero. (50) Riassùumere, desumere, e presumere, hanno le stesse anomalie; in quanto a consùumere, che è verbo difettivo, Vedî Cap. VIIl della pres. sezione. . (31) I tre. verbi pidgnere,cìgnere, e giùugnere gli stessi sono che piangere, (ingere e giizragere, già esposti di sopra, ma che ho creduto dover riprodur- , Fe con ortografia diversa, onde far vedere, a chi ne dubitasse, che il par. ; Fas. ed il pass. def. non varian ‘punto, ad onta della variazione ortogra= fica praticata nelle altre voci, la quale consiste nell’ inversione delle lette ; Ir eg posponendosi, per maggior dolcezza, la prima alla seconda; e.in quanio a ciò avvertasi che una tale inversione non può aver luogo se | Ron quando ta susseguente vocale viene ad essere e od i, e che anche: in tal | fascessa non è punto obbligatoria, potendo ognuno praticaria 0 no, secone o il dettame dell’‘orecchio suo. Dicasi e scrivasi adunque, per modo di tempio: pidgnere o piùngere, pingnènle o piangènie, piagne o piange, j . . ‘ Ceo . è Ù * . } 9 sh! CA Piugneva 0 piangèva , piugni o piangi ec. Facciasi lo stesso co’ verbi ci- ;; B2ere © cingere, giugnere 0 giùngere, e con tluiti î verbi di simile uscita, che noi abbiamo avuta l'avvertenza di registrare nella nota 22. Osservi- #t che la suaccendata iriversione di ‘lettere par poco gradita mel verbo Îràngere, quantunque gli antichi poeti l’ abbian talora praticata. forse. in favor della rima: Grazie e pacì di sì magne, Nulla pena maîle FRAGNE, non sente cure 0 lagne. Fra Jac. da Tod. 5, 35. E l’Ariosto, anche (stendo la susseguente vocale un’ a: Nè alle guance, nè al pello si per- na, Che l uno e l° altro nan percuòta e rRAGNA. Fur. c. 24, st. 86. ‘opposto ‘la trasposizione suddetta è preferita ne’ verbi spègnere e ri- ‘pegriere (de quali nè pur gl’ infiniti spèngere e rispèngere più trovansi ) impre però ove la susseguente vocale sia e od i, dovendosi anche in questi verbi premettere la 7 al g nelle voci terminanti in 0, ‘oro, a, ano, co- e spengo, spèngono, spenga, spèngana: La 1a. pers. plur. del pres. sogg. Può scriversi spesniamo o spegnomo, la qual persona .ne’ verbi piùngere | Opiùgnere, cingere o cignere, giungere O giugnere, e consimili debhesi seri- vere piangiàmo, cingiàmo, giungiamo ec. n. , va ‘» (82). Questo verbo ha per composti corrompere, dirompere., inlerròm- Bere, proràmpere, che tutti seguono l’ andamento del loro semplice. SR | . | ————@@—t—t——6——6———_tt____—mm——m—m_m— ——T——T—T———_— INFINITO. PAR. PASS. PASS. DEF. INFINITO. -‘PAR. PASS. -PASS. ‘“DEY. si (33) —ist (35) Correre —so —se M_—ètiere - —tsso Èd—ise,"—tsse —$@r0 \ —isero Controver— mu Rin, tere }_so a Scrivere —tto ]755° | — sero —ssero, "— ssono ai — dsse sa ha — 881 (97 bc uatere +—-òsso — òssero, Vicuse = o DT SSe — òssono — 550 —ssero, “— ssono (33) Questo verbo ha per seguaci tutti i numerosi suoi composti : ae- eorrere, concorrere, decorrere, discòrrere, incorrere, occòrrere, percorrere, precarrere, ricorrere, ridiscòrrere, riscòrrere, scorrere , soccorrere, stracòr- rere, trascorrere. | (34) In questo verbo, siccome già facemmo osservare ne’ verbi cuoò- cere e nuòcere, il dittongo wo conservasi solamente nelle tre persone sing. e nella 3a. plur. de’presenti indicat., soggiunt. e imperat., dicendosi scwo- to, scuoti, scuote, scublono; scuota, scuòlano; scuoti, scuola, scubolano; e così pure ne’ suoì seguaci riscuolere, percuòlere, ripercuòlere, i quali sof- frono le stesse anomalie nel par. pass. e nel pass. def. che scuozere; in tuttì gli altrì tempi 1’ u del dittongo wo sì elide come scoliàmo, scofèle, scotèva ec. scolero ec. scoliàmo, scotiàte, scolèòssi ec. scolerèi ec. scolènie, scotèndo. Facciasi lo stesso ne’ verbi percuotere, ripercuòlere, riscuotere. Scusse, e percùsse in luogo di scosse e percosse leggonsi in alcuni poeti, probabilmente per la necessità della rîma: Ar. Fur. 22, 71.—id. 23, 71.— Petr. Tr. della F. cap. 1.—Cirif. Calv. Epiîst. 12. ec. Percuziènie in vece dî percotènte usasi per lo più in argomenti di fisica: Il suono adunche viene in certo modo dalla cosa PERCUZIENTE. Segn. anim. 2, gr.—/n cò. ci dimostra Iddio, che chi è segnàio del segno della croce non è tocco dall’ angelo PERCUZIENTE. Cavalc. specch. cr. 147. Leggesi anche percus- sènte: Fra, Giord. pred. ‘ (35) I seguenti verbi, tuttì composti dì mèzfere, hanno le stesse anomalie che questo: ammèttere, comméllere, compromètiere, dimèllere, dismellere, frammètiere, îinframmètiere, intrameltere, intrombltere, permèitere , pro- mètiere, rimètlere, ripromètiere, scommèltere, spromèltere. Misc per messo fa usato da alcunî poeti per agevolare la rima. D. Inf. 26.—Boce. Teseid.. lib. 8.; usollo il Bocc. anche in prosa: Guai allissimi MISI da una don- na. nov. 48. Mettiti, mettè, mettèrono, sebbene qualche esempio qua e là se ne trovì presso gli antichi’, sono omai riputate voci viziose. Messi per misi; misono, missono, e mèssero, per misero sono antiquati assai, e ap-. pena oggidiì lecità al poeta. . (36) Procedono come serivere i seguentì suoi composti: ascricere, cir- coscrivere, coscrìvere , conlrascricere, descrìvere, înfrascrivere, inscricere, prescrioere, proscrivere, riscrivere, soscrioere, soprascrivere, solloscrìoere, frascericere. | | | | (37) Conoìvere, rivivere, soroivere, sopravvivere sono composti -di vì- INFINITO. PAR. PASS. ‘PASS. : DEF. INFINITO. PAR. PASS, PASS. DEF. a —ssi ‘ — ossi (39) o —sso = ‘d—sse rio —0ss0 Y—òsse ENSSLE —ssero TRON a —òssero, » ‘— ossono Volvere to TN 089) —sero .LISTA DI VERBI CHE NEL PAR. PASS. E NEL PASS. DEF. HANNO DOPPIA DESINENZA , L'UNA REGOLARE L’ ALTRA IRREGOLARE. rceo_o _qaeeeti{a_adq0, &amp;@«&lt;«&lt; 9 ooo co cei Connè—ffere P. P. —ttùto,—sso P. D. —ttti, —ttè, —tttrono;—ssi, —ss€ —sser® (41). Fe—-ndere » » —ndùto,—sso» » —ndti, —ndè, —ndtrono; —ssi,— sse, —ssero. Persu-adtre » »..... —àso» » —adti, —adè, —adérono;—àsi,-àse, —àsero. F—6ndere » »—onduta,—ùso» » —ondti, —ondèî, —ondtrono;—ùsi, | — use, —ùsero (42). Piòv—ere » » —Ulo.....» » —ti, —è, —èrono; —vi, —ve,— vero (43). vere, e procedono com’ esso. Zioùfo è preferibile a Wissùto. Visso è poe- tico: Sarò qual fui: vierò, com’ io son visso. Petr. son. 113. Le voci del futuro e del condizionale possono scriversi o intere o isincopate cioè: «vero, O vivrò ec; viverei, O vivrei ec. (33) Zolvere vale lo stesso che Yolgere: i suoi composti sono deool- vere, involvere, rivolvere, svolvere, iruvolvere. (39) Come muovere, si conjugano anche commubòvere, dismubvere, promuocere, rimuovere, smuovere, e dehbesi a tuiti questi verbi applica- re le stesse osservazioni da noi ‘fatte sopra i verbi cuocere, nuocere; e scuotere riguardo al dittongo uo. Gli antichi poeti usavan talora mo/o e rimòlo per mosso e rimosso: D. Par. a. — id. ibid. 24. — Franc. Barb. 73, ec. È pure lécito al. poeta, ove ciò meglio gli convenga, di sincopare le voci del futuro e del condizionale de’ verbi suddetti, scrivendo movrò per mogerò ec., movrèi per moverti ec. ve ai (40) Non credo necessario di avvertire che ne’ verbi della presente lista, le lettere impresse con carattere corsivo si troncano solo ove si faccia uso delle desinenze irregolari. (41) Seguono lo stesso andamento annettere e sconnèitere, i quali però nel par. pass. hanno solo annèsso, sconnèsso, non già annetiùto, sconnellùlo. l (42) Confondere , diffondere, infondere, rifondere, sconfondere, tra- sfondere non hanno che le uscite irregolari, dicendosi solo confusi, con- du confùsero ec. ‘.(43) Questo verbo è uno di quelli che in grammatica chiamansi im- 254 &lt;&lt; PARTE TERZA Prì-ndere: » ».....-s0 » » —ndti,—ndè,—ndtrono;—si, —se; —sero (44). Ridere - » ».....-s0 » » —déei, —dé, —derono;—si, —se, — i Ì sero. 3 Red--imere » »....—énto » » —imti, —imè, —imtrono;—ènsi, — t ense,—énsero (45). Rè—-ndere » » —nduùto,—so » » —ndti, —ndi, —ndèrono; —ndetti, —nditte,—ndiilero ;—si, —se, -. &gt;=  sero . -—----. jenali, perchè solamente în terza persona sing. sî usano (di tali ver- bi parlecsno altrove ). ll verbo pidvere però , in senso metaforico, trovasi mon solo in 3a. pers. plur. ma anche in 1a. pers. sing. PIOVONMI amàre lagrime dal viso Con un vento angoscioso di sospiri. Petr. son. 15. — Astrò- toghi eccèl.t d' cgui parte Piovono a dive delle stelle il corso. Fr. Sacch. ren. . Quando sua venùla, s’ inièse, el intimi, i soldafi ec. PIOVEVA- xo al porto di Brindi.iec. ‘Tac. Dav. ann. 3, 33. — E PIOVVERO in #nfer- 26 En fuoco sempilèerno. Brun. Lat. Tesor. — Zo Piovvi di Toscana. D. Inf. 24. — Rispose: quand' io PIOVVI în questo groppo. id. ibid. 30. Pig- vellî, piovelle, piovèttero sono voci dell'uso, ma prive di autorevoli esempi. Piobbi, piobbe, piobbero sano del verso. Pidvvono per piovvero leggesi so- vente tanto în verso, che in prosa. Quanti ne PIOVVONO riai dal ciel nel centro. Morg. 2, 3t. — Piovvono grandissima quantità di vèrmini. Gia, VilL 12, 83. Rijidcere procede nella stessa maniera che piòvere. (44) L' uscita irregolare del pass. def. nel verbo prèndere, almeno ‘ sell uso odierno, prevale di gran lunga alla regolare, e pare che questa: meppure presso gli antichi sia stata in gran pregio, eccetto la 3a. pers. piur. che più delle altre due desinenze regolari si legge. Vit. SS. PP. 2, - 212.— Gio; Vill. 10, 152. — Borgh. rip. lib. 3. ec. Leggonsi pure, ma di rado, le desinenze edli, elle, èllero. Sesù ti ricevetti, Del tuo sapòr PREN- | DETTI, Tanti n’ ebbi dilèlti. B. Jacop. poes. spir. lib. 6. — De’ qua’ ire melo più franchi vRENDETTE. Ant. Pucci, centilo]. c. 77. Quel che è cer- - to sì è, che il pass. def. de’ verbi composti di nre dere, cio apprèndere, anfivrèndere, comprè dere, disapprèndere, îÎmprèndere, intraprèndere, ri-. preudere, soprapprèrdere, sorprè dere, debbesi contentare colle sole dssi- nenze irregolari. JÎ frequeatissimo uso che fecero i più accreditati scrit- tori antichi di prèsono in luogo dî pràsero, fa presumere che non pecche- rebbe chi in oggi |’ adonerasse. PRESONO #2n/0 ardire che fèciono éèrdin e leggi che dura saribbe suto (stato): di rimuòverle. Din. Comp. 1, 5.— E dundiri PRESONO luogo in altri seroigi. M. Vill. 9, 72. — I Sannìli mon- idrono in sul poggin e PRESONO i passi per modo ec. Cronich. d’ Amar. 55. . Ei Fenezzini e li Fiorentini pRESONO. di parlamentare con li signori di Lombardia. Stor. Pist. 22. (45) Questo verbo, che rare volle usasi, viene dal latino emzere (come pràre ), e vale riscallare. Per noi saloàrme morte riceoèsle, Ci REDIMESTI,. Gest, vita mia. Fra Jacop. — Come sarà che ei offenda (l'amico) se il | posponghiatmo a chi ci ha creati, a chi ci ha REDENTI? Segn. Pred. a. fin. E per similitudine vale Ziberare. Presa Dio, che te mandi qualcuno che fa RiDIMA di questa crudeltà. Machiav. prin. cap. 16. Ia quanto a’ verbi essmere e dirimere, vedi Cap. VI, $. V, alla nota 14. . (46) Procede nello stesso modo Arrèndere. Rendrò ec. in vece di rendero ec. leggesi alcune volte in poesia. Bemb. son. 123.— Varchi, son. par. 1.— Bocce. Teseid. lib. 5. »d  ssa cs n . - i i FR, : - ni di 2» i . : LI î . Rilà— cere ®» Od... » —Cti, Cè, —Cèrono;—ssì, —se,— ep ssero (47). NA Risolvere » » —ùlo, —to » » —vei, —vè, —verono; — villi, — vilte, —veltero; —si, —se, —. sero (48). Di. PROSPETTO DI VERBI DI QUESTA CONIUGAZIONE QUASI INTIERAMENTE IRREGOLARI. eee cet etto ne OI E E E ERA RESI IA CA {INDIC.PRES.|PASS. DEF. FUTURO |SOGG. PRES.| IMPERAT. INFINITIVO Addurre, o addùrladdùco —laddussi addurrò |adduùca aa (50) addùci dducèsti |addurrài faddica, adduci —adduchi | a Tadduùce addusse addurrà |adduca adduca. ‘ (47) Questo verbo ha per seguaci prelùcere, fralùcere, i quali com° £s- s0 sono privi di participio passalo. (43) dssolvere e dissolvere vanno come rivolvere , ma in essi la 3a. uscita del pass. def., cioè in si, se, sero, è più del verso che della prosa; e avvertasi che in vece di dissolcere usasi meglio disciogliere che è seguace di sciogliere. Nella prosa si adattan meglio riro/u/o e assoluto che risolte € ussollo; ma non mai dicasi dissollo, ma bensi disciolto, 0 dissolutaz;: quest’ ultimo però è più addieltivo che participio. Zr@e la reverènda: au- dorità delte leggi ec. quasi cadula e DISSOLUTA 4ulla per li ministri. Booc, Introd. i \ a (49) Nel presente prospetto non trovasi nè l imperfetto dell'.indica- tivo, né quello del soggiuntivo, i quali ognuno facilmente da st potrassi formare dietro la regola datane al $. VI del prece. Cap., e nella solle- posta nola. wa (50) L’ andamento di addurre è pur quello di condurre, dedurre, in- dire, intredùrre , perdùrre , predùrre ) ridurre, ricondùrre, riprodurre, sdùrre, sedurre, soddurre, tadiure. Tutti questi verbi non sono che sin- copi de' verbi antichi e troppo latini adducere, conducere, indùcere,.£c.., la cui anomalia nel par. pass. e nel pass. def. si è mantenuta ne' verbi siacopati, ì quali per tutto il rimanenie della conjugazione loro, toliene il futuro: e ’1 condizionale, che soli partecipano della. stessa sincope .-del- l' infinito , procedono come se |’ uscita radicale fosse cere, con la qual de- sinenza i summentovati verbi più volte si leggono negli ‘autori del buon secolo, tanto nell’ infinito, quanto nel futuro e nel condizionale. Dato e non concedùlo che questa ragione si polèsse ADDUCERE. Borgh. rip. 20. — ‘Diede loro a CONDUCERE la prima schiera. Guid. Giud. — Dell? dillo scen- de virtù che m' ajuta, CONDUCERLO a vederti e a udirii. D. Purg. 1.1 -Fuggire ogni ragione, la quale , cd altrimènti fare il potesse COY- DUCERE. Bocc. nov. 13. — Per SEDUCERE i sèmplici a fidarsi in loro. Fav. Esop. 74.— Il melagràno PRODUCERA' moltitudine di pormi. Pallad. Marz. 18. — Ld egli vi CONDUCERA' sn parie, doce voi albergherèle assai convenevel- mènle. Bocc. nov. g9-— Se ciò non fosse, il ciel che tu cammìne, PRODUCERÈR-  PARTICIPI INDIC.PRES.[PASS. DEF.| FUTURO [SOGG.PRES.| IMPERAT. Pres. Adducente [adduciàmo| addùcem- [addurrèmo|adduciàmo|adduciàmo si i | Pass. Addòtto ladducete |adductste [addurrtte [adduciàte [adducète GER. Adductndo |laddùcono |addùssero laddurràn- [addùcano |addùcano no INFINITIVO Bèvere, bere (5:)[bevo, beo [bevvîi, be-[beverò, be-[beva, bea { . .... vei,bevtttil rò PARTICIPJ bevi, bei {bevesti,be-|beverài,be-[beva, bea, [bevi, bei èsti rài bevi, bei Pres. Bevènte, |beve, bee [bevve,beve!{beverà, be-|beva , bea |beva, bea beènte bevette rà Pass. Bevito beviamo, [|bevèmmo, |bevertmo ,|beviàamo , {beviamo , beiàmo betmmo | berèmo | beiàamo | beiàmo een. Bevèndo , [bevtte,bet-|beveste, ibevertte, [beviate,be-|bevtte,bei betndo te beèste bertte iàte te bevono, |bevvero,be-]beveranno,|btvano , |bèevano , btono verono, berànno | btano. btano ° | bevette- z ro,bevet- tono , bevvono un sì gli suoi effètli, ec. D. Purg. 8. Quantunque i participj passati addotto, condotto , dedotto , indòilo ec. sieno in oggi i più comuni e pregiati, non perciò meritano esser rigeltali come viziosi adduilo, condùtlo, indùtto, sedùilo ec. usati frequentemente dagli antichi in prosa e in verso. A//uo- mo errànie ec. è ADDUTTO il testimonio di coloro, che son fuori della legge. Mor. S. Greg.— Dove re Carlo rolto e mal conputto Colle relìiguie sue s' era RIDUTTO. Ar. Fur. 2, 24.—Quello sciaguràto doorà per rovinàr- melo affatto, avèrlo or CONDUTTO in qualche baratterìa. Cecch. Dissim.2, 3. — Contro colùi che l' uomo ha SEDUTTO a darsi fede. Buti, comm. Inf. 32. Sono erronee le desinenze èi, è, èrono, e sfuggansi parimente come idioti- smi viziosi adduchiàmo, adduchiàte, addùchino } conduchiàmo, conduchià- te, candùchino ec. Vedi Cap. VI. $. VII. (51) Bere è sincope di dèoere, il quale così intiero di rado usasi nel conversar famigliare. Quasi tutte le persone di questo verbo hanno dop- pia desinenza, l'una proveniente dal verbo sincopato bere, l’altra dal -verbo intero dèvere, amendue legittime e comuni, quantunque nell’ uso una preferiscasi forse all’ altra, che in ricompensa è prediletta a’ poeti. ‘Sono pure voci poetiche debbi, debbe, bèbbero , per deovi, beove, bèovero. Bibo e Livo per deco e beo; beùto per bevùto, sono voci disusate; bejo, Beje, bejàmo, bejeie, bèjono, per devo 0 beo, beve 0 bee, beciàmo a beià- mo ec. sono voci plebee. Quanto alle voci poetiche e antiquate dell’ im- perfetto indic. e del condizionale V. Cap. VI, $. VI, alle note 26 e 27. * v—_ Nn 3 ETIMOLOGIA E SINTASSI 257, r—_m—m__TÉ_____T_——____e +É_Ét._P__yÈ INFINITIVO INDIC.PRES.{PASS. DEF.I FUTURO ÎSOGG. PRES. IMPERAT. Cogliere, e corre|colgo , co-|colsi coglierò , |colga, co-[..... (52) glio corrò glia PARTICIPI cogli cogliesti [coglierài , [colga , col-|coglì corrài ghi, coglia Pres. Cogliente {coglie colse coglierà , |colga, co-|colga , co- corrà glia glia Pass. Colto cogliamo |coglitmmolcoglieremo,|cogliamo cogliamo ; corremo, GER. Coglitndo |coglitte Icoglieste {cogliertie, |cogliate |coglitte corre Le colgono , |còlsero coglieràn- |còlgano , |còlgano , cògliono| " colsono | no, cor-| còglianof cògliano INFINITIVO rànpo Dire, e antic. Di-{dico dissi dirò dica PERE: cere (53) i; (52) Nella stessa maniera procedono accogliere o accorre, incogliere 0 incorre , raccogliere o raccorre, ricogliere o ricorre. Non credo aver biso- gno di spiegare che corre è sinrope di cogliere, la qual sincopatura non si estende che alla voce dell’ infinito, a quelle del futuro, e consequentemen- te anche del condizionale, ma che in Firenze è preferita alle voci intiere. Per cogli leggesi talora coi, e nell’ imperat. co’, che perde l’ apostrofo quan- do vi si unisce l’ affisso. E co’la rosa, e lascia star la spina. Prov. fiorent.— Za coTELA iu (còglitela). Fr. Sacch. nov. 86.— Dimandal tu che più gli i’ avvicìni E dolcemènte sì che parli accoLo (accòglilo). D. Purg. 14. Coglièi, e cogliè, che dai Fiorentini talora odonsì profferire, so- no errori; sono pure idiotismi fiorentini da scansarsi, colghiàmo, colghiate e colghino. Coggo, cogghiàmo, cogghiète, coggono, per colgo o coglio, coglià- mo, coglièle, cogliono, o colgono; cogghièva per cogliéoa ; cogghiùmmo ec. per cogliimmo, coglièste, còlsero; cogga, cogghi, cogghino, per colga, colghi, colgano, o cogliano, sono tutte voci contadinesche. (53) Errano quei grammatici che pongono il verbo dire, tra quelli della 3a. conjugazione, perchè esce in ire: esso altro nonè che una sin- cope dell’ antico e latino verbo dicere, il quale, ora affatto disusato in rosa, vedesi tuttora, sebben di rado, figurare nel verso, ma che presta tutte e sue voci al verbo dire, che è divenuto perciò uno de’ più anomali del- la 2a. conjugazione, e il cui procedere è pur quello di benedìre, conlrad- dire, disdire, indire o indicere, maledire 0 maladìire, misdìre, predire, ridire, sdire, soprabbenedìre, sopraddìre. Parleremo più particolarmente nel seguente cap. de’ verbi benedire e maledìre, i quali toltene alcune he voci hanno doppio andamento, l’ uno della 2a. conjugazione, l’altro lla 3a., 2a. classe. 1 due tempi passati imperfetti, 1’ uno dell’ indicat., l’ altro del soggiunt. non si forman già dalla 2a. pers. plur. pres. indic. (veggasi cap. preced. $. VI) ma bensì dalla aa. pers. sing. del medesimo tempo, cambiandosi l'; finale di diciin eva 0 e00, eci, con ec. e in essi; essi, esse ec.; onde dicèca 0 dicèvo ec. e dhkèssi ec. Dito per detto è voce del contado, e l’ usaron pure alcuni poeti antichi per la rima: Tula ciò, ch’ è DITTO Polràl frocàre scritto. Franc. Barb. Dicèmo per diciàmo è Gram. Ital. 34 Sg Ì  INDIC.PRES.| PASS. DEF. FUTURO PARTICIPJI dici, di’ Idicésti dirài dice disse dirà Pres. Dicente diciamo |dicemmo |dirémo Puss. Delto dite dictste dirtte GER. Dicèndo dicono dissero dirànno INFINITIVO Dolère (54) dolgo, do-{dolsi dorrò glio duoli dolesti dorrài duole, dole|dolse dorrà PARTICIPJ Pres. Dolènte dogliàamo |dolemmo |dorrèmo Pass. Dolùto dolète dolèste dorrtte GER. Doltndo dolgono, |dolsero, |dorrànno" dògliono| “dòlsono idiotismo romano, sebbene Dante pure l’ usò nel suo Convito: E gque- sto unire è quello che noi picÈMO amore. D. conv. 40. Dicète per dile, usollo B. Jacop. ode 17. DICÈTELMI che Dio vi dia baldànza ; e D. Par. g. Su sono specchi, voî DICÈTE froni.—Dicestù per dicèsti tu, è modo di dire boccaccesco: Come disse il geloso, non DICESTU così ? Bocc. nov. 65. Di- cerò ec., e dicerèi ec., per dirò e dirèi ec. sono anticaglie, che usansi an- cora da’ Napolitani. Finalmente abbiansi per idiotismi tutte le voci di que- sto verbo, scritte o profferite colla &amp; ( eccetto la 2a. pers. sing. del pres. soggiunt.), come dichiàmo, dichiàte, dichino ec. Dichi per dici, leggesi nel Boccaccio: Pampinèa per Dio guarda ciò che tu DICHI. Bocc. Introd. Gli affissi mi, ci, lo, la, le, contraendosi coll’ imperat. monosillabo d?’, raddoppiano le consonanti loro, scrivendosi dimmi, dicci, dillo, dilla, dille, dillomi o dimmelo, dimmela o dìllami, dìiccelo 0 dilloci. (54) Condoleère, ridolère, e indolère, procedono come dolère. Trovansi di questo verbo molte voci adoperate dagli antichi, la più parte delle qua- li in oggi nè pure a’ poeti sarebber permesse, tali sono dogliente, doglien- do per dolènle, dolèndo; doggo per dolgo; dogli e duoi, per duoli; dog- ghiàmo e dolghiàmo per dogliàmo; doggono e dolono per déòlgono; da- lèi e dolfi per dolsi; dolè e dolfe per dolse; dogga, dogghiàmo e dolghiò- mo, dogghiàle e dolghiàte , dogghino, ‘ dolghino e dolano , in vece di do- glia 0 dolga, dogliàmo, dogliàle, dolgano.— Dole per duole, è poetico. Peir. son. 23. Dolve per dolse, leggesi in Dante: Nel primo punto che dite mi DOLVE. Inf. 2. 11 Poliziano adoperò dolto per dolùto: E quanto Apollo, s' è già meco DOLTO, Ch’ io tengo il lor poèta in tanto scherno. lib. 7, st. 2. ‘Osservisi che il verbo dolère per lo più trovasi cogli affissi mi, li, sì, ci, vi, come: dolèrsi, mi dolgo o dolgomi, ti duoli 0 duolti, si duole o duolsi, ec. n n "a BIZZARRO INFINITIVO INDIC.PRES.{PASS, DEF.| FUTURO I[SOGG.PRES.| iMPERAT. Dovere, e antic.{devo, deb-{dovti, do-|dovrò, do- |[debba, de- Devere (55) bo,deggio| vetti verò va, deggia devi, dei,[dovesti dovrài; do-|debbi, deh- de’ verài ba, deggia PARTICIPI deve, deb-idovè, do-|dovrà, do-{debba, de- be vette verà va, deggia À Pres. Dovente |dobbiàmo,{dovèemmo {dovremo ,|dobbiàmo, Gi deggiamo, doverèemo| deggiàmo E Pass. Dovùto debbiàmo ” | dovete doveste dovrete ,. |dobbiate, GER. Dovendo dovertte| deggiate devono , |dovèrono ,|dovrànno , {debbano , debbono,| dovette- | doveràn-| dèvano , INFINITIVO dèéggiono] ro, "do-| no diggiano vèttono Partre (56) pajo parvi parrò paja e (55) Dall’ antico verbo decère, prende il moderno dovere la più par- te delle sue desinenze, noa comprese quelle voci che con due gg si scri- vono. Le molte voci di questo verbo in oggi non più usate, ma che spes- se volte negli antichi classici s' incontrano, sono le seguenti: dobbièndo per dovèéndo 5 deo per debbo, o devo; dovèmo, devèmo, deviàmo, dovidmo, per dobbiàmo (pres., indic.); dèbbeno, dèono, denno e dèggono per dèbbo- no, 0 décono; devèva, devevaàmo per dovè va, dovevàmo; devieno, per. wvèrano; devèi, devè per dovèi, dovè; debbia, dea, per debba o deva; deg- 6 per debbi (2a. pers. sing. sogg.); debbiàmo per dobbiamo (pers. sogg. pin.) debbiàte per dobbiàle, dèano per dèbbano; devèsse per dovèsse ec. Otisi però che quantunque tutte queste voci sieno antichissime, non per- CIO possono dirsi erronee, anzi avvene parecchie, le quali per la loro fevità talvolta preferite sono dal poeta, come sarebbero: deo, dèono, de- temo, denno, devìeno, dèano ec. In quanto a debbi, il Buommaitei ed il Inonio, e dietro a questi il Corticelli e qualche altro grammaltico, segna- H0 questa voce per 2a. pers. sing. non solo del pres. sogg. insieme con deva e debba, ma eziandio del pres. indic. accanto a devi e dei. Il Pisto- esi ed il Mastrofini pretendono che debbi, al solo pres. sogg. convenga * che P abbiano i prelodati grammatici senz’ alcun fondamento anche al Pres. indic. assegnato; asserisce però il Mastrofini che debbi, un tempo ‘peltava anche al pres. indic. Finalmente il Compagnoni pone debbi per Pres. indic. nella colonna degli erronei, e pel pres. sogg. în quella degli auliquati insieme con deva e deggia. Noi ci appigliamo all’ opinione del Istolesi, corroborata dall’ autorità di quasi tutti i classici, ommettendo bi nel pres. indic. anteponendolo però nel sogg. al #u debba, che lo stesso autore ben dice non essere che voce dell'uso. Si scansino i seguenti idiotismi : Deio per devo ; dècano per dèvono ; dobbiavaàmo , dobbiavale Per dovevamo, dovevàte; dovèllamo per docèmnto; dovrèbbi per dovrei ec. V. Cap. VI 8. VII. ._ (56) Da questo verbo hanno origine Apparère (ora mutato in appa- "ire ) e disparère, come pure i verbi della 3a. conjugazione, comparire, disparàre , rapparìre , riapparire, sparire, irapparire, trasparere ( vedi  INDIC.PRES. PASS. DEF. FUTURO' [SOGG. PRES.| IMPERAT. PARTICIPI pari paresti parrài paja pari pare, par {parve parrà paja paja Pres. .....- |pariamo, |parèmmo {parrèmo |pariàmo, pariàmo ; pajaàmo pajàmo pajàmo Pass. Parùto , {partte pareste parrète |pariàte,pa-|partte parso jate GER. Parèéndo pàjono, pà-[pàrvero |parrànno |pàjano pà)ano INFINITIVO LODO Ò Piacère (57) piaccio piacqui piacerò piaccia PALLE piaci piacèsti piaceràî |piaccia piaci PARTICIPI piace piacque piacerà piaccia piaccia Pres. Piacèénte |piacciàmo |[piacèmmo |piacerèmo |piacciàmo |piacciàmo | Pass. Piaciùto |piactte piacèste |piacerete |piacciàte |piacéte SE piàcciono |piàcquero ,|piaceràn- f{piàcciano |piàcciano GER. Piacindo “piacquo-] no no cap. seguente). Vuolsi che il verbo parère non abbia particip. pres. per l’ equivoco che nascer potrebbe col nome parènie. Dante, ed il Varchi usa- rono alcune volte paroènie. Non per color, ma per lume PARVERTE. D. Par. 10.— Lo ciel che sol diluiprima s’' accènde, Subitamènie si rifà PAR- VENTE. id. ibid. 20. — Sarà la luce, la quale ogni colore di lor sentènza Sarà PARVENTE. id. convit. a. — Volèan costòor che nell umane menti, Qua- si în puliti spegli, Le spezie de' sensibili PARVENTI S° imprimèssero ec. Boez. Varch. rim. 4. La sincope alla quale vanno soggette le voci del futuro e del condizionale, fu introdotta, onde togliere ogni ambiguità tra esse e quelle de’ medesimi tempi del verbo parare, e però convien riguardar co- me ‘antiquate, ove ancora s’ incontrino, le voci parero ec., parerèi ec. Nel par. pass. parso, e nel pass. def. parsi, parse, pàrsero, quantunque sieno voci poetiche, non di ràdo si leggono eziandio in prosa, e segnatamente parso .per parùto, che usarono, dal Boccaccio in fuori, i migliori prosa- tori. Machiav. arte della guerra. — Casa, lett. — Stor. eur. lib. 3, 56. — Salviat. oraz. 6. — Galil. lett. — Vit. Ben. cellin. ec.; oltracciò nel parlar famigliare odesi in Toscana più parso che parùto : ad onta di tutte ciò il Pistolesi ed altri, pongon questa voce tra gli errori plebei. Sono disu- sati pai in vece di pari, e paji in vece di pàja; pòàjino, e pàrino per pajano. Abbiansi poi per errori paro e parto: per pajo; pafano, parno. per pàjono; parèmio, parèvi, parècono per parevàmo , parecvà le, parèoa- no ; parèi, parèlti per parvi; parè, parèlte per parve; pàrsamo, parès- simo per parèémmo; paràve per parrèbbe ; parrèbbamo, parrèssimo per parrèmmo ; parerèbbano per parrèbbero. (57) In pari modo procedono compiacère , dispiacère , spiacère , ripia- cère. Piucciùto, piacèi, piacètti, piacè, piacètie, piacèrono, piacèttero, sono maniere antiche ed ora disusate. Piàcguamo , piacètiamo, piàcqueno per piacèmmo, piacquero; sono idiotismi da non imitarsi, tonni INFINI TIVO. INDIC.PRES.|PASS. DEF.| FUTURO ISOGG. PRES.| IMPERAT. Porre (58),ponere|pongo posi porrò ponga TREE PARTICIP] |poni ponésti |porrài ponga poni pone pose | [porrà ponga ponga Pres. Ponîénte [poniamo |pontmmo |porreémo |poniàamo |poniàmo Pass. Posto pontte ponèste |porrète |poniàle |pontte GER. Ponendo pòngono |posero porrànno |pòngano |pòngano INFINITIVO Potere (59) posso potti, “po-|potrò possa tetti i PARTICIPJI puoi, puo’|potesti potrài possa,possi d . può, puote|pole , “po-|potrà possa sà Pres. Potènte , tette È possente possiamo |pottmmo |potrèémo |possiàmo Pass. Potùto potete poteste potrete possiàte possono , |polérono ,|potrànno |pòssano GER. Pottndo ponno | poteltero, potèro (58) Sono soggetti alle stesse anomalie i seguenti: Anfeporre, appoòr- re, comporre, contrapporre, deporre, disporre, esporre, frapporre, imporre, inlerpòrre, oppòrre, pospòrre, prepòrre,. proporre, presupporre, ricomporre, nporre, riproporre, scomporre, sopporre, soprapporre ) solloporre, sporre, supporre, trappòrre, traspòorre.— Porre, sincope dell’antico e latino verbo ponere, procede nella maggior parte della sua conjugazione colle desinen- ze di quest’ wllimo, e non ha altre voci soggette alla stessa sincope se non quelle del futuro e del condizionale, essendo ponerò ec., ponerèi ec., ma- niere in oggi bandite. Altre voci non poche del presente verbo leggonsi presso gli antichi, che in oggi sono, o affatto rigettate, o a’ poeti solo si permettono, tali sono: Pogneènte, pognendo per ponènie, ponendo ; posilo Per posto ; pono, ponono per pongo, pongono; ponèmo per poniùmo, 0 Pognaàmo ; ponieno per ponèvano; pogni per ponghi o ponga (2a. pers. sing. del pres. sogg.); pona, e pogna per porga (1a. e 3a. pers. sing. del pres, sogg.).- Meno anliquate pajono puose per pose; puosero, e può- sono per posero, posono. Bocc. Introd. — id. nov. 4. — Nov. ant. 61. — Gio. Vill. 6, 37. — id. 10, 153. — S. Agost. C_D. 8, 3.— Vit. SS. PP. 4, 398. ec. Pollo e impollo, in vece di ponilo, e imponilo, o ponlo e imponlo, leg- gfonsi nel Boccaccio. Leva quello spillèetto che m’ hai sopra le orècchie Poslo, e POLLO più là un poco. Bocc. laber. — E percio quello, che a te pare che per me s’ abbia a fare, IMPOLLOMI e vederàli cc. id. nov. 5. Simil maniera per altro sarebbe oggidì poco gradita. Ma sono errori ma- nifesti porùfo per posto ; ponghiàmo, ponghiàte, pòonghino, per poniàmo, Poniàle, pòngano ; o pogniàmo, pogniale per pognàmo, pognàie; pongi, Ponè per posi, pose; posàmo per ponèmmo ; posano e pòseno per posero. Vedi cap. VI S. VII. (59) Molte sono le anomalie antiche di questo irregolarissimo verbo: Possufo per potùlo, è voce usitalissima tra ’|] popolo toscano, ma non se Nè trovano esempj abbastanza presso i classici per dichiararla valida. Mor: è POSSUTO a questo ancor venìre. Fr. Barb. 193, 11.— Acèndo già lungo  I INFINITIVO INDIC.PRES.|PASS. DEF.| FUTURO |SOGG. PRÉS.| IMPERAT. Rimantre (60) |rimàngo |rimàsi rimarrò {rimanga |...... D) . . . i} e . sé. . . . ‘ DI rimantsti |r rài |rimànga, olrimani PARTICIPI rimani imantst imar I ga, rimanghi Pres. Rimanéntelrimàne rimàse rimarrà rimànga |rimànga Pass. Rimasto, |rimaniàmo|rimantm- |rimarrtmo|rimaniàmo]rimaniamo rimàso mo GER. Rimanendo |rimantte |rimanèste |rimarrtte |rimaniàte |rimantte rimangono {rimasero |rimarràn- |rimàngano]|rimangano INFINITIVO : no Sapere (61) . Iso seppi saprò . [sappia ie tempo desideràlo il regno d' Itùlia, e non POSSUTO mai conseguìrlo. Stor. eur. 4, 83. Possèndo per potèndo; Gio. Vill. g, 182.—e Bocc. nov. gt. Puole, pole, poliàmo 0 possèmo, possèle, puonno per puoi, può, possiù- mio, polète, possono; possèa, polavàmo 0 possevàmo, potavate, polieno, per potèva, polevàmo , polevàte, poltèvano; possètti, possetie, possetlono o polètiono per polèi, potè, potèrono; polerò, poterài ec. per potro, pe trai ec.jpolerèi, polerèsti ec. per potrèi, potrèsti ec.; potiàmo per possiamo ec. Potestù per polèsti tu si trova frequentemente nel Boccaccio. Potéro, © potèr per poterono è puro poetico. Non POTÉR quei fuggirsi tanto chiu- si. D. Inf. 5; ma leggesi anche in qualche prosa antica: El on dàro là ove PoTERO. Tesor. Br. 8. Pofènno per poltèrono è voce del contado toscano, e Dante |’ usò pure: St che vedèr si POTEN fulli quan ti. Inf. 4. Potrìa e porìa, potrìano, potrìeno, e porìano per potrebbe è potrèbbero, sono del verso e della prosa, e gli esempj ne sono molti; ma porìa per potrèî non si usa se non che in verso. To mon PORIA le sacre benedètte Vergini, ch? ivi fur, chiùder in rima. Petr. Tr. della cast. — H io come giammdi PORIA soffrire. Bocc. Tes. lib. 8, g. Sono pur molte le voci erronee, o idiotismi di questo verbo, dall’ usare î quali ognuno deb- besi ben guardare, e sono: possère per polère ; puoli, puole per puoi, pù; potèmio per polevàmo ; potèvi e polavete per polevàle ; potèvono per pe tèvano j polièdi, poliéde per potèi, potè; potètiamo per potèmmo ; polb- dero, potèrno, polièro, pottèro per potèrono; porò, porèi ec. per potro, potrèi ec. ; polrèbbi, porèsti, potrèbbamo, porèste, potrèbbano per port polresli ec.; possi, poliàmo, poliàle, pòssino per possa, possiàmo, posso” le, possano. . nr (60) L’ antico verbo manère, del quale pochissime voci superstiti sono, è il primitivo de’ verbi rimanère e premanère, il quale procede nella stessa maniera. Rimagnènie per rimanènie, è voce antiquata, 00" me pure rimdgno, rimàgna , rimagnàmo per rimàngo , rimànga, mme niàmo, rimanerò, per rimarrò ; rimàgna per rimànga (2a.- pers. sing. s0gg.); rimanèi, rimanè y rimanèrono per rimàsi, rimàse, rimàsero ec. I seguenti sono idiotismi: rimànse, e rimanètie per rimàse; rimàsamo per rime nèmmo ; rimàsano, rimanèltero per rimasero ; rimanghiàmo, rimanghia- te, rimanghino per rimaniàmo, rimaniàte, rimàngano. deren: (6:) Il verbo sapère, che presso gli antichi talora anche savére 5! disse, è uno de’ verbi più irregolari che abbia la linfgua italiana, © singolarissimo per le molte e strane sue anomalie antiche; esso è priv? di par. pres. e non può supplirvi nt sapièrie, Cresc. 4, 18, è saccente, ETIMOLOGIA E SINTASSI 2635 Tr——_——111111—__r____.o INDIC.PRES.{PASS. DEF.f FUTURO |SOGG. PRES.| IMPERAT. PARTICIPI sal, sa’ Isaptsti saprài sappia , |sappi sappi Pres. ..... sa seppe . Isaprà sappia sappia Pass. Sapùto sappiàmo Î|saptmmo jsaprèémo |sappiàmo |sappiàmo GER. Sapendo sapete sapeste saprete sappiate |saptte INFINITIVO = |S2DDO seppero |saprànno |sàppiano _ |sappiano Sctgliere o scer- re, e sciogliere o eciorre , proce- dono come coglie- re (62). Sedtre (63) siedo, seg-|sedti, se-|sederò frieda seg-| &lt; .... go detti ga Tesor Br. 4, essendo amendue queste voci meri addiettivi. Sacciufo per sapùlo, come par. pass., è un idiotismo. Sappièndo per sapèndo ; saccio € sapo per so; sapèmo, savèmo, sacciàmo per sappiàmo; sàcciono per sanno; sapavàmo, sapavàle, sapìieno v savieno per sapevamo, sapevàle, sapèvano j sèppono per sèppero; saperà ec. per saprò ec.; saperèi ec. per saprèi ec.; sàcciu, sacciàmo , sacciàle, sàcciano per sappia, sappiàmo, sappiàle , sàppiano, sono tutte voci che si leggono qua e là presso qual- cuno de’ classici più o meno antico. SAPPIÈNDO che il re Guglièlmo suo avolo dala avèa la sicurià ec. Bocc. nov. 37.—Mandbò il cavaliero all’al- bèrgo della corona SAPPIÈNDO se era suo famìglio. Fr. Sacch. nov. 221.— ‘Temo morire e già non sAcciO l' ora. Bocc. nov. 9g7.—Non SACCIO vero consìglio alcuno che il vostro. Guitt. lett. 19.—Questo è mio giuoco, € ad altro giuocàre non sapo. Id. lett. 34. — Falla più grande di sè slessa uscio, E che si lesse rimembràr non sape. D. Par. 23. — Foi iremavàate come verga e non SAPAVATE dove voi vi foste. Bocc. nov. 97.—Nè cosa alira gradita Alla vostra beltà Manca donna SACCIATE, Che pietà. D. Majan. Rim. ant. 84. Sono da schivarsi come errori popolari: sappo, sapo- no per so, sanno; sapèmio per sapevamo ; sapèvono per sapèvano; sa- pèi o sapèlli, sapè o sapètle, per seppi, seppe; sèppamo, sapèrono 0 sa- pèttero, per sapèìmmo, sèpperoj; sappi per sùppia ; sàppino per sappiano ec. Sa’ così apostrofato per sai è usitatissimo nel verso. D. Inf. 20.— Petr. canz. 29. (62) Questi due verbi ed i loro composti riscègliere 0 riscèrre , pre- scèghere o prescèrre, trascègliere o trascèrre , disciogliere o discior- ‘re , prosciògliere o prosciòrre, procedono come cogliere. (Veggasi que- ‘sto verbo. (63) Procedono nello stesso modo risedère, possedère , presedère, so- ‘prassedère. Alcune delle voci del verbo sedere , hanno doppia desinenza, Y una propria, l’altra proveniente dall’ antico, e ora disusato verbo sèg- gere. Trovansi in oltre le seguenti voci antiquate: seggènie per sedènie; seggèendo per sedèndo; seggio, e sèggiono per seggo, sèéggono ; siè per side; sedie, sedieno, per sedèva, sedèvano; sedièro per sedèrono ; sedrò ec. (po- ctico) per sedero ec.; sèggia, seggi, sèggiano per segga sègghi , stggano. Nella casa di Manlio, la quale era SEGGENTE su allo nella rocca. Liv. DI .— Disse'l1 maèstro, che sEGGENDO in piùma , In fama nonsi vien, nè INDIC.PRES.|PASS. DEF.| FUTURO |SOGG. PRES.| IMPERAT. PARTICIPI siedi sedèsti sederài sieda, siedi, [siedi segghi siede sedè , se-|sederà sieda, seg-|sieda, seg- dette ga ga Pres. Sedtnte sediamo , |sedîmmo |sederèmo |sediàmo, sediamo, 4: Pass. Seduto seggiàmo | seggiàmo| seggiamo sedette sedeste sedertte Isediàte , |sedete GER. Sedetndo seggiàte sitdono , |sederono ,|sederànno |sièdano , . sitdano , | INFINITIVO. séggono | sedettero seggano' | stggat@ “i. Solere (64) Soglio soglia ì Suoli, suo’ sogli,soglia L PARTICIPI Suole,suol, soglia sole Pres. Solente sogliàmo s 9 sogliàmo 5 Pass. Solito soltte E @ sogliàte Hi een. Salendo —Isògliono È 8 |sòogliano E INFINITIVO Tacétre ‘ Questo verbo pro-] cede come pia- cère (65) sotto coltre. D. Inf. a.—S' io vado, dormo, o sÉGGI10. Petr. canz. 8.-Cost ©. com' ella siè tra ”l piano e'l monte. D. Inf. 27. Vedèasi un bel marmo - e quel SEDIESI sovra la verd’ erbètta ec. Bocc. Amm. vis. cant. 38.— SEGGIO come abbandonàla; ispèsso ricèrco il letto, che ci tenta amend&amp; ‘ ni. Ovid. Pist. 44.—E più di cento spirti entro SEDIERO. D. Purg. 272 se ciò è vèro che l'acqua SEGGIA sulla terra, dunque è ella più alla che Za terra. Tesor. Br. 2. ec. Sono poi voci popolari e viziose siedano 058" &gt; ‘ gano per sièdono, sèggono; sedèmio, sedavàmo per sedevamo ; sedba Pl &gt; sedevàle; sedèoono per sedèvano ; sedèllamo per sedèémmo; segghi, sedo “ per segga, sieda (1a. pers. pres. sogg.); segghi&amp;mo, segghiale, segghino O | sèédano per sediàmo 0 seggiàmo, sediàale, sièdano o sèggano ec. Notist «; che il verbo sedère, significando l’ azione di porsi a sedere, va accompa » gnato colle particelle pronominali mi, ci, fi, vi, si. i (64) Solère, che ben di rado usasi nell’ infinito, è pur difettivo nel pass. def., nel futuro e nell’imperativo; a’ due primi supplisce il parbici* pio solito con una delle respettive voci del verbo èssere. Esistono di ess0 | ‘alcune voci di forma antiquata, ed altre che i poeti soli si permettono di adoperare, come; suogli, suoi, per suoli: sole per suole. È 00, che È SUOGLI Desideràr maggiore. Franc. Barb.201, g.—Che per naitùra SOLE Bollir le noili. Petr. canz. 31. Solèmo per sogliàmo. D. Purg. 22. Solia per s0lè- | ‘va 0 solta/(1a. e 3a. pers.): Vane sperànze, ond'io viver sotia. Petr.son.19"- i ‘ — Ardomi e siruggo ancòr, com' io sotia. Id. son. 89.— Pur la scongiuro &lt; siòne onde soLia Comandòre a' demoni avèoa a mente. Ar. fur. c. 2% | st. 128. (Pel rimanente vedi la nota 26, del prec. Cap.) | (65) Evvi per altro nel verbo facère qualche differenza ortogr di afica da ;  ’@1‘e—@————tt@@@@@us(sss INFINITIVO INDIC.PRES.|PASS. DEF. ‘FUTURO SOGG. PRES. IMPERAT, Tenere (66) tengo," te-{tenni terrò tenga 2004 gno tieni tenèsti terrài tenga, ten-Itieni, * te’ ghi PARTICIPI tiene tenne terrà tenga, “ te-[tenga, ° te- gna gna teniàmo , |tenemmo jterréemo iteniàmo, {teniamo , Pres. Tentnte tegnàmo, tegnàmo,| tegnàmo tenghià- tenghià- Pass. Tenùto mo | mo tenète tenèste terrtte tenète tenéte GER. Tenendo, {ttngono, {tennero , {terranno jtèngano, [tengano 4 " tegnendo "tégnonof ‘tennono ièegnano | tegnano osservarsi, che consiste in non dovere alcune voci di esso scriversi con due cc, come si pralica ne’ verbi piacère, giacère, e nci composti loro, ma con un c, onde non confonderle colle stesse voci del verbo facciàre: seri- vasi adunque Zacio, taciàùmo ; tacia, laciàmo (s0gg.), tacià te: ma non po- tendo aver luogo l’ equivoco suddetto nelle due terze pers. plurali ( pres. indic. e sogg- ), esse posson pure scriversi /àcciono e tàcciano , imperoc- chì le medesime pers. del verbo facciàre, cadono |’ una in ano, |’ altra in ino. Riguardo poi a’ poeti, i quali nè pure il rischio di confondere il significato di due verbi, può far iscendere nella benchè minima cosa da’ mol- U privilegj conceduti loro, essi, secondo meglio lor convenga, possono . Scrivere tutte le anzidette voci del verbo #acère, o con iscempia, 0 con doppia c. Le voci facèi, facètti, tacè, lacètte , tacèrono, lacèllero e ta- cellono, in vece di facqui, ‘tacque, làcquero sono antiquate, che oggidì così di leggieri non s’userebbero come fecero gli antichi. Nov. ant. 92. — Cavale. Pungil. 15. — Moral. S. Greg. lib. 3, $. 4.— Vit. SS. PP. a, 4.— Bocce. nov. 50.—Tac. Dav. ann. 1:67. ec. «Pertanto, dice il Mastrofini, lo scrillor savio, dove gli cada in acconcio, potrà valersi anche oggi, ma pParcamenle, di queste voci». Tàcquamo e ftacèttamo per tacèmmo; e tàc- quano e lacèltano per tàcquero, sono idiolismi da fuggirsi. (66) La conjugazione del verbo /erère, serve di norma a tutti i com- posti di questo, veggasi $. II, del VI. cap. Per fenènfe e lenèndo, taluni dissero qualche volla fegnènie e tegnèndo, che ora meritamente come ran- cidumi sì rigettano. Tiengo per fengo, è idiotismo romano, e odesi non di rado anche nel contado toscano. Tegro fu dagli anl. usato, e in verso, è in prosa. A lo qual dice, vegno, Questa gentìl per cui sola mi TEGNO. Franc. Barb. a15.— Ed io: buon duca, non TEGNO nascosto ec. D. Inf. 10. —lo non so a che io mi TEGNO che io non vegna laggiù Bocc. nov. 15. oggi però appena in verso si tollera, quantunque sovente odasi nelle provincie settentrionali d’ Italia. A//èégno, e sostèégno per alièngo e soslèn- 80, leggonsi in Petr. son. 10, e canz. 6. Tenghi per dieni è errore. In Dante leggesi fegri, probabilmente per farne la rima con regni e degni, urg. 1. Tene per liene è voce poelica usala frequentemente dal Petrarca. suo seggio maggior nel mio cor TENE. Petr. canz. 109.—L' alira mi TEN quaggiù conira mia voglia. Id. canz. 43.—E’1l cor sottràgge A quel dolce pensier, che’n vita il TENE, ld. son. 189. Tegnamo, e tègnono, 1a. e 3a. Gram. Ital. INFINITIVO INDIC.PRES.|PASS. DEF.Î FUTURO {SOGG. PRES.| IMPERAT. Togliere o torre, procede come cogliere A scè- gliere, € sci0- gliere (67). pers. plur. di legno, debbonsi al par di questo come antiquati riguardare. in quanto a fenghiàmo il Buommattei, e dietro lui il Corticelli , e forse alcuni altri, pongono erroneamente questa voce come l' unica della 1a. pers. plur. del pres. indic., sogg. e imper. senza far motto della naturale e buona voce ferriémo. ll Pistolesi, tollerando #enghiàmo, stante l'uso comune, ha per migliore fenià mo ; il Mastrofini, non ostante l’ uso chesì fa della prima, la rigetta come sregolata, e raccomanda di scansarla. Noi, appunto perchè nell'uso fenghiàmo par che più gradito sia anche in To- scana che feriàmo, li poniamo ambedue, dando il primo posto a- questo ultimo. ln luogo di fèrnero, leggesi fènnono nel Bocc. gior. 4, prin, * ieénneno nel Petr. vit, de’ Pontet.: ambedue queste voci sono pochissimo usate. Te ’così accorciato per fieri imperat., fu usato in prosa € in verso. TE'fa compiutamente quello che ’1 tuo, e mio signore t'ha imposto. Bocc. nuov. 100.—TE' questio ferro ficcal qui. 'Tac. Dav. ann. a, —TE' questo scel- tro: a te Emirèn commètto. Tas. Ger. 17, 38. Apponesi non di rado l'af- fisso alla voce dieri troncatone l'i, come: lienmi, tienti, tienlo, ec. PÈ liénimi, tièniti, tiènilo ec. D. Inf. 31.—Rocc. nov. 60; e talora troncasent ancora la n, nella cui vece raddoppiasi la mm degli affissi mi, lo, e la, scrivendosi liemmi, tiello, diella. | (67) Come pure i suoi composti distogliere © distòrre , ritògliere om iòrre. Tutte le osservazioni fatte alla nota 52 sul verbo cogliere, debbon- si pure a dogliere, ed a’ suoi composti applicare; e aggiungo che nelle nobili scritture degli antichi leggesi più spesso la sincope forre che la voce intera, tanto nell’ infinito che nel futucvo e nel condizionale. Toi tr0v28 alcune volte usato per dogli. Dunque TOI fu ricordànza al Sere? Bocc. nov. 72.—Se non spegni la sele e TOI la fame, Alam. Colt. lib. 1. É nell’imperat. fo’ per togli. Quel vago, dolce, caro, onèsto sguardo Di p®. rèa: TO’ di me quel, che tu puoi. Petr. son. 286.—Or TO’ quello di che 50 degno corpo mio. Vit. SS. PP. 3, 21. E unito all’ affisso senz’ apostrolo: TotI dal pianto se ’1 luo figliuolo è morto. Nov. ant. ro. — TOMNMI la vita, giovane, per Dio. Ar. Fur. 4, 28. — TOLO di grazia € mènale- lo via. Berni, Orl. lib. 1, 25, 28. Leggonsi pure oe e Zo per toglie: T ha tolto dei che TOL sempre il migliore. Varchi, son. par. 1. — Per le parole e alle persuasiòni altrùi se ne TOE giù. id. Ercol. — Quel che gli To lo piaga, amòr gli cresce. Bera. Or. lib. 1, 11. — Ch' entra e sale (la mor te) e TO la vita. B. Jacop. poes. spir. cant. 2. — Ella Hiene lullo D ante mo, e TOCCI (ci toglie) il desidèrio di tutle le altre cose. Sen. Pistol. 74 Tozzo, tòggono, e togga, tiggano. per foglio, iòlgono e lolga, tòolgano s0D0 voci contadinesche e plebee; folghi per Zogli, e lolghiàmo, lolghiate p®! fogliàmo, togliàte sono altresì idiotismi fuori di ogni autorità, sebbene ! Buommattei Je ammetta come voci buone, anzi uniche.  € —__——m——__ÉT_rr———mÉÉtmÈ@“@—€@t@@@@iJrrt@et©@s@e@_@@_rm@([1t29@ INFINITIVO INDIC.PRES.{ PASS. DEF.| FUTURO |SOGG.PRES.|] IMPERAT. Trarre, e antic.|traggo trassi Itrarrò lragga Pea aa Tràere (68) trai,traggi, |tratsti trarrài tragga » |trai,traggi, tra’ 3, tragghi tra” PARTICIPJ trae,fraggeltrasse travrà — lragga tragga traiàmo , {traemmo jtrarrèémo jtraiàmo , {irziamo , Pres. Tratnte traggiàmo traggiàmo | traggiàmo Pass. Tratto tratte traèste | |trarrtte |traiàte , |tratle | traggiate GER. Traèndo tràggono |tràssero , |trarrànno |tràggano tràggano “tràssono INFINITIVO Valère (69) valgo, va-|valsi varrò, va-lvalga, va-l..... glio lerò glia vali valèsti varrài, ec.{valga, va-|vali PARTICIPI glia,valghi vale, val |valse varrà, ec. |valga, va-|valga , va- glia glia Pres. Valente valiàmo |valemmo |varrèemo ; |valiamo |valiamo Pass. Valùto valerèemo valtte valeéste | varrete, ec.|valiàte valète GER, Valenda vàlgono , Ivàlsero , fvarrànno ,{vaàlgano ; fvàlgano , vagliono| ‘’vàlsona] ec. vagliano| vàgliano (68) Dall’ antico verbo #ralre di Fra Guîttone formossi in appresso fràere, e da questo nacque poi #rarre, che è oggidi pregiato e comune, ma le cui voci, toltene quelle del futuro e del condizionale, parte discen- dono dal suddetto firaere, e parte dal più antico verbo fràggere, l' infi- nito del quale adoperato da Dante Inf. 13, e dal Petr. son. 52, è ora disu- sato del parì che #raere e tràre. Come frarre procedon pure i suoi com- posti astràrre, altrarre, contràrre, detràrre, dislràrre, estràrre, pertràr- re, protràrre, rattràrre, rilràrre, sottràrre. Trào per traggo , tràono per tràggono sono erronei. Di trai e frae si possono troncare le vocali finali sostituendovî un apostrofo, e anche senza l’ apostrofo, specialmente quan- do si congiungono con qualcheduno degli affissi, e sovente anche si rad- doppia la consonante dell’ affisso come frammiî per mi frai o mì trae, frallo 0, iràelo, per lo trae; iranne per ne trae, irassi, tràesi per si trae. Trano per traggono è del verso. Tragghiàmo , e tragshiàle per traiàmo o fraggiàmo, traiàfe 0 traggiàle, sono voci di grand’ uso, ma non perciò meno erronee. ra in vece di frai, riceve per lo più, unito uno degli af- fissi: Aprila e TRANE il seme. Cresc. lib. 6, cap. 20. — TRAMI di questa prigione, e mènami con teco. Stor. Giosaf. 54. Ò (69) Disvalère, prevalère, rivalère, equivalère, hanno lo stesso anda- mento che valère. Valènie è l' unico par. pres. comune del verbo valère ; cagliente è antiquato, e valsènie è un nome che vale prezzo. Zalsùfo per calùto leggesi nel Buti. Dal qual (cielo) discènde la inffuènzia della virtù nella quale è VALSUTO. Comm. Purg. 28. — Si dice che sarèbbe fallito, se non si fosse VALSUTO di scudi trentamila del pubblico. Segoi, stor. fior. 72. Valse è poetico. Caro En. lib. 7. INFINITIVO INDIC.PRES.|[PASS. DEF. FUTURO |SOGG. PRES.| IMPERAT. Vedere (70) vedo, veg-|vidi, vid’io[vedrò veda, veg-| ..... go,veggio ga,veggia PARTICIPI vedi, ve’ |vedesti vedrài veda, veg-|vedi, ve ga,veggia Pres. Veggente [vede vide vedrà veda, veg-|veda, veg- Pass. Vedùto , ga,veggia] ga,veggia visto vediamo, |vedémmo |vedrèémo vediamo, |vediàmo, GER. Vedendo, | veggiàmo veggiàmo| veggiàmo veggendo vedete vedeste vedrète |vediate , |vedele | veggiate vedono , |videro, vi-|vedrànno |vèédano , |vedano, veggono, | der vèggano,| veggano, veggiono veggiano| veggiano “ (70) Per antico e disusato che sia il verbo vèggere, molte voci di es so sono rimaste in pregio, e servono a moltiplicare quelle proprie de verbo moderno vedère, come viene dimostrato nel prospetto di quest’ ul- timo, che ha per seguaci andivedere $ approvvedère, avvedèrsi, convedre, divedère, malvedère, prevedère, provvedère, ravvedèrsi, riprovoedère, rit dère, stravedère , transvedère (ingannarsi), fravedère. Wiso per veduto è antiquato: Fra Guitt. lett. 26.—1D. Par. 7. Zeggh' io e egg io per veggoio e veggio io leggonsi in Dante e nel Petrarca. Tempo vEGGH' F0 non mollo dopo ancoi ec. D. Purg. 20.—Or va dis’ ei, che quei che più n’ ha colpa VEG G'I0 a coda d' una bestia tratto ec. 1d. ibid. 24.— Ben veGG’I0 di lontàno 4 dolce lume. Petr. son. 130. Vegg'o’ per veggio trovasi pure ne’due poeti suddet- ti: D. Par. 7. — Petr. son. 1. Yeo , vejo e vio, sono voci antiquate da non più usarsi. Ze' per vedi è poetico: D. Purg. 5. — Petr. Tr. d’ Am. cap. 5. Vegghiàmo per veggiàmo 0 vediàmo, è un idiolismo comune a’ Toscani, come pure vele per vedète, che tutto di odesi dal volgo fiorentino. Veddi vedde, vèddero, che il Pistolesi, seguendo il Buommaltei, pone nella co- Jonna delle voci buone e comuni, accanto a vidi, vide, o:dero, sono voi non già scorrette, e dell' infima plebe, come taluni le tengono, ma bensi antiquate e oramai in disuso, sebbene alcuni accreditati classici antichi copiosamente se ne servirono. Ma se le suddette tre voci non han più pregio, n° hanno molto meno viddi , vidde, viddero, che da quelle nacque- ro, e sono poco meglio che erronee. Sono parimente in disuso come 20- tiquate le desinenze regolari di questo tempo, cioè: vedèi e oedbtli, cede e vedèlle, vedèrono e vedettero; quantunque alcune di esse sien correda- te di autorevoli esempj. Quando l’ uomo VENÈ venire quella bestia, ch'o- vèva nome Unicòorno, incominciò a fuggire. Stor. Giosaf. 37.— Dico che si VEDÉRONO apparire Nel ciel tre lumi ec. Dittam. lib, 1.— Ma non istelte guari ch’ io VEDÈTTI Lui ritornàr con dodici donzelle. Bocc. rim.—Ma quanto più potè similmènie Bella tenùta da chi la vEDÈTTE. id. Teseid. lib. 6. edéo è mero poetico. L' ufffitta Emìlia apprèsso si venko. Teseid. lib. g. Yedestu per vedesti tu leggesi nel Bocc. Qual cavalla VEDESTU' mai senza coda ‘ nov. 90.; € nel Petr. Come non VEDESTU' negli occhi suoi? son. 286. 7èd- damo, vèddimo, vedèssima, vìddemo , vidimo per vedèmmo; oèddano € videno per videro, sono errori del volgo. Le voci del futuro, così since- pate, sono deil’ uso comune, ma non perciò mancano esempj sì in verso tn “i SEE III TESE TETI ISEE RI ISEE CE SITA INFINITIVO INDIC.PRES.|PASS, DEF.1 FUTURO |SOGG. PRES.] IMPERAT. Volere (71) voglio , vo’ |volli vorrò voglia Padre vuoi, vuo’ | volesti vorrài voglia, vo-|vogli PARTICIPI gli vuole, vuol|volle vorrà voglia voglia Pres. Volente {vogliamo |volemmo vorremo |vogliàmo |vogliàmo Pass. Volùto volète voleste vorreéte |vogliàte vogliate GER. Volendo vogliono |vòllero vorrànno |vògliano |vògliano che in prosa, in cui esse si trovino intere. Stor. Giosaf. 14.—Bocc. nov. 41.— Franc. Barb. 216.—D. Inf. 14.—Petr. "Tr. della divin.—E così pure nel condizionale vederèi, vederèsti ec. Guid. Giud. pag. 33.—Stor. Giosaf. 121. —Bocc. nov. 76, ec.; Yegghiàmo e veggàmo per veggiàmo ec. ; vegghiàle e veggàle per veggiàle ec. vèdino, vègghino, e vèggino per vèggano, sono tutte voci sregolate del volgo, e perciò da scansarsi. L’ apostrofo di ve’ si ommette quando questa voce, scorciata di vedi, congiungesi cogli af- fissi /o, la, li, le, siccome in istile burlesco talora si trova, cioè vello, | vella, velli, velle, in vece di vèdilo, vedila, ec. Lasca Gelos.—Fir. rim. — - +Burchiel. part. 1, son. 1. (71) La conjugazione di volère è pur quella di disvolère, rivolère, stra- volere. Vogliendo per volèndo leggesi più volte nel Bocc. e in alcuni al- tri prosatori antichi; volsufo per volùfo, sebbene fuor di regola, è voce usa- tissima in Toscana; owoli per vuoi, quantunque ora più non si tollerì, non potrebbe però dirsi errare chi se ne servisse, essendo questa voce stata adoperata da D. Inf. 9g, — dal Bocc. nov. 27 , e Teseid. lib. 4, — dal Passav., — da Fran. Barb. 11, e se ne leggono esempj anche in al- tri autori. Yole per vuole, fu usato da alcuni poeti antichi. Quattro cose chi voLe Guardàr a punto. Franc. Barb. 46. — Che. quello stesso ch’ or per me si voLE, Sempre si volse ec. Petr. son. 288. — La lasci se non voLE onòre. Bocc. Teseid. 64. Voli per vuoi, e voliano per vogliano sono errori; corno per vogliono è idiotismo romano e napolitano; e pure il gran tragico moderno Vittorio Alfieri 1’ usò varie volle, ed anche scor- ciollo talora scrivendo von. Natura e il ciel me vonno Tra voi giùdice sola ec. Polin. at. 2, sc. 2. —... Il mal di iutti Vonno pria che con noi godèr divisa La dolce libertàde ec. Virgin. at. 1, sc. 3. — Torre or ci vON sì rara figlia, a eniràmbi I genitòor solo conforto e speme ? Mirra, at. 1, sc. a. Volsi, volse, volsero per volli, volle, vollero, non più si tollerano se non che talora in verso per timore d’ equivoco colle stesse voci del verbo volgere: ad onta di ciò più queste che quelle adoperansi in Roma ed anche in Firenze dal volgo, e se ne trovano numerosi esemp) presso gli antichi e poeti, e prosatori. D. Inf. 22. — id. Purg. 8. Ar. Fur. 34, 42. , —Fra Guitt. lett. 3. — Vit. SS. PP. 3, 39.— Machiav. prin. cap. 3. — Dav. scism. cap. 26 ec. Vollono per vollero si legge nel Vill. (Gio. ) 6, 56, e nel Bocc. nov. 76, e in altri autori ancora; ma il triplice o che in es- sa voce trovasi , l’ ha resa dispiacevole e disusata del pari che vollero; vòlsanio per volèemmo ; e volsano 0 volsono per vollero sono errori; vo- gli per voglia (1a. e 3a. pers. sing. ), e voglina per vogliano sono voci vi- ziose. Leggasi $. VII del precedente capitolo. OSSERVAZIONI SU DI ALCUNI VERBI DIFETTIVI DELLA SECONDA CONIUGAZIONE. S. I. ALGERE, verbo latino, è usato dai poeti nel signi ficato di Agghiacciare, intieramente raffreddarsi; ma non se ne trova che il par. pres. a/génte , e la prima e terza pers sing. alsi, e alse. Signòr tu sai che per lo ALGENTE freddo, L acqua divénta cristallina pietra. D. rim. 34. — ALSI ed ar st gran tempo. Varchi, rim. 3.— L' alma, ch' arse per li sì spesso, ed ALSE. Petr. son. 289. ANGERE (Affliggere). Di questo verbo latino si legge pre so 1 poeti la voce Ange. Tanta paùra e duol l alma ins ; ANGE. Petr. son. 255. ARROGERE (Aggiugnere). Di questo verbo trovansi È seguenti voci; par. pass. Arròto; ger. Arrogendo. ladic. pre; «frròoge, arrogiàùmo, arrògono. Imperfetto, Arrogéva è arrazia Pass. def. Arròsi, arròse, arròsero, arròsono. Sogg. Imperfetto Arrogeésse; e nalla più. $- II. CALERE, che vale curarsi, premere, esser a cuott, oltre esser difettivo, è per lo più impersonale, imperocchè di esso non si trovano usate che le terze persone singolari di tutti 1 tempi, fuorchè del futuro, e ciò nel modo come st gue-(1): = — Asi e e e — os n toe È DE i 22 i 4 2. Bata r INFN. Calere (2); ger. Caléndo; par. pass. Calùto. In I dic. pres. Cale o cal; imperf. o pend. caléva, o caléa. Pel def. Calse. Sogg. pres. Caglia. Imperf. Calésse. Condiz. pres. Calerebbe, o carrébbe; Imperat. pres. Caglia (3). (1) II Cav. Compagnoni dà ad alcuni tempi di questo verbo ancel Sa. pers. plur. come calèvano 0 calèano; calsero, calèssero, ma non 8 prei dire dove quest’ autore le abbia pescate. i (2) La voce dell’infin. non s' usa se non in questo modo di dire: Avère, 0 mèliere in calère, o in non calère ; che vagliono Curarsent * | non curarsene, e che anche diconsi Avère, o mèllere in non cale: Lt lle e l’onòr del comùne, niente hanno in caLéne. M. Vill. g, 6.— Vostre ricchèzze factano a voi molte cose mèltere in non caLkre. Tes. Br. 8. Or sono a iutli în ira ed in non care. D. rim. 45. (3) Il verbo Calère va sempre accompagnato con due nomi, 0 Pî° | nomi , l'uno, nel rapporto d' afribuzione , 0 tendenza (dativo), che consiste o in un nome preceduto dalla preposizione a, o in una di que ste particelle mi, ci, fi, vi, gli, le, loro ( vedi Sez. II cap. V. $. vV, ei sez. III cap. II 8. IV); l’altro nel rapporto di appartenenza , s'espri* |, con un nome, o pronome preceduto dalla prep. di, o colla particella 7° che fa le veci e del nome e della preposizione ( vedi Sez. III cap. Ed ETIMOLOGIA E SINTASSI 271 CorERE. Verbo latino che vale venerare, e del quale non trovasi che il par. pass. colto (coll’ o stretto) e la 13 e 33 pers. sing. del pres. indic. colo, e cole (coll’ o largo). Il cur tempio ec. anticaménte edificùrono e con tutta pietà sempre coLto / hanno. Bemb. Stor. 8, 122.— Che per te consecrà- io onòre, e COLO. Petr. son. 280.— Sparsa in minùti regni apnea pave Tutta al suo nome el remòto Indo i core. ass. Ger. 17, 8. ConsumerE. Verbo antico, che vale lo stesso che Con- sumare, edel quale altre voci non cirestano che quella del par. pass. Consùnto, e le tre voci irregolari del passato definito consùnsi , consùnse, consùnsero. CONVELLERE (latinismo) che vale stirare, rilzrare, stor- cere; ma non ne abbiamo che il par. pres. Convel/énte, il par. pass. Convùlso, 11 Ger. Concellendo, e le terze persone sing. e plur. de’ seguenti tempi: Indic. pres. convélle, convellono; Imperf. o Pend. Concvelleva, convellevano; fut. Convellerà, convellerànno. Sogg. pres. Convélla, convellano. Imperf. Con- vellesse, convelléssero. | EBERE, ( verbo aa che vale, Indebolirst, ventr me- no; ma può solamente tollerarsi nella poesia, dove non se ne trova che la 3? pers. sing. del pres. indic., cioè EBE. La da di Medòro anco non eBE, Ma si sdegna ferir l’ ignò- il plebe. Ar.Fur. 18.— Za propria luce Nelle tenebre va dove EBE, e muore. Boez. Varch. 1, 2. ESTOLLERE; vedi più basso TOLLERE. S. II. FERVERE, che vale Bollire, esser cocente, esser veemente, è difettivo nel par. pass. come pure nella 1? pers. sing. e nella 1? e 2a plur. dell’ Imperat., e mi pare che se- S.VII). Me se colànio or più, che per lo passàto del luo onòr ti care. Bocc. nov. 77.—Ma Gianni al quale più che ad alcuno daliro ne CALFA. Id. nov. 46.— Madonna siccome poco v'è CALUTO di costùi che tanto mostra- vàte d' amare, così vi CARRÈBBE «cviemèno di me. Nov. ant. 56.—Come dìcesi a Dio, D' altro non caLmE (mi cale). D. Purg. 8.—Ma perchè mia fè vera e l ombre false Stimài di tuo battèsmo a me non caLse. Tass. Ger. c. 12. st. 37.—Come che peràliro non ti cALÉSSE di lei. Nov. ant. 56. Qual- che volta, ma di rado, il verbo Calère non è impersonale, avendo seco an nome come subbietto (nominativo). CALENDOGLI vie più la salùte pro- pria, che gl’ inlerèssi de’ Semifonièsi ec. Sior. Semif. 36. Sovente questo werbo è seguito da altro verbo nell’ infinito colla particella di, o anche nel sogg. colla congiunzione che. Se di saper ch'io sia li cAL O colan- fo. D. Inf. 19.— Siccome poco ci CALE che oddicèrga della barba poi che ella è rasa, così all''’ànimo non CALLE, perchè è divino, che avvèerga del suo abitacolo, quand' e’ ne dee uscire. Sen. Pist. 92. (4) Pare peraliro che siavi pure rimasta la 3a. pers. sing. del pres. fisadic. consùme ove ne’ seguenti csemp)j questa vece non stia per con-  condo la natura delle cose esso dovrebbe esserlo in tulte le pers. del modo suddetto, imperocchè non si può comandare altrui che ferva, cioè che bolla, che sia veemente. FIEDERE, che vale Zerìre, è intieramente poetico, quan- tunque gli antichi l' usassero anche in prosa: esso manca di ambedue i particip) attivo e passivo, della 12 e 2? pers. plur. Fres. indic., di tutti i tempi passati composti, di tutte le pers. del futuro, di tutte le pers. dell’ imperat., della 2à pers. sing, e della 12 e 2a plur. del pres. sogg., e di tutte le pers. del condizionale. Nel rimanente della sua conjugazione procede come CEDERE (5). S. IV. LECERE, e LICERE (il secondo è voce latina) che entrambi vagliono Esser convenevole, e de’ quali abbiamo 1 par. pass. Zecito, e Dicito (il primo è più usato), e la 3? pers. sing. pres. indicat. /ece, e Zice; voci più del verso, che dell prosa. D. Par. 15 — Petr. son. 76.— id. Tr. dell''Am. cap. 5. — Tass. Ger. 5, 52.— id. Amint. at. 1, coro. —Ar. Fur. 35, 44.— Bern. Orl. 2, 5, 14. ec. $. V. MOLCERE, verbo, che vale Addolcire, ma del qua- le non si trova ne’ classici che la sola 5* pers. sing. del pres. indic. cioè Molce. Petr. son. 542. — Varchi, rim. 12.— Men. fi rim. 4, 240. Il Cesarotti nel suo Ossian usò anche mobi: Ma tu siedi o cantòre e le nostre alme MOLCI col canto Wo ec. Tomo 1, Canto 5. | $. VI. RIÈDERE, verbo poetico, che vale Ritornare, ma : del quale altre voci non si trovano se non che : Indic. pres. ‘. Riédo, riédi, riéde , riédono. Sogg. pres. Riéda, riédano. Iw- perat. pres. Riedi. D. Inf. 34. — Petr. canz. 4, st. B.— T38. c. 7, st. 2.— Alfieri, Rosm. at. 3, sc. 4. e Ottav. at. 4,.50 f. $. VII. SERPERE, che vale Andar torto a guisa di serps; usasi più in verso che in prosa, ove meglio adoprasi sep‘ sùma nella 1a. conjugazione cangiatane l’a in e, come talora 0 glion permettersi di fare i poeti in favor della rima. Non come fiam- ma, che per forza è spenta, Ma che per sè medèsma si CONSE ec. Petr. Tr. della morte, cap. I.—Or dunque come io stirpo le su piume. . . .Così di tempo in tempo si consume. Bel. Man. G. de’ C. g7.-É la voràce fiamma arde e CONSUME Le navi e le galèe poco difese. Ar. Fur.c. 4o, 6. (5) Trovasi ancora qua e là presso accreditatissimi scrittori qualche voce dell’ antico verbo fèggere, che pare valesse quanto fièdere. I dardi che sono prevedùti, meno FÉGGONO. Amm. Ant. 12, 33.— Coloro che tardi ènirano in cammìno, che FiGGONO degli sproni e stùdiansi tanto quanto È possono. Sen. Pist.—O figliuòl, disse, qual di questa greggia S arrèslo | punto, giace poi cent’ anni Sanza arrosiàrsi quando ?1 foco il FEGGIA. D. Inf. 15. Queste voci però, e tutte le altre che possano ancora esistere ll questo verho, sono oggi del tutto disusate. giore. Le voci che di questo verbo si leggono, riduconsi alle seguenti: Par. pres. Sérpente. Gerund. Serpéndo. Indicat. pres. Serpo, serpi, serpe, sérpono. Imperf. o pend. Serpéva, serpevi, serpéva © serpéa ; serpévano o serpéano. Sogg. pres. Dna. serpa O serpi, serpa, serpiàmo, sérpano, e nulla più. Caro, En. hb. 4.—id. lib, 12 — Berr. son. È17.-— Tass. Ger. 12, 45; e in prosa. —Sen. ben. Varchi, 5, 19.— Varchi, Boez. lib. 2. ec. SOFFOLCERE e SOFFOLGERE, verbi antichi, che vagliono «Appoggiare, sostentare, sostenere, è derivativo da folcìre, che è parimente antico, e significa Puntellàre, réggere ec. Di soffòl- cere, non leggiamo che soffòlce, soffòlge, pers. sing. del pres. indic. Soffòlse 3a pers. sing. del pass. defin., e soffolto, par. pass. Oh guanto è l ubertà che si sorroLce! D. Par. Bi. — Perchè la vistu tua pur si SOFFOLGE Laggiù tra l om- bre triste smozzicàte? id. Inf. 29.— La sella su quattr’ aste gli soFroLse. Ar. fur. 27, 84. $. VIIL TOLLERE, verbo latino, che usavasi unicamente prima che ne nascesse fògliere. Ora altre voci non ce ne resta- no che golli, tolle, e nel sogg. tolla. Che dona e TOLLE ogni altro ben fortùna. Ar. fur. 3, 37. Da tò/lere evvi un compo- sto estòllere, pure verbo latino, che vale a/zàre, innalzàre, e del quale trovansi estòlle, ed estòlla. Chi non gela e non su- da, e non si ESTOLLE dalle vie del piacer, ec. Tass. Ger, 17, 61.— Germe non sorgerà del seme d Ilio, Più di questo gra- dito, nè che tanto De' latìni avi suoi la speme ESTOLLA. Ca- ro, En, lib. 6 TORBPERE (verbo latino), vale quanto Zntorpidire, che in vece di quello usasi. Torpénte, torpo, torpe, e torpa, sono le sole voci che di fòrpere trovansi presso i classici. Né prima quasi TORPENTE sz giacque. D. Par. 29. — Di che pensàndo, ancòr m' agghiàccio e TORPO. Petr. son. 289. — A' Greci Il favellàr non ToRPE infra le labbra. Buon. Fier. 2, 5, 3. — Ne 2a ch' egli TORPA in vil ripòso. Tass. Ger. 14, 24. VANGERE (Garbo latino), usasi dai poeti nel senso figu- rato di foccàre, ma solo nella 3è pers. sing. del pres. indicat. tange: Io son fatta da Dio, sua mercè, tale Che la vostra miseria non mi TANGE. D. Inf. 2. S. IX. URGERE (spignere): di questo verbo latino non trovasi che urgénie, urge, urgéva, urgécano, urgesse: Che l' u- na parte, e l alira tira ed URGE Tin tin sonàndo con sì dol .ce nola. D.-Par. 10. Gram. Ilal. 36. 274 ‘- —OSSERVAZIONI SU’ VERBI DI QUESTA CONJUGAZIONE, , S. I. Con aver noi divisi i verbi della terza conjugazione in due classi regolari, crediamo, per le ragioni già esposte nel cap. V della presente sezione, aver fatto servigio noa piccolo allo studioso dell’ italiana lingua. E ‘Or ci rimane a compier l’opera con render del pari agevole la maniera di distinguere e ravvisare quelli dell’ una, da quei dell altra classe, per far che, mon avendola voce dell’ infinito niun segno in sè che faccia conoscere a quale delle due classi un verbo appartenga, ( imperocchè se ciò fosse non già due classi, ma due conjugazioni separà te si sarebber potute stabilire), è forza adunque aver ricorso allo stesso metodo praticato da noi nell’ esposizione de' verbi della 22 conjugazione, cioè darne de’ registri alfabetici, indi cando nelle sottoposte note quel che questo o quel verbo possa aver di particolare sopra gli altri nella formazione de’ suoi accidenti. S. II. Si è già detto che la seconda classe contiene die ci e più volte tanti verbi che la prima; avvertasi in olue, che tra’ verbi in ire, ve ne son molti che possono egualmen- te, e dietro il modello della prima classe, e dietro quellodella ‘’ seconda conjugarsi, e sono ambe le maniere usate comune- | mente tanto in prosa quanto in verso; altri non pochiavvent che sono più usati, e segnatamente nella prosa , colle term nazioni della 2 classe, ma che è poeti si permettono talora di adoprare con le uscite della prima. . Noi adunque esporremo i verbi della 3» conjugazione In quattro serie, contenenti: I La prima: Quelli, i quali non altrimenti si conjuganeo, the come dormire, vedi pag. 201.. La seconda: Quelli, che unicamente come Zmpedire po cedono, vedi pag. 205. | La terza: Quelli, 1 quali in quelle persone, che nel ver- bo ‘mpedìre differiscono dal verbo Dormire, hanno due usci te egualmente buone e pregiate una del primo, |’ altra d secondo de’ verbi ‘suddetti. | Finalmente la quarta: Quelli che, sebbene con ambe È ‘uscite .si trovino, più usati sono oggidì coll’ una, che coll’ at tra, la quale essendo, o antiquata, 0 mero. poetica, avremo noi l avvertenza di porre in secondo luogo, contrassegnando- la, o con asterisco O con carattere corsivo. ETIMOLOGIA E SINTASSI 275 - . In quanto alle voci antiquate e poetiche de’ verbi della 3? conjugazione, veggasi cap. VI, $. VII, e le sottopostevi note . | | VERBI IN ZRE DI QUESTA CLASSE, —TT—rrr—___Ému Aprire (1) . |Ribollire Soprabbollire |Ricoprire (3) [Ricoprire Riaprire ‘{Sbollire Coprire , cuo-|Discoprire., |Cucire (4) Bollire (2) |Sobbollire prire,covrìre |Scoprire Ricucìre (1) Aprire, ha nel par. pres, Aprènie e Aperiènie, nel par. pass. Apèrto e nel pass. def. oltre le maniere regolari, apri, aprì aprirono, anche quest’altre irregolari, egualmente pregiate, Apèrsi, apèrse, apèrsero, “ apèrsono. Aprìo per aprì, e apriro o aprir per aprirono sono voci usi- tatissime nel verso. Aprìmo per apriàmo è voce antiquata, che odesi an» cora profferire dai Romani. Ma sfuggasi la maniera viziosa di cambiare il piu o, dicendo o scrivendo avro, avri per apro, apri, ec. (2) Bollire, è tutto regolare. Siccome per altro vi può essere equivo- co di alcune sue voci con quelle del verbo dollare, come: Bollo, bolli, bolliàmo, bolliàte, i moderni hanno creduto dovere introdurre Boglio, dogli, bogliàmo, bogliaàte; ma se queste voci son buone per levare un tal equi- voco, boglia e bogliano per bolla e bollano, sono affatto inutili, imperoc- che non può avervi confusione alcuna nel senso di quest’ ultime voci, e quelle delle stesse persone del verbo Bollare, cioè Bolli, bollino. Il chiaris- simo Cav. Compagnoni desiderando veder tolte di mezzo le sconce voci Boglio, bogli, boglie, bogliano, propone come mezzo più naturale di distin- guere il senso de’ due verbi boZ/àre, e bollire, il dare a quest’ ultimo nel tempo pres. deî modi indic. sogg. e ?mperat. oltre le terminazioni del verbo Dormìre, anche quelle del verbo Impedìre cioè Bollo, e bollisco ec. Ottimo sarebbe questo divîsato metodo, se ovviare potesse'l’equivoco che sì teme tra î due verbi Bollàre e dolltre, anche nella 1a. pers: plur. del pres. indic. e nella ‘ra. e aa. plur. del pres. sogg. senza la necessità di scrivere bogliàmo e bogliàle; ma ciò non essendo, e mancando l’ autorità de’ clas- sici, e perle uscite in zsco, #scî, îsce ec. (fuorchè nel verbo Ebo/lîre del quale si legge. una sola volta ebollisce. La bocca delle stolto EBOLLISCE stoltizia. Cavalc. Pungil. 254), e per le voci con g7, eccetto bogliènie, che incontrasi sovente negli autorî. Ovid. Metam. — Gio. Vill. 7, 142.—D. Purg. 27.—Passav. 12.—Filoc. 1, 37.—Sen. Pist. ec., a noì pare potersi il verbo bollire usare dietro la 1a. classe de’ verbî în ire, come, l’usavano gli antichi senza tema di confonderne il senso con quello del verbo d02- lare , che in fatti dal contesto facilmente si rileva. n (3) Coprìre edi suoi composti hanno nel par. pass. Copèrto, e nel pass. def. Copri o copèrsi; coprì o copèrse ; coprèrono © copèrsero. Il vo- cabolario registra cuoprìre, discuoprìre e ricuoprire, senza dare alcun esem- pio de’ due primi nell’infin., ed uno solo del terzo. Ti giustifichi dicèndo male di alirùî per potère RICUOPRIRE i fuoî difetti. Vit. SS. PP. 2, 119. Si riguardino adunque questi tre verbi come antiquati, e si scrivano in vece Coprìre, discoprìre, ricoprire, scoprìre. Avvertasi però che tutte. le persone singolari, e la terza plur. del pres. indîc. sogg. e imper. ri- cevono un w dopo îl c dicendosi Cuopro, cuopri, cuopre, cuoprono, cuopra, cuòprano, discuopro ec. ricuòpro ec. è che copro, copri ec. sono più del verso che della prosa. Abbiansi per anlîquati Coorìre , discoorìre, ricovrire, scovrìîre, e così pure tutte le voci discendenti da questi verbi, e scritte ‘col è. . : | ve (4) Cucire, ed i suoi derivativi s' allontanano dal modello Dormire,  rr —m @mmmmmtm@mlrlREiiu.ZI=:53 Scucìre , © {Sfaggire Pentirsi , ri-|Consentire Sortire (uscìre) scuscire Offrire (5) pentirsi Dissentìire 'Tossìre Dormire Partire ( an-Sdrucìre , o|Risentìre Vestire Addormìre darsene) (6)| sdruscìre (7)|Sconsentìre |Investire Indormìre Ripartire (ri-]Segulre (8) Servire Rivestire Fuggire tornàrsene) {Sentire (9) |Diservire Travestire Rifuggire Assenlire Soffrìre (10) |Stravestire LISTA DI VERBI IN IRE DI QUESTA CLASSE, Abbellìire Abbrostolire {Accalorire Addolcìre Affralire - Abbonire Abbrunire Accanire Adempire (11)|Aggentilire Abborrìre Abbruttìire Accalorìre Aderire Aggradire i I Abbronzire |Abolire Accudire Affievolire Aggrandire ;° Abbrostìire Abortire Acelire Affortìre Agguerrire |!" nel pres. indic., nel pres. sogg. e nell’ imperat.; nel primo ha cucio, cu ci, cuce, cuciàmo, cucìle, cùciono; nel secondo cucia , cucia (non cuchi) cucia, cuciàmo, cuciàle, cuciano ; e nell’ imperat. cuci , cucia, cuciàmo, cucile, cùciano, i (5) Offrire e soffrire, i quali nel pres. indic. sogg. e imperat. proce- dono esclusivamente come dormìre , si conjugano in tutto il rimianente come offerire e sofferire, de’ quali non sono che sincopi, e che apparien- gono alla 3a. serie, vedi pag. 274. (6) Partìre e ripartire, nel senso di Dividere, sono della 3a. serie. | poeti poi si permettono talora di dare a questi le desinenze isco, sci ec. anche nel senso neutro, cioè di Andarsene, e rilornàrsene. (7) Questi verbi procedono come Cucìre. (8) Di questo verbo debbesi osservare la doppia maniera, ambedue buone in tutte le persone singolari, e nella 3a. plur. del pres. indio, sogg. e imperat. cioè seguo, segui, segue, sèguono } segua, sèguano, 0 sit guo, siegui, siegue, sieguono; siegua, sieéguano. Le desinenze isco, isci 04»; che dagli antichi non di rado davasi a questo verbo, come : Ovid. Pist, 13. — Stor. Giosaf. pag. 5. — Cavalc. Esp. Simb. lib. 1. — Albert. Consol. 13. ;. — Br. Tesor. 26. — Bocc. nov. 3a, si riguardano in oggi come antiquale, ma si mantengono ne composti eseguire, conseguìre, inseguìre, proseguì re, i quali perciò sì noverano tra quelli della 2a. classe. ll Petrarca, prè- babilmente ad imitazione di qualche altro poeta più antico di lui, usò in. rima sego per seguo:.. Ond' ci mi mena, Talòr in parie, ov io per for | za il SEGO. son. 202. Seguètte, usato qualche volta dagli antichi in luogo di seguì, non troverebbe certo in oggi chi volesse adoprarlo. D. Par. 9, e Inf. 25. — Matt. Vill. 8, 47. — Bocc. Laber. — Bemb. pros. cap. 193. Se guio per segui, è poetico, sebbene il Boccaccio l’ usasse anche in prosa. Oltre a quesio ne SEGUIO la morte di quelli, che per avventura campòli sarieno. Introd. (9) Il particip. pres. naturale del verbo Sentire è Seniènie. Bocce. È. Amet. 43, e 58; ma tal voce, per la sua durezza, non s'.usa. Senziènte è un mero addiettivo, non già il par. pres. del verbo senfìre, i due com | posti del quale, consentire e dissentire, fanno consenziènie, dissenzienti. |. (10) Veggasi la nota 5 di questo capitolo. (11) Vedi la nota 19 di questo capitolo.  Alleggerire Ammannìre f{Ammorbidire |Annerìre Appetìre Allenìre Ammansire |Ammortìre Amnichilire |Appiccinìire Allestire Ammattire Ammutìre Annobilire Appigrire Amariìre Ammollire (12)|/Ammutolìre |Apparìre |Applaudire(14) Ambiìre Ammonire Anneghittire |Appassìre Ardìre (15) (12) Il primitivo di Armmollire e riammollìre è mollìre, verbo più del verso che della prosa: Aspetterò che lu pietà MoLLISCA Quel duro gelo che ec. 'Tas. Am. prol. L’ Ariosto usò molli, nella 2a. pers. sing. del pres. sogg. in vece di MoWìschi: Se la durèzza iua prima non MOLLI. Orl. Fur. 21, 31.  Ha questo verbo mestieri di schiarimenti più particolari per la singolarità del suo andamento: esso edi suoi consimili comparire, e ira- sparire, che tutti anticamente apparère, comparère e irasparère si dis- sero, hanno per primitivo parère, che è della 2a. conjugazione, e alcune cadenze del quale si conservan tuttora ne’ suddetti suoi derivati in un con quelle della 3a. conjugazione. Appariìre ha per par. pres. solo uppa- rènie, non già appariscènie, che è mero addiettivo, usatissimo nel Boc- caccio ed in altri buoni prosatori: Temèfte di non dovèrvi èssere ricevùto, perciocchè, iroppo era giovane e APPARISCENTE. Bocc. nov. 21. — Essere de- stro, acccorio ec., orrèvole, APPARISCENTE, e adorno. Passav. 216. Nel par. pass. ha apparito e apparso: quest’ ultimo che dal Pistolesi è dichiarato errore, leggesi in accreditatissimi autori. Come fece lo Angelo APPARSO a Muria. Fr. Giord. pred. —A noi narràndo come il marìlo le fosse in so- gno APPARSO. Fir. Asin. 299.—Gran bellezza a niun aliro nel mondo era APPARSA. Segn. pred. 35. Nel pres. indic. ha Apparisco (non appàio, per iscansare l'equivoco colla prima pcrsona del verbo appaiàre), apparìsci, apparisce, e appàre, appurite, appariscono, e appàiono. Nel pass. def. ha apparii e appàrvi, appari e appàrve, apparìrono e appàrvero, 0° appàr- cono. Sono poi voci più del verso che della prosa. Appàrsi, apparse, appàr- sero e apparsono: D. Purg. 27.—Petr. son. 26.—Tass. Ger. 3,21. Nel pres.. sogg. ha Apparisca 0 appàia, apparìschi, apparisca 0 appaia, apparià- mo, appariàle , appariscano o appaiano. In tutto il rimanente questo werbo procede come Impedìre. (14) Questo verbo è della 2a. e della 3a. conjugazione, trovandosi -Applàudere e Applaudìire, e conseguentemente ha doppia cadenza quasi in tutte le voci che compongono la sua conjugazione, cioè: par. pres. Ap- plaudènie ; par. pass. Applaudìto (non applauso); ger. Applaudèndo ; andic. pres. Applaudisco e applàudo ec. Imperf, Applaudica e applaudèva ec. Futuro, Applaudirò e applauderò ec. Sogg. pres. Applaudisca e ap- plàuda ec. Imperf. Applaudissi e applaudèssi. Nel pass. def. si osservino le seguenti variazioni: Applaudìi (non applaudèi, nè applausi), appla- uidisti e applaudèsii, applaudì e upplàuse, applaudimmo, applaudìisle e «spplaudèste, applaudirono e applàusero, o ‘applàusono. In quanto alle voci antiquate e poetiche di questo verbo, sì dell’ una che dell’ altra co- mjugazione, veggansi le osservazioni generali Cap. VI, $. VII. (15) Per non confondere il significato delle due voci Ardiàmo, ar- diàte, del verbo ardìre, con quello delle identiche voci del verbo ardere, si suole in vece di quelle valersi delle voci di altro verbo di egual signi- fficato, come sarebbe, osiàmo, osiàfe, o del verbo avere col nome ardire, «ome abbiamo ardire, abbiule ardire. = 278 - PARTE TERZA - Arguire Assoggettire |Avvizzire {Capire (17) |Concepire(20) Avricchire- {Assorbire Balbutire Carpire Condire Arrossìre Assordìre |Bandire Chiarire {Conferìre Arrostìre Assortìre Benedire (16) {Circulre Conseguire . Arrozzire Atterrire Bianchire Colorire Construìre(21y Arrugginìre |Attribuire Blandire Colpìre Contribuire Assalire Attristire Brandiìre Comparire (18)|Contrirsi Asserire Attutire . [Brunìre Compartire |Costituìre ‘ Assélire Avvilìre Candire Compiìre (19) }Costruire (16) Vedi la nota 24 del pres. capitolo. i (17) Usasi in oggi ‘per lo più questo verbo nel significato di Com- prendere coll’ intelletto; ma il medesimo è pure sinonimo del verbo ce- père (vedi la nota 10 del cap. VI) nel senso di Aver luogo sufficiente; entrare: E lascioovi pure lanta finèstra che vi polèsse CAPIRE lo pane. Vit. SS. PP. 1, 273.—La genle a pena, ch’ era iulla a piede, lotta &amp;- PIR nella compàgna aperta. Ar. Fur. 38, 2$.—Non pensài mai che lu i Ala stalla fusse tanto largo, che io vi fossi CAPITO pote. Fir. As, d'or. (18) Comparìre, segue le tracce di apparire (vedi la nota 13), colla differenza che nel par. pass. comparso è più pregiato che comparito; € che nel pass. def. ha solo due maniere d' uscire comaparvi e comparsi, comparve e compàrse, compàrvero e compàrsero. a (19) Compire, altre la desinenza radicale in ire procedendo come Im pedire, trovasi pure, ed è anzi più usato colla desinenza ere, conjugando* si intieramente dietro il modello delia 2a. conjugazione, cioè Compiere; compiuto e compito, compio e compisco ec. ; compìva, e compitva &amp;.i compiti e compit ec.; compierò e compiro ec. } compia e compisca ec.; com pierèi e compirèi ec. Dicasi lo stesso dei verbi Adèmpiere e adempie; empiere ed empire friempiere e riempìre ec. Trovansi pure compiétie, com piettero ; udempiètle , riempièlle per compiè, compièrono ; adempiè, rem piè ; ma sono voci in oggi disusate: E Zutlo l' acconciò e COMPIETTE dlle sue spese. Fior. S. Franc. cap. 5.—Così COMPIETTERO &amp;a lègrer la lellera. Vit. S. Gio. B. — Sollectamènte ADEMPIETTE il suo priègo. Fior. S. Fra cap. 7. Compito per com-; compièr per compièrono ; compio per 0 pi; comipiro e compir per compirono sono tutte voci da usarsi nel verso (20) Nacquero concepire e percepire dagli antiquati verbi concépere © percèpere della 2a. conjugazione, i quali, pregiati dagli antichi, sono 06* gidi rigeltati, come pure tutte le voci che dalle cadenze loro derivano» Concepìire e percepire sono in tutto regolari; il primo fa nel par. pa Concepito e cancepùito; il secondo percepito e percepùto. In quanto è Concèlto par. pass. irregolare dell’ antiquato verbo Corncèpere, dal latino conceptus, leggesì nel Bucc. Proem., e nov. 5, e nov. 8a.—Tass. Ger. 1, —Machiav. Stor. lib. 5. Guid. Giud. 23. ec. Concepètii, concepètle, cor cepèttero, dal verba concèpere, sono, sîccome il loro infinito, voci anti quate. Gio. Vill. 8, 35.—Matt. Vill. 6, a.—Segn. Stor. 12. (21) Constrùire o costruìre, insiruìre o istruìre sono regolari ; han® bensì nel par. pass. due maniere, cioè construto e constrùtlo, instrulo € instrùlto: Ma perchè si fa forza a tre persone, In ire gironi è distinto e costRUTTO. D. Inf. 11.— Ruggièr quel mirto ringraziò del tutto, Pa da lui si parlì dotto ed INsTRUTTO. Ar. Fur. 6, 56. — anna. huona 0 ria sé bene INSTRUTTA al nuoto ec. Tac. Dav. stor. 4, 333. e. pre A "è. 6 ha ETIMOLOGIA .E SINTASSI Custedìre Ferìire (22) Imbastire Imporrire Incivilire Deferire Finire Imbellìire Impostemire ]Incivittire Definìre Fiorìre Imbestialire {Impoverìre {Incodardìre Demolìre Fluìre Imbianchire jImprosperìre {Incollorìire Dichiarìre Forbìre Imbiondire |Imputridire {Incrudelìre Differìre Fornìre Imbizzarrìire ]Imputtaniìve {Incrudive Diffinìre Fruìre Imbolsìre Impuzzolire {Indebokre Digerìre Garantire {Imboniìre Inacerbìre Indocilire Diminuìre Gestire Imbottìre Inacetìre Indolcìre Disasprire Ghermiìre Imbozzacchire | Inacutìire ndolentire Diseppellire |Gioìre (23) |lmbricconìre {Inalidire Indelenzire Disfavorìre Gradìre Imbrunìre Inamarire Indredire Disfinire Granpcire Imbruschìre {Inanimìre Indurire Disfornìre Granìre Imbruttire {Inaridire Inerine Disghiottire {Gremire Immagrire Inasinire Infarcìire Disgradìre Grugnire Immalinconìre{Inasprire Infastidìre Disimpedìire ]Guaire Immalsanire |Inavariìre Infellonire Disruvidire |Gualcìre Immalvagire |Incagnire Infemminire Distribuìre Guarantìre Immarcìre Incallìre {Inferire Disubbidire {Guarìre, e gue-|Immattìre Incalvìre Inferocìre _ Disunìre rire Impadronire {Incancherìre |Infervorìire ‘ Disvigorire |Guarnire Impallidire |Incanutire — {Infiacchire ‘’. Frudire Illaidire Impaurire Incaparbire .'‘Infievolire Esaudìre Ilanguidire |Impazientire |Incapocchire |Infingardìre * Esaurìre {Hlascivìre Impazzire Incaponìre -|Infistolìre - Eseguire . ‘|llliquidire Impediìre Incapriccire \Influìre (24) Esibire Imbaldanzire |]mpervertìre |Incatarrire |Infollìre Esinanire Imbaldire Impiccolire |Incatorzolire |Infortire Espedìre Imbandire Impidocchìre |Incattivire Infracidine Fallre Imbarberìre |]Impietrìre Incenerìre Infralire Fastidire JImbarbogire |]Impigrire |Incerconire |Infrigidire Favorire Imbastardire |lmpolironire |Inciprignire |Ingagliardìire . (22) I poeti in vece di ferìsco, ferìsci, ferìsce, feriscono, ferisca, fe- rîscano, amano sovente adoperare le voci dell’ antiquato verbo fèrere, | cieè: fero, feri, fere, fèrono, fera, fèrano. Pocc. Ninf. 183. Ar. Fur. 8, 49, e 42, 55.— Tass. Ger. a, 85. — AMfier. Congiur. de’ Paz. at. 5, sc. ult.; e Mer. at. 4, sc. 3. Leggonsi pure presso gli antichi non solo în verso, ma anche in prosa: fiere o fier, e fièerono, voci provenienti dall’ antico ver- bo fièérere : Inconianènte che amore con gli occhi di alcùna Lella donna primieramènie ci FIERE dèstasi l’ dnima nostra. Bemb. Asol. lib. 2. — Esce- no spirti d' amore infianmmdati, Che FiERON gli occhi ec. D. rim. 5.— Dolce m? è sol senz? arme èsser stato ivi, Dove armàio FiER Marie, e non ac- cènna. Petr. son. 144. Bisogna però esser ben cauto nell’ uso di fier, che facilmente si confonde coll’ addiettivo fier scorcio di fiero. (23) Il Buommattei, e con esso lui tutti ì grammatici € filologi, non sì sa perché, interdicono l’' uso della 1a. pers. plur. del pres. indic., € della 1a. e 2a. plur. del pres. sogg. e raccomandano di adoperare in ve- ee di giciòmo, gioidle, le voci di altro verho dello stesso significato. Que- sto verbo è pur privo di par.',pres. e nel gerundio fa comunemente gio- tendo, e non gioèndo. {24) Questo verba trovasi anche latinamente colla desinenza radicale 280 Ingelosire Instituìre Inzotichire |Preterire Ricondire Ingentilire Instruire Irretire Progredire {Ricostituìre Ingerire Instupidire Irricchire Proibire Riempire (28) Ingerirsi Insuperbire |Irrigidire Proseguire Riferire Inghiottonìve |Intenebrire |Irritrosire Pulire Rifinive Ingiallire Intenerire Irrugginire |Punire Rifiorire Ingiovanire {Intiepidire Istiture . Rabbellire Rimbambire Ingrandire |Intignosire {lstruire Rabbonire Rinfronzire Inlividire Intimidire Lambire Raddolcire —{Ringentilire Ionacerbìre |Intimorìre Largìre Raggentilire |Ringioire Innagrestire |Intirannire |Lascivire Rammollire [Ringiovamre Innanimire {Intivizzire Lenìre Rammorbidiìre | Ringiovialre Innaridire Intisichire Maledire,o ma-|Rapire Ringrandire Innasprire Intorbidire ladire (25) |Rappariìre (27) |Rinsavire Innuzzolire f[Intormentire |Marcire Rattiepidire |Rinseremre Inorgoglire |Intorpidire |Minuire Ravvilire Rinsignorire Inorrid.re Intristire Mollire Ravvincidive |Rintenerire Inquisire Inumidire Muggire Redarguìre Rintiepidire Insalvatichire |Inuzzolire Munire Referire Rinverdire Insanire Invaghire Nitrìre Restituire Rinverzire Inschiavire Invanire Obbedire Reverire Rinvigoriré Inserire Inveire Olire Riahbellire Rinvilire Insignire Invelenire Ostruire (26) |Riagire Ripartorire Insignorire |Inverminìre |Partorire Riammollire |Ripulire Insipidire Invigorire Pattuire Riapparire Risarcire Insolentire Invilire Percepire Riarricchire |Rishaldire Insollìive Invincidire |Piatire Ribadire Risquittire Insordìre Inviperire Polire Ribandire Ristecchire Insospettire |lnviscidire Poltrire Richiarire - ‘[Ristitwre Insozzire Invizzire Preferire Ricolorire Ritribuire Insterilire Involpire Presagire Riconcepire |Ritrosire .-. ere, cioè Inflùere, che è della aa. conjugazione, ma Inffuìre, e tutte le voci .da questo provenienti in oggi prevalgono all’ altro, del quale il par. p?** Influsso, ed il pass. def. Inflùssi, influsse, inflùssero, sono le sole voci che ‘ancora s’ userebbero. | 3 (25) Maledìre e Benedìre, procedono’ nella più parte delle loro 1°" in due maniere, cioè: 1a. come il verbo Dire, del quale essi sono C00° posti; 2a. come il modello regolare Impedìre. Si osservino poi quelle P°!" sone di essi, le quali unicamente dietro il verbo Dire si formano. 12" pres. Maledicènie , benedicènie; par. pass. Maledetto, benedètio ; ge ch Cn n fe ledicèndo, benedicèndo ; indic. pres. Malediciàmo, benediciàmo; pas. © | , Maledicèmmo, maledicèste, benedicèemmo, benedicèsie ; sogg. pres. Male- diciamo , malediciàte, benediciàmo, benediciàte ; sogg. imperf. Maleduts® maledicèsse, maledicèssimo, maledicèste, maledicessèro; benedicèssi €. 10 tutte le altre persone questi due verbi hanno due uscite. Vedi la con)! gazione del verbo Dire. pag. 257. (26) Il par. pass. di questo verbo è Ostirùtio. (27) Rapparìre procede come Apparìre. Vedi la nota 13 del pre capitolo. (28) Questo verbo ha due uscite cioè Riempire, e rièmpiere, e pro &gt;. de come Compìre e compiere. Vedi la nota 19, pag. 278. ETIMOLOGIA E SINTASSI 281 Riunire Scipidire Smaltire Starnutire Svaniìre Rugginìre Scipìre Smarrire. Statoire Svelenire Sbaldanzire |Scolorire Smentìre Stecchire vilire Sbalordìre Scolpire Sminunre Sterilìire Tradire Sbandire Scomparire |Smunìre Stizzire Traferìre Sbigottire Semenziìre Snighittirsi IStordìre Tramortire Sbizzarrire [Seppellire Sopire Stormire . Traughiottire Scalfire Sfallire Sorbire Strabilire Trasferire Scaltrìre Sfavorire Sostituire Stramortire |Trasgredìre Scarnire Sfiorire Sparire Stremenzire {|Trasperire Scaturire Sfornire Spauriìre Strugginire |Trasricchire Schermire Sgarire Spedire. Stupidire Ubbidire Schiarìre Sghermire Spervertire [Slupire Unire Schiattire Sgomentire Spessire Suggerire Usucapire Schiencire Sgradire Squittire Superbìre Vagire i Sciapidire Smagrire Stabilire Supplìre VERBI IN /RF, CHE NEL PRES. INDIC. SOGG. E IMPERAT, INDIFFERENTEMENTE COME DORMIRE, 0 COME IMPEDIRE PROCEDONO. n, Abborr—ire, —o, —Isco Dispart—)re , —o0, —isco Assorb—ire, —on, —isco (29) Divert—ire, —o0, —isco (30). Avvert—ìre, —o, —isco (30) Ispart—ìre, —0, —isco Compart—ire, —o, —isco Ment—ire, —o0,;, —isco Convert—ire, —o, —isco (30) Nutr—ìre, —o0, —isco Uffer—ire, —o, —isco (31) Soffer—ìre, —o0, —isco (29) Assorbìre fa nel par. pass. assorbito e assòorio , ma quest’ ulti- mo è più del verso, e potrebbe far nascere l’ equivoco coll’ assorfo par. pass. del verbo Assorgere. Mè peregrìno errànies e fra gli scogli, E fra V onde agilàlo, e quasi assorto. Tas. Ger. 1, 4. Leggesi anche absorto ma rare volte. (30) Dagli antiquati verbi Aovèriere, convèriere, divèriere, perveriere, sovvèrtere nacquero ben presto Avverfìre , convertìre , divertire ec. che nella stessa maniera procedono. Convertire ha nel par. pass. convertito e convèrso; il primo è regolare, il secondo proviene dall’ antiquato Con- vèrtere. A mio danno ti sarài tullo converso. Ar. Supp. at. 5, sc. 9. Converso 2 salce, in fera, in acqua, in foco. Tass. Am. at. 1, sc. a. — Perchè CONVERSO in pioggia d' oro a lei non penetràsse Giove. Salvin. disc. 45. Così pure Sovvertire fa nel par. pass. sovoertilo e sovoerso ; nel pass. def. convertire e sovvertire, oltre alla maniera regolare Converti, sovverti ec., hanno eziandio la maniera irregolare convèrsi, converse, con- oèrsero } sovvèrsi, socvèrse sovoèrsero. (31) Offrire e sofferìre, che anticamente Offerère è sofferère si dissero, e che in oggi più volentieri usansi sincopati Offrire e soffrire (vedi pag. 382 alla nota 5), sono irregolari nel par. pass. dove fanno offerto, soffer- to; procedono nel pass. def. in due maniere, cioè regolarmente facendo offerti, sofferìii ec., e irregolarmente facendo eziandio offersi, offerse , offer- sero, soffersi, sofferse, soffèrsero. Offerrò ec., offerrèi ec., sono sincopi in oggi disusate di offeriro. ec. sofferirò ec. Del rimanente questi due verhi procedono regolarmente come Dormire o come Impedìre, e vi si applichi- Gram. Ital. 37 282 ‘ —»’ = Part—ire, —o0, —isco (32) Sort—ire, 0, —i$co Pervert—ire , —o, —isco (30) Spart—ire, — 0, —isco £roffer—ire | —ì —o0, —i 0 ire, —0, —isco (33) Sovvert ire, o, —isco (30) Profer—ire , Scompart—ire , —o, —isco Nei seguenti verbì l’ uscita in isco è preferita in prosa, potendo i poeti a beneplacito dar loro o questa, o quella in o; tali sono: Fer—ire, —isco, —0 Per—ire, —isco, —0 Forb—ire, —isco, —0 Put—ire, . —isco, —0 (34) Garr—ire , —isco, —0 Rinverd—ire, —isco, —D Inghiott—ire, —isco, —0 Rugg—ire, —isco, —0 Inverd—ire, —isco, —0 Schern—ire, — sco, —0 Langu—ire, —isco, —0 Tranghiott—ire, —isco, —0 Mugg—iré, —isco, —0 Trad—ire, —isco, —0 i VERBI ANOMALI DELLA TERZA CONIUGAZIONE. CEI RIZZA ZIE III ZIONI IRIS E E -_——m——tm_—_—___—_—m—__ mm ___ rm mr Òebm@@m6@occ@’ csi INFINITIVO INDIC.PRES.|PASS. DEF.] FUTURO |SOGG. PRES.| IMPERAT. Morire (35) Muoro,mo-|morii morrò,mo-|muora,mo-| . . - ro, mMuo- rirò ra, muo- jo, mojo ja, m20ja no le stesse osservazioni già fatte sulle voci antiquate e poetiche di que sti ultimi. (32) Questo verbo nel significato di divìdere è della 2a. classe, N in quello di andarsene esso procede dietro il modello della 1a. classe 50 a quantunque sia lecito a’ poeti di allontanarsi talora dalla regol? ata. (33) Gli antichi dissero profferére, e talora anche profferare; del primo il moderno proferire o profferìre conserva tutte le forme insitmé colle sue proprie in isco ec. Nel par. pass. ha profferilo o proferìto, e pry fèrio 0 profèrto; nel pass. det. proferti, proferì, proferirono, profèrsi p"0 fèrse, profèrsero, e così pure con due f. (34) Pute e pùtono ec. leggonsi anche in prosa. Dove ogn’ uomo PUTÉ la puzza d' uso si sente meno. Cavalc. Pungil. 10.— Sentite di grazia 0 me questo PUTE. Cas. Galat. E non PUTONO niènie (i pesci) sì foslo com’ egli sono fuori dell’ acqua tratti. Aldobr. 3, 7. (35) Morso per morto è errore. Dicasi lo slesso di morse, morsero pî morì e morirono, quantunque presso alcuni autori tali voci leggansi . MoR- SE lo ricco e fu sepolto nell' inferno. Cavalc. Espos. Simb. 456. — Così no» ‘ MORSE che si vide avanti Morto il fraièllo. An. Car. En. lib. g. Dicasi lo stesso di morètie e morìlie, per mori; e moritiero per morirono, sebbe- ne non sieno tanto fuori di regola quanto morse e mérsero. Quando el- la MORÈTTE cogli amìci bamboleggiò. Dav. Scis. 82. — Subilamente MORI TE pièno di molti peccàti. Cavalc. Esp. Simb. 1, 97. — Egli con loro 4° RITTERO di mala morte. id. ivi, 145. . di LE ma ETIMOLOGIA È SINTASSI 285 re @—ll14#—Z@—@#—._P_F_F+—_É_— TT PARTICIPI INDIC.PRES.| PASS. DEF. FUTURO |SOGG.PRES.| IMPERAT. Pres. Morente ,|muori,mo-|moristi morrai , |muora,mo-|muori,mo- moritate ri morirài | ra, muo-| ri | ja, moja Pass. Morto muore,mo-|morì, m20-|morrà,mo-|muora,mo-|muora,mo- re, muor| rio rirà ra,muoja,| ra,muoja, moja moja cen. Mortndo |moriàmo ,|morimmo |morremo ,|jmoriàmo ,|moriàmo , muoiàmo, moriremo| muojàmo,| muojàmo, moiamo mojàmo | mojàmo. morite moriste morréte » |moriàte , |morite morirete] muojate,|. mojàte muòrono ,|morirono, |morrànno, {muòrano ',|muòrano , mòrono | miorìro | moriràn-| mòrano ,| mòrano , muòjono , no | muòjano,| muòjano, mòjono mojano | mòojano IN FINITIVO Salire (36) Salgo, sali-|salii salirò salga, sali-| ..... sco, "saglio sca, saglia PARTICIPJ sali,salisci,|salìsti saliràì salga, sali-|sali si * sagli sca, salghi Pres. Salente, sa-{sale,salisce sali salirà salga, sali-|salga, sa- gliènte * saglie sca, saglia| lisca Pass. Salito saliamo , |salimmo {salirèémo saliamo , {saliamo , sagliàmo sagliàmo| sagliàmo GrR. Salendo salite salìste salirtète saliàte, sa- [salite gliàte salgono,sa-|salirono {salirànno sàlgano , |sàlgano ; liscono , saliscano,! saliscano, "sagliono "sagliano | sàgliano (36) Gli antìchi scrissero Saglìre, del quale molte voci tuttora ci ri- mangono, e s’ usano confuse con quelle di salire. Saglièénte è pregiato egualmente che salèrnze, ma non saglièéndo egualmente che salèrndo, sebbe- ne l’ usasse il Boccaccio. SAGLIENDO #uziacia il Sol più allo. nov. 76. Sa- giti, sugli, saglirono per salìi ec. sono antiquati, e più non sì ammettono, come neppure saliti, salitte, e molto meno salèiti, salèile ; di salsi, sal- se, sàlsero, trovansi copiosi esempj presso î classici in verso ed in prosa: Sopra un àrbore i SALSI, e te su l' erba. Tass. Ger. 12, 30. — Ella con Crislo SALSE in su la croce. D. Par. 11.— A forza di braccia la SALSI in- fino in cima del muro. Vit. Benv. Cell. 155. — Però SALSE Roma a tanta eccessiva potènza. Machiav. Disc. lib. 2. Saglirò, saglirài ec., e saglirèi, sagliresti ec. sono pur voci discendenti da Saglìire, e leggonsi non di ra- do presso gli antichi, e fra gli altri nel Boccaccio: Sopra /a quale SAGLI- nÒ, e quivi il Reeglio del nvondo spero di fare quello che m' imporrài. Trovasi nov. 77. eziandio sarrò sarrài ec., e sarrèi ec. per saliro ec. e selirèi ec. come in Bocc. nov. 59.—D. Purg. 7.—Cavalc. Pungil. 8. Ma sali voci sono in oggi abbandonate intieramente. Avverto che, ove sì pos- ga » preferiscansi sagliàmo e sagliàfe, a saliàmo e saliàle, onde scansar 1» equivoco di questi colle identiche voci del verbo Salare. Assalìre, risa- Fire, soprassalire, procedono come il loro semplice Salire. 284 LI INFINITIVO INDIC.PRES.'PASS. DEF. FUTURO |SOGG.PRES.| IMPERAT, Udire (37) odo udìi udirò , u-|oda a drò PARTICIPI odi udisti udirài , u-|oda odi drài Pres. Udtnte ode udì udirà, u-|oda oda drà Pass. Udito udiamo |udimmo |udirè mo ,|udiàmo {udiamo udrèmo GER. Udèndo udite udiste udiréte , |udiàte udite udrèle òdono udirono |udiranno ,|òdano òdano INFINITIVO udrànno Uscire (33) esco uscii uscirò esca sa PARTICIPI esci uscisti uscirài esca esci Pres. Uscente esce uscì uscirà esca esca Pass. Uscito usciamo |uscimmo |uscirèémo |usciàmo |usciàmo uscite usciste uscirete usciate uscite GER. Uscendo escono uscirono |uscirànno |escano èscano . INFINITIVO | Venire (39) vengo venni verrò venga 2000 PARTICIPI vieni venisti verrài venga,ven-|vieni ghi i Pres. Ventnte, |viene, vien|venne verrà venga venga vegnente Pass. Venùto veniàmo ,|venimmo |verrèémo |veniàmo, {veniamo, vegnàmo vegnàmo| vegnamo GER. Ventndo |venite veniste verrète veniàte [venite vengono |vènnero, |verràanno |vèngano |vengano “vennono (37) Avanti che dal latino verbo Audìre si troncasse l'a, per formar- ne udìre: il primo rimase per qualche tempo in uso nell’ originale su forma. Fr. Guitt. 9a.—D. da Majan. rim. ant. 140.—Fran. Barb. 50; 17 —Fr. Jacop. da Tod. 5, 23. Le sincopi udrò, udrài ec., udrèi, udrish ec., per udirà ec. , udirèi ec., sono voci poetiche: Queste selve oggi 1060 nar d' amore S'UDRANNO in nuova guisa. Tass. Am. Prolog.— Upu' È mondo presènie, UDRA' il futùro. Id. Ger. 1, 28. Come udire, vanno Di- sudìre, riudire, traudire; ma esaudìre pracede come impedìre. (38) Dall’ Exìre de’ Latini si ebbe originalmente ZEscire, che non tal dò molta a cangiarsi in wscire; in alcune persone però di quest’ ullimo la e di escire si è conservata. Usci’ per uscli l’ usò il Boccaccio: Allore che io con voi poco fa me ne vscv fuora. Introd. — , e Dante: Si, part giando i miei co' passi fidi Del mio maèstro usci’ fuor di tal nube. Purg. 17. Uscìo per uscì; uscìro e uscìr per uscirono sano voci poetiche. Dante disse uscìnne pev ne uscì. USCiNNE mai alcuno, o per suo merlo O per altr che poi fosse beàta ? Inf. 4. Riuscire procede nella stessa maniera che uscire, (39) Il prospetto del verbo YVerire, serva di norma pe verbi compo- sti: Addivenìre, addovenìre, antivenìre, avvenìre, contravoenìire,conventte, disconvenìre, divenire, intervenìre, iniragvenire, invenìre, mispenìre, pe” A “ ETIMOLOGIA E SINTASSI 269 CONJSUGAZIONE DEI DUE VERBI DIFETTIVI IN IRE. INFINIT. | IND.PRES.| IMPERF. {PASS.DEF.| FUTURO {SOG.PRES.| IMPERF., | IMPERAT. GIRE |...... {giva, gi-[gii girò -.0... |gissi IIS vo . PARTIC. |...-.- |givi gisti girài ‘0... |gissì SROEI* Pres. ...|. .....|giva, glalgi, gio |girà - ++... |gisse cada Pass.Gi-|giàmo |sivamo |gimmo |girtmo iamo issimo |giàmo 3 5 5 $ 8 $ to ì GER.....|gite givàte giste girète giate giste gite 0 ese 0 o © givano 9 girono , giranno e o e e . gissero 0 0 © € o. © giano | giro, gir INFINIT. | IRE |...... |iva, ivo|...... |irò Relatore lea PARTIC. |...... |ivi isti irài ronson dia Pres. ...|.0.0... iva ‘0000 [rd 000 |isse data Pass.Itol......|ivamo |...... |irtemo CO, RETE: (e: GER. ....1...... |ivate liste ircte 000. [iste ite +++... |ivano |irono, ir|iràanno |...... |issero lara S. III. Oltre 1 due verbi difettivi precedenti evvi pure i ver- bi Oltre (gettare, o rendere odore), e Orìre (nascere); del pri- mo altro non sì trova che 'a seconda pers. sing. del pres. in- dic. iu oli; e le tre persone sing. e la terza plur. del pass. imperf Oliva, olivi, oliva, olivano: Che ben se eloriòsa, Tanto d'amòr tu ott. Fr. Jac. da T. 1, 5.— Prendéndo la campàgna lento lento Su per lo suol, che d'ogni parte OLIVA. D. Purg. 28. —Mescolàto insieme con quello di molte altre cose che per lo tardino OLIVANO. Bocc. gior. 3, prin. Del secondo non si a che il par. pass. cioè Orto: £ Zà rimàse, chi lut è OR- TO. Fr. Sacch. rim, 42. Siccome vi sono alcuni verbi l'infinito de'quali esce in ere ed in zre, così ve ne sono parimente, ma in molto maggior venire, prevenire, provenire, rinvenìre, risovvenìre , rivenire, sconvenìire, sopraovenire, sooveniìre, svenire. Dassi a questo verbo un participio futuro, cioè venturo, e in fatti questa voce fu da alcuni antichi usata nel senso del venturus de’ Latini: Da questa parte ec. sono assisi Quei che credèt- tero in Cri to veNTURO. D. Par. 32. — Nigilàle d’ ogni tempo sicchè siate degni di fuggire l° ira VENTURA. Cavalc. Frutt. ling. — £ lieti casi, spiràndo dal petto De' sommi vati, ne disse VENTURI. Bocc. Amet. 93. Ma in oggi, venturo non usasi che come addiettivo. Zegnèndo per venendo è antiquato e fuor d’ uso. Zegro per vengo è del verso : D. Inf. 8. — Tass. Ger. 16, 138. Viengo è voce plebea. ene per viene leggesi in Petrarca: Talòr armato nella fronte VENE. son. 109. Venghiàmo, benchè fuor di regola, è usitatissimo nel conversar famigliare. Yègnono per vègnono leggesi in D. Purg. 27. Veniro per Fènnero, l usò l’ Ariosto: Così Ruggiero e Marfisa vENIRA Orl. Fur. 27, 24. 235 PARTE TERZA numero, che hanno doppia desinenza ralicale are cd ze e secondo queste sono, o della prima coajugazione, o della terza 2a classe. Eccone la più parte : I Abbell—àre, —ire Avvelen—àre, —ire (44) Abbrun—àre, —ire Avvil—àre, —1re (45) Accan—àre, —ire Avvizz—are, —ire Accarn—àre, —ire Balbuzz—àre, dre Affam—àre, —ir: (40) Bianc—àre, . — hire Afiin—are, —ire (41) Chiar—are, —ire (46) Affral—are, —ire Color—àre, —ire Aggrad—àre, —ire Dichiar—are, —ire Aggrinz—àre, —ire Gran—àre, —ire Allind—àre, —ire Grugn—are, —ire (47) Ammann—àre, —ire Imbianc—Are, — hire Ammans—àre, —ire Imbiond—àre, —ire Ammelm—àre, —ire Imbrun—àAre, —ire Ammezz—àre, —ire (42) Impazz—àre, —ire Ammoll—àre, —ire __ Impaur—are, —ire Ammorbid—Are, —ire Impidocch—iàre, —ire Ammutol—are, —ire Inacerb—àre, _, —ire Annichil—are, —ire Inacet—àre , —ire Annull—àre, —ire Inagr—àre —ire Annuvol—àre, —ire Inanim—are, —ire Appass—àre, —ire (43) Inarid—Are, —ire Appiccol—àre, —ire Inaspe—àre, —ire apprefond—àre, —ìre Incancher—àre, —ire Arross—àre, —ire - Incapricc—iàre, —ìre Assord—àre, —ire Incatarr—àre, —ire Attrist—àre, —ire Incener—1re, —ire (48) Attut—àre, —ire Indur—àre, —ire (49) (40) Afamàre è verbo attivo, e vale Indùr fame, far patìr fame, far venìr voglia e appetito di mangiàre. Afamìre è neutro, e vale 4ver fame. (41) Il primo è attivo, e vale Ridùr fino, sottile; l' altro è neutro e vale Divenir fino. (42) Ambedue questi si proferiscono coll’ e stretta e colle zz aspre: Y uno e l’altro sono neutri, e vagliono Divenir mezzo. (43) Appassàre usasi nel significato attivo, ciot Far divertr viz:o, cl eziandio in neutro passivo Diveniìr passo, vizzo; Appassìire non s’'adopr? che in quest ultimo significato. O (44) Aovelenàre vale Dare il celèno, altossicàre; Avvelenìre vale Ren der velenòso. (45) Il secondo è più usitato che il primo, il quale è antiquato. (46) Chiaràre e chiarire, amendue vagliono Cacàr di dubbio, for chiaro, o manifèsto; ma chiarire usasi in oltre nel significato neu- tro passivo di Uscìr di dubbio, cerlificàrsi; e in significato neutro ass0- luto risplèndere. (47) Grugnàre è antiquato. (48) Inceneràre è verbo attivo, e vale Far divenir cenere, ridurre in cenere; Incenerìre è neutro e vale Divenir cenere. (49) Induràre usasi in senso att.e neutro nel significato di Far duro e divenir duro, sodo. Indurìre non adoprasi in senso attivo, ma. bensì in neutro, e neutro passivo. i Q ETIMOLOGIA E SINTASSI 287 Infastid—iàre, . —are (50) invermin—àre, —ire - Infervor—àre, —ire Inviet—àre, —ire Infior—àre, —ire Inviper—àre, —ire Infracid—àre, —ire Rammoll—àre , —ire Infrigid—are, —ire (51) Rammorbid—àre, — re Ingiall—àre, —ire Rattiepid—are, —ire Inmalincon—àre, —ire Ricolor—àre , —ire Inmalirconic—are, —hìre Riptiepid—àre, —ire Inorgogli—àre, —ire Schiar—àre , —ire Insalvatic—àre, — hire Scherm—àre, —ire Insoll—àre, —ire Scolor—àre, —ire Insozz—àre, —ire Sfior—àre , —ire Insuperb—àre, —ire (52) Sgar—are , —ire (53) Intenebr—àre, —ire Sgoment—àre, —ire (54) Intiepid—àre, —ìire Smagr—àre, —ire Iniirizz—àre, —ive Spaur—àre, —ire Iniorbid—àre , —ire Spess—are, —ire (55) Inirist—àre, —ire Starnut—àre, —ire Invag—are, — bìire Stizz—are , | —irc SULL’USO DE' MODI E DE’TEMPI. DEL MODO INFINITIVO. Nella lingua italiana, siccome in tutte le lingue, sonovi alcuni verbi che quarido entrano nel discorso sono necessariamente, e senza lo intervento di alcuna particella, se-  Questi due vagliono entrambi Avere in fasildio , venìre a noja, recàrsi a noja ; ma il secondo vale anche Recar fastidio, 0 noja. (51) Il primo usasi solo attivamente nel senso di Render frigido , far divenìr frìgido, indurre frigidità ; V' altro adoprasi ialora nello stesso si- gnificato, ma più sovente in quello di Divenìre freddo. (52) Insuperbàre, verbo antiquato, si usò in senso neutro passivo cioè insuperbàrsi ; insupertiàre è parimente antiquato, e trovasi in senso meutro : Il quale per suo proprio movimènito INSUPERBIÒ contro di me. So- lil. S. Agost. Zusuperbire è ora il più stimato, e usasi in sentimento atti- vo, cioè Rènder superbo; neutro, divenir superlo, e neuiro passivo insu- erbirsi. i (53) Questi due vrrbi vagliono Zincer la gara, rimanere al di sopra s2ella conlesa; del primo però sembra essersi failto più frequente uso da- gli Autori che del secondo. (54) Sgomentre è verbo antiquato, e non si trova che in significato attivo, mentre sgomentàre è comune, e usasi in significato attivo, neutro, € neutro passivo. (55) Spessàre e spessìire, verbi neutri, e neviri passivi, vagliono Farsi «denso, e diconsi per lo più de’ liquori, allora che nel bollire, o per al- Ara cagione acquistano corpo, cioè. divèéngono densi.  guìti da altro verbo nell’ infinito, espresso o sottinteso, il qua- le è quasi come l’ obbietto diretto di essi verbi; tali sono: ‘Dovere, potere, volére (1), lasciàre, solére ec.; onde diciamo Debbo agire, posso soffrire, voglio préndere, lascio dire, soglio fare cc. (2). | S. II. Per proprietà di linguaggio adoprasi sovente nella nostra lingua la voce dell’ infinito in vece di quella della ter- za persona singolare, o del presente, o del passato imperfet- to, o anche del passato composto de’ modi indicativo o s0g- giuntivo, dipendenti da altro precedente verbo mediante la congiunzione che, la quale allora sopprimesi: edè una tal co- struzione, della quale son piene le opere de’ primarj nostri prosatori classici, imitata dal latino, nella qual lingua essa è comunissima, cambiandovisi il subbietto (nominativo) del se- condo verbo in obbietto diretto (accusativo) del primo. TESTI. Si pensò il detto Messèr Musciàito costùi DOVERE ESSEN tale, quale la malvagità de' Borgognòni il richiedta. Bucc. nov. f.— Nè guari di tempo passò che udéndo il re d'In- è ghiltérra il maliscàlco ESSER morto. Bocc. nov. Ejl s' accòrse, l'abùte AVER MANGIATO fase secche. Id. nov. 9- Ti converrà sempre aver nella memòria Iddio ESSERE STA TO creatòr del cielo e della terra. IA. nov. 24.— Disse ch vivesse con franco cuore, nè mai si dimenticàsse, né troppo si ricordàsse Ottone, ÈSSERE STATO suo zio. Tac. Dav. stor. (1) Negl’idiomi, alemanno ed inglese, i tre verhi dooère, potère, e 0 Ière non sono considerati che come segni verbali, o al più come ee ausiliari, e costituiscono ognuno un modo diverso nel verbo che accoll- pagnano, e paco, credo, ci vorrebbe per farli accettare come tali in Ul — te le lingue, seguendo i principj di grammatica universale, perocchè al. tro non fanno che caratterizzare l'azione secondo l’ intenzione di ©! profferisce il verbo; e pare che il Buommattei fosse anch’ egli persva50 di questo principio, soprannominando tali verbi Namulatorj, cioè quel- li che mai non vanno da loro, ma necessariamente accompagnan? © prestan servigio all’ infinito d'un altro verbo espresso o tacito: 00 sì nelle espressioni debbo partìre, posso partìre, voglio partire» la forza significativa delle voci debbo, posso, e voglio è relativa UN camente al verbo principale partire ;. nel primo esempio sono obbli- gato di partire, nel secondo ho la capacità, la libertà , la permissi” ne di partire; nel terzo ho la volontà di partire. Del rimanente dovére ° di fatto ausiliare anche nella lingua italiana, indicando esso, seguito © verbo principale, il tempo futuro del modo infinilivo siccome noi 6g! esplicammo nella Sezione V, Capitolo V, alla nota 2. (2) I verbi indicanti l’ azione de'nostri sensi, come: Zedère, senbire, udìre ec., voglion pure spessissime volte esser seguiti da un altro ver nell'infinito, come: veggo venire, sento parlàre, odo profferire ec. +  PHI Se egli crede la repùbblica AVER bisògno che i senatòri pàr- ; v ‘, i 1 ì ” lino libero, perchè entra egli in cose sì deboli? Id. ibid. Tutti questi esempj si sarebber potuti costruire co' rispet- tivi modi definiti, mediante la congiunzione che: Che costùi dovesse esser tale ec.- Che il maliscàlco era morto. - Che’ l'_ a- bate avea mangiàto ec.- Che Iddio è stato creator del cielo ec.- Che la repùbblica abbia bisogno ec.; e quel che mag- giormente prova esser Ja costruzione suddetta della stessa natura che quella de’ Latini, cioè che vi si cambia parimen- te il subbietto dell’ un verbo in obbietto diretto dell’ altro, si è che, ove il discorso richieda che, per esprimere il subbietto in vece del nome, s’ adoperi per uno de’ pronomi personali, questo dev'esser Zu, o ez, o l'identico sé, anzichè egli o ella. (Vedi Sezione III, Cap. 1.) TESTI. Niuna laude da te data gli lia che io LUI OPERARLA ...... non vedessi. Bocc. nov. 541.— Credéndo LUI ÈSsER tornàto dal bosco avvisò di riprénderlo. Id... nov. 4.— Ella che médica non era senz’ alcùn fallo LUI credette ESsER morto. Id. nov. bO. — Si ricordò LEI DOVERE AVERE una màrgine, a guisa d' una crocéita, dope T orecchia sinistra. Id. nov. 16. — Per tutto dicendo, SÈ il palafréno e panni AVER vinto all’'Angu- Liéri. Id. nov. 84. (3) | S. III. Altra proprietà di lingua italiana si è l'adoperare infinito in vece del soggiuntivo dopo le particelle chz,. che, ove, dove, donde. ui LE TESTI. Qui è quesia cena, e non saria CHI MANGIARLA. Bocc. nov. 12.— Di Guiscàrdo ho to già meco preso partito CRE FARNE, ma di te sallo Iddio, che Îîo non so CHE FARMI. Id. nov. 5d.— CHE /a mia cita acerba Lagrimàndo trovàsse OVE ACQUIETARSI. Petr. canz. 15.— E vo cogliendo queste erbe, acciocché de’ liquòri di esse ec.....io abbia DONDE VIVERE. Filoc. lib. 5, 58. ‘ S. IV. Il più delle volie la voce dell’ infinito è preceduta (3) Alcune volte però l’infinitoè seguito dal pronome personale terza per- sona, e talora anche prima persona, nel rapporto di subbietto: Si vedèva della sua sperànza privare, nella quale poriàva , che se Ormìsda nonla prendèsse ,fermamènie dovèrla AVERE EGLI. Bocc.nov.41.—Adiràta, non del non VOLÈRE EGLI andàre a Parigi, ma ec. Id. nov. 28.— Signor mia, IL VOLÈR 10 /e mie poche forze sottoporre a gravissimi pesi, m' è di questa infernutà sitata cagione. Id. nov. 27. ERA Gram. Ital. 38 290 PARTE TERZA UM da una di queste preposizioni @, di, da, con, in, perte; de' quali -modi di dire faremo menzione ragionando delle pre- posizioni. Ò S. V. Rimaneci ancora a parlare dell’ infinito, tenente luogo di nome. Noi toccammo già questo particolare, discor- rendo dell’ articolo determinante; ora ci torniamo con far conoscere, che è una delle più caratteristiche proprietà della lingua italiana l usare la voce dell’ infinito a modo di nome astratto verbale mascolino, sì nel rapporto di subbietto che di obbietto diretto e indiretto, solo, o accompagnato da qual- che addiettivo, o da qualcuna di quelle particelle, sia artico- lo, sia preposizione, o qualsivoglia altra, che suolsi adopera- re onde serva d' appoggio al nome; leggansi gli esemp) della ,. Sez. IL Cap. VII, $. VIII, ed i seguenti TESTI. Le leogi, nelle sollecitàdini delle quali è 1L BEN VIVERE d' ogni mortàle. Bocc. Introd. — Ed è vera virtùte IL SAPER st astenér da quel che piace, Se quel che piace offénde. Past |, fid. at. 5, sc. 5.— Per assàùi cortese modo il riprése DELL'IN TENDERE, e DEL GUARDARE, ch' egli credéca ec. Bocce. nov. 33, — Il conuùne FAVELLARE degli uòmini usa dire ec. Boe. | Varch. 4, 7. — EL SUO PARLARE, e ’/ del viso e le chione, Mi piùcquen sì ec. Petr. canz. 7.— Perchè ’n fino al mori |. si vegghi e dorma. D. Par. 3.— Questo PENTERE non avtn-. do luogo, vi sarebbe di maggiòr noja cagiòne. Bocc. nov. dò. — Quel vago IMPALLIDIR, che'/ dolce riso D'un'amoròsa neb- bia ricopérse. Petr. son. 98. — Che la donna, NEL DESIAR è ben di noi più frale; Ma NEL CELAR du desìo, più scala. Past. fid. at. 1, sc. 2. (4) ne S. VI. Gl infiniti, usati a modo di nomi, sono come ® . La . . . ° ; questi soggetti alla variazione di numero ponendosi. ess N plurale, onde diciamo 7 parlòri, i favellàri, î mangiòri, 1 s0- peri, i baciùri, gli abbracciàri ec. | I TESTI. | Li sozzi PARLARI corròmpon li buoni costùmi. Albert cap. #0. — Ma le mescolùte e bastàrde, che non hanno pa ròle nè FAVELLARI proprj, non sono lingue. Varchi, Ercol. 929. | (4) Non di rado l’ infinito, adoperato come nome, leggesi senza e ser appaggiato ad alcuna particella : E perciocchè AMARE mèrile piuttosto dilèlto che afffizione al lungo andore ec. Bocc, nov. 42.—Apprèsso MAN 3 GIARE secondo la sua ùsànza nella càmera n' andò della figliudia. Id. ò Dov. 31. ene nin aid n  o 291 — La diversità de’ giudìzj nasce dalla diversità de' SAPERI. Id. bid. 18.— In quella Alessàndria sono le rughe ove stanno i Saracìni, i quali hanno i MANGIARI a véndere. Nov. ant. 8. — E veggendo le tenere logrime, gli ABBRACCIARI e gli one- sti baci. Bocc. nov. 15.— O eletti dî Dio gli cui SOFFRIRI È giustizia e sperànza fan men duri, Drizzùte noi verso gli alti sALIRI. D. Purg. f9. | DEL PARTICIPIO PRESENTE, E DEL GERUNDIO. $. I. Queste due parti del verbo, essendo ambedue voci infinite, vengono considerate come appartenenti al modo in- finitivo. Il participio presente, o attivo, il quale si avrà sosti- tuendosi alle desinenze radicali del verbo are, ere, ire le parti ante, ed ente, altro non è in fatti, siccome noi già dimostram- mo (Sez. IV, Cap. I, e Sez. V, Cap. I, $. I, II, HI), se non che un addiettivo qualificativo, contenente e//iss? del ver- bo astratto essere, perocchè amante, credènte, dormiènte, im- pediénte ec. vagliono Che ama, o che amùàva; che crede, o che credeva; che dorme, o che dormiva; che impedìsce a che zrripediva oppure: che è, o era amànte; che è, o era credén- fe ec. | 1 | Il participio presente come addiettivo segue la stessa re- gola di concordanza degli addiettivi, essendo esso soggetto alla variazione di numero, in cui s' accorda col suo sub- bietto (1). TESTE PRESENTE agli occhi suoi leî GRIDANTE mercé e ajùto svenàrono. Bocc. nov. 34.— A lui, DIMORANTE in Fiandra, venne voglia di sentàreec. Id. nov. 18.— S'appresenti alla tur- ba TRIONFANTE, Che lieta vien per questio èlera tondu. D. (1) Questa regola non saffre eccezioni , vale a dire il participio pre- sente non si accorda mai con altro che col suo subbietto, mediante |’ el- lissi del pronominale congiuntivo @ relativo che, i guale, ec. : quindi scovgesi facilmente quanto male s’ esprimano la più parle de’ nostri gram- matici, dicendo che il participio presente s” accorda sovente con gli ob- bietti diretto o indiretto, oppure (come dicono nel linguaggio loro per molti inintelligibile), co” casi obliqui, e citando come esempj: Porhè al- quanlo di tempa ebbe posto in dovèr LEI PIAGNENTE racconsolare. Bocc. nov. 41.4 LUI, dimorante in Irlànda, venne voglia di sentire ec. Id. nov. 18; ne'quali esemp], egli è vero, lerè l’obbietto diretto del verbo raccon- solàre , e lui è l’obbietto indiretto di venir voglia, ma piagnènie e di morànle s' accordano con le voci sottîntese Za quale, c il quale, cioè la quale piagnèoa , il quale dimoràea. Veggasi il seguente $.  Par. 22. — Una nave PORTANTE uòmini TEMPESTANTI, PE- RICOLANTI, SOGGIACENTI a fanti maròsi, e tante tempeste. Gio. Vill. 11, 3.— DICENTE Santo Agostìno nel sermone del bassaménto della città di Roma. Id. ivi. — Apòllo TENEN- TE del cielo quella parte, che ora trascòrre, più i lavòri ab- belliva. Amet. 44.—I rivi del sangue la NASCENTE fiamma spegnevano. Liv. Dec. 3.— Di qua e di là in due pendisoh ciocchette scendéndo e dolceménie ONDEGGIANTI per le gote. Bemb. Asol. 2. — Felici e foriunàti ed in ogni tempo GODEN- TI de’ loro amòri. Id. ivi. . II. Per proprietà di linguaggio, e ad imitazione del- l' ablativo assolùto de’ Latini, trovasi spesse volte presso gli ; antichi, un participio presente col suo nome o pronome it- | dipendente dal resto della sentenza, e posto tra due virgole, È quasi come tra parentesi. TESTI. In un libro ch' io intendo di fare, DIO CONCEDENTE, di volgàre eloquinza. T. Conv. 6f.— Questi cinque triònf in terra giusa Avèm vedùti, ed alla fine il sesto, Dio PER METTENTE, vederem lassùso. Petr. Tr. della. Divin. — Avven- ne, DURANTE LA GUERRA, che la reina di Francia infermò | gravemente. Bocce. nov. 25. — Quando, SOPRAVVEGNENTE IA |: NOTTE, con essa insieme surse un tempo fierìissimo e tempe stòso. Id. nov. 41.— Mi paréva che, ME RENITENTE, usci .: do del mio seno, vaga fralle prime erbe col mio spinto» | partìsse. Fiamm. lib. 1, num. 6.— Cesare parlò bello e asset falaménte, UDENTI NOI, della vita e della morte, quando dis ec. Tes. Br. 8, 34. i Questo è quanto ci è paruto dover dire del participio presente, il quale di gran lunga non è di tanto frequente w0 quanto il gerundio, che spesse fiate in vece di quello pù volentieri usasi. S. IIL Il Gerundio non è che un'altra specie di participio presente attivo, differente da quello già spiegato, in ciò che esso rimane invariabile, formandosi con sostituire alle desinen- ze radicali are, ere, dre, le parti ando, ed endo, ove l' altro, siccome abbiamo esposto, 8’ accorda col suo ' subbietto 1n numero. b | Si è altrove già detto (Sez. V. Cap. II, $. IV), che il termine gerundio sorte l' origin sua dal verbo latino gerere ( portare), perchè presso i Latini esso teneva le veci dell'in- finito, e che nella nostra lingua il verbo nel gerundio, esprime per lo più un'azione passeggiera, che si eseguisce dal medesimo subbietto e nel medesimo tempo di un'altra azione, alla quale la primaserve quasi di circostanza caratteristica, come: disse sorridendo ; enirò cantando ; cammina saltellando ec. TESTI. 2 Call Non vede un simil par d'amànti il Sole, Dicéa RIDÈN- DO, € SOSPIRANDO insieme ; E sTRINGENDO ambedue, colgéasi attòrno. Petr. son. 207.—Di che egli PIANGENDO, come co- lù: che chiaro vedéa la sua disavventura, cominciò a dire. Bocc. nov. £5.—Non VOGANDO ma VOLANDO, quasi in sul dì del seguente giorno ad Egìna pervénnero. Id. nov. 17. — Qui poscia RITORNANDOLO, portàle Con esso vor per sucrifizio novo Nov acqua, novo vino, e novo foco. Past. fid. at. d, sc. 4. — Gli dette (gli ambasciadori ) 4 guardia a’ suoi soldùti, CO- MANDANDO /oro, che per nissùuna città li lasciàssino entràre. Petr. uom. ill. 113.—SAPENDO Za volùbil cente che ella è a’ pericoli tarda, e veDENDO il dello, traditora. Tac. Dav. ann. 14. (2) 0 S. IV. Non senza vaghezza preponesi talora al gerundio la particella in, dicendosi in amando, in facéndo, in dando ec. Ella l'accese e se l ardòr fallàce Durò mol’ anni 1N ASPETTANDO un giorno Che ec. Petr. canz. 39. (3) S. V. Leggesi sovente nel Boccaccio il gerundio accom- pagnato col suo subbietto, espresso da uno de’ pronomi per- sonali: Egli se n' andò VEGGÈNDOLO 10 consumàre, come si fa la neve al sole. Bocc. nov. 27.— Essendo Talàno in con- taàdo, DORMENDO EGLI, gli parve in sogno di vedere ec. Id. nov. 27.--Con licénza di fui arla alla sua donna, ed ella TACENDO, egli in persòna di li st rispònde. Id. nov. 25. In altri autori trovasi talora anche co’ pronomi /uz e /ez, come in Dante Inf. 52: LATRANDO LUI cogli occhi in giù raccòl- ti: e nel Petrarca canz. 17: Men gli occhi ad ognòr molli ARDENDO LEI, che come un ghiaccio stassi. (2) Talora trovasi il gerundio nel puro significato del participio pre- sente, come: Trovato Ruggieri DORMENDO (cioè dormente , 0 che dormiva) lo incominciò a tentàre ec. Bocc. nov. 52.—Quivi Irocàrono i giovani GIU- CANDO {cioè giocanti, o che giocavano) dove lasciati gli avieno. ld. Gior. 6, fin. | (3) Il gerundio fu pure usato colla preposizione con : La quale se voi, CON alcùna cosa DANDOGLI, donde egli possa secondo lo slalo suo vivere ec. Bacc. nov. 92.—Con DICENDO egli, che ella serviva sollecitamènte lui, mostra la grata e dolce naiùra della damigella. Dep. Decam. 46. — E con DANDO nuove leggi e riformàndo le vecchie rendè ec. Borgh. Orig. Fir. 137; ma tali modi di dire più non piacciono. RS TE  $. VI. In vece della voce dell’ infinito usasi spesse volte i gerundio dopo i verbi andàre e venire, per significare fre- quenza, o proseguimento d' azione, come andar leggendo, andor cantondo, venìr facendo ec. ' | TESTI. (4) A me medîsimo incrésce ANDARMI fanto tra tante misere RAVVOLGENDO. Bocc. Introd.—Son poche sere che egli non 3Î VADA INEBRIANDO per Ze taverne. IA. nov. 68.—La mise- rélla con amàre làgrime tutto'! vegnénte giorno 5° ANDO' COY- sumanDO. Fir. Asin. 13.— Se non restò di rinfacciàrlo, di vantàrsene, d ANDARLO DICENDO per tuito. Sen. ben. Var- ch. 6, 4.—I vo PENSANDO. e nel pensàr m' assàle ec. Petr. . canz. 29.— Cominciò ec. a far sembiànte di distèndere l'uno der ditt, e apprésso la mano, e poi il braccio, e così tutto a VENIRSI DISTENDENDO. Bocc. nov. 17.—VENNI FUGGENDO la fermpésta el vento. Petr. son 99.— Quello che io le mando a dire ec. si VERRA CONDUCENDO ad effetto. Cas. lett. 20. S. VII. Ha forza e singnificato di gerundio la voce del- Y infinito preceduta dalle preposizioni in e con, sole o unt te all'articolo determinante /o o i. | | TESTI. S ajutiva CON RACCOMANDARSI (raccomandandosi) cor- fsinovamente alla guardia dì Dio. Vit. S.. Gir. 4141.— Tull il rimanénte di quella mattina consumò 1N CERCARLI (cer- candoli). Bocc. nov. 73.—Io spendo il mio 1N METTER tor: fa ed IN ONORARE è miei ciltadìni (cioè in mettendo ec. ed in onorando ec.). Id. nov. 89.—NEL VEDERTI (in vedendo- u) ripiglia il lagrimàr l usàta via. Maffei, Mer. att, 2.-Tu eredesit salvàrio COL NEGAR (negando) d' èsser padre € È hat perdùto. Past. fid. at. 5, sc. B.—Z soldàti Cot Gu DARE E PICCHIARE (cioè gridando e.picchiando) non lese vano dir luz né altri. Dav. Stor. lib. 3. (5) (4) Trovasi eziandio il gerundio in vece dell’ infinito e la preposi- zione @ dopo il verbo mandare: MANDÒ SIGNIFICANDO ciò che fare inien- deva. Bocc. nov. 34.—Madénna Francèsca ti maNDA DicèNDO che cc. ld. nov. 82.—E incontanènie per lèliera gli MANDÒ COMANDANDO che ec. Matt. Vi}l.3, 51.—Che Madonna mi MANDI &amp; sè CHIAMANDO. Petr. son. 3oì: cioè mandò a significàre; manda a dire; mandò a comandàre ec. (5) Talvolta , ma ben di rado, l'infinito, facendo le veci del gerun- dio , leggesi preceduto dalla preposizione a, come: A'TRARGLI /' osso po rebbe guarire. Bocc. nov. 4o. La voce dell’ infinito preceduta da Senza può anche dirsi avere in certo modo forza di gerundio in senso negativo: E fermo lui entrò : che non fa scienza SENZA LO RITENERE, avère inteso (cioè non ritenendolo). D. Par. 5.—SENZA maî AVERLA veduta , di subilo ferventemènie la cominciò ad amàre (cioè avendola mai). Bocc. nov. ù ETIMOLOGIA E SINTASSI 295 CAPITOLO III. DEL MODO SOGGIUNTIVO. (1) S. I.Si è veduto nella Sezione precedente per quali desi nenze il modo soggiuntivo dagli altri modi del verbo si di- stingue; e si è eziandio potuto vedere dall’ esposizione che . ne abbiam fatta, che l essere un verbo nel modo soggiuntivo, vale io stesso che essere il significato di esso (2) dipenden- te, quasi subalterno e sottoposto a quello d’ altro verbo an- tecedentemente espresso nel modo indicativo, che afferma sem- plicemente l’ azione. Ora lo scopo del presenie capitolo è il dimostrare quali sieno i verbi che per la natura loro possan tenere in dipendenza un altro verbo, o, per parlar più chia- ro, l’ indicare quando un verbo debba esprimersi nel modo soggiuntivo : ed è questa, non vw ha dubbio, una delle più malagevoli parti della sintassi italiana, imperocchè è presa, od imitata per lo più da’ Latini, per la qual cosa essa è difterca- te assai, e molto più estesa, che non è nelle altre lingue viventi. S. II. La principale dipendenza delle nostre azioni, con- siste in esser le medesime sottoposte all’ altrui volontà: quin- di, quando si dice che un verbo dipende da un altro, s' in- tende il più delle volte che quest’ altro verbo esprima un’ + dea di volontà, o positiva , o negativa. La volontà positiva , può consistere in un comando, una preghiera, un desiderio, una permissione , un consenso ec. ne segue che 1 verbi colére, comandare, pregàre, desideràre, permettere, consentre, proibire, impedire, dispiacere ed altri sinonimi 0 equivalenti di quesu , vogliono il verbo che da essi dipende nel modo soggiuntivo, onde diciamo : i | I (1) Essendosi nel precedente Capitolo ragionato del participio presente e del gerundio, l’ ordine vorrebbe che immediatamente dopa, si desser de’ precetti sull’ uso del participio passato, ma siccome in ogni modo farà d' unpo ritornare a questa parte del verbo allorchè si tratterà de’ verbi passivi, e neutri passivi, ci è sembrato più convenevole al nostro biso- gno di esser brevi, l’ allontanarci dall’ ordine suddetto ed il serbare per allora quanto crederemo a proposito di dire sul suaccennato partici;.io.. (2) Si ricordi il lettore che per significato del verbo roi iniendiam dire 7 azione , la passione, e lo stalo d’ essere; tre cose, per esprimer le quali furono unicamenie introdotti nel discorso que’ segnì chiamati verbi, i quali a tal effetto sommariamente si dividono in adiwi, in passivi ed in neutri. Vedi Sez. V, Cap. I. 296 PARTE TERZA Voglio, comàndo, intendo, im-\ pòngo, prego, sùpplico (3), desi-]che si dica, si faccia, st va- dero, bramo, permetto, sòffero,\Ja ec., non già che si dice, consento, chiedo, amo, proibì-\che si fa, che si va ec. ‘sco, impedìsco, mi dispiùce i S. III. Oltre a' verbi di volontà, quelli che esprimono un' idea di dubbio, di timore, di sorpresa, ed i loro equiva- lenti, mandano parimente il susseguente verbo al soggiuntivo; come: | Dùbito, temo, mi maravìglio,} Lasi “iii | Ica, sz la ec. sono sorpréso, non credo ec. che si dica, st facc Lo stesso dicasi de’ verbi detti impersonali, esprimenti l’idea di necessità, o di convenienza, come sarebbe 5isognà- re, bastàre, convenire, giovàre ec. onde si dice: i ‘ Bisògna, basta, . i DI P andi si ec. conviéne, giova ec. NE che si mandi, si prenda Vuol pure il soggiuntivo dopo di sè il verbo essere, in terza persona, seguito da uno de’ seguenti addiettivi /àcz/e, dif- ficile, possibile, impossibile, giusto, ingiùsto, decente, indecénk, sorprendente, necessàrio, probàbile, o da’ nomi tempo ed ora, o dall’ avverbio dere, come:— È cile, 0 difficile che lo FAC CcIA.—Era possibile, 0: impossibile, o probabile CHE 'vENISSI, CHE MANDASSI ec. — Sarà necessàrio, decénte, giusto CHE COM- PARISCA, CHE PARLI ec. —È ora, 0 è tempo che ciò SUcck- DA, che gli PARLIAMO ec. —Sarà bene che tu te ne VADA ec. S. IV. Per proprietà di linguaggio il verbo ponesi nél soggiuntivo ogni qual volta col precedente verbo si voglia esprimere l’ ignoranza, o l’ incertezza in ‘cui altri trovasi, mr torno al significato del susseguente verbo: ed in generale ciò ha luogo dopo i verbi crédere, domandàre, suppòrre, giudicàre, ed altri simili. , | | | È TESTI. (4) , «Si cREDERA ec. che da alcùn suo nemico SIA stato uc- ciso. Bocc. nov. 40.—Si CREDE che SIA il più ricco prelàto (3) Pregire e supplicare sono spesse volte seguìti dall’ infinito, pre- ceduto dalla particella a, come: La PREGARDNO A DIRE chi ella fosse, € che quivi facesse. Bocc. nov. 6.—SUPPLICO vostra Maestà A DEGNARSI di permèllere ec. Bentivoglio, lett. 49. | (4) Dopo il grado di comparazione superlativa, seguita dalla congiun- zione che , il verbo formante la seconda parte della comparazione ponesi el soggiuntivo, onde diciamo: Sono il più felice uomo, CHE si TROVI nel |  ' che abbia (3) la- Chiesa di Dio. Id. nov. 7.—CREDI tu che io, se ui ben gli volessi che tu temi, soFFERISSI che egli stesse laggiùso ad agghiacciàre. Id. nov. '77.— Gli DomANDO se FOSSE vero, ciocche contro di lui era stato detto. ld. nov. 6.— Che tu. ne FACCI quello che l'animo ti GIUDICA, che ben siA fatto. Id. nov. ®I.—-Si, ch'io mi CREDO omài, che monti, e piagge, E fiumi, e selve SAPPIAN di che tempre Sia la mia vita, ch' è celàta altrùi. Petr. son. 28.—Zo non so chi tu SIE, né per che modo Venùto se' quaggiù. D. Inf. 33. —SupPONGASI però che Jùppiter SIA a modo loro ùnimo di questo modo. S. Agost. C. Di S. V. Dalla regola precedente facilmente deducesi delle altre, cioè di porre il verbo nel modo soggiuntivo: 1.0 dopo la particella condizionale e dubitativa se, come: Grazie ri- orterò di te a lei Se d' ésser mentovàto laggiù DEGNI. D. urg. 1.— Zo son del tutto, SE tu VUOGLI che io faccia : quello di che ec., dispòsto ad andùrei. Bocc. nov. 2.— Ora st parrébbe, SE così paso valent' uomo come si diceva, e SE . cotànto l' amùsse quanto ec. Id. nov. 34. (8) 2.° Dopo guando, nel significato di se o purché, come: QUANDO vo: vogliàte, to vi porterò gran parte della via, che ad andùre abbiàmo a cavàllo. Bocc. nov. bBI.— Pensòssi co- | stùi avìre da potèrlo servire QUANDO VOLESSE. Id. ‘nov. 13. .—Molte volte io mi dolea QquanDo la mia memòria mo- . WESSE la fantasia ad immaginàre quale amòre mi facéa. D. Vit. nuova 16. Il quando va talora accompagnato con la congiunzione che, seguita parimente dal verbo nel soggiunti- vo, come: Ma la storia di Rinàldo di Montalbàno QUAN- DO CHE si venisse nel volgàr nostro ec. non par già ella di più antìca lingua che ec. Salv. Avvert. 1, 2, 12. (7) mondo.—E il più legeiàdro cavaliere, CHE trovar si possa. —Fece fare un de’ più belli e de’ maggiori palàgi, CHE mai fossero stati vedùli ec. (5) Dopo i verbi parère è mostrare, adoperati nella 3a. pers. sing. si pone il susseguente verbo nel soggiuntivo:—A ui, e a futto il regno ne PARÈA male, che TRASCORRÈSSE il tempo sensa sperànza d' avère suc- cessore. Matt. Vill. 10, 12.—.Si fu nno il quale PAREVA che iulti i miei peccàli SAPESSE a menfe. Bocc. nov. 70.— E così MOSTRA che Roma si REGGESSE a signoria di re 154 anni. Gio. Vill. 129.— Non è perciò così da correre come MOSTRA che voi VOGLIATE fare. Bocc. Introd. l (6) Se, non di rado leggesi anche col suo verbo nell’indicativo: Anzi la voce al suo nome rischiàri, SE gli occhi suoi ti FUR dolci, nè cari. Petr. . canz: 4o.—S' io DISSI falso, e lu FALLASTI il conio. D. Inf. 30. — Non so SE a voi quello SE ne PARRA” che a me ne parrèbbe. Bocc. Introd. (7) Si notino questi due modi di dire avverbiali: Quando che sia, che vale In alcun tempo, a qualche tempo , una volta; e Quando che Gram. Ilal. W 39 | 298 PARTE TERZA - 3.° Dopo quale, addiettivo pronominale dubitativo. /o non so QUALE i0 mi dica, che s0 faccia più 0 il mio piace re, 0 il tuo. Bocc. nov. 8.—Dicèéndoli QUALE volesse, 0 subi- to restituire il suo porco, 0 che egli andàsse al rettore. Fr. Sacch. 146.—Ivi fa che'l tuo vero (QUAL 10 MI SIA) per la mia lingua s' oda. Petr. canz. 29. ; 4.0 Dopo la particella chz, nel significato di alcuno che. Non credi tu trovàr qui cHI il baité«imo ti DEA. Bocc. nov. 2. —Quivi non era CHI con acqua fredda, o con altro argomin- to le smarrite forze RIvOCcASsE. Id. nov. 16.— Ove sia CHI per prova intenda amòre, Spero trovàr pietà. non che perdò | no. Petr. son. 1. (8). Come pure nel significato di qual. |. \Piacéendogli molto i modi del fanciùllo domandò CHI egli | FOSSE. Bocc. nov. 18. 5.° Dopo dove e ove, nel significato di quando: se, dar |; ché, casoché (9). E DOVE e' non rosse d' accòrdo co' Vin: | ziùni, e coléa gli promettésse renderli la tenùta libera. Cron Morell. 327.—E DOVE /u non VOGLI così fare raccomàndi |, a Dio l ànima tua. Bocc. nov. 44. — Che che di me sw végna, OVE fu non ABBI cerla novèlla della mia vita ec. ll. |. nov. 99.—OVE voi mi voGLIATE di speziàl grazia fa ec. .... 0 lo farà qui in vostra ed în loro presenza venire. |: Id. nov. 19. (10) x . si fosse, cioè in alcun tempa passato.—Speràndo che QUANDO CHE SI fi * | potrebbe mutàr la foriùna. Bocc. nov. 16. — I miei sospiri a me perché, non folti QuanDO CHE SIA? perchè no ’l grave giogo? Petr. canz. g.-Qu! |. ‘ che è oggi è forza che, QUANDO CHE SI FOSSE, aoèsse principio. Borgh. 4 Arm. fam. 16. (8) Chi, in questo significato, porta talora l’infinito in vece del sog“ q 8 po : giuntivo. E se ci fosse CHI FARLI (cioè chi li facesse) per tutto dolorvi pianti udirèmmo. Bocc. Introd. — Qui è questa cena, e non sario &amp; MANGIARLA (ciot chi la mangiasse). Bocc. nov. 12. _ ‘. (9) Dove, e ove, anche come avverbj di luogo vogliono il 51 seguente verbo nel soggiuntivo, purchè il precedente verbo porti st dubbio n incertezza. Yommene in guisa d’ orbo senza luce, Che non 80» ‘ OVE sÎ VADA, € pur si parle. Petr. son. 16. — Eccoli tutti fuori; io non 50 DOVE io mi FUGGA, DOVE io mi NASCONDA. Machiav. com. In questi © simili esempj in vece del soggiuntivo può adoperarsi anche l'infinito, siccome abbiamo già fatto vedere nel Cap. precedente $. 1I1. Ma anche allora vi si sottintende talvolta il soggiuntivo per la figura chiamata &amp; li:sî, cioè debba, dovèsse, possa, polèsse , came in queste e simili loca |: zioni: Non sa dove nascònderlo , cioè non sa doce possa o debba Na |: '‘ sconderlo ec. (10) Portano parimente al soggiuntivo i modi avverbiali Dove che, e Ove che, che vagliono in qualunque luogo, a qualùnque luogo dosi | que.—Dove cHÈ egli VADA, onde che egli torni, checchè egli oda 0 vego. Bocce. Introd. — Or ecco, ànima graziosa , OVE CHE TU SH, ralligroh, che io mM? arparécchio di seguitàrti. Filoc. a, 129. EVIMOLOGIA E SINTASSI 299 ‘6.0 Finalmente dopo i seguenti avverbj, e modi avver- biali, impropriamente da taluni detti congiunzioni, abbenché, acciocchè, affinchè o affinechè, a menochè, ancorché, avve- gnache, benchè, casochéè o in caso che, comeché, comunque, conciosiaché , conciofossechè, conciossiacosachè, conviofosseco- saché, datochè, nonostanteché, perchè (nel significato di accioc- ché), purché, quantànque, sebbene, tuttochè e orse alcuni altri. TESTI Perocché Amòr l' aveva già ferìta, ABBENCHÈ le PARÈS- se ésser ‘tradita. Ninf. Fies. — ABBENCHÈ sirettaménte le di- spaccia. Guit. rim. (11).— Anzi pur viva, ed or fatta im- mmortàle, AccioccHÈ "I mondo la conoscA ed ame. Petr. son. 287. — ACCIOCCHÈ più avànti non POTESSE il prenze eenìre. Bocc. nov. 17.— Egli conoscendo la necessità, AFFI- NECHÉ / acquisto fatto per lui VIGLIASSE più fermézza, ac- consenti. Matt. Vill. 7, 56.— A/essàndro, ANCORCHÈ gran paùra avésse, stette pur cheto. Bocc. nov. 84. — E che diffe renza ha tra quelle è l altre (visioni) AVVEGNACHÈ ; dottò- ri ne pàrlino, non lo scrivo qui. Passav. 363. — Misero esì- lio! AVVEGNACH' io non fora D' ABITAR DEGNO, ove voi sola siete. Petr. son. 37. (12).— Può farlo, CASO CH' E' ci VEGGA attacco. Casa, lett. — Per salvàr, dico, IN cASO ch' altramén- te Facendo, biasmo ed ignomìni: fora. Ar. Fur. 38, 3.— COMECHÈ varie cose gli ANDASSER per lo pensiero di doversi fare, pur vedîndo il re ec. Bocc. nov. 22. — Dico, che co- MUNQUE sz SIA, egli ha tante ore la notte, quante il dì. Tes. Br. 2, 44.— Chi puòte avere in questa cita alcùna cosa du- ricbile, CONCIOSSIACOSACHÈ {utie le cose sieno trapassévoli? Albert. 65. — Zo non ti concederò quello che séguita, PER- CHÉ DATOCHÈ nos ce li diamo, non perciò restiàmo debitòri. Sen. ben. Varch. 5, 9. — NONOSTANTECHE FUSSE presàto da tutti è ciltadìni che gli dovesse perdonàre ec. Zibald. Andr. 3, 3. — Onde paròle, e opre Escon di me sì fatte allòr ch’ È spero Farmi immortàl, PeRcHÈ la carne muoja. Petr. canz. 18. (11) Non essendo abdenchè del miglior uso, nè trovandosi molto ado- perato dagli autori, io consiglio di scansare questa voce e usare piuttosto in luogo di essa benchè, o sebbène. —. N i (12) Aovvègna, sì potrebbe, volendo, separare dal che e interporvi qualche altra voce, o un’ intiera frase, come in questi esempj: AVVEGNA come io ti dissì CHE non si hanno tultli no, ma solo uno per volla. Fr. Giord. 44.—AVVEGNA cerlo CHE da nostra polestàde sentenzievolmènte non Fosse uccìso. Lett. com. Fir. Dicasi lo stesso di cormechè. E COME queste paròle CHE specialmente dette steno ec. Mor. S. Greg. 1. 300 PARTE TERZA | — Ond'egli a me: PERCHÈ tu mi dischiòmi Ns ti dirò ch'io sia, né mostreròlii. D. Inf. 32.— La medicìna da guarìrlo so 0 troppo ben fare, PURCHÈ a voi dea il cuore di segreto te- nére ciò che ec. Bocc. nov. 28. — Niuno altro, per QUANTUN- QUE AVESSE aguto Î avvedimento, potrebbe chi io mi fossi conòscere. Fiamm. 4, num. 92.— Abbiasi ancòr cura, che e non abbia rimetiiticci su pel tronco d' altri tralci, e avin- dogli làscinsi siare SEBBEN FosskRO rigogliòsi oltra modo. Soder. Colt. 25.— TUTTOCHÈ questa gente maladétta In vera perfeziòn giammài non VADA. D. Inf. 6. (13) Sonovi inoltre alcuni modi di dire proprje molto frequenti in cui il verbo sta nel soggiuntivo per esservi l'e//zss7, e del verbo principale, che mandi a questo modo, e nella particella congiun- tiva che. Eccone alcuni: Voglia il cielo, o il cielo voglia; volesse Dio; che piacesse a Dio; non piaccia a Dio; li fa cl il cielo; possa to ec.; possa tu ec.; Dio il ti perdòni,; Dio ti benedica; benedétto str tu da Dio; Dio t' assista; il cielo ce la mandi buona; il diàvolo ti porti; maladetta sia ? ora che ec.; él faccia chi voglia, e altri simili. OSSERVAZIONI SULL'USO DE' TEMPI, DELLE PERSONE, E DE' NUMERI. Intorno a’tempi del verbo poco ci rimane a dire, aven- do noi già trattato altrove (Sez. V, Cap. III) copiosamente a bastanza e della conformazione e della natura di essi tempi, e della maggiore o minore relazione dell’ uno coll’altro, perchè non di sia più mestieri di farne nuovamente menzione. Altro adunque noi non crediamo aver bisogno di esporre, se non che, per una figura detta enallage, trovasi spesse volte un tempo adopera to in vece di un altro, cioè: . i 1 Il passato definito in vece del presente: Anichìno gillò un grandìssimo sospiro. La donna, guardàtolo, disse: ch (13) Tra questi avverbj avvene alcuni che talvolta trovansi coll’ in- dicativo, cioè Ancorchè. —E tu sacra Diana e Citerèa Delli cui coril n&amp; mero minòre Far mi conciène; ANCORCH' io non volta. Bocc. Teseid. 12. Benchè : — BENCHEÈ a me non PARVE mai, che voi giùdice foste. Id. nov. 20. Comechè :— La qualeil giovane focosamènte ama comEcHÈ ella non sent ACCORGE per quello ch'io vegga. Id. nov. 18. Avvegnachè : — Erano lui pariìli da’ campi per lo caldo , AVVEGNACHÈ quel dì niùno ivi apprèsso ERA andòlo a lavoràre. ld.nov.77.Conciossiacosachè :— CONCIOSSIACOSACBÈ molti sono, che lascerèbbono innanzi la confessione, che si confessassero da’ proprj preti. Passav. 130. Sebbèene:—SEBBENE l'odore e la mesiuro di questo succhio OFFENDE, non perciò ancìde la cite. Soder. colt.  30: AVESTI Anichìno? (cioè: che hai) Bocc. nov. 67.— Or che AVESTI, che fai cotàl viso ? ld. nov. 69, Il passato definito in vece del passato indeterminato . Ove FOSTU (fosti tu) stamàne, poco avànti al giorno? (in vece di se' stato) Rispòse il valente uòmo: non so io ove io mi FUI (cioè ove io sono stato). Bocc. nov. 23.— Non mi DICE- STI TU, che qui non lice Sacrificàr d' uomo strantéro il san- gue? DissiLo , e Dissi quel che ’l ciel comànda. Past. fid. at. Db, sc. © (in vece di mi has detto, e l'ho detto) (1). Il passato anteriore in vece del passato definito. Zo an- dava per grande bisògno in servigio della mia donna, il re FU GIUNTO e disse ec. (in vece di i/.re giunse). Nov. ant. 35. — Alzàto alquànto la lanterna EBBER VEDUTO 2/ cattivél d' Andreùccio ec. (in vece di videro). Bocc. nov. 15. L' imperfetto del soggiuntivo in vece del trapassato dello | stesso modo: 4/zò questo la spada, e ferito l avrebbe, se non FOSSE (stato) uno che stava rillo innànzi. Nov. ant. 94. Il presente in vece del futuro. Che farài tu se ella il DI- CE a' fratelli (cioè il dirà). Bocc. nov. 23.— Se io infra otto giorni non vi GUERISCO futemi bruciàre ( cioè guerirò ). Id. nov. 29.— Disse a lui: se tu ti CALI (calerai), Io non tr verrò dietro di galòppo. D. Inf. 22. — O casa male a me felice, rimàni eterna, e la mia cadùta fa manifesta all'amante, se egli TORNA (tornerà). Fiamm. lib. d. S. II. Adoprasi il condizionale ogni qualvolta il verbo è dipendente da altro verbo che sia retto nell’ imperfetto sog- giuntivo dalla particella condizionale se. Za donna piagnèndo rispòse, che SE il maggiòre de' suoi due che avùli avéa FOSSE VIVO, così st CHIAMEREBBE. Bocc. nov. 16. — 4: quali SE tu quello AVESSI FATTO, che a me facésti, vituperosamenie ti AVREBBER FATTO morire. Îd. ivi. S. III. Le persone del verbo sono naturalmente tre, cioè : sing. z0, tu, egli, o e'la; plur. noi, voi, églino, o élleno. Furono queste particelle inventate per indicare l’' identità della per- sona che parla, a cui si parla, e di cui si parla; ed in que- sto loro senso puro s' usavano fino a che la favella rimase mella sua semplicità primitiva, del pari che i popoli che la (1) Veggansi le note 4 e 6 del Cap. III, della Sez. V, ove le varietà de' tempi passati, definito e indeterminato, sono esposte con tanta chia- rezza, che ognuno di leggieri vedrà che, secondo la regola datane, nei succitati esempj, il secondo. tempo anzichè il primo andrebbe adoperato : e fo avvertito che la sostituzione dell’ uno all’ altro è usitatissima nelle opere drammatiche.  © parlavano; ma progredendo questi nella civiltà, nàcque la dis: uguaglianza di condizioni; e a tanto giunse l' alterigia del- Y uomo incivilito, forte e ricco, che questi volle esser distinto persino nel linguaggio, con cui il debole e povero gli parla» va, anche a costo di alterare il senso delle parole. Il potente, parlando di sè, credè inspirare più rispetto o timore, con moltiplicarsi in idea, e cominciò ad usare moz in vece di 10, esigendo che altri, parlandogli, usasse voz; cosicchè il bello ed energico fu più non si leggeva che nelle sublimi scritture, e non sentivasi che nell’ arrogante linguaggio del forte al de- bole, e ne' rozzi discorsi degl’ idioti, e ne’ famigliari collogu tra parenti, o amici. 4 cui # re disse: dunque voltie voi che NOI (2) cegniàmo meno di nostra fede, la qual NOI, per n- avér sanità, donàmmo alla damig?lla. Bocc. nov. 29.— Sr gnòr mio, se a VOI azgràda, VOI potéte ad una ora a VO far grandissiro onòre, ed a me, che pòvero sono per VO, grande utilità. Id. nov. 417. vee, | Dal titolo signòre, che in segno di riverenza davasi a' su- periori, fu dalla bassezza e dall’ adulazione creato un altro te tolo in astratto, cioè Signoria dicendosi Zostra signoria (V. S.), sua signorìa, loro signorie. —VOoSTRA SIGNORIA buona in sua fidelità permàgna. Guitt. lett. 26. — Come V. M. Cn- stianìss. potrà ve‘lére per léttere di LOR SIGNORIE. Cas.lett. 16. Ma la voce Sienorìa essendo troppo lunga, e, in virtù dell sua funzione, di troppa frequenza nel discorso, vi si è sost tuito il pronome personale di terza persona fem:mninina el pel subbietto, /e/ e Ze pe' subbietti diretto, e indiretto; onde diciamo: Ella dice, cioè vostra signorìla dice; Îo LE mando, o mando a lei, cioè mando a vostra signorîa; Io la Stino, o stimo lei, cioè stimo vostra signoria; in vece di voi dl, vi mando, o mando a vot; io vi simo, o stimo vot. S. IV. Il verbo dee accordare col suo subbietto in per- sona ed in numero, la qual concordanza è semplicissima quan- do il subbietto consiste in un sol nome, o ia un sol pronone, come: z0 canto,tu canti, egli canta, Pietro canta, noi cantiamo, voi cantàle , églino càntano, i soldàti contano, ec. Allorché però più nomi, o più pronomi, o nomi e pronomi di perso ne diverse come subbietti dello stesso verbo, si seguono, 1 regola di concordanza è alquanto più complicata; nulladime (2) Il pronome noi trovasi talora accompagnato da un nome, 0 pro rio o caralteristico in singolare, come in quest’ esempio di Gio. Vill. OI AUTORI di questa :òpera , tutto che a NOI non si confacèsse ec. fume mo del detto collegio e numero. l. 11, c. 129.  "è niù facile che il s: I le di essi il no non vè cosa più facile che il sapere con quale dî e verbo debba concordare; solo fa d'uopo osservare, che per quanti sieno i differenti nomi o pronomi esprimenti i subbiet- ti. evvi sempre sottinteso uno de’ pronomi personali 705, #08, ezlino, che recapitola in sè tutti 1 precedenti nomi, o pronomi, e col quale il verbo concorda in persona ed in numero, core: Tu ed io 2 Tu e tu s Egli 2 Il padre ed io È tu e il servo s îl padre,]£ Tu, egli, ella, ) S $ siamo tu, ella, ed i) S ‘3 andrite la madre, S.S vennero ed io A, fratelli 2 3 il figlio(*= de È o ed il pre-) g (3) V De la cettore / TESTI. Lo duca ed t0 per quel cammìno ascòso ENTRAMMO. D. Inf. 34.(3)—Dipot ci TRAVESTIREMO voi, Ligùrio, Siro ed 10, ed ANDREMOCENE ec. Machiav. Mandrag. at. 2, sc. 6.— Tu dall'un lato, e Stecchi dall’ altro mi veuRETE sostenendo. Bocc. nov. f1.—Ca/landrìîno, Bruno e Buffalmàcco VANNO cer- cando ec. Id. nov. 75.—Se Virgilio ed Oméro AVESSER ci- sto. Petr. canz. 40.— Consiglio e ragiòne coNDUCONO la vit- toria. Tac. Dav. Stor. (4). | $. V. Allorchè più nomi si seguono come subbietti dello stesso verbo, e che l'azione può dirsi aver luogo successiva- mente o alternatamente, cioè potendo essere attribuita ad ognuno ne’ subbietti separatamente, il verbo dovrà concorda- re coll’ultimo nominato, come: Mon CINNA, non SILLA sSI- GNOREGGIO' lungamente. "Tac. Dav. Stor—Vòùttene innànzi: 2° tuo corso non FRENA ÎVé STANCHEZZA né SONNO. Petr. son. 175.—Z! cominciò qual fortina o destino Anzi l'ùlti- mo di quaggiù ti meNA? D. Inf. 15. Ma quando tutti i no- mi espressi come subbietti, sono simultaneamente necessarj per fare l’ azione, il verbo debbe concordare col proname re- capitolante églino: MuOVvASI Za CAPRAJA e la GORGONA E FACCIAN szépe ad Arno in su la foce. D. Inf 55, cioù Muo- vasi la Capraja, e muovasi la Gorgona, onde amendue iusie- me faccian siepe ec. | (3) Contrario a questa regola lo stesso Dante scrisse: Tosfo che il duca ed to nel legna rur. Inf. 8. È altrove: De’ quai nè ia, nè il duca mio 8° ACCORSE ; ma queste sono licenze poetiche in favor della rima. (4) Talvolta il verbo concorda con un nome in singolare , che gli precede come recapitolante degli altri antecedenti subbietti, come: Nè voi nè ALTRI con ragione mi POTRA’ più dire ch' io ec. Bocc. nov. 8.—Nè piog- gia caduta, nè acqua gillàla, nè ALTRO UMIDORE gli SPRGNEVA. fac. Dav. Ann. i | n » «04 PARTE TERZA SVI. Ogni qual volta il subbietto del verbo trovasi es- sere un qualche nome partitivo, come parle, partita, nùmero, infinità o simili, dipendente da altro nome plurale, del qua- le forma come una specie di frazione, il verbo spesse volte concorda in numero con quest'ultimo, espresso o sottinteso: Poi come gru, ch' alle montàgne Rife VOLASSER PARTE ec. D. Purg 26.—Ciascùna di noi sa che de' suoi SONO la mag- gior PARTE morti. Bocc. Iatroduz.— Za maggior PARTITA FURON morti, e tagliàti, e parte presi. Gio. Vill. 7, 19.— UNA INFINITA’ di stroménti da di martòrio furono prepa- ruti. Firenz. As. 74. i $. VII. Quando il subbietto è un nome collettivo, cioè, un nome che esprime una. moltitudine, o una unione d' in- dividui della medesima specie, come sarebber frolla, gente, gioventù, pòpolo ec., voglion taluni che indifferentemente si possa far concordare il verbo in plurale, cioè col significato del nome; e così in fatti talvolta leggesi in alcuni ‘ibi acC- creditatissimi: Comandò allora Fociòne a una FRONTA d'o- ste che DOVESSONO zre e ricoceràre ec. Plut. Vit.—Zo non lo’ntesi, né quaggiù si canta L' inno, che quella GENTE al- for cantARO. D. Purg. 32.— MOLTA GIOVENTU’, che non passiva l adolescenza, si TROVARONO nelli ufficj per proci ro de padri loro ec. Fil. Vill. 11, 65.—ZPotéle vedere come il comune POPOLO ERANO IGNORANTI del vero Iddio. Gu. Vill. 1, 26. Salvo l'autorità di questi esempj, consiglierei ad ognuno di astenersi dall'imitarli, essendo essi contro la rege- la generale della concordanza, imperocchè i suddetti e simili nomi, comechè indichino ognuno un insieme composto di molti individui, pure presentano alla mente l' idea d' unilà, che mal confassi coll'idea del plurale, espressa dal verbo; oltre a ciò debbono i citati esemp), ed altri simili, ana per eccezioni aversi che per norma d’uso, giacchè cogli stessi sub- bietti il verbo molto più sovente in singolare, che in plurale leggesi (3). Poi VENIA maggiòr FROTTA di Romàùni. È". Sacch. rim.—Da man sinìsira m' APPARI una GENTE D' (- nime. D. Purg. 5.—Dimmi perché quel POPOLO È sì empio! Id. lof. 10. (5) A più forte ragione credo dover avvertire di non imitare il st- guente esempio del Boccaccio: Come OGNI vOoMO desinàlo EBBERO fanli uomini e tante femmine concòrsono nel castello, nov. fo. Nè quest’ altro delle Novelle antiche: La SUA FAMIGLIA AVEVANO un di preso un pento làjo per malleverìa ec. Nov. ant. 83. Sono questi esem.pj fuori d' ogni re gola, e non comprendo con qual veduta alcuni grammatici li pro;0ng:99 per norma d'uso nella costruzione. Allorchè il subbietto è rappresentato dal pro- nominale congiuntivo che, il verbo debbe concordare in per- sona con quello espresso dal nome, ov pronome personale, che precede al che. TESTI. Ma 10 CHE dea SONO, della quale neùna è più potîn'e di me nel mondo. Arrigh. 26.— Di ‘ME CHE per altri Te OBLIAR non posso ec. Bocce. canz.3.—Zo cominciùr: FOETA (6) cHe mi GUIDI, Guarda la mia virtù, s' ell è pessénte. D. Inf. 2. — Amnòr, CRE VEDI ogni pensiero aperto. Petr. son. 150. — O frati, dissi, ca&amp; per cento milia Perìgli siete giunti al- l occidénte. D. Inf. 26. — Se tu fossi stato uno di quegli, CAL il POSERO èn croce. Bocce. nov. 1. — Dicéndo: quel fu l'un de’ sette regi, Cu' asSISER Tebe ec. D. Inf. 14. (7) S. TX..E proprietà della lingua italiana, di far concordare il verbo, avente per subbietto il pronominale che, coll’ ante- cedente pronome personale di prima o seconda persona, im- immediatamente seguito da un nome proprio; ma quel che al primo sguardo debbe parer contrario alla scienza grammati- cale si è, che, ad imitazione de’ Latini, lo stesso accordo ha luogo anche quando il che sia preceduto da uno de’ pronomi dimostrativi, espresso o sottinteso, colizz, colei, quegli, quello, quella ec., tuttochè questi di lor natura indichino terza per- sona; cesserà per altro ogm sorpresa, quando si consideri che non è già il meccanismo, nè del nome, nè del pronome, che qui deobe valere, ma bensi | idea che il nome 0 pronome esprime, e questa è certamente della prima o della seconda persona. (8) &gt; (6) È facile il rilevare che nel presente esempio e ne'due susseguenti, si sottintendono i rispettivi pronomi personali, cioè ne’ due primi Tu, come: poèta tu che ec. amor iu che ec., e nel-terzo voi, come: O frati dissi voi che ec. . . i (7) Non s’imitino adunque î seguenti modi (di dire del Boccaccio : Era una delle più belle creature, CHE mai dalla nalitra FOSSE STATA FORMATA. — Fece in piccolo spazio di teinpo fare uno de’ più belli, e de’ maggiori palàgi, CHE mai FOSSE STATO VEDUTO. Questi due esempj sono contrar) alla stabilita legge di concordanza per cui vi si dovrebbe in ve- ce dire: che mai dalla natùra fossero stàte formate; e che mai fosse- ro stati vedùli, come da molti altri esempj del medesimo Boccaccio chia- ramente sì rileva. D' una gentildòonna s' innamorò ne’ suoi tempi tenuta «delle più belle, e delle più legsiàdre, CHE in Firènze rossero. Nov. 49. - (8) Ad oanta però di un tale uso trovasi qua e là qualche esempio, di rado sì, ove in simili coagiunture il verbo leggesi in terza persona, co- me: Corìsca son ben 10; nia non già QUELLA, Sàliro mio gentil, cA' agli Gram. al. 4o  TESTI. T son Bratr)ce, cRR fi FACCIO andàre. D. Inf. 2. — Sì vedrài ch' to son l ombra di Capòcchio, CHE FALSAI li me- tàlli con alchìmia ld. ivi, 29. — Io son ceramente colùi CAR QUELL' uomo Uccisi sfamàne in sul dì. Bocc. nov. 98. — T son COLEI, CHE # DIE’ fanta guerra, E COMPIE mia gior- nàia innànzi sera. Petr. son. 2641. — Ben è vero, perché tu se’ QUEGLI CHE vi ci fai stare. Nov. ant. 77 ge se’ lu QUELLA Corìsca sì famòsa ed eccellente Maestra di menzò- gne, che mentìte Parolétte e sperànze e finti sguàrdi VENDI a sì caro prezzo? che tradito M° RA in tanti modi ec. Past. fid. at. 2, sc. 6. CAPITOLO V. DE' VERBI PASSIVI, NEUTRI, E NEUTRI PASSIVI. S. I. Fu da noi già detto (Sez. V, Cap. I, S. VI) che ogni verbo attivo transitivo, trasmutando il suo subbietto (no- minativo) in obbietto indiretto (ablativo), e 'l suo obbietto di- retto (accusativo) in subbietto, può divenir verbo passivo. | Mancano le lingue moderne di verbi propriamente pas- sivi come ne hanno la greca e la latina, nelle quali lingue tali verbi variano dagli attivi con aver ne' tempi semplici delle desinenze del tutto diverse, cominciando daila voce radicale dell’ infinito; dal che esse lingue sortisconho una bellezza e un’ energia inimitabile nelle lingue da quelle discendenti, in cuì il senso passivo esprimesi con adoperare un verbo ausi- liare, accompagnato con una parte del rispettivo verbo at- tivo. S. II. L’ ausiliare usato nella lingua italiana per esprime- re il senso passivo è essere, al quale si unisce il participio passato (che perciò appunto vien detto da talunì participio passivo ) del verbo attivo, come: Esser lodàto, essìendo lodà- to, sono lodàto, ero lodàto, fut lodàto, sono stato lodùto, sarò lodàto, sia lodùto, saréi lodato ec., e così col partici- pio passato di qualsisia verbo attivo. (1) occhi tuoi Un tempo FU sì cara. Past. fid. at. 2, sc. VI.—Or se’ tu quel Virgilio e quella fonie, CHE SPANDE di pariàr sì largo fiume ? D. Inf. 1. (1) Usasi ancora per lo stesso motivo il verbo venire in vece dell’au- siliare èssere, dicendosi : Vengo lodàlo, cenni ricompensàto, verrò riceoùlo ‘ec. in vece di sono Zoddlo, fui ricompensàto, sarò ricevuto.—Io vi scongiù- ro, se voî mai VENITE CHIAMATO a medicàr quest oste nostro ec. Berni, rim. 1, 8.— Tale è la forza, e virtù che dalla velocità del molo vIEN CONFERITA a) mobile che la ricève. Gal. Gal. 227. ETIMOLOGIA E SINTASSI — 307 TESTI. Per certo chi non v ama, e da voi non desìdera d' xS- SERE AMATO ec. Bocc. gior. 4. proem. — Quegli, che DOMAN- DATO ERA, rispòse non ricordarsi d' averlo mai veduto. Id. nov. 46. — Vìdesi di tal monéta pagàto, quali ERANO STA- TE /e derràte veNDUTE. Id. nuov. 53. — FU FATTO ad Otiòne sepòlero piccolo, ma du duràre. Dav. stor. 4. — Fa le tue fac- cende con persòne, e che àbbiano buona fama e siENO cRE- DUTI. Cron. Morell. i S. IIL Per proprietà di linguaggio i verbi italiani in terza persona smg. e plur., hanno spesse volte il senso passivo da per sè senza l' ajuto d' alcun ausiliare, essendo solo preceduti dall''accompagnaverbo s4. | TESTI. Propòse che st RENDESSERO gli onòri a Galba, che anche SI CELEBRASSE /a memoria di Pisòne. Tac. Dav. stor. lib. 4. E tutte le altre cose, delle quali tutta la città piena Sl VEDE. Bocc. gior. 4. proem.— £ di molte dimandùva il padre che fossero, e come SI CHIAMASSERO. Id. ivi.—Due maniére di pie- tre vi SI TROVANO di grandissima virtà. Id. nov. 73.— 0 sventuràta che St DIRA' da' luot fratelli, da'parénti ec. quan- do SI SAPRA” che tu sti qui trovata. Td. nov. T7.—-Vi SI VE- DEA nel mezzo un seggio altéro Petr. canz. 44. (2) I tempi composti di questi e simili verbi, costruisconsi coll’ ausiliare essere, come: Che da molti anni in qua non SE VEDUTO Fuor della sacra cella. Past. Fid. at. D, sc. 6. —INon S' ERANO VISTI rimettere insieme. Dav. vit. Agr. 8. IV. Esprimonsi sovente nel senso passivo, mediante la medesima particella indeterminata sé, 1 verbi faure, dire, parlàre, crédere, suppòrre, raccontàre, vedère, sentìre, chièdere, prometlere ec. dicendosi: si fa, st dice (3), si parla, si cre- de, si suppòne, si raccònta, si vede, si senle , si chiede, si (2) Onde veder chiaro il sentimento passivo ne’ verbi în questi esempj, si costruiscano coll’ ausiliare èssere accompagnato dal participio passato , e si avrà: Proposero che fossero resi ec. Che fosse celebrata la memoria ec. Tuita la città piena, è veduta ec. Come fosser chiamàte ec. Due manière di pietre sono trovaie ec. Che sarà delto da' iuoi fratètli ec. Quando sarà sapùlo ec. \ (3) Nello stesso sensa questo si usasi anche come affisso, cioè: Sassi, . dicesi, pàrlasi, crèdesi, suppanesi, raccàniasi, vedesi, sèntesi, chièdesi, pros mellesi cc. - i INI ‘ —PABTE TERZA proinétia ec. (4), le quali espressioni tanto comuni sono nel parlar famigliare, e tanto copiosi se ne leggono esemp]) negli autori, che inutile saria il citarne. (5) VERBI NEUTRI. S. V. Il verbo sostantivo essere (6) , può dirsi il primo de' verbi neutri, indicarido l' esistenza delle cose. (7) (4) Solo notisì che quel si s’ accozza sovente co’ pronomi mi, ci, fi, vi, gli, come: Mi si fa, ci si dice, ti si promèlle, oi si parla, gli sichide; ed anche colla particella pronominale ne, come: se ne vede, se ne vedo no; e talora accazzasi il si col ne, anche quando vi si trova insieme uno de’ pronomi summentovali mi, ci, fi, vi, gli, come: mi se ne, gli se neo se ne gli.— E' sE NE GLI DAREBBE sì falla gastigatoja, che gli putirtbbe. Bocc. nov. 68.—Quanle cose GLI SI PROMETTONO Zullo 7 dì, che non SE NE GLI ATTIENE ziuna. Id. nov. ar. Notisi in oltre che i modi di dire già citati, e simili, possono anche costruirsi coll’ausiliare è ed il participio pas- sato ; onde in vece di mi si dice, li si parla, gli si chiede, gli se ne do, ci se ne scrisse ec. dicesi benissimo mi è dello, ti è parlato, gli è chiesto, gliene è dalo, ce ne fu scritto ec. Puossi anche in luogo dell’ ausiliare essere adoprare il verbo venire, come mi vien dello, le ne viene scrilla ci venne chiesto, gliene verrà parlòto ec. V. la nota 1 del presente Capitolo. (5) Notisi che alla particella indeterminata si sostiluiscesi talora uo- mo o altri col verbo in singolare e nel senso attivo, cioè, 2077 dice, uom crede, uom pensa, ec. (che propriamente corrispondono al francese on dit, on croit, on pense ec.,) 0 altri vuole, altri farèbbe ec.—lo mi credo che noi n' avrèmmo buon servigio ec. e POTRÀBBENE L’ UOM fare ciò che v0- lesse. Bocc. nov. ar.—Messo è che viene ad incitàr ch’ voM SsAGLIA. D. Purg. 15.—-U immaginativa che ne rube Taloòlita sì di fuor ch’ UoM non s' AccoRGE. Id. ivi, 17.—Ond'’ avvèn, ch’ ella more, ALTRI SI DOLE. Petr. son. t10.—-Dimàndal, dissi, ancor se più disìi Sapèr da lui prima ch'M- TRI ’L DisFaccia. D. inf. 29.—Qui si sta sempre più che ALTRI NON CRE- ‘DE. Nov. ant. agg. 3. i (6) Notisi che talora si trova il verbo essere nel singolare, avente per subbietto un nome di tempo nel plurale, come: E non È ancore QUINDICI Dì che ec. Bocc. nov. 32.—PocHE VOLTE È mai ch'io mi lievi la notte. }d. nov. 39.— Conciossiachè. il vostra libro, già È MOLTI ANNI, n08 sia valuto neènie. Passav. 20. | (7) Qui parmi a proposito d’ osservare, che nella lingua italian? tisasi sovente alla foggia francese il verbo avère in luogo di éssere, come: Ad una guerra, non HA (è) ancor lungo tempo, iniervènne. Bocc. nov. 23. — Qui non Ha (è) altro da dire, se non che questo è stato troppo grande ardire. ld. nov. 24. — Una delle più vaghe giovani di quella ciltà, comechè poche ve n’ABBIANO (sieno). Id. nov. 2°. -— Si fece conoscere per più valoroso di quanti giovani vi AVEVANO dell’elò sua. Plut. Vit. Mario.—E portò seco del vino, il quale dagli ollramonigni non era usalo, nè conosciuto per bere, perocchè di là non AVEA MU AVUTO (era mai stato) vino nè vigna. Gio. Vill. 1, 44.— Tutti furo bal- tuli colle verghe nel mezzo della piazza, ed EBBONO lagliàta la lesla (fu loro tagliata la testa). Tito Livio. — Notisi inoltre, che in simili sostituzioni dell’ avere all’ èssere , leggesi talora il primo di questi verbi, ad imita- gione de’ Francesi, adoperato in singolare, ancorchè il subbictto, espres:? ® sottinteso; sia in plurale. HAVVI (sonovi) lelli che. vi parrèbber più bell  &lt;« _ GO0 ! S. VI. Ragionando de’ verbi in generale (Sez. V, Cap. 1.) | noi dimostrammo la differenza tra i verbi allivi intransitivi, ed i verbi propriamente detti net, i quali dalla più parte de' grammatici si confondono con quelli, di modo che verdo infransitivo, e verbo neutro sono, secondo essi una medesima cosa. Comunque siasi di fatto, noi vogliamo considerare qui queste due sorte di verbi sotto un solo aspetto, appellandoli e gli uni e gli altri verdi neutri, stabilendo esser tali, 4.0 quelli che esprimono un’ azione, il cui effetto rimane nel subbiet- to; 2.0 quelli che non esprimono azione, ma solo uno stato di essere. Veggasi $. VII, della Sez. V, Cap. I. ($) S. VII. La conjugazione de' verbi neutri, eccetto ne'tempi composti, non differisce punto da quella de' verbi attivi; in quinto a' tempi composti, questi formansi per lo più coll'au- siliare éssere unito al participio passato (9). Del rima- nente, avvegnachè molti de’ verbi neutri richiederebbero una qualche maggiore o minore dilucidazione intorno all’ uso pro- prio de' medesimi, pure il bisogno di por fine a quest’ opera costringendomi ad esser breve, contenterommi solo di nomi- narne qui alcuni de’ più usitati, quelli cioè, che di lor natura sono neutri, e de' quali avvene ancora che, non di rado in senso attivo s' adoperano. i che quello del doge di Viègia. Bocc. nov. 79. — o miglia CI HA? (ci sono?) HACCENE (ce ne sono) più di millània. 14. rov. 73.— Con quanti ‘sensàli AVEVA (erano) in Firènze tenèa mercàto. Id. 84.—EBBEVI (furonvi) di quelli che intènder vollono alla milanese. ld. gior. 3. fin. (8) Ciò nonostante alcuni verbi neutri prendono talvolta un obbiet- to divetto e diventano, per così dire, attivi; eccone alcuni: Dormire. DorMiITO hai, della donna, un breve sonno. Petr. son. 284. — Sc io avèssi DornmiR volùlo tutti i miei sonni. Bemb. lett. RINUNZIARE. 7a Lulti gli altri dèbiti e ufizj RINUNZIATO. Sen. ben. Varch. 7.—Ddàndoli tèrmine tre mesi, ch' egli dovèsse avère RINUNZIATA la sua lezione dell’ impèrio. Gio. Vill. 9g, . . | SOGNARE. Il villàno SOGNA l’ ardiro, e' buoi, e’! marrone | e la van- ga. Passav. 262. Questo verbo è talvolta neutro passivo . Si SoGNÒ un grace e maruoviglioso sogno. Nov. ant. 100.—.Sicchè laggiù non dormendo SI s0- GNA. D. Par. 29. . SOSPIRARE. 400° improvviso morirono quegli infermi, che SOSPIRARONO Î CARNAGGI d' Egitlo. Segn. pred. 15. — In quel del viso, ch’ è SOSPIRO, e bramo. Petr. son. 219. UBBIDIRE. Ma2 ti se’ porlàlo, male hai i tuoi maestri UBBIDITI. Rocc. nov. 80.—Nè volle UBBIDIRE i comandamènti del Papa, parèndogli avèr giusta causa. Gio. Vill. 7. VIVERE. QUESTA VITA, che noi VIVIAMO, di fatiche innumerdbili è piera. Bemb. Asol. 2. (9) Questa regola è ben lungi dall’ esser generale , perocchè evvi anzi grandi;simo numero di verbi neutri, i cui tempi composti, costruisconsi coll au: iiiare avere, come: pensare, pranzàre, cenàre, dormìre, soffiàre, sospirare , tossire, siarnutire, e moltissimi altri che troppi sono per qui  Accadère, accòrrers, andùre (10), avparàrs, arrivàre (11), avvenire, balenùre, bastùre, belàre, bisognàre, brillàre, cadere, cenùre (412), cessùre (15), comparìre, concòrrere, convenire, còrrere (14), créscere (15), decadere, desinàre, digiunàre, dt denumerarli tutti. S' osservi solamente, che taluni ve ne sono, che ia un senso vogliono gcère, e nell’ altro èssere. Veggansi le note 10, 11 e se gueati del presente Cap. (10: 11 verbo andare, seguito da altro verbo nell’ infinito, mediante la particella a, significa muoversi per fare tale o tal’ altra operazione, come: andare a leggere, andàre a studiàre, andàre a dormìre ec.-(o- mando che ciascuno infino al di seguente a suo piacère s' ANDASSE A RI- Posare. Bocc. gior. 1, fin. Andare, seguito da altro verbo nel gerundio, indica una cerla frequenza o il proseguimento dell’ azione, espressa da questo verbo, come: andar dicendo, andàr cantando, andàr cogliendo, andar domandàndo ec.—Son poche sere che egli non si VADA INEBRIANDO per le taverne. Bocc. nov. 63.—La miserèlla con amàre lagrime tutto "I vegnènte giorno 8° ANDÒ CONSUMANDO. Fir. As. 130.—Se non restò di rin facciàrlo, di vanlàrsene, d' ANDARLO DICENDO per fullo. Sen. hen. Varch 6, 4.— Dove mai non VAI tu ceRcANDO oenòra i motìci d' afanno? Mafkei, Mer. at. 2. Andare, seguito dal participio passato d’ altro verbo, vale Essere.—D'ira e di cruccio fremèndo , ANDAVA disposlo di fargli viluperi samènte morire. Bocc. nov. 16. Nell'uso adoprasi sovente il verbo andare, seguito dal participio passato d’ altro verbo in vece di dovère, come: questa cosa non va della, non andàva falta, e simili, che vagliono questa cosa non si deve dire, non si dovèca fare ec. (11) Arrivare è verbo neutro nel significato di Pervenire al luogo, dopo avèr fintlo il cammino; ma è attivo in quello di Condurre, 0 0 costire checchè sia alla riva.—E quella sozza immàgine di froda Sen venne e ARRIVÒ la festa e ’l busto ec. D. Inf. 17. E nel significato di uggu gliàre , pareggiàre.—E vedrai quanto ti resta per ARRIVARLI nella staluro, e anche per assomigliàrli. Segn. Mann. Ag. 26. °  Cenare e d..sinàre, preadonsi anche in attivo significato, CENARONO un poco di carne salàta. Bocce. nov. 61.— Ti danno (alcuni animali) ogni d frutto,e quando all'ùltimo Non ne dan più,lute LI CENI e DESINI.Ar.Negr.2, 2 (13) Cessare, verbo att., vale sfuggire , schifàre , allonlanare, muòvere.—E dieci passi femmo in sull estrèmo Per ben cESsAR l' arèno € la fiammètta. D. Inf. 17.—Ed in quella via avèsse uno scoglio ed egli è vedesse e nol GESSASSE e nol volesse schencìire. Fr. Giord. pred. —Chichibo cessò la malaveniùra. Bocce. nov. 57. Talora cessare , prendesi in signifi cato neutro passivo e vale Asfenèrsi. — E non MI SONO CESSATO da fa ogni utilità. Cavalc. Att. ap. 124.— Alcùna volla Si CESSA dalle cose dwint in alcuna chiesa per la *ngiùria ec. Maestruz. 2, 56. (14) Questo verho oltre il suo significato neutro ha moltissimi altri | significati attivi, ne’ quali i suoi tempi passati composti si costruiscon? 4, coll’ ausiliare aoère.—E legno vidi già dritto e veloce CORRER LO MAR P! }. tutto suo cammino. D). Par. 13.—Egli si ricordò di tutti i pericoli, CHE AVB |. CORSI, e immaginò quelli che CORRER dovèa. Filoc. 59.—Che già non @'0 al capilàno occùllo, Ch’ essi intorno CORREAN LE REGIONI. 'Tass. Ger. 9; vi —Il Soldano di Babbilònia con suo esèrcito di Saracini CORSE, e guess quasi iulta l Erminia. Gio. Vill. 7, 18. Nel significato neutro questo verbo si serve dell’ ausiliare èssere, ma talora trovasi anche con avere. Ce n de n — a 4 5 Ù ? nu come: AVENDO CORSO dietro all'amante suo. Bocc. nov. 68. — E 60 pid: | Ho cOnso alle imquiladi. Vit. S. Gir. 47. LI . e. % ei (15) Crescere è anche verbo att. e vale Accréscere , aumentare, $ Li  41 magrare, dimoràre, dicenìre, dicentàre, disparire, dispiacere, : dormìre, duràre (16), entràre, fuggìre (AT), gelàre, giacere, : giovare (18), godere (49), grandinàre, gridàre (20), indu- giàre (24), invecchiùre, lampeggiàre, mancare (22), morìre, vendosi ne’passati composti dell’ausiliare uvère.—E cREBBONO assài la città di Pisa. Gio. Vill. 1. 48.—E che più volte v’ HA cRESCIUTO doglia. D. Inf. 9. — Si m' ascors' io che ’1 mio giràre intorno Col cielo 'nsitme AVEA CRESCIU- , TO ?’ arco. Id. Par. 18.—I cittadini, lieli per doppia cagione, aggiunsero sacrifici al loro Dio, e cREBBERO il numero de’ sacerdoli. Bocc. Anet. 89. (16) Duràre, nel senso di sostenere , sofferire, è verbo attiva. —Neè credèoa che più si potèsse DURAR di male di quello che io DURAVA. Fiamm. 5, num. 4.—I Sanèsi non polèndo più DuRAR la guerra co’ Fiorentini, richiè- | sero pace. Gio. Vill, 5, 34.— Alla fine si partiron senza combéadlitere, per- , chè quel di Bavièra non polèoa DURAR Ja spesa. ld. g, 125. I (17) Fuggire è verbo attivo nel senso di scansare, schicare.— Accioc- chè io FUGGA quesio male e peggio. D. Inf. 1.—Si ragiona di chi con pronia risposta 0 avvedimènio FUGGÌ perdita, 0 pericolo, 0 scorno. Becc. gior. &amp;, titolo. Ed anche in senso di frasfugàre.—- Chi acèa cose rare, o mercataa- zie le FUGGIA in chiesa e in lucghi di religiosi sicuri. Gio. Vill. 12, 19. (18) Giovare è verbo neutro nel senso di Essere Ulile. — Ed îo son un di quei, che 71 pianger GIOVA. Petr. canz. 8. — Ma poichè vide le làg'inve niente GIOVARE. Bocc. nov. 16. Come pure in significato di Dilellàre, pia- cèere.—(Quel tanto a mie non più del viver GIOVA. Petr. canz. 18.— Sicchrè avèndo imparàlo ciò mi GIOVERA' di morire. Libald. Andr. 15. Ma è ver- bo att. nel significato di Dare, porgere, o recàre ùtile.— Essi non hanno a- micìzie, essi hànno compagni nè sono GIOVANI dagli altri, nè risi GIOVANO altrui. Eemb. Asol. a. — GIOVAR di voglio d’ alcùna monèita. Ditam. 1,5. (19) Godère leggesi talora in signiticato di neutro passivo colle par- ticelle mi, fi, si, ci, cvi.— Lungamènie GODUTA MI SON del mio desio. Bocce. nov. 31.—Deh come iu se'grosso, cèndilo e GODIAMCI i daràri. Id. nov. 76. — Poichè si era GODUTO sei anni, e non più quella grandèzza. Seg. Vit. Capp. 8. Questo verbo poi è att. nel senso di Avère, possedère.—GonEno” ‘almèno l’ onore di acèr contràlta servitù con un personàggio ec. Red. lett. 1.—Ed allor GODE la fortuna, e sguazza. Bern. Orl. 1, 12. E talora si legge colle particelle. mi, ec. n (20) Gridare, per Manifestàre, pubblicare, bandire, è verbo attivo, come : La doglia mia, la qual tacèndo i’ GRIDO. Petr. canz. 18.—GR1- DANDO per Iiutio, il fallo da lor commèsso. Bocc. nov. 46.—La fama, che la vostra casa onòra, GRIDA i signori e GRIDA la contròda. D. Purg. 8. - 1 (21) Questo verbo non è neutro se non che nel senso d’Infertenérsi, mèltlere indugio, mèlter tempo in mezzo.—Non sì volle più INDUGIARE di ventre a far vendètla. Gio. Vil). 12, 106. Esso è talora anche neutro pas- sivo.— E voi, che Amore avvàmpa, Non o INDUGIATE sù ?’ esirèmo ardore. Petr. son. 67. Ma spesse volte prendesi in significato att. per Rifardàre, man- dar in lungo , differire. Piàccigoi di tanto INDUGIARE /a ESECUZIONE che ec. Boce. nov. 47.—Quando l' uomo più INDUGIA la penitènza, più pecca. Passav. 22. (22) Mancàre, nel significato di Sccmàre, diminuìre, è verbo att.— Trovando che avèa consumoto senza acquìsto grarde iesòro, colèrdolo rifàre senza MANCARE LA SUA CFNERALE ENTRATA ec. Gio. Vill. 2, 51. Venèndo in grandissima quanlità, la resira festa mulliplicésle, î0 vi vo- lio pregare che parièndovi non LA NAYCHIATE. Filoc. 5, 78. 542 i PARTE TERZA mugghiàre, nàscere, nevicàre, nuotàre, parére, pattre, passà- re (25), passeggiàre (24) , pensàre, perire, penetràre, pervenire, piacere, piòcere, pranzàre , prosperare ( 8), rimanere, rincréscere, ricorrere, riuscìre, sbadigliàre, scadere, sedere, soffiàre (29), stare (30), starnutàre o starnutire, tos- (23) I tempi composti del verbo passare, nel suo significato neutro assoluto, si costruiscono sempre coll’ ausiliare èssere ; ma ogni volta che questo verbo abbia seco un qualche obbietto diretto esso è considerato come attivo, c si serve del verbo avère, come: passàre uno, 0 una co- sa; passare il tempo, passar gli anni, passare il fiume, passare il pon le, passare un comandamènio ec.—Menire così PASSANAMO il tempo, 05- servcàmmo ec. Red. Inset. 102.—Delle quali niuna il ‘ventotitèsimo anno PASSATO ucea. Bocc. Intr.— "n fiume , ch? AVÈA PASSATO era mollo cre- sciuto per una grande pioggia, ch' era stala. Nov. ant. 3o.—Tu Hal Pas SATO il mio comandaménto ec. Sen. Declam. E nello stesso modo quando s' adopra per rafiggere, trapassàre ec.—Quivi con un colièllo ferito è prenze per le reni infino all'alira parte il Passò. Bocc. nov 17. (24) Passeggiare, con un obbietto diretto espresso, è verbo att. Ben si poria con lei tornàre in giuso, E PASSEGGIAR LA COSTA intorno er- rando. D. Purg. 7.— Senza più dir PASSEGGIAVAM LA Via Sempre di retro, - onde si leva il sole: Dittam. 5, 12. (25) Perire, è verbo att. nel senso di Far perîre: Or non suribk questi mailto, che va a PEMRE Za nave ? Fr. Giord. pred. i (26) Anche penetràre prendesi talora attivamente. Z'eggio miràndola la vaga luce Che PENETRA valor nella mia mente. Fr. Sacch. rim. 19. (27) Questo verbo è uno di quelli che comunemente si dicono imprr- sonali, perchè non hanno nè subbietto nè obbieito espresso, e che so . nella terza persona singolare s’ usano. Gli altri sono Zuondre, nevicàre, gelàare, grandinàre, balenàre, lampeggiàre, folgoràre, ec. Nulla di meso avvene che trovansi talora con un subbiettò; ed il verbo piòoere in par: ticolare, specialmente in senso figurato , ha sovente un obbietto direlto espresso, e leggesi pur anche in plurale. Per rinfrescàr 1 ASPRE salle 4» Giove : IL QUAL or TONA, or NÉVICA, ed or PIOVE. Petr. son. 33.— Da'be- gli occhi un piacèr sì caldo Piove, Ch' i? non curo allro ben, nè bramo altr” esca. ld. son. 132.— Che’ n quella croce LAMPEGGIAVA Cristo. D. Purg. 14.—Innànzi la batlàglia cominciàsse , PIOVVE UNA PICCOLA ACQUA Gio. Vill. 11, 66.—Provonmi amàre lagrime dal ciso. Petr. son. 15. due montàgne da lato PIOVEVANO gente saracìina. Sor. Aiolfo. (28) Prosperàre, in significato neutro, vale Acanzarsi in felicita, 08° linuàre felicemente , andar di bene in meglio. —Vìdesi sempre PROSPERAÌ ; nelle sue opere intque. Mor. S. Greg. Ma questo verbo leggesi anche mo. senso attivo, e vale secondure, felicilire, come: O fortissimo prinapt, di duca delle battaglie, ec. PROSPERA I PASSI NOSTRI. Amet. 83.—Za che gl'l@- | du ognora meglio ti PROSPERINO. Filoc. 2. (29) Soffiàre, in attivo significato, leggesi non di rado presso buon! autori. Si SOFFI cotàl polvere negli occhi al cavallo due volle per giorno |; Cresc. 9, 26.—Disse, chi fosti) che per tante punte SoFFI col sangue do- loroso sermo? D. Inf. 13.— Queste e altre simili parole SOFFIANDO nes |. orecchi di Venere laceràva quel gàrrulo eci Fir. As. 153. Trovasi anche come neutro passivo, come Soffiàrsi it naso.—SOFFIATO che tu ti saro! naso. ec. Galat. 9. è a (30) Stare è sovente sinonimo di èssere, come: STANDO in questi # mini la nostra ciità, d' abilatòri quasi vota adivènne ec. Boce. Introd. NT }* Di si  sìre, ubbidire, urtàre, uscìre, vegliàre 0 vegghiàre (34), veni- ‘ è ré (32), vivere, ec. | I DE’ COSÌ DETTI NEUTRI PASSIVI (33). S$. VII. Il subbietto di un verbo può egli stesso esser l’ obbietto diretto del medesimo verbo, trasferendosi |’ effetto Se così STA come voi dile, non può èssere al mondo migliore. Id. nov. 79. «Stare, cogl’ infiniti de’ verbi, mediante la particella @ o ad, non aggiu-. gue nè muta la significazione, come: s/o a lèggere, sto a parlàre; stava ‘a dormire, sletti a sedère, ec. che vagliono quanto semplicemente leggo, parlo, dormiva sedèi ec.—Falto quesito andàrono agli anziàni, e STETTO- . NO A SEDERE cor loro. Cron. Morell. 336. Pare per altro che con alcuni verbi, come sarebbero ascoltàre, udire, vedère ec., stare aggiunga alquan- to più di forza che non farebbero i soli verbi suddetti e simili, e che vi sì sottintenda allènto o attentamente. Ella non mi STAREBBE mai ad ASCOLTARE. Bocc. nov. 45.—O buona gente, che STATE AD UDIRE Sturdfle- . 0 gli orècchi della testa. Bern. rim. 1, 35.—-To STO A VEDERE se voi dile pur davvero. Checc. la Moglie. Stare, co’ gerundj de’ verbi, significa il presente attuale dell’ azione, come: sto mangiando, sto scrivendo, sio leggendo, che vagliono mangio, scrivo, leggo attualmente. Stare usasi anche nel senso neutro passivo. Vedi la nota 35. | (31) Zegliàre è talora verbo attivo, ma nel senso di guardare, custo- dire.—VEGLIANDOLA faranno la guardiu tanto ch'io torni. Lasc. gelos. 3, 10. —-Gli spirili angèlici a VEGLIARE LE AZIONI ec. fedelmènie ci assìstono. Salvin. disc. 1, 89. Nell'espressione vegghiàr la notte, vi si sottintende la preposizione durant:, 0 per. —ÉE VEGGHIAR ni facèa, tutte le notti. Petr. . canz. 46.—E quando alla cavèrna, al bosco, al fonte Facèndomi VEGGRIAR ° LE FREDDE NOTTI ec. Past. Fid. at. 2, sc. 6. (32) Zenìre, sì come il verbo andare, uniscasi sovente a’ gerundj di altri verbi, per indicare, che l’azione espressa da questi si faccia pro- ‘ gressivamente, come: venir camminàndo, corrèndo, facéndo ec.-La Luca lulta affannàia e timoròsa mi VENNE DICENDO. Fir. As. 81.—VENNI FUG- GENDO la fempèsta, e’l cento. Petr. son. 9g0.— Cominciò a far. sembiànte di distèndere l' uno de’ diti e apprèsso la mano e poi il braccio e. cost a VENIRSI TUTTO DISTENDENDO. Bocc. nov. 11. Venire, cogl*' infiniti de’ ver- bi mediante la particella a, non muta il significato de’ medesimi verbi, onde venire a fare una cosa vale lo stesso che farla.—Ilì che, quando VENNI a prènder moglie gran paùra ebbi che non m' intervenìsse. ec. Bocc. nov. 100. Zenìre col verbo dire e la particella «, vale Sigrificàre. — Quello che egli avèa risposto non VENIVA A DIR NULLA (cioè, non significava nulla). Id. nov. 59. In quanto al verbo venire, co’ participj passati degli altri verbi; veggasi la nota 1, del pres. cap. Talvolta però significa ac- | cadère o succèdere di, onde venìr fatto , venir detto, venìr veduto ec., vagliono accadère o succèdere di fare, di dire, di vedère, ec.—Al quale era VENUTO DETTO un di ad una sua brigàla se avere un vino st buono "ec. Boct. nav. 6.—E° mi VENNE VEDUTO un orféò assài amèno. Fir. As. 89- Ma venìr fatto, vale propriamente Riuscire.—Io non so quando e'mi vEN- ‘ GA COSI' BEN FATTO come ora. Bocc. 72.—Il che gli VERRA' FATTO Se egli adoprerà i colori più chiari. Borgh. Rip. 144. — Ma io spero che mi vERNA” ‘ FATTO d'accertàrmene in qualche parle. Cas. lett. 1. i (33) I Latini denominavano neutri passivi que’ verbi, i quali, neutri di lor natura, avevano però le desinenze de' passivi, come mozior, na- Gram. Ital. 1A, 4 .  dell’ azione nella persona operante. I verbi, .il cui subbietto od operante è in tal modo una e l’ identica persona che |’ ob- bietto diretto o il paziente, sono quelli appunto che vengon da' grammatici impropriamente chiamati neutri passivi (34), e che noi pure così appelleremo, onde non diseostarci troppo dalle orme calcate da altri, quantunque tali verbi altro non sieno che meri cerbi attivi. . L'obbietto diretto de’ verbi neutri passivi deve necessa- riamente esprimersi per uno di questi pronomi m7, ci, ll, ©4, si, rappresentante l’identica persona del subbietto (veggasi Sez. HI, Cap. 11, S. III), come: . Attristàre verbo att. Attristàrsi neut. pass. Jo mi attristo, die Hi attrìstt, egli si attrìsta, noi ci attristtàmo, coi ci al tristàte, églino si attrìstano; che vagliono: Zo attrìsto me sl È so, tu atiristi fe slesso €c. I tempi passati composti de' verbi neutri passivi, costru |. isconsi coll’ausiliare éssere, come: | To mi sono o sònomi attristàto, tu ti sei attristàto, tl . e . ‘ e o e ' . “ ste aliristalo, nor cr siamo altrisiati églino si sono altristàti ec. Oltre a’ verbi attivi, che cangiar si possono in neutri pas | sivi, come si è detto di sopra, sonovi pur molti verbi scor, fungor ec., ed era una tale denominazione fondata sulla differen | ‘di sistema nel conjugare gli attivi da quello de’ passivi, siccome diceva ... vano deponènti a’ verbi, i quali, tuttochè avessero significato attivo, st guivano la conjugazione passiva. Ma chi non è imbevuto della massima, cioè, che non possono nè insegnarsi, nè sapersi le lingue moderne sent l’ ajato di tutti i termini grammaticali latini, applicativi come per forza, eda costo anche della chiarezza, rendendosi così le cose oscure ed inintelligibi- i li, deve, non v’ha dubbio, ridersi della pedantesca denominazione di neul | passivi, la quale, perchè tra’ verbi latini ve n’erano, che con fondata 1? gione così chiamavansi, fu da’ nostri antichi grammatici introdotta,  : - a’ moderni mantenuta ne’ verbi italiani, col sistema de’ quali essa dal fatto inconsistente, e smentiscesi dalla definizione stessa che comunemen te dassi di tali verbi; imperocchè, volete sapere quali verbi si dicano neutri passivi? i grammatici ed il vocabolario vi rispondono: Quelli che . , vol vi siete alirisiah\ trasferiscono la passione nella persona operante. Chi intende giudichi st è questa definizione è adequata alla denominazione. (34) Se non mi disanimasse la taccia d’ innovatore (se innovatore può dirsi a chi cerca di togliere gli abusi), ben volontieri. io tali verbi chiamerei riverberanti, siccome i grammatici ‘francesi giustamente Li chia” mano Zerbesrésfiéchis, perchè infatti l’ azione riflette, riverbera, o ribat te, 0 ritorna nella persona stessa che la fa. (35) Alcunî verbi neutri passivi significano cosa affatto diversa d: . quella significata da' primitivi loro attivi, come:. 0 ‘‘’ DIsERTARSI, vale Andare in rovina.—Se spacciàr volle le cose su gliele convènne gillàr sin, laònde egli fu vicine al DISERTARSI. Boe. | nov. 18.0 "o sa | A | RTIMOLOGIA E SINTASSI . 5I6 che, o di lor natura sono neutri passivi, o come tali, anzichè altrimenti, s' usano; eccone alquanti: (36) I Abboccarsi, accontàrsi, accordàrsi, accòrgersi, addùrsi (ac- corgersi), ‘affaticàrsi, aggiràrsi, affàrsi, ammalàrsi, arrènder- st, arrischiàrsi, appigliarsi, apprestàrsi, assentàrsi, astenérsi, dttenersi, altentàrsi (arrischiarsi), avvedersi, avvezzàrsi. Bef- farsi, brigàrsi (ingegnarsi). Confidàrsi, confessàrsi, contàrsi, ‘ convertìrsi, coricàrse. Dimenticàrsi, dimesticàrsi, diportàrsi ( ri- crearsi), divertirsi, dolérsi. Frummèttersi. Gloriàrsi. Imparen- Î ni ci t ESEnCITARSI, vale Spasseggiàre .— Lo scolàre andàndo per la corte si ; RSERCITAVA per riscaldàrsi. Id. nov. 77. RECARSI, per Pigliarsi un’ offesa come fatla a sè.—E RECARONSI else | gli Aretìni avèsson loro rotta la pace. Gio. Vill. 6, 68. »——_’TENERSI, per d4rrestarsi.— Di Firènze uscìli, non si TENNERO, sì fùrone in Inghilterra. Bocc. nov. 13. i : AVVISARSI, per Accorgersi.—Genilluòmo AVVISITI TU di nessùno, che ec. Fr. Sacch. nov. 78. so BRIGARSI, per Zrgegnàrsi.— Davrèbbe ciascheduno BRIGARSI di sapère ben. | parlare. Tes. Br. 1, 4. RICHIAMARSI, per Dolèrsi, far querèla di torto ‘ricegùto.--Con gran duolo SE NE RichiaMò a Carlo suo marito. Gio. Vill. 6, g1. RICREDERSI, per Penlìirsi, mulàrparère, sgannàrsi. — Innanzi che Puna | parte e l' alira sì FOSSE RICREDUTA. Livio. | «'. Rirarsi, per Acquistàre, farsi più bello.-La Amarètia tua, che pur quando ella ride, se ne RIFA'. Fir. Dial. 3, 73. de. Conoscersi, vale Inièndersi, avèr pràtica.—S’ io mi CONOSCESSI così di pietre preziose, come io fa d' uomini, sarèi buon giojellière. Lib. di Motteg. AVVENIRSI, per Convenire.—Oh come S' AVVENNE al savio uomo d'èsser sàuto. Guid. Giud. 271. ABBATTERSI, per Zrconlràrsi. E come dura vita sia quella di colùi che a donna, non hene a sè conveniènle, SABBATTE. Bocc. nov. 100. Vale an- che accadèr per caso. —ABBATTESI in dirne alcuna vera; benchè non lo sap- pia per cerlo. Passav. 329. e RiposarsI, per Cessare.—RiIPoSOSSI il romore, e que' ch'avevano caval salo si lornàrono a Firènze molto scornàti. Gio. Vill. 9g, 270. E talora prendesi per Astenèrsi.—Se dirillamènte non òfferi, e dirittamènie non di- parti, peccato hai falto, e RIPOSATENE. Gr. S. Ger. 65. (36) Riînvengonsi non di rado de’verbi adoperati come neutri assolu- ti, î quali di fatto sono neutri passivi co’ pronomì mi, ci) li, vi, si sottin- tesi; eccone alcuni: Affogàre, affondàre, agghiacciàre, aggravàre, amma- làre, ammutolìre, annegàre, arricchìre, incrudelire, impazzire, impoverì- re, sbigotiìre, ec.—E più galèe delle sue AFFONDARONO ( s'affondarono ) în zaare con le genti. Gio. Vill. 9, 61. — Mi fuggio ’1 sonno, e diventài smor-' to Come fa l'uom che spaveniàio AGGHIACCIA ( s' agghiaccia ). D. Purg. 9g. = Niùno cì vedrà, e così potrèmo ARRICCHIRE (arricchivci ) subilumènie. Focc. nov. 73. — Aveènne che "1 dello patriàrca AMMALÒ (s' ammalò ) 0° morte. Gio. Vill. 5, 14.— Ond’ io s° i" v0' parlàre Dì fe, AMMUTOLISCO” ( ma° ammutolisco ). Fr. Jac. da Todi. — Ma pure per giudicio di Dio, yizanio più gli dava più IMPOVERIVA (s'impoveriva). Vit. SS. PP. a, 78. — Ya donna senza SBIGOTTIRE (sbigottirsi) punto, con vace assdi piacè- vote rispose. Bocc. nov. 37. dc &gt; va 316. .  . . tàrsi, ingegnàrsi, innamoràrsi, internàrsi. Maravigliàrsi. Ops pòrsi. Pentîrsi. Rallegròrsi, riavèrsi, ribellùrsi, riconciliarsi, ricordàrsi, ricreàrsi, riposàrsi, ri entìrsi, risolversi, riliràrsi,.0 ritràrsi, riserbàrsi. Sbrigàrsì, scontràrsi, spacciàrsi, spicciàrsi, starsi (37). Per PIOBIEO di linguaggio, e per la figura detta P/eo- nasmo, alcuni verbi neutri s'accompagnano co’ pronomi mz, ci, ti, vi, si, senza che perciò essi sì riguardino come neutri b_ . LI CI LI e o L) C) passivi, come: andàrsi, 0 andùrsene, dormìrsi, fuggirsi, mo- rìrsi, partìrsi, uscìrsi, rimanersi (58), venìrsi: A me medìsimo incrésce ANDARMI fanto ira tanie mi- série ravvolgìndo. Bocc. Introd. — SEN' ANDÒ sn pace l ànima conténta. Petr. Tr. della M. cap. 1.— Zo vi &amp; porrò cheta- meénte una coltricétta, e DORMIRAVITI. Bocc. nov. 13. (39). — Fanno lo schermo perchè °l mar si FUGGIA. D. Inf. £d. — Eccoli tutti fuori; io non so dove to MI FUGGA, dove io mi nasconda. Maghiav. Comm.— Ella già sente MORIRSI, e ' piè le manca egro e languénte. Tass. Ger. 12, 64. — Certo MI SAREI MORTO di sele. Sen. ben. Varch. 5, 24  — Ma certo. il mio Simòn fu in Paradìso, Onde questa gentil dònna st PARTE. Petr. son. 5B7.— Tu TE N'ANDASTI; e SI RIMASE seco. Id. son. 204. — Statti e RIMANTI con noi se ti piace. Vir. SS. PP. 2, 347. — Confessàta per la rossézza del viso la sua vergòsna, S' Uscì di camera tutto dolente. Boez. Varch. pros. 1.— Che domattina, in sull ora di terza, egli | Il verbo sfare è neutro passiva nel significato di asfenèrsi, ri. tenèrsi, riposàrsi, cessàre.— Disse (la donna) a’ fratèlli: Io volentieri, quando vi piacèsst, MI STAREI (cioè mi asterrei dal rimaritarmi). Bocc. nov. 4o.--La qual cosa se di far TI STARAI senza pericola di morte non puoi campàre. Pecor. gior, 18. nov. a.—STANNOSI (i Giudei) ogni sètlimo dì, perchè iri quello finìrono lor fatiche. Tac. Dav. stor. 4. Come pure nel significato di acquetàrsi, conientarsi.—Alle lor seniènze si STESSE come fossero date da’ magistràti di Roma. Tac. Dav. ann. 12.—Lo vide Monna Làura Che 'l vide sola, e noi altre STIAMOCI Al deito suo.‘Ambr. Cof. 4, 5. (38) Rimanèrsi, vale anche Cessote.—Per la qual cosa ed il fare il sepòlcro , ed il porci li mandàti versi si RimASE. Bocc. Vit. Dante. — RI- MANTI adùnque Dal più dolàrti , e con le tue querèle Nè te, nè me più ceonturbàre. Car. En. lib. 4. (39) Dormire, così accompagnato con Je particelle mi, ci, #, vi, st si serve dell’ausiliare èssere per la costruzione de’ suoi tempi composti. Alessandro leoàiosi senza saptre alcuno que la nolle DORMITO SI FOSSE, rienirò in cammino. Bocc. nov. 13. (40) Morìre leggesi anche in significato attivo per Ammazzàre , ma solo nel par. pass. accompagnato da uno degli ausiliari acère o èssere. Che questo è ’l colpo di che Amàr mi HA MORTO, Petr. canz. 20, — Qnde — ie in fo Lo srcemazzabiti ir !  I SITO fruovi qualche cagiòne di partìrsi da me, e VENIBSENE qus. Bocc. nov. 86. È REI . na DEL PARTICIPIO PASSATO. Fra gli elementi più importanti della lingua italiana, il participio passato non è certamente l' ultimo; nulladimeno egli è quello la cui sintassi, quantunque difficilissima, è, ciò non ostante, da tutti i grammatici la più trasandata. Nella quinta sezione noi ci siamo a bello studio allargati forse più di. quel che la propostaci brevità compativa, per ista-. bilire con precisione, ed espor chiaro ed esattamente le molte e tanto variate cadenze di questa parte del verbo. Ma da quanto, ivi esponemmo altro non resulta che le forme ‘di esso parti- cipio; rimaneci a farne conoscere l' uso, la posizione nel di- scorso, e la concordanza. | $- II. Il participio passato ha doppio carattere, cioè di. addiettivo e di verbo, i quali due caratteri, che trovansi pure nel participio presente, sì come altrove dimostrammo, non in- fluiscono già con la loro - differenza su d' ambi-i participj in egual modo, imperocchè il participio presente, sotto qualsi- voglia aspeito si consideri, costantemente col subbietto del verbo concorda in numero, rimanendo, in forza della sua de- smenza, invariabile in quanto al genere; mentre il participio passato, secondo che è addiettivo, o verbo, s' accorda in ge- nere ed in numero o col subbietto, o coll obbietto diretto del verbo, o rimane invariabile. Sono adunque questi tre mo- di d' adoperare il participio passato, che nel presente capitolo con pochi detti procureremo di schiarire. Il participio passato va accompagnato o dall’ ausiliare Es- sere, o dall' ausiliare Avere. Unito col primo di questi verbi esso è sempre mero addiettivo esprimente lo stato di passività dell’ obbietto diretto del verbo, e talvolta è parte integrante del verbo principale, non indicando che uno de’ tempi passati subordinati. o DEL PARTICIPIO PASSATO COL VERBO ESSERE. S. IIT. Il participio passato, esprimente lo stato passivo o del subbietto, o dell’ obbietto diretto dell’ azione, va unito col- molti di loro FURON MORTI e presi. Gio. Vill. 34, a. Il Caro usò Mortre attivamente nel proprio suo significato, dandogli un obbietto diretto. Osano anch’ elle , Per la difèsa delle pairie mura, Gir le prime a MORIR, MORTE ONORATA. En. lib. 11. |  l’ ausiliare essere, quando, prescindendo dall' agente, © vero subbietto del verbo, prendesi l’ obbietto diretto per subbietto,- o, come volgarmente si suol dire, quando il verbo cambiasi da attivo in passivo; in tal caso il participio passato sempre concorda in genere ed in numero con quel subbietto, il quale altro non è che l'obbietto diretto dell’ azione, ridotto allo stato passivo, come: Scipiòne vinse Annìbale; Annìbale fu vinto da Scipiòne; Cèsare conquistò le Gallie; Le Gallie fu- ron conquistate da Cesare. Rai TESTI. Legno è più su, che fu morso da Eva. D. Purg. 24. — Essi éran tutti di frondi di quercia INGHIBLANDATI. Bocc nov. 84.—La mia pelle è ABBRUNITA sopra di me, e le mi ossa per lo caldo sono DiSECcATE. Morg. S. Greg. — È bene appàrve che quella fonte fosse da Dio PRODOTTA miracolosa ménte. Fior. S. Franc. 106.— Né erano le falte de' Vitellio ni PUNITE, ma ben PAGATE dall altra parte. Tac. Dav. St lib. 3, 519. S. IV. 1 tempi passati subalterni di un grandissimo nume-: ro di verbi neutri compongonsi dal verbo Essere (4) unito al participio passato, che in simili casi s' accorda parimente col subbietto dell’ azione (2). Le TESTI Per ogni volta che passàr si volèva, credo che poscia visa (1) Il participio passato di qualche verbo neutro, preso in sentimen- to attivo, trovasi talvolta accompagnato col verbo avere, e concordante in genere e numero coll’ obbietto diretto. Perchè ricalciltràle a quella 00- glia , A cui non puote 'l fin mai èsser mozzo, E che più volte v'HA CRi- sciUTA DpogLIA? D. Inf. g.— Egli si ricordò di lulti i PERICOLI che AVE corsi. Bocc. Filoc. 6, 59. All’opposto il participio di un verbo neutro ri- mane talvolta, ma di rado, invariabile ancora che sia unito col ver èssere , e ciò -può accadere quando il verbo è preso impersonalmente. Allo quale parècchi anni a guisa di sorda e mùlola ERA CONVENUTO VIVERE Bocc. nov. 17.—Nè perciò cosa del mondo più, nè meno me n° è INTER VENUTO. Id. nov. 36. (2) Per proprietà di linguaggio i participj passati potùto, sapillo, volùto de’ verbi potère, sapère, volère, i quali di lor natura amano di accompagnarsi col verbo avère, unisconsi” nulladimeno con èssere, ogni volta che son seguiti dall’infinito di un verbo neutro, il cui parli- cipio passato non può mai combinarsi, altrimenti che col medesimo ve èssere, e s'accordano in genere ed in numero col subbietto della propo sizione. Quello che sianòlie non È POTUTO ESSERE , sarà un’ altra nolle. Bocc. nov. 77.—-Il Saladino condbbe costùi ollimamènte ESSER SAPUTO uscire dal laccio. 1d. nov. 3.— Se io dalla verità del fatto mi rossi SCOSTAM voLuta. Id. nov. 85.— Ella non ERA ancora POTUTA VENIRE. Nov. ant. gf- PASSATO sette. Bocc: nov. 23.—Io non ci SARO' oggi venù- ta incàno. Bocc. nov. 77.— Donna chente 0° è PARUTA que- sia vivàanda? Monsignòre, in. buona fé ella m'è PIACIUTA molto. Id. nov. 100. — Però ricominciài: tutti quei morsi...... Alla mia caritàte SON concorsi. D. Par. 26. — Se i danàri miei FOSSER VALUTI, dirài iu, e SAREBBERO VALUTI anche nel bene. Sen. Ben. Varch.— Za qual cosa ERA soprummò- do DISPACIUTA. Varch. stor. 11, 544. | S. V. Ne' così detti verbi neutri passivi, il participio pas- sato s' accorda colle particelle m2, cz, /, vi, st, che sogliono accompagnare tali verbi, e che, rappresentanti l’ identica per- sona del subbietto, esprimono l’ obbietto diretto dell’ azione. S egli non SI fosse bene atienùto, egli sarebbe infin nel fon- do cadùto. Bocc. nov. 45.— Già s' era ribellàta l armàta Misena. Tac. Dav: stor. 5. Quando le particelie MI, CI, TI, VI, SI non sono l'obbietto diretto dell’ azione, ma in vece I° obbietto indiretto, nel rapporto di attribuzione o tendenza (V. Sez. Il, Cap. V, $. V, e Sez. III, Cap. II, S. IV) il par- ticipio deve accordarsi col nome che segue il verbo, e che n’ è il vero obbietto diretto; onde diciamo : Zo mi SON LAVA- TE Ze MANI; Zl/a non si è FATTO ALCUN MALE; Egli si è CAVATA LA BERRETTA (5); £ssi s: sono FICCATA QUESTA PAZZIA in capo; Voi vi SIETE ROTTA UNA COSCIA; /Voz cs SIAMO APERTA LA VIA ec. DEL PARTICIPIO PASSATO COL VERBO AVERE. Fra la moltiudine di grammatici, che, da Buommattei in poi, banno scritto intorno alla lingua italiana, non avvi neppur uno che siasi avvisato di cercar la ragione per- chè il participio passato, retto dal verbo acere, or con I\ob- bietto diretto s° accordi, or discerdi da esso: tutii, dopo aver parlato del'o stesso participio unito col verbo essere, termina- no con questo falso principio: Zn quanto al participio pas- sato, retto dal verbo avere, è cosa indifferente T accordarilo, 0 "7 non accordarlo. A ciò aggiungon ia'uni una specie di con- dizione, falsa essa pure, cioè, che se 1l participio è precedu- to dal nome a cui riferiscesi, devesi accordare con esso. l] Soave, I unico finora fra tanti grammatici italiani che siasi studiato (3) Giova osservare che il Boccaccio adoperò sovente il verbo avère, in vece del verbo èssere, facendo per altro il participio accordare con 1’ obbietto diretto. Poichè la donna S’ EBBE assài FATTA pregare. nov. 80. — Messèr lo geloso S' AVEVA MESSE ALCUNE PETRUZZE i bocca. nov. 65. — Tu che dalla gelosia tua T' HAI LASCIATO accecàre. nov. 55.— Di le stessa wergognàndoli, per non polèrii vedère, T'AVRESTI CAVATI gli occhi. nov. 77. N  ‘di analizzare la parte metafisica delle lingue, per esser trop- po oscuro, dice meno ancorà degli altri, quantunque par che abbia voluto spiegare perchè il participio in quistione s' accor- di coll’ obbietto, senza entrar nella ragione, perchè tante vol- te si trovi discordante da esso obbietto, lasciando le due dif- ferenti maniere all’ arbitrio di chi scrive o parla. Ecco come ‘questo autore s' esprime: 4/7 opposto ne’ verbi transilivi, che a’ lor passati si costruiscono col verbo AVERE, l' attribu- .fo della proposizione è il participio AVENTE; e il participio passato del verbo proprio, non fa che modificare FA suo ha getto.— In falti 10 AVEVA AMATO PIETRO e /o stesso che, IO ERA AVENTE PIETRO AMATO; per questo coll oggetto ei deve accordarsi, e quando ciò non si voglia, si deve dargli la terminazione del maschile, accordandolo col nome untver- sale OGGETTO, che si sottintende. Soave Gramm. rag. Parte IV, Cap. I, Art. I. | Or tocca a noi il dimostrare, che non è nell'arbitrio di chi scrive o parla il dare al participio passato , unito al verbo avere , il genere ed il numero dell’ obbietto diretto: lo che speriatno poter fare previe alcune osservazioni sulla «doppia funzione nel discorso dell'elemento avere, e delle voci conosciute come participj passati. S. VIL. Debbe omai esser noto, e noi abbastanza ne par- lammo discorrendo de’ verbi in generale, che il significato del verbo avere, come verbo proprio o principale, è possedere, fenere ec., e che allora il nome della cosa posseduta è l'ob- | bietto diretto di esso verbo. Debb' esser parimente noto, che Jo stesso avere, non che nella nostra lingua, ma, quasi come per convenzione, in tutte le lingue moderne, viene impie- ‘ gato come ausiliare di tempo negli altri verbi principali, af- fimchè, unito al participio passato di tale o tal altro verbo principale, indichi i tempi passati subordinati, o, come vol- garmente soglion chiamarsi, tempi composti, esprimendosi con due termini, quel che, alla foggia latina, dirsi potrebbe con uno, come, a cagion d'esempio: Ho comperàto, ho vendùto, ‘ ho spedìto ec. in vece di Comperài, vendèi, spediti ec. Da ‘ tutto ciò facilmente deducesi, che il verbo avere, senza l'ac- compagnatura di qualche participio passato, non può mai far le funzioni d' ausiliare; ma non ne resulta già che il mede- . stino verbo avere sia ausiliare, ogni volta che abbia seco wa ‘ participio passato , anzi in tal congiuntura , il verbo avere il | più delle volte conserva intrinsecamente l'originale suo signi- . ficato di possedere, tenere ec., non già materialmente, ma im- PA ETIMOLOGIA E SINTASSI 521 maginariamente, cioè, di aver nella mente una cosa (il nome della quale forma l' obbietto ureto) che è stata ridotta allo stato di passività, vale a dire, che ha ricevuto, o sofferto l'ef- fetto dell’azione indicata da quel verbo proprio, il cui par- licipio passato accompagna il verbo avere, per esprimere lo stato passivo di quella tal cosa; conciossiachè il dire: aver fatta, letta , scritta una cosa, vale avere una cosa in tale o tal altra maniera, cioè fatta, letta, scrilta ec. A questo prin: cipio par che coincida pure l’ analisi che fa il Soave dell’ e- sempio da lui adotto (7. di sopra, $. VI), e nella quale vuol dimostrare che Pietro è l' obbietto diretto del verbo ‘avere, e che amato, participio passato del verbo proprio, non fa che indicare lo stato passivo, a cui è ridotto l° obbietto Pretro. Nella stessa guisa s' analizzino î due seguenti: Ho letta una ‘ lettera, cioè Sono avente 0 possedénte una lettiera letta. Aveva compràti due cavalli, cioè Era avente due cavàlli compràti ec. S$. VIII. Dietro queste nostre dimostrazioni, le quali non solo sulla ragione, ma ancora sopra un immenso numero di esemp) de’ classici autori. sono fondate , noi crediamo potere — stabilire le due seguenti regole: 12. Quando il verbo avere è impiegato come ausiliare, ° LI . i) ® e cioè quando va unito con un participio passato , per rappre- | sentare insieme l’ idea d' un tempo passato, che esprimer po- trebbesi con una sola forma, indicante di sua natura il tempo passato , il participio come parte integrante del verbo a cui appartiene , rimarrà sempre nella sua forma primitiva, cioè con la sua desinenza mascolina , imperciocché l’obbietto di- retto, di qualsivoglia genere o numero, è, non già del verbo avere, ma del participio, o, per dir meglio , del verbo a cui tal participio appartiene. | | 2a. All’ opposto, laddove l’obbietto dell’azione è del solo verbo avere, il participio, considerato come mero addiettivo qualificativo passivo, dovrassi accordare in genere ed in nu- mero con esso obbietto, del quale esprime la passività, e lo stato passivo. | mi | S. IX. Osservisi inoltre che sull’accordarsi, o 'l non ac- cordarsi del participio, non influisce per cosa alcuna l'essere il medesimo participio posto nel discorso o avanti, o dopo il nome , facente l’ obbietto diretto ; imperciocchè una tale in- versione non è che una delle libertà più pregiate dell'italiano scrittore, cioè di potere a beneplacito porre i particip), sì come tutti gli altri addhettivi, innanzi a’ nomi, o questi innan- 4 Gram. Ital. 42 322 °° — PARTE TERZA si zi a quelli, secondo che l'animo suo è più occupato con l’idea’ o dell’ obbietto, o della qualità. I TESTI DELLA PRIMA REGOLA. Tu sai quale sia la ingiùria LA QUALE fu m' HAI FAT- To nella mia figliuòla. Bocce. nov. 16.— Come to AvRÒ loro ogni cosa DATO. Id. nov. 135. — Chi altri che tu RA queste cose MANIFESTATO a/ maéstro. Id. nov. 78. — CERCATO HO sempre SOLITARIA VIA....PER FUGGIR quest ingégni sordi é loschi. Petr. son. 222.— Domeneddìo m' HA DIMOSTRATO la cagiòne del tuo male. Bocc. nov. 44. — Maestro to BO VE- DUTO UNA COSA che mi dispiàce, è ingiùria D anima mia molto. Nov. ant. 66.— LA COMMESSIONE che 0 gli. HO DA- TO di riferire al re. Cas. lett. 7. | | TESTI DELLA REGOLA. Ee Lor paròle, che rendéro a queste, CHE DETTE AVEA colùi cu' io seguìva. D. Purg. 11.— Superbia, invidia e ava- rizia sono Le tre favìlle © HANNO I CUORI ACCESI. Id. Inf. 6. — Un altro che FORATA AVEA LA GOLA. ld. ivi. 28. — Ed Un, ch’ avéa l una e l altra MAN MOZZA (sincope di moz- ‘zata). Id. ivi. — Zo non HO QUESTE COSE SAPUTE da’ vicini, ella medèsima, forte di te dolendosi, ME LE HA DETTE. Bocce. nov. 23.— Quanti versi ho già SPARTI al mio tempo. Petr. canz. 58. (4) — Avéva la luna, essendo nel mezzo del cielo, (4) Confessiamo che a prima vista, quest’ esempio del Petrarca, ed il susseguente del Boccaccio paion contraddittor) all'analisi fatta da noi della combinazione del verbo avere col participio, e li citiamo a bello studio, acciò ne rechino occasione di rilevare 'l’ obbiezione che contro l’ esposto principio potrebbesi fare da que’, che per avventura, vorranno trovarlo inconsistente, opponendogli i due precitati esempj, e tutti quelli che portin participj passali, i quali, siccome sparto, e perdùlo, cioè smar- rito, dispèrso, cendùto, dato ,.ec. indicano la separazione dell’ obbietto dal subbietto. Come, dimanderanno, puossi avere una cosa e nello stesso dempo averla perduta, smarrita, dispersa, vendula, data P e ciò non po- dendosi, e se son cere le.ragioni addotte nel presente capilolo, come fon- damentiî del dovere il participio passato, combinaio col verbo avere, con- cordare o discordare coll’ obbietto diretto, non avrebbe il Petrarca dovuto dire: Quanti versi ho già SPARTO al mio tempo; e il Boccaccio: Avèa la luna PERDUTO i suoi raggi, anzichè SPARTI, e PERDUTI? Se non si consideri che il materiale della proposizione, certo, il ripetiamo, la contraddizione par manifesta: ma per poro che il leggitore s’ interni nello spirito delle ragioni allegate, e voglia, dietro quelle, cercare di distinguere il senso di ho sparto da quello di ho sparti, e di avea perduio da quello di avea PERDUTI I RAGGI suoz. Bocc. nov. giorn. 6, in princ.— Las- sai quel, ch' È più bramo: ed uo sì AVVEZZA (sincope di avvezzata ) LA MENTE « contemplàr sola costei ec, Petr. son, 95. — Che intorno al collo ebbe la CORDA AVVINTA. Id. son. 22.— Che ciascùna di -loro' dovésse AVERE TAGLIATA LA DIRITTA MAMMELLA per portàre lo scudo alle battaglie. Tes. Br. 1, 5.— Benché églino AVESSERO già le spade 1ISGUA- INATE e MENATE. Amm. ant. 11, 1, 12. o S. X. Allorchèil verbo avere va preceduto da uno de' pro- nomi .mi, cz, ti, vi, lo, 0 il, li, o gli, la, le, ne, rappresen- tanti l' obbietto diretto, il. participio passato deve accordarsi in genere ed .in numero con essi pronomi (3), onde diciamo: Egli mi ha vedito, 0 veduta; voi ci avéte battùti, o baltùte; te hanno mandòùto, o mandàta; l aveva comperàto, o com- peràta; quando li, o gli ebbe uccìsi; se le avesse ricevùte; ne hanno vendùti, o vendùte ec: Questa regola, della quale mille e mille esempj negli autori antichi é moderni si trovano, non solfre eccezione alcuna. i VR 8. XI. Il participio passato rimane invariabile quando ad esso segue un verbo nell’ infinito modo, di qualsivoglia genere o numero sia l’obbietto diretto di questo verbo (6), come: perduti, ei troverà i due esempj del Petrarca, e del Boccaccio, ed altri simili, perfettamente conformi allo stabilito principio, giusta il quale le ‘espressioni Ro sparto, e avea perduto non possono esser sinonimi di que- ste ho. sparti e avea perduti, imperciocchè due forme che presentansi sotto due aspetti diversi ,, non possono esprimere una stessa idea. Noi crediamo avere abbastanza dimostrato nei $$. VII, VIII e IX, la differenza ‘che’ esiste tra l' idca rappresentata dal participio, ‘comè supplimento di una forma, esprimente un tempo passato, e quella che esprime lo stesso participio come addiettivo qualificativo passivo di un obbietto diretto del ver- dò avere, il qual verbo, nella sua combinazione col participio passato, signi- fica pur Possedère, non già materialmente, ma immaginariamente, ed il participio, come addiettivo, qualifica la maniera come-la cosa è possedu- Ya; imperocchè si può avere una cosa nell’ immaginazione in molte dif- ferenti maniere; come letta; scritta, falla, guastàta, bruciàta, rotta ec., e in simil senso il Petrarca disse: Quanti versi ho, come? spari; e il Boccaccio: La Luna avèa i suoi raggi, come? perdùti. (5) Notisi per altro che solo allora ha luogo 1’ accordo del participio con le nominate particelle, quando rappresentano l’ obbietto diretto ; del che rendiamo avvertito il lettore con tanto più di premura, quanto facile sarebbe 1’ ingannarsi ; imperciocchè le medesime particelle toltene, /o, la, possono rappresentare eziandio l’ ohbietto indiretto nel rapporto di a4/r;- buzione o lendenza, come: Le ho dato un hbro, ec. (6) Nulladimeno leggesi alle volte nel Boccaccio il participio passato fatto accordandosi con l' obbietto diretto del seguente verbo all’ infinito. AVENDO FATTI SERRARE TUTTI GLI USCcI. nov. 65.—FATTA dere ORNARE LA CAMERA. nov. $0o.—Io non potti stamàne farne venire tulte le legne LE  LE COSE che giù AVRA UDITO dire, che di noth èrano inter- venùte. Bocc, nov. 81.— Rimàsero conténii di AVERE con impè- 0 SAPUTO SCHERNIRE L'AVARIZIA di Calandrìno. Id. nov. .—Ho FATTO VENDERE LA MAGGIOR PARTE delle mie posses- siòni. Id. nov.80. — Si partirà, che non l' avrete offeso, Quan- do TUTTI d' AVRA’ FATTO morire ?_ Ar. Fur. C. 17. st 8. $. XII. Per altro quando al verbo avére precede una delle sopra nominate particelle pronominali come -obbietto diretto (V. S. X del pres. Cap.), il participio s' accorderà con essa, ancora che sia seguito da un verbo all' infinito; onde dicesì: Egli ci ha mandùti, o mandùte a cercàre; Io li, o gli ho fatti fare, o le ho fatte fare; Li abbiàmo intési, o l abbià- mo intese cantàre ec. ’ | Lo stesso ha luogo co' participj potùfo , sapùto , volùto, come: Z prelàti quali tu GLI hai POTUTI vedére. Bocc. nov. 2. — Un altro GLI avrébbe VOLUTI FAR martoriàre. Id. nov. 23.(17) S. XIII. Terminiamo questo capitolo con avvertire che quando il participio passato è posto assolutamente, vale a dire quando vi si sottintende uno de' due gerundj esséndo , o avéndo, esso s'accorda costantemente o col subbietto, quando il sop- presso gerundio è essendo, o con l'obbietto diretto quando il gerundio sottinteso è avendo, come: Né prima nella cà- mera entrò, che 'l battimento del polso ritornò al giòvane, e LEI PARTITA (cioè essendo partita), cessò. Bocc. nov. 18. — GIUNTO adùunque il famigliàre a Genova, e DATE de lettere, &amp; FATTA / ambasciàta fu dalla donna con gran festa rice- eùto. Id. nov. 19, cioè Essendo giunto.... avendo date .... gvendo fatta. | QUALI î0 AVEVA FATTE FARE. nov. £.--Calandrino che allré volle la bris gàia AVEA FATTA RIDERE. nov. 8b. (7) Ma i tre participj polùto, volùlo, € sapùto rimangono invariabili ndo la particella pronominale è affissa all’ infinito, onde dicesi: Non ko POTUTO farli: hai VOLUTO vederle ; egli non ha SAPUTO dirla ec. ‘ scetti | sistenza, significata dal verbo unico essere (YZ. Sez. V, Cap. 1), | puo trovarsi nel subbietto in una o in un'altra maniera, in uno o in un altro tempo, in uno o in unaltro luogo, e che DELLE QUATTRO PARTI INVARIABILI i DEL DISCORSO |L’AVVERBIO, LA PREPOSIZIONE, LA CONGIUNZIONE, E L’INTERJEZIONE. DELL'AVVERBIO QUARTA PARTE DEL DISCORSO. È la lingua già pervenuta ad un certo grado di perfezione; è si regolato già il come esprimere, giusta il natural procedere delle nostre idee, gli’ obbietti stessi, la loro esistenza, ed i loro attributi, quando si giunse ad accorgersi esser queste due primarie distinzioni degli esseri, tuttavia su- ive di numerosissime modificazioni, vale a dire che l’e- rd gli attributi, cioè le operazioni , le proprietà, e le relazioni ‘ espresse dagli addiettivi, possono esser diverse o riguardo alla quantità, o riguardo alla qualità. Cominciossi poi ad esprimere tali modificazioni con più parti del discorso unite, cioè con un nome ed un addiettivo, preceduti da una qualche prepo- : SIZIONE, dicendosi, a cagion d'’ esempio, per le modificazioni A riferibili alla maniera, Cantàr CON TUONO DOLCE ; #rattàre CON MODO CRUDELE; scrivere IN ISTILE ELEGANTE. Per le modificazioni di luogo: Venire IN QUESTO LUOGO; per quelle di tempo: partir NEL GIORNO DI DOMANI, éc. ; . SIL Tra le cose a cui s'appigliarono i legislatori del linguaggio, onde render questo energico ed insieme armonico | € vago, vi fu quella di semplicizzare i segni stabiliti per co- Mmunicare, scrivendo e parlando, le nostre idee, col ridurre Il significato di più termini a potersi esprimere con uno solo. Così ebbero origine i verbi (7. Sez. V, Cap. I), e così pure nacquero i così detti avverbj, o sian parole che esprimono diverse modificazioni a cui possono andar soggette l’ esi- stenza, le qualità, e le operazioni degli obbietti, e per indi- car le quali, in vece di un nome, addiettivo e preposizione, un solo addiettivo, o un solo nome, o anche qualche parti- cella sola adoperasi; onde in vece di dire con tuono dolce , con modo crudele, în istile elegante, dicesì, dolceménte, cru- delinénte, elegantemente; alle parole in guesto luogo sostitui- | scesi la sola particella Qui o gua; e per esprimere il signifi cato delle quattro voci nel giorno di domani non’ adoperssi che l’ ultima. A :-$. HI. Siccome la più parte delle modificazioni occorro- no nell’ esistenza degli obbietti, significata dal verbo, sì è da- to il nome generico di avverbio, che vale aggzunto a verbo, a tutti i termini indicanti una qualche modificazione, non so- | lo nell’ esistenza ma anche nelle qualità ‘espresse dall’ addiet- tivo, e nelle modificazioni stesse indicate da qualche avverbio, | imperocchè una modificazione talvolta abbisogna d’ altra mo- _ dificazione. Quindi gli avverbj possono accompagnare nel di- scorso non che i verbi e gli addiettivi, ma anche gli ali avverb). I | S. IV. I grammatici distinguono varie classi d' avverb), secondo le diverse specie di modificazioni, .che essi sono de- | stinati ad esprimere, cioè f° di tempo, 2° di luogo, 3° di | affermazione, 4° di negazione, 5° di modo, 6° di qualità, 7° { di preferenza, $°- di similitudine, 9° di quantità, e di nume ro, 10° di dubbio, o di probabilità. | Ognuna di queste classi ha le sue voci proprie per espri- | ‘mere la modificazione ‘indicata; ma oltre a tali voci, sonori | nella lingua quasi tanti avverbj quanti vi sono addiettivi, ! ‘quali unendosi in una sola parola, e a foggia di desinenza ‘col nome mente, diventano avverbj. Questo nome è lo stesso | che il latino mens gen. mentis nel significato di maniera, € | che i Latini non di rado usavano in modo avverbiale nel ca- {' ‘so ablativo, facendolo precedere da un addiettivo con eso ‘accordantesi, oude dicevano forti mente, clara mente, devolo mente; modi avverbiali, imitati ne' primi tempi dagl’ Itala, i quali pure dicevano con mente forte, con mente chiara, ‘con menie divòta ec., ma che poscia, sopprimendo la prepo sizione, e posponendo il nome all’addiettivo, andavano a mamo { ‘a mano di questi due formando una sola voce. Ecco d'onde { cì vengono i tanti e tanti moderni avverbj finienti in menk, e, avvegnachè questa desinenza, per la sua . unione coll'a4- diettivo, non sia più stata considerata come nome, pure Si ha sempre avuto riguardo all’antico suo genere femmino, K imperocchè se l’addiettivo, dal quale derivi tale o tal altro avverbio in mente, cade in 0, questa vocale convertesi In 4 $ ‘e da caldo fassi caldamente, da amàro , amaramente, ®4 matùro, maturaménie ec., il qual cambiamento non ha luog0 ‘negli addiettivi cadenti in-e, desinenza comune ad ambo 18° Leni Pa PA ” ETIMOLOGIA E SINTASSI 527 neri; onde da dolce componesi dolcemente, da grande, gran- deménte, da cortèse, corteseménte ec. Notisi per altro che quando l’ addiettivo termina in /e o in re, la e finale, per miglior SUONO , troncasi; perciò da crudele viene crudelménte, da fedele, fedelmente (4), da superiòre, superiormente, da anteriòre, an- tertorménte, da maggiore, maggiormente ec. È siccome non evvi addiettivo che non possa divemre avverbio mediante la summentovata desinenza mente , così la più parte delle dieci classi, in cui con gli altri grammatici abbiamo anche noi di- visi gli avverbj, hanno ognuna, chi più chi meno, i suoi av- verb), formati dalla desinenza menze, unita ad un, addiettivo; eccone alcuni: | Di MANIERA. Fortemente, diligentemeénie, ottimamente , piacevolmente, avcedutaménte ec. Di oRDINE. Gradataménte, successivamente, primiera- mérie, ultimamente, alternativamente , vicendevolmente, scam- | bievolménte, ultimaménte, finalmènte ec. Di TEMPO. Presentemente, attualmente , continuamente, . recenteménte, anticamènie, annualménte ec. DI QUANTITA’. Abbondanteménte, sufficientemente, scar- + ‘ saménie, grandeménte, soverchiamènte, infinitamente ec. AVVERBJ DI TEMPO ESPRESSI CON TERMINI PROPRI. La classe degli avverbj di tempo , la quale rac- chiudi molti termini proprj, si suddivide in avverb), che esprimono: 1°. Il tempo pres. Oggi (3), oggidi, adesso, ora. Zo. Il tempo passato : Tri , diànzi, anzi, innànzi a in prima, poco lE poc anzi, or ora, testé , per l'additiro, per lo passàto (4). (1) In quanto agli addiettivi cadenti in Ze sembraci che questa regola non sia sempre stata generalmente osservata, trovandosi in molti esempj degli antichi la e finale degli addiettivi conservata negli avverb). Disse : venite qui son prèsso i gradi, Ed AGEVOLEMENTE omdi si sale. D). Purg. 12. —Io la rivèggio starsi UMILEMENTE. Petr. son. a11.— Cosa rade volte usala per lo comùne, ma UTILEMENTE fatta. Matt. Vill. 9, 28. (2) Gli antichi, allorchè due avverbj con la desinenza in mente si seguivano, ommettevano spesso nell’ avverbio antecedente la desinenza suddetta. Vedèle quanto PRUDENTE e GIUDIZIOSAMENTE n’ ammaestrò Ari- siòfele. Varch. Ercol.— Più AGEVOLE ed UTILMENTE fogli le radici dell’ uli- vo. Pall. Febbr. 18.—Giovanni, peccò mai nè MORTALE, nè VENIALMENTE. Fr. Sacch. nov. 220. | (3) Oggi, dimàni, ieri, di per se non sono avverbj, ma bensì nomi della classe de’ figurativi; usandoli come avverbj vi si sottintende la pre- posizione in. Giova osservare che non sono propriamente avverb) se non  n | 5°. Il tempo futuro: Dimàni, o domani, in avvenire; per l avvenìre, fra poco, fra non molto, in breve, da qui in- nànzi, di qua in avànit. 4°. Che una cosa dura anche al presente: Tutfòra, tut- favìa (3), ancòra, purànco, sempre. 5°, Che una cosa è durata fino al presente: Finòra, fi- no ad ora, infino ad ora. 6°. La successione di una cosa ad un'altra, o di un tem- po ad un altro: Dopo; poi, dappòi, dipòi, poscia, appresso, indi, quindi, quinci, indi a poco, d' allòra in poi. o, L' avvenimento di due, o più cose nel medesimo tempo: Intànto, frattànto, mentre, în quel mentre. 8°. In un tempo indeterminato, o in qualunque tempo: Quando, qualòra, ogni qualvolia. se 9°. La frequenza, e durata di tempo: Sempre, mai sem- pre, sempremài, ognòra, ogni volta, spesso spesse volte, soven- te, soventi volte, assài volte, più volte, per b più, i più del- le volte, raro, di raro, rado, di rado, rare volte, alle volte, talvòlia, talòra, qualche volta, mai, non mai (6), giammùi, quelli consistenti in una sola voce; imperciocchè quelli composti di due © più voci, chiamansi piuttosto modi avverbiali, che sono alcune maniere di dire in cui è espressa la preposizione ed il nome; o la preposizione, l’ articolo e il nome. Nulladimeno, per non perderci di soverchio in di- visioni, noi non abbiam creduto necessario il parlarne separatamente; ma prescindendo dal loro materiale , e considerandone solo il significa- to, gli. abbiamo nominati insieme cogli avverbj propriamente detti, dai quali sarà facil cosa ad ognuno il distinguerli. i (5) Tuttavia, vale anche nondimeno, con iutto ciò ed è sinonimo di Tultavolla, corrispondenti entrambi agli avverb) latini amen, altamen, nililominus. Ma TUTTAVIA fi vogliàm ricordàre che per queste contrade ec., vanno di male brigàle assai. Bocc. nov. 43. TUTTAVIA questo impri- ma ci conviène tenère fedelmènie. Vit. SS. PP. 1. (6) Mai, di per sè vale Jr alcun tempo; e accompagnato dalla nega- tiva non, vale In nissùun tempo. Io inièndo che da quinci innànzi sien più-che MAI. Bocc. nov. 26. — Quai barbare fur MAI quai Saracine! D. Purg. 23.—E giurogli di maI NON dirlo. Bocc. nov. 26.— Non sperar di cedèrmi in lerra MAI. Petr. son. 212. Quando mai precede alla negaliva, ì grammatici vogliono che si antepongono amendue al verbo. Popolo ignù- do paventòso e lento, Che ferro MAI NON sfringe. Petr. canz. 5.— Perchè mi vinci tu P che se iu digiùni, io NON mangio MAI; se lu vegghi io MAI NON dormo. Passav. 269. All'incontro quando precede la negativa al mai, quest’ avverbio per lo più si pone al verbo. E in questo mezzo farti e la mercanzia NON istèller MAI peggio in Firenze. Giov. Vill. 9, 12, 1 Quantunque vi abbiano esempj in cuî' mai precede al verbo. Nè lagrime sì belle Di sì begli occhi uscìr MAI vide il Sole. Petr. son. 125.—Che i parènii insiome rade volie 0 NON MAI si visitàssero. Bocc. Introd. Mai, talora nega senza la negazione. Ti priego che MAI ad alcuna persona di chi d' cvèrmi veduta. Bocce. nov. 17.—7 perugini per loro allerigia MAI il | | unqua , unquemòi , unquànco (1), omài , ormài , oggimài. 100. Prontezza e celerità di tempo: Sùbzto, tosto, tantòsto, i presto, ratto, immantinénte, incontinénte. LI x 41°. ‘Tardanza e lentezza di tempo: Tardi, o tardo, adà- gio, a bell’ agio, piano, pian piano, passo passo, a poco a oc. le au i 420. Un tempo. limitato, e il termine del tempo. Finché, infinché finattantochè , o fino a tanto che, infine, per èl- timo, in ùltimo. 00° 5 | $. VI. Gli avverbj di luogo non son tanto numerosi quanto quelli di tempo, e si riducono a’ seguenti: QUI, QUA (8), che entrambi vagliono in questo Zuogo , cioè nel luogo dov'è la persona che parla. Sembra per altro che il primo voglia accennare un luogo più circosctitto e par- ticolarizzato, come sfanza, casa, città; e che l'altro indichi un luogo più esteso, indeterminato, o non chiaramente de- scritto ,. come: paese, contràda ec.-Qui fui con Panfilo, e così QUI mi disse, e così QUI facemmo. Fiamm. 4.—Qui non palàzzi, non teàtro, o loggia. Petr. son. 10. — Non ti dare malinconia, figliuòla, no; egli si fa bene anche QUA. Bocc. nov. 50.— Anime sono a destra QUA remòte, Se mi consénti, #0 ti merrò ad esse. D. Purg. 7. Di Qui, vale Da questo luogo.—Io sono per ritiràrmi DI QuI. Bocc. nov. 1 | PER Qui, vale Per questo luogo. —Colùi ch' attende là PER QUI mz mena. D. Inf. 10. Di QUA, vale Da questa parte.—Volgiànci in dietro che DI QUA dichina Questa pianùra a suor termini bassi. D. Purg. 1. Talvolta usasi im opposizione a Di /a.— Fatl'avea di là mane, e DI QUA sera. D. Par. 4. Vale anche A questo luogo.—Le quali cose tutte to DI QUA meco divotaménte recùi. Bocc. nov. 60. Talora vale Zn questa vita, in questo mondo. — Perchè mai vedèr lei Di QUA non spero, E l'aspettàr m'è noja. Petr. canz. 40. | | si collono dichinàre ad alcùno accordo. Matt. Vill. 8, 39. Mai, vale talvol- ta Sempre. Così è oggi bello il cielo come fu MAI. Bocc. nov. 60. (7) Unqua, unque, unquemài, unguanche, unguanco (dal latino un- quam), vagliono tutti e cinque mai; ma più nel verso: si usano che nella prosa. | di | (8) I poeti usanò talvolta qui per allora. —Per cotàl prego dello mi fu: prega Matèlda, che'l ti dica; e Qui rispose ec. D. Purg. 33.—Qui disse il vecchio Anchìse: E forse questa quella Carìddi. Car. En. 3. Talo- ra usasi per. In questo stalo, in tal contingenza, a questo termine. — Can- zorn, QUI sono, ed ho il cor vie più freddo Della paùra che gelàta neve. Gramm. Ital. 43 - 350 PARTÈ TERZA ©. .__ IN Qua, vale Verso quesia parte.—Volgi IN QUA gli oc- chi al gran padre schernìto. Petr, Tr. d'Am, cap. 3. Quici, che vale lo stesso che qguz;. è più del verso che della prosa. S/ venne deducéndo insino a Quici. D. Par. 8. — Illuminàto e Agostin son QUICI. Id. ivi 12.’ Ivi, e QUIVI (9), vagliono In quel luogo, cioè di cui si favella, ma dove non è chi favella. Era la mia viriùte al cor ristrétta, Per far 1vi, e negli occhi sue difese. Petr. son. 2. | — Quantunque QUIVI così mubòjano i lavoratori, come qui fanno i cittadini. Bocc. Introd. Vagliono anche A quel luogo. —Dove è l'amòre, e "I piacere, 1vI va l'occhio. Passav. 270, —QuIVI venimmo, e quindi giù nel fosso Fidi gente attuf- folta in uno sterco. D. Inf. 18. | i 0 .. LA’ e LT, vaglion lo stesso che do; e quioz, cioè in quel luogo.—Vedi che non pur io, ma questa gente Tutta rimìra LA' dove ’! sol veli. D. Purg. 25.— Tòrna tu in LA', ch' to d' èsser sol m’ appàgo. Petr. son. 204. — Quel dolce erròr; Pur 1° medésmo assìdo Me freddo, ec. Petr. canz.. 30.— Ne LI guari lontàno fuor di via Un suo bel velo lasciàva fuggendo. Bocc. vis. Am. 20. | I | LA', talvolta ha corrispondenza cogli avverbj qua e qui, posponendosi, dice la Crusca, al primo, e preponendosi al secondo. Tu diventeràî molto migliore , e più costumàto, € più da bene LA", che Qui non faresti. Bacc. nov. 77. — Tal era to in quella turba spessa, Volgéndo a loro e qua e LA la faccia. D. Purg. 6.— Di LA', siguifica talora Nell al tro mondo.—Di questo tl dovevi lu avvedeére mentre eri DI LA', ed ummendàriene. Bocc. nov. 28. Quinci, vale Di qui, e di qua, cioè da questo luogo. — Se 10 QUINCI esco vivo. Borc. nov. 17.— Ch'arài QUINCI ‘7 ‘Petr. canz. 39. Qui, vale anche 7 quesito caso, in questa materia, intor- no a ciò. — Or Qui non resla a dire al presènte altro. Bocce. nov. 25. Qualche volta valeora.— Talòr di vidi tali sproni al fianco, Ch'î dissi: QUI convièn più duro morso. Petr. Tr. d. M. cap. 2. Qua, accompagnato con qualche verbo di moto, vale 4 questo luogo.—Che non mi facci dell’attèn- der niego, Finchè la fiamma cornùta Qua vegna. D. Inf. 26.— Trarrèievi i cappiscci, e QUA divolamènte v° appresserète ec. Booc. nov. 60. Fu usato anche per in questa cosa, a questo fatto. —Quivi Callafino disse: QUA non .bisognano paròle ec. Pecor. Gior. 16. nov. 2. | {9) lvi, QuiviI, LA’ e Li”, sono non di rado avverb) di tempo. Poi IVI a parècchi dì la donna ec. Bocc. nov. 43.—Da IVI a pochi giorni venne un Borghèse ec. Nov. ant. 25.—No' fummo .già tutti per forza morti B peccatori infino all’ ullim' ora; Quivi lume del ciel ne fece accorti. D. Purg. 5.—La' ver l’auròra che sì dolce l'aura, Al tempo novo suol mooer .t fiori. Petr. canz. 38.—Infino a LI non fu aelcùna cosa Che mi legàsse ec. D. Par. 14. | dn | — RTIMOLOGIA E SINTASSI __ 551 piè mosso a mòcver tardo. Petr. son. 288. Vale anche' Per questo luogo.—Ma tu chi se'che QuINCI si soletto vai. Filoc. d; 149.—QuINCI: non passa mai ànima buòna. D. Inf. 5. E tal- volta vale Di qui, di questo luogo.—Fiésole il cui poggio pas- stàmo QUINCI vedere. Bocc. nov. 74.0. 00 INDI e QUINDI, vagliono lo stesso che D'ivi e di quivi, cioè di quel luogo, o da quel luogo. —Comandòlle che INDI non uscisse oo a tanto che egli che È aveva. rinchiùsa ; . non l'aprìsse. Passav. 78.— Or può sicuramente INDI passàrsi. D. Purg. 16.—Zo scolàre della torre uscìto comandò al fante suo che QUINDI non st partìsse. Bocc. nov. 77.— QUINDI poi se n'andò a Bològna, dove poco stato n'andò a Pàdova, e QUINDI da capo st ritornò a Veròna. Vit. D. 254. (10) Siccome /4, suol corrispondere con qua e qui, così quinci corrisponde con guzndi.— Che QUINCI, e QUINDI le fòsser per guida. D. Par. 1f.—Or QuINCI, or QUINDI com’ Amòr m'in- forma. Petr. canz. 20. 0 cu E . Costì, COsTA', vagliono Zn cotesto luogo, cioè in luogo distante dove non è la persona che parla : il primo accenna un luogo circoscritto e preciso; il secondo un luogo più in- determinato. Innanzichè cotesto ladroncéllo che v' è costì da lato, vada altròve. Bocc. nov. 73.— E tu, che se' COST), ànima viva, Pàrtiti da cotésti che son morti. D. Inf. 35.—Veggéndo fante belle giòoani che cOSTA' sono. Bocc. Filoc, 2, 301.— Se vot mi metterete COSTA’ entro. Id. nov. 21. | CostAssUu', e COSTAGGIU', avverb) composti di costà e di su e di giù, vagliono In cotesto luogo: il primo denota emi- nenza e altezza; l’altro bassezza e profondità. —Ed etti gra- ve il COSTASSU' dimoràre. Bocc. nov. 77.— O miseri, qual dolòre avéte di trovàrvi ora COSTAGGIU' in fanti tormenti ? Fr. Giord. Pred. | CostiNci, vale Di cosiì, di cotesto luogo.—Ditel COSTINCI, se non l'arco tiro. D. Inf. 12.—.Se vuogli uscìr COSTINCI, con- cederòiti un gheròne, ovvero un guazzeròne del mio vestiménto Passav. 653. (10) INDI, QuINCI, e QUINDI sono talvolta avverbj di tempo. INDI s’uscò- se, ed io invèr l' antico Poèla volsi i passi. D. Inf. 10. —Da QuiINcI in- nàanzi simili novelle noi non sentiamo più. Bocc. nov. 68.—-Una sua so- rèlla giovinèlta chiamata Fulvia, gli diè per moglie, e QUINDI gli disse. Id. nov. 98. Quindi , equivale allora al latino propferea, indicante cagione, e vale Da questo, per questa cagione. Matt. Vill. 9, 98.—D. Inf. 34.—-Id. Purg. 25.—Albert. 2, 29; ec. E talvolta è adoperato per indicare l'origine, la patria e simili. Delle parti dell'Etruria, e della più nobil città di quella vengo e QUINDI sono. Bocc. Fiamm. È. | ù L) od | PARTE TERZA . - Coca”, vale In quel Juogo.— Vuolsi così COLA", dove si puote Ciò, che si vuole ec. D. Inf. 5. — Za buòna femmina tornò per la cassa, e COLA’ la riportò. Bocc. nov. 19. SU, SUSO, GIU’, GIUSO: i due primi dinotano Juogo su- periore, i due ultimi Zuogo inferiore. Suso , e giuso sono in oggi più del verso che della prosa. G/i uccelli SU per li verdi rami eantàndo piacécoli versi. Bocc. gior. 2. prin.—Giltowi SUSO n pannàccio d'un saccòne, che fatto avea il dì volare. Id. nov. 50.— Così discési del cerchio primàjo GIU nel secondo ec. D. Inf. 5.—Se T'alto monte scende G1uso ad imo. Id. Par. 1. — Cioè miràndo il cerchio per mezzo -di ritta linea di suin GIUSO, e di GIU in suso. Tes. Br. 2. QUASSU', QUASSUSO , composti di qua e di su e suso, I vagliono in questo luogo ad alto, e sono opposti a QUAGGIV e quaggiuso che denotano in questo luogo basso.— Perché ti prego per solo Iddio che quassu' salghi. Bocce. nov, 77. — Ed io: ciò, che appar Quassu' diverso, Credo chel fanno è corpi rari, e densi. D. Par. 2.— E non vedîèmo noi salire niuno di loro quassuso. Cavalc. Spec. cr. —Znfin QuaGeo venné a scusàr sé ed a confortàr me. Bocc. nov. 77.— Guardo quaGGiUso alla nostra procella. D. Par. Si. QUAGGIV, vale anche Zn questo mondo.—Mentre quaGGIU' fu nelle membro mortàli. Bocc. Lab. 152.— Così QUAGGIU', st gode, E la stra da del ciel si trova aperta. Petr. canz. 29. È a LASSU', LASSUSO, sono avverbj composti di Zà, e di si, e denotano iri quel luogo alto ; cioè Superiore al luogo dor è la persona che parla. I loro ‘contrarj sono LAGGIU' e LAGGIUSO che accennano Luogo basso. Mandò a Guccio Imbràtta, che rASSU' colle campanélle venisse. Boce. nov. 60.—Zo penso, st Lassuso ec. Son .Z'altr' opre sì belle, Aprast la prigione, ov io son chiuso. Petr. canz. 19.— Re, di che #' hanno offîs0 i due giovani, li quali LAGGIÙ nella piazza hai comandato, che arsi steno ? Bocc. nov. 46.—Ma ditemi, che son li segni bui Di queslo corpo, che LAGGIUSO in terrà Fan di Cain fa | voleggiùre alirùi ? D. Par. 2. | COLASSU', 0 COLASSUSO, COLAGGIU', 0 COLAGGIUSO, avver- | bj composti di /è, colà, e di su e di giù, e vagliono lo stes- | so che colà: i due primi accennano Altezza di luogo, i due | ultimi Bassezza di luogo. Fate, che noi ce ne meniàmo una COLASSU' di queste papere. Bocc. nov. 83.—Ma COLAGGIUSO | gli disse: meménto. Patafi. 7. — SERA Ove, DOVE, vagliono Nel qual luogo, o in quel luogo, nel quale, e puossi usare l’ uno o l’ altro secondo che tornì — i pi mir 23 rane SALE ne x e 4 Uri ae a 3 si. - == cpl ses us Roaiio goin -_1————___ ——___ lr i i € si a fi ÉTIMOLOGIA E SINTASSI 553 meglio (11). Ove fustù stamane poco avànti al giorno? Bocc. nov. 23 -—Za quale, DOvE meno era di forza ec., quivi più avàra fu di sostigno. Id. gior. 8, prin.—Vegno di loco, OVE tornàr disio. D. Inf. 2.—Ditene DOVE la montàgna giace. Id. Purg. 3.—Mostràndo alirùi la via, DOVE sovénte Fosti smar- rito, ed or se'più che mai. Petr. son. 78. . | - ALTROVE, vale In altro luogo. Non sappiendo perciò, che "] suo fante là, 0 ALTROVE, si fosse fuggìto. Bocc. nov. 12. —Parme ’l veder quando-si volge ALTROVE. Petr. canz. 28. —Folgi in ALTROVE gli occhi tuoi, che non véggano la va- nitàde. Albert. 11. Ei » __ ONDE, DONDE, vagliono Del qual luogo , dal qual luogo, o #l luogo dal quale (12).— Colà la riportò, ONDE levàta l'a-. eéa. Bocc. nov. 19.—Nel labirìnio intrài, nè veggio OND' esca. Petr. son. 176.— Cominciò piacevolménte a ragionàre, e do- mandò chi fosse, DONDE venisse, dove andàsse. Bocc. nov, 13. — Ch' io me ne ritorni a DONDE io m'era partìto (colà donde). ‘© Fir. As. d'or. 269. ONDE, e DONDE significano talvolta mofo . per luogo.—Per mezz’ i boschi inòspiti e selvàggi, ONDE van- ‘ no a gran rischio uòmini, ed arme. Petr. son. 143.—-E per una falsa porta, DONDE egli entràto era , tràttala ec. entrò in cammino. Bocc. nov. 11. ONDE, qualche volta. significa moto a luogo. ONDE sono ora fuggiti è verdi prati, ne'quali ec. Bocc. Filoc. 2.. — - | ALTRONDE, vale Da altro luogo. — Facéndo sembiànte di venire ALTRONDE, se ne salì in casa sua. Bocc. nov. 65. DOVUNQUE, OVUNQUE, DOVECHÈ , OVECHÈ., DOVE CHE SIA, OVE CHE SIA, vagliono In qualunque luogo, a qualun- ue luogo. Bocc. lntrod.—Id. nov. 15.—Id. Teseid. 4.—Id. inf. Fies. 71.—Petr. son. 192.—Id. Tr. d'Am. cap. 2. — Bemb. rim. 126. DE pe | I ONDECHÈ, DONDECHÈ, vagliono Di qualunque luogo. Bocce. Introd.—Id. Lab. 85.—Matt. Vill. 5, 19. tl ENTRO, DENTRO, ADDENTRO, INDENTRO, INENTRO, PER ENTRO , vagliono Zn quel luogo , ‘nel luogo interiòre. Bocce, (11);In vece di Ove, leggesi talvolta 7” coll’ apostrofo, ma è proprio del verso. U’ sono i versi, v’ son giunte le rime. Petr. canz. 46.— Ritornò Ferraù verso la fonte, U' nell'erba giacèa l’elmo del Conte. Ar. Fur. 12, 59. Quantunque anche in prosa se ne trovi qua e là qualche esempio. Là, U” non è carità, non v ha nulla, Gr. S. Gir. 8. Dove, trovasi talvolta usato come nome, e vale Luogo.— E questo cielo non ha altro DOVE, ec. D. Par. a27.—-Chiaro mi fu allor, com’ ogni Dove In cielo è paradiso. D. Par. 3. ° ri | I (12) Onde, è talora addiettivo pronominale ralativo (7. Sez. IV, Cap. VIS. XII). PRO ps II 3554 . | PARTE TERZA — | ‘ nov. 78.—-Nov. ant. 83.—Filoc. £.— Petr. son. 9.—Passar. 308. —Cresc. 1, 2, 8.—D. Inf. 35.—Id. Purg. 27. ec. VICINO, PRESSO, APPRESSO, ACCOSTO, vagliono Luogo poco distante. Bocc. nov. 43.—Gio. Vill. 2,13, 4. LUNGI, LONTANO, DIscosTo, accennano Un luogo lon- tàno. Boccs nov. 19.—Cresc. 8, 10.—Dav. colt. 176. PER TUTTO, DA PER TUTTO, vagliono lo stesso che Ovunque, dovùnque. } VII. Seguono gli avverb) che accennano : 4°. AFFERMAZIONE: Sì, certo, di certo, per certo, in ve- ro, ig difàtti, appùnto, per l appùnto ec. a «| o. NEGAZIONE: Non, no (13), nulla, niente, nienle of- fatto, per niente, non mica, non punto. | | o. Mono: A senno, a capriccio, a talénto, ad onta, 4 dispetto, mercé, a bello studio, a posta, di nascòsto, dì sop- piàtto, volentieri, mal volentiéri, di buon grado, di buona voglia, di mala voglia, a mal grado ec. 0 N: do, QUALITA: Bene, meglio, ottimamente, male, peggio éssimo, ec. 1 | Be. PREFERENZA: Piuttòsto, prima, anzi, innònzi, avan gl, CC. ì Re (13) No e NoN, vaglion lo stesso, ma l’ uso di esse particelle nel discorso, è ben differente. La prima si usa assolutamente , o in compagnia TTT nnt i Cas di un nome, o d’ un addiettivo; la seconda non va mai se non in com- © pagnia d’ un verbo. No, ha talora la corrispondenza di sì, espressa e la- 5a) ora sottintesa. Folle no, ma innamorato si. Filoc. è, 68.—Pdllida N, ma più che neve bianca. Petr. Tr. della M. cap. 1. Trovasi talvolta in vece d' una intiera proposizione negativa onde evitare la ri petizione dello ‘stesso verbo. Zo vi dirò quello che io avrò fatto, e quel che No. Bore mov. 11. Usasi qualche volta per ripieno, onde dar maggior forza ad doa espressione già negativa mediante il mon. Disse allora Pirro NON s0N farnètico no Madonna. Bocc. nov. 69.—I dié’ in guardia a san Pielro, or NON più NO. Petr. canz. 22. No, si usa talvolta a maniera di nom*, con l’ articolo avanti e anche senza l' articolo. Tanto vale IL MIO N quanto il suo sì. Cecch. esalt. cr. a, 3.—Che sì e NO nel capo mi lens” na. D. Inf. 8. Dir di no vale Negare. Bocc. nov. 72.—Galat. 23.404 | che no, vale Più tosto che altro. Bocc. nov. 20.—Id. gior. 6. pr. Non usasi talvolta a modo di ripieno dopo i verbi dubitàre, temere, sospetta: re, e simili, così il Boccaccio: Yo femo. forte «che Lidia con consiglo € colère di lui questio NON faccia ; e altrove: La giovane, udèndo la fasella latina, dubitò altro vento NON }° avesse a Lipari riportàla; e altrove: Suspico, costùi in alcùn atto NON V avèsse raffigurato ec. Se più cose 8 negano innanzi al verbo, si può a ciascuna di esse aggiugnere la pari” cella non. Perchè NON pioggia, NON grando, NoN neve, NON rugiada, NO brina più su cade. D. Purg. 21. Non, sovente s' incontra col pronome troncato da questo li, facendosi no? (7. Sez. III, Cap. 11, $- X, 90 ta 11), JVon, posto interrogativamente, non niega, ma-sta.come se no! vi fosse. Non o’ accorgèle voi che noi siam vermi? D. Purg. 10.—NoN disse il tuo padròne, se io bene intèsi, che noi portàssimo a casa queste c08, e le cocàssimo quici? Gelli Sport. 4, s. » } Biel ETIMOLOGIA ® SINTASSI 555 6°. SIMILITUDINE: Siccome, come, .cusì, c0sì fattaménte, a modo di, a guisa di, a maniéra di, al paro, similmente, medesimaménte, pariménte. |. “ed s 7°. QUANTITA’ e NUMERO : Molto, di molto, guari (14), assi, d' assài, ad assài, di gran lunga, sovérchio, vonpo i quanto, tanto, cotànto, alquànto, poco, alcun poco, qualche poco, più, di più, per lo più, per la più parte, per la mag- gior parte, meno, manco, alméno, per lo meno, solo, soltàn- to, abbastinza, appièno, affatto, totalmente, del tutto, ec. A questa classe par che appartengano Anche, ancòra, eziandìo, pure, insieme, neànche, ,neppùre.nemméèno, nemmànco. 8°. PROBABILITA’, DUBBIO, e INCERTEZZA: Forse, per aveniùra, circa, în circa, all’ inòrca, presso a, a un di pres 50, presso a poco, quasi, quasiché, pressoché, ec. lo 9°. DIVERSITA’, e CONTRARIETA': Altriménti o altra- mente, diversamente,. al contràrio, per lo contràrio, all’ oppò- sto, con luilo ciò, non per tanto, nondiméno, tutlavìa, ec. $. VIII. Una sola osservazione rimaneci ancora a fare, ed è, che per proprietà di linguaggio molti addiettivi adoperansi | avverbialmente, o, per dir meglio, come meri avverbj, senza che prendano Ja solita desinenza menle, e senza che cambino la loro terminazione mascolina singolare, onde Alto, basso, | aperto, chiaro, dolce, forte, piano, presto, sano, sodo, tardo, tosto, ed altri simili, vaglion talora Altaménte, bassaménie, apertamente, chiaraménte. dolcemente ec. Gridàre ALTO. D. Iof. 9. — Zevàre ALTO. Bocc. nov. 73. — Miràr BASSO. Petr. son. 19. — Or ALTO or BASSO il mio cor lasso mena. ld. son. 145. — Vedére APERTO. Bocc. Fiamm. 2. — Dire APERTO. Id. nov. 2. — Conòscer cHIARO. Id. nov. 15.— Assài la vo- ce lor cnIARO abbàja. D. Inf 7.— Parlàùr DOLCE, rider DOLCE. Petr. son. 126.— Piacér FORTE. Bocc. nov. 49. — Parlàr PIANO. Id. nov. 64. — Rispòse: andiàmo in là che er véengon PIANO. D. Purg. 3. — Venìr PRESTO. Fil. Vill. 14, 90. — Rimandèr PRESTO. Cas. lett. 6.— Star sANO. ld. lett. 73. (14) Quet' avverbio vale Mollo, e va sempre accompagnato da non, © da altra particella negativa. .M' hanno alla memoria tornàia una no- vélla, NON GUARI meno di perìcoli in sè conlenènie, che la narràia da Laurèita. Bocc. nov. 15.—Non ov andò GUARI che Tiberio mandò Druso im Illiria per milizia apprèndere. Tac. Davi ann. a, 44. Guari è talora addietlivo. Dopo NON GUARI SPAZIO passò della presènie vita. Bocc. nov. 36. — E còrsonla iutta senza uccìdere GUARI GENTE. Giov. Vill. 4, 5, 3. E tal- volta È usato come nome. E quivi NON GUARI DI TEMPO dimoràrono. Bocce. nov. 1y.—Calandrino KON fu GUARI via andàlo, che egli il seno se n'ebbe pie; 50. Id. nov, 73. . e a i 556 | PARTE TERZA © — Dormìr sono. Bern. rim. 1,87.— FarTOSTO. Bocc. nov. 83 | — Che menàr gli anni miei sì TOSTO a riva. Petr. canz. 7, — La spada di quassù non taglia in fretta Né TARDA ma ec. D. Par. 22.— A/ma real, dignìssima d' impèro, Se non fossi tra not scesa sì TARDO. Petr. son. DELLA PREPOSIZIONE QUINTA PARTE DEL DISCORSO. (Vedi Sez. I, $. VIL) ** $.I Le moltissime volte che già ci è stato mestieri di far menzione di quelle particelle dette preposizioni nel tra- tare, in questa nostra opera, le partì variabili del discorso, chiaro dimostrano di quanta importanza esse sieno nel lin- Quaggio. Nulla più diremo del perchè, e del quando furono in- wentate le preposizioni; nè più intertenere vogliamo lo stu- dioso con ispiegargli la loro funzione nel discorso, concios- siachè debbegli bastare quel che da noi se ne espose nell Sez. II, $. VII; nella sez. II, cap. V, e nella sez. III, cap. Il, 8. IV, e V. | S. II. Gioverà nulladimeno di aggiugnere a quel che già ne dicemmo altrove, che le preposizioni talora esse stesse espri- mono la relazione tra due o più obbietti, e talora non fanno che indicare la relazione già espressa da altro termine, sia 24- i diettivo sia verbo: nel primo casole preposizioni posson chià- |' marsi significative; nel secondo indicative. Noi ci prendere mo la briga di rilevare in esse queste due differenti funzion, ogni volta che giudicheremo utile il farle conoscere. Le preposizioni si dividono .in semplici, cioè in’ quell a « - Nulla ma ‘consistenti in una sola particella; ed in composte, quelle cioè |. che in due particelle consistono. Cominceremo con le prepo: | sizioni semplici Da, &amp;, di, con, in, per, che per eccellenza s0- no dette primitive, | di 8. II. Risvegliatasi in noi l’ idea delle cose, siamo natu- {: ralmente inclinati a ricercare il loro principio, 1’ origin loro, che è lo stesso ehe dire : desideriamo di conoscere quegli ob (I "li bietti da’ quali altri, che già conosciamo, derivano, 0 s0n° |. prodotti: quindi fu creduto necessario un segno che espfi | messe nel linguaggio la relazione d' origine; il qual segoo © la preposizione primitiva Da, che sola, o incorporata coll' ar It OLII ETIMOLOGIA BE SINTASSI SIT ticolo determinante, ponesi innanzi al nome della cosa ‘dalla quale, o propriamente, o figuratamente, qualsivoglia altra cosa od operazione prende principio , proviene, deriva, se@turisce, dipende, ec. ca l tal - TESTL Lo mio fermo desìr vien DALLE stelle. Petr. canz. 3. — DA Dio wvéngono le grazie. Bocc. nov. 735. — Tu derivi DAL ciELO Crudo garzòn ? né di celéste seme Ti cred' io, nè d'u- màno. Past. fido. at. 1, sc. 1.— Abbondànti lagrime DA SUOI OCCHI, come DA DUE FONTANE, cominciàrono a scaturire. Fiamm. 2.—-O fratélli, DA vor dipénde l ànima di colòro. Gio. Vill. 11, 5, 10.—LZa poesia, viva mùsica ; DA ORGANO razionàle risultànie. Salvin. disc. 2. aa: . -8. IV. All’idea dell'origine delle cose, facilmente attaccasi per analogia, quella di partenza, di separazione, di allonta- namento, di staccamento, di sottrazione ec. Tutte queste re- lazioni, e molte altre della stessa natura, o che a quelle sono analoghe, sono nel discorso indicate dalla prep. da, che si premette .all’ obbietto, sia fisico, sia metafisico (astratto), onde un altro obbietto si parte , si allontana , si distacca , si se- para, si sottrae, st toglie, sì libera, s' invola, fugge, discen- de, cade ec. | | SE vt TESTI. Pàrtit! DA COTESTI che son morti. D. Inf. 3.— Questa sole DAL vorco m'allontàna. Petr. canz. 19. -- Tolse Gio- vanni. DALLA RETE, e Pietro. Id. son. 4. —Di selva in selva DAL CRUDEL s'invòla. Ar. Fur. 1, 54.— Pracéndogli patrébbe la sirbcchia DAL FUOCO, sottràrre. Bocc. nov. 3 . (1) —DA : (1) Per proprietà. di linguaggio, o piuttosto per l’ uso, che, in mate- ria di lingua, despota. e tiranno, non ‘intende ragioni sul suo fare e. non fare, il secondo termine, ossia .l’ obbietto indiretto .. de’ verbi. sollràrre e cogliere, ed anche de' verbî dimandare, chièdere, rubàre, involare, e simili, leggesi il più delle volte preceduto dalla preposizione a, laddove’ per la natura dell’ azione la sua preposizione, in vece di quest'ultima, richiede- rebbe sempre la. preposizione da. È ’l cor sottragge A QUEL dolce pensit- roy, Che’n vila il tiene. Petr. son. 190.—E ripregàndo te pèltida morle, che mi sottràgghi A sì PENOSE NOTTI. Îd. canz. 46.—Questo Duca non to- glitoa AD ALCUNO, ma ec. Nov., ant. 5.—Il re Piero di Raòna l’ ìsola di Cicilia ribellò, e tolse AL RE Carlo. Boec. nov. .16.—Ma di speziàl grazia VI (a voi) chiéggo un dono. Id, gior. 1, fin.—Dicènda., che al suo con- tàdo tornàr si voleva, chiese comiàlo AL RE. Id. nov. 10.—Domandò con fermo viso, e con salda voce quello che A LEI domandàsse. ld. nov. 47. — M' infiammdi A dir di quel, ch'A me STESSO m'inoola. Petr. canz. 13. — Gramm. Ital. 44 58, PARTE TERZA ©. PARIGI a Génova tornàndo. Id. nov. 79.—Un ‘fiumicéllo il quale DA UNA VALLE cadeva. Id. gior. 6, fim.—Zn così fatlo dì ri.uscitò DA MORTE a vita il nostro Signore. Id. nov. 1. — Essi vedéndo DALLE MURA z/ fulto , éscono DA TUTTE le porte. Tac. Dav. stor. 4.— Dòrmono in reti sospese DA TERBA, e vivono dì per dì. Serd. stor. 21.—Pien d'un vago pensier che mi descia DA TUTTI gli altri ec. Petr. son. 157. ‘—’$. V. Per estensione, sotto la regola di sopra stabilita, compréndesi pure il secondo termine de’ verbi Astenersi, al- tendere (per aspettare), acére (per ricevere), dividere, impa- ràre, impetràre, inténdere, levare, ottenére, raccògliere, sapt- re, sciògliere, sentire, udìre ec. Ecco un esempio di alcuni. I Sanési s' astéennero finalmente DA PIU BATTERLA, € DAL VOLERLE altriménti dare l assàlio. Segn. Stor. 14, 379. —Dimàndal, disse, ancòr se più disìt Sapér DA LUI ec. D. Inf. 22. — Andiàmo ad impeitràre DAL SANTISSIMO PADRE che dispénsi con lui. Bocc. nov. 13. — Perchè incontanene sie Agi i due giòvani fossero DAL PALO sciolti. Box. nov. 46. - $. VI. Altri verbi d’assai sonovi in oltre, il cui secondo obbietto ama di esser retto dalla preposizione da, quanton- que non esprimano tanto direttamente, ‘quanto i precedenti, l'idea d'origine, di dipendenza, o di separazione. Quindi di- , ciamo: Argomentàre, inferìre, giudicàre , congelturàre , conò- scere, vedére, misuràre, stimàre, distinguere ec. una cosa da un'altra; Disviàré, distornàre, assòliere alcùno da checches- sia ec. si | i La stessa preposizione ponesi innanzi agl'infiniti de'verbi, presi come nomi; onde diciamo: Venìr da udìr messa, venir da cenàre, tornàr da passeggiùre ec.—Ella non cenìva do s'avvisàva, ma DA VEGGHIARE con una sua vicina. Bocce. nov. 64. — Percioccheè tornàndo jer sera un po' tardetio DA CENARE fuor di casa. Fin. Asin. d’oro. o I S. VII. Adoprasi la preposizione da per accennare: Acciocchè (le cattive erbe) ALLE MIGLIORI ERBE ron rubino il nulrimento. Cresc. 6, 2. Il Soave, per esimere un tal uso dalla taccia d’ irregolarità, dice: uso per altro che paco toglie alla regolarità dellu lingua, non aver do sì l'una che l'altra preposizione, in questi casi, che il senso indicole vo, ed essendo consegueniemenie per sè stesso indifferente, che îl secondo dermine d' una relazione, già espressa da «altre parole, sia accennato piulloslo con una.che con un’ altra preposizione. Per grande che, s13 : nostra: venerazione pel dotto “autore; noi teniamo questo ragionamento per assurdo. i ana È i rt ee cora Neat lui, da let, ec. Bocc. nov. 20; — nov. 26;—nov.  f°. L'AGENTE DELL'AZIONE ne’ verbi passivi, come: Z/ Campidòglio fu edificato A Tarquìnio, assediàto DA Brenno, e liberàto DA Camiìllo.— Ringraziàtala dell'onòre ricevùto DA LEI., a Génova se ne andò. Bocc: nov. 5. Talora il verbo essere è sottinteso. Risblse di pigliàr I isola di Mona LA- SCIATA DA Pautino. Dav. Vit. Agr. 2°. DIFFERENZA e CONTRARIETA”, come: Quand’ era in parte altr uom DA QUEL che s0 sono. Petr. son. 1.—DA in- sensàto animùle tr recarono ad éssere uomo. Bocc. nov. 41. 3°. L'ORIGINE DI PATRIA (salvo se si parli di regno o di provincia , poichè allora usasi di), come: Cino DA Pistòja, Raffuéello va Urbino, Buli DA Pisa, Andreùccio DA Perù- gia, Guidbdito DA Cremòna, Aldobrandìno DA Siena, ec. 4°, IL SEGNO, 0 L'IMPRESA per cui altri si distingue, ‘come: // quale avéa nome Guglielmo DAL Corno. Gio. Vill. 9. — Con ricca sopravvéste e bello arnése Serpentin DALLA STELLA în giostra venne. Ax fur. 353, 67. e 5°. IL TEMPO, onde si comincia, come: DA quel tempo; DA due anni; DA tre mesi; DALLA prima gioventu; DA pic- colo; DA fanciùllo, ec. | i 60 LA CONVENEVOLEZZA, L’ATTITUDINE, E ABILITA’ ed anche l’uso per cui una cosa s' adopra, onde diciamo: àbito DA uomo; ornamenti DA donna; fanciùlla DA marito; com- media DA rìdere ; terréno DA viti; DA uomo onésto; DA ca- .valtéro onoràto; DA valoròso capitàno ; DA buon amìco; un colpo DA maéstro ; una botte DA olio ; un fiasco DA vino; .una bestia DA soma, ec. 7°. LA CAPACITA”, come: Uomo DA molto, DA poco, DA nulla, ece.—Sempre per DA MOLTO Zebbe e per amico. Bocc. nov. D2.— Tu se' più DA POCO che Maso, che st lasciàva fuggire i pesci cotti. Lasc. Spir. at. 5, sc. 7. 8°. IL PASSAGGIO per luogo, come: Passor DA Bolò- gna, DA Milano, ec. . I NE i | 9°, IL PASSAGGIO davanti ad un luogo; onde dicesi: An- dàre , venìre , passàre , fernmàrsi dalla casa , dalla bottega , dalla chiesa, ec.—DAL FRATE parlìtosi, DALLA casa n'andò della donna. Bocc. nov. 23. — Veggìndol DALLA casa sua molto spesso passàre. Id. nov. 25. . 10°. Moto A LUOGO (in vece della preposizione 4); onde dicesi: Andùre, venìre, passàre, menàre da le, da voi, da 11°. INCERTEZZA DI NUMERO, avendo forza di Zncirca intorno.—Stimàvasi avére in Fiorenza DA novantamila bocche 540 PARTR TERZA tra uòmini , fîmmine , e fanciùlli. Gio. Vill. 11,.95,2.—- | Allòra prese DA irenta in quarània de’ migliòri baròni del re. Id, 7, 27.— Cinque badie con due priorie e con DA dt tànta mònact e DA cinquecento donne. Id. ivi.— Esséndo stati vedùli, subitaménte uscirono DA dòdici fase Bocec. nov. 43. 120. ESCLUSIONE, come: Questa donna ogni cosa ebbe DA ONESTATE IN FUORI. Dav. ann. 13°. PRESENZA, preceduto dagli avverb) avàantz, dinanzi. —Poco avanti DA se vide le cèéneri rimàse d' Attila flagello di Dio. Bocc. Filoc. 4. — Ella si fermò dinànzi DAL RE. Vit S. Gio. Batt.—Gl Ambasciadòri andàro calà per opporre k loro ragioni dinànzi DA lui. Nov. ant. 58. Congiunto co' pronomi me, noi, te, voi, se, loro, come: Da me, da noi, da te, da coi, da sé, da doro, significa una © più persone sole senza l' altrui compagnia , o ajuto: e talora. ci st frammette la preposizione per, come: Da per me, da per te, da per sè, da per loro ec:—Poscia rispòse lu: DA ME non cenni. D. Purg. 1.—Fa conto non mi avtr tre vato, e fa DA TE. Cecch, dot. 2, 3.— Avrebbe colùto l'abali che Primàso DA SÈ, si fosse partto. Bocc. nov. 7. — Moll malaitie guariscono DA PER SÈ, senza È òpera «del méduo. Lib. cur. mal—Zoz ve ne avvedréte DA PER VOI nel legge questo frammento. Redi lett. Si notino in olire i seguenti modi di dire: Esser DA VICINO, DA LONTANO.— Fare una cosa DA VI- CINO, DA LONTANO.—Méttere , inclinàre, fare inclinàre , vob | tùrsi, vòlgersi DA UNA PARTE, DA UN LATO, DA UN CANTO, €C GAPITOLO II. DELLA PREPOSIZIONE dA. S. I. Questa preposizione (1), che è segno d'attribuzione e di tendenza, è quasi l'opposto di Da, indicando il termine | a cui tende, o si dirige l’azione; onde, ogni volta che un verbo esprime direzione, o tendenza , verso alcuna cosa, il termine di questa direzione o tendenza , verrà indicato dalla (1) Onde evitare l’ incontro di due vocali dello stesso suono, è re gola di aggiugnere la consonante d a questa preposizione, ogni volta che il susseguente vocabolo, sia nome o verbo, cominci dalla lettera a; 0 che puossi anche, volendo, praticare quando la lettera iniziale sia una delle rimanenti quattro vocali. Dio vi appèlla, e vi vuole AD AMICI suoi Guitt. lett. 13.— 7 cominciarono le genti AD ANDARE, e AD ACCENDER lumi, e AD ADORARLO ee. Boce. nov. 1.—Non pare indègno AD voMO d' iriellét do. D. Inf. dd. © “ l ca preposizione 4. Dietro questa regola i verbi Applicàre, ascrì- vere, atiribulre, avvezzàre, concédere; dare, lasciàre, permét: tere, promettere; pagàre , e molti altri simili, hanno seco, oltre all’obbietto loro diretto (2), anche un obbietto indiretto, preceduto dalla preposizione 4- nel senso indicativo (7. $. II, del precedente cap.). o da 8. IL Co’ verbi di moto a luogo, come: Andère, venire, camminàre ed altri, questa preposizione indica il termine a-6uì il moto è diretto, come: Andàre a Roma (3), venìre a Firenze, camminàre al nemìco (4). Quindi anche sono preceduti dalla prep. @ i-verbi all’ infinito, quando sono con- siderati come il termine di un antecedente verbo di moto; onde dicesi: Andòre a desinàre, a passeggiàre, a dormìre, a chia- màre; venire a vedéère; tornàre a préndere; mandàre a dire . ec. Non di rado trovasi anche innanzi agli infiniti, ancora che l' antecedente verbo non esprima moto. Dare a vedere, ad in- tendere, a conòscere ec., ardìre a fare; cominciàre a credere; obbligàre a scriverè ; sforzàre a dire; aver ànimo a fare ec. (8). Diciamo anche: Egl é bello a cedére; grato ad udìre; soùve _ad otdoràre, ec. Sopra la medesima regola .sono fondati i seguenti modi (2) Sonovi de'verbi, come Ubbidìre, soddisfàre, servire, e simili, il cui obbietto può considerarsi o come quello in cui l’ azione finisce, o come quello a cui è diretta ; laonde può esser preceduto dalla preposizione a, o stare senza. preposizione alcuna. E fu corfèse, eh? ubbidisti tosto ALLE VERE PAROLE. D. Inf. 2.—Nè volle UBBIDIRE I COMANDAMENTI del Papa. Gio. Vill. E quivi SERVIVA CERTI PESCATORI CRISTIANI. Bocc. nov. 42. Per questo SERVIA A tutti i re volentièri. Cron. d'Amar. 81.—Per soDDI- SFARE AL MONDO, che gli chiama. D. Par: 10.—Il che io ho falto più vo- Ierlièri per SODDISFARE e servire vostra Maestà. Cas. lett. 18. (3) A, usasi talora anche per significare esistenza in luogo, per cui generalmente adoprasi în, come: io sono a Parìgi, a Roma in vece di: sr: Parigi, in Roma.— Aovènne che Irovàndosi egli A PARIGI in povero stato. Bocc. nov. 7. Voglion però i grammatici, che 4 indichi la relazione di esistenza, in maniera meno determinata che in, e che Un #ale è in Ro- za, voglia dire, che egli è dentro alle mura di Roma; laddove Egli è a Ztoma, significhi che è o dentro Roma, o ne’ suoi dintovni. (4) Se il termine a cui il moto è diretto, sia uno de’'pronomi perso- nali, in vece di a usasi da. Adùunque, disse la buona femmina, andà- Zevene DA LUI. Bocc. nov. 26.—/1 menerò DA LEI, e, son certo che ella wi conoscerà. ld. nov. 20o.— Andrà facèndo per la piazza dinànzi DA VOI 2452 gran sufolàre. Id. nov. 76. i (5) L'iafinito, che segue questi e simili verbi, può eziandio esser pre- «ceduto dalla preposizione di. Più volle incominciài DI SCRIVER versi. Petr. son. 18. Procùri DI non PATIR mai nel dormire. Red. lett. 2.—Medèa z,r»fiammala di tanto feroèente amore, il concèlto peccàlo assài sforza DI COPRIRE. Guid. Giud.—Jo mi voglio obbligare D’ ANDARE a Genova. Bocc. 342 PARTE TERZA di dire, di senso figurato: .4ndàre a perdiziòne, a rovina, a po- vertà, a sangue; andùre a.genio, all''ànima, al cuore; vent re alle mani, venire a capo, venìre a fine, venire a noja, ec. S. III 4, esprime varie di quelle modificazioni, alle quali possono andar soggette l’ esistenza e le operazioni degli obbietti, e allora essa fa le veci di qualche altra preposizione cioè, in vece di con, come: Stare a capo chino, a bocca aper- ta, a chiome sciolte; andàre a passi lenti; muràre a pietra e calcina; amàre a fede; esser ricevùto a.grand onòre ; una prigiòne a giracòlte; una veste a fiori: lavoràre a proprie ma- I | ni; nutrire a latte; combùtiere a poca gente; difendere a vi- . ta; ec. . In vece di per. E soi a' piedi A misericordia. Gio. Vill. 5, 5, ®2.—-E quegli, A baldànza del signòre, sì i batieo villenaminte. Nov. ant. 78.— Non terristi: tu A molto folle colù? Sen. pist— Ed ella: A che pur piangi e ti distem- . re? D. Purg. 29. — Ver é ch' io dissi a lui parlàndo A GIO- co. Id. Inf. 29. — Avvegnachè A SUA COLPA Za navicélla sia ‘ fracassàta e rotta. Passav. 4.— In luogo delle busse ch' egli . vi diede A MIE CAGIONI ec. Bocc. nov. 32. | In vece di da. Amendùni gli fece pigliùre A tre suoi servidòri. Bocc. nov. 16.— E aio A molti commendare. la cristtàna fede..Bocc. nov. 30.— I pensiér dentro all’ alma. Mòver mi sento A chi gli ha tutti in forza. Petr. canz. 38. | In vece di in. Che novélle avéte A città. Fr. Sacch. nov. 76.—Io ho avùta A queste notti la maggiòr paùra che mai st avesse. Bocc. nov. é A grandìssime schiere. Id. gior. 7, proem. — Essendo povera- ménte AD arnése. Id. nov. 98.— A voi non sarebbe onòre che "l vostro legnàggio andàsse A povertàde. Nov. ant. 46. — 4d- domàndo ec., a le possessioni de' miei figliuòli seno A mia signoria. Id. nov. 47.— Tu vorresti che le dash di Dio sie- .no A {tuo potere e volontàte. Fr. Giord. Pred. In vece di di. In àbito di peregrini, ben forniti A_da- nari e care gioje. Bocc. nov. 29— Si ch' A bene speràr m' e- ra cagtone. D. Inf. 1. | i n vece di dopo. Ivi A pochi giorni si trovò colla Ninet- 4.—I pesci notàr vedéan per lo lago. i fa. Bocc. nov. 33. — Ch' uom, ben vissùto, A morte in ciel s' annidi. Buon. rim. 29. In vece di snverso. Volit A levànte, ove eravàm sahie. Db. Purg. 4— Za donna montàta in sulla torre e A_tramon- tàna rivòlta, cominciò a dire. Bocc. nov. 77.— Fra le ale cose che ha spinto il mare A lido, sono alcùne ghiande gros se. Red. lett. 2. ETIMOLOGIA E SINTASSI 345 | In vece di secòndo. Racconciò il farsetto A SUO DOSSO. ‘ Bocc. nov. 19.— Làsciamiti prima vedére A_ MIO SENNO. Id. . nov. 85. mà . IV. Noi non termineremmo mai se darci volessimo - la brigg di enumerare tutte le locuzioni formate dì questa pre- : posizione. Ci contenteremo adunque con dare alcuni modi . di dire, quasi avverbiali, ne' quali essa preposizione esprime ‘ varie di quelle modificazioni a cui possono andar soggette l° e- : sistenza @ le operazioni degli obbietti. ‘—Andàre A spasso, A dipòrto; andare ALLA lunga; an- ‘ dare A fondo; andare A nuoto, o A galla; andare A zonzo; andare A vela, A remi (parlandosi d' un bastimento). Avére ; A male; avere A caro. Battersi A palme, Cadère A piombo. : Compràre, véndere ec. A_ buon mercàto, A caro prezzo. Essere ‘A cavàllo, A piedi; essere a tiro di cannòne, di moschétto, di +sasso, AD una giltàta di pietra. Fare una cosa A bocca aper- ‘ta, A occhi chiusi, o A chius occhi; fare ALLA mùiola, ALLA ‘ libera, ALL’ impazzàta, ALLA grossa, ALLA sfuggita, ALLA ‘rinfusa, ALLA peggio, A gara, A mio senno, A suo diletto, A dispétto suo ; fare ALL’ amòre; far testa AD uno. Giuocàre ‘ALLA palla, AGLI scacchi, AL tavoliere, AL bigliàrdo. Giuràre “A Dio. Marciàre A suon di tambùro, A suon di trombe, A | bandiera spiegàta. Odiàre A morte. Préndere una cosa A .due mani. Pregàare A mani giunte. Recitàre, imparàre, sape- re, lenére A mente. Recàrsi A ‘\grand' onòre. Star bene o male ‘A danàri, AD arnése. Trarre A viva forza. Vendere A peso. | A pena della vita; A due, A qualtro, A centinàja, A_mi- ‘gliùja, A battagliòni, A schiere, A torrénti ec.; tagliàre A fet- le, A pezzi, A fetta A fella, A pezzo A pezzo ec.; A due, A “due; Asolo A solo; A poco A poco; A. passo A passo; A | palmo A palmo. ALLA moda; ALLA nalda , ALLA francese ec. ‘ Una scala A lumàca; un orològio A péndolo; un muro Afi- lo; una cosa fatta A cono; A bdischero; una càmerà A dor-. mire; una sala A mangtàre, ec. i La preposizione @ aggiugnesi a’ qui appresso avverb), + quali mediante lei diventano preposizioni composte, cioè: Ac: canto a, allàto a, apprésso a, avànti a, contro a, davànti a (6), dietro a, dinànzi a, dirimpetto a, innànzi a, in fac cia a, presso a, vicino a. | une I (6) Avanti, dacànii e dinànzi, hanno sovente da dopo di sè. 7) san- gue mio, lo quale per tanie ferite puoi vedère AVANTI DA fe spàndere., Filoc. 1.— Si frovò un giorno ec. DAVANTI DA LUI assdi nella vista malin- conoso. Bocc.' nov. 7.—Egli era pur poco fa qui Dinanzi DA noi. ld. 544 - DELLA PREPOSIZIONE DI. S. I. E questa preposizione già più volte stata il sogget- to de’ nostri ragionamenti, e più particolarmente nel ‘quinto capitolo della seconda sezione, ove la presentammo come in- dicante la relazione di possesso, di proprietà e di appartenen- za; nella qual funzione essa fa lo stesso ufficio che il genitivo de’ Latini; quindi un nome italiano preceduto da essa prepo- sizione, indicante le relazioni testè mentovate, ul allo stesso nome latino nel caso genitivo, il qual caso ad altro non serviva, che a qualificare un antecedente nome; imperocchè il possedere e l'appartenere costituiscono una relazione tra due obbietti, l' uno de’ quali qualifica l' altro. Ciò essendo, il no- stro di, posto tra due nomi o sostantivi , indica, che il primo obbietto è qualificato dal secondo, il quale perciò fa le veci di un addiettivo, e a cui, levata la preposizione, puossi un qualche equivalente addiettivo sostituire; con alcuni esemp) il tutto dilucideremo. (f) i nov. 73. —Gli ambasciadòri andàro colà per opporre le loro ragioni Di- NANZI DA lui. Nov. ant. 58. Avanti, nel significato di prima, leggesi eziandio con la preposizione di. Andò al disèrto, ove Giovanni AVANTI DI LUI era venulo per annunziàrlo. Bocc. Filoc. 7.—Due fratèlli solamente, nali AVANTI DI LEI, lasciò nel suo partire. Id. ivi. | . (1) Questo incontrastabile principio è di Dumarsais, dottissimo gram- matico francese. Solo, ove lo studioso, quando che sia, il voglia mettere în pratica, noi crediamo doverlo rendere avvertito, che vada ben guar- dingo di non ingannarsi nella ‘scelta dell’ addiettivo da sostituirvisi al no- me, con la sua preposizione imperocchè, se, come in fatti è, la preposi- zione di, insieme col susseguente nome, equivale ad un addiettivo, e se, giusta lo stesso principio, un addiettivo può ogni volta sostiluirvisi, un tal addiettivo non solo dee da questo stesso nome derivare, ma debbe anche in tutto essere equivalente ad esso con la sua preposizione, diver- samente i più erronei concetti ne nascerebbero. Siavi, a cagion d'esempio, un addiettivo da sostituirsi ne’ seguenti detti; un cancèllo di ferro; un colòr di ferro. Gli addiettivi fèrreo e ferrigno entrambi dal sostantivo fer- ro derivano, e sono entrambi equivalenti a di ferro; ma non perciò in- differentemente o l’ uno o l’altro possono sostituivvisi in amendue glì esempj, imperocchè il primo addiettivo non è equivalente a di ferro, qua- lificativo del colore, nè tampoco il secondo a di ferro, qualificativo di cancèllo ; laonde grandemente errato andrebbe chi dicesse un cancello ferrigno, un color fèrreo, in vece di un cancèllo ferreo, un color ferrigno. In simili errori non cadrà certo chi conosce il vero valore degli addiettì- vi, e per conoscerlo gioverà distinguere tra gli addiettivi fisici , quelli che qualificano gli obbietti relativamente all’ intiera ler -sostanza , da quelli che ciò non fanno se non relativamente ad una delle proprie- tà accidentali della sostanza; e con .tal modo procedeado , agauno di leggieri vedrà la dillevenza tra ferreo e ferrigno o ferriginàso ; tra Padri = ia di sa ' ” d " Le I , ' è ETIMOLOGIA E SINTASSI 345 L'amor di padre che vale L’ amor paterno Un vento di mare | » Un vento marino Il mar di Toscana ”» Il mar toscano La guerra di Troja » La guerra trojana Una statua d' oro » — Una statua aurca Le Orazioni di Cicerone » Le Orazioni ciceroniane. Quel che si è detto della prep. di sola, debbesi intendere anche quando essa è incorporata con l' articolo determinante. S. II. Il posto del d7 nel discorso è sempre tra due no- mi, o tra un nome ed un infinito, facente le veci di nome, lo che, come conseguenza naturale, dallo stesso principio di sopra stabilito deducesi; e se tante e tante volte il troviamo precedut; o da un verbo, o da altra parte del discorso, ciò non già accade perchè allora abbia relazione o con tal verbo, o con tale altra parte, ma bensì con un nome, o sostantivo, reale o astratto, il quale per la figura detta e///ss7 sottintendesi : ed ecco perchè, percorrendo i numerosi paragrafi su di que- sta particella, nel vocabolario dell’ accademia, la vediamo in- dicata come avente il significato or di da, or di con, or di 2n, or di #ra, or di questa or di quella preposizione. La pre- posizione di non ‘perde mai il suo ufficio primitivo, quello cioè d’ indicare il rapporto di qualificazione tra due obbietti, sia il primo di questi espresso, o sottinteso per e/l/issz; nè mai essa trovasi nel discorso per far le veci di altre preposi- zioni. , i TESTI (2). A me si conviene (la cura) DI guardàre l'onestà mia. Bocc. nov. 77.—A me omài appartiéne (la volia) DI ragionare. Id. nov. 49.— Mi è cadùto nell ànimo (il desio) DI dimostràr- vi nella novella che a me tocca (la volta) DI dire. Id. nov. 5.— Érano uòmini e femmine di grosso ingégno e i più (al- l’ esercizio) DI tali servìgi non usàti. Id. Introd.—Ischia è un' isola assài vicina (alla città) DI Nàpoli. Id. nov. 46 — Madònna to sono (della città) DI Costantinòpoli. Id. nov. 27. —Io ho trovàto una giòvane secondo il cuor mio assai presso (al luogo) DI gui. Id. nov. 100.— Passàto (con un colpo) DI quella lancia, cadde. ld. nov. 39.—Èbbevi (un certo nu- aureo, e aurdlo; tra lègneo, e legnoso; tra pelrigno, e pieiroso; ira ma- rino, e marinèsco; tra melodico, e melodioso.; ec. \. (2) Le parole poste tra parentesi, sono quelle che pér el2.si dchbesi sottintendere. +. Ia sn Gramm. Ilal. 45 mero) DI quelli che inténder vòllono alla Melanese. Id. gior. 3. fin.— Più. colte incominciài (l'impresa) DI scrìcer versi. Petr. son. 18.—Za natùra umàna è perfettissima (in com- parazione) DI tuzle le altre natùre DI quaggiù. D. Conv. 90.— S'è meritài (la grazia) DI voò mentre ch' io vissi. Id. In. 26. — Mosterrògli per viriù e forza d' amòre come io l'ucisi (in atto) DI /eàle battàglia. Tav. ri.—Non ci era (mezzo) DI vivere né (mezzo) DI soccòrrere ai forestiéri che passora- no. Vit. S. Franc. 6.—E duràndo questo modo di parlare bene (per lo spazio) DI due miglia. Id. ivi.—E io (nel cor- so) DE' miei dì ho vedùte (una quantità) DI persòne ec. Vit S. Madd. 24. — Adòhide che tutto il suo tempo fu cacciatòre, e alla fine morìo (pe morsi, o da' morsi) D' un porco salvà- tico. Stor. Barl. 84.— Tu amerài lo tuo sienòre Iddio (con l' affetto) DI fulto To tuo cuore, e DI tutta la tua ànima &amp;. Gr. S. Gir. 6.— Carlo il giòvane ec. che fu di messer Lus di Francia fratello (da lato) DI padre, ma non (dalato)Di madre. Gio. Vil). 9, 263, 1.— ARimàsono quivi i zuràti con- tro a Giano, i quali fùrono Messér Palmieri (figlio) DI Mes- AI à en =r sér.Ugo Altovì.i, Alberto (figlio) 1 Messèr Jàcopo del Gi |. dice, Nolfo (figlio) Di. Guido Bonafédi ec. Din. Comp. 1,13. | — Gli concedéva insieme o tutto, o parte dell’ inségna sua per A la qual ec potésse ésser per (uno) DE' suor riconosciùto Bor- . gh. Arm. fam. 108.— Creàndoli Conti paladìni, e per (men bri) DI sua famiglia accettàndoli. Id. ivi. 113.. S. ITT. In questi esempj ed in un’ infinità d' altri, che potrebbersi addurre, chiaro si vede che la preposizione di, Vi si trova in virtù di un precedente nome, sottinteso per e//ss sa qual figura, sì nelle occorrenze di questa preposizione, che . in molti altri casi, come altrove dimostrerenio, è nell’ italiana favella; di gran lunga più che in altre lingue usitata, e odest tuttodì ne' più familiari discorsi, senza che chi parla, neppù . l'immagim che favelli figuratamente, come :ne’ seguenti e SI . mili modi di dire: Zemér DI uno (la collera, la giustizia di); | desideràr. DI vedere uno, DI parlàr con uno ec. (il piacere l' occasione di); trattàr D' interésse (cose od oggetti d' ); mo rìr DI cinquant'anni (all’età di); esser DI guardia, DI servi | zio (nello stato; o nell’occupazione di); essér DI no7a, DI | piacére ec. (cagione di); sapér DI grammàltica (molto, alcuna | cosa, ‘alquanto di); non sapér DI politica (nulla; niente, nissv na va ec. Ra: Sei | o $. IV. Ma siccome non v'è regola in grammatica che, t i li I. , Y i sr Li. o . | .. ..° TA47 tilvolta, 0 per intiero, o in qualche sua parte, non venga contraddetta dall’ uso, o per dir meglio dall’ abuso, sotto lo specioso titolo di Proprietà di linguaggio, così pure la di so- pra dimostrata verità vien meno in alcuni modi proprj di dire, in cui usasi la preposizione di, ove ragion vorrebbe che in vece di essa da s' adoperasse, come: /evàr di capo; cadèr di mano; uscìr di mente; trarre di dito; scappàr di bocca; strappàr di dosso ec.—La reìna, levàtasi ‘la laurea DI capo e ec. pose sopra la testa a Filòstrato. Bocc. gior. 3. n—Etti egli da stamàne uscìto DI MENTE l'acvére altri in- giuriàto. Id. nov. 23.—Veggio DI MAN cadèrmi ogni speràn- 3a. Petr. .son: 99.—Ma DI DITO Vanél gli trasse prima. i Ar. Fur. 4, 14. Si | Quando il di indica Numero, o Quantitò, l'ellissi è più sen- ; sibile che in qualanque altra occorrenza, come: Zo ho (una quantità) DI degli giojelli, e DI cari ec. Bocc. nov. 28.— In | questo libro si trovano (un certo numero) DI duone voci ec. Saly. Avvert. 1, 2, 12. (3) . (8) Dalla particella di, unita ad un nome o un addiettivo, formausi un gran numero di modi avverbiali; eccone la maggior parte: DI Bando, vale In dono, gratis. Di LARGO, vale Largamente. i I BASSA.MANO, Di bassa condizione. DI LONTANO, vale Da parte lontana. 7 DI‘ BELLO, vale Con facilità. DI LUNGA MANO, vale Da gran tem- ] I REL NUOVO, vale Novellamente, po in qua. MI BEL PATTO, vale Di buon. accordo. DI MANO in MANO, vale Successiva- DI BENE IN DIRITTO, vale Giusta- mente. P ‘mente, Di NECESSITA’, vale Necessariamente. DI BOTTO, DI COLPO, DI SUBITO, va- Di NETTO, vale In un colpo solo. gliono Immantinente. : . DI NON PENSATO; vale Impensatamen: 4 BRIGATA, vale Tutti insieme. te. S | di) l, ] i Li DI BUONA FEDE, vale Fedelmente. . Di NOTTE, vale Nel tempo della notte; ! BUONA vogLiA, vale Volentieri. ‘Dr NUOVO, vale Da ‘capo, un' altra. ‘BUON’ oRA, vale Per tempo. “i velta. 0 | a I! CERTO, vale Certamente. DI PALESE, vale Palesemente. DI CHIARO, vale Chiaramente. - Di PESO, vale Alto da terra. I COMPAGNIA, vale Insieme: -. : Di. per. sky vale Separatamente. - I CONCORDIA , . vale Concordevol- Di PIANO, vale Pianamente. mente. . Di piu’, vale -Piò int oltre. ci. Di conrinve, vale Coplinuamente. Di Poco, vale. Pooe ‘tempo.avanti. . ! DI cuorE, vale Con affetto. ni PRESENTE, vale. Immantinente; ST DI FATTO, vale Effettivamente. - -:t Di PRESENZA, vale In ‘persona. SILE: Di FEDE, vale Fermamenate. | . » DI, PRESSO; ‘vale Vicino, appresso. :.? ‘Di rorza, vale Con forza... ...» Dt PRIA, vale Del tempo. antecedente. Di FURTO, vale Furtivamente.. 0 DI PRIMA: GBALGHA , Pale A prima vi-: Di GRADO, vale Ben. valentieri. 0 Sta, n dare IT Di GRAN LUNGA, vale Grandemente. Di. ‘PROPOSITO, vale l'atentamente. { Di GRAN vEMPO, vale Da lungo DI PUNTA, vale Colla-- punta, a .di- tempo. n data, AM dp) 543 , PARTK TERZA 6. V. Il Di talora si sottintende, ed in ispecie dopo la parola Casa, dicendosi in casa colù:, in casa colei, in casa sl medico ec. in vece di sn casa di colui, in casa di colei, in casa del medico ec:.— Come cenàto ebbero , presi certi argo- ménii per entràre IN CASA CALANDRINO, Bocc. nov. 76.— A uno, che per trastullàre un altro, e aggiràrlo colle paròle, lo manda ora A CASA QUESTO, e ora A CASA QUELL'ALTRO. Varch. Ercol. 103. Lo stesso ha talvolta luogo’ dopo la pa- rola Sorfe, come: Sorte cose, in vece di Sorie di cose ec. Egli è bene renderne cagione, come pòssano essere le ragioni di questa SORTE COSE. Borgh. Orig. Fir. 189.—In pompeg- giore e darsi d'ogni SORTE piaceri consumàrono ec. td. les. 209.—Si riconòscono per proprj di questa SORTE FABBRICHE. Id. ivi. 170. | $. VI. La differenza d'idee, che in noi risvegliano i par- ticip) passati, porta seco il doversi co'medesimi adoperare quan- do di e quando da; lo che è uno degli scogli più arduì da superarsi dagli studiosi forestieri, tanto più, quanto che nei grammatici non trovano scorta di veruna specie che li guidi in un sentiero, che, sovente spinosissimo anco a’ meno ver- sati Italiani, potrebbe appianarsi con due semplicissime regole, che sono: | 4.2 Adoprasi di quando il participio passato risveglia nella mente l'idea di un nome o sostautivo, e d'una precedente preposizione, entrambi sottintesi; questa regola, come ognun vede, coincide con quella dalla quale noi non ci siamo quasi mai dipartiti nel presente capitolo , ragionando sull'uso della medesima prep. d7, onde. leggiamo negli autori (4): sol circondàte (con accerchiamento) DI #4, e d' alti pioppi — La fronte coronàta (con corona) D'allòri.—Prati seminàli (con semenza) DI amaranti.—Moniagne coperte. (con coperta) DI pàmpano.—Una ciltà cinta (con recinto) DI muru.— Oppresso Di QuanDo IN QUANDO, vale Alle Di soPÈRCHIO, DI SOVERCRIO, vaglio- volte. no Soperchiamente, so verchiamen- DI QUETO, vale Quietamente. ‘’. te, i Di RADO; vale. Poche volte, . © Di TAGLIO, vale Col taglio, dalla Di Ricapo, vale Di nuove. de ‘banda del taglio. Di RISALTO; vale Per indietco.?: ‘’* Dr TRATTO, vale Subitamente. Di SALTO, DI LANCIO, vagliono Sen- Di TRAVERSO, vale Dalla banda tra- sa intervallo. io. "&gt; = sversale. Di SAPUTA, vale-Con notizia. - Di vERNO, vate In tempo d' inverno. Di sEGRETO, vale Segretamente. : - Di veRO, vale’ Veramente. Di sEGUINTE vale Susseguentemente, 2 Gas .: . successivamente. ’ - | (4) Le parole tra parentesi sono soltinlese.  i (da oppressione) DI stupòre.—Un vallòne chiuso (con chiusa) ; DI alte grotte e D'àlberi.—Ferìto (da colpo) ri saetta. E molti s altri simili esempj. «24 Adoprasi da, quando il nome preceduto dalla pre- posizione è considerato come. quello da cui parte l’ azione, r cioè qual agente, o causa della passività dell’obbietto, espres- i sa dal participio, il quale, siccome altrove si disse , altro non | @che un addiettivo passivo, onde dicesi: Circondàto da ne- i Mici ; penelràto da dolòre ; commòsso da pietà ; stinco da + lunghi viaggi; passàto da una palla; ucciso da un colpo di 3 spada, ec.—L' ànima tua è DA viltàte' offesa. D. Inf. 2.— Poi | che Madònna, DA pietà commòssa, degnò miràrmi. Petr. i canz. 4. —Z/ mìsero Osmìda-DA un de' colpi di Cimòne fu uccìso..Bocc. nov. 46.— Una valle ombròsa DA molti àlberi. s Id. gior. 5. fin.— Quelli della città di Brescia, essendo in male pi Stato, e molto oppremùti DA loro uscìti. Gio. Vill. 10, 1.— ; L'aria ingombrata DA nùvoli, e gracàla DI nebbia. Sag. nat. + Esp—Ne far peggio può donna , che lasciàrsi Svogliàr l'a- ;i mante, fa pur ch' egli parta FASTIDITO DA TE, non DI TE s mat. Past. fido, at. 1, sc. 3. (DO) PS Sonovi altri verbi, come Ud're, sentire, sapére, ricevere, avre, ed altri simili, co quali, secondo l’idea che esprimono, ; usasi ora da, ora di. Per quel ch'io ho DI LUI nel ciel udìto. » D. Inf. 2.— Quello che io sentài dire DA LUI. Machiav. Comm. » —Mi pare un sogno l'aver lettere DA VOSSIGNORIA. Bentiv. , lett. 8.— Z/o due léttere DI vossiGNnORIA. 1d. lett. 43. i $. VII. Osserveremo in ultimo, che l'uso dell'una o del- - l'altra. delle particelle di e de, sovente cambia per intiero il ; senso di una proposizione, come.in: queste: Egl: è fempo DI | fare una cosa; egli è tempo DA fare una cosa. Nella prima frase ; Sì parla di ‘un tempo ordinario, e regolare, in cui suolsi fare « una cosa, dopo che si è impiegato abbastanza tempo in farne. un'altra; onde quando si dice: Egli è TEMPO DI lavorare, | DI riposàrsi ec., s'intende significare, essere stato assai tempo nell'ozio, o al lavoro. Nella 2.2 frase Egli è TEMPO DA fare una cosa, si vuole indicare un tempo opportuno, convene- vole, propizio per fare alcuna cosa, la quale, passato questo | tempo, non si può più fare con egual vantaggio; o anche, ‘di un tempo urgente, imperioso , che esige che la cosa si ; faccia allora, se non vogliasi perdere il vantaggio che da essa (5) Si analizzino attentamente questi due ultimi esempj, i quali, in- tesone bene il senso, soli bastano per togliere ogni dubbio sull’ uso delle due particelle. sea 330 PARTE TERZA cosa si spera conseguire; onde diciamo: 3) giorno è tempo DA lavoràre ; la notte è tempo DA dormìre; questo è tempo DA assalire 1 nemìci; il tempo è giunto DA scudtere il giogo ec. — E in questa mani?ra stettero tanto , che tempo parve alla reina D'ANDARE, a dormìre. Bocc. Introd. Poiché voi ben vi senilte , tempo è DI USCIRE d' infermeria. Id. nov. 92.— La donna a cui più tempo DA CONFORTO. che DA RIMPRO-. VERI par?a, ridîndo disse. Id. nov. 18.— Dunque ora è tempo DA RITRARRE &lt;/ collo Dal giogo antìco, e DA SQUARCIAR:/ velo. Petr. canz. DELLE PREPOSIZIONI CON, IN, PER, (1). _$. I Cos. L'originaria funzione di questa ‘preposizione è ‘ quelta di esprimere la relazione di compagnia, come: Segnore îo vengo a desinare CON VOI, e CON LA VOSTRA BRIGATA. Bocc. nov. 88. — Con GRISELDA /ungamente, e consolàto visse. Id. nov. 400. = S. IE. La medesima preposizione ponesi anche innanzi a’ nomi degli strumenti de’ quali ci serviamo nelle nostre ope- razioni, e perciò non esce già da’ limiti della sua funzione originaria, imperocchè gli strumenti sono considerati quai no- stri compagni durante l' azione. Mar)ne conche CON UN coL- TELLO spiccondo. Bocc. nov. 48, — Niùna cosa dù la natura, che egli CON LO STILE è CON LA FENNA, 0 COL PENNELLO non dipignésse sîmile a quella. Id. nov. 58. — Come d' asse st trae chiodo cox crRIoDO. Petr. Tr. d' Am. cap. 3. Per l' analogia che evvi tra gli strumenti di cui ci ser- viamo nelle nostre azioni, ed i modi con cui queste da noi si fanno, usasi anche la preposizione con innanzi a nomi che significano tali modi, onde diciamo: Fure una cosa CON fa- fica, CON facilità, CON difficoltà, cox piacere, CON diletto, CON grazia, CON destrezza, CON buon garbo, ec. | Giusta la medesima regola diciamo : Far cenno COLLA ma- no; ved?re CO' proprj occhi; far: coN man tremànte; chiùdere CON chiave, 0 COL chiavistello ; uccidere CON una pistolettàta; trafigzere CON un colpo di spada; percuòlere COL piede ; par- lore coN voce bassa, forte, ùmile, dimèssa; rispòndere CON vi- (1) Con queste tre preposizioni compongonsi copinso numero di nomi, € verbi, che perciò sono chiamati nomi e verbi composti; ed è da notarsi che la n di con e IN cambiasi in m quando la lettera iniziale del nome, o. del verbo sia 5 o p, e in r quando il nome o il verbo cominci con r. 7. Darie seconda, Sea. Il $. IV. pag. 43. . if | Ì  | . SOT so fermo, plàcido, seréno , severo; divertire COL suo genio, COL suo spirito, CON le sue facézie ; approvire, biasimare COL silenzio; ec. | °$. IIL Con, soppressane la n, s' incorpora coll’ articolo determinante, facendosene co/, coi, 0 co’, collo, cogli, colla, colle, in vece di con il, con i, con lo ec. Il quale il mio Sal- valòre ricomperò COL suo prezioso Sangue. Bocce. nov. d.— 0 egli acrebbe buon manicàr co ciechi. Id. nov. 87.— Di-° cendo nella fine di quelli il colùro d' ariéte cominciàrsi in- sieme COLLO equinòzio del detto segno. 1d. Filoc. 7.— Messér Corso Donàli COLLA brigàta de’ Pistolési fedì i nemìci per costa. Din. Comp. 1, 9, ec. | S incorpora parimente , alla-latina , co' pronomi perso- . nali me, fe, se, noi, vot in questa guisa: meco, feco, seco, nosco, cosco (2) (vedi sez. NI, Cap. I, $. IV, nota 4); e . talvolta queste voci, così composte, son precedute dalla me- | desima preposizione con, replicata senza necessità, ma per proprietà di linguaggio. Farele pure, che domàne , 0 l' altro di, egli qua CON MECO se ne venga a dimorire. Bocc. nov. 28. —Cercor non so, ch’ Amòr nen venga sempre Ragionando . CON MECO, ed z0 con lui. Petr. son. 28.— Or vo’ venir CON TECO, acciccch’ to intenda. Ciritf. Calv. 1, 3.— Con TECO « guerreggiàr st muove amòre. Rim. ant.—A lei ritornò, e tuita . nel suo mantello chiùsala, in Susa coN SECO la menò. Bocce. , nov. 42.— Pàrvemi allòra che egli alquanto delle mie paròle ridesse CON SECO -sfesso. Id. Lab. 58. : $. IV. IN. Questa preposizione indica la relazione tra due - obbietti, l'uno contenente, l'altro contenuto, significando l’e- | sistenza dell'uno nell'altro; quindi dicesi: Egli é in chiesa, n'casa, in letto, in prigione, in ciltà, in Roma, in Parigi, un Itàlia, in Francia, ec. | ” $. V. Gli antichi dissero ne, che oggidiì più non s' usa se non che incorporato coll’articolo determinante, come: nel, nello, nella, nei o ne’, negli, nelle. "anita In lo, in gli, in la, in le leggonsi qua e là nel verso, e in qualche antica prosa. Ma den ti priego, che "N LA terza spera Guitton salùti. Petr. son. 146.— Dipinto IN GLI occhi, che m’' han morto. Giust. bella man. 10.— E fornòssi a dieiro IN LE sue. terre. Pecor. gior. 25, nov. 2.— Drizzami IN LA via della salùte. Vit. SS. PP. 2. (3) | (2) Mosco e vosco, in oggi non 3” userebbero che da’poeti. a ._ (3) Zn:del, in della, in delli, in delle, che in oggi sono rredi rlebei, sì leggono negli scritti di qualche. antico classico. Ciò. che 57 nosiro Sk 552 PARTE TERZA IN, usasi parimente co' verbi di moto, per ‘esprimere un idea d’ interiorità, cioè quando il moto è diretto dentro il luogo, onde dicesi: Andare in Roma, in corte, in casa, in ciltà, in mercàto, in contàdo, in villa, in villeggiatura, ec. S. VI. Come contenente si può pur considerare il vestiario. che portiamo in dosso, onde dicesi: Essere in toga, in abito nero, in àbilo di senatòre, in farsetto, in camiciòne, in sot- * fàna, in camicia, ec. (4) Sotto lo stesso aspetto, cioè come contenenti, riguardiamo le parti del corpo, onde i seguenti modi di dire: Avere la spa- da, il bastòne, l'archibùgio, la scatola, il fazzoletto 1N mano; il cappello, la cuffia, la berrétta 1N capo; una caténa 1N gola; un anéllo 1N dito; èssere IN catèéne, IN ceppi, IN arma, ec. Portàre un fanciùllo 1N braccio, lo schioppo 1N collo , con un bel vestito IN dosso; percuòtere 1N capo, IN faccia, IN petto ec.; mesto, allégro IN viso ; turbàto 1N vista, nella mente. ec.—Pudiìca IN FACCIA , e NELL''ANDARE onesta. D. Purg. Ella parlàva sì turbata IN vista, Che trem'ìr mi fea ec. Petr. canz 4.— Tutto il viso gli ruppe, nè gli lasciò capello IN cAPO. Bocc. nov. 88. S$. VII Per analogia tiensi talora per contenente la su- perficie delle cose, onde diciamo: Mitlere, recàre IN tàvola; éssere IN alto mare; sbarcàre IN terra; cadère in terra. — Co- mandamento ébbero dal lor comùne d' abbàtiere la forza de’ Viniziàni 1N MARE e IN TERRA. Gio. Vill —EgZ occhi iN TERRA /agrimando abbasso. Petr. son. 153. Siccome dalle idee concrete facilmente passiamo all’ idee astratte, così colla stessa facilità c'immaginiamo esservi tra le cose metafisiche, o astratte, le stesse relazioni che sussistono tra gli obbietti fisici, o reali. La preposizione in adunque serve parimente per esprimere l’ esistenza immaginaria di un obbietto realé in un obbietto astratto, ed anche in un obbiet- to astratto in altro astratto, onde diciamo: Andare IN ma- lòra, 1N buon' ora; avére IN disprézzo, IN odio, IN pregio, IN orròre; dare 1N dono; éssere IN giùbbilo, NELLA prospe- rilà IN còllera, 1N pena, IN preda, 1N potére di alcùno; ès- sere IN procìnio di ec.; esser versàto, esperto IN ie: , IN grammùtica, 1N polìtica; entràre IN sospétto , IN. còllera, 1N gnòre disse IN DEL Vangèlo. Gr. S. Gir. a. — Acciocchè voi siate IN DELLA eorle di Paradiso ec. come siele qui ira noi. Fr. Guitton. lett. 5, 22. (4) Col dire èssere in camicia, s' intende Non avere altro in dosso che la camicia. Quando fuor di casa l'avesse 1N CAMICIA cacciata. Bocce. nov. 100.—-Zi fu per pigliare madàma Giulia Gonzàga, che 1% Camicia appèna campò quel pericolo. Sega. Stor. 6. I Cntamesszazioli ia Ù I I il ” ETIMOLOGIA E SINTASSI dci parole, 1N conversazione, IN ragionamenti; imputàre IN pec- cato ; mettere IN ridicolo, IN canzòne, IN obblio, IN cimento, IN prova, IN òrdine, IN accòncio; peccare 1N lussùria, 1N avarizia; stare, vivere 1N forse (in dubbio); wicere IN iace- ri, IN festa, 1N peccàto; ed altri simili esempj a migliaja sì leggono negli autori, e sì usano tuttora nel conversar fam- gliare. | | IN, vagamente anteponesi innanzi agl'infiniti e a' gerun- dj dei verbi, come: IN /eggere, IN sscrivere, IN rofferire , 0 IN leggendo, IN iscrivéndo, IN profferendo, ec.— Corne fa don- na che IN PARTORIR sia. D. Purg. 20.—E poi rimandùva- no per lui, come pòpolo che era IN: VACILLARE, e IN non fermo stato. Gio. Ti 11,82. S. VIII. Finalmente s° osservino 1 seguenti esempj, -in. . cui zn par che abbia il significato di altre preposizioni. £/°s- © sono 1N (per) PAPA Gugli:/mo Grimoàldi. Matt. Vill. 11, 26. la RI] . —La quale. se lo voleva adottàre 1N (per) FIGLIVOLO. Cavalc. Med. cuor. —0 Iddîo ec. le non vere paròle de te da me, non mi imputàre IN  PECCATO. Bocc. Fiamm. 4.— Orribilménte cominciò i suoi doloròsi effclti, ed IN (con) MmI- BACOLOSA MANIERA a dimostràre. Bocce. Introd. — Ayàce 1N (contro) MOLTI, e po' IN (contro) SÉ STESSO forte. Petr. son. 195.— Perocche io ho peccato IN (contro al) CIELO, e innànzi a te. Vit. S. Gir. 47.—IN (verso) QUESTO M10 AMI- co non ho mostràto; se non poco amòre. Stor. Barl. 40. — Il suo ambòre IN (verso) LEI raddoppiò. Bocc. nov. 17. — Chi crede ec. ama Iddio 1N (con) TUTTA / ànima. Passav. 190. (3) $. IX. PER, esprime l'idea di passaggio o di traversa- mento, significando la relazione tra l’obbietto che passa, ed il luogo per dove si passa; quindi questa preposizione s'° adatta per lo più co' verbi di moto espressi, o sottintesi, come: Andare, venire, passare, correre, camminare, ec. | | PER ME (cioè traversando me) si va nella città dolènte, (5) Il Petrarca dice: Così costèi, ch? è fra le donne un Sole, Ix mE, movendo de' begli occhi i rai, Cria d’ amòr pensièri, alti, e paròle. son. 4. In quest’ esempio rn me, vale dentro me, e tale è manifesto che fosse l’idea del poeta, quantunque il vocabolario della Crusca, e, dietro questo, il Corticelli, ed altri grammatici, indotti in errore da una inesatta inter- punzione, trovata per avventura in qualche manoscritto mal copiato, in- terpetrino la prep. in del passo precitato, come avente'il significato di, verso , registrando l’ esempio in questa guisa. Così costèi, ch'è fra .e donne un Sole, IN ME movèndo de’ begli occhi i rai, Cria ec.; nella qual lezione in me riferiscesi al gerundio mocvèndo, laddove è certo che dee riferirsi al verbo cria. Gram. Ilal. 46 154 o PARTE TERZA | _ Pru ME sé ca nell'eterno dolòre. D. Inf. 3. — L'sciane m- dir PER LI tuo' selte regii. 1d. Purg. 1. — Ch' Apòllo la se- guìa quaggiù PER TERRA. Petr. canz. 3. — Paréndogli wer sentito alcuno siropiccio di piedi PER LO dorrnentòrio. Bore. nuov. 4. © $. X. PER, volentieri s' incorpora con la particella 4), n- nanzi a parole che comincino da consonante, dicendosi pel in vece di pero, e al plurale pes o pe'in vece di per gli, 0 per fi — Con grandìssimo ìmpeto se lo ficcò PEL MEZZO del pillo. Fir. As. f05.—£ quindi passài in terra d' Abruzzi, do gi uò:nini e le fîmmine vanno in zòccoli su PE'MONTI. Bocc. nov. 60.— Zasczo /o fele, e vo PE'DOLCI poni. D. luf. 16. -__ $.XI. Per, in virtù dell'originaria sua funzione, usasi per indicare l'attraversamento per un luogo da una estremità all al- tra, o da unabanda all'altra Quando s'accòrser ch' È non dava loco PER LO MIO CORPO al trapassàr de'raggi. D. Purg d.- Ma la paura un poco, Che! sangue vago PER LE VEN agghioccis. Petr. canz. 18.—Ze quali ( macchie) nelle brac- cia, e PER LE COSCE apparivano a molti. Bocc. Introd.- PER LE SPARTE VILLE, e PER LI CAMPI; FER LE VIE,© PER LI LURU COLTI, e PER LE CASE di dì e di nolie mort rio. ld. ivi —oce andò PER AMBI GLI ESERCITI che egli er0 ferito, 0 morto. Tac. Dav. stor. 4. dn - $. XIL Per analogia usasi la medesima prep. per indi- care lo spazio di tempo durante il quale una cosa si fa, onde dicesi: Per un'ora, per un giorno , per un secolo , per più giorni, ec:—A ciascùn PER UN GIORNO; 5° attribuìsca il peso e l'onòre. Bocc. Latrod.— Come terza suona; ciascun qu sia, acciocchè PER LO FRESCO si mangi (cioè durante il tempo dello fresco). Id. ivi—L'uso del latte asinino. che PER QU BANTA GIORNI vien propòsto dal Signòr Longo. Red. Cons. f. (0) €. XIM. PER, apparentemente scostandosi dall’ originaria sua fuuzione, sovente par che faccia l’ ufficio di altre prepo- sizioni; ma studiando bene tutte le frasi in cui occorre questa particella, troverassi che evvi sempre qualche analogia col suo significato primitivo, il quale molte volte tanto chiaramente vi apparisce, che è lieve cosa ad ognuno il ravvisarvelo. Per, adunque può dirsi valere: f°. DA: Voi PER DETTO e PER FATTO sapéle, come li Greci instigàti PER PICCOLA e PER VANA CAGIUNE s2 aper (6) In siinili frasi Ja prep. per talvolta sottintendesi. Zo son la: mi- séra Zinèora, SEL ANNI andola tapinàrdo în forma d' uom per lo monde. Bocce. nov. 1,9.—Que.lo peccuto gli fece piàngeré QUARANTA Di. Bore. nov. 74. î : ; csi n. DIO tùrono nella ‘nostra cittàde, e uccìsero ame e a voi li nostri genitori. Guid. Giud. 37. i | 20 A: Noi gli taglierèmo tutti PER vEZZI. Gio. Vill. 7,14. —Per MoDO di dipòria se n' andò alla pìccola casetta di Federìgo. Bocc. nov. 48. na | 0 30. CON: Al quale erròre PER QUESTE PAROLE rispose. Guid. Giud. 123.— Colui è posto in grande pace, che’! suò fratello ama PER BUONA FEDE. Gr. S. Gir. 11.— Lo quale nell’ inferno tormînia l ànime PER FUOCO. Cavalc. Med. cuor. . SI o e © 4° In: E così istiàmo PER LO FREDDO e PER LO CAL- DO coperti di vestim’n'o corpori:le. Stor. Barl. B3.— Pussò di questa vita PER LO Dì della festa di santo Giurgio. Fior. $. Franc.—-Un' dura dolce, senza mutaménto Avtre in sé, mi feria PER LA FRONTE. D. Purg. 28. | Boe Verso: Za Briltània ec cammìna (sì estende) PER LEVANTE oppòsta alla Gerinania, PER PONENTE alla Spugna. Tac. Dav. Vit Agr. £0. si | 6°. DA LATO DI: Essi sono PER MADRE discèsi di pal- tonizre. Bocc. nov. 49.—£ di loro PER DONNA nécquero tul- ti i Conti Guidi ec. Gio. Vill. 4, 10, 1. ea .. In FAVOLE DI: Zo faréî PER CURRADO ogni cosa, che io potîssi, che gli piacesse. Bocc. nov. 16.—Molti ec. si àbbiano fatto far larzo, e guadagnàtosi PER LORO gli orrè» voli gradi, e PE' LORO figliuòli gran tesòro, e amplissimi stati. Fir. disc. an. 17. DA | | ‘80. MEDIANTE, PER MEZZO DI: Donna scese dal ciel, PER Lr CUI PRIEGHI Della mia compagnìa costui sovvénni. D. Purg. 1.—Si rubellò a' Fiorentini il castéllo di Piano Tra- vigne di Valdàrno PER CARLINO de’ Pazzi. Gio. Vill. 8, 52. — Manda quanto prima la tua spedizione PER UOMO @ po- sta. Cas. lett. 90.00 o O i 9.0 PeR CAGIONE DI, PER AMOR DI, IN GRAZIA DI; come: Fur: ogni cosa per danàri;-lavorùre per guadagnare, pel piùbblico bene; combàttere per la pàùtria, per È onòre; far li- % imòsina per È amòr di Dio, distinguersi per nasca, per vii- (tà, per ‘ricchèézze; vìvere per amàre; mangiàre per vivere; pa- tire disàgio per acarìzia; tacère per vergogna; digiunàre per divoziòne, ec.— Non PeR CRUDELTA' della donna amàta, ma PER SOVERCHIO fuoco nella mente cancétto da poco regolàto appetito. Bocc. proem.— Comandò ad uno de' suoi famiglià- ri, che cc. gli facìsse dare.da mangiàre PER Dro. Id. nov. 18. — E perch'era signòre, non volle mostràre d' èssere PER FORTE CASAMENTO, afzi PER SUA VIRTÙ Cron, d'amar. 48. ‘  10°. ComE; quindi dicesi: Zascior per morto ; passar per |. sanlo, per pazzo, per uno sciocco, per dotto, per uom dabbe- ‘ne; aver uno per amico, per domestico, per mallevadòre, per acvocàlo; avére, o ricevere, per guiderdòne, per ricompensa; darsi, 0 i per ricco, per povero, per quello che non |. ‘si è;préndere uno per confidìnte ec.—E molto il lodàva, sk còme egli era, PE&amp; LO PIU' CORTESE SIGNORE del mondo. Nov. ant. 58.— Zsséndo stato un pessimo uomo în vita, in i ‘morte è riputùto PER SANTO. Bocc. nov. 1.— E non potendo si così inlirizzùti rizzùre, li lasciàvano PER MORTI. Tac. | - Dav. ann. | | 41.0 IN CAMBIO DI, IN VECE DI, come: Zender bene pr» male; Per uno ne avréte cento; grazia per grazia; non di + re una co a per un'allra.—O sperànza, 0 desìr sempre falla &gt; ce, E desli amùnti più ben PER UN CENTO. Petr. son. 249. |. Non è l affeziòn mia tanto profonda, Che basti a rénda ‘voi grazia PER GRAZIA. D. Par. 4. vo laa Per, anteposto all'infinito di qualche verbo, che sta pre- ceduto dal verbo Essere, dì a quello la forza e il significato che ha il participio futuro de’ Latini, e vale Zssere in procino di fare, 0 di farsi alcùna cosa; còrrer risico ; portàr pericolo; | mancàr poco che alcùna cosa non segua ec., come: Esser per. fare, per partire, per cadere, per morire,ec.— To SON PER BI TRARMI del iulto di qui. Bocc. nov. 1.— E son PER AMM | più dî giorno ‘în giorno. Petr. son. 64. — Né altra cosa dk +. cù:a ci udiùmo se non i cotàli son morti, e gli altrettàli sn È PER MORIRE. Bocc, lntrod. — 4 quella guisa, che far veggiò è mo a colòro, che PER AFFOGAR SO\O, quando préndono ab cùna cosa. Id. nov. 14. Nel medesimo senso il verbo Essere ‘talvoita si sottintende. Zu mz pati molto crudele uomo, che mi vedi PER MORIRE della cadùta. Fior. S. Franc, -50. Prr, sovente denota Stromento o mezzo mediante il qu* Je si faccia alcuna operazione, onde dicesi: Guidàre, condum per mano; prîndere, tenere, tiràr pel braccio, pe' capèlh, pe i vestito; menòre pel naso; succèdere per caso, per accident, per fortuna, per disgràzia; lo fece per mio avviso, per MO consiglio; conòscere per esperienza; sapére per prova; essi | erudéle, bùrbero, bisbético per natùra; ottenére una cosa pîî |, intercessione d' alcàno; favellàre per metàfora, per paràbole, ec. PeR, denota alle: volte D/stribuzibne, come: Un me |: bicchier per uomo; due paja di robe per ciascùno; danno cento | ‘lire per uno; dieci pani non bastano per dieci uòmini ped PxR, serve talvolta per pregare, e anche per giurare. Per i a) | ETIMOLOGIA FE: SINTASSI BOT quella pace Ch' io credo che PER voi lutti s' aspetti, Ditene doce-la montàgna giace. D. Parg 3.— To ti giuro PER quello indissolùbile ambòre che io ti porto, e PER quella pietà che ec., che il quarto mese non uscirà, che tu mi vedrài. Bocc. Fiamm. 2. i | CAPITOLO V. DELLE PREPOSIZIONI SENZA, SOPRA, SU, SoTTO, Dopo, . DIierRO, AVANTI, INNANZI, DAVANTI, PRIMA. S. I. SENZA (e anticam. rien) è preposizione priva- tiva, cioè che esprime la privazione di compagnia, e di -stro- ‘mento, e ponesi innanzi a’ nomi, e innanzi agl' infiniti de’ ver- bi. Canzòn, tu vedi ben,-come è sottile Quel filo, a cui s' at- tren la mia isperànza, E quel che SENZA QUESTA DONNA 0 esso. D. rim. 22. — Non volere stare’ in montàgna in tanta solilùdine SANZA FRUTTO e SANZA PROFITTO alcuno. Cas. Jett. 67.—Una novélla, nella quale quanta sia la\lor nobil- tà si dimòstra, SENZA dal nostro propòsito DEVIARE. Bocc, nov. 96.— Corre alla porta e SENZA ALTRO ADDIMANDARE ec. Fior. S. Franc. 64. Spesse volte s' adopra in compagnia della preposizione di. Ecco ch' io vaglio poco, e. molto meno SENZA DI TE ispero di valère. Bocc. Amet. 3. Talvolta leggesi in significato di Oltre. Che ben cinque alle, SENZA LA TESTA, uscìa fuor della grotta. D. Inf. 3A. gli aveva a da-e alirùi. Bocce. nov. 60. — Aveva de' fiorini più di millanianòve SENZA QUELLI, . che -—_ $. IL SOPRA o SOVRA. Questa preposizione esprime l’idea d'elevazione, denotando Luogo superiore. Premettesi ai nomi reali, o astratti, ed usasi le più volte scompagnata da qualunque altra particella; ma pur sovente trovasi in com- pagnia della prep. 4, e’ talora anche con la prep. di. Non hai tu consideràto il mio servo Job, che non è alcuno SOPRA LA TERRA sìmile a lui. Pist. S. Gir. — Che pur SOVRA 'L GRI- FONE stàvan saldi. D. Purg. 31. — Converrà che voi n' an- diàle SOPRA AD UN ALBERO. Bocc. nov. 77. — Cominciò a piùngere SOPRA DI LEI, non altraménte, che se moria fosse. Id. ivi. ‘ $. INI SoPRA, talvolta porta il significato di Oltre, più, al di là, ec. — Gran parte delle loro possessiòni ricuperà- ‘rono, e molte dell’ altre comperàr SOPRA QUELLE. Bocc. nov, 13.— Ben cento miglia SOPRA TuxISI ne la portò. Id. nov. 42.—0 piacér, onde l' ali al bel viso ergo, Che luce SOVRA QUANTI '/ so/ né scalda. Petr. son. 114:— E /e chio- me, .....:.. Allòra sciolte e SUVRA OR terso bionde. Id, son. .SUPRA LE PODAGRE mi son venùte le’ renelle. Cas. lett. 63. | All’ opposto vale talora Vicino, apprésso, par'andosi di luogo. Marsilia è in Provenza SU?RA LA MARINn posta. Bocc. nov. 53. i Vale anche A4ddòsso, contro, come: Ordinàrono un gran: dissimo esèrcito per andàre SOPRA I NEMICI. Bocc. nov. 18. —.... Amòr tutte sue lime Usa SOPRA 'L MIO COR afflitto fanto. Petr. son. Ess?ndo stato SORA PARIGI ad as- sedio con niente profittàre. Matt. Vill. 9, 98. I S. IV. SoPRA, è sovente preceduto dalla preposizione di. Poi tornii indietro , perch' io vili scrit'o DI SOPRA ‘L LIMITAR, che ec. Petr. son. 95. — Parvemi vedere str, ere a poco a poco DI SOPRA ALLE MONTAGNE un lume ec. Bocc. Lab. 352. — Delfino è un grande pesce che salla DI SUPRA DELL'ACQUA. Tes. Br. 4, 5. Di sopra, trovasi anche, ma «di rado, con la prep. da. Giuràto avria poco lontano aspètto, Che tutti ardésser di SOPRA DAI c!iGLI. D. Purg. 29. Si notino i seguenti modi di dire: Èssere sopra qualche ufficio, vale Averne il governo; Prestore 0 pigliàre danùri sonra a qualche cosa, vale Darli ò accettarli col pegno; -Man- giùre sopra checché sia, cioè Mangiare sopra pegno; 4rndàre sopra sé, vale. Andare diritto in sulla’ persona, portar ben la vita: Stare sopra sì, vale anche Star pensoso, sospeso , dub- bioso; Zavoràr sopra di s}, dicesi degli Artefici che esercitano Ja loro arte da per sè, a loro pro e danni; £sser sopra parto, © sopra partorìre; vale Esser nell'atto; o poco dopo l'atto del partorire; £sser sopra a fare una cosa, vale Essere in sul farla , vicino a farla; Sopra mezzo dì, sopra sera, vagliono Passato già mezzo dì, venuta già la sera, ec. (1) $. V. SU (2), vale lo stesso che Sopra; s'incorpora va- (1) Con la preposizione sopra, compongonsi un gran numero di nomi e verbi, che, oltre la propria loro significanza, partecipano di quella della ‘preposizione. (Fegrasi il vocabolario della Crusca.) | — (2) Su,-innanzi a parola principiante da vocale, riceve talvolta una r finale, scrivendosi e pronunziandosi sur. La cui parle di solto sîa SUR ua bastoncèllo piccolo..Cresc. yo, 33, 5. — Mèltivi bunna parle de’ raspi triti bene, e batlùti in sur un’ asse col colt&gt;llo. Dav. Colt. 164. Gli antichi scrissero: sor, e non che innanzi alle vocali, ma anche innanzi alle con- sonanti l’usavano. Irncontrài uno scoldio Sor un muletto baio. Tesoretto 2. — Di voi, che siete fiore: SOR L'ALTRE donne aoèle più valore. Rim. ant. —E non piaccia u Dio nostro sire , che si malvagia colla sltea SOR mE. Nov. anti a5. ù Le : : I | lentreri con gli articoli determinanti //, Zo, gli, Ze (3) (non già con 2 piur. di 4/, che scrivesi sempre distaccato). Z/ re dopo questa (canzone) SULL'ERBA e'n SU I FIORI avendo fatti molti doppiéri accèéndere ec. Bocc. gior. 9, fin.—Zo pen- suva assàt destro èsser SULL'ALE. Petr. son. 265. $. VI. Su, del pari che sopra, ma più vagamente, usasi per indicare vicinanza di luogo, e di tempo, come: Siede la terra, dove nata fui, SULLA MARINA dove "| Po discende. D. Inf. 8.— Dietro verso mezzodìe sono li desèrii d' ErioPiA SUL MAKE Ockano. Tes. Br. 5, 4.—Za sera SUL TRAMON- TARE del sole fece dare alla terra una battàglia. Matt. Vill. 11, 18—Su L'ORA PRIMA 70 dì sesto d' Aprile. Petr. son. 176. Talvolta indica che una cosa è vicina a farsi, come: Il che gli era sì gran noja, che egli ne fu SULLO IMPAZZARE. Bocc. nov. 74. | | $ VII. Su, trovasi sovente preceduto da /n, che aggiunge l'idea di initcriorità a quella d’ elevazione, quasi indicando q € q che una cosa sia sopra , e nel centro della superficie , onde diciamo : In sulla tàvola ; în sulla piazza; in sulla faccia; in sul capo; in su i fiori; in sul mattino ; in sull'ora del desinàre ; in sulla sera ; in sul principio del verno ; in sul finire del mese ec. E talvolta è seguito dalla prep. per, per esprimere nello stesso tempo l' idea d’estensione sulla super- | ficie, come: Tu puoi vedére me, e la mia famiglia dormìre SU PER LE PANCHE. Bocc. nov. 15.— Questi pesci SU PER LA MENSA euizzàvano. ld. nov. 96. . 8 III SOTTO, preposizione di significato contrario a quello di Sopra, e su; essa esprime l’idea d' inferiorità , si di luogo che di condizione, e di grado; ed usasi o senza al- tra particella , o seguita dalla prep. a, e talvolta anche da di. Che SOTTO LE SUE ALI zl mio cor tenne. Petr. son. 280. — Soto UN Poco di tetto, che ancòra rimàso v' era, si ristrìn- sono amendùni. Bocc. nov. 47.—SOTTO "I. GOvERNO di An- tigono la rimandò al soldàno. ld. nov. 17.—Ciascùno e ca- st.Ua, e vassàlli aveva SOTTO DI SÈ. ld. nov. 39. Sotto, vale talora Circa. SOTTO A QUAL TEMPO 55 leg- ge , che avvénne cc. Vit. S. Gio, 335. Diciamo: Soffo pena di morte, di bando , di scomuni- cazione ec., che vagliono Costituita la pena ec. Diciamo an- cora: Solto la fede, sotto la pace, the vagliono Data la fede, lu pace. e i (3) Una tale incorporazione non è però obbligatoria. 360 PARTE TERZA DI sotto, vale lo stesso che Sotto, come: Fa'più stretla: la piega a quel velo, che andàr mi dee Di SOTTO IL MENTO. Bocc. Lab. 208.—E DI SOTTO DA QUEL trasse due chiavi. D. Purg. 9.— Siede Rachel Di SOTTO DA COSTRI Con Bea- trìce, sì come iu vedi. Id. Par. 52.—£ altrettànio n'era DI. SOTTO A’ PIEDI loro. Passav. 41. | | È IX. DOPO. Questa preposizione denota Ordine di luo- go, di tempo , o d'azione. Quel cotàl marito era DOLL LA PARETE della comera. Nov. ant. 44.— DOPO ALQUANTI Di non veggéndosi chiamàre ec. Bocc. nov. 17.—L' utilità che di questa memòria puote avvenìre alle naziòni che DOPO Nor seguirànno. Matt. Vill. 1, 2. Usasi talvolta con la preposizio- ne di, e talvolta con a. Per quegli, a cui tu vai io li scon- giùro e priego, che io DOPO DI TE non rimànga selle di. Mor. S. Greg. 1, 8.— Per alcùna cagiòne, non molto DOPO A QUESTO, convénne al marìto andure infino a Genova. Bocc. nov. 25.— Od in un caso l assàlti, od in un altro il t D nuove cure. ld. Fiamm. 4. . DIETRO, vale lo stesso che Dopo, ma va sem pre seguìto dalla particella 4, o sola, o incorporata con l'ar ticolo determinante. E lassi Ispàgna DIETRO ALLE SU SPALLE. Petr. canz. 9.—Zre colle DIETRO A LEI le man avvinsi. D. Purg. 2.— Acciocchè DIETRO AD OGNI PARTICO LARITA’ /e nostre passùte misérie ec., più ricercàndo non vada. Bocc. Introd. i Qualche volta trovasi colla particella da. D. lof. 28. - Id. Conv. 149. . deprìmi, 0 DOPO ALLA DATA FELICITA’ aggiùgni agli ànimi Significa alle volte Circa, intòrno. Lo scrìvere in qu |. sto ternpo DIETRO A MATERIE pertinénti alla lingua. Salvi Avvert. 1, 1. | Di DIETRO, vale lo stesso che Dietro. Andàr ‘due pr con una croce per ciascùno; si mìsero tre, 0 quatro. bare portatori portàle DI DIETRO A QUELLA. Bocc. Introd. — Ell non correrànno DI DIETRO @&amp; niùna.a farsi léggere ll Concl. Da es S. XI AVANTI, INNANZI, e DAVANTI sono pre posizioni opposte a Dopo, e dietro; dinotano Tempo e luog0, ed usansi colle particelle 4, di, e da, ed anche senza particella alcuna. AVANTI ORA, di mangiàre pervénne là, dove ! abale era. Bocc. nov. 7. Due fratélli solamente nati AVANTI D LEI lasciò nel suo partìre. Filoc. 7.—E INNANZI L' ALBI Puommi arricchìr dal tramontòr del sole. Petr. cant. 3. | nd iii ETIMOLOGIA FE SINTASSI 061 Siccome molti INNANZI a noi hanno fatto. Bocc. Introd.— Così DAVANTI A° COLPI della morte Fuggo ec. Petr. son. #8. —Manifestaloti il sangue mio, lo quale per tante ferite puo? vedere AVANTI DA TE spàndere. Filoc. 1.— Egli era pur poco fa qui INNANZI DA NOI. Bocc. nov. 73. | $. XII. PRIMA, vale lo stesso che Avànti, e innànzi ed usasi con la particella di. MAcciocchè PRIMA DELLA TUA PARTITA Fosse finita la mia trista sorte. Teseid. DELLE PREPOSIZIONI- FRA, INFRA, TRA, INTRA, FINO, INFINO, SINO, InsINo, VERSO, INvERSO, DENTRO, ENTRO, FuorAa, FvorE, Fuori, Presso, ConTRO, CONTRA, APPRESSO, APPo, OLTRE, OLTRA, INTOR- NO, CIRCA, EccETTO, SALVO, TRATTONE, ACCAN- TO, ALLATO, Lunco, RASENTE, MEDIANTE, SE- CONDO, GIUSTA, GIUSTO. | $° I. FRA, INFRA, TRA, INTRA. Queste preposizio- | nì, che tutte e quattro vagliono lo stesso, imperciocchè fra € tra:non sono che abbreviamenti il primo di infra e il se- | condo di :néra, denotano che una cosa è dentro un' altra, in mezzo a più altre cose. FRA ULIVI, e nocciuòli, e castà- | gni comperò una possessiòne. Bocc. nov. 96.—INFRA le altre opere che piùcciono a Dio, questa le passa tutte. Serm. S. Agost. 841.—Potrésti arditaménte Uscir del bosco, e gir INFRA LA GENTE. Petr. canz. 27.—Piànger sentì FRA 'L SONNO £ miei figliuòli. D. Inf. 33.—FRA "L FIUME dell Era, e quello di Senna. Gio. Vill. 12, 64, 1.—Ov' ella ebbe in costùme Gir FRA LE PIAGGE, e '/ fiume. Petr. canz. 26.— Poichè dal cielo nuova progènie nacque INTRA” MONDANI. Bocce. Amet. 40. Spianàndo di concòrdia INTRA LE DUE ostI. Gio. Vill. 10, 86, 4. —La quale in mezzo era TRA LA CAMERA del re e quella della reina. Bocc. nov. 22.—TRA LO STIL de moderni e ‘1 ser- mòn prisco. Petr. son. 32. NFRA, @ FRA, usati co nomi di tempo, vaglion Dentro al termine. —INFRA POCHI GIORNI proovederibbe di dare buono Papa. Gio. Vill. 10, 70.— Anzi quasi tutti INFRA' L TERZO GIORNO moricano. Bocc. Introd. — Scrìvemi mio fratìllo, ec. che senza alcùn fallo io gli abbia FRA QUI E OTTO dì man- dati mille fiorìni d' oro. {d. nov. 80. FRA, e TRA, accennano talvolta Perplessità, ‘dubbio, incerlezza ec.— Avéndo queste cose cedùte, gran pezza stelle Gramm. Ital, 47  TRA PIETOSO E PAUROSO. Bocc. nov. 48.—La mia sorîlla che TRA BELLA E BUONA, Ion so qual fosse più, irionfa lieta. D. Vurg. 24.—In riso e’n pianto, FRA PAURA E SPE- xE. Petr. son. 119.— Se medisimo mira quasi dubbio TRAT SI e "L No d'acquistàrla. Bocc. Amet. 10. FRA, e TRA, trovansi vagamente usati come particelle congiuntive per insieme congiungere due obbietti, due qua lità, o due operazioni, ponendosi in capo al primo termine, e avendo per particella correlativa la congiunzione e 0 ed, che si mette in principio del secondo termine; nel qual ca- so si può dire che fra o tra, facciale veci di tanto, così, 51,0 parte, e che la seguente congiunzione € vaglia Quanto,come, 0 parte; alcuni esempj chiariranno la cosa. Si che venne ad im- peràre, FRA SOLO, E ACCOMPAGNATO, anni cinquanta sei. Petr. Uom. Ill. 10.—FRA PER PAURA, E PER VERGOGNA fuggiva Vit. SS. PP. 2.—TRA PER LA FORZA della pestìfera Li mità e per È èsser molti infèrmi mal servìt. Boce. Introd.- TRA PER L'UNA COSA E PER L'ALTRA /0 non volli sir più. Id. nov. ZY.—Za giòoane TRA con parole, e con all 41 mostrò loro. Id. nov. 30.— E TRA che egli s' accorse, © che egli ancòra da alcùno fu informàto, egli trovò ec. Il nov. 2.—Più di dugénto TRA dell'una setta e dell altra sì ne trocàrono morti di ferro. Matt. Vill. 1, 80.—Si trovarono | a ricèvere dal re TRA di capitàle e provvisiòni più di centot tantamila di marchi di sterìni. Gio. Vill. 11, 87, 1. Dopo quale, pronome interrogativo, e dubitativo, usasi sovente fra nel significato di 0 congiunzione, avendo per co relativa la stessa particella alternativa 0 quasi che ripetuta, come: QUALE dovésse avere il pallùdio TRA Telamòne, 0 Ulisse. Guid. Giud.— Li Romàni tennero consìglio, QUALE tO | lo meglio, TRA che gli uòmini avèsser due mogli, 0 le fem mine due marìti. Nov. ant. 64.— Se vostra vicìna avis maggiòr tesòro di coi QUAL corréste voi innònzi TRA il suo, o il vostro? Tes. Br. 8. | Di | FRA ME, FRA TE, FRA SÈ, co' verbi dire, pensare, rag» nare e simili, vagliono Dentro di me, di le, di sè, od anche meco, teco, seco.— Quello de' miei parlàri biasimàndo, che pw nell ànimo m'era chiaro, FERA ME sovénte DicÈNDO. Fiamm. !. FRA ME PENSAVA: forse questa fede Pur qui per uso, È forse d' aliro loco ec. D. Purg. 9. — Il re cominciò a so I. tàre il cervèllo in mille pensieri, e dicèva FRA SÈ. disc. an. 29. S. AI INFINO, FINO, (il secondo non è che un abbreviamento del primo) sono preposizioni’ dette ferminatize di tempo, di luogo, e d' operazione, perchè marcano |’ esten- sione, o lo spazio di luogo, o di tempo, percorso o da per- corrersi dall’ una estremità all'altra; esse vanno per lo più in compagnia della particella 4; talvolta anche si trovano con in e da e sovente senza particella alcuna, . quantunque allora debbano considerarsi come aventi sottintesa una delle tre suddette. INFINO AL FIUME d/ parlàr mi trasse. D. Inf. 3. -— Quel feroce drudo La flagellò dul capo INFIN LE PIAN- TE. Id. Purg. 52.—Che ajutàr la dovéssero ad andàre 1NFINO NEL GIARDINO. Bocc. nov. 6). — Za nostra amicizia comin- | ciò FIN DAGLI ANNI pù teneri. Red. lett. 2. — Cavalcàrono FIN PRESSO ALLA CITTA' di Veròna. Gio. Vill. 11, 63, 2. +—Ma guardi î cerchi riNo AL PIU REMOTO. D. Par. 31. $. {AI INSINO, SINO, vagliono lo stesso che Znfino e fino, e nel medesimo modo si costruiscono. E in questa ‘© mantra ec. stare senza muòverlî punio INSINO AL MATTU- TINO. Bocc. nov. 24.— Ralto son corso già SINO ALLE PORTE Dell' aspra morte per cercàr dilétto. Gutt. rim. 90. $. IV. INVERSO, VERSO, denotano accostamento, o ‘indirizzamento a qualche parte. Présero adùnque le donne e ; gli uòmini INVERSO UN GIARDINETTO la via. Bocc. gior. 2. ° finm.—Ze niînfe in piè drizzàte corsero inverso AmEtO. Id. Amet. 95.—In pòvero àbito n' andò VERSO LonpRA. Id. nov. 18.—£Ed 0 trapùsso innànzi VERSO L’ESTREMO. Petr. son. 95. Non di rado si trovano in compagnia della parti- cella di. L' ali spando Verso ni vor, o dolce schiera amì- ca. Petr. son. 109.—Y malvàgi si pensano di trovàre tutti gli uòmini così fatti INVERSO DI LORO, come essi son fatti INVERSO ALTRUI. Mor. S. Gr. 14. Queste due preposizioni vaglion talvolta Contra. Ed ebbe tanta potenzia l ardìre dei peccutòri INVERSO LUI che ec. Vit. Crist(—Oimeé, che ho VERSO GL' IDDII commesso. Filoc. 8. Vagliono anche Zn pa- ragone, in comparazione, a rispetto. —l'utte l'acque ec. Par- rieno avére in sè misura alcona, VERSO DI QUELLA, che nulla nasconde. D. Purg. 28.— Che "NVERSO D' ELLA Ogni dimosiraziòn mi pare ottàsa. Id. Par. 24. | S. V. DENTRO, ENTRO. Preposizioni che denotano la parte interna della cosa, e vagliono /n. La prima costruisce- si per lo più con la particella a. DENTRO ALLE MURA della città dî Firénze. Bocc. Introd. Quantunque non di rado tro- visi usata con d2 e da, ed anche senza alcuna particella. Lui DENTRO DELL ARCA /asciurono racchiuso. Bocc. nov. 15.— 3604 PARTE TERZA Che esse DENTRO DAL LORO SENO nascòso tengono. Îd. Concl. - E DENTRO DAL MIO OVIL qual fera rugge. Petr. son. 43.— Così DENTRO UNA NUVOLA dl fiori ...... Donna in’ appàree sotto verde manto. D. Purg. 30. ENTRO, usasi comunemente senza particella. Zo voglio, che tu giaccia stanòtte ENTRO 2/ letto mio. Bocc. nov. 74. Per altro trovasi anche con la particella. Ze notturne viòle per le piogse: E le fere selvùgge ENTR ALLE MURA. Petr. canz. 22. PeR ENTRO, vale lo stesso che Entro. Drzétta salia la via PER ENTRO ’/ sasso. D. Purg. 27.— Alfin vid'io Pea ENTRO &amp; hori, e l erba Pensòsa ir sì leggiàdra e bella don- na. Petr. canz. 42. (1) S. VI. FUORA, FUORE (2), FUORI, preposizioni contrarie di Dentro e eniro, denotano Esclusione, separamen- fo e distanza, e s' usano comunemente con la particella di. Uscìr FUOR DEL PELAGO d/la riva. ec. D. Inf. 1.— Fosso con loro FUOR DE'SOSPIR fra l'ànime beùte. Petr. son. 272. — Come avvenìsse, che Giucomìno per alcona cagiòne da sera FUORI DI CASA andàsse. Bocc. nov. 45. Senza particella alcuna leggesi nel Petrarca, FUOR dutti # nostri lidi Nell'è- sole famòse di fortùna Due fonti ha. Canz. 3A. FUORCHE, o FUOR CHE, è preposizione eccettuativa, come: Niuno segnàle da potere rapportare le vide , FUORCHÈ uno, ec. Bocc. nov. 19.—ZE//e giàcen per terra iutte quante. FUOR- cH' UNA. D. Inf. 6.— Zo non domàndo, Amòre, FuoRCcH POIERE i/ tuo piacér gradire. 14. rim? 17. IN FUORI, è parimente preposizione eccettuativa, come Maòstro alcùno non si truova DA DIo IN FUORI, che ogni cosa faccia bene. Bocce. Concl, | S. VI. PRESSO, VICINO. Queste preposizioni indicano Prossimità di luogo e di tempo; esse s' adoperano con le par- ticelle a e di. Una montàgna aspra, ed erla, PRESSO ALLA QUALE un bellissimo piano , e dilettevole sia ripòsto. Bocce. Introd. — Ed ecco , qual suol PRESSO DEL MATTINO, Per È grossi vapòr Marte rossìggia.D.Purg. 2.— Assai VICINO stava ALLA TORRICELLA. Bocc. nov, 77.—VicIiNo DI SAN BRAN- (1) Laèniro, colaèntro, quaènirò, quincèniro , ec. sono avverbj com posti di entro e delle particelle Za, colà , qua , quinci. (2) Fuore, è mera poetico. Or m’ hai d’ogni ripaso trallo FUORE Petr, son. 300. Gli antichi poeti dissero eziandio fora e fore. Mostràndo amàro duol per gli occhi FoRE. D. rim. 1. — E dicèoa a’ sospiri andate rone. Id. rim. 10.—.Sì che bognàli di pianto, Escon Fora. Guid, Cavale rim. ant, | ETIMOLOGIA E SINTASSI © 365 CAZIO sfetle un buono uomo, e ricco. Id. nov. 24.— Ed an- | dando carpòne, infin PRESSO LE DONNE di Ripole il con- dusse. Id. nov. 79. Talvolta queste preposizioni vagliono Circa, inorno.— La badìa avéa di réndita PRESSO A dumìla fiorìni d'oro. Gio. Vill. 10, 54, 2. — Priégoti, che perch' ella sia nella mia casa VICIN DI TRE MESI stata, che ella non ti | sia men cara. Bocc. nov. 94. Presso, vale anche In come | parazione , a fronte, al paragone. — Che PRESSO A QUE’ d’a- mòr leggiàdri nidi, Il mio cor lasso ogni altra vista sprezza. ‘ Petr. son. 222. $. VIILL CONTRO, CONTRA, esprimono Opposizione ; e contrarietà, e s' accompagnano volentieri con una delle due particelle 47, o a, sebbene anche senza particella si trovino. « Niuna altra medicìna èsser CONTRO ALLE PESTILENZE mi- ; gliore. Bocc. introd.— Finalménte ho ottenùto in Rota il man- , dato CONTRO DI LUI, ec. Cass. lett. 27. — E si ricominciò : guerra CONTRO GLI ARETINI. Gio. Vill. 11, 58, 3.—CONTRA ! IL GENERAL COSTUME de’ Genovesi. Bocc. nov. 8. i SAX. APPRESSO , vale quasi lo stesso che Presso. ;« Martuccio lu ringruziò , e APPRESSO LEI alla sua casa se i n andò. Bocc. nov. 42.—Volle , ch' io vedéssi tutte le sante reliquie, che egli APPRESSO DI SÈ acéea. Id. nov. 60.— Prese . per partito di volére un tempo èssere APPRESSO AD ALFONSO re di Spagna. Id. nov. 91. Sovente vale Dopo , come : AP | PRESSO LA MORTE. Bocc. nov. 51.—Per li lempi APPRESSU ; Nor. Gio. Vill. proem. 2. -—_. .$. X. APPO, vale lo stesso che Appresso in tutti i suoi significati. Quantingue APPO colòro , che discrétt erano , io , ne fossi lodàto. Bocc. Proem.—Fu rispòsto agli ambascia- dòri, non éssere APPO DI LORO alcàn merito. Liv. dec. 3.— : Ordinò che colùi APPO IL QUALE fosse questo anéllo trovàto ec. Bocc. nov. 5. | $. XI. OLTRE, OLTRA. Queste preposizioni, la secon- da delle quali è più del verso che della prosa, esprimendo . aumento di luogo , di tempo, e d’ operazione , vagliono Di più, e s'usano o con la particella @, o ‘senza particella. OL- TRE A QUELLO, che V. M. Cristianìssima suol fare per sua bontà. Cass. lett. 13. — Canzòne , OLTRA QUELL' ALPE Lù, dove "I ciel è più seréno e lieto, ec. Petr. canz. 30. Talora vaglion Sopra. D. Inf. 7. — Nov. ant. 34.—Petr. son. 243. Vagliono anche Fuori. Bocce. gior. 4, prin.— Varch. stor. 10, $. XiI. INTORNO, significa Circonferenza vicina. e ado- prasi per lo più con la particella 2, ma si trova pure con de deo 365 PARTE TERZA e da, ed anche senza particella alcuna, come: InTORNO A'piedi. Bocc. nov. 77.—INTORNO DELLA ferra. Petr. canz. 3. INTORNO DI cinque cose. Cresc. 1, 1.— Cerca, mìsera, INTORNO DALLE PRODE le tue marìne. D.Purg.6.—INnTORNO sè. Id. conv. 45. Talora significa Quantità incerta e indeterminata, cioè Poco più,o poco meno.Dellagran guerra ancòr membòria porto, La qual durò INTORNO DI TRENT'ANNI. Dittam. 1, 29.— Puosst seminàre (il moro) ne temperàti luoghi del mese di Marzo, e IN- TORNO LA FINE di Febbrajo. Cresce. 5, 14. | CIRCA , vale lo stesso che Intorno , in ambo i siguifi- cati. D. Par. 2.—1d. ivi. 22.—Matt. Vill. 11, 4.—Cresc. 1, 3. S. XIII_L ECCETTO, SALVO, TRATTONE*‘, TOL- TONE (3), preposizioni eccettuative. n questo consiste la palma degli scriltori, EccETTO 1 nipascaLici. Cass. lett. 75. — Lasciàndo al capitano ragazzàglia, e vile gente, ECCETTO ALQUANTI ITALIANI. Fil. Vill. 11, 69.—Zteero ordine, e di- creto , che ciascuno potesse uscire di bando, SALVO QUELLI delle case eccettàte per Ghibellini. Gio. Vill. 9, SIT, A — Che ‘1 mio d'ogni liquòr sosténe inòpia , SALVO DI QUEL, che lagrimàndo stillo. Petr. son. 20.—In lui (Dio) perfetta- ménte sono tutte le creatùre, TRATTONE I DIFETTI. Fr. Giord. 226. S. XIV. ACCANTO, ALLATO , o A LATO , prepo- sizioni indicanti Prossimità dalla parte del fianco.—Duìno ca- stéllo, ACCANTO IL MARE POSTO, si rendé. Bemb. stor. 7,90. — Canzòn,qui vedi un tempio ACCANTO AL MARE. Id. rim. 149. — ALLATO ALLA CAMERA, nella quale giaceca la donna. Bocc. nov. 24. A/làto, vale anche In comparazione, come: ALLATO ALLE QUALI gli spenti carboni si dirieno bianchi da' risuardànti. Amet. 17. — Ogni angélica vista, ogni aflo umìle ec. Fora uno sdegno A LATO A QUEL, ch i0 dico. Petr. son. 98. S. XV. LUNGO, esprime Vicinanza pel verso della lun- ghezza.— Quando incontràmmo d'ànime una schiera, Che ve- nìa LUNGO L’ ARGINE. D. Inf. 15. — Così LUNGO L' AMATE rive andùi. Petr. Canz. 4. — Conciofossecosache la sus ca- mera fosse LUNGO LA VIA. Bocc. nov. 68. Leggesi anche m compagnia delle particelle a, e di. Sempre parlàndo, LUNGO ALLA MARINA Andàmmo cc. Dittam. 3, 14.— E quale Isme- no già vide, ed Asòpo Lunco pi SÈ di notte furia, e calca. D. Purg. 18. (3) Queste voci non sono che participj passati de’ verbi Eecettuare , saloàre, togliere , e trarre; ccoèlto e salco , sono sincopi di cesellualo € salvalo. pere ente eni 202 eve rt 0 i Sri — l tarata .. E a ETIMOLOGIA E SINTASSI 567 %. XVI. RASENTE, preposizione che, del pari che la precedente, esprime Vicinanza, ma in modo che la cosa tocchi quella che le è allato, come: Quas: RASENTE TERRA velocìssimi più, che dura alcùna, correvano i lor cavàll. Fiamm. 4.— Avéndo consideràto, che questa buona donna, ec. mettéa la pèntola RASENTE A QUEL MURO. Fr. Sacc. nov. 192. Zncominciò a congelàrsi RASENTE IL VETRO. Sagg. nat. esp. 162.0 S. XVII. MEDIANTE, dinota Col mezzo di, con l'aju- to di, per mezzo di, per ajuto di—Iddio mandò questo giu- i dìcio MEDIANTE IL CORSO del cielo. Gio. Vill. 11, 2, 24.—I/ quale moto disordinàlo, MEDIANTE I NERVI maggiori attac- càli a' mìnimi, si comùnica al cervèllo. Red. Cons. 2, 15. Vale anche Zra, nel mezzo, —Infino a questo luogo, MEDIAN- ° TE MOLTI AVVERSI CASI, l'ho seguìta. Bocc. Filoc. 6. S. SECONDO, GIUSTA, GIUSTO, significano Conformità, e vagliono Di conforme, per quanto.— Essi furono, SECONDO IL COMANDAMENTO DEL RE, menàti in Palermo. Bocc. nov. 46.— Seguendo GIUSTA LOR POSSA ogni atto di ' guerra. Matt. Vill. 11, 45.—// tiranno, GIUSTO IL COSTUME ° de' tirànni, ci prestò l orécchie. Id. 10, 24. SECONDO, leggesi talvolta nel significato di Per. Era ben vestita, e SECONDO SUA PARI, assài costumàta, e ben parlànte. Bocc. ‘nov. 85. ‘ — E quivi, SECONDO CENA SPROVVEDUTA, furono assùi bene, + e ordinatamente serviti. Id. nov. DELLA CONGIUNZIONE SETTINA PARTE DEL DISCORSO. Vedi Sez. I, S. VIIL 8. I. Ragionando nella prima Sezione sopra le parti del discorso in generale, dimosirammo i segni, detti Congiunzioni, essere stati introdotti nel discorso,al solo fine di servir quasi come per legami tra più obbietti, più qualità, e operazioni, più condizioni, e relazioni; ma ivi veder facem- mo nello stesso tempo, che tutte le voci da' grammatici appel- late Congiunzioni, non sono tali propriamente, e che perciò la definizione data di questa parte del discorso dagli stessi grammatici, non è adeguata se non se a pochissime tra quelle, non essendo e alire che meri avverb). Le congiunzioni servono per unire non che i nomi, gli addiettivi, ed 1 verbi, ma anche le proposizioni intere, cioè una proposizione assoluta ad una relativa, o una relativa ad una subordinata; lo che ognuno di leggieri comprenderà, ove abbia ancor presente quel che da noi altrove s' espose sulle . diverse qualità delle proposizioni, delle quali altre si dicono assolute, o indipendenti; altre relative, o incidenti, perchè alle assolute riferisconsi, o da esse sono dipendenti, altre finalmente subordinate perchè dalle relative dipendono. $. III. Le congiunzioni che più importa di conoscere, so- no quelle la cui funzione è di unire le proposizioni subor- dinate. a quelle dalle quali dipendono; quindi noi le distin- gueremo giusta le facoltà che ad esse attribuisconsi nel discorso. Del rimanente rimandiamo il lettore al III capitolo della VI sezione di questa grammatica, ove il parlare delle varie com- binazioni che esigono l' uso del modo soggiuntivo, ne porse naturalmente occasione di motivare le molte congiunzioni che di necessità vogliono il verbo della proposizione nel soggiun- tivo, ed altre che mandano il’ verbo indifferentemente o al soggiuntivo, o all’ indicativo; laonde ci crediamo dispensati dal far qui ulterior parola di quelle congiunzioni, se non solo per noverarle ognuna nella classe a cui appartiene. Le con- giunzioni adunque possono dividersi in: $. IV. COPULATIVE, delle quali non ve n' ha che una propriamente detta, cioè E (1), il cui uso è da ognuno tanto conosciuto che stimiamo superfluo il dirne altro se non che essa talora innanzi a ciascuna parola si replica, non di necessità, ma per vaghezza. ZL’ acque pàrlan d' Amòre, E l'ora E i rami, E gli augelletti, x i pesci È è fiori E l'erba; Tut- tr insiéme pregàndo ch' î sempr' ami. Petr. son. 259. All op- posio tavolta innanzi a tutte le parole, fuorchè all’ ultima, si sottintende. Z/or, frondi, erbe, ombre, antri, onde, aure soù- vi, Valli chiuse, alti colli © piagge aprìche. Id. son. 252. (2) (1) A questa congiuazione, per maggior pienezza di suono , si suale aggiungere la consonante d, ove la seguente voce cominci dalla vocale e, lo che pur talora fassi innanzi le altre vocali. Il Boccaccio , e forse qual- ‘che altro autore ad imitazione di lui, in simili incontri adopera sovente la latina congiunzione ef; uso che in oggi a nissuno cadrà nella mente d'imitare, Poichè tu vuogli , che io più avanti ancora dica, ET io il dirò. Bocc. nov. E quando ella si sarèbbe voluta dormire, ec. ET egli le raccontàva la vita di Cristo. Id. nov. 24. (2) Stranissimo è l’ uso che gli antichi talvolta facevano di questa congiunzione, in modo che sovente al contesto solo conoscesi in qual senso molti l'abbiamo adoperata, imperciocchè leggesi per ANZI: L'uomo santo, quando si parte di questa vita, allorachè tu credi ch? e' muoja, ED e’ nasce. ‘Fr. Giord. 67. Per ANcHE: Se tu di ch' hai fede mostrato per opèra: che ETIMOLOGIA E SINTASSI _ 369 S. V. SOGGIUNTIVE. La particella CHE si può dire esser l' unica congiunzione soggiuntiva, imperciocchè essa o sola, o incorporata con altra particella, ed in ispecie quando è dipendente da un verbo, manda, più di qualsisìa altra con- . giunzione, il verbo al modo soggiuntivo, lo che abbondante- mente è provato dall’ uso, e negli autori, e nel conversar fa- . migliare di tuttodì, | GHE, sovente dipende da un avverbio. Questo òrrido co- minciaménto vi fia non ALTRAMENTI, CHE a'camminànti una montagna aspra, ed erta. Bocc. Introd. — Se essi mi parràn- | no TALI, CHE zo possa ec. comprendere, che la vostra fede sia | migliore. Id. nov. 2.— Bizzàrra, spiacévole e ritròsa, INTANTO CHE a senno di niùna persòna voleva fare. Id. nov. CHE, preceduto dalla negativa non, è sovente congiunzio- ‘ne diminutiva di numero, e di quantità. Come diàvol NON ‘ hanno, caE una coscia, e una gamba? Bocc. nov. 54. — : NoN acéva l'oste, caE una cameretta assài pìccola. Id. nov. : 86.— Carlo il Calvo ec. NON regnò, cHE 21 mese. Gio. Vill. 9 b) . Ù CHE, leggesi sovente in forza di altra congiunzione, com- ‘| posta di esso. Cominciò a riguardàre, se d’ attòrno alcùno ri- cello st vedésse, dove la notte potésse stare, CHE (acciocchè, o afinchè) non si morìsse di freddo. Bocc. nov. 12. — Preso il : suo arco, e la sua spada, CHE (imperocchè) altre arme non ‘ aveva ec. Id. nov. 93.—Poich' e' vide la sua donna ferita, i non dimìse mai quell’ Arùnno, cune (infiochè) l' uccise. Fior. Ital Due topi...rodéeano la radice dell àrboro...e avèanla ia no | | 814 iutta rosa, CHE (sicchè, tanto che) non avea se non a . tompere. Stor. Barl. 357.—£ così non restétte mai il cavallo, | CHE (finchè) giunse alla Tinta, dov' era il suo albergo. Fr. Sacch. nov. 64.— Zuogli ch'io ti prédichi tanto di lungi, CR’ (mentre che) hai tanti predicatòri così presso ? Don Gio. del-. se lu non hai l’ opera , E le demònia hanno fede. Id. 198. Per ALLORA : Quando io credo che iu ingràssi, E tu dimàgheri. Fr. Sacch. nov. 112. ef BENCHÈ , col verbo nel modo soggiuntivo : Quando in più libri trove- Femo due, o più lezioni, E sìan tuite buone ; ci appiglierèémo sempre ec. @ quella de’ più antichi. Dep. Decam. 73. In luogo di PERCIÒ: Ma poichè egli v aggrada ec. ET io il farò volentieri. Bocc. nov. 61. In forza di A PATTO : La ecci di quelli, che n’ andrèbbono volentieri di qui a S. Jacopo, ED e' non fossero lenùti di confessàrsi. Fr. Giord. 220. Talvolta pare che dopo la particella siavi sottinteso 1’ avverbio Ecco : Com’ io tenèa levate în lor le ciglia, Ep un serpènie con sei piè si lancia ec. D. Inf. 25. — Così conformemènie andàoa la della croce dinànzi alla faccia di Santo ua, che quando egli restàoa , ED ella restava, e quando egli an- va , ED ella andàva. Fior. S. Frane. 124. Gramm. Ital. 48  le Cell. lett. ®1.— Come mi potrò to partìre da costòro, CRE (senza che) '/ cuore non mi si fenda? Vit. S. Gio. Bat. 216. CHÙEe, alla maniera dei Latini, talora si sopprime, metten- dosi il susseguente verbo all' infinito, e cambiandosi il subbiet- to in obbietto diretto. Per tutto dicéndo SÈ il pallafréno e’ pan- ni avîr vinto all’'Angiuliéeri ( in vece di Per tuito dicendo CHE EGLI :/ pallafreno ec. AVEA vinto). Bocc. nov. 84. — Che la guardia e 'l govèrno al conte significàssero LEI AVER- GLI càcua, ed espedita, lasciàta la possessione (in vece di Che ec. al conte significassero CHE ELLA gli avea ec.). Id. nov. 49. Co' verbi temere, dubitare, suspicare e simili, soppri- mesi talvolta il che, usandosi in vece la negativa no, o non, (che in tal caso è il ne de' Latini) col susseguente verbo, nel modo soggiuntivo. Li due i dubitàvan forte, NON ser Ciappellétto glingannàsse. Bocc. nov. 1.—TEMENDO NO ’/ mio dir GLi FUSSE grave. D. Inf. 3.— Ch' io TEMO, lasso, no ’ soverchio affànno Distrùgga ’l cor, che ec. Petr. son. 84. Sicuràno vedéndol rìdere, SUSPICO' NON costui in alcùn atto l AVESSE raffiguràto. Bocc. nov. 19. — Paréndogli olire modo più bella che 7 altre n. ec. DUBITAVA NUN FUS- sE alcùna Dea. Id. nov. 41 I Talvolta CHE, vale Parte, o tra. Donòlle CHE in gioje e CHE in vasellaménti d' oro , ec. e CHE in danàri quello, ec. Bocc. nov. 19.— Era a guardàre i passi con più di tre- Dio cavalieri, car Tedeschi, e cue Lombàrdi. Gio. Vill ,4, 5. $. VI. ALTERNATIVE, che sono O (3), ovvERO, od O VERO, OPPURE, O PURE, OSSIA, O VERAMENTE , SE NON come: Questo o quello; vero o falso; la pace o la guerra; vincere o morìre ec. O, talvolta si replica. Che mi consìgli tu ch' to faccia? © che io entri nella religione, 0 che io mi stia nel secolo? Fior. S. Franc. NEGATIVE, che sono: NÈ, \EMMENO, NEPPU- RE o NE PURE, NEANCHE, NEMMANCO. (3) O, innanzi ad una susseguente vocale, riceve la consonante 4. Miserère di me , gridài a lui, Qual che tu sii, 0D ombra, OD uomo certo. D. Inf. 1. — E non mi stanca primo sonno, oD alba. Petr. canz. 3. — Senza for motio ad amìco , 0D a parènte ec. Bocc. nov. Anche questa particella , si come altre simili, si trova talvolta con l’aggiunta della consonante d, dicendosi red per sostegno della pro- nunziìa. Peir. son. 138. — Gio. Vill. 12, 80, 1. Alle volte il nè ha forza di negare anche un’antecedernte cosa, quantunque questa non abbia seco alcun segno di negazione. Mi disposi a non volèr più la dimestichèzza di lui, e per non avèrne cagione, SUA LETTERA, NÈ SUA AMBASCIATA pri colli ristoere. Bocc. nov. 27. — IN FAENZA NÈ IN FuRLÌì gli era riràso amico. ETIMOLOGIA E SINTASSI 571 NÈ, in principio di locuzione, vale lo stesso che Von. NÉ prima esse agli occhi còrsero dt costoro, che costoro fù- rono da esse veduti. Bocc. Introd.—NÈ oltre a due piccole mi- glia st dilungirono du essa. Id. ivi. NE, non è propriamente congiunzione se non quando, nella significanza di e non, serve ad unire due parole o du- proposizioni, l' una delle quali, o la prima o la seconda, sia già di per sè negativa, come: Mon mangia né beve; non vo- glio cederlo né sentirlo. —NÈ più sommo di lui nelle nostre ar li, NÈ di maggiòre fama alcùno oggi risuòna ne' nostri re- gni. Amet. 59.—Zeggiadria, NÈ beltàde Tanta NON vide il sol, credo giammùài. Petr. canz. 44.— NÈ /' un, NÈ. l altro gia paréa quel, ch' era. D.H4nf. 25.—Zo NON cerci NÈ con ingegno, NÈ con fràude d' impòrre alcùna màcula all’ onestà, e alla chiarezza del vostro sangue. Bocc. nov. 98. NÈ, talora si replica innanzi a più parole che si seguo- no. Orso, e’ non fùron mai fiumi, NÈ stagni, NÈ mare, ove ogni rivo si disgòombra; NÈ di muro, o di poggio, o di ra- mo ombra; NÈ nebbia che *l ciel copra, e ‘1 mondo bagni; NÈ altro impediménto, ond' io mi lagni. Petr. son. 30. (5) $. VUI. AVVERSATIVE, cioè quelle che esprimono la contrarietà che passa fra due preposizioni, come: ma (86), ; non già, per altro, beasì, però, benché, sebbene, quantunque, e 1., | ancorché, comechè, avvegnachè, tuttoché, contultochè, pure, nondimeno, tuttavulta, contultociò, ciò non ostante, ciò non di meno, ciò non per tanto. Nov. ant. 16. — Comandolle , che Più’ PAROLE NÈ ROMOR facèsse. Bomb. pros. 3. (5) Nè, sta talvolta in vece della congiunzione alternativa O. De? più sanlo , che mai fosse ;} NÈ mai sarà , cioè il mio Signore Gesù Cristo. Fior. S. Franc. 190.—Prima ch’ î iruovi in ciò pace, NÈ tregua. Petr. son. 44.— Anzi la voce al mio nome rischiàri, Se gli occhi suoi ti fur dolci, NÈ cari. Id. canz. 4o. All’ opposto leggesi talvolta la congiunzione alter- nativa o, ia vece della negativa nè. NÈ mi vale spronàrlo, o dargli volla . Petr. son. 6.— NÈ di muro, o di poggio, o di ramo ombra. Id. son. 30, (6) Da qualche esempio degli antichi può presumersi che la particella ma originariamente significasse più , in senso diminutivo di numero , e provenisse dal latino magis. É non avèa MA ch’ un’ orècchia sola. D. Inf. 23.—Ur cui chiami tu Iddio? egli non è MA che uno. Nov. ant. 78. — Non avèr menàlo MA che due legioni. Volgar. di Vegez. Leggesi anche in senso di fuorchè, salvo che, eccetto che: I vedèa lei, MA non vedèva tre essa MA che le bolle, che 1 bollor lecdou ec. D. Inf. a:. In compagnia di. pure, però, non di meno, tutlavia ec. par che sia anzi di ripieno che di signitficanza. Incominciò a prènder malinconia, MA PURE aspettàva ec. Bocc. nov. 7.— Ma PERò di levarsi era niente. D. Inf. 22.— Di que’ di Castritceso ne furon morti assai; MA. non PERÒ presi. Gio. Vill. 9g, 305, i. -  MA, come correlativo di non solo, non solamente, non che, è particella accrescitiva, significando aumento alle cose precedenti. NON SOLAMENTE che egli a peggio dovère operà- re procedesse, MA di ciò che fatto avea, gl' increbbe. Bocc. nov. 45.—I/ cino, NON soLo conforta il naturàl calòre, MA ancòra chiarìfica il sangue torbido. Cresce. 4,48, 2.—-A voi sta bene di così fatte cose, NON CRE gli amici, MA gli stranièri di ripigliàre. Bocc. nov. 23.— Ogni sperànza perdè NON CHE «di doverla mai riavere, MA pur vedere. Id. nov. 46. S. IX. CONDIZONALI o SOSPENSIVE, che sono SE (7), SE MAI, PURCHÈ, A CONDIZIONE CHE, CASO CHE, DATO GQHE, POSTO CHE, SUPPOSTO CHE, SI VERAMENTE CHE, ec. SE, talvolta indica Dubbio. Mon so SE a vor quello se ne parrà che a me ne parrébbe. Bocce. Inirod.—E s' io divénni allòra travagliàto, La gente grossa il pensi. D. Inf. 54.—A cui non so S' al mondo mai par visse. Petr. son. 154. (8) $. X. AGGIUNTIVE, sono quelle che si adoprano per esprimere aggiungimento di alcuna cosa a quelle già dette, tali sono: Anche, anco, pur anche, ancora, pure, eziandio, altresì, di più, in oltre, oliracciò, anzi. S. XI. ECCETTUATIVE, che sono: Salvo che, eccetto che, fuorché, se non che. S$. XII DICHIARATIVE, cioè quelle che servono a di- chiarare o a schiarire, le cose dette antecedentemente, tali sono: Cioe, cioè a dire, vale a dire, ben sai, ben sapete. $. XHI. COMPARATIVE, diconsi quelle particelle che esprimono la simiglianza, o la proporzione, certa o probabi- (7) Siccome tuttora suol farsi colle particelle a, e, 0, innanzi a pa rola che cominci vocale, così gli antichi facevan talvolta con la con- giunzione se, aggiungendovi la consonante d. Ordinò , che a lui non ve- ris e persona, SED egli non mandasse per lui. Cronichett. d’ Amar. — Aspettiamo il Maèsiro, e sappiàùmo SED egli vuole, che cosìe si faccia. Vit. S. Mar. Mad. 39. (8) Se, non di rado trovasi usato dagli antichi in principio di quelle locuzioni che esprimono un qualche desiderio: e vogliono i comentatori che in tali incontri questa congiunzione abbia la forza di così. SE m'aùti Iddio , disse il cavalière , io il vi credo. Bocc. nov. 39. — SE io non sia svisala, Piànger farolle amara tal folta. Id. canz. 10. — Or dimnui, sE colu’ in pace vi guide (E mostrai'l duca lor) che coppia è questa? Petr. Tv. d? Am. cap. 2. Leggesi anche in senso comparativo in vece di come, avendo per correlativa la particella così. SE hanno perseguilàlo me, così perseguiterànno voî. Cavalc. Med. cuor. 159.—-SE l' oro pùrgasi e pruòvasi nl fuoco, e raffinasi, e così, ec. è per la infermità del corpo. Vit. SS. PP. 2, 162. Se, talvolta ha forza di benchè , ancorchè, quantunque, e simili. Si dispose , SE morir ne dovesse, di parlàrle esso stesso. Bocce. nov. 38. ETIMOLOGIA K SINTASSI 575 le, tra due cose; tali sono: Così, come, siccome, 0 sì come, tanto, quanto, in modo che, in maniera che, in guisa che, nello stesso modo che, nella stessa mantera che. $. XIV. ELETTIVE, che sono: Piuttosto, più presto, meglio, prima, anzi, innanzi; le quali particelle hanno per correlativo che e indicano fl elezione di una cosa in confron- to di un altra, o la preferenza di una cosa ad un' altra. CAUSALI, quelle che servono ad esprimere la cagione di una cosa, cioè che s'interpongono tra la cosa che si ha a provare e le.ragioni che, per provarla, si adducono ; tali congiunzioni sono le seguenti: Perché, poiché, posciachè, perocché, perciocchè, imperocchè, iii , conciassiaché, conciofosseché, conciossiacosachéè, conciofossecosachè, stante che, mentre che, mercè che. CONCLUSIVE, sono quelle, che, data la ragio- ne delle cose, ne indicano la conseguenza, tali sono: dunque, adunque, per tanto, perciò, però, imperò, onde, laonde, quin- di, sicchè, cosicché, per lo che, per la qual cosa, talchè, tan- to che, per tanto, intantochè, dimodoché, dimanierachè. DELL’INTERIEZIONE 8.8 PARTE DEL DISCORSO. Le voci che comunemente s’ intendono per Infe- riezioni, fu già detto (Sez. I, $. VIII) non essere che le grida, o le emissioni di voce naturali dell'uomo nel suo lin- guaggio primitivo, in quello cioè della natura istessa, e del quale le lingue esistenti, altro non sono che traduzioni in parole articolate ed arbitrarie; imperocchè l' uomo, spinto dal bisogno di esprimersi, e non sapendo dare lo sviluppo necessario a' suoi pensamenti, imitava la natura gridando A#, per esprimere una qualche viva commozione d' animo sia di dolore, sia di disperazione, sia dirammarico, ec. che provava. 4h adunque vale una preposizione intera, cioè Zo soffro. Dicasi lo stesso di tutte quelle voci che si dicono Znierie- zioni, e che noi qui in ordine alfabetico andremo enumerando. S. IL AH, AHI; segni di dolore, di sdegno, d' ira, ec. H s' 40 ti posso avére nelle mani! spero, che te ne farò pentîre. Zibald. Andr.—Noi andavàm con gli dieci Demònj, AH fiera com agnia ! D. Inf. 22.—AHI Pisa, vituperio delle genti, Del bel aése là, dove "1 sì suona! Id. ivi. 55.—AHI serva Italia, di dolòre ostello! Id. Purg. 6G.—-AHI, morte ria, come a schiantàr se’ presta Il frutto di moll'anni in sì po- 574 PARTE TERZA che ore! Petr. son. 276. AHI, leggesi anche come segno di allegrezza, di maraviglia, di desiderio, di preghiera, e di rac- comandarsi: AHI che gi0jòso gàudio, e che gaudiòsa gija in amoròst {ulti spiritcàli cuori! Guitt. lett. 13.—AHI che mirabile, e che magna mutaziòne graziòsa! Id. ivi.-AH quanto mi paréa pien di disdégno! D. Inf. 9.—AHnI, cruda morle, come dolce fora Il colpo tuo, se spento un degli aman- ti, Così l' altro ec.! Buoa. rim. 40.—ARI, mercé per Dio, non voler divenìr micidiàle di chi mai non t offése. Box. nov. 19. : . , ; S$. III AHIME, o AIME, segno di dolore e di com- passione: AHInE che piaghe vidi ne' lor membri. D. Inf. 16. Fra le voci uhé e me vi si frappone talvolta l' addiettvo lusso, dicendosi: Ahi lasso me; ahi lassa ine. Boce. nov. 1ò, —nov. £6.—nov. 95. S. IV. BLATO ME! BEATO TE! eec., o ME BEATO! TE BEATO! sono espessioni denotanti Felicità, con'entezza, cc. O ME BEATO sopra gli altri amànti! Petr. canz. 17. . S. V. Di.H, interiezione deprecativa ed esortativa, cioe che s'adopera ini pregaudo ed in esortando, ma per lo più interro- gativamente, DEL amico mio, perchè vuo'tu entràre in questa fa tica? Bucc. nov. 2.—DEH perché vai? DEH perché non tar resti? D. Purg. 5. —DEH non rinnovellàr quel che n' ancìb. Petr. son. 232.—DEH /ascia l'‘ira tua, e perdònami omai. Bocc. nov. 77. Talvolta è semplicem. esclamativa: DEE p# chè non prendo io del piacére, quando io ne possa avere: Bocc. nov. 4.—DEH quanto mal fecî a non avér misericòrde del Zima mio! Id. nov. 25. DOH, segno di cordoglio: DoR sventuràto, che Dio dia gramizza, non vedestù lume iersera ? Fr. Sacch. nov. È. .$. VI EH, è segno di lamento. Teseid. 5, 63. EHI, vale lo stesso che A%7, ed è anche espressione «' indignazione: EHI messére, che è ciù che voi fate ? Bocce. . nov. 69. EIA, è voce latina che, nel Boccaccio ed in altri anti chi, trovasi talvolta adoperata in segno’ di gridare: Era l4 . landrìno, che vuol dir questo ? Bocc. nov. 78. Eta questo é pure il più bel Frodo, che si vedésse mai. Fr. Sach nov. 146. $- VIL GUAI (plurale di guaio che vale, Danno, di | sgraziu), è espressione minaccevole. Gridàndo: GUAI 4 #0! ànime prave. D. Inf. 3.—GUAI al earn il quale va pe due vie! Mor. S. Greg. 1, 10. Talvolta è espressione di i n  | lore, dicendosi Guai a me, guai a noi, che vagliono Mise- ro me, miseri noi. GUARDA! Voce dell’ uso, adoperata in segno di di- rezzo. $. VIII LASSO! (sincope di /assato, participio di Jas- ‘ sare), è espressione di dolore, e vale Misero, ci me- schino.— Quante lagrime, LASSO, e quanti versi Ho già spar- #! Petr. canz. 38.—LASSA ME, dolente me, in che mal ora nacqui! Bocc. nov. 62.—Ma di che debbo lamentàr- mi, AHI LASSA, fuorché del mio desìre trrazionàle? Ar. Fur. 52, 21. $.1X. 0O,OH. Queste due interiezioni servono all’ espressio- . nedì molti e var} affetti. £.° D'ammirazione: OH Zberalità di : Natan, quanto se' tu maravigliòsa ! Bocc. nov. 93.—2° Di soverchia giopa: O Calandrìno mio dolce, cuor del corpo mio, : ànima mia. Id. nov. 85.—3.° Di magnificare: O groja, o inef- nl fi) fabile allegrezza! O vita intera d' amòre, e di pace. D. Par. 27.40 D'eccesso di desiderio: O che delle scorpacciàle, che . fo me ne piglierei. Firenz. nov. 4.—-5.° Di dolore: O quanti ; i i) r i gran palùgi ec. rimàsero voti, o quante memoràbili schiat- te ec. st w?dero senza successòr debito rémanere! Bocce. latrod. 6° Di sospetto: O in che paùra istacàmo, e chente cuore era il nostro! Vit. SS. PP. 2, 3500.—7.° Di sbigottimento: OH, voi mi avéte fatto sbigotiîre a raccontàre tante misùre. Firenz. s Dial 367.—8. D'invocazione: £ disse all''Angelo : O, ajutami, che ’1 fuoco mi s'appressa. Vit. SS. PP. 2, 575.—9.° Di spa- . ventare: Gridò: vB OH; per lo qual grido le gru ec. comi- ciàrono a fuggire. Bocc. nov. D4.—10 Di semplice sclamazio- ne: O felîici anime, alle quali in un medesimo dì addivén- i ne il fervente amòre, e la mortàl vita terminàre. Id. nov. 57. HI, od QI, voce che si manda fuori per indicare so- ‘verchio dolore. Ol Zasso, che tutt’ or disio, ed amo Quella, che lo meo beni punto non ama. D. Majan. 75. — 01 cieco! le ! OI malto! OHI quanto se’ infermo! Arrigh. 46, € 2. x x ° i | S. X. OHIMK, OIME, OME, queste interiezioni che, com- poste da oz, e me vagliono Misero me, povero me, dolente me ec., esprimono afflizione sì d’ animo, che per corporal doglia. Orme, anima mià ajùtami che to muojo! Bocc. nov. 36. — OIMÈ, /erra è fatto il suo del viso! Petr. canz. 40. Tal volta è anche espressione d’ orrore, d° indignazione e simili: Olmè, ocIMÈ, che male è questo, che la furia, ed ebbrezza del peccato dà tanta fortezza a' rei? Cavalc. Med. cuor.  OIBO', interiezione di disprezzo e di nausea, e sovente an- che di semphice negazione: Ma porco! oTB0'/! questo cenciàc- cio allezza. Malm. 11, 25. — Come tormento? Viso"! s' io ci ho diletto. Id. 8, 67. — Cacciatòr sì; per vostra preda no; Dio ce ne, guardi, orso"! Buon. Fier. 1, 5, 11. OISE, OI TE, od OITU'; interiezioni che vaglion lo stesso che Ozmeé, riferendosi per altro 052 alla terza persona, ed oi fe od cità alla seconda; Olse', dolente sé, che il porco gli era stato imbolàto. Bocc. nov. 76.— Ol TE, Aquino, che non ne dovete avére più de’ Vescovi. Dial. S. Greg. 3, 8. — Ottu' Gerusalemme! se tu conoscessi il pericolo ec., tu piangerèsti con esso meco. Vit. Crist. P. N. OLA',interiezione usatà per chiamare: OLA’, garzòn, non dstàr più a disàgio, Tòrnatene a bottéga colla bolgia. Ambr. Bern. 5, 2.— Zo me n' andùi in capo di scala per chiamùr T oste: OLA’, dove se’? Fir. As. 22. $. XI POFFARE IL CIELO, POFFARE IL MONDO. Interiezioni, che dinotano maraviglia. POFFARE ’L CIELO, co- m' ella sta in tuono! Comele voci ella sa ben portàre! Buon. Tahnc. 1, 4. | PUH, o PU, voce d’ avversione o d'abborrimento di cosa fetente: Pù! /a puzza. Buon. Fier. 4, 2, 5. ‘— $. XII. Tra le interiezioni si noverano pure alcune voci che formano una proposizione intera, quantunque di per sè non ‘esprimano niun affetto: tali sono 7, zio, piano, cheto, che s' usano per dare in sulla voce; e le seguenti: Orsà, su, via, si via, animo ec. che servono per Far animo, incoraggiare, eccitare, ec. OnSU', giòvani, assalttàmo virilmente, e con al ligra fronte questi dormigliòni, Fir. As. 68. VIA, usasi anche per Discacciare: VIA, che Dio cz met- ta in mal anno, rea femmina. Bocc. nov. 67.— VIA co- stà con gli altri cani. D. Inf. 8.— Via /adri, VIA poltròni, VIA col diàvolo. Ar. Len. 4, 7. E talvolta per affrettare: VIA ‘avànti; qui non bisògnano al presénte questi preghi. Filoc. DELLA COSTRUZIONE E DELLE FICURE GRAMMATICALI DELLA COSTRUZIONE Abbiamo due modi di costruire il discorso, vale a dire, di disporre le parole nel discorso: naturalmente e artificralmente. Nel primo modo la costruzione è qualificata diret- ta o regolare; nel secondo inversa, o figurata. Nella costruzione diretta, la disposizione delle parole segue l’ ordine naturale delle idee nostre, prescritto dalla grammatica (veggasi Parte terza, Sez. II, Cap. V, $. IV; e Sez. III, Cap. II, $$. I, II, IH, IV). La costruzione inversa 0 f- gurata, allontanandosi in gran parte da quell’ ordine, non prende norma che dall’ armonia, o dalla maggiore o minor forza che vogliasi dare all'espressioni, secondo che il soggetto, che si tratta, richiede uno stile più o meno sostenuto. S. II. Per l'intelligenza delle due nominate costruzioni, . gioverà sovvenirsi che ogni concetto esprimesi da un’ aggre- gazione di diverse parole; e che tale aggregazione rappresenta il giudizio della mente, per lo quale questa discerne le rela- zioni fra gli obbietti, posti a fronte l’ uno dell’ altro. Ogni aggregazione di parole, formanti un concetto, è detta propo- sizione, e ogni proposizione deve necessariamente consistere in tre termini, chiamati subbietto, copula, e attributo, 0, par- lando grammaticalmente, nome, verbo, e addiettivo, come: Cielo è sereno; Guerra è nociva. La copula, che, come si vede, sta nel verbo sostantivo essere, e che è chiamata così, perchè quasi leghi l' at- tributo al subbietto, può unirsi in un sol termine all'attribu- to, forinando insieme un verbo addiettivo, e allora la propo- sizione, quantunque, non ostante una tale unione, in realtà sia composta di tre termini, apparentemente però componesi solamente di due, come: Sole risplende, che vale quanto Sole è risplendente. Acciocchè lo studioso bene intenda tali cose, lo mandiamo a rileggere con attenzione il primo Capitolo della quinta Sez., ed in ispecie i paragrafi I, II, III, e le sottoposte annotazioni. S. III. La costruzione diretta in altro adunque non con- giste, che nel lasciare i termini di qualsivoglia proposizione, ognuno nel suo posto, facendo passare ciascuno per le sue Gramm. Ital. 49 3578 PARTE TERZA varietà grammaticali, é aggiungendo a ciascund tuelle particelle che esprimono i var) accidenti a cui va sottoposto nel discorso, e le quali da noi del corso di questa grammatica, ognuno a suo luogo sono state esposte. Ma l’uso continuo della costru- zione diretta, tedio recherebbe anzichè diletto, rendendo il di- scorso languido e monotono; cosicchè è forza ricorrer soven- te alla costruzione inversa, onde rendere eleganti i nostri pe- riodi, e spargerli d’una grata varietà, purchè ciò non sia a costo della chiarezza, e del retto intendimento del senso. S. 1V. Fra tutte le lingue dell’ Europa, la sola italiana gode della più estesa libertà nella disposizione delle sue pa- role, e nella fabbricazione de' suoi periodi: ma non a tutti gl’ Italiani è dato l'ingegno di farne uso con discernimento ; imperocchè è questa una facoltà la quale più dalla natura che dall’ arte s' impara, e non è sottoposta che alle leggi dell’ ar- Îmonia e della chiarezza; e, ove queste sono violate, qualsiasi costruzione sarà sempre viziosa. Ì V. Le inversioni generalmente usate, sono le seguenti. .° Il verbo innanzi al subbietto: NON TEME / ma/- vàgio è rimòrsi della coscienza — RiveRDISCONO le piante e Derbe illanguidite. 2° L'obbietto diretto innanzi al verbo e al subbietto: TUTTI 1 CAPELLI ‘0 mi sentìi arricciàre. 3° L'obbietto indiretto innanzi alle altre parti del discorso: AL PRIMO grido essi vennero in folla. — DALLA PARTE più rimòta dell’ Oriénte venne un messaggièro. 4. L' addiettivo innanzi al suo nome: Questa sua PERSEVERANTE asserziòne mi disperàva veramente. 3.0 L' addiettivo innanzi al verbo e al nome: DEGNO era forse Pompéo di difenderla? 6.0 L'ad- diettivo separato dal suo nome: Già odo la maschia eloqguèn- za nel foro RISoRTA.—Lra la città di abitatori quast VUOTA. 7. L'avverbio innanzi al verbo : Quivi s' òdono gli uccelli cantàre. SOBRIAMENTE dormi, acciocche non si cessi da te la virtù. 8.° Il participio passivo innanzi all’ ausiliare: SCAN- CELLATI sono da' fasti nostri è nomi di questi ribàldi.— Tutto PREPARATO era per riceverlo.— Delle quali niuna il venti ed oltéisimo anno PASSATO AVEA. 9. Il participio pas- sivo separato dall’ausiliare essere: Se # cotz nostri li SONO, dopo sì lunga ira, a grado TORNATI.— Sempre SIA da noi il suo rome LODATO. 40. ll modo infinito innanzi ad alcun aliro modo del verbo : Tu CONVINCER DEI Roma tutta. — Nella novella che a RACCONTAR INTENDO.. 14.0 L' infinito s« para- to dal verbo che lo regge: Che oPPORRE al/a lor nalva- gità potéuasi.—Si POSERO in cerchio a SEDERE. 12° La dl ETIMOLOGIA E SINTASSI 79 preposizione col suo nome posta in capo al dfscorso : Con CONSENTIMENTO unanime tutti dissero. 13.0 Il nome del pos- sessore innanzi a quello del posseduto : Egli ha di cittàdino vero, e non di PRINCIPE /' ANIMO.—Del TEBRO in sulla RIVA ec—Hat di STELLE immortili durea CORONA. 14. H verbo in fine di tutta la frase: E velàti gli occhi, ed ogni senso per- dùto, di. questa dolénte vita si DIPARTI.—Che, doce per di- letto e riposo andiàmo, noja, e scàndalo non ne SIEGUA. Tu devi Foo st che © beni tuoî durevoli ed eterni RIMANGANO.— Felice te, o Trajàno ! che congiùnti non hai, che . figli, paréntî, ogni più cara cosa nella sola repùbblica CONTI. . VI. Milioni d' esemp) di armoniosissime e chiarissi- : me inversioni potrebbersi addurre, tratti dalle sublimi opere ; hi 7 # : del Boccaccio, del Machiavello, del Guicciardini, dell’ Alfieri, det Verri, e d’ altri sì antichi che moderni scrittori, a’ quali noi mandiamo lo studioso, onde li legga, e ne colga il bello per formarsi uno stile di scrivere. Dobbiamo per altro renderlo avvertito, ehe leggonsi presso gli antichi, ed in ispecie nel + Boccaccio, delle costruzioni inverse che a nissuno oggidì ver= pi id rebbe nel pensiero di usarne di simili, se non volesse muo- : ver le risa e farsi riguardare qual affettato e pedantesco scrit- ‘ tore. Fra le molte di tali costruzioni, le quali oggi sarebbero incompatibili, citeremo la seguente del Boccaccio» Im questi ‘ tempi avvénne, che la città di Faenza, lungamente in guerra - ed in mala ventùra stata, alquànto in miglior posizione ri- a NI i tornò; e fu a ciascùno che ritornàrvi volesse, liberamente con- : cedùto il potérvi ritornàre. Per ridurre quest' esempio ad una , costruzione più conforme al gusto moderno, bisognerebbe di- L. n] ' ' re: Aovenne in questi tempi, che la città di Faenza, dopo di essere stata lungamente in guerra ed in mala ventura, ri- ; tornò alquanto in miglior disposizione, e fu Siberamente t T \ concedulo a ciascuno, che volesse tornaroi, il potervi ritornare. L'accento oratorio è quella posa chesi fa colla voce ‘più su d'una parola, o su d'una frase del discorso che su \ tl 4 t “d’ uo altra. Talvolta alla maniera. dì disporre le paro- le del. discorso contribuisce la commozione d'animo di chi scrive o parla, anteponendo quella parola, dalla cui idea l’ani= ma è più scossa che ron è da quella delle altre; una tal pa- i rola dicesi portare l'accento oratorio. Siane esempio la sc- 4 I guente frase costruita in tre differenti maniere: Sono INFELI- ce perchè ho ascoltato troppo i suoi consìgli. Perchè ko  o ASCOLTATO #froppò è suoi seni , sono infelice—Perchè ho TROPPO ascoltàto i suos consìgli, sono infelice. Nella prima costruzione, l'accento oratorio cade sulla parola infelice, per- chè l' anima è più commossa dall’ idea della propria infelici- tà che da quella della causa che l'ha prodotta; nella secon- da costruzione l'accento oratorio trovasi sulla parola ascolla- to, perchè cagiona più dolore la causa che l'effetto; nella terza costruzione in fine |’ avverbio £roppo porta l' accento, perchè pare che la dismisura della causa, commuova più l'ani- ma che non fa la causa stessa, nè l’effetto, Più volte in quest'opera ci è occorso dover far conoscere le alterazioni che sovente han luogo nel naturale andamento dell’orazione, sia aggiungendo, sia sopprimendo, sia cambiandone qualche parte. Or, i motivi per cui tali liceo si permettono, chiamansi Figure grammaticali. | Riconosconsi in grammatica sei figure principali, che con greche voci si appellano: E/lissi, Sillessi, Pleonasmo, Enal- lage, Iperbato, e Tmesi. 8. Il. Per l'EttLissi, che vale: Difetto, o Soppressione, Sì ‘ tralascia qualche parte del discorso, la quale di leggieri possa sottintendervisi. L'E/Zss: è di due specie: la prima si fa quan do si sottintende una parola, la quale affatto non è nel discor- so; l'altra si è quando si suppone ripetuto un nome od un verbo, che v' è già stato espresso, il che più propriamente di cesi Zeugma cioè, Connessione. L'Ellissi è tanto frequente ne- gli autori, ed anche nel conversar famigliare, che superfluo crediamo il citarne degli esempi. S. III. Per la SrLLESsI, o SiLÈpPsI, che vale Concezione le parti del discorso sembrano discordare fra loro, ma cons derato il senso, non discordano. Questa figura è poco usata, e dove si trova può dirsi esser la stessa che l' ellissi; come ne’ seguenti esempj: Che sotto l acqua ha gente che sospira E (i sospiri) FANNO pullulàr quest acqua al summo. D. Inf. 7.—Perchè quella BESTIA (d'uomo) era pur disposto. Bocc. nov. 64. Le discordanze che in alcuni esempj sì de Bocc., che di altri autori, sì leggono, e che per avventura non sono se non errori di qualche copista, vengono da' gramma tici giustificate come fatte per sillessi. Z/ re co'suoi compagni DON ti “a BIMONTATI (rimontato) a cavàlloal reàle ostilre se ne TOBNARONO (tornò). Bocc. nov. 96.— Come fu (furono) in Fi- renze TAGLIATE LE TESTE a più de’ Guazzalòiri da Prato. Matt. Vill. 2, 62.— Per ciascùno di questi si PROROMPE (019000 le biade e fa lor perdere la virtù. Cresc. Il pleoNASMO, che significa Ridondanza, è una figura per cui, onde dar maggior pienezza od ornamento al discorso, sì aggiunge a questo alcuna parte non necessaria, O apparentemente superflua. Per questa figura usansi sovente, come solo ripieno, le par- ticelle pronominali egli, eé, ella, esso, mi, ci, ti, vi, si, ne, lo, Za; ma sull'uso di queste nulla evvi a ripetere qui, im- perocchè ne abbiamo copiosamente trattato a' capitoli 1 e II, della terza Sezione. La preposizione con è un vero pleonasmo ne' detti con meco, con teco, con seco ec. Dite che CON meco se ne venga; e così anche il pronome esso, ne' detti esso Zui, esso lei, es- so not, esso loro ec., e nella composizione delle voci /un- gh' esso, sovr' esso, veggasi Sez. terza, Cap. I, $. VII. Fra i pleonasmi possono annoverarsi le particelle gi4, su, alto, e via, ne'detti scender giù, montar su, salire in alto, gittar via ec. Finalmente come pleonasmi molte volte si considera- no le particelle altriménti , bello, bene, ecco, già, mica, non, ora, poi, pure, come nelle seguenti e simili frasi. Zo non so ALTRIMENTI chi egli sia. —È partito di BEL giorno. — Il lavoro è BELL'e fatto. — Leportò cinquecénto BE' fiorini d' oro.— Glielo ho mandàto a dire per BEN dieci colte. E BENE, volele voi farlo ?— Gli domandi se gli bastàca l'àni- mo di cacciàrlo, ed egli rispose: sì BENE. Quand' Ecco egli entrò tulto pàllido.— Non GIA' che i0 per questo vt condànni. — Non credo io GIA’ che ve ne avrete a male.—Egli non è MICA un minchiòne.—Non son wicA favole. — Digli che si guardi di NoN crédere alle fovole di costùi.— Io temo che NON gli succeda quulcòsa di peggio.—Non è POI caro quanto mi diceste.— La cosa é tanto da rìdere che io PUR la dirò. Ella è PURE una cosa dispiacéevole.—Ve l'ho PUR delto tante colte. Ma s ingannerebbe chi per avventura credesse che tut- te le nominate particelle, usate come negli allegati esemp], sie- no sempre pleonasmi: esse sovente servono pel compimento d' una sentenza, e scuoprofio piuttosto un e/list; 0 rendono un concetto per esprimere il quale altrimenti, una circonlocu- zione di parecchie parole abbisognerebbe. S. V. Per VENALLAGE, che vale Permutazione, cambiasi ed Javertesi l’ ordiné de' termini nel discorso, contro le regole  I della lingua, sostituendosi una parte all'altra, come: l’ infi- nito del verbo in vece del nome astratto: £ da questo i no- stro VIVER (vita) Zieto che voi vedite. Bocc. nov. 79. L’ ad- diettivo in vece dell’ avverbio. Ora tutto APERTO (apertamente ) ti dico che per niuna cosa lascerèi di cristiàno farmi. Id. nov. 2.— Chi non sa come DULCE (dolcemente) ella sospira. Petr. son.- 126. Il modo infinito in vece del soggiuntivo. Se fosse un palàgio ec., e non fosse chi l’ABITARE (cioè Chi i bias). Fr. Giord. pred. Il tempo passato indefinito in ve- ce del definito. A/zàta alguànto la lanterna EBBE VEDUTO il cattivel di Andreùccio. Bocc. nov. 15. Il participio per l' in- finito. FECE vEDUTO a' suoi sudditi (cioè Fece vedere). Bocc. nov. 100. (Queste due ultime permutazioni, sarebbero ‘oggi reputate solecismi ). Il soggiuntivo per l' indicativo. : Ve- di bestia d' uomo, che ardìsci, dove io SIA (sono) a parlàre prima di me. Bocc. nov. 54. Il passato del presente. Za don- na guardàtolo che AvesTI (hai) Anzchino? duolti così che i0 ti vinco? Bocc. nov. 67. L’ imperfetto del soggiuntivo per lo trapassato dello stesso modo. Alzò questo la spada, e ferito l'avrebbe, se non rosse uno che stava ritto innanzi (cioè Non fosse stato). Nov. ant. 94. Per la stessa figura usasi talvolta un verbo per un altro, come Sapere per Potere. Non SAPREI vivere senza di let (cioè Non potrei vivere). Avere per Reputare. AVERLO per santo (riputarlo per santo). Fare per Procurare. FATE che venga (Procurate che venga), ec. Per l' IPERBATO, cioè Inversione, rovesciamento, s'inverte, o si traspone l' ordine naturale delle parti del discorso – H. P. Grice: “love that told would cease to exist” – Blake. In virtù dell’ iperbato l’ addiettivo al nome premette- 6ì; il subbietto si pone dopo il verbo, e questo dopo l” ob- bietto diretto, la qual costruzione, perchè è contraria all’ or- dine delle nostre idee, è detta Costruzione inversa. ( Rileggasi il Cap. antecedente.) Per la stessa figura si frappone il nome a due addiettivi, come: 4 piè d'una BELLISSIMA fontana e CHIARA, che nel giùrdino era, se n’ andò. Bocc. nov. 6. S. VII. Per la TMESI, si divide una parola in due, intra- mezzandola di un’ altra parola, come: Accio dunque CHE per ignorànza non st scisino. Passav. 98. Per la stessa figura si tronca la desinenza mente dal primo de’ due avverbj che sì seguono, come: Moréndo egli per sorte, co' suoi danàri AL- TA e RICCAMENTE rimarttàr la potrebbe. Lasc. Gelos. at. f, sc.2. INDICE ALFABETICO DELLE MATERIE CHE NELLA PRESENTE OPERA SI CONTENGONO A prima lettera dell’alfabeto prima delle cinque vocali segnacaso d’attribuzione o tendenza preposizione oppostaa da, indicando il termine a ‘cui tende o si dirige l'azione (H. P. Grice: “If Frege would ask me ‘what is the sense [sinn] of ‘to’?’ I don’t think he’d be expecting an answer!” -- si cangia necessariamente in ad innanzi a pa- rola cominciante con a 340. — coi verbi di moto, indica il termine a cui il moto è diretto 341.— espri- me varie altre modificazioni 342. — trovasi invece di diverse altre preposizioni 342.— Diversi modi di dire con questa preposizione 343. “ ABBENCHÉ congiunzione, avversili- i L n f va lo stesso che Benchè 371. ABBIENTE, ABBIENDO, ABBIUTO, ABBO, voci antiquate del verbo AVERE 185. ABLATIVO, sesto caso de’ Latini, sup- plito appo noi col segracaso da, in- dicante uno degli obbietti indiretti del verbo 77 a 7 ° ACCANTO, ALLATO, preposizioni in dicanti Prossimità dalla parte del fianco 366. ACCENTO, cosa sia 33.— tonico 33. ACCIDENTI del nome, che sono sei 60. ACCOSTO, avverbio di luogo poco. —acuto 33.—grave 33.—su qua- li vocali si metta, e su quali no 34 a 37.—oratorio 380. distante ACCOZZNAMENTO di due particelle pronominali 108 a 111.— ACCOZZA- MENTO di un pronome obbietto di- retto, con un altro che è obbietto indiretto 108.— ACCOZZAMENTO dei pronomi primitivi fra di loro ACCOZZAMENTO di uno de’primitivi coll’ identico sì ACCOZZA- MENTO di uno de'primitivi co’pro- nomi di luogo cz e vi 108.—ACccoz- ZAMENTO de’ primitivi co’ relativi 108.—ÀCCOZZAMENTO d'uno de’ pri- mitivi con la parlicella ze 109.— ACCOZZAMENTO del pronome gli ob- bietto indiretto, col pronome /e obbietto diretto ACCRESCITIVI (Nomi), . Àc- CRESCITIVI (Addiettivi) 121. ACCUSATIVO, quarto caso de’Latini, indicante l’ obbietto diretto del verbo 79. . ACUTO (Accento) 33. ADAGIO, avverbio di tardanza o lentezza di tempo 329. ADDENTRO, avverbio di luogo inte- riore 333. ADDIETTIVO, terza parte del discor- so 52.— la sua definizione 53,— Onde derivi un tal termine Gli ADDIETTIVI accennano le qualità naturali ed accidentali de’ nomi 117. — Si dividono in Fisici, Metafisici, Attivi e Passivi 117 a 118.—Gliî ADDIETTIVI fisici soli hanno la proprietà di qualificare i nomi 117 a118.—Si dividono meglio in Qua- lificativi, Pronominali, Dimostrati- vi, Determinativi, Quantitativi, e Numerali 118.—Gli ADDIETTIVI qua- | lificativi sono gli stessi che gli ADDIETTIVI fisici .— Gli aD- . DIETTIVI qualificativi spesso si pon- gono in vece de’loro nomi astrat- ti 118 a 119. ma allora perdono af- falto gli attributi di ADDIETTIVI () I numeri segnati in quest Indice son quelli delle pagine. \ MV 384 V 218.—Gli ADDIETTIVI devono accor- darsi coi loro nomi in genere edin numero119.—Variano in genere e in numero cangiando la loro desinenza Osservazioni sulla concor- danza degli ADDIFTTIVI co’loro no- mi rig a 122.—Sonovi ADDIETTIVI di doppia desinenza 119.—Qual po- sto l’ ADDIETTIVO debba tenere nella costrazione della frase Alcuni ADDIETTIVI variano di significato, secondo che souo posti © avanti o dopo il nome 123.— Il nome talora si pone tra duc AD- DIETTIVI, costruzione usitalissima nel Boccaccio Maniera di formare il plurale degli ADDIETTIVI 121.-—Concordanza d’ un ADDIET- TIVO quando con un nome di ma- schio trovasi un soprannome fem- minino 120.—Osservazioni sulla concordanza degli ADDIETTIVI mez- zo, salvo, e tullo 120 e 121.— ADDIETTIVI accrescilivi, peggiora- tivi, e diminutivi 121.—Sonovi ADDIETTIVI che possono prendere due o tre delle desinenze diminuti- ve 121.—.Molti ADDIETTIVI posso- no adoprarsi avverbialmente 335. ADDIETTIVI pronominali. Vedi Pro- NOMINALI. | ADESSO, avverbio di tempo presen- te 327. ADUNQUE, congiunzione conclusi» va 373. AFFERMAZIONE (Avverbj di) 334. AGGIUNTIVE (Congiunzioni) 372. AGLI, articolo composto, plurale di Allo 85. AH, AHI, interiezioni indicanti dolo- re, sdegno, ira, ec. AHIME, AIME, interiezioni indican- ti dolore, compassione, ec. 374. AI, articolo composto, plurale di Al 85. AL, articolo composto del segnaca- caso a, e dell'articolo il 85. ALCUNO, addietivo pronominale di- stributivo 148.—Questo pronomi- nale accompagnato da particella | megativa, vgle lo stesso che Nes- suno e Niuno 148. ALFABETO, cosa sia 4.— quante let- tere contenga 4. ALLA, articolo composto femminino, contrazione del segnacaso a e dell' ‘ articolo 2a 85. ALLE, articolo composto, plurale di Alla ALLO, articolo composto, contrazio» ne del segnacaso a e dell'articolo lo 85. y ALMENO, PER LO MENO, avverb) di quantità 335. ” ALQUANTO, addiettivo quantitativo, che vale UV poco 160.—Trovasi anche come nome astratto 160.— avverbio di quantità 335. ALTERNATIVE (Congiunzioni) 370 ALTRESI, congiunzione aggiuntiva 372. ALTRETTALE, addiettivo determina . tivo 156.—vale quasi A/fro tale 158. ALTRETTANTO, particella compa rativa in grado eguale 124.—id- dieltivo quantitativo, dinotanle uguaglianza di numero, di pes0 o di misura 160. ALTRI, pronome personale indeter- ‘minato 115.—Non va soggetto 23 alcun cangiamento di numero 0 di genere 115. ALTRO, addiettivo determinativo di diversità, e vale Diverso, cioè Che non è lo stesso 158. i ALTRONDE, ALTROVE, avverbj di luogo e vagliono il primo Da allro luogo , il secondo In altro lu go 333. ALTRUI, pronome personale inde . terminato 116.—Non si adoperache nel numero singolare e nel gent: ‘ re maschile, e non mai nel rappor to di subbietto 116. ANCHE, ANCO, congiunzioni aggiu? tive, esprimenti Aggiungimento di alcuna cosa 372. l ANCORA, avverbio di tempo, espri” mente che una cosa dura anche presente 328.— avverbio di quan | tità 335.— congiunzione aggiunti” va 372. i ANCORCHÉ, congiunzione avversali: va, esprimente la Contrarietà € passa tra due proposizioni 37!., ANDARE, verbo irregolare della pri ma conjugazione 205.— la sua 0° njugazione 205 a 210,—ANDARS considerato di per sè, non è ir! golare 205.—Ragionamento sull'a3 À 1 ner] Casi ii. a Le Sera» ‘)( 385 damento. di questo verbo, e Mi ai di città e di persona 87.— suoi composti 205.—-Modi di dire eccezioni su questa regola 87.— col verbo ANDARE Prendono l’ ARTICOLO i cognomi ANOMALI (verbi) della prima conju- —88.—Osservazioni sull’uso dell’AR - gazione 205 a 210.— della seconda —TICOLO innanzi a’'nomi caratteri- conjugazione 243 a 269.—della ter- stici 88 e 89.— Osservazioni di- za conjugazione 282 a 285. verse sull’ uso: dell’ ARTICOLO de- ANZI, avverbio di tempo passato 3a7. terminante 89.—Gli addiettivi, — Avverbio di preferenza 334.— gl’infiniti, gli avverbj presi come Congiunzione aggiuntiva 372. — nomi, vogliono l’ ARTICOLO 89 Congiunzione elettiva, e vale Piut- e go.—Si ommette l’ARTICOLO in tosto 373. | molti modi di dire propr) 90.— APOSTROFO, cosa sia 47.—dove si Quando si debba replicare 1’ AR- ponga 47.—a che serva 47.—indica —TIcoLO determinante, allorchè due il mancamento d'una vocale 47. o più nomi si succedono go e gi. e talvolta anche il mancamento — Quando l’ARTICOLO determinante d’una o più consonanti 47. Vedi sì debba replicare allorchè un no- TRONCAMENTO: me è accompagnato da più addiet- APPIENO, AFFATTO, avverbj di tivi 123.— Dell’ ARTICOLO indeter- quantità 335. minato quando il nome è quali- APPO, APPRESSO, preposizioni di ficativo 92. prossimità di luogo, e vagliono lo ASSAI, addiettivo quantitativo 159. stesso che Presso 365. i —Avverbio di quantità e numero APPRESSO, avverbio di tempo, in- 335.—ASSAI VOLTE, avverbio di dicante la successione di una co- tempo, indicante la frequenza e sa ad un’altra, o di un tempo ad durata di tempo 328. un altro 328.—APPRESSO, avver- ASSOLUTO (Superlativo ) 131. Vedi bio di luogo poco distante 334. SUPERLATIVO. APPUNTO, e PER L'APPUNTO, av-- ASTRATTI (Nomi) 58.—Cosa s’ in- verbj d’affermazione 334. tenda per NOMI ASTRATTI 58. — ARTICOLO, cosa sia 82. — Perchè Come perlo più terminano i NOMI l'ARTICOLO sia stato introdotto nel - ASTRATTI nella Jingua italiana 58. discorso 82.—a che serva 82.— ATTIVI (Addiettivi) 117. Vedi Ap- ve ne sonodidue specie: l'ARTICOLO —DIETTIVO. — ATTIVI (Verbi) 167. determinante o determinativo, e Vedi VERBO. l’ARTICOLO indeterminato 83. —L’ ATTIVO (Participio ) 170. Vedi Par- ARTICOLO non forma parte separata TICIPIO. del discorso, ma è un mero segno ATTRIBUTO, terzo termine della indicante uno de’ sei accidenti del proposizione 166 e 377. nome 83.—Le sei particelle for- AUSILIARI (Verbi) 175.—Cosa s’ in- manti |’ ARTICOLO determinante, tenda per VERBI AUSILIARI 175.— sono prese tra quelle de’ pronomi —La lingua italiana ha due verbi Au- personali .—L’ARTICOLO deter- SILIARI:175. Vedi AVERE ed ESSERE. minante si contrae in una sola AVANTI, avverbio di preferenza 334. parola con le preposizioni a, corn, —Preposizione opposta a Dopo e da, di, in, per, su 84 e 85. a Dietro 360.— usasi colle parti- L’ARTICOLO co’'nomi significativi di celle a, di e da 360. tutt’ una specie 85 e 86,—L' ARTI- AVE, voce poetica invece di ha 3za COLO co' nomi significativi d'una . pers. sing. del verbo Avere 185. classe sola 86.—L’ ARTICOLO coi AVEA e AVEANO, voci poetiche per momi significativi di alcuni indi- Aveva e Avevano 186. SI vidui determinati 86.—L’ ARTICO- AVEMO in vece di Abbiamo, è voce LO sì mette innanzi a’ nomi pro- originaria italiana, spesso usala prj di paesi e di regni 86.—L’AR- dagli antichi, ed è neppure da ri- - TICOLO non si melte innanzi ai gettarsi a'di nostri 186. Gramm. Ilal. 50 : &gt; 386 Y AVERF, Wetlé ché atill’otfrinale suo significato, esprime l’ossedi- mento di cosa 175.—la sua conjue gazione è irregolare, ma non di- fettiva 177.—è accettato come Ver- | bo ausiliare, nel qual carattere ‘ concorre al compimento della con- jugazione de’ verbi principali 175. — Conjugazione del verbo AVE- RE 185 a 188.— Modi di dire col verbo AVERE 188 a 190. AVVEGNACHE, congiunzione avver- saliva, esprimente Contrarietà 371. AVVENIRE (In e Per 1’), avverbio di tempo futuro 328. AVVERBIO, termine grammaticale; quarta parte del discorso 52.—la sua definizione 54.—la sua origine 54 e 3a5.—la sua importanza nel discorso 325.—Perchè a tutte le voci modificanti si sia dato il no- ime generico di AVVERBIO 326.—- Degli AVVERBI finienti in mer fe 326.—origine e spiegazione del- la terminazione menze 326. —Gli AVVERBJ che terminano in mente, si formano dagli addietlivi, cam: biando l’ o finale di questi in a 326.—Ove gli addiettivi si ter« ‘ minano in/e o re, l’e finale di ques .sta terminazione si tronca .— Non v'è addicttivo che non possa divenire AVvERBIO mediante la de- sinenza mente 327.—Allorchè due AVVERBJ terminanti in mente si seguivano, gli antichi spesso trons cavano questa desinenza nel pri- mo 327.—Gli AvvENBI composti di due o più voci, sono modi avver- biali anzichè AVVERBI 327 e 328.— AvvxeRBJI di manera 327.—di ordi- ne 327.--dì quantità .—di lem- po 327.— di tempo presente è327.— di tempo passaio 327.—di tempo fu- furo 328.—d’ affermazione 334.—di negazione 33j.—-di modo 334. — di qualità 334.— di preferenza .334,. ‘ di similitudine 335.— di quaniilà e numero 3535. — di probobililà , dubbio, eincerlezza 335.— di diver- sità e contrarielà 335. R B, seconda lettera dell’ alfabeto, e prima delle consonanti 4.— È con- ‘sonante labbiale 15.—in Toscana .si pronunzia di, in Roma e in Lom- bardia de 15.—essa si avvicina al pe alv15.—GliEgizi, esprimeva- ‘oo il 3 colla figura d’ una pecora 15. —Quest#élettera era anticamen- ‘te anche numerale 15. BENCHE, ABBENCHE£, congiunzioni avversative, esprimenti La con- ‘ trarietà 371.—vuole che il verbo che lo seguc, stia nel modo sog- giuntivo BENE, avverbio di qualità 334. BENSI’, congiunzione avversaliva , ‘ esprimente Contrarietà 371. BISILLABI (Vocaboli ) 31, BREVE (in), avverbio di tempo ‘faturo 328 G Cy terza lettera dell’ alfabeto, € se- conda delle consonanti 4.—èé con- sonante dentale innanzi all’ e ed î, e gutturale innanzi all’a, o, u, Is r 14 e 15.— da’ Toscani si pronunzia ci, e dagli altri italiani ce 15.— unita all’ £ è sempre gut- «turale 16.—essa raddoppiasi nel mezzo delle parole t6.—forma con- sonanle composta iriseparabile con la ZL, e con la £ dopo di sè, e con la S avanti dî sì 16.—Per la sua parentela col G, gli antichi scambiarono sovente | uno per ‘I’ altro 17.—1l C è lettera nume- rale romana, e vale Cento 17. CARATTERISTICI (Nomi) , cosa si- ano 59. — Osservazione su tali nomi 59. CARDINALI (Addiettivi numerali ), cosa significhi il vocabolo CAR- DINALE come aggiunto di nume- ro 161.—vale lo stesso che Prin- cipale, cioè Che regge, che so- stiene 161. CASO, CASI, termine grammaticale . latino 77.—Cosa s’intenda per CASI La lingua italiana non conosce ì CASI 77 e 78.—Denomi- nazioni de’ casi latini che sono sei 78.—Spiegazione del sistema latino riguardo a’ casi 78.— Co- me nella lingua latina i differen- è ; }( 33 ti rapporti del nome si distinguo- no mediante i casi 73. — Ordine da tenersi nell’ enumerazione de’ Casi latini 79. — Denominazioni da sostituirsi nellelingue viventi a quelle dei casi lalini 79.—Os- servazione sul caso detto vocati- vo 79. i CASO CHE, congiunzione condizio- male, o sospensiva 372.—regge il suo verbo nel modo soggiunti- vo 229. CAUSALI (Congiunzioni) esprimen- ti La cagione d’ una cosa 373. CEDERE, verbo preso per modello de’ verbi di seconda conjugazione 198 a 201. GERTO , avverbio dq' affermazio ne 334. CH, consonante composta, che ha al suono gulttuvale, anche innanzi e ed i 16.—davanti a’ dittonghi 4, ie, io, iu, ottiene un suono più . schiacciato che non ha quando è seguito da 7 semplice 16. CHE, addie:tivo pronominale con- giuntivo positivo 139.—quando è relativo a una cosa, a un’ azione, ‘ 0 ad una frase intiera, va prece- duto dall’ articolo determinante il, ed è di genere neutro 139.— CHE, addietlivo pronominale coa- giuntivo interrogativo 140.—la- nanzi a parole che cominciavano da vocale, gli antichi solevano aggiungere al cHE la lettera 4, formandosi CHED 13y. CHE, particella correlativa nelle comparazioni, di grado maggiore e minore 126 e 127. CIIE, congiunzione soggiuntiva 369. —sovente dipende da un avverbio 369. —CHE, preceduto dalla negativa non, è sovente congiunzione dimi- nutiva di numero e di quantità 369.— sovente trovasi in forza di allra congiuazione composta di es- so 169.—UiE, alla maniera de’ la- tini talora si sopprime, mettendo- si il susseguente verbo all’ infi- nito 370. 3 CIH E CHE, e CHECCHE, addicttivi conomiaali indefinita e vagliono fo stesso che Qualunque o Qualun- que cosa 230, It dai ettivo pronominale congiua- tivo, e sigaifica Colui che 143.— usasi frequentemente peo iuler- rogare, ma sempre di persona non mai di cosa 144.—noa di ra- .do ha il verbo dopo di st nel modo soggiuntivo 293. . CHI CHE SIA, CHICGIIESSIA, CHIUN- QUE, addiettivi pronominali ia-. detiniti, che si dicono -di perso- na 149. CI, pronome personale primitivo di prima persona plur. nell’ obbiet- to diretto, e vale Noi nell’obbietto indiretto vale A noi Ci, pronome di luogo CI, è talvolta pronome. di terza persona come obbietto indiretto, nel rapporto di attri- buzione o di tendenza CI usa- to per solo ripieno, o per accompa- guaverbo CIASCUNO, CIASCHEDUNO, addiet- tivi pronominali distributivi, e. vagliono lo stesso che Ognuno 147. CIO’, addiettivo pronominale dimo- strativo invariabile, e vale Que- sta o quella cosa 156. CIOE, CIUE A DIRE, congiunzioni dichiarative 372. CIONONOSTANTE, CIONONDIMENO, CIONUNPERTANTO, congiunzioni avversalive, csprimenti La contra- rietà che passa fra due proposi- zioni 371. i CIRCA, preposizione, che vale lo stesso che Inforno CIRCA, INCIRCA, ALL'INCIRCA, avverbj di probabilità, o di dub- bio 335. CIRCONFLESSO (Accento) 33. COGLI, articolo composto, plurale di Colla 85. COI, articolo composto, plurale di Col 85. COLA’, avverbio di luogo, che vale In quel luogo 332. | COLAENTRO, avverbio di luogo, com- posto di Ero, e della particella Colà 364. COLAGGIU”, COLAGGIUSO, COLAS- SU’, COLASSUSO, avverbj di luo- go, composti della particella colo , e di su, e di giù 332. COLEI, pronome persopale dimo» strativo, femminino di Colui e 113. COLLA, articolo composto ; femmini- no di Col 85. . COLLETTIVI (Nomi),esprimono Una moltitudine d’ individui 59.—COoL- LETTIVI (Numerali) 164. COLLO, articolo composto , o con- , tratto in una parola della prepo- sizione Con e l’ articolo /o 85. COLON, woce greca indicante l’ in- terpunzione da noi detta Due punti COLORO, pronome personale dimo- strativo , plurale di Colui 112, ‘@ 113. CULUI , pronome personale dimo- strativo, che vale Quegli sì trova riferirsi anche a “cose inanimate 113. COME, particella correlativa nella comparazione in grado eguale 124 ‘e 125. —Avverbio di similitudine 335. — Congiunzione comparati- va 373. COMECHE, congiunzione avversati- va, esprimente Contrarietà 371.— vuole il verbo, che gli segue, nel modo soggiuntivo 299. COMMA, voce greca, che vale lo stesso che Zirgola ; una delle no- stre interpunzioni 51. COMPARATIVE (Congiunzioni ) e- sprimenti La simiglianza o la pro- orzione tra due cose 372. COMPARATIVI (Addiettivi) 124 a 128.— ia grado uguale 124.—in 112, grado maggiore e minore 126. Vedi GRADI DI COMPARAZIONE. COMPARAZIONE (Gradi di) 124 a 132. Vedi GRADI DI COMPARAZIONE. COMPOSTE (Consonanti) 14.—di due lettere 15.—di tre lettere 15. COMPOSTI (Numeri) 163. COMUNE (Nome), una delle divisio- ni del nome 56.—Divisione de’no- MI COMUNI 57 a 59.—Il NOME co- MUNE, È applicabile ad una specie intera, ed anche ad alcuni indivi- dui della specie 82. CON, una delle preposizioni primi- tive 336.—l’ originaria sua fun- zione sì è di esprimere la relazio- ne di compagnia ponesi an- che innanzi ai nomi di strumen- &gt;. 2 MX 388 Y ti 350.--usasi anche innanzi ai nomi che significano certi modi di agire 350.—maniere di dire con questa preposizione 350. — Con, - sSoppressane la 72, s' incorpora coll’ articolo determinante 85 e 351. s' incorpora parimente co’pronomi personali me, Ze, se, noi, voi103 e 351. CONCIOFOSSECHE , CONCIOFOSSE- COSACHE , CONCIOSSIACHE , CONCIOSSIACOSACHE', congiun- zioni causuali, esprimenti Cagio- ne d’ una cosa 373. CONCLUSIVE (Congiunzioni ) indi- canti la conseguenza delle cose 373. CONCORDANZA degli addiettici CONDIZIONALE (Modo), uno de’cin- que modi del verbo 169. CONDIZIONALI (Congiunzioni) 372. CONGIUNTIVI pronominali PRONOMINALI. CONGIUNTIVO (Modo) Vedi Sog- GIUNTIVO. CONGIUNZIONE, ottava parte del discorso 5a.—sua definizione 54. —sua origine 54. — Osservazioni intorno alle particelle dette con- GIUNZIONI 535.— Non tutte le voci, che da’ grammatici come CONGIUN- ZIONI vengono indicate, sono ta- li 367.—Le CONGIUNZIONI servono per unire i nomi, gli addiettivi, i verbi ed anche delle proposizioni intere 368.—Quelle CONGIUNZIONI importa più conoscere, la cui fun- zione è di unire le proposizioni su- bordinate a quelle dalle quali di- pendono 368.—CONGIUNZIONI co- pulative 368.— soggiuntive allernalive negative avoversaltive aggiuntive condizionali eccellualive dichiaralivce comparalive elettive causali conclusive CONIUGAZIONE de’ verbi 175.—Co- sa s'intenda per CONIUGARE e per CONIUGAZIONE 175. — origine di queste due vocì 175— CONIUGAZIO- NE de’ verbi ausiliarj Avere cd Essere 179 a 188.—1 verbi italia- ni hanno tre consugazioNnI, che ognuna ha per caratteristica la 4 38900 terminazione del suo modo infi- nito, cioè are, ere, ire 176 e 177. —La CONIUGAZIONE in iresi divide in due classi 177.— CONJUGAZIONE 10 are 193 a 197.—in ere 198 a 201.—in ire prima classe 201 a 202. —_In tre seconda classe 203 e 204. — CONIUGAZIONE de? quattro verhi ir- regolari in are 205 a 210 CONSUNANTI 13.—quante ve ne sianO perchè così si dicano 13.— come si pronunziano toscanamen- te 13.—come si dividono 14.— CONSONANTI mule 14.—semivocali 14.—gullurali 14.—labbiali 14.— dentali 14.— CONSONANTI composte di due lettere 15.— CONSONANTI composte di tre lettere 15. CONTRA, CONTRO, preposizioni €esprimenti Opposizione e contra- rietà 365.— volentieri s° accompa- gnano con una delle particelle &amp; © di . — sehbene anche senza particelle si trovino 365. CONTRARIETA” (Avverbj di) 335. CUNTUTTOCIO’, CUNTUTTOCHÈ , congiunzioni avversative 371. CO PULA, secondo termine della pro- posizione 166 e 377.—consiste nel verbo sostantivo Essere 377. — perchè così si chiami 377.—So- vente sì unisce in una sola parola, ‘col terzo termine della proposizio- ne 377. o COPULATIVE (Congiunzioni) 368. COSI’, particella comparativa, usata nelle comparazioni in grado ugua- le 124.—La sua correlativa è la particella Come 124. — Cos, av- verbio di similitudine 335. COSICCHE, congiunzione conclusi- va 373. COSTA’, avverbio di luogo indican- te Luogo, distante 331. COSTAGGIU’, COSTASSU’, avverbj di luogo, che vagliono In cotesto luogo 331. COSTEI, pronome personale distri- butivo, femminino di Costui COSTI”, avverbio di luogo, espri- mente Luogo distante 331. COSTINCI, avverbio di luogo, che vale Di costi, di cotesto luogo 331, COSTORO, pronome personale di- o, plurale di Costui ria @ COSTRUZIONE, cioè Disposizione delle parole nel discorso Sonovi due modi di disporre le parole nel discorso CostRU- ZIONE diretta o regolare 377.— CosTRUZIONE inversa o figurata COSTUI, pronome personale dimo- strativo, adoperato per accennare uomo o donna Rare volle COSTUI e COSTEI trovansi come subbictto; bene spesso pe- rò come obbietto diretto o indiret- to 113.— Talvolta questi pronomi con vaghezza adoperansi nel rap- porto possessivo, ponendoli tra l’ articolo e il nome 113. | €OTALE, addiettivo determinativo, vale lo stesso che Tule . COTANTO, addiettivo quantitativo 159.—Avverbio di quantità e di numero CO'TESTI, pronome personale dimo- stralivo, sinonimo di Questi, e si usa per additare persona mascoli- na singolare, nel rapporto di sub- bietto 112. COTESTO, COTESTA, COTESTI, C0- TESTE, addiettivi dimostrativi, usali per dimostrare Persona 0 co- sa prossima alla persona parlante COTESTUI, COTESTEI,COTESTORO, pronomi personali dimostrativi, che accennano Persona vicina a chi ascolta, e vagliono lo stesso che Cotesti CUI, addicttivo pronominale congiun- tivo, che vale quanto, Quale, che, chi 144.—dicesi di persona e di cosa 144.—serve ad amendue i ge- nerì e i numeri 144.—non è mai per proprio suo bisogno, precedu- . to dall’ articolo determinante per proprietà di lingua sottin- tendevisi la preposizione a innanzi a questo pronominale .—tro- vasi anche nel senso interrogativo D D, quarta lettera dell’ alfabeto, e ter- za delle consonanti 4.—-t consonàn- M 390 V te fientale 15.—pronunziasi di da’ DECLINAZIONE, termine grammati- Toscani, e de da’ Romani e Lom- bardi 17.—ha stretta parentela col T17.— forma consonante compo- sta con la S davanti, e con la R dopo di sè 17.—è lettera numerale Tomana, e vale Cinquecento 17. DÀ, particella segnacaso per suppli- re all’ ablativo de’ latini 89.— è una delle sei preposizioni primi- tive 336.— serve per indicare Ori- gine, provenienza e dipendenza .—indica inoltre Parten- za, separazione, allontanamento ec. 337.—Per proprietà di linguag- gio usasi talvolta la preposizione a in vece di DA 337.—DA, si usa coverbi Astenersi, Attendere, Ave- “re, ec. 338.—Altri verbi che esi- gono la preposizione DA 338.— Molti modi di dire proprj con que- sta preposizione Que- sta preposizione sovénte sì con- trae in una sola parola coa gli articoli determinaati il, lo, Za, i, gli, le, 85. DAGLI, articolo composto, plurale di Dallo 85. DAL, DAI, DALLA, DALLE, articoli composti della preposizione da, e degli articoli determinanti i/, i, a, le 85. DALLO, articolo composto della prc- posizione da, e dell'articolo o 85 5. DAPPOI, avverbio di tempo, îndi- cante Successione d’ una cosa all’ altra 328. | DARE, verbo irregolare della prima conjugazione 205.—la sua con- jugazione 205 a 210. — modi di dire con questo verbo 214 a 229. DATIVO, terzo caso de’ latini 79.— serve per indicare il rapporto di attribuzione,concessione e tenden- za 80.—Nella lingua italiana, si supplisce col segnacaso o preposi- zione a $o. , DATO CHE, DATOCHE, congiunzio- ne condizionale 372.— regge il ver- bo al soggiuntivo : PAVANTI, preposizione opposta a Dopo, e dinota Tempo e luogo 360. —sevente usasi colle preposizioni e, di, da 360 calede’latini78.—Cosa s'intendaper DECLINAZIONE La liagna italiana non conosce DECLINAZIONI Spiegazione del sistema lalino riguardo alle DECLINAZIONI 78. Ve- di Caso. DEGLI, articolo composto, plurale di Dello DEH, interjezione deprecativa, ed esortaliva 374. DEL, DEI, DELLA, DELLE, articoli composti, della preposizione di, e degli articoli determinanti. dl, i, Ia, e le, 85.—sono altresi articoli partilivi per indicare qualche in- determinata parte di sostanza 91. DELLO, articolo composto della pre- posizione di e dell' articolo o 85. DENTALI (Consonanti) 14. — quali coasananti così si chiamano e per- ancora ch! 14. DENTRO, avverbio di luogo interio- re 333.—preposizione denotante La parte interna della cosa 363. e 364. DESSO, DESSA, DESSI, DESSE, pro- nomi personali dimostrativi, asse- veralivi, che asseriscono l’ identì- tà della persona 114.—non sì usa- no che nel rapporto di subbietto Quantunque per lo più di persone si dicano, talora si dicano di cose 114. DETERMINANTE (Articolo) .—ia. qual particella consista 33.—DE- TERMINANTE (Articolo composto) 84 e 85. DETERMINATIVI (Addiettivi) . 156 a 159. DETERMINATIVO (Articolo) Vedi DETERMINANTE. DI, particella segnacaso, che fa l’ uf- ficio del genitivo de latini indica le relazioni di pos- sessione e diappartenenza é una delle sei preposizioni pri- mitive 336.—può dirsi preposizio- ne qualificativa .—essa insieme col suo nome, può essere sostitu- ita da un addicettivo qualificativo 344, e 345.—Il posto di questa pre- posizione nel discorso , è sempre fra due nomi 345.— Sovente il primo nome è per Ellissi soltiate- I e --— «n: ri LUERTRE pi "% 391 ) °&lt; 50 345.=-Modi di tre in cui si adopra DI in vece di “da 3/7.-- Talvolta il DI indica mumero e . quantità 347.—DI, questa particel- 1a unita ad un nome cad un ad- diettivo, si formano molti mo- di avverbiali 347, e 348.—La pre- posizione DI, talora sì sottintende 348.—Dopo il participio passato, usasi quando DI e quando da 348. — Regole per uso di entram- be 348, e 349.—L’ uso dell'una 0 dell’ altra di queste due preposizio- ni, cambia per intero il senso 3/9 e 350.—DI, particella correlativa, usata nelle comparazioni di gra- do maggiore e minore 126, e.127, DIANZI, avverbio di tempo passa» to 327. DICHIARATIVE (Congiunzioni), son quelle che servono a dichiarare y o a schiarire 372. DIETRO, e DI DIETRO, preposizio- ni, che vagliono lo stesso che Do- po 360.—ma vanno sempre seguite dalla particella a DIFATIT, avverbio di affermazio- ne 334. | DIFETTIVI (Verbi) Ver- bi DIFETTIVI della seconda conju- gazione 270 a 273.— Verbi DIFET- TIVI della terza conjugazione 285. DIMANI, avverbio di tempo futu- ro 328. ua DIMINUTIVI (Nomi) 75 e 76.— Dis MINUTIVI (Addiettivi) 121. DIMOSTRATIVI (Pronomi persona» li) DIMOSTRATIVI (Ad- diettivi) 154 a 156. DIMOSTRATIVO (Mado) 169.VediIne DICATIVO, DIPUI, lo stesso che Dappoi 328. DI RADO, DI RARO, lo stesso che fado 328. fb DISCORSO, cosa sia 52.—1a sua de- finizione 52.—Discorso (Parti del) 52.— Quanti parti del DISCORSO vi sieno 52.—Onde traggano la loro origine 5a. DISCOSTO, avverbio di luogò lon- tano GIA DI SOTTO, lo stesse che Solto DISTRIBUTIVI (Addicttivi pronomi-. nali) 147, e 148. BI'ITONGHI 13. Cosa 3’ intenda per la voc8 DITTONCO 13. =» Da che lingua derivi 13.—La lingua italia» na ha quindici DITTONGHI 15, DIVERSITA’ (Avverbj di) 335. DOH, interjezione, segno di cordo glio 374. DONDE, avverbio-di luogo, e vale Del qual luogo, dal qual luogo 333. DONDECHE, avverbio, di luogo, e vale Da qualunque luogo 333. DOPO, avverbio di tempo, indicante Successione d’ una cosa ad un’ al- tra è anche preposizione, denotante Ordine di luogo, di tem- o, o d'azione 360. P “ . O ; DUVE, e OVE, avverbj di luogo, e vagliono Nel qual luogo, o in qual luogo 332. — Questi due av- verbj vogliono il susseguente ver- bo nel soggiuntivo, ogni volta che îl precedente verbo porti seco dub» bio o incertezza 298. DOVECIE, DOVE CHE SIA, avverbj di luogo, e vagliono In qualunque luogo , a qualunque luogo 333. DOVUNQUE, e OVUNQUE avverbj di luogo, lo stesso che Doovechè 333. DUA, e DUE, addiettivi numerali che talvolta si trovano per Due: il pri- mo, idiotismo fiorentino, è ripu- tato errore; il secondo trovasi da qualche poeta usato per la ri- ma DUNQUE, e ADUNQUE, congiunzio- ni conclusive 373. DUO, è termine musicale che pren- desi sovente come nome, e signi» fica Canto a due voci 462. E E, quinta lettera dell’ alfabeto, e se- conda delle vocali 4, e 5.—ve ne so- no di due specie 5.—E chiusa 5, e 6.— E aperta 6 e 7.—Lista al- fabetica di voci equivoche per’ la diversa pronunzia, chiusa 0 aper- ta, dell’ E 7 e 8. E, congiunzione copulativa 368. essa talora si replica innanzi a ciascuna parola per vaghezza a questa congiunzione per mag- giore pienezza di suono, si suole aggiungere Ja consonante d, ove il seguente ‘vocabolo cominci da vocale 368. + » X sd X ECCETTO, preposizione eccettuati8 EPICENI (Nomi ), chiamansi quelli, va ECCETTO CHE, congiunzione eccet- tuativa ECCETTUATIVE (Congiunzioni) 372. EE, leggesi in Dante in vece di È terza pers. sing. del verbo Esse- re EGLI, e EGLINO, pronomi persona- li relativi di genere mascolino, il primo singolare, e l’ altro plura- le 95.—Usservazioni su questi pro- nomi 95.—EGLI, particella riempi- tiva per proprietà di lingua gf. EHI, interiezione segno di Dolore, di sdegno, d’ ira, ec. 374. EI, pronome personale relativo, vale lo stesso che Egli, di cui sem- bra essere un accorciamento Ei per Eglino; è del verso Usò Dante EI per Zi come ob- bietto diretto 96. i EIA, interiezione in segno di gri- dare 374. EL, particella che da qualche auto- re trovasi usata per il, articolo determinante 83.—EL per Egli pro- nome personale relalivo 95. ELLA, ELLE, £LLENO, pronomi per- sonali relativi di genere femmini- no, il primo singolare, i due al- tri plurali 95. — Osservazioni su questi pronomi 96. —ELLA ed EL- LE, usati come obbietto,indiretto 96. ELLISSI, figura grammaticale vale Difetto o Soppressione 380.— è que- sta figura usitalissima nel discor- so, sì negli autori che nel parlar familiare 346.— Modi di dire in cui il nome è per E/lissi sottinte- so 346. ELLO, ELLI, pronomi personali re- lativi, lo stesso che Egli, Eglino 95. EN, e ENNO, per Sono 3za pers. pi. del verbo Essere, erano usita- tissimi presso gli antichi 180. ENALLAGE, figura grammaticale, che vale Permutazione 380 e 381. ENE, idiotismo fiorentino, e vale lo stesso che £ 3za pers. sing. del verbo Essere 180. ENTRO,avverbio di luogo, e vale Nel luogo interiore è anche pre- posizione dinotante la parte in- ‘ terna della cosa 363. che con una sola terminazione comprendono o il maschio o la femmina 68. ESSERE, verbo unico 166.—Non evvi altro verbo propriamente detto 166. -—In logica il verbo ESSERE è det- to copula Questo verbo af- ferma l’ esistenza degli attributi, ed esprime | atto della nostra mente che giudica Differen- za tra il verbo ESSERE e il verbo Esi- sfere 166.—11 verbo ESSERE col tem- po degnerò dalla’ sua forma 167. —Il verbo ESSERE è detto per ec; cellenza Verbo sostantivo 167. — Il verbo EsseRE uno de’ due ver- bi ausiliari, onde concorrere al compimento della conjugazione de’ verbi principali 175.—La sua conjugazione è irregolarissima , ma non è difettiva Conjugazio- ne del verbo ESSERE 179 a 183.— Modi di dire col verbo ESSERE 183. ESSU, ESSA, ESSI, ESSE, pronomi personali relativi 95. — Trovansi anche in vece di egli, eglino, ella , elleno detti di persone 97.—L' uso di questi pronomi come obbietto indiretto è assai comune g7.—Posti dinanzi ad un nome significano quello, quella, quelli, quelle 97.— Esso, per proprietà di lingua e per piconasmo, uniscesi sovente al pro- nome /ui,. lei, loro g7 e 331.— ‘S’' aggiunge talvolta anche alle pre- posizioni /ungo, sovra ESSUTO, o ISSUTO, particip)j passa- ti antiquati del verbo Essere 179 ETEROCLITI ( Nomi), diconsi così Quei nomi che possono avere due uscite o desinenze ETIMOLOGIA, terza parte della gram- ‘matica a2.—Cosa per questa voce s'intenda a.—La sua derivazio- ne a. EZIANDIO, avverbio di quantità 335. —Congiunzione aggiuntiva 372. F F, sesta lettera dell’alfabeto, e quar- ta delle consonanti 4.—è una delle labbiali 17-—t assai simile al 7 17: -M 393.) «si pronunzia efe 17.—La F tie- ne appo noi, luogo del ph de'La- tinì 17.—-Forma consonante com- posta colle liquide Z ed R dopo di sì 17.—La lettera F è il nome di una delle chiavi della musica 17. FARE, verbo irregolare della prima conjugazione 205.—è uno de’ più anomali della lingua italiana 205. —non è altro che una sincopatu- ra dell’antico verbo Nacere 206.— Conjugazione del verbo FARE Modi di dire col verbo FARE FAVELLA (“I prefer FABULA” – H. P. Grice), lo stesso che Lingua 1. FEMMININO (Genere) Vedi GENERE. FIA, FIANO, FIE, FIENO, voci poe- tiche, avaazi d’ un antichissimo verbo equivalente al verbo Esse- re 182.—queste voci si usano dai poeti, le due prime per sarò e su- rà; le due ultime per saranno 182. FIGURATIVI (Nomi), una delle di- visioni del nome 58.-—Cosa s’in- tenda per NOMI FIGURATIVI 5g. FIGURE grammaticali Cosa per FIGURE grammalicali s’ inten- da 380.— Quante FIGURE si rico- moscono in grammalica 330. FINUATANTUCHE, FINCHE, avverbj di tempo indicanti il termine li- mitato, e il termine del tempo 329. FINO, e INFINO, preposizioni termi- native di tempo, di luogo, o d'o- perazione FINORA, avverbio di tempo presen- te 328. FISICI (Addiettivi) Cosa s' in- tenda per addiellivi FISICI 117.— Gli addiettivi Fisici soli hanno la proprietà di qualificare i nomi 118. FORA e FORANO, per Sarei, e Sa- rebbero .183. FORSE, avverbio di probabilità, e di dubbio FRA, INFRA, preposizioni dinotanti che una cosa è in mezzo a più altre cose 361, FRASE, lo stesso che Discorso 52. FUORA, FUORE, FUORI, preposi- zioni dinotanti Esclusione, sepa- ramento, distanza 364.— s' usa- .: no comunemente colla particella di 364. I FUORCHÈ, FUOR CHE, preposizio- Gram. Ilal. ni eccettuative-364.—Congiunzio- ne eccettuativa 372. | FUTURO (Tempo), uno de’ tre tem- pi che sono nell’ ordine della na- tura 171,—-Con questo tempo espri- mesi che il significato del verbo avrà luogo in un tempo avvenire FUTURO passato o ante- riore, tempo del verbo,subordinato al futuro semplice 172 e 173.— esso denota un’ azione passata ri- spetto ad un’altra azione avveni- _ re G G, settima lettera dell’ alfabeto, e quinta delle consonanti 4.—dai Toscani si pronunzia gi, e dagli altri italiani ge 17.—è consonante denta- le quando è seguita da e o da i;e gutturale quando è seguita da a, 0, u, I, od r 17.— soffre una varia- zione notabile nel suono quando è preceduta da S 18.—unita al- l’ Z7 prende il suono gutturale, an- corchè sia seguita da E od £ 18. — proferiscesi con suono liquido o schiacciato nelle sillabe gli, glia ec. 18.— aggiunta alla //_ perde gran parte del suo suono gultu- rale 18.—forma consonante com- posta con le lettere Z ed R dopo di sè, e con la .S avanti di st Iin dopo la prima guerra pu- nica i Romani non conoscevano questa consonante, in vece della quale usavano il C 17.—Il G era anlicamente lettera numerale,e va- Jeva quattrocento 18.—Nella mu- sica, questa lettera è il quinto suo- no della scala diatonica 18. GENERE, termine grammaticale per indicare uno de’ seì accidenti del nome 60.—Cosa s’ intenda per GE- NERE 60.—Nelle lingue GENERE vale -Sesso 60. GENERE mascoli10, Semminino e neutro 60.— Osser- vazioni sulla classificazione dci nomi per GENERE 60 e dbr.—Nella lingua italiana non vi sono che due GENERI, il maschile e il fem- minile 61.—Ragionamento sul si- stema di riconoscere il GENERE dei nomi dalla loro desinenza Gt e 61, 5a * M 39 —In molti nomi si riconosce il GENERE dalla loro significanza 62. —tENERE de’ nomi proprj 62.— GENENE de' nomi in a 62. — GE- NERE de’ nomi caratteristici 62 e 63. —GENERE de’ nomi prove- nienti dal greco GENERE de’ no- mi in e GENERE de’ no- mi in s 65.—GENERE de' nomi Li o GENERE de’ nomi in w GENITIVO, secondo caso de’latini 78. —indica il rapporto tra due no- mi, cioè di Possesso, di proprietà, e d’ attenenza 82.— È supplito nella lingua italiana pel segnacaso di posto fra due nomi 80. GERUNDIO, parte della conjugazio- ne del verbo Cosa 3’ inten- da per GERUNDIO 170.— Origine della voce GERUNDIO 292.—1ll GE- RUNDIO non è che un’ altra specie di participio presente 292.—Tal- volta trovasi il GERUNDIO nel puro significato del participio presen- te 292 e 293.—ll GERUNDIO è spes- se volte preceduto dalla prep. in 293.— e qualche volta ancora dalla prep. con 293.— Leggesi s0- vente nel Boccaccio il GERUNDIO accompagnato col suo subbiet- to 293.—ll GERUNDIO in vece del. l’ infinito, dopo i verhi Andare, Venire, ec Mandare GIAMMAI, avverbio di tempo, indi- | cante La frequenza e durata di tempo 328. GIU’, GIUSO, avverbj di }uogo, in- dicanti Luogo inferiore 332. GIUSTA, GIUSTO, preposizioni si- gnificanti Conformità 367. GLI, articolo determinante plurale di Jo 83 e 84.— L’I di quest? ar- ticolo non si elide maì fuorchè innanzi a'nomi comincianti da 783. GLI, pronome personale relativo nel rapporto di obbietto indiret- fo, cioè d’ Attribuzione o ten- denza 95.—GLI, invece di Egli 96. —GLI invece di Li,plurale del pro- ‘ nome Lo 100.—GLI invece di Luro, e GLI in vece di Le, sono modi di dire scorretti 103. GLIELE e GLIENE, pronomi relativi composti da glî, le, e ne rto.—Il Boccaccio usò GLIELE in ambo i ge- neri e in ambo ì numeri; ma i moderni amano di cangiarne la fi- nale secondo il genere e secondo îl numero 110. GRADI DI COMPARAZIONE, così si chiama uno degli accidenti dell’ ad- diettivo 124.— Divisione degli ad- diettiviin Positivi, comparativi, e superlativi 124.— Sonovi degli ad- dieltivi incapacì di ricevere compa- razione alcuna I GRADI DI COMPARAZIONE vengono nel discorso indicati ognuno da due particelle Comparazione in GRADO egua- le 124.—La comparazione in GRA- DO eguale può pure aver luogo tra due qualità diverse 125. — Quali particelle si usino nella compara- zione di GRADO eguale 124 e 125. —Comparazioni in GRADO maggio- re e minore 126.—Quali particelle sì usino nella comparazione in GRADO maggiore e minore 126 e 127.—Sonovi alcuni addiettivi in cui i GRADI DI COMPARAZIONE si for- mano irregolarmente 128. Vedi Su- PERLATIVI. GRAMMATICA, cosa sia 1.— Origine della voce GRAMMATICA 1.—I Gre- ci facono i primi a sottoporre il linguaggio loro a leggi, regole e precetti, che chiamarono GRAM- MATICA 1.— Definizione della vo- ce GRAMMATICA 2. — La GRAMMA- TICA si divide in qualtro parti2. GRAMMATICALI (Precetti) 2.— Di quante specie sieno ì PRECETTI GRAMMATICALI 2.— GRAMMATICALI (Figure) Vedi FIGURE. GRAVE (Accento) 33. GUAI, interiezione esprimente mì- naccia 374.—€ il plurale di Guaio 374. I GUARDA ! interiezione in segno di disprezzo 375. GUARI, avverbio di quantità o nu- mero 335.—Esso vale lo stesso che Molto 335.—Va sempre accompa- gnato dalla negativa 707, 0 da altra particella negativa 335. GUITURALI (Consonanti) 14. dini e n FE }( 395 Y( I: I H, ottava lettera dell’ alfabeto 4. —, sì pronunzia acca 18.—può chia- marsi mezza lettera 18.—è di po- co uso nella nostra lingua, quan- tunque fosse frequente nella lin- gua latina 18.— non serve presso di soi che per contrassegno 18. —si usa nelle quattro voci del verbo 4vere, ho, hai, ha, hun- m0 19.—si usa altresì in alcune interiezioni 19.—@ in unione alle consonanti g e c 19. i I ‘I, mona lettera dell'alfabeto, e terza af x n ni - 1, r I pi è delle vocali 4.—non bisogna con- fond:«la con l’j 4.—Il suo suono “non vasoggetto ad alcuna variazio- ne 13. ’ IDIOMA, lo stesso che Linguaggio 1. :- IL, 1, articoli determinanti mascoli- ni 83, e 84-—si pongono innanzi a’ nomi comincianti da consonan- ti, che non sia s impura, nt 2 84. -—si contraggono in una sola pa- rola colle preposizioni a, cor, da, di, in, per, e su 84.—in queste contrazioni l’ I plurale sì può sop- primere, dicendo.i a’, co’, ec. 85. —L’i dell’ articolo IL, può elider- si con la vocale precedente sostitu- endovi l’ apostrofo 84. pronome personale relativo , e vale lo stesso che Lo 95.—Regola per sapere quando sì debba usare « Lo e quando IL g9.— IL, trovasi qualche volta come obbietto ìin- - diretto nel rapporto d’attribuzione o tendenza, in vece di Gli 100, IM PEDIRE, verbo modello della 3za conjugazione prima classe, e la sua conjugazione 203 e 204. IMPERATIVO (Modo), uno de’ cin- L que modi del verbo 170.—s’ im- piega anche nelle più umili pre- ‘ ghiere o suppliche 170. IMPERO’, PERO’, congiunzioni con- — clusive 373. 1MPEROCCHÉ, IMPERCIOCCHÉ,con- giunzioni causali esprimenti la ca- gione d’ una cosa 373. IN, una delle sei preposizioni pri- mitive 336.—Indica. la relazione tra due obbietti, l'uno contenente, l’ altro contenuto 351.—Gli anti- chi dissero re che coaggidì più non s’ usa se non che incorpora- to coll’ articolo determinante, di- cendosi rel, nello, ec. 85, e 351. —Leggesi qua e là nel verso la preposizione IN separata dell’ arti- colo 85 e 351.—IN coi verbi di moto 352.—Modi di dire con la preposizione IN 352 e 353. INDENTRO e INENTRO, avverbj di luogo, e vagliono Nel luogo inte- riore 333. INDI, avverbio di tempo, indicante Successione di un tempo all’ altro 328.—Avverbio, di tempo, e vale Di quel luogo o da quel luogo 331. | IN FATTI, avverbio d’ affermazione de. | INFINCHE, INFINE, avverb) di tem- po indicanti Un tempo limitato, e il termine del tempo 329. INFINUO, preposizione, Vedi Fino. da preposizione eccellualiva 64. INfRA, Vedi FRA. IN MODO CHE, IN MANIERA CHE, IN GUISA CHE, congiunzioni com- paralive, esprimenti la Simiglianza. o la proporzione tra due cose 373. INDETERMINATO (Articolo) gt. . INDICATIVO (Modo), il secondo de’ cinque modi del verbo 169.— Ta- lunìî chiamano questo modo 4fer- malivo 169. INFINITO (Modo), il primo de’ cin- que modi del verbo 169.—sull’uso del modo INFINITO 287.—Alcuni verbi sono di necessità seguiti da altro verbo all’ INFINITO 288.—Per proprietà di linguaggio adoprasi . sovente la voce dell’ INFINITO per la terza persona sing. del pres. o del passato imperfetto 288.—in ta- li casi cambiasi il subbietto in oh- bietto diretto 288.—Uso dell’ INFr- NITO in vece del -soggiuntivo 289. —L’ INFINITO preceduto da una pre- posizione 2go—uso dell'INFINITO a modo di nome astratto a90.—Gli IN- FINITI usati a modo di nomi vanno. soggetti alla varietà di numero ago. M 396 ) INNANZI, avverbio di tempo passato » 3a7.—Avverbio di preferenza 334. — preposizione opposta a dopo e die- tro 360.—usasi per lo più con la ‘ particella 4 e talvolta con da 360, IN QUA, avverbio di luogo 330. INSINO, lo stesso che Sino 363. INTANTOCHE, congiunzione conclu- siva, indicante La conseguenza del- la cosa 373. INTERIEZIONE, o INTERPOSIZIONE, ottava parte del discorso 52. — Cosa con questa denominazione s’inten- da 55.—La sua definizione 55 e 373. —Perchè l’INTERIEZIONE sia stata introdotta nel discorso 55.—Le vo- ci indicate come INTERIEZIONI non sono che le grida naturali dell’ uo- ‘ mo 373.—-Evvi delle INTERIEZIONI che valgono una proposizione in- ‘ tera 373. INTERPUNZIONI 50.—Cosa siano le ‘ INTERPUNZIONI 50.—AÀ che servano pelle scritture 50.—Quali siano i segni adottati per formare le 1N- TERPUNZIONI 50 e 51. INTERRUGA TIVO ( Punto ) Vedi Punto. INTURNI(), preposizione significante Circonferenza vicina 365. — adopra- si per lo più colla particella @ 365 e 366. INTRA, Vedi Tna. INTRANSITIVI (Verbi), divisione dei verbi attivi 168.—Cosa s’ intenda per verbi INTRASITIVI 168. —Ver- - bi di natura loro INTRANSITIVI, possono divenire fransilivi 168. IN ULTIMO e PER ULTIMO, avver- bj di tempo, indicanti Il termine del tempo 3209. IN UNO, IN UNA, lo stesso che Zn- sieme 162. INVERSO, Vedi VERSO. 10, pronome personale primitivo di | ama pers. sing. 94.—I poeti possono elidere l’o del pronome 10, sostitu- endovi |’ apostrofo 94. IPERBATO, figura grammaticale 380 e 2d02, JIRREGULARI(Verbi) 175.— Cosa s’in- tenda per verbi IRREGOLARI 176.— Verbi 1RREGOLARI della prima conju- gazionie205 a 210. — Verbi IRREGOLA- ‘ RI della seconda conjugazione 243 a - 269.— Verbi IRREGOLARI della ter- za conjugazione 282 a 284. IVI, QUIVI, avverbj di luogo, e va- gliono In quel luogo 330. J J, decima lettera dell’ alfabeto 4.» È un errore il confonderla coll’I 4. —Si pronunzia come Z 19.— Ha valore di consonante,quando è ini- ziale o quando si trova framezzo ‘a due vocali 19.—È vocale in fi- ne di parola per indicare la con- trazione de’ due è 19- JERI, avverbio di tempo passato 327. K K, questa lettera è straniera alla fa- vella italiana : essa è greca d' ori- gine, e non è a noi necessaria avendo il C e il C#, che ne fan- no le veci 19. Ss L, undecima lettera dell’ alfabeto e ottava delle consonanti 4.—t una delle quattro liquide, e si pronun- zia elle 19.—si raddoppia in mez- zo alle parole ovunque occorra 19. —dopo di sè nella stessa sillaba non ammette che una delle cinque vocali 19.—alcune volte forma consonante composta di due let- tere 19.—dopo il G, e seguita da I, ha un suono sottile e schiac- ciato 19.—La L è lettera numera- le, e vale cinquanta 19- LA, articolo determinante, femmini- no dii! e di 70 84.—L' A di queslo articolo si elide necessariamente, ove l’ iniziale de] susseguente nome sia parimente a; ma se il nome cominci con altra vocale, allora altri è libero di sopprimere o no l’ a dell’ articolo 8$4.—si contrae in una sola parola con le prepo- sizione a, con, da, di, în, su 85. LA, pronome personale relativo nel rapporto di obbielto diretto, fem- minino di /o 1o1.—adoprato co- ‘me subbietto, è riputato come er- rore.101.—Modiì di dire familia- ‘ri con questo pronome 102. —— r—_————=_ Vr: MV 3g LA’, LI’, avverbj di luogo, e vaglio- no In quel luogo 330.—talvolta hanno corrispondenza cogli avver- bj qua e qui 330.—non di rado so- no avverb) di tempo 330. LABBIALI (Consonanti) 14. LAENTRO, avverbio di luogo 364. LAONDE, congiunzione conclusiva 373. LASSO! inieriezione esprimente Do- lore, e vale Misero meschino 375. LASSU’, LASSUSO, avverbj di luogo, dinotanti In quel luogo alto 332. LE, articolo determinante, plurale di La 34. LE, pronome personale relativo, plurale di /a 101. — LE, pronome personale relalivo, nel rapporto indiretto d'attribuizione o tenden- za 103. LEI, pronome personale relativo, femminino di 2ui 95.—è usato nel rapporto di ohbbictto diretto ro. —c nel rapporto di obbictto indi- retto preceduto da alcuna delle pre- posizioni 103. — LEI, usalo co- me subbietto del verbo in vece di Ella, è errore di lingua rot.— Quando precede ad una delle par- ticelle che, la quale, le quali di- venta pronome personale dimo- strativo, e vale Colei 101. LETTERE 4.—Le LETTERE sono i pri- mi materiali delle lingue 4.—L’ al- ‘ fabato italiano conta ventidue LET- reni 4. LI, pronome personale relativo, plu- _ rale di /o 95 e 1or.—quando si debba adoperare questo pronome in vece di gli 99. Ll’ Vedi La”. LINGUA, LINGUAGGIO, cosa s'in- . tenda per queste due voci 1. LO, articolo determinante 83.—a qua- Ji nomi si premetta a preferenza di il $3.— Presso gli antichi si trova molle volte innanzi a tuttii nomi mascolini, senza veruna distin- sione 83, 84.—L'’o di quest’ articolo per lo più s' elide innanzia nomi comincianti da vocale, e in sua vece metltesi l'apostrofo 83.— Gli antichi in vecedi elidere l'o dell'articolo in- nanzi a’ nomi comincianii da im © in, elidevan piuttosto l'i di queste sillabe 84.—Lo si contrae in una sola parola con le preposizioni a, con, da, di, în, su85. LO, pronome personale relativo nel rapporto di obbietto diretto 93.— Regole sul quando si debba usare LO a preferenza dii! 99. LODARE, verbo preso per modello della prima conjugazione in dare 193 a 197. LONTANO, avverbio di luogo 334. LURO, pronome personale relativo plurale mascolino e femminino, usato nei rapporti di obbietto di- retto , e di obbietto indiretto 95. —nel rapporto d’'obbietto indiret- to d’attribuzione o tendenza è spes- se volte preceduto dalla preposizio- ne a, e sovente anche va senza preposizione 103.—LoRO usato nel rapporto di subbielto è errore di lingua 1o1.—Loro, seguito da che, i quali, le quali diventa pronome personale dimostrativo, e vale Colo- ro 101.—Lono non s'affigge mai al verbo, ma usasi sempre sciolto 0 avanli o dopo il verbo 106. LURO, addiettivo pronominale pos- sessivo di terza persona plur. masc. e femm. 134.— In vece di loro trovansi non dì rado suo, suoì, sua , sue 134. LUI, pronome personale relativo di terza pers. mascolina nel rappor- to di obbictto diretto 95 e 101.— Usato nel rapporto d’ obbielto in- diretto, va sempre preceduto da qualche preposizione 103.—LUI usa- .to come subbietto del verbo in- vece di Egli è errore di lingua 101.—seguito da che, 0 il vuale diventa pronome personale dimo- strativo, e vale Colui 101. LUNGI, avverbio di luogo, che accen- na un luogo lontano 334. LUNGO, preposizione esprimente vicinanza pel verso della lunghez- za 366. LUOGO, (Avverb) di) 329 a 334. M M, dodicesima lettera dell’ alfabeto, e nona delle consonanti 4.—è la seconda delle liquide 20.—Si pro- X 398 X munzia emme 20. — forma con- sonante composta con la S avan- ti di st 20. MA, congiunzione avversativa espri- mente la Contrarietà che passa fra due proposizioni 371.—MA è talvolta particella accresciliva , significando Aumento delle cose precedenti 372. — Da qualche ese- mpio degli antichi si presume che MA originariamente significasse più 371. MAGGIURE, addiettivo comparativo d'eccesso 128. MAI, avverbio di tempo 328.—MAI, di per sè vale In alcun tempo 328. — accompagnato dalla negativa non, vale In nessun tempo 328.— quando precede alla negaliva si antepone al verbo 328.— Quando precede la negativa al MAI, questo avverbio si pospone per lo più al verbo 328. MAI SEMPRE, avverbio di tempo , indicante Frequenza e durata di tempo 328. MALE, avverbio di qualità 334. MALVOLENTIERI, DI MALA VO- GLIA, A_ MALGRADO, avverbj di modo 334. MANCO, avverbio di quantità 335. MANIERA (Avverbio di) 327. MASSIMO , addiettivo superlativo 129 e 130. ME, pronome personale primitivo di prima persona singolare nel rapporto d' obbietto diretto 94 € 10t1.—usato nel raprorto d'obbiet- to indiretto, va preceduto da qual- cuna delle preposizioni 94 € 103. — può precedere ai pronomi perso- nali relativi Zo, gli, li, 2a, le 108.— ed anche alla particella pronomi- nale ne 109. MECO, TECO, SECO, voci composte de’ pronomi me, fe, sè, e della pre- posiziune con, in vece di con me, con le, con sè 103 e 351. MEDESIMO, STESSO, addiettivi de- terminativi asseveralivi 156 e 158. —Si usano in compagnia d'un nome 0 d'un pronome 159-—ME- DESMO per Medesimo, è del verso 158. MEDIANTE, preposizione dinotante Col mezzo di, per mezzo di, con l’ajuto di 367 MEGLIO, avverbio di qualità 334.— congiunzione elettiva 373. MENO , particella comparativa in grado minore 126.—Avverbio di quantità 335. MENTE, terminazione propria degli avverbj 325 e 3a6.—origine di que- sta terminazione 326.Vedi AvvER- B!0. MENTRE, IN QUEL MENTRE, avver- bj di tempo, indicanti L’avveni- mento di più cose nel medesimo tempo 328. , MENTRE, MENTRECHE, congi inzio- ni causali, esprimenti La cagione d’ una cosa 373. | MERCECHE , congiunzione causa- le 373. METAFISICI (Addiettivi), una delle divisioni generali degli addietti- vi 117. MEZZU, addiettivo che nel senso di metà non accorda mai col nome femminino o plurale 120. MI, pronome personale primitivo, di prima persona nel rapporto di ob- bietto diretto 94 e to1.— e nel rapporto di obbietto indiretto, d'attribuzione o tendenza 94 e 103. — talvolta si premette al verbo, e talvolta a questo si affigge 106.— può esser preceduto da’ pronomi relativi #2, Zo, Za, li, le, gli 108. MIA, MIEI, MIE, Vedi Mio. MIGLIORE , addiettivo comparativo d’ eccesso 123. MINIMO, addiettivo comparativo su- perlativo 130.—Superlativo in gra- do minore 130. MINURE, addietlivo comparativo in grado minore 128. MIO, MIA, MIEI, MIE, addiettivi pronominali possessivi 133.—va- gliono lo stesso che Di me 133.— Mia per Miei e Mie, è modo di dire plebeo e vizioso 133.—Mio, posto assolutamente in singolare, e pre- ceduto dall’articolo determinante, significa Il mio avere le mie so- stanze 138.Vedi PRONOMINALI (Ad- diettivi possessivi). MODO, termine grammaticale, che forma uno degli accidenti del ver- 1a &amp; X 39 do 169.—Cosa s' intenda per mo- DO del verbo 169.—Perchè i MODI sono stali introdotti nel linguag- gio 169.—1l verbo italiano ha cin» que MODI 169. MUDO (Avverb) di) 334. MOLTO, addieltivo quantitativo 359. —Avverbio di quantità 335. | MONOSILLABA (Parola) 31.—Una parola MONOSILLABA , può esser voce significativa 31. — Le voci MONOSILLABE della lingua italiana sono poche 31. MUTE (Consonanti) 14. N N, tredicesima lettera dell'alfabeto. © e decima delle consonanti 4.— è una delle quattro liquide 20.— sì pronunzia enzze 20.—forma con- sonanie composta con la Savan- ti di st 20.—posta innanzi al G perde una gran parte del suo suo- no primitivo 20.—essa si raddop- pia ovunque faccia d’uopo 20. NE , preposizione antica invece di In 85, e 351.—-ma oggi non si usa se non che incorporato coll’ arti- colo determinante, formandosi nel, nello ec. 85 e 351. NE, pronome personale 94.—NE in vece di ci nel significato di Noi 104.—irovasi in questi significati, non solo come obbietto diretto, ma anche come obbietto indiretto, mel rapporto d’ azzriluzione o len- denza 104.—NE, pronome di terza persona, usalo solo come obbietto indiretto facendo le veci di qual- che nome 104.—NE, pronome di luogo irdicante il luogo donde si fa © si è falla partenza 105.— NE, particella riempitiva per pro- .prietà di linguaggio 104. NE, congiunzione negativa 370. — ‘in principio di locuzione, vale lo stesso che Non 371—non è pro- priamente congiunzione se non quando , nella significanza di £ non, serve ad unire due parole, una delle quali si a già di per sè negativa 371.—talora si replica innanzi a più parole 371.—sta tal- volta in vece della congiunzione 9 )( alternativa o 371.—si trova talvol- ta coll’aggiunta della consonante D, dicendosi ned, per sostegno della pronunzia 370. NEANCHE, NEMMANCO, NEMMENO, NEPPURE, congiunzioni negative 370.—avverbj di quantità 335. NEGATIVE (Congiunzioni) 370. NEGAZIOUNE (Avverbj di) 334. NEL, NEI, NELLO, NEGLI, NELLA, NELLE, articoli composti, della preposizione antica ne, e degli ar- ticoli determinanti :2, i, Zo, gli, lu, de, 85, e 351. NEMMANCO, NEMMENO, NEPPURE. Vedi NEANCHE. NESSUNO, NISSUNO, NEUNO, NIU- NO, addiettivi pronominali indefi- nili negativi 150. — quantunque di per sì nieghino, pure per lo più si accompagnano colla nega- tiva non 151, NESSUNO e NIUNO furono da qualche anlico usati in plurale 151.—Alcuni grammaiici pongono come regola, doversi que- sti pronominali accompagnare @ no colla particella negativa secon- do che es:i pfospongonsi, o ante- fongonsi, al verho 151.—ragiona- mento su questa regola 151. NEL'IRI (Verbi) 168.— Cosa s’ in- tenda per verbi NEUTRI 168.—Li- vi:ione de’ verbì NEUTRI nella grammatica latina 168.—I verbi NEUTRI sì usano talvolta come at- tivi transitivi 168 e 169.—1] ver- bo E.sere può dirsi il primo dei verbi NEUTRI 308.— Differenza tra i verbi attivi intransitivi, edi verbi NEUTRI propriamente detti 3og.— Alcuni verbi NEUTRI pren- dono talvolta un obbietto diretto 309.— La conjugazione de’ verbi NEUTRI non differisce da quella de’ verbi attivi 30g.—1 tempi com- posti de’ verbi NEUTRI si formano per lo più con l’ausiliare Essere 309.—In molti verbi NEUTRI, i tem- ‘pi composti si formano coll’ ausi- liare Avere 3og.—Elenco alfabeti- co di un certo numero di verbi neutri 3og.— NEUTRI passivi (Verbi) Vedi Passivi. NEURO (Genere) 60.—Cosa s° in- tenda per genere NEUTRO 60. — )( 400 X E questo genere usitalissimo nelle lingue latina e greca, e nella mo- derna lingua alemanna 61.— ma è straniero alla lingua italiana 6t. NIENTE, NIENTE AFFATTO, avver- bj di negazione 334. NISSUNU, NIUNO, Vedi NEssuNO. NU, Vedi NON. NUI, pronome personale primitivo di prima persona plurale 94.—u- sasi come subbictto, come obbietto diretto, ed anche come obbietto indiretto preceduto da qualcuna delie preposizioni 94 e 303.—I poeti in favor della rima, posso- no dire nui in vece di- n0i 94. NOME, prima delle otto parti del discorso 52.+Origine del NOME La sua definizione Divisio- ni del noMmE NoME comune NOME proprio Nomi astratti NoMI figurativi NOMI caratlteri»lici NOMI collellivi NOMI oerba- li NOMI ederoclili No- Mi epiceni NoMI personali NUMIN\TIVO Termine grammaticale latino, che è il primo dei sei casi Nella grammatica latina è chiamato caso retto per distinguerlo dagli altri casi che sono detti oblijui Il NoMINATIVO è lo stesso che il subbietto del verbo NON, NO, avverbj di negazione – H. P. Grice, “Negation and privation” – Peano’s ~ --  queste due particelle vagliono lo stesso, ma il loro uso è ben differente la prima non va mai se non in compagnia d’un verbo – “It is not the case that someone is hearing a noise” – H. P. Grice, “Negation and privation” --, la seconda s’usa assolutamente in risposta ad una interrogazione, o in compagnia d’un nome o d’un addiettivo No, trovasi talvolta in vece d’un intera proposizione qualche volta s’usa per ripieno e talvolta trovasi a maniera di nome coll’articolo determinante Non, usato talvolta a modo di ripieno dopo i verbi Dubdilure, temere, ec. Non può replicarsi innanzi a più nomi che si succedono Non, talvolta s’in- corpora col pronome il, troncato da questo ]' 7, facendosi r0l) NONDIMENO, avverbio di diversità Congiunzione avversatiVa NON GIA”, congiunzione avversativa . i NON MAI, avverbio di tempo NON MICA, avverbio di negazione NON PERTANTO, avverbio di diversità a contrarietà  | NON PUNIOU, avverbio di negazione NOSTRO, NOSTRA, NOSTRI, NO- STRE, addiettivi pronominali pos- sessivi di prima persona plurale 133. o a: NULLA, avverbio di negazione esso vale lo stesso che Nienfe 154. ‘talvolta ha senso affermativo e vale Qualche cosa 154. : NULLO, addiettivo pronominale in- definito negativo, che valc Niuno 153. NUMERALI (Addiettivi) 161 a 165.— Si dividono in primilivi, derivativi, ec ordinativi 161 e 162,—Numena- Li collettivi NUMERO, Termine grammaticale, che forma uno degli accidenti del nome e del verbo que sto termine in grammatica vale la Differenza tra uno e più 63.— Numeno singolare, e NUMERO plu- rale 63 e 175. Vedi PLURALE. NUMERO (Avvevbj di) 335. 0 O, quattordicesima lettera dell’ alfa- beto, e quarta delle vocali 4.—0 chiuso 5 e 9g. — O aperto 9g a 12. O, congiunzione alternaliva innanzi ad una susseguente voca- le riceve la consonante D 370. O, OH, interiezioni che servono al- l' espressioni di molti e var) affet- ._ i 375. OBBIETTO dirello, uno de’ tre rap- porti del nome col verbo indicante la Persona o la cosa operata dal subbietto 77.—corrisponde all” ac- cusativo de’ Latini 79.—OBBIETTO ( 401 V( indirelto, uno de'tre rapporti del no- me col verbo, esprimente Una del- le molte accidentali e variabili cir- costanze che accompagnano e ca- ratterizzano l’azione 77.—corri- sponde al Dativo e all’ Ablativo de’ Latini 79. —Il nome nel rap- porto d’ OBBIETTO indirello va sem- pre preceduto da qualche preposi- zione 77. OGGI, OGGIDI’, avverbj di tempo presente 327. OGGIMAI, avverbio di tempo, indi- cante Frequenza, o durata di tempo 328 e 329. OGNI, addiettivo pronominale inde- finito affermativo 148. OGNI VOLTA, OGNI QUALVOLTA, OGNORA, aàvverbj di tempo, indi- canti Frequenza di tempo 328. OGNUNO, addiettivo pronominale di- stribulivo 147. O1, UHI, interiezioni indicanti So- verchio dolore 375. O1B0', interiezione di disprezzo e di nausea 376. OILNE', OHIME', OMF', interiezioni esprimenti Afflizione sì d’ animo che di corporal doglia 375. OiSE’, OI TE’ e OITU’, interiezioni che vaglionoa l'o stesso che Dimè 376. OLA’, interviezione per chiamare OLTRA, OLTRE, preposizioni espri- menti Aumento di luogo, di tempo e d’ operazione 365. OLTRACCIO’, IN OLTRE, congiunzio- ni aggiuntive 372. OMAI, ORMAI, avverbj di tempo, indicanti Durata di tempo ONDE, addiettivo pronominale con- giuntivo, facente le veci delle par- ticelle che, quali, chi, cui 146. — Avverbio di luogo, e vale. Del qual luogo, o dal qual luogo cen- giunzione conclusiva 373. ONDECHE’, DONDECHE’, avverbj di luogo e vagliono Di qualunque luogo 333. OPPURE, OVVERO, alternalive 370. ORA , avverbio di tempo presen- te 327. ORATORIO (Accento) ORAZIONE, lo stesso che Discorso 5a. Gramm. Ital. congiunzioni ORDINATIVI (Numeri), una delle divisioni degli addiettivi numerali 161 e 163.— semplici 163. — compo- sti 163. | ORDINE (Avverbj di) 327. ORMAI. Vedi Omar. OR ORA, avverbio di tempo passa- to 327. | ORSU’, interiezione per Far animo, incoraggiare 376. ORTOGRAFIA, una delle parti della grammatica 2.— onde abbia ori- gine questa voce 2.—cosa signifi chi, e a che serva 2. . ORTOLOGIA una delle parti della grammatica onde derivi cosa significhi, e a che serva 2. OTTATIVO (Modo), uno de’ modi de’ verbi latini 170.—non è neces- sario nella nostra lingua, anzi sa- rebbe superiluo 170. OVE, DUVE, avverbjdi luogo, e va- gliono Nel qual luogo talvolta sono congiunzioni signi- ficanti quanto, se cce., € allora vogliono il verbo nel soggiuntivo 293.—anche come avverbj di luo- go, esigono il verbo dopo di sè nel modo soggiuntivo , purchè il precedente verbo porti seco dubbio o incertezza 298. OVECHÉ, OVE CHE SIA, OVUNQUE, avverbj di luogo, e vagliono In qualunque luogo P P, quindicesima lettera dell’ alfabeto, e decima delle consonanti 4.— è una delle consonanti labbiali 20. — dai Toscani si profferisce pi e da- gli altri italiani pe 20.—è pros:i- mo affine del B, e del 7 20. — forma consonante composta con la L e la Rdopo di sè, e con la $ avanti di sè 20. PAROLE, cosa sieno 1.— PAROLE (Ac- crescimento delle) 45 a 47.—PARO- LE (Troncamento delle) 47 a So. PARTICIPIO, cosa s’ intenda per que- sta voce .— perchè così si chia- mi 170.—]l PARTICIPIO non cosli- tuisce parte separata del discorso 170.—-À quale classe di parole il 5a )PANTICIPIO apparienga Quan- te specie di PARTICIPI ve ne sieno PARTICIPIO presente, 0 alli- vu 170 e 291.—Il PARTICIPIO pre- sente è consideralo come apparte- nente al modo infinito 291. — va soggetto alla variazione di numero s' accorda sempre col sub- bielto espresso o sollinteso 291.— Uso del PARTICIPIO preserie ad imi- tazione dell’ ablativo assoluto dei Latini 292.—PARTICIPIO pussalo 0 passivo ]l PARTICIPIO passato è uno de’ più importanii elementi della liogua 317.— esso ha doppio carattere s’ accor- da o col subbietto, 0 coll’obbietto diretto .—sovente rimane in- variabile 317.—va accompagnato dall’ ausiliare essere, o dall’ ausilia- re uvere 3iz.—nci verbi passivi è accompagnato dall’ ausiliare essere 1l PARTICIPIO passato di al- cuni verbi neutri, s° accompagna col verbo avere 318. — Ne' verbi neutri passivi,il PARTICIPIO pussulo 8’ accorda con le particelle prono- minali 319.— Il PARTICIPIO passazo retto dal verbo avere Negligenza de’ grammatici nello sta- bilive delle regole intorno alla con-' cordanza del PANTICIPIO passato 319, e 320.—Ragionamento intor- no al significato del verbo avere io compagnia del PARTICIPIO pas- salo 320 e 321.—Due regole per la concordanza o discordanza del PAR- TICIPIO passato ]l posto del PARTICIPIO passalo, o avanti o do- po il nome, non influisce sulla concordanza di esso 321.—Ragio- namento intorno al PARTICIPIO pas- sato in due esempj; l’uno del Boc- caccio, l’altro del Petrarca 322. — Concordanza del PARTICIPIO passa- do, quando il verbo avere va pre» ceduto da uno de’ pronomi 323.— Ùl PARTICIPIO passado rimane in- variabile quando è seguito da un verbo nel modo infinito 323. — Osservazioni sul PARTICIPIO passate Fatto Usservazioni su i PARTICIPI passafi Potuto, sapu- to, voluto 324.—Ìl PARTICIPIO pus- sato 2° accorda o col subbietto, © coll’ obbietto diretto, allorchè i gerund) essendo e avendo si sot- tintendono 324. PARTITIVO (Articolo) g1- PASSATO (Tempo), uno de tre tem- pi dell’ ordine della natura, indi- cante l’Azione che ha avuto luogo in un tempo anteriore Uso del TEMPO PASSATO in vece del pre- sente, ed anche in vece del pas-a- to indeterminato 300 e 3or.—TEM- PI PASSATI composti 172, 173 e 174. PASSATO (Participio)Vedi PARTICIPIO. PASSIVI (Addietlivi) 117. PASSIVI (Verbi) 306.—Ogni verbo allivo transilivo, può divenire Pas- sivo 306.— Mancano le lingue mo- derne di verbi propriamente Pas- sivi L’ ausiliare Essere e u- salo per esprimere il sentimento Passivo 306.—Usasi anche per lo stesso motivo il verbo Venire 306. — Molti verbi si esprimono nel sen- so passivo, mediante la particella indeterminata si 307. PASSIVI (Verbi neutri) 313.—Quali verbi i Latini chiamassero NEUTRI Passive Quali vevbi in italiano si chiamino NEUTRI PASSI- VI Tali verbi altro non so- no che meri attivi Si potreb- ber chiamare Riverberantì 314.— l’ obbietto direlto de’ NEUTRI PAS- sIvI, s' esprime per uno de’ pro- nomi ri, ci, li, ci, «t314.—] tem- pi passati composti de’ NEUTRI PASSIVI, si formano con l’ansiliare Essere 3x4.—Molti verbi sono di natura loro NEUTRI PASSIVI 315.— Lista alfabetica di tali verbi 315. — Alcuni verbi NEUTRI PASSIVI si- gniticano cosa affatto diversa da quella significata da' primitivi lo- ro allivi Sonovi verbi ado- erali come neutri assoluti, i qua- li di fatto sono NEUTRI PASSIVI 315. — Per proprietà di linguaggio e per pleonasmo, alcuni verbi neutri s° accompagnano co pronomi 727, ci, ec. senza che perciò sieno NEUTRI PAS- sivi 316. PASSIVO (Participio), Vedi PARTICI- Pio. lin AE E — SNO "- = )( 403 X PEGGIO, avverbio comparativo, de- rivato dall’addiettivo Peggiore avverbio di qualità 334. PEGGIORATIVI (Nomi) 75.— PEGGIO- RATIVI (Addiettivi) 121. PEGGIORE, addiettivo comparativo d’eccesso, formato irregolarmente 128. PEL, e PEI, articoli composti della preposizione per, e degli articoli - determinanti il, e i 85. PENDENTE (Tempo ), uno de’ tempi suborlinati del verbo indica un’ azione passala ma non com- piuta 173. PER, una delle sei preposizioni pri- mitive 336.—esprime l’idea di pas- saggio o di traversamento 353.—Vo- lentieri s'incorpora coll'articolo de- terminante i 354. —usasi anche per indicare L’ attraversamento d'un luogo 354—usasi anche per indicare uno spazio di tempo scostan- dosi dalla originaria sua funzione sovente par che faccia l' uflicio di altre preposizioni an- teposto all’ infinito di qualche ver- bo, che sia preceduto dal verba es- sere, da a quello il significato del futuro de’ Lalini 356. — soven- te dinola stromento o mezzo, me- diante il quale si faccia alcuna ope- razione 356.—alle volte si usa per indicare Distribuzione e tal- - Volta serve per pregare 356. PER AVVENTURA, avverbio di dub- . bio 335. P£LR CERTO, avverbio d’ alfermazio- ne 334. PERCHE, congiunzione causale 373. PERCIO, PERU’, congiunzioni con- clusive . i PERCIOCC:;1E, PEROCCHE, congiun- zioni causali 373. PER QUI, avverbio di luogo, e vale Per questo luogo PERSONE, ve ne sono tre, cio: la prima la seconda e la terza 93 e 3o1T— PERSONE del verbo 171 e 174- —Uso delle PERSONE del verbo 300 a 306. PER TUTTO, DA PER TUTTO, avver- bj di luogo, che vagliono Ovunque, dovunque 334. POCO, adliettivo quantitativo PER ULTIMO, IN ULTIMO, avveértbj di tempo, indicanti il termine del tempo 3ag. PESSIMO, addie!ttivo superlativo, formato irregnolavimente 13a.—Av- verbio di qualità 334. PIANO, PIAN-PIANO, avverbj di tem- po, indicante Tardanza o lentezza di tempo 329. | PIU’, particella comparativa, indican- te il grado maggiore 126.— Avver- bio di quantità e numero PIUTTOSTO, avverbio di preferenza 334.—Congiunzione eletti va 373. PLUONASMO, figura grammaticale, che siguitica Ridondanza PLURALE (Numero) – H. P. Grice: “At Rossall, I taught the dual!” -- PLURALE de’ nomi in a 63.— I nomi uscenti în vocale accenluata , non varvia- no nel PLURALE 69. — PLURALE dei nomi in cia e gia, in cio e gio 69.— PLURALE de’nomi in so, a/0, 0j0 70. — PLURALE de'nomi in ca, ga, co, e go 7Nomi ete- rocliti nel PLURALE 71. POL’ ANZI, avverbio di tempo pas- sato Avverbio di quantità POCO FA, avverbio di tempo salo 327. POfFARL IL CIELO, interiezione che dinota Maraviglia 3-6. PUL, DAPPOI, DIPOI, avverbj ditem- ‘ po pas- POLISILLABE (Voci) 3a. PUSCIA, avverbio di tempo 328. POSSESSIVI (Addiettivi pronomina- li) 133.—consideratì come Addiet- tivi, dinotano la proprieta o |’ ap- partenenza d’una persona o d’ una cosa all’ altra 133.— Tavola degli Addiettivi pronominali PossEssivi I pronominali Posses- sIVI vanno preceduti dall’ artico- lo determinante 134.—Regole sul quando si debba mettere, e quan- do omettere’ articolo determinan- te avanti a’ pronominali POSSESSIVI 235 a.138.— eccezioni di questa regola 134 e 135. — l prono:inali Posses- SIVI talora sì ommettono  I . _.progominali POSSESsIVI, secoudo.che U 404 Y l'armonia, o la forza del discorso lo richiede, possono premettersi al nome, o questo a quelli 135. POSSESSIVO (Caso) POSTO CIIE, congiunzione condizio- nale vuole il verbo susse- guente nel modo soggiuntivo 299. PRIFERENZA (Avverbj di) 334. PREPOSIZIGNE, sesta fra le parti del discorso la sua origine 54. —la sua definizione 54.—la sua funzione nel discorso 54.—Impor- tanza delle PREPOSIZIONI nel discor- so 356.—Le PREPOSIZIONI possono essere o significalive o indicative 336.—si dividono in semplici ed in composte 356.— Alcune PREPO- SIZIONI sono dette, per eccellenza, Primil'ce 336. PRESENTE (Tempo), uno de' tre tempi rell’ordine della natura ragionamento sulla detinizione e sull'uso di questo tempo uso del tempo presente in vece del fu- turo Jot. PRESENTE (Participio). Vedi PARTI CIPIO. PRESSO, avverbio di luogo, che vale Luogo poco distante Pre- posizione indicante prossimità di - luogo e di tempo 364. PRESSO A, PRESSO A POCO, PRES- SO CHE, avverbj d’incertezza 335. PRIMA, avverbio di preferenza 334.— Preposizione, lo stesso che Avanti e Innanzi Congiunzione elet- tiva PRIMITIVI (Pronomi personali) PRIMITIVI (Numeri) 161. PRINCIPALI (Verbi) 175, e 190. PROBABILITA’ (Avverb) dì) PRONOME, seconda tra le otto parti del discorso 52.— la sua origine 53.—la sua definizione 53.—la sua funzione ne) discorso 53 e 93.— 1 PRONOMI si dividono in sostan- tivi, e in addiettivi  I PRONOMI sostantivi sono di tre specie 93.—Proxomi personali 93. — da taluni si chiamano Nomi personali 3, g4.—1 PRONOMI personali della prima e della seconda persona, sì chiamano Primitivi93.—quelli del- Ja terza persona, soglion dirsi Re- 4 lativi I PRONOMI personali primitivi vanno soggetti a due sole varietà o accidenti 94. — La distinzione di genere non è neces- saria ne’ PRONOMI personali primitivi I PRONOMI personali re- lativi vanno di più sottoposti al- la varietà di genere 94.—La for- ma delie varietà ne’ PRONOMI per- sonali è diversa da quella stabili- ta pei nomi 94.—Tavola de’ Pro- NOMI personali priruitivi Ta- vola de’ PRONOMI personali relatli- vi 9g5.—Sull’uso de’ PRONOMI perso- nali ro0o.—PRONOMI personali nel rapporto di subbietto nel rapporto di obbietto diretto 101. — nel rapporto di obbietto indiretto 102, e 103. PRONOMINALI (Addiettivi) 133. — Cosa s’ intenda per addiettivi PRO- NOMINALI 133. — Si dividono ia possessivi, congiuntivi,distributivi, ed indefiniti PROPRIO (Nome) 56, 57. PROSODIA 33.—Prosobia de’ verbi in are PUH, PU, interiezioni indicanti av- versione 0 abborrimento di cosa fetente 376. PUNTO,0 PUNTO FERMO,nome d'una delle interpunzioni 50. — PUNTO e VIRGOLA INTERROGATIVO dI. — AMMIRATIVO 51. PURANCHE, e PURANCO , congiun- zioni aggiuntive 372. PURANCO, avverbio di tempo, indi- cante una cosa che dura anche al presente 328. PURE, congiunzione avversativa Congiunzione aggiuntiva Q Q, sedicesima lettera dell’ alfabeto, e dodicesima delle consonanti 4.— non è considerato che come mez- za lettera senza l’ accom- pagnamento dell’ u non ha vibra- zione 21.—in vece di raddoppiarsi ammette avanti di sè il c 21. ‘QUA, QUI, avverbj di luogo, che va- gliono In questo luogo QUADRITTONGHI, sillaba composta di quattro vocali QUADRISILLABI (Vocaboli) QUAENTRO, avverbio di luogo QUAI. Vedi QUALE. QUALCUNO, QUALCHEDUNO, addiet- tivi pronominali distributivi 147 e 148. QUALE, addiettivo pronominale con- giuntivo posilivo 141.—si riferisce a persona e a cosa 141.—t invariabile nel genere 141.—cangia ne) plurale la sua e finale in i 141.—si usa nei rapporti di subbietto e d’ obbietto diretto 141.—è preceduto dall’ ar- ticolo determinante l’e fina- le può elidersi senza l’ intervento dell’ apostrofo 141.—la sillaba fi- nale Ze può cangiarsi in i 142.0 QUALE, indica talvolta la qualità o nalura d’ una persona o cosa 142. — (QUALE in vece di Colui che, non vuole l’arlicolo 142.—sovente tro- vasi come rassomigliativo di due nomi 142. — QUALE, addietlivo pronominale congiuntivo inter- Togalivo in questo senso non può esser preceduto dall’ arti- colo 143.— QUALE, usato nell’escla- mazioni 143.— QUALE, addieltivo pronominale dubitativo, vuole che il susseguente verbo stia nel modo soggiunlivo 2098. QUALIFICATIVI ( Addiettivi ) QUALITA? (Avverbj di) QUALURA, avverbio di tempo inde- terminato 328. QUALSISIA, QUALSIVOGLIA, ad- diellivi pronominali indefiniti QUALUNQUE, addiettivo pronomina- le indefinito 149.—par che questa voce sia una contrazione delle due voci quale e unque 149.—Qua- LUNQUE, trovasi talvolta seguito dal suo nome al plurale 150. QUANDO, avverbio di tempo inde- terminato QUANTITA’ (Avverbi di) QUANTITATIVI (Addiettivi) 159 a 161. QUANTO, particella correlativa di Tanto nelle comparazioni in grado eguale 124.— può elegantemente, per ellissi, sottintendersi 125.—QUAN- TO, addieltivo quantitativo 159.—* QUANTO, avverbio di quantità e numero 335.— QUANTO , congiun- zione comparativa 373. QUANTUNQUE, congiunzione avver- sativa vuole il susseguente verbo nel modo soggiunlivo 299. QUASI, QUASICHE, avverbj di pro- babilità 335. QUASSU’, QUASSUSO, avverb)j di luo- go, che vagliono In questo luogo ad alto 332. : QUEGLI,QUEI, pronomi personali di- mostralivi 112.—servono per addi- tare persona mascolina singolare, nel rapporto di subbietto QUELLO, QUELLA, QUELLE, QUEL- LI, addiettivi dimostrativi 155.— indicano persona o cosa distan- te 155. QUESTO, QUESTA, QUESTE, QUESTI, addiettivi dimostrativi, per dimo- strare persona o cosa prossima 155. — QuEsTo in vece di (Cio, vale Questa cosa 155.—QUESTO,precedu- to dalla preposizione in, significa spesso il Tempo presente, o suppo- sto presente QUESTI, pronome personale dimostra- tivo 112.—non sì usa che per ad- ditare persona mascolina, singola- re 112. QUI, QUA, avverb) di luogo, che va- gliono In questo luogo 329. QUICI, avverbio di luogo, vale lo stesso che Qui, ma è del verso QUINCI, avverbio di luogo che vale Da questo luogo QUINDI, INDI, avverbj di luogo, che vagliono Di quel luogo, da quel luogo 331. —indicano anche succes- sione dì un tempo ad un altro 328. — QuiNDI, è anche congiunzione conclusiva QUIVI e IVI, avverbj di luogo, che vagliono In quel luogo 330 —essi sono talvolta anche avverb)j dì tera- po 330. R R, diciassettesima lettera dell’ alfabe- to, e tredicesima delle consonanti 4.—è la quarta delle liquide a1.-= MU 406 )( © lettera di suono aspro. pronun- ziandosi erre 21.—essa forma con- sonante composta con le lettere b,c,d,f,g,p,lt,v, ricevendole avanti di sè 21.—fa altresì conso- nante composta con la s avantidi sé 21.—raddoppiata accresce mag- giore aspre,za nel pronunziare 21. — \nlicamente la R fu usata cone lettera numerale 21. RADO, DI RADU, avverbj di tem- po? 328. RAPPORTI del Nome RAPPORTI del None con un verbo 77.—Quan- ti RAPPORTI il nome abbia col ver- bo 77.— RAPPORTI del nome con un altro nome Come questi RAPPORTI sieno stati indicati dai Lalini 78, 70. RAR), DI RARI, lo stesso che Rado e Di rado 323. RASENTE, preposizione esprimente Vicinanza 36-. RATTO, avverbio di tempo indicante Celerità di temno 329. REGOLARI (Verbi) Vedi VERBO. RELATIVO (Saperlativo) 129. Vedi SUPERLATIVO. 9 $, diciottesima lettera dell'alfabeto, e quattordicesima delle consonan- ti 4.—è consonante dentale e pro- nunziasi esse 21.—concorre a for- mare ogni sorta di consonanti composte non che di due, ma an- che di tre lettere 2t1.—poita in composizione con un vocabolo pri- mitivo, sovente indica Privazione questa lettera ha nella nostra lingua due suoni differenti, uno gagliardo, l’altro sottile 21, e 22. — Casi in cui la S ha il suono sottile Lista alfabetica di vocaboli in cui Ja S' profferiscesi col suono sottile 24 a 26. SALVO, preposizione eccettuativa SaALvo, addietlivo nel senso d'eccettuato, non s'accorda mai nè in genere, nè in numero col nome SALVO CHE; congiunzione eccettuativa ù SAVAMO, SAVATE, voci antliquate per Eravamo, Eravale SE, e SI, pronomi personali relativi rimangono invariabili g5.—osservazione su questi pronomi, g8. essi non sono primitivi, ma bensi relalivi. possono chiamarsi pronomi vd-rtii  e g9. SÈ, usasi nel rapporio d’obbietto diretto e nel rapporto d’obbietto IN-diretto, essendo preceduto da alcuna delle preposizioni SÈ, può essere immediatamente seguito dai pronomi personali relativi /o, gli, li, la, le, ne Vedi Sr. SE, congiunzione condizionale presso gl’antichi trovasi in principio di quelle locuzioni che esprimono un qualche desiderio talvolta INDICA – ‘indica’ IMPLICA – H. P. Grice -- indica dubbio gl’antichi solevano afaggere a questa particella la consonante “d,” dicendo “sed,” ogni volta che il susseguente vocabolo comincia da vocale SEBBENE, congiunzione avversativa essa può reggere il susseguen. verho o nel modo indicativo, o nel modo soggi:mlivo SECONDO, preposizione indicante conformità SEGNACASI, cosa s'intenda per questa voce A che servano i SEGNACASI Quali preposizioni sì considerino per lo più come SEGNA-CASI SE MAI, congiunzione condizionale SEMICOLON, voce greca indicante una delle interpunzioni, e vale lo stesso che punto e virgola – H. P. Grice, Jack i an Englishman; he is, therefore, brave.” St. SEMI-VOCALI consonanti perchè alcune consonanti siano così dette Le consonanti SEMI-VOCALI sono sei SEMPRE, avverbio di tempo, indicante una cosa che dura anche al presente SEMPREMAI, MAI SEMPRE, avverbj di tempo, indicanti frequenza e durata di tempo SENDO, gerundio antiquato del verbo essere, lo stesso che essendo . MX  SE NON, SE NON CHE, congiunzio- sizione e connesstone di più cose ni cccellualive SENTENZA, lo stesso che discorso SENZA, preposizione privativa, esprimente la privazione di compagnia SI], pronome personale relativo, lo stesso che Sè usasi nel rapporto d’obbietto diretto, e in quello d’obbietto IN-diretto, ma in quest’ulimo solamente nel senso d’attribuzione o tendenza Differenza tra sI e Sè SI, può esser preceduto dai pronomi relativi il, 20, lu, le, gli . —egli può al verbo premeitersi e ad esso afiiggersi 106.—di necessità si afiigge all’ infinito, all’ impera- tivo, e al gerundio 106 e 107.— questa particella o sciolla, o affis- sa al verbo, si trova spesse volte per solo ripieno, cioè che senza di essa il senso della frase sarebbe intiero 110. Sl”, CUSI’, particelle comparalive, usa- te nelle comparazioni in grado eguale SI, talora ripete i in vece della sua particella correlativa Come $I', S'' CERTO, avverb. d’affermazione  l SICLUIIE, COSICCHE congiunzioni conclusive SICCUME, Si’COME, avverb. di similitudine Congiunzioni. comparalive SILLALA, cosa sia dall’unione di più sillabe si costruiscono le parole Una sola SILLABA può eziandio formare voce significaliva di. SILLABAZIONE SILLESSI figura grammaticale SIMILITUDINE Avverbj di SINGULARE Numero Usservazione sul termine grammalicale SINGOLARE Per SINGOLARE isten» desi Un’unità individuale SINO, INSINUO preposizioni che vagliono lo stesso che Fine, infino SINIASSI una delle quattro parti in cui si divide la grammatica onde questa voce derivi in generale significa Ordinatà dispo- come termine grammaticale ‘significa’ collegazione, disposizione, ed ordine delle parole SOCGIUNTIVE Congiunzioni SOGGIUNTIVO Modo, uno de’cinque modi del verbo italiano cosa s'intenda per questo modo indica la dipendenza di un verbo da un’altro . in che consista la dipendenza delle nostre azioni Quali verbi vogliano il susseguente verbo al SOGGIUNTIVO ì verbi esprimenti dubbio, timore, sorpresa ec. reggono il modo SOGGIUNTIVO La terza persona del verbo essere, con un addiettivo, manda il verbo al socGIUNTIVO Enumerazione di molii vocaboli che esigono il susseguente verbo nel SOGGIUNTIVO a doo. SOLO, SOLTANTO, avverbj di quantita SUPRA, SOVRA, preposizioni esprimenti l’idea d'elevazione talvolta portano il significato di ollre, di piu, al di là e talora vagliono oi.appresso, addosso Sopra è sovente preceduto dalla preposizione di alcuni modi di dire con’questa preposizione SOSTANTIVO termine grammalicale, opposto a addiettivo (H. P. Grice: shaggy), cd è lo stesso che nome, prima parte del discorso SOTTO preposizione di significato contrario a quello di sopra esprime l’idea d’inferiorità talora vale Circa SOVENTE, SPESSO, avverbj di tempo, indicanti frequenza e durata di tempo SOVERCHIO avverbio di quantità SPESSU lo stesso che Sovente STARE verbo irregolare della prima conjugazione la sua conjugazione. Modi di dire col verbo STARE STATO participio passato del verbo essere. STESSO MEDESIMO addiettivi determinativi asseverativi  SU SUSO avverbj di luogo superiore SU preposizione, vale lo stesso che sopra s’incorpora volentieri cogl’articoli determinanti #, /o, ec. talvolta usasi per indica- re vicinanza di luogo o di tempo 359.—non di rado trovasi prece- duto da in, che aggiunge l’ idea d' interiorità a quella d' elevazio- ne 359.—SU innanzi a parola prin- cipiante da vocale, riceve talvolta una r, scrivendosi e pronunzian- dosi Sur SU5B:ETTO, primo de’tre terminicom- ponenti la proposizione uno de’ tre ra, porti del nome col verbo, e corrisponde al caso relto, o nominalivo de Latini 77 €79. SULITO, avverbio di tempo, indican- te Prontezza e celerità di tempo 329. SUL, SULLO, SULLA, SUI, SUGLI, SULLE, articoli composti della preposizione su, e degli articoli de- terminanti il, Zo, la ec. 85. SUO, SUA, SUOI, SUE, addiettivi pronominali possessivi di terza persona.—in vece di Suo e SUA adoprasi di Iui, di lei, .— SUI per SUOI è poetico .—SUO per SUA è errore di lingua, quan- tunque se ne trovi qualche esem- io negli autori 1534. SUPERLATIVO, uno de’'gradi di com- parazione 124 e 129.—ll SUPERLATIVO si divide in relativo, e in assoluto .1l SUPERLATIVO re- lativo, si forma con le particelle più e meno precedute dall’articolo de- terminante .—e talvolta anche senza l'articolo .—]] SUPERLA- Tivo relativo, altro non è che un comparativo alquanto più esteso 129.—I gradi maggiore e minore possono esser di nuovo compara- tivi in grado eguale 130.—SUPER- LATIVO assoluto qual sia il suo ufficio .—come si formi 131.— può talvolta aver relazione com- paraliva con altre voci dello stes- so genere .—Maniera di forma- re il suPERLATIVO degli addietti- vi acre, celebre , integro, salubre, 3131. — Gli addiettivi duono, ma- cal lo, grande, piccolo, hanno due maniere di formare il superlativo assoluto 132.—Oltimo e pessimo, possono ancora aumentar di grado Un addietlivo positivo, ha ta- lora forza di SUPERLATIVO per €es- sere preceduto o seguito da qualche dizione esprimente il supremo gra- do SUSO, avverbio di luogo, lo stesso che Su . SUTU, participio passato antiquato del verbo essere 179. SU VIA, interiezione che serve per far animo,lo stesso che Orsù 376. T T, decima nona lettera dell'alfabeto, e quindicesima delle consonanti 4.—è una delle consonanti mute 14.—è cosonante dentale Dai Toscani si pronunzia fi, e dagli altri po- poli d’ ltalia Ze ia sua artico- lazione è quasi simile a quella del D perde alquanto di suono, allorchè riceve dopo di st la r 26. —in mezzo di parola riceve avan- ti di sè, ma in diversa sillaba le consonanti 2, n, r, s 26.— forma consonante composta di due lette- re con la s avanti, e con la r dopo di st 26.—raddoppiasi nel mezzo della parola ovunque occorra 27.—Il T presso gli antichi era lettera nu- merale 27. TALCHE, congiunzione conclusiva TALE, addiettivo determinativo s' accorda con il suo nome in nu- mero solamente 157.— TALE, ha per lo più come correlativo Quale 142 e 157.TALE, qualche volta signiti- ca Alcuno . TALORA, ‘TALVOLTA , avverbj di tempo, indicanti Frequenza e du- rala di tempo . TANTO, particella comparativa in grado eguale può elegante- mente sollinatendersi avver- bio di quantità 335,— congiunzio- ne comparativa . TANTO PIU’, TANTO MAGGIORE, TANTO MENO, TANTO MINURE, i )( 40 particelle comparative del superla- ‘tivo relativo, le due prime del grado maggiore, le due ultime del grado minore . i TANTO CHE, INTANTOCHE, con- ‘ giunzioni conclusive . TANTOSTO, avverbio di tempo, indi- ‘ cante Celerità di tempo TARDI e TARDO, avverbj di tempo, ‘ indicanti Lentezza di tempo 329. TE, pronome personale primitivo di ‘©. seconda persona singolare g5.—usa- si nel rapporto d' obbietto diretto 1ot.—e in quello di obbietto indi- retto con alcuna delle preposizioni ammette dopo di sè i prono- mi relativi Zo, gli, la, le, ne 108. TEMPU del verbo Cosa s'intenda – H. P. Grice: IO SIGNIFICO, IO INTENDO -- per TEMPI del verbo 171.— nell'ordine della natura, non evvi che tre TEMPI Tavola di tut- ti i TEMPI del verbo Definizioni di ognuno dei TEMPI del verbo . — Sul=, l’uso de’TEMPI del verbo .—Trò- vasi spesso un TEMPO adoperato per un altro . TEMPO (Avverbj di) TESTE, avverbio di tempo passato . "TI, pronome personale primitivo di seconda persona singolare 95.— u- sasi nel rapporto d' obbietto diret- to 101.—usasi anche nel rapporto d’ obbietto indiretto, ma solo in quello d’ attribuzione o tendenza . ammette avanti di sé ì prono- mi relativi 12, 20, Za, Ze .—si pre- mette sciolto al verbo, o affisso ad esso 108.—per vaghezza di linguag- gio, si trova sovente nel discorso per solo ripieno 110. TMESI, figura grammaticale 380 e 382. "TOL'TONE, TRATTONE, preposizioni ecceltuative 366. TONICO (Accento) . TOSTO, avverbio di tempo, indicante prontezza, e celerità di tempo . TRA , INTRA, preposizioni, lo stesso che Fra e infra . TRANSITIVI (Verbi), cosa siano . —Verbi di natura loro TRANSITIVI possono divenire infransilivi . TRISILLABE (Parole) 31. 'TRI'TTONGO, unione di tre vocali in una sillaba 13. Gram. Ital.  TRONCAMENTO de?le parole median- te l'apostrofo TrRonca- MENTO delle parole in fine senza l'apostrofo  TROPPO, avverbio di quantità . TU, pronome personale primitivo, se- conda persona singolare g5.—TUE per TU, dicevano sovente gli an- tichi 95. TUI per Tuoi, si disse da qualche poe- ta a cagione della rima 133. TUTTAVIA, avverhio di tempo, per indicare una cosa che dura anche al presente Avverbio di di- versità e contrarietà . TUTTAVOLTA, congiunzione avver- sativa 371. TUTTO,addiettivo quantitativo .— richiede tra sè e il suo nome l’ar- ticolo determinante . — usalo come nome di genere neutro col- l'articolo, e anche senza . TUTTO, preteduto dalla preposizio - ne per, rimane invariabile Gli antichi, per proprietà di lin- guaggio, ponevano sovente TUTTO tra il pronominale congiuntivo Quale cun none TUTTO, posto innanzi ad un addictti vo, quantun- ‘ que non sia che un avverbio, accor- dasi però col suo nome . TUTTO CHE, CONTUTTOCHE, con- giunzioni avversative, e vagliono Liononostaale TUTTO QUANTO, vale lo stesso che * Tulto intero TUTTORA, avverbio di tempo, lo stesso che Tuttavia . U U, ventesima lettera dell’ alfabeto, e quinta delle vocali 4 e 5.—non va soggetto ad alcune variazioni 13.— ha un suono molto più rapido al- lorchè si trova dopo il g ed il g 13. U’ coll’apostrofo, in vece di Ove . UN, UNO, UNA, articoli indetermi- nali gr. UNO, addiettivo numerale s'ac- corda in genere col suo nome Talvolta ponesi anche ia plura- le .—Talora usasi in senso di- stributivo,in vece di Ciascuio . UNQUA, UNQUE, UNQUEMAI, UN-  X  )( | QUANCO, UNQUANCHE, vagliono VERUNO, VERUNA, addiettivi pro- tutti e cinque,lo stesso che Mai 329. V. V, ventunesima lettera dell'alfabeto, e sedicesima delle consonanti È sconvenevole il confonderla col- 1’  è consonante labbiale, e pronunziasi vu .—è molto si- mile al B e al P forma con- sonante composta di due lettere con la r dopo di st, e la s avanti di se .—in ambo i casi perde molto del suo suono .—-si raddop- pia comele altre consonanti, ovun- que occorra 27. VERBALI (Nomi) .—Nomi VERBA- LI caratteristici .—-Nomi astratti VERBALI VERBO, quarta delle parti del di- scorso la sua definizione la sua importanza nel discor- so 165.Senza il verbo, le sostan- ze ed iloro attributi, offrono idee isolate e sconnesse. Il VERBO è un segno affermativo dell’ esi- stenza degli attributi .— la qua- le esistenza non è che intellettuale .—Usservazione ragionata so0- pra questo principio 1.—Non ev- vi che uu sol VERBO propriamente detto Cosa s’ intenda per VERBO sosfanlivo, e per VERBI addiel- tici Da taluni ìi VERBI ad- diettivi sono chiamati Verbi con- creti . — Divisione de’ VERBI addiettivi in attivi e passivi Cosa siano i VERBI Zransilici ed intransilivi .—1l VERBO va sog- getto a cinque modificazioni o ac- cidenti .— VERBI neutri VERBI passivi VERBI neutri passivi VERBI ausiliarj  -- cf. H. P. Grice on Rivetta: To call ‘to be’ auxiliary is abusive!” -- e VERBI principali VERBI regolari VERBI ir- regolari, o anomali VERBI in are.—in ere .—in ire Il VERBO dee accordare col suo subbietto in per- sona e in numero varie 0s- servazioni su questa regola . VERSO, INVERSO, preposizioni in- dicanti Accostamento o indirizza- mento a qualche parte . nonfinali indefiniti relativi . VI, pronome personale primitivo di seconda persona plurale, e vale Voi "Fo dicagana nel rapporto di obbietto ivetto, ed anche in quello di ob- bietto indiretto, ma solamente per indicare attribuzione 0 itendenza .—ora precede al verbo ora a questo si affigge am- mette innanzi a sé ì Pronomi per- sonali relativi 32, Zo, Za, Je . — per proprietà di linguaggio usa- si per solo ripieno .—VI, è tal- volta pronome di terza persona, come obbietto indiretto nel rappor- to di attribuzione o di tendenza .—è sovente al par di Ci, pro- nome di luogo, facendo le veci del luogo dove si va . VIA, inteviezione per discacciare . VICINO, avverbio di luogo, e vale Luogo poco distante .— prepo- sizione indicante Prossimità di luo- go e di tempo . VIRGOLA, uno de’segni adottati per l’ interpunzione VOCABOLI, o PAROLE, segni, | ag- gregazione de’ quali forma il lin- guaggio 1. VOCALI, cosa siano, quante ne sia- no, e perchè così si chiamino. VOCATIVO, quinto de'’casi latini —a che serva nella lingua lalina -— come debba essere ri- guardato nella lingua moderna 79. VOI, pronome personale primitivo di seconda persona plurale 95. —usa- si nel rapporto di obbietto di retto, e in quello di obbietto indiretto, ma in quest’ uliimo va sempre preceduto da qualche preposizione .—IÌ poeti usano talvolta, în favor della rima, 7 w in vece di VOI . VOLENTIERI, avverbio di modo. VOSTRO, VOSTRA, VOSTRI, VO. STRE, addiettivi pronominali pos- sessivi di seconda persona plurale . VUI, voce poetica per Yoi . X X, lettera d’ origine greca, usata anche da’Latini, ma straniera alla E - =x='EE..-..:- OI: sent II AI ant _ DV 4u1 )( lingua italiana ad essa sosti- tuiscesi da noi la .$, in alcune vo- ci scempia, e in altre raddoppiata 3o.—conservasi questa lettera an- che nell’idioma italiano, in alcuni latinismi posti avverbialmente 31. Y Y, lettera che corrisponde all’ epsilon de’ greci 5. —essa non era necessa- ria a'Lalini, i quali non l’adopra- vano, che per seguire esattamente l' ortografia greca 5.—non è nep- pur necessaria agl’ Italiani, che in vece di essa adoprano l’ i 5. Z Z, ventiduesima ed ultima lettera del- 1’ alfabeto 4. —è lettera dentale 14. e 27.—si pronunzia zela 27.--è assai in uso appo gl’ Italiani . — dopo di sè non ammette nissun altra consonante 27.—e non riceve avanti di sè, in diversa sillaba, che la I, a, r 27.—ha tre suoni diver- sì, I gagliardo, il dolce, e il sot- tile 2y.—Regole diverse sul quan- do la Z debbasi pronunziare con uno de’ tre suoni suddetti . — Lista alfabetica di voci in cui la Z si pronunzia col suono dolce 29. e 3o. ZEUGMA, figura grammaticale . ZI, ZITTO, interiezioni che si usano per dare in sulla voce, comandan- do il silenzio . Fine DELL'INDICE. ERRATA —r— =p&gt;) e . lin. ERRORI CORREZIONI 10 28 patiscano patiscono 19 I oh | ho 21 10 ricevendole dopo ricevendole avanti  tempi composti verbi composti  chia-cchie-re chiac-chie-re  1 ac-qua a-cqua 66 15 e fronde o fronde 80 8 proposizione preposizione 81 42 irapàsso {trapassato  Vagliano vagliono  GLIELA GLIELE 121 34 Bocc. 55; nov. Bocc. nov. 55; 162 45 DuaA DuI 164 24 D. Inf. 12. D. Inf. 13 172 3 all’ altro dall’ altro 184 17—1ma col. Essere fale, Essere leale, 189 20—2da col. Essere ardilo Essere adiralo —2da col. Traltarsi Trattenersì —1ma col. Stare in pericolo: Stare in perno: 247 16 forma formano si 45—2da col. a )(  V( ERRORI Ricoprire chi lui è Vignono per vegnono T. Conv. uniscasi si pone s' incontra cogliere debbesi nov. 1, 9. gli aveva Oltre, più, preposizione il passato del presente La donna guardàtolo che varj effetti CORREZIONI Riscoprire chi di lui è Vègnono per vengono D. Conv. uniscesì sì pospone 8' incorpora togliere debbonsi nov. 19. egli aveva O!tre, di più, proposizione il passato in vece del presente La donna guard dolo, disse, che | var) affetti —_- tesn ne Lar! aci, EI e = — - Sonne —_7er,r—o—-: e - vi AA 2 AA Adiacente nes d slo atica ragionata della li I r Li "W0s740024 IT 2044 086 630 597 </pre>C. Nome compiuto: Carlo Antonio Vanzon. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Vanzon,” The Swimming-Pool Library, Liguria, Italia.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vario: la ragione conversazionale della filosofia della vita a Roma – Philosophy of Life -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Turbigo). Filosofo italiano. Turbigo, Milano, Lombardia. Abstract. Keywords: IL GIARDINO. In Grice’s time, philosophy was not studied as a separate subject, but under classics. Philosophy wss introduced upon completion of five terms into the B. A. Lit. Hum. Mundle complained: Grice referred to ordinary language as the language employed by any philosopher who had earned a first at Greats – as his pupil Strawson never did! -- Filosofo italiano. L’orto. Friend of FILODEMO (vedi). A poet. One of his works, “On death,” was doubtless shaped by L’Orto. He had a significant influence on VIRGILIO (vedi). His tutor was SIRO (vedi).   Orazio legge davanti al circolo di Mecenate, di cui faceva parte anche Vario Rufo (dipinto di Fedor Bronnikov, conservato presso il Museo d'arte di Odessa). Lucio Vario Rufo (in latino Lucius Varius Rufus; Turbigo -- è stato un poeta romano dell'età augustea.  Biografia  Lo stesso argomento in dettaglio: Storia della letteratura latina. (latino) «quem non ille sinit lentae moderator habenae qua velit ire, sed angusto prius ore coercens insultare docet campis fingitque morando. (italiano) «Che il guidatore della flessibile briglia non lascia andare dove vuole, ma prima frenandolo nella bocca (“ore”), tenuta stretta, gli insegna a galoppare nella piana e trattenendolo lo ammaestra» (Vario Rufo, Frammento Traglia)  Amico di Virgilio, di cui era certamente più grande, Vario fu anch'egli epicureo, come attestato anche da Quintiliano, che lo definisce esplicitamente epicureus[1] e da Filodemo di Gadara, che gli dedicò un trattato Sulla morte[2].  Avrebbe, comunque, introdotto Virgilio nel circolo di Mecenate e, con lui, presentato anche Orazio. Che Virgilio ne fosse amico e ammiratore traspare dal fatto che, negli anni Quaranta, Virgilio, sotto lo pseudonimo di Licida, rimpiangeva di non aver prodotto fino a quel momento nulla di paragonabile alla poesia di Vario o di Elvio Cinna. La gratitudine e la stima di Orazio, invece, è evidente dalla definizione di quest'ultimo di Vario come un maestro dell'epica e l'unico poeta in grado di celebrare le gesta di Marco Vipsanio Agrippa. Ancora la già citata testimonianza di Quintiliano lo pone in stretti rapporti con Augusto: una didascalia, infatti, informa che nel 29 a.C. lavorò per i giochi celebrativi in onore della vittoria di Augusto alla battaglia di Azio (31 a.C.) e che Vario ricevette un milione di sesterzi dal princeps. Dopo la morte di Virgilio, fu incaricato da Augusto, insieme a Plozio Tucca, di pubblicare l'Eneide. Dopo questa data non abbiamo altre notizie.  Opere Delle opere di Vario, come detto, celebrate in età augustea non ci restano che magri frammenti. Da Macrobio sappiamo che Vario compose un poema De morte[6], ampiamente riecheggiato da Virgilio.  Orazio, invece, alluderebbe ad un altro poema: secondo uno scoliasta, infatti, si tratterebbe di un panegirico di Augusto.  L'opera letteraria più famosa di Vario fu, comunque, la tragedia Tieste, che Quintiliano riteneva non essere inferiore ad alcuna tragedia greca. Quintiliano. ^ Marcello Gigante, Ricerche filodemee, Napoli, Macchiaroli. ^ Bucoliche, IX, 35-36. ^ Orazio, Carmina, I 6. ^ Conservata in un manoscritto a Parigi. ^ Frr. Hollis; la notizia è in Macrobio, Saturnalia, .  Orazio, Satire,  versi di dubbia autenticità (Fr.  Hollis). Frr.  Hollis. Quintiliano, Hollis, Fragments of Roman Poetry: 60 BC-AD 20, Oxford University Press (testo, traduzione inglese e commento dei frammenti). V. Rufo, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Modifica su Wikidata Augusto Rostagni, VARIO RUFO, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, V. Rufo, Lùcio, su sapere.it, De Agostini. V., su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Opere di Lucio Vario Rufo, su Musisque Deoque. Modifica su Wikidata (LA) Opere di Lucio Vario Rufo, su PHI Latin Texts, Packard Humanities Institute. Modifica su Wikidata V · D · M Circolo di Mecenate Portale Antica Roma   Portale Biografie   Portale Età augustea  Portale Letteratura Categorie: Poeti romaniPoeti del I secolo a.C.Romani del I secolo a.C.Nati a Turbigo[altre] Vario Rufo, Lucio (Varro)  Poeta epico e tragico romano (sec. I a.C.), amico di Virgilio e di Orazio; ricevette da Augusto, con Plozio Tucca, l'incarico di pubblicare l'Eneide dopo la morte di Virgilio. Un duplice ordine di motivi legittima l'identificazione con lui del Varro di : motivi di ordine testuale e motivi di ordine ideologico.  Presso gli amanuensi medievali è documentata un'oscillante e mutevole grafia del nome in questione secondo le forme Varius, Varus, Varrus: è quindi plausibile ortograficamente la lezione dantesca Varro per Vario (la legittimità della lezione Varro è sostenuta dall'ediz. Petrocchi; cfr. anche Bosco). In  D. stila nei versi in questione un canone poetico a quattro elementi sulla falsariga di quello dei poetae regulati. Sappiamo che in ognuno dei canoni che D. stila nella Commedia Virgilio viene nominato a latere, non inserito, ma generalmente segnalato: è il caso di Varro che funge da segnale di Virgilio. Il canone che qui D. stila è un canone di poeti comici in cui sono rappresentati personaggi dell'antica commedia (Plauto e Terenzio, Cecilio, donde la probabile eco oraziana: " Quid autem / Caecilio Plautoque dabit Romanus ademptum / Vergilio Varioque? ", Ars poet. 53 ss.) e personaggi della commedia nuova nella persona di Persio (Pg XXII 100) che viene nominato significativamente dallo stesso Virgilio. Qualora si consideri questo canone unitamente a quello di If IV (v. ORAZIO), risulta chiara la volontà di D. di qualificare la propria poesia, il valore della sua Commedia, il rapporto con gli auctores nell'ambito di un discorso di ‛ genere poetico ' che travalica il dato specifico per diventare una questione che riguarda le matrici ideologiche della Commedia.  Bibl. - U. Bosco, Particolari danteschi, in " Annali Regia Scuola Norm. Sup. Pisa  (anche per le questioni della tradizione ortografica dal nome Varro), rist. in D. vicino, Caltanissetta-Roma 1966, 391-398; R. Mercuri, Terenzio nostro antico, in " Cultura Neolatina " XXIX (1969) 84-116 (soprattutto pp. 85-91).Nome compiuto: Lucio Vario Rufo. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Vario,” Per H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Varisco: la ragione conversazionale, o l’implicatura conversazionale del sommario di criticismo – la scuola di Chiari – filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Chiari). Abstract. Keywords: gnothi seauton, implicatura dell’oracolo. Filosofia critica. Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Chiari, Brescia, Lombardia. Essential Italian philosopher. Filosofo italiano. Grice: “We all learned about the ‘gnothi seauton’ at Clifton – Varisco composed a full tract about it! Calogero has analysed the implicatures! The idea is that you need a ‘thou’ to tell ‘thou’ ‘knowest THYself” – although the oracular mystique is still there!” – – Nasce da Carlo, direttore del ginnasio locale, e da Giulia Bonatelli, sorella del filosofo BONATELLI (vedasi). Il padre è un cultore appassionato delle lingue e delle civiltà classiche, ma, privo di ambizioni sia accademiche sia scientifiche, rimane per tutta la vita a dirigere il ginnasio di Chiari, giungendo al punto di ri-fiutare la presidenza del liceo di Rimini offertagli, probabilmente per il suo orientamento patriottico, dal governo dello stato unitario, di recente proclamazione. La madre di V. è la seconda moglie del padre, che dalla prima, scomparsa in giovane età, aveva avuto un solo figlio, morto da bambino. Con Giulia, Carlo V.  ebbe, oltre a Bernardino, tre figlie. Rimasto vedovo una seconda volta, si sposa per la terza, di nuovo con una Bonatelli, alla quale pure sopravvisse.  L’infanzia e l’adolescenza di V. sono contraddistinte da un’educazione ispirata a sentimenti patriottici e irredentistici, pervasi da una profonda religiosità. Dopo aver concepito, senza riuscire a portarlo a termine, il disegno di arruolarsi nell’esercito italiano allo scoppio della  guerra di indipendenza – quando è allievo del collegio nazionale di Torino –, in occasione dell’esame con il quale corona il suo percorso scolastico scrive un componimento intriso di un così profondo e sincero sentimento nazionale e contraddistinto da un’enfasi letteraria tanto efficace che gli valse la medaglia d’oro del re, venendo valutato come la migliore prova scritta di italiano tra tutte quelle composte da coloro che, nel suo stesso anno, sostennero l’esame di licenza liceale. Terminato il liceo, V. si iscrive al Poli-Tecnico di Torino, città nella quale svolge il suo percorso scolastico secondario, per poi passare a Padova dove si laurea in ingegneria e conosce la sua futura moglie, Natalina Müller. Il matrimonio lo costringe ad abbandonare la prospettiva di intraprendere una libera professione, cosa che avrebbe richiesto troppo tempo, tenuto conto dei suoi nuovi obblighi, per ottenere un reddito soddisfacente, e lo induce a dedicarsi all’insegnamento della matematica presso l’istituto tecnico di Porto Maurizio. Qui nacquero le sue due figlie, Giulia e Maria, ma, contemporaneamente, inizia a declinare la salute della moglie, che muore. Questa morte prematura fu causa, per V., di una profonda afflizione testimoniata, tra l’altro, da alcune lettere al padre in cui V. dichiara di essere stato trattenuto dal por fine alla propria vita solo dal senso religioso del dovere e della responsabilità nei confronti delle figlie. L’evento luttuoso determinò, inoltre, un lacerante conflitto con il suocero Müller, che lo ritenne responsabile del destino di Natalina, accusandolo di averne causato la morte con l’impedire che lei si trasferisse, per un periodo, in provincia di Padova allo scopo di riprendersi dal logoramento fisico cui i due parti ravvicinati avevano sottoposto il suo gracile organismo. Il suocero attribuiva l’opposizione di V. alla morbosa gelosia da lui nutrita nei confronti della moglie, e non volle mai più rivedere il genero. Nonostante il dolore per la perdita subita, aggravato dalla mortificazione prodotta in lui dalle accuse del suocero, V. si sposa una seconda volta, colla figlia di un preside di Porto Maurizio, ma il matrimonio non durò che i pochi mesi necessari ai due coniugi per rendersi conto dell’incompatibilità dei loro caratteri e delle rispettive esigenze, concludendosi, in breve, con una separazione. È a quel punto che V. si trasferì da Porto Maurizio a Bergamo e che iniziano a intensificarsi i rapporti e gli scambi con lo zio materno: il filosofo BONATELLI (vedasi). Questi, aderente a una visione spiritualistica e religiosa della vita alla quale ispira il proprio pensiero filosofico, esercita progressivamente un’influenza sempre più decisa su V. che, laureato in ingegneria e insegnante di matematica, propende inizialmente per un indirizzo filosofico di orientamento positivistico. È grazie allo zio che in V. si risvegliò un interesse per la filosofia molto meno generico di quanto non fosse la sua istintiva simpatia di scienziato per il positivismo, al quale, comunque, continua a guardare con attenzione anche dopo l’avvio del proprio più diretto impegno filosofico, ma in modo maggiormente avvertito e consapevole dal punto di vista concettuale. Questo più definito interesse per la filosofia lo spinse a esporre, in una serie di contributi – pubblicati negli Atti del Reale Istituto veneto di scienze, lettere ed arti grazie ai buoni uffici di BONATELLI (vedasi) – le proprie riflessioni di carattere filosofico su tematiche di natura logico-gnoseologica. Apparvero così le Ricerche intorno ai principi fondamentali del pensiero, le Ricerche intorno ai principi fondamentali del ragionamento – cf. H. P. Grice, raziocinio – le conferenze Kant a Stanford -- e il saggio Di una nuova ipotesi intorno ai fondamenti del pensiero. Uscirono, per i tipi di due tipografie, una di Bergamo e l’altra di Padova, Sul problema della conoscenza e Verità di fatto e verità di ragione – Grice: “Leibniz, the inventor of the ‘analytic/synthetic’ dogma!” -- . Con La necessità logica, pubblicato negli Atti della Reale Accademia di scienze morali e politiche di Napoli, si conclude questo intenso periodo di elaborazione filosofica che lo occupa. In precedenza V. pubblica degli scritti di carattere scientifico -- se ne segnalano due: Sui numeri primi e Sulla deviazione apparente del piano di oscillazione di un pendolo dovuta alla rotazione terrestre.  È questa, presumibilmente, la fase alla quale va fatto risalire il suo originario orientamento positivistico, empiristico, deterministico, da lui stesso denunciato e rigettato in seguito, ma che non manca di far sentire la propria influenza anche nei contributi di carattere filosofico. In questi, da un lato, tutto viene ridotto ad atti e, come in H. P. Grice, stati di coscienza, o ‘stati menntali’ o ‘atti mentali’ – ‘mental acts’ – H. P. Grice, “Negation and privation” -- ma, dall’altro, tale distinzione s’intreccia con quella fra esteriorità e interiorità in un modo che non lascia dubbi sul carattere non idealistico di una gnoseologia così concepita. In un quadro filosofico diverso, a distanza di una quindicina d’anni, nell’opera I massimi problemi, si ritrova una distinzione analoga tra ‘sensibile’ e ‘sentito’ – cf. H. P. Grice e G. J. Warnock, ‘videre’, ‘visum’ --. ‘sensum’ – sense data – Grice in Scharwtz, Sensing. La relativa indipendenza del sensibile rispetto al SENTITO – SENSO, SENSVM -- comporta qui che, anche se del sensibile si può avere contezza solo attraverso un atto di apprendimento soggettivo ossia una sensazione individuale, esso sussiste indipendentemente da quell’atto – H. P. Grice, ‘mental act’ -- e può essere oggetto di tanti altri atti distinti di apprendimento soggettivo -- di analoghe sensazioni cioè che, avendolo come contenuto comune, siano espressione di altrettante diverse coscienze individuali. Come contenuto comune di atti di coscienze diverse, esso fornisce la base per conferire alla conoscenza unità e inter-connessione. Ma se questa unità, che potrebbe essere definita ‘dal basso’, fosse la sola, non avremmo mai modo di coniugarla con un sistema organico di leggi razionali, che corrisponde a una unità ‘dall’alto.’ Gli stati di coscienza sono altrettante monadi che possono combinarsi in una unità razionale solo a condizione che la razionalità che li pervade -- e che si riflette tanto nei sentiti – SENSUM – SENSA – cf. Grice e Warnock, ‘VISA’ -- quanto nei sensibili --  sia a sua volta ri-conducibile a un principio unico e sovra-sensibile, l’essere, del quale si tratta di comprendere se rappresenti solo una unità necessaria, rigorosamente governata da leggi deterministiche o non sia a sua volta una unità personale – cf. H. P. Grice, “Personal identity” -- dotata di coscienza e trascendente tutte le coscienze, alle quali, con questo suo trascenderle, fornirebbe, appunto, unità. In effetti, sia pure all’interno della rigida necessità delle leggi dell’essere, la coscienza, fatto tra i fatti, è tuttavia contraddistinta dalla spontaneità, ossia dalla libertà – H. P. Grice, sugar-free, alcohol-free -- e dal finalismo – cf. Grice’ keyword: end -- , che soli possono rendere conto dell’agire del soggetto che ne è depositario; di un soggetto, cioè, influenzato non semplicemente dalle leggi della ragione ma dal sentimento, dalla volontà e dai valori: tutti elementi senza i quali una vera e concreta conoscenza risulterebbe impossibile.  Il pensiero di V. è, pertanto, un pensiero che intende porsi al di là delle alternative fra materialismo e idealismo, immanenza e trascendenza, e che, proprio per questo, è stato spesso interpretato riconducendolo all’uno o all’altro di questi estremi -- nella sua fase matura esclusivamente al secondo. In realtà la sua filosofia dovrebbe, piuttosto, definirsi come un pensiero oscillante fra i termini di questa duplice alternativa, volto a superarla rendendo conto insieme delle esigenze insopprimibili dell’una e dell’altra posizione, anche se tendente ad accentuare, nel suo sviluppo, l’aspetto idealistico -- mantenuto, comunque, a una rigida ‘distanza di sicurezza’ dall’idealismo di Croce e di Gentile, con i quali, soprattutto con il secondo, il rapporto non è mai idilliaco, come risulta dai giudizi spesso sprezzanti che riguardo a V. si trovano formulati nella corrispondenza dei due filosofi -- insieme a quello religioso o trascendente: due tratti che mal si combinano e che infatti inducono V., nella sua ultima riflessione, ad affidarsi sempre più al sentimento religioso come all’autentica chiave per dispiegare, intera, la natura della ragione. Di questo esito conclusivo -- anche se non necessariamente concludente -- è documento l’opera postuma Dall’uomo a Dio – cf. H. P. Grice, From the creature to the Genitor – God as an exegetical device --, la cui importanza agl’occhi di V. è provata dal suo affidarla, per sicurezza, alle poste, senza portarla con sé, ogni volta che si muove tra Chiari e Roma essendo nel frattempo divenuto senatore del Regno d’Italia, perché gli venisse recapitata al suo arrivo. In ogni caso, gli scritti dei suoi esordi filosofici, pubblicati, sono preludio all’opera che da per prima autentica fama e risonanza al suo pensiero, ossia Scienza e opinioni, la quale ottenne il premio reale e gli valge la cattedra universitaria presso l’Ateneo romano, dove insegna. La sua carriera accademica è pertanto piuttosto breve, concludendosi con il pensionamento per raggiunti limiti di età. Ma un ulteriore riconoscimento lo attende: la nomina a senatore, per avere con la sua opera dato lustro all’Italia: carica il cui conferimento dimostra come, anche se le parole commemorative di Federzoni in Senato alla sua morte -- meglio che veterano, PROFETA DEL FASCISMO --, in Senato del Regno, Atti parlamentari, Discussioni -- si devono considerare senz’altro eccessive nella loro enfasi retorica, V. non è ostile al fascismo, che vide nascere probabilmente con favore, data la sua adesione alla causa nazionalista dalla quale è spinto anche a collaborare, per qualche tempo, al periodico di Corradini L’Idea nazionale.  Dopo il fallimento del secondo matrimonio V. vive sempre con la prima figlia, Giulia. La seconda, Maria, alla quale era particolarmente affezionato, si sposa e muore: questo evento gli da l’ultimo grande dolore e ne sconvolse l’incipiente vecchiaia imprimendo un senso tragico all’ultima fase della sua esistenza. Giunto all’età di ottantatré anni, è ricoverato per una sorta di logoramento senile nell’ospedale di Chiari, dove si spense circondato dall’affetto della figlia rimasta sempre con lui e degli allievi più cari accorsi al suo capezzale, tra i quali, in particolare, ZUBIENA (vedasi) e CARABELLESE (vedasi).  Opere. Una bibliografia sostanzialmente completa delle opere di V. è nel lavoro di Alliney, ove non vengono menzionati i tre scritti di carattere scientifico che risalgono ad anni precedenti allo sbocciare della sua vocazione filosofica: Saggio sulla teorica dei rapporti, Padova; Sui numeri primi, Jesi; Sulla deviazione apparente del piano di oscillazione di un pendolo dovuta alla rotazione terrestre, in Giornale scientifico delle scuole secondarie italiane, Fonti e Bibl.: L’unica biografia esistente di Varisco è rappresentata dalle poche pagine della prefazione (L’uomo Varisco) all’opera citata di Giulio Alliney, che di Varisco era nipote, essendo figlio della figlia Maria. La bibliografia su Varisco non è molto recente (segno di un interesse per la sua personalità e il suo pensiero che si è andato spegnendo): P. Carabellese, L’essere e il problema religioso. A proposito del conosci te stesso di B. V., Bari 1914; A. Levi, Il pensiero filosofico di B. V., in Rivista trimestrale di studi filosofici e religiosi, 1920; G. Tarozzi, La filosofia di B. V., in Rivista di filosofia, 1923; E. Castelli, Il problema teologico in B. V., in Scritti filosofici per le onoranze nazionali a B. V., Firenze 1925; A. Pastore, Verità e valore nel pensiero filosofico di V., ibid.; P. Carabellese, Il pensiero di B. V., in Giornale critico della filosofia italiana, 1926; E. Castelli, Il pensiero religioso in B. V., in Studium, 1929; E. De Negri, La metafisica di B. V., Firenze 1929; E. Castelli, Il massimo problema nel pensiero e nella vita di B. V., in La scuola cattolica, 1933; C. Ottaviano, Il superamento dell’immanenza in B. V., in Archivio di filosofia, 1934; P. Carabellese, B. V., in Enciclopedia italiana, XXXIV, Roma, s.v.; M.F. Sciacca, B. V., in Logos, 1937; T. Moretti-Costanzi, Il problema dell’uno e dei molti nel pensiero di B. V., Roma 1940; G. Alliney, B. V., Milano 1943; G. Calogero, La filosofia di B. V., Messina-Firenze 1950.Insegna filosofia a Roma e senator. La sua formazione filosofica coincide con la crisi del positivismo.  Si laurea a Pavia. Partendo da posizioni solidamente scientifiche, V. avverte sollecitamente il limite di ogni conoscenza che voglia essere esclusivamente composto di ragione, e scopre insieme la concomitante componente fideistica di ogni affermazione di verità.  Questo ricorso alla fede come sentimento del sopra-naturale è utilizzato da V. sia per affermare la preminenza della filosofia come conoscenza concreta sui processi astrattivi della scienza -- “I massimi problemi” (Milano, Libreria Editrice Milanese) -- sia per approdare ad uno spiritualismo pluralistico con forti accentuazioni teistiche -- “Dall'uomo a Dio” (Padova, Milani).  Altre saggi: “Scienza ed opinione” (Roma, Alighieri); “La patria” (Roma, Provenzani), “Conosci te stesso” (Milano, Libreria Milanese); “La scuola per la vita” (Milano, Isis); “Linee di filosofia critica” (Roma, Signorelli); “Discorsi politici” (Roma, Alberti); “Sommario di filosofia” (Roma, Signorelli). Cavaliere dell'Ordine della Corona d'Italia nastrino per uniforme ordinaria cavaliere dell'Ordine della corona d'Italia, ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia nastrino per uniforme ordinaria Ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia, Commendatore dell'Ordine della Corona d'Italia nastrino per uniforme ordinaria Commendatore dell'Ordine della Corona d'Italia. Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Corona d'Italia nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Corona d'Italia. Senatori d'Italia, Senato della Repubblica. Sa PIRRZA semana A? I (9 e | 0 Db sb Ò N S LL SOMMARIO FILOSOFIA < CURSI - 3 COLLEZIONE FILOSOFICA a cura di E. CASTELLI VI Il presente lavoro fu, sul principio del corrente anno 1927, pubblicato in tedesco dall’editore Felix Meiner di Lipsia. ALTRE RECENTI PUBBLICAZIONI DELLO STESSO AUTORE Linee di Filosofia Critica — Roma, Signorelli, 1925. Discorsi politici — Roma, De Alberti, . La scuola per la vita — 2° ediz.; Venezia, “La Nuova Italia ,, 1927. DALL'UOMO A DIO (D’Imminente pubblicazione) » V. SOMMARIO DI FILOSOFIA ROMA SIGNORELLI VIA DEGLI ORFANI ROMA Coop. Tip. Egeria - Via Marco Polo. CENNI AUTOBIOGRAFICI V. è molto vecchio, essendo nato in Chiari, allora una grossa borgata oggi una cittaduzza della provincia di Brescia. Il padre suo, Carlo, pur nativo di Chiari, piccolo proprietario, e professore nel patrio ginnasio, lo educò accuratamente, facendogli acquistare per tempo una buona cultura latina e italiana. Lo zio paterno aveva preso parte alla guerra del ’48 e vi era morto valorosamente. Lo zio materno divenne, più tardi, professore di filosotia nelle università, prima di Bo- logna, poi di Padova. La famiglia, molto religiosa e aliena da ogni setta, era italianamente patriot- tica. Sentimento, che nel fanciullo venne precoce- mente chiarito e corroborato, così da rendersi dure- vole, dalla guerra, e dagli avvenimenti che la seguirono. Sulla fine del ’64 il giovinetto, che | aveva poco più d’un anno prima perduta la madre — donna dedita in tutto alla famiglia, energica e affettuosa, indimenticabile — fu mandato nel collegio nazionale di Torino, a compiervi gli studi classici. Poi dovette scegliersi una carriera. E tale, che . gli permettesse di non allontanarsi da Chiari, dove il padre già innanzi con gli anni, e le sorelle giova- nissime, avrebbero avuto bisogno di lui; e dove la famiglia, bastantemente stabilita e molto accredìi- tata, poteva prosperar con poco rimanendo unita, meglio che non avrebbe fatto con molto più divi- dendosi. Non inclinato nè all’avvocatura nè alla medicina, il giovinetto si decise per l’ingegneria; e la scelta parve, a tutti quelli che avevano diritto e voglia di giudicarla, buona. La fama, di cui nutriva in segreto il desiderio, egli s’immaginava d’acqui- starla, tanto più facilmente, quanto meno la con- nettesse con l’utilità. Ma le circostanze, che durando avrebbero favo- rito i suoi disegni, mutarono mandandoli a monte, ancor prima ch’egli si fosse laureato. Non era più da pensare a esercitar l’ingegneria in Chiari, e molto meno fuori. Bisogna procacciar subito un pane; per sè, alle sorelle provvedeva il padre. Scolaro di- ligente, s’era guadagnata la benevolenza de’ suoi professori; che gli ottennero, cosa non difficile allo- ra, una cattedra di matematica nelle scuole medie. Vi salì sui primi del ’74; ne discese, per salire su quella di filosofia a Roma, sui primi del ’906. Rendiamo ragione, senza entrare in particolari noiosi e inutili, di questo passaggio, dopo un così lungo intervallo. Ai doveri del proprio ufficio, V. attende con una diligenza, che dai superiori fu lodata e premiata. Nondimeno, egli non trascura mai la cultura, da cui aveva sperato fama; e che andò man mano assumendo, grazie in parte allo zio materno, un carattere filosofico sempre più spiccato. A inter- sg — valli — rari, perchè i doveri d’ufficio, e le cure della famiglia che si era formato, esigevano pressochè tutto il suo tempo — fa in questo campo qualche tentativo, che non ha fortuna. Ma questi scacchi non gl’impedirono di curar l’educazione delle sue figliole, di preparare le sue lezioni, di correggere i lavori de’suoi alunni, di leggere nelle ore d’ozio i suoi classici e i suoi filosofi, e di prendere degl’appunti. Questi crebbero lentamente fino a costituire un insieme, rispettabile per la mole. V.li scelse, li ordina, li corrige, ne mette insieme un lavoro intrinsecamente abbastanza ‘uno, che manda manoscritto a un concorso e che è premiato. L’anno dopo il manoscritto è stampato in un bel volume col titolo “Scienza e Opinioni,” presto esaurito. Apparvero parecchie altre pubblicazioni; basti ricordare “Forza ed energia,” -- una discussione dell’energetica di Ostwald -- , e “Dottrine e fatti.” V. vince il concorso alla cattedra di filosofia a Roma. Nei lavori accennati è espressa una concezione positivistica, o più esattamente naturalistica, del mondo. Meritano qualche rilievo due punti. Primo: le conclusioni dell’indagine scientifica (naturalistica) forse non sono assolutamente vere, ma «constano»; vale a dire: non criticabili scientificamente, nè quindi filosoficamente, potrebbero essere inaccetta- bili sotto un altro punto di vista, sotto quello del sentimento. Perciò il prof. V. rimaneva, e lo disse, teista, o almeno deista, mentre il sistema da lui costituito era schiettamente ateistico. In seguito, la — 8- e distinzione tra il vero e ciò che consta fu da lui molto modificata; ma non mai abbandonata; e in- . somma si riduce alla distinzione tra la filosofia e le. scienze particolari. Secondo : atomista in fisica, il prof. V. ritenne tuttavia, doversi all’atomo attribuire anche dei ca- ratteri psichici; questa supposizione gli parve neces- saria, oltrechè alla psicologia e alla gnoseologia (da lui allora confuse), anche alla fisica. In tal modo, l’atomismo assumeva una tal quale somiglianza con ciò che sarebbe il monadismo leibniziano, se le mo- nadi fossero tra loro connesse causalmente. La somi- glianza divenne anche maggiore in seguito; ma il prof. V. non ammise mai, che le monadi «non aves- sero finestre». Nel Sommario il suo monadismo è sviluppato, così gli pare, con tutta la chiarezza com- patibile con la massima brevità. Il carattere psi- chico degli ultimi elementi fisici lo condusse ad abbandonare il determinismo rigoroso di «Scienza e . opinioni» : la causalità stessa implica, secondo lui un principio d’indeterminazione. Esporre dalla cattedra delle teorie non discusse criticamente sott’ogni aspetto, è una colpa, nella quale il prof. V. non voleva cadere. Perciò l’inse- gnamento universitario gl’impose come un obbligo di approfondire i propri studi, non frettolosi di certo, ma inevitabilmente un po’ frammentari. Già prima d’esser nominato universitario, ma dopo il ’901, egli era venuto in relazione col prof. G. Gen- tile, uscito allora dalla Scuola Normale Superiore di Pisa; dotato, quantunque giovanissimo, d’una cul- ITA + tura eccezionalmente vasta, e profondamente orga- nica. Presto, le relazioni divennero aspre. Ma il prof. V. ha, delle polemiche filosofiche, un concetto — esposto nell’Introduzione al Somma- rio — da cui senza dubbio neanche il G. non è ‘alleno: prima che a combattersi, anzi, più che a combattersi, bisogna pensare a capirsi. E l’appro- fondimento, impostogli, come si disse, per dovere d’ufficio, fu agevolato non poco dal desiderio di ben comprendere il suo contraddittore. Il G. divenne poi suo collega nell’università romana, ed amico; il prof. V. non dimenticherà mai le segnalate affet- tuose prove di stima, dategli dal G. in più d’un’oc- casione. —: Conseguenza dell’approfondimento fu, che il V. abbandonò îÎl suo vecchio naturalismo, e vide, che la filosofia non è costruibile che sulla base della critica idealistica. Pure accettando questa come punto di partenza, il prof. V. non accetta l’idealismo, che in un certo senso; ma crede che, in un altro senso, il realismo sia ineliminabile. Parrebbe, ch’egli si proponga di costruire un ideo-realismo — espressione da lui stesso usata una volta, ma infelice, — o di accoz- zare sincretisticamente fidealismo e realismo. Non è così. Egli crede, che la stessa critica idealistica, meglio interpretata in qualche punto, implichi, e una certa limitazione dell’idealismo, e una certa rivalutazione del realismo ; crede insomma, che l’ac- cettare l’idealismo puro sia, non meno che l’accet- tare il realismo puro, un contravvenire a quanto vi è di accertato nella critica idealistica. Tutto ciò non 0 è molto chiaro; ma sarà chiarito nel Sommario, e particolarmente nella sua Conclusione. Per il pensiero, che dopo la sua conversione il prof. V. andò sviluppando, si vedano: I massimi problemi (1910, sec. ed. 1914), Conosci te stesso (1912) tradotti l’uno e l’altro in inglese; inoltre pa- recchi art. che riuniti formerebbero un volume orga- nico; Dall’uomo a Dio, in corso di stampa, e il presente Sommario. Da questi ultimi due lavori pre- scinderemo. Agli altri fu opposto, che i problemi veramente massiîni non vi abbiano ricevuto solu- zioni definitive. Opposizione ingiusta. Formulare, in ordine a un qualsivoglia problema, una soluzione; dichiararla definitiva, e riscotere così l’approvazione di quanti pensano allo stesso° modo — è facile, ma inconcludente. La soluzione dev’essere tale, che gli avversari, purchè desiderosi più d’apprendere che di cantar Vittoria, ne siano costretti, se non vogliono contrad- dirsi, a modificare più o meno profondamente le loro idee. Questo è il fine che il prof. V. si propose, al quale ritiene d’essersi andato approssimando; e che: gli sembra conseguito. nei due ultimi lavori. Nessu- no, che intenda le difficoltà del fine si meraviglierà . se ll prof. V., messosi all’opera già vecchio, non sia stato capace di compierla che al termine della sua vita. | Per ultimare questi cenni aggiungiamo, che il prof. Cento, amico del V. di cui era stato uno de’ migliori alunni, ordinò e pubblicò, nel vol. La scuola per la vita (1922), molti scritti pedagogici del suo ie vecchio insegnante; di questo libro sta per uscire la 2° ediz. riveduta e accresciuta. Tra gli scritti peda- gogici, che nel detto vol. non poterono essere inseriti, perchè ne avrebbero turbata l’organicità, ricorderemo La matematica nella scuola media e La convivenza; importanti per chi voglia conoscere il pensiero del- l’A. Finalmente: il prof. V., alienissimo della politi- china spicciola, s’occupò anche di politica ; il suddetto prof. Cento ne raccolse gli articoli su questo argo- mento, che, in un vol. sotto il titolo Discorsì politici, furono pubblicati nel 1926. Il prof. V. è di complessione gracile; ma non ebbe malattie gravi, nè finora gli sono molto gravi gli anni. D'umore prevalentemente lieto, con un’om- bra di tristezza. L’oscurità, in cui vive, non gli ri- sparmiò dolori, che talvolta parvero insopportabili, ma per poco. Ha, ed ebbe sempre fede nella Prov- videnza. sua SS rm- SOMMARIO DI FILOSOFIA Combattere una dottrina, o discuterla, nel mo- do seguito finora pressochè sempre, conclude poco. Una dottrina, che si presenti come parzialmente nuova — le novità ragionevoli sono sempre parziali — dev’essere prima di tutto ben capita, la valuta- zione verrà poi. Ogni dottrina è conseguenza — d’ordinario lo- gicamente inappuntabile, cioè necessaria — d’una. mentalità preformata; per capirla, dobbiamo capire, cioè renderci esplicita, la mentalità su cui si fon- da (1). Senza dubbio, l’autore ha l’obbligo di espri- mersi con chiarezza; ma, in ogni caso, al critico ri- mane da compiere un lavoro, che non è dei più facili. S’intende, che il critico presuppone anch'egli una sua mentalità. Siano A e B le mentalità rispet- tive del critico e dell’autore. Supposto accertato, che delle due mentalità una includa l’altra con qual- cosa di più, la discussione tra il critico e l’autore ha un risultato: se A = B + C, la critica prevale (1) Cap. X: $ 2; Cap. XI: $$ III, IV, V (soprattutto), S VI. suis sulla dottrina; se B = A + D, la dottrina prevale sulla critica (1). E se non si verificasse nessuna delle due ipo- tesi? P. es.: se a chi dice — questo è oro, perchè non intaccabile dagli acidi —, altri opponesse — questo non è oro, perchè non ha quel peso speci- fico (2) —? In questo caso, la dottrina e la critica rimarrebbero di fronte, ostili ma senza toccarsi, per- chè (ci si passi la frase) non riducibili a uno stesso denominatore. Ma un risultato importante sarebbe ottenuto: che per decidere la questione sia neces- sario approfondirla. Se i critici, e gli autori, sì attenessero al meto- do indicato, si risparmierebbero non poche logoma- chie. Se pensassimo più a capirci che a combatterci, le polemiche, inconcludenti non meno che appassio- nate, svanirebbero, dando luogo a una ricerca, nella quale tutti vinceremmo, perchè tutti guadagne- remmo qualcosa. Il campo, in cui anche la lotta è necessaria e santa, non è quello degli studi. Ho indicato il modo, con cui la dottrina, espo- sta sommariamente qui appresso, dev’essere stu- diata. Il modo è una conseguenza della dottrina; il che, se non erro, prova qualcosa in favore di que- sta. Ma per la ragione medesima non sarà ben ca- pita, senza una previa, rapida ma non disattenta, lettura del breve opuscolo. Chi non vuol rileggere, non legga; perderebbe il suo tempo. (1) Cap. XI: $ V. (2) Supponiamo, che nella determinazione del peso specifico si fosse inavvertentemente sostituito all’acqua un liquido che n’avesse i caratteri appariscenti, ma più denso. IL FINE DELLA FILOSOFIA. I. Il sapere umano è frammentario. Più esattamen- te: l’unità, che gli è senza dubbio essenziale, non è d’ordinario avvertita nella sua totalità. Costruire una teoria, o esercitar un mestiere, senza rilevare il nesso intrinseco alle varie proposizioni di quella, o alle varie operazioni di questo, è impossibile. Ma il nesso tra le diverse teorie, tra i diversi mestieri, e in genere tra tutte le manifestazioni del pensiero umano, suol essere lasciato in disparte. Noi viviamo convivendo. É riflettiamo anche, sulla vita e sulla convivenza; ma dalle cognizioni parziali e unilate- rali così ottenute non risulta una sicura concezione di insieme. II. Una tale condizione del sapere non è priva di pericoli. Per es.: non pochi possono e debbono dire di sè: video meliora proboque, deteriora sequor. Perchè la loro cognizione del meglio rimane in loro qualcosa di esternamente sovrapposto alla vita, non — 16 — di compenetrato con la vita: un accessorio, invece d’un costitutivo essenziale. Correlativamente, la loro volontà non si compenetra col loro sapere, benchè vi aderisca; e quindi rimane un capriccio press’a poco inorganico. Per l’uomo, che avesse veramente unificato se stesso — al che si richiede, ch’egli abbia unificato se stesso con gli altri e col tutto —, la co- gnizione del meglio sarebbe ipso ‘facto volizione. III. Ai contrasti, che sorgono internamente a cia- scun uomo, altri se n’aggiungono, tra uomo e uomo, tra un gruppo d’uomini e un altro, p. es. tra delle classi e tra degli Stati. Nessuno crede, che la sop- pressione di simili contrasti sia possibile o desidera- bile. Ma non possiamo non procurar di attenuare i dolori, e lo spreco di forze, che ne derivano. Al che riusciremo tanto più sicuramente, quanto meglio ci sarem persuasi, che un uomo è inseparabile da un gruppo, anzi da un insieme di gruppi ordinato, e che i gruppi sono inseparabili anch’essi gli uni dagli altri. La coscienza dell’unità umana è (condizione sine qua non d’ogni perfezionamento umano. IV. Gl’illuministi credevano d’avere attuata in se stessi questa coscienza, e di lavorare a diffonderla. Eran pieni senza dubbio di buone intenzioni. Ma il loro esempio dimostra, che le buone intenzioni astratte non hanno valore nemmeno come inten- CE, | gr zioni. S’illudevano di potere, senza troppe difficoltà, far della terra un paradiso. Il che ci farebbe sorri- dere, se non ci faicesse fremere il modo, con cui si attuò il loro disegno. Ma una domanda ci s'impone; a parte il fremere, abbiam diritto, noi, di sorridere? Non siam caduti anche noi, recentemente, in un semplicismo analogo all’illuministico? E con delle ‘ conseguenze non meno disastrose? La nostra cultura è cresciuta non poco, d’allora in poi. Ma divenendo anche più frammentaria. Il problema della filosofia — come ci si formi una coscienza concreta e chiara dell’unità — è sempre da risolvere; in che modo? IL METODO. I. Noi possediamo delle cognizioni accertate, cioè delle scienze, oramai estese a tutto il campo dello scibile. Ogni scienza è, in se stessa, un sistema per- fettamente unificato. Le molte scienze, invece, non sono sistemate o unificate le une rispetto alle altre. Ma che siano sistemabili, non è dubbio. Tra le men- talità infatti, su cui si fonda una scienza qualsivo- glia, e che servono a costruirla, non poche son co- muni a tutte le scienze. Rendiamoci un conto chiaro delle dette mentalità, e mettiamone in evidenza i nessi reciproci. Ridotte così a sistema le scienze, avremo unificato il sapere, cioè costruita la filosofia. II. La filosofia identificata col sistema delle scienze prende il nome di positiva. Di filosofie positive ne furono costruite parecchie inconciliabili tra loro. Ma i positivisti concordano tutti su di un punto essen- — 20 — ziale : il metodo positivo non soltanto è valido, ma il solo valido. Infatti, non c’è altro sapere accer- tato, che lo scientifico, includente anche il volgare nelle sue parti accertate; per conseguenza: tentar di costruire la filosofia con un altro metodo è un lavorare in aria. Discutiamo il metodo. E a tal fine distinguiamo : tra ciò che è « vero» — carattere delle proposizioni, la cui certezza è indiscutibile sott’ogni aspetto —; e ciò che «consta» — carattere delle proposizioni, la cui certezza non è indiscutibile che sotto qualche aspetto. | III La fisica si chiude nel campo dei corpi e delle loro variazioni. Viene così ad ammettere, sia pure implicitamente ma necessariamente, che l’esserci e il variare dei corpi non dipendano da nient’altro. E° «vero», che tutte le nostre cognizioni fisiche deriva- no dall’esperienza e dalla rielaborazione razionale di questa, cioè insomma dal pensiero; che il fisico rifiuta come oggettivamente impossibile tuttociò che risulti assurdo al pensiero; e sche dunque la detta indipendenza è problematica. Ma il fisico, a chi gli opponesse tali difficoltà, risponderebbe: — che il pensiero sia uno strumento imprescindibile per costruire la fisica, lo so anch’io. Ma io sono un fisi- co, non un filosofo. L’attitudine del pensiero a co- struire la fisica è un fatto, che noi constatiamo e di cui ci valiamo; la spiegazione del fatto non è un problema di fisica. sl L= IV. E, sotto il punto di vista fisico, non c’è nulla da opporre. Il fisico prende le mosse da ciò, che a lui e a tutti « consta »; e i risultati, a cui giunge con la sua indagine, constano del pari. Ma chi vo- glia unificar tutto il sapere, non può assumere come « vero » ciò, che semplicemente « consta ». Tra la supposta indipendenza del mondo fisico dal pensiero, e il nostro dettar legge col pensiero al mondo fisico, abbiam rilevata un’opposizione possibile; bisogna, v eliminar quest’opposizione, o riconoscerci non auto- rizzati a trasportare senz’altro la fisica nel campo della filosofia. Che le singole scienze constino, siano cioè indiscutibili nei rispettivi campi, è fuor di que- stione. Ma che cosa valgano in ordine al tutto — in altri termini, che cosa contengano di assoluta- mente indiscutibile o di vero —, non sapremo, se non dopo di aver costruita la filosofia. Il metodo positivistico di costruire la filosofia non è dunque accettabile. IL METODO FILOSOFICO I. Non può essere che uno solo: discutere critica- mente, sott’ogni aspetto, l’insieme di tutte le for- mazioni mentali. Supponiamo — per un momento, e senza nulla pregiudicare — ultimate le discussioni. L'insieme delle formazioni mentali sarà trasformato in un sistema connesso, di significato chiaro, e di valore accertato sott’ogni aspetto; avremo superata ogni frammentarietà, e costruita la filosofia. II. La sterminata moltitudine delle formazioni, di cuì si deve tener conto, non costituisce una seria difficoltà. Infatti: le formazioni sono già parzial- mente sistemate nelle singole scienze. Distinguiamo in ogni formazione, il valore scientifico e quello filo- sofico. Stabilire il primo, è affare della scienza; la quale, nel suo campo, non è discutibile filosofica- mente. Alla filosofia non rimane che di stabilire il secondo. E questo è il medesimo per tutte le forma- — 24. zioni appartenenti a una medesima scienza; dipende infatti, non dalle particolarità per cui una di esse formazioni differisce da un’altra; bensì dai presup- posti, su cui si fonda la separazione di un determi- nato campo scientifico da tutti gli altri. E a questi presupposti si riducono le formazioni, che la filo- sofia deve discutere. Come si vede, la scienza con- tribuisce alla filosofia, non coi suoi risultati ma cou la sua organizzazione; in ciò propriamente consiste .1l suo valore filosofico. III. Le formazioni mentali, che dovremo discutere, sono comunemente note, in quanto appartengono al saper comune; la loro sintesi non discussa e non molto chiaramente avvertita, costituisce la concezio- ne del mondo, che gli uomini ebbero ab immemora- bili, e di cui tutti siamo dotati all’uscir dall’infan- zia. Col crescere della cultura, collettiva e indivi- duale, questa concezione si sviluppò: arricchendosi nelle formazioni di cui risulta, chiarendosi e conso- lidandosi con l’organizzazione sintetica; le scienze della natura e dell’uomo, che furono conseguenza dello sviluppo, contribuirono efficacissimamente a . promuoverlo. Tuttavia lo sviluppo, notevolissimo sotto altri aspetti, lasciò inalterate le linee fonda- mentali della concezione indicata. Che, all’infuori di eccezioni (Parmenide p. es.) su cui non possiamo fermarci, furono accettate anche dalla filosofia. E, e IV. In proposito, non è da trascurare la riflessione seguente: « Gli uomini si formano dei concetti, che, pur non essendo in generale molto precisi, rendono in complesso abbastanza bene i risultati dell’espe- rienza, come l’hanno fatta intesa ed elaborata; e che dunque hanno dî certo un valore. Ma la filoso- fia, che senz’altro faccia suoi quei concetti, li con- verte spesso in errori; perchè il filosofo li considera come verità esatte sulle quali argomenta, mentre il volgo li considera soltanto come verità pratiche se- condo le quali opera (A. Rosmini, Rinnovam., Lib. III, c. LI; cfr. Nuovo Saggio. Sez. VI, c. XIV, art. V) » (1). La filosofia esige dunque la determinazione dei limiti, entro dei quali, e non al di là, i concetti comuni, e gli scientifici, hanno un valore; in altri termini è costruibile soltanto per mezzo della critica filosofica. (1) Dal mio libro: Scienza e opinioni, p. 683. Digitized by Google CAPITOLO IV. IL SOLIPSISMO. I. E? una dottrina fondata, secondo i suoi difen- sori, su di una critica radicale. Per non svisarla, bi- sogna lasciarla esporre al critico stesso, parlante nella persona prima singolare; così faremo nel pre-. sente capitolo — A me, quando converso e leggo, sembra di venir a conoscere un pensiero altro dal mio, e opposto non di rado al mio: il pensiero degli uomini coi quali converso, e degli autori, di cui leggo i libri. Benchè incrollabile a primo aspetto, questa mia credenza può nondimeno essere messa in dubbio; devo dunque discuterla. Che io, in quanto penso, co- nosca il mio pensiero, s’intende facilmente; ma come io possa conoscere un pensiero altro dal mio, non è chiaro. IH. Anzi: una semplice riflessione dimostra, che la mia cognizione d’un pensiero altro dal mio è im- possibile. Infatti, l’altrui pensiero io non lo cono- sco, se non lo penso; e, se lo penso, il pensiero è mio, non altrui. Lo stesso dicasi di qualsivoglia _ 28 — realtà : p. es., del foglio di carta, su cui scrivo. Tut- to quanto io so del foglio, anche il suo esserci, è pensiero mio e nulla più: io posso certamente sup- porre dei fogli, o degli astri, che non vedo, e che forse non ci saranno; ma il mio supporli è un pen- sarli, e soltanto in questo senso è un conoscere. Con- cludendo : l’ipotesi che una realtà qualsiasi, a me nota, sia fuori del mio pensiero è contraddittoria e perciò da escludere. III. Seguita il solipsista: — mi oppongono di con- fondere la cognizione con l’oggetto conosciuto. L’ob- biezione manca di fondamento: che l’amico sia in viaggio, io lo so da una lettera, la quale non è di certo il viaggio dell’amico. Ma la lettera, e il viaggio dell’amico, e l’amico, non esisterebbero per me, se io non li pensassi: vale a dire: il loro esserci non è, per quel che io ne so, che l’esserci di certi miei pen- sieri. Le distinzioni, che mi son familiari, e che non mì passa per il capo di negare, tra pure immagina- zioni, esperienze, ipotesi, dubbi, mezzi conoscitivi, errori, cognizioni certe, realtà conosciute con esat- tezza maggiore o minore, derivano per intero dalle varie connessioni logiche tra i miei pensieri, e quin- di non mi fanno uscire mai dal campo de’ miei pensieri. | IV. Avanti. Quel pensiero mio, nel quale, per quan- to io sappia, si risolve ogni cosa, è pensiero mio pre- -- 99 — sente. Anche la distinzione tra i miei pensieri pas- sati e i presenti è riferibile alle accennate connessio- ni logiche tra i miei pensieri — tra i miei pensieri presenti! -—; e non ha senso, che dalle medesime connessioni, P. es.: avevo una pallina di cera, e le ho dato la forma d’un cubo. Che io, in questo mo- mento, pensi quella cera e come cubica e come sfe- rica, è troppo evidente. Ma tra le due forme sfe- rica e cubica c’è un’opposizione; che io elimino con una distinzione: la cera è sferica in ordine al pas- sato, cubica in ordine al presente. La temporaneità non è propriamente altro che la coesistenza di due opposti, e d’una riflessione che li rende concilia- bili (1). (1) Da notare i due pregevoli recenti lavori: Adolfo Levi (prof. nella R. Univ. di Pavia) Scep- tica; favorevole al solipsismo; Annibale Pastore (prof. nella R. Univ. di Torino): Il solipsismo; contraria. Ne ho approfittato in q. Cap. IV; e ne approfitto an- che in seguito. 'Al1 primo aspetto, la riflessione del $ IV non sembra connessa col solipsismo; ha per altro lo stesso fon- damento che quelle dei $$ II ,III; almeno per questo era da riferire qui. . DISCUSSIONE DEL SOLIPSISMO. Per le concezioni comuni, sempre accettate an- che da molti filosofi (1), le riflessioni suesposte (2) costituiscono delle gravi difficoltà, che dalla critica non vanno tralasciate, quantunque il senso comune le tralasci perchè non le comprende. Ma per il di- segno, che stiamo abbozzando, è meglio discuterle più tardi (8). All’esauriente valutazione del solipsi- smo esposto — solipsismo in stretto senso (4) — basta l’esame del suo contenuto. Il quale si riassume in una molto semplice formula: non c’è altro pen- (1) P. -es., dai neo-scolastici. (2) Cap. IV. (8) Sul valore d’una filosofia, che le trascuri cfr. Cap. III: $$ III, IV. Per semplificare i confronti, citiamo i luo- ghi dove si espongono, e quindi dove si discutono, le dif- ficoltà ricordate. Cap. IV: $$ I, II; cfr. Cap. VII: $ III; Cap. IV: $ III; cfr. Cap. VII: $ IV; cfr. Cap. VIII: $ IV. (4) L’idealismo, inteso nel senso indicato più oltre (Cap. IX: $ IV, n. 1), si può considerare come una forma di solipsismo. Non però dello stretto solipsismo; benchè sia dubbio, se per mantenersene distinto non debba sacrificare la propria coerenza. Comunque: la discussione di cui alla n. precedente si riferisce anche all’idealismo, non soltanto allo stretto solipsismo, il quale perciò non vi è ricordato. cus 99 siero — includente sensazioni, piaceri, dolori, desi- deri, azioni consapevoli ecc. — fuor di quello soli- tario, che il sig. Tal dei Tali, filosofo solipsista, con- sidera, e come suo esclusivo prodotto, e insieme co- me suo costitutivo. II. Il solipsismo urta contro una difficoltà invinci- bile, che sorge dal suo medesimo contenuto: noi tutti riconosciamo, e non possiamo non riconoscere, al pensiero altrui, e al pensiero temporaneo altrui o nostro, un valore costitutivo essenziale rispetto al nostro pensiero presente. La madre di questo mio figliolo, da un pezzo non c’è più; ma io la ricordo. E ricordo la vita, cessata così rapidamente, che vi-. vemmo insieme; vita, che si risolveva in un’attività presente, ma sempre varia, e che si nutriva di ri- cordì e d’aspettazioni. Anche ora che il figliolo è adulto, io mi preoccupo del suo avvenire; com’egli sì preoccupa del mio, pur sapendo, che cosa può essere per me l’avvenire. Lavora egli, e lavoro bene o male anch’io, ma questo lavoro non sarebbe nè concludente, nè possibile, senza il pensiero che ci è comune, senza i ricordi e le aspettazioni, che lo fon- dano e lo guidano. III. Io amo la mia patria; perchè? Perchè il suo passato è tale, che io, ripensandolo, «in me stesso 83 m’esalto » (1). Il mio esaltarmi, che mi dà una di- rittura e una forza delle quali altrimenti non sarei capace, che giustifica le mie speranze vaghe ma non vane di un avvenire, al quale non arriverò, sarebbe ingiustificato, se non sapessi che, ripensando quel passato, io rivivo, in un contatto aspro ma intimo e caldo, una realtà che mi oltrepassa; una realtà, non riducibile e un’astratta geometrica esigenza del mio solitario pensiero, ma viva e concreta. Io ammiro la Divina Commedia; ma perchè vi sento palpitare un’anima, che fu non meno, anzi molto più, reale della mia; perchè ne riconosco l’a- zione potentemente benefica sulla storia e sulla ci- viltà. IV. Prender la vita sul serio è, per il solipsista, una assoluta inconseguenza. Opporranno: — prender la vita sul serio significa in ultimo : associare alla con- siderazione oggettiva della vita, un certo sentimento. E questo è un fatto come un altro, che non va con- fuso con le sue cause, o con le sue ragioni. La mia contentezza è sempre una realtà, e l’identica realtà, sia o non sia giustificata. — Chiacchiere! L’avaro, a cui avevan rubato l’oro da lui sepolto, non poteva contentarsi di sostituirvi, come gli si consigliava, una pietra. Perchè la pietra non è spendibile; men- tre l’oro posseduto costituisce, appunto perchè non speso, una potenza di spendere, in cui l’avaro si (1) La Divina Commedia, c. IV. , | _ 34 — compiace. La contentezza, quando la si conosca fon- data su di un’illusione svanisce ipso facto. Vi. Più valida in apparenza è quest’altra obbiezio- ne. — Rifiutando il solipsismo perchè inconciliabile col pregio da voi attribuito alla vita, voi avete pre- sentato come argomento un vostro sentimento, il che non è lecito. — Rispondo, Il sentimento è un costi- tutivo della vita; quindi: una concezione, che dalla vita escluda il sentimento, non ha valore conoscitivo. Noi, anche senza filosofia, sappiamo intorno alla vita quanto basta per conoscerla e dirigerla sempre meglio ; e in questo procedimento consistono la vita e il suo pregio. Il procedimento, senza la filosofia, è difettoso perchè frammentario; di qui la ragion di essere della filosofia, che deve integrarlo superan- done la frammentarietà. Una filosofia, qual’è il so- lipsismo, che, invece d’integrare quel procedimento, lo dichiara vano cioè lo nega, è dunque fuor di strada (1). (1) Secondo lo Schopenhauer il solipsismo è paragona- bile a una fortezza di frontiera, che il nemico può lasciarsi alle spalle, perchè le asprezze del terreno, da cui è resa ine- spugnabile, impediscono alla guarnigione d’uscirne. Ma il solipsista sostiene, che fuori della sua fortezza non esiste nè un territorio da proteggere, nè un nemico da combat- tere. Logicamente, riconoscere che il solipsismo non può essere confutato, e accettarlo. son tutt'uno. — ‘A. Levi, nel suo libro cit., confessa che il solipsismo, quantunque logicamente inoppugnabile a parer suo, dà luogo pratica- LO SPIRITO. I. Ammessa una moltitudine d’uomini, si presenta subito un problema. Il pensiero d’un uomo e quello d’ogni altro sono sempre d’accordo su alcuni punti fondamentali. Non c’è uomo, il quale: 1) non si rap- presenti un mondo fisico, esteso in se stesso (1), e rispetto a lui esterno, vale a dire altro dal suo- pen- siero ; 2) non distribuisca nel tempo le variazioni, da lui apprese, del mondo fisico e del pensiero suo o altrui; 8) non ammetta, che le variazioni si connet- mente a delle gravi obbiezioni. Che da noi furono messe in evidenza. Ma è da rilevare inoltre, che le difficoltà pratiche sono come tali anche teoretiche. Perchè il pensiero teore- tico, e quello pratico, sono un solo e medesimo pensiero, ‘fondamentalmente; in altri termini: sono bensì distingui- bili, ma il separarli è un astrarre, un abbandonare il campo della realtà. | (1) Des Cartes (seguito in ciò da Malebranche, e anche da Spinoza, la cui distinzione tra sostanza e attributi non è da considerare qui), definisce il corpo come res extensa identificando la realtà fisica e l’estensione. Ber geea tano tra loro secondo una legge di causalità (1); 4) non ammetta, che le variazioni, e in particolare certe variazioni, del pensiero, p. es., il passaggio dal- le premesse alle conseguenze, sian soggette a leggi estemporanee, o logiche in stretto senso, applicate sempre quand’anche non formulate in modo espli- cito, e incondizionatamente valide; p. es., ai due principii di contraddizione e del mezzo escluso (2). II. D’altra parte, ogni singolo ha sempre dei costi- tutivi suoi propri, che lo distinguono da ogni altro. P. es., alcuni sono affettuosi, altri egoisti; alcuni sono coraggiosi, altri timidi e irresoluti, alcuni sono: più atti agli studi, e particolarmente a certi studi, altri più atti alla pratica, e particolarmente a una (1) Qui c’è luogo a una suddistinzione: le variazioni fisiche sono tutte connesse causalmente tra loro, e così le variazioni di pensiero tra loro; ma c’è o non c’è luogo a connessione causale tra le variazioni di pensiero e le fisiche? Nella seconda ipotesi conviene ammettere un parallelismo (Spinoza) tra le une e le altre. Per delle ragioni, che sa- ranno esposte più oltre, noi escludiamo il parallelismo. L’in- determinismo, inteso come dev'essere, non esclude che tutte le variazioni siano soggette alla causalità; ma su questo punto ritorneremo più oltre. (2) Non credo, e risulterà dall’insieme di questo lavoro, che l’esigenza della brevità mi abbia ridotto a una soverchia. semplificazione. Del resto, secondo Schopenhauer, le cate- gorie si riducono fondamentalmente a tre: spazio, tempo. (che di certo sono pensati, quantunque non siano concetti),. e causalità. EIRO.: < Quarti certa pratica; e così di seguito. Evidentemente, non è possibile ammettere una moltitudine di singoli e non riconoscere a ciascuno di questi certi costitutivi suoi propri. Tali costitutivi sono anch’essi riduci- bili a pensiero, come risulterà dall’insieme. Ma per il modo con cui vengono comunemente appresi, al- l’infuori della filosofia, sono designati, sotto un aspetto come corporei — ciascuno è in un determi- nato luogo, si muove, si nutre, dorme, lavora, ecc. — sotto un altro aspetto come psichici -— ciascuno sente, ricorda e dimentica, gode e soffre, deside- ra, ecc. — Correlativamente il costitutivo comune (1) si può designare come spirito (2). III. Che relazione passa tra lo spirito, e la realtà? Lo spazio, il tempo, e le leggi così quelle causali come quelle che abbiam dettu logiche in stretto sen- so, non sono separabili dallo spirito; altrimenti non sarebbero, mentre sono, razionali (universali e ne- (1) Accennato qui sopra $ I. (2) Anche S. Paolo distingue nell’uomo il pneuma (spi- rito) e la psiche (anima); invece non distingue la psiche dalla carne (corpo). Anima, e corpo, sono, anche in filosofia, termini generici: non esiste « il » corpo, ma esistono sol- tanto i singoli corpi, lo stesso dicasi delle anime. Invece il termine di Spirito, generico esso pure secondo la gram- matica, non è tale in filosofia; risultando all’evidenza da quanto si notò poco addietro lo Spirito non poter essere che uno solo numericamente. Se poi allo Spirito sia essenziale o no la sua connessione con una moltitudine di psichi (o di corpi) è un punto che rimane per ora impregiudicato. = 98 — . cessarie). Ci troviamo dunque di fronte a un’alter- nativa. O una realtà esiste all’infuori dello spiri- to (1); e bisogna dire, che lo spirito non conosca la realtà che deformandola. Infatti: fuori dello spirito non ci sono leggi logiche in stretto senso, non esiste il tempo, non accadono variazioni, e.non ci sono cause; la realtà fuori dello spirito è dunque assurda e invariabile, mentre lo spirito se la rappresenta co- me logica e come variabile. O la realtà non esiste che nello Spirito; è dunque una sua formazione, o più esattamente una sua creazione. Delle due conce- zioni la prima contraddice alla logica; vale a dire allo Spirito. Non è dunque accettabile che la se- conda (2). IV. Lo Spirito essendo il creatore della realtà, pos- siamo identificarlio con Dio? Le precedenti conclu- (1) E’ almeno dubbio se la formula esprimente que- st’ipotesi abbia un significato. Infatti: supporre che una realtà esista, è supporre, che la nozione di esistenza, e un carattere della realtà siano unum et idem. La nozione di esi- stenza è di certo spirituale, perchè universale. Dunque la realtà viene, dalla stessa formula che la designa come fuori dello Spirito, supposta non fuori dello Spirito. Non insi- stiamo. (2) La prima è dottrina di Kant; per comprendere il procedimento, che lo trasse a formularla, si richiederebbe uno studio, nel quale non possiamo qui addentrarci. Ma la dottrina opposta è la sola vera conseguenza del pensiero kantiano, interpretato più esattamente, che non abbia fatto egli medesimo. All’interpretazione contribuirono Fichte, Hegel, Hartmann; più recentemente, con chiarezza e ori- ginalità notevoli, Croce e Gentile. — 39 — sioni si riassumono dicendo, che lo Spirito è imma- nente nell’uomo (in ciascun uomo). Invece, Dio, suol essere concepito, rispetto all’uomo, come trascen- dente. Ritengono i più, che tra immanenza e tra- scendenza vi sia incompatibilità rigorosa. E hanno ragione di certo, se ciascuna, o anche una sola del- le due, va intesa in senso assoluto. Ma: e se così l’immanenza come la trascedenza non fossero intel- ligibili che in senso relativo? Discutiamo: la discus- sione sarà lunghetta. Finchè non sia finita, continue- remo a valerci del termine di Spirito, evitando quel- lo di Dio che potrebbe riuscir equivoco (1). (1) I neo-scolastici non vogliono saperne d’immanenza ‘ divina; già condannata, così affermano, dalla Chiesa. Mera questione di parole, finchè non sia certo, che l’immanenza dev’essere necessariamente intesa nel senso condannato. Per- chè una discussione sia concludente si richiede un poco di buona volontà, e l’attaccarsi a una parola, senza preoccu- parsi del senso attribuitole da quello con cui si discute, non è prova di buona volontà. LO SPIRITO E IL SINGOLO. I. La nozione comune di realtà manca di precisio- ne; costituisce per la filosofia, un punto non d’ar- rivo, ma di partenza. Noi affermiamo, che la realtà — ossia: ciò che da tutti vien designato con questo nome — si risolve senza resto in pensiero dello Spi- rito (1). Gli scolastici vecchi e nuovi oppongono, che Dio (2) crea il mondo fuori di sè; idea che (ammes- sa la relativa trascendenza) è accettabile in quanto esprime una distinzione tra il mondo e Dio. Ma noi (1) Ancora non abbiamo stabilito, se lo Spirito esista soltanto come immanente nei singoli, o abbia inoltre una qualche trascendenza. Ma che lo Spirito’ esista in uno dei due modi, non è dubbio. (2) Nell’esposizione della nostra dottrina, e finchè non sia risoluta la questione di cui alla nota precedente, il ter- mine « Dio » va lasciato in disparte. Ma qui, volendo, per chiarire l’esposizione, discutere con gli scolastici, dobbiamo adottarne la terminologia. Del resto: lo Spirito, se la sua immanenza non è assoluta, coincide, all’infuori di qualche più precisa determinazione, col Dio tradizionale. ta 4 = domandiamo : è possibile qualcosa, di cui Dio non conosca per intiero i caratteri? Ammettere nella realtà un elemento ignoto a Dio, è ammettere, o che Dio creò quell’elemento senza saper bene ciò che fa- cesse, o che l’elemento medesimo è increato. En- . trambe le ipotesi essendo inaccettabili, si conclude che la realtà non può non ridursi a pensiero dello Spirito. | II. Inversamente : ogni singolo conosce delle realtà (esterne), che non sono identificabili con la sua co- gnizione delle realtà medesime, o in genere col suo pensiero. Abbiamo già esposta, contro l’opinione te- stè accennata, un’obbiezione, che sembra insuperabile (Cap. IV; $$ II, III); ma che vien superata con la riflessione seguente. Io so che la collina, sulla cui falda passeggio, non si riduce a quella sola falda, su cui passeggio, che vedo, ecc. Questo io so, quantun- que le altre falde io non le veda, e non le abbia mai vedute. Come lo so? Ecco: la collina è una realtà; la mia cognizione della collina è un’astrazione. Se c’è una collina reale, ce ne devono essere anche le altre falde, a me ignote nelle loro particolarità, non que- sta sola che mi è nota. Un’esigenza logica inelutta- bile del mio pensiero mi costringe ad ammettere, nella collina e generalmente in tutte le realtà note, un elemento che oltrepassa la mia cognizione deter- minata. | — 49 IIIL Il che si rende anche più evidente in ordine al pensiero altrui. Dicono il solipsista e l’idealista (l’ul- timo non accorgendosi di accettare in tal modo il più stretto solipsismo): « l’altrui pensiero io non lo conosco, se non lo penso; e, se lo penso, quel pen- siero è mio, non altrui » (Cap. IV, $ II). La risposta è sempre la medesima. Io so, p. es., che molti si di- vertono; se c’è il divertirsi reale, ce ne devono essere i modi, che tuttavia mi sono in gran parte ignoti. Si può aggiungere in questo caso: il pensiero da me pensato è mio di certo; ma perchè dovrebb’essere soltanto mio? Vada per il solipsista; ma l’idealista come può sostenere l’immanenza dello Spirito, cioè la validità universale del pensiero, se ritiene di non poter conoscere, che un suo pensiero è insieme an- che altrui? Concludendo: lo Spirito, benchè imma- nente (in un senso, che ci riman da precisare) nel singolo, non è identificabile col singolo; infatti, la realtà è tutt’uno col pensiero dello Spirito, mentre non è tutt’uno col pensiero del singolo; quel pensie- ro è concreto, questo è, in diversi gradi, astratto. L’ACCADERE. I. La realtà, concepita come suol essere concepita, ‘ è variabile. Anzi tanto più risulta variabile quanto più se n’approfondisce la scienza. Può essere dub- bio, se nella realtà vi sia qualcosa di permanente, non, se vi accadano dei fatti. A ogni fatto ne pre- cedettero, vi si accompagnano, e ne seguiranno, de- gli altri; dunque l’accadere implica il tempo. Vice- versa il tempo implica un accadere; p. es., la geo- metria non ha oggettivamente che fare col tempo, lo spazio essendo invariabile. II. Ma contro la realtà dell’accadere furono mosse difficoltà, che non dobbiamo trascurare. Il tempo non ha che un?esistenza ideale, secondo la notissima dottrina di Kant. Siccome, secondo la dottrina qui “sopra compendiata (Cap. VII), la realtà è anch’essa ideale, cioè si risolve in pensiero, il tempo non va, quantunque ideale, considerato come una falsifica- zione soggettiva della realtà; bene interpretata, la dottrina di Kant non costituisce dunque un’obbie- zione contro il tempo. Ma ne rimane un’altra già esposta. (Cap. V. $ IV): la temporaneità non sarebbe che « la coesistenza di due opposti e d’una riflessione che li rende compatibili ». Discutiamo. III. — In algebra si dovette introdurre una così detta unità immaginaria î?, definita con l’uguaglianza =—1. Che parve contradditoria, ogni quadrato essendo positivo. A nessuno per altro venne in men- te, che per superare la creduta contraddizione con- venisse ricorrere al tempo, il quale non ha che fare con l’algebra oggettivamente considerata. I quadrati essenzialmente positivi son quelli dei numeri così detti reali; ora, î non è reale in questo senso; la contraddizione dunque non era che apparente. S’era incontrata una difficoltà; superata poi con lo stesso diritto, e fondamentalmente nello stesso modo, con cui si erano superate quelle inerenti alle espressioni : 5-7, 5:7,V7, ecc. IV. Non si ha esempio, fuori di quello controverso che riguarda il tempo, d’un processo logico estempo- raneo, che metta capo a un’opposizione. Del resto: che la cera sia pensata insieme nello stesso modo e col sferica e cubica (Cap. IV, $ IV) è inesatto : il giudizio « la cera è cubica » io l’intendo e v’assento; il giu- dizio « la cera è sferica » io l’intendo ma non v’as- sento; non c’è dunque opposizione, alla quale si ri- chiederebbe che i due giudizi fossero entrambi assen- titi. Se il presente fosse un matematico punctum tem- poris, l’uscirne sarebbe impossibile. Ma se ogni atto consapevole ha una durata, e se nell’intervallo tra il suo cominciamento e la sua fine un secondo atto comincia, la successione di questo a quello è neces- sariamente avvertita (1). Va L’accadere non dà luogo ad alcuna difficoltà es- senziale, una volta eliminata quella, che pareva sor- gere dalla nozione del tempo. Se la realtà è varia- bile, segue, che lo Spirito sia capace di un pensiero variabile; benchè il suo pensiero non sia tutto va- riabile; ma non, che sia soggetto al tempo. Il sin- golo è soggetto al tempo, e dunque non lo crea. Ma il tempo non esiste che in quanto lo Spirito attua un pensiero variabile, sicchè svanirebbe col cessare di un tal pensiero; mentre il singolo è sempre nel tem- po, anche se non pensa o se rimane fisso in un me- desimo pensiero. Anche in ordine al tempo c’è dun- que tra lo Spirito e il singolo, una diversità irridu- cibile. Pare ad alcuni che l’assoluta estemporaneità sia una perfezione, di cui lo Spirito non possa man-. (1) Ho chiarito questo punto nel mio libro di prossima pubblicazione, Dall’uomo a Dio. i Pz care. Nel fatto, attribuirgli questa pretesa perfezio- ne significa negargli l’attitudine a far qualcosa di nuovo. Infine: la coscienza del singolo, non soltanto apprende in ogni momento e realizza qualcosa di nuovo; ma consiste in un tale apprendere, in un tale realizzare; ammessa l’assoluta estemporaneità dello Spirito, la coscienza del singolo non avrebbe che un valore illusorio, anzi non esisterebbe. CAPITOLO IX. IMMANENZA E TRASCENDENZA I. I particolari, per cui un singolo differisce da un altro, son di certo pensieri dello Spirito; questo, per conseguenza, crea il singolo, in quanto forma, dei suoi pensieri, più gruppi distinti. Un gruppo si distingue da un altro, e per la materia e per la for- ma. Per la materia: un gruppo differisce da ogni altro, perchè i pensieri costitutivi dell’uno sono, in parte, benchè non in tutto mai, altri da quelli co- stitutivi d’ogni altro: le sensazioni mie sono sol- tanto mie. Per la forma: caratteristica d’ogni grup- po è una coscienza distinta, sua propria: Tizio e Sempronio conoscono entrambi la storia romana. senza che nessuno di loro sappia, che la conosce an- che l’altro. Con la coscienza distinta è sempre asso- ciata una distinta iniziativa; più tardi vedremo, che la coscienza, e l’iniziativa, sono tutt’uno. II. La formazione dei gruppi, unificati ciascuno da una coscienza distinta, riceve lume da una facile os ‘ 260 servazione. Ciascuno contrae delle abitudini; e una abitudine inveterata costituisce, internamente al soggetto ‘che la contrasse, quasi un altro soggetto, subordinato e parziale, ma distinto, e non privo di una certa indipendenza. Wn’abitudine inveterata non si vince senza uno sforzo, di cui molti sono incapaci. Combattuta, si difende con energia. E con un’accor- tezza talvolta meravigliosa. P. es.: l’uomo che vor- rebbe ma non sa dominarsi, crede, in ogni contra- rietà, che l’irritarsi lo renda forte, mentre concorre a indebolirlo sempre più; cede a una suggestione del- l'abitudine. Che le abitudini riescano perfino a sop- piantare il soggetto principale, immergendolo in una fitta ombra, e divenendo soggetti veri e propri, che si alternano, sono casi rari, ma innegabili. Non affer- miamo che i singoli siano abitudini dello Spirito; ma che la posizione delle abitudini rispetto al singolo presenta, con quella dei singoli rispetto allo Spirito, qualche analogia istruttiva. III. Rispetto a un singolo qualsiasi, l’altro singolo è trascendente (Cap. VII, $$ II, III); in questo senso, che l’altro non si riduce al pensiero del primo. La trascendenza è relativa; perchè ogni singolo è nello | Spirito. Ma non tutto il pensiero dello Spirito è pen- siero di ogni singolo; vale a dire l’immanenza dello Spirito nel singolo è relativa; dunque lo Spirito pos- siede rispetto ad ogni singolo e quanto alla materia, una trascendenza relativa. — 61 — IV. E quanto alla forma? Gi’idealisti (1) affermano, che in ogni singolo il pensante « vero » è lo Spirito; in altri termini: che la coscienza d’ogni singolo è la coscienza che lo Spirito ha di se stesso. A ciò noi opponiamo (2) che se lo Spirito fosse il vero unico pensante, ogni singolo dovrebbe, oltre ai pensier! suoi, pensare anche i pensieri di tutti gli altri sin- goli. Rispondono: i gruppi distinti di pensieri, le coscienze distinte, o insomma i singoli, non hanno valore in filosofia, cioè in una considerazione, che vuole collocarsi nel punto di vista dello Spirito. Ma, replichiamo noi, dalle relazioni tra lo Spirito e i sin- goli è impossibile astrarre, quando si cerca, e in ogni discussione filosofica si cerca, se un autore abbia saputo o no collocarsi nel detto punto di vista. E° ammissibile p. es., che tanto l’aristotelismo, quanto l’idealismo esprimano fedelmente l’autocoscienza dello Spirito? (1) Tra i quali merita una particolarmente onorevole per quanto rapida menzione il Gentile, mio amico e collega nell’univ. romana. Egli ha il merito, non discutibile nè ormai discusso, d’aver dato la forma più coerente all’idea- lismo ; inteso, non soltanto come riduzione di tutto il reale a pensiero (in questo senso anch’io sono idealista), ma come dottrina dell’assoluta immanenza. (2) Avevano già opposto al $ I qui sopra. Digitized by Google CAPITOLO X. NECESSITÀ E CERTEZZA. I. Nel pensiero si distinguono diversi elementi, che d’altra parte sì connettono tra loro. In generale un elemento è suddistinguibile in altri, e risulta perciò dalla connessione di questi altri; sicchè il pensiero ha una struttura molto complicata. Pensare un ele- mento è insieme un distinguerlo e un connetterlo da e con qualche altro. Distinzioni e connessioni sono reciprocamente coessenziali : perchè la coscienza del singolo è una, ma si realizza in una moltitudine di atti. Le distinzioni e le connessioni si estendono a tutto il pensiero ; ma il singolo, essendo limitato, non le avverte mai tutte in modo esplicito. La chiarezza del pensare che può essere maggiore o minore, suf- ficiente a certi fini, e insufficiente a certi altri, con- siste nell’insieme delle distinzioni e delle connessioni avvertite. Perchè il nostro pensare sia un intendere, ossia perchè ce ne si renda un conto esatto, è neces- sario un minimo di chiarezza. II. | Consideriamo i giudizi: a) oggi è lunedì; b) do- mani è martedì; c) domani è mercoledì. Questi giu- dizi sono del tutto inintelligibili all’infuori delle convenzioni tacite, secondo cui si denominano i gior- ni della settimana. Rispetto ai giudizi riferiti, tali convenzioni costituiscono una mentalità preformata imprescindibile. Da quest’esempio risulta, che l’in- tendere o il pensare con chiarezza, implica un rife- rimento a qualche mentalità preformata. Originaria- mente, la mentalità preformata si riduce alla essen- ziale relazione tra il singolo e lo Spirito. III. Un giudizio, che io formuli avendolo inteso con chiarezza, mi è noto; ma un tale conoscere non è ancora un riconoscerne il valore conoscitivo in or- dine ad altro. Nell’esempio testè addotto, i giudizi a) e c) sono incompatibili, posto che a) sia vero, c) è falso, ma non perciò meno intelligibile. Un giu- dizio, perchè abbia valore conoscitivo in ordine ad altro, dev'essere assentito necessariamente. L’assen- tire consiste nel pensare con tutta l’anima, e quindi è teoretico e pratico insieme; laddove il semplice teoretico intendere non ha di gran lunga la stessa DS profondità (1). L’assenso è necessario se, per un (1) Chi disse: iuravi lingua, mentem iniuratam gero, aveva intesa la formula propostagli; ma senz’assentirvi, pur sapendo, che il suo giuramento sarebbe stato interpretato come un assenso. Evidentemente, un assenso insincero non è quel « pensare con tutta l’anima », di cui parliamo. Anzi, la sincerità non basta sempre a costituirlo. In molti casi è possibile, senza mentire, non esprimere ciò che nel nostro pensiero c’è di più intimo e di più vivo, di essenziale alla ii soggetto, il rifiutarlo è un disorganizzare se stesso; la necessità è dunque un’esigenza dell’unità pen- sante (1).. IV. La certezza che un giudizio è vero, è tutt’uno con l’assenso dato necessariamente al giudizio mede- simo. P. es., ammesso come vero il giudizio a), è certo che il giudizio b) è vero, e che il giudizio c) è falso; perchè assentito a), non è possibile non as- sentire b), e non dissentire da c). Come fondata sulla necessità, la certezza non può non essere uni- versale. Ma d’altra parte: che degli essensi opposti si realizzino, è fuori di contestazione. Due religioni. che si escludono, hanno entrambe dei seguaci, di cui non pochi aderiscono di certo con tutta l’anima, cia- scuno alla sua. Una superficie con una faccia sola pare a molti un assurdo e nondimeno è costruibi- nostra personalità. Nel comune linguaggio all’assentire si attribuisce molte volte, fors’anche il più delle volte, un senso attenuato, che noi dobbiamo escludere ; l’osservazione s’intende ripetuta in ordine alla certezza, di cui tra poco. (1) L’empirismo (basti accennare a St. Mill), col ri- durre la necessità razionale a un’associazione indissolubile, vale a dire a causalità psichica, rende impossibile ogni cer- tezza. Infatti un’associazione, che fosse indissolubile per ognuno in quali si vogliano condizioni di spazio, di tempo, d’accadere fisico, e di convivenza, sarebbe fuori della cau- salità, e quindi non sarebbe un?associazione, ma una ra- gione. Appena è da notare, che tolta la certezza, è tolta ogni probabilità: un giudizio non è probabile, quando non si abbia la certezza della sua probabilità. sub le (1). Le risse, delle quali non ci fu mai penu- ria (2), in uomini appassionati finchè si vuole, ma non privi di ragione, sarebbero impossibili, se non implicassero degli assensi opposti. 0 (1) il È Si prenda un foglio rettangolare A B Ad © CD, e lo si ripieghi, come per co- struire un anello, ma dopo di averlo torto sopra se stesso, facendo così coincidere C con B e D con A. E? facile ri- conoscere che l’anello così costruito ha una sola faccia. Vedi anche Cap. IX, $ IV. (2) Così dice Argante nella Gerusalemme liberata. CAPITOLO XI. L'ERRORE. E, Di due che assentano rispettivamente a due giu- dizi opposti, nessuno può, senza rinunziare al pro- prio assenso, ammettere, che l’assenso dell’altro abbia un fondamento necessario. Dei due. giudizi, uno almeno, per semplificare supporremo uno solo, . è un errore; donde una controversia, che durerà © finchè non sia bene accertato, quale sia erroneo. L'errore implica, e l’assenso, e la prova contraria; ma la prova contraria. esclude l’assenso; dunque l’errore non è possibile (1). Rispondiamo : la prova mi libera bensì dall’errore, ma non toglie, nè che io abbia errato, nè che altri se ne fosse accorto. II. Le considerazioni precedenti ci mettono per al- tro in presenza d’una grave difficoltà. Io sono certo (1) Tale è p. es., l’opinione del Gentile; il quale, am- mettendo che lo Spirito sia il pensante vero in ogni singolo, non poteva concludere in altro modo. Ma costruisce così la gnoseologia dello Spirito; non identificabile, secondo noi, con la gnoseologia umana, cfr. Cap. IX, $ IV. di non errare;j ma con ciò sono anche certo che i giudizi opposti al mio sono erronei, benchè gli oppo- sitori se ne ritengano certi. E sono anche certo di avere altre volte errato io stesso con dei giudizi, dei quali ero certo. Il valore della certezza, e della ne- cessità che le serve di fondamento, non sembra dun- que universale. Ma l’ammetter questo è un ricono- scere, che il pensiero umano manca d’ogni valore; conclusione contraddittoria, che non soltanto non deve, ma non può, venire assentita. III. L’assenso a un giudizio implica sempre una mentalità (preformata) (1). Per essere necessario, dovrebbe anche implicar una deduzione rigorosa del giudizio dalla mentalità. La seconda condizione il più delle volte non è soddisfatta, la mentalità non essendo in generale pensata integralmente con chia- rezza, e quindi non potendosene dedurre nulla. Si ha nondimeno l’impressione, confusa ma fortissima, che il non assentire sarebbe un contraddire alla men- talità, vale a dire a noi stessi, e quindi si assente, non già in senso attenuato, ma «con tutta l’anima». Che tali assensi, benchè invincibili psicologicamente, non siano logicamente fondati, è manifesto. E dob- (1) Cfr. Cap. X, $ II. Che i corpi celesti girino intorno alla terra, che il mondo fisico sia tutt’altro dal pensiero, ecc., son opinioni appartenenti a una mentalità preformata co- mune, di certo inconsistente; ma che resistette a lungo, e nel campo della scienza e in quello della filosofia. sui biamo vedere come sia possibile, in ogni caso, arri- vare a quella deduzione rigorosa, che dell’assenso fondato è condizione imprescindibile. IV. La mentalità, dalla quale si vorrebbe dedurre il giudizio, è quella stessa, che lo rende intelligibile. Abbiamo così un primo indizio, valendoci del quale potremo rendere espliciti alcuni almeno tra i giu- dizi di cui la mentalità si compone. Combinando quest’indizio con l’altro, che dalla mentalità si deve poter dedurre il giudizio in discorso, riusciremo a renderne esplicito quel tanto che basti alla dimostra- zione rigorosa. Le « nozioni comuni » da Euclide in- trodotte man mano che gli occorre di valersene, co- stituiscono complessivamente la mentalità fondamen- tale alla sua geometria; non è dubbio, che tale men- talità non fu tutta esplicita fin dal principio; ma che si andò rendendo esplicita un po’ alla volta con un procedimento analogo all’accennato; mentre cor- relativamente la geometria icessava d’essere intui- tiva per divenire dimostrativa. V. Siano A, B due mentalità esplicite; C, D le con- seguenze opposte, supponiamole ridotte a due giu- dizi, che rispettivamente se ne deducono. Formal- «mente C e D sono, quantunque opposti, giustificati. E materialmente? Siasi riconosciuto che A = B + E; concluderemo allora con certezza che il solo C è BRE, ere materialmente giustificato (1). Infatti, all’esigenza, che a D serve di fondamento, soddisfa pure C; men- tre viceversa D non soddisfa che in parte all’esi- genza su cui si fonda C. La difficoltà che avevamo rilevata è dunque risoluta: la possibilità dell’errore si deve ammettere, ma non costituisce una prova in favore dello scetticismo, l’errore infati è correggi- bile sempre, quantunque non sempre da chi lo abbia commesso. VI. La certezza d’un pensiero nuovo è conseguenza necessaria d’una mentalità, preformata rispetto al pensiero medesimo; il quale, accertato che sia, vi si aggrega e così la modifica più o meno. Che la men- talità si deva per una gran parte alla convivenza, è intuitivo. Ma si deve, per un’altra non piccola parte, all’azione volontaria del singolo. Acquistano stabi- lità ed efficacia quei soli elementi, su cui l’atten- zione si concentra. Le impressioni, di cui s’è fatto cenno, appartengono anch’esse alla mentalità, e dunque non sfuggono alla volontà. L’assenso è vo- lontario; e tuttavia non può dirsi libero, che indi- rettamente: cioè in quanto la volontà contribuì pri- ma, e può sempre contribuire, a formare quella mentalità, che lo determina. (1) In via d’esempio consideriamo la controversia tra tolemaici e copernicani. Questi accettavano tutte le osserva- zioni su cui si fondavano quelli, ma ve n’aggiungevano altre di cui a quelli era impossibile rendersi conto. Non ci sono esempi di controversie risolute, non riconducibili allo sche- ma su esposto. CAPITOLO XII. IL SOGGETTO UNIVERSALE. I. Le riflessioni precedenti (1) misero in evidenza, tra lo Spirito e il singolo delle relazioni, che permet- tono di ritenere lo Spirito come l’unico pensante in ogni singolo; di ammettere cioè, che la coscienza del singolo, sempre limitata, e difettosa entro i suoi stessi limiti perchè inseparabile dalla subcoscienza, costituisca l’autocoscienza dello Spirito. Quindi: o lo Spirito è del tutto subconscio, e la subcoscienza è un costitutivo essenziale del pensiero (2), mentre, invece, all’infuori dell’effettivo consapevole « pensa re », il « pensiero » si riduce a una semplice astra- zione, che non può, come pur dovrebbe (8), identifi- (1) Cap. VI: gg I, II, III; Cap. VII: $$ I, II; Cap, VIII: $$ II, IV; Cap. IX: $$ I, III, IV; Cap. X: $ II; (cfr. Cap. IX: $$ III, VI); Cap. XI: gg I, IV, V. (2) Che il pensiero del singolo abbia radice nella sub- coscienza, è un fatto indiscutibile; io, se non ricordassi, non penserei. Perciò appunto è necessario ammettere, che d’ogni mio pensiero, conscio e subconscio, vi sia una co- scienza esplicita. | (3) Cap. VII, $ I. — 62 — carsi con la realtà, concreta piena e totale. O bisogna riconoscere, che lo Spirito implica, non la moltitudine dei singoli (la quale invece lo implica), ma il Sog- getto universale; che insomma è consapevole in se stesso e per conto proprio (1). II. L’esserci del Soggetto (sottintendiamo : univer- sale) consiste del suo pensare (2); variabile in parte, ma sempre pienamente consapevole. Il Soggetto non dimentica, distingue bensì, tra gli elementi presenti, quelli che son tali per la prima volta, e quelli, che furono tali anche in addietro: il non fare simili di- stinzioni sarebbe un dimenticare. L’unità del Sog- getto è, come concreta e pienamente consapevole, più connessa in se medesima, senza paragone, che non sia quella del singolo; eseluderà dunque tutte le opposizioni (8). Da ciò due conseguenze. Prima: le leggi estemporanee. logiche in stretto senso, da (1) Sostituire, in ciò che precede « Soggetto universa- le » a « Spirito » è lecito (e anche doveroso) qualche volta, p. es., Cap. VI, $ III; Cap. IX $ I; ma non sempre, non p. es., Cap. VI, $ II (ultima frase). Donde una (difficoltà, facilmente vincibile da un lettore accurato, ed eliminata per intero dagli sviluppi che seguono. (2) IAlmeno per quel che ne sappiamo noi. Ma io non vedo perchè si abbiano da far delle supposizioni, che, non avendo il minimo fondamento, sono anche necessariamente prive di significato. (8) L’esigenza della propria unità rende impossibile al singolo di ammettere delle opposizioni, Cap. X, $ III; a più forte ragione... 63 — noi riconosciute incondizionatamente valide rispetto al nostro pensiero, sono incondizionatamente valide anche rispetto al pensiero del Soggetto. Seconda: queste medesime leggi estemporanee, in quanto si applicano a un pensiero variabile, danno luogo alle leggi causali. Vale a dire: due variazioni, che attuandosi fossero per metter capo a formazioni tra loro incompatibili, non si attueranno tali quali, ma interferiranno, diciamo, cioè non si attueranno senza modificarsi. III. La necessità estemporanea, e la causale, non sono imposte al Soggetto ab extra, non essendoci niente fuori del Soggetto. E non gli sono imposte nemmeno ab intra; perchè la sola necessità, che il Soggetto implichi, si riduce a lui stesso. Il Soggetto non può non pensare, perchè non può non esserci, ma è impossibile assegnare una ragione, che lo ne- cessiti a pensare piuttosto in un modo che in un altro. — Questa ragione — diranno — è la sua na- tura. — E io rispondo, che la natura del Soggetto sta precisamente nel suo non avere una qualsiasi natura determinata. Il Soggetto impone le leggi o le fa essere, semplicemente col suo pensare; si noti: all’esserci o al valere delle leggi, non importa «come» il Soggetto pensi, basta «che» pensi (1). (1) Des Cartes riconobbe, giustamente, assurda la sup- posizione che il Soggetto sia comunque sottoposto a leggi quali si vogliano: le leggi hanno, al pari del tempo, Cap. IV. Per conseguenza: il Soggetto è libero. — Ap- punto perchè determinato ab intra — dicono alcuni; ma non ripeterà chi abbia capito le considerazioni precedenti. Un essere determinato ab intra — dalla sua natura — è ciò che in fisica sì chiama un «si- stema chiuso », qual’è p. es., con approssimazione grandissima — e non muterebbe di carettere se fosse chiuso rigorosamente — il nostro sistema solare; che differisce toto coelo dal Soggetto, e dall’uomo. Esempi non controversi di esseri determinati ab intra, e che non siano sistemi chiusi, non se ne hanno; il trasportare questa caratteristica dai siste- mi fisici al pensiero è dunque assolutamente illegit- timo. Del resto : le leggi causali non possono da sole determinar l’accadere, che presuppongono, perchè ne sono leggi (1). L’accadere implica un «principio» d’indeterminazione. VIII, $ II, radice nel Soggetto; derivano cioè del suo at- tuarsi pensando. Non però, come D. C. affermò, dal suo capriccio ; il Soggetto non ha capricci. (1) Si confronti qui sopra $ II, gli ultimi due periodi. Per un’esposizione un po’ meno compendiosa, e quindi più chiara cfr. I massimi problemi, Conosci te stesso, e Dal- l’uomo a Dio, di prossima pubblicazione. Gl’indeterministi francesi combattendo l’abitudine invalsa di applicare al pen- siero una concezione meccanica, si resero indiscutibilmente benemeriti. Se poi la loro dottrina positiva sia ben precisa e soddisfacente, lascierò indiscusso. A me sembra d’aver fatto fare all’indeterminismo un passo innanzi. sia V. L’unità costitutiva del singolo è secondaria, limi- tata, e in gran parte subconscia; correlativamente, le iniziative d’ogni singolo non sono, per il semplice loro attuarsi, consapevolmente ben connesse nè tra loro, nè con quelle degli altri singoli, nè con l’esi- genza del tutto. Ecco perchè i fini, che il singolo tende a realizzare sono talvolta, o irrealizzabili, o riprovevoli. Ed ecco insieme perchè il singolo rico- nosce — come pienamente giustificate a’ suoi occhi, ma d’altra parte come limiti o freni all’indetermi- nazione causale delle sue iniziative, -— delle leggi razionali: estemporanee, causali e deontologiche. In- vece: l’unità costitutiva del Soggetto è primaria o fondamentale, include ogni cosa, ed è pienamente consapevole. Quindi: per il Soggetto, l’attuarsi di un’iniziativa, e il suo connettersi consapevolmente in modo razionale con ogni altra, con l’esicenza del creato e del Soggetto medesimo, sono unum et idem. Delle leggi deontologiche si deve dunque dire il me- desimo, che delle altre: il Soggetto non vi è sotto- posto, nel senso in cui vi siamo sottoposti noi; ma le impone, o le fa essere, col solo suo qualsivoglia pensare (1). Da tuttociò risulta, che la nozione del (1) Cfr. $ III. Abbiamo anticipato qualcosa, che soltanto qui appresso riceverà la necessaria integrazione. Per dire, intorno al Soggetto (universale) qualcosa d’intelligibile, il solo mezzo è di paragonarlo col singolo. Il procedimento analogico è fallace; ma noi, al contrario, abbiamo rilevato & Rn. pet Soggetto e quella tradizionale di Dio, sono affini al massimo grado, forse identiche (1). Perciò qui ap- presso, invece che Soggetto (universale), diremo sen- z’altro: Dio. le differenze fondamentali. Col che abbiamo, indirettamente, ridimostrato che lo Spirito implica il Soggetto. Le deficienze del singolo, che permettono di riconoscergli un’esistenza in sè, devono svanire dall’Essere, che al singolo è di fonda- mento. E sono deficienze di coscienza : l’Essere deve dunque includere la coscienza nella massima pienezza. (1') La nozione di Soggetto, così come 'l’abbiamo espo- sta, è meno determinata: esige dunque delle determinazio- ni, che in un così rapido Sommario dobbiamo tralasciare. Potrebbe darsi — anzi apparisce fin d’ora probabile, o certo (si ricordi p. es., quel che dicemmo sulle relazioni tra il . Soggetto e il tempo, tra il Soggetto e il singolo) — che le sue determinazioni ulteriori fossero incompatibili con alcune determinazioni della nozione tradizionale di Dio. Alla quale ultima si giunse con una riflessione tradizionale senza dub- bio, ma su elementi, la cui razionalità non venne in tutto ben accertata. La mia convinzione — che non posso dimo- strare qui, ma che mi sembra d’aver dimostrata nel già ri- cordato libro Dall’uomo a Dio — è, che le determinazioni ulteriori della nozione di Soggetto bastino a giustificare una religione positiva. CAPITOLO XIII. LA CREAZIONE. L, Dio crea il singcio in quanto forma, di certi suoì pensieri, un gruppo, connesso in se medesimo da una spontanea particolare attività. Coscienza e atti- vità, che non esisterebbero, se Dio non le pensasse, che svanirebbero, se Dio cessasse di pensarle (sot- tintendiamo : concretamente); ma che tuttavia si distinguono da questo pensare divino, perchè il pen- sarle divino è un crearle, ossia un pensarle come distinte (1). L’atto, estrinsecazione dell’attività spontanea, è un pensare del singolo; pensare che realizzandosi diventa ipso facto un pensare divino; ‘ma Dio si priva dell’attitudine a prevederlo, perchè il non privarsene sarebbe un rinunziare alla creazio- ne del singolo, che non ci sarebbe se non fosse di- LI stinto (2). Essendo un pensare, l’atto è consapevole, (1) Secondo i teologi, Dio crea fuori di sè. Inteso nel senso in cui si dice fuori di me l’altrui pensiero, a me ignoto, il « fuori » è inammissibile. Il suo vero significato è di esprimere la distinzione di cuîì s’è fatto cenno. (2) Cfr. Cap. IX, $$ I, II. Il punto più oscuro è que- sto: che la coscienza del singolo, pur essendo inclusa nella — 68—- sia pure momentaneamente: attività spontanea, e coscienza (particolare) sono dunque una stessa cosu diversamente considerata (1). II. Da quanto s’è detto risulta, che il singolo co- stituisce, per il Creatore, una limitazione. Ma impo- stasi dal Creatore volontariamente, perchè il creare dei singoli spontanei, e l’imporsela, son tutt’uno. Inutile trattenersi a spiegare, che la coscienza dei divina, si distingue dalla divina. In proposito l’analogia espo- sta Cap. IX, $ II ha un valore indiscutibile; s’intende, sol- tanto come analogia. Le abitudini, che sono mie formazioni, si distinguono da me; anzi, riescono in alcuni casi a staccarsi da me. Il singolo, benchè riferibile al solo volere divino, ir- riducibile dunque a un’abitudine divina, è in ogni modo una formazione divina, la coscienza, che lo costituisce, non è mai staccabile dalla coscienza divina; ma non è assegnabile una ragione, perchè la detta coscienza non possa distinguersi dalla divina. Supporlo, è supporre che il singolo sia capace di creare più, che non sia capace ])io stesso. (1) Cfr. Cap. XII, $$ III, IV, V. Ammettere, che il pensare — universale o particolare poco importa, essendo un pensare tanto l’uno che l’altro — sia determinato causal- mente ab cxtra o ab intra, è ridurlo a un processo fisico. Tl singolo è — mentre Dio non è Cap. XII, $ III — sottopo- sto alla necessità logica e causale; ma ciò non n’esclude anzi ne implica la spontaneità. Wna folla procede lentamente per una via troppo lunga e troppo angusta; procederebbe, se invece che d’uomini si componesse di statue? Il suo proce- dere implica dunque, in ciascuno de’ componenti, un mo- versi, che nel suo realizzarsi è sottoposto a delle determina- zioni causali, ma che, non essendo una conseguenza di esse determinazioni, è spontaneo. _ 69 — singoli è capace di molti gradi. L’atto è sempre conscio in quanto spontaneo; ma, cessato che sia, è dimenticabile, tanto più facilmente, quanto più la coscienza del singolo sia povera di contenuto; il che si vede p. es. nei bimbi. Per spiegare la crea- zione, si deve postulare l’esistenza di moltissimi singoli, la coscienza dei quali non sia capace che di attuazioni momentanee debolissimamente connesse tra loro: cioè di singoli subconsci. Contro un tale postulato non c’è nulla da obbiettare. Dio crea im- mediatamente i singoli, e li aggruppa in sistemi; per tutto il resto, i fattori effettivi della creazione sono i singoli, come or ora esporremo. III. Un atto interferisce con degli altri atti così di singoli diversi come del medesimo singolo. E’ que- sta una conseguenza necessaria: nel primo caso. dell’unità integrale, cioè della coscienza divina uni- versale; nel secondo, anche dell’unità particolare costitutiva del singolo (1). Donde risulta, che l’atto è, per il maggior numero de’ suoi caratteri, deter- minato causalmente, benchè sempre spontaneo, cioè causalmente indeterminato, quanto al suo esserci, o farsi. L’interferire può essere più o meno inteso, e non è osservabile, in molti casi è trascurabile, se ——@» LI (1) Due variazioni (e ogni atto è una variazione) che attuandosi fossero per’ metter capo a formazioni tra loro incompatibili, non si attueranno tali quali, ma interferiran- no, cioè non si attueranno senza modificarsi; cfr. Cap. XII, $ II (in fine). Re, (1 manca di un minimo d’intensità. Può essere imme- diato, a che sì richiede che gli atti siano simultanei; o mediato e temporaneo, qual’è sempre l’interferire di atti non simultanei. IV. L’accadere, di cui risulta la realtà osservabile, si risolve per intiero negli atti, e nel loro interferire. Suo presupposto necessario è Dio, che lo crea pen- sandolo; ma Dio non lo crea o non lo pensa, che in quanto crea o pensa dei singoli, capaci di atti spon- tanei, che interferiscono in grazia della divina uni- tà, in cul tutti sono inclusi. Dobbiamo fare un altro passo. L’ordine della realtà osservabile o del mondo presuppone ancora, che i singoli non siano conte- nuti uniformemente nella divina: unità, bensì ag- gruppati variamente in sistemi; l’interferire interno ‘ a un sistema essendo, in generale, molto più intenso di quello tra sistemi diversi. L’uomo, che voglia con- seguire un fine. deve rendersi un conto chiaro delle circostanze, in cui opera; il che gli sarebbe impos- sibile, se dovesse badare a ogni cosa. La distribu- zione in sistemi, di cui s’è fatto cenno, ha dunque, almeno rispetto all’uomo un valore teleologico indi- scutibile. V. Il mondo fisico si risolve per intiero, a parte la cognizione che ne ha Dio, nell’esperienza comples- siva, di cui l’esperienza d’ogni singolo è una minima MES, j jgesE parte. Il suo apparirci tutt’altro dal pensiero, men- tre si risolve in un sistema complesso di pensieri (s’intende : non astratti), è riferibile a ciò: che gli atti consapevoli, dall’interferire dei quali risulta, non sono da noi avvertiti uno per uno distinta- mente. Il singolo sviluppato ne avverte soltanto quegli effetti sopra di sè, che sono le sensazioni. E la realtà fisica è un sistema di sensazioni oggetti- vato (1). A far ben comprendere la dottrina testè riassunta sarà opportuna qualche ulteriore diluci- dazione. VI. Le mie sensazioni, trattone alcune poche tra quelle oggettivate nel mio corpo, accadono anche se io non lo voglio; le loro cause dunque mi sono esterne. Io so, in grazia del mio comunicare per via di sensazioni con altri singoli, che, oltre alle mie, si danno moltissime altre sensazioni, costituenti un sistema ordinato articolato e conhesso. E so che le sensazioni dipendono dal variare dello stesso loro si- stema; e non, fuorchè in rari casi, dalle volontà. In questo sapere sta l’oggettivazione, cioè il conside- rare il sistema come una realtà esterna. La cogni- zione del mondo fisico non è dunque illusoria; in- fatti, gli elementi, che n’abbiamo indicati, sono reali. E’ soltanto incompleta: noi, fuorchè in un (1) Come già fu detto con chiarezza, e dimostrato al- l’evidenza da Berkeley. =; piccolo numero di casi, non avvertiamo gli atti, o ì pensieri, da cui deriva in ultimo tutto il sistema delle sensazioni (1). | (1) Incompleta è la cognizione anche sotto il punto di vista fisico. Noi siamo lontani dal rappresentarci chiaramente nella sua totalità il sistema delle sensazioni. Che il non saper tutto sia un’illudersi, non si è mai pensato in fisica, e non si deve pensare in filosofia. La dottrina suesposta, e il monadismo leibniziano, presentano, con delle manifeste so- miglianze, qualche differenza che va rilevata. Leibniz intro- duce la nozione di sostanza, che da noi è lasciata in di- sparte; ma il principio, di cui egli fa realmente uso, è, che la monade sia l’unità conscia o subconscia delle sue rappresentazioni ; principio identico al nostro, che il singolo sia l’unità conscia o subconscia de’ suoi pensieri. Su questo punto la differenza è soltanto verbale. Ma ce ne sono di più gravi. Le monadi « non hanno finestre »; nondimeno, tra le rappresentazioni di ciascuna, e quelle di ciascun’altra, vige un’« armonia prestabilita » (cfr. l’esempio notissimo de’ due orologi); per cui tutte insieme costituiscono un si- stema coerente: l’universo. A Leibniz non faremo colpa dell’aver. abbandonato l’idea, non più sostenibile dopo Ma- Jebranche, delle cause grossolanamente transitive. Ma il contrario d’un errore può essere un altro errore. Supposto accertato il fatto, che la realtà si risolva nel detto sistema, l’armonia prestabilita (cfr. l’occasionalismo di M.) sarà, del fatto, nna spiegazione soddisfacente. Siccome per altro le monadi non hanno finestre, nessuna monade può sapere che ce ne sia un’altra. Il fatto, che avevamo supposto, cade, insieme con l’armonia introdotta per spiegarlo. CAPITOLO XIV. IL MONDO UMANO. I. Oltre alla parte, minima senza dubbio, che gli spetta nella creazione dell’universo, l’uomo è, nel- l’universo e subordinatamente a Dio, il creatore del mondo umano. La subordinazione a Dio è inelimi- nabile; perchè l’opera dell’uomo, nel creare il suo mondo, implica necessariamente un ordine teleolo- gico dell’universo. Il mondo umano è anche fisi- co (1). La configurazione della Terra in generale, il variare delle stagioni e delle meteore, i bradisismi e i terremoti, ecc., non dipendono da noi. Ma noi co- struiamo abitazioni strade ponti canali navi mac- chine, irrighiamo e coltiviamo i campi, addomesti- chiamo animali e piante, accumuliamo capitali che poi servono di mezzi; e via, e via. II. La costruzione del nostro mondo fisico esige delle cognizioni, e una collaborazione, possibili sol- (1) Nel senso medesimo, non occorre dirlo, in cui esiste l’universo fisico: Cap. XIII. DER RE tanto nella convivenza. La quale, mentre da un lato implica l’attività conoscitiva e pratica degl’indivi- dui conviventi, è, dall’altro, la formatrice vera de- gl’individuìi, che le devono la lingua, le mentalità, le finalità, e anche la buona volontà. La convivenza, e i suoi effetti — sul mondo fisico, sugl’individui, e sopra di se medesima — risultano dall’interferire delle singole attività. Le mie iniziative interferi- scono: e tra loro, determinando il mio sviluppo in- terno, cioè la sempre più salda organizzazione della mia coscienza, e con le iniziative d’altri singoli, svi- luppati e non sviluppati, accrescendo il contenuto e raffinando così l’organizzazione della mia coscien- za, mentre per un altro verso la mia partecipazione alla convivenza ne viene accresciuta nella quantità, e migliorata nella qualità. III. . L’essenziale del processo accennato sta in ciò: che l’interferire di due iniziative, purchè abbastan- - za intenso per essere avvertito, è sempre una loro parziale unificazione. Due lottino tra loro con ira; oltre alla propria ira, e nella propria ira, ciascuno avverte anche l’ira dell’avversario. Il che prova che le ire, interferendo, si unificarono. Parzialmente: le ire, infatti, restano due, ciascuna con dei caratteri che le sono esclusivi; ma pure in ciascuna vi è, come suo costitutivo, un elemento costitutivo dell’altra. Il pensare dell’uno, e il pensare dell’altro, sono sempre ‘distinti; ma si riducono in parte a un solo ° e medesimo pensare. Questa è la ragione vera non ia avvertita nè dagli idealisti nè dai solipsisti (Cap. IV, $ II), per cui è possibile tra due singoli una comu- nicazione di pensiero, in grazia della quale ciascuno dei due s’accorge, che l’altro è non meno reale di lui stesso. IV. Il mondo intellettuale umano, senza del quale non ci sarebbe il mondo fisico umano, implica la detta comunicazione, cioè l’intendersi, che alla sua volta implica l’interferire, cioè il collaborare. Un eschimese e un malese, naufraghi su d’un’isola de- serta, non s’intendono dapprima, che in quanto col- laborano, aiutandosi a vicenda; così divengono un po’ alla volta capaci di sempre meglio intendersi. Questo non è ridurre il pensiero a pura empiria. Ciascun uomo è uno in se stesso, e incluso in Dio con tutti gli altri, dunque possiede la ragione in germe: il collaborare sviluppa questo germe. Il che sì vede chiaro nella formazione del concetto. L’inte- resse — pratico sempre come interesse, quand’anche diretto verso la cognizione — aggruppa tra loro, e tra loro soltanto, le cose che, per un complesso M di caratteri comuni, sono atte a soddisfarlo. M, da solo, è contraddittorio : un triangolo, non equilatero nè isoscele nè scaleno, ma il cui solo carattere sia d’essere triangolo; un’arancia non matura né acerba ma il cui solo carattere sia d’essere arancia, — sono controsensi. M da solo è dunque impensabile; ma, Se = per l’interesse che vi si associa, diviene distinguibile LI tra gli elementi con cui è sempre accompagnato. Nel distinguerlo consiste il nostro avere il concetto M, o il suo esserci (1). (1) Berkeley, a cui si devono le accennate riflessioni, errò nel dedurne il nominalismo. I gruppi M, di cui dice- vamo, non sono parole ma processi cogitativi. Quantun- que a renderli stabili, senza di che non gioverebbero, si richieda, fuor di alcuni casi, molto semplici e strettamente pratici, la parola. Donde la superiorità immensa dell’uomo sul bruto. Ma la parola condusse a un’interpretazione fal- lace. Triangolo, arancia, ecc., che di certo non sono puri suoni, parvero nomi di realtà oggettive; pensabili da noi, ma l’esserci delle quali non sia riducibile al nostro pen- sarle: «concetti», o «idee». (Platone. Rosmini, approfon- dendo con acutezza e dottrina eccezionali, ridusse le idee platoniche all’unica dell’essere; ma questa rimane pur sem- pre un’idea platonica). Ciò, a che sogliam dare il nome di concetto (l’arancia, il triangolo, ecc.), non può essere, come Platone credeva, una realtà sui generis; una tale pretesa realtà risulta contraddittoria. La dialettica hegeliana che nella contraddizione vede una caratteristica essenziale al concetto, implica necessariamente, che lo Spirito sia, non soltanto superiore al tempo, ina fuori del tempo. Ma il concetto, quando se ne riconosca il ridursi a un processo temporaneo (secondo che abbiamo accennato nel testo e più diffusamente spiegato nel volume Dall’uomo a Dio), insomma, quando si rinunzi alla pretesa di pensarlo diver- samente da come lo pensiamo, non è punto contraddittorio. LIBERTÀ E MORALITÀ. I. Io voglio, significa: io metto in opera, con per- severante intelligenza, i mezzi migliori per conse- guire certi finì, scelti applicando un criterio. Il vo- lere serio esige dunque: 1) la cognizione del mondo umano, cioè de’ suoi costitutivi — che tutti possono acquistare valor di fini, o di mezzi, o anche di fini per un verso e di mezzi per un altro —, non che delle relazioni, e in particolare delle causali, tra i costitutivi medesimi. Questa è cognizione semplice- mente oggettiva. 2) Una valutazione, implicante un criterio, così dei mezzi rispetto ai fini, che dei fini gli uni rispetto agli altri. Quest’ultima sì ripercuote sulla prima: un mezzo, che farebbe conseguire il fine facilmente con certezza, è scartato, perchè in opposizione col criterio valutativo dei fini. E non è più semplicemente una cognizione oggettiva: un uomo ha degli scrupoli, un altro non ne ha. 8) La perseveranza: non passare senza buona ragione da un fine a un altro, non perdere mai di vista il fine valutato come il più alto. 4) L'intelligenza : l’impre- SEG, (- PS vedibile variare delle condizioni esterne o interne rende necessaria talora una mutazione, o nei mezzi. rivolti a certi fini, o anche nei fini che ci proponia- mo di realizzare. II. Da tuttociò risulta, che il volere non è origina- rio, ma conseguenza dello sviluppo (1), di cui di- viene alla sua volta il fattore più efficace. Ora, lo sviluppo si deve all’interferire necessario di atti che, pur essendo spontanei, sono, per il maggior numero de’ loro caratteri determinati dall’interferire mede- simo (2). Anche la volontà sarà dunque determi- nata, con una prevalenza paragonabile a quella evi- dente nell*accadere fisico ; in guisa cioè, che ì carat- teri essenziali de’ suoì atti siano prevedibili con grande sicurezza (8). D’altra parte: la spontaneità non svanisce in tutto mai, perchè allora svanireb- (1) Individuale collettivo, conoscitivo e pratico, Cap. XIII: $$ II, III, IV. -_—. (2) Cap. XIII, $ III; cfr. Cap. XIV, $ III (in parti- colare le prime linee). (8) E’ certo p. es. che il professore salito in cattedra farà lezione; che il sicario, nel punto in cui sta per com- mettere il delitto, non se ne ritrarrà volontariamente. Il capriccio sta nello scegliere senza criterio fisso; è dunque una volontà in via di formazione, ma rimasta imperfetta. La volontà vera, esclude il capriccio (l’arbitrio indifferente). Anche la spontaneità primitiva lo esclude, perchè non sce- glie; il bimbo di pochi mesi non è capriccioso, benchè paia tale a chi gli attribuisce delle valutazioni comparative pro- prie dell’adulto. Cfr. qui appresso $ III. MI, (| IRE bero, e la coscienza, e lo stesso accadere col suo determinismo. Valendomene, io posso, in ogni caso, modificare, poco finchè si voglia ma nel senso che reputo migliore, il determinismo del mio accadere interno. L’organizzazione, che mi determina, è dun» que per una parte importante, opera mia (1). Io sono libero, significa: io posso lavorare con frutto a rendere sempre più coerente il mio fare-pensare. Alla libertà sono essenziali due momenti: uno di determinazione, l’altro d’indeterminazione ; che non soltanto non si escludono, ma che si esigono e s’in- tegrano a vicenda (2). III. Noi distinguiamo tra l’utilità e la moralità, e riteniamo questa superiore a quella; ecco un crite- rio valutativo, che non passiamo non ammettere, ma del quale dobbiamo renderci un conto chiaro. In proposito l’utilitarismo (8) e il razionalismo pu- ro (4) son dottrine, la cui opposizione sembra con- » (1) Cfr. Cap. IX, $ VI. L’assenso è conseguenza neces- saria di una mentalità; ma la parte che all’uomo spetta nella costruzione di questa, non è mai trascurabile. 'Analo- gamente... (2) Abbiam dovuto limitarci a pochi cenni. Per una discussione meno incompleta cfr. gli altri lavori citati e l’art. Determinismo e libertà, in Riv. di Filos., Genn. Marzo 1923. | (8) Che si fonda sull’edonismo e l’include. La morale sociologica è più consapevole, ma pur sempre utilitaria. (4) Con questo nome designiamo la morale kantiana; cfr. qui appresso $ IV. — 80 — tradditoria : esaminiamole in breve. Le sensazioni sono essenziali alla teoria; i sentimenti (piaceri e do- lori) associati a quelle sono essenziali alla pratica. E la storia dimostra, che la morale apparve tardi, al pari della scienza; conseguenze l’una e l’altra dello sviluppo da una condizione primitiva, in cui le ulte- riori distinzioni ancora non esistevano, e non erano possibili. Ma i bruti benchè abbiano delle sensazioni e dei sentimenti, non riuscirono a costruire nè la mo- rale nè la scienza; dunque la condizione primitiva dell’uomo conteneva in germe le distinzioni ulte- riori. Da questo germe, ossia dalla ragione, impli- cita nella parola e nella convivenza, non è lecito prescindere. Ora la ragione, stando all’uso che gli utilitari ne fanno e ne suppongono fatto, si riduce a uno strumento; mentr’è invece un costitutivo essenziale della realtà, di cui esprime l’unità, e se non fosse tale, non sarebbe uno strumento. L’utili- tarismo è dunque un empirismo insostenibile. IV. La distinzione tra la morale vera e la pratica utilitaria è, dai razionalisti puri, fondata su quella tra l'imperativo categorico e l’ipotetico, e concepita per conseguenza come un’assoluta separazione. Tra 1 moltissimi fini utili ciascuno è costretto a sceglie- re; scelto che abbia, deve, per non contraddirsi, ricorrere a certi mezzi, che dipendono dal fine scel- to: ecco l’imperativo ipotetico. L’imperativo mo- rale invece, non è subordinato a un fine, che gli sia esterno; ha per se stesso un valore, che s’impone a if = ogni singolo ragionevole; sii onesto: ecco l’impera- tivo categorico, ed ecco la morale. Astrattamente parlando non c’è nulla da opporre; ma il pensiero astratto non è mai adeguato alla realtà, quantun- que sia necessario alla cognizione. Nelle considera- zioni qui appresso è indicata, molto sommariamente al solito, la via per uscire dall’astratto, condizione sine qua non per intendere le questioni morali, che sono di tutte le più concrete. V. Una parola non ha significato, che in una lin- gua (1}; similmente: una proposizione, sia pur l’im- perativo categorico, non ha significato, nè dunque valore, che in tutto il sistema del pensiero, includente anche la pratica utilitaria. I fini utili vanno scelti;. ma la scelta, benchè diversa da un singolo a un altro, non è capricciosa; chi non riflette quid ferre recusent, quid valeant humerì, diventa un guasta- mestieri, peccando moralmente. La morale, mentre per un verso limita la scelta, per un altro esige, che una scelta si faccia : infatti, chi non vuole essere un ozioso disonesto, deve procacciar l’utile, anche il pia- cere d’altri e di se medesimo. E’ disonesto così l’a- strarre dall’utile, come il rinchiudervisi; donde una difficoltà, che della morale umana è un costitutivo essenziale. Insomma: l’onesto e l’utile si connettono indissolubilmente. I fini utili sono, in massima parte, (1) P. es.: «desto» è una parola, che appartiene in- sieme, con differenti significati, e all’italiano e al tedesco. 6 i 89 mezzi per conseguirne altri, utili nello stesso modo; c'è dunque nel campo utilitario, un ordine meravi- glioso. E, rispetto a questo, l’ordine morale non è qualcosa di estraneo sovrappostogli; ma, semplice- mente, l’unità, ossia la ragione divina, che lo fonda e lo integra. | VI. L’esigenza pratica umana, fondata sull’ordine divino, si riassume nella formula: superare la fram- mentarietà; subordinare i singoli, che sono molti e diversi, alla suprema unità. Il singolo è subordinato essenzialmente, perchè non esiste fuori della supre- ma unità; ma, come spontaneo, può accostarlesi, o scostarsene ; il detto principio esprime dunque una legge deontologica. Lavorando a subordinarsi, ognu- no procede verso la massima realizzazione di se stesso. E questo è il solo fine stabilmente consegui- bile; infatti, la legge deontologica, benchè violabile dentro certi limiti, ha un fondamento logico: il ten- tar di violarla si riduce dunque a un agitarsi discor- de, vano, e in ultimo disastroso. La legge deontolo- gica è morale o utilitaria? E’ morale perchè vera- iente utilitaria, e veramente utilitaria perchè morale. L’idealismo ha, sulle altre filosofie, il vantaggio d’averne messo in evidenza i sottintesi problematici. E’, tra tutte, indiscutibilmente, la filosofia più li- bera di sottintesi. Pretendere di «confutarlo», col semplice contrapporgli una qualsiasi delle filosofie già costruite — vale a dire alcuni «principil», di cui l’idealismo revocò in dubbio il valore — non è le- cito. L’idealismo non può essere sottoposto che a una critica «intrinseca»; tale cioè, che lo colga in opposizione con se medesimo. E’ questa la via, nella quale noi siamo entrati risolutamente. L’idealismo critico, del quale ripro- ducemmo in riassunto i dogmi fondamentali, nella forma e col significato che assunsero dopo un secolo e mezzo di sviluppo, fu il nostro punto di partenza. E non ce ne allontanammo, se non perchè un appro- fondimento ulteriore della stessa critica idealistica vi ci costrinse. Degli approfondimenti accennati, basti richiamarne due. Il tempo, ci si disse, o è una forma, di cui lo Spirito riveste una realtà estemporanea (che in tal modo risulterebbe non conosciuta, ma falsificata), o dovrebb’essere una realtà superiore allo Spirito, che lo condizioni e lo domini. Abbiamo notato in contrario, che l’alternativa è incompleta, e quindi mal posta. Lo spirito crea il tempo, in quanto pro- RE 7 pe duce delle novità; neon è dunque sottoposto al tem- po, al quale tutto il creato è sottoposto; $ive nel tempo, ma per la sua stessa iniziativa. | Lo spirite non è tutto in ogni singolo, bensì, ogni singolo è nello Spirito, essendo un gruppo di suoi pensieri. Per conseguenza, i singoli differiscono, e tra loro —- benchè tutti abbiamo in comune d’es- sere nello Spirito — e dallo Spirito. Il quale non può non essere consapevole; perchè, se tale non fosse, la subcoscienza, che d’ogni singolo è costitutiva, sa- rebbe assoluta; mentre un’assoluta subcoscienza è contraddittoria. Come consapevole di se medesimo, e non semplicemente nei singoli ma in se medesimo, lo Spirito è Dio. L’ultima conseguenza, che traemmo dalle pre- messe idealistiche, ha un carattere profondamente realistico; benchè l’essenziale dell’idealismo vi sia conservato; ed anzi messo in una luce più vera. La novità nostra è relativa, e come novità e come no- stra: si riduce ad aver fatto fare alla critica ideali- stica un passo innanzi, piccolo e facile; decisivo, ma in quanto conseguenza necessaria dei già fatti. La gnoseologia del singolo razionale, perchè ineluso in Dio, ma distintone, cioè singolo — è ne- cessariamente realistica; non potendo il singolo, senza contraddire a se stesso, identificare la realtà col pensiero umano in massima parte subconscio. La gnoseologia idealistica non è vera, che in ordine a Dio. Ma Dio, nell’idealismo, non è consa- pevole di sè, che nei singoli; propriamente parlan- do, la realtà massima è dunque inconsapevole. Con- seguenza inconciliabile con l’identificazione di realtà gg e di pensiero. E’ vero, che secondo l’idealismo Dio, cioè lo Spirito è tutto in ogni singolo; sicchè la gno- seologia idealistica sarebbe, se prescindiamo dalla testè rilevata contraddizione, applicabile al singolo. Ma Dio non potendo errare, da quest’applicazione sì conclude, che neanche il singolo non può errare; dunque, se l’idealismo è vero, saranno veri e il rea- lismo, e 11 più grossolano materialismo. Un’ultima osservazione. Oppongono: Dio, se fosse personale, saprebbe tutto ab aeterno; e il sa- pere umano, riducendosi a una parte minima del sapere divino preformato, non sarebbe una costru- zione umana; in sostanza, noi, al mondo, ci sarem- mo per un di più —. Rispondiamo. L’opposizione avrebbe un valore, se Dio fosse fuori del tempo, e se l’uomo non avesse un’attività causalmente indeterminata. Ma non è accettabile nessuna delle due ipotesi. L’uomo essendo incluso in Dio, non può formare un pensiero, che non sia perciò stesso e ipso facto noto a Dio. Ma che Dio conosca in anticipazione, a priori, tutto quanto l’uomo penserà o farà, è da escludere; Dio, creando l’attività umana causalmente indeterminata, impo- se liberamente certi limiti alle sue previsioni. Subor- dinatamente a Dio, e internamente al creato, l’uo- mo è autore del proprio mondo, e del proprio sapere. Cade così l’opposizione in discorso. L’uomo, pur distinguendosi da Dio, è al mondo per qualcosa: per conseguire un fine, che si fonda insieme sull’or- dine divino, e sull’attività umana. Lavorando in questo senso, l’uomo non è ridotto a rispecchiare in sè il pensiero divino; bensì collabora veramente con Dio. a CENNI AUTOBIOGRAFICI II fine della filosofia . Il metodo Il metodo filosofico Il solipsismo Discussione del solipsismo Lo Spirito Lo spirito e il singolo L’accadere Immanenza e trascendenza Necessità e certezza L'errore Il Soggetto universale La creazione Il mondo umano Libertà e moralità Conclusione Digitized by Google COLLEZIONE FILOSOFICA diretta da E. CASTELLI . - CasteELLI E.: Filosofia della vita. Saggio di una critica dell’attualismo e di una teoria della pratica —- . - REDANO’ U.: La crisi dell’idealismo attuale BLonpeL M.: Principio di una logica della vita morale, con lettera prefazione di M. Blondel. Introduzione e traduzione a cura di E. Castelli . : A , . = V.: Linee di filosofia critica Kant A.: I fondamenti della metafisica dei costumi. Tra- duzione, introduzione e note di G. Perticone . L. 6— 6. – V. B.: Sommario di filosofia UNIVER. DI ROMA Donazione L. Vagnetti 46 ISTITUTO DI VIJOSOTIX BIBLIOTECA COLLEZIONE FILOSOFICA A CURA DI E. CASTELLI IV. EIA tr don + NITTI PROPRIETÀ LETTERARIA Tipografia Editrice Laziale - A. Marchesi - 1925 ni BERNARDINO VARISCO asi LINEE DI FILOSOFIA CRITICA ROMA ANGELO SIGNORELLI — EpiTORE VIA DEGLI ORPANI  [I giovani lettori, se traggono come spero qualche van- | taggio dal presente libro, ne sian grati al bravo Prof. Castelli, già mio scolaro. Il quale, per liberarmi dalla fatica dello scrivere, divenutami troppo grave, s’adattò a farmi da intelligente segretario; e aggiunse di suo al libro le note con la firma E | C., ossia quasi tutte. Senza l’aiuto suo efficace, io non sarei venuto a capo di questa mia qualsiasi fatica. Il che sia detto per soddisfazione mia non meno che sua. Roma, settembre 1925. B. VARISCO. ila Te e iinti I a I O ran Pula Ci proponiamo di cercare, se alla filosofia spetti an- cora, nella civiltà moderna, un ufficio; e quale sia quest’uf- ficio. Vedremo, che la filosofia, oggi, non che sia diventata inutile come da molti si crede, può darci essa sola, della nostra civiltà, una concezione organica; dalla quale non possiamo prescindere, se vogliamo padroneggiare i fatti, così da impedire che la nostra civiltà decada senza rimedio. Vedremo altresì, che la filosofia capace di compiere nella civiltà moderna il detto ufficio, può esser considerata come la sintesi o l’anima stessa della nostra civiltà. Anima, che ancora non ha, ma che può e deve acquistare una chiara ‘e vigorosa coscienza di sè. 2. Carattere fondamentale della società moderna, e quin- di anche della civiltà moderna, è la complicazione, già gran- dissima, e che va crescendo sempre. In altri termini : la no- stra vita collettiva si attua mediante un grandissimo numero di funzioni disparate. Quanti e quanto svariati uffici governativi! Quante mani- festazioni diverse dell’attività economica : produttiva, com- merciale, raccoglitrice e distributrice di capitali! Quante forme di cultura, distinte, anzi divenute quasi estranee le une alle altre! | o — 8 Epaminonda non portava che un pallio; ciascuno di noi ha indosso abitualmente molti capi di vestiario di specie di- verse. La nostra civiltà supera in complicazione la già com- plicata civiltà ellenica, molto più che il nostro vestire non superi in complicazione quello dei contemporanei d’Epami- nonda. 3. La complicazione richiede, per non diventare disastro- sa, una corrispondente coordinazione tra le funzioni, o tra tutte le diverse attività umane. In una società complicata, ciascuno ha, direttamente o no, bisogno di tutti gli altri; e non potrebbe vivere, se questo bisogno rimanesse insoddi- | sfatto. | i La coordinazione tanto necessaria è sempre incompleta. . Il vivere in una società complicata esige anche da ogni sin- : golo un'attività molto più intelligente più intensa più varia i @ più ordinata, che in una società semplice. Perciò la com- plicazione fa crescere il numero degli anormali: spostati e delinquenti. E il crescere degli anormali è un: guaio serio; costituisce un grave ostacolo alla necessaria coordinazione. Quantunque sempre incompleta, la coordinazione può es- - ‘ ser tale, da rendersi via via, grazie allo svolgersi delle atti- vità normali, sempre meno incompleta e più efficace. Ma può essere insufficiente a segno, che lo svolgersi delle atti- vità normali ne risulti gravemente frastornato. La coordina- zione allora va diminuendo: la società si trova in condizio- ni anormali; e la civiltà, ossia la coscienza che la società ha di sè medesima, s’avvia, se non ci si mette riparo, verso la decadenza. 4. Le condizioni presenti sono, tra noi e più o meno dappertutto, anormali, e dunque avviate a diventare sem. — 9 — pre più anormali. Ed è per poco evidente quel che dicevo : che l’anormalità è riferibile al non esserci, tra le funzioni sociali, una coordinazione corrispondente alla loro com- glicazione. «Che la coordinazione sia difettosa, è provato in primo luogo dalle lotte, anche violente, che si vanno rinnovando tra le varie forme d'attività, e che ne scemano di non poco l’effetto utile. Ma c’è dell'altro. Per addurre un solo esempio: noi ci lamentiamo -del caro viveri; d'altra parte, abbiamo accresciute le spese superflue; e diminuito il lavoro, senza riflettere che i prodotti, scemando, rincariscono. 5. Il Governo, che dovrebb’essere l'organo principale della funzione coordinatrice, non la può compiere, se non è sostenuto e aiutato. E quindi rivolge, ogni momento, i più caldi appelli alla cooperazione, cioè alla fiducia, del pubblico. Ma è d’altra parte costretto, per vivere in qualche mo- do, a venire a patti con le forze disgregatrici. E questo gli fa perdere la fiducia, di cui ha bisogno. La fiducia non serve domandarla, e dimostrarne la necessità; biso- gna saperla inspirare. Il pubblico, se ne vogliamo l’ap- poggio, dev’essere, non persuaso con idei ragionamenti astratti, ma trascinato. i Questa critica è ben facile; nessuno crederà, che i no- stri governanti non se ne rendano conto essi per i primi. O dunque? Il fatto sta, che quel pubblico medesimo, il quale non ha fiducia nel Governo perchè lo vede operare in un certo senso, non lo sosterrebbe, forse gli si oppor- rebbe, se lo vedesse tentar di operare in senso contrario. 20 sii cali Mi ER 40 6. Qui, molti s'aspetteranno ch'io metta innanzi la mia brava proposta: qualcosa come un progettino di legge, che, votato ed eseguito, abbia la virtù di eliminare tutti gl'in- convenienti. Secondo un’opinione diffusa, i professori di filosofia pretendono di sapere ogni cosa. Non vogliono ca- pacitarsi, che la ragione umana è limitata, e non può pene- trare il fondo misterioso della realtà. Ecca: io parlavo testè, in via d’esempio delle difficoltà contro cui ci dibattiamo, del caro viveri, e della manifesta” incongruenza tra i lamenti che ne facciamo, e le azioni con cui lavoriamo ad aumentarlo. Ci sia o no, e qualunque sia, il fondo misterioso della realtà, l’incongruenza rilevata, ed ogni altra, è pur sempre la medesima. Non mi s’attribui- scano delle opinioni, che non ho mai nè insegnate nè sognate. lo parlo di quel mondo, che ci è noto in quanto ci viviamo, cioè del mondo umano; d’altro non parlo. | 7. Di questo suo mondo, l’uomo ha costruito la scien- za; più esattamente, ne ha costruito una moltitudine di scienze. L'attività conoscitiva, per attuarsi, dovette spezzar- si, tal quale come l’attività pratica. E come la molteplice at- tività pratica esige una coordinazione, così la moltitudine delle scienze esige un'’unificazione. Riconoscere questa esi- genza, e intenderla; cioè intendere che la cognizione costi- tuisce un organismo: ecco l’ufficio della filosofia. Donde risulta, che mentre le scienze valgono rispetto alle attività pratiche distinte, o in altri termini servono di fondamento alla complicazione; la filosofia, correlativamen- te, vale rispetto alla coordinazione, la quale non può avere altro fondamento. Qui, perchè il seguito sia chiaro, conviene: primo, eli- minare un equivoca possibile, precisando l’indicata nozione — ll — ? di filosofia; secondo: far vedere che la filosofia, per com- piere la sua funzione unificatrice del “sapere, “ossia a per Ser- vire di mezzo alla funzione coordinatrice pratica, non ha punto bisogno d’aver pienamente risoluto il suo problema, che del resto non è mai pienamente risoluto, a DI 8. La filosofia, dicevamo, è l'unificazione del sapere. Ma il sapere può essere ‘unificato in due modi. E cioè: in quello, con cui di molte pietre si costruisce una casa; op- pure in quello, con cui di molti organi risulta un organismo. Dei due, soltanto il secondo è legittimo. Infatti : quantunque l’orologiaio come tale non debba nè possa occuparsi di grammatica, 0 di storia, o di fisiolo- gia; è nondimeno evidente che l’orologeria, come dottrina e come pratica, non ci sarebbe, se non ci fossero degli uo- mini, che adoperano bensì degli orologi, ma li adoperano a. tutt'altro (eccetto gli orologiai) che a studiar gli orologi c0- struiti o a costruirne di nuovi. Basta quest’esempio a dimostrare, che le singole scien- ze (tal quale del resto, che le singole attività pratiche) non hanno valore, anzi non sono possibili, che nella loro unità. Non sono pietre, con cui si possa costruire l’edifizio della filosofia, e che v’entrino restando immutate; sono organi, che hanno esistenza significato e valore soltanto nell’orga- nismo cl che li | unifica. La fisica, p. P. es., è una scienza di valore indiscutibile, in quanto è sistemazione di una_parte dell’esperienza_ umana (dell'esperienza esterna), considerata sotto un aspetto, che alla sua volta è determinato dall’esperienza umana totale considerata nella sua unità. Ma considerata in sè stessa da sola, non ha più significato nè valore; nè dunque possiamo — ron renente nora _ _tttiitttii@òitt@ta@asite esame meno re oe scia dirla un elemento acquisito, una pietra da collegare con al- tre nella costruzione filosofica. 9. Inteso nella sua pienezza, il problema filosofico — intendere, « come » il sapere costituisca un organismo — non si finisce mai di risolvere. Col crescere delle cognizio- ni, la totalità del sapere non soltanto s’ingrandisce, ma si riordina; come sa chiunque abbia imparato gli elementi d’u- na scienza qualsiasi. L'organismo conoscitivo esiste, ma in quanto è in via di sviluppo; la supposizione, che lo si possa descrivere una volta per sempre, non è in fondo che un controsenso. Ma, perchè uno possa lavorare utilmente all’'unificazione della cultura e della civiltà, e quindi anche alla coordina- zione delle attività pratiche, non si richiede, che possieda una dottrina profonda intorno al « come »; basta, che sia ben sicuro del « che ». Il sapere umano è un organismo; l'attività pratica umana è un organismo; e i due organismi, assolutamente insepara- bili, non formano in sostanza che un organismo solo. In queste proposizioni è riassunto l’essenziale di quella filo- sofia, che ha una sua importante funzione da compiere nella \civiltà moderna; e che si può dire filosofia della società mo- è derna, in quanto n’è insieme il prodotto e l’espressione. 10. L'’essersi ben fissati sul « che » basta per eliminare il semplicismo. Noi siamo tutti un po’ semplicisti, perchè abbiamo una cultura, che non è meno frammentaria dell'at- tività pratica. L’uomo, che si è familiarizzato con una parte sola della realtà, non comprende, che le difficoltà vere non sono quelle, che possono sorgere internamente a una parte — 13 determinata, ma quelle, che si devono all’insufficiente coor- dinazione tra le parti. | Poichè la complicazione dà luogo a degl’inconvenienti, al- cuni pensano, che bisognerebbe cercar di semplificare. Ma la ragione, per cui la nostra civiltà è complicata, sta in ciò,. L ogni tentativo di perfezionarla v’introduce delle com- plicazioni. Altri pensano, che il meglio sia di rassegnarsi aspettan- do che la burrasca passi; persuasi, che tutto andrà per il meglio, se anche a noi toccherà di andarne di mezzo. Ma l’uomo non concorre a perfezionare gli altri, se non lavora sempre a perfezionare sè medesimo, sforzandosi di vince- re le difficoltà che gli si attraversano. Questi sforzi devono essere coordinati (l’abbiam detto cento volte): ma per ciò stesso devono essere compiuti; rinunziarvi sarebbe un con- correre per quanto è in noi alla rovina della civiltà. Il semplicismo è disastroso, perchè ci pasce, o d’erba trastulla, o di veleno. La filosofia, se anche non avesse altro. «merito che di eliminare il semplicismo, sarebbe già grande- mente benemerita della civiltà. 1. Chi ben comprenda il principio fondamentale soprae- nunciato, e lo accolga, non come ospite ozioso del pensie- ro astratto, ma come fattore vivo di tutta la vita consape- vole, sa e sente, che il bene suo proprio, e il bene collet- tivo, sono inseparabili, anzi tutt'uno. Ha superato l’egoi- smo non meno che il semplicismo. E non occorre altro, perchè ogni suo fare sia un “cooperare; sia cioè un con- eiadata in n restio correre, per quanto SÌ i stendano le. sue forze, _alla coordina- zione. delle attività “sociali. Non ho ‘detto, si noti: accettate il principio, e vi sarà fa- cile scoprire il rimedio ai mali della nostra civiltà. No: ma. cai 14 n ho detto, che l'accettazione del principio è, purchè sia profonda e sincera, cioè concreta, il rimedio. C’è tra le due formule, una differenza essenziale, che non va trascurata. La buona volontà non è il mezzo per giungere alla virtù, è la virtù essa stessa. 12. Le riflessioni filosofiche, anche soltanto iniziali, non sono accessibili che a pochi. Ma ciò non vuol dire che ser- vano poco. L'opinione pubblica, e quindi anche la moralità media, sono in gran parte formazioni delle classi culte. La cultura, della quale andiamo non a torto superbi, esi- ste, perchè i suoi molti elementi sono tutti profondamente collegati fra loro: costituiscono un'unità. Ma noi, finora, ci siamo fermati sugli elementi, e n’abbiam trascurata (qual- cuno è arrivato fino a negare) l’unità. Con questa conse- guenza : che la nostra cultura o serve di strumento alle fund zioni pratiche distinte, o non è che un ozioso passatempo. Dobbiamo, non tornare indietro, ma oltrepassare il segno a cui ci eravamo irragionevolmente fermati. Procacciamoci una coscienza concreta e pratica dell’unità. E la nostra cultura ci guadagnerà un tanto in organicità e in efficacia. Diverrà quel che dovrebb’essere, un cibo spirituale; di cui anche le moltitudini rozze (la moralità e la cultura delle quali sono in gran parte, come s’è detto, formazioni delle classi culte) potranno rinvigorirsi per collaborare casi; te al bene comune. CAPITOLO I. IL SAPER VOLGARE $ 1. — Valore del saper volgare ° Diciamo saper volgare quello che non è costruito ms- todicamente. Quindi un saper volgare possedevano anche i primitivi, e oggi lo possiedono anche gli uomini rozzi; dove per altro è da notare, che il saper volgare subisce anche presso i rozzi l’influenza di un sapere costruito metodica- mente. Oltre alle modificazioni dovute a questa influenza, ii saper volgare si va sviluppando per virtù propria e così mette capo al sapere metodicamente costruito. Che il saper volgane abbia un valore appare in modo indiscutibile dalle sue relazioni con la pratica; — noi sap- piamo per esempio da tempo immemorabile che il legno secco è combustibile, mentre l’acqua è incombustibile; — che certi vegetali sono mangerecci mentre altri sono vele- nosi. E dirigendoci secondo queste cognizioni possiamo con- Seguire certi fini che invece falliscono se delle cognizioni medesime non teniamo conto. Dunque il saper volgare è veramente un sapere, salvo quanto si avrà occasione di av- vertire più oltre. Bisogna notare che il saper volgare accertato serve di fondamento necessario alla riflessione con cui ci. proponiamo di estenderlo e di approfondirlo. Non è possibile costruire una scienza, e nemmeno fare la critica del saper volgare, senza prendere le mosse da un saper volgare accettato come valido. $ 2. — Come si costruisca il saper volgare Noi qui non indaghiamo la prima origine del saper vol- gare; il che ci condurrebbe ad indagare la prima origine dell’uomo; non essendoci mai stati, a nostra notizia, uomini privi di ogni saper volgare. Cerchiamo soltanto in che modo ciascun individuo si co- struisca il saper volgare di cui è in possesso quando è adulto, ma che certamente non possedeva nei primi giorni di vita. Cerchiamo altresì come le generazioni che si vanno succedendo accrescano il saper volgare di cui erano in pos- sesso le generazioni precedenti. Esponiamo qui appresso gli elementi principali del proce- dimento, con cui si costruisce il saper volgare. $ 3. — Continuazione. L'esperienza Ciascuno ha delle sensazioni; e comunemente si ritiene che le sensazioni derivino dalle azioni che il mondo esterno esercita sopra di noi. Evidentemente peraltro le cose, di cui risulta il mondo esterno, operano le une sulle altre, mentre soltanto negli animali queste azioni provocano delle sensazioni. Dunque dobbiamo ammettere che ciascun ani- male, quindi anche l’uomo, abbia una proprietà non comu- ne alle altre cose, in grazia della quale ad un’azione che subisca tiene dietro una sensazione. Questa proprietà, che non può derivare dall’esperienza perchè un’essere che ‘ «non l’avesse, mancherebbe di sensazioni e quindi anche aaa 17 a fi di esperienza è dunque un costitutivo a priori dell'essere senziente. $ 4. — Continuazione. La ragione L'esperienza è un elemento necessario, ma non il solo, del nostro sapere. Infatti quel sapere che si ricava dall’e- sperienza si presenta con un carattere di accidentalità. Invece noi riconosciamo nel nostro conoscere una neces- sità; e per esempio una necessità che si riferisce al tempo ed una che si riferisce allo spazio. Quanto allo spazio: al- cune cognizioni elementari geometriche sono di patrimonio comune; guanto al tempo: la sua irreversibilità è un carat- tere del quale non possiamo nemmeno supporla privo. In un’altro ordine di idee: tutti escludono che dei fatti possano accadere all’infuori d’ogni causa. Che certe cogni- zioni abbiano il carattere della necessità, noi lo sappiamo, perchè il supporle prive di valore disorganizza il nostro pen- siero ossia ci rende incapaci di ricavare un costrutto da ciò che pensiamo. Tutto ciò si esprime dicendo che noi oltrechè senzienti siamo anche ragionevoli. $ 5. — Continuazione. Esperienza e ragione collegate La sola esperienza si risolve in sensazioni; ma noi con il saper volgare facciamo ben altro che affermare le nostre sensazioni, anzi riconosciamo l’esistenza più o meno fissa o variabile, di certe realtà con dei caratteri corrispondenti alle nostre sensazioni. Ciò vuol dire che noi aggruppiamo le nostre sensazioni secondo certe leggi (le principali sono lo spazio, il tempo, e la causalità); riuscendo in questo modo al concetto di una 2 -- 18 — < realtà sperimentata. Il detto aggruppamento è anch’esso dovuto alla ragione. Per esempio, chi credesse che una certa sensazione s0- nora fosse associabile con certe sensazioni tattili, come ad esempio, che un fiocco di cotone possa mandare il suono di un campanello, passerebbe per insensato. 8 6. — Continuazione. L’attività pratica E’ noto che l’uomo fino dall’infanzia non sta inerte in attesa di sensazioni, ma ne va in cerca operando sulle cose che operano sopra di lui. Nel tentativo di operare sulle cose, cioè di modificarle a suo modo, s’accorge che le cose gli resistono, che certe loro modificazioni a lui sono impossibili, ed altre otteni- bili soltanto entro certi limiti e procedendo in un certo modo. L’attività pratica è dunque un'importante fattore del- le nostre cognizioni. L'attività pratica è ancora un’espe- rienza; ma tuttavia si distingue da quell’esperienza che acquistiamo anche senza essere attivi, e dunque introduce nelle nostre cognizioni elementi che non derivano dalle semplici sensazioni. i Appena è il caso di notare che tra le nostre cogni :mì sono di speciale importanza quelle che si riferiscono ile connessioni causali, queste riguardano le determinazio di fatti realizzantisi o tra le cose o tra noi e le cose. Per esempio nel fuoco il piombo si squaglia, il ferro si arroventa ietc.; noi per ben digerire certi alimenti dobbiarto sottoporli all’azione del fuoco. Queste ultime cognizioni sono evidentemente acquistabili per mezzo dell’attività pratica; ma lo stesso si può dire anche delle prime, perchè le scam- la 19 = bievoli azioni tra le cose, non hanno importanza per noi che in quanto si connettono con la nostra pratica. $ 7. — Continuazione. La convivenza Da ultimo il saper volgare dipende in modo essenziale dalla convivenza che implica e uno scambio di cognizioni tra i conviventi, e una loro collaborazione. Di un sapere che non si possa esprimere in parole, nes- suno riesce a farsi un’idea; d’altra parte, i bruti che non comunicano per mezzo di parole mancano di un sapere anche . lontanamente paragonabile al nostro. L'uomo essendo par- lante può avere delle tradizioni, e sappiamo infatti che ne ebbe fino dall’antichità più lontana. La tradizione soltanto libera l’uomo dalla necessità, che altrimenti lo dominerebbe, di rifarsi da capo ad ogni generazione. Dunque il saper volgare può essere migliorato, quanto all’estensione, alla profondità ed alla organizzazione interna, soltanto per mezzo della tradizione. Mentre si può dire vi- ceversa che il sapere intanto esiste in quanto è perfezio- nabile: infatti qualsivoglia cognizione che riusciamo a di- stinguere sia nel sapere nostro, sia in quello di cui erano forniti gli uomini più antichi di cui s’abbia notizia, porta i segni manifesti che la caratterizzano come una costruzione presupponente un sapere più antico e naturalmente più im- perfetto. La medesima efficacia dobbiamo riconoscere alla convivenza in ordine alla pratica; infatti la pratica umana ‘ consapevole si distingue dalla pratica istintiva del bruto in quanto si risolve sempre in una collaborazione. (La collabo- razione di cui sono capaci anche i bruti, è, anche nei casi più favorevoli, affatto elementare, istintiva ed incapace di perfezionamento). $ 8. — Insufficienza del saper volgare. L’insufficienza del saper volgare va considerata sotto due aspetti, che hanno bensì tra loro molte relazioni, ma che tuttavia non sono da confondere. In primo luogo il saper volgare apparisce insufficiente in ordine a quella pratica usuale a cui è rivolto e che d'altra parte ne accerta il valore. Per esempio: è impossibile che l’uomo non si sia accorta, fino da un tempo anteriore al cominciamento della storia, che la vegetazione prospera molto meglio nei terreni opportunamente irrigati che negli asciutti. Non sembra tuttavia che questa riflessione abbia risve- gliato in lui l’idea di irrigare artificialmente i campi non irrigati naturalmente ; inoltre : il primitivo se anche avesse avuta una tale idea, non avrebbe saputo come attuarla. Gli esempi si possono moltiplicare. Tutte le arti, siano primitive 0 sviluppate, ci permettono senza dubbio di con- seguire certi fini; ma non ve n’è alcuna che ce li faccia conseguire in ogni caso con sicurezza e senza inconvenienti. Sotto questo primo aspetto l’insufficienza del saper vol- gare non è contestabile. Bensì è da notare che questa in- sufficienza medesima ci trae a perfezionare il sapere. Il bruto poco soffre degl’inconvenienti a cui va soggetto; li sopporta, non potendo fare altro. Invece l’uomo riflessivo e attivo non sa rassegnarsi agl’inconvenienti che derivano dall’insufficienza delle sue cognizioni, ma procura di eli- minarli perfezionando queste ultime. Il perfezionamento del saper volgare, ottenibile nel modo testè indicato, sotto la pressione di esigenze pratiche, non Sr) è di gran lunga rapido e sicuro come lo si desidererebbe. I Perciò sorse il desiderio d’incanalare questo movimento, procedendo con un metodo accuratamente studiato e di riu- scita sicura. In questo modo si giunse a costruire le scienze, delle quali diremo più oltre. $ 9. — Continuazione. Passiamo’ a considerare la questione sotto il secondo aspetto. L’insufficienza di cui ora dobbiamo trattare ha senza dubbio delle ripercussioni su quella di cui abbiamo parlato. Ma riguarda, non la pratica usuale frammentaria, bensì il carattere frammentario del sapere volgare. Questo è inetto a darci della vita una concezione d'insieme, a sug- gerirci una regola sicura di condotta quando si debba non soltanto compiere bene ciascuna singola operazione, ma farle convergere tutte verso un fine più alto, all’infuori del quale i fini particolari e secondari contano ben poco, e molte volte cessano d’essere conseguibili. | L’uomo che possiede il saper volgare e la capacità di applicarlo è prudente. Ma in certi casi la prudenza uma- na risulta inconcludente. Per esempio: un popolo è invaso da una pestilenza o minacciato da una guerra di sterminio. Il saper volgare con la sua ineliminabile frammentarietà non suggerisce alcun rimedio a questi mali e ad altri analo- ghi, di gran lunga peggiori di quelli a cui si rimedia con l’ordinaria prudenza. La riconosciuta insufficienza del saper volgare sotto questo aspetto fu probabilmente ciò che indusse gii uomi- .ni alla riflessione religiosa. Senza dubbio una religione somministra in qualche modo una concezione d’insieme del- Od , prata la realtà e della vita; è un principio unificatore che per- mette e rende possibile una prudenza più efficace perchè più comprensiva. $ 10. — 1 sottintesi del pensiero volgare. Abbiamo già rilevato che il saper volgare non è co- struibile senza l’uso della ragione; ora dobbiamo rilevare una insufficienza inerente \ll’uso istesso della ragione. Mediante quest’uso noi possiamo, da un insieme A di co- gnizioni reali o supposte, in generale di proposizioni, rica- vare con certezza un altro insieme analogo B. Il processo con cui da A si è ricavato B si dice ragionamento; e il ca- rattere del ragionamento per cui si ha la certezza testè in- dicata si dice la sua stringenza. Ma la stringenza del ragio- namento con cui si è ottenuto B, non prova che B sia vero. Per esempio: nelle dimostrazioni geometriche per assurdo si parte da una proposizione con lo scopo di dimostrarne la falsità. La dimostrazione si ottiene ricavando dalla pro- posizione assunta una conseguenza che risulta o intrinseca- mente - contraditoria, o in contraddizione con la proposizio- ne da cui la si è ricavata. Questo procedimento, da Euclide usato frequentemente, suppone che la conseguenza ottenuta sia stata legittimamente ottenuta; cioè che sia possibile un raziocinio stringente, anche se costruito in base ad una proposizione falsa. ‘Per un esempio di estrema semplicità serva il seguente : ammettiamo che ieri l’altro fosse domeni- ca, se ne conclude necessariamente che oggi dev'essere mar- tedì; se noi sappiamo che oggi non è martedì resta provato, non che il detto ragionamento non sia stringente, ma che la proposizione assunta è falsa. Dunque per essere certi che ad a la proposizione ottenuta con un raziocinio siringente è vera, non basta la certezza che il raziocinio è stringente, ma con- viene esaminare l’insieme delle proposizioni, diciamo in generale la premessa, che ne. costituisce la base. Ora questo esame non è possibile se non a condizione che la premessa risulti nota in modo del tutto esplicito; il che non ha sempre luogo. Per esempio chi abbia in ordine alla geometria soltanto le nozioni elementari. più comuni, certa- mente non crede possibili superfici con una sola faccia. Si noti: egli non esclude positivamente le superfici con una faccia sola, ma non pensa neppure a queste superfici che per lui sono affatto impensabili; benchè non abbia enunciato e non possa enunciare la proposizione — superfi- ci con una faccia sola non sono possibili — nondimeno per lui, superfice significa senz'altro ciò che per un geo- metra sarebbe una superficie con due faccie (1). In altri termini: egli ragiona come se negasse la possibilità di su- perfici con una faccia sola, vale a dire sottointende questa ‘negazione. - DI (1) Si abbia il rettangolo A B C D; esso è una superficie a die faccie che potrebbero essere diversamente colorate; i quat- tro lati del rettangolo costituiscono, in complesso, un orlo che separa le due faccie, per cui è impossibile passare dall’una al- l’altra senza o bucare la superficie, o oltrepassare l’orlo. Inteso tutto ciò si avvolga il rettangolo come per farne un’anello ma torcendolo prima in guisa che B vada in C e A in D. Otterremo ancora un’anello; ma si vede immediatamente che dall’uno al- l’altro di due punti situati rispettivamente sulle due faccie del rettangolo A BP C D ora si può sempre passare senza bucare la superficie nè oltrepassare l’orlo. La superficie dell’anello storto così ottenuto ha dunque una sola faccia. AT ETTI] B D Sai alii) rc Similmente Lavoisier, il quale dall’avere osservato che il peso non muta in seguito ad una combustione conclude che nulla si crea e nulla si distrugge, sottointende in primo luogo, che nulla esista di non riducibile a materia; ed in secondo luogo che la permanenza del peso provi la perma- nenza quantitativa della materia; mentre il peso non è che uno dei caratteri della materia, e certamente non è lecito affermare senz’altre prove che la permanenza quantitativa della materia sia provata dalla permanenza di un solo de’ suoi caratteri. Gli esempi addotti provano come sia possibile che la premessa di un ragionamento implichi qualche proposizione sottintesa. Si tratta in questi casi non del sottinteso come figura grammaticale (noi allora sottintendiamo non perchè ignoriamo la proposizione sottintesa ma perchè riteniamo inutile il formularla), bensì di un sottinteso logico. Una proposizione viene itaciuta perchè ignorata, e tut- tavia si discorre come se la proposizione stessa fosse nota e formulata. Il che accade per esserci noi formati una certa abitudine di pensare. Così per esempio il bambino ado- pera molte parole di cui non comprende il significato, re- golandosi, nell’uso che ne fa, sull’uso che ne fanno gli adulti; quest’uso in lui ha per fondamento non il significato vero delle parole in questione, ma semplicemente un’abi- tudine mentale. Che il mettere in evidenza un sottinteso possa riuscire impossibile in certe condizioni od in gene- rale non sia mai facile, risulta evidente. LA SCIENZA $ 1. — La scienza e la limitazione del campo. Si parla molte volte della scienza come se fosse una formazione mentale unica, In realtà una scienza in questo senso non esiste; ma si hanno molte scienze distinte, cia- scuna delle quali ha un oggetto suo proprio diverso da quel- lo di ogni altra. Il campo è dunque per ogni scienza limi- tato; s’intende non ad un certo numero di fatti o di enti osservabili; bensì ai fatti ed agli enti di una determinata classe. Così abbiamo un gruppo di scienze che lavorano tutte nel campo dell’esperienza estesa; ed un gruppo di scienze che studiano tutte il campo dell’esperienza inestesa. iPer delle buone ragioni che più tardi risulteranno evi- denti, ci occuperemo in primo luogo delle prime che van- no anche sotto il nome di scienze fisiche, intese nel senso più generale. Fra le scienze fisiche notiamo in via di esempio: la meccanica, suddivisa in meccanica dei solidi e meccanica dei fluidi, ciascuna suddivisa ulteriormente in scienza del. l’equilibrio e scienza del moto; l’astronomia, come scienza dei corpi celesti; la geologia e la geografia come scienze della terra; la fisica propriamente detta suddivisa in acu- 0 stica ottica, termologia, ed elettrologia, nella quale ulti- IG ma rientra pur distinguendosene la dottrina del magneti- smo; la chimica divisa in organica ed inorganica; la fisio- logia, animale e vegetale; la biologia; e si potrebbe con- tinuare. Tra tutte queste scienze corrono delle relazioni messe in rilievo dalle scienze medesime, reiazioni che sembrano con- traddine a quanto si disse intorno alla limitazione del campo, ma che in fatto non vi contraddicono. Il campo di una scienza © quello di un'altra, quantun- que non del tutto estranei reciprocamente, sono tuttavia molto ben distinti, e le scienze relative, benchè si aiutino a vicenda su alcuni punti e su alcuni altri si confondano qua- si, procedono però in generale indipendentemente l’una — dall'altra. La matematica studia propriamente non la realtà ma delle astrazioni (spazio e numero), che per altro si riferi- scono all’esperienza estesa; quindi anche la matematica rientra nelle scienze di cui si è fatto cenno, Alla limitazione del campo le scienze di cui si è detto devono in gran parte la superiorità che loro appartiene di fronte così al saper volgare come a tutte le altre discipline. Galileo disse che le prime sono dimostrative, laddove le altre sono semplicemente opinabili; rendiamoci brevemen- te ragione di questa superiorità. Soggettivamente, l’uomo che nello studio si chiude in un campo determinato, vi acquista quell’abilità, che nella pra- tica si deve alla divisione del lavoro: un uomo che si de- dichi ad una professione vi può acquistare una grande pe- rizia; mentre colui che pretendesse di esercitarne molte, riuscirebbe in tutte un guastamestieri. Oggettivamente il vantaggio è anche più manifesto e più importante. Nei fatti, quali risultano in complesso all’uo- -- 27 — mo che li esperimenta in quanto li vive, non è difficile rico- noscere il dominio di molte leggi, diverse irriducibili alme- no ad una prima considerazione. Per esempio a determinare il movimento dei treni sulle strade ferrate, concorrono certe leggi meccaniche, certe leggi termiche, l’esattezza di alcune determinazioni tem- poranee, i regolamenti a cui sono sottoposti gli impiegati, la buona volontà con cui questi li applicano, e molte altre circostanze. Tutto ciò forma un’insieme complicato nel quale riesce molto difficile orientarsi; mentre invece se noi studiamo a parte le leggi meccaniche, a parte le leggi termiche, e così di seguito, anche una modesta intelligenza si racca- pezza con facilità. Insomma la divisione del campo applica, si può dire da sè, una regola del metodo Cartesiano. $ 2. — Altre considerazioni sul procedimento scientifico. L'esperienza estesa, la sola di cui si occupino le scienze che ora consideriamo, ha il vantaggio di essere pressapoco la medesima per tutti gli uomini che la compiano nelle mede- sime circostanze; laddove l’esperienza inestesa di un uomo è in fondo incomparabile con quella di un altro. Per esem- pio si consulta un termometro per conoscere la temperatura di una massa d’acqua; è impossibile che sorga, per quanti osservatori si vogliano, un dissenso ineliminabile. Mentre invece Tizio, Caio, Sempronio ecc., che procu- rano di misurare in qualche modo la temperatura immer- gendo le mani nell’acqua potranno discordare non poco in quello che dicono e senza che sia possibile una discussione in contraddittorio. —- 28 —- Inoltre agli elementi, che si ricavano dall’esperienza estesa, è possibile applicare la misura, che può essere spa- ziale o no; e questo per la ragione già detta, che in ordine all'esperienza estesa gli uomini sono d'accordo tra loro. L’esperienza inestesa invece non è misurabile appunto per- chè ciascuno ha la sua che non si lascia paragonare con quella di un altro. La misura poi rende possibile di sosti- tuire nelle scienze in discorso il calcolo al ragionamento verbale. Ora i risultati di un calcolo sono di una certezza iti- discutibile; mentre il ragionamento verbale corre molte volte il pericolo di ammettere od anche di esigere delle interpre- tazioni soggettive che saranno diverse da uomo ad uomo € per conseguenza incerte. Ì Altri mezzi di cui si valgono le scienze naturali sono uti- lizzabili da ogni dottrina; tali sono per esempio l’intenzio- nalità, (cioè il fine soltanto e volutamente conoscitivo) con cui si rilevano e si discutono i fatti; la tradizione conser- vata intatta e sicuramente utilizzabile per mezzo della scrit- tura, della stampa, delle biblioteche, delle scuole e di altre | istituzioni opportunamente organizzate che si vanno perfe- zionando sempre più. Sotto questo punto di vista tutte le discipline comprese quelle dette opinabili da Galileo sono di gran lunga superiori al saper volgare. Ma nelle altre discipline la parte più certa, o meno di- scutibile, rientra nel campo dell'esperienza estesa. Per esempio i numeri della statistica non sono sempre sicuri, e ciò per la natura degli elementi che ce li somministrano ; ma in ogni modo sono assai meno discutibili delle interpre- tazioni che se ne dànno. Similmente nella storia quello che vi è di più certo è ciò. che si ricava dai monumenti e dai documenti. Le scienze giuridiche suppongono delle leggi positive scritte le quali, appunto perchè scritte; si possono leggere: giungendo in proposito alla certa cognizione della lettera; non si può dire altrettanto dello spirito. 8 3. — La scienza non può Condurre ad una concezione d’insieme. Come abbiamo visto la scienza della natura non si oc- cupa espressamente che di studiare l'oggetto. S’indagano le proprietà dei corpi nonchè le leggi delle loro variazioni, ma senza tener conto di ciò che tutte le cognizioni così ottenute si fondano sopra l’esperienza umana, sono pen- sieri umani, € quindi sottoposte alle leggi fondamentali del. pensiero umano. | In alcuni casi la scienza è condotta dal medesimo suo procedimento oggettivo a considerare anche il soggetto co- noscente. Per esempio noi sappiamo che il remo immerso nel- l’acqua obliquamente sembra, ma non è, spezzato; che l'arcobaleno sembra ma non è un corpo, che il movimento: intorno alla terra dei corpi celesti sembra ma non è reale. La scienza riuscì anche a riconoscere nelle osservazioni certi errori personali variabili da un osservatore all’altro anche nelle medesime: circostanze : quando per esempio si vuol determinare l’istante preciso in cui una stella attraversa il meridiano, dovendosi osservare insieme la stella e l’oro- logio, vi è sempre qualche divergenza tra ciò che affermano. due osservatori per quanto esercitati. Questi e simili casi, provano quanto sia ingiustificata la pretesa di giungere ad una cognizione decisiva dell’oggetto senza riguardo al soggetto; ma sono troppo scarsi di nu- — 30 — mero e troppo debolmente collegati tra loro, perchè se ne possa ricavare una dottrina esatta e compiuta circa la rela- zione, che nel fatto conoscitivo passa tra l'oggetto e il sog- getto. e Questa relazione, che il carattere oggettivo della scienza le toglie di studiare in modo completo, è messa fuori di contestazione da una critica molto semplice, già indicata nel punto precedente. La scienza è di certo una costruzione dell’uomo; dunque potrebbe darsi, che i caratteri da noi riconosciuti all’oggetto dipendano in parte almeno da noi che li rileviamo. Inoltre: l’oggetto e il soggetto svani- rebbero con lo svanire della cognizione, e in questa sono inseparabili; non è dunque giustificato il sottintendere, co- me si fa nella scienza, che il soggetto non sia, in ordine all'oggetto, che uno spettatore. Ciò che io apprendo as- sistendo ad un dramma potrei apprenderlo in tutt’altro mo- do, cioè leggendo il lavoro drammatico; ma ciò che io ap- prendo assistendo allo spettacola del mondo non lo posso apprendere in altro modo. Ancora : riconoscere che le leggi necessarie del pensare umano valgoro assolutamente anche per l'oggetto in quanto noto, è riconoscere che il soggetto non soltanto può acqui- stare cognizione dell'oggetto, ma impone a questo le sue leggi e non lo conosce che a questa condizione. Donde si conclude che la nozione stessa di cognizione oggettiva è più complicata di quanto sembri comunemente; anche lo scien- ziato non differisce, sotto questo aspetto, dall’uomo volgare. Che si conoscano degli oggetti è un fatto che non può es- sere messo in dubbio, ma come si conoscano è un proble- ma che non si risolve con la semplice constatazione del fatto, e che dalla scienza non è risoluto, nè risolubile. Per- si chè non entra nel campo di alcuna scienza l’approfondire !e nozioni di soggetto e di cognizione. Ora finchè un tale problema non sia risolto, affermare che l’oggetto esiste, con i caratteri che gli riconosciamo, all’infuori del soggetto, è un credere che una conseguenza sia indipendente dalle premesse. Finalmente : abbiamo già riconosciuto il carattere fram- mentario della scienza; ora, da ciò che certe nostre opi- nioni, considerate ciascuna da se stessa e all’infuori delle altre, hanno un valore per cui si dicono cognizioni, è impos- sibile inferire che il sistema delle dette opinioni abbia del pari un valore conoscitivo; perchè potrebbe darsi che nel connettere tra loro delle proposizioni, ottenute separata- mente, risultasse necessario di modificarne alcune o anche tutte. Così per esempio il valore della moneta, che per semplicità supporremo aurea, si può esprimere coll’asse- gnarne il peso. Hanno valore permutabile oltre alla moneta i prodotti naturali o manufatti che servono alla soddisfazione dei bisogni, e il valore di tutti questi beni si può esprimere facendone l’inventario. Ma se vogliamo renderci un conto complessivo di ciò che una popolazione possiede, ci accor- giamo subito che non ci si riesce col fare semplicemente l’aggregato delle due classi di beni, perchè il valore permu- tabile della moneta rispetto agli altri beni può crescere o diminuire. (iui E. LE RELIGIONI Origine delle religioni La natura varia generalmente con grande regolarità; ‘e sue variazioni corrispondono alle nostre aspettazioni e quin- di non ci preoccupano. Dobbiamo invece preoccuparci del modo in cui si comportano verso di noi gli altri uomini che generalmente operano a capriccio. Ma vi è una terza classe di fatti che assomigliano agli umani per la lora imprevedi- bilità, mentre assomigliano alle variazioni regolari della na- tura per la loro potenza; quali per esempio un uragano, un terremoto. Si comprende che i primitivi abbian riferito i fatti di questa ultima classe ad agenti capricciosi come l’uomo, e per- ciò concepiti antropomorficamente, e tuttavia sterminatamen- te più forti; gli abbiano riferiti cioè a degli Dei. Inoltre : a costituire il sapere umano e la prudenza uma- in na, la tradizione, che dapprima potè essere soltanto familiare, . ebbe di certo una influenza decisiva. Il bene di cui gode una famiglia ordinata, andrebbe perduto quando si trascu- rasse la sapienza trasmessa dagli antenati. Non è difficile comprendere che negli uomini primitivi questo concetto giu- stissimo finisse col far considerare gli antenati quasi come altrettanti Dei. 3 Apollo "degli. deal è etc. — 34 — Le due considerazioni precedenti spiegano il sorgere delle religioni. Gli elementi essenziali di una religione sono: I. La credenza che ci siano certe divinità potentissime quand’anche non onnipotenti; II. La persuasione che le divinità ci si possano rendere propizie con la preghiera, con delle offerte, con l’ubbidirne la volontà che ci si manifestasse ; inoltre III. Con delle cerimonie di significato non chiaro ma ri- tenute indispensabili. Quest'ultimo punto si connette con le superstizioni ma- giche, delle quali si hanno indizi evidenti fino dalla prei- storia, e che rimangono in credito anche in tempi storici e presso popoli non poco inciviliti. Superstizioni che dovettero contribuire a diffondere la persuasione che i fatti naturali ed umani dipendessero da potenze arcane contro le quali non conviene lottare, ma di cui dobbiamo procurar di va- lerci. La magia differisce dalla religione in questo senso almeno : che la seconda si rende propizi gli Dei con la persuasione, mentre la prima presume di poter domare con una specie di violenza i poteri arcani su cui si esercita. Ma non si può non tener conto di questo fatto, che molte religioni si assi- milarono bene o male elementi di carattere magico, per esempio le cerimonie a cui si è accenato. Naturalmente gli antenati non potevano essere Dei che per i loro discendenti. Le altre divinità vennero similmente ad associarsi con determinati popoli; così per esempio Assur ni e enni SA $ 2. — Prima critica delle religioni accennute La diversità innegabile delle religioni, messa in evidenza dalle relazioni tra i popoli che rispettivamente le seguivano, è inconciliabile con l'ipotesi che ogni religione costituisca un orientamento sicuro. Nel caso di una guerra (cfr. per es. l’Iliade, alcuni punti della Storia romana di Livio, etc.) dovette parere, che le divinità dei vincitori avessero supe- rate quelle dei vinti. Dunque la protezione delle nostre divinità ci lascia esposti a gravissimi pericoli, riferibili al- l’azione ostile di autre divinità. E’ vero, che ia differenza tra due religioni è molte volte meno radicale di quanto’ sembri a primo aspetto : l’Apollo dei Greci e il Mitra per- siano sono entrambi divinità solari. Ma il ionda comune poteva difficilmente essere avvertito in antico, e del resto non elimina le differenze reali dovute alla diversa combina- zione degli stessi elementi. Lo sviluppo delle idee morali diede occasione ad una cri- tica ulteriore. Non è possibile ad un uomo profondamente onesto, ammettere, che la Divinità guardi con indifferenza i buoni ed i malvagi, concedendo i suoi favori a chi le offra i doni più ricchi, la invochi servendosi delle formule meglio appropriate più lusinghiere o magicamente più effi- caci; una tale credenza non corrisponde a delle nozioni mo- rali un po’ sviluppate. La mitologia, esclude la bontà morale degli Dei; quan- d’anche si riescisse, mediante interpretazioni poco persuasi- ve perchè stiracchiate a liberarla da questa grave pecca, risulta un aggregato incongruo di favole; non può essere ciò che vorrebbe essere : un’informazione seria intorno agli Dei. sn 36 i La critica religiosa, di cui ora s'è fatto cenno, diede forse il primo, e senza dubbio forte impulso all'indagine filosofica. (Confr. per esempio le riflessioni di Senofane sviluppate poi da Parmenide). © A quell’orientamento ultimo, che la religione aveva pro- messo ma non realizzato, si cercò d’arrivare con un pro- cedimento razionale. | Senza tener dietro ai tentativi, che in proposito furono fatti, notiamo che nonostante la critica, le filosofie antiche s’accordano con le religioni antiche nel lasciare insoluto, anzi nell’ignorare, il problema più importante : furono così le une che le altre, dualistiche. Il dualismo consiste nell’ammettere che gli Dei (o anche l’unico Dio) e gli uomini siano, rispetto al mondo, in situa- zioni fondamentalmente identiche. Gli Dei sono molto più potenti, sono fors’anche i co- struttori del mondo, ma in quel senso a un dipresso in cui gli uomini sono i costruttori dei loro edifizi: gli Dei pos- sono rielaborare profondamente una materia che noi. pos- siamo trasformare soltanto superficialmente; ma la materia è indipendente così dagli Dei come dagli uomini. Perchè le umane discordie non riescano a distruggere tutto quanto vi è di pregevole nella convivenza umana e quindi anche nelle vite singole, si confida nella provvidenza divina. Ma gli Dei, che dovrebbero esercitare la funzione provvidenziale, se fossero molti potrebbero essere discordi essi medesimi, e la nostra fiducia in loro sarebbe ingiu- stificata. | Il politeismo delle religioni antiche va dunque respinto. I filosofi antichi ebbero con la loro critica una gran parte nel metterne più o meno consapevolmente in evidenza l’as- surdità, preparando la vittoria del monoteismo; alcuni di " loro, malgrado il dualismo, furono schietti monoteisti. (Pla- tone, Aristotele). $ 3. — Il Cristianesimo Il Cristianesimo si connette storicamente col giudaismo, a segno da potersene considerare come uno sviluppo. E sfugge alle critiche sopraccennate; infatti è monoteistico, ‘esclude il dualismo poichè afferma che Dio crea il mondo ex nihilo, esclude il rozzo antropomorfismo poichè afferma ‘ che Dio non è soggetta ad alcuna delle debolezze umane, mentre poi riconosce, accentuandola molto più che il giu- | daismo non avesse fatto, una certa comunanza di natura tra l’uomo e Dia. Sopratutto: il Cristianesimo afferma che il ‘‘modo migliore, © piuttosto il solo che valga, di onorare Dio, di innalzarsi a lui, e di pregarlo efficacemente, consiste nella virtù, a diciamo nello sforzo incessante verso il perfe- zionamento interno morale. Una caratteristica dei Cristianesimo, comune anche al giudaismo, è la credenza nella vita futura, nella quale gli uomini avranno una destinazione ultima in relazione col modo con cui avranno soddisfatto i loro doveri verso Dio, cioè i loro doveri morali. Di qui risulta che il Cristianesimo ‘ci dà un orientamento perfetto. Il cristiano, che abbia nel suo intimo vissuto conforme alla sua religione, potrà nella ‘vita presente andare incontro alle più gravi traversie, ma ‘certamente non avrà vissuto nè sofferto invano. Qualunque “siano state le sue vicende sulla terra, la sua vita oltremon- dana sarà eterna e felicissima; il buon cristiano ha dunque in ogni caso fatto bene i suoi conti. . =. e dia $ 4. — Cristianesimo e filosofia Poichè il Cristianesimo sfugge alla critica non evitabile dalle altre religioni, parrebbe non esservi più luogo all’in- dagine filosofica. Ma il Cristianesimo, per quanto evidenti ne siano i pregi, non è universalmente accettato, è anzi negato da molti che lo reputano inconciliabile con le conseguenze più sicure della cultura e della critica. L’apologetica non costituisce una difesa bastante, perchè le due parti non sono bene d’accordo sul significato e sul valore delle premesse. A Cristiani ed a non Cristiani deve dunque importare che la difficoltà inerente alle premesse venga superata, e per superarla non c’è altro mezzo di una indagine critica, cioè di una ricerca filosofica. Ì Tentiamo insomma, si intende con soli mezzi razionali, di costruire una filosofia che possa e debba, in ordine al- meno a’ suoi punti fondamentali, essere comunemente ac- cettata. Così avremo raggiunto alcune cognizioni certe che ci permettono di valutare il Cristianesimo con piena cogni- zion di causa e con un procedimento che non sollevi ob- biezioni. | Il Cristianesimo si fonda su di una rivelazione; ma una rivelazione implica l’esistenza personale di Dio. E l’esi- stenza personale di Dio sarà: o inconciliabile con la filoso- fia critica, o una sua conseguenza. Il Cristianesimo sareb- be da escludere nel primo caso, nel secondo manterrebbe : la sua posizione. Questa via, quantunque molti scrittori Cristiani vi siano già entrati, noi dobbiamo ripercorrerla per nostro conto. perchè lo sviluppo della filosofia presentò le questioni filo- sofiche sotto aspetti nuovi; sicchè vecchie soluzioni dei vec- chi problemi non risultano più indiscutibilmente accettabili. Per costruire la filosofia non è più lecito valersi di un procedimento che non sia critico. Ciò che a primo aspetto sembra una verità evidente può non di rado essere messo in dubbio; donde la necessità di una critica veramente radicale (1). (1) Abbiam rilevato, che per accertare il valore del cristianesi- mo — cosa della più grande importanza, e per gl’increduli e per i credenti — la critica filosofica è assolutamente imprescindibile. Ma siamo lontanissimi dal presumere, che il presente libretto ba- sti alla risoluzione definitiva del problema religioso. Noi qui pos- siamo dare non più di un primo avviamento — serio, per quanto ci sembra, ma semplice avviamento — alla formazione di quella cultura filosofica vasta e solida, che sola permette la soluzione dei problemi umani. Andrebbe fuor di strada il giovane lettore, che dimenticasse quest’avvertenza. Il Cristianesimo presuppone il Dio personale, con certi attri- buti. Questo problema essenzialmente filosofico non è tuttavia che una faccia del problema concernente il Cristianesimo. I libri e le tradizioni, che son la base del Cristianesimo, si possono e si debbono discutere anche storicamente. Neanche la filosofia, del resto, non è costruibile nè intelligibile facendo ‘astrazione dalla sua storia, e diciam pure da tutta la storia; e, intanto, la storia di cui s’è potuto qui tenere un conto esplicito si riduce a dei cenni sommarii. Ancora : il Cristianesimo si presenta, ora e nella storia, sotto parecchie forme; riducibili fondamentalmente a due: Cattolice- simo e Protestantesimo. Accettato che fosse il Cristianesimo, bi- sogna poi decidersi per l’una o per l’altra delle due forme indicate. La risoluzione di questo problema ulteriore, d’una gravità indi- scutibile principalmente per gl’Italiani, va cercata piuttosto nella storia, intesa filosoficamente, che nella filosofia propriamente det- ta. Il breve nostro compendio non poteva dir niente in proposito. CENNI STORICI SULLO SVOLGIMENTO DELLA CRITICA Prendiamo le mosse da Cartesio – H. P. Grice, “Descartes on clear and distinct perception” --  perchè prima di lui non si era mai presentata, con chiarezza, l’idea che biso- gna sottoporre ad una critica radicale non soltanto i risul- tati di un'indagine, ma il suo punto di partenza. Non crediamo che la critica del nostro autore sia stata | sufficientemente radicale; non escludiamo che il Discorso con cui egli vuol dimostrarne la necessità non pecchi di leg- gerezza come notava il Gioberti; ma il fatto è che le sue riflessioni su quest'argomento, se anche non molto conclu- sive, in ogni modo sollevarono un’esigenza che da quel tempo in poi si andò sempre chiarendo e delucidando. Il punto di partenza di Cartesio è questo : « io certamente ho delle gravi ragioni per mettere in dubbio le affermazioni più importanti nel campo della filosofia e della religione; per esempio l’esistenza di un Dio personale. Infatti queste af- (1) Renato Descartes latinamente detto Cartesio (n. 1596 m. nel 1650) filosofo e matematico francese scrisse : Discorso sul Me- todo (1637), del Dubbio Metodico, un trattato sulle Passioni u- mane e le Meditazioni filosofiche. (E. C.). cs 4i — fermazioni si vanno bensì ripetendo ma senza che si sia mai seriamente pensato a ‘discuterne il fondamento. A questo modo io posso, ed in un certo sensa devo, revo- care in dubbio tutte le affermazioni che ho l'abitudine di ritenere come più certe. Resta nondimeno assicurata una verità superiore ad ogni critica: io dubito e quindi pen- so (1), (Cfr. Discorso sul Metodo p. IV). Sicchè l’elemento indubitabile al quale si devono ridurre o dal quale si devono ricavare tutte le cognizioni, è il no- stro pensiero. A questo procedimento lo stesso Cartesio muove una difficoltà : tutto ciò che è conseguenza necessaria del mio pensare, o che non si può negare senza negare il pensiero, deve essere accettato. Ma non potrebbe darsi che tale ne- cessità fosse illusoria ? In altri termini che la ragione, quan- tunque non ci sia possibile di rifiutarne le conclusioni, si muova in un campo affatto estraneo alla realtà ? Secondo Cartesio questo dubbio non si può eliminare se fon | ammettendo | l'esistenza di Dio con gli attributi di asso- VC Iuta i infallibilità e assoluta veridicità. Perciò egli cerca una dimostrazione — perentoria dell’esistenza di Dio; procedi- mento paralogistico in quanto la dimostrazione si conclu- derebbe da uno di quei procedimenti razionali di cui l’effi- cacia dovrebbe risultare dall’esistenza di Dio. Naturalmente : se la ragione di cui si vale un uomo fosse qualche cosa di particolare a lui, una fiducia illimitata nella ragione sarebbe ingiustificata. Ma il fatto stesso che le conseguenze razionalmente otte- —-—6@m—m—m——_m (1) Cartesio fa un passo innanzi e conclude : io esisto. Ma egli stesso riconosce poi che l’esserci dell’anima consiste nel suo pensare. L'’esserci, che d’altronde non ci sarà di alcun frutto, Si può eliminare come una tautologia. nute ci risultano apoditticamente necessarie, e quindi an- ‘che universali, esclude che la ragione possa. variare da un individuo ad un'altro, — : In aitri termini, la Jagione, un “umana in quanto gli uomini se ne valgono, è di divina _in 1 quanto. è universale, _e non po- , trebbe esistere se _non fosse divina. Non è “dunque il caso ‘ di ” giustificare l’uso della ragione. mediante l’inerrabilità ‘@ veridicità divina, perchè la ragione stessa è il Divino in i quanto noto a noi. | Cartesio non aveva bene penetrato l’esigenza che gli — AVEVA fatto riconoscere nel pensiero il fondamento unico tere, non dev'essere qualcosa | di ‘contrapposto. alla realtà ma qualcosa, da cui la realtà a dipenda ‘necessariamente. x Inteso questo si i comprende ch che il pensiero, in ciò sid che im- : plica di necessario, non può essere sattoposto alla volontà di | Dio, secondo che afferma Cartesio; pretendere che Dio ab- | bia creato liberamente il principio di contraddizione equiva- LI . A : ) ‘ “le a pretendere che Dio possa liberamente sopprimere ia “propria” esistenza. “Un'altro punto su cui la critica di Cartesio appare in- | coerente, consiste nel suo dualismo. Egli distingue infatti ‘ la res cogitans, cioè lo spirito, e la res extensa cioè il cor- ‘ po. L’esistenza della res cogitans, essendo in ultimo l’esi- | stenza del cogitare non da luogo a nessuna difficoltà. Ve- ‘ miamo all’esistenza della res extensa. Dice Cartesio: noi ab- ‘ biamo dello spazio un’idea chiara e distinta; questa idea * essendo chiara e distinta ci fa conoscere il suo ideato. . dì LI 9. LI LI i Dunque l’esistenza di uno spazio reale, ossia di una | res extensa, è dimostrata. Ma si risponde: quello di che i! nostro pensiero ci assicura, cioè quello che troviamo net _ Mostro pensiero, è l’idea di estensione; l’ideato corrispon- a x — 44 — dente, ossia l'estensione reale, non essendo riducibile a pensiero, nè quindi ricavabile dal pensiero, manca, in ordi- ne al procedimento cartesiano, di ogni fondamento : è una di quelle supposte cognizioni che la critica deve mettere in disparte. (Cfr. il primo punto del $ successivo). $ 2. — Malebranche e Spinoza. Il Malebranche (1) è un cartesiano, ma di tutta la sua dot- trina ci limiteremo a rilevare un punto solo. Egli ammette come Cartesio una estensione reale, cioè un’estensione il cui esserci non si riduca semplicemente all’esserci della no- stra idea di estensione. Ma sostiene, che l’esistenza reale dell’estensione a noi è provata soltanto dalla rivelazione; in altri termini: che il processo puramente razionale non ci autorizza a passare da questa idea al suo ideato. Infatti, soggiunge il Malebranche: supponiamo che Dio, il quale ha creato l’estensione reale, annullasse questa medesima estensione, lasciando però sussistere in noi l’idea di esten- sione, cioè l’insieme delle cognizioni che abbiamo intorno allo spazia matematico e al mondo fisico. Siccome tutto ciò che sappiamo dell’estensione reale s' riduce all’idea che ne abbiamo, noi evidentemente, avendo sempre questa mede- sima idea, non ci accorgeremmo che l’estensione reale ha cessato di esistere. Dunque, se prescindiamo dalla rivela- zione, ci è impossibile accertare se l’estensione reale esi- (1) Niccolò Malebranche, filosofo francese del XVII secolo (1638-1715), scrisse importanti lavori: Recherche de la verité, e Entretiens sur la métaphisique dove continuando il pensiero di Cartesio espose la sua teoria dell’occasionalismo della quale si farà cenno a proposito del Leibniz. (E. C.). la sta o no; essendo impossibile a noi di accorgerci del suo s. a- nire, non ci è neanche possibile accorgerci del suo esistere. Su questo punto Malebranche corregge la critica di Carte- sio, e la integra introducendovi un’elementa nuovo del quale riconosceremo in seguito tutta l’importanza (1). Spinoza (2) riconobbe che il dualismo cartesiano, spirito e corpo, non era sostenibile; e credette di introdurre nel cartesianismo una correzione . importante considerando il pensiero e l’estensione come due attributi di una sostanza unica. Notiamo peraltro che, i due attributi essendo tra loro irri- ducibili, resta sempre, malgrado l’unica sostanza della quale “sarebbero attributi, la difficoltà rilevata nella concezione. cartesiana; come cioè sia possibile, prendendo le mosse dal pensiero, concludere qualche cosa che non sia pensie- ro; poco importando se questo qualche cosa è una sostan- za o un attributo. E ciò tanto più in quanto, secondo Spino- za, i diversi modi cioè le variazioni del pensiero e dell’e- (1) Notiamo, facendo una breve digressione, essere almeno molto dubbio se l’esistenza reale dell’estensione possa dirsi ri- velata. Certamente le Sacre Scritture parlano del mondo con lo stesso linguaggio di cui fanno uso gli uomini comunemente. Ma l’uso di questo linguaggio se prova che il mondo fisico esiste in qualche modo, non dà però indicazioni sul modo del suo esistere. Questo modo potrebbe ridursi appunte all’esistenza nel nostro pen- siero dell’idea di estensione. (2) Benedetto Spinoza (1632-1677), pensatore olandese, svolse la. sua dottrina in forma matematica nella sua Ethica more geometri- co demonstrata. Mentre nel razionalismo cartesiano la prima cer- tezza era l’autocoscienza che si ricollegava immediatamente alla conoscenza di Dio, nel razionalismo mistico dello Spinoza il punto di partenza è senz'altro dato dall’intuizione del divino che è l’u- nico contenuto del pensiero immediatamente certo. (E. C.). stensione, sono privi di connessione causale, ma procedono gli uni parallelamente agli altri come ora ora vedremo. Co- me dunque si possa dai midi del pensiero, cioè dai nostri. pensieri, concludere quelli dell’estensione, rimane inespli- cato e incomprensibile. | Il parallelismo suindicato viene da Spinoza espresso con la formula « ordo et connexio idearum idem est ac ordo et connexio rerum ». (Cfr. Spinoza-Ethica P. II, prop- VII). Da questa formula risulta che le res non sono idee quantunque ordinate e connesse nello stesso modo che le idee. Come si possa conciliare questa irriducibile diver- sità di natura con l’ipotesi, che le idee ci facciano conoscere ‘ le cose, come è detto espressamente nella formula riferita, Spinoza non dice ne poteva dire. Infine per valerci del- l’argomento di Malebranche, se l'estensione svanisse, noi non ce ne accorgeremmo purchè le nostre idee rimanesse- ro invariate; che dunque l'estensione sia un attributo del- la sostanza unica, è un'ipotesi gratuita e ingiustificata. Questa medesima difficoltà investe anche la nozione Spino- ziana di sostanza. Per substantiam, egli dice, intelligo id, quod per se est, et per se concipitur. (Cfr, Spinoza Ethica, P. I, De Deo Def. III). Se avesse detto semplicemente quod per se cen. cipitur, la formula sarebbe stata chiara, ma avrebbe ridotta la sostanza a qualcosa che si concepisce, cioè a pensiero. Ma oltre al quod per se concipitur Spinoza dice quod per se est; e sorge la questione; che significato abbia l’essere quando non si voglia ridurre ad un concepire $ 3. — Locke. Cartesio era stato un razionalista, cioè aveva messa in rilievo la necessità logica o razionale come un fattore impre- scindibile nella costruzione del sapere; per uscire dal dub- bio egli si fonda su qualcosa di inconcusso che non può es- sere negato senza contraddizione. Locke (1) mette invece in rilievo un'altro fattore del no- stro conoscere: l’esperienza, 0 idiciamo l’insieme delle sensazioni. E contro Cartesio vuol dimostrare che non ci sono idee innate. Lo spirito è, secondo lui, una tavola rasa, sulla quale non vengono segnati caratteri, che sarebbero le . idee, se non dalla esperienza (2). Per le dette ragioni la dottrina di Locke prende il nome di empirismo ed anche di sensismo. E’ peraltro da notare che secondo Locke alla costruzione del sapere non basta che l’esperienza ce ne porga la materia; ma si richiede che . lo spirito eserciti su questa materia un'attività rielaboratrice, da Locke indicata col nome di riflessione. Le sensazioni sono prodotte in noi da cause esterne; ma l'attitudine a rielaborare le sensazioni medesime non può dipendere da quelle stesse cause; non può essere che un carattere proprio Locke, filosofo – citato da H. P. Grice – pirot, parot way of words --, espose il suo empirismo nel Saggio sull’intelletto umano. (E. C.). (2) Nel polemizzare contro le idee innate, Locke suppone che queste si debbono trovare xb inizio nello spirito con la chiarezza e la determinazione con cui sono presenti allo spirito adulto. Lad- dove Cartesio intendeva di accennare a qualcosa di molto meno : lo spirito non potrebbe giungere alle idee se non avesse in sè qualche disposizione o determinazione di natura ideale. — 48 -- dello spirito. E ammettendo ciò noi veniamo a riconoscere allo spirito qualcosa di innato. Il che d’altronde risulta indi- scutibile. Un foglio di carta è illuminato al pari del mio oc- chio; intanto però io vedo ed il foglio di carta non vede. Un tale diverso comportarsi di fronte alla stessa causa esterna implica necessariamente una diversa natura in ciò che subisce l’azione della causa (1). Nella dottrina di Locke il punto che ha importanza in or- dine alla critica è quanto egli dice intorno all’idea di So- stanza. Poichè i materiali che io metto in opera per costruir- mi l’idea di sostanza o di una certa sostanza, per esempio dell’oro, si riducono a sensazioni, elaborate poi dalla ri- flessione, si conclude che io posso bensì conoscere della sostanza molte qualità o molti caratteri; ma non posso arri- vare in nessun caso a comprendere o a conoscere che sia ciò che ha quei caratteri. (1) Locke era dunque in qualche modo innatista senza saperlo. Il Condillac, che nel resto fu seguace di Locke, volle purificar- ne l’empirismo, riconducendo alla sensazione anche i processi che Locke aveva riferiti alla riflessione. Supponiamo, dice il Con- dillac, che una rosa presentata ad una statua vi determini una sensazione del proprio odore, la statua non può dire : io sento un odor di rosa; perchè la coscienza di una statua si risolve per intero nell’odor di rosa che si è prodotto. Ma supponiamo che la rosa nella statua determini anche la sensazione del proprio colore ; nella coscienza della statua le due sensazioni si distingueranno come diverse. Col prodursi di altre sensazioni, di cui alcune di- verse come le due accennate, altre anche più o meno simili tra loro, si produrranno altre distinzioni ed anche delle assimilazio- ni; ed in ultimo le sensazioni si ordineranno da sè in quelle for- mazioni che Locke avrebbe riferite alla riflessione. Di passaggio : non si può dire che a Condillac sia riuscita perfetta la purifica zione dell’empirismo; infatti la statua per avere delle sensazioni deve possedere un carattere originario che la distingua dalle sta- tue conosciute. i Yo Per esempia: io dico l’oro ha un colore giallo, un certo splendore, un certo peso specifico, una grande malleabili- tà ecc.; dopo di che della cosa che ha i caratteri enumerati non so nulla più di prima. Volendo essere conseguente io dovrei dire: il colore, lo splendore, il peso specifico ecc., sono elementi sensibili collegati tra loro da certe leggi; sicchè, date certe condizioni che generalmente si dicono normali, per «esempio di temperatura, quei caratteri, cioè quegli elementi sensibili, sono tra loro indissolubilmente uniti. E l’esserci di ciò, che si designa col nome di oro, si riduce al permanere, sotto certe condizioni, di quel gruppo di elementi sensibili. Ora chi si esprime nel modo testè indicato, risolve intie- ramente la sostanza in pensiero. Dopo di che non ha più senso il dire che la sostanza materiale non ci è nota; men- tre bisogna invece concludere, che la sostanza materiale non esiste. 3 — Questa, che è la conseguenza legittima del suo empiri- smo, da Locke non fu ricavata; nel che dobbiamo riconosce- re una sua incoerenza. Locke riproduce il dualismo cartesiano tra sostanze pen- santi e sostanze estese, ossia tra spiriti e corpi; e complica il dualismo ammettendo, come fa, che Dio potrebbe ren- dere pensanti anche le sostanze estese. $ 4. — Berkeley. Abbiamo detto che l’empirismo di Locke, per essere con- seguente, avrebbe dovuto risolvere per intiero la materia in sensazioni collegate tra loro da certe leggi. Questa conse- 4 — 50 — guenza fu ricavata da Berkeley (1), seguace dell’empirismo lockiano: l’esserci (della materia) consiste uella percezione — esse est percipi — (2). L'argomento in prova di questa dottrina è il medesimo (già riferito) esposto da Malebranche in ordine allo spazio : ammesso che la materia esista, suppo- niamo che Dio la annulli, pur lasciando intatte le nostre idee relative alla materia (vale a dire le nostre percezioni); di questo fatto noi non ci potremmo accorgere, perchè tutto quanto sappiamo della materia e del mondo fisico si riduce alle nostre idee, che per ipotesi rimarrebbero tali e quali. La materia secondo la concezione realistica è dun- que un'ipotesi ingiustificata. Un’gitro argomento si ricava dalla critica berkleyana alla distinzione tra le qualità primarie e le secondarie della ma- teria. Distinzione che risale a Democrito, ma che era stata formulata con grande chiarezza dal Galileo, ed accettata poi anche da Locke il quale si immaginava di averla scoperta. Qualità primarie secondo Galileo sono: l’estensione, il moto, la forma e le altre necessariamente connesse a que- ste, come per esempio la massa e l'inerzia. Qualità secon- darie sono invece i colori, i sapori, gli odori, il suono, il caldo ed il freddo. Che le qualità seconde siano semplici ———6@€—@——6——@m€__ ———+——6—t (1) Giorgio Berkeley (1685-1753) scrisse un importante Trat- tato sui principî della conoscenza umana (1710), i Dialoghi tra Hy- las e Philonous (1714) nei quali tentò di volgarizzare il suo idea- lismo empirico. (E. C.). (1) Il Berkeley pur continuando e completando il pensiero del Locke riducendo la riflessione e la sensazione a percezione, si differenzia notevolmente dalla rielaborazione fatta dell’empirismo del Locke dal Condillac, perchè mentre per quest’ultimo la per- cezione interiore è una trasformazione dell’esteriore, per i! Ber- keley la percezione esteriore non è che una trasformazione del- - l’interiore. (E. C.). sl affezioni del soggetto, Galileo dimostra nel Saggiatore con tutta evidenza. Una penna per esempio, stropicciata sul dor- so della mano da luogo ad una sensazione di semplice con- tatto, mentre sotto le ascelle provoca il solletico; ma la penna non fa senza dubbio che toccare nello stesso modo nei due casi, e il solletico non è una qualità che le appartenga. Il medesimo si dica dei sapori, che variano con la disposizione degli organi gustativi, dei colori ecc. Ma non c’è colore che non abbia un’estensione ed una forma; viceversa è impossibile vedere un’estensione ed una forma senza in- sieme vederle colorate; questa inseparabilità delle qualità primarie o spaziali, da una qualità secondaria come il co- lore, prova che se la qualità secondaria è un’affezione sog- gettiva devono essere tali anche le qualità primarie. Alla domanda: quale origine abbiano le sensazioni da cui apprendiamo le qualità primarie o secondarie dei corpi, Berkeley risponde che le sensazioni sono determinate nel- l’uomo da Dio secondo certe leggi. La risposta non pare in tutto soddisfacente. Ricorrere a Dio non si dovrebbe se non quando sia esclusa ogni altra spiegazione; inoltre, per- chè abbia un significato preciso, esige intorno a Dio delle cognizioni criticamente discusse, che al punto in cui siamo ci mancano. Un’ultima osservazione. Se io affermo che l’esserci dei corpi consiste nel loro essere percepiti, questa affermazione. (a parte la difficoltà ultimamente accennata riguardo alle origini delle sensazioni) ha certamente un significato, e un fondamento non trascurabile come si è visto poco sopra. Ma non è possibile che io intenda nello stesso modo l’esi- stenza di un’altro soggetto; perchè, se l’esserci dell’altro soggetto consistesse nella percezione che io ne ho, in que- sto caso l’altro soggetto non percepirebbe, in quanto io non percepisco il suo percepire; dunque l’altro soggetto non sarebbe un soggetto; e per evitare la contraddizione bisognerebbe ridursi ad ammettere un soggetto unico, su di che ritorneremo più oltre. $ 5. — Hume Per chiudere questa sommaria trattazione dell’empiri- smo inglese dobbiamo dire qualcosa di David Hume (1), al quale si deve una discussione critica importantissima della nozione di causa. Una qualche nozione di causa l’abbiamo tutti; ma que- sta nozione comune implica sempre la transitività. Si abbia per esempio una bilancia precisa, e si collochino su di un piatto un bicchiere vuoto, sull’altro dei pesi che stabiliscano l’equilibrio. Se versiamo nel bicchiere un po’ d’acqua, il piatto su cui era il bicchiere si abbasserà. Evidentemente, si dice, la causa che ha fatto abbassare il piatto è l’acqua passata nel bicchiere dal recipiente in cui prima era contenuta. Che in questo esempio la causa ri- sulti transitiva pare innegabile. Questo esempio al quale se ne possono aggiungere molti altri anche più familiari, (per es. l’acqua non disseta se non è inghiottita) rappresenta il tipo sul quale si è costruita la nozione volgare di causa. Ma è da notare che l’acqua versata nel bicchiere non a- vrebbe determinato nella bilancia la rottura dell’equilibrio (1) David Hume, filosofo inglese (1711-1776), svolse il suo si- stema nelle Ricerche sull’intendimento umano, sui Principî del- la morale e nel Trattato sulla natura umana (1738). (E. C.). DIS 53 — «P i se non fosse stata pesante. La vera causa essendo il peso, per conoscerla bisognerebbe sapere quel che realmente sia il peso. Senza entrare in questa ricerca basti rilevare che un corpo essendo mobile passa da un luogo ad un altro; ma che il peso di un corpo non può in nessun caso passare ad un’altro corpo; dunque la transitività, che ci pareva colta sul fatto, risulta invece ad una più attenta SONSICCREZIONE qualcosa d’incomprensibile. Prendiamo un’altro esempio: una palla collocata su di un piano orizzontale perfettamente liscio, venga urtata da un’altra palla che si muova su lo stesso piano. Sembra evi- dente che in seguito all’urto la prima palla si debba muo- vere. Infatti, la palla urtante, non può continuare il suo “movimento che tende a farle occupare uno spazio già oc- cupato dall’altra, senza scostare questa. Ma l’evidenza del- l'esempio è illusoria. In primo luogo il movimento è una qualità della palla urtante, ora è impossibile che una qua- lità passi da un corpo ad un'altro; poi: nella interpreta- zione addotta, noi veniamo tacitamente a supporre che le . palle siano impenetrabili, ed è questa supposta impenetra- bilità che ci fa sembrar evidenti l’azione motrice della ur- tante sulla palla urtata. Ora, che i corpi siano impenetrabili, si concede; ma si domanda, per quale ragione si credano . tali. E non si può rispondere altro se non, che i movimenti o le deformazioni succedenti agli urti, sono fatti certi, spie- gabili sltanto con l’impenetrabilità. Così noi ci valiamo del- l’impenetrabilità per concepire la causa e della causa per concepire l’impenetrabilità, girando in un circolo vizioso. La critica di Hume è di un'importanza indiscutibile in quanto mette in luce che la stessa nozione di causa non è molto chiara nè molto precisa, o in altri termini che noi — 54 — quando parliamo di cause non sappiamo con esattezza quello . che diciamo. Dopo di che risulta problematico anche il prin- cipio di causa (ogni fatto ha necessariamente una causa); questo principio infatti non ha un signiticato chiaro finchè non sia ben precisato il concetto di causa. Il detto risultato è però soltanto negativo; converrebbe renderlo positivo sostituendo una nozione ben determinata in luogo della nozione vaga eliminata dalla critica. Hume credette di dover concludere che la nozione di causa non si può fondare che sull’abitudine; noi diciamo che il fuoco è causa della liquefazione del piombo, che il movimento della palla urtante è causa del movimento della palla urtata, etc.; perchè un’esperienza costante ci mostrò che il piombo si liquefa nel fuoco etc.; il che fece sorgere in noi l’aspettazione che le successioni sempre verificate in passato si verificheranno anche in futuro, nonchè l’abitu- dine di prendere come guida simili aspettazioni. A questa interpretazione si oppose, non senza fondamen- to, il dubbio che si fondi essa medesima su di un circolo vizioso. La parola causa non significa in fondo che un’abi- tudine, la quale ha per causa l’esperienza; l’interpretazione cioè suppone quella nozione di causa che dovrebbe costrui- re. Sia come si voglia, Hume stesso riconosce essere im- possibile che delle semplici abitudini soggettive abbiano il valore di connessioni oggettive. La sua dottrina è scetti- | ca su questo punto; il che, non contribuì poco a farla ca- dere in uno scetticismo quasi universale. (Secondo Hume i soli giudizi certi sono quelli analitici, cioè quelli nei quali il predicato è ottenibile analizzando il soggetto (1). Il prin- (1) Consideriamo per es. la proposizione : il solo numero pri- mo pari è 2. Per numero primo si intende un numero divisibile soltanto per se stesso e per l’unità; per numero pari si intende E e re piro gl iii eni - cipio di causa non è analitico, e perciò non può essere in- condizionatamente certo). . Senz'’accettare le conclusioni scettiche di Hume dobbia- mo tuttavia riconoscerle molto istruttive. Hume è un’empi- rista più conseguente che non fosse Locke, e in quanto empirista non riesce a costruire una nozione soddisfacente della causa. Da ciò si conclude, per lo meno con grandissi- ma probabilità, che l’empirismo è incapace di fondare la n»zione di causa, e tutte le altre non esprimibili con giudizi analitici. —-% 00-—m—_ o@[r<«T un numero divisibile per 2; da ciò si conclude necessariamente che un numero pari diverso da 2 non può essere primo. Tale di- mostrazione ha il suo fondamento nell'analisi della nozione di « numero: primo pari ». Questa nozione analizzata risulta implica- re due giudizi, che sono contraddittori con la sola eccezione che il numero di cui si parla sia 2. Abbiamo così dato un esempio delle dimostrazioni a fonda- mento analitico. Leibniz. Le monadi e la loro funzione rappresentativa La sola dottrina di Leibniz che dobbiamo prendere in considerazione si trova esposta nella sua Monadologia (1714). Vi sono egli dice delle cose composte quali sono per esempio i corpi. Non essendo possibile nella divisione di un composto andare all’infinito, bisogna concludere, che ‘e cose composte si risolvono in elementi ultimi che necessa- riamente sono semplici. La geometria dimostra che una cosa estesa è sempre divisibile; dunque i detti elementi ultimi non possono essere | estesi 0 insomma non sono materiali. | A questi elementi ultimi Leibniz (1) da il nome di monadi; le monadi sono dunque sostanze spirituali (2). (1) Goffredo Guglielmo Leibniz (1646-1716) filosofo e matema- tico tedesco lasciò varie opere filosofiche, tra le quali noteremo : la Monadologia; i Nuovi Saggi sull’intelletto umano; La teodicea; Considerazioni sulla dottrina di uno Spirito Universale; Discorso di metafisica. (E. C.). (2) Che dalla geometria venga dimostrata la divisibilità indeft- nita di ogni sostanza estesa è forse discutibile. Indefinitamente divisibile è certamente ‘una qualsivoglia estensione per quanto SSA 38 ss La tunzione propria delle monadi è il percepire o dicia- mo il rappresentare, Ogni monade ha infinite rappresenta- zioni; e nella dottrina di Leibniz della monade non si dice altro se non che ha queste rappresentazioni; sicchè in- ulti- mo per concepire la monade come una sostanza incontriamo a un dipresso la difficoltà medesima che Locke aveva incon- trata nel concetto di sostanza materiale. Non insistiamo su questo punto. Le rappresentazioni che una monade possiede si dividono in due classi, possono essere cioè conscie 0 subconscie ; anzi molte monadi non sarebbero capaci che di rappresen- tazioni subconscie. Il concetto di subcoscienza, introdotto così da Leibniz, è di grande importanza; ma è senza dubbio molto poco chia- ro. Leibniz dimostra però che non è possibile farne a meno malgrado la sua oscurità. Per esempio : io sento il rumore della pioggia, questo ru- more costituisce una mia rappresentazione conscia. La piog- gia consiste nella caduta di moltissime gocciole d’acqua, e se di queste ne cadesse una sola io non sentirei punto il rumore della sua caduta. Peraltro il rumore della pioggia non è che la somma dei rumori dovuti alle singole goccie cadenti. Dunque bisogna dire che il rumore di una goccia piccola; ma che ad ogni divisione di uno spazio corrisponda la divisione della sostanza estesa in quello spazio non sembra lecito affermare. Da ciò che ogni sfera si può dividere geometricamente in due parti con un piano, non risulta che. le due parti materiali della medesima sfera, materialmente considerata, siano separabi li; senza di che la detta sfera materiale sarebbe indivisibile in quanto materiale. Fondandosi su questa osservazione Spinoza aveva asserita la indivisibilità dello spazio, perchè le parti che vi possiamo segnare con delle superfici non sono poi spazialmente separabili. DE ci ea cadente, quantunque non sia una rappresentazione conscia, non è uan rappresentazione Zero, perchè la somma di quanti si vogliono zeri è zero; laddove nel caso considerato la somma di molte rappresentazioni di cui nessuna è conscia costituisce una rappresentazione conscia. Le rappresenta- zioni la cui somma costituisce una rappresentazione con- scia, sono dunque reali benchè inavvertite, il che si espri- me dicendole subcoOnscie. Alle medesime conclusioni si arriva riflettendo sulla di- menticanza e sul ricordo. Avvertire un fatto presente a, e ricordare un fatto passato (avvertito allora ma poi dimen- ticato) b, quanto si voglia simile ad a, non son tutt'uno. Il mio presente avvertire b molte volte provoca, ma in nessun caso non costituisce, il mio ricordarmi, che avevo in addietro avvertito (e poi dimenticato) a. Perchè io ricor- di @, bisogna, non che mi sia presente un fatto b quanto si voglia simile ad a, ma che il medesimo fatto a, passato, mi ridivenga in qualche modo presente, vale a dire si. riaffacci alla mia coscienza. Per esempio: carico, l’orolo- gio e l’ho caricato iersera; i due fatti sono simili all’estre- mo, e tuttavia il presente avvertire: del primo è irriducibile al ricordarsi dell’aliro e viceversa. Le rappresentazioni che possiamo ricordare ci sono ‘dunque in qualche modo pre- senti nell’intervallo tra l’avvertimento e il ricordo; si dice. che sono presenti ma subconscie. Notiamo, che senza il ricordo il pensare attuale non e. possibile; così per esempio noi non potremmo, nè fare al- cun discorso, nè intendere il discorso altrui, se non ricor-. dassimo il significato delle parole; al quale’ tuttavia non pensiamo sempre ma che va risorgendo all’occasione. D’al tra parte se non dimenticassimo nulla, il pensare attuale si renderebbe di nuovo impossibile per il numero eccessivo de- gli elementi presenti. a 60 o Riunendo le due osservazioni si conclude, che alia co- ‘scienza è essenziale d'essere associata con la sub-coscienza, e l’incessante scambiarsi di elementi tra l'una e l’altra. Il che non lascia più alcun dubbio sulla realtà della sub-co- scienza. $ 2. — Leibniz - Ciò che le monadi rappresentano L’insieme delle rappresentazioni, conscie o subconscie, proprie di ciascuna monade, rispecchia l’insieme delle rap- presentazioni, conscie o subconscie, di tutte le monadi. E siccome la realtà si risolve nelle monadi e nelle loro rap- presentazioni, convien dire, che l’insieme delle rappre- sentazioni conscie o subconscie di una monade costituisce una rappresentazione complessiva dell’universo. Si domanda in che modo una monade possa rappresenta- re a se stessa il rappresentare di tutte le altre. Leibniz esclude che ciò possa dipendere da una connessione causale, cioè da uno scambio di azioni tra le monadi. Perchè, dice, le monadi non hanno finestre; cioè in una monade non può entrare nulla dal di fuori, e quindi non vi può entrare sotto forma conscia o subconscia nulla di ciò che sia nella coscienza o nella subcoscienza di un’altra. In tal modo Leibniz viene ad accettare in .sostanza la dottrina delle cause occasionali già espressa da Malebranche (1). Abbiamo già visto, che la concezione transitiva delle (1) La dottrina delle cause occasionali era stata formulata prima ancora del Malebranche da Arnaldo Geulincx; il quale nella me- tafisica aveva affermato che i processi materiali non possono es- sere cause efficienti ma soltanto cause occasionali delle sensa- zioni. (E. C.). “al e cause dà luogo a delle gravi difficoltà che la rendono press'a poco inintelligibile. Non volendo ammettere la tran- sitività della causa, bisogna concludere che il precedente. necessario, detto comunemente causa, non produce l’effet- to, ma è semplicemente l’occasione del prodursi di questo. Così per esempio un uomo riceve un’ingiuria e n’è turbato profondamente; qui sembrano evidenti la transizione e la produzione dell’effetto. Ma si può notare in contrario che il turbamento può essere molto vario da un uomo ad un’al- tro, non tutti siamo irritabili ugualmente. Sembra dunque giustificata l'opinione che l’ingiuria non sia più di un’occa- sione. Data questa, il turbamento segue per un processo tutto interno all’ingiuriato. Malebranche è d’opinione che il solo essere attivo sia Dio; il quale all’occasione produce tutte quelle variazioni che noi, a torto, crediamo effetti di quelle variazioni pre- cedenti che ne furono soltanto l’occasione. La dottrina di Malebranche venne messa in ridicolo, ed in un certo senso vi si presta. Per esempio: la causa vera dello spezzarsi di un vetro non è la sassata che lo colpi, ma Dio che rompe il vetro all’occasione della sassata. Ma considerando la que- stione con qualche profondità, si riconosce facilmente, che la dottrina delle cause occasionali fa dipendere tutto il va- riare da un’ordine che Dio introdusse nel mondo creandolo; insomma riduce le cause a leggi, e non soltanto non sop- prime le connessioni che osserviamo tra i fatti, ma le ren- de intelligibili. La dottrina di Leibniz è molto simile (più che egli mede- simo non credesse) a quella di Malebranche. La ragione per cui le monadi vengono ad accordarsi tra loro, nel senso in- dicato superiormente, quanto alle rappresentazioni, è l’ar- monia prestabilita; vale a dire un’ordine che Dio introdus- -- 62 -- se nel mondo creandolo. Per esempio : due orologi perfetti e ben regolati segneranno sempre la stessa ora, quantunque tra l’uno e l’altro non ci sia nessuno scambio di azioni tran- sitive. L’orologiaio, che ha costruito gli orologi con tutta perfezione, ha con questo realizzato tra loro un’armonia prestabilita. L'esempio dimostra che uno concordanza tra il variarie di due o di quanti si vogliono elementi, orologi 0 monadi, è realizzabile all’infuori di ogni causa intesa tran- sitivamente; mentre viceversa non è realizzabile senza un’ordine razionale, questo essendo conditio sine qua non anche della causazione transitiva. $ 3. — Kant - La rivoluzione copernicana. Nessuna dottrina sarebbe possibile se al pensiero non fosse inerente la necessità estemporanea, o necessità logica. Il pensiero si può dividere nel pensare di un soggetto, € nel pensato che di questo pensare costituisce l’oggetto. Si domanda: se la necessità logica inerente al pensiero, e senza della quale il nostro pensare o svanirebbe, o in ogni caso rimarrebbe privo di valore, sia da riferire al pensare o al pensato, al soggetto o all’oggetto. Secondo Kant (1) la si era sempre, fino a lui, fondata sull’oggetto; egli al contrario la crede fondata sul soggetto; questa è la rivo- luzione da lui stesso chiamata copernicana (2). (1)Emmanuele Kant n. a Koenigsberg nel 1724 e m. nel 1804, svolse il suo criticismo filosofico nella Critica della Ragione Pura (1781), nei Prolegomeni ad ogni metafisica futura che si presenterà come scienza (1783), nella Fondazione della metafisica dei costumi e nella Critica della ragione pratica. (E. C.). (2) Cfr. Critica della Ragion pura. Indroduzione. (E. C.). Che la necessità sia da riferire al soggetto è facile rico- noscere ; un’uomo, che pensi contrariamente alle leggi lo- giche, disorganizza con ciò il suo proprio pensiero, toglien- dogli la possibilità d'avere un costrutto. Se io assento all’uno e all’altro di due giudizi opposti, ed ho presenti entrambi gli assensi, effettivamente ignoro il mio assentire dal quale dunque non posso ricavare al- cun frutto. Si può dire che ilpensare contrariamente alle leggi logiche rappresenta la esclusione, dalla vita coerente consapevole del soggetto, di quell’oggetto in ordine al quale il soggetto ha pensato a quel modo. Il che si rende mani- festo quando la contravvenzione alla logica viene avvertita dopo che fu più o meno a lungo inavvertita. Nell’atto in cui l'avvertiamo ci accorgiamo immediata- mente, che l’oggetto qualsiasi, a cui pensavamo in quel modo, è ad un tratto svanito di fronte al pensare. Donde ap- pare che la violazione delle leggi logiche, se potesse aver luogo simultaneamente in ordine a tutti gli oggetti, sarebbe un vero suicidio del soggetto conoscente. Dunque la ne- cessità logica non è veramente altro che una esigenza dt] nostro pensare soggettivo. . Non a torto Kant afferma che la necessità logica prima di lui era fatta dipendere dall’oggetto. Per esempio se- condo Platone l'oggetto vero consiste nelle idee che sono assolutamente invariabili. (E' da notare in proposito la di- mostrazione che di questo carattere delle idee sviluppa il Manzoni nel dialogo « dell’Invenzione -). L’Idea essendo invariabile, ed una sola per tutti, le sue relazioni con altre idee saranno pure invariabili ‘ed universalmente valide, cioè necessarie. Così pure tutti quelli che fanno derivare la necessità logica da Dio, concepito come altro dall’uomo, (per esempio gli Scolastici e Cartesio) la derivano dall’og- ia 64-S getto, perchè Dio concepito a quel modo è per noi un og- getto. Ma che la necessità logica si fondi essenzialmente sul soggetto, è, in qualche modo, una cognizione volgare; tutti riconoscono che il violarla è un metterci nell’impossi- bilità di continuare il discorso, e ricorrono a questa impos- sibilità per non accettare le conclusioni logicamente fallaci. Analogamente : l’uomo volgare, benchè ammetta che le qualità sensibili appartengono ai corpi, nondimeno, a chi ne- gasse la luce del sole, opporrebbe; « ma non hai gli occhi nella testa? ». Cioè ricorrerebbe ad un criterio soggettivo. Kant - Le intuizioni fondamentali. Si ritiene comunemente che spazio e tempo siano ine- renti rispettivamente al mondo fisico e all’accadere in ge- nerale; cioè si attribuisce all’uno e all’altro un carattere oggettivo. Kant riflette che noi possiamo immaginare annul- lato il mondo fisico e soppresso l’accadere; ma con queste ipotesi non riusciamo a liberarci dalla spazio e dal tempo che ci rimangono tuttavia presenti, ciò che non accadrebbe se lo spazio e il tempo appartenessero alla realtà oggettiva. Spazio e tempo devono quindi essere forme, di che il sog- getto riveste l’oggetto nell’atto in cui l’apprende (1). Sviluppiamo un poco più distintamente questo pensiero. Noi concepiama lo spazio ad un dipresso come un reci- piente, nel quale si contengono i corpi e accadono i fatti fisici. Ma non possiamo dire che a conoscere un tale reci- piente ci serva di guida l’esperienza, la quale senza dub- (1) Cfr. Critica della Ragion pura. P. I. Estetica trascendentale. (E. C.). © 0 bio ci serve di guida per la cognizione dei recipienti veri e propri, ciascuno dei quali è un corpo. SI E non può essere l’esperienza quella che ci fa conoscere lo spazio, perchè .lo spazio implica una necessità che non si riconosce alle cognizioni fondate sulla sola esperienza. Così per esempio sappiamo dall’esperienza che il fosforo è velenoso e che l’oro è giallo. Ebbene sappiamo che il fo- sforo è capace di uno stato allotropico in cui non è più ve- lenoso; quindi non si può escludere la possibilità che l’oro sia capace di uno stato allotropico in cui non fosse più giallo. Simili possibilità sono invece da escludere in ordine allo spazio; dunque le nostre cognizioni spaziali non derivano dall’esperienza. | Non potendosi dire che lo spazio ci è fatto conoscere dal- l’esperienza, non si può nemmeno dirlo un’astrazione dal- l’esperienza. D'altra parte lo spazio essendo privo di qua- lità sensibili, e assolutamente invariabile, non può nemmeno : essere considerato come una realtà. Resta che lo spazio in primo luogo abbia la sua radice nel soggetto, essendosi già vista che ciò deve dirsi di tutto quanto è necessario; in secondo luogo che l’ordine spaziale sia dal soggetto comu- nicato alle sensazioni, che della esperienza sono i costitutivi materiali. Vale a dire: le notre sensazioni, se mancassero dell’or- dine spaziale, non costituirebbero l’esperienza, benchè ne costituiscano la materia. L’esperienza è una nostra costru- zione, che noi otteniamo attribuendo o imprimendo la forma spaziale alla materia sensazionale; quest’ultima è oggettiva, ma la prima è soggettiva. i Un discorso analogo è applicabile anche al tempo, il qua- le pure implica una necessità. Per esempio: se l’istante A precede l’istante B, e questo precede alla sua volta l’istan- 3) e VENE te C, allora l’istante A precederà in ogni caso l'istante C. Notando, che questa necessità non è riferibile ul precedere in generale, ma soltanto al precedere temporaneo. Per esempio in un circolo, immaginiamo fissato il verso in cui se ne deva percorrere la circonferenza, e siano A, B, C, tre punti della circonferenza. A preceda B, e B preceda C, quando la circonferenza è percorsa nel verso indicato. Cer- tamente potremmo dire, che A precede C; ma potremmo anche dire che C precede A; perchè oltrepassato C, e con- tinuando a percorrere la circonferenza nel verso medesimo, si giunge ad A; il che nel tempo è impossibile. Poichè im- plica la necessità, il tempo avrà la sua radice nel soggetto. Noi abbiamo senza dubbio delle sensazioni date oggetti- vamente; ma non si può dire data oggettivamente la loro successione, perchè in questo caso il tempo sarebbe ogget- tivo come le sensazioni. Bisogna dire invece, che l’ordine temporaneo delle sensazioni è opera del soggetto, il quale soltanto in quel modo riesce a raccapezzarvisi e a cono- scerle. Secondo Kant (e quello che ora ora si disse giustifica ia sua opinione) il tempo è una forma che il soggetto applica a se medesimo; laddove lo spazio è una forma che dal sog- getto è applicata all'oggetto. Le sensazioni sono tempora- nee in quanto sono elementi soggettivi. Siccome però le sensazioni soggettive sono anche gli indizi delle variazioni oggettive (io guardando il cielo mezz'ora fa vedevo azzur- ro, guardando il cielo in questo momento vedo grigio; ab- biamo qui un variare soggettivo che però effettivamente ci dà indizio di un variare nel cielo che dall'essere az- Zurro è passato ad essere nuvoloso), così la forma del tem- po, quantunque applicabile originariamente al soggetto, viene a ricevere un'applicazione anche all’oggetto, cioè anche al- l’accadere fisico. — 6 $ 5. — Kant - I giudizi sintetici a priori e le cutegorie. - Hume aveva creduto che i soli giudizi analitici fossero necessari; e che i giudizi sintetici, ossia quei soli giudizi che accrescono la nostra cognizione, fossero tutti fondati sul- l’esperienza. Se io dico: i corpi sono estesi, formulo un giudizio analitico. Siccome infatti nessuno dirà corpo un elemento inesteso, il detto giudizio non fa che sviluppare la nozione che già si aveva del suo soggetto; per questa ragione il detto giudizio per un verso è necessario; ma per un’altro verso non ci fa conoscere nulla di nuovo. Se in- vece io dico: i corpi sono pesanti, ho formulato un giudi- zio sintetico, il predicato non essendo incluso nel soggetto; questa giudizio per un verso accresce la cognizione, per un’altro verso è fondato sull’esperienza. Kant osserva che vi sono dei giudizi sintetici, e perciò tali da farci conoscere qualcosa di nuovo, e tuttavia non fon- dati sull’esperienza : tale è per esempio il giudizia: non e possibile un fatto senza una causa (1). E’ troppo evidente che nella nozione di fatto la nozione di causa non è in- clusa; per esempio : i corpi celesti girano intorna alla terra con moti circolari uniformi; la causa di questo fatto rimase ignota per moltissimi secoli, e non vi è nulla di assurdo nel supporre che tale relazione reciproca tra la terra ed i corpi celesti non abbia mai cominciato. Il detto giudizio è dunque sintetico e tuttavia non è fondato sull’esperienza: essendo un giudizio necessario, mentre l’esperienza da sola non può farci conoscere nulla di necessario. L’uomo, conosce in quanto giudica, e più propriamente (1) Cfr. Critica della Ragion pura. II. Analitica trascendenta- le. Sezione III ed Introduzione. $ 4. (E. C.). in quanto formula dei giudizi sintetici necessari, cioè a priori come dice Kant, ossia non fondati sull’esperienza. Poi- chè tutto quanto è necessario si deve riferire al soggetto bisogna concludere che i giudizi sintetici a priori hanno per fondamenta il soggetto. Insistiamo ancora un momento sul principio di causa. Ri- conosciuto che questo giudizio è necessario e che ha per suo vero e solo fondamento il soggetto, bisogna riconosce- re che il soggetto, in quanto compie la sua funzione di com- prendere l’accadere, viene ad imporre a questo accadere la condizione costitutiva della propria funzione. Possiamo fare un passo più in là: come si è visto anche il tempo è una forma soggettiva, ma un’accadere fuori del tempo è una contraddizione di termini e quindi non è reale. Dunque il soggetto essendo in qualche modo il creatore del tempo, è il creatore anche dell’accadere. In altre pa- role: non si può dire propriamente che io mi faccio un’i- dea dei fatti che accadono, ma che dei fatti accadono in quanto io rivesto di una forma temporanea la realtà. iPer conseguenza l’affermare che in tanto l’accadere è soggetto a delle cause in quanto io l’intendo, ciò che a prima vista poteva parere un paradosso, non ha più nulla. di strano, an- zi appare come una necessità. Se io impongo alla realtà la forma dell’accadere, naturalmente non gliela possq imporre che in quanto esercito sulla realtà la mia funzione conosci- tiva, cioè in quanto l’accadere non è pensabile se non come sottoposto necessariamente a delle cause. Ciò che abbiamo spiegato con qualche minuzia in ordine alla categoria di causa, si può ripetere di tutte le altre (1). Non è da trascurare che Schopenhauer non senza buona ra- gione riduce le categorie a tre soltanto : spazio, tempo, causalità. Secondo Kant, spazio e tempo, non sono categorie ma intuizioni; sono però intuizioni pensate, il che sembra giustificarne la conce- Le categorie si possono in qualche modo ridurre ad idee assolutamente necessarie, ciascuna ‘ad una data classe di considerazioni. Senonchè bisogna guardarsi dall’accet- tare due preconcetti facilmente suggeribili dal termine di idea. L’uno, che le categorie abbiano per fondamento l’og- getto, il reale considerato in se stesso; l’altro, che preesi- stano tali e quali nel soggetto, come per esempio le idee platoniche. Le categorie invece, come si è notato per quel- la di causa, esistono soltanto in questo senso, che il sog- getto deve, per conoscere, compiere una certa sua fun- zione, tale o tale altra, seconda l’aspetto sotto cui conosce; la categoria non esiste che in quanto il soggetto compie la detta funzione. Così per addurre un altro esempio, ciò che io conosco può essere una sola cosa, o una molteplicità di cose, o la totalità delle cose. Non bisogna credere, che all’infuori del soggetto conoscente possano esistere una cosa, o più cose, o tutte le cose; unità, moltiplicità e totalità sono cate- gorie che io impongo alle cose in quanto compio in un dato senso rispetto alle cose la mia funzione conoscitiva. iPar- lare di tutte le categorie messe innanzi da Kant, all’in- tento nostro non si richiede; tanto più che la tavola kan- tiana delle categorie fu censurata non senza fondamento (1). zione come categorie; concezione che non sopprime dallo spazio e dal tempo l’elemento intuitivo che, nelle altre categorie non si riconosce. (1) Secondo Kant le categorie sono 12 suddivisibili in quattro "gruppi: Anal. trascend. Sez. Ill $ 10. I. Quantità : Unità, Plucalità, Totalità. II. Qualità : Realtà, Negazione, Limitazione. III. Relazione : Sostanza ed accidente, Causalità e dipendenza, Reciprocità. IV. Modalità : Possibilità, Esistenza, Necessit. (E. C.). ar ME Quello che importa, per la gravità delle conseguenze che se ne ricavano, si riduce a quanto abbiamo detto, e che vale per tutte le categorie concepite secondo il modo kan- tiano di vedere. Un’ultima osservazione incidentale; Rosmini, discutendo nel « Nuovo Saggio » la dottrina di Kant, interpreta le ca- tegorie come se fossero idee platoniche, allontanandosi così non poco dal pensiero kantiano. Il Rosmini ammette una sola idea come necessaria e insieme sufficiente a costitui- re il pensiero umano e a renderne ragione: l’idea del- l’essere. Dove si potrebbe domandare se invece di ridurre le categorie ad idee non sia forse più a proposito il rico- noscere nell’idea rosminiana di essere una categoria, e diciamo pure la sola categoria veramente fondamentale, ma intesa nel senso kantiano. $ 6. — Kant - Fenomeno e Noumeno Ciò che noi conosciamo attraverso il tempo, lo spazio, e le categorie non è assolutamente separabile dal soggetto conoscente; ossia è qualcosa che se non fosse da noi cono- sciuta non esisterebbe; insomma un fenomeno, la nozione di fenomeno essendo quella di qualcosa il cui esserci con- siste nel suo apparire al soggetto cioè nell’essere avvertito o conosciuto (1). In ordine ai fenomeni vi sono da fare due distinzioni: la prima è quella, fatta pure da Kant, tra fenomeno e illu- sione; l’altra quella tra fenomeno di cui è consapevole sol- (1) Cfr. Crit. d. Ragion Pura. Analitica trascendentale. Lib. Il Cap. HI. (E. C.). dA; per tanto un soggetto, e fenomeno di cui è consapevole ogni soggetto in certe condizioni. | Le due distinzioni non coincidono; per esempio di un mio dolore io soltanto sono consapevole, senza peraltro che lo si possa dire un’illusione. Senza dubbio è difficile provare anzi è forse da escludere che il fenomeno avver- tito da un soggetto e quello avvertito da ogni altro soggetto nelle medesime condizioni siano identici: per esempio io dalla mia finestra vedo il cielo azzurro, ogni altro dalla stessa finestra in quel momento (purchè sano di occhi) ve- drebbe il cielo azzurro; ma non è accertabile © piuttosto credibile che l'azzurro veduto sia identico nei due casi. Per precisare la nozione di fenomeno diverso dall’illusione, bisogna dunque : primo, ricordare che certi fenomeni sono inseparabili da certi soggetti particolari, (per esempio il dolore), secondo prescindere dalle particolarità per cui un fenomeno di un soggetto differisce da quello di un'altro quantunque nei due fenomeni prevalgano dei caratteri co- muni. Così la nozione di fenomeno si può dire stabilita. . Il noumeno invece, o la cosa in sè, non può essere av- vertito, perchè se fosse avvertito sarebbe un fenomeno. In ordine al noumeno, Kant non si esprime sempre nello stesso modo, e qualche sua espressione può far credere che egli lo consideri come un'ipotesi di valore incerto. Ma vi sono pure altre espressioni di Kant, che sembrano decisive in senso contrario. | Egli dice per esempio, che l’apparire implica necessaria- mente qualcosa che apparisca, dove bisogna intendere qual- cosa che non sia lo. stesso apparire. Come anche per eliminare l’opposizione tra determini- smo e Nbertà, opposizione di cui parleremo nel cenno sulla . morale, dice che il soggetto è determinato come fenome- - E é - n TRI mi n Pi, E no ma libero come noumeno. Su di che va rilevato un punto essenziale alla dottrina teoretica di Kant: cioè che la di- stinzione tra fenomeno e noumeno vale anche per il sog- | getto conoscente. L’introduzione del noumeno, che noi ammettiamo non aliena dal pensiero di Kant, dà luogo ad alcune difficoltà. In primo luogo la sua dottrina diventa così fondamentalmente scettica: noi conosciamo soltanto i fenomeni e questi di- pendono in qualsiasi maniera dal noumeno del quale non sappiamo niente; questa in sostanza era l’opinione di Sesto Empirico, di cui non è dubbio lo scetticismo. La ragione che toglie al noumeno d’essere conoscibile sta in ciò, che le categorie sono applicabili soltanto ai fenomeni. Le cate- gorie infatti sono le funzioni conoscitive del soggetto, e precisamente quelle funzioni che all'uomo rendono possi- bile il giudicare. ‘Per conseguenza : ciò che si conosce me- diante le categorie implica senza dubbio la funzione cono- scitiva del soggetto, e dunque non può essere qualcosa che stia da sè all’infuori del soggetto, cioè non può essere noumeno. Si può considerare un fenomeno, se ne. possono consi- derare anche molti (Come per esempio quando si dice che i colori non esistono senza la luce), si possono anche sotto qualche aspetto considerare tutti, come per esempio quan- do si dice che i fenomeni sono tutti variabili; ma le deter- minazioni, uno, molti, e tutti non hanno, per la ragione ad- dotta, nessun significato se applicate al noumeno. Così per esempio noi possiamo parlare di molti soggetti fenomenici ciascuno dei quali è uno; ma non (come pure sottintende Kant particolarmente nella morale) di molti soggetti noume- nici, e a rigore neanche di un soggetto noumenico. Ancora : il noumeno non può essere un’effetto e nep- È narrante enti attiene me PA II un i eo rr pure una causa, perchè il considerarlo in uno qualsivoglia di questi due modi sarebbe un applicargli la nozione di | causa, la quale, per essere una categoria, non è applicabile che ai fenomeni. Crediamo inutile insistere. $ 7. — Fichte. Della filosofia di Fichte vanno rilevati due punti note- voli. Primo: il Fichte (1) mise in evidenza che non ha propriamente un significato parlare di una realtà conosciu- ta o conoscibile che non sia creazione del soggetto; benchè non distingua molto chiaramente i molti soggetti singoli dal soggetto universale (distinzione della quale ci occuperemo ‘ più tardi) riconosce in ogni modo che, accettando la rivolu- zione copernicana di Kant, non è più possibile riferire al- l’oggetto la necessità che nel nostro pensiero si manifesta. Donde si conclude che il valore di tale necessità in ordine all’oggetto ha per suo fondamento la radice soggettiva della stessa necessità. La dottrina di Fichte secondo il senso attribuitole dallo stesso, dà luogo a delle difficoltà che discuteremo nei cenni dedicati al Soggetto Universale; ma costituisce il primo tentativo di interpretare la dottrina di Kant in modo, che, opponendosi all’interpretazione kantiana risulta ben più fe- dele al pensiero kantiano più profondo benchè non bene avvertito dallo stesso Kant, la dottrina del quale, secondo ——m—_—_m——mm6T_€ @ m—m—6——__m (1) Fichte profondo pensatore svol- se il suo pensiero nella Dottrina della scienza, nella Missione del Dotto e nei Discorsi alla nazione Alemanna. (E. C.). Liar}. GIESIN la sua interpretazione, si riduce in ultimo ad un agnosti- cismo che ne impediva lo sviluppo (1). Un’altro punto sul quale Fichte, sconstandosi da Kant ma interpretandolo nel solo modo coerente, riuscì a formu- 3-3 lare una dottrina dalla quale in filosofia non è più lecito prescindere : la filosofia deve, non già premettere una cri- tica impossibile della ragione umana, ma fondare se me- desima sopra una teoria della conoscenza umana. Supponia- mo di aver compiuto in ogni parte l'indagine scientifica, 0, se non altro, di avere segnato completamente le vie che da questa indagine dovranno essere percorse; non avremo con ciò esaurita ogni possibile indagine. Infatti, e appunto in grazia dell’indagine scientifica, ci rimarrà da indagare precisamente la costruzione scientifica stessa; e la filosofia dovrà coincidere con quest’ultima indagine. (1) Dopo la fioritura idealistica, sorse vivo, in Germania, il de- siderio di ritornare a Kant; le ultime conseguenze a cui si era giunti proseguendo arditamente per la via su cui si era messo Fichte, non parevano accettabili. Quindi ritornare a Kant si in- tese come un ritorno alla interpretazione che lo stesso Kant aveva dato de'la propria dottrina. La filosofia che in tal modo si costruì e che prese il nome di neo-kantismo o neo-criticismo, si diffuse largamente in Europa ed anche in Italia, dove uno dei suoi principali rappresentanti fu Carlo Cantoni, autore di un’opera in tre volumi « Emanuele Kant », che riassume l’opera di questo con delle osservazioni critiche giudiziose. Quest'opera fu ristampata nel 1907 e può sem- pre essere consultata con profitto. Altro meritevole neo-kantiano fu Filippo Masci. I neo-kantiani furono benemeriti sotto alcuni. aspetti; non si può tuttavia negare che il loro dominio si dovette in parte ad una incomprensione dell’esigenza idealistica, in parte anche al dominio esercitato allora dal positivismo del quale Kant veniva consideratr come un’antesignano. Il periodo segnò in or- dine ailo sviluppo della filosofia un intervallo se non vuoto alme- no povero di contenuto. | — 75 Sa Con qualche diversità e forse più chiaramente : la filosofia dovrà essere, o una scienza particolare, come per es. la ma- tematica o la fisica o la scienza del linguaggio ecc., oppure dovrà necessariamente ridursi ad una teoria della scienza o della conoscenza. La prima ipotesi è da scartare per due ragioni: 1. perchè al di là di tutte le scienze particolari vi è luogo ad una teoria della scienza; 2. perchè una scien- za particolare non può condurci, appunto come particolare, a quella concezione sistematica d’insieme a cui la filoso- fia si propone di giungere. Filosofia e teoria della scienza o della conoscenza, sono dunque la stessa cosa; o almeno la filosofia non può con- seguire i suoi fini senza prendere come base le conclusioni della teoria della scienza. Naturalmente la teoria della scienza, perchè abbia un va- lore filosofico, cioè universale, deve della scienza consi- derare il solo carattere conoscitivo; e perciò noi al nome di teoria della scienza di cui si era servito Fichte, prefe- riamo quello di gnoseologia o teoria della conoscenza. E dobbiamo, non già discutere i procedimenti particolari alle singole scienze, ma renderci un conto chiaro ed esauriente della possibilità ed anzi sotto qualche aspetto della neces- sità del conoscere. Necessità di una critica ulteriore. Anche dal breve riassunto fatto appare che il lavoro cri- tico effettuato da Kant è d'importanza notevole; non poche tra le sue riflessioni sono anzi da ritenere decisive in or- dine a ciò che escludono, Tale è per esempio l'esclusione che la necessità razionale abbia un fondamento fuori del soggetto. Ma il valore posi- tivo (affermativo) delle riflessioni medesime non è al- trettanto chiarito nè accertato. Che cosa dobbiamo pensare per esempio del soggetto che nella dottrina di Kant ha pure una situazione primaria ? La distinzione di un uomo dall’altro appartiene nel cam- po dell’esperienza; quindi ciascun uomo si può dire un soggetto empirico. Ma ciascun uomo è capace di conosce- re: dunque il soggetto empirico è conoscente. Ma d'altra parte l’umo dev’essere, come conoscente, il fondamento della necessità, e la necessità non può molti- plicarsi come gli uomini; è la stessa, cioè numericamente | ana sola, per tutti. E qui non si può non domandarsi : come sia possibile che un elemento unico sia nello stesso tempo costitutivo essen- ziale di più soggetti distinti. Un uomo non s’accorge a quanto sembra di aver -comune ‘con tutti gli altri l'elemento che in lui è il più importante; perciò questa comunanza, che non può essere negata, non sembra sufficientemente giustificata e non si può non desi- derare d’intenderla meglio. Tutto ciò prova che noi, pur tenendo in gran conto le riflessioni kantiane, non possiamo dispensarci dall’appro- fondirle, per determinarne in modo incontrovertibile il pre- ciso valore. LA CRITICA RADICALE Opportunità di rifarsi da Kant. Quantunque la critica di Kant non sia risultata in tutto chiara e soddisfacente, sembra nondimeno superare in pro- fondità quelle che la precedono, e che vi trovano, in qual- che modo, una reciproca integrazione. L'idea che l’attività mana diretta verso la conoscenza travisi la realtà (no. | nenica) sostituendole una pura fenomenologia, è senz. dubbio discutibilissima. D'altra parte però non sembra po- tersi negare che la necessità logica (ossia lo spazio, il tem- po, e le categorie) abbia la sua radice nel soggetto cono- scente. - Queste due osservazioni sono certamente in opposizione reciproca, E’ prezzo dell’opera esaminare quale trasforma- zione subisca la dottrina di Kant, se l’attività del soggetto venisse considerata come costruttrice di quella medesima realtà, che si propone di conoscere. Allora, e a quanto sembra, soltanto allora, la dottrina, che perderebbe il suo carattere già rilevato di scetticismo, sarebbe libera dalla opposizione radicale, che ci toglie non solo di accettarla, ma persino di ben comprenderne il si- gnificato. Prima però di andare oltre su questa strada, è necessario fissare fino dal principio, con qualche preci- sione, la nozione di soggetto. La quale in Kant rimane piuttosto indeterminata; per la ragione che ora ora esporremo. Ciascun uomo è un sog- getto conoscente; ma ogni cognizione, procacciatasi da qual- siasi uomo, ha un valore universale. Non ha senso dire: io so, p. es., che quest’anello è d’oro; ma un altro sa, che l’anello medesimo è d’ottone. Siamo così ridotti a riconoscere che il pensare di cia- 9cun uomo non è, per la sua parte veramente conoscitiva, dovuto a nessun individuo in quanto altro da 'un’altro; 1l nostro pensare nel detto senso è una costruzione umana, ma che si deve, non a quei caratteri per cui un soggetto sin- golo differisce da un'altro, bensì ad un elemento comune a_tutti gli uomini, cioè ad un elemento numericamente unico, nel quale dobbiamo riconoscere un costitutivo es- senziale di ciascuno. In ciò che segue considereremo que- sto elemento come il vero soggetto conoscente; quanto agli altri elementi che, associandosi con quell’unico, vengono a formare la varietà innumerevole di uomini distinti per ora ne prescindiamo. Il detto elemento unico può essere, per ora, denotato col nome di Spirito. Lo Spirito e la realtà. Lo Spirito non sarebbe il conoscente, mentre non l’ab- biamo concepito se non come tale, se non avesse un oggetto da lui conosciuto. Se per altro vogliamo esser fedeli al pro- posito superiormente formulato, ci conviene ammettere, che quest’oggetto non sia di fronte allo Spirito come una realtà indipendente; ma che l’’esserci dell’oggetto sia riferibile a - 79 —- | quell’attività medesima del soggetto, per mezzo della .qua- le questo conosce l'oggetto. In altri termini: la conoscen- za e l’oggetto conosciuto, sarebbero tutt'uno. Il soggetto sviluppa un’attività sua propria in grazia. della quale si crea un'’oggetto, e insieme conosce l’oggetto creato; no- tando che in questo modo il soggetto pone anche la pro- pria esistenza e nello stesso tempo la conosce. Perchè, se- condo ciò che dicemmo, il soggetto non è conoscente, 0s- sia non esiste, che in quanto conoscel’oggetto, mentre vi- ceversa dobbiamo anche dire, che il soggetto non esiste che in quanto si conosce, perchè] il soggetto è il processo conoscitivo dell'oggetto; e questo processo non può essere conoscitivo che alla condizione di non essere cieco. Con ciò che ora si è detto, la difficoltà fondamentaie inerente al problema conoscitivo, si può dire eliminata. Infatti : se l'oggetto conosciuto esiste all’infuori del pro- cesso conoscitivo, non si può sfuggire alla domanda : in che modo il processo conoscitivo possa cogliere, o investire, 0 penetrare l’oggetto (la moltiplicità stessa dei termini prova l’impossibilità di trovarne uno soddisfacente). E’ chiaro che la domanda non ammette risposta; perchè, se l’oggetto è qualcosa di estraneo al processo conoscitivo, questo sarà da parte sua qualche cosa di estraneo all’og- getto, e non vi sarà conoscenza di sorta. E’ bensì da notare che l’uomo singolo quando vuol ren- dersi conto del processo con cui giunge a conoscere, non soltanto non riesce ad identificare l’oggetto conosciuto col pets conoscere, ma si persuade, che tra l'oggetto cono- sciuto e il suo conoscere C'è opposizione irriducibile. Per esempio: per sapere che l'acqua è una combina- zone di idrogeno ed ossigeno, è stata necessaria farla at- traversare da una corrente elettrica. Intanto il maggior e — 80 — numero di quelli che non sono chimici, possiedono questa cognizione avendola acquistata con l’ascoltare certe lezioni, o con il leggere certi libri. E’ troppo evidente che tra le parole udite o lette e l’acqua non è possibile stabilire iden- tità e nemmeno somiglianza. Vedremo più tardi come sia possibile interpretare questa persuasione comune; la quale: in ogni modo non costituisce un’obbiezione contro la dot- trina esposta finchè. non sia provato che la dottrina esposta €. incapace di renderne ragione. Perchè l’oggetto noto sia sottoposto al tempo, allo spazio, ed alle categorie, tutte forme o determinazioni dell’attività | soggettiva, è ora diventato evidente, come è del pari evi- dente che il soggetto, col tempo lo spazio e le categorie, non falsifica l'oggetto: perchè l'oggetto non esiste che in quanto il soggetto lo crea, e il soggetto non può creare se. non con quelle forme, che. sotto un’aspetto lo fanno essere, mentre sotto di un’altro lo fanno conoscere. Il Tempo. Ma in ordine al tempo sorge una difficoltà. Il soggetto non può conoscere temporaneamente ; vale a dire il proces- so conoscitivo non può essere temporaneo e ciò per la ra- gione medesima per cui non può essere spaziale. ll cono- scere implica una rigorosa unità dei suoi elementi, nell’e- steso invece, e nel temporaneo, le parti, i cui costitutivi si hanno da considerare, sono estranee le une alle altre. Per esempio: un cerchio è da un diametro diviso in due semicerchi di cui ciascuno è fuori dell’altro; analogamente : un'ora, un minuto, un secondo, ecc., si dividono rispetti- vamente in due mezz’ore, in due mezzi minuti, in due cati mezzi secondi, le due metà essendo ciascuna fuori dell’al- tra. Dunque una conoscenza, in generale un pensiero, non “può avere una estensione sia spaziale che temporanea. Lasciando in disparte l’estensione spaziale, che al pensie- ro certamente non si attribuisce, dobbiamo discutere l’e- stensione temporanea. Un pensiero passato non è presen- te, quindi non può costituire vera unità col pensiero pre- sente. Non c'è dubbio, che secondo una impressione in- vincibile della coscienza comune, a noi sembra che il no- stro pensiero si estenda, oltre che nel presente, anche nel passato e in qualche modo anche nel futuro. Siamo in presenza d’un’antinomia, dalla quale dobbiamo liberarci. A tal fine, alcuni dicono: Il nostro pensiero è condizio- nato da una legge logica, senza dubbio estemporanea, che n’esclude gli opposti (contraddittori e contrari); ora gli op- posti si presentano, sia in linea di fatto come pure in grazia dello svolgersi logico del pensiero. E allora noi eliminiamo l'opposizione col niente gli op- posti a tempi diversi. Si noti: non è che noi, avendo già una chiara nozione del tempo, ci se ne valga per eliminare dal pensiero le antinomie. Bensì noi, mentre da una parte pesiamo antinomicamente, laddove dall’altra non ci pos- siamo fermare nel pensiero antinomico, siamo costretti a cercare un mezzo per eliminare l’opposizione tra queste due condizioni; la nozione di tempo non è, in ultimo, che il mezzo di cui abbiamo bisogno. In altri termini: l’esserci della nozione di tempo consiste nel mezzo cercato, cioè nel- l’affermare la coesistenza delle due condizioni. Per esempio, la proposizione : splende il sole, senza dub- bio è presente e si riferisce al presente. Lo stesso dicasi della proposizione : le nubi nascondono il sole. Delle due proposizioni Îla prima si fonda su di una sensazione; la se- 6 i conda su ciò che si dice un ricordo, ma che in ogni modo è una rappresentazione presente, con alcuni caratteri che la fanno differire da una sensazione, ma che ha con questa comune il carattere di essere un’esperienza particolare.. Così essendo, io dovrei dire insieme: il sole risplende, e le nubi nascondono il sole. Impossibile assentire insieme ai due giudizi, perchè opposti; ma impossibile altresì esclu- derne uno qualsiasi, perchè fondati entrambi sull’esperienza. La difficoltà svanisce riferendo i due giudizi a tempi diversi; p. es.: il sole risplende in questo momento; le nubi nascon- devano il sole un’ora fa. 8 4. — Osservazioni critiche sulla dottrina del tempo suesposta. In primo luogo : togliendo al tempo il carattere comune- mente attribuitogli d'essere una determinazione di ogni ac- ‘cadere interno ed esterno, la necessità in cui ci troviamo, di credere al tempo come ad una tale determinazione reale, . diviene inconcepibile se il tempo non si ‘riduce ad una forma soggettiva, in grazia della quale noi ci rappresente- remmo sotto forma temporanea, ossia come un’accadere, ia realtà nella quale va incluso il nostro pensare, che sarebbe di sua natura estemporaneo. Questa è la concezione di Kant, ed è inconciliabile con la dottrina che si ricava dalla critica del kantismo, secondo la quale noi, cioè lo Spirito, non siamo i falsificatori, ma i creatori della realtà. Dire, come dice Kant, che il tempo è inseparabile dallo Spirito, riman vero anche secondo la esposta critica del kantismo; riman vero peraltro in un senso diverso: lo Spirito, nel creare la realtà, le imprime il carattere della temporaneità ; RAEE» IE questa è dunque un carattere della realtà e non una sua deformazione. In secondo luogo : se il tempo non fosse che il mezzo per eliminare l’opposizione tra due giudizi entrambi fondati, ci sarebbe, nel riferire uno di questi al presente, l’altro al passato, un’arbitrarietà ineliminabile, che assolutamente non si riconosce. Riprendiamo l’esempio di prima : il sole risplen- de; le nubi nascondono il sole. Di certo l’opposizione sva- nisce tanto se riferiamo il primo al presente, il secondo al passato, quanto se invece riferiamo il secondo al presente, il primo al passato. L’elemento arbitrario è innegabile; vi- ceversa non ci è assolutamente possibile ammettere quì un arbitrio; noi riferiamo sempre necessariamente al presente quello dei due giudizi che si fonda su di una sensazione, al passato quello che si fonda sul ricordo. La differenza tra il ricordo e la rappresentazione ha dunque un’importanza essenziale in proposito; non. è lecito affermare che il giu- dizio fondato sul ricordo sia fondato sull’esperienza nello stesso modo, con lo stesso diritto, di quello fondato sulla sensazione; se vogliamo intenderci dobbiamo dire in lin- gua povera che il ricordo significa precisamente, benchè presente come ricordo, un'esperienza passata. E allora tutta la esposta interpretazione del tempo svanisce. In terzo luogo : delle opposizioni nel nostro pensiero pre- sente si affacciano senza dubbio; non mai però su di un fon- damento sperimentale, quando non si trascuri di apprezzare la differenza tra sensazione e ricordo. Si affacciano bensì nei processi razionali, o più esattamente, nei processi diretti alla scoperta o _all’esposizione di leggi estemporanee. Ora in questo campo non si ha esempio di opposizioni elimina- bili per mezzo del tempo. Consideriamo un esempio geo- metrico. Si abbia una retta X Y e un punto A fuori di LI questa retta: potrebb’essere che per A non si potesse con- durre ad X Y alcuna parallela; oppure che per A si potesse condurre ad X Y una sola parallela; oppure che per A si potessero condurre ad X Y due parallele (in quest’ultimo caso nessuna delle rette condotte per A, internamente all’an- golo acuto formato dalle due parallele, incontrerebbe la X Y, senza peraltro essere con la X Y nella relazione di pa- rallelismo). L'opposizione tra le tre ipotesi è manifesta; le tre ipotesi del resto sono tutte ugualmente fondate, in quan- to su ciascuna si può costruire una geometria. E’ .certamen- te impossibile che l'opposizione venga eliminata per mezzo del tempo; la geometria infatti esclude assolutamente il tempo, non essendo e non potendo essere sotto nessun aspetto la teoria di un’accadere. L'opposizione si elimina tuttavia molto semplicemente col riconoscere che le tre ipotesi, e. quindi anche le tre geometrie a cui servono di base rispet- tivamente, sono inconciliabili. Insomma delle tre ipotesi una sola può essere vera oggettivamente. | Come si vede l’affermazione che il tempo sia il mezzo per eliminare l’opposizione, risulta ingiustificata; infatti non ha valore nell’opposizione d’indole razionale, mentre il suo va- lore nell’opposizione d’indole sperimentale presuppone il tempo come si è visto e quindi non serve a rendercene ra- gione. i $ 5. — Lo Spirito ed il soggetto. In che relazione stiano lo Spirito secondo la nozione che n'abbiamo esposta, e il soggetto singolo, cioè l’uomo comu- nemente noto, è un problema che rimane ancora da risol- vere. In primo iuogo : dobbiamo certamente abbandonare l’idea che sembra suggerita dalla stessa enunciazione del pro- blema, cioè che lo Spirito e il soggetto siano due realtà re- ciprocamente irriducibili. Si è visto infatti che lo Spirito non imporrebbe, come in- vece impone, le sue leggi ai fatti sperimentabili, se non fosse il creatore di questi fatti; e tra i fatti osservabili vi sono di certo i fatti psichici costituenti la coscienza empirica di ciascun uomo: sensazioni, piaceri e dolori, desideri, ti- mori, aspirazioni, ricordi. | Ciò, che in ciascun uomo si aggiunge in qualche modo al- lo Spirito, è una creazione dello Spirito. Ma ci dobbiamo an- . che intendene bene chiaramente sulla natura di una tale creazione. Un fabbro ferraio con degli utensili, del fuoco è del ferro, costruisce una serratura ; la serratura costruita non è il processo del costruirla. Ma in ordine allo Spirito è im- possibile ammettere una distinzione analoga tra i fatti psi- chici che ne sono creati ed il processo del crearli. Come ab- biamo già rilevato, noi, ricorrendo allo Spirito, riusciamo a omprendere la possibilità della cognizione, precisamente perchè nello Spirito l’oggetto noto e la cognizione coinci- dono. Siccome nello Spirito è impossibile separare il pen- sare dal fare, cioè il processo conoscitivo dal creativo; e d’al- tra parte il processo conoscitivo non è qualcosa che si di- stingua dall’oggetto noto, il medesimo dovrà dirsi anche del processo creativo; cioè i fatti sperimentabili sono pensieri dello Spirito. S’intende pensieri concreti, cioè non privt di alcuna determinazione conoscitiva o pratica. Riassumendo: la realtà fenomenica sarebbe il pensare. dello Spirito; d’altra parte, l'uomo sarebbe ancora lo Spi- rito, ma ridotto ad una parte sola e piccola del suo pensare, in quanto l’esperienza di un uomo è senza dubbio qualcosa di ben piccolo di fronte all’esperienza complessiva di tutti gli uomini e di tutti gli altri soggetti più o meno analoghi agli uomini. Se ora ci domandiamo: in che modo lo spirito, a cui è es- senziale il suo pensare, che non può non essere uno, e quindi un tutto inscindibile, possa collegarsi, qui con una parte minima del suo pensare, là con un’altra parte minima del'o stesso pensare, ecc., così da costituire la moltitudine dei soggetti, non ci sarà facile trovare una risposta soddi- sfacente. Inoltre : lo Spirito sarebbe tutto in ciascun di noi, men- tre non c’è alcun di noi che possieda, che abbia cioè co- struita nella sua coscienza la totalità del pensiero logico. ‘Quello che ia so di Fisica, o di Geometria, o di Storia uma- na ecc., è come niente in paragone di ciò che altri ne san- no; € tuttavia il conoscente sarebbe sempre il medesimo Spirito, in me come in qualunque altro. E ancora: tra gli uomini, e sempre nel campo del pensare logico, non man- cano le più vive opposizioni, dovute certamente a ciò, che di due contendenti, ciascuno ignora, o non valuta conve- nientemente, qualcosa che al pensiero dell’altro è fonda- mentale. Queste opposizioni suppongono dunque delle ignoranze, delle quali d’ordinario ci si rende ragione riflettendo che ciascun uomo è un’essere limitato, mentre secondo la dot- trina che andiamo esponendo, le ignoranze medesime do- vrebbero essere messe a carico dello Spirito; cosa d’altra parte impossibile, perchè lo spirito non è limitato, e perchè (1 Spirito non può ignorare nulla, non essendovi altro in ul- timo che il suo pensiero. Impossibile negare che la dottrina esposta include pa- recchie difficoltà; il che ci costringe a indagare se la critica da cui la dottrina fu ricavata non esiga un ulteriore appro- fondimento. L’UNICITÀ DEL SOGGETTO $ 1. — La cognizione oggettiva dei soggetti. L’opinione corrente, che i soggetti siano molti, non è senza ‘dubbio eliminata-col riconoscere, come si è fatto, che i sog- getti hanno tutti un pensare comune, Qin _Altri termini che tutti sono determinazioni dello Spirito. Ebbene: am- messo che i soggetti siano molti conviene ammettere, che ciascuno di loro abbia cognizione di parecchi altri, che anzi li possa conoscere tutti. E’ anzi evidente per ciascuno, che delle sue cognizioni una gran parte, possiamo anche dire la parte più importan- te, consiste nella sua cognizione di altri soggetti. Ed ora dobbiamo domandare, se questa cognizione di altri soggetti, anche di un solo, sia possibile. Un soggetto è l’unità di un conoscere; possiamo anche dire con maggiore esattezza : è un conoscere; perchè il co- noscere non ci sarebbe se non fosse unificato. Ora l’altrui conoscere a ciascuno di noi rimane affatto estraneo. Per- chè io se potessi accogliere nella mia coscienza il processo conoscitivo costituente un’altro soggetto, sarei quest’altro soggetta; se almeno il soggetto è la coscienza di un processo conoscitivo. Da ciò si conclude, che se anche ci sono molti soggetti, nessuno di questi può saper nulla di nessun’altro. Il che trasforma la pretesa certezza che ci siano molti sog- getti, in una ipotesi assolutamente inverificabile, cioè in- fondata. Si opporrà : io vedo pure degli uomini di cui ciascuno "a un corpo simile al mio, li sento parlare, ecc.; in certe circo- stanze li aiuto e ne sono aiutato; qualche volta li disturbo e ne sono disturbato ; benchè non possa rendermi consapevole integralmente dei loro processi conoscitivi, tuttavia so qual- cosa di ciò che pensano e di ciò che vogliono; provo per loro simpatia o antipatia; e così di seguito. Tutto ciò è vero, ma non oltrepassa la sfera della mia cognizione concreta. _ In altri termini: che io pensi oggettivamente altri sog- getti aventi con me come tali non poche relazioni, è un fatto indiscutibile che trovo nel mio pensare. Ma per dimo- strare che sia qualcosa di più, converrebbe annullare molte considerazioni già esposte, alle quali pure non si è trovato nulla da opporre, nelle quali anzi abbiamo riconosciuto un valore ‘critico superiore ad ogni eccezione. Per esempio: il dubbio che ora solleviamo sull’ esistenza dell’altro soggetto, è assolutamente comparabile a quello che abbiamo sollevato intorno all’esistenza del mondo fisico. Intorno a questo abbiamo detto con Berkeley: esiste certamente il mio pensiero del mondo fisico; ma che il mondo fisico esista, come si crede comunemente, all’infuori del mio pensiero, è almeno dubbio, anzi è da escludere, perchè, finchè il mio pensiero non muta, esista o non esista il mondo fisico, io me lo rappresenterò SFEIDIS allo stesso modo. Se, in questo ragionamento, alle parole, mondo fisico so- stituiamo le parole altro soggetto, la forma del ragiona- mento rimane invariata, e quindi anche la conclusione: © devo attribuire anche al mondo fisico una esistenza fuori del mio pensare, o non posso attribuire una tale esistenza. nemmeno all’altro soggetto. | Contro il solipsismo a cui si arriverebbe in tal modo, non “si ricava nessuna obbiezione dalla dottrina dello spirito quale fu esposta precedentemente. Senza -dubbio, se i soggetti conoscenti sono molti, cia- scuno deve possedere, o più esattamente poter sviluppare un pensiero comune con gli altri; ciascuno cioè dev'essere una determinazione del medesimo Spirito; ma perchè io pos- sa dire : lo Spirito che vive in me non vive soltanto in me, io devo aver ammesso in precedenza di non essere io l’u- nico soggetto; e questo è appunto ciò di che si discute. $ 2.-— L'unità della coscienza. La necessità logica, senza della quale non ci sarebbe co- gnizione, ‘ha, secondo la dottrina di Kant (che su questo pun- to abbiamo riconosciuta superiore alla critica), il suo fonda- mento nel soggetto; vale a dire nell’unità della coscienza 0 del pensiero. Ma se ammettiamo una moltitudine di sogget- ti, l’unità del pensiero non è più ammissibile, quantunque 1 soggetti siano tutti, senza eccezione, determinazioni di un medesimo Spirito. Lo Una coscienza che includa la totalità degli elementi em- pirici, che sono essenziali rispettivamente all’esserci dei di- versi soggetti, non esiste se i soggetti sono molti e cia- scuno è ‘una coscienza distinta dalle altre. lo non posso am- . mettere che un’altro soggetto pensi contrariamente a ciò che lo penso necessariamente. Ma se approfondiamo questo pun- to, riconosceremo, che un tale mio non ammettere si fonda sopra quell'unità chè sono io, e non si fonda su altro. Se per esempio io dicessi: a me non è possibile concepire un’e- quazione di secondo grado con più di due radici, ma un al- tro la potrà concepire, io contraddirei a me stesso, non po- tendo io attribuire ad altri una concezione che non fosse una mia concezione. Dunque la molteplicità dei soggetti risolve la realtà in un tritume di pensieri privi di unificazione, quin- di privi di necessità intrinseca, cioè sforniti di ogni valore conoscitivo. Se invece ammetto che tutto il reale sia pensiero mio, e soltanto mio, il reale sarà necessariamente unificato in quel centro che sono io stesso; e la dispersione che ridur- rebbe il pensiero all’assurdo sarà evitata. $ 3. — Discussione del solipsismo. Dalla chiusa del paragrafo primo e dal paragrafo secondo è risultato che per evitare le difficoltà inerenti alla dottri- na dello Spirito, conviene ammettere che vi sia un solo sog- getto conoscente; non già nel senso che i soggetti siano molti ma diffieriscano soltanto per degli elementi empirici; bensì nel senso che vi sia un soggetto empirico unico, as- sociato si intende con la spiritualità che gli inerirebbe in modo esclusivo, e che insomma sarebbe tutt’una con esso. Per chiarire bene questo punto ricordiamo le difficoltà incontrate nella dottrina precedente. Secondo questa dottri- na, lo Spirito non è una coscienza .distinta da quelle dei soggetti singoli; anzi non si rende consapevole che in que- sti. Allora i soggetti singoli sono costitutivi dello Spirito ed essenziali a questo, sono cioè suoi prodotti necessari. E quindi la distinzione tra la logicità dello Spirito e l’acciden- talità che distingue i soggetti singoli tra loro, svanisce, non Qi essendovi nulla di accidentale. La dottrina dello Spirito sa- rebbe dunque in contraddizion: con se stessa. Inoltre: 0 Spirito, quantunque sia il solo conoscente, non può tutta- via conoscere che nei singoli; e perciò manca nel pensare l’unità, solo fondamento possibile della necessità logica. Nell'ipotesi solipsistica svaniscono entrambe le difficol- tà; resta vero che lo Spirito non conosce che in quanto as- sume la forma di un soggetto empirico, ma questa forma essendo unica, l’unità di coscienza è intanto assicurata. Ancora : gli elementi che danno allo Spirito la forma di soggetto empirico, benchè necessari come nell’ipotesi dello Spirito che si realizza in molti singoli, siccome però costitui- scono un gruppo solo, non danno luogo all’opposizione so- pra enunciata tra l’esigenza unitaria dello Spirito che pro- duce questi elementi, e la moltitudine dei loro gruppi, la quale non essendo unificata, per la solita ragione, dovreb- be sfuggire alla necessità. Riman da vedere se il solipsismo non dia luogo a diffi- coltà d’altro genere; il che, se ci limitiamo alla considera- zione del problema conoscitivo sotto l’aspetto in cui ci si è presentato fino ad ora, sembra da escludere. | E° ben certo che tutto quanto io sappia o in qualunque modo io pensi, è incluso nella mia coscienza, e che un pensiero non soddisfacente a questa condizione, mi è asso- lutamente impossibile. Accade che io parli con un’altro e che ne riceva delle informazioni alle quali senza il collo- quio non sarei arrivato. Ma l’altro con cui parlo e il processo con cui l’’altro m’informa, sono certamente pensieri miei, altrimenti non saprei nulla nè del processo, nè del sog- getto con cui parlo. | Dunque non risulta che i nuovi pensieri di cui m’arricchi- sco siano di fatto, e nel senso attribuito comunemente al ter- DE mine, informazioni da me ricevute; quello che certamente risulta è che i nuovi pensieri sono costruiti da me in base: | a quei pensieri miei che sono l’altro soggetto ed il processo informativo, collegati generalmente con altri pensieri, dei quali non è dubbio che siano formazioni mie. Concludendo : il solipsismo è, con lo stesso pensiero vol- gare, in un opposizione molto meno radicale di quanto sem- bri. Stando al pensiero volgare io conosco un'altro soggetto, € l’altro soggetto conosce me. Di queste due affermazioni, la prima, sulla quale non può cadere dubbio, è ammessa dal solipsismo, che non esclude punto l’idea che io mi formo dell’altro soggetto, ed alla quale si riduce la mia cognizione di questo. Il solipsismo nega soltanto che l’altro soggetto co- nosca me; ora su che fondamento posso io attribuine all’altro soggetto una cognizione di me, dal momento che tale cogni- zione rimanendo chiusa nella coscienza dell’altro soggetto, rimane a me del tutto estranea? Negando che l’altro soggetto conosca me, ossia negando al sogget‘o che io penso il carattere di una esistenza non essenzialmente subordinata a me, sembra che il dire: « io conosco l’altro soggetto », diventi una frase priva di signifi- cato. Ma in fatto le resta quel significato che tutti le rico- noscono, cioè di essere l’espressione di un pensiero mio, e svanisce soltanto quel significato che non si riesce in alcun modo, nè a comprendere nè a giustificare. Un esempio: passando per istrada sento uscire da una finestra le grida straziaati di una donna che implora soc- corso; immagino, che là dentro si stia compiendo un de- litto; si tratta invece di un’attrice che studia la sua parte; potrebbe anche trattarsi di un fonografo che riproduce una scena drammatica. sui 93 Su $ 4. — Countinuazione. Anche restando nel campo conoscitivo non sembra in ogni modo che ogni difficoltà sia superata. Io per esempio, leg- go un libro che ritengo scritto molti secoli or sono. Il so- lipsista fa notare che il libro è un pensiero mio e che i pen- sieri suggeritimi dalla lettura, non essendomi noti che in quanto sono inclusi nella mia coscienza, io non sono autoriz- zato a riferirli ad altri che a me; il che richiederebbe che io avessi potuto seguire i pensieri medesimi anche prima che fossero nella mia coscienza; cosa impossibile. E tut- tavia il valor di quei pensieri cambia notevolmente, se io mi decido a considerarli come soltanto miei. Se quei pensieri sono di Cicerone, cioè di un romano vissuto nell’ultimo se- colo prima di Cristo, hanno, come rivelazione della civiltà d’allora, una coerenza, un’importanza ed un significato, che perdono del tutto, se invece sono pensieri unicamente miei, cioè formazioni della mia coscienza, necessarie sen- za dubbio, ma non più di tante altre alle quali non attribui- sco valore di sorta. Il solipsista risponderà che il mio riferire quei pensieri ad un uomo determinato, vissuto in un tempo ed in un luogo determinato e perciò connessi con altri pensieri pro- pri di quell’uomo, di quel luogo e di quel tempo, non mi fa uscire da me stesso, perchè le circostanze di persone, luogo, tempo, non sono considerabili da me-che in quanto sono miei pensieri. Non sembra vi sia da replicare; tuttavia la difficoltà non è superata; essendo certo che per il solipsista conseguente, la storia e il pensiero si riducono in ultimo a delle frivolezze. Costituiscono di certo la sua vita; ma una vita necessaria- mente chiusa in sè stessa perchè unica, non ammette quei valori, che tutti noi riconosciamo perchè li riferiamo ad una —- 94 — collettività non ad alcun uomo isolato. Il che ci mette sulla via, se non di cogliere in fallo il solipsismo, almeno di solle- vare un dubbio in proposito. Il solipsista per sviluppare la sua dottrina, deve necessa. riamente supporre che un pensiero, incluso nella coscienza d’un soggetto, sia escluso dalla coscienza di un'altro. Si può dubitare, non senza fondamento, che il concepire a questo modo la relazione tra la coscienza singola ed il pensiero, sia una concezione materialistica del pensiero. Senza dubbio questo portafoglio, se l’ho in tasca io, non può essere nella tasca di un’altro; ma pur anche nelle cose materiali, se passiamo dal considerarne la collocazione a con- siderarne la proprietà in senso giuridico, l’alternativa di cui sopra svanisce. Tizio e Caio possono essere compro- prietari di una casa; donde risulta, che se un’incendio distrug- ge la proprietà di uno dei due, anche la proprietà dell’altro viene distrutta ipso facto. Una ragione, perchè uno stesso pensiero non possa venire incluso in due coscienze singole, non è stata mai addotta. Non basta certamente che due ab- biano uno stesso pensiero perchè ciascuno dei due conosca un tale pensiero dell’altro. Comunque, fatto sta che una co- munanza parziale di pensiero tra soggetti è ammessa uni- versalmente ; il fatto stesso che due soggetti possono, se- condo l’opinione comune, intendersi, prova, non che i sog- getti siano due e che ci sia un’intendersi, ma che non c'è nulla di assurdo nell’ammettere che due soggetti pensino entro certi limiti concordemente. Il solipsista può interpretare solipsisticamente quei fatti che d’ordinario si spiegano col ricorrere ad una comunanza di pensiero; ma il suo modo di vedere resta ipotetico non meno del modo di vedere opposto. Vedremo più oltre se la questione, che oramai ha fatto un passo innanzi, sia esau- ribile mediante altre considerazioni. FORMULAZIONE DEI PROBLEMI FONDAMENTALI $ 1. — Unità di coscienza. L’unità di coscienza è assolutamente imprescindibile co- me base della necessità logica estemporanea, ed anche di quella necessità che si attua nel tempo e che si dice cau- sale, Quanto alla prima è indiscutibile, che delle opinioni op- poste possono mantenersi e svilupparsi finchè non si pre- sentino tutte a un medesimo soggetto pensante; questo loro presentarsi è un collidere che, mettendone in evidenza l'opposizione, rende manifesto come non tutte abbiano .lo stesso valore. Anche uno stesso uomo può contraddirsi a condizione che abbia dimenticato, mentre formula un giudi- zio, il giudizio opposto da lui formulato altra volta; que- st’ultimo giudizio essendo stato dimenticato, non è incluso in una medesima unità di coscienza con l’altro. Perchè vi sia una necessità logica, è dunque necessaria una coscienza, rigorosamente una, e che includa tutto ciò a che si estendo- no le leggi logiche, vale a dire ogni cosa. E questa coscienza una deve essere tale, da non dare luogo alla subcoscienza; l'esempio ultimamente addotto essendo una prova, che l’am- mettere la subcoscienza conduce al medesimo risultato, che l’escludere l’unità di coscienza. -- 96 — $ 2. — Continuazione. Il medesimo può dirsi in ordine alla necessità causale, che si riferisce a delle variazioni. Si abbiano in corso due variazioni riferentisi l’una ad una realtà, l’altra ad un’altra realtà; le due realtà essendo, supponiamo, non unificate nè unificabili. Non è in questo caso possibile addurre una ra- gione perchè le due variazioni debbano modificarsi a vi- cenda, ossia che l’una eserciti una influenza sull’altra. La cosa cambia d’aspetto, se le due variazioni conside- rate sono variazioni di due realtà unificate o insomma di una stessa realtà. Se una delle variazioni supposta sola, fa- cesse acquistare a quella realtà un determinato carattere, e l’altra, supposta sola, facesse acquistare alla realtà nello stesso tempo un carattere opposto, evidentemente le due va- riazioni non si potrebbero realizzare simultaneamente l’una indipendentemente dall'altra; perchè un tale realizzarsi di entrambe farebbe acquistare alla realtà, nello stesso tempo, due caratteri opposti. Che sarebbe la realizzazione di un assurdo. La realizzazione di un assurdo essendo impossibile, bisogna che ciascuna delle due variazioni divenga, in gra- zia della sua contemporaneità con l’altra, diversa da quella che sarebbe stata senza dell’altra, per modo che i caratteri fatti acquistare alla realtà dall’una e dall’altra variazione ri- sultino sempre compatibili. Così per esempio: se una nave fosse dalla corrente trascinata nella direzione A B, e dal vento nella direzione A C, la simultanea realizzazione di questi movimenti, così come si produrrebbero il primo in grazia della sola corrente, il secondo in grazia del solo ven- to, sarà impossibile. I due movimenti si modificheranno l’un l’altro, determinando nella nave un movimento secondo ia risultante. Da quanto si è detto risulta, che le leggi causali suppon- gono delle variazioni, e che le variazioni medesime siano va- riazioni di una medesima realtà; non essendo impossibile per esempio che di due navi, l’una si muova secondo la corren- te, l’altra secondo il vento. Non pare che vi sia luogo a con- siderare l’unità di coscienza. Ma se la realtà in questione fosse qualcosa di anche parzialmente estraneo alla coscien- za, non ci sarebbe ragione di credere, che per la realtà stes- sa l’assurdo, cioè l'unificazione di due pensieri opposti, co- stituisse un’impossibilità. Se l’assurdo è qualcosa che dalla realtà non può venir ammesso, poichè senza dubbio l’as- surdo è applicabile soltanto al pensiero, bisogna concludere che la realtà stessa è pensiero. Così per esempio noi pos- siamo dire che la geometria vale per il mondo fisico in quanto sappiamo che il mondo fisico si estende nello spazio; ma la geometria non ha valore alcuno in ordine alle nostre passioni perchè le nostre passioni non occupano uno spazio. In breve; le relazioni causali, essendo fondate sopra la ne- cessità logica, suppongono che il reale, per cui valgono, sia un pensiero incluso nell’unità della coscienza, la necessità logica non avendo significato che per un tale pensiero. $ 3. — Unità e moltiplicità della coscienza. Tra tutte le dottrine filosofiche il solipsismo ha cer- tamente il grande vantaggio di somministrare una conce- zione chiara e precisa dell’unità di coscienza: la coscien- za non può non essere una dal momento che è unica. Ma se noi ammettiamo, a qual si voglia titolo e’ sotto qualsiasi a- spetto, una molteplicità di soggetti, sorge il problema come si possa parlare di coscienza una, quando si ammettono tan- 7 te coscienze distinte quanti sono i soggetti. La soluzione che di questo problema ci presenta la dottrina dello Spirito, ab- biamo già visto non essere nè in tutto chiara, nè in tutto sod- disfacente. Ammettiam pure che ogni soggetto sia riducibile al me- desimo Spirito associato con diversi gruppi di determina- zioni. Se lo Spirito fosse, in tutto e per tutto, il pensante in ogni soggetto, non si vede che funzione resti alle deter- minazioni per cui un singolo differisce da un altro. Ancora : ‘ciascun di noi essendo lo Spirito, dovrebb’essere consape- vole di questa identità con gli altri; ciò che non è. Siano quante si vogliano le ragioni, con cui si pretende aver dimo- strata la medesimezza. del pensante nei soggetti singoli; noi, anche se non sappiamo rispondere a quelle ragioni, ad ogni modo non viviamo la detta medesimezza, e il solo sup- porla ci fa l'impressione d'un paradosso: come mai son tutt'uno con l'altro, col quale non riesco a mettermi d’ac- cordo? E se la medesimezza è condizione sine qua non del mio conoscere, come mai posso conoscere senz’'accorgermi della medesimezza, ed anzi escludendola ? Contro i tentativi che si fanno per mantenere la moltepli- cità dei soggetti o delle coscienze, viene opposto che i molti soggetti sono soltanto empirici, perchè la necessità è univer- sale, ossia non è qualcosa per cui un soggetto differisca da un altro. Ora che l’empiria possa e debba valere in ordine alla vita vissuta, non è dubbio. Ma la vita in quanto è vis- suta non è la filosofia, la quale ha per iscopo di compren- dere la vita e non di viverla. Dobbiamo rispondere a questa obbiezione. ‘Perciò notiamo: in primo luogo, che il soggetto singolo non è estraneo al pensiero necessario, anzi è, secondo la dottrina dello Spirito, il vero conoscitore della necessità, per- — 99 — chè lo Spirito non si attua che nei soggetti singoli. D’altron- de : se il pensiero necessario è universale, in questo senso» che nessun soggetto può negarlo senza disorganizzare se stesso, non è peraltro universale nel senso che ogni soggetto lo conosca nello stesso modo di un’altro. L’ignorante non si occupa dei problemi che andiamo discutendo ed anzi non ii comprende, benchè anch’egli si valga della necessità logica nella risoluzione dei problemi che gli si presentano. Dun- que i soggetti sono molti anche in ordine alla conoscenza che hanno del pensiero necessario, che si riconosce diversa dall’uno all’altro. Inoltre: sta bene dire che la filosofia non è senz'altro identificabile con la vita vissuta, e non si 0c- cupa delle contingenze particolari a questa. Ma una filosofia che prescindesse dalla vita vissuta, e che dunque non potes- se mettere in chiaro le condizioni perchè una tale vita pos- sa essere vissuta, mancherebbe al suo fine. Infatti : se, malgrado la costruzione filosofica, la vita vis- suta rimanesse qualcosa d’'incomprensibile, anzi qualche cosa che sotto il punto di vista filosofico si dovesse dire impossi- bile, il pensiero di ciascuno si troverebbe scisso in una dua- lità irriducibile all’unità. La filosofia costruita non sarebbe che la sistemazione di un pensiero astratto; e non si vede che valore potrebbe attribuirsi ad una tale sistemazione, dal momento che, malgrado essa e di fronte ad essa, la moltepli- cità empirica non sarebbe nè sistemata nè sistemabile. Mentre poi è troppo evidente, che tra il pensiero necessa- rio e l’esperienza corrono molte relazioni. L’esperienza trova nel pensiero necessario le sue leggi all’infuori delle quali sarebbe impossibile; senza spazio, senza tempo, sen- za categorie, o almeno senza causalità, non è possibile alcuna esperienza. Correlativamente, il processo, a cui ri- corre ogni soggetto per innalzarsi al pensiero necessario, ng n i nn] è costituito, non diciamo in tutto e soltanto, ma per certi fattori che gli sono imprescindibili, dall’esperienza. Per esempio : io non arriverei a costruire l’aritmetica se non avessi l’attitudine a contare; ma il contare implica, da una parte una molteplicità numerabile certamente sperimen- ‘tale, dall’altra, il processo mio del contare, ossia un certo mio compiere degli atti succedentisi nel tempo. Abbiam detto bensì or ora, che il pensiero necessario non è riducibile per intiero a quell’esperienza, mediante la qua- le noi vi ci solleviamo; se così fosse, il pensiero necessario non ci sarebbe. Ma l’elemento, che si-aggiunge all’esperien- za, si risolve nell’unità del soggetto singolo, unità che alla sua volta implica l’unità universale. Io riconosco nel mio pensare un fondamento necessario in quanto esso mio pen- sare, come unificato nella mia coscienza, non tollera nessuna contrarietà intrinseca; e riconosco d’altra parte che la mia u- nità implica una più profonda unità universale, perchè so che le opposizioni escluse dal mio in grazia al suo essere unificato in me, sono escluse anche dal pensare di ogni al- tro singolo. Concludendo; noi dobbiamo assumere insieme così l’unità universale come la molteplicità in ‘ordine al pensiero. Rico- nosciamo la prima in quanto non ci appaghiamo di una mol- teplicità sparpagliata, e riconosciamo la seconda in quanto esigiamo che l’elemento unificatore compia, in ordine alla esperienza, la sua funzione unificatrice. Con questo i due problemi dell’unità e della molteplicità non sono risoluti, ed anzi dai due ne sorge un terzo, come cioè si possano conci- liare unità e molteplicità. li aa $ 4. — La subcoscienza. La subcoscienza non è molto facilmente concepibile; si può nondimeno riconoscerla con certezza come un costi- tutivo essenziale del pensiero in quanto è accentrato in una moltitudine di soggetti singoli. Accenniamo rapidamente i fatti che provano il nostro asserto, e che nel loro insieme servono a determinare la nozione di subcoscienza. Ogni singolo dimentica; evidentemente perchè limitato, cioè incapace di avere presente sempre un troppo gran nu- mero di pensieri distinti. Ma il pensiero dimenticato è gene- ralmente ricordabile; non è dunque svanito con la dimenti- canza. Ìl pensiero di cui posso ricordarmi è, fin quando non lo ricordi, caduto in una subcoscienza che mi è particolare; perchè io soltanto posso ricordarmi di ciò che ho pensato (1). Abbiam già rilevato, che il ricordo non può essere un fatto nuovo, quanto si voglia simile al pensiero precedente; 10 posso leggere un libro senza ricordarmi d’averlo già letto. E che, senza il ricordo, il pensiero attuale non sarebbe generalmente possibile, o sarebbe in ogni caso diversissimo da quello che è. Per accertarsene basti riflettere che il nostro pensare non acquista una precisa determinazione, se non è asso- ciato con la parola; noi se anche non parliamo con altri, dobbiamo, se vogliamo pensare in modo preciso, espri- (1) Fu merito particolare a Leibniz l’avere introdotta con gran- de chiarezza e dimostrato perentoriamente che la subcoscienza è un costitutivo essenziale ad ogni singolo, cioè per adottare il suo linguaggio, ad ogni monade; mentre anzi le monadi affatto sub- conscie sono in numero di gran lunga maggiore. Cfr. $ 1. e 2. del cap. V. -— 102 — mere verbalmente il nostro pensiero a noi stessi. Evi- dentemente le parole, che associamo col nostro pensiero per determinarlo, devono essere significative; ma pensare attualmente il significato di una parola, significa pensare at- tualmente la definizione della parola, e noi attualmente non pensiamo quasi mai, nell’uso che facciamo delle parole, tali definizioni. Possiamo bensì richiamarle all’occorrenza; ma di regola non le pensiamo, e non potremmo pensarle senza turbare il processo che stiamo svolgendo. Si conclude, che i significati delle parole associate col nostro pensiero, sono bensì elementi essenziali al nostro pensiero, ma elementi non attualmente pensati, cioè subconsci. Oltre alla subcoscienza inerente a ciascun soggetto singolo, .ne dobbiamo prendere in considerazione un’altra: per ogni singolo il pensiero dell’altro è in molti casi un pensiero sub- conscio. Consideriamo due che discutono insieme : ciascu- no ha un pensiero attuale integrato come dicevamo da ele- menti subconsci. Ciascuno però, quantunque riconosca, € cioè pensi attualmente, qualcosa dell’altrui pensare attuale, riconosce insieme, che questo qualcosa non esaurisce il pen- sare attuale dell’altro. Insomma: ciascuno dei due, rispetto al pensare dell’altro, è in una situazione simile a quella in cui è di fronte al suo stesso pensare se questo è troppo com- plicato per poter essere tutto presente. Supponiamo per e- sempio che io voglia recitare i primi cinque canti della Divi- na Commedia che ho imparati a memoria; questo mio pen- siero è per la massima parte subcosciente e va poco alla volta risalendo alla coscienza. Vi è qualcosa di simile nella - mia posizione di fronte al pensiero altrui, del quale mi vado rendendo consapevole un po’ alla volta e sempre imperfet- tamente. Il processo con cui me ne rendo consapevole non è un ricordare; ma gli è paragonabile in questo senso, che -- 103 — io so ci andare estendendo la mia cescienza in un campo ‘che attualmente appartiene ad una coscienza distinta dalla mia, e che può appunto per ciò essere assimilato anche dalla mia. $ 5. — Inammissibilità della subcoscienza. Così risulta provato, che la subcoscienza è ineliminabile, dato che i soggetti sian molti e che ciascuno sia limitato. Ma d’altra’ parte non si può non riconoscere che la subcoscienza quantunque ineliminabile non è ammissibile. Un’uomo che sia in atto di pensare, si può trovare, almeno per quanto pare a primo aspetto, in due condizioni diverse : di contemplazione la prima, e di azione la seconda. Noi pos- siamo aver presente un'immagine sensibile oppure un'idea : l'immagine o l’idea sono contemplate in quanto ci limitiamo ad averle presenti nella coscienza. La contemplazione differisce dall’azione della quale par- leremo poi; è una condizione di passività. Può darsi, anzi è sempre il caso, che per proseguire od anche per incominciare la contemplazione si richieda un’azione : attendere all’imma- gine o all’idea, eliminare le sensazioni che ce ne distoglie- rebbero; ma tale azione benchè necessaria perchè si contem- pli, non è per altro un costitutivo della contemplazione. Non tutte le idee sono immagini sensibili; per esempio non sono immagini le idee di causa, di virtù, di vizio ecc. In. che cosa consistano queste idee, dovremo brevemente inda- gare; notiamo intanto che, nei giudizi generali, d’ordinario Soggetto e predicato sono idee non riducibili ad immagini, e che le immagini propriamente dette, perchè si possano intro- durre in un giudizio, devono prima essere convertite in idee. Infatti : è chiaro che in un giudizio non è possibile intrpdurre, nemmeno come soggetta, un corpo considerato nella sua con- cretezza; e ciò perchè il corpo è qualcosa di eterogeneo a quella formazione mentale a cui si riduce il giudizio. Per la ragione medesima neanche una sensazione, semblice © associata con altre, può come tale venire introdotta. in un giudizio; e quel che diciamo di una sensazione si deve _dire anche dell'immagine sensibile. i i Quest’impossibilità d'introdurre nel giudizio l’immagine, rimase a lungo inavvertita, e a molti sembra un paradosso, stante il nesso molto stretto tra un’immagine sensibile e l’idea di quest'immagine. Ma è dimostrata, per dt an- che dal modo con cui ora procedono i geometri. Euclide affer- ma, che due rette non possono avere in comune più di un punto; un tal giudizio sembra inferito dalle due idee imma- gini di retta e di punto. Ma la geometria moderna procede in un altro modo; dirà per esempio : esistono degli enti spaziali che si dicono rette ed altri che si dicono punti, caratterizzati gli uni e gli’ altri da certe proposizioni che li collegano, delle quali una è .a riferita, cioè che due rette non possono avere in comune più — di un punto. Questa proposizione però non ha il medesimo senso presso i moderni e presso Euclide, perchè secondo Eu- clide ha un valore intuitivo, cioè si ricava dalle idée im- magini di retta e di punto; mentre secondo i moderni ha un valore di definizione, ossia è una di quelle proposizioni che i geometri assumono per formarsi, di retta e di punto, delle idee ben precise. E’ certo, che, al procedimento costruttivo di queste idee, le immagini di punto e di retta non-rimasero estranee; ma è non meno certo che le idee ottenute come si disse, non hanno più in sè alcun elemento rappresentativo. E questa loro purezza è appunto ciò che rende rigoroso il ra- — 105 — ziocinio geometrico; l'evidenza che si fonda sulle immagini, essendo illusoria, perchè l’immagine come tale non è in- troducibile nè in un giudizio nè in un ragionamento. Quando l’idea non è assolutamente riducibile ad immagine, il nostro contemplarla non può esser altro in sostanza che un’aver presente il nome o il simbolo qualsiasi, che la denoia. Ma si è visto che, propriamente parlando, nessun’idea è riducibile ad immagine; dunque la contemplazione avrebbe in ogni caso per oggetto un semplice nome (0 altro simbolo); questa è appunto l’opinione dei nominalisti, tra i quali, per tacere di più antichi, ricorderemo il Berkeley (1). E’ trop- po evidente che la semplice coscienza di un nome non può essere un fondamento sufficiente al giudizio ed al ragio- namento; il nome dev’essere inseparabilmente associato con qualcosa che ne determini con precisione il significato. Che sarà questo qualcosa ? Richiamiamoci al cenno fatto poco sopra del modo con cui ora si determinano le idee geometriche : noi abbiamo l’idea di punto e di retta, in quanto stabiliamo tra punto e retta, certe relazioni, una delle quali espressa nel giudizio riferito (due rette non possono avere in comune più di un punto).  Il nominalismo sorse, per opera di Roscellino e di Pietro Abelardo, dal dibattuto problema degli universali. I generi e le specie non sono che flatus vocis o sermo, contrariamente a ciò che affermano i realisti. Più tardi verso la prima metà del XIV secolo la teoria dei sermones si ripresentò nuovamente rie- laborata nel terminismo di Guglielmo d’Occam che giungeva al- l’affermazione dell’illusorietà della scienza poichè l’oggetto di que- sta era l’universale cioè un puro segno. Nel pensiero moderno si ricollega al terminismo dell’Occam, Tommaso Hobbes per il qua- le il fine della scienza e quindi del pensiero si riduce in ultima analisi ad un processo assolutamente soggettivo :. alla concordanza delie nostre rappresentazioni. (E. C.).Vale a dire, l'esserci delle idee va cercato fuori della con- templazione, e propriamente in un processo attivo espresso con giudizi e con ragionamenti. Il nome ha un significato, e quindi è simbolo di un’idea in quanto serve a collegare certi giudizi, che appunto per essere collegati sono anche ricordabili quando sia neces- sario pensare in modo chiaro ed esplicito i significati dei nomi. Riassumendo: mentre secondo Platone il principale mo- mento conoscitivo era la presenza dell’idea o la sua con- templazione, il giudizio ed il ragionamento essendo resi pos- sibili da tale presenza dell’idea; dalle riflessioni precedenti risulta, che il vero momento conoscitivo consiste nell’atti- vità che il soggetto estrinseca giudicando e ragionando. La dottrina platonica era conciliabile con la subcoscienza, ed in qualche modo la spiegava; l’idea era un’entità che po- teva essere o non essere nella coscienza, ed il suo presen- tarsi nella coscienza veniva concepito come un ricordarla ; dell’idea eravamo consci nel primo caso e subconsci nel secondo. Ma secondo il modo di vedere suesposto non è l’idea che rende possibili i giudizi; al contrario sono i giu- dizi che rendono possibili 0 costituiscono le idee. Ora il giu- dizio ed il ragionamento sono estrinsecazioni di un'attività necessariamente consapevole. Secondo il modo nuovo d’in- tendere, di cui la stessa esposizione dimostra la superiorità, il pensiero subconscio non è ammissibile. Il pensiero non esiste che in quanto si pensa; e pensare senza saper di pen- sare non è possibile. Questo paragrafo ed il precedente sono tra loro in con- traddizione, il che ci costringe a cercare in che modo la contraddizione si possa eliminare. a 0 $ 6. — La dottrina dell'essere ideale di Rosmini. La dottrina di Platone, della quale si è dato un rapido cenno, fu profondamente rielaborata dal Rosmini (1), il quale riconobbe che tutte le idee, con una sola eccezione, si co- struiscono mediante giudizi. L'eccezione, che a lui parve do- versi fare, coricerne l’idea dell’essere indeterminatissimo. Quest’idea va eccettuata, perchè, dice il Rosmini, nessun giudizio è possibile senza la copula che in ultimo si può ridurre al verbo è, implicante l’idea dell’essere. Ma la copula indica una relazione d’inerenza tra il predi- cato ed il soggetta; e questa relazione non implica necessa- riamente una forma di esistenza. Sia per esempio il giudi- zio : l’assurdo è impensabile. Con questo giudizio noi espri- miamo semplicemente che il tentativo di aderire ad un as- surdo, per esempio di assentire a due giudizi opposti, è tale che l’attività nostra di pensanti ne viene, relativamente al campo a cui si riferisce l’assurdo, disorganizzata. Sicchè il tentativo di accogliere l’assurdo, mette capo non a un pen- siero, bensì alla eliminazione del pensiero. E’ certo che il nostro riferire implica la nostra esistenza, perchè noi se non esistessimo non potremmo fare alcun’o- perazione ; la nostra esistenza per altro, quantunque sia con- dizione del nostro riferire, non è un costitutivo di esso rife- rire; così per esempio nel teorema di Pitagora è asserita una certa relazione tra i lati del triangolo rettangolo, non l’esistenza di un geometra. Cfr. Antonio Rosmini: Nuovo saggio sull’origine delle idee e Sistema filosofico. (E. C.). = 108: Dunque non è dubbio, che i primi giudizi di riferimento sono possibili all’infuori dell’idea di essere; e che per con- seguenza la costruzione per mezzo di giudizi di tutte le idee, comprese quella di essere, non è più negabile malgrado l'opinione contraria del Rosmini. Il quale del resto, con l’a- ver dimostrato la costruibilità di tutte le altre idee, contribuì non poco a stabilire quella che possiamo considerare come la dottrina certa in proposito. VERITÀ E CERTEZZA – H. P. Grice, “Intention and Uncertainty” – The Briish Academy -- $ 1. — Verità. Si dice vero un giudizio quando il carattere che vi è attri- buito al soggetto come suo predicato, appartiene realmen- te al soggetto. Questa è la nozione comune coincidente: con la definizione scolastica « Veritas est adequatio rei et intellectus ». In un grandissimo numero di casi, questa no- zione ha un valore indiscutibile. Sia per esempio il giudizio : quest’anello è d’oro. Tra i caratteri dell’oro vi è quello di non essere attaccabile dall’acido nitrico. L’anello viene stro- picciato sulla pietra di paragone; la traccia che vi lascia viene bagnata con acido nitrico; se rimane inalterata il giudizio è vero. Similmente : un racconto storico è vera se tutte le fonti concordano in proposito, se non altro, quanto al punto più caratteristico. Per queste ragioni per esempio il giudizio: « Annibale vinse la battaglia di Canne » è indiscutibilmente VETO. o Ma non sempre un giudizio è verificabile nei detti modi 9 in altri analoghi. Le proposizioni geometriche sfuggono ad ogni verificazione sperimentale. Noi o le postuliamo, oppu- re le deduciamo da qualche postulato. Nel primo caso, il dirle vere non può essere che un modo convenzionale per Indicare che le assumiamo come fondamenti per le dimo- — 110 — strazioni successive. L’assumerle non è che un’atto nostro, suggerito forse dall’esperienza, ma non verificabile per mezzo dell'esperienza come abbiamo notato. Nel secondo la proposizione si dice vera per indicare che la dimostra- zione con cui fu dedotta, è criticamente inattaccabile; la verità in questo casa non è che una espressione della cer- tezza della quale sarà detto in seguito. | | Ma vi sono delle proposizioni, che non sono ricavabili dall’esperienza, nè deducibili, e che tuttavia sono da tutti considerate come vere. Tali sono per esempio i giudizi sin- tetici a priori di Kant come sarebbe questo: « non vi è fatto che accada fuori di ogni connessione causale ». La possibilità di verificare sperimentalmente un tale giudizio, è da escludere; l’esperienza non potendosi estendere alla totalità dei fatti. E non è possibile dare del giudizio una di- mostrazione deduttiva; basti ricordare la critica di Hume già riferita. Carattere proprio di questo giudizio e degli altri analoghi è la sua imprescindibilità. Vale a dire noi, se non lo am- mettessimo, vedremmo degenerare in un caos tutte le no- stre nozioni sull’accadere, intorno al quale per conseguen- za non potremmo formulare alcun giudizio. In sostanza, il ‘giudizio è vero perchè non ci è possibile rinunziarvi, ossia perchè siamo certi della sua validità. Anche in questo caso la verità si riconduce alla certezza. | E’ facile vedere che per gli stessi giudizi verificabili, di cui si è parlato poco sopra, bisogna in ultimo presupporre questa riduzione; per esempio, la verificazione del giudi- . zio: quest’anello è d’oro, implica un processo induttivo. Essendosi già verificato in moltissimi casi, e da moltissimi sperimentatori, che l’oro non fu mai attaccato dall’acido ni- trico, si conclude per induzione che in nessun caso l’oro — lil — non sarà attaccato dall’acido nitrico. Riman da sapere in che senso possa dirsi vero un giudizio fondato sull’induzione. Che noi abbiamo delle aspettazioni, è un fatto; ed è anche un fatto che di queste aspettazioni alcune sono smentite altre no. La possibilità che certe nostre aspettazioni coincidano con certe leggi della realtà non è da escludere; ma poichè non tutte le aspettazioni si verificano, sorge il problema del ‘ come si possano distinguere le aspettazioni della prima classe da quelle della seconda. Il criterio distintivo non può essere che questo: quando il supporre fallace un’aspettazione ci toglie la possibilità di ulteriormente orientarci nei fatti di un cert’ordine, allora noi ci teniamo certi che quell’aspetta- zione coincide con una legge della realtà. Questa coincidenza, che sarebbe, secondo le prime osservazioni da cui siamo par- titi, la verità, in quanto è induttivamente fondata è una certezza. La nozione di verità viene così ricondotta per intiero a quella di certezza. $ 2. — La certezza. Che significa il giudizio : io sono certo della tale o della tal altra cosa? Prescindiamo dall’uomo volgare, nel quale talvolta l’ag- gettivo — certo — è adoperata per esprimere l'incertezza; quando cioè noi ci diciamo certi per esprimere che ripu- gnamo ad ammettere la possibilità di ingannarci, e tuttavia non escludiamo assolutamente questa possibilità, nel qual caso diremmo non: « sono certo » ma « 30 ». Nell’accezione più rigorosa noi diciamo di essere certi, per esprimere che non ci è possibile pensare diversamente. Ma questa medesima impossibilità esige un'ulteriore inter- pretazione. | Un uomo che volesse in ogni modo assentire a due giu- dizi opposti verrebbe con ciò a disorganizzare il proprio pen- siero in ordine ad un qualsiasi argomento a cui si riferissero i detti giudizi. E’ chiaro per esempio che se io mi ostinassi a voler assentire ai due giudizi: quest’anello è d’oro, e quest’anello è d’ottone dorato, non potrei più intorno a quel- l’anello formarmi alcun pensiero non caotico, venire ad un qualsiasi risultato. Sicchè se fosse possibile ad un uomo di compiere il detto sforzo in ordine a tutti i giudizi opposti possibili, quell'uomo avrebbe cessato di esistere come essere conoscente. Quella certezza di cui ora si è parlato è dunque un'’esi- genza intrinseca della conoscenza come tale, che va ben di- stinta dall’esigenza del soggetto conoscente in quanto è an- che sensitivo. Un uomo prova una grande ripugnanza ad abbandonare un'opinione che abbia fino dall’infanzia ritenuta valida; ma questa ripugnanza, a qualunque segno arrivi, si riferisce a lui come dotato di sentimento, non come soggetta conoscen- te; l'abbandono dell'opinione gli sarà doloroso ma non costi- tuisce la piena disorganizzazione del suo pensare. | Con tutto ciò la certezza non manca di presentare delle difficoltà sulle quali dobbiamo trattenerci. E’ chiaro intanto che la certezza rigorosa, di cui parliamo e che abbiamo carat- terizzata, non esiste se non a condizione di essere universale; si fonda infatti, come notavamo, su di un’esigenza della co- gnizione come tale, o diciamo del soggetto in quanto cono- scente; ora la Cognizione se anche soltanto mia in questo mo- mento, è comunicabile ad ogni soggetto, ed è per conseguen- za universale. — dig D'altra parte si osserva non di rado, che due uomini sono ugualmente certi l’uno e l’altro ma in sensi contrari; nessu- no dei due può, senza disorganizzare il suo pensiero, am- mettere che il pensiero dell’altro non sia disorganizzato. La difficoltà si risolve notando che non sempre l’uomo si rende un conto esplicito di tutto il suo pensiero. Donde viene, che due ricavino rispettivamente le loro con- clusioni da premesse ritenute identiche, senza esser tali; espresse con la medesima formula, che tuttavia è intesa da entrambi con qualche diversità della quale nessuno si rende un conto esplicito. . Concludendo, la certezza, in quanto ha il suo fondamento nell’unità particolare del soggetto singolo, si riferisce alla di- pendenza delle mie conclusioni dalle premesse intese come io le intendo; e può non essere assoluta o diciamo univer- sale, se io non sono certo altresì di intendere le premesse nel senso in cui vanno intese. Per avere questa seconda certezza, io devo eliminare dalle premesse ogni sottinteso, Cioè ogni elemento subconscio. Il problema della certezza si riduce dunque alla elimina- zione del subconscio. Noi sappiamo che la subcoscienza è un costitutivo essenziale del singolo; ma qui si tratta di tra- sformare in coscienza esplicita, non tutta la subcoscienza, ma quel tanto di subcoscienza o di sottinteso, da cui fos:e af- fetta l'intelligenza delle premesse di un ragionamento. Anche ridotta in questi limiti, l'eliminazione della subco- scienza presenta non poche difficoltà. Conviene per altro distinguere la questione di principio dalla questione di fatto. In linea di fatto la difficoltà può sembrare insuperabile in certi casi. Per esempio: se rifacendo cento volte la mede- sima somma ottenessi ogni volta un diverso risultato, non potrei accertarmi se uno dei risultati ottenuti sia esatto, e quale. 8 e e i I PE E PI Ma in linea di principio, la difficoltà è superata. -Ogni sin- golo è incluso in una superiore unità di coscienza, la quale non avendo in sè nulla di subconscio è capace di una cer- tezza assoluta. Per giungere anch'egli a una certezza asso- luta il singolo ha davanti a sè aperta una via sicura: iden- tificare un suo pensiero determinato con la forma che que- sto pensiero assumerebbe nella coscienza universale. & 3. — Certezza e verità. Il criterio della verità si riduce alla certezza, non essen- done possibile un altro come si è visto nel $ primo. La proposizione, di cui siamo certi, viene appunto per ciò designata come vera. Questa designazione significa la coin- cidenza tra ciò che la proposizione dice, e ciò che di fatto esiste; affinchè la definizione della verità, mediante la cer- tezza, non sia priva di senso, noi dobbiamo far vedere che la detta coincidenza è possibile; ossia che gli elementi con-. siderati sono due. | . Si opporrà (cofr. il $ 1), che nessun uomo può saper nulla del reale all’infuori del giudizio ch'egli ne forma. Questo è vero; ma tuttavia la realtà non è tuttuno col giu- dizio che un singolo se’ ne forma, perchè molti singoli pos- sono formare giudizi opposti di una medesima realtà. La real- tà e il giudizio sono dunque due elementi, che possono coin- cidere o no; e quindi la verità del giudizio non è un’espres- sione priva i significato. | | Riman da vedere come sia conoscibile. Sarebbe indiscuti- bilmente conoscibile da chi potesse identificare il proprio pensiero di quella realtà col pensiero Divino della medesima realtà; perchè il pensiero Divino di una realtà è tuttuno con la realtà medesima. — 115 — Ebbene : discorrendo in linea di principio, e senza per ora occuparci del fatto, a l’uomo è certamente possibile (cfr. il $ 2) non di giungere all’identificazione assoluta del pro- prio pensiero col Divino, ma di formarsi un pensiero, che, in ordine ad un pensiero Divino, riproduca i caratteri es- senziali di questo; all’infuori, s'intende, del carattere crea- tivo. Noi conosciamo la verità quando riusciamo a confor- mare, nel modo indicato, il pensiero nostro col pensiero Divino. In linea di fatto, l’ottenere tale conformazione può essere difficile, ma non impossibile; perchè d’impossibilità non è lecito parlare che in linea di principio. Ciascun uomo ha dei preconcetti; alcuni dei quali di ori- gine soggettiva, cioè dovuti a lui, altri d’origine collettiva cioè dovuti alla convivenza. Una riflessione accurata, e una scepsi appoggiata sul criterio della certezza, può rilevare que- sti ed eliminarli. Al che riesce di grande giovamento il con- fronto tra il proprio e l’altrui pensiero; tra il pensiero ela- borato in una convivenza e quello elaborato in altre convi- venze. Il preconcetto, cioè il pensiero non giustificato, è pos- sibile in quanto ciascun uomo è un’essere spontaneo, sempre un po’ capriccioso. Ma precisamente perchè riferibile in ui- timo al capriccio, il preconcetto è particolare; lo scoprirlo è dunque tanto più facile, quanto più esteso è il paragone di cui or ora si è detto. Una verità fondamentale, nota con certezza, è un costi- tutivo essenziale dell’uomo. Ed è il fondamento, su cui l’e- difizio del sapere può essere, con fatica e non senza perdi- tempi, costruito in modo sempre più soddisfacente. TT e ent ta» __—@m———@ — rr e IL TEMPO, LA CAUSALITÀ E L’ACCADERE – H. P. Grice, “Actions and events” – The Philosophical Quarterly. $ 1. — Il tempo e il pensiero. Secondo la dottrina di Kant, già esposta in moda somma- rio e che riassumiamo, il tempo è una intuizione a priori. Ma possiamo certamente considerarlo come un costitutivo del | pensiero umano; abbiamo infatti sul tempo delle cognizioni su cui si può ragionare. L’essergli essenziale un’intuizione sui generis non costituisce in proposito una difficoltà, perchè anche le sensazioni che pur sono essenziali a tante nostre cognizioni, sono in un certo senso intuizioni. Sempre secondo la dottrina di Kant, il tempo non è reale ossia non esiste che in quanto noi ce ne valiamo in tutto 1l nostro pensiero ed insomma lo pensiamo. Con questa forma noi falsificheremmo la realtà. Ora: mentre non si può ne- gare che il tempo è ideale nel senso testè dichiarato, d’al- tra parte non si può ammettere che il tempo sia una forma falsificatrice della realtà. Il pensiero non detterebbe leggi al- la realtà, se la realtà non fosse riducibile a pensiero essa stessa. In altri termini: lo Spirito, in quanto attua il pen- siero, non si trova di fronte una realtà; ma questa è alla sua volta un’attuazione del pensiero, non distinguibile dal pén- siero che per via di astrazione. — 118 — Riunendo queste riflessioni si conclude, che lo Spirito crea insieme la realtà e il pensiero; più esattamente : crea qual- cosa, che si può considerar come pensiero sotto un aspetto e come realtà sotto un altro. Donde si conclude che il tem- po, essenzialrnente inerente al pensiero, è altresì e appunto perciò, inerente anche alla realtà. Kant aveva ragione di escludere che il tempo fosse in sè stesso una ‘realtà o un carattere della realtà in se stessa, ima si ingannava nel cre- dere ad una realtà fuori del pensiero; la sua dottrina, corret- ta su questo punto, è conciliabile con la nostra che nel tem- po riconosce un costitutivo della realtà. $ 2. — Il tempo e l’accadere. Il tempo non è qualcosa, che in qualunque modo sussista all’infuori dell’accadere. L’accadere implica necessariamen- te qualche novità ; perchè, se tutto rimanesse perpetuamente nelle medesime condizioni, evidentemente non accadrebbe nuHa. Le novità possono ridursi : 1. all’apparire o allo svanire di un essere; 2. all’apparire o allo svanire di alcun carattere di un essere; in questo secondo caso abbiamo la variazione di un essere. Siccome tutto quanto esiste costituisce, in quanto esiste, un’unità, ossia l’unità del pensiero, possiamo considerare ogni accadere come un variare della detta unità, la quale di certo non può nè svanire nè prodursi. | Se non ci fosse un accadere non ci sarebbe neanche il tempo. Infatti se non ci fosse un accadere non ci sarebbero variazioni di sorta, e non si potrebbe dire : l’unità integrale o una qualsiasi unità limitata è ora diversa da quello che era — 119 — prima; non ci sarebbe luogo alla considerazione del prima e del poi, cioè alla considerazione temporanea. Il che riesce a conferma di quanto notavamo poco sopra : il tempo non è una realtà per sè stante, o un carattere per sè stante della realtà; il tempo ha un'esistenza inseparabile dal realizzarsi dell’accadere. ‘ $3.— La causalità come categoria, In proposito sono da ripetere le considerazioni esposte nel $ 1. Non ammettendo che accadano dei fatti Kant escludeva necessariamente che vi fossero delle cause; la causalità è una categoria, cioè una legge a priori lel pensiero applicabile soltanto ai fenomeni, vale a dire o ciò che forma oggetto e contenuto del nostro pensiero. Dalle considerazioni testè ac- cennate, e che riesce facile applicare al nuovo argomento, appare che in questa dottrina di Kant è formulata una ve- rità importante anzi fondamentale; ma che dev'essere cor- retta nel senso, che di fronte al pensiero non sussiste una realtà che ne venga falsificata, mentre anzi la realtà è lo stesso pensiero considerato nella totalità delle sue relazioni. Si comprende così che la causalità, mentre sotto un aspet- to va considerata come una legge del pensiero, sotto un al- tro aspetto va pur considerata come una legge della realtà; della realtà, s’intende, in quanto variabile; se per ipotesi | la realtà fosse invariabile assolutamente non ammetterebbe delle cause. Per conseguenza le cause non sono che leggi dell’acca- dere. Questo risultato non è in pieno accordo con la nozione più comune di causa ; nozione che implica sempre, per quanto in modo impreciso, la transitività, (cfr. $ 5, cap. IV), men- tre finora non fu possibile precisare con chiarezza |che cosa ci sia di transitivo nelle cause. Nelle scienze fisiche, in cui la nozione di causa ricevette la determinazione più pre- cisa e l’applicazione più sicura, il termine stesso di causa venne abbandonato per sostituirvi quello di legge (formulata in generale matematicamente). Noi dunque siamo autorizzati a risolvere la causa in legge; fin quando almeno lo studio. che intraprendiama ci dia occasione di introdurvi un'altro elemento (forse una specie di transitività). $ 4. — Da che dipende l’accadere. Sembra evidente alla prima, che l’accadere non possa di- pendere da nient’altro che dalle cause, di cui appunto per ciò lo si dice un’effetto. Ma in contrario è da notare, che la causa essendo, come finora dobbiamo ammettere, una legge dell’accadere, sup- pone l’accadere di cui è legge. Vale a dire: se non ci fosse un accadere in corso, non ci sarebbe nessuna causa, e quindi nessun accadere si produrrebbe. Il che non esclu- de, che le variazioni siano essenzialmente collegate fra di loro da cause che le determinano; ma esclude che i col- legamenti e le determinazioni siano concepibili all’infuori di un accadere in corso. L’esserci di un accadere in corso è una condizione perchè ci siano delle cause che poi deter- minano alla loro volta un accadere nuovo; ma l’esserci di un accadere in corso non è spiegabile per mezzo della causalità. Insomma: perchè si realizzi un accadere causalmente connesso, è condizione sine qua non, che si realizzino delle variazioni causalmente non determinate, che diremo spon- tanee. A questa condizione daremo il nome di principio dell’accadere. Il principio non è da confondere con il co- minciamento ; perchè si richiede anche supposto che l’ac- cadere non abbia mai cominciato, ma duri ab aeterno. L’esempio che segue renderà chiaro il nostro discorso. L’oscillare d’un pendolo s’intende benissimo per via di due leggi causali: della gravità, e della permanenza del movi- mento. Ma queste leggi sono applicabili soltanto a un pen- dolo, che già oscilli; dunque non bastano a spiegarne l’o- scillare. Perchè l'oscillazione, che poi si perpetuerà grazie alle dette leggi, abbia luogo, si richiede un fatto estraneo alle dette leggi: e cioè che il pendolo sia stato rimosso dalla posizione d’equilibrio. Il che riman vero, tanto se l’oscil- lazione dura da un minuto, quanto se dura da tutta l’eter- nità: un pendolo, non rimosso dalla posizione d’equilibrio, non oscillerebbe mai. Il fatto, ricordato qui sopra, deve aver avuto una causa; non è dunque spontaneo. Ma, come s’è visto, nessuna cau- sa è possibile all’infuori d’un accadere in corso. Il problema, che ci si affacciò rispetto all’oscillare del pendolo, si riaf- faccia dunque rispetto alla causa che lo rimosse dalla po- sizione d'’equilibrio, ecc. Concludendo: l’accadere determi- nato causalmente implica di necessità il principio, implica cioè un accadere non determinato causalmente. HI principio dell’accadere. Un accadere causalmente indeterminato non può essere che l’estrinsecazione di una coscienza, che si realizzi ap- punto con questa estrinsecazione, L'osservazione prova, che sario aa fin dalle prime fasi della vita i bimbi operano incessante- mente, ‘non per conseguire certi fini, ma semplicemente per operare, o in altre parole per vivere. Il bimbo non può essere determinato ab extra perchè allora non sarebbe una .coscienza ma un sistema fisico. Infatti la determinazione ab extra non ha riguardo alla coscienza, e quindi non può esserne l’estrinsecazione. . Ossia: il mondo, la realtà, si risolve in una moltitudine di soggetti, generalmente affatto elementari; lo sviluppo di alcuni, relativamente molto pochi — uomini, e fino a un certo segno anche gli altri animali — essendo conseguenza delle variazioni, che nel mondo realizzano gli atti spontanei dei soggetti. La concezione del mondo, a cui arriviamo, è somigliantissima, sotto un aspetto, a quella monadologica di Leibniz. Ma ne differisce sotto un altro aspetto, che pas- siamo ad esporre. | $ 6. — L’interferire. Il mondo non è il semplice aggregato, ma il sistema, dei soggetti che ne sono i costitutivi: è una vera unità. In prova, basta una semplice riflessione: ciò, che razional- mente risulti assurdo, è oggettivamente, ossia in ordine alla realtà, impossibile. Il mondo è tutto indissolubilmente connesso in se medesimo dalla necessità razionale, o logica; e in questo senso è uno. Del problema — da che dipenda la connessione intrinseca razionale del mondo — ci occu- peremo più oltre; per ora basti aver messo in chiaro l’e- sistenza della connessione indicata, e il conseguente ca- rattere unitario del mondo. Poichè il mondo è uno, è impossibile che i suoi elementi varino indipendentemente gli uni dagli altri. Due cose, in quanto è lecito considerarle come due, variano senza dub- bio indipendentemente; di due pezzi di cera, io posso dare all’uno una forma e all’altro un’altra forma. Ma non posso, .a un solo pezzo di cera dare insieme due forme diverse. Un atto, che un soggetto compia, è una variazione del soggetto medesimo, e perciò del mondo. Il mondo essendo uno, le sue variazioni devono essere compatibili razional- mente. Vi è dunque una legge razionale, per cui gli atti sponta- nei sono, generalmente parlando, necessitati a interferire, cioè a modificarsi reciprocamente, così da rendersi compa- tibilii. Dunque la causalità è la conseguenza: di un acca- dere in corso — l’insieme degli atti spontanei —, e di una legge razionale, risolventesi nell’unità del mondo. La struttura del mondo, una sotto un aspetto come s'è. indicato, è sotto un altro aspetto complicatissima. Vale a. dire: la sua unità si risolve immediatamente, non già in soggetti, ma in sistemi — unità secondarie — di soggetti. E un sistema di second’ordine si risolve d’ordinario alla sua volta in sistemi di terz’ordine, risolvibili anch’essi nel- lo stesso moda; ecc. Non ci tratterremo su di una tale com- plicazione di struttura — evidente alla più semplice consi- derazione del mondo; e che dev’essere originaria, non es- sendo possibile che dall’omogeneo risulti per legge di na- tura l’eterogeneo. Ma dobbiam notare, primo: che la struttura del mondo. ha di certo il più gran valore intorno al modo con cui la causalità vi si estrinseca. P. es.: la vita umana sulla Terra sarebbe impossibile, se la Terra distasse dal Sole quanto ne dista Nettuno; e la cultura umana sarebbe stata impossi- bile, se nessun popolo si fosse organizzata politicamente. 124 — Secondo : che la struttura del mondo si va modificando in grazia di quel medesimo accadere, che per una gran parte ne dipende. Poichè ora (e già da moltissimo tempo) nel mondo si conseguono dei fini — poichè ci sono piante, ani- mali e soprattutto uomini — bisogna concludere, che la complicazione primitiva del mondo — cioè quel principio di complicazione che, supposto eterno il mondo, gli fu senza dubbio coeterno — aveva un carattere teleologico indiscu- tibile. Un'ultima osservazione. L’interferire introduce, in ogni atto che interferisca, un elemento causalmente determinato. Non può sopprimerne la spontaneità; perchè lo svanire di questa sarebbe lo svanire dell’atto e quindi anche dell’in- terferire. Ma l’atto, che senza l’interferire non sarebbe che spontaneità, vien dall’interferire arricchito di elementi, © «di caratteri, determinati. L’atto è anch’esso un fattore di queste sue determinazioni; ma un fattore unico, laddove gli altri fattori — gli altri atti, con cui quello interferisce — d’ordinario sono moltissimi; per conseguenza, le determi- nazioni dovute all’interferire sono prevalentemente, benchè non mai unicamente, prodotte ab extra; e il determinismo vi prevale a segno, da render di regola inosservabile il fattore spontaneo. Così, mentre l’atto infantile sfugge ad ogni previsione, le deliberazioni della volontà matura sono prevedibili quasi con esattezza. Le spontaneità, senza delle quali non ci sarebbe un .accadere, sono, tutte insieme, soggette al vincolo infrangi. bile della necessità logica; non c’è dunque pericolo che mandino in rovina il mondo. Nè la scienza. La quale c'è © in quanto prevede; ma non prevede mai con una puntualità ‘matematica. so fa $ 7. — Lo sviluppo del soggetto. Due nozioni, che in addietro abbiamo assunte, sembrano contraddittorie; dobbiamo eliminare quest’apparente con- traddizione. Prima: il soggetto è subconscio, in generale; anzi: ogni soggetto è originariamente subconscio, il che senza dubbio è vero dei soggetti noti. Seconda :.l’atto è la realizzazione d’una coscienza; e perciò appunto è spon- taneo. La contraddizione si elimina con le riflessioni che seguono. Pe L’atto, nella sua primitività, o in quanto sì attua, rea- lizza una coscienza; ma tale,. che il suo contenuto si riduce all’atto medesimo. Invece, la coscienza dell’uomo (anche del bimbo; e il medesimo si dica di quella d’un bruto), ha un contenuto molteplice, dovuto all’interferire (sensazioni, p. es.). Pri- vo di questo contenuto molteplice, l’atto, nella sua primiti- vità, viene dimenticato immediatamente o quasi; essendo notorio, che il ricordo ha per condizione un contenuto mol- teplice, € si realizza tanto più facilmente, quant’è più va- rio e molteplice il contenuto. Segue da ciò, che la coscienza del soggetto, se astraiamo dalla complicazione che v’introduce l’interferine, non sol- tanto è poverissima di contenuto (e perciò va considerata piuttosto come una sub coscienza), ma è priva di continuità nel tempo. Riflettiamo, che il durare a lungo d’un atto è in opposizione con la spontaneità, e che non se ne saprebbe addurre alcuna ragione (ci riferiamo sempre all’atto privo d'altro contenuto); e ci sentiremo inclinati a credere, che il da noi chiamato soggetto (primitivo) sia da risolvere piut- tosto in una successione sconnessa di soggetti momentanei. — 126 — Questa supposizione per altro va esclusa; perchè una successione di coscienze affatto separate non potrebbe mai costituire la coscienza d'una successione; laddove il sog- getto anche pochissimo sviluppato ha coscienza del suo va- jriare. Dobbiamo dunque iassumiere un elemento, senza dubbio sub conscio, ma capace di rendersi consapevole, da cui le coscienze degli atti primitivi d'un soggetto, separate come tali perchè non continuate nel tempo, siano essenzial- mente collegate. Su di che diremo qualcosa nell’ultimo ca- pitolo. | Con ciò, lo sviluppo del soggetto, cioè il formarsi d’una coscienza, parzialmente almeno continua nel tempo, è spie- gato. ln linea di principio, intendiamo; qui non possiamo e non dobbiamo addentrarci nei particolari. Lo sviluppo ri- chiede un interferire opportuno; e perciò il suo realizzarsi prova daccapo che la struttura del mondo ha, come già ven- ne accennato, un carattere teleologico. Riflettendo sul soggetto, che abbia nello sviluppo conse- guito il massimo grado a nostra conoscenza — parliamo d’un massimo generico, non escludente parziali sviluppi ulteriori — ci riman da fare un'ultima osservazione importante. L’atto, grazie al suo interferire con altri, così del soggetto medesimo che d'altri soggetti, e in genere con un accadere complicato interno ed esterno, finisce col modificarsi pro- fondamente, acquistando una crescente ricchezza di conte- nuto e di connessioni, e una grande stabilità, Così trasformato, l’atto è divenuto volontario; e la spon- taneità, che non si perde mai, è divenuta libertà. L’uomo è libero in quanto conosce certi fini, li valuta, ne fa corrispondentemente una scelta, e dirige i suoi atti alla realizzazione dei fini scelti. La libertà, come si vede, im- plica una vita consapevole molto complessa : il bimbo, appunto perchè la sua vita manca di complessità, non è libe- ro, quantunque spontaneo. Ma, come abbiam notato poco addietro, la complessità introduce nella vita un determini- smo, che finisce col diventare prevalente. La libertà non va confusa col capriccio, anzi, l’uomo è tanto più libero, quanto meno è capriccioso : la libertà è /a coscienza razio- nalmente organizzata. L’organizzazione razionale fa sorgere delle abitudini, che determinano quasi per intiero la condotta e anche l’inten- zione. Ma che non possono mai sopprimere la spontaneità essenziale, pur limitandone il campo. Poichè la coscienpa è spontanea essenzialmente, la sua organizzazione razio- “ nale implica, non la soppressione, ma l’organizzazione ra- zionale della spontaneità. Quindi: un uomo, che disapprovi una sua abitudine, ha sempre, nella propria spontaneità, un mezzo per combatterla. Di certo, la vittoria non è facile, ma la lotta è possibile in ogni caso. CAPITOLO XI. IL PROBLEMA CONOSCITIVO Pensiero e cognizione. Nel pensiero, in quanto è un processo consapevole, il suo esserci, e il suo esser noto al soggetta che lo pensa, coin- cidono. Questa coincidenza costituisce la cognizione imme- diata che ciascuno ha del suo pensiero, senza della quale non ce ne sarebbe alcun'’altra. Ma il pensiero del singolo non è sempre, a rigore anzi non è mai, del tutto consapevole, cioè chiaro e distinto. Sotto questo aspetto, il suo esserci, e il suo esser noto, non coin- cidono. Consideriamo p. es. il pensiero espresso dalla for- mula « io penso »; che alla prima sembra immediatamente noto. In quella formula, « io » non ha il significato mede- «simo per l’uomo volgare, per Leibniz, per Kant, per l’idea- lista post-kantiano, per il solipsista. E il pensiero espresso, pensato, non è pienamente noto senza una mediazione, che prende il nome di riflessione. Riflettere su di un pensiero significa : metterselo innanzi come un oggetto — come p. es. si fa di un biglietto di banca, del quale vogliamo accertare che non sia falsificato — ; e approfondire l'oggetto, indagandone le relazioni. Dove risulta evidente, che la riflessione mediatrice presuppone la cognizione immediata, incompleta quanto si voglia, del pensiero in discorso. 9 — 130 -. Un problema conoscitivo non sorge, non esiste, che °n ordine alla cognizione mediata ; nella quale il pensiero su cui riflettiamo, e quello con cui riflettiamo, sono due, più 0 meno diversi. | . La cognizione mediata cioè oggettiva del pensiero è pos- sibile, perchè ogni pensiero è in essenziale relazione con tutti gli altri costitutivi della realtà; siano, questi, altri pensieri del soggetto riflettente, o pensieri d'altri soggetti, o altri elementi qualisivogliano, seppur ce n'è. La necessità logica infatti ha un valorè universale, ossia è applicabile ad ogni cosa; il che sarebbe da escludere, se anche due soli tra i costitutivi della realtà, pensieri o che altro, fossero privi di essenziali relazioni reciproche. $ 2. — L'esperienza. Da tuttociò risulta, che la riflessione, per chiarire il no- stro pensiero e accertarne il valore o le deficienze, deve tendere soprattutto a eliminarne la frammentarietà. Il pen- siero frammentario, infatti, può includere delle opposizioni rimaste inavvertite; in ogni caso, la cognizione immediata che n’abbiamo è imperfettissima. E per eliminare la frammentarietà, noi dobbiamo : 1) In- trodurre nella riflessione tutto l’insieme dei pensieri che abbiamo, così come li abbiamo. Questo lavoro può esser lungo e faticoso; ma è senza dubbio possibile sempre. (Sulle regole, che permettono di semplificarlo, non ci tratterremo). 2) Moltiplicare quanto più ci riesca i nostri pensieri; e ciò, non per mezza della fantasia, bensì venendo con la realtà in un contatto sempre più vasto, più vario e più intimo: ricorrendo cioè all’esperienza. (La fantasia, quando si associ con l’esperienza, costituisce un aiuto prezioso). L'esperienza è fisica o intellettuale : sono essenziali tanto l'una che l’altra. Per chi studia filosofia, l’esperienza fisica d’osservatorio e di gabinetto, che si chiude in un campo anche fisicamente limitato, e che si vale di strumenti com- plicati, è affatto secondaria; conoscerne i risultati, cioè avere una discreta informazione di scienze fisiche, potrà es- sere forse (ho detto : forse) di qualche utilità; in ogni modo, il filosofo come tale non ha che vedere co’ suoi procedi- menti. L’esperienza fisica davvero importante anche per il. filosofo, è quella comunemente vissuta. Ritorneremo tra po- co su questo argomento. L'esperienza intellettuale consiste nell’assimilarci che fac- ciamo il pensiero altrui: collaborando, conversando, e, in particolare, familiarizzandoci con le opere dei più segnalati pensatori, cinè dei grandi scrittori, antichi e moderni. S'’in- tende, che il filosofo si fermerà prevalentemente sugli scritti filosofici; ma non vi si deve chiudere, altrimenti la sua esperienza intellettuale risulterebbe insufficiente perchè trop- po angusta. $ 3. — Continuazione; che cosa Ci fa conoscere lo studio. Evidentemente, ci fa conoscere, del pensiero altrui, la parte più degna d’essere conosciuta. Questo pensiero altrui è, non meno e forse molto più del nostro, un costitutivo notevole della realtà; col pensarlo e assimilarcelo noi riu- sciamo, nello stesso tempo, a renderci meglio consapevoli, e del nostro stesso pensiero (di cui le relazioni col rima- nente pensisra son costitutivi essenziali generalmente inav- vertiti), e del pensiero comune; ossia d’una realtà, impor- tante per se stessa, e come strumento alla cognizione d'ogni realtà. Insomma : lo studio integra, ordina e consolida quella co- — 132 — munanza di pensiero, che, in grazia della convivenza e in ispecie della parola, s’andò ab immemorabili abbozzando presso ogni popolo per quanto rozzo. Ma la convivenza, con tutte le sue formazioni tra cui lo studio, è, per la comuni- cazione del pensiero tra uomini, soltanto un mezzo indiretto e mediato; che non servirebbe a niente, se non ci fosse, all’infuori della convivenza, una comunicazione diretta e immediata. Ma la comunicazione immediata — cioè anteriore alle forme di cui s’è fatto un rapido cenno, e loro condizione — dà luogo a una grave difficoltà. Perchè il pensiero di Caio e quello di Sempronio comunichino, una somiglianza, e sia grande quanto si vuole, tra il pensiero dell’uno e quello del- l’altro, non basta. E’ infatti notissimo, che due possono aver de’ pensieri molto simili — proporsi p. es. entrambi di sposare una stessa nersona —, senza saper niente l’uno dell'altro. Alla comunicazione si richiede che i due pensieri siano, in parte, un medesimo pensiero numericamente unico. E tale unicità numerica esige, che due coscienze possano in parte ridursi a una sola. Il che sembra contrastare con quanto vi è di più chiaro e di più certo nella nozione co- mune di coscienze distinte. Se la difficoltà rilevata fosse insuperabile, sarebbe da «escludere anche la comunicazione mediata, non la immediata soltanto. Perchè — a parte quanto si disse poco sopra, ‘che la comunicazione mediata implica la immediata — il parziale ridursi a una sola di due coscienze va riferito, non al pro» ‘cesso della comunicazione, bensì al suo essersi realizzata. Chi vuole attenersi a « quanto vi è di più chiaro e di più certo nella nozione comune » ecc., dev’essere dunque di- sposto a negare, che gli uomini si siano comunque intesi mai, nè siano per intendersi. La comunicazione del pensiero, e l’'interferire. All’interferine si richiedono (almeno) due atti. Ma, nell'interferire, la separazione tra i due atti — non assoluta neanche prima, perchè gli atti sono inclusi tutti nell’unità del mondo — subisce di necessità una diminuzione. Interferendo, gli atti si modificano a vicenda; vale a dire: un costitutivo dell’uno è diventato costitutivo anche dell’altro, considerando i due atti quali son resi dall’interferire. L’atto volitivo dell’uomo è consapevole; nella coscienza, che lo costituisce, non possono dunque non essere incluse le modificazioni, ossia le determinazioni, che l’interferire v’introdusse; la coscienza di tali determinazioni è una tal ° quale coscienza delle azioni esterne, da cui le determinazio- ni stesse dipendono. L’interferire dell’atto volitivo d’un uomo con l'atto voli- tivo d'un altro è sempre condizionato a un interferire molto complesso e in massima parte indiretto; p. es. all’uso d’un linguaggio, alla condotta quale apparisce osservabilmente. Nondimeno l’interferire di due atti volitivi, pur essendo condizionato come dicevamo, è, in molti casi osservabili, anche diretto. Un malandrino assale un viandante, che si difende alla meglio. S’impegna una lotta. Nella quale i due voleri, che senza la mediazione della lotta si sarebbero a vicenda igno- rati, vengono, dalla mediazione medesima, condotti a in- terferire anche immediatamente. Ciascuno dei due lottanti avverte il volere ostile dell’avversario; avverte inoltre, che il volere ostile dell'avversario è un costitutivo del suo vo- lere. Dobbiamo dunque dire, in un certo senso, che i due voleri si unificano. Soltanto in un certo senso: l’unificazione si realizza per alcuni caratteri, lasciandone fuori alcuni altri; così p. es., se un battello si move sotto l’azione del vento e d’una corrente, le due forze non s’unificano che in quanto ciascuna imprime al battello un certa movimento, € conservano immutati gli altri loro caratteri. Analogamente, i due lottatori hanno sotto un aspetto — non, sott’'ogni aspet- to — un medesimo volere scisso in se medesimo; l’ira è ap- punto conseguenza e indizio della scissione (1). Il problema conoscitivo, per quanto riguarda la conoscen- za del pensiero altrui, e l’approfondimento del nostro, è dun- que risoluto. L’interferire, infatti, alla sua volta subordinato all’unità integrale del mondo, rende possibile quella comunicazione di pensiero, che nel problema conoscitivo rappresenta la vera chiave di volta. La cognizione della realtà fisica. La realtà fisica non è riducibile al pensiero d’alcun sog- getto finito individuale: io n’ho esperienza, e fino a un certo segno la conosco; ma il suo esserci non è l’esserci puro e semplice della mia esperienza e della mia cognizione. Dobbiamo chiarir bene questo punto, che sembra giustifi- care le pretensioni del realismo, e su cui l’idealismo passa un po’ leggermente. Cominciamo dal ricordare, che l’esperienza fisica — di- stinguibile dalla intellettuale; cfr. $ 2 — non è separabile (1) Mi son valso in quest’ultimo capoverso d’un mio scritto brevissimo (12 pp.) La Convivenza in Riv. Pedagogica diretta da L. Credaro. Cfr. in particolare il $ 18. Ma tutto l’articolo servirà, mi pare, a far ben comprendere le questioni sollevate nel presente capitolo. | I o e tale de alienati velinii ditta coat DET te mete e i So A a pg rt» — DI dal pensiero, di cui è un costitutivo, e che alla sua volta n’è un costitutivo — cfr. $ 1, sulla fine. Tutto quello che o so d’un corpo, si riduce a una certa mia esperienza fisica, integrata con l’esperienza fisica d’altri, e rielaborata razio- nalmente. Sembra per conseguenza, che i caratteri del cor- po si riducano in tutto a quelli presentatimi dalla mia espe- rienza, integrata come sopra. E, se così fosse, il corpo non esisterebbe, che in quanto alcuni soggetti ne hanno espe-. rienza. Ma in contrario: la cognizione, che del corpo io possie- do, esclude, per una propria esigenza. logica indeclinabile, che il corpa abbia soltanto i caratteri da me, o da quanti altri soggetti finiti si vogliano, sperimentati. La luna p. es. non fu mai toccata nè da me, nè, ch'io sappia, da soggetti o da corpi qualisivogliano: debbo nondimeno dirla solida, co- strettovi come sono dalla logica dell’esperienza che ne ho. Il realismo, in quanto si limiti a riconoscere, che la no- stra cognizione della realtà fisica oltrepassa la cognizione che attualmente n’abbiano o che potremo acquistare quando che sia, è indiscutibile. Ma il realismo di alcuni filosofi, e di pressochè tutti gli scienziati — ai quali sfugge il carattere fi- losofico di questa loro dottrina — va molto più innanzi. E af- . ferma, che la realtà fisica, benchè se ne conoscano e dun- | que se ne pensino quelle manifestazioni, di cui risulta la nostra esperienza — nel suo intimo vero nocciolo è qualcosa di assolutamente irriducibile a pensiero. Affermazione inaccettabile, perchè irrimediabilmente pri- va d’ogni significato. La realtà, ci dicono, ha un nocciolo (prop. 1); e questo nocciolo non può esser pensato (prop. 2). Ammessa la prop. 2, io mi domando, come si possa intende- re la prop. 1. in una proposizione, il predicato è necessa- riamente un concetto, non la corrispondente realtà; se io dico p. es. : la pietra incastonata in questo anello è un bril- lante, nessuno s’immaginerà, che nella mia prop. io abbia messo il brillante materiale. Ma chi afferma insieme le propp. 1 e 2, viene per l'appunto a dire, che nella 1 il %, predicato è una realtà materiale, Cose dell'altro mondo. $ 6. — Realismo spiritualistico. La concezione, che del mondo abbiamo esposto nel pre- cedente cap., esclude il dualismo e quindi l’agnosticismo, perchè riduce a Spirito anche la realtà materiale ;; senza tuttavia sopprimere la distinzione tra il pensiero conoscitivo e la realtà conosciuta. Risolve dunque in modo soddisfa- cente le difficoltà rilevate. Pochi cenni basteranno a chia-. rire questo punto. In quanto consapevole, il mio atto è conoscitivo di se Stesso; interferendo con altri atti, a in generale con delle variazioni che ne derivano, diviene conoscitivo d’uno realta, che mi era esterna, ma che nella cognizione mi diviene, al- meno parzialmente, interna. Mi limito a considerare il caso, che il mio atto sia bene sviluppato, cioè volitivo (e perciò insieme conoscitivo). E’ indiscutibile che il mio atto, se . interferisce immediatamente con un atto volitivo altrui, dà luogo a una comunicazione tra il mio pensiero e l’altrui, cioè mi fa conoscere, più o meno, il pensiero altrui. Di che ab- biamo già parlato. | Ma il mio atto può interferire con delle variazioni, che, seppure implicano qualche volizione altrui, non la implicano in guisa, da farla interferine immediatamente col mio atto. Rispetto a me, queste variazioni vanno considerate allora come se fossero dovute in tutto a soggetti subconsci; e tali 9 = saranno anche di fatto molte volte. Le variazioni possibili sono, tutte ! gruppi o sistemi di pensieri; perchè ogni atto è un pensiero, e l’interferire degli atti è un reciproco modi- ficarsi e un comunicare di pensieri, subordinatamente a leggi logiche indeclinabili. Quindi: anche l’interferire del mio atto con una qualsiasi variazione consiste in un modifi- icarsi del mio pensiero, e in un suo comunicar col pensiero sistemato in quella variazione. La modificazione subita, e la comunicazione, son tutt’uno : i un elemento, prima estraneo alla mia coscienza, viene ad | unirlesi; modificando così la mia coscienza, e facendola co- | municare con altre. Di tuttociò io m’accorgo; ma in un modo, ‘che merita una riflessione accurata. 87. La rappresentazione del mondo fisico. La modificazione da me subita può essere per me un bene o un male; p. es.: il movimento del treno, su cui viaggio, può trasportarmi dove desidero, ma può invece farmi rompere il collo; in ogni caso, è l’effetto d’una for- za, della quale io devo tenere il massimo conto. Questa forza è la risultante di molti atti spontanei, che interferiro- no; eppure io, in quanto vivo consapevolmente senza co- struir una teoria, non le riconosco un tal carattere. Ciò per due ragioni. Prima: gli atti spontanei, che dan- no la detta risultante, sono, in generale, di soggetti elemen- tari. E a me, un'idea un po’ chiara di quello che sia l’atto di un soggetto elementare — o anche non tanto elemen- tare, p. es. d'una formica o d’un gatto — manca. Idea chia- ra io non ho, che degli atti sviluppati, miei e fino a un certo segno anche altrui; ora, gli atti, di cui ora parliamo, sono RT RIA rsa eg nr IR css ig elementari come i soggetti che li estrinsecano. Seconda : nel- la risultante, cioè nella variazione con cui l’atto mio interfe- risce, gli atti, che ne sono i componenti, sono indistinguibil- mente associati e unificati; sicchè io non li potrei conoscere, quand’anche fossero tutti volizioni analoghe alla mia, e perciò conoscibili senza dubbio una per una. Insomma : la forza, da cui mi conosco determinato, io, in base alla mia esperienza e facendo astrazione da ogni teo- ria, la conosco soltanto genericamente, come una causa 9 una forza che mi determina. Îl suo carattere spirituale mx sfugge; anche perchè l’operare della forza non giustifica il supporla dinetta verso un certo fine, secondo certe cogni- zioni. Il vento, che m'ha portato via il cappello, io non credo, nè che mi conoscesse, nè che abbia voluto farmi dispetto. « E creder credo il vero ». Una realtà spirituale noi ce la rappresentiamo come fi- sica; vale a dire: ce la rappresentiamo in guisa, che ce ne sfugge l’intima spiritualità. Questo non è un falsificarci la realtà; ma soltanto un cenoscerla incompiutamente. Ma tutte le cognizioni, senza eccettuarne le più certe, sono incom- plete. Per esempio: dal contegno, che altri tiene con me, concludo, ch'egli non mi è benevolo; per quali motivi e fino a che segno, non so; ma che non mi sia benevolo è fuor di questione. | CAPITOLO XII. JL PROBLEMA PRATICO $ 1. — Su che si fondi la pratica. L’uomo distingue il bene dal male. C'è, tra i due concetti, un’evidente correlazione; per cui, stabilito qualcosa intorno a uno dei due, se ne ricava subito qualcosa di correlativo in ordine all’altro. Potremo dunque restririgerci a far cenno dei beni; sottintendendo, in gene- rale benchè non sempre, i mali corrispondenti. L’uomo desidera il bene, e procura di assicurarselo (ri- fugge dal male, e procura di scansarlo). Il bene provoca dun- que il desiderio; benchè, d'’altra parte, il desiderio basti per imprimere a ciò che si desidera il carattere di bene. L'attività pratica, sia istintiva che volontaria, è diretta sempre verso il bene. Dell’istintiva non parleremo. La vo- lontaria è consapevole, implica cioè la cognizione del bene, verso cui si dirige come al suo fine : ignoti nulla cupido. Per conseguire un UNE; bisogna conoscere, oltre al fine Stesso (come or ora si è notato) anche i mezzi, che vi si ri- chiedono. Inoltre : il fine, a cui tendiamo perchè lo ritenia- mo un bene, conseguito che sia risulta non di rado un male. Di qui l’essenziale valore pratico della cognizione. Per co- noscere i mezzi ai fini che ci fossimo proposti — e quindi anche per non proporci fini a cui non si conoscessero, 0 ci mancassero, i mezzi — bisogna conoscere profondamente le connessioni causali tra l’attività nostra e la realtà esterna. E per non equivocare, scambiando i mali coi beni o vice- “versa, è necessario, da una parte, render esatta la nozione di bene; dall’altra, conoscere le connessioni causali tra l’at- tività nostra, i diversi beni, e i diversi mali. Da tutto ciò risulta, che la risoluzione dei problemi conoscitivi accenna- ti, o insomma la costruzione del sapere umano — costru- zione, che si risolve daccapo in un procedimento pratico —, è, per l'attività pratica, un fine imprescindibile, ossia un bene del più grande valore. | Socrate affermava, che la virtù consistesse nel sapere. A che si oppone i notissimo : “ video meliora proboque, dete- riora sequor » ;. troppo vero per molti. Ma Socrate riteneva (come fu notato p. es. dal Rensi), che il disaccordo tra !a volontà e il sapere implicasse una radicale deficienza e nel- l’uno e nell’altra. Così è. Il sapere infatti è una costruzione volitiva; cioè, come or ora notavamo, pratica. E la volontà si riduce alla spontaneità, organizzata razionalmente, ossia ‘mediante il sapere. Donde si conclude, che vera volontà, e vero sapere, esistono soltanto se unificati, sicchè tra l’uno e l’altra non ci sia contrasto possibile. Quest’unificazione, ‘0 diciamo la perfetta organizzazione dell’uomo, è anch'essa, per l’attività pratica, un fine imprescindibile, ossia un fine del più grande valore. I suoi fini, l’uomo li può conseguire soltanto nella con- vivenza; il che nella pratica introduce delle nuove compli- cazioni, oltre alle già indicate. Una conseguenza di queste complicazioni — sulle quali non insisteremo — è, che i beni sì dividono in due grandi classi. Tra i beni della prima ricor- diamo, in via d’esempio: i piaceri fisiologici, la salute, la sicurezza, la ricchezza, la potenza, la considerazione; i primi due strettamente individuali, mentre gli ultimi quattro non sono possibili che nella convivenza. I beni della secon- — l4l — da si riducono ad uno, alla buona coscienza: « nil conscire sibi, nulla pallescere culpa ». i Diciamo fortunato chi possiede un minimo, del resto im- precisabile, di beni della prima classe; onesto chi possiede: l’unico bene della seconda. E tutti riconoscono, in teoria, che l’essere onesto è meglio dell’essere fortunato, Il proble- ma che vogliam risolvere in ordine alla pratica, è di costrui- re, limitatamente alle linee fondamentali, una dottrina mo- rale; di precisare la nozione d’onestà, nonchè le sue relazioni. con quella di fortuna — o di utilità, per usare il termine: divenuto classico.  L'utilitarismo, E’ una dottrina, che riduce l’onesto all’utile. Secondo Bentham, i beni sono quantità, misurabili, e perciò esprimi- bili numericamente, purchè s’abbia riguardo all’insieme dei loro caratteri; tra cui basti notare l’intensità, la durata, la sicurezza, e il numero di quelli che ne godono. Immaginia- mo fatta la somma totale, diciamo B, dei beni; e analoga- mente quella totale, diciamo M, dei mali. Un uomo ragio- nevole non può, nel suo interesse, non desiderare, che la differenza B-M sia positiva, e possibilmente massima. La condotta moralmente buona è quella, che tende a produrre: un tale risultato. Ma il detto computo presuppone, che i beni, abbiano tutti la medesima qualità; condizione sine qua non perchè delle quantità siano sommabili. Parve nondimeno allo Stuart-Mill (1), che l’utilitarismo. potesse, con qualche modificazione, venir mantenuto. Si deb- (1) Il Mill nel suo Utilifarianism (1863) cercò di chiarire la dottrina del moralista precedente tenendo in gran conto l’esigen- za fondamentale del Hume e di Adamo Smith, facendo notare .che il Bentham non aveva sufficientemente avvertito che nel j È 4 - (e * # R | — 142 — ba scegliere tra due beni diversi qualitativamente; la scel- ta parrebbe non poter esser che arbitraria; eppure, ne’ casi d'importanza, tutti riconosceranno, almeno in teoria, che bi- sogna scegliere in un certo modo. Sia. Ma se il criterio, che impone la scelta, è universale, siam fuori dell’utilitarismo. Perchè i beni utili (o della seconda classe; cfr. $ 1 sulla fine) sono realtà empiriche; soggette anch’esse di certo .a leggi logiche universali, ma prive, in quanto empiriche, di carattere universale. Se, viceversa, il criterio manca d’uni- versalità; se, in altri termini, tutti significa soltanto, quelli che rappresentano l’opinione predominante in una conviven- Za — in questo caso a un criterio se ne potrà opporre, con pari diritto, un altro; non essendo possibile, senza ricorrere a un criterio universale, decidere quale sia il migliore tra due criteri particolari. Chi afferma, come fanno Mill e anche Bentham, che un uomo dev’essene disposto a sacrificarsi, quando il sacrifizio riesca utile a un gran numero d’altri, si mette, per giusti- ficar il suo dire, in una situazione peggio che imbarazzante. Il numero di quelli, a cui gioverà un sacrifizio, ha di certo un'importanza, ma non decisiva; la madre, che sacrifica se stessa per salvare il suo bimbo, è degna di lode, non meno € forse più di Pietro Micca. $ 3. — Continuazione. La morale utilitaria non è, come da molti la si crede, ab- bietta Socrate stesso era ‘un utilitario. Ed Epicuro (1) non « sentimento che unisce l’uomo ai propri simili » è da ricercare la fonte del dovere. (E. C.). Epicuro filosofo atomista greco nato nel 341 av. C. Di lui non si conservano che frammenti; la sua dottrina, grazie all’espo- sizione fattane da Lucrezio, e alle discussioni che se ne fecero, è nondimeno ben conosciuta. (E. C.). — 143 — lusinga le passioni; anzi mette in chiaro che l’uomo, per go- | dere quanto più e soffrire quanto meno sia possibile, non ha “mezzo più sicuro, che di esercitare sopra di sè un dominio . vigoroso e costante. A vivere basta poco; a viver bene basta oa ‘ sapersi contentare di questo poco. Impossibile disconoscere : il valore universale di simili suggerimenti. Ii torto vero della morale utilitaria è nella sua incoeren- za, rilevata poco sopra; e della quale in Epicuro sono evi- denti gl’indizi. P. es.: egli attribuisce un valore positivo alla reminiscenza dei piaceri goduti, e giustifica la volon- taria provocazione di tale reminiscenza. Il che va contro a quanto c’è di meglio nell’epicureismo : l’uomo che, non potendo più godere, va rimuginando i g0- dimenti passati, non è l’uomo pago dello stretto necessario, e padrone di sè; corre gran pericolo di cader nell’abbiezio- ne, seppur non vi è già caduto. ‘ Similmente non si può non disapprovare il suo consiglio di astenersi dalla vita pubblica, perchè (da notare il per- chè) la propria quiete vale più delle soddisfazioni ambiziose. Crediamo anche noi, che nella vita pubblica non sian da cercare soddisfazioni ambiziose. Ma l’uomo che, potendo esercitare un’influenza, o sulla pratica della vita pubblica, 0 sulie opinioni riferentisi a tale pratica, si astenga dall’eser- citarla, è un egoista, che non sa goder del bene altrui, e che s’espone a far male i suoi conti anche rispetto a se medesimo. | Queste incongruenze derivano dall’incongruenza fonda- mentale all’utilitarismo, già rilevata. Non è dubbio, che a costruir la morale utilitaria i filosofi s’indussero, in gene- rale (abbiam già ricordata un'eccezione importante),per ave- re trascurata la considerazione di quegli elementi, che alla vita imprimono, e che più ne rendono manifesto, il caratte- re Spirituale. — ded A un ateista coerente, sia 0 no materialista, è impossibile riconoscere altra morale, che l’utilitaria. Epicuro ammette gli Dei: ma esclude, che abbiano qualsiasi parte nel governo del mondo; è dunque in realtà un vero ateista. E il moderno utilitarismo, evidentemente connesso con l’epicureismo, è, ne’ suoi elementi specifici, una formazione dell’illuminismo a tendenze ateistiche. Per essere conseguente, l’ateismo deve negare, che nel mondo vi sia un ordine supremo necessario. Esplicita o no, questa negazione toglie che ci si possa rendere un conto chia- ro di qualsiasi cosa, e meno che mai della pratica umana. Cenno sullo sviluppo storico della morale. Gl'indizi — preziosi quantunque scarsi, e non utilizzabili senza grandi precauzioni — che possediamo intorno alla condizione dei primitivi, e la storia, dimostrano, che la pra- tica umana s'andò man mano modificando, in guisa da realiz- zare fini sempre più complicati, e in parte almeno — secon- do una stima, di cui nulla ci fa parer dubbio il valore — ‘ più elevati. La detta modificazione va dunque ritenuta, în generale, un perfezionamento. Il perfezionamento consiste nella formazione: 1) di idee pratiche, sempre più estese, più esatte, più fortemente con- nesse tra loro e con tutte le altre idee — le quali si vanno rendendo in pari tempo sempre più estese, più fortemente connesse —; insomma : le idee pratiche acquistano un fon- damento sempre più saldo nella cognizione; 2) delle cor- rispondenti volizioni; che, nel modo e per le ragioni di cui ora si è detto, si vanno consolidando e ordinatamente ag- gruppando, in ciascun uomo’ e nella collettività. Si ottiene = 145 = così, che le diverse volizioni s'aiutino tra loro con effica- cia crescente, affermandone insieme per quanto è possibile i contrasti. A questo sviluppo interno corrisponde, a un di presso come il corpo all'anima, lo sviluppo esterno dell’or- ganizzazione collettiva. Per chiarire il discorso testè riferito, un po’ astratto e compendioso, consideriamo una in particolare delle tante for- ze o circostanze modificatrici dell’uomo e della convivenza. L’uomo è molto più esigente rispetto agli altri, che rispetto a sè. In causa propria gli è facile persuadersi, che una con- dotta favorevole alle sue passioni sia per ciò appunto ragio- nevole. Ma trattandosi d’un altro non gli pare più accetta- bile una simile giustificazione; comprende con chiarezza, e dichiara con fermezza, che una soddisfazione immediata È di valore molto scarso, che bisogna pensare anche al poi, e al vasto complicato insieme di tutte le passioni e di tutti gl’interessi, anche altrui. E ciò finisce col creare un’opinio- ne pubblica, superiore in gran parte alle opinioni dei singoli, fondate ‘sulle corrispondenti passioni. La ragione, che nel singolo è ridotta non di rado al silenzio, nell'opinione pub- blica riesce, in parte, a esprimersi con maggior chiarezza, e a rendersi praticamente più efficace. Concludendo : che le presenti condizioni morali siano, al pari di tutte le altre, conseguenza d’uno sviluppo; e che lo sviluppo sia dovuto all’interferire — in ciascun uomo, in ciascuna convivenza, tra le diverse convivenze, tra l’uomo qual è nella convivenza e il mondo esterno — di fatti psi- chici ossia d’elementi empirici, non è dubbio. Ma non se ne ricava, che la morale sia riducibile per in- tiero a un complesso d’elementi empirici causalmente con- nessi. Perchè la connessione causale, cioè l’interferire, im- 10 lg plica, oltre agli ementi che interferiscono, una legge; vale a dire un’unità includente gli elementi medesimi. E la legge. o l’unità non può essere, non è, un elemento empirico. Vi è dunque, nella morale come in tutto il resto, senza eccettuare il così detto mondo fisico, un elemento non ‘empirico. E l’u- tilitarismo, con la sua pretesa fondamentale di riconoscere come reali soltanto i beni empirici, non regge neanche sulla bI base della considerazione storica: è a terra (1). $ 5. — La morale categorica. Dicendo condotta morale s’intende certamente condotta razionale ; il che fu riconosciuto anche dagli utilitaristi. La differenza tra la morale utilitaria, e quella che ci accin- giamo ad esporre, sta nella diversa influenza che alla ragione si riconosce; influenza, che nella morale utilitaria si riduce alla considerazione delle connessioni reciproche tra le azioni, mentre il fine delle azioni rimane l’utile individuale o col- lettivo. Nella morale dell’imperativo categorico, alla ragione | spetta una funzione più importante, cioè quella di ricono- scere 0 di creare un bene che non è riducibile al piacere. Questa morale risponde senza dubbio ad un’esigenza sen- tita, quantunque un po’ in confuso, da ciascuno : val meglio essere onesti e soffrire, che non godere di ogni vantaggio, ——€@&_—€@€@T—@€——n—La sociologia, e la morale sociologica, sono appunto costrui- te sulla base della considerazione storica. Noi qui non possiamo entrare nei particolari, non di rado notevoli, delle varie sociologie. Dobbiamo contentarci di riferire qualche nome : Comte, Spencer, Ardigò, Durkheim, Asturaro, Pareto. Anche parecchi naturalisti, p. es. Darwin, Romanes, fecero delle incursioni più o meno fe- lici nel campo della morale a fondamento sociologico. ma sotto condizione di metter in tacere la propria coscienza. Perciò la formula esprimente la detta morale consiste nel dichiararne categorico l’imperativo, mentre ogni altro im- perativo pratico è ipotetico. In altri termini: le regole pra- tiche sono dirette negli altri casi a conseguire certi fini; hanno valore, ma per chi attribuisca valore ai fini; cioè sup- pongono (e perciò si dicono ipotetiche) la volontà di conse- guire quei fini. Laddove l’imperativo categorico ha valore, non in ordine a fini di cui a un uomo possa importare a un’al- tro no, ma per se stesso. Il fine, a cui tende l’imperativo ca- tegorico, è tutt'uno con l’adempimento dell’imperativo me- desimo; l'imperativo è dunque fondato essenzialmente sulla ragion comune, all’infuori delle particolarità per cui un uomo differisce da un altro. » La formula può essere anche presentata con qualche di- versità. Per ubbidire a un precetto, l’uomo ha certamente un motivo; che può essere, o il timore di gravi conseguenze che derivino dal disubbidire, o il pregio intrinseco ricono- sciuto al precetto. Nel primo caso l’uomo, ubbidendo, serve in ultimo all’interesse; l’ubbidienza dunque non ha che un valore utilitario, e manca di un elevato valore morale. Quan- do invece l’uomo ubbidisce perchè riconosce al precetto un valore intrinseco supremo, il suo ubbidire ha certamente un valore morale, ma non è più l’ubbidire a un’autorità esterna, è semplicemente un ubbidire a sè in quanto ragio- mevole; perciò la morale che stiamo consideranda può dir- si autonoma; laddove la morale diversamente fondata risul- ta eteronoma. | | Si può anche dire : nella morale utilitaria quello che im- porta è il risultato che si ottiene mediante l’azione ; la volonta pura e semplice importa poco. Invece nella morale fondata sulla ragione quello che importa è soltanto la volontà con cui —- 148 -- si opera; non il risultato esterno ma l’intenzione. Si deve sottintendere un’intenzione ferma; tale cioè da passare al- l’azione, quando non ci sia qualche impedimento esterno in- superabile. Se per esempio io vedo un uomo in grave peri- colo, tenterò di salvarlo. Potrò non riuscire; ma il dovere non esige da me se non la volontà energica della riuscita, Quindi la morale in discorso è anche riassumibile dicendo, che la sola cosa moralmente buona è la buona volontà. L'essenziale dell’uomo, e il solo elemento comune a tutti gli uomini, è la ragione; quindi: conformarsi alla ragione, come avente un valore non di mezzo ma di fine, significa: realizzare in noi l’uomo, considerato nella sua unica univer- salità e non nelle sue innumerevoli particolarità. La realiz- zazione di questo elemento universale può non essere piace- vole, ma in ogni modo è per l’uomo stesso il più gran bene, fn quanto è la realizzazione di ciò che l’uomo ha di meglio in se medesimo. Questo bene, diversissimo dal piacere, con- siste nell’assicurare all’uomo la sua dignità, cioè la stima ra- | gionevole di se stesso. Ognuno deve considerare sè, cioè l'elemento universale della sua persona, come il fine vero, non mai come un mezzo per altri fini. Per conseguenza, deve considerare come fini, e non mai come mezzi, anche tutti gli altri uomini (1). Ecco un'ultima forma che possiamo dare all’imperativo catego- rico. (1) Le tre forme or ora esposte vennero formulate con chia- rezza da Kant (Cfr. Kant: Fondazione della metafisica dei co- stumi. Parte II, e la Critica della Ragion Pratica. Da tutto ciò che abbiamo esposto risulta che la dottrina di Kant spezza la pratica umana in due campi eterogenei : quello dell’u- tilità e quello del dovere. Per conseguenza : la morale del Cristia- nesimo, che deriva da un precetto divino, e che implica una san- —Critica della dottrina suesposta. [ particolari empirici, per cui un uomo differisce da un altro non sono intelligibili, nè possibili, fuori dell’unità; e dunque son subordinati alla ragione. Tuttavia sono essen- ziali alla ragione in quanto s’attua nell'uomo; e non è dun- que lecito lasciarli da parte. Infatti, primo: benchè i parti- colari varino de uoma a uomo, non c'è per altro alcun uomo che non ne presenti certi o certi altri. L'esistenza di parti- colari, non di quei certi particolari, ha dunque un carattere universale. Donde viene, secondo: che i procedimenti ra- zionali siano possibili soltanto per mezzo dei particolari. L'abbiamo già riconosciuto in ordine alle cognizioni teo- retiche; rileviamolo in ordine alla valutazione pratica. “La ragione di cui si parla e di cui è indiscutibile il su- premo valore morale, non può ridursi a quella ragione astrat- ta, con la quale si costruisce per esempio l’algebra; la ragio- ne astratta non contiene in sè alcun elemento pratico, e dun. zione utilitaria quantunque ultra mondana, secondo la dottrina di Kant non sarebbe una morale. | La separazione rigorosa in ordine alla pratica riproduce quella non meno rigorosa già rilevata in ordine alla teoria, nella quale ultima si contrappongono gli elementi empirici ed i razionali. La critica della morale Kantiana, della quale passiamo a far cen- no, corrisponde ad una simile sulla teoria Kantiana della cono- scenza. Noi abbiamo chiarito che i fatti e la ragione, benchè di- stinguibili, non sono però separabili. La ragione essendo la forma di ciò, di che i fatti costituiscono la materia. Vedremo analogamente. che senza i piaceri ed i dolori non ci sarebbe luogo alla virtù; il che non vuol dire che la virtù sia ricavabile utilitaristicamente dalla sensibilità; bensì che sensibilità e virtù sono elementi assolu- tamente inseparabili. — 150 — que, per applicarsi alla pratica, deve postulare quella praticità ‘ che non include, In altri termini: la morale fondata sulla ragione astratta si varrebbe della ragione soltanto come di strumento, e sarebbe in sostanza una morale utilitaria. Quel. la ragione, in cui sta il massimo valore dell’uomo, deve al contrario includere in sè la pratica; ma la pratica è un fare, un modificarsi e modificare, un attuarsi nel tempo cioè un variare ; insomma non è pensabile all’infuori delle particolari- tà, che sono, benchè variamente, costituitivi essenziali di ognuno. | | Il che si conferma riflettendo, che la dignità, in un uomo che non fosse capace nè di soffrire nè di gioire, non po- trebb’essere offesa nè dal di fuori nè dal di dentro. L'uomo che altri faccia servire di mezzo a’ suoi fini, o che faccia servire di mezzo la parte migliore di sè alla parte inferiore, vede violata o viola egli stesso la sua dignità in quanto soffre di una tale violazione; la quale senza questa sof- ferenza non ci sarebbe. Così : un maltrattamento mi offende perchè ne soffro; se non ne soffrissi non ci sarebbe. In- somma: la dignità esiste vrecisamente perchè può essere violata, e dobbiamo difenderla contro gli altri e contro noi stessi; essendo in ogni caso elementi empirici tanto la vio- lazione che la difesa. Da ultimo: ciascuno deve senza dubbio privarsi del suo piacere, affrontar il suo dolore, piuttosto’ che offendere la dignità sua od altrui; ma deve altresì procacciare l’altrui piacere, allontanare l'altrui dolore, sempre se ciò è concilia- bile con il rispetto alla dignità umana; operare diversamente, quando non ci fosse il motivo accennato, sarebbe un’offen- dere gli altri. E offenderebbe se stesso chi operasse altri- menti rispetto a se stesso. La ragione umana, cioè la ragione attuata nell’uomo che ne diviene consapevole, si applichi al fare o al conoscere, prenda il nome di morale o di logica, è sempre la medesi- ma : è la legge costitutiva essenziale dell’esperienza. Or ora dicevamo, e dicemmo più volte, che il suo esserci si deve all’esserci dell'Unità universale, includente ogni cosa; nel cap. seg. ritorneremo sull’Unità; per ora lasciamola in di- sparte, fermandoci alla legge. Questa, essendo legge dell’esperienza, non ci sarebbe, se son ci fosse un'esperienza. Qualsiasi pregio da noi ricono- scibile a qualsiasi elemento, e la nostra stessa cognizione dell’elemento, svaninebbero con lo svanire della legge, che realizza ed esprime ogni valore conoscitivo e pratico. L’u- tilitarismo, che dei valori pratici vuole rendersi conto senza badare alla legge che li condiziona, è dunque insostenibile. Insostenibile del pari — e in fondo per la ragion emedesi- ma — è il categorismo; che alla legge bada, ma trascuran- done le necessarie connessioni sperimentali. Il pregio del Mosè di Michelangelo consiste nella forma, non nella ma- teria; eppure la forma è necessariamente forma d’una ma- teria. i La morale non è una pratica sui generis, irriducibile alle altre. Ma è l’espressione più elevata, perchè totale, di quella medesima esigenza razionale, di cui tutte le azioni, consi- derate una per una in gruppi limitati, sono espressioni fram- mentarie. L’uomo sa, in. quanto gli riesce di superare !a frammentarietà nel suo pensare teoretico; ed è onesto, in quanta gli riesce di superare la frammentarietà nel suo fare pratico. DIO $ 1. — Il Soggetto Universale. Il soggetto singolo è limitato : in primo luogo, perchè ine- vitabilmente molti suoi costitutivi sono subconsci. S'è visto infatti, che il più semplice pensiero deve in ogni momento integrarsi con dei ricordi, che si affacciano sempre soltanto in parte; sicchè il pensare con chiarezza è un procedimen- to che in un certo senso non finisce mai. Viceversa: il processo del pensare implica evidentemente la coscienza pensante, che si attua nel compierlo. Dunque la subcoscien- Za, di cui tanti parlano come se non implicasse alcun pro- blema, costituisce invece un problema dei più seri; per- chè, mentre per un verso dobbiamo ammetterla, sembra per un altro verso metter capo a una contraddizione. Ancora, il soggetto singolo è limitato : in secondo luogo, in quanto non è possibile risolvere tutta la realtà nel pen- siero di un singolo: infatti, se non altro, il pensiero del- l’altro singolo differisce, in gran parte irriducibilmente, 4a quello che io ne so; il che si conclude necessariamente da quello che io ne so. Reciprocamente : una realtà, non ri- ducentesi a pensiero pensato,è un contro senso. Anche su questo punto l’imbarazzo apparisce grave, trattandosi di conciliare tra loro elementi, che sembrano contraddittorî. — 154 — Per superare le difficoltà rilevate non c'è che un modo: riconoscerle relative soltanto al singolo; ammettendo, al di sopra d'ogni singolo, il Soggetto Universale. Il pensiero di questo sia: in primo luogo, tutto consapevole; in secondo luogo, creatore d’ogni realtà. (L’esserci della realtà consi- sterebbe nel suo ridursi a pensiero del Soggetto Universale). Allora, la prima difficoltà, quella inerente alla subcoscienza, svanisce: infatti quel pensiero che nel singolo è subcon- scio, essendo perfettamente consapevole nel Soggetto Uni- versale, il problema inerente alla subcoscienza è piena- mente risoluto. Anche l’’altra difficoltà è risoluta : la realtà, che non è riducibile a pensiero del singolo, essendo riducibie a pen- siero del Soggetto Universale. Avevamo già dimostrato non potersi ammettere, che 1 singoli siano assolutamente separati e tra loro indipendenti. C'è senza dubbio, in ogni singolo e come suo costitutivo, qualcosa comune a tutti, a cui abbiam dato il nome di Sp: rito, e che insomma è l'unità suprema, la ragione ultima e la causa prima del mondo. Esattamente come il Soggetto Universale, di cui ora parliamo. Il nostro discorso di poco fa non ha dunque nulla d’ipotetico. Ma importa rilevare, tra Spirito e IRORA Universale, una differenza. Il Soggetto Universale, abbiam detto, è pie- namente consapevole; perchè, se tale non fosse, le difficoltà ricordate (inerenti alla subcoscienza, e alla riduzione a pen- siero della realtà), rimarrebbero insolute. Naturalmente, se anche allo Spirito s'‘attribuisce la pienezza della coscienza, Spirito e Soggetto Universae sarebbero tutt'uno. Ma il fatto sta, che secondo alcuni filosofi (dei quali parliamo col più grande rispetto) lo Spirito non è consapevole, che in quanto è il pensante vero in ogni singolo; donde si conclude, non ie esserci punto una coscienza piena, scevra di subcoscienza. Concezione, che per le ragioni superiormente addotte non possiamo accettare. La questione che abbiam discussa, e sulla quale aggiungeremo a chiarimento alcune riflessioni ul- teriori, non è dunque di parole. $ 2. — Caratteri del Soggetto Universale, Il Soggetto Universale pensa necessariamente, perchè non esisterebbe se non pensasse. Ma da ciò non si conclude, che sia nel suo pensare determinato necessariamente. Il determi- nismo assoluto è, per quanto abbiam visto, incompatibile con la spiritualità, e dunque da escludere anche in ordine al singolo; tanto più in ordine al Soggetto Universale. Quell’iniziativa che al singolo si deve riconoscere, si déve riconoscere anche al Soggetto Universale; ma con que- sta differenza. Il singolo è originariamente spontaneo, ma in quanto è tale non può dirsi libero; la libertà essendo la spontaneità razionalmente organizzata. Invece lo Spirito, es- sendo l’unità pienamente consapevole in cui tutto è incluso è perfettamente razionale; dunque la sua iniziativa non è spontanea soltanto, ma libera. Il Soggetto Universale crea liberamente i suoi pensieri; e propriamente non crea che i suoi pensieri. Supponiamo in- fatti che creasse una realtà non riducibile totalmente a suo pensiero. Vi sarebbe in questa realtà un elemento irriducibile a pensiero del Soggetto Universale. Quest’elemento, essendo fuori del pensiero e perciò non pensato, sarebbe, o creato senza che il creatore se ne rendesse conto, o increato; sup- posizioni entrambe da escludere. S'intende che il pensiero del Soggetto Universale non è sia astratto, com'è generalmente il nostro, di fronte al quaie sussiste una realtà che non gli è riducibile; bensì perfetta- mente concreto. S’intende ancora che il pensiero creato sarà invariabile senza dubbio per quei caratteri che sono conse- guenze necessarie dell’unità creatrice; ma per gli altri può esser variabile; non potendosi al Soggetto Universale negare la capacità di produrre qualcosa di nuovo. Del resto: l’es- serci della realtà variabile prova, che il Soggetto Universale volle, senza esservi necessitato, creare qualcosa di varia- bile. In quanto crea una realtà variabile, il Soggetto Uni- versale crea pure il tempo; al quale non è sottoposto, perchè il tempo non esiste, in ordine al Soggetto Universale, che in quanto questo estrinseca una variabile attività e svanireb- be ipso facto, quando il Soggetto Universale cessasse dal realizzare, cioè dal pensare, delle novità. $ 3. — Relazione tra i singoli e il Soggetto Universale. Il procedimento, con che il Soggetto Universale crea il sin- va si riassume come segue ; | . Il Soggetto Universale costituisce di certi suoi pen- sui un gruppo connesso in se medesimo più strettamente che non con gli altri pensieri estranei al gruppo; 2. Attribuisce a questo gruppo di pensieri una coscien- za, estendentesi non oltre il gruppo, e inclusa di certo nella coscienza del Soggetto Universale, ma tuttavia distintane ; 3. Attribuisce al gruppo medesimo una iniziativa, dalla quale il gruppo è reso capace di modificare se stesso, e in grazia del’interferire, di esercitare un’azione modificatrice anche su altri pensieri del Soggetto Universale aggruppati o no. E’ appena il caso di avvertire che il costituire di certi -- 157 — pensieri un gruppo e l’attribuire al gruppo tanto una co- scienza distinta quanto un ‘iniziativa, sono tre operazioni che in ultimo si riducono a una sola. Infatti come i pensieri del Soggetto Universale costituisco- no un’unità, perchè tutti sono pensieri Suoi, cioè tutti sono inclusi nella sua coscienza; nello stesso modo certi pen- ‘ sieri del Soggetto Universale costituiranno un’unità parziale, perchè inclusi anche in una medesima coscienza limitata e. secondaria. Formare il gruppo, e attribuirgli una coscienza, sono dunque una medesima operazione. D'altra parte una coscienza è sempre necessariamente un'iniziativa; in altri termini: una coscienza, che non operasse, non potreb- b’essere tutt'al più che un ricettacolo indifferente, non la coscienza viva costituente un soggetto. Essendo la coscienza singola capace d'iniziative affatto spontanee, il Soggetto Universale non conosce in anticipa- zione il modo con cui le iniziative medesime si vanno svilup- pando. A primo aspetto quest’affermazione sembra inconci- liabile con l’onniscienza; carattere, che al Soggetto Univer- sale non può esser negato. Ma riflettiamo. 1. La detta limitazione dell’onniscienza non è riferibile a una realtà esterna; è una limitazione, che non ci sarebbe se non fosse voluta dal Soggetto medesimo; il quale po- trebbe anche non volerla, ma rinunziando in questo casa a creare dei soggetti. | 2. L’atto spontaneo, benchè non conosciuto in anticipa- zione come ora dicevamo, è dal Soggetto Universale imme- diatamente conosciuto nel suo attuarsi, perchè il soggetto sin- ‘ golo essendo, anche in ordine alla propria iniziativa, interno : al Soggetto Universale, nella coscienza del singolo non ci può essere nulla che non sia ipso facto anche nella coscienza del Soggetto Universale. Abbiamo già visto, che l'’indeterminismo di cia- scun atto è completo bensì riguardo al suo realizzarsi, ma non riguardo al modo con cui si realizza. Il modo è anzi de- terminato quasi per intiero dalle connessioni causali a cui l’atto è sottoposto necessariamente nel suo realizzarsi. Deriva da ciò che il Soggetto Universale, pur non preve- dendo il relizzarsi di un atto, prevede, con un’approssima- zione di gran lunga superiore a quella, con cui l’uomo più dotto formula una legge fisica o psichica, le conse- guenze anche più lontane degli atti che si vanno realizzando. Il che gli rende possibile di esercitare in ordine al mondo quella funzione teleologica di cui la parola Provvidenza «esprime la concezione comune. Notiamo infine, che l’esi- stenza di un mondo, i cui creatori sono i soggetti singoli, non impedisce al Soggetto Universale di influire sul mondo medesimo anche direttamente per via di pensieri esclusivamente suoi, che potranno modificarne anche profon- dissimamente l’accadere. I caratteri, che riconoscemmo al Soggetto Universale, giustificano e impongono la sua fondamentale identificazione col Dio delle religioni monoteistiche. Il Dio, a cui siamo giunti, è degno senza dubbio d’essere amato sopra ogni cosa, con tutta l’anima. Con ciò, la piena risoluzione del problema religioso non è ottenuta; ma il procedimento per ottenerla è indicato con sufficiente chiarezza. | $ 4. — Dio, e la scienza umana. ° Contro il teismo fu sollevata un’obbiezione, che dobbiamo discutere : ammessa l’onniscienza divina, che funzione ri- mane alla ricerca umana? L’uomo, per quante conquiste faccia nel campo conoscitivo, non riuscirà mai ad accrescere il sapere d’un minima che; la sua opera è dunque vana. Ri-* spondiamo : la ricerca umana serve, se non ad altro, ad accrescere il sapere dei singoli, che non si posson dire onniscienti, e che possono tutti, per molto che sappiano, saper qualcosa di più. Gli oppositori affermano, che in ogni singolo il pensante vero sia uno solo, Dio — un Dio, il quale non pensa che nei singoli —; donde si conclude, che il sapere divino, e il sapere dei singoli, coincidano. Allora, ma soltanto allora, l’obbiezione apparisce fondata : se Dio è onnisciente, son tale anch'io; e la mia ricerca non ha senso. - Se non che, noi respingiamo l’affermazione degli opposi- tori. La discussione tra loro e noi deve cadere su questo punto: se cioè il singolo sia, o no, da identificare con Dio. Le ragioni, che fanno per noi, furono riferite più addietro, e non è il caso di ripeterle ; gli oppositori avranno causa vin- ta, se riescono a confutarle. Ma che una conseguenza della loro dottrina, da noi non accettata, si pnesenti come un'’ob- biezione alla nostra dottrina, è logicamente illegittimo. Non c’è, dicono gli oppositori, una ricerca, ma una costru- zione; che sotto un aspetto è costruzione del sapere, sotto ‘un altro è costruzione della realtà. Questo — cioè che realtà e cognizione sian tutt'uno, è indiscutibilmente vero in ordine a Dio; ma in ordine al singolo? Apro un giornale, per in- formarmi delle novità; vorreste sostenere, che le novità 'e ho create io con l’aprire il giornale? La filosofia, rispondo- no, ha tutt'altro da fare, che tener dietro ai singoli. E anche questo è vero fino a un certo segno; sostenere, che Dio è il pensante vero in ogni singolo, mi sembra un dir qualcosa intorno ai singoli. Infine : l’onniscienza divina comporta qualche restrizione, che in Dio non è un difetto, perch’Egli stesso la volle. Dio non crea il mondo umano — popoli, governi, chiese, case, argini, macchine, ecc. ecc. — che in quanto crea, e mette in condizioni favorevoli, degli uomini che lo creano. Ri- spetto al mondo umano si può dire, quantunque non preci- samente nel senso degli oppositori, che la scienza relativa è una costruzione piuttosto che una scoperta. Ma di qui non si ricava niente contro la nostra concezione di Dio Il Saper volgare Valore del saper volgare Come si costruisce il saper vulgare L’Esperienza La Ragione Esperienza e ragione collegate L’attività pratica La convivenza Insufficienza del saper volgare I sottintesi – IMPLICATURE – SUB-SIGNIFICATO – IO SIGNIFICO – IO INTENDO – IO SOTTINTENDO -- del pensiero volgare  La Scienza . La scienza e la limitazione del campo Altre considerazioni sul procedimento scien- tifico La scienza non può condurre ad una conce- zione d’insieme Le Religioni Origine delle religioni Prima critica delle religioni accennate Il Cristianesimo Cristianesimo € filosofia CapitoLo IV. — Cenni storici sullo svolgimento della critica $1— Cartesio Malebranche e Spinoza Locke $ 4 — Berkeley Hume Leibniz - Le monadi e la loro funzione rap- presentativa $ 2 — Leibniz - Ciò che le monadi rappresentano $ 3 — Kant - La rivoluzione copernicana Kant - Le intuizioni fondamentali Kant - I giudizi sintetici a priori e le categorie Kant - Fenomeno e noumeno . |Fichte a. | Necessità di una critica ulteriore . La Critica Radicale $ 1 — Opportunità di rifarsi da Kant Lo Spirito e la realtà IH Tempo Osservazioni critiche sulla dottrina del tempo suesposta $ 5.-- Lo Spirito ed il soggetto e n a L’unicità del Soggetto La cognizione oggettiva dei soggetti L'unità della coscienza Discussione del solipsismo Formulazione dei problemi fondamentali Unità di coscienza . Unità e molteplicità della coscienza $ 4 — La subcoscienza ; $ 5 — Inamissibilità della subcoscienza La dottrina dell’essere ideale di Rosmini Verità e Certezza Verità Certezza . Certezza e verità Il tempo, la causalità e l’accadere Il tempo e il pensiero Il tempo e l’accadere La causalità come categoria Da che dipende l’accadere  Il principio dell’accadere $ 6 — L'interferire 8 7 — Lo sviluppo del soggetto . Il problema conoscitivo $ 1 — Pensiero e cognizione L'esperienza Continuazione : che ci fa conoscere lo studio La comunicazione del pensiero e l'interferire. La cognizione della realtà fisica Realismo spiritualistico La rappresentazione del mondo fisico I! problema pratico » & 1 — Su che si fonda la morale $ 2 — L'’utilitarismo Cenno sullo sviluppo storico della morale $ 5 — La morale categorica $ 6 — Critica della dottrina suesposta Conclusione Dio Il Soggetto Universale $ 2 — Caratteri del Soggetto Universale Relazione tra i singoli ed il Soggetto Universale Dio, e la scienza umana . 4 30007. 2 lieto albe la e » tn Ir Lin LETT f Ci cp prati LL ITTI ni n _——€€&  = .uer-* P/9- iDinsro varisco 3174 ' 0> TORINC SUL PROBLEMA * ì$ CONOSCENZA jf*!Ì ■* l.v BERGAMO TIP. KAGNANJ K GA1.KAZZI )8fl3. ti TNTRODUZION K Che l'ordinario discorso abbia a fondamento delle norme universali, è un fatto. Queste norme sono molte, ma non s'applicano tutte in ogni discorso, nè tutte hanno una uguale importanza ; alcune essendo costrui¬ bili per mezzo di altre. Si domanda, quali di esse siano, indipendenti o primitive. Un fatto assolutamente primitivo l'ordinario discorso non è. Invero, quando cominciamo ad accorgerei di ragionare, ci troviamo in possesso di un certo nu¬ mero di notizie, che del ragionamento costituiscono l'immediata materia e che, analizzate, rivelano manifeste le teaccie di ragionamenti anteriori. L'ordinario di¬ scorso non è dunque spiegabile completa niente da sé. La domanda formulata si può intendere in relazione, o al ragionamento come un fatto semplicemente am¬ messo, o ad una spiegazione completa del fatto. Nel primo senso, cerchiamo quali siano le norme che i.1 di¬ scorso è inetto a costruire, e che p. c. son primitive in 4 ordine ad esso. Ma una spiegazione completa del ra¬ gionamento, se fosse trovata, ci darebbe anche la co¬ struzione di lineile norme, relativamente primitive. La i/uestione dunque si divide in due, spettanti la prima alla logica, l’altra alta metafisica ; le quali ven¬ nero generalmente confuse. Molti stimarono deducibili con l’onlinari(i ragionamento le norme tutte da una sola ; il che vedremo non essere vero. Altri reputarono ozioso discutere le norme, assumendone in fatto una sola, l'im¬ possibilità di pensare (o d'immaginare) in certe condi¬ zioni, e attribuendo cosi lo stesso peso agli assurdi (p. cs.: un triangolo con quattro vertici) e ai concetti non rappresentabili (g. es. : quello delle dimensioni della terra, o della velocità della luce): anch'essi cadder nel medesimo equivoco, quantunque, per difetto d'ana¬ lisi, se ne credessero fuori. Noi che trattammo le due questioni, con su facente di¬ stinzione per quanto ci pare, in altri lavori (i), le tor¬ niamo a discutere in questo ; diciamone in breve il perchè, iwccssario a conoscersi da chi voglia, dell'opera nostra complessiva, dare un giudizio o cavare un chiaro àostrutto. Gli scritti precedenti avevano per base un’ipotesi (2). La quale si era bensì procurato di formulare con la massima precisione e di chini-ire con molti raffronti; nè aveva altro scopo, in fine, se non di ridurre a una sola le difficoltà che s'incontrano discutendo sotto i di¬ versi aspetti il problema gnoseologico. Inoltre lo svol¬ gimento coerente della trattazione dovrebbe aver con¬ tribuito a fissare il significato dell’ipotesi e a dimo¬ strarne l'utilità ; mentre non si dà forse l’esempio di discussioni gnoseologiche non fondate su qualche ipotesi, espressa, o (eh’è ben peggio) sottintesa (2). Tuttavia, d'un’ ipotesi si può dubitare ch'esprima sol- tanto un modo personale di vedere, che non abbia si- unificato se non in mi cert’ordine di idee, e che quindi presupponga il sistema, a cui si cuoi farla sentire di fondamento. Sarebbe utile sindacare, con una ricerca indipendente dall' ipotesi, i risultati ottenuti per mezzo di essa. Quest’ è uno degli scopi ilei presente lavoro. La questione, logica va risoluta per la prima, (4) o la ricerca mancherebbe di base positiva.; e si risolve con l'analisi del ragionamento. La nuova analisi riproduce sostanzialmente quella che si era fatta altrove. Per l'ac¬ cennata diversità di metodo, non potevamo ritenere ac¬ quisite le conseguenze delie indagini precedenti ; abbiamo perii supposto che il lettore le conoscesse, risparmiando cosi molte dilucidazioni, che sarebbero state ripetizioni. Dilucidazioni e non prove ; del resto, molte cose negli scritti citati, quantunque coordinate all'ipotesi, ne sono Indipendenti. Che ogni discorso sia innanzi tutto e sempre un pro¬ cesso particolare ; che la particolarità d’ogni processo permetta di discutere le norme generali, non discutibili altrimenti, e anzi queste traggano la loro certezza dal¬ l'esigenza propria di ciascun fatto conoscitivo in quanto accade ; che p. c. l'universale non si debba ammettere senza spiegazione, e cioè soltanto dopo di averto co¬ struito per mezzo del particolare ; sono nelle nostre indagini, concetti fondamentali, che a noi par d’avere stabiliti, risolvendo, non trascurando, le difficoltà solle¬ vale in contrario dagl' idealisti. Ma nei due primi lavori, c'è alle volte qualche titubanza nel ricorrere a que’ concetti (à), sicché forse non sempre nè immedia tinnente il lettore avrà compreso il senso da attribuirsi a qualche discussione ; e ciò può essere stato cagione d’equivoco. Confidiamo che dalle nostre espressioni questa volta sia. svanita ogni ambiguità. Abbiamo affermato altrove la necessità di ricorrere ad un algoritmo, perchè l’analisi del ragionamento rie¬ sca sicura : in questo scritto Uaffermasione si troverà confortata di nuove dimostrazioni, che non ci paiono facilmente confutabili. Ma preghiamo s'avverta di non equivocare. Altro è voler sostituire l'algoritmo al di¬ scorso copie strumento di ricerca, altro veder nette for¬ mule fondamentali della topica matematica il solo mezzo jier /are un analisi completa e sicura de! ragionamento, ridotto alla massima semplicità. Questa (e questa sol¬ tanto) è la nostra opinione; fondata su ciò, che l'algo¬ ritmo esclude ogni sottinteso, mentre dall'ordinario di¬ scorso d sottinteso non è mal rigorosamente escludibile. In algori!nm logico avevamo già esposto altrove (0). c dedottene conseguenze, che qui vengono confermate. Quel tentativo ci pare tuttavia esatto : ma come tenta¬ tivo nostro, non possiamo pretendere sia indiscutibile. -\on parliamo delle formule, non inventate da noi, ma le formule esprimevano simbolicamente delle proposi¬ zioni costrutte con un metodo nostro. Rimaneva cosi dubbio, se l'analisi del ragionamento, costituita dal com¬ plesso di quelle formule, avesse un valore oggettivo. •s è riparato, riportando qui tali e quali, da un’accu¬ rata raccolta di formule logiche, quelle riconosciute fondamentali. La logica matematica ha lo stesso rigore e valor formale della matematica pura. La sua attitu¬ dine a ricavare dalle formule che si riferiranno una sene indefinita di conseguenze, è fuori di contestazione. Interpretando e discutendo le formule, riconosciute da essa irredueibdi, siamo dunque certi di discutere delle norme logiche davvero indipendenti (nel primo senso), os¬ sia di fondarci sopra una completa analisi del ragionameli- 7 io. E se ci riascirà di costruire le delle formule con certi mezzi, rimarrà dimostrata la sufficcnza di questi mezzi a spianare il ragionamento. La lettura di quella parte dell’opuscolo, che tratta del! al nord am Ionico, riuscirà noiosa, È un inconveniente al quale non era possibile rimediare, se à vero (7), che il processo razionale non è analizzabile in guisa defini¬ tiva, se non sia ridotto in forma alnoritmica. Però, di latte ^espressioni simboliche si dà la traduzione in lin- guaggio ordinario : e non s’ istituiscono processi alga ritmici, perchè dell’algoritmo non si fa che discutere 1 concetti fondamentali. Benché contenga dette formule, ■/ars/n m„i c un lavoro di logica matema tica : alla quale la discussione di que’ concetti è non meno estranea, che quella del numero di dimensioni attribuibili allo spazio reale, alla geometria. Pelle indagini, rispetto agli altri nostri lavori nuove assolutamente (c non solo in ordine al metodo), cre- iliamo inutile far cenno. Bergamo. LE CONDIZIONI DEL RAGIONAMENTO Delle cose pensabili, alcune ci sembrano indipendenti da noi, p. es. una stella; altre invece sono senza più no¬ stri modi di essere, p. es. un sentimento attuale di gioia o di tristezza. Ma quando la gioia o la tristezza, oltreché provate, vengono pensate (p. es. analizzandole, giudican¬ done il valor morale, assegnandone le cagioni) l'opera¬ zione che si compie non ha niente che fare con un tentativo di mantenere o di mutare quel modo di essere. Il quale allora si distingue da noi che l’esaminiano, si contrappone a noi nell'esame; noi ci riflettiamo, come se fosse indipendente da noi, al pari di una di queU’altre cose. Si dice che la nostra affezione ò presa ogget¬ tivamente. • L'oggettività è in fatto inseparabile dal pensiero. Noi abbiamo con le cose delle attinenze reali, e delle attinenze ideali; ogni azione modificatrice tra noi e le cose.appar- 10 tiene al campo reale, ed è esclusa dal campo ideale : non si conosce la temperatura di un ambiente, se non a con¬ dizione, di non modificarla. La distinzione (anzi l’opposi¬ zione) tra i due campi sarà forse illusoria; non importa: come distinzione di fatto, essa è innegabile. Se in fatto si diano delle cose indipendenti da noi, non si discute. I nostri sentimenti non sono di certo fuori di noi; pure, noi li pensiamo come se ci fossero estranei. Comunque stiano intrinsecamente le cose, il pensiero lo considera tutte a un modo, come indipendenti dal suo proprio atto; e non è possibile che a questa condizione, poiché, supponendola non soddisfatta, troviamo di aver latto altro che pensare. Non v’è cognizione, che non sia oggettiva; reciproca¬ mente, doy’è oggettività, ivi è cognizione; quantunque la semplice oggettività non ci dia la cognizione più compita di cui siamo capaci. Al presentarcisi d’un oggetto, pura¬ mente come oggetto, non se ne conosce alcuna determi¬ nazione; s’afferma nonostante che qualcosa c’è, si conosce. Una sensazione (8) può esser oggetto del pensiero, cioè possiamo pensarci, parlarne. E può esser semplicemente • oggetto , die vuol dire, possiamo non soltanto averla, provarla, ma pensarla, e pensarla indeterminatissimamente» pensare soltanto che qualcosa è accaduto ( il puro acca¬ dere senza determinazioni). Può essere che la sensazione ( o qualche sensazione) riesca oggettiva, semplicemente, e da sé ? Non pare, e per due ragioni. L’immediato acca¬ dere è sempre determinatissimo, è quel certo accadere, non l’accadere in genere ; il semplice oggetto come tale è invece indeterminatissimo. In secondo luogo, una sen¬ sazione, è un nostro modo di essere, almeno in questo senso, che se non fossimo modificati, non sentiremmo. Ma i nostri modi di essere, come tali, non sono ogget¬ tivi. II In ogni modo, anche rispondendo affermativamente alla fatta domanda, che sarebbe assumere un’ipotesi, è pur sempre possibile separar mentalmente il fatto della no¬ stra modificazione, dal fatto che questa riveste il carat¬ tere d'oggetto, quand’anche i due in realtà si riduces¬ sero a un solo. Dicendo in seguito sentire, s’intenderà denotare il primo fatto separatamente preso. Non am¬ mettendo l’ipotesi, i due fatti sarebbero realmente distinti, e l’oggettività il risultato d’un processo, qualunque siasi. Ma la loro distinzione mentale è possibile in ogni caso ; si può dunghie dire, senza pregiudicar nulla, che noi og- gettiviamo, e parlare d’un processo d'oggettivazione. La semplice oggettivazione non ispoglia l’elemento della sua particolarità ; gli elementi pensati sono quei certi tali, benché oggettivamente presi ; non sono ancora delle nozioni universali. Quindi, il concetto a, il concetto h, ecc. (intendendo, concetti primitivi o elementari) pos¬ sono essere queste medesime lettere oggettivamente prese. Si può del resto anche usare ciascuna lettera come segno d'un altro concetto, sia qualsivoglia, purché otte¬ nuto con la semplice oggettivazione d’un elemento dato particolare. 2 . l’n discorso, o processo razionale consapevole, consta di parole, che hanno un senso all'infuori di esso, ossia di concet ti (ele mejiti oggettivi, non però semplicemente og¬ gettivi) conn essi media nte certi atti del pens iero (ope¬ razioni); e presuppone i concetti, di cui risulta. Di molti di questi peraltro è lecito supporre (in un gran numero di casi non si tratta nemmeno d’una supposi¬ zione, ma d’una notizia positiva) (9), che siano risultati 12 (li processi anteriori ; non sarebbero dunque necessari alla possibilità d'un processo qualunque. Ma la semplice oggettività, quantunque non si sia escluso che possa es¬ sere il risultato d'un processo ( anzi, si vedrà più tardi che cosi è, almeno molto probabilmente) non sarà di certo il risultato d’uno di quei processi discorsivi ( i soli, di cui abbiamo chiara e immediata consapevolezza), che la presuppongono, perchè non sono possibili, se non è dato qualche concetto. Del resto, la varietà de’ tentativi fatti per ispiegare l'oggettività, prova che 1* origine di questa è incognita, e va dunque cercata altrove che in un processo chiaramente e immediatamente consapevole. Congiungendo quest’osserazione con la chiusa del § preced., si conclude, che senza le previe oggettivazioni (semplici) di alcuni dati, niun djcorso sarebbe possibile. L'oggettività d'alcuni elementi è dunque una condizione necessaria del discorso, il che non vuol dire, nè che sia la sola necessaria, nè che sia sufficiente. E' intanto manifesto, richiedersi di più che cia¬ scun elemento sia permanente, atto cioè a rimaner nel pensiero per un tempo indeterminato, e anche a riaffac¬ ciarsi a intervalli, per un tempo del pari indeterminato. La cosa non è discutibile; non è per altro cosi liscia come alla prima parrebbe. S'io penso a dieci volte, ciascuno di questi pensieri è un fatto pscicologico assolutamente distinto, com’è distinto ciascuno degli a che compaiono scritti successivamente in un calcolo algebrico; nel pro¬ cesso però essi contano per un elemento solo. Ossia un elemento non è permanente nel pensiero, se non in quanto più elementi vi si considerano come uguali. Non si cerca, in che consista l'identità; si può per altro ammettere, che sia il risultato d'un processo d’identificazione, allo stesso modo e nello stesso senso, che l’oggettività s'é con¬ siderata come il risultato del processo d'oggettivazione 13 La permanenza d'un elemento non è inclusa nella sua semplice oggettività. Un medesimo segno può infatti ricevere successivamente diversi significati, cosi nel lin¬ guaggio usuale, come nell'algoritmo. Non v' è d'altronde uiuna impossibilità nel supporre che un elemento venga Aggettivato in un dato istante, poi in un altro, ecc.; e che tutte queste oggettivazioni rimangano sconnesse, non si facciano valere come una sola. In quello che segue, a meno che non si dica espres¬ samente il contrario, l'oggettivazione s'intenderà sempre accompagnata dall’ identificazione ossia l'oggettività dalla permanenza. Si vedrà in primo luogo come sia possibile costruire il discorso presupponendo queste due sole formo accoppiate ; le quali tuttavia non si prendono come forme universali, ma soltanto come realizzate ne' singoli ele¬ menti ; cioè, non si ragiona sull'oggettività e sulla per¬ manenza in genere, ma si suppone soltanto che siano permanentemente oggettivi certi concetti dati, a, b, c. ecc Si tenterà in ultimo una spiegazione delle forme me¬ desime. 3 . Una parola, cioè un suono articolato qualsiasi, appar¬ tenente p. es. a una lingua sconosciuto, o formata in modo arbitrario, può essere Aggettivata, al pari di qual¬ siasi altro gruppo di sensazioni. (E quanto si dice del suono, s intende anche d una figura che lo rappresenti, o dei fantasmi dell'uno o dell'altra). In questo caso per altro essa non ha significato aldino. Quanto al significalo, la parola lo riceve dalla sua connessione con un gruppo di fatti ; connessione che dovrà ! essere stata Aggettivata, non meno della parola nuda e del H gruppo separatamente preso. In varo, la parola, o denota elementi dell’ordine reale: e il suo significato si confonde quasi che indistinguibilmente con uno schema fantastico, strettamente associatole da un nesso reciproco, mediante il quale essa è collegata a un gruppo più complesso. O rappresenta un concetto astratto, ed è oramai accertato che questi concetti sono solidificazioni, ottenute per mezzo della parola, di certi processi razionali, ossia di certe successioni concatenate di fatti. Che queste connessioni siano necessarie perché le pa¬ role abbiano de' significati, risulta da ciò, che spezzan¬ dosi quelle o alterandosi, il significato della parola sva¬ nisce o muta : del resto, sarebbe strano supporre che un dato accozzo di lettere abbia un' intrinseca misteriosa virtù significativa. Supporle non sufficienti, ossia che non costituiscano esse il significato, benché ne siano una con¬ dizione, è un' introdurre un' ipotesi gratuita, dalla quale si deve prescindere, finché il prescinderne sia possibile. Conviene distinguere tra il significato che una parola puf) ricevere, e quello che essa riceve in un dato mo¬ mento (in quella tal frase, pronunziata in quelle inco¬ stanze). 11 significato di una parola in un dato monpnto, dipende dal numero e dalla natura di quelli tra gri ele¬ menti connessile, che in quel momento sono di fatto pen¬ sati. Ne risulta in primo luogo, che prescindendo pure dalle omonimie, una stessa parola è capace di moltissimi sensi, più o meno diversi, e n'assume in effetto or l'uno or l'altroj In secondo luogo, che il suo effettivo signifi¬ cato è sempre particolare. Infatti : se la parola ch'io pronunzio non risveglia alcun' immagine, nè la reminiscenza sia pur iniziale d'alcun processo, io ho detto una parola senza senso; pensandola, non penso che quel dato suono, cioè un particolare. Se, degli elementi connessile, se ne risvegliano uno, due, ecc k un determinato gruppo, il senso della parola, in quel¬ l'istante, è costituito dal pensiero di quel gruppo: sem¬ pre d' un particolare. Come si spiega allora, che le parole ("eccetto i nomi propri) abbiano anche un significato universale ; anzi, che questo ne sia il vero significato, e secondo l'opi- mone comune, e secondo il fatto ; perchè non si riesce a denotare un determinato oggetto, se non applicando certi artifizi (predisposti nel linguaggio), i quali di più son quasi sempre insufflcenti, se non vengano aiutati da circostanze esterne? I na spiegazione, di certo, è necessaria. Ma perchè sia vera spiegazione, bisognerà che : risulti dall'aver costruito dei concetti e delle proposizioni universali, senza pre¬ supporre nient'altro. che concetti e proposizioni parti¬ colari (presi in quel determinato senso che hanno nel- l'istante in cui si considerano). Perchè, siccome il pen¬ siero non ha mai a sua disposizione che una determi¬ nata materia, e similmente ogni suo atto è del pari quel tato atto determinato, ogni caso contemplato o contem¬ plabile da esso è sempre un caso particolare. Prim i dunque della domanda: su che fondamento si enunciano delle proposizioni universali ? conviene rispondere a que¬ sta altra: in che consiste un'affermazione universale? • La risposta sarà data (per quanto è possibile somma- riamente) nel Gap. V, come un’immediata conseguenza «lei procasso particolare di cui al Cap. IV. Si può dire per altro sin d'ora che la parola non ha un senso univer¬ sale immediatamente e per sè, ossia per il solo fatto che Vlenfl P ensata come significativa ; ma in seguito a una operazione nuova e distinta ; la quale, in che cosa con¬ sista, e da che venga condizionata, rimane tutt’ora in¬ cognito : ma verrà indicata dicendo che la parola è' stata soggetta all' intenitone d‘ universalità. Da questa Iti intenzione non si prescinde (ossia 1* universalità si am¬ mette come non bisognosa di spiegazione) nei Capp. II e IH.i quali non formano propriamente parte della teoria; e hanno il solo scopo di chiarirne 1' intento, e di som¬ ministrarle opportuni mezzi di verifica. 4 he considerazioni che precedono sono in perfetta ar¬ monia con de' modi di vedere, che oramai son divenuti comuni, e si possono dire acquisiti alla scienza. I,a na¬ tura propria dell'atto conoscitivo è di staccare il fallo dalla sua matrice reale, per classificarlo sotto certe ca¬ tegorie universali, ossia per universalizzarlo o idealiz¬ zarlo. Ma questo è un secondo stadio del sapere, a cui ne deve precedere un primo più concreto . nel (piale il fatto si presenti con tutta la sua attuale realtà. Se ciò non fosse, la nostra mente si rimarrebbe confinata perpe¬ tuamente nella regióne dell' ideale, c mancherebbe qua¬ lunque comunicazione colla realtà. Il sapere primo e più concreto è quello che corri¬ sponde alla semplice oggettivazione. Il fatto Aggettivato, è con ciò solo pensato come qualcosa, come indipendente da noi e da tuttodì) che non sia esso stesso. Ma non è ancora classificato; le sue determinazioni son sentite, ma non ancora conosciute, perchè non espresse con formule generali ; nel pensiero del fatto, non c' è niente che si riferisca ad altro, non vi si è per anche ravvisata una moltiplicità organica d'elementi pensati, ma lo si è preso nella sua semplicità originaria, nella sua realtà. L’uni versalizzazione vien dopo : è il risultato d' una seconda operazione, distinta almeno in questo senso, che non è sempre necessariamente associata alla prima. 17 Ma anche nell' universalizzare, e dopo d'avere univer¬ salizzato, il pensiero si trova sempre occupato intorno a ile’ particolari, s’intende già oggetti vati. Un processo razionale qualsiasi suppone delle norme da seguire (la natura e il significato delle quali verranno discussi più ol¬ tre), vogliam dire un tipo da imitare, un modello da ripro¬ durre. Ora, se ogni singolo passo del pensiero rnoi es¬ sere riscontrato a quel modello, bì richiede /’ incessante ri¬ chiamo d’ un passato e la pistone dell' identico e la re¬ pulsione de/ contrario. Ben è vero, che in tutto questo jirocesso il pensiero dee far opera di svincolarsi da’, legami psicologici e sprofondarsi ne' rapporti pura¬ mente obbiettivi. Ma questi si trasformano continua- utente in attnenze soggettive, (10) e a questo solo patto perdurano nell'anima. Di qui l'alta opportunità, per non dire necessità, di fissare i nostri pensamenti pei" mezzo di segni sensibili, e specie della parola. (U) * In ogni processo, v’è l'intenzione d’universalità che gli attribuisco un significato senza confronto più vasto di quello che gli è immediatamente proprio ; ma quest'in¬ tenzione non sarebbe niente, e non significherebbe niente se non fosse applicata a qualcosa. Il processo è insomma e innanzi tutto quel tal processo reale, determinato, e perciò anche particolare. E come particolare ha un si¬ gnificato, eh’ è il fondamento del suo significato univer¬ sale ; perché niun risultato sarebbe ottenibile con un» processo, che in fatto non si svolgesse. Quindi è a din* che ogni processo, quand'anche, sottoposto in un dato senso all’ intenzione d’ universalità, risultasse assurdo, come un processo che s’ è potuto compire su degli ele¬ menti oggetti vati, un qualche significato lo ha senza dubbio, e non può esser questione, che d’interpretarlo , -• i ' / CAPITOLO II. IL RAGIONAMENTO IN GENERALE 5 A (fioche certe parole sensate compongano un discorso sensato, conviene che si succedano in un certo ordine i notando che pure i segni d'interpunzione, rappresentati parlando per mezzo delle pause e del tono, vanno con¬ siderati come parole. Inversamente, parole sensate danno sempre un discorso sensato, purché si succedano in un certo ordine, che non è determinato assolutamente, ma dev'essere un certo tale. (12) Si deve dunque dire che le parole godono di certe proprietà combinatorie, perchè si prestano a certe combinazioni o aggruppamenti, e non a cert altri (alcuno nia non tutte le combinazioni possibili danno un discorso sensato). Le proprietà combinatorie delle parole possono venir definite con formule universali e astratte; e tali sono p. es. le regole grammaticali. Non occorre per altro che queste formule siano conosciute; nè, quand'anche si co- «oscano, le combinazioni regolari ottenute si possono credere sempre ottenute in fatto mediante un’applicazione delle formule. Le combinazioni legittime si formano molte volte in modo interamente, o quasi, meccanico; un gran numero di nessi legittimi tra le parole essendosi resi abituali sino dalla fanciullezza. (13) Ma anche quando la combinazione è deliberatamente vo¬ luta, e costituisce un atto pienamente razionale, non per questo essa è sempre la particolarizzazione d’una formula 19 «onerale, non è dedotta da questa, ma è. o può essere un fatto cogitativo senza riferimento fuorché alla sua matoria individua (s’intende oggettivata); il risultato d'un processo chiuso in sé. e tutto particolare. lo pronuncio due parole di cui penso i significati, quei significati particolari ch’esse hanno per me in quel momento, supposto ch'io non le abbiasoggettate all’ inten¬ zione d’universalità; le pronuncio successivamente, for¬ mandone un gruppo meccanico. In conseguenza dell’essersi formato de' due suoni un gruppo, i gruppi d'altri ele¬ menti che formavano separatamente i significati delle due parole, tendono per associazione a connettersi, e in qualche maniera ci riescono ; se il nuovo gruppo che risulta dalla loro connessione è oggettivabile come tale, la successione delle due parole ha un senso: in caso diverso ne è priva. (La formazione del gruppo risultante può in ogni caso venire impedita, interrompendo il processo, connettere : ciò si ottiene col diriger l'attenzione in un senso opportuno, e, come aiuto estrinseco mediante delle pause tra le parole. Sopra di che non conviene fermarsi più oltre;. Le combinazioni significative sono dunque de' risultati, determinati soltanto entro certi limiti, ma entro questi nocassariamente determinati, dai significati delle parole. Le quali dunque hanno certe proprietà combinatorie, perchè hanno certi significati, e non per altro; le loro proprietà combinatorie si possono considerar come effetti. «lei loro significati. K si dice, effetti, non conseguenze, perchè, quantunque ne siano logicamente deducibili con de processi generali, nel fatto esse reggono il disc«)rso, non in quanto dedotte, nè in quanto deducibili, che anzi non sono d'ordinario nemmeno conosciute tutte ; ma corno effetti reali del pensiero reale de’ significati. Poiché si pensano le tali parole ne' tali sensi, non è possibile com¬ binarle che in que' tali modi. Tant' è vero, che per as 20 sicurare la legittimità delle combinazioni, l'unico mezzo a cui si ricorra, quando non si ragioni in forma, è di pensare con forte attenzione i significati. Quando le combinazioni si facciano soltanto nel modo indicato, com' è quasi sempre il caso nella pratica usuale, il discorso riesce incerto e di dubbio valore. Infatti, il significato particolare d' una parola non è qualcosa di fisso, anzi varia del continuo, per quanto leggermente, e in un discorso appena un po’ lungo, anche a motivo «lolle nuove serie «li fantasmi rievocate dal discorso mede¬ simo, va talvolta soggetto a variazioni di gran rilievo. I,a variazione de' significati renderebbe già da sola il discorso meno coerente ; essa poi tira con se una varia¬ zione nelle proprietà combinatorie. E siccome la parola rosta sempre la medesima, cosi, chi esamini il discorso nel suo complesso, è indotto a crederla presa sempre nel medesimo senso : quindi a«l attribuire alla parola presa in un senso «Ielle proprietà combinatorie che le appar¬ tengono soltanto se la si prende in un altro. Di qui una confusione inestricabile. Questo genere di discorso non riesce conclusivo che frammentariamente, e quando inol¬ tre s'appoggi del continuo a dei «lati «li fatto semplici e immediati, (li) fi A riparare al difetto, si sono formulati certi principi} universali, che non si possono rifiutare senza rendere impossibile qualsiasi ragionamento ; e che, relativamente al loro significato logico (tralasciando «li cercare, se ne abbiano anche un altro) sono fuor di dubbio delle pro¬ prietà combinatorie generalissime. Per esempio : quello che è, è; ossia: una parola ripetuta ha il medesimo senso, che isolata (vi son delle eccezioni apparenti, su oui non aocade fermarsi): una cosa non può essere o 21 insieme non essere : ossia due parole di significato opposto non si possono combinare tra loro ; ecc. E da que’ principii supremi si è dedotto un intiero sistema di regole ; cioè, dalle proprietà combinatorie universali assunte come primitive, se ne son ricavate delle altre comuni a tutte le parole d' una certa classe, a certe classi di gruppi di parole. In questo modo, e la pratica del discorso venne disciplinata, e l'intima struttura dell'organismo intellet¬ tuale che la rendeva possibile, cessò di essere un’ inco¬ gnita assoluta. Ma non si potè impedire che le parole nel discorso non venissero aggruppate secondo proprietà combinatorie diverse da quelle che si erano assunte, o ricavate e di¬ scusse : per es., oltre alle regole propriamente lo¬ giche, si devono anche rispettare quelle grammaticali. Si dirà, le seconde essere conseguenze delle prime ; la qual cosa per altro, se apparisce manifestamente vera all'ingrosso, non sarebbe cosi facile a dimostrare per minuto con tutto il rigore. Comunque, chi abbia ben in¬ teso il precedente §, s’accorge che un discorso eie' soliti, nel quale i termini siano combinati soltanto a tenore di certe regole formulate, è press’apoco impossibile; o che por lo meno è impossibile accertare, se esso goda di tale proprietà. Infatti, le proprietà combinatorie do' termini non sono tutte conosciute, nè forse conoscibili ; raggruppamento che noi facciamo dei termini, non è un applicare certe regole, ma, come si notava, un effetto necessario del significato particolare che s’attribuisce a que’ termini volta per voltar I.aggruppamento viene a essere il risultato di due fattori, di uno soltanto de’ quali noi conosciamo e sappiala dirigere l’azione : laddove l’altro opera a nostra insaputa, meccanicamente; il che ci. rende ugualmente inetti a regolarlo come ad elimi¬ narlo, anzi a decidere se abbia o no concorso a deter- minare il risultalo, e, nel caso del si, in che senso vi abbia concorso. Certo, non va dato a queste riflessioni un peso ec¬ cessivo. Poiché un processo razionale non appoggiato a regole espresse, o voglialo dire schiettamente empirico, (15j ha sempre un significato e un valore appunto pai* la sua particolare o concreta realtà, a più forte ragione riuscirà conclusivo quello, che senza perdere punto della sua concretezza, può essere inoltre intenzionalmente di¬ retto, e riscontrato con delle norme ineccepibili. Ma poiché le cause ond’é resa possibile anzi facile un'in¬ terpretazione dubbia o falsa del suo significato non sono tolte assolutamente di mezzo, il pericolo rimane. S’hanno, a schivarlo, degli aiuti di più; ma de' quali non é pro¬ vata l'assoluta sufllcenza in ogni caso. é. Per eliminare dal processo il fattore meccanico, e ren¬ derlo cosi a un tempo sicuro e pienamente consapevole, CIO) non v'é altro mezzo, che fissare con precisione tutto le proprietà combinatorie di cui si vogliono supporre dotati i termini, e combinare poi questi a tenore delle dette proprietà, e d'esse soltanto. (17; Questo procedi¬ mento urta contro due difficoltà opposte. Supponendolo applicato con rigore, i termini verranno a essere, nel l'atto se anche non nell'intenzione, spogliati di qualunque significato, eccetto quello che ricevono dalle loro proprietà combinatorie. Purché, siccome non li combiniamo che a tenore di quello proprietà, qualsiasi nozione relativa ad essi, clic non fosse rappresentata da una di tali proprietà, rimarrebbe senza effetto sulle combinazioni, cioè sull'uso del termine, e quindi estranea al processo che si svolge. Vale a dire: l’insieme delle proprietà combinatorie attribuite a ciascun termine ri- 23 spetto agli altri, ne rappresenta in qualche modo la de¬ finizione ; intendere il termine in un altro senso equi¬ varrebbe a falsare il procedimento, se vien fatto nel corso di questo ; se vien fatto a discorso finito, e per in- terpetrarlo, condurrebbe a un'interpetrazione arbitra¬ ria, forse non assurda, ma in ogni modo non giustificata. Un processo, costruito con l’applicazione rigorosa del metodo, riuscirebbe dunque senza dubbio consapevole e coerente a sè stesso, esatto; ma vuoto. S’è visto, che le parole hanno un significato effettivo, soltanto perché vengono pensate come quei certi elementi della vita in¬ tellettuale cosi come s’è svolta davvero, prese nelle loro connessioni reali. Ma prese a questo modo, le parole hanno una propria indeclinabile esigenza combinatoria. L'usarne invece a tenore di certe norme prestabilite ed esclusive* conduce a de’ risultati, che possono essere incompatibili con gli effettivi significati, e in ogni caso non hanno con questi alcuna connessione immediata o necessaria. Cosi non si studia nè s’analizza nè si discute il fatto conosci¬ tivo : ma, giusta l’osservazione di Stuart Mill. si costruisco la matematica, e nieut’alro che la matematica. Tuttavia, per quanto sia grave questa difficoltà, siccome allo scopo del presente lavoro è necessario conoscere con precisione la struttura del ragionamento, converrà che l’os¬ servazione e l’analisi cadano su di un ragionmento con¬ dotto in guisa da riuscire indubbiamente consapevole ed esatto; cioè secondo il metodo accennato. Si dovrà poi di certo, pensare a interpetrarlo, a dargli un contenuto. Ma s’è vero che da questa seconda indagine non si po¬ trebbe prescindere, è pur verorh’essa non può venir fon¬ data che su di un'analisi precedente ; la quale riuscirebbe senza costrutto, se avesse per oggetto un ragionamento, che, a motivo appunto del suo contenuto immediato, pos¬ sedesse uria coerenza dubbia, e non fosse analizzibile con sicurezza e precisione. Se non che, è possibile {un ragionamento condotto a tenore «lei metodo accennato? E' facile persuadersi, che non è possibile, se non sotto la forma d’un algoritmo analogo all'algebrico; altrimenti, l’algebra non avrebbe avuto bisogno di crearsi un linguaggio suo. Anele sup¬ ponendo stabilite ed esplicitamente enunciate, per ciascuno dei termini «la adoperarsi, le relative proprietà combi¬ natorie: il proposito «li non combinarli se non «lietro queste norme, per «pianto fermo, sarà di esecuzione difficilissima in ciascun caso, e pressa poco impossibile nel complesso. Perchè insomma i termini possono venir combinati anche diversamente ; e troppo è forte la sug¬ gestione prodotta dai loro significati abituali che non si dimenticano (nè si vorrebbe). La geometria, finché asserviva del discorso ordinario, non è riuscita a enunciare tutti i suoi postulati ; è un esempio assai convincente dell’impos- sibilità d’eliminare ogni sottinteso dal discorso ordinario, e non occorre neanche rammentare le condizioni ecce¬ zionalmente favorevoli fatte alla geometria dalla sua ma¬ teria. Invece, simboli come gli algebrici, privi di significato per sè, e che lo ricevono soltanto dal processo in cui vengono introdotti, non possono venir combinati che a tenore delle propietà combinatorie assunte; nell algori tmo v’ha dunque un' applicazione perfetta del metodo accennato, la sola che presentemente si conosca. Rimarrebbe da vedere, se sia possibile un algoritmo logico ; ma su di ciò è inutile entrare in «liscussioni, perchè la logica matematica è un fatto. L’ALGORITMO LOGICO 8 Pei simboli semplici ili cui si fa uso, alcuni possono venir iletiniG per mezzo d’altri, vale a dire vengono introdotti per semplicità, come equivalenti a certi gruppi di quest’al- tri. Alcuni necessariamente vanno assunti come primi¬ tivi ed elementari. Questi, nello sviluppo algoritmico, non hanno significato che per le proprietà combinatorie ad essi attribuite. Gli uni e gli altri si assumono poi come equivalenti a certi termini (come simboli di certi concetti;; ma l'equivalenza, che del resto non influisce nell’algoritmo, e serve solo a dargli un significato, può essere discussa ; la discussione, evidentemente, non ap¬ partiene alla logica matematica. La quale dunque opera su de’ concetti primitivi, e su concetti definiti. Analogamente ; alcune proprietà combinatorie de’ sim¬ boli primitivi dovranno venir assunte come primitive ; altre degli stessi simboli, e quelle dei simboli definiti, s’ otterranno col processo algoritmico. Le une e le altre si considerano come le espressioni simboliche di certe pro¬ posizioni, con le quali per altro non hanno un vincolo ne¬ cessario nè che importi all’uso algoritmico, e che p. c., potrà e dovrà venire discusso. Nella logica matematica si hanno dunque pr oposizion i primitive e proposizioni dedotte. Nello scegliere tra i diversi elementi (concetti e pro¬ posizioni) quelli da considerarsi come primitivi, vi è manifestamente dell’arbitrario; cosi la medesima scienza 26 è capace di ricevere esposizioni diverse, che per altro non si escludono. Il risultato è sempre un sistema con¬ nesso dei medesimi elementi. Non badando che alla con¬ nessione del sistema, il modo della scelta (purché gli elementi primitivi siano tra di loro indipendenti) non importa; può importare sott’altri aspetti, e specialmente, in ordine : primo, alla semplicità di costruzione del sistema (va preferita la scelta nella quale il numero degli elementi fondamentali è minore) ; secondo, alla interpretabilità del sistema, ossia alla sua traduzione in un sistema di proposizioni significative e vere sotto il punto di vista logico, psicologico e metafisico. Può darsi che una scelta eccellente sotto il primo a- spetto riesca invece poco opportuna sotto il secondo. Ma l’interpretazione deve seguire la costruzione ; quindi al primo criterio va data la prevalenza. E in ogni modo, la discussione correrà tanto minor pericolo di fuorviarsi, quanto più piccolo sia il numero degli elementi su cui s'aggiri. Qui si prenderanno in esame le Formule di logica ma- matematica del prof. G. Peano (10), lavoro breve e accu¬ rato, forse il migliore dal lato della semplicità di co¬ struzione; inoltre puramente algoritmico, il che risparmia la fatica di sceverare ciò che è logica matematica, da ciò che n’ è un' interpretazione discutibile. Si prenderanno in esame i soli punti fondamentali ; e sarebbe evidente¬ mente inutile diffondersi di più. Che le nozioni e le pro¬ posizioni assunte come primitive e indipendenti sian tali di fatto (se non in quanto sarebbe stato possibile ottenerne alcune, assumendone a primitive altre, che invece si co¬ struiscono dall'A, senza per altro che ciò riuscisse a semplificare il processo ), ognuno riconosce immedia¬ tamente; quale sia il numero delle conseguenze dedotte. 27 non importa. La breve esposizione del § sg. è conforme a quella dell'A, salvo poche e insignificanti differenze. 0 1". Simboli semplici, o concetti primitivi. 1) Proposizione : con le lettere A, B,... si esprimono altrettante proposizioni ; proposizioni diverse sono e- spresse da lettere diverse. 2) Definizione : X = A ; con questa scrittura s’attri¬ buisce il nome X al gruppo A di segni, avente già un significato conosciuto. 3) Sostituzione : in un gruppo, sopprimere un segno, e scriverne un altro al suo posto. 4) Conseguenza di, oppure o : per indicare che B è conseguenza di A, o si deduce da A, ossia che B è vera, se A è vera, si scrive Af)B. 5) Congiunto con (moltiplicato per) : la congiunzione si esprime col segno -f, che viene comunemente sottin- / X teso, come il suo analogo in algebra: AB (=A jr ®)» s *‘ /x gnifica la proposizione che si ottiene affermando la A e la B. 6) Negazione di, oppure — . 7) Assurdo, oppure A ( >1 rovescio di V, iniziale di vero). 8) In fine si usano diverse interpunzioni, il cui si¬ gnificato è analogo a quello delle interpunzioni consuete, servono cioè a segnare le separazioni tra i gruppi. L’uso delle interpunzioni sarà chiarito dagli esempi che seguono meglio che non si farebbe a parole. II 0 . Gruppi o proposizioni primitive. le quali significano, che si passa da un sistema di proposizioni a un altro che n' è conseguenza, rispet¬ tivamente : ripetendo una o più volte le proposizioni enunciate , o sopprimendo alcune delle proposi¬ zioni congiunte; o invertendo l’or dine delle proposizioni congiunte, se sono due; l'ordine delle due ul¬ time se sono tre. 14) A o B. o. AC o BC; cioè ai due membri d’uua deduzione si può congiungere una stessa proposizione, 15) A. A 0 B. o B : Se è vera A, e se da A si deduce B,' è vera B. 16) A 0 B. B o C : D. A D C : Se da A si deduce B. e da B si deduce C, da A si deduce C (sillogismo). 17) B. o. A o AB : Se è vera B, da A si deduce AB: ossia, a una proposizione si può sempre congiungere una proposizione vera. 18) A = B. =: A d B. B 3 A (definizione) due pro¬ posizioni si dicono equivalenti, se dalla prima si deduce la seconda, e reciprocamente. 19) A o B. 0 . — B 0 — A : Se da A si deduce B, dalla negazione di B si deduce la negazione di A. 20) — (— A) = A : negando la negazione d'una pro¬ posizione, s’ottiene la primitiva. 21) A -j- B = — ( — A)(— B) (definizione): disgiun¬ gere, o sommare, due proposizioni, significa negare il pro¬ dotto logico delle loro negazioni. 22) A ( — A) = A : il prodotto logico d una proposi¬ zione e della sua negazione è l’assurdo. E’ manifesta l’impossibilità di ottenere questi 22 ele¬ menti con un processo universale (20) ; essi poi, nella loro universalità, non possono neanche venir somministrati dall'esperienza interna o esterna, la quale non dà che 9. A 3 A 10 . A 3 A A 11 . AB 3 A 12 . AB 3 BA 13. ABC 3 ACB particolari. .Sarebbero dunque elementi a priori, e molti di essi, giudizi a priori, evidentemente sintetici ; la lista del Kant verrebbe cosi ad allungarsi parecchio. E tuttavia alla lista manca un elemento ancora, necessariamente presupposto, quantunque non esplicitamente formulato. 10 Ogni procedimento suppone di necessità il concetto di ordine. Un complesso di proposizioni (o di gruppi simbo¬ lici) non ha valore scientifico se non dall’ordine secondo il quale vengono enunciate, a meno che non si considerino tutte come primitive. Presa infatti una qualunque tra le non primitive, si deve sapere di quali tra le precedenti si è fatto uso per costruirla (dimostrarla) ; se poi tra queste ve ne sono delle non primitive, la domanda medesima si ripete in ordine ad esse e cosi di seguito. Si risponderà, che un sistema di proposizioni ha un valore dal proprio ordine logico, il quale è un risultato del processo deduttivo, o piuttosto non consiste in altro fuorché nell'essersi certe proposizioni ottenute dedutti¬ vamente. Non isti dunque che il processo deduttivo esiga il concetto preformato di ordine; perchè il solo ordine al quale è necessità col legarlo, è segnato da esso, e da esso soltanto. La disposizione materiale degli ele¬ menti ha pur essa importanza, ma secondaria: è un aiuto o uu ostacolo secondo che è conforme all'ordine lo¬ gico, o in opposizione con esso; ma non ne è una circo¬ stanza essenziale. Se però l'ordine logico noif è tutt'uno con l'ordine ma¬ teriale, è pur vero che il processo discorsivo è di neces¬ sità ordinato anche materialmente. Se certe operazioni sono state compiute, e non tutte contemporaneamente. alcune saranno state compiute per le prime, altre dopo quelle prime, altre dopo le seconde, eoe. Rendersi uu conto preciso delle operazioni compiute, conoscere il processo, è impossibile, quando non si sappia quali ven¬ nero compiute prima, quali poi, ecc. ossia quando non se ne conosca 1 ordine materiale di successione. Se poi quest'ordine materiale abbia o no una qualche influenza sul risultato, è un punto da discutersi, cioè un teorema da dimostrarsi; a meno che se ne faccia un po¬ stulato il quale sarebbe espresso da una nuova proposi- zioue primitiva. Ma questa proposizione, o il procedimento col quale si dimostrasse quel teorema, presupporrebbero in ogni modo il concetto di ordine materiale. Lo stesso § preced. ce ne somministra delle prove di fatto. Le proposizioni 12 e 13 non hanno assolutamente alcun significato, se i simboli AB, BA, (ABC, ACBJ non si considerino come distinti, poiché supponendoli identici, entrambe le proposizioni non sarebbero che repliche della 9; ora, questi simboli non si distinguono se non per l'ordine dei loro elementi, dal quale p. c. non è fatta astrazione. Ora si discutano in breve alcuni degli elementi di cui sopra. 11 . S'ammette come primitivo il concetto di proposizione. Questo non è per altro un concetto semplice: perchè le proposizioni s'ottengono combinando de' concetti già pos¬ seduti in precedenza, e non sono dunque dei fatti sem¬ plici. per enunciarne una bisogna enunciare il soggetto, il predicato e la copula. S ammette inoltre il concetto di proposizione vera, 31 poiché il segno o posto tra due proposizioni significa : se è vera la prima, è vera la seconda. E questo concetto è abbastanza complesso, perchè sembri opportuno analiz¬ zarlo e cosi precisarlo. Intanto, le proposizioni di cui si si la uso non sono tutte vere allo stesso modo. Quelle che si possono dire semplici perchè espresse con un segno solo, per esempio A, B, C, non importa che sian vere, basta che vengano supposte tali. Ma il con¬ cetto di deduzione implica una proposizione assoluta- mente vera (categorica, non ipotetica.) Scrivere A o B significa: la proposizione con cui si afferma che B è vera sotto la condizione che A sia vera, è vera senza condizione. Si hanno dunque due classi di proposizioni vero, che hanno comune il carattere di essere vere, benché non esattamente nello stesso modo. Questa verità non si può intendere nel senso volgare, secondo il quale è vera una proposizione, che esprime la reale percezione d un fatto, perchè le proposizioni vere in questo senso non appartengono nè all’una, nè all’altra delle due classi riconosciute ; non sono ipotetiche, ma nemmeno catego¬ riche allo stesso titolo, la verità loro è di fatto e non di ragione. E nemmeno è lecito assumere senz'altro la ve¬ rità come un concetto primitivo; si dovrebbero assumere almeno due concetti, corrispondenti alle due classi di proposizioni vere. Ma è poi certo, che i due concetti siano indipendenti l’un dall’altro? rimarrebbe da vedere e alla prima parrebbe che no (21). ^Nelled.lucnlazmni alle formule è espresso il concetto identità, che del rimanente è già presupposto dalle for¬ mule e dal concetto di sostituzione che serve di base alle dimostrazioni. P. es. : si passa da un sistema a un altro che n è conseguenza, ripetendo le proposizioni enunciate anche piu volte: ai due membri d’una deduzione si può oongiungere una stessa proposizione. Il [ragionamento sa- 32 rebbe impossibile, se una proposizione non si potesse considerare come data più di una volta sola, in quel certo istante : se non fosse replicabile all'infinito. Ma il considerar noi una proposizioue in un dato istante, è senza dubbio un fatto: ora, i fatti non si replicano tutti quanti, se anzi non è a dire che, rigorosamente, non se ne replica nemmeno uno. Perché,di certo, il fatto accaduto tempo fa, e la sua replica attuale, son due fatti distinti, per quanto analoghi si vogliano. E an¬ che i segni simultaneamente pensati a, a, a, . son più segui, e non un solo. 11 procedimento non tien conto della loro distinzione, che pur è reale ; e que¬ sto non tener conto della loro distinzione, che è un elemento effettivo del processo, se anche vien passato sotto silenzio, è appunto un considerarli come identici (22). Per queste medesime ragioni, la definizione data di equivalenza riesce illusoria. Si considerino queste due proposizioni ; — 1*) Per definizione, dire che due pro¬ posizioni sono equivalenti, significa, che dalla prima si deduce la seconda, e viceversa ; — 2“) Si assumono come equivalenti le due proposizioni: u) la proposizione A e la proposizione B sono equivalenti ; e b) dalla A si de¬ duce la B e viceversa. Per trovare una qualsiasi differenza di significato tra queste due, bisogna ricorrere alla meta'isica più sottil¬ mente distillata, e forse non basterebbe; ora è ben ma¬ nifesto, che per mezzo della 2") non si definisce il signi¬ ficato di equivalente : lo stesso è dunque a dire della 1*.; Ciò è anche più palese nella scrittura simbolica 18; il segno = essendovi contenuto due volte, la prima come segno da definirsi, la seconda come mezzo di definizione, e p. c. in un senso già noto. Esso ha dunque due signi-, ficati, i quali, se fossero diversi, esigerebbero due segni; se invece, com’ è del resto evidente, coincidono, ecco che il significato del segno = non è definito, ma pre¬ supposto (23). La critica sommaria contenuta in questo e nel prece¬ dente § non infirma il processo algoritmico svolgibile con gli elementi assunti nel § y, considerato in sé stesso : ma si riferisce unicamente al significato attribuibile agli elementi medesimi, quando si vogliano considerare come i risultati di un analisi dell effettivo procedimento ra¬ zionale. Sotto questo punto di vista, non si potrebbe ne¬ gar un peso alle difficoltà messe in evidenza, ed è palese l'utilità di un tentativo diretto a superarle. capitolo LE BASI EMPIRICHE DELL’ALGORITMO LOGICO Si assumono come dati certi elementi quali si vogliano p. es. le prime lettere minuscole dell’alfabeto latino «, b,. . . Questi elementi si suppongono in numero de¬ terminato ; il che por ora significa soltanto, che si sup¬ pone la possibilità di premiere successivamente in con¬ siderazioneciascuno degli elementi medesimi, esaurendoli, sicché niuno di essi rimangi trascurato. Ciascuno di questi elementi è un concetto fcf'r. § 1). Le operazioni fondamentali effettuabili sugli elementi dati sono: aggruppare, analizzare, enumerare, denomi¬ nare, paragonare (e quindi) affermare o negare, sostituire. Di queste, chi scrive ha trattato con qualche diffusione in altro lavoro (24), del quale si riassumono qui brevemente i risultati, con le poche variazioni richieste dalla diver¬ sità del punto di vista. Non si discutono i concetti uni¬ versali astratti dello operazioni indicate. I termini che le denotano non vengono qui usati se non in quanto ri- cevono un significato dall’esperienza oggettivata perma¬ nentemente, ma pur sempre [(articolare. Converrà descri¬ vere (affatto sommariamente) questoprocesso sperimentale. Ma le frasi con cui lo si descrive, non solo possono venire, ma vengono quasi che spontaneamente e invincibilmente assoggettate all'intenzione d'universalità (effetto dell'abitu¬ dine) quindi parrà che noi ci aggiriamo sempre tra gii universali, contrariamente a ciò che si dichiara di voler lare. E’ un imbarazzo ma non una vera difficoltà, perchè il lettore, invece che assumere nel loro significato ge¬ nerico le frasi generiche nelle quali s’abbatta, può limi¬ tarsi a compiere le esperienze e osservazioni mentali suggeritegli dalle dette frasi, e starsene senz'altro ai ri¬ sultati particolari cosi ottenuti (oggettivati permanen¬ temente). Egli può far questo, perchè una parola non perde la particolarità del suo significato, se non cessando d'essere significativa addirittura, un processo qualsiasi essendo innanzi tutto e necessariamente quel tale processo par¬ ticolare. Ciò che si consiglia di fare è dunque fatto sem¬ pre e da tutti. E’ vero [ter altro, che non si bada sol¬ tanto a quei certi elementi concreti che in un dato momento costituiscono la materia del pensiero ; si tiene conto pure di tracce lievissime d'elementi passati, d’ac¬ cenni fugaci d'elementi futuri ; mentre si svolge un dato processo, si gettano di quando in quando delle occhiate rapidissime su altri processi che si presentano vaga¬ mente e in complesso, e che non s'ignora potersi svol¬ gere a volontà, e s’alternano queste diverse operazioni conferendole sommariamente tra loro. Ma (lasciando stare che pur in questo più complesso lavoro nel pensiero non cade mai altro che una certa determinata materia il fatto, che questo lavoro ci è divenuto abituale,non) toglie realtà alla prima e più concreta fase di esso, non 35 rende impossibile, quatunque possa riuscire malagevole a chi non abbia acquistati molta abilità di riflessione, di limitarsi alla prima fase solamente, che è appunto quello che si domanda. 14 I fatti, di cui abbiamo distinta coscienza, sensazioni o rappresentazioni fantastiche, nel loro accadere immedia¬ tamente manifesto appariscono segregati, e costituiscono un dato di cui non si potrebbe fare a meno. Ma il dato non si limita a ciascun di que’ fatti separatamente preso; è dato insieme qualcos'altro, di cui ci si rende conto dicendo, che que’ fatti sono distribuiti e connessi in un certo modo. Concepire de’ fatti, non è ancora concepirne la distribu¬ zione e la connessione ; perchè ciò abbia luogo, occorre che oltre a que’ fatti, siano concepiti cert’altri elementi, che sono però sempre elementi di fatto (p. es., il foglio sul quale son distribuite o mediante il quale risultano connesse le lettere qui scritte, è reale quanto le lettere ; ma non viene avvertito, o è respinto in seconda linea, quando si concepisca separatamente alcuna di queste). Concepire i fatti, e concepirne insieme la distribuzione e connessione, è un avere de’ concetti individui, che for¬ mano un gruppo (di concetti). II significato di gruppo rimane cosi determinato dal¬ l'associazione del termine con un certo determinato ac¬ cadere. Non risulta da ciò, che ogni gruppo di concetti deva essere il concetto d’un gruppo di fatti (concepiti cia¬ scuno distintamente). Sono concepibili de’ cavalli alati, quantunque non se ne siano visti, ma perchè si è visto il modo d’inserzione delle ali su quegli animali che le hanno. 3fi Siccome del resto i pensieri sono fatti reali non meno degli altri, contraggono come gli altri delle connessioni, le quali, oggettivate che siano, ci danno il concetto di un gruppo di concetti, l’origine del quale non dipende (immediatamente) dall'esperienza esterna, ma soltanto da quella, il cui sviluppo costituisce il pensiero. I fatti esterni sono tutti connessi, o costituiscono un solo im¬ menso gruppo, l'universo fisico ; non sono però tutti uniformemente connessi. Si danuo connessioni di\eoa¬ mente energiche, e se 1 energia di certe connessioni è molto piccola di fronte a quella di certo altre, può essere trascurata; cosi l’universo si scinde in un gran numero di gruppi, ciascun de’ quali può essere conside¬ rato entro certi limiti come chiuso in sè ; intorno al quale è possibile, vogliam dire, acquistare un gran nu¬ mero di cognizioni, dotate del più alto grado consegui¬ bile d’esattezza, limitando lo studio ad esso solo. Una scissione analoga ha luogo nel nostro stesso pen¬ siero. Se non che nello svolgimento del pensiero la vo¬ lontà ha una parte essenziale ; potendo noi scegliere ogni momento tra diverse operazioni, che ci paiono (quand’an¬ che non fossero) ugualmente possibili. Oltre ai grupp i spontanei di concetti, ai gruppi cioè costituiti dalle con¬ nessioni contratte vicendevolmente da certi concetti, per il semplice fatto del loro essersi formati, vi hanno dunque altresì de’ gruppi volontari, costituiti dal nostro proposito di compire su certi concetti certe operazioni, di considerarli, tutti ed essi soli, come elementi di un solo processo. Questi gruppi volontari hann o un impor¬ tanza speciale. Cosi si ottengono i processi distinti; cioè le nostre o- perazioni mentali non si considerano come tutte conca¬ tenate, e dirette a un solo scopo ; ma si connettono in gruppi o processi diversi, ciascuno dei quali ha un prò- prio intento e un proprio carattere, e si svolge (in ap¬ parenza almeno) indipendentemente dagli altri. Due pro¬ cessi distinti o piu possono, nel loro svolgimento, intrec¬ ciarsi tra loro, senza perdere la distinzione. 15 I gruppi dati si distinguono tra di loro, non perchè vengano concepiti secondo certe forme universali, poiché si suppone che il pensiero non sia giunto ancora a questo stadio, ma per i loro caratteri empirici. La serie è un gruppo, che si distingue per un proprio carattere empirico indefinibile. Si hanno delle serie date, p. es. : gli alberi che crescono lungo la riva d'un fiume, o le operazioni (anche mere oggettivazioni) che si compiono successivamente nel pensiero. Se, di più elementi dati, fissiamo l'attenzione sopra di uno solo, e facciamo quindi variare l'elemento a cui s’attende, ossia la trasportiamo da uno su di un altro, tenendola sempre concentrata sopra d'uno solo, compiamo una serie d'operazioni. La quale però non basta a che gli elementi vengano conce¬ piti in serie ; la successione di più concetti non è ancora il concetto d una successione: questo per altro si forma, oggettivando la serie reale delle operazioni compite. Quando una serie (data, o arbitrariamente costruita, come uell’es.) consta di pochi elementi, essa può essere rappresentata e concepita tutta, pur essendo rappresen¬ tato e concepito ciascun suo elemento : p. es. : ab ; abc ; abcd ; ecc. (Dicendo, che gli elementi devono esser pochi, si vuol dire, che il doppio fatto è condizionato ; ma quan¬ tunque il termine esprima la condizione, si deve mo¬ mentaneamente astrarre dal suo significato relativamente preciso. 11 fatto ora è possibile ora no; negli esempi addotti è possibile, non lo è relativamente alla serie costituita da tutte le lettere di questo scritto ; non si vuol dire altro). 38 Concepire la serie come un elemento (un gruppo og¬ gettivo e permanente), e ciascun elemento nella serie, è avere il concetto d' un carattere che appartiene a ciascun elemento, in quanto è quel tal elemento della serie, o che dicesi il suo posto, o il suo numero d'ordine. Trattandosi di serie che possano venire rappresentate e concepite integralmente c. s., il concetto del numero d’ordine di ciascun suo elemento, e quindi anche del numero degli elementi, è pensato col pensare la serie, od è un elemento del concetto della serie. E’ dunque possibile operare sul detto elemento senza fondarsi su altro, che sulla rappresentazione e sul concetto che s’ha di quella tal serie. In altri termini : chi è in possesso delle parole uno, due, tre, (o d'altri segui equivalenti, 1 , 2, 3,) e sappia inoltre, che in una serie a è il primo elemento, b il secondo, c il terzo e 1’ ultimo (« ha il numero d’ordine 1, ecc.), non ha con ciò un concetto della serie diverso da quello di chi semplicemente pensa l'oggetto abc, o la successione di concetti che s’ottiene pensando prima a, poi b, poi c. Il concetto universale (astratto) di numero, quale si richiede a rendere possibile l’aritmetica, non è esaurito da queste concezioni e rappresentazioni seriali ; ma s’ è vi¬ sto non esser nemmeno necessario perchè in certe serie (di pochi elementi, cioè rappresentabili c. s.) il carattere che contraddistingue ciascun elemento nella serie possa venir concepito. I concetti di questi caratteri si possono dunque anche esprimere, per comodità di linguaggio, ma senza che ciò implichi un’anticipazione sui risultati di processi non ancora studiati, coi termini uno, due,.... ; primo, secondo,.... ; perchè è ben vero che il pieno si¬ gnificato di essi non può essere fissato che mediante uno studio, dal quale ora si prescinde ; ma è vero altresi, che un significato venne già loro attribuito, indipendente¬ mente da quello studio. Col processo indicato non si possono, si comprende, oltrepassar certi limiti, che per altro è impossibile as¬ segnar con precisione a priori ; l’esperienza (interna e personale di ciascun lettore) deciderà. 1G Per indicare un gruppo, gli elementi se ne suppor¬ ranno sempre disposti in una serie, separati dal segno (;), e chiusi occorrendo tra parentesi ; parentesi di varia forma servirebbero a denotare diversi modi di aggrup¬ pamento, che però non verranno particolarmente con¬ siderati. E s'intenderà, che il secondo elemento venga aggruppato al primo; il terzo, al gruppo formato dai primi due, e cosi di seguito. Quindi, il gruppo dipenderà in generale (oltreché dal modo di aggruppamento) dall or¬ dino de’ suoi elementi. Ma due gruppi, in cui il modo di aggruppamento sia il medesimo, e uguali cosi gli ele¬ menti come il loro ordine, non potranno essere diversi; dire, che i due segni (a; b ; c), (a ; b\ c) possano avere significati diversi, è quanto dire, che il segno (a; b ; c) non abbia un significato permanente ; ossia che noo s’abbia il concetto (a ; b ; c). Un gruppo potrà esser denotato con una lettera sola, e si useranno a quest’efletto le maiuscole. Per indicare che una maiuscola è il nome di un certo gruppo, ser¬ virà il segno = ; p. es. A = a ; b. Questa scrittura per altro può venire interpretata in due sensi. Il primo è quelfo ora dichiarato : con essa allora si definisce il segno A, operazione necessaria per¬ chè si possa introdurre A nel processo razionale, poiché A per ipotesi non è uno dei concetti che si suppongono dati, e d’altronde è un segno semplice, non un gruppo, e quindi non potrebb’essere costruito. Ma quando de’ segni come A, B. siano stati defini¬ ti, possiamo considerarli come de’ concetti dati, ed eseguire su di essi le medesime operazioni che sui con¬ cetti primitivi ; formarne p. es. dei gruppi ; A:B. Queste operazioni s’eseguiscono materialmente sui segni, senza alcun riguardo ai loro significati, i quali possono anche venir dimenticati allatto. Che se più tardi divien neces¬ sario ricordarli, a ciò serve la formula A ^ a:b: la quale in tal caso non esprime più la denominazione di nJt mediante A ; ma che il significato di A (di quell’A. che venne introdotto in un dato processo come signifi¬ cativo), è appunto a;b. La detta scrittura ci dà allora l'analisi del gruppo A. (Che le due interpretazioni della formula non coincidano, si rende manifesto, anti¬ cipando per un momento il concetto di proposizione vera. Una denominazione è atratto arbitraria, non vi è ragione per adottarla, ma nemmeno per escluderla, quando la si consideri essa sola; fatta che sia, e a meno che non s intenda di abolirla, conta dunque per una proposizione vera. Un’analisi invece potrebb’essere falsa ; niente vieta che sia in forza d’ un equivoco, ch’io ritengo quell’A che ho introdotto in un processo mentale essere stato definito mediante A= a:b. E’ tuttavia da notare che in qualunque dei due sensi questa formula esprima una proposizione vera, essa esprime una proposizione vera anche nell’altro). 17 La permanenza d' un concetto primitivo a, o dal con¬ cetto d’ un gruppo A, suppone che le attuali rappresen¬ tazioni oggettive di a (di A), le reminiscenze delle rap¬ presentazioni passate, e anche le anticipazioni sulle fu- 41 turo fin quanto sappiamo che a oppure A potrà essere usato significativamente anche in avvenire) si fondano in¬ sieme, in modo che ciascuna non venga considerata come quel tale elemento in fatto distinto da tutti gli altri, ma tutte valgano come un elemento solo. L’ identifica¬ zione suppone dunque un riferimento, sulla natura del quale non si fa per ora considerazione di sorta. E si può dire che questo riferimento s’estenda a tutti gli e- lementi che in un dato istante si trovano nella coscienza; poiché certi soli di essi si identificano fra loro, cert’altri pure si identificano tra loro, e vengono per ciò stesso pensati diversamente dai primi, ossia (poiché si suppon¬ gono pensati insieme) come distinti dai primi. Suppongasi ora che i gruppi A, 15 constino ciascuno di molti elementi, connessi da operazioni complicate e varie. Si pensa il significato dell' uno e dell’altro, svol¬ gendo il processo implicito in ciascuno ; questo però e- sige tempo e fatica, dimodoché nel maggior numero dei casi viene ommesso, contentandoci di operare sui sim¬ boli A, B, come fossero concetti primitivi. Se non che, rispetto a due concetti primitivi a, b, la loro diversità è irreducibile, perchè i loro significati non sono esprimi¬ bili altrimenti che per mezzo dei due segni, effettiva¬ mente diversi. Invece, i significati di A, B, possono venir pensati anche diversamente che per mezzo dei segni A, li ; la diversità di questi non è dunque sufflcente ad as¬ sicurarci della diversità dei significati. Il processo di ri¬ ferimento accennato di sopra, il quale fin che investe i segni nella loro immediata (oggettiva) realtà, di certo non li identifica, li identificherebbe forse, se investisse i significati direttamente, cosa non fattibile se questi si¬ gnificati non sono esplicitamente pensati. Questa titubanza impedisce a un processo contenente A, B di avere un significato cosi preciso ed univoco, 42 come uno che soltanto contenesse elementi primitivi. A ciò si rimedia, paragonando i significati di A. B ; la qualcosa, come risulta ormai chiaramente, non è che un estendere deliberatamente, ai detti significati quel pro¬ cedimento medesimo, che svolgendosi sugli oggetti ele¬ mentari produce la loro permanenza (li trasforma in con¬ cetti) nel punto stesso che rende manifesta la diversità dei risultati «li due o più diverse identificazioni. Se in questa guisa i significati di A, B risultano identici, si dice che A=B. Questa uguaglianza, mentre si com¬ pie il paragone, viene generalmente pensata (non affer¬ mata) come un risultato possibile : per impedire che il concetto dell’eguaglianza pensata acquisti il valore d una affermazione, si connette al simbolo dell’eguaglianza un segno particolare, che ha il medesimo uffizio della can¬ cellatura sovrapposta a una parola o a una cifra, per avvertire che non va letta insieme con le altre, senza toglierle d’esser letta separatamente ; si scriverà A— =B. Risulta cosi chiarito il significato dei termini affermare e negare. Affermare e negare è un riprodurre consape¬ volmente (mediante atti deliberati) quel complesso di cir¬ costanze, al quale è dovuto se delle oggettivazioni s’i- dentificano rendendosi permanenti (de’ concetti si fer¬ mano), o deH’altre si distinguono tra loro (si formano più concetti, e non uno solo). Questo complesso di circostanze, in quanto produce i concetti primitivi (gli elementi ne¬ cessari d’ogni processo consapevole) non è stato discusso nè studiato fin qui ; si è soltanto riconosciuto che una semplice oggettivazione non lo esaurisce. Esso, non meno dell’oggettivazione, forma la parte oscura del processo conoscitivo. L’avere riconosciuto che il fatto è sostanzialmente il medesimo, sia in quanto produce de' concetti primitivi (primitivi rispetto al processo consapevole) permanenti e distinti ; sia in quanto è il risultato del paragone tra de’ 43 risultati del processo consapevole, è importante per due riguardi. Si è ottenuto da una parte una semplificazione: poiché due elementi a e <r sono identici, basterà spie¬ garne uno, o almeno s’avrà un solo elemento sconosciuto in luogo di due. Dall'altra, il fatto, come compiuto nel processo consapevole, e parte di esso, è immediatamente osservabile (anzi, costituisce propriamente ciò che si dice osservare), è quanto si trova di più chiaro nella cono¬ scenza, benché non manchi d'.un fondo oscuro. Appro¬ fittando di quanto v' è in esso di chiaro, è sperabile si riesca a dissipare qualche oscurità del suo fondo, e quindi a intendere la natura del fatto medesimo, in quanto pro¬ duce i concetti primitivi, ossia in quanto è anteriore al processo consapevole. 18 . Le formule A=B, A—=B, si dicono proposizioni. Nell’ ipotesi che si sia ottenuta la seconda, il paragone tra A e B può in molti casi venir proseguito : e in par¬ ticolare può darsi, che, analizzando A vi si riconosca un gruppo, formato di duo sottogruppi distinti, uno dei quali sia B. Indicando con C l'altro sottogruppo, si ottiene al¬ lora la formula (proposizione) A=B;C. Evidentemente, anche le definizioni studiate poco addietro sono altrettante proposizioni affermative. 11 motivo deH’afTermazione è nei due casi diverso, affermandosi che A=B perchè dal paragone risulta 1* impossibilità di distinguere tra i si¬ gnificati di A e di B, mentre quell’impossibilità non ri¬ sulta, ma è voluta, nella definizione, con la quale all’ in¬ significante A si attribuisce un certo significato. Ma il significato deH’aflèrmazione, ossiano i suoi effetti su di un processo razionale successivo, sono sempre i medesimi ; •14 di fare cioè che i due membri di essa contino per un solo elemento. Le formule a=a, a— =ò, non esprimono il risultato d’un paragone deliberatamente fatto; sono tuttavia in¬ terpretabili, in grazia del significato già attribuito ai segni ; e intorpetrate significano : la prima la per¬ manenza del concetto a, o l’identità (indistinguibilità) dei significati di a, ossia l’avere a un significato; la seconda, la distinzione dei concetti a, b, o dei significati di questi due segni. Sono proposizioni inutili, perchè enunciandole, non si fa che dare la forma di un risultato del pensiero a ciò che era stato assunto a materia del processo razio¬ nale, senz’altrimenti elaborare questa materia. Ma la pos¬ sibilità di dare aU’elemento primitivo la forma di risul¬ tato è non di meno degna di nota (cfr. il § preced. di cui si vedono qui confermate le osservazioni). La proposizione n—a (oppure A=A) è necessaria¬ mente vera ; e la a— =a, (oppure A —=A) è ne¬ cessariamente falsa : significandosi con ciò semplicemente, che il fatto reale dell’aver noi il concetto a (dell'avere formato il gruppo A), è affermato dalla prima, e negato dalla seconda. Benché questo punto sia stato a lungo già trattato (23), alcune altre considerasioni in proposito non riusciranno superflue. Le parole : proposizione necessariamente vera, o non significano assolutamente nulla,osi prendono in un senso astratto e universale, o denotano un fatto concreto e particolare. Nel primo caso, tanto vale sopprimerle. Nel secondo si può domandare quale sia questo senso. 11 ri¬ spondere, che il concetto espresso dalle dette parole non si può ottenere combinando concetti che non lo presup¬ pongano, è arbitrario. Ed è inoltre un supporre ciò eh’è in questione; perchè s sta appunto cercando, se i con¬ cetti universali siano costruibili mediante concetti parti- colari. Di più è assurdo parlare di concetti universali non costruibili, ossia di frasi che si pretendono avere un significato, mentre si esclude la possibilità di assegnare comunque tale significato. Frasi di questo genere non a- vrebbero significato alcuno. Poiché ben è vero che a fissare il concetto la parola è necessaria ; ma l’aver la parola un senso consiste nella sua connessione con un processo, l’effettività del quale costituisce il concetto, e che, s’è un processo reale, dev'essere riproducibile. Un con¬ cetto, non esprimibile altrimenti che con quella tal pa¬ rola (p. es. vero) si ridurrebbe a niente più della parola nuda e insignificaute. S’è dovuto far uso di formule universali ; ma ognuno riflettendo sul lavoro compiuto dalla propria intelligenza nel seguirne lo sviluppo, si sarà accorto, che quelle for¬ mule, oltre ad aver quel significato universale, rappre¬ sentavano e descrivevano anzi de’ fatti determinatissimi che si compivano nel suo pensiero. Non si domanda, se non ch'egli le prenda in questo senso; e, poiché ha ef¬ fettuato certe particolari operazioni mentali, veda quale ne sia il risultato. Veda se, negando la coincidenza dei significati di due n (di due A) distintamente pensati, gli riesca di pensare quel segno come avente un significato. La non riuscita del tentativo in un determinato caso, è ciò che si chiama l’avere riconosciuta in quel caso. la verità necessaria di a — a, e la falsità necessaria di a — — a. In ogni altro caso si dovrà ripetere un ten¬ tativo analogo, e star a vedere come riesce. (20) 19 Sostituire in un gruppo A (che potrebbe anch’essere un gruppo di proposizioni, oppure una proposizione sola), di 40 cui a sia un elemento, il concetto h al concetto a è un'o¬ perazione materialmente sempre effettuabile, e che non abbisogna d'essere dichiarata. Il risultato sarà un cer- t’altro gruppo B, A e B differiscono inquanto a. diffe¬ risce da />, e non altrimenti; se la proposizione n=b è vera, e in qualunque senso sia vera, (27) anche la propo¬ sizione A=B sarà vera, e nel medasimo senso. Se dunque son vere le proposizioni A=B:Ci, B=D;C la proposizione A=D;C§ :Ci sarà parimenti vera. S’ot¬ tiene cosi il sillogismo, (28) per mezzo d’una sostituzione. Sostituire, in una prima proposizione A =B;Ci in luogo di B un gruppo che gli è equivalente in virtù d’una seconda lì ^I>:C* dicesi congiungere sillogistica¬ mente le due proposizioni. Il risultato è una conseguenza di entrambe le proposizioni congiunte. Si scriverà : (A=B;G| XB=D;Ca). o.A=D;C J ;C-. Al segno o che ha qui il medesimo significato del §9, non si potrebbe sostituire il segno = ; come risulterà in breve. La congiunzione sillogistica non si può effet¬ tuare che su due proposizioni aventi un termine medio. S’è parlato (§ 14) della scissione, che può anch’essere arbitraria, del processo razionale complessivo in più altri; ciascuno dei quali si considera chiuso in sè medesimo e senza riferimento ad altri. Cosi p. es. noi possiamo in¬ terrompere la lettura d’un libro per incominciare quella d’un altro, risolvere l'un dopo l'altro due problemi in¬ dipendenti, e anche far procedere di pari passo lo studio di duo diverse questioni, nelle quali può darsi che i me¬ desimi segni appariscano con significati diversi. E s’è anche accennata l'importanza essenziale di questa^scis- sione, senza della quale il pensiero cadrebbe a ogni mo¬ mento in contraddizione con sè stesso. E' chiaro, che due proposizioni non possono venire congiunte sillogisticamente, se cosi l'un che l'altra non 47 viene assunta come vera (anche solo in via d’ipotesi e come elemento d'un medesimo processo (20). Ma due o più proposizioni possono venir assunte tutte due come vere e come elementi d’un medesimo processo, anche se non hanno un termine medio : si diranno allora con¬ giunte semplicetnente. E’ questa la moltiplicazione logica di cui al § 0, 5. Anche due proposizioni con un termine medio possono essere semplicemente congiunte (possiamo astenerci dal raffermarne la conseguenza); anzi la loro congiunzione sillogistica ne presuppone la congiunzione semplice. Si può dunque dire, che il congiungere è sempre la stessa operazione (congiunzione semplice); soltanto in qualche caso, quando le proposizioni sono due ed hanno un termine medio, oltre alla formula che esprime 1* im¬ mediato prodotto logico, se ne può enunciare un’altra (la conseguenza ), che potrebbe anche venir ommessa, mentre però la sua negazione non può essere inclusa nel processo medesimo senz’annullarlo ; in altri casi al contrario conviene contentarsi (non volendo affermare più di quanto si sia ottenuto) della formula esprimente il prodotto logico (30). Rappresenti P(A, B)=M un processo qualsiasi, nel quale siano incluse come vere entrambe le proposizioni A, B. Scambiando A con B, s’otterra P(B, A)=N; e non vi è motivo d’ammettere, che debba essere M = N. L’insieme delle operazioni eseguite sulle A, B in M, e l’insieme delle operazioni eseguite sulle A, B in N, sono due fatti complessi; condizionati, per ipotesi, a questi due altri, che rispettivamente in M e in N, le A, B sono state incluse come vere. Questi, ultimi fatti, come com¬ piuti, il primo in M, il secondo in N, sono due e non un solo; ma è impossibile distinguere l’uno dall’altro se non tenendo conto delle loro due effettuazioni, sono stati enunciati entrambi con la medesima frase, son due •18 fatti identici, o l'uno la replica dell’altro. A questi due fatti, dei quali si ha un concetto solo, si riduce la con¬ giunzione di A con B, cosi in M come in N. Nel concetto di congiunzione non entra dunque niente che concerna l’ordine con cui vengono a succedersi le A, B, rispetti - ramente in M e in N, o un ordine qualsiasi in cui A, p, vengano immaginate all*infiori di M e di N. E’ dunque AB BA; e similmente si verificherebbe che ABC=ACB 20 Come si vede, mediante processi particolari, operando cioè esclusivamente su certi elementi dati e in modo pienamente determinato, si sono potuti costruire i con¬ cetti primitivi del § 9, e gli altri che la discussione ha mostrato essere inclusi in quelli. Ciò vuol dire soltanto che nella concreta particolarità di un dato processo, vi è quanto basta, purché gli elementi ne siano oggettivi e permanenti, per attribuire un significato ai termini cor¬ rispondenti, ossia per definirli, non mediante formule di significato universale, ma per via della reale associa¬ zione tra i termini o certi gruppi determinati di fatti conoscitivi. Risultano nello stesso modo costruite le proposizioni del § 9: 10, 12, 13. ; purché in esse al segno o si so¬ stituisca il segno =; e la 10, sotto una forma alquanto diversa ; il valore delle quali è il medesimo che quello dei concetti. Ognuna di esse cioè esprime il risultato di un dato processo effettivamente compiuto, e non si stende più in là. La 22 significa, che delle due proposizioni A, —A una è necessariamente vera, l’altra necessariamente falsai e procedendo come ai § § 17, 18, è facile riconoscervi 49 un risultato a cui s’é inevitabilmente condotti dal para¬ gone delle due propozioni, quando (come sempre; si sup¬ ponga che i segni abbiamo un significato oggettivo per¬ manente. Lo stesso si dica della 20. (etri nota 2»; La 21 si può ottenere come un effettivo risultato, an¬ ziché quale definizione. L’operazione del disgiungere due proposizioni ha il suo fondamento, e trae il suo signifi¬ cato, dalla possibilità di scindere il processo razionale complessivo in più altri, che non abbiano tra loro alcuna connessione almeno pensata e di cui si tenga conto, anzi dal fatto che tali scissioni hanno continuamente luogo, arbitrariamente o no. Scindere in più il processo razio¬ nale equivale ad avviare più processi (contemporaneamente o no), e, di più proposizioni pensate, introdurne, alcune negli uni altre negli altri. Le proposizioni che s'intro¬ ducono in un processo, vengono assunte o considerate ocrae vere in ordine ad esso ; quelle che se ne escludono, gli è come se in ordine ad esso si considerassero false. Di due proposizioni che penso, stabilisco d'introdurne una in un dato processo (oppure devo necessariamente intro- durvene una), senza che sia peranche fissato (o rispettiva¬ mente noto) quale delle due. Una almeno di queste in ordine al detto processo vale dunque come vera e p. c. non sono tutte e due false (§ 9, 21) (31). 21 La proposizione * a) AoB. BoA: q.A=B ossia, dall’essere B conseguenza di A, ed A conseguenza di B, segue la conseguenza, che A e B sono uguali, può 50 esse-e facilmente verificata col solito metodo, di osser¬ vare il particolare processo che le corrisponde. Se AqB, B non può essere negata, quando s ammetta A; ma si potrebbe negare A, e ammettere non ostante B; le due proposizioni sono distinte, Se inoltre Bf)A, allora, qua¬ lunque s’ammetta dello due proposizioni A, B, 1 altra non può essere negata, senza cadere nell assurdo; vale a dire, ciascuno dei due prodotti A( B), ( AJB è assuido p. e c. A e B sono uguali (indistinguibili). Nello stesso modo si verifica la proposizione. b) A=B.O : AoB. BoA. ora per semplicità di notazione si ponga (definizioni): AdB. BdA=M, A=B:=N ; le a), b) diverranno rispettivamente a) MoN b') N 0 M Congiungendo queste due proposizioni, e applicando il metodo con cui s’ è verificata la a), s’ottiene come loro conseguenza, M-=N ; cioè : AqB. BoA:=.A=B (§ 9, 18) Il terzo segno o nella a), e il primo nella b) non si può affermare che abbia lo stesso significato che nel § 19; perchè le due proposizioni AqB, BqA (dove o può avere lo stesso significato che nel § 19) non sono due ugua¬ glianze con un termine medio. Ma tra i due significati non v’ è contraddizione ; perchè nell’uno e nell'altro caso- 0 signfica, non potersi negare la tesi senza cadere in contraddizione ('nell’assurdo). L’ultima proposizione (18, § 9) non si può dire dimostrata sillogisticamente; ma si è accertata empiricamente l’i impossibilità di negarla senza contraddizione; essa è dunque necessariamente vera (cioè: se di fatto connettiamo i simboli A, 13, com’è in¬ dicato nella proposizione, non ci è più possibile assu¬ merla come falsa). Una riflessione importante. S' è visto che il discorso è reso di dubbio valore dall’ impossibilità di sottrarre le parole a delle combinazioni meccaniche fortuite, dipen¬ dente dalla loro connessione con un processo particolare. E ora per verificare le nostre formule, si ricorre sempre allo sviluppo de’ processi particolari corrispondenti. Ma ciò che rende incerto il significato delle parole, è la non coincidenza tra la parola (figura o suono, oggetti vati) e il gruppo variabile di rappresentazioni'che le dà signi¬ ficato con lo starle connesso. Nel nostrjj caso invece, a significa soltanto n (oggettivato permanentemente); A, soltanto A, se non si tien conto della definizione ; tenen¬ done conto, significa p. es. 13 ;C, il quale poi non signi¬ fica se non sé stesso, ecc. Quest’assoluta coincidenza tra il segno e il significato, o insomma, lo svolgerai flel pro¬ cedimento sui soli segni oggettivati, sopprime la detta causa d’oscillazione e d’incertezza. Il processo è dunque nella sua immediata particolarità sicuro e consapevole; a meno che non si revochi in dubbio il valore dell’og- gettivazione permanente. Siccome questo fatto primitivo fu assunto e non di¬ scusso (e s’è dimostrata la necessità d’assumerlo per av¬ viare un discorso) si è dispensati dall’esaminare quel dubbio, per ora. Quando si parla delle incertezze a cui di fatto è sottoposto il discorso, si parla di quelle che pro¬ vengono dalla causa suaccennata, presupposta la validità dell’oggattivazione; si C9rca un mezzo per cautelarsi con¬ tro l’errore, non contro l'illusione trascendentale. Questo mezzo è trovato se anche rimanessimo nell’illusione tra¬ scendentale; della quale uon accadrà discorrere se non quando si tratti di proposito dell’oggottività. 22 L’analisi di un gruppo può in molti casi venire inter¬ rotta prima che si sia giunti agli elementi ultimi e ir¬ resolubili cioè ai concetti primitivi a, b, c, . Anzi, nel discorso comune, dove gli elementi ultimi, che sarebbero le oggettivazioni di fatti rigorosamente sem¬ plici, non si possono, o sicuramente non si sanno assegnare con facilità, le analisi riescono sempre incomplete, per¬ chè niuno avrebbe il tempo e forse neanche il modo di terminarle. Sia p. es. da analizzare il gruppo A, e si riconosca, esserne elemento il sottogruppo B, senza che tuttavia B esaurisca A; il che vuol dire, che per ot¬ tenere A converrebbe aggruppare con B qualche altro elemento (in generale un gruppo,). Che un risultato simile si possa ottenere, senza che sia noto l'elemento che si dovrebbe aggruppare con B è un fatto de’ piu comuni: si sentono continuamente frasi come le seguenti: perchè il vestito sia pronto non basteranno idue giorni: le riparazioni da farsi alla casa non importeranno meno di tanto; ecc. Lo si esprime con la formula : A=B;X. Il simbolo X, separatamente preso, non ha per sè al¬ cun significato (s’ignora, per ipotesi, quale elemento con¬ venga aggruppare con li) ; esso ha un significato soltanto nella formula, la quale esprime per mezzo di esso, e senza non esprimerebbe, che B è uno ma non il solo eie- mento di A. L’avere però la formula un significato viene indirettamente ad attribuire un significato anche ad X. Formule come la superiore possono venir introdotte in un algoritmo (32), nel quale p. c. segni come X verranno a figurare, e vi saranno sottoposti a diverse operazioni: la possibilità a il significato delle quali risultano unica¬ mente dal significato che hanno le formule; ma intanto vengono ad essere stabiliti, e danno quindi un significato ai segni medesimi. E lo stesso evidentemente s’ha da dire delle parole che suppliscono questi nel discorso usuale. Se nel simbolo B;X, si sostituisce ad X un gruppo determinato C , il simbolo B;C che si ottiene non avrà un significato in generale, poiché non è detto che i due gruppi determinati B, C si possono aggruppai^ nel modo indicato con (;). E' tuttavia possibile sostituire a X un gruppo, in guisa che la sostituzione abbia significato, perchè per lo meno, A è il risultato d’un tale sostitu¬ zione. E non vi è nessuna ragione per ammettere a priori, che la sostituzione significativa possibile sia sempre unica ; in molti casi la possibilità di ottenerne parecchie è anzi messa fuori di contestazione dal fatto Rappresentino C,, C^, .. C n altrettanti gruppi sostitui¬ bili ad X e sia : Ai=B;Cy, Aj=B;Cj, .... A^=B;C„, Si possono esprimere questi risultati, dicendo che X è un elemento variabile, capace di assumere i valori Ci. C H ’, e che consegpentemente A t (=B;X) è pure variabile in funzione di X, capace di assumere i valori Ai ..... A u . Ma, se ben si riflette, si riconosce che non si sono introdotte con ciò delle semplici locu¬ zioni. S’è visto infatti, che il simbolo X, privo di significato r»i per sè medesimo, ne acquistava uno, per il solo fatto della sua significazione nella formula, cioè per il suo essere come significati vo nella formula, sottoponibile a certe operazioni determinate. Questo significato si precisa ancor meglio (si rende più indipendente dalla formula) in seguito all’osservazione testé latta; X significa, ora, l’uno oppur l’altro degli elementi noti Ci... Cn dove oppure è il simbolo della disgiunzione, e corrisponde al segno ,+ (§ 9, 21 ). Analogamente, Ax rappresenta l’uno oppur l’altro, o si voglia dire uno qualunque degli elementi K, _A». In altri termini, X e Ax sono elementi indeterminati, sono i simboli di due classi. 23 Ora si può definire la deduzione applicata a un sol gruppo, che sia pure una proposizione semplice. Si diranno dedotti da Ax tutti i gruppi che si ottengono attribuendo a x uno qualunque dei valori ammissibili per x\ vale a dire, sostituendo in B;X alla X uno qualunque de' suoi valori ammissibili. Questo modo d’intendere la deduzione concorda col precedente. Infatti, la deduzione di B;C< (p. es.) da B;X si può mettere sotto questa forma: ( A=B;XJ(X=C/ ; oA-B;C., ossia alla formula del § 19. Notando, che con piena ra¬ giono si è scritto A tanto nella prima che nell’ultima proposizione benché s’avesse potuto scrivere con egual ragione A, e A i rispettivamente. 11 simbolo .«si può con¬ siderare tanto come fisso ma incognito, quanto come va¬ riabile (non lo si concepisce come variabile se non perchè di significato incognito ; cfr § prec.) A è un gruppo fisso, analizzato incompletamente ; se si viene a sapere che il suo elemento incognito X ha il valore C< , sappiamo che A si risolve nel gruppo B;C« . Inversamente: nella proposizione: A=B;C< possiamo sempre considerare B come variabile ; se l);Cj è un valore ammissibile di B (11 che sarebbe vero anche se fòsse il solo valore ammissibile di B e quindi se B in realtà fosse costante), D;C.;Ci sarebbe uno de’ valori ammis¬ sibili di A (oppure, il solo, c. s.); la formula A=D;C* ;Ci si può adunque considerare come il risultato di una deduzione, secondo il concetto esposto in questo parag. a Vi è da fare un’importante avvertenza. Se B è co¬ stante, e D;Ci è il suo unico valore, la formula A==D;Ca;Ci ha esattamente il medesimo signifi¬ cato dell'altra A=B ;C i ; le due non differiscono che per la materialità della scrittura, cioè sono equivalenti. Il processo è solo in apparenza deduttivo. Non è il caso di osservare, che la prima formula è in effetto rica\ata dal a seconda, mediante la sostituzione ecc. ; perchè, se B è costante, ma non ne è immediatamente noto il va¬ ierò fse infatii dev'essere data a parte la formula 3 = P);Cj ), B rappresenta una indeterminata ; ossia un ele¬ mento concepito come variabile. Si ha invece una vera deduzione, quando B è Co viene concepito come) variabile. Poiché dalla deduzione intesa nel primo modo (§ 19) si ricava quella intesa al secondo, e viceversa, i due con¬ cetti dideduzione sono equivalenti f§ 21). Nella deduzione per determinazione d’un elemento variabile, un gruppo dedotto conterrà almeno un elemento variabile di meno, di quello da cui lo si è dedotto. 50 24 a) ABoA r§ 9-, 14 Si consideri B come variabile, indicandolo con X. Fifi i valori ammissibili di X, vi è A ; dunque AXqAA ;« siccome AA=A ; cosi AXqA. b) AqB. 0. ACoBC. rib 14J. Poiché AoB, posto A=M:X, sarà p. es.: B=M; N. Quinli A;C=M;X;C, B;C=M:N;C. B;Csi ottiene con una deternli- nazione della X in A;C; dunque A;CoB;C. Lo stesso vale sostituendo il segno della congiunzione all’ indeterijii- nato (:), c) A. AoB :oB (ìbid. 15;. Questa proposizione non è nemmeno intelligibile, se non ricorrendo ad un concetto più volte ricordato ; che (ioè il pensiero si spezza di latto in più processi, i quali ben¬ ché non si possano dire assolutamente indipendenti, si svolgono nondimeno indipendetemente 1' uno dall'altro, in quanto conoscitivi. Sia noto che AqB ; io posso con tuttociò escludere B da un processo, perchè in niun pro¬ cesso s’includono tutte le proposizioni vere a qualunque titolo. Oppure, posso includere B nel processo, ma senza punto riflettere, che è una conseguenza di A. Ma se in¬ cludo nel processo A, quand’anche non v’ includessi la notizia, che B è conseguenza di A, B si troverebbe in¬ cluso. d) Bo. AqAB fibid. 17;. Impossibile conginngere con una proposizione data A, 57 un’altra proposizione B, se anche B non è data fnon è inclusa nel processo,). E’ chiaro, che dev’essere data, non solamente B, ma anche A; la vera forma della d) sarebbe dunque : B.Ao. AB: ossia BAgAB ; la quale, essendo BA =AB, significa : data una proposizione, se ne deduce, che questa proposizione è data. e AgB. BgC : g.AgC (jb., 16J. Poiché BgC, sarà p. es. : B=M;X, C=M:N. Ma AgB, dunque B contiene una variabile meno di A ; sarà dunque, posto M—P;Q, A=P;Y;X. Sostituendo a M il suo va¬ lore, è C=P;Q;N; ossia AgC. f) AgB.g. — Bg—A. (ib. 19J S’è visto infatti (§ 20), che delle due proposizioni A, — A, una è necessariamente vera. Se non è vera — A, sarà dunque vera A; ma allora è vera anche B, perchè AgB; dunque, se da — B non seguisse — A, ne seguirebbe B ; cioè la proposizione B(—B) non sarebbe assurda. capitolo V.° L’ UNFVERSALIZZAZIONE 25 Poiché abbiamo l’attitudine a denominare, possiamo assumere i simboli primitivi a, "b, c ,..., non come rap¬ presentanti ciascuno sè stesso e nulla più, ma come i nomi ciascuno di un certo gruppo oggettivato di fitti interni quali si vogliano, o anche di fatti esterni. Si chiami r>8 per abbreviare, concetto empirico l’oggettivazione im¬ mediata di uu gruppo dato sperimentalmente, cioè uno di quei concetti che costituiscono la materia prima ordina¬ ria del pensiero. I simboli primitivi a, b, c, .. . rappre¬ senteranno allora ciascuno un concetto empirico. Analo¬ gamente, possiamo assumere che ciascun gruppo di sim¬ boli, A, B, C, . . . . sia il nome (l'un determinato gruppi) di concetti empirici, e cioè di un concetto empirico più complesso (o anche di un concetto non immediatamente empirico se l’agruppamento dei concetti empirici corri¬ spondenti ai simboli semplici è stato fatto in modo anche in parte arbitrario; ma di questa circostanza non si terrà conto). Naturalmente, mentr'è affatto arbitraria la scelta del simbolo semplice con cui denominare un dato concetto empirico assunto come elementare, la composizione del gruppo A, con cui denominare un concetto complesso, dipende dalle denominazioni già scelte per gli elementi di questo, e dai segni d’aggruppamento di simboli che si prenderanno come corrispondenti ai nessi che di più con¬ cetti empirici semplici ne costituiscono uno complesso. In questo modo, le formule date di sopra e tutte le altre costruibili per mezzo loro, sono capaci d'un' in¬ terpretazione. La quale per essere vera, dovrà soddisfare a certe condizioni; basterà accennare la più importante, a cui non è difficile ridurre le altre. Ogni processo algoritmico si fonda su alcune proposizioni, che vengono supposte vere ; e possono sempre venir sup¬ poste vere, purché tra loro non ve ne siano d'incompa¬ tibili (contradditorie) ; cosa questa immediatamente rico¬ noscibile. Se però i simboli rappresentano concetti em¬ pirici, ciascuna di quelle proposizioni diventerà in gene¬ rale categorica, e sarà dunque vera o falsa di necessità ; inoltre due di esse (appunto per la complessità del loro significato) potranno essere incompatibili quand’anche non manifestamente contradditorie. Per assicurarsi che l’interpretazione non sia apparente, sarà dunque neces¬ saria una discussione, forse complicata, e non effettuabile con l’algoritmo. . Ricompariscono qui le cause d’errore, per eli minareto quali venne introdotto l'algoritmo. A rendere esatta l'in¬ terpretazione, non si hanno altri mezzi, che lo spezzare i processi complicati in gruppi noti e semplici di pro¬ cessi semplici, e la diligenza ; mezzi più o meno efficaci, ma non d'assoluta sicurezza. E’ per altro da notare, che non occorre iuterpetrare se non le proposizioni assunte come fondamentali, f33j e i risultati ultimi, affidando all'al¬ goritmo il lavoro deduttivo, che è quello, in cui 1 errore s'insinua piu facilmente. Cosi p. es. si procede nell’appli- care l’algebra a delle questioni di fìsica. 26 E' possibile un'interpretazione dell'algoritmo ; ciò vuol dire, che ne sono possibili tante, quante se ne vogliono. Ninna è assolutamente arbitraria, secondo venne accen¬ nato, ossia deve soddisfare a certo condizioni ; ma sotto queste condizioni è arbitraria, perchè in line non v’jia nesso necessario tra un simbolo e un dato concetto empirico. Per comprendere il vero significato di un ossei \azione cosi semplice, si consideri un esempio ; e sia la deduzione (e, § 24; 1) AoB. BoC: O- AoC, che si è verificata con un processo particolare, gli ele¬ menti del quale erano i puri simboli A, B, ecc., oggetti¬ vamente presi. AoB è una proposizione ipotetica. Si prescinda un mo¬ mento dal linguaggio, ma non dall’oggettivazione, e si lasci 60 stare, che in tal caso il pensiero non potrebbe uscire da uno stato adatto embrionale, come s’è visto altrove. (34). Oggettivando certi dati si otterranno de’ concetti empirici ; riferendo i concetti tra loro, si otterranno due proposi¬ zioni ; riferendo le proporzioni, vi si riconoscerà una relazione di dipendenza logica, la quale si potrà anche (si concede) assumere come semplicemente ipotetica. Mh poiché non si è supposto alcun linguaggio, le operazioni descritte non si saranno effettuate, che aderendo stretta- mente alla materia data: e il loro risultato (la proposi¬ zione ipotetica, esprimente la dipendenza logica ecc.) non sarà pensato, che in quanto è pensata questa materia, non sarà in alcun modo separabile da essa; avremo un pensiero rigorosamente particolare. La stessa relazione di dipendenza, quantunque di sua natura possa venire stabilita tra quanti elementi si vogliono, non sarà pen¬ sata che in quanto corre tra quei certi elementi, e non in separato da questi ; sarà pensata particolarmente (si pensa quella relazione, non la relazione). Nell’espressione algoritmica, le proposizioni sono indi¬ cate con A, B; la dipendenza, con 0 - Questi sono ancora tre oggetti concreti, particolari ; la materia è sempre una materia data, anzi più precisamente circoscritta che nel caso precedente. Ma supposta una connessione 'una corrispondenza i tra questa speciale materia e l’ordinario contenuto empirico del pensiero, questa connessione, non potendo esser posta che dall’arbitrio, riescirà indetermi¬ nata. Quindi la proposizione AoB, nella sua realià è de¬ terminatissima, particolare ; ma considerandola come in- terpetrabile, non possiamo non considerarla come inter- petrabile in quante maniere si vogliano ; rispetto all in¬ tenzione interpetratrice, è indeterminata. Lo stesso dicasi dell’altra premessa e della tesi. 61 Siansi assunta A. B, C, come rispettivamente equm- leiiti a tre proposizioni di significato empirico per mezzo di tre convenzioni : poiché la 1 è verificata con «n pro¬ cesso particolare, in simboli , l i sostituibilità degli ele¬ menti Mentici non ci lascia dubbio sulla verità d. ciò che diviene la 1 sostituendo ai simboli i significati, purcho questi sian tali, da non renderà falsa o insignificante niuna delle premesse. Rimane cosi stabilito, che sia pensare un concetto una proposiziono universale (35). K' pensare un pascolar simbolo, o un gruppo di simboli, con V intenzione, che ciascun simbolo particolare sia il nome di un qualche gruppo empiricamente dato fe oggettivato. Per ì simboli primitivi, questo gruppo è assolutamente indeterminato. pei gruppi di simboli, è ancora indeterminato, ma deve soddisfare a deile condizioni (di cui al § preced.), che si fanno sempre più restrittive ili miao in mino che cresce la complicazione del gruppo simbolico. Quello che dei simboli, è a dire, con delle variazioni facili a trovare, ilei termini del consueto linguaggio. Ea necessità di un linguaggio per la formazione di concetti .universali è cosi nuovamente dimostrata (30). 27. Se X è variabile, capace dei valori B„ Bj , . . • Bfi • ‘ se introducendo A;X in un algoritmo, senza supporre sostituito ad X alcuno de’ suoi valori, si dimostra che A,X gode di una certa proprietà, godranno della proprietà medesima tutti i valori A;Bi,^ A.Bj, . • • A, ti i - - • Cosi una proprietà, riconosciuta in un simbolo particolare con un procedimento particolare, può essere concepita come comune cioè universalizzata. E sé vis o a iove - 02 clie un simbolo della forma A:X corrisponde al concetto di classe. (37). Immaginando che, nelle formule del § 9, A, B, C, . . . siano simboli variabili, ossia rappresentino proposizioni qioiH si vogliano , l'algoritmo è universalizzato in ordine a sé stesso : vale a dire s’ottengono i principi universali del ragionamento. Che vuol dire, immaginare che A, B, (J... siano simboli variabili? Certo che in un processo algorit¬ mico, ciascuna delle A, B, C, . rimane qual’è, e, come s'é detto più volte, non rappresenta che sè stessa; siamo sempre nel particolare. Ma l'introduzione de' simboli variabili è,stata giustifi¬ cata 0? -22). Immediatamente, un simbolo variabile non ha significato che quale elemento d’un gruppo, e come o- spressione di un'analisi incompleta; ma il significato che esso ha nel gruppo no permette l'uso algoritmico, e gli (la cosi un significato indipendente. E il simbolo variabile, usato da solo, per la sua indeterminatezza non si può non considerare determinabile ad arbitrio, cioè atto ad assumere valori quali si vogliano. Considerare le A. B, C,.... come variabili arbitrarie, è dunque un adoperarle come costanti* sapendo che possiamo sostituire in loro vece quelle pro¬ posizioni che vogliamo, e dirigendo l’intenzione su questo nostro sapere. Parrà strano, che il risultato più complesso dell’intel¬ ligenza s’ottenga per mezzo della sua imperfezione; poiché l'origine de’ simboli variabili stà nella nostra inetti¬ tudine a compire certe analisi. Ma se noi avessimo una cosi grande potenza e lucidezza di mente, da tener dietro senza confusione e senza dimenticanze a tutti i processi particolari, avvertendone con distinzione le più minnte circostanze, forse gli universali c i sarebbero inutili. Ogni strumento suppone un difetto, a cui ripara. 28 (VI Chi non fosse rimasto ben capace «iella spiegazione ad¬ dotta, dovrebbe innanzi tutto esaminare , se ve ne sia un'altra possibile. Non si spiega nulla, p. es. ricorrendo a elementi ipotetici, estranei al fatto immediato del pen¬ siero, come sarebbero le idee prese in senso trascendente. Infatti non basta che vi sia un’idea in sè intuibile,convien che la parola ce la faccia intuire; e siccome la parola non adempie tale uffizio per una propria virtù miste¬ riosa, ma soltanto per mezzo delle sue connessioni; né si vede a che serva, in ordine all'intuito d’un' idea uni¬ versale, la connessione con un gruppo particolare, il solo pensabile positivamente in ogni caso ; si ricade nelle medesime difficoltà. Un osservatore spassionato e diligente non tarda ad ac¬ corgersi, che l'addotta spiegazione si riduce a una som¬ maria ma fedele descrizione del fatto. All 'osservazione volgare non riflessiva il fatto pare più semplice che non sia, perchè abituale; e del resto può anch'essero, anzi è quasi sempre più semplice che non lo si sia descritto. A intenderne il come, si rammenti, che della possibilità di rievocare un numero indeterminatamente grande degli elementi connessi con la parola, e di compiere su di questa un numero illimitato d’operazioni future, si può avere non soltanto la cognizione (associando la quale alla parola Aggettivata e connessa di fatto a un certo gruppo, la parola vien sottoposta all'inteuzione d’universalità); ma un sentimento il quale, benché possa riuscire più o meno vivo e distinto, sorge però sempre spontaneo ossia è un effetto meccanico della parola sentita. Il senti¬ mento non è la cognizione; ma può rappresentarla, es¬ serne in qualche modo il segno. 04 L’uso djl linguaggio dicasi volgarmente ("non a torto,/ razionala, quando serve al consegui mento di certi scopi prefìssi. Ora, a ciò non si richiede che tutto quanto è pensabile ne' termini adoperati sia pensato in effetto ; si tratterebbe dell'impossibile. Basta che nel lavoro di concatenare i termini nelle varia proposizioni si abbia una guida, un mezzo qualsiasi, che permetta di prose* guirlo nella direzione opportuna, e di correggere le de¬ viazioni eventuali. E il sentimento, quantunque non sia propriamente norma, è appunto il mezzo, l'aiuto richiesto ; esso colle sue oscillazioni incessanti, la qual cosa più che avvertirci se i termini vengono combinati più o meno couveuientemento ("che somministrare al pensiero l’eccita¬ mento e una prima materia a formulare de' giudizi^: s'intromette addirittura nell’opera in corso, e con la sua propria energia la dirige al (lue desiderato, e spesse volte più presentito che voluto, cioè piuttosto fissato da un sentimento che formulato in una notizia positiva. Quindi si capisce, che oggettivando il sentimento, a noi deve sembrare di conoscere tutto quanto si richiede a rendere possibile razionalmente un dato processo ; e nel fatto, quella che noi chiamiamo un'idea universale, è molte volte una mera oggettivazione d’un sentimento di questa sorte ; il quale viene cosi a far da segno d’ una cognizione. 29 A chi è avvezzo, per lunga consuetudine, a identifi¬ care 1’ universale col divino, un tentativo di costruirlo col particolare dovrà parere empio, e, sotto l’aspetto scientifico, inconcludente. Impossibile cogliere a questo modo il vero universale, norma luminosa e perpetua del- 05 l’intelligenza. La questione peraltro non è, se vi sia un universale divino, molto meno se vi sia un divino (la qual cosa non si mette menomamente in forse, e anzi è confermata da queste ricerche); ma se l'universale che è norma della nostra intelligenza possa essere quello cho si è costruito. E a dimostrare (a fortiori) cosi es¬ sere in fatto, non sarà inutile, alle osservazioni del § pre. aggiungerne qualche altra, donde risulterà, che de’ pro¬ cessi, razionali senza dubbio, possono essere svolti, senza introdurvi in tutta la sua pienezza nemmeno 1* univer¬ sale costruito. Si consideri la serie delle operazioni che servono a risolvere p. es. l’equazione di 2.° grado : x- px q — o Ciascuna cade sulle lettere x, p, q, sui segni +, =, ecc. ; e questi son tutti materialmente coucreti. — Ma questi segni si combinano a tenore di norme universali. — Che le proprietà combinatorie dei detti segni siano espresse in formule, già universalizzate, non si nega di certo ; come non si nega 1’ utilità dell’attitudine a pensar le dette formule universalmente; benché si debba pure ammettere dall'altro lato, che ogni qualvolta occorra di ricordarne una, per eliminare un dubbio, il pensiero cade pur sempre su di una certa formula concreta, e f ap¬ plicarla al caso non è mai altro, che il sostituire nella formula certi elomenti a cert’altri, operazione del pari concreta. Ma le combinazioni si fanno, perchè si sono contratte certe abitudini, (s’ intende, per mezzo di uno studio an¬ teriore/ In ogni fase del processo, noi applichiamo ora l’una ora l’altra dell'abitudini contratte. Ciò che a noi dà una fiducia completa nel processo che svolgiamo, non è tanto la possibilità di ridurlo nelle sue varie fasi a certi tipi prestabiliti ; quanto l’esigenza concreta delle' singole operazioni che si compiono, de’ singoli concetti che via via si assumono fé l’assumere i quali è pur sempre un compiere delle operazioni). Avendo ammesso questo, e fatto quest’altro, noi non ci possiamo esimere dal- l'accettare quel tale risultato ; perchè il rifiutarlo sa¬ rebbe un distruggere l’oggettività del nostro attuale pensiero. Al paragone, la fiducia diciamo cosi astratta inspirata da delle norme universali, il valor delle quali; cosi come sono pensate, è del resto subordinato alla fe¬ deltà della memoria, la quale va soggetta a sbagliare, conta ben poco. Anzi : noi non abbiamo altra certezza di rammentar bene e d' interpretar a dovere una for¬ mula, se non questa medesima esigenza, che si riconosce nel fatto concreto oggettivamente considerato. Quest’oggettività dovrebbe bastare a chi si spaventasse delle possibili conseguenze d’una teoria, che sembra ma¬ terializzare il pensiero. Essa basta ad assicurarci, che una distinzione, almeno di fatto, c’è tra l’accadere cogi¬ tativo e qualunque altro accadere a noi noto. E se non bastasse, nient’altro basterebbe. Sia pur anche l’univer¬ sale un elemento sui generis, non ricavabile dall'ogget¬ tività ; se l’accadere meccanico o schiettamente fisico fosse capace d'assorgere alla seconda forma, perchè non dovrebbe arrivare anche alla prima? CLE SINTESI A PRIORI 30. S’è visto come i giudizi sintetici a priori che, in nu mero non iscarso, parevano indispensabili alla possibilità del processo razionale, siano tutti costruibili con un prò- G7 cesso particolare, siano insomma de' risultati dell' espe¬ rienza interna, ammesso per altro che si tratti d'un'e¬ sperienza mentale, vale a dire oggettiva, e permanente. Conviene ora discutere, se si diano altri giudizi sinte¬ tici a priori. La forma della cognizione si può dire spie¬ gata. ma non è ancora spiegata la cognizione, finché non si sia osservato, se l'applicazione della forma alla materia data abbisogni o no di cert’altri principii; e, nel caso del si, se questi principii siano costruibili in qualche modo, o devano esser dati ossi medesimi, al pari della materia. Prima però, è utile rispondere ad un’ obbiezione gene¬ rale, che probabilmente il lettore avrà formulata fin dalle prime linee ili questo scritto. Assumendo senz'altro l’ oggettività e la permanenza del pensiero, si dirà, non si spiega in effetto nulla; non si fa che trasportare la difficoltà da un punto all’altro. Non si fa che trasportare la difficoltà; verissimo; con ciò per altro si ottengono delle semplificazioni. TI pro¬ blema della conoscenza consta di molti altri, talmente aggrovigliati insieme, che il solo enumerarli sceveran¬ doli distintamente non è una facile impresa. Questa è per altro la prima cosa da tentarsi ; e, che finora qual cosa si sia fatto in questo senso, la stessa obbiezione ri¬ ferita lo riconosco. Pire che costruendo i principii formali della ragione per mezzo dell' oggettività e della perma¬ nenza il problema è spostato e non risoluto, è un am¬ mettere che delle due questioni: come si conoscano i principii, e come s’ ottenga un pensiero oggettivo e per¬ manente, la prima è ridotta ‘alla seconda. La seconda sarà trattata a suo tempo. E quand’anche, studiandola in particolare, la si trovasse ridursi ancora alla prima, qualcosa rimarrebbe del lavoro compiuto ; si sarebbe ciò messo in chiaro, che di questioni ve u' ha una sola, e non due irriducibili tra loro, "è sarebbe cosi p co. Il metodo medesimo di semplificazione verrà ora ap¬ plicato alla discussione de’ principi), che si potrebbero dire misti, ond'è resa possibile l’applicazione de’princi- pii puri sopra ricordati alle varie materie. Anche qui torna opportuno connettere lo studio con una speculazione, se non indiscussa, d’un’autorità ricono¬ sciuta; renderlo al possibile indipendente dai modi dà vedere personali dell’ autore. Invece dunque di andare cercando in astratto quali possano essere que’ principii misti, sarà meglio prenderli quali furono enunciati da 15. Kant; il primo che abbia sollevata la questione, trat¬ tatala di certo con acume e profondità, e condottala . press’ a poco al punto, dov’ essa si trova presentemente. 31. Il giudizio espresso dell' identità 7-|-5=12, è analitico o sintetico ? (3<S). E, posto che fosse sintetico, è a priori o a posteriori? Bisogna prima di tutto distinguere, se la serie nume¬ rica si suppone già formata, almeno lino a 12, o no. Nel primo caso, il giudizio è indubbiamente analitico. Infatti: pensare 12, è pensare il nudo segno nella serie 1, 2, ecc. ; quindi pensarlo come maggiore di 7 (come un elemento che viene dopo 7), e non solo, ma precisamente come il quinto dopo 7. 15’ vero, che 12 può esser pensato anche in altri modi ; p. es. come l’ottavo dopo 1, oppure come il secondo dopo 10 che è il quarto dopo 0 ; ecc. Ma tutte queste maniere di comporre 12 sono semplici immediate conseguenze dell'aver pensato 12 nella serie. Tutti questi giudizi corrispondono dunque a quest’ altro: il triangolo è una figura di tre lati ; cioè sono analitici ; son forme » 09 particolari (incomplete) del concetto fondamentale, ch’è il pensiero de’ segni presi, non separatamente, ina in quella serie determinata. So poi la serie numerica non si presuppone già for¬ mata almeno fin a 12, la questione non ha senso alcuno, nei termini in cui è stata posta. Infatti allora non s' ha punto il concetto di 12; quindi, ammesso che s’abbia il concetto di 7 ; 5, l'uguaglianza 7+5 12 non afferma una relazione tra due concetti. 11 giudizio non è para¬ gonabile a quello che si enuncia, dicendo p. es. : questa medaglia è di bronzo ; dove medaglia e bronzo sono con¬ cetti : non si può dire abbia la medesima forma, differen¬ done per i - origine (a priori invece che a posteriori). Esso non è che la pura definizione del segno 12, privo affatto di significato all' infuori del giudizio. Ora la definizione d’un segno (l’imposizione d’un nome a un dato concetto) è senza dubbio un giudizio sintetico. Supponendolo a priori, non sarebbe però mai uno di quelli, sui quali il Kant ha creduto dover richiamare l’at¬ tenzione degli studiosi, come includenti un mistero im¬ penetrabile. Quando un giudizio esprime, o ci sembra invincibilmente che esprima, una verità oggettiva e ne¬ cessaria, o bisogna spiegarlo, o dichiarar insolubile il problema della conoscenza; e l’essere il giudizio a priori potrà costituire una ragione sufficiente per crederlo ine¬ splicabile. Ma posto che il significato d’ un giudizio non sia che di fissare in modo convenevole e arbitrario l’uso di un segno, non sarebbe più giustificato il farci attorno tanto rumore. Se il giudizio è a priori , vuol dire che noi abbiamo energia sufficiente a stabilire delle conven¬ zioni, senza fondarci sull'esperienza; queste convenzioni sono artifizi che facilitano più o meno il nostro discorso, ma, nè ci danno conoscenze nuove, nè è poi tanto diffi¬ cile astenersi dal credere che ce ne diano ; i differenti 70 sistemi di coordinate astronomiche, da niuno vennero presi per notizie intorno alla distribuzione degli astri. D altronde, è più che dubbio se queste convenzioni siano a priori. 11 concetto che si vuol denominare, se è un concetto e non un processo meramente soggettivo, a\ ia gin un espressione simbolica (mediante parole o al¬ tri segni; 7+5 nel caso considerato), perchè n’assuma una nuova, basta che si stabilisca una connessione mec¬ canica (in via sperimentale) tra la formula precedente e qualche altro elemento; se questa connessione viene Ag¬ gettivata, e convertita cosi in una corrispondenza, il nuovo elemento diviene il nuovo segno, il nuovo nome del concetto. E' evidente p. es., che il seguo 12 è il ri¬ sultato di una deformazione dell - altro 10+2; che è della medesima natura di 7+5. 32. Ma è possibile formarsi il concetto di 7+5, se già con la serie numerica non si è arrivati a 12, supposto p. es. che 7 sia 1 ultimo numero formato? Evidentemente no; in questo caso, l’operazione 7+5 non sarebbe effettuabile con gli elementi che si possiedono, e la formula non a- vrebbe dunque senso alcuno; come non ne hanno le for¬ mule 5—7, | -9, per chi non si sia già formata la serie de’numeri negativi e immaginari; come non ne ha mai la formula 3[5se l’unità è concreta e indivisibile (p. es.: uomo). La questione dunque, presa nella sua forma generale, si riduce alla seguente : come siasi potuta formare la se¬ rie numerica. E questa è risoluta (39). L uomo pensò i primi dieci numeri, oggettivando la serie effettiva delle sue dieci dita, e servendosene a sta- 71 bilire delle corrispondenze tra gli elementi di essa e al tri elementi dati; formò le prime dieci parole-numeri oggettivando e cosi ponendo come corrispondenze delle connessioni meccaniche fin qualunque modo prodottesi ) tra la serie detta oggettività, e una serie, che venne del pari oggettivata, di suoni. Ponendo le dita, non sempli¬ cemente come serie, ma come un gruppo stabilmente connesso (e il gruppo è in vero stabilmente connesso da vincoli meccanici ), senza tuttavia astrarre dalla sua svol- gibilità in serio, ebbe il concetto d’unità di second'ordine, ossia di decina ; e cosi di seguito. Da ciò risulta la possibilità di oltrepassare un qualsiasi limite raggiunto nel formare la serie numerica, e d’ ol trapassarlo senza ricorrere ad altre operazioni che l’og gettivaro e il far corrispondere ( eli' è pur sempre un oggetti vare). Infatti : dato il numero a, prendendolo come un gruppo (come 1) si può immediatamente formare 2 a (si può anzi arrivare fino ad a 9 perchè per ipotesi si sa contare tino ad n)\ ma il nuovo a posto si risolve, come identico al dato, in una serie, la quale corre di seguito alla prima; cosi si forma il concetto di qualunque numero compreso tra a e Za. Questo processo ò illimitato, perchè perfettamente cir¬ colare; subordinatamente però a un complesso di segni, che permettano di (issare il posto nella serie di ciascuna delle successive posizioni, e cosi d’approfittarne. Donde la necessità della numerazione scritta. Nella parlata, è un grand’ imbarazzo quel dover coniare una nuova pa¬ rola per ogni nuovo ordine, d’unità. Ci si è rimediato, più che sufilcientemente per la pratica, formando i gruppi d’unità, pei quali soltanto le parole sono necessarie : milione, bilione, trilione, ecc., numerando all’italiana. Ma in astratto restano sempre le medesime difficoltà. La numerazione scritta invece non conosce confini; ed essa, traendo il proprio significato dalla propria disposizione seriale, prova ad evidenza quanto s'è notato più addietro, che pensare un numero non è se non rappresentarsi og¬ gettivamente una serie, e rilevare il carattere che un dato elemento di questa assiime dal suo essere pensato natia serie (in quel dato posto, effettivamente occupata). L’illimitatezza del processo importa non solo la possi¬ bilità di proseguirlo quanto si vuole; ha inoltre un senso anche più immediato. Nella sua attitudine a mettere in opera il processo, 1’ uomo, senza pur quasi avviarlo, per¬ cepisce, vagamente, però in modo che può sempre venire determinato quanto bisogna, percepisce un campo scon¬ finato apertogli dinnanzi, e nel quale tutte lo sue com¬ binazioni troveranno il posto conveniente. Ossia: dati i numeri qualunque a, b, v' è sempre un numero che nella serie è il b"' .dopo a. Questo numero, sia o, può essere definito o concepito in molte maniere diverse, le quali tutte significano, elio esso è quel certo termine della se¬ rie: e però una qualunque delle dette maniere non la che enunciare sott'una o altra forma il concetto mede¬ simo espresso da r. Vale a dire, i giudizi come a+b~c sono sempre analitici. 33 * L'opinione kantiana non manca di un fondo di verità; ma è viziata dell'aver confuso elementi che andavano te¬ nuti distinti, la qual cosa accade non di rado agl’ ingegni molto acuti, che trattano una data materia senza disporre di tutti i mezzi che vi si richiedono. 11 giudizio aritme¬ tico non esprime un puro e semplice fatto, percli’è uni versale e assoluto, dunque a priori. Sta bene ; ma non ha senso» fuorché supponendo preformata la serie nu¬ merica ; e in questo caso è analitico; la universalità e assolutezza importano questo soltanto : che, quando si ha un concetto, si ha per l’appunto questo concetto.. Non si pretende con ciò, che non vi sia mistero sotto : ma non c’è sotto alcun mistero particolare al giudizio aritmetico ; secondo affermava il Kant. Se poi si considera la serio numerica, non c’è dubbio ch’essa non si può costruire analiticamente : ha dunque un’origine sintetica. E di nuovo sta bene : ma si tratta d’nna sintesi mentale (a priori) o meccanica (a poste¬ riori) ? Che l’uomo, quand’è in possesso della serie nu¬ merica, possa far delle addizioni, è noto ; ma sarebbe un’ illusione strana" immaginarsi, che col medesimo pro¬ cesso si] sia formata la serie medesima. Alllnchè il dire che s’ottengono i numeri con V unire delle unità sia un dir qualcosa, bisogna evidentemente che sia detto, cosa s' intenda per unire, perchè la] parola ha molti sensi, che non fanno tutti al caso. E questo non si può fare, perchè l’unire in aritmetica, se non significa l’operazione con la quale s'ottengono i numeri, non significa niente. Ma l’uomo trova infatto degli elementi meccanicamente connessi in certe serie ; stabilisce delle corrispondenze tra quelli, e gli elementi d’una serie molto semplice a lui familiare; le reminiscenze di questi fatti si connet¬ tono meccanicamente con certi suoni, e queste connes sioni vengono alla loro volta assunte come corrispon¬ denze. Così sorgono ad un tempo i concetti de' numeri e le parole che li esprimono, nello stesso modo che si formano i concetti in generale e le loro espressioni, gli uni dalle altre inseparabili. Il processo non potrebbe nemmeno incominciare, senza le sintesi meccaniche ad esso precedenti ; e, fuori di queste, altre sintesi non vi si riconoscono. Il che non vuol già dire chenon vi si riconosca nient’altro. Il processo non è spiegato.se non supponendo nell'uomo l’attitudine a oggetti vare in modo permanente. Lo spie¬ gare qttest,attitudine è un’ impresa non facile di certo, e fors'anche impossibile. Fin che non ci si sia riusciti non si potranno dire spiegati completamente neanche i giudizi aritmetici. Rimarrebbe vero per altro, die la loro spiegazione non è un problema a sè, ma si riduce a un altro ; e, se ben si ridetta, a quello medesimo che è involto in qualsivoglia concetto, se anche sembri som- ministrato immediatamente dalla più volgare esperienza. 34 Il concetto di numero venne recentemente sottoposto ad una analisi accurata e rigorosa, sotto il punto di vista strettamente aritmetico; (lo) importa far vedere in breve come i risultati se n’accordino con quelli della discussione procedente, e insieme li chiariscano e no vengano completati. Esso concetto si può considerare de¬ finito dalle proposizioni primitive che seguono, e che venne dimostrato essere tutte tra di loro indipendeuti. 1) L’ unità è un numero. 2) Per ogni numero ve n'è uno successivo. 3) Se i successivi di due numeri sono uguali, i numeri sono uguali. 4) L’ unità non è il successivo d’alcun numero. 5) Se, tutte le volte che un numero ha una proprietà P, anche il successivo la possiede, e se 1’ unità ha questa proprietà, ogni numero ha la proprietà P. La prop. 1. ripete manifestamente il suo significato reale delle sintesi meccaniche, in conseguenza delle quali l’esperienza ci somministra de’ gruppi apparente- mente e a primo aspetto chiusi ciascuno in sè medesimo perfettamente contornati e semplici (irriducibili,). Se l'in¬ definita possibilità di analisi via via più minute, ciascuna dello quali dà come risultato degli elementi ancora a- nalizzabili e tutti fra loro molteplicemente connessi, non fosse, come è in fatto, una conseguenza della riflessione; se l'immediata esperienza ci sommistrasse la moltitu¬ dine sterminata d'elementi inafferrabili senza niuna sta¬ bilità d’aggregazione, che vi riconosciamo discutendola, noi non avremmo avuta mai l’occasione di pronunziare la parola uno, in ordine all’esperienza esterna, ed è al¬ meno dubbio se l’avremmo trovata nell’interna. La 2. vien a diro, che i numeri costituiscono una serie ; e l’essere questa una proposizione primitiva, neces¬ saria a determinare il concetto di numero, importa che i numeri sono determinati dal costituire una serie, come appunto è detto noi §§ precedenti ; cosa molto diversa dal concetto volgare, secondo il quale i numeri sono in¬ telligibili all’ infuori della serie, e la serie risulterebbe d’elementi già noti all’infuori di essa. Con la 3. la serie viene considerata come unica. Lo • serie che si possono scrivere, o anche rappresentare o pensare, in quanto reali sono parecchio, e 1’ una dall'al¬ tra distinte. Ma dalla loro materiale distinzione si a- strae, le serie cioè vengano tutte oggettivate e identifi¬ cate tra loro. Se i successivi di due numeri distinta- mente pensati sono uguali, essi sono un numero solo nella serie oggettivamente presa ; quest’ unico numero ha un antecedente solo, che s’identifica con l’uno e con l’altro degli antecedenti de' due numeri pensati La 4. importa, che la serie de' numeri si può risol¬ vere in una serie d’ unità ; e non è una serie chiusa. Il significato della 5., che è il fondamento del cosi detto metodo d'induzione matematica, (41), è chiaro per sè 76 medesimo. Questa proposizione non dipende immediata¬ mente dalle precedenti, come si è avvertito ; è per altro ricavabile dal concetto di serie preso nella sua forma più semplice, quale s'ottiene oggettivando senz’altro delle serie empiricamente date. In una serie limitata (della quale si possano contare tutti gli elementi, nel senso volgare) segnati due -èie- menti, il numero degli elementi compresi tra quei due è sempre limitato. Se poi la serie è illimitata, per es¬ sere circolare il processo di costruzione de' suoi ele¬ menti (come appunto la serie numerica,), qualunque parte di essa sia stata effettivamente costruita, è sempre limitata ; e quindi il numero degli elementi compresi tra due elementi qualunque assegnati (costruiti,) è pur sempre limitato. Rappresenti S la serie; siccome il suo primo elemento ha la proprietà P, e per ipotesi se un elemento di S ha la proprietà P, l'ha pure il successivo, vi saranno più elementi di S aventi la proprietà I’: i quali formeranno una serie S’. Sia, se è possibile, N un elemento di S non appartenente a S’, M un precedente elemento di S, co¬ mune a S’. Poiché tutti gli elementi di S' successivi a M sono anche elementi di S, è manifesto, che percor¬ rendoli si arriverà a N, a meno che il numero degli e- lementi di S fra M ed N non sia illimitato, contro l'ipo¬ tesi. (42) Risulta da ciò, cho il concetto di numero secondo l'e¬ sposizione precedente include quello che risulta dalle cinque proposizioni citate, ed è più completo, perchè permette di dimostrare la 5., invece cho assumerla come primitiva. Per costruire deduttivamente tutta la matematica pura, il solo concetto di numero quale lo si è costruito (in¬ tero e positivo), non basta ; ma che cosa vi si richiede di più? Una serie di convenzioni, destinate a precisare l'uso di certi simboli come se fossero significativi in ogni caso, mentre non lo sono che in casi particolari. L'utilità di queste convenzioni è incontrastata ; ma non bisogna per questo illuderci che, formulandole, noi ci impadro¬ niamo di verità a priori assoluto. Le deduzioni fondate sopra di asse son vere assolutamente, nell'ordine di idee che include le convenzioni medesime, e relativamente a quo' fatti, a cui quelle idee fossero applicabili ; il che significa in ultimo e semplicemente, che le conseguenze d' una proposizione son vere, se ed in quanto è vera la proposizione. Quelle convenzioni sono giudizi sintetici, ma cosi poco a prioì'i, che sono evidentemente sempre suggerite dall’esperienza, cioè, o dall'esperienza esterna O da quella costituita dallo svolgimento anteriore dell’al¬ goritmo. Non ve in esse nient’altro di a priori, che la nostra attitudine a oggettivare e giudicare ; — nel qual senso, non alcuni giudizi soltanto, ma tutti senza ecce¬ zione, dovrebbero dirsi sintetici a priori. 35. Dal concetto di linea retta, si può dedurre che essa sia la più breve tra due punti? 11 Kant risponde di no; dando qui, come in non poche altre circostanze, prova d una singolare perspicacia, che gli faceva talvolta pre¬ correre i risultati di ricerche avviate dopo di lui. Ma egli ci fornisce insieme un esempio del quanto sia facile discorrere equivocamente intorno a proposizioni anche vere (cioè .atte a ricevere un’ interpretazione vera), quando si prescinda dal processo che le rende significative. Dire che la linea retta è la più breve tra due punti non significa nulla, so non si suppone nota la lunghezza 78 duna linea, quanto almeno è necessario affinchè due linee possano venir paragonate in ordine alla loro lun¬ ghezza. Se lo linee sono entrambe rette, o due archi di tiMchi uguali, ecc., le possiamo sovrapporre, e cosi il paragone è subito fatto. Si può anche in tal modo pa¬ ragonare una retta con una spezzata, o due spezzate tra loro. Ma questo mezzo cessa d’essere applicabile, quando si vogliano paragonare una retta o una curva, o anche due curve in generalo, p. es. due archi di cerchi di raggi diversi. Come si fa in questi casi ? In pratica si deforma una delle duo lince flettendola, e tutto è fluito. Ma questo metodo speditivo suppone cho la linea (che veramente allora è un corpo, da duo di¬ mensioni del quale si astrae; sia perfettamente flessibile; vale a dire, si noti, che nel piegarla non muti la sua lunghezza. La supposizione è praticamente giustificata, fino a un certo segno, dal fatto, che, per quante di tali deformazioni si facciano subire al corpo, esso conserva tutte le sue proprietà, eccetto la figura, che del resto e sempre atto a riassumere quante volte si voglia. Ma, anche senza contare, che la conservazione delle proprietà del corpo non è vera se non entro certi limiti, e forse fon dubbio, che oramai è quasi certezza; non ci par vera entro quegli stessi limiti se non per l’imperfezione dei nostri mezzi, non è difficile accorgersi, cho il procedimento pratico non ha teoricamente alcun valore. Se chiamiamo ugualmente lunghi due oggetti a, b, quando b può essere deformato in guisa, da coprire con la sua lunghezza quella di a, si dà implicitamente della lunghezza una definizione, che ne rende impossibile lo studio geo¬ metrico. Lo scopo era di confrontare con la lunghezza di a, non quella di b deformato ma quella di b : e que¬ sto scopo è perduto interamente di vista. Un passo più in là, e riconosceremo che le scopo non è conseguibile; perchè n e b, la retta e la curva, prese come sono, non sono paragonabili. Non sono nemmeno paragonabili duo segmenti d’una stessa linea, che non sia omogenea (che non possa scorrere sopra sè stessaj ; e appena in un certo senso si potrebbe dire, che di due archi d’una tale linea, uno dei quali sia parte dell’altro, il primo sia minore del secondo. Lo stesso concetto universale e astratto di lunghezza svanisce, fuorché se si tratti di linee omogenee e tra loro uguali; esso ha evidentemente un substrato sperimentale, che perde ogni significato, quando si prenda a considerare un mondo di pure forme, come vuol fare la geometria. I” per altro in piena nostra facoltA di introdurre delle convenzioni arbitrarie, e ili sceglierle in modo, che s'ac¬ cordino o press’apoco con i risultati dell’esperienza; il che in altri termini, è poi un formulare de’ giudizi sug¬ geriti dall’esperienza, a posteriori, e farne uso, senza curarci di badar più alle circostanze che ce li hanno suggeriti. K’ noto dagli elementi di geometria, elio si può calcolare in funzione del raggio il perimetro di qualche"poligono regolare inscritto, e quindi quello del suo simile circo- scritto. Conoscendo questi perimetri, si possono poi cal¬ colare quelli dei perimetri, inscritto e circoscritto, ij'un numero doppio di lati. In questo modo, s'arriva a calco¬ lare i perimetri di due poligoni regolari simili, uno inscritto l'altro circoscritto al medesimo cerchio, in cui il numero dei lati sia grande quanto si vuole. Si dimostra poi, che se il numero dei lati cresce, per via del successivo raddop¬ piamento, la differenza fra i perimetri, diminuisce, e che, se il numero de’ lati, che è arbitrario, si prende supe¬ riore a un limite opportunamente scelto, la differenza tra i due perimetri può essere resa minore d’un segmento preso ad arbitrio. Vi è dunque, prescindendo dall'ipotesi 80 controversa «lei segmenti attualmente infinitesimi, un segmento e uno solo, per ogni cerchio, minore del pe¬ rimetro d’ogni poligono regolare circoscritto, e maggiore del perimetro d egni poligono regolare inscritto (43). Possiamo ora ricorrere a una delle solite convenzioni arbitrarie, e chiamare questo segmento la lunghezza della circonferenza: e in modo analogo definire la lunghezza di qualunque altra curva di cui sia nota la costruzione (l’equazione). Questa convenzione ci dà dei risultati sen¬ sibilmente concordi con quelli che s'ottengono applicando i processi pratici suddeseritti ; dunque, adottandola, si ' rendono possibili molte utili applicazioni della geometria alla pratica, li, viceversa, non si può andar incontro a inconvenienti di sorta; perchè in quest'affermazione non c'è, nè errore, nè verità; essa non è che una pura o semplice denominazione, praticamente opportuna; ma le¬ gittima soltanto perchè arbitraria. 30. Si può del resto dimostrare in generale che la geo¬ metria non solo non si fonda su de' giudizi sintetici a priori nel senso kantiano, (44) ma anzi li esclude necessa¬ riamente. Come oramai è notissimo, la geometria esige un certo numero di postulati, ammessi i quali si svolge con metodo rigorosamente deduttivo. Le proposizioni dedotte son giudizi analitici; quelle che servono di fondamento al processo deduttivo in sè stesso, furon già prese in esame, e del resto non sono particolari alla geometria ; restano i postulati. La prima questione da farsi, intorno a certi postulati assunti, è, se siano tutti tra di loro indipendenti. Se non sono, possono darsi due casi : o tra quelli ce n’è d’ineoin- 81 patibili, e bisognerà eliminarli, altrimenti si andrebbe nell’assurdo manifesto; o alcuni sono (quantunque non sembri) deducibili da alcuni altri; e questi soli sono i veri postulati, gli altri vanno considerati come altret¬ tanti teoremi. P. es. : i postulati dell’equivalenza (pei po¬ ligoni e i prismi) e del segmento (dell’angolo e del diedro) son forse già convertiti in teoremi, o prossimi ad essere 1 parrebbe. I postulati indipendenti son giudizi sintetici, senza dubbio; ma a priori o a posteriori? Che siano stati sug¬ geriti dall’esperienza, non c’è il menomo dubbio. 11 con¬ cetto di punto, p. es., non è che il fantasma oggettivato d’un corpo piccolissimo, del quale si considera soltanto la proprietà di occupare un luogo nello spazio, ossia d’a¬ vere con altri punti delle relazioni, che traggono il loro significato esclusivamente da un complesso di fatti os¬ servati, anzi nemmeno di tutti i fatti osservati. Quanto agli altri enti geometrici, come la retta e il piano, ven¬ gono caratterizzati assumendo (come postulati) alcune proprietà, somministrate pure dall’esperienza. Noil si as¬ sumono tutte le proprietà osservate negli oggetti che si dicono rettilinei o piani, perchè si esige che le proprietà assunte siano indipendenti ; e l’esperienza non essendo deduttiva, ci somministra staccati anche quegli elementi, che sono deducibili l'uno dall'altro. (P. es.: l’esperienza ci dice che il corpo a pesa 4,chg. e il corpo b, 2 ; inoltre che due corpi uguali a b pesano insieme quanto a. Essa ci dà separatamente queste tre proposizioni ; mentre la terza è una conseguenza delle due prime). Ma se i postulati non hanno altro fondamento che l’e¬ sperienza, d'onde viene il loro valore assoluto? Non è una scienza esatta, la geometria ? Vi sentireste d’ammet¬ tere la possibilità di un circolo cou duo raggi disuguali, voi, che pur non avrete misurati tutti i raggi di tutti i circoli ? 82 Io non lo chiamerei circolo se avesse due raggi dif¬ ferenti, ecco. La più capricciosa delle convenzioni, una volta introdotta, e fino a quando non se ne prescinda, va rispettata, sotto pena d’assurdo ; cioè ogni fatto ha un’esigenza indeclinabile. Vi è qui senza dubbio un asso¬ luto ; ma, di nuovo, non iscambiamo quest’assoluto, che è uno e il medesimo ne’ fatti di qualunque specie, cogi¬ tativi o no, con degli altri assoluti problematici, che s'an¬ niderebbero gli uni qui, gli altri là, nel seno dei diffe¬ renti processi cogitativi. La geometria è una scienza esatta, nell’ordine delle sue deduzioni; cioè: chi ha ammesso i postulati, non può rifiutare le conseguenze, senza contraddirei. Ma che I postulati abbiano un'assoluta intrinseca necessità, è in¬ tanto una supposizione che non ha niente a che fare con la geometria. Ed è una supposizione tanto falsa, che da al¬ cuni di essi è possibile prescindere ; s’è p. es. costruita una geometria, ammettendo che per due punti passino infinite rette. Naturalmente, col diminuire il numero dei postulati (indipendenti) che s’ammettono, la teoria si fa di mano in mano più scarsa di forme come di materiali; la geometria della retta, p. es (quella che assume i soli po¬ stulati sufficienti a studiare la retta in sè stessa, pre¬ scindendo da uno spazio in cui essa sì trovi, anche dal piano) si riduce a ben poco E, non meno naturalmente, col sopprimere certi postulati, che in ultimo esprimono il risultato d’una lunga elaborazione a cui venne sotto¬ posta l’esperienza, si costruisce una geometria, che non s’accorda più con l’esperienza, ossia che vien provata falsa da questa; rimanendo ciò non di meno una scienza esatta, nel solo vero significato della parola. 83 37. Quando ci si dico che il giudizio : in tutto le muta¬ zioni del mondo fisico rimane invariata la quantità della materia; nella sua forma universale e assoluta non può essere un risultato dell’esperienza, la quale ci som- ministra soltanto de' particolari transitori, si viene a supporre, indirettamente ma necessariamente, che l’espe¬ rienza basti a giustificare quest’altro: in questa ('partico¬ lare determinata) mutazione del mondo fisico, la quan¬ tità della materia è rimasta invariata. Ora una molto fa¬ cile riflessione dimostra, che nemmeno l’ultimo giudizio può essere dalla sola esperienza giustificato, anzi nemmeno suggerito. Che le scienze fisiche (in particolar modo la fisica pro¬ priamente detta, e la chimica) siano vere scienze, da qualche secolo in qua, non si revoca minimamente in dubbio. Ma bisogna pur distinguere tra i loro effettivi risultati, e certe interpretazioni che se ne danno, nell’in¬ tento di comporre con quelli un sistema. Il quale, se vien fatto servire soltanto ad agevolare la concezione complessiva di que’risultati, a rendere altrui possibile 1* orizzontarsi in mezzo al loro numero già cosi grande e sempre crescente, a introdurre della materia delle sud- divisioni, che, per quanto arbitrarie, sono tuttavia indi¬ spensabili a che la ricerca risulti ordinata e consapevole de’ suoi mezzi e de’ suoi fini immediati; rappresenta di certo un artifizio prezioso, ma non è un risultato della scienza : non accresce la cognizione, se non al modo stesso che l’accrescono gli artifizi già toccati di cui fa si gran- d’ uso la matematica; aumenta cioè il numero delle forme arbitrarie, che per sè sole costituiscono un campo vasto 84 e importante per l'esercizio del pensiero, e possono ve¬ nire applicato con vantaggio anche a dirigerne l'azione fuori di quel campo, a condizione che non si dimentichi il loro essere forme arbitrarie. Ma se il sistema si scambia con un risultato positivo della scienza, so lo si prende per una notizia di fatto, si viene ad attribuirgli un valore metafisico; si è costruita una teoria metafìsica, e non una sintesi semplicemente formale delle varie scienze della natura. Perchè sarebbe puerile immaginarsi, che la metafisica consista nell’uso <T una terminologia, la quale del resto s'è già mutata parecchie volte da Talete in poi; la terminologia ha di certo un'importanza, si possono di certo costruire delle metafisiche false, sia poi o non sia possibile costruirne una vera; ma una questione metafisica rimari tale, anche espressa in termini di chimica, o, se si vuole, di glotto¬ logia: Tartaglia era un algebrista, benché si servisse di certi suoi versi meravigliosi, invece di formule. E neanche non serve il dichiarare espressamente che al di là del campo trattato ve n’è un altro, nel «piale ssi riconosce impossibile mettere il piede: se l'essenza della metafìsica stesse nell’imtnaginarsi penetrati o anche soltanto penetrabili tutti i misteri, nessun filosofo potrebbe esser chiamato metafisico. Poi, una cosa soiio lo dichia¬ razioni, un’altra, e troppo spesso una tutt’altra, i fatti. Eccone un esempio. 38. Ci si dice che la forza è permanente. Perche? Impos¬ tile rispondere: la forza è un'immediata manifestazione dell'Inconoscibile. Ma l’Inconoscibile ha pure delle ma¬ nifestazioni non permanenti, quali sono i nostri piaceri. 85 e per fortuna anche i nostri dolori. Inoltre, le manifesta¬ zioni dell' Inconoscibile sono il conoscibile ; e chi mai è in grado di dire che cosa la forza sia? La forza è dunque dell’ Inconoscibile una manifestazione sui generis, è ma¬ nifestazione, ma in un certo senso; in un cert’altro, è essa stessa 1’ Inconoscibile addirittura. Bene. 0 la materia? Anche la materia è permanente. Ma la sua permanenza è un corollario di quella della forza; siamo dunque usciti dall’Inconoscibile? No; per¬ chè la forza non è pensabile astrattamente dalla materia. Anche la materia è in un certo senso l’Inconoscibile, e infatti, che cosa propriamente sia la materia, non lo sap¬ piamo. Non si dice che sia propriamente cosi; ma noi siamo necessitati a pensar cosi. E il moto? e lo spazio? e il tem]>o ? Quante domande, altrettanti misteri. Ma sic¬ come già è inteso, che di misteri ce n’ ha da essere un solo, a ciascuna di queste domande si dà una risposta, naturalmente misteriosa, o sempre la stessa: l’Inconoscibile. Cou questi elementi, si costruisca ora il sistema della natura. Ammessi il tempo, lo spazio, il moto, l’indistrut¬ tibilità della materia e la permanenza della forza, am¬ messo l’Inconoscibile che è Yin sè di tutte queste cose (perchè ci oravamo dimenticati di aggiungere, che le cose hanno un in sè), s’ammetta inoltre un universo, che abbia una qualche minima eterogeneità, e non ci sarà più una difficoltà al mondo a concepirne la successiva evoluzione, che mette capo all’ universo qual’ è attual¬ mente conosciuto. Ma come spiegar quella pqr quanto piccola eteroge¬ neità iniziale? L’universo primordiale non potrebb’essere perfettamente omogeneo? Non occorre spiegazione; l’i¬ potesi ultima non è neanche da discutersi: la frase che .esprime il dubbio non ha senso alcuno. Provatevi infatti ' 80 a immaginare un universo perfettamente omogeneo, e v’ accorgerete di non aver fatto nulla. Mentre, invece, un universo eterogeneo, non come il nostro, anzi solo minimamente eterogeneo, tutti se l’immaginano con una chiarezza meridiana. E, già, è sottinteso, che la nostra attitudine a immaginare o non immaginare le cose, è un criterio sicuro della loro esistenza o non esistenza: fatta eccezione soltanto per l’Inconoscibile. Non c’ è da replicare. Si noti per altro, che se un uni* •Terso perfettamente omogeneo è assurdo, perchè incono¬ scibile (volevamo dire inconcepibile), ciò vuol dire che l'Inconoscibile implica necessariamente 1' eterogeneità, come implica la forza, la materia, il moto, lo spazio e il tempo. Ma quest’ Inconoscibile, che non manca di presentarsi per isciogliere i nodi un po’ imbrogliati, come un deus ex machina ; intorno al quale abbiamo tante notizie, che ci servono di strumenti effettivi nella ricerca ; non è te¬ nuto all’ infuori del campo della ricerca medesima, se¬ condo che era stato promesso. Inconoscibile esso è sol¬ tanto perchè non se ne conosce l’intima essenza (e chi ha mai preteso di assegnare, e neanche preso a indagare, l’intima essenza di checchessia?); ma se ne discutono, o piuttosto se ne affermano, molte proprietà, sulle quali poi vien costruito l’intero sistema. Il quale dunque non è nè piu nè meno di un sistema di metafìsica; se vero o falso, non importa. 39. Quanto si è detto intorno ai sistemi, più o meno vasti, che servono a ordinare e classificare il materiale scien¬ tifico, vale per ciascuna singola frase, adoperata, sia nella 87 scienza, che nella più umile e meno pretenziosa conver¬ sazione volgare. Ogni frase ha un senso immediato e po¬ sitivo, in quanto esprime quel tale fatto, anche univer¬ salizzato, in quanto cioè trae il suo significato dalla sua connessione con certi gruppi di fatti esterni e di nostre operazioni mentali; ed ha pure un senso metafisico. L’interpretazione metafisica d’ una frase è il risultato d’un’operazione, che ha con l’oggettivazione una mani¬ festa analogia, anzi vi si riduce. Ogni frase classifica, e quindi si riferisce a un sistema preformato di cate¬ gorie. Il quale invero non è che la solidificazione (otte¬ nuta con la parola) d’ un processo effettivamente com¬ piuto, e sempre in via di ampliarsi e di rinnovarsi, e non è niente all’ infuori del nostro pensiero attuale o reale. Ma nel riferirvici noi oggettiviamo questo sistema come tutto ciò che si pensa ; gli attribuiamo mental¬ mente una realtà concreta e fissa, all’ infuori della par¬ ticolare realtà del processo a cui si riduce. V’è qui uno scoglio, che può essere evitato soltanto dalla semplice natura, o da un'arte molto raffinata ; le mezze arti vi s’infrangono fatalmente. Il volgo prende le sue frasi in senso metafisico, parla di essere e di non essere con più sicurezza di Platone, e aderisce cosi strettamente a queste forme, che il più piccolo e il più fondato dubbio speculativo intorno al loro significato gli riesce incomprensibile, o, se qualcosa vagamente ne intende, gli pare di sentirsi mancare la terra sotto i piedi, di non potere più affermare nulla con certezza. (45) Il filosofo prende anch’egli le sue frasi nel medesimo senso, ma sa che importi questo ;suo prenderle; la frase è per lui un mezzo che facilita il lavoro successivo men¬ tale, non un risultato ultimo da custodire con cura ge¬ losa, e da contemplare con isterile ammirazione. Ma neanche per il volgo le frasi non rappresentano niente 88 di definitivo ; egli non ispecula, ma opera ; non si ferma sull' interpretazione sommaria che pur dà alle sue pa¬ role, ma nelle sue cognizioni qualunque siano vede sol¬ tanto degli aiuti praticamente utili, e secondo l’esigenza della pratica le connette e le corregge. Gli uni e gli altri sono nel vero. La via di mezzo è fallace, perchè guida a confondere la pratica e la teoria ; ciò che appartiene al fatto, e ciò ch’è un puro artifizio mentale per considerarlo insieme con degli altri. Ci si formano cosi dei concetti metafisici, metafisicamente insostenibili. Non occorre dire che si possono commettere di questi errori, senza che tutta la produzione mentale ne rimanga contaminata, perchè il pensiero non è mai perfettamente coerente ; ma sarà sempre meglio schivarli, potendo. 40 Per ritornare al punto da discutersi, l’afiermazione che in un dato sistema di fatti la quantità della materia, è rimasta invariata, non ha senso, se non si presuppone ben determinato il concetto di materia, e anche quello di misura della materia. Questi concetti vanno dunque presi in esame. L’esperienza ci somministra soltanto delle variazioni, o anche delle permanenze? Prescindendo dalla variazione inclusa necessariamente nell' esperienza medesima, in quanto ciò che si chiama una cosa durevole, si di¬ stingue da sè negl’istanti successivi, o almeno le diverse osservazioni che noi ne facciamo, e che costituiscono il fondamento del nostro sapere, sono infatti diverse, non si può negare che noi non riconosciamo un gran nu¬ mero di permanenze, Ma son tutte apparenti. Gli astri 89 ci offrono di giorno in giorno aspetti diversi ; e il nostro vederli, cioè esserne illuminati, è un indizio che cia¬ scun d’essi è sede di una variazionè incessante. Un ani¬ male, una pianta, una montagna, sembrano rimanere gli stessi per un certo tempo ; ma si trasformano del continuo. V'è una specie di permanenza nella variazione, costituita dalla periodicità; ma niuna periodicità minu¬ tamente osservata venne riconosciuta esatta ; e il supporre che ve ne siano di tali, è per lo meno gratuito. Noi però non possiamo concepire una variazione, se non associata con una permanenza : piu fatti, che non avessero nulla di comune, in ciacun dei quali non si ri¬ conoscesse un elemento sempre il medesimo (costante), verrebbero appresi come sconnessi. Se, p. es., su di una strada sono disposte successivamente più carrozze di forme diflerenti, io, anche vedendole una dopo l’altra in condizioni opportune, non avrei la rappresentazioue d'un movimento, che invece si produrrebbe, se le carrozze tessero uguali. La detta condizione, che di fatto non è mai verificata, è tuttavia simulata in molti casi dall' imperfezione delle nostre osservazioni, aiutata anche dalla fantasia ; e l’og- gettivazione dà poi a queste permanenze approssimative e fittizie una realtà mentale, ma, in quanto mentale, as¬ soluta e stabile. Nel raffigurarci il moto della terra in¬ torno al sole, noi pensiamo la terra come sempre u- guale a sè stessa in ogni punto della sua orbita ; nel rappresentarcene le variazioni subite durante il corso del- l’epoche geologiche, dobbiamo del pari supporre un qualcosa, non più rappresentabile in alcun modo, che è rimasto il medesimo in tutte. La fantasia non ha bisogno di un grande sforzo per figurarsi 1’ universo sconvolto dalle più strane vicissitudini ; a condizione però d’im¬ maginare insieme che qualcosa rimanga fìsso in questo succedersi d’avvenimenti. 4 90 Per materia dell’ universo noi intendiamo evidente¬ mente quell'elemento che la natura stessa del pensiero e, come si riconosce facilmente» la sua oggettività per ('appunto) ci obbliga a sottintendere permanente in tutte le sue variazioni. S’avverta bene di non equivocare. l.\.ltro è dire che il pensiero è necessitato, non si sa perchè, a concepire la materia come permanente, dove bisogna supporre che s’abbia della materia un concetto, diverso da quello della sua permanenza (e infatti si dice, che il giudizio : la materia è permanente, è sintetico a priori) ; — altro dire che il pensiero è necessitato, perchè oggettivo, a supporre che q. c. rimanga perma¬ nente in tutte le variazioni dell'universo, e dare a que¬ sta permanenza oggettivamente pensata il nome di ma¬ teria. Chi accetta la prima affermazione, è obbligato a saper dire, che cosa la materia sia; chi accetta la se¬ conda, dovrà riconoscere, che se vi sono de’ giudizi a- nalitici, tale di certo è quello, in virtù del quale la materia viene stimata permanente. Che la nozione qui data della materia riproduca quella che tutti ne hanno, sarà riconosciuta da chiunque non confonda le nozioni con de’ fantasmi privi di significato e del resto capricciosamente variabili ; i quali bensì accompagnano sempre, or 1’ uno or l’altro o anche molti insieme, la nozione, e le danno concretezza o vivacità. Si può inoltre persuadersene, avvertendo la correlati¬ vità dei due concetti di materia e di forma. Se, di una palla di cera, io ne faccio un puttino, dico che la cera (la materia) è rimasta la stessa ; perchè la mia opera¬ zione, intenzionalmente almeno, è caduta sulla sola forma. Se poi fo gettare in bronzo quel puttino, dico che la forma non ha variato, perchè l’operazione è caduta sulla sola materia. In tutte le cose osservabili vi è materia e forma ; e tutte lo cose osservabili sono variabili Ma se 91 noi facciamo astrazione dall’uno o dall'altro dei due e- lementi, non abbiamo più dinnanzi a noi la cosa, siam fuori del campo dell’esperienza, cioè della variazione. Quindi la forma senza materia è qualcosa cosi assoluta- mente invariabile, che il pensarne la variazione è un assurdo in termini ; tali sono le figure geometriche (40), e, in un altro campo, ma per il medesimo motivo, le idee platoniche. La stessa invariabilità, e nel medesimo senso, come per la stessa ragione, appartiene alla ma¬ teria informe, cioè pensata astrattamente da ogni forma. C’è bisogno di dire, che non trovandosi mai materia senza forma, nè forma senza materia, il considerarle che noi facciamo astrattamente 1’ una dall’ altra non è che un semplice nostro artifizio, suggerito dall’esperienza, ma che tuttavia non vale se non in quanto serve a si¬ stemare ordinatamente le nostre cognizioni? C’ è bisogno d’aggiungere, che il potere noi comporre il concetto d’un corpo, riunendo i due di materia e di forma (p. es. : una palla di bronzo) non ci autorizza a credere che il corpo, nè l’universo, risulti in fatto dalla combinazione di due tali elementi, come se ciascuno avesse una pro¬ pria distinta realtà? E che in ogni modo, quello che sr airerma dell’uno si dovrebbe affermare anche dell’altro? per cui, chi attribuisce alla materia un’entità metafisica, è logicamente obbligato ad attribuire la medesima realtà alle forme, ossia alle idee? 4L 4 Il principio: la materia è permanente, ha dunque if medesimo valore dell’ altro già citato : in ogni cerchio, due( raggi qualunque sono uguali. Tutt’e due esprimono l’equivalenza di certe forme, o, che torna lo stesso, l’e- 92 sigenza dì certe posizioni, una volta compiute e non revocate. Non c’ è pericolo che 1’ esperienza contraddica mai r uno o r altro principio ; perchè, nè una figura con duo raggi disuguali si chiama cerchio, nè un elemento varia¬ bile corrisponde al concetto di materia. Ma nè l’uno nè l'altro ci somministrano alcuna notizia positiva intorno all’accadere reale; il quale non può essere conosciuto (è una pedanteria ripeterlo) che per via d’ esperienza. Ma, — potrebbe obbiettare qualche chimico : — as¬ serendo la permanenza della materia noi non intendiamo punto ingolfarci in quegli equivoci metafisici che c’impu¬ tate (47;. Noi non intendiamo uscire d’una linea dal campo sperimentale. Intendiamo affermare che se certi elementi, tra i quali (tra i quali soltanto) si vuole istituire un’e¬ sperienza, pesano p. es. 100 grammi; pesati gli eloment medesimi dopo l’esperienza, tenuto conto delle disper¬ sioni inevitabili e degli errori d’osservazione, si trove¬ ranno pesare ancora 100 grammi. Questo è il vero signi¬ ficato del principio, inteso a modo nostro, e racchiudo una positiva notizia di fatto, fondamentale per tutte le scienze della natura, la quale invece sarebbe esclusai stando alla vostra interpretazione. — Supponiamo che a pesare ci servissimo di una bilancia a molla di perfetta sensibilità; e che le pesate si faces¬ sero, prima dell’esperienza, all'equatore; dopo, al polo: s’otterrebbe ancora il medesimo numero di grammi a capello? o anche se lo due pesate s’immaginassero fatte su due pianeti differenti; in Giove e in Cerere p. es.? o se la molla fosse casi delicata, da tener conto dell’au¬ mento di gravità, dovuto ai bolidi caduti nell’ intervallo sulla terra? Si risponde che queste obbiezioni non concludono ; perchè, dicendo che le due pesate ci daranno sempre ri' multati uguali, s’intende, escluse quelle variazioni di cir‘ 93 costanze cho farebbero variare il peso, anche rimanendo di certo la stessa la quantità di materia; come, p. es., se niuna esperienza avesse avuto luogo. Ma se il peso può \ariare pei circostanze a noi note (e fors’ anche per al¬ tre a noi incognite) rimanendo la stessa la quantità di materia, si domanda, come mai la costanza o la varia¬ zione di peso possa servir di criterio per inferirne la permanenza o meno della quantità di materia? Noi ci aggiriamo pur sempre nel cerchio delle forme arbitrarie, dal quale è vano tentar d’uscire, perchè, fuori di quel cerchio, non vi sono che dei fatti, rilevabili cia¬ scuno per sè, e classificabili per mezzo delle forme, ma tra i quali e le forme corre un’assoluta diversità, per¬ chè le forme valgono in quanto permanenti, e i fatti sono variabili. Qualunque cosa accada, sarà accaduta in un certo modo, che si potrà conoscere, o almeno vagamente immaginare. Di qualunque fatto si potrà dunque dare una spiegazione positiva, o intendere che n’è possibile se non altro una spiegazione teorica. Un fatto, che apparisse in¬ conciliabile con la permanenza della materia (e s’è visto, che tali latti sono possibili, anzi accadono, e noi non ce n accorgiamo per difetto di strumenti opportuni), potrà dunque venir sempre interpetrato senza sacrificare il prin¬ cipio. A tal fine basterà mutare il consueto modo d'in¬ terpretare certe circostanze; e cosi, p. es., abbandonare il concetto volgare, che il peso d’ un corpo sia una sua proprietà intrinseca, e assumere invece quest’altro, che il peso sia un risultato della mutua attrazione dei corpi tei restri ecc. ; basterà insomma variare opportunamente gli artifizi che ci servono a sistemare ordinatamente i fatti. Poiché il nostro pensiero rifiuta assolutamente la contraddizione, e dei resto è inesauribilmente fecondo di forme le più varie, non c’è dubbio che troveremo sem¬ pre un modo d intendere i fatti, in accordo col principio che afferma la permanenza di ciò che vien presupposto permanente. Ma tuttociò non somministra il più lontano principio di prova dell' esistenza in natura d’ un che permanente, e neanche della nostra necessità d’ ammettere una tale esistenza come reale. Sarebbe inutile fermarsi a esaminare, se le scienze fì¬ siche esigano altri giudizi sintetici a priori. Benché se ne sia discusso uno solo, la forma della trattazione è stata tale, da autorizzare una conclusione universale. I giudizi a priori, di cui le dette scienze non possono fare a meno, sono tutti analitici. 42. C o*- ìa 1 CN- Da qualche osservazione precedente sembrerebbe infe¬ rirsi, che almeno la metafisica debba fondarsi su de’ giu¬ dizi sintetici a priori. S’ è detto invero che il giudizio : la materia è permanente, inteso come un giudizio sinte¬ tico, apparteneva alla metafìsica, e non alla scienza della natura. Di certo, con quel giudizio, preso nel senso in¬ dicato, s’entra in un campo, eh’ è di spettanza esclusiva della metafisica; ma ciò non significa punto, che esso ci dia una cognizione metafisica. A ciò si richiederebbe, che fosse un giudizio vero; mentre invece è oggettivamente inintelligibile ; essendosi dimostrato, fin troppo a lungo, che un concetto di materia, che non sia quello d’ una permanenza, dell' ultima permanenza onde è resa possi¬ bile la concezione di qualunque variazione, è una chimera. La questione dunque è rimasta impregiudicata; e conviene affrontarla direttamente. Il concetto di accadere, include o no quello di causa? Non si può rispondere, se non si suppone noto il concetto di causa (su quello di accadere non v’è discussione; es¬ sendo evidentemente somministrato, o piuttosto essendone 95 somministrata la materia, dall' esperienza). E secondo che a causa s’intende in un modo o nell’ altro, le risposte saranno in generale diverse. Secondo il Rosmini, l'accadere implj c a un incominciare: un fatto che incomincia, viene Pensato come un effetto, e 1 effetto poi implica la causa. In questo discorso vi è una difficoltà relativa all’incominciare. Un fatto che in¬ comincia, lia dei precedenti ; ma bisogna che si distingua da questi, altrimenti non sarebbe un fatto nuovo che incomincia, bensì la continuazione d'un fatto già avviato. Se però la distinzione fosse assoluta, il percepire l'in- cominciamento del fatto sarebbe tutt’altro che percepire il fatto come un effetto: sarebbe la percezione d’un quid, che si crea da sé. Se la distinzione non è assoluta, il fatto non e nuovo, non incomincia, che sotto un certo aspetto : alcuni suoi elementi c’erano già, e non fanno che continuare ; altri cominciano ; e intorno a questi (nei quali viene a ridursi il nocciolo della questione) risorge l'obbiezione ora toccata. Questa oscurità sembra inseparabile dal concetto di causa. Per dire che A è causa di II, non basta che A fi preceda B; bisogna di più che in B si riconosca compe¬ netrato e continuato qualche cosa proprio e caratteristico di A (1 energia di B dev’essere una trasformazione di quella di A, si dice; ma il concetto d’energia è molto oscuro, e, nel linguaggio comune, richiede di venir di¬ lucidato con quello di causa). Ma bisogna ancora che tra II ed A vi sia un distacco ; senza di che s’ avrebbe una cosa sola, e non due. L’elemento comune a entrambe si concepisce facilmente, perchq A è dato per ipotesi. Il difficile sta nel concepire il diverso : che cosa sia e come si formi quella, per cui l’elemento si dice trasformato passando da A in B. S’io riempio d’acqua un bicchiere, niuno dirà che l’acqua } sia la causa, che produce nel bicchiere l'effetto d’esser 96 pieno ; il processo causale s' è compiuto in me. Il modo però, col quale i corpi operano gli uni sugli altri, si può paragonare al passaggio di un fluido da uno in altro vaso. Immaginiamo che un corpo sia caldo, non per altro, se non perchè contiene una data massa di calorico ; so il corpo ne tocca un altro, una certa quan¬ tità del lluido passerà dal primo al secondo ; cosi il primo s’ è ralfredato, e riscaldato il secondo. Adottando e ge¬ neralizzando questo modo di vedere, dal processo causale sarebbe eliminato ciò che lo rende più oscuro, l'azione, la forza. Ma la spiegazione non è sostenibile, per tante ragioni oramai notissime. Una vera e propria causalità non sembra potersi escludere nemmeno dal mondo fisico; della vita, c tanto meno della vita intellettuale e morale, non è neanche il caso di discorrere. Bel resto, e come notava acutamente il Rosmini, quan¬ d’anche il concetto di causa fosse illusorio, la difficoltà proposta non sarebbe meno reale. Se non si danno cause, ma soltanto successioni, come mai gli uomini hanno in¬ torbidato e reso astruso il concetto semplicissimo di suc¬ cessione, trasformandolo cosi stranamente? E, in ordine all'argomento che s' è preso a trattare, come s’è potuto pronunziare il giudizio: tutto quanto accado deve avere una causa? 43 Per chiarire queste difficoltà, riesce opportuno appro¬ fittare di alcuni risultati otteuuti altrove. (48) L’accadere è connesso, e necessariamente connesso. Non s'opponga che quest afiermata connessione dell’accadere non ha altro fondamento, che il concetto medesimo di causa ; non sarebbe esatto Le distihzioni, che scindono l'acca- dere complessivo in un gran numero di gruppi, ciascuno dei quali a primo aspetto sembra chiuso in sè medesimo, svaniscono, senza che vi si richieda una discussione me¬ tafisica, a una riflessione minuta e diligente. Nel fallo, esse non sono rilevate, se non perchè l'osservazione im¬ mediata è approssimativa, e trascura un gran numero d'elementi per altro osservabili ; come quella ch’è diretta da motivi pratici. Nel pensiero, le distinzioni corrispon¬ dono ad altrettante oggettivazioni distinte, e unicamente da queste traggono un significato. Con che diritto affermo io che il tavolino è una cosa, il tappeto che lo copre un’altra, il calamaio posto sul tappeto una terza, tutte e tre indipendenti tra loro, 1’ una all’altra estranee completamente ? Perchè le posso separare, considerandole a una a una ; e, considerate cosi, mi risultano sempre le medesime di quand'erano in¬ sieme. Ma fino a che punto è completa e decisiva la mia osservazione in ciascun caso ? Non lo so ; non so quale sia l'esatta composizione dei gruppi ai quali ho imposto quei tre nomi, fin dove per l'appunto ciascuno si stenda. Iti alcune mutazioni, accadute in alcune delle cose stesse mentre stavano insieme, io mi accorgo be¬ nissimo ; e non vedo una ragione per affermare, nè che le mutazioni sarebbero avvenute, anche tenendo le cose separate una dall’altra, nè che le da me osservate sian le sole accadute. Del resto, io posso ben separare una cosa da un'altra, ma non è vero che in seguito a qual¬ sivoglia di tali separazioni la cosa (qualsiasi cosa) rimanga sempre la stessa. Nè mi è possibile separarla davvero da tutte le altre, cosi d’aver U diritto d'aflèrmarne l’indi¬ pendenza. Quando s'afferma che l'accadere nella sua realtà (come accadere) è necessariamente connesso, si rileva sempli¬ cemente il fatto, che le distinzioni precise, le segrega- 98 zioni assolute, di cui è pieno il nostro concetto del l'ac¬ cade re, sono forme di questo nostro concetto ; suggerite bensì dall’esperienza, ma solo perchè l’esperienza è sem¬ pre incompleta e approssimativa ; e p. c. dotate non più che d’un valore pratico. E si noti, che quantunque il riconoscimento espresso e in termini del fatto accennato sia l'opera della riflessione, anzi della riflessione filosofica ; il fatto nondimeno è chiaramente o universalmente noto. La notizia ce n’è somministrata dal procedimento stesso dell’oggettivazione (di cui parrebbe una correzione il riconoscimento del fatto). Questo foglio non è qualcosa di fìsso e di circoscritto, è anzi teatro di variazioni innumerevoli, e si mescola inces¬ santemente con la realtà esteriore : esso riflette luce verso gli altri corpi, e ne riceve luce riflessa ; assorbe vapor acqueo dall’ambiente, e ne emette, ecc. Conoscendolo però io lo penso come una cosa, assolutamente ; non lo penso, se non in quanto me ne formo nn’ idea, la quale non va soggetta alle variazioni medesime, perchè p. es., l' idea non assorbe ne’ emette vapor acqueo; ecc. At¬ tribuendo a un certo gruppo di sensazioni una realtà indipendente, io mi son fatto un’ idea del foglio, ho reso il foglio oggetto del mio pensiero. Sbaglio, con questo? Che! In una combinazioni di pensieri non si tratta già di introdurre il foglio reale, perchè sia un errore sostituirgli una cosa tanto diversa. In una combinazioni di pensieri non entrano che pen¬ sieri ; il risultato n'è tanto reale, quanto quello d' una combinazione chimica ; sbaglierei se lo interpretassi come dovuto a una combinazione d’elementi immediatamente dati. Quest’errore però quantunque teoricamente non impossibile, è tale praticamente ne’ casi più semplici. Il processo d'oggettivazione che ha prodotto l’idea, o piut- 99 tosto, nell’essersi compiuto il quale consiste l’idea, è noto, indipendentemente dalla riflessione, perchè sta in esso il conoscere. Che le idee non siano le cose, noi lo sappiamo pèr il fatto medesimo, che le idee ce le for¬ miamo noi. Sappiamo cioè (quantunque una riflessione imperfetta ce lo fac. ia qualche volta dimenticare) che l’assoluta segregazione, la realtà indipendente, che sono attribuiti a delle idee, s’ottengono da noi oggettivando le cose ; non sono qualità dell’accadere, poiché rappre¬ sentano soltanto la forma del nostro conoscere. Il giudizio : 1 accadere è necessariamente connesso, è dunque analitico. 44 Questo principio non coincide rigorosamente con quello di causalità : è vero tuttavia, che molte inferenze si cre¬ dono fondate sul secondo, le quali sarebbero piuttosto da connettere col primo. Le parole : fatto sconnesso ; implicano un giudizio contradditorio, non rappresentano dunque un concetto che si possa introdurre in un pro¬ cesso obbiettivo. Quando di un fatto si domanda una spiegazione, non è tanto lu causa di esso che importa conoscere (benché sia vero, che rassegnarne la causa co¬ stituirebbe una spiegazione sufllcente; dond’è che per il volgo, spiegazione e causa sono spesse volte sinonimi) ; ma se ne vogliono conoscere tante connessioni, che il fatto riesca concepibile senza assurdità. Un fatto, di certo, non sarà mai percepito senza con¬ nessioni afratto, per la ragióne medesima che in un ■circolo non si troveranno mai due raggi differenti. Ma la domanda di spiegazione va riferita a un sistema già adottato per l’ordinamento dei fatti, e quindi a un com- 100 plesso di spiegazioni, già ammesse come sufficienti. All' in¬ fuori d'uu tale sistema, un fatto sembrerebbe spiegato da quelle tante connessioni che se n'apprenderebbero apprendendolo, e l’appprendimento delle quali costitui¬ rebbe il nostro concetto del fatto ; quantunque le con¬ nessioni apprese non fossero che una minima parte delle connessioni reali. Difatti, il bruto e il bambino non sembrano meravigliarsi di nulla; e, per addurre un esem¬ pio meno problematico, moltissime cose paiono ovvie al volgo, che il dotto riconosce inesplicabili; l’inquietudine interrogatrice cresce, col crescere della cultura, e in quel campo medesimo, che si sarebbe detto esaurito Due fatti che si presentino in circostanze tanto o quanto diverse, sono sperimentalmente due fatti diversi, e non sarebbero oggettivati in uno stesso modo (1‘ uno considerato come una ripetizione dell'altro) se l’oggetti- vazione fosse completa, cioè si riferisse a tutti gli ele¬ menti di quel certo gruppo. Ma essa ne trascura sempre molti, senza tuttavia positivamente escluderli ; molte volte cade, non sull'accadere immediato, ma su di uno schema fantastico, che può indill'erentemente esser fatto corri- •spondero a più fatti diversi ; e se cade sull'accadere im¬ mediato, non lo oggettiva mai senza in qualche modo schematizzarlo. I fatti A, B, C, come corrispondenti al medesimo schema M, si dicono uguali ; i sotto gruppi dati a, b, c, che rispettivamente conviene congiungere ad M per ottenere A, B, C, si dicono circostanze acces¬ sorie e variabili del. fatto. Sottentra poi la riflessione, e riconosce, che il distinguere in l’esenzmle e accessorio ciò che è ugualmente dato, non può avere che un signi¬ ficato pratico, e altrimenti è arbitrario e gratuito. Cosi si forma il concetto che diremo 1’, composti di M, e di fi, b, c. Se ora accado il fatto A, esso, nella sua immediatezza. 101 sarebbe Spiegato dalle connessioni che ne sono insepa¬ rabili ; m i noi lo consideriamo come una realizzazione di P, del quale peraltro l’esperienza nou ci dà realizzati che M, ed a. Noi non troviamo uell'accadere osservato tutte le connesssioni che costituiscono il nostro concetto di quell’accadere ; quindi l'accadere medesimo ci appa¬ risce inesplicabile, e tale è veramente, secondo quel nostro concetto. Cosi sorge la domanda di una spiega¬ zione. Non si è dato che un esempio del come sorga tal© domanda ; ma basta a dimostrare in generale, che il J suo allacciarsi non è punto in contraddizione con la teoria preceilente, anzi u’ è una molto semplice conseguenza. Senza ricorrere al concetto di causa, e applicando quello solo di connessione incomparabilmente più sem¬ plice, si può dunque immaginare un sistema estesissimo di spiegazioni; il quale si rende completo concludendo, sempre con l’applicare il medesimo processo esplicativo, dall’aecadere, compreso il pensare, un Assoluto, che serve all'uno e all’altro di fondamento e di spiegazione definitiva (49). La notizia dell’Assoluto è dunque indipendente dal concetto di causa ; vero è bene, che in tal modo l’Asso¬ lato non può essere concepito che indeteterminatissima- mente; rimanendo incerto, se esso sia causa dell’acca- dere, nel senso più ovvio della parola, e cosi distinto dal- l'accadere, o invece non si risolva nel gruppo comple¬ ssivamente costituito dai fatti tutti quanti per via delle loro connessioni reciproche. 45.* , Discutendo il pr incip io di causa, si è riusciti al prin¬ cipio di connessione ; e s’è visto, l’ultimo esser sufficiente a somministrare le spiegazioni che si credono ottenute 102 con l’applicazione del primo. Ma quale sarà l'origine del coucetto di causa, poiché di certo non è tutt'uno con quello di connessione? Oltre ai concetti, noi abbiamo de’ sentimenti. Le con¬ nessioni, in cui un sentimento sia impegnato, noi non le pensiamo soltanto, le viviamo. Perciò esse ci si presen*- tano fornite d'un carattere speciale inco.nunicabile; che non si definisce nè si descrive, ma si sente, e s’ac¬ cenna, dicendo che in esse noi siamo attivi o passivi, che esse sono manifestazioni d’energia; frasi che significano, trattarsi di connessioni, in cui è impegnato un senti¬ mento. Il mondo sarebbe un puro concetto, se non si connet¬ tesse col sentimento; pensare la realtà è pensare un gruppo di connessioni, alle quali il sentimento non sia e- straneo (50). Dal sentimento che vi s’accompagna, il pen¬ siero riceve un contenuto, che associandosi alla nozione, la rende la nozione d'un reale. Perciò, pensando la realtà, noi non possiamo non attribuirle i caratteri del senti¬ mento; attenuati all’estremo, per isfuggire alle difficoltà messe in evidenza dalla riflessione ; (51) ma che restano pur sempre caratteri affettivi per l’origine e pel conte¬ nuto. Pensare delle connessioni come reali, è dunque un vederci delle manifestazioni d’energia, cioè un supporvi qualcosa d'analogo a ciò ch’è immediato nel sentimento. E ciò viene significato dicendo, che le si pensano come relazioni di causa ad effetto, e viceversa. Ma il contenuto affettivo, quantunque si associ alla no¬ zione, non è una nozione; e riman dunque all'infuori del processo deduttivo; come il contenuto fantastico dei concetti di piano, sfera, cerchio, ecc., rimane all'infuori della deduzione geometrica. Il lavorio logico del pensiero si compie dunque sempre in base al principio di connes¬ sione, secondo che venne chiarito di sopra. La causa si 103 ottiene materializzando il concetto di connessione con raggiungervi il fantasma attenuato d' un sentimento ; e l’aggiunta non muta la forma del pensiero, anzi non la riguarda, ma soltanto somministra al pensiero un conte¬ nuto reale. Invero, noi parliamo del continuo, a proposito della realtà esterna, d’azioni e di passioni, eh' è quanto dire di cause e d’effetti ; se una martellata ha spezzata una pietra, non ci par che basti il dire che i due fatti sono connessi ; ci pare d’intendere, inoltre, nel martello una misteriosa attività, nella pietra una non meno misteriosa recettività. Che qui s’abbia un concetto, associato a dei fantasmi la cui origine ultima è il sentimento, apparisce manifesto ; ma non è ugualmente facile distinguere con precisione i due elementi associati. Ebbene, si ricorra alla scienza, che osserva, ma discute altresi, e nel discutere deve, quand’ anche non volesse, lavorare sui concetti soli’ Che dice la scienza? Essa non è riuscita a trovar delle cose che facciano, e dell’ altre che patiscano ; delle cose che diano, e dell’ altre che ricevano ; riconosce impossi¬ bile un’azioae senza un’uguale reazione; riconosce cioè (pure servendosi del linguaggio volgare) il parallelismo delle semplici connessioni, dove il volgo si figurava 1 op¬ posizione della causa all’ effetto. L’ opposizione è dunque un elemento meramente fantastico; ciò che si pensa col fantasma è soltanto la connessione. Che una qualche discussione metafisica sia possibile, senza ricorrere a giudizi sintetici a priori, è provato col fatto. Fin dove si possa proseguire su questa via, se gli aridi cenni dati qui sopra e altrove (52) sian capaci d’una maggior estensione e determinazione, senza cambiare il metodo ; o se nemmeno cambiandolo sia sperabile di ar. rivare a nulla di più soddisfacente ; è un altra questione, d’importanza grande senza dubbio, ma relativamente se¬ condaria; perchè il punto di massima, oramai, è deciso- L’ OGGETTIVAZIONE. 40. E’ ora opportuno rendere in breve ragione del come il Kant fosse condotto a porre que' suoi giudizi a priori, e ad incardinarvi il problema della conoscenza. L’analisi di qualunque processo discorsivo disfintamente osservabile, co lo risolve in un certo numero di giudizi, concatenati; ed è poi chiaro che tale dev’essere la com¬ posizione d’ogni processo compiuto con parole o tradu¬ cibile in parole; perchè una serie di parole non ha si¬ gnificato, se quelle non formano una o più proposizioni. Non ne risulta, evidentemente, che i giudici siano gli elementi semplici e irriducibili d’ ogni procèsso. Ma ciò non toglie verità nè scema l’importanza dell'analisi. La quale, per quanto facile a ripetersi da chi sia stato posto sull avviso, richiedeva, ad esser fatta la prima volta, a- bitudine a riflettere ed acume tutt'altro che volgari. Non pare che sia stato assolutamente primo il Kant a fare quest’ osservazione ; ma, di certo, egli por primo la formulò con chiarezza e precisione ; e, conseguentemente, riconobbe che per ispiegare il pensiero conviene spiegare il giudizio. Esaminando poi le varie classi di giudizi, gli parve, che solamente i sintetici a priori fossero bisognosi di spiegazione. In questi, il predicato non ci può essere suggerito dall esperienza, chè in tal caso il giudizio non esprimerebbe una verità assoluta, nè vien ricavato dal- T analisi del soggetto ; rimane dunque che sia aggiunto da noi, per una legge necessaria dell’intendere. Il pen- 105 sare sarebbe dunque un plasmare la materia data secondo certe forme fatalmente predeterminate, un guardarla at¬ traverso certe lenti, delle quali non possiamo fare a meno. Si noti che queste forme, in quanto non si prendono come il risultato della elaborazione subita dall’esperienza nel meccanesimo psichico, nè come artifizi arbitrari della volontà che aggruppa certi elementi a suo modo secondo i suoi lini, ma vi si vuol riconoscere una necessità estra¬ nea al fatto perchè dal fatto non iscaturisce, e insieme sovrapponente"!isi in modo inesplicabile, vengono ad avere con le idee platoniche molta più affinità, che il loro introduttore forse non s’immaginasse, àia ciò sia detto por incidenza. Il Rosmini rifletté, che in ogni modo il problema non era tuttavia risoluto; rimaneva da spiegare come ci si formi il concetto del soggetto, in tutti i giudizi; e anche quello del predicato ne'sintetici a posteriori; perchè l’e¬ sperienza ci somministra bensì de’fatti, ma non de’con¬ cetti. E per risolverlo, ripresa in esame la proposizione kantiana: le idee si formano con de’giudizi: la riconobbe generalmente vera; ma le mise di fronte quest altra, che pur si riconosce vera in fatto (con l’esperienza del di¬ scorso): i giudizi si formano con delle idee. Il circolo era cosi compiuto. Per uscirne, essendo ad¬ dirittura inconcepibile un giudizio senza idee precedenti, bisognava ammettere un’ idea almeno anteriore a ogni giudizio (innata). E bastava ammetterne una, perchè, reso da quella possibile il giudicare, si potevano con de’giu¬ dizi costruire tutte le altre. Ottenne cosi un sistema, che' rappresentava un perfezionamento notevole cosi del pla¬ tonismo, come in un certo senso anche del kantismo; riunendo i due opposti indirizzi, e completandoli 1’ uno con l’altro. 100 Un sistema, s’aggiunga, il quale non ammetterebbe repliche (quanto all'essenziale, s’intende; de’particolari qui non si discorre), se il cerchio fosse cosi perfettamente chiuso, come parve all’ autore, e come (se si guarda ai risultati), dev’ essere parso a tutti quelli che dopo hanno preso in esame la difficoltà, e non si sono contentati di sfuggirla. Per altro, da circa trentanni, il Bonatelli di¬ stingueva il giudizio logico, il quale connette delle idee preformate, dal giudizio psicologico, il quale senza pre¬ supporne alcuna, lo forma. Il circolo non sarebbe allora altrimenti chiuso. La questione è dunque ridotta a vedere se ciò che il Bonatelli chiama giudizio psicologico, e dallo scrivente venne altrove chiamato posizione, si possa descrivere e caratterizzare con tanta precisione, da escludere ogni dubbio sulla sua realtà di fatto. 47. Ammesso un pensiero permanentemente oggettivo, ma che non abbia altri caratteri fuori di questi, che sia cioè un pensiero particolare e di particolari, senz altra forma che l’oggettività (l’essere quel tale elemento preso all’in- fuori da ogni sua connessione reale con altri e col sog¬ getto), e atto però a durare e a riprodursi identico a sè stesso, risulta dalla discussione precedente che tutto il successivo lavoro mentale è spiegato ; si possono cioè co¬ struire, senza urtare in difficoltà insormontabili, tanto i priucipii come i concetti universali, puri e misti. E 1 am¬ mettere quel pensiero non è introdurre un’ipotesi, ma riconoscere un fatto; l’osservazione ci rivela, che ogni più complicato processo intellettivo si risolve in una succes¬ sione connessa di pensieri che hanno quei caratteri e quelli 107 soli; son essi gli elementi concreti che danno realtà al processo, che ne costituiscono l’effettivo accadere. D'altra parte, quest’ elemento la cui realtà di fatto non può ve¬ nire nemmono discussa, non è costruibile in modo alcuno,, essendo supposto da ogni procedimento col quale si ten¬ tasse di ottenerlo. E’ un elemento primitivo, in ordine a qualsiasi processo razionale osservabile, e cosi in ordine al giudizio, espresso o esprimibile in parole. Ciò non prova per altro che sia assolutamente primitivo, che non possa essere alla sua volta il risultato d’ un processo anteriore, non osserva¬ bile per la sua estrema semplicità, o anche perchè esso medesimo è la condizione o il mezzo dell'osservazione > non esclude che se ne cerchi 1’ origino, o se ne indagh* l’intima struttura. Dei due suoi caratteri, l’oggettività e la permanenza, si prenderà per ora in considerazione il primo soltanto I poiché venne notato, che questo può presentarsi senza di quello ; dove il secondo senza del primo non è pensa¬ bile (un concetto permanente è innanzi tutto un con¬ cetto). Equi si presenta il problema: se 1’ oggettivazione sia possibile, senza che vi preceda una qualche idea uni¬ versale. Il problema è diverso da quello accennato poco ad¬ dietro, e già risoluto; è espresso su per giù noi mede¬ simi termini, ma presi con un’intenzione diversa. Le nozioni, riconosciute costruibili mediante il pensiero og¬ gettivo, son quelle che ci servono di norme esplicite in ogni processo razionale osservabile, cioè nel discorso. Niuna di queste norme, in quanto esplicitamente pensata (formulabile), avrà servito di strumento alla formazione del pensiero oggettivo : perchè, ed ogni lrase consta di parole oggettivate, e il processo di cui 1' oggettività fosse un risultato, sarebbe inconsapevole, o di certo non ri- 108 flesso, e p. c. non condotto intenzionalmente dietro la f uida d ' re " ole espresse. Ma potrebbe anche darsi, che la possibilità d' un tal processo anteriore al pensiero e- plicito, richiegga qualcosa, che esplicitamente formulata si trovi coincidere con alcuno dei concetti universali c0 _ stimiti, o con qualche altro di cui non s’è fatta menzione. Si potrebbe anche supporre, che l’oggettività fosse un elemento dato addirittura. Ma quantunque si parli d’im pensiero oggettivo, cioè il discorso cada, necessariamente sul concetto universale di questo pensiero, in realtà ì pensieri oggettivi di fatto sono tanti, quanti gli elementi oggettivabili. Che questi elementi, come reali, sian dati si capisce; ma ammettere che per di più sia data di cia¬ scuno anche V oggettività, equivarrebbe press’ a poco al- 1 ammettere il platonismo, in un altro senso, se vogliamo, e con 1 accompagnamento di idee accessorie diverse. Sa¬ rebbe, in ogni modo, un’ipotesi eccessiva, e da non ri¬ corrervi se non quando fosse provata l'impossibilità di una soluzione più semplice; propriamente parlando, l'i¬ potesi non darebbe nemmeno una soluzione. Fra ì concetti generali di cui non s’è fatta menzione, il piu importante, e al quale è facile ridurre tutti gli altri, è quello di essere; qualcuno avrà già pensato, s * sia Untato di costruirlo, per nascondere . dlfetto delIa te o r >a- Il dubbio, che l’idea dell’ essere sia torse il fondamento necessario, il mezzo all’oggetti- dazióne, è giustificato dallo svolgimento della ricerca fi¬ losofica, e pressoché inevitabile; è similmente manifesto, che 1 oggettivazione, o dipende dall’ idea dell’ essere o da nessun’altra. ’ 109 48. Paragonando l’o gget tività e l'essere, si riconosce immediatamente che i due concetti si riducono a un solo. Un elemento oggettivato è preso assolutamente, all'in¬ fuori di tutte le sue connessioni, quindi, e come chiuso in sé, e come invariabile ; come una cosa, secondo un’e¬ spressione che si è usata già parecchie volte; ossia come un essere. D altra parte, l’essere è assoluto, immutabile, ecc. ; precisamente al pari dell'oggetto come tale. Senza dubbio, del mondo fisico, di me, di questo libro, di qualcosa di meno consistente se è possibile, si dice che ci siamo; e qui s’incontrano delle difficoltà, dalle quali la dottrina dell'essere non ha mai saputo districarsi soddi¬ sfacentemente. Pure, ni una cosa sarebbe, se non fosse in qualche senso almeno relativamente assoluta e invaria¬ bile, e solo in questo senso, essa è, e solo prendendola o supponendola assumibile in questo senso, di lei si dice che è. Ci si trova dunque di fronte a un dilemma ben semplice: o la nozione di essere non è che quella d'og¬ getto, o l’ oggettività presuppone la nozione dell'essere. Al secondo partito s'appigliò esplici amente il Rosmini. Implicitamente però vi s’erano appigliati tutti i suoi predecessori; senza eccettuarne il Kant; il quale, ne¬ gando che noi fossimo in grado di conoscere o di saper di conoscere le cose in sé, credeva presumibilmente di dir qualcosa, ossia supponeva di parlare a gente, a cui non mancasse la nozione di questo in sà. L’opinione del Rosmini ha in suo favore il fatto, che in ogni proposizione il verbo essere si trova espresso, o vi si può considerare come implicito e sempre esplicabile. IMa bisogna vedere che ufizio questo verbo vi compia. 110 Nelle proposizioni teoretiche o puramente concettuali (p. es.: i mammiferi sono vertebrati; 7f5=12), Y è serve senz'altro di copula. Il Rosmini s’è industriato di stabi¬ lire, che nel connettere il soggetto col predicato, pure in queste proposizioni, non si fa che applicare l’idea universale di essere; ma i suoi tentativi, i più perfetti in questo senso, sono artiflziosi e complicati ; il che ba¬ sterebbe a rendere preferibile una soluzione più semplice. Tra il senso astratto, accennato superiormente, di essere, e il senso che ha l ’è nel giudizio, non si trova, con l'os¬ servazione diretta, la quale non si saprebbe dire quali difficoltai possa incontrare, connessione o somiglianza di sorta. Eppure, se 1' è fosse un’ applicazione del concetto di essere, tra i due sensi ci dovrebb’ essere una strettis¬ sima analogia ; e che non ci dovrebbe sfuggire, posto che entrambi ci sian noti, o che l’intendere il secondo non sia se non un momentaneo deviare dal primo, particola- rizzandolo nell’applicazione. Anzi : f è dei giudizi considerati, non ha propriamente senso alcuno all infuori del giudizio, ben diversamente da essere, o dall’ d assolutamente preso (p. es. nel giu¬ dizio. I>io è; dove si sa che sia Dio, o anche quel che se ne dica, dicendo che è). Dicendo: il cammello è un ruminante, i soli concetti preformati, sui quali si opera, non sono che ruminante e cammello; del cammello io non predico altro.se non il ruminante; non faccio altra operazione sui due concetti, che di riferirli l'uno all'al tro; 1 è esprime questo mio riferire; non il riferire in genere, pensabilissimo da sè, ma questo riferire, il pre¬ ciso atto di riferimento eh' io compio, e che non è nulla, all’ infuori dei tuoi termn. Nei giudizi pratici, dove s’afferma una realtà (p. es. : fabbricano una casa) la spiegazione rosminiana è senza confronto più ovvia e naturale; non può tuttavia venir Ili ammessa come definitiva senza circolo; poiché si vuole appunto decidere, se l'essere si riduca all’oggettività, o viceversa. Prescindendo da ogni ipotesi, il dato puro e immediato dell’ esperienza non si può intendere costituito che da un complesso di fatti. Il fatto reale si distingue dal fatto pensato (io posso pensare il giorno, anche di notte); intendendosi di fatti esterni. Nei fatti interni, bi¬ sogna distinguere: se si tratta di pensieri, sono sempre reali, o non sono (pensare un pensiero a, se non è pen¬ sare a, è pensare); se di sentimenti, questi possono essere reali o semplicemente pensati. La realtà del sentimento è immediata; il fatto esterno si giudica reale o no, se¬ condo che è o non è connesso con un sentimento reale. Affermare la realtà d’ un fatto, è dunque affermarne la connessione; diretta o indiretta, con un nostro sentimento attuale (reale); la connessione è in generale indiretta, in questo senso, che di alcuni fatti s’afferma la realtà per¬ chè immediatamente connessi col sentimento ; stabilita poi la realtà di quelli, la realtà d’altri può essere rico¬ nosciuta dalla loro connessione coi primi, senza ricorrere (immediatamente) al sentimento (53). Le affermazioni concernenti la realtà sono dunque possibili e intelligibili, senza che sia necessaria l’idea u- niversale di essere. S’aggiunga, che per mezzo di questa idea le relazioni poste risulterebbero sempre puramente ideali, senza poter mai attingere reffettiva realtà ; l’ap¬ plicazione dell’ idea di essere, oltreché non necessaria a giustificare i giudizi di cui si tratta, non è neanche suf- ficente. L’ipotesi in discorso va dunque abbandonata. Il tentativo di ridurre l'oggetto all’essere non essendo riuscito, è forza attenersi all’altro lato del dilemma, e ridurre l’essere all’oggetto. Si ricavano di qui molte im¬ portanti conseguenze, alcune delle quali vennero da chi scrive rapidamente accennate altrove, (51) e che qui non 112 è il caso di svolgere. Relativamente alla questione pro¬ posta, se ne ricava intanto, che il supporre necessaria la nozione quanto si voglia implicita dell’essere (o altra nozione, del che è fin anche inutile trattare particolar¬ mente) all oggettivazione, non ha fondamento. Ma questo è un risultato negativo, e rende più che mai vivo il desiderio, di vedere un po' chiaro nel seno stesso dell oggetti razione ; quantunque sia prevedibile la impossibilità d'appagarlo, se non imperfettamente.  Si rammentino le seguenti circostanze di fatto. 1) . Il pensiero non è possibile senza un dato, il quale è soltanto un accadere, ma non un accadere qualunque. Se 1'accadere esterno non ci modificasse, noi non sapremmo nulla; il dato nella sua immediatezza è costituito da un accadere interno, donde al pensiero la materia», che non gli potrebbe venire d'altronde. Al pensiero è necessaria la sensazione. 2) . La sensazione è sensazione nostra ; noi non possiamo intendere un sentire, senza un sentito e un senziente* Ma la distinzione del senziente dal sentito, eh’è essenziale al concetto di sensazione, è del pari essenziale alla sen¬ sazione come semplice fatto ? L’analisi del concetto non si può prendere per- analisi del fatto, menti-’ è almeno dubbio se il concepire un fatto sia imprimergli una forma ad esso estranea (l’oggettività ; sbando a ciò che venne osservato sin dal principio, non vi è dubbio di sorta). Il modo di comportarsi degli animali, di fronte ai fatti e, steini, intieramente analogo al nostro, farebbe supporre di si. Ma le reazioni che si compiono nell'animale ci sono propriamente incognite, e potrebbe darsi che noi le as- similissimo alle nostre, obbedendo a una suggestione che ci viene dalla nostra intima esperienza. Se poi tale con¬ formità di reazioni s'ammettesse come indiscutibilmente vera, bisognerebbe dire che un pensiero iniziale non fosse estraneo ai bruti (agli animali superiori). Per ogni fatto noi supponiamo una cosa, di cui quello sia un fatto. Ma quantunque il fatto sia di quella cosa, non ne segue punto che il fatto sia un essere per sé della cosa. Analogamente: se nel fatto la cosa è per sè (vale a dire, se l'accadere considerato è un sentire) non ne segue che nel fatto la cosa sia insieme e per sé e per altro: che non solo il fatto, ma la relazione stabi¬ lita da questo tra la cosa e un altra, sia un essere per sè della cosa. Il sentire può adunque essere un fatto semplice, che nella sua immediatezza non implichi nes¬ suna dualità. Noi non possiamo non pensarlo duplice, riferendoci alle condizioni che ne rendono possibile l'ac¬ cadere ; ma il suo accadere immediato (senza riguardo allo dette condizioni) lo possiamo concepire senza du- ' plicità. Supporre che la implichi sarebbe dunque un in¬ trodurre un' ipotesi gratuita. Noi siamo un sentimento, ma un sentimento oggettivato. Dicendo io, non s’esprime una nozione astratta, come rii cendo p. es. mammifero ; ma neanche un nudo fatto nel suo immediato accadere, perchè il fatto come semplice¬ mente tale non è esprimibile nè pensabile; accade e nulla più. Io è un concetto, non generico però ; belisi il concetto di quel particolare accadere (sentimento): un sentimento pensato. L’io è dunque inseparabile dal pro¬ cesso conoscitivo; dove non c'è pensiero, non c' è un io. :t). Nel processo cogitativo,* invece, vi è l’oggetto, e vi è l’io. Sul primo punto è inutile ritornare. Quanto al secondo, il pensiero è sempre di qualche pensante: ma in un senso ben diverso da quello, in cui la sen- Ili sazione ò sempre di qualche senziente. Perchè la sensa¬ zione, semplicemente come tale (considerando l’accadere, all infuori delle sue condizioni) non implica dualità; è un sentire. Mei pensiero invece vi è sempre riferimento ossia il riferimento gli è essenziale. Non si .là giudizio senza copula; o la copula, secondo venne osservalo, e- sprime appunto l'atto del riferire. Son io che pronunzio la copula, e. per mezzo di essa, con certi materiali previa¬ mente acquisiti al pensiero, ne compongo degli altri. Es¬ senziale al pensiero, la copula si può tuttavia dir estra¬ nea al pensiero oggettivo ; essa non è qualcosa di ogget¬ ti rato, è il mio diretto ingerirmi fra gli elementi ogget¬ ti'i. per riferirli uno all'altro. Nel riferimento la dua¬ lità è immediata, cioè concepita nella concezione del semplice accadere del fatto ; perchè «al fatto si richie¬ dono certi elementi dati e di più l'azione di metterli in relazione l'uno con l’altro. 11 pensiero è dunque, oltreché oggettivo, anche sog¬ gettivo; è impossibile intrinsecamente (e non solo in ordine alle sue condizioni) prescindendo dal soggetto. Viceversa, risulta dalle considerazioni svolte sotto 2), che il concetto del soggetto svanisce, prescindendo da un pensiero di questo soggetto. Ciò che non pensa, potrà ben essere per sè, ma, poiché non pensa questo suo es¬ sere per sè, non è un io, un soggetto. 4) Soggetto e oggetto, nel pensiero, sono, non soltanto necessariamente connessi, ma correlativi. Oggettivare è segregare da ogni altro elemento, e anche dal me che segrega; perchè, se latto del segregare entrasse come un elemento nel risultato, la segregazione non sarebbe piena, il risultato verrebbe preso relativamente, non as¬ solutamente. I,'oggettivazione è un prescindere anche dal me, e presuppone il me. E poi evidente, che il concetto del me presuppone 115 ]'oggettivazione, e nou quella del me soltanto. Io penso me, in quanto mi distinguo da q. c., che non sono io. Non si distingue A da II, se pel fatto medesimo B non si distinguo da A. 5) Finalmente, nel pensiero s'ottengono de’ risultati : cioè il pensiero è un processo, che si può anzi si deve chiamar causale, benché si tratti certamente d' una ca¬ usalità d’ un genere particolare, e da non confondersi leggermente con nessun’altra. In altri termini, il pensiero è, uno sviluppo di energia, resa in qualche modo sensi¬ bile dal sentimento, che dal pensiero mai non si scom¬ pagna. E al sentimento si riduce quel non so che inde¬ finibile e misterioso, che si riconosce in ogni atto del pensiero ; e che, mentre sembra assolutamente refrat¬ tario alla cognizione, ne forma insieme l'elemento più vivo o caratteristico. L’energia insita nel pensiero si connette con quella che si manifesta nel dato; e da questa connessione il pensiero non solo è reso possibile, ma acquista un va¬ lore all’ infuori dolla propria sfera; perchè ne' suoi ri¬ sultati, qualunque siano, l’esigenza del dato non cessa mai di farsi sentire. 50 Riunendo queste osservazioni, che si conclude ? In qualunque modo l’oggettivazione avvenga la l’or-; inazione del soggetto (55) le deve essere contemporanea. Anzi ; la formazione del sogg etto e quella dell’oggetto hanno da essere un solo e me desim o fatto, non due fatti contemporanei e comunque connessi; perchè soggetto e oggetto non sono semplicemente connessi, bensì corre¬ lativi. Analogamente, la formazione, in una spranga d'ac- iir. ciaio, d'uii ]iolo magnetico australe, non è un l'atto ili» stinto ne’ distinguibile dalla formazione nella stessa spranga d' un polo magnetico boreale. Il dat o è costituito da uu gruppo di fatti, dotati del medesimo carattere d'essere interni ; astraendo da ogni ipotesi, circa un loro sostegno sostanziale comune (il die non esclude, che un tale sostegno non sia neces¬ sario perchè siano possibili) si dia al gruppo il nome di coscienza. Anteriormente al pensiero, e indipendente¬ mente da esso, la co scienz a è un teatro d'azioni scain- bjevoli ; ne son prova i fatti, e le loro connessioni, doude il gruppo complessivo è suddiviso in un gran numero di sottogruppi variabili. Nella coscienza, ha dunque luogo u no_ sv iluppo d’energia. La formazione simultanea del soggetto e dell'oggetto, scinde manifestamente la coscienza in due grappi ; del resto, può darsi die non tutta la coscienza venga scissa, ma che un numero maggiore o minore de' gruppi pree¬ sistenti in essa rimanga nella condizione primitiva. Consi¬ derando soltanto quella parte d. c. in cui ebbe luogo la scissione, renerai» corrispondente apparisce [per intero conce ntrata nel soggetto, che viene cosi t ad essere il centro del sentimento; un vero io. I .'ogge tto non rimane assolutamente inattivo ; ma, nella correlazione tra esso e il soggetto, la sua energia non si manifesta, e \i rimane estranea. Conseguentemente, anche l'energia del secondo sembra senza azione sul primo, ed esaurirsi tutta quanta, in ordine a questo, nel mantenere la scissione o contrapposizione. Quindi è che l'oggetto a noi pare semplicemente presente. Ma quan¬ tunque l'energia del soggetto non produca (relativamente alla contrapposizione, s'intende) che folletto indicato, il suo estrinsecarsi è nondimeno necessario. E di estrin¬ secarla noi siamo consapevoli : ogni l'atto cogitativo è uu fatto nostro, un'azione del soggetto. 117 Alla domanda, come possa essersi prodotta la scissione, non si saprebbe da^risposta più semplice, nè 'impli¬ cante un minor num^o di supposizioni, se non ricor¬ rendo all’energia, di cui era già una manifestazione .la coscienza (oscura}, prima che la scissione avvenisse. Si può dire in generale, che questa nuova manifestazione della medesima energia è determinata dalle sue mani¬ festazioni precedenti ; l’iniziarsi del pensiero è subordi¬ nato alla storia anteriore della coscienza, al numero, alla complessità, alla stabilità, alle connessioni tra i sotto¬ gruppi in cui la coscienza era stata divisa e suddivisa dalla elaborazione meccanica. A priori non si saprebbe affermare niente di più preciso, senza pericolo d’errare. Questa è la spiegazione, che, assunta in via d’ipotesi, in altri lavori, dall’autore di questo scritto, ha reso possibile introdurre nella discussione di alcuni problemi filosofici una maggiore semplicità, la quale, se anche egli non avesse saputo approfittarne, potrà non di meno facilitare successive ricerche, sue o d’altri. L’essersi ora ottenuta la medesima formula come un risultato positivo sembra indicare che essa esprima realmente il fatto iniziale del pensiero nelle sue circostanze caratteristiche. L’osservata coincidenza rende inutile una più minuta discussione della formula ; e in particolare la ricerca, del come il pensiero iniziale, oggettivo ma non più che og¬ gettivo, si renda permanente; questo problema essendo già stato risoluto in base all’ ipotesi, che ora venne dimostrata. NOTE 1) llic. int aj forni, d. pens. (Alti J. H. Ist. Ven., ser. VII. tom 111); Hic. ini. ai princ. fond. d. rag. (Alti c. s. lom. IV); La n**- cess. log. (Alti d. II. Are. di Nap.; voi. XXVI); nelle citazioni rispettivamente: meni. I, mem. Il, mcm. III. 2) Mem. I. 5 $ 23 sgg.; mem. Il, 5 5 8 sgg- 5) Se ne vedrà qualche esempio nei Capp. VI, VII. 4) Si noti perù che il riconoscere le condizioni perchè un ra¬ gionamento sia possibile, quali risultano dall'osservazione d**l fatto, senza discuterle, senza tentare di spiegarle, è parte dell'a¬ nalisi del ragionamento: e una parte, senza della quale il rima¬ nente non può avere un significato preciso. 5) Ci par d'avere scansalo completamente questo difetto nella mem. III. alla quale rimandiamo per ogni maggior dilucidazione, che questo libro lasciasse a desiderare in proposito. Perchè quan¬ tunque ci siamo industriati d'includere nell'opuscolo quanl’era necessario a renderlo intelligibile e in sè definitivo, abbiamo pur dovuto imporci de’ limiti, relativamente mollo angusti; d'altronde la questione è diflicile e complessa, e qui non accadeva conside¬ rarla che sotto alcuni aspetti soltanto. 6' Meni. IL, Sez. IL, Capp. HI e IV. 7) Cfr. Cap. 11. 8) li lo stesso dicasi d'un fantasma, o d'tin gruppo delle une o degli altri, o misto. 9) Cfr. | 3. 10) Le quali per altro possono e devono essere oggettivate sempre- Secondo il nostro modo di vedere, l’opposizione non è tanto tra la soggettività del processo e l’oggeltivilà de’ risultati, poiché ogni elemento del processo e il processo medesimo vengono pensali (oggettivamente); quanto tra la particolarità del primo e I' u ni ver/ salila de' secondi. / I!) Ronatelli, La ('.ose. e il mecc. ecc. ; pagg. 278 sgg. 252 sgg. I passi in corsivo sono riprodotti ; alcuni altri abbiamo compendisi!. li) L’osservazione, ovv ; a, ma non perciò meno importanti), è dovuta a Platone:... quir (nomina) consequenter dirla ali^uid exprimunt, invieem congruunl ; qua> vero continuità nihit signifknnt non conveniunl.... ex tolis nomini/ms ordine prolntis orntin nuvfiiam e/ficitur, ncque rursus ex verbis absque numinibus pronunciata. In Sopii. 13/ Cfr. Meni. II.; { 13; e altrove. 14) Ciò non detrae da quanto si disse più addietro, circa il valore d’ogni processo oggettivabile preso in sé medesimo. L'in- eoerenza e la confusione sallan fuori, quando si suppone che una parola abbia sempre conservato il medesimo senso, e le stesse proprietà combinatorie; il che appunto è un prescindere dalla particolarità pienamente determinata del processo di fatto; ossia un sottoporlo, più o meno completamente, all' intenzione d' universalità. 15) Razionale ed empirico; queste parole parranno aggruppate secondo delle proprietà combinatorie veramente nuove, e costi¬ tuenti una privativa dell'autore. Certo, è spiacevole servirsi d’un linguaggio insolito, e che sembra contraddire a delle verità universalmente riconosciute; ma certe volle non se ne può far di meno, e cioè quando la teoria sottintesa dal linguaggio comune (e che talvolta rappresenta, non il buon senso, tua la buona for¬ tuna di certe speculazioni filosofiche) si trovi essere in difetto. Benché in addietro il nostro modo di vedere sia stato spiegalo a snlficenza, perchè non sia lecito imputarci con leggerezza degli assurdi, ripetiamo qui, che noi diciamo razionale tulio quanto è pensalo, e p. c.. anche quanto venne semplicemente oggettivaio. Ma un che semplicemente oggettivaio, e dunque non ancora clas¬ sificalo (universalizzato), è appunto preso come quel late ele¬ mento, posto nella sua immediata realtà; ossia è insieme un ele¬ mento di fallo (empirico). 16) Alla pratica imporla che il processo «ia sicuro (che guidi a 121 condii dure-con esattezza); la teoria ne vuoi conoscere la struttura, e il significato relativo a qualunque ordine di riflessione. 17) L'altro metodo, consistente nel definire con esattezza i ter¬ mini da introdurre nel discorso, sostituendo poi sempre nel pen¬ siero la definizione al definito, se venga rigorosamente applicalo coincide col superiore. Notiamo intanto, che non tutti i termini si possono definire; l'imbarazzo che no segue è per altro più appa¬ rente che reale. Infatti, di alcuni termini il significalo è determi¬ natissimo e intuitiv amente chiaro (p. es.: spazio, tempo); quello di altri oscilla in una sfera molto vasta, ma la sfera è stabile per la sua stessa vastità, donde al termine un senso non dubbio, purché lo si prenda nella sua massima indeterminazione (p, es.: essere) Fra questi e quelli si sceglieranno i termini, elle diremo primitivi, con cui definire gli altri. Poiché i termini primitivi hanno tutti uy significato nolo e fisso, godranno anche di proprietà combinatorie note e fisse,; invero ogni dubbio, ogni oscillazione in una di queste proprietà, produrrebbe un dubbio o un'oscilla¬ zione nel significato dei termini. E se nel significato «l’un termine v’è qualcosa non rappresentala da una proprietà combinatoria, questa cosa, qualunque siasi, rimane estranea all'uso del termine, c in ordine all’uso è come se non ci fosse. (P. es. le rappresen¬ tazioni fantastiche, associale cosi strettamente ai nostri concetti spaziali, che sembrano costituirne l'intero contenuto, rimangono e- stranee alla deduzione geometrica; servono bensì a darle un si¬ gnificalo pratico, e le somministrano degli aiuti, non essenziali, e non scevri di pericoli). Uno qualunque poi de’ termini definiti* non ha altro uffizio che di rappresentare un certo gruppo di ter¬ mini primitivi, (o un gruppo di gruppi, cec.), e gode le proprietà combinatorie del gruppo, le quali risultano da quelle de’ termini primitivi che c’entrano, e dalla struttura del gruppo, risultato anch’essa delle proprietà combinatorie dei termini primitivi. In realtà non s’è fallo che assumere i termini primitivi con certe • proprietà combinatorie; e quelli,.nel solo significato che ricevono dalle loro proprietà combinatorie assunte. — Si è parlato di sole definizioni nominali, perchè in un processo rigoroso, le definizioni ■li cose valgono soltanto per definizioni nominali. Se, p. es. si definisce la retta, come la linea determinala da due punti, la teoria che si svolge non ci darà le proprietà della retta volgarmente intesa, ma quelle di una linea determinata da due punti. Se poi ’a definizione esaurisca o no il concetto volgare, è un altra que¬ stione, estranea alla teoria che si è supposto di svolgere. 18i Scegliamo tra mollissimi un esempio dall'algebra elementare. Il significato di a» se ni è intero e positivo, è: un prodotto di m fattori ugual i ad a. Consideriamo ora il sìmbolo a' , e attri¬ buiamogli una proprietà combinatoria : questa p. es., che se p, q, r sono tre valori quali si vogliano di x tali eh e. p -\-q —r, i due simboli ni’.n't ed a r si debbano assumere come equivalenti (La proprietà è deducibile dalla def. preced., se p. q, r sono in¬ teri positivi; ma qui la si suppone semplicemente assunta). In base a questa proprietà, a* può essere sviluppato in una serie, convergente per qualsiasi valore finito di x, reale o no, ossia ri¬ ceve un significalo aritmeticamente definito. Ma questo significato non coincide con quello che risulta dalla def. preced., eccetto per i valori interi e positivi di x. L’assumere per il simbolo la detta proprietà combinatoria, è stato dunque un prescindere dal suo primitivo significato, ed è stalo un attribuirgliene implicitamente un altro. Il significalo primitivo di un simbolo, e quello che gli s’attribuisce attribuendogli una proprietà combinatoria, possono non coincidere, anche se questa è dedotta dal significato primitivo 19) Iti», ili Mal., diretta dal medesimo, voi. L: pag. 2i e 182. 20) Salva l’oss. del 8 prec. Il processo è trasformabile; ma non pare capace di semplificazioni essenziali. Ogni trasformazione esi¬ gerebbe un numero d’elementi primitivi non minore, e forse maggiore. 21) Qui si vede il processo puramente logico intrecciarsi con una questione prettamente metafisica ; la quale, come si vede, non vi è introdotta abilrariamente, nè per via di sottigliezze discuti bili, è anzi messa direttamente innanzi dal processo considerato esclusivamente in sè medesimo. Il che se da una parte prova l’impossibilità di esaurire certi problemi positivi senza urtar nella metafisica, lascia supporre dall’altra, che la risoluzione di un problema positivo possa talvolta condurre direttamente alla riso¬ luzione d'un problema metafisico; contrariamente a un'opinione ai giorni nostri molto in voga. 1/ osservazione falla poco addietro ci assicura, clic non è pos¬ sibile alcun processo puramente ipotetico; poiché in ognuno entra necessaria. nente qualche proposizione categorica. Del resto che il formalismo possa condurre a degli errori, l'algebra stessa ce ne somministra degli esempi. Siano l'.Q due polinomi interi, in x\ c rappresenti R una serie infinita, a coefficienti indeterminati. Si assuma come identica I’: Q=R se ne ricava P = OR, mediante la (piale, applicando il metodo de’ coefficienti indeterminati, si possono determinare quanti si vogliono coefficienti di II. La forma di R è cosi determinata ; e l’eguaglianza anteriore riesce in fatto identica. L'anliprecedente invece non ó vera, se non dentro il vero cerchio di convergenza di li. ossia in generale é erronea; mentre il processo col quale la si è ottenuta, formalmente, è il medesimo di quello con cui. dal sapere che VOrrdxS, si deduca che 40(8-3. 22) Dire che 72 e 27 sono due numeri diversi; che l'ago della bussola, e l'elice del bastimento, hanno pesi diversi; non parrà speriamo, un pronunziare delle proposizioni senza senso. (Tutti le proposizioni paiono senza senso, a chi manca della preparazione necessaria per intenderle; ma per intendere quelle due, non oc¬ corre una culluia filosofica mollo vasta). Ebbene idrotico e divelto, son due termini correlativi, e p. c., ò lauto possibile un proce¬ dimento che non presupponga l'identico, quanto uno che nou presupponga il diverso. 23) . Che — abbia il medesimo senso, esprima esso una defini¬ zione, o, p. es. un teorema, è manifesto anche dall’algebra elemen¬ ti tare P. es. a m: " = t — ni « una definizione o un teorema, secon- r ii dochè m non è od è divisibile per n; in\nlrambi i casi, quell'u¬ guaglianza esprime la sostituibilità dell'un membro all'altro, e, algori Unicamente, non esprime altro. Ma la sostituibilità non serve a definire l'uguaglianza: dire che due simboli sono sostituibili, significa infatti, che due formule che differiscono solo in quanto una ne contiene l'uno, l'altra l'altro, sono equivalenti. La (18) esprime una proprietà del segno =:, ma che non può servir a de¬ finirlo, perchè lo suppone noto. E’ impossibile definire il concetto di uguaglianza mediante altri concetti o processi universali, per costruire questa nozione bisogna ricorrere all’accadere cogitativo- particolare, come s'è chiarito altrove. 124 24 1 Mera. II, sez. I. 23) Cfr. Mem. 1(1. 26. Non si dice che a - - a è assurda, come se già s'avesse il concetto universale di assurdo; si chiama assurda quella pro¬ posizione. per indicare che essa toglie significato al simbolo a as- sunto come significativo. Lussurilo rimane ,-osi definito al solilo dalla connessione del termine con un determinato processo 27. Dopo la discussione fatta sulla verità assoluta (necessaria) delle proposizioni, chiunque può supplire da sé quanto riguarda i vari sensi in cui una proposizione può esser vera o falsa - cfr meni. II. Sez. II. 28) Una forma di sillogismo. Ma tutte forse le proposizioni sono riducibili al tipo A=B;C, e quindi tutti i sillogismi alla forma surriferita: cfr. c. s. 29' Si suol dire che le proposizioni vengono enunciale sónni. tantamente; ma la simultaneità, o va intesa nel senso dichiaralo o non ha senso alcuno. P. es. : so che oggi fa hel tempo, e so. qual è il prezzo unitario di una merce; tengo conto della prima notizia nei preparativi d una pas S()ggiata , .iella seconda nel com¬ puto d un pagamento; ma le du e rimangono estranee l una al- laltia. Por I opposto, un processo dura talvolta degli anni, senza perdere la sua connessione; è facile allora che vi si vengano a introdurre clementi a cui dapprima non si pensava, e elio alcuni de primitivi cadano in dimenticanza; tuttavia, e gli uni e gli altri possono venir congiunti sillogisticamente (per via indiretta) nel processo, quantunque non pensali insieme. SO) l.a congiunzione sillogistica sarebbe un caso particolare della congiunzione semplice. 31) l.a disgiunzione rende possibile lo scindersi del pensiero in più processi distinti, è l’atto che lo scinde. l.a formazione di gruppi è un risultato della distinzione de’ processi ; di fa to. un gruppo s'ottiene con certe operazioni connesse soltanto tra loro (ottennio che sia, il gruppo però può venir connesso con altri, ecc.; L’uso della punteggiatura (| 9) non ha significato se non dalla possibilità d’introdurre in un processo delle pause o delle interruzioni, ossia di scinderlo in parti (gruppi) che poi vengono connesse. 125 K’ da notare una difficoltà. Si è finora supposto che le pro¬ posizioni introdotte in un processo vi si introducano come vere Ma un processo è un gruppo d'operazioni, tra le quali vi potreb¬ bero essere delle disgiunzioni e delle negazioni; le proposizion* che ne costituiscono la materia non sarebbero allora tutte assunte come vere in ordine ad esso. In questi casi, il precorso si scinde in più, concatenati dalle proposizioni assunte come vere in lutti. In una teoria completa del ragionamento andrebbe minutamente discusso ciò cho qui basti avere accennato. (Nella meni. II. $ 79. s’è visto, che una proposizione in genere può ridursi alla forma affermativa). ò2i l>. es.: (A=B;X)(6=C;Y).o.A= jf;Z; posto Y;X=Z. o3j In pratica, invece di [assumere come date cerio proposizioni algoritmiche, e d’ interpretarle in senso empirico, si assumono come date certe proposizioni di significato empirico, e si procura d esprimerle algoriimicamente. La connessione tra due insiemi di proposizioni, algoritmiche, o di significalo empirico, rimane la stessa, in qualunque dei due modi venga stabilita. 54) Cfr. meni. I. 40 sgg. 55) Cfr. § 3, penule capv. 56) Cfr. meni. I, §8 40 sgg. 57) Cfr. mera, HI, Gap. II. Ivi si troverà sciolta Gobbi azione relativa al numero finito ile - valori ammissibili per un simbolo variabile. Cfr. poco sotto. 58) Questo giudizio, e in genero quelli della matematica pura, non si potrebbero chiamare misti, il campo della matematica pura è una patte di quello delle forme logiche astratte. Si parla qui di questi giudizi, per mettere insieme la discussione di tutti quelli, che sono n priori secondo il Kant. Per ben intendere quello che si dice de'numeri, si cfr. quelli che l'autore ne ha già scritto nella meta. Il, Sez. 1. Gap. V. 59) Cfr. Mem. 11., Sez. I., Gap. V; di cui qui si riassumono i risultati. . 40, Per opera principalmente del Dedekind. Ci atterremo sostan¬ zialmente all'isposizione del prof. Peano. (Cfr. una sua nota nella Hiv. cit.) Vii Questo metodo fu dapprima applicato, pressoché contempo- rancamente, da M. Micci o da B. Pascal. 42/ Questa dimostrazione, la p-ima che si conosca della impor¬ tante prop. 5, è dovuta al prof. G. Veronese: v. Fond.di Geom. ecc. 43) Abbiamo accennato il processo della geometria elementare ; — per giustificare completamente l'affermazione, Insognerebbe dimo¬ strare, che il teorema è indipendente del numero dei lati del poligono primitivo, e anche dalla legge con cui se ne va aumenlando il nu¬ mero dei lati. Ma è noto che queste proposizioni sono state •puro dimostrate. 44) Mei senso kantiano; perchè; secondo venne più volte notato ogni giudizio, anche quelli die il Kant dice a posteriori suppone l’oggetiiv ita, ossia un elemento che si può dire a priori, e un’o¬ perazione che si può dire una sintesi, almeno lino a discussione compita. Ma in questo senso sarebbero sintetici n priori lutti i giudizi, v non alcuni soliamo. 45) Monde la necessità di procedere con estrema cautela nel- l.av viare a certe disquisizioni i giovani (che, qualunque ne siano l'educazione e le disposizioni, sono sempre mi po' volgo). La massima generale, che la verità non può nuocere, come tutte le massime anzi le frasi generiche isolatamente prese, non significa nulla. 46) Ciò che in geometria si dice mutare una figura, non è nient allro che un rimuovere il nostro pensiero dalla figura di prima a un’altra. S'adopera molte volle o quasi sempre un lin¬ guaggio materiale perchè più comodo; ina una figura mutata e quella di prima si possono paragonare; dunque la figura di prima rimane ; ossia vera mutazione non c'è stala, e quella che si dice illutazione della figura, non è che l'assumere un’altra fi¬ gura. 47) li' superfluo avvertire che noi non s'imputa nè questo né alcun altro equivoco, nè ai chimici, né ai fisici I Ina soltanto a quelli , si chiamino come vogliono, che scambiano delle formule identiche per delle verità oggettive, fisiche o metafìsiche. E’ noto come la scienza vada eliminando via via per sé medesima questi elementi eterogenei, appiccicatile da uni riflessione incompleta. 48i C.fr. mem. III. Le cose che prendiamo in prestilo da altri scrini, abbiamo cura di presentarlo qui sotto forma tale, che 127 riescano intelligibili, e, per quanto è da noi dimostrate, prescin¬ dendo dai modi di vedere che ci hanno in questi servito di fon¬ damento e di guida. Cosi il presente potrà servire agli altri di utile riscontro. 49) .Mera. Ili ; Cap. VI. fili) Cfr. 8 48. .Ili Dalla riflessione soltanto. Di fatti il selvaggio e il bambino, li queste difficoltà mostrano di sapere ben poco: per loro tulio animato, in tutto s’immaginano un sentimento simile a quello die provano. , o2,i Cfr. Meni. III. :i5 Cfr. Donatelli, op. cil. pag. 2!) sgg. Ji4) Meni. III. ;. ;j) Qui si parla del soggetto come tale; non d una sostanza die del soggetto costituisca l'intima e permanenti realtà. Il nostro girilo reale, non sarebbe ancora un soggetto,in esso non fwsse sorto il pensiero, sarebbe soltanto qualcosa, capace di diventare un soggetto. 56) Meni I. 8! 3 ’ I ù,~r 4. V. IL PROBLEMA DELLA LIBERTI NOTA CHI TIC A Estratto dalla Rivinta di b'iloso/ia e Scienze affini diretta « animili, dal prof. Giovanni Marchesini, dell Università di Padova-i Abbonamento annuo anticipato : per l’interno L. I»; per l’estero L. 12 Opus.c. BOLOGNA STABILIMENTO POLIGKAFICO EMILIANO (GIÀ zamorani k ai-tikrtazzi) Piazza CJalderini. ti - Palazzo“Loup Akdigó La filosofia oggi nel campo del sapere Atto riflesso e atto volontario. -1 tre momenti critici nella storia della gnostica della filosofia moderna. * -Il sogno della veglia. * Barii.i.ari M. - Le nuove esigenze della filosofia del diritto. » Calò 6. - Studi di filosofia morale. (Rassegna critica) Cantalamessa C. G. - Scienza e fede. * Coi.ozza G. A. - Storia dell’ istruzione e dell’ educazione . » Dandolo G. - Studi di psicologia gnoseologica. » -La metafisica della sensazione. * FoÀ E. - La guide di Dante nella Divina Commedia. (Note di pedagogia). * Gai. ni F. - La teoria dell’ equilibrio in paiologia. (Nota critica). * Limentani L. - Per una teoria della previsione psicologica. » Marchesini Antonio - Appunti sulla dottrina pedagogica di A. Schopenhauer. * Marchesini Giovanni. - L’equivoco della coscienza moderna. » -Per un questionario sull’ insegnamento della filosofia nella Scuola media. » _Miseria e incongruenze della pedagogia nazionale . . » -I concorsi per esami. » _L’Istituto di Pedagogia sperimentale di Milano. ... » Marucci A. - Per un nuovo ordinamento degli studi filo¬ sofici in Italia.. .. Mazzai.orso G. - La qptXfa aristotelica (come fondamento di una distinzione fra morale e diritto). Mondoi.eo R. - Di alcuni problemi della Pedagogia con¬ temporanea ... -Intorno al convegno filosofico di Milano. Pietropaoi.o F. - 11 positivismo di Vincenzo De Grazia . . » RaN/.oi.i C. - Positivismo e idealismo. (Nota critica) Sulle origini del moderno idealismo Per l'originalità del pensiero italiano. A. Binet e R. Ardigò. * Rotta P. - D’una psicologia pragmatica della credenza . » Severi F. - Problemi della scienza. » Tarozzi G. - L’ispirazione umanitaria nell'arte. (Morale ed arte). * _Il professore di scuola media e il suo futuro compito .civile e morale. (In memoria di Giuseppe Kirner). ... » VarisCo B. - I diritti ilei sentimento. IL PROBLEMA DELLA LIBERTÀ. Cominciamo coi porre il problema chiaramente in termini ; cioè con lo stabilire il concetto della libertà umana. « Esser io> libero significa esser io causa, sic et simpliciter , di certi fatti ; ed io, io solo, sono causa di certi fatti, perchè sono un sistema, che sotto certi rispetti ed entro certi limiti è chiuso; cioè che opera secondo quello che è, non rappresenta un semplice organo di trasmis- sioue d' una forza esterna ». Così scrivevo auni sono ( ! ); esprimendo, mi pareva e mi pare, il concetto comune di libertà; quello, che ognuno di noi ricava dall’esperienza ch'egli ha dell’operare così proprio come itegli altri uomini. S’opporrà: — un bruto è pure fino a un certo segno un sistema (psichico) chiuso, che opera secondo quello che è; tuttavia, nessuno crede i bruti liberi nel medesimo senso in cui si dicoh liberi gli uomini.— A che si risponde: « La mancanza di rappresentazioni oggettive fisse, che non siano quelle di cose divenute familiari per abitudine, e conse¬ guentemente di rappresentazioni di fiui che non siano immediati, rende impossibile nel bruto la formazione d’un nucleo addensato di psichicità, capace d’un’azione indipendente dalla pressione esterna momentanea; perciò il bruto manca di volere nel senso preciso di questo termine: e a ciò si riduce, sotto questo aspetto, la sua differenza da noi; come la 0) A proposito iì' una recente pubblicazione : — G. Calò : Il problema della libertà nel pensiero contemporaneo , in-S.° di pp. XII, 22S; Palermo. R. Sandron, ed , 1906. A questo libro si riferiscono le citazioni elle non abbiano altra indicazione. (|) Scienza e opinioni, p. 572; cfr. il mio art. 1 diritti del sentimento , pubbl. in q. Rivista, genn.-febb. 1906, p. 17 segg. dell'ed. a parte. Se occorre dirlo, ne'miei Bcritti sul problema della libertà io non ebbi altro intento che di lavorare a prepararne* lontanamente la soluzione, ingegnandomi di contribuire ad eliminarne de’ malintesi. Risolvibile àie et nunc in maniera definitiva il problema non ini sembra; per le ragioni, che ini l'anno creder cosi, cfr. p. es. 1' altro mio art. La teoria della conoscenza, nel- 1 ultimo n. della Rivista /iloso/ìca ; p. 19 sgg. dell'ediz. a parte. IL PROBLEMA DELLA LIBERTÀ 2 differenza tra uomo e uomo si riduce alla maggiore o minore compat¬ tezza e indipendenza del nucleo medesimo » (*). Non sarà inopportuna qualche altra citazione. « La mia volontà è una forza, che produce degli effetti, e che assume un pregio, non solo in astratto, ma nella realtà della vita vissuta, correlativo a quello degli effetti che produce.... Gli atti di questa forza sono atti miei, e i risul¬ tati che produce hanno per causa me stesso; perchè io non sono altro che questa forza.... Gli uomini sono comunemente persuasi di esser liberi, cioè di non essere nelle loro anioni » (propriamente, in certe loro azioni) « determinati da cause esterne. Risulta da quanto s' è detto, che questa persuasione è fondata ed esatta, semprechè sussista; infatti, chi è tra¬ scinato ad operare da una sopraffazione esterna, ha coscienza del suo essere trascinato, e non si crede libero in quel caso » ( s ). Ripeto: la persuasione (che abbiamo d’esser liberi; liberi nel senso indicato) è fondata ed esatta, semprechè sussista. Dunque: l’idea che la detta persuasione sia illusoria, ed unicamente fondata sull’ ignoranza delle cause reali di quelle azioni, che diciamo fatte volontariamente o liberamente ila noi, è insostenibile. E vero: l’io, quantunque semplice in un senso, è poi dotato d’ una grande complicazione interna, di cui abbiamo coscienza, ma gli elementi della quale ci sfuggono in massima parte. Quali siano le componenti, o le radici ultime, della sua volontà, 1’ uomo del volgo ignora. Nè il filosofo è molto oiù innanzi; le dottrine che si hauno in proposito, lasciando star che sono incerte perchè sempre con¬ troverse, si riducono ad alcune generalità, insufficientissime perchè uno, per loro mezzo, si renda un conto preciso di ciò che si passa dentro di lui. Ma tutto ciò riguarda le origini e le condizioni del volere ; non il volere come una realtà psichica viva e attuale. lo voglio, ed in conseguenza opero. (Se non ci sono impedimenti esterni, che qui non si hanno da prendere in considerazione, e che in ogni caso non mi tolgono di volere). Da qualunque insieme di circostanze sia stata condizionata, comunque sia accaduta, la mia volizione è la mia volizione; i suoi effetti psichici sopra di me, ed anche que’suoi effetti esterni, che la seguono immancabilmente in date circostanze, hanno per causa essa sola, ossia me in quanto voglio. Prendendo la libertà nel senso che abbiamo indicato, un problema della libertà non esiste. Il senso comune può dormire tra due guanciali; le indagini ulteriori dei filosofi nou lo toccano. 2. In queste indagini ulteriori si oltrepassa la realtà immediata del soggetto, per vedere di scoprirne le condizioni, che sono poi le condi¬ zioni della volontà. Ogni soggetto personale differisce da ogni altro per certe particola rltà sue; possiede una certa struttura interna, una certa natura, un certo carattere. Inoltre (quest’ è un punto, che crediamo d’ avere fissato) ogni ’ ( l ) Scienza e opinioni soggetto possiede una forza, o piuttosto è una forza, i cui effetti esterni dipendono in parte da circostanze esterne, ma che basta in ogni caso a produrre essa sola certi effetti interni. Si domanda, come questa forza o potenza si estrinsechi volta per volta in atti singoli determinati. E qui ci troviamo di fronte a due dottrine opposte. (Io mi limito a considerar le diversità delle dottrine in ciò che hanno di essenziale al proposito nostro, di fondamentalmente irriducibile; questa limitazione, del resto, è utile a meglio comprendere l'indole vera della questione). Secondo il determinismo (voglio dire, secondo quella forma di deter¬ minismo, che sola mi pare sostenibile) il soggetto è capace bensì di determinarsi da se stesso e da sè solo a volere; ma il suo volere, appunto perdi’è un’estrinsecazione o un’espressione della personalità, alla quale viene anche imputato (p. 196), è determinato da ciò che il soggetto è nell’istante in cui vuole. E intendiamoci. Dicendo, che la volizione è determinata da ciò che il soggetto è, nell’ istante in cui vuole, non si presuppone di necessità, che il soggetto sia qualcosa, o che vi sia in esso qualcosa, di costante e di fisso Dice bene l’A.: « la personalità e 1’esercizio della volontà sono in funzione reciproca; se la volizione è libera in quanto è un prodotto della personalità » (precisamente, cfr. § 1) « questa a sua volta. .. si modifica.... in base a ogni determinazione della volontà, è insomma anch' essa, almeno in parte, un prodotto della libera attività del soggetto » (p. 199). Il sog¬ getto è ora, almeno in parte, quale fu reso dalla sua storia precedente, che avrà lasciato delle traccie consapevoli nella reminiscenza, e delle traode inconsapevoli nelle abitudini, efficaci le une e le altre; ma la reminiscenza e le abitudini di cui il soggetto è dotato sono elementi effettivi di ciò che il soggetto è. 10 non voglio discutere qui la dottrina, che ha i suoi prò e i suoi rontra, secondo la quale il soggetto avrebbe un carattere fondamentale affatto invariabile; mi contento di notare, che non è punto essenziale al determinismo. Il quale consiste, come dicevamo, nell' assumere che ogni volizione sia un effetto necessario di ciò che il soggetto è quando la compie. Se poi le volizioni, che il soggetto va compiendo, e che di certo lo modificano più o meno, possano, o no, modificarlo a segno, da non lasciar sussistere in esso niente del vecchio, eccetto la continuità della coscienza personale, niente rileva in ordine ad una discussione, che s' aggira sul genere della dipendenza di una volizione da ciò che il sog¬ getto è nell’ istante in cui la compie. 11 concetto del determinismo rimane cosi precisato. La dottrina opposta, o assolutismo come dissi altra volta (*), consiste propriamente nell’ escludere, che la volizione sia necessariamente deter- ( l ) Nell'art. I diritti del sentimi già cit. Che la denominazione sia delle pili felici, non pretendo; ina non saprei quale altra sostituire. Liberismo non va; perchè il deter¬ minismo, secondo il concetto esposto, non esclude la libertà secondo il concetto comune. Indeterminismo è troppo indeterminato; può riferirsi ad altro che alle volizioni, e lasciar una parto al caso. Assolutismo è ancora un meno male. minata da ciò che il soggetto è uell’ istante in cui la compie. Volen¬ dogli dare una forma positiva, possiamo dire, che l’assolutismo attribuisce al soggetto la proprietà di creare (p. 196); di produrre, almeno in sè, delle novità assolute, ossia delle novità, che non sono predisposte nel- P insieme delle attuali determinazioni del soggetto medesimo. Negare al soggetto la potenza creativa è, quantunque molti nouse ne siano accorti, cadere nel determinismo. « Quando vogliamo, e nei limiti in cui vogliamo, noi vogliamo perchè vogliamo. Se osserviamo il pro¬ cesso di deliberazione e di scelta, noi vediamo eh’ esso si pone sempre o fra i mezzi capaci di farci raggiungere uu fine, o tra diversi fini tra loro irriducibili. Nel primo caso. .. la scelta è... determinata dal fine me¬ desimo.... Nel secondo caso invece la scelta tra i due fini è di solito determinata da un altro motivo implicitamente scelto, cioè da un’ altra volizione.... Continuando l’analisi d’una volizione.... noi troviamo infine un punto a cui dobbiamo fermarci, una scelta ultima e irriducibile da cui quella attuale, in ultima istanza, dipende.... Questa scelta originaria (?) e fondamentale.... è, possiamo dire, una posizione assoluta operata dalla volontà,... e non ha la sua ragiou sufficiente se non in se stessa ». « Ognun vede che questa scelta.... non è accordabile col principio di causa: se si crede d’accordarli, come fa il Rosmini, colP ammettere che causa della scelta è appunto il volere libero che di causa in potenza diventa causa in atto, ideutificandosi col motivo e diventando cosi ragion sufficiente dell’azione, si riesce soltanto a dare una causa.... all'azione, ma non se ne assegna alcuna alla scelta.... La scelta, ponen¬ dosi qui fra i due motivi ultimi e irriducibili » (bene soggettivo e bene oggettivo) « non ha un motivo. E cosi è precisato anche il concetto dell’ assolutismo. Rimane da vedere quale dei due concetti costituisca la nozione adeguata ed esatta della potenza volitiva. Ecco il problema. 3. Prima di tutto sarà bene che ci sbarazziamo da parecchie questioni, con cui venne sempre (vieue anche dal n. A.) intralciata la principale; a torto, e con l'unico risultato di renderne più difficile la soluzione, anzi di non lasciarla concepire ne’suoi veri e semplici termini. Un’obbiezione all’assolutismo, che dai deterministi fu sempre messa in campo come invincibile, che gli assolutisti si credettero in obbligo di confutare (imbrogliandocisi parecchio), e alla quale aneli’ io in qualche precedente lavoro diedi uu peso eccessivo, è la seguente: L’assolutismo deve necessariamente ammettere una qualche volizione senza causa; ora, un accadere sema causa non esprime un concetto, è una frase priva di significato. (Le mie volizioni hanno per causa me; per altro, nell’ ipotesi assolutistica, io voglio, almeno in certi casi, seuza esservi determinato da nessuna cagione, l’abbiam visto con le parole del u. A. In questo senso, volere è creare; non ha causa assegnabile). In quanto presume di ridurre l’assolutismo all’assurdo, 1’obbiezione non regge. Che niente accada senza una causa, non è, come pare a me d' aver dimostrato chiaramente (*), un principio necessario'. Nel mondo fìsico, •noi riteniamo impossibile qualsiasi variazione nell’essere o nell’accadere, •senza un’ anlecedente variazione nelle circostanze ( ! ). Questo riteniamo, perchè 1’ osservazione fisica più accurata di quei casi, in cui potè sem¬ brare che avvenimenti disuguali si fossero realizzati in circostanze uguali, ci obbligò sempre a riconoscere, che le circostanze erano pur disuguali. Anche in fisica dunque il determinismo ha per unico fonda¬ mento l’osservazione. Ora, nel campo dei fatti psichici volontari l’osser¬ vazione delle circostanze riesce troppo difficile per essere decisiva. Che volizioni differenti siano riconducibili sempre a circostanze differenti, o che viceversa si realizzino anche in circostanze uguali, non è, dall’osser¬ vazione, provato nè escluso con sicurezza perentoria. L’ obbiezione, tratta da un preteso processo all’ infinito, che sarebbe incluso in ogni volizione assolutamente libera, non differisce dalla pre¬ cedente che per la forma più grossolana. AH’ assolutista voi opponete, che il suo volere attuale, se non è 1’ effetto di cause involontarie, deve essere stato voluto da lui (con un atto volitivo, del quale s'ha da dire il medesimo; donde il processo all’infinito). Conciò venite a sottintendere, che il volere sia 1’effetto di qualche causa; mentre l’assolutismo con¬ siste appunto nell’ammettere che il soggetto sia capace di volere, perchè è capace di produrre in sè, di sè, una novità assoluta, di creare in sè un modo nuovo di essere! Se tentiamo di risolvere il volere in un pro¬ cesso causale, pure supponendolo assolutamente libero, di necessità lo risolveremo in un processo all'infinito, del quale io, malgrado l’opinione contraria del Bonatelli, riconosco l’impossibilità ( 3 ) ; ma questa impos¬ sibilità non prova che il concetto di volere assolutamente libero sia contraddittorio, se prima non è dimostrato che il volere si può risolvere in un processo causale, la qual cosa dagli assolutisti è negata. Se i deterministi hanno torto di movere agli assolutisti delle obbie¬ zioni, che s’ aggirano in circoli viziosi, gli assolutisti hanno torto alla lor volta di considerare come decisivi contro il determinismo in genere degli argomenti, che valgono soltanto contro alcune forme rozze di deter¬ minismo. Quante volte non si è sentito ripetere, che il determinismo consiste nell’estendere illegittimamente all’accadere psichico quello che (*) In Paralip alta e.onosc. e in Dottrine e fatti (P uno e l'altro pubbl. a Pavia nel 1905). Cfr. pure la nifa Teor . d. co nosr .. Roma 1900. (v) Bisogna poi distinguere le variazioni in connesse e non connesse: cfr. in prop, i due ultimi libri cit. In questo argomento non facile, sul quale ho parecchio da aggiun¬ gere (non da mutarel a ciò che scrissi, qui non è allatto il caso d'entrare. ( a ) Cfr. Dottrine e fatti ; dove per altro è preso in esame, non il preteso processo all' i n tini to incluso nella volizione, ma quello incluso nell'atto conoscitivo Non ci son da mutare che alcuni termini, perchè quanto si dice nell* un caso risulti applicabile all'altro. Cfr. il n. A.: « il dire che una volizione presuppone un'infinita di altre voli¬ zioni identiche, è come dire che la volontà circola in se stessa, ha in sè la sua vagirne, è libertà, ». è vero soltanto per l’accadere fìsico, all’accadere psichico volontario quello che è vero soltanto per l’involontario! Chi fa di queste genera¬ lizzazioni senza fondamento, erra : ma si può essere deterministi, senza cadere in errori simili. Si può. dico, riconoscere, che 1’ attribuir all’uomo * una potenza creatrice presenta delle difficoltà, senza perciò immaginarsi, che la volizione sia determinata nella stessa maniera di una combina¬ zione chimica, o della sazietà che tien dietro a un piacere prolungato. Quante volte non si è sentito ripetere, che il determinismo consiste nel confondere i motivi, e le ragioni, con gl’ impulsi ! Ma si può non far nessuna confusione, ed ammettere tuttavia che, data la ragione, o il motivo, da una parte, e dall’ altra quel certo soggetto reale, costituito cosi e cosi, la volizione segua necessariamente. (Su questo argomento, cfr. più oltre al § 7). L’errore di quegli assolutisti, che credono il determinismo inconci¬ liabile col concetto comune di libertà (errore, dal quale neanche il n. A non va esente) venne, mi pare, confutato con sufficiente chiarezza nel § 1. « L’atto del volere è compiuto da me, esclusivamente. Ma io, che lo compio, esisto già, con una certa complicazioue interna, con un certo carattere. Dal mio carattere, io sono necessitato ad operare in un certo modo. Stando alla locuzione, sembra che il mio carattere sia qualcosa di esterno a me, che mi si contrapponga e mi domini ; ma, in fatto, aver io uh certo carattere significa esser io un certo uomo ; esser io deter¬ minato nell’operare dal mio carattere importa, che io operi cosi e cosi, perchè son tale e tale, non per altro.... 11 sentimento della libertà non è illusorio ; illusoria è soltanto l’interpretazione che ne danno certi filo¬ sofi, secondo la dottrina dei quali bisognerebbe dire, che le nostre voli¬ zioni non dipendano nemmeno da noi; nei qual caso sarebDero tutto quel che si vuole, fuorché nostre volizioni » ( l ). 4. A torto pure, secondo me, la tesi dell' assolutismo viene, dall’ A. e da molti, counessa con quella del sostanzialismo. « Cosa costituisce l’unità dei vari momenti dell’atto volitivo nel suo complesso, cioè dei vari giudizi o motivi, che in essi son formulati, e della decisione ? Cosa potrebbe esservi traverso ad essi di permanente, se non una sostanza?.... Noi siamo dunque costretti ad ammettere una identità sostanziale e più che fenomenica, una realtà che costituisca il legame di tutti i momenti della deliberazione e rispetto alla quale questa abbia un senso e un valore pratico ». Dunque « la contingenza fenome- nistica è contradditoria della volontà e.... dove è la" prima non può (>) Da una mia comunicazione al Congresso di psicologia, tenuto a Roma nel 1905 ; cfr. gli Alti (Roma, Korzaui, 1906), p. 353. Cfr. pure Scienza e opinioni, pp. 568-/3. « La nozione di liberta... assoluta », metafisica, « è oscura, e non posseduta che da filosofi ; l'uomo del volgo, dicendosi libero, non esprime se non la sua certezza, d' esser egli la causa di certe sue azioni. Se poi questo suo esser causa dipenda o no da delle condizioni, è un punto, fino al quale la riflessione di chi non abbia una speciale prepa¬ razione filosofica non si spinge, o sul quale non è capace di formarsi un’ opinione ben determinata esser la seconda ... dunque, per attingere il vero concetto della libertà » si deve « risalire a una sostanza che sia per sè stessa spontaneità e origine d’ energia.... 11 fenomeno non ci può dare che una libertà nega¬ tiva ....: ma la libertà che più importa è quella consistente nel rapporto del fenomeno, cioè della volizione, collo spirito individuale, coll attività creatrice che la determina. Il fenomeno... , motivo o volizione.non può essere staccato da ciò che si considera come sua causa, non può esserne considerato in qualche modo indipendente.... se non per I intervento d' una sostanza dotata d* uno speciale potere, d’ un io che lo fa e, per una qualche parte almeno, lo crea.... Solo là, dove abbiamo da fare con una sostanza attiva, creatrice, libera, possiamo veramente parlare d una pos¬ sibilità effettiva, che non è l'attuale, il fatto, il reale, il presente concreto, ma non è neppure una semplice categoria logica » ( pp. 10>- 10). Ancora: « ....non si può parlare di libertà ilei volere se non si ammette che un volere esiste, ma come realtà e non come fenomeno, in un unità di sostanza, non in una pluralità d'esistenze distinte.... Tanto il deter¬ minismo.... quanto il contingeutismo fenomenista eliminano 1 io come sostanza, come realtà distinta dalle sue singole determinazioni.... In ambedue i casi l' io non interviene nella serie «de’ suoi fenomeni », cau¬ sata o incausata che sia...., perchè esso o non esiste o.... è compieta- mente inerte e passivo. Però, ambedue queste dottrine avverse non rendon poi conto della costituzione della personalità»; laddove «un atto volitivo..., in tanto è chiamato libero in quanto è un prodotto di una personalità....» (p. 196 sg). Cfr. p. 200: «Se dunque l'io è qualcosa di reale e distinto, sebbene non separato dai fatti psichici che gli appar¬ tengono, esso avrà la capacità di agire come un reale, cioè d’ intervenire negli stessi processi in cui la vita cosciente si svolge e di dar loro una direzione speciale, senza che la sua azione possa dirsi determinata perchè non ha altra'causa che.... lo stesso io ». Non va. Un io concreto, p. es. il prof. Calò, è sostanza (tcptiTT) oùola) in questo senso, che rispetto a sè stesso e ad altri è un dato empirico, e in un giudizio può essere soltanto soggetto. Anche l’io astratto — di cui si parla p. es. nel giudizio : I' io è libero — si può dir sostanza in un altro senso (Ssutépa oùo£a). Quelli, che negano la sostanzialità del me, non la negano (se hanno un’oncia di discernimento, ed io suppongo di averne) in nessuno di questi due sensi; affermano, che l’io manca d’un substrato permanente, o che se l’ha n* è affatto distinto (sicché il sub¬ strato come tale sarebbe una cosa, ma non ancora e per sè un io). L’io, dicono, ha coscienza di sé ; dunque, nieute che non sia nella coscienza può costituirlo in tutto nè in parte ('). Ora, nella coscienza non ci sono (i) Potrebbe esserne una condizione, anche una condizione sitte qua non. Perciò chi scrive, quantunque ritenga fenomenico il me, non crede possibile separarlo assolutamente da ogni sostanza. Su questo punto, e in genere su quanto è discusso in q. §., cfr. Scienza e opinioni, pp. 247-54 e 355-7 ; inoltre, Paralip. alfa con. Se avesse tenuto conto delle osservazioni da me fatte ne' 11. cit. e altrove, sarebbe forse venuto fatto all’ A. di stabilir la sua dottrina su basi più solide. che fenomeni transitori. E la loro unità; ma questa ci apparisce come la continuità d’un fluire, non come la permanenza d' un quid invariabile; 10 muto sempre, e solo in quanto ricordo posso dirmi ciononostante il medesimo io; l’unità è la proprietà d’un insieme di fenomeni, non un elemento a parte. Sia come si voglia: l’io, di cui si nega la sostanzialità, è per altro 11 medesimo a capello di cui parlano i sostanzialisti ; sicché il credere, che negando la sostanzialità si neghi la realtà, non ha un' ombra di fon¬ damento. 11 movimento della luna è reale, non meno della luna, dia¬ mine! Supposto dunque, che io neghi la sostanzialità della luna, ciò non vorrebbe dire, ch'io neghi la realtà della luna; ma soltanto, che l’ipotesi d’un’assoluta permanenza mi pare inutile per connettere in una teoria tutto quanto intorno alla luna ci è fatto conoscere dal- l'osservazione. Realtà e fenomeno sono concetti antitetici, se riferiti all' esperienza esterna : il remo, parzialmente immerso nell’ acqua, appa¬ risce piegato, quantunque sia diritto. Ma riferiti all’ esperienza interna si riducono ad uno: la realtà d’un mal di capo in che altroconsiste.se non nell’essere un mal di capo, cioè uno stato di coscienza, cioè un fenomeno ? 1 fatti psichici d’ un medesimo soggetto interferiscono tra loro. E il soggetto, vale a dire 1’ unità dei fatti medesimi, è un elemento essen¬ zialissimo del loro interferire, può « intervenire negli stessi processi in cui la sua vita cosciente si svolge»; non soltanto le psichicità distinte a, b , c... operano P una sull’ altra, come i movimenti delle singole palle d’un biliardo; ma quella psichicità superiore eh'è l'unità di tutte le altre, o il soggetto, non costituisce il semplice luogo in cui si realiz¬ zino le dette azioni, opera invece alla sua volta, e con molta maggior efficacia. Su ciò siamo tutti d’accordo; almeno, io son pienamente d'ac¬ cordo con l’A. Nasce una questione: l’attitudine ad operare, che alla unità come tale senza dubbio compete, si può considerar come un'atti¬ tudine a creare, a produrre in sè delle assolute novità, non predisposte; od, invece, le sue manifestazioni sono determinate necessariamente sem¬ pre dall’ intima struttura di essa unità ? A risolver tale questione, io non vedo che vantaggio si possa trarre dal sollevarne Un' altra: se cioè la detta unità sia o non sia una sostanza. Mentre la prima riguarda le leggi secondo cui opera 1’ unità, la quale di certo esiste, e di certo opera; nel discutere la seconda si cerca invece, se P unità costituisca o non costituisca un’ assoluta permanenza. Le due hanno differenti oggetti, e per conseguenza son estranee — L’unità non sostanziale, di semplice associazione, — dirà l’Au¬ tore — non può essere in possesso d'altra forza, che della risul¬ tante delle sue componenti ; è dunque di necessità determinata. — Non può ? Che i sistemi fisici siano determinati, risulta vero in linea di fatto ; ma io non ammetto, neanche per essi, che il determinismo sia dimostrabile a priori; molto meno son disposto ad ammetterlo dimostrastrabile per i sistemi psichici, che differiscono dai fisici tota coelo (non foss’altro, l’energia de' primi non è permanente, nè misurabile). Se una risultante non può, per necessità intrinseca, essere assolutamente libera, 1' assolutismo è a terra. Perchè l'io personale, concreto, empirico, feno¬ menico (cioè conscio di sè, non irreale), ogni uomo insomma, è di certo una risultante. Il prof. Calò (anche in questo credo che siam d’accordo) nor. c’è sempre stato, e non s'è creato da lui; è una creatura divina, o un prodotto cosmico; nel primo istante, le sue potenze, i suoi carat¬ teri, ecc. furono determinati ab extra ; è dunque una risultante. Quando 1’ A. afferma dover 1’ io essere una sostanza, per avere « la capacità di agire come un reale », e quindi per esser libero, non lo capisco. Non ripeto, che l’io senza dubbio è reale, è anzi quello che v'ha di più reale, quand’ anche non sia, o forse perchè non è, una sostanza. Ma sappiamo noi forse per filo e per segno come i reali « agiscano »? E i reali son tutti liberi? Affermarlo equivarrebbe a negarlo, perchè sarebbe un sopprimere la distinzione degli esseri e dei fatti in liberi e non liberi. E l’operare d’una sostanza non potrebbe essere necessariamente determinato, sia dalle condizioni interne che dalle circostanze esterne? Gli atomi assoluti, su cui la fisica fondava, e in parte fonda tuttavia, le sue dottrine rigorosamente deterministiche, non erano concepiti come sostanze ? 5, Già dissi, che la tesi assolutistica io non la considero punto come assurda ( 1 ) ; alla «flagrante contraddizione tra la volizione libera e il principio di causa » (p. 219), io non do nessun peso (*). Assolutismo, e determinismo, sono entrambi del pari concepibili in astratto ; cercare, quale dei due sia vero, significa semplicemente cercare quale costituisca una esatta nozione della realtà concreta. Vediamo. ( l l Ilo, su questo punto, mutato alquanto di parere, da quando pubblicavo Scienza e opinioni: cfr. La conoscenza ; Parahp. alla con.; Dottrine e fatti. La mutazione, come si vede, non è recente: e fu conseguenza naturale di dottrine, già formulate, ma non pienamente sviluppate, nel primo dei detti libri. ( a ) Noto: 1’A., poiché la pensa egli pure cosi, non doveva attribuir all' apriori « un valore obiettivo necessario » fibni). Soggiunge infatti : « anche il principio di ragione non è applicabile se non là dove esso rappresenta un' esigenza reale d'applicabilità per il pensiero e non abbiamo diritto d* imporlo a quelle sfere del reale la cui natura si ribella ad essere spiegata col meccanismo della causalità necessaria » Ip. 2510). Se io, per appli¬ care un principio di ragione, devo accertarmi prima, che « rappresenti un'esigenza reale», questo prova, che l'esigenza reaie non mi è svelata dalla ragioue sola, ina che io debbo rassegnarmi a ricavarla dall'esperienza. Conseguentemente, l 1 , apri ori non ha, necessariamente e per sé, un valore oggettivo ; ossia : ciò che è vero nel mio pensiero astratto può non esser vera conoscenza del reale. Per es.: in astratto, 1 -f 1 = 2, sempre ; in concreto, se in una stalla chiudo un coniglio : maschio) e un altro coniglio (femmina', può darsi che, aprendo la stalla dopo qualche tempo, ci trovi piti di 2 conigli. I.e leggi della ragione sono anche leggi della realtà, se ed in r/uanlo i concetti, su cui la ragione discorre, sono cognizioni adeguate della realtà. IL PROBLEMA BELLA LIBERTÀ IO «Come il processo esplicativo deve fermarsi.... a corti principi primi suffir : enti a se stessi, cosi il processo causalo deve fermarsi ... a certi cominciamenti assoluti, incausati, liberi.... » (p. 221 ). Deve! deve! 11 pro¬ cesso esplicativo si ferma, perchè arriva di fatto a de' principi non oltrepassabili (non mi fermo a discutere, in che senso questi si possan dire sufficienti a se stessi). II processo causale si fermerà, se arriverà di fatto ai comiuciamenti assoluti; ma che ci debba arrivare, chi ce ne assicura ? « Noi siamo costretti ad ammettere questo elemento che non richiede alcuna spiegazióne nelle determinazioni della volontà » (ibid.). Dopo tutto quanto io ebbi a scrivere in parecchie occasioni sul concetto di spiegazione ( x ), mi fa un po’ di meraviglia, che per combattere il determinismo lo si presenti come un tentativo di spiegare 1’ inesplica¬ bile. Avreste ragione se io, per spiegare la volizione, pretendessi che debba avere ilei 1 e cause; ma se io vi dico semplicemente, che tali cause et sono, e si rilevano al pari di quelle d’ogni altro fatto! « E d’altra parte, lo stesso determinista non è costretto ad ammettere, come motivo ultimo di condotta, un’essenza individuale eh’è qualcosa d’indicibile, di incalcolabile, di ribelle ad ogni analisi, e che può essere solamente sen¬ tito ? » {ibid.). Ma quello che è solamente (!) sentito è il xdjs tt, il dato primo e fondamentale, ciò, da cui non è possibile prescindere volendo conoscere la realtà. E perchè io I’ ammetto, vorreste obbligarmi ad ammettere degli elementi non sentiti, non dati, e dei quali v’ immaginale d’aver dimostrato, che ci debbono essere! Per dimostrare, o per accertare, l'assoluta libertà, non ci sono (mi pare) che due mezzi. Uno diretto, il testimonio della coscienza teore¬ tica: io sento di esser libero; in questo caso, la libertà sarebbe da rico¬ noscere come data immediatamente di fatto. L'altro indiretto, il testi¬ monio della coscienza morale: debbo, dunque posso; negare la libertà sarebbe dichiarar impossibile un dato di fatto. Entrambi presentano delle grandi difficoltà. La coscienza teoretica realmente comune prova irrefragabilmente che l’uomo è libero nel significato comune o volgare di cui al § 1 ; prova che il volere, se è determinato, lo è da dei motivi e da delle ragioni, congiuntamente al carattere (all’intima costituzione del soggetto), non da delle cause fisiche o fisiologiche o psicologiche d’ altro geuere. esterne al soggetto: prova che l’io è causa delle sue volizioni (almeno in certi casi); ma non c’informa sul come ne sia causa, lascia cioè insoluta la no«tra questione. 11 sentimento, invocato dagli assolutisti, non è quello provato anche dal volgo, il quale non s’è mai posto il problema della libertà assoluta, e dicendosi libero non fa che affermare la distinzione ricordata: non può essere che un sentimento più fino, più profondo, più perspicace. Ora i deterministi, che pure son liberi secondo i loro avver¬ sari, negano di provare quest’altro sentimento. 0 gli uni son troppo (*) Fin da* miei Studi di fìlos. naturale ; Pavia, 1903. IL PROBLEMA BELLA LIBERTÀ sottili, e nella coscienza vedono quello che non c’è, ma che a loro farebbe comodo ci fosse; o gli altri sono troppo ottusi, e nella coscienza non vedono quello che c’è, ma che a loro dà noia; il pregiudizio in favore d’una tesi è capace di produrre simili abbagli. Errano gli uni o gli altri, è ben certo; ma questa certezza non ci è d’aiuto a sapere da che parte si erri. 11 medesimo, press'a poco, si dica in ordine alla coscienza morale. 11 dovere, manifestamente, non s'estende pi'T in là del potere. Nell ipotesi deterministica, tutto quanto dipende da me si riconduce, iu ultimo, al mio carattere primitivo, da me non creato ma ricevuto; e che sarebbe la vera cagione anche delle successive mutazioni (se hanno luogo) del mio carattere. Riman vero, ciononostante, che quanto dipende da me non dipende propriamente che da me; io, infatti, ho, anzi sono quel carat¬ tere. Del mio ben operare il merito, in ultimo, risale a chi mi fece a quel modo, s’io fui fatto a quel modo liberamente con intenzione (questa è pur dottrina cristiana!); comunque, io opero bene, la mia esistenza è un bene per gli altri e per me. L’esistenza di Tizio, invece, è uu male per lui e per gli altri. Non occorre di più, perchè si riconosca, tra Tizio e me, una distinzione di pregio, espressa dicendo buono me, cattivo Tizio. Agli assolutisti di provare, che buono e cattivo sono termini significa¬ tivi per altro, che perchè esprimono tale distinzione. A tal fine, il ricor¬ rere a quella « forma speciale d’esperienza », di cui fa cenno 1’ A. (p. 222), non serve. Credo anch’io, col De Sarlo, che la moralità si fondi su di un’esperienza sui generis ('); ma quest'esperienza sui generis, in quanto è comune a tutti, se ci somministra delle distinzioni, non è poi sufficiente a dirimere le divergenze sulla loro interpretazione ulteriore. Anche in questo caso, come nel precedente, gli assolutisti si fondano dunque su di un sentimento, affermato da loro ma dagli avversari negato: il pregio morale positivo o negativo io lo sento essere, non solo superiore a tutti gli altri, ma infinito e assoluto, sicché uon è possibile scaricarlo definitivamente su chi mi fece qual sono. Ebbene : una questione, che s’aggira intorno a de'sentimenti, non si risolverà, fino a quando non mutino alcuni di questi; risultato al quale si deve arri¬ vare (i sentimenti fondati sul falso non sono perpetui), ma dal quale siamo tuttavia lontani ( 2 ). ti. Rilevata la controvertibilità delle prove adducibili a favore della tesi assolutistica, tocchiamo di alcuni argomenti contrari; che io non dirò decisivi, ma che finora non vennero confutati. E sperar di accertare metafisicamente T assolutismo, senza confutarli, è vano ( 3 ). (') Da ani per altro non si ricava, che * * la legge morale.... non sia contenuta nella volontà > (p. 222} ; mi sembra, che si ricavi piuttosto il contrario. Ma il dimostrarlo esigerebbe un discorso lunghetto, che sarà meglio rimettere ad altra occasione. (*) Per tutto q. §, cfr. Scienza e opinioni, pp. 562-94: per la chiusa, l'art. cit. : La teor. d. conosc., al 1. c. I») In fondo, io sono assolutista: lo dissi cento volte. Ma gli argomenti zoppi mi paiono zoppi, anche se addotti a difesa d'opinioni, che mi paion vere.  « Risolvere.... il problema dell’esistenza d’uno spirito e della sua attività è anche risolvere quello della possibilità di accrescere la quan¬ tità d’energia fisica » (perchè non anche di diminuirla, e fin d' annul¬ larla?) ». La quale possibilità è appunto un presupposto della libertà in quanto è un presupposto di questa l’esistenza d’una sostanza spirituale di cui la libertà è proprietà specifica. E la negazione di quella possibi¬ lità non implica soltanto la negazione della libertà, ma l’inesplicabilitଠassoluta dei rapporti tra spirito e materia e della reale attività del primo ». (p. 195 sg.'). Posto, che la quantità dell’energia fisica possa essere accresciuta, si domanda, come mai l'esperienza ce l’abbia sempre fatta parere costante. Convengo, che « il principio della costanza dell’energia » sia « sempli¬ cemente d’ordine sperimentale » (p. 192); ma è precisamente questo suo carattere, ciò che ne fa una minaccia per la tesi dell’ A. (* *). Noi non siamo affatto necessitali a credere costante l’energia (la notizia del principio è di fresca data); ma, che farci ? sembra davvero che l’energia fisica sìa costante! come si concilia un tal fatto con delle teorie che lo escluderebbero? L’« ipotesi », che lo spirito possa creare dell'energia, « non contrasta.... coi principi della fisica, i quali son circoscritti al campo dell’energia fisica » (p. 195). Queste parole sarebbe stato meglio che l’A. non avesse scritte: come mai la possibilità di crear dell’energia fisica non contrasta con la costanza osservata? Osservata, dico, anche dove l’energia fisica è prodotta da un uomo, cou uno sforzo difficile di volontà. L'ipotesi non è assurda; e non si può nemmeno éscludere a priori, che dell'esperienze più esatte delle nostre siano forse per confermarla; per ora, dobbiamo ritenerla priva di fondamento Per ciò poi che riguarda « l’inesplicabilità ilei rapporti tra spirito e materia », io non tirerò in campo le mie spiegazioni ( ! ), diverse da quelle che l’A. combatte, e che non cadono sotto le medesime difficoltà. Noterò soltanto, in primo luogo, che I’ inesplicabilità, se ci risultasse, dovremmo ben rassegnarci ad ammetterla. In secondo luogo, che la permanenza dell’energia fisica è una legge, che potrebbe stare quand’anche nou ci fosse altra realtà, che psichica, e il mondo fisico si riducesse a pura fenomenalità. Quella morale, che dell’assolutismo è per un verso la prova e per un altro la conseguenza, è press - a poco incomprensibile, se non s’ammette un Dio personale. E un Dio personale, che regga il mondo e lo diriga verso un fine buono, dovrebbe prevedere anche gli atti degli spiriti liberi; a parte il dovrebbe , il cristianesimo riconosce in Dio queste pre¬ visioni. Ora, « se le determinazioni della volontà son libere, esse debbono essere anche assolutamente imprevedibili » (p. 127). E vero, che l’A. le (*) I/A. avrebbe potuto accorgersene, se avesse lette alcune cose mie: La conosc. e Paralip. (del quale ultimo libro egli pur cita nella Prefaz. il primo art.). (*) Scienza e opinioni, pp. 323-52. La dottrina ivi esposta è indipendente dall" ipo¬ tesi, con la quale è messa in connessione. dice « imprevedibili per una conoscenza.... non diversa dall’umana » (ibid.)\ restrizione, che fa un contrasto bizzarro con l’avverbio assolutamente. La diversità dell’intelligenza divina dalla nostra non basta per eliminar la questione, sul come conciliare la prescienza divina con la libertà umana. L’A. accetta la soluzione di S. Agostino: secondo il quale « Dio non prevede, ma vede con uno sguardo unico tutta la realtà ». (p. 129). Ma se in Dio le previsioni son visioni, segue, die il reale sia fuori del tempo rispetto a Dio, e dunque sia in se stesso fuori del tempo. Segue, che il tempo sia una semplice forma dello spirito finito, e l'acca¬ dere una semplice parvenza. S. Agostino ci conduce direttamente a Kant. L'A., mentre combatte la dottrina di quest’ultimo (pp. 1-7), con l'ade¬ rire a quella del primo la rende inevitabile. Del resto, su gli argomenti da lui addotti contro il kantismo c'è da ridire. Per esempio: « o si consi¬ derano i fenomeni e la loro connessione causale come pure parvenze (*), aventi un valore relativo alla nostra conoscenza imperfetta, e allora si giunge a negare alla scienza quell’obbiettività e quell'assolutezza che Kant rivendicò cosi vittoriosamente (?) contro lo scetticismo dell’ Hume... ». E questo è contro l’espressa dottrina di Kant; il quale credette d’aver collocata su basi granitiche l'oggettività e l’assolutezza della scienza, precisamente con l'aver dimostrato, che oggetto di questa sono le par¬ venze sole. Tiriamo avanti: «... o la serie fenomenica è in sè chiusa, continua, non solo, ma ha una realtà e una vera consistenza obiettiva, e allora bisogna ritenere, eh’essa in qualche modo reagisca sulla realtà nottmenica..,.. ». Punto. La serie fenomenica, oggetto della nostra cogni¬ zione, essendo il modo con cui ci apparisce la realtà noumeniea, non può reagire su questa. Il vizio fondamentale delle dottrine di Kant, e che, malgrado la loro profondità e fecondità, le rende inammissibili, sta nell’ avere ridotto a parvenze irreali anche i fatti psichici, di cui ed in cui è consapevole lo spirito finito, l’io personale, che dunque perde anche esso ogni realtà. Se la persona è parvenza nel senso kantiano ( io la ritengo un fenomeno, che è quanto dire una parvenza, ma reale) il pro¬ blema della conoscenza, e quello della libertà, cessano entrambi di avere un significato assegnabile. Esser liberi nel senso degli assolutisti significa, secondo che nota giustamente l’A., esser atti a creare. Un' attitudine a creare non sembra poter essere limitata; l’uomo dunque « sarebbe onnipotente quanto alla deliberazione (P esecuzione è altra cosa). » Ma che sia, non pare ; « 1’ energia volitiva è limitata sempre, benché non ugualmente in tutti. E cresce con l’esercizio, scema con l’ozio, dipende dal tener di vita; ossia è condi- (») Parvenza = Krscheinung = fenomeno. Dico nel linguaggio delia (Rosolia kantiana. Secondo me, il tatto di coscienza è fenomenico e reale insieme; reale perchè e in quanto fenomenico; ma qui entriamo in un tutt'altro ordine di idee.  lionata » (')• È assai P<ù facile desiderar che volere; intanto, un uomo che, sano, era sfrenato ne'suoi desideri, affranto dalle sofferenze non desidererà più che un momento di sollievo. A fortiori.... Da Dio doman¬ diamo un aiuto (a volere, intendiamoci), di cui ci sentiamo bisognosi ; preghiamo: et ne nos inducas in tentationem. Le abitudini, anche le buone, finiscono col diventare invincibili. E siamo creatori? 7. Un'ultima difficoltà: «.se un atto volitivo non ha una causa. non sarà esso moralmente indifferente.. .? » A questa domanda, che si fa egli stesso (p. 219), l’A. cosi risponde : « Sono due errori comuni il credere che una volontà libera non possa subire l'applicazione delle cate¬ gorie etiche e il credere che la responsabilità abbia bisogno della neces¬ sità causale. Se il motivo morale non è causa necessaria della volizione, ciò non prova affatto che la volizione sia in se stessa indifferente.... la volontà diventa morale o immorale secondo che liberamente accetta o rinnega il motivo morale, la legge del bene. Nè può dirsi che la libertà escluda la responsabilità: ciò sarebbe esatto solo nel caso che il fatto libero fosse considerato per sè stante e isolato non solo dal suo motivo, ma dell’io stesso» (p. 221 seg.). Tutto ciò non mi sembra nè decisivo, nè chiaro! 1 ). Cominciamo dal mettere la questione sotto una forma ragionevole. Tizio ha un dovere da compiere. Per compiere un’azione, per volerla s’ intende, ha un motivo, o diciamo una ragione. Può non volere, s è un galantuomo? Il senso comune risponde: no. Si sente dire ogni momento: il tale non è capace di fare o di non fare (di volere o di non volere) questo e questo; lo conosco troppo bene. E se Peffetto non corrisponde all’aspettazione, si soggiunge malinconicamente: m ero ingannato; il tale non è quel galantuomo che supponevo. Ma Tizio (dotato anch’egli di senso comune) s’indispettirebbe: come, non posso non volere? chi, o che cosa, mi ci sforza, dunque? Nessuno, e niente; l’abbiamo riconosciuto. La volizione è un atto compiuto da lui. non fattogli compiere; ma ciò non vuol dire, che non (') Cfr. gli Alti cit. del Congr. di psicol.; p. 358. (v) Il libro di cui parlo, e di cui discuto soltanto quelle dottrine, che non mi sembrano accettabili, è una prova, e non la prima, dell' ingegno vivo e della cultura seria dell A. Ma venne scritto forse un po'troppo alia lesta; certo, la chiusa n'è strozzata, eccessi¬ vamente compendiosa, di fronte all’ importanza della materia trattata o piuttosto sfiorata, e alla maggior diffusione d'altre parti meno essenziali. Chi credesse che io, appartenendo ad un’altra scuola, non abbia la mente o l’animo conveuientemente ben disposti verso le dottrine dell'A.. s' ingannerebbe. Secondo me, bisogna che tulle le opinioni si facciano avanti, perchè ciascuna produca, sulla cultura, gii utili elfelti di cui è capace; un*opinione, che dominasse da sola, finirebbe con 1‘esser male interpretata, col diventar un dirizzone. Questo solo domando ad una filosofia: che risponda seriamente alle obbie¬ zioni serie; o che, se non può, riconosca in sè una lacuna (forse colmabile col tempo; qualcosa rimarrà pur da fare anche ai posteri!). Una filosofia cera non dovrebbe inai- Iterarsi a una simile intimazione.  1S sia un atto detertninato dal suo carattere di galantuomo, e dalla notizia ch’egli aveva di quella ragione; da una necessità intrinseca , non da una forza esterna; ma determinato , L’attribuzione giusta, che Tizio fa della sua volizione a se stesso, non prova dunque, che la volizione non sia determinata; che poi la volizione sia effettivamente determinata nel detto modo, risulta da ciò, che a Tizio, se non la compie, mentre conosceva la detta ragione, verrà negato il carattere di galantuomo. L'A., che sem¬ bra sostenere il contrario, dice in sostanza il medesimo; « la volontà, » vaio a dire il soggetto, « diventa morale o immorale secondo che libe¬ ramente accetta o rinnega il motivo»; Tizio dunque non è, ma ogui volta che vuole, e secondo come vuole, diventa galantuomo o birbante, èssen¬ dogli del pari possibile conformarsi alla ragione conosciuta e allonta¬ narsene, bisogna convenire, che quantunque la ragione e il suo contrario sian cose in se stesse molto differenti; nondimeno Tizio è, di fronte ad esse, in una posizione d’indifferenza. Se «la scelta originaria e fondamentale è una posizione assoluta, e non ha la sua ragion sufficiente se non in se stessa, non ha un motivo » (v. s. § 2); se, in ultimo, quei motivi secondo cui ci si regola « uoi li pre¬ feriamo perchè li preferiamo, li vogliamo perchè li vogliamo» (p. 211); negare che il soggetto, nel deliberare, si trovi in una condizione d indif¬ ferenza, è quanto negare il tempo e sostener la realtà dell'accadere. Ora, un soggetto indifferente potrà liberamente accettare la legge; ma, dal momento che vuole senza un motivo, l'accetterà, non perché la legge è la legge, bensì per capriccio. Quindi, o le categorie morali non hanno senso, o al soggetto è applicabile soltanto quella di malvagità. Respon¬ sabile il soggetto rimane, in quanto sopporterà le conseguenze del suo aver volulo; ma queste, se favorevoli, non saranno mai da considerare come un premio. Chiudo con due parole, che non si riferiscono al libro del Calò, ma che potranno chiarire qualche punto della discussione precedente. Agli argomenti da me addotti altra volta('), per dimostrare non esserci via di mezzo fra il determinismo e l’indifferentismo, il sig. Caviglione oppose « che talvolta 1' uomo opera non per un impulso ma per una ragione , ed anzi combatte un impulso con una ragione. In tal caso non vi è de¬ terminismo , perchè una ragione è una possibilità, un astratto, un’ idea e non una realtà e quindi nemmeno un impulso; nè d'altra parte vi è indifferentismo, giacché l’uomo allora opera secondo una ragione e per ( 8 ) Se l’operare dell'uomo non fosse determinato Idal carattere e dai motivi) « non avrebbero senso le varietà dei caratteri; le distinzioni espresse dicendo: questi è buono, questi cattivo, questi energico, quell* altro indolente, ecc., non si sarebbero potute for¬ mare * (Atti ('il., p. 253 1 ; 1' umanità, infatti, sarebbe una collezione caotica di creatori capricciosi. f *C 0( 16 una ragione» ('). Certo, non vi è indifferentismo; che per altro non vi sia determinismo il sig. C. non avrebbe potuto inferire da ciò, che la ragione non è un impulso, se non si fosse arbitrariamente messo in testa, che il solo determinismo possibile stia nel ridurre le ragioni ad impulsi; come se per far movere un uomo non ci fosse altro mezzo cha gli urtoni! Le ragioni sono incapaci di operare come la realtà, sapevamcelo; ma sono perciò incapaci di operare? Il sig. C. s'immagina d’aver confutato il determinismo, laddove non ha fatto che rilevar la trita distinzione tra il determinismo degi’ impulsi e quello dei motivi. « L’uomo », soggiunge, « è appunto libero quando e perchè può astrarre e riflettere» (*). Questo si chiama sfondare degli usci aperti. L’attitudine ad astrarre e a riflettere imprime alle azioni dell’uomo che la eserciti un carattere, che le distingue da quelle de! bruto, e anche da quelle dell uomo che in un dato caso non astragga nè rifletta; un tal carattere si esprime dicendo libere le dette azioni. Abbiamo a fare qui col concetto comune (volgare) di libertà, sul quale nou è possibile una controversia sensata. Di ben altro si tratta. L’uomo, che astrae e che riflette, è poi metafisicamente libero di volere come se non avesse astratto nè riflettuto? Posto che sia, non si dovrà dire che la volizione è indifferente ai risultati dell'astrazione e della riflessione? ( 3 ). B. V a it i sco ('/ Aiti cit p. 354. <*l Ibid. P) Al sig. Caviglione « importa far sapere che le ulteriori spiegazioni date . da me verbalmente al congresso ricordato, in risposta alle sue obbiezioni, e non riferite negli Atti, « non hanno menomata la sua difficolta . (Alti cit., p. 354, n.|. Ossia glimporta far sapere, che ha ragione lui. Voglio anch’io contribuire alla soddisfazione del suo desiderio. E non mi lamento, se il compilatore degli Atti diede al solo sig. C. l'oppor¬ tunità di pronunziare una sentenza deiinitiva Di farmi giudice in causa propria io non no desiderio, nè bisogno. FASCICOLI ARRETRATI s’invieranno, a porto assegnato, e dietro invio del prezzo indicato: l’annata semestre a L. una : i fascicoli Marzo-Dicembre 1904 per L. quattro: J'intiera annata 1906 per L. sei: i nove rimanenti fascicoli disponibili, delle varie annate, per L. tre; o per L. una. a ogni richiesta, minima, di tre. Complessivamente, tutti i fascicoli giacenti saranno ceduti per L. 12 (anziché 14). Dei fascicoli cedibili riportiamo più sotto i sommari. Si ommette la parte bibliografica, ecc. (Spedire cartolina-vaglia, anticipatamente, ai prof. GIOVANNI MARCHESINI, Padova). Volume I f) - Luglio: E. Z AMOHANI : Ilella continuità del progresso intellettuale. - A. Mariio : Sulla educabilità dei degenerati inorali. - G. Tarozzi: La crisi del positivismo e il problema filosofie). — Agosto: A. Faggi : Un'antinomia dello spirito umano. - G. Marchesini : il fatto minimo e la continuità naturale. - L. Lkynariu : Per la critica d’ arte. — Settembre: V. Gemini : Dell - osservazione psichica esterna. - G. Marchesini: c. s. - M. Pn.o : Stato e Chiesa in Italia. - G. Sergi : La cura e l’educazione ilei fanciulli deficienti. — Ottobre: P. Possi: La niente di G. Maz¬ zini e la psicofisiologia. - F. LuzzaTTO: La morale sociale di Iacopo Stallini. - F. Pik- tiiofaolo: 11 genio. — Novembre: A. Groppali : 11 nuovo indirizzo della sociologia americana contemporanea. - 0. Tarozzi : Per una critica del determinismo. - II. Bianchi: Gli studi religiosi in Italia e il prof. Labanca. - V. Vitali: La scuola e l’accresci¬ mento della pazzia. - B. Attolico: Sull’educazione sessuale. Ardigò: 1! conoscere nella filosofia del medio evo e nell' attuale. - R. Bianchi : c. s. - G. Pighini La funzione evolutiva del dolore e del pessimismo. - N. D’Alfonso: Per le prime nozioni d’ una grammatica logica. AriUGÒ: L’indistinto e il distinto nella formazione naturale. - G. Dandolo : Intorno al problema psicologico. - G. Marchesini : Il simbolismo nella conoscenza. - A. Martinazzoli: La pedagogia moderna. — Febbraio: A. Faggi: Questioni logiche e psicologiche. - G. Taiiozzi : La Filosofia del dolore e l’arte. - A. Baratono: Sulla classificazione dei fatti psichici. - V. Benini : Del libero arbitrio — Giugno-Luglio: R. Ardici 1 : 11 noumeno di E. Kant. - R. Die la Grasskrie: Du ròle auxiliaire et supplétif de la pensée pure dans le langage. - N. D’Alfonso: 11 Re Lear. - (5. Gentile: Discussioni pedagogiche. - A. Poloni: L’insegnamento della morale nelle scuole normali. Volitino 111 (1900) - Agosto: R. Ardigò: L’atto umano antiegoistico. - G. Villa: Sulla psicologia contemporanea. - V. Benini: Del valore dei sentimenti. - F. Del Greco: Sulla psicologia della invenzione - V. Woi.f-Bassi : In difesa di l’esta- lozzi. — Ottobre: II. De la Grasserie : Du but et des efi'ets de la pénalité. - E. Troilo: La filosofia di G. Bruno. - C. Ranzoli : c. s. - U. Pizzoli: Laboratorio di Pedagogia scientifica in Crevalcore. — Novembre: G. Zuccantk : Da Democrito a Epicuro. - R. De la Grasserie: c. s. - A. Faggi: Sui limiti del determinismo scientifico.  - Aprile: P. Orano: Carlo Cattaneo e la sua dottriua scienti¬ fica. - R. Marini: Considerazioni sull’ opera omerica e la filosofia greca (eont.). - R. De la Grasserie: Du ròle psychologique et sociologique du monde et de la mode (coni.). - V. Vitali: La politica della Scuola. - E. Zamorani. Filosofia e filosofia. : V. Benini: La felicità negativa. - A. Martinaz- zoli: Intorno alle dottrine vicinane di ragion poetica. - A. Baratono : Energia e psiche. - P. Rossi: Per la storia della psicologia collettiva. - A. Renda: Le pazzie sociali. - S. Gilffrioa : Comlmoni generali Us.l istruzione puu-‘iu G. B. Milesi : L'i ipotesi della gravità nella biologia. - F sociale di Carlo Cattaneo. - M. Pilo: Baudelaire estetista, in sociologia. - F. Dei. Greco: c. s. - GACbbca : Pedagogi ■ Coalizioni generali dell'istruzione pubblica in Italia. — Settembre:' L’ ipotesi della gravità nella biologia. - F. MoMK^ano : 11 pensiero ‘. rv o..~. ... i o Cattaneo. - M. Pilo: Baudelaire estetista. - F. Puglia: L’individuo , _ g*Cksca : Pedagogia e pedologia. - G. Caras- III DUt-IVIVglU. . g A l,i ; Una lacuna uella trattazione aristotelica dello spazio.  - Marzo-Aprile: G. Tarozzi: Libertà - G. De Angelis: Brano di logica formai*. della geologia (Stratigrafia) - C. Ranzoli: c. s. - G. Del Vecchio: Diritto e personalità mu*na nella stona del pensiero - F. Moffa : L'etica di Democrito - G. Trespioli : Il pensi--, ^giuridico e sociale d'Italia nell evo moderno Maggio-tìitlgllO : - G. A. Colozza-G. Marchesini: La coordinazione delle materie e gli insegnanti spe¬ ciali nelle nostre «cuoi -, medie - G. Vailati : A proposito di un passo del Teeteto e di una dimostrazione di Euclide - F. Moffa • o. s. - G. Trespioli: c. s. - C. Ranzoli: «R&vbla 'Ielle api» di G. Mandeville. - F. Momigliano: c. s. - G. PREVBB^a confessioni nel B^ffismo e nel Cristianesimo (Nota). — Settembre-Ottobre: R. AròkJò: ( onoseers - . G Marciiesin i: Verso il nuovo idealismo? - A. Ferro: 11 materialismo - G. Chiabra : 5W-V M. Montkssori : Influenza delle condizioni di famiglia sul livello intellettuale de'gli scolari - F. Pietropaolo: Questioni psicologiche. — Novembre-Dicembre: R. Ar- digò: Pensare - Volere - G. Brunelli: 11 concetto di individuo in biologia. - G. Allara: Coscienza, sentimento dell’io, autocoscienza - G. Calò: Del preteso paralogismo di Melisso di Samo. • Voi. XIV fi906) - Gennaio-Febbraio: Armgò : La filosofia oggi nel campo del sapere. - G. Marchesini: L’equivoco della coscienza moderna. - G. Tarozzi: L’ispi¬ razione umanitaria nell'Arte (Morale ed Arte). - B. Varisco: I diritti del sentimento - L. Limentani: Per una teorica della previsione sociologica. - M.Barillari: Le nuove esigenze della filosofia del diritto. - R. Mondolfo: Di alcuni problemi della Pedagogia contemporanea. — Marzo-Aprile: Ardigò: Atto riflesso e atto volontario. - G. Dan¬ dolo; Studi di Psicologia gnoseologica. - !.. Limentani: c. s. - R. Mondolfo: c. s. - C. Ranzoli: Positivismo e idealismo. - G. C. Cantalamessa : Scienza e fede. - G. Mar¬ chesini: Per un questionario sull’insegnamento della filosofia nella Scuola media. - G. Calò: Studi di filosofia morale. — Maggio-Gingilo: C. Ranzoli: Sulle origini del mo¬ derno idealismo. - G. Dandolo : c. s.-F. Pietropaolo: 11 positivismo di \ incenzoDe Grazia. - E. FoÀ : Le guide di Dante nella Divina Commedia (Note di Pedagogia). - F. Galoi: La teoria dell’equilibrio in Patologia. * Voi. XV (Ì906) - Luglio-Settembre: Ardigò: 1 tre momenti critici della gno¬ stica della'Filosofia moderna. - F. Severi: Problemi della Scienza. - P. Rotta: D‘una Psicologia pragmatica della credenza. - G. Marchesini : Miseria e incongruenze della Pedagogia nazionale. - C. Ranzoli: Per l'originalità del pensiero italiano (A. Binet e R. Ardigò). - G. Mazzalorso: La quAla aristotelica (come fondamento di una distinzione fra morale e diritto). - G. A. Colozza : Storia dell’istruzione e dell’educazione. — Ottobre-Dicembre: Ardigò: 11 sogno della veglia. - G. Dandolo: La Metafisica della sensazione - G. Tarozzi: Il Professore di Scuola media e il suo futuro còmpito civile e morale (in memoria di G. Kirner).— Antonio Marchesini: Appunti sulla Pedagogia di A. Schopenhauer. - A. MaROCCI: Per un nuovo ordinamento degli stqdi filosofici in Italia. - R. Mondolfo: Intorno al Convegno filosofico di Milano. - G. Marchesini: I con¬ corsi per esame. - L’istituto di Pedagogia sperimentale di Milano. Bologna - Stabilimento Poligrafico Emiliano - Piazza Calderini, 6 (Palazzo Loup)  LA FINALITÀ DELLA VITA © CAT gn PCS i - È Lu << a SCSI 2. wunderbar im hochsten ci Grade ‘ist und bleibt das Beginnen - Per eines zweckmAssigen Naturlaufes. e! si ni " p « . . - - E RI (Herbart, Fin. in. d. Phil. $ 155). SETA SII Via 9% >< » CHA A | “2 « Ogni fatto cì si presenta sempre in relazione con degli altri. Queste relazioni, o passano tra un fatto e dei prece- denti, e si dicono relazioni causali; o sono dirette a rea- lizzare un'armonia, la regolarità d’un processo, e si dicono relazioni finali. La scoperta così delle une come delle altre nell’accadere biologico è l’ intento dell'analisi scientifica. Teniamo dietro all’ embriologia d’ un fiore: vedremo for- marsi e crescere de’ gruppi di cellule, il che a parer no- stro costituisce le condizioni causali della formazione del fiore; ma se volessimo descrivere questo processo, senza riguardo ai fini verso dei quali converge, mancherebbero, alla nostra immagine della natura, ì tratti più essenziali. Così essendo, non si può non rimanere stranamente mera- vigliati, quando si legge, che il solo vero problema della fisiologia consiste nell’ esporre le connessioni causali dei fatti biologici, quando si sente parlare con disprezzo della (1) A proposito di una recente pubblicazione: J. Reinke, Philos. d. Bo- tanik; Lipsia, Barth, 1915; pp. VI, 201; in citaz. R. Rivista Filosofica. valutazione teleologica delle strutture e dei processi. Certo, nessuno può, nell’ analisi scientifica dell’ organismo, tra- scurar le relazioni causali; la causalità vale nell'organismo così universalmente come nella natura morta, come in ogni accadere, materiale o psichico. Ma non per questo le connessioni finali sono meno importanti; anzi, nell’ orga- nismo, sono molte volte più chiare e più certe, che non le causali. Il penetrare dell'amido nel tubero della patata è in dipendenza funzionale dal bisogno della pianta, rispetto alla sua durata nel prossimo periodo vegetativo: la prepa- razione e l'azione della diastasi, dalla necessità che quel- l’amido venga disciolto, per il germogliare de' nuovi ram- polli; come la formazione del fiore è in dipendenza fun- zionale dai semi che si debbono produrre, Qui, le condizioni dell’ accadere sono posteriori nel tempo all’ accadere mede- simo. Naturalmente, le medesime connessioni sono anche rappresentabili causalmente. I nuovi rampolli non possono germogliare dal tubero, se in questo non era accumulato dell’ amido, e se l’amido non veniva sciolto dalla diastasi; i semì poterono maturare soltanto, perchè al loro sviluppo precedette la formazione del fiore. Similmente possiamo dire : le corolle ed il miele (1) servono di allettamento agli insetti (2); oppure: gl’insetti volano sui fiori, perchè al- lettati dalle corolle vistose e dal miele. In tutti questi casì vediamo connesse relazioni causali e relazioni finali; e, negli organismi precisamente come nelle macchine, la cau- salità viene in servizio della finalità. Sarebbe insensato volersi rappresentare una macchina senza la relazione (1) I succhi zuccherini, con cui le api formano il miele, ma che sono cer- cati avidamente da moltissimi insetti. (2) Le cuì visite ai fiori hanno, com'è noto, un’ importanza capitale, per la fecondazione. finale tra le sue parti; del pari, la pretensione di spie- gare causalmente un organismo, trascurando le relazioni finali tra le sue parti, non avrebbe nessun interesse scientifico. La spiegazione causale, sufficiente in fisica, già diviene incompiuta nella dottrina delle macchine; in fisio- logia, la considerazione causale e la finale sono ugualmente giustificate; non è possibile astrarre più dall’ una che dal- l’altra ». (R., pp. 22-28; v. inoltre pp. 28-34 parecchi esempi caratteristici, che provano la finalità biologica, e l’ impos- sibilità di trascurarla in uno studio scientifico della vita. Rilevo questo passo, p. 34: Eulero disse, che l’ occhio, in finalità, oltrepassa qualsiasi macchina; non importa, se i moderni vi hanno scoperto qualche secondario difetto di costruzione: la finalità dell'occhio è quella, che poteva bastare). Ritengo anch'io, che, in linea d'osservazione, tanto siamo autorizzati e obbligati a riconoscere una finalità nella vita, quanto a riconoscere la mancanza di finalità nell’ ac- cadere inorganico. Una distinzione è data; così chiara e precisa, come qualunque altra, o più. « Mentre nella fisica e nella chimica sono applicabili soltanto le considerazioni causali, nella fisiologia si devono introdurre insieme e le causali e le finali. L'accadere puramente fisico è a-finale; in questo senso vale il detto di Kant, esser il fine estraneo alla natura; ma d'altronde anche gli organismi e il pro- toplasma vivente son estranei alla fisica e alla chimica; nelle proprietà delle singole combinazioni chimiche e dei processi fisici come tali non si trova niente, che si possa chiamare fine ; questo apparisce soltanto nel modo, con cui quelle combinazioni e quei processi vengono a connettersi negli animali e nelle piante. Senza connessioni finali, un Otganismo non può esser pensato; per ciò la biologia non Fa E può esser definita come semplice fisica o chimica degli or- ganismi. Negando la finalità negli organismi, sì negano: gli organismi; perchè senza finalità non è concepibile nemmeno una macchina: ma ogni finalità, e nella mac- china e nell'organismo, presuppone un meccanismo; perciò, connessioni causali e connessioni finali sono strettamente. congiunte: due faccie d'un medesimo fenomeno. Scoprire le connessioni finali negli organismi, è un problema di scienza ; conoscerne il fondamento, è un problema di me- tafisica. Darwin fece il tentativo, di trasformare in fisico questo problema di metafisica; il tentativo non è riuscito. Perciò, in biologia, dobbiamo assumere la finalità come qualcosa di dato; e precisamente come un fatto dato »... (R. p. 35 sg.) 2. Vediamo di non lasciarci fuorviare da concetti filosofici. confusi e imprecisi. Cercare il fondamento delle connes- sioni finali date, è, dice il R., un problema di metafisica. Se, con questo, vuole soltanto significare, che il biologo come tale non ha obbligo, né mezzo, di risolvere il pro- blema, io non bo niente in contrario. Ma se intende che il problema sia intrinsecamente insolubile, od immaginario, faccio per mio conto le più ampie riserve. Ecco qui due fogli di carta, uno bianco e uno gialliccio. Son tolti da una stessa risma, e identici: salvochè il secondo fu tenuto. per qualche tempo in un luogo umido. Con questa sp?e- gazione, la differenza di colore non è soppressa; rimane un dato di fatto, precisamente come prima. Se a voi preme soltanto di riconoscere il dato qual’ è, avete il diritto di prescindere dalla spiegazione; potete, in un certo senso, chiamarla metafisica, e lavarvene le mani; con che per altro non avete punto escluso che sia vera, e così positi- vamente certa, come l'osservazione a cui vi limitate. Bevo due sorsi da uno stesso bicchiere, l’ uno prima, l’altro dopo di aver gustata una certa vivanda; provo due sa- pori differenti. La differenza dei sapori è innegabile; ma è tuttavia manifesto, esser lecito e obbligatorio affermarla soltanto come fenomeno soggettivo. Nel passo ultimamente citato del R., ho notato, sotto- lineando, che la finalità viene da lui chiamata indifferen- ‘temente, a poche linee di distanza, un fatto e un fenomeno. L' usare questi due termini come sinonimi è una consue- tudine ammissibile nella scienza, dove sì è molto ben d’ac- cordo su ciò, di che si tratta; ma equivoca in filosofia (1). Essenziale ai fatti è l’ indipendenza, ai fenomeni la dipen- denza dall’ osservatore : la rotazione della terra può essere un fatto: il veder io tramontar il sole è di certo un feno- meno. La questione gnoseologica, se accadano veri fatti, o se l’accadere sia soltanto fenomenico, dobbiamo qui lasciarla in disparte. Ha ragione il R.: se la finalità fosse un sem. plice modo nostro di concepire il dato, lo stesso dovrebbe dirsi della causalità (p. 34); dunque, chi vuol ridurre a causalità ia finalità, non può fondarsi ragionevolmente sul preteso carattere fenomenico di questa. Si noti d'altronde: se la finalità non ci apparisse nella natura, che in quanto fosse una forma inerente al nostro spirito, l’accadere natu. rale ci apparivebbe tutto ordinato a de' fini; mentre non ci pare così ordinata che una sua parte, relativamente pic- «cola (2). Il che vale in genere per la dottrina (di Kant) (1) Ho seguito io pure la consuetudine, in parecchi miei scritti. Non vo- glio far il pedante; ma un linguaggio preciso, benché non se ne debba sperar troppo, è tuttavia da preferire. (2) Herbart, Einl. in d. Phil., ed. Hartenst. delle forme inerenti allo spirito. Ammettendola, bisogna dire, dello spirito, che tenga pronto per ogni dato l’ in- sieme delle sue forme, sempre le stesse. Mentre poi di- stingue una varietà di dati, ai quali applica ora certe forme, ora cert’ altre. Dobbiamo dunque riconoscere nel dato altrettante relazioni con le nostre forme, quante son le figure, gl’intervalli di tempo, le connessioni. causali, ecc., che troviamo nell’ esperienza (1); in altri termini, che le forme, secondo cui si concepisce il dato, sian de- terminate da certe proprietà corrispondenti del dato me- desimo. Ancora più in generale: supposto (e non concesso} che la realtà esterna sia una formazione soggettiva, si deve poi confessare, che il soggetto individuale (Tizio, che s' immagina di conoscere una realtà esterna) è una forma- zione analoga. Sicchè, soggetto viene ad aver due significati diffeventi. Primo, e in questo senso lo ditemo S, come il substrato, o come il centro superiore d’ unità, di tutti i fenomeni. Secondo, e in quest'altro senso lo diremo Z, come una formazione particolare, come un centro minore d’ unità dei fenomeni, come quella tale persona consapevole di sè; a cui è contrapposta un’altra formazione È, la realtà esterna. Che, tanto Z quanto £, rientrino in S; sarà un vero metafisico, dal quale per altro non è menomamente sop- pressa od infivmata la distinzione osservabile tra 7 ed A. Quindi, confondere degli elementi di A con degli elementi di I, non è essere kantiani più o meno conseguenti; è, senz'altro, equivocare. La causalità, e la finalità, son ele- menti di A, non di Z. Riconoscer questo, è confessarsi, nella sostanza, realisti; perchè, quanto alla dipendenza di KR da S. e può esser interpretata in senso realistico, e non va presa in alcuna considerazione, quando si tratta soltanto di sapere, in che relazione sian tra loro certi elementi di R; nel nostro caso, la finalità e la causalità. Ci pensino (se ne son capaci) i corifei di quel facile idealismo, che ora dilaga per le vie, come il materialismo di trent'anni or sono. w Qualcosa bisogna dire intoruo al concetto di causa. La critica di Hume, gli argomenti, e le arguzie più o meno fine, del Mach, valgono contro il pregiudizio, che noì, con le nostre leggi e con le nostre forze, si penetri la con- nessione de' fatti nella sua natura, e si possa trarre par- tito da tale notizia per prevedere con apodittica certezza il futuro (1). Ma non escludono, che tra un fatto e certi precedenti o concomitanti, diciamo tra un fatto e certe circostanze, vi siano delle connessioni. Delle quali, consi- derate nella loro intrinseca realtà (in &, noi non abbiamo nè cì possiam formare alcun concetto determinato; ma pos- siamo e dobbiamo affermare indeterminatamente l'esistenza; chi non si senta «’ammettere, che in un sistema, p. es. d'astri, l’accadere possa risultare indifferentemente lo stesso o diverso, con qualunque configurazione del sistema. Cosa, che non è ammessa nemmeno da BING SA TRIRISt, perch' è în troppo manifesta opposizione con l’ esperienza. Gl' inde- (1) Di questo pregiudizio è molto più facile farsi beffe, come n'è invalsa la moda, che tentar di sostituirlo con un concetto più giusto. Così accade, che vi sacrifichino tuttavia molti, che s' immaginano d° averlo superato. Per esempio il R.; il quale non s'è accorto, che la spiegazione da lui data della finalità con le sue dominanti, è appunto una delle pretese spiegazioni, messe in burletta dal Mach; non s'è accorto, che citando e approvando il Mach e l' Hume, tirava de’ sassi nella sua colombaja. terministi non credono, che una pietra, toltole il sostegno, sia così libera d’andarsene dove le piace, come un uc- cello a cui si apra la gabbia. Dicono bensi, che non po- tendo noi osservare le minime particolarità di nessun fatto, non possiam nemmeno escludere, che in queste mi- nime particolarità si nasconda qualcosa, che quantunque non sia propriamente un capriccio (ne' fatti fisici!), vi equi- valga, quanto all’accadere. Senza discutere a fondo questa singolare teoria (1), noterò, che quando si vuole studiare la correlazione tra i fatti fisici e i fatti biologici, così gli uni che gli altri vanno presi quali ce li dà l’ osservazione, comunque imperfetta; l’almanaccare intorno a ciò, che (1) L'ho discussa nei Paralip. alla conosc., art. La filos. d. conting.; e in Dottrine e fatti, (Pavia, 1905) art. La necessità, L'acqua m'ha sempre disse- tato. Ma di quel fatto, ch'è il dissetarmi, le minime particolarità mi stuggono; io dunque non posso escludere perentoriamente, che l'acqua, e la mia gola, abbiano de' capricci. Questi capricci, benché non escludibili perentoriamente, sono per altro supposti, perchè i fatuù osservati non ce ne danno prova né indizio. L'acqua m° ha sempre dissetato fino a tutt’ oggi; mi disseterà do- mani? Affermandolo, io formulo un'ipotesi; ma formulo del pari un' ipo- tesi, dubitandone. Con questa differenza, tra le due: che la prima è sugge- rita da un'aspettazione, risultata finora degna della mia fiducia; mentre la seconda non è suggerita che da un capriccio (si tratta qui d'un vero ca- priccio). Quest* esempio dà una chiara idea comparativa di quello che siano, e di quello che valgano, il determinismo e l° indeterminismo, in fisica. Il Vailati scrisse in qualche luogo, se non m° inganno, che il determinismo consiste semplicemente nell’ astenersi da quella ipotesi, che, pure al parer mio, é implicita nel determinismo. Mh! Col semplice astenersi non si for- mula una teoria, non s'ottiene un concetto: astenersi dal pensare a un modo, in quanto puro astenersi, è non pensare, Il mio calamajo non é determi- nista ; ciò non vuol dire, che sia indeterminista. L' indeterminista, non sol- tanto si astiene dall’ ipotesi deterministica; ve ne sostituisce un’ altra; ri- man da sapere, quale sia meglio fondata. Che il Poincaré sia indeterminista, a me non pare un argomento. Il P. é un maestro in matematica; ma fosse anche un maestro in filosofia, del che dubito: vogliamo rifarci daccapo & surare in verba magistri? sarebbe forse rivelato da osservazioni, che nessuno ha com- piute, non conclude. Una pietra cade sempre, toltole il so- stegno; e per tutte le diversità osservabili tra caduta e ca- . duta, si osserva sempre una diversità corrispondente di circostanze ; ecc. Questo è ciò che si vuol dire, quando si afferma, che i fatti fisici sono determinati, o connessi con le circostanze; e riman vero, qualunque capriccio si oc- culti nelle profondità dell’ inosservabile; sarà vero soltanto per i fatti presi all'ingrosso (come lì osserviamo); ma noi, appunto, ci proponiamo di studiare la correlazione tra i fatti fisici presi all'ingrosso, e i fatti biologici presi all’ in- grosso: altra materia di studio non essendo in pronto, per ora. A proposito di capriccio, o d'assoluto caso, è bene fer- marsi un momento a dissipare un equivoco. Secondo Helm- holtz (R., p. 25), e secondo moltissimi altri, il principio di causa non è che il presupposto d'una regolarità univer- sale dell’accadere. E senza dubbio impossibile far delle pre visioni apoditticamente certe a scadenza illimitata, se non sul fondamento di leggi note, che siano senza eccezioni. E tutto quanto sappiamo di positivo e di ben determinato intorno alle connessioni causali, si riduce alle leggi fisiche; il che spiega perfettamente l'opinione dell’ Helmholtz. Ma io domando: può la fisica, o la filosofia, dimostrare la va- lidità incondizionata di una sola delle leggi fisiche? Non se ne discorre nemmeno (1). Esservi, tra i fatti, delle con- nessioni causali, significa, soltanto, esservi, tra ciascun fatto e le circostanze (ossia in ultimo tra vari fatti), una correlazione, la cui radice reale ci sfugge per intiero, ma tale, che per ogni variazione in un accadere è sempre as- (1) Io non ne discorro, perché ne ho discorso a lungo, ed esaurientemente per quanto mi pare, altra volta : cfr. i miei scritti citati. segnabile una corrispondente variazione nelle circostanze. Questo, non altro, è il dato dell’ osservazione, il risultato .dell'induzione: tutto il di più, e ìl diverso, è semplice . fantasmagoria. Se, ed in quanto, certe circostanze riman- gono invariabili — e rimarranno, o no, secondochè l’ uni- verso è costituito cosi o così; del che non sappiamo niente, o ben poco — certi fatti si ripeteranno sempre } medesimi, si seguiranno con regolarità, od in sostanza varranno sem- pre certe leggi. Ma le circostanze potrebbero anche variar in guisa, che nessuna legge fisica formulabile da noi avesse più che una validità limitata nel tempo e nello spazio. In questo caso, |’ universo, ad un'osservazione abbastanza estesa el abbastanza lunga, risulterebbe affatto ex-lege, l’accadere apparirebbe affatto accidentale; ma non perciò sì dovrebbe dire, che i fatti non avessero delle cause, poi- chè quest’ accidentalità sarebbe anzi un effetto delle cause naturali, sarebbe il risultato necessario delle connessioni tra i fatti. L'identificare la causalità con la regolarità è dunque uno scambiare l’oggettivo col soggettivo, elementi di R ed elementi di /; un errore, che va evitato. Le leggi, note a noi, son concetti nostri; frasi, o formule algebriche (p. es. /mm'/r?, che dà la gravitazione tra due masse m, m' alla distanza r) con le quali esprimiamo il succedersiì de’ fatti, come l’osserviamo; la connessione causale tra 1 fatti è invece quella proprietà reale, incognita in sè stessa, perchè i fatti si succedono in quel modo che osserviamo. Sarà, o non sarà, che de’ fatti si succedano sempre a un modo; comunque, il concetto, che noi ci formiamo del loro succedersi, e la proprietà del reale, per cui si succedono sempre o non sempre a un modo, non sono da confondere. Come non sono da confondere le rappresentazioni di fine, proprie soltanto di noi, e d'altri esseri più o meno simili a noi, con le condizioni reali, perchè de’ fatti acca- dano così, da realizzare i fini che noi ci ravpresentiamo. I fini, che noi ci rappresentiamo, sono elementi soggettivi, appartenenti ad Z; le condizioni, perchè si realizzino, son elementi oggettivi, appartenenti ad A. L'essere, queste con- dizioni, elementi di A, non è certamente una ragione, perchè io le confonda con altri elementi di A; io devo, anche in A, cercare con discernimento, non lasciarmi guidar dal caso, nè da un mio preconcetto, nel prendervi o sce- gliervi i materiali per edificare un sistema. Devo però aste- nermi, possibilmente, del servirmi d'un elemento di 7, dove ne bisogna uno di A; il che sarebbe un crearmi all’inten- dere un ostacolo diverso ma non meno grave. Il problema, che sì tratta di risolvere, la soluzione del quale, benchè non sia di competenza dei fisici nè dei biologi, s' impone a chiunque voglia farsi del mondo un'idea, che non sia l'ac. cozzaglia casuale di più idee contraddittorie, ci si presenta ora con molta chiarezza. Accadono de’ fatti, connessi tra loro soltanto causalmente; che, per quanto ce ne dice l’os- servazione (astrazion fatta da ogni filosofia, e da ogni cre- denza, sistematiche) sono a-finali. Una pietra, scagliata sba- datamente da un ragazzaccio, segue la sua trajettoria, senza deviarne perchè questa la porti a passare per un luogo, dove s’ abbatte a trovarsi nel medesimo istante la testa di un povero piccino. E accadono de' fatti, che sono eviden- tissimamente finali; i fatti biologici (non questi soltanto sono finali; ma di questi soltanto parliamo). Accadono, quelli e questi, nello stesso mondo; sono, in molti casi, variazioni d'una stessa cosa, e gli uni e gli altri; hanno, gli uni con gli altri, delle connessioni, la realtà delle quali non può assolutamente essere negata. Le condizioni per l’accadere de’ fatti a-finali, e quelle, per l’accadere dei fatti finali, nella realtà dunque non si escludono; rimane, che siano da noi concepite in modo non contraddittorio ; che cioè possano coesistere in Z i corrispondenti di condi- zioni, che in A di fatto coesistona: ecco il problema. Come sì vede (se ne ricordino quei tanti, che per combattere una dottrina scelgono la comoda via d’interpretarla a modo loro), non si tratta di farci un concetto adeguato né della causalità nè della finalità; ma di farci delle cose un con- cetto complessivo, inadeguato fin che si vuole, che non escluda la reale compatibilità delle eause e de' fini; un concetto, che non sia la pura giustaposizione di due con- cetti contraddittori. Dobbiamo, come dissi cento volte, non spiegare la realtà, che non è spiegabile; ma ingegnarci di mettere un po' di coerenza in quel che ne pensiamo. 4. Il R. introduce un’intiera gerarchia di forze. Si hanno forze energetiche (1) e forze non energetiche; suddivise, queste ultime, in forze di sistema, dominanti, e forze psi- chiche (p. 39 sg.). Forza poi significa: « tuttociò che opera, e produce qualche variazione ». In accordo con Hume: « la forza è l'attività producente, il nesso causale, consi- derato dalla parte della causa; » e con Helmbholtz: « la legge, riconosciuta come potenza oggettiva, dicesi forza ». Con ciò, soggiunge R., « l'idea di forza è definita con tutta la precisione desiderabile » (p. 38). Questa precisione a me non riesce di vederla. Attività, causa, forza, potenza, power, (1) Al R. non è ignota la distinzione, che i fisici fanno tra forza ed energia ; il suo linguaggio per altro non ne tiene il debito conto, e dà facilmente luogo a degli equivoci. Ma per noi la cosa non ha grande importanza, © nou c'insisto. nai — se n — Machi, IWirksamkeil, produrre, hervorrufen, hervorbrin- gen, ecc., ecc., son parole, ciascuna delle quali non ha un significato, che in quanto accenna vagamente ad una stessa proprietà del reale, al determinismo dei fatti. Perciò la defi- nizione addotta si riduce ad una mera tautologia (1). « Nella scienza della natura in generale, e nella biologia in parti- colare, non è possibile », dice il R. (pag. 37), « far a meno. dell'idea di forza ». Poichè i fatti ci risultano determinati ; vale a dire: poiché l'osservazione ci rivela una corrispon- denza tra i fatti e le circostanze, sicchè quelli si ripetono o no, secondochè queste durano o mutano; è manifesta l'impossibilità di riflettere sulla natura, senza pensare al determinismo de’ fatti; di parlarne, senza una parola cor- rispondente; e sia p. es. forza. Quel pensiero, affatto ge- nerico, non costituisce la cognizione determinata d’alcun processo naturale; dobbiamo ingegnarci di procacciargli una più grande ricchezza e varietà di contenuto. Ma non ci si riesce col semplice assumere, che il significato di forza si risolva nella somma dei significati di più altri termini (forza energetica e non energetica, ecc.), se il significato di ciascuno di questi è sempre soggetto alla medesima es- senziale indeterminazione. Poichè l'oggetto del nostro studio è la realtà, le parole di cui facciamo uso ‘non possono avere un significato che valga, non servono a ordinare i nostri concetti, e a farli meglio corrispondere al reale studiato, che in quanto esprimono de’ dati precisi d’osservazione. Se mi si dice, che il tal corpo cade in virtù della gravità; che il tal altro si dilata, in virtù dell'energia termica; io ne so in ultimo quanto prima. Il mio sapere non s’accresce, che osservando certe correlazioni tra fatti. Tra i movimenti (1) « Der in dem vorliegenden Buche entwickelte Kraftbegriff ist unklar und vieldeutig »; cosi C. Detto, in una recens. del libro del R.: Deutsche Literatztg, a. 1905, n. 47. de’ pianeti, e le loro posizioni rispetto al sole; tra l'arro- ventarsi d'un pezzo di ferro e la combustione che accade in un fornello; vi sono delle correlazioni, che io posso co- noscere ; tutte le mie cognizioni determinate circa la na- tura son di questo genere; le parole con cui le esprimo, non hanno un significato al mondo, che in quanto servono ad esprimerle. Ci sono delle forze energetiche, o, in ter'- mini più esatti, delle energie. Vale a dire? Vale a dire. nelle variazioni fisico-chimiche si riconoscono certe rela- zioni numeriche tra quantità osservabili, sian le quantità d'una medesima specie, o di specie diversa (qualitativamente uguali o disuguali). Un pendolo, in posizione inclinata, pos- siede una certa energia potenziale ; ossia, è in condizione di moversi, rimosso l'impedimento. Rimovo l’impedimento: il pendolo discende, acquistando un'energia cinetica, e per- dendo parte dell'energia potenziale. Arrivato al punto più basso della trajettoria, risale, fino ad un'altezza pari a quella da cui è disceso: perciò, l'energia cinetica acquistata si considera come equivalente alla potenziale perduta. Mentre si move, urti contro un ostacolo, e si fermi: l'energia ci- netica è svanita, senza che la potenziale sia cresciuta; ma, ecco, apparisce una forma nuova d'energia, termica p. es.; la quale pure si considera, per analoghe ragioni, equivalente all'energia cinetica svanita. E via discorrendo. Queste son cognizioni, di fatti e di relazioni tra fatti, certe; concetti, di cui non abbiamo presentemente alcun motivo per non ritenerlì adeguati (1). Ma che delle energie, d’una a (1) È accaduto per l’addietro e accadrà molto probabilmente anche in avvenire, che un aumento di cognizioni ci faccia riconoscere un errore in quella, che ci pareva una verità indiscutibile. Ma fondandoci sulle cognizioni che abbiamo, si fa qualcosa, utile anche ad una loro successiva correzione; fantasticando su delle cognizioni, che forse non si realizzeranno, benché cre- dute possibili ora da noi. si buttano il tempo e la fatica. sola specie o di più, esistano come cose reali, io, per quanto sia realista, non mi vedo necessitato nè autorizzato ad as- sumere; l’ammetterlo mi sembra un trasportare, affatto inopportunamente, in A degli elementi di /. Sicchè, quando il R. riferisce alle sue dominanti, come alle vere cause, la formazione di nuovi tessuti, ecc., non mi sembra faccia niente di più di quelli che riferivano l’azione dell’oppio alla sua virtù dormitiva. Tra i fatti dell’orga- nismo e quelli del mondo inorganico, vi sono, e delle diffe- renze, e delle correlazioni, manifeste. La questione se l’ac- cadere organico sia o non sia irriducibile all’inorganico, ed in che senso gli sia irriducibile, dato che sia, come pare anche a me, non è risoluta, non è neanche messa in termini chiari, se non come concernente il modo, che di necessità non dev’ essere contraddittorio, di concepir insieme le differenze e le correlazioni. Così le une, come le altre, dovrebbero esser concepite, secondo che si osser vano. Poichè non accadono i soli fatti osservati, supporre qualche fatto ben determinato, non essenzialmente inosser- vabile. non è del resto illecito; e può esser necessario, non volendo lasciar indiscusso l'importante problema. Una tale supposizione, quando per suo mezzo si elimini, tra de’ nostri concetti, un’antinomia, che non sembri eliminabile altrimenti, possiede una vera utilità, fors'anche una grande probabilità. Ma incaricare indelerminatamente una forza di ciò che dev'esser fatto perchè le cose vadano, non è, neanche, forvmular un'ipotesi discutibile ; è, soltanto, un riesprimere in termini apparentemente risolutivi lo stesso problema che si dovrebbe risolvere. Dire, che i fatti orga- nici hanno per cause le dominanti, forze inconsciamente intelligenti e finali; non significa nient'altro, se non che que' fatti sono irriducibili agl’inorganici, senz’ajutarci a conciliare l’irriducibilità e la connessione (1). Io non par- tecipo al pregiudizio, comune secondo il R. (p. 37), in fa- vore delle forze meccaniche ; mi rifiuto di cousiderar la forza, meccanica o no, come un deus ex machina. Inoltre: una difficoltà gravissima, finora non superata da nessuno, contro l’intervenzione, in un sistema d’energie fisiche, di forze non energetiche, (astrazion fatta dalle forze di sistema, di cui parlerò più oltre, e che assolutamente non si posson dire forze, a nessun titolo), (p. 39 sg., cfr. p. 43); è costituita dalla permanenza dell’ energia fisica. Il R. riconosce questa permanenza; ma s' immagina di vincer quella difficoltà, considerando, col Mach, la permanenza come valida nel solo campo del mondo inorganico. Stiamo ai fatti. Un uomo lavora in un ambiente chiuso. Respirando, brucia una quantità, misurabile, di carbonio; la quale, bruciata in un fornello, avrebbe sviluppato a calorie. La temperatura dell'ambiente sale di alcuni gradi, corrispon- denti alla comunicazione di d calorie. Infine, l'equivalente termico del lavoro compiuto sia c calorie. Discutendo 1 ri- sultati di molte osservazioni, si conclude che a — db + c. Bruci nell'organismo, o in un fornello, un tanto di car- bone dà sempre un ‘tanto di calore. Dunque, non equivo- chiamo. Che in tutto l'accadere siano riconoscibili delle energie permanenti, non sta; non se ne riconoscono, p. es., nell’accadere psichico. Ma le energie fisiche (s'intende, la loro somma, in un sistema chiuso) rimangono permanenti, anche se prendono parte alla vita. E ciò sembra escludere, che i fatti fisici, a cui danno luogo gli organismi, sian condizionati ad altro, che a circostanze fisiche. Salgo una scala : l'energia potenziale del mio covpo cresce. L'aumento (1) « Die Dominauten sind nichts anderes, als der zur Ursache germachte Inhalt ihres Begriffes »; Detto, l. c. è compensato da un’equivalente diminuzione d’altre energie. Se, data (o non data) quella certa condizione d’ equilibrio tra le energie del mio corpo e dell'ambiente, il mio innal- zarmi potesse tuttavia non accadere (o accadere), una certa quantità d'energia fisica potrebbe venir distrutta (o creata). Con questo, io non ho spiegato nulla. Dunque, non m'op- ponete, ch’io pretenda ridurre a fisico tutto l’accadere ; il che io non pretendo punto nè poco. Di fatti fisici, senz'an- tecedenti fisici, non s'ha un esempio certo (perch’io mova un braccio, il mio volerlo movere non basta, si richiede inoltre l'integrità d'un nervo ecc.); ammettere che n’'acca- dano è formulare un'ipotesi. Chi vuol giovarsi di quest’ipo- tesì, contro la quale io non ho alcun pregiudizio aprioristico, deve, almeno, formularla in guisa, da eliminarne ogni re- pugnanza con de’ fatti accertati. Ossia deve sciogliere la difficoltà. che ho messa in rilievo. load de Molto più delle forze immaginate serve a chiarire il concetto della vita il paragone tra gli organismi e le mac- chine. Una macchina è un sistema fisico, in cui l’accadere si compie bensì all'infuori d'ogni finalità, del tutto cau- salmente; ma in guisa da realizzare certi fini; e ciò in grazia dell’aveve la macchina una certa struttura. Un or-o ganismo è pure un sistema fisico, dotato d'una certa strut- tura. È vero, che gli animali danno luogo anche a dei fatti . psichici, assolutamente irriducibili ai fisici; ma qui ci pro- poniamo di parlare di quel solo accadere degli organismi, ch'è osservabile, o certo non essenzialmente inosservabile, dall’ esterno. V' è, negli organismi, un accadere fisico, la cui finalità, manifesta, è indipendente dalla psiche: la vita Rivista Filosofica. delle piante, e quella che si. dice vegetativa negli animali, mancano d'un correlato psichico. A parte l’accadere psi- chico, pare a me, che la finalità dell’ accadere fisico ne- gli organismi si possa. come nelle macchine, riferire alla lovo struttura. Il che viene sostanzialmente ammesso, fino ad un certo segno, dello stesso R. (1). Dicono i vitalisti, che nell’ accadere organico si manifesta l’attività di certe forze, diverse da quelle riconoscibili nel semplice accadere fisico-chimico. Se questo sia positivamente accertato, non (1) Secondo il R., dalla struttura dipendono certe forze speciali, Syste- mkréfte, alle quali è dovuta l’ influenza causale della struttura (p. 40). II concetto di forza viene qui applicato molto male a proposito. Coi concetti di spazio e di tempo — di certe figure, d' una certa loro distribuzione, e d° un certo variare di questa — non si costruisce la fisica. P. es.: i centri di due sfere geometriche distinte possono venir a coincidere; ma che cosa accadrà, se due sfere fisiche si vanno incontro lungo la retta dei cecstri? Per costruire deduttivamente la fisica è necessario assumere certi postulati, ricavabili soltanto dall’ osservazione. S' intende, che le deduzioni sono con- formi all' accadere, in quanto, e finché, i postulati esprimono le relazioni effettive tra’ fatti. Il contenuto positivo del concetto di forza (o d° energia; per noi la distinzione non importa), ciò che in questo concetto vi è di ben determinato e d’ applicabile in fisica, è costituito per intiero dai detti po- stulati. I quali, e includono i concetti di spazio e di tempo (l'accadere fisico essendo spaziale temporaneo), e consistono appunto nell’ affermare certe re- lazioni tra degli elementi e la loro distribuzione, tra una distribuzione e le sue successive. Donde viene, che il supporre, oltre a certe. forze fisiche, a, db, c,..., dell'altre forze, f,, fe. ..., dipendenti dalla distribuzione delle prime, non abbia propriamente un senso; il fattore, costituito dalla distribuzione, essendo già incluso in a, db, cy... Io non faccio il processo alle frasi; ma non voglio che s°interpretino ‘alla lettera, convertendole in errori, delle frasi, giustificate soltanto dal desiderio di evitare gl’ impicci d' un linguaggio sempre e inappuntabilmente esatto. Si potrà dire, pi es.: in meccanica celeste, si deve tener conto della distribuzione degli astri, ol- treché delle attrazioni. Niente di male; purché non ci ei metta in mente, che fra gli astri operi una forza altra dall' attrazione, e proveniente dalla distribuzione; che sarebbe un supporre l° attrazione indipendente dalla di- stributione. ei sa ì #0; ma posso ammetterlo, senza derogare alla mia opi- nione, che tutto quanto accade nell’ organismo di diverso dell’ accadere fisico (ad eccezione delle psichicità) non di. penda che dalla struttura. Abbiamo escluso che la vita, in quanto è risolvibile in fatti esterni, costituisca un'eccezione alla permanenza dell’ energia. Ma non è punto escluso, che la struttura determini negli organismi delle trasfor= mazioni d'energia, che siano estranee all’accadere inor= .ganico. Un pendolo oscilli liberamente; astrazion fatta dalla resistenza del mezzo, e dall’attrito nel punto di sospensione, non abbiamo qui che una trasformazione periodica reciproca di due energie, cinetica e potenziale; energie d'altra specie. non sono da prendere in considerazione. Ma se il pendolo viene a un tratto, mentre sale, ad urtare contro un osta- colo, entreranno in campo delle nuove forme d’ energia; l'energia cinetica non si trasformerà tutta in potenziale. ma parzialmente in calove. Niente vieta che, in grazia della struttura, negli organismi si formino, a spese delle loro energie fisiche in istretto senso, delle energie di specie di- versa. Le quali si potrebbero e si dovrebbero dire vitali; ma sarebbero sempre fisiche nel senso, che sarebbero il risultato d’ una trasformazione d’ energie fisiche, dovuta alla struttura; sarebbero, alla loro volta, ritrasformabili in fisiche, secondo certi equivalenti; e, insomma, se ne. dovrebbe tener conto, nel valutare la somma invariabile delle energie in un sistema chiuso. Facciamo astrazione, per ora, da tutto quanto riguarda le origini: consideriamo. un organismo nella sua esistenza di fatto, e nella sua vita. normale. L'attività dell'organismo è quella. delle forze fi-. siche accumulatevi; le quali bensì operano. in modo parti» colare, correlativamente alla struttura; potendo , anche darsi, (non l' affermo, nè |’ escludo), che in conseguenza della struttuta medesima subiscano delle trasformazioni, senza esempio nel miondo fnorganico. Quest'è un punto, ché sì può dire assodato; formarsî, dell’ attività organica nelle dette condizioni, un altro concetto, è spalantare gratuita- mente la porta a delle ipotesi affatto arbitratie. Così es- sendo, non è più il caso di cercare da ché dipenda la fi- nalità della vita nelle dette condizioni. I fini, che noi ci rappresentiamo, vengono realizzati nell’ accadere dalla struttura di certi corpi, macchine ed organismi; la strut: tura sarebbe dunque l'elemento di R, corrispondente a quell’elemento di I, che è costituito dalle rappresentazioni di fini. Precisamente come il reale connettersi de' fatti (reale connettersi, che possiamo e dobbiamo affermare, quantunque non ne conoscianto il fondamento) è l'elemento di R, corrispondente a quell’elemento di /, che è costituito dalle nozioni di leggi. Ma l’analogia tra un organismo e una macchina manca in un punto essenzialissimo : la macchina è incapace di ri- parare sè stessa, e di riprodurne una simile. Perciò il R. sì crede autorizzato a supporre negli organismi qualcosa, che non ha l'analogo nelle macchine : le dominanti; che sarebbero le vere forze autoformatrici (selbstbildenden Kréfte) degli organismi. Un cervello già in essere opera per mezzo dellè energié fisiche accumulatevi, e secondo la sua struttura (1), come s’è detto; ma senza le dominanti non avrebbe potuto formarsi (p. 41). Certo: non è suppo- nibile che un cervello, nè un infusorio, si formi da sè in un mondo inorganico; ammetterlo è ammettere una fina- lità realizzata, mancando lé condizioni reali della sua réa lizzazione : un controsenso. Ma gli organismi sono forma- zioni di organismi preesistenti. La struttura, ih un ambiente (1) « Mit Systemkràften »; cfr. la nota preced. LA FINALITÀ DELLA .YITA 609 adatto, è la condizione necessaria e sufficjente della vita normale; perchè non sarebbe anche della riproduzione ? (ed eventualmente delle riparazioni *). Pretandere che la struttura non, possa, negli organismi, valere a niente di più che nelle macchine, sarebbe un trascurare la supe- rigrità quasi che infinita, rispetto alla struttura, dei primi sulle seconde. Per fabbricare una macchina, gi met- tono insieme de’ pezzi, di cui ciascuno ha ricevuto sol- tanto una convepiante forma esterna; nop s'ottiene in tal modo, che il coordinamento di gerti moti, privi d'analogia con le operazioni occorrenti a fabbricare la macchina. Un organismo, per quanto suddiviso, risulta sempre di parti, diverse profondamente dalla materia inorganica; dotate d'un’intima struttura, e d'una composizione chimica speci- ficamente caratteristiche. Ritenere, che una struttura senza confronto più fina debba essere il mezzo alla realizzazione di fini senza confronto più complessi e più armonici, non $ un perdersì in supposizioni vuote; è stare ai fatti. Del resto, se negli animali superiori, che yivono benissimo genza riprodursi, la riproduzione può sembrare un'attività essenzialmente diversa da quella, che si estrinseca nella vita normale, negli organismi inferiori vivere, p riprodursi, voglion dire press'a poco il medegimo. Una cellula sì nu- tre, cresce, si bipartisge. Non dico già, che questi fatti non siano marayigliosi, o ch'io mi senta di spiegarli. Ogni fatto è meraviglioso, € e dpi inesplicabile; senza ggcettuarne i fatti fisici più semplici. Ma il nutrirsi, crescere, bipartinsi d'una cellula, son fatti meno complicati, e quanto all’agca- dere, e quanto alla finalità, che la circolaziane del sangue. Poichè siamo d'agcordo nell ‘ammebtere, che questa abbia Rella piruttura le condizioni necessarie e sufficienti, non possiamo più ragionevolmente fupporre, che per la riproduzione d'una cellula sian da cercare altre condizioni, es- senzialmente diverse. Tutti, senza eccezione, i fatti vitali, a cui dà luogo un organismo quanto si voglia complicato, accadono, o nelle singole cellule componenti, o tra esse cellule. Quanto accade in una cellula, è condizionato alla sua struttura, e all'ambiente; quanto accade tra più cellule è, similmente, condizionato alla struttura delle singole cel- lule, a quella del sistema, e all'ambiente. Astrazion fatta dalle prime origini, dall’apparire, non di questa cellula, o di questo mammifero, ma del pr1m0 organismo, un indizio, che l’accadere organico sia determinato da altro, che da forze fisiche, e dalle condizioni fatte ad esse dalla struttura, non si saprebbe indicare. i 6. Le specie ora viventi degli organismi ebbero un comin- ciamento : per via di creazioni dirette, o d’evoluzione ? Più che nove decimi dei moderni biologi sono evoluzionisti ; quella dell'evoluzione rimane però sempre un’ ipotesi; il trasformarsi d’una specie in un'altra non è un fatto pro- vato. L'argomento massimo, per cui riteniamo di gran lunga superiore il concetto d’evoluzione, preso nella sua forma generica (le sue più precise determinazioni, tuttavia controverse, non sono discutibili: che sul terreno stretta- mente biologico, hanno un interesse filosofico secondario, ed io non entrerò in proposito in alcun particolare), si può iidurre a questo? ‘la scienza, in ciò che ha di positivamente accertato, e la riflessione filosofica, modificarono le nostre idee ‘sul mondo @ intorno a Dio, così da escludere come incongrua l'ipotesi contraria delle creazioni dirette. Poichè il mondo fisico è abbandonato alle cause naturali, 0 a leggi = = o di < — Rina aio nn affatto generali (quel che sappiamo della sua storia, non ri- vela in nessun caso l’ intervento immediato della potenza creatrice), supporre che lo stesso debba dirsi anche del mondo organico, sembra il partito più probabile, se non il solo ragionevole. E un Dio, che fa di tanto in tanto qual- cosa di nuovo, è troppo più simile all'uomo, di quanto ci sembri lecito ammettere. La creazione, per noi così limi- tati, non può essere che un mistero. Quelli stessi, che am- mettono un Dio personale, sentono, con chiarezza e con forza crescenti, che la pretensione di saper qualcosa in- torno all'atto creativo, di scinderlo in una serie di momenti e di fatti determinati, è temeraria, e opposta in fine ad un sentimento, che sia religioso con profondità. — Ma se Dio stesso ce ne ha detto qualcosa? — Io non voglio entrare in una discussione teologica : s'intende che, non entrandoci, mi credo vietate così le negazioni come le affermazioni. Che noi si possa, per fede, saper qualcosa del mondo, non escludo; cerco quel che se ne può sapere per altra via. — Ammessa l'ipotesi dell'evoluzione, ci rimangono da ri- solvere due problemi fondamentali: 1° come mai certi or- ganismi semplicissimi (forse molto più semplici, che i più semplici organismi unicellulari noti a noi) abbiano potuto, svolgendosi, dar luogo ad una così grande varietà d’orga- nîsmi complicatissimi; 2° quale possa essere stata l’ origine di quei primi organismi semplicissimi, che chiamerò germi senz'altro. Parlo soltanto di possibilità; tralasciando, come dissi, ogni discussione di particolari, ogni ricerca intorno al concreto come, così dell'origine come dell’ evoluzione dei germi. Una dottrina, che urti contro delle assolute impossibilità, che si fondi su dei principii, di cui si pro- vasse, che sono intrinsecamente inetti all’ ufficio al quale da essa dottrina vengono rivolti, sarebbe confutata, qualunque ne fossero del resto i vantaggi, e per quanto ci apparisse coerente, astrazion fatta da quel fondamentale difetto, rimasto forse inavvertito: così p. es. un progetto di edifizio, in cui si fossero dimenticate le scale, non varrebbe niente, per quanti ne fossero gli altri pregi. Se invece i due problemi accennati ci risultassero non intrinsecamente irrisolvibili, se intravedessimo la possibilità di risolverli, tenuto conto delle loro caratteristiche essenziali, e in ac- curdo con le altre cognizioni accertate, l'ipotesi dell’ evo- luzione, senz’ essere dimostrata, conserverebbe intatto il valore, di cui s'è fatto cenno; e sarebbe lecito seguitare a lavorarvi attorno, con la speranza di cavarne un costrutto. La caratteristica essenziale ai due problemi consiste nel- l’ esser l’ uno e l’altro un problema di finalità. Un orga- nismo di una data specie si svolge, si trasforma in una specie differente. Che questo accadere sia riferibile all’ a- zione sola di cause fisiche, cioè a-finali, è senza dubbio un paradosso. L'ipotesi, che un accadere a-finale si tras- formi, per sè stesso, in finale, non sarà contraddittoria in termini; ma è tanto probabile, come che mettendo insieme a caso de' caratteri di stampa si componga la Divina Com- media; o che de' pezzi di ferro agitati promiscuamente in una cassa finiscano con l’aggregavsi in una macchina. É inutile insistere su questo punto: sul quale non mi sem- brano possibili due opinioni, quando siasi ben compreso una volta, di che si tratti. (R., pp. 142-83 : cfr. anche Hartmann: Abstammungslehre ecc., in Vierteljahrschrift ecc. pubbl. da P. Barth; a. XXIX, fascic. IJ; in ispecie pp. 239-62. Rilevo questo passo: « Nicht das ist das Wun- derbare, dass die Theile (d'un organismo) einander iber- haupt korrelativ beeinflussen, sondern Wlass sie einander so beeinflussen, dass das Ergebniss dem Zwecke des == LL - e NE fizizo= —grosseren Ganzen dient » p. 260 sg. V. anche la Phil. d. Unbew. d. stesso A., 11 ed., P. III, pp. 333: 474). Le variazioni dell’ ambiente, la loro influenza inevitabile (me- vamente causale) sulle funzioni organiche, la possibilità che quiste sì modifichino, le variazioni accidentali, o do- vute agli accoppiamenti, nella struttura degli organismi, la correlazione (causale) tra la struttura d'un organismo e la sua composizione chimica (sopra di che il Le-Dantec ha formulato, in un libro di cui ho reso conto, una dot- trina, in gran parte ipotetica, ma degna di consider azione), ecc., ecc.: tutti questi fattori, non finali, ci rendono ra- gione benei della non invariabilità degli animali e delle piante; ma non dell’ essersi le variazioni realizzate di fatto così, da conseguire certi fini, e da render ne possibili certi altri. Un fattore finale assolutamente non è escludibile ; quale sarà È Io non vedo, perchè non potrebb' essere costituito pre- cisamente dalla struttura, includente anche la forma esterna, degli organismi che prendon parte all'accadere considerato. Il modificarsi lento, nel corso di molte generazioni, delle funzioni e degli organi, sia per adattarsi alle mutate cir- costanze, sia per svolgere con efficacia delle attitudini di- ciamo embrionali, è, in ultimo, il risultato del modo, con cuì si compiono le ponSuAle funzioni vitali. Sembra dunque che la struttura, come è bastevole ad assicurare, entro certi limiti, la finalità di queste per la vita dell’ individuo, possa riuscir bastevole ad assicurare la finalità di quelle modificazioni, sia per la perpetuazione che per lo sviluppo via via più opportuno delle generazioni successive. Senza dubbio, nè questa finalità più alta, nè quella più modesta che si riferisce alla vita individuale, non sono conseguibili, se l’ambiente non offre una certa opportunità di condizioni. Ma è un fatto fuori d’ ogni contestazione, che la finalità degli organismi, comunque se ne immagini il fondamento, non è conseguibile senza certe ‘condizioni dell’ ambiente : il prodotto, se ha un fattore finale, ne ha pure un altro, semplicemente causale ; circostanza, che deve metterci in guardia contro ogni esagerazione circa il valutare l' im- portanza del primo fattore. i Il problema da risolvere (non ce ne dimentichiamo!) è di procurar che il nostro concetto del mondo non sia con- traddittorio in sè stesso, nè in opposizione con alcun dato dell’ esperienza. Nel mondo valgono certe leggi, e si con- seguono certi fini. Supporre che la legge, o il fine, siano introdotti assolutamente da noi nell’accadere, non ha, come accennavamo, alcun senso. Ma non ha senso neanche il supporre, che la legge o il fine come tali, cioè i nostri concetti di legge o di fine, sian fattori dell’accadere. L'una e l'altra opinione confonde l’ oggettivo col soggettivo, R° con I. La legge di gravitazione non è, che si sappia, scol- pita nel firmamento; e fosse; che ne saprebbero gli astri? Quello, che il tubo gastroenterico sa dei fini della dige- stione. Dobbiamo dire, esservi nel mondo qualcosa di cor- rispondente al nostro concetto di legge, e qualcosa di cor- rispondente al nostro cuncetto di fine. Qualcosa ; ma che cosa ? Nessuno può vantarsi di saperlo; ma, insomma, per quello a che possono arrivare le nostre osservazioni e i nostri discorsi, abbiam concluso, ‘che in tanto valgono dellé leggi, in quanto il mondo ha una certa configurazione, e In tanto si conseguono certi fini da certi esseri, in quanto questi sono dotati d'una certa struttura (e vivono in un certo ambiente). Struttura, e configurazione, “son elementi osservabili (1), evidentemente connessi col fine, 0 rispettiva» (1) Ea analoghi: come analoghi sono i concetti di legge e di fine, che rientrano entrambi in quelio d° ordine. Nei movimenti dei corpi celesti noi mente con la legge: non abbiamo alcun motivo, per dubitar che siano i corrispondenti oggettivi, di cui andiamo in cerca; di più: il solo formular questo dubbio costituisce un’ ipo- tesi, che presentemente almeno apparisce avventata e priva di senso. | ci Ammettere, che se nella realtà valgono certe leggi, e si conseguiscono certi fini, quelle valgano, e questi si con- seguiscano, perchè certi ‘elementi (energie, forze, particelle materiali, o monadi spirituali; al proposito presente nori rileva) danno luogo a de’ fatti tra i quali v'è una connessione necessaria; in altri termini, che l’accadere sia riferibile a delle cause, e soltanto a delle cause; non significa punto, come da molti erroneamente si crede, che quel tal quale ordine, che nell’accadere ci si manifesta, sia dovuto al puro e seraplice caso. De’ fatti, durante un intervallo di tempo, si succedono in un certo ordine, perchè, al principio di quell’intervallo, il mondo aveva una certa configurazione. L’aveva in seguito ad un accadere precedente ; ma questo accadere precedente s'era pur esso realizzato in un mondo, che aveva una certa configurazione ; quindi, ci dovette es- sere un qualche ordine anche nell’accadere precedente. L'ordine successivo non è, dunque, fortuito ; è, semplice- mente, un effetto, ma di cause, che non erano assoluta- non vediamo che leggi (semplice causalità), perché non ce ne importa, se non in quanto c’importa che il nostro mondo non vada sottosopra. Nei pro- cessi vitali rileviamo invece dei fini, perché c° importano direttamente. E perché vediamo che non si compiono sempre ugualmente bene. Ma, se le no- Stre osservazioni astronomiche fossero abbastanza estese nello spazio e nel tempo, vedremmo probabilmente, che nemmeno le leggi relative non sono senza eccezioni. mente disordinate, che, oltre ad esistere, erano sistemate così ‘0 così; è insomma il risultato d'un ordine anteriore. Che, alla sua volta, era il risultato d’uno ad esso anteriore; e così di seguito, senza fine. L'ordine, io non lo sopprimo; né presumo di spiegarlo. Chi presume di spiegare l'ordine, cioè di spiegarne il cominciamento, presuppone di necessità un mondo inizialmente in assoluto disordine. Io ammetto, che un mondo inizialmente affatto disordinato (dato, e non concesso, che questa frase non sia vuota di senso) non si sarebbe ordinato mai; ma escludo, che ad uno stato iniziale del mondo sia possibile risalire, scientificamente. « Nel fatto, niente di quanto accade nell'universo è spie- gabile se non presupponendo un universo con lo stesso grado di complessità, che ora vi osserviamo. Il vero dato, l’unico dato, è precisamente un universo infinitamente vario e complesso, le forme del quale non ammettono altra spiegazione, fuor di quella che si ottiene riconducendole ad altre forme dell'universo medesimo ; che si va rimutando senza posa, perchè si è andato sempre rimutando; che pro- duce in sè una varietà estrema di cose e di fatti, perchè è sempre stato, è essenzialmente, un insieme estrema- mente vario di cose e di fatti » (1); e che ammette ora un qualche ordine, perchè un qualche ordine ha sempre ammesso. Seguendo il medesimo discorso, potremo dire addirittura, che il mondo ammette la vita, con le sue fina- lità, perchè ha sempre ammesso una qualche vita; ed avremo, del problema concernente la vita, una soluzione, forse la più probabile. E che non implica punto l’ ipotesi degli organismi ignei del Fechner ; perchè le trasmigrazioni dei germi attraverso gli spazi non sono intrinsecamente Trascrivo questo brano da un miu vecchio libro: Scienza e opinioni, pag. 202.4. i più difficili, che le migrazioni delle piante sulla superficie terrestre. Senza contare che, in un mondo, nel quale c'è un qualche ordine, la formazione di germi dalla materia inorganica, in certe condizioni, forse non è assolutamente da escludere; la finalità della vita non essendo (come s'è | avvertito più sopra in una nota) che un caso particolare dì quell’ordine, di cui le leggi fisiche rappresentano un altro caso particolare. Io non cscludo per un partito preso, nè assolutamente, che le idee, in particolare quelle d'ordine e di fine, abbiano influenza sull’accadere. Per mettere insieme questo articolo, io dovetti leggere un libro, appuntare le mie riflessioni, e rielaborare la materia così accumulata. Riferire tuttociò a delle semplici cause, diverse quanto si voglia dalle fisiche, ma indipendenti da ogni finalità, sarebbe il colmo dell’as- surdo. L'articolo, io l'ho scritto perchè avevo qualcosa da dire, e da far capire. Le idee di questi miei fini ebbero, nella composizione, una parte essenzialissima ; io ho cancel- lato, aggiunto, variato l'ordine d'alcune parti, unicamente in servizio dei detti fini. Laddove nella stufa la legna non muterebbe il suo bruciare se, per una qualsiasi circostanza, l’effetto, invece che il riscaldamento della stanza, risultasse l’incenerimento delle mie carabattole. Le idee di fine, in generale i pensieri, servono di certo. Benchè sia vero, che se in ordine all’ interferenza tra pensieri e fatti vogliamo formavci un concetto non contraddittorio, cioè non appa- garci di parole, dovrem superare la difficoltà, toccata più addietro (v. s. p. 604), e costituita dalla perinanenza dell’ener- Gia fisica; sopra di che non dirò altro per questa volta. Che le idee servano a qualcosa, è fuor di dubbio; per quanto possa essere difficile farsi una nozione chiara del come servano. Ma le idee, che servono, o vogliam dire che dominano, sono le pensate da noi, cioè i pensieri nostri. E un soggetto analogo a me, il mio cuore, perchè il suo palpito sia regolato, a mia insaputa, dall'idea d'un fine? — Il fatto, che il suo movimento è così regolato, prova che l'idea di fine concorre a vegolarlo: un’ idea inconscia. — Già: un'idea inconscia. Vale a dire qualcosa, che da un soggetto sarà concepito come un’idea di fine; ma che nel cuore, in tutto il relativo accadere (a parte la concezione, punto es- senziale, che se ne formi un soggetto) è altra cosa, che l’idea quale potrebb' essere concepita dal soggetto. Altra cosa: tutti ne convengono, poichè nessuno afferma, che il cuore si regoli secondo un effettivo pensiero. L'aggettivo inconscia, connesso col sostantivo idea, ne muta il signifi. cato; inevitabilmente, perchè le idee, che sian tali sic et simpliciter, non sono inconscie, costituiscono anzi tutto quanto vi è di più e di meglio conscio. Un’ idea inconscia è dunque senza dubbi qualcosa d'altro, che l’idea propria- mente detta: che altro? E lo domandate? È il correlato in R di quell’elemento di I, ch'è l’idea; poichè l’afferma- zione vostra, che l’idea risiede in qualche modo in A, non ha fondamento nè senso fuorchè questo : che la vostra no- zione di R non è possibile senza quell’ idea. Qual'è, in A, il correlato dell'idea ? L'osservazione prova, che mutando in un reale ciò, che si dice secondo i casi configurazione 0 struttura, bisogna poi mutare l’idea, secondo cui si conce- pisce quel reale; dunque il correlato, o vogliam dire l’ idea nel suo stato d’incoscienza, è la configurazione 0 la strut tura. Per stabilire con prontezza una distinzione importante, io accettai più addietro ($ 2) l'ipotesi, che tanto Z quanto R siano formazioni in un S, fondamento o substrato di tutto l’ accadere. Qualcuno, prendendo Ie mosse da questa ipotesi, potrebbe ora oppormi: — ciò, che voi chiamate configurazione, o struttura, e che in A vi apparisce con queste forme, non è daccapo che un’idea in S. — E sarà. Ma dell’ esistenza di S vi è, nell'esperienza fisica o nella psichica, nel pensiero e in quel che sappiamo delle sue con- dizioni, una prova o un indizio? — La connessione causale de’ fatti — ci dicono — è inesplicabile, se non ammettendo | che i fatti abbiano un fondamento o un centro comune. — Ma, domando io, se n° è forse trovata la spiegazione, per mezzo d' un S comunque concepito ? Ci fu detto bensi, che la spiegazione, a questo modo, è possibile, o bella e sco- perta; ma a questo si riduce tutto quanto ci fu detto: e la spiegazione effettiva rimane sempre un pio desiderio. Noi non conosciamo, nè S, nè come i fatti vi si radichino ; la speranza di venir, con queste meditazioni, a capo di qualcosa, è dunque vana del tutto. Ammettendo S, divien possibile concepire un'idea, fuori della coscienza d'un uomo, e d’ogni soggetto particolare analogo all’ uomo? Sicchè sia lecito attribuir una realtà a delle idee, considerate ogget- tivamente? Si; a condizione per altro, che S venga con- cepito come un soggetto consapevole. Perchè, se S è in- conscio, se ne può e se ne deve dire, per questo verso, quel medesimo che di R. Nella realtà osservata l’idea non Gsiste, come idea; non può esservi che ur qualcosa di cor- rispondente. Questo ,. non perchè la realtà sia osservata, ma perchè è inconscia; infatti, noi non abbiamo difficoltà ad ammettere delle idee come tali nel pensiero d'altri uo- mini, benchè l esistenza di questi ci risulti dall’ osserva- zione. Ora, se S è inconscio, come R, non può contenere, più di PR, l’idea come tale, ma soltanto un qualcosa che le corrisponda. Con l'introduzione di S non si è dunque fatto un menumo passo avanti; per la realizzazione del- l'ordine (legge o fine), siam ridotti a doverci contentare d'un qualcosa di corrispondente all'idea, lasciando in di- sparte l’idea; l'ipotesi di S apparisce tanto oziosa, quanto la pura e semplice sovrapposizione del simbolo S al sim- bolo R; tant'è, che abbandoniamo addirittura il concetto inutile di .S, e che stiamo al solo A. Rimane da considerar l' ipotesi, che S sia un soggetto cosciente. L'ordine, se fondato in idee (vere idee) di leggi e di fini, regolatrici del mondo in quanto pensate da un Creatore sapiente e buono, sarà assoluto e invariabile ; se fondato su delle configurazioni, che mutano, e ciascuna delle quali ha una sfera d'azione limitata, sarà soltanto relativo e precario. Ebbene : l’ ordine, che osserviamo nel mondo, è assoluto e invariabile, o relativo e precar 10? La risposta non è difficile. Patagonando le condizioni presenti e le passate dell’ umanità, sembra innegabile un perfezio- namento ; ed è fors’ anche lecito assumere che questo per- (/iotamenta sia per continuare, e per intensificarsi. L’ipo- tesi,. che tra qualche secolo, o tra qualche millenio, la terra sia popolata per intiero di galantuomini, abbastanza intelligenti, e abbastinza paghi della loro sorte, non sembra da escludere come assolutamente fantastica. Un tale stato di cose non potrà, in ogni modo, perpetuarsi. Muore ogni animale ; morirà di cer to anche il genere umano; e tutto l'immenso lavoro, da esso compiuto fin dalle sue origini, sarà come non fatto. Senza dubbio, la vita, sotto varie forme, si perpetua; ma le sue evoluzioni faticose e dolo- rose non si connettono con continuità. Che l’ universo tenda verso un fine desiderabile, non sembra. E un'anima, ‘che dovesse attraversare l'un dopo l’altro i cicli vitali d'una serie senza termine, rimanendo conscia della sua identità, e memore del passato, non potrebbe che sentirsi condannata ad un atroce supplizio. Se c'è, nel mondo, un ordine invariabile ;:e non è certo, nè forse probabile, che vi sia) si riduce a qualche legge fisica, priva di qualsiasi pregio; come p. es. quella di gravitazione, che potrebbe variare senza inconvenienti, purchè variasse con sufficiente lentezza. Motivi seri per credere che le configurazioni, essendo precarie, siano insufficienti a mantener nel mondo quell’ordine, che vi osserviamo, e ch'è del pari precario, non sono assegnabili. Per dimostrare teleologicamente l' e- sistenza di Dio, bisogna considerare un tutt’ altr” ordine, da quello rivelatoci dall'esperienza scientifica. Sentire Dio, è sentire un fine, al di là di questo mondo. B. VARISCO. Iivista Filosofica. 40 CONDIZIONI D' ABBONAMENTO —>>>aoec©€ La Rivista Filosofica si pubblica in cinque fascicoli, - ciascuno di 144 pp. circa, formanti un sol volume, non in- feriore a 720 pp. e quindi pari in complesso ai due volumi che venivano pubblicati dalla Azvista italzana di Filosofia. Il 1° fascicolo esce alla fine di Febbraio, il 2° entro Aprile, il 3° entro Giugno, il 4° entro Ottobre, il ‘5° entro Dicembre. dT ABBONAMENTO ANNUO Poesia; Gdo £ Ci + doi Per l'Estero ..,> 14. — = ) Un fascicolo separato. . >» 3. L'abbonamento si paga anticipatamente e si puo anche dividere in due rate uguali, la prima da payarsi appena ricevuto il primo fascicolo l'altra non più tardi del mese di Giugno. ZE La Rivista mantiene anche per l’ entrante. annata le condi- zioni di pubblicazione e di abbonamento degli anni precedenti, ed entrerà col prossimo fascicolo nel suo VIII anno di vita colla fiducia di poter giovare all’ intento massimo che si è proposto, quello cioé di promovere senza criteri esclusivi gli studi filosofici in Italia e difendere la causa della filosofia nel nostro ordina- mento scolastico. Te - Per le bozze, per gli estratti e la spedizione dei fascicoli rivolgersi sempre alla Tipografia Successori Bizzoni. «Jo. I corrispondenti e collaboratori sono pregati di rivol- gersi alla Direzzone della Rivista Filosofica, Va Cardano 4, Pavia, per tutto ciò che concerne la redazione del Giornale. I manoscritti non pubblicati, salvo impegno contrario, non si restituiscono. se La Rivista annuncia tutte le pubblicazioni nuove che le sono spedite in dono e fa di regola una recensione di quelle che riceve in doppio esemplare.Nome compiuto: Bernardino Varisco. Keywords: know theyself, oracular implicature, Calogero. Refs.: The H. P. Grice Papers, BANC MS, -- Luigi Speranza, “Grice e Varisco: per un sommario di filosofia critica” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!: ossia, Grice e Varrone: LINGUISTICA FILOSOFICA – Utterer’s meaning, sentence-meaning, and word-meaning -- la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della semiotica filosofica – la scuola di Rieti – filosofia lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Rieti). Abstract. Studies in the way of words. Keywords: studies in the way of words, Grice, Mundle: Grice regarded ordinary language as the language employed by anyone who got a first in Greats. Philosophy was introduced only upon completion of five terms into your B. A. Lit. Hum., since philosophy was not taught under a separate subject at Oxford, but under classics. Filosofo lazio. Filosofo italiano. Rieti, Lazio. Grice: “I count Varrone as the first language philosopher. He woke up one day, and realised he was speaking ‘lingua latina,’ and dedicated 36 volumes to it!” --. Grice: “’Lingua latina’ has a nice Roman ring to it. In modern Italian, the ‘t’ has become an ‘z,’ as in “Lazio,  -- the calcio team from Latium – or a ‘d’ as in ‘ladino.’” Grice: “I know his Loeb edition by heart!” – Grice: “The Greeks never studied their lingo as Varro studied his! Of this Austin always reminded me: ‘We should be like Varro, analysing our tongue as a ‘fluid’ semiotic system!’”. Academic, Roman polymath, author of essays on language, agriculture, history and  philosophy, as well as satires, and principal conversationalist in CICERONE’s "Academica.” Questore della repubblica romana. Gens: Terentia. Questura in Illyricum. Pro-pretura in Spagna. Tu ci hai fatto luce su ogni epoca della patria, sulle fasi della sua cronologia, sulle norme dei suoi rituali, sulle sue cariche sacerdotali, sugli istituti civili e militari, sulla dislocazione dei suoi quartieri e vari punti, su nomi, generi, su doveri e cause dei nostri affari, sia divini che umani -- CICERONE, Academica Posteriora. Detto reatino, attributo che lo distingue da “Varrone Atacino,” vissuto nello stesso periodo. Nato da una famiglia di nobili origini, ha rilevanti proprietà terriere in Sabina, dove e educato con disciplina e severità dai familiari, integrate dall'acquisto di lussuose ville a Baia e fondi terrieri a Tusculum e Cassino. A Roma compe studi avanzati presso i migliori maestri del tempo. Lucio Elio Stilone PRECONINO (vedi) lo fa appassionare anche agli studi etimologici ed oratoria. Studia la lingua italiana con Lucio ACCIO (vedi), a cui dedica “De antiquitate litterarum.” Come molti romani, compe un grand tour in Grecia, dove ascolta filosofi accademici come Filone di Larissa e Antioco di Ascalona, da cui deduce una posizione filosofica di tipo eclettico. A differenza di molti altri filosofi del tempo, non si ritira dalla vita politica ma, anzi, vi prende parte attivamente accostandosi agl’optimates, forse anche influenzato dall'estrazione sociale. Dopo aver, infatti, percorso le prime tappe del cursus honorum – trium-viro capitale, questore, e legato -- e vicino a POMPEO, per il quale ricopre incarichi di grande importanza. Legato e pro-questore, combatte nella guerra contro i pirati difendendo la zona navale tra la Sicilia e Delo. Allo scoppio della guerra civile e propretore. In una guerra che vede i romani contro i romani, tenta un’incerta difesa del suo territorio che si concluse in una resa che GIULIO (vedi) CESARE (vedi), nei Commentarii de bello civili, define poco gloriosa. Dopo la disfatta dei pompeiani, si avvicina, comunque, a GIULIO CESARE, che apprezza il reatino soprattutto sul piano culturale, affidandogli la costituzione di una biblioteca. Dopo l’assassinio di GIULIO CESARE, anzi, e inserito nelle liste di proscrizione sia di MAR’ANTONIO che di OTTAVIANO -- interessati più alle sue ricchezze che a punire i congiuranti -- da cui si salva grazie all'intervento di Fufio CALENO (vedi) per poi avvicinarsi a OTTAVIANO a cui dedica il “De vita populi Romani” volto alla divinizzazione della figura di GIULIO CESARE. Ha una produzione di oltre 620 libri, suddivisi in circa settanta opere. Saggi: “De re rustica” (Varrone) e “De lingua Latina”. La sua vasta produzione è suddivisa da Girolamo in un catalogo. Le sue opere di sono verosimilmente 74, suddivise in 620 volumi, sebbene stesso egli rifere di aver scritto 490 saggi.  I suoi saggi  possono essere suddivise in vari gruppi, dalle opere di erudizione, filologia (filosofia del linguaggio, o semantica) e storia a quelle giuridiche e burocratiche, dalle opere di filosofia (filosofia del linguaggio, semantica, semiotica) e agricoltura alle opere di poesia, di linguistica e letteratura; di retorica e diritto, con ben 15 libri De iure civili; di filosofia. Di questa enorme produzione è pervenuta quasi integra solo un'opera, il “De re rustica”. Del “De lingua Latina” sono pervenuti solo 6 libri su 25. Probabilmente, causa del quasi completo naufragio della immane varroniana è che, avendo compulsato tanta parte della cultura romana precedente, divenne la fonte indispensabile per i filosofi successivi, perdendosi, per così dire, per assimilazione. Della sua attività filologica fa testimonianza il cosiddetto canone varroniano, elaborato a partire da due opere, le “Quaestiones Plautinae” e il “De comoediis Plautinis”, in cui riparte il corpus plautino, che include 130 fabulae. Di queste, 21 vengono definite autentiche, 19 di origine incerta (dette "pseudo-varroniane”);  le restanti, spurie.  Si occupa soprattutto di antiquaria, con i 41 libri di “Antiquitates”, il suo capolavoro, divisi in 25 di “res humanae” e 16 di “res divinae”, fonte precipua di AGOSTINO nel “De civitate Dei.” Proprio d’AGOSTINO si evidenzia l'attenzione di V. sulla religione civile, con una compiuta disamina su culti e tradizioni, pur con acute critiche alla teologia mitica dei poeti in nome di una theologia naturalis. A questo gruppo appartiene anche l'opera, non pervenuta, “De bibliothecis”, presumibilmente legata alle incombenze come bibliotecario affidategli da GIULIO CESARE. Nell'ambito filosofico, notevoli dovevano essere “I logistorici” -- dal greco “discorsi di storia” -- in 76 libri, composta in forma di dialogo in prosa, di argomento morale e antiquario, in cui ogni libro prende il nome di un personaggio storico e un tema di cui il personaggio costituiva un modello, come il “Mario”, “de fortuna” o il “Cato”, “de liberis educandis”. Questi dialoghi storico-filosofici sono tra i modelli espositivi del “Lelio”; “de amicitia” e del “Catone maggiore”, “de senectute” di CICERONE. Al suo interesse filosofico e divulgativo, probabilmente scritte lungo tutto il corso della sua parabola culturale, riconducevano le “Saturae Menippeae”, che prendeno come modello Menippo, esponente della filosofia cinica -- da cui il nome. Le “Saturae Menippeae” si componevano di 150 libri, in prosa e in versi, di cui però ci rimangono circa 600 frammenti e novanta titoli, di argomento soprattutto filosofico, ma anche di critica dei costumi, morale, con rimpianti sui tempi antichi in contrasto con la corruzione del presente. Ciascuna satira reca un titolo, desunto da proverbi (“Cave canem” -- con allusione alla mordacità dei filosofi cinici) o dalla mitologia (“Eumenide” contro la tesi stoico-cinica per cui gl’uomini sono folli, “Trikàranos”, il mostro a tre teste, con un mordace riferimento al primo triumvirate, ed era caratterizzata da lessico popolaresco, polimetria e, come in Menippo, uno stile tragi-comico. Valerio Massimo, Aulo Gellio. Ce ne parla lui stesso in “De lingua latina”. Cicerone, Academica posteriora, Appiano, Guerre civili. Varrone, De re rustica. Svetonio, Cesare, Appiano, Ausonio, Commemoratio professorum Burdigalensium, Chronicon, ann. Aulo Gellio, Gellio, I cui frammenti sono editi nell’edizione di Cardauns: “Antiquitates rerum divinarum” Cfr. Zucchelli, V. logistoricus. Studio letterario e prosopografico, Parma, Cfr., ad esempio, il Fr. XIX Riese: "Da ragazzo, avevo solo una tunica modesta e una toga, calzature senza fascette, un cavallo non sellato; bagno giornaliero, niente e, davvero di rado, una tinozza".  Horsfall, V., in Letteratura Latina (Milano, Mondadori). Cfr. Salanitro, Le Menippee di V.: contributi esegetici e linguistici (Roma, Ateneo). Sulla satira varroniana, cfr. Alfonsi, Le Menippee di V., in "ANRW". Atti del Congresso di studi varroniani. Rieti, CENTRO DI STUDI VARRONIANI. Cenderelli, “Varroniana” Istituti e terminologia giuridica nelle opere di V. (Milano, Giuffrè); Dahlmann, “V. e la teoria della lingua” (Napoli, Loffredo), Corte, “V., il terzo gran lume romano” (Genova, Istituto universitario di Magistero); “De vita populi Romani” Introduzione e commento, Pisa; Riposati, “V. De vita populi Romani”. Fonti, esegesi, edizione critica dei frammenti (Milano, Vita e pensiero), Riposati, “V.: l'uomo e il filosofo” (Roma Istituto di studi romani); Traglia, Introduzione a V., “Opere” (Torino, POMBA), Zucchelli, “V. logistoricus: prosopo-grafica”, Parma, Istituto di lingua e letteratura latina, Satira menippea Biblioteche romane Antiquitates rerum humanarum et divinarum Treccani Enciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. V. “De lingua Latina libri qui supersunt: cum fragmentis ejusdem” Biponti, ex typographia societatis. Biblioteca degli scrittori latini con traduzione e note: “V. quae supersunt opera” Venetiis, excudit Antonelli, “Grammaticae Romanae Fragmenta”, Gino Funaioli, Lipsiae, in aedibus Teubneri. “M. Terenti Varronis saturarum menippearum reliquiae” -- cur. Riese, Lipsiae, in aedibus Teubneri. In passing from Rome to Rieti we enter a different world. One rightly speaks of the Greco-Roman era as a period of unified civilisation around the Mediterranean area, but the respective roles of the Italotes and the Romns are dissimilar, if complementary. Without the other, the contribution of either would have been less significant and less productive. The Romans have for long enjoyed contact with Hellenic and Etrurian material culture and intellectual ideas, and further through the Greek settlements in the south of Italy: Sicily and Magna Grecia.The Romans learned to write from the western Greeks. But the Hellenic world fell progressively within the control of Rome, by now the mistress of the whole of Italia The expansion of Roman rule becomes complete, and the Roman Empire, as it now is, achieves a relatively permanent position, which, with fairly small-scale changes in Britain and on the northern and eastern frontiers, remains free of serious wars for years. The second half of this period earns Gibbon's encomium, 'If a man were called to fix the period in the history of the world during which the condition of the human race is most happy and prosperous, he would, without hesitation, name that which elapsed from the death of DOMIZIANO to the accession of COMMODO.' In taking over the Hellenic world, the Romans bring within their sway whatever they find on the way.The intellectual background of Etruria and the Hellenes and the polical unity and freedom of intercourse provided by Roman stability are the conditions in which the Roman Empire shines. To the Romans, Europe and much of the entire modern world owe the origins of their intellectual, moral, political and religious civilisation. From their earliest contacts, the Romans cheerfully acknowledge the superior pompousness of the Greeks – by which they included the Etrurians. Linguistically, this is reflected in the different languages of the eastern and the western provinces. In the western half of the Roman empire, where no contact had been made with a recognised civilization, Latin  -- which subsists in Italian – becomes he language of administration, business, law, learning, and social advancement. Ultimately, Latin displaces the former languages of most of the western provinces, and becomes in the course of linguistic evolution the modern Romance, or Neo-Latin, languages of contemporary Europe, notably French (Italian is no romance; Italian IS Latin!). In the east, however, already largely under Hellenic administration since the Hellenistic period, Greek retains the position it has already reached. Roman officials often complain about having to learn and use Greek in the course of their duties, and Hellenic philosophy was quite respected for its eccentricity. Ultimately this linguistic division is politically recognized in the splitting of the Roman Empire into the Western and the Eastern Empires, with the new eastern capital at COSTANTINO’s Constantinople enduring as the head of the Byzantine dominions through much trial and tribulation up to the beginning of the western Renaissance. The accepted view of the relation between Roman rule and Hellenic civilization is probably well represented in Vergil's summary of Rome's place and duty: let others (i.e. the Greeks) excel if they will in the arts, while Rome keeps the peace of the world. During the years in which Rome rules the western civilised world, there must have been contacts between speakers of Latin and speakers of other languages at all levels and in all places. Interpreters must have been in great demand, and the teaching and learning of Latin -- and, in the eastern provinces, of Greek --  must have been a concern for all manner of persons both in private households and in organized schools. Translations are numerous. Greek literature is systematically translated into Latin. So much did the prestige of Greek writing prevail, that Latin poetry abandons its native metres and was composed during the classical period and after in metres learned from the Greek poets. This adaptation to Latin of Greek metres find its culmination in the magnificent hexameters of VIRGILIO and the perfected elegiacs of OVIDIO. It is surprising that we know so little of the details of all this linguistic activity, and that so little writing on the various aspects of linguistic contacts is either preserved for us or known to have existed. The Romans are aware of multi-lingualism as an achievement. AULO GELLIO tells of the remarkable king Mithridates of Ponto who was able to converse with any of his subjects, who fell into more than twenty different speech communities. In linguistic science, the Roman experience is no exception to the general condition of their relations with Greek intellectual work. Roman linguistics is largely the application of Greek philosophy, Greek controversies, and Greek categories to the Latin language. The relatively similar basic structures of the two languages, together with the unity of civilization achieved in the Greco-Roman world, facilitate this meta-linguistic transfer. The introduction of linguistic studies into Rome is credited to one of those picturesque anecdotes that lighten the historian's narrative. CRATES, a philosopher of the Porch and grammarian, comes to Rome on a political delegation, and while sightseeing, falls on an open drain and is detained in bed with a broken leg. CRATES passes the time while recovering in giving lectures on literary themes to an appreciative audience. It is probable that Crates as a philosopher of the PORCH introduces mainly that doctrine in his teaching. But Greek philosophers and Greek philosophy enter the Roman world increasingly in this period, and by the time of V., both Alexandrian and Stoic opinions on language are known and discussed. V. is the first serious Latin philosopher on linguistic questions of whom we have any records. V. is a polymath, ranging in his interests through agriculture, senatorial procedure, and Roman antiquities. The number of his writings is celebrated by his contemporaries, and his "De lingua Latina", wherein he expounds his linguistic opinions, comprise XXV volumes, of which books V and VI and some fragments of the others survive. One major feature of V.’s linguistic philosophy is his lengthy exposition and formalization of the opposing views in the analogy-anomaly controversy, and a good deal of his description and analysis of Latin appears in his treatment of this problem. He is, in fact, one of the main sources for its details, and it has been claimed that he misrepresents it as a matter of permanent academic attack and counter-attack, rather than as the more probable co-existence of opposite tendencies or attitudes. V.'s style is criticised as unattractive, but on linguistic questions he is probably the most original of all the Latin philosophers. V. is much influenced by the philosophy of the Porch, including that of his own teacher STILONE. But V. is equally familiar with Alexandrian doctrine, and a fragment purporting to preserve his definition of grammar, 'the systematic knowledge of the usage of the majority of poets, historians, and orators' looks very much like a direct copy of Thrax's definition. On the other hand, V. appears to use his Greek predecessors and contemporaries rather than merely apply them with the minimum of change to Latin. His statements and conclusions are supported by argument and exposition, and by the independent investigation of earlier stages of the Latin language. V. is much admired and quoted by later philosophers, though in the main stream of linguistic theory his treatment of Latin grammar does not bring to bear the influence on the successors to antiquity that more derivative scholars such as PRISCIANO does, who set themselves to describe Latin within the framework already fixed for Greek by Thrax's Techne and the syntactic works of Apollonius. In the evaluation of V.'s work on language we are hampered by the fact that only two of the XXV books of the “De lingua Latina” survive. We have his threefold division of linguistic studies, into etymology, morphology, and syntax, and the material to judge the first and second.V. envisages language developing from an original set of primal words, imposed on things so as to refer to them, and acting productively as the source of large numbers of other words through subsequent changes in letters, or in phonetic form -- the two modes of description comes to the same thing for him.. These changes take place in the course of years. An earlier forms, such as "duellum" for classical "bellum", V. cites as an instance. At the same time, a *meaning* may change, as, for example, the meaning of “hostis”, once 'stranger', but in V.'s time, 'enemy.' These etymologico-semantic statements are supported by scholarship. But a great deal of V.’s etymology suffers from the same weakness and lack of comprehension that characterizes Hellenic work in this field. "Anas", from "nare", to swim, “vitis,” from “vis;” “cilra, “care, from “cor iirere,” are sadly typical both of V.’s philosophy and of Latin etymological studies in general. A fundamental ignorance of linguistic history is seen in V.'s references to Hellenism. A similarity in a form bearing comparable meanings in Latin and Greek is obvious. Take the first personal pronoun: 'ego.' Some similarities are the produ.ct of historical loans at various periods once the two communities made indirect and then direct contact. Other similarities are the joint descendants of an earlier common Aryan forms whose existence may be inferred and whose shape may to some extent be reconstructed by the methods of comparative and historical linguistics. But of this, V., like the rest of antiquity, has no conception. All such bunch is jointly regarded by him as a direct loan from the conquered Greek, whose place in the immediate history of Latin is misrepresented and exaggerated as a result of the Romans’ consciousness of their cultural debt to Greece and mythological associations of Greek heroes -- and their enemies, like Aeneas! -- in the story of the founding of Rome. In his conception of vocabulary growing from alterations made to the forms of primal words, V. unites two separate considerations: historical etymology and the synchronic formation of derivations and inflexions. Certain canonical members of paradigmatically associated word series are said to be primal -- all the others resulting from “declinatio”, the formal process of change. A derivational prefix is given particular attention. One must regret V.’s failure to distinguish two linguistic dimensions, because, as with other linguistic philosophers in antiquity, V.’s synchronic descriptive observations are much more informative and perceptive than his attempts at historical etymology. As an example of an apparent awareness of the distinction, one may note V.’s statement that, within Latin, "equitiittis" and "eques" -- stem "equit-" – may be associated with and descriptively referred back to "equus". But that no further explanation on the same lines is possible for "equus". Within Latin, ‘equus’ is primal. Any explanation of its form and its meaning involves a dia-chronic research into an earlier stages of the Indo-European family and cognate forms in languages other than Latin. In the field of word form variations from a single root, both derivational and inflexional, V. rehearses the arguments for and against analogy and anomaly, citing Latin examples of regularity and of irregularity. Sensibly enough, V. concludes that both the principle of analogy and the principle of anomaly must be recognized and accepted in the word formations of a language and in the meanings associated with them. In discussing the limits of strict regularity in the formation of words V. notices the pragmatic nature of language, with its vocabulary more differentiated in culturally important areas than in others. Thus "equus" and "equa" have separate forms for the male and female animal, because the sex difference is important to the Romans. But "corvus" does not, because in them the difference is not important to Romans. Once this is true of "columba" -- formerly all designated by the feminine noun. But since "columbae" are domesticated, a separate, analogical, masculine form "columbUS" is ‘coined.’ V. further recognises the possibilities open to the individual, particularly in poetic diction, of variations or anomalies beyond those sanctioned by majority usage or 'ordinary language', a conception not remote from the Saussurean interpretation of langue and parole. One of V.'s most penetrating observations in this context is the distinction between derivational and inflexional formation, a distinction not commonly made in antiquity. One of the characteristic features of inflexions is their very great generality. Inflexional paradigms contain few omissions and are mostly the same for all speakers of a single dialect or of an acknowledged standard language. This part of morphology V. calls 'declinatio naturalis’, because, given a word and its inflexional class, we can infer its other forms. By contrast, synchronic derivations vary in use and acceptability from person to person and from one word root to another. From "ovis" and "sus" are formed "ovile" and "suile.” But "bovile" is *not* acceptable to V. from "bos" -- although rustic CATONE is said to have used the form as opposed to the more standard "bubile.” The facultative and less ordered state of this part of morphology, which gives a language much of its flexibility, is distinguished by V. in what he dubs ‘declinatio VOLUNTARIA.’ V. shows himself likewise original in his proposed morphological classification of Latin words. His use in this of the morphological categories shows how V. understands and makes use of Greek sources without deliberately copying their conclusions. V. recognises, as the Greeks do, case and tense as the primary distinguishing categories of inflected words, and sets up a quadripartite system of FOUR inflexionally contrasting classes. Those with case inflexion. Those with tense inflexion. Those with case and tense inflexion. Those with neither. Noun (including Adjective). Verbs. Participle. Adverb. These IV classes are further categorised as a forms which, respectively, names, makes a statement, joins (i.e. shared in the syntax of nouns and verbs), and supports (constructed with verbs as their subordinate members). In the passages dealing with these IV classes, the adverbial examples are all morphologically derived forms -- like "docte" and "lecte". V.’s definition would apply equally well to the un-derived and mono-morphemic adverbs of Latin -- like "mox" and "eras". But these are referred to elsewhere among the uninflected, invariable or 'barren,’ sterile, words. A full classification of the invariable words of Latin would require the distinction of syntactically defined sub-classes such as Thrax used for Greek and the later Latin grammarians took over for Latin. But, from his examples, it seems clear that what was of prime interest to V. is the range of grammatically different words that may be formed on a single common root -- e.g. "lego" (VERB – CLASS II), "lector" – NOUN, CLASS I --, "legens" – PARTICIPLE, CLASS III -- and "lecte" – ADVERB – CLASS IV. In his treatment of the verbal category of tense, Varro displays his sympathy with the doctrine of the Porch, in which two semantic functions are distinguished within the forms of the tense paradigms, time reference and ‘aspect.’ In his analysis of the VI INDICATIVE indicative tenses, active and passive, the *aspectual* division, incomplete-complete, is the more fundamental for V., as each aspect regularly shares the same stem form, and, in the passive voice the *completive* aspect tenses consists of *two* expressions, though V. claims that, erroneously, most people only consider the time reference dimension. IS Active Time past present future Aspect incomplete DISCIBAM  I was DISCO I learn DISCAM I shall learning learn complete DIDICERAM I had DIDICI I have DIDICERII I shall learned learned have learned Passive incomplete AMTIBAR I was AMOR I am AMITBOR  I shall be loved loved loved complete AMTITUS  I had AMTITUS I have AMIITUS I shall ERAM been sum been ERA have been loved loved loved The Latin future perfect is in more common use than the corresponding Greek (Attic) future perfect. V. puts the Latin perfect tense forms DIDICI, etc., in the present *completive* place, corresponding to the place of the Greek perfect tense forms. In what we have or know of his writings, V. does not appear to have allowed for one of the major differences between the Greek and Latin tense paradigms -- viz. that, in the Latin perfect tense, there is a syncretism of a simple past meaning ('I did'), and a perfect meaning ('I have done') -- corresponding to the Greek aorist and perfect respectively. The Latin perfect tense forms belong in *both* completive and non-completive aspectual categories, a point clearly made later by PRISCIANO in his exposition of a similar analysis of the Latin verbal tenses. If the difference in use and meaning between the Greek and Latin perfect tense forms seems to escape V.'s attention, the more obvious contrast between the V-term case system of Greek and the *VI*-term system of Latin forces itself on him, as it does on anyone else who learned both languages. Latin formally distinguished an ABLATIVE CASE. 'By whom an action is performed' is the gloss given by V.. THE ABLATIVE CASE shares a number of the meanings and syntactic functions of both the Greek GENITIVE and DATIVE case forms. V. takes the NOMINATIVE form not as a casus but as as the canonical word forms, from which the oblique forms -- cases -- are developed. Like his Greek colleagues across the pond, V. contents himself with fixing on one stereo-typical meaning or relationship as definitive for each case. V., who was no Cicero – ‘he is a Varro’ implicates ‘he is a know-it-all’ in Roman -- mistranslates ‘aitiatike ptosis’ by ACCUSATIVUS rather than the more correct, CAUSATIVUS. V. is probably the most independent and original philosopher on linguistic topics among the Romans. After V. we can follow discussions of existing questions by several philosophers with no great claim on our attention. Among others, GIULIO CESARE – the well-known general assassinated by the senators -- is reported to have turned his mind to the analogy-anomaly debate while crossing the Alps on a campaign. Thereafter, the controversy gradually fades away. PRISCIANO uses ‘analogia’ to mean the regular inflexion of an inflected word, without mentioning ‘anomalia’. ‘Anomalia’ appears occasionally among the late grammarians.V.'s ideas on the classification of Latin words have been noticed. But the word class system that is established in the Latin tradition enshrines in the ‘saggi’ of PRISCIANO and the late Latin ‘philosophical’ grammarians – cf. CAMPANELLA, ‘Grammatica filosofica’ -- is much closer to. the one given in Thrax's Techne. The number of classes remains now at VIII, with one change. A class of words corresponding to the Greek definite article ‘ho,’ ‘he,’ ‘to,’ does not exist in  Latin. The definite article of Italian develops later from weakened forms of the demonstrative pronoun ‘ille’ (il) and ‘illa’ (la). The Greek *relative* pronoun is morphologically similar to the article and classed with it by Thrax and Apollonius. In Latin, the relative pronoun – ‘qui’, ‘quae’, and ‘quod’ -- is morphologically akin to the interrogative pronoun – ‘quis’, ‘quid’ -- and both are classed together either with the noun or the pronoun class. In place of the article, Latin grammarians recognise the ‘interjection’ as a separate ‘pars orationis’, instead of treating it as a subclass of adverbs as Thrax and Apollonius do. PRISCIAN regards the separate status of the interjection as common practice among Latin scholars. But the first philosopher who is known to have dealt with it in this way is REMMIO PALEMONE, a grammatical and literary scholar who defines the interjection as having no statable meaning but merely indicating – via natural meaning, as H. P. Grice would have it – emotion, as in Aelfric he he versus ha ha (Roman versus English laughter). PRISCIANO lays more stress on the syntactic independence of the interjection in sentence structure. QUINTILIANO, a Spaniard, not a Roma, is PALEMONE’s pupil. This Spaniard writes extensively on education, and in his “Institutio aratoria”, wherein he expounds his opinions, he dealt briefly with ‘GRAMMATICA’ – the first of the trivial arts --, regarding it as a propaedeutic to the full and proper appreciation of literature in a liberal education, in terms very similar to those used by Thrax at the beginning of the Techne. In a matter of detail, QUINTILIANO discusses the analysis of the Latin case system, a topic always prominent in the minds of Latin scholars who knew Greek by default (Who didn’t have a Greek slave?). QUINTILIANO suggests isolating the instrumental use of the ABLATIVE -- "gladiii" -- as case VII, since, as he notes, this instrumental use of the ablative case has nothing in common semantically with the other meanings of the ablative. A separate ‘instrumental’ case forms is found (but a Spaniard wouldn’t know) in Sanskrit, and may be inferred for unitary Indo-european, though the Greeks and Romans knew nothing of this. It was and is common practice to name the cases by reference to one of their meanings – DATIVUS,  'giving', ABLATIVUS, 'taking away', etc. -- but their formal identity as members of a VI-term paradigm rests on their meaning, or more generally, their meanings, and their syntactic functions being associated with a morphologically distinct form in at least some of the members of the case inflected word classes. PRISCIAN and DONATO see this, and in view of the absence of any morphological feature distinguishing an alleged instrumental use of the ablative case forms from their other uses, PRISCIANO explicitly reproves of such an addition to the descriptive grammar of Latin as redundant – or “supervacuum,” as he said for ‘otiose.’ The work of V., QUINTILIANO, shows the process of absorption of Greek linguistic theory, controversies, and categories, in their application to the Latin language. But Latin linguistic scholarship is best known for the formalization of descriptive Latin grammar, to become the basis of all education in later antiquity and the traditional schooling of the modern world. The Latin grammar of the present day is the direct descendants of the compilations of the later Latin grammarians, as the most cursory examination of PRISCIANO’s “Institutiones grammaticae” will show. PRISCIANO’s grammar, comprising XVIII books and running to nearly a thousand pages may be taken as representative of their work. Quite a number of writers of Latin grammars, working in different parts of the Roman Empire, are known to us. Of them DONATO and PRISCIANO are the best known. Though they differ on several points of detail, on the whole these philosopohical grammarians set out and follow the same basic system of grammatical description. For the most part, Roman philosophical grammarians show little originality, doing their best to apply the terminology and categories of the Greek grammarians to the Latin language. The Greek technical terms are given fixed translations with the nearest available Latin word. ‘onoma’, ‘NOMEN’ ‘anto-nymia,’ ‘PRO-NOMEN’ ‘syn-desmos,’ ‘CON-IUCTIO’ etc. In this procedure they had been encouraged by DIDIMO,  a voluminous scholar, who states that every feature of Greek grammar IS TO BE found in Latin. DIDIMO follows the word class system of the PORCH, which included the article (absent in Latin) and the personal pronouns in one class, so that the absence of a word form corresponding to the Greek article does not upset him or his classification. Among the Latin philosophical grammarians, MACROBIO gives an account of the 'differences and likenesses' of the Greek and the Latin verb, but it amounted to little more than a parallel listing of the forms, without any penetrating investigation of the verbal systems of the Latin language – his own, or Greek. The succession of Latin philosophical grammarians through whom the accepted grammatical description of the language is brought to completion and handed on to the Middle Ages spanned the centuries until the foundation of Oxford. This period covers the pax Romana and the unitary Greco-Roman civilization of the Mediterranean that lasts during the first two centuries, the breaking of the imperial peace in the third century, and the final shattering of the western provinces, including Italy, by invasion from beyond the earlier frontiers of the empire. Historically these centuries witness two events of permanent significance in the life of the civilized world. In the first place, Christianity – or the coming of the Galileans -- which, from a secular standpoint, starts as the religion of a small deviant sect of Jewish zealots, spread and extended its influence through the length and breadth of the empire, until, in the fourth century, after surviving repeated persecutions and attempts at its suppression, it is recognized as the official religion of the state! (Except Giuliano). Its subsequent dominance of European thought (except Luther) and of all branches of learning for the next thousand years is now assured, and neither doctrinal schisms nor heresies, nor the lapse of an emperor into apostasy could seriously check or halt its progress. As Christianity gains the upper hand and attracts to itself men of learning, the scholarship of the period shows the struggle between the old declining pagan standards of classical antiquity and the rising generations of Christian apologists, philosophers, and historians, interpreting and adapting the heritage of the past in the light of their own conceptions and requirements. The second event is a less gradual one, the splitting of the Roman world into two halves, east and west. After a century of civil turmoil and barbarian pressure, Rome ceases under DIOCLEZIANO to be the administrative capital of the empire, and his later successor COSTANTINO transfers his government to a new city, built on the old Byzantium and named Constantino-polis (literally: ‘my (kind of) town’). By the end of the fourth century, the Roman empire is formally divided into an eastern and a western realm, each governed by its own emperor (who often did not speak to each other – and for whom there was no lingua franca to be found). This division roughly corresponds to the separation of the old Hellenized area conquered by Rome but remaining Greek in culture and language, and the provinces raised from barbarism by Roman influence and Roman letters. Constantinople, assailed from the west and from the east, continues for a thousand years as the head of the Eastern Byzantine Empire, until it falls to the Turks. During and after the break-up of the Western Empire, Rome endures as the capital city of the Roman Church, while Christianity in the east gradually evolved in other directions to become the Eastern Orthodox Church. Culturally one sees as the years pass on from the so-called 'Silver Age' a decline in liberal attitudes, a gradual exhaustion of older themes, and a loss of vigour in developing new ones. Save only in the rising Christian communities, scholarship is backward-looking, taking the form of erudition devoted to the acknowledged standards of the past. This is an era of commentaries, epitomes, and dictionaries. The Latin grammarians, whose oudook is similar to that of the Alexandrian Greek scholars, like them directed their attention to the language of classical literature, for the study of which grammar serves as the introduction and foundation. The changes taking place in the spoken and the non-literary written Latin around them arise VERY little interest – ‘the plebs use it!’ --; their works are liberally exemplified with texts, all drawn from the prose and verse writers of classical Latin and their ante-classical predecessors Plautus and Terence. How different accepted written Latin is becoming may be seen by comparing the grammar and style of GIROLAMO's fourth translation of the Bible (the Vulgate), wherein several grammatical features of the Romance languages are anticipated, with the Latin preserved and described by the grammarians, one of whom, DONATO, second only to PRISCIANO in reputation, was in fact GIROLAMO’s teacher – and learned from him that God could be allowed a solecism or two! The nature and the achievement of the Latin philosophical grammarians can best be appreciated through a consideration of the work of their greatest representative, PRISCIANO, who teaches Latin grammar in Constantino-polis. Though PRISCIANO draws much from his Latin predecessors, his aim, like theirs, is to transfer as far as he could the grammatical system of Thrax's Techne and of Apollonius's writings to Latin. PRISCIANO’s admiration for Greek linguistic scholarship and his dependence on Apollonius and his son ERODIANO, in particular, 'the greatest authorities on grammar', are made clear in his introductory paragraphs and throughout his grammar. PRISCIANO works systematically through his subject, the description of the language of classical Latin literature. Pronunciation and syllable structure are covered by a description of the “littera’, defined as the smallest part of articulate speech, of which the properties are “nomen”, the name of the letter, “figura”, its written shape, and “potestas,” its phonetic value. All this had already been set out for Greek, and the phonetic descriptions of the letters as pronounced segments and of the syllable structures carry little of linguistic interest except for their partial evidence of the pronunciation of the Latin language. From phonetics PRISCIANO passes to morphology, defining the “dictio” and the “oratio” in the same terms that Thrax uses, as the minimum unit of sentence structure and the expression of a complete thought, respectively. As with the rest of western antiquity, PRISCIANO’s grammatical model is word and paradigm, and he expressly denies any linguistic significance to a division, in what would now be called morphemic analysis, *below* the word. On one of his rare entries into this field, PRISCIANO misrepresents the morphemic composition of words containing the negative prefix “in-“ -- “indoctus” -- by identifying it with the preposition “in.” These two morphemes, “in-“, negative, and “in-”, the prefixal use of the preposition, are in contrast in “invisus”, which may negate or strengthen the stem that follows (two words with two meanings, not a polysemous expression). After a review of earlier theories of Greek linguists, PRISCIANO sets out the classical system of VIII word classes laid down by Thrax and Apollonius, with the omission of the article but the separate recognition of the interjection. Each class of words is defined, and described by reference to its relevant formal category and “accidentia,” whence the later accidence for the morphology of a language, and all are copiously illustrated with examples from classical texts. All this takes up XVI of the XVIII books, the last II being devoted to syntax. PRISCIANO addresses himself (OBVIOUSLY) to readers already knowing Greek, as Greek examples are widely used and comparisons with Greek are drawn at various points, and the last hundred pages are wholly taken up with the comparison of different constructions in the two languages. Though Constantinopolis was a Greek-speaking city in a Greek-speaking area, Latin is decreed the official language when the new city was founded as the capital of the Eastern Empire. Great numbers of speakers of Greek as a first language needed Latin teaching from then on. The VIII parts of speech, or word classes, in PRISCIANO’s grammar may be compared with those in Dionysius Thrax's Techne. Reference to extant definitions in Apollonius and PRISCIANO’s expressed reliance on him allow us to infer that PRISICIANO’s definitions are substantially those of Apollonius, as is his statement that each separate class is known by its semantic content. “Nomen,” including adjectives. The property of the noun is to indicate a substance and a quality, and it assigns a common or a particular quality to every body or thing. The property of the VERBUM is to indicate an action or a being acted on; it has tense and mood forms, but is not case inflected. The PARTICIPIUM is a class of words always derivationally referable to a VERBUM, sharing the categories of verbs and a NOMEN (tenses and cases) -- and therefore distinct from both. This definition is in line with the Greek treatment of these words. The property of the PRONOMEN is its substitutability for a proper nouns and its specifiability as to person -- first, second, or third. The limitation to proper nouns, at least as far as third person pronouns are concerned, contradicts the facts of Latin. Elsewhere, PRISCIANO repeats Apollonius's statement that a specific property of the PRONOMEN is to indicate substance *without* quality, as a way of interpreting the lack of lexical restriction on the NOMEN which may be referred to anaphorically by a PRONOMEN. The property of the ADVERBIUM is to be used in construction with a VERBUM, to which it is syntactically and semantically subordinate. The property of the PRAE-POSITIO is to be used as a separate word before case inflected words and in composition before both case-inflected and non-case-inflected words. PRISCIANO, like Thrax, identifies the first part of words like “PRO-consul” and “INTER-currere”, as PRAE-POSITIO. INTER-IECTIO is a class of words syntactically independent of a VERBUM, and indicating a feeling or a state of mind. The property of the CON-IUCTIO is to join syntactically two or more members of any other word class, indicating a relationship between them. In reviewing PRISCIANO' s work as a whole, one notices that in the context in which he is writing and in the form in which he casts his description of Latin, no definition of grammar itself is found necessary. Where other late Latin grammarians do define the term, they do no more than abbreviate the definition given at the beginning of Thrax's Techne. It is clear that the place of grammar, and of linguistic studies in general, in education is the same as is precisely and deliberately set out by Thrax and summarily repeated by QUINTILIANO. PRISCIANO's omission is an indication of the long continuity of the conditions and objectives taken for granted during these centuries. PRISCIANO organises the morphological description of the forms of nouns and verbs, and of the other inflected words, by setting up canonical or basic forms, in nouns the nominative singular and in verbs the first person singular present indicative active. From these he proceeds to the other forms by a series of letter changes, the letter being for him, as for the rest of western antiquity, both the minimal graphic unit and the minimal phonological unit. The steps involved in these changes bear no relation to morphemic analysis, and are of the type that finds no favour at all in recent descriptive linguistics, though under the influence of the generative grammarians somewhat similar process terminologies are being suggested. The accidents or categories in which PRISCIANO classes the formally different word shapes of the inflected or variable words include both derivational and inflexional sets, PRISCIANO following the practice of the Greeks in not distinguishing between them. V.’s important insight is totally disregarded! But PRISCIANO is clearly informed on the theory of the establishment of categories and of the use of semantic labels to identify them. Verbs are defined by reference to action or being acted on. But PRISCIANO points out that on a deeper consideration – SI QUIS ALTIUS CONSIDERET --  such a definition would require considerable qualification; and case names are taken, for the most part, from just one relatively frequent use among a number of uses applicable to the particular case named. This is probably more prudent, if less exciting, than the insistent search for a common or basic meaning uniting all the semantic functions associated with each single set of morphologically identified case forms. The status of the VI cases of Latin nouns is shown to rest, not on the actually different case forms of any one noun or one declension of nouns, but on semantic and syntactic functions systematically correlated with differences in morphological shape at some point in the declensional paradigms of the noun class as a whole. The many-one relations found in Latin between forms and uses and between uses and forms are properly allowed for in the analysis. In describing the morphology of the Latin verb, PRISCIANO adopts the system set out by Thrax for the Greek verb, distinguishing present, past, and future, with a fourfold semantic division of the past into imperfect, perfect, plain past – aorist -- and pluperfect, and recognizing the syncretism (as V. does not) of perfect and aorist meanings in the Latin perfect tense forms. Except for the recognition of the full grammatical status of the Latin perfect tense forms, PRISCIANO’s analysis, based on that given in the Techne, is manifestly inferior to the one set out by V. under the influence of THE PORCH. The distinction between incomplete and complete aspect, correlating with differences in stem form, on which V. lays great stress, is concealed, although PRISCIANO recognises the morphological difference between the two stem forms underlying the VI tenses. Strangely, PRISCIANO seems to have misunderstood the use and meaning of the Latin future perfect, calling it the ‘future subjunctive’, though the first person singular form by which he cited it – “scripsero” -- is precisely the form which differentiates its paradigm from the perfect subjunctive paradigm – “scripserim” -- and, indeed, from any subjunctive verb form, none of which show a first person termination in -im. This seems all the more surprising because the corresponding forms in Greek --  “tetypsomai” -- are correctly identified. Possibly his reason was that his Greek predecessors had excluded the future perfect from their schematization of the tenses, in that this tense was not much used in Greek, and was felt to be an atticism. A like dependence on the Greek categorial framework probably leads Priscian to recognize both a subjunctive mood (subordinating) and an OPTATIVE mood (independent, expressing a wish) in the Latin verb, although Latin -- unlike Greek -- nowhere distinguishes these two mood forms morphologically, as PRISCIAN in fact admits, thus confounding his earlier explicit recognition of the status of a formal grammatical category. Despite such apparent misrepresentations, due primarily to an excessive trust in a point for point applicability of Thrax's and Apollonius's systematization of Greek to the Latin language, Priscian's morphology is detailed, orderly, and in most places definitive. His treatment of syntax in the last two books is much less so, and a number of the organizing features that we find in modern grammars of Latin are lacking in his account. They are added by later scholars on to the foundation of Priscianic morphology. Confidence in PRISCIANO’s syntactic theory is hardly increased by reading his assertion that the word order, most common in Latin, nominative case noun or pronoun (subject) followed by verb is the NATURAL one, because the substance (“homo”) is PRIOR to the action it performs (“currit”). Such are the dangers of philosophising on an inadequate basis of empirical fact. In the syntactic description of Latin, PRISCIANO classifies verbs on the same lines as had been worked out for Greek by the Greek grammarians, into active (transitive), passive, and neutral (intransitive), with due notice of the deponent verbs, passive in morphological form but active or intransitive in meaning and syntax and without corresponding passive tenses. Transitive verbs are those colligating with an oblique case -- “laudo te”, “noceo tibi,” “ego miserantis” -- and the absence of concord between oblique case forms and finite verbs is noted. But the terms subject and object were not in use in PRISCIANO’s time as grammatical terms, though the use of “subiectum” to designate the logical subject of a proposition is common. PRISCIANO makes mention of the ablative absolute construction, though the actual name of this construction is a later invention. PRISCIANO gives an account and examples of exactly this use of the ablative case -- me vidente puerum cecidisti -- and -- Augusto imperiitiire Alexandria provincia facta est. Of the systematic analysis of Latin syntactic structures PRISCIANO has little to say. The relation of subordination is recognized as the primary syntactic function of the relative pronoun -- qui, quae, quod -- and of similar words used to downgrade or relate a. verb or a whole clause to another, main, verb or clause. The concept of subordination is employed in distinguishing nouns (and pronouns used in their place) and verbs from all other words, in that these latter were generally used only in syntactically subordinate relations to nouns or verbs, these two classes of word being able by themselves to constitute complete sentences of the favourite, productive, type in Latin. But in the subclassification of the Latin conjunctions, the primary grammatical distinction between subordinating and coordinating conjunctions is left unmentioned, the co-ordinating “TAMEN”, being classed with the sub-ordinating “QUAMQUAM” and “QUAMSI”. – cf. Grice on ‘if’ as subordinating. Once again it must be said that it is all too easy to exercise hindsight and to point out the errors and omissions of one's predecessors. It is both more fair and more profitable to realise the extent of PRISCIANO’s achievement in compiling his extensive, detailed, and comprehensive description of the Latin language of the classical authors, which is to serve as the basis of grammatical theory for centuries and as the foundation of Latin teaching up to the present day. Such additions and corrections, particularly in the field of syntax, as later generations need to make could lie incorporated in the frame of reference that Priscian employs and expounds. Any division of linguistics (or of any other science) into sharply differentiated periods is a misrepresentation of the gradual passage of discoveries, theories, and attitudes that characterizes the greater part of man's intellectual history. But it is reasonable to close an account of Roman linguistic scholarship with PRISCIANO. In his detailed -- if in places misguided -- fitting of Greek theory and analysis to the Latin language he represents the culmination of the expressed intentions of most Roman scholars once Greek linguistic work had come to their notice. And this was wholly consonant with the general Roman attitude in intellectual and artistic fields towards 'captive Greece' who 'made captive her uncivilized captor and taught rustic Latium the finer arts. PRISCIANO’s work is more than the end of an era. It is also the bridge between antiquity and the Middle Ages in linguistic scholarship. By far the most widely used grammar, PRISCIANO’s “Institutiones grammaticae” runs to no fewer than one thousand manuscripts, and forms the basis of mediaeval Latin grammar and the foundation of mediaeval linguistic philosophy – i modisti or philosophical grammarians. PRISCIANO’s grammar is the fruit of a long period of Greco-Roman unity. This unity had already been broken by the time he writes, and in the centuries following, the Latin west is to be shattered beyond recognition. In the confusion of these times, the philosophical grammarians, their studies and their teaching, have been identified as one of the main defences of the classical heritage in the darkness of the Dark Ages. ARENS, Sprachwissenschaft: der Gang ihrer Entwicklung von der Antike bis zur Gegenwart, Freiburg. Bolgar, The classical heritage and its beneficiaries, Cambridge. J. Collart, V. grammairien latin, Paris. FEHLING, 'V. und die grammatische Lehre von der Analogie und der Flexion', Glotta, LERSCH, Die Sprachphilosophie der Alten, Bonn, H. NETTLESHIP, The study of grammar among the Romans, Journal of philology, ROBINS, Ancient and mediaeval grammatical theory in Europe, London, JSANDYS, History of classical scholarship, Cambridge, STEINTHAL, Geschichte der Sprachwissenschaft bei den Griechen und Romern, Berlin. GIBBON, The decline and fall of the Roman Empire (ed. BURY), London, VERGIL, Aeneid 6, Ssi-3: Tu regere imperio populos, Romane, memento (hae tibi erunt artes), pacisque imponere morem, parcere subiectis et debellare superbos. Noctes Atticae GEHMAN, The interpreters of foreign languages among the ancients, Lancaster, Pa., FEHLING, FUNAIOLI, Grammaticorum Romanorum fragmenta, Leipzig. Ars grammatica scientia est eorum quae a poetis historicis oratoribusque dicuntur ex parte maiore. De lingua Latina CHARisrus, Ars grammaticae I (KEIL, Grammatici, Leipzig). On Varro's linguistic theory in relation to modern linguistics, cp. D. LANGENDOEN, 'A note on the linguistic "theory of V.', Foundations of language 2, SUETONIUS, Caesar, GELLIUS, Noctes Atticae  PRISCIANO, Institutio de nomine pronomine et verbo 38, Institutiones grammaticae PROBUS, Instituta artium (H. KEIL, Grammatici Latini), DIONYSIUS-THRAX, Techne BEKKER, Anecdota Graeca, Berlin, APOLLONIUS DYSCOLUS, Syntax As noun, PRISCIAN as pronoun,- PROBUS, Instituta (KEIL, Grammatici APOLLONIUS, De adverbio, BEKKER, Anecdota Graeca, CHARISIUS, Ars grammaticae KEIL, Grammatici -- Nihil docibile habent, significant tamen adfectum animi. QUINTILIAN, Institutio aratoria Their works are published in KEIL, Grammatici Latini, Leipzig, PRISCIAN De figuris numerorum  PRISCIAN De differentiis et societatibus Graeci Latinique verbi, KEIL, Grammatici 5, Leipzig, Artis grammaticae maximi auctores', dedicatory preface Dictio est pars minima orationis constructae; Oratio est ordinatio dictionum congrua, sententiam perfectam demonstrans. Proprium est nominis substantiam et qualitatem significare; Nomen est pars orationis, quae unicuique subiectorum corporum seu rerum communem vel propriam qualitatem distribuit. Proprium est verbi actionem sive passionem significate; Verbum est pars orationis cum temporibus et modis, sine casu, agendi vel patiendi significativum. Participium iure separatur a verbo, quod et casus habet, quibus caret verbum, et genera ad similitudinem nominum, nee modos habet, quos continet verbum; Participium est pars orationis, quae pro verba accipitur, ex quo et derivatur naturaliter, genus et casum habens ad similitudinem nominis et accidentia verba absque discretione personarum et modorum. The problems arising from the peculiar position of the participle among the word classes, under the classification system prevailing in antiquity, are discussed there. Proprium est pronominis pro ali quo nomine proprio poni et certas significare personas; Pronomen est pars orationis, quae pro nomine proprio uniuscuiusque accipitur personasque finitas recipit. Substantiam significat sine aliqua certa qualitate. Proprium est adverbii cum verbo poni nee s·ine eo perfectam significationem posse habere; Adverbium est pars orationis indeclinabilis, cuius.significatio verbis adicitur. Praepositionis proprium est separatim quidem per appositionem casualibus praeponi coniun~tim vero per compositionem tam cum hahentibus casus quam cum non habentibus; Est praepositio pars orationis indeclinabilis, quae praeponitur aliis partibus vel appositione vel compositione. 48. IS-7·40: Videtur affectum habere in se Yerbi et plenam motus animi significationem, etiamsi non addatur verbum, demonstrare. Proprium est coniunctionis diversa nomina vel quascumque dictiones casuales vel diversa verba vel adverbia coniungere; Coniunctio est pars orationis indeclinabilis, coniunctiva aliarum partium orationis, quibus consignificat, vim vel ordinationem demons trans. so. cp. MATTHEWS, 'The inflectional component of a word-and-paradigm grammar', :Journal of linguistics HORACE, Epistles 2.1.156-7: Graecia capta ferum victorem cepit et artes Intulit agresti Latio. .LOT, La fin du monde antique et le debut du moyen age, Paris.  Marco Terenzio Varrone. He led an active and sometimes risky political life. Although he backed the wrong side in the civil war, he survived. He was a pupil of Posidonio at Rome. He was influenced by Antioco d’Ascalon. He wrote hundreds of works, most of which have since been lost. Amongst them was an extended series of fictional philosophical dialgoues, the Logistorici, in wich assorted Romans debated a variety of toipics, illustrating the arguments with examples from history. Tertulliano calls him the Roman Cynargo, perhaps because of some satires he wrote but it is highly unlikely that he was a Cinargo. Better attested is his interest in Pythagoreanism, whose cult he followed to the letter. THE LOEB CLASSICAL LIBRARY  FOUXDED BY JAMES LOEB, LL.D. ED. BY  T. E. PAGE, C.H., UTT.D.   E. CAPPS, ph.d., ll.d. W. H. D. ROUSE, utt.d. V. DELLA LINGUA DEL LAZIO WITH A TR. BY KENT, LONDON, HEINEMANN LTD. V. was born in at Reate in the Sabine country, where his  family, which was of equestrian rank, possessed large  estates. He was a student under L. Aelius Stilo  Praeconinus, a scholar of the equestrian order, widely  versed in Greek and Latin literature and especially  interested in the history and antiquities of the Roman  people. He studied philosophy at Athens, with Anti-  ochus of Ascalon. With his tastes thus formed for  scholarship, he none the less took part in public life,  and was in the campaign against the rebel Sertorius  in Spain, in 76. He was an officer with Pompey in the  war with the Cilician pirates in 67, and presumably  also in Pompey 's campaign against Mithradates. In  the Civil War he was on Pompey 's side, first in Spain  and then in Epirus and Thessaly.   He was pardoned by Caesar, and lived quietly at  Rome, being appointed librarian of the great collec-  tion of Greek and Latin books which Caesar planned  to make. After Caesar's assassination, he was pro-  scribed by Antony, and his villa at Casinum, with  his personal library, was destroyed. But he himself  escaped death by the devotion of friends, who con-  cealed him, and he secured the protection of Octavian. He lived the remainder of his life in peace and quiet,  devoted to his -writings, and died in 27 B.C., in his  eighty-ninth year.   Throughout his life he wrote assiduously. His  works number seventy-four, amounting to about six  hundred and twenty books; they cover virtually all  fields of human thought : agriculture, grammar, the  history and antiquities of Rome, geography, law,  rhetoric, philosophy, mathematics and astronomy,  education, the history of literature and the drama,  satires, poems, orations, letters.   Of all these only one, his De Re Rustica or Treatise  on Agriculture, in three books, has reached us complete.  His De Lingua Latina or On the Latin Language, in  twenty-five books, has come down to us as a torso.;  only Books V. to X. are extant, and there are serious  gaps in these. The other works are represented by  scattered fragments only. The grammatical works of V., so far as we know  t hem, were the following : De Lingua Latina, in twenty-five books, a fuller account of which is given below. De Antiquitate Litterarum, in two books, addressed to the tragic poet L. Accius, who died about 86 b.c.; it was therefore one of V. 's earliest writings. De Origine Linguae Latinae, in three books, ad- dressed to Pompey. Ylzpl XapaKTrjpuv, in at least three books, on the formation of words. Quaestiones Plautinae, in five books, containing interpretations of rare words found in the comedies of Plautus. De Similitudine Verborum, in three books, on re- gularity in forms and words. De Utilitate Sermonis, in at least four books, in which he dealt with the principle of anomaly or irregularity. De Sermone Latino, in five books or more, addressed to Marcellus, which treats of orthography and the metres of poetry. DiscipUnae, an encyclopaedia on the liberal arts, in nine books, of which the first dealt with Grammatica. The extant fragments of these works, apart from those of the De Lingua Latina, may be found in the Goetz and Schoell edition of the De Lingua Latina, pages 199-242; in the collection of Wilmanns, pages 170-223; and in that of Funaioli, pages 179-371 (see the Bibliography). V.'s treatise On the Latin Language was a work in twenty-five books, composed in 47 to 45 B.C., and published before the death of Cicero in 43. The first book was an introduction, containing at the outset a dedication of the entire work to Cicero. The remainder seems to have been divided into four sections of six books each, each section being by its subject matter further divisible into two halves of three books each. Books II.-VII. dealt with the impositio vocabulorum, or how words were originated and applied to things and ideas. Of this portion, Books II. -IV. were prob- ably an earlier smaller work entitled De Etymologia or the like; it was separately dedicated to one Septumius or Septimius, who had at some time, which we cannot now identify, served V. as quaestor. Book II. presented the arguments which were advanced against Etymology as a branch of learning; Book III. presented those in its favour as a branch of learning, and useful; Book IV. discussed its nature. Books V.- VI I. start with a new dedication to Cicero. They treat of the origin of words, the sources from which they come, and the manner in which new words develop. Book V. is devoted to words which are the names of places, and to the objects which are in the places under discussion; VI. treats words denoting time-ideas, and those which contain some time-idea, notably verbs; VII. explains rare and difficult words which are met in the writings of the poets. Books VIII.-XIII. dealt with derivation of words from other words, including stem-derivation, de- clension of nouns, and conjugation of verbs. The first three treated especially the conflict between the principle of Anomaly, or Irregularity, based on con- suetude* ' popular usage,' and that of Analogy, or Regularity of a proportional character, based on ratio ' relation ' of form to form. VIII. gives the arguments against the existence of Analogy, IX. those in favour of its existence, X. V. 's own solution of the con- flicting views, with his decision in favour of its exi- stence. XI.-XIII. discussed Analogy in derivation, in the wide sense given above : probably XI. dealt with nouns of place and associated terms, XII. with time- ideas, notably verbs, XIII. with poetic words, Books XIV.-XIX. treated of syntax. Books XX.- XXV. seem to have continued the same theme, but probably with special attention to stylistic and rhetorical embellishments. Of these twenty-five books, we have to-day, apart from a few brief fragments, only Books V. to X., and in these there are several extensive gaps where the manuscript tradition fails. The fragments of the De Lingua Latina, that is, those quotations or paraphrases in other authors which do not correspond to the extant text of Books V.-X., are not numerous nor long. The most considerable of them are passages in the Nodes Atticae of Aulus Gellius ii. 25 and xvi. 8. They may be found in the edition of Goetz and Schoell, pages 3, 146, 192-198, and in the Collections of Wilmanns and Funaioli (see the Bibliography). It is hardly possible to discuss here even summarily V.'s linguistic theories, the sources upon which he drew, and his degree of independence of thought and procedure. He owed much to his teacher Aelius Stilo, to whom he refers frequently, and he draws heavily upon Greek predecessors, of course, but his practice has much to commend it : he followed neither the Anomalists nor the Analogists to the extreme of their theories, and he preferred to derive Latin words from Latin sources, rather than to refer practically all to Greek origins. On such topics reference may be made to the works of Barwick, Kowalski, Dam, Dahlmann, Kriegshammer, and Frederik Muller, and to the articles of Wolfflin in the eighth volume of the Archiv fur lateinische Lexikographie, all listed in our Bibliography. The text of the extant books of the De Lingua Latina is believed by most scholars to rest on the manuscript here first listed, from which (except for our No. 4) all other known manuscripts have been copied, directly or indirectly. 1. Codex Laurentianus li. 10, folios 2 to 34, parch- ment, written in Langobardic characters in the eleventh century, and now in the Laurentian Library at Florence. It is known as F. F was examined by Petrus Victorius and Iacobus Diacetius in 1521 (see the next paragraph); by Hieronymus Lagomarsini in 1740; by Heinrich Keil in 1851; by Adolf Groth in 1877; by Georg Schoell in 1906. Little doubt can remain as to its actual readings. 2. In 1521, Petrus Victorius and Iacobus Diacetius collated F with a copy of the editio princeps of the De Lingua Latina, in which they entered the differences which they observed. Their copy is preserved in Munich, and despite demonstrable errors in other portions, it has the value of a manuscript for v. 119 to vi. 61, where a quaternion has since their time been lost in F. For this portion, their recorded readings are known as Fv; and the readings of the editio princeps, where they have recorded no variation, are known as (Fv). 3. The Fragmentum Cassinense (called also Excerptum and Epitome), one folio of Codex Cassinensis 361, parchment, containing v. 41 Capitolium dictum to the end of v. 56; of the eleventh century. It was probably copied direct from F soon after F was written, but may possibly have been copied from the archetype of F. It is still at Monte Cassino, and was transcribed by Keil in 1848. It was published in facsimile as an appendix to Sexti Iulii Frontini de aquaeductu Urbis Romae, a phototyped reproduction of the entire manuscript, Monte Cassino, 1930. 4. The grammarian Priscian, who flourished about a.d. 500, transcribed into his De Figuris Numerorum Yarro's passage on coined money, beginning with multa, last word of v. 168, and ending with Nummi denarii decuma libella, at the beginning of v. 174. The passage is given in H. Keil's Grammatici Latini iii. 410-411. There are many manuscripts, the oldest and most important being Codex Parisinus 7496, of the ninth century. 5. Codex Laurentianus li. 5, written at Florence in 1427, where it still remains; it was examined by Keil. It is known as^*. 6. Codex Havniensis, of the fifteenth century; on paper, small quarto, 108 folia; now at Copenhagen. It was examined by B. G. Niebuhr for Koeler, and his records came into the hands of L. Spengel. It is known as H. 7. Codex Gothanus, parchment, of the sixteenth century, now at Gotha; it was examined by Regel for K. O. Mueller, who published its important variants in his edition, pages 270-298. It is known as G. 8. Codex Parisinus 7489, paper, of the fifteenth century, now at Paris; this and the next two were examined by Donndorf for L. Spengel, who gives their different readings in his edition, pages 661-718. It is known as a. 9- Codex Parisinus 6142, paper, of the fifteenth century; it goes only to viii. 7 declinarentur. It is known as b, 10. Codex Parisinus 7535, paper, of the sixteenth century; it contains only v. 1-122, ending with dictae. It is known as c. 11. Codex Vindobonensis lxiii., of the fifteenth century, at Vienna; it was examined by L. Spengel in 1835, and its important variants are recorded in the apparatus of A. Spengel's edition. It is known as V. 12. Codex Basiliensis F iv. 13, at Basel; examined by L. Spengel in 1838. It is known as p. 13. Codex Guelferbytanus, of the sixteenth cen- tury, at Wolfenbiittel; examined by Schneidewin for K. O. Mueller, and afterwards by L. Spengel. It is known as M. 14. Codex B, probably of the fifteenth century, now not identifiable; its variants were noted by Petrus Victorius in a copy of the Editio Gryphiana, and either it or a very similar manuscript was used by Antonius Augustinus in preparing the so-called Editio Vulgata. These are the manuscripts to which reference is made in our critical notes; there are many others, some of greater authority than those placed at the end of our list, but their readings are mostly not available. In any case, as F alone has prime value, the variants of other than the first four in our list can be only the attempted improvements made by their copyists, and have accordingly the same value as that which attaches to the emendations of editors of printed editions. Fuller information with regard to the manuscripts may be found in the following : Spengel, edition of the De Lingua Latina (1826), pages v-xviii. K. O. Mueller, edition (1833), pages xii-xxxi. Andreas Spengel, edition (1885), pages ii-xxviii. Giulio Antonibon, Supplemento di Lezioni Varianti ai libri de lingua Latina (1899) 3 pages 10-23. G. Goetz et F. Schoell, edition (1910), pages xi-xxxv. THE LAURENTIAN MANUSCRIPT F Manuscript F contains all the extant continuous text of the De Lingua Latina, except v. 119 trua quod to vi. 61 dicendojinit; this was contained in the second quaternion, now lost, but still in place when the other manuscripts were copied from it, and when Victorius and Diacetius collated it in 1 521 . There are a number of important lacunae, apart from omitted lines or single words; these are due to losses in its archetype. Leonhard Spengel, from the notations in the manuscript and the amount of text between the gaps, calculated that the archetype of F consisted of 16 quaternions, with these losses : Quaternion 4 lacked folios 4 and 5, the gap after v. 162. Quaternion 7 lacked folio 2, the end of vi. and the beginning of vii., and folio 7, the gap after vii. 23. Quaternion 11 was missing entire, the end of viii. and the beginning of ix. Quaternion 15 lacked folios 1 to 3, the gap after x. 23, and folios 6 to 8, the gap after x. 34. The amount of text lost at each point can be cal- [tJber die Kritik der V.nischen Bucher de Lingua Latina] culated from the fact that one folio of the archetype held about 50 lines of our text. There is a serious transposition in F, in the text of Book V. In § 23, near the end, after qui ad humum, there follows id Sabini, now in § 32, and so on to Septi- viontium, now in § 41; then comes demissior, now in § 23 after humum, and so on to ab hominibus, now in § 32, after which comes nominatum of § 41. Mueller," who identified the transposition and restored the text to its true order in his edition, showed that the altera- tion was due to the wrong folding of folios 4 and 5 in the first quaternion of an archetype of F; though this was not the immediate archetype of F, since the amount of text on each page was different. This transposition is now always rectified in our printed texts; but there is probably another in the later part of Book V., which has not been remedied because the breaks do not fall inside the sentences, thus making the text unintelligible. The sequence of topics indicates that v. 115-128 should stand be- tween v. 140 and v. 141 6; there is then the division by topics : General Heading v. 105 De Victu v. 105-112 De Vestitu v. 113-114, 129-133 De Instrument v. 134-140, 115-128, 141-183 a In the preface to his edition, pp. xvii-xviii. The dis- order in the text had previously been noticed by G. Buchanan, Turnebus, and Scaliger, and discussed by L. Spengel, Emen- dationum V.nianarum Specimen I, pp. 17-19. 6 L. Spengel, Emendationum V.nianarum Specimen I, pp. 13-19, identified this transposition, but considered the transpositions to be much more complicated, with the following order: §§105-114, §§ 129-140, § 128, §§ 166-168, §§118- 127, §§ 115-117, §§ 141-165, § 169 on. Then also vi. 49 and vi. 45 may have changed places, but I have not introduced this into the present text; I have however adopted the transfer of x. 18 from its manuscript position after x. 20, to the position before x. 19, which the continuity of the thought clearly demands. The text of F is unfortunately very corrupt, and while there are corrections both by the first hand and by a second hand, it is not always certain that the corrections are to be justified. The orthography of F contains not merely many corrupted spellings which must be corrected, but also many variant spellings which are within the range of recognized Latin orthography, and these must mostly be retained in any edition. For there are many points on which we are uncertain of V.'s own practice, and he even speaks of certain per- missible variations : if we were to standardize his orthography, we should do constant violence to the best manuscript tradition, without any assurance that we were in all respects restoring V.'s own spelling. Moreover, as this work is on language, V. has intentionally varied some spellings to suit his etymological argument; any extensive normal- ization might, and probably would, do him injustice in some passages. Further, V. quotes from earlier authors who used an older orthography; we do not know whether V., in quoting from them, tried to use their original orthography, or merely used the orthography which was his own habitual practice. I have therefore retained for the most part the spellings of F, or of the best authorities when F fails, replacing only a few of the more misleading spellings by the familiar ones, and allowing other variations to remain. These variations mostly fall within the following categories : 1. EI : V. wrote EI for the long vowel I in the nom. pi. of Decl. II (ix. 80); but he was probably not consistent in writing EI everywhere. The manuscript testifies to its use in the following : plebei (gen.; cf. plebis vi. 91> in a quotation) v. 40, 81, 158, vi. 87; eidem (nom. sing.) vii. 17 (eadem F), x. 10; scirpeis vii. 44; Terentiei (nom.), vireis Terentieis (masc), Teren- tieis (fem.) viii. 36; infeineiteis viii. 50 (changed to infiniteis in our text, cf. (in)finitam viii. 52); i(e)is viii. 51 (his F), ix. 5; iei (nom.) ix. 2, 35; hei re(e)i fer(re)ei de(e)i viii. 70; hinnulei ix. 28; utrei (nom. pi.) ix. 65 (utre.I. F; cf. utri ix. 65); (B)a(e)biei, B(a)ebieis x. 50 (alongside Caelii, Celiis). 2. AE and E : V., as a countryman, may in some words have used E where residents of the city of Rome used AE (cf. v. 97); but the standard ortho- graphy has been introduced in our text, except that E has been retained in seculum and sepio (and its compounds : v. 141, 150, 157, 162, vii. 7, 13), which always appear in this form. 3. OE and U : The writing OE is kept where it appears in the manuscript or is supported by the context : moerus and derivatives v. 50, 141 bis, 143, vi. 87; moenere, moenitius v. 141; Poenicum v. 113, viii. 65 bis; poeniendo v. 177. OE in other words is the standard orthography. 4. VO UO and VU UU : V. certainly wrote only VO or UO, but the manuscript rarely shows VO or UO in inflectional syllables. The examples are novom ix. 20 (corrected from nouum in F); nomina- tuom ix. 95, x. 30 (both -tiuom F); obliquom x. 50; loquontur vi. 1, ix. 85; sequontur x. 71; clivos v. 158; perhaps amburvom v. 127 (impurro Fv). In initial syllables VO is almost regular : volt vi. 47, etc.; volpes v. 101; volgus v. 58, etc., but vulgo viii. 66; Folcanus v. 70y etc.; volsillis ix. 33. Examples of the opposite practice are aequum vi. 71; duum x. 11; antiquus vi. 68; sequuntur viii. 25; confiuunt x. 50. Our text preserves the manuscript readings. 5. UV before a vowel : V. probably wrote U and not UV before a vowel, except initially, where his practice may have been the other way. The examples are : Pacuius v. 60, vi. 6 (catulus (Fv)), 94, vii. 18, 76, and Pacuvius v. 17, 24, vii. 59; gen. Pacui v. 7, vi. 6, vii. 22; Pacuium vii. 87, 88, 91, 102; compluium, impluium v. 161, and pluvia v. 161, compluvium v. 125; simpuium v. 124 bis (simpulum codd.); cf. panuvellium v. 114. Initially : uvidus v. 24; uvae, uvore v. 104; uvidum v. 109- 6. U and I : V. shows in medial syllables a variation between U and I, before P or B or F or M plus a vowel. The orthography of the manuscript has been retained in our text, though it is likely that V. regularly used U in these types : The superlative and similar words : albissumum viii. 75; fnigalissumus viii. 77; c{a)esi(s)sumus viii. 76; intumus v. 154; maritumae v. 113; melissumum viii. 76; optumum vii. 51; pauperrumus viii. 77; proxuma etc. v. 36, 93, ix. 115, x. 4, 26; septuma etc. ix. 30, x. 46 ler; Septumio v. 1, vii. 109 5 superrumo vii. 51; decuma vi. 54. Cf. proximo, optima maxima v. 102, minimum vii. 101, and many in viii. 75-78. Compounds of -fex and derivatives : pontufex v. 83, pontufices v. 83 (F 2 for pontifices); artufices ix. 12; sacrujiciis v. 98, 124. Cf. pontifices v. 23, vi. 54, etc.; artifex v. 93, ix. Ill, etc.; sacrificium vii. 88, etc. Miscellaneous words : monumentum v. 148, but monimentum etc. v. 41, vi. 49 bis; mancupis v. 40, but mancipium etc. v. 163, vi. 74, 85; quadrupes v. 34, but quadripedem etc. vii. 39 bis, quadriplex etc. x. 46 etc., quadripertita etc. v. 12 etc. 7. LUBET and LIBET : V. probably wrote lubet, lubido, etc., but the orthography varies, and the manuscript tradition is kept in our text : lubere lubendo vi. 47, lubenter vii. 89, lubitum ix. 34, lubidine x. 56; and libido vi. 47, x. 60, libidinosus Libentina Libitina vi. 47, libidine x. 61. 8. H : Whether V. used the initial H according to the standard practice at Rome, is uncertain. In the country it was likely to be dropped in pronuncia- tion; and the manuscript shows variation in its use. We have restored the H in our text according to the usual orthography, except that irpices, v. 136 bis, has been left because of the attendant text. Examples of its omission are Arpocrates v. 57; Ypsicrates v. 88; aedus ircus v. 97; olus olera v. 108, x. 50; olitorium v. 146; olitores vi. 20; ortis v. 103, ortorum v. 146 bis, orti vi. 20; aruspex vii. 88. These are normalized in our text, along with certain other related spellings : sepulchrum vii. 24 is made to conform to the usual sepulcrum, and the almost invariable nichil and nichili have been changed to nihil and nihili. 9. X and CS : There are traces of a writing CS for X, which has in these instances been kept in the text : xx arcs vii. 44 {ares F); acsitiosae (ac sitiose F), acsitiosa (ac sitio a- F) vi. 66; dues (duces F) x. 57. 10. Doubled Consonants : V.'s practice in this matter is uncertain, in some words. F regularly has littera (only Uteris v. 3 has one T), but obliterata (ix. 16, -atae ix. 21, -at-trf v. 52), and these spellings are kept in our text. Communis has been made regular, though F usually has one M; casus is in- variable, except for de cassu in cassum viii. 39, which has been retained as probably coming from V. himself. Iupiter, with one P, is retained, because invariable in F; the only exception is Iuppitri viii. 33 (iuppiti F), which has also been kept. Numo vi. 61, for nummo, has been kept as perhaps an archaic spelling. Decusis ix. 81 has for the same reason been kept in the citation from Lucilius. In a few words the normal orthography has been introduced in the text : grallator vii. 69 bis for gralaior, grabatis viii. 32 for grabattis. For combinations resulting from pre- fixes see the next paragraph. 11. Consonants of Prefixes : V.'s usage here is quite uncertain, whether he kept the unassimilated consonants in the compounds. Apparently in some groups he made the assimilations, in others he did not. The evidence is as follows, the variant orthography being retained in our text : Ad-c- : always acc-, except possibly adcensos vii. 58 (F 2, for acensos F 1 ). Ad-f- : always off-, except adfuerit vi. 40. Ad-l- : always all-, except adlocutum vi. 57, adlucet vi. 79, adlatis (ablatis F) ix. 21. Ad-m- : always adm-, except ammonendum v. 6, amministrat vi. 78, amminicula vii. 2, amminister vii. 34 (F2, for adm- F*). Ad-s- : regularly ass-, but also adserere vi. 64, adsiet vi. 92, adsimus vii. 99? adsequi viii. 8, x. 9> a^- significare often (always except assignificant vii. 80), adsumi viii. 69, adsumat ix. 42, adsumere x. 58. Ad-sc-, ad-sp-, ad-st- : always with loss of the D, as in ascendere, ascribere, ascriptos (vii. 57), ascriptivi (vii. 56), aspicere, aspectus, astans. Ad-t- : always a#-, except adtributa v. 48, and possibly adtinuit (F 1, but a^- F 2 ) ix. 59- Con-l-, con-b-, con-m-, con-r-: always coll-, comb-, comm.-, corr-. Con-p- : always comp-, except conpernis ix. 10. Ex-f- : always eff-, except exfluit v. 29. Ex-s- : exsolveret v. 176, exsuperet vi. 50, but exuperantum vii. 18 (normalized in our text to exsuperantum). Ex-sc- : exculpserant v. 143. Ex-sp- : always expecto etc. vi. 82, x. 40, etc. Ex-sq- : regularly Esquiliis; but Exquilias v. 25, Exquiliis v. 159 (Fv)i normalized to Esq- in our text. Ex-st : extol v. 8, vi. 78; but exstat v. 3, normalized to extat in our text. In-l- : usually ill-, but inlicium vi. 88 bis, 93 (illici- tum F), 94, 95, inliceret vi. 90, inliciatur vi. 94; the variation is kept in our text: In-m- : always imm-, except in (i?i)mutatis vi. 38, where the restored addition is unassimilated to indi- cate the negative prefix and not the local in. In-p- : always imp-, except inpos v. 4 bis (once ineos F), inpotem v. 4 (inpotentem F), inplorat vi. 68. Ob-c-, ob-f-, ob-p- : always occ-, off-, opp-. Ob-t- : always opt-, as in optineo etc. vii. 17, 91 > x. 19, optemperare ix. 6. Per-l- : pellexit vi. 94, but perlucent v. 140. Sub-c-, sub-f-, sub-p- : always succ-, suff-, supp-, except subcidit v. 116. Subs- and subs- + consonant : regularly sus- + con- sonant, except subscribunt vii. 107. Sub-t- : only in suptilius x. 40. Trans-l- : in tralatum vi. 77, vii. 23, 103, x. 71; tralaticio vi. 55 (tranlatio Fv) and translaticio v. 32, vi. 64- (translatio F, tranlatio Fv), translaticiis vi. 78. Trans-v- : in travolat v. 118, and transversus vii. 81, x. 22, 23, 43. ' Trans-d- : in traducere. 12. DE and DI : The manuscript has been followed in the orthography of the following : directo vii. 15, dirigi viii. 26, derecti x. 22 bis, deriguntur derectorum x. 22, derecta directis x. 43, directas x. 44, derigitur x. 74; deiunctum x. 45, deiunctae x. 47. 13. Second Declension : Nora. sing, and acc. sing, in -uom and -uum, see 5. Gen. sing, of nouns in -ius : V. used the form ending in a single I (cf. viii. 36), and a few such forms stand in the manuscript : Muci v. 5 (muti F); Pacui v. 7, vi. 6, vii. 22; Mani vi. 90 5 Quinti vi. 92, Ephesi viii. 22 (ephesis F), Plauti et Marci viii. 36, dispendi ix. 54 (quoted, metrical; alongside dispendii ix. 54). The gen. in II is much commoner; both forms are kept in our text. Nom. pi., written by V. with EI (cf. ix. 80); examples are given in 1, above. Gen. pi. : The older form in -um for certain words (denarium, centumvirum, etc.) is upheld viii. 71, ix. 82, 85, and occurs occasionally elsewhere : Velabrum v. 44, Querquetulanum v. 49, Sabinum v. 74, etc. Dat.-abl. pi., written by V. with EIS (cf. ix. 80); examples are given in 1, above, but the manuscript regularly has IS. Dat.-abl. pi. of nouns ending in -ius, -ia, -turn, are almost always written IIS; there are a few for which the manuscript has IS, which we have normalized to IIS : Gabis v. 33, (Es)quilis v. 50, kostis v. 98, Publicis v. 158, Faleris v. 162, praeverbis vi. 82 (cf. praeverbiis vi. 38 bis), mysteris vii. 34- (cf. mysteriis vii. 19) 5 miliaris ix. 85 (inilitaris F). Deus shows the following variations : Nom. pi. de{e)i viii. 70, dei v. 57, 58 bis, 66, 71, vii. 36, ix. 59, dii v. 58, 144, vii. 16; dat.-abl. pi. deis v. 122, vii. 45, diis v. 69, 71, 182, vi. 24, 34, vii. 34. 14. Third Declension : The abl. sing, varies between E and I : supellectile viii. 30, 32, ix. 46, and supellectili ix. 20 (-lis F); cf. also vesperi (uespert- F) and vespere ix. 73. Nom. pi., where ending in IS in the manuscript, is altered to ES; the examples are mediocris v. 5; partis v. 21, 56; ambonis v. 115; urbis v. 143; aedis v. 160; compluris vi. 15; Novendialis vi. 26; auris vi. 83; dis- parilis viii. 67; lentis'vs.. 34; omnis ix. 81; dissimilis ix. 92. Gen. pi. in UM and IUM, see viii. 67. In view of dentum viii. 67, expressly championed by V., Veientum v. 30 (uenientum F), caelestum vi. 53, Quiritum vi. 68 have been kept in our text. Acc. pi. in ES and IS, see viii. 67. V. 's dis- tribution of the two endings seems to have been purely empirical and arbitrary, and the manuscript readings have been retained in our text. 15. Fourth Declension : Gen. sing. : Gellius, Nodes Atticae iv. 16. 1, tells us that V. always used UIS in this form. Nonius Marcellus 483-494 M. cites eleven such forms from V., but also sumpti. The De Lingua Latina gives the following partial examples of this ending : usuis ix. 4 (suis F), x. 73 (usui F), casuis x. 50 {casuum F), x. 62 (casus his F). Examples of this form ending in US are kept in our text : fructus v. 34, 134, senatus v. 87, exercitus v. 88, panus v. 105, domus v. 162, census v. 181, mofws vi. 3, sonitus vi. 67 sensus vi. 80, wjms viii. 28, 30 c, except as noted below. Letters changed from the manuscript reading are printed in italics. Some obvious additions, and the following changes, are sometimes not further explained by critical notes : ae with italic a, for manuscript e. oe, with italic o, for manuscript ae or e. italic b and v, for manuscript u and b. italic f andpA, for manuscript ph andf. italic i and y, for manuscript y and i. italic h, for an h omitted in the manuscript. The manuscripts are referred to as follows; read- ings without specification of the manuscript are from F : F=Laurentianus li. 10; No. 1 in our list. F 1 or m 1, the original writer of F, or the first hand. F 2 or m 2, the corrector of F, or the second hand. Fv = readings from the lost quaternion of F, as recorded by Victorius; our No. 2. Frag. Cass. = Cassinensis 361; our No. 3. f= Laurentianus li. 5; our No. 5. H= Havniensis; our No. 6. G = Gothanus; our No. 7. a = Parisinus 7489; our No. 8. 6 = Parisinus 6142; our No. 9- c=Parisinus 7535; our No. 10. V= Vindobonensis lxiii.; our No. 1 1 . p = Basiliensis F iv. 13; our No. 12. M= Guelferbytanus 896; our No. 13. B = that used by Augustinus; our No. 14. The following abbreviations are used for editors and editions (others are referred to by their full names) : Laetus = editio princeps of Pomponius Laetus. Rhol. = Rholandellus, whose first edition was in 1475. Pius = Baptista Pius, edition of 1510. Aug. = Antonius Augustinus, editor of the Vul- gate edition 1554, reprinted 1557. Sciop. = Gaspar Scioppius, edition of 1602, re- printed 1605. L. Sp. = Leonhard Spengel, edition of 1826 (and articles). Mue. = Karl Ottfried Mueller, edition of 1833. A. Sp. = Andreas Spengel, edition of 1885 (and articles). GS. = G. Goetz and F. Schoell, edition. De Disciplina Originum Verborum ad ClCERONEM. Quemadmodum vocabula essent imposita rebus in lingua Latina, sex libris exponere institui. De his tris ante hunc feci quos Septumio misi : in quibus est de disciplina, quam vocant eri'/ioAoyi/ojv 1 : quae contra ea(m) 2 dicerentur, volumine primo, quae pro ea, secundo, quae de ea, tertio. In his ad te scribam, a quibus rebus vocabula imposita sint in lingua Latina, et ea quae sunt in consuetudine apud (popu- lum et ea quae inveniuntur apud) 3 poetas. 2. Cuwz 1 unius cuiusque verbi naturae sint duae, a qua re et in qua re vocabulum sit impositum (itaque § 1. 1 For ethimologicen. 2 Rhol., for ea. 3 Added by A. Sp. §2. 1 Rhol., for cui. §1. "Books II. -VII.; Book I. was introductory. * Books II.-IV. e Quaestor to V., cf. vii. 109; but when or where is not known. Possibly he was the writer on architecture mentioned by Vitruvius, de Arch. vii. praef. 1 4, and even the composer of the Libri Observationttm men- ON THE LATIN LANGUAGE Ox THE SciEXCE OF THE ORIGIN OF WORDS, ADDRESSED TO ClCERO. In what way a name (like ‘shagy’) is applied to a thing (like shagginess) in Latin, I undertak to expound. Of this exposition, I have already composed three parts b before this one, and address them to SETTUMIO (vedasi) c; in those three parts I treat of the branch of learning which I call ‘etymology,’ from the Greek for ‘true’. The considerations which might be raised against it, I have put in a first part; those adduced in its favour, in the second; those merely describing it, in the third. In the following, addressed to thee, CICERONE, I shall discuss the PROBLEM – philosophical if ever there is one -- from what a thing a name is applied, either a name which is habitual with the ordinary folk, or that which is found in the poets, so-called, only. Inasmuch as each and every WORD [cf. Grice, “Utt ] has two innate features, from what thing and to what thing tioned by Quintilian, Inst. Orat. iv. 1. 19. d Cicero, to whom V. addresses the balance of the work, Books V.-XXV., written apparently in 47-45 b.c. 3 V. a qua re sit pertinacia cum requi(ri)tur, 2 ostenditur 3 esse a perten(den)do 4; in qua re sit impositum dicitur cum demonstratur, in quo non debet pertendi et pertendit, pertinaciam esse, quod in quo oporteat manere, si in eo perstet, perseverantia sit), priorem illam partem, ubi cur et unde sint verba scrutantur, Graeci vocant £Tu//oAoyiav, 5 illam alteram Trtp(}) °" r l- /xcuvo/xevwi'. De quibus duabus rebus in his libris promiscue dicam, sed exilius de posteriore. 3. Quae ideo sunt obscuriora, quod neque omnis impositio verborum extat, 1 quod vetustas quasdam delevit, nec quae extat sine mendo omnis imposita, nec quae recte est imposita, cuncta manet (multa enim verba li(t)teris commutatis sunt interpolata), neque omnis origo est nostrae linguae e vernaculis verbis, et multa verba aliud nunc ostendunt, aliud ante significabant, ut hostis : nam turn eo verbo dicebant peregrinum qui suis legibus uteretur, nunc dicunt eum quern turn dicebant perduellem. 4. In quo genere verborum aut casu erit illustrius unde videri possit origo, inde repetam. Ita fieri oportere apparet, quod recto casu quom 1 dicimus inpos, 2 obscurius est esse a potentia qua(m> 3 cum 2 OS., for sequitur. 3 For hostenditur. 4 Rhol., for pertendo. 5 For ethimologiam. § 3. 1 For exstat. § 4. 1 Aug., with B, for quem. 2 p, Laetus, for ineos. 3 For qua. § 2. ° Properly an abstract formed from pertinax, itself a compound of tenax ' tenacious,' derived from tenere ' to hold.' § 3. ° Cf. vii. 49. Not from potentia; but both from radical pot-. the name is applied (therefore, when the question is raised from what thing pertinacia ' obstinacy ' is,° it is shown to be from pertendere ' to persist ' : to what thing it is applied, is told when it is explained that it is pertinacia ' obstinacy ' in a matter in which there ought not to be persistence but there is, because it is perseverantia ' steadfastness ' if a person persists in that in which he ought to hold firm), that former part, where they examine why and whence words are, the Greeks call Etymology, that other part they call Semantics. Of these two matters I shall speak in the following books, not keeping them apart, but giving less attention to the second. 3. These relations are often rather obscure for the following reasons : Not every word that has been applied, still exists, because lapse of time has blotted out some. Not every word that is in use, has been applied without inaccuracy of some kind, nor does every word which has been applied correctly remain as it originally was; for many words are disguised by change of the letters. There are some whose origin is not from native words of our own language. Many words indicate one thing now, but formerly meant something else, as is the case with hostis ' enemy ' : for in olden times by this word they meant a foreigner from a country independent of Roman laws, but now they give the name to him whom they then called perduellis ' enemy.' a 4. I shall take as starting-point of my discussion that derivative or case-form of the words in which the origin can be more clearly seen. It is evident that we ought to operate in this way, because when we say inpos ' lacking power ' in the nominative, it is less clear that it is from potentia a ' power ' than when we 5 V. dicimus inpotem 4; et eo obscurius fit, si dicas pos quam 5 inpos : videtur enim pos significare potius pontem quam potentem. 5. Vetustas pauca non depravat, multa tollit. Quem puerum vidisti formosum, hunc vides defor- mem in senecta. Tertium seculum non videt eum homincm quem vidit primum. Quare ilia quae iam maioribus nostris ademit oblivio, fugitiva secuta sedulitas Muci 1 et Bruti retrahere nequit. Non, si non potuero indagare, eo ero tardior, sed velocior ideo, si quivero. Non mediocres 2 enim tenebrae in silva ubi haec captanda neque eo quo pervenire volumus semitae tritae, neque non in tramitibus quaedam obz'ecta 3 quae euntem retinere possent. 6. Quorum verborum novorum ac veterum dis- cordia omnis in consuetudine com(m)uni, quot modis 1 commutatio sit facta qui animadverterit, facilius scrutari origines patietur verborum : reperiet enim esse commutata, ut in superioribus libris ostendi, maxime propter bis quaternas causas. Litterarum enim fit demptione aut additione et propter earum tra(ie)ctionem 2 aut commutationem, item syllabarum productione (aut correptione, denique adiectione aut 4 Aug., for inpotentem. 5 Aug., with B, for postquam. § 5. 1 For muti. 2 For mediocris. 3 For oblecta. § 6. 1 After modis, Fr. Fritzsche deleted litterarum. 2 Scaliger and Popma,for tractationem. Avoided in practice, in favour of dissyllabic potis. " Be- cause the nasal was almost or quite lost before s; cf. the regular inscriptional spelling cosol= consul. § 5. ° P. Mucius Scaevola and M. Junius Brutus, distin- guished jurists and writers on law in the period 150-130 b.c. Mucius, as pontifex maximus, seems to have collected and e(n)ta'fodinae 2 et viocurus ? Secundus quo grammatica escendit 3 antiqua, quae ostendit, quem- admodum quodque poeta finxerit verbum, quod confinxerit, quod declinarit; hie Pacui : Rudentum sibilus, hie : Incwrvicervicum 4 pecus, hie : Clamide clupeat bacchium. s 8. Tertius gradus, quo philosophia ascendens per- venit atque ea quae in consuetudine communi essent aperire coepit, 1 ut a quo dictum esset oppidum, vicus, via. Quartus, ubi est adytum 2 et initia regis : quo si non perveniam (ad) 3 scientiam, at* opinionem aucupabor, quod etiam in salute nostra nonnunquam facit 5 cum aegrotamus medicus. 3 Added by Kent, after Scaliger, Mite., OS.; cf. Quintilian, hist. Orat. i. 6. 32. 4 After libris, Aug. deleted qui. §7. 1 After infimus, Sciop. deleted in. 2 Canal, for aretofodine. 3 Sciop., for descendit. 4 O, Aldus, for inceruice ruicum. 8 For bacchium. §8. 1 For caepit. 2 Sciop., for aditum. 3 Added by L. Sp. 4 Sciop., for ad. 5 Aldus, with p, for fecit. § 7. ° Cf. viii. 62. 6 Teucer, Trag. Rom. Frag. 336 Ilibbeck 3; R.O.L. ii. 296-297 Warmington. c Ex inc. fab. xliv, verse 408, Trag. Rom. Frag. Ribbeck 3, R.O.L. ii. 292-293 Warmington, referring to the dolphins of Nereus; the entire 8 ON THE LATIN LANGUAGE, V. &-8 by examples, in the preceding books, of what sort these phenomena are, I have thought that here I need only set a reminder of that previous discussion. 7. Now I shall set forth the origins of the indivi- dual words, of which there are four levels of explana- tion. The lowest is that to which even the common folk has come; who does not see the sources of argentifodinae a ' silver-mines ' and of viocurus ' road- overseer ' ? The second is that to which old-time grammar has mounted, which shows how the poet has made each word which he has fashioned and derived. Here belongs Pacuvius's 6 The whistling of the ropes, here his c Incurvate-necked flock, here his d With his mantle he beshields his arm. 8. The third level is that to which philosophy ascended, and on arrival began to reveal the nature of those words which are in common use, as, for example, from what oppidum ' town ' was named, and vicus ' row of houses,' a and via ' street.' The fourth is that where the sanctuary is, and the mysteries of the high- priest : if I shall not arrive at full knowledge there, at any rate I shall cast about for a conjecture, which even in matters of our health the physician sometimes does when we are ill. verse in Quintilian, Inst. Orat. i. 5. 67, Nerei repandirostrum incurvicervicum pecus. d Hermiona, Trag. Rom. Frag. 186 Ribbeck 3, R.O.L. ii. 232-233 Warmington; the entire verse in Nonius Marcellus, 87. 23 M. : currum liquit, clamide contorta astu clipeat braccium. § 8. ° From this meaning, either an entire small ' village ' or a ' street ' in a large city. Quodsi summum gradum non attigero, tamen secundum praeteribo, quod non solum ad Aris- tophanis lucernam, sed etiam ad CleantAis lucubravi. Volui praeterire eos, qui poetarum modo verba ut sint ficta expediunt. Non enim videbatur consen- taneum qua(e>re 1 me in eo verbo quod finxisset Ennius causam, neglegere quod ante rex Latinus finxisset, cum poeticis multis verbis magis delecter quam utar, antiquis magis utar quam delecter. An non potius mea verba ilia quae hereditate a Romulo rege venerunt quam quae a poeta Livio relicta ? 10. Igitur quoniam in haec sunt tripertita verba, quae sunt aut nostra aut aliena aut oblivia, de nostris dicam cur sint, de alienis unde sint, de obliviis re- linquam : quorum partim quid ta(men) invenerim aut opiner 1 scribam. In hoc libro dicam de vocabulis locorum et quae in his sunt, in secundo de temporum et quae in his fiunt, in tertio de utraque re a poetis comprehensa. 11. Pythagoras Samius ait omnium rerum initia esse bina ut finitum et infinitum, bonum et malum, §9. 1 Aug., for quare. § 10. 1 After A. Sp., with tamen from Fay's quo loco tamen; for quo ita inuenerim ita opiner. §9. Aristophanes of Byzantium, 262-185 b.c, pupil of Zenodotus and Callimachus at Alexandria, and himself one of the greatest of the Alexandrian grammarians, who busied himself especially with the textual correction and editing of the Greek authors, notably Homer, Hesiod, and the lyric poets. 6 Frag. 485 von Arnim; Cleanthes of Assos, 331- 232 b.c, pupil and successor of Zeno, founder of the Stoic school of philosophy (died 264), as head of the school, at Athens, and author of many works on all phases of the Stoic teaching. e L. Livius Andronicus, c. 284-202 b.c, born at Tarentum; first epic and dramatic poet of the Romans. §11. Pythagoras, born probably in Samos about 567 b.c, But if I have not reached the highest level, I shall none the less go farther up than the second, because I have studied not only by the lamp of Aris- tophanes, but also by that of Cleanthes. 6 I have desired to go farther than those who expound only how the words of the poets are made up. For it did not seem meet that I seek the source in the case of the word which Ennius had made, and neglect that which long before King Latinus had made, in view of the fact that I get pleasure rather than utility from many words of the poets, and more utility than pleasure from the ancient words. And in fact are not those words mine which have come to me by inheritance from King Romulus, rather than those which were left behind by the poet Livius ? c 10. Therefore since words are divided into these three groups, those which are our own, those which are of foreign origin, and those which are obsolete and of forgotten sources, I shall set forth about our own why they are, about those of foreign origin whence they are, and as to the obsolete I shall let them alone : except that concerning some of them I shall none the less write what I have found or myself conjecture. In this book I shall tell about the words denoting places and those things which are in them; in the follow- ing book I shall tell of the words denoting times and those things which take place in them : in the third I shall tell of both these as expressed by the poets. 11. Pythagoras the Samian says that the primal elements of all things are in pairs, as finite and infinite, removed to Croton in South Italy about 529 and was there the founder of the philosophic-political school of belief which attaches to his name. His teachings were oral only, and were reduced to writing by his followers.V. vitam et mortem, diem et noctem. Quare item duo status et motus, (utrumque quadripertitum) 1 : quod stat aut agitatur, corpus, ubi agitatur, locus, dum agitatur, tempus, quod est in agitatu, actio. Quadri- pertitio magis sic apparebit : corpus est ut cursor, locus stadium qua currit, tempus hora qua currit, actio cursio. 12. Quare fit, ut ideo fere omnia sint quadri- pertita et ea aeterna, quod neque unquam tempus, quin fuerit 1 motus : eius enim 2 intervallum tempus; ncque motus, ubi non locus et corpus, quod alterum est quod movetur, alterum ubi; neque ubi is agitatus, non actio ibi. Igitur initiorum quadrigae locus et corpus, tempus et actio. 13. Quare quod quattuor genera prima rerum, totidem verborum : e quis (de) locis et ns 1 rebus quae in his videntur in hoc libro summatim ponam. Sed qua cognatio eius erit verbi quae radices egerit extra fines suas, persequemur. Saepe enim ad limitem arboris radices sub vicini prodierunt segetem. Quare non, cum de locis dicam, si ab agro ad agrarium 2 hominem, ad agricolam pervenero, aberraro. Multa §11. 1 Added by L. Sp. §12. 1 For fuerint. 2 A ug., for animi. § 13. 1 L. Sp., for uerborum enim horum dequis locis et his. 2 L. Sp., for agrosium. § 13. ° Celebrated on April 23 and August 19, when an offering of new wine was made to Jupiter. good and bad, life and death, day and night. There- fore likewise there are the two fundamentals, station and motion, each divided into four kinds : what is stationary or is in motion, is body; where it is in motion, is place; while it is in motion, is time; what is inherent in the motion, is action. The fourfold division will be clearer in this way : body is, so to speak, the runner, place is the race-course where he runs, time is the period during which he runs, action is the running. 12. Therefore it comes about that for this reason all things, in general, are divided into four phases, and these universal; because there is never time without there being motion — for even an intermission of motion is time —; nor is there motion where there is not place and body, because the latter is that which is moved, and the former is where; nor where this motion is, does there fail to be action. Therefore place and body, time and action are the four-horse team of the elements. 13. Therefore because the primal classes of things are four in number, so many are the primal classes of words. From among these, concerning places and those things which are seen in them, I shall put a summary account in this book; but we shall follow them up wherever the kin of the word under discus- sion is, even if it has driven its roots beyond its own territory. For often the roots of a tree which is close to the line of the property have gone out under the neighbour's cornfield. Wherefore, when I speak of places, I shall not have gone astray, if from ager ' field ' I pass to an agrarius ' agrarian ' man, and to an agricola ' farmer.' The partnership of words is one of many members : the Wine Festival a cannot be set 13 V. societas verborum, nec Vinalia sine vino expediri nec Curia Calabra sine calatione potest aperiri. II. 14. Incipiam de locis ob 1 ipsius loci origine. Locus est, ubi locatum quid esse potest, ut nunc dicunt, collocatum. Veteres id dicere solitos apparet apud Plautum : Filiam habeo grandem dote cassa(m> atque inlocabile 3 Neque earn queo locare cuiquam. Apud Ennium : O Terra T/jraeca, ubi Liberi fanum incZutfum 3 Maro 4 locavi. 5 15. Ubi quidque consistit, locus. Ab eo praeco dicitur locare, quod usque idem it, 1 quoad in aliquo constitit pretium. In(de) 2 locarium quod datur in stabulo et taberna, ubi consistant. Sic loci muliebres, ubi nascendi initia consistunt. III. 16. Loca natura(e) 1 secundum antiquam divisionem prima duo, terra et caelum, deinde par- ticulatim utriusque multa. Caeli dicuntur loca su- § 14. 1 Sciop., for sub. 2 So Plautus, for cassa dote atque inlocabili F; Plautus also has virginem for filiam. 3 Wilhelm, for inciuium. 4 For miro F 2, maro F 1 . 6 Ribbeck, for locaui. § 15. 1 Turnebus, for id emit. 2 Laetus,for in. § 16. 1 Aug., for natura. 6 A place on the Capitoline Hill, near the cottage of Romulus, and also the meeting held there on the Kalends, when the priests announced the number of days until the Nones; cf. vi. 27, and Macrobius, Saturnalia, i. 15. 7. § 14. a Theuncompounded word; which, like its compound, meant both ' established in a fixed position ' and ' established in a marriage.' b Aulularia, 191-192. e That is, in marriage. d Trag. Rom. Frag. 347-348 Ribbeck 3; R.O.L. 14 on its way without wine, nor can the Curia Calabra ' Announcement Hall ' b be opened without the calatio ' proclamation.' II. 14. Among places, I shall begin with the origin of the word locus ' place ' itself. Locus is where something can be locatum a ' placed,' or as they say nowadays, colhcatum ' established.' That the ancients were wont to use the word in this meaning, is clear in Plautus 6 : I have a grown-up daughter, lacking dower, unplaceable,' Nor can I place her now with anyone. In Ennius we find d : O Thracian Land, where Bacchus' fane renowned Did Maro place. 15. Where anything comes to a standstill, is a locus ' place.' From this the auctioneer is said locare 1 to place ' because he is all the time likewise going on until the price comes to a standstill on someone. Thence also is locarium ' place-rent,' which is given for a lodging or a shop, where the payers take their stand. So also loci muliebres ' woman's places,' where the beginnings of birth are situated. III. 16. The primal places of the universe, accord- ing to the ancient division, are two, terra ' earth ' and caelum ' sky,' and then, according to the division into items, there are many places in each. The places of the sky are called loca super a ' upper places,' and i. 376-377 Warmington. Maro, son of Euanthes and priest of Apollo in the Thracian Ismaros, in thanks for protection for himself and his followers, gave Ulysses a present of excellent wine (Odyssey, ix. 197 ff.). Because of this, later legend drew him into the Dionysiac circle, as son or grandson of Bacchus, or otherwise. There were even cults of Maro himself in Maroneia, Samothrace, and elsewhere. pera et ea deorum, terrae loca infcra et ea hominum. Ut Asia sic caelum dicitur modis duobus. Nam et Asia, quae non Europa, in quo etiam Syria, et Asia dicitur prioris pars Asiae, in qua est Ionia ac provincia nostra. 17. Sic caelum et pars eius, summum ubi stellae, et id quod Pacuvius cum demonstrat dicit : Hoc vide circum supraque quod complexu continet Terram. Cui subiungit : Id quod nostri caelum memorant. A qua bipertita divisione Lua'Zius 1 suorum un(i)us 2 et viginti librorum initium fecit hoc : Aetheris et terrae genitabile quaerere tempus. 18. Caelum dictum scribit Aelius, quod est ccelatum, aut contrario nomine, celatum quod aper- tum est; non male, quod (im)positor 1 multo potius (caelare) 2 a caelo quam caelum a caelando. Sed non § 17. 1 Scaliger, for lucretius. 2 Laetus, for unum. § 18. 1 GS.,for posterior. 2 Added by Scaliger. § 16. ° Asia originally designated probably only a town or small district in Lydia, and then came to be what we now call Asia Minor, and finally the entire continent. 6 Ionia was a coastal region of Asia Minor, including Smyrna, Ephesus, Miletus, etc., and was included within provincia nostra. But ' our province ' ran much farther inland, comprising Phrygia, Mysia, Lydia, Caria (Cicero, Pro Flacco, 27. 65), which explains the ' and.' § 17. ° Chryses, Tray. Rom. Fray. 87-88 and 90 Ribbeck 3; R.O.L. 2. 202-203, lines 107-108, 1 1 1 Warmington. 6 Satirae, verse 1 Marx. As there were thirty books of Lucilius's Satires, the limitation to twenty-one by V. must be based on another division (for which there is evidence), thus : Books XXVI.-XXX. were written first, in various metres; I.-XXI., these belong to the gods; the places of the earth are loca infer a ' lower places,' and these belong to man- kind. Caelum ' sky ' is used in two ways, just as is Asia. For Asia means the Asia, which is not Europe, wherein is even Syria; and Asia means also that part a of the aforementioned Asia, in which is Ionia 6 and our province. 17. So caelum ' sky ' is both a part of itself, the top where the stars are, and that which Pacuvius means when he points it out : See this around and above, which holds in its embrace The earth. To which he adds : .That which the men of our days call the sky. From this division into two, Lucilius set this as the start of his twenty-one books 6 : Seeking the time when the ether above and the earth were created. 18. Caelum, Aelius writes," was so called because it is caelatum ' raised above the surface,' or from the opposite of its idea, 6 celatum ' hidden ' because it is exposed; not ill the remark, that the one who applied the term took caelare ' to raise ' much rather from caelum than caelum from caelare. But that second to which V. here alludes, were a second volume, in dactylic hexameters, which Lucilius had found to be the best vehicle for his work; XXII.-XXV. were a third part, in elegiacs, probably not published until after their author's death. § 18. ° Page 59 Funaioli. Caelum is probably connected with a root seen in German heiter ' bright,' and not with the words mentioned by V.. 6 Derivation by the contrary of the meaning, as in ludus, in quo minime luditur ' school, in which there is very little playing ' (Fesrus, 122. 16 M.). vol. I c 17 V. minus illud alterum de celando ab eo potuit dici, quod interdiu celatur, quam quod noctu non celatur. 19. Omnino epk(ap). 3 A puteis oppidum ut Puteoli, quod incircum eum locum aquae frigidae et caldae multae, nisi a putore potius, quod putidus odoribus soepe ex sulphure et alumine. Extra oppida a puteis puticuli, quod ibi in puteis obruebantur homines, nisi potius, ut Aelius scribit, puticuli 4 quod putescebant ibi cadavera proiecta, qui locus publicus ultra Esquilias. 5 Itaque eum Afranius /mti/ucos 6 in Togata appellat, quod inde suspiciunt per p?*teos 7 lumen. 26. Lacus lacuna magna, ubi aqua contineri potest. Palus paululum aquae in altitudinem et palam latius diffusae. Stagnum a Graeco, quod ii 1 o-reyvov quod non habet rimam. 2 Hinc ad villas rutunda 3 stagna, quod rutundum facillime continet, anguli maxime laborant. § 25. 1 For summi. 2 Buttmann, for potamon sic po tura potu. 3 Victorius, for pe. 4 Mue.,for puticulae. 5 For exquilias. 6 Scaliger, for cuticulos. 7 Canal, for perpetuos. § 26. 1 For 11. 2 Scaliger, for nomen habet primam. 3 B, for rutundas. § 25. Or ' pit '; derivative of root in pidare ' to cut, think,' cf. amputare ' to cut off.' 6 Aeolis, nom. pi. = Greek AloXeis. " This and ttvtcos are unknown in the extant remains of Aeolic Greek, but a number of Aeolic words show the change : anv for a-no, vfioCcos for ofiotcos. d The modern Pozzuoli, on the Bay of Naples, in a locality characterized by volcanic springs and exhalations; V.'s derivation is correct. * Page 65 Funaioli. ' The Roman ' potters' field,' for the poor and the slaves. * Com. Rom. Frag. 430 Ribbeck 3; with a jesting transposition of the consonants. Cf. for a similar effect ' pit-lets ' and ' pit-lights.' The description suggests that they were constructed like the Catacombs. If this moisture is in the ground no matter how far down, in a place from which it pote ' can ' be taken, it is a puteus ' well ' °; unless rather because the Aeolians 6 used to say, like 7ruTa/zos c for Trorafios ' river,' so also Trvreos ' well ' for iroreos ' drinkable,' from pohis ' act of drinking,' and not (f>peap ' well ' as they do now. From patei ' wells ' comes the town- name, such as Puteoli, d because around this place there are many hot and cold spring-waters; unless rather from putor ' stench,' because the place is often putidus ' stinking ' with smells of sulphur and alum. Outside the towns there are puticuli ' little pits,' named from putei ' pits,' because there the people used to be buried in putei ' pits '; unless rather, as Aelius e writes, the puticuli are so called because the corpses which had been thrown out putescebant ' used to rot ' there, in the public burial-place f which is beyond the Esqui- line. This place Afranius 9 in a comedy of Roman life calls the Putiluci ' pit-lights,' for the reason that from it they look up through putei ' pits ' to the lumen ' light.* 26. A lacus ' lake ' is a large lacuna a ' hollow,' where water can be confined. A palus b ' swamp ' is a paululum ' small amount ' of water as to depth, but spread quite widely palam ' in plain sight.' A stagnum c ' pool ' is from Greek, because they gave the name o-reyvos d ' waterproof ' to that which has no fissure. From this, at farmhouses the stagna ' pools ' are round, because a round shape most easily holds water in, but corners are extremely troublesome. §26. ° Lacuna is a derivative of lacus. 6 Palus, paulu- lum, palam are all etymologically distinct. e Properly, a pool without an outlet; perhaps akin to Greek arayuv ' drop (of liquid).' d Original meaning, ' covered.' Fluvius, quod fluit, item flumen : a quo lege praediorum urbanorum scribitur 1 : Stillicidia fluminaque 2 ut ita 3 cadant fluantque; inter haec hoc inter(est), quod stillicidium eo quod stillatim cadit, 4 flumen quod fluit continue. 28. Amnis id flumen quod circuit aliquod : nam ab ambitu amnis. Ab hoc qui circum Aternum 1 habitant, Amiternini appellati. Ab eo qui popu- lum candidatus circum it, 2 ambit, et qui aliter facit, indagabili ex ambitu causam dicit. Itaque Tiberis amnis, quod ambit Martium Campum et urbem; op- pidum Interamna dictum, quod inter amnis est constitutum; item Antemnae, quod ante amnis, qu(a> Anto 3 influit in Tiberim, quod bello male ac- ceptum consenuit. 29. Tiberis quod caput extra Latium, si inde nomen quoque exfluit in linguam nostram, nihil (ad) 1 eTv/ioAoyov Latinum, ut, quod oritur ex Samnio, For scribitur scribitur. 2 For flumina quae. 8 L. Sp., after Gothofredus, for ut ita. 4 a, Pape, for cadet. §28. 1 Aug., with B, for alterunum. 2 For id. 3 Canal, for quanto. § 29. 1 Added by Thiersch. § 27. a Cf. Digest, viii. 2. 17. That is, rain-waters dripping from roofs and streams resulting from rain shall in city properties not be diverted from their present courses. Such supplies of water were in early days a real asset. § 28. " Probably to be associated with English Avon (from Celtic word for ' river '), and not with ambire ' to go around.' b Good etymology; Amiternum was an old city in the Sabine country, on the Aternus River; with ambi- ' around ' in the form am-, as in amicire ' to place (a garment) around.' Fluvhis ' river ' is so named because it jiuit ' flows,' and likewise jiumen ' river ' : from which is written, according to the law of city estates," Stillicidia ' rain-waters ' and flumina ' rivers ' shall be allowed to fall and to flow without interference. 6 Between these there is this difference, that stillicidium ' rain-water ' is so named because it cadit ' falls ' stillatim ' drop by drop,' and Jiumen ' river ' because it jiuit ' flows ' uninterruptedly. 28. An amnis a is that river which goes around something; for amnis is named from ambitus ' circuit.' From this, those who dwell around the Aternus are called Amiternini ' men of Amiternum.' 6 From this, he who circum it ' goes around ' the people as a candi- date, ambit ' canvasses,' and he who does otherwise than he should, pleads his case in court as a result of his investigable ambitus ' canvassing.'" Therefore the Tiber is called an amnis, because it ambit ' goes around ' the Campus Martius and the City d; the town Interamna ' gets its name from its position inter amnis ' between rivers '; likewise Antemnae, because it lies ante amnis ' in front of the rivers,' where the Anio flows into the Tiber a town which suffered in war and wasted away until it perished. 29. The Tiber, because its source is outside Latium, if the name as well flows forth from there into our language, does not concern the Latin ety- mologist; just as the Volturnus, because it starts from e That is, for corrupt electioneering methods. d The Tiber swings to the west at Rome, forming a virtual semicircle. A city in Umbria, almost encircled by the river Nar. § 29. Adjective from voltur ' vulture '; there was a Mt. Voltur farther south, on the boundary between Samnium and Apulia. Volturnus nihil ad Latinam linguam : at 2 quod proxi- mum oppidum ab eo secundum mare Volturnum, ad nos, iam 3 Latinum vocabulum, ut Tiberinus no(me)n.' Et colonia enim nostra Volturnu?/? 5 et deus Tiberinus. 30. Sed de Tiberis nomine anceps historia. Nam et suum Etruria et Latium suum esse credit, quod fuerunt qui ab Thebri vicino regulo Veientum 1 dixe- rint appellat?fimam 4 Novam Viam locus sacellum (Ve>labrum. 5 44. Velabrum a vehendo. Velaturam facere etiam nunc dicuntur qui id mercede faciunt. Merces (dicitur a mcrendo et aere) huic vecturae qui ratibus transibant quadrans. Ab eo Lucilius scripsit : Quadrantis ratiti. VIII. 45. Reliqua urbis loca olim discreta, cum Argeorum sacraria septem et viginti in (quattuor) §43. x Added by Laetus. 2 Mue., with M, for auen- tinum. 3 Added by L. Sp. 4 Turnebus, for fimam. 5 Mue., for labrum. § 43. ° Page 115 Funaioli. Etymologies of place-names are particularly treacherous; none of those given here ex- plains Aventinus. V. elsewhere (de gente populi Romani, quoted by Servius in Aen. vii. 657) says that some Sabines established here by Romulus called it Aventinus from the Avens, a river of the district from which they had come. 6 Frag. Poet. Rom. 27 Baehrens; R.O.L. ii. 56-57 Warming- ton. c The spelling with d is required by the sense. d V. says that a ferry-raft was called a velabrum, and that this name was transferred to the passage on which the rafts had plied, when it was filled in and had become a street; but that there survived a chapel in honour of the ferry-rafts. § 44. ° Correct etymology. 6 Incorrect etymology. -±5 several origins. Naevius b says that it is from the aves ' birds,' because the birds went thither from the Tiber; others, that it is from King Aventinus the Alban, because he is buried there; others that it is the Adventine c Hill, from the adventus ' coming ' of people, because there a temple of Diana was estab- lished in which all the Latins had rights in common. I am decidedly of the opinion, that it is from advectus ' transport by water '; for of old the hill was cut off from everything else by swampy pools and streams. Therefore they advehebaniur ' were conveyed ' thither by rafts; and traces of this survive, in that the way by which they were then transported is now called Velabrum ' fern",' and the place from which they landed at the bottom of New Street is a chapel of the Velabra. " 44. Velabrum ° is from vehere ' to convey.' Even now, those persons are said to do velatura ' ferrying,' who do this for pay. The merces 6 ' pay ' (so called from merere ' to earn ' and aes ' copper money ') for this ferrying of those who crossed by rafts was a farthing. From this Lucilius wrote c : Of a raft-marked farthing. 1 * VIII. 45. The remaining localities of the City were long' ago divided off, when the twenty-seven c 1272 Marx. d The quadrans or fourth of an as was marked with the figure of a raft. § 45. ° It would seem simpler if the shrines numbered twenty-four, six in each of the four sections of Rome. But both here and in vii. 44 the number is driven as twenty-seven. It is hardly likely that in both places XXUII ( =XXVII) has been miswritten for XXIIII; yet this supposition must be made by those who think that the correct number is twenty- four. partis 1 urbi(s) 2 sunt disposita. Argeos dictos putant a principibus, qui cum /fercule Argivo venerunt Romam et in Saturnia subsederunt. E quis prima scripta est regio Suburana, 3 secunda' Esquilina, tertia Collina, quarta Palatina. 46. In Suburanae 1 regionis parte princeps est Caelius mons a C#ele Vibenna, 2 Tusco duce nobili, qui cum sua manu dicitur Romulo venisse auxilio contra 7atium 3 regem. Hinc post Caelis 4 obitum, quod nimis munita loca tenerent neque sine suspicione essent, deducti dicuntur in planum. Ab eis dictus Vicus Tuscus, et ideo ibi Vortumnum stare, quod is deus Etruriae princeps; de Caelianis qui a suspicione liberi essent, traductos in eum locum qui vocatur Cfleliolum. 4-7. Cum Cflelio 1 coniunctum Carinae et inter eas quern locum Caer(i)o/ensem 2 appellatum apparet, § 45. 1 L. Sp., for sacraria in septem et uiginti partis. 2 Ijaetus, for urbi. 3 Aug., for suburbana F 1, subura F 2 . § 46. 1 Aug., with B,for suburbanae. 2 Frag. Cass., for uibenno / cf. Tacitus, Ann. iv. 65. 3 Puccius, \oith Servius in Aen. v. 560, for latinum. 4 Coelis Aug., for celii. § 47. 1 Laetus, for celion. 2 Kent; Caeliolensem ten Brink {and similarly through the section); for ceroniensem. * Puppets or dolls made of rushes, thrown into the Tiber from the Pons Sublicius every year on May 14, as a sacrifice of purification; the distribution of the shrines from which they were brought was to enable them to take up the pollu- tion of the entire city. Possibly the dolls were a substitute for human victims. The name Argei clearly indicates that the ceremony was brought from Greece. § 46. Comparison with § 47, § 50, § 52, § 54, shows that shrines of the Argei 6 were distributed among the four sections of the City. The Argei, they think, were named from the chieftains who came to Rome with Hercules the Argive, and settled down in Saturnia. Of these sections, the first is recorded as the Suburan region, the second the Esquiline, the third the Colline, the fourth the Palatine. 46. In the section of the Suburan region, the first shrine ° is located on the Caelian Hill, named from Caeles Yibenna, a Tuscan leader of distinction, who is said to have come with his followers to help Romulus against King Tatius. From this hill the followers of Caeles are said, after his death, to have been brought down into the level ground, because they were in possession of a location which was too strongly forti- fied and their loyalty was somewhat under suspicion. From them was named the Vicus Tuscus ' Tuscan Row,' and therefore, they say, the statue of Vertumnus stands there, because he is the chief god of Etruria; but those of the Caelians who were free from suspicion were removed to that place which is called Caeliohim ' the little Caelian.' 6 47. Joined to the Caelian is Cannae ' the Keels '; and between them is the place which is called Caerio- the sacra Argeorum (§ 50) used princeps, terticeps, etc., to designate numerically the shrines in each pars; and that the place-name was set in the nominative alongside the neuter numeral : therefore " the first is the Caelian Hill " means that the first shrine is located on that hill. Cf. K. O. Mueller, Zur Topographle Horns : ilber die Fragmenta der Sacra Argeorum bei V., de Lingua Latlna,v. 8 (pp. 69-94 in C. A. Bottiger, Archaohgle und Kunst, vol. i., Breslau, 1828). * The Caeliolum, spoken of also as the Caeliculus (or -um) by Cicero, De liar. Resp. 15. 32, and as the Caelius Minor by Martial, xii. 18. 6, seems to have been a smaller and less im- portant section of the Caelian Hill. quod primae regionis quartum sacrarium scriptum sic est : Caer(i)olensis 3 : quarticeps 4 circa Minerviuin qua in Caeli?/(m> monte(m) B itur : in tabernola est. Cflcrolensis s a Carinarum 7 iunctu dictus; Carinae pote a 8 caeri(m)onia, 9 quod hinc oritur caput Sacrae Viae ab Streniae sacello quae pertinet in arce(m), 10 qua sacra quotquot mensibus feruntur in arcem et per quam augures ex arce profecti solent inaugurare. Huius Sacrae Viae pars haec sola volgo nota, quae est a Foro eunti primore 11 clivo. 48. Eidem regioni adtributa Subura, quod sub muro terreo Carinarum; in eo est Argeorum sacel- lum sextum. Subura(m) 1 Iunius scribit ab eo, quod fuerit sub antiqua urbc; cui testimonium potest esse, quod subest ei 2 loco qui terreus murus vocatur. Sed (ego a) 3 pago potius Succusano dictam puto Suc- cusam : (quod in nota etiam) 4 nunc scribitur (SVC) 5 3 Kent, for cerolienses. 4 Aug., for quae triceps. 5 Aug., for celio monte. 6 Kent, for cerulensis. 7 For carinaernm. 8 Jordan, for postea. 9 cerimonia Bek- ker, for cerionia. 10 Aug., and Frag. Cass., for arce. 11 Aldus, for primoro. § 48. 1 Wissowa, for subura. 2 Victorius, for et. 3 Added by Laetus (a Frag. Cass.). 4 Added by Mae., after Quintilian, Inst. Orat. i. 7. 29. 5 Added by Merck- lin, to fill a gap capable of holding three letters, in F; cf. Quintilian, loc. cit. § 47. ° That is, Caeliolensis ' pertaining to the Caeliolus.'' Through separation in meaning from the primitive, the r has been subject to regular dissimilation as in caerulus for *catlu- lensis, a obviously because the fourth shrine of the first region is thus written in the records : Coeriolensis : fourth 6 shrine, near the temple of Minerva, in the street by which you go up the Caelian Hill; it is in a booth.' Caeriolensis is so called from the joining of the Carinae with the Caelian. Carinae is perhaps from caerimonia ' ceremony,' because from here starts the beginning of the Sacred Way, which extends from the Chapel of Strenia d to the citadel, by which the offerings are brought ever)' year to the citadel, and by which the augurs regularly set out from the citadel for the observation of the birds. Of this Sacred Way, this is the only part commonly known, namely the part which is at the beginning of the Ascent as you go from the Forum. 48. To the same region is assigned the Subura, which is beneath the earth-wall of the Cannae; in it is the sixth chapel of the Argei. Junius 6 writes that Subura is so named because it was at the foot of the old city (sub urbe); proof of which may be in the fact that it is under that place which is called the earth- wall. But I rather think that from the Succusan dis- trict it was called Succusa; for even now when abbre- viated it is written SVC, with C and not B as third his, Parilia for Palilia; possibly association with Carinae furthered the change. * Cf. § 46, note a. e The words sinistra via or dexteriore via may have been lost before in tabernola; cf. ten Brink's note. d A goddess of health and physical well-being. § 48. " Etymology entirely uncertain. The neuters quod and in eo, referring to Subura, mutually support each other. 6 M. Junius Gracchanus, contemporary and partisan of the Gracchi; page 1 1 Huschke. He wrote an antiquarian work Be Potestatibus. 45 V. tertia littera C, non B. Pagus Succusanus, quod succurrit Carinis. 49. Sccundac rcgionis Esquiliae. 1 Alii has scrip- serunt ab excubiis regis dictas, alii ab eo quod (aes- culis} 2 excultae a rege Tullio essent. Huic origini magis concinunt loca vicina, 3 quod ibi lucus dicitur Facutalis et Larum Querquetulanum sacellum et l?*cus 4 Mefitis et Iunonis Lucinae, quorum angusti fines. Non mirum : iam diu enim late avaritia una (domina) 5 est. 50. Esquiliae duo montes habiti, quod pars (Op- pius pars) 1 Cespzus 2 mons suo antiquo nomine etiam nunc in sacris appellatur. In Sacris Argeorum scriptum sic est : Oppius Mons : princeps quili(i>s 3 u/s 4 l?. 4 Sunt qui, quod ibi vimineta 5 fuerint. Coin's 6 Quirinalis, (quod ibi) 7 Quirini fanum. Sunt qui a Quiritibus, qui cum Tatio Curibus venerunt ad Roma(m), 8 quod ibi habuerint castra. 52. Quod vocabulum coniunctarum regionum nomina obliteravit. Dictos enim collis pluris apparet ex Argeorum Sacrificiis, in quibus scriptum sic est : Collis Quirinalis : terticeps cis 1 aedem Quirini. Collis Salutaris : quarticeps adversum est polinar cis 2 aedem Salutis. 13 Mue., for sceptius. 14 Mue., for quinticepsois. 15 Laetus, for lacum. 16 Scaliger, for esquilinis. § 51. 1 L. Sp., for colles. 2 Laetus, for uiminales. 3 Aug., with B, for uimino / cf Festus, 376 a 10 M. 4 L. Sp., after ten Brink (arae eius), for arae. 6 O, Aug., for uiminata. 6 Laetus, for colles. 7 Added by L. Sp. 8 Ten Brink; Romam Laetus; for ab Roma. § 52. 1 Mue., for terticepsois. 2 Apollinar cis Mue., for pilonarois. c Apparently to be associated with putidus ' stinking,' because of the mention of Mefitis a few lines before; but if so, the oe is a false archaic spelling, out of place in putidus and its kin. Another possibility is that it is to be connected with the plebeian gens Poetelia; one of this name was a member of the Second Decemvirate, 450 b.c. d That is, adjacent to the sacristan's dwelling. Cespian Hill : fifth shrine, this side of the Poetelian " Grove; it is on the Esquiline. Cespian Hill : sixth shrine, at the temple of Juno Lucina, where the sacristan customarily dwells.* 51. To the third region belong five hills, named from sanctuaries of gods; among these hills are two that are well-known. The .Viminal Hill got its name from Jupiter Viminius ' of the Osiers,' because there was his altar; ■ but there are some a who assign its name to the fact that there were vimineta ' willow- copses ' there. The Quirinal Hill was so named because there was the sanctuary of Quirinus 6; others c say that it is derived from the Quirites, who came with Tatius from Cures d to the vicinity of Rome, because there they established their camp. 52. This name has caused the names of the adjacent localities to be forgotten. For that there were other hills with their own names, is clear from the Sacrifices of the Argei, in which there is a record to this effect ° : Quirinal Hill : third shrine, this side of the temple of Quirinus. Salutary Hill * : fourth shrine, opposite the temple of Apollo, this side of the temple of Salus. §51. "Page 118 Funaioli. b Quirinalis, Quirinus, Quirites belong together; but Cures is probably to be kept apart. c Page 116 Funaioli. d An ancient city of the Sabines, about twenty-four miles from Rome, the city of Tatius and the birthplace of Xnma Pompilius, successor of Romulus; cf. Livy, i. 13, 18. § 53. ° Page 6 Preibisch. 6 Sal u tar is, from salus ' preservation '; the temple perhaps marked the place of a victory in a critical battle, or commemorated the end of a pestilence. We do not know whether this Salus was the same as Iuppiter Salutaris. mentioned by Cicero, De Finibus, iii. 20. 66; cf. the Greek Zevs aarrqp ' Zeus the Saviour.' vol. l E 49 V. Collis Mucialis : quinticeps apud aedem Dei Fidi 3; in delubro, ubi aeditumus habere solet. Colli's 4 Latiaris 5 : sexticeps in Vico Instef'ano 6 summo, apud au(gu)raculum'; aedificium solum est. Horum deorum arae, a quibus cognomina habent, in cius regionis partibus sunt. 53. Quartae regionis Palatium, quod Pallantes cum Euandro venerunt, qui et Palatini; (alii quod Palatini), 1 aborigines ex agro Reatino, qui appeliatur Palatium, ibi conse(de)runt 2; sed hoc alii a Palanto 3 uxore Latini putarunt. Eundem hunc locum a pecore dictum putant quidam; itaque Naevius Balatium appellat. 5 1. Huic Cermalum et Velias 1 coniunxerunt, quod in hac rcgione 2 scriptum est : Germalense : quinticeps apud aedem Romuli. Et Veliense 3 : sexticeps in Velia apud aedem deum Penatium. 3 For de i de fidi. 4 For colles. 5 M, Laetus, for latioris. 6 Jordan, for instelano; cf Livy, xxiv. 10. 8, in vico Insteio. 7 Turtiebus,for auraculum. § 53. 1 Added by A. Sp. 2 Fray. Cass., M, Laetus, for conserunt. 3 Mite., (Palantho L. Sp.), for palantio / cf Fest. 220. 6 M. § 54. 1 For uellias. 2 M, Laetus, for religione. 3 Bentlnus, for uelienses. c 3Ivcialis, apparently from the gens Mucia; the first known Mucius was the one who on failing to assassinate Porsenna, the Etruscan king who was besieging Pome, burned his right hand over the altar-fire and thus gained the cognomen Scae- vola ' Lefty.' Several Mucii with the cognomen Scaevola were prominent in the political and legal life of Rome from 215 to 82 b.c. d Detts Fidivs was an aspect of Jupiter; cf. Greek Zev? marios. e Latiaris 'pertaining to Latium'; Iuppiter Latiaris was the guardian deity of the Latin Con- federation, cf. Cicero, Pro Milone, 31. 85. Mucial Hill e : fifth shrine, at the temple of the God of Faith, 4 in the chapel where the sacristan customarily dwells. Latiary Hill * : sixth shrine, at the top of Insteian Row, at the augurs' place of observation; it is the only building. The altars of these gods, from which they have their surnames, are in the various parts of this region. 53. To the fourth region belongs the Palatine, so called because the Pallantes came there* with Evan- der, and they were called also Palatines; others think that it was because Palatines, aboriginal inhabitants of a Reatine district called Palatium, 6 settled there; but others c thought that it was from Palanto, d wife of Latinus. This same place certain authorities think was named from the pecus ' flocks '; therefore Naevius e calls it the Balalium f ' Bleat-ine.' 54. To this they joined the Cermalus ° and the Veliae, 6 because in the account of this region it is thus recorded c : Germalian : fifth shrine, at the temple of Romulus, and Velian : sixth shrine, on the Velia, at the temple of the deified Penates. § 53. ° For Palatium, there is no convincing etymology. 6 An ancient city of the Sabines, on the Via Salaria, forty- eight miles from Rome, on the banks of the river Velinus. ' Page 116 Funaioli. 4 According to Festus, 220. 5 M., Palanto was the mother of Latinus; she is called Pallantia by Servius in Jen. viii. 51. e Frag. Poet. Rom. 28 Baeh- rens; R.O.L. ii. 56-57 Warmington. 'As though from balare ' to bleat.' § 54. "There is no etymology for Cermalus; the word began with C, but for etymological purposes V. begins it with G, relying on the fact that in older Latin C represented two sounds, c and g. 6 Apparently used both in the singular, Velia, and in the plural, Veliae; there is no ety- mology. e Page 7 Preibisch. Germalum a germanis Romulo et Remo, quod ad ficum ruminalem, et ii ibi inventi, quo aqua hiberna Tiberis eos detulerat in alveolo expositos. Veliae unde essent plures accepi causas, in quis quod ibi pastores Palatini ex ovibus 4 ante tonsuram inventam vellere lanam sint soliti, a quo vellera 5 dieuntur. IX. 55. Ager Romanus primum divisus in partis tris, a quo tribus appellata Tztiensium, 1 Ramnium, Lueerum. Nominatae, ut ait Ennius, Titienses ab Tatio, Ramnenses ab Romulo, Lueeres, ut Iunius, ab Lueumone; sed omnia haee voeabula Tusca, ut Volnius, qui tragoedias 2 Tuscas seripsit, dicebat. 56. Ab hoe partes 1 quoque quattuor urbis tribus dietae,ab loeis Suburana, Palatina, Esquilina, Collina; quinta, quod sub Roma, Romilia; sic reliquae 2 tri(gin)ta 3 ab his rebus quibus in Tribu(u)m Libro 4 scripsi. X. 57. Quod ad loca quaeque his coniuneta fuerunt, 4 Victorius, for quibus. 5 Laetvs, for uelleinera (uellaera Frag. Cass.). § 55. 1 Groth, for tatiensium. 2 For tragaedias. § 56. 1 For partis. 2 For reliqna, altered from re- liquae. 3 Turnebus, for trita. 4 Frag. Cass., L. Sp., for libros. d Page 118 Funaioli. § 55. ° Roman possessions in land, both state property and private estates; as opposed to ager peregrinus ' foreign land.' 6 None of the etymologies is probable, which is not surprising, as they were of non-Latin origin, whether or not they were Etruscan. e Ann. i. frag. lix. Vahlen 2; R.O.L. i. 38-39 Warmington. d Page 121 Funaioli; page 11 Huschke. e Page 126 Funaioli; Volnius is not mentioned elsewhere. § 56. ° The four vrbanae tribus ' city tribes.' 6 The , V. 5±-57 Germalus, they say, is from the germani ' brothers ' Romulus and Remus, because it is beside the Fig-tree of the Suckling, and they were found there, where the Tiber's winter flood had brought them when they had been put out in a basket. For the source of the name Veliae I have found several reasons/* among them, that there the shepherds of the Palatine, before the invention of shearing, used to vellere ' pluck ' the wool from the sheep, from which the vellera ' fleeces ' were named. IX. 55. The Roman field-land a was at first divided into tris ' three ' parts, from which they called the Titienses, the Ramnes, and the Luceres each a tribus ' tribe.' These tribes were named, 6 as Ennius says," the Titienses from Tatius, the Ramnenses from Romulus, the Luceres, according to Junius/* from Lucumo; but all these words are Etruscan, as Vol- nius, e who wrote tragedies in Etruscan, stated. 56. From this, four parts of the City also were used as names of tribes, the Suburan, the Palatine, the Esquiline, the Colline, a from the places; a fifth, because it was sub Roma ' beneath the walls of Rome,' M as called Romilian 6; so also the remaining thirty c from those causes which ris. 1 A qua vi natis dicta vita et illud a Lucilio : Vis est vita, vides, vis nos facere omnia cogit. 64. Quare quod caelum principium, ab satu est dictus Saturnus, et quod ignis, Saturnalibus cerei superioribus mittuntur. Terra Ops, quod hie omne opus et hac opus ad vivendum, et ideo dicitur Ops mater, quod terra mater. Haec enim Terris gentis omnis peperit et resumit denuo, quae Dat cibaria, 8 Sciop.,/or uiere est uincere. 4 Scaliger, for palmam. § 63. 1 L. Sp.; significantes Veneris Laetus; for signi- ficantes se ueris. ' Vincire is in fact derived from an extension of the root seen in viere. 3 25 Vahlen 2; R.O.L. i. 404-405 Warming- ton. h Palma and paria are etymologically separate. § 63. A Greek legend, invented to connect the name of Aphrodite with dpos ' foam '; cf. Hesiod, Theogony, 188- 198. The name Aphrodite is probably of Semitic origin. itself, from vinctura ' binding,' said vieri ' to be plaited,' that is, vinciri ' to be bound ' f; whence there is the line in Ennius's Sota 9 : The lustful pair were going, to plait the Love-god's garland. Palma ' palm ' is so named because, being naturally bound on both sides, it has paria ' equal * leaves.^ 63. The poets, in that they say that the fiery seed fell from the Sky into the sea and Venus was born "from the foam-masses," ° through the conjunction of fire and moisture, are indicating that the vis ' force' which they have is that of Venus. Those born of this vis have what is called vita 6 ' life,' and that was meant by Lucilius c : Life is force, you see; to do everything force doth compel us. 64. Wherefore because the Sky is the beginning, Saturn was named from satus a ' sowing '; and because fire is a beginning, waxlights are presented to patrons at the Saturnalia. 6 Ops c is the Earth, be- cause in it is every opus ' work ' and there is opus ' need ' of it for living, and therefore Ops is called mother, because the Earth is the. mother. For she d All men hath produced in all the lands, and takes them back again, she who Gives the rations, * Vis and vita are not connected etymological ly. e 1340 Marx. § 64. ° This etymology is unlikely. * Confirmed by Festus, 54. 16 M. e Ops and opus are connected ety- mologically. d Ennius, Varia, 48 Vahlen 2; R.O.L. i. 412- 413 Warmington. 61 V. ut ait Ennius, quae Quod gerit fruges, Ceres; antiquis enim quod nunc G C. 1 65. Idem hi dei Caelum et Terra Iupiter et Iuno, quod ut ait Ennius : Istic est is Iupiter quem dico, quern Grneci vocant Aerem, qui ventus est et nubes, imber postea, Atque ex imbre frigus, verities 1 post fit, aer denuo. Hacc(e) 2 propter Iupiter sunt ista quae dico tibi, Qui 3 mortalis, (arva) 4 atque urbes beluasque omnis iuvat. Quod hi(n)c 5 omnes et sub hoc, eundem appellans dicit : Divumque hominumque pater rex. Pater, quod patefacit semen : nam turn esse 8 con- ceptual (pat)et, 7 inde cum exit quod oritur. 66. Hoc idem magis ostendit antiquius Iovis nomen : nam olim Diovis et Di(e)spiter 1 dictus, id est dies pater; a quo dei dicti qui inde, et diws 2 et § 64. 1 Lachmann; C quod nunc G Mite.; for quod nunc et. § 65. 1 Laetus, for uentis. 2 Mor. Jlaupt; haecce Mae.; for haec. 3 Aug., with B, for qua. 4 Added by Schoell. 5 L. Sp., for hie. 6 Mue., for est. 7 Mue., for et. § 66. 1 Laetus, for dispiter. 2 Bentinus, for dies. 'Varia, 49-50 Vahlen 2; R.O.L. i. 412-413 Warmington; gerit and Ceres are not connected. / There was a time when C had its original value g (as in Greek, where the third letter is gamma) and had taken over also the value of K. The use of the symbol G for the sound g was later. C in the value g survived in C. = Gaius, Cn. = Gnaeus. § 65. Varia, 54-58 Vahlen 2; R.O.L. i. 414-415 Warm- ington. * Iupiter and iuvare are not related. c An- as Ennius says, e who Is Ceres, since she brings (gerit) the fruits. For with the ancients, what is now G, was written C/ 65. These same gods Sky and Earth are Jupiter and Juno, because, as Ennius says,° That one is the Jupiter of whom I speak, whom Grecians call Air; who is the windy blast and cloud, and after- wards the rain; After rain, the cold; he then becomes again the wind and air. This is why those things of which I speak to you are Jupiter : Help he gives * to men, to fields and cities, and to beasties all. Because all come from him and are under him, he addresses him with the words c : O father and king of the gods and the mortals. Pater ' father ' because he patefacit d ' makes evident ' the seed; for then it patet ' is evident ' that concep- tion has taken place, when that which is born comes out from it. 66. This same thing the more ancient name of J upiter a shows even better : for of old he was called Diovis and Diespiter, that is, dies pater ' Father Day " b; from which they who come from him are called dei ' deities,' and dius ' god ' and divum ' sky,' whence sub divo ' under the sky,' and Dius Fidius ' god of nates, 5S0 Vahlen 2; R.O.L. i. 168-169 Warmington. d Pater and patere are not related. § 66. ° Iu- in Iupiter, Diovis, Dies, deus, Dius, divum belong together by etymology. b K. O. Mueller thought that Yarro meant dies as the old genitive, ' father of the day,' instead of as a nominative in apposition; but this is hardly likely. 63 V. divum, unde sub divo, Dius Fidius. Itaque inde eius perforatum tectum, ut ea videatur divum, id est caelum. Quidam negant sub tecto per hunc deierare oportere. Aelius Dium Fid(i)um dicebat Diovis filium, ut Grceci Aiocr/vopoi' Castorem, et putabat 3 hunc esse Sancum 4 ab Safeina lingua et Herculem a Graeca. Idem hie Dis 5 pater dicitur infimus, qui est coniunctus terrae, ubi omnia (ut) 6 oriuntur ita? abori- untur; quorum quod finis ortu(u)m, Orcus 8 dictus. 67. Quod Iovis Iuno coniunx et is Caelum, haec Terra, quae eadem Tellus, et ca dicta, quod una iuvat cum love, Iuno, et Regina, quod huius omnia ter- restria. 68. Sol 1 vel quod ita Sa&ini, vel (quod) 2 solus 3 ita lucet, ut ex eo dco dies sit. Luna, vel quod sola lucet noctu. Itaque ea dicta Noctiluca in Palatio : nam i.bi noctu lucet templum. Hanc ut Solem Apollinem quidam Dianam vocant (Apollinis vocabulum Grae- cum alterum, altcrum Latinum), et hinc quod luna in altitudinem et latitudinem simul it, 4 Diviana appel- lata. Hinc Epicharmus Ennii Proserpinam quoque 3 Puccius, for putabant. 4 Scaliger, for sanctum. 6 Mm., for dies. 6 Added by Miie. 7 Mue., for ui. 8 Tnrnebus, for ortus. § 68. 1 Laetus, with M, for sola. 2 Added by Aug., with B. 3 Sclop., for solum. 4 L. Sp., for et. c Page 60 Funaioli. d Sabine Sancus and the Umbrian divine epithet Sangio- are connected with Latin sanclre ' to make sacred,' sacer 'sacred.' ' Dis is the short form of dives ' rich,' cf. the genitive divitis or ditis, and is not con- nected with dies; it is a translation of the Greek ITAoutoji' ' Pluto,' as 'the rich one,' from -ttXoCtos 'wealth.' f The Italic god of death, not connected with ortus, but perhaps with arcere ' to hem in,' as ' the one who restrains the dead.' § 67. a Not connected either with Iupiter or with iitvare. 64 OX THE LATIN LANGUAGE, V. 6&-68 faith.' Thus from this reason the roof of his temple is pierced with holes, that in this way the divum, which is the caelum ' sky,' may be seen. Some say that it is improper to take an oath by his name, when you are under a roof. Aelius c said that Dins Fidius was a son of Diovis, just as the Greeks call Castor the son of Zeus, and he thought that he was Sancus in the Sabine tongue, d and Hercules in Greek. He is like- wise called Dispater e in his lowest capacity, when he is joined to the earth, where all things vanish away even as they originate; and because he is the end of these ortus ' creations,' he is called OrcusJ 67. Because Juno is Jupiter's wife, and he is Sky, she Terra ' Earth,' the same as Tellus ' Earth,' she also, because she iuvat ' helps ' una ' along ' with Jupiter, is called Juno,° and Regina ' Queen,' because all earthly things are hers. 68. Sol a ' Sun ' is so named either because the Sabines called him thus, or because he solus ' alone ' shines in such a way that from this god there is the daylight. Luna ' Moon ' is so named certainly be- cause she alone ' lucet ' shines at night. Therefore she is called Noctiluca ' Night-Shiner ' on the Pala- tine; for there her temple noctu lucet ' shines by night.' 6 Certain persons call her Diana, just as they call the Sun Apollo (the one name, that of Apollo, is Greek, the other Latin); and from the fact that the Moon goes both high and widely, she is called Diviana. c From the fact that the Moon is wont to be under the § 6S. " Not connected with solus. * Either because the white marble gleams in the moonlight, or because a light was kept burning there all night. 'An artificially pro- longed form of Diana; V. seems to have had in mind deviare ' to go aside ' as its basis. vol. if appellat, quod solet esse sub terris. Dicta Proserpina, quod haec ut serpens modo in dexteram modo in sinisteram partem late movetur. Serpere et proser- pere idem dicebant, ut Plautus quod scribit : Quasi proserpens bestia. 69. Quae ideo quoque videtur ab Latinis Iuno Lucina dicta vel quod est e(t) 1 Terra, ut physici dicunt, et lucet; vel quod 2 ab luce eius qua quis conceptus est usque ad earn, qua partus quis in lucem, (l)una 3 iuvat, donee mensibus actis produxit in lucem, ficta ab iuvando et luce Iuno Lucina. A quo parientes earn invocant : luna enim nascentium dux quod menses huius. Hoc vidisse antiquas apparet, quod mulieres potissimum supercilia sua attribuerunt ei deae. Hie enim debuit maxime collocari Iuno Lucina, ubi ab diis lux datur oculis. 70. Ignis a (g)nascendo, 1 quod hinc nascitur et omne quod nascitur ignis s(uc)cendit 2; ideo calet, ut qui denascitur eum amittit ac frigescit. Ab ignis iam maiore vi ac violentia Volcanus dictus. Ab eo quod § 69. 1 L. Sp., for e . 2 For quod uel. 3 Sciop., for una. § 70. 1 Mue., for nascendo. 2 OS., for scindit. d Ennius, Varia, 59 Vahlen 2 . Proserpina is really borrowed from Greek Hepoe6vri, but transformed in popular speech into a word seemingly of Latin antecedents. e Poenulus 1034, Stichus 724; in both passages meaning a snake. § 69. ° Lucina, from lux ' light,' indicates Juno as goddess of child-birth. 6 Equal to ' full moon,' or ' month.' lands as -well as over them, Ennius's Epicharmus calls her Proserpina.* Proserpina received her name because she, like a serpens ' creeper,' moves widely now to the right, now to the left. Serpere ' to creep ' and proserpere ' to creep forward ' meant the same thing, as Plautus means in what he writes e : Like a forward-creeping beast. 69. She appears therefore to be called by the Latins also Juno Lucina, either because she is also the Earth, as the natural scientists say, and lucet ' shines '; or because from that light of hers 6 in which a conception takes place until that one in which there is a birth into the light, the Moon continues to help, until she has brought it forth into the light when the months are past, the name Juno Lucina was made from iuvare ' to help ' and lux ' light.' From this fact women in child-birth invoke her; for the Moon is the guide of those that are born, since the months belong to her. It is clear that the women of olden times observed this, because women have given this goddess credit notably for their eyebrows." For Juno Lucina ought especially to be established in places where the gods give light to our eyes. 70. Ignis ' fire ' is named from gnasci a 'to be born,' because from it there is birth, and everything which is born the fire enkindles; therefore it is hot, just as he who dies loses the fire and becomes cold. From the fire's vis ac violentia ' force and violence,' now in greater measure, Vulcan was named." From the fact that fire on account of its brightness fulget e Because the eyebrows protect the eyes by which we enjoy the light (Festus, 305 b 10 M.). § 70. a False etymologies. ignis propter splendoreni fulget, fulgwr 3 et fulmen, et fulgur(itum) 4 quod fulmine ictum. 71. (In) 1 contrariis diis, ab aquae lapsu lubrico lt/mpha. Lympha Iuturna quae iuvaret : itaque multi aegroti propter id nomen hinc aquam petere solent. A fontibus et fluminibus ac ceteris aqm's 2 dei, ut Tiberinus ab Tiberi, et ab lacu Velini Velinia, et Lymphae Com(m)otiZ(e)s 3 ad lacum Cutiliensem a commotu, quod ibi insula in aqua commovetur. 72. Neptunus, quod mare terras obnubit ut nubes caelum, ab nuptu, id est opertione, ut antiqui, a quo nuptiae, nuptus dictus. Salacia Neptuni ab salo. Vem'lia 1 a veniendo ac vento illo, quern Plautus dicit : Quod ille 2 dixit qui secundo vento vectus est Tranquillo mari, 3 ventum gaudeo. 73. Bellona ab bello nunc, quae Duellona a duello. 3 Canal, for fulgor. 4 Turnebus, for fulgur. § 71. 1 Added by Madvig, who began the sentence here instead of after diis. 2 V, p,for ceteras aquas. 3 GS„ for comitiis. § 72. 1 Aug., for uenelia. 2 mss. of Plautus, for ibi F. 3 mss. of Plautus have mare. 6 The three words are from fulgere ' to flash '; but the -Hum of fulguritum is suflixal only, and is not connected with ictum. § 71. ° Properly from the Greek vu^ij, with dissimilative change of the first consonant. 6 The first part may be the same element seen in Iupiter, but is certainly not connected with iuvare. e A lake in the Sabine country, formed by the spreading out of the Avens River a few miles southeast of Interamna. d A lake in the Sabine country, a few miles east of Reate, in which there was a floating island which drifted with the wind. § 72. ° Neptunus is not connected with the other words, though nubes may perhaps be related to nubere and its' flashes,' come fulgur ' lightning-flash ' and fulmen ' thunderbolt,' and what has been fulmine ictum ' hit by a thunderbolt ' is catted fulguritum. b 71. Among deities of an opposite kind, Lympha a ' water-nymph ' is derived from the water's lapsus lubricits ' slippery gliding.' Juturna 6 was a nymph whose function was ittvare ' to give help '; therefore many sick persons, on account of this name, are wont to seek water from her spring. From springs and rivers and the other waters gods are named, as Tiberinus from the river Tiber, and Yelinia from the lake of the Velinus, c and the Commotiles ' Restless ' Nymphs at the Cutilian Lake, d from the commotus ' motion,' because there an island commovetar ' moves about ' in the water. 72. Neptune, because the sea veils the lands as the clouds veil the sky, gets his name from nuptus ' veiling,' that is, opertio ' covering,' as the ancients said; from which nupiiae ' wedding,' nuptus ' wed- lock ' are derived. Salacia, 6 wife of Neptune, got her name from salum ' the surging sea.' Venilia c was named from venire ' to come ' and that ventus ' wind ' which Plautus mentions d : As that one said who with a favouring wind was borne Over a placid sea : I'm glad I went.* 73. Bellona ' Goddess of War ' is said now, from helium a ' war,' which formerly was Duellona, from derivatives. 6 Almost certainly an abstract substantive to salax ' fond of leaping, lustful, provoking lust *; though popularly associated with salum. c There is a Venilia in the Aeneid, x. 76, a sea-nymph who is the mother of Turnns. d Cistellaria, 14-15. * Punning on ventum. : the last phrase may mean also " I'm glad there was a wind." § 73. ' Correct. 69 V. Mars ab eo quod maribus in bello praeest, aut quod Sabinis acceptus ibi est Mamers. Quirinus a Quiri- tibus. Virtus ut viri^us 1 a virilitate. Honos ab 2 onere : itaque honestum dicitur quod oneratum, et dictum : Onus est honos qui sustinet rem publicam. Castoris nomen Graecum, Pollucis a Graecis; in Latinis litteris veteribus nomen quod est, inscribitur ut IloXvSevK-qs 3 Polluces, non ut nunc 4 Pollux. Con- cordia a corde congruente. 74. Feronia, Minerva, Novensides a Sa&inis. Paulo aliter ab eisdem dicimus haec : Palem, 1 Vestam, Salutem, Fortunam, Fontem, Fidem. E(t> arae 2 Sabinum linguam olent, quae Tati regis voto sunt Romae dedicatae : nam, ut annales dicunt, vovit Opi, Florae, Vediovi 3 Saturnoque, Soli, Lunae, Volcano ct Summano, itemque Larundae, Termino, Quirino, Vortumno, Laribus, Dianae Lucinaeque; e quis non- nulla nomina in utraque lingua habent radices, ut arbores quae in confinio natae in utroque agro ser- § 73. 1 Scaliger, for uiri ius. 2 After ab, Woelfflin deleted honesto. 3 For pollideuces. 4 For nuns. § 74. 1 Scaliger, for hecralem. 2 Mue., for ea re. 3 Mue., for floreue dioioui. 6 Mars and Mamers go together, but mares ' males ' is quite distinct. c Virtus is in fact from vir. d Honos and onus are quite distinct. * Com. Rom. Frag., page 147 Ribbeck 3 . 'As in inscriptions, where such spellings are found. 9 Essentially correct. § 74. ° An old Italian goddess, later identified with Juno. 6 Apparently ' new settlers,' from novus and insidere, used of the gods brought from elsewhere as distinct from the indigetes or native gods. c It is unlikely that all the deities of the duellum. Mars is named from the fact that he com- mands the mares ' males ' in war, or that he is called Mamers 6 among the Sabines, with whom he is a favourite. Quirinus is from Quirites. Virtus ' valour,' as viritus, is from virilitas ' manhood.' e Honos ' honour, office ' is said from onus d ' burden '; therefore hones- turn ' honourable ' is said of that which is oneratum ' loaded with burdens,' and it has been said : Full onerous is the honour which maintains the state/ The name of Castor is Greek, that of Pollux likewise from the Greeks; the form of the name which is found in old Latin literature 1 is Polluces, like Greek lloXvSevKijs, not Pollux as it is now. Concordia ' Con- cord ' is from the cor congruens ' harmonious heart.' 9 74. Feronia, a Minerva, the Novensides 6 are from the Sabines. With slight changes, we say the follow- ing, also from the same people c : Pales, d Vesta, Salus, Fortune, Fons, e Fides ' Faith.' There is scent of the speech of the Sabines about the altars also, which by the vow of King Tatius were dedicated at Rome : for, as the Annals tell, he vowed altars to Ops, Flora, Vediovis and Saturn, Sun, Moon, Vulcan and Summa- nus, f &nd likewise to Larunda, 9 Terminus, Quirinus, V er- tumnus, the Lares, Diana and Lucina; some of these names have roots in both languages,* like trees which have sprung up on the boundary line and creep about next two lists were brought in from elsewhere; many of the names are perfectly Roman. d Goddess of the shepherds, who protected them and their flocks. ' God of Springs; cf. vi. 22. 1 A mysterious deity who was considered responsible for lightning at night. * Called also Lara, a tale-bearing nymph whom Jupiter deprived of the power of speech. * Quite possible, but very unlikely in the cases of Saturn and Diana. pwnt* : potest enim Saturnus hie de alia causa esse dictus atque in Sabinis, et sic Diana, 5 de quibus supra dictum est. XL 75. Quod ad immortalis attinet, haec; de- inceps quod ad mortalis attinet videamus. De his animalia in tribus locis quod sunt, in aere, in aqua, in terra, a summa parte (ad) 1 infimam descendam. Primum nomm(a) omm'wm 2 : alites (ab) alis, 3 volucres a volatu. Deinde generatim : de his pleraeque ab suis vocibus ut haec : upupa, cuculus, corvus, Airundo, ulula,bubo; item haec : pavo, anser,gallina,columba. 76. Sunt quae aliis de causis appellatae, ut noctua, quod noctu canit et vigilat, lusci(ni)ola, 1 quod luctuose canere existimatur atque esse ex Attica Progne in luctu facta avis. Sic galeritfus 2 et motacilla, altera quod in capite habet plumam elatam, altera quod semper movet caudam. Merula, quod mera, id est sola, volitat; contra ab eo graguli, quod gregatim, * For serpent. 5 Aldus, for dianae. §75. 1 Added by O, II. 2 Fay; nomen omnium Mite.; for nomen nominem. 3 Aug., for alii. §76. 1 Victorius, for lusciola. 2 Aug., with B, for galericus. * Saturn in § 64, Diana in § 68. §75. "The first six, except hirvndo (of unknown ety- mology), are onomatopoeic. Of the last four, pavo is borrowed from an Oriental language; anser is an old Indo- European word; gallina is ' the Gallic bird '; cohimba is named from its colour. §76. "Perhaps correct, if from luges-cania 'sorrow- singer.' * Procne, daughter of Pandion king of Athens and wife of Tereus king of Thrace, killed her son Itys and served him to his father for food, in revenge for his ill-treat- ment and infidelity; see Ovid, Metamorphoses, vi. 424-674. c Literally ' hooded,' wearing a galerum or hood-like helmet. d If not correct, then a very reasonable popular etymology. in both fields : for Saturn might be used as the god's name from one source here, and from another among the Sabines, and so also Diana; these names I have discussed above.* XL 75. This is what has to do with the immortals; next let us look at that which has to do with mortal creatures. Amongst these are the animals, and because they abide in three places — in the air, in the water, and on the land — I shall start from the highest place and come down to the lowest. First the names of them all, collectively : alites ' winged birds ' from their alae ' wings,' volucres ' fliers ' from volaius ' flight.' Next by kinds : of these, very many are named from their cries, as are these : upupa ' hoopoe,' cuculus ' cuckoo,' corvus ' raven,' hirundo ' swallow,' ulula ' screech-owl,' bubo ' horned owl '; likewise these : pavo ' peacock,' anser ' goose,' gallina ' hen,' columba ' dove.' ° 76. Some got their names from other reasons, such as the noctua ' night-owl,' because it stays awake and hoots noctu ' by night,' and the lusciniola ' night- ingale,' because it is thought to canere ' sing ' luctuose ' sorrowfully ' ° and to have been transformed from the Athenian Procne 6 in her luctus ' sorrow,' into a bird. Likewise the galeritus c ' crested lark ' and the motacilla ' wagtail,' the one because it has a feather standing up on its head, the other because it is always moving its tail."* The merula ' blackbird ' is so named because it flies mera ' unmixed,' that is, alone e; on the other hand, the graguli f 'jackdaws ' got their names because they fly gregatim ' in flocks,' as certain e That is, without other birds, like wine without water : an absurd etymology. f Properly graculi; not connected with greges. ut quidam Graeci greges yepyepa. Ficedula(e) 3 et miliariae a cibo, quod alterae fico, alterae milio fiunt pingues. XII. 77. Aquatilium vocabula animalium partim sunt vernacula, partim peregrina. Foris muraena, quod p.vpa.iva Gracce, cybium 1 et thynnus, cuius item partes Graecis vocabulis omnes, ut melander atque uraeon. Vocabula piscium pleraque translata a ter- restribus ex aliqua parte similibus rebus, ut anguilla, lingulaca, sudis 2; alia a coloribus, ut haec : asellus, umbra, turdus; alia a vi quadam, ut haec : lupus, canicula, torpedo. Item in conchyliis aliqua ex Graecis, ut peloris, ostrea, echinus. Vernacula ad similitudinem, ut surenae, 3 pectunculi, ungues. XIII. 78. Sunt etiam animalia in aqua, quae in terram interdum exeant : alia Graecis vocabulis, ut pohypus, hzppo(s) potamios, 1 crocodilos, 3 alia Latinis, 3 Ed. Veneta, for ficedula. §77. 1 Aldus, for cytybium. 2 Aldus, for lingula casudis. 3 For syrenae. § 78. 1 L. Sp., for yppo potamios. 2 For crocodillos. 9 Correct; V., De Re Rustica, iii. 5. 2, speaks of miliariae as prized delicacies, raised and fattened for the table. § 77. The identification of many animals and fishes is quite uncertain, and the translation is therefore tentative. But the etymological views in § 77 and § 78 are approximately correct. 6 More precisely, the flesh of the young tunny salted in cubes. " Seemingly a variant form for melan- dryon, Greek fie\dv8pvoi> ' slice of the large tunny called He\dv8pvs or black-oak.' d From Greek ovpatos 'pertain- ing to the tail (oi)pa).' 'Diminutive of anguis 'snake.' / Because flat like a lingua ' tongue '; lingulaca means also Greeks call greges ' flocks ' yepytpa. Ficedulae ' fig- peckers ' and miliariae ' ortolans ' are named from their food, 9 because the ones become fat on the Jicus ' fig,' the others on milium ' millet.' XII. 77. The names of water animals are some native, some foreign." From abroad come muraena ' moray,' because it is pvpaiva in Greek, cybium ' young tunny ' 6 and thunnus ' tunny,' all whose parts likewise go by Greek names, as melander ' black-oak-piece ' and uraeon d ' tail-piece.' Very many names of fishes are transferred from land objects which are like them in some respect, as anguilla e ' eel,' lingulaca f ' sole,' sudis 9 ' pike.' Others come from their colours, like these : asellus ' cod,' umbra ' grayling,' turdus ' sea- carp.' h Others come from some physical power, like these : lupus ' wolf-fish,' canicula ' dogfish,' torpedo 1 electric ray.' * Likewise among the shellfish there are some from Greek, as peloris ' mussel,' ostrea ' oyster,' echinus ' sea-urchin '; and also native words that point out a likeness, as surenaej pectunculi k ' scallops,' ungues 1 ' razor-clams.' XIII. 78. There are also animals in the water, which at times come out on the land : some with Greek names, like the octopus, the hippopotamus, the crocodile; others with Latin names, like rana ' frog,' ' chatter-box, talkative woman.* ' On land, a ' stake.' * On land, respectively ' little ass,' ' shadow,' * thrush.' ' On land, respectively ' wolf,' ' little dog,' ' numbness.' 1 Of unknown meaning, and perhaps a corrupt reading; Groth, De Codice Florentino, 27 (105), suggests pernae from Pliny, Nat. Hist, xxxii. 11. 54. 154, who mentions the perna as a sea-mussel standing on a high foot or stalk, like a haunch of ham with the leg. * On land, ' little combs,' diminutive of pecten. 1 ' Finger-nails '; perhaps not the razor-clam, but a small clam shaped like the finger-nail. 75 V. ut rana, (anas), 3 mergus; a quo Graeci ea quae in aqua et terra possunt vivere vocant dfufiifiia. E quis rana ab sua dicta voce, anas a nando, mergus quod mergendo in aquam captat escam. 79. Item alia 1 in hoc genere a Graecis, ut quer- quedula, (quod) 2 K€pK?yS?;s, 3 alcedo, 4 quod ea (xAkcwv; Latina, ut testudo, quod testa tectum hoc animal, lolligo, quod subvolat, littera commutata, primo vol- ligo. Ut ^4egypti in flumine quadrupes sic in Latio, nominati lw(t)ra 5 et fiber. Lw(t)ra, 5 quod succidere dicitur arborum radices in ripa atque eas dissolvere : ab (luere) ktra. 6 Fiber, ab extrema ora fluminis dextra et sinistra maxime quod solet videri, et antiqui februm dicebant extremum, a quo in sagis fimbr(i)ae ct in iecore extremum fibra, fiber dictus. XIV. 80. De animalibus in locis terrestribus quae sunt hominum propria primum, deinde de pecore, tertio de feris scribam. Incipiam ab honore publico. 3 Added by Aug. § 79. 1 L. Sp., with B, for aliae. 2 Added by Kent. 3 OS., for cerceris. 4 Groth; halcedo Laettis; for algedo. 5 GS.; lytra Turnebus; for lira. 6 Stroux; ab luere Scaliger; for ab litra. § 78. Of. § 77, note a. § 79. Conjectural purely. * An absurd etymology. c Originally udra ' water-animal,' with I from association with lutum ' mud ' or lutor ' washer.' V. attributes to the otter the tree-felling habit of the beaver. d Properly ' the brown animal.' e Fiber, fimbriae, fibra have no etymologi- cal connexion. anas ' duck,' mergus ' diver.' Whence the Greeks give the name amphibia to those which can live both in the water and on the land. Of these, the rana is named from its voice, the anas from nare ' to swim,' the mergus because it catches its food by mergendo ' diving ' into the water. 79. Likewise there are other names in this class, that are from the Greeks, as querquedula ' teal,' because it is Ke/DK/}S?;?,° and alcedo ' kingfisher,' because this is olXkvcjv : and Latin names, such as testudo ' tortoise,' because this animal is covered with a testa ' shell,' and lolligo ' cuttle-fish,' because it volat ' flies ' up from under, 6 originally volligo, but now with one letter changed. Just as in Egypt there is a quadruped living in the river, so there are river quadrupeds in Latium, named Intra ' otter ' and fiber ' beaver.' The lutra c is so named because it is said to cut off the roots of trees on the bank and set the trees loose : from luere ' to loose,' lutra. The beaver d was called fiber because it is usually seen very far off on the bank of the river to right or to left, and the ancients called a thing that was very far off afebrum; from which in blankets the last part is called fimbriae ' fringe ' and the last part in the liver is the fibra ' fibre.' 6 XIV. 80. Among the living beings on the land, I shall speak first of terms which apply to human beings, then of domestic animals, third of wild beasts. I shall start from the offices of the state. The Consul was § 80. Properly, consulere is derived from consul. Of consul, at least four reasonable etymologies are proposed, the simplest being that it is from com+sed ' those who sit to- gether,' as there were two consuls from the beginning; the I for d being a peculiarity taken from the dialect of the Sabines (cf. lingua for older dingua). Consu Jnominatus qui consuleret populum et senatum, nisi illinc potius uiide Accius 1 ait in Bruto : Qui recte consulat, consul /iat. 2 Praetor dictus qui praeiret iure et exercitu; a quo id Lucilius : Ergo praetorum est ante et praeire. 81. Censor ad cuius censionem, id est arbitrium, censeretur populus. Aedilis qui aedis sacras et privatas procuraret. Quaestores a quaerendo, qui conquirerent publicas pecunias et maleficia, quae triumviri capitales nunc conquirunt; ab his postea qui quaestionum iudicia exercent quaes^tores 1 dicti. Tribuni militum, quod terni tribus tribubus Ramnium, Lucerum, Titium olim ad exercitum mitte- bantur. Tribuni plebei, quod ex tribunis militum primum tribuni plebei facti, qui plebem defenderent, in secessione Crustumerina. 82. Dictator, quod a consule dicebatur, cui dicto audientes omnes essent. Magister equitum, quod § 80. 1 Later codices, for tatius F 1, p*, taccius F 2, V, a. 2 Laetus, for consulciat. § 81. 1 Mommsen, for quaestores. * Trag. Rom. Frag. 39 Ribbeck 3; R.O.L. ii. 561-565 War- mington. c lure is dative. d 1160 Marx. § 81. ° The tribunus was by etymology merely the ' man of the tribus or tribe,' and therefore did not derive his name from the word for ' three,' except indirectly; cf. § 55. 6 That is, elected by the plebeians from among their military tribunes whom they had chosen to lead them in their Seces- sion to the Sacred Mount (which may have lain in the terri- tory of Crustumerium), in 494 B.C. Their persons were so named as the one who should consulere ' ask the advice of ' people and senate, unless rather from this fact whence Accius takes it when he says in the Brutus b : Let him who counsels right, become the Consul. The Praetor was so named as the one who should praeire ' go before ' the law c and the army; whence Lucilius said this d : Then to go out in front and before is the duty of praetors. 81. The Censor was so named as the one at whose censio ' rating,' that is, arbitrium ' judgement,' the people should be rated. The Aedile, as the one who was to look after aedes ' buildings ' sacred and private. The Quaestors, from quaerere' to seek,' who conquirerent ' should seek into ' the public moneys and illegal doings, which the triumviri capitales ' the prison board ' now investigate; from these, afterwards, those who pronounce judgement on the matters of investigation were named quaesitores ' inquisitors.' The Tribuni a Militum ' tribunes of the soldiers,' because of old there were sent to the army three each on behalf of the three tribes of Ramnes, Luceres, and Tities. The Tribuni Plebei ' tribunes of the plebs,' because from among the tribunes of the soldiers tribunes of the plebs were first created, 6 in the Secession to Crustumerium, for the purpose of defending the plebs ' populace.' 82. The Dictator, because he was named by the consul as the one to whose dictum ' order * all should be obedient. The Magister Equitum ' master of the sacrosanct, enabling them to carry out their duty of protect- ing the plebeians against the injustice of the patrician officials. § 82. ° Rather, because he dictat ' gives orders.' summa potestas huius in equites et acccnsos, ut est summa populi dictator, a quo is quoque magister populi appellatus. Reliqui, quod minorcs quam hi magistri, dicti magistratus, ut ab albo albatus. XV. 83. Sacerdotes universi a sacris dicti. Pontu- fices, ut 1 Scaevola Quintus pontufex maximus dicebat, a posse et facere, ut po(te)ntifices. 2 Ego a ponte arbitror : nam ab his Sublicius est factus primum ut restitutus saepe, cum ideo sacra et uls 3 et cis Tiberim non mediocri ritu fiant. Curiones dicti a curiis, qui fiunt ut in his sacra faciant. 84. Flamines, quod in Latio capite velato erant semper ac caput cinctum habebant filo, flamines 1 dicti. Horum singuli cognomina habent ab eo deo cui sacra faciunt; sed partim sunt aperta, partim obscura : aperta ut Martialis, Volcanalis; obscura Dialis et Furinalis, cum Dialis ab love sit (Diovis enim), Furi(n)alis a Furriwa, 2 cuius etiam in fastis §83. 1 After ut, Ed. Veneta deleted a. 2 OS., for pontifices, cf. v. 4. 3 For uis. § 84. 1 Canal, for flamines, cf. Festus, 87. 15 M. 2 L. Sp.; Furina Aldus; for furrida. 6 Not quite; for magistratus is a fourth declension sub- stantive, ' office of magister,' then ' holder of such an office,' while albatus is a second declension adjective. § 83. ° Q. Mucius Scaevola, consul 95 b.c, and subse- quently Pontifex Maximus; proscribed and killed by the Marian party in 82. He was a man of the highest character and abilities, and made the first systematic compilation of the ius civile; see i. 1 9 Huschke. 6 V. may be right, though perhaps it was the ' bridges ' between this world and the next which originally the pontifices were to keep in repair; cf. Class. Philol. viii. 317-326 (1913). "The wooden bridge on piles, traditionally built by Ancns Marcius. d The curia cavalry,' because he has supreme power over the cavalry and the replacement troops, just as the dictator is the highest authority over the people, from which he also is called magister, but of the people and not of the cavalry. The remaining officials, because they are inferior to these magistri ' masters,' are called magistratus ' magistrates,' derived just as albatus ' whitened, white-clad ' is derived from albus ' white.' 6 XV. 83. The sacerdotes ' priests ' collectively were named from the sacra ' sacred rites.' The pontifices ' high-priests,' Quintus Scaevola a the Pontifex Maxi- mus said, were 'named from posse ' to be able ' and facet e ' to do,' as though potentifices. For my part I think that the name comes from pons ' bridge ' 6; for by them the Bridge-on-Piles c was made in the first place, and it was likewise repeatedly repaired by them, since in that connexion rites are performed on both sides of the Tiber with no small ceremony. The curiones were named from the curiae; they are created for conducting sacred rites in the curiae.* 84. The jiamines a ' flamens,' because in Latium they always kept their heads covered and had their hair girt with a woollen filum ' band,' were originally called Jilamines. Individually they have distinguish- ing epithets from that god whose rites they perform; but some are obvious, others obscure : obvious, like Martialis and Volcanalis; obscure are Dialis and Furinalis, since Dialis is from Jove, for he is called also Diovis, and Furinalis from Furrina, 6 who even has a was the fundamental political unit in the early Roman state; it was an organization of yentes, originally ten to the curia, and ten curiae to each of the three tribes. § 84. ° Of uncertain etymology, but not from filamen. b A goddess, practically unknown. feriae Furinales sunt. Sic flamen Falacer a divo patre Falacre. 85. Salii ab salitando, quod facere in comitiis in sacris quotannis et solent et debent. Luperci, quod Lupercalibus in Lupercali sacra faciunt. Fratres Arvales dicti qui sacra publica faciunt propterea ut fruges ferant arva : a ferendo et arvis Fratres Arvales dicti. Sunt qui a fratria dixerunt : fratria est Groe- cum vocabulum partis 1 hominum, ut (Ne)apoli 2 etiam nunc. Sodales Titii pdrrjp ' clan brother '; any reference to it is here out of place. f Ac- cording to Tacitus, Ann. i. 54, they were established by Titus Tatius for the preservation of certain Sabine religious practices. § 86. Perhaps from an old word meaning ' law,' from the root seen in feci ' I made, established '; but without connexion with the words in the text. Foedus, fides, fidus are closely connected with one another. 6 In the early Furinal Festival in the calendar. So also the Flamen Falacer from the divine father Falacer. 6 85. The Salii were named ° from salitare ' to dance,' because they had the custom and the duty of dancing yearly in the assembly-places, in their cere- monies. The Luperci 6 were so named because they make offerings in the Lupercal at the festival of the Lupercalia. Fratres Arvales 1 Arval Brothers ' was the name given to those who perform public rites to the end that the ploughlands may bearfruits : from ferre ' to bear ' and arva ' ploughlands ' they are called Fratres Arvales'. But some have said d that they were named from fratria ' brotherhood ' : fratria is the Greek name of a part of the people, e as at Naples even now. The Sodales Titii ' Titian Comrades ' are so named from the titiantes ' twittering ' birds which they are accustomed to watch in some of their augural observations/ 86. The Fetiales a ' herald-priests,' because they were in charge of the state's word of honour in matters between peoples; for by them it was brought about that a war that was declared should be a just war, and by them the war was stopped, that by a foedus ' treaty ' thejides ' honesty ' of the peace might be established. Some of them were sent before war should be declared, to demand restitution of the stolen property, 6 and by them even now is made the foedus ' treaty,' which Ennius writes c was pronounced Jidus. days wars started chiefly as the result of raids in which property, cattle, and persons had been carried off. e Page 23S Vahlen*; R.O.L. i. 5&4 Warmington; Ennius probably wished by a pun to indicate a relation between foedus and the adjective Jidus which, in his opinion, did not really exist (though it did). In re militari praetor dictus qui praeiret exercitui. Imperator, ab imperio populi qui eos, qui id attemptasse(n)t, oppressi(t) 1 hostis. Legati qui lecti publice, quorum opera consilioque uteretur peregre magistratus, quive nuntii senatus aut populi essent. Exercitus, quod exercitando fit melior. Legio, quod leguntur milites in delectu. 88. Cohors, quod ut in villa ex pluribus tectis coniungitur ac quiddam fit unum, sic hie 1 ex manipulis pluribus copulatur 2 : cohors quae in villa, quod circa eum locum pecus cooreretur, tametsi cohortem in villa /fypsicrates 3 dicit esse Graece X!°P T0V * apud poetas dictam. Manipuhuo 4 canit, ut turn cum classes comitiis ad comit(i)atum 5 vocant. XVII. 92. Quae a fortuna vocabula, in his quae- dam minus aperta ut pauper, dives, miser, beatus, sic alia. Pauper a paulo lare. Mendicus a minus, cui cum opus est minus nullo est. Dives a divo qui ut deus nihil 1 indigere videtur. Opulentus ab ope, cui eae opimae; ab eadem inops qui eius indiget, et ab eodem fonte copis 2 ac copiosus. Pecuniosus a pecunia magna, pecunia a pecu : a pastoribus enim horum vocabulorum origo. XVIII. 93. Artificibus maxima causa ars, id est, ab arte medicina ut sit medicus dictus, a sutrina sutor, non a medendo ac suendo, quae omnino ultima huic rei : (hae enim) 1 earum rerum radices, ut in proxumo §91. 1 For caepti. 2 IihoL, for litigines. 3 A. Sp., for classicos. 4 A. Sp., for cornu no. 5 Ver- tranius, for comitatum. § 92. 1 For nichil. 2 Turnebiis, for copiis. § 93. 1 Added by Reitzenstein. 6 That is, from lituus ' cornet ' and canere. § 92. " Pau-per has the same first element as pau-lus. b Derivative of mend um ' error, defect.' c Quite possibly, since the gods were thought of as conferring wealth; dives is derived from divus as caeles is from caelum. d From co- opts. * The earliest unit of value was a domestic animal; cf. English fee and German Viek ' cattle,' both cognate to Latin pecu. § 93. " Properly medicina from medicus, which is from mederi, etc. assistants, were at the start called optiones ' choices '; but now the tribunes, to increase their influence, do the appointing of them. Tubicines ' trumpeters,' from tuba ' trumpet ' and canere ' to sing or play '; in like fashion liticines b ' cornetists.' The classicus ' class- musician ' is named from the classis ' class of citi- zens '; he likewise plays on the horn or the cornet, for example when they call the classes to gather for an assembly. XVII. 92. Among the words which have to do with personal fortune, some are not very clear, such as pauper ' poor,' dives ' rich,' miser ' wretched,' beatus ' blest,' and others as well. Pauper a is from paulus lar ' scantily equipped home.' Mendicus b ' beggar ' is from minus ' less,' said of one who, when there is a need, has minus ' less ' than nothing. Dives ' rich ' is from divus 6 ' godlike person,' who, as being a deus ' god,' seems to lack nothing. Opulentus ' wealthy ' is from ops ' property,' said of one who has it in abun- dance; from the same, mops ' destitute ' is said of him who lacks ops, and from the same source copis d ' well supplied ' and copiosus ' abundantly furnished.' Pecuniosus ' moneyed ' is from a large amount of pecunia ' money '; pecunia is from peca ' flock ' : for it was among keepers of flocks that these words originated.' XVIII. 93. For artisans the chief cause of the names is the art itself, that is, that from the ars viedi- cina ' medical art ' the medicus ' physician ' should be named, and from the ars sutrina ' shoemaker's art ' the sutor ' shoemaker,' and not directly from mederi ' to cure ' and suere ' to sew,' though these are the absolutely final sources for such names. For these are the roots of these things, as will be shown in the libro aperietur. Quare quod ab arte artifex dicitur nec multa in eo obscura, relinquam. 94. Similis causa quae ab scientia voca 3 coactum in publicum, si erat aversum. 96. Ex quo 1 fructus maior, hie 2 est qui Graecis usus : (sus), quod vs, bos, quod j3ovs, taurus, quod (Tavpos), item ovis, quod ots : ita enim antiqui dicebant, non ut nunc -n-pofSarov. Possunt in Latio quoque ut in Graecia ab suis vocibus haec eadem ficta. Armenta, quod boves ideo maxime parabant, ut inde eligerent ad arandum; inde arimenta dicta, postea 1 tertia littera extrita. Vitulus, quod Greece anti- quitus iVaAos, aut quod plerique vegeti, vegitulus. 3 Iuvencus, iuvare qui iam ad agrum colendum posset. 97. Capra carpa, a quo scriptum Omnicarpae caprae. //ircus, 1 quod Sa&ini fircus; quod illic fedus, 2 in Latio rure hedus, qui in urbc ut in multis A addito Aaedus. 3 Porcus, quod Saoini dicww^ 4 aprun«(m) porra(m) 5; proi(n)de 6 porcus, nisi si a Graecis, quod Athenis in libris sacrorum scripta est iropK-q e(t> 7to/3ko(s). 7 2 Fay, for ut. 3 Aug., for esse. § 96. 1 Mue., for qua. 2 Mue., for hinc. 3 Laetus, for uigitulus. § 97. 1 Aug., for ircus. 2 For faedus. 3 Aug., for aedus. 4 Laetus, for dicto. 5 Kent; aprinum porcum L. Sp.; aprum porcum Scaliger; for apruno porco. 6 Turnebus, for poride. 7 Kent, for porcae porco. § 96. Correct equations; but the Latin words are not derived from the Greek : the four pairs are from the ancestral language, and only sus is likely to be onomatopoeic. 6 The Greek word is not the source of the Latin word, but is borrowed from it; there is no satisfactory etymology of vitulus. c Really ' youthful,' a derivative of invents ' young man,' and not from iuvare. §97. "Wrong. 6 An old inherited word. c Iden- a fine was imposed in pecus ' cattle ' and there was a collection into the state treasury, of what had been diverted. 96. Regarding cattle from which there is larger profit, there is the same use of names here as among the Greeks : sus ' swine,' the same as vs; bos ' cow,' the same as (3ov$; taurus ' bull,' the same as ravpos; likewise ovis ' sheep,' the same as 6is a : for thus the ancients used to say, not irpoparov as they do now. This identity of the names in Latium and in Greece may be the result of invention after the natural utter- ances of the animals. Armenta ' plough-oxen,' because they raised oxen especially that they might select some of them for arandum ' ploughing '; thence they were called arimenta, from which the third letter I was afterwards squeezed out. Vitulus ' calf,' because in Greek it was anciently Itu\6 3 an's 4; veteres nostri ariuga, hinc ariug?. 5 104. Vernacula : lact(u)c 1 a lacte, quod Aolus id habet lact; brassica 2 ut p(r)aesica, 3 quod ex eius scapo minutatim praesicatur; asparagi, quod ex asperis virgultis leguntur et ipsi scapi asperi sunt, non leves; nisi Graecum : illic quoque enim dicitur dcnrdpayos.* Cucumeres dicuntur a curvore, ut curvi- meres dicti. Fructus a ferundo, res eae quas 5 fundus et eae (quas) quae 6 in fundo ferunt ut fruamur. §103. 1 For raphanum. 2 For malachen. 3 For lirio. 4 For malache. 6 A. Sp.,/or sysimbrio. § 104. 1 M, Laetus, for lacte. 2 Laetus, for blassica. 3 Turnebus; praeseca Aldus; for passica. 4 For aspara- gus. 5 A. Sp., for ea cquas. 6 Mue., for ea eque. * Optima et maxima suggests Jupiter Optimus Maximus. e The juice of the walnut-hull does make a very dark stain. § 103. "All the examples in this section have come into Latin from Greek, except radix, rosa, malva. Radix is native Latin, and its Greek equivalent had a different mean- ing. Rosa and malva, and their Greek equivalents, were separately derived from an earlier language native in the being best and biggest, 6 is called ia-glans from 7«-piter and glans ' acorn.' The same word nux ' nut ' is so called because its juice makes a person's skin black, just as nox ' night ' makes the air black. 103. ° Of those which are grown in gardens, some are called by foreign names, as, by Greek names, ocimuvi ' basil,' menta ' mint,' rata ' rue,' which they now call -rffavov; likewise caulis ' cabbage,' lapathium ' sorrel,' radix ' radish ' : for thus the ancient Greeks called what they now call pdfavos; likewise these from Greek names : serpyllum 6 ' thyme,' rosa ' rose,' each with one letter changed; likewise Latin names from these Greek names : KoXiavhpov c ' coriander,' fj.aXdxrj, nvfiivov ' cummin '; likewise lilium ' lily ' from Xeipiov and malva ' mallow ' from p.a\d%i] and sisym- brium ' thyme ' from cricrvpfipiov. 104. ° Native words : lactuca ' lettuce ' from lact ' milk,' because this herb contains milk; brassica ' cabbage ' as though praesica, because from its stalk praesicatur ' leaves are cut off ' one by one; asparagi ' asparagus shoots,' because they are gathered from aspera ' rough ' bushes and the stems themselves are rough, not smooth : unless it is a Greek name, for in Greece also they say da-Trdpayos. Cucumeres ' cucum- bers ' are named from their curvor ' curvature,' as though curvimeres. Fructus ' fruits ' are named from ferre b ' to bear,' namely those things which the farm and those things which are on the farm bear, that Mediterranean region. * With initial * rather than h, by assimilation to Latin serpere. c Usually KopiavSpov, but here with dissimilative change of the prior r to I. § 104. " Correct on lactuca, fructus, mola; wrong on brassica, cucumeres, itva; asparagus Is from Greek. * Cf. v. 37, and note e. V. I line declinatae fruges et frumentuni, sed ea c terra; etiam frumentum, quod rum (m)acerare 3 cruda Solera. E quis ad coquendum quod e terra eru(itu)r, 4 ruapa, unde rapa. Olea ab eAcua 5; olea grandis orchitis, quod earn Attid 6 opxw /xopa.' 109. Hinc ad pecudis carnem perventum est. \bv Zvrepov appellasse. Ab eadem fartura farcimina (in) 6 extis appellata, a quo (farticulum) 8 : in eo quod tenuissimum intestinum fartum, hila ab hilo dicta i(l)lo 7 quod ait Ennius : Neque dispendi 8 facit hilum. Quod in hoc farcimine summo quiddam eminet, ab eo quod ut in capite apex, apexabo dicta. Tertium fartum est longavo, quod longius quam duo ilia. 3 Added by GS.; cf. Festus, 225. 15 M. 4 Laetus,for eo. 5 A. Sp.,for ad. §111. 1 Added by Mve. 2 Laetus, for lucanam. 3 Added by Aldus. 4 Fay, for partes. 5 Added by Aug., with B. 6 Added by GS. 7 Lackmann, for hilo. 8 For dispendii. e Perna has no connexion with pes; but the remaining etymologies of this section seem to be correct. d The precise meaning of this word is unknown; perhaps ' pork- chop,' cf. W. Heraeus, Archiv f. ImL Lex. 14. 124-125. e Meaning assured by offulam cum duobus costis, V., De Re Rustica, ii. 4." 11. 1 Page 345 Maurenbrecher; page 3 Morel. §111. °The preceding etymologies in this section are correct, but hila is properly hilla, diminutive of hira ' empty Perna c ' ham,' from pes ' foot.' Sueris, d from the animal's name. Offula ' rib-roast,' e from offa, a very small sueris. Insicia ' minced meat ' from this, that the meat is insecta ' cut up,' just as in the Song of the Salii f the word prosicium ' slice ' is used, for which, in the offering of the vitals, the word prosectum is now used. Murtatum ' myrtle-pudding,' from murta ' myrtle-berry,' because this berry is added plentifully to its stuffings. 111. An intestine of the thick sort that was stuffed, they call a Lucanica ' Lucanian,' because the soldiers got acquainted with it from the Lucanians, just as what they found at Falerii they call a Faliscan haggis; and they say fundolus ' bag-sausage ' from fundus ' bottom,' because this is not like the other intestines, but is open at only one end : from this, I think, the Greeks called it the blind intestine. From the same fartura ' stuffing ' were called the farcimina ' stuffies ' in the case of the vital organs for the sacrifice, whence also farticulum ' stufflet '; in this case, because it is the most slender intestine that is stuffed, it is called hila a from that hilum ' whit ' which Ennius 6 uses : And of loss not a whit does she suffer. Because at the top of this stuffy there is a little projec- tion, it is called an apexabo, c because the projection is like the apex ' pointed cap ' on a human head. The third kind of sausage is the longavo, e because it is longer than those two others. intestine '; cf. Festus, 101. 6 M. 6 Annales, 14 Yahlen 2; li.O.L. i. 6-7 Warmington; quoted also v. 60 and ix. 54. Apexabo and longavo doubtless have the same suffix, differ- ing only through the late Latin confusion of 6 and v; unless indeed both words are further corrupt. Augmentum, quod ex immolata hostia dc- sectum in iecore (imponitur) 1 in por(ric)iendo 2 a(u)gendi 3 causa. Magraentum 4 a magis, quod ad religionem magis pertinet : itaque propter hoc (mag)mentana 5 fana constituta locis certis quo id imponeretur. Mattea 6 ab eo quod ea Graece /larrm]. Item (a) 7 Graecis . . . singillatim haec 8 : . . . 9 ovum, bulbum. XXIII. 113. Lana Graecum, ut Polt/bius et Calli- machus scribunt. Purpura a purpurae maritumae colore, wt 1 P(o)enicum, quod a Poenis primum dicitur allata. Stamen a stando, quod eo stat omne in tela velamentum. Subtemen, quod subit stamini. Trama, quod tram(e)at 2 frigus id genus vestimenti. Densum a dentibus pectinis quibus feritur. Filum, quod minimum est hilum : id enim minimum est in vesti- mento. § 112. 1 Added by A. Sp. 2 L. Sp., for im poriendo. 3 Turnebus, for agendi. 4 B, M, Aug., for magnentum. 6 Tumebus, for mentarea. 6 Popma, for mattae. 7 Added by L. Sp. 8 For heae. 9 The lacuna was noted by Scaliger; the exact arrangement is by Kent, after Mue.'s indication of the probable contents. §113. 1 Lachmann; colore G, Laetus; for colerent. 2 Aug. {quoting a friend), for tramat. § 112. ° Correct, unless the purpose was to increase, that is, glorify the god. 6 Properly connected with mactare ' to sacrifice,' though popular association with magis affected its meaning. e A highly seasoned dish of hashed meat, poultry, and herbs, served cold as a dessert. The augme/itum a ' increase-cake ' is so called because a piece of it is cut out and put on the liver of the sacrificed victim at the presentation to the deity, for the sake of augendi ' increasing ' it. Magmentum b ' added offering,' from viagis ' more,' because it attaches viagis ' more ' closely to the worshipper's piety : for this reason magmentaria fana ' sanctuaries for the offering of magmenta ' have been established in certain places, that the added offering may there be laid on the original and offered with it. Mattea c ' cold meat-pie ' is so named because in Greek it is /larrvij. Likewise from the Greeks is another meat- dish called . . ., which contains item by item the following : . . ., an egg, a truffle. XXIII. 113. Lana a 'wool' is a Greek word, as Polybius 6 and Callimachus c write. Purpura d ' purple,' from the colour of the purpura ' purple-fish ' of the sea : a Punic word, because it is said to have been first brought to Italy by the Phoenicians. Stamen 1 warp,' from stare ' to stand,' because by this the whole fabric on the loom stat ' stands ' up. Sub- temen e ' woof,' because it subit ' goes under ' the stamen ' warp.' Trama * ' wide-meshed cloth,' be- cause the cold trameat ' goes through ' this kind of garment. Densum B ' close-woven cloth,' from the denies ' dents ' of the sley with which it is beaten. Filum 9 ' thread,' because it is the smallest hilum ' shred '; for this is the smallest thing in a garment. § 1 13. ° An old Italic word cognate to English wool; cf. v. 130. b Frag. inc. 99 (101) Hultsch. e Fray. 408 Schneider. 4 Quite possibly a Phoenician w ord, but transmitted to Italj' by the Greeks (irop^vpa). « From subtexere ' to weave underneath.' ' From trahere ' to pull.' " Wrong. Pannus Graecuw, 1 ubi E A 2 fecit. Panu- vellium dictum a pano et volvendo filo. Tunica ab tuendo corpore, tunica ut (tu)endica. 3 Toga a tegendo. Cinctus et cingillum a cingendo, alterum viris, alterum mulieribus attributum. XXIV. 115. Anna ab arcendo, quod his arcemus hostem. Parma, quod e medio in omnis partis par. Conum, quod cogitur in cacumen versus. Hasta, quod astans solet 1 ferri. Iaculum, quod ut iaciatur fit. Tragula a traiciendo. Scutum (a) 2 sectura ut secutum, quod a minute consectts 3 fit tabellis. Urn- bones 4 a Graeco, quod a/x/Swves. 5 116. Gladiu/M 1 C in G 2 commutato a clade, quod fit ad hostium cladem gladium; similiter ab omine 3 pilum, qui host«s periret, 4 ut perilum. Lorica, quod e loris de corio crudo pectoralia faciebant; postea subcidit galli(ca) 5 e ferro sub id vocabulum, ex anulis § 1 14. 1 Aug., with B, for greens. 2 Fay, for ea. 3 GS., for indica. §115. 1 For sollet. 2 Added by Laetus. 3 Aug., for consectum. 4 For umbonis. 5 Turnebus, for ambonis. § 1 16. 1 L. Sp., for gladius. 2 For G in C. 3 Aug., for homine. 4 Aug. (hostis B), for hostem feriret. 6 Mue.,for galli. § 1 14. ° Not pannus ' cloth,' but pannus ' bobbin,' in view of what follows; there is a Greek -nfjvos ' web,' and its diminutive irqvlov ' bobbin,' which in the Doric form would have A and not E. 6 Possibly right, if, as A. Spengel thinks, the word is really panuvollium. e From Semitic, either directly or through Etruscan. §115. ° Arma, parma, conum, hasta, tragula, scutum, umbones : all wrong etymologies. 6 Not from traicere, but from trahere ' to pull, drag '; perhaps because the thong wound round it for throwing (like the string used in starting a peg-top) ' pulls ' the javelin. 114. Pannus ° ' bobbin,' is a Greek word, where E has become A. Panuvelliuin 6 ' bobbin with thread ' was said from panus 4 bobbin ' and volvere 4 to wind ' the thread. Tunica c ' shirt,' from tuendo 4 protect- ing ' the body : tunica as though it were tuendica. Toga 4 toga ' from tegere 4 to cover.' Cincius ' belt ' and cingillum 4 girdle,' from cingere 4 to gird,' the one assigned to men and the other to women. XXIV. 115. Arma ° ' arms,' from arcere 4 to ward off,' because with them we arcemus 4 ward off' the enemy. Parma ' cavalry shield,' because from the centre it is par * even ' in every direction. Conum 4 pointed helmet,' because it cogitur 4 is narrowed ' toward the top. Hasta 4 spear,' because it is usually carried astajis' standing up.' Iaculum' javelin,' because it is made that it may iaci ' be thrown.' Tragula 6 ' thong-javelin,' from traicere 4 to pierce.' Scutum 4 shield,' from sectura 4 cutting,' as though secutum, because it is made of wood cut into small pieces. Umbones 4 bosses ' from a Greek word, namely 116.° Gladium 4 sword,' from clades 4 slaughter,' with change of C to G, because the gladium 6 is made for a slaughter of the enemy; likewise from its omen was said pilum, by which the enemy periret ' might perish,' as though perilum. Lorica ' corselet,' because they made chest-protectors from lora 4 thongs ' of rawhide; afterwards the Gallic corselet of iron was § 1 16. ° All etymologies wrong except those of lorica and (with reserves) of galea. b V. prefers {cf. viii. 45, ix. 81, Be Re Rust. i. 48. 3) the unfamiliar neuter form, which may be due to the influence of the associated words scutum, pilum, telum. The word is of Celtic origin, but may have an ulti- mate connexion with the root of clades. ferrea tunica. 6 Balteum, quod cingulum e corio habebant bullatum, balteum dictum. Ocrea, quod opponebatur ob crus. Galea ab galero, quod multi usi antiqui. 117. Tubae ab tubis, quos etiam nunc ita appellant tubicines sacrorum. Cornua, quod ea quae nunc sunt ex aere, tunc fiebant bubulo e cornu. Vallum vel quod ea varicare nemo posset vel quod singula ibi extrema 6acilla furcillata habent figuram litterae V. Cervi ab similitudine cornuum cervi; item reliqua fere ab similitudine ut vineae, testudo, aries. XXV. 118. Mensam escariam cillibam appella- bant; ea erat 1 quadrata ut etiam nunc in castris est; a cibo cilliba dicta; postea rutunda facta, et quod a nobis media et a Graecis fxecra, mensa dic^(a) 2 potest; nisi etiam quod ponebant pleraque in cibo mensa. Trulla a similitudine truae, quae quod magna et haec 6 Turnebus, for ferream tunicam. § 1 18. 1 For erant. 2 Mue.,for dici. e Rather galerum from galea, which looks like a borrowing from Greek yaAe'r; ' weasel '; the objection is that caps of weasel-skin are nowhere attested. §117. ° Wrong etymology. 6 Thrust into the embank- ment, to increase its defensive strength; can they be the stakes, pali or valli, forming a fence along its top ? But these are not elsewhere spoken of as forked. e Used by Caesar, who inserted such forked branches into the face of his wall at Alesia, Bell. Gall. vii. 72. 4, 73. 2. d Otherwise ' grape-arbours '; in military use, sheds under the protection of which soldiers could advance up to the enemy's fortifica- tions. " A close formation of overlapping shields. §118. "Borrowed from Greek KiXAlfias 'three-legged table,' a derivative of kIXXos ' ass.' 6 Or perhaps mesa, since n was weak before s; Priscian, i. 58. 17 Keil, states that V. used both spellings. Mensa seems to be the included under this name, an iron shirt made of links. Balteum ' sword-belt,' because they used to wear a leather belt bullatum ' with an amulet attached,' was called balteum. Ocrea ' shin-guard' was so called because it was set in the way ob crus ' before the shin.' Galea c ' leather helmet,' from galerum ' leather bonnet,' because many of the ancients used them. 117. Tubae ' trumpets,' from tubi ' tubes,' a name by which even now the trumpeters of the sacrifices call them. Cornua ' horns,' because these, which are now of bronze, were then made from the cornu ' horn ' of an ox. Vallum a ' camp wall,' either because no one could varicare ' straddle ' over it, or because the ends of the forked sticks 6 used there had individually the shape of the letter V. Cervi c ' chevaux-de-frise,' from the likeness to the horns of a cervus ' stag '; so the rest of the terms in general, from a likeness, as vineae ' mantlets,' d testudo ' tortoise,' e aries ' ram.' XXV. 118. The eating-table they used to call a cilliba °; it was square, as even now it is in the camp; the name cilliba came from cibus ' victuals.' After- wards it M'as made round, and the fact that it was media ' central ' with us and p-ka-a ' central ' with the Greeks, is the probable reason for its being called a mensa 6 ' table '; unless indeed they used to put on, amongst the victuals, many that were mensa ' measured out.' Trulla e ' ladle,' from its likeness to a trua ' gutter,' but because this is big and the other is small, they named it as if it were truella ' small triia '; this feminine of mensus ' measured '; perhaps from tabula mensa ' measured board.' e Trulta is of uncertain origin, and yielded trua by back-formation; Greek rpinJAij seems to have been borrowed from Latin, as V. states. pusilla, ut tr«e 3 enim et navovv* d(i)c(untur) 5 Graece. 6 Reliqua quod aperta sunt unde sint relinquo. XXVI. 121. Mensa vinaria rotunda nominabatur ci(l)liba (a)nte, 1 ut etiam nunc in castris. Id videtur declinatum a Graeco kvAikcuo, 2 (id) 3 a poculo cylice qui (in) 3 ilia. Capk?(es) 4 et minores capulae a capiendo, quod ansatae ut prehendi possent, id est capi. Harum figuras in vasis sacris ligneas ac fictiles antiquas etiam nunc videmus. 122. Praeterea in poculis erant paterae, ab eo quod late (pate)nZ 1 ita 2 dictae. Hisce etiam nunc in publico convivio antiquitatis retinendae causa, cum magistri fiunt, potio circumfertur, et in sacrificando deis hoc poculo magistratus dat deo vinum. Pocula a potione, unde potatio et etiam posca. 3 Haec possunt a 7roTa», 4 quod ttotos potio Graece. 2 Aug., with B, for triplia. 3 Aug., with B, for triplion. 4 L. Sp.,for canunun Fv. 5 GS.,forde. 6 Canal, for greca. § 121. 1 GS., for cilibantiim. 2 Turnebus, for culiceo. 3 Added by Mue. 4 L. Sp.; capis Turnebus; for capit. § 122. 1 GS.; patent L. Sp.; pateant latine Aldus; for latini. 2 After ita, Aldus deleted dicunt. 3 Turnebus, for postea. 4 Mue., for poto. 6 From Greek fiayLs ' a round pan.' " Better lancula, diminutive of lanx ' platter.' d Correct, except that canis- trum is from Greek Kaviorpov 4 bread-basket,' made of K&wai 'reeds '; page 117 Funaioli. § 121. ° Of. § 118, where a different etymology is given. § 122. Not from Greek, but from an Indo-European root inherited by Latin as well as by Greek. 6 The Greek- word means properly not a ' draught,' but a ' drinking-bout.' The magida 6 and the languid, both meaning ' platter,' they named from the magnitudo ' size ' of the one and the latitudo ' width ' of the other. Patenae ' plates ' they called from patulum ' spreading,' and the little plates, with which they offered the gods a preliminary sample of the dinner, they called patellae ' saucers.' Tryblia ' bowls ' and canistra ' bread-baskets,' though people think that they are Latin, are really Greek A : for rpvBkiov and Kavovv are said in Greek. The remaining terms I pass by, since their sources are obvious. XXVI. 121.' A round table for wine was formerly called a cilliba, a as even now it is in the camp. This seems to be derived from the Greek kvXikcIov ' buffet,' from the cup cylix which stands on it. The capides ' bowls ' and smaller capulae ' cups ' were named from capere ' to seize,' because they have handles to make it possible for them prehendi ' to be grasped,' that is, capi ' to be seized.' Their shapes we even now see among the sacred vessels, old-fashioned shapes in wood and earthenware. 122. In addition there were among the drinking- cups the paterae ' libation-saucers,' named from this, that they patent ' are open ' wide. For the sake of preserving the ancient practice, they use cups of this kind even now for passing around the potio ' draught ' at the public banquet, when the magistrates enter into their office; and it is this kind of cup that the magistrate uses in sacrificing to the gods, when he gives the wine to the god. Pocula ' drinking-cups,' from potio ' draught,' whence potatio ' drinking bout ' and also posca ' sour wine.' ° These may however come from ttotos, because ttotos is the Greek for potio. b 117 V. 123. Origo potionis aqua, quod oequa summa. Fons unde funditur e terra aqua viva, ut fistula a qua fusus aquae. Vas vinarium grandius sinum ab sinu, quod sinum maiorem cavtur 2 urnarium, quod urnas cum aqua positas ibi potissimum habebant in culina. Ab eo etiam nunc ante balineum locus ubi poni solebat urnarium vocatur. Urnae dictae, quod urinant in aqua Aaurienda ut smnator. C/rinare 3 est mergi in aquam. 127. .^m&un^m} 1 fictum ab uruo, 2 quod ita flexum ut redeat sursum versus tit 3 in aratro quod est wrvum. 4 Calix a caldo, quod in eo calda puis 5 appone- batur et caldum eo bibebant. Vas ubi coquebant cibum, ab eo caccabum appellarunt. Vera 6 a ver- sando. XXVIII. 128. Ab sedendo appellatae sedes, sedile, so/ium, 1 sellae, siliquastrum; deinde ab his subsellium : ut subsipere quod non plane sapit, sic quod non plane erat sella, subsellium. Ubi in eius- modi duo, bisellium dictum. Area, quod arcebantur § 126. 1 GS., for et. 2 uocabatur, tcith ba expunged, V; nocatur other mss. 3 Bent huts, for orinator orinare. §127. 1 Kent; imburvom Mue.; imburum Aldus, with B; for impurro. 2 Mue., for urbo. 3 Aldus, for est. 4 B, for aruum. 6 Laetus, for plus. 6 Aldus, for uera. § 128. 1 Aug., for souum. Wrong etymology. 6 Derivative of vrina at an early date when itrina still meant merely 4 water,' and not specifically ' urine.' § 127. ° ' Bent about,' a vessel shaped like a gravy-boat; if my conjecture as to the spelling of the word is right, there is basis for V.'s etymology. 6 Of uncertain etymology, but popularly derived by the Romans from Greek icvXii; ' cup,' the normal meaning also of Latin calix, but not the meaning in this passage. c From Greek KaKKaftos, a pot with three legs, to stand over the fire. d Wrong. Besides there was a third kind of table for vessels, rectangular like the second kind; it was called an urnarium, because it was the piece of furniture in the kitchen on which by preference they set and kept the urnae ' urns ' filled with water. From this even now the place in front of the bath where the urn-table is wont to be placed, is called an urnarium. Urnae ' urns ' got their name a from the fact that they urinant b ' dive ' in the drawing of water, like an urinator ' diver.' Urinate means to be plunged into water. 127. Amburvum, a a pot whose name is made from urvum ' curved,' because it is so bent that it turns up again like the part of the plough which is named the urvum ' beam.' Calix b ' cooking-pot,' from caldum ' hot,' because hot porridge was served up in it, and they drank hot liquid from it. The vessel in which they coquebant ' cooked ' their food, from that they called a caccabus. Feru ' spit,' from versare ' to turn.' d XXVIII. 128. From sedere ' to sit ' were named sedes ' seat,' sedile ' chair,' solium ' throne,' sellae a ' stools,' siliquastrum 6 ' wicker chair '; then from these subsellium ' bench ' : as subsipere is said a thing does not sapit ' taste ' clearly, so subsellium because it was not clearly c a sella ' stool.' Where two had room on a seat of this sort, it was called a bisellium ' double seat.' An area ' strong-chest,' because thieves arcebantur ' were kept away ' from it when it § 128. ° With M from dl. b Probably seliquastrum (or selli-), as in Festus, 340 b 10, 341. 5; Fay suggests ' seat- basket ' (sella + qualum + suffix), citing certain types of Mexi- can chairs. e Rather ' under-seat,' that is, a seat under the sitter. fures ab ea clausa. Armarium et armamentarium ab cadem origine, sed declinata aliter. XXIX. 129. Mundus (ornatus) 1 muliebris dictus a munditia. Ornatus quasi ab ore natus : hinc enim maxime sumitur quod earn deceat, itaque id paratur speculo. 2 Calamistrum, quod his calfactis in cinere capfillus ornatur. Qui ea ministrabat, a cinere cinera- rius est appellatus. Discerniculum, quo discernitur capillus. Pecten, quod per euro explicatur capillus. Speculum a speciendo, 3 quod ibi (s)e spectant.* 130. Vestis a vellis vel 1 ab eo quod vellus lana tonsa universa ovis : id dictum, quod vellebant.2 Lan(e)a, 3 ex lana facta. Quod capillum contineret, dictum a rete reticulum; rete ab raritudine; item texta fasciola,qua capillum in capitealligarent, dictum capital a capite, quod sacerdotulae in capite etiam nunc solent habere. Sic rica ab ritu, quod Romano ritu sacrificium feminae cum faciunt, capita velant. § 129. 1 Added by GS.; cf. Festus, 143. 1 M, 2 A. Sp., for speculum. 3 Laetus, for spiciendo. 4 a, b, Turnebus, for espeetant. § 130. 1 Ixietus, for uela. 2 B, Laetus, for uellabant. 3 Turnebus, for lana. d Both area and arcere are derived from arx ' stronghold.' * Not connected with area; but belonging together. § 129. Munditia is derived from mundus. 6 Wrong etymologies. § 130. Both etymological suggestions for vestis arc wrong; for the meaning, see A. Spengel, Bemerkungen. was locked.** Armarium ' closet ' and armamentarium ' warehouse,' from the same source,' but with different suffixes. XXIX. 129. Mundus is a woman's toilet set, named a from munditia ' neatness.' Ornatus ' toilet set,' as if natus ' born ' from the os ' face ' 6 : for from this especially is taken that which is to beautify a woman, and therefore this is handled with the help of a mirror. Calamistrum ' curling- iron,' because the hair is arranged with irons when they have been calfacta ' heated ' in the embers. 6 The one who attended to them was called a cinerarius ' ember-man,' from cinis ' embers.' Discerniculum ' bodkin,' with which the hair discernitur ' is parted.' Pecten ' comb,' because by it the hair explicatur ' is spread out.' b Speculum ' mirror,' from specere ' to look at,' because in it they spectant ' look at ' them- selves. 130. Festis ' garment ' " from velli 6 ' shaggy hair,' or from the fact that the shorn wool of a sheep, taken as a whole, is a vellus ' fleece ' : this was said because they formerly vellebant ' plucked ' it. Lanea ' woollen headband,' c because made from lana ' wool.' That which was to hold the hair, was called a reticulum ' net- cap,' from rete ' net '; rete, from raritudo ' looseness of mesh.' d Likewise the woven band with which they were to fasten the hair on the head, was called a capital ' headband,' from caput ' head '; and this the sub-priestesses are accustomed to wear on their heads even now. So rica ' veil,' from ritus ' fashion,' d because according to the Roman ritus, when women make a sacrifice, they veil their heads. The mitra 6 Yellis, dialectal for villis. e For meaning, see A. Spen- gel, Bemerkungen, 264. d Wrong etymologies. 123 V. Mitra et reliqua fere in capite postea addita cum vocabulis Graecis. XXX. 131. Prius deinde (ind)utui, 1 turn amictui quae sunt tangam. Capitium ab eo quod capit pec- tus, id est, ut antiqui dicebant, comprehendit. In- dutui alterum quod subtus, a quo subucula; alterum quod supra, a quo supparus, nisi id quod item dicunt Osce. Alterius generis item duo, unum quod foris ac palam, palla; alterum quod intus, a quo (indusium, ut) 2 intusium, id quod Plautus dicit : Indusiatam 3 patagiatam caltulam* ac crocotulam. Multa post luxuria attulit, quorum vocabula apparet esse Graeca, ut asbest(in)on. 5 132. Amictui dictum quod abiectum 1 est, id est circumiectum, 2 a quo etiam quo 3 vestitas se invol- vunt, circumiectui appellant, et quod amictui habet purpuram circum, vocant circumtextum. Antiquis- simi amictui ricinium; id quod eo utebantur duplici, § 131. 1 B, Turnebus, for deinde utui Fv, f. 2 Added by GS. 3 GS., for intusiatam; after the text of Plautus. * Laetus, for caltulum/ after the text of Plautus. 6 GS., for asbeston; cf. Pliny, jVat. Hist. xix. 4. 20. §132. 1 Mue., for abiectum. 2 ^w#.,/o?-circumlectum. 3 G, Aug., for quod. § 131 . The datives indutui, amictui, and circumiectui, are used in § 131 and § 132 as indeclinables, like frugi ' thrifty,' cordi ' pleasant,' original datives of purpose that have become stereotyped. 6 From caput ' head,' because it was put on over the head like a sweater. c From sub and the verb in ind-tiere, ' to put on,' ex-uere ' to take off.' d Probably Oscan. * Of unknown etymology. ' From induere 'to put on.' 9 Epidicus, 231. h The Latin words are adjectives modifying tunicam in the preceding line. ' Made of a mineral substance called aofieoTos. ' turban ' and in general the other things that go on the head, -were later importations, along -with their Greek names. XXX. 131. Next I shall first touch upon those things which are for putting on,° then those which are for wrapping about the person. Capitium 6 ' vest,' from the fact that it capii ' holds ' the chest, that is, as the ancients said, it comprehendit ' includes ' it. One kind of put-on goes subtus ' below,' from which it is called subucula c ' underskirt '; a second kind goes supra 1 above,' from which it is called supparus d ' dress,' unless, this is so called because they say it in the same way in Oscan. Of the second sort there are likewise two varieties, one called palla e ' outer dress,' because it is outside and palam ' openly ' visible; the other is intus ' inside,' from which it is called indusium * ' under-dress,' as though intusium, of which Plautus speaks 9 : Under-dress, a bordered dress, of marigold and saffron hue.* There are many garments which extravagance brought at later times, whose names are clearly Greek, such as asbestinon i ' fire-proof.' 132. Atnictui ' wrap ' is thus named because it is ambiectum ' thrown about,' that is, circumiectum ' thrown around,' from which moreover they gave the name of circumiectui ' throw-around ' to that with which women envelop themselves after they are dressed; and any wrap that has a purple edge around it, they call circumtextum ' edge-weave.' Those of very long ago called a wrap a ricinium ' mantilla '; it was called ricinium from reicere ' to throw back,' ° because they § 133. ° Properly from rica (§ 130); it was a square piece of cloth worn folded over the head in sign of mourning. ab eo quod dimidiam partem retrorsum zaciebant, 4 ab reiciendo ricinium dictum. 133. (Pallia) 1 hinc, quod facta duo simplicia paria, parilia primo dicta, R exclusum 2 propter levitatem. Parapechia, 3 cAlarmydes, 4 sic multa, Graeca. Loena, 5 quod de lana multa, duarum etiam togarum instar; ut antiquissimum mulierum ricinium, sic hoc duplex virorum. Instrumenta rustica quae serendi aut colendi fructus causa facta. Sarculum ab serendo ae sanendo. 1 Ligo, quod eo propter latitudinem quod sub terra facilius legitur. Pala a pangendo, 2 GL quod fuit. Rutrum ruitrum a ruendo. 135. Aratrum, quod aruit 1 terram. Eius fer- rum vomer, quod vomit eo plus terram. Dens, quod eo mordetur terra; super id regula quae stat, stiva ab stando, et in ea transversa regula manicula, quod manu bubulci tenetur. Qui quasi temo est inter 4 Ixietus, for faciebant. § 133. 1 Added by Canal. 2 Mue.; R esclusum Turnebus; for resclusum /, resculum Fv. 3 For para- pecchia Fv. 4 Ed. Veneta, for clamides. 5 Aldus, for lena. § 134. 1 Aldus, for sarcendo. 2 Added by Ellis. § 135. 1 Turnebus, for aruit; cf. V., De Re Rustica, i. 35, terra adruenda. § 133. ° Probably of Greek origin. 6 Greek irapam)xvs ' beside the elbow,' also ' woman's garment with purple border on each side.' The Latin word seems to come from the diminutive irapaTrrjxtov ' radius, small bone below the elbow,' which however may also have denoted the woman's garment, though this is not attested. c Probably from Greek ^Acum, perhaps with an Etruscan intermediary. wore it doubled, throwing back one half of it over the other. 133. Pallia ° ' cloaks ' from this, that they con- sisted of two single paria ' equal ' pieces of cloth, called parilia at first, from which R was eliminated for smoothness of sound. Parapechia b ' elbow-stripes,' chlamydes ' mantles,' and many others, are Greek. Laena 6 ' overcoat,' because they contained much lana ' wool,' even like two togas : as the ricinium was the most ancient garment of the women, so this double garment is the most ancient garment of the men. XXXI. 134. Farming tools which were made for planting or cultivating the crops. Sarculum ° ' hoe,' from serere ' to plant ' and sarire ' to weed.' Ligo 6 ' mattock,' because with this, on account of its width, what is under the ground legitur ' is gathered ' more easily. Pala c ' spade ' from pangere ' to fix in the earth '; the L was originally GL. Rutrum ' shovel,' previously ruitrum, from mere ' to fall in a heap.' 135.° Aratrum ' plough,' because it arruit b ' piles up ' the earth. Its iron part is called vomer ' plough- share,' because with its help it the more vomit ' spews up ' the earth. The dens ' colter,' because by this the earth is bit; the straight piece of wood which stands above this is called the stiva ' handle,' from stare ' to stand,' and the wooden cross-piece on it is the mani- cula ' hand-grip,' because it is held by the manns ' hand ' of the ploughman. That which is so to speak a wagon-tongue between the oxen, is called a bura § 134. From sarire. b Of uncertain origin. c Cor- rect; but from pag+ sla, with loss of the extra consonants in the group. § 135. ° Wrong on aratrum, vomer, stiva, bura, urvum. b Really from arat ' it ploughs.' boves, bura a bubus; alii hoc a curvo urvum 2 appel- lant. Sub iugo medio cavum, quod bura extrema addita oppilatur, vocatur coum 3 a cavo. 4 Iugum et iumentum ab iunctu. 136. Irpices regula compluribus dentibus, quam item ut plaustrum boves trahunt, ut eruant quae in terra ser(p>unt 1; sirpices, postea (irpices) 2 S detrito.. a quibusdam dicti. Rastelli ut irpices serrae leves; itaque 3 homo in pratis per fenisecza 4 eo festucas corradit, quo ab rasu rastelli dicti. Rastri, quibus dentaiis 5 penitus eradunt terram atque cruunt, a quo rutu n*a(s)tri 6 dicti. 137. Falces a farre littera 1 commutata; hae in Campania seculae a secando; a quadam similitudine harum aliae, ut quod apertum unde, falces fenariae et arbor(ar)iae 2 et, quod non apertum unde, falces lumaria(e) 3 et sirpiculae. Lumariae sunt quibus secant lumecta, id est cum in agris serpunt spinae; quas quod ab terra agricolae solvunt, id est luunt, lumecta. Falces sirpiculae vocatae ab sirpando, id 2 Turnebus, for curuum. 3 Aug., with B, for cous Fv. 4 Rhol., for couo. § 136. 1 Turnebus, for serunt. 2 Added by Mue. 3 Aug., with B, for ita qua. 4 Aug., for fenisecta. 6 Turnebus, for dentalis. 6 Kent; rutu rastri Scaliger : erutu rastri Turnebus; for ruturbatri Fv. § 137. 1 For litera in Fv, as often. 2 Georges, for arboriae; cf. V., Be Re Rust. i. 22. 5, and Cato, De Agric. 10. 3. 3 For lumaria. " The earlier form of cavus ' hollow ' was in fact covos. § 136. ° Properly hirpices, from hirpus, the Samnite word for ' wolf.' b Roots of weeds and grasses. " Diminu- tive of rostrum; therefore ultimately from radere. d Mas- culine plural of neuter singular rastrum, from radere ' to scrape.' ' beam,' from botes ' oxen '; others call this an urvum, from the curvuvi ' curve.' The hole under the middle of the yoke, which is stopped up by inserting the end of the beam, is called coum, from cavum ' hole.' Iugum ' yoke ' and iumentum ' yoke-animal/ from iunctus ' joining or yoking.' 136. Irpices a 'harrows' are a straight piece of wood with many teeth, which oxen draw just like a wagon, that they may pull up the things 6 that serpunt ' creep ' in the earth; they were called sir- pices and afterwards, by some persons, irpices, with the S worn off. Rastelli c ' hay-rakes,' like harrows, are saw-toothed instruments, but light in weight ; therefore a man in the meadows at haying time corradit ' scrapes together ' with this the stalks, from which rasns ' scraping ' they are called rastelli. Rastri d ' rakes ' are sharp-toothed instruments by which they scratch the earth deep, and eruunt ' dig it up,' from which rutus ' digging ' they are called ruastri. 137. Falces ' sickles,' from far ' spelt,' a with the change of a letter ; in Campania, these are called seculae, from secare ' to cut ' ; from a certain likeness to these are named others, the falces fenariae ' hay scythes ' and arborariae ' tree pruning-hooks,' of obvious origin, and falces lumariae and sirpiculae, whose source is obscure. Lumariae 6 are those with which lumecta are cut, that is when thorns grow up in the fields ; because the farmers solvunt ' loosen,' that is, luunt ' loose,' them from the earth, they are called lumecta ' thorn-thickets.' Falces sirpiculae c are named §137. "Wrong. 6 Possibly for dumariae and dumecta, with Sabine I for d ; cf. Festiis, 67. 10 M. 'Apparently from sirpus ' rush,' collateral form of scirpus. est ab alligando ; sic sirpata 4 dolia quassa, cum alligata his, dicta. Utuntur in vinea alligando fasces, incisos fustes, faculas. Has xranclas 5 Cherso(ne)sice. 6 138. Pilum, quod eo far pisunt, a quo ubi id fit dictum pistrinum (L 1 et S inter se saepe locum corn- mutant), inde post in Urbe Lucili pistrina et pistrix. Trapetes 2 molae oleariae ; vocant trapetes a terendo, nisi Graecum est ; ac molae a mol(l)iendo 3 : harum enim motu eo coniecta mol(l)iuntur. 4 Vallum a volatu, quod cum id iactant volant inde levia. Ven- tilabrum, quod ventilatur in aere frumentum. 139- Quibus conportatur fructus ac necessariae res : de his fiscina a ferendo dicta. Corbes ab eo quod eo spicas aliudve quid corruebant ; hinc minores corbulae dictae. De his quae iumenta ducunt, tragula, quod ab eo trahitur per terram ; sirpea, quae virgis sirpatur, id est colligando implicatur, in qua stercus aliudve quid vehitur. 4 Aug., with B, for sirpita. 5 Mue., for phanclas /, G, fanclas H, V, p. 6 Aug., with B, for chermosie /, chermosioe G, a. § 138. 1 Aug., for R. 2 For trapetas Fv. 3 Scaliger, for moliendo. 4 Scaliger, for moliuntnr. d Cf. the fiaschi vestiti or ' clothed wine-flasks ' of modern Italy. * Messana in Sicily was before the Greek coloniza- tion named Zancle ' sickle,' from the shape of the cape on which it stood. There is no other evidence that this cape was called a Chersonesus, but as over twenty peninsulas are referred to by this name, it is possible that the name was applied here also. § 138. a V.'s basis for this statement is not apparent. 6 Cf. 521 and 1250 Marx ; one must assume that one of the Satires of Lucilius was entitled Urbs. c From Greek. d From molere ' to grind.' e Diminutive of vannvs ' fan.' §139. "Wrong on fiscina and corbes. from sirpare ' to plait of rushes,' that is, alligare ' to fasten ' ; thus broken jars are said to have been sirpata ' rush-covered,' when they are fastened to- gether with rushes.* 1 They use rushes in the vine- yard for tying up bundles of fuel, cut stakes, and kindling. These sickles they call zanclae in the peninsular dialect." 138. The pi lum ' pestle ' is so named because with it they pisunt ' pound ' the spelt, from which the place where this is done is called a pistrinum ' mill ' — L and S often change places with each other" — and from that afterwards pistrina ' bakery ' and pistrix ' woman baker,' words used in Lucilius's Cityfi Trapetes c are the mill-stones of the olive-mill : they call them trapetes from terere ' to rub to pieces,' unless the word is Greek ; and molae d from mollire ' to soften,' for what is thrown in there is softened by their motion. Vallum * ' small win no wing-fan,' from volatus ' flight,' because when they swing this to and fro the light particles volant ' fly ' away from there. Ventilabrum ' winnowing-fork,' because with this the grain venti- latur ' is tossed ' in the air. 139. Those means with which field produce and necessary things are transported. Of these, fiscina a rush-basket ' was named from ferre ' to carry ' ; corbes ' baskets,' from the fact that into them they corrue- bant ' piled up ' corn-ears or something else ; from this the smaller ones were called corbulae. Of those which animals draw, the tragula ' sledge,' because it trahitur ' is dragged ' along the ground by the animal ; sirpea 6 ' wicker wagon,' which sirpatur ' is plaited ' of osiers, that is, is woven by binding them together, in which dung or something else is conveyed. Vehiculum, in quo faba aliudve quid vehitur, quod e 1 viminibus vietur 2 aut eo vehitur. Breviws 3 vehiculum dictum est aliis ut* arcera, quae etiam in Duodecim Tabulis appellatur ; quod ex tabulis vehiculum erat factum ut area, 5 arcera dictum. Plaus- trum ab eo quod non ut in his quae supra dixi (ex quadam parte), 6 sed ex omni parte palam est, quae in eo vehuntur quod perluce(n)t, 7 ut lapides, asseres, tignum. Aedificia nominata a parte ut multa : ab aedibus et faciendo maxime aedificium. Et oppidum ab opi dictum, quod munitur opis causa ubi sint et quod opus est ad vitam gerendam ubi habeant tuto. Oppida quod opere 1 muniebant, moenia ; quo moenitius esset quod exaggerabant, aggeres dicti, et qui aggerem contineret, moerus. 2 Quod muniendi causa portabatur, mwnus 3 ; quod sepiebant oppidum co moenere, 4 momis. 5 142. Eius summa pinnae ab his quas insigniti §140. 1 GS. ; ex Laetus ; for est. 2 Tvrnebus, for utetur. 3 A. Sp., for breui est. 4 A. Sp., for uel. 5 Laetus, for arcar Fv. 6 Added by L. Sp. 7 Aug., for perlucet. §141. 1 Aug., for operi. 2 Sciop., for moerum Fv. 3 Laetus, for manus. 4 Turnebus, for eae omoenere Fv. 5 Sciop., for murus. From vehere ' to carry.' 6 Page 116 Schoell. c From plaudere ' to creak.' § 141. ° Whence ' temple ' in the singular, ' house ' in the plural. * From prefix ob + pedom ' place ' ; cf. irihov, San- skrit padam. c Munire, moenia, murus, munus all belong together ; oe is the older spelling, preserved in moenia in classical Latin. It is a question how far we ought to restore moe- for mu- in this passage ; possibly in all the Vehiculum ° ' wagon,' in which beans or some- thing else is conveyed, because it vietur ' is plaited ' or because vehitur ' carrying is done ' by it. A shorter kind of wagon is called by others, as it were, an arcera ' covered wagon,' which is named even in the Twelve Tables b ; because the wagon was made of boards like an area ' strong box,' it was called an arcera. Plaus- trum e ' cart,' from the fact that unlike those which I have mentioned above it is palam ' open ' not to a certain degree but everywhere, for the objects which are conveyed in it perlucent ' shine forth to view,' such as stone slabs, wooden beams, and building material. XXXII. 141. Aedificia ' buildings ' are, like many things, named from a part : from aedes a ' hearths ' andjacere ' to make ' comes certainly aedificium. Op- pidum 6 ' town ' also is named from ops ' strength,' because it is fortified for ops ' strength,' as a place where the people may be, and because for spending their lives there is opus ' need ' of place where they may be in safety. Moenia c ' walls ' were so named because they muniebant ' fortified ' the towns with opus ' work.' What they exaggerabant ' heaped up ' that it might be moenitius ' better fortified,' was called aggeres d ' dikes,' and that which was to support the dike was called a moerus ' wall.' Because carrying was done for the sake of muniendi ' fortifying,' the work was a munus ' duty ' ; because they enclosed the town by this moenus, it was a moerus ' wall.' 142. Its top was called pinnae a ' pinnacles,' from those feathers which distinguished soldiers are accus- words, since V. had a fondness for archaic spellings. d Exaggerare is from agger, which is from ad ' to ' and gerere ' to carry.' § 142. ° Literally, ' feathers.' 133 V. milites in galeis habere solent et in gladiatoribus Samnites. Turres a torvis, quod eae proiciunt ante alios. Qua viam relinquebant in muro, qua in op- pidum portarent, portas. 143. Oppida condebant in Latio Etrusco ritu multi, id est iunctis bobus, tauro ct vacca interiore, aratro circumagebant sulcum (hoc faciebant religionis causa die auspicato), ut fossa et muro essent muniti. Terram unde exculpserant, fossam vocabant et intror- sum i'actam 1 murum. Post ea 2 qui fiebat orbis, urbis principium ; qui quod erat post murum, postmoerium dictum, eo usque 3 auspicia urbana finiuntur. Cippi pomeri stant et circum Arcciam et 4 circum 5 Romam. Quare et oppida quae prius erant circumducta aratro ab orbe 6 et urvo urb 2 postilionem postulare, id est civem fortissimum eo demitti. 3 Turn quendam Curtium virum fortem armatum ascendisse in equum et a Con- cordia versum cum equo eo 4 praecipitatum ; eo facto 2 macella Scaliger, for macelli. 3 Jordan, for iunium. 4 Added by 08., from Plautus, Cure. 474. 5 Added by GS. 6 Laetus, for quern. 7 For cuppedinis. Stowasser, for fuerit; cf. Festus, 125. 7 M. § 148. 1 After Cornelius, Mue. deleted Stilo. 2 Laetus, for manio. 3 Turnebus, for eodem mitti. 4 A. Sp., with II, for eum. 6 Curculio, 474. c Page 115 Funaioli. § 147. "Page 116 Funaioli. 6 Seemingly only an aetiological story ; the cognomen is not otherwise known. Could it here be a corruption of Marcellus ? § 148. a A writer on historical topics, possibly the Pro- cilius who was tribune of the plebs in 56 u.c. 6 L. Cal- purnius Piso Frugi, consul 133 B.C., adversary of the Gracchi ; small fortified villages. Along the Tiber, at the sanctuary of Portunus, they call it the Forum Pis- carium ' Fish Market ' ; therefore Plautus says 6 : Down at the Market that sells the fish. Where things of various kinds are sold, at the Cornel- Cherry . Groves, is the Forum Cuppedinis ' Luxury Market,' from cuppedium ' delicacy,' that is, from fastidium ' fastidiousness ' ; many c call it the Forum Cupidinis ' Greed Market,' from cupiditas ' greed.' 147. After all these things which pertain to human sustenance had been brought into one place, and the place had been built upon, it was called a Macellum, as certain writers say, a because there was a garden there ; others say that it was because there had been there a house of a thief with the cognomen Macellus, 6 which had been demolished by the state, and from which this building has been constructed which is called from him a Macellum. 148. In the Forum is the Lacus Curtius ' Pool of Curtius ' ; it is quite certain that it is named from Curtius, but the story about it has three versions : for Procilius a does not tell the same story as Piso, 6 nor did Cornelius c follow the story given by Procilius. Procilius states d that in this place the earth yawned open, and the matter was by decree of the senate referred to the haruspices ; they gave the answer that the God of the Dead demanded the fulfilment of a forgotten vow, namely that the bravest citizen be sent down to him. Then a certain Curtius, a brave man, put on his war-gear, mounted his horse, and turning away from the Temple of Concord, plunged into the author of a work on Roman history. e Identity quite uncertain. 6 Hist. Rom. Frag., page 198 Peter. locum coisse atque eius corpus divinitus humasse ac reliquisse genti suae monumentum. 149- Piso in Annalibus scribit Sabino bello, quod fuit Romulo et Tatio, virum fortissimum Met(t)ium Curiium 1 Sabinum, cum Romulus cum suis ex su- periore parte impressionem fecisset, 2 in locum 3 palus- trem, qui turn fuit in Foro antequam cloacae sunt factae, secessisse atque ad suos in Capitolium re- cepisse ; ab eo lacum (Curtium) 4 invenisse nomen. 150. Cornelius et Lutatius 1 scribunt eum locum esse fulguritum et ex S. C. septum esse : id quod factum es(se)t 2 a Curtio consule, cui M. Genucius 3 fuit collega, Curtium appellatum. 151. Arx ab arcendo, quod is locus munitissimus Urbis, a quo facillime possit hostis prohiberi. Career a coercendo, quod exire prohibentur. In hoc pars quae sub terra Tullianum, ideo quod additum a Tullio rege. Quod Syracusis, ubi de(licti) 1 causa custodiuntur, vocantur latomiae, (in)de 2 lautumia § 149. 1 For curcium Fv. 2 After fecisset, Popma de- leted curtium. 3 Laetus, for lacum. 4 Added by GS. § 150. 1 Aug., with B, for luctatius. 2 Mue., for est. 3 For genutius. § 151. 1 Bergmann, for de. 2 Mue. ; exinde Turnebus ; for et de. § 149. Hist. Rom. Frag., page 79 Peter. 6 Tradition- ally built by the first Tarquin ; cf. Livv, i. 38. 6. c Cf. Livy, i. 10-13, especially i. 12. 9-10 and! 13. 5. § 150. Q. Lutatius Catulus, 152-87 b.c, consul 102 as colleague of Marius in the victory over the Cimbri at Ver- cellae ; a writer on etymology and antiquities. b Hist. Rom. Frag., page 126 Peter ; Gram. Rom. Frag., page 105 Funaioli. c C. Curtius Chilo and M. Genucius Augurinus were colleagues in the consulship in 445 b.c. gap, horse and all ; upon which the place closed up and gave his body a burial divinely approved, and left to his clan a lasting memorial. 149. Piso in his Annals writes that in the Sabine War between Romulus and Tatius, a Sabine hero named Mettius Curtius, when Romulus with his men had charged down from higher ground and driven in the Sabines, got away into a swampy spot which at that time was in the Forum, before the sewers b had been made, and escaped from there to his own men on the Capitoline c ; and from this the pool found its name. 150. Cornelius and Lutatius a write b that this place was struck by lightning, and by decree of the senate was fenced in : because this was done by the consul Curtius, 6 who had M. Genucius as his colleague, it was called the Lacus Curtius. 151. The arx ' citadel,' from arcere ' to keep off,' because this is the most strongly fortified place in the City, from which the enemy can most easily be kept away. The career 6 ' prison,' from coercere ' to con- fine,' because those who are in it are prevented from going out. In this prison, the part which is under the ground is called the Tullianum, because it was added by King Tullius. Because at Syracuse the place where men are kept under guard on account of transgressions is called the Latomiae c ' quarries,' from § 151. "The northern summit of the Capitoline, on which stood the temple of Juno Moneta. * Beneath the Arx, at the corner of the Forum ; etymology wrong. e Greek XoLTOfuai, contracted from XaoTOfuai, which gave the Latin word ; there were old tufa-quarries on the slopes of the Capitoline, and the excavation which formed the dungeon was probably a part of the quarry. translatum, quod hie quoque in eo loco lapidicinae fuerunt. 152. In (Aventi)no 1 Lauretum ab eo quod ibi sepultus est Tatius rex, qui ab Laurentibus inter- fectus est, (aut) 2 ab silva laurea, quod ea ibi excisa et aedificatus vicus : ut inter Sacram Viam et Macellum editum Corneta (a cornis), 3 quae abscisae loco re- liquerunt nomen, ut ^esculetum ab aesculo 4 dictum et Fagutal a fago, unde etiam Iovis Fagutalis, quod ibi saeellum. 153. Armilustr(i)um 1 ab ambitu lustri : locus idem Circus Maximus 2 dictus, quod circum spectaculis aedificatus wbi 3 ludi fiunt, et quod ibi circum metas fertur pompa et equi currunt. Itaque dictum in Cornicula(ria) 4 militi's 5 adventu, quern circumeunt ludentes : Quid cessamus ludos facere ? Circus noster ecce adest. §152. 1 Groth, for in eo. 2 Added by Sciop. 3 Added by Aug., with B. 4 Laetus, for escula. § 153. 1 For armilustrum. 2 Laetus, for mecinus. 3 Aug., with B, for ibi. 4 Vertranius, for cornicula. 6 Tumebas, for milites. § 152. There is here a lacuna, or else the in eo of the manuscripts stands for in Aventino ; for the Lauretum was on the Aventine. § 153. The word denotes both the ceremony, held on October 19, and the place where it was performed, which seems originally to have been on the Aventine ; according to V., it was later held in the Circus, in the valley between the Aventine and the Palatine. According to Servius, in Aen. i. 283, the name was ambilustrum, so called because the ceremony was not legal unless performed by both (ambo) censors jointly ; it is possible that the word should be so emended here and at vi. 22. " Circum is merely the ac- that the word was taken over as lautumia, because here also in this place there were formerly stone- quarries. 1 52. On the Aventine a is the Lauretum ' Laurel- Grove,' called from the fact that King Tatius was buried there, who was killed by the Laurentes ' Lauren- tines,' or else from the laurea ' laurel ' wood, because there was one there which was cut down and a street run through with houses on both sides : just as between the Sacred Way and I lie higher part of the Macellum are the Corneta ' Cornel-Cherry Groves,' from corni 'cornel-cherry trees,' which though cut away left their name to the place ; just as the Aescu- letum ' Oak-Grove' is named from aesculus ' oak-tree,' and the Fagutal ' Beech-tree Shrine ' from fagus ' beech-tree,' whence also Jupiter Fagutalis ' of the Beech-tree,' because his shrine is there. 153. Armilustrium a ' purification of the arms,' from the going around of the lustrum ' purificatory offering'; and the same place is called the Circus Maximus, because, being the place where the games arc performed, it is built up circum 6 ' round about ' for the shows, and because there the procession goes and the horses race circum ' around ' the turning-posts. Thus in The Story of the Helmet-Horn c the following is said at the coming of the soldier, whom they en- circle and make fun of : Why do we refrain from making sport ? See, here's our circus-ring. cusative of circus. e Frag. I of Plautus's Cornicularia, which may be taken as the Story of the Corniculum, a horn- shaped ornament on the helmet, bestowed for bravery ; here apparently assumed by a braggart soldier, the miles of the text. V. In circo primum unde mittuntur equi, nunc dicuntur carceres, Naevius oppidum appellat. Carceres dicti, quod coercentur 6 equi, ne inde exeant antequam magistratus signum misit. Quod a(d) muri spm'em' pmnis 8 turribusque 9 carceres olim fuerunt, scripsit poeta : Dictator ubi currum insidit, pervehitur usque ad oppidum. 154. Intumus circus ad Murcice 1 vocatur, 4 ut Procilius aiebat, ab urceis, quod is locus esset inter figulos ; alii dicunt a murteto declinatum, quod ibi id fuerit ; cuius vestigium manet, quod ibi est sacellum etiam nunc Murteae Veneris. Item simili de causa Circus Flaminius dicitur, qui circum aedificatus est Flaminium Campum, et quod ibi quoque Ludis Tauriis equi circum metas currunt. 155. Comitium ab eo quod coibant eo comitiis curiatis et litium causa. 1 Curiae duorum generum : nam et ubi curarent sacerdotes res divinas, ut 2 curiae 6 p, Ed. Veneta (cohercentur Laetus), for coercuntur. 7 Mue., for a muris partem. 8 Laetus, for pennis. 9 Aug., for turribus qui. § 154. 1 L. Sp.,for murcim Fv. 2 Sciop.,/or uocatum. § 155. 1 Mue. ; caussa Aug., with B ; causae Fv. 2 For et. Merely the plural of career ' prison ' ; not related to coercere. e Naevius, Comic. Rom. Frag., inc. fab. II Rib- beck 3 ; R.O.L. ii. 148-149 Warmington. § 154. ° Hist. Rom. Frag., page 3 Peter. " Page 116 Funaioli. c In the level ground of the Campus Martius, through which C. Flaminius Nepos as censor in 220 b.c. built the Via Flaminia, the great highway from Rome to the north, and near it the Circus Flaminius ; he was consul in 217 and was killed in the battle with Hannibal at Lake In the Circus, the place from which the horses are let go at the start, is now called the Carceres ' Prison- stalls,' but Naevius called it the Town. Carceres d was said, because the horses coercentur ' are held in check,' that they may not go out from there before the official has given the sign. Because the Stalls were formerly adorned with pinnacles and towers like a wall, the poet wrote e : When the Dictator mounts his car, he rides the whole way to the Town. 1 54. The very centre of the Circus is called ad Murciae ' at Murcia's,' as Procilius ° said, from the urcei ' pitchers,' because this spot was in the potters' quarter ; others 6 say that it is derived from murtetum ' myrtle-grove,' because that was there : of which a trace remains in that the chapel of Venus Muriea 4 of the Myrtle ' is there even to this day. Likewise for a similar reason the Circus Flaminius ' Flaminian Circus ' got its name, for it is built c circum ' around ' the Flaminian Plain, and there also the horses race circum ' around ' the turning-posts at the Taurian Games. d 155. The Comitium ' Assembly-Place ' was named from this, that to it they coibant ' came together ' for the comitia curiata a ' curiate meetings ' and for law- suits. The curiae 6 ' meeting-houses ' are of two kinds : for there are those where the priests were to attend to affairs of the gods, like the old meeting- Trasumennus. d Games in honour of the deities of the netherworld. § 155. ° Long before V.'s time, practically replaced by the comitia centuriata. * Curia denoted first a group of gentes ; then a meeting-place for such groups ; then any meeting-place. vol. i L 145 V. veteres, et ubi senatus humanas, ut Curia Hostilia, quod primus aedificavit Hostilius rex. Ante hanc Rostra ; cuius id vocabulum, ex hostibus capta fixa sunt rostra ; sub dextra huius a Comitio locus sub- structus, ubi nationum subsisterent legati qui ad senatum essent missi ; is Graecostasis appellatus a parte, ut multa. 156. Senaculum supra Graecostasim, ubi Aedis Concordiae et Basilica Opimia ; Senaculum vocatum, ubi senatus aut ubi seniores consisterent, dictum ut yepoverta 1 apud Graecos. Lautolae ab lavando, quod ibi ad Ianum Geminum aquae caldae fuerunt. Ab his palus fuit in Minore Velabro, a quo, quod ibi vehebantur lintribus, 2 velabrum, ut illud de quo supra dictum est. 157. Aequimaelium,quod a€p€Tpoi>. 167. Posteaquam transierunt ad culcitas, quod in eas acus 1 aut tomentum aliudve quid calcabant, ab inculcando culcita dicta. Hoc quicquid insternebant ab sternendo stragulum appellabant. Pulvinar vel a plumbs vel a pellulis 2 declinarunt. Quibus operiban- tur, operimenta, et pallia opercula dixerunt. In his multa peregrina, ut sagum, reno Gallica, ut 3 gaunaca 4 et amphimallum Graeca ; contra Latinum toral, 5 ante torum, et torus a torto, 6 quod is in promptu. 2 Aug., for terras. 3 Ed. Veneta, for quam. 4 L. Sp., for ubi. 5 Added by L. Sp. §167. 1 Turnebus, for ea sagus. 2 Aldus, for a pluribus uel a pollulis. 3 GS. ; gallica Turnebus ; for galli quid. 4 GS. ; gaunacum Scaliger, for gaunacuma. 5 A. Sp. ; toral quod Aug.; torale quod Aldus ; for tore uel. 6 Meursius, for toruo. 6 That is, on additional straw and grass (if the text be correct). e From the Greek, with dissimilative loss of the prior t. d The standing grain ; then, the stems of the grain-plants, not merely of wheat. * From the Greek word, which is from epa> ' I bear.' §167. "Wrong. 6 Hoc = hue 'into this.' c From ' gathered ' the straw-coverings and the grass with which to make them, as even now is done in camp ; these couches, that they might not be on the earth, they raised up on these materials 6 ; — unless rather from the fact that the ancient Greeks called a bed a \tK-pov. Those who covered up a couch, called the coverings segestria, c because the coverings in general were made from the seges d ' wheat-stalks,' as even now is done in the camp ; unless the word is from the Greeks, for there it is o-rkyao-rpov. Because the bed of a dead man fertur ' is carried,' our ancestors called it a feretrum e ' bier,' and the Greeks called it a 3 quod olim v(i)num 4 dicebant multa?« 5 : itaque cum (in) 8 dolium aut culleum vinum addunt rustici, prima urna addita dicunt etiam nunc. Poena a poeniendo aut quod post peccatum sequitur. Pretium, quod emptionis aesti- mationisve causa constituitur, dictum a peritis, quod hi soli facere possunt recte id. § 175. 1 Bergk,for issedonion. § 176. 1 L. Sp., for ceptum. 2 A. Sp., for ab eadem mente. 3 Bentinus, for intrigo (intrigo dicta et intertrigo B and Aug.). § 177. 1 Groth, for a. 2 Aug., for multas. 3Added by Mue. 4 B, Laetus, for unum. 5 Goeschen, for multae. 6 Added by Aug., with B. §176. "Wrong. § 177. ° Multa 'fine,' possibly taken from Sabine, but probably from the root in mulcare ' to beat.' V. seems to identify it with multae ' many,' supply perhaps pecuniae : the magistrate imposed one multa after another, just as the countrymen poured one multa of wine after another into is Sdi'ciov with the Aeolians, and 86p.a as others say it, and ooo-is of the Athenians. Arrabo ' earnest-money,' when money is given on this stipulation, that a balance is to be paid : this word likewise is from the Greek, where it is dppafiwv. Reliquum ' balance,' because it is the reliquum ' remainder ' of what is owed. 176. Damnum ' loss,' from demptio ' taking away,' a when less is brought in by the sale of the object than it cost. Lucrum ' profit ' from luere ' to set free,' if more is taken in than will exsolvere ' release ' the price at which it was acquired. Detrimenium ' damage,' from detritus ' rubbing off,' because those things which are trita ' rubbed ' are of less value. From the same trimentum comes intertrimentum ' loss by attrition,' because two things which have been trita ' rubbed ' inter se ' against each other ' are also diminished ; from which moreover intertrigo ' chafing of the skin ' is said. 177. A multa ' fine ' is that money named by a magistrate, that it might be exacted on account of a transgression ; because the fines are named one at a time, they are called midtae as though ' many,' and because of old they called wine multa : thus when the countrymen put wine into a large jar or wine-skin, they even now call it a multa after the first pitcherful has been put in. a Poena ' penalty,' from poenire 6 ' to punish ' or because it follows post ' after ' a transgres- sion. Pretium ' price ' is that which is fixed for the purpose of purchase or of evaluation ; it is named from the periti d ' experts,' because these alone can set a price correctly. the storage jars or skins. 6 Poena from Greek : poenire (classical punire) from poena. * As though from pone ' behind,' =post. d Wrong etymology. Si quid datum pro opera aut opere, merces, a merendo. Quod manu factum erat et datum pro eo, manupretium, a manibus et pretio. Corollarium, si additum praeter quam quod debitum ; eius voca- bulum fictum a corollis, quod eae, cum placuerant actores, in scaena dari solitae. Praeda est ab hosti- bus capta, quod manu parta, ut parida praeda. Prae- mium a praeda, quod ob recte quid factum concessum. 179- Si datum quod reddatur, mutuum, quod Siculi [xoItov : itaque scribit Sophron Moitov arri/xo. 1 Et munus quod mutuo animo qui sunt dant officii causa ; alterum munus, quod muniendi causa impera- tum, a quo etiam municipes, qui una munus fungi debent, dicti. 180. Si es{ty ea pecunia quae in h/dicium 2 venit in litibus, sacramentum a sacro ; qui 3 petebat et qui infiiiabatur, 4 de aliis rebus ut(e)rque 5 quingenos aeris ad ponte Re liustica, iii. 5. 3, who says that the entrance to a bird-cote is called a coclia ' snail-shell,' being intended to admit air and some light, but not to permit direct vision from the interior to the outside. ' V. had a friend Q. Lucienn% a Roman senator, well versed in Greek; he appears as a speaker in V.'s De Re Rustica, ii. (5. 1, in turdarium ' thrush-cote ' and turdelix e ' spiral en- trance for thrushes.' Thus the Greeks, in adapting our names, make Aeivuqi'ds of Lucienns * and Koii'-ios of Quinctius, and we make Aristarcfius of their'Aptcr-ap- Xos and Z)/o of their Attov. In just this way, I say, our practice has altered many from the old form, as solum 9 ' soil ' from solu, hiberum h ' God of Wine ' from hoe- besom, hares i ' Hearth-Gods ' from hases : these words, covered up as they are by lapse of time, I shall try to dig out as best I can. II. 3. First we shall speak of the time-names, then of those things which take place through them, but in such a way that first Ave shall speak of their essential nature : for nature was man's guide to the imposition of names. Time, they say, is an interval in the motion of the world. This is divided into a number of parts, especially from the course of the sun and the moon. Therefore from their temperatus ' moderated ' career, tempus ' time ' is named," and from this comes tempestiva ' timely things ' ; and from their motus ' motion,' the mundus b ' world,' which is joined with the sky as a whole. 4. There are two motions of the sun : one with the sky, in that the moving is impelled by Jupiter as ruler, who in Greek is called ii'a, when it comes from east to west ° ; wherefore this time is from this god called a etc). ' With change from the fourth declension to the second (if the text is correct). * With change of the vowel as well as rhotacism ; the accusative form must be kept in the translation, to show this clearly. * With rhotacism (change of intervocalic s to r). The converse is true: temperare is from tempus. b Wrong. § 4. ° This insertion in the text gives the needed sense : the second motus is in § 8. ab hoc deo dies appellatur. Meridies ab eo quod mcdius dies. D antiqui, non R in hoc dicebant, ut Praeneste incisum in solario vidi. Solarium dictum id, in quo horae in sole inspiciebantur, (vel horologium ex aqua), 2 quod Cornelius in Basilica Aemilia et Fulvia inumbravit. Diei principium mane, quod turn 3 manat dies ab oriente, nisi potius quod bonum antiqui dicebant manum, ad cuiusmodi religionem Graeci quoque cum lumen affcrtur, solent dicere dyudov. 5. Suprema summum diei, id ab superrimo. Hoc tempus XII Tabulae dicunt occasum esse solis ; sed postea lex P/aetoria 1 id quoque tempus esse iubet supremum quo praetor in Comitio supremam pronun- tiavit populo. Secundum hoc dicitur crepusculum a crepero : id vocabulum sumpserunt a Safiinis, unde veniunt Crepusci nominati Amiterno, qui eo tempore erant nati, ut Luci(i) 2 prima luce in Reatino 3 ; cre- pusculum significat dubium ; ab eo res dictae dubiae creperae, quod crepusculum dies etiam nunc sit an iam nox multis dubium. 2 Added by GS. 3 For cum. §5. 1 Aug., for praetoria. 2 Laehis,for luci. 3 Mue., for reatione or creatione. * Dies is cognate with Greek Ala, but not derived from it. " P. Cornelius Scipio Nasica Corculum, when censor in 159 b.c. with M. Popilius Laenas, setup the first water-clock in Rome in this Basilica, which was erected in 179 on the north side of the Forum by the censors M. Aemilius Lepidus and M. Fulvius Nobilior, from whom it was named. d Both etymologies wrong. §5. "Approximately correct. * Page 119 Schoell. dies ' day.' 6 Meridies ' noon,' from the fact that it is the medius ' middle ' of the dies ' day.' The ancients said D in this word, and not R, as I have seen at Prae- neste, cut on a sun-dial. Solarium ' sun-dial ' was the name used for that on which the hours were seen in the sol ' sunlight ' ; or also there is the water-clock, which Cornelius* set up in the shade in the Basilica of Aemilius and Fulvius. The beginning of the day is mane ' early morning,' because then the day manat ' trickles ' from the east, unless rather because the ancients called the good manum d : from a supersti- tious belief of the same kind as influences the Greeks, who, when a light is brought, make a practice of saying, " Goodly light ! " 5. Suprema means the last part of the day ; it is from superrimum. a This time, the Twelve Tables say, 6 is sunset ; but afterwards the Plaetorian Law c de- clares that this time also should be ' last ' at which the praetor in the Comitium has announced to the people the suprema ' end of the session.' In line with this, crepusculum ' dusk ' is said from creperum ' obscure ' ; this word they took from the Sabines, from whom come those who were named Crepusci, from Amiter- num, who had been born at that time of day, just like the Lucii, who were those born at dawn (prima luce) in the Reatine country. Crepusculum means doubtful : from this doubtful matters are called creperae ' ob- scure,' d because dusk is a time when to many it is doubtful whether it is even yet day or is already night. e A law for the protection of minors, named from Plaetorius, a tribune of the people. d All etymologically sound, but a meaning 4 doubtful ' must have proceeded from a word crepus ' dusk.' VOL. I X 177 V. 6. Nox, quod, ut Pacm'us 1 ait, Omnia nisi interveniat sol pruina obriguerint, quod nocet, nox, nisi quod Graecc vv^ nox. Cum Stella prima exorta (eum Graeci vocant ea-irepov, nostri Vesperuginem ut Plautus : Neqne Vesperugo neque Vergiliae occidunt), id tempus dictum a Graecis kcnrkpa, Latine vesper ; ut ante solem ortum quod eadem Stella vocatur iubar, quod iubata, Pacui dicit pastor : Exorto iubare, noctis decurso itinere ; Enni* Aiax : Lumen — iubarne ? — in caelo cerno. 7. Inter vesperuginem et iubar dicta nox intem- pesta, ut in Bruto Cassii quod dicit Lucretia : Nocte intempesta nostram devenit domum. Intempestam Aelius dicebat cum tempus agendi est nullum, quod alii concubium 1 appellarunt, quod omnes fere tunc cubarent ; alii ab eo quod sileretur § 6. 1 Ribbeck ; Pacuvius Scaliger ; for catulus. 2 GS. ; Ennii Laetus ; for ennius. § 7. 1 Laetus, for inconcubium. §6. ° Antiopa, Trag. Rom. Frag. 14 Ribbeck 3 ; R.O.L. ii. 170-171 Warmington; cf. Funaioli, page 123. Ribbeck 's nocti ni for nisi is probably Pacuvius's wording; V., as often, paraphrases the quotation. * Nox and vv£ come from the same source; connexion with nocere is dubious. e Amphitruo,275. d Correct etymologies. " Iubar and tuba ' mane ' are not related, despite vii. 76. f Trag. Rom. Frag. 347 Ribbeck 3 ; R.O.L. ii. 320-321 Warmington. » Trag. Rom. Frag. 336 Ribbeck 3 ; R.O.L. i. 226-227 Warmington; cf. vi. 81 and vii. 76. § 7 ° A writer of praetextae, otherwise unknown : the name recurs at vii. 72 ; possibly Victorius's emendation to Nox ' night ' is called nox, because, as Pacuvius says," All will be stiff with frost unless the sun break in, because it nocet ' harms ' ; unless it is because in Greek night is vv£. b When the first star has come out (the Greeks call it Hesperus, and our people call it Vesperugo, as Plautus does c : The evening star sets not, nor yet the Pleiades), this time is by the Greeks called lter (ac> caeli, 1 quod movetur a bruma ad solstitium. Dicta bruma, quod brevissimus tunc dies est ; solstitium, quod sol eo die sistere videbatur, quo 2 ad nos versum proximus est. Sol 3 cum venit in medium spatium inter brumam et solstitium, quod dies aequus fit ac nox, aequinoctium dictum. Tempus a bruma ad brumam dum sol redit, vocatur annus, quod ut parvi circuli anuli, sic magni dicebantur circites ani, unde annus. 9- Huius temporis pars prima hiems, quod turn multi imbres ; hinc hibernacula, hibernum ; vel, quod turn anima quae flatur omnium apparet, ab hiatu hiems. Tempus secundum ver, quod turn virere 1 incipiunt virgulta ac vertere se tempus anni ; nisi quod Iones dicunt r;p 2 ver. Tertium ab aestu aestas ; hinc aestivum ; nisi forte a Graeco aWecr9ai. Quar- tum autumnus, (ab augendis hominum opibus dictus frugibusque coactis, quasi auctumnus). 3 2 For conticinnium /. 3 uidebitur Plautus. 4 redito hue Plautus. 6 For conticinnio /. § 8. 1 Mue.,for alter caeli. 2 quo A. Sp. ; quod Mue. ; for aut quod. 3 A. Sp. ; proximus est sol, solstitium L. Sp. ; for proximum est solstitium. § 9. 1 Aldus, for uiuere. 2 L. Sp. ; eap Victorius ; for et. 3 Added by GS., after Krieg shammer, and Fest. 23. 11 If. d Asinaria, 685. § 8. For the first motion, see § 4. 6 The winter and the summer solstices. e Annus is not connected with anus or anulus ' ring.' § 9. Wrong. * Cognate with the Greek, not derived from it. the time which Plautus likewise calls the conticinium ' general silence ' : for he writes d : We'll see, I want it done. At general-silence time come back. 8. There is a second motion of the suri, a differing from that of the sky, in that the motion is from bruma ' winter's day ' to sohtitium ' solstice.' 6 Bruma is so named, because then the day is brevissimus ' shortest ' : the sohtitium, because on that day the sol ' sun ' seems sister e ' to halt,' on which it is nearest to us. When the sun has arrived midway between the bruma and the sohtitium, it is called the aequinoctium ' equinox,' because the day becomes aequus ' equal ' to the nox ' night.' The time from the bruma until the sun re- turns to the bruma, is called an annus ' year,' because just as little circles are anuli ' rings,' so big circuits were called ani, whence comes annus ' year.' c 9. The first part of this time is the hiems ' winter,' so called because then there are many imbres ' showers ' a ; hence hibernacula ' winter encamp- ment,' hibernum ' winter time ' ; or because then everybody's breath which is breathed out is visible, hiems is from hiatus ' open mouth.' a The second season is the ver b * spring,' so called because then the virgulta ' bushes ' begin virere ' to become green ' and the time of year begins vertere ' to turn or change ' itself" ; unless it is because the Ionians say rjp for spring. The third season is the aestas ' summer,' from aestus ' heat ' ; from this, aestivum ' summer pas- ture ' ; unless perhaps it is from the Greek aWetrdai ' to blaze.' 6 The fourth is the autumnus ' autumn,' named from augere ' to increase ' the possessions of men and the gathered fruits, as if auctumnus. a 181 V. 10. endo 5 sub/iga&ulum. 6 Vo/turnalia 7 a deo Vo/turno, 8 cuius feriae turn. Octo- bri mense Meditrinalia dies dictus a medendo, quod Flaccus flamen Martialis dicebat hoc die solitum vinum (novum) 1 et vetus libari et degustari medica- menti causa ; quod facere solent etiam nunc multi cum dicttnt 10 : Novum vetus vinum bibo : novo veteri 11 morbo medeor. 22. Fontanalia a Fonte, quod is dies feriae eius ; ab eo turn et in fontes coronas iaciunt et puteos coronant. Armilustrium ab eo quod in Armilustrio armati sacra faciunt, nisi locus potius dictus ab his ; sed quod de his prius, id ab luendo 1 aut lustro, id est quod circumibant ludentes ancilibus armati. 3 L. Sp., for aut. 4 Aldus, for diciturne. 6 Skutsch, for suffiendo. * Kent, for subligaculum. 7 For uor- turnalia ; cf. volturn. in the Fasti. 8 For uorturno / cf. preceding note. 9 Added by Laetus. 10 L. Sp., for dicant. 11 After veteri, G, V,f, Aldus deleted uino; cf. Festus, 123. 16 M. § 22. 1 Vertranius, for luendo. c An oblong piece of white cloth with a coloured border, which the Vestal Virgins fastened over their heads with a fibula ' clasp ' when they offered sacrifice ; cf. Festus, 348 a 25 and 3*9. 8 M. d On August 27; the god Volturnus cannot be identified unless he is identical with Vortumnus (Vertumnus), since he can hardly be the deity of the river Volturnus in Campania or of the mountain Voltur, in Apulia, near Horace's birthplace. « On October 3 ; Meditrina, may enter it except the Vestal Virgins and the state priest. " When he goes there, let him wear a white veil," is the direction ; this suffibuluni e ' white veil ' is named as if sub-Jigabulum from sujfigere ' to fasten down.' The Volturnalia ' Festival of Volturnus,' from the god Volturnus, 41 whose feast takes place then. In the month of October, the MeditrinaUa e ' Festival of Meditrina ' was named from mederi ' to be healed,' because Flaccus the special priest of Mars used to say that on this day it was the practice to pour an offering of new and old wine to the god, and to taste of the same/ for the purpose of being healed ; which many are accustomed to do even now, when they say : Wine new and old I drink, of illness new and old I'm cured.* 22. The Fontanalia ' Festival of the Springs,' from Fons ' God of Springs,' because that day ° is his holi- day ; on his account they then throw garlands into the springs and place them on the well- tops. The Armilustrium 6 ' Purification of the Arms,' from the fact that armed men perform the ceremony in the Armilustrium, unless the place c is rather named from the men ; but as I said of them previously, this word comes from ludere ' to play ' or from lustrum ' puri- fication,' that is, because armed men went around ludentes ' making sport ' with the sacred shields. d Goddess of Healing. 'The ceremonial first drinking of the new wine. ' Frag. Poet. Lat., page 31 Morel. § 22. » October 13. » October 13. e The place was named from the ceremony ; cf. v. 153. d The first ancile is said to have fallen from heaven in the reign of Numa, who had eleven others made exactly like it, to prevent its loss or to prevent knowledge of its loss ; for the safety of the City depended on the preservation of that shield which fell from heaven. 195 V. Saturnalia dicta ab Saturno, quod eo die feriae eius, ut post diem tertium Opalia Opis. 23. Angeronalia ab Angerona, cui sacrificium fit in Curia Acculeia et cuius feriae publicae is dies. Larentinae, quem diem quidam in scribendo Laren- talia appellant, ab Acca Larentia nominatus, cui sacerdotes nostri publice parentant e sexto die, 1 qui a& ea* dicitur die* 3 Parent(ali)um 4 Accas Larentinas. 5 24. Hoc sacrificium fit in Velabro, qua 1 in Novam Viam exitur, ut aiunt quidam ad sepulcrum Accae, ut quod ibi prope faciunt diis Manibus servilibus sacer- dotes ; qui uterque locus extra urbem antiquam fuit non longe a Porta Romanula, de qua in priore libro dixi. Dies Septimontium nominatus ab his septem montibus, in quis sita Urbs est ; feriae non populi, sed montanorum modo, ut Paganalibus, qui sunt alicuius pagi. 25. De statutis diebus dixi ; de anrialibus nec § 23. 1 parentant Aug., e sexto die Fay, for parent ante sexto die. 2 Mue., for atra. 3 L. Sp., for diem. 4 Mommsen, for tarentum. 6 L. Sp., for tarentinas. § 24. 1 Laetus, for quia. ' December 17, and the following days. ' December 19. § 23. ° On December 21. * Goddess of Suffering and Silence. c On December 23 ; supply feriae with Laren- tinae. d Wife of Faustulus ; she nursed and brought up the twins Romulus and Remus. e " Sixth " is wrong if the Saturnalia began on December 17, unless in this instance both ends are counted, or the allusion is to an earlier practice by which the Saturnalia began one day later. On the phrase e sexto die, cf. Fay, Amer. Jmtrn. Phil. xxxv. 246. f Archaic genitive singular ending in -as. The Saturnalia ' Festival of Saturn ' was named from Saturn, because on this day * was his festival, as on the second dav thereafter the Opalia/ the festival of Ops. 23. The Angeronalia," from Angerona, 6 to whom a sacrifice is made in the Acculeian Curia and of whom this day is a state festival. The Larentine Festival, 6 which certain writers call the Larentalia, was named from Acca Larentia, d to whom our priests officially perform ancestor-worship on the sixth day after the Saturnalia,' which day is from her called the Day of the Parentalia of Larentine Acca/ 24. This sacrifice is made in the Velabrum, where it ends in New Street, as certain authorities say, at the tomb of Acca, because near there the priests make offering to the departed spirits of the slaves ° : both these places b were outside the ancient city, not far from the Little Roman Gate, of which I spoke in the preceding book." Septimontium Day d was named from these septem viontes ' seven hills,' ' on which the City is set ; it is a holiday not of the people generally, but only of those who live on the hills, as only those who are of some pagus ' country district ' have a holi- day 1 at the Paganalia 3 ' Festival of the Country Districts.' 25. The fixed days are those of which I have spoken ; now I shall speak of the annual festivals § 24. ° Faustulus and Acca were, of course, slaves of the king. * The tomb of Acca and the place of sacrifice to the Manes serciles. e v. 164. d On December 11. * Not the usual later seven; Festus, 348 M., lists Capitoline with Velia and Cermalus, three spurs of the Esquiline — Oppius, Fagutal, Cispius — and the Subura valley between. ' Supply feriantur. ' Early in January, but not on a fixed date. 197 V. de 1 statutis dicam. Compitalia dies attributus Laribus viaUhus 2 : ideo ubi viae competunt turn in competis sacrificatur. Quotannis is dies concipitur. Similiter Latinae Feriae dies conceptivus 3 dictus a Latinis populis, quibus ex Albano Monte ex sacris carnem 4 petere fuit ius cum Romanis, a quibus Latinis Latinae dictae. 26. Sementivae 1 Feriae dies is, qui a pontificibus dictus, appellatus a semente, quod sationis causa sus- cepta(e). 2 Paganicae eiusdem agriculturae causa susceptae, ut haberent in agris omn/s 3 pagus, unde Paganicae dictae. Sunt praeterea feriae conceptivae quae non sunt annales, ut hae quae dicuntur sine proprio vocabulo aut cum perspic?/o, 4 ut Novendiales 5 sunt. IV. 27. De his diebus (satis) 1 ; nunc iam, qui hominum causa constituti, videamus. Primi dies mensium nominati ivalendae, 2 quod his diebus calan- § 25. 1 Mommsen, for de. 2 Bongars, for ut alibi. 3 Laetus, for conseptivus. 4 Victorius, for carmen. § 26. Vertranius, for sementinae. 2 Aldus, for suscepta. 3 Aldus, for omnes. 4 Aug., for perspicio. 6 For novendialis. § 27. 1 Added by Sciop. 2 Aug., with B, for caK § 25. ° That is, set by special proclamation, and not always falling on the same date. b By the praetor, not far from January 1. e Written competa in the text, to make the association with competunt. d The festival of the league of the Latin cities; its date was set by the Roman consuls (or by a consul) as soon as convenient after entry into office. § 26. ° In January, on two days separated by a space of seven days ; as they were days of sowing, the choice depended upon the weather. * Collective singular with which are not fixed on a special day.° The Compitalia is a day assigned 6 to the Lares of the highways ; therefore where the highways competunt ' meet,' sacrifice is then made at the compita c ' crossroads.' This day is appointed every year. Likewise the Latinae Feriae ' Latin Holiday ' d is an appointed day, named from the peoples of Latium, who had equal right with the Romans to get a share of the meat at the sacrifices on the Alban Mount : from these Latin peoples it was called the Latin Holiday. 26. The Sementivae Feriae ' Seed-time Holiday ' is that day which is set by the pontiffs ; it was named from the sementis ' seeding,' because it is entered upon for the sake of the sowing. The Paganicae ' Country-District Holiday ' was entered upon for the sake of this same agriculture, that the whole pagus 6 ' country-district ' might hold it in the fields, whence it was called Paganicae. There are also appointive holidays which are not annual, such as those which are set without a special name of their own, c or with an obvious one, such as is the Novendialis ' Ceremony of the Ninth Day.' d IV. 27. About these days this is enough ° ; now let us see to the days which are instituted for the interests of men. The first days of the months are named the Kalendae, b because on these days the plural verb. e Such as the supplicat tones voted for Caesar's victories in Gaul ; cf. Bell. Gall. ii. 35. 4, iv. 38. 5, vii. 90. 8. d The offerings and feasts for the dead on the ninth day after the funeral ; also, a festival of nine days proclaimed for the purpose of averting misfortunes whose approach was indicated by omens and prodigies. The insertion of satis makes the chapter beginning conform to those at v. 57, 75, 95, 184, vi. 35, etc. * The K in Kalendae and halo, before A, is well attested. 199 V. tur eius menszs 3 Nonae a pontificibus, quintanae an septimanae sint futurae, in Capitolio in Curia Calabra sic : " Die te quin/z 4 ka\o 5 Iuno Covella " (aut) 8 " Sep- tim(i) die te 7 ka\o 5 Iuno Covella." 28. Nonae appellatae aut quod ante diem nonum Idus semper, aut quod, ut novus annus Kalendae 1 Ianuariae ab novo sole appellatae, novus mensis (ab) a nova luna Nonce 3 ; eodem die 4 in Urbe(m) 5 (qui) 6 in agris ad regem conveniebat populus. Harum rerum vestigia apparent in sacris Nonalibus in Arce, quod tunc ferias primas menstruas, quae futurae sint eo mense, rex edicit populo. Idus ab eo quod Tusci Itus, vel potius quod Sabini Idus dicunt. 29. Dies postridie Kalendas, Nonas, Idus appellati atri, quod per eos dies (nihil) 1 novi inciperent. Dies fasti, per quos praetoribus omnia verba sine piaculo licet fari ; comitiales dicti, quod turn ut (in Comitio) 2 3 Aug., with B, for menses. 4 Mommsen ; die te V Christ ; for dictae quinque. 5 See note 2, § 27. 6 Added by Zander. 7 Mommsen ; VII die te Christ ; for septem dictae. § 28. 1 Aug., with B,for calendae. 2 a added by Sciop. 3 Sciop., for nonis. 4 After die, Mue. deleted enim. 8 Laetus,for urbe. 6 Added by L. Sp. §29. 1 Added by Turnebus. 2 Added by Bergk. e See v. 13. d The statement of Macrobius, Sat. i. 15. 10, that kalo Iuno Covella was repeated five or seven times re- spectively, may rest merely on a corrupted form of this passage which was in the copy used by Macrobius. ' ' Juno of the New Moon ' ; Covella, diminutive from covus ' hollow,' earlier form of cavus (cf. v. 19) — unless it be corrupt for Novella, as Scaliger thought. For the New Moon has a concave shape. § 28. The north-eastern summit of the Capitoline. 6 Origin uncertain ; perhaps from Etruscan, as V. says. Nones of this month calantur ' are announced ' by the pontiffs on the Capitoline in Announcement Hall, c whether they will be on the fifth or on the seventh, in this way d : " Juno Covella, e I announce thee on the fifth day " or " Juno Covella, I announce thee on the seventh day." 28. The Nones are so called either because they are always the nonus ' ninth ' day before the Ides, or because the Nones are called the novus ' new ' month from the new moon, just as the Kalends of January are called the new year from the new sun ; on the same day the people who were in the fields used to flock into the City to the King. Traces of this status are seen in the ceremonies held on the Nones, on the Citadel," because at that time the high-priest announces to the people the first monthly holidays which are to take place in that month. The Idus b ' Ides,' from the fact that the Etruscans called them the Itus, or rather because the Sabines call them the Idus. 29. The days next after the Kalends, the Nones, and the Ides, were called atri ' black,' because on these days they might not start anything new. Dies fasti b ' righteous days, court days,' on which the praetors c are permitted fart ' to say ' any and all words without sin. Comitiales ' assembly days ' are so called because then it is the established law that the § 29. a Gf. Macrobius, Sat. i. 15. 22 ; the use of ater was appropriate after the Ides, when the moon was not visible in the day nor in the early evening, nor was it visible immedi- ately after the Kalends. 6 That is, when it was fas to hold court and make legal decisions; V. connects with fari ' to say,' with which the Romans associated fas etymologi- cally, but the connexion has recently been questioned. e Who functioned as judges. 201 V. esset populus constitutum est ad suffragium ferun- dum, nisi si quae feriae conceptae essent, propter quas non liceret, (ut) 3 Compitalia et Latinae. 30. Contrarii horum vocantur dies nefasti, per quos dies nefas fari praetorem " do," " dico," " ad- dico " ; itaque non potest agi : necesse est aliquo (eorum) 1 uti verbo, cum lege qui(d) 2 peragitur. Quod si turn imprudens id verbum emisit ac quem manu- misit, ille nihilo minus est liber, sed vitio, ut magi- stratus vitio creatus nihilo setf us 3 magistratus. Praetor qui turn fatus 4 est, si imprudens fecit, piaculari hostia facta piatur ; si prudens dixit, Quintus Mucius aiebat 5 eum expiari ut impium non posse. 31. Interctsi 1 dies sunt per quos mane et vesperi est nefas, medio tempore inter hostiam caesam e t exta porrecta 2 fas ; a quo quod fas turn intercedit aut eo 3 intercisum nefas, intercis?. 4 Dies qui vocatur sic " Quando 5 rex comitiavit fas," is 6 dictus ab eo quod 3 Added by Laetus. § 30. 1 Added by Laetus, with B. 2 Laetus, for qui. 3 A. Sp. ; secius Victorius ; for sed ius. 4 Turnebus, for factus. 8 L. Sp., for abigebat. § 31. 1 Laetus, for intercensi. 2 Aug., with B, for proiecta. 3 L. Sp. ; eo est Mue. ; for eos. 4 A. Sp., for intercisum. 5 Before quando, B inserts Q R C F, the abbreviation found in the Fasti. 6 fas is Victorius, for fassis. § 30. ° For the meaning of vitio, see Dorothy M. Paschall, " The Origin and Semantic Development of Latin Vitium," Trans. Amer. Philol. Assn. lxvii. 219-231. * i. 19 Huschke. § 31. ° March 24 and May 24. * The caedere ' to cut ' in intercidere and the cedere ' to go on ' in intercedere are not etymologically connected. people should be in the Comitium to cast their votes — unless some holidays should have been proclaimed on account of which this is not permissible, such as the Compitalia and the Latin Holiday. 30. The opposite of these are called dies nefasti ' unrighteous days,' on which it is nefas ' unrighteous- ness ' for the praetor to say do ' I give,' dico ' I pro- nounce,' addico ' I assign ' ; therefore no action can be taken, for it is necessary to use some one of these words, when anything is settled in due legal form. But if at that time he has inadvert- ently uttered such a word and set somebody free, the person is none the less free, but with a bad omen" in the proceeding, just as a magistrate elected in spite of an unfavourable omen is a magistrate just the same. The praetor who has made a legal decision at such a time, is freed of his sin by the sacrifice of an atonement victim, if he did it unintentionally ; but if he made the pro- nouncement with a realization of what he was doing, Quintus Mucius 6 said that he could not in any way atone for his sin, as one who had failed in his duty to God and country. 31. The intercisi dies ' divided days ' are those a on which legal business is wrong in the morning and in the evening, but right in the time between the slaying of the sacrificial victim and the offering of the vital organs ; whence they are intercisi because the fas ' right ' intercedit 6 ' comes in between ' at that time, or because the nefas ' wrong ' is intercisum ' cut into * by the fas. The day which is called thus : " When the high-priest has officiated in the Comitium, Right," is named from the fact that on this day the high-priest pronounces the proper formulas for the sacrifice in the 203 V. eo die rex sacrificio ius' dicat ad Comitium, ad quod tempus est nefas, ab eo fas : itaque post id tempus lege actum saepe. 32. Dies qui vocatur " Quando stercum delatum fas," 1 ab eo appellatus, quod eo die ex Aede Vestae stercus everritur et per Capitolinum Clivum in locum defertur certum. Dies Alliensis ab Allia 2 fluvio dictus : nam ibi exercitu nostro fugato Galli obse- derunt Romam. 33. Quod ad singulorum dicrum vocabula pertinet dixi. Mensium nomina fere sunt aperta, si a Martio, ut antiqui constituerunt, numeres : nam primus a Marte. Secundus, ut Fulvius scribit et Iunius, a Venere, quod ea sit ApArodite 1 ; cuius nomen ego antiquis litteris quod nusquam inveni, magis puto dictum, quod ver omnia aperit, Aprilem. Tertius a maioribus Maius, quartus a iunioribus dictus Iunius. 34. Dehinc quintus Quintilis et sic deinceps usque ad Decembrem a numero. Ad hos qui additi, prior a principe deo Ianuarius appellatus ; posterior, ut idem dicunt scriptores, ab diis inferis Februarius appellatus, 7 Other codices, for sacrificiolus Fv. § 32. 1 Before quando, B inserts Q S D F, the abbrevia- tion found in the Fasti. 2 B, Laetus,for allio (auio/). § 33. 1 For afrodite. § 32. a June 15. 6 July 18 ; anniversary of the battle of 390 b.c, at the place where the Allia flows into the Tiber, eleven miles above Rome. § 33. ° Probably from an adjective apero- ' second,' not otherwise found in Latin. 6 Servius Fulvius Flaccus, consul 135 b.c, skilled in law, literature, and ancient history. "Page 121 Funaioli ; page 11 Huschke. d From Maia, mother of Mercury. * From the goddess Juno ; page 121 Funaioli. § 34. a V. wrote before Quintilis was renamed Iulius presence of the assembly, up to which time legal business is wrong, and from that time on it is right : therefore after this time of day actions are often taken under the law. 32. The day a which is called " When the dung has been carried out, Right," is named from this, that on this day the dung is swept out of the Temple of Vesta and is carried away along the Capitoline Incline to a certain spot. The Dies Alliensis b ' Day of the Allia ' is called from the Allia River ; for there our army was put to flight by the Gauls just before they besieged Rome. 33. With this I have finished my account of what pertains to the names of individual days. The names of the months are in general obvious, if you count from March, as the ancients arranged them ; for the first month, Martius, is from Mars. The second, Aprilis, a as Fulvius 6 writes and Junius also, 6 is from Venus, because she is Aphrodite ; but I have nowhere found her name in the old writings about the month, and so think that it was called April rather because spring aperit ' opens ' everything. The third was called Maius d ' May ' from the maiores ' elders,' the fourth Iunius e ' June ' from the iuniores ' younger men.' 34. Thence the fifth is Quintilis a ' July ' and so in succession to December, named from the numeral. Of those which were added to these, the prior was called Ianuarius ' January ' from the god b who is first in order ; the latter, as the same writers say, 6 was called Februarius* ' February ' from the di inferi ' gods and Sextilis was renamed Augustus. * Janus. 'Page 16 Funaioli ; page 11 Huschke. d From a lost word feber ' sorrow.' V. quod turn his paren(te)tur x ; ego magis arbitror Februarium a die februato, quod turn februatur populus, id est Lupercis nudis lustratur antiquum oppidum Palatinum gregibus humanis cinctum. V. 35. Quod ad temporum vocabula Latina attinet, hactenus sit satis dictum ; nunc quod ad eas res attinet quae in tempore aliquo fieri animadver- terentur, dicam, ut haec sunt : legisti, cumis, 1 ludens ; de quis duo praedicere volo, quanta sit multitudo eorum et quae sint obscuriora quam alia. 36. Cum verborum declinatuum 1 genera sint quat- tuor, unum quod tempora adsignificat neque habet casus, ut ab lego leges, lege 2 ; alterum quod casus habet neque tempora adsignificat, ut ab lego lectio et lector ; tertium quod habet utrunque et tempora et casus, ut ab lego legens, lecturus ; quartum quod neutrum habet, ut ab lego lecte ac lectissime : horum verborum si primigenia sunt ad mi/fe, 3 ut Cosconius scribit, ex eorum declinationibus verborum discrimina quingenta milia esse possunt ideo, quod a* singulis verbis primigenii(s) 5 circiter quingentae species de- clinationibus fiunt. § 34. 1 Aug. ; parentent Laetus ; for parent. § 35. 1 Mue., with G, II, for currus. § 36. 1 B, Laetus, for declinatiuum. 2 V, b, for lego Fv. 3 Victorius, for admitte. 4 L. Sp., for quia. 5 Aug., for primigenii. Three different ceremonies are confounded here : one of purification, one of expiation to the gods of the Lower World, one of fertility ; cf. vi. 13, note a. § 35. That is, all verbal forms, and the derivatives from the verbal roots. § 36. The verb has both meanings ; some of the deriva- tives have only one or the other. 6 Q. Cosconius, orator of the Lower World,' because at that time expiatory sacrifices are made to them ; but I think that it was called February rather from the dies februalus ' Puri- fication Day,' because then the people februatur ' is purified,' that is, the old Palatine town girt with flocks of people is passed around by the naked Luperci.' V. 35. As to what pertains to Latin names of time ideas, let that which has been said up to this point be enough. Now I shall speak of what concerns those things which might be observed as taking place at some special time a — such as the following : legisti ' thou didst read,' cursus ' act of running,' ludens ' playing.' With regard to these there are two things which I wish to say in advance : how great then- number is, and what features are less perspicuous than others. 36. The inflections of words are of four kinds : one which indicates the time and does not have case, as leges ' thou wilt gather or read,' a lege ' read thou,' from lego 1 I gather or read ' ; a second, which has case and does not indicate time, as from lego lectio ' collection, act of reading,' lector ' reader'; the third, which has both, time and case, as from lego legens ' reading,' ledums ' being about to read ' ; the third, which has neither, as from lego lecte 'choicely,' lectis- sime ' most choicely.' Therefore if the primitives of these words amount to one thousand, as Cosconius 6 writes, then from the inflections of these words the different forms can be five hundred thousand in number for the reason that from each and every primitive word about five hundred forms are made by derivation and inflection. and authority on grammar and literature, who flourished about 100 b.c. ; page 109 Funaioli. 207 V. 37. Primigenia dicuntur verba ut lego, scribo, sto, sedeo et cetera, quae non sunt ab ali(o) quo 1 verbo, sed suas habent radices. Contra verba declinata sunt, quae ab ali(o) quo 2 oriuntur, ut ab lego legis, legit, legam et sic 3 indidem hinc permulta. Quare si quis primigeniorum verborum origines ostenderit, si ea mille sunt, quingentum milium simplicium verborum causas aperuerit una ; sin 4 nullius, tamen qui ab his reliqua orta ostenderit, satis dixerit de originibus verborum, cum unde nata sint, principia erunt pauca, quae inde nata sint, innumerabilia. 38. A quibus iisdem principiis antepositis prae- verbiis paucis immanis verborum accedit numerus, quod praeverbiis (in)mutatis 1 additis atque commu- tatis aliud atque aliud fit : ut enim (pro)cessit 2 et recessit, sic accessit et abscessit ; item incessit et ex- cessit,sic successit et decessit, (discessit) 3 et concessit. Quod si haec decern sola praeverbia essent, quoniam ab uno verbo declinationum quingenta discrimina fierent, his decemplicatis coniuncto praeverbio ex uno quinque milia numero efficerent(ur), 4 ex mille ad quinquagies centum milia discrimina fieri possunt. §37. 1 Mue. ; alio Aug., G ; for aliquo. 2 Mue., for aliquo. 3 After sic, Laetus deleted in. 4 Turnebus, for unas in. § 38. 1 GS., for mutatis. 2 Fritzsche, for cessit. 3 Added by GS (et discessit added by Vertranius). 4 Aldus, for efficerent. § 37. " That is, cannot be referred to a simpler radical element. Primitive is the name applied to words like lego ' I gather,' scribo ' I write,' sto ' I stand,' sedeo ' I sit,' and the rest which are not from some other word, a but have their own roots. On the other hand deriva- tive words are those which do develop from some other word, as from lego come legis ' thou gatherest,' legit ' he gathers,' legam ' I shall gather,' and in this fashion from this same word come a great number of words. Therefore, if one has shown the origins of the primi- tive words, and if these are one thousand in number, he will have revealed at the same time the sources of five hundred thousand separate words ; but if without showing the origin of a single primitive word he has shown how the rest have developed from the primi- tives, he will have said quite enough about the origins of words, since the original elements from which the words are sprung are few and the words which have sprung from them are countless. 38. There are besides an enormous number of words derived from these same original elements by the addition of a few prefixes, because by the addition of prefixes with or without change a word is repeatedly transformed ; for as there is processit ' he marched forward ' and recessit-' drew back,' so there is accessit ' approached ' and abscessit ' went off,' likewise incessit ' advanced ' and excessit ' withdrew,' so also successit ' went up ' and decessit ' went away,' discessit ' de- parted ' and concessit ' gave way.' But if there were only these ten prefixes, from the thousand primitives five million different forms can be made inasmuch as from one word there are five hundred derivational forms and when these are multiplied by ten through union with a prefix five thousand different forms are produced out of one primitive. Democritus, Ecurus, 1 item alii qui infinita principia dixerunt, quae unde sint non dicunt, sed cuiusmodi sint, tamen faciunt magnum : quae ex his constant in mundo, ostendunt. Quare si etymologws 2 principia verborum postulet mille, de quibus ratio ab se non poscatur, et reliqua ostendat, quod non pos- tulat, tamen immanem verborum expediat numerum. 40. De multitudine quoniam quod satis esset admonui, 1 de obscuritate pauca dicam. Verborum quae tempora adsignificant ideo locus 2 difficillimus (TVfj.a, 3 quod neque his fere societas cum Graeca lingua, neque vernacula ea quorum in partum memoria adfuerit nostra ; e 4 quibus, ut dixi, 5 quae poterimus. VI. 41. Incipiam hinc primura 1 quod dicitur ago. Actio ab agitatu facta. Hinc dicimus " agit gestum tragoedus," 2 et " agitantur quadrigae " ; hinc " agi- tur pecus pastum." Qua 3 vix agi potest, hinc angi- portum ; qua nil potest agi, hinc angulus, (vel) 4 quod in eo locus angustissimus, cuius loci is angulus. 42. Actionum trium primus agitatus mentis, quod § 39. 1 Turnebus, for secutus Fv, securus G, II. 2 ety- mologos B, Rhol., for ethimologos Fv, ethimologus G. § 40. 1 Laetus, for admonuit. 2 f, Aldus, for locutus. 3 est Irv/xa Sciop. (L. Sp. deleted est), for est TTMa Fv. 4 A. Sp.,for nostrae. 6 M, Laetus, for dixit. §41. 1 Laetus, for primus. 2 For tragaedus. 3 Al- dus, for quia. 4 Added by Mue., whose punctuation is here followed. § 39. Of Abdera (about 460-373 b.c), originator of the atomic theory. * Of Athens (341-270 b.c), founder of the Epicurean school of philosophy; Epic. 201. 33 Usener. e That is, that he should be excused from interpreting them (quod for quot). § 40. For adfuerit with the goal construction, cf. Vergil, Eel. 2. 45 hue ades, etc. 6 v. 10. Democritus, a Epicurus, 6 and likewise others who have pronounced the original elements to be unlimited in number, though they do not tell us whence the elements are, but only of what sort they are, still perform a great service : they show us the things which in the world consist of these elements. Therefore if the etymologist should postulate one thousand original elements of words, about which an interpretation is not to be asked of him, and show the nature of the rest, about which he does not make the postulation, c the number of words which he would explain would still be enormous. 40. Since I have given a sufficient reminder of the number of existing words, I shall speak briefly about their obscurity. Of the words which also indicate time the most difficult feature is their radicals, for the reason that these have in general no communion with the Greek language, and those to whose birth a our memory reaches are not native Latin ; yet of these, as I have said, 6 we shall say what we can. VI. 41. I shall start first from the word ago ' I drive, effect, do.' Actio ' action ' is made from agitatus 1 motion.' a From this we say " The tragic actor agit ' makes ' a gesture," and " The chariot-team agitantur ' is driven ' " ; from this, " The flock agitur ' is driven ' to pasture." Where it is hardly possible for anything agi ' to be driven,' from this it is called an angiportum 6 1 alley ' ; where nothing can agi ' be driven,' from this it is an angulus ' corner,' or else because in it is a very narrow (angustus) place to which this corner belongs. 42. There are three actiones ' actions,' and of these § 41. All these words are derivatives of agere, except angiportum and angulus ; but actio does not develop by loss of the »' in agitatus. b Cf. v. 145. 211 V. primum ea quae sumus acturi cogitare debemus, deinde turn dicere et facere. De his tribus minime putat volgus esse actionem cogitationem ; tertium, in quo quid facimus, id maximum. Sed et cum cogi- tamus 1 quid et earn rem ogitamus 2 in mente, agimus, et cum pronuntiamus, agimus. Itaque ab eo orator agere dicitur causam et augures augurium agere dicuntur, quom in eo plura dicant quam faciant. 43. Cogitare a cogendo dictum : mens plura in unum cogit, unde eligere 1 possit. Sic e lacte coacto caseus nominatus ; sic ex hominibus contio dicta, sic coemptio, sic compitum nominatum. A cogitatione concilium, inde consilium ; quod ut vestimentum apud fullonem cum cogitur, conciliari 2 dictum. 44. Sic reminisci, cum ea quae tenuit mens ac memoria, cogitando repetuntur. Hinc etiam com- minisci dictum, a con et mente, cum finguntur in mente quae non sunt ; et ab hoc illud quod dicitur eminisci, 1 cum commentum pronuntiatur. Ab eadem § 42. 1 Sciop., for hos agitamus Fv. 2 L. Sp., for cogitamus. § 43. 1 a, p, RhoL, for elicere. 2 Aug., for consiliari. § 44. 1 Heusinger, for reminisci. § 42. a Page 16 Regell. § 43. a Here V. gives a parenthetic list of words with the prefix co- or com- ; though he is wrong in including caseus. b Cogitatio, concilium, consilium have nothing in common except the prefix. the first is the agitatus ' motion ' of the mind, because we must first cogitare ' consider ' those things which we are acturi ' going to do,' and then thereafter say them and do them. Of these three, the common folk practically never thinks that cogitatio ' consideration ' is an action ; but it thinks that the third, in which we do something, is the most important. But also when we cogitamus ' consider ' something and agitamus ' turn it over ' in mind, we agimus ' are acting,' and when we make an utterance, we agimus ' are acting.' Therefore from this the orator is said agere ' to plead ' the case, and the augurs are said a agere ' to practice ' augury, although in it there is more saying than doing. 43. Cogitare ' to consider ' is said from cogere ' to bring together ' : the mind cogit ' brings together ' several things into one place, from which it can choose. Thus a from milk that is coactum ' pressed,' caseus ' cheese ' was named ; thus from men brought together was the contio ' mass meeting ' called, thus coemptio ' marriage by mutual sale,' thus compitum ' cross-roads.' From cogitatio ' consideration ' came concilium ' council,' and from that came consilium ' counsel ' ; 6 and the concilium is said conciliari ' to be brought into unity ' like a garment when it cogitur ' is pressed ' at the cleaner's. 44. Thus reminisci ' to recall,' when those things which have been held by mind and memory are fetched back again by considering (cogitando). From this also comminisci ' to fabricate a story ' is said, from con ' to- gether ' and mens ' mind,' when things which are not, are devised in the mind ; and from that comes the word eminisci ' to use the imagination,' when the commentum ' fabrication ' is uttered. From the same 213 V. mente meminisse dictum et amens, qui a mente sua cU'scedit. 2 45. Hinc etiam metus 1 (a) mente quodam modo mota, 2 ut 3 metuisti (te> 4 amovisti ; sic, quod frigidus timor, tremuisti timuisti. Tremo dictum a simili- tudine vocis, quae tunc cum valde tremunt apparet, cum etiam in corpore pili, ut arista in spica ^ordei, horrent. 46. Curare a cura dictum. Cura, quod cor urat ; curiosus, quod hac praeter modum utitur. Recor- dan, 1 rursus in cor revocare. Curiae, ubi senatus rempublicam curat, et ilia ubi cura sacrorum publica ; ab his curiones. 47. Volo a voluntate dictum et a volatu, quod animus ita est, ut puncto temporis pervolet quo volt. Lwbere 1 ab labendo dictum, quod lubrica mens ac prolabitur, ut dicebant olim. Ab lubendo libido, libidinosus ac Venus Libentina et Libitina, sic alia. 2 Aug., for descendit. § 45. 1 GS., for metuo. 2 Canal, for mentem quodam modo motam. 3 L. Sp., for uel. 4 Added by Kent, after Fay. § 46. 1 Aug., with B, for recordare. § 47. 1 L. Sp., for libere. § 45. ° According to Mueller, the sequence of the topics indicates that this section and § 49 have been interchanged in the manuscripts. All etymologies in this section are wrong. § 46. ° Three etymologically distinct sets of words are here united : cura, curare, curiosus ; cor, recordari ; curia, curio. § 47. ° Volo ' I wish ' is distinct from volo 1 I fly.' 6 Ijubet, later libet, is distinct from labi and from lubricus. e Either as a euphemism, or from the fact that the funeral apparatus was kept in the storerooms of the Temple of Venus, which caused the epithet to acquire a new meaning. word mens ' mind ' come meminisse ' to remember ' and amens ' mad,' said of one who has departed a mente ' from his mind.' 45. ° From this moreover metus ' fear,' from the mens ' mind ' somehow mota ' moved,' as metuisti ' you feared,' equal to te amouisti ' you removed yourself.' So, because timor ' fear ' is cold, tremuisti ' you shivered ' is equal to timuisti ' you feared.' Tremo ' I shiver ' is said from the similarity to the behaviour of the voice, which is evident then when people shiver very much, when even the hairs on the body bristle up like the beard on an ear of barley. 46. " Curare ' to care for, look after ' is said from cur a ' care, attention.' Cura, because it cor urat ' burns the heart ' ; curiosus ' inquisitive,' because such a person indulges in cura beyond the proper measure. Recordari ' to recall to mind,' is revocare ' to call back ' again into the cor ' heart.' The curiae ' halls,' where the senate curat ' looks after ' the interests of the state, and also there where there is the cura ' care ' of the state sacrifices ; from these, the curiones ' priests of the curiae.' 47. Volo ' I wish ' is said from voluntas ' free-will ' and from volatus ' flight,' because the spirit is such that in an instant it pervolat ' flies through ' to any place whither it volt ' wishes.' a Lubere 6 'to be pleasing ' is said from labi ' to slip,' because the mind is lubrica ' slippery ' and prolabitur ' slips forward,' as of old they used to say. From lubere 1 to be pleasing ' come libido ' lust,' libidinosus ' lustful,' and Venus Libentina ' goddess of sensual pleasure ' and Libitina c ' goddess of the funeral equipment,' so also other words. 215 V. 48. Metuere a quodam motu animi, cum id quod malum casurum putat refugit mens. Cum vehe- mentius in movendo ut ab se abeat foras fertur, formido ; cum (parum movetur) 1 pavet, et ab eo pavor. 49. Meminisse a memoria, cum (in) id quod remansit in mente 1 rursus movetur ; quae a manendo 2 ut manimoria 3 potest esse dicta. Itaque Salii quod cantant : Mamuri Vetwn', 4 significant memoriam veterem. 5 Ab eodem monere, 6 quod is qui monet, proinde sit ac memoria ; sic monimenta quae in sepulcris, et ideo secundum viam, quo praetereuntis admoneant 7 et se fuisse et illos esse mortalis. Ab eo cetera quae scripta ac facta memoriae causa monimenta dieta. 50. Maerere a marcere, quod etiam corpus mar- cescere(t) 1 ; hinc etiam macri dicti. Laetari ab eo § 48. 1 Added by L. Sp. § 49. 1 A. Sp., for id quod remansit in mente in id quod/ the omission, with Sciop. 2 Rhol., for manando. 3 Other codices, for maniomoria Fv. 4 Turnebus, for memurii ueterum or ueteri. 5 Maurenbrecher ; veterem memoriam Aug., with B ; where, according to Victorius, F had memoriam followed by an illegible word. 6 For mo- nerem. 7 For admoueant Fv, admoneat B. § 50. 1 L. Sp.,for marcescere. § 48. All etymologies in the section are wrong. § 49. See note on § 45. Meminisse, mens, monere, monimentum (or monumentum) are from the same root ; memoria is perhaps remotely connected with them ; but manere is to be kept apart. 6 Frag. 8, page 339 Mauren- brecher; page 4 Morel. c The traditional smith who made the best of the duplicate ancilia (see vi. 22, note d), and at his request was rewarded by the insertion of his name in the Hymns of the Salii (Festus, 131. 11 M.). But V. seems Metuere ' to fear,' from a certain motus ' emotion ' of the spirit, when the mind shrinks back from that misfortune which it thinks will fall upon it. When from excessive violence of the emotion it is borne foras ' forth ' so as to go out of itself, there is formido ' terror ' ; when parum movetur ' the emotion is not very strong,' it pavet ' dreads,' and from this comes pavor ' dread.' 49. ° Meminisse ' to remember,' from memoria ' memory,' when there is again a motion toward that which remansit 1 has remained ' in the mens ' mind ' : and this may have been said from manere ' to remain,' as though manimoria. Therefore the Salii, 6 when they sing O Mamurius Veturius,' indicate a memoria vetus ' memory of olden times.' From the same is monere ' to remind,' because he who monet ' reminds,' is just like a memory. So also the monimenta ' memorials ' which are on tombs, and in fact alongside the highway, that they may admonere ' admonish ' the passers-by that they themselves were mortal and that the readers are too. From this, the other things that are written and done to preserve their memoria ' memory ' are called monimenta ' monu- ments.' 50. ° Maerere ' to grieve,' was named from marcere ' to wither away,' because the body too would marces- cere ' waste away ' ; from this moreover the inacri ' lean ' were named. Laetari ' to be happy,' from this, to feel an etymological connexion between Mamuri Veturi and memoriam veterem. § 50. All etymologies wrong, except the association of laetari, laetitia, laeta. 217 V. quod latius gaudium propter magni boni opinionem diffusum. Itaque Iuventius ait : Gaudia Sua si omnes homines conferant unum in locum, Tamen mea exsuperet laetitia. Sic cum se habent, laeta. VII. 51. Narro, cum alterum facio narum, 1 a quo narratio, per quam cognoscimus rem gesta(m). 2 Quae pars agendi est ab dicendo 3 ac sunt aut con- iuncta cum temporibus aut ab his : eorum 4 hoc genus videntur ervfia. 52. Fatur is qui primum homo significabilem ore mittit vocem. Ab eo, ante quam ita faciant, pueri dicuntur infantes ; cum id faciunt, iam fari ; cum hoc vocabulum, 1 (turn) a similitudine vocis pueri (fario- lus) ac fatuus dictum. 2 Ab hoc tempora 3 quod turn pueris constituant Parcae fando, dictum fatum et res fatales. Ab hac eadem voce 4 qui facile fantur facundi dicti, et qui futura praedivinando soleant fari fatidici ; dicti idem vaticinari, quod vesana mente faciunt : §51. 1 Victorius, for narrum. 2 For gesta Fv. 3 L. Sp. ; a dicendo Ursinus ; for ab adiacendo Fv. * Aug., for earum. § 52. 1 Aug., for uocabulorum. 2 OS., for a simili- tudine uocis pueri ac fatuus fari id dictum. 3 Popma, for tempore. 4 Canal, for ad haec eandem uocem. 6 Com. Rom. Frag., verses 2-4 Ribbeck 3 . Juventius was a writer of comedies from the Greek, in the second century b.c. § 51. ° V. wrote naro, with one R, according to Cas- siodorus, vii. 159. 8 Keil ; the etymology is correct. 6 Cf. vi. 42. § 52. ° The etymologies in this section are correct, except those of fariolus and vaticinari. 6 Dialectal form, prob- that joy is spread latius 'more widely' because of the idea that it is a great blessing. Therefore Juventius says 6 : Should all men bring their joys into a single spot, My happiness would yet surpass the total lot. When things are of this nature, they are said to be laeta ' happy.' VII. 51. Narro a 'I narrate,' when I make a second person narus ' acquainted with ' something ; from which comes narratio ' narration,' by which we make acquaintance with an occurrence. This part of acting is in the section of saying, 6 and the words are united with time-ideas or are from them : those of this sort seem to be radicals. 52.° That man fatur ' speaks ' who first emits from his mouth an utterance which may convey a meaning. From this, before they can do so, children are called infantes ' non-speakers, infants ' ; when they do this, they are said now fan ' to speak ' ; not only this word, but also, from likeness to the utterance of a child, fariolus 6 ' soothsayer ' and fatuus ' prophetic speaker ' are said. From the fact that the Birth-Goddesses by fando ' speaking ' then set the life-periods for the children, fatum ' fate ' is named, and the things that are fatales ' fateful.' From this same word, those who fantur ' speak ' easily are called facundi ' eloquent,' and those who are accustomed fari ' to speak ' the future through presentiment, are called fatidici ' sayers of the fates ' ; they likewise are said vaticinari ' to prophesy,' because they do this with frenzied ably Faliscan, for hariolus, which is connected with haruspex. * As though fati- ; but properly from the stems of rates ' bard ' and canere ' to sing.' 219 V. sed de hoc post erit usurpandum, cum de poetis dicemus. 53. Hinc fasti dies, quibus verba certa legitima sine piaculo praetoribus licet fari ; ab hoc nefasti, quibus diebus ea fari ius non est et, si fati sunt, pia- culum faciunt. Hinc efFata dicuntur, qui augures finem auspiciorum caelcstum extra urbem agri(s) 1 sunt effati ut esset ; hinc effari templa dicuntur : ab auguribus efFantur qui in his fines sunt. 54. Hinc fana nominata, quod 1 pontifices in sac- rando fati sint finem ; hinc profanum, quod est ante fanum coniunctum fano ; hinc profanatum quid in sacrificio aique 2 Herculi decuma appellata ab eo est quod sacrificio quodam fanatur, id est ut fani lege^it. 3 Id dicitur pollu(c)tum, 4 quod a porriciendo est fictum: cum enim ex mercibus libamenta porrecta 5 sunt Herculi in aram, turn pollu(c)tum 4 est, ut cum pro- fan(at)um 6 dicitur, id est proinde ut sit fani factum : itaque ibi 7 olim (in) 8 fano consumebatur omne quod § 53. 1 Laetus, for agri. § 54. 1 Laetus, for quae. 2 M, V, Laetus, for ad quae Fv. 3 Canal, for sit. 4 Aug. {quoting a friend), for pollutum. 5 Aug., with B, for proiecta. 6 Turnebus, for profanum. 7 Vertranius, for ubi. 8 Added by Vertranius. d Cf. vii. 36. § 53. ° Fastus and nefastus, from fas and nefas ; but whether fas and nefas are from the root of fari, is question- able. 6 Cf. vi. 29-30. c Page 19 Regell. d Effari is used both with active and with passive meaning. § 54. Fanum (whence adj. profanus), from fas, not from fari. b Profanus was used also of persons who remained ' before the sanctuary ' because they were not entitled to go inside, or because admission was refused ; therefore ' un- initiated ' or ' unholy,' respectively. " Wrong etymology. d Any edibles or drinkables were appropriate offerings to mind : but this will have to be taken up later, when we speak about the poets. d 53. From this the dies fasti a ' righteous days, court days,' on which the praetors are permitted fori ' to speak ' without sin certain words of legal force ; from this the nefasti ' unrighteous days,' on which it is not right for them to speak them, and if they have spoken these words, they must make atonement. 6 From this those words are called effata ' pronounced,' by which the augurs c have effati ' pronounced ' the limit that the fields outside the city are to have, for the observance of signs in the sky ; from this, the areas of observation are said effari d ' to be pro- nounced ' ; by the augurs, 6 the boundaries effantur ' are pronounced ' which are attached to them. 54. From this the f ana ° ' sanctuaries ' are named, because the pontiffs in consecrating them have fati ' spoken ' their boundary ; from this, profanum ' being before the sanctuary,' b which applies to something that is in front of the sanctuary and joined to it ; from this, anything in the sacrifice, and especially Hercules 's tithe, is called prqfanatum ' brought before the sanc-» tuary, dedicated,' from this fact that it fanatur ' is consecrated ' by some sacrifice, that is, that it becomes by law the property of the sanctuary. This is called polluctum ' offered up,' a term which is shaped c from porricere ' to lay before ' : for when from articles of commerce first fruits d are laid before Hercules, on his altar, then there is a polluctum ' offering-up,' just as, when prqfanatum is said, it is as if the thing had be- come the sanctuary's property. So formerly all that was profanatum e ' dedicated ' used to be consumed in Hercules ; cf. Festus, 253 a 17-21 M. ' That is, so far as it was not burned on the altar, in the god's honour. profan(at)um 8 erat, ut etiam (nunc) 10 fit quod praetor urb(an)ws u quotannis facit, cum Herculi immolat publice iuvencam. 55. Ab eodem verbo fari fabulae, ut tragoediae et comoediae, 1 dictae. Hinc fassi ac confessi, qui fati id quod ab is 2 quaesitum. Hinc professi ; hinc fama et famosi. Ab eodem falli, sed et falsum et fallacia, quae propterea, quod fando quern decipit ac contra quam dixit facit. Itaque si quis re fallit, in hoc non proprio nomine fallacia, sed tralati(ci)o, 3 ut a pede nostro pes lecti ac betae. Hinc etiam famigerabile 4 et sic compositicia 5 aha item ut declinata multa, in quo et Fatuus et Fatuae. 6 56. Loqui ab loco dictum. 1 Quod qui primo dicitur iam fari 2 vocabula et reliqua verba dicit ante quam suo quique 3 loco ea dicere potest, 1 hunc CArys- ippus negat loqui, sed ut loqui : quare ut imago hominis non sit homo, sic in corvis, cornicibus, pueris primitus incipientibus fari verba non esse verba, quod 8 L. Sp., for profanum. 10 Added by L. Sp. 11 Aug., with B, for P. R. urbis Fv. % 55. 1 For tragaediae et comaediae. 2 For his. 3 A. Sp. ; tralatitio Sciop. ; for tranlatio. 4 M, V, p, Aldus, for famiger fabile Fv. 5 A. Sp.,for composititia Fv. « B, O, f, for fatue Fv. § 56. 1 Punctuation by Stroux. 2 For farit Fv. 3 L. Sp. ; quidque Aug. ; for quisque. § 55. ° The preceding words all belong with fari ; but falli, falsum, fallacia form a distinct group. 6 Instead of by speaking. e That is, beet-root. d Faunus and the Nymphs. § 56. ° Wrong. 6 Page 143 von Arnim. " Ravens the sanctuary, as even now is done "with that which the City Praetor offers every year, when on behalf of the state he sacrifices a heifer to Hercules. 55. From the same word fan ' to speak,' the fabulae ' plays,' such as tragedies and comedies, were named. From this word, those persons have fassi ' admitted ' and confessi ' confessed,' who have fati 4 spoken ' that which was asked of them. From this, professi ' openly declared ' ; from this, fama ' talk, rumour,' and famosi ' much talked of, notorious.' a From the same,/affi ' to be deceived,' but also falsum ' false ' and fallacia ' deceit,' which are so named on this account, that by fando ' speaking ' one misleads someone and then does the opposite of what he has said. Therefore if one fallit ' deceives ' by an act, 6 in this there is not fallacia ' deceit ' in its own proper meaning, but in a transferred sense, as from our pes ' foot ' the pes ' foot ' of a bed and of a beet c are spoken of. From this, moreover, famigerabile ' worth being talked about,' and in this fashion other com- pounded words, just as there are many derived -words, among which are Fatuus ' god of prophetic speaking ' and the Fatuae ' women of prophecy.' d 56. Loqui 'to talk,' is said from locus 'place.' Because he who is said to speak now for the first time, utters the names and other words before he can say them each in its own locus ' place,' such a person Chrysippus says 6 does not loqui ' talk,' but quasi- talks ; and that therefore, as a man's sculptured bust is not the real man, so in the case of ravens, crows," and boys making their first attempts to speak, their words are not real words, because they are not talk- and crows were the chief speaking birds of the Romans ; cf. Macrobius, Sat. ii. 4. 29-30. V. non loquantur. 4 Igitur is loquitur, qui suo loco quod- que verbum sciens ponit, et is turn 5 prolocutus, 6 quom in animo quod habuit extulit loquendo. 57. Hinc dicuntur eloqui ac reloqui 1 in fanis Sabinis, e cella dei qui loquuntur. 2 Hinc dictus loquax, qui nimium loqueretur ; hinc eloquens, qui copiose loquitur ; hinc colloquium, cum veniunt in unum locum loquendi causa ; hinc adlocutum mulieres ire aiunt, cum eunt ad aliquam locutum consolandi 3 causa ; hinc quidam loquelam dixerunt verbum quod in loquendo efferimus. Concinne loqui dictum a concinere, 4 ubi inter se conveniunt partes ita 3 novissimum, quod extremum. Sic ab eadem origine novitas et novicius et novalis in agro et " sub No vis " dicta pars in Foro aedificiorum, quod vocabulum ei pervetustww, 4 ut Novae Viae, quae via iam diu vetus. 60. Ab eo quoque potest dictum nominare, quod res novae in usum quom 1 additae erant, quibus ea(s) 2 novissent, nomina ponebant. Ab eo nuncupare, quod tunc (pro) 3 civitate vota nova suscipiuntur. Nuncu- pare nominare valere apparet in legibus, ubi " nun- cupatae pecuniae " sunt scriptae ; item in Choro in quo est : Aenea ! — Quis 4 est qui meum nomen nuncupat ? § 59. 1 Aug., from Gellius, x. 21. 2, for dico. 2 Ben- tinus, from Gellius, I.e., for uetustus ac ueterrimus. 3 Added by Aug., from Gellius, I.e. 4 B, Laetus, for peruetustas. § 60. 1 Aug. (quoting a friend), for quomodo. 2 Ver- tranius,for ea. 3 Added by L. Sp. 4 Added by Grotius. e Naples ; Nova-polis is a half-way translation into Latin. § 59. ° Page 57 Funaioli. * The Tabernae Novae were the shops on the north side of the Forum which replaced those burned in the fire of 210 b.c. ; those on the south side, which escaped the fire, were called the Tabernae Veteres. § 60. ° Nomen and nominare are distinct from novus, and derived from a Greek word ; from this, accordingly, their Neapolis e ' New City ' was called Nova-polis ' New-polis ' by the old-time Romans. 59. From this, moreover, novissimum ' newest ' also began to be used popularly for extremum ' last,' a use which within my memory both Aelius and some elderly men avoided, on the ground that the proper form of the superlative of this word was nimium novum ; its origin is just like vetustius ' older ' and veterrimum ' oldest ' from vetus ' old,' thus from novum were derived novius ' newer ' and novissimum, which means ' last.' So, from the same origin, novitas ' newness ' and novi- cius ' novice ' and novalis ' ploughed anew ' in the case of a field, and a part of the buildings in the Forum was called sub Xovis 6 ' by the New Shops ' ; though it has had the name for a very long time, as has the Nova Via New Street,' which has been an old street this long while. 60. From this can be said also nominare ' to call by name,' because when novae ' new ' things were brought into use, they set nomina ' names ' on them, by which they novissent ' might know ' them. From this, nuncupate* ' to pronounce vows publicly,' because then nova ' new ' vows are undertaken for the state. That nuncupare is the same as nominare, is evident in the laws, where sums of money are written down as nuncupatae ' bequeathed by name ' ; likewise in the Chorus, in which there is c : Aeneas ! — Who is this who calls me by my name ? also from novisse ' to know.' * Containing the elements of nomen and capere ' to take.' e Trag. Rom. Frag., page 272 Ribbeck 3 ; R O.L. ii. 608-609 Warmington ; possibly belonging to a play entitled Proserpina, cf. vi. 9-1. But the title is perhaps hopelessly corrupt. V. Item in Medo 5 : Quis tu es, mulier, quae me insueto nuncupasti nomine ? 61. Dico originem habet Graecam, quod Graeci SeiKvvw. 1 Hinc (etiam dicare, ut ait) 8 Ennius : Dico VI hunc dicare (circum metulas). 3 Hinc iudicare, quod tunc ius dicatur ; hinc iudex, quod iu(s> dicat 4 accepta potestate ; (hinc dedicat), 5 id est quibusdam verbis dicendo finit : sic 6 enim aedis sacra a magistratu pontifice prae(e)unte 7 dicendo dedicatur. Hinc, ab dicendo, 8 indicium ; hinc ilia : indicit (b)ellum, 9 indixit funus, prodixit diem, addixit iudicium ; hinc appellatum dictum in mimo, 10 ac dictiosus ; hinc in manipulis castrensibus (dicta 11 ab) 13 ducibus ; hinc dictata in ludo ; hinc dictator magister populi, quod is a consule debet dici ; hinc antiqua ilia (ad)dici 13 numo et dicis causa et addictus. 6 Aldus, for medio. §61. 1 L. Sp. ; SeiKvvvai Mue. ; SeiKco Scaliger ; for NISIhce Fv. 2 Added by Kent. 3 Fay, for qui hunc dicare; cf Festus, 153 a 15-21 M., and Livy, xli. 27. 6. 4 Aug., with B,for iudicat. b Added by Stroux. 8 With sic enim, F resumes ; cf. v. 118, crit. note 7. 7 Bcntinus (or earlier) ; praeunte /, Laetus ; for prae unce F. 8 L. Sp.,for dicando. 9 Turnebus, for ilium. 10 B, Aldus, for minimo. 11 Added by Aug., with B. 18 Added by Kent ; a added by Fay. 13 Budaeus, for dici. d Pacuvius, Trag. Rom. Frag. 239 Ribbeck 3 ; R.O.L. ii. 260- 261 Warmington ; the play was named from one of Medea's sons. §61. ° All the words explained in this section belong together ; but dicere is cognate with the Greek word, not derived from it. 6 Inc. frag. 39 Vahlen 2 ; see critical note. c Rather, because he dictat ' gives orders ' to the people. d Numo in the text is the older spelling, in which consonants were never doubled. * Applied to the fictitious sale of an And likewise in the Medus d : Who are you, woman, who have called me by an unaccustomed name ? 61. Dico ° ' I say ' has a Greek origin, that which the Greeks call BeiKvi'm ' I show.' From this more- over comes dicare ' to show, dedicate,' as Ennius says b : I say this circus shows six little turning-posts. From this, iudicare ' to judge,' because then ius ' right ' dicitur ' is spoken ' ; from this, index ' judge,' because he ius dicat ' speaks the decision ' after receiving the power to do so ; from this, dedicat ' he dedicates,' that is, he finishes the matter by dicendo ' saying ' certain fixed words : for thus a temple of a god dedicatur ' is dedicated ' by the magistrate, by dicendo ' saying ' the formulas after the pontiff. From this, that is from dicere, comes indicium ' information ' ; from this, the following : indicit ' he declares ' war, indixit ' he has invited to ' a funeral, prodixit ' he has postponed ' the day, addixit ' he has awarded ' the decision ; from this was named a dictum ' bon mot ' in a farce, and dic- tiosus ' witty person ' ; from this, in the companies of soldiers in camp, the dicta ' orders ' of the leaders ; from this, the dictata ' dictation exercises ' in the school ; from this, the dictator c ' dictator,' as master of the people, because he must did ' be appointed ' by the consul ; from this, those old phrases addict nummo d ' to be made over to somebody for a shilling,' e and dicis causa ' for the sake of judicial form,' and addictus " bound over f ' to somebody. inheritance to the heir. ' Said of a defendant who was unable to pay the amount of debt or damages, and was de- livered to the custody of the plaintiff as a virtual slave until he could arrange payment. V. 62. Si dico quid (sciens 1 ne)scienti, 2 quod ei 3 quod ignoravit trado, hinc doceo declinatum vel quod cum docemus 4 dicimus vel quod qui docentur induczm- tur 5 in id quod docentur. Ab eo quod scit ducere 6 qui est dux aut ductor ; (hinc 7 doctor) 8 qui ita inducit, ut doceat. Ab dwcendo 9 docere disciplina discere litteris commutatis paucis. Ab eodcm principio documenta, quae exempla docendi causa dicuntur. 63. Disputatio ct computatio e 1 propositione putandi, quod valet purum facere ; ideo antiqui purum putum appellarunt ; ideo putator, quod arbores puras facit ; ideo ratio putari dicitur, in qua summa fit pura : sic is sermo in quo pure disponuntur verba, ne sit confusus atque ut diluceat, dicitur dis- putare. 64. Quod dicimus disserit item translati(ci)o 1 aeque 2 ex agris verbo : nam ut //olitor disserit in areas sui cuiusque generis res, sic in oratione qui facit, disertus. Sermo, opinor, est a serie, unde serta ; ctiam in vestimento sartum, quod comprehensum : Added by L. Sp. 2 Scaliger, for scienti. 3 Sciop., for det. 4 After docemus, Laetus deleted ut. 6 Reiter, for inducantur. 6 M, Laetus, for ducare. 7 Added by GS. 8 Added by L. Sp. 9 Fay, for docendo. § 63. 1 L. Sp., for et. §64. 1 A. Sp. ; translatitio Aug.; for translatio. 2 Aug., for atque. § 62. ° Docere is quite independent of dicere, and also of ducere. b Disciplina was popularly associated with discere, but was really a derivative of discipulus, which came from dis + capere 1 to take apart (for examination).' § 64. ° There are in Latin two verbs sero serere, distinct in etymology : serere sevi satus 4 to sow, plant,' and serere serui sertus ' to join together, intertwine.' The derivatives in this section are all from the second verb, except sartum, the participle of sarcio, which is distinct from both. If I DICO ' say ' something – H. P. Grice, dictiveness, dictive content, what is said -- that I know to one who does NOT know it, because I trado ' hand over' to him what he was ignorant of, from this is derived DOCEO a ' I teach,' or else because when we docemus ' teach ' we dicivius ' say,' or else because those who docentur ' are taught ' inducuntur ' are led on ' to that which they docentur ' are taught.' From this fact, that he knows how ducere ' to lead,' is named the one who is dux ' guide ' or ductor ' leader ' ; from this, doctor ' teacher,' who so inducit ' leads on ' that he docet ' teaches.' From ducere ' to lead,' come docere ' to teach,' disciplina b ' instruction,' discere ' to learn,' by the change of a few letters. From the same original element comes documenta ' instructive ex- amples,' which are said as models for the purpose of teaching. 63. Disputatio ' discussion ' and coniputatio ' reckon- ing,' from the general idea of putare, which means to make purum ' clean ' ; for the ancients used putum to mean purum. Therefore putator ' trimmer', because he makes trees clean ; therefore a business account is said putari ' to be adjusted,' in which the sum is pura ' net.' So also that discourse in which the words are arranged pure ' neatly,' that it may not be confused and that it may be transparent of meaning, is said disputare ' to discuss ' a problem or question. 64. Our word disserit a is used in a figurative mean- ing as well as in relation to the fields : for as the kitchen-gardener disserit ' distributes ' the things of each kind upon his garden plots, so he who does the like in speaking is disertus ' skilful.' Sermo ' conversa- tion,' I think, is from series ' succession,' whence serta ' garlands ' ; and moreover in the case of a garment sartum ' patched,' because it is held together : for 231 V. sermo enim non potest in uno homine esse solo, sed ubi (o)ratio 3 cum altero coniuncta. Sic conserere manu(m) 4 dicimur cum hoste ; sic ex iure manu(m) 5 consertum vocare ; hinc adserere manu 6 in libertatem cum prendimus. Sic augures dicunt : Si mihi auctor es 7 verbenam 6 manu 9 asserere, dicit(o> 10 consortes. 65. Hinc etiam, a quo 1 ipsi consortes, sors ; hinc etiam sortes, quod in his iuncta tempora cum homini- bus ac rebus ; ab his sortilegi ; ab hoc pecunia quae in faenore sors est, impendium quod inter se iung^t. 2 66. Legere dictum, quod leguntur ab oculis litterae ; ideo etiam legati, quod (ut) 1 publice mit- tantur leguntur. Item ab legendo leguli, qui oleam aut qui uvas legunt ; hinc legumina in frugibus variis ; etiam leges, quae lectae et ad populum latae quas observet. Hinc legitima et collegae, qui una lecti, et qui in eorum locum suppositi, sublecti ; additi allecti et collecta, quae ex pluribus locis in unum lecta. Ab 3 Aug., for ratio. 4 Other codd.,for manu F. 5 Sciop., for manu ; cf. Gellius, xx. 10. 6 p, Aug., for manum. 7 Aug., for est. 8 Bergk, for verbi nam. 9 Aug., for manum. 10 A. Sp.,for dicit. §65. 1 L. Sp., for ad qui. 2 Groth, for iungat. § 66. 1 Added by B, Aldus. b Genitive plural. e Page 18 Regell. § 65. ° These words belong to serere, but V.'s reason for the meaning of sors may not be correct. 6 To V., the fundamental meaning in sors is one of ' joining ' : cf. v. 183. § 66. ° All words discussed in this section are from various forms of the root seen in legere, which means ' to gather, pick, select, choose, read ' ; except legumen. * Properly parti- ciple of legare ' to appoint,' a derivative of legere. e More exactly, legumina are, according to V., fruits of various kinds that have to be picked (rather than cut, like cabbage, sermo ' conversation ' cannot be where one man is alone, but where his speech is joined with another's. So we are said conserere manum ' to join hand-to-hand fight ' with an enemy ; so to call for vianum 6 consertum ' a laying on of hands' according to law ; from this, adserere manu in libertatem ' to claim that so-and-so is free,' when we lay hold of him. So the augurs say c : If you authorize me to take in my hand the sacred "bough, then name my colleagues (consortes). 65. From this, moreover, sors a ' lot,' from which the consortes ' colleagues ' themselves are named ; from this, further, sortes ' lots,' because in them time- ideas are joined with men and things ; from these, the sortilegi ' lot-pickers, fortune-tellers ' ; from this, the money which is at interest is the sors 1 principal,' because it joins 6 one expense to another. 66. ° Legere ' to pick or read,' because the letters leguntur ' are picked ' with the eyes ; therefore also legati 6 ' envoys,' because they leguntur ' are chosen ' to be sent on behalf of the state. Likewise, from legere ' to pick,' the leguli ' pickers,' who legunt ' gather ' the olives or the grapes ; from this, the legumina e ' beans ' of various kinds ; moreover, the leges ' laws,' which are lectae ' chosen ' and brought before the people for them to observe. From this, legitima ' law- ful things ' ; and collegae ' colleagues,' who have been lecti ' chosen ' together, and those who have been put into their places, are sublecti ' substitutes ' ; those added are allecti ' chosen in addition,' and things which have been lecta ' gathered ' from several places into one, are collecta ' collected.' From legere ' to gather ' or mowed, like wheat) ; but the resemblance to legere seems to be only accidental. 233 V. legendo ligna quoque, quod ea caduca legebantur in agro quibus in focum uterentur. Indidem ab legendo legio et diligens et dilectus. 67. Murmuran' 1 a similitudiae sonitus dictus, qui ita leviter loquitur, ut magis e sono id faccre quam ut intellegatur videatur. Hinc etiam poctae Murmurantia litora. Similiter fremere, gemere, clamare, crepare ab similitudine vocis sonitus dicta. Hinc ilia Arma sonant, fremor oritur ; hinc Nihil 2 me increpitando commoves. 68. Vicina horum quiritarc, iubilare. Quiritare dicitur is qui Quiritum fidem clamans inplorat. Qui- rites a Curensibus ; ab his cum Tatio rege in socie- tatem venerunt civitatz's. 1 Ut quiritare urbanorum, sic iubilare rusticorum : itaquc hos imitans Aprissius ait : Io bucco ! — Quis me iubilat ? — Vicinns tuus antiquus. Sic triumphare appellatum, quod cum imperatore § 67. 1 L. Sp.,for murmuratur dictum. 2 For nichil. § 68. 1 Sciop., for civitates. d Better spelling, delectus. § 67. ° Some, but not all, of the words discussed in this section are onomatopoeic. b Lh-iter ' lightly.' e Trag. Rom. Frag., page 314 Ribbeck 3 ; but the words look like part of a dactylic hexameter, in which case it should read Arma sonant, oritur fremor. d Trag. Rom. Frag., page 314 Ribbeck 3 . Frequentative of queri ' to complain,' and not connected with Quirites. b Cures, ancient capital city of the Sabines. c The name is corrupt, but no probable comes also ligna ' firewood,' because the wood that had fallen was gathered in the field, to be used on the fireplace. From the same source, legere ' to gather,' came legio ' legion,' and diligens ' careful,' and dilectus A ' military levy.' 67. ° From likeness to the sound, he is said mur- murari ' to murmur,' who speaks so softly b that he seems more as the result of the sound to be doing it, than to be doing it for the purpose of being understood. From this, moreover, the poets say Murmuring sea-shore. Likewise, fremere ' to roar,' gemere ' to groan,' clamare ' to shout,' crepare ' to rattle ' are said from the likeness of the sound of the word to that which it denotes. From this, that passage c : Arms are resounding, a roar doth arise. From this, also, d By your rebuking you alarm me not. 68. Close to these are quiritare a ' to shriek,' iubilare ' to call joyfully.' He is said quiritare, who shouts and implores the protection of the Quirites. The Quirites were named from the Curenses ' men of Cures ' b ; from that place they came with King Tatius to receive a share in the Roman state. As quiritare is a word of city people, so iubilare is a word of the countrymen ; thus in imitation of them Apris- sius c says : Oho, Fat-Face ! — Who is calling rne ? — Your neighbour of long standing. So triumpkare ' to triumph ' was said, because the emendation has been suggested ; Com. Rom. Frag., page 332 Ribbeck 3 . milites redeuntes clamitant per Urbem in Capitolium eunti " (I)o 2 triumphe " ; id a dpidfifiu) 3 ac Graeco Liberi cognomento potest dictum. 69- Spondere est dicere spondee-, a sponte : nam id (idem) 1 valet et a voluntate. Itaque Lucilius scribit de Cretcea, 2 cum ad se cubitum venerit sua voluntate, sponte ipsam suapte adductam, ut tunicam et cetera 3 reiceret. Eandem voluntatem Terentius significat, cum ait satius esse Sua sponte recte facere quam alieno metu. Ab eadem sponte, a qua dictum spondere, declinatum (de)spondet 4 et respondet et desponsor et sponsa, item sic alia. Spondet enim qui dicit a sua sponte " spondeo " ; (qui) spo(po)ndit, 5 est sponsor ; qui (i)dem« (ut) 7 faciat obligatur sponsu, 8 consponsus. 70. Hoc Naevius significat cum ait " consponsi." (Si) 1 spondebatur pecunia aut filia nuptiarum causa, 2 Laetus, for o. 3 Aldus, for triambo. § 69. 1 Added by Fay. 2 For Gretea. 3 For ceterae. 4 GS, after Lachmann, for spondit. 8 L. Sp., for spondit. 6 B, Ed. Veneta, for quidem. 7 Added by Aug., with B. 8 L. Sp.,for sponsus. § 70. 1 Added by Fay. d From the Greek, through the Etruscan. e Ac, intro- ducing an appositive. § 69. ° Verses 925-927 Marx. Cretaea was a meretrix, named from the country of her origin. V. has para- phrased the quotation, which was thus restored to metrical form by Lachmann, the first two words being added by Marx : Cretaea nuper, cum ad me cubitum venerat, Sponte ipsa suapte adducta ut tunicam et cetera Reiceret. soldiers shout " Oho, triumph ! " as they come back with the general through the City and he is going up to the Capitol; this is perhaps derived** from dpiafifios, as * a Greek surname of Liber. 69« Spondere is to say spondeo ' I solemnly promise,' from sponte ' of one's own inclination ' : for this has the same meaning as from voluntas ' personal desire.' Therefore Lucilius writes of the Cretan woman, that when she had come of her own desire to his house to lie with him, she was of her own sponte ' inclination ' led to throw back her tunic and other garments. The same voluntas ' personal desire ' is what Terence means 6 when he says that it is better Of one's own inclination right to do, Than merely by the fear of other folk. From the same sponte from which spondere is said, are derived despondet ' he pledges ' and respondet ' he promises in return, answers,' and desponsor ' promiser ' and sponsa ' promised brides' and likewise others in the same fashion. For he spondet ' solemnly promises ' who says of his own sponte ' inclination ' spondeo ' I promise ' ; he who spopondit ' has promised ' is a sponsor ' surety ' ; he who is by sponsus ' formal promise ' bound to do the same thing as the other party, is a consponsus ' co-surety.' 70. This is what Naevius means" when he says consponsi. If money 6 or a daughter spondebatur ' was promised ' in connexion with a marriage, both the While this might accord with the Lucilian prototype of Horace, Sat. i. 5. 82-85, the meter forbids, and because of the subject matter A. Spengel proposed Licinius, writer of comedies, for Lucilius. b Adelphoe, 75. §70. " Com. Rom. Frag., page 34 Ribbeck*; R.O.L. ii. 598 Warmington. * As dower. 237 V. appellabatur etpecunia et quae desponsa erat sponsa ; quae pecunia inter se contra sponsu 2 rogata erat, dicta sponsio ; cui desponsa quae 3 erat, sponsus ; quo die sponsum erat, sponsalis. 71. Qui 1 spoponderat filiam, despondisse 2 dice- bant, quod de sponte eius, id est de voluntate, exierat : non enim si volebat, dabat, quod sponsu erat alligatus : nam ut in com(o)ediis vides dici : Sponde(n) 3 tuam gnatam 4 filio uxorem meo ? Quod turn et praetorium ius ad legem et censorium iudicium ad aequum existimabatur. Sic despondisse animum quoque dicitur, ut despondisse filiam, quod suae spontis statuerat finem. 72. A sua sponte dicere cum spondere, (respon- dere) 1 quoque dixerunt, cum a(d) sponte(m) 2 re- sponderent, id est ad voluntatem rogatoris. 3 Itaque qui ad id quod rogatur non dicit, non respondet, ut non spondet ille statim qui dixit spondeo, si iocandi 2 L. Sp., for sponsum. 3 Hue., for quo. § 71. 1 G, B, Laetus, for quo. 2 B, Aldus, for dispon- disse. 3 Aug. ; spondem Rhol. ; for sponde. 4 Rhol., for agnatam. § 72. 1 Lachmann, for a qua sponte dicere cumspondere. 2 Turnebus, for a sponte. 3 L. Sp.,for rogationis. c To be forfeited to the other party as damages by that party which might break the agreement. § 71. ° Com, Rom. Frag., page 134 Ribbeck 3 . money and the girl who had been desponsa ' pledged ' were called sponsa ' promised, pledged * ; the money which had been asked under the sponsus ' engagement ' for their mutual protection against the breaking of the agreement,* was called a sponsio ' guarantee de- posit ' ; the man to whom the money or the girl was desponsa ' pledged,' was called sponsus ' betrothed ' ; the day on which the engagement was made, was called sponsalis ' betrothal day.' 71. He who spoponderat ' had promised ' his daughter, they said, despondisse ' had promised her away,' because she had gone out of the power of his sponte ' inclination,' that is, from the control of his voluntas ' desire ' : for even if he wished not to give her, still he gave her, because he was bound by his sponsus ' formal promise ' : for you see it said, as in comedies a : Do you now promise your daughter to my son as wife ? This was at that time considered a principle estab- lished by the praetors to supplement the statutes, and a decision of the censors for the sake of fairness. So a person is said despondisse animum ' to have promised his spirit away, to have become despondent,' just as he is said despondisse Jiliam ' to have promised his daughter away,' because he had fixed an end of the power of his sponte ' inclination.' 72. Since spondere was said from sua sponte dicere ' to say of one's own inclination,' they said also re- spondere ' to answer,' when they responderunt ' promised in return ' to the other party's spontem ' inclination,' that is, to the desire of the asker. Therefore he who says " no " to that which is asked, does not respondere, just as he does not spondere who has immediately said 239 V. causa dixit, neque agi potest cum eo ex sponsu. Itaqu(e) is 4 qu(o)i dicit(ur) 5 in co?«oedia 6 : Meministin 7 te spondere 8 mihi gnatam 9 tuam ? quod sine sponte sua dixit, cum eo non potest agi ex sponsu. 73. Etiam spes a sponte potest esse declinata, quod turn sperat cum quod 1 volt fieri putat : nam quod non volt si putat, metuit, non sperat. Itaque hi 2 quoque qui dicunt in Astraba Plauti : Nwwc 3 sequere adseque, Polybadisce, meam spem cupio consequi. — Sequor hercle (e)quidem, 4 nam libenter mea(m) sperata(m) 5 consequor : quod sine sponte dicunt, vere neque ille sperat qui dicit adolescens neque ilia (quae) 6 sperata est. 74. Sponsor et praes et vas neque ide/w, 1 neque res a quibus hi, sed e re simili. 2 Itaque praes qui a magistratu interrogatus, in publicum ut praestet ; a quo et cum respondet, dicit " praes." Vas appel- 4 L. Sp., for itaquis. 5 Kent, for qui dicit F (d'r a = dici- tur). 6 L. Sp.,for tragoedia. 7 Aug., for meministine. 8 Lachmann, metri gratia, for despondere. 9 Rhol., for agnatam. § 73. 1 Aug., for quod cum. 2 L. Sp., for hie. 3 L. Sp., for ne. 4 L. Sp., for quidem. 6 Ritschl, for mea sperata. 6 Added by Kent. §74. 1 Laetus, for ideo. 2 Sciop., for simile. § 72. Hanging nominative, resumed by cum eo after the quotation. b Trag. Rom. Frag., page 305 Ribbeck 3 ; but as the content indicates that it came from a comedy rather than from a tragedy, I have accepted L. Spengel's emenda- tion comoedia for the. manuscript tragoedia. § 73. a Wrong. * Frag. I Ritschl. c A dseque, active imperative form ; cf. Neue-Wagener, Formenlehre der lat. spondeo, if he said it for a joke, nor can legal action be taken against him as a result of such a sponsus 'promise.' Thus he" to whom someone says in a comedy, 6 Do you recall you pledged your daughter unto me ? which he had said without his sponte ' inclination,' cannot be proceeded against under his sponsus. 73. Spes ' hope ' is perhaps also derived a from sponte ' inclination,' because a person then sperat ' hopes,' M'hen he thinks that what he wishes is coming true ; for if he thinks that what he does not wish is coming true, he fears, not hopes. Therefore these also who speak in the Astraba of Plautus 6 : Follow now closely,' Polybadiscus, I wish to overtake my hope. — Heavens I surely do : I'm glad to overtake her whom I hope : because they speak without sponte ' feeling of success,' the youth who speaks does not truly ' hope,' nor does the girl who is ' hoped for.' d 74. Sponsor and praes and vas are not the same thing, nor are the matters identical from which these terms come ; but they develop out of similar situa- tions. Thus a praes is one who is asked by the magistrate that he praestat 1 make a guarantee ' to the state ; from which, also when he answers, he says, " I am your praes." He was called a vas Spr. 3 iii. 89. d Sperata, a regular term for the object of a young man's love. § 7i. " V. apparently says that a sponsor is one who undertakes an engagement toward an individual or indivi- duals ; a praes is one who undertakes an engagement on his own behalf, toward the state ; a vas is one who guarantees another person's engagement toward the state. VOL. I r 2-H V. latus, qui pro altero vadimonium promittebat. Con- suetudo erat, cum re?/s 3 parum esset idoneus inceptis rebus, ut pro se alium daret ; a quo caveri 4 postea lege coeptum 5 est ab his, qui praedia venderent, vadem ne darent ; ab eo ascribi coeptum 5 in lege mancipiorum: Vadem ne poscerent nec dabitur. 75. Canere, 1 accanit et succanit ut canto et can- tatio ex Camena permutato pro M N. 2 Ab eo quod semel, canit, si saepius, cantat. Hinc cantitat, item alia ; nec sine canendo (tubicines, liticines, corni- cines), 3 tibicines dicti : omnium enim horum quo- da^) 4 canere ; etiam bucinator a vocis similitudine et cantu dictus. 76. Oro ab ore et perorat et exorat et oratio et orator et osculum dictum. Indidem omen, orna- mentum ; alterum quod ex ore primum elatum est, osmen dictum ; alterum nunc cum propositione dici- tur vulgo ornamentum, quod sicut olim ornamenta 1 3 For reos. 4 For cavari. 6 For caeptum. §75. 1 For canerae. 2 Mue., for N.M. 8 Added by L. Sp., after Mue. recognized the lacuna and its contents, but set it after tibicines; cf v. 91. 4 Kent ; quoddam Canal ; for quod a. §76. 1 OS., for ornamentum. §75. ° The words explained in this section belong to- gether, except Camena, which stands apart. 6 Either ' sing ' or ' play on an instrument.' c Usually in the plural ; Italian goddesses of springs and waters, regularly identified with the Greek Muses. d The insertion in the text is rendered necessary by omnium horum ; cf. also critical note. e Quodam, ablative with canere. § 76. ° These words are from os, except omen, ornamen- tum, oscines. ' bondsman ' who promised bond for another. It was the custom, that when a part}' in a suit was not considered capable of fulfilling his engagements, he should give another as bondsman for him : from which they later began to provide by law against those who should sell their real estate, that they should not offer themselves as bondsmen. From this, they began to add the provision in the law about the transfer of properties, that " they should not demand a bondsman, nor will a bondsman be given." 7o. a Canere 6 ' to sing,' accanit ' he sings to ' some- thing, and succanit ' he sings a second part,' like canto ' I sing ' and cantatio ' song,' from Camena c ' Muse,' with N substituted for M. From the fact that a person sings once, he canit : if he sings more often, he cantat. From this, cantitat ' he sings repeatedly,' and likewise other words ; nor without canere ' singing, playing ' are the tubicines ' trumpeters,' named, and the liticines ' cornetists,' cornicines ' horn-blowers,' d iibicines ' pipes-players ' : for canere ' playing ' on some special instrument * belongs to all these. The bucinator ' trumpeter ' also was named from the like- ness of the sound and the cantus ' playing.' 76. a Oro ' I beseech ' was so called from os ' mouth,' and so were perorat ' he ends his speech ' and exorat ' he gains by pleading,' and oratio ' speech ' and orator ' speaker ' and osculum ' kiss.' From the same, omen ' presage ' and ornamentum ' ornament ' : because the former was first uttered from the os ' mouth,' it was called osmen ; the latter is now commonly used in the singular with the general idea of ornament, but as formerly most of the play-actors use it in 24-3 V. scoenici plerique dicunt. Hinc oscines dicuntur apud augures, quae ore faciunt auspicium. VIII. 77. Tertium gradum agcndi esse dicunt, ubi quid faciant ; in eo propter similitudinem agendi et faciendi et gerendi quidam error his qui putant esse unum. Potest enim aliquid facere et non agere, ut poeta facit fabulam et non agit, contra actor agit et (non) 1 facit, et sic a poeta fabula fit, non agitur, ab actore agitur, non fit. Contra imperator quod dicitur res gerere, in eo neque facit neque agit, sed gerit, id est sustinet, tralatum ab his qui onera 2 gerunt, quod hi sustinent. 78. Proprio nomine dicitur facere a facie, qui rci quam facit imponit faciem. Ut fictor cum dicit fingo, figuram imponit, quom dicit formo, 1 formam, sic cum dicit facio, faciem imponit ; a qua facie discernitur, ut dici possit aliud esse vestimentum, aliud vas, sic item quae fiunt apud fabros, fictores, item alios alia. Qui quid 2 amministrat, cuius opus non extat quod sub § 77. 1 Omitted in F. 2 G, H, for honera F. § 78. 1 L. Sp„ for informo. 2 Aug., for quicquid. 6 Found only in the plural in the scenic poets, who used it of ornaments for the head and face (os) ; it is a derivative of ornare ' to adorn,' which comes from ordo ordinis. c From prefix ops + can- ' sing ' : cf. o(p)s-tendere ' to show.' § 77. Cf vi. 41-42. 6 The distinction is almost impossible to imitate in translation, but the argument is good so far as the examples in the text are concerned. § 78. a Fades is from facere. the plural. 6 From this, oscines c ' singing birds ' are spoken of among the augurs, which indicate their pre- monitions by the os ' mouth.' VIII. 77. The third stage of action ° is, they say, that in -which they fadunt ' make ' something : in this, on account of the likeness among agere ' to act ' and facere ' to make ' and gerere ' to carry or carry on,' a certain error is committed by those •who think that it is only one thing. 6 For a person can facere something and not agere it, as a poet fadt ' makes ' a play and does not act it, and on the other hand the actor agit ' acts ' it and does not make it, and so a play ft ' is made ' by the poet, not acted, and agitur ' is acted ' by the actor, not made. On the other hand, the general, in that he is said to gerere ' carry on ' affairs, in this neither fadt ' makes ' nor agit ' acts,' but gerit ' carries on,' that is, supports, a meaning transferred from those who gerunt ' carry ' burdens, because they support them. 78. In its literal sense facere ' to make ' is from fades ° ' external appearance ' : he is said facere ( to make ' a thing, who puts a fades ' external appear- ance ' on the thing which he facit ' makes.' As the fetor ' image-maker,' when he says " Fingo ' I shape,' " puts a figura ' shape ' on the object, and when he says " Formo ' I form,' " puts a. forma ' form ' on it, so when he says " Fado ' I make,' " he puts a fades ' external appearance ' on it ; by this external appearance there comes a distinction, so that one thing can be said to be a garment, another a dish, and likewise the various things that are made by the carpenters, the image- makers, and other workers. He who furnishes a service, whose work does not stand out in concrete form so as to come under the observation of our 245 V. sensu(m) 3 veniat, ab agitatu, ut dixi, magis agere quam facere putatur ; sed quod his magis promiscue quam diligenter eonsuetudo est usa, translations utimur verbis : nam et qui dieit, faeere verba dieimus, et qui aliquid agit, non esse inficientem. 79- (Et facere lumen, 1 faculam) 2 qui adlueet, dieitur. Lucere ab luere, (quod) et 3 luce dissolvun- tur tenebrae ; ab luce Noctiluea, 4 quod propter lueem amissam is eultus institutus. Aequirere est ad et quaerere ; ipsum quaerere ab eo quod quae res ut reeiperetur datur opera ; a quoerendo quaestio, ab his turn quaestor. 5 80. Video a visu, (id a vi) 1 : qui(n)que 2 enim sensuum maximus in oeulis : nam cum sensus nullus quod abest mille passus sentire possit, oculorum sensus vis usque pervenit ad stellas. Hinc : Visenda vigilant, vigilium invident. Et Acci 3 : 3 //, Aldus, for sensu. § 79. 1 Added by GS. 2 Added by Fay, from Plautus, Persa, 515. 3 quod et Kent; quod A. Sp. ; for et. 4 After Noctiluea, L. Sp. deleted lucere item ab luce, a mar- ginal gloss that had crept into the text. 6 Kent, for con- qucstor. §80. 1 Added by L. Sp. 2 For qui que. 3 Kent, for atti. 6 vi. 41-42. § 79. " Wrong etymology. 6 This sentence, if properly reconstructed, goes with the preceding section. c Wrong. d As dis-so-luuntur, which is in fact its origin. * This sentence is out of place, but its proper place cannot be deter- mined ; cf. v. 81. f Correct etymologies, except that of qnaerere itself. § 80. " Video is to be kept distinct from vis and from vigilium. 6 Part of a verse from an unknown play, in physical senses, is, from his agitatus ' action, motion,' as I have said, 6 thought rather agere ' to act ' than facere ' to make ' something ; but because general practice has used these words indiscriminately rather than with care, we use them in transferred meanings ; for he who dicit ' says ' something, we say facere ' makes ' words, and he who agit ' acts ' something, we say is not inficiens ' failing to do ' something. 79. And he who lights a faculam a ' torch,' is said to facere ' make ' a light. 6 Lucere ' to shine,' from luere c ' to loose,' because it is also by the light that the shades of night dissohuntur d ' are loosed apart ' ; from lux ' light ' comes Noctiluca ' Shiner of the Night,' because this worship was instituted on account of the loss of the daylight. Acquirere e ' to acquire ' is ad' in addition ' and quaerere ' to seek ' ; quaerere itself is from this, that attention is given to quae res ' what thing ' is to be got back ; from quaerere comes quaestio ' question ' ; then from these, quaestor ' in- vestigator, treasurer.' * 80. Video a ' I see,' from visus ' sight,' this from vis ' strength ' ; for the greatest of the five senses is in the eyes. For while no one of the senses can feel that which is a mile away, the strength of the sense of the eyes reaches even to the stars. From this 6 : They watch for what is to be seen, but hate to stay awake.' Also the verse of Accius d : which the persons are watching the night sky for omens. e Invidere 4 to look at with dislike ' originally took a direct object, as here ; cf. Cicero, Tusc. iii. 9. 20. d If properly reconstituted, an iambic tetrameter catalectic, referring to Actaeon,_who inadvertently beheld Artemis bathing with the nymphs. 247 V. Cum illud o(c)wli(s) violavit 4 (is), 5 qui inmdit 6 invidendum. A quo etiam violavit virginem pro vit(i)avit dicebant ; acque eadem modestia potius cum muliere fuisse quam concubuisse dicebant. 81. Cerno idem valet : itaque pro video ait En- nius : Lumen — iubarne ? — in caelo cerno. Cawius 1 : Sensumque inesse et motum in membris cerno. Dictum cerno a cereo, id est a creando ; dictum ab eo quod cum quid creatum est, tunc denique videtur. Hinc fines capilli d^scripti, 2 quod finis videtur, dis- crimen ; et quod 3 in testamento (cernito), 4 id est facito videant te esse heredem : itaque in cretione adhibere iubent testes. Ab eodem est quod ait Medea : Ter sub armis malim vz'tam 5 cernere, Quam semel modo parere ; quod, ut decernunt de vita eo tempore, multorum videtur vitae finis. 4 Mue., for obliuio lavet (obviolavit Aug., with B). 5 Added by Kent, metri gratia. 6 Kent ; vidit Mue. ; for incidit. §81. 1 Schoell, marginal note in his copy of A. Sp.'s edition,for canius. 2 A. Sp., for descripti. 3 Turnebus, for qui id. 4 Added by Turnebus. 5 Bentinus, from Nonius Marc. 261. 22 M.,for multa. e See note c. f Invidendum with negative prefix in-, unlike the preceding word; cf. infectum meaning both ' stained ' and ' not done.' §81. "Literally 'separate'; hence 'distinguish, see,' and also ' discriminate, decide.' Cerno has no connexion When that he violated with his eyes, Who looked upon • what ought not to be seen.' From which moreover they used to say violavit ' he did violence to ' a girl instead of vitiavit ' ruined ' her ; and similarly, with the same modesty, thev used to say rather that a man fult ' was ' with a woman, than that he concubuit ' lay ' with her. 81. Cerno a has the same meaning; therefore Ennius b uses it for video : I see light in the sky — can it be dawn ? Cassius c says : I see that in her limbs there's feeling still and motion. Cerno ' I see ' is said from cereo, that is, creo ' I create ' ; it is said from this fact, that when something has been created, then finally it is seen. From this, the bound- ary-lines of the parted hair, d because a boundary- line is seen, got the name discrimen ' separation ' ; and the cernito ' let him decide,' e which is in a will, that is, make them see that you are heir : therefore in the cretio ' decision ' they direct that the heir bring wit- nesses. From the same is that which Medea says / : I'd rather thrice decide, in battle wild, My life or death, than bear but once a child. Because, when they decernunt ' decide ' about life at that time, the end of many persons' lives is seen. with creo. 6 Trag. Rom. Frag., verse 338 Ribbeck* ; R.O.L. i. 226-227 Warmington ; from the Ajar ; cf. vi. 6 and vii. 76. e Fitting Cassius's play Lucretia ; cf. vi. 7 and vii. 72. * Capittus in the singular was used as a collective by V., according to Charisius, i. 104. 20 Keil. • Cf. Gams, Institut. ii. 1 74. ' Ennius, Medea, 222-223 Ribbeck 3 ; R.O.L. i. 316-317 Warmington; translated from Euripides, Medea, 250-251. 249 V. 82. Spectare dictum ab (specio) 1 antiquo, quo etiam Ennius usus : uos 2 Epulo postquam spexit, et quod in auspiciis distributum est qui habent spec- tionem, qui non habeant, et quod in auguriis etiam nunc augurcs dicunt avem specere. Consuetudo com(m)unis quae cum praeverbi(i)s coniun(c)ta fuerunt etiam nunc servat, ut aspicio, conspicio, respicio, suspicio, despicio, 3 sic alia ; in quo etiam expecto quod spectare volo. Hinc speculo(r), 4 hinc speculum, quod in eo specimus imaginem. Specula, de quo prospicimus. Speculator, quern mittimus ante, ut respiciat quae volumus. Hinc qui oculos inunguimus quibus specimus, specillum. 83. Ab auribus verba videntur dicta audio et ausculto ; aures 1 ab aveo, 2 quod his avemus di(s)cere 3 semper, quod Ennius videtur ervfiov ostendere velle in Alexandro cum ait : lam dudum ab ludis animus atque aures avent, Avide expectantes nuntium. Propter hanc aurium aviditatem theatra replentur. Ab audiendo etiam auscultare declinatum, quod hi § 82. 1 Added bp Aug. 2 A. Sp., from Festus, 330 b 32 31., for uos. 3 31, Jxietus, for didestspicio. 4 Canal, for specula. § 83. 1 3Iue., for audio. 2 Laetus, for abaucto. 3 Aug., for dicere. § 82. ° Annales, 421 Vahlen 2 ; R.O.L. i. 148-149 Warm- ington ; given in better form by Festus, 330 b 32 M. : Quos ubi rex (Ep)ulo spexit de cotibus (=cautibus) celsis. Epulo was a king of the Istrians, who fought against the Romans in 178-177 b.c. ; cf. Livy,xli. 1,4, 11. 6 Page 20 Regell. c Page 17 Regell. § 83. Auris, audio, ausculto belong ultimately together, Spectare ' to see ' is said from the old word specere, which in fact Ennius used a : After Epulo saw them, and because in the taking of the auspices 6 there is a division into those who have the spectio ' watch-duty ' and those who have not ; and because in the taking of the auguries even now the augurs say c specere ' to watch ' a bird. Gammon practice even now keeps the compounds made with prefixes, as aspicio ' I look at,' conspicio ' I observe,' respicio ' I look back at,' suspicio ' I look up at,' despicio ' I look down upon,' and similarly others ; in which group is also expecto ' I look for, expect ' that which I wish spectare ' to see.' From this, speculor ' I watch ' ; from this, speculum ' mirror,' because in it we specimus ' see ' our image. Specula ' look-out,' that from which we prospicimus ' look forth.' Speculator ' scout,' whom we send ahead, that he respiciat 1 may look attentively ' at what we wish. From this, the instrument with which we anoint our eyes by which we specimus ' see,' is called a specillum ' eye-spatula.' 83. From the aures ' ears ' seem to have been said the words audio ' I hear ' and ausculto ' I listen, heed ' ; aures ' ears ' from aveo a ' I am eager,' because with these we are ever eager to learn, which Ennius seems to wish to show as the radical in his Alexander, 1 * when he says : A long time eager have been my spirit and my ears, Awaiting eagerly some message from the games. It is on account of this eagerness of the ears that the theatres are filled. From audire ' to hear ' is derived also auscultare ' to listen, heed,' because they are said but are not to be connected with aveo. 6 Trag. Rom. Frag. 34-35 Ribbeck'; R.O.L. i. 236-237 Warmington. V. auscultare dicuntur qui auditis parent, a quo dictum poetae : Audio, . 7 84. Ore edo, sorbeo, bibo, poto. Edo a Graeco low, 1 hinc esculentum et esca edulia 2 ; et quod Graece yei'eTcu, 3 Latine gustat. Sorbere, item bi- bere a vocis sono, ut fervere aquam ab eius rei simili sonitu. Ab eadem lingua, quod irorov, potio, unde poculum, potatio, repotia. 4 Indidem puteus, quod sic Graecum antiquum, non ut nunc (f>peap dictum. 85. A manu manupretium 1 ; mancipium, quod manu capitur ; (quod) 2 coniungit plures manus, manipulus ; manipularis, manica. Manubrium, quod manu tenetur. Mantelium, ubi manus terguntur. . . . 3 4 Aug. {quoting a friend), for aut. 5 B, Laetus, for ob- scnlto. 6 L. Sp., for odoratur. 7 sic alia ab ore A. Sp., for sic ab ore (Mue. deleted sic, and set ab ore at the begin- ning of the next section). §84. 1 A Idus, for edon. 2 Canal; escae edulia Aldus; for escaedulia. 3 Victorias, for geuete. 4 Aug. (quot- ing a friend), for repotatio. Victorius, for mantur praetium. 2 Added by G, H. 3 Lacuna recognized by Aug. e That is, with an changed to o, as if audor were the origin of odor ; olor, with the well-known change of d to I, is not attested elsewhere in Latin literature, but is found in the glosses and survives in the Romance languages. These words belong together, but are not to be grouped with audio. The etymological connexions are correct (except for puteus ; cf. v. 25 note a), but the Latin words are cognate auscultare who obey what they have heard ; from which comes the poet's saying : I hear, but do not heed. With the change of a letter are formed odor c or olor ' smell ' ; from this, olet ' it emits an odour,' and odorari ' to detect by the odour,' and odoratus ' perfumed,' and an odora ' fragrant ' thing, and similarly other words. 84. a With the mouth edo ' I eat,' sorbeo ' I suck in,' 6160 ' I drink,' poto ' I drink.' Edo from Greek eSto ' I eat ' ; from this, esculentum ' edible ' and esca ' food ' and edulia ' eatables ' ; and because in Greek it is yevtrat ' he tastes,' in Latin it is gustat. Sorbere ' to suck in,' and likewise bibere ' to drink,' from the sound 6 of the word, as for water fervere ' to boil ' is from the sound like the action. From the same language, because there it is — 6-ov ' drink,' is potio ' drink,' whence poculum ' cup,' potatio ' drinking-bout,' repotia ' next day's drinking.' From the same comes puteus ' well,' because the old Greek word was like this, and not pcap as it is now. 80. From manus ' hand ' comes manupretium ' workman's wages ' ; mancipium ' possession of pro- perty,' because it capitur ' is taken ' mann ' in hand ' ; manipulus ' maniple,' because it unites several manus ' hands ' ; manipularis ' soldier of a maniple,' manica ' sleeve.' Manubrium ' handle,' because it is grasped by the manus ' hand.' Mantelium ' towel,' on which the manus ' hands ' terguniur ' are wiped.' . . . a with the Greek, not derived from it. 6 These words are not onomatopoeic § 85. The gap is serious : the subject matter shifts abruptly, and many appropriate topics are missed, such as the actions of the feet, and some further discussion of the distinctions among agere, facere, gerere. Nunc primum ponam (de) 1 Censoriis Tabulis : Ubi noctu in templum censor 2 auspicaverit atque de caelo nuntium erit, praeconi 3 sic imperato 4 ut viros vocet : " Quod bonum fortunatum felix salutareque siet 5 populo Ro- mano Quiritiiw* 6 reique publicae populi Romani Quiritium mihique collegaeque meo, fidei magistratuique nostro : omnes Quirites pedites armatos, privatosque, curatores omnium tribuum, si quis pro se sive pro 1 altero rationem dari volet, voca 8 inlicium hue ad me." 87. Praeco in templo primum vocat, postea de moeris 1 item vocat. Ubi ht 12 ex(qua)0ra(s>, 13 consules praetores tribunosque plebis collegasque uos, 14 et in templo adesse iubeas omnes 15 ; ac cum mittas, contionem avoces. 18 92. In eodem Commentario Awquisitionis 1 ad ex- tremum scriptum caput edicti hoc est : Item quod attingat qui de censoribus 2 classicum ad comitia centuriata redemptum habent, uti curent eo die quo die comitia erunt, in Arce classicus canat 3 circumque muros et ante privati huiusce T. Quinti Trogi scelerosi ostium 4 canat, et ut in Campo cum primo luci adsiet. 5 93. Inter id cum circum muros mittitur et cum contio advocatur, interesse tempus apparet ex his quae interea fieri mlicium 1 scriptum est ; sed ad comitiatum 2 vocatur populus ideo, quod alia de causa hie magistratus non potest exercitum urbanum con- § 91. 1 Bergk, for orande sed. 2 Mommsen, for au- spiciis. 3 L. Sp., for dum. 4 Sciop., for commeatum. 5 Kent ; praeco reum Aug. ; for praetores. 6 Laetus, for portet. 7 Aug., with B, for cornicem. 8 Aldus, for cannat. ' Rhol., for colligam. 10 Mue., for rogis. 11 Victorius, for comitiae dicat. 12 Mue., for censeat. 13 Bergk ; exquiras Mue.; for extra. 14 Sciop., for uos. 15 Sciop., for homines. 16 B, G, Aug., for auoces. § 92. 1 Aug., with B, for acquisitionis. 2 Aug., with B, for decessoribus. 3 Victorius, for cannatum. 4 Sciop., for hostium. 5 Sciop., for adsit et. § 93. 1 Aldus, for illicitum F 1 (illicium F 2 ). 2 Sciop., for comitia turn. § 91. a The document is addressed to Sergius as quaestor. 6 Page 21 Regell. "The northern summit of the Capito- You° shall give your attention to the auspices, 4 and take the auspices in the sacred precinct ; then you shall send to the praetor or to the consul the favourable presage which has been sought. The praetor shall call the accused to appear in the assembly before you, and the herald shall call him from the walls : it is proper to give this command. A horn-blower you shall send to the doorway of the private individual and to the Citadel," where the signal is to sound. Your colleague you shall request that from the speaker's stand he proclaim an assembly, and that the bankers shut up their shops.* You shall seek that the senators express their opinion, and bid them be present ; you shall seek that the magistrates express their opinion, the consuls, the praetors, the tribunes of the people, and your colleagues, and you shall bid them all be present in the temple ; and when you send the request, you shall summon the gathering. 92. In the same Commentary on the Indictment, at the end, this summing up of the edict is written : Likewise in what pertains to those who have received from the censors the contract for the trumpeter who gives the summons to the centuriate assembly, they shall see to it that on that day, on which the assembly shall take place, the trumpeter shall sound the trumpet on the Citadel and around the walls, and shall sound it before the house-entrance of this accursed Titus Quintius Trogus, and that he be present in the Campus Martius at daybreak." That between the sending around the walls and the calling of the gathering some time elapses, is clear from those things the doing of which in the meantime is written down as the inlicium ' imitation ' ; but the people is called to appear in the assembly because for any other reason this magistrate cannot call together the citizen-army of the City. The line. * These shops (c/. § 59 and note), on both sides of the Forum, were to be closed during the trial of Trogus. § 92. In early Latin, lux was normally masculine, as in Plautus, Aul. 7-lS,Cist. 525, Capt. 1008 ; Terence, Adel. 841. § 93. a The praetor. 259 V. vocare ; censor, consul, dictator, interrex potest, quod censor 3 exercitum centuriato constituit quinquen- nalem, cum lustrare 4 et in urbem ad vexillum ducere debet ; dictator et consul in singulos annos, quod hie exercitui imperare potest quo eat, id quod propter centuriata comitia imperare solent. 94. Quare non est dubium, quin 1 hoc inlicium sit, cum circum muros itur, ut populus inliciatur ad magis- tratus conspectum, qui (vi)ros 2 vocare 3 potest, in eum locum unde vox ad contionem vocantis exaudiri possit. Quare una origine illici et inlicis quod in Choro Pro- serpinae est, et pellexit, quod in //ermiona est, cum ait Pacuius : Regni alieni cupiditas Pellexit. Sic Elicii Iovis ara 4 in Aventino, ab eliciendo. 95. Hoc nunc aliter fit atque olim, quod augur consuli adest turn cum exercitus imperatur ac praeit quid eum dicere oporteat. Consul augur(i) 1 imperare solet, ut iralicium 2 vocet, non accenso aut praeconi. Id inceptum credo, cum non adesset accensus ; et nihil intererat cui imperaret, et dicis causa fieba(n)t 3 3 Laetus, for censorem. 4 Scaliger, for lustraret. § 94. 1 Vertranvus, for cum. 2 L. Sp., for qui ros. 3 Aldus, for uocari. 4 Victor -ins, for iobis uisa ara. §95. 1 Victorius, for augur. 2 B, Laetus, for is licium. 3 Aug., with B, for fiebat. 6 This statement refers to the consul only ; the part de- fining the dictator's powers seems to have fallen out of the text. § 94. " Trag. Rom. Frag., page 272 Ribbeck 3, of an un- known poet ; unless Chorus Proserpinae is a substitute name for Eumenides, a tragedy of Ennius. " Trag. Rom. Frag., verses 170-171 Ribbeck 3 ; R.O.L. ii. 226-227 Warmington. c A popular etymology only, since Jupiter could hardly be censor, the consul, the dictator, the interrex can, because the censor arranges in centuries the citizen- army for a period of five years, when he must cere- monially purify it and lead it to the city under its standards ; the dictator and the consul do so every year, 6 because the latter can order the citizen-army where it is to go, a thing which they are accustomed to order on account of the centuriate assembly. 91. Therefore there is no doubt that this is the inUcium, when they go around the walls that the people may inlici 1 be enticed ' before the eyes of the magistrate who has the authority to call the men into that place from which the voice of the one who is calling them to the gathering can be heard. There- fore there come from the same source also illici 1 to be enticed ' and inlicis ' thou enticest,' which are in the Chorus of Proserpina, a and pellexit ' lured,' which is in the Hermiona, when Pacuvius says 6 : Desire for another's kingdom lured him on. So also the altar of Jupiter Elicius ' the Elicited ' on the Aventine, from elicere ' to lure forth.' c 95. This is now done otherwise than it was of old, because the augur is present with the consul when the citizen-army is summoned, and says in advance the formulas which he is to say. The consul regularly gives order to the augur, not to the assistant nor to the herald, that he shall call the inlicium ' invitation.' I believe that this was begun on an occasion when the assistant was not present ; it really made no difference to whom he gave the order, and it was for form's sake ' tricked ' ; according to G. S. Hopkins, Indo-European deiwos and Related Words, 27-32, Elicius is a derivative of liquere ' to be liquid,' and Jupiter Elicius is a rain-god. 261 V. quaedam neque item facta neque item dicta semper. Hoc ipsum inlieium scriptum inveni in M. Iunii Com- mentariis ; quod tamen (inlex apud Plautum in Persa est qui legi non paret), 4 ibidem est quod illicit illex, (f)it quod 5 (I) 6 cum E et C cum G magnam habet co(m)munitatem. X. 96. Sed quoniam in hoe de paucis rebus verba feci plura, de pluribus rebus verba faciam pauca, et potissimum quae in Graeea lingua putant Latina, ut sealpere a o-KaAeveiv, 1 sternere a a-rpwvvf.iv, 2 lingere a Xixfiaadai? i ab W(t), i ite ab Ttc, 5 gignitur toris. 6 Non reprehendendum igitur in illis qui in scrutando verbo litteram adiciunt aut demunt, quo 7 facilius quid sub ea voce subsit viden' 8 possit : ut* enim facilius obscuram operam (M)yrmecidw 10 ex 1 The lost heading is restored after that of Book VI. 2 F contains this statement of loss; B and the Leipzig codex contain an interpolated beginning : Temporum vocabula et eorum quae coniuncta sunt, aut in agendo fiunt, aut cum tempore aliquo enuntiantur, priore libro dixi. In hoc dicam de poeticis vocabulis et eorum originibus, in quis multa difficilia : nam, after which comes repens ruina aperuit. AT THIS POINT, AT LEAST ONE LEAF, BUT PERHAPS MORE, IS LACKING. A word a poet uses is hard to expound. For, often, some meaning, or sense, that is fixed in olden times is buried by a sudden catastrophe, or in some word whose proper make-up of letters is hidden after some element has been taken away from it, the INTENT OR INTENTION – Grice’s m-intention -- of him who first applied the word becomes in this fashion quite obscure. There should be no rebuking then of those who, in examining a word, add a letter or take one away, that what underlies this expression may be more easily perceived : just as, for instance, that the eyes may more easily see Myrmecides' indistinct Proposed by A. Sp., as the most probable indication of what immediately preceded. * Turnebus, for aperuit. s A. Sp., for ut. * Turnebus, for sit. 5 Aldus, 11, for obscurius. 6 Victorius, for in posterioris. 7 Turnebus, for quid. 8 L. Sp., for uidere. ' Victorius, for et. 10 L. Sp. ; Myrmetidis Aldus ; for yrmeci dum. 267 V. ebore oculi videant, extrinsecus admovent nigras setas. 2. Cum haec amminicula addas ad eruendum voluntatem impositoris, tamen latent multa. Quod si poetice (quae) 1 in carminibus servant 2 multa prisca quae essent,sic etiam cur essent posuisset^yecundius 4 poemata ferrent fructum ; sed ut in soluta oratione sic in poematis verba (non) 5 omnia quae habent 8 ervfxa possunt dici, neque multa ab eo, quern non erunt in lucubratione litterae prosecutae, multum licet legeret. AeliV hominis in primo in litteris Latinis exercitati interpretationem Carminum Salio- rum videbis et exili littera expedita(m) 8 et praeterita obscura 9 multa. 3. Nec mirum, cum non modo Epemenides 1 (s)opor(e) 2 post annos L experrectus a multis non cognoscatur, sed etiam Teucer Livii post XV annos ab suis qui sit ignoretur. At 3 hoc quid ad verborum poeticorum aetatem ? Quorum si Pompili regnum fons in Carminibus Saliorum neque ea ab superioribus § 2. 1 Added by L. Sp. 2 Victorius, for servabit. 3 Victorius, for posuissent. 4 Laetns, for secundius. 6 Added by line. 6 For haberent. 7 H, B, Ed. Veneta, for helii. 8 Laetus, for expedita. 9 For praeteritam obscuram. §3. 1 Aug., icith B, for Epamenidis. 2 GS., for opos. 3 Victorius, for ad. § 1. ° Cf. ix. 108 ; his carvings were so tiny that the detail in the white ivory could be seen only against a black background. A Cretan poet and prophet, reputed to have cleansed Athens of a plague in 596 b.c According to one story, in his boyhood he went into a cave to escape the noonday sun, and fell into a sleep that lasted fifty-seven years. When he awoke, handiwork in ivory, men put black hairs behind the objects. 2. Even though you employ these tools to unearth the intent of him who applied the word, much remains hidden. But if the art of poesy, which has in the verses preserved many words that are early, had in the same fashion also set down why and how they came to be, the poems would bear fruit in more pro- lific measure ; unfortunately, in poems as in prose, not all the words can be assigned to their primitive radicals, and there are many which cannot be so assigned by him whom learning does not attend with favour in his nocturnal studies, though he read pro- digiously. In the interpretation of the Hymns of the Saltans, which was made by Aelius, an outstanding scholar in Latin literature, you will see that the inter- pretation is greatly furthered by attention to a single poor letter, and that much is obscured if such a letter is passed by. 3. Nor is this astonishing : for not only were there many who failed to recognize Epimenides ° when he awoke from sleep after fifty years, but even Teucer's own family, in the play of Livius Andronicus, 6 do not know who he is after his absence of fifteen years. But what has this to do with the age of poetic words ? If the reign of Numa Pompilius c is the source of those in the Hymns of the Saltans and those words were not received from earlier hymn-makers, they are none the everything was changed ; his younger brother had become an old man. * Livius Andronicus, T rag. Rom. Frag., page 7 Ribbeck 3 ; R.O.L. ii. 14-15 Warmington. Teucer, son of Telamon king of Salamis, was absent from home during the Trojan War, and again during his exile after his return from that war. e Second king of Rome, founder of the Salian priesthood. 269 V. accepta, tamen habent DCC annos. Quare cur scriptoris industriam reprehendas qui herois tritavum, atavum non potuerit reperire, cum ipse tui tritavi matrem dicere non possis ? Quod intervallum multo tanto propius nos, quam hinc ad initium Saliorum, quo Romanorum prima verba poetica dicunt Latina. 4. Igitur de originibus verborum qui multa dix- erit commode, potius boni consulendum, quam qui aliquid nequierit reprehendendum, praesertim quom dicat etymologice 1 non omnium verborum posse dici causa 2 natura in caelo, ab auspiciis in terra, a similitudine sub terra. In caelo te(m)plum dicitur, ut in .Hecuba : O magna templa caelitum, commixta stellis splendidis. In terra, ut in Periboea : Scrupea saxea Ba(c)chi Templa prope aggreditur. Sub terra, ut in Andromacha : Acherusia templa alta Orci, salvete, infera. 7. Quaqua 1 initi erat 2 oculi, a tuendo primo templum dictum : quocirca caelum qua attui- mur dictum templum ; sic : Contremuit templum magnum Iovis altitonantis, 2 Sciop., for excidit. § 6. 1 Groth, with V, p, for auspicendo. 2 Added by L. Sp. % 7. 1 Aug., for quaquia. 2 Sciop., for initium erat. § 6. ° Said of Romulus, by Ennius, Ann. 65-66 Vahlen 2 ; R.O.L. i. 22-23 Warmington ; quoted without templa by Ovid, Met. xiv. 814 and Fast. ii. 487. » Properly a ' limited space,' for divination or otherwise ; from the root tern- 'cut.' c Page 18 Regell. d That is, likeness to a templum in the sky or on the earth. ' Ennius, Trag. Rom. Frag. 163 Ribbeck 3 ; R.O.L. i. 292-293 Warmington. that if any word lies outside this fourfold division, I shall still include it in the account. 6. I shall begin from this : One there shall be, whom thou shalt raise up to sky's azure temples." Templum 6 ' temple ' is used in three ways, of nature, of taking the auspices, 6 from likeness d : of nature, in the sky ; of taking the auspices, on the earth ; from likeness, under the earth. In the sky, templum is used as in the Hecuba e : O great temples of the gods, united with the shining stars. On the earth, as in the Periboea f : To Bacchus' temples aloft On sharp jagged rocks it draws near. Under the earth, as in the Andromacha : Be greeted, great temples of Orcus, By Acheron's waters, in Hades. 7. Whatever place the eyes had iniuiti ' gazed on,' was originally called a templum ' temple,' from tueri ' to gaze ' ; therefore the sky, where we attuimur ' gaze at ' it, got the name templum, as in this ° : Trembled the mighty temple of Jove who thunders in heaven, ' Pacuvius, Tray. Rom. Frag. 310 Ribbeck*; R.O.L. ii. 278- 279 Warmington ; anapaestic; said of a Bacchic rout. ' Ennius, Trag. Rom. Frag. 70-71 Ribbeck*; R.O.L. i. 254- 255 Warmington ; anapaestic ; quoted more fully by Cicero, Tusc. Disp. i. 21. 48. §7. "Ennius, Ann. 541 Vahlen*; R.O.L. i. 450-451 Warmington. vol. i T 273 V. id est, ut ait Naevius, HemispAaerium 3 ubi conca* Caerulo 6 septum stat. Eius templi partes quattuor dicuntur, sinistra ab oriente, dextra ab occasu, antica ad meridiem, postica ad septemtrionem. 8. In terris dictum templum locus augurii aut auspicii causa quibusdam conceptis verbis finitus. Concipitur verbis non isdem 1 usque quaque ; in Arce sic : Tem tescaque 2 me ita sunto, quoad ego- ea rite 3 lingua 4 nuncupavero. Olla t'er(a) 6 arbos quirquir est, quam me sentio dixisse, templum tescumque me esto 6 in sinistrum. Olla ver(&} 7 arbos quirquir est, quam 6 me sentio dixisse, te(m)plum tescumque me esto 6 (in) 9 dextrum. Inter ea conregione conspicione cortumione, utique ea (rit)e dixisse me 10 sensi. 9. In hoc templo faciundo arbores constitui fines apparet et intra eas regiones qua oculi conspiciant, id 3 Turnebns, B, for hiemisferium. 4 Mue., for conca. 6 For cherulo. §8. 1 Mue., for hisdem. 2 Turnebus,for item testaque. 3 ea rite L. Sp., for eas te. 4 Victorius, p, for linquam. 6 Kent, for ullaber. 6 tescum Turnebus, -que me Fay, esto Scaliger and Turnebns, for tectum quern festo. 7 Kent, for ollaner. 6 Mue., for quod. . 9 Added by B, Laetus. 10 L. Sp., ; ea dixisse me Sciop. ; for ea erectissime. b An uncertain fragment, not listed in the collections of the fragments of Naevius. c Cf. p. 18 Regell. § 8. Page 18 Regell. 6 Text and translation both very problematic. I take me as dative (cf Fest. 160. 2) ; regard quirquir as equal to quisquis, either by manuscript corruption or with rhotacism in the phrase quisquis est, that is, as Naevius says, 6 Where land's semicircle lies, Fenced by the azure vault. Of this temple c the four quarters are named thus : the left quarter, to the east ; the right quarter, to the west ; the front quarter, to the south ; the back quarter, to the north. 8. On the earth, templum is the name given to a place set aside and limited by certain formulaic words for the purpose of augury a or the taking of the auspices. The words of the ceremony are not the same everywhere ; on the Citadel, they are as follows 6 : Temples and wild lands be mine in this manner, up to where I have named them with my tongue in proper fashion. Of whatever kind that truthful' tree is, which I con- sider that I have mentioned, temple and wild land be mine to that point on the left. Of whatever kind that truthful tree is, which I consider that I have mentioned, temple and wild land be mine to that point on the right. Between these points, temples and wild lands be mine for direction, for viewing, and for interpreting, and just as I have felt assured that I have mentioned them in proper fashion. 9. In making this temple, it is evident that the trees are set as boundaries, and that within them the regions are set where the eyes are to view, that is we becoming quisquir est (so Fay, Amur. Journ. Phil. xxxv. 253) ; take as datives the three words in -one in the last sentence (meanings, vii. 9), supplying after them templa tescaque me sunto. For meaning of tescum, cf. vii. 10-11. ' That is, lending itself to true predictions through the auspices. est tueamur, a quo templum dictum, et contemplare, ut apud Ennium in Medea : Contempla et templum Cereris ad laevam aspice. Contempla et conspicare id(em) 1 esse apparet, ideo dicere turn, cum te(m)plum 2 facit, augurem con- spicione, qua oculorum conspectum fmiat. Quod cum dicunt conspicionem, addunt cortumionem, dicitur a cordis visu : cor enim cortumionis origo. 10. Quod addit templa ut si(n)t 1 tesca, 2 aiunt sancta esse qui glossas scripserunt. Id est falsum : nam Curia Hostilia templum est et sanctum non est ; sed hoc ut putarent aedem sacram esse templum, . 14 Quare haec quo(d) tesca dixit, non erravit, neque ideo quod sancta, sed quod ubi mysteria fiunt at- tuentur, 15 tuesca dicta. 12. Tueri duo significat, unum ab aspectu ut dixi, unde est Ennii 1 illud : Tueor te, senex ? Pro Iupiter ! § 11. 1 Laetus, for ut. 2 Aldus, for philocto etatem. 3 Aldus, for appones (cf. adportas Festus, 356 a 26 31.). 4 Added by Mue. 6 Aug., with B, for prest olitor a rarat. 6 For teues. 7 Aldus, for castris. 8 For uolgania. 9 Added by Ribbeck. 10 Aug., with B, for lumine. 11 Vertranius {from Cicero, Tusc. ii. 10. .23), for ignes. 12 Aldus, for clauet. 13 Added by Victorius (from Cicero, I.e.). 14 Turnebus (from Cicero, I.e.), for diuis. 15 Mue.. for aut tuentur. § 12. 1 Sciop., for enim. § 11. » Trag. Bom. Frag. 554 Ribbeck 3 ; R.O.L. ii. 514- 515 Warmington. 6 Trag. Bom. Frag. 525-534 Ribbeck 3 ; For there is the following in Accius, in the Philoctetes of Lemnos a : What man are thou, who dost advance To places desert, places waste ? What sort of places these are, he indicates when he says 6 : Around you you have the Lemnian shores, Apart from the world, and the high-seated shrines Of Cabirian Gods, and the mysteries which Of old were expressed with sacrifice pure. Then : You see now the temples of Vulcan, close by Those very same hills, upon which he is said To have fallen when thrown from the sky's lofty sill. e And : The wood here you see with the smoke gushing forth, Whence the fire — so they say — was secretly brought To mankind.* Therefore he made no mistake in calling these lands tesca, and yet he did not do so because they were con- secrated ; but because men attuentur ' gaze at ' places where mysteries take place, they were called tuesca. 6 12. Tueri has two meanings, one of ' seeing ' as I have said, whence that verse of Ennius ° : I really see thee, sire? Oh Jupiter ! R.O.L. ii. 506-507 Warmington ; anapaestic. e He fell on Lemnos, as related in Iliad, i. 590-594. d This last portion is quoted by Cicero, Tusc. Disp. ii. 10. 23, who continues with a summary of the story of Prometheus. * V. means that tesca is for tuesca, waste or wild land where men may look at (attueri) celebrations of religious mysteries : an incorrect etymology. § 12. ° Trag. Rom. Frag. 335 Ribbeck 8 ; R.O.L. i. 290- 291 Warmington. 279 V. Et :Quis pater aut cognatus volet vos 2 contra tueri ?   Alterum a curando ac tutela, ut cum dicimus " vellet 3  tueri villain," a quo etiam quidam dicunt ilium qui  curat aedes sacras cedituum, non aeditamuiw ; sed  tamen hoc ipsum ab eadem est profectum origine,  quod quern volumus domum curare dicimus " tu domi  videbis," ut Plautus cum ait :   Intus para, cura, vide. Quod opus(t> 5 flat.   Sic dicta vestis(pi)ca,* quae vestem spiceret, id est  videret vestem ac tueretur. Quare a tuendo et  templa et tesca dicta cum discrimine eo quod dixi.  13. Etiam indidem illud EnmV 1 :   Extemplo acceptam 2 me necato 3 et filiam. 4  Extemplo enim est continuo, quod omne te(m)plum  esse debet conti(nu)o septum nec plus unum in-  troitum habere.   2 Aug., with B, for nos. 3 Ellis, for bell . . et {vacant  space for two letters). 4 For aeditomum. 6 From  Plautus, Men. 352, for quid opus. 6 Aldus, for vestisca.   § 13. 1 Scaliger, for enim. 2 Voss, for acceptum.   3 Scaliger, for negato. 4 Bothe,for filium / cf. Euripides,  Hecuba. » Ann. 463 Vahlen 2 ; R.O.L. i. 172-173 Warmington.  * Aeditumus is original, with the second part of uncertain  origin. d V. compares the two meanings of tueri  with the two meanings of videre, ' to see ' and ' to see after,  care for.' * Men. 352.    And 6 :   Who will now wish, though father or kinsman, to look  on your faces ?   The other meaning is of ' caring for ' and tutela  ' guardianship,' as when we say " I wish he were will-  ing tueri ' to care for ' the farmhouse," from which  some indeed say that the man who attends to con-  secrated buildings is an aedituus and not an aedi-  tumus c ; but still this other form itself proceeded from  the same source, because when we want some one to  take care of the house we say " You will see to d  matters at home," as Plautus does when he says * :   Inside prepare, take pains, see to 't ;  Let that be done, that's needed.   In this way the vestispica ' wardrobe maid ' was named,  who was spicere ' to see ' the vestis ' clothing,' that is,  was to see to the clothing and tueri 1 guard ' it. There-  fore, both temples and tesca ' wastes ' were named  from tueri, with that difference of meaning which I  have mentioned.   13. Moreover, from the same source comes the  word in Ennius a :   Extemplo take me, kill me, kill my daughter too.   For extemplo 6 ' on the spot ' is continuo ' without in-  terval,' because every templum ought to be fenced  in uninterruptedly and have not more than one  entrance.   § 13. a Trag. Rom. Frag. 355 Ribbeck 3 ; R.O.L. i. 380-  381 Warmington; perhaps spoken by the captive Hecuba,  who gave her name to a tragedy by Ennius. 6 Templum  denotes a limited portion of time as well as of space ; in  extemplo the application is to time.   281     V.   14. Quod est apud Accium :   Pervade polum, splendida mundi  Sidera, bigis, (bis) 1 continues )  Se(x ex)pkti $ign\s,*   polus Graecum, id significat circum caeli : quare quod  est pervade polum valet 3 vade irepl ttoXov. Signa  dicuntur eadem et sidera. Signa quod aliquid  significent, ut libra aequinoctium ; sidera, quae  (qua)si 4 insidunt atque ita significant aliquid in terris  perurendo aliave 5 qua re : ut signum candens in  pecore.   15. Quod est :   Terrarum anfracta revisam, 1   anfractum est flexum, ab origine duplici dictum, ab  ambitu et frangendo : ab eo leges iubent in directo  pedum VIII esse (viam), 2 in anfracto XVI, id est in  flexu.   16. Ennius :   Ut tibi   Titanis Trivia dederit stirpem liberum.  Titanis Trivia Diana est, ab eo dicta Trivia, quod in   § 14. 1 Added by Kent ; cf. GS., note. 2 Continui se  cepit spoliis F ; continuis sex apti signis Scaliger ; picti  Ribbeck, exceptis Fay, expicti Kent. 3 Victoritis, for  valde. 4 quae quasi GS. ; quod quasi L. Sp. ; for quae  si. 5 A. Sp., for aliudue.   § 15. 1 Aug., with B, for anfractare visum. 2 Added  by GS ; following Sciop., who added viam after iubent.     § 14. ° Trag. Rom. Frag. 678-680 Ribbeck 3 ; R.O.L.  ii. 572-573 Warmington ; anapaestic. The passage is appar-  ently addressed to Phaethon, but possibly to the Sun-God or  to the Moon-God. The twelve signs of the zodiac are con-  ceived as taken by the Universe and worn by it as a girdle.  6 Properly 1 white-hot ' ; the Roman poets often speak of As for what is in Accius,°   With thy team do thou go through the sky, through  the bright   Constellations aloft, which the universe holds,  Adorned with its twice six continuous signs,   the word polus ' sky ' is Greek, it means the circle  of the sky : therefore the expression pervade polum  ' traverse the sky ' means ' go around the -oAos.'  Signa 1 signs of the zodiac ' means the same as sidera  ' constellations.' Signa are so called because they  significant ' indicate ' something, as the Balance marks  the equinox ; those are sidera which so to speak in-  sidunt ' settle down ' and thus indicate something on  earth by burning or otherwise : as for example a  signum candens ' scorching sign,' 6 in the matter of  the flocks.   15. In the phrase   Again of the land I shall see the anfracta,"   anfractum means ' bent or curved,' being formed from  a double source, from ambitus ' circuit ' and frangere  ' to break.' Concerning this the laws 6 bid that a road  shall be eight feet wide where it is straight, and six-  teen at an anfractum, that is, at a curve.   16. Ennius says ° :   As surely as to thee  Titan's daughter Trivia shall grant a line of sons.   The Trivian Titaness is Diana, called Trivia from the   the flocks as being burned by the heat of Canicula ' the  Dog-star,' which is visible while the sun is in the sign of Leo.   § 15. • Accius, Trag. Rom. Frag. 336 Ribbeck 3 ; R.O.L.  ii. 440-141 Warmington. 6 Cf. XII Tabulae, page 138  Schoell.   § 16. ■ Trag. Rom. Frag. 362 Ribbeck*; R.O.L. i. 260-  261 Warmington.   283     V.   trivio ponitur fere in oppidis Graecis, vel quod luna  dicitur esse, quae in caelo tribus viis movetur, in  altitudinem et latitudinem et longitudinem. Titanis  dicta, quod earn genuit, ut ai(t) 1 Plautus, Lato ; ea,  ut scribit Manilius,   Est Coe(o> creata 2 Titano.   Ut idem scribit :   Latona pari(e)t 3 casta complexu Iovis  Deliadas 4 geminos,   id est Apollinem et Dianam. Dii, quod Titanis  aX6si 1 :   /iellespontum et claustra.   (Claustra), 2 quod Xerxes 3 quondam eum locum   clausit : nam, ut Ennius ait,   Isque Hellespont*) pontem contendit in alto.   Nisi potius ab eo quod Asia et Europa ibi cow(c)ludi-   t(ur> 4 mare ; inter angustias facit Propontidis fauces.   §19. 1 Ribbeck, for quid. 2 Ribbeck ; aequam pugnam  Mue. ; aequom palam Bothe ; for quam pudam. 3 Laetus,  for his locis.   § 20. 1 For piple. ide ( = id est) espiades, with h above the  e of esp-.   § 21. 1 Mue. ; Cassius Sciop. ; for quasi. 2 Added by  Scaliger. 3 Bentinus, for exerses. 4 A. Sp. ; con-  clude Ijaetus ; for colludit.     c Trag. Rom. Frag. 349 Ribbeck 3 ; R.O.L. i. 272-273  Warmington. d At the trial of Orestes for the murder  of his mother.   §20. "Ennius, Ann. 1 Vahlen 2 ; R.O.L. i. 2-3 War-  mington ; opening the poem. * As home of the gods.  c That is, not merely the Greeks. a Pipleides or Pim-   288     OX THE LATIN LANGUAGE, VII. 19-21     In the verse of Ennius, c   Since the Areopagites have cast an equal vote,*   Areopagitae ' Areopagites ' is from Areopagus ; this is  a place at Athens.   20. Muses, ye who with dancing feet beat mighty  Olympus." Olympus is the name which the Greeks give to the  sky, b and all peoples c give to a mountain in Mace-  donia ; it is from the latter, I am inclined to think,  that the Muses are spoken of as the Olympiads : for  they are called in the same way from other places on  earth the Libethrids, the Pipleids, d the Thespiads,  the Heliconids. e   21. In this phrase of Cassius,   The Hellespont and its barriers,   claustra ' barriers ' is used because once on a time  Xerxes clausit ' closed ' the place by barriers b : for,  as Ennius says, c   He, and none other, on Hellespont deep did fasten  a bridgeway.   Unless it is said rather from the fact that at this place  the sea concluditur ' is hemmed in ' by Asia and Europe ;  in the narrows it forms the entrance to the Propontis.   pleides. e Respectively from Libethra, a fountain sacred  to the Muses, near Libethmm and Magnesia, in Mace-  donia ; Pimpla, a place and fountain in Pieria, in Mace-  donia ; Thespiae, a town of Boeotia at the foot of Helicon ;  and Helicon, a mountain-range in Boeotia.   §21. 8 Trag. Rom. Frag. inc. inc. 106 Ribbeck* ; with  the text as here emended, it belongs to Cassius. * Cf.  Herodotus, vii. 33-36. e Ann. 378 Vahlen*; R.O.L. i.  136-137 Warming-ton.   vol. I U      V.   Pacui :   Li 2 nos esse   (Camenas). 2   Ca(s)menarum 3 priscum vocabulum ita natum ac  scriptum est alibi ; Carmenae ad eadem origine sunt  declinatae. In multis verbis in quo 4 antiqui dicebant  S, postea dicunt R, ut in Carmine Saliorum sunt haec :   10 This statement is in the margin of F, opposite a blank space  which amounts to one and one half pages.   § 24. 1 Added by L. Sp. and by Bergk. 2 Mue., for  infulas hostiis. 3 For sepulchrum. 4 L. Sp. and Rib-  beck, for lanas. 6 L. Sp. and Ribbeck, for frondentis  comas.   § 25. 1 GS. (cornutam umbram L. Sp. ; cornutarum  umbram Victor hi s ; iacit Scaliger), for cornua taurum  umbram iaci.   § 26. 1 Scaliger, for curuamus ac (which includes the last  word of § 25). 2 Additions by Jordan. 3 Laetus, for  camenarum. 4 Later codd.,for quod F.     § 24. a Trag. Rom. Frag. inc. inc. 220-221 Ribbeck 3 .   § 25. ° Trag. Rom. Frag. inc. inc. 222 Ribbeck 3 .  6 Cornu and curvus are not connected etymologically.   § 26. a Ennius, Ann. 2 Vahlen 2 . 6 Perhaps of Etruscan  origin ; at any rate, not connected with canere ' to sing.'  c A spelling caused by association with carmen and Car-   292     HERE ONE LEAF IS LACKING IX THE MODEL COPY   III. 2 k ... it is clear that agrestes ' rural '  sacrificial victims were so called from ager ' field-  land ' ; that infulatae ' filleted ' victims were so called,  because the head-adornments of wool which are put  on them, are infulae ' fillets ' : therefore then, with  reference to the carrying of leafy branches and flowers  to the burial-place, he added a :   Decked not with wool, but with a hair-like shock  of leaves.   25. The horned shadow lures the bull to fight.   It is clear that cornuta ' horned ' is said from cormia  ' horns ' ; cornua is said from curvor ' curvature,'  because most horns are curva ' curved.' 6   26. Learn that we, the Camenae, are those whom   they tell of as Muses.   Casmenae b is the early form of the name, when it  originated, and it is so written in other places ; the  name Carmenae c is derived from the same origin. In  many words, at the point where the ancients said S,  the later pronunciation is R, d as the following in the  Hymn of the Saltans e :   menta ; though no etymological connexion with them exists.  d The well-known phenomenon of rhotacism, the change of  intervocalic S to R. • Fragy. 2-3, pp. 332-335 Mauren-  brecher ; page 1 Morel. It is hazardous in the extreme to  attempt to restore and interpret the text of the Hymn. These  sentences seem to invoke Mars not as God of War, but in his  old Italic capacity of God of Agriculture, spoken of in several  functions. It was the view of L. Spengel, approved by A.  Spengel, that this verbatim text of the Hymn was an inter-  polation, and that foedesum foederum of § 27 immediately  followed in Carmine Saliorum sunt haec. Cozevi o6orieso. Omnia vero ad Patulc(ium)   co»imisse.  Ianeus iam es, duonus Cerus es, du(o)nus Ianus.  Ven(i)es po(tissimu)m melios eum recum . HIC SPATIUM X LINEARUM RELICTUM ERAT IN  EXEMPLARI . f(o)edesum foederum, 1 plusima plu-  rima, meliosem meliorem, asenam arenam, ianitos  ianitor. Quare e 2 Casmena Carmena,  3 Carmena 4  R extrito Camena factum. Ab eadem voce canite,  pro quo in Saliari versu scriptum est cante, hoc  versu :   Divum em pa 5 cante, divum deo supplicate. 6   28. In Carmine Priami 1 quod est :  Veteres Casmenas cascam rem volo profarier, 2   5 F has : Cozeulodori eso. Omnia uero adpatula coemisse.  ian cusianes duonus ceruses, dunus ianusue uet pom melios  eum recum. This is here emended as follows : Cozevi Havet ;  oborieso Kent; Patulcium Kent, after Bergk ; commissei  Kent; Ianeus GS., cf Festus, 103. 11 31.; iam es Kent;  duonus Cerus es, duonus Ianus Bergk; ueniet V, venies  Kent ; potissimum, cf Festus, 205 all 31. 6 At this point,  the remainder of the line and the next four lines are vacant in  F, with traces of writing in the last empty line, which must  have given the data for this statement, found in II and a.   §27. 1 For faederum. 2 A. Sp. ; ex Ursinus ; for e  (=est). 3 Added by A. Sp. * A. Sp., for carmina  carmen. 5 Bergk, for empta. 6 Grotefend, for sup-  plicante.   § 28. 1 At this point, the rest of the page (three and one-  third lines) remains vacant in F, but there is no gap in the  text. 2 Scaliger,for profari et.   ' Cozevi, voc. of Consivius (epithet of Janus, in Macrobius,  Sat. i. 9. 15), with NS developing to NTS as in Umbrian,  the N not written before the consonants (cf. Latin cosol for  consul), and z having the value of ts, as in the Umbrian   O Planter God/ arise. Everything indeed have I  committed unto (thee as) the Opener." Now art  thou the Doorkeeper, thou art the Good Creator,  the Good God of Beginnings. Thou'lt come especi-  ally, thou the superior of these kings HERE A SPACE OF TEN LINES IS LEFT VACANT IN  THE MODEL COPY In the Hymn of the Saltans are found  such old forms as) foedesum for foederum ' of treaties,'  plusima for plurima ' most,' meliosem for meliorem  ' better,' asenam for arenam ' sand,' ianitos for ianitor °  ' doorkeeper.' Therefore from Casmena came Car-  viena, and from Carmena, with loss of the R, came  Camena. b From the same radical came canite ' sing  ye,' for which in a Salian verse c is written cante, and  this is the verse :   Sing ye to the Father d of the Gods, entreat the God  of Gods.*   28. In The Song of Priam there is the following ° :  I wish the ancient Muses to tell a story old.   alphabet. 9 Epithet of Janus, in Macrobius, Sat. i. 9. 15.  * The god is addressed as more powerful than all earthly  lords, whether kings or (perhaps) priests. The gen. plural  eum, equal to eorum. is elsewhere attested. ' The vacant  lines in the model copy may have represented more of the  text of the Hymn, too illegible to copy.   § 27. a Fragg. 4, 7, 20, 26, 27, pages 335, 339, 347, 349  Maurenbrecher. Ianitos is an incorrect form, since the word  had an original R ; but all the other words have R from  earlier S. » Cf. § 26, note 6. e Frag. 1, page 331  Maurenbrecher ; page 1 Morel. * Here em pa stands for  in patrem ; so Th. Bergk, Zts.f. Altertumswiss. xiv. 138 =  Kleine Philol. Schriften, i. 505, relying on Festus, 205 all M.,  pa pro parte (read patre) et po pro potissimum positum est in  Saliari Carmine. * Equal to ' father of the gods.'   § 28. a Frag. Poet. Lat., page 29 Morel.   295     V.   primum cascum significat vetus ; secundo eius origo  Safeina, quae usque radices in Oscam linguam egit.  Cascum vetus esse significat Ennius quod ait :   Quam Prisci casci populi tenuere 3 Latini.  Eo magis Manilius quod ait :   Cascum duxisse cascam non mirabile est,  Quoniam cariosas 4 conficiebat nuptias.   Item ostendit Papini epigrammation, quod in adole-  scentem fecerat Cascam :   Ridiculum est, cum te Cascam tua dicit arnica, 5  Fili(a> 6 Potoni, sesquisenex' puerum.   Die tu illam 8 pusam : sic net " mutua 9 muli " :  Nam vere pusns tu, tua arnica senex.   29. Idem ostendit quod oppidum vocatur Casinum  (hoc enim ab Sabinis orti Samnites tenuerunt) et 1  nostri etiam nunc Forum Vetus appellant. Item  significat 2 in Atellanis aliquot Pappum, senem quod  Osci 3 casnar appellant.   3 Columna, for genuere. 4 L. Sp. and Lachmann, for  carioras. 6 Laetus, B, for amici. 6 Popma, for fili.  7 Turnebus, for potonis es qui senex. 8 Turnebus, for dicit  pusum puellam. 9 Pantagatkus, for mutuam.   § 29. 1 L. Sp. deleted nunc after et. 2 For significant.  3 For ostii.     * The native Latin word was canus 1 grey-haired,' from  casnos, with the same root as in cascus, but a different suffix.  e Sabine was not a dialect of Oscan, but stood on an equal  footing with it. d Ann. 24 Vahlen 2 ; B.O.L. i. 12-13  Warmington. ' Frag. Poet. Lat., page 52 Morel.  1 Frag. Poet. Lat., page 42 Morel ; the poet's name is  doubtful : Priscian, ii. 90. 2 K., calls him Pomponius, and  Bergk, Opusc. i. 88, proposes Pompilius. 9 Casca was  a male cognomen in the Servilian gens only ; for this reason  Potonius is rather to be taken as a jesting family name of  the arnica. h Pusum puellam (see crit. note) was origin-  First, cascum means ' old ' ; secondly, it has its origin  from the Sabine language, 6 which ran its roots back  into Oscan. c That cascum is ' old,' is indicated by the  phrase of Ennius a :   Land that the Early Latins then held, the long-ago  peoples.   It is even better shown in Manilius's utterance e :   That Whitehead married Oldie is surely no surprise :  The marriage, when he made it, was aged and decayed.   It is shown likewise in the epigram of Papinius/ which  he made with reference to the youth Casca :   Funny it is, when your mistress tenderly calls you her  " Casca " 3 :   Daughter of Rummy she, old and a half — you a boy.  Call her your " laddie " A ; for thus there will be the   mule's trade of favours ' :  You're but a lad, to be sure ; Oldie's the name for   your girl.   29. The same is shown by the fact that there is a  town named Casinum, a which was inhabited by the  Samnites, who originated from the Sabines, 6 and we  Romans even now call it Old Market. Likewise in  several Atellan farces c the word denotes Pappus, an  old man's character, because the Oscans call an old  man casnar.   ally a marginal gloss to pusam, since pusus had no normal  feminine form ; cf. French la garqonne. But the gloss  crept into the text. ' Proverbial phrase, equal to ' tit for  tat,' or ' an eye for an eye.'   § 29. A town of southeastern Latium, on the borders of  Samnium. b The Samnites and the Sabines were separate  peoples, but their names are etymologically related, and so  presumably were the two peoples. e Com. Rom. Frag,  inc. nom. vii. p. 334 Ribbeck 3 ; these farces were named  from Atella, an Oscan town in Campania a few miles north  of Naples.   297     V.   30. Apud Lucilium :   Quid tibi ego ambages Ambiv(i) 1 scribere coner ?   Profectum a verbo ambe, quod inest in ambitu et  ambitioso.   31. Apud Valerium Soranura :   Vetus adagio est, O Publi 1 Scipio,  quod verbum usque eo evanuit, ut Graecum pro eo  positum magis sit apertum : nam id(em) est 2 quod  Trapoi/xiav vocant Graeci, ut est :   Auribus lupum teneo ;  Canis caninam non est.   Adagio est littera commutata a(m)bagio, 3 dicta ab  eo quod ambit orationem, neque in aliqua una re  consistit sola. (Amb)agio 4 dicta ut a(m)6ustum, 5  quo(d) 6 circum ustum est, ut ambegna 7 bos apud  augures, quam circum aliae hostiae constituuntur.   32. Cum tria sint coniuncta in origine verborum  quae sint animadvertenda, a quo sit impositum et in  quo et quid, saepe non minus de tertio quam de  primo dubitatur, ut in hoc, utrum primum una canis   § 30. 1 Laetus, for ambiu.   § 31. 1 Abbreviated to P in F. 2 idem est Mve. ; idem  early edd., with later codd. ; for id est F. 3 Tvrnebus,  for abagio. 4 L. Sp. ; adagio Laetus ; for agio. 8 Aug.,  for adustum. 6 Laetus, M, for quo. 7 Tvrnebus, with  Festus, 4. 16 M., for ambiegna.     § 30. ° 1281 Marx. 6 If the text is correctly restored,  this is L. Ambivius Turpio, famous stage director and actor  of Caecilius Statius and of Terence ; Lucilius puns on his  name. c Equal to Greek a^i, and found in Latin only  as a prefix.   § 31. "A little-known writer of the second century b.c. ;  Frag. Poet, Lat., page 40 Morel. b Adagio, gen. -onis ; not  In Lucilius ° :   Why should I try to tell to you Roundway's * round-  about speeches ?   The word ambages ' circumlocutions ' comes from the  word ambe c ' round about,' which is present in ambitus  ' circuit ' and in ambitiosus ' going around (for votes),  ambitious.'   31. In Valerius of Sora a is the following :   It is an old adagio, 1 * Publius Scipio.   This word has gone out of use to such a,point that the  Greek word put for it is more easily understood : for  it is the same as that which the Greeks call Trapoifita ' proverb,' as for example : I'm holding a wolf by the ears, c Dog doesn't eat dog-flesh. Now adagio d is only ambagio with a letter changed, which is said because it ambit ' goes around ' the dis- course and does not stop at some one thing only." Ambagio resembles ambustum, which is ' burnt around,' and an ambegna cow f in the augural speech, 9 which is a cow around which other victims are arranged. 32. Whereas there are three things combined which must be observed in the origin of words, namely from what the word is applied, and to what, and what it is, often there is doubt about the third no less than about the first, as in this case, whether the word for dog in the singular was at first canis or canes : the more usual adagium. e Terence, Phor. 506, etc. 4 Really from ad ' thereto ' and the root of aio 'I say.' e That is, it applies also to other things than that which it specifically mentions. ' ' Having a lamb {agna) on each side.' 8 Page 17 Regell. 299 V. aut canes si^ 1 appellata : dicta enim apud veteres una canes. Itaque Ennius scribit : Tantidem quasi feta 2 canes sine dentibus latrat. Lucilius : Nequam et magnus homo, laniorum immams 3 canes ut. Impositio unius debuit esse canis, plurium canes ; sed neque Ennius consuetudinem illam sequens repre- hendendus, nec is qui nunc dicit : Canis canina(m> 4 non est. Sed canes quod latratu 5 signum dant, ut signa canunt, canes appellatae, et quod ea voce indicant noctu quae latent, latratus appellatus. 33. Sic dictum a quibusdam ut una canes, una trabes : (Trabes) 1 remis rostrata per altum. Ennius : Utinam ne in nemore Pelio 2 securibiis Caesa accidisset abiegna ad terram trabes, cuius verbi singularis casus rect«s 3 correptus 4 ac facta trabs. § 32. 1 For sic. 2 For faeta. 3 Aug., with B, for immanes. 4 Laetus, for canina. 6 M, V,p, Laetus,for latratus. § 33. 1 Added by Colnmnn. 2 For polio. 3 Sciop., for recte. 4 Laetus, for correctus. §32. ° Ann. 528 Vahlen 2 ; R.O.L. i. 432-433 Warming- ton. 6 Her bark is worse than her bite, as a pregnant bitch was proverbially harmless ; cf. Plautus, Most. 852, Tarn placidast {ilia canis) quam feta quaevis. e 1221 for in the older writers the expression is one canes. Therefore Ennius writes the following, using canes a : Barks just as loud as a pregnant bitch : but she's toothless. 6 Lucilius also uses canes : Worthless man and huge, like the monstrous dog of the butchers. When applied to one, the word should have been cams, and when applied to several it should have been canes ; but Ennius ought not to be blamed for follow- ing the earlier custom, nor should he who now says : Canis ' dog ' doesn't eat dog-flesh. But because dogs by their barking give the signal, as it were, canunt ' sound ' the signals, they are called canes ; and because by this noise they make known the things which latent ' are hidden ' in the night, their barking is called latratus. d 33. As some have said canes in the singular, so others have said trabes ' beam, ship ' in the singular : The beaked trabes is driven by oars through the waters. Ennius used trabes in the following 6 : I would the trabes of the fir-tree ne'er had fall'n To earth, in Pelion's forest, by the axes cut ! But now the nominative singular of this word has lost a vowel and become trabs. Marx. d Canis is not etymologically connected with canere, nor tat rat us with latere. §33. ° Ennius, Ann. 616 Vahlen 2 ; R.O.L. i. 458-459 Warmington. * Medea Exul, Trag. Rom. Frag. 205- 206 Ribbeck 3 ; R.O.L. i. 312-313 Warmington; that is, " would that the ship Argo had never been built." 301 V. 34. In Medo : Caelitum Camilla, expectata advenis : salve, Aospita. Camilla(m) 1 qui glos(s)emata interpretati dixerunt administram ; addi oportet, in his quae occultiora : itaque dicitur nuptiis camillus 2 qui cumerum 3 fert, in quo quid sit, in ministerio plerique extrinsecus neim 1 : Subulo quondam marinas propter astabat plagas. 2 Subulo dictus, quod ita dicunt tibicines Tusci : quo- circa radices eius in Etr(ur)ia, non Latio quaerundae. 3 36. Versibus quo(s) 1 olim Fauni 2 vatesque canebant. Fauni dei Latinorum, ita ut et Faunus et Fauna sit ; hos versibus quos vocant Saturnios in silvestribus locis traditum est solitos fari (futura, 3 a) 4 quo fando § 34.. 1 Mue., for Camilla. 2 Turnebus, for scamillus. 3 Turnebus, for quicum merum. 4 Turnebus, for nectunc. 6 For casmillus. § 35. 1 Laetus, for enim. 2 Mue., from Fest. 309 a 5 M., for aquas. 3 Victorius, for querunda e. §36. 1 Aldus, for quo. 2 Laetus deleted et after Fauni, following Cicero, Div. i. 50. 114, Brut. 18. 71, Orator, 51. 171. 3 Added by Mue., from Serv. Dan. in Georg. i. 11. 4 Added by Aug. §34. "Pacuvius, Trag. Rom. Frag. 232 Ribbeck 3 ; R.O.L. ii. 256-257 Warmington. 6 Page 112 Funaioli. c Probably certain belongings of the bride. d Identified with Hermes, the messenger of the gods, according to Ma- crobius, Sat. iii. 8. 6. ' More probably Etruscan than Greek : there were Etruscans on Lemnos, not far from Samothrace, which may explain the use of the similar word In the Medus a : Long awaited, Camilla of the gods, thou comest ; guest, all hail ! A Camilla, according to those who have interpreted 6 difficult words, is a handmaid assistant ; one ought to add, in matters of a more secret nature : therefore at a marriage he is called a camillus who carries the box the contents of which c are unknown to most of the uninitiated persons who perform the service. From this, the name Casmilus is given, in the Samothracian mysteries, to a certain divine personage who attends upon the Great Gods. 6 poematis cum scribam ostendam. 37. Corpore Tartarino prognata Pallida virago. Tartarino dictj^m) 1 a Tartaro. Plato in IIII de fluminibus apud inferos quae sint in his unum Tar- tarum appellat : quare Tartari origo Graeca. Paluda a paludamentis. Haec insignia atque ornamenta militaria : ideo ad bellum cum exit imperator ac lictores mutarunt vestem et signa incinuerunt, palu- datus dicitur proficisci ; quae propter quod con- spiciuntur qui ea habent ac fiunt palam, paludamenta dicta. 38. Plautus : Epeum fumificum, qui legioni nostrae habet Coctum cibum. Epeum fumificum cocum, ab Epeo illo qui dicitur ad Troiam fecisse Equum Troianum et Argivis cibum curasse. 39. Apud Naevium : Atque 1 prius pariet lucusta 2 Lucam bovem. Luca bos elepAans ; cur ita sit dicta, duobus modis 5 Canal and L. Sp., for antiquos. 6 Added by L. Sp., cf. vi. 52. § 37. 1 Laetus, for dicta. § 39. 1 For at quae. 2 For lucustam. c This applies both to words and to music. d Page 213 Funaioli. §37. "Ennius, Ann. 521 Vahlen 2 ; R.O.L. i. 96-97 Warmington; referring to Discordia, an incarnation of chaos. b Phaedo, 112-113; in Thrasyllus' numbering of Plato's dialogues, the Phaedo was the fourth in the first tetralogy. But in Plato's account, Tartarus is not a river of Hades, but the abyss beneath, into which all the rivers of Hades empty. c Of unknown etymology ; not from palam. rates ' poets,' the old writers used to give this name to poets from viere ' to plait ' c verses, as I shall show when I write about poems. d 37. Born of a Tartarine body, the w arrior maiden Paluda. Tartarinum ' Tartarine ' is derived from Tartarus. Plato in his Fourth Dialogue,* speaking of the rivers which are in the world of the dead, gives Tartarus as the name of one of them ; therefore the origin of Tartarus is Greek. Paluda c is from paludamenta, which are distinguishing garments and adornments in the army ; therefore when the general goes forth to war and the lictors have changed their garb and have sounded the signals, he is said to set forth palu- datus ' wearing the pahdamentum.' The reason why these garments are called paludamenta is that those who wear them are on account of them conspicuous and are made palam ' plainly * visible. 38. Plautus has this a : Epeus the maker of smoke, who for our army gets The well-cooked food. Epeus fumificus ' the smoke-maker ' was a cook, named from that Epeus who is said to have made the Trojan Horse at Troy and to have looked after the food of the Greeks. 6 39. In Naevius is the verse a : And sooner will a lobster give birth to a Luca bos. Luca bos is an elephant ; why it is thus called, I have § 38. Fab. inc. frag. 1 Ritschl. * Epeus is not else- where said to have been a cook, though he is said to have furnished the Atridae with their water supply. § 39. « Frag. Poet. Jxit., page 28 Morel; R.O.L. ii. 72-73 Warmington. vol. I x 305 V. inveni scriptum. Nam et in Cornelii Commentario erat ab Libycis Lucas, et in Vergilu 3 ab Lucanis Lucas ; ab co quod nostri, cum maximam quadri- pedem quam ipsi habercnt vocarent bovem et in Lucanis PyrrAi bello primum vidissent apud hostis elep^antos, id est 4 item quadripedes cornutas (nam quos dentes multi dicunt sunt cornua), Lucanam bovem quod putabant, Lucam bovem appellasse(nt). 5 40. Si ab Libya dictae essent Lucae, fortasse an pantherae quoque et leones non Africae bestiae dicerentur, sed Lucae ; neque ursi potius Lucani quam Luci. Quare ego 1 arbitror potius Lucas ab luce, quod longe relucebant propter inauratos regios clupeos, quibus eorum turn ornatae erant turres. 41. Apud Ennium : Orator sine pace redit regique refert rem. Orator dictus ab oratione : qui enim verba 1 haberet publice adversus eum quo legabatur, 2 ab oratione orator dictus ; cum res maior erat (act)iom', 3 lege- 3 For uirgilius. 4 Aug. deleted non after est. 5 O, H, Mue., for appellasse. § 40. 1 G, H, M, for ergo. §41. 1 Sciop. deleted orationum after verba. 2 Seal i- ger, for legebatur. 3 GS. (maior erat Turn.), for maiore ratione. 6 Cf. v. 150. " An otherwise unknown author; page 106 Funaioli. a V. is wrong ; elephants' tusks are teeth. * Apparently correct ; iAicanus was in Oscan Jsucans, pro- nounced Lucas by the Romans, to which a feminine form Lnica was made. found set forth by the authors hi two ways. For in the Commentary of Cornelius 6 was the statement that Lucas is from Libyci ' the Libyans,' and in that of Ver- gilius, c that Lucas was from Lucani ' the Lucanians ' : from the fact that our compatriots used to call the largest quadruped that they themselves had, a bos ' cow ' ; and so, when among the Lucanians, in the war with Pyrrhus, they first saw elephants in the ranks of the enemy — that is, horned quadrupeds like- wise (for what many call teeth are really horns riai. 1 Olli valet dictum illi ab olla et olio, quod alterum comitiis cum recitatur a praecone dicitur olla centuria, non ilia ; alterum apparet in funeribus indictivis, quo dicitur Ollus leto 2 datus est, quod Graecus dicit ^jOy, id est oblivioni. 43. Apud Ennium : Mensas constituit idemque ancilia (primus. 1 Ancilia) 2 dicta ab ambecisu, quod ea arma ab utraquc parte ut TTzracum incisa. 44. Libaque, 1 fictores, Argeos et tutulatos. Liba, quod libandi causa fiunt. Fictores dicti a fin- gendis libis. Argei ab Argis ; Argei fiunt e scir- peis, simulacra hominum XXVII ; ea quotannis de § 42. 1 Victor his, for egria i. 2 For laeto. § 43. 1 Added by Scaliger. 2 Added by B, Laetns. § 44. 1 Victorius, for incisa saliba quae {which includes the end of § 43). c Ann. 582 Vahlen 2 ; R.O.L. i. 438-439 Warmington. § 42. ° Ann. 119 Vahlen 2 ; R.O.L. i. 42-43 Warmington ; a conversation between Numa Pompilius and his adviser, the nymph Egeria. 6 Fest. 254 a 34 M. inserts Quirts in this formula after ollus. c Of uncertain etymology, but not from the Greek. § 43. ° Ann. 120 Vahlen 2 ; R.O.L. i. 42-43 Warmington ; enumerating the institutions of Numa Pompilius. 6 Of the priests ; cf. Livy, i. 20. e Cf vi. 22. §44. "Ennius, Ann. 121 Vahlen 2 ; R.O.L. i. 42-43 port, those were selected for the pleading who could plead the case most skilfully. Therefore Ennius says c : Spokesmen, learnedly speaking. 42. In Ennius is this a : Olli answered Egeria's voice, speaking softly and sweetly. Olli ' to him ' is the same as Mi, dative to feminine olla and to mascuhne ollus. The one of these is said by the herald when he announces at the elections " Olla ' that ' century," and not Ma. The other is heard in the case of funerals of which announcement is made, wherein is said Ollus h ' that man ' has been given to letum e ' death,' which the Greek calls XrjOrj, that is, oblivion. 43. In Ennius this verse is found a : Banquets 6 he first did establish, and likewise the shields c that are holy The ancilia ' shields ' were named from their ambe- cisus ' incision on both sides,' because these arms were incised at right and left like those of the Thracians. 44. Cakes and their bakers, Argei and priests with conical topknots." Liba ' cakes,' so named because they are made libare ' to offer ' to the gods. 6 Fictores ' bakers ' were so called irom Jingere ' to shape ' the liba. Argei from the city Argos c : the Argei are made of rushes, human figures twenty-seven d in number ; these are each Warmington; continuing the list of Numa's institutions. * Libare is derived from liba I c Etymology of Argei and of tutulus quite uncertain. * On the number, see v. 45, note a. 309 V. Ponte Sublicio a sacerdotibus publice dezci 2 solent in Tiberim. Tutulati dicti hi, qui in sacris in capitibus habere solent ut metam ; id tutulus appellatus ab eo quod matres familias crines convolutos ad verticem capitis quos habent vit(ta} 3 velatos 4 dicebantur tutuli, sive ab eo quod id tuendi causa capilli fiebat, sive ab eo quod altissimum in urbe quod est, Arcs, 5 tutis- simum vocatur. 45. Eundem Pompilium ait fecisse flamines, qui cum omnes sunt a singulis deis cognominati, in qui- busdam apparent erv/xa, ut cur sit Martialis et Quiri- nalis ; sunt in quibus flaminum cognominibus latent origines, ut in his qui sunt versibus plerique : Volturnalem, Palatualem, Furinalem, Floralemqu^ 1 Falacrem et PomonaJem fecit Hie idem, quae o(b>scura sunt ; eorum origo Volturnus, diva Palatua, Furrina, Flora, Falacer pater, Pomona. 2 46. Apud Ennium : lam cata signa ferae 1 sonitum dare voce parabant. Cata acuta : hoc enim verbo dicunt Sa&ini : quare Catus Melius Sextus 2 Rhoh, for duci. 3 Mue. ; vittis Popma ; for uti. 4 Laetus, for velatas. 5 For ares. § 45. 1 Mue., for floralem qui. 2 Turnebus, for pomo- rum nam. § 46. 1 So F ; but fera {agreeing with voce) Mue. " See § 44 note c. §45. "Ennius, Ann. 122-124 Vahlen 2 ; R.O.L. i. 44-45 Warmington. 6 The protecting spirit of the Palatine. §46. Ann. 459 Vahlen 2 ; R.O.L. i. 182-183 "Warming- ton. "Ennius, Ann. 331 Vahlen 2 ; R.O.L. i. 120-121 year thrown into the Tiber from the Bridge-on-Piles, by the priests, acting on behalf of the state. These are called tutulati ' provided with tutuli,' since they at the sacrifices are accustomed to have on their heads something like a conical marker ; this is called a tutulus from the fact e that the twisted locks of hair which the matrons wear on the tops of their heads wrapped with a woollen band, used to be called tutuli, whether named from the fact that this was done for the purpose of tueri ' protecting ' the hair, or because that which is highest in the city, namely the Citadel, was called tutissimum ' safest.' 45. He says ° that this same Pompilius created the flamens or special priests, every one of whom gets a distinguishing name from one special god : in cer- tain cases the sources are clear, for example, why one is called Martial and another Quirinal ; but there are others who have titles of quite hidden origin, as most of those in these verses : The Volturnal, Palatual, the Furinal, and Floral, Falacrine and Pomonal this ruler likewise created ; and these are obscure. Their origins are Volturnus, the divine Palatua, 6 Furrina, Flora, Father Falacer, Pomona. 46. In Ennius is this verse ° : Now the beasts were about to give cry, their shrill-toned signals. In this, cata ' shrill-toned ' is acuta ' sharp or pointed,' for the Sabines use the word in this meaning ; there- fore Keen Aelius Sextus * Warmington ; Sextus Aelius Paetus, consul 198, censor 194, a distinguished writer on Roman law. 311 V. non, ut aiunt, sapiens, sed acutus, et quod est : Tunc cepit memorare simul cata 2 dicta, accipienda acuta dicta. 47. Apud Lucilium : Quid est P 1 Thynno capto co&ium 2 excludunt foras, et Occidunt, Lupe, saperdae te 3 et iura siluri et Sumere te atque amian. Piscium nomina sunt eorumque in Groecia origo. 48. Apud Ennium : Quae cava corpore caeruleo (c)orh'na receptat. 1 Cava cortina dicta, quod est inter terram et caelum ad similitudinem cortinae Apollinis ; ea a eorde, quod inde sortes primae existimatae. 49. Apud Ennium : Quin inde invitis sumpserwnt 1 perduellibus. 2 Bergk filled out the verse by reading simul stulta et cata, Vahlen, by proposing simul lacrimans cata. § 47. 1 L. Sp., for quidem. 2 Mue., for corium. 3 Turnebus, for lupes aper de te. § 48. 1 Mue. (following Turnebus in cava and cortina receptat, and Scaliger in deleting in and caelo; he himself deleted que and transposed corpore cava), for quaeque in corpore causa ceruleo caelo orta nare ceptat. § 49. 1 M, Laetus, for sumpserint. "Page 115 Funaioli. d Ennius, Ann. 529 Vahlen 2 ; R.O.L. i. 458-459 Warmington. § 47. a Respectively 938, 54, 1304 Marx. 6 Lucilius puns on iura, 'sauces ' and ' rights, justice,' and on Lupe, a man's name and also a kind of fish. Respectively Ovwos ' tunny,' called horse-mackerel and tuna in America ; Kw&og ' sand-goby,' a worthless fish ; o. 3 Roram 1 dicti ab rore qui bellum committebant, ideo quod ante rorat quam plu«7. 4 Accensos 5 ministra- tores Cato esse scribit ; potest id (ab censione, id est) 6 ab arbitrio : nam ide(m) 7 ad arbitrium eius cuius minister. 59- Pacuvius : Cum deum triportenta . . 60. In Mercatore : Non tibi 1 istuc magis dividiaest 2 quam mihi hodie fuit. (Eadem (vi) 3 hoc est in Corollaria Naevius (usus). 4 ) Dividia ab dividendo dicta, quod divisio distractio est doloris : itaque idem in Curculione ait : Sed quid tibi est ? — Lien enecat, 5 renes dolent, Pulmones distrahuntur. § 58. 1 RhoL, for rorani. 2 F 2, for an F 1 . 3 Added by Kent, to complete verse metrically. 4 H 2 and p, for plusti. 5 For acensos F 1, adcensos F 2 . 6 Added by GS. 7 Brakmann, for inde. § 59. 1 Lacuna marked by Scaliger. § 60. 1 L. Sp. deleted in mercatore non tibi, here repeated in F. 2 Aug., for diuidia est, from the text of Plautus. 3 Added by GS. 4 Added by L. Sp. 5 b, for liene negat. b That is, not to be retained in the hand during use. § 58. a Plautus, Friv. frag. IV Ritschl. 6 Page 81. 14 Jordan. e For correct etymology, see vi. 89, note a. §59. a Trag. Rom. Frag. 381 Ribbeck 3 ; R.O.L. ii. 304- empty and profitless ; or because those were called ferentarii cavalrymen who had only weapons which ferrentur ' were to be thrown,' 6 such as a javelin. Cavalrymen of this kind I have seen in a painting in the old temple of Aesculapius, with the label "feren- tarii." 58. In The Story of the Trifles a : Where are you, rorarii ? Behold, they're here. Where are the accensi ? See, they're here. Rorarii ' skirmishers ' were those who started the battle, named from the ros ' dew-drops,' because it rorat ' sprinkles ' before it really rains. The accensi, Cato writes, 6 were attendants ; the word may be from censio ' opinion,' that is, from arbitrium ' de- cision,' for the accensus c is present to do the arbitrium of him whose attendant he is. 59- Pacuvius says a : When the gods' portents triply strong . . . 60. In The Trader a : That's no more a dividia to you than 'twas to me to-day. (This word was used by Naevius in The Story of the Garland, b in the same meaning.) Dividia ' vexation ' is said from dividere ' to divide,' because the distractio ' pulling asunder ' caused by pain is a division ; therefore the same author says in the Curculio e : But what's the matter ? — Stitch in the side, an aching back, And my lungs are torn asunder. 305 Warmington ; perhaps referring to portents of the in- fernal deities. § 60. Plautus, Merc. 619. " Cam. Rom. Frag. IX Ribbeck*. e Plautus, Cure. 236-237 ; literally, ' my spleen kills me, my kidneys hurt me.' vol. 1 Y 321 V. 61. In Pagone : Honos syncerasto peri(i>t, x pernis, gla stribula 1 (a)ut 2 de lumbo obscena viscera. 3 Stribula, ut Opil/us 4 scribit, circum coxendices 5 sunt bovis e ; id Graecum est ab eius loci versura. 68. In (N)ervolaria 1 : Scobina 2 ego illu?i(c) 3 actutum adrasi (s)enem. 4 Scobinam a scobe : lima enim materia(e) 5 fabrilis est. 69. In Penulo : Vinceretis cerium curs?* 1 vel gralatorem 2 gradu. 3 Gral(l)ator 2 a gradu 3 magno dictus. 70. In Truculento : Sine virtute argutum civem mihi habeam pro praefica. (Praefica) 1 dicta, ut Aurelius scribit, mulier ab luco quae conduceretur quae ante domum mortui laudis ' Added by Mue., whose et was changed to ut by GS. § 67. 1 Buecheler, for distribute. 2 Sciop., for ut. 3 Mue., for obscenabis cera, with o above first e and v above second b, F 1 . 4 GS. (cf. vii. 50), for opilius. 5 Aldus, for coxa indices. 6 Sciop., for uobis. § 68. 1 Aldus, for eruolaria. 2 Sciop., for scobinam. 3 A. Sp., metri gratia, for ilium. 4 Lachmann, for enim. 5 Canal, for materia. §69. 1 Aldus, from Plautus, for circumcurso. 2 -1I-, from Festns, 97. 12 M. 3 Aldus, from Plautus, for gradum. § 70. 1 Added by B, Aldus. c Page 97 Funaioli. § 67. ° Plautus, Frag. 52 Ritschl. 6 Page 92 Funaioli. c Of uncertain etymology ; Festus, 313 a 34 M ., has strebula, and calls it an Umbrian word. d V. perhaps derived it from Greek orpefiXos ' twisted.' Claudius c writes that women who make joint en- treaties are clearly shown to be axitiosae ' united, unionist.' Axitiosae is from agere ' to act ' : as fac- tiosae ' partisan women ' are named from facere ' doing ' something in unison, so axitiosae are named from agere ' acting ' together, as though actiosae. 67. In the Cesistio a : For the gods the thigh-meats or the lewd parts from the loins. Stribula ' thigh-meats,' as Opillus 6 - writes, are the fleshy parts of cattle around the hips ; the word c is Greek, derived from the fact that in this place there is a socket-joint. d 68. In The Story of the Prison Ropes a : At once I with my rasp did scrape the old fellow clean. Scobina ' rasp,' from scobis ' sawdust ' ; for a file belongs to a carpenter's equipment. 69- In The Little Man from Carthage a : You'd outdo the stag in running or the stilt-walker in stride. Grallator ' stilt-walker ' is said from his great gradus ' stride.' 70. In The Rough Customer a : Although without a deed of bravery I may have A clear-toned citizen as leader of my praise. Praefica ' praise-leader,' as Aurelius 6 writes, is a name applied to a woman from the grove of Libitina, 6 who was to be hired to sing the praises of a dead man in § 68. ° Plautus, Frag. 94 Ritschl. § 69. ° Plautus, Poen. 530. § 70. ° Plautus. True. 495. " Page 90 Funaioli. c Where the wailing-women had their stand ; cf. Dionysius Halic iv. 15. 327 V. eius caneret. Hoc factitatum Aristoteles scribit in libro qui (in)scribitur 2 No/xi/m (3apj3apiKa, 3 quibus testimonium est, quod (in) Freto est 4 Noevii : Haec quidem hercle, opinor, praefica est : nam mortuum collaudat. Claudius scribit : Quae praeficeretur ancillis, quemadmodum lamentarentur, praefica est dicta. Utrumque ostendit a praefectione praeficam dictam. 71. Apud Ennium : Decern Coclites quas montibus summis Ripaeis fodere. 1 Ab oculo codes, ut ocles, dictus, qui unum haberet oculum : quocirca in Curculione est : De Coclitum prosapia 2 esse arbitror : Nam hi sunt unoculi. IV. 72. Nunc de temporibus dicam. Quod est apud Cassium : Nocte intempesta nostram devenit domum, intempesta nox dicta ab tempestate, tempestas ab 2 Aug., with B, for scribitur. 3 Turnebus, for nomina barbarica. 4 GS. ; Freto inest Canal ; for f return est. § 71. 1 a, Ttirnebvs,for federe. 2 Added by Aug., from Plautus. d Frag. 604, page 367 Rose. " Coin. Rom. Frag. 129 Ribbeck 3 ; R.O.L. ii. 142-143 Warmington. 'Page 98 Funaioli. § 71. ° Sat. 67-68 Vahlen 2 ; R.O.L. i. 392-393 Warming- ton. The one-eyed Arimaspi of northern Scythia (where the Rhipaean or Rhiphaean mountains were located) were said to have taken much gold from their neighbours the Grypes (or Griffins); cf. Herodotus, iii. 116, iv. 13, iv. 27, who front of his house. That this was regularly done, is stated by Aristotle in his book entitled Customs of Foreign Nations d ; whereto there is the testimony which is in The Strait of Naevius e : Dear me, I think, the woman's a praefica : it's a dead man she is praising. Claudius writes f : A woman who praeficeret ur ' was to be put in charge ' of the maids as to how they should perform their lamentations, was called a praefica. Both passages show that the praefica was named from praefectio ' appointment as leader.' 71. In Ennius we find ° : Treasures which ten of the Coclites buried, High on the tops of Rhiphaean mountains. Codes ' one-eyed ' was derived from ociilus ' eye,' as though ocles, b and denoted a person who had only one eye ; therefore in the Curculio c there is this : I think that you are from the race of Coclites ; For they are one-eyed. IV. 72. Now I shall speak of terms denoting time. In the phrase of Cassius," By dead of night he came unto our home, intempesta nox ' dead of night ' is derived from tem- pestas, and tempestas from tempus ' time ' : a nox quotes (with incredulity) from a poem by Aristeas of Procon- nesus. Fodere = infodere. * V. means, from co-ocles ' with an eye ' ; but the word is derived from Greek kvkXcdi/i, through the Etruscan. e Plantus, Cure. 393-394. § 72. ° Accius, Com. Rom. Frag. Praet. V, verse 41 Rib- beck 8 ; R.O.L. ii. 562-563 Warmington ; repeated from vi. 7, where see note a on authorship. 329 V. tempore ; nox intempesta, quo tempore nihil 1 agitur. 73. Quid noctis videtur ? — In altisono Caeli clipeo temo superat Stellas sublime(n) 1 agens etiam Atque etiam noctis iter. Hie multam noctem ostendere volt a temonis motu ; sed temo unde et cur dicatur latet. Arbitror antiques rusticos primum notasse quaedam in caelo signa, quae praeter alia erant insignia atque ad aliquem usum, (ut) 2 culturae tempus, designandum convenire animadvertebantur. 74. Eius signa sunt, quod has septem Stellas Graeci ut Homcrus voca(n)t a/jui^ar 1 et propinquum eius signum {3qwti)v, nostri eas septem Stellas (t)r(i)o«es 2 et temonem et prope eas axem : triones enim et boves appellantur a bubulcis etiam nunc, maxime cum arant terra??* 3 ; e quis ut dicti Valentes glebarii, qui facile proscindunt glebas, sic omnes qui terram arabant a terra terriones, unde triones ut dicerentur detrito. 4 75. Temo dictus a tenendo : is enim continet § 72. 1 For nichil. §73. 1 Skutsch, after Buecheler, for sublime. 2 Added by Mue. §74. 1 For AMA2AN. 2 L. Sp.,/or boues. 3 For terras. 4 A tig., for de tritu. §73. "Ennius, Trag. Rom. Frag. 177-180 Ribbeck 3 ; R.O.L. i. 300-301 Warmington; freely adapted from Euri- pides, Iphig. in Aid. 6-8; anapaestic. Cf. v. 19, above. 6 Signa in this and the following seems to vary in meaning between ' signs = marks ' and ' signs = constellations.' § 74. " E.g., Od. v. 272-273. 6 Charles' Wain, or the Great Dipper ; and other parts of the constellation Ursa intempesta ' un-timely night ' is a time at which no activity goes on. 73. What time of the night doth it seem ? — In the shield Of the sky, that soundeth aloft, lo the Pole Of the Wain outstrippeth the stars as on high More and more it driveth its journey of night." Here the author -wishes to indicate that the night is advanced, from the motion of the Temo ' Wagon- Pole ' ; but the origin of Temo and the reason for its use, are hidden. My opinion is that in old times the farmers first noticed certain signs 6 in the sky which were more conspicuous than the rest, and w T hich were observed as suitable to indicate some profitable use, such as the time for tilling the fields. 74. The marks of this one are, that the Greeks, for example Homer, call these seven stars the Wagon 6 and the sign that is next to it the Ploughman, while our countrymen call these seven stars the Triones ' Plough-Oxen ' and the Temo ' Wagon-Pole ' and near them the Axis ' axle of the earth, north pole * c : for indeed oxen are called triones by the ploughmen even now, especially when they are ploughing the land ; just as those of them which easily cleave the glebae ' clods of earth ' are called Mighty glebarii ' clod-breakers,' so all that ploughed the land were from terra ' land ' called terriones, so that from this they were called triones, d with loss of the E. 75. Temo is derived from tenere ' to hold ' ° : for it Major. e Or perhaps even the Pole-Star itself. d Trio is a derivative of terere ' to tread,' cf. perf. trivi and ptc. tritus. § 75. ° Wrong etymology. 331 V. iugum et plaustrum, appellatum a parte 1 totum, ut multa. Possunt triones dicti, VII quod ita sitae stellae, ut ternae trigona faciant. 76. Aliquod lumen — iubarne ? — in caelo cerno. Iubar dicitur stella Lucifer, quae in summo quod habet lumen diffusum, ut leo in capite iubam. Huius ortus significat circiter esse extremam noctem. Itaque ait Pacuius : Exorto iubare, noctis decurso itinere. 77. Apud Plautum in Parasito Pigro : Inde hie bene potus 1 primo 2 crepusculo. Crepusculum ab Saftinis, et id dubium tempus noctis an diei sit. Itaque in Condalio est : Tarn crepusculo, ferae 3 ut amant, lampades accendite. Ideo (d)ubiae res 4 creperae dictae. 78. In Trinummo : Concubium sit noctis priusquam (ad) 1 postremum perveneris. Concubium a concubitu dormiendi causa dictum. § 75. 1 B, Laetus,for aperte. § 77. 1 Pius, for de nepotus. 2 Scaliger, for primo. 3 Buecheler, for fere. 4 Laetus, for ubi heres. § 78. 1 Added by Aug., from Plautus. 6 Wrong etymology. § 76. ° Ennius, Trag. Rom. Frag. 336 Ribbeck 3 ; R.O.L. i. 226-227 Warmington; cf. vi. 6 and vi. 81. 6 Iubar and iuba are not etymologically connected. c That is, shortly before sunrise, when it is visible in the eastern sky. d Trag. Rom. Frag. 347 Ribbeck 3 ; R.O.L. ii. 320-321 Warmington : cf. vi. 6. continet ' holds together ' the yoke and the cart, the whole being named from a part, as is true of many things. The name triones may perhaps have been given because the seven stars are so placed that the sets of three stars make triangles. 1 * 76. I see some light in the sky — can it be dawn ? ° The morning-star is called iubar, because it has at the top a diffused light, just as a lion has on his head a tuba ' mane.' 6 Its rising c indicates that it is about the end of the night. Therefore Pacuvius says d : When morning-star appears and night has run her course. 77. Plautus has this in The Lazy Hanger-on a : From there to here, right drunk, he came, at early dusk. Crepusculum ' dusk ' is a word taken from the Sabines, and it is the time when there is doubt whether it belongs to the night or to the day. 6 Therefore in The Finger-Ring there is this c : So at dusk, the time when wild beasts make their love, light up your lamps. Therefore doubtful matters were called creperae. b 78. In The Three Shillings ° : General resting time of night 'twould be, before you reached its end. Concubium ' general rest ' is said from concubitus ' general lying-down ' for the purpose of sleeping. 6 § 77. ° Frag. I, verse 107 Ritschl. * Cf. vi. 5 and notes. e Plautus, Frag. 60 Ritschl. § 78. a Plautus, Trin. 8S6 ; that is, " if I should try to tell you my name." * Cf. vi. 7 and note c. 333 V. 79. In Asinaria : Videbitur, factum volo : redito 1 conticim'o. 2 Putem a conticiscendo conticinn/m 3 sive, ut Opil/us 4 scribit, ab eo cum conticuerunt homines. V. 80. Nunc de his rebus quae assignificant ali- quod tempus, cum dicuntur aut fiunt, dicam. Apud Accium : Reciproca tendens nervo equino concita Tela. Reciproca est cum unde quid profectum redit eo ; ab recipere reciprocare Actum, aut quod poscere procare 1 dictum. 81. Apud Plautum : Ut 1 transversus, 2 non proversus cedit quasi cancer solet. (Proversus) 3 dicitur ab eo qui in id quod est (ante, est) 4 versus, et ideo qui exit in vestibulum, quod est ante domum, prodire et procedere ; quod cum lerao 5 non faceret, sed secundum parietem transversus iret, § 79. 1 A. Sp. ; redito hue Vertranius, from Plautus ; at redito Rhol. ; for ad reditum. 2 Laetus, for conticinno. 3 Laetus, for conticinnam. 4 GS.,for o pilius ; cf. vii. 50, vii. 67. § 80. 1 B, Aldus, for prorogare. § 81. 1 Bentinus,for aut. 2 Aug., for transuersum ; the mss. of Plautus have non prorsus uerum ex transuerso cedit ... 3 Added by L. Sp. 4 Added by Christ. 5 Aldus, for lemo. § 79. Plautus, Asin. 685 ; where the text is redito hue. Cf. vi. 7. 6 Page 88 Funaioli. § 80. a That is, words of actions, whether or not they are verbs. 6 Philoctetes, Trag. Rom. Frag. 545-546 Ribbeck 3 ; Ji.O.L. ii. 512-513 Warmington. Reciproca tela is properly In The Story of the Ass there is this verse a : I'll see to it, I wish it done ; come back at conticinium. I rather think that conticinium ' general silence ' is from conticiscere ' to become silent,' or else, as Opillus 6 writes, from that time when men conticuerunt ' have become silent.' V. 80. Now I shall speak of those things which have an added meaning of occurrence at some special time, when they are said or done. In Accius b : The elastic weapon bring into action, bending it With horse-hair string. Reciproca ' elastic ' is a condition which is present when a thing returns to the position from which it has started. Reciprocare ' to move to and fro ' is made c from recipere ' to take back,' or else because procare was said for poscere ' to demand.' d 81. InPlautus : How sidewise, as a crab is wont, he moves, Not straight ahead. Proversus ' straight ahead ' is said of a man who is turned toward that which is in front of him ; and therefore he who is going out into the vestibule, which is at the front of the house, is said prodire ' to go forth ' or procedere ' to proceed.' But since the brothel-keeper was not doing this, but was going sidewise along the wall, Plautus said " How sidewise only the Homeric (Iliad, viii. 266, x. 459) iraAlmova t6£cl ' backward-stretched bow,' and not as V. interprets it. e Probably from reque proque ' backward and forward ' ; not as V. interprets it. d That is, ' demand return.' §81. " Pseud. 955; said of the brothel-keeper as he enters. 335 V. dixit " ut transversus cedit quasi cancer, non pro- versus ut homo." 82. Apud Ennium : Andromachae nomen qui indidit, recte 1 indidit. Item : Quapropter Parim pastores nunc Alexandrum vocant. Imitari dum volm't* Eurip/den 3 et ponere ervfiov, est lapsus ; nam Euripides quod Graeca posuit, eTv/ia sunt aperta. Ille ait ideo nomen additum Andro- machae, quod ai'S/yt ^a^eTca 4 : hoc Enni?/(m) 5 quis potest intellegere in versu 6 significare Andromachae nomen qui indidit, recte indidit, aut Alexandrum ab eo appellatum in Graecia qui Paris fuisset, a quo Herculem quoque cognominatum aX^iKaKov, ab eo quod defensor esset hominum ? 83. Apud Accium : Iamque Auroram rutilare procul Cerno. Aurora dicitur ante solis ortum, ab eo quod ab igni solis turn aureo aer aurescit. Quod addit rutilare, est ab eodem colore : aurei enim rutili, et inde equam 1 lymphata (aut Bacchi sacris Commota. Lymphata) 2 dicta a hympha ; (lympha) 3 a Nympha, ut quod apud Graecos 9eT 5 spe quidem id successor* tibi ; apud Pompilium : Heu, qua me causa, Fortuna, infeste premis 7 ? Quod ait iurgio, id est litibus : itaque quibus res erat in controversia, ea vocabatur lis : ideo in actionibus videmus dici quam rem sive litem 8 dicere oportet. Ex quo licet vidcre iurgare esse ab iure dictum, cum quis iure litigaret ; ab quo obiurgat is qui id facit iuste. 94. Apud LuczVium 1 : Atque aliquo(t) sibi 2, 8 osmen, e quo S 9 extritum. 98. Apud Plautum : Quia ego antehac te amavi o 5 quidem nos pretio (facile 8 0>ptanti est 7 frequentare : Ita in prandio nos lepide ac nitide Accepisti, apparet dicere : facile est curare ut (adsidue) 8 adsi- mus, cum tarn 9 bene nos accipias. 100. Apud Ennium : Decretum est stare i muset 1 obrutum. §99. 1 Aug., for quo desimi. 2 Ellis ; fere quom Canal; for ferret quern. 3 Aug., with B, for his. 4 Added by L. Sp. 5 GS. (pol istoc Aug., from Plautus), for dicunto. 8 Added by Aug., from Plautus. 7 Schoell (after A. Sp., icho proposed and rejected optanti), for ptanti F, with p deleted by cross-lines. 8 Added by GS. ' Aug., for iam. § 100. 1 GS., after Fest. 84. 7 M. ; est stare et fossari Bergk ; est fossare B, Vertranius ; for est stare. § 101. 1 L. Sp. ; fac is musset Mue. ; face musset Turne- bus ; for facimus et. § 99 ° Plautus, Cist. 6. b Frequens usually means ' in numbers ' (that is, many at one place at the same time) In the same author, the word frequentem b frequent ' in Frequent aid you gave me means assiduam ' busily present ' : therefore he who is at hand assiduus ' constantly present ' fere et quom ' generally and when ' he ought to be, he is frequens, as the opposite of which infrequens c is wont to be used. Therefore that which these same girls say d : Dear me, at that price that you say it is easy For one who desires it to be frequently with us ; So nicely and elegantly you received us At luncheon, clearly means : it is easy to get us to be constantly present at your house, since you entertain us so well. 100. In Ennius ° : Resolved are they to stand and be dug through their bodies with javelins. This verb Jbdare ' to dig ' which Ennius used, was made from fodere ' to dig,' from which comes fossa ' ditch.' 101. In Ennius ° : With words destroy him, crush him if he make a sound. and not ' frequent ' (that is, one in the same place at many different times), which is why the word here needs explana- tion. V. takes it as a shortening of the phrase fere et quom=f, r, e'qu(ym+s, which needs no refutation. " Used especially of a soldier qui abest afuitve a signis ' who is or has been absent from his place in the ranks ' (Festus, 112. 7 M.). d Cist. 8-11, with omissions ; anapaestic and bacchiac verses alternately. §100. 'Ann. 571 Vahlen*; B.O.L. i. 190-191 Warm- ington. § 101. » Trag. Rom. Frag. 393 Ribbeck 8 ; R.O.L. i. 378- 379 Warmington. VOL. I 2 A V. Mussare dictum, quod muti non amplius quam fxv dicunt ; a quo idem dicit id quod minimum est : Neque, ut aiunt, (iD facere audent. 102. Apud Pacuium : Di 1 monerint meliora atque amentiam averruncassint (tuam. 2 Ab) 3 avertendo averruncare, ut deus qui in eis rebus praeest Averruncus. Itaque ab eo precari solent, ut pericula avertat. 103. In Aulularia : Pipulo te 1 differam ante aedis, id est convicio, declinatum a pi(p)atu 2 pullorum. Multa ab animalium vocibus tralata in homines, partim quae sunt aperta, partim obscura ; perspicua, ut Ennii : Animus cum pectore latrat. Plauti : Gannit odiosus omni totae familiae. (Cae)cilii 3 : Tantum rem dibalare ut pro nilo habuerit. § 102. 1 For dim. 2 Added from Festus, 373. 4 M. 3 Added by Turnebus. § 103. 1 So F ; but pipulo te hie Nonius, 152. 5 31., pipulo hie Plautus. 2 Aldus, for piatu. 3 Laetus, for cilii. 6 Onomatopoeic, as V. indicates. c Ennius, Inc. 10 Vahlen 2 ; R.O.L. i. 438-439 Warmington. §102. a Trag. Rom. Frag. 112 Ribbeck 3 ; R.O.L. ii. 206-207 Warmington; quoted by Festus, 373. 4 M., with tuam, and by Nonius, 74. 22 M. (who assigns it to Lucilius, Bk. XXVI.) with meam. b Monerint is perf. subj. of monere, a form known from other sources also. e The word combines averrere ' to sweep away ' with runcare ' to remove weeds.' d Mentioned elsewhere only by Mussare 6 ' to make a sound ' is said because the muti ' mute ' say nothing more than mu ; from which the same poet uses this for that which is least c : And, as they say, not even a mu dare they utter. 102. In Pacuvius a : May the gods advise * thee of better things to do, and thy madness sweep away ! Averruncare e ' to sweep away ' is from avertere ' to avert,' just as the god who presides over such matters is called Averruncus. neque 12 in Iudicium ^4esopi nec theatri trittiles. 105. In Colace : Nexum . . . (Nexum) 1 Mawilius 2 scribit omne quod per libram et aes geritur, in quo sint mancipia ; Mucius, quae per aes et libram fiant ut obligentur, praeter quom 3 mancipio detur. Hoc verius esse ipsum verbum ostendit, de quo quaerit(ur) 4 : nam id aes 5 quod obligatur per libram neque suum fit, inde nexum dictum. Liber qui suas operas in servitutem pro pecunia quam debebat (nectebat), 6 dum solveret, nexus vocatur, ut ab aere obaeratus. Hoc C. Poetelio 9 GS., after Mati Mue., for Maccius. 10 Baehrens, for sues. 11 Mue. ; a volucri L. Sp. ; for auoluerat. 12 Kent, for tradedeque inreneque. § 105. 1 Added by L. Sp., who recognized the lacuna. 2 Laetus, for mamilius. 3 Huschke, for quam. 4 Aug., for querit. 5 Mommsen, for est. 6 debebat nectebat Kent ; debeat dat Aug. ; for debebat. ' Plautus, Cas. 267 ; the more common orthography is fringilla and friguttis. k Frag. Poet. Lat., page 54 Morel ; wrongly listed by Ribbeck 3 as Juventius, Com. Rom. Frag. IV. 1 Trit, the sound made by the crushing or breaking of a hard grain or seed, as by the strong-beaked birds. If the text is correctly restored, the passage refers to a complaint against trittiles, that is, persons who made similar noises and thereby disturbed a theatrical perform- ance ; the poet says that he will refer the complaint to a regular law-court, and not to the prejudiced decision of the That of Maccius in the Casina, from finches 3 : What do you twitter for ? What's that you wish so eagerly ? That of Sueius, from birds * : So he'll bring the snappers 1 fairly into court and not To the judgement of Aesopus m and the audience. 105. In The Flatterer a : A bound obligation . . . Xexum ' bound obligation,' Manilius 6 writes, is every- thing which is transacted by cash and balance-scale, c including rights of ownership ; but Mucius d defines it as those things which are done by copper ingot and balance-scale in such a way that they rest under formal obligation, except when delivery of property is made under formal taking of possession. That the latter is the truer interpretation, is shown by the very word about which the inquiry is made : for that copper which is placed under obligation according to the balance-scale and does not again become independent (nec suum) of this obligation, is from that fact said to be nexum ' bound.' A free man who, for money which he owed, nectebat ' bound ' his labour in slavery until he should pay, is called a nexus ' bondslave,' just as a man is called obaeratus ' indebted,' from aes ' money- debt.' When Gaius Poetelius Libo Visulus * was offended actor and of the annoyed fellow - spectators. m Famous tragic actor of Cicero's time. § 105. ° Plautus, Frag. IV Ritschl ; but possibly from the Colax of Naevius. 6 Page 6 Huschke. e That is, by agreement to pay a sum of money, measured by weight. * Page 18 Huschke. • Consul in 346, 333 (?), 326 (Liyy, viii. 23. 17), and dictator in 313 (Livy, ix. 28. 2), in which V. sets the abolition of slavery for debt, though Livy, viii. 28, sets it in his third consulship. 359 V. (Li)bone Ftsolo 7 dictatore sublatum ne fieret, et omnes qui Bonam Copiam iurarunt, ne essent nexi dissoluti. 106. In Ca(sina) : Sine ame^, 1 sine quod lubet id facial, 2 Quando tibi domi nihil 3 delicuum est. Dictum ab eo, quod (ad) deliquandum non sunt, ut turbida quae sunt deliquantur, ut liquida fiant. Aurelius scribit delicuum esse 1 ab liquido ; Cla(u)dius ab eliquato. Si quis alterutrum sequi malet, 5 habebit auctorem. Apud Atilium : Per laetitiam liquitur Animus. Ab liquando liquitur fictum. VI. 107. Multa apud poetas reliqua esse verba quorum origines possint dici, non dubito, ut apud Naevium in ^4esiona mucro 1 gladii " lingula " a lingua ; in Clastidio " vitulantes " a Vitula ; in Dolo 7 Poetelio Libone Visolo Lachmann ; Poetelio Visolo Aug. ; for popillio vocare sillo. § 106. 1 In CasinaiW^M*, sine a.met Aldus (from Plautus), for in casineam esses. 2 Aug. (from Plautus), for facias. 3 Plautus has nihil domi. 4 For est. 5 Laetus, for mallet. § 107. 1 Aesiona Buecheler, mucro Groth, for esionam uero. ' That is, swore that they were not regular slaves, but were held in slavery for debt only. 9 Mentioned also by Ovid, Met. ix. 88. § 106. ° Plautus, Cas. 206-207 ; anapaestic. * Appar- ently meant by Plautus as ' lacking,' from delinquere ' to lack,' and so understood by Festus, 73. 10 M., who glosses it with minus. V. has taken it as ' strainable, subject to straining (for purification),' and has connected it with liquare and liquere ' to strain, purify,' also ' to melt.' c Page dictator, this method of dealing with, debtors was done away with, and all who took oath f by the Good Goddess of Plenty 3 were freed from being bond- slaves. 106. In the Casino. a : Let him go and make love, let him do what he will, As long as at home you have nothing amiss. Nihil delicuum 6 ' nothing amiss ' is said from this, that things are not ad deliquandum ' in need of straining out ' the admixtures, as those which are turbid are strained, that they may become liqvida ' clear.' Aurelius c writes that delicuum is from liquidum ' clear ' ; Claudius, 4 * that it is from eliquatum ' strained.' Any- one who prefers to follow either of them will have an authority to back him up. In Atilius e : With joy his mind is melted. Liquitur ' is melted ' is formed from liquare ' to melt.' VI. 107. I am quite aware ° that there are many words still remaining in the poets, whose origins could be set forth ; as in Naevius, 6 in the Hesione, 6 the tip of a sword is called lingula, from lingua ' tongue ' ; in the Clastidium, d vitulantes ' singing songs 89 Funaioli. d Page 97 Funaioli. • Com. Rom. Frag., inc. fab. frag. II, page 37 Ribbeck*. § 107. » Cf the beginning of § 109. * All the citations in § 107 and § 108 are from Naevius; R.O.L. ii.  Warmington. c Trag. Rom. Frag. 1 Ribbeck 8 ; for the spelling of the title, cf Buecheler, Rh. Mus. xxvii. 475. d Trag. Rom. Frag., Praet. I Ribbeck* ; vitulari was glossed by V. with TrauwC- £«v, according to Macrobius, Sat. iii. 2. 11. It is difficult to connect the two words with Latin rictus and victoria, so that the resemblance may be fortuitous — unless Vitula be a dialectal word, with CT reduced to T. 361 V. " caperrata fronte " a caprae fronte ; in Demetrio " persibus " a perite : itaque sub hoc glossema ' callide ' subscribunt ; in Lampadione " protinam a protinus, continuitatem significans ; in Nagidone " c/u(ci)datfus " 3 suavis, tametsi a magistris accepi- mus mansuetum ; in Romulo " (con)sponsus " 3 contra sponsum rogatus ; in Stigmatia " praebia " a prae- bendo, ut sit tutus, quod si(n)t 4 remedia in collo pueris ; in Technico 5 " confidant" 6 a conficto con- venire dictum ; 108. In Tarentilla " p(r)ae(l)u(c)idum Ml a luce, illustre ; in Tunicularia : ecbolas 2 aulas quassant quae eiciuntur, a Graeco verbo ck/JoA?? 3 dictum ; in Bello Punico : nec satis sardare 4 2 Scallger, for caudacus. 3 JYeukirch, with Popma, for sponsus. 4 Laetus, for sit. 5 For thechnico. 6 Turne- bus, for conficiant. § 108. 1 Mue., for pacui dum. 2 Kent, for exbolas, metri gratia. 3 Aldus, for exbole. 4 A. Sp. {from Festus, 323. 6 M.), for sarrare. * Com. Rom. Frag, after 49 Ribbeck 3 ; caperrata may be related to capra only by popular etymology. ' Com. Rom. Frag, after 49 Ribbeck 3 ; persibus is seemingly an Oscan perfect participle active, cf. Oscan sipus, from which perhaps it is to be corrected to persipus. 9 Page 113 Funaioli. h Com. Rom. Frag, after 60 Ribbeck 3 . * Com. Rom. Frag, after 60 Ribbeck 3 ; clucidatus is a participle to a Latin verb borrowed from Greek yAu/a'£eiv ' to sweeten.' ' Trag. Rom. Frag., Praet. IT Ribbeck 3 ; for consponsus, cf. vi. 70. * Com. Rom. Frag. 71 Ribbeck 3 . 1 Com. Rom. Frag, after 93 Ribbeck 3 ; confidant, derived from confingere. of victory,' from Vitula 'Goddess of Joy and Victory ' ; in The Artificer caperrata f route ' with wrinkled fore- head,' from the forehead of a capra ' she-goat ' ; in the Demetrius/ persibus ' very knowing,' from perite ' learnedly ' : therefore under this rare word they write 9 collide' shrewdly ' ; in the Lampadio, h protinam ' forthwith ' from protinus (of the same meaning), indicating lack of interruption in time or place ; in the Nagido,* clucidatus ' sweetened,' although we have been told by the teachers that it means ' tame ' ; in the Romulus,' consponsus, meaning a person who has been asked to make a counter-promise ; in The Branded Slave, k praebia ' amulets,' from praebere ' pro- viding ' that he may be safe, because they are prophy- lactics to be hung on boys' necks ; in The Craftsman, 1 confidant ' they unite on a tale,' said from agreeing on a confictum ' fabrication.' 108. Also, in The Girl of Tarentum, a praelucidum ' very brilliant,' from lux ' light,' meaning ' shining ' : in The Story of the Shirt, b They shake the jars that make the lots jump out, ecbolicas ' causing to jump out,' because of the lots which are cast out, is said from the Greek word eK/SoXi] ; and in The Punic War c Not even quite sardare ' to understand like a Sardinian,' § 108. ° Com. Rom. Frag, after 93 Ribbeck 3 . h Com. Rom. Frag. 103 Ribbeck 3 ; R.O.L. ii. 106-107 Warming- ton (with different interpretation). e Frag. Poet. Rom. 53-54 Baehrens; R.O.L. ii. 72-73 Warmington. According to Festus, 322 a 24 and 323. 6 M., sardare means intel- legere, perhaps 'to understand like a Sardinian,' that is, very poorly, for the Sardinians had in antiquity a bad re- putation in various lines. The verse of Naevius runs : Quod bruti nec satis sardare queunt. ab serare dictum, id est aperire ; hinc etiam sera, 5 qua remota fores panduntur. VII. 109. Sed quod vereor ne plures sint futuri qui de hoc genere me quod nimium multa scripseriwz 1 reprehendant quam quod 2 reliquerim 3 quaedam accusent, ideo potius iam reprimendum quam pro- cudendum puto esse volumen : nemo reprensus qui e segete ad spicilegium reliquit stipulam. Quare in- stitutis sex libris, quemadmodum rebus Latina nomina essent imposita ad usum nostrum : e quis tn's 4 scripsi Po. 5 Septumio qui mihi fuit quaestor, tris tibi, quorum hie est tertius, prior es de disciplina verborum originis, posterior es de verborum originibus. In illis, qui ante sunt, in primo volumine est quae dicantur, cur ervfj-oXoyiKr) 6 neque ar(s> sit 7 neque ea utilis sit, in secundo quae sint, cur et ars ea sit et (ut)ilis 8 sit, in tertio quae forma etymologiae. 9 110. In secundis tribus quos ad te misi item generatim discretis, primum in quo sunt origines verborum 1 locorum et earum rerum quae in locis esse solent, secundum quibus vocabulis te(m)pora sint notata et eae res quae in temporibus hunt, tertius 5 Ed. Veneta, for serae. Laetus,for rescripserint. 2 quam quod A Idus, for quamquam. 3 For reliquerint. 4 Laetus, for tres. 5 po stands here in F, but with lines drawn through the letters. 6 L. Sp.,for ethimologice. 7 ars sit V, p, L. Sp.,for ansit. 8 et utilis Turnebus; et illis utilis V; for et illis F. 9 For ethimologiae. § 110. 1 Crossed out by F 1, but required by the meaning. d In such an etymology, V. is operating on the basis that things may be named from their opposites; cf. Festus, 122. 16 M., ludum dicimus, in quo minime luditur. § 109. ° A liber or ' book ' was calculated to fill a volumen where sardare is said from serare ' to bolt,' d that is, sardare means ' to open ' ; from this also sera ' bolt,' on the removal of which the doors are opened. VII. 109- But because I fear that there will be more who will blame me for writing too much of this sort than will accuse me of omitting certain items, I think that this roll must now rather be compressed than hammered out to greater length a : no one is blamed who in the cornfield has left the stems for the gleaning. 6 Therefore as I had arranged six books c on how Latin names were set upon things for our use d : of these I dedicated three to Publius Septumius who was my quaestor," and three to you, of which this is the third — the first three on the doctrine of the origin of words, the second three f on the origins of words. Of those which precede, the first roll con- tains the arguments which are offered as to why Etymology is not a branch of learning and is not useful ; the second contains the arguments why it is a branch of learning and is useful ; the third states what the nature of etymology is. 110. In the second three which I sent to you, the subjects are likewise divided off: first, that in which the origins of words for places are set forth, and for those things which are wont to be in places ; second, with what words times are designated and those things which are done in times ; third, the present or ' roll ' of convenient size for handling. * That is, who has cut off the ears of standing grain and left the stalks. e Books II.-VII. ; cf. v. 1. d This sentence is resumed at Quocirca, in the middle of § 1 10. * Varro held office in the war against the pirates and Mithridates in 67-66, under Pompey, and again in Pompey's forces in Spain in 49 and at Pharsalus in 48 ; but it is unknown in which of these he had Septumius as quaestor. ' Books V.-VII. 365 VARRO hie, in quo a poetis item sumpta ut il/a 2 quae dixi in duobus libris solwta 3 oratione. Quocirca quoniam omnis operis de Lingua Latina tris feci partis, primo quemadmodum vocabula imposita essent rebus, secundo quemadmodum ea in casus declinarentur, tertio quemadmodum coniungerentur, prima parte perpetrata, ut secundam ordiri possim, huic libro faciam finem. 8 Victorius, for utilia. 3 Sciop., for solita. book, in which words are taken from the poets in the same way as those which I have mentioned in the other two books were taken from prose writings. Therefore," since I have made three parts of the whole work On the Latin Language, first how names were set upon things, second how the words are declined in cases, third how they are combined into sentences — as the first part is now finished, I shall make an end to this book, that I may be able to commence the second part. §110. "This resumes the sentence interrupted at the middle of the previous section. Rolfe. DESCRIPTIVE PROSPECTUS ON APPLICATION THE LOEB CLASSICAL LIBRARY FOUNDED BY JAMES LOEB, IX. D. EDITED BY fT. E. PAGE, C.H., LITT.D. E. CAPPS, ph.d., ll.d. W. H. D. ROUSE, litt.d. FRAGMENTS LONDON HEINEMANN QUAE DICANTUR CUR NON SIT ANALOGIA LIBER I I. 1. Quom oratio natura tripertita esset, ut su- perioribus libris ostendi, cuius prima pars, quemad- modum vocabula rebus essent imposita, secunda, quo pacto de his declinata in discrimina iermt, 1 tertia, ut ea inter se ratione coniuncta sententiam efferant, prima parte exposita de secunda incipiam hinc. Ut propago omnis natura secunda, quod prius illud rectum, unde ea, sic declinata : itaque declinatur in verbis : rectum homo, obliquum hominis, quod de- clinatum a recto. § 1. 1 Sciop.,for ierunt. § 1. a That is, bent aside and downward, from the vertical. The Greeks conceived the paradigm of the noun as the upper right quadrant of a circle : the nominative was the vertical radius, and the other cases were radii which 4 declined 1 to the right, and were therefore called m-coous 'fallings,' which the Romans translated literally by casus. The casus rectus is therefore a contradiction in itself. The Latin verb de- 370 MARCUS TERENTIUS VARRCTS ON THE LATIN LANGUAGE BOOK VII ENDS HERE, AND HERE BEGINS BOOK VIII One Book of Arguments which are advanced AGAINST THE EXISTENCE OF THE Principle of Analogy. Speech is naturally divided into THREE parts. Its first part is how a name is imposed upon a thing; its second, in what way a derivative of a name arrives at its difference; its third, how a a ‘sentence’, or words united with another one reasoningly, EXPRESSES an idea – Not that there may not be one-word sentences, like ‘Come!’ [H. P. Grice, Utterer’s meaning, sentence-meaning, and word-meaning]. Having set forth the first part, I shall begin upon the second. As every offshoot is secondary by nature, because that vertical trunk from which it comes is primary, and it is therefore declined, so there may be declension in a word – shag, shaggy : HOMO 1 man * is the vertical, HOMINIS * man's ' is the oblique, because it is declined from the vertical. clinare is used in the meanings * to decline (a noun)/ * to conjugate (a verb),' and * to derive ' in general, as well as * to bend aside and down * in a literal physical sense : it therefore offers great difficulties in translating. De huiusce(modi) 1 multiplici natura discrimi- num (ca)wsae 2 sunt hae, cur et quo et quemadmodum in loquendo declinata sunt verba. De quibus duo prima duabus causis percurram breviter, quod et turn, cum de copia verborum scribam, erit retractandum et quod de tribus tertium quod est habet suas permultas ac magnas partes. II. 3. Declinatio inducta in sermones non solum Latinos, sed omnium hominum utili et necessaria de causa : nisi enim ita esset factum, neque di(s)cere 1 tantum numerum verborum possemus (infinitae enim sunt naturae in quas ea declinantur) neque quae didicissemus, ex his, quae inter se rerum cognatio esset, appareret. At nunc ideo videmus, quod simile est, quod propagatum : legi (c)um (de lego) 2 de- clinatum est, duo simul apparent, quodam modo eadem dici et non eodem tempore factum ; at 3 si verbi gratia alterum horum diceretur Priamus, alterum fiecuba, nullam unitatem adsigniflcaret, quae ap- paret in lego et legi et in Priamus Priamo. Ut in hominibus quaedam sunt agnationes ac 1 gentilitates, sic in verbis : ut enim ab AemiMo homines orti ^emilii ac gentiles, sic ab ^emilii nomine de- clinatae voces in gentilitate nominali : ab eo enim, § 2. 1 Added by L. Sp. 2 L. Sp., for orae. § 3. 1 Mue. t for dicere ; cf, § 5. 2 GS.,for legium F ; cf. declinatum est ab lego Aug. from B, and last sentence of this section. 3 Mue., for ut. §4. 1 L. Sp. t for ad. § 2. a Cf. viii. 9 in quas. b That is, the collective vocabulary;. § 3. a The term ' inflection ' will be convenient oftentimes to express declinatio, including both declension of nouns and conjugation of verbs. 372 ON THE LATIN LANGUAGE, VIII. 2-i 2. From the manifold nature of this sort there are these causes of the differences : for what reason, and to what product, a and in what way, in speaking, the words are declined. The first two of these I shall pass over briefly, for two reasons : because there will have to be a rehandling of the topics when I write of the stock of words, 6 and because the third of them has numerous and extensive subdivisions of its own. II. 3. Inflection a has been introduced not only into Latin speech, but into the speech of all men, because it is useful and necessary ; for if this system had not developed, we could not learn such a great number of words as we should have— for the possible forms into which they are inflected are numerically unlimited — nor from those which we should have learned would it be clear what relationship existed between them so far as their meanings were con- cerned. But as it is, we do see, for the reason that that which is the offshoot bears a similarity to the original : when legi ' I have gathered ' is inflected from lego ' I gather,' two things are clear at the same time, namely that in some fashion the acts are said to be the same, and yet that their doing did not take place at the same time. But if, for the sake of a word, one of these two related ideas was called Priamus and the other Hecuba, there would be no indication of the unity of idea which is clear in lego and legi, and in nominative Priamus, dative Priamo. 4. As among men there are certain kinships, either through the males or through the clan, so there are among words. For as from an Aemilius were sprung the men named Aemilius, and the clan-mcmbers of the name, so from the name of Aemilius were inflected the words in the noun-clan : for from that name which quod est impositum recto casu ^emilius, orta ^emilii, ^emilium, ^emilios, ^4emiliorum et sic reliquae eius- dem quae sunt*stirpis. 5. Duo igitur omnino verborum principia 3 im- positio (et declinatio), 1 alterum ut fons, alterum ut rivus. Impositicia nomina esse voluerunt quam paucissima, quo citius ediscere possent, declinata quam plurima, quo facilius omncs quibus ad usum opus esset 2 dicerent. 3 6. Ad illud genus, quod prius, historia opus est : nisi dzscendo 1 enim aliter id non* pervenit ad nos ; ad reliquum genus, quod posterius. ars : ad quam opus est paucis praeceptis quae sunt brevia. Qua enim ratione in uno vocabulo declinare didiceris, in infinito numero nominum uti possis : itaque novis nominibus allatis 3 (in) 4 consuetudinem sine dubitatione eorum declinatus statim omnis dicit populus ; etiam novicii servi empti in magna familia cito omnium conser- vorum (n)om{i)na 5 recto casu accepto in reliquos obliquos declinant. 7. Qui s(i) 1 non numquam offendunt, non est mirum : et enim ille 2 qui primi nomina imposuerunt rebus fortasse an in quibusdam sint lapsi : voluis(se) enim putant(ur) 3 singularis res notarc, ut ex his in multitudine(m) 4 declinaretur, ab homine homines ; § 5. 1 Added by L. Sp., V, p. 2 Canal, for essent. 3 Ed. Veneta, for dicerentur. § 6. 1 Stephanus, for descendendo. 2 For idum. 3 For allatius. 4 Added by Aug. 6 Aug., for omnes. § 7. 1 Aldus, for quid. 2 Aldus, for ilia. 3 Ellis, for putant. % 4 -dinem H, for -dine F and other codd. That is, in the singular. was imposed in the nominative case as Aemilius were made Aemilii, Aemilium, Aemilios, Aemiliorum, and in this way also all the other words which are of this same line. 5. The origins of words are therefore two in num- ber, and no more : imposition and inflection ; the one is as it were the spring, the other the brook. Men have wished that imposed nouns should be as few as possible, that they might be able to learn them more quickly ; but derivative nouns they have wished to be as numerous as possible, that all might the more easily say those nouns which they needed to use. 6. In connexion with the first class, a historical narrative is necessary, for except by outright learning such words do not reach us ; for the other class, the second, a grammatical treatment is necessary, and for this there is need of a few brief maxims. For the scheme by which you have learned to inflect in the instance of one noun, you can employ in a countless number of nouns : therefore when new nouns have been brought into common use, the whole people at once utters their declined forms without any hesita- tion. Moreover, those who have freshly become slaves and on purchase become members of a large house- hold, quickly inflect the names of all their fellow- slaves in the oblique cases, provided only they have heard the nominative. 7. If they sometimes make mistakes, it is not astonishing. Even those who first imposed names upon things perhaps made some slips in some in- stances : for they are supposed to have desired to designate things individually, that from these inflec- tion might be made to indicate plurality, as homines ' men * from homo ' man.' They are supposed to have V. sic mares liberos voluisse notari, ut ex his feminae declinarentur, ut est ab Terentio Terentia ; sic in recto casu quas imponerent voces, ut illinc e sent futurae quo declinarentur : sed haec in omnibus tenere nequisse, quod et una(e) et (binae) 5 dicuntur scopae, et mas et femina aquila, et recto et obliquo vocabulo vis. 8. Cur haec non tarn si(n)t x in culpa quam putant, pleraque solvere non difficile, sed nunc non necesse : non enim qui potuerint adsequi sed qui voluerint, ad hoc quod propositum refert, quod nihilo minus 2 de- clinari potest ab eo quod imposuerunt 3 scopae scopa- (rum), 4 quam si imposuissent scopa, ab eo scopae, sic alia. III. 9. Causa, inquam, cur eas 1 ab impositis nominibus declinarint, quam ostendi ; sequitur, in quas voluerint 2 declinari aut noluerint, ut generatim ac summatim item informem. Duo enim genera verborum, unum fecundum, 3 quod declinando multas ex se parit disparilis formas, ut est lego legi 4 legam, 5 Mette ; unae et duae A. Sp. ; unae Mue. ; for una et. § 8. 1 Aug.) with for sit. 2 For nichiloniinus. 3 For imposiuerunt. 4 Reitzenstein, for scopa. § 9. 1 Laetus, M,for earn. 2 Laetits deleted declinarint after voluerint. 3 JlhoL, for fcmndum. 4 L. Sp., for legis ; cf. § 3, end. 1 The genitive. desired that male children be designated in such a way that from these the females might be indicated by inflection, as the feminine Terentia from the masculine Terentivs ; and that similarly from the names which they set in the nominative case, there might be other forms to which they could arrive by inflection. But they are supposed to have been unable to hold fast to these principles in every- thing, because the plural form scopae denotes either one or two brooms, and aquila ' eagle ' denotes both the male and the female, and vis * force ' is used for the nominative and for an oblique case b of the word. 8. Why such words are not so much at fault as men think, it is in most instances not hard to explain, but it is not necessary to do so at this time ; for it is not how they have been able to arrive at the words, but how they wished to express themselves, that is of import for the subject which is before us : inasmuch as genitive scoparum can be no less easily derived from the plural scopae which they did impose on the object as its name, than if they had given it the name scopa in the singular, and made the genitive scopae from this — and other words likewise. III. 9- The reason, I say, why they made these inflected forms a from the names which they had set upon things, is that which I have shown ; the next point is for me to sketch by classes, but briefly, the forms a at which they have wished to arrive by inflec- tion, or have not wished to arrive. For there are two classes of words, one fruitful, which by inflection pro- duces from itself many different forms, as for example lego ' I gather/ legi * I have gathered,' legam * I shall § 9. a Understand voces with eas and with quas. V. sic alia, alterum genus sterile, quod ex se parit nihil, 5 ut est et iam 6 vix eras 7 magis cur. 10. Quarum rerum usus erat simplex, (simplex) 1 ibi etiam vocabuli declinatus, ut in qua domo unus servus, uno servili opwst 2 nomine, in qua 3 multi, pluri- bus. Igitur et in his rebus quae 4 sunt nomina, quod discrimina vocis plura, propagines plures, et in his rebus quae copulae sunt ac iungunt 5 verba, quod non opus fuit declinari in plura, fere singula sunt : uno enim loro alligare possis vel hominem vel equum vel aliud quod, quicquid est quod cum altero potest colligari. Sic quod dicimus in loquendo " Consul fuit Tullius et Antonius," eodem illo ' et ' omnis binos consules colligtfre 6 possumus, vel dicam amplius, omnia nomina, atque «deo 7 etiam omnia verba, cum fulmentuw 8 ex una syllaba illud ' et ' maneat unum. Quare duce natura (factum)s/,* quae imposita essent vocabula rebus, ne ab omnibus his declina/us 10 puta- r emus. 11 IV. 11. Quorum 1 generum declinationes oriantur, partes orationis sunt duae, (ni)si 2 item ut Dzon in tris diviserimus partes res quae verbis significantur : 6 For nichil. 6 GS., for etiam. 7 L. Sp., for vixerat ; cf. vix magis eras Aug., with B. § 10. 1 Added by Sciop. 2 servili L. Sp., opust Sciop., for seruilio post. 3 B, for quam. 4 L. Sp.^for quorum. 6 Mue. f for hmguntur. 6 Aug., for colligere. 7 Sciop., for ideo. 6 Mue., for fulmen tunc. 9 L. Sp., for si. 10 Laetus, for declinandus. 11 Fay, for putarent. § 11. 1 Laetus, for quarum. 2 Roehrscheidt, for si. 6 The invariable and indeclinable words. § 10. a ~Cf. the Marcipor ' Marcus' boy,' of earlier times. 6 In 63 b.c. ; the example compliments Cicero, to whom the work is addressed. c That is, we should expect some words to be invariable and uninflected. gather/ and similarly other words ; and a second class which is barren, 5 which produces nothing from itself, as for example et * and/ tarn * now/ vix ' hardly/ eras ' to-morrow/ magis * more/ cur 'why/ 10. In those things whose use was simple, the inflection of the name also was simple ; just as in a house where there is only one slave there is need of only one slave-name, a but in a house where there are many slaves there is need of many such names. There- fore also in those things which are names, because the differentiations of the word are several, there are more offshoots, and in those things which are connectives and join words, because there was no need for them to be inflected into several forms, the words generally have but one form : for with one and the same thong you can fasten a man or a horse or anything else, whatever it is, which can be fastened to something else. Thus, for example, we say in our talking, " Tullius et * and ' Antonius were consuls " 6 : with that same et we can link together any set of two con- suls, or — to put it more strongly — any and all names, and even all words, while all the time that one-syllabled prop-word et remains unchanged. Therefore under nature s guidance it has come about that we should not think that there are inflected forms from all these names which have been set upon things. IV. 11. In the word-classes in which inflections may develop, the parts of speech are two, unless, following Dion, a we divide into three divisions the ideas which are indicated by words : one division §11. ° An Academic philosopher of Alexandria, who headed an embassy to Rome in 56 to seek help against the exiled king Ptolemy Auletes, and was there poisoned by the king's agents. V. unam 3 quae adsignificat casus, 4 alteram 5 quae tem- pora, tertia(m) 6 quae neutrum. De his Aristoteles orationis duas partes esse dicit : vocabula et verba, ut homo et equus, et legit et currit. 12. Utriusque generis, et vocabuli et verbi, quae- dam priora, quaedam posteriora ; priora ut homo, scribit, posteriora ut doctus et docte : dicitur enim homo doctus et scribit docte. Haec sequitur locus et tempus, quod neque homo nec scribi(t) 1 potest sine loco et tempore esse, ita ut magis sit locus homini coniunctus, tempus scriptioni. 13. Cum de his nomen sit primum (prius enim nomen est quam verbum temporale et reliqua pos- terius quam nomen et verbum), prima igitur nomina : quare de eorum declinatione quam de verborum ante dicam. V. 14. Nomina declinantur aut in earum rerum discrimina, quarum nomina sunt, ut ab Terentius Terenti(a), 1 aut in ea(s) 2 res extrinsecus, quarum ea nomina non sunt, ut ab equo equiso. In sua dis- crimina declinantur aut propter ipsius rei naturam de 3 i?, for unum. 4 Laetus, for capus. 5 Laetus, B, for alterum. 6 Mue.^for tertia. § 12. 1 B, II, Laetus, for scribi. Reitzenstein, for Tcrenti; cf. ix. 55, 59. 2 V, p, Laetus^ for ea. b A division into nouns, verbs, and convinct tones went back to Aristotle, according to Quintilian, Inst, Oral. i. 4. 18 {cf also Priscian, ii. 54. 5 Keil) ; but more detailed classifications of the parts - of speech had also been made before V.'s time. e Rhet. iii. 2 ; but cf. preceding note. § 19. ° That is, grammatically subordinate in the phrase. § 13. ° Since verbum means both ' word ' in general, and which indicates also case, a second which indicates also time, a third which indicates neither. 6 Of these, Aristotle c says that there are two parts of speech ; nouns, like homo * man * and equus ' horse/ and verbs, like legit * gathers ' and currit ' runs.* 12. Of the two kinds, noun and verb, certain words are primary and certain are secondary a : primary like homo ' man * and scribit * writes/ and secondary like doctus * learned * and docie * learnedly/ for we say homo doctus ' a learned man * and scribit docie * writes learnedly.* These ideas are attended by those of place and time, because neither homo nor scribit can be asserted without the presupposition of place and of time — yet in such a way that place is more closely associated with the idea of the noun homo, and time more closely with the act of writing. 13. Since among these the noun is first — for the noun comes ahead of the verb, a and the other words stand later relatively to the noun and the verl> — the nouns are accordingly first. Therefore I shall speak of the form-variations b of nouns before I take up those of verbs. V. 14. Nouns are varied in form either to show differences in those things of which they are the names, as the woman's name Terentia from the man's name Tereniius, or to denote those things outside, of which they are not the names, as equiso ' stable-boy * from equus * horse.* To show differences in them- selves they are varied in form either on account of the nature of the thing itself about which mention is ' verb * specifically, V. here writes verbum temporale to avoid any ambiguity. * Declinatio denotes not only de- clension, but conjugation of verbs, derivation by prefixes and suffixes, and composition. 381 V. qua 3 dicitur aut -propter illius (usum) 4 qui dicit. Propter ipsius rei discrimina, aut ab toto (aut a parte. Quae a toto, declinata sunt aut propter multitudinem aut propter exiguitatem. Propter exiguitatem), 5 ut ab homine homunculus, ab capite capitulum ; propter multitudinem, ut ab homine homines ; ab eo (abeo)* quod alii dicunt cervices et id Hortensius in poematis cervix. 15. Quae a parte 1 declinata, aut a corpore, ut a mamma mammosae, a manu manubria, aut ab animo, ut a prudentia pruden(te)s, 2 ab ingenio ingeniosi. Haec sine agitationibus ; at ubi motus maiores, item ab animo (aut a corpore), 3 ut ab strenuitate et nobili- tate strenui et nobiles, sic a pugnando et currendo pugiles et cursores. Ut aliae dechnationes ab animo, aliae a corpore, sic aliae quae extra hominem, ut pecimiosi, agrarii, quod foris pecunia et ager. VI. 16. Propter eorum qui dicunt usum 1 declinati casus, uti is qui de altero diceret, distinguere posset, 3 Vert ran ius, for quo. 4 Added by GS., following Reitzen- stein, who added it after dicit. 5 Added by Reitzenstein ; aut a parte, ab toto added by L. Sp., after Aug.* who added aut a parte, a toto, suggested to him by B aut a parte aut ab animo. a toto. • Added by Fay. § 15. 1 For aperte. 1 L. Sp. t for prudens. 3 Added by L. Sp. § 16. 1 Vert ranius, for dicuntur sum. § 14. a That is, syntactical variations, indicated by the case-forms. b Other categories resulting in variations might have been listed. e Frag. Poet. Lat.^ page 91 Morel. d As did also Ennius and Pacuvius, before Hortensius ; the plural was the only regularly used form, outside the poets. § 15. ° We expect rather a plural adjective meaning * big- handed.* 6 The long abstract nouns are of course derived from the adjectives. e Or perhaps in the original meaning * farmers.* made, or on account of the use to which the speaker puts the word. a On account of differences in the thing itself, the variation is made either with reference to the whole thing, or with reference to a part of it. Those forms which concern the whole are derived either on account of plurality or on account of small- ness. 6 On account of smallness, homunculus * mani- kin ' is formed from homo * man/ and capitulum * little head ' from caput 4 head.' On account of plurality, homines 4 men ' is made from homo 4 man ' ; I pass by the fact that others use cervices 4 back of the neck ' in the plural, and Hortensius c in his poems uses it in the singular cervix. d 15. Those which are derived from a part, come either from the body, as mammosae * big-breasted women ' from mamma * breast ' and manubria a * handles ' from manus * hand/ or from the mind, as prudentes 4 prudent men * from prudentia * prudence ' and ingeniosi * men of talent ' from ingenium 4 innate .... . ability.' The preceding are quite apart from move- ments ; but where there are important motions, the derivatives are similarly from the mind or from the body, as strenui 4 the quick ' and nobiles * the noble/ from strenuitas 4 quickness ' and nobilitas 4 nobility/ b and in this way also pugiles 4 boxers * and cursores * runners * from pugnare 4 to fight ' and currere 4 to run.' As some derivations are from the mind and others from the body, so also there are others which refer to external things, as pecuniosi 4 moneyed men ' and agrarii c 4 advocates of agrarian laws/ because pecunia * money * and ager * field-land ' are exterior to the men to whom the derivatives are applied. VI. 16. It was for the use of the speakers that the case-forms were derived, that he who spoke of another V. cum vocaret, cum daret, cum accusaret, sic alia eiusdem (modi) 2 discrimina, quae nos et Graecos ad declinandum duxerunt. Sine 3 controversia (sunt obliqui, qui nascuntur a recto : unde rectus an sit casus) 4 sunt qui quae(rant. Nos vero sex habemus, Graeci quinque) 4 : quis vocetur, ut 7/ercules ; quem- admodum vocetur, ut 7/ercule ; quo vocetur, ut ad 7/crculem ; a quo vocetur, ut ab 7/ercule ; cui voce- tur, ut 7/erculi ; cuius vocetur, ut 7/erculis. VII. 17. Propter ea verba quae erant proinde ac cognomina, ut prudens, candidus, strenuus, quod in his praeterea sunt discrimina propter incrementum, quod maius aut minus in his esse potest, accessit declinationum genus, ut a candido candidius candi- dissimum sic a longo, divite, id genus aliis ut fieret. 18. Quae in eas res quae extrinsecus declinantur, sunt ab equo equile, ab ovibus ovile, sic alia : haec contraria illis quae supra dicta, ut a pecunia pecunio- 2 Added by Mue. 3 For sinae. 4 Added by Schoell apud GS. ; cf. note b. § 16. ° Vocative, dative, accusative cases ; the accusative was in Latin a poorly named case, through a mistranslation of its Greek name. b The only controversy was whether or not the nominative was to be called a case, and the text must be expanded to conform to this basic fact ; cf. Charisius, i. 154. 6-8 Keil, Priscian, ii. 185. 12-14 Keil, etc. Cf. viii. 1 note a, above. c The Greeks had no ablative case. § 17. a Nowhere recorded as a cognomen, despite V.. b Recorded as a cognomen in the Claudian and the Julian gentes, and in several others. c Not recorded as a cog- nomen. d Namely, comparison of adjectives. * For such cognomina, c/. Fulvius Nobilior and Fabius Maximus. f i.e., adjectives. might be able to make a distinction when he was calling, when he was giving, when he was accusing," and other differences of this same sort, which led us as well as the Greeks to the declension of nouns. The oblique forms which develop from the nominative are without dispute to be called cases ; but there are those who question whether the nominative is properly a case. 6 At any rate, we have six forms, and the Greeks five e : he who is called, as (nominative) Her- cules ; how the calling is done, as (vocative) Hercule ; whither there is a calling, as to (accusative) Herculem ; by whom the calling is done, as by (ablative) Hercule ; to or for whom there is a calling, as to or for (dative) Herculi ; of whom the calling or called object is, as of (genitive) Herculis. VII. 17. There are certain words which are like added family names, such as Prudens ° * prudent,* Cajididus b * frank/ Strenuus e * brisk,* and in them differences may be shown by a suffix, since the quality may be present in them to a greater or a smaller degree : therefore to these words a kind of inflection d is attached, so that from candidum 1 shining white ' comes the comparative candidius and the superlative candidissimumf formed in the same way as similar forms from longum * long,' dives 1 rich,' and other words of this kind/ 18. The terms which are derived for application to exterior objects, are for example equile ' horse- stable ' from equus ' horse,' ovile ' sheepfold * from oves 1 sheep,' and others in this same way ; these are the opposite of those which I mentioned above, such § 18. ° Here, objects named by derivation from living beings ; in § 15, living beings named by derivation from inanimate objects. vol. ti c 385 V. sus, ab urbe urbanus, ab atro atratus : ut nonnunquam ab homine locus, ab eo loco homo, ut ab Romulo Roma, ab Roma Romanus. 19. Aliquot modis declinata ea quae foris : nam aliter qui a maioribus suis, Laton{i)us 1 et Priamidae, aliter quae (a) 2 facto, ut a praedando praeda, a merendo merces ; sic alia sunt, quae circum ire non difficile ; sed quod genus iam videtur et alia urgent, omitto. In verborum genere quae tempora ad- significant, quod ea erant tria, praeteritum, praesens, futurum, declinatio facienda fuit triplex, ut ab saluto salutabam, salutabo ; cum item personarum natura triplex esset, qui loqueretur, (ad quern), 1 de quo, haec ab eodem verbo declinata, quae in copia verborum explicabuntur. IX. 21. Quoniam dictum de duobus, declinatio 1 cur et in qua(s) 2 sit facta, 3 tertium quod relinquitur, § 19. 1 p, Laetus, for latonus F. 2 Added by Aug., with B. % 20. 1 Added by Laetus after de quo, and transferred to this position by Mue. § 21. 1 Mue., for duabus declinationibus. 2 KenU for qua ; cf in quas viii. 9. 3 A. Sp.,for fama. Romulus is derived from Roma, not the reverse, as V. has it. Apollo ; but oftener Latonia (fern.), Diana. b Especially Hector, Paris, Helenus, Deiphobus. e Cf v. 44. § 20. a That is, verbs. as pecuniosus ' moneyed man * from pecunia 1 money/ urbanus 1 city man ' from urbs 1 city/ atraius * clad in mourning ' from atrum ' black.' Thus sometimes a place is named from a man, and then a man from this place, as Rome from Romulus b and then Roman from Rome. 19. The nouns which relate to exterior objects are derived in sundry ways : those like Latonias ' Latona's child * a and Priamidae ' Priam's sons/ b which are derived from the names of their progenitors, are formed in one way, and those which come from an action are made in another way, such as praeda ' booty ' from praedari * to pillage * and merces ' wages ' c from mereri ' to earn. 1 In the same way there are still others, which can be enumerated without diffi- culty ; but because this category of words is now clear to the understanding and other matters press for attention, I pass them by. VIII. 20. Inasmuch as in the class of words which indicate also time-ideas a there were these three time-ideas, past, present, and future, there had to be three sets of derived forms, as from the present saluto ' I salute ' there are the past salutabam and the future salutabo. Since the persons of the verb were likewise of three natures, the one who was speaking, the one to whom the speaking was done, and the one about whom the speaking took place, there are these deriva- tive forms of each and every verb ; and these forms will be expounded in the account of the stock of verbs which is in use. IX. 21 . Since two points have been discussed, why derivation exists and to what products it eventuates, the remaining third point shall now be spoken of, namely, how and in what manner derivation takes quemadmodum, nunc dicetur.* Declinationum genera sunt duo, voluntarium et naturale ; voluntarium est, quo ut cuiusque tulit voluntas declinavit. Sic tres cum emerunt Ephesi singulos servos, nonnunquam alius declinat nomen ab eo qui vendit Artemidorus, atque Artemam appellat, alius a regione quod ibi emit, ab Ion(i)a 5 Iona,* alius quod Ephesi Ephesium, sic alius ab alia aliqua re, ut visum est. 22. Contra naturalem declinationem dico, quae non a singulorum oritur voluntate, sed a com(m)uni consensu. Itaque omnes impositis nominibus eorum item declinant casus atque eodem modo dicunt huius Artemidori 1 et huius Ionis et huius Ephesi, 2 sic in casibus aliis. 23. Cum utrumque nonnunquam accidat, et ut in voluntaria declinatione animadvertatur natura et in naturali voluntas, quae, cuiusmodi sint, aperientur infra ; quod utraque declinatione alia fiunt similia, alia dissimilia, de eo Graeci Latinique libros fecerunt multos, partim cum alii putarent in loquendo ea verba sequi oportere, quae ab similibus similiter essent declinata, quas appellarunt dvaXoylas, 1 alii cum id 4 Aitg., for dicitur. 5 Laetus, for Iona. 6 Mue., for Ionam. §22. 1 Apparently V.^s own slip for Artemae. 2 Rhol.,for Ephesis. § 23. 1 For analogiias. § 21. a This term includes both word-formation and word- inflection. 6 Practically equal to subjective and objective. C A common type of hypocoristic or nickname, cf. Demas from Demvcritus and similar names, Hippias from Hip- parchus, etc. § 22. a This is inflection. b Specifically, declension. §23. a Cf. viii. 15-16, 51. b Cf. page 118 Funaioli. place. There are two kinds of derivation, voluntary and natural. b Voluntary derivation is that which is the product of the individual person's volition, direct- ing itself apart from control by others. So, when three men have bought a slave apiece at Ephesus, sometimes one derives his slave's name from that of the seller Artemidorus and calls him Artemas c ; another names his slave Ion, from Ionia the district, because he has bought him there ; the third calls his slave Ephesius, because he has bought him at Ephesus. In this way each derives the name from a different source, as he preferred. 22. On the other hand I call that derivation natural, which is based not on the volition of indivi- duals acting singly, but on general agreement. So, when the names have been fixed, they derive the case-forms of them in like fashion, 5 and in one and the same way they all say in the genitive case Artemidori, Ionis, Ephesi ; and so on in the other cases. 23. Sometimes both are found together, and in such a way that in the voluntary derivation the pro- cesses of nature are noted, and in the natural deriva- tion the effects of volition ; of what sort these are, will be recounted below. Since in the two kinds of derivation some things approach likeness and others become unlike, the Greeks and the Latins b have written many books on the subject : in some of them certain writers express the idea that in speaking men ought to follow those words and forms which are derived in similar fashion from like starting-points— which they called the products of Analogy c ; and e The regularizing principle which tends to eliminate irre- gular forms of less frequent occurrence, still called Analogy, by scientific linguists. ncglegendum putarent ac potius sequendam (dis)- similitudinem, 2 quae in consuetudine est, quam vocaruwtf 3 d(v)o)fxakiav, 4 cum, ut ego arbitror, utrum- que sit nobis sequendum, quod (in) 5 declinatione voluntaria sit anomalia, in naturali magis analogia. 24. De quibus utriusque generis declinationibus libros faciam bis ternos, prioris tris de earum declina- tionum disciplina, posteriores de 1 eius disciplinae propaginibus. De prioribus primus erit hie, quae contra similitudinem declinationum dicantur, secun- dus, quae contra dissimilitudinem, tertius de simili- tudinum forma ; de quibus quae expediero 2 singulis tribus, turn de alteris totidem scribere ac dividere 3 incipiam. X. 25.Quod huiusce 1 libri est dicere contra eos qui similitudinem sequuntur, quae est ut in aetate puer ad senem, (puella) 2 ad anum, in verbis ut est scribo scribam, 3 dicam prius contra universam ana- logiam, dein turn de singulis partibus. A natura sermo(nis) 4 incipiam. XI. 26. Omnis oratio cum debeat dirigi ad utili- tatem, ad quam turn denique pervenit, si est aperta 2 Aug., with B t for similitudinem. 3 For vocarum. 4 Aldus* for AtoM AeNAN. 5 Added by Aug. § 24. 1 L. Sp.,for ex. 2 Mue. ; expedierint Aug. ; for experiero. 3 L. Sp. deleted incipimus after dividere. g 25. 1 For huiuscae. 2 Added by Aldus. 3 L. Sp. deleted dico after scribam. 4 Aug., for sermo. d The irregularities summed up in this term are the products of the regular working of ' phonetic law,' unrestrained by the operation of Analogy ; the term Anomaly names it from the product rather than from the working process. e It seems better henceforth to translate analogia by Regularity or the like, rather than to keep the word Analogy. others are of opinion that this should be disregarded and rather men should follow the dissimilar and irregular, which is found in ordinary habitual speech — which they called the product of Anomaly.* But in my opinion we ought to follow both, because in voluntary derivation there is Anomaly, and in the natural derivation there is even more strikingly Regularity.* 24. About these two kinds of derivation I shall write two sets of three books each : the first three about the principles of these derivations, and the latter set about the products of these principles. In the former set the first book will contain the views which may be offered against likeness in derivation and declension ; the second will contain the argu- ments against unlikeness ; the third will be about the shape and manner of the likenesses. What I have set in order on these topics, I shall write in the three separate books ; then on the second set of topics I shall begin to write, with due division into the same number of books. X. 25. Inasmuch as it is the task of this book to speak against those who follow likeness a — which is like the relation of boy to old man in the matter of human life, and like that of girl to old woman, and in verbs is the relation of scribo * I write * and scribam ' I shall write * — I shall speak first against Regularity in general, and then thereafter concerning its several subdivisions. I shall begin with the nature of human speech. XI. 26. All speaking ought to be aimed at practical utility, and it attains this only if it is clear § 25. ° That is, regularity of paradigms resulting from the process of Analogy. et brevis, quae petimus, quod obscurus 1 et longi(or) 2 orator est odio ; et cum efficiat aperta, ut intellegatur, brevis, ut 3 cito intellegatur, et aperta(m) 4 consuetudo, brevem temperantia loquentis, et utrumque fieri possit sine analogia, nihil 5 ea opus est. Neque enim, utrum Herculi an Herculis clavam dici oporteat, si doceat analogia, cum utrumque sit in consuetudine, non neglegendum, 6 quod aeque sunt et brevi(a) et aperta. XII. 27. Praeterea quoius 1 utilitatis causa quae- que res sit inventa, si ex ea quis id sit consecutus, amplius ea(m) 2 scrutari cum sit nimium otiosi, et cum utilitatis causa verba ideo sint imposita rebus ut ea(s) 3 significent, si id consequimur una consuetudine, nihil 4 prodest analogia. XIII. 28. Accedit 1 quod quaecumque usus causa ad vitam sint assumpta, in his no(strumst) 2 utilitatem quaerere, non similitudinem : itaque in vestitu cum dissimillima sit virilis toga tunica(e), 3 muliebri(s) 4 stola pallio, tamen inaequabilitatem hanc sequiwur 5 nihilo 6 minus. XIV. 29. In tfedificiis, quo?n 1 non videamus habere § 26. 1 Aldus, for obscurum. 2 GS., for longi (Aldus longus). 3 Aldus, for et. 4 Aug., for aperta. 5 For nichiL 6 Aug. deleted sunt after neglegendum. §27. 1 Mue. s for quod ius. 2 Aug., for ea. 3 Ver- tranius, for ea. 4 For nichil. § 28. 1 Aldus, for accidit. 2 Fay, for non. 3 Laetus, for tunica., 4 Cuper, for muliebri. 5 Aug., with B, for sequitur. . 6 For nichilo. § 29. 1 Mue. ; quod quom L. Sp. ; for quod. and brief : characteristics which we seek, because an obscure and longish speaker is disliked. And since clear speaking causes the utterance to be understood, and brief speaking causes it to be under- stood quickly, and since also habitual use makes the utterance clear and the speaker's self-restraint makes it brief, and both these can be present without Regu- larity, there is no need of this Regularity. For if Regularity should instruct us whether we ought to say Herculi a or Hercitlis for the genitive, as in the phrase * the club of Hercules,' we must not fail to disregard its teaching, since both are in habitual use, and both forms are equally short and clear. XII. 27. Besides, if from a thing one has secured that useful service for which it was invented, it is the act of a person with a great deal of idle time, to examine it further ; and since the useful service for which names are set upon things is that the names should designate the things, then if we secure this result by habitual use alone, Regularity adds no gain. XIII. 28. There is the additional fact that in those things which are taken into our daily life for use, it is our practice to seek utility and not to seek resemblance ; thus in the matter of clothing, although a man's toga a is very unlike his tunic, et and a woman's stola c is very unlike a. pallium? we make no objection to the difference. XIV. 29. In the case of buildings, although we do § 26. This form occurs in Plautus, Persa 2, Rudens 822, and in other authors. § 28. The formal outer garment of a Roman man. * A shirt or undergarment. c The dress of a Roman matron. d The long outer garment of the Greeks, properly a man's garb only, but worn also by prostitutes both in Greece and in Italy as a sign of their livelihood. (ad) 2 atrium 7reptcrTv\.ov z similitudinem ct cubiculum ad equile, 4 tamen propter utilitatcm in his dissimili- tudines potius quam similitudines seqm'mur 5 : itaque et hiberna triclinia et aestiva non item valvata ac fenestrata facimus. XV. 30. Quare cum, ut 1 in vestitu aedificiis, sic in supellectile cibo ceterisque omnibus quae usus (causa) 2 ad vitam sunt assumpta dominetur inaequabilitas, in sermone quoquc, qui est usus causa constitutus, ea non repudianda. XVI. 31. Quod si quis duplicem putat esse sum- mam, ad quas metas 1 naturae sit perveniendumin usu, utilitatis et elegantiae, quod non solum vestiti esse vol umus ut vitcmus frigus, sed etiam ut videamur vestiti esse honeste, non domum habere ut simus in tecto et tuto solum, quo 2 necessitas contruserit, sed etiam ubi voluptas retineri possit, non solum vasa ad victum habilia,sed etiam figura bella atqueab artifice (ficta), 3 quod aliud homini, aliud humanitati satis est ; quod- vis sitienti homini poculum idoneum, humanitati (ni)si 4 bellum parum ; sed cum discessum e(s)t 5 ab utilitate ad voluptatem, tamen in eo ex dissimilitudine plus voluptatis quam ex similitudine saepe capitur. 32. Quo nomine et gemina conclavia dissimiliter 2 Added by L. Sp. 3 For ITePHCThAON. 4 Hue. deleted quod after equile. 5 F, Mue., for sequamur. § 30. 1 Stephanus, for et. 2 Added by L. Sp. §31. 1 For maetas. 2 Aug. (quoting a friend), for quod. 3 Fay ; facta L. Sp. ; to fill a blank space in F of about 4 letters. 4 Aldus, for si. 5 Aug., with B,for et. § 29. a Jhe garden in the rear part of the house, surrounded by colonnaded porticos. 6 The main hall in the front of the house, with a central opening to the sky under which there was a rectangular water-basin built in the floor. not see the persistyle a bearing resemblance to the atrium 6 nor the sleeping-room bearing resemblance to the horse-stable, still, on account of the utility in them we seek for unlikenesses rather than likenesses ; so also we provide winter dining-rooms and summer dining-rooms with a different equipment of doors and windows. XV. 30. Therefore, since difference prevails not only in clothing and in buildings, but also in furniture, in food, and in all the other things which have been taken into our daily life for use, the principle of difference should not be rejected in human speech either, which has been framed for the purpose of use. But if one should think that the sum of those natural goals to which we ought to attain in actual use consists of two items, that of utility and that of refinement, because we wish to be clothed not only to avoid cold but also to appear to be honourably clothed ; and we wish to have a house not merely that we may be under a roof and in a safe place into which necessity has crowded us together, but also that we may be where we may continue to experience the pleasures of life ; and we wish to have table- vessels that are not merely suitable to hold our food, but also beautiful in form and shaped by an artist — for one thing is enough for the human animal, and quite another thing satisfies human refinement : any cup at all is satisfactory to a man parched with thirst, but any cup is inferior to the demands of refinement unless it is artistically beautiful : — but as we have digressed from the matter of utility to that of pleasure, it is a fact that in such a case greater pleasure is often got from difference of appearance than from likeness. 32. On this account, identical rooms are often V. pohwnt 1 et leetos non omnis paris magnitudine ae figura faeiunt. Quod (si) 2 esset 3 analogia petenda supelleetili, omnis leetos haberemus domi ad unam formam et aut eum fulcro aut sine eo, nee eum ad trieliniarem gradum, non item ad cubicularem ; neque potius delectaremur supellectile distincta quae esset ex ebore (aliisve) 4 rebus disparibus figuris quam grabatis, 5 qui dva koyov* ad similem formam plerum- que eadem materia fiunt. Quare aut negandum nobis disparia esse iucunda aut, quoniam necesse est confiteri, dicendum verborum dissimilitudine(m), quae sit in eonsuetudine, 7 non esse vitandam. XVII. 33. Quod si analogia sequenda est nobis, aut ea observanda est quae est in eonsuetudine aut quae non est. Si ea quae est sequenda est, prae- ceptis nihil 1 opus est, quod, eum eonsuetudinem sequemur, ea nos sequetur ; si quae non est in eon- suetudine, quflteremus : ut quisque duo verba in quattuor formis finxen't 2 similiter, quamvis haee nolemus, tamen erunt sequenda, ut Iuppit(r)i, 3 Marspitrem ? Quas si quis servet analogias, pro insano sit reprehendendus. Non ergo ea est se- quenda. § 32. 1 Koeler, for pollent. 2 Added by Laetus. 3 Laetus, for essent. 4 Fay ; aliisque Laetus ; to fill a blank space of about 4 letters in F ; cf ix. 47. 5 For grabattis. 6 Mue., for analogon ; cf x. 2. 7 For eonsuetudinem. §33. 1 For nichil. 2 Vert ran ius, for finxerunt. 3 L. Sp., for Iuppiti. § 33. a Namely, genitive, dative, accusative, ablative, from the nominative as starting-point. 6 Such forms, retaining and inflecting the pater which forms the second ornamented in unlike manner, and couches are not all made the same in size and shape. But if Regularity were to be sought in furniture, we should have all the couches in the house made in one fashion, and either with posts or without them, and when we had a couch suited for use beside the dining-table, we should not fail to have just the same for bedroom use ; nor should we rather be delighted with furniture which was decorated with varying figures of ivory or other materials, any more than in camp-beds, which with regularity are almost always made of the same material and in the same shape. Therefore either we must deny that differences give pleasure, or, since we must admit that they do, we must say that the un- likeness in words which is found in habitual usage, is not something to be avoided. But if we must follow Regularity, either we must observe that Regularity which is present in ordinary usage, or we must observe also that which is not found there. If we must follow that which is present, there is no need of rules, because when we follow usage, Regularity attends us. But if we ought to follow the Regularity which is not present in ordinary usage, then we shall ask, When any one has made two words in four forms ° according to the same pattern, must we employ them just the same, even though we do not wish to — as for example a dative Iuppitri and an accusative Marspiirem ? b If any one should persist in using such * regular forms,* he ought to be rebuked as crazy. This kind of Regularity, therefore, is not to be followed. part of Iuppiter and Marspiter, are quite abnormal, and are found chiefly in the grammarians as examples of forms which are not to be used. 397 V. XVIII. 34. Quod si oportet id es(se), 1 ut a simili- bus similiter omnia declinentur verba, sequitur, ut ab dissimilibus 2 dissimilia debeant fingi, quod non fit : nam et (ab) 3 similibus alia fiunt similia, alia dis- similia, et ab dissimilibus partim similia partim dis- similia. Ab similibus similia, ut a bono et malo bonum malum ; ab similibus dissimilia, ut ab lupus lepus lupo lepori. Contra 4 ab dissimilibus dissimilia, ut Priamus Paris, Priamo Pari ; ab dissimilibus similia, ut Iupiter ovis, lovi ovi. 35. Eo iam magis analogias (esse negandum, 1 quod non modo ab similibus) 2 dissimilia finguntur, sed etiam ab isdem 3 vocabulis dissimilia neque a dis- similibus similia, sed etiam eadem. Ab isdem 4 voca- bulis dissimilia fingi apparet, quod, cum duae sint Al&ae, ab una dicuntur Albani, ab altera Albenses ; cum trinae fuerint Athenae, ab una dicti Athenae(i), 5 ab altera Athenaiis, a tertia Athenaeopolitae. 36. Sic ex diversis verbis multa facta in declinando inveniuntur eadem, ut cum dico ab Saturni Lua Luam, § 34. 1 id esse Canal ; ita esse Hue., for id est. 2 L. Sp.,for his similibus. 3 Added by L. Sp. ; a Aug., with B. 4 Aug., for contraria. § 35. 1 Added by L. Sp. 2 Added by Christ, who has non solum a., for which Groth, citing L. Sp., gives non modo ab. 3 Mae. ; iisdem Laetus ; for hisdem. 4 For hisdem. 8 Laetus, for Athenae. Or accusative masculine. Inhabitants of Alba Longa. h Inhabitants of Alba Fucens or Fucentia, among the Aequi on the borders of the Marsi. c There were several cities named Athens, only that in Attica being important ; the forms of the names are uncertain, especially that of the second, which may however stand for 'Adyvateis like Aeolis v. 25 for AtoXeis. There were many ethnics in -tvs, plural -e?s. But if the proper thing is that all words that start from similar forms should be inflected similarly, it follows that from dissimilar starting forms dissimilar forme should be made by inflection ; and this is not what is found. For from like forms some like forms are made, and other unlike forms, and from unlike forms also come some like forms and some unlike forms. For instance, from likes cume likes, as from bonus * good ' and malus * bad * come the neuter a forms bonum and malum ; also from likes come unlikes, as from lupus * wolf * and lepus ' hare ' come the unlike datives lupo and lepori. On the other hand, from unlikes there are unlikes, as from the nominatives Priamus and Paris come the datives Priamo and Pari ; also from unlikes there are likes, as nominatives Iupiter * Jupiter,* avis * sheep,' and datives Iovi and aw. 35. So much the more now must it be denied that Regularities exist, because not only are un- likes made from likes, but also from identical words unlikes are made, and not merely likes, but identicals are made from unlikes. From identical names unlikes, it is clear, are made, because while there are two towns named Alba, the people of the one are called Albani a and those of the other are called Albenses b ; while there are three cities named Athens, the people of the one are called Athenaei, those of the second are Athenaiis, those of the third A thenaeopolitae. c 36. Similarly, many words made in derivation from different words are found to be identical, as when I say accusative Luam from Saturn s Lua, a and § 36. ° An old Italic goddess who expiated the blood shed in battle ; her formulaic connexion with Saturn is uncertain. et ab solvendo luo 1 luam. 2 Omnia 3 fere nostra (n)omina 4 wrilia 5 et muliebria multitudinis cum recto casu fiunt dissimilia, e#(de)m (in) 6 danc?(i) 7 : dis- similia, ut mares Terentiei, feminae Terentia(e), 8 eadem in dandi, vireis Terentieis et mulieribus Terentieis. Dissimile Plautus et Plautius, (Marcus et Marcius) 8 ; et co(m)mune, ut huius Plauti et Marci. XIX. 37. Denique si est analogia, quod in multis verbis e(s)t x similitudo verborum, sequitur, quod in pluribus est dissimilitudo, ut non sit in sermone sequenda analogia. Postremo, si est in oratione, aut in omnibus eius partibus est aut in aliqua 1 : at 2 in omni- bus non est, in aliqua esse parum est, ut album esse ^ethiopa 3 non satis est quod habet candidos dentes : non est ergo analogia. XXI. 39- Cum ab similibus verbis quae declinan- tur similia fore polliceantur qui analogias esse dicunt, et cum simile turn 1 denique dicant esse 2 verbo ver- bum, ex eodem si 3 genere eadem figura transitum de cassu in cassum similiter ostendi possit, qui haec dicunt utrumque ignorant, et in quo loco similitudo debeat esse, et quemadmodum spectari soleat, simile § 36. 1 Suerdsioeus, for abluo. 2 Aug.,, for abluam. 3 For omina. 4 JO. Sp.^for omina. 5 Scaliger, for libe- ralia. * L. Sp.,for eum. 7 Laetus,for dant. 8 Ixietus, for femina e terentia. 9 Added by Groth. §37. x Aug., for ^t. § 38. 1 Aug., with B, deleted esse parum after aliqua. 2 Canal, for et. 3 Mue.,for ethiopam. § 39. 1 Aug., with B, for simili laetum. 2 L. Sp., for dicantes se. 3 L. Sp., for sit. b Solvendo is here attached to luo as a grloss, just as Saturni is attached to Lua. c The older spelling -EI, historically correct in these forms, was normal after I until the end of the also luam as future of luo 1 loosing.' b Almost all our names of men and women are unlike in the nomina- tive case of the plural, but are identical in the dative : unlike, as the men Terentu, c the women Terentiae, but identical in the dative, men Terentiis c and women Terentiis. Unlike are Plautus and Plautius, Marcus and Marcius ; and yet there is a form common to both, namely the genitive Plauti and Marci. d XIX. 37. Finally, if Regularity does exist for the reason that in many words there is a likeness of the word-forms, it follows that because there is unlikeness in a greater number of words the principle of Regu- larity ought not to be followed in actual talking. XX. 38. In the last place, if Regularity does exist in speech, it exists either in all its parts or in some one part ; but it does not exist in all, and it is not enough that it exists in some one part, just as the fact that an Ethiopian has white teeth Is not enough to justify us in saying that an Ethiopian is white : therefore Regularity does not exist. XXI. 39. Since those who declare that Regulari- ties exist, promise that the inflected forms from like words will be alike, and since they then say that a word is like another word only if it can be shown that starting from the same gender and the same inflectional form it passes in like fashion from case to case, those who make these assertions show their ignorance both of that in which the likeness must be found and of how the presence or absence of the like- Republic, and was therefore V.'s regular orthography. In the translation the standardized Latin forms are used. d The contracted form ending in -I was practically the exclu- sive form used as genitive of nouns ending in -I US in the nominative, until the end of the Republic. vol. 11 D 401 V. sit necne. Quae cum ignorant, sequitur ut, cum (de) analogia 4 dicere non possint, sequi (non) 6 de- beamus. 40. Quaero enim, verbum utrum dicant vocem quae ex syllabis est ficta, earn quam audimus, an quod ea significat, quam intellegimus, an utrumque. Si vox voci esse debet similis, nihil 1 refert, quod significat mas an femina sit, et utrum nomen an vocabulum sit, quod ilk' 2 interesse dicunt. 41. Sin illud quod significatur debet esse simile, Diona et Theona quos dicunt esse paene ipsi geminos, inveniuntur esse dissimiles, si alter erit puer, alter senex, aut unus albus et alter ^ethiops, item aliqua re alia dissimile(s). 1 Sin ex 2 utraque parte debet verbum esse simile, non cito invenietur qui(n) 3 in altera utra re claudicet, nec Perpenna et Alfen(a) 4 erit simile, quod alterum nomen virum, alterum mulierem significat. Quare quoniam ubi similitudo esse debeat nequeunt ostendere, impudentes sunt qui dicunt esse analogias. XXII. 42. Alterum illud quod dixi, quemad- modum simile (s)pectari 1 oporteret, ignorare apparet ex eorum praecepto, quod dicunt, cum transient e 4 GS.,for analogiam ; cf. viii. 43. 5 Added by Vertranius. % 40. 1 For nichil. 2 Laetus, for illae. §41. 1 Aug., for dissimile. 2 For ex ex. 3 Ed. Veneta, for qui. 4 GS. ; Alphena L. Sp. ; Alphaena Rhol. ; Alfaena Laetus ; for Alfaen. Victorias, for expectari. § 41. ° These names were often used by the philosophers as a typical pair in their discussions ; the accusatives Diona and Theona in the text, instead of the nominative, are assimil- ness is wont to be recognized. Since they are ignorant of these matters, it follows that we ought not to follow them, inasmuch as they are unable to pro- nounce with authority on the subject of Regularity. 4-0. For I ask whether by a * word ' they mean the spoken word which consists of syllables, that word which we hear, or that which the spoken word indi- cates, which we understand, or both. If the spoken word must be like another spoken word, it makes no difference whether what it indicates is male or female, and whether it is a proper name or a common noun ; and yet the supporters of Regularity say that these factors do make a difference. 41. But if that which is denoted by like words ought to be like, then Dion and Tkeon, a which they themselves say are almost identical, are found to be unlike, if the one is a boy and the other an old man, or one is white and the other an Ethiopian 6 ; and likewise if they are unlike in some other respect. But if the word must be like in both directions, there will not quickly be found one that is not defective in one respect or the other, nor will Perpenna and Alfena prove to be alike, because the one name denotes a man and the other a woman. Therefore, since they are unable to show wherein the likeness must exist, those who assert that Regularities exist are utterly shameless. XXII. 42. The other matter that I have men- tioned, how the likeness is to be recognized, they clearly fail to appreciate in that they set up a precept that only when the passage is made from the nomina- ated to the immediately following relative. b For the same contrast, yatic. et XXXII. 57. The words which are made from verbs are such as scriptor ' writer ' from scribere 1 to write * and lector ' read er * from legere ' to read * ; that those also do not preserve a likeness can be seen from the following : although amator * lover ' from amare * to love ' and salutator * saluter * from salutare ' to salute * are formed in like manner, there is no cantator ° ' singer * from cantare * to sing * ; and § 56. a Wrong forms, formed for purposes of argument. * Not Libyatici, but Libyci was the form in use. § 57. a Up to V.'s time, only cantor was used ; can- tator is a later word. V. cum dicatur lassus sum metendo ferendo, ex his voca- bula non reddunt proportionem, quo(niam) 2 non fit ut messor fertor. Multa sunt item in hac specie in quibus potius consuetudinem sequimur quam ra- tionem verborum. 58. Pr^eterea cum sint ab eadem origine ver- borum vocabula dissimilia superiorum, quod simul habent casus et tempora, quo vocantur participia, et multa sint contraria ut amo amor, lego legor, 1 ab amo et eiusmodi omnibus verbis oriuntur praesens et futurum ut 2 amans et amaturus, 3 ab eis verbis tertium quod debet fingi praeteriti, in lingua Latina reperiri non potest : non ergo est analogia. Sic ab awor 4 legor et eiusmodi verbis 5 vocabulum eius generis praeteriti te(m)poris fit, ut amatus, 6 neque praesentis et futuri ab his fit. 59. Non est ergo analogia, praesertim cum tantus numerus vocabulorum in eo genere interierit 1 quod dicimus. In his verbis quae contraria non habent, (ut) 2 loquor et venor, tamen dicimus loquens et venans, locuturus (et venaturus, 3 locutus et venatus), 4 quod secundum analogias non est, quoniam dicimus 2 L. Sp., for quo. § 58. 1 L. Sp. t /or amor amo seco secor. 2 Bentinus,for et. 3 H, B, Ixzetus, for ueta maturus. 4 Aug., for amabor. 5 Aug.> for uerbi est. 6 L. Sp.,for amaturus eram sum ero. § 59. 1 Laetus, for inter orierit. 2 Added by L. Sp. 3 Added by Laetus. 4 Added by Fay. b The corresponding noun of agency is lator. § 58. a,That is, active and passive voices. 6 Of the active voice. c Of the passive voice. d V. does not consider the gerundive amandus to be a future passive par- ticiple. though we say " I am tired with metendo * reaping ' and ferendo * carrying,' " the words from these do not represent a like relation, since there is no fertor b * carrier ' made like messor ' reaper.' There are like- wise many others of this class in which we follow usage rather than conformity to the verbs. 58. Besides these there are other words which also originate from verbs but are unlike those of which we have already spoken, because they have both cases and tenses, whence they are called participles. And as many verbs have opposite forms, such as amo ' I love,' amor * I am loved,* lego ' I read,' legor * I am read,' from amo and all verbs of this kind 6 there develop present and future participles, such as amans * loving ' and amaturus * about to love,' but from these verbs the third form which ought to be made, namely the past participle, cannot be found in the Latin language : therefore there is no Regularity. So also from amor * I am loved,' legor * I am read,' and verbs of this kind c the word of this class is made for past time, as amatus ' loved,' but from them none is made for the present and the future.* 59. Therefore there is no Regularity, especially since such a great number of words has perished in this class which we are mentioning. In these verbs which have not both voices, such as loquor ' I speak ' and venor 1 I hunt,' b we none the less say loquens 1 speaking ' and venans ' hunting,' locutarus * about to speak ' and venaturus * about to hunt,' locutus ' having spoken ' and venatus * having hunted.' This is not according to the Regularities, since we say § 59. That is, many verbs lack a complete paradigm that includes both active and passive forms. b Deponent verbs. loquor et venor, (non loquo et veno), 5 unde 8 ilia erant superiora ; e(o) minus 7 servantur, quod 8 ex his quae contraria verba non habent* alia efficiunt tenia, ut ea quae dixi, alia bina, ut ea quae dicam : currens ambulans, cursurus ambulaturus : tertia enim prae- teriti non sunt, ut cursus sum, ambulatus sum. 60. Ne in his quidem, quae saepius quid fieri ostendunt, servatur analogia : nam ut est a cantando cantitans, ab amando amitans non est et sic multa. Ut in his singularibus, sic in multitudinis : sicut enim cantitantes seditantes 1 non dicuntur. Quoniam est vocabulorum genus quod appellant compositicium et negant conferri id oportere cum simplicibus de quibus adhuc dixi, de compositis separatim dicam. Cum ab tibiis et canendo tibicines dicantur, quaerunt, si analogias sequi opor- teat, cur non a cithara et psalterio et pandura dicamus citharicen et sic alia ; si ab aede et tuendo (aeditumus 5 Added by L. Sp. 6 venor unde Laetus, for uenerunt de. 7 L. Sp., for eminus. 8 Mue. deleted cum after quod. 9 Aug., with B,for habentur. § 60. 1 M, Laetus, for sed ettitantes. c That is, the deponent verbs, since they lack the active forms otherwise, should not have the active participles which actually they have. d Deponent verbs. e In- transitive verbs of active form, which naturally have no passive, and consequently no passive participle. / V.'s logic here deserts him, since the deponent verbs have a perfect participle of passive form and active mean- ing, and there is no reason why intransitive verbs of active form should not have a perfect participle passive in form and active in meaning : in fact, such a participle is sometimes found, like adultus * grown up,* from adoJescere 1 to grow up.' loquor and venor, not loquo and veno, whence came the forms given above. c The Regularities are the less preserved, because some of the verbs which have not both voices, make three participles each, like those which I have named, d and other make only two each,* such as those which I shall now name : currens * running * and ambulans 1 walking,' cursurus ' about to run ' and ambulaturus ' about to walk ' ; for the third forms, those of the past, do not exist/ as in cursus sum * I am run/ ambulatus sum 1 I am walked.' 60. But Regularity is not preserved even in those which indicate that something is done with greater frequency ; for though there is a cantitans ' repeatedly singing * from caniare 1 to sing,' there is no amiians 1 repeatedly loving ' from amare * to love/ and simi- larly with many others. The situation is the same in the forms of the plural as in those of the singular : though the plural caniitantes is used, seditantes* 1 sitting ' is not. XXXIII. 61. Since there is a class of words which they call compositional, saying that they ought not to be grouped in the same category with the simple words of which I have so far spoken, I shall deal separately with these compounds. Since from tibiae * pipes * and canere * to play * the tibicines 1 pipers ' are named, they ask, If we ought to follow the Regularities, why then from cithara * lute * and psalterium 1 psaltery ' and pandura * Pans strings * should we not say citharicen a * lute-player * and the rest in the same way ? If from aedes * temple ' and tueri ' to guard * the aedi- § 60. a The singular seditans also is not used, which is implied by V., but not stated. §61. • Citharista^ fern, citharistria, are used, both taken from Greek. 419 V. dicatur, cur non ab atrio et tuendo) 1 potius atritumus sit quam atriensis ; si ab avibus capiendis auceps dicatur, debuisse aiunt a piscibus capiendis ut aucu- pem sic pisci(cu)pem 2 dici. 62. Ubi lavctur aes aerarias, non aerelavinas nominari ; et ubi fodiatur argentum argentifodinas dici, neque (ubi) 1 fodiatur ferrum ferrifodinas ; qui lapides caedunt lapicidas, qui ligna, lignicidas non dici ; neque ut aurificem sic argentificem ; non doctum dici indoctum, non salsum insulsum. Sic ab hoc quoque fonte quae profluant, (analogiam non servare) 2 animadvertere est facile. XXXIV. 63. Reliquitur de casibus, in quo Aris- tarchei suos contendunt nervos. Primum si in his esset 1 analogia, dicunt de&ttisse 2 omnis nomi- natus 3 et articulos habere totidem casus : nunc alios habere unum solum, ut litteras singulas omnes, alios tris, ut praedium praedii praedio, alios quattuor, ut §61. 1 The omission in F (and all codd.) was filled by Laetus with edituus est cur ab atrio et tuendo / Aldus inserted non after tuendo ; Mue. wrote aeditumus and (with B) set non after cur; A. Sp. proposed dicatur for sit. 2 Aug., with Btfor piscipem. §62. 1 Added by Laetus. 2 Added by Christ. § 63. 1 For essent. 2 Aldus, for de risse. 3 L. Sp. 9 for nominatiuos. b The regular word is piscator ; one inscription has piscicapus. §62. ° Regularly ferrariae * iron-mines.' b Regularly lignatores 4 wood-cutters.' c Regularly argentarius 4 silver- smith.' d The difference here consists in the change of the radical vowel of salsus, when it comes to stand in a medial syllable ; the process is called Vowel Weakening. § 63. n Aristarchus, of Samothrace, famous grammarian of Alexandria, lived about 216-144 b.c. He wrote many commentaries on Greek authors, and many works on gram- mar, in which he defended the principle of Regularity. tumus * sacristan * is named, why from atrium ' main hall * and tueri ' to guard ' is it not atriiumus ' butler ' rather than atriensis ? And if from avis caper e 4 to catch birds * the auceps 4 fowler * is named, they say, from pisds capere 4 to catch fish ' there ought to be a pisciceps b * fisherman ' named like the auceps. 62. They remark also that establishments where aes * copper * lavatur * is refined ' are called aerariae 4 smelters ' and not aerelavinae 4 copper-washery ' ; and places where argentum 4 silver 1 foditur 4 is mined ' are called argentifodinae ' silver-mines,* but that places where ferrum 4 iron ' is mined are not called ferrifodinae a ; that those who caedunt 4 cut * lapides * stones ' are called lapicidae * stone-cutters,' but that those who cut lign a * firewood ' are not called ligni- cidae b ; that there is no term argentifex e * silver- smith ' like aurifex * goldsmith ' ; that a person who is not doctus * learned ' is called indoctus, but one who is not salsus * witty ' is called insulsus. d Thus the words which come from this source also, it is easy to see, do not observe Regularity. It remains to consider the problem of the cases, on which the Aristarcheans a especially exert their energies. First, if in these there were Regularity, they b say that all names and articles ought to have the same number of cases ; but that as things are some have one only, c like all individual letters, others have three/ 1 like praedium praedii Among his pupils were important scholars of the next genera- tion. h Those who do not believe in the principle of Regu- larity. c These are the indeclinable nouns. d V. counts only different case-forms : where he finds three, the nom., acc., and voc. are identical, and the dat. and abl. are identical ; etc. 421 V. mel mellis melli melle, alios quinque, nt quintus quinti quinto quintum quinte, alios sex, ut unus unius uni unum line uno : non esse ergo in casibus analogias. Secundo quod Crates, 1 cur quae singulos habent casus, ut litterae Graecae, non dican- tur alpha alphati alphatos, si idem mihi respondebitur quod Crateti, 2 non esse 3 vocabula nostra, sed penitus barbara, qucreram, cur idem nostra nomina et Per- sarum et ceterorum quos voeant barbaros cum easibus dica(n)t. 4 65. Quare si essent in analogia, aut ut Poenicum et ^/eg^ptiorum vocabula singulis easibus dicerent, aut pluribus ut Gallorum ae eeterorum ; nam dicunt alavda alauefcs 1 et sie alia. Sin 2 quod scrib?mt 3 dicent, quod Poenicum si(n)t, 4 singulis casibus ideo eas lit- teras Graecas nominari : sie Graeci nostra senis easibus non quinis 5 dicere debebant ; quod eum non faciunt, non est analogia. Quae si esset, 1 negant ullum casum duobus modis debuisse dici ; quod fit contra. Nam sine reprehensione vulgo alii dicunt in singulari hae § 64. 1 Laetus, for grates. 2 Laetus, for grateti. 3 Aug., with B, for essent. 4 Laetus, for dicat. § 65. 1 Scaliger, for alacco alaucus. 2 Popma, for alias in. 3 Popma, M, for scribent. 4 lihol., for sit. 6 Laetus transposed quinis non. § 66. 1 Laetus, for essent. § 64. ° Crates of Mallos, head of the Pergamene school of scholarship, was a contemporary and opponent of Aris- tarchus, and championed the principle of Anomaly. b Names of letters were indeclinable both in Greek and in Latin. § 65. a Not the Carthaginians, but the Phoenicians. 6 V. knew that neither language had a case system. praedio * farm,' others four, like mel mellis melli melle ' honey/ others five, like qidntus quinti quinto quintum quinie ' fifth,' others six, like units unius uni umim une uno * one ' ; therefore in cases there are no Regularities. Second, in reference to what Crates ° said as to why those which have only one case-form each are not used in the forms alpha, dat. alphati, gen. alphaios, because they are Greek letters b — if the same answer is given to me as to Crates, that they are not our words at all, but utterly foreign words, then I shall ask why the same persons use a full set of case- forms not only for our own personal names, but also for those of the Persians and of the others whom they call barbarians. 65. Wherefore, if these proper names were in a state of Regularity, either they would use them with a single case-form each, like the words of the Phoeni- cians a and the Egyptians, b or with several, like those of the Gauls and of the rest : for they say nom. alauda c * lark,' gen. alaudas, and similarly other words. But if, as they write, they say that the Greek letters received names with but one case-form each for the reason that they really belong to the Phoeni- cians, then in this way the Greeks ought to speak our words in six cases d each, not in five : inasmuch as they do not do this, there is no Regularity. If Regularity existed, they say, no case ought to be used in two forms ; but the opposite is found to occur. For without censure quite com- monly some say in the ablative singular ovi * sheep ' The text is desperate here; but at any rate alauda is Celtic. Greek had no form by which it might represent the Latin ablative. V. ovi et avi, alii hac ove et ave ; in multitudinis hae puppis restis et hae puppes restes ; item quod in patrico 2 casu hoc genus dispariliter dicuntur civitatum parentum et civitatium parentium, in accusandi hos montes fontes et hos montis fontis. Item cum, si sit analogia, debeant ab similibus verbis similiter declinatis sirnilia fieri et id non fieri ostendi possit, despiciendam earn esse rationem. Atqui ostenditur : nam qui potest similius esse quam gens, mens, 1 dens ? Cum horum casus patricus et accusativus in multitudine sint dispariles 2 : nam a primo fit gentium et gentis, utrubique ut sit {I), 3 ab secundo mentium et mentes, 4 ut in priore solo sit I, ab tertio dentum et dentes, ut in neutro sit. 68. Sic item quoniam simile est recto casu surus lupus lepus, rogant, quor non dicatur proportione 1 suro lupo lepo. Sin respondeatur sirnilia non esse, quod ea vocemus dissimiliter sure lupe lepus (sic enim respondere voluit Aristarc^us Crateti : nam cum scripsisset sirnilia esse Philomedes Heraclides Meli- certes, dixit non esse sirnilia : in vocando enim cum and that both kinds are present in our language also ? 32. For my part I have no doubt that you have observed the countless number of likenesses in speech, such as those of the three tenses of the verb, or its three persons. Who indeed can have failed to join you in observing that in all speech there are the three tenses lego 1 I read/ legebam ' I was reading/ legam I shall read/ and similarly the three persons lego 1 I read/ legis * thou readest/ legit ' he reads/ though these same forms may be spoken in such a way that sometimes one only is meant, at other times more ? Who is so slow-witted that he has not observed also those likenesses which we use in commands, those which we use in wishes, those in questions, those in the case of matters not peratives and subjunctives) exhibit certain regular resem- blances ; and so do those used in wishes, etc. in interrogando, quibus in infectis rebus, quibus in perfectis, sic in aliis discriminibus? Quare qui negant esse rationem 1 analogiae, non vide(n)t 2 naturam non solum ora- tionis, sed etiam mundi ; qui autem vident et sequi negant oportere, pugnant contra naturam, non contra analogian, et pugnant volsillis, non gladio, cum pauca excepta verba ex pelago sermonis (po)puli 3 minus (usu) 4 trita afferant, cum dicant propterea analogias non esse, similiter ut, si quis viderit mutilum bovem aut luscum hominem claudicantemque equum, neget in 5 bovum hominum et equorum natura similitudines proportione constare. Qui autem duo genera esse dicunt analogiae, unum naturale, quod ut ex satis 1 nascuntur (lentibus) 2 lentes 3 sic e.r (lupino) 4 lupinum, alterum voluntarium, ut in fabrica, cum vident sctfenam ut in dexteriore parte sint ostia, sic esse in sinisteriore simili ratione factam, de his duobus generibus naturalcm esse analogian, ut sit in motibus caeli, voluntariam non esse, quod ut quo(i)que 5 fabro lubitum sit possit facere partis scaenae : sic in homi- num partibus esse analogias, quod ea(s) 6 natura faciat, in verbis non esse, quod ea homines ad suam quisque voluntatem fingat, itaque de eisdem rebus alia verba habere Graecos, alia S?/ros, alia Latinos : ego declinatus verbornm et voluntarios et naturalis § 33. 1 For orationem. 2 For uidet. 3 Canal, for puli. 4 Transferred to this place by Fay ; added by GS. before populi. 5 Sciop, deleted cornibus after in. §34. 1 Vertranius, after Aug., for natis. 2 Added by L. Sp. 3 For lentis. 4 L. Sp. ; ex lupinis Aug., with B ; for et. 5 B, for quoque. 6 Laetus, for ea. § 34. a The expected continuation is, " They are in error." completed and those for matters completed, and similarly in other differentiations ? Therefore those who say that there is no logical system of Regularity, fail to see the nature not only of speech, but also of the world. Those who see it and say that it ought not to be followed, are fighting against nature, not against the principle of Regularity, and they are fighting with pincers, not with a sword, since out of the great sea of speech they select and offer in evidence a few words not very familiar in popular use, saying that for this reason the Regularities do not exist : just as if one should have seen a dehorned ox or a one-eyed man and a lame horse, and should say that the likenesses do not exist with regularity in the nature of cattle, men, and horses. Those moreover who say that there are two kinds of Regularity, one natural, namely that lentils grow from planted lentils, and so does lupine from lupine, and the other voluntary, as in the workshop, when they see the stage as "having an entrance on the right and think that it has for a like reason been made with an entrance on the left ; and say further, that of these two kinds the natural Regularity really exists, as in the motions of the heavenly bodies, but the voluntary Regularity is not real, because each craftsman can make the parts of the stage as he pleases : that thus in the parts of men there are Regularities, because nature makes them, but there is none in words, because men shape them each as he wills, and therefore as names for the same things the Greeks have one set of words, the Syrians another, the Latins still another a — I firmly think that there are both voluntary and natural esse puto, voluntarios quibus homines vocabula imposwerint 7 rebus quaedam, ut ab Romulo Roma, ab Tibure* TVburtes, naturales ut ab impositis vo- cabulis quae inclinantur in tempore* aut in casus, ut ab Romulo Romuli Romulum et ab dico dicebam dixeram. 35. Itaque in voluntariis declinationibus incon- stantia est, in naturalibus constantia ; quae utrasque quoniam iei non debeant negare esse in oratione, quom 1 in mundi partibus omnibus sint, et declina- tiones verborum innumerabilcs, dicendum est esse in his analogias. Neque ideo statim ea in omnibus verbis est sequenda : nam si qua perperam declinavit verba consuetudo, ut ea aliter (non possint efferri) 2 sine offensione multorum, hinc rationem 3 verborum praetermittendam ostendit loquendi ratio. XXVIII. 36. Quod ad universam pertinet cau- sam, cur similitudo et sit in oratione et debeat observari et quam ad finem quoque, satis dictum. Quare quod sequitur de partibus singulis deinceps expediemus ac singula crimina quae dicunt (contra) 1 analogias solvemus. 37. In quo animadvertito natura quadruplicem esse formam, ad quam in declinando accommodari debeant verba : quod debeat subesse res quae 1 7 For imposierint 8 For tybere. 9 For tempore. § 35. 1 Mtie., with a, for quam. 2 Added by GS., after Aldus efferri non possit (Aug., possint). 3 Sciop., a, for orationem. § 36. 1 Added by L. Sp. ; cf ix. 7. §37. 1 RhoL, for resque. That is, a regular form must be discarded in derivations of words, voluntary for the things on which men have imposed certain names, as Rome from Romulus and the Tiburfes ' men of Tibur ' from Tibur, and natural as those which are inflected for tenses or for cases from the imposed names, as genitive Romuli and accusative Eomulum from Romulus, and from dico ' I say ' the imperfect dicebam and the pluperfect dixeram. 35. Therefore in the voluntary derivations there is inconsistency, and in the natural derivations there is consistency. Inasmuch as they ought not to deny the presence of both of these in speech, since they are in all parts of the world, and the derivative forms of words are countless, we must say that in words also the Regularities are present. And yet Regularity does not for this reason have to be followed in all words ; for if usage has inflected or derived any words wrongly, so that they cannot be uttered without giving offence to many persons, the logic of speaking shows us that because of this offence the logic of the words must be set aside. As far as concerns the general cause why likeness is present in speech and ought to be observed, and also to what extent this should be done, enough has now been said. Therefore in the following we shall set forth its several parts item by item, and refute the individual charges which they bring against the Regularities. 37. In this matter, you should take notice that by nature there are four elements in the basic situation to which words must be adjusted in inflection : there must be an underlying object or idea to be de- favour of an irregular form if the feeling (Sprachge/uhl) of the speakers rebels against it. vol. ii h 465 V. designetur, 2 et ut sit ea res 3 in usu, et ut vocis natura ea sit quae significavit, ut declinari possit, et simili- tude* figura(e) 4 verbi ut sit ea quae ex se declinatw 5 genus prodere certum posset. 6 38. Quo neque a terra terrus ut dicatur postu- landum est, quod natura non subest, ut in hoc alterum maris, alterum feminae debeat esse ; sic neque propter usum, ut Terentius significat unum, plures Terentii, postulandum est, ut sic dicamus faba et fabae : non enim in simili us(u) 1 utrumque ; neque ut dicimus ab Terentius Terentium, sic postulandum ut inclinemus ab A et B, quod non omnis vox natura habet declinatus. 39. Neque in forma collata quaerendum solum, quid habeat in figura simile, sed etiam nonnunquam in eo quern habeat effectum. Sic enim lana Gallicana et Apula videtur imperito similis propter speciem, cum peritus Apulam emat pluris, quod in usu firmior sit. Haec nunc strictim dicta apertiora fient infra. Incipiam hinc. Quod rogant ex qua parte oporteat simile esse verbum, a voce an a 1 significatione, re- spondemus a voce ; scd tamen nonnunquam quaerimus genere similiane sint quae significantur ac nomen 2 Laetus, for design entur. 3 G, IJ, a, Laetus^ for cares. 4 Mite., for figura. 5 L. Sp.,for declinata. 6 Aug for passu nt. § 38. 1 L. Sp., for similius. § 40. 1 After J^aetus, ab voce an, for aboceana. The singular faba was used also collectively for the plural or mass idea ; cf. Priscian, ii. 176 Keil. b Names of letters. § 39. a Cf. § 92. § 40. ° Cf viii. 40. signated ; this object or idea must be in use ; the nature of the utterance which has designated it, must be such that it can be inflected ; and the re- semblance of the word s form to other words must be such that of itself it can reveal a definite class in respect to inflection. 38. Therefore it is not to be demanded that from terra * earth * there should be also a terms, because there is no natural basis that in this object there ought to be one word for the male and another for the female. Similarly, with respect to usage, while Terentius designates one person of the name and Terentii designates several, it is not to be demanded that in this way we should say faba * bean ' and Jabae ' beans/ for the two are not subject to the same use. a Nor is it to be demanded that as we say acc. Tereniium from nom. Terentius, we should make case-forms from A and B, b because not every utter- ance is naturally fitted for declensional forms. 39. The likeness which the word has in its shape must be investigated not in the comparison of the basis merely, but also sometimes in the effect which it has. For thus the Gallic wool and the Apulian wool seem alike to the inexperienced on account of their appearance, though the expert buys the Apulian at a higher price because in use it lasts better. These matters, which have been touched upon hastily here, will become clearer in a later discussion. Now I shall start. To their question in what respect a word ought to be similar, sound or meaning, we answer that it should be so in sound. But yet some- times we ask whether the objects designated are like in kind, and compare a man's name with a man's, V. virile cum virili conferimus, feminae cum muliebri : non quod id quod significant vocem commoveat, sed quod nonnunquam in re dissim(ili par)ilis 2 figurae formas in simile' 3 imponunt dispariles, 4 ut calcei mulie- bres sint an viriles dicimus ad similitudinem figurae, cum tamen sciamus nonnunquam et mulierem habere calceos viriles et virum muliebris. 41. Sic dici virum Perpennam ut AZ/enam 1 muliebri forma 2 et contra parietem ut abietem esse forma 8 similem, quo(m) 4 alterum vocabulum dicatur virile, alterum muliebre et utrumque natura neutrum sit. 5 Itaque ea virilia dicimus non quae virum' significant, sed quibus proponimus hie et hi, et sic muliebria in quibus dicere posswmus 7 haec aut hae. Quare nihil 1 est, quod dicunt Theona et Diona non esse similis, si alter est Jethiops, alter al6us, 2 si analogia rerum dissimilitudines adsumat ad discernendum vocis verbi figuras. XXXI. 43. Quod dicunt simile sit necne nomen nomini impudenter AristarcAum praecipere opor- tere spectare non solum ex recto, sed etiam ex eorum vocandi casu, esse 1 enim deridiculum, si similes 2 GS. ; dissimilis Mue. ; for dissimilis. 3 GS. ; §41. 1 ut Alfenam Mue., for aut plenam ; cf viii. 41. 2 Laetus, for formam. 3 Aldus, for formam. 4 Mue. ; cum Aug.; for quo. 5 Ant. Miller and Reiter, for sic. 6 Aldus, for utrum. 7 M, Laetus,for possimus. For nichil. 2 Mue., for galhis / cf viii. 41. § 43. 1 L. Sp., C. F. W. Mueller, Madvig, for esset. § 41. a Cf viii. 41. 6 The forms of hie haec hoc are regularly used by the grammarians to indicate the case, number, and gender of a word. in simili Mue. ; for indissimiles. a woman's name with a woman's : not because that which they designate affects the word, but because sometimes in case of an unlike thing they set upon it forms of an equivalent appearance, and on a like thing they set unequal forms, as we call shoes women's shoes or men's shoes by the likeness of the shape, although we know that sometimes a woman wears men's shoes and a man wears women's shoes. 41. In like fashion, we say, a man is called Perpe?ina f like Alfena, with a feminine form ° ; and on the other hand paries ' house-wall ' is like abies ' fir-tree ' in form, although the former word is used as a masculine, the latter as a feminine, and both are naturally neuter. Therefore those which we use as masculines are not those which denote a male being, but those before which we employ hie and hi, and those are feminines with reference to which we can say haec or hae. For this reason it amounts to nothing, that on the premise that Regularity adopts the unlikenesses of the objects as a criterion for difference in the forms a of the spoken word, 6 they say that Theon and Dion are not alike if the one is an Ethiopian and the other is a white man. c XXXI. 43. As to what they say, a that Aristarchus was shameless in his instructions that to see whether one name was like another you should view it not only from the nominative, but also from the vocative — for the same persons say that it is absurd to judge § 42. ° One of the rare examples of the accusative of the gerund with an object. b The word as sound is vox, while the word as symbol of meaning is verbum ; the vox verbi is therefore the sound, or series of sounds, which represent the symbol of meaning. Cf. viii. 40. e Cf. viii. 41. § 43. a Cf. viii. 42. V. inter se parentes sint, de filiis iudicare 2 : errant, quod non ab eo(rum) 3 obliquis casibus fit, ut recti simih' 4 facie ostendantur, sed propter eos facilius perspici similitudo potest eorum quam vim habeat, 5 ut lucerna in tenebris allata non facit (ut) 6 quae ibi sunt posita similia sint, sed ut videantur, quae sunt quoius (mo)di sint. 7 44. Quid similius videtur quam in his est extrema littera crux Phryx 1 ? Quas, qui audit voces, auribus discernere potest nemo, cum easdem non esse similes ex (declin)atfs 2 verbis intellegamus, quod cum sit cruces et Phryges* et de his extremis syllabis exemp- tum* sit E, ex altero fit ut ex C et S crux, ex altero G et S Phryx, 1 Quod item apparet, cum est demp- tum S : nam fit unum cruce, 5 alterum Phryge* XXXII. 45. Quod aiunt, cum in maiore parte orationis non sit similitudo, non esse analogian, dupliciter stulte dicunt, quod et in maiore parte est et si in minore parte 1 sit, tamen sit, 2 nisi etiam nos calceos negabunt habere, quod in maiore parte corporis calceos non habeamus. 2 L. Sp. deleted qui after iudicare. 3 L. Sp., for eo. 4 Laetus, for simile. 5 Laetus, for habeant. 6 Added by L. Sp. 1 L. Sp., for dissint. §44. 1 Aldus, for frix. 2 GS„ for aliis. 3 Aldus, for friges. 4 Aldus, for exemplum. 6 L. Sp., for cruci. 6 Phruge L. Sp., Phrj'gi Aldus ; for frigi. § 45. 1 Here L. Sp., following other slightly different deletions, deleted a repeated est et si in minore. 2 After sit, L. Sp. deleted in maiore. . § 44. a For Phryx and its forms, Augustinus (with B) read frux, etc. ; but nom. frux was no longer used in V.'s from the children whether the parents are alike : those who say this are mistaken, for it does not come about from their oblique cases that the nominatives are shown to be of like appearance, but through the oblique cases can be more easily seen what evidential force lies in the likeness of the nominatives — even as a lamp in the dark, when brought, does not cause that the things which are there should be "alike, but that they should be seen in their real character. 44. What seems more closely alike than the last letter in the words crux ' cross ' and Phryx * Phry- gian ' ? a No one who hears the spoken words can by his ears distinguish the letters, 6 although we know from the declined forms of the words that though alike they are not identical ; because M'hen the plurals cruces and Phryges are taken and E is removed from the last syllables, from the one there results crux, with X from C and S, and from the other comes Phryx, from G and S. And the difference is likewise clear, when S is removed ; for the one be- comes cruce, the other Pkryge. As to what they say, a that since likeness does not exist in the greater part of speech, Regularity does not exist, they speak foolishly in two ways, because Regularity is present in the greater part of speech, and even if it should exist only in the smaller part, still it is there : unless they will say that we do not wear any shoes, because on the greater part of our body we do not wear any. time, cf. ix. 75-76. b The usual confusion of letters and sounds. * Abl. sing. ; the manuscript has forms ending in -i, which are datives, but the removal of s from cruces and Phryges leaves forms ending in e, not in i. § 45. a Cf viii. 37. 471 V. Quod dicunt nos dissimilitudinem (potius gratam aceeptamque habere quam simili- tudinem) 1 : itaque in vestitu in supellectile delectari varietate, non paribus subuculis uxoris, respondeo, si varietas iucunditas, magis varium esse in quo alia sunt similia, alia non sunt : itaque sicut abacum argento ornari, ut alia (paria sint, alia) 2 disparia, sic orationem. 47. Rogant, si similitudo sit sequenda, cur malimus habere lectos alios ex ebore, alios ex testudine, sie item genere aliquo alio. Ad quae dico non dis(simili- tudines solum nos, sed) 1 similitudines quoque sequi saepe. Itaque ex eadem supellectili licet videre : nam nemo facit triclinii lectos nisi paris et materia et altitudine et figura. Qui(s) 2 facit mappas trielinaris non similis inter se ? Quis pulvinos ? Quis denique eetera, quae unius generis sint plura ? 48. Cum, inqui(un)t, 1 utilitatis causa introducta sit oratio, sequendum non quae habebit similitudinem, sed quae utilitatem. Ego utilitatis causa orationem factam coneedo, sed ut vestimenta : quare ut hie similitudines seqm'mur, 2 ut virilis tunica sit virili similis, item toga togae, sic mulierum stola ut sit stola(e) 3 proportione et pallium pallio simile, sie § 46. 1 Added by GS., following other attempts {Aug., with B, inserted sequi after nos / but cf. § 47, where sequi is actually found). 2 Added by Aug., with B. § 47. 1 Added by Mve. 2 Aldus, for qui. § 48. 1 Vertranius, for in quit. 2 Sciop., for sequere- mur. 3 Aug., for stola. As to what they say, a that we find unlikeness pleasing and acceptable rather than likeness, and therefore in clothing and in furniture we take pleasure in variety, and not in having our wives* undertunics all identical : I answer, that if variety is pleasure, then there is greater variety in that in which some things are alike and others are not ; and just as a side-table is adorned with silver in such a way that some ornaments are alike and others are unlike, so also is speech adorned. They ask why, if likeness is to be followed, we prefer to have some couches inlaid with ivory, others with tortoise-shell, and so on with some other kind of material. To which I say that unlikenesses are not the only thing which we follow, but often we follow likenesses. And this may be seen from the same piece of furniture ; for no one makes the three couches of the dining-room other than alike in material and in height and in shape. Who makes the table- napkins not like each other ? Or the cushions ? And finally the other things which are several in number but of one sort ? 48. Since speech, they say,° was introduced for the sake of utility, we should follow not that kind of speech which has likeness, but that which has utility. I grant that speech has been produced for utility's sake, but in the same way as garments have : there- fore as in the latter we follow the likenesses, so that a man's tunic is like a man's, and a toga like a -toga, and a woman's dress is like a dress regularly and a cloak like a cloak, so also, as words that are names § 46. a Cf. viii. 31-32. § 48. • C/. viu. 28-29. V. cum sint nomina utilitatis causa, tamen virilia inter se similia, item muliebria inter se sequi debemus. Quod aiunt ut persedit et perstitit sic (periacuit et) 1 percubuit quoniam non si(n)t, 2 non esse analogian, et 3 in hoc e(r)rant 4 : quod duo posteriora ex prioribus declinata non sunt, cum analogia polliceatur ex duobus similibus similiter declinatis similia fore. Qui dicunt quod sit ab Romulo Roma et non Romula neque ut ab ove ovih'a 1 sic a bove bovih'a, 2 (non) 3 esse analogias, errant, quod nemo pollicetur e vocabulo vocabulum declinari recto casu singulari in rectum singularem, sed ex duobus vocabulis similibus casus similiter declinatos similes fieri. Dicunt, quod vocabula litterarum Latinarum non declinentur in casus, non esse analo- gias. Hi ea quae natura declinari non possunt, eorum declinatus requirunt, 1 proinde et non eo(rum) 2 dicatur esse analogia quae ab similibus verbis simili- ter esse(nt) 3 declinata. Quare non solum in vocabu- lis litterarum haec non requirenda analogia, sed (ne) 4 in syllaba quidem ulla, quod dicimus hoc BA, huius BA, sic alia. §49. 1 Added by Canal. 2 Kent, for sit. 3 Aug., for ut. 4 B, Bhol.,for erant. § 50. 1 Aug., for ovilla. 2 Aug., for bovilla. 3 Added by Stephanus. § 51. 1 B, G, II, a, Aug., for sequirunt. 2 L. Sp., for eo F 1, ea F 2 . 3 L. Sp. ; esset M, a, Aug. ; for esse. 4 Added by Aldus. § 49. Referring to a passage now lost. b The two verbs are not attested in any form. § 50. Cf. viii. 54 and 80. of persons exist for the purpose of utility, ue ought still to employ men's names that are like one another, and women's names that also have mutual resem- blances. XXXIV. 49. As to the fact that they say a that Regularity does not exist because there are no perfects periacuit ' remained lying ' .and percubuit ' remained lying,' like persedit 1 remained sitting ' and perstitit ' remained standing,' in this also they are mistaken : for the two perfects have no presents 6 from which to be inflected, whereas Regularity promises only that from two like words inflected in like manner there will be like forms. Those who say that there are no Regularities because from Romulus there is Roma and not Romala and there is no bovilia ' cow-stables ' from bos * cow ' as there is ovilia * she epf olds ' from ovis * sheep,' are in error ; because nobody professes that one word is derived from another word, from nominative singular to nominative singular, but only that from two like words like case-forms develop when they are inflected in like manner. They say that because the words denoting the Latin letters are not inflected into case-forms the Regularities do not exist. Such persons are demanding the declension of those words which by nature cannot be inflected ; just as if Regularity were not said b to belong merely to those forms which had already been inflected in like fashion from like words. Therefore not only in the names of the letters must this kind of Regularity not be sought, but not even in any syllable, because we say nomina- tive ba, genitive ba, and so on. § 51. a Of. viii. 64. 6 Cf. viii. 23. Quod si quis in hoc quoque velit dicere esse analogias rerum, tenere potest : lit eni(m) 1 dicunt ipsi alia nomina, quod quinque habeant figuras, habere quinque casus, alia quattuor, sic minus alia, dicere poterunt esse litteras ac syllabas in voce quae singulos habeant casus, in rebus pluris 2 ; quemad- modum inter se conferent ea quae quaternos habe- bunt vocabulis casus, item ea inter se qua(e) ternos, 3 sic quae* singulos habebunt, ut conferant inter se dicentes, ut sit hoc A, huic A, esse hoc E, 5 huic E. Quod dicunt esse quaedam verba quae habeant declinatus, ut caput (capitis, nihil nihili), 1 quorum par reperiri quod non possit, non esse analogias, respondendum sine dubio, si quod est singulare verbum, id non habere analogias : minimum duo esse debent verba, in quibus sit similitudo. Quare in hoc tollunt esse analogias. 54. Sed nikilum 1 vocabulum recto casu apparet in hoc : Quae dedit ipsa, 2 cap/t 3 neque dispendi facit hilum, § 52. 1 For eni. 2 GS. ; plureis Canal ; for plurimis. 3 Koeler, for quaternos. 4 For sicque. 5 After hoc E, L, Sp. deleted huiusce E. § 53. 1 Added by Reitzenstein. § 54. 1 Lachmann ; in nihil Sciop. ; for initium. 2 Sciop., for ira. 3 Seal ig er t for caput. § 52. a Cf. viii. 63. 6 That is, words indeclinable in form have only one case-form, but still have all the case-uses. § 53. There is no corresponding passage in Book VIII. 6 That is, when they select a unique word as basis for argu- ment. But if any one should wish to say that in this also there are Regularities in the things, he can maintain it. For as they themselves say a that some nouns, because they have five forms, have five cases, and others have four, and others fewer in like manner, they will be able to say that the letters and syllables which have one case-form apiece in sound, have several in connexion with the things h ; as they will compare only with each other those which have four case-forms for the words, and likewise those which have three apiece, so let them compare with each other those which have only one form each, saying that nominative E, dative E is like nominative A, dative A. As to the fact that they say a that there are certain words which have declensional forms, like caput ' head,* genitive capitis, and nihil * nothing,* genitive nihili, a match for which cannot be found, and therefore the Regularities do not exist, answer must be made that unquestionably any word which is the only one of its kind is outside the systems of Regularity ; there must be at least two words for a likeness to be existent therein. Therefore, in this case, et they eliminate the possible existence of the Regularities. 54. But the word nihilum * nothing ' is found in the nominative in the following a : The body she's given Earth doth herself take back, and of loss not a whit does she suffer, §54. ° Ennuis, Ann. 14 Vahlen 2 ; R.O.L. i. 6-7 War- mington ; cf. v. 60 and 111. The neuter accusative, having the same form as the nominative, is used as a proof of the nominative form. quod valet nec dispendii facit quicquam. Idem hoc obliquo apud Plautum : Video enim 4 te nihili 5 pendere prae Philolacho* omnis homines, quod est ex ne et hili : quare dictus est nihili 5 qui non hili erat. Casus tautum 1 commutantur de quo dici- tur, (ut) 8 de homine : clicimus cnim hie homo nihili 9 et huius hominis nihili et hunc hominem nihili. Si in illo commutaremus, dicercmus ut hoc linum et li£>um, 10 sic nihilum, non hie nihili, et (ut) 11 huic lino et li&o 12, sic nihilo, non huic nihili. Potest dici patricus casus, ut ei praeponantur 13 nomina 14 plura, ut hie casus Terentii, hunc casum Terentii, hie miles legionis, huius militis legionis, hunc militem legionis. Negant, cum omnis natura sit aut mas aut femina aut neutrum, (non) 1 debuisse ex singulis vocibus ternas figuras vocabulorum fieri, ut albus alba album ; nunc fieri in multis rebus binas, ut Metellus Metella, 2 Aemi(]\)us ^e?wt(li)a, 3 nonnulla singula, ut tragoedws, com(o)edtt$ 4 ; sic esse Marcum, Numerium, at Marcam, at Numeriam 4 Enim is V.'s addition; it is not found in the manu- scripts of Plautus. 5 For nichili. 6 The manuscripts of Plautus have Philolache. 7 Fay, for turn cum. 8 Added by GS. 9 After nihili, L. Sp. deleted est. 10 Mue., for limum, 11 et ut Mue. ; ut L. Sp. ; for et. 12 Mue., for Hmo. 13 Mue., for praeponuntur. 14 Kent, for praenomina. § 55. 1 Added by Mue. 2 Ixietus, for metelle. 3 Wackernagel ; Ennius Ennia Laetus ; for enuus enua. 4 Christ, for tragoedia comedia. which is the same as ' nor of loss does she suffer anything/ This same word is found in an oblique case in Plautus 6 : I see, beside Philolaches you count all men as nothing. The word is from ne 1 not ' and genitive hilt ' whit ' ; therefore he has been called nihili ' of naught ' who was not kill * of a whit ' in value. Change is made only in the case-forms of that about w hich the speak- ing is done, as about a man ; for we say a man nihili ' of no account ' in nominative, in genitive, in accusa- tive, changing the forms of homo but not changing the form nihili. If we were to make changes in it, then we should say not hie nihili c but nihilum as the nominative, like linum ' flax * and libum ' cake,' and dative not huic nihili d but nihilo like lino and libo. The genitive case * can however be said with various nouns set before it, like nominative casus ' mishap ' Terentii ' of Terence,' accusative casum Terentii, and nominative miles 'soldier* legionis 1 of the legion/ genitive militis legionis, accusative militem legionis. They say a that since every nature is either male or female or neuter, from the individual spoken words there should not fail to be forms of the words in sets of three, like albus, alba, album ' white ' ; that now in many things there are only two, like Metellus and Metella, Aemilius and Aetnilia, and some with only one, like tragoedus * tragic actor ' and comoedus ' comic actor ' ; that there are the names Marcus and Numerius, but no * Plautus, Most. 245. c The genitive nihili depending on a nominative. d The genitive nihili depending on a dative. * Such as the form nihili. § 55. a Cf. viii. 47. 479 V. non esse ; dici coruum, 5 turdum, non 6 dici coruam, 5 turdam ; contra dici pantherarn, merulam, non dici pantherum, merulum ; nullius nostrum 7 filium et filiam non apte 8 discerni marem ac feminam, ut Terentium 9 et Terentiam, contra deorum liberos et servorum non i/idem, 10 ut Iovis filium et filiam, Iovem 11 et Iovam ; item magnum numerum vocabu- lorum in hoc genere non servare analogias. 56. Ad haec dicimus, omnis orationis quamvis res naturae subsit, tamen si ea in usu(m) 1 non pervenerit, eo non pervenire verba : ideo equus dicitur et equa : in usu enim horum discrimina 2 ; corvus et corva non, quod sine usu id, quod dissimilis natura(e). 3 Itaque quaedam al(i)ter ohm ac nunc : nam et turn omnes mares et feminae dicebantur columbae, quod non erant in eo usu domestico quo nunc, (ct nunc) 4 contra, propter domesticos usus quod internovimus, appellatur mas columbus, femina columba. 57. Natura cum tria genera transit et id est in usu discriminat*/(m), turn 1 denique apparet, ut est in doctus 2 et docta et doctum : doctrina enim per tria haec transire potest et usus docuit discriminare doctam rem ab hominibus et in his marem ac feminam. In mare et femina et neutro neque natura mans 3 6 Aldus, for corbum and corbam. * Aldus, for non non. 7 Aug., for neutros. 8 Aug., with B, for apta. 9 For terentium et terentium. 10 Ed. Veneta, for ididem. 11 For iouem iouem. § 56. 1 Aug., with B, for usu. 2 Aug., for discrimine. 3 Vertranius, for natura. * Added by L. Sp. § 57. 1 Reiter, for discrimina totum. 2 Aug., with B, for docto. 3 L. Sp., for mares. b Numeria is in fact found, but as a divine name. c Cf. §59. § 56. a For the expression, cf. ix. 37. Marca and Numeria 6 ; that corvus ' raven ' and turdus * thrush ' are said, but the feminines corva and turda are not said ; that on the other hand pantkera * panther * and merula 1 blackbird ' are used, but the masculines pantherus and merulus are not ; that there is no one of us whose son and daughter are not suit- ably distinguished as male and female^ as Terentius and Terentia ; that on the other hand the children of gods and slaves are not distinguished in the same way, c as by Iovis and Iova for the son and the daughter of Jupiter ; that likewise a great number of common nouns do not in this respect preserve the Regularities. 56. To this we say that although the object is basic a for the character of all speech, the words do not succeed in reaching the object if it has not come into our use ; therefore equus ' stallion ' and equa * mare ' are said, but not corva beside corvtts, because in that case the factor of unlike nature is without use to us. But for this reason some things were for- merly named otherwise than they are now : for then all doves, male and female, were called columbae, because they were not in that domestic use in which they are now, and now, on the other hand, because we have come to make a distinction on account of their uses as domestic fowl, the male is called colnmbus and the female columba. 57. When the nature goes through the three genders and this distinction is made in use, then finally it is seen, as it is in doctus 4 learned man ' and docta * learned woman ' and doctum 4 learned thing ' ; for learning can go across through these three, and use has taught us to differentiate a learned thing from human beings, and among the latter to distinguish the male and the female. But in a male or a female transit neque feminae neque neutra, et ideo non dicitur fcminus femina feminum, sic reliqua : itaque singularibus ac secretis vocabulis appellati sunt. 58. Quare in quibus rebus non subest similis natura aut usus,in his vocabulis huiusce modi ratio quaeri non debet : ergo dicitur ut surdus vir, surda mulier, sic surdum theatrum, quod omnes tres (res) 1 ad auditum sunt comparatae ; contra nemo dicit cubiculum surdum, (quod) 2 ad silentium, non ad auditum ; at si fenestram non habet, dicitur caecum, ut coccus et caeca, quod omnia (non) 3 habent (quod) 3 lumen habere debent. 59. Mas et femina habent inter se natura quandam societatem, (nullam societatem) 1 neutra cum his, quod sunt diversa ; inter se 2 quoque de his perpauca sunt quae habeant quandam co(m)munitatem. Dei et servi nomina quod non item ut libera nostra trans- eunt, eadem e(s)t 3 causa, quod ad usum attinct (et) 4 institui opus fuit de liberis, de reliquis nihil attinuit, quod in servis gentilicia natura non subest in usu, in nostri(s) nominibus qui sumus in Latio et liberi, necessaria. Itaque ibi apparet analogia ac dicitur Tcrentius vir, Terentia femina, Terentium genus. § 58. 1 tres res Mve. ; res Bentinus ; for tres. 2 Added by Canal ; quod id Mae. ; quod sit Sciop. 3 Added by Fay. § 59. 1 Added by A. Sp., after L. Sp. and Mue. 2 B, G, II, Aug., for interest. 3 L. Sp., for et. 4 Added by L. Sp. ' § 58. a V. means a theatre in which it is difficult to hear ; but the term is applicable also to an audience which is inattentive. b Rather, things are called 4 blind ' because they hinder vision by darkness or by walls without openings, such as windows and doors. or what is neither, the nature of the male does not shift, nor that of the female, nor the neuter nature, and for this reason there is no saying of feminus, femina.) Jemirrum, and so with the rest. Therefore they are called by special and separate words. 58. Wherefore in the names of those things in which there is no likeness of nature or of use as the basis, a relation of this sort ought not to be sought. Accordingly, as a surdus * deaf * man is a current term, and a surda woman, so also is a surdum theatre,* 1 because all three things are equally intended for the act of hearing. On the other hand, nobody says a surdum sleeping-room, because it is intended for silence and not for hearing ; but if it has no window, it is called caecum 1 blind/ as a man is called caecus and a woman caeca, because not all sleeping-rooms have the light which they ought to have. b 59. The male and the female have by nature a certain association with each other ; but the neuters have no association with them, because they are different from them in kind, and even of these neuters there are very few which have any elements in common with other neuters. As for the fact that the names of a god and of a slave do not vary like our free names, there is the same reason, namely that the variation is connected with use, and had to be established with reference to free persons, but as to the rest had no consequence, because among slaves the clan quality has no foundation in practice, but it is necessary in the names of us who are in Latium and are free. Therefore in that class Regularity makes its appearance, and we say Terentius for a man, Terentia for a woman, and Terentium for the genus * stock.' V. In praenominibus ideo non fit item, quod haec instituta ad usum singularia, quibus discernerentur nomina gentilicia, ut ab numero Secunda, Tertia, Quarta (in mulieribus), 1 in viris ut Quintus, Sextus, Decimus, sic ab aliis rebus. Cum essent duo Terentii aut plures, discernendi causa, ut aliquid singulare haberent, notabant, forsitan ab eo, qui mane natus diceretur, ut is Manius esset, qui luci, Lucius, 2 qui post patris mortem, Postumus. 61 . E quibus (ae)que 1 cum item accidisset feminis, proportione ita appellata declinarant praenomina mulierum antiqua, Mania, Lucia, Postuma : videmus enim Maniam matrem Larum dici, Luciam Voht- mniam 2 Saliorum Carminibus appellari, Postumam a multis post patris mortem etiam nunc appellari. 62. Quare quocumque progressa est natura cum usu vocabul?, 1 similiter proportione propagata est analogia, cum in quibus declinatus voluntarii 2 maris et feminae et neutri, quae voluntaria, non debeant similiter declinari, sed in quibus naturales, sint de- § 60. 1 Placed here by GS. ; added before Secunda by L. Sp. 2 p t Aldus^for lucilius. § 61. 1 A. for que. 2 Aug., for Volaminiam. § 62. 1 Aug. y with i?, for vocabula. 2 L. Sp., for declinationibus voluntariis. § 60. a Seemingly a contamination of ab eo quod with sic . . . ut. b Properly, as the * last ' child ; but not to be associated with post kit mum * after (burial in the) earth,' though this popular etymology gave a later spelling post- humus and the English posthumous, § 61. a Mania is perhaps not related etymologieally to Manius ; see Marbach in Pauly-Wissowa's Encyc. d. cl. Alt.- wiss, xiv. 1110. b More probable than the Volaminia of F, In first names the situation is not the same, because these were in practice established as in- dividual names, by which the clan names might be differentiated ; from the numerals came Secunda, Tertia, Quarta for women, Quintus, Sextus, Decimus for men. and similarly other names from other things. When there were two or more persons of the name Terentius, then that they might liave something individual to distinguish them they marked them perhaps in this way,° that he should be Manius who was said to have been born mane ' in the morning,' and he who has been born luci * at dawn ' should be Lucius, and he who was born post ' after ' his father's death should be Postumus. 6 61. When any of these things happened to females as well, they derived the first names of women regularly in this manner — that is, in former times — and called them by them, for example, Mania, Lucia, Postuma : for we see that the mother of the Lares is called Mania, a that Lucia Volumnia b is addressed in the Hymns of the Salians, c and that even now many give the name Postuma to a daughter born after the death of her father. 62.Therefore as far as the nature and the use of  a word have jointly advanced, so far has Regularity  been extended in like manner by a corresponding  relationship, since of the words in which there are  voluntary inflections of male and female and neuter,  those which are voluntary in inflection ought not to be  inflected in similar manner, but in those in which  there are natural inflections there are those regular   not found elsewhere ; several members of the gens Volumnia  are mentioned at Rome during V.'s time. e Frag. 5,  page 336 Maurenbrecher ; page 4 Morel.    clinatus hi qui esse reperiuntur. Quocirca in tribus  generibus nominum in(i)que 3 tollunt analogias.   XXXIX. 63. Qui autem eas reprehendunt, quod  alia vocabula singularia sint solum, ut cicer, alia multi-  tudinis solum, ut scalae, cum debuerint omnia esse  duplicia, ut equus equi, analogiae fundamentum esse  obliviscuntur naturam et usu(m). 1 Singulare est  quod natura unum significat, ut equus, aut quod  coniuncta quodammodo ad unum usu, 2 ut bigae :  itaque (ut) 3 dicimus una Musa, sic dicimus unae  bigae.   64«. Multitudinis vocabula sunt unum infinitum,  ut Musae, alterum finitum, ut duae, tres, quattuor :  dicimus enim ut hae Musae sic unae bigae et binae  et trinae bigae, sic deinceps. Quare tarn unae et uni  et una quodammodo singularia sunt quam unus et una  et unum ; hoc modo mutat, quod altera in singu-  laribus, altera in coniunctis rebus ; et ut duo tria sunt  multitudinis, sic bina trina.   65. Est tertium quoque genus singulare ut in  multitudine, uter, in quo multitudinis ut utrei 1 ; uter   3 Aldus, for inquae.   §63. 1 p t Mue., for usu. 2 A. Sp., for usum.  3 Added by h. Sp.   §65. 1 A. Sp.,for utre   § 62. a Crates and his followers, who uphold Anomaly.  § 63. ° Cf. viii. 48. b Cf. x. 54.   § 64. B The first is the generic or collective, without speci-  fication of the number or of the individuals ; the second is  numerical, in which the number of the individuals is given or  their identity is clearly implied. 6 A word like bigae, inflections which are actually found to exist. There-  fore in the matter of the three genders they a are  unfair in setting aside the Regularities.   XXXIX. 63. Moreover those who find fault a  with the Regularities, because some words are  singulars only, like cicer ' chickpea,' and others are  plural only, like scalae ' stairs,' et although all ought  to have the two forms, like equus ' horse ' and equi  ' horses,' forget that the foundation of Regularity  is nature and use taken in combination. That is  singular which by nature denotes one thing, like  equus ' horse/ or which denotes things that by use  are joined together in some way, like bigae * two-horse  team.' Therefore just as we say una Musa * one  Muse,' we say unae bigae * one two-horse team/   64. Plural words are of two sorts, a the one in-  definite, like Musae * Muses/ the other definite, like  duae ' two/ tres * three/ quattuor 1 four ' ; for as we  say Musae in the plural, so also we say unae bigae ' one  two-horse team/ and binae ' two ' and trinae b bigae  1 three two-horse teams/ and so on. Wherefore  unae and the masc. uni and the neut. una are in  a certain manner as much singulars as unus and una  and unum : the word changes in this way because  the one set of forms is said of individual things, the  other of things joined together in sets ; and just as  duo and tria are plurals, so also are bina and trina.   65. There is also a third class which is singular  though expressed by a plural form, namely uter  1 which of two,' in which the plural form is for ex-   already plural in form, can be pluralized in meaning only by  the use of a numerical modifier ; for this purpose, distribu-  tive numerals such as bini are used. For the singular idea,  the plural form of unus is used.   487     V.     poeta singulari, utri poetae multitudinis est. Qua  explicata natura apparet non debere omnia vocabula  multitudinis habere par singulare : omnes enim  numeri ab duobus susum versus multitudinis sunt  neque eorum quisquam habere potest singulare  compar. Iniuria igitur postulant, si qua sint singu-  laria, oportere habere multitudinis.   XL. 66. Item qui reprehendunt, quod non dicatur  ut unguentum unguenta vinum vina sic acetum aceta  garum gara, faciunt imperite : qui ibi desidcrant  multitudinis vocabulum, quae sub mensuram ac pon-  dcra potius quam sub numerum succedunt : nam in  plumbo, 1 a(r)ge(n)to, a cum incrementum accessit,  dicimus 3 multum, 4 sic multum plumbum, argentum ;  non 5 plumba, argenta, cum quae ex hisce fiant, dica-  mus plumbea et argentea (aliud enim cum argenteum :  nam id turn cum iam vas : argent(e)um 6 enim, si  pocillum aut quid item) : quod pocilla argentea  multa, non quod argentum multum.   67. Ea, natura in quibus est mensura, non  numerus, si genera in se habe(n)t 1 plura et ea in  usum venerunt, a genere multo, sic vina et unguenta,  dicta : alii generis enim vinum quod Chio, aliuc? 2   § 66. 1 After phimbo, L. Sp. deleted oleo. 2 Aug., for  aceto. 3 After dicimus, Aldus deleted enim. 4 After  rnultum, L. Sp. deleted oleum. 5 After non, L. Sp. deleted  multa olea. 6 Aug., with B t for argentum.   § 67. 1 Laetus, for habet. 2 For aliut.     § 65. ° The old spelling of the nominative plural, still  more or less in use in V.'s time, though rarely attested in  the manuscripts.   § 66. a Cf § 67. b Derivative adjectives, ' made of  lead ' and * made of silver * ; supply vasa 4 utensils.' ample utrei ° : uter poeta ' which of two poets ' in the  singular, utri poetae 4 which of two sets of poets ' in  the plural. Now that the nature of this has been  explained it is clear that plural nouns are not all  under obligations to have a like singular form ; for  all the numerals from two upwards are plural, and  no one of them can have a singular to match it.  Therefore it is quite wrongly that they demand that  all singulars that there are, must have a correspond-  ing plural form.   XL. 66. Likewise those who find fault because  there are no plurals aceta and gara to acetum ' vinegar '  and garum * fish-sauce ' like unguenia to unguentum  ' perfume ' and vtna to vinum ' wine/ a act ignorantly ;  they are looking for a plural name in connexion  with things which come under the categories of  quantity and weight rather than under that of  number. For in plumbum 4 lead ' and argentum * sil-  ver,' when there has been added an increase, we say  multum * much ' : thus multum plumbum or argentum,  not plumba ' leads ' and argenta ' silvers/ since articles  made of these we call plumbea and argentea b (silver  is something else when it is argenteum, for that is  what it is when it has now become a utensil ; thus  argenteum if it is a small cup or the like), because in  this case we speak of many argentea ' silver ' cups,  and not of much argentum ' silver/   67. But if those things which have by nature the  idea of quantity rather than that of number, exist in  several kinds and these kinds have come into use,  then from the plurality of kinds they are spoken of  in the plural, as for example vina 1 wines ' and un-  guenia ' perfumes.' For there is wine of one kind,  which comes from Chios, another wine which is from quod Lesbo, 3 sic ex regionibus aliis. (Ae)que 4 ipsa  dicuntur nunc melius unguenta, 5 cui nunc genera  aliquot. Si item discrimina magna essent olei et  aceti et sic ceterarum rerum eiusmodi in usu co(m)-  muni, dicerentur sic olea et (aceta ut) 6 vina. Quare  in titraque re (i)nique 7 rescindere conantur analogias,  et 8 cum in dissimili usu similia vocabula quaerant* et  cum item ea quae metimur atque ea quae numcramus  dici putent oportere.   XLI. 68. Item reprehendunt analogias, quod  dicantur multitudinis nomine publicae balneae, non  balnea, contra quod privati dicant unum balneum,  quo?/* 1 plura balnea (non) 2 dicant. Quibus respon-  ded' 3 potest non esse reprehendendum, quod scalae  et aquae caldae, pleraque* cum causa, multitudinis  vocabulis sint appellata neque eorum singularia in  usum venerint ; idemque item contra. Primum  balneum (nomen e(s)t 5 Graecum), (cum) 6 introiit in  urbem, publice ibi consedit, ubi bina essent con-  iuncta aedificia lavandi causa, unum ubi viri, alterum  ubi mulieres lavarentur ; ab eadem ratione domi  suae quisque ubi lavatur balneum dixcrunt et, quod  non erant duo, balnea dicere non consuerunt, cum   3 V, p, Aldus, for Lesbio. 4 A. Sp., for quae. 5 For unguentia. 6 Added by L. Sp. 7 Canal, for denique. 8 Aug., for analogiam set. * L. Sp.,for querunt. §68. 1 Canal, for quod. 2 Added by Popma. 3 Al- dus, for respondere. 4 After pleraque, L. Sp. deleted quae. 6 GS., for et. 6 Added by GS. §68. ° The word is a heteroclite in form, with a different Lesbos, and so on from other localities. Likewise unguenta 1 perfumes ' themselves are now properly spoken of in the plural, for of perfume there are now a number of kinds. If in like fashion there were great differences in olive-oil and vinegar and the other articles of this sort, in common use, then we should employ the plurals olea and aceta, like vina. There- fore in both these matters their attempt to destroy the Regularities is unfair, since they expect that the words will be alike though their uses are different, and since they think that articles which we measure and objects which we count should be spoken of in the same way. XLI. 68. Likewise they find fault with the Regu- larities, because public baths are spoken of as balneae, with the form in the plural, and not as balnea, in the singular ; and on the other hand they speak of one bal- neum of a private individual, though they do not use the plural balneal To them answer can be made, that fault ought not to be found because scalae * stairs ' and aquae caldae ' hot springs/ mostly with good reason, have been called by plural names and the corresponding singulars have not come into use : and vice versa* The first balneuvi * bath-room ' (the name is Greek), when it was brought into the city of Rome, was as a public establishment set in a place where two connected buildings might be used for the bathing, in one of which the men should bathe and in the other the women. From the same logical reasoning each person called the place in his own house where baths were taken, a balneum ; and they were not accustomed to speak of balnea in the plural, meaning in the two numbers. But the plural balnea began to be used in the time of Augustus. 6 C/. § 69. V. hoc antiqui non balneum, sed lavatrinam 7 appellare consuessent. 8 69- Sic aquae caldae ab loco et aqua, quae ibi scateret, cum ut colerentur venissent in usum nostris, cum aliae ad alium morbum idoneae essent, eae cum plures essent, ut Puteolis ct in Tuscis, quibus uteban- tur, multitudinis potius quam singulari vocabulo appellarunt. Sic scalas, quod ab scandendo dicuntur et singulos gradus scanderent, magis erat quaeren- dum, si appellassent singulari vocabulo scalam, cum origo nominatus ostcnderet contra. XLII. 70. Item reprehendunt de casibus, quod quidam nominatus habent rectos, quidam obliquos, quod dicunt utrosque in vocibus oportere. Quibus idem responderi potest, in quibus usus aut natura non subsit, ibi non esse analogiam. Sed ne in his (quidem) 1 vocabulis quae declinantur, si transeunt e recto casu in rectum casum : quae tamcn fere non discedunt ab ratione sine iusta causa, ut hi qui gladiatores Faustina* : nam quod plerique dicuntur, ut tris extremas syllabas 7 Aug., with B, for lauiatrinam. 8 2?, Ed. Veneta,for consuescent. § 71. 1 Added here by L. Sp. ; added after vocabulis by Madvig. 2 Mtie. t for faustinos. c More commonly in the contracted form latrina, and in V.'s time meaning ' water-closet, privy.' § 69. ° At least nine places in Etruria bore the name Aquae. % 70. ° Cf. viii. 49. b There seems to be a lacuna here, as examples illustrating this point of the refutation are lack- ing. § 71. c That is, by derivation with suffixes, not merely by because they did not have two in one house — though our forbears were accustomed to call this not a balneum, but a lavatrina c ' wash-room.* 69. So also, the hot springs, on account of the locality and the water which gushed out there, came to be frequented for our use, since some of the springs were beneficial to one disease and others to another ; and because those which they used were several in number, as at Puteoli and in Etruria, they called them by a plural word rather than by a singular. So also with the scalae ' stairs ' ; because they are named from scandere ' to mount ' and there were separate steps to be mounted, it would be a more difficult problem to answer if they had called them scala, in the singular, inasmuch as the origin of the name shows their plural nature. XLII. 70. Likewise they find fault a about the cases, because some nouns have nominative forms only, and others have only oblique forms : whereupon they say that all words ought to have both the nominative and the oblique forms. To them the same answer can be given, that there is no Regularity in those instances which lack a relationship in use or in nature. . . . b 71. But they should not look for complete Regu- larity even in these names which are derived by passage from one nominative form to another. Still, such words do not in general depart from the path of logic without valid reason, such as there is for those gladiators who are called Faustini b ; for though most gladiators are spoken of in such a way that they case-inflection. b The troops of gladiators were designated by adjectives of this sort which were derived from the names of the owners. habeant easdem, Cascelliani, (Caeciliani), 3 Aquiliani, animadvertant, 4 unde oriuntur, nomina dissimilia Cascellius, 5 Cflecilius, Aquilius, (Faustus : quod si esset) 8 Faustius, recte dicerent Faustianos ; si(c) 7 a Scipione quidam male dicunt Scipioninos : nam est Scipionarios. Sed, ut dixi, quod ab huiuscemodi cognominibus raro declinantur cognomina neque in usum etiam perducta, natant quaedam. XLIIL 72. Item dicunt, cum sit simile stultus luscus et dicatur stultus stultior stultissimus, non dici luscus luscior luscissimus, sic in hoc genere multa. Ad quae dico ideo fieri, quod natura nemo lusco magis sit luscus, cum stultior fieri videatur. Quod rogant, cur (non) 1 dicamus mane manius manissimc, item de vesperi : in 2 tempore vere magis et minus esse non potest, ante et post potest. Itaque prius est hora prima quam secunda, non magis hora. Sed magis mane surgere tamen dicitur : qui primo mane surgit, (magis mane surgit) 3 quam qui non pri(m)o 4 : ut enim dies non potest esse magis quam (dies, sic mane non magis quam) 5 mane ; 3 Placed here by L. Sp. ; added after Aquiliani by Aug. 4 Aug., for animaduertunt. 5 Cascelius Aug., for Cas- sellius F. 6 Added by Mue. 7 M 9 Laetus.for si. § 73. 1 Added by Aug. 2 Popma, for uespertino. 3 Added by GS. 4 Stephanus, for prior. 5 Added by L. Sp. § 72. a Cf viii. 75. § 73. a Cf. viii. 76. b The usual phrase is multo mane ; evidently, to the Romans, mane was not completely an adverb like English* early. e The Latin corresponding to this (English) sentence should perhaps, as GS. suggest, be placed before the sentence beginning Itaque prlus ; the argument then develops more logically. have the last three syllables alike, Cascelliani, Cae- ciliani, AquilianiJ* let them take note that the names from which these come, Cascellius, Caecilius, Aquilius on the one hand, and Faustus on the other, are unlike : if the name were Faustius, they would be right in saying Faustiani. In the same way, from Scipio some make the bad formation Scipionini ; it is prop- erly Scipionarii. But, as I have said, since appella- tions are rarely derived from surnames of this kind and they are not fully at home in use, some such formations fluctuate in form. XLIII. 72. Likewise they say,° that although stultus * stupid ' and luscus * one-eyed * are like words, and stultus is compared with stultior and stultissimus, the forms lusrior and luscissimus are not used with luscus, and similarly with many words of this class. To which I say that this happens for the reason that by nature no one is more one-eyed than a one- eyed man, whereas he may seem to become more stupid. XLIV. 73. To their question a why we do not say mane ' in the morning/ comparative manius, super- lative manissime. with a similar question about vesperi * in the evening/ I reply that in matters of time there is properly no ' more ' and ' less/ but there can be before and after. Therefore the first hour is earlier than the second, but not ' more hour/ But nevertheless to rise magis mane ' more in the morning * is an expression in use ; he who rises in the first part of the morning rises magis mane 6 * more in the morning ' than he who does not rise in that first part. For as the day cannot be said to be more than day, so mane cannot be said to be more than mane* Therefore that very magis ' more ' itaque ipsum hoc quod dicitur magis sibi non constat, quod magis mane significat primum mane, magis vespere novissimum vesper. XLV. 74. Item ab huiuscemodi (dis)similitu- dinibus 1 reprehenditur analogia, quod cum sit anus cadus simile et sit ab anu aniculaanicilla, a cado duo reliqua quod non sint propagata, sic non dicatur a piscina piscinula piscinilla. Ad (haec respondeo) 2 huiuscemodi vocabuh's 3 analogias esse, ut dixi, ubi magnitudo animadvertenda sit in unoquoque gradu eaquc 4 sit in usu co(m)muni, ut est cista cistula cistella et canis catulus catellus, quod in pecoris usu non est. Itaque consuetudo frequentius res in binas dividi partis ut maius et minus, ut lectus et lectulus, area et arcula, sic alia. XLVI. 75. Quod dicunt casus alia non habere rectos, alia obliquos et idco non esse analogias, falsum est. Negant habere rectos ut in hoc frugis frugi frugem, item cole(m) colis cole, 1 obliquos non habere ut in hoc Diespiter Diespitri Diespitrem, Maspiter Maspitri Maspitrem. § 74. 1 L. Sp., for similitudinibus. 2 Added by L. Sp. 3 L. Sp., for vocabula. 4 Mite., for ea quae. §75. 1 A. Sp. ; colis coli colem Mue. ; for role rolis role. § 74. a Cf viii. 79. b The diminutives are not ety- mological derivatives of cants, but are of quite distinct origin. e Curiously, none of the Latin words denoting sheep and goats, cattle and horses, had a diminutive in regular use in V.'s time or earlier, except that V. himself used equulus and equula. Plautus, Asin. 667, coined the words agnellns ' little lamb,' haedillus 4 little kid,' vitellus 4 little calf,' as terms of endearment, but they do not appear again. d The normal, undiminished object. § 75. ° Cf. viii. 49 ; the subject-matter of § 75 seems to come closely after that of § 70, but there seems to be no sure which is commonly said is not consistent with itself, because magis mane means the first part of the mane, and magis vespere the last part of the evening. XLV. 74. Similarly, Regularity is found fault with on account of unlikenesses of this sort," that although anus * old woman ' and cadus * cask ' are like words, and from anus there are the diminutives aniatla and anicilla, the other two are not formed from cadus, nor from piscina ' fish-pond * are piscinula and piscinilla made. To this I answer that words of this kind have the Regularities, as I have said, only when the size must be noted in each separate stage, and this is in common use, as is cista * box/ cistula, cistella, and canis b 1 dog,' catulus * puppy,' catellus * little puppy ' ; this is not indicated in the usage connected with flocks.* Therefore the usage is more often that things be divided into two sets, as larger d and smaller, like lectus * couch * and lectulus, area ' strong-box * and arcula, and other such words. XLVL 75. As to their saying a that some words lack the nominative and others lack the oblique cases, and that therefore the Regularities do not exist, this is an error. For they say that the nomina- tive is lacking in such words as frugis frugi frugem b * fruit of the earth * and colem colis cole c 1 plant- stalk/ and the oblique cases are lacking in such as Diespiter * Jupiter,' dat. Diespitri, acc. Diespitrem, and Maspiter ' Mars,' Maspitri, Maspitrem* way of rearranging the order of the text. * Gen., dat., acc. c Acc, gen., abL, unless the manuscript readings are to be more seriously altered ; the word is more properly caul- % but Cato and V. prefer the country forms, with o from au. d For Dies pater and Mars pater ; the addition of pater is found only in nom. and voc. (Iuppiter, older Iuplter % is a voc. form). VOL. II K 497 V. 76. Ad haec respondeo et priora habere nominandi et posteriora obliquos. Nam et frugi rectus est natura frux, at secundum consuetudinem dicimus ut haec avis, haec ovis, sic haec frugis ; sic secundum naturam nominandi est casus cols, 1 secundum con- suetudinem colis, 2 cum utrumque conveniat ad analo- gian, quod et id quod in consuetudine non est cuius modi debeat esse apparet, et quod est in consuetu- dine nunc in recto casu, eadem est analogia ac plera- que, quae ex multitudine cum transeunt in singulare, difficulter efFeruntur ore. Sic cum transiretur ex eo quod dicebatur haec oves, una non est dicta ovs sine J, 3 sed additum I ac factum ambiguum verbum nominandi an patrici esse(t) 4 casus. Ut ovis, et avis. 77. Sic in obliquis casibus cur negent esse Diespitri Diespitrem non video, nisi quod minus est tritum in consuetudine quam Diespiter ; quod in nihil argumentum est : nam tarn casus qui non tritus est quam qui est. Sed est(o) 1 in casuum serie alia vocabula non habere nominandi, alia de obliquis aliquem: nihil enim ideo quo minus siet 2 ratio per- cellere poterit hoc crimen. § 76. 1 Mi*e., for rois. 2 Hue., for rolis. 3 L. &/>., for una. 4 L, Sp., for esse. § 77. 1 L. Sp., for est. 2 Mue., for si et ; on the possi- bility of the use of siet in V.'s time, cf Cicero, Orator 47. 157. § 76. ° Frux is found in Ennius, Ann. 314 (' honest man ') and 431 Vahlen 2 = R.O.L. i. 1 16-1 17 and 150-151 Warming- ton ; but nom. frugis is not quotable from a text. b Colis may be cited from Lucilius, 135 Marx, and V., R. R. i. 41 . 6. 4 c V. is speaking on the basis that the relation is nom. sing, ending in -s, nom. pi. in -es, as in dux^ pi. duces. d Haec before oves is the sign of the nom. pi. fern. ; V. appears to use hae before consonants, haec To this I answer that the former have nomina- tives and the latter have oblique case-forms. For the nominative of fntgi is by nature frux, but by usage we say fntgis, a like avis * bird * and ovis ' sheep * ; so also, the nominative of the other word is by nature cols and by usage colis. b Both of these agree with the principle of Regularity, because it is perfectly clear of what sort that form ought to be which is not in use, and in that which is now in use in the nominative there is the same kind of Regularity as most words have that are hard to pronounce when they pass from the plural to the singular. So when the passage was made from the spoken plural oves, d the form which was pronounced was not ovs without I, but an I was added and the word became ambiguous as to whether the case was nominative or genitive.* Like the nominative ovis is also the nominative amis. 77. Thus I do not see why they say that in the oblique cases Diespitri and Diespitrem are lacking, except because they are less common in use than Diespiter. But the argument amounts to nothing ; for the case-form which is uncommon is just as much a case-form as that which is common. But let us grant that in the list of case-forms some words lack the nominative and others lack some one of the oblique cases ; for this charge will not for that reason be able in any way to destroy the existence of a logical relationship a among the forms. before vowels as here (and at the sentence-end, as at v. 75). * V. is of course unaware of the fact that some nouns of the third declension had stems ending in i and therefore had a right to nominatives in is, while others had stems ending in consonants and could have the ending is only by analogy with the «-stems. § 77. ° That is, Regularity. Nam ut signa quae non habent caput 1 aut aliquam aliam partem, nihilo minus 2 in reliquis mem- bris eorum esse possunt analogiae, sic in vocabulis casuum possunt item fieri (iacturae. Potest etiam refingi) 3 ac reponi quod aberit, ubi patietur natura et consuetudo : quod nonnunquam apud poetas invenimus factum, ut in hoc apud Naevium in Clas- tidio : Vita insepulta laetus in patriam redux. XLVII. 79. Itemreprehendunt,quoddicaturhaec strues, hie Hercules, 1 hie homo : debuisset enim dici, si esset analogia, hie Hercul, haec strus, hie hom(en. N)on 2 haec ostendunt no(mi)?*a 3 non analogian esse, sed obliquos casus non habere caput ex sua analogia. Non, ut si in Alexandri statua imposueris caput Philippi, membra conveniant ad rationem, sic* et Alexandri membrorum simulacro 5 caput quod re- spondeat item sit ? Non, si quis tunicam in usu ita consult, ut altera plagula 6 sit angustis clavis, altera latis, utraque pars in suo genere caret analogia. XLVIII. 80. Item negant esse analogias, quod § 78. 1 After caput, M and Laetus deleted et. 2 For nihil hominus. 3 Added by GS. ; but the lost part may be some what longer. % 79. 1 p, Laetus, for Herculis. 2 GS. ; homen Canal ; for homon. 3 Kent, for noua. 4 G, H, Aug., for sit. 5 A. Sp.yfor simulacrum. 6 Aldus, for placula. § 78. a By regular formation. b Tray. Rom. Frag., Praet. II Ribbeck 3 . c Redux, not elsewhere found in the nom. sing. § 79. If the nominatives were of the usual types, which replace the .genitive ending -IS by -S or by nothing at all, like $11$, animal, nomen, genitives suis, animalis, nominis. b That is, the nominatives are not formed ' regularly ' from the oblique cases, but from these nominatives of variant types For as some statues lack the head or some other part without destroying the Regularities in their other limbs, so in words certain losses of cases can take place, with as little result. Besides, what is lacking can be remade a and put back into its place, where nature and usage permit ; which we sometimes find done by the poets, as in this verse of Naevius, in the Clastidium b : With life unburied, glad, to fatherland restored.* XLVII. 79. Likewise they find fault with the nominatives strues 1 heap,' Hercules, homo * man ' ; for if Regularity actually existed, they say, these forms should have been strus, Hercul, homen. a These nouns do not show that Regularity is non-existent, but that the oblique cases do not have a head or starting-point according to their type of Regularity. b Is it not a fact that, if you should put a head of Philip on a statue of Alexander and the limbs should be proportionately symmetrical, then the head which does correspond to the statue of Alexander's limbs c would likewise be symmetrical ? And it is not a fact that if one should in practice sew together a tunic in such a way that one breadth of the cloth has narrow border-stripes and the other has broad stripes, each part lacks regular conformity within its own class. d XLVIII. 80. Likewise they say that the Regu- the oblique cases are formed regularly. c That is, the heads or nominatives may be varied, but the limbs or oblique cases are of uniform type. d For there are tunics with the broad stripe, worn by senators, and tunics with the narrow stripe, worn by knights ; therefore, though the two halves in the example do not belong together, each has its regular precedent. alii dicunt cupressus, alii cupressi, item dc ficis platanis et plerisque arboribus, dc quibus alii ex- tremum US, alii EI faciunt. Id est falsum : nam debent dici E et I, fici ut nummi, quod est ut num- mi^) fici(s), 1 ut nummorum ficorum. Si essent plures ficus, essent ut manus ; diceremus ut manibus, sic ficibus, et ut manuum, sic ficuum, neque has ficos diceremus, sed ficus, ut non manos appellamus, sed (manus, nec) 2 consuetude* diceret singularis obliquos casus huius fici neque hac fico, ut non dici(t) 3 huius mani, 4 sed huius manus, (n)ec 5 hac mano, sed hac manu. XLIX. 81. Etiam illud putant esse causae, cur non sit 1 analogia, quod Lucilius scribit : Dccuis, 2 Sive decusibus est. Qui errant, quod Lucilius non debuit dubitare, quod utrumque : nam in aere usque ab asse ad centussis numerus aes significat, et eius numero finiti casus omnes 3 ab dupondio sunt, quod dicitur a multis duobus modis hie dupondius et hoc dupondium, ut § 80. 1 L. Sp., for nummi fici. 2 Added by Mue. ; manus neque L. Sp. 3 Aug., for dici. 4 M, Laetus,for manui. 5 L. Sp., for et. §81. 1 After sit, Aldus deleted in. 2 Lachmann ; decussi Mue. ; for decuis. 3 For omnis. § 80. ° As belonging to the fourth and the second de- clensions respectively. b This shows that V. wrote the nominative plural of the second declension with EI, and not with I ; but it would be pedantic to substitute such spellings throughout 4 his works, or even merely in this section. c As type of the second declension. d As type of the fourth declension. larities do not exist, because some say cupressus ' cypress-trees ' in the plural and others say cupressif and similarly with fig-trees, plane-trees, and most other trees, to which some give the ending US and others give EI. This is wrong ; for the tree-names ought to be spoken with E and l 9 b Jici like nummi c ' sesterces,* because the ablative is jicis like nummis, and the genitive is ficorum like nummorum. If the plural were Jicus, then it would be like mantis d * hand ' ; we should say ablative Jicibus like manibus, and genitive jicuum like manuum 9 and we should not say accusative Jicos, but Jicus, just as we do not say accusative vianos but manus ; nor would usage speak the oblique cases of the singular genitive Jici and ablative Jico, just as it does not say genitive mani but manus, nor ablative mono but manu. XLIX. 81. Moreover, they think that there is proof of the non-existence of Regularity, in the fact that Lucilius writes a ; Priced a teiww, or else we may say at ten-asses. b They are in error, because Lucilius should not have been uncertain as to the form, since both are right. For in copper money, from the as to the hundred-a-y, the number adds to itself the meaning of the copper coin, and all its case-forms are limited by its numerical value, starting from the dupondius * two-as piece,' which is used by many in two ways, masculine dupondius and neuter dupondium, like gladius and §81. ° Lucilius, 1153-4 Marx. "Or decussis, decus- sibus; but the single S is elsewhere attested in these words, and Lucilius may well have followed the older orthography, which doubled no consonants. On the as, cf. v. 169* c As first element in the compound. hoc gladium et hie gladius ; ab tressibus virilia multi- tudinis hi tresses et " his tressibus confido," singulare " hoc tressis habeo " et " hoc tres(s)is 4 confido," sic deinceps a(d) 5 centussis. Deinde numerus aes non significatf. 6 82. Numeri qui aes non significant, usque a quat- tuor ad centum, triplicis habent formas, quod dicun- tur hi quattuor, hae quattuor, haec quattuor ; cum perventum est ad mille, quartum assumit singulare neutrum, quod dicitur hoc mille denarium, a quo multitudinis fit milia denarii. 1 S3. Quare gwo(nia)m 1 ad analogias quod pertineat non (opus) 2 est ut omnia similia dicantur, sed ut in suo quaeque genere similiter declinentur, stulte quaerunt, cur as et dupondius et tressis non dicantur proportione, cum as 3 sit simple^, 4 d?*pondius 5 fictus, quod duo asses pendebat, 6 tressis ex tribus aeris quod sit. Pro assibus nonnunquam aes dicebant antiqui, a 4 For tresis. 5 Aug., for a. 6 Aug., for significans. § 82. 1 Aug.) for denaria. § 83. 1 Mue., for cum. 2 Added by GS. 3 as sit Aldus, for adsit. 4 For simples. 5 For dipondius. 6 Aug., for pendebant. d Cf. v. 116 and viii. 45. "The value-names tressis to centussis were invariable in the singular, but had a full set of cases in the plural, without multiplying the value of the term ; thus tresses in the plural still means ' three asses ' precisely like the singular. § 82. ° One invariable form serves for three genders. b Mille is not only an indeclinable plural adjective, of three genders, but also a neuter noun in the singular, upon which a genitive depends ; and in this last capacity it has a plural, which is declinable. c The denarius was a Roman silver coin, equivalent to the Greek drachma, and in modern times gladium* From tressis 4 three-as ' there is a mascu- line plural 3 tresses in the nominative and tressibus in the ablative, as in "I trust in these three asses," singular tressis as in " I have this three-flj " and " I trust in this three-as." The same usage is followed all the way to centussis 4 hundred-^. ' e From here on, the numeral does not denote money any more than other things. 82. The numerals which do not signify money, from quaiiuor 4 four ' to centum 4 hundred/ have forms of triple function, because quaituor is masculine, feminine, and neuter. When mille 4 thousand ' is reached, it takes on a fourth function, 6 that of a singular neuter, because the expression in use is mille 4 thousand * of denarii, c from which is made a * plural, milia 1 thousands * of denarii. 83. Since therefore so far as concerns the Regu- larities it is not essential that all words that are spoken should be alike in their systems, but only that they should be inflected alike each in its own class, those persons are stupid who ask why as and dupondius and tressis are not spoken according to a regular scheme ; for the as is a single unit, the dupondius is a compound term indicating that it pendebat 1 weighed ' duo 1 two ' asses, and the tressis is so called a because it is composed of tres 4 three ' units of aes 4 copper.' Instead of asses, the ancients used sometimes to say aes 6 ; a usage which survives when we hold an as in to the Swiss franc (about Is. 4d. English, or 32 cents U.S.A., in 1936). § 83. ° From tres and as, not from tres and aes. b But in the genitive, if with a numeral ; just as we say " four o'clock," = " four (hours) of the clock " ; in the singular, aes might mean * money ' collectively, like the French argent, and sometimes even a * copper piece.' quo dicimus assem tenentes " hoc 7 aere aeneaque libra " et " mille aeris legasse." 84. Quare quod ab tressis usque ad centussis 1 numeri ex (partibus) 2 eiusdem modi sunt compositi, eiusdem modi habent similitudinem : dupondius, quod dissimilis est, ut debuit, dissimilem habet rationem. Sic as, quoniam simplex est ac principium, et unum significat et multitudinis habet suum in- finitum : dicimus enim asses, quos cum finimus, dicimus dupondius et tressis et sic porro. 85. Sic videtur mihi, quoniam finitum et infinitum habeat dissimilitudinem, non debere utrumque item dici, eo magis quod in ipsis vocabulis 1 ubi additur certus numerus miliar(i)is 2 aliter atque in reliquis dicitur : nam sic loquontur, hoc mille denarium, non hoc mille denari(orum), 3 et haec duo milia denarn/m, 4 non duo milia denari(orum). 5 Si esset denarii in recto casu atque infinitam multitudinem significaret, tunc in patrico denariorum dici oportebat ; et non solum in denariis, victoriatis, drachmis,* nummis, sed etiam in viris idem servari oportere, cum dicimus 7 After hoc, Brissonius deleted ab. § 84. 1 Aug., for ducentussis. 2 Added by GS. % 85. 1 M 9 Laetus, for vocalibus. 2 Miie. ; milliards L. Sp. ; for militaris. 3 L. Sp.,for denarii. 4 Aug., for denaria. 5 Christ, for denarii. 6 Rhol^for et rachmis. c A legal survival used in symbolic sales, cf. v. 163; for the ancient as UbraUs (cf v. 169) had long since been decreased in weight and was not coined after 74 b.c. § 84. ° Even as dies and annus were not modified by the lower numerals ; for such phrases the Romans substituted biduum, triduum, biennium, triennium> etc. So for sums the hand and say " with this aes * copper piece ' and aenea libra ' pound of copper/ " c and also in the legal formula " to have bequeathed a thousand (asses) of aes * copper.* '* 84. Therefore, because the numerals from tressis to centussis are compounded of parts of the same kind, they have a likeness of the same kind ; but the word dupondius, because it is different in formation, has a different system of declension, as it should have. So also the as, because it is a single unit and is the beginning, means one and has its own in- definite plural, for we say asses ; but when we limit them numerically, we say dupondius and tressis and so on. a . Thus it seems to me that since the definite and the indefinite have an inherent difference, the two ought not to be spoken in the same fashion, the more so because in the words themselves, when they are attached to a definite number in the thousands, a form is used which is not the same as that used in other expressions. For they speak thus : mille dena- rium a * thousand of denarii,' not denariorum, and two milia denarium ' thousands of denarii,* not denariorum. If it were denarii in the nominative and it denoted an indefinite quantity, then it ought to be denariorum in the genitive ; and the same distinction must be pre- served, it seems to me, not only in denarii, victoriati, h drachmae, and nummi, but also in viri, when we say from 2 to 100 asses, the compound words were used, and not asses with the numeral. § 85. a For names of weights and measures, and for some other words, the old genitive in -um continued in use long after the new form in -onim had been generalized. 6 The vktoriatus was a silver coin stamped with a figure of Victory, and worth half a denarius. iudicium fuisse triumvirum, decem(virum, centum)- wum, 7 non (triumvirorum, decemvirorum), 8 centum- virorum. 86. Numeri antiqui habent analogias, quod omni- bus est una 1 regula, duo actus, tres gradus, sex de- curiae, qua(e) 1 omnia similiter inter se respondent. Regula 3 est numerus novenarius, quod, ab uno ad novem cum pervenimus, rursus redimus ad unum et V(IIII) 4 ; hinc et LX(XXX) 6 et nongenta 6 ab una sunt natura novenaria ; sic ab octonaria, et deo(r)sum versus ad singularia perveniunt. 87. Actus primus est ab uno (ad) 1 DCCCC, se- cundus a mille ad nongenta* milia ; quod idem valebat unum et mille, utrumque singulari nomine appellatur : nam ut dicitur hoc unum, haec duo, (sic hoc mille, haec duo) 3 milia et sic deinceps multitudinis in duobus actibus reliqui omnes item numeri. Gradus singu- laris est in utroque actu ab uno ad novem, denariws 4 gradus (a) 5 decern ad LX(XXX), 6 centenarius a cen- tum (ad) 7 DCCCC. Ita tribus gradibus sex decuriae fiunt, tres miliariae, tres 8 minores. Antiqui his numeris fuerunt contenti. Added by L. Sp. 8 Added by A. Sp., after Aldus. §86. 1 After una, L. Sp. deleted non novenaria (Aug. deleted non). 2 Rhol., for qua. 3 Sciop., for regulae. 4 novem L. Sp., for V. 5 nonaginta Aldus, for LX. 6 L. Sp. ; nongenti G, H ; for nungenti. § 87. 1 Added by Aug. 2 For nungenta. 3 Added by Gronov. 4 Aug., for denarios. 5 Added by Aug. 6 nonaginta Aug., for LX. 7 Added by Aug. 6 L. Sp., for miliaria etres. c The tresviri or triumviri capitales, in charge of prisons and that there has been a decision of the triumvirs, c the decemvirs, d the centum virs, e all of which have the genitive virum and not virorum. 86. The old numbers have their Regularities, because they all have one rule, two acts, three grades, and six decades, all of which show regular internal correspondences. The rule is the number nine, because, when we have gone from one to nine, we return again to one and nine ° ; hence both ninety and nine hundred are of that one and the same nine- containing nature. So there are numbers of eight- containing nature, 6 and going downwards they arrive at those which are merely ones. 87. The first act ° is from one to nine hundred, the second from one thousand to nine hundred thousand. Because one and thousand are alike unities, both are called by a name in the singular ; for as we say 1 this one ' and ' these two,* so we say 1 this thousand ' and ' these two thousands/ and after that all the other numbers in the two acts are likewise plural. The unitary grade is found in both acts, from one to nine ; the denary grade extends from ten to ninety ; the centenary grade from hundred to nine hundred. Thus from the three grades, six decades are made, three in the thousands, and three in the smaller numbers. The ancients were satisfied with these numerals. executions. *The decemviri stlitibus iudicandis, a per- manent board with jurisdiction over cases involving liberty or citizenship. * The centumviri or board of judges with jurisdiction over civil suits, especially those involving in- heritances. § 86. As multiples of ten ; and then as multiples of one hundred. 6 But these do not constitute the 4 rule.* § 87. Technical term, taken from the drama. Ad 1 hos tertium et quartum actum (addcntes) 2 ab decie(n)s (et ab deciens miliens) 2 minores im- posuerunt vocabula, neque rationc, sed tamen non contra est earn de qua scribimus analogiam. Nam 3 deciens 4 cum dicatur hoc deciens ut mille hoc mille, ut sit utrumque sine casibus vocis, dicemus ut hoc mille, huius mille, sic hoc deciens, huius deciens, neque eo minus in altero, quod est mille, praeponemus hi mille, horum mille, (sic hi deciens, horum deciens). 5 L. 89. Quoniam in eo est nomen co(m)mune, quam vocant ofnovvfuav, 1 obliqui casus ab eodem capite, ubi erit ofuavvfiia, 2 quo minus dissimiles fiant, analogia non prohibet. Itaque dicimus hie Argus, cum hominem dicimus, cum oppidum, Graec(e Graec)an(i)ceve 3 hoc Argos, cum Latine (hi) 4 Argi. Item faciemus, si eadem vox nomen et 5 verbum significant, 6 ut et in casus et in tempora dispariliter declinetur, ut faciemus a Meto quod nomen est Metonis Metonem, quod verbum estmetammetebam. § 88. 1 For ab. 2 Added by Kent, after Mue. (actum ab deciens minorem, (a deciens miliens maiorem addentes), imposuerunt). 3 A fter nam, L. Sp. deleted ut. 4 Aug., for decienis. 6 Added by L. Sp. ; there may have been other text also in the lacuna. § 89. 1 For omonimyan. 2 For omonimya / after which Aug. deleted obliqui casus. 3 Fay, cf. x. 71 ; graecanice Pius ; for graecancaene. 4 Added by Vertranius ; (hei) Aug. 6 Pius, for nominet. 6 Pius, for significavit. Elliptic for decies centena milia ' ten times a hundred thousands.* b Similarly elliptic for decies milies centena milia. c V. seems not to know the abl. sing. milll, found in Plautus, Bac. 928 (assured by the metre), and in Lucilius, 327 and 506 Marx (assured by Gellius, i. 10. 10-13). To these, their descendants added a third and a fourth act, imposing names which started from deciens a ' million ' and deciens miliens b ' thousand million ' ; and though the names were not formed by logical relation with the lower numerals, still their for- mation is not in conflict with the Regularity about which we are writing. For inasmuch as deciens is used as a neuter singular like mille, so that both words are without change of form for the various cases, 6 we shall use deciens unchanged as nominative and as genitive, even as we do mille ; and none the less shall we set before mille the signs of nominative and of genitive plural, because mille is also in the other number — and so also shall we speak of* these deciens ' in the same cases. L. 89. When a noun is the same in the nomina- tive though it has more than one meaning, in which instance they call it a homonymy, Regularity does not prevent the oblique cases from the same starting form in which the homonymy is, from being dis- similar. Therefore we say Argus in the masculine, when we mean the man, but when we mean the town we say, in Greek or in the Greek fashion, Argos a in the neuter, though in Latin it is Argi, masculine plural. Likewise, if the same word de- notes both a noun and a verb, we shall cause it to be inflected both for cases and for tenses, with different inflection for noun and verb, so that from Melo as a noun, a man's name, we form gen. Metonis, acc. Metonem, but from meto as a verb, * I reap/ we form the future metam and the imperfect metebam. § 89. ° The homonymy is not perfect, since the forms are Argus and Argos ; the neuter Argos is found in Latin only in nom. and acc. Reprehendunt, cum ab eadem voce plura sunt vocabula declinata, quas a-vvtawfitas 1 appellant, ut 2 Alc(m)#eus 3 et Alc(m)«eo, 3 sic Gen/on, Ger?/o- n(e)us, 4 Ger^ones. In hoc genere quod casus per- peram permutant quidam, non reprehendunt ana- logiam, sed qui eis utuntur imperite ; quod quisque caput prenderit, sequi debet eius consequenti(s) 5 casus in declinando ac non facere, cum dixerit recto casu Alc(m)aeus, 6 in obliquis 7 Alc(m)«eoni 6 et Alc(m)aeonem 6 ; quod si miscuerit et non secutus erit analogias, reprehendendum. LII. 91. (Reprehendunt) 1 Aristarchum, quod haec nomina Melicertes et Philomedes similia neget esse, quod vocandi casus habet alter Melicerta, alter Philomede(s), 2 sic qui dicat lepus et lupus non esse simile, quod alterius vocandi casus sit lupe, alterius lepus, sic socer, macer, quod in transitu fiat ab altero triss/llabum soceri, ab altero bisyllabum macri. 92. De hoc etsi supra responsum est, cum dixi de lana, hie quoque 1 amplius adiciam similia non solum §90. 1 For synonimyas. 2 After ut, Aug. deleted sapho et. 3 Kent, for alceus and alceo, usually corrected to Alcaeus, Alcaeo, though a variant nominative Alcaeo is unknown ; whereas Alcumeus occurs in Plant us* Capt. 562, and Alcmaeo in Cicero, Acad. Priora ii. 28. 89, and else- where. 4 Mue., for gerionus. 6 L. Sp.,for consequenti. • Kent, for alceus, alceoni, alceonem ; cf. crit. note 3. 7 After obliquis, Mue. deleted dicere. §91. 1 Added by L. Sp„ after Aug. 2 Mue., for philomede. § 92. 1 For hie hie quoque. Son of Amphiaraus and Eriphyle, who killed his mother at the command of his father, because she tricked him into going to a war in which he was destined to die ; cf. also the critical note. b The three-bodied giant whom Hercules They find fault when from the same utterance two or more word-forms are derived, which they call synonymns, such as Alcmaeus and Alanaeo, a and also Geryon, Geryoneus, GeryonesS* As to the fact that in this class certain speakers interchange the case-forms wrongly — they are not finding fault with Regularity, but with the speakers who use those case- forms unskillfully : each speaker ought to follow, in his inflection, the case-forms which attend upon the nominative which he has taken as his start, and he ought not to make a dative Alcmaeoni and an accusative Alcmaeonem when he has said Alcmaeus in the nominative ; if he has mixed his declensions and has not followed the Regularities, blame must be laid upon him. LII. 91. They find fault a with Aristarchus for saying that the names Meliceries and Pkilomedes are not alike, because one has as its vocative Melicerta, and the other has Pkilomedes b ; and likewise with those who say that lepus * hare ' and lupus ' wolf * are not alike, because the vocative case of one is lupe and of the other is lepus, and with those who say the same of socer ' father-in-law * and macer ' lean/ because in the declensional change there comes from the one the three-syllabled genitive soceri and from the other the two-syllabled genitive macri. 92. Although the answer to this was given above when I spoke about the kinds of wool, I shall make here some further statements : the likenesses of overpowered and robbed of his cattle ; all three forms are known in Greek, but only Geryon and Geryones in Latin. §91. a Cf. viii. 68. b The Greek nominatives end in -17s, but the vocatives end in -a and -€s respectivelv. § 92. a C/. ix. 39.a facie dici, sed etiam ab aliqua coniuncta vi et potestate, quae et oculis et auribus latere soleant : itaque saepe gemina facie mala negamus esse similia, si sapore sunt alio ; sic equos eadem facie nonnullos negamus esse similis, (s)i 2 natione s(unt) 3 ex procreante dissimiles. 4 93. Itaque in hominibus emendis, si natione alter est melior, emimus pluris. Atque in hisce omnibus similitudines non sumimus tantum a figura, sed etiam aliu for externi. Present imperative, future imperative, present subjunctive. b The indicative mood. c V. dis- regards the, plural forms in this calculation. § 102. ° Meaning 1 mood ' ; cf. § 95, note a. b Cf ix. 75-79. used to say present esum es est, imperfect eram eras erat, future ero eris erit. In this same fashion you will see that the other verbs of this kind preserve the principle of Regularity. Besides, they find fault with Regu- larity in this matter, that certain verbs have not the three persons, nor the three tenses ; but it is with lack of insight that they find this fault, as if one should blame Nature because she has not shaped all living creatures after the same mould. For if by nature not all forms of the verbs have three tenses and three persons, then the divisions of the verbs do not all have this same number. Therefore when we give a com- mand, a form which only the verbs of uncompleted time have — when we give a command to a person present or not actually present, three verb-forms a are made, like lege ' read (thou)/ legito ' read (thou) * or ' let him read/ legal ' let him read 1 : for nobody gives a command with a form denoting action already completed. On the other hand, in the forms which denote declaration, 6 like lego ' I read/ legis * thou readest/ legit ' he reads/ there are nine verb-forms of uncompleted action and nine of completed action. LIX. 102. For this and similar reasons the question that should be asked is not whether one kind ° disagrees with another kind, but whether there is anything lacking in each kind. If to these there is added what I said above b about nouns, all difficulties will be easily resolved. For as the nomina- tive case-form is in them the source for the derivative cases, so in verbs the source for other forms is in the form which expresses the person of the speaker and the present tense : like scribo * I write/ lego ' I read.' Quare ut illic fit, si 1 hie item acciderit, in formula ut aut caput non sit aut ex alieno genere sit, proportione eadem quae illic dicimus, cur nihilominus 2 servctur analogia. Item, sicut illic caput suum habebit et in obliquis casibus transitio erit in ali(am) quam 3 formulam, qua assumpta reliqua facilius possint videri verba, unde sint declinata (fit enim, ut rectus casus nonnunquam sit ambiguus), ut in hoc verbo volo, quod id duo significat, unum a voluntate, alterum a volando ; itaque a volo intellegimus et volare et velle. LX. 101. Quidam reprehendunt, quod pluit et luit dicamus in praeterito et praesenti tempore, cum analogize sui cuiusque temporis verba debeant dis- criminare. Falluntur : nam est ac putant aliter, quod in praeteritis U dicimus longum pluit (luit), 1 in praesenti breve pluit luit : ideoque in lege vendi- tions fundi " ruta caesa " ita dicimus, ut U produ- camus. LXI. 105. Item reprehendunt quidam, quod putant idem esse sacrifico 1 et sacrificor, lavat 2 et lavatur ; quod sit an non, nihil commovet analogian, dum sacrifico 3 qui dicat servet sacrificabo et sic per § 103. 1 Mite.,, for sic. 2 For nichilominus. 3 Mue., for aliquam. Added by Aug. § 105. 1 Aug.> for sacrificio. 2 L. Sp. ; sacrificor et lavat Aug. ; for sacrifico relauat. 3 Aug,) for sacrifici. § 103. ° Cf ix. 76. § 104. a Found in older Latin, but seemingly shortened by about V.'s time. 6 One might exempt from inclu- sion in the sale of a property all things dug up (sand, chalk, ete.) and ail things cut down (timber, etc.), even though they were still unwrought materials. c The u is short in the compounds erutus^ obrutus, etc. Wherefore, if it has happened in verbs as it does happen in nouns, that in the pattern the starting- point is lacking or belongs to a different kind, we give the same arguments here which we gave there, with suitable changes in application, as to why and how Regularity is none the less preserved. And as in nouns the word will have its own peculiar starting- point and in the oblique cases there will be a change to some other pattern, on the assumption of which it can be more easily seen from what the word-forms are derived (for it happens that the nominative case-form is sometimes ambiguous), so it is in verbs, as in this verb volo, because it has two meanings, one from wishing and the other from flying ; therefore from volo we appreciate that there are both volare ' to fly ' and velle * to wish/ LX. 104. Certain critics find fault, because we say pluit * rains ' and luit * looses ' both in the past tense and in the present, although the Regularities ought to make a distinction between the verb-forms of the two tenses. But they are mistaken ; for it is otherwise than they think, because in the past tense we say pluit and luit with a long U, a and in the present with a short U ; and therefore in the law about the sale of farms we say rata caesa ' things dug up and things cut,' 6 with a lengthened u. c LXI. 105. Likewise certain persons find fault, because they think that active sacrifico ' I sacrifice ' and passive sacrificor, active lav at * he bathes ' and passive lavatur, are the same ° : but whether this is so or not, has no effect on the principle of Regularity, provided that he who says sacrifico sticks to the future § 105. ° With the same meaning ; but the passive of these verbs sometimes has true passive meaning. totam formam, ne dicat sacrificatur 4 aut sacrificatus sum : haec cnim inter se non conveniunt. 106. Apud Plautum, cum dicit : Piscis ego credo qui usque dum vivunt lavant Diu minus lavari 1 quam haec lavat Phronesium, ad lavant lavari non convenit, ut I 2 sit postremum, sed E ; ad lavantur analogia lavari reddit : quod Plauti aut librarii mendum si est, non ideo analogia, sed qui scripsit est reprehendendus. Omnino et lavat 3 et lavatur dicitur separatimrecte in rebus certis, quod puerum nutrix lava(t), 4 puer a nutrice lavatur, nos in 6alneis et lavamus et lavamur. 107. Sed consuetudo alterum utrum cum satis haberet, in toto corpore potius utitur lavamur, in partibus lavamus, quod dicimus lavo manus, sic pedes et cetera. Quare e balneis non recte dicunt lavi, lavi manus recte. Sed quoniam in balneis lavor lautus sum, scquitur, ut contra, quoniam est soleo, oporte(a)ti dici solui, ut Cato et Ennius scribit, non ut dicit volgus, solitus sum, debere dici ; neque propter haec, quod discrepant in sermone pauca, minus est analogia, ut supra dictum est. 4 L. Sp. f /or sacrificaturus. § 106. 1 Plautus has minus diu lavare. 2 II, for T. 3 II, for lauant. 4 For laua. § 107. 1 Mue.,for oportet. § 106. ° True. 322-323. § 107. °\The passive form as a middle or reflexive, but the active form as a transitive requiring an object. b Frag, inc. 54 Jordan. e Frag. inc. 26 Vahlen 2 .' * Cf. ix. 33. sacrificabo and so on in the active, through the whole paradigm, avoiding the passive sacrificatur and sacrificatus sum : for these two sets do not harmonize with each other. 106. In Plautus, when he says a : The fish, I really think, that bathe through all their life, Are in the bath less time than this Phronesium, lavari * are in the bath/ with final I instead of E, does not attach to lavant * bathe ' : Regularity refers lavari to lavantur, and whether the error belongs to Plautus or to the copyist, it is not Regularity, but the writer that is to be blamed. At any rate, lavat and lavatur are used with a difference of meaning in certain matters, because a nurse lavat 1 bathes ' a child, the child lavatur ' is bathed ' by the nurse, and in the bathing establishments we both lavamus * bathe * and lavamur ' are bathed.' 107. But since usage approves both, in the case of the whole body one uses rather lavamur * we bathe ourselves,' and in the case of portions of the body lavamus * we wash,' in that we say lavo * I wash ' my hands, my feet, and so on.° Therefore with reference to the bathing establishments they are wrong in saying lavi * I have bathed,' but right in saying lavi * I have M ashed * my hands. But since in the bathing establishments lavor * I bathe ' and lauius sum * I have bathed,' it follows that on the other hand from soleo 1 I am wont,' which is in the active, one ought to say solui 4 I have been wont,' as Cato 6 and Ennius c write, and that solitus sum, as the people in general say, ought not to be used. But as I have said above,** Regularity exists none the less for these few in- consistencies which occur in speech. Item cur non sit analogia, a^erunt, 1 quod ab similibus similia non declinentur, ut ab dolo et colo : ab altero enim dicitur dolavi, ab altero colui ; in quibus assumi solet aliquid, quo facilius reliqua dicantur, ut i(n) 2 M^rmecidis 3 operibus minutis solet fieri : igitur in verbis temporalibus, quo(m) 4 simili- tudo saepe sit confusa, ut discerni nequeat, nisi trans- ieris in aliam personam aut in tempus, quae pro- posita sunt no(n e)sse 5 similia intellegitur, cum trans- itum est in secundam personam, quod alterum est dolas, alterum colis. 109. Itaque in reliqua forma verborum suam utr(um)que 1 sequitur formam. Utrum in secunda (persona) 2 forma verborum temporalz(um) 3 habeat in extrema syllaba AS (an ES) an IS a(u)t IS, 4 ad discernendas similitudines interest : quocirca ibi potius index analogiae quam in prima, quod ibi abstrusa est dissimilitudo, ut apparet in his meo, neo, ruo : ab his enim dissimilia fiunt transitu, quod sic dicuntur meo meas, neo nes, ruo ruis, quorum unumquodque suam conservat similitudinis formam. LXIII. 110. Analogiam item de his quae appel- lantur participia reprehendunt multz 1 ; iniuria : nam non debent dici terna ab singulis verbis amaturus amans amatus, quod est ab amo amans et amaturus, § 108. 1 adferunt Aug., for asserunt. 2 Aug., for uti. 3 Plus, for murmecidis. 4 Aug., for quo. 5 Vertranius, for nosse. § 109. 1 Schp.,for uterque. 2 Added by L. Sp. 3 h. Bp., for temporale. 4 L. Sp. (aut ES Canal), for as anis at si. § 110. 1 GS.,for multa. § 108. Just as we nowadays take the infinitive to show the conjugation, adding the perfect active and the passive Likewise, they present as an argument against the existence of Regularity the fact that like forms are not derived from likes, as from dolo 4 1 chop ' and colo 4 I till ' ; for one forms the perfect dolavi and the other forms colui. In such instances some- thing additional is wont to be taken to aid in the making of the other forms, a just as we do in the tiny art-works of Myrmecides b : therefore in verbs, since the likeness is often so confusing that the distinction cannot be made unless you pass to another person or tense, you become aware that the words before you are not alike when passage is made to the second person, which is dolas in the one verb and colis in the other. 109. Thus in the rest of the paradigm of the verbs each follows its own special type. Whether in the second person the paradigm of verbs has in the final syllable AS or ES or IS or IS, is of importance for distinguishing the likenesses. Wherefore the mark of Regularity is in the second person rather than in the first, because in the first the unlikeness is concealed, as appears in meo 4 I go/ neo 4 I sew,' ruo 4 1 fall ' ; for from these there develop unlike forms by the change from first to second person, because they are spoken thus : meo meas, neo nes, ruo rids, each one of which preserves its own type of likeness. Likewise, many find fault with Regularity in connexion with the so-called parti- ciples ; wrongly : for it should not be said that the set of three participles comes from each individual verb, like amaturus 4 about to love,' amans ' loving,' amaius 4 loved,' because amans and amaturus are from participle to make up the "principal parts" which are our guide. » Cf. vii. 1. ab amor 2 amatus. Illud analogia quod praestare debet, in suo quicque genere habet, casus, ut amatus amato et amati amatis ; et sic in muliebribus amata et amatae ; item amaturus eiusdem modi habet declinationes, amans paulo aliter ; quod hoc genus omnia sunt in suo genere similia proportione, sic virilia et muliebria sunt eadem. De eo quod in priore libro extremum est, ideo non es(se) analogia(m), 1 quod qui de ea scripserint aut inter se non conveniant aut in quibus conveniant ea cum consuetudinis discrepant 2 verbis, utrumque (est leve) 3 : sic enim omnis repudiandum erit artis, quod et in medicina et in musica et in aliis multis discrepant scriptores ; item in quibus conveniunt m 4 scriptis, si e(a) tam(en) 5 repudiat 6 natura : quod ita ut dicitur non sit ars, sed artifex reprehendendus, qui (dici) 7 debet in scribendo non vidisse verum, non ideo non posse scribi verum. 112. Qui dicit hoc monti et hoc fonti, cum alii dicant hoc monte et hoc fonte, sic alia quae duobus modis dicuntur, cum alterum sit verum, alterum falsum, non uter peccat tollit analogias, sed uter recte dicit confirmat ; et quemadmodum is qui 1 peccat in his verbis, ubi duobus modis dicuntur, non 2 Aug. ; amaturus ab amabar Rhol. ; for ab amaturus amabar. §111. 1 Mue. 9 for est analogia. 2 Mue., for dis- crepant. 3 Added by GS. ; falsum A, Sp. ; falsum est Popma. 4 A. Sp., for ut. 5 GS., for etiam. 6 For repudiant. 7 Added by GS. § 112. 1 L. Sp.,for quicum. fl C/. viii. 66. the active amo, and amatus is from the passive amor. But that which Regularity can offer, which the parti- ciples have, each in its own class, is case-forms, as amatus, dative amato, and plural amati, dative amatis ; and so in the feminine, amata and plural amatae. Likewise amaturus has a declension of the same kind. Amans has a somewhat different declension ; because all words of this kind have a regular likeness in their own class, amans, like others of its class, uses the same forms for masculine and for feminine. LXIV. 111. About the last argument in the pre- ceding book, that Regularity does not exist for the reason that those who have written about it do not agree with one another, or else the points on which they agree are at variance with the words of actual usage, both reasons are of little weight. For in this fashion you will have to reject all the arts, because in medicine and in music and in many other arts the writers do not agree ; you must take the same attitude in the matters in which they agree in their writings, if none the less nature rejects their conclusions. For in this way, as is often said, it is not the art but the artist that is to be found fault with, who, it must be said, has in his writing failed to see the correct view ; we should not for this reason say that the correct view cannot be formulated in writing. 112. As to the man who uses as ablatives monti ' hill ' and fonti * spring ' while others say monie and fontef along with other words which are used in two forms, one form is correct and the other is wrong, yet the person who errs is not destroying the Regu- larities, but the one who speaks correctly is strength- ening it ; and as he who errs in these words where they are used in two forms is not destroying logical vol. n m tollit rationem cum sequitur falsum, sic etiam in his (quae) 2 non 3 duobus dicuntur, si quis aliter putat dici oportere atque oportet, non scientiam tollit orationis, sed suam inscientiam denudat. Quibus rebus solvi arbitraremur posse quae dicta sunt priori libro contra analogian, ut potui brevi percucurri. Ex quibus si id confecissent 1 quod volunt, ut in lingua Latina esset anomalia, tamen nihil egissent 2 ideo, quod in omnibus partibus mundi utraque natura inest, quod alia inter se (similia), 3 alia (dissimilia) 3 sunt, sicut in animalibus dissimilia sunt, ut equus bos ovis homo, item alia, et in uno quoque horum genere inter se similia innumerabilia. Item in piscibus dissimilis murctena lupo, is 4 soleae, haec muraenae 5 et mustelae, sic aliis, ut maior ille numerus sit similitudinum earum quae sunt separatim in muraenis, separatim in asellis, sic in generibus aliis. Quare cum in inclinationibus verborum numerus sit magnus a dissimilibus verbis ortus, quod etiam vel maior est in quibus similitudines reperiun- tur, confYtendum 1 est esse analogias. Itemque 2 cum ea non multo minus quam in omnibus verbis patiatur uti consuetudo co(m)munis, fatendum illud quoquo 2 Added by Aug. 3 After non, Aug. deleted in. For conficissent. 2 Aug., for legissent. Added by Mue. 4 L. Sp.,for his. 5 G, II, Aldus, for nerene. §114. 1 Aug., for conferendum. 2 Aug., for item quae. 6 That is, wrong forms not recognized as having a limited currency, but practically individual with the speaker. § 113. a The identification of the various kinds of fish is system when he follows the wrong form, so even in those words which are not spoken in two ways, a person who thinks they ought to be spoken otherwise than they ought, b is not destroying the science of speech, but exposing his own lack of knowledge. LXV. 113. The considerations by which we might think that the arguments could be refuted which were presented against Regularity in the preceding book, I have touched upon briefly, as best I could. Even if by their arguments they had achieved what they wish, namely that in the Latin language there should be Anomaly, still they would have accom- plished nothing, for the reason that in all parts of the world both natures are present : because some things are like, and others are unlike, just as in animals there are unlikes such as horse, ox, sheep, man, and others, and yet in each kind there are countless individuals that are like one another. In the same way, among fishes, the moray is unlike the wolf-fish, the wolf-fish is unlike the sole, and this is unlike the moray and the lamprey, and others also ; though the number of those resemblances is still greater, which exist separately among morays, among codfish, and in other kinds of fish, class by class.* 1 114. Now although in the derivations of words a great number develop from unlike words, still the number of those in which likenesses are found is even greater, and therefore it must be admitted that the Regularities do exist. And likewise, since general usage permits us to follow the principle of Regularity in almost all words, it must be admitted that we ought in some instances uncertain, but is not important for V.'s argument. 7w{o)do* analogian sequi nos debere universos, singulos autem praeterquam in quibus verbis ofFen- sura sit consuetudo co(m)munis, quod ut dixi aliud debet praestare populus, aliud e populo singuli homines. 115. Ncque id mirum est, cum singuli quoque non sint eodem hire : nam liberius potest poeta quam orator sequi analogias. Quare cum hie liber id quod pollicitus est demonstraturum absolved/, 1 faciam finem ; proxumo deinceps de dcclinatorum verborum forma 2 scribam. 3 Canal ; quoque modo Mue. ; quodammodo Aug, ; for quo quando. § 115. 1 Aldus, for absoluerim. 2 Pius, for firma. as a body to follow Regularity in every way, and individually also except in words the general use of which will give offence ; because, as I have said, a the people ought to follow one standard, the in- dividual persons ought to follow another. 115. And this is not astonishing, since not all individuals have the same privileges and rights ; for the poet can follow the Regularities more freely than can the orator. Therefore, since this book has completed the exposition of what it promised to set forth, I shall bring it to a close ; and then in the next book I shall write about the form of inflected words. §114. °C/. ix. 5. DE LINGUA LATINA AD CICERONEM LIBER Villi EXPLICIT ; INCIPIT. In verborum declmationibus disciplinaloquendi dissimilitudinem an similitudinem sequi deberet, multi quaesierunt. Cum ab his ratio quae ab simili- tudine oriretur vocaretur analogia, reliqua pars appellaretur anomalia : de qua re primo libro quae dicerentur cur dissimilitudinem ducem haberi opor- teret, dixi, secundo contra quae dic(er)entur J 1 cur potius similitudinem 2 eonveniret praeponi : quarum rerum quod nee fundamenta, ut deb(u)it, 3 posita ab ullo neque ordo ae natura, ut res postulat, explicita, ipse eius rei formam exponam. 2. Dieam de quattuor rebus, quae continent deelinationes 1 verborum : quid sit simile ac dissimile, quid ratio quam appellant \6yov, quid pro portione 2 §1. 1 Aldus, for dicentur. 2 Aldus, for dissimili- tudinem. 3 Aug., for debita. § 2. 1 L. Sp., for declinationibus. 2 Plasberg* for pro- portione. § 1. ° Book VIII., which begins a fresh section of the entire work. b Book IX. Addressed to Cicero book ix ends, and here begins BOOK X I. 1. Many have raised the question whether in the inflections of words the art of speaking ought to follow the principle of unlikeness or that of likeness. This is important, since from these develop the two systems of relationship : that which develops from likeness is called Regularity, and its counterpart is called Anomaly. Of this, in the first book, I gave the arguments which are advanced in favour of con- sidering unlikeness as the proper guide ; in the second, 6 those advanced to show that it is proper rather to prefer likeness. Therefore, as their founda- * tions have not been laid by anyone, as should have been done, nor have their order and nature been set forth as the matter demands, I shall myself sketch an outline of the subject. 2. I shall speak of four factors which limit the inflections of words : what likeness and unlikeness are ; what the relationship is which they call logos ; what " by comparative likeness "is, which they call 53$ V. quod 3 dicunt dva Aoyov, 4 quid consuetudo ; quae explicatae declarabunt analogiam et anomalia(m), 5 unde sit, quid sit, cuius modi sit. II. 3. De similitudine et dissimilitudine ideo primum dicendum, quod ea res est fundamentum omnium declinationum ac continet rationem ver- borum. Simile est quod res plerasque habere videtur easdem quas illud cuiusque simile : dissimile est quod videtur esse contrarium huius. Minimum ex duobus constat omne simile, item dissimile, quod nihil potest esse simile, quin alicuius sit simile, item nihil dicitur dissimile, quin addatur quoius sit dis- simile. 4. Sic dicitur similis homo homini, equus equo, et dissimilis homo equo : nam similis est homo homini ideo, quod easdem figuras membrorum habent, quae eos dividunt ab reliquorum animalium specie. In ipsis hominibus simili de causa vir viro similior quam vir mulieri, quod plures habent easdem partis ; et sic senior seni similior quam puero. Eo porro similiores sunt qui facie quoque paene eadem, habitu corporis, filo : itaque qui plura habent eadem, dicuntur similiores ; qui proxume accedunt ad id, ut omnia habeant eadem, vocantur gemini, simillimi. 5. Sunt qui tris naturas rerum putent esse, simile, dissimile, neutrum, quod alias vocant non simile, alias 3 Aug., for quid. 4 Plasberg, for analogon. 6 Pius, for anomalia. § 2. Cf. x. 37. " according to logos " a ; what usage is. The explana- tion of these matters will make clear the problems connected with Regularity and Anomaly : whence they come, what they are, of what sort they are. II. 3. The first topic to be discussed must be like- ness and unlikeness, because this matter is the foundation of all inflections and set limits to the relationship of words. That is like which is seen to have several features identical with those of that which is like it, in each case : that is unlike, which is seen to be the opposite of what has just been said. Every like or unlike consists of two units at least, because nothing can be like without being like some- thing else, and nothing can be unlike without associa- tion with something to which it is unlike. 4. Thus a human being is said to be like a human being, and a horse to be like a horse, and a human being to be unlike a horse ; for a human being is like a human being because they have limbs of the same shape, which separate human beings from the cate- gory of the other animals. Among human beings themselves, for a like reason a man is more like a man than a man is like a woman, because men have more physical parts the same ; and so an elderly man is more like an old man than he is like a boy. Further, they are more like who are of almost the same features, the same bearing of person, the same shape of body ; therefore those who have more points of identity, are said to be more like ; and those who come nearest to having them all alike, are called most like, as it were, twins. 5. There are those M*ho think that things have three natures, like, unlike, and neutral, which last they sometimes call the not like, and sometimes the 537 V. non dissimile (sed quamvis tria sint simile dissimile neutrum, tamen potest dividi etiam in duas partes sic, quodcumque conferas aut simile esse aut non esse) ; simile esse et dissimile, si videatur esse ut dixi, neu- trum, si in neutram partem praeponderet, ut si duae res quae conferuntur vicenas habent partes et in his denas habeant easdem, denas alias ad similitudinem et dissimilitudinem aeque animadvertendas : hanc naturam plerique subiciunt sub dissimilitudinis nomen. 6\ Quare quoniam fit 1 ut potius de vocabulo quam de re controversia esse videatur, illud est potius advertendum, quom simile quid esse dicitur, cui 2 parti simile dicatur esse (in hoc enim solet esse error), quod potest fieri ut homo homini simih's 3 non sit, 4 ut multas partis habeat similis et ideo dici possit similis habere oculos, nianus, pedes, sic alias res separatim et una plures. 7. Itaque quod diligentcr videndum est in verbis, quas partis et quot modis oporteat similis habere (quae similitudinem habere) 1 dicuntur, ut infra apparebit, is locus maxime lubricus est. Quid enim similius potest videri indiligenti quam duo verba haec suis et suis ? Quae non sunt, quod alterum 2 sig- nificat suere, alterum suem. Itaque similia vocibus § 6. 1 Aug., for fuit. 2 quoi L. Sp., for quin cui. 3 V 9 p, C. F. W. Mueller, for simile. 4 non sit Rhol.,for sit non sit. § 7. 1 Added by GS., cf § 12 end ; quae similia esse, added by L\ Sp. ; ut similia, by Canal. 2 After alterum, p and Aug. deleted non. 538 ON THE LATIN LANGUAGE, X. 5-7 not unlike ; but although there are the three, like, unlike, neutral, there can also be a division into two parts only, in such a way that whatever you compare with something else either is like or is not. They think that a thing is like and is unlike if it is seen to be of such a kind as I have described, and neutral, if it does not have greater weight on one side than on the other ; as if the two things which are being com- pared have twenty parts each, and among these should have ten to be noted as identical and ten likewise to be noted as different, in respect to likeness and unlikeness. This nature most scholars include under the name of unlikeness. 6. Therefore since it happens that the question in dispute seems rather to be about the name than about the thing, attention must rather be directed, when something is said to be like, to the problem to what part it is said to be like ; for it is in this that any mistake ordinarily rests. This must be noted, I say, because it can happen that a man may not be like another man even though he has many parts like the other's, and can be said therefore to have like eyes, hands, feet, and other physical features in consider- able number, separately and taken together, like the other man's. 7. Therefore because careful watch must be kept in words to see what parts those words which are said to show likeness ought to have alike, and in what ways, the inquirer is on this topic especially likely to slip into error, as will appear below. For to the careless person what can seem more alike than the two words suis and suis ? But they are not alike, because one is from suere 1 to sew ' and means ' thou sewest,' and the other is from sus and means * of a swine.' There- 539 V. esse ac syllabis confitemur, dissimilia esse partibus orationis videmus, quod alterum habet tempora, alterum casus, quae duae res vel maxime discernunt analogias. 8. Item propinquiora genere inter se verba similem s^epe pariunt errorem, ut in hoc, quod nemus 1 et lepus videtur esse simile, quom 2 utrumque habeat eundem casum rectum ; sed non est simile, quod eis 3 certae similitudines opus sunt, in quo est ut in genere nominum sint eodem, quod in his non est : nam in virili genere 4 est lepus, ex neutro nemus ; dicitur enim hie lepus et hoc nemus. Si eiusdem generis esse(n)t, 5 utrique praeponeretur idem ac diceretur aut hie lepus et hie nemus aut hoc nemus, hoc lepus. 9. Quare quae et cuius modi sunt genera simili- tudinum ad hanc rem, perspiciendum ei qui declina- tiones verborum proportione sintne quaeret, Quern 1 locum, quod est difficilis, qui de his rebus scripserunt aut vitaverunt aut inceperunt neque adsequi potu- erunt. 10. Itaque in eo dissensio neque ea unius modi apparet : nam alii de omnibus universis discriminibus posuerunt numerum, ut D/onysius S/donius, qui scripsit ea 1 esse septuaginta unwm, 2 alii parti's 3 eius quae habet 4 casus, cuius eidem hie cum dicat esse § 8. 1 H 9 JthoL, for numerus. 2 Mue., for quod cum. 3 Aug., for eas. 4 After genere, Aug, deleted nominum sint eodem, repeated from the previous line, 5 Aug., for esset. § 9. 1 Mue^for quod. § 10. 1 L. Sp.,for eas. 2 L. Sp.,for unam. 3 Mue. y for partes. 4 Mue.,for habent. § 8. a That is, so far as the termination is concerned. § 10. a That is, schemes of inflection. b A pupil of Aristarchus. fore we admit that they are alike as spoken words and in their separate syllables, but we see that they are unlike in their parts of speech, because one has tenses and the other has cases ; and tenses and cases are the two features which in the highest degree serve to distinguish the different systems of Regularity. 8. Likewise, words that are even nearer alike in kind often cause a similar mistake, as in the fact that nemus ' grove ' and lepus * hare ' seem to be alike since both have the same nominative a ; but it is not an instance of likeness, because they stand in need of certain factors of likeness, among which is that they should be in the same noun-gender. But these two words are not, for lepus is masculine and nemus is neuter ; for we say hie * this ' with lepus and hoc with nemus. If they were of the same gender, the same form would be set before both, and we should say either hie lepus and hie nemus, or hoc nemus and hoc lepus. 9. Therefore he who asks whether the inflections of words stand in a regular relation, must examine to see what kinds of likenesses there are and of what sort they are, which pertain to this matter. And just because this topic is difficult, those who have written of these subjects either have avoided it or have begun it without being able to complete their treatment of it. 10. Therefore in this there is seen a lack of agree- ment, and not merely of one kind. For some have fixed the number of all the distinctions a as a whole, as did Dionysius of Sidon, 6 who wrote that there were seventy-one of them ; and others set the number of those distinctions which apply to the words which have cases : the same writer says that of these there are discrimina quadnzginta 5 septem, Aristocles re/tulit 6 in litteras XII II, Parmeniscus VIII, sic alii pauciora aut plura. 11. Quarum similitudinum si esset origo recte capta et inde orsa ratio, minus erraret(ur) 1 in de- clinationibus v(er)borum. 2 Quarum ego principia prima duum generum sola arbitror esse, ad quae 3 similitudines exigi 4 oporteat : e quis unum positum in verborum materia, alterum ut in materiac figura, quae ex declinatione fit. 12. Nam debet esse unum, ut verbum verbo, unde declinetur, sit simile ; alterum, ut e verbo in verbum declinatio, ad quam conferetur, eiusdem modi sit : alias enim ab similibus verbis similiter declinantur, ut ab erus 1 ferus, ero 2 fero, alias dissimiliter erus 1 ferus, eri 3 ferum. Cum utrumque et verbum verbo erit simile et declinatio declinationi, turn denique dicam esse simile 4 ac duplicem et perfectam simili- tudinem habere, id quod postulat analogia. 5 13. Sed ne astutius videar posuisse duo genera esse similitudinum sola, cum utriusque inferiores species sint plures, si de his reticuero, ut mihi relin- 5 My Laetus, for quadringenta. 6 Mue. ; retulit Laetus ; for rutulit. §11. 1 Vertranius, for erraret. 2 For ubo rum. 3 Al- dus, for atque. 4 For exegi. For herus. 2 For hero. 3 For heri. 4 L. Sp. t for similem. 5 For analogiam. Probably Aristocles of Rhodes, a contemporary of V.. d A pupil of Aristarchus. forty-seven, Aristocles c reduced them to fourteen headings, Parmeniscus d to eight, and others made the number smaller or larger. 11. If the origin of these likenesses had been correctly grasped and their logical explanation had proceeded from that as a beginning, there would be less error in regard to the inflections of words. Of these likenesses there are, I think, first principles of two kinds only, by which the likenesses ought to be tested ; of which one lies in the substance of the words, the other lies, so to speak, in the form 6 of that substance, which comes from inflection. 12. For there must be one, that the word be like the word from which it is inflected, and two, that in comparison from word to word the inflectional form with which the comparison is made should be of the same kind. * For sometimes there are like forms reached by inflection from like words, such as datives ero and fero from eras ' master * and Jerus ' wild,* and sometimes unlike forms, such as genitive eri and accusative Jerum, from erus and Jerus. When both principles are fulfilled and word is like word and inflectional form like inflectional form, then and not before will I pronounce that the word is like, and has a twofold and perfect likeness to the other — which is what Regularity demands. 13. But I wish to avoid the appearance of tricki- ness in having declared that there are only two kinds of likenesses when both have a number of sub-forms — if I say nothing about these, you may think that I am intentionally leaving myself a place of refuge ; I §11. a That is, its form and ending, in the form which is the starting point for inflection. 6 The inflectional form. quam latebras, repetam ab origine similitudinum quae in conferendis verbis et inclinandis sequendae aut vitandae sint. 14. Prima divisio in oratione, quod alia verba nusquam declmantur, 1 ut haec vix mox, alia decli- nantur, ut ab lima limae, 2 a fero ferebam, et cum nisi in his verbis quae dcclinantur non possit esse analogia, qui dicit simile esse mox et nox errat, quod non est eiusdem generis utrumque verbum, cum nox suc- cedere debeat sub casuum ratione(m), 3 mox neque debeat neque possit. 15. Secunda divisio est de his verbis quae de- clinari possunt, quod alia sunt a voluntate, alia a natura. Voluntatem appello, cum unus quivis a nomine aliae (rei) 1 imponit nomen, ut Romulus Romae ; naturam dico, cum universi acceptum nomen ab eo qui imposuit non requirimus quemadmodum is velit declinari, sed ipsi declinamus, ut huius Romae, hanc Romam, hac Roma. De his duabus partibus voluntaria declinatio refertur ad consuetudinem, naturalis ad rationem. 2 16. Quare proinde ac simile conferre 1 non oportet ac dicere, ut sit ab Roma Romanus, sic ex Capua dici oportere Capuanus, quod in consuetudine vehementer natat, quod declinantes imperite rebus nomina im- ponunt, a quibus cum accepit consuetudo, turbulenta § 14. 1 For declimantur. 2 OS., for limabo. 3 Lach- mann y for ratione. § 15. 1 Added by GS. 2 Aug., for orationem. §16. 1 Stephanus, for conferri. shall therefore go back and start from the origin of the likenesses which must be followed or avoided in the comparison of words and in their inflections. The first division in speech is that some words are not changed into any other form whatsoever, like vix 'hardly' and mox soon/ and others are inflected, like genitive limae from lima file,' imperfect ferebam from fero * I bear ' ; and since Regularity cannot be present except in words which are inflected, he who says that mox and nox * night * are alike, is mistaken, because the two words are not of the same kind, since nox must come under the system of case- forms, but mox must not and cannot. 1 5. The second division is that, of the words which can be changed by derivation and inflection, some are changed in accordance with will, and others in accordance with nature. I call it will, when from a name a person sets a name on something else, as Romulus gave a name to Roma ; I call it nature, when we all accept a name but do not ask of the one who set it how he wishes it to be inflected, but our- selves inflect it, as genitive Romae } accusative Romam, ablative Roma. Of these two parts, voluntary deriva- tion goes back to usage, and natural goes back to logical system. 16. For this reason we ought not to compare Romanus * Roman ' and Capuanus ' Capuan ' as alike, and to say that Capuanus ought to be said from Capua just as Romanus is from Roma ; for in such there is in actual usage an extreme fluctuation, since those who derive the words set the names on the things with utter lack of skill, and when usage has accepted the words from them, it must of necessity speak confused names variously derived. Therefore vol. ii n 545 V. necesse est dicere. Itaque neque Aristarchd 2 neque alii in analogiis defendendam eius susceperunt cau- sam, sed, ut dixi, hoc genere declinatio in co(m)- muni consuetudine verborum aegrotat, quod oritur e populo multiplici (et) 3 imperito : itaque in hoc genere in loquendo 4 magis anomalia quam analogia. 17. Tertia divisio est : quae verba declinata natura ; ea dividwntur 1 in partis quattuor : in unam quae habet casus neque tempora, ut docilis et facilis ; in alteram quae tempora neque casus, ut docet facit ; in tertiam quae utraque, ut doccns faciens ; in quartam quae neutra, ut docte et facete. Ex hac divisione singulis partibus tres reliquae 2 dissimiles. Quare nisi in sua parte inter se collata erunt verba, si 3 conveniunt, non erit ita simile, ut debeat facere idem. 18. Unius cuiusque part/s 1 quoniam species plures, de singulis dicam. Prima pars casualis dividitur in partis duas, in nominatus scilicet 2 (et articulos), 3 quod aeque 4 finitum (et infinitum) 5 est ut hie et quis ; de his generibus duobus utrum sumpseris, cum 2 Kent, for Aristarchii ; cf. viii. 63. 3 Added by Groth. 4 For loquenda.§17. 1 L. Sp., for dividitur. 2 Mve. % for reliquere. 3 After si, Canal deleted non. § 18. The text of this § stands in the manuscripts between § 90 and § 21 ; the shift of position was made by Mueller \ who left unius cuiusque partis at the end of § 20 ; A. Spengel transferred these words also. 1 Sciop., for partes. 2 Laetus^for s ( =sunt). 3 Added by Mue* 4 L. Sp., for neque. 6 Added by L. Sp. ; cf. viii. 45. § 1 6. This is shown even to-day in the new technical terminology of some near-sciences. b V. is somewhat neither the followers of Aristarchus nor any others have undertaken to defend the cause of voluntary derivation as among the Regularities ; but, as I have said, this kind of derivation of words in common usage is an ill thing, because it springs from the people, which is without uniformity and without skill. Therefore, in speaking, there is in this kind of derivation rather Anomaly than Regularity. 6 17. There is a third division, the words which are by their nature inflected. These are divided into four subdivisions : one which has cases but not tenses, like docilis ' docile ' and facilis ' easy ' ; a second, which has tenses but not cases, 6 like docet * teaches/ facit * makes ' ; a third which has both, c like docens 1 teaching/ faciens * making ' ; a fourth which has neither,*" like docte * learnedly * and facete * wittily.' The individual parts of this division are each unlike the three remaining parts. Therefore, unless the words are compared with one another in their own subdivision, even if they do agree the one word will not be so like the other that it ought to make the same inflectional scheme. 18. Since there are several species in each part, I shall speak of them one by one. The first sub- division, characterized by the possession of cases, is divided into two parts, namely into nouns and articles, which latter class is both definite and in- definite, as for example hie * this ' and quis 4 who.' Whichever of these two kinds you have taken, it must not be compared with the other, because they belong unfair here, since derivation by suffixes, though varied, is not without its regular principles. § 17. a Nouns, pronouns, adjectives (except participles). 6 Finite verbs. e Participles. d Adverbs. reliquo non conferendum, quod inter se dissimiles habent analogias. 19. In articulis vix adumbrata est analogia et magis rerum quam vocum ; in nomin(at)ibus 1 magis expressa ac plus etiam in vocibus ac (syllabarum) 2 similitudinibus quam in rebus suam optinet rationem. Etiam illud accedit ut in articulis habere analogias ostendere sit difficile, quod singula sint verba, hie contra facile, quod magna sit copia similium nomina- tuum. Quare non tarn hanc partem ab ilia 8 dividen- dum quam illud videndum, ut satis sit verecundi(ae) 4 etiam illam in eandem arenam vocare pugnatum. 20. Ut in articulis duae partes, finitae et infinitae, sic in noyninaitibus 1 duae, vocabulum et nomen : non enim idem oppidum et Roma, cum oppidum sit vocabulum, Roma nomen, quorum discrimen in his reddendis rationibus alii discernunt, alii non ; nos sicubi opus fuerit, quid sit et cur, ascribemus. 2 21. Nominatm' 1 ut similis sit nominatus, habere debet ut sit eodem genere, specie eadem, sic casu, exitu eodem 2 : specie, 8 ut si nomen est quod conferas, cum quo conferas sit nomen ; genere, 4 ut non solum (unum sed) 5 utrumque sit virile ; casu, 6 ut si alterum sit dandi, item alterum sit dandi ; exitu, ut quas § 19. 1 L. Sp., for nominibus. 2 Added by GS. 3 After ilia, Aug. deleted ab. 4 Kent, for uerecundi. § 20. 1 L. Sp., for uocabulis. 2 Sciop., for ascribimus. § 21. 1 Mve., for nominatus (Sciop. changed the second nominatus to -tui). 2 Mue., for eius. 8 Liibbert, for genere, transposing with specie (note 4). 4 Liibbert, for specie (cf preceding note) ; after this, L. Sp. deleted simile. fi Added by Mite. ; sed added by Aug. 6 After casu, L. Sp. deleted simile. § 21. Here, as often in V., including adjective as well as substantive. to schemes of Regularity which are different from each other. 19. In the articles, Regularity is hardly even a shadow, and more a Regularity of things than of spoken words ; in nouns, it comes out better, and consummates itself rather in the spoken words and the likeness of the syllables than in the things named. There is also the additional fact that it is difficult to show that Regularities reside in the articles, because they are single words ; but in nouns it is easy, because there is a great abundance of like name-words. Therefore it is not so much a matter of dividing this part from that other part, as of see- ing to it that the investigator should be too much ashamed even to call that other part into the same arena to do battle. 20. As there are two groups in the articles, the definite and the indefinite, so there are in the nouns, the common nouns and the proper names ; for oppidum ' town ' and Roma * Rome * are not the same, since oppidum is a common noun, and Roma is a proper name. In their account of the systems, some make this distinction, and others do not ; but we shall enter in our account, at the proper place, what this difference is and why it has come to be. 21 . That noun a may be like noun, it ought to have the qualities of being of the same gender, of the same kind, also in the same case and with the same ending : kind, that if it is a proper name which you are com- paring, it be a proper name with which you compare it ; gender, that not merely one, but both words be masculine ; case, that if one is in the dative, the other likewise be in the dative ; ending, that what- unum habeat extremas littcras, easdem alterum habcat. 22. Ad hunc quadruplicem fontem ordines derigun- tur bini, uni transversi, alteri derecti, ut in tabula solet in qua latrunculzs 1 ludunt. Transversi sunt qui ab recto casu obliqui declinantur, ut albus albi albo ; dcrecti sunt qui ab recto casu in rectos declinantur, ut albus alba album ; utrique sunt parti- bus senis. Transversorum ordinum partes appellan- tur 2 casus, derectorum genera, 3 utrisque inter se implicatis forma. 4 23. Dicam prius de transversis. Casuum voca- bula alius alio modo appellavit ; nos dicemus, qui nominandi causa dicitur, nominandi vel nomina- tivum. .HIC DESUNT TRIA FOLIA IN EXEMPLARI (dicuntur una)e 1 scopae, non dicitur una scopa : alia enim natura, quod priora simplicibus, Bentinus, for latrunculus. 2 Aldus, for expel- lantur. 3 Aug., for genere. 4 Aug., for formam. § 23. 1 There is blank space here in F, for the rest of the page (18 lines), all the next page (39 lines), and the first part of the following (8 lines). 2 F 2, in margin. § 24. 1 Added and altered by Kent, for et ; cf viii. 7. § 22. ° The * men ' in a game like draughts or checkers were called latrunctdi ' brigands ' by the Romans. 6 V. did not arrange his paradigm of adjectives as we do, but set the cases of the same number and gender in one line across the page, while the other genders followed in the next two lines, and then the three genders of the plural in the succeed- ing lines. - c V. counts his six genders by considering the genders of the plural as additional genders. § 23. ° The cases. b V.'s names for the remaining 550 ON THE LATIN LANGUAGE, X. 21-24 ever last letters the one has, the other also have the same. 22. To this fourfold spring two sets of lines are drawn up, the ones crosswise and the others vertical, as is the regular arrangement on a board on which they play with movable pieces. Those are cross- wise which are the oblique cases formed from a nomi- native, et like albus ' white,' genitive albi, dative albo ; those are vertical which are inflected from one nominative to other nominatives, as masculine albus, feminine alba, neuter album. Both sets of lines are of six members. 6 Each member of the crosswise lines is called a case ; each member of the vertical lines is a gender ; that which belongs to both in their crossed arrangement, is a form. 23. I shall speak first of the crosswise lines. Scholars have given various sets of names to the cases ; we shall call that case which is spoken for the purpose of naming, the case of naming or nomina- tive ... HERE AT LEAST THREE LEAVES – BUT MAYBE MORE -- ARE LACKING Iff THE MODEL COPY c 24-. . . . To indicate one * broom * the plural scopae is used, not the singular scopa. a For they b are different by nature, because the names first men- cases, Ayhich were listed in the lost text, are : casus patriots or pat ri us, casus dandi, casus accusandi or accusativus, casus vocandi, casus sextus. The names genetivus, dativus, voca- tivus, ablativus appear in Quintilian and Gellius. e In the lost text stood the remainder of the discussion of cases, a U the discussion of gender, and almost all concerning number, which is concluded in § 30. § 24. 8 Cf. viii. 7. 5 The nouns in the preceding dis- cussion, of which scopae alone is preserved in the text. posteriora in coniunctis rebus vocabula ponuntur, sic bigae, sic quadrigae a coniunctu dictae. Itaque non dicitur, ut haec una lata ct alba, sic una biga, sed unae bigae, neque 2 dicitur ut hae duae latae, albae, sic hae duae bigae et quadrigae, (sed hae binae bigae et quadrigae). 3 25. Item figura verbi qualis sit rcfert, quod in figura vocis alias commutatio fit in primo 1 verbo suit 2 modo suit, 2 alias in medio, ut curso 3 cursito, alias in extrcnio, ut docco docui, alias co(m)munis, ut lego legs'. 4 Refert igitur ex quibus litteris quodque verbum constet, maxime extrema, quod ea in plerisque commutatur. 5 26. Quare in his quoque partibus similitudines ab aliis male, ab aliis bene quod solent sumi in casibus conferendis, recte an perperam videndum ; sed ubicumque commoventur litterae, non solum eae sunt animadvertendae, sed etiam quae proxumae sunt neque moventur : haec enim vicinitas aliquan- tum potes(t) 1 in verborum declinationibus. 27. In quis figuris non ea similia dicemus quae 2 After neque, p and Sciop. deleted ut. 3 Added by L. Sp., cf. ix. 64. § 25. 1 Mue., for uno. 2 Mue. added the signs of quantity ; cf. ix. 104. 3 Aug., for cursu. 4 Aug., for lege. 5 L. Sp. for commutantur. § 26. 1 Aldus, for potes. c These are all lost. d Scopae, as * twigs ' done in a bundle ; bigae and quadrigae, because of the number of horses in- volved. e The distributive numeral is used to multiply ideas whose singular is denoted by a plural form: cf. ix. 64. § 25. ° I have added the signs of quantity in lego and legi, to make clear V.'s point. tioned c are set upon simple objects, and those men- tioned later apply to compounded objects d ; thus bigae ' two-horse team ' and quadrigae ' four-horse team ' are employed in the plural because they denote a union of objects. Therefore we do not say one biga, like one lata 1 broad 1 and alba ' white,' but one bigae, with the numeral also in the plural ; nor do Ave say duae ' two ' with reference to bigae and quadrigae, as we say duae ' two ' with application to the plural forms laiae and albae, but we say binae * two sets ' of bigae and quadrigae. 6 25. Likewise the character of the form of a word is important, because in the form of the spoken word a change is sometimes made in the first part of the word, as in suit ' sews ' and suit ' sewed ' ; some- times in the middle, as in curso ' I run to and fro/ and cursito, of the same meaning ; sometimes at the end, as in doceo 1 I teach ' and docui * I have taught ' ; sometimes the change is common to two parts, as in Ugo ' I read,' legi 1 I have read.' a It is important therefore to observe of what letters each word con- sists ; and the last letter is especially important, because it is changed in the greatest number of in- stances. 26. Because of this, since the likenesses in these parts also are wont to be used in the comparison of case-forms, and this is done ill by some and well by others, we must see whether this has been done rightly or wrongly. Yet wherever the letters are altered, not only the altered letters must be noted, but also those which are next to them and are not affected ; for this proximity has considerable influence in the inflections of words. 27. Among these forms we shall not call those similis res significant, sed quae ea forma sint, ut eius modi res similis 1 ex instituto significare plerum- que sole(a)nt, 2 ut tunicam virilem et muliebrem dicimus non earn quam habet vir aut mulier, sed quam habere ex instituto debet : potest enim mulie- brem vir, virilem mulier habere, ut in scaena ab actoribus haberi videmus, sed earn dicimus muliebrem, quae de eo genere est quo indutui mulieres ut uteren- tur est institutum. Ut actor stolam muliebrem sic Perpenna et Ctfecina et (S)purinna 3 figura muliebria dicuntur habere nomina, non mulierum. 28. Flexurae quoque similitudo videnda ideo quod alia verba quam vi(a)m x habeant ex ipsis verbis, unde declinantur, apparet, 2 ut quemadmodum oporteat ute 3 praetor consul, praetori consuli ; alia ex transitu intelleguntur, ut socer macer, quod alterum fit socerum, alterum macrum, quorum utrum- que in reliquis a transitu suam viam sequitur et in singularibus et in multitudinis declinationibus. Hoc fit ideo quod naturarum genera sunt duo quae inter se conferri possunt, unum quod per se videri potest, ut homo et equus, alterum sine assumpta aliqua re § 27. 1 Mite., for similia. 2 Aldus, for solent. 3 Aug., for purinna. § 28. 1 Schoell (marginal note in his copy of A. SpSs ed.), for uim. 2 Pius, for appellant. 3 A. Sp.,for ut a. § 27. ° With eius modi, understand figurae ; cf in eius modi, v. 128. b Cf ix. 48. c Cf viii. 41, 81, ix. 41. § 28. a That is, the nominative is the stem to which the case-endings are added. 6 That is, the stem is seen in an words like which denote like things, but those which are of such a stamp that such forms a are in most instances wont by custom to denote like things, as by a man's tunic or a woman's tunic we mean not a tunic that a man or a woman is wearing, but one which by custom a man or a woman ought to wear. 6 For a man can wear a woman's tunic, and a woman can wear a man's, as we see done on the stage by actors ; but we say that that is a woman's tunic, which is of the kind that women customarily use to dress themselves in. As an actor may wear a woman's dress, so Perpenna and Caecina and Spurinna are said to have names that are feminine in form ; they are not said to have women's names. c 28. The likeness of the inflection also must be watched, because the way which some words take is clear from the very words from which their inflection starts, as how it is proper to use praetor and consul, dative praetori and considi. Others are properly appreciated only as a result of the change seen in the inflections, as in socer 1 father-in-law ' and macer 1 lean,' because the one becomes socerum in the accusative, and the other macrum ; after making this change, each of them follows its own way in the remaining forms, 6 both in the inflections of the singular and in those of the plural. This method is employed c because in the inflections there are two kinds of natures which can be compared with each other, one which can be seen in the word itself, such as homo 1 man ' and equus ' horse,' but the second cannot be seen through without bringing in some- oblique case rather than in the nominative; cf. ix. 91-94. e V.'s logical sequence is here at fault, for he brings in derivative stems, after speaking only of noun declensions. extrinsecus perspici non possit, ut eques et equiso : uterque enim dicitur ab equo. 29. Quare hominem homini similem esse aut non esse, si contuleris, ex ipsis homini(bus) 1 animadversis scies ; at duo inter se similiterne sint longiores quam sint eorum fratres, dicere non possis, si illos breviores cum quibus conferuntur quam longi sint ignores 2 ; si(c) 3 latiorum atque altiorum, item cetera eiusdem generis sine assumpto extrinsecus aliquo perspici similitudines non possunt. Sic igitur quidam casus quod ex hoc genere sunt, non facile est dicere similis esse, si eorum singulorum solum animadvertas voces, nisi assumpseris alterum, quo flectitur in trans- eundo 4 vox. 30. Quod ad nominatuom 1 similitudines animad- vertendas arbitratus sum satis es(se) tangere, 2 hctec sunt. Relinquitur de articulis, in quibus quaedam eadem, quaedam alia. De quinque enim generibus duo prima habent eadem, quod sunt et virilia et muliebria et neutra, et quod alia sunt ut significent unum, (alia) 3 ut plura, et de casibus quod habent quinos : nam vocandi voce notatus non est. Pro- prium illud habent, quod partim sunt finita, et hie haec, partim infinita, ut quis et quae, 4 quorum quod adumbrata et tenuis analogia, in hoc libro plura dicere (non) 5 necesse est. §29. 1 Canal, for homini. 2 Aldus, for ignorent. 3 Aug., for si. 4 Aug., for transeundum. §30. 1 L.. Sp. ; -tuum Aug., for nominatiuom. 2 Aug., for est angere. 3 Added by Aug. 4 After quae, Aug. deleted et. 5 Added by Aug. thing from outside, as in eques ' horseman ' and equiso 1 stable-boy * — for both are derived from equus 1 horse. ' d 29. By this method, you will, on making a compari- son, know that of men observed in person one is or is not like the other; but you could not say that the two are in like fashion taller than their brothers, if you should not know how tall those shorter brothers are with whom they are compared. In this way the likenesses of things broader and higher, and others of the same kind, cannot be examined without bringing in some help from outside. So therefore, inasmuch as certain case-forms are of this kind, it is not easy to say that they are like, if you observe the spoken words in one case only ; to make a correct judgement, you will have to bring in another case-form to which the spoken word passes as it is inflected. 30. These considerations are what I have thought enough to touch upon, for observing the likenesses of nouns. It remains to speak of the articles, of which some are like nouns and others are different. For of the five classes the first two have the same properties, because they have forms for masculine, feminine, and neuter, they have some forms to denote the singular and others to denote the plural, and they have five cases ; the vocative is not indicated by a separate spoken form. They have this of their own, that some are definite, like hie ' this/ feminine haec, and others are indefinite, like quis 4 which,' feminine quae. But since their system of Regularity is shadowy and thin, it is not necessary to speak further of it in this book. a d Cf. viii. 14. § 30. • Cf. x. 19-20. 31. Secundum genus quae verba tempora habent neque casus, sec? 1 habent personas. Eorum declina- tuum species sunt sex : una quae dicitur temporalis, ut legebam gemebam, lego 2 gemo ; altera perso- narum, ut sero meto, seris metis ; tertia rogandi, ut scribone legone, scribisne legisne. Quarta respon- dendi, ut fingo pingo, fingis pingis ; quinta optandi, ut dicerem facerem, dicam faciam ; sexta imperandi, ut cape rape, capito rapito. 32. Item sunt declinatuum species quattuor quae tempora habent sine personis : in rogando, ut fodi- turne seriturne, et fodieturne sereturne. Ab re- spondendi specie eaedem figurae fiunt extremis syllabis demptis ; op(t)andi species, ut vivatur ametur, viveretur amaretur. Imperandi declinatus sz'ntne habet 1 dubitationem et eorum sitne 2 haec ratio : paretur pugnetur, parafor pugna/or. 3 33. Accedunt ad has species a copulis divisionum quadrinis : ab infecti et perfecti, (ut) 1 emo edo, emi § 31. 1 Aug., for si. 2 For logo. § 32. 1 Aug., for sum ne habent. 2 Aug.,, for sint ne. 3 Canal, for parari pugnari. § 33. * x Added by L. Sp. §31. ° Cf. x. 17. 6 Respectively tense, person, inter- rogative (indicative), declarative indicative, subjunctive, imperative ; the technical vocabulary was not fully developed in V.'s time. Corresponding to the last four of the categories in § 31 ; V. shows a good understanding of the impersonal passive. §33. a C/.x. 14-17. The second subdivision a consists of those words which have tenses but not cases, and have persons. The categories of their inflections are six et : one which is that of the tenses, as legebam 1 I was reading,' gemebam * I was groaning,' lego ' I read,' gemo * I groan ' ; the second is that of the persons, as sero * I sow,' meto ' I reap,' seris ' thou sowest,' metis ' thou reapest ' ; the third is the interrogative, as scribone 1 do I write ? ', legone * do I read ? ', scribisne, legisne ; the fourth is that of the answer, as Jingo * I form,' pingo * I paint, ' Jingis, pingis ; the fifth that of the wish, as dicerem * would I were saying,' facerem * would I were making,* dicam * may I say,' faciam ' may I make * ; the sixth that of the command, as cape ' take,' rape ' seize,' capito, rapito. 32. Likewise there are four categories of inflec- tions which have tenses without persons a : in the interrogative, as foditume ' is digging going on ? ', seriturne ' is sowing going on ? ' and fodieturne 4 will digging be done ? ', sereiurne ' will sowing be done ? * ; of the category for the answer the same forms are used, but without the last syllable ne ; the category for the wish, as vivatur * may there be living,' ameiur ' may there be loving,* viveretur * would there were living,' amaretur * would there were loving.* Whether the inflections for the impersonal command exist, is somewhat doubtful ; there is also doubt about the scheme of the forms, which is given as parehir * let there be preparation,' pugneiur * let there be fight- ing,' or parator, pugnator. 33. There are added to these categories those which proceed from the four sets of pairs a consisting of the divisions : from that of the incomplete and the completed, as emo ' I buy ' and edo * I eat,' emi * I edi ; ab semel et saepius, ut scribo lego, scriptito lectito 2 ; (a) 3 faciendi et patiendi, ut uro ungo, uror ungor ; a singulari et multitudinis, ut laudo culpo, laudamus culpamus. Huius generis verborum cuius species exposui quam late quidque pateat et cuius modi efficiat figuras, in libris qui de formulis verborum erunt diligentius expedietur. 34. Tertii generis, quae declinantur cum tem- poribus ac casibus ac vocantur a multis ideo partici- palia, sunt hoc ge(nere) HIC DESUNT FOLIA III IN EXEMPLARI quemadmodum declinemus, 1 quaerimus casus eius, etiamsi siqui 2 finxit poeta aliquod vocabu- lum et ab eo casu(m) 3 ipse aliquem perperam de- clinavit, potius eum reprehendimus quam sequimur. Igitur ratio quam dico utrubique, et in his verbis quae imponuntur et in his quae declinantur, neque non etiam tertia ilia, quae ex utroque miscetur genere. Quarum una quaeque ratio collata cum altera 2 L. Sp.,for scriptitaui lectitaui. 3 Added by L. Sp. § 34. 1 Added by Rhol. ; F here leaves blank the rest of the page (a little more than 28 lines) and all the next page (39 lines). 2 F 1, in margin. § 35. 1 L. Sp., for declinamus. 2 L. Sp., for is qui. 3 L. Sp., for casu. b Verbs. c Not extant. Adjective to the more common term participia or participles; both meaning taking part in the features of two sets of words, nouns and verbs. For the form partkipalia (in F) rather than -pialia in p, Niedermann, Mnemosyne, lxiii. 267-268 (1936). b The lost text contained the discussion of participles, that of adverbs, and the be- ginning of that on ratio. . ° This is perhaps the simplest way of giving a mean- ing to the incomplete sentence. h Referring to the previous discussion, now almost entirely lost. c The independent have bought * and edi * I have eaten ' ; from that of the act done once and the act done more often, as scribo * I write ' and lego * I read/ scriptito 1 I am busy with writing,' and lectito * I read and reread ' ; from that of active and passive, as uro 1 I burn ' and ango ' I anoint,' uror * I am burned ' and ungor * I am anointed ' ; from that of singular and plural, as laudo ' I praise ' and culpo * I blame,' laudamus ' we praise * and culpamus ' we blame. ' With regard to the words of this class 6 whose categories I have described, the matter of how full an equipment of forms each has, and what sort of forms it makes, will be set forth with more attention to detail in the books c which are to be on the paradigms of verbs. 34. The words of the third subdivision, which are inflected with tenses and cases and are by many therefore called participials, a are of this kind HERE THREE – OR PERHAPS TWENTY-FIVE -- LEAVES ARE LACKING IN THE MODEL COPY When w T e meet a new word, a we ask about its case-forms, as to how we shall inflect them ; and yet if some poet has made up some word and has himself formed from it some case-form in an incorrect way, we blame him rather than follow his example. Therefore Ratio or Relation, of which I am speaking, is present in both 6 : in the words which are imposed upon things, 6 and in those which are formed by in- flection d ; and then also there is that third kind of Relation, which combines the characteristics of the two.* 36. Among these, each and every relation, when words. d The paradigms. e In derivatives formed by suffixes. aut similis aut dissimilis, aut saepe verba alia, ratio eadem, et nonnunquam ratio alia, verba eadem. Quae ratio in amor amori, eadem in dolor dolori, neque eadem in dolor dolorem, et cum eadem ratio quae est in amor et 1 amoris sit in amores et amorum, tamen ea, quod non in ea qua oportet confertur 2 materia, per se solum efficere non potest analogias propter disparilitatem vocis figurarum, quod verbum copulatum singulare 3 cum multitudine : ita cum est pro portione, ut candem habeat rationem, turn denique ea ratio conficit id quod postulat analogia ; de qua deinceps dicam. III. 37. Sequitur tertius locus, quae sit ratio pro portione ; (e)a Greece 1 vocatur 2 dva Xoyov ; ab analogo dicta analogia. Ex eodem genere quae res inter se aliqua parte dissimiles rationem habent aliquam, si ad eas duas alterae duae res allatae sunt, quae rationem habeant eandem, quod ea verba bina habent eundem Xoyov, dicitur utrumque separatim dvdXoyov, simul collata quattuor dvaXoy(t)a. z 38. Nam ut in geminis, cum simile(m) 1 dicimus esse Menaechmum Menaechmo, de uno dicimus ; cum similitudine(m) 2 esse in his, de utroque : sic cum dicimus eandem rationem habere assem ad § 36. 1 After et, a repeated amor et has been deleted. 2 After confertur, Aug, deleted a. 3 Aug., for singularem. 1 L. Sp., for agrece. 2 Aug., for uocantur. 3 OS. ; analogia Mue., with G ; for analoga. §38. 1 Mueller, for simile. 2 Aug., for similitudine. Because of the difference in number. § 37. a As in mathematics, two ratios of equal value make a proportion. § 38. a In the comedy of Plautus. compared with another, is either like or unlike ; and often the words are different but the relation is the same, and sometimes the relation is different but the words are the same. The same relation which is in amor ' love * and dative amort is in dolor 1 pain ' and dative dolori, but not in dolor and accusative dolorem. The same relation which is in amor and genitive amoris is in plural amores and genitive amorum ; and yet, because the subject-matter in it is not compared as it should be, a this relation cannot of itself effect Regularities, on account of the differences in the forms of the spoken word, because a singular word has been associated with a plural. So, when it is by a proportionate likeness that the word has the same relation, then and not until then does this relation achieve what is demanded by Analogia or Regularity ; of which I shall speak next. III. 37. There follows the third topic : What is Ratio or Relation that is pro portione ' by proportionate likeness ' ? This is in Greek called 4 according to logos * ; and from analogue the term Analogia or Regularity is derived. If there are two things of the same class which belong to some relation though in some respect unlike each other, and if alongside these two things two other things which have the same relation are placed, then because the two sets of words belong to the same logos each one is said separately to be an analogue and the comparison of the four constitutes an Analogia, 38. For it is as in a matter of twins : when we say that the one Menaechmus is like the other Menaech- mus, a we are speaking of one only ; but when we say that a likeness is present in them, we are speaking of both. So, when we say that a copper as has the same semissem quam habet in argento 3 libella ad simbeli&mf quid sit dvdXoyov ostendimus ; cum utrubique dici- mus et in aere et in argento esse eandem rationem, turn dicimus de analogia. 39. Ut sodalis et sodalitas, civis et civitas non est idem, sed utrumque ab eodem ac coniunctum, sic dvdXoyov et dvakoyta idem non est, sed item est con- generatum. Quare si homines sustuleris, sodalis sustuleris ; si sodalis, sodalitatem : sic item si sus- tuleris Xoyov, sustuleris dvdXoyov ; si id, dvaXoytav. 40. Quae cum inter se tanta sint cognatione, de- bebis suptilius audire quam dici expectare, id est cum dixero quid de utroque et erit co(m)mune, (ne) 1 expectes, dum ego in scribendo transferam in re- liquum, sed ut potius tu persequare ammo. 41. Haec fiunt in dissimilibus rebus, ut in numeris si contuleris cum uno duo, sic cum decern viginti : nam (quam) 1 rationem duo ad unum habent, eandem habent viginti ad decern ; in nummis in similibus sic est ad unum victoriatum denarius, si(cut) 2 ad alterum victoriatum alter denarius ; sic item in aliis rebus omnibus pro portione dicuntur ea, in quo est sic quadruplex natura, ut in progenie vois ' nature ' as an originating or moving power. * Properly, of sounds. § 56. ° Principia are the singular forms, in whichever direction the argument is carried ; but perhaps quam in singular} should be inserted between ordiri and quod. b Because the B and the C ending the stems can be seen in the deleted repeated from above. to two, should the conclusion be drawn that in teach- ing the later thing cannot be the clearer, for the purpose of beginning from it, to show what the prior thing is. Therefore even those who deal with the nature of the universe and are on this account called physici a ' natural philosophers,' proceed from nature as a whole and show by backward reasoning from the later things, what the beginnings of the world were. Though speech consists of letters, 6 it is nevertheless from speech that the grammarians start in order to show the nature of the letters. 56. Therefore in the explanation, since one ought rather to set out from that which is clearer than from that which is prior, and rather from the un- corrupted than from a corrupt original, from the nature of things rather than from the fancy of men, and since these three factors which are more to be followed are less present in the singulars than in the plurals, one can more easily commence from the plural than from the singular, because in the latter as starting-points ° there is less of a basis for relation- ship in the forming of words. That the singular forms of words can be more easily interpreted from plural forms than plural forms from the singular, is shown by these words 6 : plural trabes * beams,* singular trabs ; plural duces * leaders,' singular dux. 57. For we see that from the plural nominatives trabes and duces the letter E of the last syllable has been eliminated and thereby in the singular have been plural, but cannot be inferred with certainty from the nomi- native singular, especially if we read not trabs but traps (Roth, Philol. xvii. 176, and Mueller's note to § 57), which represents the actual pronunciation. Yet V. wrote trabs and not traps, according to Cassiodorus, Gram. Lat. vii. 159. 23 Keil. lari factum esse trabs dux. Contra ex singularibus non tam videmus quemadmodum facta sint ex B et S trabs 1 et ex C et S du#. 2 58. Si mwl(t)itudinis 1 rectus casus forte figura corrupta erit, id quod accidit raro, prius id corrigemus quam inde ordiemur ; (ab) 2 obliquis adsumere oportetf 3 figuras eas quae non erunt ambiguae, sive singulares sive multitudims, 4 ex quibus id, cuius modi debent esse, perspici possit. 5 59. Nam nonnunquam alterum ex altero videtur, ut Chn/sippus scribit, quemadmodum pater ex filio et filius ex patre, neque minus in fornicibus propter sinistram dextra stat quam propter dextraw 1 sinistra. Quapropter et ex rectis casibus obliqui et ex obliquis recti et ex singularibus multitudims 2 et ex multi- tudinis singulares nonnunquam recuperari possunt. 60. Principium id potissimum sequi debemus, ut in eo fundamentum sit 1 natura, quod in declina- tionibus ibi facilior ratio. Facile est enim animad- vertere, peccatum magis cadere posse in impositiones eas quae fiunt plerumque in rectis casibus singulari- bus, quod homines imperiti et dispersi vocabula rebus imponunt, quocumque eos libido invitavit : natura § 57. 1 Aug.,, for trabes. 2 Aug., for duces. § 58. 1 si multitudinis Mue.,for similitudinis. 2 Added by Canal. 3 L. Sp., for oportere. 4 Aug., for multi- tudines. 5 Sciop.,for possint. §59. 1 Laetu s, for dextras. 2 Vertranhis, for multitu- dines. § 60. 1 After sit, L. Sp. deleted in. § 59. a Frag. 1 55 von Arnim. made the nominatives trabs and dux. But on the other hand, if we start from the singulars we do not so easily see how they have become trabs, from B and S, and dux, from C and S. 58. If the nominative plural is by any chance a corrupted form, which rarely occurs, we shall correct this before we make it our starting-point ; it is proper to take from the oblique cases, either singular or plural, some forms which are not ambiguous, from which can be seen the make-up which the other forms ought to have. 59- For sometimes the one is seen from the other and at other times the other is seen from the one, as Chrysippus writes, as the father s qualities may be seen from the son, and the son's from the father, and in arches the right-hand side stands on account of the left-hand side, no less than the left on account of theright. Therefore the oblique forms can sometimes be regained from the nominatives, and sometimes the nominatives from the oblique forms ; sometimes the plural from the singular forms, and sometimes the singular forms from the plural. 60. The principle that we should most of all follow, is that in this the foundation be nature, because in nature a there is the easier relationship in inflections. For it is easy to note that error can more easily make its way into those impositions b which are mostly made in the nominative singular, because men, being unskilled and scattered/ set names on things just as their fancy has impelled them ; but nature d is of § 60. a Rather than in voluntas. b Or imposed word- names, characterized by voluntas, e For this point of the Stoic philosophy, cf. Cicero, de Inventione, i. 2. d The quality underlying the paradigms. incorrupta plerumque est suapte sponte, nisi qui earn usu inscio deprava&it. 61. Quarc si quis principium analogiae potius posuerit in naturalibus casibus quam in (im)positiciis, 1 non multa 2 (inconcinna) 3 in consuetudine occurrent et a natura libido humana corrigetur, non a libidine natura, quod qui impositionem sequi voluerint facient contra. 4 62. Sin ab singulari quis potius proficisci volet, inift'um 1 facere oportebit ab sexto casu, qui est pro- prius Latinus : nam eius casuis 2 litterarum dis- criminibus facilius reliquorum varietate(m) 3 discer- nere poterit, quod ei habent exitus aut in A, ut hac terra, aut in E, ut hac lance, aut in I, ut hac (c)lavi, 4 aut in O, ut hoc caelo, aut in U, ut hoc versu. Igitur ad demonstrandas declinationes biceps v?a 5 haec. 63. Sed quoniam ubi analogia, tria, 1 unum quod in rebus, alterum 2 quod in vocibus, tertium quod in utroque, duo priora simplicia, tertium duplex, ani- madvertendum haec quam inter se habeant rationem. 64-. Primum ea quae sunt discrimina in rebus, partim sunt quae ad orationem non attineant, partim quae pertineant. Non pertinent ut ea quae obser- vant in aedificiis et signis faciendis ceterisque rebus §61. 1 L. Sp. ; in impositivis Aug.; for in positiciis. 2 Aug., for multae. 3 Added by Christ. 4 Aug., for contraria. § 62. 1 Groth, for inillum. 2 A. Sp. ; cassuis Mue. ; for casus his. 3 Aug., for uarietate. 4 Groth^for leui; cf V., R. R. i. 22. 6. 5 Canal, for una. § 63. 1 Aldus, for atria. 2 alterum is repeated in F. e By making wrongly inflected forms. § 62. a The name 4 ablative ' had not come into use in itself for the most part uncorrupted, unless somebody perverts it by ignorant use.* 61. Therefore, if one has founded the principle of Regularity on the natural cases rather than on the imposed case-forms, not many awkwardnesses will be his to face in usage ; human fancifulness will be cor- rected by nature, and not nature by fancy, because those who have wished to follow imposition will in reality act in the opposite way. 62. But if one should prefer to start from the singular, he ought to start from the sixth case, a which is a case peculiar to Latin ; for by the differences in the letters b of this case-form he will be more easily able to discern the variation in the remaining cases, because the ablative forms end either in A, like terra * earth,* or in E, c like lance ' platter,' or in I, like clavi ' key/ or in O, like caelo * sky,' or in U, like versu ' verse.' Therefore, for the explaining of the declensions, there is this way, which may proceed from either of two starting-points. 63. But where there is Regularity, there are three factors, one which is in the things, a second which is in the spoken words, a third which is in both ; the first two are simple, the third is twofold. In view of this, attention must be given to the relation which they have to one another. 64% First, of the differences which exist in the things, there are some which have no bearing on speech, others which are connected with it. Those which are not connected with it are like those which the artificers observe in making buildings and statues V.'s time. b That is, the endings. e V. does not list separately the ablative of the fifth declension, ending in long E. artifices, e quis vocantur aliac Aarmonicae, sic item aliae nominibus aliis : scd nulla harum fit (in) 1 loquendo pars. 2 65. Ad orationem quae pertinent, res eae sunt quae verbis dicuntur pro portione neque a similitudine quoque vocum declinatus habent, ut Iupiter Mars- piter, Iovi Marti. Haec enim genere 1 nominum et numero et casibus similia sunt inter se, quod utraque et nomina sunt et virilia sunt et singularia et casu nominandi et dandi. 66. Alterum genus vocale est, in quo voces modo sunt pro portione similes, non res, ut biga bigae, nuptia nuptiae : neque enim in his res singularis subest una, cum dicitur biga quadriga, neque ab his vocibus quae declinata sunt, multitudinis significant quicquam, id 1 quod omnia multitudinis quae decli- nantur ab uno, ut a merula merulae : sunt (enim) 2 eius modi, ut singulari subiungatur, sic merulae duae, catulae tres, faculae quattuor. 67. Quare cum idem non possit subiungi, quod 1 (non) 2 dicimus biga una, 3 quadrigae duae, nuptiae tres, scd pro eo unae bigae, binae quadrigae, trinae nuptiae, apparet non esse a biga et quadriga 4 bigae et quadrigae, sed ut est huius ordinis una 5 duae tres Added by L. Sp. 2 Sentence division of Boot. § 65. 1 Mue.,for genera. § 66. 1 Fay, for ideo. 2 Added by Fay, §67. 1 Sciop., for cum. 2 Added by Sciop. 3 L. Sp. ; una b\g&Sciop. ; for bigae unae. 4 After quadriga, L. Sp. deleted et. 5 Aug., for unae. § 65. ° The unlikeness is in the forms of the nominative ; but both words denote male deities. § 66. a The two words belong to the same declension and both lack the singular forms ; but the objects denoted are entirely unlike. and other things, of which some are called harmonic, and others are called by other names ; but no one of these becomes an element in speaking. 65. The differences which pertain to speech, consist of those things which are expressed by the words in a proportionate way, and yet do not have a likeness of the spoken words also to help in forming the inflections : such as nominative Iupiter and Marspiter, dative Iovi and Marti. a For these are like one another in the gender of the nouns, and in the number, and in the cases ; because both are nouns, and are masculine, and singular, and nominative and dative in case. 66. The second kind has to do with the sounds, in which the spoken words only are similar in a proportionate way — and not the things — as in biga and bigae, nuptia and nuptiae. a For in these there is no underlying unit thing expressed by the singular when we say biga or quadriga, nor have the plural forms which are derived from these words any plural meaning. Yet all plurals which are derived from a unit singular, like merulae from merula ' blackbird,' do have such plural meaning ; for they are of such a sort that there is subordina- tion to a singular form : thus two merulae * black- birds,' three catulae 1 female puppies,' four Jaculae ' torches/ 67. Therefore since there cannot be the same sub- ordinating relation because we do not say una biga, duae quadrigae, ires nuptiae, but instead unae bigae ' one two-horse team/ binae quadrigae ' two teams of four horses/ trinae nuptiae ' three sets of nuptials,' it is clear that bigae and quadrigae are not from biga and quadriga, but belong to another series : the usual princip(i)um una, sic in hoc ordine altero unae binae trinae principium est unae. 68. Tertium genus est illud duplex quod dixi, in quo ct res et voces similiter pro portione dicuntur ut bonus malus, boni mali, de quorum analogia et Ari- stophanes et alii scripserunt. Etenim haec denique perfecta ut in oratione, illae duac simplices inchoatae analogiae, de quibus tamen separatim dicam, quod his quoque utimur in loquendo. 69- Sed prius de perfecta, in qua et res et voces quadam similitudine continentur, cuius genera sunt tria : unum vernaculum ac domi natum, alterum adventicium, tertium nothum ex peregrino hie natum. Vernaculum est ut sutor et pistor, sutori pistori ; adventicium est ut Hectores Nes tores, Hectoras Nestoras ; tertium ilium nothum ut Achilles et Peles. 70. De (his primo) 1 genere multi utuntur non modo poetae, sed etiam plerique omnes qui soluta oratione loquuntur. Haec primo 2 dicebant ut quaes- torem praetorem, sic Hectorem Nestorem : itaque Ennius ait : Hectoris natum de mnro iactari and lavo ' I wash,' perf. lavi, d pungo ' I prick/ perf. pupugi, tundo 1 1 pound/ perf. tutudi t e and pingo * I paint/ perf. pinxi. (7) And although/' he con- tinues, " from ceno ' I dine * and prandeo ' I lunch ' and poto * I drink * we form the perfects cenatus sum, pransus sum, and potus sum, f yet from destringor * I scrape myself and extergeor * I wipe myself dry * and lavor ' I bathe myself we make the perfects destrinxi * I am scraped * and extersi ' I am dried * and lavi ' I have had a bath.'* 7 Furthermore, although from Oscus ' Oscan/ Tuscus * Etruscan/ and Graecus ' Greek ' we derive the adverbs Osce ' in Oscan/ Tusce * in Etruscan/ 9 Active perfects of passive verbs, yet with passive (intransi- tive, reflexive) meaning : this meaning of the perfect lavi is regular in Plautus, but is nowhere attested for destrinxi and extersi. Osce Tusce Graece, a Gallo tamen et Mauro Gallice et Maurice dicimus ; item a probus probe, a doctus docte, sed a rarus non dicitur rare, sed alii raro dicunt, alii rarenter. Idem M. V. in eodem libro : " Sentior," inquit, " nemo dicit et id per se nihil est, adsentior tamen fere omnes dicunt. Sisenna unus adsentio in senatu dicebat et eum postea multi secuti, neque tamen vincere consuetudinem potuerunt. Sed idem V. in aliis libris multa pro dva- Xoyia. tuenda scribit. Librorum XI-XXIV Fragmenta XI Fr. 6. 1 Et ubi auctoritas maiorum genus tibi non de- monstraverit, quid ibi faciendum est ? Scripsit V. ad Ciceronem : " Potestatis nostrae est illis rebus dare genera, quae ex natura genus non habent." Fr. 7a. 1 Nunc de generibus dicamus. V. dicit " genera dicta a generando. Quicquid enim gignit aut gignitur, hoc potest genus dici et genus facere." Fr. 6. 1 Julianus Toletanus, Commentarius in Donatum> v. 318. 31-34 Keil. Fr. 7. 1 [Sergii] Explanat. in Donation, iv. 492. 37-493. 3 Keil. h Charisius, i. 217. 8 Keil, cites rare as used by Cicero,Cato, and Plautus (Budens 995) ; but editors usually replace  it by raro. * That is, not a deponent unless compounded ;  even in a passive meaning, the passive form of the un-  compounded verb is rare, though occasionally found, as in  Caesar, Bellum Civile i. 67 (sentiretur), where it is however  impersonal. > Notably in ix.  and Graece * in Greek/ yet from G alius ' Gaul * and  Maurus * Moor ' we have Gallice 1 in Gallic ' and  Maurice ' in Moorish ' ; also from probus * honest '  comes probe ' honestly/ from doctus * learned ' docte  ' learnedly/ but from rarus * rare ' there is no  adverb rare, but some say raro, others rarenter" h   (9) In the same book V. goes on to say : " No  one uses the passive sentior* and that form by itself is  naught, but almost every one says adsentior 1 1 agree/  Sisenna alone used to say adsentio in the senate, and  later many followed his example, yet could not  prevail over usage. But this same V. in other books 3 wrote a  great deal in defence of Regularity.   Fragments of Books XI -XX IV a  XI   Fr. 6. Where the authority of our ancestors has not  shown you the gender of a word, what in this instance  must be done ? V. wrote, in the treatise addressed  to Cicero : " We men have the right and power to  give genders to the names of those things which by  nature have no gender." °   Fr. 7a. Now let us speak of genders. V. says :  " Genera * genders ' are named from generare 1 to  generate.' For whatever gignit * begets * or gignitur  * is begotten/ that can be called a genus and can   XI.-XXIV. a On Books XI.-XIIL, see also vii. 110, viii.2,  20, 34, x. 33 ; and on Books XIV.-XXV., see vii. .   Fr. 6. ° V. uses genus both for grammatical gender  and for natural sex ; each is a * kind ' or 4 class/ cf. Frag. 7,  note a. Quod si verum est, nulla potest res integrum genus  habere nisi masculinum et femininum.   Fr. 7b. 2 Tractat de generibus. V. ait " genera  tantum ilia esse quae generant : ilia proprie dicuntur  genera." Quodsi sequemur auctoritatem ipsius, non  erunt genera nisi duo, masculinum et femininum.  Nulla enim genera creare possunt nisi haec duo.   Fr. 8. 1 Ostrea 2 si primae declinationis fuerit, sicut  Musa, feminino genere declinabitur, ut ad animaZ 3  referamus ; si 4 ad testam, ostreum 5 dicendum est  neutro genere et ad secundam declinationem, ut sit  huius ostrei, huic ostreo, 6 quia dicit 7 V. " nullam  rem animalem neutro genere declinari."   Fr. 9- 1 Ait Plinius Secundus secutus V.nem :  " Quando dubitamus principale genus, redeamus ad  diminutionem, et ex diminutivo cognoscimus princi-  pale genus. Puta arbor ignoro cuius generis sit :  fac diminutivum arbuscula, ecce hinc intellegis et  principale genus quale sit. Item si dicas columna, 2 Pompeius, Commentum Artis Donati. Keil. Fr. Cledonius, Ars Grammatica. Keil. For ostria. Keil, for animam. For sic. For  ostrium. Keil, for sicui ostri. For dicitur. Fr. Pompeius, Commentum Artis Donati Keil. The root gen- lies at the basis of all these words;  but genus has the weakened meaning kind, class, from which the idea of begetting has faded out. Donatus,  the eminent grammarian That is, kinds; Frag., note. Ft.. This distinction is not borne out by the use of the  words in the Latin authors. Almost precisely true for  Latin, though there are many exceptions in Greek and in the  Germanic languages tIkvov, German das Kind, and the neuter diminutives in -iqv, -chen, -lein., 7a-9 produce a genus a If this is true, the genus that a thing has is not perfect unless it is masculine or feminine.  Fr. He 6 treats of genders. V. says: Only  those are genera genders which generant generate; those are properly called genera. But if we follow his authority, there will be only two genders, masculine and feminine. For no genders e can procreate except these two. Fr. If ostrea oyster is of the first declension, like Musa Muse, it will be declined in the feminine  gender, so that we refer the word to the liying being; if we use it for the shell, the word must be ostreum, inflected in the neuter and according to the second declension, so that it is genitive ostrei, dative ostreo a: because V. says: No living creature has a name which is inflected in the neuter gender. Fr. Plinius Secundus a says, following V.: When we are in doubt about the gender of a main  word, let us turn to the diminutive form, and from the diminutive we learn the gender of the main word. Suppose that I do not know the gender of arbor tree; form the diminutive arbuscula, and lo! from this you observe as well the gender of the word  from which it comes. Again, if you say, What is the  Fr. a This and subsequent citations from Pliny are taken from the Elder Pliny's Dubitts Sermo, a work mentioned by the Younger Pliny, Epist. Diminutives have in Latin the gender of the words from  which they are derived; the exceptions are very few. In  Greek and in the Germanic languages, however, diminutives are commonly neuter without regard to their primitives cuius generis est? facis inde diminutivum, id est  columella, et inde intellegis quoniam principale  feminini generis est. Fr. Jiypocorismata semper generibus suis und(e oriuntur consonant, pauca dissonant, velut  haec rana) hie ranunculus, hie ung(u)is haec ungula,  hoc glandium haec glandula, hie panis hie pastillus et) hoc pastillum, ut V. dixit: haec beta hie betace(us, haec malva hie malvaceus, hoc pistrinum haec pistrilla, ut Terentius in Adelphis, hie ensis haec ensicula et hie ensiculus: sic in Rudente Plautus. Fr. Dies communis generis est. Qui masculino genere dicendum putaverunt, has causas reddiderunt, quod dies festos auctores dixerunt, non festas, et 2 quartum et quintum Kalendas, non quartam nec quintam, et cum hodie dicimus, nihil aliud quam hoc die intelligstur. Qui vero feminino, catholico utuntur, quod ablativo casu E non nisi producta finiatur, Fr. Charisius, Instit, Gram, Keil, The right-hand edge of the manuscript is destroyed, but the restorations are made with certainty from almost verbatim repetitions Charisius Keil, in which V. is not mentioned as the source. Hie pastillus, required by the space, was added by Keil from Fr. Charisius, Instit, Gram, KeiL For ut. For intellegatur.  Fr. As substantive, for pes betaceus: but betaceus is  an adjective, not a diminutive. Also an adjective; its application as substantive is not known. Adelphoe. Rudens. Fr. Dies was by origin a masculine; in Latin, because it was declined like the feminines of the fifth declension, possibly also because its counterpart nox was, gender of columna column, make from it the diminutive, that is, columella, and therefrom you understand that the word from which it comes is of the feminine gender. Fr. Diminutives always agree in gender with the words from which they come: a few differ, such as fern, rana ' frog,' diminutive masc. ranunculus  'tadpole'; masc. unguis 'nail (of finger or toe), 1 fern. ungula 'hoof, talon'; neut. glandium 'kernel of  pork fem. glandula tonsil; masc. panis loaf of bread, masc. pastillus and neut. pastillum 'roll,' as V. said; fem. beta 'beet,' masc. betaceus beet-root'; fem. malva' mallow,' masc. malvaceus h mallow-like vegetable'; neut. pistrinum 'pounding-mill,' fem. pistrilla 'small mill,’ as Terence says  in The Brothers e; masc. ensis 'sword,' fem. ensicula and masc. ensiculus 'toy-sword': so Plautus in The  Rope Fr. Dies 'day’ is of common gender. Those  who thought that it must be used as a masculine, offered these reasons: that their authorities said dies festi ‘holidays,’ with the masculine adjective, not the fem. festae; that they said the fourth and the fifth day before the Kalends, with the masculine and not the  feminine form of the adjective; and that when we  say hodie ‘to-day,’ it is understood as hoc die 'on this  day,' with the masculine article, and nothing else. On the other hand, those who regard dies as feminine, use the general argument, that in the ablative the feminine, it acquired use as a feminine in some meanings. Full phrase: ante diem quartum (quintum) Kalendas. A demonstrative is an article in the grammatical terminology of the Romans. et quod deminutio eius diecula sit, non dieculus, ut ait Terentius: Quod tibi addo dieculam. V. autem distinxit, ut A masculino genere unius diei cursum SIGNIFICARE (t), feminino autem temporis spatium; quod nemo servavit. A Catinus masculino genere dicitur et hinc deminutive catillus fit. Sed V. ad  Ciceronem "catinuli" dixit, non catilli. Fr. Naevus generis neutri, sed V. ad Ciceronem "hie naevus." Fr. Antiquissimi tamen et hie gausapes et haec gausapa et hoc gausape et plurale neutri haec gausapa quasi a nominativo hoc gausapum protulisse  inveniuntur V. vero de Lingua Latina-ait,  " talia ex Graeco sumpta ex masculino in femininum  transire et A litera finiri : 6 Ko\^ta unless the genitive is identical with the nomina-  tive, when the ablative ends in i ; an adjective also has the  ablative in i if it stands before a noun which it modifies. The  scientific formulation is that consonant-stems should have  short e in the ablative, and t-stems should have long % : a  status much disturbed by the encroachment of the ^-ending  on the t-ending. c Not all these should, by the ' rule,'  end in i ; for carbo, falx, mons,fons t pons, teges do not have  identical nom. and gen. ; and the nom. of asse is as, very  rarely assis. As to the actual forms of the ablative, igni is  commoner than igne ; orbi, turri,frni, strigili, avi, axi, navi\  said and wrote senatuis, domuis, and jluctuis as the  genitive case of the words senatus ' senate,' domus  ' house,' and Jluctus * wave,* and used senatui, domui,  fiuctui as the dative ; and that they used other simi-  lar words with the corresponding endings.   Fr. 18. Amni was used by Vergil a as ablative of  amnis river, as in  He drifts with the stream of the river. On this point, PLINIO in the same book says: " By the  old writers, whom V. criticizes adversely, all  observance of the rule 6 is disregarded, yet not  utterly. For we still say," says he, " canali ' canal,*  stti ' thirst,' tussi * cough,' febri ' fever * as the abla-  tive forms. But in most words the form has been  changed, and uses the ablative which ends in E : cane ' dog,' orbe 1 circle,' carbone ' charcoal, iurre tower,' falce ' sickle,' igne ' fire,' teste garment,'  fine limit,' monte mountain, fonie spring,* ponte   * bridge,* sirigile * scraper,* tegeie ' mat,' ave ' bird,'  asse ' as,' axe * axle,' nave ' ship,' classe * fleet.' " c   Fr. 19. V., whom Pliny mentions as having  said, in the eleventh book of his treatise addressed to  Cicero " a plantation of trees set in rows rare a 1 in  the country.' Fonteis * springs,' accusative plural spelled  with EIS : " The nouns which gain an I in the genitive  plural before the ending UM," says Pliny, " have the   classi are found in authors of the first century b.c, but are  less common than the forms with e, or are used to satisfy  metrical requirements ; ponti is found once in older Latin ;  monti and fonti are cited by V., ix. 112.   Fr. 19. Instead of the usual locative form ruri. accusativus," inquit Plinius, " per EIS loquetur,  montium monteis ; licet V.," inquit, " exemplis  hanc regulam confutare temptarit istius modi, falcium  falces, non falceis facit, nec has merceis, nec hos axeis  lmtreis ventreis stirpeis urbeis cor&eis 3 vecteis men-  teis. 4 Et tamen manus dat praemissae regulae  ridicule, ut exceptis his nominibus valeat regula."   Fr. Poematorum et in II et in III idem V.  adsidue dicit et his poematis, tarn quam nominativo  hoc poematum sit et non hoc poema. Nam et ad  Ciceronem, horum poematorum et his poematis  oportere dici.   Fr. 22. 1 Git : V. ad Ciceronem XI per omnes  casus id nomen ire dcberc conmeminit ; vulgo autem  hoc gitti dicunt.  Fr. Palpetras per T V. ad Ciceronem dixit. Sed Fabianus de Animalibus primo pal-  pebras per B. Alii dicunt palpetras genas, palpebras  autem ipsos pilos.   3 For curueis. 4 GS. t for inepteis. Fr. Charisius, Inst. Gram. i. 141. 29-31 Keil.  Fr. 22. 1 Charisius, Inst. Gram. Keil.  Fr. Ckarishts, Inst. Gram. Keil.  This EI does not represent an earlier diphthong,  but was often written for a long i after the original diphthong  had become identical in sound with the long i. There are  scattered examples of the ending EIS in the accusative, found  in inscriptions and manuscripts.  accusative in EIS, a like genitive montium * mountains,'  accusative monteis ; although V.," he continues,  " tried to refute this rule by examples of the following  sort : to the genitive fold urn ' sickles * the accusative  is folces and not folceis, nor is the proper spelling  merceis 1 wares, nor axeis axles/ lintreis ' skiffs,*  ventreis * bellies/ stirpeis * stocks/ urbeis ' cities/  corbeis * baskets/ vecteis * levers/ menteis * minds.'  And yet he gives up the fight against the aforesaid  rule in a ridiculous fashion, saying that apart from  these nouns the rule holds. In the second and the third books V.  constantly uses the genitive poematorum poems and  the dative poematis, as though the word were poema-  tum in the nominative and not poema. For in the  eleventh book of the treatise addressed to Cicero he  says that genitive poematorum and dative poematis are  the proper forms to be used. Git * fennel ' a : V. in the eleventh  book of the treatise addressed to Cicero states that  this form ought to be used in all the cases ; but  people quite commonly say gitti in the ablative. V. in the thirteenth book of the treatise  addressed to Cicero used palpetrae, with T. But  Fabianus, a in the first book On Animals, wrote palpe-  brae with B. Others say that palpetrae means the  eyelids, and palpebrae the eyelashes. a Xigella sativa.   Fr. Papirius Fabianus, who wrote on philosophy  and on natural history in the time of Augustus. Oxo : " V. ad Ciceronem olivo  et oxo putat fieri/' inquit Plinius Sermonis Dubii  libro VI.  Indiscriminatim, indiflferenter. V. de  Lingua Latina: Quibus nos in hoc libro,  proinde ut nihil intersit, utemur indiscriminatim,  promisee. Fr. Rure Terentius in Eunucho: Ex meo propinquo rure hoc capio commodi.  Itaque et V. ad Ciceronem " rure veni."   Fr. 27. 1 V. ad Ciceronem:  "ingluvies tori," inquit, " sunt circa gulam, qui  propter pinguedinem fiunt atque interiectas habent  rugas." Sed nunc pro gula positum. Charisins, Inst. Gram. i. 139. 15-16 Keil.  Fr. 25. 1 Nonius Marcellus, de Compendiosa Doctrina,  127. 24-26 M.   Fr. Charisius, Inst. Gram. i. 142. 18-20 Keil,  Fr. 27. 1 Serv. Dan, in Georg. iii. 431. Fr. 24. a Antecedent unknown. b Greek 6£os (neuter,  third decl.), denoting sour wine, and vinegar made therefrom.  Fr. 25. Antecedent unknown. These are examples of rure as a pure  ablative. The continuation is our Fragment 19, in which  examples of rure as a locative are discussed.   Fr. 27. « That is, double chins.  Fr. Ojco, ablative : " V., in the thirteenth  book of the treatise addressed to Cicero, expresses  the opinion that it a is composed of olive-oil and oxos b  * vinegar/ " says Pliny in the sixth book of the treatise  entitled Variations in Speech. Indiscriminaiim means ' without differ-  ence.' V. in the eighteenth book of the treatise  On the Latin Language says : " Which a in this book  we shall use indiscriminatim 1 without distinction/  promiscuously, just as if there were no difference  between them." Fr. The ablative rure is used by Terence in  the Eunuchus a :   I get this comfort from my near-by country-seat.   So also V., in the twenty-second book of the  treatise addressed to Cicero, says : I have come rure from the country Fr. V., in the twenty- third book of the  treatise addressed to Cicero, says : " The ingluvies is  the bulging muscles around the throat, which are  produced by fatness and have creases between  them/* a But now the word is used merely for the  throat. Cum in disciplinas dialecticas induci  atque imbui vellemus, necessus fuit adire atque  cognoscere quas vocant dialectici €itrayu>yas. Turn, quia in primo 7repl a^tw/xarwv discendum, quae  M. V. alias profata, alias proloquia appellat, Com-  mentarium de Proloquiis L. Aelii, docti hominis, qui  magister V.nis fuit, studiose quaesivimus eumque  in Pacis Bibliotheca repertum legimus. (3) Sed in  eo nihil edocenter neque ad instituendum explanate  scriptum est, fecisseque videtur eum librum Aelius  sui magis admonendi quam aliorum docendi gratia. Redimus igitur necessario ad Graecos libros.  Ex quibus accepimus a£ta>/jta esse his verbis (defini-  tum) : XtKTuv avroreXh diro^avTov ovov etf> avra>.  (5) Hoc ego supersedi vertere, quia no vis et incon-  ditis vocibus ntendum fuit, quas pati aures per inso-  lentiam vix possent. Sed M. V. in libro de  Lingua Latina ad Ciceronem quarto vicesimo ex-  peditissime ita finit: Proloquium est sententia in  qua nihil desideratur." Erit autem planius quid istud sit, si exemplum  eius dixerimus. 'A^tw/xa igitur, sive id proloquium  dicere placet, huiuscemodi est : Hannibal Poenus  fuit ; Scipio Numantiam delevit ; Milo caedis  damnatus est ; Neque bonum est voluptas neque  malum ; et omnino quicquid ita dicitur plena  atque perfecta verborum sententia, ut id necesse sit  aut verum aut falsum esse, id a dialecticis d£«o/m   Fr. 28. 1 Aulas Gellius, Nodes Atticae, xvi. 8. 1-14 ;  Rolfe's text, in the Loeb Classical Library, Rolfe's translation, in the Loeb Classical Library,  with modifications. b In Vespasian's Temple of Peace, in  the Forum Pacis. c Page 75 Funaioli. When I wished to be introduced to  the science of logic and instructed in it, it was neces-  sary to take up and learn what the logicians call  curaycoyac, or ' introductory exercises.' (2) Then  because at first I had to learn about axioms, which  Marcus V. calls, now prof ata or ' propositions,' and  now proloqitia or ' forthright statements,' I sought  diligently for the Commentary on Proloquia of Lucius  Aelius, a learned man, who was the teacher of V.;  and finding it in the Library of Peace, 5 I read it. But I found in it nothing that was written to  instruct or to make the matter clear ; Aelius c seems to  have made that book rather as suggestions for his own  use than for the purpose of teaching others. I therefore of necessity returned to my Greek books. From these I obtained this definition of an  axiom: a proposition complete in itself, declared with reference to itself only. This I have forborne to turn into Latin, since it would have been  necessary to use new and as yet uncoined words, such as, from their strangeness, the ear could hardly endure. But Marcus V., in his treatise On the Latin Language, dedicated  to Cicerone, thus defines the word very briefly: A proloquium is a statement in which nothing is lacking. But his definition will be clearer if I give an  example. An axiom, then, or a forthright statement, if you prefer, is of this kind: Hannibal was  a Carthaginian; 11 Scipio destroyed Numantia; Milo was found guilty of murder. Pleasure is  neither a good nor an evil; and in general any saying which is a full and perfect thought, so expressed  in words that it is necessarily either true or false, is called by the logicians an axiom; by Marcus V., appellatum est, a M. V., sicuti dixi, proloquium,  a M. autem Cicerone pronuntiatum, quo ille tamen vocabulo tantisper uti se adtestatus est, "quoad melius," inquit, "invenero." Sed quod Graeci crvvrjfxfxevov aftw^ta dicunt, id  alii nostrorum adiunctum, alii conexum dixerunt. Id conexum tale est: Si Plato ambulat, Plato movetur; Si dies est, sol super terras est. Item quod  illi o-vfjLTreTrXeyfiei'ov, nos vel coniunctum vel copulatum dicimus, quod est eiusdemmodi: P. Scipio,  Pauli filius, et bis consul fuit et triumphavit et censura  functus est et collega in censura L. Mummi fuit. In omni autem coniuncto si unum est mendacium,  etiamsi cetera vera sunt, totum esse mendacium  dicitur. Nam si ad ea omnia quae de Scipione illo vera  dixi addidero Et Hannibalem in Africa superavit, quod est falsum, universa quoque ilia quae coniuncte  dicta sunt, propter hoc unum quod falsum accesserit,  quia simul dicentur, vera non erunt.  Est item aliud quod Graeci Siefrvy/itvov a£iw/xa,  nos disiunctum dicimus. Id huiuscemodi est : Aut  malum est voluptas aut bonum, aut neque bonum  neque malum est. Omnia autem quae disiunguntur pugnantia esse inter sese oportet, eorumquc opposita, quae dvriKd^va Graeci dicunt, ea quoque  ipsa inter se adversa esse. Ex omnibus quae dis-   d Tusc. Disp. i. 7. 14. Two connected statements, of  which the second follows as the result of the first. f This  is the younger Africanus, who destroyed Carthage in 146 b.c;  it was the older Africanus who defeated Hannibal at Zama. FRAGMENTS as I have said, a proloquium or 'forthright statement’; but by Marcus Cicero d a pronuntiatum  or  pronouncement/ a word however which he  declared that he used only until I can find a better  one. But what the Greeks call aicharmus. Marco Terenzio Varrone. Varrone. Keywords: centro di studi varroniani, idioma, idiom, lingua latina, lingua anglica, Lazio, Lazini, la lingua del Lazio, Varrone, Prisciano, Donato, Girolamo, Giulio Cesare – Refs.: The H. P. Grice Papers, Bancroft, MS – Luigi Speranza, “Grice e Varrone: semiotica filosofica” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria. Varrone.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Varzi: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale delle parole, degl’oggetti, e degl’eventi – la scuola di Galliate – filosofia piemontese -- filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Galliate). Abstract. Keywords: universalia, universale, katholou.   The language of this contrast (‘in’ a subject vs. ‘said of’ a subject) is peculiar to the Categories, but the idea seems to recur in other works as the distinction between accidental vs. essential predication. Similarly, in works other than the Categories, Aristotle uses the label ‘universals’ (ta katholou) for the things that are “said of many;” things that are not universal he calls ‘particulars’ (ta kath’ hekasta). Although he does not use these labels in the Categories, it is not misleading to say that the doctrine of the Categories is that each category contains a hierarchy of universals and particulars, with each universal being ‘said of’ the lower-level universals and particulars that fall beneath it. Each category thus has the structure of an upside-down tree.[2] At the top (or trunk) of the tree are the most generic items in that category[3] (e.g., in the case of the category of substance, the genus plant and the genus animal); branching below them are universals at the next highest level, and branching below these are found lower levels of universals, and so on, down to the lowest level universals (e.g., such infimae species as man and horse); at the lowest level — the leaves of the tree — are found the individual substances, e.g., this man, that horse, etc.  The individuals in the category of substance play a special role in this scheme. Aristotle calls them “primary substances” (prôtai ousiai) for without them, as he says, nothing else would exist. Indeed, Aristotle offers an argument (2a35-2b7) to establish the primary substances as the fundamental entities in this ontology. Everything that is not a primary substance, he points out, stands in one of the two relations (inhering ‘in’, or being ‘said of’) to primary substances. A genus, such as animal, is ‘said of’ the species below it and, since they are ‘said of’ primary substances, so is the genus (recall the transitivity of the ‘said of’ relation). Thus, everything in the category of substance that is not itself a primary substance is, ultimately, ‘said of’ primary substances. And if there were no primary substances, there would be no “secondary” substances (species and genera), either. For these secondary substances are just the ways in which the primary substances are fundamentally classified within the category of substance. As for the members of non-substance categories, they too depend for their existence on primary substances. A universal in a non-substance category, e.g., color, in the category of quality, is ‘in’ body, Aristotle tells us, and therefore in individual bodies. For color could not be ‘in’ body, in general, unless it were ‘in’ at least some particular bodies. Similarly, particulars in non-substance categories (although there is not general agreement among scholars about what such particulars might be) cannot exist on their own. E.g., a determinate shade of color, or a particular and non-shareable bit of that shade, is not capable of existing on its own — if it were not ‘in’ at least some primary substance, it would not exist. So primary substances are the basic entities — the basic “things that there are” — in the world of the Categories. Being (existence), like unity is predicated of everything. This statement certainly implies that   'exist' is truly applicable to every object; it may also imply that the universal signined by 'exist' (or, it there is a plurality of such unircrsals. that one or another of the universals signified by 'exist') is instantiated by every object.     But let us be cautious, and let us not assume that the second implication holds    De Inierpretatione, Every simple declarative sentence [propositionalj contains a hréme (verb phrase) which signifies something said of something else the 'something che' being signined by a noun phrase,     Indeed the divisibility of declaratire sentences into kaapináseis (assertions and ipopirseis (denials), which respoctively allira or deny something about something (17a25| suggests that the noton of the exhibition of 'subject-predicate fon' enters into the definition of the concept of a declarative sentence or proposition. Existential sentences propositions) are no exception to this thesis, and they even tolerate quantilicational modifiers    From this it follows that existential propositions attribute universals to subject items.    Il 'crist' signified a single universal il would signily a gencric universal, since, as is shown by category-differences, there are different ways of existing which would le species of existence.     [This step has been supplied by me.l    Being (existence) is not a genus, and so is not a generie universal.    This is argued in Metaphysies and the detals of this argument will be turther examined by me in an appendix lo my presentation of argument A1. A different account therefore, has to be found of what are naturally thought of as ways of existence.    From this it tollows that be (exist' does not signily a singic universal.    From this it follows that 'exist' signifies now one, now another, of a plurality duality or multiplicity  of universals.    If 'exist' signifies a duality plurality of multiplicity of universals, that plurality should satisty two conditions:     it should be as small i plurality as possible (by an intuitively acceptable principle of economy), and     each of the elements of the plurality should be an essential property of items of the kind to which it attaches:     the removal of such a property from any bearer belonging to that kind should deprive that bearer of existence, more brietly, with respect to each kind, cach element property should be entailed by the concept of existence.    The only set of universals which would satisfy both of the conditions which are specified is the set of category-beads themselves (as the most general list of essential properties one of another of which every  objeet possesses);     so the category-heads constitute the required plurality or multiplicity    So exist by virue of signifying a plurality or multiplicity of universals, exhibits multiplicily. Of signification.    The argument given by Aristotle in favour of the contention that being is not a genus is obscure;     it rests on the thesis that a genus cannot be predicable of a differcutia of one of its species, and     if being were i genus it would have to offend against this probbition, since being is unisersally predicable.     The following is my speculative expansion of this argument.     Il Sis a species of a genus G then it must be the case     that G belongs essentally to Sand is therefore in the same category as S; (2)   that S is differentiated, within G, by some universal D; and      that D is categorially difterent from, and (so to speak) "categorially inferior to" $ and G (in that no item in the category of § and & may attach essentially to, and so be predicabie of. D. Two-footed,  for example, it a difterentia of ern, will difles in category from     man and     animal (will loe a quality rather than a substance) in such a way that acither mars not animal can be predicable of it;     A  secondaty substance is not predicable of a quality, even though it may be the case that necessarily anything which has a cenain quality is a certain sort of substance.     But if be were a genus G, since b is uneversally predicable it would be predicable of any differentin of any of its species. To show that ‘exists’ possesses not merely multiplicity of signification, but  multiplicity of signification  thT may rendered aequi-vocal, we shall need a further igument which 1 shall endeavour to supply.  A  By the preceding argument an item Alpha“exists” just in case it belongs te some  category C (c.g., Substance, quality, quantity, eic.)    If category C is a catogory OTHER  than a substance, an item x can be a C (fall under C) only if alphais a C of some substance beta.    This thesis can be seen as an application of a version of the doctrine of universalia in se.     a version which demands that the existence of a universal U requires not just the possibility but the actuality of an item alpha or beta which instantiates that universal     This thesis is enunciated in Metaphysics     Being a C of some substance beta which *instantiates* C entails being a C of something y which exists in that sense (interpretation) of 'exist which is appropriate for substances.     By hypothesis, for a substance to exist is for it to be a substance.    So that a substance beta exists is prior to, and presupposed by, cach forni of exists as it applies to an alpha which is not a substance  So the set of ways in which 'exists is said are united by appropriate relanon to primary (substantial) be, and so "exist' exhibits unified semantic multiplicity    .  I hope that the argument, which I have presented hase both a recognizable allinity with philosophical positions which Aristotle is known 1o have lickd, and also at loast a superficial charm.     owen’s argument does however, has its drawbacks both from a historical and from a conceptual point of view    A crucial passage for consideration is Metapitysics devoted to what is (be) in the  philosophical lexicon contained in the Metaphysics. '  There, Aristolle says, it seems that whatever things are signilied by the "foms of predication" presumably the categories), are said to be in themselves (per se, kath' auta); 'be' has     AS MANY SIGNIFICATIOZnS as there are forms of PREDICATION..     Since predieates sometimes say what a thing is EST sometimes what it is EST like, sometimes how much it is, EST (and so on) there would be a a signification of 'be' IST corresponding to each predication     Aristotle concludes with the remark that there is no difference between "man walks (flourishes)" and "man is IST walking (Gourishing)".    The obvious interpretation of the last remark is that the appearance of a vert-form like "walks' or 'Bourishes' creates no difficulty, since they con be replaced by expressions in canonical for like 'is IST walking' or "is IST flourishing';     If the expression regarded by Aristoile as canonical in form it is because the uses of IST ') whose multiplicity he is at least at his point discussing acopulative. COPULATION     Owen, though he recognizes  that Aristotle does on occasion admit categorial variation in the sense of copulative 'is. iST IZZES evidently is unwilling to allow that Anstotle is primarily concerned here with the copulative "is';    So Owen rather strangely interprets, the remark as alluding to semantic multiplicity in the copula as bei (supposedly) a consequence of semantic multiplisity in ‘existit’    owen’s interpretation seems difticult to detend.    When Aristotle says that a predicate sometimes may say what a thing is, sometimes what is it like (its quality), sometimes how much it is (its quantity) and so on, he seems to be saying that if we consider the range of predicates which can be applied to some item, for example to a substance like Socrates or a cow, these predicates are categorially various, and so the use of the IST IzzES in the ascription of these predicates will undergo corresponding variation of signification  But  Aristotle has connected the semantic multiplicity in IST not with variation between predicates of one subject, but with variation between essential (per se) predications upon different (indeed categorially different) subjecis (    such predications as "      Socrates IS a man", "    Cambridge blue IS a colour (a blue, a blue colour)     A desire to hannonize these statements leads me to wonder whether Aristotle may be maintaining not only that the copula IS exhibits  multiplicity of signification which corresponds to categorial differences between different statements about one subject, for example, Socrates, but also that dis semantic multiplicity is attributable to a multiplicity in the notion of essential being IST; the signification of 'is varies between "Socrates is a man"     Fido is shaggy  Cambridge blue is a colour" A weight of two pounds is in magnitude". To voice my suspicion more explicitly:     it might be Aristotle's view that if (a)     "Sociates is F"     Smiths dog is shaggy    is an occidental (non-essential) predication,     "F" signifies an item in category C, and     has" expresses the COZnVERSE of Aristotle's relation of inherentia (presentia, deen the LOGICAL FORM    of the proposition     Socrates is F may  Smiths dog is shaggy  be regarded as expressed by     "Socrates HAS something which is. F" where 'ist represents a sense of 'is' (of 'is essentially') which correspoads to category C.     The copula Ist in such cases expresses the logical PRODUCT  of a constant relation expressed by 'has' HAZZES — not Ist — and a categorially variant relation expressed by  'is' (Ist 'is essentially'). These predominantly scholarly murmurs agoinst the 'reccived' vicw that Aristotle regards Ex existential statements (propositions) as the habitat of semantic multiplicity are not the only possible kinds of dissent.     A different kind of complaint, against the viability of the position which I have been treating so far as if it were Aristotle's rather than against the suggestion that he in fact held it, would urge the untenability of the thesis, supposedly a foundation of his position that EZx  are a particular VACUZoUS NAMES type of subject-predicate utterance type (Smith is happy    . 11 is possible that Owen voices something like this charge iwhen he distinguishes typex of exists.     One form of such an objection would be that  "goats mumble" EX (x)  , whether treated as a way of saying "goats always  mumble" or saying "goats usually mumble", or of saying "goats sometimes mumble", or as being indeterminate between these alternatives, has to be supposed to presuppose the existence of goats.    Cf Warnock - Strawson     This will be attested both by intuition, and by a need to extend to all interpretations a feature which is demanded for universal of total and particular utterance types, in order to escape ditficulties which arise in connection with the Square of Opposition. To suppose "a goats exists" to be analogous to "a goats mumbles", would be to suppose that "a goats exists — Warnock a tiger exists — " presuppose that a goats exists or to put it another way, the truth of "a goats exists" is a necessary precondition of its being enher tre or faise that a goats exists. This is an absurdity. Even for Collingwood     It seems to me that Aristotle can be defended against this attack.     To begin with, the invocation of a semantic relation of  collingwoodisn presupposition is not the only recourse when one is faced with troubles about the Square of Opposition;     one might, for example, try to deploy a pragmatic notion of presupposition which would not mitigate the alleged absurdity.    Presupposition  as implicature in negation  presupposition as entailment in affirmation        But a more sericus defence might suggest that Aristotle has more than one method of handling Ex existentisls; that there are indeed two such methods,both S Ist P subject-predicate in character, which when combined avoid the churge.     In Metaphysics where the primary topic seems 10 be what kinds of attributes are constitutive of and differentiate between sons of sensible things, Aristotle argues the range of such crudal teatures is much larger than Democritus allows atom,     and indicates ways of giving quasi definitions of a variety of sensible objects, such as     threshold     and     ice, which contain analogues of genus and differentia. At this point, almose parenthetically, he gives a pattern of conceptual definitional analysis for existentials about such things:     the pattern consists (of the sequence some + genus* + l: + differentia*; c.g.,   "Some water IST frozen" (an analysand for "ice exists") and "A stone iIST situated in threshold position" (an analysand for "a threshold exists"). We have, then, for certain Ex existential a definiens in subject-predizate s Ist P form which by utilizing the elements in definitions, ELIZmIznATES eliminates the  'existit altogether.     I would suggest, on Aristotle's behalf that this ELZiZmIznATIZvE form could be employed lo conceptually analyst and define general existentials, like "    ice exists" , "    A goA exists     while the category citing forms.  like Socrates is a substance could be used to conceptuallyto analyse or define singular existentials, like     Socrates exists". A strategy for an attempted presentation of in argument in support of the hypothesis that unified semantic multiplicity is to be located in the copula (or in a sub-tange of examples in which "ist is used as a copula, viz., cases of acedental predication) will be to put forward as a preliminary a partial sketch of a theory of categories, which I rogard as being in the main Aristotelian, to comment on some points of interest in that sketch, and finally to use it as a basis for the proposed argument.     The sketch will depast from Aristotle's own position in one or, two respecis, thereby depicting i somewhat improved theory, and it will incorporate what seems to be a conspicuous excusion of his theory, though one which, so far as I can see, he might well have accepted without detriment to his account.     The main hope is to put forward an outline of an account of categories which is overtly more SYSTEMATIZc than the assemblage of dicta which one may extract from Aristotle's    (L)  I start, much as Aristotle does in Caiegories, by distinguishing two  forms Predication    Each relation, which may be called  "izzes' and  "Hazzes', are approximately the converses, respectively, of his relations     Is said of     and is in (a subject);     Ian x izees () y  i=df y is said of x  hab  X hZzsz y  =df y is present in x. I shall begin by listing some of the properties which I wish to assign to these relations. I may remark that in one or two cases there seems to be options.     Izzing is reflexive (Vxix izzes  x),     Non-symmetrical (symmetry-neutral),     and transitive.     Hazzing, on theother hand, is ineflexive, either intransitive or transitivily-neutral ), and asymmetrical.     In all cases,     if an individual x izzes y, y is essential to x     in the sense that it x were not to izz y, x would no longer exist. It is, however, certainly not true in all cases that if x hazzes y, its hazzing y is essential to its existence;     indeed, I am inclined to think, that this is not truc in any casc.     I am disposed to accept the following "mised" law. (0) 11 x I y and y H z, x Hz;     the acceptability of this law would depend on the idea that a non individual y hazzes something z ilt [of necessity] every individual falling under y (that is every indivicual that izzes y) hazzes 2. 1 am not disposed to accopf the "mixed" law. (    ii) If x H y and y lz,  x Il z, since I would like to espouse the idea that a subject a (in any category other than that of x) harzes only individuals); in which case, l might also espouse the idea that the copula Ist can be conceptually analyzed or defined in terms of the disjunction of & l y and x H something z which I y.     1 hare made izzing reflexive, so some of my definitions must differ from his, since I cannot claim, as le did in Caregories 3a7, that nothing tzzes an individual substance. The debnitions will run as follow    I is an individual iff nothing other than x izzes x    x is a primary individual iff x is an individual and nothing hazzes x.    x is a primary substantial (x is in the category of "substance") iff sune primary individual izees x.    x is il secondary substance ig & is a primary substantial but not an individual.    x is identical with y iff x izzes y and y izzes x. y is predicable of x iff either x izzes y or & huzzes something z which izzes y. We may compare this last definition with the conceptual analysis of the copula. Ist     And y will be a primary element in some category other than that of substantials just in case there is a individual x [an individual which is a primary substantiall which hazzes something z which in tum izzes y (this allows for the possibility that z may be identical with y);     but obviously, in the case of such a foreign predication a nethod will be needed for determining which foreign' category is involved as being the category of the predicated item y. We can atiempt to make use of the diflerent one-word interrogatives which can be extracted from  '   ).Anstotle, with the supposition that items in a particular category may be suitably invoked to provide answers to just one of the kinds of questions asked by each of such interrogatives; but it is not clear that such a list of interrogatives is sufficiently comprehensive (relatives, for example, secm to escape this programme),     nor is it clear what the rational basis would be for such a list of questions.   And while Aristotle says much that is interesting about some particular categories, his attempts, for example in the cases of quantity and quality, to pick on primary distinguishing marks are nog clear     Such shortcomings matter Little    it will be sufficient to assume the availability of some discriminating procedure (perhaps some furtirer development of the 'interrogatives method) since my main oracern is with the consequences of a scheme involving some procedure of such a cort  At this point the sketch incorporates the extension of Aristotle's thcory of categories.     I assume that there is an operation,  "substantialization, which, when appled directly to an individual which belong to a con-substantial category, relocates it  in a NON-primary division of the category of substantials, thereby instituting or licensing the iclocated items as further subjects of hazzing;     the items hazzed by them will inhabit NON primary divisions of categories other than that of substantials. A Qualities of substance na be might be relocated as a non primary substantial, thereby becoming subjects which hazz. (soy) fusther qualitatives of quantitatives, : that is to say. inhabitants of a NON primary division of this or that NON substantial category. So the category of qualitatives may include qualities of substances, qualities of substantialized qualities (or substantialized quantities) of substances, and so without any fixed limit. Fidinterestnedd diedng exist Banbury doesn’t exist    The scheme  would, provide for substantialization with respect to some, but not necessarily to all, items which initially belong to some NON substantial category; some categories, however, might be *inebigible£ for the application of substantialication, and in other categories it might be that only sub-categories would be eligible for substantialization;     would ensure that substantialization goes hand-in hand with beooming a subject of hazzing; but would not guarantee that substantialiced items would hazz further items in every non-substantial catessory.    The scheme as is absirace : and it would be necessary to make sure that it could have application to concrete cascs. It might also, even if concretely applicable, be oaly PARTZi in character; it might, for example, provide for one kind of category (say  "logical categories'), but leave other kinds of categories, like sensory categories, unprovided for. The scheme would leave room lor sub. categorial diversities within a given overall entegory, There might be distinctions ictween, for cxample, qualities of substances, qualitics of quantities of substances, qualities of quantities of actions of substances, and so forth.     All of these specifie classes would fall within a general category of QUALZiTY: and there would be opportunity to legislate against any item's belonging to more than one sub-division.     Within an already discriminated category or sub-category there might be a categorial distinction between substantializable and non-substantialicable items. There will be room 1o adopt a cruerion of realiy distinct frem the perhaps increasingly cedious Quineian condition of being "quantifiable over" One might, for example,  insist that reality attaches, or full reality attaches, only to items which besides being izzers, being izzed, and being huzzed, are themselves haziers (that is, are susceptible to substantialication).    Since it cannot be assumed that a non-primary substantial will receive predicables in every non-substantial category, there is room for distinctions of richness between the range of categories from which predicobles apply to one huzzer, and that from which predicables apply to another; and these variations in predicationable richness could be used as a measure of degree of reutty (the richer the realer, with primary substantials at the topi.    I have discussed two different suggestions about the possible location of semantic multipticity associated with the notion of ist    One would lie ta the range of maximally general specitications of the notion of existit (of the use of the verb to be' to signify existence); the other would lie in the use of the copula to signify different predication relations. Both suggestions seem to have solid Aristotelian foundations;     the categorial multiplicity of the term 'existit' and the distinction between different fonns of predication relations are both well-established Aristochian docirines. So far, then, there might seem little room for a preference of one suggestion to the other.  There are, however, two lines of reflection which in one way or another might upset this equilibrium.     The first line of reflection would allow that Aristotle or an Aristotelian might have good reasons for secking TWO, rather than merely one, predication-relation, reasons perhaps conaected with intuitively acooptable restrictions on the scope of transitivity, and with a desire to block such unwanted inferential moves as "Socrates is white, white is a colour, so Socrates is a colour".     But it will remain true that nocharacterization hos been given of the concept of a predication-relation; and though certain formal properties may have been assigned to izzing and hazzing, it is not clear that these formal properties would by themselves be adequate guides for someone wanting to be told how to apply the terms izzing' and luzzing' to a particular case.  Nor is it clear whot extra formal supplementation could he provided, one would hardly suppose, for example, such relational terms to be susceptible of ostensive definition.     It may then be that these relations do not (and presumably cannot) have a readily discernible character, a fact which if not a blemish at least creates a problem. It is possible then that despite initial appearances the notion of a predization-relation is not well-defined, and indeed that apparent examples of such relations are illusory. This line of reflection then, might confer better survival chances upon the first of the two suggestions here dstinguished. A second line of reflection, however, is one which I am certainly inclined 10 take seriously. Unlike the first, it would not lavour the attribution to Aristole of one rather than the other of two viens about the location of a cortain semantis multiplicity. It would rather suggest. or conjecture, that the attribution to Aristotle of either view would involve a misconception of Aristotle's position, unless it wore accompanied by a recognition of a certain not immediately obvious distirction. It would be a mistake to suppose Aristotle to be holding that exists "is signites a plurality of distinct universals and that therefore the existential 'is' bos a plurality of meaning;     it would also he a mistake to attribute to Aristotle the view that the copulative 'is may signify one or another of lWo precication relations therchy signifyiog a plurality of universals, with the consequence that the copulative "is' has more than one meaning.     What Aristole is really proposing is a separation of   — the question what an U universals is, — the question how many SIZgNZuFZiCAtIZoznS an expression possesses. Aristotle is suggesting the possibility that a particular expression may have only one meoning sense or content and yet be used on different occasions to point to different universals.     It is no doubt trus that historically universals were admitted to the realm of philisaphical disonurse in order to be itens in which the meaning of particular expressions might consist; but this historical fact does not establish an indissoluble connection between universals and the meanings of linguistic expressions; and it should be modified or abandoned should subsequent rational reflection provide reasons for adopting such a ovurse. I am aware that the suggestion, whether advanced on behalf of Aristotic or independently, that a distinction should be made between, on the onc hand, the universal or universals, which either in general or on a pasticularoccasion are pointex T by the expression, and, on the other hand, the meaning or meanings of the expression in question, which is likely to give rise to a sense of shock;  1 think, moreover, that susceptibility to this sense of shock will be independent of the question whether the person who feels it is friendly or unfriendly towards universals. Let us consider first the reaction of one who is friendly to universals. He will be liable to take the view that the reason for introducing universals in the first place was primarily, indeed exclusively, to equip ourselves with a range of items, cach of which would serve as that which was meant, or as one of the things that was meant by significant expressions. This is what universals do, and it is what they are supposed to do, and they do it perfectly well; it is not therefore in order te propose a severance of just that connection with meaning which gives universals a raison d'être. One who is unfriendly to universals can hardly be expected to be more sympathetic to the proposal, such a person might be unfriendly to universals either becausc, like Quine, while he is prepared to describe each of a multitude of expressions as being meaningtul, be is not prepared to count as legitimate specifications of what it is that a caningful expression means, or he is not prepared to allow that two distinct expressions may each mean the same thing. These denials are plainly linked; if it is legitimate to ask of two meaningful expressions, what it is that each mcans we can hardly preveat it from being the case, sometimes, that what each means is just the same as what the other means. Alternatively the enemy of universals might not wish to eliminate specifications of mcaning or the possibility of synonymy; his position is rather that an adequate account of the full range of meaning-concepts can be provided without resort to universals. But the enemies of universals, from whichever camp they come, may well insist that one who, unlike them, is disposed to bring in universals is not at liberty to contemplate divorcing them from that connection with meaning which he will have to allow as underlying their claim to existence.  I am not sure that such hostility to the general idea of divorcing the signification of one or more universals from the possession of one or more meanings is as solidly founded as initially it appears to be. If I ask someone whether he knows the birth place of Napoleon, he might reply in two quite dilferent ways. He might say "Certainly I do; he was born in Corsica." Altematively he might reply "I am afraid I don't. Napolcon was born in Corsica, 1 am afraid I have never been able to get to Corsica so I don't know the place at all." The obvious difference between these two distinct interpretations of the question seems to me to be plainly connected with the functioning of certain pronouns as (a) indirect interrogatives (b) as relatives; in my example, the first reply claims knowledge where Napoleon was born, the second claims ignorance of that place where (in which) Napoleon was born.  There are other ways of looking at the linguistic phenomenon presentedby my example, which are not incompatible with the way just outlined. and indeed which may tumm out to be uscful complementaries to it. One might draw attention to a distinction between knowledge of propositions and knowledge of things, suggesting that what the first respondent claims is propositional knowledge, whereas, what the second respondent disclaims is thing-knowledge; the second respondent exhibits a certain bit of propositional knowledge but professes substantial ignorance concerning the item to which his propositional knowledge relates. There is of course no reason why these two states should not coexist. While we are directing our attention to this approach, we night bear in mind that one kind of knowledge might be dependent on the other. It might, for example, be the case that knowing a thing a consists in the possession of a perhaps indefinitely extended supply of pieces of propositional knowledge, all of which are cases of propositional knowledge which relates to x; or alternatively, knowledge of x might consist not in an indefinite supply of pieces of propositional knowlcdge about x, but rather in the possession of a foundation or a base from which such propositional knowledge may be readily generated. Yet a further idea to be considered begins with the recognition that definite descriptions like many other kinds of phrases may, within a sentence occupy either subject position or predicate position; as some might prefer to put it, "the birth place of Napoleon" may be used either referentially or predicatively. It might then be suggested that in the mouth, or at least in the mind, of the first respondent the phrase "the birth place of Napoleon" occurs predicatively, whereas in the case of the second respondent it occurs referentially, as, potentially at least, a subject expression. If we suppose the phrase to occur predicatively in a given cose, it will be necessary that one should be able to point to a mentioned or unmentioned item to which the predicate in question might apply: then, in the case of the first respondent in normal circumstances there will be some particular item which he thinks of as, or believes to be, the birth place of Napoleon.  The relevance of this discussion to the topic of meaning and universals is that it may with some plausibility be alleged that those who have invoked universals as the items in which the meaning or meanings of significant expressions consist are guilty of representing such a phrase as "knowing the meaning of the word 'watershed " as referring to knowledge of an object or thing, as knowledge of "that which" the word watershed' significs or means (where the pronoun "which' is a relative pronoun); whereas, in fact, the phrase plainly refers to knowing what the word  'watershed means where the pronoun 'what' is indirectly interrogative rather than relative. The theory of universals as meaning, then, rests on a syntactical blunder; that this is so is attested by the fact that in principle at least the caning of an expression E, may be identical with the meaningof the expression Ez but plainly to know the meaning of E, is not the same as to know the meaning of Ez  This attack on the historical genesis of universals as the focal elements in a certain kind of anti-nominalistic theory of meaning, might encounter the following response. It might not be denied that the kind of syntactical blunder, which I have been attempting to expose, is in fact a blunder and has indeed been committed by some who have championed the cause of universals. It is, however, a remedial blunder which can be rectified, ultimately not only without damage, but even with advantage to the view of universals as the primary constituents of meaning. Once universals are admitted, they can be, and should be, thought of and accepted as being those items which are the meanings of this or that element of language. In the end, then, knowing the mcaning of an expression E would emerge as knowing what E mcans, that is, as propositional knowledge connected with interrogative pronouns rather than as thing-knowledge connected with relative pronouns. So everything comes right in the end; and the tie between universals and meanings cannot be put asunder.  This delence of the inviolability of the link between universals and meanings may be ingeniously contrived, but is not, I think, irresistible. If the specification of meanings were to provide not merely a useful mode of employment for universals once they are recognized as being around, but rather the sole justification and raison d'ete of the supposition that they are around, the specification of meaning would have to be not merely something that can be commodiously done with universals, but rather something which cannot be done or fully done without universals. To my mind this stronger requirement cannot be mct. There are, I think, some cases of expressions E such that knowing the meaning of E cannot comfortably be represented as knowing, with respect to some acceptable entity that it is that to which the description "the (a) meaning of E" applies. I offer two examples:  (1) If I were to say "The wind is blowing in the direction of Sacramento", any norally equipped English speaker would know the meaning both in general and on the current occasion of the phrase *in the direction of Sacramento; that is to say he would know both what in general the phrase means and what 1 mcant by it on the occasion of utterance. But such cxamples of knowledge of the meaning in general, and also the meaning relevant to a particular occasion, of a particular phrase, so far as 1 can sec, neither requires, nor is assisted by, the specification of an admissible entity which is to be properly regarded as that to which the description *the meaning of the phrase 'in the direction of Sacramento'" applics, cither senceally or on this occasion. It is unlikely that there is such an admissible entity, the phrase 'in the direction of Sacramento' does not seem to be one which applies to any particular entity; and even if it were possible to justifythe claim, such a justification scems hardly to contribute to one's capacity for knowing what such a phrase means.  (2) By a precisely parallel argument I may know perfectly well what is meant by the phrase the inducement which I otfer you for looking after my garden', even though I am neither helped nor hindered by the presence or absence of any thought to the effect that there is some admissible item which satisfies the description "the meaning of the phrase 'the inducement which I offer you for looking atter my garden' "  Before leaving this topic, I should make two comments: first, the fact that the concction between universals and meanings may not be inviolable does not dispense someone who wishes to modify it from obligations to make clear just what changes he is making; second, if a theory of meaning should fail to provide an indispensable rationale for the introduction of universals, it might turn out to be incumbent upon a metaphysician to offer an alternative rationale. But this question will have to wait for another occasion.  IV. Modes of Unification of Semantic Multiplicity  Let us for the moment retain an open mind on the nature of Aristolle's views about the connection between the unification of semantic multiplicity and the prescnce or absence of identity of meuning. Aristotle lists a number of modes of this kind of unification which I shall consider one by one. As one embarks on this enterprise one might well bear in mind the possibility that the list provided by Aristotle might not be intended to be exhaustive; and that the number and proper characterization of the modes which do occur in Aristotle's list is sometimes uncertain. Alistotle refers to cases in which a general term is applied by reference to a central item or type of items as ones in which there is a single source for a contribution to a single end. It is not clear whether he is giving a single general description or a pair of more specific descriptions each of which applies to a different sub-class of examples. I know no way of settling this uncertainty. The modes of unification actually listed by Aristotle consist in (a) what 1 shall call recursive unification in which the application of each member of a range of predicates is determined by the conditions governing the application of a primary member of that range, (b) what I may, with deference to G.E.L. Owen, call focal unification (unification which derives from connection with a single central item), (c) analogical unifiestion, in which the applicability of one predicate or class of predicates is generated by analogies with other predicates or classes of predicates, I shall consider these headings in order.Recursive Unification  The cases of recursive unification are primarily, though not exclusively. mathematical in character; they are also cases in which what one might call the "would-be" species of a generic universal stand to one another in relations excmplifying priority and posteriority. The Platonists, so Aristolle tells us, regarded such priority and posteriority as inadmissible between fellow species of a single genus. Aristotle does not explicitly subscribe to this view, but he does not explicitly reject it and is liable to act as if he accepted it. Why should priority and posteriority stand in the way of being different species of a single genus? Why should not different numbers be distinct species of the genus number? In the case of numbers, End. Eih. (121%aff.) attempts a reductio ad absurdum: if there were a form (universal) signified by "number" it would have to be prior to the first number, which is impossible; this argument might be expanded as follows: consider a sequence of "number-properties" (Pl, p?..., e.g., 2-ness, 3-ness ...): such a sequence satisfies, inter alia, the following conditions.  For any x and for any n 1, x instantiates Pi entails x does not instantiae pa-' (nor indeed any P'). For any x and for any n * 1, x instantiates P" entails something y (* x) instantiales pr-/ If P™ = P' , no counterpart of (a), (b) holds; so Pl is the first number.  If the fulfillment of the abore conditions is to be sufficient to establish a sequence of properties as a sequence of number properties, then there cannot be a universal number; if there were, it would, like any genus, be prior to each of its species, and so prior to Pl; but since P' is the first number it cunnot have a predecessor and so nothing ean be prior to it.  There seem to be two objections.  It is by no means clear that the above conditions are sufficient to guarantee that a sequence of properties is a sequence of number-properties. Even if they were, one part of them would not be fulfilled in the case of Pl and being a number; if x instantiates Pl (viz., 2-ness), x, not something other than x, will instantiate being a nuenber, a set whose cardinality is 2 itself instantiates being a number (as a cardinality) If this route to a denial of the existence of a generic universal number fails there are two further possibilities.  (1) One might attempt to represent conformity to a "standard" genus-species-differentia model as being not just an acceptable picture of situations in which a more general universal has under it a range of subordinate universals which are its specializations, but as being constitu. tive for such examples of the existence of the more general universal. The slogan might be "For there to be a universal U, with specializations U,, U,, ..., U,, U has to be the genus of those specializations with all that that entails" (or, more bricfly, "no specialization without species"). The justification for such a claim will not be casy to find. While, intuitively. one might be prepared to accept the idea that a more general universal must be independent of its specializations in that the non emptiness of the general universal should be compatible with the emptiness of any particular specialization (though not of course with the emptiness of all specializations), it does not seem intuitively acceptable to make it a condition of the existence of U that any pair of specializations U, and U2 should be in this sense independent of one another.  (2) One might try a simpler form of argument. If the special cuses for the application of a general term E, that is to say, the universals U, ... U, are united by a single ordering relation R into a series 5, the elements of which [U, ... U.] cover every item to which E applies, and only such items, then we do not need a gencric universal U; its would-be species U, ... U, are already unified by membership of the series S. The expression  "being an instance of some universal in the series S" is of course applicable to anything to which E is applicable; but this expression does not even look like the name of a gonus.  Focal Unification  The second mode of unification to which semantic multiplicity may be susceptible, that of focal unification, is discussed at length in Metaphysics IV, i (T, ii) 1003a32f., there Aristotle brings up two of his favourite examples, the applications of the adjectives "healthy' and 'medical'. He states that everything to which the word "heulthy' applies is related to, in one way or another, the focal item of health, "one thing in the sense that it preserves health, another that in the sense that it produces it, another in the sense that it is a symptom of health, another because it is capable of it." Similar considerations apply to applications of the adjective 'medical',  "that which is medical is relative to the medical art, one thing being called medical because it possesses it, another because it is naturally adapted to it, another because it is a function of the medical art." On the most obvious interpretation of this passage Aristotle will be suggesting that standard semantic theory will be right in supposing the applicability of certain adjectives to particular items depends on a relationship of such items to an associated universal, but wrong in supposing that the relationship in question is invariably that of instantiation; other sorts of relationship are frequently involved. There is, however, a less obvious position which Aristotle might have been taking up; this position would maintain with respect to universals, that the only way in which individual items may be related to universals is that of instantiation: that there will beOther entities which will indeed be general entities though not universals; to them individual items may be related in a variety of ways which are distinct from instantiation. The rolative merits of these two ideas will be a matter for debate.  This mode of unification is of special interest in my present enquiry since Aristotle states quite plainly that this is the mode of unification which applies 10 the semantic multiplicity connected with being. Categorially cifferent sorts of things may all be said to be by virtue of different kinds of connections which they have to the focal item, which will be intimately connected with the notion of substance. This central item might be an individeal substance or, more likely, might be the notion of substantal type: any items which 'izzed' this type would be an individual substance and so would exist. But non-substantial items could also be said to be by virtue of their relationship (different in different cases) to the same central item; some things may be said to be because they are affections of substanee, others because they are a process towards substance, and su forth.  It is evident that Aristotle habitually thinks of the focal item as being a universal, or at least some kind of general entity; but such restriction is not mandatory, nothing prevents the focal item from being a particular.  Consider the adjective "French" as it occurs in the pluases, "French citizen", "French poem", "French professor". The following features are perhaps signilicant: (1) The appearance of the adjective in these phrases is what I might call "adjunctive" rather than "conjunctive" (or "attributive").  A French poem, is not as I see it, something which combines the separate eatures of being a poem and being French, as a fat philosopher would simply combine the features of being fat and of being a philosopher.  "French" here occurs, so to speak, adverbially. (2) The phrase "French citizen" standardly means "citizen of France", while the phrase "French poem standardly means "poci in French"; but it would be a mistake to suppose that this fact implies that there are two (indeed more than two) meanings or senses of the word "French". The word French" has only one meaning, namely "of or pertaining to France"; it will, however, be what I might call 'context senstive"; we might indeed say, if you like, that while "French" has only one meaning or sense, it has a variety of meanings-in-context; relative to one context, "French" means "of France" as in the phrase "French citizen", whereas relative to another context  "French" means, "in the French language" as in the phrase "French poem". Whether the focal item is a universal or a particular is quite irrelevant to the question of the meaning of the related adjective; the medical art is no more the meaning of the adjective 'medical', as France is the meaning of the adjective 'French'. As a concluding observation I may remark that while the attachment of the context may well suggest an interpretation in context of a word, it need not be the case that suchsuggestion is indefeasible. It might be for instance that "French poem" would have to mean "poem composed in French" unless there were counter indications; in which case, perhaps, the phrase might mean "poem composed by a French competitor" (in some competition). For the phrase  "French professor" there would be two obvious meanings in context; and disambiguation would have 10 depend on a wider linguistic context or on the cireumstances of utterance.  Analogical Unilication  I turn now to what is possibly the most baffling of the ways explicitly suggested by Aristotle as being those in which what I am calling USM may arise. These will be cases in which the application of an epithet to a range of objects is accounted for by analogy detectable within that range; more explicitly to analogies between the specific universals which determine the application of the epithet, or (perhaps) berween the exemplifications of those universals by this or that type of object. More explicitly to analogies between the specific universals U, and Uz etc., which determine the application of the epithet, or (perhaps) between the exemplifications of U,, Uz ete., by items of the sorts ly. lo etc., The puzzling character of Aristotie's treatment of this topic arises from a number of different factors. First there are two things which Aristotle himself might have done to aid our comprehension. He might have given us a firm list of examples of epithets, the application of which to a given range of objects is to be accounted for in this way; alternatively, he might have given us a reasonably clear characterization of the kind of accounting which analogy is supposed to provide, leaving it to us to determine the range of application of this kind of accounting. Unfortunately he does neither of these things; he offers us only the most meagle hints about the way in which analogy might unify the various applications of an epithet; we are told, for example, that as sight is in the eye, so intellect is in the soul with the implicit suggestion that this fact accounts for the application of the word 'see' both to cases of optical vision and cases of intellectual vision, and he also suggests that analogy is responsible for the application of the word 'calm' both to undisturbed bodies of sea water and to undisturbed expanses of air. Such offerings do not get us very far, furthermore, not surprisingly, where Aristotle seems to fear to tread the commentators are most reluctant to plant their own feet. Perhaps the least unhelpful suggestion comcs from Ross who suggests as Aristotle's view that the application of the word 'good' is attributable to the fact that within onc category things which are good are related to things in general belonging to that category in a way which is analogous to the way in which good things in some second category are related to the general run of things which belong to that second category. Apart from obscurity in thepresentation of this idea, Ross's suggestion takes for granted something which Aristotle himself does not tell us, namely that the application of the epithet 'good' is one exemplification of unification which is the outcome of analogy: Ross's suggestion about 'good' would, moreover, be at best only a description of one special case of analogical unification, and would not give us any general account of such unification. I might add that little supplementary assistance is derivable from those who study general semantic concepts; such persons seem to adhere to the principle that silence is golden when it comes to discussion of such questions as the relation between analogy, metaphor, simile, allegory and parable.  So far as Aristotle himself is concerned it seems fairly clear to me that tie primary notion behiad the concept of analogy is that of 'proportion'.  This notion is embodied, for example, in Aristotle's treatment of justice. where one kind of justice is alleged to consist in a due proportion between return (reward or penalty) and antecedent desert (merit or demerit) but it remains a mystery how what starts life as, or as something approximating to, a quantitive relationship gets converted into a not-quantitive relation of correspondence of allinity. It looks as if we might be thrown back upon what we might hope to be inspired conjecture.  I take as my first task the provision of an example, congenial to Aristotle, of the unification by analogy of the application to a range of objects of some epithet. I shall expect this to involve the detection of analogical links between the exemplifications of the varicty of universals which the epithet may be used to signify. My chosen specimen is the verb grow. In this case a number of different kinds of shifts might be thought of as possessing an analogical unification. One of these would be examples of shifis in respect of what might be termed syntactical metaphysical category. A substance, indeed a physical substance like a lump of wax or a mass of metal, might be said to grow; and it would be tempting here to suggest that the relevantly involved universal, that of increase in size or getting larger, provides the toundational instance of the signitication of a universal by the word "grow'; we have here, so to speak, the 'ground-floor' meaning of the verb. But not only the physical substance itself but the various accidents of the substance may also be said to grow; not only the piece of wax but its magnitude, some event or process in its history, its powers or causal efficacy and its aesthetic quality (beauty) might each be said to grow; and it seems not unplausible to suggest that though growth on the part of these non-substantial accidents might be different, and more or, again, less boringly connected with growth on the part of the substance, there will always be some kind of correspondence or analogical connection between growth in the case of a non-substantial item and growth in the case of a substantial item. Another and different kind of calegorial variation may separate some of the universals which the word  "grow' may be used to signify from others; these will be connected withdifferences in the sub-categories within the category of suistance within which fall different sorts of entitics which may be said to grow; different universals may be signified by sonicone who speaks of a plant as growing and by someone who speaks of a human being as growing, and the confection between these diverse realizations of growth may rest on analogy. In what is called the growth of a plant, internally originated increase in size may occupy a prominent place, whereas in the case of a buman being the kind of development which may be involved in growth may be much more varied and comples; the link between the two distinct universals which may be signified might be provided by analogy between the roles which such changes fulfill in the development of the very different kinds of substances which are being characterized. No doubl many further kinds of analogical connection would emerge within the general practice of attributing growth.  My next endeavour will be an attempt to supply some general account of the way in which the presence of analogy may serve to unify semantic multiplicity; and if such an account should be found to offer prospecis of distinguishing analogy from other concepts, particularly metaphor which belongs to the same general family, that would be a welcome aspect of the account. It is my idea that in metaphorical description a universal is signified, which though distinct from that which underlies the literal meaning of an epithet is nevertheless recognizably similar to that literal signification  I come now to the notion of analogy itself. I shall start by considering items any one of which may be called an S,; I shall initially suppose that being an S, consists in belonging to a substantial type or kind, S,. though that supposition may be relaxed later. My first move will be to assume that being an S, consists in being subject to a systern of laws which jointly express the nature of the type or kind Si; and further that these laws, which furnish the central theory of S,, will all be formulable in terius of a finite set of S,-central propertics (let us say P, to P,); each law will involve some ordered extract from the central set, and their totality will govern any tully authentic Sy. This totality may well not include all the laws which apply to S,: but it does include all the laws which are relevant to the identity of Sy, all the laws which determine whether or not a particular item is to count as an 5,-  Let us next consider not merely things each of which is an S,, but also things each of which is an Sz; it is to remain at least for the moment an open question whether or not the typeS, is identical with the type S1. 1 assume that, as in the case of S,, membership of S, is determined by conformity to a system of laws relating to properties which are central to S2. I shall symbolize these properties by the devices Or ... Q.. We now have various possibilities to consider. The first is that every law which is central to the determination of Sz is a mirror image of a law which iscentral to S,; and that the converse of this supposition also obtains. To this end we shall assume that the properties which are central to being an $, are the properties O, through Os; and that if a law involving a certain ordered extract from the set P, through P, belongs to the central theory of Sto a law involving an exactly corresponding ordered extract from the set O, through , will belong to the contral theory of Sa; and that the same holds in reverse. In that case, we shall be in the position to say that there is a perfect analogy between the central theories of S, and Sz; and in that case, it may also be tempting to say that the types S, and S, are essentially identical. We should recognize that if we yield to this temptation we are not thereby forced to say that Sy and S, are indistinguishable, they might, for example, be differently related to perception, only one of them (perhaps) being accessible to sight; we shall only be forced to allow that essentially, or theoretically, the types are not distinct; how that is to be interpreted will remain to be seen.  The possibility just considered is that of a total perfect analogy between the central theories of S, and Sa. There is also, however, the possibility of a partial pertect analogy between S, and Sz. That is to say pait of the central theory of one type (say S,) may mirror the whole of the central theory of Sz, or again may mirror some part of a central theory of Sz. In such circumstances one might be led to say (in one case) that the type S, is a special case of the type S,; or (in the other case) that the types S, and S, both fall under a common super-type, determined by the limited area of perfect analogy between the central theories of S, and Sz. A third possibility will be that no perfect analogy, either total or partial, exists between the two central theories; the best that can be found are imperfect analogies which will consist in laws central to one type approximating, to a certain degree, with the status of being analogues of laws central to the other.  At this stage, I would propose a relaxation in the characterization of the signification of such symbols as 'S!', 'Sz etc., which till now I have been regarding as signifying substantial types or kinds, reference to which is made in more or less regimented discourse of a theoretical or scientific sort. I shall now think of such symbols as relating to what I hope might be legitimately regarded as informal precursors of the aforementioned substantial types, as expressing concepts of one or other classificatory sort, concepts which will be deployed in the unregimented descriptions and explanations of pre-theoretical. Examples of such unregimented classifica-tory concepts might be the concepts of an investor, a doctor, a vehicle, a confidante, and so on. I would hope that in many ways their general character might run parallel to that of their more regimented counterparts.  In particular, one might hope and expect that their nature would be bound up with conformity to a certain set of central generalitics (platitudes, truisms, etc.); to be an investor or a vchicle will be to do a sufficientnumber of the kinds of things which typically are done by investors or vehicles. One might expect, however, that the varicty of possible forms of generalization might considerably exceed the meagre armament which theoretical enquirers normally permit themselves to employ. One might also hope and expect that the generalities which would be expressive of the nature of a particular classificatory concept would be formulable in terms of a limited body of features which would be central to the concept in question. This material might be sufficient to provide for the presence from time to time of analogy, at least of imperfect analogy, between scucralities which aro expressive of distinct classificatory concepts. When they occur, such analogies might be sufficient to provide for semantic unity in the employment of a single epithet to signify dilferent classificatory concepts; and this semantic unity, in turn, might be sufficient to justify the idea that in such cases the expression in question is used with a single lexical meaning.  Conclusions  I conclude the presentation of my suggestions about the interpretation of the notion of analogy as a possible foundation for semantic unity with two supplementary comments. The first is that there scems to be a good ease for supposing that anyone who accepts this account of analogy-based unity of meaning is not free to combine it with a icjection of the analytid synthctic distinction. The account relies crucially on a connection between the application of a particular concept and the application of a system of laws or other generalities which is expressive of that concept, and, this in tum, relies on the idea of a stock of further concepts, in terms of which these laws or generalitics are to be formulated, being central to the original concept. But it seems plausible, if not mandatory, fo suppose that such contrality involves a non-contingent connection between the original concept and the concepts which are said to be central to it, a connection which cannot he admitted by one who denies the analytic/synthetic distinction. So either one accepts the analytic/synthetic distinction or one rejects at least this account of analogy-based semantic unity. I make no attempt here to decide between these alternatives.  Ihe second comment is that matcrial introduced in my suggested claboration of the notion of unalogy, particularly the connection between concepts and conformity to laws or other generalities, may serve to provide a needed explanation and justification of the initial idea that the applicability of a single defining formula, couched in terms of the ideas of genus, spocies, and differentia is a paradigmatic condition, if not an indispensable condition, for identity of meaning. We might, for a start, agree to treat a situation in which the applicability of an epithet to an item i, rests on a conformity to exactly the same laws or generalities as does itsapplication to item iz, as being a limiting case of partial perfect analogy.  Situations in which no icinterpretation at all is required may be treated as limiting cases of situations in which, though reinterpretation is required. one is available which ochieves partial perfect analogy. As one might say, a law is perfectly analogous with itself. Situations, then, in which an epithet applies to a range of items solely by virtue of the presence of a single universal, and so of a single set of laws, may be legitimately regarded as a specially exemplary instance of a kind of unity which is required for identity of meaning.  V. Some Larger Issues  Both a proper assessment of Aristotle's contribution to metaphysics and the theory of mcaning and studies in the theory of meaning themselves might profit from a somewhat less localized attention to questions about the relation between universals and meaning than has so far been visible in my rellections. I have it in mind to raise not the general question whether, despite the Nominalists, a theory of meaning requires universals (to which I shall for the moment assume an affirmative answer), but rather the question in what way universals are to be supposed to be relevant to meaning.  Consideration of the practices of latter-day lexicographers, so far from supporting a charge that, at least on my interpretation of him, Aristotle has proposed an illegitimate divorce between universals and mcaning suggests that it would be proper to go a deal further than did Aristotle himself in championing such a divorce, There will be many different forms of connection between the varicty of universals which may be signified by a non-equivocable expression beyond that countenunced by the tradition of Theory of Definition, and even perhaps beyond the extensions to that theory envisaged by Aristotle himself. These will include some forms of connection like those involved in metonymy and synecdoche, recognized by later grammatical theorists, and no doubt others as well. It would, I suggest, be a profitable undertaking to study carefully the contents of a good modem dictionary, with a view to constructing an inventory of these various modes of connection. Such an investigation would, I suspect, reveal both that in a given case the invocation of one mode of concction may be subordinate and posterior to the invocation of another, and also that there is no prescribed order or limitation of order which such invocations must observe. I suspect, also, that it might emerge that the question whether variations of meaning are thought of as synchronie or diachronic has no beating on the nature of the uniting connections. The same forms of connection will be available in both cases, and these in turn may well befound to correspond with the range of different figures of speech which conversational practice may typically cmploy. (4) Should this conjecture turn out to be correct, the underlying explanation of its truth might, I would guess, run along the following lines.  Rational human thought and communication will, in pursuit of their various parposes, encounter a boundless and unpredictable multitude of distinct situations. Perhaps unlike a computer we shell not have, ready made, any vast altay of forms of description and explanation from which to select what is suitabie for a particular occasion. We shall have lo rely on our rational capacities, particularly those for imaginative construction and combination, to provide for our needs as they arise. It would not then be surprising if the operations of our thoughts were to refleet, in this or that way, the character of the capacities on which thought relies. I have to confess to only the haziest of conception bow such an idea might be worked out in detail   of any of its species.  To show that exist possesses not merely semantic multiplicity, but unified semantic multiplicity, we shall need a further igument which 1 shall endeavour to supply.  Argarer A2  By the preceding argument A1, an item exists just in case it belongs te some particular category C (c.g., Substance, quality, quantity, eic.) If category C is a catogory other than a substance, then an item x can be a C (fall under C) only if x is a C of some substance y. This thesis can be seen as an application of a version of the doctrine of universalia in se. a version which demands that the existence of a universal requires not just the possibility but the actuality of an item which instantiates that universal This thesis, though not my justification of it, seems to be enunciated in Metaphysics IV. ii. 1003a7. Being a C of some substance y which instantiates C entails being a C of something y which exists in that sense (interpretation) of 'exist which is appropriate for substances. By hypothesis, for a substance to exist is for it to be a substance. So substancial existence' is prior to, and presupposed by, cach forni of 'non-substantial existence' (3) So the set of ways in which 'esistence is said are united byapproprate relanon to primary (substantial) being, and so "exist' exhibits unified semantic multiplicity.  I hope that the twin arguments, which I have presented hase both a recognizable allinity with philosophical positions which Aristotle is known 1o have lickd, and also at loast a superficial charm. They do, however, have their drawbacks both from a historical and from a conceptual point of vicw. My cument thoughts with regard to the first of these two aspects have been greatly influenced by my colleague Alon Code.  A crucial passage for consideration is Metapitysics V, vi (4 7), 1017a23-31, part of the chaptes devoted to what is (being) in the  "philosophical lexicon" contained in the Metaphysics. 'There, Aristolle says, it seems that whatever things are signilied by the "foms of predication" (i.e. presumably the categories), are said to be in themselves (per se, kath' auta); 'being' has as many significations as there are forms of predication. Since predieates sometimes say what a thing is, sometimes what it is like, sometimes how much it is, (and so on) there is a signification of 'being' corresponding to each of these. He concludes with the remark that there is no difference between "man walks (flourishes)" and "man is walking (Gourishing)".  (a) The obvious interpretation of the last remark is that the appearance of vert-forms like "walks' or 'Bourishes' create no difficulty, since they con be replaced by expressions in canonical for like 'is walking' or "is flourishing'; and if the latter expressions are regarded by Aristoile as canonical in form it is because the uses of eindi ("being') whose multiplicity he is at least at his point discussing are not existential but copulative. Owen, though he recognizes [ASO p. 82 n| that Aristotle does on occasion admit categorial variation in the sense of the copulative 'is. evidently is unwilling to allow that Anstotle is primarily concerned here with the copulative "is'; so he rather strangely interprets, the last remark (1017a27-30) as alluding to semantic multiplicity in the copula as being (supposedly) a consequence of semantic multiplisity in the existential 'is'.  This interpretation seems difticult to detend.  (b) When Aristotle says that predicates sometimes say what a thing is, sometimes what is it like (its quality), sometimes how much it is (its quantity) and so on, he seems to be saying that if we consider the range of predicates which can be applied to some item, for example to a substance like Socrates or a cow, these predicates are categorially various, and so the uses of the copula in the ascription of these predicates will undergo corresponding variation. But in the immediately preceding sentence, Aristotle has connected the semantic multiplicity in the copula not with variation between predicates of one subject, but with variation between essential (per se) predications upon different (indeed categorially different) subjecis (such predications as "Socrates is a man", "Cambridge blue is a colour (a blue, a blue colour) *). A desire to hannonize these statementsleads me to wonder whether Aristotle may be maintaining not only that the copula exhibits semantic multiplicity which corresponds to categorial differences between different statements about one subject, for example, Socrates, but also that dis semantic multiplicity is attributable to a multiplicity in the notion of essential being; the signification of 'is varies between (i) "Socrates is a man" (ii) "Cambridge blue is a colour" (ili) "A weight of two pounds is in magnitude". To voice my suspicion more explicitly: it might be Aristotle's view that if (a) "Sociates is F" is an occidental (non-essential) predication, (b) "F" signifies an item in category C, and (c) "has" expresses the converse of Aristotle's relation of inherence (presence in), deen the logical form of the proposition Socrates is F may be regarded as expressed by "Socrates has something which is. F" where 'is'. represents a sense of 'is' (of 'is essentially') which correspoads to category  C. The copula in such cases expresses the logical product of a constant relation expressed by 'has' and a categorially variant relation expressed by  'is' ('is essentially').  These predominantly scholarly murmurs agoinst the 'reccived' vicw that Aristotle regards existential statements (propositions) as the habitat of semantic multiplicity are not the only possible kinds of dissent. A different kind of complaint, against the viability of the position which I have been treating so far as if it were Aristotle's rather than against the suggestion that he in fact held it, would urge the untenability of the thesis, supposedly a foundation of his position that existentials are a particular type of subject predicate statements. 11 is possible (1 am not certain) that Owen voices something like this charge in ASO when he distinguishes single star and double-star existence. One form of such an objection would be that  "goats mumble"  , whether treated as a way of saying "goats always  mumble" or saying "goats usually mumble", or of saying "goats sometimes mumble", or as being indeterminate between these alternatives, has to be supposed to presuppose the existence of goats. This will be attested both by intuition, and by a need to extend to all interpretations a feature which is demanded for universal and particular statements, in order to escape ditficulties which arise in connection with the Square of Opposition. To suppose "goats exist" to be analogous to "goats mumble", would be to suppose that "goats exist" presuppose that goats exist; or to put it another way, the truth of "goats exist" is a necessary precondition of its being enher tre or faise that goats exist. This is an absurdity.  It seems to me that Aristotle can be defended against this attack. To begin with, the invocation of a semantic relation of presupposition is not the only recourse when one is faced with troubles about the Square of Opposition; one might, for example, try to deploy a pragmatic notion of presupposition which would not generate the alleged absurdity. But a more sericus defence might suggest that Aristotle has more than one method of handling existentials; that there are indeed two such methods,both subject-predicate in character, which when combined avoid the churge. In Metaphysics VIII, in; 1042h100., where the primary topic seems 10 be what kinds of attributes are constitutive of and differentiate between sons of sensible things, Aristotle argues the range of such crudal teatures is much larger than Democritus allows, and indicates ways of giving quasi definitions of a variety of sensible objects, such as threshold and ice, which contain analogues of genus and differentia. At this point, almose parenthetically, he gives a pattern of analysis for existentials about such things: the pattern consists (it seems) of the sequence some + genus* + l: + differentia*; c.g., "Some water is frozen" (an analysand for "ice exists") and "A stone is situated in threshold position" (an analysand for "a threshold exists"). We have, then, for certain existentials a definiens in subject-predizate form which by utilizing the elements in definitions, eliminates the word 'exists' altogether. I would suggest, on Aristotle's behalf that this climinative form could be employed lo analyst general existentials, like "ice exists" , "gonts exist", while the category citing forms.  like Socrates is a substance could be used to analyse singular existentials, like "Socrates exists".  B. Copulative Being and Semontc Mutiplicity  My strategy for an attempted presentation of in argument in support of the hypothesis that unified semantic multiplicity is to be located in the copula (or in a sub-tange of examples in which "be' is used as a copula, viz., cases of acedental predication) will be to put forward as a preliminary a partial sketch of a theory of categories, which I rogard as being in the main Aristotelian, to comment on some points of interest in that sketch, and finally to use it as a basis for the proposed argument. My sketch will depast from Aristotle's own position in one or, two respecis, thereby depicting. I think, i somewhat improved theory, and it will incorporate what seems to be a conspicuous excusion of his theory, though one which, so far as I can see, he might well have accepted without detriment to his account. My main hope is to put forward an outline of an account of categories which is overtly more systematic than the assemblage of dicta which one may extract from Aristotle's writings  (L) I start, much as Aristotle did in Caiegories, by distinguishing two Capital Predication Relations. My relations, which I shall call "izzing' and  "hazzing', are approximately the converses, respectively, of his relations being said of and being in (a subject); x izees (hazzes) y approximately iff y is said of (y is present in) x. I shall use the upper case letters 1 and 11 10 symbolize these relations, I shall begin by listing some of the formal properties which I wish to assign to these relations. I may remark that in one or two cases there seems to be options. Izzing is reflexive (Vxix izzes  x), Non-symmetrical (symmetry-neutral), and transitive. Hazzing, on theother hand, is ineflexive, either intransitive or transitivily-neutral (depending on which view is taken of an operation which I shall mention in a moment), and (i think) asymmetrical. In all cases, if an individual x izzes y, then y is essential to x in the sense that it x were not to izz y, then x would not (or would no longer) exist. It is, however, certainly not true in all cases that if x hazzes y, its hazzing y is essential to its existence; indeed, I am inclined to think, though 1 am not wholly confident that this is not truc in any casc. I am disposed to accept the following "mised" law. (0) 11 x I y and y H z, then x Hz; the acceptability of this law would depend on the idea that a non individual y hazzes something z ilt [of necessity] every individual falling under y (that is every indivicual that izzes y) hazzes 2. 1 am not disposed to accopf the "mixed" law. (ii) If x H y and y lz, then x Il z, since I would like to espouse the idea that a subject a (in any category other than that of x) harzes only individuals (in a somewhat technical sense of individual explained below); in which case, l might also espouse the idea that the copula can be analyzed in terms of the disjunction of & l y and x H something z which I y. But this procedure could easily be relaxed.  (2) Sone definitions can now be given.' It will be noted that, unlike Aristotle, 1 hare made izzing reflexive, so some of my definitions must differ from his, since I cannot claim, as le did in Caregories 3a7, that nothing tzzes an individual substance. The debnitions will run as follows:  I is an individual iff nothing other than x izzes x x is a primary individual iff x is an individual and nothing hazzes x. x is a primary substantial (x is in the category of "substance") iff sune primary individual izees x. x is il secondary substance ig & is a primary substantial but not an individual. x is identical with y iff x izzes y and y izzes x. y is predicable of x iff either x izzes y or & huzzes something z which izzes y. (We may compare this last definition with my carlier suggestion of the analysis of the copula.) (3) And y will be a primary element in some category other than that of substantials just in case there is a primary individual x [an individual which is a primary substantiall which hazzes something z which in tum izzes y (this allows for the possibility that z may be identical with y); but obviously, in the case of such 'forcign' predications a nethod will be needed for determining which 'foreign' category is involved as being the category of the predicated item y. Here it must be admitted that Aristotle's offering is less than fully satisfactory. We can atiempt to make use of the diflerent one-word interrogatives which can be extracted from  ' An extended treatacot of my views about izzing and hazzing can te lamd in Alan Code, "Aristotie: Essence and Accident" in Richard Grandy und Richard Wiarner (eds.).  Pludosophicol Grounds of Rationality: Insentions, Calegories, Ends (Oxlord: Oxford  University Y'ress. 1966).Anstotle, with the supposition that items in a particular category may be suitably invoked to provide answers to just one of the kinds of questions asked by each of such interrogatives; but it is not clear that such a list of interrogatives is sufficiently comprehensive (relatives, for example, secm to escape this programme), nor is it clear what the rational basis would be for such a list of questions. And while Aristotle says much that is interesting about some particular categories, his attempts, for example in the cases of quantity and quality, to pick on primary distinguishing marks are neither clear nor clearly correct. Fortunately, however, for my present purposes, such shortcomings do not matter; it will be sufficient for me to assume the availability of some discriminating procedure (perhaps some furtirer development of the 'interrogatives method) since my main oracern is with the consequences of a scheme involving some procedure of such a cort  (4) At this point my sketch incorporates the previously mentioned extension of Aristotle's thcory of categories. I assume that there is an operation (which I shall call "substantialization) which, when appled directly to individuals which belong to a con-substantial category, relocates them (or counterparts of them) in a non-primary division of the category of substantials, thereby instituting or licensing the iclocated items as further subjects of hazzing; the items hazzed by them will inhabit non-primary divisions of categories other than that of substantials. Qualities of substances, for example, might be relocated as non primary substantials, thereby becoming subjects which hazz. (soy) fusther qualitatives of quantitatives, or whatever: that is to say. inhabitants of a non-primary division of this or that non-substantial category. So the category of qualitatives may include qualities of substances, qualities of substantialized qualities (or substantialized quantities) of substances, and so without any fixed limit. The scheme, as l envisage it: (a) would, provide for substantialization with respect to some, but not necessarily to all, items which initially belong to some non-substantial category; some categories, however, might be inebigible for the application of substantialication, and in other categories it might be that only sub-categories would be eligible for substantialization; (b) would ensure that substantialization went hand-in hand with beooming a subject of hazzing; but (e) would not guarantee that substantialiced items would hazz further items in every non-substantial catessory.  The scheme as 1 have set it out is absirace of 'mathematical' in character: and it would be necessary to make sure that it could have application to concrete cascs. It might also, even if concretely applicable, be oaly partial in character; it might, for example, provide for one kind of category (say  "logical categories'), but leave other kinds of categories, like sensory categories, unprovided for. But if some version of it were to prove viable, that would generate several philosophical dividends.(l) The scheme would leave room in more than one way lor sub. categorial diversities within a given overall entegory, (a) There might be distinctions ictween, for cxample, qualities of substances, qualitics of quantities of substances, qualities of quantities of actions of substances, and so forth. All of these specifie classes would fall within a general category of quality: and there would be opportunity to legislate (if that should be desirable) against any item's belonging to more than one sub-division. (b) Within an already discriminated category or sub-category there might be a categorial distinction between substantializable and non-substantialicable items.  (2) There will be room (again should it seem otherwise desirable) 1o adopt a cruerion of realiy distinct frem the perhaps increasingly cedious Quinian condition of being "quantifiable over"  * One might, for example,  insist that reality attaches, or full reality attaches, only to items which besides being izzers, being izzed, and being huzzed, are themselves haziers (that is, are susceptible to substantialication).  (3) Since it cannot be assumed that a non-primary substantial will receive predicables in every non-substantial category, there is room for distinctions of richness between the range of categories from which predicobles apply to one huzzer, and that from which predicables apply to another; and these variations in predicationable richness could be used as a measure of degree of reutty (the richer the realer, with primary substantials at the topi.  III. Semantic Multiplicity and Mulliplicity of Meaning  It is now time to take stock. I have discussed two different suggestions about the possible location of semantic multipticity associated with the notion of being. One would lie ta the range of maximally general specitications of the notion of existence (of the use of the verb to be' to signify existence); the other would lie in the use of the copula to signify different predication relations. Both suggestions seem to have solid Aristotelian foundations; the categorial multiplicity of the term 'exist' and the distinction between different fonns of predication relations are both well-established Aristochian docirines. So far, then, there might seem little room for a preference of one suggestion to the other. There are, however, two lines of reflection which in one way or another might upset this equilibrium. The first line of reflection would allow that Aristotle or an Aristotelian might have good reasons for secking two, rather than merely one, predication-relation, reasons perhaps conaected with intuitively acooptable restrictions on the scope of transitivity, and with a desire to block such unwanted inferential moves as "Socrates is white, white is a colour, so Socrates is a colour". But it will remain true that nocharacterization hos been given of the concept of a predication-relation; and though certain formal properties may have been assigned to izzing and hazzing, it is not clear that these formal properties would by themselves be adequate guides for someone wanting to be told how to apply the terms izzing' and luzzing' in particular cases. Nor is it clear whot extra formal supplementation could he provided, one would hardly suppose, for example, such relational terms to be susceptible of ostensive definition. It may then be that these relations do not (and presumably cannot) have a readily discernible character, a fact which if not a blemish at least creates a problem. It is possible then that despite initial appearances the notion of a predization-relation is not well-defined, and indeed that apparent examples of such relations are illusory. This line of reflection then, might confer better survival chances upon the first of the two suggestions here dstinguished. I am not sure how seriously to take this line of reflection.  The second line of reflection, however, is one which I am certainly inclined 10 take seriously. Unlike the first, it would not lavour the attribution to Aristole of one rather than the other of two viens about the location of a cortain semantis multiplicity. It would rather suggest. or conjecture, that the attribution to Aristotle of either view would involve a misconception of Aristotle's position, unless it wore accompanied by a recognition of a certain not immediately obvious distirction. It would be a mistake to suppose Aristotle to be holding that the existential "is signites a plurality of distinct universals and that therefore the existential 'is' bos a plurality of meaning; it would also he a mistake to attribute to Aristotle the view that the copulative 'is may signify one or another of lWo precication relations therchy signifyiog a plurality of universals, with the consequence that the copulative "is' has more than one meaning. What Aristole is really proposing is a separation of the question what universals ure, or may be, signified by a particular capression, from the question how many meanings that expression possesses. He is suggesting the possibility that a particular expression may have only one meoning and yet be used on different occasions to signify different universals. It is no doubt trus that historically universals were admitted to the realm of philisaphical disonurse in order to be itens in which the meaning of particular expressions might consist; but this historical fact does not establish an indissoluble connection between universals and the meanings of linguistic expressions; and it should be modified or abandoned should subsequent rational reflection provide reasons for adopting such a ovurse.  Universals and Meaning  I am aware that the suggestion, whether advanced on behalf of Aristotic or independently, that a distinction should be made between, on the onc hand, the universal or universals, which either in general or on a pasticularoccasion are signified by the expression, and, on the other hand, the meaning or meanings of the expression in question, which is likely to give rise to a sense of shock; 1 think, moreover, that susceptibility to this sense of shock will be independent of the question whether the person who feels it is friendly or unfriendly towards universals. Let us consider first the reaction of one who is friendly to universals. He will be liable to take the view that the reason for introducing universals in the first place was primarily, indeed exclusively, to equip ourselves with a range of items, cach of which would serve as that which was meant, or as one of the things that was meant by significant expressions. This is what universals do, and it is what they are supposed to do, and they do it perfectly well; it is not therefore in order te propose a severance of just that connection with meaning which gives universals a raison d'être. One who is unfriendly to universals can hardly be expected to be more sympathetic to the proposal, such a person might be unfriendly to universals either becausc, like Quine, while he is prepared to describe each of a multitude of expressions as being meaningtul, be is not prepared to count as legitimate specifications of what it is that a caningful expression means, or he is not prepared to allow that two distinct expressions may each mean the same thing. These denials are plainly linked; if it is legitimate to ask of two meaningful expressions, what it is that each mcans we can hardly preveat it from being the case, sometimes, that what each means is just the same as what the other means. Alternatively the enemy of universals might not wish to eliminate specifications of mcaning or the possibility of synonymy; his position is rather that an adequate account of the full range of meaning-concepts can be provided without resort to universals. But the enemies of universals, from whichever camp they come, may well insist that one who, unlike them, is disposed to bring in universals is not at liberty to contemplate divorcing them from that connection with meaning which he will have to allow as underlying their claim to existence.  I am not sure that such hostility to the general idea of divorcing the signification of one or more universals from the possession of one or more meanings is as solidly founded as initially it appears to be. If I ask someone whether he knows the birth place of Napoleon, he might reply in two quite dilferent ways. He might say "Certainly I do; he was born in Corsica." Altematively he might reply "I am afraid I don't. Napolcon was born in Corsica, 1 am afraid I have never been able to get to Corsica so I don't know the place at all." The obvious difference between these two distinct interpretations of the question seems to me to be plainly connected with the functioning of certain pronouns as (a) indirect interrogatives (b) as relatives; in my example, the first reply claims knowledge where Napoleon was born, the second claims ignorance of that place where (in which) Napoleon was born.  There are other ways of looking at the linguistic phenomenon presentedby my example, which are not incompatible with the way just outlined. and indeed which may tumm out to be uscful complementaries to it. One might draw attention to a distinction between knowledge of propositions and knowledge of things, suggesting that what the first respondent claims is propositional knowledge, whereas, what the second respondent disclaims is thing-knowledge; the second respondent exhibits a certain bit of propositional knowledge but professes substantial ignorance concerning the item to which his propositional knowledge relates. There is of course no reason why these two states should not coexist. While we are directing our attention to this approach, we night bear in mind that one kind of knowledge might be dependent on the other. It might, for example, be the case that knowing a thing a consists in the possession of a perhaps indefinitely extended supply of pieces of propositional knowledge, all of which are cases of propositional knowledge which relates to x; or alternatively, knowledge of x might consist not in an indefinite supply of pieces of propositional knowlcdge about x, but rather in the possession of a foundation or a base from which such propositional knowledge may be readily generated. Yet a further idea to be considered begins with the recognition that definite descriptions like many other kinds of phrases may, within a sentence occupy either subject position or predicate position; as some might prefer to put it, "the birth place of Napoleon" may be used either referentially or predicatively. It might then be suggested that in the mouth, or at least in the mind, of the first respondent the phrase "the birth place of Napoleon" occurs predicatively, whereas in the case of the second respondent it occurs referentially, as, potentially at least, a subject expression. If we suppose the phrase to occur predicatively in a given cose, it will be necessary that one should be able to point to a mentioned or unmentioned item to which the predicate in question might apply: then, in the case of the first respondent in normal circumstances there will be some particular item which he thinks of as, or believes to be, the birth place of Napoleon.  The relevance of this discussion to the topic of meaning and universals is that it may with some plausibility be alleged that those who have invoked universals as the items in which the meaning or meanings of significant expressions consist are guilty of representing such a phrase as "knowing the meaning of the word 'watershed " as referring to knowledge of an object or thing, as knowledge of "that which" the word watershed' significs or means (where the pronoun "which' is a relative pronoun); whereas, in fact, the phrase plainly refers to knowing what the word  'watershed means where the pronoun 'what' is indirectly interrogative rather than relative. The theory of universals as meaning, then, rests on a syntactical blunder; that this is so is attested by the fact that in principle at least the caning of an expression E, may be identical with the meaningof the expression Ez but plainly to know the meaning of E, is not the same as to know the meaning of Ez  This attack on the historical genesis of universals as the focal elements in a certain kind of anti-nominalistic theory of meaning, might encounter the following response. It might not be denied that the kind of syntactical blunder, which I have been attempting to expose, is in fact a blunder and has indeed been committed by some who have championed the cause of universals. It is, however, a remedial blunder which can be rectified, ultimately not only without damage, but even with advantage to the view of universals as the primary constituents of meaning. Once universals are admitted, they can be, and should be, thought of and accepted as being those items which are the meanings of this or that element of language. In the end, then, knowing the mcaning of an expression E would emerge as knowing what E mcans, that is, as propositional knowledge connected with interrogative pronouns rather than as thing-knowledge connected with relative pronouns. So everything comes right in the end; and the tie between universals and meanings cannot be put asunder.  This delence of the inviolability of the link between universals and meanings may be ingeniously contrived, but is not, I think, irresistible. If the specification of meanings were to provide not merely a useful mode of employment for universals once they are recognized as being around, but rather the sole justification and raison d'ete of the supposition that they are around, the specification of meaning would have to be not merely something that can be commodiously done with universals, but rather something which cannot be done or fully done without universals. To my mind this stronger requirement cannot be mct. There are, I think, some cases of expressions E such that knowing the meaning of E cannot comfortably be represented as knowing, with respect to some acceptable entity that it is that to which the description "the (a) meaning of E" applies. I offer two examples:  (1) If I were to say "The wind is blowing in the direction of Sacramento", any norally equipped English speaker would know the meaning both in general and on the current occasion of the phrase *in the direction of Sacramento; that is to say he would know both what in general the phrase means and what 1 mcant by it on the occasion of utterance. But such cxamples of knowledge of the meaning in general, and also the meaning relevant to a particular occasion, of a particular phrase, so far as 1 can sec, neither requires, nor is assisted by, the specification of an admissible entity which is to be properly regarded as that to which the description *the meaning of the phrase 'in the direction of Sacramento'" applics, cither senceally or on this occasion. It is unlikely that there is such an admissible entity, the phrase 'in the direction of Sacramento' does not seem to be one which applies to any particular entity; and even if it were possible to justifythe claim, such a justification scems hardly to contribute to one's capacity for knowing what such a phrase means.  (2) By a precisely parallel argument I may know perfectly well what is meant by the phrase the inducement which I otfer you for looking after my garden', even though I am neither helped nor hindered by the presence or absence of any thought to the effect that there is some admissible item which satisfies the description "the meaning of the phrase 'the inducement which I offer you for looking atter my garden' "  Before leaving this topic, I should make two comments: first, the fact that the concction between universals and meanings may not be inviolable does not dispense someone who wishes to modify it from obligations to make clear just what changes he is making; second, if a theory of meaning should fail to provide an indispensable rationale for the introduction of universals, it might turn out to be incumbent upon a metaphysician to offer an alternative rationale. But this question will have to wait for another occasion.  IV. Modes of Unification of Semantic Multiplicity  Let us for the moment retain an open mind on the nature of Aristolle's views about the connection between the unification of semantic multiplicity and the prescnce or absence of identity of meuning. Aristotle lists a number of modes of this kind of unification which I shall consider one by one. As one embarks on this enterprise one might well bear in mind the possibility that the list provided by Aristotle might not be intended to be exhaustive; and that the number and proper characterization of the modes which do occur in Aristotle's list is sometimes uncertain. Alistotle refers to cases in which a general term is applied by reference to a central item or type of items as ones in which there is a single source for a contribution to a single end. It is not clear whether he is giving a single general description or a pair of more specific descriptions each of which applies to a different sub-class of examples. I know no way of settling this uncertainty. The modes of unification actually listed by Aristotle consist in (a) what 1 shall call recursive unification in which the application of each member of a range of predicates is determined by the conditions governing the application of a primary member of that range, (b) what I may, with deference to G.E.L. Owen, call focal unification (unification which derives from connection with a single central item), (c) analogical unifiestion, in which the applicability of one predicate or class of predicates is generated by analogies with other predicates or classes of predicates, I shall consider these headings in order.Recursive Unification  The cases of recursive unification are primarily, though not exclusively. mathematical in character; they are also cases in which what one might call the "would-be" species of a generic universal stand to one another in relations excmplifying priority and posteriority. The Platonists, so Aristolle tells us, regarded such priority and posteriority as inadmissible between fellow species of a single genus. Aristotle does not explicitly subscribe to this view, but he does not explicitly reject it and is liable to act as if he accepted it. Why should priority and posteriority stand in the way of being different species of a single genus? Why should not different numbers be distinct species of the genus number? In the case of numbers, End. Eih. (121%aff.) attempts a reductio ad absurdum: if there were a form (universal) signified by "number" it would have to be prior to the first number, which is impossible; this argument might be expanded as follows: consider a sequence of "number-properties" (Pl, p?..., e.g., 2-ness, 3-ness ...): such a sequence satisfies, inter alia, the following conditions.  For any x and for any n 1, x instantiates Pi entails x does not instantiae pa-' (nor indeed any P'). For any x and for any n * 1, x instantiates P" entails something y (* x) instantiales pr-/ If P™ = P' , no counterpart of (a), (b) holds; so Pl is the first number.  If the fulfillment of the abore conditions is to be sufficient to establish a sequence of properties as a sequence of number properties, then there cannot be a universal number; if there were, it would, like any genus, be prior to each of its species, and so prior to Pl; but since P' is the first number it cunnot have a predecessor and so nothing ean be prior to it.  There seem to be two objections.  It is by no means clear that the above conditions are sufficient to guarantee that a sequence of properties is a sequence of number-properties. Even if they were, one part of them would not be fulfilled in the case of Pl and being a number; if x instantiates Pl (viz., 2-ness), x, not something other than x, will instantiate being a nuenber, a set whose cardinality is 2 itself instantiates being a number (as a cardinality) If this route to a denial of the existence of a generic universal number fails there are two further possibilities.  (1) One might attempt to represent conformity to a "standard" genus-species-differentia model as being not just an acceptable picture of situations in which a more general universal has under it a range of subordinate universals which are its specializations, but as being constitu. tive for such examples of the existence of the more general universal. The slogan might be "For there to be a universal U, with specializations U,, U,, ..., U,, U has to be the genus of those specializations with all that that entails" (or, more bricfly, "no specialization without species"). The justification for such a claim will not be casy to find. While, intuitively. one might be prepared to accept the idea that a more general universal must be independent of its specializations in that the non emptiness of the general universal should be compatible with the emptiness of any particular specialization (though not of course with the emptiness of all specializations), it does not seem intuitively acceptable to make it a condition of the existence of U that any pair of specializations U, and U2 should be in this sense independent of one another.  (2) One might try a simpler form of argument. If the special cuses for the application of a general term E, that is to say, the universals U, ... U, are united by a single ordering relation R into a series 5, the elements of which [U, ... U.] cover every item to which E applies, and only such items, then we do not need a gencric universal U; its would-be species U, ... U, are already unified by membership of the series S. The expression  "being an instance of some universal in the series S" is of course applicable to anything to which E is applicable; but this expression does not even look like the name of a gonus.  Focal Unification  The second mode of unification to which semantic multiplicity may be susceptible, that of focal unification, is discussed at length in Metaphysics IV, i (T, ii) 1003a32f., there Aristotle brings up two of his favourite examples, the applications of the adjectives "healthy' and 'medical'. He states that everything to which the word "heulthy' applies is related to, in one way or another, the focal item of health, "one thing in the sense that it preserves health, another that in the sense that it produces it, another in the sense that it is a symptom of health, another because it is capable of it." Similar considerations apply to applications of the adjective 'medical',  "that which is medical is relative to the medical art, one thing being called medical because it possesses it, another because it is naturally adapted to it, another because it is a function of the medical art." On the most obvious interpretation of this passage Aristotle will be suggesting that standard semantic theory will be right in supposing the applicability of certain adjectives to particular items depends on a relationship of such items to an associated universal, but wrong in supposing that the relationship in question is invariably that of instantiation; other sorts of relationship are frequently involved. There is, however, a less obvious position which Aristotle might have been taking up; this position would maintain with respect to universals, that the only way in which individual items may be related to universals is that of instantiation: that there will beOther entities which will indeed be general entities though not universals; to them individual items may be related in a variety of ways which are distinct from instantiation. The rolative merits of these two ideas will be a matter for debate.  This mode of unification is of special interest in my present enquiry since Aristotle states quite plainly that this is the mode of unification which applies 10 the semantic multiplicity connected with being. Categorially cifferent sorts of things may all be said to be by virtue of different kinds of connections which they have to the focal item, which will be intimately connected with the notion of substance. This central item might be an individeal substance or, more likely, might be the notion of substantal type: any items which 'izzed' this type would be an individual substance and so would exist. But non-substantial items could also be said to be by virtue of their relationship (different in different cases) to the same central item; some things may be said to be because they are affections of substanee, others because they are a process towards substance, and su forth.  It is evident that Aristotle habitually thinks of the focal item as being a universal, or at least some kind of general entity; but such restriction is not mandatory, nothing prevents the focal item from being a particular.  Consider the adjective "French" as it occurs in the pluases, "French citizen", "French poem", "French professor". The following features are perhaps signilicant: (1) The appearance of the adjective in these phrases is what I might call "adjunctive" rather than "conjunctive" (or "attributive").  A French poem, is not as I see it, something which combines the separate eatures of being a poem and being French, as a fat philosopher would simply combine the features of being fat and of being a philosopher.  "French" here occurs, so to speak, adverbially. (2) The phrase "French citizen" standardly means "citizen of France", while the phrase "French poem standardly means "poci in French"; but it would be a mistake to suppose that this fact implies that there are two (indeed more than two) meanings or senses of the word "French". The word French" has only one meaning, namely "of or pertaining to France"; it will, however, be what I might call 'context senstive"; we might indeed say, if you like, that while "French" has only one meaning or sense, it has a variety of meanings-in-context; relative to one context, "French" means "of France" as in the phrase "French citizen", whereas relative to another context  "French" means, "in the French language" as in the phrase "French poem". Whether the focal item is a universal or a particular is quite irrelevant to the question of the meaning of the related adjective; the medical art is no more the meaning of the adjective 'medical', as France is the meaning of the adjective 'French'. As a concluding observation I may remark that while the attachment of the context may well suggest an interpretation in context of a word, it need not be the case that suchsuggestion is indefeasible. It might be for instance that "French poem" would have to mean "poem composed in French" unless there were counter indications; in which case, perhaps, the phrase might mean "poem composed by a French competitor" (in some competition). For the phrase  "French professor" there would be two obvious meanings in context; and disambiguation would have 10 depend on a wider linguistic context or on the cireumstances of utterance.  Analogical Unilication  I turn now to what is possibly the most baffling of the ways explicitly suggested by Aristotle as being those in which what I am calling USM may arise. These will be cases in which the application of an epithet to a range of objects is accounted for by analogy detectable within that range; more explicitly to analogies between the specific universals which determine the application of the epithet, or (perhaps) berween the exemplifications of those universals by this or that type of object. More explicitly to analogies between the specific universals U, and Uz etc., which determine the application of the epithet, or (perhaps) between the exemplifications of U,, Uz ete., by items of the sorts ly. lo etc., The puzzling character of Aristotie's treatment of this topic arises from a number of different factors. First there are two things which Aristotle himself might have done to aid our comprehension. He might have given us a firm list of examples of epithets, the application of which to a given range of objects is to be accounted for in this way; alternatively, he might have given us a reasonably clear characterization of the kind of accounting which analogy is supposed to provide, leaving it to us to determine the range of application of this kind of accounting. Unfortunately he does neither of these things; he offers us only the most meagle hints about the way in which analogy might unify the various applications of an epithet; we are told, for example, that as sight is in the eye, so intellect is in the soul with the implicit suggestion that this fact accounts for the application of the word 'see' both to cases of optical vision and cases of intellectual vision, and he also suggests that analogy is responsible for the application of the word 'calm' both to undisturbed bodies of sea water and to undisturbed expanses of air. Such offerings do not get us very far, furthermore, not surprisingly, where Aristotle seems to fear to tread the commentators are most reluctant to plant their own feet. Perhaps the least unhelpful suggestion comcs from Ross who suggests as Aristotle's view that the application of the word 'good' is attributable to the fact that within onc category things which are good are related to things in general belonging to that category in a way which is analogous to the way in which good things in some second category are related to the general run of things which belong to that second category. Apart from obscurity in thepresentation of this idea, Ross's suggestion takes for granted something which Aristotle himself does not tell us, namely that the application of the epithet 'good' is one exemplification of unification which is the outcome of analogy: Ross's suggestion about 'good' would, moreover, be at best only a description of one special case of analogical unification, and would not give us any general account of such unification. I might add that little supplementary assistance is derivable from those who study general semantic concepts; such persons seem to adhere to the principle that silence is golden when it comes to discussion of such questions as the relation between analogy, metaphor, simile, allegory and parable.  So far as Aristotle himself is concerned it seems fairly clear to me that tie primary notion behiad the concept of analogy is that of 'proportion'.  This notion is embodied, for example, in Aristotle's treatment of justice. where one kind of justice is alleged to consist in a due proportion between return (reward or penalty) and antecedent desert (merit or demerit) but it remains a mystery how what starts life as, or as something approximating to, a quantitive relationship gets converted into a not-quantitive relation of correspondence of allinity. It looks as if we might be thrown back upon what we might hope to be inspired conjecture.  I take as my first task the provision of an example, congenial to Aristotle, of the unification by analogy of the application to a range of objects of some epithet. I shall expect this to involve the detection of analogical links between the exemplifications of the varicty of universals which the epithet may be used to signify. My chosen specimen is the verb grow. In this case a number of different kinds of shifts might be thought of as possessing an analogical unification. One of these would be examples of shifis in respect of what might be termed syntactical metaphysical category. A substance, indeed a physical substance like a lump of wax or a mass of metal, might be said to grow; and it would be tempting here to suggest that the relevantly involved universal, that of increase in size or getting larger, provides the toundational instance of the signitication of a universal by the word "grow'; we have here, so to speak, the 'ground-floor' meaning of the verb. But not only the physical substance itself but the various accidents of the substance may also be said to grow; not only the piece of wax but its magnitude, some event or process in its history, its powers or causal efficacy and its aesthetic quality (beauty) might each be said to grow; and it seems not unplausible to suggest that though growth on the part of these non-substantial accidents might be different, and more or, again, less boringly connected with growth on the part of the substance, there will always be some kind of correspondence or analogical connection between growth in the case of a non-substantial item and growth in the case of a substantial item. Another and different kind of calegorial variation may separate some of the universals which the word  "grow' may be used to signify from others; these will be connected withdifferences in the sub-categories within the category of suistance within which fall different sorts of entitics which may be said to grow; different universals may be signified by sonicone who speaks of a plant as growing and by someone who speaks of a human being as growing, and the confection between these diverse realizations of growth may rest on analogy. In what is called the growth of a plant, internally originated increase in size may occupy a prominent place, whereas in the case of a buman being the kind of development which may be involved in growth may be much more varied and comples; the link between the two distinct universals which may be signified might be provided by analogy between the roles which such changes fulfill in the development of the very different kinds of substances which are being characterized. No doubl many further kinds of analogical connection would emerge within the general practice of attributing growth.  My next endeavour will be an attempt to supply some general account of the way in which the presence of analogy may serve to unify semantic multiplicity; and if such an account should be found to offer prospecis of distinguishing analogy from other concepts, particularly metaphor which belongs to the same general family, that would be a welcome aspect of the account. It is my idea that in metaphorical description a universal is signified, which though distinct from that which underlies the literal meaning of an epithet is nevertheless recognizably similar to that literal signification  I come now to the notion of analogy itself. I shall start by considering items any one of which may be called an S,; I shall initially suppose that being an S, consists in belonging to a substantial type or kind, S,. though that supposition may be relaxed later. My first move will be to assume that being an S, consists in being subject to a systern of laws which jointly express the nature of the type or kind Si; and further that these laws, which furnish the central theory of S,, will all be formulable in terius of a finite set of S,-central propertics (let us say P, to P,); each law will involve some ordered extract from the central set, and their totality will govern any tully authentic Sy. This totality may well not include all the laws which apply to S,: but it does include all the laws which are relevant to the identity of Sy, all the laws which determine whether or not a particular item is to count as an 5,-  Let us next consider not merely things each of which is an S,, but also things each of which is an Sz; it is to remain at least for the moment an open question whether or not the typeS, is identical with the type S1. 1 assume that, as in the case of S,, membership of S, is determined by conformity to a system of laws relating to properties which are central to S2. I shall symbolize these properties by the devices Or ... Q.. We now have various possibilities to consider. The first is that every law which is central to the determination of Sz is a mirror image of a law which iscentral to S,; and that the converse of this supposition also obtains. To this end we shall assume that the properties which are central to being an $, are the properties O, through Os; and that if a law involving a certain ordered extract from the set P, through P, belongs to the central theory of Sto a law involving an exactly corresponding ordered extract from the set O, through , will belong to the contral theory of Sa; and that the same holds in reverse. In that case, we shall be in the position to say that there is a perfect analogy between the central theories of S, and Sz; and in that case, it may also be tempting to say that the types S, and S, are essentially identical. We should recognize that if we yield to this temptation we are not thereby forced to say that Sy and S, are indistinguishable, they might, for example, be differently related to perception, only one of them (perhaps) being accessible to sight; we shall only be forced to allow that essentially, or theoretically, the types are not distinct; how that is to be interpreted will remain to be seen.  The possibility just considered is that of a total perfect analogy between the central theories of S, and Sa. There is also, however, the possibility of a partial pertect analogy between S, and Sz. That is to say pait of the central theory of one type (say S,) may mirror the whole of the central theory of Sz, or again may mirror some part of a central theory of Sz. In such circumstances one might be led to say (in one case) that the type S, is a special case of the type S,; or (in the other case) that the types S, and S, both fall under a common super-type, determined by the limited area of perfect analogy between the central theories of S, and Sz. A third possibility will be that no perfect analogy, either total or partial, exists between the two central theories; the best that can be found are imperfect analogies which will consist in laws central to one type approximating, to a certain degree, with the status of being analogues of laws central to the other.  At this stage, I would propose a relaxation in the characterization of the signification of such symbols as 'S!', 'Sz etc., which till now I have been regarding as signifying substantial types or kinds, reference to which is made in more or less regimented discourse of a theoretical or scientific sort. I shall now think of such symbols as relating to what I hope might be legitimately regarded as informal precursors of the aforementioned substantial types, as expressing concepts of one or other classificatory sort, concepts which will be deployed in the unregimented descriptions and explanations of pre-theoretical. Examples of such unregimented classifica-tory concepts might be the concepts of an investor, a doctor, a vehicle, a confidante, and so on. I would hope that in many ways their general character might run parallel to that of their more regimented counterparts.  In particular, one might hope and expect that their nature would be bound up with conformity to a certain set of central generalitics (platitudes, truisms, etc.); to be an investor or a vchicle will be to do a sufficientnumber of the kinds of things which typically are done by investors or vehicles. One might expect, however, that the varicty of possible forms of generalization might considerably exceed the meagre armament which theoretical enquirers normally permit themselves to employ. One might also hope and expect that the generalities which would be expressive of the nature of a particular classificatory concept would be formulable in terms of a limited body of features which would be central to the concept in question. This material might be sufficient to provide for the presence from time to time of analogy, at least of imperfect analogy, between scucralities which aro expressive of distinct classificatory concepts. When they occur, such analogies might be sufficient to provide for semantic unity in the employment of a single epithet to signify dilferent classificatory concepts; and this semantic unity, in turn, might be sufficient to justify the idea that in such cases the expression in question is used with a single lexical meaning.  Conclusions  I conclude the presentation of my suggestions about the interpretation of the notion of analogy as a possible foundation for semantic unity with two supplementary comments. The first is that there scems to be a good ease for supposing that anyone who accepts this account of analogy-based unity of meaning is not free to combine it with a icjection of the analytid synthctic distinction. The account relies crucially on a connection between the application of a particular concept and the application of a system of laws or other generalities which is expressive of that concept, and, this in tum, relies on the idea of a stock of further concepts, in terms of which these laws or generalitics are to be formulated, being central to the original concept. But it seems plausible, if not mandatory, fo suppose that such contrality involves a non-contingent connection between the original concept and the concepts which are said to be central to it, a connection which cannot he admitted by one who denies the analytic/synthetic distinction. So either one accepts the analytic/synthetic distinction or one rejects at least this account of analogy-based semantic unity. I make no attempt here to decide between these alternatives.  Ihe second comment is that matcrial introduced in my suggested claboration of the notion of unalogy, particularly the connection between concepts and conformity to laws or other generalities, may serve to provide a needed explanation and justification of the initial idea that the applicability of a single defining formula, couched in terms of the ideas of genus, spocies, and differentia is a paradigmatic condition, if not an indispensable condition, for identity of meaning. We might, for a start, agree to treat a situation in which the applicability of an epithet to an item i, rests on a conformity to exactly the same laws or generalities as does itsapplication to item iz, as being a limiting case of partial perfect analogy.  Situations in which no icinterpretation at all is required may be treated as limiting cases of situations in which, though reinterpretation is required. one is available which ochieves partial perfect analogy. As one might say, a law is perfectly analogous with itself. Situations, then, in which an epithet applies to a range of items solely by virtue of the presence of a single universal, and so of a single set of laws, may be legitimately regarded as a specially exemplary instance of a kind of unity which is required for identity of meaning.  V. Some Larger Issues  Both a proper assessment of Aristotle's contribution to metaphysics and the theory of mcaning and studies in the theory of meaning themselves might profit from a somewhat less localized attention to questions about the relation between universals and meaning than has so far been visible in my rellections. I have it in mind to raise not the general question whether, despite the Nominalists, a theory of meaning requires universals (to which I shall for the moment assume an affirmative answer), but rather the question in what way universals are to be supposed to be relevant to meaning.  Consideration of the practices of latter-day lexicographers, so far from supporting a charge that, at least on my interpretation of him, Aristotle has proposed an illegitimate divorce between universals and mcaning suggests that it would be proper to go a deal further than did Aristotle himself in championing such a divorce, There will be many different forms of connection between the varicty of universals which may be signified by a non-equivocable expression beyond that countenunced by the tradition of Theory of Definition, and even perhaps beyond the extensions to that theory envisaged by Aristotle himself. These will include some forms of connection like those involved in metonymy and synecdoche, recognized by later grammatical theorists, and no doubt others as well. It would, I suggest, be a profitable undertaking to study carefully the contents of a good modem dictionary, with a view to constructing an inventory of these various modes of connection. Such an investigation would, I suspect, reveal both that in a given case the invocation of one mode of concction may be subordinate and posterior to the invocation of another, and also that there is no prescribed order or limitation of order which such invocations must observe. I suspect, also, that it might emerge that the question whether variations of meaning are thought of as synchronie or diachronic has no beating on the nature of the uniting connections. The same forms of connection will be available in both cases, and these in turn may well befound to correspond with the range of different figures of speech which conversational practice may typically cmploy. (4) Should this conjecture turn out to be correct, the underlying explanation of its truth might, I would guess, run along the following lines.  Rational human thought and communication will, in pursuit of their various parposes, encounter a boundless and unpredictable multitude of distinct situations. Perhaps unlike a computer we shell not have, ready made, any vast altay of forms of description and explanation from which to select what is suitabie for a particular occasion. We shall have lo rely on our rational capacities, particularly those for imaginative construction and combination, to provide for our needs as they arise. It would not then be surprising if the operations of our thoughts were to refleet, in this or that way, the character of the capacities on which thought relies. I have to confess to only the haziest of conception bow such an idea might be worked out in detail - GRICE E BOEZIO BOEZIO E GRICE: UNI-VOCALITY OF “EST” AND “IZZES” J. L. Speranza, The Grice Club.   Abstract In 1988, the year of his demise, H. P. Grice got published, under the editorship of his former Oxford pupil B. F. Loar, a rather intriguing essay, for The Pacific Philosophical Quarterly (having moved from Oxford to Berkeley in his fifties), entitled, “Aristotle on the multiplicity of being.’ Philosophers well aware of the deep issues involved in matters of ‘univocity’ of ‘being’ and its enemies – equivocity, etc. –, or some of them, were struck by the choice of ‘multiplicity’ in the title, and by the lack of square quotes: it’s not the multiplicity of ‘being’, but of being itself! In these notes, I propose to reconsider Grice’s main point vis-à-vis what he calls elsewhere – in the Kant lectures at Stanford – the ‘aequi-vocal’ thesis – as it conforms to his well known advice: unity of sense, multiplicity of implicatures. I add Boethius for good measure! Keywords: Boethius, H. P. Grice, univocality.   “My enterprise,” Grice writes in “Aristotle on the multiplicity of being,” is “to explore some of the questions which arise out of a fairly well-known cluster of Aristoteleian theses.” Which are these? In “Categories,” on which Grice lectured with Austin at Oxford – as Ackrill testifies -- Aristotle distinguishes two different sorts of case of the application of a word or phrase – say, ‘ist’ [I will follow Boethius and stick to the third-person singular] to a range of situations. One sort of cases is that in which both the word or phrase and a single definition, account, λόγος, or conceptual analysis, as I prefer, apply throughout that range. The second sort of cases is that, in which the word or phrase – “ist” -- , but no single definition or conceptual analysis, applies throughout the range.  In the first sort of case, Aristotle says, that the word or phrase – say “ist” -- is applied syn-nomymously, or, more strictly, to at least two things which are syn-nomina, or synonymum as Boethius would have it. Lewis and Short define it as “a word having the same meaning with another, a synonym.” Front. Eloqu. p. 237; Prisc. 579 P; Serv. Verg. A. 2, 128. (obs. Synophites,, ae, m., a read. In Plin. 37, 10, 59, section 162 fron synnephitis. In the second the word or phrase – say “ist” –  is, Grice goes on, applied homo-nymously (AEQVI-VOCALLY)  — to at least two things which are merely homonuma. Lewis and Short lack an entry for homonymum. But one for homoymus and homonymia. Homonymus is defined as ‘of the same name, homonymous – “sicut in his, quae homonyma vocantur: ut, Taurus animal sit, an mons, an signfum in caelo, an nomen hominis, an radix arboris, nis distinctum non intelligitur” – Quint. 8 2 13. Interestingly, the source for ‘homonymia’, translated by Lewis and Shrot as homonymy, is Fronto, Diff. Verbs, p.. 353.Aequivoces. Provision is also made, Grice adds, for an *intermediate* class of cases, or (as some may prefer) a sub-division of homonymous applications of a word or phrase into (a) cases of "chance homonymy" and (b) cases of "other-than-chance homonymy", or as Aristotlle calls them, cases of "paronymy". Cicero couldn’t translate this. So, no entry in Lewis and Short for paronymum, but for paronomasia! Ever the philosopher for great tags, Grice adds: One may label the second (b) of these subdivisions cases of "UNIFIED Multiplicity of Signification, or meaning. With Boethius, I will assume that when Grice writes ‘meaning,’ he means ‘signification,’ and vice versa. Prominent among examples of Multiple-Signification Unity is the application of the verb 'ist’ – as in the formula ‘The α is β.’ My choice of alpha and beta is guided by Grice’s considerations in his more precise, “Utterer’s meaning, sentence-meaning, and word-meaning” – and essay whose title he often found trouble in remembering. In that essay (WOW, p. 131) Grice provides for “To utter a psi-cross correlated … if (for some A) U wants A to psi-cross a particular R-correlate of alpha to be one of a particular set of D-correlates of beta. The reference here is to his previous realization that a philosopher of language may “need to be able to apply such notion as a PREDICATION of beta (adjectival) on alpha (nominal).” (Smith is tactful, Smith is happy).  Grice would often criticize Aristotle for what Grice calls Aristotle’s rather vague ‘dicta’. According  to Aristotle, Grice reminds us, “[ist] is _said_ in many — more than one — ways"Grice adds that, among further important examples of this type of UNIFICATION or univocity Aristotle and Grice seem to be seeking – never mind Boethius -- we find the word αγαθόν (Cicero bonum "good") which, according to Aristotle, exhibits a seemingly superficial*multiplicity* of signification related to, and perhaps even dependent upon, that displayed by ‘ist’; for in Nicomachean Ethics – that Grice taught ‘for years at Oxford under the tutelage of the translation  by his Oxford tutor, Hardie -- Aristotle remarks that “αγαθόν” is  _said_ in *as many ways* as being"  This needed doctrine of the Unification of Apparently Multiple Signification of 'ist’' is notoriously of great importance to Aristotle, since it is used by him to preserve the otherwise acceptable characterisation  of the philosophical discipline of philosophia prima as dealing with ist qua ist, which is threatened by two objections. First, that t is not the case that "ist” applies *syn-nonymously* to all the items of things with which such philosophia prima is concerned.Second, that there is, therefore, no more a genuine or legitimate single prima philosophia than there is, say, — English Oxonian spelling assumed— a genuine single science or discipline of vice since we apply ‘vice’ to such a thing as dishonesty, which is a moral thing -- but also to such a thing as a clamp which is a thing made of metal, rather.  These objections can, Aristotle, Boethius, and Grice would hope, he met by the reply a multiplicity – i. e. not unicity, but duality or plurality -- of signification – if not sense, or content -- can be tolerated in the terminology specifying the subject-matter of a single science provided that such apparent multiplicity (again, duality or plurality, rather than unity -- of signification  is somehow UNIFIED. Enter UNI VOCAL. Do not multiply senses beyond necessity. Keep your utterance UNIVOCAL and multiply implicatures as you please.  Grice had witnessed the Viennese bombshells at Oxford as a student at Corpus, and has a thing or two to say about the attacks by Ayer. “I should like,” Grice says in some decades of hindsight, “to say a word about the nature of my interest in Aristotle — and the peripatetics in general — or the Lycaeum — and about the prospects of deriving from Aristotle a significant contribution to the enquiries which I have it in mind to undertake.”Grice regards Aristotle as being, like one or two other historical figures — notably Kant — , not just a great philosopher of the past but as being a great philosopher simpliciter; that is to say. To think of Aristotle – as read by Boethius, say -- as being concerned with many of the problems to which we today are, or at least sbould be, devoting our efforts. Furthermore, it is Grice’s view that once Aristotle — or Boethius, or Vio, who worked so arduously on analogy to improve on Aquinas — is properly interpreted, he is likely found to have been handling such problems in ways from which we have much to leam.  In brief, Gricde subscribes to a programme of trying to interpret — of reconstruct — his views (and 1 am not too fussy about the difference between these two descriptions) in such a way that, unless the text is totally probibitive, 1 ascribe to him views which are true rather than false, which are reasoned rather than unreasoned, and which are interesting and profound rather than dull or trivial. Grice is convinced that, in the philosophical area within which the topics of this endeavour fall there are specially strong reasons for listening as attentively as possible to what Aristotle has to say or implicate. A definition of the nature and range of the enquiries falling under philosophia prima is among the most formidable of philosophical tasks; We need all the help we can get, particularly at a time when metaphysicians have only recently begun to reemerge from the closet, and to my mind are still hampered by the aftermath of decades of ridicule and vilification at the hands of the rednecks of Vienna and their adherents — notably at Oxford! The man questons to which Grice addresses himself are various, or shall we say, multiple.If, as Aristotle suggests, at least some expressions connected with the notion of "ist” – as in ‘The α is β’ exhibit multiplicity of signification, of which actual expressions or utterances is the suggestion true? More precisely: is “ist” the form of the verb in the syntactical construction ‘The α is β’ where this suggestion is most plausible?What cognates of the ‘ist’, if any, are similarly affected? Grice has in mind the philosophical lexicon that also has entries for ‘inherentia’ or ‘praesentia,’ and their conjugated forms.What link is there, if any, between unity,  multiplicity of significationand jdentity or difference of CONTENT or sense? In what different ways may semantic multiplicity actually become unified?What considerations, il any, confer upon the availability of a single definition of special pride of place among possible criteria for identity of meaning or sense or content? Is the suggestion for univocality to be argued for, or is it just a matter of the intuitions of the native speaker of a language? How, if at all, can the availability of such a definition or conceptual analysis involved in the doctrine of univocality be confirmed, or disconfirmed, for that matter?Is Aristotle's classification of the ways of unifying semantic multiplicity exhaustive? Are its components mutually exclusive? Which form of unification applies to the semantic multiplicity connected with "α ist β"? Unlike English, Boethius does not need to involve the definite descriptor when discussing the copula.One first question to be faced with regard to the possible semantic multiplicity of 'α ist β' (or of cinai (to bo) esse  or dò & (what is)) ens  is a not very subile question of interpretation.In what range of employmcats of the word 'be' (or of an appropriate Greek or Latin of Italian or English : counterpart) is semantic multiplicity to be looked for? From a standard viewpoint (to which Grice admittedly does not in fact wholly subscribe) there will be various  possible locations of such semantic multiplicity:  The thesis which Grice identifies with Oxford philosopher Owen – of the Ryle group – vide Owen’s necrology of Ryle in the Aristotelian Society -- in the word 'be' taken as meaning 'exist', Grice’s own thesis, at this stage of development, is in the word 'he' taken as a copula in a statement of predication. The α is β.Grice considers two other possibilies, which he soon dismisses: In the word 'be' taken as expressing identity – vide his “Vacuous Names” for things like “Pegasus = Pegasus’, and in the word "be considered as a noun and as roughly equivalent to 'object' or 'entity. ‘The ‘is’of the matter.Some of these variants, Grice notes, are not really independent of one another. Since an object or entity seems to be anything which is or exists, it is reasonable to suppose that semantic multiplicity would attach to such a noun as 'entity' if, and only it, it also attaches to  'exists.’Furthermore, if we accept the commonly received view that 'existit’ may be paraphrased in terms of self-identity (Pegasus, for example, exists if and only if Pegasus is identical with Pegasus), any semantic multiplicity in the phrase "is identical with" goes hand in hand with a corresponding semantic multiplicity in the  'existit'.  Grice seems relieved to realise that we appear then left with two independent candidates for semantic multiplicity, non-predicational ‘ist' (understood as meaning 'existit') and ‘ist’ understood as meaning a copula.Owen, who left Canada to settle in Oxford, in his provocative Aristotie on the Snares of Ontology, that Grice finds some especial excitmenet in quoting just for amusement, opts for the supposition that semantic multiplicity attaches to 'ist’' (meaning 'existit’).“I tor a long time shared this belief,” Grice confesses. The two groups hardly met while at Oxford. Grice considers it first, since he is the one who enjoys learning from his errors. Since Grice wishes to attribute a view to Aristotle only if Grice can find in Aistotle’s oeuvre or altematively invent on his behalf, a reasonable plausible argument to support it, Grice wonders whether we can find of devise such an argument in this instance.Grice offers the following.In Topica, Aristotle claims that being (existence), like unity is predicated of everything. This statement, Grice notes, seems to imply that 'exists' is truly applicable to every object.But the dictum may also imply that the universal signified by 'existit', or, it there is a plurality of such universals. that one or another of the universals signified by 'existit' is instantiated by every object. But Grice warns us to be cautious, and let us not assume that the second implication holds. In De Inierpretatione, which as we’ve noted, Grice lectured for years at Oxford with Austin – Ackrill being among the pupils who attended --  Aristotle declares that every simple declarative sentence [propositionalj contains a hréme (verb phrase) which signifies something said of something else the 'something che' being signined by a noun phrase, Indeed, Grice notes, the divisibility of declaratire sentences into a kaapináseis, or assertion, and a ipopirseis, or a denial, which respectively allira or deny something about something| -- vide Boethius’s commentary -- suggests that the notion of the exhibition of the subject-predicate form enters into the very definition or conceptual analysis oof a declarative sentence or proposition. A crucial topic for Grice’s reason to leave Owen for good is that an existential sentence or proposition is no exception to this thesis, and it even tolerates a quantificational modifier. Indeed, ‘the a is b’ may be to display such a toleration: Smith’s dog is shaggy – being Grice’s example, as opposed to Fido is shaggy. Grice relies on German philosopher Hans Sluga, who had left Germany for Berkeley, for clarification on what ‘the’ actually means in English! From this it follows that an existential proposition attributes a universal to its subject item.If 'existit' signified a single universal it would signify a generic universal, as Grice calls it, since, as is shown by differences in categories, there is more than one way of existing which would be a species of such existence. But then Aristotle suggests, in his Metaphysics– a rather strong hint here -- that being (existence) is not a genus, and so is not a generic universal. A different account therefore, needs to be found of what are naturally thought of as more than one way of such existence.‘Existit' cannot signify a singular or unique universal.Rather, 'existit' signifies now one, now another, of at least a duality, a plurality, or duality, or multiplicity  of this o that universal.Now, if 'existit' signifies a duality plurality of multiplicity of universals, that plurality should need to satisfy two conditions:  First, the plurality of universals ‘existit’ allegedly signifies should be as small a plurality as possible -- by an intuitively acceptable principle of economy or semantical parsimony – Grice’s razor: Senses are not to be multiplied beyond necessity. Second, each of the elements of the plurality would need to be a essential property of items of the kind to which it attaches. It is at this point that Grice thinks of coining ‘IZZES’ to name ‘is’ in such kind of predication of essence – His logic is the converse of Aristotle, which allows Grice to introduce a counterpart for ‘izzes’: ‘hazzes’ – it’s not Socrates has whiteness, but Socrates HAZZES whiteness.The removal of such a property pertaining to the essentia – cognate indeed with ‘ist’ -- from any bearer belonging to a given kind should deprive that bearer of existence. More briefly, with respect to any kind, each element property sems to be entailed by the very concept of existence, to which Owen’s thesis attributes such weight. The only set of universals which would satisfy both of these conditions is the set of category-heads themselves, as the most general list of properties of essentia one of another of which every item possesses. Such (ten) category-heads then constitute the required plurality, not duality now, or multiplicity – which accounts for Aristotle’s ‘many ways’.‘Exists’ by virue of signifying a plurality or multiplicity of universals, exhibits multiplicily of signification. (In “Utterer’s meaning, sentence-meaning, and word-meaning”, Grice analyses meaning ascriptions for “Fido” and “shaggy”, skipping “is” altogether!The argument given by Aristotle in favour of the contention that the concept behind ‘ist’ is not a genus is rather obscure, if not Heraclitean.Aistotle’s argument for denying ‘ists’ a GENERIC analysis rests on the thesis that a genus cannot be predicable of a differentia (diaphoron – symbolized by Grice as D -- of one of its species.  Aristotle also relies on the supposition that, if being were a genus, it would have to offend against this prohibition, since ‘ist’ – or being is universally predicable. Now, if S is a species of a genus G, it must be the case that G belongs essentially to S and is therefore in the same category as S, that S is differentiated, within G, by some universal D; and that D is categorially difterent from, and, so to speak, categorially inferior to S and G, in that no item in the category of S and G may attach essentially to, and so be predicable of D.Two-footed,  for example, as a difterentia, differs in category from man and animal – it is a quality rather than a substance, in such a way that neither man nor animal can be predicated of it. Which is not the case.Now, a secondaty substance is not predicable of a quality, even though it may be the case that necessarily anything which has a given quality is a given sort of substance. But if ‘ist’ were a genus G, since ‘ist’ (read, alla Owen, existit) is universally predicable, it would be predicable of any differentia of any of its species. To show that ‘existit’ possesses not merely multiplicity of signification as an EXPRESSION, but  multiplicity of signification as per UTTERER’s MEANING may render it aequi-vocal. An item Alpha “existit” just in case it belongs to some  category C: e. g., substance, quality, quantity, etc.If category C is a category OTHER  than a substance, an item x can be a C, i. e. fall under C, only if alphai s a C of some substance beta. This can be seen as an application of a version of the doctrine of universalia in se.A version of the doctrine of universalia in se demands that the existence of a universal, symbolized by U, requires not just the possibility but the actuality of an item alpha or beta which instantiates that universal  This thesis is explicitly enunciated by Aristotle in Metaphysics: being a C of some substance beta which *instantiates* C entails – to use Moore’s coinage -- being a C of something y which exists in that sense or under that nterpretation of 'existit’ which is appropriate for a substance. For a substance to exist is for it to be a substance.That a substance beta exists is prior to, and presupposed by, each form of exists as it applies to an alpha which is not a substance – say, shagginess, or hairy-coatedness. The set of ways (Arsitotle’s phrase) in which 'existit’ is said are united by appropriate relatio to a primary substantial be. "Exisitt' would exhibits unified semantic multiplicity In spite of a recognizable affinity with philosophical positions which Aristotle is known 1o have liked, and also at least a superficial charm, Owen’s argument does however, lack its drawbacks -- both from a historical and from a conceptual point of viewA crucial passage for consideration is Aristotle’s Metaphysics devoted to what is (be) in the philosophical lexicon contained in the Metaphysics. There, Aristotle says, it seems, that whatever things are signified by the forms of predication, presumably the categories, are said to be in themselves -- per se, kath' auta); 'be' has AS MANY SIGNIFICATIONS as there are forms of PREDICATION..  Since a predicate (beta) sometimes say what a thing (alpha) is EST. But a predicate sometimes says what alpha is EST like. Sometimes a predicate says how much alph is, EST. And so on.There would be a different signification of 'be' IST corresponding to each predication. Occam’s razor rendered totally useless if it’s not here to cut Plato’s beard!Aristotle concludes that passage with the almost scholastic remark that there is no real difference in depth between the superficially varied "man walks (flourishes)" and "man is IST walking (flourishing). The obvious interpretation of the this remark beloved by Boethius and all the scholastics is that the appearance of a vert-form like "walks' or 'Bourishes', or flies (for Pegasus) or ‘rides Pegasus’ for Bellerophon, creates no difficulty, since they may be replaced, without loss or change of sense, by such an expression in canonical form such as  'is IST walking' or "is IST flourishing' ‘is flying, ‘is riding Pegasus’. If the expression regarded by Aristotle as canonical in form it is because the uses of IST ') whose multiplicity he is at least at his point discussing a copulative, or, strictly, COPULATIONAlthough he does recognise  that Aristotle does on occasion admit categorial variation in the sense of copulative ‘ist’.  iST IZZES, Owen is evidently unwilling to allow that Aristotle is primarily concerned with copulative ‘ist’.As a result, and it seems Grice is having Warnock’s Metaphysics in logic in mind, Grice notes that Owen rather strangely interprets, the remark by Aristotle as alluding to semantic multiplicity in the copula as being supposedly a consequence of semantic multiplicity in ‘existit.’ Now, Owen’s interpretation seems difticult to defend.When Aristotle says that a predicate sometimes may say what a thing is, sometimes what is it like (its quality), sometimes how much it is (its quantity) and so on, he seems to be saying that if we consider the range of predicates which can be applied to some item, for example to a substance like Socrates or a cow, these predicates are categorially various, and so the use of the IST IzzES in the ascription of these predicates will undergo corresponding variation of signification  But  Aristotle has connected the semantic multiplicity in IST not with variation between predicates of one subject, but with variation between essential (per se) predications upon different (indeed categorially different) subjecis (such predications as "Socrates IS a man", "Cambridge blue IS a colour (a blue, a blue colour) A desire to harmonise these statements leads me to wonder whether Aristotle may be maintaining not only that the copula IS exhibits  multiplicity of signification which corresponds to categorial differences between different statements about one subject, for example, Socrates, but also that dis semantic multiplicity is attributable to a multiplicity in the notion of essential being IST; the signification of 'is varies between  "Socrates is a man", Fido is shaggy, Cambridge blue is a colour", A weight of two pounds is in magnitude". To voice his suspicion more explicitly, Grice ventures that it might be Aristotle's view that if (a)  "Sociates is BETA" of F (the symbol used by Grice in “Vacuous Names”) Smiths dog is shaggy, is an accidental, i. e. non-essential, predication,  Beta (as in Utterer’s meaning, sentence meaning, and word meaning) or "F" (as in Vacuous Names) signifies an item in category C, and ‘has" expresses the COZnVERSE of Aristotle's relation of inherentia (presentia, deen the LOGICAL FORMof the proposition ‘Socrates is beta’ or ‘Socrates is F’ or Smiths dog is shaggy may be regarded as expressed by "Socrates HAS something which is. F" or BETA -- where 'ist’ represents a sense of 'is' (of 'is essentially') which correspoads to category C. The copula ‘ist’ in such cases expresses the logical PRODUCT  of a constant relation expressed by 'has' HAZZES — not Ist — and a categorially variant relation expressed by 'is' (Ist 'is essentially'). These predominantly scholarly murmurs against the 'received' view, Grice notes, that Aristotle regards Ex existential statements (propositions) as the habitat of semantic multiplicity are not the only possible kinds of dissent.  A different kind of complaint, against the viability of the position which I have been treating so far as if it were Aristotle's rather than against the suggestion that he in fact held it, would urge the untenability of the thesis, supposedly a foundation of his position that EZx  are a particular VACUZoUS NAMES type of subject-predicate utterance type (Smith is happy It is possible, Grice concedes, that Owen voices something like this charge iwhen he distinguishes typex of exists. One form of such an objection would be that "goats mumble" EX (x), whether treated as a way of saying "goats always mumble" or saying "goats usually mumble", or of saying "goats sometimes mumble", or as being indeterminate between these alternatives, has to be supposed to presuppose the existence of goats. Cf Warnock - Strawson  This will be attested both by intuition, and by a need to extend to all interpretations a feature which is demanded for universal of total and particular utterance types, in order to escape ditficulties which arise in connection with the Square of Opposition. To suppose "a goats exists" to be analogous to "a goats mumbles", would be to suppose that "a goats exists — Warnock a tiger exists — " presuppose that a goats exists or to put it another way, the truth of "a goats exists" is a necessary precondition of its being enher tre or faise that a goats exists.  This is an absurdity. Even for Collingwood  It seems to me that Aristotle can be defended against this attack.  To begin with, the invocation of a semantic relation of  collingwoodisn presupposition is not the only recourse when one is faced with troubles about the Square of Opposition;  One might, for example, try to deploy a pragmatic notion of presupposition which would not mitigate the alleged absurdity. Presupposition  as implicature in negation; presupposition as entailment in affirmation   But a more serious defence might suggest that Aristotle has more than one method of handling Ex existentisls; that there are indeed two such methods, both S Ist P subject-predicate in character, which when combined avoid the charge. In Metaphysics where the primary topic seems 10 be what kinds of attributes are constitutive of and differentiate between sons of sensible things, Aristotle argues the range of such crudal teatures is much larger than Democritus allows atom, and indicates ways of giving quasi definitions of a variety of sensible objects, such as a threshold or ice, which contain analogues of genus and differentia.  At this point, almose parenthetically, he gives a pattern of conceptual definitional analysis for existentials about such things. The pattern consists (of the sequence some + genus* + l: + differentia*; c.g., "Some water IST frozen" (an analysand for "ice exists" and “A stone iIST situated in threshold position" (an analysand for "a threshold exists").  We have, then, for certain Ex existential a definiens in subject-predizate s Ist P form which by utilizing the elements in definitions, ELIZmIznATES eliminates the  'existit altogether. Grice goes on to suggest, on Aristotle's behalf, that this ELZiZmIznATIZvE form could be employed lo conceptually analyst and define general existentials, like "ice exists" , "A goA exists  while the category citing forms. like Socrates is a substance could be used to conceptuallyto analyse or define singular existentials, like ‘Socrates exists".A strategy for an attempted presentation of in argument in support of the hypothesis that unified semantic multiplicity is to be located in the copula (or in a sub-range of examples in which "ist is used as a copula, viz., cases of accidental predication) will be to put forward as a preliminary a partial sketch of a theory of categories, which Grice regards as being in the main Aristotelian, to comment on some points of interest in that sketch, and finally to use it as a basis for the proposed argument.  The sketch departs from Aristotle's own position in one or, two respects, thereby depicting i somewhat improved theory, and it will incorporate what seems to be a conspicuous extension of his theory, though one which, so far as I can see, he might well have accepted without detriment to his account. Grice’s motivation is to put forward an outline of an account of categories which is overtly more SYSTEMATIZc than the assemblage of dicta which one may extract from Aristotle's (L)  Grice starts, much as Aristotle does in Caiegories, by distinguishing two  forms Predication. Each relation, which may be called  "izzes' and -- "Hazzes', are approximately the converses, respectively, of his relations “Is” said of and “is in (a subject)”. Ian x izees () y  i=df y is said of x. hab  X hZzsz y  =df y is present in x.  Grice goes on to list some of the properties which I wish to assign to these relations, adding that n one or two cases there seems to be options. Izzing is reflexive (Vxix izzes x), Non-symmetrical (symmetry-neutral), and transitive.  Hazzing, on theother hand, is ineflexive, either intransitive or transitivily-neutral ), and asymmetrical. In all cases, if an individual x izzes y, y is essential to x, in the sense that it x were not to izz y, x would no longer exist. It is, however, certainly not true in all cases that if x hazzes y, its hazzing y is essential to its existence; indeed, Grice confesses to an inclination to think, that this is not truc in any casc. But Grice is disposed to accept the following "mised" law. (0) 11 x I y and y H z, x Hz; the acceptability of this law would depend on the idea that a non individual y hazzes something z ilt [of necessity] every individual falling under y (that is every indivicual that izzes y) hazzes 2. Grice is however, not disposed to accopf the "mixed" law. (ii) If x H y and y lz,  x Il z, since I would like to espouse the idea that a subject a (in any category other than that of x) harzes only individuals); in which case, l might also espouse the idea that the copula Ist can be conceptually analyzed or defined in terms of the disjunction of & l y and x H something z which I y.  Grice makes izzing reflexive, so some of my definitions must differ from his, since I cannot claim, as le did in Caregories 3a7, that nothing tzzes an individual substance. The debnitions will run as follows. I is an individual iff nothing other than x izzes x. x is a primary individual iff x is an individual and nothing hazzes x. x is a primary substantial (x is in the category of "substance") iff sune primary individual izees x. x is il secondary substance ig & is a primary substantial but not an individual. x is identical with y iff x izzes y and y izzes x. y is predicable of x iff either x izzes y or & huzzes something z which izzes y.  We may now compare this last definition with the conceptual analysis of the copula. Ist.  And y will be a primary element in some category other than that of substantials just in case there is a individual x [an individual which is a primary substantiall which hazzes something z which in tum izzes y (this allows for the possibility that z may be identical with y). Obviously, in the case of such a foreign predication a nethod will be needed for determining which foreign' category is involved as being the category of the predicated item y.  We can atiempt to make use of the diflerent one-word interrogatives which can be extracted from ).Anstotle, with the supposition that items in a particular category may be suitably invoked to provide answers to just one of the kinds of questions asked by each of such interrogatives. But it is not clear that such a list of interrogatives is sufficiently comprehensive (relatives, for example, secm to escape this programme. Nor is it clear what the rational basis would be for such a list of questions.  While Aristotle says much that is interesting about some particular categories, his attempts, for example in the cases of quantity and quality, to pick on primary distinguishing marks are nog clear. Such shortcomings matter Little. It seems sufficient to assume the availability of some discriminating procedure (perhaps some furtirer development of the 'interrogatives method) since my main oracern is with the consequences of a scheme involving some procedure of such a cort  At this point the sketch incorporates the extension of Aristotle's thcory of categories. Grice assumes that there is an operation,  "substantialization, which, when appled directly to an individual which belong to a con-substantial category, relocates it  in a NON-primary division of the category of substantials, thereby instituting or licensing the iclocated items as further subjects of hazzing; the items hazzed by them will inhabit NON primary divisions of categories other than that of substantials. A Qualities of substance na be might be relocated as a non primary substantial, thereby becoming subjects which hazz. (soy) fusther qualitatives of quantitatives, : that is to say. inhabitants of a NON primary division of this or that NON substantial category. So the category of qualitatives may include qualities of substances, qualities of substantialized qualities (or substantialized quantities) of substances, and so without any fixed limit. Fidinterestnedd diedng exist Banbury doesn’t exist The scheme would, provide for substantialization with respect to some, but not necessarily to all, items which initially belong to some NON substantial category; some categories, however, might be *inebigible£ for the application of substantialication, and in other categories it might be that only sub-categories would be eligible for substantialization.The scheme also ensures that substantialization goes hand-in hand with beooming a subject of hazzing; but would not guarantee that substantialiced items would hazz further items in every non-substantial catessory. Admittedly, Grice’s scheme as is absirace : and it would be necessary to make sure that it could have application to concrete cascs.  It might also, even if concretely applicable, be oaly PARTZi in character; it might, for example, provide for one kind of category (say"logical categories'), but leave other kinds of categories, like sensory categories, unprovided for. Grice’s scheme leaves room lor sub. categorial diversities within a given overall entegory, There might be distinctions ictween, for cxample, qualities of substances, qualitics of quantities of substances, qualities of quantities of actions of substances, and so forth. All of these specifie classes would fall within a general category of QUALZiTY: and there would be opportunity to legislate against any item's belonging to more than one sub-division. Within an already discriminated category or sub-category there might be a categorial distinction between substantializable and non-substantialicable items.There will be room 1o adopt a cruerion of realiy distinct frem the perhaps increasingly cedious Quineian condition of being "quantifiable over" One might, for example, insist that reality attaches, or full reality attaches, only to items which besides being izzers, being izzed, and being huzzed, are themselves haziers (that is, are susceptible to substantialication).Since it cannot be assumed that a non-primary substantial will receive predicables in every non-substantial category, there is room for distinctions of richness between the range of categories from which predicobles apply to one huzzer, and that from which predicables apply to another; and these variations in predicationable richness could be used as a measure of degree of reutty (the richer the realer, with primary substantials at the topi.Having discussed two different suggestions about the possible location of semantic multipticity associated with the notion of ist Grice expands. One would lie ta the range of maximally general specitications of the notion of existit (of the use of the verb to be' to signify existence).Tthe other would lie in the use of the copula to signify different predication relations.  Both suggestions seem to have solid Aristotelian foundations. The categorial multiplicity of the term 'existit' and the distinction between different fonns of predication relations are both well-established Aristochian docirines. So far, then, there might seem little room for a preference of one suggestion to the other. There are, however, two lines of reflection which in one way or another might upset this equilibrium. The first line of reflection would allow that Aristotle or an Aristotelian might have good reasons for secking TWO, rather than merely one, predication-relation, reasons perhaps conaected with intuitively acooptable restrictions on the scope of transitivity, and with a desire to block such unwanted inferential moves as "Socrates is white, white is a colour, so Socrates is a colour". But it remains true that nocharacterization hos been given of the concept of a predication-relation; and though certain formal properties may have been assigned to izzing and hazzing, it is not clear that these formal properties would by themselves be adequate guides for someone wanting to be told how to apply the terms izzing' and luzzing' to a particular case. It is not clear, either, whot extra formal supplementation could he provided, one would hardly suppose, for example, such relational terms to be susceptible of ostensive definition. It may then be that these relations do not (and presumably cannot) have a readily discernible character, a fact which if not a blemish at least creates a problem.  It is ultimately possible then that despite initial appearances the notion of a predization-relation is not well-defined, and indeed that apparent examples of such relations are illusory. This alternative line of reflection then, might confer better survival chances upon the first of the two suggestions here dstinguished. A second line of reflection, however, is one which I am certainly inclined 10 take seriously. Unlike the first, it would not lavour the attribution to Aristole of one rather than the other of two viens about the location of a cortain semantis multiplicity. It would rather suggest. or conjecture, that the attribution to Aristotle of either view would involve a misconception of Aristotle's position, unless it wore accompanied by a recognition of a certain not immediately obvious distirction.Enter pragmatics – and implicature. It would be a mistake to suppose Aristotle to be holding that exists "is signites a plurality of distinct universals and that therefore the existential 'is' bos a plurality of meaning; It would also he a mistake to attribute to Aristotle the view that the copulative 'is may signify one or another of lWo precication relations therchy signifyiog a plurality of universals, with the consequence that the copulative "is' has more than one meaning. What Aristole is really proposing is a separation of — the question what an U universals is, — the question how many SIZgNZuFZiCAtIZoznS an expression possesses. Aristotle is suggesting the possibility that a particular expression may have only one meoning sense or content and yet be used on different occasions to point to different universals. It is no doubt trus that historically universals were admitted to the realm of philisaphical disonurse in order to be itens in which the meaning of particular expressions might consist. But this historical fact does not establish an indissoluble connection between universals and the meanings of a linguistic expression; and it should be modified or abandoned should subsequent rational reflection provide reasons for adopting such a ovurse. Grice is well aware that the suggestion, whether advanced on behalf of Aristotic or independently, that a distinction should be made between, on the onc hand, the universal or universals, which either in general or on a pasticular occasion are pointex T by the expression, and, on the other hand, the meaning or meanings of the expression in question, which is likely to give rise to a sense of shock; Grice suggests that susceptibility to this sense of shock will be independent of the question whether the person who feels it is friendly or unfriendly towards universals. Grice invites us to consider first the reaction of one who is friendly to universals.The philosopher may be liable to take the view that the reason for introducing universals in the first place was primarily, indeed exclusively, to equip ourselves with a range of items, cach of which would serve as that which was meant, or as one of the things that was meant by significant expressions. This is what a universal does, and it is what they are supposed to do, and they do it perfectly well; it is not therefore in order te propose a severance of just that connection with meaning which gives universals a raison d'être. One who is unfriendly to universals can hardly be expected to be more sympathetic to the proposal, such a person might be unfriendly to universals either becausc, like Quine, while he is prepared to describe each of a multitude of expressions as being meaningtul, be is not prepared to count as legitimate specifications of what it is that a caningful expression means, or he is not prepared to allow that two distinct expressions may each mean the same thing. These denials are plainly linked; if it is legitimate to ask of two meaningful expressions, what it is that each mcans we can hardly preveat it from being the case, sometimes, that what each means is just the same as what the other means. Alternatively the enemy of universals might not wish to eliminate specifications of mcaning or the possibility of synonymy; his position is rather that an adequate account of the full range of meaning-concepts can be provided without resort to universals. But the enemies of universals, from whichever camp they come, may well insist that one who, unlike them, is disposed to bring in universals is not at liberty to contemplate divorcing them from that connection with meaning which he will have to allow as underlying their claim to existence. Grice is not sure that such hostility to the general idea of divorcing the signification of one or more universals from the possession of one or more meanings is as solidly founded as initially it appears to be. If I ask someone whether he knows the birth place of Napoleon, he might reply in two quite dilferent ways. He might say "Certainly I do; he was born in Corsica." Altematively he might reply "I am afraid I don't. Napolcon was born in Corsica, 1 am afraid I have never been able to get to Corsica so I don't know the place at all." The obvious difference between these two distinct interpretations of the question seems to me to be plainly connected with the functioning of certain pronouns as (a) indirect interrogatives (b) as relatives; in my example, the first reply claims knowledge where Napoleon was born, the second claims ignorance of that place where (in which) Napoleon was born. There are other ways of looking at the linguistic phenomenon presentedby my example, which are not incompatible with the way just outlined. and indeed which may tumm out to be uscful complementaries to it. One might draw attention to a distinction between knowledge of propositions and knowledge of things, suggesting that what the first respondent claims is propositional knowledge, whereas, what the second respondent disclaims is thing-knowledge; the second respondent exhibits a certain bit of propositional knowledge but professes substantial ignorance concerning the item to which his propositional knowledge relates. There is of course no reason why these two states should not coexist. While we are directing our attention to this approach, we night bear in mind that one kind of knowledge might be dependent on the other. It might, for example, be the case that knowing a thing a consists in the possession of a perhaps indefinitely extended supply of pieces of propositional knowledge, all of which are cases of propositional knowledge which relates to x; or alternatively, knowledge of x might consist not in an indefinite supply of pieces of propositional knowlcdge about x, but rather in the possession of a foundation or a base from which such propositional knowledge may be readily generated. Yet a further idea to be considered begins with the recognition that definite descriptions like many other kinds of phrases may, within a sentence occupy either subject position or predicate position; as some might prefer to put it, "the birth place of Napoleon" may be used either referentially or predicatively. It might then be suggested that in the mouth, or at least in the mind, of the first respondent the phrase "the birth place of Napoleon" occurs predicatively, whereas in the case of the second respondent it occurs referentially, as, potentially at least, a subject expression. If we suppose the phrase to occur predicatively in a given cose, it will be necessary that one should be able to point to a mentioned or unmentioned item to which the predicate in question might apply: then, in the case of the first respondent in normal circumstances there will be some particular item which he thinks of as, or believes to be, the birth place of Napoleon. The relevance of this discussion to the topic of meaning and universals is that it may with some plausibility be alleged that those who have invoked universals as the items in which the meaning or meanings of significant expressions consist are guilty of representing such a phrase as "knowing the meaning of the word 'watershed " as referring to knowledge of an object or thing, as knowledge of "that which" the word watershed' significs or means (where the pronoun "which' is a relative pronoun); whereas, in fact, the phrase plainly refers to knowing what the word'watershed means where the pronoun 'what' is indirectly interrogative rather than relative. The theory of universals as meaning, then, rests on a syntactical blunder; that this is so is attested by the fact that in principle at least the caning of an expression E, may be identical with the meaningof the expression Ez but plainly to know the meaning of E, is not the same as to know the meaning of Ez This attack on the historical genesis of universals as the focal elements in a certain kind of anti-nominalistic theory of meaning, might encounter the following response. It might not be denied that the kind of syntactical blunder, which I have been attempting to expose, is in fact a blunder and has indeed been committed by some who have championed the cause of universals. It is, however, a remedial blunder which can be rectified, ultimately not only without damage, but even with advantage to the view of universals as the primary constituents of meaning. Once universals are admitted, they can be, and should be, thought of and accepted as being those items which are the meanings of this or that element of language. In the end, then, knowing the mcaning of an expression E would emerge as knowing what E mcans, that is, as propositional knowledge connected with interrogative pronouns rather than as thing-knowledge connected with relative pronouns. So everything comes right in the end; and the tie between universals and meanings cannot be put asunder. This defence of the inviolability of the link between universals and meanings may be ingeniously contrived, but is not, I think, irresistible. If the specification of meanings were to provide not merely a useful mode of employment for universals once they are recognized as being around, but rather the sole justification and raison d'ete of the supposition that they are around, the specification of meaning would have to be not merely something that can be commodiously done with universals, but rather something which cannot be done or fully done without universals. To my mind this stronger requirement cannot be mct. There are, I think, some cases of expressions E such that knowing the meaning of E cannot comfortably be represented as knowing, with respect to some acceptable entity that it is that to which the description "the (a) meaning of E" applies. I offer two examples: If I were to say "The wind is blowing in the direction of Sacramento", any norally equipped English speaker would know the meaning both in general and on the current occasion of the phrase *in the direction of Sacramento; that is to say he would know both what in general the phrase means and what 1 mcant by it on the occasion of utterance. But such cxamples of knowledge of the meaning in general, and also the meaning relevant to a particular occasion, of a particular phrase, so far as 1 can sec, neither requires, nor is assisted by, the specification of an admissible entity which is to be properly regarded as that to which the description *the meaning of the phrase 'in the direction of Sacramento'" applics, cither senceally or on this occasion. It is unlikely that there is such an admissible entity, the phrase 'in the direction of Sacramento' does not seem to be one which applies to any particular entity; and even if it were possible to justifythe claim, such a justification scems hardly to contribute to one's capacity for knowing what such a phrase means.  By a precisely parallel argument I may know perfectly well what is meant by the phrase the inducement which I otfer you for looking after my garden', even though I am neither helped nor hindered by the presence or absence of any thought to the effect that there is some admissible item which satisfies the description "the meaning of the phrase 'the inducement which I offer you for looking atter my garden' " Before leaving this topic, I should make two comments: first, the fact that the concction between universals and meanings may not be inviolable does not dispense someone who wishes to modify it from obligations to make clear just what changes he is making; second, if a theory of meaning should fail to provide an indispensable rationale for the introduction of universals, it might turn out to be incumbent upon a metaphysician to offer an alternative rationale. But this question will have to wait for another occasion. Let us for the moment retain an open mind on the nature of Aristolle's views about the connection between the unification of semantic multiplicity and the prescnce or absence of identity of meuning. Aristotle lists a number of modes of this kind of unification which I shall consider one by one. As one embarks on this enterprise one might well bear in mind the possibility that the list provided by Aristotle might not be intended to be exhaustive; and that the number and proper characterization of the modes which do occur in Aristotle's list is sometimes uncertain. Alistotle refers to cases in which a general term is applied by reference to a central item or type of items as ones in which there is a single source for a contribution to a single end. It is not clear whether he is giving a single general description or a pair of more specific descriptions each of which applies to a different sub-class of examples. I know no way of settling this uncertainty. The modes of unification actually listed by Aristotle consist in (a) what 1 shall call recursive unification in which the application of each member of a range of predicates is determined by the conditions governing the application of a primary member of that range, (b) what I may, with deference to Owen, call focal unification (unification which derives from connection with a single central item), (c) analogical unifiestion, in which the applicability of one predicate or class of predicates is generated by analogies with other predicates or classes of predicates, I shall consider these headings in order.The cases of recursive unification are primarily, though not exclusively. mathematical in character; they are also cases in which what one might call the "would-be" species of a generic universal stand to one another in relations excmplifying priority and posteriority. The Platonists, so Aristolle tells us, regarded such priority and posteriority as inadmissible between fellow species of a single genus. Aristotle does not explicitly subscribe to this view, but he does not explicitly reject it and is liable to act as if he accepted it. Why should priority and posteriority stand in the way of being different species of a single genus? Why should not different numbers be distinct species of the genus number? In the case of numbers, End. Eih. (121%aff.) attempts a reductio ad absurdum: if there were a form (universal) signified by "number" it would have to be prior to the first number, which is impossible; this argument might be expanded as follows: consider a sequence of "number-properties" (Pl, p?..., e.g., 2-ness, 3-ness ...): such a sequence satisfies, inter alia, the following conditions.For any x and for any n 1, x instantiates Pi entails x does not instantiae pa-' (nor indeed any P').For any x and for any n * 1, x instantiates P" entails something y (* x) instantiales pr-/If P™ = P' , no counterpart of (a), (b) holds; so Pl is the firstnumber. If the fulfillment of the abore conditions is to be sufficient to establish a sequence of properties as a sequence of number properties, then there cannot be a universal number; if there were, it would, like any genus, be prior to each of its species, and so prior to Pl; but since P' is the first number it cunnot have a predecessor and so nothing ean be prior to it. There seem to be two objections. It is by no means clear that the above conditions are sufficient to guarantee that a sequence of properties is a sequence of number-properties. Even if they were, one part of them would not be fulfilled in the case of Pl and being a number; if x instantiates Pl (viz., 2-ness), x, not something other than x, will instantiate being a nuenber, a set whose cardinality is 2 itself instantiates being a number (as a cardinality) If this route to a denial of the existence of a generic universal number fails there are two further possibilities. One might attempt to represent conformity to a "standard" genus-species-differentia model as being not just an acceptable picture of situations in which a more general universal has under it a range of subordinate universals which are its specializations, but as being constitu. tive for such examples of the existence of the more general universal. The slogan might be "For there to be a universal U, with specializations U,, U,, ..., U,, U has to be the genus of those specializations with all that that entails" (or, more bricfly, "no specialization without species"). The justification for such a claim will not be casy to find. While, intuitively. one might be prepared to accept the idea that a more general universal must be independent of its specializations in that the non emptiness of the general universal should be compatible with the emptiness of any particular specialization (though not of course with the emptiness of all specializations), it does not seem intuitively acceptable to make it a condition of the existence of U that any pair of specializations U, and U2 should be in this sense independent of one another. One might try a simpler form of argument. If the special cuses for the application of a general term E, that is to say, the universals U, ... U, are united by a single ordering relation R into a series 5, the elements of which [U, ... U.] cover every item to which E applies, and only such items, then we do not need a gencric universal U; its would-be species U, ... U, are already unified by membership of the series S. The expression "being an instance of some universal in the series S" is of course applicable to anything to which E is applicable; but this expression does not even look like the name of a gonus. The second mode of unification to which semantic multiplicity may be susceptible, that of focal unification, is discussed at length in Metaphysics IV, i (T, ii) 1003a32f., there Aristotle brings up two of his favourite examples, the applications of the adjectives "healthy' and 'medical'. He states that everything to which the word "heulthy' applies is related to, in one way or another, the focal item of health, "one thing in the sense that it preserves health, another that in the sense that it produces it, another in the sense that it is a symptom of health, another because it is capable of it." Similar considerations apply to applications of the adjective 'medical', "that which is medical is relative to the medical art, one thing being called medical because it possesses it, another because it is naturally adapted to it, another because it is a function of the medical art." On the most obvious interpretation of this passage Aristotle will be suggesting that standard semantic theory will be right in supposing the applicability of certain adjectives to particular items depends on a relationship of such items to an associated universal, but wrong in supposing that the relationship in question is invariably that of instantiation; other sorts of relationship are frequently involved. There is, however, a less obvious position which Aristotle might have been taking up; this position would maintain with respect to universals, that the only way in which individual items may be related to universals is that of instantiation: that there will beOther entities which will indeed be general entities though not universals; to them individual items may be related in a variety of ways which are distinct from instantiation. The rolative merits of these two ideas will be a matter for debate. This mode of unification is of special interest in my present enquiry since Aristotle states quite plainly that this is the mode of unification which applies 10 the semantic multiplicity connected with being. Categorially cifferent sorts of things may all be said to be by virtue of different kinds of connections which they have to the focal item, which will be intimately connected with the notion of substance. This central item might be an individeal substance or, more likely, might be the notion of substantal type: any items which 'izzed' this type would be an individual substance and so would exist. But non-substantial items could also be said to be by virtue of their relationship (different in different cases) to the same central item; some things may be said to be because they are affections of substanee, others because they are a process towards substance, and su forth. It is evident that Aristotle habitually thinks of the focal item as being a universal, or at least some kind of general entity; but such restriction is not mandatory, nothing prevents the focal item from being a particular.Consider the adjective "French" as it occurs in the pluases, "French citizen", "French poem", "French professor". The following features are perhaps signilicant: (1) The appearance of the adjective in these phrases is what I might call "adjunctive" rather than "conjunctive" (or "attributive").A French poem, is not as I see it, something which combines the separate eatures of being a poem and being French, as a fat philosopher would simply combine the features of being fat and of being a philosopher."French" here occurs, so to speak, adverbially. (2) The phrase "French citizen" standardly means "citizen of France", while the phrase "French poem standardly means "poci in French"; but it would be a mistake to suppose that this fact implies that there are two (indeed more than two) meanings or senses of the word "French". The word French" has only one meaning, namely "of or pertaining to France"; it will, however, be what I might call 'context senstive"; we might indeed say, if you like, that while "French" has only one meaning or sense, it has a variety of meanings-in-context; relative to one context, "French" means "of France" as in the phrase "French citizen", whereas relative to another context"French" means, "in the French language" as in the phrase "French poem". Whether the focal item is a universal or a particular is quite irrelevant to the question of the meaning of the related adjective; the medical art is no more the meaning of the adjective 'medical', as France is the meaning of the adjective 'French'. As a concluding observation I may remark that while the attachment of the context may well suggest an interpretation in context of a word, it need not be the case that suchsuggestion is indefeasible. It might be for instance that "French poem" would have to mean "poem composed in French" unless there were counter indications; in which case, perhaps, the phrase might mean "poem composed by a French competitor" (in some competition). For the phrase"French professor" there would be two obvious meanings in context; and disambiguation would have 10 depend on a wider linguistic context or on the cireumstances of utterance. Grice then turns to what is possibly the most baffling of the ways explicitly suggested by Aristotle as being those in which what I am calling USM may arise. These will be cases in which the application of an epithet to a range of objects is accounted for by analogy detectable within that range; more explicitly to analogies between the specific universals which determine the application of the epithet, or (perhaps) berween the exemplifications of those universals by this or that type of object. More explicitly to analogies between the specific universals U, and Uz etc., which determine the application of the epithet, or (perhaps) between the exemplifications of U,, Uz ete., by items of the sorts ly. lo etc., The puzzling character of Aristotie's treatment of this topic arises from a number of different factors. First there are two things which Aristotle himself might have done to aid our comprehension. He might have given us a firm list of examples of epithets, the application of which to a given range of objects is to be accounted for in this way; alternatively, he might have given us a reasonably clear characterization of the kind of accounting which analogy is supposed to provide, leaving it to us to determine the range of application of this kind of accounting. Unfortunately he does neither of these things; he offers us only the most meagle hints about the way in which analogy might unify the various applications of an epithet; we are told, for example, that as sight is in the eye, so intellect is in the soul with the implicit suggestion that this fact accounts for the application of the word 'see' both to cases of optical vision and cases of intellectual vision, and he also suggests that analogy is responsible for the application of the word 'calm' both to undisturbed bodies of sea water and to undisturbed expanses of air. Such offerings do not get us very far, furthermore, not surprisingly, where Aristotle seems to fear to tread the commentators are most reluctant to plant their own feet. Perhaps the least unhelpful suggestion comcs from Ross who suggests as Aristotle's view that the application of the word 'good' is attributable to the fact that within onc category things which are good are related to things in general belonging to that category in a way which is analogous to the way in which good things in some second category are related to the general run of things which belong to that second category. Apart from obscurity in thepresentation of this idea, Ross's suggestion takes for granted something which Aristotle himself does not tell us, namely that the application of the epithet 'good' is one exemplification of unification which is the outcome of analogy: Ross's suggestion about 'good' would, moreover, be at best only a description of one special case of analogical unification, and would not give us any general account of such unification. I might add that little supplementary assistance is derivable from those who study general semantic concepts; such persons seem to adhere to the principle that silence is golden when it comes to discussion of such questions as the relation between analogy, metaphor, simile, allegory and parable. So far as Aristotle himself is concerned it seems fairly clear to me that tie primary notion behiad the concept of analogy is that of 'proportion'.This notion is embodied, for example, in Aristotle's treatment of justice. where one kind of justice is alleged to consist in a due proportion between return (reward or penalty) and antecedent desert (merit or demerit) but it remains a mystery how what starts life as, or as something approximating to, a quantitive relationship gets converted into a not-quantitive relation of correspondence of allinity. It looks as if we might be thrown back upon what we might hope to be inspired conjecture. Grice takes as his first task the provision of an example, congenial to Aristotle, of the unification by analogy of the application to a range of objects of some epithet. I shall expect this to involve the detection of analogical links between the exemplifications of the varicty of universals which the epithet may be used to signify. My chosen specimen is the verb grow. In this case a number of different kinds of shifts might be thought of as possessing an analogical unification. One of these would be examples of shifis in respect of what might be termed syntactical metaphysical category. A substance, indeed a physical substance like a lump of wax or a mass of metal, might be said to grow; and it would be tempting here to suggest that the relevantly involved universal, that of increase in size or getting larger, provides the toundational instance of the signitication of a universal by the word "grow'; we have here, so to speak, the 'ground-floor' meaning of the verb. But not only the physical substance itself but the various accidents of the substance may also be said to grow; not only the piece of wax but its magnitude, some event or process in its history, its powers or causal efficacy and its aesthetic quality (beauty) might each be said to grow; and it seems not unplausible to suggest that though growth on the part of these non-substantial accidents might be different, and more or, again, less boringly connected with growth on the part of the substance, there will always be some kind of correspondence or analogical connection between growth in the case of a non-substantial item and growth in the case of a substantial item. Another and different kind of calegorial variation may separate some of the universals which the word "grow' may be used to signify from others; these will be connected withdifferences in the sub-categories within the category of suistance within which fall different sorts of entitics which may be said to grow; different universals may be signified by sonicone who speaks of a plant as growing and by someone who speaks of a human being as growing, and the confection between these diverse realizations of growth may rest on analogy. In what is called the growth of a plant, internally originated increase in size may occupy a prominent place, whereas in the case of a buman being the kind of development which may be involved in growth may be much more varied and comples; the link between the two distinct universals which may be signified might be provided by analogy between the roles which such changes fulfill in the development of the very different kinds of substances which are being characterized. No doubl many further kinds of analogical connection would emerge within the general practice of attributing growth.Grice’s next endeavour will be an attempt to supply some general account of the way in which the presence of analogy may serve to unify semantic multiplicity; and if such an account should be found to offer prospecis of distinguishing analogy from other concepts, particularly metaphor which belongs to the same general family, that would be a welcome aspect of the account. It is my idea that in metaphorical description a universal is signified, which though distinct from that which underlies the literal meaning of an epithet is nevertheless recognizably similar to that literal signification  Grice comes then to the notion of analogy itself. I shall start by considering items any one of which may be called an S,; I shall initially suppose that being an S, consists in belonging to a substantial type or kind, S,. though that supposition may be relaxed later. My first move will be to assume that being an S, consists in being subject to a systern of laws which jointly express the nature of the type or kind Si; and further that these laws, which furnish the central theory of S,, will all be formulable in terius of a finite set of S,-central propertics (let us say P, to P,); each law will involve some ordered extract from the central set, and their totality will govern any tully authentic Sy. This totality may well not include all the laws which apply to S,: but it does include all the laws which are relevant to the identity of Sy, all the laws which determine whether or not a particular item is to count as an 5,- Let us next consider not merely things each of which is an S,, but also things each of which is an Sz; it is to remain at least for the moment an open question whether or not the typeS, is identical with the type S1. 1 assume that, as in the case of S,, membership of S, is determined by conformity to a system of laws relating to properties which are central to S2. I shall symbolize these properties by the devices Or ... Q.. We now have various possibilities to consider. The first is that every law which is central to the determination of Sz is a mirror image of a law which iscentral to S,; and that the converse of this supposition also obtains. To this end we shall assume that the properties which are central to being an $, are the properties O, through Os; and that if a law involving a certain ordered extract from the set P, through P, belongs to the central theory of Sto a law involving an exactly corresponding ordered extract from the set O, through , will belong to the contral theory of Sa; and that the same holds in reverse. In that case, we shall be in the position to say that there is a perfect analogy between the central theories of S, and Sz; and in that case, it may also be tempting to say that the types S, and S, are essentially identical. We should recognize that if we yield to this temptation we are not thereby forced to say that Sy and S, are indistinguishable, they might, for example, be differently related to perception, only one of them (perhaps) being accessible to sight; we shall only be forced to allow that essentially, or theoretically, the types are not distinct; how that is to be interpreted will remain to be seen. The possibility just considered is that of a total perfect analogy between the central theories of S, and Sa. There is also, however, the possibility of a partial pertect analogy between S, and Sz. That is to say pait of the central theory of one type (say S,) may mirror the whole of the central theory of Sz, or again may mirror some part of a central theory of Sz. In such circumstances one might be led to say (in one case) that the type S, is a special case of the type S,; or (in the other case) that the types S, and S, both fall under a common super-type, determined by the limited area of perfect analogy between the central theories of S, and Sz. A third possibility will be that no perfect analogy, either total or partial, exists between the two central theories; the best that can be found are imperfect analogies which will consist in laws central to one type approximating, to a certain degree, with the status of being analogues of laws central to the other. At this stage, Grice proposes a relaxation in the characterization of the signification of such symbols as 'S!', 'Sz etc., which till now I have been regarding as signifying substantial types or kinds, reference to which is made in more or less regimented discourse of a theoretical or scientific sort. I shall now think of such symbols as relating to what I hope might be legitimately regarded as informal precursors of the aforementioned substantial types, as expressing concepts of one or other classificatory sort, concepts which will be deployed in the unregimented descriptions and explanations of pre-theoretical. Examples of such unregimented classifica-tory concepts might be the concepts of an investor, a doctor, a vehicle, a confidante, and so on. I would hope that in many ways their general character might run parallel to that of their more regimented counterparts. In particular, one might hope and expect that their nature would be bound up with conformity to a certain set of central generalitics (platitudes, truisms, etc.); to be an investor or a vchicle will be to do a sufficientnumber of the kinds of things which typically are done by investors or vehicles. One might expect, however, that the varicty of possible forms of generalization might considerably exceed the meagre armament which theoretical enquirers normally permit themselves to employ. One might also hope and expect that the generalities which would be expressive of the nature of a particular classificatory concept would be formulable in terms of a limited body of features which would be central to the concept in question. This material might be sufficient to provide for the presence from time to time of analogy, at least of imperfect analogy, between scucralities which aro expressive of distinct classificatory concepts. When they occur, such analogies might be sufficient to provide for semantic unity in the employment of a single epithet to signify dilferent classificatory concepts; and this semantic unity, in turn, might be sufficient to justify the idea that in such cases the expression in question is used with a single lexical meaning. Grice concludes the presentation of my suggestions about the interpretation of the notion of analogy as a possible foundation for semantic unity with two supplementary comments. The first is that there scems to be a good ease for supposing that anyone who accepts this account of analogy-based unity of meaning is not free to combine it with a icjection of the analytid synthctic distinction. The account relies crucially on a connection between the application of a particular concept and the application of a system of laws or other generalities which is expressive of that concept, and, this in tum, relies on the idea of a stock of further concepts, in terms of which these laws or generalitics are to be formulated, being central to the original concept. But it seems plausible, if not mandatory, fo suppose that such contrality involves a non-contingent connection between the original concept and the concepts which are said to be central to it, a connection which cannot he admitted by one who denies the analytic/synthetic distinction. So either one accepts the analytic/synthetic distinction or one rejects at least this account of analogy-based semantic unity. I make no attempt here to decide between these alternatives. Ihe second comment is that matcrial introduced in Grice’s suggested claboration of the notion of unalogy, particularly the connection between concepts and conformity to laws or other generalities, may serve to provide a needed explanation and justification of the initial idea that the applicability of a single defining formula, couched in terms of the ideas of genus, spocies, and differentia is a paradigmatic condition, if not an indispensable condition, for identity of meaning. We might, for a start, agree to treat a situation in which the applicability of an epithet to an item i, rests on a conformity to exactly the same laws or generalities as does itsapplication to item iz, as being a limiting case of partial perfect analogy.Situations in which no icinterpretation at all is required may be treated as limiting cases of situations in which, though reinterpretation is required. one is available which ochieves partial perfect analogy. As one might say, a law is perfectly analogous with itself. Situations, then, in which an epithet applies to a range of items solely by virtue of the presence of a single universal, and so of a single set of laws, may be legitimately regarded as a specially exemplary instance of a kind of unity which is required for identity of meaning. Both a proper assessment of Aristotle's contribution to metaphysics and the theory of mcaning and studies in the theory of meaning themselves might profit from a somewhat less localized attention to questions about the relation between universals and meaning than has so far been visible in my rellections. I have it in mind to raise not the general question whether, despite the Nominalists, a theory of meaning requires universals (to which I shall for the moment assume an affirmative answer), but rather the question in what way universals are to be supposed to be relevant to meaning.Consideration of the practices of latter-day lexicographers, so far from supporting a charge that, at least on my interpretation of him, Aristotle has proposed an illegitimate divorce between universals and mcaning suggests that it would be proper to go a deal further than did Aristotle himself in championing such a divorce, There will be many different forms of connection between the varicty of universals which may be signified by a non-equivocable expression beyond that countenunced by the tradition of Theory of Definition, and even perhaps beyond the extensions to that theory envisaged by Aristotle himself. These will include some forms of connection like those involved in metonymy and synecdoche, recognized by later grammatical theorists, and no doubt others as well. It would, I suggest, be a profitable undertaking to study carefully the contents of a good modem dictionary, with a view to constructing an inventory of these various modes of connection. Such an investigation would, I suspect, reveal both that in a given case the invocation of one mode of concction may be subordinate and posterior to the invocation of another, and also that there is no prescribed order or limitation of order which such invocations must observe. Grice suspects, also, that it might emerge that the question whether variations of meaning are thought of as synchronie or diachronic has no beating on the nature of the uniting connections. The same forms of connection will be available in both cases, and these in turn may well befound to correspond with the range of different figures of speech which conversational practice may typically cmploy. Should this conjecture turn out to be correct, the underlying explanation of its truth might, I would guess, run along the following lines.Rational human thought and communication will, in pursuit of their various parposes, encounter a boundless and unpredictable multitude of distinct situations. Perhaps unlike a computer we shell not have, ready made, any vast altay of forms of description and explanation from which to select what is suitabie for a particular occasion. We shall have lo rely on our rational capacities, particularly those for imaginative construction and combination, to provide for our needs as they arise. It would not then be surprising if the operations of our thoughts were to refleet, in this or that way, the character of the capacities on which thought relies. I have to confess to only the haziest of conception bow such an idea might be worked out in detail  References  Boethius, De Interpretatione. Grice, H. P. (1988). Aristotle on the multiplicity of being. Pacific Philosophical Quarterly.  Grice, H. P., P. F. Strawson, and D. F. Pears (1957). Metaphysics, in D. F. Pears, The nature of metaphysics, London: Macmillan. Owen, G. E. L. Aristotle on The snares of ontology Warnock, G. J. (1952). Metaphysics in Logic. -  GRICE E BOEZIO ÆQVIVOCVM -- BOEZIO E GRICE: UNI-VOCALITY OF “EST” AND “IZZES” J. L. Speranza, The Grice Club.  Et similiter enunciationes plures dicuntur quæ plura et non unum significant: non solum quando interponitur aliqua coniunctio, vel inter nomina vel verba, vel etiam inter ipsas enunciationes; sed etiam si vel inconiunctione, idest absque aliqua interposita coniunctione plura significat, vel quia est unum nomen æquivocum, multa significans, vel quia ponuntur plura nomina absque coniunctione, ex quorum significatis non fit unum; ut si dicam, homo albus grammaticus logicus currit. CARAMELLO  Abstract In 1988, the year of his demise, H. P. Grice got published for The Pacific Philosophical Quarterly (having moved from Oxford to Berkeley in his fifties) under the editorship of his former Oxford pupil B. F. Loar, a rather intriguing essay, entitled, “Aristotle on the multiplicity of being.’ Philosophers well aware of the deep issues involved in matters of ‘univocity’ of ‘being’ and its enemies – equivocity, etc. –, and some of them, were struck by the choice of ‘multiplicity’ in the title, and by the lack of square quotes. It is not the multiplicity of ‘being’, but of being itself! In these notes, I propose to reconsider Grice’s main point vis-à-vis what he calls elsewhere – scil. in the Kant lectures at Stanford – the ‘aequi-vocal’ thesis – as it conforms to his well known advice: unity of sense, multiplicity of implicatures. I add Austin and Boethius for good measure! Keywords: Boethius, H. P. Grice, univocality, J. L. Austin, aequi-vocality thesis.  “My enterprise,” Grice writes in his “Aristotle on the multiplicity of being,” posthumously edited by B. F. Loar, is “to explore some of the questions which arise out of a fairly well-known cluster of Aristotelian theses.” Which are these? The first brings him to his years of Oxford as university lecturer, in this case his joint seminar with J. L. Austin – who had been obsessed with paronymy since his tutorials with Prichard. In Categoriae, on which Grice lectured rather brilliantly with Austin at Oxford – as Ackrill testifies -- Aristotle distinguishes two different sorts of case of the application of a word or phrase – say, ‘ist’ – in ‘The α is β’ or ‘A ist B’ [I will follow Boethius and stick to the third-person singular] to a range of situations. The first sort of cases that Aristotle isolates is that in which both the word or the phrase and a single definition, account, λόγος, or conceptual analysis, as I prefer, apply throughout that range. The second sort of cases is that, in which the word or phrase – “ist” --, but no single definition or conceptual analysis, applies throughout the range.  In the first sort of case, Aristotle says, that the word or phrase – say “ist” (A ist B) -- is applied syn-nomymously, or, more strictly, to at least two things which are syn-nomina – each a synonymum as Boethius would have it. For the record, Lewis and Short defines synonymum as “a word having the same meaning with another, a synonym.” They give the source: Front. Eloqu. p. 237; Prisc. 579 P; Serv. Verg. A. 2, 128. (obs. Synophites,, ae, m., a read. In Plin. 37, 10, 59, section 162 fron synnephitis.  In the second sort of case, the word or phrase – say “ist” (A ist B)–  is, Grice goes on, applied homo-nymously (cf. AEQVI-VOCALLY)  — to at least two things which are merely homonuma. Lewis and Short lack an entry for homonymum. But have one for the masculine homoymus and the abstract noun homonymia. Homonymus is defined as ‘of the same name, homonymous, and they give Quintilian as the source: “sicut in his, quae homonyma vocantur: ut, Taurus animal sit, an mons, an signfum in caelo, an nomen hominis, an radix arboris, nis distinctum non intelligitur” – Quint. 8 2 13. Interestingly, for ‘homonymia’, translated by Lewis and Shrot as homonymy, their source is Fronto, Diff. Verbs, p.. 353. Aequivoces. Provision is also made, Grice adds, for an *intermediate* class of cases – that fascinated Austin --, or (as some may prefer) a sub-division of homonymous applications of a word or phrase into (a) cases of “chance homonymy” and (b) cases of “other-than-chance homonymy,” or as Aristotlle calls them: cases of "paronymy". Cicero couldn’t translate this. So, no entry in Lewis and Short for paronymum, if for paronomasia! (cf. Dictionnaire des untranslatables – PARONYMY, citing Grice). Ever the philosopher for great tags, Grice adds that one may label the second of these sub-division cases of "UNIFIED – the word is key -- Multiplicity of Signification, or meaning. With Boethius, I will assume throughout that when Grice writes ‘meaning,’ he means ‘signification,’ and vice versa. Prominent among examples of The Unity (Univocity, Aequivocity) of Multiple-Signification is the application of the verb 'ist’ (as in A ist B) – as in the formula ‘The α is β.’ My choice of alpha and beta is informed by Grice’s careful considerations in his more precise, “Utterer’s meaning, sentence-meaning, and word-meaning” – and essay whose title he often found trouble in remembering. Now reprinted in WoW (p. 131ff), in that essay Grice provides for “To utter a psi-cross correlated … if (for some audience  or addressee A) the utterer U wants his audience o addressee A to psi-cross a particular R-correlate of alpha to be one of a particular set of D-correlates of beta. The reference here being his previous realization that a philosopher of language may “need to be able to apply such notion as a PREDICATION of beta (adjectival) on alpha (nominal).” (Smith is tactful, Smith is happy). (As an interesting point, in that essay, Grice is neutral about the mode of the utterance, ‘Let Smith be tactful’, whereas in his lectures on Aristotle he sticks to Aristotle’s obsession with the indicative mode). Grice would often criticize Aristotle for what Grice calls Aristotle’s rather vague ‘dicta’. (The Pacific-Philosophical-Quarterly paper is an offspring of an earlier lecture delivered at Victoria, where to G. E. L. Owen, Grice makes more than a passing reference). According  to Aristotle, Grice reminds us, “[ist] is _said_ in many — more than one — ways.” πολλαχῶς λέγεται τὸ εἶναι Grice adds that, among further important examples of this type of UNIFICATION or univocity, or aequivocality, Aristotle and Grice seem to be seeking – never mind Boethius or Austin -- we find the word αγαθόν (Cicero bonum, “good”) which, according to Aristotle, exhibits a seemingly superficial *multiplicity* of signification related to, and perhaps even dependent upon, that displayed by ‘ist’ as in “A ist B”; for in Ethica Nichomachea – that brings Grice again to his years as University Lecturer at Oxford taught ‘for years at Oxford under the tutelage of the translation  by his Oxford tutor – of Owen’s generation -- Hardie -- Aristotle remarks that “αγαθόν” is  _said_ in *as many ways* as being.” This needed doctrine of the Unification, Unity, Univocality, or Aequivocality of Apparently Multiple Signification of 'ist’ as in ‘A ist B’ is notoriously of great importance to Aristotle. It is used by Aristotle, no less, to preserve the otherwise acceptable characterisation  of the philosophical discipline of philosophia prima as dealing with ist qua ist. The characterization is threatened by two objections. The first objection being that it is not the case that "ist” (as in ‘A ist B’) applies *syn-nonymously* -- for lack of a conceptual definition, or λόγος -- to all the items of things with which such philosophia prima is supposed to be concerned. The second objection has Grice in jest: and it is the one that claims that there is, therefore, no more a genuine or legitimate single prima philosophia than there is, say, — English Oxonian spelling assumed— a genuine single science or discipline of vice. And this is because we apply the expression ‘vice’ to such a thing as dishonesty, which is a moral thing. But we also apply ‘vice’ to such a thing as a clamp, which is a thing made of metal, rather.  These objections can, Aristotle, Boethius, and Grice, and Austin (if ethics has a subject-matter) would hope, he met by the reply that a multiplicity – i. e. not unicity, but duality or plurality -- of signification – if not sense, or content -- can be tolerated in the terminology specifying the subject-matter of a single science, provided that such apparent multiplicity (again, duality or plurality, rather than unity -- of signification  is somehow UNIFIED. Enter UNI VOCAL. Do not multiply senses beyond necessity. Keep your utterance UNIVOCAL and feel free to multiply implicatures as you please.  Grice had witnessed the Viennese bombshells at Oxford as a student at Corpus, and has a thing or two to say about the attacks by Ayer. As if expanding on the state of the art of metaphysics in Post-War Oxford (in his joint article with his former pupil P. F. Strawson and D. F. Pears, ‘Metaphysics,’ in Pears, The nature of metaphysics,’ Grice notes: “I should like,” Grice says after some decades of hindsight, “to say a word (or two) about the nature of my interest in Aristotle — and the peripatetics in general — or the Lycaeum — and about the prospects of deriving from Aristotle a significant contribution to the enquiries which I have it in mind to undertake.” Grice (like Austin, but unlike Ayer) just happens to regards Aristotle as being, like one or two other historical figures — notably Kant (Kantotle is the best)— , not just a great philosopher of the past but as being a great philosopher simpliciter. That is to say: to think of Aristotle – as read by Boethius, say (vide Minnio Paulello on the Aristoteles Latinus – so much studied at Oxford) as being concerned with many of the problems to which we today are, or at least should be, devoting our efforts. Furthermore, it is Grice’s view that once Aristotle — or Boethius, or Vio – vide Ashworth on analogy in Vio in the Stanford Encyclopedia of Philosophy -- who worked so arduously on analogy to improve on Aquinas — is properly interpreted, he is likely found to have been handling such problems in ways from which philosophers still have much to learn.  In brief, then, Grice subscribes to a programme of trying to interpret — of reconstruct — the views of Aristotle (and he is not too fussy about the difference between these two descriptions) in such a way that, unless Aristotle’s text is totally probibitive, Grice will ascribe to Aristotle a view which is true rather than false, reasoned rather than unreasoned, and interesting and profound rather than dull or trivial. Grice is convinced that, in the philosophical area within which the topics of this endeavour fall, there are specially strong reasons for listening as attentively as possible to what Aristotle has to say or implicate. After all, a defence and definition of the nature and range of the enquiries falling under philosophia prima is among the most formidable of philosophical tasks. Philosophers need all the help they can get, particularly at a time when metaphysicians are only recently beginning to re-emerge from the closet, and, to Grice’s mind, are still hampered by the after-math of decades of ridicule and vilification at the hands of those ‘rednecks of Vienna and their adherents’ — notably at Oxford! The main questions to which Grice addresses himself are various, or shall we say, multiplicitous. As Aristotle suggests, IF at least some expressions connected with the notion of "ist” (never mind αγαθόν – the title of his Victoria conference was on ‘Aristotle on good and being’– as in ‘The α is β’ -- exhibit multiplicity of signification: of which actual expression or utterance is that suggestion true? More precisely: is “ist” -- the conjugated third-person singular form of the verb, in the canonical predication-relation surfaced in the syntactical construction ‘The α is β’ where this suggestion is most plausible? What cognates of the ‘ist’, if any, are similarly affected? What happens when ‘ist’ is merely deleted, as is often the case with Cicero – how can the absence of a verb have a SENSE? What about ‘Socrates walks’ and ‘Socrates is a walker’ – How much freedom should we allow for the convertibility of non-copulative utterances into copulative utterances? Grice has in mind the philosophical lexicon that also has entries for ‘inherentia’ or ‘praesentia,’ and their respective conjugated forms, including ‘existit.’ What link is there, if any, between unity,  multiplicity of significationand jdentity or difference of CONTENT or sense? In what different ways may semantic multiplicity actually become unified? What considerations, if any, confer upon the availability of a single definition or conceptual analysis of special pride of place among possible criteria for identity of meanin, or of sense, or content? Is Aristotle’s suggestion for univocality of ‘A ist B’ to be argued for? Or is it just a matter of the intuitions of the native, however dialectal, speaker of a language? How, if at all, can the availability of such a definition or conceptual analysis involved in the doctrine of univocality be confirmed -- or disconfirmed, for that matter? Is Aristotle's classification of the ways of unifying semantic multiplicity exhaustive? Are its components mutually exclusive? Which form of unification applies to the semantic multiplicity connected with "The α ist β"? Note that, unlike an English philosopher like Grice, Boethius does not need to involve himself with the definite descriptor – ‘the A’ -- when discussing the canonical copulative predication relation: “A ist B” just does.  One first key question to be faced with regard to the possible semantic multiplicity of 'α ist β,’ or of einai, to be, esse  or tò on, what is, ens  is a not very subile question of interpretation. In what range of employments of the word ‘be,’ or of an appropriate Greek or Latin of Italian or other English counterparts, is semantic multiplicity to be looked for? From a standard viewpoint, to which Grice admits he does not in fact wholly subscribe, there seem to be various  possible locations of such semantic multiplicity:  The thesis which Grice identifies with COxford philosopher Owen – of the Ryle group – vide Owen’s necrology of Ryle in The Aristotelian Society, making a passing reference to the reverence Austin’s and laer Grice’s play group had amongst pupils -- in the word ‘be’ taken as meaning ‘existit’. Second, there is Grice’s own thesis, at this stage of development, that the word 'be' be taken as a copula in a statement of predication relation: The α is β. Grice considers two other possible collocations, only to go to dismiss soon: The word ‘be’ taken as expressing identity – vide his “Vacuous Names” for things like “Pegasus = Pegasus’ --. Fourth, the word ‘be’ considered as a noun and as roughly equivalent to 'object' or 'entity. ‘The ‘is’of the matter. Some of these four variants, Grice notes, are not really independent of one another. Since an entity or ens seems to be anything which is -- or exists, it is reasonable to suppose that semantic multiplicity would attach to such a noun as ‘entity’ or ens if, and only it, it also attaches to ‘exists.’ Furthermore, if we accept the commonly received view that 'existit’ may be paraphrased in terms of self-identity -- Pegasus exists if and only if Pegasus is identical with Pegasus, which creates to Meinongian ontological jungle, to paraphrase Grice in “Vacuous Names,” any semantic multiplicity in such a phrase as “is identical with” will go hand in hand with a corresponding semantic multiplicity in the ‘existit.’ Grice seems somewhat relieved to realise that we appear then to be left with just two independent candidates for semantic multiplicity: non-predicational ‘ist' (understood as meaning 'existit', as in the infamous thesis by Owen; and ‘ist’ understood as meaning a copula, as Grice 2.0. Owen, in Oxford, in his provocative ‘Aristotle on the Snares of Ontology,’ that Grice finds some especial excitment in quoting just for amusement, opts indeed – with the aid of asterisks to distinguish between ‘is*’ and ‘is**’ -- for the supposition that semantic multiplicity attaches to 'ist,’ meaning, or with the sense of, 'existit’).“I for a long time shared this belief,” Grice confesses. Austin never did since, an earlier Defensor of linguistic botanizing, always found Prichard’s disregard for the paronymy of ‘agathon’ almost insulting! The two groups – Ryle’s, with Owen, and Austin’s, with Grice, hardly met while at Oxford. Still, our of deference for his Owen, Grice considers Owen’s proposal first, since, too, Grice is the one to enjoy to learn from his errors. (Similarly, in his lecture for the British Academy, Grice starts by noting how he turned from a Stoutian into a neo-Prichardian).  Since Grice wishes to attribute a view to Aristotle only if Grice can find in Aristotle’s oeuvre, or altenatively invent on his behalf, a reasonable plausible argument to support it, Grice wonders whether we can find, or devise, such an argument in this instance. Grice offers the following. In Topica, Aristotle claims that being – or existence --, like unity is predicated of everything. By making this statement, Grice notes, Aristotle seems to imply that 'exists' is truly applicable to every, er, entity. But, Grice warns us, in making the dictum, Aristotle may also be implying that the universal ‘signified,’ or ‘denoted,’ by 'existit', or, if there is a more than such a universal – indeed a duality, plurality, or multiplicity, that one or another of each universal ‘signified,’ or denoted, by 'existit' is instantiated by every, er, entity. But Grice warns us to be cautious, and let us not assume that the second implicature holds, or is not cancellable! Grice goes on to quote from his favourite Aristotle – as it was Boethius’s favourite, too --. In De Inierpretatione, on which as we’ve noted, Grice lectured for years at Oxford with Austin – Ackrill being among the fortunate pupils who attended, and who ends up translating the thing for The Clarendon Press --  Aristotle declares that every simple declarative sentence, or proposition, contains a hréme, or verb phrase, which ‘signifies’ something said of something else -- the ‘something else' being ‘signfied’ by a noun phrase. – like Smith’s dog, as in Smith’s dog is shaggy (Grice’s example in ‘Utterer’s meaning, sentence-meaning, and word-meaning’.  Indeed, Grice notes, the divisibility of declarative sentences into a kaapináseis, or assertion, and a ipopirseis, or a denial, which respectively assert or deny something (shagginess or hairy-coatedness) about something (Smith’s dog, Fido) -- vide Boethius’s commentary -- suggests that the notion of the exhibition of the subject-predicate relation or form enters into the very definition or conceptual analysis of a declarative sentence or proposition. A crucial reason for Grice to leave Owen for good is that an existential sentence, or proposition – as logicians use ‘existential’ -- is no exception to this thesis, and it even tolerates a quantificational modifier (Some dog is shaggy). Indeed, ‘the a is b’ displays such a toleration. For the analysis of ‘Smith’s dog is shaggy’– being Grice’s example, as opposed to Fido is shaggy, Grice relies on German philosopher Hans Sluga, who had left Germany for Berkeley, for clarification on what ‘the’ actually means in English! See the footnote in Grice’s ‘Presupposition and conversational implicature.’ (Grice had met Sluga at Oxford and found the time to teach him some cricket – he got a tutorial in logic in exchange. From this it follows that a so-called existential proposition attributes, ascribes, or predicates, a ‘universal’ (shaggy) to its subject item (Fido). And here the reductio ad absurdum of Owen’s proposal: if ‘existit’ did signify a single universal, it would signify a generic universal – but ‘being’ ain’t a genus --, as Grice calls it, since, as is shown by differences in the ten categories, there is more than one way of ‘existing’ which would be (now) a species of such genus as existence is claimed to be. But then Aristotle suggests in his Metaphysics, too -- a rather strong hint here -- that being, or existence, is notably not a genus, and so is *not* a generic universal.  A crucially different account therefore, needs to be found of what are naturally thought of as more than one way of such an ‘existence.’‘Existit’ cannot ‘signify’, on the other hand, a singular or unique universal, since Greeks and Englishmen like to talk, and criss-cross at least the ten categories of Aristotle! Rather, ‘existit’ would ‘signify,’ or denote, now one, now another, of at least a duality, a plurality, or duality, or multiplicity of this o that universal – any of the each ten categories, with the provision that some include essential predication, i. e. predication of essentia – whereas the canonical form now involves what Grice sees as a non-essential predication relation – not what A is, but what A has – a hairy coat.  Now, if ‘existit’ would ‘signify’ a duality plurality of multiplicity of universals, that plurality should need to satisfy at least two serious conditions. First, the plurality of universals that ‘existit’ allegedly would ‘signify’ or denote should be as small a plurality as possible -- by an intuitively acceptable principle of economy or semantical parsimony – Grice’s razor: Senses – even significations, especially when ascribed to an expression rather than its utterer -- are not to be multiplied beyond necessity. Second, each of the elemental categories or universals of the plurality for ‘existence’ would notably need to be an essential property of items of the kind to which it attaches.  While Owen’s thesis then involves a reference to ‘essentia,’ Grice feels like playing the linguistic game vis-à-vis Owen when distinguishing two senses of ‘is’ – is* and is** --. It is at this point that Grice coins ‘… IZZES …’ to name ‘is’ in such kind of predication of essentia. Grice’s logic is the converse of Aristotle, which allows Grice to introduce a counterpart for ‘… izzes …’ – notably: ‘… hazzes …’ – and its nominal counterpart: ‘a hazzer’. It is not that Fido IZZES a hairy coat, but that Fido HAZZES it. The removal of a property pertaining to the essentia – cognate indeed with ‘ist’ -- from any bearer belonging to a given kind (Fido is a dog) just deprives that bearer of existence. With respect to any kind, each element property seems to be entailed by the very concept of this spatio-temporal ‘existence,’ to which Owen’s thesis attributes such weight. The only set of universals which satisfies both of these two strong conditions is the set of category-heads themselves, as the most general list of properties of essentia one of another of which every item may on occasion possess. Such ten category-heads then constitute the required plurality (not duality now) or multiplicity – which accounts for Aristotle’s ‘many ways’. ‘Exists’ by virue of ‘signifying’ a plurality or multiplicity of universals, exhibits multiplicity of signification. Interestingly, in his own “Utterer’s meaning, sentence-meaning, and word-meaning”, Grice analyses meaning ascriptions for both the nominal “Fido” and the adjectival “shaggy”, skipping a meaning ascription for “is” altogether – to which he laid the focus in his Aristotelian researches only. The argument given by Aristotle in favour of the contention that the concept behind ‘ist’ is not a genus is, Grice admits, rather obscure, if not of the Heraclitean type. Aistotle’s argument for denying ‘ist’ a GENERIC conceptual analysis rests on the thesis that a genus G cannot be predicable of a differentia, or diaphoron – symbolized by Grice as D -- of one of its species S. Aristotle also seems to rely on the supposition that, if  ‘ist’ were a genus, it would have to offend against this prohibition. After all, ‘ist’ is universally predicable. More formally, if S is a species of a genus G, it must be the case that G belongs essentially to S, and is, therefore in the same category as S, that S is differentiated, within G, by some universal D; and that D is categorially different from, and, so to speak, categorially inferior to both S and G, in that no item in the category of S and G attaches essentially to, and so be predicable of D. Grice’s example: ‘two-footed,’ as a difterentia, differs in category from man and mammal – it is a quality, rather than a substance, in such a way that neither man nor mammal can be predicated of it. Which is not the case. It is a secondary substance which is not predicable of a quality, even though it may be the case that, necessarily, anything which has a given quality is a given sort of substance. But, if ‘ist’ were a genus G, since ‘ist’ (read, alla Owen, ‘existit’) is universally predicable, it would be predicable of any differentia of any of its species. To show that ‘existit’ possesses not merely multiplicity of signification as an EXPRESSION, but  multiplicity of signification as per UTTERER’s MEANING may render it aequi-vocal. An item Alpha “existit” just in case it belongs to some  category C. E. g., substance, quality, quantity, etc. If category C is a category OTHER  than the first one, i. e. a substance, an item x can be a C, i. e. fall under C, only if alpha is a C of some substance beta. This can be seen as an application of a version of the doctrine of universalia in se. A version of the doctrine of universalia in se demands that the existence of a universal U requires, not just the possibility, but the actuality of an item alpha or beta which instantiates that universal. The instantiation thesis is explicitly enunciated by Aristotle in Metaphysics. X being a C of some substance beta which *instantiates* C entails – to use Moore’s coinage -- being a C of something Y which ‘exists; in that sense or under that interpretation of 'existit’ which is appropriate for a substance. – Bunbury, but not disinterestedness. For a substance to exist is, plainly, lfor it to be a substance. (In seminars at Oxford with Strawson, Grice played with the difference between ‘Bunbury doesn’t exist’ and ‘Disinterestedness doesn’t exist’. The former, but not the latter, requires spatio-temporal continuity: ‘That’s not true: he’s in the next room,’ whereas ‘Disinterestedness is in the other room’ only IMPLICATES that an ‘instantiation’ of ‘disinterestedness’ is in the other room. (Grice regretted that Strawson failed to credit him when Strawson eventually published his Individuals: an essay in descriptive metaphysics. That a substance beta (say Fido) exists is prior to, or ‘presupposed’ by, each form of ‘exists,’ as it applies to an alpha which is not a substance – say, shagginess, or hairy-coatedness. The set of ways, in Aristotle’s phrase, in which 'existit’ is said are united by an appropriate relation to a primary substantial be, like Fido. "Exisit' would then exhibit unified semantic multiplicity In spite of a recognisable affinity with philosophical positions which Aristotle is known to have liked, and also due to its bearing of at least a superficial charm, Owen’s argument does not however, lack its drawbacks -- both from a historical and from a conceptual point of view. A crucial passage for consideration is Aristotle’s Metaphysics devoted to what is (be) in the philosophical lexicon contained in the Metaphysics. There, Aristotle says, it seems, that whatever things are ‘signified’ by the forms of predication, presumably the categories, are said to be in themselves -- per se, kath'auta); 'be' has AS MANY SIGNIFICATIONS as there are forms of PREDICATION..  Since a predicate (beta) sometimes say what a thing (alpha) is, EST. But a predicate sometimes says what alpha is EST like. Sometimes, even, a predicate says how much alpha is, EST. And so on. There would be a different ‘signification’ of ‘EST’ corresponding to each predication, essential or non-essential. Occam’s razor rendered totally useless if it’s not here to cut Plato’s beard! Aristotle concludes that passage in the Metaphysics with the with the almost scholastic, if controversial, remark that there is no real difference in depth between the superficially varied “man walks (flourishes)” and “man is IST walking (flourishing).” The obvious interpretation of this remark, beloved by Boethius and all the scholastics, is that the appearance of any verb-form like “walks” or “flourishes,” or “flies,” said of Pegasus, or “rides Pegasus,” said of Bellerophon, creates no major difficulty for Grice, since they may all be replaced, without loss or change of sense, by such an expression in canonical form such as  'is IST walking' or "is IST flourishing' ‘is flying, ‘is riding Pegasus’. If the expression regarded by Aristotle as canonical in form it is because the explicit use of ‘IST,’ whose multiplicity he is at least at his point discussing a copulative, or, strictly, COPULATION. Grice concedes that Aristotle on occasion does admit a categorial variation in the sense of copulative ‘ist’.  IST as IZZES, Owen is notably unwilling to allow that Aristotle is primarily concerned with copulative ‘ist’ regardless. As a result, and it seems Grice is having Warnock’s ‘Metaphysics in logic’ in mind here – in the well-circulated Flew collection --, Grice notes that Owen, rather strangely, interprets, the remark by Aristotle as alluding to semantic multiplicity in the copula as being supposedly a consequence of semantic multiplicity in ‘existit’! (Warnock’s three examples being: “There are tigers in Africa”; “Tigers still exist,” and “There are such things as tigers.” P. 88. Now, Owen’s interpretation seems difficult to defend for someone with the ears atuned to the type of linguistic botanizing that philosophers of Grice’s generation – like Austin, his senior by two years, and Warnock – but unlike Owen’s generation, like Ryle, or Prichard --. When Aristotle says that a predicate sometimes may say what a thing is, sometimes what  it is like -- its quality --, sometimes how much it is -- its quantity --, and so on, he seems to be saying that, if we consider the range of predicates which can be applied to some item, for example to a substance like Fido – Smith’s infamously shaggy dog --, these predicates are categorially various, and so the use of the IST IzzES, in the ascription of these predicates, would undergo a terrifying corresponding variation of signification! In fairness to Owen, Aristotle has connected the semantic multiplicity in IST not with variation between the various predicates of one subject, but with variation between essential, pertaining to the essentia, or per se, predications upon different, indeed categorially different, subjects. Grice is having in mind Aristotle’s predications such as as "Socrates IS a man", "Cambridge blue IS a colour (a blue, a blue colour) A desire to harmonise these statements leads Grice to wonder whether Aristotle may be maintaining not only that the copula IS exhibits a multiplicity of signification which corresponds to the categorial differences between different statements – assertions or denials -- about one subject, for example, Fido, but also that this semantic multiplicity may be attributable to a multiplicity in the notion of essential being IST. The signification of 'is’ would, if Owen were right, vary between  "Socrates is a man", “Fido is shaggy,” and Cambridge blue is a colour",  or, to use another of Aristotle’s examples from his bag of linguistic botany: the didascalian “A weight of two pounds is a magnitude.”  To voice his suspicion more explicitly, Grice ventures that it might be Aristotle's view that if "Sociates is BETA" of F, to adopt the canonical symbol used by Grice in “Vacuous Names” to refer to a predicate (Fa, Ga, Fb, Gb), Smiths dog is shaggy, is an accidental, i. e. non-essential, predication,  Beta (as in Utterer’s meaning, sentence meaning, and word meaning) or "F" (as in Vacuous Names) signifies an item in category C, and ‘has" expresses the CONVERSE of Aristotle's relation of inherentia or praesentia, then the LOGICAL FORM of a proposition like ‘Socrates is beta’ or ‘Socrates is F’ or ‘Smith’s dog is shaggy’ may be regarded as expressed by the simpler "Socrates HAS, but IS not, something which IS F" or BETA -- where 'ist’ represents a sense of 'is,’ of 'is essentially,’ which corresponds to category C. The copula est in such cases expresses the logical PRODUCT of a constant, and thus manageable and systematic relation expressed by 'has,’ HAZZES — not est— and a categorially variant relation expressed by 'is,’ est is essentially.’ These predominantly scholarly murmurs against the received view, Grice notes, that Aristotle regards so-called (by logicians) ‘Ex’ (or in Peano’s inverted Ex – an existential statement or proposition as the habitat of semantic multiplicity are not the only possible kinds of dissent. A different kind of complaint, against the viability of the position which Grice has been treating so far as if it were Aristotle's rather than against the suggestion that he in fact held it, would urge the untenability of the thesis, supposedly a foundation of his position that EZx  are a particular VACUOUS NAMES type of subject-predicate utterance type (Smith is happy). But it is possible, Grice concedes, that Owen voices something like this charge iwhen he distinguishes typex of exists. One form of such an objection would be that "goats mumble" EX (x), whether treated as a way of saying "goats always mumble" or saying "goats usually mumble", or of saying "goats sometimes mumble", or as being indeterminate between these alternatives, has to be supposed to presuppose the existence of goats. Cf Warnock – Strawson. This will be attested both by intuition, and by a need to extend to all interpretations a feature which is demanded for universal of total and particular utterance types, in order to escape ditficulties which arise in connection with the Square of Opposition. To suppose "a goats exists" – but not a stag-goat exists, or a flying horse exists outside the realms of Greek mythology -- to be analogous to "a goats mumbles", would be to suppose that "a goats exists — Warnock a tiger exists — " presuppose that a goats exists or to put it another way, the truth of "a goats exists" is a necessary precondition of its being enher tre or faise that a goats exists.  This is an absurdity. Even for Collingwood, who loved a metaphysical presupposition (vide Grice’s early treatment of Collingwood, then a big name at Oxford, in ‘Metaphysics,’ in Pears, The nature of metaphysics). It seems to Grice that Aristotle can be defended against this attack. To begin with, the invocation of a semantic relation of  collingwoodisn presupposition is not the only recourse when one is faced with troubles about the Square of Opposition. One might, for example, try to deploy a pragmatic notion of presupposition which would not mitigate the alleged absurdity. Presupposition  as implicature in negation; presupposition as entailment in affirmation   But a more serious defence might suggest that Aristotle has more than one method of handling Ex existentisls; that there are indeed two such methods, both S est P subject-predicate in character, which when combined avoid the charge. In Metaphysics where the primary topic seems 10 be what kinds of attributes are constitutive of and differentiate between sons of sensible things, Aristotle argues the range of such crudal teatures is much larger than Democritus allows atom, and indicates ways of giving quasi definitions of a variety of sensible objects, such as a threshold or ice, which contain analogues of genus and differentia.  At this point, almost parenthetically, he gives a pattern of conceptual definitional analysis for existentials about such things. The pattern consists (of the sequence some + genus* + l: + differentia*; c.g., "Some water IST frozen" (an analysand for "ice exists" and “A stone iIST situated in threshold position" (an analysand for "a threshold exists"). We have, then, for certain Ex existential a definiens in subject-predizate s Ist P form which by utilizing the elements in definitions, ELIZmIznATES eliminates the  'existit altogether. Grice goes on to suggest, on Aristotle's behalf, that this ELIMINATIVE form could be employed lo conceptually analyst and define general existentials, like "ice exists" , "A goat exists,” -- while the category citing forms. like Socrates is a substance could be used to conceptuallyto analyse or define singular existentials, like ‘Socrates exists".A strategy for an attempted presentation of in argument in support of the hypothesis that unified semantic multiplicity is to be located in the copula, or in a sub-range of examples in which est is used as a copula, viz., cases of accidental predication, will be to put forward as a preliminary a partial sketch of a theory of categories, which Grice regards as being in the main Aristotelian, to comment on some points of interest in that sketch, and finally to use it as a basis for the proposed argument.  Grice’s sketch departs from Aristotle's own position in one or, two respects, thereby depicting i somewhat improved theory, and it will incorporate what seems to be a conspicuous extension of his theory, though one which, so far as I can see, he might well have accepted without detriment to his account. Grice’s motivation is to put forward an outline of an account of categories which is overtly more SYSTEMATIZc than the assemblage of dicta which one may extract from Aristotle's (L). Grice starts, much as Aristotle does in Categoriae, by distinguishing two forms of predication. Each relation, which may be called  "izzes' and -- "Hazzes', are approximately the converses, respectively, of his relations “Is” said of and “is in (a subject)”. Ian x izzes () y  i=df y is said of x. hab  X hZzsz y  =df y is present in x. Grice goes on to list some of the properties which I wish to assign to these relations, adding that n one or two cases there seems to be options. Izzing is reflexive (Vxix izzes x), non-symmetrical (symmetry-neutral), and transitive. Grice’s hazzing, on the other hand, is inreflexive, either intransitive or transitivily-neutral, and asymmetrical. In all cases, if an individual x izzes y, y is essential to x, in the sense that it x were not to izz y, x would no longer exist. It is, however, certainly not true in all cases that if x hazzes y, its hazzing y is essential to its existence; indeed, Grice confesses to an inclination to think, that this is not true in any case. Grice is however disposed to accept the following "mised" law. (0) 11 x I y and y H z, x Hz; the acceptability of this law would depend on the idea that a non individual y hazzes something z ilt [of necessity] every individual falling under y (that is every indivicual that izzes y) hazzes 2. Grice is however, not disposed to accopf the "mixed" law. (ii) If x H y and y lz,  x Il z, since I would like to espouse the idea that a subject a (in any category other than that of x) harzes only individuals); in which case, l might also espouse the idea that the copula Ist can be conceptually analyzed or defined in terms of the disjunction of & l y and x H something z which I y. Grice makes izzing reflexive, so some of his definitions must differ from his, since I cannot claim, as le did in Caregories 3a7, that nothing tzzes an individual substance. The definitions will run as follows. I is an individual iff nothing other than x izzes x. x is a primary individual iff x is an individual and nothing hazzes x. x is a primary substantial (x is in the category of "substance") iff sune primary individual izees x. x is il secondary substance ig & is a primary substantial but not an individual. x is identical with y iff x izzes y and y izzes x. y is predicable of x iff either x izzes y or & huzzes something z which izzes y.  Grice is now ready to compare his definition with the conceptual analysis of the copula est.  And y will be a primary element in some category other than that of substantials just in case there is a individual x [an individual which is a primary substantiall which hazzes something z which in tum izzes y (this allows for the possibility that z may be identical with y). Obviously, in the case of such a foreign predication a method will be needed for determining which foreign' category is involved as being the category of the predicated item y.  We can attempt to make use of the different one-word interrogatives which can be extracted from Aristotle – and Cook Wilson, whose Statement and Inference Grice sort of worshipped, with the supposition that items in a particular category may be suitably invoked to provide answers to just one of the kinds of questions asked by each of such interrogatives. But it is not clear that such a list of interrogatives is sufficiently comprehensive (relatives, for example, seem to escape this programme. Nor is it clear what the rational basis would be for such a list of questions. While Aristotle says much that is interesting about some particular categories, his attempts, for example in the cases of quantity and quality, to pick on primary distinguishing marks are not clear. Such shortcomings matter Little. It seems sufficient to assume the availability of some discriminating procedure (perhaps some furtirer development of the 'interrogatives method) since Grice’s main concern is with the consequences of a scheme involving some procedure of such a sort. At this point the sketch incorporates the extension of Aristotle's thcory of categories. Grice assumes that there is an operation, substantialisation – a metaphysical routine if ever there was one – Grice, Prejudices and preilections, which become the life and opinions of H. P. Grice, which, when applied directly to an individual which belong to a con-substantial category, relocates it  in a NON-primary division of the category of substantials, thereby instituting or licensing the alocated items as further subjects of hazzing; the items hazzed by them will inhabit NON primary divisions of categories other than that of substantials. A Qualities of substance na be might be relocated as a non primary substantial, thereby becoming subjects which hazz (soy) further qualitatives of quantitatives, : that is to say. inhabitants of a NON primary division of this or that NON substantial category. So the category of qualitatives may include qualities of substances, qualities of substantialized qualities (or substantialized quantities) of substances, and so without any fixed limit. Fidinterestnedd diedng exist Banbury doesn’t exist. The scheme would, provide for substantialisation with respect to some, but not necessarily to all, items which initially belong to some NON substantial category; some categories, however, might be inebigible£ for the application of substantialisation, and in other categories it might be that only sub-categories would be eligible for substantialisation.The scheme also ensures that substantialisation goes hand-in hand with beooming a subject of hazzing; but would not guarantee that substantialised items would hazz further items in every non-substantial category. Admittedly, Grice’s scheme as is absirace : and it would be necessary to make sure that it could have application to concrete cases.  It might also, even if concretely applicable, be only PARTIAL in character; it might, for example, provide for one kind of category (say “logical categories”), but leave other kinds of categories, like sensory categories, unprovided for. Grice’s scheme leaves room lor sub. categorial diversities within a given overall entegory, There might be distinctions between, for example, qualities of substances, qualities of quantities of substances, qualities of quantities of actions of substances, and so forth. All of these specific classes would fall within a general category of QUALITY: and there would be opportunity to legislate against any item's belonging to more than one sub-division. Within an already discriminated category or sub-category there might be a categorial distinction between substantializable and non-substantialicable items.There will be room 1o adopt a cruerion of realiy distinct frem the perhaps increasingly cedious Quineian condition of being "quantifiable over" One might, for example, insist that reality attaches, or full reality attaches, only to items which besides being izzers, being izzed, and being hazzed, are themselves haziers (that is, are susceptible to substantialisation).Since it cannot be assumed that a non-primary substantial will receive predicables in every non-substantial category, there is room for distinctions of richness between the range of categories from which predicobles apply to one huzzer, and that from which predicables apply to another; and these variations in predicationable richness could be used as a measure of degree of reality: the richer the realer, with primary substantials at the top. Having discussed two different suggestions about the possible location of semantic multiplicity associated with the notion of ist Grice expands. One would lie ta the range of maximally general specifications of the notion of existit (of the use of the verb to be' to signify existence). The other would lie in the use of the copula to signify different predication relations.  Both suggestions seem to have solid Aristotelian foundations. The categorial multiplicity of the term 'existit' and the distinction between different forms of predication relations are both well-established Aristochian docirines. So far, then, there might seem little room for a preference of one suggestion to the other. There are, however, two lines of reflection which in one way or another might upset this equilibrium. The first line of reflection would allow that Aristotle or an Aristotelian might have good reasons for secking TWO, rather than merely one, predication-relation, reasons perhaps connected with intuitively acceptable restrictions on the scope of transitivity, and with a desire to block such unwanted inferential moves as "Socrates is white, white is a colour, so Socrates is a colour.” (But cf. “Fido’s coat is shaggy; so Fido is shaggy”). But it remains true that nocharacterization hos been given of the concept of a predication-relation; and though certain formal properties may have been assigned to izzing and hazzing, it is not clear that these formal properties would by themselves be adequate guides for someone wanting to be told how to apply the terms izzing' and luzzing' to a particular case. It is not clear, either, whot extra formal supplementation could he provided, one would hardly suppose, for example, such relational terms to be susceptible of ostensive definition. It may then be that these relations do not (and presumably cannot) have a readily discernible character, a fact which if not a blemish at least creates a problem.  It is ultimately possible then that despite initial appearances the notion of a predization-relation is not well-defined, and indeed that apparent examples of such relations are illusory. This alternative line of reflection then, might confer better survival chances upon the first of the two suggestions here dstinguished. A different line of reflection, however, is one which Grice is certainly more inclined to take seriously. Unlike the previous one, this line of reflection would not lavour the attribution to Aristotle of one rather than the other of two viens about the location of a contain semantis multiplicity. It would rather suggest. or conjecture, that the attribution to Aristotle of either view would involve a misconception of Aristotle's position, unless it wore accompanied by a recognition of a certain not immediately obvious distinction. Enter pragmatics – and implicature. It would be a mistake to suppose Aristotle to be holding that exists est ‘signifies; a plurality of distinct universals and that therefore the existential 'is' bos a plurality of meaning; It would also he a mistake to attribute to Aristotle the view that the copulative 'is may signify one or another of lWo predication-relations thereby ‘signifying’ a plurality of universals, with the consequence that the copulative "is' has more than one meaning. What Aristotle is really proposing is a separation of — the question what an U universals is, — the question how many SIGNIFICATIONS an expression possesses. Aristotle is suggesting the possibility that a particular expression may have only one meaning sense or content and yet be used on different occasions to point to different universals. It is no doubt trus that historically universals were admitted to the realm of philosophical discourse in order to be items in which the meaning of particular expressions might consist. But this historical fact does not establish an indissoluble connection between universals and the meanings of a linguistic expression; and it should be modified or abandoned should subsequent rational reflection provide reasons for adopting such a ovurse. Grice is well aware that his suggestion, whether advanced on behalf of Aristotle or independently, that a distinction should be made between, on the one hand, the universal or universals, which either in general or on a particular occasion are pointed by the expression, and, on the other hand, the meaning or meanings of the expression in question, which is likely to give rise to a sense of shock. Grice suggests that susceptibility to this sense of shock will be independent of the question whether the person who feels it is friendly or unfriendly towards universals. Grice invites us to consider first the reaction of one who is friendly to universals. The philosopher may be liable to take the view that the reason for introducing universals in the first place was primarily, indeed exclusively, to equip ourselves with a range of items, each of which would serve as that which was meant, or as one of the things that was meant by significant expressions. This is what a universal does, and it is what they are supposed to do, and they do it perfectly well; it is not therefore in order te propose a severance of just that connection with meaning which gives universals a raison d'être. One who is unfriendly to universals can hardly be expected to be more sympathetic to the proposal, such a person might be unfriendly to universals either because, like Quine, while he is prepared to describe each of a multitude of expressions as being meaningful, be is not prepared to count as legitimate specifications of what it is that a meaningful expression means, or he is not prepared to allow that two distinct expressions may each mean the same thing. These denials are plainly linked; if it is legitimate to ask of two meaningful expressions, what it is that each mcans we can hardly preveat it from being the case, sometimes, that what each means is just the same as what the other means. Alternatively the enemy of universals might not wish to eliminate specifications of meaning or the possibility of synonymy; his position is rather that an adequate account of the full range of meaning-concepts can be provided without resort to universals. But the enemies of universals, from whichever camp they come, may well insist that one who, unlike them, is disposed to bring in universals is not at liberty to contemplate divorcing them from that connection with meaning which he will have to allow as underlying their claim to existence. Grice is not sure that such hostility to the general idea of divorcing the ‘signification’ of one or more universals from the possession of one or more meanings is as solidly founded as initially it appears to be. If I ask someone whether he knows the birth place of Cicero, he might reply in two quite different ways. He might say: “Certainly I do; he was born in Arpino.” Alternatively he might reply "I am afraid I do not. Cicero was born in Arpino, 1 am afraid I have never been able to get to Arpino so I don't know the place at all.’ The obvious difference between these two distinct interpretations of the question seems to me to be plainly connected with the functioning of certain pronouns as (a) indirect interrogatives (b) as relatives; in my example, the first reply claims knowledge where Cicero was born, the second claims ignorance of that place where (in which) Cicero was born. There are other ways of looking at the linguistic phenomenon presented by my example, which are not incompatible with the way just outlined. and indeed which may turn out to be useful complementaries to it. One might draw attention to a distinction between knowledge of propositions and knowledge of things, suggesting that what the first respondent claims is propositional knowledge, whereas, what the second respondent disclaims is thing-knowledge; the second respondent exhibits a certain bit of propositional knowledge but professes substantial ignorance concerning the item to which his propositional knowledge relates. There is of course no reason why these two states should not coexist. While we are directing our attention to this approach, we night bear in mind that one kind of knowledge might be dependent on the other. It might, for example, be the case that knowing a thing a consists in the possession of a perhaps indefinitely extended supply of pieces of propositional knowledge, all of which are cases of propositional knowledge which relates to x; or alternatively, knowledge of x might consist not in an indefinite supply of pieces of propositional knowledge about x, but rather in the possession of a foundation or a base from which such propositional knowledge may be readily generated. Yet a further idea to be considered begins with the recognition that definite descriptions like many other kinds of phrases may, within a sentence occupy either subject position or predicate position; as some might prefer to put it, "the birth place of Cicero" may be used either referentially or predicatively. It might then be suggested that in the mouth, or at least in the mind, of the first respondent the phrase "the birth place of Cicero" occurs predicatively, whereas in the case of the second respondent it occurs referentially, as, potentially at least, a subject expression. If we suppose the phrase to occur predicatively in a given cose, it will be necessary that one should be able to point to a mentioned or unmentioned item to which the predicate in question might apply: then, in the case of the first respondent in normal circumstances there will be some particular item which he thinks of as, or believes to be, the birth place of Cicero. The relevance of this discussion to the topic of meaning and universals is that it may with some plausibility be alleged that those who have invoked universals as the items in which the meaning or meanings of significant expressions consist are guilty of representing such a phrase as "knowing the meaning of the word 'watershed " as referring to knowledge of an object or thing, as knowledge of “that which” the word watershed' significs or means (where the pronoun "which' is a relative pronoun); whereas, in fact, the phrase plainly refers to knowing what the word ‘watershed’ – or ‘runt’ means where the pronoun 'what' is indirectly interrogative rather than relative. The theory of universals as meaning, then, rests on a syntactical blunder; that this is so is attested by the fact that in principle at least the caning of an expression E, may be identical with the meaning of the expression E’ but plainly to know the meaning of E, is not the same as to know the meaning of E’. This attack on the historical genesis of the concept of a universal as the focal element in a certain kind of anti-nominalistic theory of meaning, might encounter the following response. It might not be denied that the kind of syntactical blunder, which I have been attempting to expose, is in fact a blunder and has indeed been committed by some who have championed the cause of universals. It is, however, a remedial blunder which can be rectified, ultimately not only without damage, but even with advantage to the view of universals as the primary constituents of meaning. Once universals are admitted, they can be, and should be, thought of and accepted as being those items which are the meanings of this or that element of language. In the end, then, knowing the meaning of an expression E would emerge as knowing what E means, rather than what an utterer U means by uttering E, that is, as propositional knowledge connected with interrogative pronouns rather than as thing-knowledge connected with relative pronouns. So everything comes right in the end; and the tie between universals and meanings cannot be put asunder. This defence of the inviolability of the link between the concept of a universal and ‘signification’ may be ingeniously contrived, but is not, I think, irresistible. If the specification of meanings were to provide not merely a useful mode of employment for universals once they are recognized as being around, but rather the sole justification and raison d’être of the supposition that they are around, the specification of meaning would have to be not merely something that can be commodiously done with universals, but rather something which cannot be done or fully done without universals. To my mind this stronger requirement cannot be met. There are, I think, some cases of expressions E such that knowing the meaning of E cannot comfortably be represented as knowing, with respect to some acceptable entity that it is that to which the description "the (a) meaning of E" applies. I offer two examples: If Grice were to say "The wind is blowing in the direction of Arpino", any normally equipped Greek, Latin, English, or Italian speaker would know the meaning both in general and on the current occasion of the phrase ‘in the direction of Arpino’; that is to say he would know both what in general the phrase means and what Grice meant by it on the occasion of utterance. But such examples of knowledge of the meaning in general, and also the meaning relevant to a particular occasion, of a particular phrase, so far as 1 can sec, neither requires, nor is assisted by, the specification of an admissible entity which is to be properly regarded as that to which the description ‘the meaning of the phrase ‘in the direction of Arpino’’ applies, either generally or on this occasion. It is unlikely that there is such an admissible entity, the phrase 'in the direction of Sacramento' does not seem to be one which applies to any particular entity; and even if it were possible to justify the claim, such a justification seems hardly to contribute to one's capacity for knowing what such a phrase means.  By a precisely parallel argument I may know perfectly well what is ‘signified’ by ‘the inducement which I offers you for looking after my farm in Sibila', even though I am neither helped nor hindered by the presence or absence of any thought to the effect that there is some admissible item which satisfies the description "the signification of the phrase 'the inducement which I offer you for looking atter my farm in Sibile' " Before leaving this topic, Grice makes two further comments. First, the fact that the conection between universals and meanings may not be inviolable does not dispense someone who wishes to modify it from obligations to make clear just what changes he is making; second, if a theory of meaning should fail to provide an indispensable rationale for the introduction of universals, it might turn out to be incumbent upon a metaphysician to offer an alternative rationale. But this question will have to wait for another occasion. Let us for the moment retain an open mind on the nature of Aristotle's views about the connection between the unification of multiplicity of signification and the presence or absence of identity of ‘signification’. Aristotle lists a number of modes of this kind of unification which I shall consider one by one. As one embarks on this enterprise one might well bear in mind the possibility that the list provided by Aristotle might not be intended to be exhaustive; and that the number and proper characterization of the modes which do occur in Aristotle's list is sometimes uncertain. Aristotle refers to cases in which a general term is applied by reference to a central item or type of items as ones in which there is a single source for a contribution to a single end. It is not clear whether he is giving a single general description or a pair of more specific descriptions each of which applies to a different sub-class of examples. I know no way of settling this uncertainty. The modes of unification actually listed by Aristotle consist in (a) what Grice dubs, with deference to Peano, recursive unification in which the application of each member of a range of predicates is determined by the conditions governing the application of a primary member of that range, and as opposed to both what Grice, with deference to Owen, calls focal unification (unification which derives from connection with a single central item), and analogical unification, in which the applicability of one predicate or class of predicates is generated by analogies with other predicates or classes of predicates, I shall consider these headings in order. The cases of Peanoan recursive unification are primarily, though not exclusively. mathematical in character; they are also cases in which what one might call the "would-be" species of a generic universal stand to one another in relations exemplifying priority and posteriority. The Platonists – or academia, as Cicero prefers --, so Aristotle tells us, regarded such priority and posteriority as inadmissible between fellow species of a single genus. Aristotle does not explicitly subscribe to this view, but he does not explicitly reject it and is liable to act as if he accepted it. Grice suggests that ‘number’ and ‘soul’ fall under this type of unification – vide his “Method in philosophical psychology: from the banal to the bizarre”. Why should priority and posteriority stand in the way of being different species of a single genus? Why should not different numbers be distinct species of the genus number? In the case of numbers, End. Eih. (121%aff.) attempts a reductio ad absurdum: if there were a form (universal) signified by "number" it would have to be prior to the first number, which is impossible; this argument might be expanded as follows: consider a sequence of "number-properties" (Pl, p?..., e.g., 2-ness, 3-ness ...): such a sequence satisfies, inter alia, the following conditions. For any x and for any n 1, x instantiates Pi entails x does not instantiate pa-' (nor indeed any P'). For any x and for any n * 1, x instantiates P" entails something y (* x) instantiates pr-/If P™ = P', no counterpart of (a), (b) holds; so Pl is the first number. If the fulfillment of the above conditions is to be sufficient to establish a sequence of properties as a sequence of number properties, then there cannot be a universal number; if there were, it would, like any genus, be prior to each of its species, and so prior to Pl; but since P' is the first number it cannot have a predecessor and so nothing can be prior to it. There seem to be two objections. It is by no means clear that the above conditions are sufficient to guarantee that a sequence of properties is a sequence of number-properties. Even if they were, one part of them would not be fulfilled in the case of Pl and being a number; if x instantiates Pl (viz., 2-ness), x, not something other than x, will instantiate being a number, a set whose cardinality is 2 itself instantiates being a number (as a cardinality). If this route to a denial of the existence of a generic universal number fails there are two further possibilities. One might attempt to represent conformity to a "standard" genus-species-differentia model as being not just an acceptable picture of situations in which a more general universal has under it a range of subordinate universals which are its specializations, but as being constitutive for such examples of the existence of the more general universal. The slogan might be "For there to be a universal U, with specializations U,, U,, ..., U,, U has to be the genus of those specializations with all that that entails" (or, more briefly, "no specialization without species"). The justification for such a claim will not be easy to find. While, intuitively. one might be prepared to accept the idea that a more general universal must be independent of its specializations in that the non-emptiness of the general universal should be compatible with the emptiness of any particular specialization (though not of course with the emptiness of all specializations), it does not seem intuitively acceptable to make it a condition of the existence of U that any pair of specializations U, and U2 should be in this sense independent of one another. One might try a simpler form of argument. If the special cuses for the application of a general term E, that is to say, the universals U, ... U, are united by a single ordering relation R into a series 5, the elements of which [U, ... U.] cover every item to which E applies, and only such items, then we do not need a generic universal U; its would-be species U, ... U, are already unified by membership of the series S. The expression "being an instance of some universal in the series S" is of course applicable to anything to which E is applicable; but this expression does not even look like the name of a gonus. Another, more Oxonian, indeed more Corpus, sice it was Owen’s -- mode of unification to which the alleged multiplicity of ‘significations’ may be susceptible, that of, to use Owen’s verbiage, focal unification, is discussed at length by Aristotle in Metaphysics. – who incidentally, never read Owen! In Metaphysics Aristotle brings up two of his favourite – Grice’s Oxford pupil, Strawson, said ‘stock’ -- examples, the applications of the sanus and medicalis. Aristotle indeed states that everything to which sanus or sanum or sana applies – never mind the plurals -- is related to, in one way or another, the focal item of sanitas, -- an universal if ever there is one --. One item, in the that the item *preserves* sanitas; another item that in that the item *produces* it; an yet another in that the item is a symptom of sanitas; an fourthly, another item, because it is an item which is capable of it. Similar considerations apply to applications of medicalis. An item which is medical is relative to the medical art, another item being medical because it possesses such an art; yet another item because it is naturally adapted to the medical art; and another item because it is a function of the medical art. On the most obvious interpretation of the passage, Aristotle seems to be implicating that standard analysis of ‘signification’ will be right in supposing the applicability of an adjective such as sanus or medicus to a particular item depending on the relationship of the item to an associated ‘universal’ – sanitas --, but wrong in supposing that the relationship in question is invariably that of instantiation – ; there are more ways of killing a cat than skinning it. There are other sorts of relationship that may be conversationally involved, especially in Athens, where they did little but engage in sophistries! There is, however, a less obvious, if more enlightening, position which Aristotle might have been taking up. According to this position, Aritstotle, or any graduate from the Lycaeum, say, would be maintaining, with respect to this or that universal, that the only way in which an individual items may be related to this or that universal is indeed that of instantiation, but that there will be other items which will indeed be general items, though not this or that universal. To such an universal, this or that individual items may be related in a variety of ways which are quite distinct from instantiation. The relative merits of these two ideas will be a matter for debate, and Owen’s interest was focalised at this point. The focal mode of unification, in any case is of special interest in Grice’s enquiry since Aristotle states, and quite plainly too, that this is the mode of unification which applies, in Owen’s interpretation, to the multiplicity of ‘signification’ connected with ‘A est B’ – rather than the previously discussed recursive unification, or, say, analogical unification. While Owen is wrong about the focus being on the existence – or ‘quantified existentials’, to use Warnock’s happier phrase --  two categorially different items may all be said to be, by virtue of different kinds of connections which they have to some focal (to use Owen’s verbiage) item, which will be intimately and ultimately connected with the notion of a substance that exists as a spatio-temporal continuant, to use Grice’s pupil Strawson’s verbiage bow. This central item might be an individual substance or, more likely, it might be the notion of substantal type, or, if you’re not enough of a Russellian, kind: any item which izzes this type or kind would be an individual substance, and, therefore, it would exist. But a non-substantial item may also be said to be, by virtue of their relationship -- different in different cases, of course -- to the same central or focal item. Some item may be said to be because it is an affection, a quality, of a primary substance. Think a Rylean agitation. Another item one may be willing to say to be merely because it (or he or she) is a process towards substance – think Whitehead --, and so forth. It is pretty diaphanous that the Stagirite habitually thinks of the focal item as being indeed a universal, or at least some kind of pretty general entity. But such restriction is hardly mandatory, nothing prevents the focal item from being a straight particular out of Strawson’s Individuals – his essay in descriptive metaphysics – a kind of odour, say – elaborated while joining Grice for their joint seminars in ‘Meaning’ at Oxford. Consider the adjective Cockney, for Strawson almost was one,or French or italiano as it occurs in the phrases, "French citizen",  citadino italiano, "French poem", poema italiano, "French professor". professore italiano. The following features are perhaps significant: (1) The appearance of the adjective in these phrases is what I might call "adjunctive" rather than "conjunctive" or "attributive". A French poem, is not as I see it, something which combines the separate eatures of being a poem and being French, as a fat philosopher would simply combine the features of being fat and of being a philosopher. "French" here occurs, so to speak, adverbially. (2) The phrase French citizen or citadino italiano standardly ‘signifies’ ‘citizen of France’ or ‘citizen of Italy’, while the phrase French poem or poema Italiano standardly ‘signifies’ "poem in the French language,’ or ‘poem in the Italian language’ (Sicilian if Pirandello, as Pirandello would hasten to add). But it would be a mistake to suppose that this fact implies that there are two (indeed more than two) ‘signfiications’ or Fregean ‘senses’ of the French or italiano – or siciliano. The expression French or italiano has only one – unified – ‘signification,’ viz. ‘of or pertaining to France’ or ‘of or pertaining to Italy.’ French, or italiano, will, however, be what one might call 'context sensitive,’ as Grice suggests in ‘The theory of context’ – Let’s put the theory of context into context. One might indeed say, if you like, that while it has only one ‘signification’ or Fregean sense, French or italiano has a variety of ‘signfiications’-in-context. That is: relative to one context, French or italiano ‘signifies’ ‘of France’ or ‘of Italy,’ as in the phrase French citizen, or citadino italiano. Relative to another context French or italiano ‘signifies’, ‘in the French language,’ or ‘in the Italian language,’ as in the phrase French poem, or poema italiano. Whether the, to use Owen’s epithet, focal item is a ‘universal’ or a mere particular is quite irrelevant to the question of the ‘signification’ of the adjective. To use Aristotle’s example, the medical art is no more the ‘signification’ of medical, as France or Italy is the ‘signification’ of French or italiano. As a concluding observation Grice remarks that, while the attachment of the long-awaited, life-saving appropriate conversational context may well suggest an interpretation in context of a given expression or conversational move, it need not always be the case that even such suggestion is indefeasible. It might be for instance that French poem or poema italiano would have to ‘signify’ ‘poem composed in French,’ or ‘poem composed in Italian,’ unless there are counter indications. In which case, perhaps, the phrase might mean ‘poem composed by a French competitor’ (in some competition) or ‘poem composed by an Italian competitor (in another competition). Now, for the phrase French professor or professore italiano there would be at least two obvious ‘significations’ in context. The ‘disambiguation’ would depend on the wider conversational context that makes for the circumstances of utterance of the conversational move (He was an Italian professor – no more).  Grice turns to a third mode of unification, which he would describe as Cajetan in nature, and what is possibly the most baffling of the various ways explicitly suggested by Aristotle as being those in which what Grice is calling this unification or aequi-vocality the multiplicity of significations may arise, even if made less baffling by Vio – vide Ashford. These will be those cases in which the application of an epithet or expression E to a range of items is accounted for by an analogy detectable within that range. More explicitly, an analogy between the specific ‘universal’ which determines the application of the epithet or expression, or between an exemplification of that ‘universal’ by this or that type of item. Even more explicitly, an analogy between the universals U1, U2, … Un, which determines the application of the epithet or expression, or between an exemplifications of U1, U2, … Un, by items of the sorts ly. lo etc., The puzzling character of Aristotle's treatment of this topic arises from a number of different factors. First, there are a few things which Aristotle himself might have done to aid our comprehension. He might have given us a firm list of examples of epithets or expressions, the application of which to a given range of items is to be accounted for in this way. Alternatively, Aristotle might have given us a reasonably clearer characterisation of the kind of accounting which analogy is supposed to provide, leaving it to us to determine the range of application of this kind of accounting. Unfortunately he does neither of these things. Aristotle only offers us the most meagre hints about the way in which analogy might ‘unify,’ via aequi-vocality, the various applications of an epithet. We are told, for example, that as seeing is in the eye, so understanding is in the soul with the implicature that this fact accounts for the application of see both to a case of optical vision and a case of intellectual ‘vision.’ He also suggests that analogy is responsible for the application of the calm both to an undisturbed body of sea water and to an undisturbed expanse of air. Such offerings do not get us very far. Furthermore, not surprisingly, where Aristotle seems to fear to tread his commentators are most reluctant to plant their own feet. Perhaps the least unhelpful suggestion comes from a latter-day commentator, not Avicenna, but the influential Oxford, indeed Scottish, philosopher W. D. Ross, who suggests, as Aristotle's view, that the application of good is attributable to the fact that within one category C1 items which are good are related to an item in general belonging to that category, in a way which is analogous to the way in which a good item (say, a good cabbage) in some second category C2 is related to the general run of items which belong to that second category. Apart from the obscurity in the presentation of this idea, Ross's suggestion takes for granted something which Aristotle himself does not tell us, viz. that the application of the epithet good is one exemplification of unification or aequi-vocality of a value-oriented concept which is the outcome of analogy. Ross's suggestion about good would, moreover, be at best only a description of one special case of analogical unification via aequi-vocality, and would not give us any general account of such unification. Grice adds that little supplementary assistance is derivable from those who study general concepts. Such philosophers seem to adhere to the principle that silence is golden when it comes to discussion of such questions as the relation between analogy, and her sisters: metaphor, simile, allegory, and parable. So far as Aristotle himself is concerned, it seems fairly clear to Grice that the primary notion behind the concept of analogy is that of ‘proportion’: a:b::c:d. This notion is embodied, for example, in Aristotle's treatment of just. where one kind of just is alleged to consist in a due proportion between return, reward, or penalty, and antecedent desert, merit, or demerit. But it does remains a bit of a mystery how what starts life as, or as something approximating to, a quantitative relationship gets converted into a non-quantitative relation of correspondence or affinity. It looks as if we might be thrown back upon what we might hope to be an inspired conjecture. Grice takes as task the provision of an example, congenial to Aristotle, of the unification by analogy of the application to a range of objects of some epithet. Grice expects this to involve the detection of an analogical link between the exemplifications of the variety of this or that universal which the epithet may be used to ‘signify.’ Grice’s chosen specimen is grow. In the case of grow, a number of different kinds of shifts might be thought of as possessing an analogical unification by aequi-vocality. One of these would be examples of shifts in respect of what might be termed a syntactical metaphysical or ontological category. A substance, indeed a physical substance like a lump of wax or a mass of metal, might be said to grow. It would be tempting here to suggest that the relevantly involved ‘universal,’ that of increase in size or getting larger, provides the foundational instance of the literal ‘signification’ or sense of a universal by the application of th expression grow. We have here, so to speak, the 'ground-floor' signification – dictiveness -- of grow. But now, not only the physical substance itself but some accident of the substance may also be said to grow. Not only the piece of wax, but its magnitude, some event or process in its history, its powers or causal efficacy and its aesthetic quality or beauty might each be said to grow. And it seems not unplausible to suggest that though growth on the part of these non-substantial accidents is different, and more or, again, less boringly connected with growth on the part of the substance, there will always be some kind of correspondence, indeed analogical connection, between grow in the case of a non-substantial item and grow in the initial case of a substantial item. Another and different kind of categorial variation may separate some of the universals which the grow may be used to ‘signify’ from others. These will be connected with differences in some sub-category within the category of substance within which fall different sorts of items which may be said to grow. Different universals may be ‘signified’ by someone who speaks of a plant as growing and by someone who speaks of a human being as growing. The connection between these diverse realisations of grow may rest on, say, vegetal, analogy. In what is called the grow of a plant, such as a rose, internally originated increase in size seems to occupy a prominent place. In the case of a human being, the kind of development which may be involved in the grow may be much more varied and complex. The link between the two distinct universals which may be ‘signified’ might be provided by analogy between the roles which such changes fulfill in the development of the very different kinds of substances which are being characterised. No doubt many further kinds of analogical connection would emerge within the general practice of attributing this or that grow. Grice’s next endeavour will be an attempt to supply some general account of the way in which the presence of analogy may serve to unify multiplicity of signification; and if such an account should be found to offer prospects of distinguishing analogy from other concepts, particularly metaphor (as conversational implicature, as in the song title, ‘You’re the cream in my coffee’ to use Grice’s example in ‘Logic and conversation,’ which belongs to the same general family, that would be a welcome aspect of the account. It is Grice’s idea that, in metaphorical -- rather than literal -- description, a universal is ‘signified’ (you’re my pride and joy), which though distinct from that which underlies the literal signification of the epithet (the cream in the coffee) is nevertheless recognisably similar to the literal signification. Grice comes then to the concept of analogy itself. Grice starts by considering this or that item, I1, I2, … In, any one of which may be called an S. Grice initially supposes that being an S consists in belonging to a substantial type or kind, or category S, though that supposition may be relaxed. Grice’s move is to assume that being an S, consists in being subject to a system of laws which jointly express the nature, metier, or essentia, of the type or kind Si. Further, these laws, which furnish the core theory of S,, are to be formulated in terms of a finite set of Si-core properties -- let us say P1 to Pn. Each law involves an ordered extract from the core set. Their totality governs any fully authentic Sy. This totality may well not include every law which applies to S,: but it does include every law which is deemed to be relevant to the identity or identification of Sy, every law which determines whether or not a particular item I1, I2, … In, is to count as an 5. Grice next considers not merely things each of which is an S, but also things each of which is an Sz. It remains an open question whether or not the type S is to be deemed identical with the type S1. Grice assumes that, as in the case of S, membership of S, is determined by conformity to a system of laws relating to those properties which are central to S2. Grice symbolises these properties by the set of devices Or ... Q.. We now have various possibilities to consider. The first is that every law which is central to the determination of Sz is a mirror image of a law which is central to S,; and that the converse of this supposition also obtains. To this end, we assume that the properties which are central to being an S, are the properties of the devices O, through Os; and that if a law involving a certain ordered extract from the set P through P, belongs to the central theory of S to a law involving an exactly corresponding ordered extract from the set O, through O, will belong to the central theory of S; and that the same holds in reverse. In that case, we are in the position to say that there is a perfect analogy between the central theories of S, and Sz; in which case, it may also be tempting to say that the types S, and S, are essentially identical. We should recognize that if we yield to this temptation we are not thereby forced to say that Sy and S, are indistinguishable, they might, for example, be differently related to perception, only one of them, perhaps, being accessible to sight. We shall only be forced to allow that essentially, or theoretically, the types are not distinct. The possibility just considered is that of a total perfect analogy between the central theories of S, and Sa. There is also, however, the possibility of a merely partial pertect analogy between S, and Sz. That is to say part of the central theory of one type, say S, may mirror the whole of the central theory of Sz, or again may mirror some part of a central theory of Sz. In such a circumstance, one might be led to say, in one case, that the type S, is a special case of the type S,; or, in another case, that the types S, and S, both fall under a common super-type, determined by the limited area of perfect analogy between the central theories of S, and Sz. Another possibility will be that no perfect analogy, either total or partial, will hold between the two central theories. The best that can be found are imperfect analogies which will consist in laws central to one type approximating, to a certain degree, with the status of being analogues of laws central to the other. At this stage, Grice proposes a relaxation in the characterization of the signification of such symbols as 'S!', 'Sz etc., which till now I have been regarding as ‘signifying’ or denoting substantial types or kinds, reference to which is made in more or less regimented discourse of a theoretical or ‘alethic’ sort. But Grice allows for such symbols as being allowed to relate to what he hopes might be legitimately regarded as an informal precursor of the afore-mentioned substantial types, as expressing this or that concept of one or other classificatory sort, concepts which will be deployed in an unregimented description or explanations as pre-theoretical. Examples of such unregimented classificatory concepts might be concepts such as that of an investor, a doctor, a vehicle, a confidante, and so on. Grice would hope that in many ways their general character or metier might run parallel to that of their more regimented counterpart. In particular, Grice hopes and expects that the nature of such concepts would be bound up with conformity to a certain set of central generalities, like platitudes, truisms, etc. To be an investor or a vehicle will be to perform a metier, that is, to do a sufficient number of the kinds of things which are typically even stereotypically done by an investor or a vehicle. Grice expects, however, that the variety of possible forms of generalisation might considerably exceed the meagre armament which a theoretical enquirer normally permit themselves to employ. Grice also hopes and expects that the generalities which would be expressive of the nature of a particular classificatory concept would be formulable in terms of a limited body of features which would be central to the concept in question. This material might be sufficient to provide for the presence, from time to time, of analogy, at least of imperfect analogy, between such generalities which aro expressive of distinct classificatory concepts. When they occur, such analogies might be sufficient to provide for some unity or uni-vocality of ‘signification’ in the employment of a single epithet to ‘signify’ even different classificatory concepts; and this unity or aequi-vocality of ‘signification’, in turn, might be sufficient to justify the idea that, in such a case, the expression in question is used with a single ‘significatoin,’ lexical meaning, or Fregean sense.  Grice concludes his ‘Aristotle on the multiplicity of being’ with some suggestions about the interpretation of the concept of analogy as a possible foundation for the unity of ‘signification’ with two supplementary comments. His first comment is that there seems to be a good case for supposing that anyone who, like VIO did, accepts an account of an analogy-based unity of signification should not feel free to combine it with a rejection of the so-called analytic-synthetic distinction. After all, the analogy-based unity account relies crucially on a connection between the application of a particular concept and the application of a system of laws, or some such generalities, which is expressive of that concept. This, in tum, relies on the idea of a stock of further concepts, in terms of which these laws and generalities are to be formulated, being central to the original concept. But it seems plausible, if not mandatory, to suppose that such centrality involves a non-contingent connection between the original concept and the concepts which are said to be central to it, a connection which cannot he admitted by one who denies the analytic/synthetic distinction, as Quine and his fellow nominalists did. So either one does accept the analytic/synthetic distinction, or one rejects at least this account of analogy-based unity of ‘signification.’ Grice makes no attempt here to decide between these alternatives. Grice’s second comment is that material introduced in Grice’s suggested elaboration of the notion of analogy, particularly the connection between concepts and conformity to laws or some such generalities, may serve to provide a needed explanation and justification of an initial idea that the applicability of a single defining formula, couched in terms of the ideas of genus, but also species, and differentia is a paradeigmatic condition, if not an indispensable condition, for identity of ‘sigification,’ never mind unity. We might, for a start, agree to treat a situation in which the applicability of an epithet to an item I1 rests on a conformity to exactly the same laws or generalities as does its application to item I2, as being a limiting case of partially perfect analogy. But situations in which no such interpretation at all is required may be treated as limiting cases of situations in which, though re-interpretation is required, one such re-interpretation is available which achieves such partial perfect analogy. As one might say, a law is perfectly analogous with itself. Situations, then, in which an epithet or expression E applies to a range of items I1, I2, … In, solely by virtue of the presence of a single ‘universal,’ and so of a single set of laws, may be legitimately regarded as a specially exemplary instance of a kind of unity which is required for identity of ‘signification.’ Both a proper assessment of Aristotle's contribution to metaphysics and the analysis of ‘meaning’ or ‘signification,’ and studies in the theory of meaning themselves might profit from a somewhat less localised attention to questions about the relation between a ‘universal’ and ‘signification’ than is visible in Grice’s reflections. Grice has it in mind to raise not the general question whether, despite what he calls the school of latter-day nominalists, an analysis of ‘signification’ requires an abstract entity such as a ‘universal,’ to which Grice assumes an affirmative answer), but rather the question in what way the concept of a ‘universal’ is to be supposed to be relevant to the analysis of ‘signification.’ Consideration of the practices of latter-day lexicographers, so far from supporting a charge that, at least on Grice’s interpretation of him, Aristotle proposes an illegitimate divorce between the concept of a ‘universal’ and the concept of ‘signification’ suggests that it would be proper to go a deal further than did Aristotle himself in championing such a divorce. There will be many different forms of connection between the varieties of the concept of a ‘universal’ which may be ‘signified’ by a non-equivocable expression beyond that countenanced by the tradition of the theory of definition alla Robinson, and even perhaps beyond the extensions to that theory envisaged by Aristotle himself. These forms will include some form of connection like that involved in metonymy or synecdoche, recognised by later grammatical theorists, and no doubt others as well. It would, Grice suggests, be a profitable undertaking to study carefully the contents of a good modern dictionary, with a view to constructing an inventory of these various modes of connection. Such an investigation would, Grice suspects, reveal both that, in a given case, the invocation of one mode of connection may be subordinate and posterior to the invocation of another, and also that there is no prescribed order or limitation of order which such invocations must observe. Grice suspects, also, that it might emerge that the question whether variations in ‘signification’ are thought of as synchronic or diachronic has no bearing on the nature of these uniting connections. The same form of connection may be available in both cases, and either case may in turn well be found to correspond with the range of such different figures of speech which conversational practice may typically employ for the effect of implicature. Should this conjecture turn out to be correct, the underlying explanation of its truth might, Grice would guess, run along the following lines. Rational communication, in pursuit of its co-operative purpose, encounters a boundless, indeed unpredictable, multitude – indeed multiplicity -- of distinct situations. Perhaps unlike a computer we shall not have, ready made, any vast array of forms of description and explanation from which to select what is suitable for a particular conversational occasion. We shall have to rely on our rational capacities, particularly those for imaginative construction and combination, to provide for our needs as they arise. It would not then be surprising that the operations will reflect, in this or that way, the character of the capacities on which we rely.  Grice confesses to only the haziest of conception bow such an idea might be worked out in detail. Which is a long way from the aequi-vocality of ‘being’! Enter Aequi-vocality. In his fourth Kant lecture Grice confesses to have been so far in the early stages of an attempt to estimate the prospects of what he names as an AEQUI-vocality thesis,” – that is, a thesis, or set of theses, which claims that an expression is UNI-vocal. In ‘Aristotle on the multiplicity of being’ the univocity is veiled under the guise of unification, but the spirit lives on!  References  Abbagnano La critica kantiana consiste nel dire che l’intera psicologia razionale si fonda su di un « paralogisma » cioè su un errore formale di ragionamento o su un equivoco [H. P. Grice: aequivocality]: nel senso che assume come oggetto di conoscenza, a cui sia applicabile la scienza e, spesso, ridotta alla stessa coscienza. Quest’inversione del rapporto tra A. e coscienza per cui la coscienza, da via d’accesso alla realtà-A., si trasforma in questa stessa realtà, è egualmente evidente nelle due grandi correnti della filosofia ottocentesca, l’Idealismo e il Positivismo. Hegel, per es., considera l’A. come il primo grado dello sviluppo dello Spirito, che è la coscienza nel suo grado più alto, cioè Auto-coscienza; e la configura come « Spirito soggettivo », cioè come lo spirito nell’aspetto della sua individualità. Ed ecco come egli descrive il processo dello Spirito soggettivo: « Nell'A. si desta la coscienza; la coscienza si pone come ragione che si è immediatamente destata alla consapevolezza di sè; e la ragione mediante la sua attività si libera col farsi oggettività, coscienza del suo oggetto» (Enc., $ 387). Il primo di questi momenti, cioè il destarsi della coscienza, è l’anima. Ad essa Hegel riconosce le caratteristiche tradizionali (sostanzialità, immaterialità), ma in un senso in cui queste caratteristiche possono essere riferite alla coscienza. « L’A., egli dice, non è immateriale soltanto per sè ma è l’immaterialità universale della natura, la sua semplice vita ideale. Essa è la sostanza e quindi il fondamento assoluto di ogni particolarizzamento e individualizzazione dello spirito, di modo che lo spirito ha nell’A. ogni materia della sua determinazione e l’A. resta l’idealità identica e prevalente di questa. Ma in tale determinazione ancora astrapreparare e di fondare una « scienza » dei fatti psichici che avesse lo stesso rigore delle scienze della natura. In questa direzione già il termine « A. » appare improprio e viene spesso sostituito dal termine spirito (v.); e in questo senso Mill, dice, per es., che lo spirito (mind) è la «serie delle nostre sensazioni» con in più « un'infinita possibilità di sentire» (Kant ritenne l’aggettivo «sommo» EQUIVOCO [H. P. Grice: aequivocality]  giacchè esso può significare sia supremo (supremum) sia perfetto (conBENE SOMMO summatum). CHIACCHIERA (ted. Gerede). Secondo Heidegger uno dei modi d’essere dell’uomo nella vita quotidiana ed anonima (insieme con la curiosità [v.] e l’equivoco [v.]). La C. non è un termine dispregiativo ma indica un fenomeno positivo che costituisce uno dei modi (l’inautentico) di comprendere il mondo e di viverci dentro. La C. rompe il rapporto del linguaggio coi fatti. Sicchè ciò che viene detto acquista un carattere d’autorità e si implica che «la cosa stia appunto così come si dice » (Ste questo farsi è la chiarificazione. Scheler ha mostrato l’equivoco di questo presupposto che in realtà confonde la C. (che è simpatia e partecipazione emotiva) con il contagio emotivo. Al contrario, nota Scheler, «la C. è assente tutte le volte che c’è contagio della sofferenza, giacchè allora la sofferenza non è più quella di un altro ma la mia, ed io credo di potermici sottrarre evitando il quadro o l’aspetto della sofferenza in generale» (Sympathie, cap. II, $ 3). Per l’appunto quest’avvertenza fondamentale si è tenuta presente nel caratterizzare la C. al principio di questo articolo. UNIVOCO ED EQUIVOCO [H. P. Grice: aequivocality] (gr. suvevupoc, sudvupog; lat. Univocus, Aequivocus; ingl. Univocal, Equivocal; franc. Univoque, Équivoque; ted. Eindeutig, Aequivok). Questi due termini hanno avuto definizioni diverse a seconda che sono stati riferiti all'oggetto o al concetto (o nome). 1. Aristotele li riferì all'oggetto e intese per univoci (o sinonimi) gli oggetti che hanno in comune sia il nome sia la definizione del nome: così, ad es., sia l’uomo che il bue si dicono animali. Chiamò invece equivoci [H. P. Grice: aequivocality] (od omonimi) gli oggetti che hanno in comune il nome mentre le definizioni richiamate dal nome sono diverse: in questo senso si chiama animale sia l’uomo sia un disegno (Cat., I, 1a 1-11). Queste definizioni ricorrono frequentemente nella scolastica (per es., Pietro Ispano, Summ. Log., 3.01) e si mantengono anche in logici più recenti (ad es., Jungius, Logica Hamburgensis, 1, 2, 4-9). 2. La logica terministica ritenne «improprio» il riferimento dei due termini agli oggetti e ritenne che essi si dovessero riferire propriamente soltanto ai segni e cioè ai concetti o nomi. Da questo punto di vista, le definizioni di Ockham sono le seguenti. «U. è o la voce o il segno convenzionale che corrisponde a un solo concetto o, più strettamente, è ciò che si può predicare di per sè di più cose o è il pronome dimostrativo di una cosa. Equivoco [H. P. Grice: aequivocality] dall’altro lato è il nome che, significando più cose, 900 non è subordinato a un unico concetto ma è unico segno di più concetti o intenzioni dell’anima. L’U. può derivare o dal caso, come accade quando il nome Socrate viene imposto a più uomini, o da una deliberazione quando si impone un certo nome a certe cose e lo si subordina a un solo concetto e poi per la similitudine di questo concetto con altri si estende ad altri il nome stesso» (Summa Log., I, 13). Le definizioni terministiche dei due termini sono quelle che si danno anche oggi dei termini stessi. Le discussioni medievali sulla natura dell’univocità avevano nel Medio Evo un’immediata risonanza teologica, per la disputa tra i sostenitori dell’univocità e quelli dell’analogicità dell’essere (v. ANALOGIA). Filosofo piemontese. Filosofo italiano. Galliate, Novara, Piemonte. Essential Italian philosopher. Some Italians do not consider Varzi an “Italian” philosopher in that his maximal degree was earned elsewhere! If philosophy is a branch of the belles lettres, part of Varzi’s essays belong in English literature. He has written on ‘universal semantics.’ All'Trento. Grice: “Varzi rather freely uses ‘universal’ as in ‘universal semantics’ – while my own pragmatic rules have been challenged universal status, by, of all people, Elinor Ochs!” Grice: “Some Italians consider Varzi a specimen of ‘brain drain’ in more than one way: his maximal degree was obtained without Italy, not within Italy, and not in Italian – plus the fact that he is at Colombo’s Columbia!” Esponente della filosofia analitica, è noto principalmente per le sue ricerche di logica e per il suo contributo alla rinascita degli studi in ambito di metafisica e ontologia. Laureatosi a Trento con una tesi, “La logica libera” stato insignito della Targa Piazzi per la ricerca scientifica e del Premio Bozzi per l'Ontologia. Dopo un periodo dedicato soprattutto allo studio dell'immagine del mondo propria del senso comune, si è indirizzato progressivamente verso posizioni di stampo nominalista e convenzionalista, nella convinzione che buona parte della struttura che siamo soliti attribuire alla realtà esterna risieda a ben vedere nella nostra testa, nelle nostre pratiche organizzatrici, nel complesso sistema di concetti e categorie che sottendono alla nostra rappresentazione dell'esperienza e al nostro bisogno di rappresentarla in quel modo. Noto anche per la sua attività divulgativa, spesso in collaborazione con Casati, ispirata al principio secondo cui la filosofia è una sfida in cui il pensiero parte dalla semplicità delle cose quotidiane e ne mostra la meravigliosa complessità. Saggi: “Semplicemente diaboliche” (Laterza); “L’amicizia” (Orthotes); “I colori del bene, Orthotes,. L'incertezza elettorale (Aracne). Le tribolazioni del filosofare. Comedia Metaphysica ne la quale si tratta de li errori et de le pene de l’Infero (Laterza); Il mondo messo a fuoco, Laterza, Il pianeta dove scomparivano le cose. Esercizi di immaginazione filosofica, Einaudi, Ontologia, Laterza, Semplicità insormontabili storie filosofiche, Laterza, Parole, oggetti, eventi e altri argomenti di metafisica, Carocci. “Logica” McGraw-Hill Italia,  Buchi e altre superficialità, Garzanti. Studi: Casetta e Giardino, Mettere a fuoco il mondo. Conversazioni sulla filosofia di V., Isonomia Epistemologica,  Calemi, V.. Logica, semantica, metafisica (Albo Versorio, Milano); Il mondo messo a fuoco, Laterza. Dal risvolto di copertina di Semplicità insormontabili, Laterza. Da questo libro è stato tratto lo spettacolo teatrale Insurmountable Simplicities, per la regia di Glick, presentato dall'All Gone Theatre Company all'edizione  del New York International Fringe Festival. Biografia "negativa" di V., su columbia. Intervista ad V. di Caffo, Rivista italiana di filosofia analitica. Achille Varzi. Varzi. Keywords: ‘universal’, Grice on universal in ‘Aristotle on the multiplicity of being’. – section: universals in Meaning. Refs.:  Luigi Speranza, "Grice e Varzi: semantica filosofica," per il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vasa: all’isola -- la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della RAGIONE E LA LIBERTÀ – filosofia sarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Aggius). Abstract. Grice: “At Oxford, we have ordinary language philosophy; in Italy, you may well have ordinary Sardinian philosophy!” Keywords, liberus, free fall. Flosofo sardo. Aggius, Sassari, Sardegna. Essential Italian philosopher. Filosofo italiano. Società Filosofica Italiana Congresso Nazionale L'Aquila. Filosofo – m. Firenze. --, prof. di filosofia teoretica a Firenze. Sostenitore di un "prassismo trascendentale" – H. P. Grice: “I like the neologism, prassimo – better than pragmatic!” -- , criticato gl’orientamenti filosofici caratterizzati da eccessi speculativi. Opere: Il problema della ragione; Ricerche sul razionalismo della prassi; Logica, scienza e prassi. Nacque al paese della Gallura di forte e suggestivo paesaggio e di forti vicende. Compiuti in anticipo gli studi secondari, anda a studiare filosofia a Milano dove si laurea. Insegna nel liceo ginnasio “Arnaldo” di Brescia. Dove interrompere l’insegnamento a causa della sua partecipazione alla Resistenza con il gruppo che fa capo a Parri. Alla fine della guerra riprese l’insegnamento a Milano nel liceo classico Carducci nel liceo ginnasio Manzoni. Ottenne la libera docenza. Assistente volontario e poi incaricato di filosofia, Milano. Vincitore di un concorso a cattedre di filosofia teoretica, chiamato  a Cagliari e Firenze. Rimase sempre fortemente legato al paese natale. Il Comune di Aggius ne ha conservato la memoria.  Negli anni di formazione, si trova a partecipare al tentativo condotto da BONTADINI, di cui era allievo e amico, di superare la contrapposizione tra la scolastica e l’idealismo, comprendendo e assimilando quanto della metafisica hegeliana e cristiana era in questo indirizzo. In questa operazione prende una sua via personale. Abbandona l’interesse metafisico simpatizzando per l’attualismo di GENTILE (vedi) per quanto esso restituiva all’uomo dignità e responsabilità, mettendone tuttavia in luce l’impossibilità di una fondazione logica. Nacquero così le indagini sulla logica di Hegel che portarono a rilevanti osservazioni critiche riguardo all’idealismo. Con l’idea che i valori immanenti costituiscono l’orizzonte trascendentale nella prassi razionale ed etica dell’uomo vienne a cadere per V. l’opposizione di immanenza e trascendenza.  Nella comune partecipazione alla Resistenza si lega di amicizia con PRA (vedi), filosofo di profonda esperienza religiosa e sociale e innovatore della storiografia filosofica. Tramite PRA, V. entra in contatto con BANFI, che rappresenta la scuola filosofica milanese. Nel confronto con il razionalismo critico di BANFI, che mira a chiarire una struttura della ragione nel solco della tradizione kantiana, V. pensa ad un razionalismo che anda oltre ogni struttura presupposta della ragione verso un orizzonte di possibilità non ancora prevedibili. Questo comporta l’idea della ricerca di una logica della possibilità. Si pone così quella proposta filosofica detta “trascendentalismo della prassi”, radicalmente critica e programmaticamente aperta, e che venne difesa da PRA e Vn, sia nella «Rivista di storia della filosofia» fondata da PRA, sia nei Congressi della “Società filosofica italiana” ri-nata dopo lo scioglimento imposto dall’autorità del FASCISMO. Il “trascendentalismo della prassi” è contrapposto al "teoricismo", inteso come il carattere di tutta filosofia che presuppone un principio di datità del reale e del valore, cioè di tutta filosofia metafisica. Il trascendentalismo della prassi non vuole essere una teoria, ma un atteggiamento pratico possibile, effettivo, che riconosce la temporalità della prassi e ne rivendica la libertà e la responsabillità. La proposta del trascendentalismo della prassi, che è immediatamente critica del pensiero di CROCE e GENTILE, ma che investiva tutti gli indirizzi contemporanei, è il modo più radicale del domandarsi dopo la guerra, sul métier della filosofia. La «Rivista di storia della filosofia» costituì il contatto con il “neo-illuminismo”, che, animato da ABBAGNANO (vedi), avendo come centro Torino, collega e confronta in convegni periodici i nuovi indirizzi metodologici e anti-metafisici. Affermatisi gli indirizzi della fenomenologia trascendentale, della filosofia analitica e dell’empirismo. Con il suo metodo, caratterizzato dall’apertura e dalla tensione critica ad un continuo “andar oltre”, V. da di essi interpretazioni originali in numerosi studi e seminari. La sua ricerca, ora caratterizzata come razionalismo della prassi, continua a mettere in discussione ogni naturalismo limitativo della libertà della persona. Conferma così l’idea di una “via negativa alla filosofia” a cui siamo costretti in mancanza di principi universali oggettivi o di autorità universali nella prassi. Questa negazione confuta la tematizzazione ingenua del mondo, mette fra parentesi la tradizione, toglie l’unicità di senso al nostro rapporto con la realtà e, aprendo la ricerca alla prospettiva di generalizzazioni nuove, risponde al bisogno della persona di costruirsi e perseguire finalità proprie.  Per influenza dell’amico GEYMONAT, e in discussione con lui, V. vide concretamente nelle scienze in sviluppo l’orizzonte effettivo delle possibilità razionali, pertanto si cimentò nella comprensione di esse attraverso l’epistemologia e la logica. Esamina il moderno formalismo logico-matematico di Russell; l’analisi del linguaggio (formale ed ordinario) di ‘Vitters’; il convenzionalismo logico e linguistico che egli coglieva nell’empirismo di Carnap e nella discussione di Quine sull’ontologia; lo stesso svolgimento dell’epistemologia dagli inizi col circolo di Vienna ai successivi sviluppi autocritici e “liberali”; le rivoluzioni concettuali delle scienze. Sono tutti problemi che hanno all’origine e segnalano una crisi del fondamento. V. vuole chiarirli leggendovi la sollecitazione a porre fra parentesi ad aggredire o a variare all’infinito ogni “conoscenza, di spazi e tempi, di atomi, masse e cause naturali. La sua ricerca mantene così l’etica dei fini umani. La logica è anche logica della Speranza. La filosofia ritrova il senso originario di “amore della saggezza”. Saggi: “Il problema della ragione” (Bocca, Milano); “Ricerche sul razionalismo della prassi” (Sansoni, Firenze); “Logica, scienza e prassi” (Nuova Italia, Firenze); “Logica, religione e filosofia” (Angeli, Milano); “Logica, scienze della natura e mondo della vita” (Angeli, Milano); “Poeti di Aggius. Michele Andrea Tortu, Pisanu (Antologia di Lepori con prefazione, traduzione e note di V.), Nota introduttiva di Pirodda, Istituto Superiore Regionale Etnografico, Nuoro. “Il Trascendentalismo della prassi, la filosofia della Resistenza. Sandrini, Mimesis, Centro Internazionale Insubrico, Milano. In memoria di V., filosofo della modernità, La Nuova Sardegna, Treccani: V. Ragione e libertà. Saggio sul pensiero di V. V., Una discussione con Bontadini su metafisica e filosofia, in Studi di filosofia in onore di Bontadini, Vita e Pensiero, Milano I saggi di V. sono raccolti in “Logica, religione e filosofia: Scritti filosofiici”. Memoria di Gentile, in Giornale critico della filosofia italiana, Vedi Croce, Le cosiddette ‘riforme della filosofia’ e in particolare di quella hegeliana, a proposito del saggio di V. su RUGGIERO (vedi) -- Quaderni della Critica, poi in Indagini su Hegel, Laterza, Bari. Pra, La filosofia italiana oggi, Rivista critica di storia della filosofia, Sul trascendentalismo della prassi, in Il problema della filosofia oggi. Atti del Congresso nazionale di Filosofia (Bologna,  promosso dalla SFI, Bocca, Roma-Milano, Vedi: saggi come l’Introduzione alla trad. Di Husserl, L’idea della fenomenologia (Rosso), Il Saggiatore, Milano,  Logica e religione di fronte al compito di una possibile unificazione del sapere, in «Il Pensiero», L’ateismo religioso di Wittgenstein, in «Archivio di Filosofia», (Esistenza, Mito, Ermeneutica), e le lezioni raccolte nel volume Logica, scienze della natura e mondo della vita. V., Logica, scienze della natura e mondo della vita.  La frase (di V.) compare nella presentazione editoriale del volume Logica, scienza e prassi. Luporini, Casari, Pra, Geymonat, Marinotti, Ricordo di V.. Corsi, seminari, Olschki, Firenze, Natale, Storicità della filosofia e filosofia come storiografia. Un dibattito tra filosofi italiani in Dentro la storiografia filosofica. Questioni di teoria e didattica (Dedalo, Bar). Cambi, Razionalismo e prassi a Milano, Cisalpino-Goliardica, Milano. Marinotti,  Handjaras, “Ragione e libertà: la filosofia di V., Prefazione di Pra (Angeli, Milano); Pra, Filosofi del Novecento, Angeli, Milano, vi è raccolto il contributo già in, Ricordo di V. (Olschki, Firenze); Monti, Religione e prassi in V., in «La Fortezza. Rivista di studi», Liberalismo etico e prospettive razionalistiche in V., Etica e scienza. Saggi di filosofia, Carocci, Roma. Sandrini e Al., V. uomo e filosofo (Atti del convegno di Aggius. Comprende: relazioni di Sandrini, “L’eredità vasiana”. Lecis, Viaggio verso una meta incerta. L’universo dei mondi possibili di V.; F. Minazzi, La strada per Megara e l’irriducibilità della libertà umana. Il problema della ragione nel trascendentalismo della prassi di V.; E. Palombi, Sul senso dell’uomo nel pensiero di V.; alcuni brevi Scritti e testi inediti,  Minazzi e Sandrini, in «Il Protagora», poi in volume con lo stesso titolo, Barbieri, Manduria. Marinotti, Ragione e prassi in V. e in Geymonat. Memoria di una discussione filosofica e di un’amicizia, in Geymonat un maestro del Novecento. Il filosofo, il partigiano e il docente, Minazzi, Unicopli, Milano; Rambaldi, La formazione di V., in Pala filosofo laico, appassionato delle scienze. Studi e testimonianze, Maiorca, Cuec, Cagliari, Rambaldi, Da Gentile a Hegel. Trascendentalismo e anti-fascismo in V.. Con un’appendice di testi e documenti, in «Rivista di storia della filosofia». Sardo Sardu Parlato in Italia Regioni Sardegna Parlanti Totale 1 000 000 (2010, 2016)[1][2] - 1 350 000 (2016)[3] Altre informazioni Tipo SVO[4][5][6] Tassonomia Filogenesi Lingue indoeuropee Lingue italiche Lingue romanze Lingue italo-occidentali Lingue romanze meridionali Sardo (Logudorese, Campidanese) Statuto ufficiale Minoritaria riconosciuta in Italia (bandiera) Italia dalla l.n. 482/1999[7] (in Sardegna (bandiera) Sardegna dalla l.r. n. 26/1997[8] e l.r. n.22/2018[9]) Codici di classificazione ISO 639-1 sc ISO 639-2 srd ISO 639-3 srd (EN) Glottolog sard1257 (EN) Estratto in lingua Dichiarazione universale dei diritti umani, art. 1 Totu sos èsseres umanos naschint lìberos e eguales in dinnidade e in deretos. Issos tenent sa resone e sa cussèntzia e depent operare s'unu cun s'àteru cun ispìritu de fraternidade.[10] Distribuzione geografica della lingua sarda, coi suoi relativi dialetti in dettaglio, nonché di quelle alloglotte in Sardegna Manuale Il sardo (nome nativo sardu /ˈsaɾdu/, lìngua sarda /ˈliŋɡwa ˈzaɾda/ nelle varietà campidanesi o limba sarda /ˈlimba ˈzaɾda/ nelle varietà logudoresi e in ortografia LSC[11]) è una lingua[12] parlata in Sardegna e appartenente alle lingue romanze del ramo indoeuropeo. Per differenziazione evidente sia ai parlanti nativi, sia ai non sardi, sia agli studiosi, è considerata autonoma dagli altri sistemi dialettali di area italica, gallica e iberica: viene pertanto classificata come idioma a sé stante nel panorama neolatino.[13][14][15][16][17] Dal 1997 la legge regionale riconosce alla lingua sarda pari dignità rispetto all'italiano.[8] Dal 1999, con la legge nazionale sulle minoranze linguistiche,[7][18][19] la lingua sarda, risultandovi inclusa assieme a undici altri gruppi, è de jure tutelata con diversi progetti finora sostenuti, per quanto ancora non risulti integrata in ambito scolastico per il suo apprendimento. Fra le dodici comunità di minoranza, quella sarda è la più robusta in termini assoluti[20][21][22][23][24][25] benché in continua diminuzione nel numero di locutori[20][26] e lingua minoritaria in pericolo di estinzione. Situazione attuale Per quanto la comunità di locutori possa definirsi come avente una "elevata coscienza linguistica"[27], il sardo è attualmente classificato dall'UNESCO nei suoi principali dialetti come una lingua in serio pericolo di estinzione (definitely endangered), essendo gravemente minacciato dal processo di deriva linguistica verso l'italiano, il cui tasso di assimilazione, ingenerato dal diciannovesimo secolo in poi, presso la popolazione sarda è ormai alquanto avanzato in via esclusiva e sottrattiva verso gli idiomi storici dell'isola. Lo stato alquanto fragile e precario in cui ormai versa la lingua, in forte regresso finanche nell'ambito familiare, è illustrato dal rapporto Euromosaic, in cui, come riportato nel 2000 dal linguista Roberto Bolognesi, il sardo «è al 43º posto nella graduatoria delle 50 lingue prese in considerazione e delle quali sono stati analizzati (a) l’uso in famiglia, (b) la riproduzione culturale, (c) l’uso nella comunità, (d) il prestigio, (e) l’uso nelle istituzioni, (f) l’uso nell’istruzione».[28] I sociolinguisti hanno classificato il panorama linguistico della Sardegna come diglossico a partire dall'unità d'Italia nel 1861 fino agli anni cinquanta del Novecento, in accordo con la politica linguistica del paese che designava l'italiano come la sola lingua ufficiale da promuovere in ambiti quali l'amministrazione e istruzione, relegando di conseguenza il sardo e altre minoranze linguistiche a domini non ufficiali,[29] quando non a un piano di disvalore. A partire dalla seconda metà del ventesimo secolo, sarebbe subentrato un predominio totale dell'italiano finanche nei domini informali, ingenerando timori sull'estinzione della lingua sarda,[30] riconosciuta da tempo sotto il profilo linguistico ma solo allo scadere del secolo come minoranza linguistica della Repubblica italiana. Le ricerche effettuate negli ultimi anni sembrano indicare un declino dello stigma associato alla sardofonia, anche per una maggiore consapevolezza e grazie agli sforzi dei progetti istituzionali finora approntati, i quali non hanno tuttavia significativamente inciso sulle pratiche odierne dei parlanti nell'isola, ormai improntate sull'italofonia regionale.[31] La popolazione sarda in età adulta non sarebbe a oggi più capace di portare avanti una singola conversazione nella lingua etnica,[32] essendo questa ormai impiegata in via esclusiva solo dallo 0,6% del totale,[33] e meno del 15%, all'interno di quella giovanile, ne avrebbe ereditato competenze, peraltro del tutto residuali[34][35] nella forma deteriore descritta da Bolognesi come «un gergo sgrammaticato».[36] Per le generazioni più giovani e, ad oggi, in predominanza monolingui in italiano, il sardo parrebbe essere diventato un ricordo e «poco più che la lingua dei loro nonni»,[37] essendone del tutto stata recisa la trasmissione intergenerazionale almeno dagli anni Sessanta. Essendo il futuro prossimo della lingua sarda tutt'altro che sicuro[38], Martin Harris asseriva già nel 2003 che, qualora non si fosse riusciti a invertire la tendenza, essa si sarebbe del tutto estinta, lasciando meramente le sue tracce nell'idioma ora prevalente in Sardegna, ovvero l'italiano (specificamente nella sua giovane variante regionale), sotto forma di sostrato.[39] La lingua sarda non è stata de facto ancora introdotta nella scuola, benché sia riconosciuta dal 1999 come minoranza linguistica della Repubblica, in contemporanea con le altre undici. Da qualche tempo sono tuttavia in atto progetti di recupero volti a riguadagnare al sardo un ruolo di lingua alta e riparare a detta interruzione di trasmissione intergenerazionale, nell'esigenza, sentita anche e soprattutto presso le classi anagrafiche più giovani e i ceti culturalmente più avveduti, di riappropriarsi di un patrimonio che passate politiche linguistiche non avrebbero tutelato.[40] Quadro generale (inglese) «Sardinian is an insular language par excellence: it is at once the most archaic and the most individual among the Romance group.» (italiano) «Il sardo è una lingua insulare per eccellenza: è allo stesso tempo la più arcaica e la più distinta nel gruppo delle lingue romanze.» (Rebecca Posner, John N. Green (1982). Language and Philology in Romance. Mouton Publishers. L'Aja, Parigi, New York. p. 171) Classificazione delle lingue neolatine (Koryakov Y.B., 2001).[41] La lingua sarda è ascritta nel gruppo distinto del Romanzo Insulare (Island Romance), assieme al còrso antico (quello moderno fa parte a pieno titolo della compagine italoromanza, così come gli idiomi sardo-corsi). Panorama linguistico dell'Europa sudoccidentale nei secoli fino a oggi. Il sardo è classificato come lingua romanza, ovvero derivata dal latino volgare. Celebre è il giudizio espresso dal Wagner nel 1950, per il quale il sardo costituiva l'evidenza di un "parlare romanzo arcaico" non avente stretta parentela con alcun dialetto italiano della terraferma, e solo per questioni politiche, poi successivamente risolte col suo riconoscimento definitivo e ufficiale a minoranza linguistica della Repubblica, "uno dei tanti dialetti dell'Italia, come lo è anche il serbo-croato o l'albanese".[42] Il sardo è considerato da molti studiosi come una delle lingue più conservative derivanti dal latino, se non la più conservativa;[43][44][45][46] a titolo di esempio, lo storico Manlio Brigaglia rileva che la frase in latino pronunciata da un romano di stanza a Forum Traiani Pone mihi tres panes in bertula ("Mettimi tre pani nella bisaccia") corrisponderebbe alla sua traduzione in sardo corrente Ponemi tres panes in sa bèrtula.[47] La relativa prossimità fonologica della lingua sarda al latino volgare (in particolare per quanto riguarda le vocali accentate) era stata analizzata anche dal linguista italo-americano Mario Andrew Pei nel suo studio comparativo del 1949[48] e ancor prima notata, nel 1941, dal geografo francese Maurice Le Lannou nel corso del suo periodo di ricerca in Sardegna.[49] Sebbene la base lessicale sia quindi in massima misura di origine latina, il sardo conserva tuttavia diverse testimonianze del sostrato linguistico degli antichi Sardi prima della conquista romana: si evidenziano etimi protosardi[50] e, in misura minore, anche fenicio-punici[51] in diversi vocaboli e soprattutto toponimi, che in Sardegna si sarebbero preservati in percentuale maggiore rispetto al resto dell'Europa latina.[52] Tali etimi riportano a un sostrato paleomediterraneo che rivelerebbe relazioni strette con il basco.[53][54][55] In età medievale, moderna e contemporanea la lingua sarda ha ricevuto influenze di superstrato dal greco-bizantino, ligure, volgare toscano, catalano, castigliano e infine italiano. Caratterizzato da una spiccata fisionomia che risalta dalle più antiche fonti disponibili,[56] il sardo è ritenuto da vari autori come parte di un gruppo autonomo nell'ambito delle lingue romanze.[16][17][40][57][58][59] La lingua sarda è stata rapportata da Max Leopold Wagner e Benvenuto Aronne Terracini all'ormai estinto latino d'Africa, con le cui varietà condivide diversi parallelismi e un qual certo arcaismo linguistico, nonché un precoce distacco dal comune ceppo latino;[60] il Wagner ascrive gli stretti rapporti tra l'ormai estinta latinità africana e quella sarda, inter alia, anche alla comune esperienza storico-istituzionale nell'Esarcato d'Africa.[61] A confortare tale teoria si menzionano le testimonianze di alcuni autori, quali l'umanista Paolo Pompilio[62] e il geografo Muhammad al-Idrisi, che visse a Palermo nella corte del re Ruggero II.[63][64][65][66][67] La comunanza sarda e africana del vocalismo,[40] nonché di diverse parole alquanto rare se non assenti nel resto del panorama romanzo, come acina (uva), pala (spalla), o anche spanus nel latino africano e il sardo spanu ("rossiccio"), costituirebbe la prova, per J. N. Adams, del fatto che una discreta quantità di vocabolario fosse un tempo condivisa tra Africa e Sardegna.[68] Sempre con riguardo al lessico, Wagner osserva come la denominazione sarda per la Via Lattea (sa (b)ía de sa báza o (b)ía de sa bálla, letteralmente "la via o il cammino della paglia") si discosti dall'intero panorama romanzo e si ritrovi piuttosto nelle lingue berbere.[69] Ciononostante, un'altra classificazione proposta da Giovan Battista Pellegrini associa, comunque, il sardo al ramo italoromanzo sulla base non tipologica, ma di valutazioni sociolinguistiche contemporanee a suo dire espresse dalla popolazione sarda, pur rilevandone le peculiarità nell'intero panorama latino (Romània).[70][71][72][73] Prima di lui, Bernardino Biondelli, nei suoi Studi linguistici del 1856, pur ammettendo per la "famiglia sarda" un'autonomia linguistica «in guisa da poter essere considerata come una lingua distinta dall'italiana, del pari che la spagnuola», la aveva comunque accorpata ai vari "dialetti italici" della penisola, stanti gli stretti rapporti della lingua con il progenitore latino e la dipendenza politica dell'isola dall'Italia.[74] Discussa è l'assegnazione tipologica delle varietà linguistiche sardo-corse, ovvero il gallurese e il sassarese: per taluni andrebbero ricomprese nel sardoromanzo, per altri sarebbero del tutto separate dal dominio linguistico sardo e invece incluse nell'italoromanzo.[75] Il Wagner (1951[76]) annette il sardo alla Romània occidentale, mentre Matteo Bartoli (1903[77]) e Pier Enea Guarnerio (1905[78]) lo ascrivono a una posizione autonoma tra la Romània occidentale e quella orientale. Da altri autori ancora, il sardo è classificato come l'unico esponente ancora in vita di una branca un tempo comprensiva finanche della Corsica[79][80] e della summenzionata sponda meridionale del Mediterraneo.[81][82] Thomas Krefeld descrive, in merito, la Sardegna linguistica come «una Romània in nuce» contraddistinta dalla «combinazione di tratti panromanzi, tratti macroregionali (iberoromanzi e italoromanzi) e perfino tratti microregionali ed esclusivamente sardi», la cui distribuzione spaziale varia in ragione della dialettica tra spinte innovatrici e altre tendenti alla conservatività.[83] Secondo Brenda Man Qing Ong e Francesco Perono Cacciafoco, la lingua sarda sarebbe un diasistema comprensivo di varietà e sottovarietà che non hanno subìto l'unificazione linguistica o nazionale, ma contengono comunque elementi linguistici, fonetici, grammaticali e lessicali simili.[84] Varietà linguistiche di tipo sardo Lo stesso argomento in dettaglio: Sardo logudorese e Sardo campidanese. «Due dialetti principali si distinguono nella medesima lingua sarda; ciò sono il campidanese, e ’l dialetto del capo di sopra.» (Francesco Cetti. Storia naturale della Sardegna, I quadrupedi. G. Piattoli, 1774) I dialetti della lingua sarda propriamente detta vengono convenzionalmente ricondotti a due ortografie standardizzate e reciprocamente comprensibili, l'una riferita ai dialetti centro-settentrionali (o "logudoresi") e l'altra a quelli centro-meridionali (o "campidanesi").[85][86] Le caratteristiche che vengono solitamente considerate dirimenti sono l'articolo determinativo plurale (is ambigenere in campidanese, sos / sas in logudorese) e il trattamento delle vocali etimologiche latine E e O, che rimangono tali nelle varietà centro-settentrionali e sono mutate in I e U in quelle centro-meridionali; esistono però numerosi dialetti detti di transizione, o Mesanía (es. arborense, barbaricino meridionale, ogliastrino, ecc.), che presentano i caratteri tipici ora dell'una, ora dell'altra varietà. Tale percezione dualistica dei dialetti sardi, originariamente registrata in via esogena per la prima volta dal naturalista Francesco Cetti (1774)[87][88] e riproposta in seguito da Matteo Madao (1782), Vincenzo Raimondo Porru (1832), Giovanni Spano (1840) e Vittorio Angius (1853),[89][90] piuttosto che segnalare la presenza di effettive isoglosse, costituisce per Roberto Bolognesi la prova di un'adesione psicologica dei Sardi alla suddivisione amministrativa dell'isola effettuata nel 1355 da Pietro IV d'Aragona tra un Caput Logudori (cabu de susu, "capo di sopra") e un Caput Calaris et Gallure (cabu de jossu, "capo di sotto") ed estesa poi alla tradizione ortografica in una varietà logudorese e campidanese illustre.[91][92] Il fatto che tali varietà illustri astraggano dai dialetti effettivamente diffusi nel territorio,[93] che invece si collocano lungo uno spettro interno o continuum di parlate reciprocamente intellegibili,[94][95][96] fa sì che risulti difficile tracciare un confine reale tra le varietà interne di tipo "logudorese" e di tipo "campidanese", problematica comune nella distinzione dei dialetti delle lingue romanze. Dal punto di vista propriamente scientifico, tale classificazione binaria non è condivisa da alcuni autori,[91][97] coesistendo proposte alternative di classificazione tripartita[98][99][100] e quadripartita.[101] I vari dialetti sardi, pur accomunati da morfologia, lessico e sintassi fondamentalmente omogenei, presentano rilevanti differenze di carattere fonetico e talvolta anche lessicale, che non ne ostacolano comunque la mutua comprensibilità.[85][97] Distribuzione geografica Viene tuttora parlata in quasi tutta l'isola di Sardegna da un numero di locutori variabile tra 1 000 000 e 1 350 000 unità, generalmente bilingue (sardo/italiano) in situazione di diglossia (la lingua sarda è utilizzata prevalentemente nell'ambito familiare e locale mentre quella italiana viene usata nelle occasioni pubbliche e per la quasi totalità della scrittura). Più precisamente, da uno studio commissionato dalla Regione Sardegna nel 2006[102] risulta che ci siano 1 495 000 persone circa che capiscono la lingua sarda e 1 000 000 di persone circa in grado di parlarla. In modo approssimativo i locutori attivi del campidanese sarebbero 670 000 circa (il 68,9% dei residenti a fronte di 942 000 persone in grado di capirlo), mentre i parlanti delle varietà logudoresi-nuoresi sarebbero 330 000 circa (compresi i locutori residenti ad Alghero, nel Turritano e in Gallura) e 553 000 circa i sardi in grado di capirlo. Nel complesso solo meno del 3% dei residenti delle zone sardofone non avrebbe alcuna competenza della lingua sarda. Il sardo è la lingua tradizionale nella maggior parte delle comunità sarde nelle quali complessivamente vive l'82% dei sardi (il 58% in comunità tradizionalmente campidanesi, il 23% in quelle logudoresi). Aree non sardofone In virtù delle emigrazioni dai centri sardofoni, principalmente logudoresi e nuoresi, verso le zone costiere e le città del nord Sardegna il sardo è, peraltro, parlato anche in aree non sardofone: Nella città di Alghero, dove la lingua più diffusa, assieme all'italiano, è un dialetto del catalano (lingua che, oltre all'algherese, comprende tra le altre anche le parlate della Catalogna, del Rossiglione, delle Isole Baleari e di Valencia), il sardo è capito dal 49,8% degli abitanti e parlato dal 23,2%. Il mantenimento plurisecolare del catalano in questa zona è dato da un particolare episodio storico: le rivolte anticatalane da parte degli algheresi, con particolare riferimento a quella del 1353,[103] furono infruttuose poiché la città fu alfine ceduta nel 1354 a Pietro IV il Cerimonioso. Questi, memore delle sollevazioni popolari, espulse tutti gli abitanti originari della città, ripopolandola dapprima con soli catalani di Tarragona, Valencia e delle Isole Baleari e, successivamente, con indigeni sardi che avessero però dato prova di piena fedeltà alla Corona di Aragona. A Isili il romaniska è invece in via d'estinzione, parlato solo da un sempre più ristretto numero di individui. Tale idioma fu importato anch'esso in Sardegna nel corso della dominazione iberico-spagnola, a seguito di un massiccio afflusso di immigrati rom albanesi che, insediatisi nel suddetto paese, diedero origine a una piccola colonia di ramai ambulanti. Nell'isola di San Pietro e parte di quella di Sant'Antioco, dove persiste il tabarchino, dialetto arcaizzante del ligure. Il tarbarchino fu importato dai discendenti di quei liguri che, nel Cinquecento, si erano trasferiti nell'isolotto tunisino di Tabarka e che, per via dell'esaurimento dei banchi corallini e del deterioramento dei rapporti con le popolazioni arabe, ebbero da Carlo Emanuele III di Savoia il permesso di colonizzare le due piccole e inabitate isole sarde nel 1738: il nome del comune appena fondato, Carloforte, sarebbe stato scelto dai coloni in onore del sovrano piemontese. La permanenza compatta in una sola locazione, unita ai processi proiettivi di auto-identificazione dati dalla percezione che i tabarchini avrebbero avuto di sé stessi in rapporto agli indigeni sardi,[104] hanno comportato nella popolazione locale un alto tasso di lealtà linguistica a tale dialetto ligure, ritenuto un fattore necessario per l'integrazione sociale: difatti, la lingua sarda è compresa da solo il 15,6% della popolazione e parlata da un ancor più esiguo 12,2%. Nel centro di Arborea (Campidano di Oristano) il veneto, trapiantato negli anni trenta del Novecento dagli immigrati veneti giunti a colonizzare il territorio ivi concesso dalle politiche fasciste, è oggigiorno in regresso, soppiantato sia dal sardo sia dall'italiano. Anche nella frazione algherese di Fertilia sono predominanti, accanto all'italiano, dialetti di tale famiglia (anch'essi in netto regresso) introdotti nell'immediato dopoguerra da gruppi di profughi istriani su un preesistente sostrato ferrarese. Un discorso a parte va fatto per i due idiomi parlati nell'estremo nord dell'isola, linguisticamente gravitanti sulla Corsica e quindi la Toscana: l'uno a nord-est, sviluppatosi da una varietà del toscano (il còrso meridionale) e l'altro a nord-ovest, influenzato dal toscano/corso e genovese.[105] Francesco Cetti, che per primo, come si è detto, operò la classificazione bipartita del sardo, aveva reputato l'idioma sardo-corso «che si parla in Sassari, Castelsardo e Tempio» come «straniero» e «non nazionale» (ovvero, "non sardo") al pari del dialetto catalano di Alghero, giacché sarebbe a suo dire «un dialetto italiano, assai più toscano, che non la maggior parte de’ medesimi dialetti d'Italia».[106] La maggior parte degli studiosi li considera infatti come parlate geograficamente sarde ma tipologicamente facenti parte, assieme al corso, del sistema linguistico italiano per sintassi, grammatica e in buona parte anche lessico.[107] Secoli di contiguità hanno fatto sì che tra gli idiomi sardo-corsi, afferenti all'area italiana, e la lingua sarda vi fossero reciproche influenze sia fonetico-sintattiche sia lessicali,[108] senza però comportarne l'annullamento delle differenze fondamentali tra i due sistemi linguistici. Nello specifico, i cosiddetti idiomi sardo-corsi sono: il gallurese, parlato nella parte nord-orientale dell'isola, è di fatto una varietà del còrso meridionale. L'idioma sorse verosimilmente a seguito dei notevoli flussi migratori che, procedenti dalla Corsica, investirono la Gallura dalla seconda metà circa del XIV.[109] secolo o, secondo altri, invece, a partire dal XVI secolo[110] La causa di tali flussi andrebbe ricercata nello spopolamento della regione dovuto a pestilenze, incursioni e incendi. il turritano o sassarese, parlato a Sassari, Porto Torres, Sorso, Castelsardo e nei loro dintorni, ebbe invece origine più antica (XII-XIII secolo). Esso conserva grammatica e struttura di base corso-toscana a riprova della sua origine comunale e mercantile, ma presenta profonde influenze del sardo logudorese in lessico e fonetica, oltre a quelle minori del ligure, del catalano e dello spagnolo. Nelle zone di diffusione del gallurese e del sassarese, la lingua sarda è capita dalla massima parte della popolazione (il 73,6% in Gallura e il 67,8% nel Turritano), anche se è parlata da una minoranza di locutori: il 15,1% in Gallura (senza la città di Olbia, dove la sardofonia ha un notevole rilievo, ma comprese le piccole enclavi linguistiche come Luras) e il 40,5% nel Turritano, grazie alle numerose isole linguistiche in cui i due idiomi convivono. Competenza del sardo all'interno delle diverse aree linguistiche La presente tavola sinottica è contenuta nel già citato rapporto di Anna Oppo (curatrice), Le Lingue dei Sardi. Una Ricerca Sociolinguistica, commissionato dalla Regione Autonoma di Sardegna alle Università di Cagliari e di Sassari.[111] Attiva Passiva Nessuna Totale Interv. Area logudoresofona 76,0% 21,9% 2,1% 100% 425 Area campidanesofona 68,9% 27,7% 3,4% 100% 919 Città di Alghero 23,2% 26,2% 50,6% 100% 168 Area sassaresofona 27,3% 40,5% 32,2% 100% 575 Città di Olbia 44,6% 38,9% 16,6% 100% 193 Area galluresofona 15,1% 58,5% 26,4% 100% 53 Carloforte e Calasetta 12,2% 35,6% 52,2% 100% 90 Storia Preistoria e storia antica Lo stesso argomento in dettaglio: Lingua protosarda. Le origini e la classificazione della lingua protosarda o paleosarda non sono al momento note con certezza. Alcuni studiosi, tra cui il linguista svizzero esperto degli elementi di sostrato Johannes Hubschmid, hanno creduto di potere riconoscere diverse stratificazioni linguistiche nella Sardegna preistorica.[51] Queste stratificazioni, cronologicamente collocabili in un periodo molto ampio che va dall'età della pietra a quella dei metalli, mostrerebbero, a seconda delle ricostruzioni proposte dai diversi autori, similitudini con le lingue paleoispaniche (proto-basco, iberico), lingue tirseniche e l'antico ligure.[112][113] Anche se la dominazione di Roma, iniziata nel 238 a.C., importò fin da subito nell'amministrazione locale la lingua latina attraverso il ruolo dei negotiatores di etnia strettamente italica, la romanizzazione dell'isola non procedette in maniera affatto spedita:[114] si stima che i contatti linguistici con la metropoli continentale fossero probabilmente già cessati a partire dal I secolo a.C.,[115] e le lingue sarde, fra cui il punico, permasero nell'uso ancora per diverso tempo. Si reputa che il punico continuò a essere usato fino al IV secolo d.C.,[116] mentre il nuragico resistette fino al VII secolo d.C. presso le popolazioni dell'interno che, guidate dal capo tribale Ospitone, adottarono anch'esse il latino con la loro conversione al cristianesimo.[117][Nota 1] La prossimità culturale della popolazione locale rispetto a quella cartaginese risaltava nel giudizio degli autori romani,[118] in particolare presso Cicerone le cui invettive, nello schernire i sardi ribelli al potere romano, vertevano nel denunciarne la inaffidabilità per via della loro supposta origine africana[Nota 2] avendone in odio i portamenti, la loro disposizione verso Cartagine piuttosto che Roma, nonché una lingua incomprensibile.[119] Diverse radici paleosarde rimasero invariate e in molti casi furono incamerate nel latino locale (come Nur, che presumibilmente compare anche in Norace, e che si ritrova in diversi toponimi quali Nurri, Nurra e molti altri); la regione dell'isola che avrebbe derivato il suo nome dal latino Barbaria (in italiano "paese dei Barbari",[120] lemma comune all'ormai desueto "Barberia") si oppose all'assimilazione romana per un lungo periodo: vedasi, a titolo di esempio, il caso di Olzai, in cui circa il 50% dei toponimi è derivabile dal sostrato linguistico protosardo.[51] Oltre ai nomi di luogo, sull'isola sono presenti diversi nomi di piante, animali e terminologia geomorfica direttamente riconducibili agli antichi idiomi indigeni.[121] Anche nel suo fondo latino il sardo presenta diverse peculiarità, dovute all'adozione di vocaboli sconosciuti e/o da tempo caduti in disuso nel resto della Romània linguistica.[122][123] Durata del dominio romano e nascita delle lingue romanze.[124] Per quanto lentamente, il latino sarebbe alla fine comunque diventato la lingua madre della maggior parte degli abitanti dell'isola.[125] Come risultato di questo profondo processo di romanizzazione, l'odierna lingua sarda è oggi classificata come lingua romanza o neolatina,[121] presentante caratteristiche fonetiche e morfologiche simili al latino classico. Alcuni linguisti sostengono che la lingua sarda moderna sia stata la prima lingua a dividersi dalle altre lingue che si stavano evolvendo dal latino.[126] Dopo la caduta dell'Impero romano d'Occidente e una parentesi vandalica di 80 anni, la Sardegna fu riconquistata da Bisanzio e inclusa nell'Esarcato d'Africa.[127] Il Casula è convinto che la dominazione vandalica procurò una «netta frattura con la tradizione redazionale romano-latina o, quantomeno, una sensibile strozzatura» così che il successivo governo bizantino poté impiantare «i propri istituti operativi» in un «territorio conteso tra la "grecìa" e la "romània"».[128] Luigi Pinelli ritiene che la presenza vandala avesse «estraniato la Sardegna dall'Europa legando il suo destino al dominio africano» in un legame volto a rafforzarsi ulteriormente «sotto la dominazione bizantina non solo per aver l'impero romaico compreso l'isola all'Esarcato africano, ma per averne, sia pure indirettamente, sviluppata la comunità etnica facendo ad essa acquistare molte delle caratteristiche africane» che avrebbero permesso a etnologi e storici di elaborare la teoria dell'origine africana dei paleosardi,[129] ormai deprecata. Nonostante un periodo di quasi cinque secoli, la lingua greca dei bizantini non diede in prestito al sardo che alcune espressioni rituali e formali; significativo, d'altro canto, l'utilizzo dell'alfabeto greco per redigere testi in primo volgare sardo, ovvero una lingua neolatina.[130][131] Periodo giudicale Estratto del Privilegio Logudorese (1080)[132] (sardo) «In nomine Domini amen. Ego iudice Mariano de Lacon fazo ista carta ad onore de omnes homines de Pisas pro xu toloneu ci mi pecterunt: e ego donolislu pro ca lis so ego amicu caru e itsos a mimi; ci nullu imperatore ci lu aet potestare istu locu de non (n)apat comiatu de leuarelis toloneu in placitu: de non occidere pisanu ingratis: e ccausa ipsoro ci lis aem leuare ingratis, de facerlis iustitia inperatore ci nce aet exere intu locu […]» (italiano) «In nome di Dio, amen. Io giudice Mariano de Lacon faccio questa carta a onore di tutti gli uomini di Pisa, per il dazio che mi chiesero; e io la dono loro perché sono a loro amico caro ed essi a me; che nessun imperatore che abbia a potestare in questo luogo non possa togliere loro questo dazio concesso con placito: di non uccidere arbitrariamente un pisano: e per i beni che venissero arbitrariamente tolti, gli faccia giustizia l'imperatore che ci sarà nel luogo […]» (Privilegio Logudorese 1080) Quando gli omayyadi si impadronirono del Nordafrica, ai bizantini non rimasero dei precedenti territori che le Baleari e la Sardegna; Luigi Pinelli ritiene che tale evento abbia costituito uno spartiacque fondamentale nel percorso storico della Sardegna, determinando la definitiva recisione di quei legami culturali in precedenza assai stretti tra quest'ultima e la sponda meridionale del Mediterraneo: «le comunanze con le terre d'Africa si dileguarono, come nebbia al sole, per effetto della conquista islamita giacché questa, a causa dell'accanita resistenza dei sardi, non riuscì, come avvenuto in Africa, ad estendersi nell'isola».[129] Nonostante le numerose spedizioni intraprese verso la Sardegna, infatti, gli arabi non sarebbero mai riusciti a conquistarla e a stabilirvisi, a differenza della Sicilia.[133] Michele Amari, citato dal Pinelli, scrive che «i tentativi dei musulmani di Africa di conquistare la Sardegna e la Corsica furono frustrati per il valore inconcusso degli abitatori di quelle isole poveri e valorosi che si salvarono per due secoli dal giogo degli arabi».[134] Essendo Costantinopoli impegnata nella riconquista della Sicilia e del Meridione italiano, caduti anch'essi nelle mani degli arabi, questa distolse la propria attenzione dall'isola che, quindi, procedette a dotarsi di competenze via via maggiori fino all'indipendenza.[135] Pinelli reputa che «la conquista araba separò la Sardegna da quel continente senza che, però, si verificasse una riunione all'Europa» e che detto evento «determina una svolta capitale per la Sardegna dando vita al governo nazionale di fatto indipendente»,[129] retto da una figura chiamata "giudice" (judike o juighe in sardo), intesa come autentico sovrano a capo di una statualità (Logu) sovrana, perfetta, non patrimoniale ma superindividuale (iudex sive rex, da cui il sardo judicadu e la resa italiana in "giudicato"), piuttosto che nel suo significato in italiano di comune "magistrato".[136] Il Casula ritiene che, da un esame degli elementi diplomatistici e paleografici, l'isola emerga dal «black-out documentario» anteriore al Mille con un'assunzione di sovranità avvenuta, intorno al secolo IX, come «conseguenza marginale dell'occupazione della Sicilia da parte degli Arabi e dalla disgregazione dell'Impero carolingio»;[137] una lettera di Brancaleone Doria, marito di Eleonora d'Arborea, recita che nell'ultimo decennio del secolo XIV il giudicato arborense avrebbe avuto già "cinquecento anni di vita" e fosse, perciò, nato verso la fine dell'800.[138] Il volgare sardo, sviluppando nel tempo le due varianti ortografiche logudoresi e campidanesi, costituì durante il periodo medioevale la lingua ufficiale e nazionale dei quattro Giudicati isolani, anticipando in emancipazione le altre lingue neolatine[139][140][141][142] tra cui il volgare toscano, come riportava in guisa di esempio da seguire per gli italiani "sulla scorta dei vicini Sardi" lo storico e diplomatista Ludovico Antonio Muratori.[Nota 3] L'eccezionalità della situazione sarda, che costituisce in tal senso un caso unico nell'intero panorama romanzo, consiste nel fatto che tali testi ufficiali furono redatti fin dall'inizio in lingua sarda per comunicazioni interne ed escludessero del tutto il latino, a differenza di quanto accadeva nel periodo coevo nelle regioni geografico-culturali di Francia, Italia e Iberia; il latino in Sardegna era infatti impiegato solo nei documenti concernenti rapporti esterni con il continente europeo.[143] La coscienza linguistica sulla dignità del sardo era tale da giungere, nelle parole di Livio Petrucci, a un suo impiego «in epoca per la quale nulla di simile è verificabile nella penisola» non solo «in campo giuridico» ma anche «in qualunque altro settore della scrittura».[144] Il Casula riporta in merito che i «documenti "per l'interno", cioè destinati ai Sardi» fossero già in volgare sardo, laddove quelli «per l'esterno» fossero in «latino "quasi merovingico"».[145] La lingua sarda presentava allora un numero ancor maggiore di arcaismi e latinismi rispetto a quella attuale, l'utilizzo di caratteri oggi entrati in disuso nonché in diversi documenti una grafia della lingua scritta che risentiva degli influssi continentali degli scrivani, spesso toscani, genovesi o catalani. Scarsa la presenza di lemmi germanici, giunti perlopiù attraverso lo stesso latino, e degli arabismi, importati a loro volta dall'influsso iberico.[146] Dante Alighieri nel suo De vulgari eloquentia (1303-1305) ne riferisce ed espelle criticamente i sardi, a rigore "non italiani (Latii) per quanto a questi accomunabili",[147][148] in quanto agli occhi di Dante parlerebbero non una lingua neolatina, bensì in latino schietto imitandone la gramatica «come le scimmie imitano gli uomini: dicono infatti domus nova e dominus meus».[147][148][149] Tale asserzione è in realtà prova di quanto il sardo, ormai evolutosi autonomamente dal latino, fosse divenuto già in quell'epoca, nelle parole del Wagner, un'autentica e impenetrabile "sfinge"[146], ovvero una lingua pressoché incomprensibile a tutti fuorché gli isolani. Famosi sono due versi del XII secolo attribuiti al trovatore provenzale Rambaldo di Vaqueiras, che nel suo poema Domna, tant vos ai preiada equipara il sardo per intelligibilità a due lingue del tutto escluse dallo spazio romanzo, quali il tedesco (un idioma germanico) e il berbero (un idioma afroasiatico): «No t'entend plui d'un Todesco / Sardesco o Barbarì» (lett. "Non ti capisco più di un tedesco / o sardo o berbero")[150][151][152][153][154][155] e quelli del fiorentino Fazio degli Uberti (XIV secolo) il quale nel Dittamondo scrive dei sardi: «una gente che niuno non la intende / né essi sanno quel ch'altri pispiglia » (lett. "una gente che nessuno capisce / né essi capiscono quel che gli altri bisbigliano").[149][156] Il condaghe di San Pietro di Silki (1065-1180), scritto in sardo Il primo documento scritto in cui compaiono elementi della lingua sarda risale al 1065 e si tratta dell'atto di donazione da parte di Barisone I di Torres indirizzato all'abate Desiderio a favore dell'abbazia di Montecassino,[157] noto anche come Carta di Nicita.[158] Prima pagina della Carta de Logu arborense (Biblioteca universitaria di Cagliari). Altri documenti di grande rilevanza sono i Condaghi, la Carta di Orzocco (1066/1073),[159] il Privilegio Logudorese (1080-1085) conservato presso l'Archivio di Stato di Pisa, la Prima Carta cagliaritana (1089 o 1103) proveniente dalla chiesa di San Saturnino nella diocesi di Cagliari e, assieme alla Seconda Carta Marsigliese, conservata negli Archivi Dipartimentali delle Bouches-du Rhone a Marsiglia, oltre a un particolare atto (1173) tra il Vescovo di Civita Bernardo e Benedetto, allor amministratore dell'Opera del Duomo di Pisa. Statuti Sassaresi Gli Statuti Sassaresi (1316)[160] e quelli di Castelgenovese (c. 1334), scritti in logudorese, sono un altro importante esempio di documentazione linguistica della Sardegna settentrionale e della Sassari comunale; è infine d'uopo menzionare la Carta de Logu[161] del Regno di Arborea (1355-1376), che sarebbe rimasta in vigore fino al 1827. Per quanto i testi a noi rimasti provenissero da zone alquanto lontane l'una dall'altra, quali il nord e il sud dell'isola, il sardo si presentava allora piuttosto omogeneo:[162] benché le differenze ortografiche tra il logudorese e il campidanese cominciassero a intravedersi, il Wagner rinveniva in tale periodo «l'originaria unità della lingua sarda».[163] Paolo Merci vi riscontra una «larga uniformità», così come Antonio Sanna e Ignazio Delogu, per il quale sarebbe stata la vita comunitaria a sottrarre l'ortografia sarda ai localismi.[162] A detta di Carlo Tagliavini, nell'isola si andava formando una koinè illustre basata piuttosto sul modello ortografico logudorese.[164] In seguito alla scomparsa del giudicato di Cagliari e di quello di Gallura nella seconda metà del XIII secolo, sarebbe stato il dominio dei Gherardesca e della Repubblica di Pisa sugli ex-territori giudicali a provocare, secondo Eduardo Blasco Ferrer, una prima frammentazione del sardo, con un considerevole processo di toscanizzazione della lingua locale.[165] Nel settentrione della Sardegna, invece, furono i genovesi a imporre la propria sfera di influenza, sia mediante la nobiltà sardo-genovese di Sassari, sia attraverso i membri della famiglia Doria che, anche dopo l'annessione dell'isola da parte dei catalano-aragonesi, conservarono i propri feudi di Castelsardo e Monteleone in qualità di vassalli dei sovrani della Corona d'Aragona.[166] Alla seconda metà del XIII secolo risale la prima cronaca redatta in lingua sive ydiomate sardo,[167] seguendo gli stilemi tipici del periodo. Il manoscritto, redatto da un anonimo e oggi conservato presso l'Archivio di Stato di Torino, reca il titolo di Condagues de Sardina e traccia le vicende dei Giudici succedutisi nel Giudicato di Torres; l'ultima edizione critica della cronaca sarebbe stata ripubblicata nel 1957 da Antonio Sanna. La politica estera del giudicato di Arborea, indirizzata a unificare il resto dell'isola sotto il suo regno[168][169] e a preservare la propria indipendenza da ingerenze straniere, oscillò tra una posizione di alleanza con gli aragonesi in funzione antipisana a una, di senso contrario, antiaragonese, instaurando alcuni legami culturali con la tradizione italiana.[169][170][171] La contrapposizione politica fra il giudicato di Arborea e i sovrani aragonesi si manifestò anche con l'adozione di certe matrici culturali toscane, quali alcuni moduli linguistici nell'Oristanese.[172] Ciononostante, in linea con la propria politica estera, il giudicato arborense si contraddistinse per diverse innovazioni, quali un proprio tipo di scrittura cancelleresca (la gotica cancelleresca arborense, derivata dalla triangolare italiana) e per una qual certa riluttanza a sottoporsi eccessivamente all'influsso di culture forestiere, maturata sulla consapevolezza di una propria identità autoctona, etnica, antropologica, culturale e linguistica.[173] In merito a detta cancelleresca, sulla cui costituzione il Casula non ha dubbi, egli dice che «non parrà arbitrario, quindi, se cercheremo di spiegare il modello attraverso i campioni offertici dai documenti originali della curia giudicale dell'Arborea, la quale ci sembra facesse qualcosa di più che abbandonarsi all'esecuzione passiva e sciatta della grafia gotica appresa in Italia o importata dagli italiani, verosimilmente dai Pisani: i Sardi oristanesi, infatti, calligrafarono, caratterizzarono, collettivizzarono e conservarono questa scrittura fino alla fine del giudicato. In poche parole: con essa crearono la propria cancelleresca, che dopo il 1323 può essere contrapposta alla cancelleresca catalana delle scrivanie regie dell'isola.[174]» In ogni caso, una qual certa influenza italiana poté essere mantenuta nel giudicato arborense grazie alla presenza in loco di alcuni notai, giuristi e medici provenienti dalla suddetta penisola, nonché di alcuni uomini d'arme toscani a capo di milizie locali, fra cui Cicarello di Montepulciano e Giuliano di Massa: Mariano IV d'Arborea, che aveva trascorso parte della propria giovinezza in Catalogna, avrebbe impartito ordini ai propri comandanti in italiano o in sardo «secondo la loro nazionalità d'origine».[175] Periodo aragonese e spagnolo L'infeudamento della Sardegna da parte di papa Bonifacio VIII nel 1297, senza che questi avesse tenuto conto delle realtà statuali già presenti al suo interno, portò alla fondazione nominale del Regno di Sardegna: ovvero, di uno stato che, per quanto privo di summa potestas, entrò di diritto quale membro in unione personale entro la compagine mediterranea della Corona di Aragona. Ebbe così inizio, nel 1353, una lunga guerra tra quest'ultima e, al grido di «Helis, Helis», il precedente alleato Giudicato di Arborea, in cui la lingua sarda avrebbe rivestito un ruolo di codice di contrassegno etnico.[176] La guerra aveva tra i suoi motivi un mai sopito e antico disegno arborense di instaurare «un grande Stato-Nazione isolano, tutto indigeno» assistito dalla partecipazione stavolta massiccia, per la prima e ultima volta nella loro storia, finanche del resto dei Sardi, ovvero non giudicali (Sardus de foras) e residenti nei possedimenti signorili o regnicoli,[177] nonché una diffusa insofferenza per l'imposizione di un regime feudale che minacciava la sopravvivenza di radicate istituzioni autoctone e, lungi dall'assicurare la riconduzione dell'isola a un regime unitario, vi aveva solo introdotto, a detta di Ugone d'Arborea in una lettera inviata al cardinale Napoleone Orsini, "tot reges quot sunt ville" ("tanti re-padroni quanti sono i paesi"),[178] laddove "Sardi unum regem se habuisse credebant" ("i sardi credevano di avere un solo re"). Il conflitto tra le due entità sovrane si concluse dopo sessantasette anni con la definitiva vittoria della "confederazione" aragonese nella storica battaglia di Sanluri nel 30 giugno 1409 e, infine, la rinuncia dei diritti di successione arborensi da parte di Guglielmo III di Narbona nel 1420. Tale evento, accompagnato alla scomparsa del re di Sicilia Martino il Giovane nel 1409, segnò per Francesco Cesare Casula l'uccisione reciproca delle due "nazioni", sarda e catalana, e per l'isola "l'inizio del vero medioevo feudale",[179] terminato solo nel 1836: per il Casula, il predetto avvenimento, paragonato per rilevanza storica alla «fine del Messico azteco», dovrebbe ritenersi «né trionfo né sconfitta, ma la dolorosa nascita della Sardegna di oggi».[180] Durante e dopo questo conflitto, sarebbe stato sistematicamente neutralizzato ogni focolaio di ribellione antiaragonese, quali la rivolta di Alghero nel 1353, quella di Uras del 1470 e infine quella di Macomer nel 1478, richiamata nel De bello et interitu marchionis Oristanei;[181] da quel momento, «quedó de todo punto Sardeña por el rey».[182] Il Casula reputa che i vincitori emersi dal conflitto avessero poi proceduto a distruggere la preesistente produzione documentaria dell'età giudicale, redatta perlopiù in lingua sarda ma anche in altri idiomi che meglio si confacevano alle relazioni della sofisticata cancelleria arborense, non lasciando dietro di sé che «poche pietre» e, nel complesso, un «esiguo gruppo di documenti»,[183] molti dei quali sono infatti tuttora conservati e/o rimandano ad archivi fuori dell'isola.[184] Nello specifico, la documentazione giudicale e il suo palazzo sarebbe stata data completamente alle fiamme il 21 maggio 1478, mentre il viceré faceva trionfalmente il proprio ingresso ad Oristano dopo aver domato la summenzionata ribellione marchionale, che minacciava la ripresa di una soggettività arborense de jure abolita nel 1420 ma ancora ben viva nella memoria popolare.[185] Il catalano, lingua della corte della Corona d'Aragona, assunse anche nell'isola l'egemonia, in una condizione diglossica in cui il sardo venne relegato a una posizione alternativa, quando non secondaria: emblematica era la situazione delle città soggette al ripopolamento aragonese, quali Cagliari[186] e in cui, nella testimonianze di Giovanni Francesco Fara,[187] per un tempo il catalano subentrò interamente al sardo come ad Alghero, tanto da generare espressioni idiomatiche quali no scit su catalanu ("non sa il catalano") per indicare una persona che non sapeva esprimersi "correttamente".[188][189] Il Fara, nella medesima prima monografia di età moderna dedicata ai Sardi e la Sardegna, riporta anche il vivace plurilinguismo presso «un medesimo popolo», per via dei movimenti migratori «di spagnoli (tarragonesi o catalani) e di italiani» nell'isola, ivi giunti per praticarvi il commercio.[187] Ciononostante, la lingua sarda non scomparve affatto dall'uso ufficiale: la tradizione giuridica nazionale dei catalani nelle città convisse con quella preesistente dei sardi, contrassegnata nel 1421 dalla conferma della stessa Carta de Logu arborense da parte del Parlamento del sovrano di Aragona Alfonso il Magnanimo,[190][191] quale intelaiatura fondamentale di una rete di rapporti localmente stratificata nei vari capitoli di grazia. In ambito amministrativo ed ecclesiastico, si seguitò a impiegare il sardo per usi normati dalla scrittura fino al Seicento inoltrato.[192][193] Le corporazioni religiose fecero anch'esse uso della lingua. Il regolamento del seminario di Alghero, emanato dal vescovo Andreas Baccallar il 12 luglio 1586, era in sardo;[194] essendo diretti all'intera diocesi di Alghero e Unioni, i provvedimenti destinati alla diretta conoscenza del popolo erano redatti in sardo, oltre che in catalano.[195] Il primo catechismo ad oggi rinvenuto in "lingua sardisca" di matrice posttridentina è del 1695, in calce alle costituzioni sinodali dell'arcivescovato di Cagliari.[196] L'avvocato Sigismondo Arquer, autore della Sardiniae brevis historia et descriptio (il cui paragrafo relativo alla lingua sarebbe stato grossomodo estrapolato anche da Conrad Gessner nel suo "Sulle differenti lingue in uso presso le varie nazioni del globo"[197]), riferisce che in Sardegna fossero parlate due lingue, ovvero lo "spagnolo, tarragonese o catalano" appreso dagli elementi iberici nelle città, e il sardo nel resto del Regno:[189] per quanto quest'ultimo fosse ormai frazionato a causa delle dominazioni straniere (ovvero "latini, pisani, genovesi, spagnoli e africani"), l'Arquer riporta come i sardi nondimeno "fra loro si comprendessero perfettamente".[198] Il gesuita portoghese Francisco Antonio, nel 1561, riportava che «la lingua ordinaria di Sardegna è il sardo, come l'italiano lo è d'Italia. [...] Nelle città di Cagliari e di Alghero la lingua ordinaria è il catalano, sebbene vi sia molta gente che usa anche il sardo».[189][199] I Gesuiti, che fondarono dei collegi a Sassari (1559), Cagliari (1564), Iglesias (1578) e Alghero (1588), inizialmente promossero una politica linguistica a favore del sardo, usandolo nell'esercizio del loro ministero con grande favore delle popolazioni che, per la prima volta, si sentivano rivolgere nella loro lingua, piuttosto che in quella catalana, spagnola o italiana; tuttavia, tale pratica fu ritenuta inopportuna dal nuovo generale dell'Ordine, Francesco Borgia, che nel 1567 impose per tutte le attività l'utilizzo esclusivo del castigliano.[200] L'influenza del toscano, fra il XIV e il XV secolo, si manifestò nel Logudoro, sia in alcuni documenti ufficiali, sia come lingua letteraria: l'internazionalizzazione del Rinascimento italiano, a partire dal XVI secolo, avrebbe infatti ravvivato in Europa l'interesse per la cultura italiana, manifestandosi anche in Sardegna soprattutto nell'impiego aggiuntivo di suddetta lingua presso alcuni autori, parallelamente al sardo e a quelle iberiche che, comunque, conservarono la loro preminenza. In questi stessi secoli o in epoca immediatamente successiva, anche a causa della progressiva diffusione del corso in Gallura nonché in ampie zone della Sardegna nord-occidentale, cui si è fatto accenno in precedenza, il logudorese settentrionale assunse talune caratteristiche fonetiche (palatalizzazione e suoni fricativi-palatalizzati) dovute al contatto con l'area linguistica toscana (sic)[201]. Come rileva Bruno Migliorini, la Sardegna ebbe con la penisola italiana complessivamente «scarsi rapporti».[202] Nel Parlamento del 1565, lo stamento militare richiese, nella forma di una petizione da parte di Álvaro de Madrigal, che gli statuti di Iglesias, Bosa e Sassari, fino ad allora redatti "in lingua genovese, pisana o italiana", fossero tradotti "in lingua sarda o in quella catalana", giacché «non è opportuno né è giusto che delle leggi del Regno siano in lingua straniera».[203][204] In questo primo periodo iberico abbiamo una qual certa documentazione scritta della lingua sarda tanto in letteratura quanto in atti notarili, essendo l'idioma maggiormente diffuso e parlato, che però ben esplica l'influenza iberica. Antonio Cano (1400-1476) compose, nel XV secolo, il poema di carattere agiografico Sa Vitta et sa Morte, et Passione de sanctu Gavinu, Prothu et Januariu (pubbl. 1557);[205] è una delle opere letterarie più antiche in lingua sarda, nonché più rilevanti sotto l'aspetto filologico del periodo. Estratto de sa Vitta et sa Morte, et Passione de sanctu Gavinu, Prothu et Januariu (A. Cano, ~1400)[205] O Deu eternu, sempre omnipotente, In s’aiudu meu ti piacat attender, Et dami gratia de poder acabare Su sanctu martiriu, in rima vulgare, 5. De sos sanctos martires tantu gloriosos Et cavaleris de Cristus victoriosos, Sanctu Gavinu, Prothu e Januariu, Contra su demoniu, nostru adversariu, Fortes defensores et bonos advocados, 10. Qui in su Paradisu sunt glorificados De sa corona de sanctu martiriu. Cussos sempre siant in nostru adiutoriu. Amen. Nel 1479 si ebbe l'unificazione fra il regno di Castiglia con quello di Aragona. Tale unificazione, di carattere esclusivamente dinastico, non comportò, sotto il profilo linguistico, cambiamenti di sorta. Il castigliano o spagnolo tardò infatti a imporsi come lingua ufficiale dell'isola e non oltrepassò i domini della letteratura e dell'istruzione:[2] fino al 1600 i pregones si pubblicarono perlopiù in catalano e solo a partire dal 1602 si iniziò a utilizzare anche il castigliano, che per Giovanni Siotto Pintor sarebbe stato usato nelle leggi e decreti a partire dal 1643.[206][207][208] Nel XVI secolo, il sardo conobbe una prima rinascita letteraria. L'opera Rimas Spirituales del letterato sassarese Gerolamo Araolla, che scrisse in sardo, castigliano e italiano, si prefisse il compito di "magnificare et arrichire sa limba nostra sarda", allo stesso modo in cui i poeti spagnoli, francesi e italiani lo avevano fatto per la loro rispettiva lingua,[209][Nota 4] seguendo schemi già collaudati (es. la Deffense et illustration de la langue françoyse, il Dialogo delle lingue): per la prima volta fu così posta la cosiddetta "questione della lingua sarda", poi approfondita da vari altri autori. L'Araolla è anche il primo autore sardo a stringere in nesso la parola "lingua" con "nazione", il cui riconoscimento non è direttamente espresso a chiare lettere ma dato per scontato, data la "naturalezza" con la quale gli autori di diverse nazioni si cimentano in una propria letteratura nazionale.[210] Antonio Lo Frasso, poeta nativo di Alghero (città che ricorda con affetto in vari versi[Nota 5]) e vissuto a Barcellona, fu probabilmente il primo intellettuale di cui abbiamo testimonianza a comporre in sardo liriche amorose, benché abbia scritto maggiormente in un castigliano pregno di catalanismi; si tratta in particolare di due sonetti (Cando si det finire custu ardente fogu e Supremu gloriosu exelsadu) e di un poema in ottave reali, facenti parte della sua opera principale Los diez libros de Fortuna de Amor (1573).[Nota 6] Nel XVII secolo vi fu una produzione letteraria anche in italiano, per quanto limitata (nel complesso, secondo le stime della scuola di Bruno Anatra, circa l'87% dei libri stampati a Cagliari era in spagnolo[211]); nello specifico si trattava di alcuni scrittori plurilingui, come Salvatore Vitale, nato a Maracalagonis nel 1581, che accanto all'italiano utilizzò anche lo spagnolo, il latino e il sardo, Efisio Soto-Real (il cui vero nome fu Giuseppe Siotto), Eusebio Soggia, Prospero Merlo e Carlo Buragna, il quale aveva vissuto lungamente nel Regno di Napoli[212]. Nel complesso, gli istruiti e la classe dirigente sarda dell'epoca conoscevano assai bene lo spagnolo e avrebbero scritto tanto in spagnolo quanto in sardo fino al XIX secolo; Vicente Bacallar Sanna, per esempio, fu uno dei fondatori della Real Academia Española.[213] Lo spagnolo si affermò, pertanto, tardivamente ma riuscì a ritagliarsi, comunque, una posizione di eminente prestigio nei campi elitari della letteratura e dell'erudizione, rispetto al catalano, la cui forza di propagazione fu tale da entrare nella massima parte delle contrade della Sardegna centrale e meridionale e in alcune aree di quella settentrionale (ma non certamente nel capitolo di Sassari, dove i contratti d'appalto iniziarono a privilegiare lo spagnolo dal 1610,[214] gli atti ufficiali vennero scritti in sardo logudorese fino al 1649[215] e gli statuti di alcune prestigiose confraternite sassaresi in italiano[216]; in aree quali Macomer, gli archivi parrocchiali impiegarono il sardo fino al 1623[214]), resistendo tenacemente negli atti pubblici e nei libri di battesimo. Il sardo resistette, inoltre, nella drammatica religiosa, nella redazione di atti notarili nelle aree interne[217] e negli atti e statuti delle confraternite, come quello dei disciplinanti di Torralba[218]. Il sardo restò comunque l'unico e spontaneo codice della popolazione sarda, rispettato e anche appreso dai conquistatori.[219] Il sardo era, a pari merito rispetto al castigliano, catalano e portoghese, una delle lingue la cui conoscenza era richiesta per potere essere ufficiali dei tercios, nei cui ranghi i sardi erano considerati "spanyols", come richiesto dagli Stamenti nel 1553;[220] dal momento che potevano fare carriera e arrivare in posizione di comando solo coloro che parlassero almeno una di queste quattro lingue, Vicente G. Olaya sostiene che «gli italiani che parlavano male lo spagnolo cercavano di farsi passare per valenciani per provare a essere promossi».[221] La situazione sociolinguistica era caratterizzata da una competenza, sia attiva sia passiva, nelle città delle due lingue iberiche e del sardo nel resto dell'isola, come riportato da varie testimonianze coeve: Cristòfor Despuig, ne Los Colloquis de la Insigne Ciutat de Tortosa, sosteneva nel 1557 che, per quanto la lingua catalana si fosse ritagliata un posto di «cortesana», "non tutti la parlano, dal momento che in molte parti dell'isola si conserva ancora l'antica lingua del Regno" («llengua antigua del Regne»),[204] tributando a quest'ultima un insigne riconoscimento; l'ambasciatore e visitador reial Martin Carillo (supposto autore dell'ironico giudizio sulla nobiltà sarda: pocos, locos y mal unidos[211]) notò nel 1611 che le principali città parlavano il catalano e lo spagnolo, ma al di fuori di queste non si capiva altra lingua che il sardo, compresa da tutti nell'intero Regno;[204] Joan Gaspar Roig i Jalpí, autore del Llibre dels feyts d'armes de Catalunya, riportava a metà del Seicento che in Sardegna «parlen la llengua catalana molt polidament, axì com fos a Catalunya»;[204] Anselm Adorno, originario di Genova ma residente a Bruges, notò nei suoi pellegrinaggi come, nonostante una cospicua presenza di stranieri residenti nell'isola, i nativi di questa parlassero comunque la loro lingua («linguam propriam sardiniscam loquentes»[222]); un'altra testimonianza è offerta dal rettore del collegio gesuita sassarese Baldassarre Pinyes che, a Roma, registrava la partizione etnica e linguistica del Regno, scrivendo: «per ciò che concerne la lingua sarda, sappia vostra paternità che essa non è parlata in questa città, né in Alghero, né a Cagliari: la parlano solo nelle ville».[223] La consistente presenza, nel capo di sopra, di feudatari valenzani e aragonesi, oltre che di soldati mercenari lì stanziati di guardia, rese i dialetti logudoresi più esposti alle influenze castigliane; inoltre, altri vettori di ingresso furono, per quanto concerne i prestiti linguistici, la poesia orale, le opere teatrali e i già menzionati gocius o gosos (vocabolo derivante da gozos, stante per "inni sacri"). La poesia popolare si arricchì di altri generi, quali le anninnias (ninne nanne), gli attitos (lamenti funebri), le batorinas (quartine narrative), i berbos e paraulas (malefici e scongiuri) e i mutos e mutetos. Si annoti che diverse testimonianze scritte del sardo permasero anche negli atti notarili, i quali pur subirono crudi castiglianismi e italianismi nel lessico e nella forma, e nell'allestimento di opere religiose a scopo di catechesi, quali Sa Dottrina et Declarassione pius abundante e Sa Breve Suma de sa Doctrina in duas maneras. Frattanto il parroco orgolese Ioan Mattheu Garipa, nell'opera Legendariu de Santas Virgines, et Martires de Iesu Christu che provvedette a tradurre dall'italiano (il Leggendario delle Sante Vergini e Martiri di Gesù Cristo), pose in evidenza la nobiltà del sardo rapportandola al latino classico e attribuendole nel Prologo, come Araolla prima di lui,[209] un'importante valenza etnico-nazionale.[Nota 7][224] Secondo il filologo Paolo Maninchedda, tali autori, a partire dall'Araolla, «non scrivono di Sardegna o in sardo inserirsi in un sistema isolano, ma per iscrivere la Sardegna e la sua lingua – e con esse, se stessi – in un sistema europeo. Elevare la Sardegna ad una dignità culturale pari a quella di altri paesi europei significava anche promuovere i sardi, e in particolare i sardi colti, che si sentivano privi di radici e di appartenenza nel sistema culturale continentale».[225] Nei primi anni del Settecento, nell'isola si impiantò l'Arcadia e si assistette a una grande varietà di generi poetici, che variavano dalla poesia epica di Raimondo Congiu a quella satirica di Gian Pietro Cubeddu e quella sacra di Giovanni Delogu Ibba.[226] Periodo sabaudo e italiano L'esito della guerra di successione spagnola determinò la sovranità austriaca dell'isola, confermata poi dai trattati di Utrecht e Rastadt (1713-1714); pur tuttavia durò appena quattro anni giacché, nel 1717, una flotta spagnola rioccupò Cagliari e nell'anno successivo, per mezzo di un trattato poi ratificato all'Aia nel 1720, la Sardegna venne assegnata a Vittorio Amedeo II di Savoia in cambio della Sicilia; il rappresentante di quest'ultimo, il conte di Lucerna di Campiglione, ricevette infine, da parte del delegato austriaco don Giuseppe dei Medici, l'atto definitivo di cessione, a condizione che i "diritti, statuti, privilegi della nazione" oggetto della trattativa diplomatica fossero conservati.[227] L'isola entrò così nell'orbita italiana dopo quella iberica,[228] benché tale trasferimento di autorità, in un primo tempo, non implicasse per i sudditi isolani alcun cambiamento in fatto di lingua e costumi: i sardi seguitarono a usare il sardo e le lingue iberiche e persino i simboli dinastici aragonesi e castigliani sarebbero stati sostituiti dalla croce sabauda solo nel 1767.[229] Fino al 1848, la Sardegna sarebbe infatti rimasta uno stato con le proprie tradizioni e istituzioni, per quanto senza summa potestas e in unione personale entro i domini perlopiù alpini di Casa Savoia.[227] La lingua sarda, benché praticata in condizione di diglossia, non era mai stata ridotta al rango sociolinguistico di "dialetto", essendone comunque universalmente percepita la indipendenza linguistica e parlata da tutte le classi sociali;[230] lo spagnolo era invece il codice linguistico di prestigio conosciuto e adoperato dagli strati sociali di almeno media cultura, talché Joaquín Arce ne riferisce nei termini di un paradosso storico: il castigliano era ormai diventato lingua comune degli isolani nel secolo stesso in cui cessarono ufficialmente di essere spagnoli.[231][232] Constatata la situazione corrente, la classe dirigente piemontese, in questo primo periodo, si limitò a mantenere le istituzioni politico-sociali locali, avendo però cura di svuotarle allo stesso tempo di significato,[233] nonché di trattare «egualmente li seguaci dell'uno e dell'altro partito, con lasciarli però divisi, ad evitare che si possino unire per ricavarne nell'occasione quel buon uso che la Rivalità può produrre».[234] Tale approccio, improntato al pragmatismo, era dovuto a tre motivi di ordine eminentemente politico: in primo luogo la necessità, nei primi tempi, di rispettare alla lettera le disposizioni del Trattato di Londra, firmato il 2 agosto 1718, il quale imponeva il rispetto delle leggi fondamentali e dei privilegi del Regno appena ceduto; in secondo luogo, l'esigenza di non generare attriti sul fronte interno dell'isola, in larga parte filospagnolo; in terzo e ultimo luogo la speranza, covata dai regnanti sabaudi per qualche tempo ancora, di potersi disfare della Sardegna e riacquisire la Sicilia.[235] Dal momento che l'imposizione di una nuova lingua, quale l'italiano, in Sardegna avrebbe infranto una delle leggi fondamentali del Regno, Vittorio Amedeo II sottolineò nel 1721 come tale operazione dovesse essere portata a termine "insensibilmente", ovvero in modo relativamente furtivo.[236] Tale prudenza si riscontra ancora nel giugno del 1726 e nel gennaio del 1728, allorquando il Re espresse l'intenzione non già di abolire il sardo e lo spagnolo, ma solo di diffondere maggiormente la conoscenza dell'italiano.[237] Lo smarrimento iniziale dei nuovi dominatori, subentrati ai precedenti, rispetto all'alterità culturale che riconoscevano al possedimento isolano[238] è evinto da un apposito studio, da loro commissionato e pubblicato nel 1726 dal gesuita barolese Antonio Falletti, dal nome "Memoria dei mezzi che si propongono per introdurre l'uso della lingua italiana in questo Regno" in cui si raccomandava all'amministrazione sabauda di applicare il metodo di apprendimento "ignotam linguam per notam expōnĕre" ("presentare una lingua sconosciuta [l'italiano] attraverso una conosciuta [lo spagnolo]").[239] Nello stesso anno, Vittorio Amedeo II aveva manifestato la volontà di non poter più tollerare la mancata conoscenza dell'italiano presso gli isolani, dati i disagi che ciò stava comportando per i funzionari giunti in Sardegna dalla terraferma.[240] Le restrizioni sui matrimoni misti tra donne sarde e ufficiali piemontesi, fino ad allora proibiti per legge,[241] sarebbero state revocate e questi anzi incoraggiati allo scopo di meglio diffondere la lingua tra i nativi.[242] La relazione tra il nuovo idioma e quello nativo, inserendosi entro un contesto storicamente contrassegnato da una marcata percezione di alterità linguistica,[40][243] si pose fin da subito nei termini di un rapporto (ancorché ineguale) tra lingue fortemente distinte, piuttosto che tra una lingua e un suo dialetto come invece avvenne poi in altre regioni italiane; gli stessi spagnoli, costituenti la classe dirigente aragonese e castigliana, solevano inquadrare il sardo come una lingua distinta sia rispetto alle proprie sia all'italiano.[244] La percezione dell'alterità del sardo era, però, pienamente avvertita anche dagli italiani che si recavano nell'isola e ne riportavano la loro esperienza con i nativi.[245][246][247] L'italiano, nonostante venisse da taluni anche in Sardegna settentrionale ritenuto "non nativo" o "forestiero"[248], aveva svolto in quell'angolo di Sardegna fino ad allora un proprio ruolo, provocando nelle parlate e nella tradizione scritta un processo di toscanizzazione iniziato nel XII secolo e consolidatosi successivamente;[249] nelle zone sardofone, corrispondenti all'area centro-settentrionale e meridionale dell'isola, era invece pressoché sconosciuto alla grande maggioranza della popolazione, dotta e no. Purtuttavia, la politica del governo sabaudo in Sardegna, allora diretta da Bogino, di alienare l'isola dalla sfera culturale e politica spagnola in modo da assimilarla a quella più italiana del Piemonte,[250][251] ebbe quale riflesso l'introduzione diretta dell'italiano per legge nel 1760[252][253] sulla scorta degli Stati di terraferma e in particolare del Piemonte,[254] nei quali l'impiego dell'italiano era ufficialmente consolidato da secoli, nonché ulteriormente rinforzato dall'editto di Rivoli[255]. Difatti, nel provvedimento in questione venne, tra le altre cose, «vietato senza riserve nello scrivere e nel dire l'uso della favella castigliana; il quale, a quarant'anni d'un dominio italiano, era siffattamente abbarbicato nel cuore degli anziani maestri di lettere».[256] Nel 1764 l'imposizione esclusiva della lingua italiana fu infine estesa a tutti i settori della vita pubblica,[257][258] quali anche l'istruzione[259][260] parallelamente alla riorganizzazione delle Università di Cagliari e Sassari, le quali videro l'arrivo di personale continentale, e a quella dell'istruzione inferiore, in cui si stabiliva l'invio di insegnanti provenienti dal Piemonte per supplire all'assenza di insegnanti sardi italofoni[261]: nello specifico, già nel 1763 si previde l'invio in Sardegna di «alcuni abili professori italiani» per «stenebrare i maestri sardi dai loro errori» e indirizzare «pel buon sentiero maestri e discepoli».[256] Tale manovra ineriva soprattutto a un progetto di allacciamento della cultura sarda a quella della penisola italiana[262] e di rafforzamento geopolitico del dominio savoiardo sulla classe colta isolana, ancora molto legata alla penisola iberica; il proposito non sfuggì alla classe dirigente sarda, la quale deplorava il fatto che «i Vescovi piemontesi hanno introdotto el predicar in italiano» e, in un documento anonimo attribuito agli Stamenti ed eloquentemente chiamato Lamento del Regno, denunciò come «sonosi tolte le arme, i privilegi, le leggi, la lingua, l'Università, e la moneta d'Aragona, con disonore de la Spagna, con detrimento di tutti i particolari».[204][263] Ciò nonostante, Milà i Fontanals scriveva nel 1863 che, ancora nel 1780, si continuava a impiegare il catalano negli strumenti notarili,[204] così come in sardo, mentre in spagnolo furono redatti, fino al 1828, i registri parrocchiali e atti ufficiali;[264] nel 2017 è stato rinvenuto un libro di gosos, originario di Ozieri, redatto in castigliano in onore di Sant'Efisio del 1850.[265] L'effetto più immediato fu, così, l'emarginazione del sardo piuttosto che delle lingue iberiche, dal momento che per la prima volta anche i ceti abbienti della Sardegna rurale (i printzipales) cominciarono a percepire la sardofonia come un concreto svantaggio.[257] Girolamo Sotgiu asserisce in merito che «la classe dirigente sarda, così come si era spagnolizzata, ora si italianizzava senza mai essere riuscita a sardizzarsi, a riuscire a trarre, cioè, dall'esperienza e dalla cultura del popolo dal quale proveniva quegli elementi di concretezza senza i quali una cultura e una classe dirigente sembrano sempre stranieri anche nella loro patria. Questo d'altra parte era l'obiettivo che il governo sabaudo si era proposto e che, nella sostanza, riusciva anche a perseguire».[256] Il sistema amministrativo e penale di matrice francese introdotto dal governo sabaudo, capace di estendersi in maniera quanto mai articolata presso ogni villaggio della Sardegna, rappresentò per i sardi il principale canale di contatto diretto con la nuova lingua egemone;[266] per le classi più elevate, la soppressione dell'ordine dei Gesuiti nel 1774 e la loro sostituzione con i filoitaliani Scolopi,[267] nonché le opere di matrice illuministica, stampate nella terraferma in italiano, ricoprirono un ruolo considerevole nella loro italianizzazione primaria. Nello stesso periodo di tempo, vari cartografi piemontesi italianizzarono i toponimi dell'isola: benché qualcuno fosse rimasto inalterato, la maggior parte subì un processo di adattamento alla pronuncia italiana, se non di sostituzione con designazioni in italiano, che perdura tutt'oggi, spesso artificioso e figlio di un'erronea interpretazione del significato nell'idioma locale.[258] Francesco Gemelli, ne Il Rifiorimento della Sardegna proposto nel miglioramento di sua agricoltura, così ritrae il pluralismo linguistico dell'isola nel 1776, rinviando a I quadrupedi di Sardegna un migliore esame «dell'indole della lingua sarda, e delle precipue differenze tra 'l sassarese e 'l toscano»: «cinque linguaggi parlansi in Sardegna, lo spagnuolo, l'italiano, il sardo, l'algarese, e 'l sassarese. I primi due per ragione del passato e del presente dominio, e delle passate, e presenti scuole intendonsi e parlansi da tutte le pulite persone nelle città, e ancor ne' villaggi. Il sardo è comune a tutto il Regno, e dividesi in due precipui dialetti, sardo campidanese e sardo del capo di sopra. L'algarese è un dialetto del catalano, perché colonia di catalani è Algheri; e finalmente il sassarese che si parla in Sassari, in Tempio e in Castel sardo, è un dialetto del toscano, reliquia del dominio de' Pisani. Lo spagnuolo va perdendo terreno a misura che prende piede l'italiano, il quale ha dispossessato il primo delle scuole, e de' tribunali».[268] Il primo studio sistematico sulla lingua sarda fu redatto nel 1782 dal filologo Matteo Madao, con il titolo de Il ripulimento della lingua sarda lavorato sopra la sua antologia colle due matrici lingue, la greca e la latina. Lamentando egli in premessa il generale declino della lingua («La lingua della Sarda nostra nazione, comecchè venerabile per la sua antichità, pregevole per l'ottimo fondo de’ suoi dialetti, elegante per le bellezze, che aduna delle altre più nobili, eccellente per la sua analogia colla Greca, e colla Latina, e non solo giovevole, ma eziandio necessaria alla privata, e pubblica società de’ nostri compatrioti, e concittadini, giacque in somma dimenticanza in fino al dì d'oggi, dagli stessi abbandonata come incolta, e dagli stranieri negletta come inutile»[269]), l'intenzione patriottica che animava Madau era quella di accreditare il sardo come lingua nazionale dell'isola,[270][271][272] seguendo l'esempio di autori quali il già citato Araolla in periodo iberico; purtuttavia, il clima di repressione del governo sabaudo sulla cultura sarda avrebbe indotto il Madau a velare i suoi proponimenti con intenti letterari, rivelandosi alla fine incapace di tradurli in realtà.[273] Il primo volume di dialettologia comparata fu realizzato nel 1786 dal gesuita catalano Andres Febres, noto in Italia con il falso nome di Bonifacio d'Olmi, di ritorno da Lima in cui aveva pubblicato un libro di grammatica mapuche nel 1764.[274] Trasferitosi a Cagliari, si appassionò al sardo e condusse un lavoro di ricerca su tre specifici dialetti; scopo dell'opera, intitolata Prima grammatica de' tre dialetti sardi,[275] era «dare le regole della lingua sarda» e spronare i sardi a «cultivare ed avantaggiare l'idioma loro patrio, con l'italiano insieme». Il governo di Torino, esaminata l'opera, decise di non permetterne la pubblicazione: Vittorio Amedeo III considerò un affronto il fatto che il libro contenesse una dedica bilingue rivoltagli in italiano e sardo, un errore che i suoi successori, pur richiamandosi a una "patria sarda", avrebbero poi evitato, premurandosi di fare uso del solo italiano.[273] Sul finire del Settecento, sulla scia della rivoluzione francese, si formò un gruppo di piccolo-borghesi, chiamato "Partito Patriottico", che meditava l'instaurazione di una Repubblica Sarda svincolata dal giogo feudale e sotto la protezione francese; si diffusero così nell'isola numerosi pamphlet, stampati prevalentemente in Corsica e scritti in lingua sarda, il cui contenuto, ispirato ai valori dei Lumi e apostrofato dai vescovi sardi come "giacobino-massonico", incitava il popolo alla ribellione contro il dominio piemontese e i soprusi baronali nelle campagne. Il prodotto letterario più famoso di tale periodo di tensioni, scoppiate il 28 aprile 1794, fu il poema antifeudale de Su patriotu sardu a sos feudatarios di Francesco Ignazio Mannu, quale testamento morale e civile nutrito degli ideali democratici francesi e contrassegnato da un rinnovato sentimento patriottico.[276][277] Nel clima di restaurazione monarchica seguito alla rivoluzione angioiana, il cui sostanziale fallimento segnò per la Sardegna uno storico spartiacque sul suo futuro,[278] l'intellettualità sarda, caratterizzata tanto da un atteggiamento di devozione nei confronti della propria isola quanto di comprovata fedeltà verso la Casa Savoia, pose in maniera ancora più esplicita la "questione della lingua sarda", usando però generalmente l'italiano quale lingua veicolare dei testi. Nel diciannovesimo secolo, in particolare, all'interno dell'intellettualità sarda si registrò una frattura tra l'aderenza a un sentimento "nazionale" sardo e la dimostrazione di lealtà nei confronti della loro nuova "nazionalità" italiana,[279] per la quale infine la classe dirigente propendette come reazione alla minaccia rappresentata dalle forze sociali rivoluzionarie[280]. Il richiamo alla "nazione sarda" di medievale memoria, con le sue istituzioni, la sua propria storia e patrimonio culturale è, anzi, in questo periodo più frequente che in quelli successivi, scomparendo poi del tutto con l'affermazione dello stato unitario;[281] per Pasquale Tola in un suo saggio, la lingua sarda, come lingua dei sardi, ne rappresenta il segno inconfondibile del «carattere nazionale» e anch'essa è riscoperta nel primo venticinquennio dell'Ottocento,[282] con strumenti approntati alla sua conoscenza scientifica. A breve distanza dalla rivolta antifeudale, nel 1811, si rileva la pubblicazione del sacerdote Vissentu Porru, la quale era però riferita alla sola variante meridionale (da cui il titolo di Saggio di grammatica del dialetto sardo meridionale) e, per prudenza nei confronti dei regnanti, espressa soltanto in funzione dell'apprendimento dell'italiano, anziché di tutela del sardo;[283] nel 1832-34 Porru pubblicò il Nou dizionariu universali sardu-italianu[284]. Degno di nota è il lavoro del canonico, professore e senatore Giovanni Spano, la Ortographia sarda nationale ("Ortografia nazionale sarda") del 1840;[285] benché ufficialmente seguisse l'esempio del Porru[Nota 8], cui pure rinviava, per Massimo Pittau egli elevò un dialetto del sardo su base logudorese a koinè illustre in virtù dei suoi stretti rapporti con il latino, in maniera analoga al modo in cui il dialetto fiorentino si era culturalmente imposto a suo tempo in Italia quale "lingua illustre".[286][287] Ciononostante, Giovanni Spano teneva in considerazione nelle sue opere anche le altre varietà della lingua.[288] A detta del giurista Carlo Baudi di Vesme, la proscrizione e lo sradicamento della lingua sarda da ogni profilo privato e sociale dell'isola sarebbe stato auspicabile nonché necessario, quale opera di "incivilimento" dell'isola, perché fosse così integrata nell'orbita ormai spiccatamente italiana del Regno;[289][290] dato che la Sardegna «non è Spagnuola, ma non è Italiana: è e fu da secoli pretta Sarda»,[291] occorreva, a cavallo delle circostanze che «l'accesero dell'ambizione, del desiderio, dell'amore delle cose italiane»,[291] promuovere maggiormente tali tendenze per «trarne profitto nel comune interesse»,[291] in ragione del quale si dimostrava «quasi necessario[292]» diffondere in Sardegna la lingua italiana "presentemente nell'interno sì poco conosciuta"[291] in prospettiva della Fusione Perfetta: «la Sardegna sarà Piemonte, sarà Italia; ne riceverà e ci darà lustro, ricchezza e potenza!».[293][294] L'istruzione primaria, offerta solo in italiano, contribuì dunque a una pur lenta diffusione di tale lingua tra i nativi, innescando per la prima volta un processo di erosione ed estinzione linguistica; il sardo venne infatti presentato dal sistema educativo come la lingua dei socialmente emarginati, nonché come sa limba de su famine o sa lingua de su famini ("la lingua della fame"), corresponsabile endogeno dell'isolamento e miseria secolare dell'isola, e per converso l'italiano quale agente di emancipazione sociale attraverso l'integrazione socioculturale con la terraferma continentale. Nel 1827 venne infine abrogata per sempre la Carta de Logu, lo storico corpus giuridico tradizionalmente noto come «consuetud de la nació sardesca», in favore delle più moderne "Leggi civili e criminali del Regno di Sardegna", pubblicate in italiano per espresso ordine del re Carlo Felice di Savoia.[295][296] Cimitero storico di Ploaghe, nel quale si sono conservati 39 epitaffi scolpiti in sardo e 3 in italiano.[297] Si noti, a sinistra, la presenza di una lapide in lingua sarda con riferimento a prenomi storici del tutto assenti in quelle, più a destra, scritte invece in lingua italiana. La fusione perfetta del 1847 con la terraferma sabauda, auspicata da Baudi di Vesme come l'inizio della «gloriosa rigenerazione della Sardegna»[298] e nata sotto gli auspici, espressi da Pietro Martini, di un «trapiantamento in Sardegna, senza riserve e ostacoli, della civiltà e cultura continentale»,[299] avrebbe determinato la perdita della residuale autonomia politica sarda[58][295][300] nonché il definitivo declassamento del sardo rispetto all'italiano, marcando così il momento storico in cui, convenzionalmente, nelle parole di Antonietta Dettori «la 'lingua della sarda nazione' perse il valore di strumento di identificazione etnica di un popolo e della sua cultura, da codificare e valorizzare, per diventare uno dei tanti dialetti regionali subordinati alla lingua nazionale».[301] Nonostante queste politiche di acculturazione, l'inno del Regno di Sardegna sabaudo e del Regno d'Italia (composto da Vittorio Angius e musicato da Giovanni Gonella nel 1843) sarebbe stato S'hymnu sardu nationale ("l'inno nazionale sardo") finché nel 1861, anno della proclamazione del Regno d'Italia, non venne anch'esso del tutto sostituito dalla Marcia reale.[302] Tra il 1848 e il 1861, l'isola sarebbe piombata in una crisi sociale ed economica destinata a durare fino al primo dopoguerra.[58] Il canonico Salvatore Carboni pubblicò a Bologna, nel 1881, un'opera polemica intitolata Sos discursos sacros in limba sarda, nel quale egli lamentava che la Sardegna «hoe provinzia italiana non podet tenner sas lezzes e sos attos pubblicos in sa propia limba» ("oggi, da provincia italiana qual è, non può disporre di leggi e atti pubblici nella propria lingua") e, sostenendo che «sa limba sarda, totu chi non uffiziale, durat in su Populu Sardu cantu durat sa Sardigna» ("la lingua sarda, benché non ufficiale, durerà nel popolo sardo quanto la Sardegna"), si domandava alfine «Proite mai nos hamus a dispreziare cun d'unu totale abbandonu sa limba sarda, antiga et nobile cantu s'italiana, sa franzesa et s'ispagnola?» ("Perché mai dovremmo disprezzare con un totale abbandono la lingua sarda, antica e nobile quanto l'italiana, la francese e la spagnola?").[303] L'età contemporanea (sardo) «A sos tempos de sa pitzinnìa, in bidda, totus chistionaiamus in limba sarda. In domos nostras no si faeddaiat atera limba. E deo, in sa limba nadìa, comintzei a connoscher totu sas cosas de su mundu. A sos ses annos, intrei in prima elementare e su mastru de iscola proibeit, a mie e a sos fedales mios, de faeddare in s'unica limba chi connoschiamus: depiamus chistionare in limba italiana, «la lingua della Patria», nos nareit, seriu seriu, su mastru de iscola. Gai, totus sos pitzinnos de 'idda, intraian in iscola abbistos e allirgos e nde bessian tontos e cari-tristos.» (italiano) «Quando ero bambino in paese parlavamo tutti in lingua sarda. Nelle nostre case non si parlava nessun'altra lingua. E io cominciai a conoscere tutte le cose del mondo nella lingua nativa. A sei anni andai in prima elementare e il maestro di scuola proibì, a me e ai miei coetanei, di parlare nell'unica lingua che conoscevamo: dovevamo parlare in lingua italiana, "la lingua della Patria", ci diceva serio. Fu così che tutti i bambini del paese entravano a scuola svegli e allegri e ne uscivano intontiti e tristi.» (Francesco Masala, Sa limba est s'istoria de su mundu, Condaghes, p.4) All'alba del Novecento, il sardo era rimasto oggetto di ricerca pressoché solo tra gli eruditi isolani, faticando a entrare nel circuito d'interesse internazionale e ancor di più risentendo di una qual certa marginalizzazione in ambito strettamente nazionale: si osserva infatti «la prevalenza degli studiosi stranieri su quelli italiani e/o l'esistenza di fondamentali e tuttora insostituiti contributi ad opera di linguisti non italiani».[304] In precedenza, il sardo aveva trovato menzione in un libro di August Fuchs sui verbi irregolari nelle lingue romanze (Über die sogennannten unregelmässigen Zeitwörter in den romanischen Sprachen, Berlin, 1840) e, in seguito, nella seconda edizione della Grammatik der romanischen Sprachen (1856-1860) redatta da Friedrich Christian Diez, accreditato come uno dei fondatori della filologia romanza;[304] alle pioneristiche ricerche degli autori tedeschi seguì, nei confronti della lingua sarda, un qual certo interesse anche da parte di alcuni italiani, quali Graziadio Isaia Ascoli e, soprattutto, il suo discepolo Pier Enea Guarnerio, che per primo in Italia classificò il sardo come un membro a sé della famiglia linguistica romanza senza più, come si soleva in ambito nazionale, subordinarlo al gruppo dei dialetti italiani.[305] Wilhelm Meyer-Lübke, autorità indiscussa in linguistica romanza, pubblicò nel 1902 un saggio sul sardo logudorese dall'indagine del condaghe di San Pietro di Silki (Zur Kenntnis des Altlogudoresischen, in "Sitzungsberichte der kaiserliche Akademie der Wissenschaft Wien", Phil. Hist. Kl., 145) dal cui studio avvenne la iniziazione alla linguistica sarda dell'allora studente universitario Max Leopold Wagner: all'attività di quest'ultimo si deve gran parte delle conoscenze novecentesche sul sardo in campo fonetico, morfologico e in parte anche sintattico.[305] Durante la mobilitazione per la prima guerra mondiale, l'esercito italiano arruolò la popolazione «di stirpe sarda[306]» istituendo la Brigata di fanteria Sassari il 1º marzo 1915 a Tempio Pausania e a Sinnai. A differenza delle altre brigate di fanteria italiane, i coscritti della Sassari erano solo sardi (compresi molti ufficiali). Attualmente è l'unica unità in Italia avente un inno in una lingua diversa dall'italiano, che sarebbe stato scritto quasi alla fine del secolo, nel 1994, da Luciano Sechi: Dimonios ("diavoli"), derivando il suo titolo dal soprannome Rote Teufel (in tedesco "diavoli rossi"). Il servizio militare obbligatorio intorno a questo periodo ricoprì una qual certa rilevanza nel processo di deriva linguistica all'italiano ed è indicato dallo storico Manlio Brigaglia come «la prima grande "nazionalizzazione" di massa» dei sardi, «più che per altri popoli regionali».[307] Tuttavia, analogamente ai membri del servizio di leva che parlavano Navajo negli Stati Uniti durante la seconda guerra mondiale, così come ai parlanti Quechua durante la guerra delle Falkland,[308] ai nativi sardi madrelingua fu offerta la possibilità di essere reclutati come code talker per trasmettere, attraverso le comunicazioni radio, informazioni tattiche in sardo che altrimenti sarebbero state intercettate dall'esercito austro-ungarico, dal momento che alcune delle sue truppe provenivano da regioni di lingua italiana alle quali, perciò, quella sarda era del tutto estranea:[309] Alfredo Graziani scrive nel suo diario di guerra che «avendo saputo che molti nostri fonogrammi venivano intercettati, si era adottato il sistema di comunicare al telefono soltanto in sardo, certi che a quel modo non avrebbero potuto mai capire quanto si diceva».[310] Per evitare tentativi di infiltrazione da parte di dette truppe italofone, nelle postazioni presidiate da reclute sarde della Brigata Sassari si imponeva a chiunque si presentasse da loro di identificarsi dimostrando di parlare sardo: «si ses italianu, faedda in sardu!».[309][311][312] In coincidenza con l'anno dell'indipendenza irlandese, l'autonomismo sardo riemerse come espressione del movimento dei combattenti, coagulandosi nel Partito Sardo d'Azione (PsdAz) che, entro breve tempo, sarebbe assurto ad attore fra i più rilevanti nella vita politica isolana; ai primordi, il partito non avrebbe tuttavia avuto caratteri di rivendicazione strettamente etnica, essendo la lingua e cultura sarda ampiamente percepiti, nelle parole di Toso, come «simboli del sottosviluppo della regione».[58] La politica di assimilazione forzosa culminò nel ventennio del regime fascista[2], che avviò una campagna di compressione violenta delle istanze autonomistiche e determinò, infine, il decisivo ingresso dell'isola nel sistema culturale nazionale attraverso l'operato congiunto del sistema educativo e di quello monopartitico,[313] in un crescendo di multe e divieti che condussero a un ulteriore decadimento sociolinguistico del sardo;[314] fra le varie espressioni culturali sottoposte a censura, il regime era anche riuscito a bandire, dal 1932 al 1937 (1945 in alcuni casi[315]), il sardo dalla chiesa e dalle manifestazioni del folklore isolano,[316] quali le gare poetiche tenute nella suddetta lingua.[317][318][319] Paradigmatico fu l'alterco tra il poeta sardo Antioco Casula (noto come Montanaru) e l'allora giornalista fascista dell'Unione Sarda Gino Anchisi, durante il quale quest'ultimo, riuscendo a fare bandire la presenza del sardo dai giornali isolani, affermò che «morta o moribonda la regione», come d'altronde proclamava il regime,[Nota 9] «morto o moribondo il dialetto (sic)»[320] che della regione era d'altronde «l'elemento spirituale rivelatore»;[321] le argomentazioni del Casula si prestavano, in effetti, a possibili temi eversivi, dal momento che questi pose, per la prima volta nel XX secolo, la questione della lingua come una pratica di resistenza culturale endogena,[322] il cui repertorio linguistico nelle scuole sarebbe stato necessario per mantenere una "personalità sarda" e allo stesso tempo riconquistare una "dignità" percepita come perduta.[323] Un altro poeta, Salvatore Poddighe, si sarebbe suicidato per depressione in seguito al sequestro del suo magnum opus, Sa Mundana Cummedia.[324] Nel complesso, a fronte di una parziale resistenza nelle zone interne, entro la fine del ventennio il regime era riuscito con successo a sradicare nell'isola i modelli culturali locali con altri impiantati per via esogena, provocando, nelle parole di Guido Melis, «la compressione della cultura regionale, la frattura sempre più netta tra il passato dei sardi e il loro futuro "italiano", la riduzione di modi di vita e di pensiero molto radicati a puro fatto di folclore», nonché uno strappo «non più rimarginabile tra le generazioni».[325] Nel 1945, in seguito all'avvenuto ripristino delle libertà politiche, il Partito Sardo d'Azione avrebbe richiesto per l'isola l'autonomia come stato federale in seno alla nuova Italia sorta dalla Resistenza[58]: fu nel contesto del secondo dopoguerra che, al crescere della sensibilità autonomista, il partito principiò a contrassegnarsi per desiderata impostati sulla specificità linguistica e culturale della Sardegna.[58] Manlio Brigaglia parla del ventennio come di una seconda fase di "nazionalizzazione di massa" dei sardi e della Sardegna, in quanto caratterizzata da «una politica deliberatamente puntata alla sua "italianizzazione"» e da una «guerra dichiarata» dal regime e dalla Chiesa all'uso della lingua sarda.[326] Nel complesso, la consapevolezza del tema concernente l'erosione linguistica entrò più tardi, nell'agenda politica sarda, rispetto a quanto avvenuto in altre periferie europee contrassegnate da minoranze etnolinguistiche:[327] al contrario, tale periodo fu contrassegnato dal rifiuto del sardo da parte dei ceti medi,[314] essendo la lingua e cultura sarda ancora largamente inquadrate come "simboli del sottosviluppo regionale".[300] Buona parte della classe dirigente e intellettuale sarda, particolarmente sensibile ai richiami egemonici di quelle continentali, reputava infatti che la "modernizzazione" dell'isola fosse attuabile solo in alternativa ai suoi contesti socioculturali di tipo "tradizionale", quando non attraverso il loro «seppellimento totale».[328][329] Si è osservato, a livello istituzionale, un forte osteggiamento del sardo e nel circuito intellettuale italiano, concezione poi interiorizzata nell'immaginario comune nazionale, esso era (il più delle volte per ragioni ideologiche o come residuo, adottato per inerzia, di vecchie[Nota 10] consuetudini date dalle prime) spesso ritenuto come una variante degenerata dell'italiano,[330] contrariamente all'opinione degli studiosi e persino di alcuni nazionalisti italiani come Carlo Salvioni,[331][Nota 11] subendo tutte le discriminazioni e i pregiudizi legati a una tale associazione, soprattutto l'essere ritenuto una forma bassa di espressione[332][333][334] ed essere ricondotta a un certo "tradizionalismo".[335][336] I sardi furono così indotti, come del resto avvenuto presso altre comunità di minoranza, a sbarazzarsi di quanto percepivano recasse il timbro di un'identità stigmatizzata.[337] Al momento della stesura dello statuto autonomistico, il legislatore decise di eludere a fondamento della "specialità" sarda riferimenti alla sua identità geografica e culturale[338][339][340][341] che, pur facendo da colonna portante delle originarie argomentazioni giustificative a fondamento dell'autonomia, erano considerati pericolosi prodromi a rivendicazioni più estreme quando non di ordine indipendentista; Antonello Mattone sostiene al riguardo che in tale progetto erano rimasti «inspiegabilmente in ombra i problemi legati agli aspetti etnici e culturali della questione autonomistica, per i quali i consultori non mostrano alcuna sensibilità, a differenza di tutti quei teorici (da Angioy a Tuveri, da Asproni a Bellieni) che invece proprio in questo patrimonio avevano individuato il titolo primario per un reggimento autonomo».[342] Il disegno dello Statuto, emerso in un quadro nazionale ormai mutato dalla rottura dell'unità antifascista, nonché in un contesto contrassegnato dalle croniche debolezze della classe dirigente sarda e dalla radicalizzazione tra le istanze federalistiche locali e quelle, per converso, più apertamente ostili all'idea di autonomia per l'isola,[343] emerse infine come il risultato di un compromesso, limitandosi piuttosto al riconoscimento di alcune istanze socioeconomiche nei confronti della terraferma,[344][345] quali la sollecitazione allo sviluppo industriale della Sardegna con uno specifico "piano di rinascita" approntato dal centro.[Nota 12][346][347] Lo statuto, infine redatto dalla Commissione dei 75 a Roma, trovava così per il legislatore una ragione giustificativa non tanto in circostanze geografiche e culturali, quanto nella cosiddetta "arretratezza" economica della regione, alla cui luce si auspicava il suddetto piano di industrializzazione per l'isola in tempi brevi: diversamente da altri statuti speciali, quello sardo non vi richiama la effettiva comunità destinataria nei suoi ambiti sociali e culturali, i quali erano piuttosto inquadrati, dall'anzidetta Commissione dei 75, all'interno di una sola collettività, ovvero quella nazionale italiana.[348][Nota 13] Lungi dall'affermazione di un'autonomia sarda fondata sul riconoscimento di una specifica identità culturale, come avvenuto in Valle d'Aosta o Alto Adige, il risultato di tale stagione fu quindi «un autonomismo nettamente economicistico, perché non si volle o non si poté disegnare un’autonomia forte, culturalmente motivata, una specificità sarda che non si esaurisse nell’arretratezza e nella povertà economica»[349] Emilio Lussu, che a Pietro Mastino confidò di aver votato a favore della bozza finale solamente «per evitare che per un solo voto lo Statuto non venisse approvato neppure così ridotto», fu l'unico esponente, nella seduta del 30 dicembre 1946, a rivendicare invano l'obbligo dell'insegnamento della lingua sarda, sostenendo che essa fosse «un patrimonio millenario che occorre conservare».[350] Nel mentre, ulteriori politiche di stampo assimilatore sarebbero state applicate anche nel secondo dopoguerra,[2] con un'italianizzazione progressiva di siti storici e oggetti appartenenti alla vita quotidiana e un'istruzione obbligatoria che ha insegnato l'uso della lingua italiana, non prevedendo un parallelo insegnamento di quella sarda e, anzi, attivamente scoraggiandolo attraverso divieti e sorveglianza diffusa di chi lo promuovesse:[351] i maestri disprezzavano infatti la lingua, ritenendola un rude dialetto e contribuendo a un ulteriore abbassamento del suo prestigio presso la comunità sardofona stessa. Secondo alcuni studiosi, i metodi adottati per promuovere l'uso dell'italiano, improntati a un'italofonia esclusiva e sottrattiva,[352] avrebbero inciso negativamente sulle performance scolastiche degli studenti sardi.[353][354][355] Fenomeni riscontrabili in maggiore concentrazione in Sardegna, quali i tassi di abbandono scolastico e delle ripetenze, analoghi a quelli di altre minoranze linguistiche,[353] avrebbero solo negli anni Novanta messo in discussione la effettiva efficacia di un'istruzione strettamente monolingue, con nuove proposte volte a un approccio comparativo.[356] Le norme statutarie così delineate si rivelarono, nel complesso, uno strumento inadeguato per rispondere ai problemi dell'isola;[300][357] a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta, inoltre, prese avvio il vero processo di sostituzione radicale e definitiva della lingua sarda con quella italiana,[358] a causa della diffusione, sia sul territorio isolano sia nel resto del territorio italiano, dei mezzi di comunicazione di massa che trasmettevano nella sola lingua italiana.[359] Soprattutto la televisione ha diffuso l'uso dell'italiano e ne ha facilitato la comprensione e l'utilizzo anche tra le persone che, fino a quel momento, si esprimevano esclusivamente in sardo. A partire dalla fine degli anni Sessanta,[300][357][360] in coincidenza con la rinascita di un sardismo declinato sotto il segno di un "revivalismo linguistico e culturale",[361] cominciarono a essere avviate numerose campagne a favore di un bilinguismo effettivamente paritario quale elemento di salvaguardia dell'identità isolana: per quanto già nel 1955 fossero state stabilite cinque cattedre di linguistica sarda[362], una prima richiesta effettiva venne sporta per mezzo di una delibera adottata all'unanimità dall'Università di Cagliari nel 1971, in cui si richiedeva all'autorità politica regionale e nazionale il riconoscimento dei sardi come minoranza etnica e linguistica e del sardo come idioma coufficiale dell'isola.[363][364][Nota 14] Una prima bozza di legge sul bilinguismo fu redatta dal Partito Sardo d'Azione nel 1975[365]. Famoso il richiamo patriottico espresso qualche mese prima di morire, nel 1977, da parte del poeta Raimondo Piras, che in No sias isciau[Nota 15] invitava al recupero della lingua per opporsi alla dissardizzazione culturale delle generazioni successive[315]. Nel 1978 una legge di iniziativa popolare per il bilinguismo raccolse migliaia di firme, ma non fu mai implementata in quanto incontrò la ferma opposizione della sinistra e in particolare del Partito Comunista Italiano,[366] che a sua volta procedette a proporre un proprio progetto di legge "per la tutela della lingua e della cultura del popolo sardo" due anni più tardi[367]. Un rapporto della commissione parlamentare d'inchiesta sul banditismo avrebbe messo in guardia da «tendenze isolazioniste particolarmente dannose per lo sviluppo della società sarda, che di recente si sono manifestate con la proposta di considerare il sardo come una lingua di una minoranza etnica».[368] Negli anni Ottanta, all'attenzione del Consiglio regionale furono presentati così tre progetti di legge aventi contenuto simile alla delibera adottata dall'Università di Cagliari.[358] Nel corso degli anni Settanta, si registrò nelle aree rurali un significativo processo di deriva linguistica verso l'italiano non solo nel Campidano, ma anche in aree geografiche un tempo reputate linguisticamente conservatrici, quali Macomer nella provincia di Nuoro (1979), ove si era costituita una classe operaia e una imprenditoriale di origine prevalentemente esogena;[369] alla ridefinizione della struttura economico-sociale ancora in atto corrispose, infatti, un'accentuata mutazione del repertorio linguistico, che determinò a sua volta uno slittamento dei valori su cui si basavano l'identità etnica e culturale delle comunità sarde.[370][Nota 16] Tale questione è stata oggetto di analisi sociologiche sui mutamenti occorsi nell'identità della comunità sarda, i cui atteggiamenti sfavorevoli nei confronti della sardofonia sarebbero significativamente influenzati da uno stigma di presunta "primitività" e "arretratezza" a lungo impressole dalle istituzioni, di ordine politico e sociale, favorevoli all'italianità linguistica.[371] Il sardo avrebbe subito un arretramento senza sosta rispetto all'italiano, per via di un "complesso della minoranza" che spinse la comunità sarda a un atteggiamento fortemente svalutavivo nei confronti della propria lingua e cultura.[372][373] Negli anni successivi, tuttavia, si sarebbe registrato un parziale cambio di atteggiamento: non solo la lingua sarebbe stata inquadrata come un positivo marcatore etnico/identitario,[374] sarebbe anche stata il canale attraverso il quale avrebbe trovato espressione l'insoddisfazione sociale a fronte delle misure approntate a livello centrale, reputate incapaci di provvedere alla soddisfazione dei bisogni sociali ed economici dell'isola.[375] Allo stesso tempo, però, si osservò come tale sentimento positivo nei confronti della lingua contrastasse con il suo uso effettivo, che procedette a calare sensibilmente.[376] Nel gennaio del 1981 il giornale bilingue "Nazione Sarda" pubblicò un'inchiesta la quale riportava che, nel 1976, il Ministero dell'Istruzione aveva pubblicato una nota per richiedere informazioni sugli insegnanti che utilizzavano la lingua sarda nelle scuole, e che il Provveditorato di Sassari aveva pubblicato una circolare con oggetto "Scuole della Sardegna - Introduzione della lingua sarda" nella quale chiedeva ai presidi e ai direttori scolastici di astenersi da iniziative di quel tipo e di informare il provveditorato a riguardo di qualunque attività legata all'introduzione del sardo nei loro istituti.[377][378][379] Nel 1981 il Consiglio Regionale dibatté e votò per l'introduzione del bilinguismo per la prima volta.[380][381] In risposta alle pressioni esercitate da una risoluzione del Consiglio d'Europa sulla tutela delle minoranze nazionali, nel 1982 fu creata dal governo italiano un'apposita commissione per meglio indagare la questione;[382] l'anno successivo fu presentato un disegno di legge al Parlamento, ma senza successo. Una delle prime leggi definitivamente approvate dal legislatore regionale, la "Legge Quadro per la Tutela e Valorizzazione della Lingua e della Cultura della Sardegna" del 3 agosto 1993, fu subito bocciata dalla Corte costituzionale a seguito di un ricorso del governo centrale, che la riteneva "esorbitante per molteplici aspetti dalla competenza integrativa e attuativa posseduta dalla Regione in materia di istruzione".[383][384] Come è noto, si sarebbero dovuti aspettare altri quattro anni perché la normativa regionale non fosse sottoposta a giudizio di costituzionalità, e altri due perché il sardo potesse trovare riconoscimento in Italia contemporaneamente ad altre undici minoranze etnolinguistiche. Infatti, la legge nazionale n.482/1999 sulle minoranze linguistiche storiche fu approvata solo in seguito alla ratifica, da parte italiana, della Convenzione-quadro per la protezione delle minoranze nazionali del Consiglio d'Europa nel 1998.[382] Una ricerca promossa da MAKNO nel 1984 rivelò che tre quarti dei sardi erano a favore tanto dell'educazione bilingue nelle scuole (il 22% del campione auspicava un'introduzione obbligatoria e il 54,7% una facoltativa) quanto di uno status di bilinguismo ufficiale come la Valle d'Aosta e l'Alto Adige (62,7% del campione a favore, 25,9% contrario e 11,4% incerto).[385] Tali dati sono stati parzialmente corroborati da un'altra indagine demoscopica svolta nel 2008, in cui il 57,3% mostrava un atteggiamento favorevole verso la presenza del sardo in orario scolastico assieme all'italiano.[386] Un'altra ricerca, condotta nel 2010, segnala un parere decisamente favorevole da parte della stragrande maggioranza dei genitori verso l'insegnamento della lingua a scuola, ma non il suo impiego come idioma veicolare.[387] Chiesa del Pater Noster, Gerusalemme. Iscrizione del Padre Nostro (Babbu Nostru) in sardo Alcune personalità ritengono che il processo di assimilazione possa portare alla morte del popolo sardo[388][389][390] diversamente da quanto avvenuto, per esempio, in Irlanda (isola in gran parte linguisticamente anglicizzata). Benché risultino in ordine alla lingua e cultura sarda profondi fermenti di matrice identitaria,[358][391] ciò che si riscontra attraverso analisi pare sia una lenta ma costante regressione nella competenza sia attiva sia passiva di tale lingua, per motivi di natura principalmente politica e socioeconomica (l'uso dell'italiano presentato come una chiave di avanzamento e promozione sociale,[392] stigma associato all'impiego del sardo, il progressivo spopolamento delle zone interne verso quelle costiere, l'afflusso di genti dalla penisola e i potenziali problemi di mutua comprensibilità fra le varie lingue parlate,[Nota 17] ecc.): il numero di bambini che userebbe attivamente il sardo crolla a un dato inferiore al 13%, peraltro concentrato nelle zone interne[393] quali il Goceano, l'alta Barbagia e le Baronie.[34][394][395] Prendendo in esame la situazione di taluni centri logudoresi a economia tradizionale (come Laerru, Chiaramonti e Ploaghe) in cui il tasso di sardofonia dei bambini è comunque pari allo 0%, Mauro Maxia parla in merito di un autentico caso di "suicidio linguistico" in capo a ormai poche decine di anni.[396] Purtuttavia, secondo le suddette analisi sociolinguistiche, tale processo non risulta affatto omogeneo,[397][398] presentandosi in maniera ben più evidente nelle città che non nei paesi. Al giorno d'oggi, il sardo è una lingua la cui vitalità è riconoscibile in un'instabile[358] condizione di diglossia e commutazione di codice, e che non entra, o non vi ha ampia diffusione, nell'amministrazione, nel commercio, nella Chiesa (in cui si registra una qual certa attività per introdurvi la lingua[399][400]), nella scuola,[396] nelle università locali di Sassari[401][402] e di Cagliari e nei mass media.[403][404][405][406] Seguendo la scala di vitalità linguistica proposta da un apposito pannello dell'UNESCO nel 2003,[407] il sardo fluttuerebbe tra una condizione di "sicuramente in pericolo di estinzione" (definitely endangered: i bambini non apprendono più la lingua), attribuitogli anche nel Libro Rosso, e una di "serio pericolo di estinzione" (severely endangered: la lingua è perlopiù usata dalla generazione dei nonni in su); secondo il criterio EGIDS (Expanded Graded Intergenerational Disruption Scale) proposto da Lewis e Simons, il sardo sarebbe in bilico tra il livello 7 (Instabile: la lingua non è più trasmessa alla generazione successiva[408]) e il livello 8 (Moribonda: gli unici parlanti attivi della lingua appartengono alla generazione dei nonni[408]), corrispondenti rispettivamente ai due gradi della scala UNESCO sopramenzionati. Il grado di progressiva assimilazione e penetrazione dell'italiano tra i sardofoni è confermato dalle ricerche dell'ISTAT,[409] secondo le quali il 52,1% della popolazione sarda impiega ormai esclusivamente l'italiano in ambito familiare, mentre il 31,5% pratica alternanza linguistica e solo il 15,6% riporta di usare il sardo o altre lingue non italiane; al di fuori dell'ambiente privato e amicale, le percentuali sanciscono in maniera ancora più schiacciante l'esclusiva predominanza raggiunta dall'italiano nell'isola (87,2%) alle spese del sardo e altre lingue, tutte ferme al 2,8%. Gli anni '90 hanno conosciuto un rinnovamento delle forme espressive nel panorama musicale sardo: molti artisti, spaziando dai generi più tradizionali quali il canto (cantu a tenore, cantu a chiterra, gosos, ecc.) e il teatro (Mario Deiana) a quelli più moderni quale il rock (Kenze Neke, Askra e KNA, Tzoku, Tazenda, ecc.) e addirittura rap e hip hop (Dr. Drer & CRC posse, Quilo, Sa Razza, etc.) utilizzano infatti la lingua per promuovere l'isola e riconoscere i suoi vecchi problemi e le nuove sfide.[410][411][412][413] Vi sono anche dei film (come Su Re, parzialmente Bellas mariposas, Treulababbu, Sonetàula, etc.) realizzati in sardo con i sottotitoli in italiano,[414] e altri ancora con i sottotitoli in sardo.[415] A partire dalle sessioni d'esame tenute nel 2013, hanno suscitato sorpresa, data la mancata istituzionalizzazione de facto della lingua, dei tentativi da parte di alcuni allievi di presentare l'esame o parte di esso in lingua sarda.[416][417][418][419][420][421][422][423][424][425][426][427] Sono inoltre sempre più frequenti anche le dichiarazioni di matrimonio in tale lingua su richiesta dei coniugi[428][429][430][431][432] Ha suscitato particolare scalpore l'iniziativa virtuale di alcuni sardi su Google Maps, in risposta a un'ordinanza del Ministero delle Infrastrutture che ordinava a tutti i sindaci della regione di eliminare i cartelli in sardo piazzati all'ingresso dei centri abitati: tutti i comuni avevano infatti ripreso il loro nome originario per circa un mese, finché lo staff di Google non decise di riportare la toponomastica nel solo italiano.[433][434][435] Di rilevanza è l'impiego, da parte di alcune società sportive quali la Dinamo Basket Sassari[436] e il Cagliari Calcio, della lingua nelle sue campagne promozionali.[437][438] In seguito a una campagna di adesioni,[439] è stata resa possibile l'inclusione del sardo fra le lingue selezionabili su Facebook. L'opzione di scelta è ora a tutti gli effetti attiva ed è possibile avere la pagina in lingua sarda.[440][441][442]; è anche possibile selezionare la lingua sarda su Telegram[443][444] Il sardo è presente quale lingua configurabile anche in altre applicazioni, quali F-Droid, Diaspora, OsmAnd, Notepad++, QGIS, Stellarium,[445] Skype,[446] ecc. Nel 2016 è stato inaugurato il primo traduttore automatico dall'italiano al sardo,[447] VLC media player per Android, Linux Mint Debina Edition 2 "Betsy", Firefox,[448][449] ecc. Anche il motore di ricerca DuckDuckGo è stato interamente tradotto in lingua sarda. La comunità sardofona costituirebbe ancora, con circa 1,7 milioni di parlanti autodichiaratisi nativi (di cui 1.291.000 presenti in Sardegna), la più consistente minoranza linguistica riconosciuta in Italia[23] benché sia paradossalmente, allo stesso tempo, quella cui è garantita meno tutela. Al di fuori dell'Italia, in cui al momento non è prevista pressoché alcuna possibilità di insegnamento strutturato della suddetta lingua minoritaria (l'Università di Cagliari si distingue per avere aperto per la prima volta un corso specifico nel 2017;[450] quella di Sassari, di rimando, nel 2021 ha annunciato l'apertura di un curriculum parzialmente dedicato alla lingua sarda in filologia moderna[451]), si tengono talvolta corsi specifici in paesi quali Germania (università di Stoccarda, Monaco, Tubinga, Mannheim,[452] ecc.), Spagna (università di Gerona),[453] Islanda[454] e Repubblica Ceca (università di Brno)[455][456]; per un qual certo periodo di tempo, il prof. Sugeta ne teneva alcuni anche in Giappone all'università di Waseda (Tokyo).[457][458][459] La estrema fragilità sociolinguistica del sardo è stata valutata dal gruppo di ricerca Euromosaic, commissionato dalla Commissione europea con l'intenzione di tracciare un quadro delle minoranze etnolinguistiche nei territori europei; questi, posizionando il sardo al quarantunesimo posto su un totale di quarantotto lingue di minoranza europee, rilevando un punteggio pari al greco del sud Italia,[460] conclude così il suo rapporto: (inglese) «This would appear to be yet another minority language group under threat. The agencies of production and reproduction are not serving the role they did a generation ago. The education system plays no role whatsoever in supporting the language and its production and reproduction. The language has no prestige and is used in work only as a natural as opposed to a systematic process. It seems to be a language relegated to a highly localised function of interaction between friends and relatives. Its institutional base is extremely weak and declining. Yet there is concern among its speakers who have an emotive link to the language and its relationship to Sardinian identity.» (italiano) «Sembra si tratti di ancora un'altra lingua di minoranza in pericolo. Le agenzie deputate alla produzione e riproduzione della lingua non adempiono più al ruolo che svolgevano la scorsa generazione. Il sistema educativo non sostiene in alcun modo la lingua e la sua produzione e riproduzione. La lingua non gode di alcun prestigio e in contesti lavorativi il suo impiego non promana da alcun processo sistematico, ma è meramente spontaneo. Pare sia una lingua relegata a interazioni tra amici e parenti altamente localizzate. La sua base istituzionale è estremamente debole e in continuo declino. Ciononostante, si riscontra una qual certa preoccupazione presso i suoi locutori, i quali hanno un legame emotivo con la lingua e la sua relazione con l'identità sarda.» ( Relazione Euromosaic "Sardinian language use survey". URL consultato l'11 giugno 2019 (archiviato dall'url originale il 18 maggio 2018)., Euromosaic, 1995) Frequenza d'uso delle lingue regionali in Italia (ISTAT, 2015) Come spiega Matteo Valdes, «la popolazione dell’isola constata, giorno dopo giorno, il declino delle proprie parlate originarie, si fa complice di questo declino trasmettendo ai figli la lingua del prestigio e del potere ma, contemporaneamente, sente che la perdita delle lingue locali è anche perdita di se stessi, della propria storia, della propria specifica identità o diversità».[461] Roberto Bolognesi ritiene che la perdurante stigmatizzazione del sardo come la lingua dei ceti "socialmente e culturalmente svantaggiati" comporti l'alimentazione di un circolo vizioso che ulteriormente promuove il regresso della lingua, irrobustendone il giudizio negativo presso quelli che più si percepiscono come competitivi: difatti, «è chiaro come questa identificazione sia da sempre una self-fulfilling prophecy, una profezia che si conferma da sé: un meccanismo perverso che ha condannato e ancora condanna alla marginalità sociale i sardoparlanti, escludendoli sistematicamente da quelle interazioni linguistiche e culturali in cui si sviluppano i registri prestigiosi e lo stile alto della lingua, innanzitutto nella scuola».[462] Essendo il processo di assimilazione ormai giunto a compimento,[463] il bilinguismo in gran parte sulla carta[464] e mancando ancora misure concrete per un uso ufficiale anche solo all'interno della Sardegna, la lingua sarda continua dunque la sua agonia, seppur con minore velocità rispetto a qualche tempo fa, soprattutto grazie all'impegno di coloro che nei vari contesti ne promuovono la rivalutazione in un processo che, da alcuni studiosi, è stato definito come "risardizzazione linguistica".[465] Nel mentre, l'italiano continua a erodere,[461] nel tempo, sempre più spazi associati al sardo, ormai in stato di generale deperimento con la già menzionata eccezione di alcune "sacche linguistiche". In merito alla predominanza ormai completamente raggiunta dall'italiano, Telmon registra «l'atteggiamento fortemente utilitaristico che i sardi hanno assunto nei suoi confronti. Pur essendo sentito infatti come fondamentalmente estraneo alle tradizioni più autenticamente popolari, il suo possesso viene considerato necessario e, in ogni caso, simbolo potente di avanzamento sociale, anche nel caso di diglossia senza bilinguismo».[466] Laddove la pratica linguistica del sardo è ora per tutta l'isola in netto declino, è invece comune nelle nuove generazioni di qualunque estrazione sociale,[467] ormai monolingui e monoculturali italiane, quella dell'italiano regionale di Sardegna o IrS (spesso chiamato dai sardofoni, in segno di ironico spregio, italiànu porcheddìnu,[468] letteralmente "italiano maialesco"): si tratta di una parlata dialettale dell'italiano che, nelle sue espressioni diastratiche,[469] risente grandemente degli influssi fonologici, morfologici e sintattici del sardo anche in quei parlanti che non hanno alcuna conoscenza di tale lingua.[470] Roberto Bolognesi sostiene che, a fronte della persistente negazione e rifiuto della lingua sarda, è come se questa si sia vendicata sull'originaria comunità di parlanti «e continui a vendicarsi "inquinando" il sistema linguistico egemone»,[36] rievocando l'avvertimento gramsciano profferito all'alba del secolo precedente. Infatti, a fronte di un italiano regionale ormai prevalente che, per Bolognesi, «si tratta in effetti di una lingua ibrida sorta dal contatto fra due sistemi linguistici diversi»,[471] «il (poco) sardo usato dai giovani costituisce spesso un gergo sgrammaticato infarcito di oscenità e di costruzioni appartenenti all'italiano»:[36] la popolazione padroneggerebbe dunque solo "due lingue zoppe" le cui manifestazioni non scaturirebbero da una norma riconoscibile, né costituirebbero una fonte di sicurezza linguistica chiara:[36] Bolognesi ritiene che «per i parlanti sardi, quindi, il rifiuto della propria identità linguistica originaria non ha comportato la sperata e automatica omologazione ad un’identità socialmente più prestigiosa, ma l’acquisizione di un’identità di serie B (né veramente sarda, né veramente italiana), non più autocentrata ma bensì periferica rispetto alle fonti di norma linguistica e culturale, le quali rimangono ancora al di fuori della loro portata: sull’altra riva del Tirreno».[471] D'altra parte, Eduardo Blasco Ferrer riscontra una propensione dei sardofoni esclusivamente per la pratica di commutazione di codice, piuttosto che per quella di commistione o commutazione intrafrasale (code-mixing) tra le due diverse lingue.[472] Nel complesso, dinamiche quali il tardivo riconoscimento come minoranza linguistica, accompagnato da un'opera di graduale ma plurisecolare e pervasiva italianizzazione promossa dal sistema educativo e da quello amministrativo, cui seguì la recisione della trasmissione intergenerazionale, hanno fatto sì che la vitalità odierna del sardo possa definirsi come gravemente compromessa.[473] Vi è una sostanziale divisione tra chi crede che l'attuale normativa in tutela della lingua sia ormai giunta troppo tardi,[474][475] ritenendo che il suo impiego sia stato oramai interamente sostituito dall'italiano, e chi invece asserisce che sia fondamentale per rafforzare l'uso corrente, per quanto debole, di questa lingua. Le considerazioni sulla frammentazione dialettale della lingua sono portate da alcuni come argomento contrario a un intervento istituzionale per il suo mantenimento e valorizzazione: altri rilevano che questo problema sia già stato affrontato in diversi altri casi, come per esempio il catalano, la cui piena introduzione nella vita pubblica dopo la repressione franchista è stata possibile solo grazie a un processo di standardizzazione dei suoi eterogenei dialetti. In generale, la standardizzazione della lingua sarda è argomento controverso.[476][477] Fiorenzo Toso rileva, a paragone con l'attuale forza del catalano garantita dalla elaborazione di uno standard scritto a fronte di «sottovarietà dialettali anche molto differenziate tra loro», che «la debolezza del sardo risiede invece, tra gli altri elementi, nell'assenza di un tale standard, poiché i parlanti logudorese o campidanese non si riconoscono in una varietà sopradialettale comune».[478] A oggi si ritiene improbabile il rinvenimento di una soluzione normativa alla questione linguistica sarda.[358] In conclusione, fattori fondamentali per la riproduzione nel tempo del gruppo etnolinguistico, quali la trasmissione intergenerazionale della lingua, rimangono ad oggi estremamente compromessi senza che se ne possa apparentemente frenare la progressiva perdita,[479] in stadio ormai avanzato. Al di là dello strato sociale già interessato dal suddetto processo e che risulta quindi italofono monolingue, persino tra molti sardofoni si riscontra ora una "limitata padronanza attiva o anche solo esclusivamente passiva della loro lingua": l'attuale competenza comunicativa tra le coorti anagrafiche più giovani non andrebbe oltre la conoscenza di qualche formula stereotipata e neanche gli adulti sarebbero più in grado di portare avanti una conversazione nella lingua etnica,[32][480]. Le indagini demoscopiche finora effettuate sembrano indicare che il sardo venga ormai considerato dalla comunità come uno strumento di riappropriazione del proprio passato, piuttosto che di effettiva comunicazione per il presente e il futuro[481] Il sardo tra le comunità linguistiche di minoranza riconosciute ufficialmente in Italia[482][483] Riconoscimento istituzionale Lo stesso argomento in dettaglio: Legislazione italiana a tutela delle minoranze linguistiche e Toponimi della Sardegna. Segnaletica locale bilingue italiano/sardo Segnale di inizio centro abitato in sardo a Siniscola/Thiniscole Il sardo è riconosciuto come lingua dalla norma ISO 639 che le attribuisce i codici sc (ISO 639-1: Alpha-2 code) e srd (ISO 639-2: Alpha-3 code). I codici previsti per la norma ISO 639-3 ricalcano quelli utilizzati dal SIL per il progetto Ethnologue e sono: sardo campidanese: "sro" sardo logudorese: "src" gallurese: "sdn" sassarese: "sdc" La lingua sarda è stata riconosciuta con legge regionale n. 26 del 15 ottobre 1997 "Promozione e valorizzazione della cultura e della lingua della Sardegna" come lingua della Regione autonoma della Sardegna dopo l'italiano (la legge regionale prevede la tutela e valorizzazione della lingua e della cultura, pari dignità rispetto alla lingua italiana con riferimento anche al catalano di Alghero, al tabarchino dell'isola di San Pietro, al sassarese e gallurese, la conservazione del patrimonio culturale/bibliotecario/museale, la creazione di Consulte Locali sulla lingua e la cultura, la catalogazione e il censimento del patrimonio culturale, concessione di contributi regionali ad attività culturali, programmazioni radiotelevisive e testate giornalistiche in lingua, uso della lingua sarda in fase di discussione negli organi degli enti locali e regionali con verbalizzazione degli interventi accompagnata dalla traduzione in italiano, uso nella corrispondenza e nelle comunicazioni orali, ripristino dei toponimi in lingua sarda e installazione di cartelli segnaletici stradali e urbani con la denominazione bilingue). La legge regionale applica e regolamenta alcune norme dello Stato a tutela delle minoranze linguistiche. Nessun riconoscimento è stato invece attribuito, nel 1948, alla lingua sarda dallo Statuto della Regione Autonoma, che è legge costituzionale: l'assenza di norme statutarie di tutela, a differenza degli storici Statuti della Valle d'Aosta e del Trentino-Alto Adige, fa sì che per la comunità sarda, nonostante rappresenti ex lege n. 482/1999 la più robusta minoranza linguistica in Italia, non si applichino le leggi elettorali per la rappresentanza politica delle liste in Parlamento, che pur tengono conto della specificità delle suddette minoranze.[484][485] Si applicano invece al sardo (come al catalano di Alghero) l'art. 6 della Costituzione (La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche) e la legge n. 482 del 15 dicembre 1999 "Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche"[486] che prevede misure di tutela e valorizzazione (uso della lingua minoritaria nelle scuole materne, primarie e secondarie accanto alla lingua italiana,[487] uso da parte degli organi di Comuni, Comunità Montane, Province e Regione, pubblicazione di atti nella lingua minoritaria fermo restando l'esclusivo valore legale della versione italiana, uso orale e scritto nelle pubbliche amministrazioni escluse forze armate e di polizia, adozione di toponimi aggiuntivi nella lingua minoritaria, ripristino su richiesta di nomi e cognomi nella forma originaria, convenzioni per il servizio pubblico radiotelevisivo) in ambiti definiti dai Consigli Provinciali su richiesta del 15% dei cittadini dei comuni interessati o di un terzo dei consiglieri comunali. Ai fini applicativi tale riconoscimento, che si applica alle "…popolazioni…parlanti…sardo", il che escluderebbe a rigore gallurese e sassarese in quanto geograficamente sardi ma linguisticamente di tipo còrso, e sicuramente il ligure-tabarchino dell'isola di San Pietro. Cartello bilingue nel municipio di Villasor Il relativo Regolamento attuativo D.P.R. n. 345 del 2 maggio 2001 (Regolamento di attuazione della legge 15 dicembre 1999, n. 482, recante norme di tutela delle minoranze linguistiche storiche) detta regole sulla delimitazione degli ambiti territoriali delle minoranze linguistiche, sull'uso nelle scuole e nelle università, sull'uso nella pubblica amministrazione (da parte della Regione, delle Province, delle Comunità Montane e dei membri dei Consigli Comunali, sulla pubblicazione di atti ufficiali dello Stato, sull'uso orale e scritto delle lingue minoritarie negli uffici delle pubbliche amministrazioni con istituzione di uno sportello apposito e sull'utilizzo di indicazioni scritte bilingui …con pari dignità grafica, e sulla facoltà di pubblicazione bilingue degli atti previsti dalle leggi, ferma restando l'efficacia giuridica del solo testo in lingua italiana), sul ripristino dei nomi e dei cognomi originari, sulla toponomastica (… disciplinata dagli statuti e dai regolamenti degli enti locali interessati) e la segnaletica stradale (nel caso siano previsti segnali indicatori di località anche nella lingua ammessa a tutela, si applicano le normative del Codice della Strada, con pari dignità grafica delle due lingue), nonché sul servizio radiotelevisivo. La bozza di atto di ratifica della Carta europea delle lingue regionali o minoritarie del Consiglio d'Europa[488] del 5 novembre 1992 (già sottoscritta, ma mai ratificata,[489][490] dalla Repubblica Italiana il 27 giugno 2000) all'esame del Senato prevede, senza escludere l'uso della lingua italiana, misure aggiuntive per la tutela della lingua sarda e per il catalano (istruzione prescolare in sardo, educazione primaria e secondaria agli allievi che lo richiedano, insegnamento della storia e della cultura, formazione degli insegnanti, diritto di esprimersi in lingua nelle procedure penali e civili senza spese aggiuntive, consentire l'esibizione di documenti e prove in lingua nelle procedure civili, uso negli uffici statali da parte dei funzionari in contatto con il pubblico e possibilità di presentare domande in lingua, uso nell'amministrazione locale e regionale con possibilità di presentare domande orali e scritte in lingua, pubblicazione di documenti ufficiali in lingua, formazione dei funzionari pubblici, uso congiunto della toponomastica nella lingua minoritaria e adozione dei cognomi in lingua, programmazioni radiotelevisive regolari nella lingua minoritaria, segnalazioni di sicurezza anche in lingua, promozione della cooperazione transfrontaliera tra amministrazioni in cui si parli la stessa lingua). Si noti che l'Italia, assieme alla Francia e a Malta,[491] non ha ratificato il suddetto trattato internazionale.[492][493] In un caso presentato alla Commissione europea dal deputato Renato Soru in sede di parlamento europeo nel 2017, nel quale si denunciava la negligenza nazionale con riguardo alla sua stessa normativa rispetto alle altre minoranze linguistiche, la risposta della Commissione faceva presente all'Onorevole che le questioni di politica linguistica perseguita dai singoli stati membri non rientrano nelle sue competenze.[494] Le forme di tutela previste per la lingua sarda sono pressoché assimilabili a quelle riconosciute per quasi tutte le altre storiche minoranze etnico-linguistiche d'Italia (friulani, albanesi, catalane, greche, croate, franco-provenzali e occitane, etc.), ma di gran lunga inferiori a quelle assicurate, mediante specifici trattati internazionali, per le comunità francofone in Valle d'Aosta, a quelle slovene in Friuli-Venezia Giulia e, infine, a quelle ladine e germanofone in Alto-Adige. Segnaletica locale bilingue a Pula Inoltre, le poche disposizioni legislative a tutela del bilinguismo sin qui menzionate non sono de facto ancora applicate o lo sono state solo parzialmente. In tal senso il Consiglio d'Europa nel 2015 aveva aperto un'indagine sull'Italia per la situazione delle sue minoranze etnico-linguistiche, considerate nell'ambito della Convenzione-quadro come "minoranze nazionali".[495][496][497] Il sardo non è stato, infatti, ancora oggi introdotto nei programmi ufficiali, rientrando perlopiù in alcuni progetti scolastici (moduli di ventiquattr'ore) senza garanzie di continuità.[498] La revisione della spesa pubblica del governo Monti avrebbe abbassato ulteriormente il livello di tutela della lingua, attuando una distinzione fra le lingue soggette a tutela in base ad accordi internazionali e considerate minoranze nazionali perché "di lingua madre straniera" (tedesco, sloveno e francese[Nota 18]) e quelle afferenti a comunità che non hanno una struttura statale straniera alle spalle, riconosciute semplicemente come "minoranze linguistiche". Tale disegno di legge, nonostante abbia destato una certa reazione da più parti del mondo politico e intellettuale isolano,[499][500][501] è stato impugnato dal Friuli-Venezia Giulia, ma non dalla Sardegna, una volta tradotto in legge, la quale non riconosceva alle minoranze linguistiche "senza Stato" i benefici previsti in tema di assegnazione degli organici per le scuole:[502] con la sentenza numero 215, depositata il 18 luglio 2013, la Corte costituzionale ha però successivamente dichiarato incostituzionale tale trattamento differenziato.[503] La delibera della Giunta regionale del 26 giugno 2012[504] ha introdotto l'uso delle diciture ufficiali bilingui nello stemma della Regione Autonoma della Sardegna e in tutte le produzioni grafiche che contraddistinguono le sue attività di comunicazione istituzionale. Quindi, con la stessa evidenza grafica dell'italiano, viene riportata l'iscrizione equivalente a Regione Autonoma della Sardegna in sardo ovvero «Regione Autònoma de Sardigna».[505] Il 5 agosto 2015 la Commissione Paritetica Stato-Regione ha approvato una proposta, inoltrata dall'Assessorato della Pubblica Istruzione, che trasferirebbe alla Regione Sarda alcune competenze amministrative in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche, quali sardo e catalano algherese.[506] Il 27 giugno 2018, il Consiglio Regionale ha infine varato il TU sulla disciplina della politica linguistica regionale. La Sardegna si sarebbe, in teoria, così dotata per la prima volta nella sua storia regionale di uno strumento regolatore in materia linguistica, con l'intento di sopperire all'originale lacuna del testo statutario:[9][507][508] tuttavia, il fatto che la giunta regionale non abbia tuttora provveduto a emanare i necessari decreti attuativi fa sì che quanto è contenuto nella legge approvata non abbia ancora trovato alcuna applicazione reale.[509][510][511] Il 2021 vede l'apertura di uno sportello in lingua sarda per la Procura di Oristano, qualificandosi come la prima volta in Italia in cui tale servizio sia offerto a una lingua minoritaria.[512] Per l'elenco dei comuni riconosciuti ufficialmente minoritari ai sensi dell'art. 3 della legge n. 482/1999 e per i relativi toponimi ufficiali in lingua sarda ai sensi dell'art. 10 vedi Toponimi della Sardegna. Fonetica, morfologia e sintassi Fonetica Vocali: /ĭ/ e /ŭ/ (brevi) latine hanno conservato i loro timbri originali [i] e [u]; per esempio il latino siccus diventa siccu (e non come italiano secco, francese sec). Un'altra caratteristica è l'assenza della dittongazione delle vocali medie (/e/ e /o/). Per esempio il latino potest diventa podet (pron. [ˈpoðete]), senza dittongo a differenza dell'italiano può, spagnolo puede, francese peut. Le vocali Sarde sono soggette al processo di metafonesi dove [ɛ ɔ] sono alzate a [e o] se la sillaba seguente contiene vocali /i/ o /u/. Inoltre /fɛˈnɔmɛnu/, ad esempio, è realizzato come [feˈnoːmenu]. Nel gruppo di dialetti solitamente ricondotti alla grafia campidanese /ɛ ɔ/ sono state alzate a /i u/ nelle sillabe finali. Le nuove /i u/ non producono la metafonesi. In questi dialetti quindi [e o] possono contrastare con [ɛ ɔ]. Per esempio i vecchi [ˈbɛːnɛ] 'bene' e [ˈbeːni] 'vieni' diventano [ˈbɛːni] e [ˈbeːni] come coppie minime distinte solo dalla vocale tonica. Il campidanese contiene quindi sette diverse vocali. Esclusivi — per l'area romanza attuale — dei dialetti centro-settentrionali del sardo sono inoltre il mantenimento della [k] e della [ɡ] velari davanti alle vocali palatali /e/ e /i/ (es.: [kentu] per l'italiano cento e il francese cent). Una delle caratteristiche del sardo è l'evoluzione di [ll] nel fonema cacuminale [ɖ] (es. cuaddu o caddu per cavallo, anche se questo non avviene nel caso dei prestiti successivi alla latinizzazione dell'isola - cfr. bellu per bello - ). Questo fenomeno è presente anche nella Corsica del sud, in Sicilia, in Calabria, nella penisola Salentina e in alcune zone delle Alpi Apuane. Fonosintassi Lo stesso argomento in dettaglio: Sardo logudorese § Alcune regole di fonosintassi e Sardo campidanese § Alcune regole di fonosintassi. Una delle principali complicanze, sia per chi si approcci alla lingua sia per chi, pur sapendola parlare, non la sa scrivere, è la differenza fra scritto (qualora si voglia seguire un'unica forma grafica) e parlato data da specifiche regole, fra le quali è importante menzionare almeno qualcuna nei due diasistemi e in questa voce nella generalità dei casi. Sistema vocalico Vocale paragogica Nel parlato generalmente non è tollerata la consonante finale di un vocabolo, quando però lasciata isolata in pausa o in chiusura di frase, altrimenti sì può essere presente anche nella pronuncia. La lingua sarda si caratterizza pertanto per la cosiddetta vocale paragogica o epitetica, cui si appoggia la suddetta consonante; questa vocale è generalmente la stessa che precede la consonante finale, ma in campidanese non mancano esempi discostanti da questa norma, dove la vocale paragogica è la "i" pur non essendo quella che precede l'ultima consonante, come il caso di cras (crasi, domani), tres (tresi, tre), ecc. In questi casi la vocale finale può anche essere riportata nella lingua scritta, essendo appunto diversa dall'ultima della parola. Quando invece è uguale a quella precedente di norma non va mai scritta; eccezioni possono essere rappresentate da alcuni termini di origine latina rimasti inalterati rispetto all'originale, eccettuando appunto la vocale paragogica, che però si sono diffusi nell'uso popolare anche nella loro variante sardizzata (sèmper o sèmpere, lùmen o lùmene) e, nel diasistema logudorese, dalle terminazioni dell'infinito presente della 2ª coniugazione (tènner o tènnere, pònner o pònnere). Per quanto riguarda i latinismi, nell'uso attuale si preferisce non scrivere la vocale paragogica, quindi sèmper, mentre nei verbi della seconda coniugazione è forse maggioritaria la grafia con la "e", seppur molto diffusa anche quella senza, perciò iscrìere piuttosto che iscrìer (scrivere), che peraltro è altresì corretto. I termini campidanesi vengono generalmente scritti con la "i" dai parlanti di questa variante, dunque crasi, mentre in logudorese avremo sempre e comunque cras, anche qualora nella pronuncia dovesse risultare crasa. Così per esempio: Si scrive semper ma si pronuncia generalmente sempere (LSC/log./nuo., in italiano "sempre") Si scrive lùmen ma si pronuncia generalmente lumene (nuo., in LSC nùmene o nòmene, in italiano "nome") Si scrive però e si pronuncia generalmente però o peroe (LSC/log./nug. /camp., in italiano "però") Si scrive istèrrere (LSC e log.) o istèrrer (log.) e si pronuncia generalmente isterrere (in italiano "stendere") Si scrive funt ma si pronuncia generalmente funti (LSC e camp., in italiano "essi sono") Si scrive andant ma si pronuncia generalmente andanta (LSC, camp. e log. meridionale, in italiano "vanno"). In nuores/baroniese la consonante finale della terza plurale solitamente cade e si pronuncia la vocale paragogica: andan(t)a, cheren(t)e e ischin(t)i. Vocale pretonica Le vocali e e o stanti in posizione pretonica rispetto alla vocale i, diventano mobili potendosi trasformare in quest'ultima. Così, per esempio, sarà corretto scrivere e dire: erìtu o irìtu (log., in italiano "riccio"; in LSC, log. meridionale e camp. eritzu) essìre (LSC), issìre (log. ), bessire (log. meridionale) o bessiri (camp.) (in italiano "uscire") drumìre o dromìre (log., in italiano "dormire"; in LSC dormire; camp. dromìri) godìre (LSC) o gudìre (log., in LSC e log. anche gosare, camp. gosai, in italiano "godere") Vi sono delle rare eccezioni a questa regola, come dimostra l'esempio seguente: buddìre vuol dire "bollire", mentre boddìre vuol dire "raccogliere (frutti e fiori)". Sistema consonantico Posizione mediana intervocalica Quando si trovano in posizione mediana intervocalica, o per effetto di particolari combinazioni sintattiche, le consonanti b, d, g diventano fricative; sono tali anche se si presenta, fra vocale e consonante, un'interposizione della r. In questo caso, la pronuncia della b è perfettamente uguale a quella della b/v spagnola in cabo, la d è uguale alla d spagnola in codo. Fra vocali, il dileguo della g è la norma. Così per esempio: baba si pronuncia ba[β]a (in italiano "bava") sa baba si pronuncia sa [β]a[β]a (in italiano "la bava") lardu si pronuncia lar[ð]u (in italiano "lardo") gatu: in singolare la g cade (su gatu diventa su atu), mentre in plurale quando precede /s/, si mantiene come fricativa (sos gatos = so'/sor/sol [ɣ]àtoso) Lenizione Comune ai due diasistemi, cui fa eccezione la sottovarietà nuorese, è il fenomeno di sonorizzazione delle consonanti sorde c, p, t, f, qualora precedute da vocale o seguite da r; le prime tre diventano anche fricative. /k/ → [ɣ] /p/ → [β] /t/ → [ð] /f/ → [v] Così per esempio: Si scrive su cane (LSC e log.) o su cani (camp.) ma si pronuncia su [ɣ]ane / su [ɣ]ani (in italiano, "il cane"). Si scrive su frade (LSC e log.) o su fradi (camp.) ma si pronuncia su[v]rade/su [v]rari (in italiano, "il fratello"). Si scrive sa terra, ma si pronuncia sa [ð]erra (LSC/log./camp., in italiano, "la terra"). Si scrive su pane (LSC e log.) o su pani (camp.) ma si pronuncia su [β]ane / su [β]ani (in italiano, "il pane"). Incontro di consonanti fra due parole (sandhi) Reindirizziamo alle voci cui pertengono le differenti ortografie. Pronuncia rafforzata di consonanti iniziali Sette particelle, aventi vario valore, provocano un rafforzamento della consonante che a esse segue: ciò accade per effetto di una sparizione, solamente virtuale, delle consonanti che tali monosillabi avevano per finale nel latino (una di esse è italianismo di recente acquisizione). NE ← (lat.) NEC = né (congiunzione) CHE ← (lat.) QUO+ET = come (comparativo) TRA ← (it.) TRA = tra (preposizione) A ← (lat.) AC = (comparativo) A ← (lat.) AD = a (preposizione) A ← (lat.) AUT = (interrogativo) E ← (lat.) ET = e (congiunzione) Perciò per esempio: Nos ch'andamus a Nùgoro / nosi ch'andaus a Nùoro (pron. "noch'andammus a Nnugoro / nosi ch'andaus a Nnuoro") = Ce ne andiamo a Nuoro Che a cussu maccu (pron. "che mmaccu") = Come quel matto Intra Nugoro e S'Alighera (pron. "intra Nnugoro e Ss'Alighera") = Tra Nuoro e Alghero A ti nde pesas? (pron. "a tti nde pesasa?") = Ti alzi? (esortativo) Morfologia e sintassi Nel suo insieme la morfosintassi del sardo si discosta dal sistema sintetico del latino classico e mostra un uso maggiore delle costruzioni analitiche rispetto ad altre lingue neolatine.[513] L'articolo determinativo caratteristico della lingua sarda è derivato dal latino ipse / ipsu(m) (mentre nelle altre lingue neolatine l'articolo è originato da ille / illu(m)) e si presenta nella forma su/sa al singolare e sos/sas al plurale (is nel campidanese e sia sos / sas sia is nella LSC). Forme di articolo con la medesima etimologia si ritrovano nel balearico (dialetto catalano delle Isole Baleari) e nel dialetto provenzale dell'occitano delle Alpi Marittime francesi (eccettuando il dialetto di Nizza): es/so/sa e es/sos/ses. Il plurale è caratterizzato dal finale in -s, come in tutta la Romània occidentale ((FR, OC, CA, ES, PT) ). Es.: sardu{sing.}-sardos/sardus{pl.}(sardo-sardi), puddu{sing.}/puddos/puddus{pl.}, pudda{sing.}/puddas{pl.} (pollo/polli, gallina/galline). Il futuro viene costruito con la forma latina habeo ad. Es: apo a istàre, apu a abarrai o apu a atturai (io resterò). Il condizionale si forma in modo analogo: nei dialetti centro-meridionali usando il passato del verbo avere (ai) o una forma alternativa sempre di tale verbo (apia); nei dialetti centro-settentrionali usando il passato del verbo dovere (dia). Il "perché" interrogativo è diverso dal "perché" responsivo: poita? o proite/poite? ca…, così come avviene in altre lingue romanze (francese: pourquoi? parce que…, portoghese: por quê/porquê? porque…; spagnolo ¿por qué? porque…; catalano per què? perquè... Ma anche in Italiano perché/poiché). Il pronome personale tonico di prima e seconda persona singolare, se preceduto dalla preposizione cun/chin (con), assume le forme cun megus (LSC, log.)/chin mecus (nug.) e cun tegus (LSC, log.)/chin tecus (nug.) (cfr. lo spagnolo conmigo e contigo e anche il portoghese comigo e contigo e il napoletano cu mmico e cu ttico), e questi dal latino cum e mecum/tecum. Ortografia e pronuncia Lo stesso argomento in dettaglio: Limba Sarda Unificada e Limba Sarda Comuna. Fino al 2001 non si disponeva di una standardizzazione ufficiale né scritta, né orale (quest'ultima non esiste ancor oggi) della lingua sarda. Dopo l'epoca medievale, nei documenti della quale si può osservare una certa uniformità nella scrittura, l'unica standardizzazione grafica, dovuta agli esperimenti dei letterati e dei poeti, era stata quella del cosiddetto "sardo illustre", sviluppato ispirandosi ai documenti protocollari medievali sardi, alle opere di Gerolamo Araolla, Giovanni Matteo Garipa e Matteo Madau e a quelle di una ricca serie di poeti.[514][515] I tentativi di ufficializzare e diffondere tale norma erano però stati ostacolati dalle autorità iberiche e in seguito sabaude.[516] Da questi trascorsi deriva l'attuale adesione di una parte della popolazione all'idea che, per ragioni eminentemente storiche e politiche[517][518][519][520] ma non linguistiche,[518][521][522][523][524][525] la lingua sarda sia divisa in due gruppi dialettali distinti ("logudorese" e "campidanese" o "logudorese", "campidanese" e "nuorese", con chi cerca pure di includere nella categorizzazione lingue legate a quella sarda ma differenti, quali il gallurese o il sassarese), per scrivere le quali sono state sviluppate una serie di grafie tradizionali, anche se con molti cambiamenti lungo il passare del tempo. Oltre a quelle comunemente definite "logudorese" e "campidanese", come già detto, sono state sviluppate anche la grafia nuorese, la grafia arborense e quelle dei singoli paesi, a volte normata con regole generali e comuni a tutti, quali quelle richieste dal Premio Ozieri.[526] Spesso, però, il sardo viene scritto dai parlanti cercando di trascriverne la pronuncia e seguendo le abitudini legate alla lingua italiana.[518] Per risolvere tale problema, e ai fini di consentire una effettiva applicazione di quanto previsto dalla Legge Regionale n. 26/1997 e dalla Legge n. 482/1999, nel 2001 la Regione Sardegna ha incaricato una commissione di esperti di elaborare una ipotesi di Norma di unificazione linguistica sovradialettale (la LSU: Limba Sarda Unificada, pubblicata il 28 febbraio 2001), che identificasse una lingua-modello di riferimento (basata sulla analisi delle varietà locali del sardo e sulla selezione dei modelli più rappresentativi e compatibili) al fine di garantire all'uso ufficiale del sardo le necessarie caratteristiche di certezza, coerenza, univocità, e diffusione sovralocale. Questo studio, pur scientificamente valido, non è mai stato adottato a livello istituzionale per vari contrasti locali (accusata di essere una lingua "imposta" e "artificiale" e di non avere risolto il problema del rapporto tra le varietà trattandosi di una mediazione tra le varietà scritte comunemente con una grafia logudorese, pertanto privilegiate, e non avendo proposto una valida grafia per le varietà solitamente scritte con la grafia campidanese) ma ha comunque, a distanza di anni, costituito la base di partenza per la redazione della proposta della LSC: Limba Sarda Comuna, pubblicata nel 2006, che partendo da una base di mesania, accoglie elementi propri delle parlate (e quindi "naturali" e non "artificiali") di quella zona, ovvero l'area grigia di transizione della Sardegna centrale tra le varietà scritte solitamente con la grafia logudorese e quelle scritte con la grafia campidanese, al fine di assicurare alla grafia comune il carattere di sovradialettalità e sovramunicipalità, pur lasciando la possibilità di rappresentare le particolarità di pronuncia delle varietà locali.[527] Purtuttavia, anche a questo standard non sono mancate critiche, sia da chi ha proposto degli emendamenti per migliorarlo,[528][529] sia da chi ha preferito insistere con l'idea di suddividere il sardo in macrovarianti da regolare con norme separate.[530] La Regione Sardegna, con delibera di Giunta regionale n. 16/14 del 18 aprile 2006 Limba Sarda Comuna. Adozione delle norme di riferimento a carattere sperimentale per la lingua scritta in uscita dell'Amministrazione regionale[531] ha adottato sperimentalmente la LSC come lingua ufficiale per gli atti e i documenti emessi dalla Regione Sardegna (fermo restando che ai sensi dell'art. 8 della Legge n. 482/99 ha valore legale il solo testo redatto in lingua italiana), dando facoltà ai cittadini di scrivere all'Ente nella propria varietà e istituendo lo sportello linguistico regionale Ufitziu de sa limba sarda. Successivamente ha seguito la norma LSC nella traduzione di diversi documenti e delibere, dei nomi dei propri uffici ed assessorati, oltre al proprio stesso nome "Regione Autònoma de Sardigna", che figura oggi nello stemma ufficiale insieme alla dicitura in italiano. Oltre a tale ente, lo standard sperimentale LSC è stato utilizzato come scelta volontaria da diversi altri, dalle scuole e da organi di stampa nella comunicazione scritta, spesso in maniera complementare con grafie più vicine alla pronuncia locale. Per quanto riguarda tale utilizzo è stata fatta una stima percentuale, legata ai soli progetti finanziati o cofinanziati dalla Regione per l'utilizzo della lingua sarda negli sportelli linguistici comunali e sovracomunali, nella didattica nelle scuole e nei media dal 2007 al 2013. Il Monitoraggio sull'utilizzo sperimentale della Limba Sarda Comuna 2007-2013 è stato pubblicato sul sito della Regione Sardegna nell'aprile 2014 a cura del Servizio Lingua e Cultura Sarda dell'Assessorato della Pubblica Istruzione.[532] Da tale ricerca risulta ad esempio, riguardo ai progetti scolastici finanziati nell'anno 2013, una netta preferenza delle scuole nell'utilizzo della ortografia LSC insieme ad una grafia locale (51%) rispetto all'utilizzo esclusivo della LSC (11%) o all'utilizzo esclusivo di una grafia locale (33%) Riguardo invece ai progetti finanziati nel 2012 dalla Regione, per la realizzazione di progetti editoriali in lingua sarda nei media regionali, si riscontra una presenza più ampia dell'utilizzo della LSC (probabilmente dovuto anche ad una premialità di 2 punti nella formazione delle graduatorie per accedere ai finanziamenti, assente invece dal bando per le scuole). Secondo tali dati risulta che la produzione testuale nei progetti dei media è stata per il 35% in LSC, per il 35% in LSC e in una grafia locale e per il 25% esclusivamente in una grafia locale. Infine gli sportelli linguistici cofinanziati dalla Regione nel 2012 hanno utilizzato nella scrittura per il 50% la LSC, per il 9% la LSC insieme ad una grafia locale e per il 41% esclusivamente una grafia locale.[532] Una ricerca recente sull'utilizzo della LSC in ambito scolastico, svolta nel comune di Orosei, ha mostrato come gli studenti della scuola media locale non avessero alcun problema a utilizzare quella norma nonostante il fatto che il sardo da loro parlato fosse in parte differente. Nessun alunno ha rifiutato la norma o l'ha ritenuta "artificiale", il che ha dimostrato la sua validità come strumento didattico. I risultati sono stati presentati nel 2016 e pubblicati integralmente nel 2021.[533][534] Si indicano di seguito alcune delle differenze più rilevanti per la lingua scritta rispetto all'italiano: [a], [ɛ/e], [i], [ɔ/o], [u], come -a-, -e-, -i-, -o-, -u-, come in italiano e spagnolo, senza segnare la differenza tra vocali aperte e chiuse; le vocali paragogiche o epitetica (che in pausa chiudono un vocabolo terminante in consonante e corrispondono alla vocale che precede la consonante finale) non si scrivono mai (feminasa>feminas, animasa>animas, bolede>bolet, cantanta>cantant, vrorese>frores) [j] semiconsonante come -j- all'interno di parola (maju, raju, ruju) o di un nome geografico (Jugoslavia); nella sola variante nuorese come -j- (corju, frearju) corrispondente al logudorese/LSU -z- (corzu, frearzu) e all'LSC -gi- (corgiu, freargiu); nelle varianti logudorese e nuorese in posizione iniziale (jughere, jana, janna) che nella LSC viene sostituita dal gruppo [ʤ] (giughere, giana, gianna) [r], come -r- (caru, carru) [p], come -p- (apo, troppu, pane, petza) [β], come -b- in posizione iniziale (bentu, binu, boe) e intervocalica (abile); quando p>b si trascrive come p- a inizio parola (pane, petza) e -b- all'interno (abe, cabu, saba) [b], come -bb- in posizione intervocalica (abba, ebba) [t], come -t- (gattu, fattu, narat, tempus); quando th>t nella sola variante logudorese come -t- o -tt- (tiu, petta, puttu); Nella LSC e nella LSU viene sostituita dal gruppo [ʦ] (tziu, petza, putzu) [d], come -d- in posizione iniziale (dente, die, domo) e intervocalica (ladu, meda, seda); quando t>d si trascrive come t- a inizio parola (tempus) e -d- all'interno (roda, bidru, pedra, pradu); la finale t della flessione del verbo può, a seconda della varietà, essere pronunciata d ma si trascrive t (narada>narat) [ɖɖ] cacuminale, come -dd- (sedda); La d può avere suono cacuminale anche nel gruppo [nɖ] (cando) [k] velare, come -ca- (cane), -co- (coa), -cu- (coddu, cuadru), -che- (chessa), -chi- (chida), -c- (cresia); non si usa mai la -q-, sostituita dalla -c- (cuadru, camp.acua) [ɡ] velare, come -ga- (gana), -go- (gosu), -gu- (agu, largu, longu, angulu, argumentu), -ghe- (lughe, aghedu, arghentu, pranghende), -ghi- (àghina, inghiriare), -g- (gloria, ingresu) [f], come -f- (femina, unfrare) [v], come -f- in posizione iniziale (femina) e come -v- intervocalica (avvisu) e nei cultismi (violentzia, violinu) [ʦ] sorda o aspra (ital. pezzo), come -tz- (tziu, petza, putzu). Nella LSC e nella LSU sostituisce il gruppo nuorese [θ] e il corrispondente logudorese [t] (thiu/tiu>tziu, petha/petta>petza, puthu/puttu>putzu); nella scrittura tradizionale il digramma tz- non compariva mai a inizio parola. Compare inoltre nei termini di influenza e derivazione italiana (per esempio tzitade da cittade) di cui sostituisce la c /ʧ/ sonora (suono non presente nel sardo originario, ma già da tempo proprio di alcune varietà centrali e campidanesi) al posto del suono velare nativo /k/ ormai scomparso (ant.kitade). Anche il suono tz è proprio delle varietà centrali e campidanesi. [ʣ], come -z- (zeru, ordiminzare). Nella variante logudorese/nuorese e nella LSU come -z- (fizu, azu, zogu, binza, frearzu); nella LSC viene sostituita dal gruppo [ʤ] (figiu, agiu, giogu, bingia, freargiu), come nelle varietà centro-meridionali. [θ], nella sola variante nuorese come -th- (thiu, petha, puthu). Nella LSC e nella LSU viene sostituita dal gruppo [ʦ] (tziu, petza, putzu) [s] e [ss], come -s- e -ss- (essire) [z], come -s- (rosa, pesare) [ʧ], nella sola varietà campidanese come -ce- (celu, centu), -ci- (becciu, aici) [ʤ], come -gia-, -gio-, -giu-. Nella LSC sostituisce il gruppo logudorese-nuorese [ʣ] della LSU e il [ɣ] del nuorese (fizu>figiu, azu>agiu, zogu/jogu>giogu, zaganu/jaganu>giaganu, binza>bingia, anzone>angione, còrzu/còrju>còrgiu, frearzu/frearju>freargiu). Il suono [ʤ] come in bingia è proprio delle varietà centrali e campidanesi. [ʒ] (franc. jour), nella sola variante campidanese, sempre come c- a inizio parola (celu, centu, cidru) e come -x- all'interno (luxi, nuraxi, Biddexidru). LSC LSU Lugodorese Nuorese Campidanese LSC LSU Lugodorese Nuorese Campidanese Simbolo AFI Sempre ch / c ch / c ch / c ch / c c k k k k tʃ/k t t t t t t t t t t th θ f f f f p p p p p p p p p p gh / g gh / g gh / g g ɣ / g g g dʒ/g g / gi g / gi dʒ dʒ gi z z j ? dʒ dz dz j ? r r r r r ɾ ɾ ɾ ɾ ɾ v v v v Ad inizio di parola gh / g g c / ci ʒ, tʃ d d t (d) t (d) t (d) d ? d d d f f f v v v b b p (b) p (b) p (b) β / b b β β β s s s s s s s s s s Intervocalica gh / g ɣ j j j j j j j j j j x ʒ s s s s s z z z / s z / s z / s d d d d d ð ð ð ð ð v v v v v v b b b b b β b β β β c / ci tʃ Doppie o combinazioni ll ll ll ll ll l l l l l rr rr rr rr rr r r r r r dd dd dd dd dd ɖ ɖ ɖɖ ɖɖ ɖɖ nn nn nn nn nn n n n n n bb bb bb bb bb b b b b b mm mm mm mm mm m m m m m nd ɳɖ ss ss ss ss ss s s ss ss ss tt t Finale t t t t t d d d d Grammatica Lo stesso argomento in dettaglio: Grammatica sarda. La grammatica della lingua sarda si differenzia notevolmente da quella italiana e delle altre lingue neolatine, particolarmente nelle forme verbali. Plurale ll plurale viene ottenuto, come nelle lingue romanze occidentali, aggiungendo -s alla forma singolare Nel caso di parole terminanti in -u, il plurale viene formato nel logudorese in -os e nel camp. in -us. Articoli Determinativi LSC Log. Camp. Sing. su / sa su / sa su / sa Plur. sos / sas / is sos / sas is Indeterminativi Masch. Femm. sing. unu una pl. unos unas Pronomi Pronomi personali soggetto (nominativo) Singolare Plurale (d)eo/jeo/deu LSC deo nuor. (d)ego = io nois/nos/nosu = noi tue/tui = tu vosté/fostei o fusteti (uso formale, richiede la 3ª persona sing., derivato dal vosté catalano, cfr. usted spagnolo, da vuestra merced) = lei bois/bosàteros/bosatrus - bosàteras/bosatras = voi (nelle varianti centrali e meridionali si hanno in sardo due forme, maschile e femminile, per il voi plurale, come nello spagnolo peninsulare vosotros / vosotras) bos (uso formale, persona grammaticale singolare ma da coniugare con un verbo nella 2ª persona plurale, come il vous francese; cfr. antico vos spagnolo, ancora in uso in Sudamerica per tú) = voi (come tuttora in uso nell'italiano meridionale) issu (isse) - issa = lui/lei issos/issus - issas = loro (essi/esse) dopo le preposizioni pro/po, dae/de, intra/tra, segundu, ecc. dopo la preposizione a dopo la preposizione con/chin (la variante chin è propria del nuorese) mene (a mie)/mei mie/mimi (nuor. mime) cunmegus (nuor. chinmecus) tene (a tie)/tei tie/tui (nuor. tibe) cuntegus (nuor. chintecus) issu (isse) - issa nois/nos/nosu bois/bosàteros/bosatrus - bosàteras/bosatras issos/issus - issas Relativi (forma valida in LSC in grassetto corsivo) chi (che) chie/chini (chi, colui che) Interrogativi cale?/cali? (quale?) cantu? (quanto?) ite?/ita? (che?, che cosa?) chie?/chini? (chi?) Pronomi e aggettivi possessivi meu/miu - mea o mia/mia tuo o tou/tuu - tua suo o sou/suu - sua; de vosté/fostei; bostru/bostu (de bos) nostru/nostu bostru (nuor. brostu)/de boisàteros/bosàteros/bosatrus - de boisàteras/bosàteras/bosatras, issoro/insoru Pronomi e aggettivi dimostrativi custu,custos/custus - custa,custas (questo, questi - questa, queste) cussu, cussos/cussus - cussa, cussas (codesto, codesti - codesta, codeste) cuddu, cuddos/cuddus - cudda, cuddas (quello, quelli - quella,quelle) Avverbi interrogativi cando/candu? (quando?) comente/comenti? (come?) ue? o ube? in ue? o in ube?; a in ue o a in ube? (direzione)/aundi?, innui? (dove?; la forma sarda varia se si tratta di una direzione, cfr. lo spagnolo ¿adónde?) Preposizioni Semplici a (a,in; direzione) cun o chin (con) dae/de (da) de (di) in (in,a; situazione) pro/po (per) intra o tra (tra) segundu (secondo) de in antis/denanti (de) (davanti (a)) dae segus/de fatu (de) (dietro (a)) in antis (de) (prima (di)) a pustis (de), a coa (dopo (di)) Il sardo, come lo spagnolo e il portoghese, distingue tra moto a luogo e stato in luogo: so'andande a Casteddu / a Ispagna; soe in Bartzelona / in Sardigna Articolate Sing. Plur. a su (al) - a sa (alla) a sos/a is (ai) - a sas/a is (alle) cun o chin su (con il) - cun o chin sa (con la) cun o chin sos/cun is (con i) - cun o chin sas/cun is (con le) de su (del) - de sa (della) de sos/de is (dei) - de sas/de is (delle) in su (nel) - in sa (nella) in sos/in is (nei) - in sas/in is (nelle) pro/po su (per il) - pro/po sa (per la) pro sos/pro is/po is (per i) - pro sas/pro is/ po is (per le) Verbi I verbi hanno tre coniugazioni (-are, -ere / -i(ri), -ire / -i(ri)). La morfologia verbale differisce notevolmente da quella italiana e conserva caratteristiche del tardo latino o delle lingue neolatine occidentali. I verbi sardi nel presente indicativo hanno le seguenti peculiarità: la prima persona singolare termina in -o nel logudorese (terminazione comune nell'italiano, nello spagnolo e nel portoghese; entrambe queste ultime due lingue hanno ciascuna quattro soli verbi con un'altra terminazione alla 1ª persona sing.) e in -u nel campidanese; la seconda persona sing. termina sempre in -s, come in spagnolo, catalano e portoghese, terminazione derivata dal latino; la terza persona singolare e plurale ha le caratteristiche terminazioni in -t, proprie del sardo tra le lingue romanze e provenienti direttamente dal latino; la prima persona plurale ha nel logudorese le terminazioni -amus, -imus, -imus, simili a quelle dello spagnolo e del portoghese -amos, -emos, -imos, che a loro volta sono uguali a quelle del latino; per quanto riguarda la seconda persona plurale, la variante logudorese ha nella seconda e terza declinazione la terminazione -ides (latino -itis), mentre le varianti centrali e meridionali hanno nelle tre declinazioni rispettivamente -àis, -èis, -is, terminazioni del tutto uguali a quelle spagnole -áis, -éis, -ís e a quelle portoghesi, lingua in cui la 2ª persona pl. è però ormai in disuso. L'interrogativa si forma generalmente in due modi: con l'inversione dell'ausiliare: Juanni tzucadu/tucau est? (è partito Giovanni?), papadu/papau as? (hai mangiato?) con l'inversione del verbo: un'arantzu/ aranzu lu cheres o un'arangiu ddu bolis? oppure con la particella interrogativa a: per esempio a lu cheres un'aranzu? (un arancio, lo vuoi?). La forma con la particella interrogativa è tipica dei dialetti centro-settentrionali. Prendendo in considerazione i diversi tempi e modi, l'indicativo passato remoto è quasi del tutto scomparso dall'uso comune (come nelle lingue romanze settentrionali della Gallia e del Nord Italia) sostituito dal passato prossimo, ma risulta attestato nei documenti medioevali e ancor'oggi nelle forme colte e letterarie in alternanza con l'imperfetto. Parimenti scomparso è l'indicativo piuccheperfetto, attestato in sardo antico (sc. derat dal lat. dederat, fekerat da fecerat, furarat dal lat. volgare *furaverat, etc.).[535] L'indicativo futuro semplice si forma mediante il verbo àere/ài(ri) (avere) al presente più la preposizione a e l'infinito del verbo in questione: es. deo apo a nàrrere/deu apu a na(rr)i(ri) (io dirò), tui as a na(rr)i(ri) (tu dirai) (cfr. tardo latino habere ad + infinito), ecc. Nella lingua parlata la prima persona apo/apu può essere apostrofata: "ap'a nàrrere". L'imperativo negativo si forma usando la negazione no/non e il congiuntivo: per esempio no andes/no andis (non andare), non còmpores (non comprare), analogamente alle lingue romanze iberiche. Verbo èssere/èssi(ri) (essere) Indicativo presente: deo/deu so(e)/seo/seu ; tue/tui ses/sesi; issu/isse est/esti ; nos/nois/nosu semus/seus ; bois o bosàteros/bosàtrus sezis/seis ; issos/issus sunt o funt . Verbo àere/ài(ri) (avere). Il verbo àere/ài(ri) viene usato da solo unicamente nelle varianti centro-settentrionali; nelle varianti centro-meridionali è usato esclusivamente come ausiliare per formare i tempi composti, mentre con il significato dell'italiano avere viene sempre sostituito dal verbo tènnere/tènni(ri), esattamente come accade in spagnolo, catalano, portoghese (dove il verbo haver è quasi del tutto scomparso) e napoletano. Per questo motivo in questo schema vengono indicate unicamente le forme del presente e dell'imperfetto dei dialetti centro-meridionali, che sono le sole dove nei tempi composti appare il verbo àere/ài(ri). Indicativo presente: deo/deu apo/apu ; tue/tui as ; issu/isse at ; nos/nois/nosu a(m)us/eus ; bois o bosàteros/bosàtrus a(z)is ; issos/issus ant ; In LSC: deo apo; tue as; issu/isse at; nois amus; bois ais; issos ant. Coniugazione in -are/-a(r)i : Verbo cantare/canta(r)i (cantare) Indicativo presente: deo/deu canto/cantu; tue/tui cantas; issu/isse cantat; nos/nois/nosu canta(m)us; bois o bosàteros/bosàtrus canta(z)is; issos/issus cantant ; In LSC: deo canto; tue cantas; issu/isse cantat; nois cantamus; bois cantades; issos cantant. Coniugazione in -ere/-i(ri) : Verbo tìmere/tìmi(ri) (temere) Indicativo presente: deo/deu timo/timu ; tue/tui times/timis ; issu/isse timet/timit ; nos/nois/nosu timimus o timèus ; bois o bosàteros/bosàtrus timideso timèis ; issos/issus timent/timint ; In LSC: deo timo; tue times; issu/isse timet; nois timimus; bois timides; issos timent. Coniugazione in -ire/-i(ri) : Verbo finire/fini(ri) (finire) Indicativo presente: deo/deu fino/finu ; tue/tui finis ; issu/isse finit ; nos/nois/nosu fini(m)us ; bois o bosàteros/bosàtrus finides o fineis ; issos/issus finint ; In LSC: deo fino; tue finis; issu/isse finit; nois finimus; bois finides; issos finint. Lessico Tabella di comparazione delle lingue neolatine Latino Francese Italiano Spagnolo Occitano Catalano Aragonese Portoghese Romeno Sardo Sassarese Gallurese Còrso Friulano clave(m) clé chiave llave clau clau clau chave cheie crae/-i ciabi chiaj/ciai chjave/chjavi clâf nocte(m) nuit notte noche nuèit/nuèch nit nueit noite noapte note/-i notti notti notte/notti gnot cantare chanter cantare cantar cantar cantar cantar cantar cânta cantare/-ai cantà cantà cantà cjantâ capra(m) chèvre capra cabra cabra cabra craba cabra capră càbra/craba crabba capra/crabba(castellanese) capra cjavre lingua(m) langue lingua lengua lenga llengua luenga língua limbă limba/lìngua linga linga lingua lenghe platea(m) place piazza plaza plaça plaça plaza praça piață pratza piazza piazza piazza place ponte(m) pont ponte puente pònt pont puent ponte punte (pod) ponte/-i ponti ponti ponte/ponti puint ecclesia(m) église chiesa iglesia glèisa església ilesia igreja biserică crèsia/eccresia gesgia ghjesgia ghjesgia glesie hospitale(m) hôpital ospedale hospital espital hospital hespital hospital spital ispidale/spidali ippidari spidali/uspidali spedale/uspidali ospedâl caseu(m) lat.volg.formaticu(m) fromage formaggio/cacio queso formatge formatge formache/queso queijo brânză/caș casu casgiu casgiu casgiu formadi Alcuni vocaboli nella lingua sarda e in quelle alloglotte di Sardegna Italiano Sardo[536] Gallurese Sassarese Algherese Tabarchino la terra sa terra la tarra la terra la terra a têra il cielo su chelu/célu lu celu lu tzelu lu zeru lo cel l'acqua s'abba/àcua l'ea l'eba l'aigua l'aegua il fuoco su fogu lu focu lu foggu lo foc u fogu l'uomo s'òmine/ómini l'omu l'ommu l'home l'omu la donna sa fèmina la fèmina la fémmina la dona a dona mangiare mandigare o papare/papai manghjà magnà menjar mangiâ bere bufare/bufai o bìbere bì bì beure beive grande mannu mannu/grandi mannu gran grande piccolo minore o piticu minori/picculu minori petit piccin il burro su botirru lu butirru lu butirru la mantega buru il mare su mare/mari lu mari lu mari lo mar u mô il giorno sa die/dii la dì la dì lo dia u giurnu la notte su note/noti la notti la notti la nit a néùtte la scimmia sa moninca/martinica la scìmia la muninca N.D a scimia il cavallo su caddu/càdhu/cuàdhu lu cabaddu lu cabaddu lo cavall u cavallu la pecora sa berbeghe/brebèi la pècura la péggura l'ovella a pëgua il fiore su frore/frori lu fiori lu fiori la flor a sciùa la macchia sa màcula o sa mantza/mancia la tacca la mancia/maccia la taca a maccia la testa sa conca lu capu lu cabbu lo cap a tésta la finestra sa bentana o su balcone lu balconi lu balchoni/vintana la finestra u barcùn la porta sa janna/ghenna/genna la ghjanna/gianna la gianna (pron. janna) la porta a porta il tavolo sa mesa o tàula la banca la banca/mesa la mesa/taula a tòa il piatto su pratu lu piattu lu piattu lo plat u tundu lo stagno s'istànniu/stàngiu o staini lu stagnu l'isthagnu l'estany u stagnu il lago su lagu lu lagu lu lagu lo llac u lagu/lògu un arancio un'arantzu/aràngiu un aranciu un aranzu, cast. aranciu una taronja un çetrùn la scarpa sa bota o su botinu o sa crapita la botta la botta la bota a scarpa/scòrpa la zanzara sa t(h)íntula/tzìntzula la zinzula la zinzura la tíntula a sinsòa la mosca sa musca la musca la moscha, cast. muscha la mosca a musca la luce sa lughe/luxi la luci la luzi, cast. lugi la llumera a lüxe il buio s'iscuridade/iscuridadi o su buju o s'iscurigore lu bughju lu buggiu, cast. lu bughju la obscuritat scuur un'unghia un'ungra/unga un'ugna un'ugna una ungla un'ùngia la lepre su lèpere/lèpori lu lèparu lu lèpparu la llebre a léve la volpe su matzone o su mariane/margiàni o su grodde/gròdhe/gròdhi lu maccioni lu mazzoni, cast. maccioni lo guineot/matxoni a vurpe il ghiaccio s'astragu o sa titia o su ghiàciu lu ghjacciu lu ghiacciu lo gel u ghiacciu il cioccolato su tziculate/ciculati lu cioccolatu lu ciucculaddu la xocolata a ciculata la valle sa badde/badhe/badhi la vaddi la baddi la vall a valle il monte su monte/monti lu monti lu monti lo mont u munte il fiume su riu o frùmene/frùmini lu riu lu riu lo riu u riu il bambino su pitzinnu/picínnu o piseddu/pisedhu o pipíu lu steddu la criaddura/lu pizzinnu lo minyó u figgeu il neonato sa criadura la criatura/stiducciu la criaddura/lu piccinneddu la criatura u piccin il sindaco su sìndigu[537] lu sindacu lu sindagu lo síndic u scindegu l'auto sa màchina o sa vetura la vittura/la macchina la macchina/la vettura la màquina/l'automòbil a vétüa/a machina la nave sa nae o navi/su vapore la nai lu vapori/la nabi la nau a nòve/vapùre la casa sa domo/domu la casa la casa la casa a câ il palazzo su palàt(h)u/palatzu lu palazzu lu parazzu lo palau u palàssiu lo spavento s'assustu o assùconu o atzìchidu l'assustu/scalmentu l'assusthu/assucconu/ippasimu, cast. assucunadda l'assusto u resôtu il lamento sa mìmula o sa chèscia lu lamentu/tunchju lu lamentu/mimmura, cast. mimula la llamenta u lamentu ragionare arresonare/arrexonai rasghjunà rasgiunà arraonar rajiunò parlare faeddare/fa(v)edhare/fuedhai faiddà fabiddà parlar parlà correre cùrrere/curri currì currì corrir caminò a gambe il cinghiale su sirbone/sirboni o su porcrabu lu polcarvu lu purchabru lo porc-crabo u cinghiole il serpente sa terpe/terpente o sa colovra/colora/su coloru su tzerpenti/colovru la salpi lu saipenti lo serpent adesso/ora como o imoe/imoi abà abà ara aùa io deo/(d)e(g)o/deu eu eu/eiu jo mì camminare ambulare o caminare/caminai caminà caminà caminar camminò la nostalgia sa nostalghía/nostalgia o sa saudade/saudadi la nostalghja la nostalgia la nostàlgia a nustalgia I numeri - Sos nùmeros / Is nùmerus Tra i numeri sardi troviamo due forme, maschile e femminile, per tutti i numeri che terminano con il numero uno, escludendo l'undici, il centoundici e così via, per il numero due e per tutte le centinaia escludendo i numeri cento, millecento, ecc. Questa caratteristica è presente tale quale sia nello spagnolo sia nel portoghese. Abbiamo quindi in sardo per esempio (gli esempi sono nel sardo centrale o di mesania) unu pipiu / una pipia (un bambino/una bambina), duos pitzinnos / duas pitzinnas (due bambini, ragazzini/due bambine, ragazzine), bintunu caddos/cuaddos (ventuno cavalli) / bintuna crabas (ventuno capre), barantunu libros (quarantuno libri) / barantuna cadiras (quarantuno sedie), chentu e unu rios (centouno fiumi), chentu e una biddas (centouno paesi), dughentos òmines (duecento uomini) / dughentas domos (duecento case). In sardo abbiamo, come in italiano, due diverse forme per mille, milli, e duemila, duamiza/duamìgia/duamilla. Tabella dei numeri basata sulle varianti logudoresi del Marghine e del Guilcer e del nuorese[538], su quelle di transizione del Barigadu e su quelle campidanesi della Marmilla I numeri duecento, trecento e, unicamente in campidanese, seicento hanno una forma propria, dughentos e treghentos in LSC e in grafia logudorese, duxentus, trexentus e sexentus in campidanese, dove il due, il tre e il numero cento sono modificati; questo fenomeno è presente anche in portoghese (duzentos, trezentos); le altre centinaia invece vengono scritte senza modificare né il numero di base né chentu/centu, perciò bator(o) chentos/cuatrucentus, otochentos/otucentus, ecc. Il fonema "ch" di chentos in logudorese viene comunque sempre pronunciato g, a eccezione del numero seschentos, e la "c" del campidanese centus sempre come x (j francese di journal). In nuorese "ch" viene invece pronunciato sempre k, perciò tutti i numeri sono scritti con "ch" in questa variante. I numeri 101, 102, così come 1001, 1002, ecc., vanno scritti separatamente chentu e unu, chentu e duos, milli e unu, milli e duos, ecc. Anche in questo caso, questa caratteristica è condivisa con il portoghese. Chentu viene spesso apostrofato, chent'e unu, chent'e duos, più raramente anche milli, mill'e unu, mill'e duos, ecc. I numeri che terminano con uno, a eccezione di undici, centoundici, ecc., vengono spesso anch'essi apostrofati, sia nella loro forma maschile sia in quella femminile, se la parola seguente inizia per vocale o per h: bintun'òmines (ventuno uomini), bintun'amigas (ventuno amiche), ecc. Grafia LSC Grafia logudorese Grafia campidanese 1 unu, -a unu, -a unu, -a 2 duos/duas duos/duas duus/duas 3 tres tres tres 4 bator bàtor(o) cuatru 5 chimbe chimbe cincu 6 ses ses ses 7 sete sete seti 8 oto oto otu 9 noe noe/nuor. nobe noi 10 deghe deghe/nuor. deche dexi 11 ùndighi ùndighi/nuor.ùndichi ùndixi 12 dòighi doighi/nuor. doichi doixi 13 trèighi treighi/nuor. treichi treixi 14 batòrdighi batòrdighi/nuor. batòrdichi catòrdixi 15 bìndighi bìndighi/nuor. bìndichi cuìndixi 16 sèighi seighi/nuor. seichi seixi 17 deghessete deghessete/nuor. dechessete dexasseti 18 degheoto degheoto/nuor. decheoto dexiotu 19 deghenoe deghenoe/nuor. dechenobe dexanoi 20 binti binti/vinti binti 21 bintunu bintunu, -a bintunu, -a 30 trinta trinta trinta 40 baranta baranta coranta 50 chimbanta chimbanta cincuanta 60 sessanta sessanta sessanta 70 setanta setanta setanta 80 otanta otanta otanta 90 noranta noranta/nuor. nobanta noranta 100 chentu chentu centu 101 chentu e unu, -a chentu e unu, -a centu e unu, -a 200 dughentos, -as dughentos, -as/nuor. duchentos, -as duxentus, -as 300 treghentos, -as treghentos, -as/nuor. trechentos, -as trexentus, -as 400 batorghentos, -as bator(o)chentos, -as/nuor. batochentos, -as cuatruxentus, -as 500 chimbighentos, -as chimbichentos, -as, chimbechentos, -as/ cincuxentus, -as 600 seschentos, -as seschentos, -as sescentus, -as 700 setighentos, -as setichentos, -as, setechentos, -as setixentus, -as 800 otighentos, -as otichentos, -as, otochentos, -as otuxentus, -as 900 noighentos, -as noichentos, -as, noechentos, -as/nuor. nobichentos, -as noixentus, -as 1000 milli milli milli 1001 milli e unu, -a milli e unu, -a milli e unu, -a 2000 duamìgia duamiza duamilla 3000 tremìgia tremiza tremilla 4000 batormìgia bator(o)miza/nuor. batomiza cuatrumilla 5000 chimbemìgia chimbemiza cincumilla 6000 semìgia semiza semilla 7000 setemìgia setemiza setemilla 8000 otomìgia otomiza otumilla 9000 noemìgia noemiza/nuor. nobemiza noimilla 10000 deghemìgia deghemiza/nuor. dechemiza deximilla 100000 chentumìgia chentumiza centumilla 1000000 unu millione unu milione unu milioni Le stagioni - Sas istajones / Is istajonis Grafia LSC Grafia logudorese Grafia campidanese la primavera su beranu su beranu su beranu l'estate s'istiu s'istiu/ nuor. s'estiu, s'istadiale (s.m.) s'istadiali (s.m.), s'istadi (s.f.) l'autunno s'atòngiu s'atunzu/s'atonzu s'atongiu l'inverno s'ierru s'ierru/nuor. s'iberru s'ierru I mesi - Sos meses / Is mesis Italiano Grafia LSC Grafia logudorese Grafia campidanese Gallurese Sassarese Algherese Tabarchino Gennaio Ghennàrgiu Bennarzu/Bennalzu/Jannarzu/Jannarju Ghennarzu/Ghennargiu Gennaxu/Gennargiu Ghjnnagghju Ginnaggiu Gener ("giané") Zenò Febbraio Freàrgiu Frearzu/Frealzu/Frearju Friarxu/Freargiu Friagghju Fribaggiu Febrer ("frabé") Frevò Marzo Martzu Marthu/Malthu/Martzu Martzu/Mratzu Malzu Mazzu Març ("malts") Mòrsu/Marsu Aprile Abrile Abrile/Aprile Abrili Abrili Abriri Abril Arvì Maggio Maju Màju Màju Magghju Maggiu Maig ("mač") Mazu Giugno Làmpadas Làmpadas Làmpadas Làmpata/Ghjugnu Lampada Juny ("jun") Zugnu Luglio Trìulas/Argiolas Trìulas/Trìbulas Argiolas Agliola/Trìula/Luddu Triura Juliol ("juriòl") Luggiu Agosto Austu Austu/Agustu Austu Austu Aosthu Agost Austu Settembre Cabudanni Cabidanni/Cabidanne/Capidanne Cabudanni Capidannu/Sittembri Cabidannu Cavidani ("cavirani)/ Setembre ("setembra") Settembre Ottobre Santugaine/Ladàmene Santu 'Aìne/Santu Gabine/Santu Gabinu Ledàmini Santu Aìni/Uttobri Santu Aìni Santuaìni/ Octubre ("utobra") Ottobri Novembre Santandria/Onniasantu Sant'Andria Donniasantu Sant'Andrìa/Nùembri Sant'Andrìa Santandria/ Novembre ("nuvembra") Nuvembre Dicembre Nadale/Mese de Idas (Mese de) Nadale (Mesi de) Idas/(Mesi de) Paschixedda Natali/Dicembri Naddari Nadal ("naràl")/ Desembre ("desémbra") Dejèmbre I giorni - Sas dies / Is diis Grafia logudorese Grafia campidanese Sassarese Gallurese lunedì lunis lunis luni luni martedì martis martis marthi malti mercoledì mércuris/mérculis mércuris/mrécuris marchuri malculi giovedì jòbia/zòbia jòbia giobi ghjovi venerdì chenàbara/chenàpura cenàbara/cenàpura vennari vennari sabato sàbadu/sàpadu sàbudu sabaddu sabatu domenica dumìniga/domìniga/domìnica domìniga/domìnigu dumenigga dumenica I colori - Sos colores / Is coloris biancu/ant. arbu [bianco], nieddu [nero], ruju/arrùbiu [rosso], grogu [giallo], biaitu/asulu [blu], birde/birdi/bildi [verde], arantzu/aranzu/colori de aranju [arancione], tanadu/viola/biola [Viola], castàngiu/castanzu/baju [marrone]. Etimologia Nel presente paragrafo si elenca, senza alcuna pretesa di esaustività in merito, parte di quella mèsse lessicale facente parte sia del substrato, che dei vari superstrati. Nei nomi con due o più varianti viene prima riportato il logudorese, quindi il campidanese. Varie ricerche hanno messo in luce il fatto che la competenza dei parlanti adulti del sardo non ammette un numero di prestiti, provenienti dalle varie lingue dominanti nei secoli, superiore al 15,5% del lessico posseduto.[539] Substrato paleosardo o nuragico CUC → cùcuru, cucurinu (cima di un monte, cocuzzolo; punta sporgente, come Cùcuru 'e Portu a Oristano; cfr. basco kukurr, cresta del gallo)[540] GON- → Gonone, Gologone, Goni, Gonnesa, Gonnosnò (altura, collina, montagna, cfr. greco eolico gonnos, colle) NUR-/'UR- → ant. nurake → nuraghe/nuraxi, Nurra, Nora (mucchio cavo, ammasso), Noragugume NUG: Nug-or; Nug-ulvi (cfr. slavo noga, piede o gamba; sia Nuoro sia Nulvi sono località ai piedi di un monte) ASU-, BON-, GAL → Gallura ant. Gallula, Garteddì (Galtellì), Galilenses, Galile GEN-, GES- → Gesturi GOL-/'OL → Gollei, Ollollai, Parti Olla (Parteolla), golostri/golostru/golóstiche/ golóstise/golóstiu/golosti/'olosti (agrifoglio, si confronti lo slavo ostrь, "spinoso"; il basco gorosti, a cui si associa, è d'origine oscura e probabilmente paleoeuropea, cfr. infatti greco kélastros, agrifoglio) EKA-, KI-, KUR-, KAL/KAR- → Karalis → ant. Calaris (Cagliari), Carale, Calallai ENI → ogl. eni (albero del tasso, cfr. albanese enjë, albero del tasso); MAS-, TUR-, MERRE (luogo sacro) → Macumere (Macomer); GUS → Gusana, Guspini (cfr. serbo guša, gola); ALTRI TERMINI → toneri (tacco, torrione), garroppu (canyon), chessa (lentischio) THA-/THE-/THI-/TZI- (articolo) → thilipirche (cavalletta), thilicugu (geco), thiligherta (lucertola), tzinibiri (ginepro), Tamara (monte nel territorio del comune di Nuxis) thinniga/tzinniga[541](stipa tenacissima), thirulia (nibbio); Origine punica CHOURMÁ → kurma ‘ruta di Aleppo’[542] CUSMIN → guspinu, óspinu ‘nasturzio’[542] MS' → mitza/mintza ‘sorgente’[543] SIKKÍRIA → camp. tsikkirìa ‘aneto’[543] YAʿAR ‘bosca’ → camp. giara ‘altopiano’[542] ZERAʿ ‘seme’ → *zerula → camp. tseúrra ‘germoglio, piumetta embrionale del seme del grano’[542] ZIBBIR → camp. tsíppiri ‘rosmarino’[543] ZUNZUR ‘corregiola’ → camp. síntsiri ‘coda cavallina’[542] MAQOM-HADAS → Magomadas ‘luogo nuovo’ MAQOM-EL? ("luogo di dio")/MERRE? → Macumere (Macomer) TAM-EL → Tumoele, Tamuli (luogo sacro); Origine latina ACCITUS → ant.kita → chida/cida (settimana, derivata dai turni settimanali delle guardie giudicali) ACETU(M) → ant. aketu>aghedu/achetu/axedu (aceto) ACIARIU(M) → atharzu/atzarzu/atzargiu/atzarju (acciaio) ACINA → ant. àkina, àghina/àxina (uva) ACRU(M) → agru, argu (aspro, acido) ACUS → agu (ago) AERA → aèra/àiri AGNONE → anzone/angioni (agnello) AGRESTIS → areste/aresti (selvatico) ALBU(M) → ant. albu>arbu (bianco) ALGA → arga/àliga (spazzatura; alga) ALTU(M) → artu (alto) AMICU(M) → ant.amicu → amigu (amico) ANGELU(M) → anghelu/ànjulu (angelo) AQUA(M) → abba/àcua (acqua) AQUILA(M) → ave/àbbile/àchili (aquila) ARBORE(M) → arbore/arvore/àrburi (albero) ASINUS → àinu (asino) ASPARAGUS → camp. sparau (asparago) AUGUSTUS → austu (agosto) BABBUS → babbu (padre, babbo) BASIUM → basu, bàsidu (bacio) BERBECE → berbeke/berbeghe/prebeghe/brebei (pecora) BONUS → bonu (buono) BOVE(M) → boe/boi (bue) BUCCA → buca (bocca) BURRICUS → burricu (asino) CABALLUS → ant. cavallu/caballu → caddu/cuaddu/nuor. cabaddu (cavallo) CANE(M) → cane/cani (cane) CAPPELLUS → cappeddu, capeddu (cappello) CAPRA(M) → cabra/craba (capra) CARNE → carre/carri (carne umana, viva) CARNEM SECARE → carrasegare/ nuor. carrasecare (carnevale; "tagliare la carne" nel senso di buttarla via, in quanto ormai prossimo l'inizio della Quaresima; l'etimologia del termine italiano carnevale ha lo stesso significato di origine, seppur una forma differente (da carnem levare); la forma latina è a sua volta un calco del greco apokreos)[544][545] CARRU(M) → carru (carro) CASEUS → casu (formaggio) CASTANEA → castanza/castanja (castagna) CATTU(M) → gattu (gatto) CENA PURA → chenàbura/chenàbara/cenàbara/nuor. chenàpura (venerdì; questo nome era originariamente una definizione diffusa tra gli ebrei dell'Africa settentrionale per indicare il venerdì sera, momento in cui veniva preparato il cibo per il sabato. Numerosi giudei nordafricani si insediarono in Sardegna dopo essere stati espulsi dalle loro terre da parte dei Romani. A loro si deve probabilmente la parola sarda per venerdì)[546] CENTUM → chentu/centu (cento) CIBARIUS → civràxiu, civraxu (tipico pane sardo) CINQUE → chimbe/cincu (cinque) CIPULLA → chibudda/cibudda (cipolla) CIRCARE → chircare/circai (cercare) CLARU(M) → craru (chiaro) COCINA → ant.cokina → coghina/coxina (cucina) COELU(M) → chelu/celu (cielo) COLUBER → colovra/colora/coloru (biscia) CONCHA → conca (testa) CONIUGARE → cojuare/coyai (sposare) CONSILIU(M) → ant.consiliu → cunsizzucunsigiu/cunsillu (consiglio) COOPERCULU(M) → cropettore/cobercu (coperchio) CORIU(M) → corzu/corju/corgiu (cuoio) CORTEX → ant. gortike/borticlu → ortighe/ortiju/ortigu (corteccia del sughero) COXA(M) → cossa/cosça (coscia) CRAS → cras/crasi (domani) CREATIONE(M) → criatura/criathone/criadura (creatura) CRUCE(M) → ant. cruke/ruke → rughe/(g)ruxi (croce) CULPA(M) → curpa (colpa) DECE → ant.deke → deghe/dexi (dieci) DEORSUM → josso/jossu (giù) DIANA → jana (fata) DIE → die/dii (giorno) DOMO/DOMUS → domo/domu (casa) ECCLESIA → ant. clesia → cheja/crèsia (chiesa) ECCU MODO/QUOMO(DO) → còmo/imoi (adesso) ECCU MENTE/QUOMO(DO) MENTE → comente/comenti (come) EGO → ant.ego → deo/eo/jeo/deu (io) EPISCOPUS → ant. piscopu → pìscamu (vescovo) EQUA(M) → ebba/ègua (giumenta) ERICIUS → eritu (riccio) ETIAM → eja (sì) EX-CITARE → ischidare/scidai (svegliare) FABA(M) → ava/faa (fava) FABULARI → faeddare/foeddare/fueddai (parlare) FACERE → ant. fakere → fàghere/fai (fare) FALCE(M) → ant.falke → farche/farci (falce) FEBRUARIU(M) → ant. frearju → frearzu/frearju/friarju (febbraio) FEMINA → fèmina (donna) FILIU(M) → ant. filiu/fiju/figiu → fizu/figiu/fillu (figlio) FLORE(M) → frore/frori (fiore) FLUMEN → ant.flume → frùmene/frùmini (fiume) FOCU(M) → ant. focu → fogu (fuoco) FOENICULU(M) → ant.fenuclu → fenugru/fenugu (finocchio) FOLIA → fozza/folla (foglia) FRATER → frade/fradi (fratello) FUNE(M) → fune/funi GELICIDIU(M) → ghilighia/chilighia/cilixia (gelo, brina) GENERU(M)→ ghèneru/ènneru/gèneru (genero) GENUCULUM → inucru/benugu/genugu (ginocchio) GLAREA → giarra (ghiaia) GRAVIS → grae/grai (pesante) GUADU → ant.badu/vadu → badu/bau (guado) HABERE → àere/ai (avere) HOC ANNO → ocannu (quest'anno) HODIE → oe/oje/oi (oggi) HOMINE(M) → òmine/òmini (uomo) HORTU(M) → ortu (orto) IANUARIUS, IENARIU(M) → ant. jannarju> bennarzu/ghennarzu/jennarju/ghennargiu/gennarju (gennaio) IANUA → janna/genna (porta) ILEX → ant.elike → elighe/ìlixi (leccio) IMMO → emmo (sì) IN HOC → ant. inòke → inoghe/innoi (qui) INFERNU(M) → inferru/ifferru (inferno) I(N)SULA → ìsula/iscra (isola) INIBI → inie/innia (là) IOHANNES → Juanne/Zuanne/Juanni (Giovanni) IOVIA → jòvia/jòbia (giovedì) IPSU(M) → su (il) IUDICE(M) → ant. iudike → juighe/zuighe (giudice) IUNCU(M) → ant. juncu → zuncu/juncu (giunco) IUNIPERUS → ghinìperu/inìbaru/tzinnìbiri (ginepro) IUSTITIA → ant. justithia/justizia → justìtzia/zustìssia (giustizia) LABRA → lavra/lara (labbra) LACERTA → thiligherta/calixerta/caluxèrtula (lucertola) LARGU(M) → largu (largo) LATER → camp. làdiri (mattone crudo) LIGNA → linna (legna) LINGERE → lìnghere/lingi (leccare) LINGUA(M) → limba/lìngua (lingua) LOCU(M) → ant. locu → logu (luogo) LUTU(M) → ludu (fango) LUX → lughe/luxi (luce) MACCUS → macu (matto) MAGISTRU(M) → maìstu (maestro) MAGNUS → mannu (grande) MALUS → malu (cattivo) MANUS → manu (mano) MARTELLUS → martheddu/mateddu/martzeddu (martello) MERIDIES → merie/merì (pomeriggio) META → meda (molto) MULIER → muzere/cmulleri (moglie) NARRARE → nàrrere/nai (dire) NEMO → nemos (nessuno) NIX → nie/nii/nuor. nibe (neve) NUBE(M) → nue/nui (nuvola) NUCE → ant. nuke → nughe/nuxi (noce) OCCIDERE → ochidere, occhire, bochire/bociri (uccidere) OC(U)LU(M) → ogru/oju/ogu/nuor. ocru (occhio) OLEASTER → ozzastru/ogiastru/ollastu (olivastro) OLEUM → oliu → ozu/ogiu/ollu (olio) OLIVA → olia (oliva) ORIC(U)LA(M) → ant.oricla → origra/orija/origa/nuor. oricra (orecchio) OVU(M) → ou(uovo) PACE → ant.pake →paghe/paxi/nuor. pake (pace) PALATIUM → palathu/palàtziu/palatzu (palazzo) PALEA → paza/pagia/palla (paglia) PANE(M) → pane/pani PAPPARE → log. papare, camp. papai (mangiare) PARABOLA → paraula, nuor. paragula (parola) PAUCUS → pagu (poco) PECUS → pegus (capo di bestiame) PEDIS → pe/pei/nuor. pede (piede) PEIUS → pejus/peus (peggio) PELLE(M) → pedde/peddi (pelle) PERSICUS → pèrsighe/pèssighe (pesca) PETRA(M) → pedra/perda/nuor. preda (pietra) PETTIA(M) → petha/petza (carne) PILUS → pilu (pelo), pilos/pius (capelli) PIPER → pìbere/pìbiri (pepe) PISCARE → piscare/piscai (pescare) PISCE(M) → pische/pisci (pesce) PISINNUS → pitzinnu (bambino, giovane, ragazzo) PISUS → pisu (seme) PLATEA → pratha/pratza (piazza) PLACERE → piàghere/pràghere/praxi (piacere) PLANGERE → prànghere/prangi (piangere) PLENU(M) → prenu (pieno) PLUS → prus (più) POLYPUS → purpu/prupu (polpo) POPULUS → pòpulu/pòbulu (popolo) PORCU(M) → porcu/procu (maiale) POST → pustis (dopo) PULLUS → puddu (pollo) PUPILLA → pobidda/pubidda (moglie) PUTEUS → puthu/putzu (pozzo) QUANDO → cando/candu (quando) QUATTUOR → battor(o)/cuatru (quattro) QUERCUS → chercu (quercia) QUID DEUS? → ite/ita? (che/che cosa?) RADIUS → raju (raggio) RAMU(M) → ramu/arramu (ramo) REGNU → rennu/urrennu (regno) RIVUS → ant. ribu → riu/erriu/arriu (fiume) ROSMARINUS → ramasinu/arromasinu (rosmarino) RUBEU(M) → ant. rubiu → ruju/arrùbiu (rosso) SALIX → salighe/sàlixi (salice) SANGUEN → sàmbene/sànguni (sangue) SAPA(M) → saba (sapa, vino cotto) SCALA → iscala/scala (scala) SCHOLA(M) → iscola/scola (scuola) SCIRE → ischire/sciri (sapere) SCRIBERE → iscrìere/scriri (scrivere) SECARE → segare/segai (tagliare) SECUS → dae segus/a-i segus (dopo) SERO → sero/ant.camp. seru (sera) SINE CUM → kene/kena/kentza/sena/setza (senza) SOLE(M) → sole/soli (sole) SOROR → sorre/sorri (sorella) SPICA(M) → ispiga/spiga (spiga) STARE → istare/stai (stare) STRINCTU(M) → strintu (stretto) SUBERU → suerzu/suerju (quercia da sughero) SULPHUR → tùrfuru/tzùrfuru/tzrùfuru (zolfo) SURDU(M) → surdu (sordo) TEGULA → teula (tegola) TEMPUS → tempus (tempo) THIUS → thiu/tziu (zio) TRITICUM → trigu/nuor. trìdicu (grano) UMBRA → umbra (ombra) UNDA → unda (onda) UNG(U)LA(M) → unja/ungra/unga (unghia) VACCA → baca (vacca) VALLIS → badde/baddi (valle) VENTU(M) → bentu (vento) VERBU(M) → berbu (verbo, parola) VESPA(M) → ghespe/bespe/ghespu/espi (vespa) VECLUS(AGG.) → betzu/becciu (vecchio) VECLUS(S) → ant. veclu → begru/begu (legno vecchio) VIA → bia (via) VICINUS → ant. ikinu → bighinu/bixinu (vicino) VIDERE → bìdere/bìere/biri (vedere) VILLA → ant. villa → billa → bidda (paese) VINEA(M) → binza/bingia (vigna) VINU(M) → binu (vino) VOCE → ant. voke/boke → boghe/boxi (voce) ZINZALA → thìnthula/tzìntzula/sìntzulu (zanzara); Origine greca bizantina AGROIKÓS → gr. biz. agrikó → gregori ‘terreno incolto’[547] FLASTIMAO → frastimare/frastimai ‘bestemmiare’ KAVURAS ‘granchio’ → camp. kavuru KASKO → cascare ‘sbadigliare’ *KEROPÓLIDA → kera/cera óbida ‘cera che sigilla il favo’[547] KHÓNDROS ‘fiocchi d’avena; cartilagine’ → gr. biz. kontra → log. iskontryare[547] KLEISOÛRA ‘chiusa’ → krisura (krisayu, krisayone) ‘chiusa di un podere’[547] KONTAKION → ant. condake → condaghe/cundaxi ‘raccolta di atti’ KYÁNE(OS) ‘blu scuro’ → camp. ghyani ‘manto morello di cavallo (o di bue)’[547] LEPÍDA ‘lama di coltello’ → leppa ‘coltello’[547] Λουχὶα → ant. Lukìa → Lughìa/Luxia (Lucia) MERDOUKOÚS, MERDEKOÚSE ‘maggiorana’ → centr. mathrikúsya, camp. martsigusa ‘ginestra’[547] NAKE → annaccare (cullare) PSARÓS ‘grigio’ → *zaru → log. medioevale arzu[547] σαραχηνός → theraccu/tzeracu ‘servo’ Στέφανε → Istevane/Stèvini ‘Stefano’ Origine catalana ACABAR → acabare/acabai (finire, smettere; cf. spa. acabar)[548] AIXÌ → camp.aici (così) AIXETA → log. isceta (cannella della botte; rubinetto)[548] ALÈ → alenu (alito)[548] ARRACADA → arrecada (orecchino) ARREU → arreu (di continuo) AVALOT → avollotu (trambusto; cf. spa. alboroto (ant. alborote))[548] BANDA → banda (lato)[548] BANDOLER → banduleri (vagabondo; originariamente bandito; cf. spa. bandolero) BARBER → barberi (barbiere; cf. spa. barbero) BARRA → barra (mandibola; insolenza, testardaggine) BARRAR → abbarrare (nell'odierno catalano significa però sbarrare, in sardo camp. rimanere) BELLESA → bellesa (bellezza) (AL)BERCOC → luog. barracoca (albicocca; da una termine balearico passato poi anche all'algherese barracoc)[548] BLAU → camp.brau (blu) BRUT, -A → brutu, -a (sporco) BURRO → burricu (asino; cf, spa. burro e borrico)[548] BURUMBALLA → burrumballa (segatura, truciolame, per est. cianfrusaglia) BUTXACA → busciaca/buciaca (tasca, borsa)[548] CADIRA / CARIA (vocabolo ancor presente in algherese) → camp. cadira (sedia); Caría (cognome sardo) CALAIX → camp. calaxu/calasciu (cassetto) CALENT → caente/callenti (caldo; cf. spa. caliente)[548] CARRER → carrera/carrela (via)[548] CULLERA → cullera (cucchiaio) CUITAR → coitare/coitai (sbrigarsi)[548] DESCLAVAMENT → iscravamentu (deposizione di Cristo dalla croce) DESITJAR → disigiare/disigiai (desiderare)[548] ESTIU → istiu (estate; cf. spa. estío, lat. aestivum (tempus)) FALDILLA → faldeta (gonna)[548] FERRER → ferreri (fabbro) GARRÓ → garrone, -i (garretto)[548] GOIGS → camp. gocius (composizioni poetiche sacre; cf. gosos) GRIFÓ → grifone, -i (rubinetto)[548] GROC → grogo, -u (giallo)[548] ENHORABONA! → innorabona! (in buon'ora!; cf. spa. enhorabuena) ENHORAMALA! → innoramala! (in mal'ora!) ESMORZAR → ismurzare/ismurgiare/irmugiare/imrugiare (fare colazione)[548] ESTIMAR → istimare/stimai (amare, stimare) FEINA → faina (lavoro, occupazione, daffare; già da una forma catalana medievale, da cui si è poi anche originato lo spagnolo faena)[548] FLASSADA → frassada (coperta; cf. spa. frazada)[548] GÍNJOL → gínjalu (giuggiola, giuggiolo) IAIO, -A → jaju, -a (nonno, -a; cf. spa. yayo, -a) JUTGE → camp. jugi/log. zuzze (giudice) LLEIG → camp. léggiu/log. lezzu (brutto) MANDRÓ → mandrone, -i (pigro, nullafacente)[548] MATEIX → matessi (stesso) MITJA → mìgia, log. miza (calza) MOCADOR → mucadore, -i (fazzoletto) ORELLETA → orilletas (dolci fritti) PAPER → paperi (carta)[548] PARAULA → paraula (parola) PLANXA → prància (ferro da stiro; prestito di origine francese, anteriore allo spagnolo plancha)[548] PREMSA → prentza (torchio)[549] PRESÓ → presone, -i (prigione) PRESSA → presse, -i (fretta)[548] PRÉSSEC → prèssiu (pesca)[548] PUNXA → camp. punça/log. puntza (chiodo) QUIN, -A → camp. chini (in catalano significa "quale", in sardo "chi") QUEIXAL → sardo centrale e camp. caxale/casciale, -i (dente molare) RATAPINYADA → camp. ratapignata (pipistrello) RETAULE → arretàulu (retablo, tavola dipinta) ROMÀS → nuor. arrumasu (magro; originariamente in catalano "rimasto" → rimasto a letto → indebolito→ dimagrito, magro)[548] SABATA → camp.sabata (scarpa) SABATER → sabateri (calzolaio) SAFATA → safata (vassoio)[165] SEU → camp. seu (cattedrale, "sede del vescovo") SÍNDIC → sìndigu (sindaco)[548] SíNDRIA → sìndria (anguria) TANCAR → tancare/tancai (chiudere) TINTER → tinteri (calamaio) ULLERES → camp. ulleras (occhiali) VOSTÈ → log. bostè/camp .fostei o fustei (lei, pronome di cortesia; da vostra merced, vostra mercede; cf. spa. usted)[550] Origine spagnola Le voci di cui non viene indicata l'etimologia sono voci di origine latina di cui lo spagnolo ha modificato il significato originario che avevano in latino e il sardo ha preso il loro significato spagnolo; per le voci che lo spagnolo ha preso da altre lingue viene indicata la loro etimologia come riportata dalla Real Academia Española. ADIÓS → adiosu (addio, arrivederci)[548] ANCHOA → ancioa (alice)[548] APOSENTO → aposentu (camera da letto) APRETAR, APRIETO → apretare, apretu (mettere in difficoltà, costringere, opprimere; difficoltà, problema) ARENA → arena (sabbia; cf. cat. arena)[548] ARRIENDO → arrendu (affitto)[548] ASCO → ascu (schifo)[548] ASUSTAR → assustare/assustai (spaventare; in camp. è più diffuso atziccai, che a sua volta viene dallo spagnolo ACHICAR)[548] ATOLONDRADO, TOLONDRO → istolondrau (stordito, confuso, sconcertato) AZUL → camp. asulu (azzurro; parola arrivata allo spagnolo dall'arabo)[551] BARATO → baratu (economico) BARRACHEL → barratzellu/barracellu (guardia campestre; parola questa che anche passata all'italiano regionale della Sardegna, dove la parola barracello indica appunto una guardia campestre facente parte della compagnia barracellare) BÓVEDA → bòveda, bòvida (volta (nell'ambito della costruzione) )[552] BRAGUETA → bragheta (cerniera dei pantaloni; il termine "braghetta" o "brachetta" è presente anche in italiano, ma con altri significati; con questo significato è diffuso anche nell'italiano regionale della Sardegna: cf. cat. bragueta) BRINCAR, BRINCO → brincare, brincu (saltare, salto; termine arrivato in spagnolo dal latino vinculum,[553] legame, parola che è poi stata modificata e ha assunto un significato completamente differente in castigliano e che poi con questo è passata al sardo, fenomeno condiviso da molti altri spagnolismi) BUSCAR → buscare/buscai (cercare, prendere; cf. cat. buscar) CACHORRO → caciorru (cucciolo)[548] CALENTURA → calentura, callentura (febbre) CALLAR → cagliare/chelare (tacere; cf. cat. callar)[548] CARA → cara (faccia; cf. cat. cara)[548] CARIÑO → carignu (manifestazione di affetto, carezza; affetto)[548] CERRAR → serrare/serrai (chiudere) CHASCO → ciascu (burla)[548] CHE (esclamazione di sorpresa di origine onomatopeica usata in Argentina, Uruguay, Paraguay, Bolivia e in Spagna nella zona di Valencia)[554] → cé (esclamazione di sorpresa usata in tutta la Sardegna) CONTAR → contare/contai (raccontare; cf. cat. contar)[548] CUCHARA → log. cocciari (cucchiaio) / camp. coccerinu (cucchiaino), cocciaroni (cucchiaio grande)[548] DE BALDE → de badas (inutilmente; cf. cat. debades) DÉBIL → dèbile, -i (debole; cf. cat. dèbil)[548] DENGOSO, -A, DENGUE → dengosu, -a, dengu (persona che si lamenta eccessivamente senza necessità, lamento esagerato e fittizio; voce di origine onomatopeica)[555] DESCANSAR, DESCANSO → discansare/discantzare, discansu/discantzu (riposare, riposo; cf. cat. descansar)[548] DESDICHA → disdìcia (sfortuna)[548] DESPEDIR → dispidire/dispidì (accomiatare, congedare)[548] DICHOSO, -A → diciosu, -a (felice, beato)[548] HERMOSO, -A → ermosu, -a / elmosu, -a (bello)[548] EMPLEO → impleu (carica, impiego)[548] ENFADAR, ENFADO → infadare/irfadare/iffadare, infadu/irfadu/iffadu (molestia, fastidio, rabbia; cf. cat. enfadar)[556] ENTERRAR, ENTIERRO → interrare, interru (seppellire, seppellimento; cf. cat. enterrar)[548] ESCARMENTAR → iscalmentare/iscrammentare/scramentai (apprendere dall'esperienza propria o altrui per evitare di commettere gli stessi errori; parola di etimologia originaria sconosciuta)[557] ESPANTAR → ispantare/spantai (spaventare; in campidanese, e in algherese, significa meravigliare; cf. cat. espantar) FEO → log. feu (brutto)[548] GANA → gana (voglia; cf. cat. gana; parola di etimologia originaria incerta)[558] GARAPIÑA → carapigna (bibita rinfrescante)[559] GASTO → gastu (spesa, consumo)[548] GOZOS → log. gosos/gotzos (composizioni poetiche sacre; cf. gocius) GREMIO → grèmiu (corporazione di diversi mestieri; anche questa parola fa parte dell'italiano parlato in Sardegna, dove i gremi sono per esempio le corporazioni di mestieri dei Candelieri di Sassari o della Sartiglia di Oristano; oltre che in Sardegna e in spagnolo, la parola si usa anche in portoghese, gremio, catalano, gremi, tedesco, Gremium, e nell'italiano parlato in Svizzera, nel Canton Ticino) GUISAR → ghisare (cucinare; cf.cat. guisar)[548] HACIENDA → sienda (proprietà)[544] HÓRREO → òrreu (granaio) JÍCARA → cìchera, cìcara (tazza; parola originariamente proveniente dal náhuatl)[560] LÁSTIMA → làstima (peccato, danno, pena; qué lástima → ite làstima (che peccato), me da lástima → mi faet làstima (mi fa pena) )[548] LUEGO → luegus (subito, fra poco) MANCHA → log. e camp. mància, nuor. mantza (macchia) MANTA → manta (coperta; cf. cat. manta) MARIPOSA → mariposa (farfalla)[548] MESA → mesa (tavolo) MIENTRAS → camp. mentras (cf. cat. mentres) MONTÓN → muntone (mucchio; cf. cat. munt)[561] OLVIDAR → olvidare (dimenticare)[548] PEDIR → pedire (chiedere, richiedere) PELEA → pelea (lotta, lite)[548] PLATA → prata (argento) PORFÍA → porfia (ostinazione, caparbietà, insistenza)[562] POSADA → posada (locanda, luogo di ristoro) PREGUNTAR, PREGUNTA → preguntare/pregontare, pregunta/pregonta (domandare, domanda; cf. cat. preguntar, pregunta) PUNTAPIÉ (s.m.) → puntepé/puntepei (s.f.) (calcio, colpo dato con la punta del piede) PUNTERA → puntera (parte della calza o della scarpa che copre la punta del piede; colpo dato con la punta del piede) QUERER → chèrrer(e) (volere) RECREO → recreu (pausa, ricreazione; divertimento)[548] RESFRIARSE, RESFRÍO → s'arrefriare, arrefriu (raffreddarsi, raffreddore)[548] SEGUIR → sighire (continuare; seguire; cf. cat. seguir)[544] TAJA → tacca (pezzo) TIRRIA, TIRRIOSO → tirria, tirriosu (cattivo sentimento; cf. cat. tírria)[563] TOMATE (s.m.) → nuor. e centrale tamata/camp. e gall. tumata (s.f.) (pomodoro; parola originariamente proveniente dal náhuatl)[564] TOPAR → atopare/atopai (incontrare, anche per caso, qualcuno; imbattersi in qualcosa; voce onomatopeica; cf. cat. topar)[565] VENTANA → log. e camp. ventana/log. bentana (finestra) VERANO → log. beranu (sp. estate, srd. primavera) Origine toscana/italiana ARANCIO → aranzu/arangiu AUTUNNO → atonzu/atongiu BELLO/-A → bellu/-a BIANCO → biancu CERTO/-A → tzertu/-a CINTA → tzinta CITTADE → ant. kittade → tzitade/citade/tzitadi/citadi (città) GENTE → zente/genti INVECE → imbètzes/imbecis MILLE → milli OCCHIALI → otzales SBAGLIO → irballu/isbàlliu/sbàlliu VERUNO/-A → perunu/-a (alcuno/-a) ZUCCHERO → thùccaru/tzùccaru/tzùcuru Prenomi, cognomi e toponimi Lo stesso argomento in dettaglio: Prenomi sardi e Cognomi sardi. Dalla lingua sarda derivano tanto i nomi storici di persona (nùmene / nomen / nomini-e / lumene o lomini) e i soprannomi (nomìngiu / nominzu / o paranùmene / paralumene / paranomen / paranomine-i), che i sardi avrebbero conferito l'un l'altro fino all'epoca contemporanea per poi cadere nell'attuale disuso,[566] quanto buona parte dei cognomi tradizionali (sambenadu / sangunau), tuttora i più diffusi nell'isola. I toponimi della Sardegna possono vantare una storia antica,[567] sorgendo in alcuni casi un significativo dibattito inerente alle loro origini.[568] Note Esplicative ^ Con riguardo alla cristianizzazione dell'isola, Papa Simmaco fu battezzato a Roma e si diceva fosse «ex paganitate veniens»; la conversione degli ultimi pagani sardi, guidati da Ospitone, fu descritta da Tertulliano come il seguente evento: «Sardorum inaccessa Romanis loca, Christo vero subdita». Max Leopold Wagner, La lingua sarda, Nuoro, Ilisso, 1951–1997, p. 73. ^ «Fallacissimum genus esse Phoenicum omnia monumenta vetustatis atque omnes historiae nobis prodiderunt. ab his orti Poeni multis Carthaginiensium rebellionibus, multis violatis fractisque foederibus nihil se degenerasse docuerunt. A Poenis admixto Afrorum genere Sardi non deducti in Sardiniam atque ibi constituti, sed amandati et repudiati coloni. [...] Africa ipsa parens illa Sardiniae, quae plurima et acerbissima cum maioribus nostris bella gessit.» Cicero: Pro Scauro, su thelatinlibrary.com. URL consultato il 28 novembre 2015. ^ «Potissimum vero ad usurpandum in scriptis Italicum idioma gentem nostram fuisse adductam puto finitimarum exemplo, Provincialium, Corsorum atque Sardorum» ("In verità ritengo anzitutto che la nostra gente [italiana] sia stata indotta a usare nello scritto l'idioma italico, seguendo l'esempio dei vicini Provenzali, Corsi e Sardi") e, più in là, «Sardorum quoque et Corsorum exemplum memoravi Vulgari sua Lingua utentium, utpote qui Italis preivisse in hoc eodem studio videntur» ("Ho ricordato, fra l'altro, l'esempio dei Sardi e dei Corsi, che hanno impiegato la propria lingua volgare, come quelli che in ciò hanno preceduto gli Italiani"). Antonio, Ludovico Antonio (1739). Antiquitates Italicae Moedii Evi, Mediolani, t. 2, col. 1049 ^ Incipit di Ines Loi Corvetto, La Sardegna e la Corsica, Torino, UTET, 1993. Hieronimu Araolla, edited by Max Leopold Wagner, Die Rimas Spirituales Von Girolamo Araolla. Nach Dem Einzigen Erhaltenen Exemplar Der Universitätsbibliothek in Cagliari, Princeton University, 1915, p. 76. Semper happisi desiggiu, Illustrissimu Segnore, de magnificare, & arrichire sa limba nostra Sarda; dessa matessi manera qui sa naturale insoro tottu sas naciones dessu mundu hant magnificadu & arrichidu; comente est de vider per isos curiosos de cuddas. ("Sempre abbia il desiderio, Illustrissimo Signore, di magnificare e arricchire la nostra lingua sarda; nel medesimo modo in cui tutte le nazioni del mondo hanno magnificato e arricchito [la propria]; come si può vedere per coloro che ne sono incuriositi.") ^ …L'Alguer castillo fuerte bien murado / con frutales por tierra muy divinos / y por la mar coral fino eltremado / es ciudad de mas de mil vezinos… Joaquín Arce, España en Cerdeña, 1960, p. 359. ^ E.g.: «…Non podende sufrire su tormentu / de su fogu ardente innamorosu. / Videndemi foras de sentimentu / et sensa una hora de riposu, / pensende istare liberu e contentu / m'agato pius aflitu e congoixosu, / in essermi de te senora apartadu, / mudende ateru quelu, ateru istadu…» Antonio de Lo Frasso, Los Cinco Ultimos Libros de Fortuna de Amor, vol. 2, Londra, Henrique Chapel, 1573-1740, pp. 141-144. ^ «Sendemi vennidu à manos in custa Corte Romana unu Libru in limba Italiana, nouamente istampadu, […] lu voltao in limba Sarda pro dare noticia de cuddas assos deuotos dessa patria mia disijosos de tales legendas. Las apo voltadas in sardu menjus qui non in atera limba pro amore de su vulgu […] qui non tenjan bisonju de interprete pro bi-las decrarare, & tambene pro esser sa limba sarda tantu bona, quanta participat de sa latina, qui nexuna de quantas limbas si plàtican est tantu parente assa latina formale quantu sa sarda. […] Pro su quale si sa limba Italiana si preciat tantu de bona, & tenet su primu logu inter totas sas limbas vulgares pro esser meda imitadore dessa Latina, non si diat preciare minus sa limba Sarda pusti non solu est parente dessa Latina, pero ancora sa majore parte est latina vera. […] Et quando cussu non esseret, est suficiente motiuu pro iscrier in Sardu, vider, qui totas sas nationes iscriven, & istampan libros in sas proprias limbas naturales in soro, preciandosi de tenner istoria, & materias morales iscritas in limba vulgare, pro qui totus si potan de cuddas aprofetare. Et pusti sa limba latina Sarda est clara & intelligibile (iscrita, & pronunciada comente conuenit) tantu & plus qui non quale si querjat dessas vulgares, pusti sos Italianos, & Ispagnolos, & totu cuddos qui tenen platica de latinu la intenden medianamente.» ("Essendo entrato in possesso, presso questa Corte Romana, di un libro in lingua italiana di nuova ristampa, […] l'ho tradotto in lingua sarda per darne notizia ai devoti della mia patria desiderosi di tali leggende. Le ho tradotte in sardo, anziché in un'altra lingua, per amore del popolo […] i quali [popolani] non necessitavano di alcun interprete per potergliele enunciare, anche per via del fatto che la lingua sarda è nobile in virtù della sua partecipazione alla latinità, giacché nessuna lingua parlata è tanto prossima al latino classico quanto quella sarda. […] Giacché, se la lingua italiana si apprezza molto, e se tra tutte le lingue volgari si trova al primo posto per aver molto replicato quella latina, non meno si dovrebbe apprezzare la lingua sarda dal momento che non solo è parente di quella latina, ma è in gran parte latino schietto. […] E quandanche non fosse così, è un motivo sufficiente per scrivere in sardo vedere che tutte le nazioni scrivono e stampano libri nella loro lingua naturale, fregiandosi di avere storia e materie morali scritte in lingua volgare, affinché tutti possano recare giovamento da esse. E dal momento che la lingua latina sarda è, quando scritta e pronunciata come si conviene, chiara e comprensibile in misura uguale, se non superiore rispetto a quelle volgari, dal momento che gli Italiani, e gli Spagnoli, e tutti coloro che praticano il latino in generale la capiscono"). Ioan Matheu Garipa, Legendariu de santas virgines, et martires de Iesu Crhistu, Per Lodouicu Grignanu, Roma, 1627. ^ Nella Dedica alla moglie di Carlo Alberto si possono scorgere diversi passaggi in cui egli omaggiava le politiche culturali perseguite in Sardegna, quali "Era destino che la dolcissima Italiana favella, sebbene nata sulle amene sponde dell'Arno, divenuta sarebbe un dì anche ricco patrimonio degli Abitanti del Tirso" (p. 5) e, formulando un voto di fedeltà alla nuova dinastia di reggenti in luogo della spagnola, "Di tanto bene la Sardegna è debitrice alla Augustissima CASA SABAUDA, la quale, cessata l'ispanica dominazione, con tante savie istituzioni promosse in ogni tempo le scienze, statuendo fin dalla metà del secolo trascorso, che nei Dicasteri e nel pubblico insegnamento delle Scuole Inferiori si facesse uso di quel Toscano che fu poscia la lingua di quante persone ebbero voce di bennate e di colte." (p. 6). Nella Prefazione, più specificamente intitolata Al giovanetto alunno, si dichiara l'intenzione, comune al Porru, di pubblicare un lavoro dedicato alla didattica dell'italiano, partendo dalle differenze e similitudini fornite dalla grammatica di un'altra lingua più familiare, il sardo. ^ Al fine di meglio comprendere tale dichiarazione, occorre infatti osservare che, secondo le disposizioni del governo, «in nessun modo e per nessun motivo esiste la regione» (Casula, Francesco. Sa chistione de sa limba in Montanaru e oe (PDF)., p. 66). ^ In realtà, databili intorno alla seconda metà dell'Ottocento, in seguito alla già menzionata Perfetta Fusione (cfr. Dettori 2001); difatti, neanche nella trattazione settecentesca di autori quali il Cetti si rinvengono giudizi di valore circa la dignità del sardo, sulla cui indipendenza linguistica convenivano generalmente anche gli autori italiani (cfr. Ferrer 2017). ^ Il Wagner cita al riguardo Giacomo Tauro che, a dispetto della vulgata fascista sull'assimilazione del sardo al sistema linguistico italiano, già osservava in una conferenza tenuta a Nuoro nel 1937 che «[La Sardegna] ha una sua propria lingua, che è qualcosa di più e di diverso dai dialetti delle altre regioni d’Italia… Se i diversi dialetti d’Italia hanno tutti qualcosa d’interferente, per cui non è difficile a chi attentamente ne ascolti qualcuno e di essi abbia una certa pratica, d’intuirne e comprenderne, almeno superficialmente, il significato, i dialetti sardi invece non solo riescono quasi del tutto incomprensibili a chi non è dell’isola, ma anche con la pratica difficilmente possono essere acquisiti.» ( Max Leopold Wagner, La lingua sarda, Nuoro, Ilisso, 1951-1997, p. 82.) ^ Tali istanze eminentemente industrialistiche e produttivistiche sono finanche attestate nelle norme di cui all'art. 13 del progetto finale, che recita «lo Stato con il concorso della Regione dispone un piano organico per favorire la rinascita economica e sociale dell'Isola.» Cfr. Testo storico dello Statuto (PDF). ^ Alla base del cosiddetto "autonomismo abortivo", secondo i primi critici dello statuto quali Eliseo Spiga, vi era la mancata assunzione di un'identità sarda dotata di soggettività distinta, nelle sue specificità etnonazionali, linguistiche e culturali rispetto alla comunità statale nel suo insieme; in mancanza della quale, a loro avviso si sarebbe approdati a un modello amministrativo che omologava l'isola a "una qualsiasi provincia dello Stivale". Francesco Casula, Gianfranco Contu, Storia dell'autonomia in Sardegna, dall'Ottocento allo Statuto Sardo (PDF), Dolianova, Stampa Grafica del Parteolla, 2008, p. 116. URL consultato il 25 agosto 2019 (archiviato dall'url originale il 20 ottobre 2020). ^ Istanza del Prof. A. Sanna sulla pronuncia della Facoltà di Lettere in relazione alla difesa del patrimonio etnico-linguistico sardo. Il prof. Antonio Sanna fa a questo proposito una dichiarazione: «Gli indifferenti problemi della scuola, sempre affrontati in Sardegna in torma empirica, appaiono oggi assai particolari e non risolvibili in un generico quadro nazionale; il tatto stesso che la scuola sia diventata scuola di massa comporta il rifiuto di una didattica inadeguata, in quanto basata sull'apprendimento concettuale attraverso una lingua, per molti aspetti estranea al tessuto culturale sardo. Poiché esiste un popolo sardo con una propria lingua dai caratteri diversi e distinti dall'italiano, ne discende che la lingua ufficiale dello Stato, risulta in effetti una lingua straniera, per di più insegnata con metodi didatticamente errati, che non tengono in alcun conto la lingua materna dei Sardi: e ciò con grave pregiudizio per un'efficace trasmissione della cultura sarda, considerata come sub-cultura. Va dunque respinto il tentativo di considerare come unica soluzione valida per questi problemi una forzata e artificiale forma di acculturazione dall'esterno, la quale ha dimostrato (e continua a dimostrare tutti) suoi gravi limiti, in quanto incapace di risolvere i problemi dell'isola. È perciò necessario promuovere dall'interno i valori autentici della cultura isolana, primo fra tutti quello dell'autonomia, e "provocare un salto di qualità senza un'acculturazione di tipo colonialistico, e il superamento cosciente del dislivello di cultura" (Lilliu). La Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Cagliari, coerentemente con queste premesse con l'istituzione di una Scuola Superiore di Studi Sardi, è pertanto invitata ad assumere l'iniziativa di proporre alle autorità politiche della Regione Autonoma e dello Stato il riconoscimento della condizione di minoranza etnico-linguistica per la Sardegna e della lingua sarda come lingua «nazionale» della minoranza. È di conseguenza opportuno che si predispongano tutti i provvedimenti a livello scolastico per la difesa e conservazione dei valori tradizionali della lingua e della cultura sarda e, in questo contesto, di tutti i dialetti e le tradizioni culturali presenti in Sardegna (ci si intende riferire al Gallurese, al Sassarese, all'Algherese e al Ligure-Carlofortino). In ogni caso tali provvedimenti dovranno comprendere necessariamente, ai livelli minimi dell'istruzione, la partenza dell'insegnamento del sardo e dei vari dialetti parlati in Sardegna, l'insegnamento nella scuola dell'obbligo riservato ai Sardi o coloro che dimostrino un'adeguata conoscenza del sardo, o tutti quegli altri provvedimenti atti a garantire la conservazione dei valori tradizionali della cultura sarda. È bene osservare come, nel quadro della diffusa tendenza a livello internazionale per la difesa delle lingue delle minoranze minacciate, provvedimenti simili a quelli proposti sono presi in Svizzera per la minoranza ladina fin dal 1938 (48 000 persone), in Inghilterra per il Galles, in Italia per le minoranze valdostana, slovena e ultimamente ladina (15 000 persone), oltre che per quella tedesca; a proposito di queste ultime e specificamente in relazione al nuovo ordinamento scolastico alto-atesino. Il presidente del Consiglio on. Colombo, nel raccomandare ala Camera le modifiche da apportare allo Statuto della Regione Trentino-Alto Adige (il cosiddetto "pacchetto"), «modifiche che non escono dal concetto di autonomia indicato dalla Costituzione», ha ritenuto di dovere sottolineare l'opportunità "che i giovani siano istruiti nella propria lingua materna da insegnanti appartenenti allo stesso gruppo linguistico"; egli inoltre aggiungeva che "solo eliminando ogni motivo di rivendicazione si crea il necessario presupposto per consentire alla scuola di svolgere la sua funzione fondamentale in un clima propizio per la migliore formazione degli allievi". Queste chiare parole del presidente del Consiglio ci consentono di credere che non si voglia compiere una discriminazione nei confronti della minoranza sarda, ma anche per essa valga il principio enunciato dall'opportunità dell'insegnamento della lingua materna a opera di insegnanti appartenenti allo stesso gruppo linguistico, onde consentire alla scuola di svolgere anche in Sardegna la sua funzione fondamentale in un clima propizio alla migliore formazione per gli allievi. Si chiarisce che tutto ciò non è sciovinismo né rinuncia a una cultura irrinunciabile, ma una civile e motivata iniziativa per realizzare in Sardegna una vera scuola, una vera rinascita, "in un rapporto di competizione culturale con lo stato (…) che arricchisce la Nazione" (Lilliu)». Il Consiglio unanime approva le istanze proposte dal prof. Sanna e invita le competenti autorità politiche a promuovere tutte le iniziative necessarie, sul piano sia scolastico che politico-economico, a sviluppare coerentemente tali principi, nel contempo acquisendo dati atti a mettere in luce il suesposto stato. Cagliari, 19 febbraio 1971. [Farris, Priamo (2016). Problemas e aficàntzias de sa pianificatzioni linguistica in Sardigna. Limba, Istòria, Sotziedadi / Problemi e prospettive della pianificazione linguistica in Sardegna. Lingua, Storia, Società, Youcanprint] ^ "O sardu, si ses sardu e si ses bonu, / Semper sa limba tua apas presente: / No sias che isciau ubbidiente / Faeddende sa limba 'e su padronu. / Sa nassione chi peldet su donu / De sa limba iscumparit lentamente, / Massimu si che l'essit dae mente / In iscritura che in arrejonu. / Sa limba 'e babbos e de jajos nostros / No l'usades pius nemmancu in domo / Prite pobera e ruza la creides. / Si a iscola no che la jughides / Po la difunder menzus, dae como / Sezis dissardizende a fizos bostros." ("O sardo, se sei sardo e sei bravo / abbi sempre presente la tua lingua: / non essere come uno schiavo ubbidiente / che parla la lingua del padrone. / La nazione che perde il dono / della lingua scompare lentamente, / soprattutto se le esce dalla mente / scrivendo e discorrendo. / La lingua dei nostri padri e dei nostri nonni / non la usate più neanche a casa / dal momento che la ritenete povera e rozza. / Se non la portate a scuola / ora, per diffonderla meglio, / starete de-sardizzando i vostri figli.") in Piras, Raimondo. No sias isciau (RTF), su poesias.it. ^ L'italianizzazione culturale della popolazione sarda aveva allora assunto proporzioni tanto considerevoli da indurre il Pellegrini, nella Introduzione all'Atlante storico-linguistico-etnografico friulano, a tessere le lodi dei sardi giacché questi ultimi si dicevano disposti ad accettare che il loro idioma, pur costituendo «un mezzo espressivo assai meno subordinato all'italiano» fosse considerato un semplice "dialetto" dell'italiano, in netto contrasto all'orgoglio e lealtà linguistica dei friulani (Salvi, Sergio (1974). Le lingue tagliate, Rizzoli, p. 195 ; Pellegrini, Giovan Battista (1972). Introduzione all'Atlante storico-linguistico-etnografico friulano (ASLEF), Vol. I, p. 17). Considerazioni analoghe a quelle del Pellegrini erano state avanzate qualche anno prima, nel 1967, dal linguista tedesco Heinz Kloss in riferimento al concetto da lui coniato di Dachsprache ("lingua tetto"); nel suo studio pioneristico, egli osservava come idiomi di comunità quali i sardi, occitani e haitiani, fossero da esse stesse ora percepiti meramente come «dialetti di lingue vittoriose piuttosto che sistemi linguistici autonomi», diversamente dalla profonda lealtà linguistica dei catalani che, nonostante il proibizionismo franchista, non avrebbero mai accettato una siffatta degradazione del loro idioma rispetto all'unica lingua allora ufficiale, lo spagnolo (Kloss, Heinz (1967). "Abstand Languages" and "Ausbau Languages". Anthropological Linguistics, 9 (7), p. 36). ^ È interessante notare come nella questione linguistica sarda possa, per certi versi, sussistere un parallelismo con l'Irlanda, in cui un similare fenomeno ha assunto il nome di circolo vizioso dell'Irish Gaeltacht (Cfr. Edwards 1985). Difatti in Irlanda, all'abbassamento di prestigio del gaelico verificatosi quando esso risultò parlato in aree socialmente ed economicamente depresse, si aggiunse l'emigrazione da tali aree verso quelle urbane e ritenute economicamente più avanzate, nelle quali l'idioma maggioritario (l'inglese) sarebbe stato destinato a sopraffare e prevalere su quello minoritario degli emigranti. ^ Non è un caso che queste tre lingue, protette da accordi internazionali, siano le uniche minoranze linguistiche ritenute da Gaetano Berruto (Lingue minoritarie, in XXI Secolo. Comunicare e rappresentare, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, pp. 335-346, 2009) come non minacciate. Bibliografiche e sitografiche ^ Ti Alkire; Carol Rosen, Romance languages : a Historical Introduction, New York, Cambridge University Press, 2010, p. 3. Lubello, Sergio (2016). Manuale Di Linguistica Italiana, De Gruyter, Manuals of Romance linguistics, p.499 ^ AA. VV. Calendario Atlante De Agostini 2017, Novara, Istituto Geografico De Agostini, 2016, p. 230 ^ The World Atlas of Language Structures Online, Sardinian. ^ La tipologia linguistica del sardo, Eduardo Blasco Ferrer https://revistas.ucm.es/index.php/RFRM/article/download/RFRM0000110015A/11140 ^ Maurizio Virdis, Plasticità costruttiva della frase sarda (e la posizione del Soggetto), su Academia, Rivista de filologia romanica, 2000. URL consultato il 4 maggio 2024. Legge 482, su camera.it. URL consultato il 25 novembre 2015 (archiviato dall'url originale il 12 maggio 2015). Legge Regionale 15 ottobre 1997, n. 26-Regione Autonoma della Sardegna – Regione Autònoma de Sardigna, su regione.sardegna.it. URL consultato il 25 novembre 2015 (archiviato dall'url originale il 26 febbraio 2021). Legge Regionale 3 luglio 2018, n. 22-Regione autonoma della Sardegna – Regione Autònoma de Sardigna, su regione.sardegna.it. URL consultato il 25 novembre 2015. ^ United Nations Human Rights. Universal Declaration of Human Rights in Sardinian language.. ^ Regione Autonoma della Sardegna, LIMBA SARDA COMUNA - Norme linguistiche di riferimento a carattere sperimentale per la lingua scritta dell’Amministrazione regionale (PDF), pp. 6, 7, 55. «in altri casi, per salvaguardare la distintività del sardo, si è preferita la soluzione centro-settentrionale, come nel caso di limba, chena, iscola, ecc..» ^ Riconoscendo l'arbitrarietà delle definizioni, nella nomenclatura delle voci viene usato il termine "lingua" in accordo alle norme ISO 639-1, 639-2 o 639-3. Negli altri casi, viene usato il termine "dialetto". ^ «Da G. I. Ascoli in poi, tutti i linguisti sono concordi nell'assegnare al sardo un posto particolare fra gl'idiomi neolatini per i varî caratteri che lo distinguono non solo dai dialetti italiani, ma anche dalle altre lingue della famiglia romanza, e che appaiono tanto nella fonetica, quanto nella morfologia e nel lessico.» R. Almagia et al., Sardegna in "Enciclopedia Italiana" (1936)., Treccani, "Parlari". ^ Leopold Wagner, Max. La lingua sarda, a cura di Giulio Paulis (archiviato dall'url originale il 26 gennaio 2016). - Ilisso ^ Manuale di linguistica sarda., 2017, A cura di Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo. Manuals of Romance Linguistics, De Gruyter Mouton, p. 209. «Il sardo rappresenta un insieme dialettale fortemente originale nel contesto delle varietà neolatine e nettamente differenziato rispetto alla tipologia italoromanza, e la sua originalità come gruppo a sé stante nell’ambito romanzo è fuori discussione.» Toso, Fiorenzo. Lingue sotto il tetto d'Italia. Le minoranze alloglotte da Bolzano a Carloforte - 8. Il sardo, su treccani.it. «La nozione di alloglossia viene comunemente estesa in Italia anche al sistema dei dialetti sardi, che si considerano come un gruppo romanzo autonomo rispetto a quello dei dialetti italiani.» Fiorenzo Toso, Minoranze linguistiche, su treccani.it, Treccani, 2011. ^ L. 15 dicembre 1999, n. 482 - Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche ^ L'UNESCO e la diversità linguistica. Il caso dell'Italia «With some 1,6 million speakers, Sardinia is the largest minority language in Italy. Sardinians form an ethnic minority since they show a strong awareness of being an indigenous group with a language and a culture of their own. Although Sardinian appears to be recessive in use, it is still spoken and understood by a majority of the population on the island». Kurt Braunmüller, Gisella Ferraresi (2003). Aspects of multilingualism in European language history. Amsterdam/Philadelphia: University of Hamburg. John Benjamins Publishing Company. p. 238 ^ «Nel 1948 la Sardegna diventa, anche per le sue peculiarità linguistiche, Regione Autonoma a statuto speciale. Tuttavia a livello politico, ufficiale, non cambia molto per la minoranza linguistica sarda, che, con circa 1,2 milioni di parlanti, è la più numerosa tra tutte le comunità alloglotte esistenti sul territorio italiano». De Concini, Wolftraud (2003). Gli altri d'Italia : minoranze linguistiche allo specchio, Pergine Valsugana: Comune, p. 196. ^ Lingue di Minoranza e Scuola, Sardo, su minoranze-linguistiche-scuola.it. URL consultato il 15 aprile 2019 (archiviato dall'url originale il 16 ottobre 2018). 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La situazione sociolinguistica, 1988 ^ Stefania Tufi, Language Ideology and Language Maintenance: The Case of Sardinia. International Journal of the Sociology of Language 2013, pp. 145–60 ^ cfr. Atteggiamenti linguistici degli studenti sardi nei confronti della lingua sarda e della lingua italiana, Piergiorgio Mura, Università Ca' Foscari Venezia Andrea Costale, Giovanni Sistu, Surrounded by Water: Landscapes, Seascapes and Cityscapes of Sardinia, Cambridge Scholars Publishing, 2016, p. 123. ^ ISTAT, lingue e dialetti, tavole (XLSX). La Nuova Sardegna, 04/11/10, Per salvare i segni dell'identità - di Paolo Coretti ^ Giuseppe Corongiu, La politica linguistica per la lingua sarda, in Maccani, Lucia; Viola, Marco. Il valore delle minoranze. La leva ordinamentale per la promozione delle comunità di lingua minoritaria, Trento, Provincia Autonoma di Trento, 2010, p. 122. Roberto Bolognesi, Un programma sperimentale di educazione linguistica in Sardegna (PDF), su comune.lode.nu.it, 2000, p. 126. URL consultato il 19 giugno 2022 (archiviato dall'url originale il 26 marzo 2023). ^ Lai, Rosangela. 2018. "Language Planning and Language Policy in Sardinia". Language Problems & Language Planning. 42(1): 70-88. ISSN 0272-2690, E-ISSN 1569-9889 DOI: https://doi.org/10.1075/lplp.00012.lai, p. 73 ^ Martin Harris, Nigel Vincent, The Romance languages, London, New York, 2003, p. 21. ^ «If present trends continue, it is possible that within a few generations the regional variety of Italian will supplant Sardinian as the popular idiom and that linguists of the future will be obliged to refer to Sardinian only as a substratal influence which has shaped a regional dialect of Italian rather than as a living language descended directly from Latin.» Martin Harris, Nigel Vincent, The Romance languages, London, New York, 2003, p. 349. Il sardo, così vicino, così lontano. Treccani ^ Koryakov Y.B. Atlas of Romance languages. Mosca, 2001 ^ «Sorge ora la questione se il sardo si deve considerare come un dialetto o come una lingua. È evidente che esso è, politicamente, uno dei tanti dialetti dell'Italia, come lo è anche, p. es., il serbo-croato o l'albanese parlato in vari paesi della Calabria e della Sicilia. Ma dal punto di vista linguistico la questione assume un altro aspetto. Non si può dire che il sardo abbia una stretta parentela con alcun dialetto dell'italiano continentale; è un parlare romanzo arcaico e con proprie spiccate caratteristiche, che si rivelano in un vocabolario molto originale e in una morfologia e sintassi assai differenti da quelle dei dialetti italiani». Max Leopold Wagner (1950-1997). La lingua sarda. Storia, spirito e forma. Ilisso. Nuoro, pp. 90-91. ^ Carlo Tagliavini (1982). Le origini delle lingue neolatine. Bologna: Patron. p. 122. ^ Rebecca Posner, John N. Green (1982). Language and Philology in Romance. Mouton Publishers. L'Aja, Parigi, New York. pp. 171 ss. ^ cfr. Ti Alkire, Carol Rosen, Romance Languages: A Historical Introduction, Cambridge University Press, 2010. ^ «L'aspetto che più risulta evidente è la grande conservatività, il mantenimento di suoni che altrove hanno subito notevoli modificazioni, per cui si può dire che anche foneticamente il sardo è fra tutti i parlari romanzi quello che è rimasto più vicino al latino, ne è il continuatore più genuino.» Francesco Mameli, Il logudorese e il gallurese, Soter, 1998, p. 11. ^ Sardegna, isola del silenzio, Manlio Brigaglia, su mclink.it. URL consultato il 24 maggio 2016 (archiviato dall'url originale il 10 maggio 2017). ^ Mario Pei, A New Methodology for Romance Classification, in WORD, vol. 5, n. 2, 1949, pp. 135-146, DOI:10.1080/00437956.1949.11659494, ISSN 0043-7956 (WC · ACNP). ^ «Il fondo della lingua sarda di oggi è il latino. La Sardegna è il solo paese del mondo in cui la lingua dei Romani si sia conservata come lingua viva. Questa circostanza ha molto facilitato le mie ricerche nell’isola, perché almeno la metà dei pastori e dei contadini non conoscono l’italiano.» Maurice Le Lannou, a cura di Manlio Brigaglia, Pastori e contadini in Sardegna, Cagliari, Edizioni della Torre, 1941-1979, p. 279. ^ «Prima di tutto, la neonata lingua sarda ingloba un consistente numero di termini e di cadenze provenienti da una lingua originaria preromana, che potremmo chiamare "nuragica".» Salvatore Tola, La Letteratura in Lingua sarda. Testi, autori, vicende, Cagliari, CUEC, 2006, p. 9. Heinz Jürgen Wolf, p. 20. ^ Archivio glottologico italiano, vol. 53-54, 1968, p. 209. ^ A.A., Atti del VI [i.e. Sesto] Congresso internazionale di studi sardi, 1962, p. 5 ^ Giovanni Lilliu, La civiltà dei Sardi. Dal Paleolitico all'età dei nuraghi, Nuova ERI, 1988, p. 269. ^ Yakov Malkiel (1947). Romance Philology, v.1, p. 199 ^ «Il Sardo ha una sua speciale fisionomia ed individualità che lo rende, in certo qual modo, il più caratteristico degli idiomi neolatini; e questa speciale individualità del Sardo, come lingua di tipo arcaico e con una fisionomia inconfondibile, traspare già fin dai più antichi testi.» Carlo Tagliavini (1982). Le origini delle lingue neolatine. Bologna: Patron. p. 388. ^ «Fortemente isolati rispetto ai tre gruppi maggiori stanno il sardo e, nel settentrione, il ladino, entrambi considerati come formazioni autonome rispetto al complesso dei dialetti italoromanzi.» Tullio de Mauro, Storia linguistica dell'Italia unita, Editori Laterza, 1991, p. 21. Fiorenzo Toso, 2.3, in Le minoranze linguistiche in Italia, Bologna, Società editrice Il Mulino, 2008, ISBN 9788815361141. ^ Cristopher Moseley, Atlas of the World's languages in Danger, 3rd edition, Paris, UNESCO Publishing, p. 39 ^ Max Leopold Wagner (1952). Il Nome Sardo del Mese di Giugno (Lámpadas) e i Rapporti del Latino d'Africa con quello della Sardegna. Italica, 29 (3), 151-157. doi:10.2307/477388 ^ «Non vi è dubbio che vi erano rapporti più stretti tra la latinità dell'Africa settentrionale e quella della Sardegna. Senza parlare della affinità della razza e degli elementi libici che possano ancora esistere in sardo, non bisogna dimenticare che la Sardegna rimase, durante vari secoli, alle dipendenze dell'esarcato africano». Wagner, M. (1952). Il Nome Sardo del Mese di Giugno (Lámpadas) e i Rapporti del Latino d'Africa con quello della Sardegna. Italica, 29 (3), 152. doi:10.2307/477388 ^ Paolo Pompilio (1455-91): «ubi pagani integra pene latinitate loquuntur et, ubi uoces latinae franguntur, tum in sonum tractusque transeunt sardinensis sermonis, qui, ut ipse noui, etiam ex latino est» ("ove gli abitanti parlano un latino quasi intatto e, quando le parole latine si corrompono, passano allora ai suoni e tratti della lingua sarda, che, da quanto ne so, deriva anch'essa dal latino")». Citato in Michele Loporcaro, Vowel Length from Latin to Romance, Oxford University Press, 2015, p. 48. ^ Traduzione offerta da Michele Amari: «I sardi sono di schiatta RUM AFARIQAH (latina d'Africa), berberizzanti. Rifuggono (dal consorzio) di ogni altra nazione di RUM: sono gente di proposito e valorosa, che non lascia mai l'arme.» Nota di Mohamed Mustafa Bazama: «Questo passo, nel testo arabo, è un poco differente, traduco qui testualmente: "gli abitanti della Sardegna, in origine sono dei Rum Afariqah, berberizzanti, indomabili. Sono una (razza a sé) delle razze dei Rum. [...] Sono pronti al richiamo d'aiuto, combattenti, decisivi e mai si separano dalle loro armi (intende guerrieri nati).» Mohamed Mustafa Bazama, Arabi e sardi nel Medioevo, Cagliari, Editrice democratica sarda, 1988, pp. 17, 162. ^ «Wa ahl Ğazīrat Sardāniya fī aṣl Rūm Afāriqa mutabarbirūn mutawaḥḥišūn min ağnās ar-Rūm wa hum ahl nağida wa hazm lā yufariqūn as-silāḥ‎». Contu, Giuseppe. Sardinia in Arabic sources (PDF), su eprints.uniss.it. URL consultato il 23 aprile 2022 (archiviato dall'url originale il 25 febbraio 2021). Annali della Facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell'Università di Sassari, Vol. 3 (2003 pubbl. 2005), p. 287-297. ISSN 1828-5384 ^ Attilio Mastino, Storia della Sardegna antica, Edizioni Il Maestrale, 2005, p. 83. ^ «I sardi, popolo di razza latina africana piuttosto barbaro, che vive appartato dal consorzio delle altre genti latine, sono intrepidi e risoluti; essi non abbandonano mai le armi.» Al Idrisi, traduzione e note di Umberto Rizzitano, Il Libro di Ruggero. Il diletto di chi è appassionato per le peregrinazioni attraverso il mondo, Palermo, Flaccovio Editore, 2008. ^ Luigi Pinelli, Gli Arabi e la Sardegna : le invasioni arabe in Sardegna dal 704 al 1016, Cagliari, Edizioni della Torre, 1977, p. 30, 42. ^ J.N. Adams, The Regional Diversification of Latin 200 BC - AD 600, Cambridge University Press, 2007, p. 576, ISBN 978-1-139-46881-7. ^ «Wagner prospetta l’ipotesi che la denominazione sarda, identica a quella berbera, sia una reminiscenza atavica di lontane tradizioni comuni e così commenta (p. 277): "Parlando delle sopravvivenze celtiche, dice il Bertoldi: «Come nell’Irlanda odierna, anche nella Gallia antica una maggiore cedevolezza della “materia” linguistica, suoni e forme, rispetto allo “spirito” che resiste più tenace». Questo vale forse anche per la Sardegna; antichissime usanze, superstizioni, leggende si mantengono più saldamente che non i fugaci fenomeni linguistici".» Max Leopold Wagner, La lingua sarda, Nuoro, Ilisso, 1951–1997, p. 10. ^ Giovanni Battista Pellegrini, Carta dei dialetti d'Italia, Pisa, Pacini, 1977, p. 17, 34. ^ Pellegrini, Giovanni Battista (1970). 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Il sardo e il corso in una nuova classificazione delle lingue romanze, in Archivio Glottologico Italiano, 16, pp. 491-516 ^ «In earlier times Sardinian probably was spoken in Corsica, where Corsican (Corsu), a Tuscan dialect of Italian, is now used (although French has been Corsica’s official language for two centuries).» Sardinian language, Encyclopedia Britannica. ^ «Evidence from early manuscripts suggests that the language spoken throughout Sardinia, and indeed Corsica, at the end of the Dark Ages was fairly uniform and not very different from the dialects spoken today in the central (Nuorese) areas.» Martin Harris, Nigel Vincent (2000). The Romance languages. London and New York: Routledge. p. 315. ^ «Sardinian is the only surviving Southern Romance language which was also spoken in former times on the island of Corsica and the Roman province of North Africa.» Georgina Ashworth, World Minorities, vol. 2, Quartermaine House, 1977, p. 109.. ^ Jean-Marie Arrighi, Histoire de la langue corse, Paris, Gisserot, 2002, p. 39. ^ Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo, Manuale di linguistica sarda. Manuals of Romance linguistics, De Gruyter Mouton, 2017, p. 321. ^ Brenda Man Qing Ong, Francesco Perono Cacciafoco, Unveiling the Enigmatic Origins of Sardinian Toponyms, Languages, 2021-2022. Sardinian intonational phonology: Logudorese and Campidanese varieties, Maria Del Mar Vanrell, Francesc Ballone, Carlo Schirru, Pilar Prieto (PDF). ^ Massimo Pittau, Sardo, Grafia, su pittau.it. ^ «Nel caso del sardo, essa ha prodotto la esistenza non di una, ma di due lingue sarde, il "logudorese" e il "campidanese". La sua costruzione storica ha origini ben precise e ricostruibili. Nel periodo di esistenza del Regno di Sardegna, l'Isola era suddivisa in due Governatorati, il Capo di Sopra e il Capo di Sotto. Nel XVIII secolo, il naturalista Francesco Cetti, mandato da Torino a studiare la fauna e la natura della Sardegna, e quindi a mappare anche i Sardi, riprese la partizione amministrativa da un celebre commentario cinquecentesco della Carta de Logu utilizzato in ambienti governativi, e la traslò in ambito linguistico. Se esisteva il Capo di Su e il Capo di Sotto, doveva pur esistere un sardo di Su e un sardo di Sotto. Il primo lo denominò logudorese, e il secondo campidanese.» Paolo Caretti et al., Regioni a statuto speciale e tutela della lingua, G. Giappichelli Editore, 2017, p. 79. ^ Marinella Lőrinczi, Confini e confini. Il valore delle isoglosse (a proposito del sardo) (PDF), su people.unica.it, p. 9. ^ Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo, Manuale di linguistica sarda. 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Roberto Bolognesi, Le identità linguistiche dei sardi, Cagliari, Condaghes, 2013, p. 141. ^ Roberto Bolognesi, Le identità linguistiche dei sardi, Cagliari, Condaghes, 2013, p. 138. ^ Roberto Bolognesi, Le identità linguistiche dei sardi, Cagliari, Condaghes, 2013, p. 93. ^ Una lingua unitaria che non ha bisogno di standardizzazioni, Roberto Bolognesi. ^ Contini, Michel (1987). Ètude de géographie phonétique et de phonétique instrumentale du sarde, Edizioni dell'Orso, Cagliari ^ Bolognesi R. & Heeringa W., 2005, Sardegna fra tante lingue. Il contatto linguistico in Sardegna dal Medioevo a oggi, Condaghes, Cagliari «Queste pretese barriere sono costituite da una manciata di fenomeni lessicali e fonetico-morfologici che, comunque, non impediscono la mutua comprensibilità tra parlanti di diverse varietà del sardo. Detto questo, bisogna ripetere che le varie operazioni di divisione del sardo in due varietà sono tutte basate quasi esclusivamente sull'esistenza di pronunce diverse di lessemi (parole e morfemi) per il resto uguali. […] Come si è visto, non solo la sintassi di tutte le varietà del sardo è praticamente identica, ma la quasi totalità delle differenze morfologiche è costituita da differenze, in effetti, lessicali e la percentuale di parole realmente differenti si aggira intorno al 10% del totale.» Roberto Bolognesi, Le identità linguistiche dei sardi, Cagliari, Condaghes, 2013, p. 141. ^ Cf. Karl Jaberg, Jakob Jud, Sprach- und Sachatlas Italiens und der Südschweiz, vol. 8, Zofingen, Ringier, 1928. ^ «Noi ci atterremo alla partizione ormai classica che divide il Sardo in tre principali dialetti: il Campidanese, il Nuorese, il Logudorese». Maurizio Virdis, Fonetica del dialetto sardo campidanese, Cagliari, Edizioni Della Torre, 1978, p. 9. ^ Cf. Maria Teresa Atzori, Sardegna, Pisa, Pacini, 1982. ^ Günter Holtus, Michael Metzeltin, Christian Scmitt, Lexicon der romanistischen Linguistik, vol. 4, Tübingen, Niemeyer, pp. 897-913. ^ Stima su un campione di 2715 interviste: Anna Oppo, Le lingue dei sardi (PDF). URL consultato il 15 ottobre 2009 (archiviato dall'url originale il 7 gennaio 2018). ^ Perché si parla catalano ad Alghero? - Corpus Oral de l'Alguerès. ^ La minoranza negata: i Tabarchini, Fiorenzo Toso - Treccani. ^ Meyer Lübke, Grammatica storica della lingua italiana e dei dialetti toscani, 1927, riduzione e traduzione di M. Bartoli, Torino, Loesher, 1972, p. 216. Sta in Francesco Bruni, op. cit., 1992 e 1996, p. 562. ^ «Le lingue che si parlano in Sardegna si possono dividere in istraniere, e nazionali. Straniera totalmente è la lingua d'Algher, la quale è la catalana, a motivo che Algher medesimo è una colonia di Catalani. Straniera pure si deve avere la lingua che si parla in Sassari, Castelsardo e Tempio; è un dialetto italiano, assai più toscano, che non la maggior parte de’ medesimi dialetti d'Italia.» Francesco Cetti, Storia naturale della Sardegna. I quadrupedi, Sassari, 1774. ^ Giovanni Floris, L'uomo in Sardegna: aspetti di antropobiologia ed ecologia umana, Sestu, Zonza, 1998, p. 207. ^ Cfr. Francesco Mameli, Il logudorese e il gallurese, Villanova Monteleone, Soter editrice, 1998. ^ Mauro Maxia, Studi sardo-corsi, 2010, p.69 ^ Francesco Bruni, op. cit., 1992 e 1996. p. 562. ^ Le lingue dei Sardi (PDF)., Sito della Regione Autonoma della Sardegna, Anna Oppo (curatrice del rapporto finale) e AA. Vari (Giovanni Lupinu, Alessandro Mongili, Anna Oppo, Riccardo Spiga, Sabrina Perra, Matteo Valdes), Cagliari, 2007, p. 69. ^ Eduardo Blasco Ferrer (2010), pp. 137-152. ^ Mary Carmen Iribarren Argaiz, Los vocablos en -rr- de la lengua sarda, su dialnet.unirioja.es, 16 aprile 2017. ^ «Sardinia was under the control of Carthage from around 500BC. It was conquered by Rome in 238/7 BC, but was isolated and apparently despised by the Romans, and Romanisation was not rapid.» James Noel Adams (9 January 2003). Bilingualism and the Latin Language. Cambridge University Press. p. 209. ISBN 9780521817714 ^ «Although it is an established historical fact that Roman dominion over Sardinia lasted until the fifth century, it has been argued, on purely linguistic grounds, that linguistic contact with Rome ceased much earlier than this, possibly as early as the first century BC.» Martin Harris, Nigel Vincent (2000). The Romance languages. 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Brockmeyer, 2012), 183. ^ «The last to use that idiom, the inhabitants of the Barbagia, renounced it in the 7th century together with paganism in favor of Latin, still an archaic substratum in the Sardinian language.» Proceedings, VII Congress, Boulder-Denver, Colorado, August 14-September 19, 1965, International Association for Quaternary Research, Indiana University Press, p. 28. ^ «E viceversa gli scrittori romani giudicavano la Sardegna una terra malsana, dove dominava la pestilentia (la malaria), abitata da popoli di origine africana ribelli e resistenti, impegnati in latrocinia ed in azioni di pirateria che si spingevano fino al litorale etrusco; un luogo terribile, scarsamente urbanizzato, destinato a diventare nei secoli la terra d’esilio per i condannati ad metalla». Attilio Mastino, Storia della Sardegna antica, 2ª ed., Il Maestrale, 2009, pp. 15-16. ^ «Cicerone in particolare odiava i Sardi per il loro colorito terreo, per la loro lingua incomprensibile, per l’antiestetica mastruca, per le loro origini africane e per l’estesa condizione servile, per l’assenza di città alleate dei Romani, per il rapporto privilegiato dei Sardi con l’antica Cartagine e per la resistenza contro il dominio di Roma.» Attilio Mastino, Storia della Sardegna antica, 2ª ed., Il Maestrale, 2009, p. 16. ^ Heinz Jürgen Wolf, pp. 19-20. Giovanni Lupinu, Storia della lingua sarda (PDF), su vatrarberesh.it, 19 aprile 2017. ^ Michele Loporcaro, Profilo linguistico dei dialetti italiani, Editori Laterza, 2009, p. 170. ^ Per una lista di vocaboli considerati ormai già desueti all'epoca di Varrone, cf. Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo, Manuale di linguistica sarda. 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Anche sotto i Bizantini la Sardegna rimase alle dipendenze dell’esarcato africano, ma l’amministrazione civile fu separata da quella militare; alla prima fu preposto un praeses, alla seconda un dux; tutti e due erano alle dipendenze del praefectus praetorii e del magister militum africani.» Max Leopold Wagner, La lingua sarda, Nuoro, Ilisso, 1951–1997, p. 64. ^ Francesco Cesare Casula, Breve storia della scrittura in Sardegna. La "documentaria" nell'epoca aragonese, Editrice Democratica Sarda, 1978, p. 46, 48. Luigi Pinelli, Gli Arabi e la Sardegna : le invasioni arabe in Sardegna dal 704 al 1016, Cagliari, Edizioni della Torre, 1977, p. 16. ^ M. Wescher e M. 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La "documentaria" nell'epoca aragonese, Editrice Democratica Sarda, 1978, p. 49. ^ Francesco Cesare Casula, Breve storia della scrittura in Sardegna. La "documentaria" nell'epoca aragonese, Editrice Democratica Sarda, 1978, p. 49, 64. ^ «La lingua sarda acquisì dignità di lingua nazionale già dall'ultimo scorcio del secolo XI quando, grazie a favorevoli circostanze storico-politiche e sociali, sfuggì alla limitazione dell'uso orale per giungere alla forma scritta, trasformandosi in volgare sardo». Cecilia Tasca, Manoscritti e lingua sarda, Cagliari, La memoria storica, 2003, p. 15. ^ «I Sardi inoltre sono i primi fra tutti i popoli di lingua romanza a fare della lingua comune della gente, la lingua ufficiale dello Stato, del Governo…» Mario Puddu, Istoria de sa limba sarda, Selargius, Ed. 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(...) il sardo era usato prevalentemente in documenti a circolazione interna, il latino in documenti che concernevano il rapporto con il continente.» Lorenzo Renzi, Alvise Andreose, Manuale di linguistica e filologia romanza, Il Mulino, 2009, pp. 256-257. ^ Livio Petrucci, Il problema delle Origini e i più antichi testi italiani, in Storia della lingua italiana, vol. 3, Torino, Einaudi, p. 58. ^ Francesco Cesare Casula, Breve storia della scrittura in Sardegna. La "documentaria" nell'epoca aragonese, Editrice Democratica Sarda, 1978, p. 50. Salvatore Tola, La Letteratura in Lingua sarda. Testi, autori, vicende, Cagliari, CUEC, 2006, p. 11. «Sardos etiam, qui non Latii sunt sed Latiis associandi videntur, eiciamus, quoniam soli sine proprio vulgari esse videntur, gramaticam tanquam simie homines imitantes: nam domus nova et dominus meus locuntur.» Dantis Alagherii De Vulgari Eloquentia., Liber Primus, The Latin Library (Lib. I, XI, 7) «Eliminiamo anche i Sardi (che non sono Italiani, ma sembrano accomunabili agli Italiani) perché essi soli appaiono privi di un volgare loro proprio e imitano la "gramatica" come le scimmie imitano gli uomini: dicono infatti "domus nova" e "dominus meus".» De Vulgari Eloquentia. URL consultato il 9 giugno 2019 (archiviato dall'url originale l'11 aprile 2018)., parafrasi e note a cura di Sergio Cecchin. Edizione di riferimento: Opere minori di Dante Alighieri, vol. II, UTET, Torino 1986 Marinella Lőrinczi, La casa del signore. La lingua sarda nel De vulgari eloquentia (PDF). ^ Domna, tant vos ai preiada (BdT 392.7), vv. 74-75. ^ Leopold Wagner, Max. La lingua sarda, a cura di Giulio Paulis (archiviato dall'url originale il 26 gennaio 2016). - Ilisso, pp.78 ^ Salvi, Sergio. Le lingue tagliate: storia delle minoranze linguistiche in Italia, Rizzoli, 1975, p. 195 ^ Rebecca Posner, John N. Green (1982). Language and Philology in Romance. 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Elena, p. 11. ^ Tale indirizzo politico, poi palesatosi con la lunga guerra sardo-catalana, era già manifesto nel 1164 sotto la reggenza di Barisone I de Lacon-Serra, il cui sigillo recava le iscrizioni, di tipo decisamente "sardista" (Casula, Francesco Cesare. La scrittura in Sardegna dal nuragico ad oggi, Carlo Delfino Editore, p.91) Baresonus Dei Gratia Rei Sardiniee ("Barisone, per grazia di Dio Re di Sardegna") e Est vis Sardorum pariter regnum Populorum ("È la forza dei Sardi pari al regno dei Popoli"). «I sardi di Arborea si allearono ai catalani per cacciare gli italiani. I pisani, battuti, lasciarono l'isola nel 1326. I genovesi seguirono la stessa sorte nel 1348. La nuova dominazione innesca però una sorta di rudimentale sentimento nazionale isolano. I sardi, cacciati finalmente i vecchi dominatori (gli italiani) intendono cacciare anche i catalani. Mariano IV di Arborea vuole infatti unificare l'isola sotto il suo scettro e impegna a tal punto le forze catalane che Pietro IV di Aragona è costretto a venire di persona nell'isola al comando di un nuovo esercito per consolidare la sua conquista.» Sergio Salvi, Le lingue tagliate, Rizzoli, 1974, p. 179. ^ «È evidente», scrive Francesco Cesare Casula, «che la diversità di lingua e forse un atteggiamento di superiorità nei confronti dei Sardi da parte degli Aragonesi mal accetto in generale e in particolare in un Paese che si considerava sovrano fece sì che l'Arborea si mantenesse fedele alla tradizione italiana ormai recepita da secoli e adattata alle esigenze locali.» Francesco Cesare Casula, Cultura e scrittura nell'Arborea al tempo della Carta de Logu, sta in Il mondo della Carta de Logu, Cagliari, 1979, 3 tomi, p. 71-109. La citazione si trova in: Francesco Bruni (direttore), AA.VV. Storia della lingua italiana, vol. II, Dall'Umbria alle Isole, Utet, Torino, 1992 e 1996, Garzanti, Milano, 1996, p. 581, ISBN 88-11-20472-0. ^ Lo studio delle fonti documentarie di Arborea effettuato da Francesco Cesare Casula rileverebbe, a detta dell'autore, non solo una qual certa influenza toscana, ma persino «un'affermazione di italianità». Francesco Cesare Casula, op. cit., 1979, p. 87; sta in Francesco Bruni (direttore), op. cit., vol II 1992 e 1996, p. 584. ^ Francesco Bruni (direttore), op. cit., vol. II, 1992 e 1996, p. 584-585. ^ Eduardo Blasco Ferrer, Storia linguistica della Sardegna, Tübingen, Niemeyer, 1984, p. 132. ^ Francesco Cesare Casula, Breve storia della scrittura in Sardegna. La "documentaria" nell'epoca aragonese, Editrice Democratica Sarda, 1978, p. 83. ^ Francesco Cesare Casula, Breve storia della scrittura in Sardegna. La "documentaria" nell'epoca aragonese, Editrice Democratica Sarda, 1978, p. 57. ^ Francesco Cesare Casula sostiene che «chi non parlava o non capiva il sardo, per timore che fosse aragonese, veniva ucciso», riportando il caso di due giocolieri siciliani che, trovandosi a Bosa in quel periodo, furono aggrediti perché «creduti iberici per la loro lingua incomprensibile». Francesco Cesare Casula, Breve storia della scrittura in Sardegna. La "documentaria" nell'epoca aragonese, Editrice Democratica Sarda, 1978, pp. 56-57. ^ Cfr. Francesco Cesare Casula, Le rivolte antiaragonesi nella Sardegna regnicola, 5, in Il Regno di Sardegna, vol. 1, Logus, ISBN 9788898062102. ^ Ibidem ^ Francesco Cesare Casula, Breve storia della scrittura in Sardegna. La "documentaria" nell'epoca aragonese, Editrice Democratica Sarda, 1978, pp. 38-39. ^ Francesco Cesare Casula, Profilo storico della Sardegna catalano-aragonese, Cagliari, Edizioni della Torre, 1982, p. 128. ^ Proto Arca Sardo; Maria Teresa Laneri, De bello et interitu marchionis Oristanei, Cagliari, CUEC, 2003. URL consultato il 17 marzo 2022 (archiviato dall'url originale il 4 agosto 2020). ^ Max Leopold Wagner, La lingua sarda. Storia, spirito e forma, Nuoro, Ilisso, 1997, pp. 68-69. ^ Francesco Cesare Casula, Breve storia della scrittura in Sardegna. La "documentaria" nell'epoca aragonese, Cagliari, Editrice Democratica Sarda, 1978, p. 29. ^ Francesco Cesare Casula, Breve storia della scrittura in Sardegna. La "documentaria" nell'epoca aragonese, Cagliari, Editrice Democratica Sarda, 1978, p. 28. ^ Francesco Cesare Casula, La Sardegna catalano-aragonese, 6, in Il Regno di Sardegna, vol. 2, Logus, ISBN 9788898062102. ^ Francesco C. Casula, La storia di Sardegna, 1994, p. 424. «[I Sardi] parlano una loro lingua peculiare, il sardo, sia in versi che in prosa, e questo in particolare nel Capo del Logudoro ove è più pura, più ricca ed elegante. E giacché sono immigrati qui, e ogni giorno ve ne giungono altri per praticarvi il commercio, molti spagnoli (tarragonesi o catalani) e italiani, si parlano anche le lingue spagnola (tarragonese o catalana) e quella italiana, sicché in un medesimo popolo si dialoga in tutti questi idiomi. I Cagliaritani e gli Algheresi si esprimono però, in genere, nella lingua dei loro maggiori, cioè il catalano, mentre gli altri conservano quella autentica dei Sardi.» Testo originale: «[Sardi] Loquuntur lingua propria sardoa, tum ritmice, tum soluta oratione, praesertim in Capite Logudorii, ubi purior copiosior, et splendidior est. Et quia Hispani plures Aragonenses et Cathalani et Itali migrarunt in eam, et commerciorum caussa quotidie adventant, loquuntur etiam lingua hispanica et cathalana et italica; hisque omnibus linguis concionatur in uno eodemque populo. Caralitani tamen et Algharenses utuntur suorum maiorum lingua cathalana; alii vero genuinam retinent Sardorum linguam.» Ioannes Franciscus Fara, De Chorographia Sardiniæ Libri duo. De Rebus Sardois Libri quatuor, Torino, Typographia regia, 1835-1580, p. 51. Traduzione di Giovanni Lupinu, da Ioannis Francisci Farae (1992-1580), In Sardiniae Chorographiam, v.1, "Sulla natura e usi dei Sardi", Gallizzi, Sassari. ^ Max Leopold Wagner, La lingua sarda. Storia, spirito e forma, Nuoro, Ilisso, 1997, p. 185. Francesco Manconi, La Sardegna al tempo degli Asburgo (secoli XVI-XVII), Il Maestrale, 2010, p. 24. ^ Cfr. J. Dexart, Capitula sive acta curiarum Regni Sardiniae, Calari, 1645. lib. I, tit. 4, cap. 1 ^ «Tutta la popolazione sarda che non abitava le città e che era vassalla nei feudi era retta dalla Carta de Logu, promulgata da Eleonora d’Arborea verso il 1395 e dichiarata legge nazionale dei Sardi da Alfonso V nel parlamento tenuto in Cagliari nel 1421.» Max Leopold Wagner, La lingua sarda. Storia, spirito e forma, Nuoro, Ilisso, 1997, p. 69. ^ Max Leopold Wagner, La lingua sarda: storia, spirito e forma, Bern, Francke, 1951, p. 186. ^ Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo, Manuale di linguistica sarda. Manuals of Romance linguistics, De Gruyter Mouton, 2017, p. 33. ^ Antonio Nughes, Alghero. Chiesa e società nel XVI secolo, Edizioni del Sole, 1990, pp. 417-423 ^ Antonio Nughes, Alghero. Chiesa e società nel XVI secolo, Edizioni del Sole, 1990, p. 236 ^ Paolo Maninchedda, Il più antico catechismo in sardo. Bollettino di studi sardi, anno XV n. 15/2022. ^ Gessner, Conrad (1555). De differentiis linguarum tum veterum tum quae hodie apud diversas nationes in toto orbe terraru in usu sunt., Sardorum lingua: pp. 66-67. ^ Sigismondo Arquer; Maria Teresa Laneri, Sardiniae brevis historia et descriptio (PDF), CUEC, 2008, pp. 30-31. URL consultato il 19 marzo 2022 (archiviato dall'url originale il 29 dicembre 2020)... «certamente i sardi ebbero un tempo una lingua propria, ma poiché diversi popoli immigrarono nell'isola e il suo governo fu assunto da sovrani stranieri (vale a dire da Latini, Pisani, Genovesi, Spagnoli e Africani), la loro lingua fu pesantemente corrotta, pur rimanendo un gran numero di vocaboli che non si ritrovano in alcun idioma. Ancor oggi essa conserva molti vocaboli della parlata latina. […] È per questo che i sardi, a seconda delle zone, parlano in maniera tanto diversa: appunto perché ebbero una dominazione così varia; ciò nonostante, fra loro si comprendono perfettamente. In questa isola vi sono comunque due lingue principali, una che si usa nelle città e un'altra che si usa al di fuori delle città: i cittadini parlano comunemente la lingua spagnola, tarragonese o catalana, che appresero dagli ispanici, i quali ricoprono in quelle città la gran parte delle magistrature; gli altri, invece, conservano la lingua genuina dei sardi.» Testo originale: «Habuerunt quidem Sardi linguam propriam, sed quum diversi populi immigraverint in eam atque ab exteris principibus eius imperium usurpatum fuerit, nempe Latinis, Pisanis, Genuensibus, Hispanis et Afris, corrupta fuit multum lingua eorum, relictis tamen plurimis vocabulis, quae in nullo inveniuntur idiomate. […] Hinc est quod Sardi in diversis locis tam diverse loquuntur, iuxta quod tam varium habuerunt imperium, etiamsi ipsi mutuo sese recte intelligant. Sunt autem duae praecipuae in ea insula linguae, una qua utuntur in civitatibus, et altera qua extra civitates. Oppidani loquuntur fere lingua Hispanica, Tarraconensi seu Catalana, quam didicerunt ab Hispanis, qui plerumque magistratum in eisdem gerunt civitatibus: alii vero genuinam retinent Sardorum Linguam.» Sigismondo Arquer; Maria Teresa Laneri, Sardiniae brevis historia et descriptio (PDF), CUEC, 2008, pp. 30-31. ^ Turtas, Raimondo (1981). La questione linguistica nei collegi gesuitici in Sardegna nella seconda metà del Cinquecento, in "Quaderni sardi di storia" 2, p. 60. ^ Giancarlo Sorgia, Storia della Sardegna spagnola, Sassari, Chiarella, 1987, p. 37. ^ Max Leopold Wagner, op. cit., 1951, p. 391 e Antonio Sanna, Il dialetto di Sassari, Cagliari, Trois, 1975, p. 18 e seg. Entrambi sono in Francesco Bruni, op. cit., 1992 e 1996, p. 562 ^ Bruno Migliorini, Breve storia della lingua italiana, Firenze, Sansoni, 1969, p. 138. ^ «Per quant en lo present regne hi ha algunes citats, com es la vila de Iglesias y Bosa, que tenen capitol de breu, ab lo qual se regexen, y son en llengua pisana o italiana; y por lo semblant la ciutat de Sasser té alguns capitols en llengua genovese o italiana; y per quant se veu no convé ni es just que lleys del regne stiguen en llengua strana, que sia provehit y decretat que dits capitols sien traduhits en llengua sardesca o catalana, y que los de llengua italiana sien abolits, talment que no reste memoria de aquells». E. Bottini-Massa, La Sardegna sotto il dominio spagnolo, Torino, 1902, p. 51. Jordi Carbonell i de Ballester, 5.2, in Elements d'història de la llengua catalana, Publicacions de la Universitat de València, 2018. Sa Vitta et sa Morte, et Passione de sanctu Gavinu, Prothu et Januariu (PDF), su filologiasarda.eu. 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Movimenti religiosi penitenziali in Logudoro, L'Asfodelo Editore, 1987 ^ «Il brano qui riportato non è soltanto illustrativo di una chiara evoluzione di diglossia con bilinguismo dei ceti medio-alti (il cavaliere sa lo spagnolo e il sardo), ma anche di un rapporto gerarchico, tra lingua dominante (o "egèmone", come direbbe Gramsci) e subordinata, che tuttavia concede spazio al codice etnico, rispettato e persino appreso dai conquistatori.» Eduardo Blasco Ferrer, Giorgia Ingrassia (a cura di). Storia della lingua sarda : dal paleosardo alla musica rap, evoluzione storico-culturale, letteraria, linguistica. Scelta di brani esemplari commentati e tradotti, 2009, Cuec, Cagliari, p. 99. ^ Francesco Manconi, La Sardegna al tempo degli Asburgo (secoli XVI-XVII), Il Maestrale, 2010, p. 35. ^ «Los tercios españoles solo podían ser comandados por soldados que hablasen castellano, catalán, portugués o sardo. Cualquier otro tenía vedado su ascenso, por eso los italianos que chapurreaban español se hacían pasar por valencianos para intentar su promoción.» (ES) Vicente G. Olaya, La segunda vida de los tercios, in El País, 6 gennaio 2019. URL consultato il 4 giugno 2019. ^ Michelle Hobart, A Companion to Sardinian History, 500–1500, Leiden, Boston, Brill, 2017, pp. 111-112. ^ Raimondo Turtas, Studiare, istruire, governare. La formazione dei letrados nella Sardegna spagnola, EDES, 2001, p. 236. ^ «Totu sas naziones iscrient e imprentant sos libros in sas propias limbas nadias e duncas peri sa Sardigna – sigomente est una natzione – depet iscriere e imprentare sos libros in limba sarda. Una limba chi de seguru bisongiat de irrichimentos e de afinicamentos, ma non est de contu prus pagu de sas ateras limbas neolatinas.» ("Tutte le nazioni scrivono e stampano libri nella propria lingua natale, e dunque anche la Sardegna - dal momento che è una nazione - deve scrivere e stampare libri in lingua sarda. Una lingua - segue il Garipa - che senza dubbio necessita di arricchimenti e limature, ma non è meno importante rispetto alle altre lingue neolatine."). Casula, Francesco. Sa chistione de sa limba in Montanaru e oe (PDF). ^ Paolo Maninchedda (2000): Nazionalismo, cosmopolitismo e provincialismo nella tradizione letteraria della Sardegna (secc. XV–XVIII), in: Revista de filología Románica, 17, p. 178. ^ Salvi, Sergio (1974). Le lingue tagliate, Rizzoli, pg. 180. Manlio Brigaglia, La Sardegna, 1. 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Storia della lingua sarda : dal paleosardo alla musica rap, evoluzione storico-culturale, letteraria, linguistica. Scelta di brani esemplari commentati e tradotti, 2009, Cuec, Cagliari, p. 110 ^ Rossana Poddine Rattu. Biografia dei viceré sabaudi del Regno di Sardegna (1720-1848). Cagliari: Della Torre. p. 31. ^ Luigi La Rocca, La cessione del Regno di Sardegna alla Casa Sabauda. Gli atti diplomatici e di possesso con documenti inediti, in "Miscellanea di Storia Italiana. Terza Serie", v.10, Torino, Fratelli Bocca, 1905, pp. 180-188. ^ Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo (2017). Manuale di linguistica sarda. Manuals of Romance linguistics. De Gruyter Mouton. p. 210. ^ «… La più diffusa, e storicamente precocissima, consapevolezza dell'isola circa lo statuto di "lingua a sé" del sardo, ragion per cui il rapporto tra il sardo e l'italiano ha teso a porsi fin dall'inizio nei termini di quello tra due lingue diverse (benché con potere e prestigio evidentemente diversi), a differenza di quanto normalmente avvenuto in altre regioni italiane, dove, tranne forse nel caso di altre minoranze storiche, la percezione dei propri "dialetti" come "lingue" diverse dall'italiano sembrerebbe essere un fatto relativamente più recente e, almeno apparentemente, meno profondamente e drammaticamente avvertito.» Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo, Manuale di linguistica sarda. Manuals of Romance linguistics, De Gruyter Mouton, 2017, p. 209. ^ «La consapevolezza di alterità rispetto all'italiano si spiega facilmente non solo per i quasi 400 anni di fila sotto il dominio ispanico, che hanno agevolato nei sardi, rispetto a quanto avvenuto in altre regioni italiane, una prospettiva globalmente più distaccata nei confronti della lingua italiana, ma anche per il fatto tutt'altro che banale che già i catalani e i castigliani consideravano il sardo una lingua a sé stante, non solo rispetto alla propria ma anche rispetto all'italiano.» Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo, Manuale di linguistica sarda. Manuals of Romance linguistics, De Gruyter Mouton, 2017, p. 210. ^ Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo, Manuale di linguistica sarda. Manuals of Romance linguistics, De Gruyter Mouton, 2017, p. 209. ^ L'ufficiale Giulio Bechi ebbe a dire dei sardi che parlavano «un terribile idioma, intricato come il saraceno, sonante come lo spagnolo. [...] immagina del latino pestato nel mortaio con del greco e dello spagnolo, con un pizzico di saraceno, masticato fitto fitto in una barba con delle finali in os e as; sbatti tutto questo in faccia a un mortale e poi dimmi se non val lo stesso esser sordomuti!» Giulio Bechi, Caccia grossa. Scene e figure del banditismo sardo, Nuoro, Ilisso, 1997, 1900, p. 43, 64. ^ «Lingue fuori dell'Italiano e del Sardo nessuno ne impara, e pochi uomini capiscono il francese; piuttosto lo spagnuolo. La lingua spagnuola s'accosta molto anche alla Sarda, e poi con altri paesi poco sono in relazione. [...] La popolazione della Sardegna pare dalli suoi costumi, indole, etc., un misto di popoli di Spagna, e del Levante conservano vari usi, che hanno molta analogia con quelli dei Turchi, e dei popoli del Levante; e poi vi è mescolato molto dello Spagnuolo, e dirò così, che pare una originaria popolazione del Levante civilizzata alla Spagnuola, che poi coll'andare del tempo divenne più originale, e formò la Nazione Sarda, che ora distinguesi non solo dai popoli del Levante, ma anche da quelli della Spagna.» Francesco D'Austria-Este, Descrizione della Sardegna (1812), ed. Giorgio Bardanzellu, Cagliari, Della Torre, 1993, 1812, p. 43, 64. ^ […]«È tanto nativa per me la lingua italiana, come la latina, francese o altre forestiere che solo s'imparano in parte colla grammatica, uso e frequente lezione de' libri, ma non si possiede appieno» diceva infatti Andrea Manca Dell'Arca, agronomo sassarese della fine del Settecento ('Ricordi di Santu Lussurgiu di Francesco Maria Porcu In Santu Lussurgiu dalle Origini alla "Grande Guerra" - Grafiche editoriali Solinas - Nuoro, 2005) ^ Francesco Sabatini, Minoranze e culture regionali nella storiografia linguistica italiana, in I dialetti e le lingue delle minoranze di fronte all'italiano (Atti dell'XI Congresso internazionale di studi della SLI, Società di linguistica italiana, a cura di Federico Albano Leoni, Cagliari, 27-30 maggio 1977 e pubblicati da Bulzoni, Roma, 1979, p. 14.) ^ «L'italianizzazione dell'isola fu un obiettivo fondamentale della politica sabauda, strumentale a un più ampio progetto di assimilazione della Sardegna al Piemonte.» Cardia, Amos (2006). S'italianu in Sardìnnia candu, cumenti e poita d'ant impostu: 1720-1848; poderi e lìngua in Sardìnnia in edadi spanniola, Iskra, Ghilarza, p. 92 ^ «En aquest sentit, la italianització definitiva de l'illa representava per a ell l'objectiu més urgent, i va decidir de contribuir-hi tot reformant les Universitats de Càller i de Sàsser, bandejant-ne alhora els jesuïtes de la direcció per tal com mantenien encara una relació massa estreta amb la cultura espanyola. El ministre Bogino havia entès que només dins d'una Universitat reformada podia crear-se una nova generació de joves que contribuïssin a homogeneïtzar de manera absoluta Sardenya amb el Piemont.» Joan Armangué i Herrero (2006). Represa i exercici de la consciència lingüística a l'Alguer (ss. XVIII-XX), Arxiu de Tradicions de l'Alguer, Cagliari, I.1 ^ The phonology of Campidanian Sardinian : a unitary account of a self-organizing structure, Roberto Bolognesi, The Hague: Holland Academic Graphics, p. 3 ^ Cardia, Amos (2006). S'italianu in Sardìnnia candu, cumenti e poita d'ant impostu: 1720-1848; poderi e lìngua in Sardìnnia in edadi spanniola, Iskra, Ghilarza, pp. 88, 91. ^ «Ai funzionari sabaudi, inseriti negli ingranaggi dell'assolutismo burocratico ed educati al culto della regolarità e della precisione, l'isola appariva come qualcosa di estraneo e di bizzarro, come un Paese in preda alla barbarie e all'anarchia, popolato di selvaggi tutt'altro che buoni. Era difficile che quei funzionari potessero considerare il diverso altrimenti che come puro negativo. E infatti essi presero ad applicare alla Sardegna le stesse ricette applicate al Piemonte. Dirigeva la politica per la Sardegna il ministro Bogino, ruvido e inflessibile.». Guerci, Luciano (2006). L'Europa del Settecento : permanenze e mutamenti , UTET, p. 576 ^ Cardia, Amos (2006). S'italianu in Sardìnnia candu, cumenti e poita d'ant impostu: 1720-1848; poderi e lìngua in Sardìnnia in edadi spanniola, Iskra, Ghilarza, p.80 Manlio Brigaglia, La Sardegna, 1. La geografia, la storia, l'arte e la letteratura, Cagliari, Edizioni Della Torre, 1982, p. 77. Bolognesi, Roberto; Heeringa, Wilbert. Sardegna fra tante lingue, pp.25, 2005, Condaghes Salvi, Sergio (1974). Le lingue tagliate, Rizzoli, pg. 181 ^ «In Sardegna, dopo il passaggio alla casa di Savoia, lo spagnolo perde terreno, ma lentissimamente: solo nel 1764 l'italiano diventa lingua ufficiale nei tribunali e nell'insegnamento». Bruno Migliorini, La Rassegna della letteratura italiana, vol. 61, Firenze, Le Lettere, 1957, p. 398. ^ «Anche la sostituzione dell'italiano allo spagnolo non avvenne istantaneamente: quest'ultimo restò lingua ufficiale nelle scuole e nei tribunali fino al 1764, anno in cui da Torino fu disposta una riforma delle università di Cagliari e Sassari e si stabilì che l'insegnamento scolastico dovesse essere solamente in italiano.» Michele Loporcaro, Profilo linguistico dei dialetti italiani, Editori Laterza, 2009, p. 9. ^ Cardia, Amos (2006). S'italianu in Sardìnnia candu, cumenti e poita d'ant impostu: 1720-1848; poderi e lìngua in Sardìnnia in edadi spanniola, Iskra, Ghilarza, p. 89 ^ «L'attività riformatrice si allargò anche ad altri campi: scuole in lingua italiana per riallacciare la cultura isolana a quella del continente, lotta contro il banditismo, ripopolamento di terre e ville deserte con Liguri, Piemontesi, Còrsi.» Roberto Almagia et al., Sardegna, Enciclopedia Italiana (1936)., Treccani, "Storia". ^ Rivista storica italiana, vol. 104, Edizioni scientifiche italiane, 1992, p. 55. ^ Clemente Caria, Canto sacro-popolare in Sardegna, Oristano, S'Alvure, 1981, p. 45. ^ Sant'Efisio cantato in castigliano: rinvenuti gosos dell'800, su unionesarda.it, 2017. ^ «Il sistema di controllo capillare, in ambito amministrativo e penale, che introduce il Governo sabaudo, rappresenterà, fino all'Unità, uno dei canali più diretti di contatto con la nuova lingua "egemone" (o lingua-tetto) per la stragrande maggioranza della popolazione sarda.» Eduardo Blasco Ferrer, Giorgia Ingrassia (a cura di). Storia della lingua sarda : dal paleosardo alla musica rap, evoluzione storico-culturale, letteraria, linguistica. Scelta di brani esemplari commentati e tradotti, 2009, Cuec, Cagliari, p. 111. ^ Cardia, Amos (2006). S'italianu in Sardìnnia candu, cumenti e poita d'ant impostu: 1720-1848; poderi e lìngua in Sardìnnia in edadi spanniola, Iskra, Ghilarza, pp. 89, 92. ^ Francesco Gemelli, Luigi Valenti Gonzaga, Rifiorimento della Sardegna proposto nel miglioramento di sua agricoltura, vol. 2, Torino, Giammichele Briolo, 1776. ^ Matteo Madao, Saggio d'un'opera intitolata Il ripulimento della lingua sarda lavorato sopra la sua analogia colle due matrici lingue, la greca e la latina, Cagliari, Bernardo Titard, 1782. ^ Matteo Madau, Dizionario Biografico Treccani, su treccani.it. ^ Marcel Farinelli, Un arxipèlag invisible: la relació impossible de Sardenya i Còrsega sota nacionalismes, segles XVIII-XX, su tdx.cat, Universitat Pompeu Fabra. 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La geografia, la storia, l'arte e la letteratura, Cagliari, Edizioni Della Torre, 1982, p. 95. ^ «Costoro erano spartiti fra il desiderio di un nazionalismo sardo quale eredità recente degli eventi di fine Settecento, da un lato, e la costruzione della nuova nazione italiana di cui volevano essere parte attiva, dall’altro, pur senza che nulla venisse loro sottratto delle idealità del nazionalismo sardo del secolo precedente.» Maurizio Virdis, Geostorica sarda. Produzione letteraria nella e nelle lingue di Sardegna, Rhesis UniCa, p. 21. ^ «Nel caso della Sardegna, la scelta della patria italiana è avvenuta da parte delle élite legate al dominio sabaudo sin dal 1799, in modo esplicito, più che altro come strategia di un ceto che andava formandosi attraverso la fusione fra aristocrazia, nobiltà di funzione e borghesia, in reazione al progetto antifeudale, democratico e repubblicano della Sarda rivoluzione.» Alessandro Mongili (2015). "1". Topologie postcoloniali. Innovazione e modernizzazione in Sardegna. Condaghes. ^ Manlio Brigaglia, Attilio Mastino, Giangiacomo Ortu, 2006. Storia della Sardegna dal Settecento a oggi, v. 2, Editori Laterza, p. 84. ^ Manlio Brigaglia, Attilio Mastino, Giangiacomo Ortu, 2006. Storia della Sardegna dal Settecento a oggi, v. 2, Editori Laterza, p. 92. ^ «[Il Porru] In generale considera la lingua un patrimonio che deve essere tutelato e migliorato con sollecitudine. In definitiva, per il Porru possiamo ipotizzare una probabilmente sincera volontà di salvaguardia della lingua sarda che però, dato il clima di severa censura e repressione creato dal dominio sabaudo, dovette esprimersi tutta in funzione di un miglior apprendimento dell'italiano. Siamo nel 1811, ancora a breve distanza dalla stagione calda della rivolta antifeudale e repubblicana, dentro il periodo delle congiure e della repressione.» Cardia, Amos (2006). S'italianu in Sardìnnia candu, cumenti e poita d'ant impostu: 1720-1848; poderi e lìngua in Sardìnnia in edadi spanniola, Iskra, Ghilarza, pp. 112-113. ^ Manlio Brigaglia, Attilio Mastino, Giangiacomo Ortu, 2006. Storia della Sardegna dal Settecento a oggi, v. 2, Editori Laterza, p. 93 ^ Johanne Ispanu, Ortographia Sarda Nationale o siat Grammatica de sa limba logudoresa cumparada cum s'italiana (PDF), su sardegnadigitallibrary.it, Kalaris, Reale Stamperia, 1840. URL consultato il 26 giugno 2019 (archiviato dall'url originale il 26 giugno 2019). ^ […]Ciononostante le due opere dello Spano sono di straordinaria importanza, in quanto aprirono in Sardegna la discussione sul "problema della lingua sarda", quella che sarebbe dovuta essere la lingua unificata e unificante, che si sarebbe dovuta imporre in tutta l'isola sulle particolarità dei singoli dialetti e suddialetti, la lingua della nazione sarda, con la quale la Sardegna intendeva inserirsi tra le altre nazioni europee, quelle che nell'Ottocento avevano già raggiunto o stavano per raggiungere la loro attuazione politica e culturale, compresa la nazione italiana. E proprio sulla falsariga di quanto era stato teorizzato e anche attuato a favore della nazione italiana, che nell'Ottocento stava per portare a termine il processo di unificazione linguistica, elevando il dialetto fiorentino e toscano al ruolo di "lingua nazionale", chiamandolo "italiano illustre", anche in Sardegna l'auspicata "lingua nazionale sarda" fu denominata "sardo illustre". Massimo Pittau, Grammatica del sardo illustre, Nuoro, pp. 11-12, Premessa. ^ «Il presente lavoro però restringesi propriamente al solo Logudorese ossia Centrale, che questo forma la vera lingua nazionale, la più antica e armoniosa e che soffrì alterazioni meno delle altre». Ispanu, Johanne (1840). Ortographia sarda nationale o siat grammatica de sa limba logudoresa cumparada cum s'italiana, pg. 12 ^ Manlio Brigaglia, Attilio Mastino, Giangiacomo Ortu, 2006. Storia della Sardegna dal Settecento a oggi, v. 2, Editori Laterza, p. 94. ^ "Una innovazione in materia di incivilimento della Sardegna e d'istruzione pubblica, che sotto vari aspetti sarebbe importantissima, si è quella di proibire severamente in ogni atto pubblico civile non meno che nelle funzioni ecclesiastiche, tranne le prediche, l'uso dei dialetti sardi, prescrivendo l'esclusivo impiego della lingua italiana. In sardo si gettano i cosiddetti pregoni o bandi; in sardo si cantano gl'inni dei Santi (Goccius), alcuni dei quali privi di dignità… È necessario inoltre scemare l'uso del dialetto sardo [sic] e introdurre quello della lingua italiana anche per altri non men forti motivi; ossia per incivilire alquanto quella nazione, sì affinché vi siano più universalmente comprese le istruzioni e gli ordini del Governo… sì finalmente per togliere una delle maggiori divisioni, che sono fra la Sardegna e i Regi stati di terraferma." Carlo Baudi di Vesme, Considerazioni politiche ed economiche sulla Sardegna, Dalla Stamperia Reale, 1848, pp. 49-51. ^ «In una sua opera del 1848 egli mostra di considerare la situazione isolana come carica di pericoli e di minacce per il Piemonte e propone di procedere colpendo innanzitutto con decisione la lingua sarda, proibendola cioè "severamente in ogni atto pubblico civile non meno che nelle funzioni ecclesiastiche, tranne le prediche". Baudi di Vesme non si fa illusioni: l'antipiemontesismo non è mai venuto meno nonostante le proteste e le riaffermazioni di fratellanza con i popoli di terraferma; si è vissuti anzi fino a quel momento - aggiunge - non in attesa di una completa unificazione della Sardegna al resto dello Stato ma addirittura di un "rinnovamento del novantaquattro", cioè della storica "emozione popolare" che aveva portato alla cacciata dei Piemontesi. Ma, rimossi gli ostacoli che sul piano politico-istituzionale e soprattutto su quello etnico e linguistico differenziano la Sardegna dal Piemonte, nulla potrà più impedire che l'isola diventi un tutt'uno con gli altri Stati del re e si italianizzi davvero». Federico Francioni, Storia dell'idea di "nazione sarda", in Manlio Brigaglia, La Sardegna, 2. La cultura popolare, l'economia, l'autonomia, Cagliari, Edizioni Della Torre, 1982, pp. 173-174. Carlo Baudi di Vesme, Considerazioni politiche ed economiche sulla Sardegna, Dalla Stamperia Reale, 1848, p. 306. ^ Carlo Baudi di Vesme, Considerazioni politiche ed economiche sulla Sardegna, Dalla Stamperia Reale, 1848, p. 305. ^ Carlo Baudi di Vesme, Considerazioni politiche ed economiche sulla Sardegna, Dalla Stamperia Reale, 1848, p. 313. ^ Sebastiano Ghisu, 3, 8, in Filosofia de logu, Milano, Meltemi, 2021. Salvi, Sergio (1974). Le lingue tagliate, Rizzoli, pg.184 ^ «Des del seu càrrec de capità general, Carles Fèlix havia lluitat amb mà rígida contra les darreres actituds antipiemonteses que encara dificultaven l'activitat del govern. Ara promulgava el Codi felicià (1827), amb el qual totes les lleis sardes eren recollides i, sovint, modificades. Pel que ara ens interessa, cal assenyalar que el nou codi abolia la Carta de Logu – la «consuetud de la nació sardesca», vigent des de l'any 1421 – i allò que restava de l'antic dret municipalista basat en el privilegi.» Joan Armangué i Herrero (2006). Represa i exercici de la consciència lingüística a l'Alguer (ss. XVIII-XX), Arxiu de Tradicions de l'Alguer, Cagliari, I.1 ^ Cimitero antico, su Sito ufficiale del comune di Ploaghe. ^ Carlo Baudi di Vesme, Considerazioni politiche ed economiche sulla Sardegna, Dalla Stamperia Reale, 1848, p. 167. ^ Pietro Martini, Sull’unione civile della Sardegna colla Liguria, con il Piemonte e colla Savoia, Cagliari, Timon, 1847, p. 4. Toso, Fiorenzo. Lingue sotto il tetto d'Italia. Le minoranze alloglotte da Bolzano a Carloforte - 8. Il sardo, su treccani.it. ^ Dettori, Antonietta, 2001. Sardo e italiano: tappe fondamentali di un complesso rapporto, in Argiolas, Mario; Serra, Roberto. Limba lingua language: lingue locali, standardizzazione e identità in Sardegna nell’era della globalizzazione, Cagliari, CUEC, p. 88. ^ Gian Nicola Spanu, Il primo inno d'Italia è sardo (PDF). URL consultato il 23 dicembre 2018 (archiviato dall'url originale l'11 ottobre 2017). ^ Carboni, Salvatore (1881). 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La Sardegna fu colonialisticamente integrata nella cultura nazionale: modi di vita, costumi, visioni generali, parole d'ordine politiche furono imposte sia attraverso la scuola (dalla quale partì un'azione repressiva nei confronti della lingua sarda), sia attraverso l'organizzazione del partito (che accompagnò, come in ogni altra regione d'Italia, i sardi dalla prima infanzia alla maturità, oltre tutto coinvolgendo per la prima volta - almeno nelle città - anche le donne). La trasformazione che ne seguì fu vasta e profonda.» Guido Melis, La Sardegna contemporanea, in Manlio Brigaglia, La Sardegna. La geografia, la storia, l'arte e la letteratura, vol. 1, Cagliari, Edizioni Della Torre, 1982, p. 132. Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo, Manuale di linguistica sarda, De Gruyter Mouton, 2017, p. 36. Remundu Piras, su sardegnacultura.it. URL consultato il 17 febbraio 2018 (archiviato dall'url originale il 30 ottobre 2020). 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La differenza tra modernità e tradizione è ai loro occhi di sostanza, si tratta di due tipi di società opposti per natura, in cui non esiste continuità di pratiche, di attori, né esistono forme miste.» Alessandro Mongili (2015). "9". Topologie postcoloniali. Innovazione e modernizzazione in Sardegna. Condaghes. ^ Martin Harris, Nigel Vincent, The Romance languages, London, New York, 2001, p. 349. ^ Sergio Salvi, Le lingue tagliate, Rizzoli, 1974, p. 195. ^ Sa limba sarda - Giovanna Tonzanu, su midesa.it. 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Manca il fondamento della soggettività di popolo che invece è previsto in altri statuti speciali. Per esempio, mancano i riconoscimenti di tipo etnolinguistico e culturale.» Pala, Carlo. La Sardegna. Dalla “vertenza entrate” al federalismo fiscale?, in Istituzioni del Federalismo. Rivista di studi giuridici e politici, 2012, 1, p. 215. ^ Cardia, Mariarosa (1998). La conquista dell’autonomia (1943-49), in Luigi Berlinguer, Luigi e Mattone, Antonello. La Sardegna, Torino, Einaudi, p. 749. ^ Manlio Brigaglia, La Sardegna. 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La Sardegna, in controtendenza con le regioni dell'Italia meridionale, a cui quest'autore vorrebbe associarla, mostra percentuali di ripetenze del tutto analoghe a quelle di regioni abitate da altre minoranze linguistiche.» Roberto Bolognesi, Le identità linguistiche dei Sardi, Condaghes, 2013, p. 66. ^ Mongili, Alessandro, in Corongiu, Giuseppe, Il sardo: una lingua normale, Condaghes, 2013, Introduzione ^ «Ancora oggi, nonostante l'eradicazione e la stigmatizzazione della sardofonia nelle generazioni più giovani, il "parlare sbagliato" dei sardi contribuisce con molta probabilità all'espulsione dalla scuola del 23% degli studenti sardi (contro il 13% del Lazio e il 16% della Toscana), e lo giustifica in larga misura anche di fronte alle sue stesse vittime (ISTAT 2010).» Alessandro Mongili (2015). "9". Topologie postcoloniali. Innovazione e modernizzazione in Sardegna. 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Questa esclusione del sardo de souche, originario, si è costituita lentamente attraverso una serie di atti repressivi (Butler 2006, 89), dalle punizioni scolastiche alla repressione fascista del sardismo, ma anche grazie alla pratica quotidiana del passing e al diffondersi della cultura di massa in epoca recente (in realtà molto più porosa della cultura promossa dall'istruzione centralizzata).» Alessandro Mongili (2015). "1". Topologie postcoloniali. Innovazione e modernizzazione in Sardegna. Condaghes. ^ Mura, Giovanni (1999). Fuéddus e chistiònis in sárdu e italiánu, Istituto Superiore Regionale Etnografico, Nuoro, p. 3. ^ «It also triggered a negative attitude on the part of the Sardinians, if not a pervasive sense of inferiority of the Sardinian ethnic and cultural identity.» Andrea Costale, Giovanni Sistu (2016). Surrounded by Water: Landscapes, Seascapes and Cityscapes of Sardinia. 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Questo nuovo codice linguistico, che emerge dall'interferenza tra italiano e sardo, è particolarmente comune presso i meno privilegiati ceti socio-culturali."). Relazione Euromosaic "Sardinian in Italy". URL consultato l'11 giugno 2019 (archiviato dall'url originale il 18 maggio 2018)., Euromosaic, 1995 ^ Andrea Corsale e Giovanni Sistu, Sardegna: geografie di un'isola, Milano, Franco Angeli, 2019, p. 191, 199. Roberto Bolognesi, Un programma sperimentale di educazione linguistica in Sardegna (PDF), su comune.lode.nu.it, 2000, p. 127. 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Giappichelli Editore, L'esistenza di una striscia di "terra di nessuno" (fatta eccezione, comunque, per i dialetti di Laconi e Seneghe) tra dialetti meridionali e settentrionali, come anche della tradizionale suddivisione della Sardegna in due "capi" politico-amministrativi oltre che, ma fino a un certo punto, sociali e antropologici (Cabu de Susu e Cabu de Jossu), ma soprattutto della popolarizzazione, condotta dai mass media negli ultimi trent'anni, di teorie pseudo-scientifiche sulla suddivisione del sardo in due varietà nettamente distinte tra di loro, hanno contribuito a creare presso una parte del pubblico l'idea che il sardo sia diviso tra le due varietà del "campidanese" e del "logudorese". In effetti, si deve più correttamente parlare di due tradizioni ortografiche, che rispondono a queste denominazioni, mettendo bene in chiaro però che esse non corrispondono a nessuna varietà reale parlata in Sardegna.» Bolognesi, Roberto (2013). 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[...] La grande omogeneità grammaticale del sardo viene ignorata, per quanto riguarda gli autori tradizionali, in parte per mancanza di cultura linguistica, ma soprattutto per la volontà, riscontrata esplicitamente in Spano e Wagner, di dividere il sardo e i sardi in varietà "pure" e "spurie". In altri termini, la divisione del sardo in due varietà nettamente distinte è frutto di un approccio ideologico alla variazione dialettale in Sardegna» ^ «The phonetic differences between the dialects occasionally lead to communicative difficulties, particularly in those cases where a dialect is believed to be 'strange' and 'unintelligible' owing to the presence of phonetic peculiarities such as laryngeal or pharyngeal consonants or nazalized vowels in Campidanese and in the dialects of central Sardinia. In his comprehensive experimental-phonetic study, however, Contini (1987) concludes that interdialectal intelligibility exists and, on the whole, works satisfactorily.» Rebecca Posner, John N. 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V · D · M Lingue romanze Lingue d'origine Latino classico† · Latino volgare† · Latino medievale† Lingua sarda Sardo campidanese · Sardo logudorese Lingue romanze italo-occidentali Lingue gallo-iberiche Lingue galloromanze Arpitano Faetano-cellese · Francoprovenzale Lingue gallo-italiche Emiliano · Ligure · Lombardo · Piemontese · Romagnolo Lingue d'oïl‎ Francese (Francese antico† · Francese medio†) · Normanno (Anglo-normanno†) · Piccardo · Vallone Lingue retoromanze Friulano · Ladino · Romancio Lingue occitano-romanze Catalano · Occitano Lingue ibero-romanze Lingue iberiche occidentali Lingue asturiano-leonesi Asturiano · Cantabrico · Estremegno · Leonese · Mirandese Lingue castigliane Spagnolo (Spagnolo medievale†) · Spagnolo amazzonico Lingue galiziano-portoghesi Galiziano · Minderico · Portoghese · Xálimego Lingue pirenaico-mozarabiche Aragonese · Mozarabico† · Navarro-aragonese† Lingue italo-dalmate Lingue italo-romanze Corso · Gallurese · Italiano · Napoletano · Sassarese · Siciliano Lingue dalmato-romanze Dalmatico† · Istrioto Veneto Cipilegno · Talian · Veneto Lingue romanze orientali Arumeno · Rumeno · Meglenorumeno · Istrorumeno Lingue franche Lingua franca mediterranea/Sabir† Lingue giudeo-romanze Giudeo-aragonese† · Giudeo-catalano† · Giudeo-francese† · Giudeo-italiano · Giudeo-latino† · Giudeo-portoghese† · Giudeo-provenzale† · Giudeo-spagnolo Classificazione incerta Romanzo africano† · Romanzo britannico† · Romanzo mosellano† · Romanzo pannonico† † lingua estinta (nessun sopravvissuto tra i parlanti nativi e nessuno tra i discendenti) V · D · M Minoranze in Italia V · D · M Italia (bandiera) Lingue e dialetti d'Italia Portale Linguistica Portale Sardegna Categorie: Lingua sardaLingue SVOLingue SOVLingue VOS[altre]Nome compiuto: Andrea Vasa. Vasa. Keywords: liberta, freedom, lingua sarda. Refs.: The H. P. Grice Papers, Bancroft MS – Luigi Speranza, “Grice e Vasa: ragione e liberta” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vasoli: la ragione conversazionale e l’implicatura a MERTON ecc – la scuola di Firenze – filosofia fioretina – filosofia toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Firenze). Abstract: medieval. Keywords: medieval. Grice: “They said we were frivolous, but what about those mediaeval discussions about how many angels could dance on the tip of a needle? -- Filosofo fiorentino. Filosofo toscano. Firenze, Toscana. m. Firenze. Storico della filosofia italiano. Formatosi alla scuola di grandi maestri dell'ateneo fiorentino – GARIN (vedasi), MORANDI (vedasi), CANTIMORI (vedasi) --, e poi docente in diverse università italiane, in più di quarant'anni di ricerche e interventi compiuti in Italia e all'estero V. esplora i più diversi aspetti delle idee e della cultura. Laureatosi all'univ. di Firenze sotto la guida di GARIN (vedasi), è stato prima assistente e poi libero docente e incaricato di Storia della filosofia nella facoltà di Lettere e filosofia della stessa università; prof. ordinario di storia della filosofia alle univ. di Cagliari, Bari e Genova, poi a Firenze di filosofia morale, di storia della filosofia, quindi di storia della filosofia del Rinascimento. Socio nazionale dei Lincei. Storico della filosofia italiano. Si formato con GARIN (si veda) e si laurea a Firenze con un saggio di filosofia morale. Al suo maestro è rimasto sempre profondamente legato, riprendendo e sviluppandone in modo originale temi e motivi.  Assistente e libero docente e incaricato di Storia della FILOSOFIA MEDIEVALE fnella facoltà di filosofia a Firenze. È stato professore ordinario di storia della FILOSOFIA MEDIEVALE a Cagliari, Bari e Genova, poi a Firenze di filosofia morale, di storia della filosofia, quindi di storia della FILOSOFIA DEL RINASCIMENTO. Dottore honoris causa della Sorbona e del Centro studi sul Rinascimento di Tours. Presidente dell'Istituto di Studi sul Rinascimento, di cui è consigliere, e dei Lincei.  Autore di una vasta bibliografia, tra i suoi saggi si ricordano:  La filosofia medievale (Feltrinell), La dialettica e la retorica dell'Umanesimo: "Invenzione" e "Metodo"  (Feltrinelli; Città del sole) Umanesimo e Rinascimento (Palumbo) Magia e scienza nella civiltà umanistica (Il Mulino) La filosofia moderna (Vallardi) La cultura delle corti (Cappelli) Filosofia nel Rinascimento (Guida) Tra maestri, umanisti e teologi: studi (Le Lettere) Civitas mundi: studi sulla cultura (Storia e letteratura) Le filosofie del Rinascimento (Mondadori) L'enciclopedismo  (Bibliopolis) Ha inoltre tradotto in italiano il Defensor Pacis e il Defensor minor di Marsilio da PADOVA (si veda) ed ha curato, con Robertis, l'edizione critica del Convivio d’ALIGHIERI (Ricciardi).  Si è poi dedicato allo studio delle idee filosofiche (FICINO (si veda), SAVONAROLA (si veda) ed i suoi seguaci, SALVIATI (si veda), Postel, Patrizi da Cherso, Bodin, Marsilio da Padova), e, in particolare, al ritorno della tradizione dell’ACCADEMIA ed al rapporto tra le varie filosofie del Rinascimento e la diffusione delle nuove concezioni rconnesse alla Riforma protestante o alle particolari esperienze etico-politiche dell'età della Contro-riforma. Treccani -- Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Stabile, V. Enciclopedia Italiana, V Appendice, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Dizionario di filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Dizionario bio-bibliografico dei bibliotecari italiani, Associazione Italiana Biblioteche. Registrazioni di V. su RadioRadicale.it, Radio Radicale. Portale Biografie: accedi alle voci di Wikipedia che trattano di biografie Categorie: Storici della filosofia italiani Italiani Italiani Nati a Firenze Morti a Firenze.  La filosofia medioevale Storia della Filosofia La filosofia medioevale Il pensiero filosofico del Medioevo, dai mani-  chei ai nominalisti, da Ockham a Maestro  Eckhart, da S. Ag ostino a S. Tommaso, visto  in continuo, costante riferimento con l’am-  biente culturale, politico e sociale. Gli aspetti  ideologici delle dottrine e il loro peso effettivo  ‘nella società medioevale — sulla teologia, sul-  le concezioni della politica e dello stato —  vengono ampiamente analizzati e portati in  primo piano, offrendo al lettore un panorama  quanto mai affascinante dello sviluppo storico  e del significato culturale e politico delle varie  filosofie. In questo quadro denso di fatti, di  notizie, di osservazioni, di riferimenti, una  speciale attenzione è rivolta dall’autore alla  organizzazione della cultura, al formarsi delle  università, alla nascita degli ordini mendican-  ti, insomma a tutte le forme di vita teorica e  pratica del Medioevo, in cui si è riflessa in  maniera decisiva l’attività filosofica.    La filosofia medioevale di Cesare Vasoli è il  primo, in ordine di pubblicazione, di una se-  rie di volumi affidati a diversi studiosi, che  costituiranno un’organica storia della filosofia.  Seguiranno a questo i volumi dedicati alla  Filosofia antica, alla Filosofia nell'età del Ri-  nascimento, alla Filosofia moderna e alla Filo-  sofia contemporanea.    Quest'opera intende offrire a un pubblico colto, ma non necessariamente specializzato, un  ampio e documentato panorama dello svilup-  po storico del pensiero filosofico. Nella stesura del lavoro i collaboratori si sono soprat segue  seguito    tutto preoccupati di evitare due opposti pericoli: un troppo rigoroso tecnicismo con una  conseguente terminologia da iniziati e una  sommarietà di trattazione adatta a manuali  di uso scolastico. La filosofia antica La filosofia medioevale   La filosofia nell’età del Rinascimento La filosofia moderna La filosofia contemporanea    Di imminente pubblicazione: Adorno, La filosofia antica. V., professore di storia della filosofia medioevale a Firenze. È autore di un volume su Occam e di numerosi studi sulla filosofia. Ha raccolto i risultati delle sue ricerche  sul pensiero contemporaneo nel volume, di recente  pubblicazione, Tra cultura e ideologia. Collabora alla “Rivista critica di storia della filosofia,” di cui è  redattore, a “Il Ponte,” a “Inventario,” a “Paragone”  e ad altre riviste filosofiche e di cultura. Sovracoperta: Albe Steiner  Feltrinelli Milano Storia della Filosofia Giangiacomo Feltrinelli, Milano. La filosofia medioevale, Feltrinelli Milano. V. dedica il saggio allasua moglie, compagna carissima. Agostino si spegna nella sua sede episcopale ad Ippona, assediata dalle milizie dei vandali. Nella sua lunga esistenza di filosofo, di retore  e di teologo, di elegante letterato e di padre della cristianità occidentale, Agostino assiste al lungo sfacelo della società romana corrosa da un’insanabile crisi economica e politica, minacciata dalla  crescente pressione delle gentes germaniche e dall’esplodere sempre più  frequente di drammatiche rivolte contadine; ma adesso, nei suoi ultimi giorni, egli assisteva all’estrema rovina di quello Stato che si era  ormai intimamente compenetrato con la Chiesa di Cristo, e, dall’età costantiniana, aveva associato i vescovi e il clero romano alla  guida dell’Impero. Sorto per volere di una provvidenza misteriosa e  inaccessibile, che dispone dei troni e dei poteri, secondo l’esigenza di  un suo segreto disegno, l’Impero di Roma andava adesso dissolvendosi per una legge ugualmente necessaria e provvidenziale; ma nella  estrema confusione del secolo, nell’anarchia di tutte le autorità e di  tutti i poteri, il vescovo vede solo il segno dell’avvento di  una nuova società integralmente religiosa, capace di assorbire nella  sua più alta finalità cristiana l’ordinamento mondano, conservandolo  per i suoi scopi superiori. Se la città terrena scontava nella sua morte  la propria origine di violenza e di frode, la città di Dio poteva sorgere a imporre nel nome della sua destinazione ultraterrena la pace e  l'universale concordia, sotto il segno dell’alta guida della potestas Ecclesiae.   La dottrina che Agostino elabora nel De civitate Dei,  scritto in anni trai più tragici della storia dell’Impero, era certamente un tentativo coerente di sottrarre la comunità  cristiana all'imminente catastrofe, riaffermando che il suo destino ol Introduzione    trepassa sempre la storia e il mondo presente, che la sua verità trascendente è al di là di ogni fortuna o sventura storica. Ma il suo  richiamo alla superiorità di un destino celeste, estraneo alla misura  mondana degli uomini carnali, non diminuiva la gravità di una crisi  che incideva sugli stessi fondamenti della situazione civile e intellettuale in cui era maturato il trionfo politico del cristianesimo. In Gallia e in Iberia le sanguinose dagaude, ribellioni delle gentes non  romane contro l’aristocrazia latina e quella indigena latinizzata, segnavano irrevocabilmente la fine dell’unità romana. E mentre, nel precipitare della dissoluzione militare e amministrativa dell’Impero, si  spezzavano anche i legami culturali che avevano tenuto unite le più  diverse regioni d’Europa, i popoli germanici si installavano già pesantemente nel cuore dell'Impero, portando a contatto con la millenaria esperienza di una società economica evoluta la loro organizzazione ancora tribale, i loro culti della forza e del sangue.   Certo, ad Oriente, nella recente capitale di Costantinopoli, continuava la stessa tradizione romana che avrebbe più tardi trovato le  basi di una nuova ripresa politica e intellettuale nel difficile connubio.  dell’ellenismo e del cristianesimo. Ma nell’Occidente devastato dalle  invasioni e dalle insurrezioni contadine e militari, l’autorità e il potere  dell’Impero erano ormai soltanto un nome ed una finzione giuridica.  E presto i capi germanici avrebbero potuto imporre il loro sostanziale dominio a tutte le classi e i ceti dell’antica società romana. Cosî il potere militare e politico sarebbe passato definitivamente dalle mani dell’aristocrazia senatoria e latifondistica e della burocrazia imperiale in quelle  di una ristretta casta militare germanica, pronta però ad accettare la  collaborazione dei vinti e a riconoscere la loro superiorità intellettuale.   Questa dissoluzione dell’Impero e, con essa, la crisi della stessa  struttura organizzativa della cultura romana, non fu però, certamente,  un evento improvviso, né ebbe quel carattere catastrofico che gli è  stato cosî a lungo attribuito dalla storiografia romantica. Anzi, anche  quando tra la fine del IV e gli inizi del V secolo l'emigrazione delle  gentes germaniche si trasformò in vera e propria invasione, lo stanziamento delle loro tribi nell’Occidente romano avvenne ancora, in  generale, nel quadro degli ordinamenti romani. I capi barbarici che  occuparono con i loro exercitus l’Italia e le province più latinizzate  dell'Europa occidentale e dell’Africa, tennero spesso a comportarsi: pit  come mandatari dell’autorità imperiale che non come veri e propri sovrani, senza mutare la struttura organizzativa dello stato romano. Né  le condizioni politiche e sociali delle élites subirono, almeno nei primi tempi, un mutamento radicale, o venne trasformata la struttura  sociale del Basso Impero, che restò di fatto immutata, anche se alle  aristocrazie latifondistiche romane o provinciali si sostitui, in gran  parte, la nuova aristocrazia militare germanica. È vero che le invasioni barbariche, nelle regioni pid lontane o periferiche, ebbero talvolta come immediata conseguenza la rottura della recente tradizione  romana. Ma è altrettanto certo che lo stanziamento delle gentes germaniche nelle vecchie terre latine, lì dove esisteva un forte tessuto  urbano e solide istituzioni culturali, non ebbe affatto un simile effetto. Anzi, gli storici del Medioevo sono concordi nel contrapporre il rapido  regresso della cultura nelle regioni di recente latinizzazione alla robusta e vitale continuità di tradizioni intellettuali che si ebbe invece  in Italia, in Gallia, in Spagna e nell’Africa romana.   Tuttavia, se pure le invasioni non distrussero volontariamente la  base della cultura romana, che negli ultimi secoli dell’Impero aveva  raggiunto un notevole grado di uniformità e di stilizzazione  scolastica, la dissoluzione dell’unità imperiale non fu certo priva  di gravi conseguenze. Già i grandi spostamenti etnici dei secoli  III e IV e le invasioni avevano cominciato ad infrangere quel comune  tessuto giuridico e amministrativo che aveva unito per secoli le regioni dell’Occidente. Adesso, il costituirsi di regni barbarici separati ed autonomi in Italia, in Spagna, nelle Gallie e nell’Africa romana, rese permanente quella rottura ed approfondi gli elementi di  divisione, anche sul piano della vita intellettuale. Per prima cosa, infatti, l'Occidente fu separato dalle regioni dell'Oriente mediterraneo,  che seguirono di fatto uno sviluppo economico, politico e intellettuale  completamente diverso e nelle quali fiori una cultura con caratteri  assai distinti da quelli che si delinearono nelle terre occidentali. Ma    un’altra barriera venne pure a cadere tra l’Italia  che era stata il  maggiore centro della vita politica e amministrativa dell’Impero e dove l'elemento romano restò sempre prevalente  e le altre regioni  dell'Europa centrale, ove i germani condizionarono in maniera assai  più netta la graduale formazione delle nuove unità nazionali. Il formarsi di diversi regni; la fine dell’unità giuridica e statale romana,  presto polverizzata nel particolarismo istituzionale dell'Alto Medioevo;  il sovrapporsi delle nuove aristocrazie militari germaniche alle vecchie  classi dominanti dell’età imperiale, ebbero quindi come naturale esito  storico il progressivo frazionamento della cultura e della vita intellettuale, la cui unità fu però salvaguardata dalla dominante influenza  della gerarchia e delle istituzioni ecclesiastiche. E tale frazionamento fu poi accentuato dal costante spostamento dell’asse economico-sociale della civiltà europea dalla città verso la campagna e dalle attività mercantili e artigiane a quelle rurali, dal rallentamento dei  rapporti economici e politici con l'Impero d’Oriente e dalla naturale  diminuzione degli scambi tra le varie regioni. Ciò spiega anche il  progressivo differenziarsi delle caratteristiche culturali di popolazioni  che erano pure rimaste per secoli nell’ambito della tradizione romana,  nonché l’effettivo regresso di molti aspetti della vita sociale, sui quali,  del resto, si rifletterono anche le condizioni di arretratezza proprie  delle aristocrazie barbariche. Certo, l’ossatura amministrativa -sulla  quale si ressero i regni romano-barbarici restò numana; e i romani  poterono spesso esercitare liberamente funzioni anche di notevole rilievo politico e continuare a trasmettere il proprio patrimonio culturale. Ma questo non toglie che la scomparsa o l’indebolimento di un  saldo potere centrale, e il lento disgregarsi dei ceci sociali che avevano  avuto per secoli il pieno monopolio della cultura, non influisse decisamente. nelle condizioni di base della vita intellettuale. Da un  lato, infatti, si accentuò quel processo di riduzione scolastica della  cultura che era, del resto, già caratteristica dell'uitima età imperiale,  e la prevalenza di un criterio utilitario che legava lo svolgimento  dell’attività intellettuale alla formazione di un personale giuridico e  amministrativo, e, soprattutto, della gerarchia ecctesiastica. D'altro canto, la forza politica e amministrativa della Chiesa. unico corpo unitario  e saldamente organizzato nell’Europa frazionata. contribuf a dare alla  cultura un’impronta sempre più ecclesiastica, sostituendo all’organizzazione scolastica romana una nuova efficiente rete di scuole religiose.  Ma, soprattutto, il patrimonio di cultura greco-romana si semplifica e schematizza, secondo le esigenze di una società sempre più  disorganica, e la riflessione filosofica venne ormai strettamente legata alla tematica religiosa cristiana e quindi naturalmente esposta  agli interventi e al controllo della potente gerarchia vescovile. Cost,  mentre a Costantinopoli la direttiva cesaro-papistica degli Imperatori  conduceva a una stretta intrinsecazione tra dogma religioso e autorità  politica, preludendo alla definitiva liquidazione delle ultime scuole filosofiche non cristiane operata da Giustiniano, anche in Occidente il primato intellettuale della Chiesa pose di fatto le condizioni  del suo monopolio quasi esclusivo dell’educazione e della cultura. È appunto da questo momento storico, che conclude la lunga crisi  dell'Impero e inizia la lenta formazione della nuova società europea,  che deve muovere lo studio storico del pensiero medioevale. Poiché,  se è vero che il passaggio tra la civiltà greco-romana del tardo Impero  e quella dell’Alto Medioevo fu lento e graduale, è però altrettanto evidente che la cultura di Boezio e di Cassiodoro, per non dir poi di  quella di Isidoro di Siviglia, presenta già dei caratteri ben definiti, i  quali la distaccano nettamente dagli ultimi sviluppi contemporanei della filosofia classica che hanno luogo ad Atene o ad Alessandria. E chi  guardi alle radici concrete dei fatti intellettuali e all’ambiente storico  in cui essi si svolgono, non ha difficoltà a riconoscere che proprio intorno alla metà del V secolo passa il grande spartiacque tra la cultura  del mondo antico e quella dell’età medioevale.   Con questo, non si vuol certo dire che il carattere iniziale della  civiltà del Medioevo sia dato da un profondo imbarbarimento, o  tanto meno che la riflessione medioevale sia condizionata, fin. dalle  sue origini, da una esclusiva direttiva scolastica e dogmatica. Al  contrario, la vicenda della cultura dell’Alto Medioevo è anzi la testimonianza di vitali esigenze spirituali che, al di là di tutti gli ostacoli  posti dalle avverse condizioni politiche, mantengono le fila di una grande tradizione e preparano la lontana. ripresa del IX secolo, Ed è pure,  a ben guardare, la testimonianza di quella costante differenziazione  di atteggiamenti intellettuali, nei confronti delle tradizioni fornite dal  pensiero classico che, fin dall’inizio dell’età medioevale, si delineò nell’unità religioso-filosofica instaurata ben presto dalla Chiesa romana.  Ciò spiega, tra l’altro, perché la cultura medioevale occidentale   della quale ci occuperemo in modo prevalente  abbia avuto risultati  più ricchi e fecondi della stessa civiltà bizantina, che pure era privilegiata sia dalla continuità dei suoi rapporti con i grandi centri intellettuali della Grecia e dell’Oriente ellenistico, che dalle migliori condizioni di convivenza civile e religiosa. Senza diminuire l’importanza storica della filosofia e della cultura bizantina, che pure ha avuto personalità e momenti di singolare prestigio, non v’è dubbio che dei due settori che dopo il V secolo si sostituiscono allo sviluppo sostanzialmente unitario della tarda antichità, quello occidentale fu nettamente  superiore nella capacità di tentare o suggerire nuove soluzioni teoriche  e speculative. Mentre in Oriente prevalse ben presto una rigida schematizzazione di moduli scolastici e di atteggiamenti intellettuali che non    Introduzione    consentirono progressi di grante portata, la cultura dell’Occidente  cristiano svolse invece una funzione indubbiamente più positiva  e costruttiva nei confronti della società in cui operava, favorita in  ciò dalla stessa posizione particolare della Chiesa romana non legata,  come quella di Bisanzio, a una rigida subordinazione all’assoluta autocrazia del Basileus. L’indubbia superiorità dell'incidenza storica della cultura medioevale occidentale nei confronti della tradizione bizantina, giustifica poi il punto di vista che terremo nelle pagine seguenti, e l’attenzione prevalente, se non certo esclusiva, che porteremo alle dottrine ed  alle personalità della filosofia, della teologia, del pensiero politico e  della scienza occidentale. Certo, ci accadrà spesso di riferirci anche al  corso diverso e distinto della cultura greco-bizantina (basti pensare all'influenza dello Pseudo-Dionigi e di Massimo il Confessore, e quindi  alla fortuna di Psello) e, più tardi, allorché diremo della svolta storica, dovremo trattare, con particolare ampiezza,  le dottrine dei filosofi arabi ed ebrei che esercitarono un’influenza cosi  decisiva nell’evoluzione intellettuale dell’Occidente. Nondimeno, per  quanto concerne la linea principale della nostra trattazione, essa verterà  soprattutto su quelle personalità e correnti di pensiero che si muovono  nell’ambito delle grandi scuole occidentali, dal primo grande tentativo compiuto da Boezio per assicurare alla civiltà latina medioevale un  ricco patrimonio filosofico e scientifico, alla rinascita carolingia, dalJa grande ripresa dei secoli XI e XII alla eccezionale fioritura speculativa del Duecento, e dalla crisi della tradizione filosofica medioevale  denunciata dalle correnti di pensiero trecentesco fino alle ultime mani‘festazioni critiche del pensiero scolastico. Perciò, alla luce di questo  lungo e complesso processo storico, saranno pure valutati gli apporti  delle altre grandi tradizioni di pensiero e di cultura che agirono in  questi dieci secoli nel mondo mediterraneo.  Tale prospettiva, che è del resto comune a tutte le trattazioni generali di storia della filosofia medioevale, non deve però indurre a  pensare che dieci secoli di sviluppo storico e intellettuale possano semplicemente ridursi sotto la consunta etichetta di una storia della scolastica. È vero che nella civiltà latina medioevale la schola esercita  una funzione difficilmente paragonabile a quella delle istituzioni scolastiche moderne, accentra intorno a sé quasi tutto il lavoro intellettuale, controlla, insieme alla Chiesa, l’elaborazione delle idee direttive  di tutta la civiltà. Ma questo dato di fatto, di cui è facile render  ragione, analizzando le condizioni sociali di base che determinano la  fortuna e lo sviluppo delle scholae, non significa affatto che la cultura  filosofica medioevale sia un chiuso regno di teologi e di magistri, indifferenti al volgersi storico delle vicende umane, estranei alla società  ‘in cui vivono ed operano. Né tanto meno il cosiddetto mondo medioevale è certo quell’unità uniforme, statica, esclusa da ogni progresso, immutabile nei suoi principi dominanti, che è stata spesso  descritta dagli avversari, come dagli apologeti di un tipo di civiltà e  di vita sociale che non è mai esistita, né poteva esistere. Al contrario, il Medioevo europeo è invece una lunga età della storia umana  estremamente complessa, ricca di eventi e di processi storici che sono  stati decisivi per l’evoluzione di tutta la civiltà occidentale. In mille  anni, non solo si è compiuto quel processo di trasformazione economico-sociale che ha portato gran parte d’Europa dalla economia latifondistica del tardo Impero al feudalesimo, e, quindi, al primo sviluppo  precapitalistico del XIV secolo, ma si sono realizzate esperienze intellettuali, religiose, politiche e scientifiche, di cui non occorre neppure  ricordare l’eccezionale significato storico. Sicché giustamente si possono  ripetere anche oggi le parole che lo Haskins scrisse più di trent'anni  fa, quando la disputa sui caratteri storici del Medioevo era ancora  pienamente in corso e le polemiche sulla continuità e discontinuità della sua cultura con la civiltà classica e l’età del Rinascimento erano ‘al  centro delle discussioni storiografiche: Contrasti tra Oriente e Occidente, tra Settentrione e Mediterraneo, tra vecchio e nuovo, sacro e  profano, ideale e attuale, danno vita e colore e movimento a questo  periodo, mentre la sua stretta relazione sia con l'antichità che con il  mondo moderno gli assicurano un posto nella continua storia dello  sviluppo umano. Tanto la continuità che il mutamento sono caratteristiche del Medioevo, come di tutte le grandi epoche storiche Chi  studi la storia del pensiero medioevale, non come un astratto museo  scolastico di dottrine superate, un arsenale di apparati teologici, o  una raccolta di bizzarrie o di errori scientifici, bensi come la risposta data da una particolare società ai problemi storici del suo tempo,  non può che condividere queste idee. Né gli è difficile riconoscere il  nesso tra la lucida elaborazione delle idee al livello teologico e filosofico, la pugnace polemica della riflessione politica e i grandi mutamenti economici e sociali che. si verificano nell’Europa medioevale,  determinando una serie di trasformazioni che ha sempre il suo riflesso anche nell’ impassibile meditazione di metafisici o teologi.   Da questo punto di vista, anche la diversità e il mutamento di  orizzonti e prospettive intellettuali che si verificano nei diversi momenti della cultura medioevale riceve una compiuta spiegazione solo  quando le varie dottrine sono immerse nel compiuto contesto storico  in cui si formarono e si diffusero. Non v’è dubbio infatti che sarebbe  ben difficile spiegare fuori dal complesso di una radicale trasformazione economica e sociale il rinascimento intellettuale del XII secolo,  comprendere l’evoluzione della teologia e della filosofia duecentesca  fuori della grande fioritura della civiltà comunale, o intendere la crisi  speculativa del XIV secolo separatamente da una più profonda trasformazione che coinvolge tutte le strutture della società medioevale.  Non solo; ma i caratteri peculiari e distintivi dei vari momenti in cui  si scandisce lo sviluppo storico della riflessione medioevale, risultano sicuramente definiti solo se, prescindendo da ogni astratto riferimento a correnti o linee ideali, sono riconosciuti come espressioni di un mondo storico ben pi vasto e complesso di quello rappresentato dalla esclusiva portata dei singoli temi filosofici o teologici  tradizionali. A questo proposito  e per chiarire un’altra direttiva alla quale  ci siamo tenuti nella stesura di questa storia  è bene anche aggiungere che il carattere particolare della filosofia medioevale costringe lo  studioso ad affrontare assai spesso una complessa tematica teologica,  la quale è anzi cosi intrinsecata con lo sviluppo della riflessione filosofica, da rendere impossibile qualunque arbitraria distinzione. In  una società in cui la Chiesa mantiene per almeno otto secoli il monopolio effettivo della cultura, e in cui la figura dell’intellettuale si  identifica con quella del clericus, sarebbe infatti del tutto assurdo pretendere di tracciare una linea rigorosa di demarcazione tra la storia  della filosofia e quella della teologia. E certamente, come lo studioso  del pensiero moderno non può prescindere nella valutazione dello sviluppo filosofico dalla concomitante incidenza della storia delle scienze, a più forte ragione lo storico del pensiero medioevale deve tener  presente, per prima cosa, che proprio la teologia, con i suoi problemi  e i suoi dogmi, fu l’ambito ideologico in cui si sviluppò, per quasi  un millennio, la discussione filosofica, condizionandone naturalmente  i particolari svolgimenti. Ma questo non significa che si possa cata  logare mille anni di evoluzione storica del pensiero umano sotto l’etichetta di comodo della vocazione trascendente, o dello spirito ascetico o ridurre la riflessione medioevale all’unico problema del rapporto fede-ragione. Che tale problema sia stato largamente presente  ai filosofi del Medioevo, che ‘abbia acquistato un'importanza drammatica via via che tornavano a circolare le grandi testimonianze del  pensiero classico, è cosa evidente. Però, nulla sarebbe pit falso che ridurre questo problema, che fu anch’esso squisitamente storico e rifletté atteggiamenti e soluzioni ben radicate nell’evoluzione della società medioevale, ad una sorta di rigida disputa controversistica; tanto  più che è cosi facile cedere alla tentazione di introdurre in una cultura e in una fase della storia della Chiesa che le ignoravano, certe  nozioni di ortodossia o eterodossia tipiche dell’età post-tridentina;  e ben lontane dalla mentalità e dai gusti speculativi dei magistri medioevali,   D'altro canto, la prevalente natura teologica del pensiero medioevale (prevalente, ma non esclusiva, perché il Medioevo ebbe pure i  suoi grandi medici, giuristi e scienziati che influirono non poco anche  nella storia della filosofia propriamente detta) non deve indurre ad  accettare per la filosofia medioevale la definizione esclusiva di filosofia cristiana. A parte il fatto che la cultura filosofica medioevale è  frutto dell’opera di Avicenna, di Averroè, di Avicebron e del Maimonide, certo non meno di quella di Bonaventura, di Tommaso o  di Duns Scoto, la sua eredità classica è sempre cosf attiva, da rendere assai difficile stabilire quanto ogni singolo pensatore e il suo  ambiente intellettuale debbano al messaggio cristiano, e quanto invece alla presenza di Platone, di Aristotele, di Cicerone e di Proclo.  Il caso della scuola di Chartres (per citare uno degli argomerti che  ha pit offerto occasioni per discutere l’ispirazione cristiana o pagana di taluni pensatori di alto rilievo) insegna quanto sia fallace e  pericolosa l'applicazione di simili parametri alla storia della filosofia  medioevale. Perciò, senza entrare nei particolari di una discussione che  ha impegnato, trent'anni fa, alcuni dei maggiori studiosi cattolici e laici,  ci limiteremo a sottolineare che la nostra voluta astensione da ogni giudizio di tal genere dipende dalla certezza che l’opera dello storico,  qualunque sia la direzione o i livelli in cui si svolge, non ha nulla  da guadagnare da simili atteggiamenti strettamente ideologici.   Naturalmente, non si vuol mettere in dubbio che la cultura medioevale sia profondamente permeata di spirito cristiano e che, anzi, proprio la tematica teologica e religiosa rappresenti la sua più immediata espressione ideologica. Nondimeno è pur lecito ricordare che anche le credenze religiose assumono continuamente significati ed espressioni sempre nuove, secondo le esigenze e i bisogni di quei ceti  o ambienti in cui si articola il grande corpo della C4ristianitas medioevale, e secondo l’incidenza di idee, dottrine e atteggiamenti intellettuali che venivano da ambienti e tradizioni laiche. Accanto alla dominante facoltà teologica, accanto ai commentatori della Bibbia  e delle Sentenze e agli autori delle grandi Summae, v'è infatti, e acquisterà sempre più peso e influenza nella storia della cultura medioevale, il mondo dei medici e dei giuristi, dei magistri artium e  degli spetiales, lettori spregiudicati degli scienziati e dei filosofi greci  e arabi, spesso osservatori acuti delle res nazurales e già abituati a  pensare il cosmo fisico come un complesso di fatti e di fenomeni  autonomi. Non solo; ma più procederà l’evoluzione della società mediosvale, e più questi ceti di intellettuali, estranei al tessuto clericale della cultura teologica, si trasformeranno in portatori di idee e  concezioni che minano profondamente l’antico ideale unitario e carismatico della Ckristianitas, per avanzare e difendere le nuove ragioni  degli stati cittadini e delle monarchie nazionali, o le radicali esigenze  laiche delle classi emerse dallo sfacelo del mondo feudale. Né questo  spirito resterà estraneo anche alla problematica teologica o all'ambiente  clericalis dei magistri Sacrae Theologiae, se è vero che, a Parigi come  ad Oxford, la scolastica del XIV secolo saprà esprimere in forma esemplare la crisi di una società e di una cultura che stavano profondamente mutando. Il fatto che i medesimi maestri che hanno criticato i fondamenti  della fisica e della metafisica scolastica siano, al tempo stesso, i liquidatori della scientia teologica medioevale e, non di rado, anche  audaci osservatori e teorici degli eventi politici e dei comportamenti  economici contemporanei dovrebbe cosî indurre a una maggiore cautela nel giudicare i rapporti che la matura cultura medioevale istituî  tra le scienze sacre e profane, tra la teologia e la conoscenza critica  della realtà. Poiché la vicenda della tarda scolastica dimostra, nel modo  più chiaro e inequivocabile, che se la teologia offrf spesso il quadro  universale di una visione del mondo in cui si riconobbe tanta parte  della società medioevale, questa visione subî però sempre la stessa  sorte della realtà da cui nasceva, ed espresse nei suoi concetti più  universali, trascendenti quello stesso faticoso processo di evoluzione che si definiva concretamente nel progresso delle scienze e delle tecniche, come nell’affermazione sempre più sicura di nuovi tipi di  organizzazione sociale e politica.   A queste considerazioni dobbiamo poi aggiungerne un’altra, non  meno importante; e, cioè che se l’autorità e le gerarchie della Chiesa  condizionarono in larga parte, e in senso positivo, come in senso negativo l’evoluzione del pensiero medioevale, pure non poterono mai impedire che le ragioni della storia avessero il sopravvento. Le condanne,  i divieti, le ammonizioni di cui è pure straordinariamente ricca la  storia della cultura medioevale non hanno mai arrestato quelle idee o  dottrine che rispondevano ai bisogni più profondi e necessari di una  società in movimento; e, certo, chi rifletta alla storia dei ripetuti e  costanti divieti all'insegnamento di Aristotele, alla condanna del vescovo Tempier, che colpì talune tesi tomiste, o alla lunga lotta contro i teorici dell'autonomia della ricerca scientifica o filosofica, ha  larga materia di meditazione sull’estrema relatività di una vicenda  che doveva concludersi proprio con l'accettazione dell’aristotelismo come strumento filosofico della teologia cattolica e con l’assunzione del  tomismo a filosofia ufficiale della Chiesa. Comunque, al di là dei conflitti che spesso opposero le correnti più avanzate della rifl-ssione medioevale alla forza frenante di una tradizione sempre ancorata al passato, anche il mondo delle scholae fu protagonista e, insieme, testimone dell’evoluzione storica che conduceva i popoli dell’Europa occidentale verso l'avvento di un nuovo mondo storico fondato sui valori  umani della scienza, della tecnica e del lavoro. Tra il cristianesimo  monastico e ascetico di Pier Damiani e la lucida mentalità scientifica  di Ruggero Bacone che affida il trionfo della sua fede nel mondo alla  meravigliosa potenza di invenzioni e tecniche umane; tra la rigida teocrazia di Papa Gregorio e la teorica di Marsilio da Padova, che studia  con rigore razionale le strutture e le finalità dello stato umano, si  muove la lunga, umile fatica di commentatori e di maestri, di traduttori e compilatori indaffarati a riconquistare e restituire ai propri  contemporanei il sapere degli antichi, a dare piena cittadinanza nella  Europa cristiana al gran pagano Aristotele, o ai nuovi strumenti e  ritrovati della scienza araba. Ma quest’opera che fornisce gli strumenti alla nuova scienza come ai prestigiosi edifici delle grandi Summae, dove la cultura del tempo celebra la propria visione del mondo,  ha significato e valore solo quando è calata nella vivente unità del  mondo storico, nella feconda fatica di una lunga giornata umana. I regni romano-barbarici furono l’espressione politica di un lento  e complesso processo di assimilazione tra il tessuto tradizionale della  società romana e i nuovi elementi etnici e politici recati in Occidente  dagli invasori germanici. Nuovi ad una forma di vita organizzata entro stabili ordinamenti politici ed amministrativi, ed anzi avvezzi ad  una forma di convivenza civile ancora rudimentale, i germani si trovarono infatti dinanzi al grave problema di dar vita ad un tipo di stato  che, pur assicurando il predominio militare e politico dell’aristocrazia  teutonica, permettesse però la convivenza con le élites romane, avvezze da secoli a maneggiare i delicati strumenti amministrativi di una  grande società a struttura urbana. Cosf, pur essendo giunti nelle terre  dell’Impero con tradizioni assai diverse, i germani costituirono in Italia, in Spagna e nelle varie regioni della Gallia, un tipo di stato assai  simile che univa a istituzioni romane consuetudini e ordinamenti caratteristici delle diverse stirpi germaniche. E, mentre il potere politico  restava concentrato nelle mani del kònig germanico e degli arimanni che costituivano l’exercitus barbarico, l’ossatura amministrativa delle singole regioni restò integralmente romana. E romana fu la cultura  e la forma di organizzazione della vita intellettuale che continuò a dominare i vari regni sorti dalla rovina dell'Impero.   In un tipo di stato cosî ordinato, era ben naturale che l’elemento  latino mantenesse immutata la propria supremazia intellettuale e che  tutte le forme di elaborazione ideologica fossero patrimonio particolare  dell’aristocrazia romana che aveva dovuto cedere ai germani la sua  tradizionale supremazia politica ed anche gran parte del suo potere  economico. Agli intellettuali formatisi nella pura tradizione della cultura classica resta affidato il difficile compito storico di continuare la  esperienza giuridica-filosofica-teologica maturata dall’incontro delle concezioni filosofiche greche, della problematica dei Padri e dell’elaborazione secolare del diritto romano. Ma questa esperienza non venne  semplicemente trasmessa dai suoi naturali depositari alla nuova aristocrazia intellettuale che si formava soprattutto nell’ambito delle istituzioni ecclesiastiche; fu invece profodamente trasformata attraverso una  complessa opera di adattamento cui parteciperanno ben presto anche intellettuali di origine barbarica, rapidamente assimilati dal tessuto vitale della Chiesa. I risultati e le conseguenze di questo processo saranno ben visibili nelle condizioni della cultura europea tra il V  e il VII secolo, che rappresentano chiaramente una confusa e drammatica età di transizione tra gli ultimi sviluppi della cultura greco-romana  e un nuovo ambiente intellettuale dominato dalla tematica religiosa  cristiana. Però il declino dell’alta cultura filosofica e la relativa povertà  anche delle espressioni più significative di questo periodo non può far  dimenticare la preziosa funzione esercitata da Boezio, da Cassiodoro  e da Isidoro di Siviglia nel periodo in cui si viene preparando la nuova  struttura sociale dell'Europa medioevale. È per loro merito che le  pur decadute istituzioni culturali dei regni romano-barbarici potranno  continuare a tramandare per due secoli, di generazione in generazione,  alcuni dei motivi dominanti della speculazione classica e della scienza  antica. Ed è pure sulla traccia segnata dalle loro opere che comincia a  prender corpo tutto un nuovo tipo d’insegnamento saldamente contenuto nell’unità filosofica e religiosa della cultura ecclesiastica e perfettamente adeguato alle esigenze del tempo. Certo, a parte il caso particolare di Boezio la cui originalità filosofica è fuor di dubbio, l’opera  di questi intellettuali è volta principalmente all’utilizzazione del patrimonio fornito dal pensiero classico ed alla sua riduzione in sintetiche  enciclopedie o manuali di facile uso scolastico, adatti al compito fondamentale della formazione dei chierici che costituiscono adesso la principale classe colta della società romano-barbarica. Eppure è proprio  attraverso questa attività apparentemente cosi umile che si cominciano  a predisporre le basi intellettuali per la futura rinascita carolingia e per  il primo grande tentativo di elaborazione culturale conforme ai caratteri sociali e politici dell'Europa medioevale.   Tra i pensatori che segnano il graduale passaggio tra la tarda  cultura classica e la nuova temperie spirituale dell’età romano-barbarica,  la figura di maggior rilievo è certo quella di Marco Anicio Severino BOEZIO (vedasi). Nato a Roma da famiglia senatoriale, egli  segui il normale corso di studi di un giovane aristocratico dei suoi  tempi, destinato ad alte funzioni politiche ed amministrative, e, in particolare, studiò filosofia nelle scuole di Roma e di Alessandria. Ancora  fanciullo allorché venne deposto l’ultimo imperatore d’Occidente, Boezio era nella prima maturità quando la politica conciliante e filoromana  di Teodorico, re degli Ostrogoti, lo chiamò a far parte del concistorium  regio con il titolo di console e poi di magister palatit. In tale qualità  l’aristocratico romano visse alla corte del re barbaro per oltre un decennio, vi esercitò delicati uffici e fu ascoltato consigliere di Teodorico. Ma il profilarsi della minaccia bizantina e la violenta opposizione  della aristocrazia ostrogota, che si riteneva sacrificata all’elemento romano, indusse Teodorico a mutare politica e a liquidare gli aristocratici  romani di cui temeva i rapporti palesi ed occulti con il Basileus di Costantinopoli. Cosi nel 524 Boezio, accusato di tradimento, fu imprigionato nel carcere di Pavia ove scrisse la sua opera pit nota, il De consolatione philosophiae. Condannato a morte, fu ucciso poco dopo; e la  sua morte, attribuita a ragioni di persecuzione religiosa, fece fiorire  per tutto il Medioevo la leggenda del suo martirio che la critica storica  ha completamente dissolto. Anzi, in tempi non molto lontani, sono  stati sollevati addirittura dei dubbi sulla appartenenza di BOEZIO alla  religione cristiana, dubbi fondati, del resto, sull’assenza di qualsiasi  specifica allusione a dottrine cristiane nei suoi scritti di sicura attribuzione. La testimonianza di un frammento di Cassiodoro in cui si cita  un Liber de Sancta trinitate et capita quaedam theologica di Boezio, ha  permesso la sicura attribuzione almeno di alcuni scritti teologici che  andavano già tradizionalmente sotto il suo nome; e quindi anche di  accettare, con sicurezza, la sua appartenenza alla Chiesa cristiana.  Comunque, la civiltà medioevale deve assai più all’opera filosofica  di Boezio che non alla sua riflessione teologica direttamente esemplata  sui modelli agostiniani. Autore di un celebre commento all’Isagoge di  Porfirio (nella traduzione di Mario Vittorino), di un secondo commento allo stesso testo da lui nuovamente tradotto, di vari altri trattati e commenti logici (Introductio ad categoricos syllogismos, De syllogismo categorico, De syllogismo hypotetico, De divisione, De differetiis topicis) di un commento ai Topica ciceroniani, di un commento  alle Caregoriae e di due al De interpretatione, egli è l’effettivo fondatore della tradizione logica medioevale e l’ordinatore di quel complesso di testi e di problemi che saranno al centro dell’insegnamento  dialettico dell'Alto Medioevo. Ma altrettanto importante è la sua attività di traduttore che gli permise di consegnare alla cultura occidentale  una parte notevole dell’Orgaron aristotelico, in versioni che hanno circolato per secoli in tutte le scuole di Europa. Sue sono infatti le tradu zioni delle Categoriae, del De interpretatione, degli Analytici priores e  posteriores, degli Elenchi sophistici e dei Topici, ossia di quei testi che  furono fino al XIII secolo l’unica fonte essenziale dell’insegnamento di  Aristotele. Però il programma di Boezio era, a quanto sembra, assai  più ambizioso, se è vero che si era proposto di tradurre integralmente  tutti i dialoghi di Platone e tutto il corpus aristotelico, allo scopo di  mostrare il profondo, sostanziale accordo tra le due dottrine. Né il  fatto che il suo progetto non sia mai stato realizzato toglie importanza  a questo aspetto dell’opera di Boezio, prezioso intermediario tra i  maggiori documenti del pensiero greco e la cultura latina medioevale.   Anche un esame superficiale degli scritti logici basta, d’altra parte,  a mostrare la sua larga conoscenza della tradizione filosofica classica e  la sua familiarità con i problemi già dibattuti dagli interpreti alessandrini. Ed anzi, come è stato concordemente rilevato dalla maggior  parte degli studiosi, è sempre evidente nella logica di Boezio la tendenza ad interpretare le dottrine dell’Organon secondo una direttiva sostanzialmente platonica, perfettamente plausibile ove si pensi che egli  sente fortemente l’influsso dei commenti di Porfirio e della sua discussione intorno al significato ed alla natura degli universali.   Quale sia stata l’origine di questo problema  che per una significativa distorsione storiografica è stato considerato cosî a lungo come il  problema essenziale, per non dire addirittura l’unico, della filosofia medioevale  è cosa ben nota. In un passo dell’]sagoge Porfirio, dopo aver  definito i termini logici di genere e di specie, aveva infatti aggiunto  che avrebbe rinviato ad altro luogo la decisione sull’effettiva natura di  questi concetti; e cioè se i generi e le sp'cie fossero delle realtà sussistenti di per sé o, invece, delle semplici categorie mentali; se, nel caso  che fossero delle realtà, avessero una natura corporea o incorporea; e  se, infine, supponendole incorporee, esistess:ro separatamente dalle cose  sensibili o vi fossero invece intrinsecamente unite. Ora, sappiamo benissimo che di fronte a queste ipotesi Porfirio aderiva ad una soluzione  di schietto carattere platonico. Ma poiché l’Isagoge era semplicemente  uf testo elementare, scritto per avviare i giovani alla lettura dell’Organon, era naturale che egli soprassedesse ad una discussione di carattere  metafisico, risolta, del resto, altrove in piena coerenza con la sua ispirazione metafisica. La questione lasciata così in sospeso dall'Isagoge è  invece affrontata da Boezio, il quale si rende perfettamente conto della  netta divergenza tra una soluzione fedele alla dottrina aristotelica e  quella che si può dedurre dalla concezione platonica delle idee. Così nei suoi Commenti dell’Isagoge, egli espone, in sostanza, la tesi aristotelica, mostrando l’impossibilità di attribuire una realtà sostanziale alle  idee di genere e di specie che, appunto perché sono comuni ad interi  gruppi di individui, non possono essere esse stesse degli individui, e  tanto meno delle sostanze sensibili. D'altra parte, Boezio rileva che se  gli universali fossero soltanto delle semplici nozioni mentali e non  avessero alcun riferimento alle cose esistenti, il nostro pensiero non  avrebbe in tal caso nessun oggetto reale e, quindi, pensandoli, non penserebbe nulla. Sicché è evidente che gli universali debbono essere sempre dei termini di pensiero corrispondenti a delle realtà e che quindi il  problema della loro natura coinvolge tutto quanto il significato ed il  valore della conoscenza umana.   Per risolvere questo problema  che si sarebbe pi tardi ripresentato a tanti logici medioevali costringendoli sempre a precise scelte  di ordine metafisico  Boezio si richiama poi ad una dottrina, non  nuova e già svolta ampiamente da alcuni interpreti greci. Egli nota  infatti che il nostro intelletto è capace di astrarre dalla visione confusa  delle cose particolari, presentate dai sensi, talune proprietà fondamentali  comuni ad un'intera classe o gruppo d’individui. Ma le specie ed i generi sono appunto delle qualità comuni che sussistono, in certo senso, in ognuna delle cose individuali e materiali, pur essendo pensate dall'intelletto come forme pure ed immateriali. La facoltà astrattiva dell’intelletto umano è, insomma, capace di estrarre dagli individui concreti le forme o nozioni astratte definite nei concetti universali. O,  come scrive appunto Boezio in un passo che ha goduto di un’eccezionale fortuna storica, gli universali subsistunt ergo circa sensibilia, intelliguntur autem praeter corpora.   È chiaro che una soluzione di questo genere è assai vicina alla  classica dottrina aristotelica dell’astrazione di cui ricalca le linee generali. Ma sarebbe erroneo credere che Boezio, pur presentando come  commentatore la dottrina di Aristotele, vi aderisse pienamente, senza dubbi o riserve. Intanto, di fronte al testo dell’Orgazon, egli non  manca anche di presentare l’opposta opinione platonica, ossia la dottrina realistica delle idee considerata come pienamente sostenibile e  legittima. Inoltre Boezio, che non cita mai la dottrina aristotelica dell'intelletto agente, inseparabile dalla concezione peripatetica dell’astrazione, presenta in un testo del V libro del De consolatione una dottrina  gnoseologica del tutto diversa, fondata sulla considerazione gerarchica  delle varie facoltà o funzioni dell'anima umana. Certamente anche qui Boezio muove dalle prime impressioni sensibili indispensabili  a mettere in moto tutto il processo della conoscenza, per passare  poi all’analisi della facoltà immaginativa capace di cogliere nella materia sensibile le immagini e i segni. Ma al di sopra di queste facoltà  originarie, ma inferiori, egli pone l’attività della ragione capace di afferrare la specie intelligibile presente nell’individuo e finalmente la  pura virti dell’intelligenza che perviene a cogliere le forme di per  se stesse, nella loro eterna unità, separate da ogni legame o connessione  sensibile.   Ciò spiega naturalmente le diverse e contrastanti interpretazioni  che vennero date durante tutto il Medioevo agli scritti di Boezio, nonché la ragione per cui tanti maestri di logica dell'Alto Medioevo poterono pervenire a conclusioni schiettamente platoniche, pur movendo  dall’analisi delle dottrine aristoteliche. In realtà, tutta la meditazione  filosofica di Boezio è profondamente legata alla tradizione platonica  e neoplatonica, e tende a concludersi nella suprema scienza delle Idee  e nella contemplazione della Mente divina che reca già in se stessa gli  archetipi o rationes universali di tutte le cose.   Bene supremo ed assoluto, eterno oggetto di pensiero di cui ogni  mente umana possiede una conoscenza innata e indelebile, Dio è infatti  l’Essere perfettissimo, fonte di ogni esistenza, la causa prima di cui è  impossibile concepire qualcosa di più perfetto. Per questo, la sua esistenza è cosi certa ed evidente da escludere ogni dubbio o incertezza;  poiché, se è vero che l’esistenza di tutto ciò che è imperfetto presuppone  sempre quella del perfetto, e se è evidente che esistono molteplici esseri  imperfetti, limitati e contingenti, dev’essere necessario che esista un  Essere perfettissimo, donde dipendano tutte le cose imperfette. In tal  modo, in uno schema dimostrativo sviluppato più tardi dalla teologia  dell'XI secolo, Boezio lega indissolubilmente la dimostrazione dell’esistenza divina al postulato insieme logico e metafisico di un unico fondamento di tutte le esistenze e realtà particolari, culmine dell’ordine gerarchico dell’universo e, al tempo stesso, unità eterna ed immutabile,  assolutamente superiore ad ogni categoria o determinazione logica.   Questa concezione di Dio (che non è necessariamente cristiana,  ma fondata su di un’argomentazione di carattere platonico) domina tutto il De consolatione, uno dei testi più fortunati di tutta la letteratura  filosofica medioevale. Identificando la filosofia con l’amore della saggezza eterna, pensiero vivente e causa prima di tutte le cose, Boezio  ne considera infatti tutte le diverse funzioni secondo una precisa gerarchia che muove dalla considerazione delle cose naturali, per salire  quindi a quella degli intelligibili e affisarsi infine nella pura contem 28    Filosofia e cultura nell'età dei regni romano-barbarici    plazione degli inzellectibilia, sostanze separate da ogni corporeità o carattere materiale. Perciò, se la scienza dei corpi naturali è la fisica  (distinta nelle quattro arti del quadrivio: aritmetica, astronomia, geometria e musica), e quella degli intelligibili svela invece le funzioni proprie dell’anima nell’atto d’apprendere, la scienza degli inzellectibilia (la  teologia) ha per oggetto la dottrina di Dio e degli angeli. Ma la conoscenza teologica ci rivela come da Dio scaturiscano tutti gli esseri intelligibili, tra i quali è appunto l’anima umana concepita da Boezio,  platonicamente, come una pura essenza affine alle sostanze angeliche,  degenerata al contatto con il suo corpo, ma pur sempre mirante alla  conoscenza delle idee e di Dio. Come tutti gli esseri naturali che tendono sempre al proprio scopo, l’uomo è volto al fine intrinseco della  conoscenza filosofica e teologica che coincide con la perfetta beatitudine; però, mentre negli altri individui naturali questo moto è un processo necessario e meccanico dominato dal ritmo fatale della Fortuna,  nell’uomo il tendere verso il Bene e la beatitudine spirituale è invece un  atto volontario e libero, non soggetto ad alcuna fatalità. Questo non vuol  dire, naturalmente, che non esista al di sopra e al di là di ogni volontà  particolare, la suprema legge della divina provvidenza che ha regolato  e disposto tutto il corso dell’universo secondo una norma di assoluta  perfezione. Ma il contrasto apparente tra il libero arbitrio della volontà  umana e l’ordine necessario della Provvidenza viene spiegato da Boezio  che ha forse presente la classica problematica agostiniana  affermando che la libertà dell’anima consiste nel volere ciò che Dio vuole e  nell’amare ciò che Egli ama. Per questo, anche di fronte al grande  problema teologico di come possa conciliarsi quella previsione infallibile di ogni evento che Dio possiede 45 aeterzo e la libertà della  scelta umana, egli può sostenere che tale previsione non distrugge  affatto l’arbitrio dei singoli atti che sono appunto previsti da Dio  nella loro integrale libertà. E proprio nel De consolazione questa dottrina è confermata mediante la netta separazione tra il piano temporale, dove gli eventi mondani accadono nella successione del prima e  del poi, e l’immutabile eternità di Dio, possesso totale, simultaneo  di una vita senza fine, in cui ogni fatto presente, passato o futuro  esiste in una perenne eternità. La conoscenza eterna che Boezio attribuisce a Dio non è tanto una previdenza quanto piuttosto una provvidenza, né la sua prescienza degli atti volontari nega o diminuisce  la loro contingenza. Come l'occhio umano che scorge il sorgere del sole non è affatto la causa necessaria per cui esso si leva, cos anche la prescienza di Dio non impone affatto una condizione fatale alle libere  decisioni che ogni individuo può scegliere.   Simili motivi  presenti, del resto, anche in altri scritti boeziani   sono probabilmente legati ad un filone di discussioni di chiara ascendenza patristica. Ma insieme a questa tematica teologico-metafisica, è  però presente nel De consolazione tutta una dottrina dell’origine e  della struttura del mondo, il cui influsso sarà poi costante per gran parte  del pensiero medioevale. Infatti, nel m. 9 del L. III, egli si accosta  a! contenuto del Timeo platonico (di cui conosce anche il commento di  Calcidio) per descrivere l’azione ordinatrice che Dio svolge nell’universo,  quando adorna la materia caotica secondo i modelli ideali, disponendone dapprima le forme matematico-geometriche e poi imponendo entro  questa materia già definita e determinata la luce degli archetipi eterni.  Tutte le idee fondamentali della tradizione platonica e neoplatonica (come, ad esempio, la dottrina dei numeri e degli elementi e la teoria dell’anima del mondo, intermediaria tra la natura e il mondo ideale) sono  cosi risolte nel quadro di una grande visione cosmica, già del resto resa  familiare alla cultura filosofica classica dall’ecc:zionale fortuna del Timeo platonico. Ma Boezio non si limita soltanto a trasmettere alla  riflessione medioevale dei temi cosi caratteristici e destinati a costituire  per secoli il fulcro delle concezioni cosmologiche, bensf si preoccupa  di armonizzare l’idea di un destino necessariamente immanente all’ordine della natura, come la legge interna che regola il movimento  di tutte le cose, con la concezione provvidenziale dell’attiva presenza  divina. In questo tentativo  che costituisce uno degli aspetti più  interessanti del De consolatione  il filosofio romano subisce fortemente l’influenza di Calcidio donde trae la miglior parte dei suoi argomenti. E come nel commento di Calcidio al Timeo, cosi anche qui  l’ordine della natura assume un significato diverso secondo che lo si  consideri alla luce del pensiero divino che guida e muove tutta la  realtà per il suo alto disegno, o invece come una legge rigorosa e necessaria che agendo all’interno dei processi e fenomeni naturali ne costituisce la causa ineluttabile. Certo, si tratta di due considerazioni ben  diverse e distinte, giacché la provvidenza persiste eternamente nella sua  perfetta eternità, mentre il destino è invece la stessa successione degli  eventi temporali, il loro corso determinato e fatale. Eppure, né il destino contrasta, per Boezio, con la provvidenza, né tanto meno la legge  di natura sopprime la responsabilità e la autonomia degli individui.  Tanto pid l’uomo si avvicina e si adegua a Dio, tanto meno è sottoposto alla forza del fato e gode di una libertà sempre pit compiuta    30    Filosofia e cultura nell'età des regni romano-barbarici    e perfetta. La concezione stoicheggiante del destino che sta alla base  della cosmologia boeziana può in tal modo coesistere con una soluzione di tono schiettamente platonico; la cert:zza dell’assoluta necessità che è pure presente in ogni aspetto o momento della natura  sembra cedere di nuovo ad un’immagine dell’universo non troppo diversa da quella di Agostino e dominata anch’essa dalla perfezione di  un disegno provvidenziale.   In un universo cosi concepito, nessuna delle cose esistenti può esser quindi estranea all’ordine ed alla volontà d:1 Bene supremo. Ogni  ente reale, ogni individuo particolare, dal più umile al più eccelso, contribuisce difatti a realizzare un disegno eterno che non ammette, nella  sua norma, né il male, né l’imperfezione. Ma il fatto che tutte le cose  siano sostanzialmente buone  in quanto partecipanti tutte dello stesso Bene  non implica, per BOEZIO (vedasi), che esse s’identifichino con l’essere  supremo e non siano realmente diverse da Dio. Ciascun individuo possiede un insieme di caratteri unico ed irrepetibile, ed è costituito da una  collectio di elementi e di principi da cui non potrebbe mai disgiungersi senza distruggere la propria individualità. Se è vero che ogni  composto è distinguibile in una materia determinata e in una forma  determinante, la sua realtà effettiva è tuttavia sempre strettamente dipendente dalla indissolubilità del composto. Per questo, in ogni sostanza composta possiamo sempre scorgere la necessaria diversità tra  l’esse e l’id quod est, e cioè tra la sua essenza e l’esistenza di fatto  determinata. Tale diversità non potrebbe però mai verificarsi in Dio  che, per essere una sostanza assolutamente semplice, esclude da sé  ogni distinzione di elementi o principi costitutivi. Tra la natura delle  cose che da Lui dipendono e la sua propria realtà, v'è dunque un  criterio distintivo indiscutibile, la cui validità non potrebbe essere impugnata se non rovesciando tutto l’ordine metafisico dell’universo.   Nondimeno, l’ordine delle cose naturali è tutto volto all’essere  divino, e ad esso aspira nelle più intime strutture. Ché tutti gli esseri, qualunque sia la loro dignità e la loro perfezione, partecipano alle  Idee divine o meglio a quelle forme con cui Dio ha determinato la  materia informe e che sono come il riflesso terreno degli archetipi presenti nella mente divina. Queste forme o immagini  che Boezio pensa in modo non lontano dalla dottrina delle species nazivae di Calcidio  o dalla dottrina stoica delle raziones seminales  sono i principi attivi, le cause interne dei processi corporei e di tutte le operazioni biologiche. Attraverso di esse e nella loro stretta, organica connessione, l’anima del mondo attua infatti l’eterno disegno pensato da Dio e traduce  nel mondo della materia le divine essenze ideali.   L’interesse di Boezio per i motivi cosmologici della tradizione platonica e stoica, non è però soltanto attestato dalla sua riflessione filosofica; ma è confermato dalle opere di carattere scientifico, dedicate a  ciascuna delle scienze del guadrivium, che comprende l’aritmetica,  la musica, la geometria e l’astronomia. Noi non possediamo il corso completo degli scritti, destinati appunto a fornire un curriculum completo per gli studi superiori; ma ci sono giunti il De institutione  musica, il De institutione arithmetica, assai interessanti per la conoscenza delle fonti e dei materiali adoperati da Boezio. Non è difficile  scorgere che la sua Arithmetica è un adattamento e compendio della  classica trattazione di Nicomaco, o che la sua Musica si richiama all’antica tradizione pitagorica. Il valore di questi trattati non sta quindi nell’originalità delle dottrine, bensi nel fatto che attraverso di essi  la cultura medioevale è entrata in possesso di un complesso di cognizioni o ipotesi scientifiche destinato a guidare, per secoli, la conoscenza della natura. Né va dimenticato che l’influenza di Boezio sull'ordinamento degli studi e delle scuole medioevali fu addirittura decisivo, e che a lui si deve il quadro tradizionale entro cui verrà poi  organizzata per gran parte del Medioevo la trasmissione e la continuità della vita intellettuale.  Da Cassiodoro a Gregorio Magno  Il pensiero di BOEZIO di cui abbiamo soltanto enunciato i motivi  più interessanti e più attivi nella storia del pensiero medioevale, è certo  il frutto di una cultura maturata nell’ambito dell’ultima filosofia ellenistica, fondato su di un impianto metafisico platonico e stoicheggiante,  eppur già caratterizzato dalle esigenze della religiosità cristiana. Ma le  stesse caratteristichè della sua cultura sono ravvisabili anche nel suo  collega ed amico Cassiodoro, proveniente come Boezio dall’aristocrazia romana, e come lui alto dignitario della corte teodoriciana. Più fortunato di Boezio, Cassiodoro, dopo una brillante carriera, poté ritirarsi intorno al 540 nel monastero calabrese di Vivarium ove  costitui una delle maggiori biblioteche del suo tempo e compose due  opere, il De anima e le Institutiones divinarum ct saecularium litterarum, che ebbero entrambe una larga fortuna nella letteratura scolastica.   La prima, ispirata al De anima e al De origine animae di Agostino, nonché al De statu animae di Claudiano Mamerto. è un trattato in difesa della pura spiritualità dell'anima e in aperta polemica contro i residui di una certa mentalità stoicheggiante, ancora non poco diffusa tra  gli stessi ambienti cristiani. Cosi, l’anima vi è concepita come una sostanza finita, creata, presente internamente al nostro corpo, ma immateriale e immortale, semplice e puramente spirituale, secondo, del resto,  una dottrina ormai saldamente affermata nella teologia ortodossa. Più  importante è però l’altra operetta, usata a lungo come manuale nelle  scuole monastiche e citata frequentemente con il titolo De artibus ac disciplinis litterarum. Il brillante cancelliere di Teodorico, autore di epistole tra le più eleganti e raffinate dell’ultima latinità, traccia il piano  di un corso completo di studi liberali ad uso dei religiosi. E richiamandosi ad una divisione che risaliva attraverso Marciano Capella alla  costante tradizione pedagogica greco-romana, distingue le arti del £rsvium (grammatica, dialettica, retorica) da quelle del quadrivium (aritmetica, geometria, astronomia e musica), ossia tra quelle arti che ci  offrono i mezzi per esprimere quanto comprendiamo e quelle che conducono ad una effettiva conoscenza dell’ordine naturale e morale. La distinzione, già adombrata anche da Boezio, non ha in sé molto di nuovo  e di originale. Eppure nella forma che le diede Cassiodoro, essa  formò la base dell’insegnamento per gran parte del Medioevo, e divenne un modello costantemente seguito nell’organizzazione fondamentale degli studi. Per il resto l’aspetto più significativo dell’operetta è dato  dalla sistematica riduzione dei materiali elementari della cultura classica  al servizio delle esigenze ecclesiastiche e della conoscenza della Scrittura.  Che le arti liberali debbano diventare parte integrante delle discipline  cristiane e della stessa cultura monastica è infatti ferma convinzione di  Cassiodoro che ritiene indispensabile alla formazione dei clerici una  buona conoscenza degli scrittori antichi e una discreta peritia litterarum. Certo, le dottrine dei Gentili vanno spogliate del loro antico  significato peccaminoso e delle suggestioni demoniache che derivano  dalle loro origini pagane. Però la conoscenza delle lettere divine e la  loro giusta interpretazione sarebbe impossibile se mancasse la cognizione dei mezzi di espressione e di pensiero o se non si conoscessero  almeno i fondamenti della scienza mondana. Le litterae humanae e le  litterae divinae non sono tra loro incompatibili e necessariamente avverse, tanto più che l’esatta comprensione e intelligenza della Scrittura  è condizionata dal possesso dei rudimenti essenziali del sapere. Proprio  per questo Cassiodoro, riprendendo la soluzione già posta da Agostino  al problema del rapporto tra la cultura profana e la tradizione cristia na, delinea una soluzione perfettamente conforme ai caratteri storici di  una società in cui l’elaborazione intellettuale sta diventando funzione  esclusiva degli uomini di Chiesa.   Boezio e Cassiodoro, con la loro raffinata cultura classica e la larga conoscenza della tradizione filosofica greco-romana, sono certo gli  ultimi rappresentanti dell’aristocrazia romana che ancora riesce ad imporre la propria supremazia intellettuale ai barbari e a legare alle istituzioni pedagogiche della Chiesa il proprio indirizzo filosofico e ideologico. La fine della collaborazione tra i goti e i latini, la disastrosa  guerra greco-gotica che desolò per quasi venti anni le terre italiane e,  poi, la rovinosa invasione longobarda, dovevano però rendere sempre  più precaria quell’opera di mediazione tra la cultura classica e la nuova  società che nasceva faticosamente dai quadri rudimentali dei regni barbari, sotto la crescente autorità politica e intellettuale della Chiesa.  Ma se l’Italia vide rapidamente imbarbarire le istituzioni culturali ancora sopravvissute al crollo dell’Impero, se le dure condizioni del dominio longobardo resero quanto mai labili le tracce di una continuità affidata principalmente alle scuole monastiche o alla cultura burocratica e  giuridica che pure fiorisce nelle terre bizantine, non mancarono altrove  nuove testimonianze del progressivo processo di adattamento della tradizione classica alle nuove esigenze storiche.   È infatti nella relativa stabilità del regno visigotico di Spagna,  largamente influenzato dagli elementi giuridici ed amministrativi dell'ordinamento romano, e dominato dalla crescente potenza dell’autorità  ecclesiastica, che opera il più tipico rappresentante della cultura del  VII secolo, il vescovo di Siviglia Isidoro. Autore di vari  scritti dottrinali e teologici, la sua opera più importante sono però gli  Etymologiarum libri, destinati ad una eccezionale fortuna storica. Quest'opera  tra le pil lette e diffuse in tutto il Medioevo  ci  mostra in modo esemplare come avvenga la riduzione del patrimonio  intellettuale della antichità in una sintetica enciclopedia di nozioni, utile  sia per chi si volge allo studio delle varie artes che per chi voglia dedicarsi alle cure del magistero ecclesiastico. Muovendo dall’idea che è possibile sempre rintracciare il principio e il significato di ogni cosa attraverso l'etimologia del suo nome, Isidoro ordina sulla base di questo singolare criterio una grande massa di nozioni scientifiche, filosofiche e teologiche, spesso trattate con grande ingenuità, ma sempre fondate sulle  testimonianze di molti autori classici. Ma l’importanza delle Origines  non sta certo nella ricchezza dei suoi riferimenti, quanto piuttosto nell'interesse vivace e vitale per molti aspetti della cultura e della tradi 34    l’ilosofia e cultura nell'età dei regni romano-barbarici zione classica. Infatti, nei primi tre libri, i più celebrati e conosciuti,  Isidoro traccia un piano compiuto dello studio delle sette arti liberali,  cui aggiunge poi negli altri 17 libri un complesso ordinato di nozioni  che toccano tutti gli aspetti dello scibile, dalla medicina alla storia, dalla  Sacra Scrittura alla teologia ed alla ecclesiologia, dalla cosmografia all’arte della guerra, dalla geografia alle arti meccaniche, ecc.   La evidente modestia delle dottrine esposte da Isidoro, la sua assenza di spirito critico o di attitudine filosofica, non toglie nulla alla  importanza storica di quest'opera che salvò dalla dimenticanza alcune  nozioni e idee fondamentali destinate ad esser tramandate, di generazione in generazione, nella scuola medioevale. NÉ, del resto, è estranea  al suo autore una discreta conoscenza della scienza medica e naturale  del suo tempo che va posta forse in rapporto con la fioritura delle scuole  ebraiche spagnole, eredi di tanti aspetti e motivi della tradizione platonica. Anche le altre opere di Isidoro  il De fide catholica, i Sententiarium libri tres, il De ordine creaturarum, il Chronicon e la Historia regum Gothorum et Vandalorum  testimoniano, del resto, la notevole  larghezza della sua cultura teologica, dominata naturalmente dall’ispirazione agostiniana, delle sue conoscenze naturali e delle sue nozioni  storiche, fornendo altre preziose indicazioni sulle tonti filosofiche e  letterarie di cui poteva servirsi un uomo di cultura in pieno VII secolo.   Ora, è vero che nel corso di un secolo, il cerchio delle conoscenze e  delle letture si è fortemente ristretto, e che Isidoro mostra, nei confronti  di Boezio e di Cassiodoro, una conoscenza assai minore dei classici e un  uso molto più rozzo degli stessi strumenti linguistici. Eppure, nella sua  opera, come in quella di un altro minore contemporaneo, Martino  di Bracara, lettore ed espositore di Seneca, si realizza la continuità della  cultura classica e si compie il difficile salvataggio degli ultimi resti di  una civiltà ormai in rovina. Raccogliendo nozioni e dottrine, ordinandole nell’ambito di una concezione educativa strettamente legata alla  finalità ecclesiastica, Isidoro lascia in eredità agli uomini della rinascenza carolingia un prezioso patrimonio sopravvissuto ai periodi più oscuri  della crisi del mondo classico.  La vita intellettuale dell’Europa occidentale continua a decadere  progressivamente nel corso del VII secolo sotto il peso di molteplici fattori storici che fanno di questo periodo uno dei momenti più drammatici e oscuri di tutta l’età medioevale. Mentre i regni romano-barbarici  si disgregano, svelando le loro profonde tare costituzionali (quando addirittura non scompaiono, stroncati dall’efimera ripresa bizantina), si cristallizza la struttura latifondistica della società europea, gravata dal pesante predominio delle nuove aristocrazie germaniche, ancora estranee  alla cultura ed alla tradizione greco-romana. L'attività economica rallenta adesso il ritmo, si attenuano, quando addirittura non si spezzano,  gli ultimi legami politici con l'Impero d’Oriente, che le invasioni islamiche stanno privando dei suoi territori africani e del Medio e Vicino  Oriente. E, intanto, il progressivo esaurimento delle classi dirigenti romane, l’avanzata di popolazioni più barbare e arretrate, rendono ancora più precaria la sorte della tradizione intellettuale greco-romana, legata tradizionalmente alla continuità delle istituzioni urbane.   Quel filone di solida dottrina che scorre ancora per buona parte  del VI secolo, sembra adesso esaurirsi, oppure si fissa definitivamente  nei canoni stilizzati dell’insegnamento ecclesiastico, nelle formule spesso assai elementari e sommarie che guidano l’insegnamento dei maestri  delle scuole vescovili o monastiche. In luogo della ricca esperienza filosofica, testimoniata ancora dall’opera di Boezio, si realizza ora il monopolio della vita intellettuale da parte della Chiesa, l’unica istituzione  che continui, al di là del crescente frazionamento dei poteri politici ed  amministrativi, la funzione unificatrice già esercitata dall’Impero, e che  imponga, in una società disorganica e disgregata, un’ideologia unitaria  e organica. Certo, anche la cultura ecclesiastica accusa gravemente le  conseguenze dello sfacelo della società romana e non è esente da un  processo di progressivo imbarbarimento e di netto regresso intellettuale.  Il tentativo di risolvere le idee dominanti nell’alta cultura greco-romana entro il tessuto religioso del Cristianesimo si è ormai trasformato  nella passiva acquisizione di un complesso di nozioni dottrinali sopravvissute al dissolvimento della società che le aveva prodotte. Ma se il  crollo dell’Impero ha segnato la fine dell'ambiente storico in cui erano  maturate le prime esperienze decisive della filosofia cristiana, non  scompaiono le direttive intellettuali che la Chiesa ha ormai elaborato,  nell’età patristica, ed ha posto alla base della formazione delle sue  nuove élites sacerdotali.   Queste dottrine sono poi strettamente legate a un tipo di formazione e di tirocinio ancora esemplato, in gran parte, sui modelli tradizionali dell’età classica. Ed è appunto per questo che una personalità  come GREGORIO (vedasi) Magno, interprete esemplare delle esigenze  politiche e organizzative della Chiesa romana, ha potuto esser considerato come l’ultimo difensore di una tradizione romana trasferita  integralmente nell'ordinamento disciplinare della Chiesa, o come il primo vero rappresentante della cultura cristiana medioevale. La sua personalità e la sua azione storica giustificano, del resto, questa apparente differenza di giudizio; perché Gregorio, discendente da  una famiglia dell’alto patriziato romano, educato al tirocinio intellettuale proprio della sua stirpe e della sua classe, fu il vero creatore della  Chiesa dell’Alto Medioevo, la cui organizzazione venne completamente  trasformata dalle sue riforme. Dall’ordinamento economico e giuridico  dei grandi feudi della Chiesa, alle forme rituali e liturgiche, non vi fu  campo della vita ecclesiastica che non recasse l'impronta di questa eccezionale tempra di pontefice e di uomo di governo, abilissimo diplomatico  e politico raffinato. Ma la cristianità medioevale non venerò nel pontefice romano solo l’uomo che aveva portato la Chiesa ad una effettiva  supremazia ideologica nell'Europa barbarica; bensi ammirò i suoi scritti  il cui successo eccezionale corrispose giustamente ai bisogni della cultura ecclesiastica dei suoi tempi. Il Liber regulae pastoralis, che definiva i compiti e le funzioni del clero romano, restò infatti, per secoli,  il libro fondamentale per la formazione della gerarchia cattolica;  Dialoghi (che sono una raccolta di leggende agiografiche) e i Moralia  in Job furono tra i libri più letti per tutto il Medioevo e tenuti a modello del metodo di commento allegorico della Scrittura. Eppure, nonostante la sua formazione e l’evidente influsso agostiniano, gli scritti  di Gregorio sono già ben lontani dalla mentalità e dalla ispirazione classica dominante dei grandi autori patristici. Ed anzi, la sua diffidenza  verso lo studio dei classici, la sua ostilità nei confronti dell’insegnamento grammaticale e letterario, sono drastiche e rigorose.   In una famosa lettera a Didiero, vescovo di Vienne nel Delfinato,  che s’era dedicato personalmente a insegnare la grammatica e a leggere  i poeti latini ai suoi chierici per impedire che la loro ignoranza della  lingua li rendesse incapaci d’intendere la' Sacra Scrittura, Gregorio condanna aspramente qualsiasi tentativo di associare l’insegnamento delle  litterae sacrae a quello delle Aumanae litterae, e di legare le parole di  Dio all’uso delle arti profane. Il suo atteggiamento nei confronti della  cultura classica è ancor meglio chiarito nel suo Commento al I libro dei  Re, ove si ammette che si possa conoscere la lingua latina e le arti liberali, ma solo per quanto può giovare all’intendimento della Scrittura,  e senza alcuna pretesa di considerare lo studio delle lettere come fine a  se stesso. Ecco perché, anche di fronte al problema dell’uso retto della  lingua latina (e cioè se si debba prender come norma la lingua dei classici o quella della Bibbia), Gregorio afferma rigorosamente l’assoluta  preminenza del latino biblico, le cui pretese interpretazioni grammaticali e sintattiche sono ben superiori alle regole di Donato. Non solo; ma Gregorio  la cui prosa è ben lontana dalla misura ancora classica  di Boezio o di Cassiodoro  è il difensore e il teorico della nuova lingua  ecclesiastica, forgiata nel latino scritturale, e nettamente distinta dalla  lingua profana dei classici.   Il distacco tra le fonti della tradizione non potrebbe essere più reciso. Né meraviglia che Gregorio, pur cosi latino nel suo spirito organizzativo e nella sua azione ecclesiastica e politica, concepisca lo studio  delle lettere solo come un mezzo per il magistero pastorale, e cioè per  ben intendere e spiegare la Bibbia. Nondimeno la sua opera di evangelizzatore doveva lasciare una grande traccia nella storia della cultura  e della filosofia medioevale. Perché fu proprio questo Papa, così scarso  ammiratore delle lettere, che promosse la cristianizzazione della Britannia e di una vasta parte della Germania, diffondendo in quelle regioni  la lingua e la cultura latina della Chiesa. I risultati di tale importante evento storico saranno ben chiari già nella seconda metà del secolo, quando l’opera dei missionari e dei monaci delle abbazie britanniche e irlandesi avranno già costituito dei solidi centri di vita intellettuale, al riparo dal marasma politico dell'Europa continentale, dove si  conserverà un ricco patrimonio di cognizioni teologiche, e fiorirà una  eccezionale cultura umanistica, destinata ben presto a rifluire nelle  scuole dell'impero carolingio.   Mentre in Occidente si consuma cosi la crisi della cultura antica  e si delineano le prime linee fondamentali della cultura medioevale,  nell’Impero bizantino continua la tradizione della filosofia classica ed  ellenistica e dei grandi padri greci. Chiusa la Scuola di Atene con un  decreto di Giustiniano (529) la vita filosofica prosegue a Bisanzio sotto  la predominante influenza della tematica neoplatonica. L'interesse per  gli scritti attribuiti a Dionigi Areopagita, che sarà cosî forte poi anche  ‘in Occidente, e per tutta la tradizione che va da Plotino a Porfirio a  Proclo è la caratteristica dominante delle scuole bizantine. Ma il neoplatonismo nelle sue varie forme e sfumature si unisce anche a una solida tendenza aristotelica, sviluppata soprattutto sul piano della logica e delle scienze. Di questa cultura è tipico esponente Giovanni Damasceno vissuto nel pieno delle lotte iconoclastiche e della prima grande  crisi nei rapporti tra la cristianità occidentale e orientale. La sua opera  principale IMInyhyv6oewg è una grande raccolta di materiali filosofici e  teologici ordinati sistematicamente e con un evidente scopo apologetico  e scolastico. Tuttavia nella sua introduzione a carattere filosofico, Keparasa piaoropixà, il Damasceno svolge un'interessante trattazione della  logica e metafisica di Aristotele nonché di dottrine derivate da Porfirio e da Ammonio. A questo prologo filosofico segue un ampio catalogo  storico delle eresie e quindi, nella terza parte, una classificazione sistematica di testi patristici, unita ad una esposizione organica della teologia dogmatica. Proprio quest’ultima parte, che tradotta da  Burgundio Pisano influì sull’evoluzione dei Libri sententiarum, venne  largamente usata anche da Pietro Lombardo e fu sempre presente ai  teologi occidentali. La tradizione platonica e aristotelica delle scuole bizantine continua  poi ancora per tutto il IX secolo per opera del patriarca Fozio (820897 ca.), commentatore di alcuni scritti logici di Aristotele e sostenitore  della superiorità di Aristotele di fronte a Platone. Ma con Fozio, la cui  grande Bibliotheca offriva amplissimi materiali sulla cultura filosofica classica, siamo già al punto di massima rottura tra il mondo bizantino  e la Chiesa romana. Lo scisma dell’858 doveva rendere presto ben difficili i rapporti intellettuali tra Bisanzio e l'Occidente che, del resto, le  invasioni islamiche avevano già gravemente minacciato, spezzando la    unità imperiale del bacino mediterraneo.  I due secoli che trascorrono dalla morte di Gregorio Magno all’incoronazione romana di Carlo segnano una svolta decisiva nella storia  dell'Europa medioevale. In questo periodo  che è pure uno dei pit  oscuri e drammatici della storia occidentale  si viene infatti compiendo il lento passaggio dalla struttura sociale del tardo Impero alle forme di organizzazione economica e politica proprie della società feudale; si opera la compiuta assimilazione tra gli ultimi residui delle aristocrazie romane e provinciali e la nobiltà germanica; e si afferma  definitivamente la supremazia spirituale della Chiesa romana che costituisce il saldo tessuto ideologico e dottrinale della nuova società. Naturalmente un simile processo si svolge in tempi e in modi assai diversi  a seconda che si compia nell'ambiente particolarmente propizio del regno franco, ove si verifica una rapida e facile assimilazione tra la vecchia classe senatoriale gallo-romana e l’aristocrazia franca, oppure nell’ambiente più arretrato e barbarico dell’Italia longobarda. Tuttavia il  suo ciclo può già considerarsi compiuto intorno alla metà dell’VIII secolo, quando l’alleanza tra la più forte monarchia germanica, quella  dei Franchi, e la crescente potenza spirituale e mondana del Vescovo  di Roma pone la condizione storica essenziale per la formazione dell'Impero carolingio.   All’avvento di questo nuovo ordinamento che interesserà ben presto la maggior parte dell'Europa occidentale cooperano molti e diversi  fattori di ordine economico e sociale che sarebbe impossibile illustrare  in questa sede in modo compiuto ed organico. Ma se anche non affronteremo i numerosi e gravi problemi relativi alla genesi dell'Impero carolingio, all’origine ed alla funzione storica del feudalesimo, non si  potrà trascurare di indicare, per quanto sommariamente, quei caratteri  storici essenziali che sono propri di questo periodo. Il primo e, certo, il più importante, è appunto la profonda trasformazione che hanno ormai subîto le strutture fondamentali della vita  economica e sociale dell'Europa occidentale che presenta adesso un aspetto profondamente diverso da quello dell’età delle grandi invasioni. Ancora i regni romano-barbarici avevano infatti  continuato a dominare su di una società, già in via di mutamento,  ma che non era ancora lontana dalle caratteristiche assunte durante gli  ultimi tempi del Basso Impero. La continuità di un'intensa vita economica in gran parte del bacino del Mediterraneo e soprattutto in Gallia,  in Africa e in Spagna, la persistenza di rapporti marittimi e di discreti  scambi commerciali con Bisanzio, la relativa, ma ancora notevole, floridezza dei centri urbani e mercantili, testimoniano l’assenza di una vera  e propria cesura con la vita economica, sociale e intellettuale del mondo  romano. Se si assiste all’evidente imbarbarimento delle istituzioni e dei  costumi, gli ordinamenti amministrativi sono ancora in gran parte  quelli romani e la supremazia degli invasori germanici non ha ancora  totalmente distrutto le solide basi di strutture statali ancora improntate  al modello latino. Naturalmente, le stesse conclusioni valgono per la cultura e gli istituti che permettono la continuità e lo sviluppo della vita intellettuale.  La cultura di tipo schiettamente classico decade  è vero  progressivamente, via via che peggiorano le condizioni sociali e politiche, ma  continua ancora a muoversi sulla scia delle concezioni romane e greche; né la tradizione bizantina cessa di esercitare il suo influsso, ancora  particolarmente forte intorno alla metà del VI secolo.   Che tale condizione di cose muti nel corso dell’VIII secolo, è  invece constatazione evidente, anche se si può discutere sulle ragioni  e le cause di questo mutamento, nonché sulla sua relativa profondità e  portata. Ma anche riconoscendo i limiti di una tesi troppo radicale come quella del Pirenne (che ha indicato nella svolta dell'VIII secolo  l’inizio di un’età storica dominata dalla scomparsa dell’attività commerciale e da una economia strutturale rigorosamente chiusa e rurale), è  certo che l’ambiente storico della civiltà carolingia non ha più molti  tratti in comune con la società in cui si erano mossi gli ultimi grandi rappresentanti della cultura classica, come Boezio e Cassiodoro. I territori mediterranei, un tempo al centro dell’attività economica e della  vita civile, sono adesso gravemente impoveriti per l’effetto congiunto  delle continue invasioni, delle carestie e delle guerre o della costante  diminuzione del traffico, insidiato dalla potenza marittima dell’Islam.  Le istituzioni urbane, anche se non scompaiono e non decadono in proporzioni catastrofiche, sono però indubbiamente in forte declino; ed  alla loro decadenza corrisponde un notevole prevalere dell’economia  rurale, e la conseguente egemonia politica dell’aristocrazia militare e  fondiaria che detiene, in gran parte, il monopolio della terra. In tal  modo il carattere prevalentemente urbano e mercantile della società  romana cede adesso il suo posto ad un assetto economico e sociale fondato prevalentemente sull’unità della vile e su un circuito di scambi a breve raggio. Mentre si disgregano gli ultimi resti delle istituzioni romane, mentre scompare il secolare ordinamento amministrativo che era sopravvissuto anche alle invasioni, si delineano i nuovi  lineamenti di un ordine politico che non ha certo un diretto rapporto  con la tradizione romana.   L’impronta fortemente germanico-cristiana, che sarà propria dell’Impero carolingio, lo spostarsi verso il Nord dell’asse politico dell'Europa cristiana, sono i segni più evidenti ed eloquenti del grande mutamento storico. Ma ancora più importante è la trasformazione che si  è verificata nei quadri dirigenti della società europea e, quindi, nei  ceti che elaborano e diffondono anche le nuove direttive intellettuali.   La base storica concreta su cui si fonda questo Impero è difatti la  grande aristocrazia fondiaria che è venuta lentamente costituendosi nel  secolo V e VI in tutti gli stati romano-germanici. Il perno della complessa macchina amministrativa carolingia è costituito da una fitta rete  di poteri locali, nominati dall’Imperatore che essi rappresentano in  tutte le più delicate funzioni politiche ed amministrative, di una gerarchia ben diversa dalla vecchia burocrazia imperiale romana, perché vive del provento delle imposte o delle concessioni di terre largite dal sovrano ed è legata al proprio compito solo dal vincolo di fedeltà stretto personalmente con l'Imperatore. Questa aristocrazia,  prodotto naturale delle condizioni economiche e politiche maturate dallo sfacelo dell’ordine politico romano e dalla sostituzione della nobiltà  germanica alla vecchia classe latifondista del Basso Impero, è insieme  la forza armata dell’Impero e il suo corpo amministrativo, ne rappresenta la salvaguardia militare e la classe politica dominante. Ma essa  non è certamente l’unico elemento della costruzione politica di Carlo  Magno che, sebbene strettamente plasmata sulla struttura sociale dell’Europa romano-barbarica, trova la propria giustificazione ideale nel  carattere religioso del potere e nella propria funzione mediatrice tra il  crescente particolarismo delle istituzioni politiche e la forza di un principio universale che si richiama alla salda tradizione unitaria della  Chiesa romana.  Nell’immane mosaico di popoli e di genti ancora scarsamente amalgamate che ubbidiscono all’autorità di Carlo, l’unico vincolo unitario  è infatti rappresentato dalla radicale compenetrazione tra l’Impero e  la Chiesa. E quanto questa compenetrazione caratterizzi la struttura  politica della società carolingia, lo dimostra appunto la preoccupazione di Carlo di presentarsi sempre come l’advocatus ecclesiae, difensore della cristianità, e di far coincidere la legittima estensione dei  suoi poteri con il corpo vivente della Chiesa che non ha mai confini  ma si estende su tutto l’orbe ovunque si pronunzia il nome di Cristo. Convinto sinceramente che la sua autorità gli discenda dalla  natura di capo divinamente eletto del popolo cristiano, ispirato da  consiglieri che fondano la legittimità dell’Impero sull’i insegnamento  della Bibbia e sulle parole di Agostino, il monarca franco si presenta  con un carattere del tutto diverso da quello che era stato proprio anche degli ultimi imperatori cristiani, come sovrano e guida del popolo di Dio. Legislatore della comunità civile, supremo principio di  autorità e di diritto, egli è anche il legislatore della Chiesa pronto ad  impugnare le due spade dell’autorità spirituale e di quella temporale. Ma proprio perché l’Imperatore è reggitore della Chiesa oltre  che dello Stato, la sua autorità penetra ovunque, e come detta nei  capitolari le norme per la tenuta delle villze e l’amministrazione dei  demani imperiali, cosî fissa le regole più particolari e minute per la  condotta del clero e la disciplina rituale e canonica. L'osservanza della domenica, l'esecuzione del canto ecclesiastico e le condizioni per  l'ammissione dei novizi nei monasteri, scrive giustamente il Dawson,  sono punti fissati nei capitolari, altrettanto come la difesa delle fronliere e l'amministrazione dei beni della corona. Ciò spiega un altro  carattere tipico dell'ordinamento carolingio, e cioè l’esistenza di una  potente aristocrazia ecclesiastica, non meno influente di quella militare e fondiaria, che partecipa all’amministrazione delle trecento contee  in cui si divide l’Impero, e ha una propria funzione politica e persino  militare. Il governo centrale è poi addirittura nelle mani degli ecclesiastici della cancelleria e della cappella reale. Non solo; l’autorità di  questa aristocrazia ecclesiastica è ben rappresentata anche nella tipica  istituzione carolingia dei missi dominici, deputati alla sorveglianza ed  al controllo sull’amministrazione locale, costituiti in gran parte da vescovi ed abati, sempre pronti ad informare minutamente il sovrano  dell'andamento della vita economica, civile e religiosa dei più lontani territori della Christianitas. Lo spirito profondamente teocratico che anima l’Impero, espresso drasticamente in tanti ‘atteggiamenti e detti di Carlo, è perfettamente  definito nella identificazione dell’autorità sacramentale e carismatica  del clero e quella non meno sacrale che discende dalla volontà del sovrano. Ed è appunto nel quadro di questa concezione, destinata a continuare ben oltre lo stesso sfacelo dell’Impero, che la società carolingia  elabora i propri ideali e le proprie istituzioni culturali, strettamente  legate alle nuove esigenze politiche.   La rinascita culturale che va sotto il nome di rinascenza carolingia è quindi il prodotto storico naturale dello spirito teologico  che permea tutta l’organizzazione carolingia, della necessità impellente  di formare un corpo di funzionari colti e competenti e di preparare  una larga élite del clero a compiti e funzioni che richiedevano un  tipo di cultura pid raffinata e mondana. Però la riforma perseouita da  Carlo non si limita solo a rinnovare la tradizione deoli studia Aumanitatis o a rinortare nelle istituzioni scolastiche dell’Occidente la linfa vitale dell’insernamento delle arti liberali ma è addirittura il  primo tentativo di ricostituire l’unità intellettuale della società europea, edificata sui resti della cultura classica. la cui influenza continua,  del resto, a dominare anche i maestri delle scuole palatine. Naturalmente, rroprio perché è legata cosî strettamente al particolare ca-rattere politico e organizzativo dell'Impero, la cultura del TX secolo  ne rispecchia fedelmente anche i tipici caratteri dominanti. Nonostante  tutti i tentativi di riconnettere la rinascenza carolincia alla grande  fioritura intellettuale, o, addirittura, all’umanesimo quattrocentesco, pesano infatti su questa cultura i limiti storici di una società che non riusci mai a darsi una vera struttura statale organica e  che nella sua rigida divisione di caste realizzò la piti compiuta separazione tra il ristretto ceto dei clerici monopolizzatori della cultura  e la gran massa dei fedeli. Non a caso, quindi, la rinascenza carolingia ha come suo precipuo ideale l’elaborazione di una cultura di  carattere esclusivamente ecclesiastico  0, meglio, ecclesiastico-amministrativo,  capace di garantire l’unità religiosa e ideologica della  Christianitas e di subordinare la stessa validità delle discipline classiche  alle esigenze dogmatiche predominanti della ortodossia cattolica. E  non per nulla gli stessi teologi e i maestri della scuola palatina, strenui  difensori di una concezione unitaria dell’autorità imperiale che è di  schietta impronta romana, sono, al tempo stesso, anche i tenaci sostenitori del fondamento sacrale del potere civile e della sua piena  coesione con l’immutabile ordine della gerarchia ecclesiastica. Del resto, quant'è diversa la finalità e la destinazione ideologica della civiltà carolingia nei confronti della tarda cultura romana, è altrettanto profondamente mutato l’ambiente in cui essa maggiormente  fiorisce. I cenui della rinascenza non sono ora le città del vecchio  mondo romano, né le terre dell’Italia, della Francia meridionale o  della Spagna, bensi la stessa corte imperiale, le innumerevoli abbazie e scuole monastiche disseminate nel vasto dominio franco e soprattutto nelle regioni settentrionali chiuse tra la Loira e il Weser.  I maestri, i chierici che la propagano non sono grandi aristocratici  romani, come Boezio o Cassiodoro, o eredi della tradizione latina  come Gregorio Magno, bensi degli intellettuali di origine barbarica che hanno però profondamente assimilato quanto si è salvato della  tradizione classica. Da Fulda a S. Gallo, da Tours a Reichenau,  tutta l'Europa carolingia è percorsa da una potente corrente di nuova  vita intellettuale, che non si svolge soltanto nel campo limitato delle  lettere e della teologia, ma ha i suoi diretti riflessi anche nell’ambito  delle arti e della tecnica scrittoria che i monaci carolingi portano ad  una perfezione prima ignorata. Così, sebbene l’Impero, minato dalla sua debole struttura, si avvii rapidamente alla fine, le grandi abbazie benedettine diventano gli unici centri intellettuali dell'Europa, tormentata dall’erompere dell’anarchia feudale, di una società sconvolta  e lacerata da nuove ondate d’invasione. All’adempimento di un tale compito storico, l’abbazia benedettina  era stata del resto già preparata da due secoli di oscura e paziente  elaborazione di nuove élises intellettuali. Da quando la regola di  Benedetto aveva creato, agli inizi del VI secolo, un nuovo tipo di  monachesimo, operoso e attivo, ispirato alla norma della preghiera e  del lavoro collettivo e fraterno, l’antico ideale dell’ascesi individuale  era stato sostituito da una nuova direttiva spirituale di contenuto sociale. Nel monastero benedettino, costituito in una salda unità amministrativa e disciplinare, il lavoro manuale e la pura ricerca contemplativa avevano ritrovato una profonda unità del tutto ignota alla società del tempo, costituita da una ristretta aristocrazia militare e fondiaria e da enormi masse di contadini-servi. Ma, soprattutto (in una  età in cui l’economia era prevalentemente agricola e gli ordinamenti  politici si sfasciavano sotto il peso crescente delle tendenze particolaristiche), la diffusione delle istituzioni benedettine aveva permesso la  formazione di numerosi centri d’intensa vita produttiva, dove la coltivazione delle grandi proprietà abbaziali si alternava allo studio ed  all’apprendimento dei primi rudimenti delle arti liberali. Tutto ciò  spiega e giustifica la grande fortuna dell’ordine benedettino in tutta  la Cristianità occidentale, e soprattutto nelle regioni dell'Europa continentale ove si erano già delineati i caratteri incipienti della civiltà feudale. Poiché fu soprattutto in Svizzera, in Francia e nella Germania  meridionale che il sistema delle abbazie, spesso unite da stretti vincoli  economici e amministrativi, pose fin dal VII secolo i presupposti della  diffusione organica di una ricca cultura di carattere ecclesiastico e monastico, ma largamente permeata di motivi e temi della tradizione  classica. All’elaborazione della cultura carolingia dettero però un contributo ancor più importante e decisivo le istituzioni monastiche dei paesi  anglosassoni, sorte fin dall’inizio del VI secolo, indipendentemente  dalla diffusione benedettina. Il carattere peculiare di questo monachesimo, che in un periodo tra i più oscuri della storia occidentale fece  delle isole britanniche una vera oasi di civiltà, fu di non aver adottato  la gerarchia episcopale della chiesa, ma di aver organizzato la propria  vita entro la cornice esclusiva delle regole monastiche. E tale carattere è certo ben comprensibile, se si pensa che il monachesimo anglosassone sorse in un paese quasi completamente pagano, ove soltanto era ripresa la tradizione episcopale, sotto l’impulso diretto di  Gregorio Magno.  Il successo della predicazione del monaco Agostino, primo vescovo  di Canterbury, e dei suoi seguaci, era stato però assai rapido: già nel  644 l’East Anglia aveva un proprio vescovo anglosassone, e dieci anni  dopo anche il seggio primaziale di Canterbury era stato occupato dal  sassone Deusdedit cui: doveva succedere il monaco greco Teodoro,  dotto nelle lettere greche e latine. Teodoro e l’abate africano Adriano  furono gli iniziatori di una fortunata opera di riforma intellettuale che  aveva naturalmente uno scopo e una finalità essenzialmente devota,  ma che non trascurava neppure l’insegnamento delle lingue classiche  e la lettura degli auctores. Liberi da ogni stretto vincolo disciplinare  e dogmatico, animati da uno spirito di tenace e vivace proselitismo, i  monaci da loro educati ne diffusero l'insegnamento e la pratica in una  fitta rete di istituzioni monastiche che coprì rapidamente tutte le regioni delle isole britanniche, dalla Britannia al Galles, alla pagana Caledonia.   Da Canterbury a Malmesbury, dall’Irlanda, già convertita da    L'età carolingia S. Patrizio, ai grandi monasteri di Bangor Iscoed e di Clonard, fino al  lontano monastero scozzese di Jona, flui cosi un filone costante e ricco  di «cultura classica, che le particolari condizioni geografiche e storiche  posero al riparo dalle drammatiche crisi di tutti i paesi dell'Europa  continentale. E quale fosse il carattere di questa cultura ci è appunto  noto dalla testimonianza di Adelmo di Malmesbury, che ci ricorda di  aver appreso alla sua scuola monastica i rudimenti essenziali del diritto romano, i principi della metrica e della prosodia, le figure principali dell’arte retorica, e, ancora, la matematica e l’astronomia.   Certo, a giudicare dalla notevole barbarie della prosa di Adelmo  e dalla sua ingenuità e rozzezza, si potrebbero avanzare non pochi  dubbi sul valore della tradizione classica diffusa negli ambienti monastici anglosassoni. Eppure si tratta dei primi timidi frutti di una  cultura che non ignora né Virgilio, né Terenzio, né Orazio, né Giovenale, e che continua, in sostanza, un tipo d’insegnamento non troppo dissimile da quello praticato nelle scuole del Basso Impero. Né i  risultati di questo insegnamento sono da disprezzare, se è vero che  a poco più di un secolo dalla loro evangelizzazione i monasteri anglosassoni inviavano sul continente i loro primi missionari.   Del resto, già dal 590 l’irlandese Colombano aveva fondato in  Francia il monastero di Luxeuil, donde mosse una larga diffusione monastica in Francia, nelle Fiandre, in Svizzera e in Germania, e in  Italia, ove l’abbazia di Bobbio fu un tipico prodotto del monachesimo  anglosassone. Ma ancora più importante fu l’opera di un monaco anglosassone, Wynfrith, l’evangelizzatore dei sassoni, e primo vescovo di  Magonza sotto il nome di Bonifacio. Questo monaco non fu soltanto  l’apostolo della Germania, da lui evangelizzata mercé la protezione  della monarchia franca e nel quadro della direttiva episcopale romana,  bensi l’uomo di Chiesa che seppe operare la saldatura storica tra la tradizione benedettina e romana e quella anglosassone, diventando cost  il diretto intermediario tra la cultura dei monasteri irlandesi e britannici  e la ripresa intellettuale che cominciava a delinearsi nel continente.  Chiamato, nel 742, da Carlomanno, fratello e collega di Pipino il  Breve, perché provvedesse a riordinare lo stato della Chiesa nel suo ducato di Neustria, ove il clero era profondamente decaduto dal punto  di vista disciplinare e privo di ogni cultura, Bonifacio compì in breve  tempo una riforma radicale. Nel suo periodo di governo, durato dal  ‘42 al °47, non solo provvide ad eliminare gli abusi più gravi, e a sottoporre l’episcopato franco all’autorità apostolica romana, ma trapiantò  nelle scuole e nelle istituzioni espiscopali e abbaziali la cultura che fioriva in Britannia nei nuovi monasteri sorti nel VII secolo, come quello  di S. Pietro di Wearmouth, fondato nel 674 da Benedetto Biscop.   In questo ambiente colto ed erudito, sui testi devoti e profani che  il Biscop aveva portato dall’Italia e dalla Gallia, si era, del resto, già  formato, negli ultimi decenni del VII secolo, un monaco anglosassone,  che aveva scritto la storia ecclesiastica del suo popolo in un latino eccezionalmente limpido e puro. Nato nel momento di massima  fortuna della cultura monastica anglosassone, il monaco Beda, che i medioevali chiameranno il Venerabile, non si era limitato a compiere la sua opera di storiografo guidata da una fondamentale ispirazione romana, ma aveva illustrato la sua cultura letteraria nel De  orthographia e nel trattatello De schematibus et tropis, e definito i  principi e metodi della cronologia nel De temporibus, De temporum  ratione, De ratione computi. Però la sua opera pi fortunata, che godé  per tutto il Medioevo di una eccezionale fortuna, fu il De rerum natura,  costruito sul modello dell’enciclopedia di Isidoro, ove si esprime già una  cultura più raffinata e scaltrita. Scrittore limpido, il suo stile non differisce troppo da quello degli autori della bassa latinità; né a leggere le  sue opere si direbbe che Beda scriva verso la fine dell’VIII secolo, in  un ambiente sociale e intellettuale cosi profondamente mutato, e, addirittura, in un Paese che aveva conosciuto solo brevemente la civiltà  romana. Eppure, è proprio in Inghilterra e in Irlanda che la cultura  classica riprese a fiorire con forme ed intenti ancora ignoti agli altri  paesi dell'Occidente; né è certo un caso che le prime forme di prosa  d’arte, atteggiate sul modello della tradizione letteraria latina, nascessero nei conventi di Inghilterra, di Scozia e d'Irlanda. Quando poi,  agli inizi del IX secolo, re Alfredo tradusse la Cura pastoralis di Gregorio Magno, l’Historia di Paolo Orosio e la Consolatio di Boezio,  non creò soltanto i primi modelli letterari della prosa anglosassone, ma  offri una nuova prova del carattere squisitamente classico della ma tura civiltà anglosassone. Questa ricca cultura di origine e ispirazione classica, non avrebbe  però avuto una effettiva incidenza storica, se non si fosse presto diffusa  nell'Europa continentale, improntando di sé la vita intellettuale dell’Impero carolingio. Abbiamo già accennato alla missione di Bonifacio  ed al suo tentativo di migliorare la formazione intellettuale del clero franco mediante lo studio dei rudimenta letterari necessari per l’insegnamento della Scrittura. Ma l’uomo che seppe trapiantare in Occidente i frutti più maturi della cultura anglosassone e servirsene come fondamento di una vasta riforma intellettuale, fu un monaco irlandese, Alcuino di York. Formatosi in una scuola largamente  aperta alle influenze classiche, Alcuino aveva percorso sotto la guida  di Egberto, discepolo di Beda, il corso normale del trivio e del quadrivio. Maestro a York nel 778, la sua fama di grande cultore della  humanitas si era presto diffusa anche nel continente: e Carlo, che già  in quegli anni progettava di organizzare nuove istituzioni scolastiche  per la formazione dei suoi dignitari chierici e laici, lo chiamò alla sua  corte, affidandogli la guida della riforma scolastica. Già presente alla  corte carolingia, Alcuino, dopo un breve soggiorno  britannico, vi tornò stabilmente nel ’93, per restarvi fino alla morte  e per quasi vent’anni il monaco irlandese mirò  come disse  a trasformare l’Impero di Carlo in una nuova Atene, superiore anzi all'antica Atene perché dotata dei doni sovrannaturali dello Spirito  Santo.   In realtà, il maggiore merito storico di Alcuino fu quello d’intendere perfettamente quale fosse il tipo di cultura necessario per la  società carolingia, e di trasformare la tradizione classica dei monasteri  e delle scuole anglosassoni in una organica direttiva intellettuale strettamente associata all’ideale teocratico dell'Impero e legata alla gigantesca macchina politica e amministrativa costruita da Carlo. Tutti i  risultati più positivi di due secoli di lenta maturazione intellettuale;  furono cosî posti al servizio della società rigorosamente gerarchica su  cui si fondava l’impero, e divennero i criteri formativi di una nuova  élite intellettuale, emersa dalla confusa vicenda di due secoli di  crisi. Ma l’opera di Alcuino non si limitò soltanto a questo compito  di organizzazione del nuovo sistema delle scholae imperiali, o alla  trasmissione della esperienza anglosassone; egli stesso elaborò la distinzione organica e sistematica delle sette arti liberali, trasformando la  pratica tradizionale della cultura classica in un complesso ragionato c  ordinato di nozioni e di tecniche. I frutti della sua attività furono certamente tali da influenzare per quasi tre secoli gli sviluppi essenziali  della cultura europea; gli uomini educati alla sua scuola poterono giustamente vantarsi di aver restaurato un solido legame con la cultura  classica, e di aver, per cosi dire, riannodato quel filo sottile della tradizione che sembrava essersi spezzato con la crisi dell'unità romana.   Certo, il tipo di cultura instaurato da Alcuino rispecchiò anche tutti i limiti storici dell'ambiente da cui nasceva e per la sua impostazione esclusivamente ecclesiastica fu lo specchio di una società divisa  in caste, e che affidava al dominio spirituale della Chiesa l’assoluto  monopolio della formazione delle id:e. Ma anche entro questi limiti,  l’opera di Alcuino fu eccezionalmente fruttuosa; si può dire che si  debba alla sua direttiva la prima organizzazione di un sistema di istituzioni scolastiche comune a gran parte dell'Europa carolingia e la  formazione di un tipo di cultura raffinata, non più limitata al chiuso  mondo anglosassone, bensi diffusa in Francia come nella Germania  meridionale, in Italia come nelle isole britanniche. Da questa cultura   destinata a sopravvivere al crollo dell’Impero e al pid torbido periodo di anarchia feudale  muoveranno poi nell'XI secolo le nuove  correnti di pensiero che, parallelamente’ alla grande trasformazione  economica della società medioevale, guideranno la rinascita intellettuale dell’Europa.   A spiegare il successo dell’opera di Alcuino può contribuire la  considerazione che la Gallia era stata influenzata dalla cultura latina  assai più dei territori britannici, e che il ricordo della lingua e della  civiltà non vi si era mai perduto. Però lo stato di miseria intellettuale del clero franco  deprecato dal dotto Bonifacio  e i lamenti  che Gregorio di Tours o Fortunato di Poitiers avevano elevato sulle  condizioni della cultura nella vecchia Gallia romana, testimoniano una  profonda decadenza, che si era sempre più accentuata dopo che si erano  allentati i vincoli con l’Italia e con le altre regioni pi progredite del  vecchio Impero. Proprio la constatazione che gran parte dei suoi ufficiali laici o ecclesiastici non sapeva neppure intendere la lingua latina,  aveva indotto Carlo Magno a ordinare nel 789 l’apertura di scuole  vescovili e monastiche, ove si insegnassero, oltre al canto, al solfeggio  e le salmodie, anche gli elementi fondamentali del compito ecclesiastico e della grammatica. Ma i suoi progetti di riorganizzazione delle  istituzioni scolastiche erano assai più ambiziosi, cosî com'era impellente la necessità di organizzare in breve tempo un vero e proprio  corpo di dignitari e di amministratori, capace di adempiere al grave  compito del governo dell’Impero. Proprio per questo Carlo si era rivolto dapprima in Italia, donde era venuto alla sua corte il dotto  longobardo Paolo Diacono (725-797) che per cinque anni vi aveva insegnato il greco, prima di ritirarsi nell’abbazia di Montecassino.   Durante il suo breve soggiorno, Paolo aveva rivisto e corretto una  collezione di Omelie, pubblicate da Carlo, come incitamento alla ripresa degli studi. Più tardi il suo insegnamento era stato continuato da Pietro di PISA (vedasi), già maestro a Pavia, e da Paolino di Aquileia, presenti alla corte carolingia. Questi maestri erano però  ben lontani dal livello intellettuale e dalla preparazione dei monaci  irlandesi e britannici; e la loro cultura era forse anche inferiore a quella  di due dotti ecclesiastici ispano-gallici, come Agobardo,  che fu poi vescovo di Lione, e Teodolfo (t821) vescovo di Orléans,  vomini di larga cultura teologica e letteraria, conoscitori ed ammiratori  di Virgilio, Ovidio, Orazio, Lucano e Cicerone. Nondimeno, quei maestri italici furono il primo nucleo della élite intellettuale raccolta da  Carlo intorno alla sua corte; e fu sul terreno preparato da questi modesti  professori che si maturò la riforma di Alcuino, guidata da una lucida  consapevolezza della continuità della cultura classica e dalla eccezionale capacità di ridurre i suoi elementi essenziali a componenti di una  ruova direttiva ideologica e dottrinale.   Il rapporto che Alcuino volle porre tra la nuova cultura di cui  era- ispiratore e la tradizione classica, è infatti espresso chiaramente  in più di un testo. Il suo dialogo De virtutibus ci insegna che la scienza, la virti e la verità valgono di per se stesse, e che i cristiani, lungi  dal condannare le verità e le virti degli antichi, debbono anzi accettarle e coltivarle. I poeti, i grammatici, i retori ed anche gli stessi  filosofi, spesso oggetto di timori e di condanne, hanno infatti insegnato delle dottrine intrinsecamente utili e vere che costituiscono un  prezioso patrimonio umano. Perciò, al discepolo che gli chiede quale  sia la differenza tra i filosofi antichi e i cristiani, Alcuino può rispondere che solo il battesimo e la fede li distinguono, e che la saggezza  antica, che ha compreso la natura e la ragione delle cose, può costituire il migliore accesso alla suprema sapienza cristiana. I filosofi,  egli scrive, non hanno creato, ma solo scoperto quelle arti; poiché  Dio stesso le ha poste nella realtà e nella natura, lasciando che gli  uomini più dotti le scoprissero con le loro forze. Come non riconoscere, perciò, la necessità dello studio delle arti liberali, necessarie,  del resto, anche ai teologi e a tutti i maestri della Sacra Pagina? E  come non scorgere in questo studio un alto dono di Dio, e un compito meritorio per ogni cristiano?   Ecco perché, nel tracciare il suo piano di insegnamento, Alcuino  affermò cosi recisamente la funzione propedeutica delle arti liberali che  costituiscono la solida base della cultura, e perché costrui la scuola  carolingia sul modello delle scuole monastiche ed episcopali anglosassoni, cercando di raccogliere organicamente le testimonianze e le fonti  essenziali delle antiche discipline. Mediocre poeta, teologo di scarso rilievo (il suo De ratione animae non è che una esposizione debole e  generica di motivi agostiniani e vagamente neoplatonici), egli ebbe però, in sommo grado, il senso della organizzazione della cultura.E lo  testimoniano i suoi manuali, dalla Grammatica ricavata dagli scritti  di Prisciano, Donato e Isidoro, al De orthographia che ricalca Beda, al  Dialogus de rhetorica costruito su materiali ciceroniani, al De dialectica  ove utili zza Boezio, Isidoro e le pseudoagostiniane Categoriae decem. La nuova organizzazione degli studi promossa da Alcuino non  tardò a dare i suoi frutti. Già durante il regno di Carlo le regioni  centrali'dell’Impero vedono aumentare rapidamente le istituzioni scolastiche, affidate in gran parte ai monaci benedettini. Le abbazie di  S. Martino di Tours, Fulda, Fleury, Reichenau, sono i centri della  cultura carolingia, di cui trasmetteranno, per tre secoli, le direttive  essenziali, mediante un tipo d'insegnamento letterario che ha non pochi punti di contatto con la tradizione grammaticale del tardo Impero.  Se infatti il carattere delle scuole resta sempre essenzialmente ecclesiastico e chiuso nell’ambito delle dottrine scritturali e patristiche, la base  su cui si fonda l’istruzione dei chierici è squisitamente classica e legata alla lettura e al commento dei classici latini. Ciò spiega il moltiplicarsi dei codici, copiati nei centri scrittori delle maggiori abbazie  e rapidamente diffusi nelle varie scuole di Europa. Ma la lettura di  questi testi e il commento grammaticale non sono certo l’unica attività dei dotti carolingi, né la loro cultura si esaurisce  come è stato  pur detto da taluni storici  in una esercitazione grammaticale.  La partecipazione commossa alla cultura classica, l’amore per gli  antiqui considerati come maestri di umanità, la familiarità con le loro opere, implicano infatti tutto un modo di concepire il rapporto tra  la sapientia cristiana e il pensiero degli antichi, ben lontano dalla  intransigente repulsa di un Gregorio Magno. Né meraviglia che i discepoli di Alcuino possano addirittura usare i nomi e gli aggettivi delle divinità antiche per alludere agli attributi del Dio cristiano, o paragonare, quasi inconsapevolmente, le beatitudini paradisiache alle gioie  sensibili dell'Olimpo classico.   D'altra parte, accanto a questa formazione prevalentemente letteraria e umanistica, la cultura carolingia non manca già d’interessi più  nettamente filosofici, ereditati indirettamente dalla vicina tradizione    L'età carolingia    della filosofia classica. Studi recenti hanno appunto accentuato, magari attribuendole un significato superiore al suo vero carattere, l’Épistola de nihilo et tenebris di un discepolo di Alcuino, Fredegiso di  Tours, maestro di notevole influenza durante il regno di Ludovico il Pio e di Carlo il Calvo. Fredegiso muove dall’interpretazione letterale del testo scritturale ove è scritto che Dio ha creato il mondo dal  nulla (er rikilo), per concludere che il nulla è qualcosa di reale. Questa idea induce poi, come naturale conseguenza, ad affermare che il  nulla non è affatto semplicemente l’assenza o negazione dell'essere;  nerché  come argomenta il monaco  ogni nome deve avere un  sionificato esatto e determinato, e quindi indicare qualcosa. di positivo e di reale; perciò se, dicendo uomo, pietra, ecc.. indichiamo  sempre una cosa reale, anche pronunziando il nome niki! dovremo  indicare una res. Nel caso contrario non sarebbe possibile stabilire un  significato per il termine nihil, siacché ogni significazione è significazione di quello che c'è, ossia di qualcosa di esistente; e se questo  è vero, e se il termine nihil è significativo, vuol dire che esso indica  un ente reale ed evidente.   L’argomento di Fredegiso può sembrare, e forse era, almeno nella  sua forma scolastica, un puro esercizio di abilità dialettica simile a  ouelli attribuiti a un îonoto Atheniensis Sophicta che sarebbe vissuto  alla corte di Carlo Magno; ma assume un sicnificato ben diverso, se si  riflette che la sua discussione finisce con l’implicare lo stesso concetto  doematico della creazione er nikilo e con l’ammettere l’esistenza di  una entità comune e indefinita di cui Dio si sarebbe servito come di  una materia indispensabile per creare il mondo. Una simile idea  che  rispecchia orobabilmente una precisa influenza platonica  spiega assai  hene le polemiche e le accuse sollevate contro Fredegiso da altri maestri,  come Agobardo che nel Liber contra Fredegisum gli contestò anche  di credere alla preesistenza delle anime. Agobardo, critico insistente  delle superstizioni popolari e delle pratiche magiche che stigmatizzò  più volte nei suoi scritti, riteneva pericolose le dottrine di Fredegiso,  di cui non gli sfuggiva il sostanziale contrasto con i dati della rivelazione. Eppure, anche la sua cultura, la sua familiarità con gli antichi, la sua fiducia nell’accordo tra la ragione e la religione e la sua  avversione per la misura irrazionale delle oscure credenze superstiziose, sono i frutti della rinascita intellettuale carolingia di cui rispecchiano alcune delle componenti essenziali.   Fredegiso ed Agobardo sono due personalità strettamente legate  alla diffusione della nuova cultura, mei principali centri scolastici della    Francia carolingia. Ma negli stessi anni anche la Germania meridionale conobbe gli effetti della rinascita intellettuale promossa da Carlo  e da Alcuino, soprattutto per merito della scuola benedettina di Fulda.  Principale protagonista di questa diffusione fu, del resto, un altro discepolo di Alcuino, Rabano Mauro che, dopo aver iniziato  i suoi studi a Fulda, era passato alla grande scuola di S. Martino di  Tours, per tornare di nuovo a Fulda, arricchito dell’esperienza di un  ambiente intellettuale cos superiore alla rozzezza delle scuole tedesche. Maestro ed abate di Fulda, e poi arcivescovo di Magonza, Rabano esercitò una influenza determinante nell’organizzazione della  vita culturale ed ecclestiastica della Germania. Ma soprattutto egli  diede alle scuole medioevali un complesso di scritti e di manuali  particolarmente adatti alle condizioni della cultura del tempo, come la  Grammatica, redatta sui modelli cari ad Alcuino, e un trattato sul  computo ecclesiastico. Al nome di Rabano sono, pure attribuite, ma  senza gran fondamento, anche delle glosse a Porfirio e al De interpretatione di Aristotele che, se fossero realmente sue, testimonierebbero un vigore dialettico davvero eccezionale per i suoi tempi. Ma  la sua opera più importante fu il trattato De clericorum institutione,  un vero e proprio corso di studi ecclesiastici per la formazione e l’incivilimento del clero germanico.   Il programma che Rabano vi propone non è sostanzialmente diverso da quello di Alcuino, da cui riprende l’ordinamento sistematico  delle arti del trivio e del quadrivio, e lo studio degli autori classici come maestri di eloquenza. Certo, questo studio va condotto  secondo l’esempio dei Padri, con la stessa discrezione e prudenza di  un Agostino o di un Gerolamo, e senza cedere alle lusinghe mondane  che sono celate nelle parole degli scrittori pagani. Però i! loro sapere  non deve essere respinto o condannato: anzi Rabano si serve largamente di materiali classici anche nel suo ampio scritto enciclopedico  De rerum naturis et verborum proprietatibus et de mystica rerum  significatione, ove la natura e i suoi fenomeni sono interpretati in  senso allegorico, mistico e morale, secondo un procedimento non dissimile da quello di Beda e di Isidoro.   L’opera educativa di Rabano fu continuata in Germania da Candido di Fulda, autore dei Dicta Candidi, modesto opuscolo intessuto  di citazioni agostiniane, che ha però interessato gli storici perché contiene già alcuni elementi di una prova dialettica dell’esistenza di Dio,  fondata sul rapporto tra l’imperfezione umana e l’assoluta perfezione  divina. L'influenza di Rabano non si limitò però all'ambiente di Fulda, ma si estese anche al monastero benedettino di Reichenau, con l’insegnamento di Walfrido di Strabo, e in Francia, ove l’opera di Servato  Lupo di Ferrières s’ispira spesso ai canoni ermeneutici di Rabano, continuandone la direttiva umanistica con sottile sagacia filologica.   La vivace ripresa culturale della fine dell’VIII secolo e della prima  metà del IX, non poteva naturalmente restare estranea all’ambito del le discussioni teologiche, e difatti nella seconda metà del IX secolo  si svolgono nuove controversie che riflettono la presenza di tendenze  dottrinali divergenti e rivelano un uso già scaltrito degli strumenti  dialettici. Le controversie investono i temi più delicati della riflessione  teologica dalla natura del rapporto trinitario al modo onde è avvenuta  la generazione di Cristo, sul carattere della visione beatifica, sul rapporto tra l’anima e il corpo e, ancora e soprattutto, sulla presenza del  Cristo nelle specie eucaristiche. E se pure nascono nell’ambito di una  scuola o di una abbazia, divengono presto cosa pubblica, provocano  l'intervento delle gerarchie ecclesiastiche, e, molto spesso, anche  quello dell’Imperatore che, come advocatus ecclesiae, investe della lorc soluzione i sinodi e i concili. Ciò spiega la rapida fioritura di una  vasta letteratura controversistica, nella quale vengono largamente usati  i metodi acquisiti attraverso la pratica delle arti liberali. Cosi Pascasio  Radberto, abate di Corbie affronterà nel suo trattato De corpore et sanguine Christi il problema della presenza del Cristo nell’eucarestia, dibattuto dalle opposte dottrine di chi afferma la presenza  divina in veritate, e cioè come una realtà fisica e sensibile, e coloro  che sostengono la presenza in mysterio o in similitudine e quindi  attribuiscono all’eucarestia un carattere puramente mistico e simbolico.  D’altra parte, Ratramno di Corbie, non solo tornerà su questo tema  in polemica con Pascasio nel De corpore et sanguine Christi, ma scriverà un trattato De quantitate animae e un De anima assai interessanti,  poiché rivelano la presenza, nella cultura teologica del IX secolo, di dottrine attribuite a un Macario Scotto, che affermano l’esistenza di una  anima universale comune a tutti gli uomini.   Queste discussioni  come quella assai più importante sulla predestinazione che coinvolgerà intorno all’848 Ratramno di Corbie, Gottschalco di Orbais, Rabano Mauro, Incmaro di Reims e Giovanni Scoto  Eriugena  sono l’ultimo frutto della civiltà carolingia già avviata  al suo rapido declino. Ma prima che l’Europa, devastata da nuove ondate d’invasione e travolta dall’anarchia feudale, conosca una nuova  età di regresso intellettuale, la cultura cafolingia toccherà il suo pit  alto livello filosofico nelle speculazioni di Giovanni Scoto Eriugena. La cultura carolingia attinse principalmente le sue dottrine teologiche dalla tradizione patristica latina e soprattutto da Agostino;  ma non le furono però neppure estranee le dottrine dei Padri greci  che i monaci britannici avevano spesso letto direttamente nella loro  lingua, né le tesi platoniche esposte e commentate nelle opere di Boezio. D'altra parte, i monaci dell’Irlanda, ove già al tempo di Teodoro di Canterbury si erano rifugiati dei dotti religiosi britanni desiderosi di dedicarsi liberamente alla vita contemplativa, perfezionarono  la conoscenza del greco al diretto confronto di testi e tradizioni ignote,  in quel momento, nelle scuole continentali. Sicché il vivo interesse per  il mondo antico e per i suoi grandi awctores poté essere mantenuto e  coltivato, nel corso del IX secolo, dalla larga emigrazione di maestri  irlandesi che passarono nelle scuole della Francia, soprattutto a Reims  e a Laon, portando spesso, insieme alla loro perizia nelle arti liberali,  anche la testimonianza e la diretta influenza di una generica ispirazione platonica. Ma le loro modeste conoscenze filosofiche non potrebbero spiegare la maturazione di un'eccezionale personalità filosofica come Giovanni Scoto Eriugena, destinata a imporre una netta caratteristica platonica e neoplatonica a tutta la riflessione filosofica dell’Alto  Medioevo. Né questa rinascita speculativa sarebbe storicamente comprensibile ove non ricordassimo la funzione determinante esercitata  nella tarda cultura carolingia dai trattati teologici attribuiti n Dionigi l’Areopagita..   Questo Corpus dovuto probabilmente all’anonima fatica di uno  scrittore cristiano vissuto in Siria tra la fine del IV e l’inizio del V  secolo, incontrò subito una larga fortuna nell'ambiente intellettuale carolingio, già predisposto singolarmente a subire le suggestioni delle  dottrine neoplatoniche. Inviati in dono a Ludovico il Pio dal Basileus bizantino Michele il Balbo, gli scritti dionisiani furono infatti solennemente custoditi fin dall’827 nell’abbazia di S. Dionigi presso Parigi, ove fiori rapidamente la leggenda che accompagnò poi costantemente la loro diffusione. Ma l’interesse che essi suscitarono tra i dotti  del tempo, e che continuarono poi ad esercitare per secoli, va indicato  proprio nel singolare carattere filosofico e storico dei quattro trattati  (De coelesti hierarchia, de ecclesiastica hierarchia, de divinis nominibus,  de mystica theologia) e delle dieci lettere, che rappresenta, in realtà,  il tentativo più compiuto ed organico di risolvere le dottrine essenziali del neoplatonismo nel quadro di una concezione sostanzialmente  cristiana.   Nel Corpus areopagiticum, in cui rivive lo spirito di Plotino, ma  più ancora di Proclo (la cui Elementatio theologica ispirò largamente  l'ignoto autore), è delineato tutto un modo di considerare il sistema  della realtà, il suo rapporto con Dio, e l’essenza stessa della divina  natura e dei suoi attributi, che si accorda perfettamente alla mentalità di uomini educati al platonismo dei Padri e di Boezio. Applicando  alla conoscenza di Dio due metodi d’indagine, l’uno positivo e l’altro  negativo, lo Pseudo-Dionigi attribuisce a Dio tutte le perfezioni che  la mente umana coglie nelle creature e che nella divinità sono esaltate  al loro grado supremo; ma, sulla linea di Plotino e di Proclo, nega  tutto ciò che v’è di limitato e di definito in questi attributi umanamente apposti alla sostanza divina. Per questo, specialmente nel De  divinis nominibus, Dio è definito come bontà, essere, luce, unità; eppure viene insieme affermata la sua assoluta impredicabilità,  perché anche il più eccelso attributo è sempre inadeguato, e la più  alta conoscenza di Dio è data soltanto dall’oscurità tenebrosa del sapere mistico.   La Theologia mystica accentua insomma radicalmente l’assoluta  trascendenza divina, che è al di là di ogni possibile definizione, persino dello stesso nome di Essere e di Uno. Il sapere mistico che è oltre ogni affermazione ed ogni negazione, che ignora sapendo d’ignorare  e rifiuta qualsiasi determinazione concettuale, è l’unico grado supremo  di conoscenza, smarrimento totale in cui si compone la assoluta fusione  della mente con Dio, nell'oblio assoluto di tutto ciò che è creato, limitato e temporale. Ma ciò non toglie che, per lo Pseudo-Dionigi, tutta  la realtà partecipi in certo modo della realtà divina, sia insomma una  celeste processione di forme che Dio trae dalla sua perfetta supernità, distinguendole da sé, nell’infinita diffusione della sua eterna luce.   Con lo stesso linguaggio immaginoso di Plotino e di Proclo, u L'Alto Medioevo    sando le loro stesse analogie luminose, cariche di reminiscenze platoniche, l’ignoto autore descrive il diffondersi di Dio di grado in grado, il suo generare un mondo scandito in successivi gradi di perfezioni gerarchiche, il suo rivelarsi attraverso le proprie opere nella perfetta teofania dell’universo. Tutto, infatti, dagli esseri intelligibili  e intelligenti alle anime irrazionali degli animali, alla vita torpida  delle piante, alle cose che non hanno né anima né vita, è parola di  Dio, espressione compiuta della eterna illuminazione con cui Egli  esprime il suo Essere. E se è vero che infinita e incolmabile è la differenza e la distanza tra Dio e le creature, pure ogni aspetto e forma  della realtà è un grado dell’ascesa verso Dio, fino all’ultimo salto  della unione mistica. Naturalmente, la presenza divina si dispiega poi  in sommo grado nella gerarchia degli spiriti puri (trattato De coelesti  hierarchia), che muovono le sfere celesti e costituiscono gli intermediari tra Dio e la natura terrena, cosîf come la gerarchia ecclesiastica  è intermediaria tra l’uomo e la grazia divina. Cosi Dio, fine ultimo e  supremo, attira a sé tutte le cose create attraverso il moto d’amore che  ispira alle celesti intelligenze e che da queste si propaga di grado in  grado, fino a confluire nella perfetta mobilità della monade divina.  Per un duplice processo, la cui descrizione risolve in sé tutte le vicende delle cose, il mondo esce eternamente da Dio ed eternamente  vi ritorna, come il raggio riflesso torna alla sua sorgente e le onde  del mare fluiscono e rifluiscono sempre dalla medesima riva.   Non occorre  credo  insistere ulteriormente sul carattere della  speculazione dionisiana, per ricordare come essa offrisse al pensiero  medioevale un immenso perfetto quadro dell’universo, in cui la tradizione platonica pareva accordarsi con le parole della Bibbia e del Vangelo. Né è difficile mostrare come questa visione cosf gerarchica della  realtà potesse rispondere all’esigenza di una cultura fondata sull’ordine gerarchico della vita ecclesiastica e feudale dominata da un ideale  teocratico che pervadeva tutte le funzioni della vita civile. L’analogia  dionisiana tra la gerarchia celeste e la gerarchia ecclesiastica, l’interpretazione allegorica e mistica di qualsiasi momento della realtà, l’insistenza sulla trama di rapporti mistici e segreti che unisce all’unità  divina le molteplici, transitorie manifestazioni dell’ordine temporale  e mondano, furono infatti i caratteri della mistica dionisiana che dominarono tanti aspetti della cultura medioevale ispirando con uguale  fervore la fantasia dei poeti e l’esaltata visione dei santi. Ma se l’influenza del Corpus areopagiticum è presente in tutta la storia della mistica medioevale, che di qui trasse la sua tipica descrizione dell’ascesa    dell'anima a Dio e il suo linguaggio speculativo, non fu però inferiore  anche nell’ambito strettamente filosofico. Ed è anzi proprio attraverso  gli scritti dionisiani che entrarono in circolazione molte dottrine e motivi platonici e neoplatonici, presto associati alle testimonianze di Macrobio, alle dottrine del Timeo fisico e del commento necplatonico di  Calcidio. Di questa influenza è prova eloquente la naturale diffusione del  Corpus artopagiticum nel corso del IX secolo e l’interesse che lo accompagnò fin dalla sua prima comparsa. Tradotti da Ilduino, abate di S. Dionigi, che non ebbe alcun dubbio nell’accettare l’attribuzione al supposto discepolo di S. Paolo, questi scritti furono  infatti subito conosciuti nell’ambiente delle scuole palatine. Ma ben  più che alla rozza e infelice traduzione di Ilduino, essi dovettero la  loro rapida fortuna alla più tarda traduzione di un filosofo irlandese,  professore alla scuola palatina di Parigi durante il regno di Carlo il  Calvo: Giovanni Scoto Eriugena. Dotto di latino e di greco (anche se sembra che abbia studiato questa lingua solo durante il suo soggiorno parigino), questo monaco si era rapidamente segnalato tra i suoi colleghi francesi e irlandesi. Cosî, quando i vescovi Pardulo di Laon e Incmaro di Reims avevano voluto confutare le tesi di Gottschalco che sosteneva l’assoluta predestinazione sia alla dannazione che alla salvazione eterna, ne avevano affidato l’incarico all’Eriugena già noto per la sua larga conoscenza dei Padri e della letteratura teologica. Nell’opuscolo De praedestinatione, Giovanni affrontò le tesi di Gottschalco, negando recisamente qualsiasi forma di predestinazione al peccato; ma il modo con cui trattò il delicato problema teologico alla luce delle idee che furono poi al centro della sua meditazione, gli valse la severa censura dei due vescovi e quindi le prime condanne comminategli dai Concili di Valenza e di Langres. La traduzione del Corpus arcopagiticum, cui attese intorno all’858, confermò poi la sostanziale ispirazione neoplatonica che si era già manifestata nel corso di quella polemica; tanto più che egli vi aggiunse anche la versione del De hominis opificio di Gregorio di Nissa e gli Ambigua di Massimo il Confessore, due operette di schietta impronta platonica. Non a caso, infatti, proprio Massimo si era sforzato di volgere in un senso pienamente cristiano le dottrine più ambigue del corpo dionisiano, identificando le forme divine con gli archetipi immutabili che Dio immette nella realtà mondana come segni della propria perfezione e della propria bontà, mentre Gregorio di Nissa aveva accentuato il significato mediano dell’uomo, posto come intermediario tra Dio e il mondo, partecipe di due diverse nature e di due opposti destini, Queste fonti sono, del resto, sempre presenti in tutte le opere di Scoto Eriugena, dal vasto dialogo metafisico De divisione naturae, al commento alla Hierarchia coelestis, al commento, pervenutoci frammentario, al Vancelo secondo Giovanni, all’Omelia sul prologo dello stesso Vangelo. Ma tali scritti testimoniano principalmente la continuità di una corrente ispirazione platonica, nutrita sf da una larga familiarità con l’opera agostiniana, ma soprattutto dalla puntuale conoscenza della prima parte del Timeo, noto attraverso le due versioni di Calcidio e di Cicerone. A questa base dottrinale schiettamente platonica si accompagna però un metodo argomentativo che presuppone una notevole conoscenza dei testi logici aristotelici e, in particolare, delle Categoriae e del De interpretatione. Ed è anzi proprio la riduzione degli strumenti logici aristotelici in funzione di una concezione metafisica. platonica cosf operata dallo Scoto, che influirà, pid tardi, profondamente sugli scritti dell'insegnamento logico dei secoli X e XI, determinandone talune direttive essenziali. La concezione dottrinale esposta principalmente nel dialogo De divisione naturae è, certo, tra le pi audaci che siano state formulate nell’età medioevale, anche se è vero che talune interpretazioni ne hanno spesso deformato gli effettivi lineamenti storici, attribuendo al monaco irlandese opinioni e atteggiamenti del tutto estranei al suo ambiente ed alla sua formazione. Le tesi cosi care agli storici ottocenteschi, che scorgevano nell’Eriugena una specie di libero pensatore avant lettre e un filosofo decisamente orientato verso posizioni panteistiche o immanentistiche sono state infatti smentite da analisi pi approfondite ed aderenti alla reale posizione filosofica dello Scoto. Eppure, anche se non è più possibile aderire ai giudizi del Cousin o dello Hauréau, è ugualmente certo che la sua opera raporesenta un punto di riferimento fondamentale nella storia della filosofia medioevale, ed è la fonte e il principale veicolo di idee destinate ad influenzare fecondamente la cultura filosofica e teologica dell’Occidente. Tutta l’argomentazione del De divisione si fonda sul principio dell’assoluta unità tra fede e ragione, o, ‘meglio, della perfetta coinci IX e il X secolo denza della verità filosofica raggiunta per la via del ragionamento logico, e la verità rilevata direttamente da Dio. Filosofia e teologia hanno in comune la stessa origine divina, sono entrambe espressione della medesima eterna Sapienza; e quindi non può esservi tra loro mai contraddizione o opposizione perché è impossibile che due doni divini siano contradditori ed avversi. Anche la stessa riflessione filosofica è per Giovanni una forma di esposizione delle verità affermate dalla fede, cosi come, d’altra parte, la vera autorità rivelata contiene in se stessa tutte le possibili verità di ragione. O, come afferma appunto l’Eriugena in un passo che è stato spesso citato come prova della sua ortodossia: la vera filosofia è la vera religione e, viceversa, la vera religione è la vera filosofia. Tale principio, più volte affermato dallo Scoto, sembra presentare una soluzione quanto mai coerente del problema dei rapporti tra la ricerca razionale e i contenuti dogmatici della fede ortodossa legata all'accettazione di un complesso ben definito di verità rivelate. E, in realtà, egli ritiene fermamente che la certezza salvatrice della rivelazione debba essere sempre illuminata dalla ragione che ne permette l'effettiva comprensione e la piena consapevolezza. Se la rivelazione ci indica qual è la verità cui si deve credere a proposito della natura divina, della natura della nostra anima e del suo destino oltremondano, non è meno necessaria la ricerca sistematica della ragione che si sforza di interpretare le parole della Scrittura e di renderle evidenti e comprensibili. Non solo; non si potrebbe neppure intendere cosa significhi, ad esempio, la dottrina biblica della creazione, o quale sia il senso degli attributi divini, senza una oculata interpretazione, svolta per via puramente razionale. Naturalmente, quest'opera interpretativa, sottile e difficile, richiede l’ausilio dell’autorità dei Padri, che raccoglie quanto è stato pensato da menti illuminate intorno ai massimi problemi della teologia. Ma le autorità umane non possono mai esser poste sullo stesso piano della rivelazione, né godono della infallibilità della parola divina. Perciò, ogni volta che vi sia un contrasto tra la giusta ragione e l’autorità dei Padri, l’Eriugena ritiene che si debba scegliere la verità della ragione ben motivata e definita. Ogni autorità è valida ed inoppugnabile solo se si fonda su di un ragionamento evidente e rispondente ai requisiti della verità logica. Né credere alla rivelazione o all'autorità divina significa accettare ciecamente i suoi interpreti, sia pure accreditati e ortodossi; la loro autorità deve essere sempre confrontata con l’autorità più alta della ragione cui spetta in ultima analisi il giudizio definitivo. È appunto fondandosi su questa piena fiducia nel valore dell’interpretazione razionale dei dati della rivelazione, che Eriugena traccia un grande quadro della creazione e della realtà costruita mediante l’uso sistematico e costante di un procedimento razionale che si richiama ai modelli della dialettica platonica. Se da un lato egli muove dalla considerazione dei generi supremi per distinguere analiticamente entro queste unità razionali i generi e le specie sempre meno universali che vi sono contenuti, d’altra parte risale anche in sen so inverso l’ordito della realtà, muovendo dall’individuo alla specie ed al genere, e percorrendo cosî in un duplice movimento l’eterno processo dialettico della creazione. La divisione della natura esposta nel grande dialogo è pertanto un continuo discendere dalla unità immutabile del sommo, unico principio divino alla infinita molteplicità delle sue determinazioni successive che però, a loro volta, sono razionalmente ricondotte all’unità che le genera e considerate nell’ambito assolute dell’essere cui tutte partecipano. Il ritmo dialettico, definito da Plutone nelle pagine del Parmenide, e riaffermato da Plotino e da Proclo, è cosi posto a fondamento del rapporto tra Dio e il mondo, tra l’onnipotenza creatrice, sottratta al tempo e al mutamento, e la realtà fluente e mutevole delle cose sensibili. Ed ecco perché la comprensione dell'ordine e della struttura gerarchica dell’universo, già definita dallo Pseudo-Dionigi, si risolve nell’intelligenza di come si generino dalla Sapienza divina le idee, i generi, le specie e gli individui che lo costituiscono secondo la legge immutabile di un processo logico interno ad ogni realtà. Se l’universo è per l’Eriugena, come per lo Pseudo-Dionigi il puro specchio di Dio in cui si riflettono le forme e le immagini delle idee eterne, il movimento razionale per cui si risale dalle cose alle idee, e dalle idee all’unità di Dio, è il ritorno della realtà alla sua fonte ed alla perfezione originaria. Tutto questo spiega perché la natura sia considerata nel De divisione entro una quadruplice distinzione che segna appunto i momenti essenziali del suo interno processo dialettico. Cosi, in primo luogo, natura non creata e creante è l’unità divina donde tutto si genera. Natura creata e creante sono le idee eterne presenti nel suo intelletto come archetipi eterni delle cose, mentre sono natura creata e non creante le realtà molteplici e mutevoli, l’universo generato e definito nella misura della temporalità. Infine Dio stesso, considerato come ultimo fine e supremo scopo della realtà, è la natura non creata e non creante, perfettamente, assolutamente conclusa nella sua eterna perfezione. Ora è subito evidente che queste distinzioni si risolvono sostanzialmente nell’unica distinzione fondamentale tra il creatore e le creature, tra l’unico principio e la sua esplicazione nel molteplice. Ma proprio perché Dio secondo la definizione dionisiana è al di là di tutte le determinazioni possibili e trascende ogni forma, aspetto o nome definito, anche l’Eriugena può riprendere la tematica della teologia negativa applicandola con logico rigore. In tal modo, se per via positiva si può affermare di Dio tutto ciò che esiste e attribuirgli tutte le possibili perfezioni, occorre però ricordare che tale affermazione è solo simbolica e che la si può riferire a Dio non perché egli sia realmente questa o quella realtà determinante, ma perché è la causa e il fondamento assoluto del suo essere. Definire Dio con un nome o con un concetto, chiuderlo entro un termine particolare, significherebbe negare la sua realtà superessenziale; perciò, ogni volta che si predica di Dio qualcosa, occorre insieme affermare e negare, attribuire e non attribuire. Dio è infatti al di là di ogni essenza, com'è al di là della verità e dell’eternità, oltre ogni categoria logica e ogni perfezione attribuibile. Ma ciò non toglie che egli sia però una superessenza, una superbontà e sovraeternità, e che il linguaggio umano non abbia altra via che quella di alludere al suo essere con l’artificio di negare la stessa affermazione. Che simili temi, ripresi direttamente dalla tematica dionisiana, derivino dalla tradizione di Plotino e di Proclo, è cosa ben evidente. Ma la conseguenza più importante è la compresenza nel pensiero dell’Eriugena di una profonda esigenza mistica che mira a risolvere la conoscenza di Dio’ nell’oscura trascendenza dell’ignoranza, e di una considerazione positiva della realtà mondana, colta nel suo indissolubile nesso dialettico con l’Uno creatore. Tutto ciò che esiste, ogni sostanza individuale, esprime infatti nella sua limitazione la potenza della bontà divina che l’ha tratta dal non essere per condurla alla realtà. Ma nello stesso atto creativo è a sua volta implicita l’eterna distinzione delle persone trinitarie che pone una intima relazione dialettica tra il Padre, il Figlio e lo Spirito, e che, nel linguaggio platonizzante dell’Eriugena, assume una caratterizzazione non molto lontana dalla successione emanatistica delle ipostasi plotiniane. Certo, il processo che entro l’immutabile unità divina distingue il Padre, il Figlio e lo Spirito, non è una divisione come quella che distingue le varie specie entro lo stesso genere, o le varie parti nel tutto, né è paragonabile alla generazione di una forma dall’altra forma. Eppure, è proprio mediante questa distinzione che l’Eriugena può pensare il moltiplicarsi dell’Unità divina nella molteplicità delle Idee, prototipi, predestinazioni, volontà divine e, insomma, archetipi di tutte le cose create che il Padre preforma o stabilisce nel Verbo. Tali Idee sono coeterne a Dio, e quindi non hanno né origine né fine nel tempo, anche se il Padre è l’assoluto principio del loro essere. Pur diverse e molteplici, esse costituiscono nel Verbo un’unica semplice realtà, ove è già eternamente contenuto tutto ciò che potrà poi esistere e svilupparsi nel tempo. Ma benché siano identiche e identificate nel Verbo divino, esse sono però già delle creature, teofanie che svelano l’ineffabile superessenza divina, conservandone l’assoluta e immutabile perfezione. Nelle Idee la natura divina può quindi apparire, al tempo stesso, come creatrice e come creata. O meglio: Dio si autocrea nelle Idee per emergere dal segreto della sua natura e rivelarsi a se stesso e a tutta la realtà che ne è, per altro, l’effettiva e necessaria rivelazione. Le Idee o specie eterne considerate nella loro molteplicità sono però, al tempo stesso, anche quelle essenze e forme immutabili secondo le quali è costruito tutto l’opificio del mondo sensibile. Come Dio crea le Idee distinguendole nella sua unità, cosî le Idee si moltiplicano nella produzione degli individui, secondo un ordine gerarchico perfettamente logico e dialettico. Dalle Idee derivano infatti direttamente i generi, dai generi le specie e da queste le sostanze individuali; ma questo processo è pur sempre opera divina, anzi particolare attribuzione della terza persona trinitaria, lo Spirito Santo, che l’Eriugena concepisce come un principio fecondatore che distribuisce nella natura le forme o essenze divine. Cosi ogni creatura che riproduce a suo modo l’immagine di Dio resta definita in una sua intima trinità che riflette la trinità divina; poiché, se l’essenza corrisponde al Padre, la sua virtus attiva corrisponde al Verbo e la sua propria operazione allo Spirito Santo. Le serie delle teofanie che discendono dalle Idee agli individui costituiscono l’ordine e la trama metafisica della natura. Ma questa concezione è ulteriormente chiarita e sviluppata dall’Eriugena, mediante la ripresa della dottrina di origine neoplatonica e agostiniana dell’illuminazione divina, che gli serve per definire il rapporto tra Dio e la realtà. Tutti gli esseri creati costituiscono infatti altrettante determinazioni particolari e singole dell’unica luce divina, il cui splendore si manifesta in grado diverso secondo la maggiore o minore perfezione dei singoli individui. Ogni cosa determinata e particolare è, a suo modo, segno e simbolo della divinità, rivelazione ed espressione dell’infinita potenza divina. Dalle sostanze immateriali come le gerarchie angeliche, all'uomo che partecipa insieme dell’ordine spirituale e della natura materiale, alle cose puramente materiali e sensibili, si svolge un continuo processo di rivelazione, un espandersi e definirsi della luminosità divina, in forme sempre pid limitate e lontane dalla sua fonte originaria. Tutto ciò che v'è di reale e di esistente deriva infatti necessariamente dalla sostanza divina, il cui essere è pertanto l’essere di tutte le cose. Eppure proprio perché ogni realtà individuale partecipa dell’Essere divino, ma senza potervisi identificare pienamente, ecco delinearsi tra Dio e le creature un distacco e una diversità irriducibile che nessun intermediario potrebbe mai colmare. Il diffondersi della luce divina nei suoi diversi gradi di luminosità e di chiarezza segue infatti un preciso ordine gerarchico, in cui ogni grado definisce dei rapporti di analogia e significazione pifi o meno adeguati, ma pur sempre incapaci di restituire compiutamente la fondamentale natura divina; e la gerarchia presente in ogni grado e forma della realtà, mentre esprime l’ordinata partecipazione di tutti gli esseri all’essere divino, accentua però e definisce la distinzione tra il Dio-uno e la natura limitata e molteplice. Così gli angeli, che occupano il primo rango nell’ordine delle creature, sono sf intelligenze perfette in cui la divinità si rispecchia nella sua più alta espressione; ma sono anch’essi distinti dalle idee divine perché possiedono un corpo spirituale, senza dimensioni o forme sensibili, eppure ben diverso dall’assoluta semplicità della natura creata e creante. Agli angeli spetta però il privilegio di conoscere direttamente la realtà divina, quasi per mezzo di un’esperienza sovrarazionale che coglie Dio nella sua prima manifestazione del Verbo, nelle idee ed eterne cause di tutte le cose. Ma anche questa conoscenza viene partecipata agli angeli, in linea gerarchica, a seconda della loro maggiore o minore perfezione, sino all’ultimo grado della gerarchia angelica che, a sua volta, la trasmette ai supremi fastigi della gerarchia ecclesiastica, destinata a diffonderla tra la massa oscura e inferiore dei fedeli, Difatti l’uomo, per quanto sia posto per sua natura al confine tra il mondo spirituale e quello naturale, non sarebbe mai capace di afferrare liberamente, con le sue forze naturali, la luce della rivelazione divina. Situata nell’ordine cosmico, in un grado ben inferiore a quello delle nature angeliche, limitata dalla sua esistenza corporea e dai bisogni e dalle necessità che ne derivano, la natura umana è profondamente decaduta e corrotta, né possiede di per se stessa i mezzi e il potere per liberarsi dalle proprie colpe. Eppure il suo fondamento eterno è posto in primo luogo nell’Idea pura dell'uomo sempre presente nella mente divina e nella conoscenza che Dio ne possiede eternamente. Per questo, appunto, l’uomo è capace di riunire in sé quanto v'è di più eccelso e di più basso nella realtà e di presentarsi come la sintesi vivente di tutta la creazione, il microcosmo che riflette e risolve in sé l’ordine e l’infinita ricchezza del macrocosmo. Da un lato, la parte più nobile della nostra natura, che è l’intelletto e l’essenza, c'induce a volgerci direttamente a Dio, con un atto di desiderio che mira all’essere eccellentissimo, al di là di ogni essenza particolare, o di ogni definizione o limite. Ma d’altra parte, l’uomo è pure ragione discorsiva, e cioè capacità di definire l’essenza ignota e infinita di Dio come causa di tutte le cose, di contemplare le Idee o archetipi presenti in Dio, senza alcun bisogno dell’aiuto dell'esperienza sensibile. Certo, anche l'intelligenza di queste idee è compito arduo, né la nostra mente sembra sempre capace di afferrare direttamente e in modo compiuto l’essenza pura e ineffabile. Ma se le Idee possono apparire irraggiungibili e troppo lontane dai limiti della ragione umana, è sempre possibile afferrare le loro teofanie che si presentano nelle nature angeliche come nelle anime umane. In tal modo attraverso la contemplazione delle teofanie la mente può pervenire ad una conoscenza delle cause prime che se anche non ci rivela le loro essenze, ci lascia però comprendere la loro effettiva azione e la loro presenza nelle cose. Oltre a queste due facoltà v’è poi, nell'anima umana, una terza attività che mira a comprendere l’essenza delle singole cose create dalle cause prime o archetipe e conoscibili dai sensi esterni. Tale cono. scenza è de*erminata dalle immagini sensibili che sono di diversa natura a seconda che siano prodotte direttamente nei sensi sotto l’azione degli oggetti esterni o che si tratti invece di immagini formate dall’anima in dipendenza dell’esperienza sensibile. Nondimeno esse rappresentano il diretto rapporto con il mondo molteplice degli iridividui in cui si scandisce l’ordine naturale. E come il processo della creazione muove dall’unità per generare l’infinita molteplicità della natura, cosi anche la conoscenza umana viene determinandosi e distinguendosi di grado in grado, via via che discende dalla contemplazione dell’uno all’intellezione dei generi e delle specie, e quindi all’esperienza sensibile delle cose determinate e individue. A questo processo di divisione, svolto secondo la tecnica della dialettica platonica, corrisponde però un identico processo di ritorno all’unità. Poiché il pensiero umano è capace di muovere dalla molteplicità degli individui conosciuti per via sensibile per passare discorsivamente all’intelligenza delle loro specie e dei loro generi, e da questi alla contemplazione delle Idee ed alla contemplazione dell’Uno. Che questo processo di ritorno sia possibile è dimostrato per Giovanni Scoto Eriugena, da un'analisi più profonda della natura uma na. Se l’uomo, originariamente dotato di un corpo incorruttibile come quello angelico, ha perso con il peccato originale questo’ dono ed è stato soggetto alla corruttela ed alla morte, non ha però perduto la possibilità di salvarsi e di trovare nel Verbo divino un principio di redenzione che riabiliti, attraverso la restaurazione della natura umana, l’intero ordine della natura fisica. È infatti solo nell’unità ideale del Verbo che il mondo molteplice e transitorio, la matura creata e non creante può tornare nuovamente alla sua fonte e compiere quel processo di unificazione cui tende fatalmente ogni individuo creato. Cosi l’uomo, creato simile a Dio, ma divenuto dissimile per il peccato e la conseguente corruttela, può sforzarsi di identificare il suo essere con la perfezione creatrice, risalendo di grado in grado lungo la scala delle realtà. Per giungere a questo scopo supremo è necessario un lungo processo di ritorni successivi e parziali, attraverso il quale la mente umana ripercorra esattamente tutti i gradi o momenti con cui si è scandita l’opera della creazione. E se l’anima razionale si è prima come dispersa e moltiplicata nell’infinita distinzione degli atti e dei desideri fisici, occorre che adesso essa muova da questa dispersione per tornare all’unità originaria e rispondere al richiamo irresistibile della divinità. La morte fisica che disperde e dissocia al massimo gli elementi costitutivi dell’uomo è quindi quel punto solutivo in cui la caduta dell'anima dall’umanità divina nel mondo sensibile si arresta bruscamente ed ha termine. Una seconda fase del ritorno avrà luogo nel momento della resurrezione, quando ogni anima riprenderà il suo corpo e ricostituirà l’unità dei propri elementi; ad essa seguirà una terza fase consistente nella progressiva trasfigurazione del corpo nello spirito, attraverso i vari gradi di vita spirituale, dal senso alla ragione allo spirito o intelletto che è lo scopo e la tensione di ogni creatura razionale. Infine, nella quarta fase, la natura umana nella sua totalità potrà tornare alle Idee o cause prime eternamente sussistenti in Dio; cosi essa attingerà dapprima in Dio la conoscenza di tutte le creature, per elevarsi, poi, alla Sapienza o contemplazione assoluta della verità, almeno per quanto è possibile a un intelletto creato. Ma anche al di là di questa fase, sarà possibile un ultimo più alto grado di ritorno; e l’anima umana, in cui si compendia tutto l’universo creato, sarà profondamente penetrata da Dio e si risolverà nella sua superessenza, termine ultimo, definitivo della perfetta unificazione. Un tale processo di ritorno che ricorda con impressionante parallelismo certe famose pagine neoplatoniche non è però soltanto un movimento intellettivo o un’ascesa a Dio della ragione naturale. Giovanni Scoto Eriugena afferma che senza l’intervento della grazia divina e senza la morte e la resurrezione di Cristo, non sarebbe mai possibile restaurare la natura umana decaduta e corrotta. Né, d’altra parte, quando parla dell’unità dell'anima con Dio o addirittura di deificazione, egli intende teorizzare una totale risoluzione della natura umana in quella divina o accedere ad una possibile soluzione panteistica. Al contrario come è scritto in un passo, del resto, ben noto del De divisione si tratta di una adunatio sine confusione, vel iunctura, vel compositione, che non dovrebbe affatto negare la diversità radicale tra la sostanza umana e la sovraessenza divina, pur realizzando la profonda unità spirituale tra l’anima contemplante e l’oggetto supremo della sua contemplazione. Ma sebbene l’Eriugena professi di restare fedele al suo compito di interprete della verità rivelata e riaffermi costantemente il suo pieno ossequio alla dottrina cattolica, la stessa forza delle formule neoplatoniche continuamente usate spinge la sua riflessione a conseguenze difficilmente compatibili con l’ortodossia. In questo universo cosi profondamente unito all’unità creatrice, in questa cosmologia che si sforza di conciliare il racconto biblico della creazione con le dottrine del Timeo e di Calcidio, non è facile’ cogliere il punto di distinzione tra l’infinità assoluta di Dio e l’infinita generazione delle creature prodotte dalla sua stessa essenza. E certo, nonostante che l’Eriugena si richiami spesso anche ad Agostino, e non perda occasione per temperare la sua ispirazione filosofica con le dottrine dei Padri, egli è soprattutto un filosofo di formazione e mentalità neoplatonica preoccupato profondamente di dare al proprio pensiero un esito teologale e Ortodosso, sempre minacciato però dal carattere schiettamente platonico delle sue dottrine fonda mentali. Ecco perché le idee escatologiche di Giovanni Scoto Eriugena han no un significato cosi vicino a quelle di Origene, donde riprendono del resto alcuni motivi fondamentali. In questo universo in cui la stessa materia fisica si riduce ai propri elementi intelligibili non v'è naturalmente posto per un male irriducibile o per la dannazione eterna, né, tanto meno, per la concezione tradizionale delle pene oltramondane. Certo, il filosofo irlandese non vuole con questo negare la distinzione teologica tra i reprobi e gli eletti, né impugnare in tal modo uno dei più saldi fondamenti del dogma cristiano. Ma basta leggere talune pagine significative del De divisione o del commento al De coelesti hierarchia per intendere come elezione e condanna, beatitudine e sofferenza eterna siano identificate dall’Eriugena con la vera conoscenza o con l’assoluta ignoranza della verità divina, senza che vi sia più alcuna allusione alle sofferenze o godimenti sensibili. La vera beatitudine della vita eterna è dunque la visione limpida e perfetta della divinità, l’intima comunione col suo essere. La natura riscattata e salvata dal sacrificio di Cristo e dall’ascesa dell'anima non reca più nessun segno del male, né potrebbe mai ammettere nell’eternità dell’inferno le vittorie del male e di Satana, la loro eterna ribellione all’invincibile richiamo dell’Uno. A motivi cosî speculativi e filosofici va poi connesso l’atteggiamento di notevole libertà che Giovanni Scoto assume di fronte agli stessi contenuti della rivelazione scritturale, nonché il suo costante uso di un metodo di interpretazione allegorica che piega i testi biblici ed evangelici ad esigenze schiettamente filosofiche. È vero che nel De divisione l’uso di un linguaggio dedotto da fonti e tradizioni neoplatoniche può talvolta ingannare, inducendo a dar peso piuttosto alla forma di espressione ardita e inattesa che non al significato effettivo delle parole dell’Eriugena. Ma la sua sicura certezza nella capacità della ragione d’interpretare perfettamente anche i sensi più riposti della Scrittura, e il costante intreccio tra i tempi caratteristici della tradizione filosofica classica e il contesto teologico cristiano, segnano comunque l’inizio di una lunga e duratura esperienza filosofica destinata agli esiti più lontani e diversi. Il costante appello alle autorità di Dionigi, di Massimo, di Gregorio, di Agostino e di tanti altri Padri e Dottori chiamati a garantire le sue idee e il suo linguaggio cosî nuovo e inquietante, non valse però ad evitare le condanne che le autorità ecclesiastiche espressero e ripeterono con sintomatica frequenza nei confronti della filosofia eriugeniana. Condannate e destinate alla distruzione dai teologi del suo tempo colpiti dalla sconcertante novità di una riflessione che reintroduceva in Occidente dottrine ormai di L’Also Medioevo menticate o risolte nel tradizionale contesto agostiniano, le opere dell’Eriugena continueranno però a diffondersi per tutto il X e XI secolo fino alla rinascita del XII. E nonostante le nuove condanne e le più aspre polemiche, l'immenso quadro cosmico tracciato dal monaco irlandese rappresenterà il naturale presupposto della prima grande cultura filosofica elaborata dall'Europa medioevale. Già del resto, l'influsso della riflessione dello Scoto è chiaramente riconoscibile in una lettera filosofica di Alamanno di Hautvillers a Sigibod, arcivescovo di Narbona (879-885), ove si trovano larghe tracce della sua dottrina della theoria e dell'anima e delle sue parti. Ma la fortuna dello Scoto Eriu gena, nei suoi diretti riflessi su l’evoluzione del platonismo medioevale, è un capitolo della storia della cultura ancora non del tutto chiarito. Il De divisione naturae è certo l’opera filosofica che conclude e riassume l'ambizioso tentativo della rinascita carolingia, nata da un tentativo di riorganizzazione politica dell'Europa e legata, naturalmente, alla sorte delle istituzioni imperiali. Già intorno all’877, data presumibile della morte dell’Eriugena, l’Impero carolingio sta infatti avviandosi alla sua definitiva dissoluzione sotto la spinta convergente di una nuova ondata d’invasioni barbariche, dell’evoluzione particolaristica dei poteri feudali e delle tendenze teocratiche del pontificato romano. La forza dominante dell’aristocrazia militare, arbitra di fatto del potere e della forza armata, l’immobilità e la maggiore carenza della vita economica e dei rapporti sociali, le crescenti difficoltà delle comunicazioni con il mondo bizantino e tra le stesse regioni dell’Impero aggravano le condizioni di isolamento in cui è immersa la nascente società feudale, corrosa dalla generale anarchia e da continui insanabili conflitti dinastici. Ma a questa disgregazione che è la diretta conseguenza della debolezza originaria delle istituzioni carolinge corrisponde il progressivo dissolversi del vincolo unitario che durante il dominio di Carlo, aveva unito latini, germani e celti, permettendo l’instaurazione di un tipo di cultura comune alle diverse terre dominate dal monarca franco. Non a caso quindi, proprio tra la metà del IX secolo e la metà del X secolo, giunge a compimento quel processo di differenziazione linguistica delle maggiori nazionalità europee che già si distinguono nella formazione, sia pure ancora soltanto nominale, dei regni d’Italia, di Francia e di Germania. E se è vero che gran parte d’Europa è sottoposta a istituzioni non dissimili, alle forme d’organizzazione politica e sociale del feudalesimo, dietro questa uniformità apparente predominano ormai le tendenze e le forze particolaristiche che mirano a trasformare i più importanti centri feudali in altrettanti nuclei direttivi ed autonomi della vita economica, sociale e politica. Indubbiamente questa società immobile, abitudinaria e uniforme, divisa in centinaia di centri, e frazionata nei suoi poteri politici, è ancora percorsa da correnti di traffici ridotte ma persistenti, e non ignora la continuità di ricche oasi di vita cittadina e mercantile. Però ove si eccettui l’Italia, le cui condizioni storiche sono ben diverse da quelle delle altre regioni dell’Europa occidentale, le città francesi e tedesche sono, per cosî dire, altrettante isole all’interno di una società a struttura rurale che ha il suo centro nel castello feudale e il suo fondamento nel sistema delle wvillae carolinge. Ciò spiega il notevole regresso della cultura e l’inaridirsi della vita intellettuale che continua a tramandare in forme sempre pid stanche ed esauste i modelli elaborati della riforma carolingia; e spiega, altresi, perché il X secolo, nonostante la presenza di alcuni grandi centri culturali e la continuità di talune esperienze letterarie non prive di eleganza e misura classica, sia stato considerato come uno dei secoli più infecondi e poveri della cultura europea. Eppure, anche nel colmo dell'anarchia feudale e nel periodo di maggiore disgregazione politica è possibile intravedere la lenta evoluzione di nuove forze e condi- . zioni storiche che permetteranno, a distanza di un secolo, un’eccezionale ripresa economica e sociale. Le istituzioni feudali che si sostituiscono al vuoto creato dallo sfacelo dell’ordinamento carolingio rappresentano infatti un solido baluardo contro le rinnovate invasioni e rendono possibile il costituirsi di un nuovo tipo di comunità produttiva naturalmente volta a riallacciare stabili legami con i centri urbani. Nelle città che conservano almeno in parte gli ultimi resti della loro autonomia tradizionale l’autorità preminente del vescovo permette che continui una tradizione scolastica affidata quasi sempre alle scuole del clero, ma anche, come a Verona o a Pavia, alle scuole regie dove si formano notai o giudici. Certo la cultura che si tramanda in queste scuole di prevalente carattere ecclesiastico o giuridico, risente profondamente le conseguenze della grave crisi politica e sociale, né è capace di produrre concezioni intellettuali degne di particolare attenzione. Ma la continuità dell’insegnamento delle arti liberali e della tradizione scolastica di origine carolingia è tuttavia un carattere tipico della cultura del X secolo di cui occorre riconoscere la indubbia funzione storica. A questa società cosi disgregata” e particolaristica non manca del resto un’unità ideologica fondamentale che è rappresentata dalla continuità e dalla nuova evoluzione storica dell’ideale teocratico carolingio. Nonostante la dissoluzione dell’unità imperiale e la scomparsa dello stretto vincolo politico che aveva unito sotto Carlo le regioni centrali dell'Europa, l’ideale concezione della Christianitas raccolta sotto un'unica guida e un unico potere continua ad ispirare anche i chierici del X secolo depositari della cultura e di ogni attività magistrale. Ma alla figura dell’Imperatore sotto il cui dominio deve svolgersi anche la vita disciplinare della Chiesa, si sostituisce il potere sacrale del Papa-re, cui spetta, per decisione divina, ogni autorità spirituale e terrena e da cui dipende l’autorità dell’Imperatore e del re. La progressiva carenza del potere imperiale e le lunghe lotte di successione che travagliano la monarchia carolingia fino alla sua definitiva deposizione, spierano facilmente come il concetto della Christianitas si trasformi nell’idea di un'assoluta teocrazia pontificia capace di disporre di tutti i troni e di tutte le autorità. Ed è significativo che questa idea si affermi proprio ad opera del primo pontefice, Giovanni VIII (872882), che decide di fatto dell’attribuzione della corona imperiale. La definizione che Giovanni VIII diede della Chiesa come quella che ha autorità su tutti i popoli ed alla quale sono unite le nazioni di tutto il mondo come ad una sola madre e ad una sola testa è già eloquente testimonianza di un'assoluta supremazia che ha il suo fondamento nel pieno monopolio della vita intellettuale e che rappresenta l’unico saldo legame sopravvissuto al crollo dell’unità carolingia. La aristocrazia ecclesiastica che governa le sedi cattedrali e abbaziali è infatti la sola forza organica e organizzata che, pur nell’età della massima anarchia feudale, continui ad esercitare una funzione unitaria, nonostante le crisi interne della vita ecclesiastica e la profonda decadenza del pontificato presto dominato dalla nobiltà romana. Ma appunto perché la fede cattolica, e la gerarchia che la difende e la diffonde, costituisce l’elemento comune a tutte le classi e a tutti i ceti della società feudale, è naturale che questo legame spirituale venga transvalutato alla luce del concetto agostiniano della Civitas Dei e della Respublica Christianorum. Il termine Christianitas che comincia cosi frequentemente a ricorrere nella seconda metà del IX secolo, indica appunto questa comunità di tutti i cristiani in quanto tali che ha una propria sostanza e struttura politica ed una finalità oltremondana, ma agisce però anche sul piano mondano, nell’ambito della vita civile. Ora, questa comunità così come l’intende Giovanni VIII implica appunto un ordine politico e sociale pit vasto e superiore a quello dell’Impero, nonché una gerarchia e un’autorità suprema dinanzi alla quale i poteri civili e la sovranità dei re o dell’Imperatore sono soltanto degli strumenti subordinati e inferiori. Sicché il pontefice romano, che della Chiesa è il capo designato dal Cristo, è perciò stesso la suprema autorità della C4ristiaritas, l’unica legittima fonte di qualsiasi potere legale. Il rovesciamento del rapporto tra l’autorità imperiale e l’autorità pontificia non potrebbe essere più netto e radicale. Se pure il papato, travagliato anch'esso per gran parte del X secolo da una profonda decadenza, non farà ancora valere praticamente il suo primato cosî teorizzato, sono già posti però i presupposti delle dottrine teocratiche destinate a dominare le polemiche e le lotte politiche dell’età gresoriana. Ne offre un esempio assai chiaro Giona di Orléans, il quale nella sua Admonitio a Pipino di Aquitania (nota col titolo di De Institutione regia) afferma che il potere regio è concesso da Dio solo perché il sovrano miri alla giustizia, al benessere del popolo e, soprattutto, alla protezione della Chiesa. Ove il re non adempia a questa missione il suo potere è illegittimo e tirannico. La supremazia e il completo monopolio intellettuale esercitati dalle gerarchie ecclesiastiche nel corso del X secolo, si riflettono naturalmente sul carattere della cultura che accentua e rende definitiva la tipica impronta ecclesiastica della riforma carolingia. Soprattutto in Francia e in Inghilterra, travagliate da gravi crisi politiche, le scuole episcopali sono infatti, insieme alle abbazie benedettine, gli unici centri attivi di cultura ove si continua l'insegnamento del trivio e talvolta anche del quadrivio, e dove si leggono e si commentano i testi restituiti alla cultura occidentale dalla paziente attività dei monaci britanni e irlandesi. Un dotto ecclesiastico come Servato Lupo di Ferrières, che vive in Francia tra l’inizio del IX secolo e 1°862. è appunto il maggiore esponente di questa cultura che si fonda sul gusto elegante di una raffinata latinità, sull’ammirazione per la splendida eloquenza ciceroniana, e sulla ricerca appassionata delle grandi testimonianze classiche, poste però al servizio di un tipo di insegnamento che ha come proprio fine la formazione del perfetto uomo di chiesa. Anche il suo contemporaneo Smaragde, abate di St. Michel sur Meuse (n. 819), si rivela nel suo Liber in partibus Donati l’atteggiamento intellettuale dei maestri del suo tempo, spesso divisi tra l’ammirato amore dei classici e l’ossequio alla pagina sacra, scritto in una lingua cosi lontana dall’eleganza ciceroniana. Ed è pure alla fine del IX secolo che risalgono probabilmente anche gli Exempla diversorum auctorum di Micone di St. Riquier e l’attività di un certo Adoardo, prete e bibliotecario di un ignoto monastero francese che, nonostante i suoi dubbi e scrupoli teologici, conosceva ed usava gran parte degli scritti ciceroniani di cui si serviva largamente nel compilare una sua raccolta di esempi di autori classici. Questa opera modesta e paziente di grammatici e di maestri, che operano dispersi nei vari centri scolastici della CAristianitas, non si limita però soltanto all’insegnamento letterario ed all’uso di un discreto latino di lontana impronta ciceroniana, ma travalica molto spessc nell’ambito delle discipline filosofiche e teologiche. Già infatti nella seconda metà del IX secolo Eirico di Auxerre(841-876), fondatore dell'omonima scuola benedettina e buon poeta e letterato, unisce all’insegnamento della grammatica anche quello della logica, commentando gli scritti pseudoagostiniani Categoriae decem e De dialectica secondo le discusse attribuzioni dello Hauréau, il De interpretatione di Aristotele e l’Isagoge porfiriana. In tutte queste glosse dialettiche e, soprattutto, nel commento alle Categoriae decem di più sicura attribuzion e, è evidente la forte influenza dell’Eriugena che si rivela particolarmente nell’uso del concetto di natura e nella definizione dell’essere identificato con ogni essenza semplice e immutabile direttamente creata da Dio. Tuttavia Eirico non spinge il suo platonismo fino ad affermare la realtà oggettiva delle specie e dei generi, ed afferma anzi che l’unica realtà concreta è costituita dalle sostanze individuali e che, pertanto, le idee di specie e di genere non hanno altro significato se non quello d’indicare la natura comune ai singoli individui. Gli universali sono, insomma, come dei segni che servono alla ragione umana per orientarsi nella gran selva degli individui e raccogliere ordinatamente entro idee sempre più generali le caratteristiche che denotano la specie e poi il genere, fino alla caratteristica dell'essere comune e fondamentale per tutti gli individui. La soluzione di Eirico che è stata avvicinata, benché impropriamente, alla genuina nozione aristotelica dell’universale è probabilmente il risultato di un insegnamento dialettico ‘piuttosto elementare e legato strettamente all’analisi grammaticale del discorso. Ma è certo significativo che proprio alla sua scuola si formasse una delle maggiori personalità intellettuali del X secolo, il grammatico e dialettico Remigio di Auxerre, autore di fortunati commenti alle grammaziche di Donato, di Prisciano, di Eutiche, conoscitore di Persio, di Giovenale, di Macrobio e dell’Eriugena. Remigio non è però soltanto un uomo di lettere e un abile maestro di grammatica, perché l’analisi delle glosse alla Dialettica pseudoagostiniana attribuitegli recentemente dal Courcelle, mostra chiaramente una larga conoscenza delle fonti patristiche e un notevole acume logico. Del resto, anche i suoi commenti a Marciano Capella, agli opuscoli teologici ed alla Consolazio boeziana, offrono altri elementi per giudicare il carattere del suo pensiero che si distingue da quello del maestro, per una concezione nettamente realistica degli universali, considerati come pure essenze, immutabili ed eternamente presenti nella mente divina. È questa la soluzione che influenzerà largamente i dibattiti dialettici dell'XI secolo e che rivela, però, fin da adesso, quale sia il reale significato metafisico della discussione sull’essenza degli universali, svolta in un ambiente intellettuale che aveva assimilato da tante fonti una costante direttiva platonica. E naturalmente anche in questa dottrina è presente l’influsso dell’opera dell’Eriugena di cui Remigio ha una precisa e diretta conoscenza. Remigio di Auxerre mori probabilmente agli inizi del X secolo, allorché la cultura carolingia cominciava la sua parabola discendente e si inaridivano i migliori frutti della riforma di Alcuino. La crisi delle istituzioni scolastiche e la loro decadenza è infatti testimoniata dalla scarsità della documentazione, dalla povertà degli scritti elaborati in questo secolo, nonché dalla generale decadenza delle attività intellettuali e dei metodi di insegnamento. Eppure tra gli scrittori del X secolo non si possono dimenticare Raterio di Verona, Notkero Labeone di S. Gallo, autore di scritti sulla dialettica e Oddone di Cluny, uno degli iniziatori del movimento riformatore che dominerà la vita religiosa ed ecclesiastica del secolo successivo; o l’attività magistrale di Abbone, monaco di Cluny, che nella scuola claustrale di Fleury sur Loire organizzò un corso organico di studi fondato sulla lettura sistematica dei Padri, ma anche sull’insegnamento della grammatica, della dialettica e della retorica. Non abbiamo però elementi sufficienti per stabilire se si debba proprio ad Abbone un breve trattato sui Sillogismi categorici di notevole interesse storico, perché ci permette di stabilire il punto cronologico della costituzione del corpus dei testi logici usati nell’insegnamento scolastico. Ma chiunque sia l’autore dello scritto, è certo che intorno alla metà del secolo non si usano più soltanto i trattati di Aristotele, già noti nel IX secolo -- Categoriae e De interpretatione – GRICE e AUSTIN – ACKRILL -- , ma anche i trattati di BEOZIO sugli Analytici priores e poste riores, che solo assai più tardi verranno sostituiti dagli scritti originali di Aristotele. D'altra parte i commenti alla Consolatio di Bovo di Corvey e di Adaboldo di Utrecht testimoniano la continuità della tradizione boeziana che avrà tanta influenza sulla cultura dell’XI e e del XII secolo. Assai pid importante di Abbone è però la personalità di Gerberto di Aurillac (t 1003), l’uomo pit dotto del suo tempo. Formatosi anch egli nell'ambiente monastico di Cluny, soggiornò a lungo in Spagna dove entrò in contatto con la grande tradizione scientifica araba e, più tardi, maestro a Reims, abate di Bobbio e arcivescovo di Reims e di Ravenna, diffuse le sue cognizioni nelle scuole francesi e italiane. Asceso nel 999 al soglio pontificio col nome di Silvestro II, egli esercitò una notevole influenza sul giovane Imperatore Ottone III e sul suo singolare e sfortunato tentativo di restaurazione imperiale romana; ma se l’attività di Papa Silvestro II interessa la storia ecclesiastica e politica, lo studioso della cultura medioevale considera piuttosto la sua figura di maestro, conoscitore perfetto del trivio e del quadrivio, e di scienziato dotato di discrete conoscenze matematiche, geometriche e astronomiche. Lettore degli antichi, i cui testi fece ricercare e raccogliere in tutto l’Occidente cristiano (e, anzi, si deve proprio alla sua iniziativa la conservazione di un certo numero di orazioni ciceroniane), Gerberto era infatti sicuramente convinto che l’eloquenza e l’esatto raziocinio non contrastano affatto con la fede, e che anzi la formazione del buon chierico non può prescindere dall’apprendimento organico e sistematico delle arti liberali. Per questo, nella sua scuola s’insegnava la retorica sull'esempio degli scrittori classici e si usavano correntemente, oltre ai soliti testi aristotelici, anche tutti i commenti logici di Boezio e i Topica di Cicerone. E quale fosse, del resto, la tendenza di Gerberto dinanzi ai problemi dell’insegnamento logico risulta chiaramente dal suo libretto De rationale et ratione uti, ove prendendo a pretesto il caso di una proposizione in cui il predicato sembra meno universale del soggetto, egli analizzava le funzioni e il significato logico dei vari termini della proposizione. Tuttavia l’attività più costante ed originale di Gerberto fi: dedicata allo studio della geometria e dell’astronomia. E se la Geometria che gli è attribuita è opera scientifica di non gran valore e i suoi scritti sulla tecnica del calcolo rispondono piuttosto ad esigenze pratiche, il Liber de astrolabio mostra già una notevole influenza della scienza araba. Questo risveglio di un discreto interesse scientifico ed enciclopedico, questi primi rapporti con la tradizione scientifica araba sono però fat ti storici di notevole importanza, e rappresentano il primo segno di una netta ripresa della vita intellettuale che comincia a delinearsi fino dagli ultimi decenni del X secolo. Già, del resto, la cultura di tono e di ispirazione classica non è più soltanto la caratteristica di poche scuole umanistiche e dei maestri educati nella nuova temperie spirituale di Cluny, ma tende anzi a informare strati sempre più vasti della gerarchia ecclesiastica quando non penetra addirittura anche negli ambienti femminili delle corti e dei monasteri. È ben nota ad esempio, la figura della badessa Hrosvita, autrice di commedie edificanti e di poemi latini, discepola di altre monache dotte come suor Rikkardis o l’ahbadessa Gerberga, ma i cronisti medioevali ricordano pure Edvige di Baviera, una principessa che conosceva il latino e il greco e leggeva con entusiasmo Orazio e Virgilio. Del resto, la costante ammirazione per gli antichi e l’amore per le lettere non è certo solo la caratteristica della cultura delle scuole francesi, germaniche o anglosassoni; anche l’Italia, anzi particolarmente l’Italia, possiede importanti istituzioni scolastiche dove si continua l’insegnamento della grammatica e della lingua latina, anteponendolo addirittura a quello di tutte le altre discipline. E, se è vera, è certo particolarmente significativa la storia di quel maestro Vilgardo di Ravenna che sarebbe stato condotto dal suo entusiasmo di grammatico a preferire i poeti antichi alla verità della Scrittura e che avrebbe cosi iniziato un singolare movimento ereticale. È un racconto questo che come ha giustamente notato il Gilson va accettato con un largo beneficio d’inventario. Ma il solo fatto che si potesse diffondere una storia di questo genere è già una testimonianza abbastanza importante delle tendenze della cultura scolastica. Il 2 febbraio del 962 Ottone I di Sassonia cingeva in Roma dalle mani di Giovanni XII la corona imperiale. Con questa incoronazione che concludeva la fortunata vicenda di un sovrano eccezionalmente abile e risoluto, si chiudeva l’età pifi fosca dell’anarchia feudale e risorgeva, quasi a distanza di due secoli, una salda unità politica comune a una vasta parte dell’Europa occidentale. Erede della tradizione carolingia, restauratore del potere imperiale ridotto ad un puro simbolo dalla potenza della grande aristocrazia militare e fondiaria, Ottone si presentava all’Europa con lo stesso carattere carismatico che aveva assunto il suo predecessore franco. Eppure, nonostante la finzione di una continuità storica, la nuova costruzione politica ottoniana era profondamente diversa dall’Impero di Carlo, rispecchiava condizioni storiche affatto nuove, e costituiva, essa stessa, un ulteriore fattore di sviluppo della società europea e della progressiva trasformazione delle sue basi economiche e politiche. Questi caratteri storici peculiari del nuovo Impero ottoniano sono del resto evidenti nella sua stessa struttura geografica e politica. Per la prima volta nella storia dell'Europa, l’asse del potere politico tende a spostarsi verso l’Europa nord-occidentale in una direzione diversa da quella in cui si era orientata la struttura amministrativa dell’Impero carolingio; inoltre il Sacrum Romanum Imperium Teutonicorum ha adesso un ambito territoriale ben definito, limitato ai due antichi regni di Germania e d’Italia, e rinunzia alla pretesa di estendersi sull’intera cristianità e di coincidere con il corpo visibile della Chiesa militante. Fondato saldamente sulla supremazia militare che Ottone ha conquistato prima in Germania e poi in Italia, chiudendo la via alle ultime invasioni e sconfiggendo la riottosa ostilità dei duchi di stirpe e dei grandi feudatari, l’Impero mira a riassumere tutti i poteri e le prerogative che erano state assunte di fatto dalle grandi dinastie feudali e dall’alto predominio spirituale della Chiesa romana. E proprio per porre termine al periodo di disgregrazione sociale e politica seguito alla caduta delle istituzioni carolinge, la politica di Ottone deve assumere un atteggiamento di rigida ostilità sia nei confronti della feudalità che verso il papato accentuando tendenze, direttive e atteggiamenti che nell’Impero carolingio erano stati assai meno radicali. Con l’avvento di Ottone la feudalità laica si troverà cosî a fronteggiare la rinnovata supremazia del potere imperiale che comincia ad avvalersi del prezioso ausilio di una vasta aristocrazia ecclesiastica, completamente controllata dal sovrano che le attribuisce poteri e funzioni feudali sempre più vasti. Anche la gerarchia ecclesiastica è però sottoposta all’assoluta autorità dell’Imperatore che dispone, di fatto, dell’elezione dei vescovi e della designazione del Pontefice. Il giuramento di fedeltà che Papa Giovanni XII è stata costretto a prestargli e le rigide clausole del Privilegium Othonis permettono infatti all’Imperatore germanico di esercitare sul pontefice romano un’autorità e un potere che neppure Carlo Magno aveva mai posseduto, almeno in una forma cosi totale ed esplicita. Ma come si preoccupa di controllare, in tutti i suoi gradi più elevati, la élite dirigente della Chiesa, Ottone rafforza in Germania e in Italia le attribuzioni dei conti palatini, gettando i presupposti di un rigido controllo dell’aristocrazia laica la cui lenta decadenza economica e politica andrà progressivamente aggravandosi nel corso dell’XI secolo, sotto la spinta di circostanze e di eventi in gran parte impliciti nelle contraddizioni interne della società feudale. In tal modo, mentre chiude ad Oriente la via tradizionale delle grandi invasioni, l’Imperatore sassone può adesso tentare di restituire al potere imperiale una vera funzione dominante, e sostituire alla lunga fase di anarchia feudale che si era aperta con la crisi della dinastia carolingia una nuova direttiva unitaria. La rinascita di un più saldo potere politico centrale non è però, nel corso del X secolo, un fenomeno tipico solo del mondo tedesco o italico; ma si verifica anche nelle altre terre di Europa ormai sottratte di fatto alla teorica giurisdizione imperiale. In Francia, le lunghe lotte tra 1 discendenti carolingi e i capetingi e l’assenza di un’autorità dominante rendono infatti estremamente precaria la ricostruzione di uno stabile ordinamento politico. In Inghilterra, le ripetute incursioni vichinghe e la debolezza dei piccoli regni anglosassoni creano una confusa situazione di crisi permanente di cui sapranno presto approfittare gli invasori norman82 La rinascita ottoniana e la ripresa intellettuale dell'XI secolo ni. Altrove, nelle regioni dell’Italia meridionale, estranee all’Impero, le forze opposte dei bizantini, delle signorie longobarde, dei saraceni e dei poteri feudali e cittadini locali, continuano a combattersi in una perenne e confusa guerriglia. Tuttavia, già verso la metà dell'XI secolo, anche la condizione politica della Francia e dell’Inghilterra comincia a subire un mutamento di portata decisiva. E mentre l’Impero, minacciato da una rinnovata crisi dinastica, attraversa un nuovo periodo di «ecad:nza la monarchia francese inizia quel suo lento ma costante rafforzamento, che permetterà più tardi a Luigi VI di riaffermare vigorosamente la supremazia regia, e l'Inghilterra, dominata e unificata dai normanni, assume sotto gli Angiò-Plantageneti una solida struttura dinastica. Un tale processo di profonda trasformazione delle istituzioni e delle forze politiche dominanti è però soltanto l’espressione, al livello politico, di un mutamento ancor più radicale che investe tutte le strutture economiche e sociali dell'Europa feudale. Senza dubbio, non si tratta di un’improvvisa esplosione di forze economiche prive di radici nella storia passata; al contrario, è proprio la rapida maturazione di energi: già esistenti in seno alla società feudale che imprime adessc una svolta decisiva al processo storico. Il ritorno ad una condizione di vita civile più pacifica e sicura e il ripristino di un’autorità centrale capace di frenare le tendenze centrifughe dei poteri locali, rende poi naturalmente più rapido e facile l'avviamento di nuove forme di organizzazione economica e di ordinamento politico. Se nei seccli precedenti il regime feudale aveva permesso la continuità della vita produttiva, difendendo cittadini e coloni dalle invasioni e dalle guerre, e mantenendo in vita un filone pur esile di scambi e di attività urbane, adesso l’ago dell'economia europea tend: a riportarsi nuovamente verso le città che vedono incrementarsi i loro traffici, accrescersi l’attività artigiana e aumentare costantemente il ritmo della vita civile. Ccssa cosi quel lento, costante decrescere della popolazione soprattutto urbana, che in certe zone d:ll’Europa centrale aveva raggiunto un punto impressionante. Popolazioni, un tempo nomadi e pr:datrici, s’installano definitivamente in vaste contrade dell’Ori:nte europeo, dando vita a nuovi organismi statali come la Bo:-mia, l'Ungheria e la Polonia, ed entrano in stretti rapporti economici e sociali con i paesi dell'Europa occidentale. Ma il fenomeno di ripresa demografica non si limita solo a queste zone; ché, anzi, esso si manifesta principalmente nelle regioni dell’Europa mediterranea, nelle campagne come nelle città, ove esso produrrà una serie di conseguenze economiche e politiche di eccezionale rilevanza storica. Ecco infatti nelle zone rurali i castelli che si trasformano in borghi, centri di attività artigiane e mercantili; mentre nelle città, sotto l’autorità dei vescovi-conti, la popolazione rapidamente accresciuta dà luogo a un tessuto sociale già differenziato ed organico. Naturalmente, questo processo di ripresa demografica si traduce, poi, ben presto, in un rapido incremento dell’attività produttiva. I boschi, abbandonati da secoli o sfruttati soltanto nelle zone delle grandi abbazie benedettine, cedono il posto alla terra coltivabile; nelle zone paludose vengono operati i primi tentativi di bonifica; i pascoli diminuiscono di estensione trasformandosi anch'essi in terreni produttivi. Anche le terre dell’Est, aperte alla colonizzazione germanica dalle vittorie di Ottone I, vengono adesso dissodate e coltivate da larghe masse di popolazione rurale che si spingono profondamente nei territori abitati dagli slavi. L’esigenza di un forte aumento dei mezzi di vita agisce, d’altra parte, anche come incentivo all’acquisizione di conoscenze tecniche più evolute ed alla scoperta ed all’uso di strumenti e di mezzi che contribuiscono, a loro volta, a modificare le condizioni economiche. Ma trasformazioni ancor più decisive si verificano nell’ambito delle attività commerciali, il cui sviluppo è continuo e costante, grazie anche alla maggior sicurezza delle grandi vie di comunicazione ed alla crescente intensità dei rapporti economici tra le varie regioni dell'Europa feudale. In tal modo, le città, che pure erano sopravvissute anche ai periodi di pil grave stasi economica, riprendono rapidamente a svilupparsi; e divengono sedi di mercati o di fiere, centri di produzione artigiana, nell’ambito di un movimento economico caratterizzato da una accresciuta circolazione monetaria e dalla tendenza a costituire una fitta rete di scambi dalle terre dell'Est germanico al Mediterraneo, dal Baltico alle regioni balcaniche ed alle terre bizantine. Il sorgere delle nuove attività produttive specializzate causerà poi, nel corso del XII secolo, un ulteriore imponente sviluppo dell’economia cittadina; e ne risulteranno i primi lineamenti di una società nuova, dominata dall’iniziativa delle classi mercantili ed artigiane, già capaci di porre le prime basi della loro futura potenza finanziaria. È quindi naturale che una trasformazione demografica ed economica incida profondamente anche sulle condizioni sociali ed economiche delle varie classi che avevano costituito i quadri della società feudale. Già infatti nel corso dell’XI secolo, la serviti della gleba comincia ad essere sostituita da un tipo di organizzazione colonica assai più libera, mentre precise norme giuridiche stabiliscono ora più esattamente i rapporti tra il proprietario, gli affittuari e i coloni. Ma il mutamento è ancor pi decisivo nell’ambito cittadino, dove la nobiltà di origine feudale deve cedere le sue posizioni dominanti alle nuove classi produttrici che s’avviano rapidamente ad acquisire una prima consapevolezza dei propri interessi e scopi economici e politici. In questa società, già in preda ad un profondo fermento innovatore, continuano ancora a dominare gli ideali ideologici elaborati nell’età carolingia e difesi dalla restaurazione ottoniana. Il mito unitario dell’autorità assoluta e divina dell’unico Imperatore, pastore e guida del popolo cristiano, è ancora un’idea attiva ed operante che trova sostenitori e teorici tra i giuristi che illustrano i testi giustinianei come tra i dotti ecclesiastici delle corti sassoni e francone. Certo, la crisi che segue alla estinzione della monarchia sassone, il definitivo rafforzamento della grande feudalità tedesca, e, d’altra parte, gli inizi dei primi ordinamenti autonomi cittadini, sono altrettanti eventi che mostrano la reale debolezza dell’autorità imperiale e la sua incapacità a far fronte al nuovo corso storico. Ma il regno di Enrico III, che restaurerà la supremazia imperiale sulla Chiesa, sembrerà segnare il ritorno alla tradizione carolingia e ottoniana. Il legame tra il sovrano e le correnti di riforma ecclesiastica testimoniato dalle radicali risoluzioni dei sinodi di Sutri e di Roma (1046) rafforzerà nei nuovi ceti popolari la fiducia nella funzione carismatica e sacrale dell’Imperium, custode della giustizia e dell’ordine cristiano. Alla continuità e al rinnovato prestigio della tradizione imperiale corrisponde però, da parte della Chiesa, un profondo processo di rinnovamento e di riforma suscitato e guidato dall’ascetismo monastico, ma che trova larga partecipazione e consenso proprio nell’ambiente cittadino e tra le nuove forze sociali. La decadenza della disciplina e del costume ecclesiastico divenuta gravissima e generale nell’età postcarolingia suscita non solo l’indignata protesta di uomini votati alla severa disciplina benedettina o dediti ad una vita di contemplazione e di preghiera, ma anche la rivolta di quei ceti di varia origine e condizione sociale sui quali pesava il dominio della feudalità ecclesiastica. Contro il papato romano, ormai ridotto a oggetto di contesa tra le pif potenti famiglie romane, contro l’aristocrazia episcopale trasformata in un vero e proprio corpo politico di elezione imperiale, si svolge infatti l’aspra polemica dei riformatori che, con toni e parole apocalittiche, denunziano la carenza morale e intell:ttuale della gerarchia, la sua cupidigia di potere mondano e di ricchezza, gli scandali della simonia e del concubinato, il tradimento e il ripudio della parola evangelica. Sono motivi, questi, che tornano con costante violenza nella predicazione dei monaci come nelle invettive di cronisti popolari o ecclesiastici, ugualmente schierati contro la potenza e l’oppressione terrena esercitata da grossi potentati ecclesiastici; e dalla loro condanna emerge un quadro profondamente pessimistico della vita ecclesiastica del tempo, e l'immagine eloquente di una decadenza che sembra aver raggiunto uno dei livelli più bassi e pericolosi di tutta la storia della Chiesa. La ribellione morale contro la corruzione della gerarchia e il fermento antiecclesiastico che serpeggiavano tra le masse devote, furono però presto organizzati e guidati dalla nuova élite intellettuale che si era formata verso la fine del X secolo nell’ambiente purificato delle abbazie riformate. Già nel 910 il duca Guglielmo di Aquitania aveva fondato a Cluny un monastero ispirato al rispetto integrale della regola benedettina, in netto contrasto con la rilassat:zza delle antiche abbazie trasformate da tempo in ricche signorie feudali. Sotto la guida di grandi abati, come Oddone e Ugo, Cluny si era trasformato in un centro d’intensa vita spirituale e di alta esperienza mistica. Ma l'ispirazione ascetica dei cluniacensi era subito passata sul terreno della lotta riformatrice, con la sua recisa condanna dei costumi corrotti del clero feudale e il ripudio di ogni forma di compromissione con i poteri mondani. La predicazione dei cluniacensi, già particolarmente diffusa verso la fine del X secolo, ebbe presto una grande influenza in tutta l'Europa cristiana. In Francia, in Italia, in Germania, numerose abbazie tornarono alla regola; altri monasteri, come quelli italiani di Camaldoli (fondato nel 1012) e di Vallombrosa, originarono nuovi ordini monastici affini all’esperienza cluniacense; infine, il nuovo spirito riformatore penetrò in un vasto settore della stessa gerarchia ecclesiastica, già da tempo preoccupato della decadenza delle istituzioni. Il favore di alcuni vescovi e, soprattutto, dei Pontefici tedeschi eletti dopo il concilio di Sutri, favori poi un ulteriore sviluppo della riforma cluniacense, che già nella seconda metà dell’XI secolo contava circa duemila monasteri. Né la forza dei cluniacensi fu soltanto spirituale, bensi anche politica; poiché la concessione papale della cosiddetta Commendatio Sancti Petri, che rese immuni i loro monasteri dalla giuri86 La rinascita ottoniana e la ripresu intellettuale dell'XI secolo PE sdizione dei vescovi, ruppe a loro vantaggio il vincolo di dipendenza gerarchica che aveva ormai assunto un carattere schiettamente feudale. Ora, è chiaro che una tale prerogativa implicava non solo un profondo mutamento nella struttura della Chiesa, ma la trasformazione della riforma cluniacense in un potente strumento del rinnovamento ecclesiastico e della restaurazione dell’autorità pontificia. Il che giova a comprendere perché il movimento di Cluny potesse assumere una parte decisiva nella lotta contro l’autorità mondana dei vescovi feudatari e nell'avvento delle nuove direttive spirituali e pratiche che guidarono la vita della Chiesa nell’età gregoriana. Pi tardi anche Cluny perderà la sua originaria vocazione riformatrice e subirà lo stesso processo di decadenza che aveva esaurito la originaria tradizione benedettina. Ma il risveglio spirituale che è espressione delle nuove forze storiche maturate nel corso del X secolo troverà ancora interpreti nell’ascetismo di altre regole monastiche, come i certosini e i cistercensi, e nella continuità di un moto riformatore popolare e laico. Sotto l'impulso di queste correnti, l’ideale della riforma si diffonderà e si estenderà penetrando profondamente gli ambienti sociali più sensibili alle sue immediate implicazioni politiche e sociali. E, mentre si rinnovano in Europa eresie che forse si collegano ad antiche tradizioni manichee, nell’Italia settentrionale sorge il movimento dei Patari, campioni zelanti della lotta contro la corruttela morale e disciplinare dell’alto clero. Nelle città, già centri attivi di vita mercantile e di attività produttrici, il potere del vescovo-conte diviene cosi sempre più precario e soggetto al minaccioso intervento delle forze politiche organizzate nelle quali si specchiano gli interessi e le aspirazioni dei ceti mercantili e artigiani. I frequenti tumulti contro i vescovi simoniaci, le ribellioni e i conflitti che dominano attorno alla metà dell’XI secolo la vita delle città italiane, sono appunto la testimonianza storica dello stretto legame che si è già stabilito tra le esigenze religiose e le particolari aspirazioni politiche dei ceti sociali emersi dall’incipiente crisi della feudalità. Non è qui certo possibile seguire le fasi della progressiva riforma delle istituzioni ecclesiastiche compiuta sotto l’ispirazione dei cluniacensi e culminata con i decreti di Niccolò II e con i drastici provvedimenti di Alessandro II contro l’influenza laica nelle cose ecclesiastiche. Ma non sarebbe possibile intendere tanti aspetti della riflessione filosofica dell’XI e XII secolo, senza ricordare che la riforma mossa da una profonda esigenza di rinnovamento evangelico finî col concludersi nell’affermazione di un ideale teocratico fondato sul principio di un unico potere supremo, quello papale, principio e fonte di ogni autorità e potestà temporale e spirituale. Questa dottrina, formulata con estremo rigore negli scritti di Gregorio VII e soprattutto nel famoso Dictatus papae, implicava naturalmente l’accentramento di tutta la vita della Chiesa nelle mani del Papa e la sua piena potestas sopra ogni aspetto dell’organizzazione sociale e politica della Cristianità. Né Gregorio doveva esitare dinanzi all'applicazione integrale di questo principio anche nei confronti della autorità imperiale già direttamente colpita da un complesso di riforme che abbattevano la sua supremazia sulla gerarchia ecclesiastica e le toglievano praticamente ogni diritto di controllo sulla feudalità ecclesiastica. La lunga lotta tra Gregorio ed Enrico IV, che divise gran parte d’Europa in due campi avversi, fu quindi l’epilogo naturale di un contrasto inconciliabile: che traeva origine dallo stesso carattere sociale dell’Imperium e dalla sostanziale diarchia costituita dalla struttura burocratico-ecclesiastica della società carolingia. Ma questa contesa che ebbe la sua espressione ideologica in una vasta letteratura controversista rappresentò anche una favorevole occasione per lo sviluppo delle nuove forze sociali e politiche che proprio nel corso della guerra delle investiture acquistarono una precisa coscienza del loro peso e dei loro interessi. Non a caso le origini delle istituzioni comunali sono spesso strettamente intrecciate ai conflitti tra l'Impero e il papato che causarono la rapida crisi della feudalità ecclesiastica; e, d’altro canto, è proprio nel corso dell’XI secolo che si ricostituiscono e si rafforzano le monarchie nazionali destinate a svolgere una funzione politica decisiva per tutto il Basso Medioevo. È appunto entro questa prospettiva storica che occorre valutare il rapido processo di ripresa intellettuale che s’inizia già alla fine del X secolo in stretta connessione con la rinascita economica e sociale dell'Europa occidentale. A tale ripresa contribuiscono infatti sia pure in grado e misura diversi tanto la rinnovata prevalenza delle istituzioni urbane e il tono più elevato e raffinato della vita civile, quanto l’impetuosa predicazione dei riformatori e l’esigenza di elaborare nuovi strumenti intellettuali per le continue controversie tra il potere ecclesiastico e quello civile o tra i diversi gradi della stessa gerarchia clericale. Ma vi contribuisce altresi e in maniera spesso assai rilevante anche l’aprirsi delle civiltà europee a più stretti e continui contatti con il mondo arabo e bizantino sia per l'incremento degli scambi sia attraverso le guerre di riconquista in Sicilia e in Spagna e infine, negli ultimi anni del secolo, l'iniziativa espansionistica della I Crociata. Questi rapporti, la cui influenza sarà cosi forte già nella seconda metà del XII secolo, non esercitano però ancora un influsso decisivo sulla cultura dell’XI che continua a svolgersi prevalentemente sulla via tracciata dall’ordinamento scolastico carolingio. Però le antiche scuole monastiche non sono più gli unici grandi centri di una cultura di carattere letterario-ecclesiastico, ma cedono anzi lentamente il passo a un largo processo di rinnovamento intellettuale esteso a gran parte dell'Europa occidentale, indipendentemente dalle particolari distinzioni di carattere nazionale. Da Parigi a Orléans, da Chartres a Tours, è tutto un fiorire di scuole sorte spesso all’ombra delle cattedre vescovili e dove le arti del trivio e del quadrivio vengono tramandate alle nuove generazioni di chierici, mentre in Italia si assiste invece al sorgere di scuole cittadine, dipendenti solo in parte dalle autorità ecclesiastiche e dedicate principalmente agli studi di diritto, cosî necessari ad una società fondata sulla pratica del commercio e sullo sviluppo delle attività artigiane. Cosî, accanto alla tradizione teologica che si continua nelle istituzioni scolastiche, monastiche e cattedrali, si affermano nuovi campi di ricerca intellettuale; lo stesso apprendimento delle arti liberali è condizionato a nuove finalità e interessi diversi, come mostra lo stretto nesso tra lo studio approfondito della dialettica e il suo uso nella pratica giuridica e forense. Questo nuovo indirizzo di studi si manifestò dapprima in Italia, soprattutto in quelle regioni meridionali o adriatiche dove il diritto romano legato alla tradizione bizantina aveva sempre conservato la sua influenza e dove erano stati sempre pit stretti i rapporti con Bisanzio e col mondo arabo. Specialmente nella Calabria e nelle Puglie che fino all’XI secolo erano state parti integranti dell’Impero bizantino, e dove la conquista normanna non eliminò il carattere ormai acquisito della cultura cittadina e della stessa vita ecclesiastica la continuità della tradizione giuridica romana non venne mai spezzata. Nella Sicilia, riacquistata dai Normanni nella seconda metà del secolo, continuò invece a fiorire una ricca cultura d’impronta greca ed araba destinata a costituire uno dei maggiori punti d’incontro tra la civiltà europea e le tecniche e le dottrine assimilate dall'esperienza della scienza isla‘mica. Ma l’interesse scientifico e i rapporti con la cultura greco-araba furono particolarmente intensi nella scuola medica di Salerno, già attiva nel corso del X secolo e rimasta sempre fedele ai dettami classici della medicina greca. Cosi, quando nel 1056 Costantino Africano, un medico cartaginese formatosi nella scuola araba, passò in Italia e costitui a Montecassino un vero e proprio centro di traduzioni delle opere fondamentali della cultura scientifica greca e mussulmana, la sua attività trovò un terreno particolarmente fecondo. La ricca biblioteca di testi greci ed arabi, che venne ad arricchire le conoscenze dei medici salernitani, contribuî a sollevare un rinnovato interesse per la ricerca scientifica e far conoscere i primi fecondi risultati di una civiltà tecnicamente più progredita come quella araba. L’influenza che la scuola salernitana esercitò in tutta Europa, spingendo numerosi dotti a coltivare insieme agli studi medici anche quelli scientifici e filosofici, fu un fattore di notevole importanza per lo sviluppo di una cultura di carattere assai diverso da quella tramandata dalle scuole monastiche, e già profondamente permeata di motivi filosofici e scientifici propri della tradizione oreca ed araba. EA è certo ben simnificativo che proprio un vescovo di Salerno, Alfano (1058-1085), traducesse il De natura hominis di Nemesio, ove è chiaramente definita l’idea dell’uomo come microcosmo, sintesi di tutti i caratteri e di tutte le forme dell’universo. Un indirizzo prevalentemente giuridico ebbe invece la cultura dell’Italia settentrionale, pit legata alla rapida evoluzione politica dei rapporti economici e sociali che richiedeva nuove istituzioni giuridiche capaci di rispondere alle esigenze di una civiltà urbana e mercantile. E poiché il diritto romano rappresentava la tradizione giuridica maggiormente affine al nuovo tipo di società e di organizzazione sociale, lo studio del Corpus iuris attrasse le migliori energie intellettuali. Lo sviluppo, prima della scuola ravennate e poi della grande scuola bolornese da Pepo all’Accursio, non è certo arsomento che possa interessare questo rapido schizzo della cultura filosofica medioevale. Ma bisogna pur ricordare che lo studio e l’esposizione del Digesto o del Codice richiedevano un solido corredo di nozioni srammaticali e dialettiche; e che d'altra parte il largo incremento della pratica forense comportava uno studio ancora più accurato dell’arte retorica. Il naturale interesse per le arti del trivio non fu però esclusivo delle scuole giuridiche frequentate da laici e volte agli scopi mondani della vita civile. Anche la cultura ecclesiastica, sia in Italia che in Francia, conobbe infatti un’importante ripresa dello studio ‘della dialettica, la cui fortuna è certo da porre in rapporto anche con l’evoluzione parallela delle istituzioni giuridiche ecclesiastiche e con la formazione di tipo giuridico propria anche di molti uomini di chiesa. Inoltre la lunga contesa tra l’Impero e la Chiesa, e il fiorire di una vasta letteratura controversista, favori indubbiamente la tendenza all’uso sistematico degli strumenti dialettici forniti dall’insegnamento delle scholae. Né meraviglia che l’impiego di metodi di discussione dialettica si spostasse sempre più dal piano giuridico e dalle dispute su argomenti di immediata incidenza ecclesiastico-politica alla stessa elaborazione teologica. Ecco perché le soluzioni dei probl:mi logici cui si dedicarono tanti maestri di questo secolo, dettero luogo cosf spesso a gravi conseguenze metafisiche e teologiche dalle quali non furono esenti neppure i temi più gelosi della tradizione ortodossa. Non solo; la maturazione di una mentalità più critica, nutrita di studi profani e di solide cognizioni dialettiche, ebbe certo una notevole influenza anche sull’evoluzione delle correnti riformatrici e, in generale, nell’atteggiamento intellettuale dell’élize ecclesiastica. Gli storici del pensiero medioevale sogliono sempre ricordare, a questo proposito, le pagine veementi ed espressive che un tipico esponente della riforma, come Pier Damiani, scrisse contro i chierici del suo tempo più avvezzi a studiare i principi della dialettica aristotelica o della retorica ciceroniana che non a meditare le Sacre Scritture. Ed è anzi un luogo comune presentare la filosofia dell’XI secolo sotto il segno della lotta tra i dialettici che miravano a spiegare con i loro sillogismi anche il dogma e le verità rivelate e i rigidi difensori dell’ortodossia che consideravano l’uso di argomenti razionali nell’ambito teologico come una violazione delle verità di fede. Tale contrasto è stato certo troppo esagerato da una storiografia che non teneva forse nel dovuto conto il caratt:re comune della cultura di cui partecipavano entrambi gli avversari e che spesso traspare anche dietro la polemica più irruente. Ma ciò non toglie che l’inseri- mento dei metodi dialettici nel campo degli studi sacri segni una tappa fondamentale nell’evoluzione della teologia cristiana, e che l’importante ripresa di studi logici dell’XI secolo prepari già l’ambiente storico in cui maturerà la grande esperienza di Abelardo. Tra i maestri che diedero un notevole impulso allo sviluppo della dialettica vanno quindi particolarmente ricordati Berengario di Tours e Anselmo di Besate detto il Peripatetico, entrambi tipici esponenti delle nuove tendenze intellettuali. Discepolo di Fulberto di Chartres e organizzatore a sua volta della scuola cattedrale di Tours, Berengario spinse l’uso degli argomenti dialettici fino al tentativo di ridurre in puri termini razionali anche i principi di fede. Come scrive nel De sacra coena che è appunto un tentativo d’interpretazione dialettica del dogma dell’eucarestia egli ritiene infatti che la rinunzia all’esercizio della ragione significhi disprezzare uno dei pit alti doni divini e rinunziare a quella nostra facoltà che ci rende maggiormente simili alla natura di Dio. Perciò, alle autorità ed alla stessa tradizione dei Padri, Berengario può opporre la superiorità della ricerca razionale il cui campo di azione non deve arrestarsi neppure dinanzi ai misteri della transustanziazione o della presenza reale. Il modo in cui procede questa discussione dialettica del tema trinitario, è poi una testimonianza caratteristica della mentalità di Berengario. In qualsiasi composto di materia e forma egli argomenta è impossibile che permangano inalterati gli accidenti, se si verifica un effettivo mutamento della sostanza. Sicché il fatto che anche dopo la consacrazione permangono nel pane e nel vino i medesimi accidenti, dimostra che non si è mai verificato l’annullamento della loro forma e la trasformazione nel corpo e nel sangue di Cristo, ma che si è realizzata soltanto l’unione di queste forme con quelle preesistenti del pane e del vino. Simili argomenti, che Berengario continuò a sostenere nonostante l’abiura cui fu costretto nel 1050 dal sinodo di Vercelli, mostrano assai bene quali fossero i possibili sviluppi della trattazione dialettica della materia teologica. E si può ben comprendere perché molti dei suoi contemporanei fossero concordi nel condannarlo e nel guardare con forte diffidenza anche l’attività di Anselmo di Besate, che intorno alla metà del secolo viaggiava instancabilmente tra le scuole d’Italia, di Francia e di Germania, insegnando particolarmente l’uso delle argomentazioni contraddittorie. Certo, la sua RAetorimachia non è davvero un gran monumento filosofico, né mostra l’intenzione di estendere la sua rudimentale tecnica dialettica nell’ambito della teologia. Ma il suo insegnamento doveva influenzare profondamente la mentalità dei giovani chierici con conseguenze forse non troppo diverse da quelle indicate da Berengario, e costituiva comunque un pericoloso precedente per i sostenitori dell’integrale rispetto delle pure norme di fede. Ecco perché negli ambienti della ritorma cluniacense, e, più tardi, della riforma cistercense e certosina, si delineò una cosî violenta reazione contro la puerilità e l’empietà dei dialettici, e una condanna delle scienze profane considerate inutili se non addirittura temibili per la salvezza del cristiano. Le dure parole con cui il vescovo Gerardo di Czanard vieta l’uso delle argomentazioni filosofiche nell’ambito teologico, i rimproveri di Otloh di S. Emmeran contro gli stolti e gli ingenui che credono di dover sottomettere la verità della Scrittura all’autorità della dialettica, sono espressioni caratteristiche di un atteggiamento che ha profonde radici nella temperie spirituale degli erdini riformatori. E ad essi fa eco un tipico rappresentante dell’età giegoriana, Manegoldo di Lautenbach (t 1103) il quale, polemizzando contro Wolfemo di Colonia (noto come sostenitore della concordanza tra le dottrine di Macrobio e la verità cristiana), ammette, st, l’utilità della filosofia nei limiti delle scienze mondane, ma sottolinea il radicale contrasto tra le spiegazioni filosofiche e la rivelazione, tra le falsità dei pagani Platone ed Aristotele e l’unica verità cristiana. Il teologo che spinge, fino alle sue estreme conseguenze la polemica contro i dialettici e la filosofia, è però uno dei maggiori esponenti della riforma, un monaco che prima di sottomettersi alla severa regola monastica ha anch’egli insegnato dialettica nella scuola di Ravenna: Pier Damiani. Nei suoi scritti, cosi spesso citati come esempi del medioevale contemptus mundi, le più oscure denunzie della miseria invincibile della natura umana si alternano alla condanna di ogni forma di sapere mondano e di ogni scienza o arte che non abbia come fine la glorificazione dell’onnipotenza divina. Ai chierici lettori di Cicerone e di Aristotele egli propone l’esercizio esclusivo della contemplazione mistica, unico cibo degno di una mente cristiana. La grammatica, la dialettica, le regole di Donato o i sillogismi di Aristotele, sono invece altrettanti allettamenti demoniaci che minacciano la purezza dottrinale del clero. E nella sua dura polemica (che non a caso si giova però di tutti gli strumenti retorici e letterari propri della cultura di un uomo di lettere) Pier Damiani giunge a bandire la filosofia dallo scibile cristiano, o, almeno, a ridurla al rango di una schiava prigioniera destinata a servire alla suprema verità teologale. Il rifiuto del sapere pagano, l’avversione per le lettere fomentatrici di dubbi e di errori, non potrebbero essere più radicali e più netti. Eppure Pier Damiani mostra di saper ben usare nei suoi scritti i metodi di argomentazione dialettica che non esita ad applicare anche in quell'opuscolo De divina omnipotentia, giustamente considerato come la espressione più eloquente del suo puro fideismo. Lo scopo che egli vi si propone è certo del tutto opposto a quello dei dialettici nel loro tentativo di dare una veste argomentativa anche ai contenuti dogmatici; perché consiste nell’affermare l’assoluta incommensurabilità del volere divino, che possiede il potere di far si che ciò che è stato non sia mai stato. Dio, la cui potenza è totale e illimitata, è infatti al di là di qualsiasi condizione o norma che possa apparire contraddittoria agli occhi umani. E quindi per lui non costituisce alcun limite il fluire irrevocabile del tempo, cosi come la sua volontà non è affatto tenuta a rispettare quei vincoli e quelle necessità cui è invece sottoposta la ragione umana. Ora, è evidente che, se la volontà divina possiede una tale prerogativa, anche tutti i tentativi di applicare nei suoi riguardi dei ragionamenti umani sono perfettamente vani ed inadeguati. Dinanzi al mistero insondabile della natura di Dio, dinanzi all’infinità ed al segreto del suo volere, non v’è altra via che la umile preghizra e la adorazione. È chiaro che, accentuando cosi nettamente il rifiuto delle norme dei principi razionali, in nome della trascend:nza divina, Pier Damiani ha di mira molti chierici e maestri contemporanei, e che intende estirpare radicalmente le male piante della dialettica cresciute indebitamente nel giardino della teologia. Ma l’affermazione dell’onnipotenza divina spinta fino alle sue estr:me conclusioni è anch’essa foriera di gravi conseguenze; e la sua influenza maturerà nei secoli seguenti fino a costituire una delle pi pericolose minacce p:r la teologia delle scholae. L'uso che Guglielmo d’Ockham e i suoi seguaci faranno del medesimo argomento per p:rvenire alla radicale negazione del valore scientifico della teologia, è una testimonianza assai eloquente dell’esito di un atteggiamento polemico che era nato proprio per restaurare la supremazia degli studia divinitatis. Né meraviglia che la polemica antifilosofica di Pier Damiani o di Manegoldo di Lautenbach preannunzi già temi e motivi che avranno più tardi tanto peso nella crisi della cultura medioevale, contribuendo alla caduta del tentativo tomista di una mediazione positiva tra la ricerca filosofica e il sacro dominio della teologia. La posizione teologica di Pier Damiani, cosi intransigente e radicale si accorda, del resto, perfettamente con la sua mentalità di riformatore gregoriano e di teorico della teocrazia. Nella Disceptatio sinodalis egli non solo afferma la supremazia dell’ordine spirituale su quello temporale (con argomenti del tutto simili a quelli adoperati per celebrare la supremazia della teologia dinanzi ad ogni altro tipo di sapere ancillare) ma ne deduce anche l’assoluto primato del potere papale su quello mondano e civile dell’Imperatore. L’idea che l’autorità imperiale dipenda essenzialmente dall’approvazione papale e che il suo scopo debba consistere soltanto nel guidare il popolo cristiano verso i fini voluti dalla legge divina e dalla gerarchia ecclesiastica diviene cosi il punto di forza di una dottrina destinata a larghi sviluppi negli scrittori papalisti del XII e XIII secolo. Anche se Pier Damiani riconosce che l'Imperatore è stato delegato dall’autorità papale all’esercizio dell’amministrazione temporale della cristianità, non per questo ammette che possa avere un fine diverso o distinto da quello della Chiesa o, tanto meno, che possa conservare legittimamente il suo potere quando cessi d’operare secondo la guida o la volontà del Pontefic:. Come l’unione della natura umana e di quella divina costituisce la realtà vivente del Cristo, cosi l'unione del Papa e dell’Imperatore costituisce, per una specie di divino mistero, la vivente unità della Christianitas. Destinato a reggere il corpo e a guidare la vita mondana della società cristiana l’Imperatore deve perciò sollecitare la guida del Pontefice che è rex animarum e, pertanto, signore dell’interiore realtà spirituale. Per questo il dominio imperiale non può vantare una propria giurisdizione particolare, se non in via del tutto subordinata e sotto il controllo dell’autorità pontificia. In realtà, per Pier Damiani, il popolo cristiano costituisce soprattutto e in primo luogo una pura mistica unione sotto la sovranità spirituale del Papa, e da essa dipende anche ogni forma di ordinamento temporale e mondano. Il fatto che i cristiani vivano però anche nel tempo e siano sottoposti alla necessità di un potere e di una coercizione mondana, non significa quindi che la loro società temporale si possa confondere con nessuno degli stati esistenti o con qualsiasi corpo politico. I rapporti che vigono nella Christianitas sono infatti puramente spirituali, le sue finalità del tutto oltramondane; anche l’uso di mezzi temporali da parte dell’autorità civile vale solo in quanto può servire per raggiungere dei fini spirituali o comunque indicati dalla gerarchia ecclesiastica. Ecco perché, nella prospettiva teologica di Pier Damiani, l’Impero è soltanto uno strumento della Chiesa, limitato nelle sue funzioni e destinato esclusivamente alla difesa ed all'incremento della fede e dell’ordine cristiano. Lungi dall’accettare la dottrina carolingia che riconosceva nell’Imperatore l’advocatus Ecclesiae, capo temporale di tutto l’orbe cristiano, egli lo considera infatti solo come uno dei tanti principi (anche se il più potente) ai quali spetta il compito di realizzare neil’ordine mondano le supreme direttive del potere spirituale. Il che implica, naturalmente, la sua più stretta e totale subordinazione ai dettami dell’autorità pontificia; subordinazione da cui dipende la stessa legittimità del potere imperiale, sempre condizionata alla filiale ubbidienza alla volontà del Papa. Il rovesciamento della dottrina carolingia non potrebbe certo essere più radicale, né pit decisa l’affermazione della suprema sovranità della gerarchia ecclesiastica e monastica su ogni aspetto della vita civile. Ma questa tesi di cui è evidente lo stretto nesso con la polemica antidialettica e la difesa dell’assoluto primato della fede non è l’espressione isolata di un grande spirito mistico, difensore della riforma e del radicale rinnovamento della Chiesa. Le stesse idee animano infatti anche un vivace polemista come Manegoldo di Lautenbach, deciso assertore della concezione teocratica della Christiana respublica, i cui scritti forniranno una precisa linea ideologica ai teorici della plezitudo potestatis pontificia. E idee non dissimili, anzi sostanzialmente identiche, ispirano il famoso Dictatus Papae, attribuito allo stesso Papa Gregorio, dove il riconoscimento al Pontefice di ogni potere e diritto mondano, incluso quello di deporre gli imperatori e di sciogliere i sudditi dal giuramento di fedeltà, costituisce il fondamento dell’assoluta monarchia pontificia. Le dottrine teologiche e politiche di Pier Damiani rappresentano senza dubbio la posizione più radicale ed estrema maturata negli ambienti della riforma ed esasperata dagli aspri conflitti ecclesiastici e politici dell’età gregoriana. Ma sarebbe di grave omissione dimenticare che, insieme a queste dottrine, si sviluppano nell’XI secolo anche altre posizioni intellettuali assai più caute e moderate soprattutto nei confronti dell’uso dei metodi dialettici e della loro possibile applicazione nell’ambito dell’insegnamento teologico. La stessa necessità pratica di formare degli uomini di chiesa, capaci di difendere l’ortodossia dalle minacce ereticali con l’uso di tecniche argomentative accettabili anche da chi ignorasse le autorità dei Padri (e, d’altra parte, il timore che le soluzioni radicalmente fideistiche conducessero a pericolose conseguenze sui temi della grazia e della predestinazione) induce probabilmente molti maestri ad assumere un atteggiamento ugualmente distante dalle audaci conclusioni teologiche di Berengario e dalla insolenza polemica di Pier Damiani e di Manegoldo. E sebbene i teologi ortodossi che accettano l’inserimento dello studio della filosofia nelle discipline clericali distinguano nettamente l’uso lecito della dialettica dalle sue degenerazioni, non per questo negano l’utilità e la importanza di una solida preparazione filosofica e logica. Come sostiene Lanfranco di Pavia, abate dell’abbazia bretone di Bec e quindi arcivescovo di Canterbury, non è infatti lecito condannare il legittimo desiderio di confermare gli insegnamenti della fede con gli argomenti della ragione. Avversario deciso di Berengario, di cui confutò le argomentazioni sofistiche, Lanfranco crede che anche gli errori del maestro di Tours non derivino dall’uso dei metodi di dialettica, bensi dal loro abuso e dalle indebite deduzioni di conseguenze contrastanti con le loro premesse. Appunto per questo, l'apprendimento di questi metodi di ragionamento potrebbe chiarire l’origine di quegli errori e confermare i misteri divini la cui verità non contraddice affatto l’uso moderato della ragione filosofica. Una dottrina filosofica conscia dei propri limiti e fondata su di una buona conoscenza della dialettica può anzi giovare alla causa della fede assai più di quanto non possa nuocere la cattiva e falsa scienza di pochi indotti. Simili idee attuate nella pratica quotidiana della scuola ebbero naturalmente un’influenza decisiva sullo sviluppo degli studi filosofici e teologici e sulla legittima accettazione delle tecniche filosofiche nell'ambito della cultura ecclesiastica. Ma il loro trionfo fu dovuto principalmente all’opera di un discepolo di Lanfranco, Anselmo d’Aosta, la più grande personalità filosofica del suo tempo e il vero iniziatore di una nuova tradizione della teologia occidentale. Nato ad Aosta nel 1033, scolaro di Lanfranco nell’abbazia di Bec, poi suo successore nella scuola abbaziale e quindi sulla cattedra arcivescovile di Canterbury, Anselmo fu la figura pit alta e sigpificativa della cultura dell’XI secolo. Ma i motivi fondamentali del suo pensiero erano destinati ad esercitare un'influenza assai vasta e profonda su tutto il successivo svolgimento della riflessione filosofica e teologica; ed anzi, superando la crisi della scolastica, avrebbero continuato ad agire anche su alcuni pensatori che consideriamo tra i rappresentanti più cospicui della filosofia moderna. La ragione di questa eccezionale influenza sta certo nel rigore e nella rara acutezza di questo monaco che profondamente nutrito dalla riflessione agostiniana e guidato da una conoscenza della dialettica, seppe accogliere in un sistema organico di idee le tendenze più attive e vitali del suo tempo. E se la sua posizione intellettuale e le sue dottrine furono spesso nei secoli successivi oggetto di critica severa da parte di grandi maestri della scolastica, è certo che Anselmo diede per primo un metodo razionale alla disciplina teologica, sostituendo al costante richiamo dell’auctoritas una via argomentativa basata unicamente sull’uso oculato e guardingo del ragionamento dialettico. Il fatto che AOSTA si sia occupato esclusivamente di temi teologici (dall’esistenza di Dio alla Trinità, dall’Incarnazione al peccato originale) non toglie nulla alla novità del suo metodo che egli estese, del resto, ad ogni aspetto del dogma. Però il fondamento della sua dottrina rimase sempre strettamente agostiniano; e da Agostino egli derivò gran parte delle sue premesse sviluppate però secondo una lucida tecnica dialettica e condotte a conclusioni che innovavano la dottrina teologica dei suoi tempi. La pid intensa attività filosofica di Anselmo si svolse in un periodo di tempo relativamente breve, dal .1070 al 1080, nell’ambiente dell'abbazia di Bec già predisposto dall’insegnamento di Lanfranco ad accogliere una diversa impostazione degli studi teologici. Fu appunto in questi anni che Anselmo elaborò i suoi scritti fondamentali, tutti dominati dalla certezza dell’intimo accordo tra i metodi di argomentazione razionale e i dati essenziali della fede; per dir meglio, dalla necessità che i principi della rivelazione siano illuminati dalla ragione e che, d’altra parte, la ricerca razionale si muova sempre entro i limiti e presupposti della fede. Questa posizione, che Anselmo espresse nella formula credo ut intelligam, implica naturalmente una concezione strumentale della ragione il cui compito consiste nel meditare i dati della fede già accennati nella loro indiscutibile verità. Perciò anche quando Anselmo applica i metodi dinlettici anche ai contenuti più gelosi del dogma e fonda su di essi la dimostrazione dell’esistenza di Dio, egli è fermamente convinto che tali procedimenti valgono solo come chiarimento e delucidazione di una verità che la ragione umana può cercare di rendere più evidente, pur riconoscendo i propri limiti e la sua radicale incapacità a penetrare intimamente nei misteri divini. Ecco perché nel -Mozologion che è appunto un’operetta scritta a richiesta dei suoi monaci come modello di meditazione sull’esistenza e gli attributi di Dio egli afferma di voler procedere solo per via di ragione, senza ricorrere ai riferimenti ed alle autorità scritturali o patristiche. Ma al tempo stesso, in polemica coi dialettici, Anselmo riafferma sempre l’assoluta superiorità della fede, principio unico. ed essenziale donde procede lo stesso intellet to. La fede è, dunque, il fondamento e la ragione prima della conoscenza umana; giacché non s'intende per credere ma bensi si crede per intendere. Eppure chi crede con certezza e fervore può usare legittimamente anche i metodi della dialettica e i puri procedimenti razionali che sono anch’essi un dono divino. È chiaro che un simile atteggiamento presuppone una fiducia completa nella ragione come strumento che non arretra neppure dinanzi al tentativo di spiegare con procedimenti analogici anche i sacri misteri. Il modo in cui Anselmo affronta la tematica teologica tradizionale, cercando di mostrare l’intima necessità razionale della trinità e dell’incarnazione, ne è appunto una prova assai chiara. Ma, d’altra parte, egli è ugualmente convinto che il potere illuminante dell’intelletto dinanzi agli abissi della rivelazione è ben limitato, perché la verità della fede è cosi vasta e profonda che nessuna mente mortale potrà mai possederla compiutamente. Neppure lo sforzo concorde di tutti i Santi e dei Padri e dei Dottori della Chiesa ha quindi potuto penetrare 11 mistero della rivelazione. Ma, proprio per questo, niente è più erroneo che opporre all’uso legittimo della ragione l’autorità esclusiva degli Apostou e dei Padri, dimenticandosi che anch'essi erano uomini e conobbero la verità con mente umana e che Dio non ha mai cessato e mai cesserà d’illuminare la Chiesa e di permettere ai fedeli una comprensione sempre più profonda della sua parola. D'altra parte se è vero che la visione beatiticante della verità divina è esclusa da questo stato mondano, ciò non signitica che la ragione umana non possa ampliare la sua intelligenza della fede. Comprendere la propria fede signitica appunto avvicinarsi alla visione di Dio, e rendersi piî degno dei suoi aoni. Se è cosa empia pretendere di scoprire o di discutere ciò che Dio ha celato nella protondità insindacabile del mistero, esistono però problemi e temi teologici che non sono affatto incomprensibui ala ragione, ma che anzi essa deve speculare e chiarire. Dimostrare che Dio esiste è appunto uno di questi compiti che la ragione deve perseguire con propri mezzi e senza aicun ricorso ad autorità o fondamenu estranei a1 suoi poteri; ed anzi dalla validità intrinseca di questa dimostrazione dipende la possibilità di costruire una scienza dotata degli stessi strumenti argomentativi propri delle altre arti. La dimostrazione dell’esistenza di Dio rappresenta ovviamente uno dei temi centrali del pensiero di Anselmo, destinato, peraltro, a costituire un termine di confronto obbligato per tutte le correnti e tendenze teologiche del Basso Medioevo. Ma le prove che egli presenta, compenetrate di spirito agostiniano, sono formulate con un rigore e una coerenza dialettica ancora estranea al pensiero di Agostino e secondo una direttiva metafisica di carattere squisitamente platonico. Ciò è evidente soprattutto nelle pagine del Monologion ove tutta la dimostrazione poggia sul presupposto dell’ordine gerarchico di perfezione presente nell’universo e sull’idea che tutto ciò che gode di un grado maggiore o minore di perfezione deve partecipare necessariamente della perfezione assoluta. Ora l’esperienza sensibile e la riflessione razionale ci mostrano che esistono innumerevoli beni, più o meno perfetti, e che tutto quanto esiste ha sempre una sua causa particolare. Ma la serie delle perfezioni particolari e contingenti ci rinvia per necessità ad una causa unica e prima, cosi com’è evidente che quanto è perfetto in un grado minore o maggiore, lo è soltanto perché deriva da un supremo ed unico principio di perfezione. Naturalmente questo bene, del 100 Anselmo d'Aosta e la cultura teologica del suo tempo quale partecipa tutto ciò che è bene. non può essere che il bene massimo ed assoluto, superiore ad ogni altro bene e ad ogni altra perfezione. Ma ciò significa che quanto è assolutamente buono è anche infinitamente grande e che quindi esiste un rrimo essere superiore ad ogni realtà esistente limitata, e questo essere è Dio. Un tale argomento di cui è inutile sottolineare l’intrinseco carattere platonico-agostiniano può essere ugualmente svolto muovendo da quella perfezione dell’essere che tutte le cose hanno in comune, sia pure in grado e misura diversi. Ogni ente esistente ha infatti una propria causa; ma la moltevlicità delle canse particolari presenti nell’universo può essere considerata come riducibile ad una cau-, sa, oppure come fine a se stessa, o ancora come costituita da una serie di cause che si causino reciprocamente. Se però esaminiamo la seconda ipotesi, è subito evidente che le sinvole cause esistenti per se stesse hanno almeno in comune questo essere per sé che costituisce il princinio della loro esistenza e quindi la loro unica causa comune. Né è diversa la conclusione cui si giunce esaminando anche la terza ipotesi, perché supporre che una cosa esista a cansa di ciò cui essa stessa dì l’essere, è ipotesi assurda e contraddittoria. Non resta perciò valida che la prima ipotesi: tutto ananto è, esiste per una causa unica éd assoluta, necessariamente identificabile con Dio. Ma non basta. L’ardine dell'universo è costitnito come s'è cià visto da una gerarchia di esseri alcuni dei quali sono pii perfetti ed altri meno perfetti. Ma una volta accettata questa verità inonnugnabile è anche necessario ammettere o che questa gerarchia di perfezione non abbia mai fine e quindi che ogni essere postuli sempre, al di sopra di sé, un altro essere pit perfetto, onvnre che l’universo sia ‘costituito da un numero definito di esseri. uno dei quali sunera tutti gli altri per la sua assoluta perfezione. L'esclusione della prima ipotesi che Anselmo ciudica assurda e irrazionale. conduce necessariamente ad ammettere l’esistenza di un essere perfettissimo superiore a tutti gli altri e a nessuno inferiore. Ed a chi obbietta che si potrebhero ammettere al sommo della gerarchia due enti forniti di uguale perfezione, è facile rispondere che questi due esseri sono uguali o perché la loro essenza è comune e quindi sono in realtà un solo essere, oppure perché partecipano entrambi ad un essere superiore che li trascende tutti e due e che, pertanto, è l’unico essere perfettissimo. Dio è dunque il termine unico e assoluto che conclude la serie finita degli esseri; e ne è al tempo stesso il culmine, la ragione e la causa. OI L’XI e il XII secolo Un simile tipo di argomentazione, cosi legato ad una visione gerarchica della realtà di schietto senso platonico, si fonda evidentemente sul passaggio dialettico dal limitato all’assoluto e dall’essere particolare al suo fondamento universale. Ed è chiaro che Anselmo introduce in tal modo nella storia della teologia un metodo speculativo che era già implicito nelle dottrine dell’Areopagita e nella sua immagine di un universo ascendente di grado in grado, di perfezione in perfezione verso il suptemo approdo dell’unica esistenza divina. Anselmo però non si arresta a questò procedimento che, almeno in apparenza, muove dall’esperienza e dalla realtà definita dei singoli enti esistenti. Proprio perché vuol dare alla riflessione teologica una base schiettamente speculativa, egli si sforza di portare altre prove che s'impongano per pura evidenza logica, prescindendo dalla corsiderazione sensibile della realtà. Ma -coronando le prove precedenti con l’argomento ontologico del Proslogion egli spinge alle estreme conclusioni il suo procedimento dialettico, e ripropone, per altra via, la stessa considerazione di Dio e dell’essere che era già implicita nel Monologion. Certo, proprio all’inizio del Proslogion, Anselmo dichiarava di voler muovere dal puro dato di fede, e cioè dall’idea di Dio che ci è fornita dalla fede e dalla quale è però possibile trarre per evidenza interna anche la necessità logica della sua esistenza reale. Noi crediamo infatti che Dio esista e che sia l’essere di cui non è possibile concepire niente di maggiore; ma anche l’insipiens che nega Dio, comprende ciò che affermiamo con queste proposizioni, e deve quindi ammettere che tale concetto possiede un'esistenza mentale, in quanto è attualmente presente negli intelletti che lo pensano. Una cosa può infatti esistere nell’intelletto senza che questo ne ammetta l’esistenza esteriore: quando un pittore si rappresenta l’immagine che vuole dipingere, egli possiede in sé il quadro già esistente nel suo intelletto, ma non ne conosce affatto l’esistenza esteriore perché non lo ha ancora dipinto. Ecco, dunque, che anche l’insipiens è costretto a riconoscere che almeno nel suo pensiero esiste l’essere perfettissimu di cui è impossibile concepire niente di maggiore. Però una volta accettata questa premessa non gli è più possibile negare che l’ente perfettissimo esiste anche nella realtà, poiché questa esistenza possiede un grado di perfezione superiore a quello dell’altra. Difatti se l’essere di cui non è possibile concepire uno maggiore esistesse unicamente nell’intelletto, si potrebbe facilmente pensare anche un essere dotato di tutte le sue perfezioni e, in pit, della perfezione che è data dall’esistenza reale. Ma una tale conclusione è evidentemente contraddetta dalla stessa definizione iniziale dell’ens perfectissimum, e quindi l’essere di cui non si può pensare uno maggiore deve esistere sia nell'intelletto che nella realtà. Non occorre un’analisi troppo approfondita per intendere come questa argomentazione si fondi sulla certezza interiore della fede e sulla opinione “platonica, che esistere nel pensiero è già esistere nella realtà e che quindi la nozione di Dio, data dalla fede, ha una realtà di fatto indubitabile e assoluta. Anche qui, come già nelle prove del Monologion, Anselmo muove dunque dalla certezza preliminare di una realtà, di ordine e grado particolare, per concludere alla necessità logica dell’esistenza reale dell’ens perfectissimum; ed anche qui, pur nell’indubbia novità del suo metodo di argomentazione, il processo anselmiano muove dall’idea gerarchica di un diverso grado di perfezione ontologica che subordina l’essere pensato alla superiore perfezione dell’essere reale. In tal modo il passaggio dal dato originario della fede alla prova o conclusione razionale, è reso possibile proprio mediante il confronto tra l’esserte pensato e l’essere reale, tra l’idea di Dio esistente nel pensiero e la certezza logica che questa esistenza mentale, che è anche essa reale, sarebbe certamente impossibile se Dio non esistesse anche nella realtà. Sicché la vera differenza tra le argomentazioni del Monologion e quelle del Proslogion consiste solo nel diverso punto di partenza, e nel carattere della realtà che è posta come termine di paragone con la perfezione assoluta e necessaria del supremo ente reale. Solo in Dio l’esistenza mentale e l’esistenza reale debbono coincidere per intrinseca necessità logica; mentre, in ogni altro caso, l’esistenza reale può essere verificata solo se l’Essere sommo, principio e causa prima, l’ha effettivamente creata. Cosf Anselmo conduce fino alle sue logiche conseguenze quelle fondamentali caratteristiche platoniche che erano già evidentissime nella dottrina agostiniana; e mentre si appella alla fede come primo fondamento di certezza, vuol trovare nel suo contenuto intellettivo quella ragione dialettica che la rende perfettamente comprensibile anche all’intelletto. L’impiego cosi coerente del procedimento dial:ttico si risolve in un nuovo metodo apologetico, o meglio, nella conferma del primato assoluto della fede, i cui principi costituiscono in ogni caso il presupposto indiscutibile e necessario di qualsiasi prova o dimostrazione. Non v’è quindi da meravigliarsi se già taluni dei contemporanei di Anselmo contestarono il valore e la fondatezza dell’argomento del Proslogion che fu più tardi rifiutato dallo stesso Tommaso d’Aquino. Ed è noto che, vivente ancora Anselmo, un monaco del monastero di Marmontier, Gaunilone, scrisse un Liber pro insipiente che è una acuta critica del procedimento anselmiano. Il punto su cui si fonda l’obiezione di Gaunilone è l’impossibilità di concludere dall’esistenza del pensiero all’esistenza esteriore, di fatto. Il pio monaco non vuol certo difendere l’ateismo dell’insipiens; al contrario egli riafferma che la certezza dell’esistenza di Dio è un principio di pura fede e che il passaggio arbitrario dalla parola al concetto e dal concetto alla realtà, compiuto da Anselmo, è non solo invalido, ma anche sofistico e pericoloso. Le parole che udiamo argomenta infatti Gaunilone possono avere o non avere un loro significato; ma se l’hanno è solo perché sono connesse a certe esperienze o percezioni che esse richiamano alla nostra mente. Ora è proprio l’esperienza dei singoli individui dotati di caratteri particolari che ci permette di formare dei concetti di specie e di genere ben distinti per mezzo di parole corrispondenti; ma quando ciò non accade, quando le parole che pronunciamo non hanno un nesso mentale corrispettivo, esse restano prive di significato come se fossero scritte o pronunziate in una lingua ignota. Difatti chi, non conoscendo il latino, sente pronunziare la parola avis, non può connetterla a nessuna rappresentazione particolare o generale, ma può soltanto percepirne il suono fisico. Ebbene: per Gaunilone la stessa cosa accade anche quando sentiamo pronunziare la parola Dio e la frase l’essere di cui non si può pensarne uno maggiore, espressioni che non hanno nessun fondamento nell’esperienza. Dio infatti non è pensabile in rapporto alle altre cose che ci sono note attraverso i sensi; e poiché non è oggetto della nostra esperienza non esiste neppure un concetto che stia in rapporto a Dio come il concetto di uomo sta in rapporto con l’individuo Socrate. Per questo udendo la parola Dio noi sentiamo solo dei suoni e non riusciamo, per quanti sforzi facciamo, ad attribuirle un esatto significato. Ed anche se vogliamo dire, con Anselmo, che il concetto di Dio è presente nell’intelletto dell’insipiens dobbiamo però ammettere che costui possiede nel suo intelletto solo delle parole incomprensibili e dei nomi privi di significato. Non solo: esistono anche errori e idee false che non hanno alcuna esistenza fuori del pensiero, immaginazioni e fantasie ben presenti all’intelletto ma del tutto estranee alla realtà. Chi concepisce l’idea delle isole Fortunate, sparse in una parte dell'Oceano, colme di ricchezze e di beni, non può certo pretendere che queste isole, pur concepite come le più perfette tra tutte esistano anche nella realtà. Ma lo stesso argomento vale anche contro la prova di Anselmo che compie lo stesso indebito passaggio dall’esistenza nel pensiero alla esistenza nella realtà: Come infatti si potrebbe dimostrare maggiore di tutti, se io nego 0 dubito ancora che esso esiste anche nel pensiero? Dovrei prima sapere che quell’ente esiste realmente da qualche parte; e quindi trarrei dal fatto che è il maggiore di tutti la certezza che esiste anche in realtà. A tali obiezioni, che si fondano su di una considerazione dell’idea e del suo rapporto con gli enti reali ben diversa da quella accettata da Anselmo, questi rispose ‘che il passaggio dell’esistenza nel pensiero all’esistenza nella realtà è valido unicamente nel caso dell'ens perfectissimum la cui certezza è fondata sulla fede; e, in secondo luogo, che questo concetto può essere dedotto dalla considerazione della realtà finita che, in base agli argomenti del Monologion, ci conduce a riconoscere l’esistenza di un essere assoluto superiore a tutti gli enti finiti. Il che implicava però il sionificativo riconoscimento di un fondamento fideistico del concetto di Dio, estraneo al suo tentativo di pura deduzione concettuale. La dimostrazione dell’esistenza di Dio non è però il solo tema affrontato dalla teologia anselmiana; ché anzi, in tutti i suoi scritti, sono discussi con particolare insistenza anche il prob'ema degli attributi divini e quello del rapporto tra Dio e la realtà da lui creata. A questo proposito Anselmo afferma con un evidente richiamo alla dottrina agostiniana che solo Dio esiste di per se stesso e che quindi solo in lui essenza ed esistenza s’identificano perfettamente, cosî come la luce s’identifica con lo splendore che emana. Tutti gli ‘altri esseri possiedono, invece, un’essenza che non implica necessariamente l’esistenza, che può essere tratta ad esistere solo per opera divina; il che significa che Dio è la materia costitutiva dell’universo o ne è la causa produttrice. La prima ipotesi viene però subito respinta per la sua evidente conseguenza panteistica; e quindi Anselmo accetta il principio della creazione ex nikilo, come l’unica soluzione che soddisfi al tempo stesso l’esigenza della fede e della ragione. L'universo viene, dunque, all’esistenza senza che esista alcuna materia preesistente rappresentata da Dio o da qualsiasi altro principio; poiché il nulla da cui il mondo proviene non è una realtà positiva, bensf semplicemente l’assenza totale di realtà. Il passaggio dal non essere all’essere è causato da un libero decreto della volontà divina, decreto che non conosce nessun presupposto metafisico n ontologico. Con questo non si deve però credere che Anselmo neghi ogni forma di esistenza o di realtà precedente all’atto con cui Dio ha creato il mondo. Riprendendo un motivo fondamentale della tradizione platonico-agostiniana, anche Anselmo ammette infatti l’esistenza di forme ideali della realtà logicamente precedenti all'emergere della realtà dal nulla. Tali idee presenti 25 aeterro nel pensiero divino e ad esse consustanziali sono appunto espresse e realizzate dall’atto che modella sui loro esemplari le singole cose create. Affermare che il mondo è stato creato dal nulla significa quindi, semplicemente, che le cose non erano prima ciò che sono attualmente, né esisteva, prima di esse, una qualsiasi materia da cui potessero essere formate. Ma considerate dal punto di vista del sapere divino esse sono già tutte presenti nel pensiero eterno e ne escono in virtà della Parola creatrice che non ha alcuna somiglianza col parlare umano, bensi rassomiglia alla nostra conoscenza dell’essenza universale ed alla parola interiore con cui le definiamo nel nostro più segreto pensiero. Come la nostra parola interiore non conosce dif- ferenza di tempo e di luogo, di povolo o di nazione, cosf la parola o verbo che è nella mente divina è il puro prototipo immutabile delle cose create e il mezzo con cui Dio crea e conosce attualmente, nella sua identica perfezione, il mondo molteplice e transitorio degli enti. Tutto ciò che è estraneo alla pura essenza divina è stato creato dal Verbo che lo conserva e lo mantiene, permettendo cosf alle singole creature di permanere nel loro essere. Ma ciò significa che Dio è presente dovunque e tuttavia eccede con la perfezione ogni luogo determinato, che è ogni tempo e, insieme, al di là di tutto il tempo, immanente nell’atto con cui dà vita a tutte le realtà, eppure trascendente nella sua essenza infinita ed eterna. Nondimeno, se cerchiamo di esprimere da un punto di vista umano la realtà di un essere che trascende tutto il Creato e non ha nulla in comune con le altre cose, è necessario affermare di Dio tutti quegli attributi che designano uno stato di perfezione positiva. E perché tali attributi siano vera Aosta e la cultura teologica del suo tempo    mente legittimi occorre che gli siano riferiti in un senso assoluto e  che si predichino di lui solo quelle perfezioni che superano in valore  tutto il resto della realtà. Ecco perché non si può mai dire di Dio  che è corpo, bensi soltanto che è spirito, poiché lo spirito è superiore  e più perfetto del corpo; similmente, per attribuirgli tutte le perfezioni che gli sono più vicine e più degne lo si dirà vivente, sapiente, onnipotente, vero, giusto, beato, ed eterno, pur comprendendo che anche questi attributi sono ben lungi dal cogliere l’infinita perfezione divina. D'altra parte, queste molteplici perfezioni  non significano affatto che in Dio esista realmente molteplicità o distinzione né che la sua natura abbia dei caratteri essenziali insieme  ad altri caratteri accidentali, 0, tanto meno, che vi siano in lui cangiamenti o processi. Al contrario la sua essenza, del tutto coincidente con l’esistenza, è sempre assolutamente una, identica e immutabile; né Dio, che è in tutti i luoghi e in tutti i tempi pur essendo  al di là di ogni luogo e di ogni tempo, può mai ammettere inizio  e fine. Anche il suo atto creatore non comporta infatti alcun mutariento nella sua essenza, cosîf come i decreti della sua volontà non  tollerano alcun limite estraneo. Cosf se Anselmo, moderando la tesi  radicale di Pier Damiani ritiene che la volontà divina non potrebbe  mai giungere a far si che ciò che è stato non sia stato, tuttavia insiste  sulla piena libertà del suo atto, incommensurabile ad ogni norma  umana.   Tra le creature che Dio ha creato e che sono state espresse dal  suo Verbo, l’uomo è poi quello che rispecchia in maggior misura  l’immagine e il segno della divinità. Capace di conoscere se stessa, di  ricordarsi di se stessa e di amare se stessa, l’anima umana rispecchia  infatti nella sua natura limitata l’ineffabile ed eterna trinità divina.  E tutta la sua conoscenza deriva appunto direttamente da Dio che  illumina costantemente l’anima rendendo cosf possibile la perfetta  cooperazione tra il senso e l’intelletto attraverso l’intermediario delle  eterne idee, divinamente irraggiate. Naturalmente, alla luce di questa  impostazione di schietto carattere agostiniano, non è neppure difficile  intendere perché Anselmo sia intransigente partigiano della realtà  ideale dei generi e delle specie e perché faccia di questa soluzione realistica del problema degli universali un presupposto essenziale della  sua ontologia. Tanto più che non sarebbe possibile intendere completamente l’intimo meccanismo delle sue argomentazioni ontologiche se  non si pensasse che egli muove sempre dalla certezza della realtà delle  idee, dal principio che ogni determinazione particolare ha significato e valore solo in quanto partecipa a un fondamento universale. Solo così  ogni perfezione individua trova la propria realtà nella partecipazione  alla perfezione assoluta; sicché l’identità necessaria tra l’esistenza pensata dell'Ente perfettissimo e la sua esistenza reale può rendere possibile l’argomentazione del Proslogion. In un caso come nell’altro il procedimento dialettico di Anselmo muove da un presupposto realista e  da una premessa speculativa schiettamente platonico-agostiniana.  L’opera di Anselmo, tutta incentrata sui grandi temi teologici  che abbiamo esposto, segna una tappa d’importanza decisiva nella storia del pensiero medioevale e pone già in chiara luce le esigenze fondamentali che guideranno poi per più di tre secoli lo svolgimento della  cultura scolastica. Fu infatti all'esempio di Anselmo che si richiamarono assai spesso i maestri del XII secolo ben decisi a far valere sul  piano della riflessione teologica  che non si distingweva ancora dalla  meditazione filosofica autonoma  i metodi della dialettica, oppure  a risolvere nell’ambito di grandiose concezioni cosmolociche gli stessi  temi capitali della tradizione agostiniana e boeziana. Ma il suo pensiero doveva ancora costituire per lungo tempo un necessario termine  di riferimento nella lunga discussione sul reciproco rapporto tra la  ragione e la fede, e stimolare, sia pure attraverso atteggiamenti e  tendenze di carattere assai diverso, la progressiva trasformazione della teologia in una scienza speculativa dotata di metodi e strumenti  logici non diversi da quelli delle altre scienze.   Questa tendenza, che porterà ben presto ai primi tentativi di organizzare tutta la materia teologica in vaste sintesi sistematiche, è  del resto già ben visibile nell'opera di alcuni scrittori contemporanei  che cooperano a elaborare i quadri concettuali della scientia Dei.  I Libri Sententiarum attribuiti ad Anselmo di Laon forniscono  già l’esempio di una raccolta organica dei testi dei Padri della Chiesa,  ordinati secondo i problemi e i temi teologici fondamentali, ed offrono  cosi un modello che sarà poi ripreso e sviluppato da Guglielmo di Champeaux, Pietro Abelardo, Roberto di Melun e, con particolare fortuna, da  Pietro Lombardo. Ma l’importanza di questa raccolta, compilata allo scopo di fornire argomenti di prova nelle discussioni teologiche, non consiste soltanto nella preparazione di un cospicuo materiale selezionato  dalla gran selva della letteratura patristica, bensf nella cornice organica e compiuta entro cui viene inserita la trattazione teologale. L'esistenza,  la natura, gli attributi di Dio, il significato e il modo della creazione,  l’esistenza e il destino dell'uomo dalla sua caduta alla redenzione, la  via di salute indicata dalla natura e dalla grazia, la funzione carismatica della Chiesa e dei suoi sacramenti, divengono adesso gli oggetti  ben definiti della speculazione filosofica, i temi intorno ai quali si  dispiegherà la vigorosa analisi intellettuale dei grandi maesti scolastici. Ma questo quadro che raccoglie in sé tutri i principi ideologici  di una società in cui la Chiesa è l’unica produttrice di idee, questa  cornice stabile e definita entro cui deve procedere la riflessione filosofica e la suprema conoscenza della realtà e dell’uomo, offrono ad  ogni passo problemi aperti e insolubili, temi suscettibili di discussioni  e di analisi che pur senza negare il primato della fede, lasciano libero  passo alla indagine della ragione.   Certo gli autori delle sentenze, e Anselmo di Laon per primo,  insistono sempre sui dati di fede e sulla gelosa custodia della pura  verità rivelata. Ma, in realtà, essi preparano un metodo di studio e di  riflessione teologica che impone un più ampio sviluppo della dialettica e una capacità di critica razionale destinata a dar presto i suoi  frutti nella temperie storica del XII e del XIII secolo. La grande fioritura dei Commenti alle Sentenze e lo sviluppo di una caratteristica  letteratura teologica sempre più raffinata e intellettualmente scaltrita,  sono la diretta conseguenza del nuovo corso impresso alla cultura scolastica dell’XI secolo, da Anselmo di Aosta e dai suoi contemporanei.  E non a caso sarà proprio dalla lunga esperienza dei Libri Sententiarum  e dei loro commenti che nasceranno le grandi Summzae del XIII secolo.   Quale fosse però la funzione innovatrice esercitata dalla diffusione  degli studi dialettici nell’ambito della cultura teologica, e quali potessero essere le sue conseguenze più estreme, è ben dimostrato dalla  personalità, ancora non molto nota, di Roscellino di Compiègne. Sui  suoi studi e la sua formazione non possediamo purtroppo testimonianze sicure e precise, ma sappiamo che ebbe come maestro Giovanni  il Sofista, noto per la sua abilità di dialettico, e che, più tardi, mentre  era maestro e canonico a Compiègne, fu accusato formalmente dinanzi al concilio di Soissons d’insegnare che vi sono tre dii. Abiurò  e gli fu concesso di riprendere il suo insegnamento a Tours e a Loches, dove fu maestro di Abelardo, e a Besangon ove sembra morisse  intorno al 1120. La scarsità di notizie e di testimonianze non polemiche sul suo insegnamento, rendono certo molto difficile una valutazione della sua dottrina, probabilmente assai deformata dagli attacchi dei suoi avversari. Ma ciò non toglie che Roscellino sia stato considerato dai contemporanei e dai posteri come il principale sostenitore  di una concezione degli universali che identificava l’idea generale con  la parola che la definisce. In aperta polemica con la soluzione realista che attribuisce una  realtà ai termini astratti del pensiero, Roscellino sembra negare qualsiasi realtà che non sia strettamente individuale; e per questo afferma che il termine uomo, come tutti gli altri che indicano una specie o  un genere, corrisponde soltanto o alla realtà fisica della parola uomo  (cioè a un flatus vocis, o emissione di suono) oppure a degli individui  particolari e concreti che quel termine può semplicemente esprimere.   Come si vede il rifiuto della dottrina realista, cosi connaturata  al fondo agostiniano-platonico della cultura filosofica dell’Alto Medioevo, non potrebbe essere pi netto. Ma proprio perché era maestro  di arte dialettica e quindi di una scienza che si applica principalmente ai termini del discorso umano, Roscellino non solo negò il loro  fondamento reale, metafisico, ma sembra che estendesse la sua conclusione dal piano della pura analisi dialettica alle sue conseguenze teologiche. Certo, è probabile che Roscellino non intendesse affatto affermare l’esistenza di tre distinte divinità; eppure, coerentemente al suo  assunto logico, egli sostenne che anche nella trinità le tre persone  hanno una loro distinta realtà individuale e che ognuno dei loro  nomi (Padre, Figlio, Spirito) indica indubbiamente una cosa unica  e singola In tal modo la trinità è costituita, per Roscellino, da tre  sostanze distinte che pure possiedono un’unica potenza ed una sola  volontà; perciò egli affermò, identificando il concetto teologico tradizionale di persona con quello di sostanza, che soltanto a causa di  una particolare abitudine linguistica i teologi possono triplicare le  persone senza triplicare le sostanze.   Non v’è quindi da meravigliarsi se i teologi contemporanei considerassero con estremo sospetto le sue dottrine fino ad accusarlo,  forzando il senso delle sue espressioni, di triteismo. La sua traspo  sizione dell'ipotesi nominalistica dal piano dialettico a quello teologico e l’uso. di una terminologia cosi insolita spiegano le preoccupa.  zioni e i timori di devoti teologi come Anselmo. Indubbiamente la  mentalità del dialettico Roscellino con la sua rigida coerenza tra  l’atteggiamento di logico e le sue conseguenze teologiche, è già il segno di una profonda incidenza delle nuove tecniche logico-grammaticali nell’ambito sacrale della scientia de divinis. Gli eventi storici dell’XI secolo e in particolare la lunga lotta  per le investiture e i violenti contrasti tra l’aristocrazia ecclesiastica  e laica e la feudalità maggiore e minore, accelerarono la crisi della  società feudale, favorendo il progressivo sviluppo delle forze economiche e sociali che erano lentamente maturate. Nell’Italia settentrionale e centrale, nelle Fiandre, ed anche nei maggiori centri urbani  della Francia e dell’Inghilterra, si assiste adesso a un impetuoso sviluppo di tutte le attività, e a un incremento delle forze produttive e  degli scambi commerciali assai maggiore di quello che si era già  delineato nel corso del secolo precedente. Nelle città che sono al centro del nuovo corso economico fondato sull'economia mercantile. ai  poteri feudali si sostituiscono gli ordinamenti comunali che assicurano  una sostanziale supremazia politica ai ceti della borghesia mercantile  e artigiana. Sulle coste mediterranee si vengono formando nuovi stati,  tra i quali eccelle per il carattere accentratore ed assolutistico, il regno normanno di Sicilia destinato a svolgere la sua direttiva espansionistica verso i territori dei Balcani e del Vicino Oriente. Allo sforzo  militare dei Normanni, corrisponde, su più vasta scala, l’attività delle  Repubbliche marinare che incrementano costantemente i loro traffici  raggiungendo l’effettivo controllo delle grandi vie di commercio che  congiungono il bacino mediterraneo ai lontani mercati asiatici. Infine,  negli ultimi anni del secolo, la rinascita economica e sociale dà luogo  ad un grande movimento di espansione armata verso i paesi del Medio Oriente, che è insieme la conseguenza del profondo risveglio religioso operato dalla riforma gregoriana e patarina, e il risultato dell'alleanza tra le declinanti classi feudali spinte dalla necessità di conquistare nuove terre e la borghesia mercantile e marittima di Genova,  di Venezia, di Amalfi e di Pisa. Le conquiste degli eserciti crociati guidati dalla predicazione dei  missionari riformatori, non furono però tanto importanti nei loro aspetti religiosi e politici, quanto piuttosto per gli effetti sulla vita economica e intellettuale dell'Europa occidentale. Ché se l’innata debolezza degli stati crociati fece fallire il tentativo di colonizzazione feudale delle terre siriache e palestinesi, gli stabilimenti commerciali  creati dai genovesi e dai veneziani, sopravvissero anche alla caduta  del Regno di Gerusalemme, permettendo la formazione di stabili rapporti commerciali con i grandi mercati asiatici ed un'eccezionale ripresa dell’attività mercantile nel bacino mediterraneo. Ai rapporti economici seguirono poi, naturalmente, anche più stretti rapporti intellettuali con la civiltà islamica, molto piti avanzata dell’Europa occidentale nel campo degli studi scientifici e del progresso tecnico. Proprio il diretto contatto con i maggiori centri culturali dell’Impero arabo  permise che circolassero rapidamente anche in Occidente, dottrine, idee  e conoscenze scientifiche e tecniche particolarmente necessarie per una  società a base urbana e mercantile.   All’acquisizione di questa cultura di carattere molto diverso da  quella che aveva dominato le scuole occidentali dall’epoca della riforma carolingia, contribuirono in larga misura sia la conquista normanna della Sicilia che pose a disposizione dei dotti occidentali un gran  numero di testi arabi, sia la reconquista cristiana dei territori musulmani di Spagna ove sorgevano fiorenti istituzioni culturali e si  era affermata una grande tradizione di studi filosofici e scientifici.  La presenza, a Palermo come a Toledo, di un ceto di dotti arabi ed  ebrei, rese più rapida e pit facile l’acquisizione da parte della cultura occidentale di quei testi ai quali era affidata tanta parte della  tradizione filosofica greca e della scienza ellenistica ed araba. Ma, nello  stesso tempo, divennero anche pit stretti i rapporti con la tradizione  teologica e filosofica greco-bizantina, le cui opere e dottrine più significative furono ripresentate nelle scuole occidentali dalle traduzioni di  Burgundio Pisano, di Leone Toscano, Ugo Eteriano, Giacomo da Venezia, ecc., tutti presenti ed operanti in Costantinopoli.   Questo vigoroso sviluppo economico e intellettuale che è comune a gran parte dell'Europa occidentale, non fu naturalmente privo  di conseguenze anche nei confronti delle istituzioni politiche e religiose. Già si è accennato alla nascita delle forme di organizzazione comunale ed alla ascesa di quei ceti commerciali e artigiani che dominano  adesso la vita dei centri urbani, ma con questa evoluzione politica  s’intreccia spesso lo svolgimento di nuovi movimenti e tendenze riCaratteri, tendenze ed ambiente storico della cultura del XII secolo    formatrici, più radicali di quelle che avevano caratterizzato la vita religiosa dell’XI secolo. In una società che non conosceva altra  forma di espressione ideologica che non fosse quella religiosa, le esigenze e le polemiche riformatrici sottintendono infatti, assai spesso,  una prima, oscura coscienza di interessi squisitamente politici. E l’esigenza di un profondo rinnovamento delle istituzioni ecclesiastiche,  che la riforma gregoriana non è riuscita a realizzare compiutamente,  muove adesso nuove forze monastiche e laiche che esprimono ideali  e speranze non solo proprie di una limitata élite ecclesiastica, ma  di grandi masse di artigiani, mercanti e popolani. Cosî, la decadenza  dei monasteri cluniacensi, che a causa delle grandi ricchezze accumulate si distinguono ormai solo per la rilassatezza dei costumi e la povertà della vita religiosa, provoca la reazione dei nuovi ordini riformatori dei Certosini, dei Premonstratensi e dei Cistercensi, che richiamano monaci e fedeli al rigore della pratica ascetica, respingendo ogni  compromissione mondana per salvaguardare l’intimità e la segreta  purezza dell’esperienza mistica. Ma la riforma monastica, chiusa nei  limiti dell’ascetismo claustrale, non può più esprimere il moto di rivolta che matura negli ambienti cittadini, tra le continue lotte di  consorterie e di classi e attraverso la lotta contro gli ultimi residui  della feudalità ecclesiastica e laica. Ed ecco nascere movimenti religiosi di schietto carattere cittadino e spesso popolare, i cui aderenti  sono quasi sempre mercanti, artigiani o addirittura contadini che  esprimono in forma religiosa e spirituale le loro esigenze politiche  ed economiche e tendono a configurare liberamente il loro rapporto  con la gerarchia e le istituzioni ecclesiastiche.   In un prossimo capitolo esamineremo in modo pit particolareggiato le dottrine ereticali che si diffusero nel corso dell’XI e XII secolo in tutte le regioni dell’Europa occidentale come espressione di  una profonda crisi politica e ideologica. Ma non sarebbe possibile intendere compiutamente anche la grande fioritura filosofica e teologica  del XII secolo, se non si ricordasse che la presenza dei movimenti ereticali (dalle comunità catare alla chiesa valdese ed altre correnti riformatrici e ribelli) costituisce una componente storica di grande importanza, i cui riflessi sono spesso facilmente avvertibili anche nella  più vasta letteratura teologale, e che costituisce, comunque, un costante termine di riferimento per l’atteggiamento ufficiale della gerarchia ecclesiastica di fronte alle varie correnti filosofiche e speculative. Alla polemica ereticale la gerarchia ecclesiastica risponde infatti  con i mezzi coercitivi che le sono assicurati dalla sua stretta connessione col potere civile ma, al tempo stesso, preparando nuove generazioni di teologi e predicatori abituati ad un metodo di discussione  e di esposizione della dottrina ortodossa, ben più organico e sistematico di quello in uso nelle scuole ecclesiastiche. I missionari che armati  delle prime summae percorrono le città e le campagne della Francia meridionale, centro dell’eresia catara e valdese; i maestri che nell'ambito delle nuove istituzioni cittadine preparano gli strumenti logici e i testi necessari alla formazione di un clero pi colto e più  dotto, sono appunto i primi artefici di un imponente processo di  riforma della teologia. Ma la loro attività non si limita alla lotta  contro l’eresia, ma assai spesso è rivolta a controbattere le dottrine  politiche che i sostenitori delle monarchie nazionali e dell’Impero  contrappongono alle tesi teocratiche di Gregorio VII. Ciò implica naturalmente una sempre maggiore penetrazione di metodi e dottrine  filosofiche nell’ambito degli studi teologici, una costante attenzione  per i nuovi e vecchi strumenti della logica aristotelica di cui ora si  possiede, del resto, una conoscenza assai più ampia e precisa. Non  solo: insieme alla dialettica ed alla logica entra a far parte della  natura ecclesiastica anche una solida formazione giuridica, necessaria  per affrontare le polemiche teologico-politiche e per dare una definita  consistenza all'ordinamento interno della Chiesa minacciata dalla crescente fioritura dei movimenti riformatori ed ereticali.   È chiaro che questa trasformazione della cultura ecclesiastica comporta però anche un mutamento sostanziale nelle istituzioni che fino  ad ora avevano provveduto alla formazione del clero e delle sue gerarchie. Lo sviluppo della vita cittadina, e l’importanza acquisita dai  centri urbani dell’Italia e della Francia, aveva tolto alle scuole monastiche il tradizionale monopolio dell’attività intellettuale, mentre si  era invece accresciuta l’influenza delle scuole vescovili e capitolari poste quasi sempre nelle città e direttamente influenzate dal nuovo ambiente sociale, politico e religioso. Già fin dal X secolo il clero dell*  cattedrali era stato infatti sottoposto a un regime di vita comune di  tipo monastico, soggetto ad una particolare regola o canone (donde  appunto il nome di canonici); più tardi sotto l’impulso delle correnti riformatrici e della crisi della feudalità ecclesiastica, i canonici avevano ottenuto il diritto di eleggere i vescovi e di organizzarsi  in capitoli con gerarchie interne e con l’attribuzione di cariche ben  definite, come quella dello scholasticus incaricato di dirigere le scuole  annesse alle cattedrali. L'evoluzione del clero era poi continuata su  queste linee, ed alla metà dell’XI secolo i capitoli avevano ormai  l'aspetto di comunità monastiche, con caratteri distinti e differenziali  nei confronti degli ordini abbaziali, e una particolare specializzazione  di carattere giuridico e teologico. È quindi ben comprensibile che  l’accesso ai titoli canonicali venisse riservato ai chierici, dotti nel diritto  canonico e nelle scienze teologiche, che fossero capaci di coadiuvare  il vescovo nell’amministrazione delle diocesi, e nel corso delle frequenti contese civili e religiose con le autorità laiche e la curia romana, e nelle lotte contro la diffusione delle dottrine ereticali. La presenza di questi elementi dotti  che spesso esercitavano al tempo stesso  funzioni curiali ed ecclesiastiche  favori poi la formazione nelle  maggiori sedi vescovili di veri e propri centri di vita intellettuale, dotati di grandi biblioteche, e di adeguati organismi scolastici. Ed è  appunto nell’ambiente delle scuole cattedrali che fiori una ricca cultura filosofica e letteraria, caratterizzata insieme da un notevole sviluppo degli studi giuridici, da una lunga pratica delle “arti sermocinali (grammatica, dialettica e retorica), e da un grande impulso  alla riflessione teologica ed alla conoscenza filosofica e scientifica.   Lo sviluppo delle scuole cattedrali cittadine è un fenomeno che  interessa già buona parte dell’XI secolo, ma i suoi frutti matureranno  nel secolo successivo in concomitanza con una generale rinascita culturale che non interessa però soltanto il campo degli studi filosofici  e teologici, bensi tutti gli aspetti della vita intellettuale, dalla letteratura alla medicina, dal diritto alle scienze astronomiche e mediche.  Il cosiddetto “rinascimento del XII secolo  che taluni storici hanno  voluto porre unilateralmente sotto il segno di un ambiguo umanesimo  di tono letterario e devoto  ebbe anzi all’inizio un carattere giuridico e  scientifico e diede comunque i suoi primi frutti nel campo di questi  studi e non in quello letterario o filosofico. Anche gli ambienti in  cui fu più fervido l’amore per le “lettere antiche e più viva l’imitazione e la venerazione dei poeti e dei filosofi classici, furono spesso   ervasi da un uguale entusiasmo per le nuove cognizioni scientifiche che  si diffondevano in Occidente attraverso il tramite prezioso degli interpreti arabi. Né si comprende, ad esempio, il significato e la funzione  storica dell’“umanesimo di Chartres, se si dimentica che quei raffinati maestri, cosî amanti degli studia litteraria e dei grandi miti platonici, sono acuti interpreti del Timeo “fisico, lettori di Calcidio e di  Macrobio, e ricercano con grande curiosità e interesse i testi di carattere  astrologico, medico e addirittura magico.   Del resto, il notevole progresso compiuto, già alla fine dell'XI  secolo, dal sapere giuridico e medico-scientifico, è particolarmente visibile per chi studi l’ambiente intellettuale delle città italiane dove le  nascenti istituzioni comunali favoriscono naturalmente il costituirsi  di un tipo di scuola svincolato dall'ambito ecclesiastico e caratterizzato  dalla sua natura laicale. Proprio negli ultimi anni dell'XI secolo, Afflacio, Nicola e Bartolomeo di Salerno compongono i primi trattati di  anatomia e di terapia; mentre a Bologna, tra gli ultimi anni del  secolo e l’inizio del XII, sorgono quelle scuole di giurisprudenza che  avranno tanto peso anche sugli sviluppi della riflessione politica, e  contribuiranno, fin dalla loro origine, alla formazione di un nuovo  metodo di interpretazione e di analisi dei testi del Corpus juris. Questi studi giuridici  i cui metodi influiranno non poco anche sull'evoluzione parallela degli studi teologici e filosofici  ebbero in  primo luogo il grande merito storico di restaurare in Occidente una  tradizione giuridica, come quella romana, particolarmente consona alle nuove istituzioni sociali e politiche delle città comunali e delle nascenti monarchie nazionali. Però la loro metodologia e i principi cui  erano ispirati influenzarono profondamente anche l’ordinamento interno della Chiesa, che proprio agli inizi del XII secolo  dopo i primi  tentativi di raccolte canoniche di Burchardo di Worms, Deusdedit e  Ivo di Chartres   definisce il proprio diritto autonomo, sancito nel 1139 dal cosiddetto Decretum di Graziano. La fioritura di una  vasta letteratura “canonistica che riprende gli stessi metodi esegetici  delle scuole giuridiche laiche contribuisce poi, naturalmente, alla trasformazione della cultura delle scuole ecclesiastiche, sempre più permeata da atteggiamenti e motivi “profani e da nozioni tecniche di  squisito carattere grammaticale e logico. Adottando il metodo di esposizione dialettica, tipico delle scuole giuridiche laiche, anche i canonisti  debbono acquistare e sviluppare una problematica concettuale, fondata  sui testi aristotelici, e, certo, ancor più avanzata di quella già affrontata  da Anselmo di Besate e dallo stesso Berengario.   Allo sviluppo degli studi giuridici e di quelli medici, sollecitati  dal crescente afflusso di testi greco-arabi, corrisponde quindi assai  presto anche la tendenza della speculazione teologica a organizzarsi  definitivamente secondo metodi espositivi e critici non molto lontani  da quelli invalsi nell’insegnamento giuridico e, quindi, un crescente uso delle tecniche razionali applicate, spesso, con una precisa consapevolezza delle loro implicazioni speculative. Non solo; ma la discussione dei più grandi temi teologici implica subito anche la trattazione  delle dottrine schiettamente filosofiche che hanno una stretta attinenza con tali argomenti, e, quindi, una più chiara coscienza dei gravi  problemi che sorgono dal rapporto tra teologia e filosofia, o, per meglio dire, tra l'accettazione di una serie di postulati dogmatici e una  analisi della realtà condotta sulla linea della filosofia classica, rappresentata soprattutto dalle sue componenti platoniche. La cultura delle più importanti scuole cattedrali  che sono i  centri principali della rinascita filosofica  è, non a caso, caratterizzata da una larga familiarità con quei testi cui è affidata in Occidente la sopravvivenza della tradizione platonica e neoplatonica,  nonché dalla conoscenza sempre più vasta e approfondita dell’Organon aristotelico. Ma accanto a questi documenti di schietto carattere  filosofico, gli scolastici di Chartres o di Parigi pongono anche le  grandi reliquie letterarie della civiltà romana, ammirano la castità  dei puri modelli ciceroniani e si sforzano di imitare quella forma di  eleganza e di stile che è fissata dalla tradizione retorica classica.   Lettori nostalgici di Virgilio e di Stazio, di Ovidio e di Lucano,  ammiratori di Seneca e di Cicerone, essi difendono contro i rigidi riformatori certosini il valore di una formazione letteraria ed umanistica  che perfeziona e porta alla sua massima fioritura i caratteri più validi  della cultura di origine carolingia. Ma il loro amore per gli exempla  degli antichi, il loro entusiasmo per l’eloquentia, anzi il miele soavissimo, che sgorga dalle pagine di Cicerone o di Seneca, o per la  poesia di Ovidio, è certo cosa ben più seria e profonda che la fredda  imitazione di modelli retorici o la ripetizione di vecchi moduli letterari mai dimenticati dalla cultura scolastica occidentale.  I chierici del XII secolo che vivono nell’ambiente fecondo e vitale della città, a contatto con il corso tumultuoso degli eventi politici,  delle passioni di parte e delle contese ecclesiastiche e sociali, ritrovano  infatti in quegli scrittori esempi e forme di umanità che sembrano  esattamente celate nelle vicende di una società e di una cultura pur  cosi lontana e diversa. Ecco perché uno scolastico  come Bernardo di Chartres  può porre a fondamento di tutti gli studi la  lettura e lo studio devoto degli antichi che non minaccia o contamina  affatto la purezza della fede; ed ecco perché in tutti gli ambienti di  alta cultura, da Parigi a Chartres, da Orléans a Reims, la ricerca teologica e filosofica si accompagna cosf spesso all’insistente richiamo  alla lezione dei classici, esaltata talvolta con accenti cosi eloquenti da  indurre taluni studiosi a supporre addirittura una ipotetica continuità  storica tra la cultura del XII secolo e l’umanesimo rinascimentale.   Non è questa l’occasione per discutere l’ipotesi filosofico-storiografica di un’unica tradizione umanistica che dall’età carolingia e dal  rinascimento del XII secolo si spingerebbe fino all’umanesimo cristiano del Quattrocento, interrotta, ma non spenta, da secoli di  barbarie ritornata e dalla deviazione scientifica e arabizzante del  XIII secolo. Né si può, tanto meno, illustrare le complesse componenti  ideologiche e confessionali che hanno ispirato questo atteggiamento  cosf poco rispettoso della verità oggettiva dei processi storici. Ma neppure l’alto grado di gusto letterario e di spirito umanistico, che riconosciamo nei versi di Ildeberto di Lavardin, o nella spregiudicata  coerenza etica delle lettere di Abelardo e di Eloisa, può ingannare  sull’effettivo carattere di una cultura che rimane pur sempre nell’ambito della vita e della tradizione medioevale; ed alla quale manca proprio quella essenziale componente storica e critica che sarà tipica dell’umanesimo quattrocentesco. Che i dotti del XII secolo conoscano perfettamente i grandi scrittori latini e li leggano con assiduità ed amore; che uomini come Guglielmo di Conches, Abelardo e Giovanni di Salisbury, abbiano interessi filosofici e atteggiamenti dottrinali di cui stupisce la libera spregiudicatezza, sono verità indubbie ormai ben accertate dalla comune  esperienza degli studiosi. E certamente, chi pensi alla eccezionale fioritura letteraria del XII secolo, che ha in Francia la sua più alta  espressione, non può negare la presenza di una vocazione classica che  ispira tanto i Romans che i Fabliaux o i grandi poemi didascalici, quanto  le grandi cosmologie chartriane. Eppure, quando si approfondisce bene  il significato dello stretto rapporto che sembra unire taluni ambienti  o personalità di questa cultura alle loro fonti antiche e, in generale,  al mondo classico, non è difficile intendere che la classicità del XII  secolo è in sostanza un prolungamento o addirittura il raffinato esaurimento della civiltà antica. E il classicismo dei letterati o dei poeti  del XII secolo ci appare piuttosto come la nostalgia di un passato di  cui si avverte il fatale decadimento piuttosto che l’inizio di un nuovo  modo di sentire e di vivere.   Ciò non toglie, naturalmente, che la cultura di questo secolo  segni un grande e fecondo progresso nei confronti dei secoli precedenti, e rappresenti il frutto di una società in movimento, che muove verso una crescente espansione economica e civile. Questo carattere è  del resto confermato, forse, più che dalla rinascita letteraria e poetica  del secolo, dal forte interesse per tutte le nuove forme di sapere, cosi  vivo in tutti gli ambienti più avanzati intellettualmente. L'eleganza  letteraria, la formazione umanistica e la dottrina teologale non contrastano, in molti pensatori del tempo, con un vivace spirito naturalistico che si nutre spesso degli apporti decisivi delle scienze grecoarabe rientrate adesso nel circolo della cultura occidentale. I maestri  di Chartres, educati dal gusto raffinato di un insigne grammatico come Bernardo, non esitano infatti a dare al loro platonismo un’impronta schiettamente cosmologica e inserire nel loro contesto dottrinale le novità filosofiche che vengono dai centri della Spagna o della Sicilia ove si traducono i testi arabi. È certo significativo che numerosi testi scientifici e filosofici tradotti in latino siano subito largamente usati  nelle scuole francesi più importanti e assorbiti nell’ambito di una cultura che si fonda tuttavia sulle costanti della tradizione platonica e  della riflessione agostiniana. La fortuna delle traduzioni di Adelardo  di Bath (che, venuto a contatto con la cultura araba attraverso l’Italia  meridionale e la Sicilia, fa conoscere in Occidente numerosi testi arabi  di astronomia, di ottica, di aritmetica e di trigonometria) e di Ermanno  il Dalmatico, autore tra l’altro della versione del Plarisfero di Tolomeo; la rapida diffusione delle versioni affrontate dalle scuole di Toledo negli ultimi decenni del secolo, offrono una precisa testimonianza  degli interessi e delle tendenze che cominciano già a profilarsi nell’ambiente scolastico e del nuovo corso che viene assumendo lo svolgimento  del pensiero medioevale. L’importanza che ebbero le varie scuole e il loro rapporto con i  successivi sviluppi della cultura medioevale saranno esaminati particolarmente nelle pagine seguenti. Ma, per meglio definire e limitare  il carattere della rinascita, sarà bene osservare che  essa ebbe il suo centro in un’area geografica ben delimitata che comprende principalmente le città dell’Italia settentrionale, le città del  centro e dell’ovest della Francia, alcune sedi episcopali inglesi e spagnole e la corte normanna in Sicilia. Però, lo sviluppo della vita intellettuale fu diverso secondo i vari ambienti; se la cultura delle città  italiane fu eminentemente giuridica e medica, le scuole cattedrali di Chartres e di Orléans furono invece i centri della rinascita letteraria  e filosofica, Reims e Laon ebbero piuttosto una solida tradizione scientifica, mentre le scuole parigine assunsero fin dall’inizio una precisa  caratterizzazione teologico-filosofica.   Alla testa di questo movimento sono poi (e con la sola eccezione  delle scuole giuridiche e mediche) ancora uomini di chiesa, formatisi  nelle scuole cattedrali e spesso, a loro volta, maestri e cancellieri di  queste stesse istituzioni. Non a caso, alcuni tra i più interessanti scrittori del XII secolo sono dei vescovi, come Ildeberto di Lavardin (scolastico di Tours), Gilberto de la Porrée (maestro a Poitiers), Pietro  Lombardo (uno degli iniziatori della tradizione scolastica parigina) e  Giovanni di Salisbury (vescovo della stessa sede di Chartres ove si  era formato), oppure dei canonisti come Ugo di Orléans, mentre altri  provengono direttamente dalle scuole cattedrali francesi come Roberto  di Melun, Guglielmo di Conches e Bernardo Silvestre. Né è diversa  la situazione in Inghilterra, ove le muove esperienze intellettuali si  svolgeranno appunto nella maggiore sede vescovile, a Canterbury. Qui  avrà la sua prima formazione uno squisito letterato e acuto filosofo  come Giovanni di Salisbury. Qui un gruppo di giuristi e canonisti di  origine italiana darà un impulso eccezionale agli studi giuridici. E  sempre a Canterbury Tomaso Becket, arcivescovo e cancelliere d’Inghilterra, curerà la formazione di una dotta élite ecclesiastica, parimenti educata alla dottrina teologica ed alla pratica delle arti liberali.   Ben presto anche le città spagnole riconquistate ai mussulmani,  vedranno sorgere e prosperare scuole cattedrali non dissimili da quelle  francesi e inglesi che, soprattutto a Barcellona c a Toledo, saranno il  tramite diretto tra la cultura latina dell'Occidente e la grande esperienza della civiltà classica. Proprio il vescovo di Toledo, Raimondo,  provvederà infatti a istituire quel collegio di traduttori donde usciranno tra la fine del XII e gli inizi del XIII secolo le fortunate versioni  di tanti testi arabi ed ebraici.   Queste scuole e istituzioni ecclesiastiche, di cui abbiamo parlato,  eserciteranno, dunque, una funzione dominante nella cosiddetta rinascita del XII secolo. Ma accanto ad esse, e spesso anzi in potenziale  concorrenza, si sviluppano altri centri di attività intellettualé posti  sotto il patrocinio di sovrani e di altre autorità laiche. Già abbiamo  accennato alle scuole giuridiche e mediche italiane di carattere laico che. godono o della protezione dell’Imperatore, o dei Comuni, o  dei sovrani normanni di Sicilia. Anche le corti francese e anglonormanna, che tendono però già a trasformarsi in organismi politici e am120    C..ratteri, tendenze ed ambiente storico della cultura del XH secolo    ministrativi, attraggono spesso intellettuali ecclesiastici e laici, assurti  talvolta ad alte funzioni; e lo stesso accade anche nelle brillanti corti  della Francia meridionale, dei Pirenei francesi e dell’Aquitania, o  nella corte di Palermo, che gareggia con le scuole episcopali spagnole  nella rapida assimilazione della cultura araba e bizantina. Proprio a  Palermo, durante il felice regno di Ruggero II, l’incontro  tra gli influssi arabi e bizantini e i motivi tradizionali della cultura  filosofica occidentale e della tradizione medica meridionale sarà anzi  particolarmente fecondo. Scienziati arabi, come al-Idrisi, il maggiore  geografo mussulmano, vivono alla corte del sovrano normanno, insieme a traduttori e studiosi di dottrine filosofiche come il vescovo  Enrico Aristippo di Catania (autore delle notissime traduzioni del Fedone e del Menone [t 1162]) e l'ammiraglio Eugenio di Palermo, o a  dotti medici e astrologhi attratti dalle munificenze del sovrano normanno. Alla fine del secolo, la cultura della corte siciliana sarà certo tra  le pifi avanzate e moderne di tutt'Europa; pochi decenni dopo, durante  il regno di Federico II, la magna curia palermitana costituirà un grande centro di attrazione per i dotti di ogni parte di Europa, e avrà  parte notevolissima nella diffusione dell’opera di Averroè e di altri  grandi maestri mussulmani.   La crescente influenza di vari centri intellettuali ecclesiastici e  laici, la raffinatezza e la civile misura delle principali corti vescovili  o signorili, cosî contrastanti con la povertà e la rozzezza del X secolo  o della prima metà dell’XI, non costituiscono però un fenomeno isolato o caratteristico soltanto di alcuni ambienti di particolare prestigio  religioso o civile. L'incremento costante dell’attività economica, la  minore incidenza delle antiche barriere geografiche e politiche sugli  scambi e sui rapporti umani, favoriscono infatti una più rapida circolazione delle idee e più feconde relazioni tra le diverse regioni dell'Europa occidentale.   Lungo i grandi itinerari commerciali continuamente battuti dai  mercanti, lungo le strade percorse dai pellegrini che accorrono ai grandi santuari di Francia e di Spagna o a venerare la tomba di S. Pietro,  fluisce anche il rapido corso delle nuove dottrine che raggiunge spesso,  con impressionante rapidità, anche gli ambienti più lontani e diversi.  Come viaggiano mercanti e pellegrini, che riportano in patria l’ammirato ricordo delle città e delle scuole ove è più viva l’attività intellettuale, cosî si muovono anche i maestri e gli uomini di cultura spesso  presenti, a breve distanza di tempo, nei maggiori centri scolastici della  Francia, dell’Inghilterra e dell’Italia; e con loro circolano i codici copiati da abili scrivani che giungono anche. nelle pit lontane contrade dell’Europa e si diffondono ovunque è vivo l’interesse per le  nuove esperienze intellettuali. Rompendo l’isolamento in cui era caduta nel lungo periodo dell’anarchia feudale, la società medioevale si  avvia cosi a ricostruire un solido tessuto di istituzioni e organismi di  cultura, ancora dominato dall’egemonia della Chiesa, ma già aperto  a nuove prospettive filosofiche e scientifiche. Nel rapido fiorire della  civiltà comunale, mentre sorgono le grandi cattedrali romaniche di  Francia, delle Fiandre e d’Italia, i broletti cittadini e gli Studia, anche la vita intellettuale partecipa del nuovo corso storico e collabora ad  immettere nella rinascente civiltà europea forze ed energie rimaste finora soffocate dalle rigide strutture feudali. Tra i centri di studi filosofici, già fioriti nella prima metà dell’XI  secolo, il più interessante e fecondo fu indubbiamente la scuola cattedrale di Chartres, vicina a Parigi. La sua fama risaliva già al tempo del vescovo Fulberto che vi  aveva insegnato tra la fine del X e l’inizio dell’XI secolo, e che non  solo aveva dato grande impulso allo studio delle arti del trivio, ma  anche alla pratica del quadrivio studiato sulla scorta delle traduzioni di Costantino Africano. Più tardi, durante l’episcopato di Ivo,  il prestigio della scuola era stato accresciuto dall’autorità e dalla dottrina di questo vescovo; ma il predominio di Chartres nella cultura  teologica e filosofica della prima metà del secolo fu stabilito dall’eccezionale personalità del bretone Bernardo, cancelliere della cattedrale,  che v'insegnò. Il fatto che non  possediamo delle opere di sicura attribuzione rende certo difficile un  esatto apprezzamento dei suoi metodi pedagogici e della sua formazione culturale; ma Giovanni di Salisbury che lo considerava Ia pit  ricca fonte di cultura letteraria dei nostri tempi ci ha lasciato una  descrizione quanto mai eloquente della personalità di Bernardo e della sua particolare professione scolastica. Professore di retorica, ispirato dalla tradizione di Cicerone e di Quintiliano, egli insegnava a  Chartres le figure grammaticali, i colori retorici, i cavilli dialettici, e, insieme, esaltava le bellezze e l'ordine del discorso che derivano o dalla proprietà (che si dà quando l’aggettivo o il verbu sono  uniti elegantemente al sostantivo) o dalle metafore per cui una parola  può essere traslata ad un altro significato. Questo insegnamento uma:  nistico e letterario non era però condotto da Bernardo in modo pedante e frusto: ché anzi egli formava il gusto degli scolari presentando  l'esempio dei poeti e degli oratori classici; incitandoli a leggere e meditare le pagine pit esemplari dell’antichità. Tuttavia la sua ammirazione per gli antichi non disconosceva neppure il valore dei moderni  che hanno il privilegio di conoscere piu cose e pid lontane, proprio  perché, come nani assisi sulle spalle dei giganti, possono valersi sia  delle loro nuove esperienze che dell’insegnamento degli antichi.  Platonico in filosofia  anche se è certo che conoscesse ben poco  della genuina tradizione platonica  Bernardo accettava i temi tradi- zionali del Timeo e del commento di Calcidio; e cosf distingueva  nettamente la materia (Ayle) dall'idea che considerava come coincidente  assolutamente con l’essere. La materia era quindi per lui un elemento  secondario, creato da-Dio per imprimervi il suggello delle proprie idee  eterne, e pertanto assolutamente non coevo all’eternità divina. Di  conseguenza Bernardo distingueva anche le idee presenti nella mente  di Dio come pure forme, dalle idee presenti nelle cose e immanenti  alla materia come riflesso e ombre della suprema verità. Queste idee  erano solo l’intermediario tra Dio e il mondo, tra la perfezione della  ragione eterna e la confusa molteplicità della natura contingente e  mortale. Il platonismo di Bernardo, probabilmente ancora assai sommario e generico, fondato su dottrine e idee già espresse con ben maggiore vigore dallo Scoto Eriugena, influenzò tutto lo svolgimento della  scuola che mantenne sempre nei suoi maggiori esponenti la linea umanistica e platonica. Ma nell’insegnamento di Bernardo questa posizione filosofica era però connessa allo studio della dialettica e della grammatica,  due discipline che avevano in comune il problema del significato del  nome e del verbo e della natura della posizione. Ora sebbene fosse  lontano dal considerare la grammatica come un semplice ramo della  logica e s’ispirasse piuttosto alla distinzione posta da Quintiliano tra  grammatica e dialettica, Bernardo non esitava ad attribuire un significato filosofico anche alle questioni grammaticali. Da buon lettore di Macrobio e di BOEZIO aderiva ad una concezione strettamente platonica dei termini di specie e di genere, considerati come pure idee,  mentre affermava che la natura degli individui non merita, neppure  grammaticalmente, di essere designata da nomi sostantivi. Perciò, nel  trattare, sulle tracce di Prisciano, il problema squisitamente grammaticale della derivazione dei vari nomi da una radice comune, Bernardo  affermava che tutti i derivati significano in primo luogo ciò che  significa la loro radice, sia pure sotto relazioni e accidenti diversi.  Sicché il rapporto tra il nome primitivo e il derivato si risolveva in  una specie di partecipazione ideale sostanzialmente analoga a quella  posta dai platonici tra le idee e le loro determinazioni individuali, Il maestro che continuò l'insegnamento di Bernardo succedendogli nel cancellierato fu Gilberto de la Porrée che, più tardi, passò alla scuola di Parigi influendo largamente sul suo sviluppo. Difensore anch’egli dell'importanza formativa degli studi letterari, contro  la polemica dei riformatori certosini ostili alla diffusione del sapere profano, Gilberto fu uno dei suoi maggiori promotori della cultura filosofica della prima metà del secolo. E fu per suo merito che il platonismo ancora generico di Bernardo di Chartres si trasformò in una coerente dottrina gnoseologica e metafisica. La sua opera filosofica e teologica consiste principalmente in alcuni importanti commenti agli scritti teologici di Boezio ma il suo nome fu legato per tutto il Medioevo all’eccezionale fortuna di un breve commento delle categorie di Aristotele, il Lider sex principiorum, che fu iscritto nel programma della Facoltà delle arti e studiato insieme ai testi di Aristotele, di Boezio e di  Porfirio. Questo scritto  che con ogni probabilità non è opera di  Gilberto è comunque un documento tra i più interessanti del pensiero logico e, in particolare, delle tendenze platoniche  che esprime con notevole chiarezza. Muovendo dalla distinzione delle  categorie stabilite da Aristotele, l’autore del Liber le divide in due  gruppi, l’uno comprendente la sostanza e la qualità, la quantità e la  relazione che sono i suoi necessari attributi, e l’altro comprendente  invece le ultime sei categorie (luogo, tempo, situazione, possesso, azione, passione), e mentre attribuisce alle categorie del primo gruppo la  funzione di forme inerenti considera le altre come semplici forme assistenti o accessorie. Ora è chiaro che tale distinzione stabilisce  in realtà una vera e propria gerarchia metafisica delle categorie che  muovendo dal supremo predicamento della sostanza e dalle altre  categorie ad essa inerenti discende poi di grado in grado per concludersi con la categoria più intrinseca alla sostanza. Ma è appunto in  funzione di questo ordinamento che il Liber può risolvere in senso  perfettamente platonico e realistico la dottrina aristotelica delle categorie, concepite adesso non tanto come distinzioni logiche, naturalmente distinte ma equivalenti in quanto termini della predicazione,  quanto piuttosto come entità metafisiche corrispondenti alla struttura  ideale dell’Essere. Non deve quindi meravigliare che il platonismo del Liber avesse  delle dirette incidenze anche nell’ambito della riflessione teologica; ed  è stato giustamente rilevato che l’inclusione della categoria della relazione tra le forme inerenti alimentò una lunga discussione sul significato metafisico di questo concetto sempre connessa al problema  teologico del rapporto tra le persone trinitarie. Se il Liber non è certamente opera di Gilberto, i suoi commenti  agli opuscoli teologici di Boezio bastano però ad assicurargli un posto  di primo piano tra i maestri di Chartres. In questi scritti Gilberto  pone infatti una netta distinzione tra la sostanza intesa come l’individuo esistente in atto con le sue qualità peculiari, e la sussistenza  che è invece la proprietà o essenza universale considerata in sé, indipendentemente dagli accidenti; sicché ogni individuo risulta dall’unione della propria sussistenza, senza la quale non potrebbe mai essere  se stesso, con quegli accidenti che gli assicurano la propria determinata concretezza. Mentre i generi e le specie sono pure sussistenze,  prive come tali di una realtà sostanziale e di determinazioni accidentali, gli individui sono pertanto dei composti la cui sostanza deve  necessariamente sottostare (sub-stare) a un certo numero di accidenti.   Una tale concezione implica, naturalmente, che all’origine di ogni  realtà siano delle idee o forme sostanziali pure (substantiae sincerae),  archetipi la cui realtà è indipendente dall’esistenza delle singole cose materiali e sensibili. Però Gilberto chiarisce subito che queste pure idee non si uniscono direttamente alla materia per creare gli individui, ma che da esse derivano delle forme distinte e separate le quali sono semplicemente copie (exempla) delle idee divine. Tali forme  nativae  unendosi alla materia danno appuato luogo alle sostanze individuali; considerate in se stesse, nella loro conformità all’idea divina  sono invece principi universali e costituiscono il fondamento dell’unità delle specie e dei generi. Per questo la mente umana può giungere  a comprendere per astrazione quelle forme nazivae che sono presenti ed  unite intrinsecamente agli accidenti nei singoli individui; il movimento  del pensiero dal particolare all’universale consiste appunto nel considerare la forma nell’individuo, nel confrontarla con le altre che le sono simili, nel raccoglierle in un unico gruppo o collectio e nel giungere, cosi, alla comprensione delle pure sussistenze (le specie). Naturalmente questo processo compiuto all’interno della specie può essere ripetuto per risalire dalle varie specie al genere comune e di qui  alla visione dei modelli ideali che esistono eternamente nella mente  divina.   Che una simile dottrina rappresenti il trionfo del pit classico  realismo platonico è cosa evidente. Ma Gilberto accentua ancor pit  questo carattere della sua filosofia quando affronta il problema del rapporto tra Dio e le creature che già lo stesso Boezio aveva definito in    La scuola di Chartres    un senso schiettamente platonico. Il maestro di Chartres respinge infatti la spiegazione tradizionale che faceva direttamente dipendere da  Dio l’esistenza e la realtà di tutti gli esseri creati, per porre tra Dio e  le cose concrete e individuali gli intermediari metafisici delle forme  o essenze. Ciò per cui esiste ogni singolo individuo corporeo è l’essenza universale della corporeità, cosi come la ragione immediata d’esistere di ogni uomo è data dalla sua comune Aumanitas: il che significa,  secondo i termini boeziani ripresi da Gilberto, che ogni realtà individuale è determinata ad essere ciò che è (14 quod est) da quel principio  universale (gwo est) per cui essa possizde la propria realtà.   La funzione determinante di questo principio nella costituzione  dell’essere è quindi tale che si può ben dire che il quo est è l’essere  (esse) stesso di ciò che esiste; ed anzi la verità di questa tesi è dimostrata dalla stessa natura dell’essere divino assolutamente semplice in  cui l’id quod est e il quo est coincidono necessariamente. Negli altri  individui composti ha luogo invece sempre la composizione dei due  termini e quindi in certo senso una imperfetta e limitata realizzazione  del principio universale. Cosi un individuo non è mai interamente  ciò che è, proprio perché il fatto di essere composto di un corpo e di  un’anima che è la forma, gli impedisce di identificarsi pienamente con  questa stessa forma universale che pure gli attribuisce il suo essere. La natura radicalmente platonica di questa concezione non ha  certo bisogno di essere sottolineata. Né occorre notare che essa dà luogo a una dottrina dell’essere per cui Dio, realtà essenziale per eccellenza (essentia), da cui trae la propria essenza ogni altro essere determinato, diviene in effetti l’essere e la forma di tutte le creature. La sua  attività creatrice consiste quindi sostanzialmente nel produrre le forme  o esse delle cose particolari ad immagine e somiglianza delle Idee  divine eternamente presenti nella sua mente. E, quindi, questa forma  generica o essenza determina la connessione di una certa materia con  la sua forma particolare, generando cosi l’individualità concreta. In  tal modo l’essenza divina sembra comunicarsi di grado in grado alle  altre creature alle quali conferisce l’essere mediante la loro propria essenza generica; mentre d’altra parte, i singoli individui costituiti nell’essere dall’essenza o forma che li fa esistere giungono tutti a partecipare dell’essere (o generalissima subsistentia) attraverso una trama di  essenze e di forme (com: ad esempio la corporeità e umanità) il  cui fondamento riposa in ultima analisi sulla perfezione immutabile  dell’essere divino.   Questa meditazione sull’essere di schietta misura platonica ha poi    naturalmente dei riflessi immediati e diretti anche sulla dottrina teologica di Gilberto. È vero che egli definisce Dio come una realtà essenziale assoluta, semplice e indistinguibile in cui la diviritas si identifica con l’essertia. Ma la fedeltà ai suoi presupposti dottrinali lo induce a ripetere spesso che ciò che Dio è (id quod est Deus), è Dio a  causa del proprio quo est (la divinitas). Ecco perché Gilberto fu cosi duramente attaccato da Bernardo di  Clairvaux e accusato di sostenere tesi pericolose ed erronee; ma dinanzi al concilio di Reims egli seppe abilmente difendere la sua dottrina, negando che la distinzione metafisica tra substantia e subsistentia potesse valere anche sul piano teologico. Del resto, nonostante le  accuse e le polemiche i temi centrali della sua speculazione, derivati  per originale elaborazione da Boezio, Dionigi, e lo Scoto Eriugena si  ritroveranno in scrittori del XII secolo; si da formare una vera e propria scuola teologica che, sull’inizio del XIII, s’incontrerà poi facilmente con gli esiti platonici dell’avicennismo latino (Liber de diversitate  naturae et personae; Sententiae divinitatis, ecc.). Se Gilberto Porrettano indirizza il platonismo di Chartres verso  uno sviluppo schiettamente speculativo e teologico, ‘Teodorico fratello  minore di Bernardo (t 1154 ca.) riprese invece dall’insegnamento del fratello il culto degli studi letterari e l’interesse per le arti del quadrivio.  Il suo Heptateuchon, prezioso documento sull’insegnamento e la vita  culturale di Chartres, è un’illuminante testimonianza sulle conoscenze e  gli interessi di un intellettuale del XII secolo che divide la sua attenzione tra la lettura dei classici e lo studio delle scienze della natura condotte non solo sulle fonti ormai tradizionali ma anche sui nuovi materiali greci e arabi. Cosi per l’insegnamento grammaticale Teodorico si giova dei classici manuali di Donato e di Prisciano, per lo studio  della logica ricorre a Boezio ed ai testi aristotelici (ivi compresi i Primi  Analitici, i Topici e gli Elenchi sofistici) mentre svolge le sue lezioni di  retorica sulla scorta di Cicerone e di Marciano Capella. Ma più interessante è l’elenco degli autori di cui si serve per l’insegnamento delle  arti del quadrivio, elenco che comprende i nomi di Boezio, di Marciano Capella, di Isidoro, di Columella, di Gerberto di Aurillac e di Igino, considerati gli autori più accreditati nei campi dell’aritmetica, della geometria, dell’astronomia e della musica. E non basta; Teodorico conosce già anche le traduzioni di alcuni testi astronomici greci ed arabi, come prova, tra l’altro, la dedica a suo nome della versione del  Planispherum di Tolomeo, compiuta dal suo discepolo Ermanno il Dalmata.   Questi interessi scientifici, perfettamente accordati cogli ideali umanisti dell'ambiente chartriano risultano ancor pit evidenti nell’altra opera maggiore di Teodorico l’Hexaemeron o De septem diebus et sex operum distinctione, un commento alla narrazione della Genesi condotto principalmente sulla linea delle dottrine platoniche del Timeo,  ma con probabile riferimento anche ad altri testi di origine medioevale come il De compositione mundi dello Pseudo-Beda. Qui, lasciando da parte l’interpretazione allegorica del testo biblico, Teodorico si  propone di svolgere un commento secundum physicam e ad litteram,  cioè d’interpretare in modo razionale e sulla base delle nozioni fisiche del suo tempo, le cause da cui il mondo trae l'essere e l'ordine  dei tempi in cui fu creato e ordinato. Perciò, convinto che l’universo  presenti un ordine perfettamente logico e struttura matematica, si sforza di riconoscere un’intima necessità in tutti gli aspetti della fabbrica mondana e di considerarli come le parti indispensabili di un grande meccanismo formato con la massima perfezione.   Nell’ordine di produzione della realtà, egli riconosce una causa  efficiente che è Dio stesso, una causa formale (la saggezza divina) che  determina le essenze o le forme, una causa finale (la bontà divina) verso  cui tende tutta la creazione, e una causa materiale che è invece costituita dai quattro elementi tradizionali creati primamente da Dio. Ma  posti cosi questi principi, Teodorico tende però a spiegare la formazione della natura e delle sue parti ricorrendo a considerazioni matematiche ed all’analisi interna dei singoli movimenti che permettono il  rapido passaggio tra le particelle elementari. Tali particelle non sono  concepite come dotate di qualità fisse e neppure come poste in luoghi  fissi; ché anzi tutti gli elementi sono sottoposti ad una sorta di reciproca compenetrazione, si che la terra può passare, ad esempio, dallo  stato di solidità a quelli di liquefazione e di combustione. D’altra  parte, anche le qualità fondamentali come la durezza o la leggerezza  proprie dei singoli elementi sono soltanto il risultato del movimento  generale degli altri elementi che preme da ogni parte l’acqua e la terra. Quindi egli può spiegare la creazione biblica della terra e del cielo,  semplicemente come la produzione delle particelle elementari mobili, il  cui movimento richiede appunto l’esistenza di un centro immobile (la  terra) attorno al quale rotano le particelle dell’aria e del fuoco. L'importanza storica di tale concezione fisica  che il Gilson, forzandone il significato, ha avvicinato addirittura alle dottrine dei fisici  parigini del XIV secolo  consiste principalmente nel tentativo di  spiegare le trasposizioni interne e le relazioni reciproche degli elementi con un’analisi schiettamente fisica e meccanica che ha i suoi  fondamenti nel commento al Timeo di Calcidio. Ma questo atteggiamento (che è perfettamente coerente con la mentalità matematizzante propria del platonismo chartriano) è ancor più interessante se si pensa che Teodorico, ignorando la Fisica di Aristotele e le sue teorie del  movimento, avanza già la teoria dell’impetus, come spiegazione naturale dei processi di moto e cosi adombra un'ipotesi fisica destinata a  lunghi sviluppi nella storia della tarda scolastica. Sarebbe certo assai ‘interessante seguire Teodorico nello svolgimento particolareggiato della sua cosmologia platonica. Ma più che la  lunga descrizione del modo in cui ha creato successivamente tutte le  forme e i momenti della natura (e, in particolare, l’armonia perfetta  degli astri e del firmamento) gioverà osservare che nell’Hexaemeron, anche l’esistenza di Dio e la sua relazione e distinzione dal mondo, viene dimostrata con un procedimento argomentativo di schietto impianto  matematico che implica a sua volta la credenza in un ordine pitagorico dell’universo. Come aveva già fatto Scoto Eriugena, anche Teodorico afferma infatti che Dio è unità e che tale unità è la forma essendi di tutto ciò che esiste. Sicché si può ben dire che tutte le cose  sono in Dio perché Egli ne è la forma essenziale e l’unico fondamento.   Ciò non significa però che Dio sia presente nella materia di ogni  essere, ma bensi che la presenza della divinità in tutte le creature è  il loro essere totale ed unico si che la stessa natura deve la sua esistenza alla presenza della divinità» Ma se è vero che il mondo delle  creature si presenta all’esperienza umana come il regno della molteplicità e del divenire, laddove Dio è invece l’unità immobile e immutabile, non sarà difficile comprendere che il molteplice e il mutabile presuppongono sempre l’unità e che, al di là di ogni distinzione o  mutamento, deve sempre esistere l’uno immutabile. Come la serie dei  numeri presuppone sempre l’unità da cui deriva, cosî l’universo trae  origine in ogni sua molteplice manifestazione dalla semplice unità divina; e tutte le unità di cui è composto non sono che partecipazioni  alla vera unità, la cui esistenza è anzi determinata proprio dal grado  e dalla continuità di questa partecipazione. Per questo i teologi insistono sempre sull’unità essenziale di Dio, pur distinguendo in questa unità la diversità delle persone; e difatti lo st:sso termine perso  na vuole appunto indicare che l’unità di Dio permane sempre identica sia nel generante (Padre) che nel g nerato (Verbo). Anche i filosofi pagani, che definiscono Dio come Pensiero, Provvidenza o Saggezza hanno sempre considerato questi caratteri come det.rminazioni  dell’Uno, sussistenti e presenti entro l’unità divina. Né sarebbe possibile intendere o pensar: Dio prescindendo dal principio dell’unità che  ne costituisce il carattere dominante e consustanziale.   Ecco perché Teodorico, pur tenendo fermo alla distinzione cristiana tra Dio e il mondo e sforzandosi anzi di evitare ogni accento  panteistico, accetta il principio neoplatonico della generazione della  unità dall’altra unità e lo applica anche in campo teologico secondo il  principio della processione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.  Non solo: il filosofo chartriano non esita ad identificare la terza persona trinitaria con l’anima del mondo platonica, concepita come principio formatore ed agente che dà ordine e disposizione alla materia  creata. L’influ:nza di queste dottrine filosofiche e teologiche, sostenute  da un notevole corredo di nozioni matematiche, fisiche ed astronomiche, è assai larga e duratura anche al di là dell'ambiente di Chartres  o delle correnti platoniche ancora dominanti nel XII secolo. Né si deve  dimenticare che la loro diffusione contribuisce a creare quel particolare  humus filosofico cui si deve la particolare fortuna del Liber de causis e  quindi il rifuire di alcuni dei più tipici motivi neoplatonici, nella cultura filosofica dell’Occidente. La tendenza ad accordare in un unico contesto intellettuale la tra‘ dizione ntoplatonica e i nuovi interessi scientifici, lo studio dei classici e l’interpretazione filosofica del testo biblico, è propria anche di  Bernardo Silvestre, uno scrittore e poeta legato evidentemente all’ambiente di Chartres. Nel suo poema De mundi universitate sive Megacosmus et microcosmus ritroviamo la stessa influenza dominante del  Timeo platonico e del commento di Calcidio, la stessa presenza di motivi tratti da Macrobio e dall’Asclepius e insomma le stesse predilezioni l:tterarie e filosofiche proprie dei maestri chartriani. Composto  sul modello tradizionale del De consolatione boeziano, scritto in distici elegiaci alternati a brevi passi di prosa, il De mundi universitate  si presenta come un lungo dialogo tra la Natura e la Provvidenza che  offre il pret:sto per narrare la formazione dell’universo e la sua costruzione secondo le norme e gli archetipi ideali della mente divina. Nel I  libro la Natura si lamenta con la Provvidenza per lo stato di caos e di confusa mescolanza in cui si trova la materia prima, e la prega di dare  ordine all’universo e di ordinarlo secondo misura e bellezza. La Provvidenza acconsente éd inizia a distinguere la materia nei quattro elementi e a disporli nell'ordine e nelle connessioni dovute. Dopo aver  eseguito questa prima opera la Provvidenza si rivolge alla Natura, le  celebra l’ordine e l'armonia che ha introdotto nelle cose, la perfezione  delle forme universali (libro II). Ma l’opera non è terminata; e difatti la Provvidenza promette di formare l’uomo come coronamento  e culmine dell’ordine mondano. Alla promessa segue l’adempimento;  cosi l’uomo viene formato con quanto resta d:i quattro elementi e costituito come sintesi (microcosmo) di tutta l’immane fabbrica dell'universo (macrocosmo) di cui ripete e raccoglie tutte le più alte perfezioni.   Questo tessuto poetico e dottrinale, in cui s'intrecciano i temi più  cari ai pensatori chartriani, le probabili reminiscenze di antichi motivi  ereticali e la diretta influenza degli scritti di Tolomeo e di Albumasar  (da poco noti agli occidentali) è però solo uno schema letterario particolarmente adatto per svolgere in forma allegorica una vasta concezione  cosmogonica, il cui carattere è ben espresso dalla figura del vecchio demiurgo Pantomorfo che forma e modella le creature naturali secondo  i terreni esempi delle idee. Poiché se da Dio emana il Logos che contiene in sé tutte le eterne forme delle cose, dal Logos procede a sua  volta l’Anima del mondo, principio plasmatore della materia mondana, alla quale imprime il suggello delle forme. Essa, agendo entro la  hyle informe, costituisce perennemente il cosmo nella sua armonia  razionale. Particolare e insieme universale, l’Anima mundi è il complesso delle cause seminali sempre presenti dal momento in cui è stato  generato il mondo. Per essa ogni cosa creata ha il suo giusto stato e  per sua opera l’armonia regna sovrana nella natura.   Di fronte alla perfezione archetipa delle forme e dell’anima ordinatrice sta però, nel grande quadro cosmologico del De wuriversitate  mundi, una materia puramente informe (4yle), condizione fondamentale dell’esistenza del cosmo. Questa informità primordiale, quest’orrida sylva caratterizzata dalla confusione e dal male, è concepita da  Bernardo con una singolare oscillazione che rivela, da un lato, l’esigenza di evitare una possibile conclusione dualistica, ma anche la persistenza di suggestioni e reminiscenze di antica ascendenza stoica. La  insistenza sul carattere negativo della materia, sulla sua irriducibile  malignità è infatti un aspetto particolarmente significativo del poema di Bernardo, anche se non mancano accanto a passi di netto sapore dualistico, altri testi che testimoniano lo sforzo di accordare l’idea  platonica di un non essere posto a fondamento dell’essere o l’immagine stoica del caos primordiale con Ja tradizionale nozione biblica della creazione ex mnihilo. Sono questi, del resto, atteggiamenti  facilmente comprensibili nell’ambito di una composizione poetica che  non mira tanto ad una salda unità dottrinale quanto all’uso fantasioso  di un ricco materiale filosofico suscettibile delle più lontane e diverse  interpretazioni. In realtà, il merito storico pit importante dell’opera di Bernardo Silvestre sembra consistere nella diffusione di motivi  destinati, con alterna fortuna, a comparire spesso nella cultura filosofica  medioevale e a fornire argomenti per le interpretazioni più lontane ed  avverse. Per questo, mentre v’è stato chi ha voluto avvicinare la concezione di Bernardo Silvestre a dottrine tipicamente dualistiche, come la  eresia amalriciana, altri, e particolarmente il Gilson, hanno invece forzato il significato del suo poema in un senso decisamente ortodosso. Né  stupisce che l’interpretazione degli storici sia spesso rimasta incerta  dinanzi all’aspetto bifronte di un poema che raccoglie nel suo ordito  vario e fantasioso i motivi e le idee più diffuse nella cultura filosofica  del suo tempo. Per il resto, l’opera di Bernardo è un documento assai interessante sulla diffusione di quelle dottrine astrologiche e geomantiche che gli  ambienti intellettuali dell'Occidente venivano rapidamente assimilando dai testi arabi. Un’operetta come il Mathematicus, tutta impostata  su di un tipico topos della tradizione astrologica, e la traduzione dello Experimentarius, trattatello g-omantico rielaborato da Bernardo, bastano a mostrare la larga familiarità di questo poeta con i tempi più  caratteristici della tradizione magico-astrologica. L’opera di Bernardo Silvestre rappresenta certamente un singolare tentativo di tradurre nel quadro allegorico di un mito cosmologico idee e dottrine che circolavano largamente nell’ambiente di Chartres. Ma chi dette a queste dottrine una formazione addirittura classica, destinata a influenzare durevolmente il pensiero, è il maestro Guglielmo di Conches, sulla cui filosofia giova soffermarsi con particolare attenzione. Discepolo di Bernardo di  Chartres e quindi maestro egli stesso per circa vent'anni, Guglielmo  fu anche un grammatico, lettore dei classici, e difese contro i cornificiani nemici delle l-ttere l'ideale chartriano di una cultura fondata sul costante colloquio con gli antichi e la raffinata conoscenza di tutte le “arti liberali. Autore tra l’altro di un Commento al Timeo di grande importanza filosofica e storica, di glosse alla Consolazio, e di scritti morali ispirati a CICERONE (vedasi) ed a Seneca, le sue opere principali furono però  la Philosophia mundi, una vasta enciclopedia filosofica e scientifica, c  il Dragmaticon Philosophiae in forma di dialogo col duca di Normandia, Goffredo Plantageneto, ove Guglielmo riespone soprattutto, sviluppandoli con grande ampiezza, i problemi fisici già discussi nella Philosovhia alla luce di opere conosciute già vent'anni prima dai maestri  dell'Occidente.   Gli studi più recenti sulla scuola di Chartres e il platonismo medioevale hanno giustamente attribuito un particolare valore a questi  scritti ed hanno posto in esatto rilievo la robusta e lucida ispirazione  scientifica e filosofica del loro autore che si fonda, naturalmente, sulla  tradizione del Timeo e del commento di Calcidio, ma mostra anche  una notevole conoscenza di altri filoni sp*culativi (ad esempio, la tradizione ermetica) e una evidente familiarità con le nuove dottrine  scientifiche di origine araba. Come filosofo e scienziato anche Guglielmo si sforza di perseguire l’accordo tra l’ispirazione platonica del  suo pensiero e il testo scritturale, e mira a rendere possibile una duplice coesistenza tra la rivelazione biblica e dottrine filosofiche e scientifiche che gli. vengono da tradizioni assai lontane e diverse. Ma sebbene nella sua concezione dell’universo domini la figura del Dio cristiano, la cui esistenza è proprio accertata dall’ordine e dalla perfetta  disposizione della natura, pure Guglielmo applica anche alla dottrina  della creazione, motivi dedotti sostanzialmente dal Timeo platonico. Cosi mentr: afferma, da un lato, che l’atto creatore di Dio ha direttamente prodotto la materia traendola dal nulla, le Idee, concepite  come causa formale dell’universo, rappr:sentano i modelli e gli archetipi eterni sui quali sono plasmate le singole cose sensibili. L’“anima  del mondo, che Guglielmo, nella PAslosophia, identifica anch’egli con  lo Spirito Santo, è quindi l’intermediario divino che traduce nella realtà l’ordine ideale, conducendo a perfezione l’opera mondana. Ma, a  diff:renza di Teodorico, Guglielmo non si limita solo a risolvere questo tipico motivo platonico e stoico nella trattazione del dogma trinitario (ed anzi nel Dragmaticon questa identificazione è chiaramente  ripudiata); bensi la presenta come una forza infusa intrinsecamente alla  natura, o, per usare le sue stesse parole, come il principio vitale “che    dà l'essere alle piante, la vita alle erbe ed agli alberi, il sentire agli  animali e la ragione agli uomini. È vero che tale principio è anche “la divina disposizione degli  clementi; ma il fatto che in Dio siano eternamente presenti l’archetipo della realtà e la precognizione di tutti gli eventi, non toglie  che nell’ordine mondano esista una disposizione o processo naturale  delle cose che se pur risponde all’eterno disegno divino, si svolge per  una intrinseca necessità razionale. Quest’ordine che coincide con l’opera  “industre dell'anima del mondo ha anzi una struttura schiettamente  matematica. Ed è naturale che Guglielmo voglia spiegare la formazione dell’universo ricorrendo a ipotesi matematiche e a procedimenti  meccanici e accettando, insieme alla teoria degli elementi primi, anche le  tesi atomistiche che erano state ripresentate in Occidente dalla traduzione di Costantino africano e di Adelardo di Bath.   Questo atteggiamento si riflette anche sulla sua concezione della  natura che riprende e svolge motivi già parzialmente presenti anche  nel pensiero di Teodorico. Tra questi il più interessante è certo la  caratteristica distinzione tra il momento della creazio mundi e quello  del perfezionamento o exornazio della “fabbrica mondana dovuto alle  tendenze intrinseche all’ordine naturale e ai principi immanenti alla  stessa natura. Perciò Guglielmo (i cui interessi scientifici sono testimoniati da una larga e significativa conoscenza delle principali opere e nozioni scientifiche note al suo tempo) dà particolare importanza alle arti  del “quadrivio che indagano la struttura e i processi della natura e ne  rivelano i fondamenti matematici e la costituzione atomistica. Matematica e geometria, astronomia e musica sono pertanto gli strumenti necessari “per le vere conoscenze della realtà» Ed è alle loro leggi che deve ispirarsi anche la dottrina del filosofo e la sua indagine della “disposizione o ordine naturale delle cose. All’ambiente di Chartres, agli interessi ed alla cultura scientifica  di Guglielmo di Conches, può essere giustamente avvicinato anche il  singolare quadro della natura tracciato nel De imagine mundi da un  maestro della prima metà del XII secolo, Onorio di Autun, la cui personalità resta peraltro assai incerta ed enigmatica, ed al quale sono state  attribuite, con eccessiva liberalità, opere e dottrine troppo diverse e discordi. Il De imagine  che non possiamo qui analizzare minutamente   è certo un documento d’estremo interesse sulle cognizioni scientifiche del XII secolo; ma pit che le singole nozioni che costituiscono una  vera e propria enciclopedia della Natura (il De imagine tratta infatti del  cosmo fisico e della sua composizione elementare, delle terre poste al centro del mondo, delle zone in cui esso si divide, della sua fauna e  flora, e quindi del cielo e degli astri, nonché della storia del mondo dal  tempo della creazione) l’attenzione dello studioso è attratta dall’evidente familiarità di Onorio con un largo materiale attinto anche al di  fuori dei testi tradizionali di Beda e di Rabano, e, soprattutto, dal suo  largo interesse per la conoscenza della realtà naturale considerata nella  sua unità vivente e feconda. La scarsa originalità di Onorio e l’assenza  di una approfondita elaborazione filosofica non toglie che il De imagine  rappresenti, pur nella sua forma di enciclopedia volgarizzata, uno specchio fedele di quella cultura in cui maturarono le opere dei maestri di  Chartres e la grande esperienza di Abelardo. Comunque, anche la rapida analisi dei suoi principali maestri basta a mostrare che la scuola di Chartres fu un centro vitale di cultura, legato allo spirito umanistico, al gusto di un risorgente classicismo,  e alle controversie teologiche del tempo, ma profondamente interessato a problemi filosofici e scientifici affrontati alla luce di un'ispirazione  plitonica che non ignorava però né la tecnica logica aristotelica né  i nuovi contributi: del sapere arabo. Scuola cattedrale, e come tale prevalentemente dedicata allo studio della teologia, essa fu però uno dei  più vivaci focolari di resistenza contro le polemiche di Bernardo di  Clairvaux e le correnti mistiche cistercensi che condannavano aspramente lo sviluppo e l’incremento degli studi liberali e del sapere  naturale mondano. Né si deve dimenticare che furono proprio i maestri di Chartres o uomini formatisi in quell’ambiente coloro che lottarono contro le estreme degenerazioni della dialettica e il pericolo  che la grande ripresa degli studi del trivio e, in particolare, della dialettica e delle retorica, si risolvesse in un vano giuoco di schermaglie  astratte o di eleganze formali.   Le pagine che lo stesso Guglielmo di Conches scrive contro l’inutilità delle vane dispute o lo studio dell’eloquenza fine a se stessa, sono  tra le testimonianze più utili per chi vuole intendere il vero carattere  degli studi di Chartres. La sua polemica contro coloro che svuotando  il sapere di ogni contenuto spirituale lo riducono a un mero gioco verbale, è infatti perfettamente situata nel quadro di una meditazione che  scorge tanto nella ricerca filosofico-scientifica che in quella teologica la  via diretta per elevarsi alla comprensione dei più alti misteri. Ecco perché i filosofi di Chartres e il loro più geniale discepolo, Giovanni di  Salisbury, si opposero con irriducibile rigore ai sostenitori di un tipo  di cultura più elementare e pratica ridotta all’apprendimento delle sole cognizioni utili per le varie attività o professioni. Contro i cornificiani che cercavano il sapere e disprezzavano lo studio disinteressato  del trivio e del quadrivio, l’umanesimo chartriano difese ed esaltò  l'ideale di una formazione armoniosa e compiuta, ugualmente volta al.  mondo delle lettere ed alle ardite conoscenze dell’ordine naturale. Il suo  platonismo, in cui erano filtrati i motivi più fecondi della nuova esperienza scientifica attinta alle fonti greco-arabe (rese note dalle versioni  contemporanee di Adelardo di Bath, e, quindi, di Gerardo da Cremona, Ugo di Santalla, Platone di Tivoli, Ruggero di Hereford, ecc.) è la  espressione più compiuta del moto di rinnovamento che domina tutta    la cultura filosofica del XII secolo, preparando la grande fioritura della  riflessione duecentesca. Il raffinato platonismo e il vivace spirito scientifico dell’ambiente  di Chartres, è però solo uno degli aspetti dominanti della rinascita filosofica. Mentre a Chartres maturano le grandi cosmogonie e le enciclopedie politiche, è infatti già in corso una profonda  trasformazione degli studi logici, destinata ad esercitare una vasta influenza nella storia della cultura filosofica medioevale. Già parlando  delle predilezioni intellettuali di Teodorico di Chartres, s'è visto quale importanza aveva per lui l’insegnamento dialettico fondato sulle  opere di Boezio e sulla conoscenza quasi totale dell’Organon aristotelico. Ma le testimonianze contemporanee sono anche ricche di notizie  e di accenni polemici sugli sviluppi della scuola di Petit-Pont, nelle vicinanze di Parigi, dove Adamo Parvipontano avrebbe stupito i suoi  scolari proponendo e discutendo delle quaestiones insolubiles, ossia  alcuni di quei problemi sofistici entrati da tempo nella pratica dell'insegnamento dialettico. La cavillosa ingenuità di molti dei problemi  riferiti da queste testimonianze, non deve però ingannarci, inducendoci a credere che gli studiosi medioevali non si rendessero conto della  loro futilità. Esercizi di scuola, adoperati dai maestri per affinare le  capacità dei loro allievi, simili discussioni valevano soprattutto a stimolare l’interesse per un tipo di analisi dialettica particolarmente utile  per gli studiosi di diritto e di teologia. E chi tien conto che l’insegnamento della dialettica era propedeutico a quello delle quattro arti  maggiori, non trova difficoltà a consid:rare anche questi esercizi come  una manifestazione del vivace interesse per la disciplina logica che sarà presto un carattere peculiare della scuola parigina.   È appunto in questo ambiente, dove erano pen-trate anche le dottrine di Berengario e di Roscellino, che si formò la personalità più eminente della prima metà del XII secolo, Pietro Abelardo. Nato a Pellet, vicino a Nantes nel 1079, egli si dedicò fin da giovanissimo allo  studio delle arti liberali e specialmente della dialettica di cui pare gli  fosse maestro lo stesso Roscellino. Piti tardi recatosi a Parigi, che era  il centro più vivace di studi dialettici, fu scolaro di un maestro come  Guglielmo di Champeaux che godeva in quel momento  di larghissima fama. Ma neppure la dottrina di Guglielmo soddisfece  il giovane studioso, che iniziò fin da allora a combattere le dottrine  del maestro con estrema vivacità.   La ragione di tale polemica è, del resto, perfettamente chiara ed  evidente.Discepolo di Manegoldo di Lautenbach e poi di Anselmo di  Laon, amico di Bernardo di Clairvaux e fondatore della Abbazia di S.  Vittore, che sarà poi uno dei maggiori centri del pensiero mistico medioevale, Guglielmo di Champeaux era un deciso sostenitore delle concezioni agostiniane e platoniche. Cosf, a proposito del significato dei  concetti di genere e di specie, si atteneva alla soluzione realistica che abbiamo già visto affermata dallo Scoto Eriugena e da Anselmo da Aosta.  Secondo la testimonianza di Abelardo, egli avr-bbe infatti sostenuto che  la medesima realtà è tutta presente essenzialmente nei singoli individui, tra i quali non vi sarebbe alcuna diversità essenziale, ma bensi una  distinzione causata dalla molteplicità degli accidenti Il che spiega  perché Guglielmo ritenesse che in tutti gli uomini numericamente diversi v'è sempre una identica sostanza umana, che si determina e si  concreta variamente ora in Socrate ed ora in Platone, secondo particolari determinazioni accidentali.   Contro questa dottrina, che rispecchia fedelmente un atteggiamento metafisico platonicamente fondato sull’ordine gerarchico di essenze e categorie universali, Abelardo non tardò ad opporre argomenti che gli venivano almeno in parte dall’esperienza nominalistica di  Roscellino. Convinto che la logica sia una pura ars sermocinalis, scienza e arte del discorso, totalmente distinta dalla metafisica o dalla teologia, egli respinse recisamente il realismo delle essenze logiche, sotto  lincando che la stessa essenza, se sussistesse tutta nei singoli individui,  pur con forme e accidenti diversi, si troverebbe spesso a dover sostenere attributi e accidenti contraddittori. Inoltre, ammessa la realtà  delle essenze, le dieci categorie aristoteliche diverrebbero necessariamente le dieci essenze reali più generali di tutte le cose; e ne seguirebbe che ogni categoria è essenza e che quindi tutte le sostanze sono,  in realtà, sostanza, tutte le qualità una sola qualità. Perciò, la sostanza  di Socrate sarebbe la stessa sostanza di Platone, e le qualità dell’uno  quelle dell’altro, ecc.; ma in tal modo la realtà individuale e distinta    di Platone e di Socrate sarebbero totalmente perdute perché i due individui sarebbero di fatto una sola unità indistinguibile.   Tali obiezioni  racconta Abelardo  avrebbero subito smantellato la dottrina realistica di Guglielmo di Champeaux; e il maestro  parigino avrebbe ripiegato sulla tesi della indifferenza degli universali, sostenendo che la realtà dei generi e delle specie è identica nei  diversi individui, non quanto all’essenza ma bensi nell’*indifferenza,  giacché, ad esempio, i singoli uomini, distinti di per sé gli uni dagli  altri, costituiscono pur sempre l’identica realtà umana e, quindi, non  differiscono nella loro comune natura. Abelardo criticò, però, con non  minore intransigenza, anche questa dottrina che non era sostanzialmente diversa da quella precedente, e dimostrò che se la sola indifferenza positiva è quella che intercorre tra gli individui che possiedono una stessa natura, si ripresentano di nuovo le medesime difficoltà  già rilevate a proposito della concezione realistica.   Il successo riportato nella disputa con un maestro cosi famoso  non giovò ad Abelardo, che fu costretto dalle violente inimicizie dei  condiscepoli ad abbandonare Parigi e a rifugiarsi a Melun, dove  apri una sua scuola. Però ben presto si trasferi a Corbeil, più vicina  alla capitale, e di lîf a poco tornò nuovamente a Parigi per studiare  retorica, sempre alla scuola di Guglielmo. Non sembra però che i suoi  rapporti co] maestro migliorassero; anzi, proprio in questa occasione,  Guglielmo sarebbe stato costretto da Abelardo a riconoscere apertamente la fondatezza e la superiorità delle sue critiche. Tuttavia Abelardo, ormai padrone delle arti sermocinali, lasciò di nuovo la scuola parigina per dedicarsi allo studio della teologia, sotto la guida di  Anselmo di Laon.   Polemico e innovatore come sempre, il filosofo bretone non restò  però a lungo neppure nella scuola di Laon; poco dopo, era  di nuovo a Parigi, ove tenne scuola di dialettica e di teologia, riscuotendo un successo clamoroso. Studenti di ogni parte di Francia e di  Europa (e tra essi fu anche Arnaldo da Brescia, che nel 1155 sarebbe  stato arso in Roma, come capo di un movimento riformatore violentemente avverso al potere mondano della gerarchia ecclesiastica) accorsero a udire le sue lezioni, divulgarono la dottrina del Peripateticus  Palatinus in tutti gli ambienti colti del tempo; e intorno alla sua scuola  cominciò a costituirsi la futura università parigina, luogo di attrazione  per i teologi e i filosofi di tutta la Cristianità occidentale.   L'episodio del suo amore per Eloisa, donna eccezionalmente dotta  e partecipe degli stessi problemi teologici e morali, la vendetta del    canonico Fulberto, e la vergognosa mutilazione che costrinse Abelardo  ad abbandonare l’insegnamento parigino, sono episodi fin troppo noti  perché occorra ricordarli. Colpito nella sua dignità di clericus e di  maestro, Abelardo prese l’abito monastico e prese a vagare di monastero in monastero, di abbazia in abbazia, portando dovunque la sua  umana inquietudine e la sua polemica filosofica, caldeggiando la formazione di una comunità puramente speculativa dedicata al Paracleto.  La fortuna e l’efficacia del suo insegnamento non ne riusci però diminuita, se è vero che folle di studenti lo seguivano nei suoi spostamenti,  e che la sua fama continuava a diffondersi per tutta Europa. Del resto,  gli anni che vanno da quando abbandonò Parigi, e il 1142, quando  mori a Chalon-sur-Sagne, sono anni di grande operosità e di costante,  approfondita riflessione sui temi più ardui della logica, della metafisica, della teologia e della morale. E pure in questo periodo si svolge  tra lui ed Eloisa quella mirabile relazione epistolare che è veramente  uno dei capolavori della letteratura mediocvale.   La lucidità e la spregiudicatezza di molte pagine dell’epistolario,  e soprattutto di quelle in cui Eloisa difende con estrema decisione la  nobiltà e la purezza della sua passione, hanno spesso indotto gli storici ad accentuare la modernità dell’atteggiamento morale dei due  celebri amanti. Ma non è certo un buon criterio storico giudicare tutta la personalità e l’opera filosofica di Abelardo alla luce di questa appassionata testimonianza umana, per tentare magari confronti arditi e  poco plausibili con la mentalità e il costume morale degli intellettuali  del Rinascimento. Anche il tono e il contenuto delle lettere di Abelardo e di Eloisa sono infatti veramente comprensibili solo nell’ambito  di una vicenda che si svolse nell'ambiente scolastico della Parigi medioevale, entro il chiuso mondo dei clercs, dominati dai propri pregiudizi etici e professionali, e tra due persone drammaticamente consapevoli del conflitto tra la loro condizione e le idee e le norme proprie della loro casta. D'altra parte non conviene all’intelligenza storica  dell’opera di Abelardo, presentarlo come un puro razionalista o, ancor peggio, come un precursore del libero pensiero, inteso a rovesciare il principio dell’autorità e ad instaurare contro il fideismo di  Bernardo di Clairvaux i sovrani diritti della ragione. Questa immagine di Abzlardo, che pure piacque alla vecchia storiografia dell’età  romantica, è certo del tutto antistorica e deforma, fino a ridurli caricaturali, i veri caratteri del suo pensiero. Ma ciò non toglie che questo filosofo cosi combattivo e polemico, questo dialettico rigoroso e  teologo spregiudicato, sia stato veramente l’interprete più originale    ed acuto della rinascita filosofica. Alieno dal costruire  un compiuto sistema cosmologico come quelli elaborati dai Maestri di  Chartres, egli fu infatti autore di opere di logica, di teologia e di morale che hanno avuto una influenza decisiva su molti aspetti della riflessione del suo tempo, e che segnano un progresso decisivo nei confronti delle concezioni filosofiche precedenti.   Già abbiamo visto, del resto, quale fosse stato il suo atteggiamento di fronte al realismo logico di Guglielmo di Champeaux; ma è  bene aggiungere che la sua polemica fu altreitanto rigorosa anche nei  riguardi di tutte le altre forme di realismo, iv comprese quelle che  identificavano l’universale con l’intera collezione degli individui cui  esso si riferisce. Per Abelardo l’universale è invece semplicem.nte un  dato del linguaggio, un vocabolo trovato in modo che si possa predicare singolarmente di molti; e quindi il termine ‘uomo’ che usiamo tanto per indicare Socrate che Platone non differisce dal nome  proprio con cui indichiamo questo o quell'individuo se non perché è  atto a far da predicato di proposizioni che hanno per soggetto il nome  proprio di molti individui. Una volta definito il significato sermocinale del termine universale, Abelardo afferma poi rigorosamente  che i nomi universali non indicano affatto un’essenza o realtà comune  a vari individui, e che occorre quindi respingere l’idea che essi implichino qualcosa di reale sia di per se stessi sia nella natura degli individui. La conoscenza ha come punto di partenza l’individuale e il  sensibile, la cui caratteristica è data proprio dalla sua diversità e distinzione nei confronti di ogni altra cosa individuale. Perciò il termine universale deve unicamente valere come un segno logico, necessario per assolvere una particolare funzione nella costruzione dei discorsi umani.   Dopo aver cosi definita la funzione del termine universale, Abelardo cerca però di analizzarne anche le proprietà logiche. La constatazione che i nomi universali non indicano delle essenze o entità comuni, potrebbe infatti indurre a concludere che essi non abbiano alcun riferimento effettivo con le cose e che non permettano di intendere effettivamente nessuna realtà esistente e concreta. Ma Abelardo  è un logico troppo sottile per poter accettare semplicemente la dottrina  di Roscellino e ridurre cosî gli universali a puri e semplici flatus  vocis. Intanto, per prima cosa, egli osserva che sebb:ne i singoli individui, ad esempio i vari uomini, differiscano tra loro in molti caratteri  ed attributi, hanno però qualcosa di comune e cioè il loro stazus e la  loro comune condizione di essere uomini. L'errore di chi attribuisce una realtà oggettiva agli universali indipendentemente dall’esistenza  individuale, consiste dunque nel confond.re un'ipotetica essenza dell'uomo, che non esiste, con l’essere uomo che è invece una condizione reale particolare e concreta. Sicché, dire che questo o quell’individuo convengono nello status di uomo, cioè nell’essere uomo,  significa riconoscere che esiste una causa comune per cui s'impone ai  singoli individui il termine o nome universale di uomo. Questi stars sono dunque le cose stesse costituite in questa o quella natura; e  dunque, per giungere alla formulazione del termine universale, basta raccogliere la somiglianza comune d.gli individui che sono effettivamente nello stesso status e designarla con un nome.   Quale sia poi il contenuto che questi universali assumono nel nostro pensiero, è indicato chiaramente da Abelardo n:llo svolgimento  della sua teoria gnoseologica. All’origine dell’attività conoscitiva sta  infatti la percezione sensibile che ci permette di percepire questo o  quell’individuo particolare; ma l’intelletto è capace di formarsi una  immagine di ogni oggetto percepito che esiste ormai indipendentemente dall’oggetto stesso e persiste nella mente anche dopo la scomparsa dell’individuo che l’ha provocata. Queste immagini presenti nella mente si distinguono però dalle immagini fittizie composte liberamente dalla fantasia senza alcun riferimento ad una realtà effettiva;  ma si distinguono altresi anche da quelle che si presentano all’intelletto quando pensiamo all’uomo o alla torre in generale. L’intelligenza del nome universale. scrive Abelardo in un testo particolarmente importante, concepisce un'immagine comune e confusa di molte cose, laddove l'intellezione prodotta dalla parola singolare comprende la forma di una sola cosa. Il nome di Socrate o di Platone,  individui concreti e particolari, farà quindi sorg:re nella mente un’immagine che esprime la figura e la somiglianza di una determinata persona; mentre invece il termine uomo potrà dar luogo soltanto ad  un’immagine scialba e relativamente ind:terminata, costituita soltanto  dai caratteri comuni degli individui da cui è tratta. L’universale è  dunque soltanto una parola che designa l’immagine confusa di una  collettività d’individui di natura simile, o, per usare le parole stesse di  Abelardo, che possiedono il medesimo status. È chiaro che da queste premesse deriva subito un complesso di  conseguenze logiche e gnoseologiche di estrema importanza. Per prima cosa, le sole conoscenze chiare e connesse ad oggetti reali sono  quelle degli individui particolari, uniche realtà di cui si dia diretta  intellezione umana; mentre invece i termini universali ci permettono semplicemente di acquistare un’opinione limitata sempre suscettibile  di mutamento. Tuttavia sarebbe erroneo credere che A belardo non riconosca il fondamento reale dell'immagine comune. Il fatto che, considerando molti individui, la nostra mente fermi la sua attenzione su ciò in cui convengono, sui loro aspetti simili o identici, è anzi perfettamente naturale; cosi com'è del tutto legittima la formazione dell'immagine comune, prodotta da un’attività dell’intelletto che separa e distingue per via di riflessione ciò che è unito e coesiste ‘realmente nell’identità inscindibile dell'individuo. A questa determinazione astratta della forma o immagine comune, corrisponde poi naturalmente una vox o termine che, di per se stesso, è cosa particolare del tutto distinta dall’altra realtà che significa. Ma affinché questa significatio sia legittima ed effettiva occorre che la vox venga strettamente connessa all'immagine mentale e sia capace per comune istituzione umana di farla subito sorgere nella mente di chi l’ascolta. Solo cosi la vox può diventare un elemento del discorso umano, e può adempiere al suo compito logico che consiste soltanto nel rappresentare o significare le diverse res. Non credo occorra insistere più a lungo su di una dottrina di per se stessa tanto chiara ed evidente. Ma prima di chiudere questa breve trattazione della logica abelardiana, sarà utile ricordare che il Peripatetico Palatino può rispondere in modo profondamente nuovo ed originale alle questioni poste da Porfirio. Cosî, alla domanda se i generi e le specie designino cose realmente esistenti, o siano semplici oggetti d’intellezione, egli risponde che essi esistono nel solo intelletto nudo e puro, ma che però indicano sempre esseri reali che sono gli stessi già afferrati dall’esperienza sensibile. Inoltre, questi universali sono indubbiamente corporei in quanto sono delle voci pronunziate con mezzi fisici; però la loro capacità di designare una pluralità d’individui è invece incorporea. E se è vero che i generi e le specie sussistono nella realtà sensibile in quanto designano forme e qualità proprie degli individui, sono però al di là delle cose sensibili proprio perché le designano per astrazione. Non solo; Abelardo afferma che questi termini non potrebbero mai esistere senza gli oggetti da essi significati; il che non toglie però che i loro significati possano sussistere anche se sono legati semplicemente ad un'immagine mentale e non ad un oggetto sensibile, come nel caso della proposizione la rosa non esiste, il cui significato è pienamente legittimo. Tali soluzioni, avanzate in una forma cosî rigorosa, rappresentano indubbiamente una tappa fondamentale nella storia della logica e della riflessione filosofica medioevale. Da un lato, infatti, Abelardo tenta, per primo, un’analisi dei problemi logici condotta in assoluta indipendenza da ogni presupposto metafisico e teologico, come scienza autonoma dei modi e delle forme del discorso umano. Ma, d’altra parte, la negazione di ogni tipo di realismo logico e la polemica contro la persistente ispirazione platonica dei suoi predecessori, lo pone già sulla via che sarà battuta dalle tendenze più avanzate del pensiero scolastico, fino alla soluzione drastica del nominalismo occamista. Tali posizioni sono ancora lontane dalle intenzioni di Abelardo che, partecipe delle metafisiche platoniche del suo tempo, non negava affatto la possibilità dell’esistenza nella mente divina di eterne idee archetipe, modello e forma delle cose reali. Nondimeno, il valore preminente che egli attribuisce alla conoscenza dell’individuale, e la sua insistenza sulla funzione preliminare ed essenziale dell’esperienza sensibile, sono altrettanti motivi di grande rilievo storico, destinati a influire profondamente sulle dispute logiche e metafisiche del XIII secolo. AI significato critico della dottrina logica di Abelardo corrisponde, del resto, anche la novità e l’arditezza di talune tesi teologiche esposte, oltre che nel Sic et Non, anche nel De wnitate et trinitate divina, nella Theologia Christiana, nella Introductio in theologiam, nonché nel Dialogus inter Hebracum, Philosophum et Christianum. Tra queste opere il Sic et Non è certo particolarmente importante per il metodo con cui Abelardo procede alla presentazione ed al vaglio delle auctoritates scritturali e patristiche, opponendo tra di loro quelle che appaiono contrastanti o contraddittorie. È vero come è stato sottolineato anche recentemente che Abelardo non intende servirsi di questo metodo per scalzare il principio dell’auctoritas, del cui valore egli è pienamente convinto. Ma, sebbene dichiari spesso che il fondamento della verità e della salvezza consiste nelle nude parole della Scrittura, e ribadisca che la dialettica deve semplicemente servire all’intelligenza della Fede, è evidente che Abelardo procede anche nella sua indagine teologica con il preciso intento di chiarire le difficoltà e le aporie interne alle argomentazioni tradizionali. D'altra parte, come dice egli stesso parlando del metodo seguito nel De unitaze et trinitate divina, la spiegazione del teologo non può procedere che per mezzo di analogie tratte dal ragionamento umano; e poiché questo procedimento analogico è usato d’Abelardo anche per spiegare il rapporto trinitario delle persone divine, non meraviglia che, come i maestri di Chartres, egli si serva del motivo platonico-stoico dell'anima mundi per illustrare analogicamente la terza persona trinitaria. È vero che per Abelardo si tratta soltanto di un’analogia incapace di spiegare fino in fondo la misteriosa verità d:1 dogma; però egli non esita ad usare anche in altri casi dottrine filosofiche, soprattutto di origine platonica, per illuminare il contenuto della teologia cristiana, affermando implicitamente una continuità ed un accordo sostanziale tra la riflessione classica e la dottrina cristiana. Ecco perché Clairvaux, mistico cistercense ed intransigente difensore del primato sovrarazionale della fede cristiana, fu cosi avverso al Peripateticus Palatinus considerato come il più temibile nemico della ortodossia teologica. In effetti, nella prospettiva teorizzata da Abelardo, la teologia cristiana non solo è strettamente legata alla ricerca della ragione, ma si può dire che la stessa rivelazione si esprima anche nelle forme del ragionamento razionale, e che le verità filosofiche degli antichi siano anticipazioni o premesse di una verità più alta, ma non avversa alla ragione. Come Abelardo scrive nel Dia/ogus, il Cristianesimo è certamente la verità assoluta che accoglie e risolve in sé tutte le altre verità parziali ed imperfette; però anche la dimostrazione dei suoi principi può procedere per via dimostrativo-analitica; quindi il metodo razionale può essere applicato anche alla ricerca teologica, senza temere di cadere per questo nell’empietà o nell’eresia. La polemica di Bernardo e il severo giudizio del Concilio di Sens, che condannò alcune sue proposizioni teologiche, non valsero ad impedire che il metodo abelardiano influisse largamente anche sugli sviluppi della riflessione teologica. Né stupisce che il suo tentativo di elaborazione dialettica della materia teologica potesse contribuire in maniera decisiva alla formazione di un vero metodo della scienza teologica, già chiaramente delineato nelle prime Summae o nel crescente successo dei Libri sententiarum. Solo per restare nell’ambito della sua scuola, opere come l’Epitome theologiae di Maestro Ermanno, le Sententiae Parisienses, l'Ysagoge in Theologiam e le Sententiae di Rolando Bandinelli (il futuro Alessandro III), sono eloquenti testimonianze del progresso compiuto nella prima metà del XII secolo dalla cultura scolastica parigina. Tra le dottrine di Abelardo condannate al concilio di Sens spiccano anche talune tesi di morale definite nello Scito te ipsum. Avverso alle concezioni ascetiche tradizionali che ponevano tra i peccati anche le inclinazioni più naturali dell’uomo, ostile ad una morale che definisce rigidamente il ben: ed il male identificandoli con un certo modo astratto di comportamento, Abelardo tende infatti a identificare il valore dell’atto con l’abito interiore che lo accompagna. Cosi, egli distingue nettamente il vizio dell'anima dal piccato; e se il vizio che dipende spesso dalla natura e dalla complessione fisica ci rende soltanto inclini ad acconsentire all’illecito, il peccato consiste invece nel consenso volontario al male, in una scelta lib:ra e consapevole. Certo, anche le inclinazioni radicate profondamente nella natura particolare di ciascun individuo possono spingere a desiderare ciò che è contrario alla legge divina; ma tali inclinazioni, che non potrebbero mai esser: eliminate, non sono di per sé male o peccato. Al contrario, Abelardo insiste sul fatto che solo l'intenzione può costituire il vero contenuto del bene e del male, indipendentemente dalla determinazione effettiva dell’azione. L'intenzione scrive infatti Ab:lardo in una pagina dello Scito te ipsum di particolare rilevanza teorica è di per se stessa buona o cattiva; ma l'azione è detta buona o cattiva non perché implichi in se stessa un elemento di bontà o di malizia, ma perché deriva da un'intenzione buona 0 cattiva. La medesima azione può essere dunque positiva se deriva da una buona intenzione, o cattiva se deriva da un’intenzione malvagia; cosi Abelardo prende decisamente posizione contro le concezioni etiche che fanno dipendere il valore morale dell’azione dalla adesione astratta a uno schema costituito secondo una norma del tutto estranea alla volontà. Tale concezione che è certo uno dei motivi più moderni e originali del pensiero abelardiano è poi spesso congiunta con una insist-nie critica della considerazione meramente carismatica dei poteri sacerdotali, che egli vuole invece siano fondati sulla pratica attiva ed esemplare delle virti. La successione apostolica vantata dai sacerdoti e dai vescovi ha, per lui, significato e valore solo quando essa si accompagni all’oss:rvanza dell’esempio religioso e morale degli apostoli, e non quando si risolva semplicemente nella cerimonia dell'imposizione delle mani o nell’osservanza esteriore e farisaica delle norme canoniche. Proprio pr questo sono cosi frequenti negli scritti morali e teologici di Abelardo la denuncia della corruzione del clero, la condanna dell’eccessiva potenza e ricchezza della gerarchia e la ripulsa di un rigido, astratto legalismo morale e religioso che è del tutto contrastante con il carattere della missione della Chiesa. Né manca nella riflessione di Ab-lardo l’insistente richiamo a quei puri valori di interiorità su cui dovrebbe fondarsi tutta la vita cristiana. La vicinanza di alcuni dei suoi motivi polemici con le idee largamente diffuse nei movimenti popolari di riforma o in talune sètte ereticali, è stata quindi giustamente sottolineata dagli storici che hanno posto in rilievo i rapporti tra Abelardo e Arnaldo da Brescia, teorico del Comune popolare e avversario d:l potere pontificio. Ma più che la ricerca di possibili filiazioni o influenze, interessa qui sottolineare come sia sul piano teologico e morale, sia su quello logico e gnoseologico, il pensiero di Abelardo è veramente l’espressione più matura di un comune fermento critico che pervade tutti gli strati e gli ambienti della società del suo tempo e che tende a corrodere i capisaldi d:Ila cultura tradizionale. L’influenza di Abelardo fu veramente eccezionale. Dalla logica alla teologia, dalle discussioni puramente filosofiche alla casistica etica, tutta la riflessione del suo tempo e dei decenni successivi reca il segno della sua personalità e delle sue idee. Ma la superiorità teorica di molte posizioni abelardiane, soprattutto nel campo della logica, non deve indurci a trascurare l’apporto degli altri logici contemporanei, ispirati a concezioni e dottrine spesso diametralmente opposte. Già s'è detto di Guglielmo di Champeaux e delle successive dottrine che egli avrebbe avanzato discutendo il problema degli universali; ma dobbiamo qui ugualmente ricordare Josselino di Soissons cui Giovanni di Salisbury attribuisce nel Meealogicon una singolare dottrina che, pur rifiutando la universalità agli individui considerati nella loro singolarità, la concedeva però alla condizione collettiva della specie o del genere. Questa tesi, che compare anche nel trattato anonimo De generibus et speciebus (già attribuito dal Cousin ad Abelardo, ma che evidentemente non può esser suo), deve aver avuto una discreta diffusione proprio per la sua tendenza a conciliare le opposte tesi dei realisti e dei nominali. Secondo la concezione di Josselino la specie si presenta infatti in ogni individuo come una sorta di materia comune la cui forma è costituita dalle singole determinazioni particolari; e perciò nell’individuo Socrate coesiste l’umanità (materia comune) con la socrateità che ne è la forma, e quindi Socrate possiede una sua umanità particolare distinta da quella di Platone o di Aristotele. Il fatto che il termine uomo sia comune ad un intero gruppo di individui non significa che l’umanità di SoLo sviluppo della logica e l'opera di Abelardo crate o di Platone costituisca una realtà unica, identica e comune nei vari individui. Al contrario, questo fondamento comune è profondamente differenziato dai caratteri peculiari e dalla struttura propria di ogni individuo. Come si vede, la soluzione di Josselino può sembrare assai vicina alla tesi abelardiana degli status; ma lo &tesso Abelardo ne sottolineò nettamente la diversità quando obiettò che il gruppo è sempre posteriore agli individui che lo costituiscono, laddove invece la dottrina della collectio sembra far precedere l’unità indifferenziata della materia comune dalla concreta esistenza dzi singoli. La difesa della priorità dell'individuo anche nei confronti della posizione moderata di Josselino ribadisce la radicale vocazione nominalistica della logica di Abelardo. Però il problema di rapporti tra r0men e res, tra la determinazione concettuale e la struttura reale degli individui, doveva essere ulteriormente dibattuto nel trattato De codem et de diverso di Adelardo di Bath. Questo maestro, formatosi nell'ambiente teologico di Laon e di Tours, e quindi per molti anni pellegrino in Italia, in Sicilia e nell’Asia Minore alla ricerca di testi arabi e greci di cui fu uno dei primi traduttori, ha un posto di primo piano nella storia della scienza medioevale. Nelle sue traduzioni dei testi astronomici arabi e degli Elementa di Euclide e nelle sue Quaestiones naturales, ricche di temi della tradizione araba, egli si rivela uno degli uomini più colti del suo tempo. Ma anche il De eodem et de diverso mostra una mentalità dialettica rigorosa ed esatta, perfettamente consapevole dei gravi problemi filosofici che si agitavano dietro le modeste apparenze del problema degli universali. Cosî egli accetta la definizione abelardiana degli universali come nomi delle cose che contengono (rerum subiectorum nomina) e la dottrina aristotelica che esclude ogni loro realtà al di fuori dell’esistenza individuale concreta. Però osserva che i nomi del genere, della specie e dell’individuo vengono imposti alla stessa essenza sotto diversi rispetti? e che se i filosofi, quando vogliono parlare delle cose come si presentano ai sensi le chiamarono individui, definendole con il loro nome proprio e particolare, tuttavia, quando le considerano pid profondamente, le chiamano anche specie o generi, senza negare la loro realtà individuale, ma riferendosi a quei caratteri universali che vi sono impliciti. Perciò i generi e le specie sono per Adelardo le stesse cose sensibili considerate in modo più acuto, e queste sp:cie e generi nella loro funzione di termini o modi universali vengono distinti per immaginazione dalla stessa realtà sensibile e considerati come forme astratte. Non v’è quindi da meravigliarsi se Adelardo, fedele a questa dottrina, possa poi considerare sostanzialmente concordanti le dottrine di Platone e di Aristotele, i quali hanno soltanto accentuato i due diversi aspetti del problema. E una dottrina non diversa viene pure attribuita al maestro parigino Mortagne, il quale, secondo la testimonianza di Salisbury, avrebbe insegnato che Platone, secondo status diversi, è individuo, specie e genere subalterno o supremo. Certamente e Adelardo insiste particolarmente su questo punto alwra è la conoscenza legata all’esperienza immediata e quasi costretta dal tumulto esteriore dei sensi, ed altra la conoscenza intelligibile estesa alle Cause supreme delle cose naturali e addirittura alla previsione della realtà futura. Ma non per questo Adelardo respinge quel sapere che la mente umana può raggiungere anche quando è serrata nel carcere del corpo e si muove soltanto tra le forme sensibili delle cose. Anche questo sapere, quando è capace di giungere agli elementi permanenti, costitutivi della realtà, è valido e necessario. VanperPoL, Le droit de guerre d'après les théologiens et les canonistes du moyen dge, Parigi, Leiser, Name und Begriff der Synderesis in d. mittelalt. 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Sterndeutung, Lipsia, Maier, Das Problem der intensiven Gròsse in der Scholastik, LipsiaRoma, THornpikE - P. Kipre, A Catalogues of incipits of medieval scientific writings in latin, Cambridge (Mass.), Supplementi in Spec. Mieli, La science arabe, Leida, Pinès, Les précurseurs musulmans de la théorie de l'impetus, Archeion, Marr, Die Impetus-theorie der Scholastik, Vienna-Roma, Inem, Die Vorliufer Galileis im 14 Jahrhundert, Roma, Inem, Zwei Grundprobleme der scholastischen Naturphilosophie, Roma Moopy - M. CLacett, The mediacval scienceof Weights (Scientia de ponderibus), Madison, Kacan, Jewish Medicine, Maier, An der Grenze von Scholastik und Naturwissenschaft, Roma, 19522. Inem, Metaphysiche Hintergrunde der spitscholastischen Naturphilosophie, Roma Ipem, Die Naturphilosophische Bedeutung der scholastischen Impetustheorie, Schol., Wirson, W. Heytesbury. Medieval Logic and the Rise of Mathematical Physics, Madison, ArnaLpez-L. Massicnon, La science arabe, in Histoire générale des Sciences, vol. 1, Parigi, Brauyouan, La science dans l'Occident médiéval chrétien, in Histoire générale des Sciences, vol. I, Parigi IpeM, L'interdependence entre la science scholastique et les techniques utilitaires, Alengon, CromBie, Augustine to Galileo. The History of Science. Melbourne-Londra-Toronto Ley, Studien z. Geschichte d. Materialismus im Mittelalter, Berlino, Reap, Through Alchemy to Chemistry, New York, Simon, La science hébraique médiévale, in Histoire générale des Sciences, vol. I, Parigi Tufoporipìs, La science byzantine, in Histoire générale des Sciences, Parigi, Carmony, The Arabic Corpus of Greek Astronomers and Mathematicians, Bologna, Maier, Zwischen Philosophie und Mechanik. Studien zur Naturphilosophie der Spitscholastit, Roma, WrisHEIPL, The Development of physical Theory in the Middle Ages, Londra-New York, Marr, Ergebnisse der spitscholastischen Naturphilosophie, Schol., CLacett, The science of mechanics in the middle age, Madison. BOEZIO (vedasi) De institutione arithmetica De institutione musica; uno scritto di astronomia perduto; uno scritto di geometria anch'esso perduto, traduzione delle Categorie; Commento alle Categorie; traduzione del De interpretatione; primo Commento al De interpretatione; secondo Commento al De interpretatione; traduzione degli Analytici primi e secondi; traduzione dei Topici (non è certo, però, se la traduzione che va oggi sotto il suo nome sia autentica); traduzione della Isagoge di Porfirio; primo Commento all'Isagoge; secondo Commento alla Isagoge; commento ai Topici di CICERONE; De syllogismo categorico; Introductio in syllogismos categoricos; De syllogismo hypotetico; De divisione; De differeptiis topicis; Consolatio philosophiae. È discussa l’attribuzione della versione degli Elenchi sofistici. De Trinitate; Ad Iohannem diaconum utrum Pater et Filius et Spiritus Sanctus de divinitate substantialiter praedicentur; Ad cundem quomodo substantiae in co quod sint bonae sint, cum non sint substantialia bona; Liber contra Eutychen et Nestorium. Non è invece autentico il De fide catholica attribuito tradizionalmente a Boezio. Le opere in P. L., nel Corpus di Vienna. I trattati teologici si vedano nell’ed. StewartT-RanD, Londra, la Consolatio nell’ed. BreLer, in Corpus Christianorum; del De interpretatione cfr. l’ed. Meiser, Lipsia. Delle traduzioni italiane della Consolatio ricordiamo quelle del Moricca, Firenze, e del Cappa, Milano. Gli Opuscola theologica sono stati tradotti dal RAPISARDA, Catania; i Pensieri sulla musica (testo e trad.) dal Damermni, Firenze. La bibl. generale in GEYER; De Barr; De Wutr. V. inoltre tra le opere pit importanti e recenti: I. Brnez, Boèce et Porphyre, Rev. Belge Philol. Hist., Bruprr, Die philosophischen Elemente in den Opuscula Sacra des Boethius, Lipsia, Cooper, A concordance of Boethius, Cambridge, Bonnaup, L'éducation scientiphique de Boèce, Spec. 1Carton, Le christianisme et l'augustinisme d e Boèce, Revue Philos., BroscH, Der Seinbegriff bei Boethius, Innsbruck, Capone Braca, La soluzione cristiana del problema del summum bonum, in Philosophiae consolationis libri V di Boezio, Arch. st. filos. GUZZO (vedasi) L'Isagoge di Porfirio e i commenti di Boezio, in Concetto e saggi di storia della filosofia, Firenze, Atronsi, Problemi filosofici della Consolatio boeziana, Riv. filos. neosc., SoLmsen, Boethius and the history of the Organon, American Journ. Philos., PaLueLLo, The sext of the Caiegoriae, the latin tradition, Classi cal Quart., 1945. ALronsi, L’umanesimo boeziano della Consolatio, Solidalitas Erasmia pa, Diurr, The Propositional Logic of Boethius, Amsterdam, Depeck-Hery, Boethius De consolatione philosophiae ‘by Jean de Meun, Med. Stud., Vann, The Wisdom of Boethius, Londra Rapisarpa, La crisi spirituale di Boezio, Catania, REICHENVERGER, Untersuchungen zur liter. Stellung der Consolatio phi losophiae, Colonia PrLicersporFER, Zu Boethius De interpretatione Wiener Stud., AcLronsi, Storia interiore e storia cosmica nella Consolatio boeziana, Convivium, KortLER, The vulgate tradition of the Consolatio in the 14*h century, Med. Stud. NéponceLLES, Le variations de Boèce sur la personne, Rev. sc. relig., Scumipr, Gottheit und Trinitit. Nach dem Kommentar des Gilbert Porreta zu Boethius, De Trinitate Basilea, Rapisarna, Poetica e poesia di Boezio, Orpheus, ScHmIpT, Philosophisches und Medizinisches în der Consolatio des Boethius, Festschrift Bruno Snell, Monaco, SuLowski, Les sources du De consolatione Philosophiae de Boèce, Sophia, PaLuetto, Les traductions et les commentaires aristotéliciens de Boèce, Studia patristica, mogsb s Z PU FO simo Pa LP Lr VISCARPI, BOEZIO (vedasi) e la conservazione e la trasmissione dell'eredità del pensiero antico, in I Goti in Occidente, Spoleto, SHiet, Boethius and Andronicus of Rhodes, Vig. Christ., GecenscHatz, Die Freiheit der Entscheidung in der Consolatio philosophiae des Boethius, Museum Helveticum, Lepet, Die antike Musik-theorie im Lichte des Boethius, Berlino SHiet, Boethius Commentaries on Aristotle, Med. Renaiss. Stud., PACATTO, Per un'edizione critica del De hypotheticis syllogismis di BOEZIO, Italia medioevale e umanistica, Hapor, Un fragment du commentaire perdu de Boèce sur les Catégories d'Aristote dans le Codex bernensis 363, Arch. Hist. doctr. litt. m. à., Cassiodoro Opere: De anima; Institutiones. Edizioni: Oltre l’ed. in P. L., si vedano le Opera in Corpus Christianorum; le Institutiones nella fondamentale ed. R.A.B. Mynors, Oxford, La bibl. generale in GeyER; De Brie, WuLr, Tra la produzione più importante e pit recente cfr.: A. Van pe Vrver, Cassiodore et son ocuvre, Spec., TuÙiece, Cassiodor, seine Klostergriindung Vivarium und sein Nachwirken im Mittelalter, Studien u. Mitt. z. Gesch. der Benedektinerordens, Monaco, Ranp, The new Cassiodorus, Spec. Vrver, Les Institutiones de Cassiodore et sa fondation à Vivarium, Rev. Bénédict., CourceLLE, Les lettres grecques en Occident, Parigi Barpyr, Cassiodor et la fin du mond ancien, Année théol., Jones, Cassiodorus senator, New York, Lamma, Cultura e vita in Cassiodoro, Studium, MomicLiano, Cassiodorus and Italian culture of his time, Oxford, Siviglia Opere: Etymologiae; De natura rerum; De ordine creaturarum; Differentiarum libri duo. Edizioni: in P. L.; le Etymologiae, a cura di W. M. Linpsar, Oxford. La bibl. generale in GevER; De Brie, WutrFr, ALraner, Der Stand der Isidorforschung, Roma, Pérez pe UrBet, S. Isidor de Sevilla, Barcellona, Mavoz, Contrastes y discrepancias entre el Liber de variis quaestionibus y S. Isidor, Est. eccl., Montero Diaz, Etimologias de S. Isidor de Sevilla, Madrid Fontaine, Isidore de Séville et la culture classique dans l'Espagne wisigothique, Parigi, DeLHavye, Les idées morales de st. Isidore de Séville, Rech. théol. anc. méd., EtLias pe TEJADA, Ideas politicas y juridicas de S. Isidoro de Sevilla, Madrid, GREGORIO (vedasi) Magno Homiliae in Evangelium; Homiliae in Ezechielem; Liber regulae pastoralis; Moralia o Expositio in Job; Dialogorum libri IV; Epistolae. Edizioni: in P. L., Dei Dialoghi cfr. l’ed. crit. di U. Moricca, Roma, LiesLanc, Grundfragen der mystischen Theologie nach Gregors des Grossen Moralia und Ezechielhomilien, Friburgo i. B., Weser, Haupifragen der Moraliheologie Gregors des Grossen, Friburgo, WassELYNcK, La part des Moralia de Job de St. Grégor le Grand, Mélanges sc. relig., ManseLLI, L'escatologia di S. Gregorio Magno, Ric. stor. relig., BrunHES, La foi chrétienne et la philosophie au temps de la Renaissance carolingienne, Parigi, DopscHn, Wirischafiliche und soziale Grundlagen der europàischen Kultureniwicklung aus der Zeit von Caesar bis auf Karl den Grossen, Vienna BerLIÈRE, L'ordre monastique, Parigi, trad. it., Bari. PatzeLT, Die Karolingische Renaissance, Vienna, Lor, La fin du monde antique et la début du moyen dge, Parigi, Ranp, Founders of de middle ages, Cambridge (Mass.), ScHramm, Kaiser, Rom und Renovatio, Lipsia, LaistnEr, Thought and letters in Western Europe, A, D, 500-900, Londra, 1931, 1957. i E. Gitson, Les idées et les lettres (Humanisme médiéval et Renaissance), Parigi, Pourrat, Les origines de la théologie scolastique. Les précurseurs du IX° au XI° siècle, Rev. apologétique, KLerncLausz, Charlemagne, Parigi, Prrenne, Mahomet et Charlemagne, Bruxelles-Parigi, tu. it., Bonnaun, L'idée de paix è l'époque carolingienne, Parigi, Lopez, Muhammad and Charlemagne: a revision, Spec., CALMETTE, Charlemagne, sa vie, son oeuvre, Parigi, HaLpHEn, Charlemagne et l'Empire carolingien, Parigi, Lomsaro, Mahomet et Charlemagne. Le problème économique, Annales, DennET, Pirenne und Muhammad, Spec., SaLIn, La civilisation mérovingienne, Parigi, 1950. A. Ficutenau, Das Karolingische Imperium. Soziale und geistige Problematik eines Grossreiches, Zurigo, trad. it. Inem, Karl der Grosse und das Kaisertum, in Mitt. d. Inst. f. Oest. Gesch. forschung., Sul monachesimo occidentale e la sua diffusione e influenza culturale: Benedictus, Regula, Introd., testo, apparati, trad. e comm., a cura di G Penco, Firenze, ScHumiTtz, Histoire de l'Ordre de St. Bénoit, Maresdous Ryan, Irish monasticism, Dublino BerLiÈrE, L'Ordine monastico dalle origini, tr. it., Bari, ScHurer, Kirche und Kultur in Mittelalt., Paderborn, HitpiscH, Gesch. des Benedektinischen Minchtums in ihren Grundzigen dargestellt, Friburgo, HimxecLer, Vom Mònchtum des hl. Benedikt. Gedanken iiber bene dektinische Wesenart, Geschichte und Kultur, Basilea, 1947. Cfr. inoltre il Bulletin d’histoire benédéctine” nella Revue bénédictine.” Beda il Venerabile Opere: Historia ecclesiastica gentis Anglorum; De natura rerum; De temporibus; De temporum ratione; Quaestiones super Genesim. Edizioni: Le opere si vedano in P. L., e in corso di pubblicazione in Corpus Christianorum, Turnholt, Parigi; l'Opera historica nell’ed. L. E. Kinc, Londra; l'Opera de temporibus nell'ed. Jones, Cambridge (Mass.), e l’Expositio actuum apostolorum nell’ed. M. L. W. LarstwEr, Cambridge (Mass.), La bibl. generale in GEyER, p. 672; De Brie, nn. 4532-4550; De Wutr, I, p. 129. Tra le opere piti importanti e pi recenti si veda: A. Hamirton THompson, Beda. His life, times and writings, Oxford, 1935. H. M. Gite, St. Beda the Venerable, Londra, 1935. B. CapeLL8 - M. IncuAnez - B. Tuum, St. Beda Venerable, Studia Anselmiana,” .1936. T. A. Carrot, The Ven. Beda; his spiritual Teachings, Washington, 1946. C. H. Beeson, The manuscripts of Beda, Classical Philol. Beumer, Das Kirchenbild in den Schriftkomment Bedas, Schol.,” 1953. Alcuino Opere: Grammatica; De orthographia; Dialectica; Dialogus de rhetorica et de virtutibus; De fide sanctae et individuae Trinitatis; De animae ratione; De virtutibus et vitiis; Epistolae. Edizioni: Le opere in P. L. L’ed. crit. delle Epistolae in Epistolae Karolini aevi (M. G. H., II,18-481). Cfr. inoltre i Monumenta Alcuiniana, Berlino, La bibl. generale in GryER, p. 691; De Base, nn. 5105-5109; De Wutr, I, p. 129. Tra gli studi pifi importanti e recenti cfr.: P. MonceLLE, Alcuin, in DHGE, II M. Rocer, L’enseignement des lettres classiques d'Ausone è Alcuin, Parigi Buxton, Alcuin, Londra, 1922. S. H. Wicsur, The Retoric of Alcuin, Princeton, 1941. P. Hapor, Marius Victorinus et Alcuin, Arch. Hist. doctr. litt. m. 8.,” 1954. G. ELLarp, Master Alcuin Liturgist, New York, 1956. L. WattacH, Alcuin and Charlemagne. Studies in Carolingian History of Literature, Itaca - New York, 1959. Fredegiso di Tours Opere: De nihilo et de tenebris. Edizioni: P.L. La bibl. generale in GevER, p. 691-692; DE Wutr Auner, F. von Tours, Lipsia, 1878 (con ed. crit. del De nihilo); J. A. Enpres, Forschung z. Gesch. der friihmittclalt. Philos., Miinster i. W.,. Germonar, I problemi del nulla e delle tenebre in Fredegiso di Tours, in Saggi di filosofia neorazionalistica, Torino, 1953,101-111. Agobardo Opere: Le numerose opere teologiche, che non occorre qui enumerare particolarmente in P.L. Oltre alle opere indicate in GevER,; cfr. particolarmente: J. B. Martin, s.v. in DTHC, I, 613-615. M. Bresson, s.v. in DHGE, Rabano Mauro De institutione clericorum; De rerum naturis; De computo; Grammatica P.L. La bibl. generale in GevER, p. 692; De Brie, n. 5110; De Wutr, I, p. 129. In particolare cfr.: J. ScHumipt, Rebanus Maurus, cin Zeit-und Lebensbild, Der Katholik,” 1906. J. B. HasitzeL, Rabanus Maurus und Claudius von Turin, Hist. Jahrb., BLumenKranz, Raban Maur et St. Augustin, Rev. m. à. lat.,” 1951. ‘Candido di Fulda Opere: Il pensiero di Candido è espresso nei Dicta Candidi (ed. Hauréau, Parigi, 1872). Bibliografia: Cfr. Gever, p. 692; DE Wutr, I, p. 129. In particolare vedi Zimmermann, Candidus. Ein Beitrag zur Geschichte der Friihscholastik, Div. Th.” (F.), 1929. A. KLeIncLausz, Eginhard, Parigi, Servato Lupo di Ferrières Opere: Epistolae; Liber de tribus quaestionibus; Collectaneum. Edizioni: Le opere nell’ed. BaLuze, Parigi, 1664 e 1710; in P.L., 119. Per le Epistolae cfr. l’ed. L. LeviLLann, Parigi, Gever,692-693; De Brie, n. 5135; DE WuLF Sprotte, Biographie de Servatus Lupus, BerLièrEe, Un bibliophile du IX siècle, Loup de Ferrières, Mons, 1912. E. Amann, in DThC, IX, 963-967. Pascasio Radberto Opere: Tra le numerose opere teologiche, che qui non enumeriamo, ricordiamo soprattutto il Liber de corpore et sanguine Christi le opere in P.L., 120. Bibliografia: Cfr. Geyer, p. 693; De Brie, n. 5136. In particolare: J. Ernst, Die Lehre des hl. Paschasius Radbertus von der Eucharistie, 1897. J. Jacquin, Le De corpore et sanguine de Pascase Radbert, Rev. sc. philos. théol., 1914. H. PeLtier, Pascase Radbert abbé de Corbie, Amiens, 1932. IpeM, s.v., in DThC, GLiozzo, La dottrina della conversione eucaristica in Pascasio Radberto e Ratramno, monaci di Corbia, Palermo, 1945. H. WerisweiLEr, Paschasius Radbertus als Vermittler des Gedankengutes der karolingischen Renaissance in der Matthiuskommentaren des Kreises um Anselm von Laon, Schol., 1960. Ratramno di Corbie Opere: Le numerose opere teologiche in P.L., il De corpore et sanguine domini nell’ed. crit. di J. BAKHUIZEN van DEN BrinK, Amsterdam, 1954. Bibliografia: Cfr. GeyERr, Wutr, I,165-166. In particolare cfr.: A. NaEcLe, Ratramnus und die hl. Eucharistie, 1903. M. ManitIUs, Gesch. d. latein. Lit. des Mittelalters, I, Monaco, 1923, 412-17. A. Wiumart, L'opuscule inédit de Ratramne sur la nature de l'ime, Rev. bénédict., 1931. C. GLiozzo, La dottrina della convers. eucarist. in Pasc. Radberto e R. monaci di Corbia, Palermo, GHÙeLLINcK, Le mouvement théolog. au XII° s., Bruges. Cfr. inoltre: J. JoLiver, Godescale d'Orbais et la Trinité. La méthode de la théologie a l'époque carolingienne, Paris, 1958. 933 Bibliografia Capitolo terzo Il Corpus dello Pseudo-Dionigi. Massimo il Confessore Edizioni: Per le edd. del Corpus cfr. P.G., 3-4. La raccolta delle traduzioni latine dei testi dionisiani e la fonte delle citazioni in PH. CHEVALLIER, Dionysiaca, Parigi, 1937-1950; e l’ed. crit. del De coelesti hierarchia, a cura di R. Roques e G. Hait, con trad. fr. di M. De Ganpittac nelle Sources chrétiennes, n. 58, Parigi, 1958. Si veda inoltre la trad. delle Oeuvres complètes du Pseudo-Denys l'Aréopagite, a cura del De Ganpittac, Parigi, 1943. Per le traduzioni italiane cfr. Le gerarchie celesti, Firenze, 1921; e, a cura del Turotta, le Opere, Padova, 1956. Bibliografia: Sulla vasta letteratura sul Corpus ci limitiamo, in questa sede, ad indicare oltre gli scritti di J. Stic.marr (Feldkirch, 1895; Hist. Jahrbuch. d. Gérregesellschaft, Zeitsch. f. die kathol. Theologie, 1899; Schol., 1927, 1928) e alle indicazioni generali in GevER, De Brie, nn. 4455-4481; De Wutr, I, p. 112, i seguenti studi: G. Tufry, Scot Erigène traducteur de Denis, Arch. latin. Med. Aev., 1931. E. StePHANOU, Les derniers essais d’identification du pseudo-Denys, Echos d’Orient, 1932. G. Tufry, Études dionysiennes, Parigi BucHner, Die Areopagitica des Abtes Hilduin von St. Denys und ihr Kirchenpolitischer Hintergrund, Hist. Jahrb., 1938. V. Lossky, La théologie négative dans la doctrine de Denis l’Aréopagite, Rev. sc. philos. théol., 1939. E. Von IvAnka, Der Aufbau der Schrift De divinis nominibus des PseudoDionysius, Schol., 1940. G. DeLLa VoLpe, La dottrina dell’Arcopagita e i suoi presupposti neoplatonici, Roma, 1941 (e cfr. La mistica da Plotino a S. Agostino, Messina Roques, La notion de Hiérarchie selon le Ps--Denis, Arch. Hist. doctr. litt. m. A., 1950-1951. H. F. Donpaine, Le Corpus dionysien de l'Université de Paris au XIII siècle, Roma, 1953. R. Roques, L'univers dionysien, Parigi, 1954. E. Turotta, Introduzione a una lettura dello Ps. Dionigi, Sophia, 1956. E. Von IvAnxka, Ps. Dionisius und Julian, Wiener Stud., 1957. R. Roques, Symbolisme et théologie négative chez le Ps. Dion., Bull. Ass. Budé. Parigi, 1957. W. VoeLxer, Kontemplation und Ekstase bei Ps. Dion., Wiesbaden, 1958. P. Scazzoso, Note sulla tradizione manoscritta della Theologia mystica dello Pseudo Dionigi, Aevum, 1958. J. VANNESTE, Le mystère de Dieu. Essai sur la structure rationelle de la doctrine mystique du Pseudo-Dénys l'Aréopagite, Parigi Corsini, La questione arcopagitica. Conwibuto alla cronologia dello Pseudo-Dionigi, Atti Acc. Sc. Torino, 1959. E. Von IvAnka, Das Corpus arcopagiticum bei Gerhard von Csanad, Traditio, 1959. L. H. Gronpiys, Sur l2 terminologie dyonisienne, Bull. Ass. G. Budé, 1959. Ipem, La terminologie metalogique dans la théol. dynisienne, in L'homme et son destin, cit.,335-346. Per gli scritti di Massimo cfr. P.G., 90-91. Trad. it. La Mistagogia e altri scritti a cura di R. CanrareLLA, Firenze, 1931; 12 libro ascetico, a cura di M. Dat Pra, Milano. Per gli studi cfr.: J. DeaesEKE, Maximus Confessor und Johannes Scotus Erigena Theol. Stud. u. Kritiken BaLtHasar, Kosmische Liturgie d. Max der Bekenner, Friburgo ScHerwooD, The carlier Ambigua of Maxim the Conf. and his refutation of origenism, Roma, 1955. G. MarHiev, Travaux préparatoires è une édition critique des oeuvres de S. Maxime le Conf., Lovanio, 1957. E. Von IvAnka, Der philosophische Ertrag der Auscinandersetzung Maximos des Bekenners mit dem Origenismus, Jahrb. oester. byzant Gesell., 1958. Scoto Eriugena Opere: De praedestinatione; Versio operum S. Dionyssi Arcopagitac; Versio Ambiguorum S. Maximi; De divisione naturae; Expositiones super Jerarchiam coelestem S. Dionysi; Commentarius in S. Evangelium secundum Johannem; Homilia in prologum S. Evangelii secundum Johannem; Carmina; Commentarius ad opuscola sacra Boethii; Annotationes in Marcianum. Edizioni: in P.L., 122; per il De divisione naturae l’ed. C. B. Scunùrer, Miinster, 1938; per il Commentarius ad opuscola Boethii l'ed. E. K. Ranp, Monaco, 1906; gli Autographa a cura di E. K. Ranp, Monaco, 1912, e Univ. Calif. closs. philol., 1920; per le Annotationes in Marcianum cfr. C. E. Lutz, Johannis Scottii Adnotationes in Marcianum, Cambridge (Mass.) La bibl. generale in GEvER,693-694; De Brie Wutr, I,144-145. In particolare cfr.: A. Scuneiper, Die Erkenntnislehre des Joh. Eriug. im Rahmen ihrer metaphysischen und anthropologischen Voraussetzungen nach den Quellen dargestellt, Berlino, 1921-23. H. Bert, Johannes Scot Er. A study in Medieval Philosophy, Cambridge, Doerries, Zur Geschichte der Mystik Eriugena und der Neuplatonismus, Tubinga, 1925. M. TecHert, Le plotinisme dans le systòme de Jean Scot Erigène, Rev. néosc. philos., 1927. G. Tutrv, Scot Erigène, traducteur de Denys, Arch. latin. Med. Aev., 1931; e cfr. N. Schol., 1933. P. KLETTER, Johannes Eriugena. 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Gòttingen CLervaL, Les écoles de Chartres au moyen dge du V° au XVI? siècle, Parigi, 1895. L. THornpIiKE, A history of magic and experimental science, cit., I, 742-759. Alfano di Salerno e l'ambiente salernitano Opere: Vita et passio s. Christinae; Sermone; De unione Verbi Dei et hominis (smarrito); Vita di s. Sabina (si ritiene perduto.); traduzione del trattato di Nemesio: Sulla natura dell'uomo; Prologus alla suddetta traduzione; Tractatus de pulsibus; De quattuor humoribus corporis humani (framm.). Bibliografia: in particolare v.: M. ScHIPA, Alfano 1., arciv. di Salerno, Salerno, 1880. Inem, Storia del Principato longobardo di Salerno, Arch. Stor. per le provincie napoletane, 12 (1887), passim. U. Ronca, Cultura medievale e Poesia Latina in Italia nei sec. XI e XII, II, Roma, 1892,14-20. A. AmetLI, La basilica di Montecassino e la Lateranense nel sec. XI, Misc. Cassinese FaLco, Un Vescovo poeta ‘nel sec. XI, Alfano di Salerno, Arch. Soc. Romana di Storia Patria, 35 (1912),439-82. 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Pier Damiani, De Divina omnipotentia, ed altri opuscoli (con trad. it.), Firenze KoLprnc, Petrus D. Das Biichlein vom Dominus Vobiscum, Diisseldorf, 1949. Bibliografia: cfr. GevER,696-697; De Brie, n. 5160; in particolare v.: J. A. Enpres, P. Damiani und die weliliche Wissenschaft (Beitrage), Miinster, 1910. L. KùHN, Petrus Damianus und scine Anschauungen iiber Staat und Kirche, Karlsruhe, 1913. J. A. Enpres, Forschungen zur Gesch. der friihmittelalterl. Philosophie, (Beitrige, XVII, 2-3), Miinster, 1915. ]. Rmère, S. Pierre Damien et les droits politiques du Pape, Bull. litt. eccl., Losacco, Dialettici e antidialettici nei secc. IX, X, XI, Sophia Poretti, Il vero atteggiamento antidialettico di S. P. Damiani, Faenza, 1953. F. DriessLEr, P. Damiani, Roma 1954. J. GonsetTE, P. Damien et la culture profane, Lovanio Berengario di Tour Opere: De sacra coena. Edizioni: P.L., 150; B. T. De sacra coena adversus Lanfraneum, ed. A. F. e F. T. ViscHER, Berlino, 1834; una nuova ed., di W. H. 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MacponaLp, Lranfranc. A Study of his life, works and writings, Oxford, Londra AOSTA (vedasi) Monologion o Exemplum meditandi de ratione fidei; Proslogion o Fides quacrens intellectum; De grammatico; De veritate; De libertate arbitri (cadono tutte e tre tra il 1080 e il 1085); De casu diaboli (1085-1090); Epistola de incarnatione Verbi (1 red. 1092, I red. 1094) o De mysterio Trinitatis; Cur Deus homo (1098); De conceptu virgirali (1099-1100); De processione Spiritus Sancti (1102); Epistola de sacrificio azymi; Epistola de sacramentis Ecclesiae (entrambe tra il 1106 e il 1107); De concordia praescientiae et praedestinatione et gratiae Dei cum libero arbitrio (1108); Epistolae; Orationes sive meditationes (1070-1104). Edizioni: in P.L.; ma si veda l’ed. crit. a cura di F. S. ScHMITT, Leckau-Roma, 1938, Lipsia-Roma, I, 194 (i primi due voll.), EdimburgoLondra (i restanti tre voll.) e, inoltre, il Monologion e.il Proslogion, Padova, 1951, con un testo che riproduce l’ed. ScHMitT, e del Cur Deus homo l'ed. fotomecc. (Schmitt) con trad. ted., Darmstadt, 1958. Delle trad. italiane ricordiamo le Opere filosofiche a cura di C. Orraviano (escluso il Monologior), Lanciano, 1928; per il Monologion, quella sempre .a. cura dell’Ortaviano, Palermo, ; di A. Beccari, Torino; di A. LANTRUA, Firenze, Cfr. inoltre: S. AnseLMo d'Aosta, /! Proslogion, le Orazioni, e le meditazioni, testo lat. (Schmitt), trad. intr. a cura di G. Sanpri, Padova, 1959. Bibliografia: La bibl. generale in GeveRr Brie Wutr Tra le opere più interessanti e più recenti cfr.: a) Sull'ordinamento delle opere e sul pensiero in generale: A. Koyré, L'idée de Dieu dans la philosophie de St. Anselme, Parigi, 1923. H. OstLENDER, Anselm von Canterbury, der Vater der Scholastik, Diisseldorf, 1927. A. Levasti, S. Anselmo, vita e pensiero, Bari, Jacquin, Les rationes necessariae de St. Ansélme, Mél. Mandonnet, II, Parigi BartH, Fides quaerens intellectum. Anselms Beweis der Existenz Gottes im Zusammenhang seines theolog. Programms, Monaco. W. BerzenpòRFER, Giauben und Wissen bei den grossen Denkern des Mit telalters, Gotha, 1931. A. Wimart, Le premier ouvrage de St. Anselme contre le trittisme de Roscelin, Rech. théol. anc. méd. ScHMITT, Zur Ueberlieferung der Korrespondenz Anselms von Canterbury, Rev. Bénédict., 1931. IpeMm, Zur Chronologie der werke des hl. Anselm, Rev. Bénédict., 1932. C. Orraviano, Le rationes necessariae in S. Anselmo, Sophia, 1933. 533 Bibliografia E. Giuson, Sens et nature de Pargument de St. Anselme, Arch. Hist. doctr. litt. m. à., 1934. R. ALcers, Anselm von Canterbury. Leben, Lehre, Werk... Vienna, 1936. F. S. ScHMITT, Eine neues unvollendetes Werk des Hl. Anselme von Canterbury. De potestate et impotentia, necessitate et libertate, (Beitrige, XXXIII, 3), Miinster, 1936. A. StoLz, Anselm von Canterbury. Sein Leben, seine Bedeutung, seine Hauptwerke, Monaco, 1937. L. 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Gever,700; De Brie, 5299-5314; De Wuctr, I,250-251; in particolare GHELLINCK, The Sentences of Anselm of Laon and their place in the codification of theology during the XIII century, Irish theol. Quart., 1911. F. BLIEMETZRIEDER, Anselm von Laons systematische Sentenzen... I, Texte (Beitrige, XVIII, 2-3), Miinster, 1919. Ip., L'ocuvre d'Anselme de Laon et la littérature théologique contemporaine, Rech. Théol. anc. méd. WriswriLeR, Das Schriftum der Schule A. von Laon und Wilhems vom Champeaux in deutschen Biblioteken, (Beitrige, XXXIII, 1-2), Miinster, 1936. A. Lanperar, Werke aus dem Bereich der Summa Sententiarum und Anselm von Laon, Div. Th. (F.), 1936. O. Lortin, Aux ornigines de l'école d'A. de Laon, Rech. théol. anc. méd. IpeM, Nouveaux fragments théologiques de Pécole d'A. de Laon, bibl. Ipem, Psychol. et morale Cavarcera, D'Anselme de Laon è Pierre Lombard, Bull. litt. ecclés., . B. Smatrey, The study of the Bible in the Middle Ages, Oxford, 1941, 33-35, 40-43, 45-46. H. 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XI: Roscellino da Compiègne, Riv. stor. crit. scien. rel., 1908. F. Picaver, Roscellin, philosophe et théologien d'après la légende et d'après l’histoire, Parigi, 1911? (con testi e documenti in app.). M. Gorce, in DThC, XIII, 2911-2915. Capitolo terzo Sulla cultura del XII secolo e il suo rinascimento A. CLervar, Les écoles de Chartres au Moyen Age du V au XVI siècle, Parigi, 1895. M. GraBMann, Die Geschichte d. scholast. Methode, Monaco, 1911. Cu. H. Haskins, The Renaissance of the 12*% century, Cambridge (Mass.), 1927. G. Paré - A. Bruner - P. TremsLay, La Renaissance du XII* siècle, ParigiOttawa Wutr, Le panthéisme Chartruin, in Aus der Geisteswelt des mittelalters (Beitrige, suppl. III), Miinster, 1935. J. M. Parent, La doctrine de la création dans l'’école de Chastres, ParigiOttawa, 1938. J. De GHELLINCK, L'essor de la littérature latine au XII° siècle, Bruxelles, 1946, 1954?. Pu. DeLHAyE, L'organisation scolaire au XII' siècle, Tradiwio 1947. G. 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Prister, De Fulberti Carnotensis episcopi vita et operibus, Nancy, 1885; s.v. in DThC, VI, 964-967. .Bernardo Opere: Fonti e frammenti in P.L., 199, 666 e 938; e cfr. P. TrHomas, in Mel. Graux, Parigi, 1884, dove pubblica alcuni estratti del De invenzione .rhetorica. Gilberto de la Porrée Opere: Commenti agli Opuscola sacra di Boezio; scritti esegetici tra i quali particolarmente importanti i Commenti ai salmi ed all’Epistola at «Romani. Edizioni: I Commenti a Boezio insieme agli stessi Opuscola sacra, in P.L., 64 (ma cfr. R. SrLvann, Le texte des Commentaires sur Boèce de Gilbert -de la Porrée, Arch. Hist. doctr. m. à., 1946); ed. crit. dei Commenti: al De Hebdomadibus, Traditio, 1953, ai. due Opuscoli sulla Trinità, Studies and Textes, I, Toronto, 1955; al Contra Eutychen et Nestorium (De duabus naturis), Arch. Hist. doctr. litt. m. à., 1954. Le opere esegetiche bibliche «sono ancora inedite, salvo una parte del Commento ai Salmi. Per il Liber «de sex principiis, che non è probabilmente di Gilberto, cfr. P.L., 188, 12551270; ed. crit. A. Hevsse, Miinster, 19532. Bibliografia: La bibl. generale in Grever,704-705; De Brie, nn. ‘5208-5211; De Wutr, I,213-214. In particolare cfr.: A. Lanpcrar, Untersuch. zu den Eigenlehren Gilberts de la Porrée, Zeitschr. Kathol. Theol., 1930. Ipem, Mitteil. 2. Schule Gilbert Porreta-s, Collect. franc., 1933. A. Forest, Le réalisme de Gilbert de la Porrée dans les commentaire du De hebdomadibus} Rev. néosc. philos., 1934. Ipem, Gilbert de la Porrée et les écoles du XII° siècle, Rev. cours et confér., 1934. .A. Haven, Le concile de Reims et l'erreur théologique de Gilbert de la Porrée, Arch. Hist. doctr. litt. m. &., 1935-1936. Bibliografia M. H. Vicarre, Les Porretains et l'avicennisme avant 1215, Rev. sc. philos. théol., 1937. M. Harinc, The case of Gilbert de la Porrée, Med. Stud., 1951. E. Wicciams, The Teaching of Gilbert Porretta on the Trinity, Roma, 1951. 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Edizioni: De sex dierum operibus in Haurfau, Notices et extraits..., 1893,52e in W. Jansen, Der Kommentar d. Clarembaldus v. Arras zu Boethius De Trinitate, Breslavia, 1926; Heptateucon, scoperto e presentato da A. CLervar in Congrès scient. int. d. Cathol., II, Parigi, 1889,277 sgg., ed. del prologo a cura dello JeaunEAU in Méd. Stud., 1954; Librum hunc in JAnSEN, op. cit., e cfr. N. M. Harinc, A Commentary on Boethius De Trinitate by Thierry of Chartres, Arch. Hist. doctr. litt. m. 4. 1956. La bibl. generale in Gever, p. 704; De Bue, n. 5352; DE Wutr, I, 192-193. Bibliografia: P. DuneM, Le système du monde, cit., III,184-193; J. M. Parent, La doctrine de la création dans l'école de Chartres, E. JEaunEAU, Quelques aspects du platonisme de Thierry de Chartres, Congrès de Tours et Poitiers, 1954. Ipem, Un représentant du platonisme au XII° siècle: Thierry de Chartres, Mém. Soc. archéol. d’Eure-et-Loire, 1954. Ipem, Simples notes sur la cosmogonie de Thierry de Chartres, Sophia, 1955 539 Bibliografia N. M. Harinc, A short treatise on the Trinity from the School of Thierry of Chartres, Med. Stud., 1957. Inem, The lectures of Thierry of Chartres on Boethius De Trinitate Arch. Hist. doctr. litt. m. &., 1958. IpeMm, Two Commentaries on Boethius (De Trinitate and De Hebdomadibus) by Thierry of Chartres, ibidem, 1960. Guglielmo di Conches Opere: Philosophia mundi (in varie red.); Dragmaticon philosophiae; Glosse alla Consolatio boeziana; Glosse al Timeo di Platone. Assai probabile anche l’attribuzione del Moralium dogma philosophorum, opera eccezionalmente fortunata. Edizioni: La Philosophia mundi, in P.L., 90 (tra le opere di Beda) e 172 (tra le opere di Onorio di Autun); il Dragmation, ed. C. Parra, Parigi, 1943; frammenti della Secunda e Tertia Philosophia in V. Cousin, Ouvrages inédits d’Abélard, Parigi, 1936,669-677, ove si trovano pure alcuni frammenti del Commento al Timeo,648-657. Per la Glosse aBoezio e al Timeo cfr. CH. Journary, Notices et extraits..., XX, 2, Parigi, 1862, e, particolarmente T. Grecory, Anima mundi. La filosofia di Guglielmo di Conches e la scuola di Chartres, Firenze, 1955, ed E. Garin, Studi sul platonismo medievale, Firenze, 1958. Per il Moralium dogma philosophorum cfr. l’ed. J. HoLmserc, Upsala, 1929. Bibliografia: Cfr. Gever, p. 704; De Brie, nn. 5245-5248, 5352; DE Wutr, I,192-193. In parti colare cfr.: H. FLATTEN, Die philosophie des Wilhelm von Conches, Coblenza, 1929. C. Ortaviano, Willelmi a Conchis philosophia seu Summa philosophiae, Arch. st. filos., 1932, n. 2; 1933, n. 1. IpeM, Un brano inedito della Philosophia di Guglielmo di Conches, Napoli, 1935. J. M. Parent, La doctrine de la création dans l'école de Chartres, (con brani delle glosse a Boezio e al Timeo). Pu. DeLHave, Une adaptation du De Officiis au XII° siècle, le Moralium dogma philosophorum, Rech. théol. anc. méd., 1949. T. Grecory, Sull'attribuzione a Guglielmo di Conches di un rimaneggiamento della Philosophia mundi) Gior. crit. filos. ital. 1951. Ipem, Anima mundi. La filosofia di Guglielmo di Conches e la scuola di Chartres, E. Garin, Studi sul platonismo medioevale, B. OprrerNAM, L'usage de la notion d'Integumentum à travers les gloses de Guillaume de Conches, Arch. Hist. doctr. litt. m. Hanticnars, Points de vue sur la volonté et le jugement dans l'ocuvre d'un humaniste chartrain, in L'homme et son destin, cit.,417-429. E. JeaunEAU, Gloses de Guillaume de Conches sur Macrobe. Notes sur les manuscrits, Arch. Hist. doctr. litt. m. 2., 1960. Ipem, Deux rédactions des gloses de Guillaume de Conches sur Priscien, Rech. théol. anc. méd., . Bernardo Silvestre Opere: De mundi universitate sive Megacosmus et Microcosmus; Commentum in VI Aeneidos Libros; Mathematicus; De gemellis; De paupere ingrato; Experimentarius. Edizioni: Vari frammenti ed estratti delle opere in V. Cousin, Ouvrages inédits d'Abélard, Parigi, 1836 e 1855; per il De mundi universitate, cfr. l'ed. S. BaracH - J. WrosEt, Innsbruck, ; per il Commentum l’ed. RiepEL, Gryphisvaldae, 1924; per il Mazhematicus vedi P.L., 171 dove si trova l’ed. J. Bourassé, tra le opere di Ildeberto di Lavardin; per l'Experimentarius cfr. M. Brini-SavoreLLI, Un manuale di geomanzia presentato da Bernardo Silvestre di Tours (XII secolo): L’Experimentarius Riv. crit. st. filos., La bibl. generale inGeyeR, p. 704; De Wutr, I, p. 192. In particolare cfr.: E. Girson, La cosmogonie de Bernard de Sylvestris, Arch. Hist. doctr. litt. m. 4.7 1928. L. THornpIKE, An History of magic and experimental science, II, New York, 1929, c. 39. Tu. Silverste, The fabulous Cosmogony of Bernard Silvestris, Modern Philol., 1948. Capitolo quinto Pietro Abelardo logica: Glosse letterali: Editio super Porphyrium; Glossae in Categorias; Editio super Aristotelem de interpretatione; De divisionibus; 2) Logica Ingredientibus; 3) Logica Nostrorum petitioni sociorum (Glosse a Porfirio); 4) Dialectica (pit volte rimaneggiata tra il 1118 e il 1137). 6) teologia: 1) De wnitate et trinitate divina (1118-1121); 2) TAeologia christiana Theologia Sic et Non Commenti esegetici ai testi biblici (dopo il 1125); 6) Sermones; 7) Dialogus inter iudacum, philosophum et christianum. Ethica, seu liber Scito te ipsum. Inoltre le Epistole (tra le quali particolarmente importanti il carteggio con Eloisa e la Historia calamitatum). Edizioni: Tutte le opere, escluse quelle logiche, in P.L., 178; gli scritti fino ad allora inediti di Abelardo furono editi da V. Cousin, Ouvrages inédits d'Abélard, Parigi, 1836, che fece poi seguire la nuova edizione delle opere già edite: Petri Abaclardi opera hactenus scorsin edita, a cura di V. Cousin e Cu. Journain, Parigi, 1849-1859. Altre ed. che completano il Corpus abelardiano: P. AsaELARDI, De unitate et trinitate divina, ed. R. SròLzLE, Friburgo, 1891; Peter Abaclards Philosophische Schriften (1. Die Logica Ingredientibus 1; Die Glossen zu Porphyrius; Die Logica Ingredientibus 2; Die Glossen zu den Kategorien; Die Logica Nostrorum petitioni sociorum; Die Glossen zu Porphyrius), a cura di B. GEvER, in Beitrige, XXI, 1, 1919; XXI, 2, 1921; XXI, 3, 1927; XXI, 4, 1933; Peter Abaelards Theologia Summi Boni zum ersten Male volistindig herausgegeben (Beitrige, XXV), Miinster, 1939; Abaelard's Letter of Consolation to a Friend (Historia calamitatum), a cura di J. T. MuckLeE, Med. Stud., Toronto, ed ora nell’ed. crit. d i J. Monratn: ABfLarp, Historia calamitatum, Parigi, 1959; Pretro ABELARDO, Scritti filosofici (Editio super Porphyrium, Glossae in Categorias, Super Aristotelem de Interpretatione, De divisionibus, Super Topica glossae), editi per la prima volta da M. Dar Pra, Milano-Roma, ; Twelfth century logic. Texts and Studies, a cura di L. Minio-ParueLLo, Roma, 1956-1958 (vi sono alcuni testi di Abelardo); P. AsaeLarpus, Diglectica, First complete edition of the Parisian manuscript, a cura di L. M. De Rijx, Assen, 1956, Utile l'antologia a cura di M. De GanpiLLac, Ocuvres Choisies d' Abélard, Parigi, 1945. Il Conosci te stesso è stato tradotto in italiano da M. Dar Pra, Vicenza, 1941, l’Epistolario da C. OrTaviano, Palermo La bibl. generale in Gever,702-703; De Brie, nn. 5212-5244; De Wutr, Rémusar, Abélard. Sa vie, sa pensée, sa théologie, Parigi, 1845; 2. ed. 1855. L. Tosti, Storia di Abelardo e dei suoi tempi, Napoli, 1851; Roma, 1887. E. Kaiser, Pierre Abélard critique, Friburgo, 1901. J. Mc Case, Peter Abelard, New York, Reiners, Der Nominalismus in der Frihscholastik (Beitràge, VIII, 5), Miinster, GevER, Die Stellung Abàlards in der Universalienfrage... (Beitràge, suppl. I), Miinster, 1913. H. OsrLenper, P. 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La bibl. generale in GeyER,701-702; De Brie, nn. 5299, 5306, 5313; De WuLr, I, p. 178. Per Adelardo di Bath cfr. la relativa bibl. al capitolo I della P. IV. Sugli sviluppi della scuola abelardiana nella sua componente teologica «fr. particolarmente A. Lanpcrar, Finfishrung in die Geschichte der theologischen Literatur der Friihscholastik, Regensburg, 1948; e dello stesso: Écrits théologiques de l'École d’Abélard, Textes inédits (Sententiae parisienses e Ysagoge in theologiam), Lovanio, 1934. 544 Bibliografia Capitolo sesto Pietro Lombardo Opere: Commenti scritturali; Sermones; Libri IV Sententiarum. Edizioni: Le Opere in P.L., 191-192; i Libri quattuor sententiarum, nell'edizione critica dei Francescani di Quaracchi, Quaracchi (Firenze), 1916. Bibliografia: Cfr. Gever,710-711; De Brie, nn. 5369-5378; De WuLF EspensERGER, Die Philosophie des Petrus Lombardus (Beitrige, III, 5), Miinster, 1901. F. Cavarcera, S. Augustin et le Livre des sentences de Pierre Lombard, Arch. Philos., GHeELLINCK, Pierre Lombard, in DThC, Weriswerer, La Summa sententiarum, source de Pierre Lombard, Rech. théol. anc. méd., 1934. Pietro Lombardo, Novara, 1953 (con la bibl. lombardiana di J. de Ghellinck, 24-25). S. Vanni-RovicHi, Pier Lombardo e la filosofia medievale, Sapienza, 1954. Miscellanea Lombardiana (in occasione delle celebrazioni organizzate in Novara per onorare Pietro Lombardo), Novara, 1957. Sul movimento che ha portato all'elaborazione dei Libri Sententiarum e delle Summe cfr.: sopratutto M. GrasMmann, Geschichte der Katolischen Theologie, Friburgo (Br), 1933,286-9; F. StecmùLLER, Repertorium comment. in Sent. Petri Lombardi, Wiirzburg, 1947, con le aggiunte di M. Gotoszewska, J}. B. Kororec, A. PoLtAWwSKI, Z. K. SIEMIATKOWSKA, J. Tarnowska, Z. WLopEk, in Miscellanea philosophica Polonorum, Varsavia, 1958. Vedi inoltre: J. Stmer, Des Sommes de théol., Parigi, 1871. M. Grasmann, Gesch. d. schol. Meth., cit., II, cit.,3-25, 476-563. G. Paré, A. Brunet, P. TreMBLAY, La renaissance du XII s. Les écoles et l'enscignement, G. EncLHarpr, Die Entwicklung der dogmatischen Glaubenpsychologie vom Abaelardstreit bis Philipp den Kanzler, (Beitrige, XIII), 1933. P. GLorieux, Sommes théologiques, in DThC, XIV, 2341-64. J. De GHELLINcK, Le mouvement théologique du XII s., cit., passim. M.-D. ChÒenu, La théologie au douzième siècle, Parigi, 1957, passim. O. LortIn, Psychologie et morale..., cit., VI,9-18, 119-124, 137-148. Giovanni di Salisbury Opere: Entheticus, sive de dogmate philosophorum; Polycraticus, sive 545 Bibliografia de nugis curialium et vestigiis philosophorum; Metalogicon; Historia pontificalis. Edizioni: Le Opere in P.L., 199. Il Polycraticus è edito a cura di C. C. J. Wes8, Oxford, 1909; il Metalogicon sempre a cura del Wes, Oxford, 1929; la Historia pontificalis a cura di R. L. Poote, Oxford, ; a cura dello stesso anche le Epistolae. Bibliografia: Cfr. Gever,705; De Brig, nn. 5384-5390; De WuLF, I, p. 234. In particolare v.: C. C. J. WeB8, John of Salisbury, Londra, Huizinca, Een proegothieke geest, Johannes van Salisbury, Tijdschrift voor geschiedenis, 1933, ed ora in Verzamelde Werken, IV, Haarlem, Wess, Joannis Sarisberiensis Metalogicon. Addenda et corrigenda, Med. Ren. Stud. Denis, Un humaniste au moyen dge: Salisbury, Nova et Vetera LiesescHirz, Mediaeval Humanism in the life and writings of John of Salisbury, Londra, 1950. M. Dar Pra, Giovanni di Salisbury, Milano, 1951. D. D. Mc Garry, The Metalogicon of John of Salisbury: A Twelfth Century Defense of the Verbal and Logical Arts of the Trivium, BerkeleyLos Angeles, 1955. G. AspeLIN, John of Salisbury"s Metalogicon, Bibl. Soc. Royal des Lettres de Lund, 1951-1952. B. HetsLinc-GLoor, Natur und Aberglaube im Policraticus des Johann von Salisbury, Zurigo, 1956. H. HoHENLEUTNER, Johannes von Salisbury in der Literatur der letzen zehn Jahre, Hist. Jahrb., 1958. M. A. Brown, John of Salisbury, Franc. Stud. 1959. Alano di Lilla Opere: Regulae de Sacra theologia; Summa quoniam homines; Tractatus de virtutibus, de vitiis et de donis Spiritus Sancti; De Planctu Naturac; Anticlaudianus; Ars Praedicandi; Summa quot modis; Contra Haereticos; Liber Paenitentialis; Rythmus. Edizioni: In P.L., 210, ad eccezione della Summa quoniam homines e del Liber de virtutibus per i quali v.: O. LortIN, Le traité d'Alein de Lille sur les virtus, les vices et les dons du Saint Esprit, Med. Stud., 1950 ed ora in Psychologie et morale... cit., VI; Summa quoniam homines, a cura di P. GLorreux, Arch. Hist. litt. doctr. m. à., 1954; Anticlaudianus, testo critico e introd., a cura di R. Bossuar, Parigi, 1955. 546 Bibliografia Bibliografia: Cfr. Gever, p. 706; De Brie, n. 5352; De Wutr, I, p. 228. In particolare v.: M. BaumcartneR, Die Philosophie des Alanus de Insulis, (Beitrage, II, 4), Miinster, 1896. J. Huizinca, Veber die Verkniipfung des poetischen mit dem Theologischen bei Alanus de Insulis, Mededeel d.k. Akad. Afd. Letterkunde, LXXVI, B, 6, Amsterdam, 1924 (con in app. un’altra red. del De virtutibus) [ed ora in Verzamelde Werken, IV, Haarlem, 1949,3-84]. M.-D. ChÙenu, Un essai de méthode théologique au XII* siècle, Rev. sc. philos. théol, 1935. J. M. Parent, Un nouveau témoin de la théologie dionysienne au XII° siècle, in Aus der Geisteswelt des Mittelalters (Beitrige, Suppl. III), Miinster, 1935. P. GLorieux, L'iauteur de la Somme Quoniam homines Rech. théol. anc. méd., 1950., G. Rarmaup pe Lace, Alain de Lille, poète du XII° siècle, Parigi, Green, Alan of Lille's De planctu naturae Spec., . V. CienTo, Alano di Lilla poeta e teologo del sec. XII, Napoli, 1958. M.-D. CHenu, Une théologie axiomatique au XII° siècle. Alain de Lille, Cîteaux Nederl., 1958. A. Ciorti, Alano e Dente Convivium, 1960. O. Lortin, Alein de Lille une des sources des Disputationes di Simon de Tournai, in Psychologie et morale..., cit., VI,93-106. C. VasoLi, Due studi per Alano di Lilla, Bull. Ist. st. it. m. e., 1961. Ipem, La teologia apothetica di Alano di Lilla, Riv. crit. st. filos., 1961. Ipem, Le idee filosofiche di Alano di Lilla nel De Planctu e nellAnticlaudianus Gior. crit. filos. ital. 1961. Nicola di Amiens Opere: De aste catholicae fidei Edizioni: In P.L., 210, sotto il nome di Alano di Lilla. Bibliografia: Cfr. Gever,706; DE Wutr, I, p. 250. Clarembaldo di Arras Opere: Commento al De Trinitate di Boezio. Bibliografia: Cfr. Gever,704; DE Wutr, I,192-193. W. Jansen, Der Kommentar des Cl. v. Arras 2. Boethius De Trinitate, Breslavia, 1926. 547 Bibliografia Capitolo settimo Sulle eresie cfr. in generale: F. Tocco, L'eresia nel medioevo, Firenze, 1884 (cfr. anche Albori della vita italiana, Milano Vorpe, Movimenti religiosi e sette ereticali nella società medievale italia. na: sec. XI-XIV, Firenze, 1926, 19612. H. Grunpmann, Religiose Bewegungen im Mittelalter, Berlino, Srerano, Riformatori ed eretici nel medioevo, Palermo, 1938. R. MansELLI, Profilo dell'eresia medioevale, Humanitas, 1950. R. MorcHEN, Medioevo Cristiano, Bari, 1951 (L'eresia del medioevo). A. Donparne, L'origine de l'hérésie médiévale, Riv. st. d. Chiesa in Ital., 1952. L. Sommariva, Studi recenti sulle eresie medioevali (1939-1952), Riv. st. ital. 1952. A. Borst, Die Katharer, Stoccarda, 1953. R. ManseLLI, Studi sulle eresie del sec. XII, Roma, Per il Francescanesimo rinviamo alla voce Ordini Mendicanti del capitolo 2 della Parte IV. Gioacchino da Fiore ‘Opere: Concordia veteris et novi Testamenti; Tractatus super IV _Evangelia; Expositio in Apocalypsim; Psalterium decem chordarum; Adversus ludaeos; De articulis fidei. Edizioni: Concordia, Venezia, 1519; Expositio, ivi, 1627; Psalterium, Venezia, 1957. Edizioni recenti: Joachim de Fiore. Tractatus super quatuor Evangelia, a cura di E. Buonaruti, Roma, 1930; Joachimi Albertis Liber contra Lombardum (Scuola di Gioacchino da Fiore), a cura di C. OrrAviano, Roma, 1934; Joachim de Flore. Scritti minori. De articulis fidei, a cura di E. BuonaIUTI, Roma, 1936. Si cfr. anche L. TonpeLLI, Il libro delle figure di Gioacchino da Fiore, Torino, 1939-1940. Bibliografia: Ci limitiamo ad opere di carattere generale: E. Buonaruti, G. da Fiore. I tempi. La vita. Il messaggio, Roma, Benz, Joechim-Studien, Zeitschr. f. Kirchengesch., , 1932, 1934. J. Ca. Huck, Joachim von Floris und die joachitische Literatur, Friburgo, 1938. F. Foserti, Gioaecch. da Fiore e il Giovacchinismo antico e moderno, Padova, 1942. M. Reeves, The Liber figurarum of |. of Fiore, Med. Ren. Stud., 1950. H. Grunpmann, Neue Forschungen iiber ]. von Flora, Marburgo, 1950. F. Russo, Bibliografia gioachinita, Firenze, Crocco, La teologia triniteria di Gioachino da Fiore, Sophia; 1957. M. W. BLoomriEL©, Joachin von Flora. A critical survey of his canon, teachings, sources, biography and influence, Traditio, 1957. E. Mrxxer, Neuere Literatur siber Joachin von Fiore, Cîteaux Nederl., Clairvaux Epistolae, in P.L., 182; Sermones LKXXVI, in P.L., 183 (nuova ed. a cura di B. GseLL-L. JANAUSCHEK, Xenia bernardina, Vienna, 1891); Tractatus: 1) ascetico-mistici, in P.L., 182; 2) monastici, in P.L., 182; 3) liturgici, in P.L., 182-183; 4) dogmatici ed apologetici, in P.L., 182; 5) agiografici, in P.L., 182. L’ed. critica delle opere, a cura di J. LecLERO, C. H. TaLBor, H. M. RocHars, è in corso a Roma, 1957Cfr. inoltre: Sr. Bernarp, Oeuvres (voll. 2) a cura di M. M. Davr, Parigi, 1945 e l’ed. spagnola in corso a Madrid, 1953 Bibliografia: Cfr. GevEr,707-708; De Brie, nn. 5263-5284; De WuLF, I,255-256. Per la bibl. generale completa fino al 1891 cfr. G. Hurrer, Die Wunder des Al. Bernard, Hist. Jahrb., 1889 e in L. JAanAUSCHEK, Xenia bernardina, Vienna, 1891, rist anast., Hildersheim, 1959; C. H. TaLsor, Bibliografia di S. Bernardo, Riv. st. d. Chiesa in Ital., 1954; J. 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FourNIER, s.v., in DHGE, II, 14-15. Ugo di S. Vittore Opere: Filosofiche: Didascalion; Epitome in Philosophiam; De unione corporis et spiritus; Mistiche: De arca Noe morali; De arca Noe mystica; Soliloguium de arrha animac; Commentarium in Hierarchiam caelestem S. Dionysii, l. X., ecc. Edizioni: Le Opere in P.L., 175-177. Cfr. inoltre: Epitome in philosophiam, ed. Haurfau, in H. de St. Victor. Nouvel examen de ses ocuvres, Parigi 1859; Hugonis a S. Victore Didascalion. De Studio legendi, ed. critica a cura di C. H. Burrimer, Washington, 1939; Hugues de St. Victor, La contemplation et ses espèces (testo e intr.) ed. R. Baron, Parigi, 1958. Si cfr. J. De GHeLLINcK, La tables de matières de la première édition des ocuvres de Hugues de St. Victor, Rech. sc. relig., ; e Un catalogue des oeuvres de H. de S. V., Rev. néoscol. philos., 1913. Bibliografia: Cfr. Gever, p. 709; De Brig, nn. 5287-5295; De WutLr, I,221-222. In particolare v.: A. 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Inem, Essai sur la succesion et la date des écrits de Hugues de St. Victor, Roma, S. Vittore Tractatus de gradibus charitatis; Beniamin minor; Beniamin maior; De Trinitate; Quomodo Spiritus Sanctus est amor Patris et Filii; Liber exceptionum; Epistolae. Edizioni: I testi in P.L., 196; 177 coll. 193Cfr. inoltre: Richard de S. V. Les quatre degrés, testo critico, trad. e note, a cura di G. DUuMEIGE, Parigi; De Trinitate, ed. e note di J. RisarLLier, Parigi, 1958; Liber exceptionum ed. e note di J. CratiLLON, Parigi, 1958, e ancora il De Trinitate con trad. franc. a cura di G. SaLET, Parigi, 1960 e R. de St. Victor, Sermons et opuscules inédits tr. fr. Pragi, 1951. Bibliografia: Cfr. Gever, p. 710; DE Bn, nn. 5496, 5550; De WuLr, I, p. 222. In particolare: C. Ortaviano, Riccardo di S. Vittore. La vita, le opere, il pensiero, Mem. R. Accad., Naz. Lincei, 1933. A. M. EtHIER, Le De Trinitate de Rich. de S. Victor, Parigi-Ottawa, 1939. J. A. 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IpeM, Le Microcosmus de Godefroy de Saint-Victor. Étude théologique, Lilla-Gembloux, 1951. Ildegarda di Bingen Opera: Scivias, Liber divinorum operum simplicis hominis, ecc. P.L.; in J. B. Prrra, Analecta sacra spicilegio Solesmensi parata, VIII, Montecassino, 1882; in A. Damorseau, Novae edit. opp. omn. S. Hildegardis experimentum, Sampierdarena, 1893-1899. Bibliografia: cfr. De Wutr, I, p. 255. In particolare: CH. Sincer, The scientific views and visions of S. Hildegard, in Studies in the history and methods of science, I, Oxford, 1917. H. Fiscrer, Die Al. Hildegard, die erste deutsche Naturforscherin und Aerz®n, Monaco, 1927. H. LiesescHurz, Das allegorische Weltbild der hl. Hildegard von Bingen, Lipsia, 1930. M. Uncrunp, Die metaphysische Anthropologie der hl. Hildegard von Bingen, Miinster, . D. Baumcarpr, The concept of mysticism, Rev. of. relig., 1948. Capitolo ottavo Per la bibliografia relativa al pensiero politico ed alle controversie teologico-politiche del XII secolo, rinviamo direttamente alla ricca bibliografia di L. Firpo, in app. alla tr. ital. di R. W. e A. J. CaruxLe, Il pensiero politico medioevale, vol. II, Bari. Tra la vastissima bibliografia sulla filosofia araba (e cfr. GEvER, pp: 716720; De Brie, nn. 21819-21923) citiamo soltanto i seguenti studi di carattere generale. Bibliografia: V. CHÙauvin, Bibliographie des ouvrages arabes ou relatifs aux Arabes publiés dans l'Europe chrétienne de 1810 à 1885, Liegi, 1892-1922. D. PranmuLcer, Handbuch der Islam-Literatur, Berlino, 1923. E. Carverev, A brief bibliography of arabic philosophy, The Moslen World, 1942. ° ]. Sauvacet, Introduction è l'histoire de l’Orient musulman: éléments de bibliographie, 1943; Corrections et suppléments, 1946. P. J. De Menasce, Arabische Philosophie, fasc. 6 di Bibliographische Einfihrungen in das Studium der Philosophie, Berna, 1948. G. C. 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BortoLotTI, Storia della matematica elementare, in Enciclopedia della matematica elementare, Milano, 1950. al-Kindi Opere: De intellectu; De somno et visione; De somno et vigilia; De quinque essentiis; Liber introductorius in artem logicae demonstrationis; Epistola sull'acquisto della filosofia solo mediante le matematiche; Trattato circa il numero dei libri di Aristotele e circa ciò che è necessario per raggiungere la filosofia; Sull'anima; Epistola intorno all'arte di allontanare la tristezza. Inoltre un famoso trattato di Ortica, tradotto da Gerardo da Cremona e diffusissimo nel XIII e XIV sec. Edizioni: Numerosi scritti sono stati pubblicati da ‘Abd al-Hadi Abi Ridah, sotto il titolo Rasa'il al-Kindi alfalasafiyyah, il Cairo, 1950. Cfr. inoltre Una risalah di al-Kindi sull'anima, a cura di G. Furtani, Riv. trimestr. di studi fil. e relig., 1922. Bibliografia: Cfr. Geyer, p. 726; De Brie, nn. 21931-21932a; DE WuLF, I, p. 305. In particolare vedi: A. 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Alfarabis Philosophische Abhandlungen (testo arabo), a cura di F. Diererici, Leida, 1890 (trad. ted., Leida, 1892); Der Musterstaat von Alfarabi, a cura di F. Drererici, Leída trad. ted., Leida, 1904); Die Staatsleitung von Alfarabi, trad. ted. a cura di F. Dreterici, Leida, 1904; Das Buch der Ringsteine Farabis mit dem Kommentar des Emir Ismail el Hoscini el Farani, trad. ted. a cura di M. Horten, Miinster, 1906; A/farabi. De Intellectu et intellectus, trad. ‘lat. medievale, a cura di E. Gitson, Arch. Hist. doctr. litt. m. &., 1929-1930; Alfarabius, De Arte Poetica, ediz. e trad. inglese a cura di A. J. Arserry, Riv. stud. orient., 1930; Alfarabius, Catélogo de las ciencias, ediz. a cura di A. GonzaLes PALENCIA, Madrid, 1932; Alfarabius, De Platonis philosophia, a cura di F. RosENTHALR. Watzer, Londra, 1943; Alfarabius, Compendium Legum Platonis, testo arabo e trad. lat. a cura di F. GagriELI (Corpus platonicum medii aevi), Londra Al Farabi's Arabic-Latin Writings on Music... De scientiis and De ortu scientiarum, testo tr. ingl. a cura di H. Harmer, Glasgow, 1934; Idées des habitants de la cité vertueuse, tr. fr., Il Cairo, 1949. Bibliografia: Cfr. Gever,720 sgg.; De Brie, nn. 21938-21943b; DE Wutr, Ì, p. 305. In particolare vedi: R. Hamui, La filosofia di Alfarabi, Riv. filos. neoscol., 1928. E. Girson, Les sources greco-arabes de l'augustinisme avicennisant, Arch. Hist. doctr. litt. m. 4., 1930. I. Mapkour, Le place d'al Farabi dans l'école philosophique musulmane, Parigi, 1934. 558 Bibliografia Strauss, Quelques remarques sur la science politique de Maimonide et de Farabi, Rev. étud. juives, 1936. J. ArserrY, Farabis Canons of Poetry, Riv. stud. orient. 1937. Karam, La Ciudad virtuosa de Alfarabi, Ciencia tomista, 1939. BéporeT, Les premières traductions tolédanes de philosophie. Oeuvres d'Alfarabi, Rev. néosc. philos., 1938. H. Sarman, Le Liber exescitationis ad viam felicitatis d’Alfarabi, Rech. théol. anc. méd., 1940. H. 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Avicenna Opere: Della vastissima produzione (la bibl. critica di Mahdavi cita 131 opere autentiche e 110 dubbie, e il P. Anawati 276 di cui parecchie dubbie ed apocrife) citiamo soltanto oltre al celebre Canone della medicina (al-Oanuùn fi-t-tibb) i seguenti scritti di carattere propriamente filosofico: il Kitàb ash-Shifa (Libro della guarigione); il Kitab-an-Nagiah [Libro della salvezza (dall'errore)], estratto dello Skifz; il perduto Libro del giudizio imparziale tra occidentali e orientali (Kitàb-al-'Jus3f); una ventina di Opwscoli filosofici; alcuni frammenti pubblicati da A. BapHawi; il Kit20 al'-Isharat wa't-tanbihat [Libro delle direttive e annotazioni]; il Daneshnameh i-Alè'i [Libro della sapienza per ’Aal); una parte della Logica della sua Filosofia orientale nota sotto il nome di al-Hikmah al-mashrigiyyah; inoltre la Epistola sull'amore (Risala f''l-Isq). Edizioni: il Canone, pit volte stampato in Occidente, è stato adattato e riassunto in ingl. da O. A. Cameron GruNER, A Treatise on she Canon of 559 Bibliografia Medicine of Avicenna. Incorporating a Translation of the First Book, Londra, ; le parti della 4/-Sifa tradotte nel Medioevo furono pubblicate a Venezia nel 1495 (rist. anast., Heverlee-Lovanio, 1960) e 1508; tr. ted. «della Metafisica, M. Horten, Die Metaphysik Avicenna's: das Buch der Genesung der Seele, Lentiis and De ortu scientiarum, testo tr. ingl. a cura di H. Harmer, Glasgow, 1934; Idées des habitants de la cité vertueuse, tr. fr., Il Cairo, 1949. Bibliografia: Cfr. Gever,720 sgg.; De Brie, nn. 21938-21943b; DE Wutr, Ì, p. 305. In particolare vedi: R. Hamui, La filosofia di Alfarabi, Riv. filos. neoscol., 1928. E. Girson, Les sources greco-arabes de l'augustinisme avicennisant, Arch. Hist. doctr. litt. m. 4., 1930. I. Mapkour, Le place d'al Farabi dans l'école philosophique musulmane, Parigi Strauss, Quelques remarques sur la science politique de Maimonide et de Farabi, Rev. étud. juives, 1936. J. ArserrY, Farabis Canons of Poetry, Riv. stud. orient. 1937. Karam, La Ciudad virtuosa de Alfarabi, Ciencia tomista, 1939. BéporeT, Les premières traductions tolédanes de philosophie. Oeuvres d'Alfarabi, Rev. néosc. philos. Sarman, Le Liber exescitationis ad viam felicitatis d’Alfarabi, Rech. théol. anc. méd., 1940. H. SaLman, The Mediaeval Latin Translations of Alfarabi's Works, N. Schol., 1939. Strauss, Farabi's Plato, L. Ginzeberg Jubilee Volume, New York, 1945257-294. Corrasarria, Las obras y la filoséfia de Alfarabi en los escritos de Alberto Magno, Ciencia tomista, 1951. IneM, Doctrinas psicologicas de Alfarabi en los escritos de Alberto Magno, ibidem, 1952. Ipem, Tabla general de las citas de Alkindi y de Alfarabi en las obras de Alberto Magno, Est. filos., 1953. D. CasaneLAas, Alfarabi y su Libro de la concordancia entre Platon y Aristoteles, Verdad y Vita, 1950. p_TODO SD Ta F F. Rassmann, L'Intellectus acquisitus in Alfarabi, Gior. crit. filos. ital., BertoLa, Commento al Dell'essenza dell'anima di al-Farabi, Misc. Centro di studi mediev. dell’Un. catt. di Milano, Milano, 1956. R. Waczer, al-Farabi's theory of profecy and divination, Jour. hellen. Stud., 1957. L. Strauss, How Farabi read Plato's Laws, Mél. L. Massignon, 1959. Avicenna Opere: Della vastissima produzione (la bibl. critica di Mahdavi cita 131 opere autentiche e 110 dubbie, e il P. Anawati 276 di cui parecchie dubbie ed apocrife) citiamo soltanto oltre al celebre Canone della medicina (al-Oanuùn fi-t-tibb) i seguenti scritti di carattere propriamente filosofico: il Kitàb ash-Shifa (Libro della guarigione); il Kitab-an-Nagiah [Libro della salvezza (dall'errore)], estratto dello Skifz; il perduto Libro del giudizio imparziale tra occidentali e orientali (Kitàb-al-'Jus3f); una ventina di Opwscoli filosofici; alcuni frammenti pubblicati da A. BapHawi; il Kit20 al'-Isharat wa't-tanbihat [Libro delle direttive e annotazioni]; il Daneshnameh i-Alè'i [Libro della sapienza per ’Aal); una parte della Logica della sua Filosofia orientale nota sotto il nome di al-Hikmah al-mashrigiyyah; inoltre la Epistola sull'amore (Risala f''l-Isq). Edizioni: il Canone, pit volte stampato in Occidente, è stato adattato e riassunto in ingl. da O. A. Cameron GruNER, A Treatise on she Canon of 559 Bibliografia Medicine of Avicenna. Incorporating a Translation of the First Book, Londra, 1930; le parti della 4/-Sifa tradotte nel Medioevo furono pubblicate a Venezia nel 1495 (rist. anast., Heverlee-Lovanio, 1960) e 1508; tr. ted. «della Metafisica, M. Horten, Die Metaphysik Avicenna's: das Buch der Genesung der Seele, Lipsia, 1913; tr. lat. della Metafisica del Nagat: A. Carame, Avicennae Metaphysicae compendium, Roma, 1926; ed. crit. dell'originale: ash-Shifa, I, a cura di I. Mapkour, M. EL KHoprirr, G. C. Anawati, F. eL-AÒw£nI, 1952; il De Anima (la parte psicologica delle Kitab-al-Shifa) nell’ed. F. Ranman, Londra, 1959. Gli scritti mistici (Trastés mystiques) in tr. fr. a cura di M. A. MEHREN, Leida, 1889-1899; La Logica orientale, ed. sotto il titolo Mantig al-mashrigiyyah, Il Cairo, 1910; Cfr. inoltre: Introduction è Avicenne, son Epitre des définitions, tr. con note di A. M. GorcHon, Parigi, 1933; I. Mapkour, L'Organon d'Aristote dans le monde arabe... quelques pensées à un commentaire inédi di'Ibn Sina, Parigi, 1934; Livre des Directives et Remarques, tr. con intr. e note di A. M. GorcHon, Beyrut-Parigi, 1951; Le livre de Science (Dane3nameh) tr. fr. di H. Massé e M. AcHENA, Parigi, 1955-1958; Poème de la médecine, a cura di A. JAHIER e A. NovrEDDINE, Parigi, 1956. Inoltre tutte le opere persiane di Avicenna sono state edite a Teheran in occasione del millenario (cfr. E. Rossi, 12 millenario di Avicenna a Teheran e Hamadan, in Oriente moderno, 1954). Per i testi di Avicenna che correvano nel medioevo cfr. oltre alle citate ed. della Metaphysica: Opera omnia, Venezia, 1495, 1508 (rist. anast. Heverlee-Lovanio, 1960); 1546; De Anima, Pavia, De animalibus, Venezia Canon, Strasburgo, Bibliografia avicennista: C. A. NaLLINO, s.v., in Enc. Ital, V, 638-639. T. J. De Borr, /bn Sinz, Encycl. de l'Islam, II, 446. O. Ercin, /brni Sinami eserleri, Biiyik tirk filosof., 1937. G. C. Anawati, Mw’ allafat Ibn Sinà, Il Cairo, 1950, riass. fr. in Rev. Thom., 1951. A. A. HekMmaT, Les oeuvres persanes d'Avicenne, Congrès de Bagdad Sa‘tn Naricy, Bibliographie des principaux travaux européens sur Avicenne, Teheran, 1953. Inem, Pare Sina (Avicenne, his Life, Works, Thought and Time), Teheran, 1954. YauHyva Maunpavi, Bibliographie d'Ibn Sina, Teheran, 1954. O. Ercin, /bin Sina bibliografyasi, Instanbul, 1956. G. C. Anawati, Chronique Avicénienne 1951-1960, Rev. thom., 1960. Volumi commemorativi: Millénaire d'Avicenne, Rev. du Caire, giugno 1951; Millénaire d'Avicenne (Congrès de Bagdad), Il Cairo, 1952; Mémorial d'Avicenne, Il Cairo, 1952 sgg.; Avicenne, Scientist and Philosopher, a 560 Bibliografia Millenary Symposium, Londra, 1952; Z. Sara, Le livre du Millénaire d'Avi cenne, Teheran, 1954; Rev. Thom., 1951, n. 2. Cfr. inoltre Gever Brie, nn. 21945-21965b; De Wutr, I,305-306. Tra gli studi più recenti e significativi, ci limitiamo a indicare: B. Carra pe Vaux, Avicenne, Parigi, 1900. G. GagrieLI, Avicenna, Arch. st. scien., 1923. D. Sacisa, Études sur la métaphysique d'Avicenne, Parigi, 1926. E. Gitson, Pourquoi St. Thomas a critiqué St. Augustin, Arch. Hist. doctr. litt. m. 8. 1926. Ipem, Avicenne et le point de départ de Duns Scoto, Ibidem, 1927. G. FurLani, Avicenna e il Cogito ergo sum di Cartesio, Islamica, 1927. IpeMm, Avicenna, Barhebreo, Cartesio, Riv. stud. orient., 1933. E. Gitson, Les sources gréco-arabes de l'augustinisme avicennisant, Arch. Hist. doctr. litt. m. 8., 1929. M. D. RoLanp-GosseLin, Sur les relations de l'ime et du corp d’après Avicenne, Mél. Mandonnet GorcHon, Introduction è Avicenne..., Parigi, 1933. C. Fasro, Avicenna e la conoscenza divina dei particolari, Bull. filos., 1935. A. Sougziran, Avicenne, Parigi, 1935. A. M. GoicHon, La distinction de l'essence et de l'existence d'après Ibn Sinà, Parigi, 1937. Ipem, Lexique de la langue philosophique d'Ibn Sina, Parigi, 1939. Ipem, Vocabulaire comparé d'Aristote e d’Ibn Sina, Parigi IpeM, La philosophie d'Avicenne et son influence en Europe médiévale, Parigi, 1944, 195122 M. Cruz HernAnpez, La metafisica de Avicenna, Granada, 1949. L. GarpeT, La pensée religieuse d’Avicenne, Parigi, 1951. Avicenna: Scientist and Philosopher. Millenary Symposium, a cura di G. M. Wickens, Londra, 1952. E. BLocH, Avicenna und die aristotelische Linke, Berlino, 1952. L. Garper, La connaissance mystique chez Ibn Sinà, et ses présupposés philosophiques, Il Cairo, 1952. Moxammap Yusur Musa, La sociologie et la politique dans la philosophie d'Avicenne, Il Cairo, 1952. F. Ranman, Avicenna's Psychologie, Oxford, 1952. P. Mesnarp, Le millénaire d'Avicenne et ses répercussions sur l’histoire de la philosophie, Ann. Inst. Etud. orien. Alger, 1953. M. Cruz HernAnpez, La distincion aviceniana de la esencia y la existencia y su interpretacion en la filosofia occidental, Misc. Millés-Vallicrosa, 1954. s61 Bibliografia H. A. Wotrson, Avicenna, Algazali and Averroes on divine attributes, ibidem. Avicenna nella storia della cultura medioevale, Acc. Naz. Lincei, anno CCCLIV, 1957, Q.40, Roma Arnan, Avicenna, his life and works, Londra-New York, 1958. J. CHaix-Ruv, La sagesse orientale d'Avicenne et les mythes platoniciens, Rev. d. la Mediterr., 1958. M. Atonso, La Alanniyya de Avicenna y el problema de la esencia y existencia, Pens., 1958. I. 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Edizioni: Logica et philosophia, Venezia, 1506; Tendentiae philosophorum, Leida, 1888; Destructio philosophorum, Il Cairo, 1888; Algazel's Metaphysic. A mediaeval translation, a cura di J. T. Mucxkte, Toronto, 1933; Al-Ghazali, O disciple!, trad. di G. H. ScHeRER, Beirut, ; 1ky2' ‘ulam ad-din, ou Vivifications des sciences de la foi, ed. trad. G. H. Bouscuer, Parigi, 1955; d/-Munquid min adalal, testo arabo e trad. di C. M. Farm JaBre, Beirut, 1959. Bibliografia: Cfr. Gever, ; De Brie, nn. 21968-21991a; De Wutr, Asfn Patacios, Algazel: dogmdtica, moral, ascética, Saragozza, 1901. B. Carra pe Vaux, Gazali, Parigi, 1902. H. Bauer, Die dogmatik al-Gazzalis, Halle, 1912. Inem, Uber Intention, reine Absicht und Wahrhaftigkeit, Halle, 1916. IpeM, Von der Ehe, Halle Osermann, Der philosophische und religiose Subjektivismus Ghazalis, Vienna-Lipsia, Bouuyces, Algazeliana, Mél. Fac. Orient., 1922. H. Bauer, Erlaubtes und verbotenes Gut, Halle, 1922. M. Asfn Patacios, Un compendio musulmano de pedagogia, el libre de la introducion a las ciencias de al-Gazali, Saragozza, 1924. Ipem, La espiritualidad de Algazel y su sentido cristiano, Madrid-Granada, 1934-1941. D. H. SaLman, Algazel et les Latins, Arch. Hist. doctr. Hitt. Wensinck, La pensée de Ghazali, Parigi, 1940. A. WeEHR, Al-Gazzalis Buch vom Gottvertrauen, Halle, 1940. M. SmitH, Al Gazali, the Mystic, Londra, Warr, The Authenticity of the Works Attributed to al-Gazali, Jour. R. Asiatic Soc. Ipem, The Faith and Practice of al-Gazali, Londra, 1953. C. M. Farip Jagre, Biographie et Oecuvres de Ghazali, Mél. Ideo, 1954. V. CÒÙistHor, Al-Oistas al Mustagim et connaissance rationelle chea Gazali, Bull. Etud. orient., Farip JaBrE, La certitude de Ghazali dans ses origines et son histoire, Parigi, . S. De Braurecuen-G. C. Anawati, Une preuve de lexistence de Dieu chez Ghazzali et St. Thomas, Mél. Inst. dominicain Etud. orient. 1956. 563 Bibliografia C. M. Faxip Jasre, La notion de certitude selon Ghazali dans ses origines psychologiques et historiques, Parigi, 1958. M. Aronso, Influencia de Algazel en el mundo latino, al-Andalus, 1958. G. F. Hourani, The dialogue between al-Ghazzali and the philosophers on the origin of the world, The Muslim World, 1958. Avempace Opere: Della sua vasta produzione sono pervenuti una Epistola expeditionis (Lettera d'addio); il riassunto ebraico della sua opera principale Il regime del solitario (Tadbir al-mutawahkid); un trattato De anima e un trattatello: Continuatio o Copulatio intellectus cum homine, entrambi illustrati da Averroè; un De plantis. Edizioni: I testi arabi, con tr. sp. del De plantis, della Continuatio, del Regime e dell’Epistola in al-Andalus, 1940, 1942 1943, a cura di M. Asîn Patacios. Il testo e tr. del Regime, sempre a cura di Asin PaLacios, Madrid, 1948. Bibliografia: cfr. Gevea, p. 722; De Brie, nn. 22010a-22011e; De WuLF, II, p. 305. In particolare cfr.: M. Asîn Patacios, E! filbsofo zaragozano Avempace, Rev. de Aragon, 1900-1901. Inem, Un texto de Al-Farabi atribuido a Avempace por Moisés de Narbona, ibidem, 1942. U. A. FarrukH, [bn Bajja (Avempace) and the philosophy in the Moslem West, Beirut, 1945. D. M. Duntop, Ibn Bajjah's Tadbir'! Mutawahhid (Rule of Solitary), Jour. R. Asiatic Soc., Munk, Mélanges de philosophie juive et arabe, cit.,386-410. Aba Bekr Ibn Tufal Opere: Ci rimane soltanto il trattatello filosofico Hayy ibn Yagzan (dal nome del protagonista). Edizioni: Ed. e tr. fr. di L. GaurHieR, Beirut; tr. ingl. di S. Orcey, Il Cairo, 1905; di P. BrénnLE, Londra, 1904; tr. sp. di F. Pons Borcnes, Saragozza, 1900; di A. GonziLes Parencia, Madrid, 1934, 19482. Bibliografia: Cfr. Gever, p. 722; De Brie, nn. 21993-21994. M. Asîn Patacios, E! filosofo autodidacto, Rev. de Aragon, 1901. L. GautHIER, [bn Tufail. Sa vie, ses oeuvres, Parigi, 1909. C. A. Naztino, Filosofia orientale od illuminativa di Avicenna? Riv. stud. orient. 1925., ora in: Raccolta di scritti editi e inediti, VI, Roma, 1948,218-256. F. Garcia G6mez, Un cuento drabe fuente comin de Aben Tofail y de Gracidn, Rev. Arch. Bibl. y Museos,  . Ipem, Una Oasida politica inédita de Ibn Tufail, Rev. Inst. Egipcio de Est. islamicos, 1953. Averroè Opere: L'elenco particolareggiato degli scritti in M. Bouvees, Notes sur les philosophes arabes connus des Latins au Moyen Age. V. Inventaires des textes arabes d'Averroès, Mél. de l’Univ. St. Joseph, Beirut, 1922-1923. Tra le opere scientifiche ricordiamo principalmente il Kulliyyat al-tibb [Principî generali di medicina]. Per gli scritti di filosofia distinguiamo: a) Trattati e scritti separati: 1) Fals al-magal watagrir ma bayna alshasî wa al-higma min al-'ittisal [Sentenza risolutiva dichiarante il modo in cui -la filosofia è unita alla religione]; 2) al-Kashfan manahig aladillah fi‘aqaid al-milla wa ta'arif ma waqa'a fiha bishasb al-ta'wil min al-shubah wa al bida' al-mudhila [Svelamento del metodo di argomentare sui principî della religione e indicazione sull'ambiguità ed errori eretici dovuti all'interpretazione del testo sacro); 3) Damimat al mas'alat al-il algadim [Aggiunta al problema della conoscenza eternal; 4) Tahafut al Tahafut [L'incoerenza dell'incoerenza, confutazione di Algazali]; 5) Sulla possibilità della congiunzione fra l'intelletto materiale e l'intelletto separato, conosciuto solo nella vers. ebraica medievale; 6) Soluzione del problema: eternità o creazione del mondo, conosciuto solo nella versione ebraica medioevale; b) Commenti aristotelici: 1) Commento Grande (shark o tasfir); 2) Commento media (talkhis); 3: Compendi o perifrasi (gavami' o mukhtasar) (Commenti a tutte le opere aristoteliche, eccettuata la Politica sostituita dalla Repubblica di Platone). c) Opere spurie: Tractatus de animae beatitudine, la cui prima parte esiste anche separatamente col titolo: Libellus seu epistola de connexione intellectus abstracti cum homine (e cfr. |. TeicHer, L'origine del Tractatus De animae beatitudine Atti del XIX Cong. int. degli Orientalisti, Roma). Edizioni: Ed. di a 1, 2, 3 a cura di M. J. Miner, Monaco, 1858 (e quindi le edd. Il Cairo); ed. di 4 1, 3 con tr. fr. a cura di L. GaurHieR, Ibn Rochd (Averroès, Traité décisif [Fagl el-magal) sur lac cord de la religion et de la philosophie, suivi de l'Appendice [Dhamina], Algeri, 19483); ed. di a 3 con la tr. lat. di Raimondo Martin (sec. XIII) a cura di M. Asfn Patacios, in Homenaje a Codera, Saragozza, 1904; tr. integrali di 4 1, 2, 3: ted. di M. J. MùtLER, Philosophie und Theologie von Averroés (Monumenta Saecularia Bayer Akad. d. Wiss.), Minaco, 1875, ingl. di M. Jama-ur-REHMAN, The philosophy and theology of Averroes, 565 Bibliografia Baroda, 1921, sp. di M. ALonso, Teologia de Averroes, Madrid-Granada, 1947; Ed. crit. di a 4 di M. Bouxces in Bibl. arab. Scholasticorum, S. Arabe, III, Beirut, ; tr. ingl. di S. Van pen BercH, Londra, 1954; tr. spagn. parziale di C. Qurés, in Pens., 1960; ed. di a 5 parziale con tr. ted. in'L. Hannes, Des Averroés Abhandlung: Ueber die Mòoglichkeit der Conjunktion, Halle, 1892; ed. di 4 6 in app. a M. Worms, Die Lehre von der Anfangslosigkeit der Welt bei den mittelalterlichen arabischen Philosophen (Beitrige, III, 4), Miinster, . Ed. di et 1: Commento alla Metaphysica ed. crit. testo arabo, Tafsil ma ba'ad at-tabi'at di M. Bouxrces, in Bibl. arab. Scholasticorum, S. Araba, V-VII, Beirut, 1938-1948; De anima, ed. crit. tr. lat. medioevale, Commentarium magnum in De anima di F. Stuart Crawrorp; Corpus Commentariorum Averrois in Aristotelem della Mediaeval Academy of America, Vers. lat., VI, 1, Cambridge (Mass.), 1953. Ed. di © 2 Commento alle Categoriae, ed. crit. testo arabo, Talkhis kitab al-maqulat di M. Bouyces, in Bibl. Arab. Scholasticorum, S. Araba, III, Beirut, 1932; alla RAetorica, testo arabo a cura di F. Lasinio, Il Commento medio della Retorica di Aristotele, Firenze, 1875-1878 (incompiuta); alla Poetica, testo arabo a cura di F. Lasinio, Pisa, 1872 e ripubbl. da ’AspuzRAHAMAN BapHawi, Aristoteles, De Poetica, Il Cairo, 1953; al De generatione et corruptione, trad. dall’or. arabo e dal testo ebreo e versioni latine di S. KueLanp (Corpus Comm. Averrois in Aristotelem, Vers. anglica, IV, 1-2), Cambridge (Mass.), 1958; l’ed. del testo ebraico, sempre a cura del Kurtanp (Corpus Comm. Averrois in Aristotelem, Vers hebraic., N. 1-2), ibid., 1958. i . Ed. di 5 3: compendio di Physica, De caelo; De generatione, Meteorologica, De anima, Metafisica nel testo arabo sotto il titolo: Rasa'il Ibn Rushd, Haiderabad, 1947; De anima (solo) in A. Faup AHwani, Talkhis, kitàb alnafs, Il Cairo; Metafisica (soltanto) in M. aL-Qassani, Fiil tigat alaquwail..., Il Cairo, 1903-1907 e con tr. sp. da C. Quiroz RopricuEz, AvERrroes, Compendio de Metafisica, Madrid, 1919; tr. ted. di S. Van DEN BERGH, Leida, 1924; De sensu, testo arabo in A. BapHawt, Aristutalis fi al-nafs, Il Cairo, 1954,191-239; Parva naturalia, ed. crit. trad. lat. med. di A. L. SHieps (Corpus Comm. Averrois in Aristotelem, Vers. lat., VII), Cambridge (Mass.), 1949; ed. crit. tr. ebraica di H. BLumBerc (ibidem, Vers. hebraic., VII), ivi, 1954; Repubblica di Platone, ed crit. tr. ebr. med. di E. T. J. RosentHAL, Cambridge (Mass.), 1956; commpendio del De gencratione et corruptione in trad. ingl. insieme alla versione del Commento medio, Ed. di c: la versione ebraica con tr. ted. in J. Hercz, Drei Abhandlungen tiber die Conjunktion des separaten Intellekts mit dem Menschen von Auverroés, Berlino, 1869. ‘Il Kelliyyat al-tib5 è stato pubblicato sotto il titolo Quitab e? Culliat, Larache, 1939. 566 Bibliografia Per le ed. medioevali latine dei commenti e delle opere filosofiche cfr. l’editio princeps delle Opera di Aristotele con i Commenti di Averroè: Aristotelis opera omnia, Averrois in ca opera commentarii, Padova, 1472, 1473, 1474, e in seguito le varie edd. cinquecentesche tra le quali le più complete sono quelle di Venezia, 1552 e quindi 1560 in 11 volumi. Bibliografia: Cfr. Gever,722-723; De Brie, nn. 21995-22009a; DE Wutr, l,306-307. In particolare si veda: E. RENAN, Averroès et l’averroisme, Parigi, 1852, 18612. F. Lasinio, Studi sopra Averroè, Ann. Soc. ital. per gli Studi Orient., 1873, 1874; Gior. Soc. Asiatica italiana, 1897-1898, 1899. L. GauTHIER, La théorie d'Ibn Rochd (Averroès) sur les rapports de la religion et de la philosophie, Parigi, 1909. P. Doncoeur, La religion et les maftres de l’Averroisme, Rev. sc. philos. théol., 1911. P. S. Curist, The psychology of the active intellect of Averroes, Filadelfia, 1926. H. A. WotLrson, Plan of a Corpus Commentariorum Averrois in Aristotelem, Speculum, 1931. A. Mansion, La théorie aristotélicienne du temps chez les peripatéticiens médiévaux, Averroès, Albert, Thomas, Rev. néosc. phil., 1934. J. TercHEr, Alberto Magno e il commento medio di Averroè sulla Metafisica Studi ital. filol. class., 1934. M. Atonso, La cronologia en las obras de Averroes, Misc. Comillas Tornay, Averroe's doctrine of the mind, Philos. Rev., 1943. M. Atonso, Teologia de Averroes, Madrid-Granata, 1947. L. GautHIER, Ibn Rochd, Parigi, 1948. B. H. ZepLer, Averroes and immortality, N. Schol., 1954. T. AtLarp, Le rationalisme d'Averroès d’après une étude sur la création, Parigi, 1955. R. Arnacpez, La pensée religieuse d’Averroès, Stud. Islam. AnceLIsanTI, Problema Dei existentiae in systemate Ibn Rusd, Gerusalemme, 1956. J. J. Housen, Ibn Rushd (Averroes) as a muslim philosopher, Bijdragen, 1958. C. J. 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GaurHnIER, Antécédents gréco-arabes de la psycho-physique, Beirut Atonso, Averroes observador de la naturaleza, al-Andalus, Filosofia ebraica Tra l'ampia bibliografia sull'argomento (cfr. Gerer,723-725; DE Brie, nn. 21613-21694; De Wutr, I, p. 307) citiamo solo i seguenti studi di carattere generale: D. NEUMAREK, Geschichte der jiidischen Philosophie des Mittelalters, Berlino, 1907-1928. I. Husrk, A History of Medieval Jewish Philosophy, Filadelfia, 1916, u. e. GurtMann, Die Philosophie des Judentums, Monaco, 1933. E. MitLer, History of Jewish Mysticism, Londra, 1946. E. BertoLA, La filosofia ebraica, Milano, 1947. G. Vagpa, Introduction è la pensée juive du moyen dge, Parigi, 1947. G. ScHoLEeM, Les grands courants de la mystique juive, tr. da l’ebr., Parigi, 1950. E. FLec, Anthologie juive, Parigi, 1953. T. Bomann, Das Hebraische Denken im Vergleich mit dem Griechischen, Gottinga, 19542. J. ApLer, Philosophy of Judaism, New York, 1960. Cfr. inoltre: S. Siunami, Bibliography of Jewish Bibliographies, Gerusalemme, 1936. G. Vaypa, Jidische Philosophie, fasc. 19, Bibliographische Einfùhrungen in das Studium der Philos., Berna, 1950. Isacco Giudeo Opere: Si conservano nella tr. ebraica e latina il Liber definitionum (Sefer ha-Yèsod5t); il Liber Elementorum (Sefer ha-Hibbar) i trattati di 568 Bibliografia medicina; un Commento al Sefer Yèsiràh; due frammenti d’interpretazione biblica e un frammento del testo arabo del Liber definitionis. Edizioni: La versione latina in Opera Omnia Ysaac, Lione, 1515; ed. crit. a cura di J. T. Mucxte, in Arch. Hist. doctr. litt. m. à., 1937-1938; la versione ebraica del Sefer ha-Hibbar, a cura di H. HirscHreeLD, in Festgabe Steinschneider, Lipsia, 1894; del Sefer ha-Yèsodat, a cura di S. FrieD, Drohobycz, 1900; il frammento arabo nell’ed. H. HrrscHreLp, in Jewish Quart. Rev., 1903. Inoltre la trad. inglese delle opere a cura di A. ALTMANN e S. M. STERN, in Zsaac Israeli a neoplatonic philosopher of carly Xth cent., Fair Lawn (N. J.) - Londra, 1958. Bibliografia: Cfr. Gever, p. 725; De Brie, nn. 21698-21699. J. Gurrtmann, Die philosophischen Lehren des Isaak ben Salomon Isracli, Miinster, 1911. G. Sarton, Introduction to the History of Science, I, Baltimora, 1927, 639-640 (ampia bibl.). H. A. Wotrson, Isaac Israeli on the Internal Senses, in Jewish studies in Memory of. G. Kohut, New York, 1935,583-598. Sa'adyah ben Yosef Opere: Kitab al’Amanat Wa'll'tigadat (Libro delle credenze religiose e dei dogmi); Commento al Sefer Yesiràh; Sefer ha-Émunot wè ha-Dot [Libro della credenza e delle opinioni], scritto in arabo. Edizioni: Les oeuvres complètes de Saadia, a cura di J. DERENBOURG, 6 voll. Parigi, 1893-1896; Commento al Sefer Yèsiràh, testo e tr. fr. di M. LAMBERT, Parigi, 1891; Sefer ha-Emzanot, testo arabo a cura di S. LaNDAUER, Leida, 1880; testo ebraico, ed. D. SLucki, Lipsia, 1864; tr. ingl. di R. RoSENBLATT, New Haven, 1948. Bibliografia: Cfr. Gever,725-726; De Brie, nn. 21700-21705; DE Wutr MALTER, Saadia Gaon. His life and Works, Filadelfia, 1921 (con bibl. fina al 1920). D. Neumark, Saadia's Philosophy. Sources Characters, in Essays in Jewisk Philosophy, 1929. M. Ventura, La philosophie de Saadia Gaon, Parigi, FreImann, Saadia's Bibliography, New York, 1943. A. Neuman-S. ZerrLin, Saadia Studies, Filadelfia, Wotrson, in Jewish Quart. Rev., 1946-1947. Avicebron Opere: Anaq (Collana), poema quasi totalmente perduto: Zsl44 al Aklaq (Miglioramento dei caratteri morali); Mutkhar al-Giawahir (Scelta di perle, raccolta di sentenze di autori antichi); AzarotA (Prescrizioni, 613 norme Bibliografia riguardanti il codice biblico); Mégor Hayyim (Fonte della vita, secondo il titolo della tr. ebraica); Poesie. Si ricordano inoltre un Tractatus de esse e un Tractatus de scientia voluntatis, perduti, e il Keter Malkat (Corona regale), poema filosofico particolarmente importante. Non sicura l'autenticità di un De anima (solo in tr. lat.). Fons vitae: parafrasi ebraica in S. Munx, Mélanges de philos. juive et arabe, nuova ed., Parigi, 1955; tr. lat. in CL. BAEUMKER, Avencembrolis Fons vitae (Beitrige); Miinster, 1892-1895; Isleh: testo arabo e tr. ingl. a cura di S. Wise, New York, 1901; Scelta di perle, tr. ingl. di A. CoÙen, ivi, 1925; Poesie, la raccolta più completa a cura di Ch. N. Bratik-J. Ch. Rawnrrzkr, 3 voll., Berlino-Tel Aviv, 1924-1929; nuova ed. int. di cui è uscito solo il I vol.: H. ScHmmann, Sirim nibhrim S. |. Gaon, Tel Aviv, 1944; antologia con tr. ingl. in J. Davipson, Selected Religious Poems of S. I. Gebirol, Filadelfia, 1923; nuova ed., 1944; Corona reale, in Davipson, cit., e testo e intr. a cura di A. CHouraou, in Rev. thom., 1952; tr. fr. di P. Vuirtaro, Parigi, 1953; De anima in A. LoEWENTHAL, Pscudo-Aristoteles îiber die Scele. Ein psichol. Schrift d. XI ]ahrh. u. ihre Beziechung zu S. i. Gebirol, Berlino, 1891. Bibliografia: Cfr. Gerer; DE Brie, nn. 21708; DE WutrF, GurtMann, Die philosophie des S. I. Gebirol, Gottinga, 1889. D. Rosin, The Ethics of S. I. Gebirol, Jewish Quart. Rev., 1891. D. KaurMmann, Studien iiber S. I. Gebirol, Budapest, 1899. S. Horowirz, Die Psychologie I. Gebirols, Jah.ber. des Jiid. in Theol. Seminars, Breslavia, 1900. M. Wirrmann, Die Stellung d. hl. Thomas von Aquin zu Avencebrol, (Bcitrige, III, 3), Miinster, 1900. Ipem, Zur Stellung Avencebrols (Ib Gebirols) im Entwicklungsgang der arabischen Philosophie (Beitrige, V, 1), Miinster, 1905. K. DrevEr, Die religiose Gedankenwelt des Salomo ibn Gabirol, Berlino, 1930. M. BieLEr, Der gotiliche Wille bei Gabirol, Wiirzburg, 1933. A. HerscHet, Der Begriff der Einheit in der Philosophie Gabirols, Monatschrift f. Gesch. u. Wiss. des Judentums, 1938. J. M. MitLàs Vatticrosa, Selomo ibn Gabirol como poeta y filésofo, MadridBarcellona, 1945. E. BertoLa, Il Keter Malkut di S. i. Gebirol, in Saggi e studi di filosofia medioevale, Padova, 1951,107-117. Ipem, S. i. Gebirol (Avicebron). Vita, opere e pensiero, Padova, Brunner, Str l'Aylémorphisme d'Ibn Gebirol, Étud. philos., 1953. H. Simon, Das Weltbild Gabirols. Seine Bedeutung fiir die Geschichte der Philosophie, Zeitschr. Humboldt Univ. z. Berlin, 1956-1957. 570 Bibliografia Maimonide Opere: Tra le numerose opere religiose, giuridiche, scientifiche ricordiamo: un Trattato di terminologia logica; una Parafrasi del Talmud; un Trattato sul calendario ebraico; la Lettera di consolazione agli Ebrei lapsi, vari scritti di medicina. Ma gli scritti pil interessanti dal punto di vista filosofico sono: il Maor (Luce, commento alla Mishnah, scritto in arabo nel 1168; Mishneh Torah (La tradizione della Legge); un Codice di prescrizioni, scritto intorno al 1180 e il Morzh Nèbzkim (La guida dei dubbiosi), scritto in arabo nel 1170. Edizioni: Morzh nèbakim, ed. di S. Munk (testo arabo in caratteri ebraici), Le guide des égarés (con tr. fr. e note), Parigi, 1865-1866, nuova ed., Gerusalemme, 1931; tr. it. di D. J. Maroni, Livorno, 1871 (incompiuta); tr. ingl. di M. FriepLANDER, Londra, 1881-1885, 2. ed., New York, 1925 e di J. GurTMANN, ivi, 1952; trad. ted. di A. WrIss, Lipsia; trad. sp. di J. Suarez, Madrid Per le altre tr. e edd. cfr. U. Cassuto, s.v., in Enc. Ital., XXI, 951-952. Ricordiamo inoltre la tr. fr. della Terminologia logica, Parigi, 1935; e quella ingl. del Codice, New Haven, 1951 Bibliografia: Cfr. Gever,727-728; De Brie, nn. 21713-21807; Ds Wutr, I,307-308. D. YeLcin - I. AsraHams, Maimonides, Londra, 1903, rist. 1935, tr. it. Firenze, BacHeEr, M. Brann, D. Simonsen, Moses ben Maimon, Francoforte, Levy, Maimonide, Parigi, Minz, Moses ben Maimon (Maimonides). Sein Leben und seine Werke, Francoforte s. M., 1912. . M. T. Penipo, Les attributs de Dieu d'aprèòs Maimonide, Rev. néosc. philos., 1924. L. GutkowrrscH, Das Wesen des maimonichschen Lehre, Tartu, 1935. A. HescHeL, Maimonides. Eine Biographie, Berlino, 1935. L. Strauss, Philosophie und Gesetz. Beitràge zum Verstindnis Maimunis und seiner Vorliufer, Berlino, 1935. F. Bamgercer, Das System des Maimonides..., Berlino, 1935. L. Rota, The Guide for the perplexed. Moses Maimonide, Londra, 1948. H. Sfrouya, Maimonide. Sa vie, son ocuvre, avec un exposé de sa philosophie, Parigi, 1951. IpeM, La obra filosbfica de Maimonides, Rev. filos. ALTMANN, Essence and existence in Maimonides, Bull. J. Rylands Libr., 1953. M. FakHry, The Antinomy of the Eternity of World in Averroes, Maimonides und Aquinas, Muséon, 1953. W. KLuxEn, Literargesch. zum lat. M. Maimonide, Rech. théol. anc. méd. Inem, Maimonides und die Hochscholastik, Philos. Jahrb., Baeck, Maimonides, Diisseldorf, Zerrin, Maimonides, New York, KenpziersKI, Maimonides Interpretation of the VIII Book of Aristotle's Physics N. Schol., 1956. J. S. Munkin, World of Moses Maimonides, New York, 1957. A. Zaovi, Maimonide: Le livre de la Connaissance, (Frammenti tradotti e commentati), Mé€I. philos. litt. juives, I-II, 1957. C. KLEIN, The Credo of Maimonides, New York, 1958. Sugli aspetti più spiccatamente teologici cfr. inoltre: H. A. WoLrson, in Essays and Studies in Mem. of L. R. Miller, New York, 1938,201-234; Harvard Theol. Rev., 1938; L. Giurberg Jubilee Volume Engl. Sect., New York, 1945,411-446. Una bibliografia completa in lingua inglese in: I. EpstEIN, Moses Maimonides, in VIII Centenary Memorial Volume, Londra, 1935. Sulla Cabbala Oltre alle numerose indicazioni contenute nei volumi giàdello ScHoLem e del Vagpa si veda: E. Zoni, Profetismo e misticismo, nel vol. Israele, Udine, 1935. F. WarRraIN, La théodicée de la Kabbale, Parigi, 1952. R. B. Z. Bosker, From the World of the Cabbalah, New York, 1954. F. Barpon, Der Schiissel zur wahren Quabbalah. Der Quabbalist als voll Kommener Herrscher in Mikro- und Makrokosmos, Friburgo, 1957. A. Sarran, La Cabale, Parigi Sulle versioni latine delle opere greche, arabe ed ebraiche cfr. in gene rale: De Wutr, I,81-83; II,55-60. In particolare cfr.: A. Jourpain, Recherches critiques sur l'dge et l'origine des traductions latines d' Aristote, Parigi, 1819, n. ed. ibidem, 1843. V. Rose, Die Liicke im Diogenes Laertius und der alte Uebersetzer, Hermes, 1866. Ipem, Ptolomacus und die Schule von Toledo, Ibidem, WisrenFELD, Die Uebersetzungen Arab. Werke in das Lateinische seit die XI Jahrb., *Abhandl. Kgl. Gesellschaft d. Wissenschaften zu Got tingen, Bd. 22, Gottinga, 1877. M. Sreinscunemer, Die hebraischen Uebersetzungen d. Mittelalters und die ]uden als Dolmetscher, Berlino, 1893. IpeMm, Die arabischen Uebersetzungen aus d. Griechischen, Zentralblatt fir Bibliothekswesen, Beiheft V, 2; XII, Lipsia 1889, 1893. Ipem, Die europiischen Uebers. aus d. arabischen bis mitte d. XVII Jahrk. Sitzber. K. 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TuHéry, Notes indicatrices pour s'orienter dans l'étude des traductions médiévales, Mél. Maréchal, II, 1950. Sugli inizi della fortuna dell’ Aristotele latino: A. PeLzer, Les versions latines des ouvrages de morale conservées sous le nom d'Aristote en usage au XIII siècle, Rev. néosc. philos., 1921. A. BirKENMAJER, Le réle joué par les médicins et les naturalistes dans la réception d'Aristote aux XII et XIII siècles, in La Pologne au VI Congrès international des sciences historiques, Varsavia, 1930. IpeM, Project de l'Académie polonaise des sciences et lettres pour la publication d'un Corpus philosophorum medii aevi, Bruxelles, 1930. Ipem, Classement des ouvrages attributs à Aristote par le moyen dge latin, (Prolegomena in Aristotelem latinum, I), Cracovia, 1932. E. FrancescHINI, Aristotele nel medioevo latino, in Atti del IX Congresso naz. di filos., Padova, 1935. M. Mansion, Les prémices de l’Aristoteles latinus, Rev. philos. Louvain, 1946. tapal M. Grasmann, Aristoteles im zwéòlften Jahrh., Med. Stud., 1950. L. Minio-PaLueLto, Note sull’ Aristotele latino medioevale, Riv. filos. neosc., 1950, 1951, 1954, 1958, 1960. A. Mansion, Disparition graduelle des mots grecs dans les traductions médiévales d'Aristote. ME. J. De Ghellinck, IAdelardo di Bath Opere: Perdifficiles quaestiones naturales; De codem et diverso (ed. H. Wiccner, in Beitrige,y IV, I, Miinster, 1903); traduzioni dall'arabo (Euclide, a-Khuwarizmi). Bibliografia: M. Mutter, Die Quaestiones des A. v. Bath (Beitrigey XXI, 1), Miinster, 1934. F. BLIEMETZRIEDER, A. v. Bath, Monaco, CLacett, The mediev. lat. transl. from the arabic». with special emphasis on the versions of A. of Bath, Isis, 1953. Domenico Gundissalvi Opere: De anima; De Unitate; De processione mundi; De divisione philosophiae. Gli è attribuito anche un De immortalitate animae. Traduzioni: La Kitàb ash-Sifa di Avicenna; le Intenzioni dei filosofi di aL-GAzzaLI; il De ortu scientiarum di A-raraBi; il Fons vitae di AviceBRON. De anima (parziale) a cura di A. LoewentHAL, Kònigsberg, Berlino, 1890, e in Pseudo-Aristoteles iber die Seele, cine psychologische Schrift d. XII Jahrh. u. ihre Beziehungen 2. Salomon ibn Gebirol, Berlino, 1891; il De divisione philosophiae, a cura di L. Baur (Beitrige, IV, 2-3), Miinster, 1903; il De divisione scientiarum, a cura di S. H. THomson, Schol., 1933; ed. A. ALonso, Madrid-Granada, 1954; il De unitate, a cura di P. Correns, (Beitrige, I, 1), Miinster, 1891, rist. in A. BoniLLa y San MaRtIN, Hist. de la filos. espatiola, I,450-456; il De processione mundi, ed. MenenpEz y Petavo, in Hist. de los heterodoxos espafioles, I, Madrid, 1880 691-711 e a cura di G. BiiLow (Beitrige, II, 3), Miinster, Gerer; De Brie, nn. 5472-5476; De WutF, II, p. 74. CL. BAEUMKER, Les éerits philosophiques de D. Gundissalinus, Rev. thom., 1897. Inem, D. Gundissal. als philosophischer Schriftsteller, Friburgo 1898 e Miinster 1899, A. Levi, La partizione della filosofia pratica in un trattato medioevale, Atti R. Ist. Veneto, t. LXVII, P. II, 1908. L. Garcia Favos, E! Colegio de traductores de Tolego y Domingo Gundisaluo, Rev. de la Biblioteca... de Madrid, 1932. ). TercHER, Gundissalino e l'agostinismo avicennizzante, Riv. filos. neosc., 1934. H. Béporer, Les premières versions tolédanes de philos., Rev. néosc. philos., 1938. D. A. Catcus, Gundissalinus De Anima and the problem of substantial form, N. Schol., 1939. J. T. Muckte, The Treatise De anima of D. Gundiss., Med. Stud., 1940. M. Atonso, Notas sobre los traductores toledanos. D. Gundiss. y Juan Hispano, al-Andalus, 1943. IpeM, Las fuentes litérarias de D. Gundiss., ibidem, 1946. IpeMm, Traducciones del arcediano D. Gundiss., ibidem, 1947. Ipem, Domingo Gundissalvi y el De causis primis et secundis Est. Eccl., 1947. Inpem, Gundissalvo y el Tractatus de anima, Pensam., CHroust, The Definitions of Philosophy in the De divisione philosophiae of Dominicus Gundissalinus, N. Schol., 1951. Alfredo di Sareshel Opere: De motu cordis; traduzione del De vegetalibus (falsamente attribuito ad Aristotele), e del Liber de congelatis di Avicenna. Bibliografia: Cfr. GevER, p. 731; De Brie, n. 5467; DE Wutr, II, p. 74. Bibliografia In particolare v.: A. PeLzER, Une source inconnue de Roger Bacon, A. de Sareshel commentateur des Méttorologiques d'Aristote, Arch. franc. hist., BaeuMKER, Die Stellung des A. von Sareshel und seiner Schrift De motu cordis in der Wissenschaft des beginnenden XIll ]ahrh., Sitzber. Bayer Akad. Philos. Hist. Kl., 1913. Ipem, Des A. von Sareshel (Alfredus Anglicus) Schrift De motu cordis, (Beitrige), Miinster, 1923 (con ed.) G. LacomBe, A. Anglicus in Metheora, in Aus der Geisteswelt des Mittelalters, Miinster, Ibn Dahut di Spagna. Traduzioni: Fons vitae di AviceBRoN; De anima di Avicenna; De differentia animae di Qusta IBN Luca (la prima in coll. con il Gundissalvi). Bibliografia: cfr Gever, p. 724; De Brie, n. 5481; De Wutr, II, p. 59. M. SreiscHNEMER, Die hebriischen Ubersetzungen, M. Atonso, Notas sobre los traductores toledanos..., J. M. MîfLLas Vatticrosa, Una obra astronémica disconocida de Johannes Avendaut Hispanus, in Estudios sobre la historia de la ciencia espafiola, Barcellona, 1949,263-288. M. Atonso, Traducciones del drabe al latin por Juan Hispano (Ibn Dawînd), al-Andalus, 1952. M. T. p'ALverny, Avendauth, Misc. Millis Vallicrosa Barcellona Gerardo da CREMONA (vedasi) Da AristotELE: la Fisica, Secondi Analitici col Commento di Temistio, De Caelo et mundo; Metcor. I-III; De generatione et corruptione; Testi pseudarist.: Liber de causis, De intellectu, De quinque essentiis. Opere di ALEssanDRO DI Arropisia, aL-FARABI, Isacco Giupeo. Tradusse inoltre numerosi scritti scientifici: Canone di Avicenna; Elementi di EucLIDE; Almagesto di Tolomeo, ecc. Gever; De Brie, n. 5478; DE WutF, BrrkenMmaJer, Eine wiedergefundene Ucbersetzung Gerhards von Cremona, in Aus der Geisteswelt des Mittelalters, cit.. H. Béporet, Les premières versions tolédanes, Inem, L'auteur et le traducteur du Liber de causis, Rev. néosc. philos., 1938 E. FrancescHINI, /) contributo dell'Italia alla trasmissione del pensiero greco in Occidente nei secc. XII e XIII e la questione di Giacomo Chierico da Venezia, Atti Soc. ital. progr. sc., Roma, Themistius parafrasis of the Posterior Analytics in Gerardo of Cremona's translation, ed. ]}. R. O°DonnEL, Med. Stud., 1958. O Sull’attività scientifica di Gerardo cfr. inoltre: B. Boncompacni, Della vita e delle opere di Gerardo cremonese, Roma, 1851; U. T. HoLmEs, G. the naturalist, Spec., 1936. Michele Scoto Traduzioni: De Sphaera di ALpetRAcio (Bologna, Venezia, 1631); i XIX libri De animalibus di AristorELE; De caelo et mundo; De anima e, probabilmente, anche la PAysica e la Metaphysica con i commenti di AverRoÈ che egli fece conoscere per primo in Occidente (ed. Venezia). Divisio philosophiae; Quaestiones Nicolai peripatetici. astrologiche: Liber introductorius; Liber de particularibus; Physionomta (in Scriptores Physiognomici, I, Lipsia, 1893). Bibliografia: cfr. Gever, p. 731; De Wutr, II, p. 56. W. J. Brown, An Enquire into the Life and Legend of M. Scottus, Edimburgo, 1897. R. Rupserc, Textstudien zur Tiergeschichte d. Aristoteles, Upsala, 1908. Ipem, Kleinere Aristoteles Fragen, Eranos, DuHEM, Le système du monde, cit., III,241-249, 344-347. Cu. H. Haskins, Studies in the History of Medievale Science, Cambridge (Mass.) 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Tradusse inoltre i sottoelencati commenti ad Aristotele coi relativi testi aristotelici; Perihermeneias (Ammonio, 1268); Praedicamenta (Simplicio, 1266); De caelo et mundo (Simplicio, 1271); De sensu er sensato (Alessandro di Afrodisia, 1269); Metaphysica (Alessandro, 1260); De anima (Temistio); L. III De anima (Giovanni Filopono). Rivide inoltre molte tradd. già esistenti di testi aristotelici: De anima (prima del 1268); De memoria et reminiscentia; Physica Metseorol.; Metaphysica (eccetto il 1. XI tradotto da lui per la prima volta); Ezhica Nic. (1260 ca.); I-II Politicorum; Analytica posteriora; 578 Bibliografia Elenchi sophystici; probabilmente anche il De generazione et corruptione € i Parva naturalia. Tradusse inoltre l’Elementatio theologica e altri opuscoli di ProcLo. Bibliografia: cfr. Gever, p. 728; De Brie, nn. 2453, 3601, 4986, 4988, 5005, 57135; DE Wute, II, p. 290. E. FrancESscHINI, Aristotele nel M. E. latino, G. Lacomse, in Corpus philosophorum Medii Aevi. 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Stud., 1932; Alexandri de Hales Glossa în quattuor libros sententiarum Petri Lombardi, Quaracchi (Firenze), 1951-1954; Alerandri de Hales Quaestiones disputatae antequam esset frater) Quaracchi (Firenze), 1960. Bibliografia: per la vita: Prolegomena alla Glossa in quatuor libros sententiarum, I, Quaracchi, 1951,7-75. Quanto agli ultimi risultati della critica sugli scritti cfr.: V. Doucer, s.v., in Enciclopedia Cattolica, I, 784-787. Per altre notizie: A. Vacant, in DThC, I, 772-84. W. Lampen, in Lexicon fiir Theol. u. Kirche, I, 249-50. Bibliografia generale in GeveRr,734-735; De Brie, nn. 5421-5435; DE Woutr, II,117-120. Per il pensiero filosofico: P. Dunem, Le système du monde Mrxces, Philosophiegeschichtliche Bemerkungen iber die dem Al. ». Hal. zugeschriebene Summa de virtutibus, (Beitrige, suppl. I), Miinster,  (vedi anche in Franz. Stud. , , ; in Theol. Quart., 1915; in Riv. filos. neosc. 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Commentarii in IV libros Sententiarum Lombardi: Breviloquium; Itinerarium mentis in Deum; De reductione artium ad theologiam; De donis Spiritus Sancti; De scientia Christi; In Hexaemeron. Cai Edd.: Tutti gli scritti di San Bonaventura sono raccolti nell'ottima ediz. critica a cura dei padri francescani di Quaracchi: Osera omnia, 10 voll, Quaracchi (Firenze), 1882-1902. Si veda inoltre: De Aumanae coenitionis ratione Anecdota qauaedam Seravhici Doctoris S. Bonav. et nonnullorum ipsius discibulorum, Quaracchi, 1883; S. Bon. Seravh. Doctoris tria obuscola: Breviviloauium, Itinerarium mentis in Deum et De reductione artium ad Theolociam, notis illustrata, Quaracchi; S. B. Collationes in Hexaémeron et Bonaventuriana quaedam selecta, a cura di F. M. DELORME, Quaracchi, 1934; S. B. opera thenlocica selecta. Editio minor (1. Liber 1 sententiarum; II. Liber II sent.; INI. Liber Il sent.; IV. Liber II sent.; V. Liber IV sent.\. Quaracchi, 1934-1949: Questions disvuttes De caritate. De novissimis ediz. crit.. a cura di P. Girorievx. Parigi. Cfr. inoltre l'antologia: Philosovhia S. Bonaventurae textibus ex eius operibus selectis illustrata, a cura di B. RosenMoELLER, Miinster, 1933. Utile ancora ooci il Lexicon bonaventurianum di Toz4nnes A Ruino E Antonius Marta A Vicetia, Venezia, 1880. In tr. it. si veda: Riduzione delle arti, a cura di A. HerMET, Lanciano, 1923 (insieme alla tr. dell’Itinerario\: Vita di S. Francesco, a cura di G. BatteLLI. S. Casciano Val di Pesa, 1926: Il Brevilonuio, a cura di G. Piccioni. Siena, 1931: di T. M. BarsaLiscra. Pomnei. 1934: Itinerario della mente a Dio, a cura di A. HermeT, Firenze. 1919: di G. Dar Monte. Boloona, 1926; di C. Ottaviano. Palermo. 1933; di G. Sanvinno. Roma; Scaramtizzi, Padova. 1943: di F. Macconn Torino, : di G. BonarepE, Roma, 1951; I) principio della conoscenza (De humanae cognitionis suprema ratione), a cura di G. Marino, Milano, 1925. Bibliografia: La bibl. generale in Gever,735-738; De Brie, nn. 57205811; De Wutr, II,133-137. Una ricca biblioorafia in L. VeurHEY, S. Bonaventurae philosophia christiana, Roma In particolare, tra la vastissima bibliografia, si veda: K. ZiescHf. Die Lehre von Materie und Form; Die Naturlehre Bonaventuras, Philos. Jahrb., 1900, 1908. E. Lutz. Die Psychologie Bonaventuras nach den Quellen dargestellt, Miinster, DuHeMm, Le système du monde, cit., III,497-511; VI,82-88, 102-106; VII,198-199; X,33-34. Luvcxx, Die Erkenntnislehre Bonaventuras (Beitrige, XXIII, 3-4). Miinster, 1923. A. Stonr, Die Trinititslehre des hl. Bonaventura, Miinster, 1923. E. Gitson, La philosophie de St. Bonaventure, Parigi, 1924, 19533 (con ottima bibliografia). P. Grorreux, Essai sur la chronologie de S. Bon., Arch. franc. hist., 1926. F. ScHwenpincer, Die Erkenntnis in den ewicen Ideen nach der Lehre des hl. Bonaventura, Franz. Stud., 192% . J. M. Brssen, L'exemplarisme divin selon S. Bon., Parigi, Bonxrroy. 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Per la bibl. relativa alla scuola domenicana cfr. sotto la voce Domenicani. Alberto Magno Philosophia rationalis o Logica: De praedicabilibus (Super Isagogen Porphyrii); De Praedicamentis (In categorias Aristotelis): De sex frincipiis (commento al testo pseudoporrettiano); Zn Boétii de divisione; In duos Peri hermeneias; In Boétii de syllogismis categoricis; In duos Priorum Analyticorum; In Boétii de syllogismis hypoteticis (inedito); In duos Posteriorum analyticorum; In octo Topicorum; In duos Elenchorum. b) Philosophia realis: 1) Physica sive naturalis: De audito physico (In octo libros Physycorum); In duos libros de generatione et corruptione; In quattuor libros de caelo et mundo; De natura locorum; De causis proprietatum elementorum; In quattuor libros Metereorum; De mineralibus; In tres libros de anima; De nutrimento; De sensu et sensato; De memoria et reminiscentia; De intellectu et intelligibili; De natura et origine animae (De natura intellectualis animae et contemplatione); De quindecim problematibus; De unitate intellectus contra averroistas; De somno et vigilia; De spiritu et respiratione; De motibus progressivis (De principiis motus progressivi); De aetate (De iuventute et seneciute); De morte et vita; De animalibus libri XXVI; Quaestiones super libros de animalibus; De vegetalibus et plantis libri VII; Sul De fato (De sensu communi) cfr.: G. MEERSEMANN, /ntroductio in Opera omnia, citata più oltre, p. 138. La Summa naturalium o philosophia pauperum già attribuita ad Alberto Magno dal Birkenmayer, dal Pelster, dal Mandonnet, è adesso attribuita ad Alberto di Orlamiinde, un discepolo di Alberto Magno che la compose ispirandosi pienamente al maestro. Tale Summa naturalium fu compendiata da Pietro di Dresda nel Parvus philosophiae naturalis, che circolò a lungo nelle scuole sotto il nome di Alberto Magno (cfr. M. GrasMANN, Die Philosophia pauperum und ihr Verfasser Albert von Orlamiinde, (*Beitràge," XX, 2), Miinster, 1918; P. ManponneT, Sr. Albert le Grand et la philosophia pauperum, Rev. néosc. Philos., 1934; B. GevERr, Die Albert d. Grossen zugeschribene Summa naturalium (Beitrige, XXV, 1), Munster Mathematica: Super geometriam Euclidis. 3) Metaphysica: Metaphysicorum libri XIII; De causis et processu universitatis (In librum de causis); De natura deorum (perduto). c) Phulosophia moralis: In decem libros Ethicorum; In octo libros Politicorum; Scripium super Ethicam Nicomacheam (inedito). d) Exegesis: Super Job; Super Psalmos; In ca. XI Proverbiorum; In Jeremiam; In Threnos Jeremiae; In Baruch; In duodecim Prophetas minores; in Mattheum; In Marcum; In Lucam; In Joannem (non si conosce la trad. manoscritta di: /n Canticum Canticorum; In Isaiam; In Ezechielem; In epistutas S. Pauli). e) Theologia systematica: In Dionysii De divinis nominibus (ined.); In Dionysii Le cactesti hierarchia; In Dionysii de ecclesiastica hierarchia; In Dionysii De mystica theotogia; In Dionysu undecim Epistulas; Scriptum super quattuor libros Sententiarum; Summa theologica (pror.): 1) De creatone et creatura; 2) De bono et virtutibus (Summa de bono et virtutibus, ined.); De resurretione (ined.); Tractatus de natura boni (ined.); Summa theotogica (altera); De sacrificio missae; De eucharistiae sacramento; Sermones XXAII de sacramento Eucharisttae; Marsale, sive quaestiones super: Missus est. f) Parenetica: De forma orandi (Pater Noster); Sermones LXXVIII de tempore; Sermones LIX de sanctis; Homilia in Luc. XI, 27; Sermones lingua theutonica habiti; Orationes LIII super evangelia dominicalia totius anni; Orationes super Sententias. L'Opera omnia di Alberto, comprendente tutti i testi allora conosciuti, fu pubblicata da P. JamMy a Lione, 1651; da A. Borcnet, Parigi, 1890-1899; inoltre si vedano le seguenti altre edizioni di testi compresi o non compresi nelle Opera omnia: De vegetalibus, a cura di C. JessEN, Berlino, 186/; il De guindecim problematibus, in MANDONNET, Siger de Brabant, II, (1908); Commentarii in librum Boethii de Divisione, a cura di P. DE Loé, Bonn, 1913; De animalibus libri XXVI, a cura di SrapLer (Beitrige, XV-XVI), Miinster, 1916-1920. Si veda inoltre la Philosophia pauperum, a cura del GRABMANN, cit; Summa de creaturis, a cura del GraBMANN, Quellen Gesch. Dominik. Lipsia, 1919; il De antecedentibus ad logicam a cura di J. BLarer, Teoresi, 1954; Albertus Magnus, Liber sex principiorum, a cura di S. SuLzsacHer, Vienna, 1955; Il De occultis naturac, ed. P. KiBRE, Osiris, 1958 (trattato alchimistico di assai dubbia attrbuzione). Ad un'ed. critica completa di tutte le opere di Alberto lavorano da parecchi anni appositi Istituti domenicani a Colonia ed a Roma. Dei 40 volumi previsti dal piano di ed. sono usciti: XXVIII, De Bono; XII, Liber de natura et origine animae; Liber de principiis motus processivi; Quaestiones de animalibus; XIX, Postilla supra Isaiam, Postillae super Ezechielem fragmenta; XXVI, De Sacramentis, De Incarnatione, De Resurrectione; XVI, Metaphysica, ll. I-V, Miinster, 1951Cfr. inoltre l’ed. dell’Ausographum 590 Bibliografia upsalense (Ii Sent. d. 3. a 6. - d. 4 a 1) a cura di F. StecmiùLLER, Uppsala, 1953. Per il catalogo generale degli scritti cfr. C. H. ScHEEBEN, Les écrits d'Albert le Grand d'après les catalogues, in Maître Albert, n. spec. della Rev. thom., 1931,36-38; G. MEERSEMANN, Introductio in Opera omnia B. Alberti Magni, Bruges, 1931. Bibliografia: Per la bibl. generale e speciale cfr.: M.-H. LaureNT, M. Y. Concar, Essai de bibliographie albertienne, in Maitre Albert, cit.,422468; A. Watz - A. Perzer, Bibliografia S. Alberti Magni indagatoris rerum naturalium, n. unic. di Ang. 1944,13-40. Ma vedi anche: P. CasrtacnoLI, La vita e gli scritti di S. Alberto Magno, Piacenza, 1934; F. VAN STEENBERGHEN, La littérature albertino-thomiste (1930-1931), in Rev. néosc. philos., 1938; M. ScHoovans, Bibliographie philosophique de St. Albert le Grand (1931-1960), San Paolo, 1961. Inoltre: GEvER,739-742; De BRIE, nn. 5612-5618, 3601, 3663, 4607, 5619-5687, 6197, 6198; De Wute, Il, 157-162. / Tra la vasta e, più recente, bibliografia si indicano: P. DuHEM, Le système du monde, PeLster, Kristische Studien zum Leben und zu Schriften Albert der Grosse, Friburgo, 1920. H. CH. ScHEEBEN, Der Hl. Albert der Grosse, Monaco, 1930. H. WiLms, Albert der Gr., Monaco, 1930, tr. it. Bologna, 1931. M. GraBMann, L'influsso di Alberto Magno sulla vita intellettuale del medioevo, Roma, 1931.? H. Cu. ScHeEBEN, Les écrits d'Albert le Grand d'après les catalogues, Rev. thom., 1931. IpeM, Albert der Gr. Zur Chronologie seines Leben, Vechta, 193I (ma cfr. anche Div. Th. (F.), 1932). Alberto Magno, Atti della settimana albertina, Roma, 1931. A. Garreau, St. Albert le Grand, Parigi, 1932. H. Cu. ScHeeBEN, Albertus Magnus, Bonn, 1932. D. SrepLER, Intellektualismus und Volontarismus bei Albertus Magnus (*Beitrage," XXXVI, 2), Miinster, 1941. B. Narpi, Alberto Magno e S. Tommaso, Gior. crit. filos. ital. 1941. L. DE Simone, Introduzione alla vita e al pensiero di Alberto Magno, Napoli, 1942. S. Dezani, Alberto Magno, Brescia, 1947. B. Narpi, Note per una storia dell’averroismo latino: La posizione di Alberto Magno di fronte all’averroismo, Riv. stor. filos., 1947. H. C. ScHeEBEN, Albertus Magnus, Colonia Tra gli scritti su problemi particolari citiamo tra i più recenti: H. Barss, Albert M. als Biolog, Stoccarda, 1947. MAZZARELLA, Îl De unitate di Alberto Magno e di Tommaso d'Aquino in rapporto alla teoria averroistica, Napoli, 1949, Wacz, L'opera scientifica di Al. Magno secondo le indagini recenti, Sa pienza, 1952. Z. Lauer, St. Albert und the theory of abstraction, Thomist, 1954. CortaBarrfa, Las obras y la doctrina de Alfarabi en los escritos de San Alberto Magno, Ciencia tom., 1952, (e cfr. Estud. filos.). . MicHaup - QuantIn, Les Platonici chez Albert le Grand, Rech. théol. anc. méd., 1956. . RueLLo, Le commentaire inédit de S. Albert le Grand sur les Noms Divins. Présentation et apergus de théologie trinitaire, Traditio, 1956. . DucHARME, Esse chez St. Albert le Grand. Introduction è la métaphy sique des ses premiérs écrits, Rev. Univ. Ottawa, 1957. GrIER, Die mathematischen Schriften des Albertus Magnus, Ang., 1957. A. WeisHEIPL, Albertus Magnus and the Oxford Platonists, Proceed. Amer. Cathol. Ass., 1958. D. Wickorr, Albertus Magnus on ore deposits, Isis, 1958. L. A. KennEDy, The Nature of the human intellect according St. Albert the Great, Mod. School., 1959-1960. B. Barisan, Natura e grazia secondo S. Alberto Magno, Stud. Patavina, 1959. NI IpeM, La giustizia originale secondo S. Alberto Magno, ibidem, 1959. D. A. CacLus, Une oeuvre récenment decouverte de St. Albert le Grand: De XLIII problematibus ad Magistrum Ordinis, Rev. sc. philos. théol., 1960. F. J. Catania, Divine Infinity in Albert the Great's Commentary on the ‘Sentences’ of Peter Lombard, Med. Stud., 1960. O. LortIn, in Psychologie et morale, cit., VI,237-331. B. Narpi, Studi di filosofia medioevale, Roma, 1960,69-150. J. A. WrisHeIPL, The Problemata determinata XLIII ascribed to Albertus Magnus, Med. Stud., 1960. Sulla scuola di Alberto cfr.: G. MEERSEMANN, Geschichte des Albertismus, Roma PX_P_NS si pini Ugo Ripelin di Strasburgo Opere: Compendium theologicae veritatis; incerta è l’attribuzione di un Commentarium in IV libros Sententiarum e di alcuni Quodlibeta e Quaestiones. Bibliografia: cfr. GevER,742-743; De Brie, n. 7404; DE WuLr, II, p. 162. Bibliografia In particolare v.: M. Grasmann, Mittelalterl. geistesleben, Ì, cit.,147 sgg., 174-85. K. Scumitt, Die Gotteslehre des Compendium theologicae veritatis des Hugo Ripelin von Strassburg, Miinster - Regensburg, 1940. Ulrico Engelbrech di Strasburgo Opere: Gli vengono attribuiti comment ad Aristotele (Meteorologica, De anima) e un Commento alle Sentenze, opere perdute. È rimasta la Summa de bono. Ed.: 1. Il (par.) a cura di M. GrABMANN, in Sitz. ber. Bayer. Akad. d. Wissens. Philos. Hist. KI. Monaco, 1928; I. I a cura di J. Dacuiton, Parigi, 1930. Bibliografia: cfr. Gever, p. 743; De Brie, nn. 7485-7487; DE Wutr, II, p. 162. In particolare v.: M. Grasmann, Studien tiber Ulrich von Strassburg, in Mittelalterliches Geistesleben,I,147-221., P. GLorievx, in DThC, XV, 2058-61. A. Stonr, Die Trinitàtslehre Ulrichs von Strassburg, Miinster, 1928. J. KocxH, Neue Literatur tiber Ulrich von Strassburg, Theol. Rev.,  WeriswriLer, Eine neue Ueberlieferung aus der Summa de bono Ulrichs von Strassburg, Zeitschr. f. kathol. Theol., 1935. A. 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Kress, Meister Dietrich, sein Leben, seine Werke, seine Wissenschaft  (Beitrige, V, 5-6), Miinster, 1906 (con ed. del Tractatus de intellectu, e del de habitibus), C. GaurHIER, Un psychologue de la fin du XIII° siècle: Thierry de Fribourg, Rev. august., 1909-10. . Kress, Le traité De esse et essentia de Thierry de Fribourg, Rev. néosc. philos., 1911,516-36 (con ed.). J. WuùrscHMIDT, Dietrich von F.: De iride et radialibus impressionibus (Beitrige), Miinster, 1914 (con ed.) A. Drrorr, Uber Heinrich und Dietrich von F., Philos. Jahrb., 1915, 55-63. P. DuHEM, Le système du monde, cit., III,382-396; VI,188-203. A. BirkenMaJER, Drei neue Handschriften der Werke Meisters Dietrich (Beitràge, XX, 5), Miinster, 1922. F. SrecmuùLLer, Meister Dietrich von F.: tiber die Zeit und das Sein, Arch. Hist. doct. litt. m. à., 1940-42. IpeM, Meister Dietrich von Freiberg tiber den Ursprung der Kategorie A (con testo), Arch. Hist. doctr. litt. m. &., 1957. um Bertoldo di Mosburg Opere: Expositio in Elementationem theologicam Procli, Commenti sui Meteorologici di Aristotele. Bibliografia: cfr. Gever,778-779; De Wutr, II, p. 350. In particolare v.: M. Grasmann, Der Neuplatonismus in der deutschen Hochscholastik, Philos. Jahrb., 1910,53-54. IpeM, Mittelalterliches Geistesleben. W. EckErt, Berthold von Moosburg O. P. Ein Vertreter der Einheitsmetaphysik im Spétmittelalter, Philos. Jahrb., 1956. Capitolo quinto Tommaso d'Aquino Opere: a) commenti aristotelici: /n Perihermeneiam (fino a II, 2 com.); In posteriores Analyticorum; In VIII libros Physicorum; In III libros de Caelo et mundo (fino a III, 8); In II libros de Generatione et Corruptione (fino a I, 17); Zn IV libros Meteorum (fino a II, 10); In III libros de anima; In librum de sensu et de sensato; In librum de memoria et reminiscentia; . In XII libros Metaphysicorum; In X libros Ethicorum; In libros Politico rum (fino a III, 6). 594 Bibliografia è) altri commenti: In librum de Causis; al De Hebdomadibus di Boezio; agli scritti dello Pseudo-Dionigi.   c) commenti biblici: Expositio super Isaiam; Expositio super Jeremiam;  Lectura super psalmos; Expositio super Job; Lectura super S. ]Johannem;  Lectura super S. Matheum; Super kpistolas S. Pauli; Catena aurea, sive  Expositio continua.   d) opere teologiche: Super IV libros Sententiarum; Commento al De  Trinitate di Boezio; Quaestiones disputatae: 1) De veritate; 2) De potentia;  3) De malo; 4) De spiritualibus creaturis; 5) De anima; 6) De virtutibus;  7) De unione verbi incarnati; Quodlibeta XII; Summa contra gentes; Summa  Theologica.   e) opuscoli: De principiss naturae; De ente et essentia; De operationibus  occultis naturae; De mixtione elementorum; De motu cordis; De unitate  intellectus; De aeternitate mundi; De regno (De regimine principum); De  regimine Judacorum; Compendium theologiae; Declaratio XXXVI quae  suonum ad lectorem Venetum; Declaratto XLII quaestionum ad magistrum  Ordinis; Declaratio CVIII dubiorum; Declaratio VI quaestionum ad lectorem Bisuntinum; Contra impugnantes Dei cultum et religionem; De  perfectione vitae spiritualis; Contra doctrinam retrahentium a religione;  Conwa errores Graecorum; De articulis fidei et sacramentis Ecclesiae; De  rationibus fidei; Responsio super materiam venditionis; Responsio ad Bernardum abbatem Casinensem; De forma absolutionis paenitentiae sacramentalis; De sortibus; In quibus potest homo licite uti judicio astrorum;  Expositio super secundam decretalem; Expositio circa primam decretalem;  Collatsones de Credo in Deum; Collatione de Pater Noster; Collationes de  Ave Marta; Collationes de decem praeceptis; Ufficium corporis Christi; Sermo  de festo corporis Christi; Duo principia de commendatione sacrae scripturae;  De secreto; De propositionibus modalibus; De fallaciis; Epistola de modo  studendi; Piae preces; De differentia verbi divini et humani; De demonstratione; De instantibus; De natura verbi intellectus; De principio individuationis; De natura generis; De natura accidentis; De natura materiae; De  quattuor oppositis.   Sull’autenticità dei vari scritti tomisti cfr. P. MANDoNNET, Des écrits  authentiques de S. Thomas, Friburgo, 1910? e M. GraBmann, Die Werke  des hl. Thomas von Aquino (Beitrige) XXII, 1-2), Miinster, 1931.    Edizioni: Piana, ordinata da Pio V, Roma, 1570-71; PaRMENSIS, 25 voll.,  Fiaccadori, Parma; rist. fotolitogr. a cura di V. J. Bourke, New  York, 1948; Vivès, 34 voll., Parigi, 1871-80; 2 ed., ivi, 1889-90; LEoNINA,  ordinata da Leone XIII, finora 16 voll., Roma, 1882(voli. 1V-X1I: Sum.  theol.; XII-XV: C. Gent.; XVI: Indices); la recensione leonina della Sum.  theol. nella n. ed. MARIETTI; della C. Gent. e degli indici esiste l’ed. LEONINA  ManuaLe, 1934, 1948; TaurINENSIS, (manuale) finora 37 voll., Marietti, Torino, 1845 sgg.; n. ed., 1946 sgg.; ParisiensIs (manuale), Lethielleux, Parigi,  1925(con intr. del ManponnET). Opere singole: Commento alle Senten595    Bibliografia    ze ed. P. Manponner e F. Moos, n. ed., 4 voll., Parigi, 1929-47; rist., tomo III,  vol. I-II, ivi, 1956; De ente et essentia, ed. M. D. RoLanp-GossELIN, Parigi,  1926; ed. L. Baur, Miinster, 1926; ed. CH. Bover (Textus et documenta),  Roma, 1933; 3 ed., 1950; De spiritualibus creaturis, ed. KEELER, ivi,  1938; rist. 1946; De unitate intellectus contra averroistas, ed. L. W. KEELER,  ivi, 1946; 2 ed. 1957; De principio naturae, ed. L. Pauson, Friburgo-Lovanio,  1950; De natura materiae, ed. J. M. Wyss, ivi, 1953; Contra errores Graecorum ed. P. GLorieux, Tournai, 1957; Expositio super librum Boéthii De  unitate, ed. B. 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Gever, p. 761; DE Wutr, II, p. 290. P. Dunem, Le systome du monde, cit., III,508-511, 514-516; V, 369-373. 608 Bibliografia A. BrrgenmaJer, Études sur Wit., Bill. intern. Acad. Polon. Cl. des se. et des lettres, Ipem, Witelo e lo Studio di Padova, in Omaggio dell’Acc. polacca all’Univ. di Padova, Cracovia, 1922. C. BaeuMKER, Zur Frage nach Abfassungszeit u. Verfasser des irrttiml. Witelo zugeschr. Liber de intelligentiis, Misc. F. Ehrle, I, 1924. A. BEDNARSKI, Die anatom. Augenbilder in den Handschriften des R. Bacon, J. Peckham und Wit., Arch. f. Gesch. d. Medizin, THornpIiKE, A History of magic and exper. science, CromBie, R. Grosseteste and the Origin of Exper. science, Oxford, Maricouri Opera: Epistola de magnete; Nova compositio astrolabii particularis. Edizioni: Epistola de magnete, in G. Hermann, Neudrucke von Schriften tiber Meteorologie und Erdmagnetismus, 10: Rara magnetica 12691599, Berlino, 1898; cfr. E. ScHLunD, Petrus Peregrinus...,sotto. Bibliografia: Cfr. Gever; De WutF,301-302. Inoltre in: E. ScHLunp, Petrus Peregrinus von Maricourt, Sein Leben und seine Schriften, Arch. franc. hist., 1911-1912. Tra gli studi particolari v.: F. Picavet, Le maftre des expériences, Pierre de Maricourt, l'exégète et le théologien vanté par R. Bacon, in Essais sur l’histoire générale et comparée des théologies et des philosophies médiévales, Parigi, DuHem, Le système du monde, THornpike, A History of magic and experimental science, cit., II, p. 791 Sugli sviluppi della geologia cfr. le opere generali sulla scienza medioevale. Per Alberto Magno la bibl. relativa al c. IV. Bartolomeo Anglico Opere: De proprietatibus rerum. Edizioni: Basilea, 1470 ca.; Francoforte, 1601, ecc.Gever,732-733; De Brie, nn. 7342-7343; DE Wutr, II, p. 104. In particolare v.: Gorens, in DHGE, VI, 975-977. A. ScHnemER, Metaphysische Begriffe des Bartholomaeus Anglicus (Beitrige, Suppl. I), Miinster, 1913. T. PLassmann, Barthol. Anglicus, Arch. franc. hist., 1919. G. E. S. Boyarp, Barth. Anglicus and his Encyclopaedia, The Journ. English and Germanic Philol., Lùssinc, Zur Biography des B. Anglicus, Franz. Stud., 1925. J. G. Mirne-J. Sweetino, Marginalia in a Copy of Bartholomaeus Anglicu's De proprietatibus rerum. A new Version of the Nine Worthies, The Modern Language Rev., 1945. Ipem, Further Marginalia from a copy of Bartholomacus Anglicus, ibidem, 1945. Vincenzo di Beauvais Opere: De eruditione filiorum regalium (1248-1250); De morali principis institutione (1260-1263); Speculum quadruplex. Edizioni: Il De eruditione nell’ed. A. Steiner, Cambridge (Mass.), 1938; lo Speculum nell’ed. di Duai, 1624. Bibliografia: Cfr. Gever, p. 733; De Brie, n. 5464; De Wutr, II, p. 236. In particolare v.: P. Minces, Exzerpte aus Ales. von Hales bei Vincenz von Beauvais, Franz. Stud., 1914, L. Lieser, V. von Beauwais als Kompilator und Philosoph. Eine Untersuchung seiner Scelenlehre in Speculum maius, Forsch. z. Gesch. d. Philos u. Paedag., III, 1, Lipsia, 1928. L. THornpige, A History of magic and experimental science, II, cit., 1457-76. Pettier, in DThC, XV, 3026-3033. Pu. DeLHave, Un dictionnaire d'éthique attribué à Vincent de Beauwais dans le ms. Béle B XI 3, Mélang. sc. rélig., 1951. A. L. GasrieL, The educational ideas of Vincent of Beauvais, Notre-Dame (In.), 1950. Alessandro Neckam: v. Bibliografia del capitolo VI. Tommaso di Cantimpré Opere: Bonum universale de apibus; De rerum naturis o Liber de natura rerum. Edizioni: Il Bonum universale de apibus, L’Aja, 1902. Il De rerum è ancora inedito. Gever, p. 732; DE WutF, II, p. 140. H. SrapLer, Albertus Magnus, Thomas von Cantimpré und Vincenz von Beauvais, *Natur und Kultur.‘ L. TÒÙornpikE, A History of magic and experimental science, Il, cit., 372-398. G. MEERSEMANN, Intr. in Opera Omnia b. Alberti Magni, Bruges, 1931, p. 144. Per lo sviluppo delle scienze nel XIII sec. cfr. gli studi generali già citati a513-515. Averroismo latino Sulla vasta letteratura relativa a questo soggetto cfr. l’accurata bibliografia di Gorce, L'essor de la pensée au moyen age, Parigi, 1933 e IpeMm, in DHGE, V, 1032-1092. Cfr. inoltre De Wutr, II,218-222; III,152, 175-176. In particolare vedi: K. Werner, Der Averroismus in der christl. - peripatet. Psychol. d. spit. Mittelalt., in Sitz.ber. Wien. Akad. d. Wissensch., 1891. P. ManponneT, Siger de Brabant et l'averroisme latin au XIII siècle, 1 ed., Friburgo, 1899; 2 ed., Lovanio (Les philosophes belges, VI, VII) M. Grasmann, in Maitterlalterliches Gesstesleben, IpeM, Der lateinische Averroismus des XIII Jahrts. und seine Stellung zur christliche Weltanschauung, Monaco, 1931. R. De Vaux, La première entrée d'Averroès chez les Latin, Rev. sc. philos. théol., 1933. M. Grapmann, L'averroismo-italiano al tempo di Dante con particolare riguardo all’Università di Bologna, Riv. filos. neosc., 1946. Tx. GreENwooD, L’humanisme averroiste en France et les sources du ratio . malisme, Rev. Univ. Ottawa, NardI, Note per una storia dell'averroismo latino, Riv. Stor. Filos., 1947, 1948, 1949. F. ALessio, Aspetti moderni nel pensiero degli averroisti latini del XIII sec., Rend. Ist. Lomb. Sc. Lett., 1953. Sui rapporti tra la scuola francescana e l’averroismo cfr.: C. Krzanic, La scuola francescana e l'averroismo, Riv. filos. neosc., IpeM, Grandi lottatori contro l'averroismo, Sigieri di Brabante Opere: a) autentiche: 1) Quaestio utrum haec sit vera: homo est animal, nullo homine existente (1268 ca.): 2) Sophisma: omnis homo de necessitate est animal (1268); 3) Compendium super librum de generatione et corruptione (1268 ca.); 4) Quaestiones in librum tertium de anima (1268 ca.); 5) Quaestiones logicales (dopo 1268); 6) Quaestiones supra secundum Phisicae; 7) Impossibilia Quaestiones naturales (Ms. Parigi Naz. lat. De aerernitate mundi (1271); 10) Tractatus de anima intellectiva (1272-1273); 11) De necessitate et contingentia causarum (1272 ca.); 12) Quaestiones naturales (Ms. Lisbona, Fondo general 2299) (1273 ca.); 13) Quaestiones super II-VII Metaphysicorum; Quaestiones morales attribuite: Quaestiones in libros I, II, III, IV, physicorum; 2) Quaestiones in librum 1, II, Il, IV et VII physicorum; 3) De I, II, III, IV physicorum; 4) De VIII physicorum; 5) Commenium in I physicorum; 6) De libro IV physicorum; 7) Quaestiones in librum I, II et IV meteororum; 8) Quaestiones in libros de generatione et corruptione; 9) Quaestiones in librum de somno et vigilia; 10) Quaestiones in librum de iuventute; 11) Quaestiones in libros tres de anima; 12) De V metaphysicae. c) perdute: 1) Tractatus de intellectu; 2) Liber de felicitate; 3) De motore primo; 4) Rescriptum: significatum est; 5) Super politica Aristotelis; 6) Utrum principia prima sint nobis ignota; 7) De caelo et mundo I et Il; 8) Posteriorum analiticorum I. in MAnDONNET, Sigier.., cit., 1 ed.,47-54; 2 ed, 65-70; 2) inedito, riassunto da Van STEENBERGHEN, in Siger de Brabant d’après ses oeuvres inédites, Le Philosophes Belges, XII-XIII, Lovanio, 1931-1942,333-334; 3) Inedito, riassunto da VAN STEENBERGHEN, ibidem, 291-294; 4) Inedito, riassunto da VAN STEENBERGHEN, ibidem,164-177; ed. MANDONNET, op. cit., 1 ed.,37-45; 2 ed.,55-61; 6) Inedito; estratti in A. Maier, Nouvelles questions de Siger de ‘Brabant sur la physique d’ Aristote, in Riv. Philos. Louvain, 1946 e in J. J. Dun, La Doctrine de la Providence dans les écrits de Siger de Brabant, Les philosophes médiévaux, III, Lovanio, 1954,60-62; 7) ed. in CL. BaEUMKER, Die impossibilia des Siger von Brabant, (Beitrige, II, 6), Miinster, 1898; ManDONNET, op. cit., 2 ed.,73-94; 8) ed. MAnDONNET, ibidem, 1 cd.,57-67; 2 ed.,97-107; 9) Le edizioni con i confronti tra i vari cocci in ManDONNET, op. cit., 1 ed.,71-83, 2 ed.,131-142; R. Barsori, S. de Brabante de aeternitate mundi, Miinster, 1933; J. Dwyer, L'opuscule de Siger de Brabant De aeternitate mundi, Lovanio, 1937; 10) ed ManpoNNET, op. cit., 1 ed.,87-115, 2 ed.,145-172; 11) ed. ManpoNNET, op. cit., 2 ed.,111-128; Dun, op. cit,14-50; 12) ed. F. SrEGMULLER, in Rech. Théol. anc. méd., 1931,177-ed. C. A. GrAIFF, S. d. B. Questions sur la Métaphysique, Les Philosophes médiévaux, I, Lovanio; alcuni passi da altri mss. a cura di MaurER, in Med. Stud. Altre qq. sono state pubblicate da Duin ed. STEGMULLER Per la attribuzione sono DeLHAYE, GRarrr, DE Wutr, LorTIN, PeLsTER, Dun, contro GiLson e Narpi. ed. parziale di Dun, ed. Pu. DeLHave in Les philosophes belges, Lovanio, ed. parziale Dun, ed. parziale Duin, inedito; inedito; riassunto da STEENBERGHEN; ed. parziale Dun riassunto da Van STEENBERGHEN riassunto da STEENBERCHEN riassunto da STEENBERGHEN, ed. SreENBERGHEN, in Les philosophes belges, Dun, Oltre le opere fondamentali del ManpoNNET, del VAN STEENBERGHEN, del Dun, BaEuMKER, Zur Beurteilung Sigers von Brabant, Philos. Jahrb., 1911. IpeMm, Um Siger von Brabant, ibidem. M. F. F. G. L. = PI [ec] A A. B A. Grasmann, Neu aufgefundene Werke des S. von Brabant und Boetius von Dacien, Sitz.ber. Bayer. Akad. d. Wissensch. Philos.-Hist. K1., Sassen, Um Siger de Brabant et la double vérité, Rev. néosc. philos. STEENBERGHEN, Siger de Brabant d’après ses oeuvres inédites, ibidem, 1930. BuswetLI, L'accordo di Sig. di Brab. Ed Aquino, Civ. Catt. 1932. Perucini, Il tomismo di Sigieri di Brab. e l'elogio dantesco, Giorn. dantesco, Narpi, Il preteso tomismo di Sigieri di Brab., Giorn. crit. filos. ital. 1936, 1937. Gison, Dante et la Philosophie, Parigi, 1939, passim. . GraBMAnN, Sigier von Brabant und Dante, Deutsches Dante Jahrb. Vanni-RovicHi, Sigieri di Brabante nella storia dell'aristotelismo, Riv. filos. neoscol., Narpi, Sigieri di Brabante nel pensiero del Rinascimento italiano, Roma, Marer, Nouvelles Questions de Siger de Brabant sur la Physique d' Aristote, Rev. Philos. Louvain, 1945. MaureER, Esse and Essentia in the Methaphysics of Siger of Brabant, Med. Stud., 1946. . Narpi, Individualità e immortalità nell’averroismo e nel tomismo, Arch. filos., Maier, Les commentaires sur la Physique d'Aristote attribués à Siger de Brabant, Rev. philos. Louvain, 1949. Ipem, Die Vorlàufer Galileis..., cit,184 sgg., 237 A. Op pu MauRER, Siger of Brab. and an Averroistic Commentary on the Metaphysics, in Cambridge Peterhouse ms. 152, Med. Stud., 1950. Narpi, L'anima umana secondo Sigieri, Giorn. crit. filos. ital. 1950. Van SrEENBERGHEN, Siger of Brabant, Mod. School., Maurer, Siger of Brabant's De necessitate et contingentia causarum and Ms. Peterhouse 152, Med. Stud., 1952. . MaIER, An der Grenze von Scholastik..., cit.,97 sgg., 159 De Parma, La dottrina dell'unità dell'intelletto in Sigieri di Brabante, Padova, 1954. IpeM, L'immaterialità dell'anima intellettiva in Sigieri di Brabante, Collect. franc., 1954, 613 Bibliografia 0. DuneM, Le système du monde, cit., Mac CLInTOcK, Heresy and Epithet. An Approach to the Problem of Latin Averroism, Rev. Metaph., 1954, 1955. MAauRER, Between reason and faith: Siger of Brabant and Pomponazzi on the magic arts, Med. Stud. van STEENBERGHEN, Nouvelles recherches sur Siger de Brabant et son école, Rev. philos. Louvain, 1956. . Zimmermann, Die Questionen der Siger von Brabant zur Physik des Aristoteles, Colonia, 1956. . De Parma, La conoscenza intellettuale del singolare corporeo secondo Sigieri di Brabante, Sophia, Narpi, L'anima umana secondo Sigieri, in Studi di filosofia medioevale. Cfr. inoltre le indicazioni bibl. generali in GeyER,757-758; DE Brie, nn. 6798-6818; De Wutr, II,220-222. DUO on > Boezio di Dacia Opere: Commenti alle opere aristoteliche; De modis significandi; De summo bono; De somno et vigilia; De mundi aeternitate. Edizioni: Die Op. De summo bono sive De vita philosophi und De sompniis des Boetius von Dacien, a cura di M. GraBmann, Arch. hist. doctr. litt. m.-à., 1932; 2 ed. in Mittelalterliches Geistesleben, Il, cit., 200-224; G. Sayo, Un traité récemment découvert de Boèce de Dacie De mundi acternitate Texte inédite, avec une introduction critique et en appendice un texte inédit de Siger de Brabant: Super VI Metaphysicaey Budapest, GeyER, p. 758; De Brie; nn. 3601, 4831, 7352, 7415; De Wutr, Il,221-222. In particolare v.: P. Doncoeur, Notes sur les averroistes latins: Boèce de Dace, Rev. scien. philos. théol., 1910. M. Grapmann, Neu aufgefundene Werke des S. v. Br. und Boetius v. Dacien, Sitz.ber. Bayer. Akad. d. Wissens. Philos-Hist. KI., II, 1924. P. ManponnetT, Note complémentaire sur Boèce de Dace, Rev. sc. philos. théol., 1933. F. Van STEENBERGHEN, in DHGE, IX, 381-389. M. Grasmann, Textes des Martinus von Dacien und Boetius von Dacien zur Frage nach dem Unterschied von essentia und existentia, Miscell. Gredt, Maurer, Boetius of Dacia and the Double Truth, Med. Stud., 1955, 014 Bibliografia F. Sassen, Boéthius van Dacie en de theorie van de dubbele Waarheid, Stud. cath., Hurnacet, Zum Lehre von der doppelten Wahrheit, Theol. Quart., 1956. Capitolo ottavo Roberto Grossatesta Opere: a) propedeutiche: De arzibus liberalibus; De generatione sono rum; astronomiche: De sphaera; De generatione stellarum; De cometis; c) cosmologiche: De luce seu de incoatione formarum; Quod homo sit minor mundo; ottiche: De lineis angulis et figuris, seu de fractionibus et reflexionibus radiorum; De natura locorum; De iride; De colore; e) fisiche: De calore solis; De differentiis localibus; De impressione elementorum; De motu corporali; De motu supercaelestium; De finitate motus et temporis; De impressionibus aèris, seu de prognosticatione; f) metafisiche: De unica forma omnium; De intelligentiis; De statu causarum; De potentia et actu; De veritate; De veritate et propositionibus; De scientia Dei; De ordine enucleandi causatorum a Deo; g) psicologiche: De libero arbitrio. Opere dubbie: De anima. Opere non autentiche: Summa philosophiae; Commento alla Consolatio boeziana. Commenti autentici: agli Analytici posteriori; alla Physica di ArisTOTELE; agli Elenchi sofistici; In Hexaemeron. Traduzioni: Ethica Nicomachea, con i commenti di Eustrazio per il Il. I e VI, di anonimo per i Il. II, V, VII, di Michele di Efeso per i Il. V, IX, X e di Aspasio per il l. VIII; De virtute et vitiis; De lineis indivisibilibus; De coelo et mundo (solo un terzo del c. 1 del 1. III); De passionibus dello Pseupo Anpronico; le Opere dello Pseupo Dionici € di Giovanni Damasceno (con il Commento al De Mystica theologia). Edizioni: L. Baur, Die philosophischen Werke des Robert Grosseteste, (£Beitrage, IX), Miinster, 1912; il Commento agli Analityci nell’ed. di Venezia, 1514, quello al De Mystica theologia, a cura di U. GamBa, Milano, 1942; per quello all’Hexaemeron v. J. T. MuckLe, The Hexaemeron of R. G., in Med. Stud., 1944; le Epistolae, ed. H. R. Luarp, Londra. V. inoltre: S. H. THomson, The Notule of Grosseteste on the Nichomachean Ethics, Londra, 1934; D. A. CaLLus, The Summa theologiae 0} Robert Grosseteste, Studies in med. History presented to F. M. Powicke, Oxford, 1948. Tr. del De luce a cura di C. C. RiepL, Robert Grosseteste on the Light, Milwaukee, 1942, Bibliografia: La bibl. generale in GEvER,731-732; De Brie, nn. 54365450; De Wutr, II,102-103, 615 Bibliografia In particolare cfr.: F. S. Stevenson, Robert Grosseteste Bishop of Lincoln, Londra, 1899. P. Dunem, Le svstème du monde, Baur, Die Philosophie des Robert Grosseteste (Beitrige), Munster, 1917. F. Perster, Zwei unbekannte Traktate des Robert Grosseteste, Schol., . S. H. TuÙomson, The De anima of Robert Grosseteste, N. Schol., 1933. IpeM, The Text of Grosseteste's de cometis, Isis 1933. Ipem, The Summa in VIII libros Physicorum of Grosseteste, Ibidem, 1934. E. FrancescHINI, /ntorno ad alcune opere di Roberto Grossatesta, vescovo di Lincoln, Aevum, 1934. S. H. Tuomson, The Writings of Robert Grosseteste, Bishop of Lincoln, Cambridge, 1940. L. E. LyxcH, The doctrine of Divine Ideas and Illumination in Robert Grosseteste, Med. Stud. 1941. D. A. CaLcus, Philip the Chancelor and the De anima ascribed to Robert Grosseteste, Med. Stud., 1941-43. IpeM, The Summa Duacensis and the Pseudo Grosseteste's De Anima, Rech. théol. anc. méd., lInoeMm, The Oxford Career of Robert Grosseteste, Oxoniensia, . ). C. Russet, Phases of Grosseteste’s intellectual life, The Harvard Theol. Rev., 1950. Ipem, Some Notes upon the Career of Robert Grosseteste, ibidem, 1955. E. FrancescHINI, Un inedito di Roberto Grossatesta: la Quaestio de accessu et recessu maris, Riv. filos. neosc., 1952. Ipem, Sulla presunta datazione del De impressionibus aèris di Roberto Grossatesta, ibidem, 1952. V. Miano, La teoria della conoscenza in Roberto Grossatesta, Gior. Met., 1954. S. Girsen, Le potenze naturali dell'anima secondo alcuni testi inediti di Roberto Grossatesta, in L'homme et son destin. Cfr. inoltre nella sua attività di traduttore: PowickE, Robert Grosseteste and Nicomachean Ethics, The Proceed. of Arist. Acad., THÒomson, A note on Grosseteste's Work of Translation, Jour. of theol. Stud., 1933. E. FrancescHINI, Grosseteste's Translation of the Prologus and the Scholia of Maximus to the Writings of the Pseudo-Dionysius Arcopagita, Jour. theol. stud., 1933. Ipem, Grossatesta vescovo di Lincoln e le sue traduzioni latine, Atti Ist. Ven., Ipem, Una nuova testimonianza su Roberto Grossatesta traduttore dell’Etica Nicomachea, Aevum, 1953. Sul pensiero e sull’attività scientifica: L. THornpike, 4 History of magic and experimental Science, Il, cit., 436-353. D. E. SHiarp, Franciscan philosophy at Oxford in XIII th. Century, Oxford. i al A. C. CromBie, Robert Grosseteste and the Origins of Experimental Science. Oxford, 1953. F. M. 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TuRBAYNE, Grosseteste and an ancient optical principle, Isis Marsh Numerose composizioni di carattere teologico ed esegetico ancora inedite: Le Epistolae in Monumenta franciscana historica, I, Londra, 1858,77-489 (ed. J. S. BrEWER). Gever; De Brie, n. 3633; DE WuLF, II, p. 103. Cfr. inoltre: A. De SéRENT, in DHGE, I, 482 H. Fetper, Storia degli studi scientifici nell'Ordine francescano (tr. it.), Siena, 1911,285-31I. G. Contini, Adamus de Marsico O.F.M. auctor spiritualis, Ant., 1948. R. W. Hunt, Chapter headings of Augustine De Trinitate ascribed to Adam Marsh, The Bodleian Library Record, Riccardo di Cornovaglia Bibliografia: Cfr. GevEr, p. 733; De Brie, nn. 5425, 7333, 7458-7462; De Wucr, II,103-104. In particclare cfr.: A. G. LirtLe, Franciscan School at Oxford, Arch. franc. hist., 1926. F. Pelster, Neue Schriften des englischen Franziskaners Richardus Rufus von Cornwal, Schol., HenquineT, Autour des écrits d’Alexandre de Halès et de Richard Rufus, Ant., 1936. F. 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La bibliografia generale in GevEr, p. 738; DE Wutr Bacone Opere: Opus Maius; Opus minus; Opus tertium; Compendium studii philosophiae; De secretis operibus artis et naturac et de nullitate magiae; Compendium studii theologiae; Moralis philosophia; inoltre un cospicuo numero di opere minori, commenti aristotelici, opuscoli, ecc., tra i quali ricordiamo particolarmente i Communia mathematica e il Liber communium naturalium. Edizioni: Opus Majus, ed. S. JeBB, Londra, 1733 (rist. Venezia, 1750); ed. J. H. Bripces, Oxford, 1897-1900; tr. ingl. di R. B. Burke, Filadelfia, 1928; Opus minus et Opus tertium, a cura di J. S. BreweR (R. Bacon, opera quaedam hactenus inedita Rerum Britannicarum M. A. Scriptores). Londra, 1859. (Nuovi frammenti dell'Opus Tertium sono editi da P. DuneM, Un frag. inédit de l'opus tertium de R. B., Firenze, 1909; e da A. G. LirtLE, Part of the Opus Tertium of R. B. including a fragment, Aberdeen, 1912); la lettera di dedica dell'Opus maius a cura di F. A. Gasquer, An unpublished fragment of a Work of Roger Bacon, Engl. Hist. Rev. ; Compendium studii philosophiae e De Secretis operibus artis et naturae et de nullitate magiae, in ediz. BrewER (cit.). (Il De Secretis ecc., è tradotto in italiano, a cura di G. DEE, collez. I tesw classici dell’esoterismo tradizionale e del simbolismo religioso, Milano, 1945); The Greek Grammar of R. B. and a Fragment of his Hebrew Grammar, a cura di E. NoLan e S. HirscH, Cambridge, 1902; Compendium studii theologiae, a cura di H. RasHpatt, Aberdeen, Le opere già inedite in: Opera hactenus inedita R. Baconi, a cura di LirtLE e R. STEELE, Oxford, 1905 sgg.; Rog. Baconi Moralis Philosophia, a cura di F. M. DeLorME-E. Massa, Zurigo-Verona, La bibl. generale in GeveR,760-761; De Brie, nn. 4622, 4971, 5688-5709, 7388; De Wutr, II,302-304. Come indicazioni bibliografiche sommarie ‘cfr.: E. CÙartes, Rog. Baon, sa vie, ses oeuvres, ses doctrines, Parigi, HorrMmans, La synthèse doctrinale de Rog. Bac., Archiv. f. 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School., Kilwardby commenti: all’'Isagoge; a vari testi dell’Organon, alla Physica, al De coelo et mundo; al De generatione et corruptione; ai Matercologica; al De anima; alla Metaphysica, e ad alcuni testi boeziani; b) trattati: Commento alle Sentenze; De unitate formarum; De ortu et divisione scientiarum; De tempore; De conscientia; De spiritu imaginativo. Edizioni: Estratti dal De orsu et divisione philosophiae, in B. Haurfau, Notices et extraits, V; la lettera a Pietro di Conflans in E. Enrte, Der Augustinismus und der Avristotelismus in der Scholastik gegen Ende des 13 Jhts., Arch. f. Lett. u. Kirchengesch. d. Mittelalt., 1889. Il prologo del Commento: De natura Theologiae, ed. F. StecmuLLER, in Opuscula et textus, S. schol., 17, Miinster, il De Imagine et vestigio Trinitatis, in Arch. Hist. doctr. litt. m. à.,” 1935-36; Tabulae super originalia Patrum (ed. D. A. CaLLus), Bruges, Gevyer; De Brie, nn. 7463-7474; De WuLFe, In particolare: A. BirkENMAJER, Der Brief R. Kilwardby's an Peter von Konflans und die Streitschrift des Aegidius von Lessines (Beitràge, XX, 5), Miinster. CÙenu, Le De spiritu imaginativo de Robert Kilwardby, Rev. sc. philos. théol., 1926. IpeM, Le De coscientia de Kilwardby, ibidem, 1927. IpeM, Les réponses de St. Thomas et de Kilwardby è la consultation de Jean de Verceil, 1271, Mél. Mandonnet, 1930. Ipem, Le traité De tempore de Robert Kilwardby, in Aus der Geisteswelt des Mittelalters, F. StEGMULLER, Robert Kilwardby O. P. Ueber die Mòglichkeit der natiirlichen Gottesliebe, Div. Th., (F), SHarp, The De ortu scientiarum of Kilwardby, N. Schol., IpeM, The 1277 condemnation by Kilwardby, Ibidem, 1934. IpeM, Further philosophical Doctrines of Kilwardby, ibidem, 1935. A. Donpamne, Le De tempore de Robert Kilwardby, Rech. théol. anc. méd., 1936. E. M. F. Sommer-SEcKENDORFF, Studies in the Life of Robert Kilwardby, Roma, 1937. IpeM, Robert Kilwardby und seine philosophische Einleitung De ortu scientiarum, Hist. Jahrb. 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Aristotelismus, Zeitschr. f. kathol. Theol., 1889. IpeM, L'agostinismo e l'aristotelismo nella Scolastica del sec. XIII, Roma, 1925. H. SpettMan, Quellenkritisches zur Biographie des ]. Peckam, Franz. Stud., 1915, Ipem, Die Psychologie des ]. Peckam (Beitrige, XX, 6), Miinster, 1919. IpeM, Der Ethikkommentar des ]. Peckam (Beitràgey Suppl., II), Miinster, 1923. IpeM, Der Sentenzenkommentar des Franz. Erzbischrofs ]. Peckam, Div. Th. (F.); 1927. A. CacceBaut, /. Peckam et l'augustinisme, Arch. franc. hist., 1925. A. TeeraerT, in DThC, XIII, 100-140. 622 Biblogra fia V. Doucet, Notulae bibliographicae de quibusdam operibus fr. ]. Peckash, Ant., 1933. J. H. SmirH, The Attitude of ]. Peckam toward Monastic Houses under his jurisdiction, Washington, 1949. F. PeLster, Neue Textausgaben von Werken des St. Thomas, des |. Peckam, und Vitalis de Furno, Greg. 1950. T. CrowLey, /. Peckam, archbishop of Canterbury, versus the new Aristotelianism, Bull. John Rylands Libr., THoRNDIKE, A. }. Peckam's Manuscript, Arch. franc. hist., 1952. G. BonarEpe, Il pensiero francescano nel sec. XIII, D. L. Dowie, Archbishop Peckam, Oxford, 1952. Capitolo nono Ubertino da Casale Opere: Arbor vitae crucifixae Jesu; scritti in difesa dell’Olieu e della povertà francescana. : Edizioni: Arbor..., Venezia, 1485; le opere di polemica francescana edite da F. Ente, in Arch. Lit. u. Kirchengesch. d. Mittelalt. Berlino, 1886, 1887; e da A. Heysse, in Arch. franc. hist., 1917. Inoltre cfr. la Responsio f. Ubertini circa quaestionem de paupertate Christi nella Miscellanea sacra di E. BaLuze-M.Mansi, Lucca, 1761; il Frazicelli cuiusdam decalogus evangelicae paupertatis, ed. M. Bir, Arch. franc. hist., 1939 ed F. M. DeLorME, Notice ei extraits d'un manuscrit franciscain..., Collect. franc., 1945, Bibliografia: J. CH. Hucx, Ubertin von Casale und dessen Ideenkreis, Friburgo, 1903. F. CaLLary, L'idéalisme franciscain spirituel au XIV* siècle... Lovanio, 1911. 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De productione rerum et de providentia, a cura di G. Gar, ibidem, 1956; Quaestibnes disputatae de anima separata, de anima beata, de icunio et de legibus, Quaracchi, 1959. Estratti dal Comm. alle Sentenze a cura di A. DanieLs, in (Beitrige, VIII, 1-2), Miinster, ; in E. Loncpré, Thomas d'York et M. d'Acquasparta. Textes inédits sur le problème de la création, Arch. Hist. doctr. litt. m. à., 1926-1927, e da S. Vanni-RovicHI, R. ZaVALLONI, GeveR,761-762; De Brie; DE WuLF, II, p. 269. E. Loncpré, in DThC, X, 375-389. M. Grasmann, Die philos. und theol. Erkenntnislehre des Kard. M. v. Acquasparta, Vienna, . . Vanni-RovicHi, L'immortalità dell'anima nei maestri francescani del sec. XIII, Milano, 1936. . Doucet, L'enseignement parisien de Mathieu d’Acquasparta (1278-1275), Arch. franc. hist., 1935. . CHioccHETTI, La cognizione dell'individuale. Matteo d'Acquasparta e Duns Scoto, Riv. filos. neoscol., 1940, . 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Testo critico del De reprobatione Monarchiae, Padova, 1958. Sulla crisi storica tra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo cfr. inoltre in particolare gli studi di G. De Lacarpe, La naissance de Pesprit laique au déclin du M.À,, Sugli Spirituali cfr. soprattutto: F. Exte, Die Spiritualen, ihr Verhiltnis zum Franziskevenorden und zu den Fraticellen, in Arch. f. Litt. u. Kirchengeschichte, Caccary, L'idéalisme franciscain spirituel du XIV siècle, K. BattHasar, Geschichte des Armutsstreites in Franziskanenorden bis zum Konzil von Vienne, Miinster, . Capitolo secondo Giovanni Duns Scoto Opere: L'elenco definitivo delle opere autentiche sarà possibile stenderlo solo quando sarà compiuta l’ed. critica in preparazione e di cui sono apparsi solo i primi volumi (Opera omnia, studio et cura Commissionis scotisticae ad fidem codicum edita, Città del Vaticano, 1950 sgg.) che reca .nel I vol. una Disquisitio critica di particolare valore. Tra le opere già contenute nell’ed. Vivès si possono però considerare autentiche sicuramente le seguenti: Quaestiones super universalia; Super praedicamenta; Super Ì. I Periermencias, In Il librum Periermencias; Secundi operis Periermeneias; Super libros Elenchorum Aristotelis; Super l. I Priorum; Super l. II Priorum; Super l I Posteriorum; Super l. Il Posteriorum; Quaestiones in libros Aristotelis de anima; De primo principio; Collationes Oxonienses; Collationes parisienses; Quaestiones subtilissimae in Metaphysicam Aristotelis; Opus Oxoniense (Ordinatio o Liber Scoti); Reportata Parisiensia; Quaestiones quodlibetales XXI. È in discussione l'autenticità del Tracsazus imperfectus de cognitione Dei, del De perfectione statuum e dei Theoremata. Sono stati inoltre scoperti recentemente altri scritti contenenti ampi resoconti dei corsi scolastici tenuti dallo Scoto a Oxford, a Cambridge e a Parigi; i più importanti sono noti col nome di Lectura Oxroniensis o Lectura prima e di Reportatio magna. Edizioni: Opera omnia, a cura di L. Wapprnc, 12 voll., Lione, 1639; Opera omnia, a cura di Vivès, 26 voll., Parigi, 1891-1895; Opera omnia, a cura della Commissione scotista, presieduta dal P. C. BaLiz, Roma, 1950 segg. (e cfr. del Bari&, Zur Kritische Edition der Werke ]. Duns Skotus, Scriptorium, 1954, e Au sujet de l'édition critique des oeuvres de ]. Duns Scot, in L'homme et son destin... cit.,229-239). Opus Oxoniense, a cura di M. FernAnpez Garcfa, Quaracchi (Firenze), 1912, 1914; I. D. Scoti doctrina 645 Bibliografia philosophica et theologica quo ad res praecipuas, Quaracchi, 1908, 1930?; Quaestiones et Collationes, inediti, a cura di Harris,; Tractatus de primo principio, a cura di M. MitLER, Friburgo (ed. crit.); DEODAT De Basty, Capitalia opera collecta (I. Praeparatio philosophica; I. Synthesis theologica), Le Havre,  (vedi anche Scozus docens, Le Havre, 1934). È in corso (Madrid) un'edizione bilingue spagnola. Si cfr. anche con trad. it. a fronte, l'antologia a cura di P. D. Scaramuzzi: Duns Scoro, Summula (scelta di scritto coordinati in dottrina). Firenze, e l'antologia a cura di P. Minces, Joh. Duns Scoti doctrina philosophica et theologica quoad res praecipuas proposita et exposita, Quaracchi (Firenze). Bibliografia: Per la bibl. generale cfr. P. Minces, Die skotische Lite ratur des 20 Jhts, Franz. Stud., 1917. A. PeLzer, 4 propos de Jean Duns Scot et des études scotistes, Rev. néoscol. philos., 1923. S. Stmonis, De vita et operibus B. Duns Scoti iuxta litteraturam ultimi decennii, Ant., 1928. V. Comte-Lime, Bibliographie scotiste  Cong. des lecteurs francisc., Lione, 1934. M. Grayewsxi, Skotistic Bibliography of the Last Decade (1929-1939), Franc. Stud., 1941. U. Smetts, Lineamenta bibliogr. Scotisticae, Roma, 1942. E. Bertoni, Vent'anni di studi scotistici, Milano, 1943. O. ScHaErER, Bibl. de vita, operibus et doctrina ]. Duns Scoti... saec., Roma. HuattacHam, On recent Studies of the Opening Question in Ss Ordinatio Franc. Stud., 1955. Per il lessico scotista cfr. F. FERNANDEZ Garcfa, Lexicon scholasticum philosophico-theologicum, in quo termini... philosophiam... spectantes a B. |. Duns Scoto exponuntur, Quaracchi, Tra gli studi generali e tra i pid recenti ci limitiamo a segnalare: P. Minces, Der Gottesbegriff des Duns Skotus, Vienna, 1906. Ipem, Verhélinis von Glauben und Wissen..., nach D. Skotus, Paderborn, KLEIN, Der Gottesbegriff des J. Duns Scotus, Paderborn, 1913. M. Hreccer, Kasegorien- und Bedeutungslehre des Duns Scotus, Tubinga, 1916. A. Bertoni, Le B. Duns Scosr. Sa vie, sa doctrine et ses disciples, Levanto, Lanpry, La philosophie de Duns Scot, Parigi, Carreras y ArtAU, Ensayo sobre el voluntarismo de ]. Duns S., Gerona, 1923. E. Loncpré, La philosophie du B. Duns Scot, Parigi, 1924. A. Pezer, Reportata parisiensia, Ann. Inst. philos., Lovanio, 1924. 646 Bibliografia C. 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Edizioni: Una collezione pubblicata a Venezia nel 1517 contiene: le Sentenze, i Quodlibeta, De primo principio, Explanationes divinorum terminorum, Tractatus de formalitatibus. Gever; De Brie; DE WuLE. In particolare v.: W. Lampen, F. de Meyronnes, France francisc.D'ALENgon, DThC, X, coll. LancLo1s, Fr. de Meyronnes, frère mineur, in Histoire litiér. de la France, 36, Parigi RorH, Franz von Meyronnes und der Augustinismus seiner Zeit, Franz. Stud., 1935,44-75. IneMm, Franz von Meyronnes: sein Leben, seine Werke, seine Lehre vom Formalunterschied in Gott, Werl i. W., LAPPARENT, L'oeuvre politique de F. de Meyronnes, ses rapports avec celle de Dante, Arch. Hist. doctr. litt. m. à., 1942. J. Barset, Le prologue du commentaire dionysien de Frangois de Mayronnes (con testo), Arch. Hist. doctr. litt. m. 4., 1954. P. DuneM, Le système du monde Bassoles Commentario alle Sentenze cur. RernauLt-J. F. FreLLON, Parigi GevEr; De Brie, n.; De Wutr, In particolare v.: P. 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Carm., Ipem, Guiu Terrana carmelita de Perpinyà, Barcellona Occam Commentarii (sive Quaestiones) in IV sententiarum libros; 2) De sacramento altaris; 3) Quodlibeta VII; 4) Tractatus de praedestinatione et praescientia Dei; 5) Expositio aurea super «eriem veterem; Summa totius logicae; 7) Summulae in libros physicales; Tractatus super libros elenchorum; 9) De relatione; 10) Quaestiones in libros physicorum; De quantitate. teologico- politiche: Allegaziones religiosorum virorum; Opus nonaginta dierum; 3) Dialogus inter magistrum et discipulum de potestate papae et imperatoris; Epistula ad fratres minores in capitulo apud Assisium congregatos; 5) De dogmatibus ]ohannis XXII papae; Tractatus contra Johannem XXII; 7) Tractatus contra Benedictum XII; Com pendium errorum papae Johannis XXII; 9) Allegationes de potestate imperiali; 10) An rex Angliae; 11) Brevilogium de principatu tyrannico (dubbio); 12) Octo quaestiones Tractatus de jurisdictione imperatoris in causis matrimonialibus; De imperatoris et pontificum potestate; De clectione Caroli IV. c) attribuito di scuola: 1) Cenziloqguium theologicum (molto dubbio); 2) Tractatus de successivis; De puncto et negatione; 4) De principiis theologiae; 5) Compendium logicae; 6) Quaestio de universali; Quaestio de selatione; Breviloquium de potestate papae. Quaestio I principalis; BoHNER, Paderborn,  e I dist. II, 8 in The new Schol.; I dist. III, 9, 14-15, in Traditio, ; «, 2) a cura di B. BrrcH, Burlington (Iowa), 1930; 2, 4) «ed. PH. BòHNER, S. Bonaventure (N. Y.), BOHNER, Perihergeneias, in Traditio, 1946; «, a cura di PH. B6HNER, FIDANZA (vedasi) (New York); è, 2) ed. E. R. BENNET e J. G. SikEs, in OckHam, Opera politica, I, Manchester; 5, 4) ed. L. Baupry, in Rev. hist. francis, ; ed. C. K. BrampPtoNn, Oxford, 1929; ed. H. S. OrrLER, in Opera politica, III, Manchester, 1956; 5, 6), ed. H. S. OrrLER, in Opera politica, III,(estratti e analisi in R. ScHoLz, Unbekannte kirchenpolitische Streitschriften aus der Zeit Ludwigs des Bayern, Roma, 1914,403-417); è, ed. H. S. OrrLER, in Opera poditica, III,(analisi ed estratti in R. ScHotz, op. cit.,403-417; è, 9) (estratti in R. ScHoLz, op. cit.,417-431); 5, ed. H. S. OFFLER, in Opera politica, I,(estratti in R. ScHoLz); 5, 11), ed R. ScHotz, Lipsia, 1944; è, 12) ed. J. Sikes, in Opera politica, I, cit.; è, 13) ed. H. S. OrrLER, in Opera politica, I, cit.; è,  R. ScHoLz, op. cit.,; ed. C. K. Brampron, Oxford, 1027; ed. W. Mutper, in Arch. franc. Hist., ed. K. MiLLer, Traktat gegen Unterwer656 Bibliografia fungsformel..., Giessen; R. ScHoLz, Conradus de Megenberg. Traktatus contra Wilhelmum Occam, in op. cit., 11,347-363; c, 2) ed. Pu. BoHNER, S. Bonaventure (N. Y.), ; c, 4) L. Baupry, Le Tractatus de principiis theologiae attribut è Guillaume d'Ockham, Parigi, ; c, 6) M. GraBMANN, Quaestio de universali secundum viam et docirinam Guillelmi de Ockam (Op. et Tex., X) Miinster, 1930; c, 7) G. E. MoHan, The Quaestio de relatione attributed to William Ockam, in Franc. Stud., 1951; c, 8) L. Baupry, Parigi. Inoltre F. Corvino ha pubblicato: Sette questioni inedite di Ockham sul concetto, in Riv. crit. st. filos., 1955; Questioni di Ockham sul tempo, ibidem, 1956; Questioni inedite sul continuo, ibidem, Lione, 1495; a, 2) Parigi s.d., Parigi s.d., Parigi, 1490, Strasburgo, 1491, Venezia, 1504, 1516; a, 3) Parigi, 1487, Oudendlich, s.d., Parigi s.d., Parigi 1488; Strasburgo, (rist. anast. Lovanio, 1961); 4, 4) Bologna, 1496 (insieme ad @, 5) Bologna, Parigi, Bologna, Venezia, Oxford, Bologna, 1494, Venezia Roma, ; è, 1) BaLuze-Mansi, Miscellanea, III,315-325; EuBEL, Bullarium franciscanum, V,388-396; è, 2) Lovanio, 1481, Lione, 1495, in M. Gotpast, Monarchia Romani imperii, Amsterdam, 1631, Il, Francoforte, 1668, III; è, Parigi Lione, in GoLpast, op. cit.; in R. ScHoLz, op. cit., la parte finale assente nel Goldast (l’ed. GoLpast è ora stata ristampata fotostaticamente a cura di L. Firpo, Torino, Parigi, 1476, Lione; GoLpast, op. cit.; b, 8) Parigi, 1476, Lovanio, 1481, Lione, 1495; GoLpast, op. cit.; è, 12) Lione, 1496; Gopast, op. cit.; b, in M. FrEHER, /mperatoris Ludowici III... sententia dispensationis, Heidelberg; GoLpast, op. cit.; c, 1) Lione, 1495 (insieme al Commento alle Sentenze). Utile l'antologia a cura di PH. BoHNER (Ockham, Philosophical Writings, a selection edited and translated by Pu. Bonner), Edimburgo, 1957. Bibliografia: Ricche bibliografie generali in V. HevncH, in Franz. Stud.; L. Baupry, Guillaume d’Ockham, Parigi, 1950, 273-294. Per il lessico occamista v.: L. Baupry, Lerigue philosophique de Guillaume d'Ockham. Etude des notions fondamentales, Parigi, 1958. Cfr. inoltre Gever,781-782; De Brie, nn.; De Wutr, III,4951. In particolare vedi: F. BruckMmùLLER, Die Gotteslehre W. v. Ockham, Monaco, Horer, Biographische Studien iiber W. von Ockham, Arch. franc. hist., Kuccer, Der Begriff der Erkenninis bei W. von Ockham, Breslau, 1913. P. 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Quaestiones super IV ll. Sent., Lione; Utrum theologia sit scientia a quodlibet question, ed. J. T. Mucxie, Med. Stud., GevER In particolare: Dunem, Études sur Léonard de VINCI (vedasi) MickÒats€i, Les courants philosophiques è Oxford et è Paris, Inem, La physique nouvelle et les différents courants philosophiques, Ipem, Le problème de la volonté è Oxford et à Paris au XIV® siècle, in Commentariorum Societatis philos. Polon., Leopoli, GLomeux, La litterature quodlibétique, Meissner, Gotteserkenntnis und Gotteslehre nach dem englischen Dominikanertheologen R. Holkot, Limburgo-Lahn, DuHEM, Le système du monde, THorwnpike, A new Work by R. Holkot, Arch. int. Hist. sc. Buckingham Quaestiones sulle Sentenze; Quaestiones disputatae; Tractatus de infinito. MicHaLski, Les courants philosophiques è Oxford et è Paris pendant le XIV siècle, Inem, Le problème de la volonté è Oxford et è Paris, M.-D. CHenu, Les Quaestiones de Thomas de Buchingam, Stud. med. in honorem R. I. Martin, Bruges, Bradwardine De causa Dei contra Pelagium et de virtute causarum; Arithmetica speculativa; Geometria speculativa; Tractatus de proportione motuum; Incerta l’esistenza di un Commento alle Sentenze. ed. Savire, Londra; Parigi; Parigi; Parigi, Venezia, Vienna; e in H. L. Crosry, 'Th. of Bradwardine. His tractatus de proportionibus. Its significance for the development of mathematical physics, University of Wisconsin, Gever; De Brie, n.; De Wutr, In particolare v.: Haxn, TA. Bradwardinus und seine Lehre von der menschlichen Willensfreiheit (*Beitrige, V, 2), Miinster, DuHem, Études sur Léonard de Vinci, MicHats€i, Les courants philosophiques è Oxford et è Paris..., Inpem, Le problème de la volonté è Oxford et è Paris au XIV siècle, F. Laun, TA. von Bradwardin, der Schiiler Augustins und Lehrer Wiclifs, Zeitschr. f. Kirchengesch. Inpem, Recherches sur Th. Bradwardine, précurseur de Wicliff, Rev. hist. philos. relig. 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Parigi Parigi Parigi, Parigi, Parigi; il Tractatus de suppositionibus a cura di M. E. Reina, in Riv. crit. st. filos., Gever; De Brie, n.; De Wutr, DuHEm, Ézudes sur Léonard de Vinci Le système du monde, MicHaLsKi, Les courants philosophiques..., IpeM, Le criticisme et le scepticisme..., E. A. Moopy, John Buridan on the habitability of the Earth, Spec. Ipem, /. Buridan, Quaestiones super libros IV de coelo et mundo, Cambridge (Mass.), Fara, /. Buridan, notes sur les manuscrits, les éditions te le contenu de ses ocuvres, Arch. Hist. doctr. litt. m. Ipem, Jean Buridan, in Histoire litt. de la France, Marer, Die Vorlaufer Galileis. IpeM, Zwei Grundprobleme. IpeM, An der Grenze von Scholastik. Reina, // problema del linguaggio in Buridano, Riv. crit. st. filos., .Ipem, Note sulla psicologia di Buridano, Milano, Roserts, A chimera is a chimera, a medieval tautology, Journ. Hist. Ideas Odone varie Quaestiones in logicam, un Commentario în libros decem Ethicorum, e un Commento alle Sentenze. 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Gwwnn, Richard Fitz Ralph, Archbishop of Armagh, Studies, Maier, Die Vorldufer Galileis. Baconthorpe Opere: Commento alle Sentenze; vari Commenti scritturali; Commenti al De anima, alla Metaphysica, all'Ethica di AristorELE; Commenti al De trinitate e al De civitate Dei di Acostino; Commento agli scritti di Anselmo di Aosta; Quodlibeta; Sermoni spirituali. Edizioni: Il Commento alle Sentenze nelle edizioni di Lione, 1484; Parigi Milano Venezia Cremona; Madrid, Quodlibeta nell'ed. di Cremona t. 2 inf. e Venezia GEvER, Xiserta, De magistro |. Baconthorpe, Anal. Ord. Carm., Ipem, Joan Baconthorpe Averroista?, Criterion, Ipem, De scriptoribus scholasticis s. XIV ex Ordine Carmelitarum, Lovanio Crisocone du Saint-SacraMENT, Maftre Jean Baconthorpe, Rev. néosc. philos., LyncHn, De distinctione intentionali apud |. Baconthorpe, Anal. Ord. Carm., 1932. Nico di S. Brocarpo, I! profilo storico di Giovanni Baconthorpe, Ephemerides Carmeliticae, Marer, Zwei Grundprobleme. Anastasio di S. Paoro, in DHGE. B. Smattey, /. Baconthorpe's postill on St. Matthew, Med. Ren. Stud., Giovanni di ]andun Opere: De laudibus Parisius; Commento all'Expositio problematum Aristotelis di Pietro d’Abano; Commentari al De anima, De coelo et mundo, Physica, Metaphysica di Aristotele e al De substantia orbis di Averroà. Avrebbe inoltre scritto le seguenti opere di cui non è rimasta traccia: Quaestiones de formatione foetus; Quaestiones de gradibus et pluralitate formarum; Tractatus de specie intelligibili; Duo tractatus de sensu agente. Edizioni: De anima, Venezia Physica, De Caelo et mundo, ivi, 1501; Parva naturalia, ivi, 1505; Metaphysica, ivi; tutte più volte ristampate; De substantia orbis, ivi; De laudibus Parisius, ed. Le Roux pe Lincy e TissERanT, in Paris et ses historiens, Parigi, Bibliografia: Geyer; De Wutr, IVators, Jean de ]Jandun, in Histoire litt. de France, Parigi. Dunem, Le système du monde, cit., IV,96-104; V,571-580; VI,534-536, 543-575. E. Girson, É:udes de philosophie médiévale, Parigi, Rivière, in DThC, Grasmann, Mittelalterliches Geistesleben, cit., II. A. Marr, Die Vorliufer Galileis..., cit., Ipem, An der Grenze von Scholastik Dunem, Le système du monde Maurer, John of Jandun and the Divine Causality, Med. Stud., THornpIKE, Jean de Jandun on Gravitation, Jour. Hist. Ideas. GricnascHI, Il pensiero politico e religioso di Giovanni di ]andun, Bull. Ist. stor. ital. m. e. + PaccHi, Note sul Commento al De anima di Giovanni di ]andun, Riv. crit. st. filos. lac] > zrp Parma Commento al De anima; due Quaestiones disputatae; Quaestio de augmento; Quaestio de elementis; Expositio sulla Theorica planetarum di Cremona. Le Quaestiones de anima di Parma, cur. Vanni-RovicHi, Milano, Brie, n.; De Wutr, In particolare v.: Grasmann, Mittelalt. Geistesleben, Vanni-RovicHi, La psicologia averroistica di T. da P., Riv. filos. neoscol., Marr, Ein Beitrag zur Gesch. des italienischen Averroismus im XIV., Jahrh., Quellen und Forsch. aus ital. Arch. u. Bibl., Ipem, Die Vorlaufer Galileis. Ipem, An der Grenze von Scholastik. Arezzo Commento all'Isagoge; Commento alle Categorie Grasmann, Mittelalt. Geistesleben, Gubbio Quaestiones; Commento alle Meteore; Quaestiones de anima Piana, Contributo allo studio delle correnti dottrinali nell'Univ. di BOLOGNA Ant. A. Marr, Die Vorlaufer Galileis. URBANO da BOLOGNA Trattato sui Commenti averroistici alla Physica Venezia con prefazione di Vernia. Wutr, SorsetLI, Storia dell'Università di BOLOGNA, Bologna, Abano Conciliator differentiarum phylosophorum et praecipue medicorum; Liber compilationis physonomiae; Expositio problematum Aristotelis; Lucidator astronomiae, ed altre inedite. Conciliator, Venezia, 1476; Liber.., ivi, ; Expositio, Padova; Lucidator, frammenti in P. DuHEM, Le système du monde, IV, Parigi, Gever, p. 786; De Brie; De WuLF. FerrarI, / tempi, la vita, le dottrine di Pietro d’Abano, Genova. Ipem, Per la biografia e per gli scritti d’Abano, Mem. R. Accad. dei Lincei, Narpi, La teoria dell'anima e la generazione delle forme secondo Abano, Riv. filos. neosc., DuHem, Le système du monde Narpi, Intorno alle dottrine filosofiche d’Abano, N. Riv. stor. ALIGHIERI e ABANO, Saggi di filosofia dantesca THÒornpikE, A History of magic and experimental Science, con Bibl. completa degli scritti Gucon, Abano e l'averroismo padovano, Atti XXVI riunione Soc. ital. progr. sc. Roma Troito, Averroismo e aristotelismo padovano, Padova Inem, Per l'averroismo padovano o veneto, Atti R..Ist. Veneto, Narpi, Studi sull’aristotelismo padovano dal secolo XIV al XVI, Firenze, rivisti e rielaborati Ascoli L’Acerba; De principiis astrologiae; De eccentricis et de epyciclis; Tractatus in sphaeram. Edizioni: L’Acerba, a cura di P. Rosario, Lanciano; di A. Crespi, Ascoli Piceno, 1927; De principiis..., ed. G. Borriro, Firenze, ; De eccentricis..., ed. BorFITO Casretti, La vita e le opere di ASCOLI, Bologna PaoLETTI, Ascoli, Bologna, Beccaria, I biografi di Cecco d'Ascoli e le fonti per la sua storia e la sua leggenda, Mem. Acc. sc. di Torino, Eckhart Tra le mumerose opere in latino e in volgare citiamo: Reden der Unterscheidung; Collatio in librum Sententiarum; Tractatus super Oratione dominica; Quaestiones: Utrum in Deo, Utrum intelligere Angeli; Utrum laus Dei; Quaestiones: Aliquem motum, Utrum in corpore Christi; Buch der gottlichen Trostung; Sermone vom dem edlen Menschen; Opus tripartitum; Opus expositionum Prologi, In Genesim; In Exodum; In Eccl. In Sapientiam, In Genesim I (II forma); In Exodum (Il forma); In Genesim Il; Liber parabolarum Genesis, In Johannem; Sermoni lat. e ted. Edizioni: Le Opere latine a cura del DenirLE in Arch. f. Liter. und Kirchengesch. d. Mittelalter; le Opere tedesche, già edite a cura di F. PreiFrFer (in Deutsche Mystiker d., II, Gottinga), sono ora edite insieme alle latine da W. KoHLHAMMER, a cura di K. Werss, J. Kock, K. Christ, E. Benz, J. Quint, Stoccarda-Berlino, Un’altra ed. delle op. latine a cura di G. THfry e di R. KLIBANSKI, Lipsia si è fermata al f. III. Tra le tradd. it. ricordiamo: Prediche e trattati, a cura di G. C. con intr. di E. Buonaruti, Bologna, e l’ant. La nascita eterna (con testi a fronte) a cura di G. Faccin, Firenze. Per altre edizioni particolari di testi e documenti cfr.: G. Tufry, Édition critique des pièces relatives au procès d'Eckhart, Arch. Hist. doctr. litt. m. à.,; Le Commentaire de M. E. sur le livre de la Sagesse Loncpré, Questions inédites de M. E., Rev. Néoscol. Philos. Neuaufgefundene Pariser Questionen M. E. und ihre Stellung in seinem geistigen Entwicklungsgange, a cura di E. LoncpPré e di M. GRABMANN, Abhandl. Bayer. Akad. Philos. Kl., Monaco GevER, Quaestiones et sermo parisienses, Bonn. Per l’amplissima bibl. cfr. Gever; De BRIE Wutr, Cfr. anche G. Faccin, M. E. e la mistica preprotestante, Milano. Ci limitiamo qui a citare: F. Jostes, M. Eckhart und seine Jiinger, Lipsia, Hornsrein, Les grands mystiques allemands du XIV siècle, Lucerna, LeHMmann, Meist. Eckhart, Jena Karrer, Meist. Eckhart, Monaco, VOLPE, Il misticismo speculativo di Maestro Eckhart nei suoî rapporti storici, Bologna Seeserc, Meister Eckhart, Tubinga, OLtManns, M. Eckhart, Francoforte, Peters, Gottesbegriff M. Eckharts, Amburgo, Dempe, Meist. Eckhart. Eine Einfiihrung in sein Werk, Lipsia, 1n. e. Friburgo Laurent, Autour du procès de Maître Eckhart. Les documents des Archives Vaticanes, Div. Th." (P.) BoLza, Meister Eckhart als Mystiker, Monaco DaLcmann, Die Anthropologie Meister Eckharts, Tubinga MiLLer-THyn, On the University of Being in Meister Eckhart, New York, EseLinc, Meister Eckharts Mystik. 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Terminologie des Mittelhochdeutschen, Heidelberg SrePHENSON, Gortheit und Gott in der speculativen Mystik Meister Eckharts, Bonn Kopper, Die Metaphysik Meister Eckharts, Saarbriicken AnceLET-HusracHe, Maftre Eckhart et la mystique rhénane, Parigi LueseNn, Die Geburt des Geistes. Dus Zeugnis M. Eckharts, Berlino Wilmersdorf Or.rmanns, M. Eckhart, Francoforte sul Meno, KeLLec, M. Eckharts doctrine of divine subjectivity, Downs. Rev., Kertz, M. Eckhart's teaching on the birth of the divine Word in the soul, Traditio FiscHEr, Die theologischen Werke M. Eckharts, Schol. Benz, Mystik als Seinserfiillung bei M. Eckharts in Sinn und Sein, cin philos. Symposion F. S. von Rintelen gewidmet, Tubinga, Lossxy, TAéologie négative et connaissance de Dieu chez M. Eckhart, Parigi Eckhart der Prediger. Festschrift 2. Eckhart-Gedenkjahr. Hrsg. von M. Nix u. R. OecxHstin, Friburgo, Basilea, Vienna, Héoi, Metaphysik u. Mistik im Denken des M. Eckhart, Zeitschr. f. kathol. Theol. GPKHEV. M Tauler Opere: Sermoni: edd.: Lipsia, Augusta; Basilea, Colonia; in ted. moderno, Francoforte s. M., trad. lat.: Colonia, Trad. it.: Sermoni, a cura di R. Spaini Pisaneschi, Firenze; Prediche, Milano, Trad. franc.: Parigi, Gever De Brie Naumann, Untersuchungen zu ]. Taulers deutschen Predigten, Halle MùtLer, Luther und Tauler auf ihren Zusammenhang untersucht, Berna Hucueny, Le doctrine mystique de Tauler, Rev. sc. philos. théol., THéry, Esquisse d’une vie de Tauler, Suppl. de la Vie Spirituelle, WentzLarr-EccesErT, Studien zur Lebenslehre Taulers, Berlino, PourraTt, Le spiritualité Chrétienne, II, Parigi, DThC LieFrrInck, De middelnederlandsche Taulerhandschriften, Groninga, Ganpitac, De Johann Tauler à Heinrich Seuse. Leur doctrine spirituelle, Étud. GermaniquesValeur du temps dans la pédagogie spirituelle de Jean Tauler, Conférence Albert le Grand, Montréal TERMENÉN SoLfs, Trascendencia del conoscimiento racionale en Tauler, in L'homme et son destin. Scuse Btichlein der Wahrheit; Biichlein der ewigen Weisheit; Leztere; Epistole; L'Exemplar (correzione delle copie inesatte dei suoi scritti); Horologium Sapientiae. Opera ed. crit. di K. BreHLMEyER, Stoccarda; dell’Exemplar in ted. mod. a cura di H. DenirLe, Monaco; nuova ed. dello Horologium, Torino, tr. fr. Oeuvres mystiques du b. Henri Suse, di G. THirioT, Parigi, tr. it. Diglogo della Verità, a cura di A. LEvASTI, Lanciano; Scritti scelti, a cura di R. Sparni-PisanEscHI, Torino; Il libro della saggezza eterna, Milano. Cfr. inoltre: Pranzer, Der Textgeschichte und Textkritik des Horologium Sapientiae des sel. Heinrich Seuse, Div. Th. (F.) Faccin, Meister Eckhart e la mistica tedesca preprotestante E cfr. Geyer; De Brie, nn. ; De Wutr, Til. In particolare: S. HaHn, H. Susos Bedeutung als Philosoph, Beitrige, Suppl. 1, Miinster. Hornstern, Les grands mystiques allemands Le b. Henri Suse, Rev. tom., Levasti, Enrico Seuse, Riv. filos. neosc. ScHwarz, Das Christusbild des deutsch. mystikers H. Suso, Bamberga Wermann, Die Seusesche Mystik und ihre Wirkung auf die bildende Kunst, Berlino Gròser, Der Mystiker Hein. Seuse, Friburgo. J. AnceLET-HusracHe, Le 5. H. Suse, Parigi Bizet, Henry Suso et le déclin de la Scholastique, Parigi Ganpittac, De Johann Tauler è Heinrich Sceuse..., cit., Étud. Germaniques, Cfr. inoltre: J. H. NicoLas, Études sur Susé, Rev. thom. Ruysbroeck Trattati in dialetto fiammingo tra i quali particolarmente importanti: Il regno degli amanti di Dio; Le nozze spirituali; Lo specchio della salute eterna; Il libro della più alta verità; Il libro dei dodici beghini. Edizioni: Werken, ed. compl., Anversa tr. it. Lo specchio dell'eterna salute, in F. Fori, Vita e dottrina del b. Giovanni Ruysbroeck, Roma L'ornamento delle nozze spirituali, tr. D. GruLiorti, Lanciano, ; Pagine scelte, tr. di G. Mariani, Milano; Gradi dell'amore spirituale (col titolo Vita e dottrina del b. G. Ruisbrochio), tr. F. N., Torino; tr. franc.: Oeuvres de Ruysbroeck l’Admirable, Bruxelles, Ruysbroeck. Leven, Werken, Malines-Amsterdam; cfr. GEYER Dr Brie De Wutr Cfr. inoltre: G. DoLezicH, Die Mystik J. v. Ruysbroeck de: Wunderbaren, Breslauer Stud. z. hist. Theol., Voorne, Ruusbroec en de geest der mystick, Anversa, Bricuf, in DHhC,Comes, Essai sur la critique de Ruysbroeck par Gerson, Parigi Ampe, Kernproblemen uit de leer van Ruysbroeck, Tielt. P. Henry, La mistique trinitaire du Bienheureux Jean Ruusbroec, Rech. sc. relig. Per Gerardo di Groot vedasi: Gerardi Magni Epistolae, a cura di W. MurLper, Anversa, Chronica Montis Sanctae Agnesis, a cura di M. J. Pont, Opere di Tommaso da Kempis, VII, Friburgo, Post, De Moderne Devotie, Geert Groote en zijne stithtingen, Amsterdam. Per il Francofortese o Deutsche Theologie cfr. l’ed. Un, Berlino a. c. Prezzolini). La bibl., in Faccin, Giovanni Eckhart e la mistica preprotestante. V., La Teologia tedesca Riv. crit. st. Filos Wycliff De ideis; Tractatus de logica; Summa de ente; De dominio divino; De civili dominio; De veritate Scripturae; De Ecclesia; De officio regis De potestate Papae De ordine christiano De apostasia De eucharestia Trialogus ed altri scritti minori filosofici e teologico-politici. La Opera a cura della Wycliff Society di Londra; il Trialogus anche nell’ed. LecHLER, Oxford; la Summa de ente (L. 1, tr. 1-2), Londra, Sul significato e l’opera storica di W. cfr. soprattutto Mannino, Cambridge medieval History Cambridge e ampia bibl. Poore, Wicliff and the movements for Reform, Londra GarronER, Lollardy and the Reformation in England, Londra Losert H, Wiclif und der Wiclifismus, Realencycl. f. prot. Theol. u. Kirche con ampia bibl. Workman. Wiclif. A Study of the English medieval Church, Oxford. TÒÙomson, A lost chapter of Wiclif Summa de ente Cambridge, The philosophical basis of Wiclif theology, Jour. of relig. STEIN, Another lost chapter of Wiclif Summa de ente Spec. Baupry, A propos de Guillaume d'Ockham et de Wiclif, Arch. Hist. doctr. litt. m.-.Cristiani, in DThC. W. Lanc, Glauben und Wissen bei Pecok und Wicliff, Diesdorf, Mc Fartane, Wiclif and the Beginnings of English nonconformity, Londra Huss Opera Omnia, ed. FLAsJHANS - M. KominskovA, Praga v. anche: /. Hus et Hieronimi Pragensis martyrum Christi historia et monumenta, a cura di FLacio ILLiRIco, Norimberga, KruMmmEL, Geschichte der bbemischer Reformation, Gotha LoserTH, Hus und Wicliff zur Genesis des husitisch. Lehre, Praga, Monaco, LecHier, Johannes Huss, Halle Lirzow, Life and times of master J. Huss ScHarr, /. Huss. His Life, Teaching and Death after five hundred years, New York Haucx, Srudien zu J. Huss, Lipsia EurLE, Der Sentenzekommentar Peters von Candia MoncetLe, in DThC Srrunz, /. Hus, sein leben und sein Werk, Monaco. H. ZarscHEK, Studien z. Gesch. der Prager Universitàt, Mitt. des Vereins f. Gesch. deutsch. Sudetenlinders Trapp, Clem. Unchiristened Nominalism and Wycliffite realism at Prague um 1381, Rech. théol. anc. méd. Oresme Commento alle Sentenze (perduto, tranne il De communicatione idiomatum Quaestiones su Euclide; Tractatus de configurationibus formarum; Parafrasi francesi di Politica, Economica, Etica di AristotELE; Livre du ciel et du monde; Traicté de la prémière invention de la monnaie Traicté de la sphère Commentaire aux livres du ciel et du monde; 8) Commenti alla Physica ed ai Metereologica. Parigi Politica ed Economica Parigi Etica; della parafrasi all’Etica cfr. ed. A. D. MenuT, New York e dell’Economica l’ed. A. D. MEnUT, Filadelfia, ed. A. D. MenUT - A. J. DenoMy, in Med. Stud., ed.Wotowsxi, Parigi ed. Jonnson, Edimburgo Parigi La bibl. generale in GEveR; De Brie; De Wuctr Bripey, N. Oresme. La théorie de la monnaie, Parigi Dunem, Études sur Léonard Le système du monde WiecertNnEr, N. Oresme und die graphische Darstellung der Spàtscholastik, Natur u. Kultur DincLer, Ueber die Stellung von N.s Oresme in der Geschichte der Wissenschaften, Philos. Jahrb. THorNDIKE, History of magic and experimental Science, III, New York. BorcHerRT, Die Lehre von der Bewegung bei N. Oresme (Beitrige), Miinster THoRrNDIKE, Celestinus, Summary of Nicols Oresme, Osiris Kaiser, Before Copernicus, Nicolaus of Oresme, America BocHERT, in (Beitrige,y XXXV, 4-5), Miinster con led. del De communicatione idiomatum). A. Mar, Die Vorliufer Galileis IneMm, Zwei Grundprobleme An der Grenze von Scholastik Metaphys. Hintergriinde der spatscholastischen Naturphilosophie, Roma, THoRrNpIKE, Oresme and commentaries on Metereologica, Isis PepersEN, Nicole Oresme og hans naturfilosofiste system, Copenhagen, MarzHIEU, dd la recherche du De Anima de Nic. Oresme, Arch. Hist. doct. litt. m. à. Zousov, Sur un écrit faussement attribué a N. Oresme, [De instantibus)ì, Arch. Hist. doctr. litt. m. à. L'inter omnes impressiones de Nicole d'Oresme, (con testo) Arch. Hist. doct. litt. m. d., ore mm ce Alberto di Sassonia Tractatus logicace; Quaestiones in logicam Guill. Occam; Sophismata; Tractatus proportionum; Tractatus de quadratura circuli; Quaestio de proportione diametri quadrati ad costam ciusdem; Post. Analyticos; Quaestiones super octo ll. Physicorum; In libros de coelo et mundo; De generatione et corruptione; Ezxpositio super decem ll. Ethicorum Aristotelis; De sensu et de sensato. Edd. v. GEvER Gever Wutr, JuLLian, Un scolastique de la décadence, Albert de Sore, Rev. August Dunem, Ezudes sur Léonard Le système du monde, Hripinesrerper, Albert von S.; ein Lebensgang und sein Kommentar z. Nikom. Ethik Aristot. (Beitrige), Miinster, MicHatski, Le criticisme et le scepticisme dans la philosophie du XIV° stècle, IneM, La physique nouvelle et les différents courants philosophiques.., cit. A. Mar, Die Vorlaufer Galileis..., cit., passim. Inem, Zwei Grundprobleme..., cit., passim. Inem, An der Grenze von Scholastik Per gli scritti matematici: B. Boncompacni, Intorno al Tractatus proportionum di Alberto di Sassonia, Bull. di bibl. stor. scienze nat. fis. Sutez, Der Tractatus de quadratura circuli des Albert d. S., Zeitschr. f. Mathem. u. Phys. Die Quaestio de proportione diametri quadrati ad costam eiusdem Inghen Textus dialectices de suppositionibus Expositio super Analyt. post. Abbreviationes libri Physicorum Aristotelis Quaestiones subtilissimae super VIII libros physicorum secundum nominalium viam; Quaestiones de gencratione et corruptione; Quaestiones super IV. Il. Sententiarum Vienna Venezia Lione Venezia sotto il nome di Duns Scoto, c quindi inserite nella ed. delle sue opere Venezia Strasburgo Gever De BRIE Dunem, Érudes sur Léonard Le système du monde MicHasri, Les courants philosophiques. Le criticisme et le scepticisme EHnLE, Der Sentenzentommentar Peters von Candia, cit., passim. G. Ritter, Studien 2. Spétscholastik, I. M. von Inghen und die Okkam Schule in Deutschland, Vienna, Ma:ER, Die Vorlàufer Galileis..., cit., passim. Iper, Zwei Grundprobleme An der Grenze von Scholastik Hainbuch Opere: Fil. teol: De reductione effectuum; De habitudine causarum; Contra astrologos; Commento alle Sentenze; Commentario alla Genesi. Canonistiche: Tractatus de contractibus emptionis et venditionis; Epistula de contractibus emptionis et venditionis ad consules viennenses. Politico religiose: Epistula pacis; Consilium pacis. Ascetiche: Speculum animae; De contempu mundi. Edd., trad. v. GEYER Gever; DE Wes Harrwic, Leben und Schriften des H. von Langestein AscHsacH, Geschichte der Wiener Universitàt, Vienna Rorx, Zur Bibliographie des H. Hainbuch de Hassia dictus de Langestein, Beihefte zum Zentralblatt fiir Bibliothekswesen Pruckner, Studien zu den astrologischen Schriften des H. von Langestein, Lipsia, Maier, Zwei Gundprobleme Dunem, Le système du monde Totting di Oyta Commentario alle Sentenze Tractatus moralis de contractibus reddituum annuorum Quaestiones logicae super Porphyrium; Tres libri philosophici de anima, o Magistrales tractatus de anima et potentiis eius Parigi, la Quaestio de Sacra Scriptura nell’ed. crit. di A. Lanc, Miinster AscHsacH, Geschichte d. Wiener Universitàt, SoMMERFELDT, in Mitt. d. Institut f. Gsterreis. Geschichtsforsch., Dunem, Le système du monde MicHar.sKi, Le criticisme et le scepticisme EnrLE, Der Sentenzenkommentar Peters von Candia, Lane, H. Totting von Oyta, (Beitrige Miinster. Rucker, Zum Problematik der Spatscholastik, Theol. Rev. Decker, Ein fundamentaltheologischer Traktat des mittelalters CH. Totting v. Oyta, Quaestiones super libros Sententiarum], Wiss. Weish La bibl. generale, in GevER De Brie, Dv» Heytesbury Opere: Le sue numerose opere di logica sono pubblicate sotto il titolo: Tractatus Guillelmi Heutisberi de sensu, composito et diviso; Regulae ciusdem cum sophismatibus (con una Declaratio e Expositio litteralis di Gaetano da Tiene); Tractatus Heutisberi de veritate et falsitate propositionis, Venezia, PrantL, Gesch. d. Logik. DuHem, Études sur Léonard Marr, Die Vorliufer Galileis. An der Grenze von Scholastik Wison, W. Heitesbury..., Madison, DuHEMm, Le système du monde, Swineshead i Opere: Commento alle Sentenze; De insolubilibus; Obligationes; De motibus naturalibus; Calculationes Padova DuHem, Études sur Léonard MicHaLsxki, Le criticisme et le scepticisme Maier, Die Vorlaufer Galileis Zwei Grundprobleme. InpeM, An der Grenze von Scholastik CLacett, R. Swineshead and late medieval physic, Osiris DuHEm, Le système du monde Sui Calculatores di Merton GRICE cfr. inoltre sotto la bibl. generale alla voce Scienze, in particolare il testo di CromBIE, Augustine t0 Galileo THornpikE, A History of magic and experimental science Pelacani Opere: Quaestiones de latitudinibus formarum; Quaestio de tactu corporum durorum; Quaestiones sull’ottica. Padova Venezia insieme alla Quaestio de modalibus di Bassano Potito; in F. Amopro, Riproduzione delle Quaestiones de latitudinibus formarum, in Annali Ist. tecn. Porta, Napoli Per le Quaestiones sull’ottica v.: Questioni inedite di ottica di Pelacani a cura di ALessio, Riv. crit. st. filos. Amopro, Appunti su Biagio Pelacani da Parma, in Atti del IV Congr. dei Matematici, III, Roma THorNDIKE, A History of magic and experimental science DuHem, Le système du monde Mater, Die Vorliufer Galileis. Zwei Grundprobleme An der Grenze von Scholastik Moopy-M. CLacett, The mediaeval science of weights (Scientia de ponderibusì..., cit. M. CLacett, The science of mechanics in the middle age, cit. Feperici-VescoviNI, Problemi di fisica aristotelica in un maestro del sec. XIV: Biagio Pelacani da Parma Riv. filos. Ailly Scrive opere solo in parte edite. Alcune tra le minori sono state pubblicate da L. DupPin nell’ed. delle Opera di Giovanni Gerson, e talune addirittura attribuite allo stesso Gerson (Opera, Anversa); altre opere minori sono state pubblicate da L. SaLeMBIER in Rev. des Scien. ecclés., 1. Delle opere scientifiche, filosofiche e religiose del d’Ailly alcune hanno avuto numerose edd. (cfr. L. SaLEMBIER, Bibliographie des Oeuvres du cardinal P. d'Ailly, évéque de Cambrai, Compiègne, e Les oeuvres francaises du card. Pierre d’Ailly, Arras L’opera filosofica più importante è costituita dalle Quaestiones super Sententiarum, Bruxelles, Altri scritti di notevole interesse filosofico: De anima, De legibus et sectis contra superstitiosos astronomos (in Gerson, Opera, ed. cit., 1); Vigintiloquium de concordia astronomiae cum theologia (Venezia); e l’Imago mundi (ed. E. Buron, Gembloux-Parigi cfr. GeyER Brie; DE WuLF SaLEMBIER, Le Card. Pierre d'Ailly, Mons-en-Barouel. Ipem, in DThC, DHGE. M. De Ganpittac, Usage et valeurs des arguments probables chez Pierre d'Ailly, Arch. Hist. doctr. litt. m..Roserts, The theories of Ailly concerning forms of government in Church and State, Bull. Inst. hist. research Ailly and the Council of Constance: A study in Ockamiste theory and practice Trans. R. Hist. Soc., McGowan, Pierre d'Ailly and the council of Constance, Washington DuHEM, Le système du monde Candia Opera: Commento alle Sentenze (inedito). Bibliografia: F. Exte, Der Sentenzkommentar Peters von Candia, des Pisaner Papstes Alexander V, Franz. Stud., Beiheft Maier, An der Grenze von Scholastik Dunem, Le système du monde Gerson Tra le sue numerose opere ricordiamo qui particolarmente: Centiloquium de conceptibus; Centiloquium de causa finali; De concordantia metaphysicae cum logica (1426); De modis significandis; De parvulis ad Christum trahendis; Lectiones duae contra vanam curiositatem; Super canticum canticorum; Commento alle Sentenze Opera omnia, ed. E..Dupin, Anversa, rist. L’Aja; le Notulae super quaedam verba Dionysi, in A. ComBes, ]. Gerson Commentateur dionysien, Parigi, 1940. È ora in corso l’ed. crit. dell'Opera Omnia a cura di P. GLorieux, Parigi, 1961 sgg. Cfr. inoltre l’ed. del De Mystica Theologia, sempre a cura del Comes, nel Tesaurus mundi Gever, p. 791; De Brie WuLr, ScHwag, Johannes Gerson, Wiirzburg, .Masson, Gerson, sa vie, son temps, ses ocuvres, STELZENBERGER, Die mystik des J. Gerson, Breslavia SaLemBier, in DHhC, Connoiy, John Gerson, Reformator and Mystic, Lovanio con ricca bibl. Dress, De theologia Gersoni, Giitersloh ScHnàrer, Die Staatslehre, de Gerson, Colonia. A. Comes, Études Gersoniennes, “Arch. Hist. doctr. litt. m. con particolare riferimento al Commento alle sentenze ScHnEMER, Die Verpflichtung des menschliches Gesetzes nach Gerson, “Zeitschr. f. kathol. Theol., VerEECKE, Droit et morale chez Jean Gerson, Rev. hist. droit. frane. et étran., GLorieux, Autour de la liste des ocuvres de Gerson, “Rech. théol. anc. méd. DuHem, Le système du monde Sulla crisi della cultura medioevale alla fine del XIV secolo cfr. inoltre particolarmente: E. Garin, La crisi del pensiero medioevale, in Medioevo e Rinascimento. Studi e ricerche, Bari Angelicum Antonianum Archivum Fratrum Praedicatorum Archives d’Histoire doctrinale et littéraire du moyen fge. Archivio di storia della filosofia. Augustiniana. Cîteaux in de Nederlanden Collectanea franciscana Divus Thomas (Friburgo) Divus Thomas (Piacenza) English Historical Review Estudios ecclesiasticos France franciscaine Franciscan Studies Franziskanische Studien Giornale critico della filosofia italiana Gregorianum Historisches Jahrbuch Journal of theological Studies Italia francescana Mediaeval and Renaissance Studies Mediaeval Studies Miscellanea francescana The Modern Schoolman Neues Archiv The new Scholasticism The Philosophical Review Recherches de théologie ancienne et médiévale. Recherches de sciences réligieuses Revue augustinienne Revue bénédictine Revue d’histoire ecclésiastique Revue d’histoire de la philosophie Revue de metaphysique Revue du moyen fge latin Revue néoscolastique de philosophie Revue philosophique de Louvain Revue des sciences philosophiques et théologiques Revue thomiste Rivista critica di storia della filosofia Rivista di filosofia Rivista di filosofia neoscolastica Rivista storica italiana Rivista di studi orientali Scholastik Speculum Studi francescani The theological Quarterly The theological Review Theologische Zeitschrift Wissenschaft und Weisheit Zeitschrift fir katholische Theologie Zeitschrift fir Kirchengeschichte. Nome compiuto: Cesare Vasoli. Vasoli. Keywords: implicatura. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Vasoli,” pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vatinio: la ragione conversazionale a Roma – l’implictaura conversazionale della setta di Crotone -- filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Abstract. Grice: “I often wondered if the Roman name ‘Publius’ means something like a ‘prostitute’! However, the Roman praenomen – given name – Publius – is thought to derive from the same Latin root as the words ‘populus’ and ‘publicus,’ meaning of the people or public. The name Publius, therefore, carries the meaning of being connected to the people, serving the public, or relating to civic duty. This reflects the Roman ideals of public service and governance for the common good. While Publius was a very common praenomen used by both patrician andplebeian families throughout Roman history, some scholars have also suggested a possible ETRUSCAN origin, noting the use of the name in the form ‘PUPLIE” by the Etruscans. Keywords: CROTONE. Grice: “Italians refer to Pythagoreanism as ‘la scuola di Crotone,’ seeing that that was where the Master settled. One may well speak of the dialettica crotonese – Crotonian dialectic, Athenian dialectic, Oxonian dialectic. Filosofo italiano. A politician, supporter of GIULIO (vedi) CESARE and a friend of CICERONE, who at different times, attacks and defends him. V. calls himself a Pythagorean, but Cicerone questions V’s right to do so on account of his dubious behaviour. Nome compiuto: Publio Vatinio. Keywords: Roma antica. Per H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.

 

Luigi Speranza: GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vattimo: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’implicatvm o impiegato come comunicatvm debole – la scuola di Torino – filosofia torinese – filosofia piemontese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Torino). Absract. Keywords: debole, forte. Implicatum come communicatum debole. Grice: make a stronger statement. DEFEASIBILITY – can be defeated.  Filosofo torinese. Filosofo piemontese. Filosofo italiano. Torino, Piemonte. Essential Italian philosopher. Grice: “It may be argued that what Vattimo means by ‘strong’ is what I mean by ‘weak’ and viceversa – With Popper, ‘I know’ is weaker than ‘I believe’ and ‘every x’ is weaker than ‘some (at least) one’ or ‘the’ – I have explored ‘the’ – Keyword: massima della debolezza conversazionale; massima della forza conversazionale” – Filosofo italiano. -- not one that provinicial Beaney would include in his handbooks and dictionaries. Vattimo’s philosophy shares quite a bit with Grice’s programme, as anyone familiar with both Vattimo and Grice may testify. Vattimo has philosophised on Heidegger and Nietzsche, and one of his essays is on the subject and the maskanother on reality. There is a volume in his honour. Filosofo e uomo politico italiano. M. Rivoli. Esponente della filosofia ermeneutica, teorizza l'abbandono delle pretese di fondazione della metafisica e la relativizzazione di ogni prospettiva filosofica (Il pensiero debole, in collab. Con Rovatti. Allievo di PAREYSON (vedasi), dal quale derivano i suoi originari interessi per l'estetica, studia poi a Heidelberg sotto la guida di Gadamer. Prof. di estetica, poi di filosofia teoretica a Torino, da cui si è congedato. Deputato al Parlamento europeo, quindi ricandidatosi come indipendente nelle liste dell'Italia dei Valori, euro-deputato nell’Alleanza dei democratici e dei liberali per l’Europa, ha aderito al Partito comunista italiano. Studioso e continuatore dell'ermeneutica filosofica – cf. H. P. Grice, PERI HERMENEIAS --, nell'indagine sui suoi presupposti storici e teorici dedica la sua attenzione a Schleiermacher, Nietzsche, Heidegger e allo stesso Gadamer -- del quale cura la traduzione italiana di Wahrheit und Methode --, sotto-lineando la storicità e la finitezza della condizione umana e la centralità della lingua italiana -- e dell'interpretazione -- non solo nella comprensione dell'opera d'arte, ma in ogni altra forma di esperienza. S’è segnalato per la sua proposta, connessa all'orizzonte teoretico nietzschiano e heideggeriano ma anche a quello del dibattito sul postmoderno, di un "pensiero debole" caratterizzato dall'abbandono delle pretese di fondazione della metafisica tradizionale e dalla relativizzazione di ogni prospettiva filosofica o politica che intenda presentarsi come definitiva. Opere principali: Essere, storia e lingua italiana in Heidegger; Poesia e ontologia; Schleiermacher e Grice filosofi dell'interpretazione; Il soggetto e la maschera, importante monografia su Nietzsche; Le avventure della differenza; Al di là del soggetto; Il pensiero debole -- raccolta di saggi curata in collab. con Rovatti; La fine della modernità; La società trasparente; Etica dell'interpretazione; Oltre l'interpretazione; Credere di credere; Vocazione e responsabilità del filosofo; Dopo la cristianità. Per un cristianesimo non religioso; Il socialismo ossia l'Europa; Il futuro della religione -- in collab. con Rorty; Non essere Dio. Un'autobiografia a quattro mani -- in collab. con Paterlini; Ecce comu. Come si ri-diventa ciò che si era; Addio alle verità; Introduzione all'estetica; Hermeneutic communism -- con ZABALA (vedasi); Della realtà. Fini della filosofia; Non essere Dio; Essere e dintorni; Scritti filosofici e politici. Participante del Foro Internacional por la Emancipación y la Igualdad. Partito Comunista. In precedenza: DS PdCI IdV Indipendente. Laurea in Filosofia. Torino. Filosofo, professore universitario. Tra i massimi esponenti della corrente post-moderna, è teorizzatore della filosofia debole. Il padre è un poliziotto calabrese, che muore quando V. ha I anno e mezzo. La madre è una sarta. Ha una sorella di otto anni più grande. Durante la guerra si trasferisce con la famiglia in Calabria, restandoci per II anni e ritornando a Torino. Studente del liceo classico Gioberti è attivo nella Gioventù Studentesca di Azione Cattolica, e collabora a Quartodora, rivista del movimento diretta da Straniero. Si autodefine come un cattolico militante, influenzato dalla lettura di Maritain, Mounier e dei racconti di Bernanos, portato dalla fede ad un disinteresse per il razionalismo storico, l'Illuminismo e le filosofie di Hegel e Marx. Allievo di PAREYSON (vedi) assieme a ECO (vedi) con cui ha condiviso amicizia e interessi, si laurea in filosofia a Torino. Lavora ai programmi culturali della Rai. Consegue la specializzazione a Heidelberg, con Löwith e Gadamer, di cui ha introdotto la filosofia in Italia. Professore incaricato e ordinario di estetica a Torino, nella quale è stato preside, della facoltà di Lettere e Filosofia. Ordinario di filosofia teoretica presso la stessa università. Professore emerito, titolo che non gli precluse lo svolgimento d’eventuali attività didattiche presso la suddetta università. Idea e condotto su Raitre il programma di divulgazione filosofica “La clessidra.” Insegnato come visiting professor negli Stati Uniti e ha tenuto seminari in diversi atenei del mondo. Direttore della Rivista di estetica, membro di comitati scientifici di varie riviste, socio corrispondente dell'Accademia delle Scienze di Torino, nonché editorialista per i quotidiani La Stampa e La Repubblica e per il settimanale L'espresso. Dirige la rivista Tropos. Rivista di ermeneutica e critica filosofica edita da Aracne Editrice. Per i suoi saggi riceve lauree honoris causa dalle La Plata, Palermo, Madrid e Lima. È stato più volte docente alle Vacances de l'Esprit. Svolge attività politica in diverse formazioni: nel Partito Radicale, Alleanza per Torino, Democratici di Sinistra, per i quali è stato parlamentare europeo, e nel Partito dei Comunisti Italiani. Candidato da una lista civica a sindaco di una cittadina calabrese, San Giovanni in Fiore (Cs), per combattere la degenerazione intellettuale che affligge quel paese, ma non è riuscito ad arrivare al secondo turno. Annunciato la sua candidatura a parlamentare europeo nelle liste dell'Italia dei Valori di Pietro, rivendicando tuttavia le proprie origini comuniste, venendo eletto nella circoscrizione Nord-Ovest. Nel giorno dell'anniversario della fondazione del PCd'I, annuncia la sua adesione al Partito Comunista.  Il suo ideale politico-religioso si riassume in una forma da lui definita comunismo cristiano e comunismo ermeneutico, un' ideale anti-dogmatico di comunismo debole nel pensiero e nell'essere, che si ispira alla vita comunitaria delle prime comunità cristiane. Esso rinnega e si oppone alla violenza delle industrializzazione pesante forzata e dello stalinismo in genere, così come anche alle tesi di Lenin e del terrorismo, muovendo a favore di una sinistra improntata al dialogo, alla dialettica e alla tolleranza. Accusato di antisemitismo, a causa delle sue dichiarazioni sul controllo ebraico di banche. "Ricordiamoci che la Federal Reserve è di proprietà di Rothschild. Gattegna, presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, lo accusa di anti-semitismo, additando le sue dichiarazioni come "parole di odio che non aggiungono nulla di nuovo e che sono accompagnate dalla riproposizione squallida di stereotipi anti-semiti". Anche Aiello, primo rabbino donna in Italia, corrobora queste accuse, tacciando V. di antisemitismo. Rilascia un'intervista al Corriere in cui dichiara, riguardo a Israele  «bisognerebbe procurarsi missili più efficaci dei Qassam e portarli laggiù». La dichiarazione, riferita ai missili Qassam con cui Hamas colpisce Israele, ha suscitato molte polemiche. Il filosofo ha tuttavia chiarito che le sue prese di posizione sono rivolte contro Israele e che non hanno nulla a che vedere con l’anti-semitismo. In occasione dell'aggressione di Tartaglia a Berlusconi ha espresso a Radio Radicale la convinzione che quell'aggressione fosse stata una montatura. Afferma inoltre che se l'aggressore avesse voluto veramente fare del male a Berlusconi era preferibile usare una pistola invece di una statuetta. Si è occupato dell'ontologia ermeneutica, proponendone una propria interpretazione, che chiama “debolita”, in contrapposizione con le diverse forme di pensiero forte (fortitude) dell'hegelismo con la sua dialettica, il marxismo, la fenomenologia, la psicanalisi, lo strutturalismo. Ognuno di questi movimenti si è proposto come superamento delle posizioni filosofiche precedenti e smascheramento dei loro errori. Ma ogni volta l'errore consiste proprio in questo gesto teoretico. Non ci sono nuovi inizi, l'errore consiste proprio nella volontà di rifondare fundamenta inconcussa che non vi possono essere. Debolita è invece un atteggiamento della postmodernità che accetta il peso dell'errore, ossia del caduco, dell'effimero, di tutto ciò che è storico e umano. È la nozione di verità a doversi modellare sulla dimensione umana, non viceversa. La debolita è la chiave per la democratizzazione della società, la diminuzione della violenza e la diffusione del pluralismo e della tolleranza. In questa maniera deve essere almeno segnalata la grande e decisiva importanza che assume nella sua filosofia la nozione di nichilismo, che rimette all'eredità di Nietzsche e Heidegger e si lega a vari temi vattimiani (dall'etica, alla politica, dalla religione -- l'indebolimento del divino alla teoria della comunicazione – implicatura come communicatum debole. Con i suoi saggi come “Credere di credere”  rivendica alla proprio filosofia anche la qualifica di autentica filosofia cristiana per la postmodernità.  Avvalendosi infatti della visione cristiana del maestro PAREYSON e di Quinzio, V. rifiuta l'identificazione del divino nell'essere razionale, così come concepito dalla tradizione filosofica occidentale. Di PAREYSON  e Quinzio, però, non condivide la visione religiosa tragica. Suggestionato da Girard, V. legge la vicenda di Cristo come rifiuto di ogni sacrificio, anzitutto umano ed esistenziale. La kénosis -- lett. svuotamento -- divina è a vantaggio della libertà e della pace umana.  Le posizioni di V. rappresentano una svolta, sia nella sua impostazione filosofica dell'interpretazione del presente, sia nel campo dell'attività politica. Abbandona il partito dei Democratici di Sinistra e abbraccia il marxismo rivalutandone positivamente l'autenticità e validità dei principi progettuali, auspicando un ritorno al pensiero del filosofo di Treviri e a un comunismo epurato dagli sviluppi delle distorte politiche pubbliche sovietiche da superare dialetticamente. Per quanto la svolta possa apparire contraddittoria con le precedenti posizioni, V. rivendica la continuità delle nuove scelte con il processo di ricerca sul pensiero debole, pur ammettendo il cambiamento di "molte delle sue idee". È lo stesso filosofo a parlare di un "Marx indebolito", ovvero di una base ideologica capace di illustrare la vera natura del comunismo e adatta nella pratica politica a superare ogni tipo di pudore liberal. L'approdo al marxismo si configura quindi come una tappa dello sviluppo del pensiero debole, arricchito nella prassi da una prospettiva politica concreta.  V. ha anche espresso posizioni ambientaliste ed in particolare a favore dei diritti degli animali. In un'epoca in cui l'umanità si vede sempre più minacciata nelle stesse elementari possibilità di sopravvivenza -- la fame, la morte atomica, l'inquinamento -- la nostra radicale fratellanza con gl’animali si presenta in una luce più immediata ed evidente. Da parlamentare europeo si è battuto, tra l'altro, contro la sperimentazione animale e contro il maltrattamento degli animali negli allevamenti. Pubblicamente dichiara la sua omosessualità. Sviluppa una concezione di Cristianesimo secolarizzato, il quale, conseguentemente, non necessita di istituzioni ecclesiastiche, fondandosi sulla kénosis, ossia sull'abbassamento e sull'indebolimento dell'idea di Dio. Per V. il non riconoscimento di un "assoluto", inteso come una verità definitiva, porterebbe ad una maggiore accettazione della diversità sociale e culturale.  Il compagno di V., Mamino, storico dell'architettura, malato di tumore ai polmoni, muore nel bagno dell'aereo che lo portan nei Paesi Bassi per effettuare un'eutanasia. Ad accompagnarlo c'era con lui sull'aereo lo stesso V.  Collabora con vari quotidiani (La Stampa, L'Unità, il manifesto, Il Fatto Quotidiano), con editoriali e riflessioni critiche su vari temi di attualità, politica e cultura.  Saggi: “Il concetto di fare in Aristotele” (Giappichelli, Torino); “Essere, storia e linguaggio in Heidegger” (Filosofia, Torino); “Ipotesi su Nietzsche” (Giappichelli, Torino); “Poesia e ontologia” (Mursia, Milano); “Schleiermacher, filosofo dell'interpretazione” (Mursia, Milano); “Introduzione ad Heidegger” (Laterza, Roma); “Il soggetto e la maschera” (Bompiani, Milano); “Le avventure della differenza” (Garzanti, Milano); “Al di là del soggetto” (Feltrinelli, Milano); “Il pensiero debole” (Feltrinelli, Milano); Vattimo e Rovatti); “La fine della modernità” (Garzanti, Milano); “Introduzione a Nietzsche (Laterza, Roma); “La società trasparente” (Garzanti, Milano); “Etica dell'interpretazione” (Rosenberg e Sellier, Torino); “Filosofia al presente” (Garzanti, Milano); “Oltre l'interpretazione” (Laterza, Roma); “Credere di credere” (Garzanti, Milano); “Vocazione e responsabilità del filosofo” (Melangolo, Genova); “Dialogo con Nietzsche” (Garzanti, Milano); “Tecnica ed esistenza: una mappa filosofica” (Mondadori, Milano); “Dopo la cristianità. Per un cristianesimo non religioso” (Garzanti, Milano); “Nichilismo ed emancipazione. Etica, politica e diritto, Zabala” (Garzanti, Milano); “Il socialismo ossia l'Europa” (Trauben); “Il Futuro della Religione, S. Zabala, Garzanti, Milano, “Verità o fede debole? Dialogo su cristianesimo e relativismo, Antonello, Transeuropa Edizioni, Massa); “Non essere Dio. Un'autobiografia a quattro mani, Aliberti editore, Reggio Emilia, “Ecce comu. Come si ri-diventa ciò che si era, Fazi, Roma, “Addio alla Verità, Meltemi, Introduzione all'estetica, ETS, Pisa, “Magnificat. Un'idea di montagna, Vivalda, “Della realtà, Garzanti, Milano, Pubblica presso Laterza un annuario filosofico a carattere monografico (Filosofia). La sezione Filosofia ha vinto il Premio Brancati.  V. a Lima, Perú. Pecoraro, "Dossier Vattimo", Pecoraro, in: "Alceu". Rivista del Dip. di Comunicazione. Monaco, V.. Ontologia ermeneutica, cristianesimo e postmodernità, Ets, Pisa; Weiss, V.. Einführung. Vienna, Passagen Giovanni Giorgio, Il pensiero di V.. L'emancipazione della metafisica tra dialettica ed ermeneutica (Franco Angeli, Milano); Numero della rivista A Parte Rei (Madrid), dedicato a V.. Pensare l'attualità, cambiare il mondo, Chiurazzi, Mondadori, Milano); Redaelli, Il nodo dei nodi. L'esercizio del pensiero in V., Vitiello, Sini, Ets, Pisa  L'apertura del presente. Sull'ontologia ermeneutica di V., L. Bagetto, Tropos. Rivista di ermeneutica e critica filosofica. Kopić, V. Čitanka, V. Reader. Zagabria, Antibarbarus. Gutiérrez, Leiro, Rivera.  Fondazione verano centini/images/ allegati Movi100 Cent'anni di Movimento Studenti di Azione Cattolica, su movi100.azione  Gallo, V. Interview, su public seminar.; V.: viva i giustizialisti. Corro con Tonino Di Pietro. Rizzo con GRAMSCI alla Camera (il nipote omonimo) e il filosofo V., nuovi iscritti al Partito Comunista. Comitato Centrale a Livorno, su Ilpartito comunista, Angus, Interview with V.: “Only Weak Communism Can Save Us”, su MRANSA, Italian philosopher politician slammed as anti-Semite, su la gazzetta delmezzogiorno.   'Shoot those bastard Zionists': Italian scholar, su the local Corriere della Sera, Non acquistiamo i prodotti di lì, su archivio storico.corriere. Repubblica -V.: "Non sono un antisemita. Solo anti-israeliano", su torino repubblica. A Radio Radicale Il delirio di V.: «Per fargli male doveva sparare»  Il Giornale,  In questo senso Cfr, tra molti, La fine della modernità e Nichilismo ed emancipazione. Etica, politica e diritto, dello stesso V. e Niilismo e (Pós-Modernidade) dell'italo-brasiliano Pecoraro, libro pubblicato a Rio de Janeiro e San Paolo.  Da Animali quarto mondo, in, I diritti degl’animali, Battaglia e Castignone, Centro di Bioetica, Genova. Dichiarazione scritta sul riconoscimento dell'obiezione di coscienza alla sperimentazione animale nell'UE, su gianni vattimo. Interrogazione scritta alla Commissione sul benessere degli animali, su Gianni vattimo. 4Vattimo: accanimento sui gay, ma io non bacio in pubblico, Corriere della Sera, su corriere.   «Il mio compagno voleva farla finita Ma morì in viaggio tra le mie braccia» Corriere della Sera, su corriere. Albo d'oro premio Brancati, su comune. zafferana etnea.ct. Pensiero debole. Blog su Gianni vattimo blog spot V., su BeWeb, Conferenza Episcopale Italiana. su open MLOL, Horizons Unlimited srl.  V. su europarl. europa.eu, Parlamento europeo.  Registrazioni su Radio Radicale. Revista A parte rei, su personales. ya.com. Dicussion e sul Pensiero Unico su mito11settembre. Lezione di congedo dall'Torino La verità e l’evento: dal dialogo al conflitto, su teologiae liberazione. blogspot.com. Credere di credere. Genesi e significato di una conversione debole Giornale di filosofia della religione V. Un comunista postmoderno? (di Preve) RAI Filosofia, su filosofia.rai. Nome compiuto: Gianteresio “Gianni” Vattimo. Gianteresio Vattimo Gianni Vattimo. Vattimo. Keyword: debole/forte – implicatum come communicatum debole. Refs.: Luigi Speranza, "Grice e Vattimo," The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vattuone: la ragione conversationale e l’erotica – filosofia italiana – Luigi Speranza (Bologna). Filosofo Italiano. Dipartimento Di Storia Antica, Emeritus Full professor of ancient Greek History and Historiography Address: Bologna, Emilia-Romagna, Italy Interests Gender Studies Homosexuality Greek Myth Sex Education Cretan Studies See what your network is talking about.  Research paper thumbnail of Fra Timoleonte e Agatocle. Note di storia e storiografia ellenistica Fra Timoleonte e Agatocle. Note di storia e storiografia ellenistica Diodoro e l'altra Grecia. Macedonia, Occidente, Ellenismo nella Biblioteca storica, L'archeologia nel libro i delle Storie di Tucidide e la storiografia greca di IV sec. a.C L'archeologia nel libro i delle Storie di Tucidide e la storiografia greca di IV sec. a.C Rivista Storica Dell Antichita, Timeo, Polibio e la storiografia greca d'Occidente Timeo, Polibio e la storiografia greca d'Occidente Hetoimaridas: note di politica interna a Sparta in età classica Hetoimaridas: note di politica interna a Sparta in età classica Storiografia locale e storiografia universale. Forme di acquisizione del sapere storico nella cultura antica (Atti del Convegno, Bologna  Storiografia locale e storiografia universale. Forme di acquisizione del sapere storico nella cultura antica (Atti del Convegno, Bologna ) Il volume raccoglie saggi di carattere storiografico, miranti a mettere a fuoco il rapporto fra s... more  Εἰδωλοποιεῖν : L'Immagine Degli Eventi Nella Storiografia Greca Εἰδωλοποιεῖν : L'Immagine Degli Eventi Nella Storiografia Greca Eros cretese (Ad Ephor. FFrHist 70 F 149) Eros cretese (Ad Ephor. FFrHist 70 F 149) Rivista Storica Dell Antichita, Note di storiografia greca adriatica Note di storiografia greca adriatica Rimini e l'Adriatico nell'età delle guerre puniche: atti …, Riflessioni sulla storiografia greca di ambito adriatico: Ecateo, Teopompo, Timeo Eros a Sparta: un'istituzione? altre riflessioni per una storia dell'erotica greca Eros a Sparta: un'istituzione? altre riflessioni per una storia dell'erotica greca Rivista storica dell'antichità ... | Ayuda. Eros a Sparta: un&#x27;istituzione? altre riflessioni per una storia dell&#x27;eroti... Nome compiuto: Riccardo Vattuone. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Vattuone,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia. 

 

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